Luigi Speranza -- Grice ed Alcimaco: la setta di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), a pupil of
Pythagoras. Exiled from Crotone when the local population rose against the
Pythagoreans. His subsequent fate is unknown. Alcimaco.
Luigi Speranza -- Grice ed Alcio: i due ortelani -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. One of the
two philosophers following what the Italians call the “Orto” (the Garden) – the
other was FILISCO (si veda) – expelled from Rome back to where they came from –
Athens -- *before* the infamous embassy.
Alcio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed
Alcmeone: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to lamblichus of Chalcis, a
pupil of Pythagoras. His main interest is in medicine, and he regards health as
a kind of internal balance. He studies perception and believes that the eyes
are connected with the brain, which is itself the centre of emotion and
thought. According to Diogenes L., he also writes on physics, arguing that the
soul is always in motion and the moon, planets and stars are eternal (Barnes,
Early Philosophy, Harmondsworth, Penguin) Guthrie, A History Ancient Philosophy,
Cambridge; Huffman, 'Alemaeon', The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Zalta.
Medaglia. Quasi tutte le informazioni superstiti circa lui sono state messe in
discussione dagli studiosi. Essi si sono chiesti se fosse un medico o un fisiologo
("impegnato ad indagare la natura"), se fosse un pitagorico o in
relazione con i pitagorici, se il suo atteggiamento fosse da qualificare come
empirico, se ha, primo in Occidente, praticato la dissezione del corpo umano,
se il ruolo centrale da lui attribuito - secondo le fonti dossografiche - al
cervello nel coordinare le sensazioni non è da ridimensionare. La revisione
critica delle testimonianze e dei frammenti di A. ha determinato di fatto il
superamento di tutti quegli entusiasmi, certamente prematuri, che vorrebbero il
crotoniate il padre dell'anatomia, della fisiologia, dell'embriologia, della
psicologia, della medicinastessa. Si è aperta, in tal modo, sul piano
metodologico, la via per una comprensione autenticamente storica della figura
di A., dimensionata nel tempo ed in situazione. Moltissimi frammenti dei testi
scomparsi, ma citati particolarmente da Teofrasto, sono stati raccolti da
Codellas e da questi è possibile evincere la sua filosofia. Si può pertanto
affermare che A. è il primo filosofo naturalista (Strata). Doty ha ripercorso
la storia per quell'epoca straordinaria di A., giungendo a concludere che le
sue scoperte devono essere considerate rivoluzionarie al pari di quelle di
Copernico e di Darwin. Da notare che il grande Aristotele nega i rapporti fra
cervello e fenomeni mentali in quanto toccando il cervello, non si hanno
sensazioni e il cuore è ultimo a morire, localizzando dunque qui le capacità
della mente. Dalla vita di A. non sappiamo molto. Aristotele riferisce che,
quanto all'età, A. è giovane quando Pitagora è vecchio. Tuttavia, il passo non
è contenuto in tutti i manoscritti né concordemente riferito dai commentatori
antichi. Contemporanei e diretti interlocutori di A. sono, secondo
Diogene L., Brontino, Leonte e Batillo; personaggi considerati da Giamblico
pitagorici. La sua patria viene dalle fonti identificata con Crotone. Il padre è,
secondo la tradizione dossografica, Períthos (Diog. Laert.; Clem. Alex.,
Strom.) Diogene Laerzio considera Alcmeone discepolo di Pitagora. Il suo
impegno avrebbe riguardato per lo più la medicina. Tra i fisiologi viene
annoverato da Teofrasto. Secondo il giudizio di Galeno, A., allo stesso modo di
Melisso di Samo, Parmenide di VELIA (si veda), Empedocle di GIRGENTI (si veda),
Gorgia di LEONZIO (si veda), Prodico e degli autori antichi in genere, scrive
un saggio, “Sulla natura”. Per Favorino e Clemente è addirittura il PRIMO a
comporre un discorso intitolato “Sulla natura”. La sola attestazione che fa
diretto riferimento ad A. come medicus è quella di Calcidio. Per il periodo
storico in esame, la distinzione tra fisiologia/filosofia e medicina risulta
essere non ancora strutturata – cfr. Grice: “We had the same problema at Oxford
for ages – which I old Strawson when he was appointed professor of
META-physical (‘trasnaturale’) philosophy!” -- Non solo la linea di
demarcazione fra questi due ambiti è fluida, ma all'interno dell'indagine
"sulla natura" confluivano sia lo studio della natura, che del corpo
umano e, più in generale, per gl’enti tutti, apprezzati e osservati nella loro
globalità. Il primo frammento pervenutoci di A. contrappone l'onniscienza certa
e immutabile degli dei alla scienza mutevole e ipotetica degl’uomini che
desumono le proprie tesi dai segni visibili nei corpi esaminati. Sulle cose
invisibili e sulle cose mortali solo gli dei hanno la certezza. Agl’uomini è
dato il congetturare. Non congetturare a caso delle cose più grandi. Tuttavia,
tale sapere non viene ancora associato alla filosofia. Il dossografo
Aezio attribuisce ad A. la teoria divenuta molto comune della salute come
equilibrio – “isonomia” -- tra elementi o proprietà (dynameis) opposte. A. dice
che la salute dura fintantoché i vari elementi, umido secco, freddo caldo,
amaro dolce, hanno uguali diritti (isonomia), e che le malattie vengono quando
uno prevale sugli altri (monarchia). Il prevalere dell'uno o dell'altro
elemento, dice, è causa di distruzione. La salute è l'armonica mescolanza delle
qualità (opposte). Maddalena in Giannantoni. Simile dottrina ricorre, altresì,
nel trattato ippocratico Sull'antica medicina. V'è infatti nell'uomo il salato,
l'amaro, il dolce, l'astringente, l'insipido e mille altre cose dotate di
proprietà diversissime sia per quantità sia per forza. Ed esse mescolate e
contemperate l'un l'altra né sono evidenti né causano dolori all'uomo; quando
però una di esse sia separata e permanga come sostanza a sé stante, allora
diviene evidente e causa dolori all'uomo. Opere di Ippocrate, Vegetti, Torino,
Utet. Nel riportare la dottrina dei pitagorici, secondo la quale le contrarietà
sono per essi principi delle cose che sono, Aristotele, dubita che all'origine
vi fosse stato un contributo determinante da parte di A.. Questi, ad ogni modo,
sostene che duplici sono per lo più le cose riguardanti l'uomo. A differenza
dei pitagorici – continua Aristotele – A. non define quali sono le contrarietà.
Nomina, pero, quelle che gli capitavano, bianco nero, dolce amaro, buono
cattivo, grande piccolo. Nel suo Commento al Timeo di Platone, Calcidio
rifere che A., esperto di questioni fisiche, è il primo che seziona animali
viventi. In particolare la sua attenzione si concentra a mostrare come sono
fatti gl’occhi. Secondo la testimonianza di Teofrasto, A. ha modo di
identificare determinati canali – “poroi” -- che conduceno la sensazione dall’organo
di senso (I pele II orecchie III naso IV lingua V occhi) al cervello,
descrizione che si riferisce ai fori dei nervi cranici. Dal punto di
vista storico, la critica più accorta riconosce come i canali, cui fa
riferimento Teofrasto, sono, per quel che concerne III l'udito e IV l'olfatto,
grosse strutture, quali i condotti delle narici e il meato uditivo esterno. Nel
caso I dell'occhio, tuttavia, le osservazioni effettuate da A. non riguardavano
esclusivamentestrutture esterne o di superficie. Molto è infatti frutto di una
conoscenza delle strutture retrostanti l'occhio. Il medico e fisiologo
crotoniate si può al riguardo desumere che ha in forma assai limitata e
circoscritta praticato su animali una recisione dell'occhio per mettere allo
scoperto le strutture retrostanti, che si dipartono alla volta del cervello. Infatti
descrive in maniera inequivocabile le vie ottiche (nervi ottici, chiasma e
tratti ottici), come riportato da Calcidio. Solo dopo Aristotele la dissezione
comincia ad imporsi, per diventare pratica assai diffusa e sistematica. Nel complesso
si può riconoscere che il primo impiego del coltello a vantaggio della ricerca
sulla natura risale ad A.. Questo rese possibile la scoperta del collegamento
nervoso tra l'occhio e il cervello e da avvio a riflessioni sulla reale sede
delle sensazioni in quest'ultimo organo. Di rilievo la testimonianza di
Teofrasto (De sensu). Tra quelli che non credono che LA PERCEZIONE nasca da
simiglianza è A.. Il quale prima di tutto definisce la differenza tra uomo ed
animali non razionale. L'uomo, A. dice, si distingue dagli altri animali perché
CAPISCE, mentre gl’altri animali PERCEPISCONO (potch) ma non CAPISCONO (cotch).
Per A., infatti, PERCEPIRE (potching) e CAPIRE (cotching) sono due attività
diverse, e non, come crede Empedocle di GIRGENTI (si veda) una sola e medesima
attività. Poi A. parla delle singole percezioni. Dice che udiamo con le
orecchie -- perché in esse è il vuoto. Questo vuoto, dice A., vibra, e cioè
emette un suono con la cavità, e l'aria ripete la vibrazione. Gli odori li
percepiamo col naso, conducendo al cervello l'aria mediante l'inspirazione.
Distinguiamo i sapori con la lingua, perché essa. essendo calda e molle, col
calore disfa, e mediante la rarefazione dovuta alla sua morbidezza accoglie e
distribuisce i sapori. Per gl’occhi gl’uomini vedono mediante l'umidità che
circonda gl’occhi. Gl’occhi, dice A., contenneno FUOCO, come è mostrato dal
fatto che mandano scintille quando sono colpiti. Gl’uomini vedeno dunque
mediante la parte ignea e la parte trasparente, e tanto meglio vede quanto più
è puro. Ogni percezione, dice A., giunge al cervello e lì le varie percezioni s'accordano.
È appunto per questo che anche s'ottundono quando il cervello si muove e cambia
di posto: perché in tal modo ostruisce i canali attraverso i quali passano le
sensazioni. Del TATTO (V) A. non dice né
come né con che cosa si ha. Questo dunque dice A.. -- Maddalena in Giannantoni. Secondo Aezio, A.
afferma che le anime sono le CAUSE del proprio movimento e di quello dei CORPI
nel quale sono immerse. Poiché il moto proprio delle anime è continuo e
ininterrotto, esse possono essere assimilate ai corpi celesti divini e da ciò
si può derivare la loro immortalità. Ciò che si muove è vivo e ciò che si muove
continuamente è continuamente vivo e quindi immortale. L'argomento di A. è ripreso
da Platone nel “Fedro”. Diogene Laerzio conserva l'incipit dell'asserito
trattato di A. “Sulla natura”. A. di Crotone, figlio di Pirito, dice questo a
Brontino e a Leonte e a Batillo. Delle cose invisibili e delle cose visibili
soltanto i XII dei hanno conoscenza
certa – “sapheneian.” Gl’uomini possono soltanto congetturare – “tekmairesthai.”
Maddalena in G. Giannantoni. Il «metodo tipico della conoscenza umana consiste,
per A., nel “tekmairesthai” – ovvero, nel procedere appunto per indizi,
congetture, prove. Egli, in tal modo, non fa che teorizzare la sua stessa
prassi, abituato a interpretare l'esperienza per ritrovare in essa un
significato, un valore di sintomo, e risalire così all'unità della malattia e
delle sue cause. Sotto questo profilo, con A. si apre una via verso il sapere,
una via che passava pur sempre attraverso l'osservazione. Vegetti. Perilli, A.
tra filosofia e scienza. Per una nuova edizione delle fonti, in «Quaderni
Urbinati di Cultura Classica»; Lloyd, Metodi e problemi della scienza, trad.
it., Laterza, Roma; Huffman, A. in Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy,
Center for the Study of Language and Information; Metafisica’ Diogene Laerzio,
Vite dei filosofi; Vita di Pitagora; Perilli; Lloyd; Arist., Metaph.; Hist.
anim.; De gen. anim.; Diog. Laert.; Per le testimonianze e i frammenti di A.,
vd. H. Diels, W. Kranz, (a cura di), I presocratici. Testo greco a fronte, a
cura di Reale, Bompiani, Milano, Maddalena in G. Giannantoni (a cura di), I
Presocratici. Testimonianze e frammenti, Bari-Roma, Laterza; De sensu; De elem.
sec. Hippocr.; F.H.G.; Strom.; In Tim.; Krug, La medicina nel mondo classico,
Firenze, Giunti; Ronchi, La scrittura della verità: per una genealogia della
teoria, Di fronte e attraverso; Lo spoglio dell'occidente (n.3), Jaca; Metaph.;
Wrob. de sensu. Lloyd, Chalcid in Tim; Wrob
in Cardini Pitagorici Antichi; Staden, Herophilus. The Art of Medicine in Early
Alexandria, Cambridge; Lloyd, A. Krug; Pitagora e i pitagorici: l’anima; Codellas,
A. of Croton: his life, work and fragments, in Proceedings of the Royal Society
of Medicine; Doty, A.’s discovery that brain creates mind: a revolution in
human knowledge comparable to that of Copernicus and of Darwin, in Neuroscience;
Perilli, A. tra filosofia e scienza, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica; A.,
su Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. su Enciclopedia Britannica, Huffman,
Alcmaeon, in Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study
of Language and Information; Biografie; Filosofia; Letteratura; Magna Grecia; Medicina.
Eraclito filosofo greco antico Empedocle filosofo e politico greco antico
Scuola pitagorica antico movimento esoterico e metafisico basato sugli
insegnamenti di Pitagora. Grice, The Causal Theory of Perception. Luigi
Speranza, “Grice e Alcmeone” per H. P. Grice’s Gruppo di Gioco, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Keywords: perception, causal theory. Alcmeone.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Alderotti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I
like Alderotti; but then his favourite treatise was Aristotle’s little thing to
his son, Niccomaco – which Hardie instilled on me like a leech!” “Alderotti was
what we would call a Florentine-Bologne-oriented Aristotelian; he thought, with
Aristotle, that the heart trumps the head -- Grice: “What I like most about lderotti is his
archiginnasio – no such thing at Oxford! So, as Speranza says in “Colloquenza
all’archiginnasio,” Alderotti knew what he was doing, even if his pupils did
not!”Scienziato e filosofo erudito, scrisse per l'amico e protettore Donati,
uno dei primi testi di medicina in lingua volgare, il Della conservazione della
salute. Il più conosciuto medico del medio evo, tanto da meritarsi una
citazione nel Paradiso d’ALIGHIERI (si veda), insegna a Bologna, applicando,
durante le sue lezioni di medicina, un innovativo metodo scolastico. Inizia la
lezione con una lectio o expositio di un passo tratto da un testo autorevole (di
Ippocrate, Galeno, ecc.). Procede poi per quaestiones con riferimento alle IV cause
aristoteliche. La causa materiale -- la materia della trattazione --, la causa
formale -- la sua forma espositiva --, la causa efficiente -- l'autore
dell'opera -- e la causa finale -- il
fine o lo scopo dell'argomento prescelto. A questo punto il maestro formula una
serie di dubia, cui fanno seguito i momenti euristici della disputatio ed, infine,
della solutio. ALIGHIERI (si veda) lo cita in modo dispregiativo nel “Convivio.”
Temendo che 'l volgare non fosse stato posto per alcuno che l'avesse laido
fatto parere, come fece quelli che transmuta lo latino de l'etica ciò e A.
ipocratista provide. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Opere. Tra i primi volgarizzatori toscani è A.,
il famoso fiorentino, professore a Bologna, uno dei personaggi più notevoli del
suo tempo. A. è pure il primo traduttore italico della morale a Nicomaco, che
volgarizzata entra oramai a far parte della cultura generale. Di traduzioni
della Nicomachea, c'eran le due greco-latine dell'Ethica vetus e dell'Ethica nova,
frammentarie,e quella del liber Ethicorum completa letterale. Ma il volgarizzatore
non puo certamente servirsi di un testo incompleto o di traduzioni letterali
che avrebbero evidentemente lasciato Aristotele oscurissimo nel volgare come lo
è nelle traduzioni latine. Ci sono le traduzioni arabe: quella del commentario
di Averroe. Ma come si puo presentare per la prima volta a'laici, incapaci di comprendere
un vastosi stema filosofico, Aristotele con tutto il bagaglio delle sue
dottrine logiche e metafisiche che servono di base all'Etica? Resta il
compendio alessandrino-arabo, e questo difatti ammesso alla facile diffusione
del volgare divenne il testo morale aristotelico di moda. A. riduce in volgare
il compendio alessandrino-arabo della morale a Nicomaco. Poco più tardi [Ho in
un lavoro precedente trattato dell'Etica volgare e francese; a quel lavoro
modesto richiamo il lettore il quale, trattandosi di una questione già molto
controversa, voglia con sicurezza accogliere le nostre conclusioni. Giacchè ora
alle conclusioni sono costretto dalle necessità e dall'economia dell'argomento.
MARCHESI, Il Compendio volgare dell'Etica Aristotelica e le fonti del VI libro
del Tresor in Giorn. Stor.della lett.it.] LATINI (si veda), nel Tresor accolge
il volgare di A., modificato secondo il testo originale latino ch'ei conosce e
a cui porta contributo di meditazioni. Sicché tra i due compendi è una notevole
differenza: una differenza che va tutta a favore di ser LATINI (si veda) il
quale ha il vantaggio di lavorar dopo in un tempo in cui, per quella energia
naturale della filosofia novella, si progrede assai rapidamente nel gusto e
nella filosofia. La traduzione di A. in gran parte fedele al contenuto, nella
forma è condotta con una notevole indipendenza rispetto alla frase latina, e
non di rado si vede la sicurezza ch'è nell'intendimento del traduttore e la
buona conoscenza che A. ha del linguaggio filosofico. Spesso compendia la materia.
Daltra parte, allarga tante volte la frase o il concetto e diluisce nel volgare
il testo latino per bisogno di ripetizioni e di esempi o di ampliamenti,
servendosi, come fa in principio, di qualche altro rifacimento, e aggiungendo
dichiarazioni proprie. A. non è un traduttore che si preoccupi dalla frase e
voglia mantenersi fedele alla parola o al tenore dell'esposizione. A. è un COMMENTATORE
E INTERPRETE occupato del contenuto FILOSOFICO che pur vuole spesso acconciare
dal lato espositivo nella maniera più rispondente, secondo lui, a'bisogni della
chiarezza e della semplicità. Generalmente palesa una certa libertà nel
compendiare e nel rendere il concetto con espressioni diverse dall'originale, come
quando, per es., A. traduce il latino “vita scientiæ et sapientiæ” come “vita
contemplatiua”. Qualche volta invece il concetto è più largamente definito per
l’aggiunta di qualche breve dichiarazione che serve a chiarirne il contenuto e
a precisarlo di più rispetto alle considerazioni precedenti. Cosi il testo dice
che l'uomo rifugge dai luoghi solitarî o deserti o ermi, ed A. aggiunge.
“Perchè l'uomo naturalmente ama compagnia. Altrove è detto che beatitudine è
cosa completa che non abbisogna. Delle parti più confuse e difficili a
intendersi fa una para-frasi, invertendo anche l'ordine delle idee e
disponendole in maniera più agevole per la intelligenza finale, seguito in
questo naturalmente da LATINI (si veda). Ecco un esempio. RERVM QVEDAM SVNT
COGNITE APVD NOST ET QVEDAM SVNT COGNITE APUD NATVRAM. OPORTET ERGO VT AMATOR
SCIENTIE CIVILIS PROMTUS SIT AD RES EXIMIAS ET SCIAT OPINIONES RECTAS.
OPINIONES AVTEM RECTE SVNT VT IN ARTE CIVILI INCIPIATVR A REBVS APVD NOS
COGNITIS ET IN CONSVETVDINIBVS PULCRIS ET HONESTIS FACTA SI ASSVETUDO
PRINCIPIVM ENIM ESTET INCEPTIO A QVA RES EST. EX MANIFESTO EXISTENTE
SVFFICIENTER QVIA REST EST, NON INDIGETVR PROPTER QVID RES EST. INDIGET AVTEM
HOMO AD PROMPTITVDINEM HABITATIONIS VERITATIS RERVM BONARVM AVT APTITVDINE BONE
INSTRUMENTALITATES EX QVA SCIAT VERVM AVT FORMA PER QVAM ACCIPANTVR PRINCIPIA
RERVM HABEO FACILE. QVI VERO NEVTRAM BABVERIT HARVM APTITVDINVM AVDIAT SERMONEM
HOMERI POETE VBI DICIT QVIDEM BONVS EST HIC AVTEM APTVS VT BONVM FIAT. La
rendizione di A.: Sono cose le quali sono manifeste alla natura, e sono cose le
quali sono manifeste A NOI. Onde, in questa scienza ch’e l’etica, si dee
cominciare dalle cose le quali sono manifeste a noi. L'uomo lo quale si dee studiare
in questa scienza ed apprendere, si dee ausare nelle cose buone e giuste e
oneste. Onde gli conviene avere l'anima sua naturalmente disposta a quella
scienza. Ma quello uomo che non hæ neuna di queste cose, è inutile a questa
scienza – “d'altra cosa.” A. chiarisce “di fuori da sè.” Altre aggiunte, come
quelle di aggettivi, tendono solo ad accrescere l'efficacia del concetto. D’altra
parte, A. co-ordina spesso le frasi sciolte e le considerazioni staccate del
LATINO nella continuata semplicità di un solo periodo. LATINI (si veda) riempie
le lacune. Molte espressioni trascurate d’A. o tralasciate a dirittura per
difficoltà d'intendimento sono supplite nel “Tresor.” Per es., il testo fa una
triplice divisione delle arti. QVEDAM HABENT SE HABITVDINEM GENERVM ET QVEDAM
HABITUDINEM SPECIERVM ET QVEDAM HABITVDINE INDIVIDVORUM. A. omette la terza categoria
degl’arti, notando solo le generali e le particolari. LATINI, traducendo anche
con finezza etimologica, completa. Altrove sono interi brani del tutto omessi
nel volgare che LATINI (si veda) restituisce alla esposizione del compendio
aristotelico. Diamone un esempio. Arsciuilis non pertinet La scienza da La
science de cité go pueronequeprosecuto- reggerelacittade ridesideriiatqueuicto-
non conviene a fantneàhomequivueille rie,eoquodamboigna- garzonenèauo mais A.
non vide nel compendio alessandrino il legame tra le due considerazioni,e omise
l'ultima;difatti il com pendiatore o il traduttore latino butta giù una frase
fuor di senso che non ha rapporto alcuno con l'originale; Aristotele dice:«non
è acconcio l'uditore giovane perchè èinesperto delle azioni che riguardano la
vita, e i discorsi della nostra verner ne afiert pas à en 1 risuntrerum
seculi, mocheseguitile cequeanduisontnonsa neque proficit ipsis. Non son
ensuirre sa volonté, por tem. que ilse torne me, enim intenuit ars ista
scientiam sed conuersio. nem hominis ad bonita- suevolontadi,pe- chant des
choses dou sie rò che non cle: car ceste ars ne qui savi nelle cose del ert pas
la science de l'o secolo. à bonté. scienza da queste si tolgono e intorno
a queste si aggirano – “οι λόγοι δ'εκ τούτων και περί τούτων”. Non pero tutte
le lacune sono supplite da LATINI. La omissione di qualche concetto importante
nel volgare è giustificata dal fatto ch'esso si trova altre volte
particolarmente espresso e dalla facilità di richiamarlo alla mente nei luoghi
ov'esso è ripetuto. Cosi avviene per il principio più volte enunciato della
eccellenza del bene voluto per sé, rispetto al bene voluto per altro. LATINI elimina
pure qualche ridondanza del volgare. Cosi nell’ “ARS DIRECTIVA CIVITATVM”, che A.
traduce “l'arte civile la quale insegna reggere la cittade”, LATINI omitte
‘civile’. Altre volte, invece, la espressione è più estesa in LATINI, come
quando traduce il semplice « princeps » riferito all'arte civile, mentre più
sicuro intendimento dell'espressione. Dice il testo che la beatitudine, come
l'uomo che dorme, non manifesta alcuna virtù quando l'uomo la possiede in abito
e non in atto. LATINI spande. E poco prima alla definizione della potenza razionale
ch'è più degna quando si è in atto, LATINI aggiunge “chè il bene non è bene se
non è fatto.” Talune espressioni proprie del volgarizzatore vanno oltre i
bisogni della chiarezza e la necessità dell'intendimento. Laddove il testo
latino dice del bene dell'anima ch'è il più degno di tutti, LATINI insere il
concetto della divinità mette di suo la ragione evidentemente per il bisogno di
ribadire il principio che pone in dio il sommo bene e di asservire il trattato
aristotelico alle idea il volgare dice solo « principale e sovrana ».
L'aggiunta comunemente è fatta per maggiore precisione e per un con «
colui che sta nel travito ». LATINI riconduce all'esatta interpretazione. Nello
sfrondare le ridondanze del volgare e nel ridurre la materia alle proporzioni
dell'originale latino, LATINI non sempre riesce a cogliere l'esatto
intendimento della parola, e riducendo smarrisce l'idea che vi èracchiusa; ilt.
Ha. QVEM AD MODVM PERITI AGONISTÆ EATQVE ROBVSTI CORONANTVR QVIDEM ET ACCIPIVNT
PALMAM APVD ACTVM AGONISET VICTORIE. A. traduce. A ė somigliante di quello che
sta nel travito a combattere, chè solamente quelli che combatte et vince,
quelli a la corona della vittoria, e fa vera illustrazione e IMPLICATUVRA della
frase finale. “E se alcuno uomo sia più forte di colui che vince, non à perciò
la corona, perch'egli sia più forte, s'egli non combatte, avvegna che egli
abbia la potenzia di vincere.” LATINI si ferma alla prima parte trascurando il
significato particolare dell’apud che qui sta per post. Pure nell’intelligenza
della parola latina il testo di LATINI è generalmente più fine del volgare, nel
quale tal volta si trova sconvolto l'ordine delle frasi e delle idee [Un
esempio: LATINO: difficile: A. impossibile. LATINO: in omnibus artificibus. A.:
nelle cose artificiali. lità contemporanee della fede. Generalmente LATINI ha
maggiori riguardi per il testo, perciò che riguarda i concetti semplici e le
singole espressioni. Cosi LATINI corregge la frase talvolta malamente resa o
ingiustamente compendiata e confusa d’A.. A. si restringe talora a molto
semplice espressione, impropria, che mal si adatta al concetto latino, come
quando traduce “periti agonistæ atque robusti” per deviazione dal retto
intendimento del latino. Riporto un brano. A. traduce la seconda parte del
periodo: ut pote. come se fosse esplicazione del concetto già espresso: opera
decora exerceat. LATINI la riferisce invece al precedente: absque materia. Nel
volgare italico et al volta anche, in maniera al quanto diversa, in LATINI
l'espressione latina è modificata quando apparisca troppo cruda. In fine del
compendio aristotelico si parla di uomini che non si possono correggere con
parole, per cui occorre “assiduatio verberum tam quam in bestia.” A. traduce
vagamente “pena.” LATINI è più civile ancora. Il volgarizzatore di LATINI tende
spesso, più che A., a modificare quelle che a lui sembrano asperità di giudizio
o durezze d'espressione. Così, nello stesso brano, de'delinquenti per natura, di
coloro che non possono correggersi con parole nė per castighi, dice il t. «tollendisunt
de medio», e A. letteralmente “son datorre di mezzo.” L. è meno severo. È un
riscontro casuale; ma sinoti ad ogni modo come l'urbanità dell'espressione del
volgare e la temperanza cortese di giudizio pare si accordi coi principi
positivi di un diritto criminale molto recente! E LATINI si accorda talvolta
con A. nel m o T. difficile est enim A. perciò che non homini ut opera
decora è possibile all'uomo exerceat absque mate ch'egli faccia belle o
riautpotequodha pereech'egliabbia beatpartemcompeten arte la quale si con tem
rerum bone uite pertinentiumetcopiam eabbondanzad'amici familieetparentumet
ediparenti,eprospe prosperitatemfortune. rità di ventura sanza venga a buona
vita, li beni di fuori. ne... 5 1 l'on face b e lesoevres, seiln'ia gran part
des choses avenables à bono vie et habondance d'avoir etd'amisetdeparenz, et
prosperité de fortu dificare le opinioni del testo, come quando fieri
amendue della loro vita comunale, rinnegano il detto d'Aristotele che l'ottimo
governo sia nel principato, affermando migliore il governo delle comunità. LATINI
qualche volta fa dei tagli al testo latino e al volgare, sopprimendone talune
espressioni non per amore di brevità, ma evidentemente perch'ei si rifiuta di
accoglierne il giudizio. Ciò risulta chiaro dalla costanza con cui
l'espressione è soppressa ogni qualvolta si presenti nell'intendimento VOLUTO
DALL’AUTORE. Una prova. Il compendio latino e con esso A. fa una duplice
divisione della virtù: virtù intellettuale, come sapienza, scienza, e prudenza,
e virtù morale come castità, larghezza, umiltà. E poi lo esempio. Quando noi
volemo lodare un uomo di virtude intellettuale diciamo. Questo è un savio uomo
intendevile e sottile. Quando volemo lodare un altro uomo di virtude morale,
diciamo. Questo è un casto uomo umile e largo. Nell'uno e nell'altro caso LATINI
sopprime a dirittura l'espressione che racchiude il concetto della umiltà. La
prima volta quando parla della virtù morale, soggiunge un po'in fastidito e non
curante del testo. Ed è curioso e notevole documento questo d’uno tra i più
illustri rappresentanti del laicato dotto del tempo, uomo di parte e d'azione tenace
e bellicosa e guelfo ardente, che si rifiuta cosi chiaramente di accogliere
l'umiltà tra le virtù morali, ribellandosi al giudizio che uomo umile ė uomo
virtuoso. C'è qui l'alto sentire del laico e lo spi [ex parte moralium largum
uel castum uel humilem. uel modestum eum appellamus. Rito sdegnoso elaboria cavalleresca
del tempo, che si annidava bensi nella fierezza solitaria e nella severa
integrita dell'uom casto, o sorrideva nel magnifico gesto signorile dell'uom
largo e cortese, ma non si acconciava a indossare il saio dell'umile
curvato. Quale dei due volgarizzatori ha merito maggiore e chiaro. A. ha
il merito della priorità. Compendia troppo, abbrevia, toglie parte di
considerazioni e di esempi al testo latino. LATINI che lavorò a ppresso a lui è
più fine e completo, e poi anche il suo volgarizzamento si presta allora assai
meglio del volgare d’A.. A. molte volte amplia o riduce la materia. LATINI
traduce con maggiore fedeltà sia nell'evitare le ripetizioni inutili del
volgare sia nel colmarne le lacune rispetto all'ori ginale latino, le cui
espressioni segue con attenzione e riproduce spesso con esattezza. Siamo nel
periodo dei compendi e dell'enciclopedia. Un compendio fatto è fatica ri
sparmiata al mæstro che deve dire le «chose universali ». LATINI, che ha
intelligenza fine, trasse il compendio italico
e l'incluse nell'opera sua e ne colma le lacune e ne affina i contorni e
lo ripuli di fronte al testo latino da cui egli pompeggiandosi dicea di aver
tratto la parte morale. E non fa cenno d’A.: egli accoglie, corregge, assimila;
d'altra parte è tutta una letteratura e una divulgazione anonima e i diritti di
proprietà non sono ancor sorti. C'è però da osservare che nel ritocco della
materia volgare LATINI non va oltre qualche singola espressione o frase,
trascurata o ridondante. Egli non si attenta mai a rimaneggiare e ad acconciare
la materia nel contenuto ideale, per il modo con cui le idee sono esposte nel
volgare o compendiate o disposte o interpretate. Questo dunque testimonia
onorevolmente che A. è allora ritenuto autorevole INTENDITORE – “come Hardie” –
Grice -- del trattato aristotelico anche da un uomo per cultura famoso come ser
LATINI, sebbene al grande discepolo di costui non appare ugualmente felice
dicitore del volgare. Tuttavia le modificazioni introdotte d’A. e assai più
ancora da LATINI non sono tali da farci notare la presenza di nuovi elementi
etici o l'azione modificatrice diretta del volgarizzatore spinto da una evoluta
coscienza sociale del tempo. I filosofi del medio evo accolgono e credono. Sono
ansiosi di notizie. Si accetta tutto, il vero e il falso, anzi più il falso che
il vero. Ad A. che scrive un sonetto sulla pietra filosofale risponde LATINI che
ragiona sulle virtù delle pietre. È ancora intatto l’edificio secolare che più
tardi la critica riduce nei frantumi donde sorge la nuova coscienza degl’individui
e delle genti. MAGLIABECH. Carmina magistri A. de florentia super scientiam
lapidis philosophorum ex Alberto Magno edita feliciter. Solvete i corpi inaqua
a tuti dico voi che intendete di far sol et luna delle duo aque poi prendete
l'una qual più vi piace e fate quel chio dico datella a ber a quel vostro
inimico senza manzare i dicho cosa alguna morto larete e riverso in bruna dentro
dal cuore del lion anticho poi su li fate la sua sepoltura si e in tal modo che
tuto si sfacia la polpa e lossa o tuta sua giuntura. La pietra aretee da poi questo
si facia de terra aqua et daqua terra fare così la pietra uuol multiplicare e
qual intendera ben sto sonetto sera signor de quel a chi e suzetto. Il
compendio alessandrino-arabo presta dunque la materia etica aristotelica al
volgare d'Italia; e la morale a Nicomaco puo cosi divenire libro di attualità
adoperato e sfruttato, nella valutazione dei principi etici e nella decisione
delle finalità umane, dai nuovi scrittori volgari: tra questi ė ALIGHIERI, a
cui A. da motivo di presentare in più nobil veste il volgar di
Toscana, e LATINI ha ad ora ad ora insegnato come l'uom s'eterna ». Questo saggio fa parte di un altro più esteso e
completo sui rifacimenti aristotelici latini e volgari, il quale spero verrà
presto a portare un contributo, non privo d'interesse, alla storia
ell'aristotelismo e a colmare qualche lacuna la conoscenza del movimento filosofico
che è prima: giacchè ne'volgarizzamenti e ne'rifacimenti sta i cultura;
seguendo il volgarizzarsi e il diffondersi della filosofia “classica”,
specialmente, noi troveremo i sentiero ascoso che va d’ALIGHIERI a PETRARCA Ma
ora ho fatto opera molto modesta; trattando solo le spi. ese questioni critiche
agitate intorno al compendio volgare ell'Etica, ho inteso risolvere taluni
dubbî, lungamente mante nūti, ed eliminare molti errori. Il lettore, che
attende forse uno studio riassuntivo sulla influenza della morale aristotelica,
comprende come questo sia possibile solo alla fine dell'opera, quando le
ricerche già fatte e i risultati ottenuti ci metteranno in grado di poter
volgere uno sguardo sicuro e sereno su quel grande campo dove la tradizione
aristotelica alligno rigogliosa e tenace ramificandosi e abbarbicandosi per una
serie copiosis. sima di rampolli viziosi e invadenti. Il compendio volgare
dell'Elica nicomachea e per la prima volta impresso a Lione a cura dell'editore
Tournes, su di un manoscritto appartenente a Corbinelli. Manni stimo inutile,
per le moltissime mende, la edizione,condotta inoltre su un solo manoscritto,e
ristampò il trattato aristotelico valendosi principalmente di II codici
Laurenziani. L'ultima ediz. è condotta da Berlan in base a un esemplare
dell'ediz. lionese emendato e comple tato da Zenone su un ms. Il compendio
volgare dell'Elica aristotelica è quello stesso che forma un ibro del Tresor
volgarizzato, secondo la comune opinione, da Giamboni. Pero si trova anche in
tutte le edizioni del Tesoro volgare: Treviso, Flandrino (de Lisa), Venezia, Fratelli
da Sabbio, Venezia, Sessa;Venezia, a cura di Carrer il quale nel libro VI seguì
anche le due edizioni, Lionese e del Manni;Bologna, ed.da Gaiter il quale si
valse di tutte le stampe precedenti, de'mss.del Tesoro e di raffronti continui
col testo originale Eppure di questo compendio manca una stampa che ne ripro
duca fedelmente e criticamente la lezione;giacchè a tutti gli editori dell'Etica,che
eseguirono le loro stampe sulle precedenti o solo col sussidio di qualche
ms.,sfuggi quella rigogliosa co munione di codici, che abbiam potuto noi
esaminare, da' quali [L'Etica d'Aristotile ridotta in compendio da Latini et
altre tradutioni et scritti di quei tempi. Con alcuni dotti Avvertimenti
intornoallalingua, Lione,Giov.deTornes. L'Etica d'Aristotile e la Rettorica di
M. Tullio aggiuntovi il libro de' Costumi di Catone, Firenze, Dall'edizione
lionese trasse la parte riguardante le quattro virtù un tal Luigi Ruozi che la
pubblicò modifican dola nell'ortografia e nella lezione: Trattato delle quattro
virtù cardinali compendiate da Latini sopra l'Eticad'Aristotile,Verona. Etica
d'Aristotile compendiata da ser Brunetto Latini e due leggende di autore
anonimo,Venezia, sarà possibile, con un esame complessivo, trarre nella sua
veste primitiva l'antico volgarizzamento toscano; d'altra parte gli editori più
recenti del Tesoro nel curare la lezione del VI libro, ritenendolo, com'era
naturale,volgarizzamento dal francese, come tutti gli altri libri, credettero
opportuno acconciarne la lezione anche inbase al testo francese,alterandone
laveste originaria e originale. Intorno a questo antico e primo compendio
volgare dell'Etica si è agitata una lunga e spinosa questione. Esso fin dalle
prime stampe porta il nome di Latini, e il fatto stesso poi che si trova
inserito nel testo volgare del Tresor, di cui costi tuisce appunto la materia
del VI libro, non ha mai fatto dubitare ai critici e agli editori ch'esso non
si debba considerare come una parte del Tesoro e quindi,come tutti gli altri
libri, volga rizzamento di Bono Giamboni.Solo il Mabillon, ritenendo che
Brunetto stesso avesse volgarizzato il suo Tresor, credeva che ciò fosse pure
avvenuto dell'Etica. Il primo dubbio intorno al traduttore del compendio
francese in toscano fu mosso dal Manni, indotto da una nota del Salviati il
quale « trovò in fronte « a un particolar testo dell'Etica: Qui comenza l'Elica
di Ari. « stolile volgarizzata per mæstro A. medico e philosopho
«dignissimo».Ad ogni modo egli si acqueta volentieri all'au. torità della
Crusca che cita il Tesoro « tutto » stampato per traduzione di Bono Giamboni [Altri
che vennero dopo nota rono che qualcuno dei mss. dell'Etica indicava un mæstro A.
come il volgarizzatore dell'opera; difatti il Lami ritiene che ilvero
traduttore sia A., e il Mebus,seguito dal Maffei, sostieneche la versione d’A.,
fatta probabil mente assai prima,venisse più tardi inserita nel Tesoro volga.
rizzato,in tuttiglialtri libri, da Giamboni. Lo Chabaille, Museum Italicum, Paris.
Novelle letterarie, Firenze, Storia della lett. ital., 3a ediz., Firenze. VitaAmbrosii
Traversarii, che curò la edizione critica francese del Tresor, dalla perfetta
somiglianza ch'è tra l'Elica e il vi libro del Tesoro, deduce che Brunetto
avesse tradotto Aristotile in italiano prima ancora di voltarlo in francese, e
che quindi il compendio volgare del l'Etica dev'essere a lui attribuito
Paitoni, che scrisse sopra tale argomento un lungo articolo, finisce col non
sapere da che parte decidersi Zannoni ha spinto in vece la questione molto
avanti,servendosi di un passo del Conrito di Dante (Tratt.), dove è fatto cenno
di un volgarizzamento dal latino dell'Etica per opera di Mæstro A., ilcui
volgare Dante chiama «laido».Lo Zannoni ri tiene « che Brunetto voltasse in
francese il volgare di A. « e che il Giamboni a questo desse luogo nella sua
versione «delTesoro»(3). Questa congetturaèancheaccoltadalPuc cinotti,ch'è
stato il più accanito difensore di A.. Sundby combatte tutte le opinioni
precedenti:quella delloCha. baille e dello Zannoni,opponendo loro le parole
stesse di Bru netto che,nella sua introduzione, assevera di aver tradotto dal
latino in francese,de latin en romans;quella del Mehus, citando il passo di Dante
il quale parla evidentemente di una traduzione dal latino. Egli reputa diversa
da quella che abbiamo la traduzione di A.,dicui sifacenno nel Convito; afferma
recisamente che Brunetto ha tradotto Aristotile dal latino in francese e che il
testo italiano dell'Etica è opera di Giamboni. Gaiter, ch'è il più recente editore
delTesoro, seguendo, come pare, la congettura di Chabaille, confonde la
Lilivresdou Tresor par Brunetto Latini, Paris, Biblioteca degli autori antichi
greci e latini volgarizzati, Venezia, Il Tesoretto e il Favolello di ser
Brunetto Latini, Firenze, Prefazione,pp.XXXV sgg. Storia della
medicina,Firenze, MARCHESI. Della vita e delle opere di Brunetto Latini,
Firenze,1884,pp.139 sgg. La stessa opinione del Sundby aveva esposta prima V.
Nannucci,Manuale, Firenze, Nicomachea con ilLibro de'Vizi e delle Virtù e con
il VI libro del Tesoro, il quale « fu prima compilato e poscia dall'autore
«annestato nella maggior parte del Tesoretto»; e altrove ricorda una nota del
Sorio che attribuiva a Brunetto Latini il volgarizzamento dell'Elica
d'Aristotile; del resto non fa cenno della questione. Il Cecioni, perultimo, trattando
delSecretum Secretorum, in una breve digressione sull'Elica volgare, dopo avere
riassunto tutte le opinioni,assicura che A. deve averne fatto una traduzione,
poichè altrimenti sarebbe inesplicabile il motivo per cui parecchi codici di
rispettabile antichità attribui. scono la traduzione aA.;ma del resto afferma che
la questione circa il volgarizzamento dell'Etica, che noi possediamo, rimane
indecisa nè si potrà forse in alcun modo risolvere. Cosi scetticamente si
chiude la questione, irresoluta. Dopo l'esame dei codici dell'Etica volgare e
latina e del Tesoro, non è più lecito dubitare di poter decidere la questione
in modo definitivo, e a definirla concorrono parecchi dati positivi e sicuri;
il primo, di capitale importanza: la tradizione manoscritta. Il compendio
volgare della Nicomachea ci ha una ben larga ed evidente tradizione isolata.Nelle
biblioteche di Firenze,ove il latino del testo aristotelico ebbe per la prima
volta veste volgare e popolare conoscenza, ben ventidue codici ci attestano
della larga diffusione che il volgarizzamento ebbe come opera a sė,
indipendente da altre opere più larghe che la integrassero. A'codici fiorentini
si aggiungono altri che ho potuto esaminare: due Ambrosiani,tre Marciani,uno
della Nazionale di Napoli, uno della Comunale di Nicosia. Pochi altri mss. dell'Etica
si trovano sparsi per le biblioteche d'Italia, ma da ragguagli cortesi che ho
potuto avere di essi, è lecito dedurre come tutti quanti ade riscano per
contenuto e per lezione al nucleo centrale e fonda mentale dei
mss.fiorentini. Ediz.cit.del Tesoro, Prefaz.,p.xv. Propugnatore. Tutti
icodici presentano una redazione unica del volgarizzamento,che è quella stessa
della edizione Manni, con la quale ho fattolacollazione. Le varianti frequenti nella
lezione, le inversioni,le omissioni reciproche, gli scambi, le lacune del testo
a stampa sopra tutto, si debbono, oltre che alla bontà maggiore o minore del
modello, a sbagli de' trascrittori, e non valgono dinanzi alla somiglianza e
conformità dell'assieme.Molte lacune e accorciamenti si possono attribuire
soltanto a sbada taggine de'copisti per le gravi difettosità che ne vengono al
senso, e sono indubbiamente prodotte dalleespressioni consimili
cheapocadistanza han prodotto la facile omissione: giacchè il copista credendo
di proseguire saltava d'un tratto il brano. Accanto alle lacune, che dànno
qualche volta luogo a strane combinazioni d'idee,va notato un buon numero di
ampliamenti, di cui taluni sono ripetizioni di luoghi antecedenti.Qualche volta
le parole si trovano collocate in maniera diversa nel periodo o sostituite con
altre e mutate con lo scopo di abbreviare o modificare il costrutto (2 ); le
molte differenze ortografiche vann ori ferit e al tempo della trascrizione. Fra
i codici che più si accostano al testoastampa vanno notati 6.c.g.h.4.2.m.p.e
specialmente d ed e,iquali hanno pure comuni con il testo Manni molte
particolarità ortografiche.Le maggiori divergenze presentano i codd.7 e 1;in
quest'ultimo è notevole un'aggiunta al libro sesto Nel cod. V la lezione
presenta spiccate differenze, (1) È da osservare come nel secondo libro (cap.IX
del Tesoro) occorrano tre parole greche trascritte con caratteri
latini:19)apeyrocaliaoapeiorocalia(4.y.) edanche apeyrochilia (6) eapherocalia (g):in
pa recchi codici tale parola è mancante perchè manca il brano che la contiene;
eutrapeles (x.y.4.m.p.)o eutrapelos(2.6.7.d.e.f.g.h.)ed anche eutrapelo (6) ed
eutrapeleos (8); 3o recoples orechoples(e.g.) ed anche recupes (6) erecopls (2).Inqualchecodice,
come nel cod.1, il copista salta il passo dove avrebbe dovuto introdurre le
parole greche. (2 ) Come si nota anche particolarmente nell'Ambr. C. 2 1, i n f.,
ch'è una trascrizione umanistica della seconda metà del '400, (3) Manni, Gaiter,p.115:«in
questo cambio era grande brigæt specialmente nella seconda metà,dalla
lezione comune,e risente dell'influenza dell'opera francese di Brunetto e
dell'azione diretta modificatrice del trascrittore: l'influenza del francese in
questo codice, come nell'Ambros. c. 2 1 i n f., c i è attestata indubbiamente
dal fatto ch'essi vanno oltre il limite solito dell'Elica e proseguono con le
stesse parole, intorno alla differenza tra la retorica e la scienza di fare le
leggi, le quali chiudono il VI. libro del Tresor; ma possiam dire che per
quanto la lezione di V sia in molti punti alterata,non presenta tuttavia una
redazione diversa dalla comune dei mss.e delle stampe del Manni e del Gaiter,
alla quale ultima specialmente aderisce verso la fine.Dall'esame critico della
lezione risulta una somiglianza intima tra icodd.1 e 7; tenendo poi conto delle
particolarità più comuni, possiamo stabilirediversi gruppi di codici:a) 1.a.y.5.6.7.8.x.r.
9. che ci danno la più autorevole lezione;b) g.C.d.e.f.N.r. 2.s.;c) 4.m.p. Come
s'è detto, il compendio volgare dell'Etica si trova pure inserito nel
volgarizzamento del Tresor, di cui forma la prima metà della seconda parte, o
meglio il VI libro, secondo la indicazione comune.Dei venti codici del Tesoro
da me esaminati, dodici solamente contengono il trattato aristotelico: gli
altri sono mutili. La lezione dell'Etica ne' codici del Tesoro, tranne le
solite Jivergenze omai notate come comuni in questa redazione del l'Etica
volgare,è da collegarsi alla stessa famiglia dei codici isolati e de'testi a
stampa. C'è da notare nel complesso un numero maggioredivarianti, omissioni, aggiunte,
frequentissimi sbagli di trascrizione e qualche breve interpolazione del
copista «pero fue trovata una cosa c'aguagliasse et questa cosa si è il danaio.
« percio che l'opera di colui che fa la chasa si aghuaglia ad opere di colui «
che fæ i calzari col danaio; chè per lo danaio puote l'uomo donare et «
prendere le grandi cose e picciole, per cio che 'ldanaio è uno strumento
«perloquale ilgiudicepuotefaregiustizia, pero che el danaio èleggie
«senz'anima. ma il Giudice è leggi ech'à anima et dio glorioso si è leggie «
uniuersale d'ongni cosa », stesso,che sidistingue subito
permancanza di riscontroinaltri codici. Oltrere P, che servirono di base
allastampa fiorentina, uno de'codici più fedeli all'ediz.del Manni è
l'Ambros.G. 75 Sup. e Z,dove pur si trova una grande confusione causata dallo
spostamento di varie parti.Tra icodd.più scorretti dal lato ortografico e P. In
base alle particolarità più comuni icodd.del Tesoro si possonodividere
ne'seguenti gruppi:19) d.v.1. 2°)n. λ.π.φ.3ο)λ.μ.γ.Ρ.Ζ.ε.Ambr. Riassumendo, possiam
dire: la lezione del testo aristotelico volgare appare generalmente,
ne'codd.dell'Etica e del Tesoro, fluttuante,poco sicura.Ma lesolite differenze
nella espressione, nella struttura del periodo, le frequenti omissioni e aggiunte
di parola,gli spostamenti e le lacune,comuni alla maggior parte dei
codici,riguardano più d'ogni cosa la bontà della copia,la correttezza del
modello copiato, la esperienza o la libertà del l'amanuense, ma non
compromettono in alcun modo l'unità del volgarizzamento. La materia dell'Etica
si trova nella maggior parte dei codici ugualmente distribuita.Una grave
inversione presentano 1. d. e.s.; in essi il testo dap.6 Manni [Gaiter 25: compimentoe
forma di uirtu ] va d'un tratto a p. 18 (Gaiter 57: ciascuno huomo che ingiusto
et reo sie] e seguita sino a p.21 (Gait.66: E pero è bestial cosa seguir troppo
la dilettazione del tatto] donde torna indietroap.9 [Gait.34: La potenzia uæ'innanzi
all'acto] e prosegue sino a p. 18 [Gait. 57: dee l'uomo essere punilo];quindi
tornadinuovoap.6 (Gait.25:beatitudoècosa ferma et stabile] seguitando sino alla
fine del primo libro [p.8 M., 31 G.: Questièun casto huomo, humile et largo).È
determi nato cosi uno scambio reciproco, nel principio, de'libri secondo e
terzo. 'T 8 G. MARCHESI Un'altra inversione è nei codd.del Tesoro a.T. X.
u.In essi iltesto dell'Etica dalla fine del cap.XXIX (pp.M.35,G.101: l'uomo si
uiene a fine con grande sottilglianza de li suoi in tendimentine le cose le qualisonbuonema
questasottilglianza e cerlezza e sauere ragion diuina e le dilettationi che
l'uomo elegge per gratia d'altro.son queste ricchezza etc.... Jez.u]
corred'untrattoalcap.XXXVIII (pp.M.41,G.121] e prosegue sino al primo periodo
del cap.XXXIX (pp.M. 43,G. 125:per a u e r e lungamente u i n t i li desideri
della carne. Lo magnanimo serue bene.....u]; quindi ritorna al cap.XXXIV (pp.M.
37, G.110) eva sino al cap.XXXVIII (pp. M.41, G.120:inman. giare e in bere e in
luxuria e tutle dilectationi corporali ne la misura delle quali l'uomo elegge
per se medesimo.et quando ella e rea si detta callidita. ne le cose ree si come
incanta menti.....u]; dopo itre primi periodi del cap.XXXVIII torna cosi
nuovamente al cap.XXIX (pp.M. 35,G. 101). La stessa inversione nell'ordine della
materia h a il m s. V i s i a n i. I codici dell'Etica, in gran
parte,presentano la solita divisione della materia in dodici libri,che non di
rado è limitata alla semplice indicazione numerica,senza alcun accenno
all'argomento svolto (h. 4. ); i n p a r e c c h i c o d i c i (y. c. e. h. 4.
m. r.) l a materia oltre che in libri è divisa in tanti capitoletti; in altri, soltanto
in rubriche le quali sono qualche volta costituite dalle stesse parole del
testo,come in 5 e 6.Altri co. dici mancano di qualunque divisione sia in libri
che in rubriche (p.8.Amb.). L'Ambr. C.21inf.,delsec.XV,presentala partizione
comune fino al decimo libro;la materia degli ultimi due è divisa in tre
capitoli (c.53':tracta di la beatitudine la quale puo hauere in questo mondo:
Di po la uirtu diciamo di labeatitudine; c.57 "tracta che se l'huomo ha buona
natura la ha da dio: sonno huomini che sonno buoni per pauura; c.57'di Gouernamento
dilacittade:lonobilehuomoetbuono regitore di la citta fa nobili et buoni
cittadini). In d in luogo di libri è detto fioretti, e cosi pure al principio
di v: Fioretti dell'Elicha d Aristotile del primo libro. . Dei codici del
Tesoro, taluni (e,u,n) non danno alcuna in dicazione sul modo con cui la
materia è distribuita;altri (a,a) hanno un elenco delle rubriche posto in
principio alla seconda parte dell'opera, vale a dire il VI libro; in 8 è un
rubricario generale posto in principio del Tesoro; le rubriche di t
fanno! parte del testo,e una divisione in capitoli si trova in r
(De leuile nominale de le tre potenzie del'anima Come lobene si diuide de la
polenzia dell'anima de la uerlude intellectuale di che l'omo desidera tre cose
|de le uerlude che ssono inabito comesitroualauerlude comel'omopuo farebene e
male de le tre isposizioni in operatione de le cose che conuienefareperforzætc.).
In due codici (Z eAmb.) tutta la materia del VI libro è divisa in cinque
capitoli: 1°) « Incipit «libro d'eticha Aristotile; Secondo capitolo d'elicha
Ari «stotile:sonooperationi lequali homo fa;39)Terzocapilolo « d'eticha: due
sono le specie d'amista; Quarto capitolo de « eticha: la dilectatione è nata e
notricata; Quinto capitolo « de etica: Dopo le uirtù diciamo oggimai della
beatitudine ».Altri codici presentano la divisione per libri o per rubriche che
si trova nelle stampe. Riferiamo il titolo originario dei dodici libri
dell’Etica, træn dolo da'codici più antichi ed autorevoli, del sec.XIV: «
Prologo « sopra l'etica d'Aristotile Qui si finisce il prologo di questo «
libro d'Aristotile. Qui appresso si comincia il primo libro e « tracta in
questo primo libro della felicitade: le uite nominate ve famose.IQui comincia
ilsecondo libro dell'Etica d'Aristo « tile e comincia a diterminare delle
uirtudi e primieramente « mostra che ongni uirtu che noi abbiamo è per
costumanza « d'opere:Concio siacosa che siano due uirtudi.|Qui comincia “il
terzo libro dell'etica e tratta dell'operazioni le quali sono “volontarie e che
non sono uolontarie: Sono operazioni le quali « l'uomo fæ sanza sua uolontade uqi
comincia il quarto libro « dell'etica d'Aristotile ove si ditermina di quella
uertude la « quale è detta uertude della liberalitade:Larghezza è mezzo in «
dare e in riceuere pecunia qui comincia il quinto libro del « l'etica e
determina della giustizia la quale è uerti che dee « essere nell'operatione
delli huomini: Iustizia si è abilo lau « de u o l e qui comincia il sesto libro
dell'Etica e cominc a a d e « terminare delle uertudi intellettuali per ciò che
infino a quie «ellisiæditerminatodelleuirtudimorali:Due sonolespezie «
delle uirtudi |Qui si comincia il settimo libro dell'etica del « sommo filosofo
Aristotile e ditermina della uertude la quale è detta uertude della contenenza:
Li uizii de costumi molto « reil Qui comincia l'ottavo libro dell'etica
d'Aristotile nel quale «ditermina dell'amistade la quale è cosa necessaria
all'uomo: « Amistade si è una delle uertudi dell'uomo IQui comincia il nono
libro dell'etica d'Aristotile il quale ditermina della pro «prietade
dell'amistade: Lo conueneuole agualliamento si « aguallia le spezie Qui
comincia il decimo libro dell'etica « d'Aristotile nel quale tratta della
dilettazione e della felicitade « per ciò che pare che queste due cose si sieno
fine de la dilet. « tazione et dice qui che la dilectazione si è fine
dell'operazione virtuosa:La diletlazionesiènatænotricata|Quicomincia «
l'undecimo libro dell'etica d'Aristotile nel quale ditermina della beatitudine
la quale puote l'uomo auere in questa uita. Et dice « qui che la beatitudine è
cosa perfecta: Dopo le uirtudi di c i a m o oggi mai | Qui comincia il dodecimo
libro dell'Etica. E t determina come l'uomo il quale à buona natura si l'æ
dalla « grazia di dio, et questi cotali sono disposti ad acquistare uer. « tudi:
Sono uomini che sono buoni per natura ». Del rubricario più comune diamo per
saggio quello del primo libro:«Perqualescienziașireggelacittade delleuiteet «
quale è laudabile |di due modi di bene che è beatitudine «delle potentie naturali
dell'anima demeriti delle operationi adi tre spezie del bene Comes'acquistætconserualabeati.
« tudine |Onde uiene la beatitudine e di che à bisognio chi « non puote auere
la beatitudine per che /che cose sono aspre « a sofferire |come æ similitudine
l'uomo felice con dio onde « procede felicitade in che comunica l'uomo colle
piante et colle «bestieetincheno dell'animacom'æcontrarimouimenti « della uertu
intellettuale e della morale ».Nel codice Marciano II,141,la materia è diversamente
distribuita in dodici «parti»; la prima non è indicata,poi «della forteça:
Diciamo omai di « ciascuno habito della liberalità: largheça è meço in dare «
del conuersare: dopo questo dobbiamo dire di quelle cose «dellagiustitia:
Justiciasi è habilol audabile dello intellecto « dell'anima: Due sono le specie
delle uirtudi |de tre uitii primi: «Vilii e costumi molto rei dell'amistade: Amistade
e una «delle uirtude dell'uomo e d'iddio |dello aguagliamento della «amistade: Lo
conueneuole ad guagliamento della dilectatione: « La dilectatione si è nata e nutricala
della beatitudine:Quando «noiauemodeterminato delcorreggimentodeVitii.depaura.
« della pena: La scienzia delle uirtudi si a questa utilitade ». Il compendio
volgare del Trattato Aristotelico, come si può desumere dall'incipit e
dall'esplicit di ogni codice,veniva più comunementeindicatocoltitolodi Elhica d'Aristotile,
ed anche: Etica del sommo phylosofo Aristotile; molto più raramente: Fioretti
dell'Elica d'Aristotile. Occorre anche talvolta la indi cazione latina: Elhica
Aristotilis, e più sovente quella di Liber Ethicorum. Ne' codici del Tesoro il
titolo più comune è pure: l'Etichad'Aristotile,edanche:l'EtichadelgrandesauioAri
slotile;in parecchi si trova l'indicazione latina:Ethica Ari stolilis. Nei
codici dell'Etica manca ogni notizia intorno alle necessità e a'criteri
dell'opera.Fa eccezione ilcod.Marciano II, 134 il quale contiene, solo fra
tutti, l'epistola proemiale del volgarizzatore ad un amico,che a quella fatica
del tradurre avevalo indotto. « Incipit proemium transductoris huius operis «
uulgaris.— Più uolte essendo amicho mio da la tua gintileza « con grande
instanzia infestato l'Eticha Iconomicha et politicha de « Aristotile de lingua
latina in parlar (moderno] et uulgar ti « transducha. La quale richiesta
considerando truouo la mala «sua axeuolezza uincere ogny mia faculta.Et anche
hauendo « udito altri circha a questa opera auere insudato non m'è pa «ruto
douerse seguire per fugire la riprensione de molti.Ma pure la forza de la tua
amicizia è tanta che mi constringie et fami intraprendere quello che mi
cognosco impossibile.Onde la gratia superna inuocho al principio di tale faticha
doue « mi mecto seguendo el uoler tuo iusta mia possa. Et perche el « dire de
Aristotile è scropoloso et stranio molto dal modo del « nostro parlare, pure
quanto potro ad esso mi acostero.Alcuna « uolta le sue proprie parole et alcun
altra el senso dimostraro «suzinto,seruando la uerità del testo.Ma auanty che
questo « cominci alquanto della persona et essere suo toccharo ad cio « che le
sue opere pergrate siano da te riceuute ». Il prologo non ci porge alcuna
notizia storica,e del resto sulla sua auten ticità ci lascia grandemente
perplessi. Il fatto che,tra tanti manoscritti dell'Etica, noi lo troviamo solo
in questo,abbastanza tardivo,della fine del sec.XV,può destare grave
sospetto,ma non sarebbe ad ogni modo motivo sufficiente per indurci a rin
negarlo senz'altro. Ben altri motivi non ci permettono di prestar fede
all'autenticità del proemio Marciano. In esso il volgarizza tore dice di aver
udito « altri circa a questa opera avere in « sudato »; l'espressione è molto
ambigua; giacchè o si riferisce a precedenti volgarizzatori,e ciò non è
possibile perchè A. fu il primo a volgarizzar l'Etica, o a traduttori latini; ma
per quanto sappiam noi in nessuna delle traduzioni latinedella Ni comachea si
leggono accenni alle difficoltà del traduttore; solo Ermanno ilTedesco,nel
prologodellasuaversione delCommen. tario d'Averroè alla Poetica
d'Aristotele,dice della grande dif ficoltà da lui trovata « propter
disconuenientiam modi metrifi «candiingræco cum modometrificandiinarabo, etpropter
auocabulorumobscuritates»(1);ma ci sembrer ebbe affatto inopportuno scorgere
nel prologo alla Poetica di Ermanno un rapport col prologo all'Etica diA.. Epoinel1200eneltre.
cento è ben difficile trovare la nota individuale,sopratutto nelle traduzioni;
furon più tardi gli umanisti che alteri del merito proprio rivelarono a quattro
venti le difficoltà del lavoro da essi intrapreso e compiuto; del resto tutta
la parte del pro logo, di cui ora parliamo,si connette con la præmunitio tanto
comune agli scrittori del quattrocento, i quali nell'introduzione alle opere
loro ci ricordano spesso la difficoltà dell'argomento e il timore della critica
e la debolezza dell'ingegno e il riguardo Il prologo è pubblicato dal Jourdain
(Recherches critiques sur l'age et l'origine des traductions,latines
d'Aristote, Paris). amorevole per l'amico che la vince sulle giuste
considerazioni e preoccupazioni dell'autore.È questo,ripeto,un motivo comune
agli umanisti,a'quali l'aveva comunicato lo spirito retorico delle composizioni
proemiali latine. Lo stile poi del proemio è assai diverso dal volgare di A.,
ch'è quale potea rampollare schietto di mezzo all'efflorescenza letteraria
dell'ultimo dugento.Lo stile del prologo marciano ri. sente molto invece di
quel volgare farneticante da scuola e da sacrestia che pretendea ingentilirsi
nel '400 signorilmente, usur pando gli addobbi lessicali delle forme latine.C'è
in fine un ultimo argomento decisivo. Nel titolo dell'epistola proemiale è
adoperata la parola transductoris,e nel volgare stesso del pro logo si trova
adoperato il verbo transducere. Ora nel sec. XIII e XIV la espressione latina
traducere non è ancora passata col significato moderno nel latino e nel volgare;
il primo, come pare, ad usare il vocabolo traducere con il significato di
tradurre, fu il Bruni; d'allora soltanto s'introdusse nel latino e quindi
nell'italiano (1). Sicchè possiamo affermare che il prologo Marciano è di avan.
zata fattura quattrocentina.Come sia comparso non sappiamo, nè torna conto
indagare e congetturare sulle cause e sulle ori gini di tutte
lescritturecheapparveroingrande numero,affac cendate e moleste,in quel tempo di
continue esercitazioni re toriche e di finzioni letterarie. Stabilita la unità
del volgarizzamento contenuto ne'codd.del l'Eticædel Tesoro,passiamooramai
allaindicazionedell'autore. De' ventinove codici dell'Elica, da me esaminati,
ventidue sono anonimi;uno,del sec.XIV (5), attribuisce la traduzione a un mæstro
Giovanni Min.(2); sei codici (4.y.&.g.m.p.) danno il nome del
volgarizzatore dell'Elica, traslatata in uulgari a magistro A.. (1) Vedi R.
SABBADINI,Del tradurre iclassici antichi in Italia,in Atene e Roma,an.III,no
19-20,col.202. (2)Explicitethica Aristotilis translate amgio iohemin. vulgare. deo
gratias. Dei codici del Tesoro,tre del sec.XIV,oltre la solita attri. buzione a
Brunetto in principio di tutta l'opera, alla fine del sesto libro ci danno
un'indicazione particolare del volgarizzatore, la quale è sfuggita a tutti gli
studiosi del Tesoro ed è di molta importanza per la questione agitata intorno
all'autore del com pendio volgare. Ecco dunque le soscrizioni.a:Explicit etica
Aristotilis a magistro A. in uulgare traslala; T: Explicit hetica Aristotilis a
magistro A. in uolgare trasleclata; 1:Explicit Elicha Aristotilis a magistro
Tadeo in uulghari traslatlata. Dalla tradizione manoscritta si può dunque
ricavare: 1o) che ilcompendio volgare della Nicomachea ebbe una larghissima
diffusione come testo particolare, indipendente da altra opera; 2°)ch'esso,quando
non correva anonimo,veniva comunemente attribuito a mæstro A.. Ma da'codici del
Tesoro balza fuori un nuovo cumulo d'in dizi gravi e sicuri, che infirmano
seriamente l'unità del vol garizzamento dell'opera di Brunetto,attribuito
sempre con cordemente per intero a Bono Giamboni: 19) Parecchi codici del sec.
XIV danno, come s'è visto, il nome del volgarizzatore del l'Etica: Mæstro A.;
la soscrizione finale, perchè non si possa ritenere aggiunta posteriore,è
sempre di mano del copista che ha trascritto il codice per intero.Questà
attribuzione è l'unicachesitroviintuttoilms.,oltreaquellageneralecon cui va
riferito il complesso dell'opera a Brunetto.Ciò è di spe. ciale importanza per
noi: difatti, giacchè il copista solo per l'Etica sente il bisogno di riferire
il nome del traduttore, vuol dire ch'ei sapeva che solo quella parte del Tesoro
rimaneva estranea al volgarizzamento generale dell'opera, e il volgare di A. vi
si trovava come inserito. In qualche codice anepigr. e mutilo,come
a,l'attribuzione a A. è anzi l'unica indica zione di autore che sitrovi in
tutta l'opera.2 ) Di solitoicodici mutili si fermano prima di giungere
all'Elica; d'altra parte pa recchi mss.del Tesoro si arrestano alla fine del
compendio aristotelico. Ciò dimostra che questo costituiva come un punto
di fermata, era un libro introdotto a parte, si che poteva benis simo
arrestare al libro V l'amanuense che fosse sprovvisto del. l'originale, o
determinare una pausa nella trascrizione,alla fine del libroVI. Nel
cod.r,miscellaneo,l'Elica è preceduta dal VII libro del Tesoro: si può notare
dunque il distacco ch'è tra le due parti, non considerate come legate e
dipendenti nella stessa opera. In qualche ms.,come ri,precede una tavola della
materia che giunge sino a tutto il libro V, escludendo la rimanente, dall'Elica
in poi; e ciò dimostra ancora che l'Elica arrestava quasi il corso regolare
dell'opera volgarizzata ed era estraneaalvolgarizzamento del Tesoro. Un
particolare fon damentale: il cod.d ha questa soscrizione dell'amanuense,al
l'Etica: Ecplicit l'Etica Aristotile in questo tanto che io noe trouata; ciò
significa chiaramente che il copista, per trascrivere la parte dell'opera che
comprendeva il compendio aristotelico, era obbligato a ricorrere ad un altro
testo che non era quello unico del Tesoro. Ci resta finalmente da osservare che
mentre tutti i codici del Tesoro differiscono quasi sempre e in m a niera
notevole nella lezione, mostrano invece una concordanza molto maggiore
nell'Etica; vuol dire che si tratta di un testo particolarmente prefisso
a'trascrittori.Ciò dimostra ancora la maggiore divulgazione del testodell'Etica
lacui lezione più re golare, rispetto alla lezione caotica del Tesoro, era
fissata da una più grande diffusione delle copie. Concludiamo questa prima parte.
Dall'esame dei codici e della materia manoscritta ci risulta che esisteva nel
secolo XIV un compendio volgare della Nicomachea, attribuito a mæstro A., che
noi troviamo anche inserito integralmente nel Tresor vol garizzato, di cui
costituisce il VI libro. Ma nèicodicidelTesoro,nèquellidell'Eticacidicono da Il
Sorio da questo particolare, ch'egli osserva nel cod. Ambr., trasse argomento principale
diattaccoallaautenticità delVIIlibrodel Tesoro.La opinione del Sorio fu
combattuta dal Gaiter (Propugnatore) con argomenti dubbi ed indecisi: l'uno e
l'altro eran difatti fuor di strada. che volgarizzó A..La questione è
importantissima;data la identità tra l'Elica e il volgare del VI libro del
Tresor non resta che una questione di priorità:0 Brunetto si servi di A., o A.
di Brunetto; vale a dire,o mæstro A. volgarizzo il VI libro del Tresor, il
quale ebbe così tradizione e fortuna isolata da tutto il resto del
volgarizzamento, ch'è opera di Bono; o Brunetto si servi per il suo Compendio
francese del volgare di A.,che fu introdotto però intatto nel Tesoro, in luogo
di un volgarizzamento diretto dal francese. Nel Convito di Dante è unpasso che
spinge molto avanti la questione: Tratt.I,cap.10:«La gelosia dell'amico fa
l'uomo «sollecito a lunga provvedenza: onde pensando che perlo desiderio di
intendere queste Canzoni alcuno inletterato avrebbe «fatto il comento latino
trasmutare in volgare,e temendo che 'l volgare non fosse stato posto per alcuno
che l'avesse laido « fatto parere, come fece quelli che trasmutò il latino del
«l'Etica,ciò fu A. Ippocratista,provvididiponere «lui,fidandomi di me più che
d'un altro».IlSundby,che vuole ad ogni costo ritenere di Bono tutto il
volgarizzamento del Tresor,se ne sbriga assai piacevolmente: « Nel caso adunque
che il passo succitato del Convilo fosse esatto in tutte le sue « parti, la
cosa sarebbe chiarissima: la traduzione di A. dovrebbe essere affatto diversa
di quella di cui noi ci occu « piamo,e questa si dovrebbe attribuire a Bono
Giamboni. E non ci sarebbe niente da dire; resterebbe però fin ora da
spiegare,se non altro,la tradizione manoscritta che,laddove non tace,dà il nome
del volgarizzatore:A.,accordandosi col passo di Dante; e d'altra parte non
sarebbe lecito trascurare quegl'indizi che non danno certamente più come sicura
l'unità delvolgarizzamentodiBono.Nedevefareombra l'appellativo di « laido »
dato da Dante al volgare di A., giacchè per MARCHESI. certo questo non è
il modello migliore di prosa trecentistica, e la opinione del Nannucci,di cui
si fa forte il Sundby,può ri tenersi giustificata da un sistema di ammirazione
proprio della fede e dell'entusiasmo delle generazioni passate per tutti i do
cumenti letterarî del nostro trecento. Tutto dunque ci fa credere che il
volgarizzatore sia mæstro A.: Esiste una sola Etica volgare in tutti i codici;
2 )i codici che portano il nome del volgarizzatore l'attribuiscono a mæstro A.;
la dichiarazione esplicita di Dante, il quale ha l'aria di parlarne come
dell'unico, comunemente noto, volgarizzamento ch'esistesse a suo tempo
dell'Etica latina. kesta anche esclusa la prima congettura,che A. volgarizzasse
il francese di Brunetto; Dante ce lo dice esplicitamente: « colui « che
trasmutó lo latino dell'Etica. Del resto, a prescinder da altriargomenti
principali e decisivi, ch'esporremosubito,ilcom: pendio volgare dell'Etica non
può ritenersi come volgarizzamento del VI libro del Tresor per le frequenti
differenze, non solo di forma ma di sostanza, che presenta rispetto al testo
francese: e sono omissioni o aggiunte di pensieri,di esempi,di considerazioni,
ampliamenti o riduzioni di concetti: e tutto questo non può ammettersi nella
traduzione di un'opera,a meno che il traduttore non abbia voluto rimaneggiare
per conto suo l'originale. Dunque A. volgarizzò e compendio da una delle
redazioni latine del testo aristotelico, la quale e nota allora sotto il nome
di Liber Ethicorum, nome ch'è anche particolarmente proprio di un'altra
redazione latina della Nicomachea, letterale e molto oscura, cui il commento
tomistico a v e a spinto allora alla massim a diffusione. Dal testo tomistico
difatti il Sundby fa derivare il compendio francese e volgare dell'Elica,e pone
iraffronti;ve dremo appresso come il critico danese si sia messo su una falsa
(1)Manuale della lett.italiana,vol.I,p.382. IlN. trova anzi l'Etica «adorna di
molta purezza e semplicità di stile». MARCHESI. strada.Ad ogni modo che A. abbia tradotto
direttamente dal Jatino ci è confermato dal confronto tra l'Etica volgare e il
Liber Ethicorum da cui dipende; se avessimo scarsezza di argomenti o mancanza
di prove sicure potremmo anche valerci delle soscri zioni di taluni codici
dell'Etica e del Tesoro che indicano il nostro volgarizzamento come Elhica
Aristotilis e più spesso Liber Ethi corum,facendoci sospettare lasua
provenienza dal testo latino. Di mæstro A. i codici (4. y.) ci dicono soltanto
che su « florentino » e Dante aggiunge ch'ei fu medico, « Ippocratista ». Di un
A., d'Alderotto, fiorentino, « fisico massimo », scrisse, con la solita
ingenuità,una breve vita Filippo Villani,il quale ce lo descrive di parenti
oscuri, poverissimo, dedito ai mestieri più vili, e col cerebro oppilato e
tenebroso fino ai trent'anni. Passati gli anni trenta « si consumarono quegli
umori grossi; A. divenne un altro uomo e rivelòilsuo ingegno dedicandosi allo
studio delle arti liberali,della filosofia e per ultimo della medicina,che
insegnò pubblicamente a Bo logna. Dice il Villani: « Fu costui de' primi infra'
moderni che adimostrò le segretissime cose dell'arti nascoste sotto i detti «
degli autori, e la spinosa terra e inculta solcando all'ottimo « futuro seme
apparecchiò. Questi, sprezzati alcun tempo i so pravvegnenti guadagni,cupido di
gloria e d'onore,si dette a « commentare gli autori di medicina. Nella qual
cosa fu di tanta «autorità,che quello ch'egli scrisse è tenuto per ordinarie
achiose,lequali furono postene'principali libridimedicina. E fu in quell'arte
di tanta reputazione, quanto nelle civili « leggi fu Accorso, al quale egli fu
contemporaneo. Il Villani ci riferisce inoltre un aneddoto molto curioso,
riportato poi da Le Vite d'uomini illustri Fiorentini,colle annotazioni del
co.G. M a z zucbelli,Firenze, Biscioni, in una nota sopra A., inserita nelle
Prose di Dante e del Boccaccio, Firenze, 1723, vuol dimostrare che A. era di
famiglia cittadinesca,che possedeva effetti stabilieche prese per moglie una
de'Ri goletti, il cui padre aveva il titolo di dominus, che in quei tempi si
con cedevasoltantoa cavalieri.Cfr. notadelMazzuchelli, MARCHESI Negri (1) e dal
Fabricio (2), intorno agli eccessivi compensi che A. « tenuto come un altro
Ippocrate da'Signori d'Italia in « fermi » (3), esigeva per le sue visite
giornaliere; e ci narra che chiamato a Roma dal pontefice,Onorio IV,richiese
cento ducati d'oro al giorno; invece,dopo la guarigione del pontefice, n'ebbe
in compenso diecimila. Villani non ci dà alcun cenno cronologico;dice solo che
fu seppellito a Bologna d'anni ottanta.Giovanni Villani (Storie,seguito dal Fa.
bricio, dal Poccianti e dal Cinelli, pone l'anno della morte nel 1303;l'Alidosi
sostiene invece che A. morisse,il Biscioni e il Negri, per approssimazione,
nella fine del sec.XIII.Delle opere di A. ci attesta il Mazzu chelli ch'esiste
una raccolta a stampa col titolo « Expositiones «inarduumAphorismorum Hippocratisvolumen.
Indivinum « Prognosticorum Hippocratis librum. In præclarum regi. a minis
acutorum Hippocratis opus. In subtilissimum Iohan «nitiiIsagogarum
libellumIohan.Bapt.Nicollini Salodiensis a operainluceme missæ.Venetis, apud Luc.Antonium
Iuntam. Scrisse anche in ci. Galeni Artem parvam commen taria, Neapoli,
Mazzuchelli, che attribuisce anch'egli a A. la traduzione in volgare dell'Elica
d'Aristotile, aggiunge che nella libreria dei pp.Minori Osservanti in Cesena si
con serva un ms.intitolato Magistri Taddei Glossæ in Galenum, eiusdem
Aphorismata. Di mæstro A. si conservano in al cuni codici parecchi trattatelli
medicinali e fra questi è par Istoria degli Scrittori Fiorentini, Ferrara,
Biblioth. latina mediæ etinfimæætatis, Patavii, Notissimo anche un distico del
Verino (de illustr.urbis Florent., lib.I)su A.: «Est quoque Thadæi celeberrima
fama,non alter For « sitan in medica reperitur ditior arte ». A proposito di
questo aneddoto vedi la erudita nota del Mazzuchelli, Cfr. Mazzuchelli, Biblioteca
Angelica (Roma),Thaddæi de florentia ticolarmente diffuso un libellus de
seruanda sanitate o libellu's conseruandæ sanitatis, dedicato a Corso Donati. Fra
i m a noscritti che lo comprendono è di speciale importanza l'Ambrosiano J. 108
sup.,del sec.XIII per una nota posta in principio, di mano dello stesso copista
che trascrisse tutto il codice: « Iste « libellus scriptus et compositus per
probissimum et prudentis « simum uirum dominum magistrum Taddeum de Flor.
doctorem « in arte medicine in ciuitate bononie transmissus nobili militi «
domino Curso donati de florentia », È notevole anche il proemio del trattato
medicinale:« Quoniam passibilis et mutabilis a existit humani corporis
conditio, complexionem et consisten « tiam quam a principio sue originis homo
habuit non seruando, « necessarium extitit artem et scientiam inuenire,per quam
in « sanitate et natura et corpus hominis conseruetur, motus igitur « precibus
et amore cuiusdam mei amici,multa mihi dilectionis «teneritate coniuncti nec
non pro utilitate aliorum hominum, « more uiuentium bestiarum ad conseruationem
sanitatis et uite « in humanis corporibus libellum medicinalem inuenire
disposui « de libris et dictis philosophorum breuiter compilatum ». Da queste
ultime parole risulta ancor meglio l'identità ch'è tra l'autore del libellus,
studioso sfruttatore e compendiatore di m a teria filosofica e l'autore del
nostro compendio volgare dell'Etica. Il trattato di A.,molto curioso,contiene
quei precetti igienici che bisognerebbe osservare fin dal principio della
giornata in torno alle abluzioni del capo,all'igiene della bocca,dello stomaco,
libellus medicinalis; Magistri Thaddæi de florentia de r e giminesanitatis; Curacrepotorummagni
Tadeiabeocom posita. Riccardiana, Magliabechiana,cl.21,cod.62;141. Membran.a
due colonne;contiene:19) Vegetii de re militari libri; Isiderus de bellis; a
c.31a segue la notissima epistola de cura et modo rei familiaris di Bernardo,al
gratioso militi et felici domino Raimundo domino CastriAmbrosii;a c.32 asegue
iltrattatodiA..Ilcod.consta d icc. 3 5 n. num., l a c. 3 4 * e 3 5 a v u o t e.
Questo cod. si trova legato assieme con un altro membr. dello stesso formato, di
cc.19 scritte perdisteso,con tenente i Saturnali di Macrobio.
MARCHESI de'cibi,delle bevande, della digestione,del sonno;sulle condi zioni
del corpo umano durante le diverse stagioni e quindi sulla igiene delle
stagioni. Segue a dire della efficacia terapeutica, molto larga,dialcune
pillole,da prendersi avanti o anche dopo ilcibo,compostedaun«frateRobertodeAlamania»conuna
quantità di sostanze vegetali e aromatiche. La parte trascritta nel cod.Ambros.
finisce con la ricetta adatta «ad faciendum «cristerepropassioneyliaca». Questo
A. famosissimo medico del suotempoedanchepoeta(1), autoredicommentari e di
trattati, insegnante l'arte della medicina nell'Accademia di
Bologna,fualtresìquellochetradussedallatinoinvolgare il compendio dell'Etica
aristotelica. E veniamo al VI libro del Tresor. È noto ed è stato detto da
tutti gli editori e gli studiosi del Tresor, ch'esso risulta da m o l teplici e
varie compilazioni fatte in diverso tempo da Brunetto, su scrittori
specialmente latini; poi riassunte e combinate nel compendio enciclopedico
francese del mæstro di Dante. Lo C h a baille anzi afferma che Brunetto avea
preludiato alla compila zione del Tresor con opuscoli separati in prosa e in
verso, fra cui l'Elica d'Aristotile,ch'egli dunque suppone,come parecchi
altri,compendiata e volgarizzata da Brunetto Latini,prima della compilazione
del Tresor (2). Ma su ciò non vale la pena discu tere,giacchè sarebbe
combattere contro imulini a vento. Magliabech. Tadæi magistri de Florentia
Carmina. Op. cit., Introd., p. vi. Riferiamo un passostesso di
Brunetto:Liv.I,cap.I:«Il « (cist livres) est autressi comme une bresche de miel
cueillie « de diverses flors; car cist livres est compilés seulement de «
mervilleus diz des autors qui devant nostre tens ont traitié « de philosophie,
chascuns selonc ce qu'il en savoit partie; car « toute ne la pueent savoir home
terrien, porce que philosophie « est la racine d'où croissent toutes les
sciences que home peut savoir. Egli dunque non dice di essersi limitato a
raccogliere e tradurre scritti latini soltanto; e si deve intendere anche di
volgari. Fra questi è il compendio dell'Etica di mæstro A. che Brunetto,
valendosi anche di raffronti continui con il testo latino originale,trasporto
nel VI libro del suo Tresor. Allo Zannoni, il quale riteneva che A. avesse
tradotto Aristotile di latino in italiano e che Brunetto poscia voltasse il
testo di A., Sundby oppone le parole di Brunetto, che nel Prologo della seconda
parte (il Tesoro volgare) dichiara di tradurre il libro d'Aristotile de latin
en romans. Per venire in aiuto di quanto abbiamo asserito non è necessario
ricorrere alla sottile nota del Paitoni, ilquale sosteneva che il volgare
italiano si chiamava anche « latino »; giacchè essendosi Brunetto servito non
solo del volgare di A., ma anche,come vedremo,della redazione originale latina,anzi
avendo acconciato e rifatto in molti punti il volgare in base al testo latino,
è chiaro come abbia potuto dire d'aver tratto il suo compendio dal latino,che
del resto è anche l'originale dell'Etica diA.. E poniamo le nostre conclusioni.
Il compendio volgare dell'Etica è la traduzione che mæstro A. fece di una delle
redazioni latine del testoaristotelico,laquale ci è rimasta.La traduzione è in
gran parte fedele al contenuto, nella forma è condotta al quanto liberamente:
spesso il traduttore compendia la materia, d'altra parte allarga sempre la
frase o il concetto e diluisce nel volgare il testo latino per bisogno di
ripetizioni o di esempi o di ampliamenti, servendosi, come fa in principio,di
qualche altro rifacimento o aggiungendo delle dichiarazioni proprie.A. non è un
traduttore letterale che si preoccupi della frase e voglia mantenersi fedele
alla parola o al tenore dell'esposizione; egli I codici del Tesoro traducono «
di latino in uolgare », ovvero « di « latino in romanzo » o « di gramaticha in
uolgare ». è solo un interprete occupato del contenuto che pur vuole p a
recchie volte acconciare dal lato espositivo nella maniera più rispondente,
secondo lui, a'bisogni della chiarezza e della s e m plicità.È l'originale una
traduzione latina, di un compendio alessandrino-arabo della Nicomachea, elementarissimo,
semplice e piano, ridotto a una esposizione riassuntiva molto breve, e talvolta
anche efficace, nonostante l'incertezza e la poca fedeltà di talune
espressioni. Molti luoghi fondamentali, anzi diciam pure tutte le parti più
notevoli per gravità e serietà di enunciati, per difficoltà di contenuto
critico, vengono senz'altro omesse interamente, o ri dotte alla loro ultima e
più semplice espressione. Cosi, per dare qualche esempio, nel 1° libro è
saltato il passo importante al principio del cap.3,in cui Aristotile nega la
possibilità diotte. nere una precisione assoluta nei giudizi e pone la
necessità del giudizio per approssimazione; altra omissione considerevole è
quella della prima metà del cap.4,in cui Aristotile passa alla definizione del
supremo de beni, alla critica del concetto di fe licità, e si accinge a
discutere la dottrina platonica del bene assoluto; è tralasciata pure tutta la
confutazione della dottrina platonica delle idee (cap.VI) e l'astrusa enunciazione
fondamen tale dell'Eudaluovía aristotelica considerata come bene vero ed
assoluto che comprende in sè, unificandoli, tutti gli altri beni necessari
all'autarchia della vita; e della seguente trattazione intorno a'principii
(cap. VII) non è alcun cenno nel compendio. Dei brani accolti tuttavia è vero e
proprio ampliamento. Ad ogni modo il testo si prestava benissimo
all'intelligenza comune per l'intendimento più facile e semplice e la forma più
piana che non l'oscurissimo Liber Ethicorum del commento tomistico. (1)Questo
compendio fu conosciuto prima dal Jourdain in un codice della Sorbona; e più
tardi dal Luquet (Hermann l'Allemand, in Revue de l'histoire des Religions,
Paris, in due mss. della Biblioteca Nazionale: il n ° 12954, che pone la data
della versionenel1244,eilno16581 che è forse lo stesso veduto dal Jourdain.
Come compendio poteva anzi dirsi ben riuscito;giacché per ri durre allora in
più brevi proporzioni l'Elica nicomachea, ch'è da per sè una condensazione
poderosa delle norme logiche e de principi esposti nell'Organo, bisognava
appunto sfrondarla di tutti i luoghi più ardui 'a spiegarsi e a comprendersi
senza l'aiuto di richiami e di collegamenti, e semplificarne e chiarirne il
contenuto eliminando la rassegna delle opinioni e la parte critica, sopprimendo
le divisioni minori, togliendo il carico degli argomenti favorevoli o 'contrarî
ad ogni problema e riducendo questo alla sua più semplice ed elementare
espressione.Ilcom pendio arabo latinizzato era dunque il testo etico aristotelico
di moda piùrecente.Essocièrimasto,sottoilnome diLiber Ethico r u m, i n u n
codice Laurenziano, già Gaddiano (Plut.) membr. in fol., a due colonne,di
cc.scr.219,miscell. Enon tuttodiunamano; contiene:una Cronicadianonimo;
laHistoria troiana di Darete frigio,premessa un'epistola:Cor nelius Nepos
Sallustio Crispo suo salutem; Graphia aureæ urbisRomæseuantiquitatesurbisRomæ
dianonimo;Eu tropii historia romanæ Ciuitatis dilatata a Paullo Diacono: Liber
Alexandri regis; un'epistola di Alessandro ad Aristo tile intorno alle regioni
e alle cose notevoli delle Indie; Liber Sibyllæ, di Beda; un'epistola
dell'abate Ioachim; un'ora zione di Seneca a Nerone; i LibrideremilitaridiVegezio;
11) ilLiberEthicorum,d'Aristotile:vadac.131ac.142;la materia è distribuita in
ventidue capitoli indicati dalla iniziale colorata;manca
ognialtradivisione.Com.:Incipitliberprimus Ethicorum. R.;allafine: Incipiamus
ergoetdicamus.Explicit prima pars nichomachie Ar.que se habet per modum theo
rice et restat secunda pars que se habet per modum pratice. Et est expleta eius
translatio ex arabico in latinum. Anno incarnationis uerbi. La soscrizione,
importantissima per la storia di questa reda zione,è di mano dello stesso
copista,scritta con lo stesso in chiostro e coi medesimi caratteri di tutto il
testo aristotelico. Seguono di mano più recente e in carattere minuto alcune
cita zioni dell'andria e dall'Eunuco di Terenzio.La lezione
dell'Etica verso la fine è molto incerta e in taluni punti a dirittura insa
nabile. Dopo il Liber Elhicorum vengono le orazioni catilinarie e iltrattato de
Senectute,l'orazione di Sallustio contro Cicerone, l'invettiva di Cicerone
contro Sallustio, le orazioni pro Marcello, pro Ligario,proDeiotaro,ilibride
Officiis,iParadoxa,epoi la Catilinaria e il Giugurtino di Sallustio; seguono,
di mano del sec.XIV, alcune bolle di papa Bonifacio VIII. La versione
dell'Etica, compiuta nel 1243, si deve con molta probabilità attribuire ad
Ermanno ilTedesco (Hermannus Alemannus),il quale trovandosi in quel tempo nella
Spagna,a Toledo,aveva due anni prima (nel 1241) ridotto in latino il commento
di Averroè alla Nicomachea,e più tardi nel 1256 compi la versione di altri due
testi arabi di Averroè relativi alla poetica e alla retorica d'Aristotile. La
traduzione di A.,che dovette essere di poco,meno di un ventennio, posteriore,
corse ed ebbe fortuna e divulgazione; ce lo attesta il buon numero di codici,
l'uso che ne fece Brunetto, la dichiarazione di Dante che ne parla come di cosa
comune mente nota,egli che molte espressioni del volgare di A. ricorda nella
sua Commedia. Brunetto Latini più tardi si accinse a svolgere nella parte
morale del suo Tresor la dottrina etica di Aristotile. Egli si servi del
volgare di A.,ma prese anche in mano il testo latino: c e l o dimostrano le
aggiunte e le modificazioni introdotte, che corrispondono in tutto con il Liber
Ethicorum; qualche altra volta ridusse il volgare di A. e quindi con esso anche
il latino della redazione araba. Nessuno vorrà certo ancora dubitare che
l'Etica di A. sia tratta dal compendio francese di Brunetto, rivendicando a
questo la priorità; giacche,pur volendo saltare sul passo di Dante, sulla
particolare designazione de'codici,sulla tradizione isolata dell'Elica
volgare,rimane sempre una barriera dinanzi a cui bisogna fermarsi:la materia
de'due Compendî.La dipendenza diretta dell'Elica dal testo latino ci è fra
l'altro attestata dalle numerose espressioni latine trasportate di peso,quando
corrispon dano nel lessico volgare, nel compendio di A.; mentre Brunetto è
costretto tante volte a tradurre dirersamente,m u tando la dizione, e
dall'Elica e dal Liber Ethicorum. D'altra parte poi nell'Etica molte cose ci
sono che mancano nel com pendio franceseeche pur dipendono dal testo
latino.Un'ultima prova: tutti i codici dell'Elica e del Tesoro si chiudono allo
stesso modo, con le stesse parole, e la chiusa non corrisponde al testo
francese. Brunetto va più in là di A.: egli include nel suo compendio tutta la
fine del rifacimento latino. Se si do. vesse considerar l'Etica come un
volgarizzamento del libro VI del Tresor,anzi che come un compendio
indipendente,non si spiegherebbe più quella ostinata lacuna e quella costante
diver genza alla fine. Solo cinque codici dell'Elica, di trascrizione al quanto
tarda, seguono volgarizzando l'opera di Brunetto: i tre codici Marciani e i
coddice Ambros. C 2 1. i n f., i quali rivelano molto chiaramente l'influenza
del testo francese. In essi il brano finale è volgarizzato in modo del tutto
differente; ciò è na turale: giacchè nessun codice dell'Etica e del Tesoro dava
quella parte del testo francese, i trascrittori, che tennero l'occhio al Tresor,
dovettero pensare, ciascuno per conto proprio, a volgarizzarla.Anzi il Marciano
II, 134 contiene tutto quanto ilcompendio di A.,compreso ilbrano finale rias
suntivo,che non si trova invece negli altri codici dell'Etica o del Tesoro
iquali proseguono col testo francese sino alla fine; e questa nel Marc.II,134
ci appare evidentemente come una sovrapposizione voluta dal trascrittore.
Naturalmente tutti i giudizi e i sospetti di ampliamenti, di aggiunte, di
mutamenti arbitrarî del volgarizzatore, di sbagli continuati degli amanuensi,
agitati dagli editori del Tesoro, ca dono innanzi all'entità e al valore
storico diverso dei due com pendi, volgare e francese. E data la priorità del
volgare, cadono anche meschinamente tutti i tentativi di emendazione apportati
dagli editori alla lezione del VI libro in base al testo francese. Nel
Propugnatore Gaiter, che accude allora Quale dei due traduttori, in
fine,abbia merito maggiore non possiam dire.A. ha ilmerito della
priorità;Brunetto che lavoròappresso a lui è più fineecompleto,e poi anche
ilfran cese si prestava allora molto meglio del volgare italico.A. qualche
volta amplia o riduce la materia, Brunetto si richiama al testo.Siamo nel
periodo de compendi e dell'enciclopedia. U n compendio fatto è fatica
risparmiata al mæstro che deve dire le«chose universali».Brunetto,che aveva
intelligenza fine, trasse il compendio italico alla lingua di Francia e
l'incluse n e l l'opera sua e ne colmo le lacune e ne affino i contorni e lo
ripuli di fronte al testo latino,da cui egli pompeggiandosi dicea di aver
tratto la parte morale del Tresor. E non fa cenno di A.:
egliaccoglie,corregge,assimila;d'altraparteètuttauna let teratura e una
divulgazione anonima quella che dall'ultimo m e dievo va al trecento,e i
diritti di proprietà letteraria non sonoancor sorti. E poi mæstro A. forse non
appariva degno di menzione speciale al mæstro di Dante; echisa, forse, che in
questo non dobbiamo trovare indizio di una lotta accademica, svoltasi di mezzo
al laicato dotto della seconda metà del dugento e nel trecento,negli Studi
pubblici,tra medici inchinevoli alle lettere e letterati avversi a'medici? C'è
però da osservare che nel ritocco della materia volgare,in base al testo
latino, Bru netto non va oltre qualche singola espressione o frase, trascurata
o ridondante. Egli non si attenta mai a rimaneggiare e ad ac conciare la
materia nel contenuto ideale, per il modo con cui le idee furono rese nel
volgare o compendiate o disposte o interpretate riguardo all'originale
latino.Questo dunque testi monia onorevolmente che A. era allora ritenuto
autorevole MARCHESI a preparare,con l'aiuto dei mss.e del testo
francese,la sua edizione del l'operadi Brunetto, inunsaggiodicorrezioni alVI
libro,siscagliasempre, con taluni intendimenti spiritosi,contro l'amanuense che
tanto strazio avea fatto del presunto volgare di Bono; e con l'aiuto del testo
francese si affanna a correggere gli sbagli e a colmare le lacune lasciate dai
trascrittori e da Bono stesso. ed esperto intenditore del trattato aristotelico
anche da un uomo per cultura famoso come ser Brunetto, sebbene al grande di
scepolo di costui non apparisse ugualmente felice dicitore del volgare. Dunque
Brunetto si valse del volgare di A. (1), ch'ei ri. dusse e acconciò in molti
punti in conformità al testo latino, come si vedrà chiaramente dal confronto
che faremo. Più tardi gli amanuensi del Tesoro,al posto del VI
libro,introdussero il volgare già ben noto dell'Elica, essendo ben chiara e
conosciuta la dipendenza del compendio francese dall'altro volgare.Cosi resta
anche spiegato il fatto che parecchi codici del Tesoro si fermano all'Etica: Il
compendio di A. rimaneva, rispetto al VI libro del Tesoro, originale e
fondamentale; in un volgariz zamento italico dell'opera di Brunetto esso dovea
necessariamente e naturalmente tenere il posto del francese che da esso
proveniva. Già anche loChabaille noto come la seconda parte del Tresor,
interamente consacrata alla morale, offre «plus d'ensemble « et plus d'unitė »
(2); ed anche noi durante l'esame critico dei codici abbiamo potuto osservare
come appunto il VI libro non presenti quella lezione così fluttuante, incerta,
caotica degli altri libri;ciò è ben chiaro:icopisti avevano un testo già da
lungo tempo fissato. Con questo se abbiamo voluto rilevare la differenza che
l'Etica offre, nell'incertezza minore della lezione, rispetto a'libri volga
rizzati del Tesoro,non intendiamo affermare che la lezione del compendio di A.
siacostante e sicura.La mancanza diuna lezione rigorosamente affine nella
maggior parte dei codici si deve al fatto ch'essi servivano non ad uso
letterario, nel qual caso la lezione avrebbe dovuto essere molto più
rigorosa,ma ad uso morale;per cui itrascrittori,quando non erano affatto (1)
Così lo studio accurato della questione e la inconfutabile testimonianza del
documento son venuti a confermare in parte la fortunata ipotesi dello Zannoni.
MARCHESI Ho già detto che gli amanuensi introdussero il compendio di A. nel
posto del VI libro del Tresor; ho detto gli amanuensi e non il volgarizzatore,
giacchè non mancarono alcuni (non oso affermare se Bono od altri) i quali
vollero volgarizzare tutta l'opera,compreso il VI libro; ma il nuovo volgare
dell'opera francese,di fronte al comunissimo compendio originale di A., rimase
eclissato e restò soltanto in pochi codici quattrocentini, che ho potuto
rinvenire.I codici sono due,di valore e di con tenuto diverso. Magliabechiano
cartac.del sec.X V, in 4o,di cc.53 scritte ed 8
bianche,anepigrafo.Ilcod.contiene l'Etica tratta evidentemente dal Tresor,
giacchè va oltre il limite del compendio di A., e comprende la chiusa del
libroVI dell'originalefrancese.A c.46'segue,senzaalcuna par ticolare
indicazione, il trattato sulla « doctrina di parlare ad Alessandro; infineac.53':
ExplicitAristotilisEuthica uul garis Amen. La lezione si mantiene per una buona
metà fedele al testo comune dell'Elica; dal cap.47 sino alla fine presenta una
grande ed accentuala differenza e mostra evidentemente la Secondo la edizione
Gaiter. ignoranti,semplificavano dove e come volevano,buttando giù il
periodo anche ridotto, che sembrasse loro di rendere in ogni modo fedelmente
l'idea espressa dall'autore e di significare lo stesso concetto. Nei codici
dell'Etica si trovano molte espressioni qualche volta incerte, fluttuanti dalla
differenza ortografica al periodo ridotto o allargato o smembrato o dissennato,
che ci testimonia da una parte della negligenza o della caparbietà di
trascrittori ignorantelli,in un tempo in cui tutti quanti tenevano un crogiolo
dove manipolare la pasta morale delle dottrine ari. stoteliche o supposte tali,
e dall'altra parte dello stato de' testi donde copiavano,che,data lagrande
diffusionedell'opera,doveano a forza portare le tracce di
cancellazioni,aggiunte,modifica zioni,lasciatevi dai possessori:filone di muffa
questo che ci fa tante volte scivolare il piede lungo il percorso delle
trascrizioni trecentistiche di autori ritenuti catechisti o
morali. L'Etica (ediz.Manni, Li Tresors. Liv. II, Magliabech. 21. 8.
pp.52sgg.).L'uomo part.I, chap.XLI.Li 149. c.33. ch'è buono si diletta in bons
hom se delite en semedesimo abbiendo soimeisme, pensantas allegrezza delle
buone bones choses; autressi operazioni, eseegliè sedeliteilavecsonami, buono molto
allegrasi cuiiltientautressi com conl'amico suo, lo quale mesoimeismes. Maisli
eglitienesiccomeun mauvaishomtozjorsest altrosè; mailreofugge enpaor, ets'esloignedes
dallenobiliebuoneope- bonesoevres;etseilest razioni,os'eglièmolto moltmalvais, ils'esloi
reo si fugge daseme- gnedesoimeisme;car desimo,peròchequando egli sta solo si è
ripreso da ricordamento delle maleopere, ch'egliha fatto, enonamanèse, faites, et
blasmesacon. nèaltrui, perciòchela science, etporcehetil natura del bene è
tutta mortificata inluinel profondo della sua iniquità; nènon si diletta
soiettoz homes; etce avientporcequelara cine de touz biens est
ilnepuetseulsdemorer, sanztristesce, porceque illi remember desmau
vaisesoevresqueila influenza continuata del testo francese, si che c'è da
pensare a una nuova redazione sovrapposta. Riporto un brano che valga a far
notare meglio le differenze e le relazioni dell'Etica di A. col testo francese
e il volgare del cod. Magliabechiano. mortefiéeenlui, eten son mal ne se puet
de. tutto el bene è mortifi. pienamente nel male ch'eglifa,perciòchela liter
plainement, car cata in lui.etnel male natura del male si'l træ toutmaintenant que
il non si può dilettare pie. al contrario dellasuadi- sedelite, enune chose
namente,percioche lettazione,edèdiviso malfaite,lanaturede
quand'eglisidilettadi insemedesimo,eperciò son mal si l'atrait au
èinperpetuafatica ed contraire deceluidelit. quellomalesieltræ angoscia, epieno
d'ama- Etàcequelimauvais al contrario di quella ritudineedisozzuradi estpartizensoimeisme,
dilettatione.percioche perversità. Adunquea
siconvientqueilsoitl'uomoreoèdiversoet L'uomo ch'è buono si diletta in se
medesimo pensando nelle buone cose, et similmente si diletta coll'amico suo, el
quale egli reputa se medesimo. Ma l'uomo ch'è reo sempre sta in paura et fuggie
dall'o pere buone; et s'egli ė molto reo fuggie da se medesimo et non può stare
solo sanza tristizia, impercioch'egli si ricor da delle sue rie opere, ch'egli
à fatte et ripren delo la coscienza sua. Et perciò vuole male a se medesimo et
ad ogni altro huomo.Et questo èperchèlaradicedi uno male, la natura di
quello cotale uomo nes- en continuel travail de in se medesimo è m e
sunopuoteessereamico, penseret plains demolt stierechesiain continua per ciò
che l'amico deve insemedesimo,ecompi. ne se laisse cheoir en a lei. Lo
cominciamento lla possa tornare a bene. doit efforcier chamentodellainiquità
lettazione, laquale l'huo piglia accrescimento gars; mais li fermes mo ba nelle
femmine, per usanza di tempo. liensquitozjorsestavec alqualesiuadinanzi
L'officio del confortare l'amistiéetquipointne unodiletteuolesguarda
MARCHESI sance sensible; et ce confortamento,ma pare cede loconfortamento
poonsnosveoirpar.i. essereetsomigliarsia puoteesseredettaami-
homequiaimeparamors llui;mælcomincia stade per similitudine, une dame,car tout
avant mento dell'amista è di infino atanto ch'ella passe unsdelitablesre
scunouomosidee guar- niuno huomo può essere chose quià amer face. amico aquello
tale,per dare ch'egli non caggia in questo pelago d'ini- sere et en itele male
niuna cosa la quale sia quità,anzi si dee isfor- zare di venire a finedi
mecineparcuiilpuisse seria et tale infelicità bontà, perlaqualeabbia Certes, et
en itele mi- cioch'egli non ha in se aventuren'aurailjà daamare. Ettalemi. ainz
se felicitade. Adunquecia. queiln'ænluinule maliceetdeiniquitéque
ch'eglinonsilascica mentononèamistà, ave- l'on ne puet ræmbre,
dereinquestoistraboc gnachè egli si somigli inordinato! Addunque dilettazione e
allegrezza àbienvenir:donques nonhamairimedioche chascuns se gart que il
chascuns que il viegne et della malicia la quale àlafinde bontépar
èsanzarimedio anzisi dell'amistà si è dilettazione sensibileavutadi-
quoiilsepuissedeliter del'uomo sforzare ac nanzi,si come l'amista mento d'allegrezza
colli tel tresbuchement de suoi amici.Lo conforta. Addunque ciaschuno huomo si
de guardare amertume,etyvresde fatichæt pensieroetsia avere in se cosa da a-
laidesceetdeperversité, pieno di molta amari mare.E questo cotale
etqueilsoitdestortpar tudineetèebbrodisoz hæ in se tanta miseria, misere neant
ordenée. zura di peruersita, et che non è rimedio niuno Donc nus ne puet estre
sia distorto per miseria ch'egli possa venire a amisdetelhome,porce en soi
meisme et avec cioch'elli uengha alla d'unafemina,allaquale sonami. Confors
n'est finedellabontaper la v'hadinanzidilettevoli pasamistié,jàsoitce
qualeeglisipossadi guardamenti,eladiletta- que illesembleàestre:
lettareinsemedesimo, zionesièlegamedell'a- mais li commencemens et hauere
compimento mistà,eseguitalainse- d'amistiéestunsdeliz didilettationecolsuo
parabilemente.Ladispo- rasavorez par conois- amico.L'amistà non è sizione dalla
quale pro Gli huomini rei tardo s'accordano nelle oppi nioni: et
sono sanza parte d'amista, et per se desevre, ce est deliz. si pertiene a
colui ch'à insegravezzadicostumi ed esercizio di vertude, unità d'opinione e
con cordia di mettere amore, perciò che le discordie dell'openione sono da
trarre dalla nobile con. gregazione,acciòch'ella rimanga unita di pace e in concordia
di volon tade. Quelle cose che danno altrui vera digni. tade da reggere,sisono
le uirtudi e le loro opere e l'unità dell'oppinione; e questo si truova negli
uomini buoni, concios sia ch'egli sono fermi e costanti in fra loro, e nelle
cose di fuori, perciocch'egli uogliono bene continuamente.Ma rade volte
addiviene che gli uomini si accordino in una oppinione,eper cagione di compiere
gli loro desideri si soste: gnano molta briga e molta angoscia e molta fatica,
ma non per ca. gionedivertude,ehanno moltesottilitadiinseper ingannare
colui,con cui hanno a fare, e perciò sempre sono in rissa e in tenzone. C. MÆCHESI.
Cil habiz dont pre mierementnaistlicon fors puet estre apelez amistié par
semblant jusqu'à tant que il croist par longuesce de tens. Et li ofices dou
confort affiert au preudome et au ferme que il soit griez en moralité de sa vie
et es proesces et es costumes et toutes ver tuz, et plains de science et de
bone opinion et de concorde, desirrous d'a. mor; por ce devroient estre ostées
toutes des cordes et malvais pen. sers d'entre les nobles compaignies des
homes, si que il puissent vivre en pais et en concorde de propre volonté,cele
chose qui plus aide à maintenir et governer les dignitez des vertus et ses
oevres.Et la con corde des opinions et es bons homes,porcequ'il sont parmenant
dedans soi et es choses dehors; car toutes foiz jugent et vuelent bien.
mentoellegamechenon si parte e sempre con lei et la dilettazione (sic). L'abito
dal quale pro ciede confortamento si può dire amista per si. militudine infino
a tanto ch'elli crescie per lungo temporale. L'ufficio del confortatore
s'appartie ne a buono huomo et al fermo, el quale è graue di costumi et
exercitato nelle uirtu,et essere pie toso di scienza et auere accontamento
d'oppinio. ni, et concordia intro ducta d'amore (sic),per. ciò che le discordie
delle oppinioni sono per disfa re le diuisioni dell'opere le quali sono nella
nobile congregazione in con cordia di uolontà.Quella cosa la quale aiuta reg.
giereladignitàelavirtu et l'opere delle uirtu.et concordiadelleoppinioni si
truoua negli huomini buoni et costanti intra se et nel desiderio delle cose di
fuori, percio che perano bene et uogliono Limauvaishomepo bene. s'acordent à
lor opinion; car il n'ont en amistie nulepart, et poracom plir lor desirriers
suef questi cotali sempre ado frentilmaint espoines
chagionedicompierele et mainttra va ilconmie le loro conchupiscienzie
poramistié; etsontes eglisostengonomolte mauvaishommesmain- faticheetmoltitraua
tes mauvaises soutil- gli:. per chagione d'a lancesporengigniercels mista, et
molti scaltri quiàel sont à faire, et mentietmoltesottilita. porcesontil touzjors
Et sonohuominireiper enpaineeten angoisse. chagione d'ingannare L'altro codice,
che ci presenta una redazione affatto nuova e dipendente in tutto direttamente
dal testo francese, è il Maglia bechiano (vecch. segn.), cartac.delsec.XV, a
due colonne,di cc.scr.160; con le didascalie in rosso e rozzo disegno a colore
nella prima iniziale e ne'margini della prima pagina. Contiene il Tesoro; precede
un indice della materia:a c.5*: Questo libro si chiama il Tesoro il quale è chauato
per lo mæstro Burneto Latino di Firenze di piu libri di filosofia che sono
strati per li tempi. Qui comincia l'eticha di Aristotille; finisce l'Etica a
c.76: Qui finisce il libro dell'eticha d'Aristotille. La soscrizione finale a
carta Qui finisce il libro del Tesoro che fa il mæstro Bruneto Latino di Firenze.
dio ne sia lodato. La lezione offertaci dal ms. Mgl. è infelicissima e
costellata di sbagli, di contorcimenti e travisamenti di parola che pare non si
possano attribuire tutti quanti al copista. (“And that’s why Hardie disliked
it!” – Grice). Il volgarizzatore in molti punti dà a vedere di essere poco
felice conoscitore del volgare come poco esatto intenditore degallico. Molte
espressioni gallliche o sono adattate malamente all'idioma italico o lasciate
intatte a dirittura e trasportate di peso nel volgarizzamento. Ma ciò vede il
lettore nel confronto che Hardie e Grice poneno tra il testo del Liber
Elhicorum e l'Etica di coloro ch'anno a fare con loro per cio sempre sono
in brigha ed in angoscia. A. col
compendio di LATINI (vedasi) e il volgare del Tresor; confronto da cui balza
fuori un documento largo e complesso, vivo e certo della tradizione morale
aristotelicadel “Lizio,” come A. chiama la scuola, nel tempo in cui vive e conosce
e compone ALIGHIERI (vedasi). Dell'Etica
di A. Hardie e Grice danno la lezione critica, quale risulta da’codici più
autorevoli dell'Etica e del Tesoro, diversa quindi da quella offertaci dalle
stampe che si son succedute fin ora. Liber Ethicorum. L'Etica
d'Aristotile. Omnis ars et omnis incessus et Ogni arte e ogni dottrina e ogni
omnis sollicitudo vel propositumet operazione e ognie lezione pareado quelibet actionum
et omnis electio mandare alcun bene. Adunque bene ad bonum aliquod tendere videtur.
dissero li filosofi, che lo bene si è Optime ergo diffinierunt bonum di quello
lo quale disiderano tutte le centes quod ipsum est quod intenditur cose. Secondo
diverse arti sono diversi ex modis omnibus. Sunt autem in- fini; che sono tali fini
che sono ope tentaperartes multas diversa. Que- razionie sono tali finiche non sono
da menim sunt actio ipsa metet que- operazioni, ma seguitansi alle opera dam sunt
ipsum actum. Cum quesint zioni. Conciosiachosache siano molte artes ac ipsarum
actiones multe, arti e molte operazioni, ciascuna hæ erunt intenta per ipsas multa.
Ac losuofine.Verbigrazia. La medicina tamen actum in ipsis existit melius si hæ
un suo fine, cio è fare sanitade, actione. Est igitur intentum per me- el'arte della
cavalleria la qualein dicinam sanitas et per artem regiti- segna combattere, si
ha un suo fine uamuelred actiuam exercituum uic- per lo quale ella è trovata, cio
è vittoria et pernauium structiuam naui- toria, e la scienza di fare le navi, si
gatio et perdomus rectiuam diuitie; hæ un altro fine cio è navicare; e la
etista sunt acta honorabilia. Que- scienza che insegna reggere la casa dam autem
artium habentse habi- suæ la famiglia sua ha e un altro tudine generum et quedam
habitu- fine, cio è ricchezza. Sono al quante dine specierum et quedam habitudine
arti le quali sono generali e sono individuorum. Ideoque quedam ipsa. Al quante
le quali sono speciali e con rum sunt sub aliis, ut sub militari factura
frenorum et cetere artium instrumentorum militarium, et sub tengon si sotto quelle.
Verbigrazia. La scienza della cavalleria si è generale, sotto la quale si
contengono altre arte exercitu alicetere omnes bellice scienze particolari, siccome
è la scienza siue litigatorie. Et simpliciter hono- di fare lifrenieleselleele spadee
rabilissima omnium atrium est con- tuttel'altre, le quali insegnano fare stitutiuæt
instructiva ceterarum. cose, le quali sono mistieri abatta Et quemadmodum
quibusque rebus glia; equeste arti universali sono più a natura productis est perfectio
quam degneepiùonorevilidiquelle, im. Perse naturaintendit, etintellegibi. Perciocchè
le particolari sonfatteper libusest perfectio quamintendit per l'universali.
Esiccome nelle cose In tutto il principio del compendio di A., e quindi anche
del testo francese, si sente l'influenza diretta dell'altra redazione del Liber
Ethicorum, che servì di base al commento d’Aquino. Ecco il latino di
quest'altra redazione: « Omnis ars et omnis doctrina, similiter « autem et
actus et electio, bonum quoddam appetere uidentur. Ideo bene enunciauerunt
bonum, beržalglio per suo adirizamento,tutto Tutte arti e tutte opere e tutte in. Tous
ars et toutes doctrines et tramesse sono per chiedere alcuno
touteseuvresettouztriemenz sont bene. Dunquedissebeneilfilosafo porquerre aucun
bien, donquesdis- chequeglichetuttelecosedeside trentbienli philosophequeceque
rano è ilbene. Secondo le diuerse toutes choses desirrentest le bien. arti sono
le fini diverse. Chetalifini Selon cdiversars, lesfinssont di. sonoopere,
talisonoch'esconodel verses; cartelesfinssonteneuvres,
l'opere.Eperciochemoltesonol'arti et teles sont celes quel'onensuitpar
el'opereciascuna à suo fine.Che medicina æ una fine cioè a fare
lesarsetlesoevres, chascune a sa santade. Ela fine dela batalgli asi fin;
carmedicinea une fin,ceest ènetoria, el'artedifarenauià àfairesanté;
etbatailleasafin, unaltrofine,cioènauichare. Ela les oevres; et porce que
maintes sont porquoielefutrovée, ceest victoire; scienza cheinsengnaagouernarea
et les ars de faire neis ont une autre l'uomo sua magione e sua familglia fin,
ceestnagier; etlasciencequi àun'altrafinecio è ricchezza. Et sono
enseigneàhomeà governersa maison alcune arti che sono gienerali e al et
samaisnieauneautrefin,ceest cunechesonospezialli, cioèpersua richesce.
Etsontaucunesarsquisont diuisione, eperòsonol'unasottol'al generaus, etaucunesquisontespe-
trasi come la scienza di chaualleria ciaus, c'est particuleres, etaucunes
ch'ègienerale,edisottoaquella sontsarzdevision; etporcesont sono più altre
scienze partichullari, lesunessouzlesautres; sicomme cioè la scienza di fare
frenieselle est la science de chevalerie, quiest espadeetuttel'altre
cosecheinse generaus,etdesozlisontautres gnanoafarecosecheabattalglia
sciencesparticuleres, ceestlascience bisongnano. de faire frains et seles et
espées, et E l'arti universalli sono più dengne toutesautresarsquienseignentà
epiùonoreuolichel'altre, percio fairechosesquiàbataillebesoignent. Chelle
particullarisono trouatteper Et cistartuniversalesontplusdigne leuniversali. E
così tutte le chose queliautre, porcequelesparticu. che sono fatte per natura è
unadi leressont trovees par les universales. retana cosa per a che la natura in
Ettoutaussicommeenchosesqui tendefinalmente. Altre si tutte le cose sont faites
par nature est une dar- chesonofatteperartièunafinale reinechoseàquoila natureentent
cosaachesonoordinatetuttelecose finelment,autressieschosesquisont diquellaarte.
Esicomecoluiche faites par art est une finel chose à Li Tresors.
Magliabech.quoi sont ordenées trestoutes les træ di sua arte a uno sengnio à
uno « quod omnia appetunt. Differentia
uero quædam uidetur finiam. Hi quidem enim sunt opera «tiones; hiueropræterhasopera
quædam. Quorum autemsuntfinesquidampræteroperationes, « in his meliora existunt
operationibus opera. Multis autem operationibus entibus et artibus et doctrinis,multi
sunt et fines. Medicinalis quidem enim sanitas,nanifactiue uero nauigatio,
•yconomicæ uero diuitiæ.Quæcumque autem sunt talium sub una quadam uirtute, quemad
modum sub equestrifrenifactiuætquæcumque aliæ equestrium instrumentorumsunt:hæc
« autem et omnis bellica operatio sub militari; secundum eundem itaque modum
aliæ sub alteris. In omnibus itaque architectonicarum fines omnibus sunt
desiderabiliores his quæ sunt sub ipsis. « Horum enim gratia et illa
prosequuntur. Quest'esempio, che manca nella nostra redazione latina, è tratto
dal Liber Ethicorum del commentotomistico: Igituretaduitamcognitioeiusmagnum
habetincrementum,etquemad modum sagittatores signum habentes
seintellectus,eodem modorebusef. fattepernaturaèunoultimointen fectisabarteestperfectioquam
per seintenditartificiumhumanum.Hac finalmente, cosìnellecosefatteper autem perfectioestbonum
ad quod arteèunointendimentofinale, al intenditur, et est optimum eorum que
queruntur propter ipsum et di quelle arti; siccome l'uomo che ipsius causa. Scientia
igitur istius est sættahalo segno per suo dirizza scientia diuina maximi
existensiuua. mento, coşiciascunaartehæ menti in uita et CONVERSAZIONE hu. un
suo finale intendimento, loquale mana. Habentes igitur intentionem dirizzalesue
operazioni.Adunqua acpropositumdignum ualdeestut
l'artecivile,laqualeinsegnareggere inueniamus inquisitione remqueest lacittade,
éprincipaleesovranadi perfectiouoluntatis.Arsigiturdi. tuttealtrearti,
perciocchèsottolei rectiuaciuitatumprincepsestartium,
sicontegnonomoltealtrearti, le quali eoquod sub hac continenturresho.
sonoonorevili,siccomelascienzadi norabilesualideconsistentie;utpote farel'ostee
direggere la famiglia, arsexercitualisetarsfamiliedo-
elarettoricaèanchenobile,percio mus dispensatiua ac rethorica,et ch'ella si
ordina e dispone tuttel'altre eoquodipsautitarartibusactiuisomni-
chesicontegnonosottolei, elosuo bus et componitet ordinatlegesearum
compimentoàilfinedituttel'altre. Atqueiuditia etdistinguitinter Adunquelobenelo
qualesiseguita laudabilesetillaudabiles.Huius itaque
artisperfectioacpropositumadpro- l'uomo, percioch'ellalocostringe
priatpropositaomniumartiumreliqua- di fare bene e costringelo di non rum. Bonum
igiturusitatumsecundum fare male. La recta dottrina si è che suum modum est
bonum humanum. L'uomo si proceda in essa, secondo ipsum namque effectiuum estcetero-
chelasuanaturapuotesostenere. rum bonorum omnium artium et
Verbigrazia:l'uomocheinsegnageo saluatartificesnequidaganthorridum metriasidee
procedereperargo dimento lo quale la natura intende quale sono ordinate tutte
l'operazioni di questascienza, sièlobene del
chosesdecelart.Etaussicomme altresiciascunaarteæunafinale
cilquitraitdesonar causeignala cosache'ndirizaquellaopera.Qui celui bersail por
son adrescement, parla del gouernamento della citta tout autressi a chascune
ars Dunque l'arte che insen finelchosequiadrescesesoevres. Gnia la citta
gouernare è principale Donques l'art qui enseigne la cité
àgovernerestprincipausetdame etsoverainedetoutesars, porceque
desouzlisontcontenuesmaintesho- norablesars,sicomme rectoriqueet
lasciencedefaireostetdegoverner e donna di tutte l'arti,
peròchedisottoaleisonotuttii mæstrionoreuoliecontiensisotto luitutte
molteonorabillearti, sicome retoriccha e la scienza di fare oste
edigouernaresuamasnada.E an samaisnie;etencoreestelenoble, coraè nobile peroch'ellamettein
porcequeelemetenordreetadresce toutesarsquisouzlisont,etlisiens compliemensetsafinssiestfinet
compliementdesautres.Donquesest ele li biens de l'ome, porce que ele
constraintdebienfaireetelecons- traint de non mal faire.
Lidroizenseignemenzsiestque onailleselonccequesa naturele
ordineeadirizzaartichesonosotto lui,eilsuocompimentodisuafine
sièfineecompimentodel'altre. Dunque ilbene che diquestascienza uiene si è bene
dell'uomo pero che 'l constringniedinonfarelomale. E il diritto insegniamento
ch'ell'à inleisecondosuanaturalepuote soferire. Cioèadirechecoluiche
puetsofrir; ceestà direquecilqui insengna gouernaredeeandareper
enseignegeometriedoitalerparar- suoi argomenti chesonoapellatidi
gumensquisontapelésdemonstra- mostrazioni.Erittorichadeeandare cions,
etenrectoriquedoitalerpar perargomentieperragioneuedere argumenzetparraisonvoiresembla-
senbiabille, eciò auiene percioche ble. Etceavientporcequechaschuns
ciascunoartieregiudicabeneedicela artiensjugebienetditla veritéde
ueritàdiciòcheapartienealsuome cequiapartientàsonmestier,eten stiere,
ecosiinciòèilsuosenno sottile. ce est ses sens soutis. une e sovrana La scienza di città governare
non La science decitégovernerne sifamichaafanciullonedahuomo
afiertpasàenfantneàhomequi chesegualesueuolontadi,percio vueilleensuirresa volenté,porceque
che amendue sono non sacenti delle anduisontnonsachantdeschosesdou cosse del
seculo, chequestaartenon siecle;carcestearsnequiertpasla chiedela sienza dell'uomo,
mach'egli science del'ome, maisqueilsetorne sitorniabontà.Esapiatechein àbonté.
Etsachiésqueenfesestde. fateèinduemaniere, chel'uomo
ij.manieres;carlihompuetbien puotebeneessereuechiodi tenpo
estrevielsdeaageetenfes demors; euechioperhonestavita. autillaudabile. Et saluatioquidem
mentifortiliqualisichiamanodimo. Uniuslaudabilis existit,quantomagis strazioni,
elorettoricodeeprocedere gentiumacciuitatum. Rectadoctri. Nella sua scienza per
argomentie natioestinquirereinunoquoquege- ragioniverisimili; equestosièpercio
nerumiuxta mensuramquamsustinet checiascunoarteficegiudichibene naturailliusgeneris;
etutexigitur etdicalaveritadediquellocheap. Quidema mathematico demonstratio
partieneallasuaarte. Lascienzada et a rethore sufficientia persuasiua. reggere
la cittade non conviene a Unusquisque enim artificumrecto garzonenèauomo cheseguitilesue
iuditio iudicat de eo quod est infra h a cose buone e giuste e oneste; onde
Rerumquedamsuntcogniteapud gli conviene avere l'anima sua natu nos, et quedam
sunt cogniteapud ralmentedispostaaquellascienza: naturam. Oportetergoutamator
maquellouomo che non hæneuna scientieciuilispromtussitadres
diquestecose,èinutileaquesta eximiasetsciatopinionesrectas. Opi- scienza Questo
ci prova chiaramente che Brunetto non ebbe tra mani altro testo latino fuor del
compendio alessandrino-arabo; giacché le altre traduzioni greco-latine della
Nicomachea gli avrebbero dato la giusta indicazione del poeta: Esiodo. Ma forse
pertutto il riferimento, che son
volontadi, peroche non > bitum suæ scientiæ, et in hoc est nelle cose del
secolo. E nota che gar perspicax ipsius scientia. ludicans zonesidiceindue modi,
quanto al autem deomni sapiensestomnipe- tempo e quanto alli costumi, che
ritiaimbutus. Arsciuilis non pertinet può taloral'uomo essere vecchio di
pueroneque prosecutori desiderii atque tempo e garzone di costumi, e tal
uictorie, eoquodambo ignarisunt fiata garzone di tempo e vecchio di rerum seculi,
neque proficitipsis. Non costumi. Adunqueacoluisi conviene enim intenditarsista
scientiam sed la scienza di reggere la cittade, lo conuersionem hominis ad bonitatem;
quale non è garzone di costumie neque differt puer et ateautinmo- che non segui
tale sue volontadi, se ribus pueris, non enim aduenit quidem non quando si conviene
e quanto si defectus ex parte temporis sed propter conviene ed ove si conviene.
usum uite in moribus puerilis; pueri ergo dissoluti et desideriorum prose-
cutores non proficiunt penitus ex arte civili. Qui autem utitur desiderio
secundum quod oportet et quando sono cose le quali sono manifeste alla natura, e
sono cose le quali sono manifeste a noi. Onde in questa scienza si dee
cominciare dalle cose, oportet, et quantum oportetet ubi oportet, hic plurimum proficit
ex scientia artis civilis. lo quale dee studiare in questa scienza, ed apprendere,
si dee ausare nelle le quali sono manifeste a noi. L'uomo savi et puet estre enfes par aage et viel Dunque
la sienzia di città ghouer parbonevie.Donqueslasciencede nare è a fare huomo
che non sia governer citez n'afiert à home qui fanciulo de cuore molle e che
non estenfesensesfaizetquiensuie sesvolentės,selorsnonquantille covient faire
et tant comme il co- vient,et là où il se covient,et si comme est covenable.
seguasuauolontadi,senoquelliche siconuengonoetanto com'ellesi debono e la dove
si conuiene e si come conueneuole. E sono chose che sono chonueneuoli a natura
e cose chesonoconueneuolliannui;che Iliachosesquisontconnuesà nature et sontchosesquisontcon-
chisivuolestudiareasaperequesta neuesànos;porquoinosdevonsen scienza, eglideeussarecosegiustee
cestesciencecommencieraschoses buoneeoneste,ond'egligliconuiene quisont conneuesànos,carquise
auerel'armi naturallemente aquesta vuetestudieràsavoircestescience, scienza,macoluichenonanèl'uno
ildoituserdeschosesjustes,droites nèl'altroriguardiaciòchedee.Se et bonnesethonestes,oùillicovient
'lprimoèbuonoel'altroèapere avoirl'ame naturaument ordenée à gliato ad essere
buono. Ma chi da cestescience;maiscilquin'ane ssenonsanienteenonaprendedi
l'onnel'autreregardeàcequeHo- ciò chel'uomogl’insenguia,egliè
merusdist:Selipremiersestbons, deltuttomecciante.- Quidicedelle liautres estappareilliezàestrebons;
treuie Dacontaresono mai squidesoinesetneant,etqui.ij.uie. L'unaèuiadichonchupi.
n'aprentdecequehomlienseigne, senziæ diconuotizia.L'altraèuita
ilestdoutoutmescheanz. Les cittadina,cioèdisennoediproeza viesnomées quisontàcontersont
ed'onore.Laterzaécontenpratiua..ij.L'uneestviedeconcupiscenceet E più ujuono
secondo la uita delle decovoitise;l'autresiestvieciteine, bestie, ch'èapellatauitadichonchu
ceestdesensetdeproesceetd'onor; pisenzia,peròch'egliseghonolaloro la tierce est
contemplative: et li uolontade e loro diletto. E chatuna
plusorviventselonclaviedesbestes, diqueste.ij.uiteàsuapropriafine
quiestapeléeviedeconcupiscence, diuerse dal'altre,tuttoaltresìcome porcequeilensuientlorvolentezet
[lasienzadiconbatteredi]medi lordeliz. Etchascunedeces.ij.vies cina à sua
finediuersa dalla scienza asaproprefin,diversedesautres, delconbattere, chèquellabadaafare
toutautressi comme medicineasa santà,equellaadauereuetoria.Qui
findiversedelasciencedecombatre; diuisadelbene Ubene
carelebéeàfairesanté,etcele ėinduemaniere,che'unamaniera autreàvictoire. Libiensesten
è ch'èdisideratapersemedesimo[e ij.manieres;carunemanieredebien
l'altra)eun'altramanieradibeneè niones autem rectæ sunt ut in arte Le vite
nominate e famose sono ciuiliincipiaturarebusapudnos
tre;l'unasièvitadiconcupiscenza, cognitis, etinconsuetudinibuspul-
l'altrasièvitacittadina,cioèvita crisethonestisfactasitassuetudo diprodezza ed’onore;
la terza si è principium enim est et inceptio a vita contemplativa: e sono
molti quaresest. Exmanifesto existente uominichevivonosecondolavita
sufficienterquiaresest,nonindigetur dellebestie,laqualesichiamavita
propterquidresest.Indigetautem diconcupiscentia,perciòchesegui. Homo adpromtitudinem
habitationis tano tutte le loro volontadi; ecia
leritatisrerumbonarumautaptitudine scunadiqueste vitesihasuofine
boneinstrumentalitatisexquasciat propriodiversodaglialtri,sicome
uerum,autformaperquamaccipian- l'artedellamedicinahadiversofine
turprincipiarerumabeofacile.Qui dalla scienza dicombattere,chè'l
veroneutramhabueritharumaptitu- fine della medicina si èdi fare sani.
dinumaudiat sermonem Homeripoete tade,e'lfinedellascienzadifare ubidicit: Illequidem
bonusest,hic battagliesièvittoria. Benesièse autem aptus ut bonus fiat. Vite
condo due modi, chè è uno bene lo famosetressunt. Uitaconcupiscen-
qualeuomovuoleperse, eunaltro tieetuoluptatis,uitaprobitatiset benelo quale l'uomo
vuole peraltro. honoris,uitascientieetsapientie; Benepersesìcomelabeatitudine,
pluresuerohominumseruisuntuo- bene peraltruisonodettiglionori luptatis uitam
bestiarum eligentes elevertudi,perciòcheuomovuole
inexecutionedelectationum.Sunt questecoseperaverebeatitudine. autem termini
harum uitarum distan. Natura lcosa è all'uomo ch'eglisia teset bonaipsarumbona diuersificata.
cittadino,etconversicongliuomini Sicutergobonum quodestinarte
artefici,econtralanaturadell'uomo exercitualiestaliudabonoquodest
sièd'abitaresoloneldeserto,elà inartemedicinali, sicabinuicemalia
ovenonsianogente,peròchel'uomo sunt bona trium uitarum. Et bonum naturalmente
ama compagnia. quidem medicine est sanitas, bonum Beatitudo si è cosa
compiuta,la exercitualisestuictoria.Estautem qualenonabbisognaneunacosadi bonumsecundumduosmodos:bonum
fuoridase, perlaqualelavitadel per se et bonum propter aliud; et
l'uomosièlaudabileegloriosa.Adun. quesitum qui demproptersemelius
quelabeatitudinesièlo maggior est quesito propter aliud. Nosuero
beneelapiùsovranacosælapiù manca nel compendio di A., BranettosivalseanchedelLiberminorum
moralium:«.aduertat « intentionem poetæ dicentis: Optimus est hominum qui a
semet ipso intelligit quod expedit.Qui « autem ab altero hoc intelligit, est in
uia directionis. Qui uero nec a semet ipso intelligit nec « ab altero recipit,
hic uir est inutilis, est qui est desirrez por lui meisme, et une autre maniere
de bien est qui est desirrez por autrui. Biens par lui est beatitude,qui est
nostre fin,à quoi nos entendons;bien par autrui sont les honors et les vertuz;
car ce desire li hom por avoir beatitude. Naturale cosa è a l'uomo ch'egli sia
cittadino e ch'egli conuersi in tra le gienti, cioè intra gli uomini e intra
gli artefici. E contra natura sarebe abitare in diserto oue non à persona,però
che l'uomo naturale. mente si diletta in conpangnia. Bea tittudine è cosa
conpiuta, si che non à niuno bisongnio d'altra cosa fuori di lui, per chui la
uita degli uomini ė pregiabile e groliosa:dunque è beatitudine il magiore bene
di tutti, e la più sourana cosa e la trasmil gliore di tutti i beni che sieno.
Qui diuisa di treposanzie Tutte le opere dell'uomo o sono malvagie o
[buone.om.]. Colui che lle fa buone l'opere,egli è degno d'auere il compimento
della uertu di L'anima dell'uomoæ.ij.posanze.
L'una è uegiettative,e questa è co mune ad alberi ed a piante, ch'egli anno
annima uigettatiua,altresìco m'àno gli uomini; la seconda è apel latta
sensitiua; la terza è apellata r a zionabile,l'èperquestoche l'uomoè
ragioneuole e diuisato da tutte le cose, per ciò che niuna altra cosa æ anima
razionale se no l'uomo;e questa possanza è alcuna uolta in natura e al
cunauoltainpodere.Ma beatittudine è quand'ella è in opera e non miga quand'ella
è in podere solamente; chè s ' egli no 'l f a, egli non è mi c h a buono. Naturel
chose est à l'ome que il soit citeiens,etque ilconverseentre les homes et entre
les artiens; car contre nature seroit de habiter en desers où il n'a nule
gent,porce que li hom naturelmentsedeliteen com paignie. Beatitude est chose
complie,si que ele n'a nul besoing d'autre chose fors de li,par quoie la vie
des homes est puissanz et glorieuse: donques est beatitude li graindres biens
de touz et la plus soveraine chose et la très mieudre de touz biens qui soient.
L ' ame del' o m e a j i j. puissances. L'une est vegetative, et ce est c o m
mun asarbresetasplantes,caril ont ame vegetative aussi come li home
ont;lasecondeestapeléesen sitive, et est c o m m u n e à toutes bestes, car
eles ont ames sensitives; la tierce est apelée rationable,et por ceste est li
hom divers de toutes choses,porce que nule autre chose n'a ame ratio.
nableselihom non.Etcestepuis sance rationable est aucune foiz en oevre et
aucune foiz en pooir; mais beatitude est quant ele est en oevre, et non pas
quant ele est en pooir seulement; car se il ne le fait, il n'est mie bons. ch'è
disiderata per altrui. Bene per lui è beatitudine, ch'è nostra fine a che noi
intendiamo.Bene per altrui sono gli onori e le uertu: chè questo si disidera
per auere beatitudine. Toutes les oevres des homes ou Ogni operazione che l'uomo fæ o
ellaèbuonaoellaèrea;equello uomo lo quale fa buona la sua ope. razione, si è
degno d'avere la perfezione della virtude di quella opera zione.Verbigrazia: lo
buono cetera tore,quando egli cetera bene,si è degnacosach'egliabbiailcompimento
di quella arte,e lo rio tutto il con. trario. Adunque se la vita dell'uomo è
secondo l'operazione della ragione, allora si è laudabile la sua vita,
quand'egli la mena secondo la sua propria vertude; ma quando molte vertudi si
raunano insieme nell'animo dell'uomo, allora si è la vita dell'uo mo molto
ottima e molto onorata,e molto degna,sicchè non puote essere più;perciò che una
virtude non puote beatitudinem ultimam propter se uo lumus,cum
sitfinisnosteretintentum à nobis; honores autem et uirtutes propter
beatitudinem, eo quod per ipsas pertingimus ad illam. Homo naturaliter ciuilis
est et con uiuithominibusetsocietatesexercet comel'uomo; lasecondapotenziasi
cumartificibusdecenter,nequeap chiamaanimasensibilenellaquale
petitsolitudinemnequedesertum participal'uomocontuttelebestie, neque heremum.
perciòchetuttelebestiehannoanima Beatitudo es tres completa, nullius
sensibile;laterzasichiamapotenza indigens, perquamuitahominislau. razionale,
perlaqualel'uomosiè dabilisexistit. Beatitudoigiturexce
diversodatuttel'altrecose,perciò lentissimum est eligibilium et opti. che neuna
altra cosa hæ anima ra mumbonorum,cumsitperfectiore zionale, sicomel'uomo.E
questa rumoperabilium. Sicutigiturestin potenziarazionalesiètalorainatto
qualibetartiumbonumquodillaars etalorasièinpotenzia;ondela
intendit,etsicutestcuilibetmem. beatitudinedell'uomosièquandoella
brorumcorporis actuspropriusin vieneinatto, enonquandoellaèin
quoeialiudnoncomunicat,sicest homini actus proprius in quo aliud ei non
comunicat. Homini autem se cundum animam uegetabilem COMUNICANT terræ
nascentia,et secun dum animam sensibilem comunicant ei animalia; actus uero ei
proprius, inquo nullum aliud ipsi comunicat, est actus secundum rationem et di
scretionem. Ratio uero duplex est: potenzia: ratio uidelicet actualis et ratio
poten tialis;dignior autem ad intentionem rationis et magis cognita est ratio
actualis,ut pote actus hominis di. scernentis et agentis. Et omnis actio quam
agit actor aut est bona aut est mala. Actor autem bene agens in omni arte
meretur intentionem uir tutis, ut bene citharizans citharedus bonus;
citharizans autem male malus. ottima che l'uomo possa avere. L'a nima dell'uomo
si ha tre potenzie; l'una si chiama potenzia vegetabile, nella quale comunica
l'uomo cogli arbori e colle piante,perciò che tutte le piante hanno anima
vegetabile, si
bonesoumauvaisessont.Etcilqui quell'opera.Chècoluichebeneopera fait
lesbonesoevres,ilestdignes è degnod'auereil compimento di suo d'avoirle complimentdelavertude
mestiere,equeglichemalfanno,il celeoevre;carcilquibiencitoleest contrario.
Dunqueselauitadell'uomo dignesd'avoirlecomplimentdeson è secondo l'opera di ragione,
alora mestier, etciquimallefait, lecon- è da pregiare quand'eglila mena
traire;doncselaviedel'omeest secondolapropriauertu. Maquando
seloncl'oevrederaison,lorsestele mantieneuertusonogliuominisaui,
prisablequantillamaineseloncla esauioebisongniabile,enorevolee propre vertu;
mais quant maintes moltodengniosichepiùnonpotrebe vertuzsontenl'ome,savieestbesoi.
essere; percidcheunasolauertunon gnableethonoréeetmultdigne, si
puotefarel'uomodeltuttobeatone queplusneparroitestre,porceque
perfetto.Chèunasolarondineche uneseulevertunepuetfairel'ome
uengnianèunosologiornotemperato detoutebeatitudeneparfait;carune
nondonaciertanainsengniadelprimo solearondelequivieigneneunsseus tenpo. Eperciòinunopocodiuita
jorsatemprésnedonentcertaineen- d'uomoeinunopocoditenpoch'egli
seignedouprintens;etporceenpo facciabuoneopere, nonpossiamoperò
devied'ome,neenpodetensque direch'eglisiabeato. Qui ilfacebonesoevres, nepoonnosdire
diuisa di tre maniere di bene. Il queilsoitbeates. Libiensest
beneèdiuisatointremaniere,che devisezen.iij.manieres, carliuns
l'unoèilbenedell'anima,el'altro estbiensdel'ame,etliautresest delcorpo.
Mailbene dell'anima è il doucors, etlitiersdehorslecors; piùdengnio chenullodeglialtri,
maislibiensdel'ameestplusdignes peròcheglièilbenedidio,esua
quenusdesautres,carceestlibiens formanonèchonosutaseperl'opere de Dieu, et saformen'espasconneue
separlesoevresvertueusesnon.Et sanzfaillebeatitudeestenquerre
lesvertuzetenelsuser,maisquant beatitudeestenhabitetaupooir
del'ome,etnonensesfaiz,ceest àdirequantilporroitbienfaireet ilnelefaitmie,
lorsestvertuous aussicommecilquisedort, carses oevres ne ses vertuz ne se
mostrent pas. Mais l'omquiestbeatescovient aussicommeparnecessitéqueilface
uertudiose non.E sanza fallo beati tudineèinchiedereleuertuefarle. Maquando
beatitudine ènell'abitoe inpoteredell'uomononèsenone
fatti:questoèadire,quandoeglipuote benefareeno'lfaaloraèegliuer
tudiosoaltresìcomecoluichedorme; chè sue opere e sueuertunonsimo strano. Ma
l'uomo ch'èinbeatitudine conuiene altresì come per necissetà
ch'eglifacciailbeneinoperæsi comeilsauiochampioneeforteche lebiensenoevre.Etsicommeli
sichonbatteuuoleportarelacorona Actusigiturhominisunæstuitarum l'uomo fare
beato,nè perfetto,sic famosarum trium prenominatarum, una rondine quando appare
uitascilicetrationisetscientieet sola, eunosolodietemperatonon sapientie.
Etomnis quidemresbona dànnocertadimostranzachesiave.
existitetdecorapropteruirtutemsibi propriam. Vita ergo hominis actus
estanimeintellectiueperuirtutem sibipropriam;sedcumuirtutesani- memultesint, eritperoptimam
et honoratis simam in fine et dignissimaminfineperfectioniset complementi.
Unanempehyrundononpro- nosticaturuerneque diesunicatem- peratiæris,sicnecuitapaucæt
lobenedell'animasièpiùdegno tempus modicumsignumcertumsunt
benedineuno,elaformadiquesto beatitudinis. bene si non si conosce se non nell'o
Bonum tripliciter diuiditur; est perazioni, le quali sono con vertudi. bonum
anime et bonum corporis et nutalaprimavera;ondeperciò nè. inpicciolavitadell'uomo,nè
in pic ciolotempochel'uomofacciabuone operazioni, nonpotemodicereche
l'uomosiabeato. Lo bene sidivide in tre parti, chè
l'unosièbenedell'anima,l'altrosi è bene del corpo, el'altro si è bene di fuore dalcorpo.
Di questi tre beni, come bonum extra
corpus. Bonum ergo delle vertudi e nell'uso loro; ma
quoddignissimebonumdiciturest quandolabeatitudineènell'uomoin bonum anime,
neque apparet forma abito, e non in atto,allora si è vir istiusboni,
nisiinactibusquisunt tuosacomel'uomochedorme,lacui auirtute. Et beatitude
quidemest operazione e virtudenonsimani. inacquisitioneuirtutumetinusu festa;
mal'uomobuonodinecessità earumsimul.Cumquefueritbeatitudo è bisogno che
l'aoperisecondol'atto, in homine tamquam in possessioneet et è somigliante di
quello che sta habituet non actu, tuncesttamquam neltravitoa combattere; chè
sola uirtuosus dorniiens cu non apparet mente quelli che combatte et vince,
actionequeuirtus. Beatusautemactu quellià la coronadellavittoria; e
necessarioexercet beatitudinem. Et se alcuno uomosiapiùfortedicolui,
quemadmodumperitiagonisteatque chevince, nonàperciòla corona, robusticoronanturquidemetacci.
perch'eglisiapiùforte,s'eglinon piuntpalmam apud actumagoniset combatte,
avvegnach'egliabbiala uictorie, sicuirtuosielectiboniac
potenziadivincere;ecosìlogui. beati laudantur et premia uirtutum derdone della
virtude non ha l'uomo suscipiunt dum apparent operationes se non in fino a
tanto ch'egliadopera ipsorum secundumueritatem;etisto. lavirtudeattualmente;
equestosiè rumuitæstin se ipsa delectabilis. perciòcheloloroguiderdoneela
Unusquisque enim hominum delecta- lorobeatitudineèladilettazione,che La
beatitudine si è nell'acquistare della
uettoria, tutto altresì l'uomo buono e beato æ il guiderdono e la loda della
sua uertu ch'egli fæ et mostra ueracemente per queste opere, perciò che il
guiderdono delle sue opere e della beatittudine è ildiletto ch'egli n'atantoe
com'egli opera la uertu; chè ciascuno si dileta in cid ch'egli ama; il giusto
si dileta in giustizie e l'asagia e gli piacciono, e 'l uertudioso nelle uertu.
Et tutte l'opere che sono per uertu sono belle e dilettabille in se medesime.
Beatitudeestlachoseau monde Beatitudine èl acosa al mondo che
quiesttrèsdelitable,maislabeati tudequiestenterreabesoingdes biensdedehors;carilestdurechose
quel'onfacebelesoevres,seiln'ia grant part des choses avenables à
bonevieethabondanced'avoiret d'amisetdeporenz,etprosperitéde fortune, et por ce
la sapience abe. soigned'aucunechosequifaceco perciòlasapienzaàbisongniod'al
noistre sa valor et ses honors.Se cuna cosa che faccia conossere suo aucuns
done as homes dou monde, ualore e suo onore.Se alcuno dona disglorious et
soverainsfaiz, l'en ahuomodelmondodonogroliosoe
doitbiencroirequecildonssoitbea. Sourano fattol'uomo debenecredere titude,porcecequeestlamieudre
che quellodonosiabeatitudine, perciò chosequiestrepuisseaumonde; car
ch'eglièlamigliorecosachepossa eleestmulthonorablechose, etest
esserealmondo;ch'ell'èmoltoono. licompliemensetlaformedevertu;
rabilecosa[essere]edèilcompimento neiln'estpasditdouchevalnes
elaformadellauertu;nèeglinonè desautresbestes,nedesenfans,que
michadettodelcaualloedel'altrebe ilsoient beates,porce qu'il ne font oevres de
vertu. Beatitude est chose ferme et estable, tozjors en une fermeté, si que ele
ne stie,nè degli fanciulli che sieno beati, perciò ch'egli non fanno opere di
uertu. Beatitudo è cosa ferma et stabille. Arrestiamo qui la trascrizione del
cod. Magliabech., sembrando ci la parte trascritta suciente ad attestare la
propria dipendenza dal testo francese. milglioreepiugioiosætradiletta bille: mallabeatitudinedeeessere
interræbenidifuori. Chè gliè dura cosa che l'uomo faccia belle opere e ch'egli
abbia parte di cose aueneuolliahuonauitædabondanza d'auereedabondanzad'amiciedi
parenti e prosperita di fortuna, e F
sages champions et fors qui se combat et vaint emporte la corone de victoire,
toutautressilihom bonsetbeatesa le guerredon et la loange de la vertu que il
fait et mostre veraiement par ses oevres, porce que li guerredons de la
beatitude est li deliz que l'om atentcomme iluevrelavertu,car chascuns se
delite en ce que il aime: lijustessedeliteenjustise,etlisages en
sapience,etlivertueusenvertu; et toute oevre qui est par vertu est bele et
delitable en soi meisme. virtude, si è bella e diletteuile in se Beatitudo
autem omnium rerum est medesima. Beatitudo si è cosa ot optimaiocundissimaatque
delectabi- tima, giocundissimæ dilettabilissima. lissima. Beatitudo tamen quest
hic La beatitudine, la quale è interra, si bonisexterioribusindiget; difficile
abbisognadeglibenidifuori,perciò est enim homini ut opera decora che non è
possibile all'uomo ch'egli exerceatabsquemateriautpotequod
facciabelleopereech'egliabbia habeatpartemcompetentemrerum
artelaqualesiconvengaabuona boneuitepertinentiumet copiam vita, e abbondanza
d'amicie dipa familie et parentum et prosperita- renti, eprosperitàdiventura,sanza
temfortune.Ethacquidemdecausa libenidifuori; eperquestacagione
indigetarssapientiearteregnandi, nonabbisognaalcunacosachefaccia ut apparere
faciat honorificentiam manifestare il suo onore e lo suo va suiatqueualorem.
Etsialiquarerum lore. Sealcundonoèfattodidome donata est hominibus a deo
excelsa nedio glorioso e eccelso agli uomini etgloriosa, dignumestutbeatitudo
delmondo, degnacosaè da credere siue FELICITAS donumsitdiuinum se- che quellodonosiabeatitudine,im
cundumquodipsæstoptimaomnium perciòch'ellasièlapiùottimacosa rerum humanarum;
est igitur de onorevole molto e compimento e rebus prehonorabilibus,cum sit
com. turineoquodestamatumapud eglihanno,
infinoatantoch'egliado ipsum; delectetur ergo iustus in perano la virtude; chè
il giusto si justitiætuirtuosusinuirtuteet dilettanellaiustiziæ'lsavionella
sapiensinsapientia.Etactionesfientes sapienza, elo virtuoso nella virtude; peruirtuteminseipsissuntdelecta.
eognioperazione,laqualesifaper biles uenuste ac decore. forma di virtude. E
neuna genera plementum uirtutis siue forma et zione d'animali puote avere
beatitu fructusipsius Non diciturautem dine,senonl'uomo,eneunogarzone deequo
neque de alio aliquo anima- nonhæ beatitudine, perciòcheneuno
liumhuiusmodi,nequedepueris,quod animalenèneunogarzonenonado
sintbeati,eoquodnequehuiusmodi perasecondovertude. animalia neque pueri agant
opera Beatitudo si è cosa ferma e stabile uirtutis.Etbeatitudoestresfirma
sempresecondounadisposizione, nella stabilis secundum dispositionemunam, quale non
cade varieta denèpermu inquamnoncaditalteratioet permutazione alcuna, e non
v'ha talora tatio, etnoncomitanturipsameuen: beneetaloramale, matuttaviabene,
tusuarii,etnuncbonitasnuncmalitia. E questo siè perciòchelabonitade
Etenimbonitasetmaliciæstin opere elareitadesi ènella operazione hominis; et columpnabeatitudinis
dell'uomo. La colonna della beatitu estoperasecundumuirtutem; co- dinesièl'operazione,
chel'uomofæ 1 se remue pas,et si n'est
mie une foiz bien et autre mal, mais toutes foiz bien,porce que li muemenz de
bonté ou de malice n'est pas se es oevres des homes non. Li pilers de beatitude
est lesoevres que l'onfait selonc vertu,et la colone dou con traire est les
oevres que l'on fait selonc vice; et la vertus ferme et estable est en l'ame de
l'ome.Li hom vertueus ne se contorbe ne ne s'es maie por nule temporal chose
qui li avieigne; car il n'auroit jà beatitude se il s'esmaioit,car dolor et
paor abatent l'oevre de vertu et la joie de beatitude. Felicités est une chose
qui vient par vertu de l'ame, non pas dou cors. Aucunes choses sont mult griez
à sostenir;mais quant l'on les a bien sostenues,lors apert et se mostre la
hautesce de son corage; et sont au tres choses qui ne sont griez à sos tenir,
ne li hom qui les sueffre ne mostre pas que en lui soit force.Et jà soit ce que
mort et maladies de filz soient griez à sostenir, ne doivent pas remuer l'ome
de sa felicité; car bienetfelicité,ethome felixet Dex glorious et benois sont
tant digne chose et tant honorable que nulz pris ne nule loenge ne lor sofit
pas; et nos devons reverer et magnifier et glorifier Dieu sor toutes choses et
si devons croire que en lui sont tuit bien et toutes felicitez.,porce que il
est commencemenz et achoisons de touz biens. secondo virtude,e la colonna del
con trario suo si è l'operazione, la quale l'uomo fæsecondolovizio;equesta
operazione si erma e stante nel. l'anima dell'uomo,et l'uomo virtuoso non si
muove,e non si turba per cosa contraria temporale che gli possa a v venire,
perciò che già non arebbe beatitudine, s'egli si conturbasse, perciò che la
tristizia e la paura si toglie altrui l'allegrezza della beati. tudine. Sono
cose le quali sono molto forti a sostenere; ma quando l'uomo l'à sostenute
pazientemente, si dimostra la grandezza del suo cuore; e sono altre cose le
quali sono lievi a sostenere,e perché l'uomo le so. stegna non si mostra grande
fortezza in lui, siccome morte di figliuoli e loro malitia.Queste
cose,avegnache ellesiano forti,non permutano l'uomo di sua felicitade.La
felicitade e l'uomo bene avventurato e domenedio bene detto e glorioso sono
tanto degna cosa e tanto da onorare che le loro lodi non si possono dicere,e
spezial mente si conviene a noi di reverire e magnificare messere domenedio
sopra tutte cose, e dee l'uomo pen sare di lui, che nel suo pensare ha l'uomo
tutto bene, e tutta felicitade, perciò ch'egli è cominciamento e ca gione di
tutto bene. lumpna uero contrarii beatitudinis
est opera secundum contrarium uirtutis; et optima operationum secundum uir
tutem est stabilissima earum in ani ma;et uita beatorum continua est
semperperactioneshonorabilesbonas; et uirtuosus perfectus absque ex tollentia
speculatur in rebus virtuali bus et substinet irruentia mala et tollerat ea
tollerantia decenti et non turbatur cor neque formidat ex ma. gnis
calamitatibus ex temporis malitia occurrentibus; nisi enim eas decenter
sustinuerit conturbabitur eius felicitas et inducentur super ipsum meror et
tristitiaque impedient secundum uir tutes operationes. Quedam autem actionum
malitie difficiles sunt ad sufferendum: sed quando acciderint homini et eas
sustinuerit,demonstrant eius magnanimitatem. Alie uero que. dam
facilepossuntsufferrietheecum inciderint homini et eas sustinuerit, non
demonstrant eius magnanimita tem; et mortuis ex bonitate actionum filiorum et
ex malitia ipsarum con tigit [modicum aliquid tante, in.
quam,quantitatis].transmittetfelices a sua felicitate ad infelicitatem; neque
infelices a sua infelicitate ad felicitatem. Bonum etfelicitasatque felices et
deus benedictus et excelsus digniora sunt et honoratiora quam ut lau dentur. Immo
conuenit quidem uene rari deum et ipsum singulariter m a gnificare et eius
intuitu felicitatem etfelicesetbonum,cum sintresdi. uine, et gratia quorum
omnia alia aguntur;et creditur de eo quod est Felicitade si è un atto il quale
procede da perfetta virtude dell'anima et non del corpo. Principium bonorum etipsorum causa, quod sit
res diuina. Felicitas est quidem actus anime procedens a uirtute perfecta,non
cor poris sed anime. Prima di passare al raffronto della parte finale nelle
diverse redazioni, non sarà inopportuno riprodurre ancora un brano, del
principio del secondo libro, che valga a confermare le diffe renze e le
relazioni da noi stabilite tra i due compendi, volgare e francese, e il testo
latino. Liber Ethicorum. Litresor, Virtus ergo duplex est – Grice: NONSENSE:
Virtue, like philosophy, is entire!--., Porceapert uidelicetintellectualiset
ilque.ij.manieressont moralis;intellectualis, devertuz: l'uneestde utsapientiætprudentia
l'entendementdel'home, etsimilia.Laudantese- ceestsapience, science nim hominem
ex parte Et uirtutum quidem tuel,nos disons:ce est uirium intellectualium eum appellamus.
intellectualium genera prisierdevertu intellec uns sages hom etsoutis; par
enseignement,et liumestperbonam et porcelicovientexpe honestam conuersatio-
rience et lonc tens. La nem;nequesuntinno- vertudemoraliténaist
bispernaturam.Res et croistparbonuset enimnaturalesnonegre. honeste;car ele
n'est diuntur a natura sua pas en nos par nature; perassuetudinem,utpe-
àcequechosenaturele tra,quæsempertendit ne puetestremuéede et sens; l'autre est
de sapientem eum dicimus autscientemaut(secun- choses semblables. Et
dumaliquidhuiusmodi); cepuetchascunsveoir sed ex parte moralium clerement; car
quant largumuelcastumuel un home humilem uel modestum mais quant nos le volons
tioetincrementumfit prisierdemoralité,nos inhomineperdoctrinam
etdisciplinam;ideoque chastesetlarges.X.La in eius acquisitione ex- vertu de
l'entendement perimentoindigetettem- estengendréeetescreue pore longo.
Generatio autem uirtutum mora en l'ome par doctrine et moralité,ce est chastée
et largesce, et autres disons:ceestunshom nos volons L'Etica.– Due sono le
virtudi; l'una si è dettaintellettuale,sicco me lasapienza e scienza e
prudenza; l'altra si chiama morale,sicome castitade e larghezza ed umiltade;
onde quando noi volemo lodare alcuno uomo divertudeintellet. tuale,diciamo:
questi è un saviouomo,intende vile e sottile; e quando noi volemo lodare un
altro uomo di virtude morale, cioè de costumi, si diciamo:questi è un uomo
umile e largo.- Concio siacosachesiano due vertudi,una intel lettuale e l'altra
morale, la intellettuale si si in genera e cresce per dottrina e insegnamento,e
la virtude morale si si in. genera e cresce per b u o na usanza;e questa ver
tude morale non è in noi per natura,percioc cbè natural cosa non si puote
mutare della sua disposizione per contra
riausanza.Verbigrazia: ad centrum naturaliter, lanaturadellapietrasi
etignisadcircumferen èl'andareingiuso,onde tia, numquam assue non la potrebbe
l'uomo receptionem, et perfi questevirtudinonsono tiunturinnobisexbona in noi
per natura,la po. A. amplio e chiarì meccanicamente l'esempio della pietra e
del faoco, valendosi del latino del Liber Ethicorum del commento tomistico:
puta lapis natura deorsum latus non autiqueassuescitsursumferri,
nequesideciesmilliesassuescat quis,eumsursumiaciens»;e sopratutto del Liber
minorum moralium: Lapis enim qui naturaliter deorsam descendit quamvis « quis
probiciat ipsum sursum uicibus innumerabilibus, quarum non comprehenditur
multitudo, «uolens per hoc assue facere ipsum mouerisursum, numquam
habebitpossibilitateminhoc.Et similiter ignis non est possibile at recipiat per
assuetudinem diuersum motionis suæ ». nos par usage; por quoijediqueces vertuz
ne sont pas dou tout en nos sanz nature ne dou tout selonc nature; mais li
commencemenz et la racine de recoivre ces vertuz sont en nos par nature,et le
lor c o m pliment est en nos par usage. Et toutes choses tanto gittare in suso, situm; neque aliarum
ch'ella imprendesse ad rerumullaassuescetop. Andareinalto ;elana-
positumnaturesue. turadelfuocosièd'an. Attamen cognationem dareinsuso,ondeno'l
aliquamhabetconsue. potrebbe l'uomo tanto tudo cum natura et co trarreingiuso,
ch'egli gnationemaliquamcum imparassedivenirein intellectu. Nonsuntita que in
nobis uirtutes niunacosanaturalepuo- morales naturaliter, ne tenaturalmente
farelo quepreternaturam; sed contrario della sua na- nati sumus ad earum giuso;
eduniversalmente tura. Mà avvenga che scunt huiusmodi oppo consuetudine. Item
omne puissanced'aprendrela tenziadiriceverleèin quodinnobisestnatura.
estennousparnature, noipernatura,elocom- literpreextititinnobis
etlicomplemenzesten pimentoèinnoiper potentialiter,deindeap usanza. Ondequestever.
paretactualiter.Ethoc tudinonsonoinnoi al manifestumestinsen
postuttopernatura;ma sibus. Sensus enim in laradicee'lcomincia.
nobisnonfiunteoquod mentodiriceverequeste uideamusuelaudiamus multociens,sed e
con trariofitinnobis.Ha bemus enim eos prius naturaliteretpostmo. vertudi si è
in noi per natura, e'lcompimento elaperfezionediqueste virtudisièinnoiper
usanza. Ognicosala dumexercitamurineis. sonordreparusage con traire.Raison
comment: la nature de la pierre est d'aler tozjors aval, ne nus ne la porrait
tant giteramont que ele seust sus aler; et la nature doufeuestd'aleramont, ne
nus ne leporroit tant avaler que il seust en aval metre la flamme. Et
generalment nul na tural chose ne puet par usage aprendre à faire lecontraire
de sa nature. Et jà soit ce que ceste vertuz ne soit en nous par nature, certes
la diusinterextremadicta, Et porunemeismechose et d'oïr, et par celui quella potenziao dee
ethocmodoestinom- pooirvoitetoit,etnus vede, enonvedel'uomo nibus
artificibus.Nam nevoitdevantqueilen prima eode, ch'egliab- hedificatores sumus
ex ait le pooir. Donques bialapotenziadelve- usuhedificandietcytha.
savonsnosquelipooir dereedell'udire. Dunque rediexusucytharizandi; est devant
le faire.Mais vedemo già che la po- ex bene quidem facere es choses de moralité
tenziavadinanziall'atto. hocbonisumusinbiis, estli contraires;car E nelle cose
morali è ex male autem mali. l'uevre et li faiz est de. tutto locontrario, chè
vant le pooir. Raison l'operazioneel'attova eadem fituirtusetcor-
comment:aucunshom dinanzi alla potenzia. rumpitur.....autem a la vertu de
justise, Verbigrazia: l'uomosi similiter sanitates. Et cor mentneleseustlimais.
rumpunturexpaucitate tresseiln'eneustovré fatteprimacase, edal-
etmultitudine,uttimi- autrefoiz. Autressi se trimenti non potrebbe ditas et
procacitas. Ti- vent aucun bien citoler peravereeglimoltevolte averequellaarte,
seegli midusenimfugitomnia, Exeisdemergoetper porce que il a devant hæ la
virtude che si actiones laudabiles cor- fait maintes cevres de
chiamagiustiziapera- rumpunturproptersu- jostise; etunsautresa vereegli
fattoinnanzi perfluitatemautdiminu- lavertudechastée, porce
molteoperazionidigiu. tionem, utexercitia su- que il a devant fait stizia, edhæl'uomola
per fluaaut diminutæt maintesoevresdecha virtudechesichiama
nutrimentisusceptiosu-stée.Toutautressiest castita deperavereope-
perfluaautdiminutafor- des choses de mestier rate dinanzi molte ope- m a m
sanitatis corrum- et de art.On scet faire razionidicastitade;e punt, equalitasautem
maisons,porcequeon cosiadivienedellecose ipsorumsanitatemfacit
enamaintesfaitespre artificiali, chè l'uomo et auget et conseruat. Et
mierement; car autre hal'artedifarelecase uirtutes morales porce que il en sont
non l'avessemoltevolte procax autem omnia in- molt usé. Et li hom est adoperata
dinanzi;esi. uadit. Fortitudo autem bons por bien faire,et migliantemente
l'arte qualeèinnoiperna- Virtutesautemacqui- qui sontennosparna tura, sièprimæpoi
rimusexfrequentatione turesontpremierement sivieneinatto,siccome
actuumhabitusinducen- enpooiretpuisen fait, avviene de sensi del- tes. Iusti
etenim sumus aussi comme li sens de l'uomo,chèprimaha exusuactuumiustitie,
l'ome;cartoutavanta l'uomo la potenzia dive. et casti similiter, scilicet li
hom pooir de veoir dere e d'udire, e per ex usu actuum castitatis, del ceterare
ha l'uomo inhisesthabitusme- mauvaispormal faire. et inest fortitudo ei qui scit fugere a
fugiendis et inuadere inuadenda, ethichabitusacquiritur Per una medesima
exconsuetudineuilipen cosasigeneranoinnoi di (sic) terribilia.Sicca
levirtudi,esicorrom ponosequellacosasifa indiversimodi;eadi viene della virtude
si comedellasanitade,che una medesima cosa in diversi modi fatta fa ella
sanitade e corrompela. Verbigrazia: la fatica s'ella è temperata si in. genera
sanitade nel corpo dell'uomo,e s'ella è più che non si con. viene o meno che
non si conviene,si corrompe lasanitade;esìadiviene della virtude che si cor
rompe per poco e per troppo, e conservase per tenere lo mezzo.Verbi. grazia:
paura e ardi mento corrompono la prodezzadell'uomo;per cio che l'uomo che ha
paura si fugge per tutte le cose, e l'uomo ch'è arditoassalisceognicosa e
credelasi menare fine; e nè l'uno nè l'al. tro non èprodezza;ma la prodezza si
è tenere lo mezzo intra l'ardi mentoelapaura;edee stitatishabitusacqui. ritur
ex consuetudine retrahendiseauolupta tibus,etsimiliterseha
betinceterishabitibus laudabilibus. per avere molte volte ceterato; e l'uomo è
buono per far bene,e lo rio per far male. naissent en nos et se cor rumpent les
vertus,se cele chose est menée en diverses manieres;tout autressi c o m m e la
santé; car travailleratempree. ment engendre santé au corsdel'ome;maistra
vailler o plus ou mains que mestiers n'est,cor ront la santé; mais meenneté la
garde et acroist: autressi est de vertu, car ele corront et gaste par po et par
trop,et si se conserve et maintient par la meenneté.Raison com ment: Paors et
harde corrumpent la proesce del' om e; c a r li hom qui a paor s'enfuit por
toutes choses, ne n'ose nule emprendre; et li hardis emprent à faire toutes
choses,et les cuide mener å fin. Et sachiez que l'une ne l'autre n'est pas
proesce: mais proesce est aler entre hardement et paor. Et doit li hom foïr les
choses qui sont à foïr, et envaïr les choses qui sont à envaïr. Et cist habiz
est aquis par usage de desprisier les terri bles choses,et habiz de chastée est
aquis par u a mens l'altre virtudi,siccome tu hai inteso della pro dezza; chè
tutte le virtù s'acquistanoesisalvano per tenere lo mezzo. Col raffronto del
devez entendre de toutes vertuz. brano finale mettiamo termine a questo
prospetto comparativo, che porta un contributo,non privo d'in teresse, alla
conoscenza della fortuna aristotelica, ed è d'impor tanza fondamentale per la
storia dei compendî neolatini del l'Elica nicomachea. che sono da fuggire. E sage de retenir soi
contre l'uomo fuggire le cose cosideiintenderein tutte ses covoitises.
Autressi Liber Ethicorum. Educatio
puerorum secundum no- Dee essere lo notricamento delli bilem legem necessaria
est ad indu- garzoni secondo la nobile legge, e cendumeispermodumcastitatiset
ausarliadoperazionidivirtù, ein non per modum continentie. Inde- questo dee
essere per modo di castità, lectabilisenimest apud plures homi. enon per modo
di continenzia, per. Numususuirtutum per modum con- ciocchèl'uso della CONTINENZA
TEMPERANZA non è tinentie.Nequeabstrahendæsteis dilettevolea molti uomini, enonsi
manus statim post pueritiam, sed dee ritrarre la mano di gastigare continuanda
est eis usque ad con il fanciullo via via dopo la fan sistentiam et robur
virilitatis. In ciullezza; anzi dee durare in fino al rectificando quosdam
sufficit redar- tempo, chel'uomo è compiuto. Sono gutioetcastigatio sermocinalis,
in uomini che si possono correggere aliisautem quibusdam uixsufficitas. per
parole e sono altri che non siduatio uerberum tam quam in bestia. si possono
correggere per parole, Neutrouerohorummodorumrecti- anziv'èmistieripena.
Esonoaltri ficabiles tollendi sunt de medio. No- che non si correggono in niuno
di bilisetstrenuusrectorciuitatisciues questiduemodi, equesticotali
nobilesefficit, etbonioperatoresha- sono datorredimezzo. Lonobilee'l
benteslegemetoperalegisexer- buonoreggitore dellacittafanobili
centesaduersantureisqui contraria cittadiniebuoni, li quali servan ola agunt,
etsibonaagant. Inpluribus leggeefannol'oper achecomanda ciuitatibus iam abiit
regimen uite la legge e sono avversari a coloro hominum ideoque dissolute
uiuunt che non osservano gli comandamenti et propriassectantur uoluptates.Et
dellalegge, avegnach'ellifacciano regimen quidem conuenientius est bene. In
molte citta di èitoviailreg. communis prouisio moderata,cuius gimento della
vita dellihuomini,però usum obseruare possible est et non che si vivono
dissolutamente ese summedificile: etquodcupitquili. guitanolelorovolontadi.
Lopiùcon betseruariinseetamicisetfiliiset venevolereggimentoche porresi
familia. Et precipueydoneusadtalis puotenellacittà, sièquellocheè
regiminisconstitutionemestillequi temperatoprovedimento, intalmodo sciuerit
quod dictum est in hoc libro. che si puoteosservareenonètroppo
Scietenimcanonesuniuersalesad grave; equelloloqualedesidera
particulariadistrahere. Communis l'uomo che si osservi insèenelli I codd. ce questicotalisono rei perchè
sonopartiti in tutto dal mezo, et « debbono essery odiati si come sono li lupi
et cacciati d'ongne buono luogo. Lo nobile etc. L'Etica d'Aristotile. Li
Tresors, Magliabech. Et li norrissemens des enfans doit I nodrimenti da
fanciulli debbono estrenoblesentelmanierequeil esserenobili, sichesiabeneapreso
soientaprisàfaireetàuserlesbones afareedausodibuoneopereper oevresparchastée
non mieparcon- chastitænomicapercontinuanza. tinance, carcontinancen'estmiecon-
Che continuanza nonemicha conue venablechoseasgens;etl'onne neuollecosaagienti;
el'uomo non doitpasostercestusagenecest deemichaleuare questausanzane
chastiementmaintenantqueilont questochastighamentoimmantenente enfance passée,
mais maintenir la ch'egliàla fanciullezasua, maman jusquesàtant quelidroizaagessoit
tenerla insinoa tanto che il diritto acompliz. Iliahomesquipueent estre governé
par chastiement de paroles, et autresiaquinepueent
mieestrechastiéparparoles,mais par menaces de torment; et autre home
sontquel'onnepuet chastier ne parl'unne parl'autre; ettelhome
doiventestrechastiésiqueilnede- mourentavecautresgens. Li chacciatisi ch'egli nodimorino
con noblesgouverneresdelacitéfaitles l'altrigienti. Quidicedelgouerna
citeiensnoblesetlesfaitbienoyrer mentodellacitta Ino.
etgarderlaloietcontresterasautres biligouernamentidellacitta defanno
quinelagardent, jàsoitcequeil icittadininobilieglifabene operare lefacentbien,
Maintescitez sontoù eguardarelalegieecontradirea ligouvernementdelaviedel'ome
quegliche nollaguardano,concio sontdestruit, etviventdissoluement,
siacosach'eglifaccianobene.Molte car chascuns va après sa volenté. città sono
oue il gouernatore della Liplus nobles governemensquisoit ụitadell'uomoè
distrutæuiuono enlaviedel'ome, età moinsde disolutamente, chè chattuno
poineetdetravail,estcilquel'on apressosuauolonta. Ilpiùconuene
consiredemaintenirsoietsamaisnie uolle comandamento egouernamento
etsesamis,etcilpuetconvenable- chesianellauita dell'uomo e apena
mentmaintenirgensquiaurala dipeneeditraualglioè quellache science de ce livre;
porce que il l'uomo considera di mantenere se e saurajoindrelesenseignemensuni.
suamasnadæsuoiamici; equeuli verselsaveclesparticulers; carci- puote
conueneuollementemantenere teiennecommuneest diversedela
gientecheàconsecolascienzadi particulere,aussicommeentozmes- questolibro;
peròch'eglisapragiun agiosiacompiuto. Esonohuomini
chepossonoesseregouernatipergha. stigamentodiparole,ealtrisonoche
nopossonoesseregastigatiperpa role, ma perminacieditormenti; e
altrisonochel'uomononpuotees seregastigati nè per l'unonè per l'altro; etallihuominidebbonoessere uæ A.
riduce molto sensibilmente il testo latino e ne sopprime a dirittura la fine. Forse
A. ritenne compiuto a quel punto trattato aristotelico della morale e credette
opportuno escludere le parole seguenti. Forse a lui medico e mæstro fa ombra
quell'accenno, in fine, all'arte della medicina. Probabilmente A. rappresenta
più da vicino il metodo pratico, e il libellus de servanda sanitate pnò darcene
fede. S'è cosi, A. non puo piacevolmente accogliere l'affermazione
aristotelica. Namque ciuilitas differta
particulari suoi figliuoli e negli amici suoi. E quem ad modum in medicina et ceteris
lo buono ponitore della legge si è potentiis operatiuis; inhacintentione
quegliloqualesale regole universali, nonmodicæstdifferentia. Inomnibus le quali
sono determinate in questo ergo huius necessaria cognitio uni. libro,et salle
coniungere alle cose uersalium simul et particularium. particulari le quali
vegnono altrui Experientia enim sola non est sufficiens in hiis, neque
scientiauniuer- saliuminipsissecuræstetcerta absque experimento. Multi ergo m e
dicorum sola freti experientia in se ipsis,quidem intendunt,bene uidentur
operari et in aliis non proficiunt quicquam,eo quod naturam ignorant. Considerandum
est itaque qualiter et per que erit quis peritus legislator. Erit autem hoc per
noticiam rerum ciuilium, que subiectum sunt huius potentie. Quemadmodum se
habet in ceteris artibus consimilibus huic, posse experientie in inuentione
legis non estmodicum.Quidam putauerunt quod hac ars et rethorica sint unum et
idem: in uno etiam putauerunt intralemani,peròcheabeneordi. esse uiliorem hanc
rethorica: et leue quid reputarunt scientiam condendi le. ges. Non estautem
sic;electionam que in arte qualibet actus nobilis est, et quidem per duo
est,siue per scien tiam et experientiam: et per scientiam quidem est actus
illius inventio et per experientiam est ipsius directio et certificatio. Et
universaliter connare le leggi si è mistieri ragionee sperienza. di uiuere coronpono ibuoni usi di tiers; carenchascunechoseconvient gniere
lo'nsigniamento uniuersale il conoistreles particuleresetlesuni. Chol
particullare; chèciertauitadi verseleschoses, porcequeseuleespe. comuneèdiuersadallaparticullare,
rience n'estmiesoffisansence; et savoir les universels choses n'est pas
altresicomeintutti mestieri, chèin ciascuna cosa conuiene conoscere li seure chose
sanz l'esperience; ainsi commenosveonsmaintmirequi par particullari e queste
uniuersali cose, peroche solla SPERANZA non èmica soficiente in cio; e sapere
l'uniuersali cosenon è mica sicuracosasanza seule experience sevent maint bien
faireenlormestieretenseignierne les porroientasautres, porcequeil
n'ontsciencedes universels. Donques l'esperienze; sìcomenoiueggiamo molti
mediciche per sola speranza seracilparfaizmaistresdelaloi
neseguemoltobenefareinsuome. quiseitlesparticulerschosespar stiere,
einsengniareno'lpotrebono experience et qui seit les choses agli altri, però
ch'elgli non áno universels. scienza de l'uniuersali cose. Dunque Home furent
qui cuidierent que sara quegli perfetto mæstro della rectoriqueetla science
demaistrie legie chefæle particullari cose deloifussentunemeismechose,et
persperienzæ che sa le coseuni penserentquecestesciencefustle- uersali. giere;
maislaveritén'estpasainsi, Huomini furono che credottono che porce que li
maistres de la loi doit lla retoriccha e la scienza di m o
estresemblablesàsesciteiens, et strarelegiefossonounacosa, epen
doitsavoircestart, etquilesaura sarono che questa scienza fossele
liseraprofitable, etautrementnon; giere; ma llaueritanonècosi,però
etseilcommencastà faireloisanz cheimastridellalegiedebbonoes cestescience,
ilneporroitdoitrement sere similgli antialoro cittadinie
conoistrenejugierlabontéde sana- ture, deacomplirladefautedesa science, mais
porcequenoscuidons consirertouteshumaineschosespar legiesanzaquestascienzæglinon
guise de philosophie, simetronstout potrebe dirittamentegiudicharenė avant
lesdizdesancienssages; et conosere di bontà di sua naturane
encepenseronsquelesdes ordenées conpieladifaltadisuascienza. Ma manieres de
vivre corrumpentles perochenoi abbiamo d'andarecon bons us des citez,
etliconvenable siderandotutteumanecose perguisa les redrescent,
etquiestl'achoison diphilosophia,simetonotut'auanti demaleviededanzlacitéetdela
i detti deli antichi sauieciòpen bone, et parquoilaloiest semblable
seremonoicheledisordinatemaniere as costumes. Debono saperequestaarte: chilese
guirrasaràprofitabileealtrimenti non.Es'eglicominciasonoafare ditio legum similatur potentiis ciui libus,
nec potest esse conditor legum qui non habuit scientiam istius artis. Qui uero
habuit eam proficiet per experientiam et qui non, non. Et cum
inceperintimponere legem absque habitu scientiali, non recte discernent. Neque
bene iudicabit, nisibonitaset excellentia multa nature suppleat de. fectum
scientie. At quantum cumque natura bene disposita sit, est tamen promtior et
expeditior est in uere iudi. cando,cum secum habuerit certudinem
artificialem.Quoniam itaque proponi mus speculari in rebus humanis modo
philosophico, substinemus primitus dictaantiquoruminhoc; deindeconsi derabimus
modos uiuendi,qui extant; qui ipsorum corruptiui sintconsortii ciuilis in
ciuitatibus quibusdam et rectificatiui in quibusdam, et qui corruptiui in omnibus
et qui rectifi. catiui in omnibus, et que est causa bonæ uite quarundam
ciuitatum et que causa quarundam habentium se e contrario, et quarum leges con
suetudinibus similantur. Incipiamus ergo et dicamus. cittadini,e le conueneuoli la dirizzano, e
chi è chagione di malla uita dentro alla città e della buona, e perché la legie
è sembiante a costumi. Da questo prospetto risulta chiaro quanto abbiamo prima
affermato, ed insieme con la questione dell'etica volgare è risoluta quella non
meno importante del volgarizzamento del Tresor e delle fonti di esso, che
Sundby con molto buona volontà ma con poca fortuna rintraccia nel latino
dell'altro Liber Ethicorum, del commento tomistico e nelle chiose d’AQUINO (si
veda). È naturale che il critico ha qualche volta gridato all'impossibilità di
trovare il passo corrispondente nell'originale, ch’egli rinvenne del resto
molto malconcio e scompigliato nel volgare di LATINI. Nè Sundby è il primo a
esser tratto in inganno circa le fonti del libro del Tresor. Già Mehus parla di
un'etica latina di cui si valse LATINI, compilata per incarico dell'imperatore
Federico I a Napoli, e di una traduzione in latino del Liber magnorum
Ethicorum, fatta sotto gl’auspici di Manfredi da mæstro Bartolomeo di Messina. Mehus
è senza dubbio fuor di strada. Giacchè quest'ultima opera rimane estranea alla
tradizione dell'Etica nostra, nè di quella prima imperiale versione
d'Aristotile pare che non sia lecito dubitare. De'rifacimenti latini dell'Etica
aristotelica dirò compiutamente in un prossimo lavoro; giacchè non è più
possibile star paghi alle vecchie notizie,e d'altra parte le buone ricerche del
Jourdain non sono affatto compiute e i risultati da lui ottenuti non sono più
in buona parte sostenibili. Della Nicomachea si conoscono cinque redazioni
latine nel 1300; delle quali tre derivano direttamente dal greco: l'Ethica
uetus che comprende solo il secondo e il terzo libro,l'Ethica noua che contiene
il primo libro, e il Liber Elhicorum che abbraccia tutti i libri e al posto dei
primi tre inserisce con frequenti ritocchi e modificazioni il testo dell'Ethica
noua e dell'Ethicauetus. Il Liber Ethicorum, che fu commentato d’AQUINO
(vedasi), ebbe larghissima diffusione,come pare anche dal numero e dalla
importanza de'mss. che lo contengono, insieme col commento tomistico servi di
testo fondamentale per l'instituto filosofico etico del tempo. Per il tramite
arabo ci son pervenuti due rifacimenti latini della Nicomachea,d'indole ben
diversa: il Liber Ethicorum, volgarizzato d’A., che SERVE DI FONTE al Tresor, e
il Liber Minorum Moralium o liber Nickomachiæ, tradotto dall'arabo in latino
per opera di Ermanno il Tedesco (Herman nus Alemannus). È questa la parafrasi
dell'Etica fatta da Averroè; il rifacitore non volle solo tradurre l'opera m a
intese altresi chiarirla e spiegarla,accrescendone e sviluppandone idati
dimostrativi che nel testo sono ridotti a'risultati de'processi lo
gici.Aristotile parve un po'contratto;l'arabo ne distese imuscoli Fin ora ho
potuto esaminare ventidue mss.,di cui quattro del sec.XIII
(Laurenzian.89,sup.44;XIII Sin.1;79,13; XIII Sin, diciassettedelse colo
(Ambrosian. F. 141 sup.; A. inf.,di mano di Boccaccio; Laurenz. XII Sin.7; XII
Sin.9; Nazion.Napoli,VIII G. 11;G. 25; G.27: Riccard. III;Marciana (mss.lat.) cl.VI,39,
41,43,44,122;Uni vers.Padova; Antoniana; Capit. Padova G. 54; e uno del sec.XV:Ambros.R.
50. sup.). Laurenz. , sup. Trova si pure
impresso in tutte le edizioni di Aristotele con il commentario di Averroès
(Venezia, Andrea d'Asolo; Giunta). Laurenz. X I I I, Sin. 1 2; V I I I,
Dext. 6. (3) Ashburnham.e ne arrotondo icontorni, stemperandone la fibra.
Aristotile, ada giatosi nella mollezza araba un po' adiposa, si presento all'in
telligenza un po'incerta, bambina alquanto e stentata,delle nuove genti latine
che con più agevolezza poterono,cosi in veste più larga,contemplarlo e
comprenderlo; e l'opera aristotelica, accresciuta di quel po' di cemento della
parafrasi araba che riempiva gl'interstizî apparenti della sua costruzione
ideale,poté intendersi e premere sulle coscienze senza l'aiuto di un com
mentario apposito che dissolvendone l'unità finale ne facesse a p parire gli
elementi semplici di formazione. Cod.Ashburnhamiano955[=
1]membr.sec.XIV,conlaprimapagina miniata.Tit.: L'Etica del sommo phylosofo
Aristotile; la soscrizione finale si legge difficilmente; pare: Explicit liber
Ethicorum Aristotelis phylo. sophj in uulgari idioma scriptus: di cc. scr. 48,
le cui ultime presentano molte abrasioni. Cod.Magliabechiano 12.8.57
[52]membr.sec.XIV;titolieiniziali color.,di cc.scr.26. Com. Prolago sopra
l'etichadel sommo phylosofo Aristotile; in fine: Explicit liber ethicorum
Aristotilis. deo gratias. In fondo è ilnome del trascrittore «Sander me
scrissit». Cod.MagliabechianoA.2.3.2[= 3]membr.sec.XIV;titolieiniziali in
rosso,di cc.scr.22. Com.: Prolago sopra l'etica d'Aristotile; in fine: Qui
finisce il libro dell'Etica del sommo filosafoAristotile il quale tratta delle
uertudi che ssi conuegnono auere a cchostumi ed a buona vita delli huomini. In
fondo « Giouanni di Lapo Arnolfi lo fece scriuere. Compiesi di < scriuere m
»; più sotto è indicato iltrascrittore«Sanderme scrissit»:è
lostessodelcod.precedente. MARCHESI. Cod.Magliabechiano 2.4.274[=
4) membr.sec.XIVexc.dicc.scr.44, miscell., contiene il Trattato sulle avversità
della fortuna (c.1-16'). L'Etica com.: Incipit Ethica Aristotilis translata in
uulgari a magistro A. florentino; infine: Explicitethica Aristotilistraslatatape
rmæstro A. deo grazias. A c.1a « Qui cominciano le robriche di tutto il libro
dell'eticha « d'Aristotile traslatata per lo mæstro A. ». Cod.Marciano
(mss.ital.)II,3 [= M]membr.sec.XIV,225 X 164,di cc.46 non
numerate;anepigr.Precede il trattato «de la doctrina di tacere «etdi
parlare»diAlbertano da Brescia;finisceac.11a:Quifiniscee libro de la doctrina
di tacere et di parlare el quale fece messere Alber tano giudice da brescia
nell'anno domini Millesimo CCXL V del mese di dicembre Deogratias Amen.Dopo un
foglio vuoto,ac.13a seguono alcune « Sententie Tulij et Senece et aliqua dicta
Aristotilis », che vanno sino a c.18a. L'Eticii,anepigrafa,vadac.18'ac.46t;iltestoèmolto
guasto e scorretto,senza alcuna divisione in libri; in fine: Finitus est liber
deo gratiasAmen. Cod.Palatino634[=5] membr.sec.XIV;rubricheeinizialicolorate:
di cc. scr.27, più una bianca. Tit.: Incomincia l'eticha d'Aristotile in uol.
gare; in fine: Explicit ethica Aristotilis translata a mgio iohe min. deo
gratias. Cod.Riccardiano 1538 [= 6;vecch.segn.S.III.47]membr.sec.XIV
inc.,miscell.,con belle iniziali colorate e rabescate e numerose vignette
intercalate nel testo,di cc. scr.231. Tit.: Incipit etthica Aristotalis. Segue
all'Etica il trattato delle quattro Virtù, il Segreto de Segreti e da l t r e
scrittur e sacre e profane;il cod.,come sivede dalla soscrizione
finale,appartenne a un Bertus de Blanchis che ne fu forse anche il
trascrittore. Cod.Riccardiano 1651 [= 7;vecch.segn.N. IV.27]membr.sec.XIV,
coniniziali colorateer abescate, dicc.scr.50.Tit.:Prolagosopra l'ethica
d'Aristotile;infine:explicitliberEthicorum Aristotelis. Contiene in oltre:
Egidio Romano, la esposizione della Canzone di Cavalcanti. Cod. Laurenziano Sup.110[=
a]membr.sec.XV, dicc.42.Nella 66 C. MARCHESI Cod. Riccardiano membr. sec.
XIV, miscell.; presenta t r a c c e di quattro mani diverse;la più antica
riempi ifogli dell'Etica (da c.5a a c. 3 0 ). Com.: Qui comincia l'etica
d'Aristotile. Cod. Ambrosiano C.21.inf. membr.del sec.XV, dicc.58,con la prima
pagina fregiata e miniata, con lo stemma del possessore e il ri tratto del
filosofo; le iniziali di ogni libro colorate e fregiate. Com.: La Prefatione di
'l primo libro di l'Ethica de Aristotele ad Nicomacho suo figliuolo; nessuna
soscrizione finale. prima pagina è lo stemma del possessore con la
indicazione « Jacopo di « piero benciuenni ciptadino florentino spetiale a pie'del
Ponte Vecchio 1488 ». Tit.:Prolago sopral'eticadelsommo phylosofo Aristotile;infondoporta
la data della trascrizione: 1451. Cod. Laurenziano [= r] cartac. sec. X V, di
cc. 118. Precede a p. 1 « Insegnamento delle uirtudi e mortificamento de'uitii
secondo Aristotile e detti e autorità notabili di Santi et di molti saui et
filosafi et poeti » cioè, il VII libro del Tesoro. L'Etica cominciaac. Qui comincia
l'etica d'Aristotile; in fine: Explicit l'etica d'Aristotile. Cod. Magliabechiano2.4.106[=
m]cartac.sec.XV,dicc.77,miscell.; contiene volgarizzamenti di opere sacre.L'Etica(c.54-72t)com.:
Qui co mincia un'opera facta per lo grande sapiente Aristotile detta l'Eticha;
in fine: Finita l'eticha d'Aristotile translatata per mæstro A..deo gracias.Sottoèl'indicazionedell'anno
Scrittadigennaio1459». Cod.Magliabechiano2.2.72[=
p]cartac.sec.XV,miscell.:contiene la dottrina del parlare (estratta dalla P.I,cap.13del
Tesoro), il Segreto de Segreti, il volgarizz. da Vegezio Flavio,un libro delle Aringherie
etc. Si trova unito a questo un codicetto dello stesso formato, di cc. 18,
conte nente una piccola storia o diario della città di Firenze. L’Etica va da c.
5 4 a c. 3 6 ', a n epigr. In fine: Compiuta è l'Etica d'Aristotile translatata
in uolgare da mæstro A.. Cod. Magliabechiano21.9.90(= r]cartac.sec.XV
exc.miscell.Con tiene una parte del trattato del Governo della famiglia di ALBERTI
(vedasi) e dell'Etica solo il libro ottavo e nono; vede bene che il
trascrittore ha volutoestrarrelaparte riguardantel'Amicizia;ambedue
ilibrisondivisi in capitoletti. A c. 6 1 è l a soscrizione del copista Strozzi
», eladata:. Codice Marciano (mss.ital.) I,134(= N) membr.sec.XV,205X 138,
cc.64 non numerate,con le iniziali dei libri miniate e dorate. Com.: Incipit
proemium transductoris huiusoperisuulgaris; iltestocom.ac.21:Libri Ethicorum
siue Moralium Aristotelis qui sunt X in multa capitula diuisi, quia generaliterdemoribussehabet.
Nam inprimo librodeterminat de felicitate morali et eius partibus. Segue un
semplicissimo ristretto volgare degli Economici,indue libri:Incipiunt libri
Ichonomicorum Ari. stotilis duo diuisi in aliqua capitula pertinentis ad
gubernationem familie. Nam in primo libro determinat de partibus Iconomiceetde coniugatione
mulieris et uiri, quæ dicitur nuptialis,de coniugatione parentum ad filios quæ
dicitur paterna,et dominorum ad seruos quæ dicitur dispotica. « La scientia di
regiere la casa ha nome Iconomicha et è differente da la scientia di
reggiere la cipta la quale ha nome polliticha. Non solamente « perchè una cio e
la Iconomica considera el regimento de la casa et la « politica el regimento de
la cipta,ma etiandio perché in reggiere la casa «nondieesseresenonuno.».A c.61asegueun
Extractum Aristotelis de libro Secreta Secretorum de arte cognoscendi
qualitates hominum ad Alexandrum regem. In ultimo è questa soscrizione: « Ex
Venetiis primo finis». Codice Marciano (mss.ital.) (= V]cartac.sec.XV
inc.,272X200, di cc.48 non numerate,con la iniziale miniata e il titolo
rubricato: Hetica d'Aristotile; finisce a c.38 ': Qui finisce il libro detto
Ethyca d'Aristotile. Composto per lo nobile phylosapho Aristotile greco
Atheniense scritto e compiuto. Nellestinche di firençe nel malleuato di sotto.
Seguono due carte bianche, e a c. 41 il libro di sentenze, che si legge pure
nel Marciano II, 3. Cod. Mediceo-Palatino membr.sec.XV,di cc.scr.54, più
quattro vuote:ititolidei libri e dei capitolicolorati;scrittomolto nitida
mente.Per incuriadichirilegòne'due primi quaderni è un'inversione cui pone
riparo la opportuna numerazione delle pagine.C o m.: Incipit Ethyca Ari. Stotilistranslatainuulgariamagistro
A. florentno; infine:Explicit Ethica Aristotilis traslatata per magistro A..Deo
gratias Amen. Cod.Palatino cartac.sec.XV, dicc.44,miscell.;contiene il libro di
ammæstramenti,sentenze,il libro di Catone,il trattato delle quattro virtù, e
altri volgarizzamenti di carattere morale. L'Etica com.: Questa si è l'etica
d'Aristotile; in fine: Explicit etica Aristotilis translata a magistro A..
Cod.Palatino510[= d]cartac.sec.XV inc.,dicc.111,miscell.;con. tiene
volgarizzamenti da BOEZIO (vedasi), CICERONE (vedasi), etc. L'Etica com.: Qui
chominciano i fioretti dell'etica d'Aristotile; in fine: Finiti i fioretti
dell'etica deo gratias. Cod. Palatino
cart a c. sec. X V, dicc. 4 5: iniziali colorate e fregiate. Inc. Qui
chomincia il proemio sopra l'ettichia di Aristotile Pren. cipe di filosafi; in
fine: Finito e libro chiamato l'eticha d'Aristotile a di X X V d'ottobre mille
quatrociento quarantacinque per le mani di filippo Adimari da firenze a uso e
stanza di se e di suoi amici deo gratias. Cod.Riccardiano1084 [= c]cartac.sec.XV,dicc.49;inizialieru
briche colorate. Inc. Comincia il prolago del libro della hetica d'Aristotile;
in fine « deo gratias amen ». Cod.Riccardiano cartac. sec.XV, dicc.248,miscell.;con
tiene scritture sacre.L'Etica va da c.49a a c.702. Com.: Prolagho
sopra l'eticha del somo filosafo Aristotile; in fine: Finiscie l'eticha
del sommo filosafo Aristotile deo grazias. Cod.Riccardiano 2323 sec. XV,di
cc.51; rubriche e iniziali grandi colorate.Precede la Introduzione al dittare
di «mæstro Giouanni « bonandree da Bologna », con questa ottava al principio «
Di Bologna natio «questoautore|nellacittastudiandodou'ènato conallegrezzæmæstral
«amore di giouani scolar questo trattato brieuementecomposeilcui ti «nore
conciedeachi l'aurabeni studiato sopra quelche la epistola a di. manda et
sofficientemente in lei si spanda ». L'Etica è compresa da c.20 ac.51;infine: Explicit
Eth. Ar.traslatataamagistro A.inuulgare. Scribere qui nescit nullum putat esse
laborem. Cod.Riccardiano1610[= h]cartac. sec.XV, dicc.26, miscell.;contiene il
trattato delle quattro virtù.Com.: Incipit liber Ethicorum Aristotilis;
infine:ExplicitliberEthicorum Aristotilis.Ilcopistafu«lulianusAndree a de
Empoli che lo scrisse « per sè e per i suoi consanguinei ». Cod.Riccardiano cartac.sec.XV,dicc.69:inizialierubriche
colorate,con frequenti macchie d'acqua nel margine.Contiene il Segreto de
Segreti(1"-44a)el'Etica (441-68a); com.: Fioretti dell'eticha d'Aristotile
del primo libro; in finc: Qui finiscie el libro dodecimo ed ultimo delle ticha composto
perlonobile filosofo etsommo Aristotile.Amen. Cod. Ambrosiano J. 166 inf.
Cartac., trascriz. rec. Il codice consta di più parti cucite insieme. L'ultimo
quaderno contiene l’Etica, il Segreto,e il volgarizzamento dell'orazione pro
Marcello. La trascrizione è fatta con molta probabilità su di un codice antico,
fedelmente. L'Etica è anepigrafa; in fine: Explicit Eth. Ar.Manca ogni
divisione della materia. Cod.Erbitense [Biblioteca Comunale di
Nicosia].Cartac.,trascriz.rec. Contiene il volgarizzam. toscano del de Amicitia
e il compendio dell'Etica, che manca del primo libro. Cod.Napolitano
Nasion.XII.E: Copia recente d'un ms. quattrocentino posseduto dalla biblioteca
di casa Bentivoglio. Contiene il trattato della fisimomia (sic), ch'è aggiunto
in fine come tredicesimo libro dell'Etica.Inc.: Dell'Eticha del sommo filosofo
AristotilelibriXIII;in fine: Qui son finiti i dodici libri dell'eticha del
sommo Aristotile. Cod.Ambrosiano G. Sup.(=
Amb.)membr.sec.XIV,aduecolonne, con rubriche fregiate e colorate; di cc. scr. 121.
L'Etica va da c.56a « In « cipit libro d'eticha Aristotile » a c.73a « Expicit
libro d'eticha Aristotile. « Incipit libro costumantie. L'ultimo capitolo con cui
si chiude il codice è: Come ilsignoredeestarearendereragione. Finisce (c.121a) «eprenderai
« commiato dal consellio e dal comune de la citta e te ne anderai a gloria dea
honore. Finiscelo libro di mæstro Brunecto Latini da Fiorenza». Cod. Ashburnhamiano
540 (= a)cartac.sec.XIV;anepigr.e mutilo, dicc. 138. L'Etica finisceac.73t: Explicitelica
Aristotilisa Magistro A. in uulgare traslata. Il resto del Tesoro si arresta a
cc.88 (lib.VII, cap.27]; a c.90 è un capitolo in terza rima di Dante: lo
scrissi già d'amor pii uolte in rime,con una notizia sull'occasione ch'ebbe il
poeta di scriver quella poesia;a c.94 è una legienda chome tre monaci andarono
nel paradiso di lutiano. il qual e in terra... Seguono altri scritti,tra cui un
framm. del Fiore di filosofi. Cod.Gaddiano cartac. sec.XIV,acef.e mut.; ilprimo
foglio è aggiunto di mano diJacopo Gaddi, dicc.147, sciupatodall'acqua. Ilcodice
si chiude con l'Etica,ed ha questa soscrizione: Finito el libro fatto e chon
pulato per Latini. Il cod.come si vede da un'indicazione sulla
guardia,apparteneva a'figliuoli di « Giouanni di ser Andrea di Michele « Benci
lanaiolo cittadino fiorentino ». Cod.Laurenziano42.23(= ) membr.sec.XIV,contitoliinrossoe
le iniziali colorate, e il ritratto del mæstro, in principio, dipinto nell'atto
che insegna; di cc. 142. Il testo è diviso in tre parti: dopo la prima è un
indice della materia precedente; un altro indice di tutta la rimanente m a
teria trovasi alla fine del codice. L'Etica va da c. 59! « Cominciamento del «
segondo libro del Tesoro lo quale e appella l'eticha che compuose Ari « slotile
» a c.774 « Explicit hetica Aristotilis a magistro A. in uol. «gare
traslectata». Infinedelcod.: «Explicitlibroloqualefuecomposto per lo mæstro
Brunetto Latino di fiorenza et poi traslectato di fran ciescho in latino (Bondi
pisano mi scrisse dio lo benedisse. Testario sopra nome, dio lo caui di gienoua
di prigione. et a llui et a li autri che ui sono e da dio abiano
benizione.Amen amen). La soscrizione è di mano dello stesso copista.
Cod.Laurenziano 90 Inf.46 (= d)cartac.sec.XIV exc.,aduecolonne; titoli in rosso
e iniziali colorate; di cc. L'Etica va da c. 74+ (Qui co. mincia l'ectica
d'Aristotile et est la segonda parte del Tesoro) a c. 100a (Explicit l'etica
Aristotile in questo tanto che io noe trouata).In fine del codice: Qui fenisce
lo sourano libro-Explicit lo libro del Tresoro. Cod. Magliabechiano 2. 8. 36
(vecch. segn. 25. 258] secc. XIII-XIV: acefalo e mutilo di cc.91. Comincia al
lib.II, P. I,cap.19 efinisceal lib.III,P.II,cap.21. L'Etica finisceac.19a,senza
alcuna soscrizione. Tra il compimento della prima parte e il principio della
seconda (cc.44-75)sono della stessa mano alcune tavole planetarie e
astrologiche, tavole ad lunam et ad Pascham inveniandas etc. Proven.Strozzi.
Cod.Palatino cartac. sec.XIVexc.,dicc.214; miscell.Con tiene,oltre il
Tesoro,ilLibro di amæstramenti di costumi,le cinque chiari della
sapienza,iltrattatodelle quattro Virtù morali,lo libro di Chato. L'Etica va da
c.87+ Qui chominciano le robriche del secondo libro del Tesoro, cioèd'eticha d'Aristotile-
epoi: Quisi chomincialo secondo libro del Tesoro e primamente dell'ecitta
d'Aristotile) a c.115a [Explicit Etica Aristotilis a Magistro Tadeo in vulgari
traslatta ta deo grazias. Finisce il Tesoro a c.175a.Al recto dell'ultima
carta,dimano di poco po. steriore, si legge « Questo libro è di Giuliano di
Giouanni Quaratesi: chi llo « achatta, piaccagli renderlo per l'amore di dio, e
dalle lucerne e da' fan «ciullilorighuardi».Com.iltestodel Tesoro: «Questo è lo
librochessi «chiama Texoro loqualeèchauato dalla bibbiæde'libridifilosofi a che
ssono stati per li tempi ». Cod.Riccardiano 2221 (= 2)membr.sec.XIV,di cc.127;
iniziali co lorateefregiate. L'Eticavadac. 58'«Incipit libbro elichaAristotile»
a c.75'«Expicit libbrod'etichaAristotile».A c.1224: Qui finiscielo libro di
mastro bruneto Latini da fiorensa. Si nota una grande confusione nella
distribuzione della materia dell'Etica,prodotta dallo spostamento di varie
parti. Cod.Laurenziano 42. 19 (= P) membr.sec.XIV, a due
colonne,con molte miniature e iniziali colorate; di cc.93. L`Etica va da c.40a
« Qui « comincia la seconda parte del Tesoro di Burnetto Latino el quale libro
e si chiama la ethica d'Aristotile » a c. 51a « Qui finisce l'Eticha d'Ari a
stotile ». = u. membr. Cod.Casanatense1911(=
)cart.sec.XV,dicc.130;anepigr.mutilo. L'Etica va da c.33* Qui chomincia il
nobile libro che fecie il sauio Ari.
stotilefilosafocioèl'Eticasua)ac.45 (fincieillibrodel'etica). Inun'av.
vertenza apposta al codice stesso è notata la mancanza della parteche ri guarda
la Politica (lib.IX); vi si trova la teologia,divisa in due parti; com.: Voiuoresti
ch'ioviconfortassi l'animeuostremaio dubito fare ilchontrario.;(in questo
trattato si parla di dio,angeli,sacramenti, del l'anima).Nel fl.r.membr.della
guardia è un indice della materia che giunge sino alla natura del delfino (V
libro). Cod.Magliabechiano2.2.82(= n)cartac.sec.XV,dicc.111,mutilo; siarresta
al principio dell'Elica (cap.1): sièinutileinquestascienza. Inc.: Qui comincia
lo libro il quale fece ser Benedecto (sic) Latini di firense e parla della
nascienza di tutte le chose e æ nome il Tesoro. L'Etica ha questo tit.: Qui
comincia il sechondo libro del Tesoro facto per ser Brunetto latini di firenze
il quale parla dell'ethica di Aristotile. Si trovano in questo codice altri
volgarizzamenti da Seneca, Boezio, G e ronimo etc. Cod.Magliabechiano2.2.48(=
v)cartac. sec.XV,dicc.153,mutilo; e x p l. « Q u i d i c i e della Branchacio e
d i c h oncrusione ». I n c.: In comincia il Tesoro di Latini da Firenze
conpilato in francescho. L'Etica va da c.60a [Qui parlla il mæstro della
beatitudine.coe.parlla Aristotile sopra l'eticha] a c.81* [Qui finisce il
secondo libro di questo trattato di ser Brunetto Latini oue brieuemente a
trattato della beatitudine e delle uirttu sopra l’etica d’Arisstotile. Al mar g.
i n f. della prima pagina si legge il nome di un possessore: Concini. I CODICI
MUTILI DEL TESORO. Cod.Leopold.Gaddiano IV (= 0) membr.sec.XIV,a due
colonne,con la iniziale dorata e dentro essa l'effigie dell'autore; di cc.40.
Inc.: Qui in. chomincia el Tesoro di ser burnetto Latino di firenze. E parla
del na. scimento e de la natura di tutte le cose. Si arresta alle parole «
allora «uegnonolichacciatoriefanno»,cioè al penultimo capitolodellaprima parte
(de unicorno).Sul foglio di custodia in fine si legge il nome del possessore «
Liber mei Angeli Zenobii de gaddis de florentia ». Cod.Leopold. Gaddiano 26 (=
T)cartac.sec.XIV,a due colonne,di cc.88. Inc.: Questo libro si chiama il Tesoro
maggiore il quale fece mæstro brunetto Latini di firenze, e tratta della bibia
e di filosofia e delle uecchie istorie ad amæstramento di choloro che
leggierano.Contiene tutta la prima parte e il prologo della seconda (c. 85): «
E poi uerra il prolagho apresso a questo dicha de l'eticha del grande sauio
Aristotole ». Cod.Laurenziano 42. 22 (= E)cartac.sec.XIV,di cc.165;titoli in
rosso e iniziali colorate, con l'effigie dell'autore in principio; mutilo.
Inc.: In nomine Domini Amen. Qui comincia lo libro del Thesoro maggiore, lo
quale libro fece mæstro brunetto Latino di fiorenza. Questo primo libro fauella
del nascimento di tutte le cose di filosophia et di sue parti. Prologue de la
natura di tutte cose. Si arresta alla prima parte: « per « ragunare la secunda
parte di questo thesoro che dia essere da pietre pre «tiosecioecharbonchi
perlle diamanti».La lezione di questocodice in moltissimi punti si allontana da
quella comune delle stampe e dei codici, non solo per diversità di espressioni,ma
anche per copia e qualità di notizie. Cod.Laurenziano 42. 20 (=
B)membr.sec.XIV,a due colonne,col ri. tratto dell'autore in principio; titoli
in rosso e iniziali colorate, di cc. 112. Inc. « Questo libro e chiamato il
tesoro magiore il quale fece ser burnetto. « Latini di firenze il quale tratta
de la bibbia et di filosofia et del cho « minciamento del mondo e de
l'antichita de le uecchie istorie et de le a nature di tutte chose insomma ad
amæstramento e dottrina di molti. «Ed erechato di francescho in uolgare
apertamente».Comprende la prima parte e il prologo della seconda: Qui parla
alquanto d'eticha d'A ristotile.A c.112a è un elenco de're di Francia.
Cod.Laurensinno 42. 21 (= p) cartac.sec.XV,di cc.70. Inc.: Qui comincia il
libro del Tesoro il qual fe ser brunetto da fiorença e parla del nascimento di
tutte le cose.Contiene fino a tutto il libro V. Molte varianti.
Cod.Magliabech.VIII.1375 (= U) membr. sec.XIV. Anepigr.,acef., matilo, dicc.32,aduecolonne,con
le iniziali colorate.Proven.Strozzi.ediz.. Romagn., Bologna)ne «elliuengnano. Etperciononæinloropuntodifermeçça
ketuttecose ve tutte creature si muouono e si mutano in alimento percio dico
ken « questi tre tempi cioe li passati e li presenti e quelli ke sono a uenire
non a sono niente se del pensiero noe a chuelli souiene de le cose passate e in
« guarda la presente ed atente quelle ke deono uenire » etc.... sino a c. 41
(p. 94, ed. cit.) « e la reina non uolse aconsentire al matrimonio anzi la «
uolea donare ». Da questo punto ch'è evidentemente interrotto, per man. canza
di nesso con la pagina seguente,la distribuzione e l'entità della m a teria
sembra in gran parte diversa dalla comune del Tesoro. Riferiamo talune rubriche:
a c. 5a il cod. seguita « dira qui apresso Lamet frate di Comelore
Manfredi prega il ppche li concedess e il ren gno etc. etc. Seguita quindi a
dire di Manfredi e della battaglia di Benevento e di Carlo d'Angiò e di Gianni
da Procida e de'Vespri,lungamente.Vengono appresso altre narrazioni « Come si
lamenta il conte Giordano Cod.Palatino 483 (= Q)cartac.sec.XV,dicc.65.
Inc.:Quichomincia lo libro il quale fecie ser Benedetto Latini di firenze e
parlla della n a scienza di tutte le chose e a'l nome il Tesoro. Comprende la
prima parte e il prologo della seconda. Ne resta esclusa dunque l'Etica e il
resto del Tesoro. Insieme con questo codice si trova legato un altro, di mano
diversa, contenente iframmenti del Buouo d'Antona,in ga rima.
Cod.Riccardiano2196(= w)membr.sec.XV,aduecolonne,dicc.67. Si ferma al punto ove
parla del « modo di trovare l'acqua e delle cisterne » È da notare che ci
troviamo di fronte a una lezione ben diversa dalla più comune. CONCETTO
MARCHESI. «Giosepoe figliuolo diJacobetc.... Come sicominciai agioaltempo
«diSaulediJerusalem– Loquintoagiosicominciaquandoigiudei «eranoinpregione
Danielf.gesseediSaul ·delgloriosoreSalomone «profetta de elias
deloredugidiTebas– dieliseusprofete. de « isaie profette de germie profette
etc. etc. ». A c. 9 abbiamo un cata logo di pontefici: segue la storia della
chiesa di Roma e di Costantino. Poi « Come franceschi perdero lo 'perio di lo
re imperadore di Roma « primo taliano di beringhieri come perdeo la sengnoria e
uenne amao «dotto di Sasogna Reame della mangna Arigho della mangna
«Comeloredifranciafusconfitto Comelo'peradorepreseliparlati «difrancia Come la chiesa
uacantidi buoni pastoritradivalo'peradore tinuamente la natura lauora in tutte
cose seguono figure astrono miche,della luna,del mappamondo. Finisce a c.32. «
Dell'altra citta di uerso nasce lo fiume di rodano e uassene dall'altra parte
uerso borghon « Francia diuide in « gnia e per proenza molto correndo e anzi
che lli sia a mare si «duepartiellamaggioreparteentrainmare
presoadArlil'altrobraccio.». Qui si arresta il codice. Come con KLII, A. FLORENTINUS.
qua fortuna. Sunt quivelint ex humili prorsus loco, et infima populi fæce.Sed
contra aliisvidetur editus exAiderotta gente,non patricia illa et primaria;duplex
enim fuit;sed altera,minus quidem nobili,fedhonefta et liberali. A. certe
patrem habuit, et ex gente A. di ctus est a Scriptoribus. Fuere A. fratres
Simon et Bonaguida, homines obfcuri, quorum vix nomen ad nos pervenit. Ac A.
quoque ip sum narrant non minimam ætatis partem non folum inglorie, sed
ignominiose etiam transegisse. Adeo enim ftupidum a natura fuiffe tradunt,ut
totis triginta annis n e c literas didicerit, nec honetto ulli artificio aprus
fit visus. Itaque v i ctitasse ajunt sordido et illiberali quæftu, occupatum
præ foribus sacelli S. Mi. chælis in Horto vendendis minutis candelis, quas ibi
religionis causa accendi mos erat. Sed exactis triginta ætatis annis, quafi ex
veteri somno experre ctum, et dissipata cerebri caligine, incredibili ardore
excitatum ad literas, quarum discendarum ftudio Bononiam, adhuc rudem, et vix
in Grammatica eruditum convolasse ajunt. Sed hæc, quæ de A. memoriæ tradidit
Philip pus Villanius, quamquam et Florentinus, et non indiligens scriptor, et ad
m o d u m antiquus, aliquis in dubium revocat, quod fabulis fimilia videan. tur;
qua de re integrum erit unicuique judicium. IÌ. C u m igitur Bononiam venisset,
ut optimarum artium ftudiis animum excoleret, in quo omnes consentiunt, FILOSOFIA
totum, ac Medicinæ le de dit. Incidit A. adventus ad fcholas noftras in illud
tempus, cum Medica facultas, quæ antea ufu fere et exercitatione peritorum tota
continebatur, a FILOSOFI tractata, nova luce donari cæperat; fi tamen vetus
illa Arabum Philosophia, quæ tunc scholas invaserat,n o n ubique tenebras et caliginem
offundere poterat. Sed ita persuasum erat hominibus, atque hæc potislima A.
laus fuit, quod primus ex noftris Medicinam cum Philofophia arctissi m o fædere
conjunxisse visus sit. Tentaverant id quidem ante A. alii, (h) et erantin
Academia noitra ante illum Phyficæ, five,ut dicere ama bant, Phyficalis
ientiædoctores,& professores, quifacem A. ipfiprætu. lerant; nec dubito,
quin eorum aliquem in scholis noftris audierit. Sed ille unus plus operæ
contulit inftaurandis Medicina ftudiis ad ejus fæculi guftum, q u a m
fuperiores omnes. Extant adhuc ampla ejus commentaria in libros vete rum
Magiftrorum artis Medicæ, partim typis edita, partim manu exarata in
locupletiorum bibliothecarum pluteis, quæ primum inter docendum in scholis
nusprotulitexlibroHH. Excerpt.Scriptur. Annotaz. del Dot. Ant. M. Biscioni al
Conventus S Crucis Flor. Vid. Ci.Mazuccbel,in Conv. di Dante. In Firenze
XVI. "Haddæus Florentiæ natus eft paulo post initium sæculi XIII.,(a)
incertum THE, Nnn 2 Obiit anno MCCXCV., ut infra dice- teringum et c.
Presentibus Mag. Salveto de tur.Cum igitur,Philippo genarius decesserit, natum
oportet Villavio auctore, octo annoMCCXV. Com.Bonon. Ferraria et M a g. Santo
de Cesena. Ex Mem. ab Pbilip. Villan, in lib. de laut.Florent. in Append. N.
XII. Ex tabulisanni MCCLI., quas Biscio.Ci. Mazuccbel. loc.cit. Jul.Mag. A.
professor artis Medicine Vid.Jo.Antr.Vunjted defair.viror. fil. qnd.d n.Alderotti
de Florentia fecit Joan. illuftr. et c. nem dn. Anglonis fuum procuratorem ad
re Petri Hispani, cipiendam pacem et remifsionem a Loteren.
Ro.Pontifexrenunciatus,di&tusif Jeannes XXI., go qui dicitur Rigutius et a
Bonino fuo fi commentaria babemus in librum Ifaac Medici, quæ lio et ab omnibus
et fingulis aliis de consan- Jubtilitatibus dialecticis abundant. Ilm in hipo
guinitate ipsorum... de omni injuria, et pucratem w Arijtotelem scripufe
dicitur; nec du offenfione que dicebatur eise facta per Mag. bito, quin bæc
fcripta aliquanto ante A. A. vel B.naguidam fuum fratrem commentaria
prolierint. Sed quantum bæc illis vel per aliquem de contanguinitate ipforum
præjliterint, doctorum hominum judiciun postea vel quæ diceretur eise facts per
predictos L o vlendit. A., ab eo tradita, m o x ab auditoribus
excepta, incredibilem ei famam concilia runt. Id autem in eo potissimum
mirabantur homines, quod ita Medicinam tractaret, ut ejus facultatis canones et
præcepta ad severioris FILOSOFIA ratio nes exigeret; quod nemo ante illum magno
fuccefsu perfecerat. III. In hunc modum recepta eft in scholis noftris vetus
illa Medicina FILOSOFICA, fi ita appellare licet, quæ brevi tempore omnes
Europæ Acade. mias pervafit, et innumeros Scriptores tulit. Hinc agmen
interpretum in Hip pocratem, et Galenum, atque Avicennæ in primis, aliosque
veterum Medico rum libros, A. duce; cui non satis ad laudem fuit interpretem
dici,sed plufquum interpres a quibufdam dici amavit, et ut alter Hippocrates
apud Italos habitus eft. Ejus autem gloffæ, præcipuis Medicinæ libris adjectæ,
in scholis communi suffragio receptæ sunt, et pro ordinariis, ut dicere
folebant, longo tempore habitæ eodem loco fuerunt apud Medicinx Itudiofos,
atque Ac curtianæ gloffæ legum libris appofitæ apud Juris Civilis professores.
Magister etiam Medicorum jure di&us eft, ob excellentium Medicorum copiam,
qui ex ejus fchola prodierunt. Tanta denique ejus nominis fama, et inre Medica
celebritas fuit, ut perinde esset in usu popularis fermonis Thaddæum fequi, ac Medicinam profiteri. IV. Docere cæpit A..,
aut non multo fe rius; eodemque tempore scribendo vacabat, neque operam fuam
curandis V.Cum igitur æque felix in curandis ægrotis, acdoctusinscholareputa
retur, non folum in civitate noftra Medicinam fecit, sed paflim vocabatur ad
curandos magnates, et viros principes per alias Italiæ civitates. Hinc aliquis
de illo magnifice potius, quam verescriptum reliquit, non confuevisse illum
aliis, quam principibus, et nobiliflimisviris curandis operam præftare. Sed il
lud tamen indubium eft, non fivisse aliò fe abduci ad curandum quemquam, nifi
pacta ingenti mercede, quæ non tam efiet pro loci diftantia, aut difficul tate
curationis, quam pro fui dignitate, et facultatibus eorum, ad quos CU randos
vocaretur. Neque far erat de mercede pacisci: nam fibi quoque cau. tum volebat
de itu et reditu, accepta ingentis pecuniæ sponsione pro fecurita: te
itineris·Dignæ sunt, quæ legantur, tabulæ an. scriptæ,cum Thaddæus Mutinam
iturus esset ad curandum Gerardum Rangonum. In iisRan goni procuratores A.
promittunt, fe facturos, ut liberum iter et expedi ium ad eam civitatem habeat,
fufcipientes in se omne periculum, et impen sam: quod si pactis minime
ftetiffent, promiserunt, fe eidem reftituturoster mille libras bononinorum,
quas depofiti loco a Thaddæo ipfo accepisse fate bantur. Similes tabulas
habemus cum Mutinam rurfus ment. in Parad. ALIGHIERI, dou a vellutela. MEDICINE
! Ita appellati:r a Benvenuto ImolenfiCum evo. apud Ercard. Corp. Histor. med.
ævi col 1 1 lo ibid. Sed qui plusquam Commentator a Pbi. qui revera opus fuum
tum inscripsit, is fuit Turrisanus A. auditor;de quo alibifermo erit. plufquam
Commen M a per amor della verace manna Hic homo, cum penes Italos, ut al.
fundature, Paradisi, t e r Hipocras haberetur. Pbilip. Villan. de Laud. Tbali
læus ad calcem Commentar. ix A Florentiæ,five de Cl. Florentin. Non per
lomondo, percuimo's'afo In picciol tempo gran dortorli feo. Dant.Aligber. de
S.Dominico Ord.Prædicator. tis defiderari patiebatur. Docendi tamen, et scribendi
laborem intermifit an no,utopinor,cum civilebellum, a Lambertacciis, et Jere.
miensibusexcitatum, civitatem noftram miserandum in modum conculit.Sed ipfe
quoque fatetur,se aliquando a scribendo ceffasse ob quæstum, quem curan dis
ægrotis faciebat. Atque hinc apparet, quæ fides habenda fit Philippo Villanio,
cum scribit, A., fpreto lucro, fe totum interpretandis vete. rum Magiftrorum
libris dedille. Fallitur etiam Villanius, cum scribit, Thaddæum ftipendio
publice conftituto Bononiæ docuiffe; nondum enim, eo vivente,Medicin æ
profefforibus ftipendia attributa fuerant. lippo Villanio, aliisque
Scriptoribus dictus et, fanna Diretro all'Ostiense et a Taldea (c!Eo anno Mag.Thaddæus
Medicorum magitter moritur. Ricobald. Compilat.Cbronolog. pborismos Hippocrat.
bulm. Pbilip. Villan. loc. cit.
ægro evocaretur ad curandum Guidonem Guidonum. Utrasque in
Appendice dabi mus.Sed quis credat, in his contractibus bona fide actum? Ego
fraude caruisse non arbitror. Facit, ut ita credam, infignis Odofredi locus, ad
fraudes pertinens Advocatorum sui temporis; qui cum immodicasmercedes præterjus
falque pro suis advocationibus et patrociniis extorquere vellent a clientibus
eos adigebant ad ftipendium, quali deberent ex causa mutui.Eodem artificio usum
arbitror A., quem ne obulum quidem verisimile eft deposuisse apud Rangoni, et Guidoni
procuratores. Sed ego tamen existimo, A., probum hominem et pium, non ita
immitem fuiffe, ut tam ingentes pecu-, nias exigeret ab iis, quos curandos
aggrederetur. Potius crediderim, hanc cau tionem voluiffe, ne jutta mercede
fraudaretur, et damna fibi æquo jure præfta rentur, quæ quacumque ex causa
pertulisset. Vocatus aliquando ad curandum Romanum Pontificem, negasse dici tur
se iturum, nisi centum aurei nummi in dies fingulos penderentur. Quod cum
immodicum videretur iis, quibus negotium datum erat, ut cum Thaddæo
transigerent, neque ea de re conveniret; concessit tamen Pontifex, grandem
quantumvis pecuniam vitæ et incolumitati fuæ pofthabendam ratus. Mox autem, cum
arnice Thaddæum argueret, quod tam magno operam suam locaret, ille admirationem
fimulans; ego vero, inquit, multo magis obftupesco, cum ceteri fere viri
nobiles, et minores Principes quinquaginta et amplius aureos nummos mihi in
dies conferre soleant, tibi, qui maximus es Chriftianorum Principum,grave visum
esse,quod centum petierim.Sed Pontifex,ubi A. ftudio optime convaluit, decem
millia aureorum eidem rependi juffit, non tam ut tantum virum pro dignitate
fua, et ejus meritis remuneraretur, quam ut omnem ab se averteret avaritiæ
suspicionem. Itanarrat Philippus Villanius, qui tamen Pontificis nomen filet•
Sed hunc fuisse Honorium IV. alii Scriptores tradunt, et in primis Joannes
Tortellius in libro de Medicina et Medicis ad Simonem Romanum. Sunt etiam qui
hæc tribuant Petro Apono illuftri Medico, de quo alio loco dice mus. Sed credibilenon
videtur,tum quiapotiormihiet auctoritas Philippi Villanii, et Joannis Tortellii,
quam aliorum multo recentiorum, qui hæc de Petro Apono scripserunt;tum quia
Honorii IV.ætate Petrus Aponus nondum ad tantam famam pervenire potuerat, ut ad
curandum Pontificem accerseretur. Sunt qui immaniter augent pecuniam, quam
Pontifex recuperata valetudine Thaddæo numerari jusserit; nec desunt qui non
minus, quam ducenta millia aureorum accepisse dicant. Sed nimis multa mihi
etiam videntur pro iis t e m poribus vel ea decem millia, quæ Villanius omnium
modeftiffimus narrat. A. certe Medicinam faciens ad ingentes divitias
pervenit;nec facile est reperire plures ejus facultatis professores, qui
majores fint consecuti. Ejus autem commodis, et utilitatibus consuluit etiam
non uno modo Populus Bononiensis. Ei nimirum, et ejus hæredibus concessa eft
immunitas a vectiga libus, et remissio ab omni munere publico. Additum eft, ut
libere a quovis intra fines Agri Bononienfis prædia, et fundos emere posset,
quos vellet; modo ne ab exulibus et profcriptis. Itaque eum voluerunt gaudere
omnibus civium commodis,neque iis oneribus obnoxium effe,quæ cives reipublicæ
causa sustine re debebant. Ejus quoque discipulis eadem. privilegia, et immunitates
populi beneficio concessæ sunt,quibus gaudebant ScholaresJuris Civilis et Canonici.
Id autem, nominatim pro auditoribus Mag. A. ftatutum, aliorum Medicina profefforum
auditoribus communicatum est. Ita honor additus est Scholæ ad Simonem Romanum
Medicum præftantif Dicit advocatus, fi
promittis mihi fimum. Ex Cot. Vatican. aput Apostol. Zenun milleaureos nominefalarii,
nonteneris.Sed in Dissert. Volpian.faciasmihiunum inftrumentum, inquo con Ex Stat.
Pop. Bon.tineatur, quod tu teneris mihi dare mille ex vel potius in quibus eji
Rubri. causamutui. Odofred.inl. Sifubfpecie.C.de cadeprivilegio Mag.A. ductoris
Fixi Polulando. Pbilip, Villan, loc. cit. ce et diicipulorum ejus. Vid.,dow
Jo.Tortellius de Medicina& MedicisMedi. Medicæ,quæ A. potissimum
opera magis aucta, et nobilitata,parigradu deinceps fuit cum scholis Legum, et Canonum.
X. Nescio quid molettiæ illi etiam intulisse credo Clarellum quendam,ut opinor,
Medicum, five quod ejus doctrinam impugnaret, five quod medendi rationem
carperet. Queritur de illo in Commentariis ad Joannicii Ifago gen, X I. Habere
consuevit in familia sua Thaddæus Medicos aliquot, quibus adjutoribus uteretur
five in scholæ muneribus, five in ægrotantium cura. Eo rum aliqua mentio eft in
ejus teftamento, quod in Appendice damus. Dome ftica quoque negotia, ne quid
esset, quo a suis ftudiis interpellaretur, per pro curatoresaliquando agere
consuevit. procuratorem suum conftituit Octavantem Florentinum, affinitati fibi
conjunctum,eum, qui Jus Pontificium exeunte fæculo XIII. in scholis noftris
docuit;de quo fuo loco diximus. Vit. Append. Pertinet hoc ad annum tisnominedñe Adelefuefilieipfi Mag.
A. dum numero, quo luci altitudő indicatur. dieXV.MajiMag. tia. bus dicitur
Regalettus Bunaguide de Floren.Quamdiu vixit priinum dignitatis locum tenuit
interMedicinæ profef fores; ac multum ei quoque tribuerunt professores aliarum
disciplinarum. Sed gravis offenfionis causa ei aliquando fuit cum Bartholomæo
Varignana,qui ex ejus schola, ut verisinile eit,prodierat, et magiftro adhuc
vivente ma gnopere celebraricceperat. Receperat ille in Medicina erudiendos
quofdam, qui ad A. fcholam ante accesserant. Id ei magno crimini datum eft a A.;
ac fortasse erat contra leges scholafticas,vel Academiæ noftræ mo rem. Neque
vero aliter to'li diffidium potuit,& sarciri injuria,qua affectum fe
credebat A., quam ubi Varignana promisisset omnem pænam pora'em, et fpiritualem
ultro subiturum, q u a m in e u m ftatuissent Vicarius Ar. chidiaconi
Bononienfis, et aliquot doctores ex Collegio Magiftrorum, arbitri ad tam rem
delecti. (c) quæ cum scriberet, nondum, ut arbitror, id auctoritatis consecutus
erat, ut hujusmodi obtrectatoris importunitatem fortasse A. natura suspiciofus,
et ad inanes metus comparatus; quod,ni fallor, oftendunt etiam tot capta de
securitate itinerum, et ftipendiorum fuo rum caurelæ, et iterata fæpius
testamenta, de quibus diximus. Id porro ex ejus corporis habitu, et temperamento
quid fuisse, pro certo habeo. Ipfe enim de se fatetur, fe somnambulum fuil. fe,
(e) et interdum ex alio loco dormientem fine fenfu cecidiile. (f) ipfe (a) Vide
tabulassocietatisinterMag.Gen A. doctor Fixice fecitsuum procurato tilemde Cingulo,
Lou Mag GuilielmumdeDeza reminomnibusfuiscaufis&negotiisdn. ra fcriptas in
Append. deo matrimonio unite trescentas libras Pifa. Finitus eft tractatus de febribus do norum in
forenis de duodecim.Pretereado mino Clarello, qui facit nos evigilare, et tran
firepermentemno ftramquidquidmalipo. brasejusdemmonete. ErMen.Con. Bonon. test.
Tbad. ir Isag. Joannic. Fortale ad Otavantem, qui putea canonum pro f e f.
eundem pertinent, quæ babetad finem cap.36. Hoc eft, inquit, quod dicit
tallidicus, qui fa. tereaque Adelæ fratrem, intelligimus extabulis cit omnia
mala trautire per mentem noftram.scriptis in Mem. Com. Bon., Dequartoficprocedo:videtur,quod
inquibuslegitur: Dn.Octavantedñi Guidalo homo poflitdormiendo fentire, nam
dorinien do movetur, ficut patet in furgentibus de no. čte,quorumegofuiunus. Guidalottipater
Sed locus fortasse mendojus in pe Bunoniæ degebat, ex Mem. Com.Bonon.,inqui a
se avertere poffet. Sed erat accidere debebat, in quo insolens ali navit eidem
propter nuzias quinquaginta li. for fuit, Guirlalutti Florentini filium
fuiffe,propo cti de Florentia scolaris Bonon... emit dige. ftum. pretio lib.L.
bon. Regalettusautem tem XII. A. fere sexagenarius uxorem duxit Ade lam
Guidalotti Regaletti filiam,Octavantis, quem ante nominavimus, fo rorem, ex
eaque filiam suscepit Minam, quæ adhuc innupta erat, cum Magiftrorum collegium
jure tunc dice O &avantem deFlorentiasuumcognatum.Ex Mem, Com. Bonon.
batur, nonautem Melicorum; quianonsolum Me XV.Jan. Mag. dicinæ, fed alia,um
quoque artium liberalium pro fesjures complectebatur, ut ex ipfis hujus
controver A. artis Fixice professor fil. and. Alde rotti de Florentia fuit confeffus
habuiife a dño fæ actisapparet,quæin Appendiceexbibentur. Guidalottoqnd.dňi Regalettide
Florentiado. Teftamentum fæpius, nec uno in loco A. fecit. Et quoniam
perpetuo domicilium Bononiæ habuit, cum aliò diverteret ad curandos magnates,
itinerum pericula reputans, propterea teftamentum sæpius fecisse videtur. Sed
omnium poftremum Bononiæ condidit, quo cete ra omnia revocavit facta Bononiæ,
Florentiæ, Ferrariæ, Romæ, Mediola ni, Venetiis, et alibi. Pro anima fua, et ad
pias causas x. mille libras bonon. legavit: quæ immanis summa erat pro ætate
illa, et privati hominis facultati bus. Ex his bis mille quingentas libras
impendi voluit emendis prædiis pro pauperibus verecundis, quorum
administrationem esse voluit penes Fratres de Pocnitentia. Viger ad hanc diem
ut cum maxime pium hoc inftitutum,a pru dentissimis civibus adminiftratum in
civitate noftra, quo consulitur egettati h o neftorum civium, quibus oitiatim
mendicare victum vel natalium, vel ætatis, sexusve conditio fine pudore non
finit. Fratribus Minoribus, penes quos sepeliri voluit, ubicumque ejus obitus
contigisset, multa legavit. Atque illud viri prudentiam maxime demonftrat, quod
præftari voluit in perpetuum ali menta uni ex Fratribus ejus Ordinis qui
Parisiis theologiæ studeret, fupra numerum eorum, qui ibidem facris ftudiis
destinati esse solerent. Jisdem Fra. tribus Minoribus Conventum erigi voluit,
in quo tresdecim Fratres ali possent. Viginti ex fuis scholaribus magis egentes
ex albo panno vestiri in die obitus sui mandavit, itemque familiares suos omnes
masculos, qui secum eo tempore futuri essent. Statuit etiam impensam funeris
fibi apud Fratres Minores cele brandi,& certam insuper summam, pro die
feptimo obitus sui, trigesimo, cen tefimo, et anniversario, erogandam in
Fratrum refectionem, ut iis diebus pro anima fua preces ad Deum funderent; qui
mos ab antiquissimis temporibus ad eam ætatem pervenerat. Exliteris NicolaiIV.
In Codicediplom. Quisibisuppetias ferrent, ubieffetopus,tumin docendo, tum in
medendo. Etiam Bononiæ for Hanc Biscionius in adnotat. ad Convi. talle,
antequan iter aliquod susciperet, teflamen vium ALIGHIERI Adolam vocat., sed in
testamento tum fecerat, quod indicatum vidinius in Memor. Autograpbo en Adela.
mff. Biblioth. publ. Bonon. Com. Bonon. ejus anni. (Quia Fratribus Minoribus
quidquam pof Jam inde Uher- fidere non licebat, voluit ut medietas predicte tus
facerdos Sanctæ Catharinæ de Saragotia contingentis ipfi Opizo perveniat ad
Dominas legaverat X. corbes frumenti pauperibus vere cundis, ut ex ejus
tejlamerto apud Fraires Mi- cujus dicte Domine nores: ex quo apparet ejus pii
inflituti anti pendere pro necessitatibus Fratrum Minorum quitas. infirmorum
fenum et forenfium. Vide teftam. Hos duos Medicos in schola fua, uti T. in
Append. credibile efl, eruditos, in sua familia babebat, et Sorores S. Clare
civitatis Florentie fructus et Sorores teneantur ex 1 mo N ipse extremum
obiit diem. Sed ante illud tempus filium genuerat ex illegiti mo complexu.Hic
patrisnomen geflit, & vulgo Thaddæolus dicebatur,cum que Nicolaus jure
legitimorum nataliumdonavit. De bibliotheca sua in hunc modum ftatuit.Avicenna
opera,quatuor voluminibus contenta, et Galeni item, quæ totidem voluminibus
comprehensa erant,Fratribus Minoribus ea conditione legavit,ne ullo umquam
tempore alie nari, diftrahive possent, aut e Conventu ipfo exportari. Fratribus
B. Marize Servis legavit Metaphysicam Avicenna, Ethicam Aristotelis, et Sextum
de N a turalibus Avicenna in majori volumine. Magiftro Nicolao Faventino
Glossas fuas omnes, quas scripserat in veterum Medicorum libros, et Almanforem
suum, et Magiftro Johanni Affifinati Serapionem suum,& Sextum de N a
turalibus Avicennæ in minori volumine, fi quidem uterque in familia sua esset
tempore obitus sui. Adelæ uxori fuæ,præter aliquam pecuniæ summam, cu biculi
sui supellectilem omnem legavit, & veftes, & gemmas,exceptis dumta. xat
valis aureis, et argenteis, et usumfructum domus Florentiæ in via S. Cru
cis,& fundosinagro Florentino. Hæredesautem inftituit Minamfiliamsuam A.
filium naturalem, et Opizum Bonaguidæ fratris sui filium; quibus, fi abfque
filiis masculis legitimis decessissent, Fratres Minores, et pauperes verecundos
fubftituit. Nupfit hæc A. filia Dorgo Pulcio Florentino sum X V. Obiit A. cum
annos octoginta vixisset. Fuit autem ejus mors repentina, ut narrat Benvenutus
Imolenlis, Dantis inter pres. Tumulatus eft apud Fratres Minores, quos vivus
magnopere dilexerat, et apud quos ægrotus etiam aliquando sub extremum vitæfuæ
tempus jacue rat. Sedejus fepulchrimagnifice extructi, & elegantis,quod
eratprope januam Ecclefiæ, propter recentiora ædificia ibidem excitata, nulla
jam vefti. Manni degli antichi Sigilli. Nicolaus V.mandavit utHofpitale S.AntoniiPatavini,
quod FratresTer dieXX.Marzii A. Ordinis, five de Penitentia,ex bonis bæredita
dæus erat in vivis, ut ex charta societatis in riis Mag. A. Bononiæ
erexerant,indomum ter Mag. Gentilem Cingulanum, g Mag. Gui. pro
Sanétimonialibus Franciscanis, ex Monasterio lielmum Dexarensem, quam in
Append. danus. Ferrarienfi Corporis Cbriflitra. lucendis, convertere. Af eodem
annoaddiem XVII. Juliiinvivisef tur.Sed r jijtentibus Fratribus,res ita
compofita eft de defiderat, ut ex bis tabulis, quas indicavit infequentiannoper
Bifurionem Bononiæ Legatum, CI. Montius:, die XVII. Jul. ut iratres Ecclefiam
S. Antonii, cu aljacentes D. Ugolinus de Montezanico Dn. Novellonus ætes cum
molicocenfuad bufpitalitatemexercen Megloris de Florentia Dn. Amadeus Poete
damretinerent; fedbonareliqua,quæadeosex Dn.Frater Raynucciusqund. Deotaiuti
com bereditate Mag.7budlæi pervenerant, novo Par milfarii et executores
testamenti egregii vi tbenoni pro Sanctimonialibus Corporis Christi con ri&
discreti Mag. A. Aruendo attribuerentur:pero qui fuit de Florentia artis Filice
profetforis featumest, Catharina Vigria, quamnuncinSan. Fuerunt confeffihabuiffeadñoBartholomeo
clarum Virginum album relatam veneramur, cum MEDICINE mo genere nato. A.
autem fivequod cælibem vitam duxerit,five quod filios non genuerit, aut
pofteritatis memoria apud nos diu fuperftites non habuerit, certe nulla ejus
superfuit. Sed opulenta Mag. A. hæreditas non ita humanis cafibus subjecta fuit,
ut nobiles ejus reliquis non exiftant. Sanctillimum enim ad hanc diem civitatis
noitræ Monasterium Corporis Chrifti, et Collegium Puellarum S. Crucis ex bonis
hæreditariis Mag. A. initium legata insuper alia, quæ legi poffunt in tefta
quali acceperunt. Mittimus mento ipso, quod in Appendice exhibemus. Unum
addimus, quod maxi me memorandum videtur,aureosnempe florenos xv.in annos
fingulos legatos Zco Scansalti Pisado, quamdiu futurus effer in Januensium
carceribus, ex qui bus ubi eum liberari contigiffet, cc. libras bonon. eidem
perfolvi a suis hæredia bus mandavit. Nota est ex eorum tima Pilanorum cum
Januensibus rum vires miserandum in modum temporum scriptoribus infelix pugna
mari pugnata,qua Pisano pax convenit. Tunc bello capri, qui supererant, redditi
funt, effæti prope enecti. Diligentissimus Mannius jam, et tam longi carceris
incommodis proftratæ funt. Magna corum cædes fuit, abductus præfertim ex
nobilioribus. Ne atque ingens numerus in captivitatem que ullis conditionibus
adduci potuere victores, ut captivos redderent. Ita enim confilium fuit sobolem
invifæ primariis civibus detentis, ne procreandis liberis dare operam poffent,
fuccide. civitatis impedire, totque fortissimis viris, ac re nervos civitatis,
usque in illud tempus potentissimæ. Itaque non ante annos Sigillum
Universitatis Carceratorum Januæ detentorum illustrat. Ex eorum numero erat
Zeus Scanfalti, amicus, ut opinor, Thaddæi; qui quam pronus effet ad ferendam
miseris opem, cum ex hoc, tum ex fingulis fere teftamenti sui capitibus liquet.Dn.Mina
quondam Mag. A. Corporis Cbrisi, W Puellarum S. Crucis, quæ A. uxor Dorgiquondam
Dorgi dePula vidit, lowindicavitCi.Montius. cis.Ex tabulisan.inarcbiv. publ.Flo
vent. Inilicavit Cl. Biscion. Vide Append. gia pauci supererant, Ecclefiam S.
Antonii, d adja centes æles, bonaque omnia ad eum locum perti deus confeffus
eft quod ipse emit quandam pe. tiam terre... Actum in loco Fratr. Minor, !
Blanchi Cofe for. auri cccc, depofitos ab ipfo aliquot aliis Monialibus ex
Ferrariensi Monaste. Mag. A. et c.Ex Mem.Com.Bonon. rio in nouum buc noftrum
commigrantibus. Anno autem Fratres sertii Ordinis,qui Pbilippus Villan..die...
Mag. A. nentia,erigendoPuellarumpericlitantium domici in camara Ministri ubi
Mag. A. ja lio libere tradiderunt, quod in via S. Mamæ acebat infirmus
prefentibus Mag. Bertolaccio, mæniffimo civitatis locu, non longe a Monasterio
Fratris Venture Mag Nicolao de Faventia Corporis Cbrijli,conjtructumest,a
S.Crucisti. &c. ExMem.Com.Bonon. tulo infignitum. Hæc ex monumentis
Monialium gia supersunt. Minime igitur audiendus eft Joannes
Villanius, qui A. obitum protrahita, aut fi quis est alius, qui in aliud tempus
referat. Paulo poft ejus mortem dillidium ortum est inter Fratres Ter tii
Ordinis, five de Pænitentia, et Priorem fratrum Prædicatorum, ac Guardianum
Fratrum Minorum in eligendis pauperibus ad præfcriptum teftamenti ip fius Mag. A..
Sed litem omnem fuftulit Dinus Mugellanus, clarus legum interpres, qui per
illud tempus Bononiæ docebat, cui utraque pars arbitrium dederat. Possem hic
plura Scriptorum teftimonia de A. admodum ho norifica afferre; possem et Scriptores
multos emendare, multos supplere,qui de illo vel minus diligenter, vel minus
vere scripserunt; in quo numero sunt præsertim scriptores noftri Alidofius, et Ghirardaccius.
Sed hæc curabunt, qui magis otio abundant. Nunc ejus scripta recensenda funt,
quæ et multa fue. runt, et magno in pretio habita. A. SCRIPTA. Expositio in
arduum Ipocratis volumen. Galenus Aphorismos Hippocratis illuftri commentario
exornavit. A. et Hippocratis Aphorismos, et Galeni commentarium diligenter
exposuit.Cum autem in septem libros, fivepar ticulas Hippocratis volumen
Aphorismorum diftributum fit, A. fcripto tradidit expofitionem suam in sex
priora capita, eamque absolvit. Decimadie Septemb., utadejuscalcem adnotatum
efttam in editis exemplaribus, quam in manu exarato, quod vidi in bibliotheca,
Collegii Hispanorum Bononiæ. Eft autem hoc A. opus valde proli xum,
cuiscribendo non uno tempore insudavit. Sic enim ad ejus finem ait: In his
particulis explanandis diversa fuerunt tempora. N a m cum efjorn in nono anno
mei regiminis (qui publice docebant regere tur) incepi gloffare Aphorismos a
principio. Et infpatiofex menfium glossa. v i primam, fecundam, tertiam, a
quartam particulas, a quintam usque ad illum Aphorismum: Mulieri menstrua fine
colore. Tunc autem fupersedi, convertens me ad glosas, quas fuper Tegni feceram,
completiores edendas; quas perfeci usque ad illud capitulum caufarum: Ad
inventionem vero salu brium. Ibidem vero deftiti impeditus a guerra civitatis
Bononiæ, au lucrati va operatione distractus. Poft vero placuit mihi refumere,
ut complerem glof fas Aphorismorum, addendo ad eas, quas primo feceram. Et feci
additiones Super primam, Be fecundam, no quartam particulam. In tertia vero
particu la solum glossas veteres divis: Item in quinta particula super
veteribies glosis quas feceram primo nullam additionem feci. Incepi autem de
nova glosam in illo Aphorismo: Mulieri menftrua fine colore, ut dictum est.
Quod hic habetde Bononiensium bello, pertinerevideturad Lambertacciorum, et Jeremienfium
turbas, civitas noftra pæne desolata eft. Cum autem nono anno poftquam docere
cæperat, ad inter pretandum Hippocratis Aphorismos le contulerit, in eoque
opere tempus aliquod impendere debuerit, et rursum eo dimiffo, librum Tegni
interpre tandum susceperit, et in eo verfatus fit, quoad Bononiæ in otio
quietus esse potuit; subductis rationibus apparet, debuisse illum publice
docendi in scholis noftris munus suscipere, imo ditavit hortulanum fuum. Vixit
autem renze, noftro cittadino, il quale fu sommo Fisiciano sopra tutti. Je.
scholas diceban 4. ооо annis Fuit Thaddæus medicus famosus, apud Murat.
Antiq. med. ævi To. conterraneus auctoris, Dantis qui le In questo tempo morì
in Bologna git& scripsit Bononiæ& vocatuseitplus. M. A. detto da Bologna,
ma era di Fi. quam commentator.Et factus est ditiflimus, et mortuus est morte
repen Villan, tina, et fepultus eft Bononiæ ante portam Extar Dini confilium,five
fententia in Minorum in pulchra et marmorea sepultu- arcbivo Fratr. Prædicat.
Bonon. ra. Benvenut. Imol. comment, in Purgat. ALIGHIERI Ad Ad
septimam particulam Aphorismorum quod attinet, Thaddæus perpetua in eam
commentaria non reliquit, sed monuit auditores suos, fi quis voluif fet ex ore
docentis excerpere, quæ in nenda in schola protulisset, fe deinde emendaturum,
et utin ordinem re digerentur curaturum. Sic enim inquit: immediate Icribere
intendo. Sed fi quis de meis auditoribus notare voluerit eas corrigam, o in
petias redigi faciam. Hæc autem verba fcripfi, ut si alicubi minus completa
expositio reperiatur, non adfcribatur ignorantiæ, fed potius novitati, a
pigritiæ scriptoris. Sed Thaddæi commentaria in septi m a m partem Aphorismorum
nufpiam apparent, et ejus loco circumferri solebat expofitio Zancarii, de quo
alio loco dicemus. Expositio in divinum Hipocratis Pronosticorum volumen, A d
cujus finem ita ada notatum eft in editis exemplaribus. Explicit liber tertius
yra ultimus Pro. nofticorum Hipocratis fecundum antiquam translationem a A.
Florentina explanatus. Sed revera Thaddäus ipfe non unam translationem præ mani
bus habuit, fed faltem duas. Ad extrema vero capita, seu textus libri tertii
nihil adnotavit A., aut certe nihil adnotatum reperio in edis tis exemplaribus;
manu enim scripta explorare non licuit. A. Florentini in præclarum regiminis
acutorum morborum Hipocratis volu men expositio. Hanc Thaddæus in proæmio
fatetur se maxime procudisse ut rem gratam faceret Bartholomæo Veronenfi, quem
fibi dilectiffimum vocat, et pollentis ingenii; aitque,non minimo fibi
adjumento fuisse ad id operis perficiendum. Non attigit A., nisi tres priores
libros hujus operis, ratus fortasse, quartum non effe legitimum Hippocratis
færum,quod aliis visum erat, ut fatetur Galenus ipfe initio commentariorum in
hunc quartum librum de regimine acutorum. Suam porro diligentiam oftendit A. in
his commentariis exarandis, appellans ad verfionem Græcam, ubi in ea, quæ ex
Arabica facta erat, vitium suspicabatur. Atque hinc apparet, duplicem ejus
libri interpretationem per illud tempus in doctorum manibus verfatam fuisse,
quarum altera ex Græca, altera ex Ara. bica lingua ducta erat. In fubtiliffimum
figogarum Johannicii libellum expositio. E a m fic concludit A.: Scio tamen,
quod de his obscure dixi, Jed fellus f u m a deficit charta: misera excusatio,
et vix fapienti homine digna. Quæ hactenus recensuimus A. opera in unum volumen
redacta Venetiis edita sunt per Lucam Antonium Junctam curante Joan ne Baptista
Nicolino Sallodienfi, qui in epiftola nuncupatoria ad Aliobel. lum Averoldum
Polenfium Antiftitem, et Romani Pontificis Legatum ad Venetos, impense A.
laudat, illumque dicit, nonnisi ad lapsam Extat hic A. liber in Codice Vaticano,
ejufque hæc eft æcono. mia. Initio agit de corpore sano, ejusque, ut ita dicam,
essentia, et va. riis sanitatis gradibus; tum pergit in hunc modum: Nota quod
dicit Johan nicius, quod fi unaquæque res naturalis propriam naturam
jervaverit, facit fanitatem, fi vero ipfam dimiferit, facit ægritudinem, vel
neutralitatem, fta tum fcilicet, quo necfanum eft, necægrum. Sequitur in hunc modum
usque ad finem libri: Nota quod dicit Galenus; nota quod dicit Hipocras,
Avicenna.Nota quod venæ non dicuntur oriri ab epate quod oriantur ex ea dem
materia v c. Nota differentiam arteriarum ad venarum, originem nervorum W c.
Nota quod partes totius capitis funt quatuor B c. Inter has notationes, in
quibus totus hic liber decurrit, aliquas quæftiones interferit, Ad text. X.
lib. I. ita inquit: Alia quod patet per translationem Græcam. Liba translatio
non ponit hic nifi duos colores et c. III. text. X. ea Aphorismorum particula
expo Super feptima vero particula nihil principum fanitatem recuperandam
vocari consuevisse. Auctoritates are definitiones fuper libro Tegni, quamplures
utiles dubitationes. uti Unde dicendum quod litera Arabica, Cod. Vatic. ex qua
fumitur illa auctoritas, elt corrupta, 1 uti est illa: Quæritur hic an
dari poffit membrum, quod nec recipitur, nec tribuit. Nunquam editus eft hic A.
liber, quem ne ipse quidem au ctor satis elimatum cenfuit. Itaque rurlus Artem
parvam Galeni, sive li brum Tegni interpretandum suscepit. Habemus hoc A. opus
typis editum Neapoli cum hoc titulo: Commentaria in artem parvam Galeni.
Neapolianno.Horum initiofatetur, fe præmaturam aliamexpo fitionem Artis parvæ
edidisse,hisverbis: Atveroquoniamfuper eundem librum expofitionem facere
necessitas compulit præmaturam, in qua non ut expedit Galeni instituta
patefeci". Ideo e c. Magiftri A. conflia. In Codice Vaticano consilia
Medica A. sunt centum quinquaginta sex.Minore numero,imo perpauca,lirecte memi
ni, funt in codice bibliothecæ Cæsenaris Fratrum Minorum. Primum in utroque
codice est de debilitate visus. Ultimum in codice Vaticano eft de virtute Aquæ
vitis. Docet in eo modum præparandi alembicum cu. preum. Incipit: A d faciendam
Aquam vitem, quæ alio nomine dicitur aqua ardens. Eft unum ex his consiliis de
minctu urinæ cum fanguine. Incipit: Conqueftus est dn. Bartoločtus comes. Eft
is Bartholottus comes Ripæ Insulæ Suzariæ et Bardinæ, de quo plura diximus, ubi
de Rolandino Passagerio a r tis Notariæ doctore agebamus. Eft aliud A.
confilium ad midtum f a n guinis pro Duce Venetiarum. Aliud item de impedimento
loquelæ propter mollitiem linguæ. Incipit: Cura comitis Bertholdi. In librum
Galeni de crisi. Eft in codice Vaticano. Magiftri A. de Florentia quæftio de
augmento. Eft in codice Vatica A. artis Medicinæ in civitate Bononiæ doctorem.
Eft in codice bi. bliothecæ Eftenfis, tefte Muratorio. Idem Italice extat,
scriptus in m o d u m epistolæ cuidam ex Neriis Florentinis. Incipit:
Imperciocchè la con dizione del corpo umano. Extat etiam latine typis editus
Bononiæ cum libelló Mag.Benedicti de Nurlia ejusdem argumenti. Num autem
Italice scriptus fit libellus ifte ab auctore suo, an latine, mihi non conftat.
Italica tamen lingua, quæ tum nitefcere, et a Scriptoribus nobilitari cceperat,
delectatum constat A., qui Ariftotelis Ethicam in eam linguam vertit; quamquam
hunc ejus laborem haud magnopere laudandum exiftimarit Dantes in Convivio, ubi
ait, velle se suum illum librum Italica, five, ut ipfe inquit, vulgari lingua
donare, ne ab alio quopiam interprete vitietur, ut Ethicæ Ariftotelis contigit,
quam A. dæus Italicam fecit. Eum purgare nititur Biscionius,vitio vertens non
tam A., qui Italicam ex Latina non bonam, quam veteri interpre ti,qui nihilo
meliorem ex Græca Latinam fecerat Ariftotelis Ethicam.Sed vix quisquam probabit
hanc Biscionii defensionem. Id unum enim r e prehendit in A. Dantes Aligherius,
quod Italicam interpretationem ejus libri non bonam dederit. Nihil autem
impedit, quominus librum aliquem, licet mendofiffimum, et maxime corruptum,
optime, quod ad nitorem verborum attinet, interpretari, et in aliam linguam elegantissime
quispiam convertere possit. Habuerat A. Aristotelis Ethicam ex Thesauro Latini,
ut observat Laurentius Mehus, qui de his abun de disserit in prolegomenis ad
epiftolas Ambrofii Camaldulenfis, nuper Flo rentiæ editas. no. Libellus
fanitatis conservandæ factus pay adinventus per probiffimum virum Mag. (f)E
temendo,cheilvolgarenonfosse dato posto per alcuno, che l'avelse laido
fat. Epift.Ambrof.Cam. to parere, come
fece quegli, che tramutò il Ooo 2 Cod.
Vatic. 2 Expe latino dell'Etica, ciò fu A. Ipocratita provvidi di ponere lui, fidandomi di me più
(d) Murat.To.IX.Rer.Ital.Script.p.583. che d'un'altro.Convito di Dante.In
Firenze Vid.Biscion.Annot.al Convitodi Dan Experimenta Mag. A. probata ab ipfo.
Hunc titulum habet collectio ex. perimentorum Medicinalium Thaddæi in codice
Vaticano. (a) Incipit: Omnes herbee a radices quæ debent prius coqui, abluantur
mundentur Poit brevem præfationem, fire inftructionem, defcribere incipit
primum Syrupos varii generis. Receptio Syrupi majoris fecundum M. T. Syrupus
Jor. danus M. T. ad correctiones epatis aut fplenis c. Deinde describit electua ria, inter quæ
hæc confectio locum habet: Confectio qua utuntur magna tes in curia Romana,
vagy maxime convenit in æftate fanguinem mundificans, colera fuaviter educitur.
R. pulpæ Caffic fi. Tamarindorum 3. pe. nidii.zuc.violati añş.x.Syrupi violati,
Ġ.Mirrhæ s3 conficianturfive dissolvantur cum tali fucco. X. Prunorum.ios
feminum ordei mundi. lic quir. añ i 2 cum ifta aqua decoquatur usque ad
spissitudinem mellis. Dein pergit ad vina medicata. In his ett Aqua vitis ad
calculum M. B. ideft, M a. giftri Bartholomæi de Varignana, ut opinor, medici
celeberrimi, cujus infra mentionem faciemus. Tum de oleis agitur, ibidemque
describitur Tragea M. T. et Tragea M. B., ideft, Magiftri A., et Magiftri
Bartholomæi. Pulveres fubinde varii, et pilulæ, et unguenta describuntur, tum
remedia quædam ad peculiares morbos. N e c desunt fuperftitiofa quædam, et vanissima.
Tale eft illud: Ut homo poffit ire super ignem fine læfio. ne. Dicas ifta verba.
ter in nomine individuæ Trinitatis.Abyfon. Dalma. tiu, vel Magata, v e a s
nudus. Emplaftra quædam poft hæc describuntur: fed in hujus libri extremis
partibus vix ordo ullus apparet, ut conjicere liceat, aliena manu aliquid
genuinis Thaddæi experimentis additum; quo ex genere esse arbitror
superftitiola illa, quæ dixi. De Interioribus libri VI.a mag. A. correcti. Ita
in codice Vaticano. A. de Bononia de aquis, oleis, a vinis medicatis. Extat
inter codices mo locorecensuitejus Commentariain Ipocratem, mox Commentariain
Avicennam; nam neque in alia Hippocratis opera fcripfit A., quam quæ
indicavimus, quæque vel iple Biscionius feorfim poftea enumerat; nec ulla in
Avicennam Commentaria scripsisse comperio.Addit tamen idem Biscionius
descriptionem pulveris mirabilis Mag. A., quam re perit ad calcem libri M a g.
Aldobrandini. E g o alterius pulveris descriptio n e m in hunc m o d u m reperi
ad calcem Almansoris, ideft, libri Rasis in codice Vaticano. Recepta quam
mag.Taddeusreliquitpauperibus in te ftamento: Cinamomi eleli s Macis. Croci aš
3 ij. Sene s fiat pul vis poftea R u s Tartari albi fubtilissime pulverizati, a
misce fimul. Dosis ejus eft; 3 ij cum brodio poteftconfici cum zuccaro ut
melius conserve tur. E u m d e m pulverem defcriptum vidi in codice bibliothecæ
Cælepatis Fratrum Minorum inter confilia Medica Mag. A. ad libri marginem in
hunc modum: Pulvis folutivus A. Cinamomi: 5. Macis.Cra ci añ 7. 3. 1. Sene ad
pondus predictorum. Fiat pulvis, cui potes addere de zuccaro albo vel rubeo B
eft delectabilior. DON MEDICINE Thomæ Bodleii. Auxit immaniter Biscionius
paucis verbis catalogum operum Thaddæi, dum pri (c) To. I. mill. Angliæ.
Cod. (d) Cod. Vatic. Aderotti. Taddeo Alderotti.
Alderotti. Keywords: le quattro cause. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Alderotti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il lizio a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of
the Lizio, the friend and teacher of Marco Licinio Crasso. According to
Plutarco, A. lives a very modest life and shows a great indifference towards
material possessions, behaving more like a member of the Portico than the
Lizio. Alessandro
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: Gl’ortelani --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A philosopher
of the Orto, and friend of Plutarco. He may have been the same person as Tito
Flavio Alessandro, a sophist and father of another sophist, Tito Flavio
Phoenix. Tito Flavio Alessandro. Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A public official honoured as a
philosopher. Appio Alessandro. Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il portico a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). All that is known of A. is a
funerary inscription found in Rome identifying him as a philosopher belonging
to The Porch. Tiberio Claudio Alessandro. Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: gl’animali a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). He is discussed by Filone, in
connection th problems concerning providence and the nature of animals. He
pursues a career n public and military life. Tiberio Giulio Alessandro. Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il tutore di
Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luig Speranza (Roma). Di Egea, he was
a member of the Lizio and tutor to NERONE for a time. He writes a commentary on
the Categories of Aristotle, but Nerone wasn’t interested “And that’s how
Seneca comes into the picture” – Grice. Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: la filosofia
dello schiavo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). He started
life as a slave, but was later freed (or escaped). He goes on to teach philosophy.
Alessandro Polyhistor. Alessandro.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed
Alfandari: la ragione conversazionale e le implicature del Deutero-Esperanto – la
scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Diplomatico. Durante la
grande guerra opera come ufficiale di crittografia per il comando supremo militare.
Diplomatico dello stato. S’incarica di alcuni lavori di esportazione. Grande
conoscitore di lingue. Oltre al “neo,” parla fluentemente sette lingue. Suo è un
progetto di inter-lingua di derivazione esperantista, il neo, dato alle stampe
solamente in “Méthode rapide de Neo.” Coinvolto in prima persona negl’ambienti
bellici e personaggio di spicco della diplomazia, A. sente presto la necessità
dell'istituzione di una lingua comune, convinto che essa è la soluzione alle
incomprensioni tra le nazioni, inclusi tra gl’italiani. Come i suoi
predecessori, vuole che la sua lingua è di facile apprendimento, semplice,
libera da ambiguità [H. P. Grice, “Avid ambiguity”], prevedibile. Per questo,
pur approvando la grammatica dell'esperanto e del deutero-esperanto di H. P.
Grice, decide di semplificare ulteriormente la sua morfologia, prediligendo
radici lessicali più brevi - che talvolta però rischiano di produrre nel
lettore il risultato opposto, peccando d’ambiguità. Il lessico è volto alla
lingua che A. chiama GALLICA, ma sono presenti anche delle influenze dalla
lingua latina e dalla lingua italiana (vedi «forse» 'forse' e «sen» 'senza'; ma
cf. «somo» 'qualcosa' come l'inglese some (thing); «kras» 'domani' come
il latino CRAS) e sintattiche anche dal tedesco e dal russo. La pronuncia,
l'accento, l'alfabeto Nella lingua “neo,” l'alfabeto è LATINO. Ogni
lettera corrisponde ad uno e un solo suono preciso, che deve sempre
pronunciarsi. Vi sono cinque vocali – A, E, I, O, U -- che possono variare in
lunghezza, nonostante la quantità vocalica non sia fonologicamente pertinente,
ma ‘implicaturale: NOIOOOOOSO. In presenza di nessi vocalici, le vocali
si pronunciano sempre separatamente. L'accento cade sulla penultima
sillaba nel caso in cui questa sia aperta (es. CV, CCV, come in «libro»
('libro]), sull'ultima nel caso sia chiusa (es. CC, VC, CVC, come in «amik» (a
' mik] da: AMIC-O), e la desinenza del plurale «-s» non modifica l'accento
della parola (es. «libros» ['libros]). In una tabella, rappresenta la
corrispondenza tra grafi e foni nella lingua neo. Gli ultimi due sono nessi di
consonanti. abcdefghiikmn kImnopaIsturweyzshes abtfdefghidkl
mnopkwrsturwksis ts. Gl’articoli sono invariabili e si dividono in
determinato («lo») – l’articolo definito di Grice, “il re di Francia e calvo” –
l’operatore iota di Peano -- e indeterminato («un»): some (at least one) (Ex).
Gli aggettivi e avverbi Come nell'esperanto, gl’aggettivi – “shaggy” -- terminano
necessariamente in «-a» e sono invariabili (ad esempio «un bona soro» e «un
bona frato»). Gl’avverbi, allo stesso modo, sono invariabili e, come in
esperanto,terminano in «-e». sostantivi La derivazione esperantista è
evidente anche nella terminazione dei nomi, ottenuta sempre tramite l'aggiunta
della vocale finale «-o». La vocale finale dei nomi può essere omessa durante
la pronuncia delle parole nel caso in cui questo renda più semplice il
continuum del parlato (per esempio nel caso in cui la prima sillaba della
parola successiva cominci con suono vocalico), ma mai se la parola termina con
nessi consonantici che senza vocale finale risulterebbero di difficile pronuncia
(come ad esempio «libr», «metr»; sono permessi invece «garden(o)», «frat(o)
»).I pronom. È possibile intravvedere una somiglianza con l'esperanto anche
nella scelta dei pronomi soggetto, in particolare nella prima e terza persona
singolare [maschile] (rispettivamente «mi» e «li» in Esperanto). Tratto
differente è invece la scelta d’A. di mantenere distinte le seconde persone
singolari e plurali, quando invece in Esperanto è presente per entrambe
un solo pronome «vi». Soggetto Oggetto Possessivi 1
sing. mi Me ma II sing. tu Te ta
III sing. maschile i Le III sing. femminile el
le/ley III sing. Neutro 1 le/it I plur. nos
Ne Il plur. Ve BS比zzBÆu即即8 III plur. maschile zi
Ze III plur. femminile zel
ze/zey riflessivo SO Se. È inoltre presente alla terza persona
plurale dei pronomi personali soggetto una forma mista che indica gruppi in cui
sono presenti persone o cose di entrambi i sessi «ziel». Si noti che i
pronomi personali che sono preceduti da PREPOSIZIONE semplice si presentano
alla forma soggetto, e non oggetto, come accade invece in inglese (es. ing. Are
you coming with us? [it. 'venite con noi?'] e Neo «Venar vu con nos?»,
non «Venar vu con ne?»). I verbi conoscono quattro modi (otto tempi),
ciascuno dei quali presenta una specifica desinenza: «-ar» presente, «-ir»
passato, «-or» futuro, «-ur» condizionale, «-iu» (monosillabi) o «-u»
(polisillabi) imperativo e infinito, «-at» participio passato, «-ande»
participio presente, «-inde» participio futuro. SONO QUINDI INESISTENTI IL MODO
CONGIUNTIVO E LA MAGGIOR PARTE DEI TEMPI DELL’INDICATIVO ITALIANO. I loro SIGNIFICATI
(Grice: utterer’s meaning) sono da formarsi tramite PERI-FRASI con l'ausilio di
avverbi di tempo e modo. I numeri della lingua Neo ricordano
foneticamente quelli gallici, sebbene il loro sistema di composizione si
avvicini più a quello ITALIANO. I dieci numeri cardinali sono «un, du, tre,
qar, gin, sit, sep, ot, non, is». I numeri tra dieci e diciannove si formano
posponendo le cifre appena viste a «is-» (es. «istre» 'tredici'). Le
decine successive al dieci si formano aggiungendo «-is» al numero della decina
(es. «duis» 'venti', «treis» 'trenta'). A questi è poi possibile apporre altre
cifre, del tipo «duisdu» 'ventidue', «treisqar» 'trentaquattro'). Le centinaia
si indicano con «ek» e le migliaia con «mil». Esempio: 1234 = «mil
duek treisqar». I numeri ordinali si ottengono tramite un processo di
suffissazione dei numeri ordinali, per cui si ha «dua» 'secondo', «trea»
'terzo', e così via. Fa eccezione solamente il primo numero, che si
scrive «prima» e non «una». Con queste poche e semplici regole è possibile
cominciare a scrivere e parlare nella lingua neo. Essa nasce infatti anche per
essere parlata, aspetto che la caratterizza e la differenzia da molti altri
progetti. Ma si badi bene, che non lo differenzia dal suo modello diretto,
ovvero l'esperanto. La sua peculiarità risiede proprio nella sua adattabilità
anche alla prosa letteraria e alla poesia, come dimostrano le numerose
traduzioni che il suo inventore offre nei suoi scritti, e non solo quindi alla
comunicazione scientifica. Circa una ventina di anni dopo la creazione
della lingua, A. si preoccupa anche di pubblicare un manuale di 1300 pagine
contenente la grammatica completa e un vocabolario di 60000 parole del
Neo. La proposta d’A. riscoge notevole successo, tanto che Dumaine, nel suo compendio
delle lingue internazionali ausiliarie, “Précis d'interlinguistique générale et
spéciale”, Parigi, scrive il saggio «Recherche d'un compromis Esperanto-Ido-Neo»
in “Neo-Bulten,” diretta dallo stesso A., accostando il neo alle altre lingue
più conosciute e utilizzate. Proprio questa sua facilità e semplicità le
assicura infatti un posto fra i cinque progetti interlinguistici più importanti
dalla autorevole International Language Review di Denver. BAUSANI, Le lingue
inventate. Linguaggi artificiali. Linguaggi segreti. Linguaggi universali,
Roma, Ubaldini. A. RAPID METHOD OF NEO INTER-NATIONAL AUXILIARY
LANGUAGE COMPLETE COURSE GRAMMAR, EXERCISES, CONVERSATION-GUIDE
PROSE READINGS AND POEMS ENGLISH-NEO and NEO-ENGLISH
VOCABULARY EDITIONS BREPOLS S.A. FRIENDS of NEO", A.s.b.l., Avenue
de Tervueren, Avenue Duray BRUXELLES
BRUSSELS Belgium TO HARDIN Pioneer and Promoter Pioner e
Promover of the Auxiliary Language. d' Adlinguo. O H 3 H A
A ГОС. БИБЛИОТЕКА насстраинай литературы © KOPOREK A.,
Bruxel. Print at Belgye. A., Brussels. Printed in
Belgium. To all the friends of the English language Request to all
our friends Introduction to the English Edition NEO Grammar The
Alphabet Pronunciation Variability of words Stress The
Article The Adjective shaggy The Adverb The Noun
Pronouns The Verb Monosyllabic Verbs Neo N u m e r a t i o
n T i m e A g e Ta b l e of t h e P r i n c i p a l
Prepositions Correlative Adjectives, Pronouns and Adverbs T h e N a
m e Comparaison Degrees Sentence Building AFFIXES
Elision Compound Words Geographical Names Useful Idioms
Some More Colloquialisms and Idiomatic Phrases Proverbs ENGLISH-NEO
CONVERSATION GUIDE: First Contacts The Restaurant The Cafeteria Train Travel
Customs By Car By Coach An Accident At the Hotel Air
Travel Shopping At the Stationer's At the Bookseller's. At the
Gentlemen's Hair-dresser's At the Ladies' Hair-dresser's At the
Doctor's Theatre, Concerts, Movies Railway Coach and Ship
Excursions THE FIVE MAJOR CONSTRUCTED LANGUAGES The LORD'S
PRAYER READING SELECTIONS PROSE THE SERMON ON THE MOUNT New
York Herald Tribune Requiem of Verdi at
Paris St. A. Fradeletto
A. Optimism or Pessimism Gosse Whitman
STRACHEY Princess Charlotte of
England The Times Rediscovered Treasures of Prague Castle New York Herald
Tribune Maugham taken to hospital The Times Stewart arrives in America The Observer World's Farewell to
Churchill The Times Fruitful or sterile
politics? The Times Continental
Bourses New York Herald Tribune West
Europe's growth slackening A. Lettre à mes amis POETRY. (Neo version in front
of every poem) APOLLINAIRE Le Pont Mirabeau (French) BAUDELAIRE L'invitation
au voyage (French) BurNS. - Elegy on Captain Matthew Henderson (English)
CARNER. Canço de vell (Catalan) CocTEAU.
Le Cœur éternel (French) DANTE. - Francesca da Rimini (Italian)
DANTE. - Vita Nova (Italian) ELIot. - The rock (English) ELUARD. - Mon
amour (French) FLAISCHLEN. - Lege das Ohr... (German) ForT. - La Ronde autour
du Monde (French) GEZELLE. - Gij badt op enen Berg (Dutch) GOETHE. Wanderer's
Nachtlied (German) GoETHE. Wer nie
sein Brot.. (German) GOETHE. - Mignon (German).. HARDY. - In Time of «
The Breaking of Nations » (English) HEINE. - Im wunderschönen Monat Mai
(German) HEINE. - Lorelei (German) Hugo von HOFMANNSTHAL. Ballade des äusseren Lebens (German)
HORATIUS. - Carpe Diem (Latin) Victor HuGo.
Mes vers fuiraient... (French) 136 Victor HuGo. - La fête chez
Thérèse (French) Victor Hugo.
Extase (French) KEATS. La belle dame sans merci (English) LA
FONTAINE. - La cigale et la fourmi (French) Manuel MACHADO. - Cantares
(Spanish) Lorenzo DE' MEDICI. Quant'è bella giovinezza! (Italian)
142 Alfred DE MUSSET. La chanson
de Fortunio (French) READ. - Day's aMrmation (English) RONSARD. -
Pour Hélène (French) SoLoMoN. The Song
of Songs (From a French version) SHAKESPEARE. To be or not to be (English)
SHAKESPEARE. Sonnet 71 (English)
VALÉrY. Le Vin Perdu (French) Paul
VA L É r y. - Le s y l p h e (French) Paul VERLAINE. - E n Prison
(French) Paul VERLAINE. Il pleure dans mon cœur (French) Paul
VErLAInE, - Green (French) Paul VERLAINE Colloque sentimental
(French) VIRGILIUS Gallus (Latin) Assia WErFEL-LACHIN. Merci (French) Walt WHITMAN. Salut au Monde! (English) A. The old
man's song (original Neo) A. Why do you feel so happy? (original
Neo) D.S.B. — The Motto (English) D.S.B. The Task (English) NEO'S OPTIONAL
GENITIVE ENGLISH-NEO DICTIONARY NEO-ENGLISH DICTIONARY. TO ALL
FRIENDS OF THE ENGLISH LANGUAGE. No auxiliary language aspires to be more than
a "second language" -- one that is used for communication when the
two mother languages differ too greatly for mutual comprehension. In each
country the national languages soyeei baving nothing to fear from the
rise of a "second Far from constituting any threat to English, the
auxiliary language is a positive safeguard, since it preserves the
essential integrity by sheltering it from the flood of neologisms that
derive from different languages, and which would reduce English to an
impoverished „business pidgin" such as that spoken in
Melanesia. REQUEST TO ALL OUR FRIENDS. The present work is priced $ 3,00
or sh. 22/- (postage free). Encourage the movement by joining the
„Friends of Neo", non-profit legally incorporated society.
Membership fees are as follows: Active hershipp $ 2. sh. 15/- a
year $ 0. 6 0 s h. 4 / - a year Goodwill Membership
(symbolic) $ 0. 5 0 s h. 3 / 6 a year Life Active Membership
(single payment) $ 12,- $ 4/6/- Cheques and Money-Orders should be sent t
o "Friends of Neo", Brussels 5, Belgium: Postal Money Orders o
r LIST OF ABBREVIATIONS ado. arienture Auxiliary
Language Americanism architecture astronomis Basie,
binical n biology botany chemistry cinema dialect
future Greek SC language literary masculine
mathematics measure mechanics
medical military motoring music mythology
noun nautical negative number,
numeral participle pejorative person, -al philology
philosophy phrase physics plural poetry, -tical politics
popular possessive past participle prefix preposition
present present participle printing pronunciation pronoun
Russtense reflexive relative religion Roman
science singular slang. Spanish subject subjunctive suflix
technic(al) theatre transitive United States usually
vulgar zoology INTRODUCTION TO THE ENGLISH EDITION The English
edition of the "Méthode Rapide de Neo" (Brussels) needed much
more preparation and time than we had expected. The work of translating
the dictionary from French-Neo to English-Neo proved to be particularly
arduous. No doubt there are many imperfections, for there is seldom an
exact match between a term in one language and a term in another. We hope
readers will bring to our attention the errors they happen to notice. The
coverage is considerably greater than for the Méthode Rapide, and we
estimate the present size at about 20,000 words for either part. The
delay in publication of the English edition has provided the opportunity
of amending a few NEO words and grammatical usages without impairing the
essential structure of the language. Language has to adapt itself to the
needs of the day and to take account of advances in technology. Otherwise
it runs the risk of being discarded like the Latin that was left behind
by its all too prolific progeny. We would have liked to express our
thanks to Blacklock who gave freely of his time for the early publication
of this Rapid Method. But he too is well aware of the imperfections that
must attend any such compilation
and of the great debt which all linguistic engineers owe to those
who have toiled in the same field before their time. So perhaps it would
be invidious to single out Blacklock or any other individual. All we can
say is that without him the book could not have been published in the
year after International Cooperation Ycar. We wish to express to
Divall, Cliveden Road, London, our warmest thanks for his help in the
correction of the printing proofs. NEO GRAMMAR PRONUNCIATION. Neo, like
Spanish, is pronounced exactly as it is spelt. No letter is silent. Every
letter has one sound, always the same. VOWELS. There are 5 vowels: a, e,
i, o, and u.They may vary in length and are indifferently short or long. They
are pronounced as follows: a like palm, father; e like bet, bay, late,
leather; i like bit, beet, in, if, easy; o like on, oft, go, low; u like
foot, rule, moon. CONSONANTS: e and ch are pronounced like church, China;
g like go, get, gun; i like jet, John; r like red, rag, round, rat; s
like sit, sue, son, summer: z like zoo; x like axe,. box, excited (never
z like example). All other letters same as in English. Definite
article: “lo,” ‘the’. Ending o may be dropped before words beginning with
a vowel: l'arbo, l'arbos the tree, the trees. When preceding an
invariable word, ending s may be added: los Smith, los Nelson the Smiths,
the Nelsons. It may be added also when suggested by a want of clearness
or euphony. INDEFINITE ARTICLE un: a, an. The ADJECTIVE ends with
the letter a: bona good; forta strong. The ADVERB deriving from an
adjective ends with the letter e: forte The NOUN ends with o (plural os):
frato, fratos brother, brothers; soro, soros sister, sisters; gardeno,
gardenos garden, gardens; tablo, tablos table, tables; libro, libros
book, books. Ending o is frequently dropped IN THE SINGULAR, so long
as NUMBERS: mil milyon million All other numbers by
compounding these 13 elements: isun isdu i s t r e i s g a r isgin issit
issep isot isnon duis duisun 11 12 15 16 2 0 21 o t i s
80 o t i s u n nonis nonisnon ek un ek sepisot duck t r e c k
g a r e k 300 81 101 2 0 0 400 qinek s i t m i l o t m
i l g a r e k s e p m i l n o n i s g i n 7095 500 6000 8400
OR PoNt; NOERS wima, a ast; dud second; trea third; PRONOUNS S U B
J E C T (1) OBJECT (1) P O S S E S S I V E m i I m e m e m a m y;
mine t u t e t a y o u r; y o u r s il you l e l a h i
s e l s h e l e (-y) h e r l a her; hers i t i t le, it it l a i t
s oneself; one s e oneself s a his; one's n o S w e n e u s n
a our; ours v u l v e y o u v a your; yours Zi they 2.0
them their; theirs zel they (fem.) ze (-y) them (fem.)
10 After a preposition the pronoun
takes always the "subject" form: mi gar kon il I go with him;
Venar v u k o n nos ? are you coming with us? Example for
possessive adjective: m a dom, m a d o m o s m y house, my houses; possessive
pronouns end with s in the p l u r a l: lo m a, l o m a s m i n e.
The VERB. Conjugation of the verb i (lo have) (same form for all persons)
P r e s e n t a r mi, tu, il, nos, vu, zi a r I have, have, he
has you Past tense, Imperfect.. ir mi, tu, il, nos, vu, zi ir I h a
d, you h a d h e h a d we h a d F u t u r e o r mi, tu, il, nos,
vu, zi or I shall h a v e, y o u will h a v e Conditional (3)... u
r mi, tu, il, nos, vu, zi u r should have, y o u w o u l d h a v e
Imperative, Subjunctive iu Iu d u l d o ! have patience! (pron i-u) Past
participle had ( m i a r a t I h a v e had) Present participle a n d e h
a v i n g ( a d j e c t i v e: a n d a ) Compound participle.. i n d e
having had (adjective i n d a ) (3) The "conditional" tense may
be ignored by beginners and by persons who don't use this tense in their
mother tongue. This verb i is the pattern and the ending of ALL OTHER
VERBS: t o s e e; n o s v i d a r we s e e; el v i d o r s h e will s e e;
v i d i n d e h a v i n g seen; p r o m e n i to walk; zi p r o m e n i r
they walked; el a r p r o m e n a t she has t h e r e; toye
everywhere; k o m p r e n i to u n d e r s t a n d; p l i t o p l e a s e;
p i t o be a b l e: p a r v u ? c an you ? po for; somo something; epe a
little; dezi to wish; lente slowly; vit quickly; speri to hope; k r a s
to-morrow: oje to-day; yer yesterday; fas almost; mul much, many; muy
very. Parlar vu Anglal ? No, mi xena. Do you speak English? No, I
am foreigner. Mi k o m p r e n a r epe, mo no p a r I understand it
a little, but I cannot Miarur apreni an Neo. I should like t o learn Neo
too. s p e a k it. N e o u n l i n g u o i z a e p l a z a. Neo
is an easy and pleasant language. P a r m i fi s o m o p o v u ? Can I do
something f o r y o u ? P l i, p a r l u lente, m i no k o m p r e -
Please, speak slowly, I don't under- n a r. s t a n d. M i s p e r
a r v e vidi k r a s. I hope to see you to-morrow. S a r vu of ik ? F a s
s e m. A r e you o f t e n here ? Almost a
l w a y s. Bonid, Sir. Bonser, Madam. Good morning, Sir. Good
evening, Madam. Alvid, Damel Janin. Bonnox. Good-bye, Miss Jane.
Good night. After reading these two pages, you know all essential rules
of Neo. 11 FIRST PART G R A M M A R The ALPHABET
comprises 26 letters: 5 vowels (a, e, i, o, u) and 21 consonants:
Letter N o u n in Neo Pronunciation Letter Noun in Neo Pronunciation a a
that, add n e n n o, n o n e b e (bay) b e s t lot, n o t e e
d ce (chay) c h u r c h (1) p e (pay) p o o r, p e r s o
n de (day) day g k u (koo) queen, cook(2) e ( a y )
bed, day, Neo e r (air) r e d, r o o m e l f a t h e r
e s sit, s i s t e r g e ( g a y ) h e ( h a y ) geart, home
u te (tay) t o o l, t e a u (00) tool, cook i
(ee) is, e a r ve (vay) v a i n, v o i d je (jay) w e (
w a y ) w e l l, w a y k e (kay) X x e ( k s a y ) a x
( n e v e r g z as e x a m p l e 1 e l m e m mother 没 ye (yay) yes, yet z e (zay)
z o o, r o s e 2) Ferte repron cations like sarisy its wound, just as
the sound of x is really ks. Rather than proper letters, q and x are
convenient signs to replace respectively ku (or kw) and k s; both ku (or
kw) and k s a r e a v a i l a b l e if preferred. Letter q is always
followed by a, e, i or o. L e t t e r combinations sh and kh are
pronounced same as in English. P R O N U N C I AT I O N Neo, like
Spanish and Italian, is pronounced exactly as it is spelt. No l e t t e r
is mute. E v e r y l e t t e r h a s o n e s o u n d, a l w a y s t h e s
a m e. mistakes are practically excluded. tong and rare thy win
simple and patie VARIABILITY OF WORDS An endings is added to nouns
and pronouns in the plural. Verbs are conjugated according to the list on
page 17. All other words are invariable. STRESS fails on: 1)
the last but one syllable of words ending with a vowel: lIbro book; t a b
l e; p A t r o f a t h e r; m A t r o m o t h e r; A l m o soul; k o r A g
o courage: k o r A g a courageous; k e m i o chemistry; s e r i o series;
g e o g r a r l o g e o g r A i a geographical; d i s t r i b o so
astribute; OAtma inanimous; unalmEso unanimity. distribution; d i s t r i b
i 2) the last syllable of words ending with a consonant: a m O r love; a
m i k friend; g a r d E n garden; kanOn gun; a v e n t U r adventure;
experimEnt experiment; m i a m A r I l o v e; vu venAr you come; zi vidOr
they will see; vu venUr you would come. The s of the plural does
not displace the stress: lEbros, tAblos, mAtros, serlos, amikos,
gardEnos, aventUros, experimEntos. 12 m o u r n i n g, Before
another vowel, i always gets stress, even in words that already have
another stress: tollo madness; m o p i o shortsightedness; b i o l o g l
o Stress n e v e r falls on t h e vowel u in t h e combination g u o:
lInguo language; a m b I g u e ambiguously, or after a and e: p l A u d i
to applause; kAuzo cause; klAuzo clause; Auto motor-car; nEutra neutral;
rEumo rheumatism; r E u m a rheumatic. nineteen; department.
n O n c k n O n i s n O n 999; v I r v E s t d e p a r t m E n t I s n O
n men's-clothing- THE ARTICLE Definite article l o: the. Lo
patro the father; lo patros the fathers; lo matro the mother; lo matros
the mothers; lo garden, lo gardenos the garden, the gardens. Ending
o may be dropped before a word beginning with a vowel: l ' a r b o, l ' a
r b o s t h e t r e e, t h e t r e e s; l i d e o, - s t h e i d e a, -s; l ' o
k, -os t h e eye, -s; l'uk, -os the corner, -s; l'aventur, -os the
adventure, - s; l'olda vir, -os the old man, men. In t h e plural,
when preceding an invariable w o r d, e n d i n g s may be a d d e d: los
N e l s o n e x i r, los J o h n s o n e n t r i r the Nelsons w e n t
out, the Johnsons came in; los sencesa k u r d'et infan me lasir this
boy's ceaseless "whys" tired me. Ending s may also be
added to give extra weight and when suggested by a want of clearness or
euphony. There are no graphical (written) accents nor any diacritical
signs in Neo. T o m a r k t h e s t r e s s of f o r e i g n o r u n i v
e r s a l w o r d s e n d i n g w i t h a s t r e s s - c a r r y i n g
vowel, a n a c c e n t is put o n t h i s v o w e l: p a s h a, p a p a. T h i
s d o e s "foreign" vorthe principle of accents' absence in
Neo, as it only concerns This accent may optionally be replaced by an
apostrophe: pasha', papa'. Indefinite article u n: a, an. Un v i r e u n
f e m a man and a woman; n o u n sol boy not a single boy. Both
definite and indefinite article may optionally be omitted, as is normal
practice in Russian, in Latin and in several oriental languages. THE ADJECTIVE
The Adjective ends with the letter a: g r a n a large; leta small; forta
d e b l a w e a k; i z a c a s y; d u i a dificult; komoda convenient; d
e c e n t a d e c e n t; b l o n d a b l o n d: b r u n a b r o w n. When
the adjective is used as a n o u n, e n d i n g s m u s t be a d d e d in the p
l u r a l: lo g r a n a s the large ones; lo l e t a s the small ones; l
o b l o n d a s t h e blond ones; lo b r u n a s t h e brown o n e s; l '
a l b a s t h e white o n e s; l o s k u r a s the dark ones.
Ending a may OPTIONALLY be dropped when the adjective PRECEDES the noun t
o which it relates (NEVER WHEN IT FOLLOWS 11), s o long as this elision
does not create confusion, and so long a s after the elision the
adjective has no more than ONE syllable or at most T W O: 13 e t d
o m (eta d o m ) t h i s h o u s e u x n u s f e l e t ( u n n u s a f e
l e t ) m i r i c i r v a b o n b r i t v a b e a u t i f u l f l o w e r
s a pretty little girl I received your good letter u n gentil
d a m venir (un gentila a nice lady came d a m ) let d o m o s e k
l e z o s grana (leta small houses and big churches d o m o s ) il
un gentil boy (gentila boy) he is a nice boy. The ADVERB deriving from an
adjective ends with the letter e: forta strong, forte strongly; e n e r g
a energetic, e n e r g e energetically, e k o n o m a, - o m e economic,
-ically. THE NOUN The Noun ends with o (plural os): frato, f r a t
o s brother, b r o t h e r s; s o r o, table, tables liters; ibras book,
rachos gurden, gardens; tablo, tablos table, tables; libro, Ending
o is frequently dropped IN THE SINGULAR, so long as the ENDING oS IS
NEVER DROPPED. Ending -in is used to design feminine nouns: doktor, doktorin
doctor, lady doctor; roy, royin (usual contraction: roin) king, queen;
leon, v e n d e r i n s e l l e r m, (m, f ); librer, librerin
bookseller (m; f); biblioteker, bibliotekerin (usual contraction: b i b l
i o t e k i n ) l i b r a r i a n (m, f). PRONOUNS m i (u
(3) i l el it S O N O S v u (3) z i
z e l SUBJECT (1) I y o u; t h o u n e s h
e it o n e w e y o u t h e y they
(fem.) OBJECT (1) m e me t e you le him le, ley
her l e, i t it s e oneself n e v e
us y o u z e t h e m ze, zey t h e m POSSESSIVE
(adj. and pron.)(2) m a l a l a l a l a s
a n a v a 2 8 my; mine your; yours h i
s her; hers. h i s: o n e ' s, h i s o w n our; ours
Your; Yoeirs 14 After a preposition, the pronoun has always
the " s u b j e c t " f o r m: v e n a r t u k o n n o s ? are
you coming with us ? m i e x a r kon il I go out with him; For the
indirect object pronoun, you may also say: a mi, a tu, a il and so on ( t
o me, to you, to him); in the third person, you may also replace le by lu
(fem. luy) and ze by zu (fem. zuy), (only for the indirect object); When,
in t h e same sentence, you have two object pronouns, the one direct and
the o t h e r one indirect, the indirect one is placed first: m i te it v e n d
a r I sell it to you; nos ve l e p r e z e n t o r we shall introduce him
to you; nos le (lu) ve prezentor we shall introduce you to him. 2)
Examples: m a dom, m a d o m o s my house, my houses; possessive pronouns
e n d w i t h s in the p l u r a l: lo m a m i n e; l o m a s mine (plural):
There exists also a "rich" possessive, more expressive: m i a, t u a,
i l a, ela, ita, soa, nosa, vua, zia, zela: nosas plu shira gam vuas ours
are more expensive than yours. T h i s " r i c h " p o s
s e s s i v e u s u a l l y follows the name to which it refers and a d d
s e m p h a s i s: P a t r i o m i a ! My fatherland (mine) !: P a t r o n o s
a ! O u r Father (ours) ! 3) Several Neists suggest using tu when
addressing a single person and v u when addressing two persons or more,
as was normal practice in Latin. SOME OTHER PRONOUNS: l o w h
a t: l o k i m e p l a r w h a t a p p e a l s t o m e; l o k e m i v a r i w h
a t I w a n t t o h a v e (objeet k e n ) who (whom): Ki v e n a r
? Who is coming ?; k e n v i d a r v u ? w h o m do you s e e ?;
possessive k i a: k i a et l a p ? whose is this pencil? (object
ke) relative pronoun: who (whom). L o v i r ki v e n a r the man who is
coming; lo v i r k e t u v i d a r the man ( w h o m you see. Animals can
be "he, she or it", as in English. When, in the same sentence,
o r in t h e same narrative, you have t w o pronouns, the one relating to
a h u m a n being, a n d the o t h e r one to a n animal, it is
suggested, in order to avoid confusion, to use il (or el) for the human
being, and it for t h e a n i m a l. POSSESSIVE ADJECTIVES ma-, t a
-, la-, el(a)-, sa-, na-, va-, za-, zel(a)- are frequently used as
PREFIXES: maopine in my opnion; savole of his (own) free will; vadomye in
your house; raggin agthen conom ele and in decording to his conte
after maelte on my part, from me, on my behalf; navola decidos our
free-will decisions. o h FEnglisa imsonal pronoun "it, this,
that" (in Neo to or 1) is e legala it h a s n o importance it
is all the same to me me p a r a r strana it seems strange to me
nesar agi It is necessary t o a c t s a r peria! that is all right!
o x i ! par bela oje this may happen! it is fine weather
to-day 15 But this pronoun may not be dropped when used as object
or interrogat- ively: M i t r a r eto t o t e b o n a Libar
vu i t ? Sar it posibla ? I find this quite D o Still,
y o u m a y s a y: S a r v e c o a l a e s... ? Do you mind if... ?
because such a useful question cannot be confused for the statement.
Hider ai, zel mean also the one one we the one who is coming e l k
e t u a m a r she whom you love zi k i k a n t i r y e r s e r t h o s e
w h o s a n g yesterday evening i t k e v u b i l d i r the one you
built The pronoun zi has one rather special form ziel to denote a
couple (m, /) or a mixed-sex group. EXERCISE Mi te vidar, tu
no me vidar. Va r vu exi kon mi ? Il d i c a r el no v e n o r. Mi te dor pan,
tu me dor vin. Vo ta d o m ? em lo ma. Va kamos plu grana gam nas. Ma dom
plu leta gam ta. Mi no spar pri ko tu parlar. Il parlar pril yera
axident. El sem dicar to a sa matro. I see you, you don't see me. Will
you go o u t w i t h m e ? H e s a y s s h e w i l l n o t c o m e.
I'll give you bread, you'll give me w i n e. W h e r e is your
house ? Here is mine. Your rooms a r e larger t h a n ours. M y h o
u s e is smaller than y o u r s. I don't know what you are
speaking about. H e is talking about yesterday's
accident. She always says everything te her m o t h e r. Nos
exor kon zi krasmatin. We'll go out with them to-morrow m o r n i n g.
Lo vir ki venir e ke tu no libar. The man who came and whom you d o n ' t
l i k e. Mi vur spi kia et bel dom. I would like to know t o whom
this b e a u t i f u l h o u s e b e l o n g s. Sar forse lo del
derker. It is perhaps the director's. Mi no spar lo ke t u var fi. I
don't know what you want to do. Ken inkontrir t u etmatin ? Whom did you
meet this morning? Lo dam dey filyo tu konar. The lady whose son you
know. P ar mi ti m a libros i n ta k a m ? May I put m y b o o k s in
your room ? Ya, mo no tiu lo tas nir lo mas. Yes, but do not put yours
near mine. Ve r m i te vidir k o n t a t r a t. I s a w you yesterday
with your Yer fir bela, mo oje pluvar. Yestethey it was fine, but
to-day it is r a i n i n g. No me vikar resti domye oje. I don't
mind staying home to-day THE VERB THE VERB I, to have, is
conjugated as follows (same form for all persons): Present a r mi,
tu, il, nos, vu, zi a r I have, y o u h a v e, h e h a
s Past tense, Imperfect.. i r F u t u r e ml, tu, il, nos, vu, zir
hehdayou had, O r mi, tu, il, nos, vu, zi or I shall have,
Conditional • u r mi, tu, il, nos, vu,
zi u r should h a v e, y o u w o u l d h a v e Imperative,
Subjunctive i u Iu duldo! have patience! (pron i-u) Past participle
Present participle a t a n d e had ( m i a r at I have had) h a v i n g (
a d j e c t i v e: a n d a ) Compound participle.. i n d e h a v i n g h
a d ( a d j e c t i v e i n d a ) Trustionte in their mother od y
beginners and by people who This verb i is the pattern and ending FOR ALL
OTHER VERBS (every verb consists of a stem, suffixed by one of the eight
forms of the verb i ): Si to be; m i sar l a m; il s i r he was; nos s o
r we shall be; Sat been; fi to do; t u far you do; vu fir you did; el fur
she would do: l a n d e d o i n g; v i d i to s e e; il v i d a r he
sees; v u v i d o r you will s e e: m i have s e e n; p r o m e n i to w
a l k; zi p r o m e n i r they walked; el a r p r o m e n a t she has
walked. The Imperative-Subjunctive of polysyllabie verbs ends with u
instead of iu: Miru et fem! Look at this woman!; Nos promenu um lo
kastel! Let us walk around the castle! ACTIVE COMPOUND VERBS are as
in English: mi ar s a t I have been; vu ar fat you have done; nos a r
vidat we have seen; el i r pro- menat she had walked; v u ur pensat you
would have thought; zi or e n d a t they will have finished. This
"occidental", construction may be replaced by the Esperanto
modified in Neo i n t o i n d a (with a u x i l i a r y verb s i, to be):
will have s e e n; v u finda you have d o n e; n o s v i d i n d a we have
seen; el s i r p r o m e m n d a she had walked; vu s u r p e n s i n d a
you would have thought; zi s o r e n d i n d a t h e y will h a v e
finished. PASSIVE VERBS (auxiliary verb si): mi (sar) b a t a t I am
beaten; zi s i r b a t a t they were beaten; n o s s u r b a t a t we s h
o u l d b e b e a t e n; vu s o r b a t a t you will be beaten; zi s i r
vidat pe mulunos they were seen by many people. This construction
may be replaced by the verbal suffix a t: m i batatar I am beaten; zi b a
t a t i r they were beaten; nos b a t a t u r we should be beaten; vu b a
t a t o r you will be beaten; zi v i d a t i r pe m u l u n o s they were
seen by many people; il shar si batat he ought to be beaten. REFLEXIVE
VERBS as in English: m i m e mirar I look at myself; il se v u n a r he
injures himself; il se kontrediear he contradicts himself. This
construction may be replaced by the verbal suffix is: m i mirisar I look
at myself; il v u n i s a r he injures himself; il k o n t r e d i c i s a r
he contradicts himself. RECIPROCAL VERBS are conjugated with the
verbal suffix ue: nos a m u e a r we love each o t h e r; zi k o n t i n
u e o f e n d u e a r they continuously offend each other; Amueu e vu sor
ixa! Love each other and you will be h a p p y ! you (are) a
clever b o y; m i p a r l a n d a I (am) talking; nos s i r l u d a n d a
we were playing; van il venir, mi s i r lejanda when he came, I was
reading; mi ju fartor I am going to leave; nos ju arivor we are going to
arrive; i l ju a r i v a r h e is just arriving; nos ju udir we have just
heard; nos i r ju udat we had just heard; e t d o m l u k e n d a
this house is t o let; et kont v e r i f k e n d a this account has t o
be verified (checked, audited); y e n m u z e o v i d e n d a that museum
is worth seeing; ye mul rimarkenda kozos there are many remarkable
things. EXERCISE Dun tu dansar, mi laborar. A s k u, so t e d
o r. Mi vendar e tu kofar. El no bela, mo muy kleva. D e z u
r v u t r a v e l i e t s i z e ? While y o u dance, I work. will
be given to you. handsome, but very intelligent. you like to travel
in this season ? I l l e k t a r entide. He r e a d s all d a y
long. Kan kostar e t cap ? H o w m u c h d o e s this h a t cost ?
Ka lo presyo d'et cap ? What is the price E t o no m u y c i p a.
This is not very cheap. Mi korespondar kon un Angla. I c o r r e s p o n
d with an Englishman. Mi lu s k r i b a r, il me rispar. I write him, he
replies to me. J u pluvor, dete mi no exar. It is going t o rain, that is
why I d o n ' t g o o u t. Il ju venir da London e me aportir He
has just come from London and un bel libro. b r o u g h t m e a beautiful
book. M i s e m pensar a el, mo me I always think of her, but she
has Shendande dal tren, il kadir e Stepping out of the train, he
fel injured himself. Si o no si, em lo gestyon. To be o r not to
be, t h a t is t h e Mi nur plezantar. Mi krar, tu me mokar. I am
on joe puling my lo6: MONOSYLLABIC VERBS The following monosyllabic
verbs are the contractions of the forms in b r a c k e t s: i ( a v
i t o h a v e p i ( p o s i ) to be able bi (bevi) to drink pli ( p l a z
i ) to please di ( d o n i ) t o give s i ( e s i ) to b e f i
(fari) to do, to m a k e s h i ( s h a l i ) to have to fli ( f u g i )
to fly s p i ( s a p i ) t o k n o w g i ( g i ) t o g 0 s t i (esti) to
stay, to be j i ( i j i ) t o b e c o m e ti ( m e t i ) t o p u t
k r i ( k r e d i ) to believe t r i ( t r o v i ) to find li (lati) to
leave, to let vi (voli) to wish, to will Both forms have exactly the same
meaning; one may therefore optionally use one or the other, according to
one's t a s t e or t h e feeling. Thus, you can choose either form:
l'aglo f a r or Paglo flugar (the eagle flies); mi no p a r fl eto, mi no
posar fi eto, mi no par fari eto or m i no p o s a r f a r i eto (I c a n
' t do this). I t is suggested to use the dissyllabic ( t o syllable)
form of these verbs except for the auxiliary verb i) when addressing
people in an international meeting, i n which case it is also necessary
(whichever language used) to speak slowly, in order to make understanding
easier. NEO NUMERATION CARDINAL NUMBERS: 100 m i
l 1000 All other numbers by compounding these 12 elements:
tsun isdu istre isgar isgin i s issepisgt ison dais disun duise duistre
treis garis qinis sitis sitiolt ogis guis monismon elon 23 30 40 99
ekdu ekis duck treek qinek siteksitissit otek milun milis milekisun 1001
1010 d u m i l t r e m i l o t m i l treismil otismil duekmil
ginekmil 2000 3 0 0 0 8 0 0 0 30000 80000 200000 500000 s i t
e k m i l s i t e k s i t i s s i t m i l y o n t r e m i l s e p e
k g a r i s t r e 6 0 0 6 6 6 m i l l i o n 3743 ginmil
noneksitistre noneksitistre g a r e k s i t m i l 4 0 6 9 6 6
noneksitissit m i l y o n (os) s e p e k n o n i s t r e m i l s i t e k
s i t i s f r a n k o s: 46.793.660 g a r i s s i t f r a n e s.
Tokyo are is mil enos) abiteros: Tokyo hasad, ten milion inhabitants (ab.
= about) S U F F I X E S. Ordinals: -a. U n a ( p r i m a ) first; u n e
( p r i m e ) firstly); third; g a r a f o u r t h; tenth; isdua
twelfth; duisa twentieth; duisnona 29 th; q i n i s a 50th; e k a 100th;
m i l a 1000th. M u l t i p l e s: g a r i p l a fourfold; i s i p
l a tenfold; isipli to Cold; Piplae don, ls doubly deciple; -capia
centupie; e i p l i to . Fractions: -im. D u i m, d i m half; t r i
m 1/3rd; q a r i m 1/4th; isim 1/10th; qinisim 1/50th; e l i m 1/100th;
milim 1/1000th; milyonim o n e m i l l i o n t h. Order, class:
Primala primary; duala secondary; isala ranking tenth. Collective: -0.
Isos tens; isduo dozen; ekos hundreds; milos thous- Grouping: -ope. Unope
one by one; duope two by two; isope in groups of ten; ekope by hundreds;
milope by thousands. Ordinals are needed for: I s g a r a S e k l o
(14a s e k l o ) fourteenth century; D u i s a S e k l o ( 2 0 a s e k l
o ) twentieth century. Ordinals are not needed for:
ARITHMETIC. B a s i c R u l e s: division. Adis addition;
sotrak subtraction; multiplo multiplication; divid 19 2 + 2 3
- 1 X 3 8 : 2 = 4 = 3 = 9 =
4 d u p l u d u far q a r g a r min u n far t r e t r e yes t
r e far n o n ot pe du f a r gar. Big Numbers: m i l y o n
million (1.000.000 or 106) m i l y a r d milliard (U.S.
"billion") 1.000.000.000 or 109) b i l y o n billion (U.S. one
thousand billions) 1.000.000.000.000 or 1012 t r i l y o n trillion (one
million european billions) (1018) g a r i l y o n quadrillion
(1024) q i n i l y o n ' quintillion (1030) Powers: 62: sit d
u p o s a (6/2ps) 8 5: ot t r e p o s a (8/3ps) 1012: is isduposa
(10/12ps) 1024: is duisgarposa (10/24ps). Roots: 2 \
16: duradik de 16 (2rk/16) 1/27: treradik de 27 (38k/27) 1/256:
garradil de 256 (1rk/256). Weights and Measures: g m l i t r
o g r a m m e t r o dag d e k a g r a m d a m d e k a m
e t r o d a l d e k a l i t r o hg h e k t o g r a m hm
h e k t o m e t r o hl h e k t o l i t r o kg k i l o g r a m k m k i l o
m e t r o d e c i l i t r o d g d e c i g r a m d m d e c i m e l r o c
l c e n t i l i t r o cg c e n t i g r a m c m c e n t i m e t r o
Q g i n t a l (100 Kg.) ™ g m i l i g r a m m m m i l l i m e t r o
I n t o n y o (1000 Kg.) i n c o: inch; ped: foot; pundo: pound;
milyo: mile; n o d y o: k n o t; galonyo: gallon; lumanyo:
light-year parsek: parsec (3,26 light-years); m e g a p a r s e k: megaparsec
(one million parsecs). International signs. Neo has adopted
following international signs: (kilo) No has adopted! ( m i l i )
10-3 M G T ( m e g a ) 106 u ( m i k r o ) 1 0 -
6 ( g i g a ) 109 n ( n a n o ) 10-9 ( t e r a ) 1012 (
p i k o ) 10-12 Numbers Sit (6), Is (10) and Ek (100). We long
reflected before adopting these three terms instead of the more
international ones s i x, d e k a n d c e n t, w h i c h f i r s t n a t u r a
l l y c a m e t o our m i n d. O u r o p t i o n w a s d i c t a t e d b
y r e a s o n s o f c l e a r n e s s a n d e u p h o n y. H e r e are
some examples of n u m b e r s c o m p o s e d w i t h sit, is a n d ek
in front of the same numbers composed with six, dek and cent: s i t
i s 60 s i x d e k s i t i s s i t 6 6 s i x d e k s i x s i
t e k s i t i s s i t 6 6 6 s i x c e n t s i d e k s i x qareksitisqin 4
6 5 g a r c e n t s i d e k g i n q a r e k d u i s d u 4 2 2 g a r c e n
t d u d e k d u s i t m i l s i t e k s i t i s s i t 6 6 6 6 s i x
m i l s i x c e n t s i x d e k s i x s i t i s a 6 0 t h s i
t i s s i t a 6 6 t h otekotisot 8 8 8 s i x d e k s i x a o
t c e n t o t d e k o t 20 These examples show that six often
causes ugly alliterations; is and ek, brief and clear and beginning with
a vowel, compound themselves much more harmoniously than dek and cent
with other numbers them. Nem mbers are those wanted by our age of radio
and telephones An expert's opinion: Here is the opinion of Mr. F. J.
K r ü g e r, Interlinguistics Counsellor of A m s t e r d a m U n i v e r
s i t y ' s L i b r a r y, p r o m m e n t p o l y g l o t, w h o k n o w
l e d g e o f all m a j o r c o n s t r u c t e d l a n g u a g e s, a n d a l
s o o f a h a s g r e a t a w i d e n u m b e r of natural, living
or dead, languages: " N e v e r, in w h i c h e v e r l a n g u a g
e, h a v e i m e t n u m b e r s t h a t s o u n d a s c l e a r l y a n
d a s h a r m o n i o u s l y a s N e o n u m b e r s. " SHORT
VOCABULARY: num number; numa numeral, numerical; nume numerically; n u r
i to number; numazo numbering; numado, n u m i o n u m e r a t i o n; n u
m o z a n u m e r o u s; n u m o z e n u m e r o u s l y; n u m o z o
numerousness; numon big number, great number; sennuma numberless; n u m b
e r l e s s l y; m u l m a n y; m u l u n o s many people; mulo g a n t o
q u a n t i t y; g a n t a quantitative ( a l s o: " q u a n t a " );
q a n t i to quantify; q a l q u a l i t y; q a l a qualitative; g a l i,
galifi to qualify; g a l a z o qualification; q a l i a qualifying,
qualificative; galat qualified. zer(o) zero, nought; n i l o nothing; nix
nothing at all, naught; nil.. no...; nili to annihilate; nilazo
annihilation; nula worthless; nule in n o w a y. adisi to add up;
sotraki to substract; multipli to multiply; multiplo m u l t i p l i c a
t i o n; m u l t i p l a l plicand; m u l t i p l e r multiplier; m u l t
i p l e s o multiplicity; m u l t i p l i b l a multipliable; d i v i s i
o n; mutaniable disishiti; onidend ditdend, divizon division (mil).
m a t e m a t, - a, - e mathematics, a r i t m e t i o, -ical, -metist
arithmetic, -ically; -ist m a t h e m a t i c i a n; --etician; g c o m e
t r i o, m m e w a, - m e t r i s t
geometry, - i s t a l g e b r a, - a i c, equation; s e n e n d i m
a i n f i n i t e s i m a l; d i f f e r e n t i a l; k a l k u l c a l c
u l a t i o n; calculate; kalkulil, k u l i n g o calculating machine; a
d i s i l, a d i s i n g o a d d i n g m a c h i n e; k o n t a c c o u n
t: k o n t i t o c o u n t, t o r e c k o n; s t a n d e l balance (of
account). For DATES, t h e day's number is generally p u t before t h e m
o n t h: u n j a n a r January first; i s g i n n o v e m November 1 5 t
h; t r e i s u n decem D e c e m b e r 3 1 s t.; k a d a t o o i e ? w h
a t is t o - d a y ' s d a t e ?; k a i d d e l m e s of July; mi n a s i
r je duisnon lebrar I was born on February 29th. EXERCISE Ke vur tu
fi oje ? What would you like to do to-day? M i shar gi shel librer e kof
tre I must go to the bookseller's and buy l i b r o s. t h r e e
books. A r t u s u f d e n g o ? Have you e n o u g h money ? Mi a
r d u e k g i n i s f r a n k o s. I h a v e 2 5 0 f r a n e
s. S h a k libro k o s t a r sepis f r a n k o s. Each book costs seventy
francs. L o s t r e k o s t o r d o n k d u c k i s f r a n k o s. The
three will then cost 210 francs. Ve restor qaris frankos. Y o u will h a
v e 4 0 f r a n c s l e f t. L o d u i s t r e m a r s or un bel On March
23, we will have a fine concert. Ka lo presyo del plasos ? What is
the price o f the seats? Mi n o s p a r; l a s t y e s nos pagir ek I
don't know; last time we paid g i n i s f r a n k o s lo p l a s. 150
francs a seat. 21 Ke for tu krasmatin ? What are you going to do
to-morrow Mi sperar gi kinye kon ma frat. I hope to go to the movies with
my Kom gar ta filyo ? Il studar jus universitye e laborar He
studies la an hendersity and Ma m a t r o me dar un libro. he is working
very well. Ta dom me plar mul. My mother gives me a book. Vur
vu veni ne vidi etser ? Mi vur, mo no par; mi no frida. I would like to,
but I cannot; I am Te miru nel spek: ta vizo lura. Look a t yourself in
the mirror; Sar un inka flek. Kom fir tu it ? It Tsan ink biot. Hoy did
you do it ? Mi no spar; forse dun mi skribir et I don't know; perhaps
while I was writing this letter t o my mother. Cu tu vidinda l'iv
ki flir tan vit? Have y o u s e e n t h e was yvins so fist airplane
that Vo tir tu lo lapos ke mi te dir? Where did® you put the
pencils I gave you ? Mize tir ik, mo nun mi no par ze I putt her
here, but now I cannot Aponu ta mant, nos Put on your overcoat, we
are soon Pardonu, Madam, ve fir mi mal? I beg your hert yor pardon, Madam,
did I No dey, vu me fir nil mal. Don't mention it, you did not hurt
Mi no ir vidat vu sir ik. I had not seen you were here. I was twice in F
r a n c e. Mi ik primyese. This is the first time I am here. Kanyes
gir vu kinye van vu Lon- How many times did you go t h e movies
when you were in Mi ye sir plulyes. I was there several times.
Unyes mi ye inkontrir va gefratos. Once I met there your brother(s) and
sister(s). Dim d ' e t f o r t u n te Ka ma standel, pli
pertenar. Half of this fortune belongs to you. Mesense vu
ritirir t r e e k issit; qinek treisgar S. had £ 850; you drew out
£ 316; n o w y o u h a v e £ 534. Ekos perar shakmes in
rutaxidentos. Hundreds (of persons) perish every i n r o a d - a c c i d
e n t s. grek filosof vivir yo This great Greek philosopher lived t
h o u s a n d s of years ago. VOCABULARY: sekund second; m i n u t
minute; oro hour; ordim half a n h o u r; o r g a r i m q u a r t e r of
a n h o u r; i d o d a y; n o x n i g h t; m a t i n morning; m i d noon;
ser evening; minox midnight; vek week: vekend m o n t h; b i m e s t w o
months; t r i m e s quarter, three months; sitmes half-year; anyo year;
seklo century; milanyo thousand years, millenary; domid afternoon
alter to morrow; sem always; xi neye late; sa, save e p sidago; fra
within; inye within; fru early; day: min t a Sung; VeRan do May day, Sad
Tuesday; Mirko Wednes- J a n a r J a n u a r y; F e b r a r F e b r u a r
y; M a r s March; A p r i l April; Mey May; Jun(yo) June; Jul July; Agost
August; Septem(bro) September; Oktob(ro) October; Novem(bru) November;
Decem(bro) December. Primaver, Lenso Spring; Zom Summer; Erso, Autumno
Autumn; Y e m W i n t e r t e m p o t i m e; s i z o s e a s o n; p
e r i o d p e r i o d; d u r i t o l a s t; p a s i t o go b y, t o p a s
s; pas- l a s t; n a r - c o m i n g, t o c o m e; d u n w h i l e. W h a
t time is it ? Kaore venor vu ? At what time are you going to Mi
venor fra du oros. S a r is m i n g a r i m. S a r is e q a r i m.
I'll be here a t 5 (o'clock). I t i s now three o'clock. I'll come
within two hours. It is late, it is already ten. It is q u a r t e
r t o t e n. It is quarter past ten. It is five m i n u t e s t o
ten. Sar is min is. Sar non min duis. Sar isun e
duisgin. It is ten minutes to ten. It is twenty minutes to
nine. It is 11.25. It i s almost half past eleven. It will
soon be eight. Sar ja ot min sep. It is already seven minutes to
eight. I have been here since six o'clock. Mi arivir yo sit
oros. Mi ik d e p d u oros. I a r r i v e d s i x h o u r s a g o.
I h a v e b e e n h e r e f o r t w o h o u r s. At what time is the
departure ? Lo ship departar a i s exakte. T h e ship leaves exactly at
ten. We'll be here in a quarter of an hour. Kan departos ar vu nok
inye mes ? How many departures have N o k qar d e p a r t o s: du
departos Four m o r e departures: two de- Mi no par giti pre un bivek. I
cannot leave before a fortnight. Zomoro. Yemoro. T r e m a t i n e.
At any time (of the day). S u m m e r t i m e. Wi n t e r time. T h
r e e o ' c l o c k in t h e m o r n i n g. Every hour (adv.). By n
o w; b y this time. Il a t e n d a r sa oro. Il pagat treisqin frankos
ore. He bides his time. thirty-five francs an Suplemtempo pagat
sitis frankos Overtime is paid sixty francs an Il astir e arivir justore.
m a d e h a s t e a n d a r r i v e d a t the right time. a treedim
domide lo On June fifteen, at half past three in the afternoon the t r e
a t y p e a c e w a s s i g n e d. Narzome n o s departor Fransye.
Next summer we'll leave for France. Septembre mi sor Italye. I n
September I'll b e i n Italy. M i libar J u n a long idos. I l o v e J u
n e ' s l o n g d a y s. Mi sor Londonye nartud a is sere. I'll be in
London next Tuesday at Mi sir Swisye pasyeme. I was in Switzerland last
winter. (dun jinge T u k a n a j a ? - Mi isot. Mi sun
isot. - Mi nonok duis. Ma patro ja ginis. I l aspar apene
qaris. @inanya, sitanya, Qarisanya, qinisanya. Sitisanya,
sepisanya. AGE How old are you ? - I am eighteen. I'll soon
be eighteen. - I am not yet My father is already fifty. H e h a r d
l y looks f o r t y. six, ten years old. Quadragenarian, (in
h i s f o r t i e s, in h i s fifties). Sexagenarialioies).
septuagenarian (in Octogenarian, nonagenarian (in his Otisanya,
nonisanya. Centenary (anniversary). Jubilee (50th birtday),
Nasid; anyid; Birthday; anniversary; Saint's Day. Pasanye nos celebrir lo
garekado Last year Shexpir-naso, kespeare's birth. Naranye
nos celebror na nodependo Next w e will c e l e b r a t e o u r
independence jubilce. Pasanye na granpatro samany g o a t dei easy,
Last sate m a n ather became the centenary y e a r of the Lo
pov nonisanyin kadir e vunisir T h e poor ninety y e a r s o l d w o m a
n fell and injured herself badly. Sor l'endo de ta adol, tu sor
adulta. It will be the end of your adolescen- ce, you will be an
adult. TABLE OF THE PRINCIPAL PREPOSITIONS a (al) t o (1) les
according to a b from, beginning with l o n g a l e. a l o n g, a t
t h e s i d e of a k o n t r e c o n t r a r i l y t o m e d
e a m i d s t a n t e ( a n t e l ) before (space) (2) m e z
e b y m e a n s of a p s e ( a p s e l ) n e x t to n i r n e a
r d a ( d a l ) from o b e above, up c i s on this side
o n d e (del) of p e pe) byover d o ( d o l ) a f t e r
(time) ( p o l ) f o r dorse rear, back of на с п и н я
po p r e ( p r e l ) before (time) d r e ( d r e l ) b e h i n
d p r i (pril) about, concerning d u n during, w h i l e p r
o for, in favor of, per e s k e ( e s k e l ) except r e k t e l e
o v e r l e a f e x e out, out of r i r b e h i n d f a c e
facing fra r i s p e in r e p l y t o H e r in spite of v i t
r e b e h i n d s e n w i t h o u t i m e i n s i d
e s h e a t, t o i n l o k e i n s t e a d of s u b u n d e
r i n f o l g e f o l l o w i n g sube (subel) under, below
inte (intel) between, among i n t r e ( i n t r e l ) inside i n y
e (inyel) within j e ( j e l ) t o, i n, f o r, by, near (3) ( k a
u z e l ) because o f k o n ( k o l ) w i t h k o n f o r m e
according k o n t r e ( k o n t r e l ) to against s u r over,
above s u r e a b o v e t r a, t r a n s t r u ( t r u l )
through u (ul) at, in possession of u m a r o u n d u n t e
( u n t e l ) down u s u n t i l ver to, towards CORRELATIVE
ADJECTIVES, PRONOUNS AND ADVERBS ADVERBS PRONOUNS ADJECTIVES
(locative: -ye) (individual: -un)
(thing: -0) (mode: -e) ka which, what e t t h i s yen
that k a u n which one e t u n this one y e n u n that
one k a o (usu: ko) what (complement: k e ) e t o t h i
s y e n o t h a t kae ( u s u: k o m ) how | k a y e (usu:
vo) w h e r e e t e t h u s y e n e in that way etye
(usu: i k ) here y e n y e u s u ye) t h e r e 2
5 o s a other s o m s o m e s h a k each, every t o t
all s e r t a c e r t a i n o s u n a n o t h e r o n e t o t
u n o s (usu: tos) (plural) all, all people s e r t u n s o m
e o n e t h i n g something o s e o t h e r w i s e s o m e s
o m e w a y o s y e s h a k o e a c h t h i n g s h a k e in e a c
h w a y t o t o (usu: to) tote quite, wholly s e r t o a
certain thing e l s e w h e r e s o m y e s o m e w h e r e s h a k
y e in each place t o t y e ( u s u toye) everywhere s e r t
e in a certain s e r t y e in a certain a n y w h e r e t a l y e
in such a place nowhere somewhe- nilosye nowhere else k
e l a n y t a l such kelun anybody t a l u n s u c h
one a n y t h i n g t a l o s u c h a thing k e l e a n y h o
w thus, k e l v e nil no etosa this other (2) n i l u n
nobody e t o s u n t h i s other n i l o e t o s o
nothing t h i s o t h e r a w a y n i l e no wise n i l
y e s o m o s a o t h e r n i l o s a
n o s o m e o t h e r o n e s o m o s u n s o m e o n
e e l s e nilosun nobody else thing s o m o s o e l s
e n i l o s o something n o t h i n g else s o m o s e in s o
m e o t h e r w a y n i l o s e in n o o t h e r s o m
o s y e r e else w a y
feminine: kain, etin, yenin, osin, somin, shakin, totinos, sertin,
kelin, talin, nilin, etosin, ete.
the adjectives osa, etosa, somosa, nilosa can never be elided.
CORRELATIVES are often used as PREFIXES: k a o r e ? at what t i m e ( h o u r
) ?; k a i n t e n t e e x i r il ? with w h a t i n t e n t did he go o
u t ? kaskope v e n i r i l ? for what purpose did he come ?; nilkaze in no
case; kelkaze in any case; etoxe in this occasion; talkondise in such
conditions; kelvede whatever the weather. Vo? Unde Vas
Lom Кі ? 212 1010 2 Kur? Neo very often contracts the preposition with
the definite article as given in brackets a b o v e ): al to the; a n t e
l before t h e; a p s e l next to the; d a l from the; del of the; dol
after the; eskel except for the; grel in k o n t r e l against the; nel
in the; ol on, over the; pel by the; prel before the; p r i l concerning
the; subel under the; trul through the; ul at the in possession of t h e;
u n t e l down the: Il dir sa dengo al pov vir. Prel m a r l o de
ma f r a t. Antel fenso un tablo. M a frat marlir prel guer. Dol g
u e r ecos prosperir. El gir al garden kol filin sener. Zi parlar
pril tertrem. He gave his money to the poor man. Before my brother's
marriage. A t a b l e ( i s ) before the w i n d o w. M y b r o t h
e r m a r r i e d before the w a r. After the war business
flourished. del en- She went to the garden with the t e a c h e r '
s daughter. T h e y a r e talking about the earth- The terminal 1 of the contraction does not
shift the stress from the first syllable: Antel, Apsel, Eskel, kOntrel,
kAuzel, etc. je has all sorts of
meanings and is used whenever doubt is felt regard- ing use of other
prepositions. 4) the preposition u (replaced i n Latin with the dative)
corresponds to the Russian u: u mi libro I have, I possess a book (Latin:
est mihi liber; Russian: u menyà kniga). PREPOSITIONS AND ADVERBS are
frequently used as PREFIXES, as well for adjective as for adverbial use:
p r e - w a r; p r e g u e r e before the w a r; p r e n a s a b e f o r
e t h e b i r t h; p r e e x i s t a preexistent; existence; d o s k o l
a after-school; d o s k o l e after school; d o g u e r a a f t e r- w a
r ; d o g u e r e after the w a r ; semviva always living; nokviva n i u
d a t never h e a r d ; n i v i n k a t n e v e r v a n q u i s h e d ; m a n a
m e e n a m e m a t r a t in m y name and in my brother's name.
EXERCISE. Vo lo dom de t a profesor ? Lo dom del profesor drel kiezo.
The professor professor's house? professor's h o u s e b e h i n
d t h e church. Mi j u v e n a r dal klezo. I h a v e just come
from the church. Perdinde lo klil del pordo, il entrir entered
through the kitchen's El skribir un libro pril guer. She wrote a
book about the war, I'll go o u t e i t h e r with you or w i t h
venir etmatin. Vur tu i somoso ? N o b o d y else c a m e this
morning. Wo u l d else you like to have something Dank, mi nesar
niloso. Thank you, I don't want anything e l s e. Et labor endenda
inyel vek. This work is to be finished within t h e w e e k. S a r
lo libro ol t a b l o ? Is the book on the table ? U il du filyos e un
filin. He has two sons a n d a daughter. N o fexu kontre destin! Don't
struggle against destiny! Nel mensocar vi par edi kelore. In t h e
dining-car you can eat at Vidir vu somun nel dom del l i b r e r ? Did y
o u s e e a n y b o d y a t t h e b o o k - seller's h o u s e ? Ye
sir sa filin kon la spozo. There was his daughter with her husband.
п о ч е м у L'ensener parlar al alevos. Il parlar kon u n
alevin. 1l parlar pril libro de la patro. Il p a r l a r pri sa
libro. T h e t e a c h e r t a l k s to t h e p u p i l s. H e is t
a l k i n g w i t h a (girl) p u p i l. He is talking about He is
talking about his (own) book. The man with the grey gloves. l o s v
e n i r k u n e k o l n u v v e s t o s. All came t o g e t h e r w i t h t h e
new Kelo il dicar, no Whatever he says, d o n ' t b e afraid. Mi p
r e n a r e t u n ; t o t o s u n o s po vu. I take this one; all others
are Eto me plar, yeno no. This pleases me, that does n o t. Mi
fonir al doktor; somosun rispir. I called the doctor; somebody else Venu
kon mi shel doktor, ose mi Come with me to the doctor's; otherwise I will
not go. Rispe v a brif, nos glada v'informi In reply t o your letter, we
are glad Es vu par atendi us kras, mi vole the book y o u a r e
looking for. wait u n t i l t o m o r r o w, I'll willingly go out
with you. THE NAME Ka ta n a m ? Ma nam J a n. Skolye tos me namar
Net. Sar it u n s u r n a m ? E t o n u r lo minifa de Jan. Somyes zi me
surnamar Nux. your n a m e ? - My name Al school, everybody call me
Net. I s t h i s a n i c k n a m e: Jan's diminutive. s o m e
t i m e s nickname Nuts. T e n u g a r e t o ? D o e s this bother
you ? N o, m i n o ize a r g a. No, I do not get angry easily. Tu r
a g a ; tu b o n k a r a k t a. E t e tu sor sem ixa. natured; thus you
will always be Mi m e dicar: ridelu, osunos te I s a y t o myself: smile,
others will smile at you. Ka ta fanam (familnam) ? names, your
family name (sur- Pli, Madam, ka va felnam? If you please, Madam, what is
your H a v e y o u a nom-de-plume ? adoptir lo pseudonim "Sen-
I adopted the pseudonym p i n t e r ? Mi l e konar Do you know this
painter? pel nam; il parar i bon fam. a good repation seems to have
Mi sur glada le koneli. r e p u t a t i o n. a c q u a i n t a n c
e. Mi inkontrir ye mul ma konelos. I m e t t h e r e m a n y a c q u a i
n t a n c e s of Maname e name tot membros de In my name and in t h e
name of all na Socado, mi dezar ve feliciti. members o f our
Society, t o congratulate you. Il ju namadat ambaser Parisye. H e
has j u s t b e e n a p p o i n t e d a m - bassador i n Paris. Il
certe meritir et namado. Н е certainly deserved this ap- pointment.
Il as grana as vu. Il y u n i r a gam vu. Il min exijema gam
vu. COMPARISON DEGREES He is as big a s y o u. H e is y o u n
g e r t h a n y o u. H e is less exacting than you. 27 Grana,
granira, granega (muy gra- Large, larger, very large; n a ); fen,
bro, genest (doyeran. Bremely lage, the largest one. belega ( m u y
bela); Beautiful, beautiful, very beautiful; belisima, lo belesta
(lo plu bela). Leta, letira, letega (muy leta); S m a l l, extremely
beautiful; most beautiful. s m a l l e r, v e r v s m a l l:
letisima, l o letesta (lo plu leta). extremely small, the smallest (one).
Olda, oldira, oldega (muy olda); Old, older, v e r y o l d; oldisima,
l'oldesta (lo plu olda). extremely old; the oldest (one). Un oldun, un
oldin. An old man, a n old woman. SENTENCE BUILDING Sentence
building is very free in Neo. The English student may freely copy
the order that comes naturally to him, according to the rules of his own
language. The adjective may be placed before or after the word to which
it relates, and similarly for the object pronoun and for the adverb. You
may say: M i v e a m a r as well as M i a m a r v e (I love you). COMPLEMENT'S
TRANSPOSITION. Especially in poetry, one before the subject. patron
libir f l y o = filyo libir patro the son loved the father Ion mint patre
t a t e i n t o the tern fooked at the girl femon m i r i r lo fel = lo
iel m i r i r lo fem the girl looked at the woman. This ending n may be
used only in case of transposition. Beginners may totally ignore
it. For Neo's OPTIONAL GENITIVE see above. AFFIXES
PREFIXES: ad-deputy, assistant, under-, sub-
adsekrerunder-secretary;adderkersub-manager; a d r o y v i c e r o y; a d
k o l n e l lieutenant-colonel; a d l i n g u o auxiliary
language. a m b - both a m b e l t a of b o t h s i d e s; a m b e
l l e o n b o t h s i d e s; a m b - d e z o both side's wish; a m b d e
c i d e by both side's decision. 3) ante- before
(place) a n t e k a m antechamber; antegardo vanguard: a n t e c e
n i r o centre-forward; a n t e k o r t e l fore- c o u r t; a n t
e b r a s o fore-arm anti- contrary, anti- antialkola
anti-alcoholic; antiatoma anti-atomic; a n t i k o l o n y i s m o a n t
i - c o l o n i a l i s m; a n t i f e b r a antipyretic; a n t i p r o t
e k i s m o antiprotectionism; a n t i k o n s t i t u a a n t i c o n s
t i t u t i o n a l. a r e i - higher degree, most, extreme,
bi-, du- two-, bi- a r c i d u x a r c h d u k e; a r c i r i k a e x t r
e m e l y rich; areikolma overcrowded; areivesko archbishop; a r c
i v e s k a archiepiscopal b i l i n g u a bilingual; dalimes nimon
languages: bimetala bimetallic; bimesa bimonthly (of ¥ ) m o n t h s ) 8 ) b i
s - twice, double bo- kinship by m a r r i a g e b i s v e k
a t w i c e - w e e k l y; b i s m e s a twice-monthly; biside twice a
day; bisanye twice a year. b o p a t r o father-in-law; b o m a t r o
mother-in-law; b o f r a t brother-in-law; b o s o r s i s t e r -
i n - l a w: bofilyo son-in-law; b o f i l i n
daughter-in-law; b o e l t r o s parents-in-law di- 1b)
do- privative, d i f to undo; diarmo disarmament; d i v a n t a g
i to disadvantage; d i p o e z i to depoetize d o m i d d o m
i d e a f t e r n o o n; in d o m i d a a f t e r n o o n; afternoon; d o
g u e r a postwar; d o g u e r a p r e s y o s postwar prices; d o s k o
l a after- s c h o o l I1) dui- difficult d u f p l e k
i b l a diflicult to t o d u f l e k t i b l a difficult t o e x p
l a i n; d u i v e n d i b l a s e l l; d u f k a p i b l a
difficult g r a s p: dificult to read; d u f u d e r a h a r
d o f h e a r i n g ex- ex-,
former e x r o y ex-king; expresident ex-president; e x s p o z o f
o r m e r h u s b a n d 13) ge- of both sexes 14) in-
entering, 15) inter- between 16) intra- i n t e r i o r g e s
i r o s l a d i e s a n d g e n t l e m e n; a n d s i s t e r s; g e s p o z o
s h u s b a n d g e i r a t o s b r o t h e r s a n d wife
(Gesp. M r. a n d M r s. ) i n m i x i t o interfere; inkasi
to encash; inkesi t o encase; involvi to envelop i n t e r v e n
intervention; interlini to interline; i n t e r n a s y o n a i n t e r n
a t i o n a l i n t r a v e n y a i n t r a v e n o u s; i n t r a m u s
k l a i n t r a - muscular; intraderma intradermic; intracelula
intracellular 17 ize- e a s y i z e p l e k i b l a easy to
explain; i z e d i c i b l a easy to s a y; i z e k o m p r e n i b
l a e a s y u n d e r s t a n d 18) in- just ¡ u m a r
l a t j u s t m a r r i e d: j u p a r s a t just p u b l i s h e d; j u
n a s a t n e w b o r n: j u a r i v a t j u s t a r r i v e d; j u r i c a
t j u s t received mal-
pejorative m a l l a m a ill-famed, malformation; m a l i x luck; m a l o
n e s t a d i s h o n e s t; m a l a b i o a w k w a r d n e s s 20
mis- badly m i s i n i o r m o m i s i n f o r m a t i o n; m i s p o s a
l mis- f e a s a n c e; m i s t r a t i mishandle; m i s p r o n u n c
o m i s p r o n u n c i a t i o n
mul- many, poly, m u c h m u l f o r m a multiform; m u l d e n g
a having m u c h money; mulsilba polysyllabic; mulsorta artiklos
many s o r t s of articles nar-
next, to come n a r v e k next week; n a r i e s next m o n t h; n a r m
e s a 32 ni- 33 по - 34) pas- 35 pre- 36
re- n a r s a b a n e x t S a t u r d a y ' s; n a r y e s n a r o
x e on the next occasion n e v e r n i u d a t never heard,
unheared-of; n i v i d a t never seen; nivinkat unconquered, never
vanquished n o p o s i b l a i m p o s s i b l e; n o e n d a t
unfinished; n o v e r a not t r u e; n o v o l e unwillingly; n o k r i b
l a unbelievable; nonegibla undeniable; nonoposibla last, past
not impossible p a s m i r k o last Wednesday; p a s v e k last. week; p
a s v e k a l a s t week's; p a s y e m a last w i n t e r ' s;
p a s a n y a last year's before (time) p r e i s t o r a p r e d a
n k i orchistorie, in trevance; t h a n k preistor
predestination; p r e l a s t a last b u t o n e repetition refi to
do again; renuvi t o renew; relekti to read again; reinstal
reinstallation; r e p r i n t reprint, reimpression; r e m a r l o
remarriage; redici to say again 3 7 ri- cinship
replacement 3 8 r i n ー rear, back
задний назад r i m a t r o s t e p m o t h e r; ripatro
stepfather;rifrat- by r e m a r r i a g e; stepbrother, h a l
f - b r o t h e r: r i s o r s t e p s i s t e r, h a l f sister; r i p y
e s o s spare p a r t s; r i r o t s p a r e wheel; r i g u m o n spare t
y r e; r i f o l y o s refills (sheets) r i r s h o p back-shop; r i r g
a r d o rearguard; r i r s i z o late season: r i p e n s o hidden
motive; r i r a k t i v a retroactive; r i r i g i to go into
reverse 2 9 конец созона 3 9 ) s a m - 9 0 ) s e m i - hall- 41) s e n -
42) s u l - under similarity, equality samlandan
fellow-countryman; s a m t e m p e at t h e same time; s a m k o l o r a
o f t h e s a m e color; ideas; s a m i d e a n, samidein a man, a
woman having the same ideas. semivege half-way ( a d v. ); s e m i t e r
p, - e half-lime; s e m i l o n g o half-length; semimorta h a l f
- d e a d; s e m i b a k lack s e n m o v a i m m o b i l e; s e n
m o v o i m m o b i l i t y; seno- d o r a odourless; s e n k o n d i s a
unconditional; s e n - p o s o powerlessness; sendulda impatient; s e n
- d u l d o impatience s u b t e r a underground (adj.); s u b m a
r a submarine (adj.); s u b m a r i o r s u b m a r i n e (ship); s u b s
u o l subsoil; subdevolva under-developped; substimi t o u n d e r
r a t e When preceding a vowel, sub- may be replaced by s u - suagent,
sub-agent, sub-agency; s u e v a l u i undervalue; s u o f i c e r n o n
- c o m - missioned Officer 43) over, super s u r o m
superman; s u r o m a s u p e r h u m a n; s u r s t i - m a d i t o
overvaluate; s u r k o t i t o 44) 10. s u r a b o n d o s u p e r
- a b u n d a n c e all-, any- multi-coloured; anyhow; tosorta of
all sorts; tosorta jensos all s o r t s of p e o p l e 45) tri,
tre- t h r e e t r i m e s t h r e e months, q u a r t e r; t
r i m e s a, q u a r t e r l y: trigon t r i a n g l e; t r e b e d a k a
m bedroom with 3 beds. t r i p e d tripod; 46) tris- three
times, t h r i c e trismese three times a month; trisanya
periodik periodical published thrice yearly 47) un- one,
mono- u n a l m a, - e u n a n i m o u s, -ly; u n a l m e s o u n a n i
m - i t y; unelta, -eso unilateral, - i t y; unkolora o n e - c o l
o r e d; u n d e r k a v e o o n e - w a y street; unsilaba
monosyllabic 48) y 0 - a g o yolong long time ago; yopok a short time
ago; y o v e k w e e k a g o; y o v e k o s s o m e w e e k s ago;
yoanya koronazo the coronation of a year ago Neo also uses Greek and
Latin prefixes poli-, p a r a -, m o n o -, qasi-, p e n t a -, e x a -,
e p t a -, S U F F I X E S: - a C pejorative v i r a c o bad man,
ruffian; b o y a c o bad, nasty boy, g u t t e r s n i p e; l i b r a c o
b a d b o o k; v e r k a c i to bungle, -ad a c t i o n d u m a d o
nonsens e; T a n f a r o n a d o f a n f a r o n a d e; s h e n a d
o s t a g i n g; s h e n a d e r s t a g e - m a n a g e r: m o - v a d i
to move on function, office b l o w -al language
botanic family order, class p u n c h ; p e d a d o k i c k
; p e d a d i to k i c k Carmal Parisian slang;" spanch; spanisa;
lang, Grekaya modern G r e k: R u s a l R u s s i a n: N e d a l
Dutch; Polnal Polish; Cimal chinese, Japonal r o z a l ( - o s )
rosaceac; c i p r e s a l cupressaceae; v e r- b e n a l ( - o s )
t e r t i a r y ; p r i m a l u n a p r i m a r y - s c h o o l p u p i l, a m
a n o f primary culture; u n d a l i ú n a secondary-school
schoolgirl - a l d o chief, p r i n c i p a l l
stasyonaldo station-master; partedaldo party- leader; o r k e s t r a l d
o orchestra-leader, s t a t a l d o c h i e f of s t a f t
member of c i v a n, c i v i n c i t i z e n ( m, 1 ) ; f e l d a n, f e
l d i n p e a s a n t, p e a s a n t w o m a n ; s a m r i l i g a n, - g
i n c o r e l i g i o n i s t (m, 1) bovan(-os) bovidea; r u m i n a n r
u m i n a n t ; s h a l a n ( - o s ) o v i d a e ; o v a n
oviparous - a r o edaro refectory; pransaro dining-room;
ludaro p l a y i n g p l a c e ; p r e g a r o chapel - a r y
o destinaryo addressee; latadaryo legatee; bene- t i c a r y o
beneficiary - a v a firava ferriferous; k u p r a v a cupriferous;
a u r a v a a u r i e r o u s ; n i l a v a h a v i n g
nothing, devoid, -ayo material thing d e s t i t u t e edayo
food, victuals, feed; bevayo drink ; dorayo something hard, callosity;
medikayos medecines, -azo action f o r m a z o formation; l u s t r
a z o polishing; s a p o n a - -eg large, big, much, very -el
vaguely connected w i t h t h e r o o t very l a rg e ; t o r t e g
a particular meaning; only a n indeter- minate relation b e t w e e
n the word finishing corresponding H a m e l (from f l a m flame)
will-o'-the-wisp; fansel (from fanso fancy) gadget - e I n
good-natured; w h e e d l i n g: s o n y e m i t o - e n d
a -ensi -er -eso
- e s t - e t - e y
o -grat O -ia
-ibl -ia -le b e m e n d e d: v e r i f i k e n d a t o b
e verifica; l u k e n d a vidend a valensee B; lakena do besent
back; a g e n d a agenda (things to be done) s k u r e n s i to d a
r k e n ; k l a m e n s i to s t a r t s c r e a m i n g ; p l o r e n s
i to s t a r t weeping vender seller; kofer b u y e r ; o p r e r
workman; workwoman ; tennisman; tenis(er)in
tennisplayer(woman); b o n e s o (contraction of prudenteso)
prudence; whiteness; n e r e s o b e l e s t a most
beautiful; g r a n e s t a the largest; b o n e s t a the b e s t ; m a l
e s t a the worst b o y e t little b o y ; f e l e t l i t t l e girl; d
o m e t small h o u s e ; to sip o m e y o humanity; y u n e
y o young people ; noble y o nobility (noble people); K r i s t e y o
Christendom g e o g r a l g e o g r a p h e r ; g e o g r a t a g e o g r
a p h i c: g e o - g r a t i o geography; b i o g r a i biographer;
biografa biographical; -flo -aphy kia whose; nilunia nobody's;
tosia everybody's; l o p o v i a v i v the poor man's life i b l a
available; p o s i b i a possible; v i d i b l a visible; v e n d i b l a
saleable; l e k t i b l a readable; n o p o s i b l a i m p o s s i b l
e d e s c e n d a n t Eraklid Heraclidan; Israelid Israelite;
latinida o f l a t i n o r i g i n c a u s e kie for what
reason, w h y ; e t i e f o r t h i s r e a s o n ; n i l i e for no
reason; kelie for any reason; s o m i e f o r s o m e r e a s o n
determining, c a u s i n g d o r m i l a soporific ; e x i t i l a
exciting; b e n i l a helpful, beneficial; l e z i l a
prejudicial ) - i g -i¡
-il to go to become i n s t r u m e n t, t o o
l -in feminine - i n d having done -inil small container -ingo machine - i o (pron. i - o ) art, trade; a
whole, a set bedigi to go to bed; dormigi to go t e n s i g i
to go to the window; laborigi to go to d o r m i j i t o fall a s l e e p
; o l d i g t o g r o w o l d ; v i d i b l i j i t o b e c o m e v i s i
b l e ; b e l i j i to grow b e a u t i f u l o r i l clock, watch;
nutcrackers ; a p p a r a t u s ; s u k r i l sugar t o n g s ; d e n t i
l tooth pick ; d e k t o r i n lady doctor; roin queen; venderin
salesgirl; p i n t e r i n seamstress; leonin lioness; tigrin
tigress vidinde having s e e n ; r i c i n d e h a v i n g r e c e i v e
d ; o l d i g i n d e having grown old; o l d i j i n d a who has s
u g a r bowl; s a l i n i l salt- l a v i n g o w a s h i n g - m a c h i
n e ; p l a t e n i n g o w ashing - up medicine; p a n i o bakery,
baker's shop; i n d u s t r i o industry; oldio old people; old things;
socio 49) -д уо (р г:: и-уо) container, small place or
book - у е place -yer, -eyer plant, s i g a r e t u y o
cigarette-case; o k i l u y o spectacle- c a s e: totuyo hold-all, bin;
garduyo sentry-box; o r d u r u y o r e c t o r y; t r e n u y
o time-table; fonuyo call-box, t e l e p h o n e booth: o r u y
o f o n a d r e s u y o telephone directory klezye at church, to
church; kinye at the movies, to the movies; Londonye in London, to
London; B r u x e l y e a t Brussels, to Brussels; skolye al,
to s c h o o l; d o m y e h o m e, a t h o m e; t o y e e v e r y - n o w
h e r e w h e r e; s o m y e somewhere; nilye apple-tree; r o z y e
r r o s e - t r e e; t r u l y e r peach-tree; pirseyer pear- tree;
fragyer strawberry plant so a n y times; d u y e s twice; e k y e s
h u n d r e d d a y s t i m e s; i d y e s; o n e d a y; p a s i d y e s a g o;
n a r i d y e s o n e o f t h e s e c o m i n g s o m e d a y s. to
Paris; Fransye in, lo France; Romye in, to Rome; Italye in, to or when
speaking of places in general: Mi gar klezye I am going to church; mi gar
al San Paul klezo I am going to St. Paul's Church; el gar skolye she goes
to school; el g a r al N o r m a s k o l s h e g o e s t o t h e N o r m
a l S c h o o l; il s u n g o r a l I n g e n e r s k o l he will soon go
t o t h e E n g i n e e r i n g S c h o o l; m i U n i v e r s i t y e
the Universily; i l g o r s k o l y e xenye he will go to school a b r o a d;
il g o r a u n x e n a skol b e will go to foreign school; il g o r s k o
l v e d o r i v e he will go to school in the village; il g o r al d o r
i o s k o l he will go to the village school. -ior m e a n s of fishing-boat;
destroyer; ivior transport aircraftcarrier; - i r comparative a l t i r a t a l l e
r, h i g h e r; granira larger; •smaller; f o r t i r a s t r o n g e r;
k l e v i r a more clever; -is
reflexive o f i r a m o r e f r e q u e n t; o f i r e more often
seirist to loke takesh munisi to punish one- -ism, -ist doctrine, p a r t i s a
n ) - i l i l l n e s s, med. affection - l o g, -a, -io science, art (pron.: i
- o ) - o l young
animal - o n d g o i n g t o;
to c o m e k o m u n i s m o, -ist(a) ciner diphtheria; epit
hepatitis; uremit urae- dermolog, - a, - i o dermatologist, -ogical, -ogy;
nel m e s o s v e n o n d a in the d e p a r t o n d a the ships that
are -orio (pron.: i - o )
factory b i s g i t o r i o biscuit f a c t o r y; t e l o r i o linen
manu- factory; k o r d o r i o rope-making, rope-manufactory. -oyo
( p r o n.: o - y o ) skriboyo desk, writing-table; klozoyo
cupbora, T u r n t t u r e wardrobe; frigoyo refrigerator,
cooler -oz a b u n d a n c e
rikozo great richess; r i k o z a very rich; lumoza luminous; l u m o z o
effulgence, sheen, glare -ue r e c
i p r o c i t y l i b u c i to love e a c h o t h e r: l i b u c u ! love
e a c h o t h e r !: m u t u a l a i d; b o n b o y o s e l p u e a r
good -ul tiny boys help one
a n o t h e r o m u l h o m u n c u l e; i n f a n u l t i n y t o t; m a
n u l tiny h a n d; p e d u l tiny foot; k a t u l kitty (cat) i n
d i v i d u a l lo v u n u n t h e wounded m a n; lo v u n i n the
wounded (fem.: -in) w o m a n; m a l u n m a n; m a l i n p r
i z u n prisoner; p r i z i n woman prisoner ELISION One may
OPTIONALY (never obligatorily), and SO LONG AS THIS DOES NOT INTERFERE
WITH EUPHONY AND CLARITY, elide following words: the article lo
before a word beginning with a vowel: P a r b o, l ' a r b o s the
tree, the trees l'eldo, l ' e l d i n o s l ' a v e n t u r o s the hero,
the heroines d ' A r t u r A r t h u r ' s a d v e n t u r e s t h e preposition de and the word ke (pronoun
or conjunction), and also the object pronoun, before a word beginning
with a vowel: l ' a v e n t u r d ' e l boy this boy's adventure l
' o r e l o s d ' u n a s n o a n a s s ' s e a r s l ' o k o s d ' u n f
e m k ' i l v i d i r the eyes of a w o m a n he saw m ' a m a r tu a s m
i l ' a m a r ? do you love me as I love you ? il d i e a r k ' i l
V a m a r he says t h a t he loves you
the two-syllable (one syllable after elision) or at most three-syllable
(two syllables after elision) ADJECTIVE, when PRECEDES the noun to which
it relates, NEVER WHEN IT FOLLOWS IT: e t (a) dom t h i s h o u s
e yen (a) floros t h o s e f l o w e r s n u s ( a ) l e t ( a ) k
a m o s nice little r o o m s un gran(a) bel(a) klezo a big b e a u t i f
u l c h u r c h mi ricir ta gentil(a) brif I received your kind
letter let(a) domos c klezos g r a n a S m a l l h o u s e s a n d l a r
g e c h u r c h e s 4) the ending o of the NOUN, but ONLY IN THE
SINGULAR.. plural's designation os MAY NEVER BE ELIDED see NOUN
mele n u r e the ending at of the past participle, when used as a noun suffixed
with in (feminine) : l a k u z a t; l'akuzin ma l i b a t; ma libin
ma benamat; ma benamin the accused ( m; 1) my beloved (m; f) my
much beloved (m; /) t h e sullix
er and other suffixes, to reduce the length of a few feminine nouns
above): biblioteker; bibliotekin librarian ( m; /) m a t e m a t i
s t; matematin mathematician ( m; korespondent; korespondin c o r r e s p
o n d e n t m; a n y word may be elided, when this is suggested by
the r h y t h m or b y T h e poet is of course granted extra
freedom in this matter, as his muse may suggest to bim. COMPOUND
WORDS C o m p o u n d words are very frequent in Neo. They a r e f o r m
e d by simple joining, b u t a h y p h e n can always be used to help the
r e a d e r who is new to Neo, and when the resulting compound word seems
too long : b o n a good, k o r h e a r t; b o n k o r good-heartedness; b
o n k o r a good-hearted D o n a g o o d; v o l w i l l; b o n v o l g o
o d w i l l; b o n v o l a, - e goodwilling, -ly mala bad, ill; malkore
illnaturedly; malvol ill-will Skol school, m a e s t r o t e a c h e r; s
k o l m a e s t r o schoolmaster d o r i o village, k l e z o c h u
r c h; d o r i o k l e z o village c h u r c h a r t a r t; i s t o r
history; a r t i s t o r art-history; A r t i s t o r - S k o l
Art-History e n t a whole; k o r heart; e n t a k o r e
whole-heartedly a m o r l o v e : p e n sorrow; amorpen love-sorrow
menso dining; car c a r; mensoear dining-car When writing compound words,
it is suggested, as soon as the word seems too long, or as soon as there
is a danger of confusion, we separate the composing words with a hyphen:
skol-maestro, art-istor, dorio- m e n s o - c a r. its or sund was
have t o r are sister, sach, smoisestro. ceping English compound words as
"cigarette-holder", "cross-bearer", "pen-
"pen-wiper", "windscreen-wiper" are translated in Neo either
directly (with e n d i n g -er for a person, ( s i g a r e t i l ),
kruz-porter, plum-tenil, t o o l ) : s i g a r e t - p o r t i l v i t r
e l - s h u g i l, o r by using t h e infinitive: p o r t i - s i g a r e
t, p o r t i k r u z, t e n i p l u m ( p l u m i l ), Shugiplum,
The English idiom "from day to day", from year to year",
and so on, is shrunk in Neo t o single words comprising the initial
syllable and the This useful device can be extended to adjectival (ending
-a) and to verbal ( e n d i n g - 1, etc.) u s a g e : l e t l e t a s m
a l l e r c o m e s m a l l e r a n d s m a l l e r; l a d l a d a u g l i e r
a n d a n d s m a l l e r; l e t l e t i to u g l i e r : o l d o l d i t o
be- g r o w older and older. So k o n s t a t a r un idida
melazo. E t land far ananya progres. Viv ye shirshira. Nun il
melmelar. Il melar idide. A d a y to day improvement is
ascertained. T h i s c o u n t r y is m a k i n g a year t o
y e a r p r o g r e s s. L i f e is there more a n d more
expensive. He is now doing better and better. He is getting better from
day to day. 34 El n u s n u s a r idide. She is growing prettier
and prettier f r o m day to day. Nos adsir al orora pizazo del
situo. We witnessed t h e h o u r to h o u r deterioration of the
situation. " t h e m a n w i t h t h e g r a y g l o v e ",
word: lo nerkapla fel, lo grizganta vir, lo verdroba d a m. GEOGRAPHICAL
NAMES. Geographical names have been arbitrarily established in Neo. They
a r e s u b j e c t t o c h a n g e s, a c c o r d i n g to l o c a l p r e f e
r e n c e o r t a s t e, o r for o t h e r unaccountable reasons. The
changes may be no less arbitrary than the c a r l i e r forms. H e
r e is a list of s o m e of t h e s e n a m e s : Country name Inhabitant
language fashion, manner and adjective B r i t, b r i
t a B r i t a, B r i t i n Great Britain, B r i t i s h Briton,
Britisher, B r i t i s h w o m a n Anglo, a n g la Angla, Anglin
Angla l England, English Englishman, English Englishwoman Franso, -a
Fransa, -in Fransa l France, French Frenchman, Fren c h F r e n c h w o m
a n I t a l i o, - a l a I t a l a, - i n I t a h a n, I t a l a l I t a
l i a n I t a l y, I t a l i a n I t a l i a n woman Belgo, - a
Belga, Belgin britana, -e a, ado a f t e r t h e
British manner ( style ) anglana, - e after the English
manner transana, -e after the French manner italana,
-e the Italian manner b e l g a n a, - e a f t e r Belgium, B
e l g i a n, - w o m a n D e c l a n d, d e u c a D e u c a, Deucin D e u
c a l d e a u c a n a, -e German (1) German, - w. G e r m a n R u s
i o, r u s a R u s a, R u s i n R u s a l r u s a n a, - e R u s s
i a Russian, - w. R u s s i a n Cin, c i n a China, C i n a,
C i n i n C i n a l c i n a n a, -e C h i n e s e Chinaman, -
w. Chinese Ned(o), n e d a Neda, Nedin N e d a l Nedana, -e
Netherlands, Dutchman, D u t c h ( H o l l a n d ) D u t c h
Dutchwoman S U R S, s u r s a Sursa, - i n s u r s a n a, -e U. S.
S. R. G r e k i o, g r e k a Greece, Greek Graka, -in G r e k a l m o d e
r n Greek mod creekrekana, -e G r e k ) E u r o p, -a E u r o
p a, - i n e u r o p a n a, - e Europe, A m e r i k, - a Amerika, -
i n A m e r i k a l a m e r i k a n a,
-e A m e r i c a, Azyo, a z y a Azya, -у і п a z y a n a, - e
Asia, -jatic A f r i k, a f r i k a A f r i k a, -in afrikana, -e
USA (USIO), usa Usa, -in Usal, Amerikal usana, - e U.S.A., American
A u s t r a l y o, - y a Australya, -yin australyana, - e
Australia (4) Austro, austra Austra, - i n austrana, -e Austria, -
i a n 85 Japon, -a Japan, Japona, -in Japanese A r a b
i o, a r a b a Arab, -in Arabia, - l a n T u r k i o, t u r k a Tu
r k ( a ), - i n T u r k e y, Swis, a Switzer" S w i s a, -in land,
Swiss O c e a n y o, -ya Oceanya, - i n Oceania, - i a n
Mexik, - a Mexico, Mexixa, -in -an Mexico, Mexil- Mexikurba,
-in u r b o, - a M e x i - Mexikoa, -oin co-City A l g e r y o, - y
a Algerya, -yin A l g e r i a, - i a n A l g e r a, -a A l g e r a,
-in A l g i e r s, o1 - T u n i s y o, -ya Tunisia, - i a n T
u n i s, - a T u n i s y a, Tunisa, -in -yin Tunis, of - L o
n d o n, l o n d o n a L o n d o n a, - i n London, Londonian
Paris, -a P a r i s a, -in Paris, -ian R o m a, - a Rome, Roma, - i
n R o m a n Japonal japonana, -e A r a b a l a r
a b a n a, - e T u r k a l turkana, -e swisana, -e o c
e a n y a n a, - e m e x i k a n a, - e mexikurbana, -e
algeryana, -e algerana, -e t u n i s y a n a, -e tunisana,
-e L o n d o n a l l o n d o n a n a, - e P a r i s a l
p a r i s a n a, -e R o m a l r o m a n a, - e G e r m a n i o means Old Germany (history)
(germana, German, -in; g e r m a n a n a, - e . Belgal might mean "French as spoken in
Belgium"; same, Swisal Ameraland Osal rand Amerin (inguage) or
„English as 3) A m e r i k a l and U s a l mean spoken i n America
(in t h e United States"). 4) "australa" (belter
"Suda"), would mean "austral, southern". 5) o c e a n
means " o c e a n " ( o c e a n a oceanic). L o n d o n a l m e a n s: London slang,
Cockney; P a r i s a l: Parisian argot; R o m a l R o m a n
dialect. Inhabitants may also be called: Britun, -tin; Anglun,
Anglin; Fransun, Fransin; etc. For the languages, there are verbal,
adjective and adverbial deriv- a t i o n s: a n g l a l a, - e in
English; a n g l a l i to speak, to k n o w English; t r a n s a l a, - e
i n F r e n c h; t r a n s a l i to speak, to know French; rusala, -e in
Russian; rusali to speak, to know Russian. C u s o m u n ik f r a n s a l
a r ? D o e s a n y b o d y s p e a k F r e n c h h e r e ? E t a n g l a
l a t r a d u k This English translation is not good. M i b a d u k o r
et l i b r o r u s a l e. I'll t r a n s l a t e this book i n t o
Russian. R u s s i a n t e a c h e r w h o l a r p e r t e. knows
English perfectly. glishman. Zi a r un t r a n s a anglala klavin.
They have a French girl-typist for English correspondence. Old,
classic, or constructed languages don't need the suffix -al: Latin Latin;
G r e k ancient Greek (modern Greek: grekal); S a n s k r i t Sanskrit;
Esperanto Esperanto; Neo Neo. I l l a t i n a r m o no g r e k a r.
El esperantar e near. He knows Latin b u t he does not k n o w a n
c i e n t G r e c k. She knows Esperanto and Neo. USEFUL
IDIOMS There is nothing so difeult as translating idioms from one
language into another. When an English idiom does not appear clear
enough in a word for word translation, try and give this idiom its
real meaning in quite simple l a n g u a g e. Here are some
attempts to translate the true meaning of some English idioms: So
great a m a n. Un t a n gran vir. A certain Mr. Smith. S e r
t S r Smith. To set a n example. Di l'exemplo. What a
surprise you are giving me! K a s u r p r e n vu m e d a r ! I am coming
in a f e w minutes. Mi v e n a r fra p o k m i n u t o s. Three shillings
a head. Tre shilingos pro cet. To go a-hunting. Gi yagi (yagigi).
To a b a n d o n oneself to... A b a n d o n i s i T a k e n a b a c k,
Tre paid for ki acaried, aghast. Disckurati saton a s t o n o c a. W h a
t ' s the m a t t e r ? К а m a t ? In broken a c c e n t s. K o n
v o k r o m p a t. T o m e e t with acceptance. I n k o n t r
i aprov. Road accident. R u t - a x i d e n t. Aircraft
accident. I v - a x i d e n t. T h e d i s p u t e h a s b e e n s
e t t l e d. Lo kontendo aranjat. his a c c o u n t s. L e s la d i
c o s. To acknowledge receipt of a letter. R i c a v i z i u n b r
i f. To put in action. Aktadi. - Movadi. It adds up to ten thousand
franes. Montantar ismil frankos. The lack of a d j u s t m e n t b
e t w e e n Za malkun. their t e m p e r a m e n t s. M u c h
a d o a b o u t n o t h i n g, Mul rum po nilo. W i t h o u t f u r t h e
r a d o. Sen plu. - Sen oso. They found it to their advantage. Zi t r i r
it vantaga (po zi). T o take medical advice. Konsulti mediker. - P r e n
i m e d i k a o p i n. F o r e i g n Affairs. Foreign
Office. Xenecos. Xenecado. T h a t ' s a n o t h e r a ff a i r
! E t o osa gestyon! T o w i n a l t e c t i o n. G a n
i a f e k t o. - G a n i s i m p a t i o. H o w I w o u l d like to b e y
o u n g a g a i n ! K a n mi d e z u r resi y u n a ! Now and
again. - From time to time. Temtempe. To be over age. Si s u
r a j a; suraji. This cime ed esur propswith me. Nos grear va
propozo. E t klim no me k o n v e n a r. A i r - c o n d i t i o n (
t o ); - e d; -ing. E r k i; e r k a; erko. (Via) Air-Mail. - By a
i r. I v e. - E r e. Air-tight. Air-hostess. Ermetika.
Er-ospin. A i r- b r i d g e. E r - p o n t. Er-portat. A i r
- b o r n e. A l a r m s i g n a l. A l a r m c l o c k. Alarmil.
Velyil. F i r s t of a l l. At all hours. - At a n y
time. Toprime. K e l o r e. N o t a t all. N i l e. - N i x e.
That's all. Eto to. Sar to. All included To i n s e.
All of a sudden. S o d e n e. All right! O. K. ! O k e
! To allow oneself. Alms-house Permisi Azil Ospizo
Altar-boy Korgoboy. Neo's OPTION/.L GENITIVE We may
optionally use in Neo the sullix ' ('oy), corresponding to the English 's
to mark the genitive: ma patro'y dom ma librer'oy filin nos
no libar et fem'oy modos et libros-oy print exela my father's
house my bookseller's daughter we d o n ' t like this woman's
manners the printing of these books is excellent. Both OPTIONAL
GENITIVE's sullix - y (-oy) and COMPLEMENT TRANSPOSITION'S sullix -n
(-on, -an) (see page 28) were suggested by Mr. Béla Mariash
(Hungary). Pronunciation of letter "¿". According to Mr. Adrian
J. Pilgrim's (Leicester) convincing suggestion, we have decided to accept
for this letter the optional use of both English (John, jolly) and French
(Jean, joli) pronunciations. Compound infinitive verbs. We wish to p o i
n t o u t the equivalence of following verbal forms: = s i v i d a
n d a ( t o b e s e e i n g ): v i d i n d i = s i v i d i n d a = i
vidat (to h a v e seen): vidondi = sividonda (to will have seen): =
si vidat (to be seen).Arturo Alfandari. Alfandari. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Alfandari,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library. Alfandari.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Alfieri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di LVCREZIO, il filosofo repubblicano – la scuola di Parma –
filosofia parmigiana – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Parma). Filosofo
parmegiano. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Parma, Emilia-Romagna. Grice:
“I like Alfieri; the enzo is vital – Vittorio Alfieri has statues at Torino! V.
Enzo Alfieri dedicated his life to prove that Democritus was more of a poet
than a philosopher. ‘Indeed, I will go as far as to argue that he ain’t no
philosopher!’ Unfortunately, Abbagnano ignored him, and Lucrezio stayed in the
canon! Then Alfieri tried to study the idea of the ‘in-divisibile,’ the ‘atom’
and the ‘clinamen,’ and how Lucrezio was a good poet but a bad philosopher!” Allievo
di CROCE (si veda). Vive a Milano ove si laurea in filosofia e insegna
filosofia alla Bocconi e Pavia. Allievo
di MARTINETTI (si veda) e CROCE (si veda), di cui condivide l'ideologia
liberale e il approccio filosofico, ma anche gentiliano non ortodosso secondo
la definizione di Spirito, è un oppositore del regime fascista che lo arresta quando
a Milano scoppia una bomba all'ingresso della fiera che fa sospettare che si
tratta di un fallito attentato al re. A. è incarcerato a San Vittore assieme a tre
altri filosofi: Malfa, Segre e Vinciguerra. È liberato senza processo per
l'interessamento di Croce che tramite Marinetti ha intervenire MUSSOLINI – il
filosofo ufficiale. Un secondo arresto avvenne presto per la scoperta di
lettere ritenute compromettenti dalla censura fascista. È scarcerato per
l'intervento di GENTILE (si veda) ma dove lasciare entro due giorni
l'insegnamento a Modena e trasferirsi a Milano dove riusce a sopravvivere
grazie all'aiuto di amici e di parenti che lo ospitarono. A Milano ottenne il primo incarico alla Bocconi
dove rimane fino al suo trasferimento a Pavia. Suoi amici, maestri e testimoni
di libertà, come lui stesso li definì, oltre a Croce, sono Prezzolini, Radice,
Flora, Albertelli -- ucciso alle Fosse Ardeatine -- e, tra i più vicini e
affezionati, Spadolini. Fortemente
critico nei confronti del movimento di sinestra e impegnato attivamente per le
riforme della scuola, fondatore "Movimento per la libertà e la riforma
dell'università italiana" e il comitato nazionale per la difesa della
scuola e divenne presidente dell'"Associazione amici dell'Gerusalemme. Collabora
a “L’'Italia: che scrive che riusce a mantenere una certa autonomia nei
confronti del fascismo. Monarchico, iscritto al partito liberale Italiano, si
avvicina agli ambienti della destra, aderendo al Sindacato libero scrittori italiani
e collaborando con Volpe e “Intervento” di Gianfranceschi. Collaboratore per la
filosofia de “Il Giornale” diretto da Montanelli. Tra i suoi saggi vanno annoverati studii
sulla filosofia romana, “La tristezza di Pindaro”; “Lucrezio”; “Gl’atomisti” e
opere di estetica, L'estetica dall'Illuminismo al Romanticismo. Ad A., oltre ad
un suo epistolario con Croce, si devono due memorie autobiografiche -- “Maestri
e testimoni di libertà” e “Nel nobile castello” -- dove sono originalmente
ritratti personaggi della vita culturale e politica italiana da Croce a Scotti,
da Jacini a Casati, a Flora. Troiano, Allievo di Croce, Corriere della Sera. Ferrari,
Martinetti e Banfi, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero Filosofia
Treccani. Tarquini, Gli sviluppi di LA SCUOLA DI GENTILE: da Carlini Spirito, in Croce e Gentile Treccani;
Mariuzzo, La Scuola di Pisa, in Croce e Gentile Treccani. Veneziani, LXVIII
pensieri sul CXVIII: un trentennio di sessantottite visto da destra, Firenze,
Loggia de' Lanzi; Elia, Monarchici e partito, su Italia Reale. Croce, A., Lettere, Milazzo, Spes; Garosci, Nel nobile castello,
in Tempo presente, Forum per A., Rendiconti, parte generale e atti ufficiali; Cicalese,
A. maestro di studi e di vita, in Antologia, A.: maestro e testimone di
libertà: atti del Convegno, Cremona, Circolo Culturale Croce; Parente, A. e il
nobile castello, in Belfagor. Già
A. nell’introduzione al breve primo scritto bembiano incluso in una strenna
dell’editore Sellerio, ha colto una possibile connessione ai dialoghi platonici
più letterari, dove a proposito del piacere ecfrastico dello scrittore per il
podere di S. Maria del Non scrive. Bembo si compiace a descrivere il luogo a
lui caro, il fresco riparo dalla calura estiva, il fiumicello, i pioppi
piantati dal padre, il quale si stupisce che nella piana verso le pendici
dell’Etna vi siano platani, che gli fanno forse risovvenire i platani d’Ilisso.
L’intuizione diviene più. Del resto l’opera stessa prima del Bembo, il “De
Aetna”, richiama a quei molteplici interessi – spesso da e su testi – che ispira le Castigationes Plinianae. E la
stessa felice ambientazione del dialogo già di per sé dilata i confini
dell’oggetto esegetico e rilancia tutte le più vitali istanze di plenitudo
culturale, di renovatio che Barbaro stesso (e Poliziano per suo conto) indica tra
gli scopi della propria lezione (Mazzacurati). Sono una plenitudo e una renovatio
che si muovono anche da quell’indirizzo filosofico e umanistico insieme che era
stato così caratteristicamente veneziano, da Barbaro a Valla: nella ripresa di
un tutto autentico Aristotele che Aldo consacra con la sua monumentale edizione
delle opere aristoteliche ispirata alla lezione di Ermolao e dedicata a Pio.
Proprio sulla base della retorica e della poetica aristoteliche, ripresentate
come esemplari dopo secoli e secoli sulla laguna, poteva svilupparsi anche la
filologia più nuova del Bembo, tutta fondata sul concetto di creazione
artistica, non come furor o inventio platoniche, ma come imitatio naturae e su
una considerazione critica nuova della lingua», Branca, La sapienza civile, c
Bembo Pietro. De Aetna: il testo di Bembo presentato d’A., note di Carapezza e
Sciascia (Palermo: Sellerio) concreta se posta a confronto con un altro
testimone contemporaneo di Bembo, Giraldi. Questi infatti nella sua lettera
introduttiva a Renata di Francia alla Historia Poetarum Latinorum, su uno
sfondo tutto boccacciano -- l’occasione della peste e la conseguente riunione
di una piccola brigada (Pico e Piso) --, così si esprime nel presentare la
cornice diegetica del trattato. A., critico verso la cecità dell'eruditismo dei
filologi che si affannano a congetturare e spostare, sminuzzare e riattaccare i
luoghi del poema di LUCREZIO, sintetizza ancora. Il canto del sonno e dei sogni
si riattacca a quei canti precedenti, ai canti delle illusioni, e apre la via
ai versi contro la più terribile delle illusioni: contro l'amore. Ecco come
viene il sonno: una parte dell'anima è dispersa fuori, una parte si è raccolta
nel profondo della sua sede, e le membra si sciolgono, e manca il senso, perché
il senso è opera dell'anima. Ma il senso non manca interamente, perché, se no,
non si potrebbe riaccendere mai più e sarebbe la morte. La causa del sonno è la
continua perdita di atomi da parte del corpo, perdita che avviene specialmente
per le incessanti percosse degli atomi aerei; e questi versi sono bellissimi,
nella narrazione dell'inavvertito conflitto, eppoi nella rappresentazione della
sonnolenza, con versi rotti e con un verso finale di grande dolcezza.POPLITESQVE
CVBANTI SÆPE TAMEN SVMMITTVNTVR VIRISQVE RESOLVUNT. E il sonno segue al cibo e
alla stanchezza, perché allora è avvenuto un tanto più grave turbamento di
atomi in noi. Qui passiamo all’illusioni. Ognuno si sogna quello che è la sua
occupazione del giorno. Gl’avvocati sognano di trattar cause, il generale di
guidare eserciti alla guerra, il marinaio di lottare coi venti, LUCREZIO
d'essere sveglio a scrivere il 'De rerum natura'. Ed ecco quelli che si sognano
i pubblici spettacoli, dopo essersene storditi per tanti giorni. I cavalli, che
sognano le corse. Il cane, che sogna la caccia e fiuta in aria ve si agita; i
merli si sognano di sfuggire ai falchi. Così gl’uomini: sanguinosi e paurosi
sogni di re, sogni terrificanti di uomini che si credono alle prese con pantere
e leoni, e gente che parla dormendo e svela tutti i propri segreti, e gente che
immagina di morire o di precipitare da alti monti, e gente che ha sete e si
sogna di essere presso un fiume e di bere infinitamente”. E' come se all'interno di un'argomentazione piana, di
un'espressione variata, di un vocabolo già abusato, di un ritmo additivo
irrompessero sistematicamente una rivendicazione terminologica, un elemento
imprevisto, un segnale indecifrabile, un'interruzione del ritmo, un vestigio ad
investigare. Non cessano infatti di stupire, per vistosità e normatività,
un'accelerazione espressiva e un turbamento linguistico, i quali tuttavia,
anziché disperdersi in una sorta di dadaismo originario o di impazzire nel
gioco retorico, concorrono al prima e al poi della dimostrazione, alla
proporzione del dettato, alla simmetria e regolarità del verso. Essi stessi
riducibili a struttura, più simile ora ad un reticolo cristallino, ora ad una
tavola aritmetica, ora ad un ordinamento geometrico. Questa compresenza
dell'uno e del molteplice, del medesimo e del diverso, del codificato e del
nuovo -- responsabilità morale di annunciare un nuovo mondo. Linguistica, che
porta alla preoccupazione dell'iso-morfismo, al voler far combaciare vocabolo e
oggetto segnato, segnante ordine linguistic, ordine cosmico. La eversibilità e
convertibilità di ordine fisiologico o naturale, e di ordine filologico --
verbale. Anzi, la fisiologia irrelata e caotica sembra comporsi e prendere
forma in un divenire “caosmico” proprio grazie alla filologia, la quale ordina
sintammaticamente il molteplice -- il complesso nel semplice, nel semplicissimo
(atomon, indivisum), domina il caos, resiste alla morte ed all'amore, e,
anziché immaginare o assecondare l'esistente, lo ferma e se ne appropria. A VT
NOSCAS REFERRE EARVM PRIMORDIA RERVM CVM QVIBVS ET QVALI POSITVRA CONTINEANTVR
ET QVOS INTER SE DENT MOTVS ACCIPIANTQVE QVIN ETIAM REFERT NOSTRIS IN VERSIBUS
IPSIS CVM QVIBVS ET QVALI SINT ORDINE QVÆQVE LOCATA NAMQVE EADEM CÆLVM MARE
TERRAS FLVMINA SOLEM SIGNIFICANT EADEM FRVGES ARBVSTA ANIMANTIS SI NON OMNIA
SVNT AT MVLTO MAXIMA PARS EST CONSIMILIS VERVM POSITVRA DISCREPITANT RES SIC
IPSIS IN REBVS ITEM IAM MATERIAI INTERVALLA VIAS CONEXVS PONDERA PLAGAS
CONCVRSVS MOTVS ORDO POSITVRA FIGVRÆ CVM PERMVTANTVR MVTARI RES QVOQVE DEBENT
ATQVE EADEM MAGNI REFERT PRIMORDIA SÆPE CVM QVIBVS ET QVALI POSITVRA
CONTINEANTVR ET QVOS INTER SE DENT MOTVS ACCIPIANTQVE NAMQVE EADEM CÆLVM MARE
TERRAS FLVMINA SOLEM CONSTITVVNT EADEM FRVGES ARBVSTA ANIMANTIS VERVM ALIIS
ALIOQVE MODO COMMIXTA MOVENTVR QVIN ETIAM PASSIM NOSTRIS IN VERSIBVS IPSIS
MVLTA ELEMENTA VIDES MVLTIS COMMVNIA VERBIS CVM TAMEN INTER SE VERSVS AC VERBA
NECESSEST CONFITEARE ET RE ET SONITV DISTARE SONANTI TANTVM ELEMENTA QUEVNT
PERMUTATO ORDINE SOLO AT RERVM QVÆ SVNT PRIMORDIA PLVRA ADHIBERE POSSVNT VNDE
QVEANT VARIÆ RES QVÆQVE CREARI. Analogia tra formazione di "verba" et
versus e formazione res, espressa dagli eadem e dal parallelismo tra
"significant" e “constituunt” resa esplicita nella spiegazione della
paronomasia ignis/lignum iamne videas eadem paulo inter se mutata creare gnis
et lignum? Quo pacto verba quoque ipsa inter se paulo mutatis sunt
elementis, cum ligna atque ignis DISTINCTA VOCE NOTEMUS. Costituenti minimi
semantica (parola, sillaba, articolazione, prima articolazione, seconda
articolazione, terza articolazione), natura (radice, atomo, molecula).
Reversibilità dei co-efficienti dei costituenti minimi -- “positura”, “motus”, “ordo”
-- che già nella metafisica aristotelica -- dell'aristotele perduto -- sono
indicati come le sole e tutte differenze che possono presentare tra loro le
lettere. Circolarità tra realtà fisica e linguistica con successione
intrecciata delle argomentazioni nei due passi elemento -- ELEMENTUM (gr.
stoicheion) è costituente originario sia di alfabeto che natura, secondo
Democrito e Leucippo, fonte Metafisica, Aristotele. IL PORTICO, nella sua lotta
contro GL’ORTELANI, sostiene la legge finalistica del Logos come vera unica
legge che indirizza la scrittura delle opere e la formazione delle cose.
Platone sostene l'esperienza letteraria come micro-cosmo produttori del reale.
Concursus motus ordo positura figurae. Sono documentati come 'produttori' del
'reale' (res, rerum) in Leucippo, Democrito (dalla Metafisica) ed Epicuro e
sono gl’esatti sinonimi latini dei termini greci – “individuum”, atomon; “elementum”,
stoicheion, simple, simplice, simplicissimum. Il verso è straordinario, dal
punto di vista ritmico, tutto spondaico, e semantico, essendo costituito da
soli sostantivi elencati a-sindeticamente, e culminante dal punto di vista
fonico su “ordo”, quasi palindromo, appena bi-sillabo. Un verso icastico, che
riprende i termini già esposti ma in ordine sparso e vi associa “figurae”,
termine con una doppia valenza (ma monosemia) materiale e linguistica. Numerose
testimonianze nei testi grammaticali latini fanno emergere la perfetta
corrispondenza della terminologia atomistica e linguistica, in quanto tutti i
termini "concurcus", "motus", "ordo" et
"positura" sono specificamente grammaticali. motus concursus gramm:
fenomeni fonetici: sinalefe (contrazione in un'unica sillaba di due vocali,
solitamente dittonghi), sineresi (contrazione in un'unica sillaba della vocale
terminante di una parola e di quella iniziale della successiva), iato (incontro
di vocali forti successive). Il “distaccamento”, l'”accostamento”, il
“mutamento” degl’atomi convertono la natura delle cose nello stesso modo in cui
l'”omissione”, l'”aggiunta”, il “mutamento” delle lettere convertono l'identità
delle parole. Il modello grammaticale sembra in ogni caso essere preminente e
fungere da paragonante per scoprire e chiarificare i meccanismi del mondo
atomico, “ex apertis in obscura”, per rendere più semplice il passaggio
dall'esperienza sensibile della littera scritta all'invisibilità degl’infinitesimi
atomi, elementa. Gramm: flessione (verbo) musica: ritmo retor: figura
retorica ut potius multis communia corpora rebus multa putes esse, ut
verbis elementa videmus. L'assimilazione tra “verbum” e “res” fornisce una
giustificazione e funzione della filosofia, nonché annulla il divario tra filosofia
e poesia, aprendo la strada della ben più successiva divulgazione scientifica. È
convinzione epicurea quella dell'iso-morfismo tra parole e cose, e tale risulta
nella costituzione del poema intero, costruito come un cosmo vero e proprio. La
valorizzazione di ogni singola parola, la sua attenta scelta si riflette in un
innalzamento a materia poetabile delle realtà anche più umili, come “minerali,
piante, fiumi, cielo, mare, terra, fiere, uomini”. Si crea così una democrazia
linguistica ante litteram, lontana dal buonismo religioso, spesso degradato in
ipocrisia, o dagl’esperimenti degl'atomismo logico di Russell, che demolendo la
sintassi o creando l'enumerazione caotica volevano demolire la società borghese
e capitalistica e criticare la massificazione elevando ogni singola parola, pur
immersa nella sua massa uniformemente bianca e nera che è il testo. Vittorio Enzo Alfieri.
Alfieri. Keywords: Lucrezio, l’implicatura di Lucrezio, la folla di Lucrezio,
Croce, filosofia romana, la terminologia della grammatica filosofica di radice
del portico: elemento, figura, individuo, concorso. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Alfieri” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Alfonso: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – scuola di Santa Severina – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Santa
Severina). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Santa Severina, Crotone,
Calabria. Grice: “I like Alfonso – no, he ain’t a Spaniard; the surname was
pretty popular in Southern Italy after the roaming of the Spaniards! And it’s
ultimately barbaric, that is, Goth!” “Typically, for a philosopher, a
professional one, I mean, he started with logic for teenagers (il ginnasio ed
il liceo), but with a twist – he called his lectures (his ancestor may testify)
‘logica reale,’ or colloquenza reale – and he tried to criticse “il Vera,” who
had written “Il problema dell’assoluto.” “Like me, he has an interest in S is P
and S is not P (questo uomo no est sensibile). His first utterance is actually,
NOT ‘the fat cat sat on the mat, and as he sat on the mat, he saw a rat” – but
the rather naïf ‘il sole e luminoso.’ He gives two other examples, which are
easy to detect, since he does not use quotes but ITALICS!: “questo corpo est
rotondo” and “questa pianta fiorisce.” His idea, like mine, or Peacocke’s,, or
Speranza, is that that is pretty much enough to deal with the most serious
problems in philosophy: the judicatum, and its component Concetto 1 e Concetto
2 – “Questa pianta fiorisce’” -- Un temperamento di spirito positivo e di
evoluzionismo idealistico, che attesta l’origine del suo metodo e la serietà
dei suoi studi, ma che dimostra pure quanto egli si sia discostato
dall’indirizzo del Vera e dello Spaventa per accostarsi a quella che fu
chiamata la sinistra hegeliana» (Luigi Ferri). Filosofo. Autore di
pubblicazioni scientifiche e di numerosi articoli su riviste letterarie e
quotidiani, alcuni dei quali sulla Calabria e sui personaggi delle tragedie di
Shakespeare, che gli fanno guadagnare l’attenzione per l’approccio singolare
alle opere del grande drammaturgo. Da una famiglia di proprietari
terrieri, si dedica all'approfondimento delle Sacre Scritture, grazie ai due
fratelli del padre, canonici del capitolo metropolitano della cattedrale. Questi
studi -- parte dei quali pubblicati con il titolo “Le donne dei Vangeli” (Firenze,
Successori Le Monnier) -- manifestano un approccio *positivista* sull'analisi
del testo biblico. Terminati gli studi nel suo paese natale si trasfere a
Catanzaro, dove è allievo del letterato e patriota rocchitano Gallo-Arcuri.
Frequenta il liceo ginnasio Galluppi, conseguendo la licenza ginnasiale.
Ottenne in seguito la licenza liceale con lode al liceo classico del convitto
Vittorio Emanuele II di Napoli, che gli fa valere, su concessione del ministero
della pubblica istruzione, la possibilità di iscriversi alla facoltà di filosofia
presso la Regia Napoli. Alla facoltà di Filosofia, dove, allievo di SANCTIS, VERA,
e SPAVENTA, ottenne vari riconoscimenti. Consegue la lauree in filosofia.
I lincei gli assegono il premio reale per la filosofia per il saggio dal titolo
“Kant: i suoi antecessori e i suoi successori”. Su espressa volontà del padre fa
ritorno a Santa Severina. Ma la passione per l'insegnamento prevalse e partecipa
ai concorsi a cattedra per i licei, iniziando a insegnare Filosofia in Sicilia:
Caltanissetta, Messina e Catania. Da questa esperienza di insegnamento
cominciarono ad evidenziarsi sempre di più le sue qualità didattiche, tant'è
che il ministro della Pubblica Istruzione Boselli lo convoca a Roma per
affidargli la cattedra di filosofia nei licei, prima al liceo ginnasio Umberto
I e poi al Liceo Visconti. Comincia a collaborare con le più importanti
riviste, tra cui il Nuovo Convito, la Rivista d’Italia, la Rivista moderna
politica e letteraria, la Rivista italiana di filosofia, la Nuova Antologia,
L’Educazione, la Rivista italiana di Sociologia, la Rivista di filosofia e
scienze affini e con diversi quotidiani, tra cui L'Osservatore Romano. Chiamato
dal ministro della Pubblica Istruzione Boselli ad insegnare filosofia
all'Istituto Superiore, dove, in seguito a concorso, divenne Professore. Ha
come colleghi Pirandello e Capuana. Durante i trantaquattro anni di
insegnamento all’istituto superiore, è relatore di oltre trecento tesi. Per il
Dizionario illustrato di Pedagogia, curato da Credaro e Martinazzoli, redasse
la voce Istituti Superiori femminili di Magistero. Anche libero docente di filosofia
alla Regia Roma. All'insegnamento affianca sempre una prolifica attività
di saggista, pubblicando saggi che spaziano dai temi dell'educazione e della
morale all'economia politica, dagli studi sull'ambiente e sulle foreste
all'analisi criminologica dei personaggi shakespeariani. Il suo sommario delle
lezioni di pedagogia generale (Loescher) è giudicato dalla Reale Accademia dei
Lincei frutto d'amorosa meditazione e di mente abituata alla ricerca e alla
costruzione filosofica, che esce dai confini degl’ordinari trattati di
pedagogia per elevarsi ad una sintesi mentale superiore. Tenne la prolusione
all'Universal Congress of Races di Londra, che è poi pubblicata col titolo “Speculative
psychology and the unity of races” (Loesche). Membro del Congrès indu progrès
religieux a Parigi. Consulente medico della Real Casa d'Italia durante il regno
di Umberto I e del Palazzo Apostolico Vaticano sotto il pontificato di Benedetto
XV. Mai volle aderire ad alcuna corrente filosofica e politica, ed è
fortemente avversato dal ministro della pubblica istruzione GENTILE (si veda), che
decide di mandarlo anzitempo in pensione con un provvedimento ad personam. Si
tratta del Regio Decreto all'interno della Riforma GENTILE, che anticipa, per i
soli professori del Magistero, il collocamento a riposo al compimento del
settantesimo anno anziché al settantacinquesimo, come per gl’altri docenti
universitari. Il suo posto è immediatamente occupato da RADICE, amico di
Gentile. Anche CROCE intervenne nella vicenda in favore di A., chiedendo a GENTILE
una deroga a tale decreto, ottenendo però risposta negativa. La salma è portata
sulla carrozza della Real Casa e seppellita nel Cimitero del Verano. Santa
Severina, gli ha intitolato una via del centro storico e la Scuola
elementare. Saggi: “Le donne dei Vangeli” (Firenze, Monnier); “Sonno e sogni”
(Milano, Trevisini); “Principii di logica reale” (Roma, Paravia); “Lear” (Roma,
Alighieri); “La dottrina dei temperamenti” (Roma, Alighieri); “Psicologia” (Torino,
Boccai); “Pregiudizi sull'eredità
psicologica (genio, delinquenza, follia)” (Roma, Alighieri); “I limiti dell'esperimento
in psicologia” (Roma, Loescher); “La filosofia come economia” (Roma, Loescher);
“Lo spiritismo secondo Shakespeare” (Loescher); “Psicologia criminale. Critica
delle dottrine criminali positiviste” (Roma, Loescher); “Il Cattolicismo e la
filosofia” (Roma, Loescher); “Otello delinquente” (Loescher); e “Pedagogia: l'educazione come economia” (Roma,
Loescher); “Note psicologiche, estetiche e criminali ai drammi di Shakespeare: Macbeth,
Amleto, Re Lear, Otello” (Milano, Società Editrice); “Principii economici
dell’etica”; “Naturalismo economico”; “Principi naturali d’economia politica”
(Roma, Athenaeum); “Gl’alberi e la Calabria dall'antichità a noi” (Roma, Signorelli);
“La dis-occupazione: cause e rimedi” (Torino, Bocca). Nicolò d'Alfonso Il del Sud
Furio Pesci, Pedagogia capitolina. L'insegnamento della pedagogia nel
Magistero di Roma, Parma, Ricerche pedagogiche, Francesco d'Alfonso, Nicolò
d'Alfonso. Ritratto di un intellettuale indipendente, Bisignano, Apollo
edizioni, cit Gallo-Cristiani, In memoria del filosofo Nicolò d'Alfonso, Roma,
A. Signorelli editore, La vicenda del pensionamento di Nicolò d'Alfonso è
ricostruita e ampiamente documentata in Nicolò A.. Ritratto di un intellettuale
indipendente, Francesco A., L'onesto solitario. Vita e opere del filosofo
Nicolò A., Reggio Calabria, Città del Sole edizioni, Francesco A., Nicolò A.. Ritratto di un
intellettuale indipendente, Bisignano,
Francesco A., Amleto e Ofelia. La critica shakespeariana negli scritti
di Nicolò A., Reggio Calabria, Città del Sole; Pesci, Pedagogia capitolina.
L'insegnamento della pedagogia nel Magistero di Roma Parma, Ricerche pedagogiche, Gallo Cristiani,
In memoria del filosofo Nicolò A., Roma, A. Signorelli; Mariantonella,
Marchesini e la «Rivista di filosofia e scienze affini», Angeli; Macris, Nicolò
A.: uno studio introduttivo, in Quaderni Siberenensi, Catanzaro, Ursini, Luca,
Santa Severina. L'antica Siberene, Pubblisfera; Testa, La critica letteraria
calabrese, Pellegrini; Bernardo, Santa Severina dai tempi più remoti ai nostri
giorni, Istituto editoriale del Mezzogiorno; Santa Severina Università La
Sapienza di Roma Accademia dei Lincei Liceo classico Albertelli. Il
prof. Nicolò A. presenta Note psicologiche, estetiche e criminali ai grammi di
Shakspeare Macbeth, Amleto, Re Lear, Otello. Una nuova fase dell'economia
politica; Speculative psychology and the unity of races. Il cattolicismo e
l'insegnamento della storia del cristianesimo nell'Università di Roma; La
filosofia della storia nel nostro tempo; Morgagni e la biologia moderna; In
Calabria». A., come già risulta dall'elenco dei sagg presentati, s'è occu pato
di argomenti disparatissimi, senza che però, a giudizio unanime della
Commissione, egli sia riuscito a trattarne alcuno con metodo scientifico. Per
la più parte sono saggi occasionali e informativi, discorsi, prelezioni. Ma
invano si cercherebbe un'indagine compiuta con intento scientifico. Le nole
psicologiche sui drammi dello Shakspeare, che del resto sono una ristampa di
articoli pubblicati già parecchi anni addietro, per molti rispetti sono
pregevoli, contenendo osservazioni giuste, e in ogni modo attestano l'amoroso
studio che l'A. ha fatto dei drammi dello Shakspeare; ma, a giudizio unanime
della Commissione, non sono titolo sufficiente per l'assegno del premio a cui
il A. aspira. E' un insegnante che ha una lunga e onorata carriera, e moltissime
saggi. Ma queste che pur contengono molti pregi, riguardano la psicologia, la logica
e la pedagogia La stessa opera che s'intitola Saggio di filosofia morale è un
saggio di psicologia applicata alla critica dell'antropologia criminale. Il Sommario
delle lezioni di filosofia generale – LA FILOSOFIA COME ECONOMIA -- in cui
espone i concetti cardinali del suo approccio, non tratta propriamente problemi
morali, al cui studio non arreca contributo notevole l'opuscolo Principi
economici dell'Etica. Formulati in questo modo i giudizi riassuntivi intorno ai
quattordici candidati, e vagliati comparativamente i titoli di ciascuno, e
tenuto conto infine dell'esito della prova orale, la commissione procede alla
votazione definitiva, secondo le norme. La terna risulta così concepita in
ordine alfabetico: Calò con III voti favorevoli e due contrari; Ferrari, con III
voti favorevoli e due contrari; Orestano, a voti unanimi. II voti riporta il candidato
Zini. Essendosi quindi proceduto alla graduazione dei III candidati designati
per la terna, in ordine di merito, si ha il seguente risultato: 1°Orestano con
voti IV contro uno; Ferrari con voti III contro due; Calò con voti III contro
due. Il candidato Calò ha un voto come primo nella terna. La Commissione
pertanto propone a V. E. di nominare Orestano professore di filosofia a Palermo.
Roma, Il Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione, esaminati gl’atti del
concorso,li riconobbe regolari e nell'adunanza delibera di restituirli al
Ministero senza vazioni. La Commissione Osser. Quando un maggior
numero di uomini si strinsero in rapporti fradi loro e furono animati dal *fine
comune* (mutual goal) di *aiutarsi* (reciprocal helpfulness) nel superare le difficoltà per la vita, onde
si vide il grande vantaggio del lavoro collettivo, questo fatto ha una grande
importanza per quegl’uomini e pei primordi dell'umanità in genere. È allora
necessaria la dimora fissa in un luogo, ciò che dovea LA STORIA DEL
LINGUAGGIO. diminuire loro idisagi e le incertezze del domani. Si
preferi di dimorare presso le rive dei fiumi, dei laghi e del mare, che
offrivano certi vantaggi. Risoluto il problema dell'esistenza nell'oggi, è reso
possibile il tentativo di produrre pel domani, allora si principio ad allevare
il bestiume ed a coltivare la terra, prendendo insegnamento, come potevano, dalla
natura. Allora è reso maggiore il bisogno di *esprimersi* (express ourselves) e
d'*intendersi* (comprehend ourselves) in un più largo ambito e nacque nell'uomo
il desiderio di ben provvedere al suo avvenire, à quello della tribů o della
piccola società ed a ricordare la vita passata per trarne insegnamento per
l'avvenire. È reso ancora necessario il tradurre in segni materiali, e perció
più memorabili, i rumori e le voci di *espressione*: prima origine della
scrittura e della lettura. Ma, anche in questo caso, quando non si tratta di do
vere riprodurre l'immagine sensibile delle cose, ma di usare SEGNI più o meno
facili ad eseguire e da connettere alle parole, ciascuno dove significare da
principio in modo affatto ARBITRARIO ed inintelligibile agli altri le proprie rappresentazioni.
Solo posteriormente, per mezzo d’accordi, alcuni *segni* (segnante/segnato) sono
ricunosciuti da parecchi siccome *esprimenti* alcune date *rappresentazioni*. Si
*stabilisceno* (Grice – established procedure) cosi tanti segni (segnante,
segnato) per quante sono le parole in uso. Però un cosiffatto costituirsi della
società primitiva non avvenne per un aggruppamento solo, in un solo sito, di
uomini e di famiglie. Dato invece il continuo dirimersi e disgregarsi degli
uomini preistorici, bisogna ammettere che è dovuto avvenire, isolatamente, in
vari punti della superficie della terra; e per ciascuna piccola società
dovettero stabilirsi speciali segni di scrittura e di lettura. Questi
movimenti d’emigrazione e d'immigrazione, di conquiste, raggiunte con la
violenza o con la calma e l'astuzia, sono più frequenti nei primordi della
storia, poichè in quei tempi non tutti i bisogni individuali e sociali
dell'uomo potevano essere sollecitamente soddisfatti, quantunque fosse stato
prepotente in lui il desiderio di soddisfarli. E poichè ogni gruppo sociale migrante,
come ha un complesso di parole, cosi puo avere un complesso di *segni* a quelle
corrispondenti, avvenendo lo stesso per la società che subiva l'immigrazione o
il dominio, con la mescolanza degli uomini dove ancora avvenire una mescolanza
di differenti linguaggi. In questo caso il gruppo sociale più potente dove
esercitare il suo dominio sul popolo nuovo arrivato o sul debole. È necessario
perciò che gl'imponesse anche la propria lingua, altrimenti non sarebbe stata
possibile la comunicazione degl’animi, prima condizione al vivere. Queste
società col vivere a lungo in un sito andarono incontro ad alcuni disagi per lo
sfruttamento del terreno non ancora coltivato secondo la legge naturale o per
la distruzione degl’animali boschivi o infine perchè il loro sviluppo sociale
dove far loro avvertire NUOVI BISOGNI o per dar nuove esplicazioni alle loro
energie. Nasce perciò in loro o in parecchi di essi il bisogno di avvicinarsi
ad altre società, sia per offrire a queste i prodotti particolari del loro
suolo e della loro industria e rice verne altri, sia per offrire loro le
proprie energie organiche dalle quali volevano trarre un profitto. L'avvicinamento
e poi la reciproca compenetrazione degl’animi avvenne per via pacifica o per la
violenza e la forza, onde la società sopravvegnente sottomise a sè
l'indigena. sociale. Ma si deve anche ammettere che il popolo vinto o il
nuovo ha in parte contribuito a modificare la lingua dell'altro, non potendosi
ammettere che esso si fosse potuto così facilmente e presto privare della sua
lingua abituale e l'altro non ne ha subita alcuna modificazione. Cosi, come la parola
(del greco parabola), anche altri segni dove subire molteplici metamorfosi in
ragione del vario congregarsi e disgregarsi degl’uomini, in ragione dei vari
influssi che quelle società esercitarono fra di loro. E quando in mezzo alla
vita indeterminata delle società primitive sorge un popolo energico e forte che
acquisto di sè una coscienza superiore a quella degl’altri popoli che si sforza
di soggiogare e di dominare ed impose loro i suoi costumi, le sue
credenze, è quello il primo popolo
veramente storico e allora la lingua di esso è imposta ai vinti ed ammesso
riconosciuto da questi. Ma un popolo che sa esercitare il suo dominio è
destinato a vivere e a perpetuarsi. È necessario allora che esso diventi
qualche cosa di organico, che ha un ordinamento interno, che ha leggi ed
istituzioni. Un popolo cosi costituito è costretto a conservare ed a coltivare
la propria lingua, dando un valore determinato alle proprie parole; perchè solo
cosi è possibile il governo che deve implicare la stabilità delle leggi e della
istituzioni alle quali deve perció connettersi una lingua determinate e fissa,
altrimenti quel popolo ricadrebbe, come, malgradociò, tende sempre a ricadere, allo
stato primitivo di disgregamento. In un popolo che vive e dura la lingua deve
non solo fissarsi ma le parole di cui consta debbono moltiplicarsi. E ciò
non può non ammettersi se si considera che una società che vive non può non
compiere, per mezzo degl’individui che la costituiscono, un'attività
psicologica scrutativa e conoscitiva sulla natura circostante. Questa che da
principio apparisce come qualche cosa di molto semplice, come un tutto a sè, in
ragione che più si esercita l'attività umana sopra di essa,apparisce distinta
in una molteplicità di gradi o di oggetti i quali alla loro volta da prima
appariscono indeterminati nelle molte proprietà di cui risultano e, progressivamente,
appariscono sempre più determinati. Tale è stato il movimento della conoscenza
dai primordi della storia sino ai nostri tempi e non si è peranco arrestato. Di
nessun oggetto si può dire che esso sia stato cosi studiato ed analizzato in
tutte le sue note, in tutti i suoi rapporti, che un ulteriore studio nulla di
nuovo potrebbe darci. Quantunque questo processo di scrutazione e di conoscenza
si sia eseguito sopra ogni cosa, pure non tutti i popoli hanno all'istesso modo
fatte le loro conquiste in ogni ramo della realtà. Giacchè alcuni hanno
scrutato un ramo ed hanno lasciato intatto un altro di essa e,
conseguentemente, la lingua si è più arricchita in quella regione della natura
che non in un'altra. Inoltre è avvenuto nella storia che, come gli uomini hanno
fatto un progresso nel campo della conoscenza, si sono ingegnati di servirsi
delle loro cognizioni per modificare la natura esteriore a loro profitto,
producendo una molteplicità di beni e sovrapponendo cosi all'opera della natura
una nuova creazione che è quella dell'arte. Tutte le istituzioni sociali
sono creazioni dello spirito, Cosi quando un popolo emerge nell'arte della
guerra e delle conquiste, come il popolo romano, deve anche creare una
nomenclatura in cose militari e guerresche. Giacchè, anche in questo caso, ogni
nuova veduta, ogni nuova invenzione, per quanto possa sembrare poco apprezzabile,
pure deve essere contrassegnata dalla sua parola. Tale lingua non puo riscontrarsi
nei popoli che, nel movimento storico, precedettero quelli. Ed allora la nuova
lingua potrà inprosieguo divenire patrimonio di nuovi popoli; perchè le
conquiste di una nazione nel campo della conoscenza e dell'attività pratica
tendono a divenire patrimonio ed eredità delle altre nazioni, Una nazione che
emerga nel mondo pel suo dominio sul mare, ciò che non può avvenire senza la
costruzione di vascelli di meravigliosa complicazione, come il popolo ligure, deve
creare una nomenclatura marinaresca, sia per le varie parti e di vari apparecchi
di cui consta un vascello, come per la loro funzione e per gli uomini che vi si
addicono, nomenclatura che *prima della formazione di quei vascelli non avea
ragion d'essere* e che ora deve essere accettata dalle altre nazioni che
vogliono costruire nelle quali se la natura interviene, essa non vi è
come puramente tale, ma rianimata da un nuovo soffio. La storia ci fa vedere
che ogni società civile ha prodotto qualche cosa di particolare in un ramo
delle istituzioni sociali; o nelle leggi o nell'industria, nel commercio,
nell'arte militare, nelle belle arti, nella religione, nella scienza. Corrispondentemente
a questo progresso nell'attività intellettuale e pratica, nuove forme
particolari debbono sorgere che contribuiscono ad accrescere la somma delle
parole di un popolo. -- navi di quei tipi o forme, onde quelle parole
genovese o ligure debbono in massima parte essere accettate come tali dalle
altre nazioni. Anche una nuova e grande religione, come il culto di Marte, il
dio della guerra dai romani, dovette formarsi una nuova lingua relativamente
alle antiche religioni, quantunque alcune parole di queste siano state
conservate nella nuova religione, all'istesso modo che qualche cosa del
contenuto delle prime religioni si perpetua nel contenuto delle altre. E,
poichè la religione, sopra tutto la religione istituta dal primo principe,
Ottaviano, compe netra ed informa tutti gli aspetti della vita individuale e
sociale, esercita la sua azione modificatrice nella lingua di tutte le
istituzioni sociali. Nel culto romano di Marte troviamo parole che hanno un
contenuto differente da quello che avevano nei popoli precedenti o che non
ancora hanno accettato il Cristianesimo, quantunque le stesse parole possano
prima essere state usate.E, poichè il Cristianesimo è stato il punto di partenza
di un grande e lungo svolgimento artistico, teologico e filosofico, informato
ai suoi principii, si è dovuto ancora produrre una lingua atta a rendere in tutti
i loro elementi le nuove e grandi concezioni. Cosi l'attività pratica sociale e
le istituzioni contribuiscono a fare arricchire la lingua latina dei romani. Ma
infondo a questo progresso linguistico sociale dobbiamo trovare come principale
fattore l'attività individuale di un CICERONE, di un LUCREZIO, di un VARRONE,
di un ROMOLO! Come avviene delle nazioni che non fanno un passo innanzi nel
progresso dell'umanità se non per l'opera dei grandi uomini che esse nondimeno
hanno creato eeducato, avvieneanche pel progredire della lingua dialettale – o
soziale – altre l’idioletto. Giacchè gl'individui in quanto vedono aspetti
nuovi della natura o della vita s o Però da principio essi hanno ricevuto
dalla società in seno alla quale sono nati e cresciuti un linguaggio che era
patrimonio comune a molti; essi l'hanno solamente arricchito in quel ramo di
attività nella quale hanno espli cato la loro energia e,se questa riguarda
immediatamente la vita del popolo,potranno le nuove parole divenir popolari, altrimenti
rimarranno sempre chiuse nella cerchia dei pensatori e degli studiosi. Così la
lingua filosofica di CICERONE non è popolare o ordinario o volgare come non è
popolare o ordinaria o volgare la filosofia, mentre il linguaggio della
religione e dell'arte potrà più facilmente scendere sino al popolo e divenire
suo patrimonio; perchè esse al popolo sopra tutto s'indirizzano ed in esso
debbono trovare alimento. -- Pertanto se la lingua dell'arte, della filosofia, della
storia differiscono in qualche modo fra di loro, differisce anche la lingua di
un cultore di quella data branca di attività umana da quello di un altro. Così
il idoletto o idioma di Platone differisce da quello di Aristotele e di Hegel.
La lingua, l’idioletto, o l’idioma di Omero differisce da quello d’ALIGHIERI,
di Shakespeare e di Goethe. La lingua, l’idioletto o l’idioma di Tucidide e di
Erodoto differisce da quello di LIVIO, di TACITO, di MACHIAVELLI. E ciò perchè
ciascuno scrittore impiega nella realtà che studia e perciò nella lingua che
trova e contribuisce a creare, quella sua attività particolare che ciale contribuiscono a formare la lingua ed
imprimono parole nuove a nuovi fatti reali che si sono scoperti od escogitati.
Ippocrate, che fu il fondatore della scienza medica nell'antichità, fu anche il
creatore della lingua medica che si conserva in fondo alla compless lingua
medica moderna. Cesare dette nuove determinazioni ed una più grande precisione
alla lingua militare. lo spinge ad usare nuove parole o a dare un nuovo
contenuto o segnato a vecchie parole o it nobilitarle o a degradarle. In questo
modo la lingua di un popolo che, come ogni conquista dell'uomo e dell'umanità, tende
a sminuire e a perdersi, è sostenuto dalla vita nazionale ed è migliorato dal
progresso che essa fa in ogni ramo dell'atti vità umana. Il suo progresso va di
pari passo col progresso dell'umanità, all'istesso
modo che il decadere di questa trae seco il decadere della lingua. Una nazione
mantiene integralmente la sua lingua quando una sola vita ed un solo pensiero
circolano in essa quando vi è, cioè, unità nazionale, onde tutti i cittadini
hanno la stessa educazione, la stessa coltura, le stesse aspirazioni, volgono
la loro attività allo stesso fine collettivo, partecipano intimamente agli
avvenimenti nazionali, sono animati dello stesso spirito religioso, artistico.
Quando lo spirito nazionale si affievolisce o cade, tendendo allora la lingua a
degradarsi, la scuola apparisce come una sostituzione alla vita sociale, la quale
può creare il culto della lingua nazionale, facendo interpretare e gustare i
capilavori letterari, storici e politici che quella data nazione possiede. In
questo caso la scuola può creare un movimento per un nuovo risorgimento
nazionale e per mezzo di essa può la lingua durare e vivere anche quando le
istituzioni che la formarono e la sostennero son decadute. Ma se in quei casi la
scuola manca, tutto va in rovina. Nella scuola va incluso anche il culto
per l'arte, quando questa non rappresenti il puntosalientedella vita nazionale,
come avvenne in Grecia la quale dovette la popolarità di quella meravigliosa
lingua primieramente al culto per Omero I cui canti, artistici e
religiosi insieme, venivano imparati a memoria e ripetuti e cantati da tutto il
popolo. La religione ha anche essa una grande potenza a mantenere in vita una
lingua, quando ogni altra istituzione sia perita in una nazione; perchè essa,
tendendo a difondere un complesso organico di principii e di massime a tutto un
popolo, in modo che tutti gl'individui vengano illuminati e spinti all'azione
da essa (e già la religione esercita la sua azione in tutti i fatti della vita,
onde la lingua religiosa penetra in ogni cosa), deve tenere perciò vivo il
culto per la lingua nazionale. Quando queste condizioni mancano la lingua si discioglie,
soprat tutto se quella nazione continua ad essere il centro d'im migrazione di altri
popoli, come avvenne dell' IMPERO ROMANO dopo la sua caduta, in cui, con la
invasione dei barbari, quando la scuola mancava, nuovi linguaggi e nuovi
costumi penetrarono che dovettero affrettare la disorganizzazione di quella
lingua in tanti linguaggi particolari a varie provincie e luoghi, varianti fra
di loro secondo che varie erano le nuove condizioni di ciascuno. Alcuni di
questi particolari dialetti più tardi divennero ancheessi nuove lingue, quando apparvero
i poeti, gl’oratori, gl’istorici, i legislatori, i religiosi, i quali, per
adattarsi al popolo al qualedoveano volgerel'opera loro, dovettero bene conoscere
il nuovo linguaggio ed,usan dolo, gli accrescevano prestigio e destavano il
culto per esso. In questo modo una grande lingua si discioglie e gli altri
linguaggi che vengon fuori da quella dissoluzione possono di nuovo nobilitarsi
e divenire storici. La lingua tedesca non sarebbe divenuta una nobile e
bella lingua se Lutero, col movimento religioso che egli. Risulta da quel che
si è detto che non è stato un solo il popolo storico, ma vari,quantunque però
si debba a m mettere che questi si sieno manifestati in una regione piuttosto
che in un'altra del mondo e che vi sieno stati p o poli storici di cui non sono
rimaste vestigia;perchè la parte che essi hanno rappresentato per la storia
dell'u manità in genere non è stata di grande importanza, onde non sono
divenuti centro di attrazione di altri popoli e non hanno avuto perciò
l'energia di sottometterne e di dominarne altri. All'istesso modo che ogni
popolo ha una storia parti colare e comparisce e sparisce dal teatro del mondo
e ad un popolo si succedono altri popoli ed ognuno ha la ere dità degli altri
ed ha insieme aspirazioni, tendenze ed uno spirito proprio,si foggia ancora in
modo particolare la propria lingua. E come il suono o la voce è l'espres sione
dello stato interiore psichico indeterminato dell'a fondo ed inizio, in
cui dovea avere gran parte la cultura del popolo, non avesse destato un culto
per essa.I grandi poeti tedeschi, gli storici, i filosofi, gli
scienziati,animati dallo spirito della riforma,contribuirono poi a rendere
importante nel mondo e nella storia quella lingua. L'a vere la Grecia
conservata, dopo la sua caduta, la sua antica lingua la quale, tenuto conto dei
mutamenti necessari che in essa son dovuti avvenire pel progresso del pensiero
umano, si è continuata nella lingua greca moderna, si deve all'essere essa, dopo
la sua caduta, stata quasi tagliata fuori dal grande movimento del mondo, il
cui centro divenne ROMA, e al non essere più essa stata fatta segno alle
invasioni e alle immigrazioni di altri popoli. Quando, dopo la rovina
dell'impero romano, il pen animale
o dell'uomo, anche la lingua, nel complesso si stematico delle sue parole, è
l'indice dello stato intellettuale di un popolo, della sua storia, del grado
della sua eticità, della sua energia, delle sue aspirazioni economi che, artistiche,
sociali, religiose, scientifiche. Sicchè, conosciuta la lingua di un popolo, ci
è dato conoscere la sua vita naturale e spirituale; perchè nulla è nella vita
naturale e spirituale degli uomini che non sia in qualche modo nel suo
linguaggio. Diciamo in qualche modo,per «chè la lingua non è l'espressione
perfetta della vita e del movimento della psiche. Le parole di cui il
linguaggio consta sono sempre vi 'brazioni tradizionali,empiriche o
convenzionali per espri mere alcune rappresentazioni o azioni o energie delle
cose; sono perciò involucri naturali ed estrinseci in cui si avvolge la
coscienza e la mente per esprimere la realtà delle cose e degli avvenimenti; la
cui ricchezza di par tivolari, d'intrecci e di energie è profonda ed
inesauribile. Sono perciò una pallida immagine della realtà e della
mente,quantunque siano però qualche cosa di superiore e di più perfetto
relativamente al linguaggio indetermi nato. E quando vi è dissdio tra realtà e lingua,
di modo che quella apparisce alla mente nel suo progresso di complicazione, mentre
la lingua si pietrifica, questa diviene un impaccio alla espressione dellamente
che di continuo si muove e si svolge; ed è solo rompendo questo in volucro
sensibile e dandogli un valore più nuovo e più altochesi possono intendere e manifestare
le più ascose pieghe del pensiero e della mente; giacchè per intendere il
pensiero non vi vuole che il pensiero. Ad ogni modo la mente nella sua
progressiva formazione si sforza di creare il suo linguaggio; perchè il
linguaggio serve pel pensiero; e foggia nuove parole o nuove combinazioni di
parole o dà un nuovo significato alle vecchie parole. E perció la storia ci fa
vedere che quelle nazioni che sono state ricche di pensiero, co inella sfera di
attività pubblica e sociale,come nella s'era artistica, religiosa, scientifica,
hanno avuto una lingua ancora ricca di parole, di locuzioni,diflessioniper
espri mere i più fuggevoli moti della realtà e dello spirito; ed in quella
nazione in cui la vita del pensiero è stata poverit o nascente si è ancora
avuta una lingua povera. di parole e di uso. Ciascuno di questi gradi
dell'evoluzione del linguaggio è l'espressione dello stato psichico e cerebrale
di quei dati popoli, stato in parte ereditato in parte acquisito; dello stato
degli organi vocali e dell'ambiente cosi na turale come etico che gli uomini si
sono creato ed in cui sono vissuti. Queste tre serie di fattori hanno la parte
principale nella storiadel linguaggio e, secondo il grado. -- del loro accordo
dello sviluppo di esso, costitu'scono la lingua peculiare di un dato
popolo. -siero cristiano che porto seco una nuova civiltà, più pro fonda
e più complessa della romana, a poco a poco si sostituiva alle vecchie istituzioni,
LA LINGUA DEL LAZIO non potè essere più adatta ad esprimere il nuovo pensiero,
sopra tutto dopo le invasioni barbariche; e se fu colti vata dalla Chiesa e dai
dotti,questi per entrare in re lazione col popolo e partecipare perciò alla
vita nazionale, dovettero usare il vulgare. Qualche cosa di analogo avviene
nella storia dell'in è psicologicamente molto simile agli animali,
emette an.che esso dei suoni indeterminati. Ma in ragione che ac. quistano
maggior sviluppo i sistemi del suo organismo e gli organi vocali e le
sensazioni acquistano maggior pre cisione funzionale, il bambino si assimila
gli elementi delle voci o delle parole che ode intorno a sè,assimila zione che
è resa facile da predisponenti condizioni ere ditarie, le riferisce alle cose
con cui è in rapporto, le fissa nella memoria, si sforza di
pronunciarle,riuscendovi male da principio;ma dopo unalunga esercitazione,ar
riva a pronunziare bene ed a mano a mano non solo al cuni monosillabi, ma anche
parole più o meno semplici. Nella storia del fanciullo si ha insomma come
riepilogo quello che è avvenuto nella lunga storia dell'umanità; cosi il
bambino da poco nato non ha altro modo per esprimere isuoi stati interni che
ilgrido,ilpianto,che sono poco più che un moto riflesso, una forte sensazione
che si estrinseca per le vie del respiro. - dividuo. Come il grido
indefinibile che l'animale emette •è l'espressione dello stato indeterminato
dei sentimenti che lo agitano e dello stato informe delle rappresenta
zionichelo muovono,come della povertà dei centridelsuo: sistema nervoso, cosi
il bambino che nei suoi primi anni [Abbiamo usato promiscuamente la parola
linguaggio e lingua; ma è bene dichiarare che la lingua implica maggiori
determinazioni che non il linguaggio che è qualche cosa di più generale ed
inderminato relativamente ad essa. La lingua è un linguaggio divenuto classico o
storico, con nesso cioè ad una vita nazionale, per cui ogni parola ha una
storia e le cui origini si possono seguire anche in altri linguaggi che sono
presupposti della lingua che si Dopo che le parole son divenute
storiche, sono state cioè connesse ad un segno materiale,possono continuare,
sopra tutto in tempi in cui le lingue si formano, ad a vere una storia circa
alla loro struttura. Ed anzi tutto pare non si debba ammettere che, quando LA
LINGUA PREISTORICA abbia principiato a divenire STORICA, si fossero tra dotte
in segni materiali tutte le parole parlate. Invece si deve aminettere che
queste dovettero essere moltissime neila loro gradazione di pronunzia da individuo
ad iudividuo, da tribà a tribù, per la ragione detta precedentemente. E quando
si volle tradurre in segni una parola la quale aveva immense gradazion,essi
furono appunto quasi una. somma di una molteplicitii di parole parlate le quali
se: poterono fissarsi in segni non poterono però definitivamente fissarsi in un
tipo di vibrazione fonica ad esse corrispon denti,quantunque pero questo fosse
stato il fine dell'in venzione dei segni materiali e della scrittur a e questo.
fosse anch e il fine dell'inseegnamento della lettura. Da ció segue che le
parole parlate furono moltissime relativamente alle impresse. Stabilitasi la
forma della parola parlata e della i m pressa non si tenne più alcuna
ricordanza della deriva-. zione primitiva di essa nè si pensó più a modellare
le: parole sulle forme delle vibrazioni naturali. Dovette per - studia.
Si può dire ‘lingua’ della natura, ‘lingua’ degli animali, ‘lingua’ dei bambini,
ma non lingua senza quotazioni. L'uomo che per morbi perde la facoltà di
parlare che prima posse deva in modo perfetto, non *parla* più la lingua, *ha*
però una lingua. La condotta dell'uomo si può chiamare una ‘lingua’ in quanto
manifesta per mezzo di una. serie di atti tutto un concetto interiore della
vita.] ció necessariamente ammettersi che i primi popoli storici dovetterò averə
ciascuno una nomenclatura e corrispondenti forme d'impressione e di scrittura
e,nel loro con tinuo movimento di espansione e di concentrazione, tutto dovette
mutare fino a che un popolo non raggiunse la sua stabilità. Ma anche allora la
stabilità della lingua non fu definitiva. Abbiamo detto che la parola è
qualcosa di molto più complesso del semplice suono o della semplice voce o
esclamazione o della semplice imitazione di suoni o rumori naturali, quantunque
derivi da essi -- è già un suono o più suoni e rumori connessi che
complessivamente e sprimono una rappresentazione formata od un'azione od un
concetto.Vi sono perciò parole di pure voci o suoni, altre di puri rumori ed
altre infine risultanti degli uni e degli altri. Studiando l'acquisizione della
loquela nel l'individuo vedremo come egli dall'attività più semplice passa alla
più complessa, cosa che,come avviene ora nel l'individuo, si veritica anche
nella storia dell'umanità in genere. Dovettero perciò iprimi uomini da
principio pronunziare parole risultanti di pure voci o di puri rumori. Anche
allora, o più tardi poterono pronunziarsi monosillabi, che sono l'unità di un
rumore edi una voce. Il mono-sillabo è perció la parola più conforme alla
possibiliti tisiologica e psicologica di esecuzione fonica dei popoli primitivi
e rappresenta la vibrazione primitiva della cosa, trasformata dall'attività
fisiologica e psicologica degl’uomini. Le lingue dei primi popoli sono per cio
monosillabiche. Ed a questo proposito possiamo noi indagare se le lingue
primitive sono più o meno ricche di parole delle lingue moderne o in generale
delle lingue più complesse. E bisogna dire di si se si pensa che, quantunquepei
primi popoli storici il mondo esteriore fosse qualche cosa di molto semplice, pure,
nel ri produrre gli oggetti essi teneano conto solo della vibra zione la quale
era varia d'intensità nelle cose ed era ancora più variamente ripetuta od
imitata dagli uomini di una popolazione e dalle varie popolazioni. Onde varie
parole doveano primitivamente indicare la stessa cosa. Anche perché, potendo una
stessa cosa dare vibrazioni differenti, essa veniva indicata con quella tale
vibrazione della quale più s'interessava il soggetto. Cosi il cavallo poteva
essere indicato pel suo nitrire, per lo scalpitare, pel m ovimento della
criniera, pel rumore che fa nei masticare il cibo, per la velocità nella corsa,
ecc. cosa assumeva. In tal caso la parola monozillabica primitiva si dice
-- Per questa ragione le parole dovettero molto più delle cose esse represe in considerazione.
Ma in tempi più progrediti abbiamo una lingua più complessa, in cui cioè le
parola o la maggior parte di esse sono risultanti di più sillabe; e in questo
caso le parole monosillabiche non spariscono. E questa le lingue poli-sillabiche
o la agglutinante o l’articolata. Perchè in esse la sillaba si collegano o si
articolano con la sillaba. La parola poli-sillabica potè divenir tale o perchè
mono-sillabi di una lingua si vide che corrispondevano alla stessa cosa, di
modo che, pronunziandole insieme due o più esigenze venivano conciliate. O perchè
una sola sillaba assume una voce nuova secondo che la nuovi movimenti; perchè
le cose assumono ancora nuove energie se l'attività scrutatrice del soggetto si
esercita.su di esse. radice la quale non cessa di essere parola,
perchè esprime una rappresentazione, per quanto indeterminata, ma è considerata
come una parola elementare la quale è come il ceppo comune ed originario di
altre parole. Essa, entrando in rapporto con altre parole più o meno semplici o
pure assumendo varie flessioni, si complica in modo da esprimere una
rappresentazione più complessa o un concetto. Se la lingua mono-sillabica,
esprimendo rappresentazioni indeterminate, e la LINGUA PRIMITIVA, la lingua
agglutinante o articolata segnano un *progresso* relativamente alle precedenti.
Perchè in essa, una parola poli-sillabe e un complesso di al meno due parole mono-sillabe
e perció si parlano da quei popoli nei quali è più sviluppata l'attivitàr appresentativa,
onde un solo mono-sillabo non sempre è sufficiente ad esprimere una rappresentazione
molto complessa. La lingua del Lazio, la maggior parte delle cui parole hanno
flessioni, in cui la “radice” e il “tema” assumono varie forme e una lingua
flettente. E quella che han raggiunto il maggior sviluppo possibile e puo costituire
l'espressione di una tela organica di concetti e di un pensiero dalle più
ricche gradazioni e di sfumature appena apprezzabili. In tale lingua, il nome sostantivo
o aggetivo ed il verbo assumono flessioni (declinazione e congiugazione) e
mediante tali forme si esprimono i vari rapporti delle cose e l'avvenimento
dell'azione nei vari gradi di tempo e di condizione in rapporto con l'avvenimento
di altre azioni. Una lingua flettente e perció *posteriore* anche alla lingua agglutinante,
quantunque non bisogna credere che, quando esse appariscano, le parolea gglutinanti
e monosiilabiche non esistano più. Esse sono le ultime apparse nella
storia - Con lo sviluppo della lingua del Lazio va di pari passo lo sviluppo
del mondo logico. Giacchè sono due aspettidiuna stessa cosa.. Il pensiero e la
sua manifestazione sensibile. Non si può ben comprendere l'importanza della
lingua del Lazio senza vedere l'importanza dell'energia logica che è inclusa in
esso, la quale sottratta, l'attività della loquela rimarrebbe un fenomeno
puramente fisico e *fisiologico* ma non umano, o pure sa rebbe l'espressione di
uno stato interno indeterminato. delle lingue, e sono state parlate e
scritte da popoli ricchi di pensiero e di azione. Se dunque le lingue ultime
dei popoli civili, che noi crediamo le più perfette, perchè ricche di flessioni
(onde tra queste bisogna comprendere la latina o lingua del popolo del Lazio)
ha avuto una così lunga e avventurosa istoria ed alla loro formazione hanno, piùo
meno immediatamente, con corso tanti e cosi disparati elementi e lingue di minore
perfezione e lingue anche complesse e ciascuna lingua, per quanto immediata
sia, risulta di elementi molteplicissiini ed accidentalissimi (per quanto vi
sia qualche cosa di costante),comparisce chiaro quanto debba essese difficile,
fare una compiuta anatomia della lingua del Lazio ed assegnare a ciascuno elenento
di essa, a ciascuna parola di cui essa risulta, il suo vero valore e la sua
vera istoria. Bello stesso; Sonno e sogni. E. Trevisini, Milano-Roma
scolastico. E. Trevisini,Milano-Roma. Il parlare, il leggere e lo scrivere nei bambini,
saggio di 00 1 Saggi di pedagogia: (il problema dell'educazionemorale. Le donne
dei Vangeli. Monnier, Firenze. La rappresentazione psicologica è l'immagine che
l'oggetto della percezione lascia di sè nel campo co sciente quando è sottratto
all'azione stimolante che esso può esercitare sugli organi dei serisi del
soggetto. Questa rappresentazione è tanto più indeterminata ed imprecisa per
quanto più l'oggetto che l'à prodotta risulta di un numero grande di qualità e
di note,per quanto più breve è stato il tempo che essa ha agito da stimolo sul
soggetto, per quanto meno sviluppata è l'attività percettiva cosciente del
soggetto e per quanto meno questa si è esercitata su di esso. Non vi è oggetto
del mondo esterioreilquale,dopo l'osservazione volgare e dopo lo studio
scientifico, non risulti di una molteplicità di note e di qualità ed in cui
queste qualità non abbiano un determinato grado d'intensità; ma queste note non
appariscono determi nate e distinte fra di loro innanzi al soggetto
quando l'oggetto gli si presenta d'innanzi per laprima volta o quando per
la prima volta l'anima principia ad es sere attività cosciente;allora l'oggetto
apparisce come un tutto indistinto,anzi apparisce come una nota sola. Cosi
appariscono il mondo esteriore e gli oggetti di esso al bambino nel primo
sbocciare della sua coscienza e cosi devono essere apparsi all'uopo primitivo
che non ha avuto una potente attività scrutatrice; ed in questa stessa posizione
è l'uomo moderno dirimpetto a quelle cose più o meno complicate che gli si
parano d'innanzi per la prima volta e che non ha avuto il tempo di scrutare. In
ragione che l'attività cosciente si esercita sempre più intensamente sul mondo
este riore gli oggetti a mano a mano appariscono come distinti gli uni dagli
altri ed in ciascuno oggetto la nota uniforme e primitiva che lo designava si
pre senta progressivamente moltiplicata in più note dif ferenti. a mano
ad affievolirsi, a divenire sempre più imprecise, a perdere una parte delle
note che le costituiscono e lentanente a sparire quando non vengano rianimate,
mediante nuove percezioni degli stessi oggetti che le han prodotte, nella
coscienza; 10 Se l'attività del soggetto si esercitasse sulla rap presentazione
dell'oggetto già percepito piuttosto che sull'oggetto ripetutamente percepito,
non vi sarebbe progresso nella scrutazione dell'oggetto, anzi vi sa rebbe
regresso; perchè è legge psicologica infallibile che le rappresentazioni degl’oggetti
già percepiti tendono a mano mentre la ripetuta azione del soggetto
sull'oggetto fa sempre scoprire di questo nuovi aspetti e nuove re lazioni;ed a
questa condizione la rappresentazione dell'oggetto sempre più si arricchisce e
si compie e risponde più precisamente all'oggetto reale. Si può fare a meno dal
percepire più oltre l'og getto e considerare solo la rappresentazione in sè
stessa quando esso è stato cosi studiato ed analizzato e scrutato che un
ulteriore studio non aggiungerebbe nulla di nuovo allarappresentazione
diesso,laquale però, perchè si mantenga integra, deve spesso ripro. dursi nel
campo della coscienza.E ciò può sopra tutto avvenire quando l'oggetto che si
studia risulta di poche qualità e determinazioni; ma quando l'oggetto è
ricchissimo di struttura, di organi e di funzioni, quando presenta un vasto e
ricco sistema di fatti e di fenomeni, riesce quasi impossibile rappresentarlo
compintamente, senza che alcuni aspetti di esso non sfuggano alla coscienza o
non spariscano da essa.In questo caso il soggetto, per quanti sforzi faccia ad
apprendere e conservare la rappresentazione compiuta · dell'oggetto, non può
fare a meno dal tornare a per cepire spesse volte l'oggetto del suo studio per
sem pre meglio comprenderlo e conservarlo. Sicché, parlando qui della
rappresentazione psiclogica, non s'intende dire che quella rappresentazione la
quale rimane nel soggetto dopo la ripetuta azione di esso sull'oggetto: ciò che
è la rappresentazione dell'oggetto percepitu. Ed è questa la condizione pilt importante
perchè la rappresentazione psicologica possa divenire obbietto della logica,
quantunque non sia primitivamente tale. La rappresentazione della sensazione
pura o lo stimolo della sensazione non può mai divenire obbietto della logica;
perchè la sensa zione non consta che di certi stati dell'anima, che sa
distinguere e che anzi attribuisce a sė stessa, senza riferirli allo stimolo: e
ciò per quegli animali che per tutta la loro vita rimangono nella cerchia della
sensazione pura.Ma nell'animale e nel l'uomo che rimane solo temporaneamente
nella cerchia della pura sensazione dove stimolo ed animo si con fondono e che
oltrepassa questa cerchia per divenire percezione e coscienza che è dualità tra
l'anima che ora diviene soggetto e lo stimolo che diviene oggetto, ciò che prima
ha determinato la sensazione (lo stimolo) può divenire
oggettodellapercezioneedellacoscienza e poi della logica; anzi non vi è oggetto
della logica che non sia oggetto della coscienza. Onde segue che la materia
prima del mondo logico è fornita dall'oggetto della percezione che è l'oggetto
della coscienza, senza del quale non potrebbe darsi attività logica di sorta;
perchè l'attività logica del soggetto si deve esercitare sempre sopra un
oggetto, come il soggetto non diviene attività logica senza la sua relazione
coll'oggetto. Il soggetto cosi diviene at tività logica, non nasce tale e la
sua attività dere esercitarsi o sull'oggetto naturale esteriore o sulla
rappresentazione interiore di esso, essa non 12 In una zona
logica cosi ampia non va compreso solamente l'uomo superiore con la sua potente
ener gia logica, nè solamente l'uomo medio con la sua or pura Però il
passaggio nel soggetto dalla pura sensa zione alla logica non è rappresentato
da una linea cosi precisa che si possa dire: Di là dalla linea vi è tutto il
mondo delle sensazioni, di qua vi è tutto il mondo logico compiutamente
formato; giacchè, come avviene in ogni sfera che passa in un'altra sfera,
quella che passa non è completamente esclusa come tale da quella in cui passa.
E non bisogna credere che, superato una volta il confine, questo sia supe rato
per sempre; perchè la vita della o delle rappresentazioni di sensazioni può tornare
come puramente tale anche quando una volta si sia pene trati nel campo logico. Inoltre
è difficile per lo stu dioso tracciare questa linea in cui l'anima cessa di
essere meramente sensitiva e fa il primo ingresso nel campo logico. Come ogni
grado dell'esistenza,la logica occupa una determinata zona, chiusa fra due
determinati limiti, di cui l'uno rappresenta il minimo della logicità,tanto che
dilàda questo limite nonvièattivitàlogicane obbietto logico e l'altro
rappresenta l'entità logica nel suo più alto grado. Dal primo all'ultimo limite
il mondo logico compie un processo che implica una progressiva perfezione,per
cui, partendo dal fatto puramente sensitivo, si allontana sempre più da esso
per divenire entità logica compiuta. sensazione dinaria
potenzialità logica; ma ancora l'uomo volgare, il fanciullo, gli animali
superiori ed alcune specie degli animali inferiori che arrivano a
percepire.Però se, come avviene in ogni sfera dell'esistenza che ha una serie
di gradazioni, la sfera logica presenta un sistema cosi ricco di gradazioni le
quali passano l'una nell'altra in modo appena apprezzabile, tanto che è quasi
difficile distinguerle, pure si può dire che tutte queste gradazioni vanno
comprese in tre grandi sot tozone le quali possono chiamarsi la logica
meccanica o estrinseca, la logica chimica o intima e la logica organica. La
prima zona,rappresentandoleformelogichepiù elementari, se può stare di per sè
come pura logica meccanica, si ritrova però anche nelle due zone sus seguenti;
e cosi la sfera chimica si ritrova ancora nella sfera organica che è la più
compiuta. In generale si può dire che l'oggetto della perce zione ovvero la
rappresentazione di esso principia a mostrare il primo movimento logico
allorché cessa di apparire innanzi al soggetto come risultante di una sola
qualità naturale,ma apparisce come distinto in due o più qualità connesse in
qualsiasi modo fra di loro ed allora si ha la forma primitiva della
rappresentazione logica. Una qualità sola ed incomunicabile ad altre qualità e
zon trasformabile non fornisce al cuna materia logica. E se un fatto
naturale,secondo che è più scrutato dal soggetto, comparisce sempre più ricco
di qualità e si vede la ragione intima per cui le varie qualità convengono
all'oggetto,è chiaro che esso diventa progressivamente obbietto di una entità
logica superiore. Ma può avvenire ancora che,dopo uno studio più profondo e
comprensivo fatto sull'oggetto, questo ap paia innanzi al soggetto come
intimamente connesso ad altri fatti esteriori ad esso, tanto che senza di
questi non potrebbe essere quello che è. E, se vi sono oggetti le cui note ed i
cui rapporti sono immobili e fissi, ve ne sono altri in cui le qualità che li
costi tuiscono ed i loro molteplici rapporti con enti fuori di essi si
trasformano e cangiano. È chiaro allora che l'entità logica dell'oggetto si
accresce e si complica. Può avvenire ancora che l'oggetto che ora è studiato
comparisca come l'ultimo risultato di una storia spe ciale propria o di una
storia di altri enti simili o dis simili da esso; onde l'importanza delle note
attuali che lo costituiscono si accresce e mostra cosi una n a tura assai più
elevata.La rappresentazione logica ha cosi una considerevole latitudine; perchè
principia quando il soggetto vede almeno due note nell'oggetto e si conserva
ancora quando si è scoperto in esso un numero grandissimo di qualità. Si è
detto e ripetuto che è il linguaggio che segna nell'uomo il primo apparire
delle attività logiche. Ma non si considera che la parola “LINGUA”, avendo un
largo contenuto e significando qualsiasi manifestazione dei fatti interni
psichici, siano sensitivi che rappresentativi ed emotivi, ha una larga
applicazione cosi NEL CAMPO ANIMALE come nel campo umano; onde non si vede con
determinazione la necessità del co-esistere solamente nell'uomo della LINGUA e
della funzione logica, si deve però ammettere che la LINGUA che è un linguaggio
formato e divenuto classico (onde vi è differenza tra LINGUA e lingua-GGIO), quando
è bene usata dal soggetto uomo, può far vedere in questo le più grandi energie
logiche, all'istesso modo che una LINGUA imperfetta o poveramente usata può
manifestare nell'uomo rudimentali qualità logiche. Però non si può concedere
che deve necessariamente intervenire LA LINGUA per potersi trovare nella sfera
logica e per potere compiere funzioni logiche. Individui nati muti o sordo-muti
possono compiere con grande coerenza logica i loro atti, all'istesso modo che LA
LOQUELA non sempre rivela una perfetta energia logica, come avviene per
disordini nervosi e mentali o per ritardato sviluppo di tutte le attività
psichiche. Al l'incontro ciò che è indispensabile perchè il soggetto compia le
più elementari funzioni logiche è l'oggetto della percezione e la
rappresentazione molteplice del l'immagine di esso, come è manifestato dagl’atti
e dalla condotta che gl’ANIMALI e l'uomo non ancora parlante hanno verso quegli
oggetti sui quali si eser cita la loro attività e dal giovarsi che l'animale fa
di alcune qualità degl’oggetti. E la rappresentazione molteplice dell'immagine
degli oggetti è anzitutto necessaria ancora per l'uomo logico che parla, la
rappresentazione e l'esecuzione della parola udita, parlata e scritta non
essendo che un'altra specie di rappresentazioni speciali degli stessi oggetti
sopraggiunta alla prima; per cui il lavoro psicologico e logico del l'uomo è
assai PIÙ COMPLICATO DI QUELLO DELL’ANIMALE [cf. H. P. Grice, M-intending] anche
perchè, per la sua grande energia psichica, l'uomo moltiplica le
rappresentazioni relativamente semplici che delle cose hanno gl’animali, onde LA
LINGUA diventa nell'uomo assai più intricata e complessa. Segue da ciò che la
LINGUA umana è una NUOVA AGGIUNTA che si fa alla rappresentazione primitiva
dell'immagine delle cose. Ma rimane sempre questa l'obbietto delle ATTIVITÀ
LOGICHE COSI ANIMALI COME UMANE [Grice, “Method in philosophical psychology, on
an eagle doubting whether p or q]. Questo è ancora dimostrato dalla patologia
della LINGUA UMANA; poichè è stato constatato che, quando l'uomo perde la
memoria della immagine percepita delle cose e conserva la ricordanza della PAROLA
(PARABOLA) udita, parlata o scritta, che ad essa corrispondono, la sua LINGUA è
divenuta un caos; perchè, essendo perduto il nesso tra la cosa e la sua PAROLA
PARABOLA udita e parlata, l'attività logica non si può esercitare sulle PAROLE
PARABOLE, perché non si può esercitare sulle cose, come allora è manifestato
dalla sconnessione e dalla incoerenza della lingua. Del giudizio e
dei suoi elementi. Quando il soggetto distingue per la prima volta un dualismo
nell'oggetto, cioè da una parte quello che, prima di questo atto psichico, costituiva
tutto l'oggetto, indistinto nelle sue qualità, e dall'altra quello che scorge
ora in esso mediante l'atto di distinzione e vede che questo è connesso con
quello in modo che senza di esso non sarebbe, si fa quel che si dice un GIUDIZIO
(Grice, JUDICATING that the a is b – the dog is shaggy -vs. VOLITING). Sicché
per avere un giudizio occorrono due fatti distinti fra di loro ed un atto
psicologico che li connetta. Però bisogna considerare questi tre elementi di
cui consta il giudizio come dati tutti e tre insieme nello stesso atto. Dei due
fatti che possono dirsi anche TERMINI (‘l’A, la B’), perchè SIGNIFICATI con
parole PARABOLE, il primo, quello che prima del l'atto psicologico fa una sola
cosa con la qualità che ora si distingue da esso e che meglio osservato e
scrutato può mostrare altre qualità inerenti a sé, onde può divenire obbietto
di altri giudizii, si chiama SOGGETTO – cf. Strawson, Subject and predicate in
logic and grammar. La nota che gli si attribuisce si dice aggettivo od
attributo – ‘SHAGGY”, predicato. L'atto psicologico col quale gli si
attribuisce è il verbo – in sensu stricto, la copula. Bisogna bene intendersi
sul significato della parola ‘soggetto’, che si usa nel giudizio. In generale
soggetto significa ente attivo, ente operoso. Si chiama soggetto l'anima
cosciente e distinguente sè dall'oggetto e nel l'istesso tempo l'anima che
esercita la sua attività sul mondo esteriore che considera come suo oggetto. E
poichè dall'animale inferiore all'uomo e dall'uomo eminente per pensiero e per
azione questa attività conoscitiva ed operativa sempre più si afferma e cresce,
è cosi che la parola “soggetto”, quantunque possa applicarsi indistintamente
alla serie degl’enti animali, pure compete in sommo grado all'uomo ed all'uomo
che abbia la più grande energia nel campo del pensiero e dell'azione – cf.
Hampshire THOUGHT AND ACTION. Intesa cosi la soggettività, scendendo
dall'animale alla pianta, sembra non essere più il caso di dovere applicare la
parola soggetto. Ma, poichè la pianta è un organismo dutato di attività la
quale consiste nel compiere una serie di funzioni interiori per le quali è
continuamente messa in rapporto coll'ambiente esteriore ad esso (aria, luce, terreno)
e manifesta, quantunque in modo assai più imperfetto di quel che si compia
nell'animale, per mezzo di una serie di fenomeni esteriori, i suoi fatti
interiori ed il suo organismo compie una storia, pure SI PUO CONCEDERE IL NOME
DI “SOGGETO” alla pianta (“Someone is hearing a noise”), la quale cosi
manifesta anche essa una certa energia. Ma i grammatici ed i logici hanno
anche dato il nome di soggetto non solo ad ogni opera dell'uomo, che può
considerarsi come un tutto armonico in sé, avente un determinato fine, ma ad
ogni parte di essa, ad ogni ente della natura inferiore ed inorganica o ad un frammento
di essa, ad ogni minerale, ad ogni fatto meccanico o chimico e financo hanno
considerato come soggetto le qualità e gli attributi stessi delle cose. Però
l'uso che in questo caso i grammatici hanno fatto della parola “soggetto” può
essere giustificato, considerando che ciascuno degli enti inferiori agli enti
organici e psichici è sempre un com plesso, anche quando sia semplice parte, di
qualità o proprietà concentrate e connesse insieme; onde, rigorosamente
parlando, non si può negare ad essi una certa energia senza la quale le
proprietà non potreb bero esistere in essi. Possiamo chiamare questa energia,
meccanica, fisica o chimica; ma è sempre una energia E non si può non concedere
che le qualità stesse che si considerano come attributi delle cose possano
essere considerate ancora esse come soggetti,quando si riconosce che ciascuna
qualità,essendo inerente a molti soggetti i quali hanno altre proprietà
differenti, contribuisce in modo differente all'energia di ciascuno di essi.
Cosi quando si parla della gravità che è una proprietà dei corpi, si vede che
essa si manifesta di versamente secondo che si tratta di an corpo gassoso o di
una pietra o di un liquido o di un pendolo o del sistema planetario.
Quando il soggetto del giudizio è considerato o stu diato dal soggetto psichico
allora può anche chiamarsi oggetto; perchè, quantunque attivo in sè, è sempre
qualche cosa di passivo relativamente al soggetto psi chicoilqualeesercitalasua
azionescrutatricesudiesso. Il secondo termine del giudizio, cioè quella
qualità o quella determinazione che, quantunque insita nel soggetto o estranea
ma conveniente ad esso,per mezzo dell'atto psicologico gli si riconosce come
connessa, è stata chiamata dai logici attributo o predicato.Rap presentando il
soggetto un gruppo di proprietà dif ferenti, suscettivo di ulteriori giudizii,e
l'attributo una sola qualità o determinazione, è chiaro che questo può essere
applicabile a più soggetti, non essendo ciascun soggetto costituito di
attributi assolutamente speciali a sé; ma in mezzo ai tanti attributi comuni a
molti soggetti ha solo qualcuno che conviene esclu sivamente a lui. Dei molti
attributi che costituiscono un soggetto una parte sono sensibili o percettibili
per mezzo degli organi dei sensi. Ogni oggetto del mondo esteriore è fornito di
peso,ha una grandezza variabile, una re sistenza, è situato ad una certa
distanza dallo spet tatore, ha una forma fissa o cangiante,un colore,una
composizione mineialogica, chimica o organica, può presentare una struttura
determinata, uno stato ter mico, può vibrare in modo differente nella intimità
clelle sue molecole, può esercitare un'azione più o meno irritante o elettrica
o offensiva sull'organismo del soggetto,può dare speciali odori,può
essere gn. stato per mezzo della lingua. Ma vi sono altri attri buti i quali
non sono percepiti per mezzo degli or gani dei sensi ma vengono compresi
mediante un atto della mente, quantunque le attività percettive possano
contribuire o avere contribuito alla comprensione di queste nuove specie di
attributi. Sono tutte quelle qualità che riguardano la provenienza od il fine
del soggetto,isuoirapporticon altrioggetti,lasuaazione favorevole o nociva su
di essi o viceversa. Inoltre il soggetto acquista attributi non semplicemente
sensi bili quando desta in noi stati interiori piacevoli o do
lorosi,ricordanze,speranze etimori,ma qualche cosa di più che sensibile, poichè
in quel caso viene scossa l'intimità della nostra vita
interiore. Quantunque a primo aspetto sembri che ogni at tributo sia una
qualità semplice e non suddivisibile in altre qualità,benchè una qualità possa
averevari gradi d'intensità, ciò che non la fa considerare come qualche cosa di
fisso, pure può una qualità essere il risultato di un sistema di altre
condizioni o attributi. Quando diciamo che l'animale è sensibile, la nota della
sensibilità pare che sia una qualità sola; ma, se si pensa che per essere
sensibile l'animale deve im plicare una serie di organi e di funzioni e di
condi zioni esteriori all'organismo, si è costretti ad ammet tere che
quest'attributo è come la risultante di fatti molto complessi, non è dunque un
attributo semplice. Se diciamo che Giulio ė ragionevole quest'attributo è
Il soggetto e l'attributo non potrebbero costituire il giudizio senza l'atto
psicologico col quale l'uno ė connesso con l'altro; senza questo atto i due
termini non avrebbero fra di loro altro legame fuori quello accidentale della
coesistenza e della successione, che è un legame psicologico, non logico.
Rigorosamente parlando,è quest'atto che costituisce ilverogiudizio; però senza
i ter.nini esso non potrebbe essere, non sarebbe che una mera possibilità.
Questo atto che è espresso dal verbo è quella scrutazione che l'anima attiva fa
tra i due termini, per la quale si riconosce che l'uno è connesso
indissolubilmente,intimamente e necessariamente con l'altro. Questo nesso
intimo che lega i due termini è un fatto obbiettivo delle cose, non è una pura
produzione dell'atóività psicologica, però non si pno pervenire ad esso senza
l'attività picologica. È questa un'alta attività a cui l'anima umana per
viene;perché per mezzo di essa può internarsi nella natura dell'obbietto,
vederne il movimento, compren derlo ed assimilarselo. Sicché non si arriva al
fatto logico senza l'attività psicologica e senza di questa l'energia logica
rimarrebbe nella inconsapevolezza delle cose naturali, rimarrebbe per sempre
muta ed inco municabile ad alcuno, Per questo ogni atto giudica di una
natura cosi complessa che deve presupporre un ricco sistema di condizioni
perchè possa darsi. L'attributo ragionevole perciò non implica un fatto cosi
semplice come l'attributo pesante. tivo non è un atto meramente
psicologico,ma è anche obbiettivo, il suo contenuto cioè corrisponde al conte
nuto delle cose;ed in quest'atto si uniscono e com penetrano l'energia psichica
e l'energia delle cose. Con l'atto giudicativo, subbiettivo insieme ed ob
biettivo, si entra nel vero campo logico e si può dire che è sul giudizio che
poggia tutto l'organismo logico e che è il giudizio, considerato nel suo
sistematico svolgimento,che costituisce la parte più importante della logica e
che il primo prodursi della più rudi mentale attività giudicativa dell'uomo o dell'animale
segna ilprimo apparire del mondo logico. In generale si può dire che sempre che
ilsozgetto principia a giudicare l'oggetto della percezione o la 24-
Però'seil giudizio come necessaria convenienza dell'attributo al soggetto è la
forma più perfetta alla quale il soggetto pensante non arriva se non dopo una
lunga educazione,vi sono molte forme di giudizio inferiori ad essa, che possono
considerarsi come tanti tentativi che l'anima fa per penetrare nell'intimità
delle cose ed impadronirsene. Ciò conferma il fatto che non vi è un limite
netto tra la psicologia e la logica e che se vi è una parte della psicologia
quella inferiore, in cui non vi è nulla di logico,e che se vi è un'altra parte
della psicologia, quella ultima e più raffinata, in cui ogni energia o la più
parte delle energie sono logiche, vi è una larga zona psicologica in cui si
manifestano le prime tendenze logiche ed in cui il lavoro logico è eseguito
allo stato bruto. rappresentazione di esso,allora questa
cessadiessere rappresentazione psicologica e diviene rappresenta zione logica;
e non vi è alcuna rappresentazione logica la quale non sia insieme,
implicitamente od esplicitamente, giudizio. E, se l'infimo gra lo della
rappresentazione logica deve implicare un solo giudizio almeno nella sua forma
primitiva e bruta,un'alta rap presentazione logica si ha quando essa implica un
gran numero di giudizii. Delle tre parti in cui si può considerare divisa la
logica (la meccanica, la chimica e l'organica), la rappresentazione logica cosi
intesa esaurisce le due prime parti. Se l'anima non può principiare ad eseguire
funzioni logiche dall'infimo al massimo grado se non quando è divenuta
percettiva,perchè allora solamente distingue fra di loro i fatti del mondo
esteriore e distingue al cune proprietà di ciascun fatto,giacchè senza la mol
teplicità dell'obbietto non può eseguirsi funzione lo gica di sorta, nondimeno
non in tutto quello che per cepisce od in tutto quello che si rappresenta nella
coscienza interiore vi è energia logica o, quando vi è, non vi è all'istesso
grado in tutto. L'anima vivente o va incontro ad una varietà di fatti e
steriorioquestilesipresentano a caso ovvero a s siste ad un inovimento di
rappresentazioni o fa l'una cosa e l'altra insieme ed intercorrentemente.
Questi fatti si succedono o coesistono fra di loro e sono per cepiti dal
soggetto nella loro successione o nella loro coesistenza. Ogni fatto deve
perciò connettersi ad un altro fatto; e questa connessione può essere di
due specie,o casuale estrinseca,ovvero intima,vera,con veniente. Bisogna però
distinguere la casualità e la estrin- sechezza,tra ifatti psichici,che rimane
sempre tale pel soggetto, per quanto questo possa elevarsi alla più alta
attività psichica,dalla casualità e dalla estrin sechezza che apparisce tale al
soggetto solo tempo raneamente nel primo periodo della sua storia,quando non
ancora è giunto al grado di potere compiere un lavoro psicologico cosi intenso
da sapere vedere una connessione intima tra due fatti; onde questa gli si
presenta estrinseca senza esser davvero tale e, con un ulteriore sviluppo
dell'attività soggettiva,sparisce la estrinsechezza e comparisce la intimità.
no Non si può non ammettere però che questa estrin sechezza vera è in certo
modo relativa al grado di sviluppo dell'attività del soggetto psichico;perchè,a
vendo ciascun soggetto nel mondo es'errore un campo Nel caso della
estrinsechezza vera, per quanto in oggetto si succeda ad altri od apparisca al
soggetto in concomitanza con altri oggetti, anche con un ac curato studio, non si
saprà mai trovare una ragione del succedersi di un avvenimento ad un altro o
della coesistenza di un fatto con un altro, di una qualità con un
oggetto;giacchè ciascuno oggetto apparisce come assolutamente indipendente
dirimpetto all'altro, perchè non lo modifica in alcun modo nė ne ė
dificato. speciale nel quale si esercita la sua attività, onde é
messo frequentemeate in rapporto di coscienza solo con un determinato
aggruppamento di oggetti, egli può vedere meno di estrinsechezza tra questi
oggetti che non tra quelli estranei alla sua azione.In ragione che il soggetto
allarga sempre più il suo campo og gettivo e lo scruta con maggiore intensità
l'estrinse chezza si allontana sempre.E quando l'obbietto del l'attività
soggettiva è tutto l'universo allora il filo sofo,guardando le cose dal più
alto punto di vista che è quello dell'unità,non vede più estrinsechezza di
sorta tra le cose;perchè ogni cosa vi apparisce come organo di un vasto sistema
ed è necessariamente connessa a tutti i gradi di esso. La intimità, la verità e
la convenienza tra due oggetti (e perciò tra due rappresentazioni) o tra un og
getto ed una sua proprietà si ha allora quando l'uno non può essere in alcun
modo indipendente dall'altro per cui sempre che è dato l'uno è dato l'altro o, se
prima è dato l'uno, dopo verrà necessariamente dato l'altro. Ora questa
intimità ha vari gradi che possiamo riepilogare in tre zone logiche
principali,presentando ciascuna zona immense gradazioni. La prima zona,
quella più elementare in cui si de signano le prime linee del mondo logico, di
là dalla quale vi è il puro mondo degli oggetti delle percezioni e delle loro
rappresentazioni scomposte e sconnesse, ha questo di particolare che in essa
alcuni oggetti o rappresentazioni sono, è vero, legate, da nessi intimi,
ma questa intimità è al suo minimo grado,rasenta quasi la estrinsechezza; perchè
della loro intimità non si vede altro che il semplice succedersi costantemente
diuna rappresentazione adun'altraodilsemplicecoe sistere di una
rappresentazione con un'altra.E questa conquista il soggetto può avere fatto
non solo per pro pria esperienza ma anche per tradizione o per quel che si è
detto consenso degli uomini. Qui non si vede alcuna ragione della convenienza
delle due rappre sentazioni,alla qualeilsoggettorimaneperfettamente estraneo; e
tutta l'attività del soggetto si esaurisce nel vedere questo puro costante
coesistere e succe dersi delle cose e perciò il giudizio che esso compie è
semplicemente meccanico, non fa che constatare quanto avviene nel mondo
naturale. Così l'attività del soggetto qui è meccanica e delle cose non afferra
che il semplice meccanismo,l'energia più elementare della natura, il muoversi
delle cose per la loro pura gravità o per la loro forza od il muoversi per
forze estranee ad esse ma che agiscono su di esse. In questa zona logica va
compresa anche quella elementare attività giudicatrice mediante la quale si
scopre o constata qualche proprietà o qualità che in teressa gli organi
sensibili e percettivi del soggetto, come il sole è luminoso; è un'attività
giudicativa molto elementare.A questa zona logica possono per venire gli
animali superiori e quegli animali inferiori i quali si elevano alla
percezione, quantunque gli a nimal¡ non possono esprimere con
paroletaligiudizii, poichè bastano certi atti o movimenti che l'animale
esegue a dimostrare che esso hacompiutoungiudizio. Ma questa attività meccanica
logica non solamente rappresenta la prima epoca dell'energia logica umana e
l'energia dialcuni animali,ma anche quando l'uomo è atto ad elevarsi ad una
attività logica superiore compie ordinariamente giudizii logici meccanici. È
questa la posizione dell'uomo incolto. Di tutti gli a v venimenti naturali ed
umani ai quali egli assiste non può vedere altra intimità che quella meccanica
ed estrinseca; alla ragione intima dei fatti egli non perviene. La seconda zona
che si dice chimica e che sta più in alto alla precedente ed alla quale non si
perviene se non per mezzo della precedente rappresenta quel campo della logica
in cui il soggetto può compiere un più complesso lavoro di penetrazione tra gli
og getti, onde quei nessi intimi che prima vedeva in modo quasi estrinseco sono
visti davvero nella loro intimità. La parola chimica sembra bene
adoperata;perchè cor risponde a quello stato della energia della materia in cui
gli elementi relativamente semplici si compe netrano ed uniscono insieme per
formare un corpo di una più elevata natura ed in cui corpi di complessa natura
si scindono nei loro elementi sem plici;ondelachimicadelcampo logico corrisponde
a quel grado delle attività psicologiche per le quali il soggetto afferra la
convenienza vera di un oggetto. e delle sue proprietà e vede le intime ragioni
per le 29 nuovo La zona chimica logica si evolve cosi dalla
mec canica non solo, ma questa coesiste nella chimica; perchè, anche quando
vediamo il rapporto chimico di duerappresentazioni,vièsempreillato meccanico,
l'incontro cioè di due oggetti o di un oggetto ed una qualità, quantunque
questo meccanismo sia assorbito e trasformato dal chimismo. Avviene nel campo
lo gico quel che avviene nel campo naturale in cui il chimismo implica
ilmeccanismo,quantunque non sia semplicemente tale, essendo ilmeccanismotrasformato
ed elevato ad un più alto grado di esistenza nel chi mismo il quale senza di
esso non potrebbe darsi. Però non bisogna credere che, quando l'uomo è ar
rivato alla zona chimica della logica tutti i suoi atti logici siano giudizii
chimici;perchè questi,implicando una grande difficoltà acompiersi, nonpossonofarsida
ciascun uomo che in un campo speciale che ha scelto come materia del suo studio
e delle sue ricerche; il resto della sua attività logica è rappresentato sempre
dal meccanismo e questo può intercorrere nel chimi smo logico od alternarsi ad
esso. quali il soggetto non può fare a meno di quellapro prietà e questa
deve sempre necessariamente andare congiuntaalsoggettoinquellecondizioni.É
questo, si può dire, il campo della conoscenza vera e della scienza dove il
soggetto compie le più elevate forme di giudizio,risultato di una lunga
scrutazione psico logica nei rapporti delle cose. Il giudizio nella sua
for.na più elevata, implicando quell'atto del soggetto cosciente mediante il
quale si riconosce che ad un oggetto del mondo naturale o ad un ente spirituale
che qui diviene soggetto logico con viene intimamente e necessariamente un dato
at tributo, esprime un rapporto tra i due termini che nelle stesse
condizioni,deve essere tale costantemente, sempre vero, oggi e sempre, qui ed
ovunque. Per questa ragione il giudizio non va soggetto a mutazioni per tempo e
perciò si esprime sempre com'è,in tempo presente.Ogni dubbio,'ogni incertezza
circa alla concordanza perfetta dell'attributo col soggetto
nondarebbeilverogiudizio;seperòilsoggetto ri conosce l'incertezza nel suo atto
giudicativo e cerca di uscirne per addurre la verità, sforzandosi di eser.
citare tutto il suo potere percettivo nella scrutazione dei termini e nel loro
rapporto, allora l'incertezza è unbene,perchèciconducealverogiudizio.Per la
stessa ragione, quando in un giudizio interviene il desiderio o la speranza od
iltimore,non siavrà ilvero giudizio. I logici classici si sono molto
occupati della nega zione nei giudizii e li hanno perciò distinti in affer
mativi o positivi e negativi: affermativi sono stati detti quei giudizii in cui
si riconosce che l'attributo conviene al soggetto, negativi quelli in cui
questa convenienza non si ha.Ma evidentemente ilogicinon hanno ammesso che è
sull'oggetto della percezione o della sua rappresentazione che primitivamente
deve volgere ogni giudizio e che bisogna guardarsi bene dal giudicare prima di
avere studiato e scrutato bene l'oggetto.Se questo sifacesse, si vedrebbe la inutilità
e la vacuità di una gran parte di qnesti giudizii ne gativi,come è dimostrato
anche dal fatto che alcuni giudizii negativi possono tradursi in
positivi.Quando si ammette che un dato corpo non è solido, implici tamente si
ammette che è liquido o gassoso.Per que sta ragione i veri giudizii devono
essere tutti positivi; perchè, rigorosamente parlando, lo scienziato deve
conoscere quello che una cosa è non già quello che non è. Quando si tratta che
il soggetto può avere uno di due attributi che sono fra di loro contrari e che
se gli convieneuno di essi gli sconviene neces sariamente l'altro, si dice che
allora si possono for mulare due giudizii, l'uno negativo e l'altro positivo.
Ma è facile osservare che, fatto il giudizio positivo, è perfettamente inutile
formulare il negativo ilquale con parole diverse,per mezzo della
negazione,ripete la positività del primo giudizio. Vi sono però dei casi
in cui pare che il giudizio negativo dovrebbe aver luogo. Cosi noi sappiamo che
una data pianta deve fiorire; se la guardiamo in un'e poca in cui il fiore non
è apparso,dobbiamo dire che la pianta non è fiorita; ma d'altra parte è in es.a
la possibilità di dovere fiorire; poichè in tutti i fatti che implicano uno
svolgimento od una storia non tutte le qualità che devono costituirli possono
essere date belle e compiute dal bel principio; perchè ciò escluderebbe la
storia; a ciò pensando, la pura nega. tività di questo giudizio è spuntato. Che
se poi guar diamo la pianta non fiorita come ci si presenta per cettivamente,
allora non si ha alcuna ragione a par lare di negazione. Sappiamo inoltre che
la sensibilità deve essere un attributo necessario all'uomo; ma
permalattiedelsi stema nervoso questa funzione può perdersi, onde il
direalloraquest'uomonon sensibile, potrebbepa iere un giudizio negativo
incontestabile; ma si tra scura di considerare che quani'o l'uomo è divenuto
insensibile non è pixi l'uomo compiuto, ma l'uomo che è nel declivio della
dissoluzione e della morte e che, dicendo che non è sensibile, si riconosce che
la sua Molti, parlando e scrivendo, anche di cose scienti fiche, fanno
grande uso di questi giudizii negativi; ma è questa una consuetudine di linguaggio
chequalche volta fa anche vedere la poca sicurezza e la povertà delle nostre
cognizioni; perchè il difficilc non sta nel dire quel che una cosa non è,ma
qnelche è davvero. attribuzione sarebbe la sensibilità e che questa si è
perduta solo per condizioni morbose. Nondimeno se il giudizio negativo è
possibile esso può solo avere la ragione di essere in questi casididissoluzione
edi sfacelo degli organismi e delleistituzioni,quantunque anche allora,stando
alla semplice percezione, si po trebbe semplicemente giudicare quel che
l'oggetto pre senta di positivo; m a allora il soggetto che pensa non può fare
a meno dal paragonare la primitiva gran dezza o la perfezione tipica di una
data cosa con la dissoluzione e la rovina presente, onde quel che è ora è la
negazione di quel che era prima. Può avvenire lo stesso quando si tratta di
paragonare varioggetti fra di loro. Il giudizio nella sua forma classica è
rappresentato dal soggetto, dal presente del verbo essere e dall'at tributo. Ma
il soggetto per tenere avvinto a sè l'attributo deve esercitare una certa
energia che indica il vero nesso tra il soggetto ed il suo attributo; ora il
giudizio formulato in quel modo non fa vedere tutta questa attività del
soggetto,ne fa vedere,si può dire, la minima parte. All'incontro sono i verbi
attributivi i quali possono risolversi nel verbo essere e nell'at tributo, che
manifestano la vera energia, la vera at tualità del soggetto, che costituisce
il giudizio nella sua realtà vivente; perchè fanno vedere il soggetto che si
manifesta nel suo attributo e fanno vedere l'at tributo vivificato dal
soggetto.Per questa ragione il giudizio espresso nella sua forma classica trova
più ragione di essere applicato nelle sfere inferiori mec. caniche della
natura,quelle che manifestano una energia più povera, relativamente alla
energia animale ed umana erelativamente all'altaenergiadella vita dello
spirito. Qui tutte le attività, tutte le funzioni che si esercitano e che si
esprimono con verbo sono gin dizii viventi. Se diciamo questo corpo é rotondo
l'a' tributo, quantunque inerente al soggetto, pure è con siderato come qualche
cosa d'indifferente ad esso. Qui si tratta del giudizio nella sua primitiva
forma. Ma se diciamo questa pianta fiorisce facciamo un giudizio della seconda
forma, perchè qui vediamo il soggetto che crea il suo attributo e vive in esso
Ammesso il concetto del giudizio qui dato, risulta evidente che ogni giudizio
implica una sintesi ed una analisi insieme e nello stesso atto. L'analisi vi dà
la dualità dei termini, siano nello stesso soggetto che tra due oggetti; e
l'analisi è un morrento necessario al giudizio; poichè senza il dualismo giudizio
non vi sarebbe; m a d'altra parte cesserebbe l'atto stesso del e per
esso. Più elevata e spirituale è la natura del soggetto e più è ricco di
attività speciali e più verbi glisipos sono attribuire e più giudizii compie,
svolgendosi e vivendo.Più ilsoggetto appartiene alle sfere della materia bruta
e meno verbi gli si possono attribuire più le sue qualità possono essere
espresse con la forma classica del giudizio; ma ciò non toglie che anche
giudizii di questa fatta possano eseguirsi sopra alcuni soggetti di elevata
natura. giudizio se questo non fosse insieme sintetico; cés sando
la sintesi cesserebbe anche l'analisi e viceversa. Non vi sono perciò
giudiziipuramente analiticinè pu ramente sintetici;per
conseguenzailsoggettovivente compie continuamente un'analisi ed una sintesi
delle sue qualità e lo scomparire dell'una o dell'altra ap porta la morte di
esso. Quando diciamo giudizio diciamo ancora ragione, pensiero. Però come il
giudizio consiste più nell'atto psicologico,corrispondente al nesso intimo che
vi è tra due rappresentazioni, che nella distinzione dei ter miui, quantunque i
termini siano necessari al giudizio e senza di essi giudizio non vi sarebbe,lo
stesso deve dirsi del pensiero e della ragione. Se non che queste due parole,
considerate come semplice giudizio,dicono molto meno di quel che dicono quando
sono adoperate nel senso assoluto del loro contenuto. Quando diciamo il
pensiero, la ragione si vuole intendere il sistema di tutti i nessi possibili
di tutte le rappresentazioni delle cose della natura e dello spirito insieme,
sog gettivamente ed oggettivamente considerate. Quando poi sono applicate come
semplice giudizio equivalgono ad un pensiero,una ragione. Per alcuni logici la
parola proposizione esprime la stessa cosa chela parola giudizio
eperòsiadoperano promiscuamente queste due parole. Ma se vi sono verbi
attributivi che possono ridursi a giudizio,ve ne sono però altri i quali non vi
si possono ridurre, perchè non corrispondono pienamente a quel che siè detto
dovere essere un giudizio. Quando conosciamo Si comprende però che gli
avvenimenti storici pos sono essere guardati dal punto di vista estrinseco e
quasi accidentale come fanno gli storici che riprodu cono i fatti semplicemente
nel modo come sono successi; ma questi stessi fatti possono anche essere studiati
scientificamente e filosoficamente, considerati cioè in quel che essi hanno di
intimo,di necessario e di co stante; allora, entrando quei fatti nel dominio
della scienza,possono divenire obbietto di giudizii, le proprietà e le
speciali energie dei fatti naturali o psichiciosociali, ecc.allora possiamo
faregiudizii; perchè si hanno avvenimenti e fatti che sono sempre gli stessi
nelle stesse condizioni e si manifestano co stantemente ad un modo; ma se
narriamo le gesta di Annibale o di Alessandro, ciascun verbo che siamo
costretti ad operare non può essere il verbo di un giudizio; perchè esprime un
avvenimento singolo che non è stato prodotto che da quel tale individuo in
quelle sue particolari condizioni ed in quelle condi zioni di tempo,di luogo,in
quello stato speciale di un popolo,avvenimento che non può più riprodursi e
perciò il giudizio non si ha quando si deve espri mere uii fenomeno che non può
ripetersi frequente mente,che è avvenuto una volta e non piùequando non si vede
alcuna necessità del suo ritorno. In questo caso,più
cheillinguaggioscientificoelogico,abbiamo illinguaggio storico,ed allora,più
che ilgiudiziosi ha la proposizione:cosi è spiccata la differenza tra il
giudizio e la proposizione:questo esprime gli avve nimenti storici, quello i
nessi logici. Il soggetto che giudica é determinato dall'atto stesso del
giudizio alla vitapratica.Ogni essere vivente, dal l'animale infimo all'uomo,
si sforza, come è noto, una condotta assai elevata, presupponendo ciascun suo
atto una molteplicità di giudizii;onde si vede l'intimo rapporto che passa tra
una grande intellettualità e la vita pratica. ancora sottomettere ai suoi
bisogni la natura esteriore, ed ogni atto,ogni movimento che l'animale
esegue,cer cando di fuggire il malessere e di addurre a sè il benessere, presuppone
una distinzione negli oggetti concuièinrapporto.La formicachevaincercadel
frumento, riconoscendo in questo la proprietà di n u trire, non solo compie un
lavorogiudcativo ma anche un atto col quale manifesta tale lavoro psichico. In
tutti i pericoli che gl’animali schivano come in tutti i movimenti che fanno
per prepararsi il nido o per andare in cerca del cibo e per conservarsi, si possono
riconoscere gl'atti che presuppongono il giudizio, per quanto questo possa
essere classificato tra i giudizii meccanici. I psicologi in questo caso
parlano d'istinto. Ma è sempre l'istinto nel giudizio. In questo senso gli atti
degli animali equivalgono ad un linguaggio che esprime alcuni nessi logici, quantunque
sia il lin guaggioin una forma bruta e monca. Intuttigliatti che gli uomini
fanno per raggiungere i loro fini e la loro felicità si può riconoscere la
conseguenza di un giudizio.E si comprende come l'uomo eminente che ha una
perfetta conoscenza delle cose possa avere di Il soggetto può compiere
sull'oggetto un numero grande di giudizii secondo che pixi educato e svilup
pato è ilsuo potere di scrutazione e secondo che più complicata è la natura
dell'oggetto. Cosi, vivendo e studiando, la rappresentazione psicologica
primitiva che il soggetto ha delle cose si arricchisce di attributi e di
qualità ovvero sirisolvein attributiiquali erano primitivamente confusi in quel
che dicevamo oggetto e che costituivano tutto l'oggetto. Nondimeno durante e
dopo questo processo di scrutazione l'oggetto rimane sempre come qualche cosa
in cui alcune qualità sono distinte ed altre indistinte, potendo le qualità
indi stinte ricomparire subito distinte secondo che l'attività giudicatrice si
rivolge su di esse ed allora le distinte ritornano indistinte. Si verifica
anche qui un'applicazione speciale di quella legge psicologica secondo la quale
in una data unità di tempo il soggetto non può compiere che un lavoro limitato
e,come non può scrutare che succes. per la prima volta sipresentino allo
studio del soggetto; in questi casi è la legge generale che pre domina. Dopo
che si è compiuto sopra un oggetto un n u mero considerevole di giudizii non si
deve credere che allora l'oggetto sia conosciuto pienamente. Più chela
conoscenza del soggetto, si ha allora la conoscenza di un mucchio di note
coesistenti; perchè, se il giu dizio è un'alta funzione psicologica e lozica,
non è però la più alta la quale si ha invece quando tutte le note di cui
l'oggetto risulta appariscono in esso come organizzate, cioè si ha un organismo
di giu sivamente un dato numero di oggetti e di rappresen tazioni, per la
stessa ragione non può compiere in una unità di tempo e nello stesso atto
psichico che un numero limitato di giudizii, quantunque succes sivamente
possano essere compiuti sopra un oggetto tutti i giudizii di cui può essere suscettivo.
Però non si può sconoscere che le abitudini della mente possono arrivare ad
un'altezza cosi meravigliosa:da conside rare come compiuti una serie di
giudizii che non si haavuto il tempo di compiere pacatamente o di compierli in
un breve atto: è il meccanismo che penetra nelle più elevate regioni psichiche
ed in cui si sem plifica, per mezzo della ripetizione, il processo giu dicativo
primario che è più lungo e difficile. Ma in questi casi si deve trattare di
compiere sempre giu dizii già compiuti altre volte o negli stessi oggetti od in
oggetti differenti già percepiti, non in oggetti che dizii. In
generale con la parola conoscenza si vuol dire non solo l'apprensione e la
ritenzione delle pro prietà dell'oggetto e degli oggetti in connessione fra
diloro,ma ancorailoronessiconlealtreproprietà dello stesso oggetto e con le
proprietà delle altre cose, a differenza del pensare e delragionareincuisitiene
pii conto dei nessi delle cose. Quando l'oggetto è un mucchio di proprietà,
queste aderiscono a quel centro comune che primitivamente costituiva tutto
l'oggetto indistinto in sè stesso;e,se si ha qui il grande vantaggio che
ciascuna nota e per mezzo dell'atto giudicativo connessa all'oggetto, non si
vede la ragione del coesistere di tutte queste qualità nell'oggetto e non
sivede alcuna ragione del l'incontro delle note fra di loro.La parola
mescolanin che usano i naturalisti quando vogliono indicare il
coesistereel'essere diparecchi corpi incontattol'uno dell'altro senza perdere
la loro natura corrisponde a questa sfera dell'obbietto logico in cui si
possono c o m piere molti giudizii sullo stesso obbietto, ma senza che l'uno
eserciti una preponderanza sull'altro,senza che l'uno abbia un valore superiore
all'altro,e perciò ciascun giudizio ha un valore per sè; e considerati tutti
fra di loro costituiscono una mescolanza. Quando il soggetto cominciaa
scorgerenella rapresentazione la proprietà più appariscente, quella sopra tutto
per la quale l'oggetto ha costantemente un valore speciale ed un uso,ed intorno
a questa nota costantemente si aggruppano, con nessi pi'i o meno 3. -
+1 intimi, altre note si principia a scorgere nell'oggettu i primi
rudimenti del sistema il quale può darsi non solamente tra le note dello stesso
oggetto, ma anche tra più oggetti, secondo il campo su cui si esercita
l'attività soggettiva. Intendere logicamente il sistema significa fissarlo nel
suo minimum primitivo ed in una forma più com plicata e seguirlo a mano a mano
sinoallaforma piiz completa in cui cessa di essere puro sistema e di venta
sistema funzionante, sistema di sistemi ed ganismo vivo. un si OL
L'intendimento del sistema è stata una delle pii grandi conquiste che ha fatto
il pensiero filosofico in generale ed il pensiero logico in particolare. Questa
parola che primitivamente ha significato la molte plicità scomposta delle cose
è stata ulteriormente usata ad indicare la molteplicità ordinata di esse. È la
filosofia di HEGEL che ha compreso il sis'ema nella sua forma più alta e come
non era mai stato fatto prima. Considerando Hegel l'universo come stema, si è
molto addentrato nella comprensione delle cose. E, come il sistema occupa una
gran parte cosi nel mondo della natura come in quello dello spirito, perchè
interviene in ogni grado di essi e senza il si stema nessuna cosa potrebbe
intendersi, cosi costi tuisce anche una sfera del mondo logico, tanto che senza
di esso non potrebbe intendersi il concetto che rappresenta in sommo grado
l'energia logica. Il sistema nella sua forma primitiva trova il suo
In questa forma primitiva il sistema apparisee, anche al soggetto
superiore, nel regno minerale ed inorganico od anche in tutto ciò che l'uomo,
serven dosi di materiali bruti ed amorfi, foggia pei suoi bi sogni; poichè qui
si hanno sempre forme inferiori di sistema.Qui le qualità connesse al sistema
sono co stanti finchè dura l'oggetto; non hanno una energia superiore a quella
meccanica, fisica o del chimismo inferiore od inorganico. Il sistema solare
presenta una forma più perfetta di sistema;perchè esso presenta una
molteplicità,un centro ed una periferia e gli uni di cui risulta sono di visi
fra di loro e dal centro per mezzo di grandi tratti di spazio e sono uniti al
centro del sistema riscontro nel regno minerale; il sistema della seconda
forma trova il suo riscontro nel regno della vita; ma anche qui si riproduce, quantunque
trasformato, il sistema della prima maniera. La forma più rudi mentale di
sistema si ha quando ilsoggetto aggruppa intimamente intorno alla nota più
importante dell'og getto altre note secondarie od intorno ad un oggetto principale
altri oggetti di secondaria importanza fra i quali passino rapporti più o meno
estrinseci. È questo il sistema quale apparisce alla soggettività volgare la
quale non sa considerare l'oggetto diver samente anche quando ha dinanzi a sè
un sistema nella sua più alta forma quale può apparire allo scien ziato. per
legge di gravitazione. Per quanto si osservi qui in la alto grado
di sistema, perchè ciascuno degli elementi non è autonomo,ma connesso al
centro, pure serva tra le parti di cui il sistema risulta una grande
estrinsechezza. Per trovare una più elevata forma di sistema dob biamo entrare
nel regno della vita e nei tessuti che co stituiscono l'organismo animale o
vegetale;ma anche qui il sistema si presenta in una grande e meravi gliosa
graduazione; perchè se in questa sfera gli ele menti che devono intervenire non
sono, si os non sono, come nelle formeprecedenti,esseriinorganici,ma
entidotatidi vita e di una più o meno grande energia interiore e non sono
divisi fra di loro per mezzo di distanzepiù o meno grandi,ma sono in qualche
modo in contatto fradiloro, ilcentroperò che deve implicare ilsi stema non è
sempre determinato, anzi non vi è nei sistemi dei tessuti vegetali o nei
tessuti di un'impor tanza inferiore degli animali,comeperesempio iltes
sutograssosoedil connetti vale. Per questa ragione ė più perfetto quel sistema
in cui gli elementi istolo gici che sono dotati di vita sono non solamente con
nessi od in contatto fra di loroma anche unitiinuna comunione funzionale e che
vi sia un centro ove con vergano le attività degli elementi e che l'energia fun
zionale dal centro s'irradii anche verso la periferia. E, come vi è una sola
funzione, quantunque assai multiforme, che circola pel centro e per le parti
che, per contrapporle al centro, possiamo chiamare peri feria, vi deve anche
essere la stessa identità di co stituzione chimica tra gli elementi
istologici di cui risulta il sistema. I biologi distinguono il sistena
dall'apparecchio il qnale consiste in un complesso di organi di varia struttura,
ordinatiinmodo fra diloroda compiere'una: funzione di complessa
natura.Cosisidice apparecchio respiratorio, uditivo, visivo, ecc. Inteso
l'apparecchio in questo senso, ha una importanza logica intermedia tra l'organo
ed il sisteina, superiore a quello, infe riore a questo. Ma un siste.na della
vita non ha che una funzione speciale e non autonoma; perchè è connesso agli
altri sisteini e non può compiere questa funzione senza l'in tervento e l'aiuto
di altri sistemi. È qui che l'auto nomia del sistema principia a venir meno;
perchè cia. scun sistema non fa che compiere una funzione spe ciale in un
sisteina che conprende tutti i sistemi della vita, ciò che s'indica col no.ne
di organismo. Anche dicendo sistema di sistemi si dice sempre meno di quel che
dice la parola organismu, la quale include una grande intimità e reciprocità
funzionale tra i singoli sistemi e tra gli elementi istologici di cui risulta
il sistema. Da questo punto di vistasesideve riconoscere che il sistema
circolatorio sanguigno sia un grande si stema si deve però ammettere che non vi
è nell'orga nismo un sistema più compiuto del nervoso, sia per la elevatezza
della funzione che per la meravigliosa struttura e per la ricchezza e bellezza
delle forme che esso presenta. Nel sistema una parte può venire sottratta
senza cheilrestodies30vadainrovina;maun organo qualunque dell'organismo non può
essere tolto senza che l'organismo non perda una nota fondamentale della vita,
la quale induce una diminuzione generale della perfezione organica e funzionale
e se l'organo ha una importanza grande nell'organismo adduce la caduta o la
morte di esso. La parola fisiologismo adoperata nel senso moderno (non nel
senso antico e greco secondo il quale signi fica semplice attività naturale)
contrassegna la nota più saliente dell'organismo che è la vita animale.Però il
fisiologismo non è una sfera naturale autonoma ed indipendente dalle altre zone
inferiori naturali; in esso -46 Sipuò dire che solamente in questo
secolo,pei grandi progressi che si sono fatti negli studi sulla vita in senso
largo, si è potuta comprendere la grande importanza dell'organismo. Quando si
dice che l'uni verso èun organismosivuole indicare un fattodiuna natura assai
più complessa ed elevata che quando si dice che esso è un sistema. Quegli
elementi che nel sistema diciamo parti nell'organismo diventano organi
iqualisono, è vero, parti, manonconnessialresto più o meno estrinsecamente,
come avviene nel sistema ordinario; e sono elementi attivi e funzionanti pel
resto dell'organismo tanto che contribuiscono grandemente a tutta l'energia
dell'organismo e viceversa, questo dà ad essi un alto significato che, fuori
dell'organismo, non avrebbero. Ilchimismo, quantunquerappresenti una
seriedi fatti inferiori a ciò che costituisceilfisiologismo,pure costituisce
parte integrante di questo, cosi nel senso scientifico come nelsenso
logico,tanto che senzachi mismo non potrebbe darsi fisiologismo; poichè non vi
è funzione fisiologica la quale non implichi una serie di complicazioni e
riduzioni chimiche. E, poichè non vi è fatto chimico che non implichi nello
stesso tempo fatti meccanici e fisici; il fisismo èparte integrale del
chimismo,cosi scientificamente come logicamente,e per conseguenza anche
dell'organismo. Ed il fisismo si trova nel fisiologismo non solo come assorbito
dal chimismo, ma anche come indipendente da questo. Cosi nell'organismo, oltre
ai fatti chimici si trovano fatti anche puramente fisici, quantunque questi si
tro vino in complicazione coi fatti chimici e fisiologici; ma però il soggetto
può fissarlied isolarli dagli aitri fatti e considerarli come puramente fisici.
Avviene cosi nell'organismo logico quel che avviene nella natura in generale in
cui le zone inferiori sono ciascuna autonoma e per sè e nell'istesso tempo in
al troeper altro.La meccanica e la fisica rappresentano invece sono
implicate il chimismo ed il meccanismo ofisismo (adoperando anche questa parola
nel senso moderno non nel senso antico secondo il quale vorrebb e indicare
semplicemente il fatto naturale. Si sa che la fisica moderna studia solamente
alcuni fatti della n a tura, come la gravità, il calorico, la dinamica, l'elet
tricità,la luce,la vibrazione dei corpi,ecc.). alcuni gradi della
natura dove si manifestano in tutto il loro potere.Ed anche la chimica è una
zona per sé della natura,ma frattanto in questa devono ne cessariamente
intervenire le sfere precedenti, mecca nica e fisica, altrimenti non potrebbe
sussistere come chimica.E similmente i fatti più complessi della na tura quali
sono la vita vegetale ed animale non po trebbero sussistere senza le due zone
precedenti; giac chè non vi è fenomeno vegetale ed animale senza che
v'intervengano fatti fisici e chimici. Ifisiologi,inquestiultimitempi,avendo
riscon trato fatti meccanici nell'organismo ed una certa so miglianza
dell'organismo al meccanismo, si sono stu diati a tracciare le differenze che
passano tra l'orga nismo ed il meccanismo ed hanno conchiuso che l'organismo
non è un meccanismo. Per quanto giuste sieno state le osservazioni fatte, pure
avrebbero rag. giunta una più vera conoscenza dell'organismo se avessero detto
che esso implica ilmeccanismo, quan tunque il meccanismo che si trova
nell'organismo non sia come quello che si trova nei congegni meccanici, ma
trasformato e complicato dai fatti della vita;ondeé sempre una sfera
dell'organismo. 18 Nel campo psicologico si raggiunge la sfera della
perfezione quando l'anima èdivenuta organismo degli stati suoi, di sè stessa e
dell'oggetto, ciò che è la mente; e non si raggiunge questo punto senza essere
passati pel meccanismo psichico prima e pel chimismo poi;enondimeno queste due
formediattivitàpsichica esistono sempre nella mente come due sfere
subordi nateefondamentali per essa,tanto che quando l'or ganismo mentale
comincia a decadere, permanentemente o temporaneamente, ricomparisce il
chimismo prima e poi gradatamente il meccanismo come forme autonome
psichiche,e,quandoperunaincompiuta educazione psicologica,l'uomo non raggiunge
la mente, si arre sta al chimismo. Il meccanismo psichico pure contras segna la
vita animale e l'ultimo stadio di decadimento della mente già compiuta. La
parola organismo trova più propriamentelasua applicazione, che non la parola
sistema, quando si vuole significare in modo saliente quel che sia la famiglia,
la società o lo Stato.La molteplicitàdegliin dividui funzionanti di cui una
società risulta,l'essere questi individui animati da un fine comune che è lo
spiritonazionaleecheècomeilcentrodelle individua lità,la varietà di classi,di
funzioni, di aspirazioni, di attività in cui si possono scorgere tanti fini
secon dari o aspetti speciali e necessari del fine comune,onde non tutti
gl'individui partecipano all'istesso modo al raggiungimento di questo fine,
ilpermanere dello spi rito nazionale mentre gl'individui che vivono in esso e
per esso muoiono erinascono, fa diuno stato un or ganismo assai più complesso e
di un'assai più elevata natura che non l'organismo animale. E più lo stato ė
organico in questo senso e più è perfetto. Si può dire anzi che,dal primo costituirsi
dello stato sino allo stato come può essere ai giorni nostri, si nota una
tendenza a raggiungere la forma perfetta della orga nicità. Quando si parla di
organismo, sia che si tratti del l'organismo vegetale od animale, che
dell'organismo etico sihad'innanziunaltro fatto più complesso che ne rende più
difficile la conoscenza ed è che l'organismo non può essere conosciuto in sè
stesso se non è messo in relazione con tutto ciò che lo circonda. La pianta non
può essere conosciuta se non si conoscono le sue relazioni con l'aria,col
terreno,col calorico, ecc.La vita animale non sipuò conoscere pienamente se non
si vedono irapporti che la legano al cibo che rappre senta il mondo esteriore,
all'atmosfera, al clima, al luogo.Sisa che l'animaleassorbisce qualche cosadal
mondo esteriore e lo rende ad esso per altri modi e per altre vie.Anche gli
organismi etici non possono sussistere senza un ambiente non solo naturale, ma
anche etico. Uno stato non può esistere senza il suo territorio,senza un
determinatoclima,senzaiprodotti delsuolo,come non pno aver una vita spirituale
propria senza assimilarsi il pensiero degli altri stati, senza essere in
rapporto con essi e senza esercitare un'azione sugli altri stati. Il soggetto,
passando dall'oggetto in cui questo è una mescolanza a quello in cui è un
sistema ed a quello in cui è un organismo, compie un lavoro giu dicativo
chimico progressivamente intenso.Conseguen temente larappresentazione
dell'oggetto sidetermina sempre più e diventa anche essa sistematica ed
or Perchè si abbia il concetto
logico le note di cui il concetto risulta devono essere comprese tutte nel loro
organismo, di ognuna di esse deve vedersi la neces sità e l'importanza; poichè
se di qualche nota non si sa vedere la necessità, cioè se non si vede diessa la
connessione al tutto e dalle parti o agli altri organi od alle altre parti
dell'oggetto, mediante un giu dizio intimo od una serie di giudizii, non si ha
più ilconcettologico; siha allorala rappresentazione logica. Sicchè la
rappresentazione logica si ha non solamente quando delle proprietà che
costituiscono l'oggetto una o parecchie sono viste nella loro con nessione
intima con esso e le altre sono viste acci dentalmente, ma anche se l'oggetto è
compreso,nella maggioranza delle sue note, nel suo sistema e nel suo organismo
e solamente una nota di esso non è vista nel sistema o nell'organismo, non si
può dire che si abbia allora la conoscenza compiuta dell'og getto;sihasempre
una conoscenza inferiore cheè ganica non solo in sè stessa, ma anche in
connes sione con altre rappresentazioni; cosi anche a mano à mano la
rappresentazione bruta e puramente psico logica diventa rappresentazione
logica. Ma quando l'oggetto o la rappresentazione di esso è un sistema od un
organismo, allora siamo innanzi ad una nuova zona logica che è il concetto che
vuol dire conoscenza sistematica ed organica delle cose. Cosi si può fare una
distinzione precisa tra la rappresentazione logica ed il concetto
logico. Poichè la conoscenza sistematica ed organica del l'oggetto è
l'ultima a raggiungersi dal soggetto,s'in tende che prima di averlo pienamente
raggiunto, un certo numero di note ha dovuto essere considerato come
inesplicato od accidentale e non è stato espli cato se non dopo un ulteriore
studio del soggetto. La perfetta conoscenza di un oggetto o di un fatto può non
essere stata raggiunta dall'individuo che pensa;ma può possedersi dagli
scienziati o conser varsi negli annali della scienza; può ancora non es sere
stata raggiunta dagli scienziati. In tutti e due questi casi si è nella sfera
della rappresentazione lo gica, non del concetto. Finora i logici non han fatto
distinzione tra r'ap presentazione e concetto ed han contrassegnato l'una e
l'altro insieme con la parola idea. Si sa che la pa rola idea è stata
largamente usata dai filosofi greci, dai filosoa del Medio-Evo e del
Rinascimento e dai filosofi moderni e contemporanei. Quantunque dallo studio
delle opere di Platone e di Aristotele appari sca che questi due grandi
filosofi abbiano bene di stinto quel che ora si dice conoscenza rappresenta
tiva dalla conoscenza perfetta delle cose,la opinione dalla verità,pure
essi,usando la parola idea, pare 32 la rappresentazione logica. In questo
caso una o pa recchie note sono considerate come inesplicabili ed accidentali,
mentre le altre sono considerate come ne cessarie ed esplicate (la nota
esplicata è la nota con nessa all'oggetto mediante l'atto giudicativo).
che non abbiano tenuto conto di questa distinzione e l'abbiano invece
adoperata per indicare indistinta mente l'una cosa e l'altra: ciò che,
trattandosi di un fatto di tanta gravità per la scienza, non può non ingenerare
confusione ed equivoci nella mente del lettore. Gli stessi equivoci hanno
sostenuto, adoperando la parola idea i filosofi del Medio-Evo, del Rinascimento,
i filosofi moderni e contemporanei. Non si deve però noverare tra questi HEGEL
il quale frequen:emente nei suoi libri accenna alla differenza che deve pas
sare tra la rappresentazione e la nozione od il col cetto. E se è vero che
anche egli fa moltissimo uso della parola idea, l'adopera però per indicare il
si stema od i vari gradi del sistema dell'universo; ed in questo caso è chiaro
che la parola idea deve corri spondere al concetto. Ma, anche posteriormente
all'Hegel,ilogici, ado perando la parola idea, non han creduto necessario
dichiarare se essa deve corrispondere alla rappresen tazione od al concetto;
però nel fatto l'hanno adope rata per indicare l'una cosa e l'altra
indistintamente come si vede dai trattati di logica che circolano per le scuole
di tutte le nazioni. E vi sono anche alcuni logici che adoperano promiscuamente
le parole idea e concetto;ma non si può dire che la parola concetto che essi
usano corrisponda a quel che si è detto do vere essere il concetto, anzi,
stando a certe divisioni che essi ne fanno, si deve conchiudere che per concetto
essi intendono la rappresentazione. Cosi essi, tra le altre divisioni dei
concetti, ne fanno una in concetti chiari ed oscuri,distinti e confusi, completi
ed incompleti; ma un concetto che sia oscuro o con fuso od incompleto deve
essere una rappresentazione non un concetto. Per l'uso equivoco che della
parola idea si è fatto per tanti secoli e perchè può ancora ingenerare con
fusione nella mente, sembra necessario il non doverla più adoperare,tanto più
che le parole rappresentazione e concetto,che sono anche esse due parole
classiche, corrispondono benissimo a distinguere due gradi dif ferenti di
quello che i logici hanno indicato con la parola idea. La parola concetto
ha nella lingua latina ed ita liana un significato assai profondo e complesso;poiché
esprime l'ultimo e più compiuto risultato di un pro cesso, di una serie di avvenimenti
i quali hanno avuto il loro punto di partenza in un fatto che è il loro
presupposto necessario e la loro possibilità.E questi avvenimenti devono essere
legati fra di loro con legame tale di successione che ciascuno di essi non può
rappresentare che un dato grado del processo, non può prodursi cioè prima che
si sieno dati altri gradiod avvenimenti più o meno elementari che esso pre
suppone e da esso devono prodursi altri gradi più c o m plessi i quali menano
al pieno risultato del processo. Cosi si vede che la parola concetto include w
a storia e che questo processo concettuale si riscontra non solo nella natura,
nel suo insieme, ma anche in ogni grado di essa con questo diparticolare che
più ci eleviamo nelle sfere alte della natura, quali sono la sfera della vita e
dell'umanità,più questo processo. lin si esegue compiutamente e,
relativamente, in breve tratto di tempo ed ogni proprietà di ciascuno entedi
queste importanti zone della natura compie insieme con le altre proprietà una
storia. Quel processo che avviene nella vita dell'animale e della pianta
risponde bene a quel che è un concetto. Si sa che la pianta ha il suo punto di
partenza nel germe che può considerarsi come il grado infimo di essa,di là dal
quale non vi è nulla della pianta. Partendo dal germe la pianta attraversa una serie
di gradi,lo sviluppo delle foglie e la trasformazione di esse nel fusto, nei
rami, nei fiori e nel frutto che racchiude il seme, ciò che segna il grado ed
il limite ultimo dell'esistenza della pianta; onde essa parte dal germe e
ritorna al germe. Si può dire che nel germe sono implicati tutti i gradi della
pianta e che il grado che segue alla trasformazione del germe lo include come
un presupposto necessario e cosi pos siamo dire del grado successivo
relativamente ad es:a. È stato dimostrato che il fiore è una trasformazione
della foglia ed il frutto è una trasformazione del fiore e perciò anche della
foglia e che anche il seme sia una foglia trasformata; onde nel frutto sitrova
come un grado ad un presupposto necessario il fiore e perciò anche la foglia,
all'istesso modo che nel fiore sitrovalapossibilitàdelfrutto.Ora lastoria com
piuta della pianta si ha quando essa attraversa tutti questi gradi e si
considera uno di essi come quello a cui mirano i gradi precedenti, cioè il
frutto ed allora 56 possiamo dire di avere il vero concetto
della pianta. Cosi quando diciamo concetto diciamo anche sviluppo. Da ciò si
vede che il processo del concetto che è il concetto stesso delle cose non deve
essere inteso come una progressione aritmetica.Da un grado non sipassa
all'altro mediante una aggiunzione di qualche cosa a -- Ma gli
avvenimenti di cui risulta il concetto non solo devono essere legati fradi loro
pel nesso di suc cessione ma anche pel nesso di coesistenza; giacchè, quando il
concetto è dato,esso rappresenta un com plesso di avvenimenti o di proprietà le
quali ha con quistato e conservato nel suo processo,di cui ciascuna è
necessaria, benchè non necessaria all'istesso modo
chelealtre,perl'attualitàdelconcetto;enon po trebbe mancare senza che il concetto
venisse sconvolto o degradato. Però bisogna bene intendere questo conservare
che il concetto fa delle proprietà che acquista, nell'at traversare tutti i
gradi necessari prima di attuarsi pienamente; giacchè le proprietà di un grado
non sono conservate come precisamente tali nel grado seguente, ma sono
conservate ed insieme trasformate e complicate. Cosi nel fiore non abbiamo la
somma delle qualità della foglia insieme con quelle del fiore; ma le qualità della
foglia si sono trasformateinquelle del fiore, di modo che vi si conservano ma
non come puramente tali,son divenute cioè proprietà nuove.E questa
trasformazione avviene in tutti i gradi che il concetto
attraversa. qualchecosaltro il quale, dopo l'aggiunta,rimanga come
puramente tale insieme con la cosa aggiunta, di modo che l'ultimo grado possa
essere considerato comelasommadeigradiprecedentiedincuiigradi precedenti si
conservino come puramente tali. In vero iprimi filosofi hanno compreso il mondo
come una progressione quantitativa;peressilaveritàdelle cose non era che un
risultato di una moltiplicazione o di una sottrazione dell'istesso principio
naturale; e l'esplicazione dell'universo dal punto di vista m a t e matico e
quantitativo è stato quasi sempre tenuto di mira dai pensatori e dagli
scienziati. Anche aitempi nostri in cui le scienze particolari possono dare
larghi contributi per arrivare ad una concezione organica delle cose e
dell'universo, è sempre il punto di vista quantitativo che esercita le più
grandi attrattive su gli scienziati, anche quando si tratti di argomenti i più
complessi ed ipiù remoti dalla quantità pura,come la vita sociale o nazionale o
la vita organica; si sa che anche ai giorni nostri ilcervello,come organo
supremo dellavitaorganicaementale dell'uomo, sicrede non po tersi altrimenti
intendere che considerandolo dal puuto divistaquantitativo.Ma ènotoche Platone ed
Aristotele avevanointravistochelamatematicaedilnumero sono insufficienti per la
comprensione piena delle cose e che l'Hegel e VERA, apiùriprese,hanno molto
insi stito nel far vedere l'importanza limitata della mate matica nel sistema
dell'Universo e nel far vedere che il sistema delle cose non può essere
compreso che dal punto di vista qualitativo e specifico il quale
però presuppone come un elemento subordinato la mate matica, ciò che è ben
diverso. a numero, quantità a quantità, mentre la chimica va
dall'identico al non identico, che è il vero processo delle cose. Il processo
chimico non esclude il processo matematico;perchè non può esservi processo
chimico senza il processo matematico; si sa che la chimica procede aggiungendo
atomi ad atomi, molecole a molecole, ciò che è processo quantitativo e, mentre
nella sfera della quantità, aggiungendo quantità a quantità, questa è
semplicemente aggiunta o sovrapposta a quella la quale,dopo questa nuova
aggiunzione, nulla acquista enulla perde della sua natura qualitativa
primitiva; aggiungendo all'in contro chimicamente atomi o molecole specifiche
ad atomi ed a molecole specifiche, viene come risultato un corpo avente
proprietà nuove, tutte diverse dalle proprietà che avevano gli elementi di cui
si compone il nuovo corpo. Si sa che l'idrogeno e l'ossigeno di cui sicompone
chimicamente l'acqua hanno proprietà diverse dalle proprietà che ha l'acqua. E
ciò si può dire di tutti i corpi composti relativamente ai corpi semplici di cui
risultano.È questo illato importante e meraviglioso del processo chimico. Noi
crediamo che il principio chimico, la cui importanza è sfuggita agl’antichi e
si è vista solo ai tempi moderni, possa, più del principio matematico,
esprimere bene il vero svolgimento delle cose; giacchè la matematica procede
dall'identico all'identico, aggiungendo numero a numero, Sembra ora
assodato dalla scienza chimica che l'immensa varietà dei corpi composti
inorganici ed organici si possano tutti scomporre in quei pochi e determinati
corpi semplici ora conosciuti. Ebbene, in qual modo con cosi pochi corpi
semplici si possono ottenere corpi innumerevoli con proprietà differentissime
gli uni dagli altri? Semplicemente mutando le disposizioni chimiche o molecolari;
od aggiungendo semplicemente una molecola di un nuovo corpo a molecole
costituenti prima un altro corpo o moltiplicando una molecola specifica di un
corpo composto di determinate molecoleo sottraendone alcune ad alcune. È questo
processo che ci dà corpi di natura tanto differenti e diversi. Ma se la
chimica occupa un largo campo nella natura, dalla materia prima alla materia cher
aggiunge la più alta forma complicativa, alla sostanza nervosa, dappertutto nella
natura essendo vi più o meno lente e continue complicazioni o semplificazioni chimiche,
il principio però chimico, quello secondo il quale di due o più cose od
elementi che si uniscono si forma un nuovo grado il quale ha proprietà nuove e differenti
da quelli dai quali risulta, rimane non solamente nella natura ma anche nella
storia delle cose naturali ed in quelle dello spirito. L'ANIMALE non s'intende
aggiungendo alle note che costituiscono LA PIANTA, la sensibilità ed il movimento;
e se è vero che ALCUNE QUALITÀ DELLA PIANTA SI TROVANO NELL’ANIMALE, queste
hanno assunto una natura tutta nuova nell'ANIMALE, tanto che, rigorosamente
parlando, ciò che costituisce LA VITA DELLA PIANTA non si rinviene punto COME
TALE nell'ANIMALE; perchè quelle note che costituiscono la pianta sono
nell'animale elevate ad una nuova zona e vivificate e complicate e moltiplicate
da una nuova vita. La nutrizione dell'animale è tutta differente dalla
nutrizione della pianta, all'istesso modo che la struttura organica della
pianta differisce dalla struttura animale. Ciò porta necessariamente una differenza
notevole nella storia della pianta ed in quella dell'animale. Sicchè tutto è
nuovo nell'animale relativamente alla pianta e si ha nell'animale una nuova e
complessa serie di proprietà tutte differenti dalle proprietà vegetali. Cosi
una proprietà che si aggiunga modifica tutte le altre proprietà, come fa la
sottrazione di una data proprietà o funzione nell'animale. Nella storia
organica e psicologica del REGNO ANIMALE troviamo dominare lo stesso principio.
Giacche, se vi è una vasta scala di specie animali, in ciascuna specie la
modificazione di una data proprietà organica e psichica, relativamente ad altre
specie, adduce con sė una corrispondente trasformazione di tutte le altre
proprietà organiche, funzionali e psichiche. Cosi la forma esteriore degl’animali
non è indifferente al loro grado di energia funzionale e di energia psichica. La
sensibilità è varia secondo le varie forme organiche, secondo le varie forme di
sistema nervoso. I movimenti sono vari secondo che è varia la sensibilità ed è
vario il sistema schelettico ed il sistema muscolare. Una Inoltre
l'individuo come tale ha attribuzioni che non -varietà organica dunque
non si ha senza avere unà varietà di tutte le altre proprietà e funzioni
dell'animale; cosi di ogni proprietà animale. Si sa inoltre che alla VITA di
uno stato devono con correretante condizioni, tanti fattori. Ma c'inganniamo se
crediamo che ciascuna condizione non eserciti secondo il suo grado alcuna
azione determinante su tutte le altre condizioni e perciò su tutta la vita
nazionale. La ricchezza non è nè il solo fine né il solo fattore di una nazione.
Ma uno stato ricco può avere un gran mezzo per creare condizioni necessarie ad
elevare lo spirito di una nazione in tutti i suoi aspetti, a far felice la fa
miglia e gl'individui; e d'altra parte uno spirito nazionale elevato trova
molte vie aperte all'acquisto della ricchezza. I grandi individui
contribuiscono a far grande una nazione e d'altra parte sono le grandi nazioni
che fanno le grandi individualità. Un'alta vita reli giosa non può intendersi e
compiersi che nelle grandi nazioni e d'altra parte lo spirito religioso dà un
ele vato contenuto all'arte,allaletteratura, spingegliuo mini alle
investigazioni scientifiche e filosofiche, può dare indirizzi nuovi alla vita
politica, commerciale, economica dei popoli, può dare un'impronta speciale a
quel che sidice spirito nazionale. Ciascun fattore della vita sociale dunque,
mentre è modificato dagli altri fattori, dal loro grado di energia o di
decadimento, contribuisce a modificare,svolgendosi,quale che sia il suo grado,
gli altri fattori. ha come faciente parte della famiglia in cui acquista
nuove e più alte qualità,onde,senza il sacrifizio e senza l'abnegazione
dell'individuo,lafamiglianon può vivere una vita rigogliosa. Cosi le
attribuzioni della famiglia sono differenti da quelle dello stato, quan tunque
senza la famiglia lo stato non potrebbe essere, essendo questo costituito di
una moltitudine di fa miglie e perciò d'individui, i quali nello stato acqui
stano nuove e più alte qualità; onde nello stato le famiglie e gl'individui non
sono come sono fuori dello stato, Il principio chimico domina cosi la vita
della n a tura e dello spirito,non ilprincipio matematico, quan tunque la
chimica implichi e presupponga lamatema tica senza la quale né il chimismo, nè
la natura, nè lo spirito stesso potrebbero essere.Onde,sepuò dirsi che il
chimismo è lo schema dell'organismo delle cose, la matematica può dare lo
schema quantitativo del chimismo e per conseguenza dellecose; ma perquesto è
più lontana che non la chimica dalla realtà che non può intendere e che è sopra
tutto qualitativa; ed è la chimica che fa intendere il concetto e che costi
tuisce la seconda zona logica e che è parte integrante della vita del concetto
più che la quantità la quale può corrispondere alla prima zona logica.
S'intende che qui si parla del chimismo logico, non della chi mica come sfera
della natura, la quale ha anche essa il suo concetto, come qui si parla della
matematica come principio logico;non della matematica come sfera
speciale del pensiero e delle cose; poichè come tale ha anche essa il suo
concetto. Sicché non si nega che la matematica possa dare un certo schema della
realtà e che perciò non sia una certa logica; si afferma solamente che essa ci
dà uno schema assai povero della realtà, che non ce la fa intendere. In vero la
logica classica non è stata che la logica matematica e se vi sono oggi dei
logici i quali, coltivando la logica intesa matematicamente, credono di
coltivare una nuova logica, essi s'ingannano, quantunque però diano nuovi
svolgimenti alla vec chialogicalaquale,se nonpuòesserelalogicadella vita e
dello spirito,può essere però la logica delle sfere inferiori della natura, della
meccanica, in tutti i suoi gradi, e della fisica intesa come grado della natura
in generale. Si sa che tutti i fatti meccanici e fisici possono ridursi a
formole matematiche, quan tunque allora non saranno la meccanica e la fisica
che ci guadagneranno, le quali sono sfere molto più con crete e ricche che le
matematiche pure; onde,ridotti i fenomeni meccanici e fisici a schemi
matematici, essi perdono la loro concretezza, perchè sono semplificati (le cose
non potendo essere intesa che dal punto di vista semplificativo
ecomplicativoinsieme;onde,s'in tende la meccanica e la fisica non solamente
quando sono intese matematicamente, ma quando sono intese matematicamente ed
insieme meccanicamente e fisica mente; in quel caso guadagna però la matematica
la quale estende i suoi confini). I fatti però meccanici e fisici
dell'organismo non sono cosi facilmente riducibili a schemi matematici; non
avendosi allora il meccanismo ed il fisismo puro od inferiore, ma ilmeccanismo
ed ilfisismo come gradi dell'organismo,onde quei fatti sono allora determi nati
da cause chimiche ed insieme fisiologiche e per ciò sono di una provenienza
oscurissima e complica tissima; perchè il fatto meccanico o fisico può essere
effetto di moltissime e svariate condizioni organiche e sono nello stesso tempo
effetto e causa di altri fe nomeniorganici.Cosisipuòdiredei fenomeni psi chici
e sociali; onde, per quanti sforzi la matematica faccia per entrare in questo
regno, essa non potrà impadronirsene mai, potrà però calcolare matematica mente
i fenomeni estrinseci di essi.Ciò conferma sem pre più il principio che non può
essere la matema tica lo schema della realtà; ma è il chimismo. Aristotele, il
primo grande logico dell'antichità e quasi il fondatore della logica, le cui
dottrine per secoli hanno doininato e dominano ancora nelle scuole, perché non
si possedeva ai suoi tempi una conoscenza profonda della natura e dello spirito
come si possiede ora, non poteva darci che la logica quantitativa che si può
considerare come il grado primitivo e più ele È lo studio profondo dei
fenomeni biologici come in gran parte è stato compiuto ai nostri tempi, che può
farci vedere la grande importanza del processo logico chimico per raggiungere
il vero concetto delle cose;e ciò non era possibile prima dei nostri
tempi. mentare della logica. Hegel poi può dirsi il fonda tore
della nuova logica più per avere fatto vedere l'insufficienza della logica
classica ad intendere la realtà anzichè per averci dato compiuta la nuova lo
gica;e ciò perchè anche ai suoi tempi gli studi na turali e biologici non
avevano raggiunto quell'alto grado cheraggiunsero posteriormente. Nondimeno
l'ap parire della logica di Hegel segna nella storia un'e poca
grandiosa;poichè,per mezzo di essa sono state poste le basi e si sono fatti i
primi passi della lo. gica reale come può aversi e svolgersi ai nostri tempi.
Inteso il concetto come l'ultimo risultato del pro cesso storico e chimico
delle cose non ha più quel l'importanza che ha nella logica classica il capitolo
della comprensione e della estensione dei concetti, in cui il concetto è inteso
solo quantitativamente. Bisogna distinguere il concetto che sta per co.n piersi
dal concetto compiuto; quello può essere chia mato concezione o concepimento
che indica appunto l'atto del compiersi del concetto. Ora nell'atto che il
concetto si forma attraversa vari gradi di cui cia scuno, se è considerato come
arrestato nel suo c a m mino,può essereconsiderato come unconcettopersė; e si
considera come grado di un altro concetto se as sume qualità e forme nuove di
esistenza tanto che puòcorrispondere adun concettopiù compiutodiesso; ed in
questo caso esso fa parte della concezione o del concepimento del nuovo
concetto; e ciò può dirsi di ogni concetto. Considerando da questo punto
di vista l'universo, si scorge facilmente che ogni sfera,ogni grado di esso è
insieme concepimento e concetto, cioè è assorbito e complicato chimicamente in
un concetto più alto e nello stesso tempo può essere considerato come un con
cetto in sè. Questo duplice fatto forma dell'universo un vasto sistema e
nell'istesso tempo un grandioso organismo;perchè ciascun concetto è in sè e per
sè ed insieme in altro e per altro. conce Questo principio si osserva con
evidenza in tutte le zone delle mondo della natura. I minerali ed i feno meni
fisici sono insieme in sè e per sè in una deter minata zona della natura
(concetti); ma essi sono per la chimica relativamente alla quale sono
pimento.Cosi la chimica rappresenta anche una de terminata zona del mondo
naturale;ma, mentre è in sè, e perciò è un concetto, è anche concezione;perchè
la chimica è per la vita della pianta e dell'animale e perciò, mediatamente,anche
ilminerale è per lavita. Nel regno della vita questo processo diconcepimento
continua; perchè, quando è data la forma infima della vita vegetale, si passa
da forme vegetali semplici a forme gradatamente e successivamente più complesse
sino all'ultima forma vegetale che potrà dirsi la più compiuta.In questo
processo quei gradi che inatura listi dicono specie rappresentano appunto la
conce zione della pianta;per cui ciascuna specie èinsieme concetto e grado del
concetto superiore.Lo stesso può dirsi della pianta relativamente all'animale e
del mondo della vita animale in generale. Quando si considera l'uomo nell'ordine
della natura sembra che in lui si abbia l'ultimo risultatodellastoria e del
processo naturale; ma d'altra parte l'uomo non è per sè solamente; perchè egli
è quel che è per la famiglia e per lo spirito nazionale che egli contribuisce a
formare ed in cui vive e si muove,all'istesso modo che lo spirito nazionale è
per Dio che è il puro per fetto spirito in cui perciò si ha il vero concetto ed
a cui tutta la concezione dell'universo aspira; perchè Dio non è più per altro
ma per sè ovvero ė inaltro per sè; e tutta la vita ed il movimento della natura
e dello spirito terreno non sono che un processo di ele vazione a lui e fuori
di lui non sarebbero e non po trebbero esplicarsi. Cosi vi è un solo concetto e
l'universo è una serie di concepimenti che sono relativamente concetti.E questi
concetti costituiscono un processo di compli cazione che è chiuso tra due
limiti estremi, il massimo ed il minimo. Il limite minimo si ha nell'elemento
primo della naturaeperciò del pensiero,diqna dal quale vi è il sistema e
l'organismo dei concetti, di là dal quale vi è il nulla della natura e del pen
siero. Come tale questo limite minimo dei concetti può essere concepimento od
elemento del concetto che segue ma non concetto.Il limite massimo ècostituito
dal concetto assoluto, di là dal quale vi ha del pari il nulla e di quà dal
quale vi è tutto ilsistema e l'or ganismo dei concetti. Ciò posto i concetti
sono nella natura e nello spi Le cose sono cosi in se stesse, obbiettivamente,
con cezione e concetti; ed il soggetto, volendo conoscerle, deve seguire lo
sviluppo di ciascuna di esse, dal suo primo ed infimo grado sino alla sua più
compiuta realtà;deve seguire il processo del formarsi e del trasformarsi delle
proprietà costituenti l'oggetto che siconcepiscesinoalsuoultimostato,come
avviene degli enti morti o sino al massimo grado della sua energia, come
avviene degli esseri viventi o degli or ganismi
etici.Quandoilsoggettoavràcompiutoquesto lavoro psicologico insieme elogico di
concezione in modo che questo processo corrisponda alprocesso obbiettivo
rito, e perciò nel pensiero,dispostiinmodo seriale; onde ciascun concetto che è
tra i limiti ha un prima ed un dopo ed è concetto del concepimento 'precedente
e concepimento del concetto seguente.Non sipuò dire però che il concetto che
precede sia compreso come tale e nel senso della logica classica e con tutti i
concetti precedenti dal concetto seguente; poichè il chimismo che domina il
processo dei concetti non a m mette la comprensione nel senso classico, che è
conside ratain senso puramente quantitativo. Del pari non si può dire che
ciascun concetto si estenda in altri concetti; perchè esso è chimicamente
assorbito e trasformato dal concetto che segue immediatamente e non si può tro
vare come semplicemente tale in altri concetti'; onde la estensione secondo la
logica dei secoli non risponde al vero; perchè in questa i concetti sono
estrinseci gliuniagli altri, per cui non vi è organismo di concetti. della cosa,
egli allora avrà raggiunto il concetto di essa: ciò che può dirsi cosi dei
singoli concetti o di un si stema di concetti che del concetto assoluto. L’economia
nella vita dell’animale e dell’uomo. L’attività economica è una nota
propria e fondamentale della vita animale ed umana. Essa è rappresentata
prima dalla fisiologia, cioè dalle funzioni dell’organismo. Ogni funzione
organica, studiata analiticamente, dimostra una dualità, cioè due
termini: l’organismo vivente che rappresenta l’unità degli organi funzionanti;
e il mondo a lui esteriore con cui è in continuo rapporto (alimento, ossigeno
dell’aria, acqua, calore, luce, ecc.). L’uno dei due termini scisso dall’
altro annullerebbe insieme con la vita l’attività economica; e l’organismo
dovrebbe disfarsi. La vita, sostenuta da organi di elevata
struttura e costituzione chimica, implica l’ unità degli elementi istologici,
dei tessuti, dei sistemi e degli organi che la rappresentano. Ma la
funzione di ciascun organo e sistema, mentre ha un fine che si esercita o
dentro l’organismo, in aiuto ad altre funzioni, o fuori dell’organismo,
contro il mondo esteriore per dominarlo e farlo servire ai suoi bisogni,
deve implicare una continua perdita materiale degli organi funzionanti, che
si riduce contemporaneamente in una degradazione chimica di sostanze
componenti i tessuti e gli organi, dallo stato di elevata natura a quello
di più elementare costituzione molecolare. Nello stesso tempo deve
associarsi ad uno sviluppo di forze fisiche (forza meccanica, vibrazioni
molecolari, calorico, elettricità). In tal modo i due termini
debbono entrare in un rapporto molto intimo e continuo fra di loro;
giacché il termine esterno naturale, rappresentato dall’alimento,
dall’ossigeno dell’aria, dall’acqua, deve diventare interno. Infatti l’alimento
da sostanza esterna e morta, quantunque di elevata costituzione
chimica. I giacché è stata vivente, come la carne, le uova, il
latte, le erbe, frutta e semi di varie piante, modificati esternamente e
poi ingeriti dall’animale e dall’uomo, vengono ancora modificati, ridotti in
sostanze relativamente semplici. Passate poi nel circolo sanguigno
vengono ancora modificate dalla presenza dell’ ossigeno che i globuli rossi del
sangue hanno fissato per nutrire i tessuti in contatto dei quali sono
messi e dai quali si compie l’assimilazione. In tal modo il cibo
raggiunge la sua massima elevcizione; da termine esterno e morto diventa
interno e vivo. Ma qui comincia la scissura interiore, onde il termine
interno diventa per mezzo della funzione anche esso morto in alcuni
suoi elementi e le sostanze che lo costituiscono, decadute e semplificate,
vengono così restituite al mondo esterno, per mezzo dei reni, della cute,
del polmone e ancora modificate dalle glandolo di speciale segrezione; all’
istesso modo che l’energia che costituiva il termine interiore si risolve
in forze meccaniche e fisiche le quali si spengono entro l’organismo
stesso e nel mondo esteriore, anche per mezzo del lavoro. Il
termine interiore che da prima è un organismo vivente di elevata
struttura, perchè è e sussiste, si può chiamare bene, secondo lo scrittore
del j)rimo capitolo della Genesi, per cui è bene tutto ciò che è
creato da Dio; ed il termine esteriore, perchè anche esso è e
sussiste, si deve anche esso chiamare bene; ma, poiché deve essere
degradato come tale, e trasfor % maio e ridotto nei suoi
elementi; diviene male. E male il decadere, lo scomporsi, il menomarsi degli
enti. Ma, poiché dai suoi elementi di nuovo si ricompone, si organizza ed
alimenta la vita, diviene di nuovo bene; ma bene interno, come il bene
interno si trasforma in male interno airorganismo da prima, poi in male
esterno; perchè nei suoi elementi primi si trasforma in male esterno,
cioè in elementi inorganici senza una finalità superiore. Ma di nuovo può
divenire bene esterno, perchè per mezzo di essi si possono ricostituire i
beni esterni più elevati (piante, animali, ecc. Il bene cosi si trasforma
in male e questo in bene. L'antico detto corruptio unius gene ratio
alterius esprime un principio che domina il regno della vita vegetale ed
animale, giacché anche la pianta si trova in una posizione dualistica tra sè e
il mondo a lei esteriore (il terreno, Tarla, la luce) ed è perciò in lotta
con esso che tende a conquistare, come questo è in lotta con la
pianta. L'animale è in una lotta più intensa col suo termine
esteriore, la natura, come questa % è in lotta contro l’animale.
E questo lo schema più semplice della vita vegetale ed
animale. Distinta cosi l’attività economica in due termini e fatta l’analisi
di questi, apparisce più chiaro il concetto generico di economia.
Quantunque questa parola sia stata adoperata la prima volta in Grecia ed
intesa come legge, amministrazione della casa, implica anche il concetto
di soddisfazione, di godimento, che gli animali e noi abbiamo di qualche
cosa che dalTesterno penetri nel nostro organismo. Coinvolge anche il
concetto d'integramento, conservazione, elevazione di qualche cosa di materiale
per mezzo del lavoro delTuomo o per opera della natura stessa, ma che rimane
sempre nel mondo esterno alTuomo e di cui questi può cercare di
godere. Importa notare la differenza tra Teconomia della vita animale e
quella delTuomo, che implica insieme con la vita organica o animale, qualche
cosa di superiore o mentale. Benché una grande differenza vi sia anche
nel regno stesso delTanimalità, nelle sue varie specie, dall’aniraale infimo a
quello della più complessa organizzazione, giacché dalla prima alla
seconda specie il processo della vita si va sempre più complicando
e specificando, alT istesso modo che si complica ed aumenta di
volume Torganisrao nei suoi tessuti e nei suoi organi; onde si ha
un'organizzazione più vasta e complessa, pure in quest'arapia graduazione di
animali lo schema dell* economia della vita è identico in tutti; benché
varia sia la quantità dell' alimento ingerito ed assimilato e poi
consumato e ridotto ad elementi semplici, come corrispondentemente varia
sia la somma delle forze fisiche esplicate. L'animale infatti, a
qualunque genere o specie appartenga, non vive che monotonamente, sempre
nel presente, benché varia sia la sua attività esplicata per vivere, secondo la
natura della specie a cui appartiene, e vario sia l'ambiente naturale
e climatico in cui vive. Esso non ha cura che per conservarsi e per
fuggire i pericoli che lo minacciano; cerca la tana, il cibo, e l’acqua
per dissetarsi; alleva con molta cura i suoi nati e provvede per il loro
alimento; li protegge contro le insidie degli altri animali sino a che
essi non possano vivere da sè. Non provvede pel suo avvenire e, durante
la vita, non è suscettivo, a causa delle limitate sue condizioni
psicologiche, a migliorare la sua posizione economica, come è avvenuto
pel suo passato in cui si è riprodotto sempre identicamente lo stesso
tipo e la forma del suo organismo. Dall’animale all’uomo si fa un
passo gigantesco; giacché questi, a causa della superiorità della
struttura del suo organismo e della sua intelligenza, si volge a studiare
continuamente sè e il mondo esteriore. Avendo il suo organismo molteplici
bisogni, egli si sforza di soddisfarli per mezzo delle sostanze che trova
nel mondo esterno; e, a differenza dell’animale, prevede i suoi bisogni
avvenire e provvede come può affinchè nulla abbia a mancargli pel futuro.
E, se tende da prima a sfruttare la natura, come fa l’ animale, di poi,
apprendendo da essa stessa i suoi metodi, si sforza di produrre ciò di
cui ha bisogno per vivere (piante ed animali speciali). Si apn; cosi all’
uomo il campo della produzione dei beni naturali di cui ha bisogno,
e % che può ottenere per mezzo deir ingegno e del lavoro. E
una lotta che egli deve sostenere contro la natura, che ha avuto
principio col suo primo apparire sulla terra, che è andata sempre crescendo ed
intensificandosi lungo il processo della storia e con lo sviluppo della
civiltà; e che non avrà mai fine, finché dura la vita umana. La
materia economica non può perciò essere intesa fuori della sua storia,
anzi essa fa una sola cosa con la storia delr umanità; giacché questa ha la sua
base nell' economia e senza di questa non potrebbe essere; all' istesso
modo che nessun aspetto 0 grado del mondo naturale ed umano sfugge alla
storia e fuori di questa non potrebbe comprendersi. La scienza economica
dunque deve trattarsi storicamente. È questo un tentativo che può farsi solo
oggi, in tempo di un grande sviluppo dell'esperienza e della rifiessione
umana, in cui il pensatore acquista coscienza di sé, dei propri bisogni fisiologici
e mentali e del mondo esterno naturale, in ciò che può soddisfare i detti
bisogni. Questa materia cosi deve essere studiata nei suoi due termini, il
soggetto e l'oggetto, economici, ciascuno nella sua storia e nel suo
rapporto con l'altro, senza del quale nessuno dei due termini potrebbe
sussistere sotto l'aspetto economico; e questo rapporto é tutto tra i due
termini, per lo quale questi si uniscono e dividono continuamente. È la storia
dell’umanità e della natura insieme nel loro aspetto drammatico. Nel
trattare i principii naturali di economia bisogna trarre insegnamento
prima dello studio della storia del’umanità. Ma nella storia fatta dagli
storici più valorosi e rinomati l'aspetto economico non è messo gran
fatto in evidenza; come se per loro non avesse avuto che un' importanza
trascurabile; non veniva perciò compreso e considerato nella sua
obbiettività e non si sognava che un giorno i posteri sarebbero stati
curiosi di conoscere, nei suoi particolari, il metodo e la materia dell'
attività economica dei popoli di cui si narrava la storia. Si
credeva che il cibo e gli altri beni di cui l'umanità ha bisogno
sarebbero stati sempre abbondanti e perciò non meritava che gli uomini se
ne preoccupassero. Del resto anche gli storici più recenti si sono cosi
condotti verso l’aspetto economico della popolazione. Pure in ogni scrittore
non possiamo non trovare qualche accenno alla vita economica delle
nazioni di cui si narra la storia 0, se non alla economia normale,
aireconomia patologica, come la carestia, la pestilenza, i risultati della
guerra, le emigrazioni e le immigrazioni, i perturbamenti della natura
fatti per opera della mano deiruomo, che, facendo vedere la deviazione
del processo economico normale e naturale nella storia, fanno meglio
vedere le necessità di questo. Avviene così nel campo economico
quel che avviene nel regno della vita, per cui le malattie che sono
la deviazione funzionale degli organi dal processo tipico normale
della vita, che apportano anche una corrispondente alterazione chimica,
istologica ed anatomica degli organi, hanno dato non pochi contributi
alla conoscenza delle funzioni normali della vita. Vi sono poi le grandi crisi
economiche nazionali o universali, come quella che ora si attraversa sull’
incarimento del costo della vita, un fenomeno nuovo e gigantesco che non
ha avuto l’eguale nella storia, la cui origine oscura ci obbliga a
riflettere e a meditare per risolvere l’enigma. Vi sono inoltre gli
errori della storia che il popolo stesso compie per suo proprio istinto o che
compiono gli uomini di governo, errori di cui è piena la storia e che,
con le loro conseguenze patologiche, fanno meglio comprendere il processo
logico e progressivo della storia come avrebbe dovuto essere. Cosi è
stato disastroso per la vita dei popoli il non avere compreso la natura
propria della moneta che si è voluta sempre di metallo prezioso, per
cui alla scarsezza di questa si debbono alcune rivoluzioni ed un
arresto nello sviluppo del lavoro e della produzione dei beni e r
arricchirsi di alcune nazioni che ne hanno molta a danno di altre che ne
hanno poca. Ma il presente stato economico del mondo in cui l’
industrialismo ha raggiunto un grado di vitalità • esuberante da
per tutto ed attira l’energia e V operosità del maggior numero degli
uomini i quali affluiscono nelle industrie e nelle città disertando i
campi e i villaggi, ci spinge a studiare il presente fenomeno e, mettendolo in
relazione col passato economico, ci apre la via ad intendere la storia
economica deir umanità. Ma la storia economica che fa una sola cosa con
la storia politica, artistica ed intellettuale delle nazioni, nell’
aggregarsi o disgregarsi continuo di queste, è certo un grande e cospicuo
periodo del processo logico della storia del mondo ed è anche quello più
memorabile: quello cioè che, per essere stato esperimentato primitivamente da
alcuni uomini, riconosciuto e provato da altri, aggruppati da prima in piccole
tribù o società, e poi esteso, ad altri, è trasmesso a mano a mano ai
posteri col contatto degli uomini, attraverso il loro nascere, crescere
e morire. E l’attività economica che è stata sempre viva nella storia,
quantunque abbia operato in modo inconscio agli uomini, negli ultimi due
secoli ha raggiunto uno sviluppo considerevole insieme con lo sviluppo
industriale e con l’estendersi del commercio nel mondo. Questa da prima si è
sviluppata istintivamente ed impulsivamente per mezzo dell' ingegno
dell’uomo che ha saputo trovare ed aprire le vie; poi è venuta la
scienza dell' economia industriale e commerciale, che ha riconosciuto
i fatti compiuti e ne ha formulato e cercato di spiegare le leggi.
Sicché non è stata la scienza economica che ha destato l’attività economica,
bensì questa ha dato origine a quella. Si può rintracciare dunque,
attraverso la storia intellettuale, politica e pratica dell’umanità, una
storia economica. Ma la storia politica rappresenta il processo degli
avvenimenti umani di cui si conserva memoria; si è perciò innanzi ad
un’epoca molto avanzata dalla storia, quella in cui l’uomo ha cominciato
ad acquistare consapevolezza della sua superiorità sulla natura e
della possibilità del suo dominio sugli uomini inferiori per ingegno ed attività
pratica. Ma la storia memorabile e memorata presuppone la preistoria, che
è di là dalla memoria degli uomini e che nondimeno ha dovuto preesistere alla
storia. Come nessun aspetto della civiltà e delle istituzioni umane
sfugge alla preistoria, quale il linguaggio, la politica, l’arte, la
religione, ecc., così avviene dell’economia e della scienza economica. E
la storia d’altra parte si connette alla preistoria di cui è continuazione e
complicazione, onde si può dire che nella preistoria si trovano i principii
economici più semplici ed elementari che nella storia progressivamente si
sono andati complicando; ma che sono sempre vivi ed attivi nella storia
ulteriore: ed appariscono nella loro semplicità nelle grandi crisi di economia
sociale, quando si sente il bisogno di tornare alla vita naturale e
primitiva. Non bisogna però ammettere una barriera tra la preistoria e la
storia. Ciò che fu il principio è la base odierna deir edificio
economico. Quantunque la preistoria pura e primitiva sfugga alla
nostra osservazione, pure, come è avvenuto pel linguaggio, strumento
fondamentale deirintelligenza e deir attività pratica umana e del
progresso scientifico, si può rintracciarla prendendo le mosse
daireconomia naturale che può avere rappresentato essa sola neirepoca
preistorica tutta T umanità, che di poi divenne storica, economia che
anche oggi deve essere considerata come il sostegno deireconomia storica,
industriale odierna, e senza la quale questa è destinata a fallire. In
questo senso, guidati dalla logica della realtà delle cose e dalla
psicologia speculativa, si può rintracciare il processo preistorico dell’
economia. Il punto di partenza è qui Teconomia fisiologica, comune da
prima all’animale e airuomo, giacché ambidue sono soggetti economici che
hanno la natura come termine a loro opposto. Ma, mentre, come si è detto,
la soggettività animale ha un arresto nel suo sviluppo, la soggettività
umana all’ incontro prosegue senza limiti, cercando di conoscere la natura ed
adattarla alla soddistazione dei suoi bisogni, che con la sua intelligenza sa
scoprire in sé, nel suo organismo e nella sua mente, nuove lacune
da colmare. A differenza però deiranimale in cui Torganismo si sviluppa
rapidamente, onde breve è per esso il periodo in cui ha bisogno delle cure
dei genitori, perchè ben presto può fare uso delle sue forze e rendersi
indipendente, onde vive guidato dai suoi istinti, l'uomo all’ incontro ha
bisogno di un certo numero di anni per potere da sé provvedersi del cibo
e colmare tutti i suoi bisogni. Ben presto morrebbe se, appena nato, non
avesse le cure materne, ed anche se venisse abbandonato a sé stesso
neH'infanzia e neiradolescenza. Molte altre cure poi richiede, ed anche
un certo numero d’anni, se egli vuole educarsi, esercitare un facile mestiere
od una difficile professione; e volesse elevarsi nella sfera dell’ alta
cultura, dell’arte o della scienza. In questo lungo periodo della sua
vita il giovanetto è allevato e educato dalla famiglia, o dalle
istituzioni di beneficenza, dall’iinsegnamento pubblico e dalla
religione. In tutto questo periodo dell’infanzia e della
fanciullezza il dualismo è rappresentato dal fanciullo, ente passivo
nella sua attività, e dalle istituzioni familiari e sociali, che sono il
termine veramente attivo, il quale, servendosi di elementi c vie
naturali, eleva e conduce il bambino all’attività pratica, affinchè
possa col tempo provvedere ai suoi bisogni. Il giovanetto,
diventato adulto, deve da sè solo risolvere il problema dell’esistenza,
per quanto possa essere agevolato dalle istituzioni; allora egli si
trova d’innanzi alla natura alla quale domanda i mezzi di vita 0 di
conservazione. Questi sono rappresentati dal ricovero e dall’alimento che
è fornito dagli animali e dai frutti e semi di piante; e vegetali di una
elevata costituzione chimica. Qui comincia la lotta tra 1’ uomo e la natura.
Questa è da prima provvida madre per lui, onde gli concede facilmente ciò di
cui ha bisogno, ma non senza che egli taccia qualche sforzo,
qualche fatica, andando in cerca deU’alimento, sottomettendosi anche
a gravi pericoli e spesso rimanendo vittima delle intemperie o
degli animali che egli ha cercato di abbattere e conquistare. E
questa la condizione dell’ uomo primitivo che non ha avuto dal passato insegnamenti
e tradizioni; per cui l’esperienza e l’osservazione debbono cominciare da
lui che è fornito di un organismo che si presta ad una grande varietà di
lavori; e di intelligenza che gli è guida all’ attività pratica, allo
studio ed alla conoscenza della natura della quale cosi può meglio
servirsi; e conserva memoria delle sue conquiste, passate e presenti. Ma la
natura, dà all’ uomo i mezzi di vita, purché li cerchi, non glieli assicura per
sempre. Comincia cosi l’attività per la ricerca del cibo e comincia
ancora un’epoca di disgregamento per la ricerca dei luoghi dove la natura
fosso più ferace di veg'etabili e di animali, atti a far vivere l’uomo. In
quest’ epoca, certamente non breve, si ha un grande disgregamento del
genere umano, in tutta la superficie della terra, per quei luoghi dove la
vita fosse possibile; giacché in quest’epoca in cui il lavoro collettivo non
era ancora principiato, l’uomo voleva essere solo con la sua famiglia a
conquistare e a godersi la preda. D altra parte 1’ uomo in lotta con la natura
primitiva, che si slanciava ad imprese difficili ed audaci, in tempi in
cui l’aria sulla superficie della terra era buona ed in cui
ralimentazione era prevalentemente carnea, dovea dare al suo organismo
uno sviluppo ed una resistenza ammirevole, che lo rendeva atto a
trionfare dei più grandi ostacoli che nel suo cammino potesse incontrare.
Grande era anche la potenza generativa, per cui gli uomini si
moltiplicavano facilmente. Quel genere di vita tutto naturale dava
un’educazione anche naturale all’ uomo, che gli dava la massima
resistenza all’ impresa e lo rendeva refrattario agli stimoli morbosi
sino alla vecchiezza, se fosse riuscito a superare il periodo della
fanciullezza, flrano i tempi di Ercole. In tutto questo lungo periodo
egli cerca, con l’ingegno che la vita nomade e mal sicura dell’ avvenire
rendono più acuto, a modificare minerali e legna per costruire strumenti
che rendessero più facile il conseguimento del fine di vivere; a rendere
alcuni animali adatti ad essere guidati, a viaggiare, a portare
masserizie ed a ottenere la prole di essi, anche per potersene
alimentare. Finché si é in questo stato di vita nomade ed incerta
in cui non si può essere sicuri della vita avvenire ed in cui gli
uomini tendono continuamente a dividersi, le conquiste iiella conoscenza
dei metodi per servirsi della natura vanno perdute e non é necessario il
linguaggio che é possibile quando é data una certa associazione di uomini
i quali, a intendersi scambievolmente, conservino la tradizione delle
precedenti attività limane che agevolano la vita. Tutto questo lungo periodo
della vita umana sulla terra, di una larga estensione sulla
medesima, può essere indicato col nome di 'preistoria dell’ umanità.
La quale bisogna intendere non come ristretta in un solo angolo
della superfìcie della terra, ma come diffusa da per tutto, e dove la vita
dell’ uomo fosse possibile, e rappresenta la famiglia da per tutto disgregata
in famiglie, di cui ciascuna aspirerà più tardi ad entrare nella storia e
da nomade diventare fìssa. In tutta questa lunga epoca i due termini
dell’attività economica sono r uomo e la natura; 1’ uomo il quale é uscito
da quello stato di felicità del periodo della sua fanciullezza in
cui vive a spese della sua famiglia o della carità altrui; ma
l’uomo che deve fare uno sforzo per andare in cerca dei mezzi di
sussistenza; deve cioè andare incontro ad una perdita di forza muscolare e
psichica, che, aggiunta alla perdita che apporta la vita in sé
stessa, apporta una perdita maggiore o un male interiore maggiore. La
natura, dando da viv^ere all’uomo, ha una perdita in sé 0 una
degradazione, quantunque parziale e limitata; ma questa perdita apporta
all’uomo un bene interiore. La mancanza di sicurezza dell’alimento pel
domani in questo periodo della preistoria in cui non ancora si erano
conosciuti i metodi e non si possedevano i mezzi per ottenere gli
animali di cui avrebbero potuto servirsi e nutrirsi e né anco si sapevano
conservare le carni degli animali di cui si era andati in caccia, é la
nota preminente di questo cosi largo periodo dell’umanità. La storia della
civiltà ha per fondamento la storia dell alimentazione. Il passaggio
dalla preistoria alla storia, dalla vita naturate allo stato di civiltà,
si ebbe quando si potè provedere ad un alimento che potesse conservarsi per
qualche anno, assicurando così il prolungarsi della vita umana ed il
fissarsi di alcune popolazioni in dati siti della superficie della terra
dove la produzione di date sostanze alimentari potesse avvenire. Scambio e
stimoli economici Si eiiira cosi in un altra c più elevata sfera
deH’attività economica che è quella dello scambio (e questo avviene
cosi nella zona industriale propriamente detta che in quella naturale
ed agricola). Si cominciano così a formare dei piccoli mercati in cui r
uomo vende e compra. Jla s’ intende che, prima che nella storia si
stabilissero dei veri mercati, queste operazioni di scambio avvenivano
egualmente, quantunque in modo più vago, appetiii ai)parve la libertà e l’
elezione nel lavoro dell’uomo. Nella sfera dello scambio si ha una
maggiore facoltà di acquisto ed un risparmio di tempo e di forza (ciò che
è propriamente r attività economica); perchè il soggetto economico vende
ciò che ha prodotto facilmente e bene per acquistare ciò che da sè stesso
non avrebbe i)otuto produrre che male e con molta perdita di tempo. E ciò in
generale; perchè l’ ingegno umano poti ebbe in ciò darci una smentita, non
essendo molto rari quegli uomini che hanno saputo tanto bene educare il
loro ingegno e 1.1 loio attività pratica da diventare valenti produttori
di una varietà di beni e in modo perfetto. E questo avviene cosi
per la produzione dei beni inferiori e materiali che dei beni superiori
ed artistici. Importa notare che lo scambio può avvenire tra questi
e quelli, come con le attività intellettuali dell’uomo. Cosi il
letterato, r uomo istruito e dotto, l’ insegnante, il medico, l’ ingegniere, l’
avvocato, scambiano il loro sapere, la loro dottrina e l’arte, con beni
materiali. Anche nella sfera dello scambio, l’acquisto implica una
perdita, quantunque la perdita sia ridotta al minimo; perchè quello che
il produttore perde gli è costato relativamente poco lavoro, mentre quello
che acquista è per lui un guadagno, perchè ha un prodotto che si suppone
buono, che egli non avrebbe potuto eseguire, anche perdendo molto
tempo. Per mezzo del lavoro artistico dunque la produzione dei beni
si specializza, mentre questi si possono moltiplicare senza limiti,
perchè ognuno può trovare nell’uomo una sorgente di bisogni da colmare e
nuove comodità che si desiderano, nuovi beni che riescono a quel fine. E
poiché in tutti gli uomini si ha r istesso metodo e perciò gli stessi
bisogni che si tende a soddisfare, i nuovi beni prodotti sono ambiti da tutti.
Ma qui deve intervenire l’opera dell’istruzione che sveglia e fa
riconoscere aU’uomo i propri bisogni e fa sviluppare in lui il desiderio
di soddisfarli. Moltiplicandosi i beni che l’uomo ambisce,
egli può acquistarli tutti col suo prodotto particolare che alla sua volta
viene ambito dai produttori dello merci altrui, con le quali egli scambia
la sua. Il principio economico qui non solo si conserva, ma si eleva ad
una più alta potenza di acquisto. Ma più tardi 1’uomo ha avuto un
istrumento d’acquisto non solo nel suo ingegno e nelle sue forze
muscolari, ma anche nella macchina che egli, aiutato dalla conoscenza
delle leggi meccaniche ha prodotto ed applica ancora alla produzione di
una grande varietà di beni. E necessario qui promettere che
la macchina come invenzione umana è stata preceduta dalla macchina che è
insieme nell’organismo animale ed umano. L’ organismo infatti è
insieme meccanismo; e se come organismo è qualche cosa di più
elevato del meccanismo che implica, come meccanismo non cessa di
essere macchina; macchina organica si, ma sempre macchina. Lo schema della
macchina si ha infatti in tutti gli organi e i sistemi più importanti
deH’organismo; nel cuore col sistema vasaio annesso; neU’apparecchio digestivo
con le sue glandolo, come in ciascuna glandola; nell’apparecchio respiratorio;
nei reni e nella vescica; nel sistema osseo-muscolare-nervoso. L’occhio
è una macchina, come l’orecchio. Anche nel cervello si trovano gli
elementi più complicati della macchina; all’istesso modo che le funzioni
di tali organi sono insieme funzione e meccanismo. È proprio della
macchina costruita dall’ ingegno umano il venir "•uw'mo'' Hìacchina die è ormo Ne oiganismo, anche essa
per mezzo di questo.nuove l.i macchina esteriore, sia
immediatamente che mediatamente per mezzo delle forze
fisiche.uiawmente, L’apparire della macchina è stato accolto con grande
entusiasmo da tutto il mondo, perchè ha portato una fraudo rivo uz.one
nel campo della produzione, poiché l’A accresciuta co.isierc^olmcnte; ma ha
anche contribuito ad una maggiore speCK hzzaz.one d. produzione. E poiché la
macchina è stata applic a anche al trasporto dei beni in tutto il mondo, per
mare e PCI terra, ha anche contribuito ad accrescere in modo come
non era possibile prima, il commercio mondiale. Sicché ol! e solamente
possibile a pochi uomini godere di una grande J-h nomi I che sono
nel mondo. Si ha cioè il grandioso fenomeno de la umversalizzazione del
godimento dei beni. È questo nsuUato di una lunga storia nell'attivirà
degli scambi che pimcipiata in modo limitato, tra individuo e individuo,
per una’ lunpo tra vari aggruppamenti umani, tra varie popolazioni e
mi/ioiii, e tra tutte le parti del mondo. È questa veramente la
pffffcernza.' dell’industrialismo S’intende che se prima lo
scambio comincia cedendo merce per merce, e in certe condizioni questo
può sempre avvenire lo scambio e.1 commercio che rendono accessibili le
merci da |.cr t„„o, h„„ dovuti avvenire con la moneta che é,m mé.t
tei mine, inventato da governi, tra due merci o più merci; per cui «1
lavora, cioè si danno le proprie forze, il proprio ingegno e a
propria produzione, per guadagnare danaro e si ambisce questo per provvedersi
di tutti i beni di cui si ha bisogno. Segue ancora che, in ragione che la
produzione, gli scambi e il cL-moneta ìr^nmiido; È qui necessario far notare
che, se la parola stimolo interlene a ogni passo nella trattazione dei fenomeni
fisiologici e pa ologici, come nei fenomeni psicologici, intendendo la
psicoogia in tutta la sua ampiezza, in tutte le sue forme e in tutti i
suoi gradi, apparisce chiara la necessità dell’ intervento frequente di
questa stessa parola anche nello studio dei fenomeni economici, giacché anche
questi hanno un fondamento fisiologico e psicologico, senza il quale non
potrebbero essere. Così nella produzione si ha uno stimolo interiore a
produrre, il bisogno interiore organico e psicologico, immediato o prossimo,
che deve sparire, facendo col lavoro esistente il bene che si desidera:
l’immagine interiore cioè deve tradursi in atto col lavoro produttivo e
che diventa anche stimolo esteriore, la materia esteriore ottenuta col lavoro,
per mezzo della coltura (sostanze vegetali) o con rallevamento del
bestiame (sostanze organiche). Queste debbono alimentare e far vivere 1’
uomo, trasformando la materia morta e bruta che deve dargli alcune
comodità o godimenti dell’ animo. Si ]Hiò dire che sono gli stimoli e gli
stati interiori a spingere 1 uomo all attivila; e più questi sono numerosi ed
elevati più muovono l’individuo al raggiungimento dei suoi materiali
od alti filli che egli vorrebbe vedere tradotti nel mondo reale. Ma
alla sua volta gli stimoli interiori sono il riflesso di stimoli esteriori, di
oggetti già percepiti o immaginati. È questo ciò che si esprime con la
parola ambizione umana la quale, se è la nota preminente dei grandi
uomini è anche una nota importante degli uomini mediocri e d’ infimo
ordine, giacché ogni uomo, secondo il grado della sua costituzione
mentale e della conoscenza del mondo esteriore, naturale ed umano,
vorrebbe far suoi tutti i beni che conosce, sia di basso che di elevato
ordine. Il cibo è uno stimolo per l’alimentazione e la fame è uno stimolo
per provvedersi del cibo. Cosi il gusto letterario e le conoscenze
scientifiche possono essere uno stimolo interiore per ajiprofondirsi nel
campo dell’arte e delle.scienze. Non solo sono stimoli i due
termini economici, oggetto e soggetto, 1 uno per 1 altro: nia è anche
stimolo il mezzo termine fra le due merci o tra il soggetto e l’oggetto,
cioè la moneta. L come è nota della natura umana l’insaziabilità dei beni
materiali e spirituali, quando questi siano conosciuti; ciò che è difficile,
come 1 illimitatezza nell’acquisto, cosi avv^iene per la moneta. Di questa
anche 1 uomo non è mai sazio di possederne; perchè riconosce in essa una
possibilità ed uno stimolo per acquistare altri beni. Ed il possesso è di
vari gradi. Vi è il possesso limitato della moneta, per quanto questa possa
essere grande, e di essa l’uomo si contenta e che vuole o conservare o
spendeie, 0 di questa egli si serve come stimolo per la produzione di
nuove ricchezze. Proprio quando la vita economica, industriale,
commerciale, è molto complessa ed estesa, e tutto il mondo umano
sembra un grande mercato come è ora, per cui grandi sono i bisogni
c le richieste dei beni da per tutto; e l’ambizione umana si
estende ed intensifica ovunque, allora la ricchezza può essere
adoperata come strumento (stimolo) per acquistare nuove ricchezze.
Cosi viene stimolata la sete deH’uorno per l’acquisto indefinito
della ricchezza; perchè vi è richiesta di tutti i beni che egli
conosce e di cui vuole godere, come da per tutto viene apprezzato e
richiesto il lavoro dell’uomo..Si comprende in tal modo come piu
sovrabbonda il danaro in una società, più gli uomini.sono spinti all
attività pratica e cresce la loro ambizione per guadagnare e godere. Uomini che
hanno quest’aspirazione e non hanno danaro, ma riconoscono di avere
ingegno, forza muscolare e tempo per arricchirsi, ricorrono al prestito del
danaro. Ma cosi si entra in una categoria economica più elevati, quale è
appunto il presfito, il cui polo opposto è il capitale. Il semplice
possesso della ricchezza, sia questa rappresentata dalla moneta o da
altre specie di beni immobili e mobili o da prodotti industriali od
artistici, se è come semplice servizio personale o della famiglia, non
merita il nome di capitale. Si richiede invece che essa si.a data in
prestito. ll capitale-prestito cosi rappresenta un più alto grado dello
scambio; e, come in questo, ciascuno dei due termini o soggetti economici
acquista e perde, cosi avviene nel capitale-prestito; ma anche qui la
categoria di acquisto e perdita implica una più elevata economicità. Cosi
colui che prende in prestito acquista la ricchezza ma la perdita e
rimandata aH’avvenire; si ha cioè il bene presente; ma la perdita che
dovrà aversi nell’ avvenire consisterà non solo nella restituzione del
capitale, ma anche nell’ interesse convenuto. Frattanto l’uso provvido ed
economico del capitale avrà dovuto fargli acquistare nuove ricchezze. Anche
nuove ricchezze acquista il capitalista, cedendo temporaneamente la sua
ricchezza ad altri; ma va incontro anche ad una perdita temporanea della
sua ricchezza durante il periodo della sua cessione; perchè non se ne può
servire. Col capitale e col prestito l’attività economica da una
sfera limitata e quasi individuale, quale è quella dello scambio, da
prima in una ristretta cerchia, s’ingigantisce ed estende da prima in ciascuna
nazione e più tardi gradatamente in tutto il mondo; con la fondazione o
moltiplicazione delle banche che dànno una grande diffusione al capitale
e al credito, stimolando l’attività economica produttiva e portando la
diffusione delle merci da per tutto. E ciò con l’aiuto della macchina che
ha moltiplicato e specializzato la produzione dei beni industriali
e li fa penetrare, come vi fa penetrare anche i beni naturali, in
tutto il mondo umano. Ma per quest’attività si richiede l’ ingegno;
all’istesso modo che l’esercizio di essa fa sviluppare l’ingegno. La
produzione dunque della ricchezza capitalizzata e capitalizzante, per cui si
tende sempre a ridurre al minimo la perdita, nello stesso tempo che
si tende a jiortare al massimo l’acquisto, deve essere sempre l’obbietto
dell’attività del soggetto economico. Me questa che già fece esistente il
capitale si affievolisce, l’oggetto per mancanza di governo e di direzione
tende ad arrestarsi nel suo processo e, per le mutate condizioni
esteriori, tende a deviare, a perdere la sua potenzialità di acquistare ed a
venire cosi scemato come semplice ricchezza. Sicché, se dalla produzione
diretta primitiva alla produzione capitalistica si ha una progressione
per cui pare che la ricchezza si produca da sé, indipendentemente dal
soggetto, pure l’attività di questo deve intervenire, cercando di farla
progredire ed accrescere. Deve prevedere il cammino che si può e si deve fare e
provvedere alla conservazione della ricchezza ed alla sua diflusione proficua;
ciò che è il lavoro di critica e di speculazione che il soggetto deve
tare. Ad ogni modo questo lavoro, se implica una piccola perdita di tempo e di
forza organica e psichica, pure riduce con l’esercizio al minimo questa
perdita; onde si può dire che se il lavoro di produzione che da prima è
grande, secondo la quantità e la specificità d’impiego del capitale,
esso è di poi menomato e perciò agevolato; anzi deve al meccanismo,
guidato dall’ intelligenza, il suo grande sviluppo. All’incontro nella
produzione naturale il soggetto deve sostenere una lotta intensa contro il suo
oggetto, la natura indomita e ribelle, che può essere vinta temporaneamente ma
non definitivamente; giacché essa offre sempre nuove difficoltà al
soggetto produttore, anzi si può dire che dai primi tempi della vita umana
sulla terra, queste difficoltà si sono andate sempre accentuando. E ciò
perchè, se la natura da prima, dopo uscita dal suo stato selvaggio, dava
facilmente all’ uomo i suoi prodotti, col progresso del tempo gliene ha dato
sempre meno, anche essendosi moltiplicato l’ ingegno e il lavoro dell’ uomo
volto contro di essa. E ciò mentre gli uomini si moltiplicavano ed
accrescevano con la loro associazione i loro sforzi per la produzione
agricola. Sembra che d’ oggi innanzi il lavoro dell’ uomo contro la
natura per obbligarla a produrre ciò di cui ha bisogno diverrà sempre più
intenso ed i mezzi più necessari alla vita diverranno sempre più difficili a conquistare.
In altri termini la lotta tra l’uomo e la natura diverrà sempre più
intensa; perchè la finalità di questa è in opposizione alla finalità di quello;
ed una conciliazione solamente è possibile alla condizione che ciascuno
dei due termini conceda all’ altro qualche cosa di sé, senza annullarsi,
anzi sostenendosi l’ uno con l’altro. Questo fa vedere che r uomo deve
essere limitato nelle sue pretese verso la natura e che, se questa deve
dare qualche parte di sé all’ uomo, non può e non deve dare tutta sé
stessa se non a costo di annullarsi; perchè allora anche la natura,
dominata dall’ uomo ed alla quale questi domanda i mozzi di vita, dovrà
venir meno alle sue promesse, producendo in lui le più grandi delusioni.
Frattanto, mentre i prodotti dell’industria si moltiplicano
indefinitamente e progressivamente da per tutto, in quantità e qualità,
richiedendo questa un esiguo lavoro muscolare e meno tempo, ciò che
incoraggia l’ irregimentazione dei lavoratori, tanto più perchè questi vi
hanno la promessa di una vita agiata e comoda, quasi sempre in città,
senza sospettare che un giorno avessero a scarseggiare gli alimenti
necessari alla vita, i lavoratori delta terra, all’ incontro debbono sostenere
una lotta lunga faticosa ed intensa per procacciarsi di che vivere. Del
valore e delle sue forme inferiori Le attività economiche, come
quelle fisiologiche, sono cosi connesse ecl intralciate fra di loro che
l'esposizione logica e sistematica ne riesce oltremodo difficile, Non si può
trattare un aspetto, una categoria economica se in essa non intervengano,
sottintese o manifeste, altre categorie. Sicché da prima si può avere una
conoscenza parziale o sconnessa di alcune funzioni; e solamente dopo che
si è raggiunta la piena conoscenza di tutte, si può principiare a vederle
ordinatamente. È que.sta la ragione della difficoltà nello spiegarsi i
fenomeni economici. E l’ordine consiste nell’universalizzazione dei vari
principii e nel1’ unificazione di que.sti in tutte le loro gradazioni, in tutti
i loro movimenti, nei loro reciproci rapporti, tanto da apparire
come lo svolgimento di un principio solo. Sotto quest’aspetto molto
importante è il principio del valore in economia politica, cosi in quella
naturale come in quella industriale; e in tutte le istituzioni umane nelle
quali questo concetto interviene. Ma solo una esposizione storica e
sistematica, in che consiste la vera trattazione logica della dottrina, può
farcela intendere in tutti i suoi gradi ed aspetti. Negli ultimi
tempi si è parlato di valore in materia di arte di scienza, di filosofia,
di religione; ma poiché in tali rami di attività umana, cosi come sono
stati trattati, la dottrina del valore non é dedotta da un principio più
universale che comprenda e questi e tutti gli altri rami del mondo
naturale ed umano, quella trattazione riesce incomprensibile e vana. E,
benché si possa dire che la filosofia e la religione implichino la più
alta sfera del valore, pure, se esse vengono considerate come
per sé, senza alcuna comunicazione col resto del mondo, non come
il risultato di uno svolgimento e di una storia, il concetto del
valore che da esse si può trarre non deve essere soddisfacente. E se il
valore è una categoria universale che interviene in tutti i gradi
deiressere, nel mondo metafisico, come nel fisico e nello spirituale, in
ciascun grado ha un aspetto particolare, ha qualche cosa d'identico e di
differente con la stessa categoria di valore degli altri gradi del mondo
reale. Far distinguere perciò le differenze dall’ identità del valore in
ciascun grado della realtà è il dovere di colui che tratta questa
materia. Da prima potrebbe sembrare che la teoria del valore si
identificasse con quella del bene; ed in vero vi è molta identità fra le
due categorie. Però del bene i filosofi e i moralisti hanno dato più un
concetto comprensivo che analitico e storico; ed alcuni Tànno
identificato con Dio stesso, il sommo bene. Essi hanno anche fatto notare
la varietà dei beni che sono nel mondo e l'ànno anche sistematizzati;
hanno messo il bene e tutti i gradi di esso in correlazione col male e
con tutti i mali possibili. Ma la dottrina del valore include quella del bene e
del male insieme, però le compie, mettendole in una posizione dualistica
ed unitaria insieme, quasi drammatica; scinde cioè la materia in due termini in
lotta fra di loro, rorganismo e il mondo esterno che ha valore per
quello, può cioè tornargli a bene; vede una dualità tra l'anima, la mente
e il mondo esterno. E se nella prima zona l’organismo vivente deve accettare
e subire il mondo esterno quale è, pure reagendo contro di esso; nella
seconda zona r anima e la mente possono modificare per sè il mondo
esterno, elevandolo; o produrre addirittura qualità nuove neiroggetto. E
questo l’aspetto nuovo ed originale della dottrina del valore, il cui regno in
verità é quello della vita organica, vegetale ed animale, le zone cioè
superiori della natura; ed anche quello deH’aniraa umana, nelle sue
attività inferiori e nelle superiori, intellettive, pratiche ed anche
creative, che sono i gradi più eminenti del mondo umano. L’attività umana
perciò diventa essa stessa una forma altissima di bene, il bene attivo,
limitrofo a Dio stesso: non il bene immobile che può anche menomare se
stesso e il suo termine opposto che presuppone e per cui è; può produrre
cioè il male, dal quale può, è vero, di nuovo nascere il bene che rientra
nella sua ricostituzione storica e progressiva. Ma, se r organismo e la
mente rappresentano il regno e la vitalità del valore, essi non esauriscono
tutta la natura; vi è in questa qualche cosa che essi presuppongono,
senza di che non potrebbero essere e muoversi; e che si può dire il
loro presupposto. E se si va a fondo nello studio della natura
questo che noi chiamiamo presupposto si risolve in una serie di
presupposti, una serie di gradi di cui ciascuno è presupposto e
presuppone altri. E questa è pure un’ ampia zona del valore che si può
dire puramente naturale, la quale, studiata, apparisce come l’unità e la
sistematizzazione di altre sottozone. Si ha cosi la zona fisica la quale
comprende e quella della materia e quella delle forze. Sembra a prima
vista che questa sia come chiusa in sè ed isolata dal regno della vita e
perciò fuori il mondo del valore. Forme superiori del valore
Il processo ascensivo e discensivo, chimico, minerale, il quale, non
bisogna dimenticarlo, è sempre un processo di elevazione e di menomazione
insieme del valore, diventa più intenso in quella sfera più elevata della
chimica che è 1’ organica in cui entra in composizione il carbonio. Pure
quest’ attività è relativamente qualche cosa di semplice se si studia in
sostanze singole che sono fuori dell’ organismo vegetale ed animale o
estratte da questi. Ma se si.studia entro di questi, l’ intensità
trasformatrice del movimento chimico e di valore organico diventa
straordinariamente complessa, quantunque questa complessità sia minore
nella pianta e maggiore nell’animale. In quella è considerato il lavorio complicati
vo mentre è vivente; e con la morto si ha il lavorio analitico. Nella
vita interna dell’animale albi contro intensissimo è il lavorio di
scomposizione, come è quello di composizione e di reintegramento, in tutti
gli atti della vita, sia considerata in ciascuna cellula e in ciascuna
fibra che in ciascun organo o sistema e nell’ unità funzionale di questi.
Qui il concetto del valore, cosi in ciascuno elemento della vita,
come in ciascun organo e tessuto e nell’ insieme dell’organismo vivente,
diviene di tanta molteplicità, complessità e varietà, che la mente umana
non può seguirlo in tutti i suoi elementi e in tutti i suoi intimi
processi. Vi è una più alta regione della natura, rappresentata
dalla vita animale e vegetale nel loro insieme, come si svolge nel
mare dove vivono insieme piante ed animali in lotta fra loro; e sulla
superficie della terra che è rappresentata dal bosco nel cui mezzo gli
animali vivono e prosperano, come è avvenuto nelle epoche primitive della
natura vegetale ed animale. Qui ciascun animale, ciascuna pianta, è un
elemento della vita natumle, animale e vegetale, nel suo insieme e nella sua
universalità, nella quale si può riscontrare, in proporzioni ancora vaste
ed universali, il processo di elevazione e di riduzione, che si ha in
ciascuno organismo vivente, onde piante e generazioni di piante muoiono
ed altre nascono, come animali e generazioni di ammali muoiono ed altri
nascono; ed alcuni servono di cibo (hanno un valore) per altri: la
corruzione degli uni è la venerazione degli altri. Ma per la vita vegetale ed
animale hanno un valore ancora il clima, le condizioni atmosferiche, le
condizioni del suolo ed anche le condizioni storiche di questo; giacche la vita
vegetale ed animale nella loro lunga storia, come elidono a modificare lo
stato del terreno, contribuiscono ancora a modificare la vita vegetale ed
animale, onde animali si nutrono m modo più o meno rigoglioso di piante e di
altri animali; e la dissoluzione delle piante e degli animali rende più
energica la vitalità delle piante. hin qui vi ò un processo
puramente inconscio di movimenti naturali e di elementi, di cui gli uni
hanno valore per gli altri, -la, benché l’animale distingua ciò che può
avere un valore Ku- lui (positivo o negativo), come l’alimento, l’acqua,
la tana, .1 c ura pei figli, la ricerca del clima a lui propizio, la fuga
dai leiicoli, alcune di queste cose sono un prodotto puramente naurale,
che l’animale trova d’ innanzi a sé; solo alcuni animali ivendo il potere
limitato di costruirsi il nido e la tana altre i Olio tenomeni istintivi.
Apparso l’uomo con l’intelligenza di cui è dotato, che egl’esercita e sul mondo
circostante e su sé stes.so, il suo organismo I sua anima, e tutto ciò
che ha fiuto suo, nel mondo esterno Ultra la natura e gli elementi che la
costituiscono, acquistano I 11 pili alto valore. Studiando sé stesso, egli
non può non avvcrtire e scoprire i bisogni, le lacune che si generano conti1
uamento nel suo organismo e nel campo della sua mente; e con la sua
intelligenza prevede i bisogni avvenire. Nello stesso t ‘inpo, essendo
messo in rapporto col mondo esterno, egli studia questo negli elementi,
nelle qualità e proprietà, che lo costituis-ono, nei suoi movimenti; cerca di
adattarlo a sé; e non solo d colmare i suoi bi.sogni per mezzo di qualche
cosa, di qualche elemento di esso;
ma anche di elevare il proprio benessere, di assicurarlo per sè ed i suoi
per l’avvenire. Tutto questo processo è avvenuto dal principio della
storia dell’ uomo sulla terra e si è andato progressivamente affermando,
intensificando e svolgendo, sino a noi. E non solo non si è arrestato; ma con
lo studio progressivo della natura, nella sua materia e nelle sue
forze, .sembra voglia assumere proporzioni più vaste anche nel
nostro tempo in cui non si lascia nulla di tentare e di studiare
per applicarlo al miglioramento ed al progresso umano. Questo lavoro
l’uomo ha compiuto empiricamente ed inconsapevolmente dai primi tempi; e più
tardi in modo più o meno scientifico, organico e progressivo. Cosi deve
essere inteso il progresso che l’umanità ha fatto nel campo del sapere. A
questo progresso nel regno della conoscenza si è andato sempre associando
un progresso nell’ attività pratica la quale è divenuta anche materia di
studio per l’ uomo; questi due ordini di attività essendo 1’ uno
indivisibile dal’ altro e l’uno stimolando 1 altro nel suo sviluppo. A
questo processo coiioscitivm e pratico, che implica un lavoro distintivo
delle cose si è associato un progresso nel linguaggio. Ad ogni atto
distintivo o cosa distinta applicandosi una nuovni parola, ciò ha
contribuito al lavoro di associazione e di conservazione delle conoscenze
e delle attività umane. Sarebbe un lavoro importante ma lungo
seguire questo fenomeno nella storia, per cui si è riconosciuto un valore
ad un dato minerale, ad una data pianta o animale, che hanno contribuito
alla soddisfazione di un bisogno organico o al mantelli mento della vita
o a dare certe comodità. Si è riconosciuto nelle parti di alcune piante e
nelle sostanze animali un valore nutritivo e conservativo. E il primo valore
che l’uomo ha cercato nelle cose è stato quello che ha potuto contribuire
a mantenerlo in vita, come ha tatto 1 animale. Sono state cioè le cose
necessarie che egli ha cercato. Fatto sicuro del vivere, egli ha cercato
a ben vivere; quindi la ricerca e l’uso delle cose utili. Ma, accanto a questa
attività, si è sviluppata quella inventiva, per cui egli, aiutato sia dal
suo ingegno che dalle scoperte scientifiche, ha cercato di costruire
istrumenti, congegni, apparecchi e più tardi, macchine, che
contribuissero a modificare le inatGrie che dovessero essergli utili. Sicché da
una parte ha impiegato le sue attività intellettive a scoprire, nei regni
delia natura, elementi, sostanze, energie, che potessero giovargli, dall’altra
ha cercato di trovare i mezzi per servirsene. Queste attività dal
loro più primitivo inizio nella storia sino a noi, attraverso i millenni,
si sono andate svolgendo ed estendendo con l’estendersi delle comunicazioni e
delle associazioni umane. Sarebbe una ricerca importante seguire nella
storia il processo per cui 1’ uomo, singolo da prima, ha trovato
un’utilità in un dato animale, in una pianta o in un minerale. Si può
rintracciare questo cammino nelle letterature antiche, medioevali e
moderne di tutte le nazioni; giacché in varie epoche si vedono nominati
speciali metalli, piante ed animali, ai (]uali o alle parti dei quali 1
uomo ha attribuito un valore e di cui si é servito. Così l’uomo mano a
mano ha aggiunto al valore delle cose, latente ed inconscio, un nuovo
valore. E, se da prima questo era qualche cosa di limitato, più tardi al
primitivo valore si sono aggiunti nuovi valori, nuovi usi della cosa;
nuovi congegni si sono inventati, nuovi metodi si sono adoperati per poter
estrarre la cosa, modificarla, farla servire ai vari usi della vita;
metterla in commercio affinché tutti gli uomini ne godano. Tanti
metalli e metalloidi che dalle epoche primitive della natura erano
sepolti nelle viscere della terra, aventi una semplice potenzialità di
valore chimico, vengono disseiipelliti dall’uomo ed ai quali la civiltà
moderna dà alte attribuzioni economiche, come l’oro, 1 argento, il ferro,
il rame, il solfo, il carbonio, ecc. Hi sa che se presentemente ipiesta sola
unica sostanza, il carbonio, venisse a mancare, tutto il ritmo della vita
contemporanea verrebbe arrestato. Giacché é un istrumento di
moltiplicissime attività tisiche, meccaniche, chimiche e perciò, si può
dire, rende possibile la vita economica del nostro tempo. Ma questi bisogni
acciescono l’attività umana la quale si volge a rintracciare le sostanze
di cui ha bisogno, da per tutto, cosi sulla superficie ionie nelle
viscere della terra. Anche le forze fìsiche le quali prima erano in balla
della natura, come le forze meccaniche, il calorico, la elettricità, sono
state non solo conquistate e dominate dall’uomo ma ancora dirette e
specializzate per la produzione di certi dati movimenti, beni o comodità
della vita. La forza meccanica e l’elettricità hanno dato un impulso
straordinario alla civiltà odierna. Più tardi l’uomo crea e dà certe
attribuzioni di valore alle cose, come fa con la moneta, tanto necessaria
al mondo economico. Inoltre il valore acquista un nuovo e più alto
contenuto ed un significato nuovo nel mondo psicologico ed artistico,
come nella sfera religiosa. Ma in queste ultime e così alte sfere
dell’attività umana tale dottrina merita una trattazione a parte. Nicolò Raffaele Angelo
D’Alfonso. N. R. D’Alfonso. Nicolò
d'Alfonso. Keywords: principii economici dell’etica, valore superiore, valore
inferiore, economia, principio di economia di sforzo razionale – scambio,
exchange – worth, assiologia, valore economico, l’economia di Platone,
l’economia di Aristotele, linceo, dissertazione su Kant ai lincei – naturalismo
economico – no positivista – critica a la psicologia criminologica positivista,
Amleto, lo spettro di Amleto, Macbeth. Linguaggio e mente, il sole luminoso,
l’oggetto rotondo, la pianta fiorisce – logica reale – psicologia del
linguaggio, la storia del linguaggio, storia e prestoria. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Alfonso” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Alfonso.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Algarotti: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Venezia –
filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo
italiano. Venezia,Veneto. Grice: “You’ve got to love ‘il conte Algarotti’; he
is the typical Italian philosopher of language, relishing on ‘la bella lingua,’
by which they do not mean the Roman! “La Latina, in bocca di un popolo di
soldati, e concise e ardimentosa.’” Grice: “Algarotti thinks that the
Florentines have enriched it – ‘Imagine Aligheri in Latin!” – Grice:
“All that should be lost on Oxonians, but it ain’t!” – Consider ‘conciseness.’
One of my conversational maxims is indeed, ‘be concise, i. e. or viz., avoid
unnecessary prolixity [sic].” – So, if the Roman tongue was the tongue of
soldiers, and a soldier needs to be concise in communicating with another
soldier – The justification of the maxim is in the practice of ‘soldiering.’
With ‘ardimentosa’ we have moer of a problem!” – Grice: “In any case,
Algarotti’s excellent point is that each conversational maxim has its root in
the practice of the corresponding conversants!” -- Grice: “Nobody can fail to be
enchanted by the drawing by Richardson of Algarotti!” -- essential Italian
philosopher. Grice: “I don’t have a monicker, but Algarotti had two: il cigno
di Padova and il Socrate veneziano. Spirito illuminista, erudito dotato
di conoscenze che spaziavano dal newtonianismo all'architettura, alla musica, è
amico delle personalità più grandi dell'epoca: Voltaire, Argens, Maupertuis,
Mettrie. Tra i suoi corrispondenti vi sono Chesterfield, Gray, Lyttelton,
Hollis, Metastasio, Benedetto XIV, Brühl, e Federico II di Prussia.
Saggi. Nacque da una famiglia di commercianti. Dopo un primo periodo di
studio a Roma continua gli studi a Bologna, dove affronta le diverse discipline
scientifiche nella loro vastità. Si trasfere a Firenze per completare la
propria preparazione letteraria. Inizia a viaggiare, raggiungendo Parigi.
Presentare il proprio newtonianismo, opera di divulgazione scientifica
brillante. Il saggio è prima apprezzato, e poi denigrato da Voltaire, che dal
lavoro del suo caro cigno di Padova — come è solito appellarlo — trasse alcuni
temi dei suoi Elementi della filosofia di Newton. Voltaire e A. si sono
conosciuti personalmente a Cirey nello stesso periodo in cui l'italiano
preparava il saggio. Dopo il periodo trascorso in Francia, A. si reca in
Inghilterra, per soggiornare per qualche tempo a Londra, dove è accolto nella
Societa Reale. Tornato in Italia si dedica alla pubblicazione del Newtonianesimo.
Dopo un breve ritorno a Londra, anda a visitare alcune zone della Russia
(fermandosi in particolare a San Pietroburgo) e della Prussia. Quando il
re Federico si reca a Königsberg a incoronarsi, A. si trova in mezzo gl’applausi
e il giubilo di quella potente e valorosa nazione misto e confuso coi principi della
famiglia reale, e stette nel palco col re, spargendo al popolo sottoposto le
monete con l'immagine di Federico. Fu in tale congiuntura che questi conferì a
lui, quanto al fratello Bonomo e ai discendenti della famiglia Algarotti, il
titolo di conte, meno vano quando è premio del sapere, e lo fa suo ciambellano
e cavaliere dell'ordine del merito, mentr'era alla corte di Dresda col titolo
di consigliere intimo di guerra. Dal momento che conosce Federico né
l'amicizia, né la stima del re, né la gratitudine, la devozione e il sincero
affetto del cortigiano vennero meno, né soffersero mai alcuna alterazione. L’amicizia
fra A. ed il re e estesa anche alla sfera più intima. Il re lo volle non solo a
compagno degli studi e dei viaggi, ma altresì dei suoi più segreti piaceri,
essendoché della corte di Potsdam, ora fa un peripato, ed ora la converte in un
tempio di Gnido, il che significa: in un tempio di Venere. Utilizza la
propria influenza anche a favore degli oppositori filosofici a Venezia,
Bologna, e Pisa. Altre saggi: “Viaggi di Russia”; “Il Congresso di Citera” -- un
romanzo dedicato ai costumi galanti e amorosi rivisitati secondo quanto
osservato nei diversi luoci in cui soggiorna. Altre opere: edizione con indice
analitico – reproduzione anastatica -- Poesie -- Epistole in versi --
Annotazioni alle epistole -- Rime giusta l'ediz. di Bologna -- Elegia ad
Francisci Marive Zanotti Carmina -- Dialoghi sopra l'ottica Neutoniana -- Breve
storia della Fisica ed esposizione dell' ipotesi del Cartesio sopra la natura
della luce e de' colori. I principi generali dell'ottica -- La struttura
dell'occhio e la maniera onde si vede; e si confutano le ipotesi del Cartesio e
del Malebranchio intorno alla natura della luce e de colori -- Esposizione del
sistema d'ottica neutoniano. Il principio universale dell'attrazione --
Applicazione di questo principio all'ottica -- Si confutano alcune ipotesi
intorno la natura de colori, e si riconferma il sistema del Neutono -- Opuscoli
spettanti al neutonianismo. Caritea, ovvero dialogo in cui spiega come da noi
si veggano dritti gli oggetti che nell'occhio si dipingono capovolti e come
solo si vegga *un* oggetto, non ostante che negli occhi se ne dipingano *due*
immagini -- Dissertatio de colorum immutabilitate eorum que diversa
refrangibilitate -- Memoire sur la recherche entreprise par m. Du fay, s'il n'y
a effectivement dans la lumie re que trois couleurs primitives -- Sur les sept
couleurs primitives, pour servir de réponse à ce que m. Dufay a dit à ce sujet
dans la feuille du Pour et contre -- Le belle arti. L'Architettura. La Pittura.
L'Accademia di Francia ch'è in Roma. L'opera in musica. Enea in Troja. Ifigenia
in en Aulide: opera -- Sopra la necessità di scrivere nella propria lingua --
La lingua francese -- La Rima -- La durata de' regni de' re di Roma -- L'impero
degl'incas -- Perchè i grandi ingegni a certi tempi sorgono tutti ad un trat o
e fioriscono insieme -- se le qualità varie de' popoli originate sieno dall'
influsso del clima, ovveramente dalle virtù della legislazione -- Il
gentilesimo. Il Commercio -- Cartesio -- Orazio -- La scienza militare del
segretario fiorentino. Discorso militare -- La ricchezza della lingua italiana
ne' termini militari -- Se sia miglior partito schierarsi con l'ordinanza piena
oppure con intervalli -- La colonna del cav. Folfrd -- Gli studj fatti da
Andrea Palladio nelle cose militari -- L'impresa disegnata da Giulio Cesare
contro a' Parti -- L'ordine di battaglia di Koulicano contro ad Asraffo capo
degli Aguani. L'ordine di battaglia di Koulicano a Leilam contro Topal Osmano.
Gl'esercizi militari de' prussiani in tempo di pace -- Carlo XII re di Svezia
-- La presa di Bergenopzoom. La potenza militare in Asia delle compagnie
mercantili di Europa -- L'ammiraglio Anson -- La scienza militare di Virgilio
-- La guerra insorta tra l'Inghilterra e la Francia -- Il principio della
guerra fatta al re di Prussia dall' Austria, dalla Francia, dalla Russia, etc. --
Gl'effetti della giornata di Lobositz -- La condotta militare e politica del ministro
Pitt -- Il poema dell'arte daila guerra -- Il fatto d'armi di Maxen -- La pace
conchiusa l'anno MDCCLXII tra l'Inghilterra e la Francia -- La giornata di
Zamara -- Viaggi di Russia -- Storia metallica della Russia -- Lettere a milord
Hervey sopra la Russia -- Lettere al marchese Scipione Maffei sullo stesso
argomento -- Congresso di Citera -- Giudicio di Amore sopra il Congresso di
Citera -- Vita di Stefano Benedetto Pallavicini -- Sinopsi di una introduzione
alla Nereidologia -- Lettera sopra il prospetto o Sinopsi della Nereidologia.
387 Risposta dell' Autore -- Gl'effetti dell'invasione dei goti e de'vandali in
Italia -- Le Accademie -- Michelagnolo Buonarroti -- Gl'italiani -- Il
passaggio al sud per il norte -- L'industria. Gl'inglesi -- Bernini --
Metastasio -- Gl'abusi introdottisi nelle scienze e nelle arti -- Le donne
celebri nella letteratura -- La difficoltà delle traduzioni -- Il commercio --
Fontenelle -- La forza della consuetudine -- L'utilità dell' Affrica per il
commercio -- Il secolo del seicento -- Ovidio -- Cicerone -- Plutarco -- I
romani -- L'etimologie -- I principi dotti -- L'eleganza nello scrivere
del Vasari e del Palladio -- Galilei -- La maniera onde si venre a popolar
l'America -- Dante Alighieri -La lingua francese -- Voltaire -- Euclide -- Le
misure itinerarie degli antichi -- La questione della preferenza tra gli
antichi e i moderni -- Il secolo presente -- Omero -- Lettere di Polianzio ad
Ermogene intorno alla traduzione dell'Eneide del Caro -- La Pittura -- Descrizione
dei quadri acquistati per la Galleria di Dresda -- La prospettiva degli antichi
-- Pitture ed altre curiosità di Parma -- Pitture di Mauro Tesi -- Pitture di
Cento -- Pitture di Bologna -- Pitture di varie città di Romagna --
L'Architettura -- Un'antica pianta di Venezia, prete so intaglio di Alberto
Durero -- L'uso dello appajar le colonne -- L'origine delle basi delle colonne
-- Descrizione dei disegni di Palladio ed altri per la facciata di s. Petronio
di Bologna -- Delle antichità ed altri edifizj di Rimini -- Delle cose più
osservabili di Pisa -- Progetto per ridurre a compimento il R. Museo di Dresda
-- Argomenti di quadri dati a dipingere a' più celebri Pittori moderni per
la R. Galleria di Dresda -- Lettere scientifiche -- Lettere erudite -- Il
Cesare tragedia di Voltaire -- EUSTACHIO MANFREDI -- Saggio tritico sulle
facoltà della mente umana dello Swift -- L'opera de natura lucis del Vossio --
Omero -- I poemi del Tasso -- Milton -- La traduzione di Omero fatta dal Salvi
-- Il poema le Api del Rucellai -- Iscrizioni ed epitaffj rimarcabili --
Sandersono -- Iscrizioni per la chiesa cattolica di Berlino -- Le traduzioni
delle sue opere -- Il moto dell'apogeo della luna -- Le comparazioni -- Gli
Scrittori italiani del cinquecento -- L'ANTI- LUCREZIO del card. di Polignac --
Gl'abitanti del Paraguai -- Alcuni plagiati de' francesi -- Le cose che i
irancesi hanno imparato dagl'italiani -- L'invenzione degli specchj ustorj di
Buffon -- L'Edipo di Sofocle -- L'ULISSE del Lazzarini -- L'elettricità -- Il
CATONE dell' Addison -- Elogio di Giovanni Emo -- I fosfori -- La doppia
rifrazione de' prismi di cristallo di rocca. -- La diffrazione della luce. 355
rocca -- Le Poesie di Gio: Pietro Zanotti -- Pope -- Lo stile di Dante --
L'opinioni del Rizzetti intorno la luce -- La stranezza di alcuni paralelli --
Il poema di Milton -- Il libro De orli et progressu morum del p. Stellini --
Elogio del Caldani -- Gl'influssi della luna -- L'abuso della filosofia nella
poesia -- Il Poema del Trissino -- La maniera di seminare insegnata da
Alessandro del Borro -- L'operetta Il Congresso di Citera -- Pregi degli
scrittori toscani -- Le due tragedie di Mason r Elfrida ed il Carattaco --
L'odi di Tommaso Gray -- La necessità di arricchire di voci toscane il
dizionario della Crusca -- La deformità di Guglielmo Hay. Il gnomone di Firenze
rettificato dal p. Ximenes -- Storia de' Dialoghi dell' Autore sopra la luce e
i colori -- L'origine dell'Accademia della Crusca -- Carteggio con Tesi --
Lettere a Zanotti -- Lettere a Conti -- Carteggio con il p. d. Paolo Frisi.
Lettere. Di Eustachio Manfredi al co. A. -- Di Giampietro Zanotti al co. A. --
Di Francesco Maria Zanotti al co: Algarotti -- Del co: A. a Zanotti -- Del co:
A. a Zanotti -- OPERE INEDITE. Lettere. Di Francesco Maria Zanotti al co: A. --
Di Zanotti al co: A. -- Del co:
Algarotti a Francesco Maria Zanotti -- Dell' ab. Metastasio al co: Algarotti --
Dell' ab. Frugoni -- Di Fabri -- Di Flaminio Scarselli -- Di Benedetto XIV.
Sommo Pontefice. -- Del co: Paradisi -- Del co: Giammaria Mazzuchelli – Di Giacomelli.
Del co: A. a Scarselli -- Del co: A. a Benedetto XIV -- Del co: A. a Mazzuchelli.
Dell ab. Clemente Sibiliato al co: A.—Di Bettinelli -- Del consigliere Pecis --
Di Beccari – Di Maffei -- Del co: Aurelio Bernieri – Di Brazolo. Di Bianconi..
Del padre Paolo Paciaudi. Del marchese Gio: Poleni. Di Antonio Cocchi. 291 Del
doge Marco Foscarini. Dell' ab. Giammaria Ortes. Di Grimaldi. Di Metastasio. Di
Belgrado.Di Bianchi. Di Temanza. Del padre Antonio Golini. 350 Dell'ab. Gaspero
Patriarchi. Di Giuseppe Bartoli. Di Pozzo. Del marchese Bernardo Tanucci. 383
Dell'ab. Spallanzani. Di Martorelli. Di Lazzarini. Del co: A. all'ab. Sibiliato.
3 Del co: A. A Bettinelli -- Del co: A. al consigliere Pecis --Del co:
Algarotti al co: Aurelio Bernieri. -- Di Federico II. Re di Prussia al co: A.
-- Del Principe Guglielmo di Prussia -- Del Principe Ferdinando di Prussia --
Del Principe Enrico di Prussia -- Del Principe Brünswic -- Del cardinale di
Bernis -- Del sig. du Tillot. Del co: A. a Federigo II -- Del co: A. al
Principe Guglielmo -- Del co: A. al Principe Ferdinando -- Dello stesso al
Principe Enrico -- Dello stesso al Principe Ferdinando di Brünswic -- Dello
stesso al cardinale di Bernis -- Della marchesa di Châtelet. Di Voltaire -- Di
Maupertuis -- Di Formey ---- Del.co: A. a Voltaire -- Del co: A. a Formey --
Dello stesso a madama Du Boccage -- Di mad. Du Boccage al co: Al. -- Del
co. A. alla stessa -- Del triumvirato di CRÀSSO, POMPEO E CESARE. È
sepolto nel camposanto di Pisa in un monumento di stile archeologizzante, tradotto
in marmo di Carrara. L'epitaffio è quello che per lui dettò il re di Prussia:
“Algarotto Ovidii aemulo” -- Neutoni
discipulo, Federicus rex". Algarotti medesimo si era preparato il disegno
del sepolcro e l'epitafio, non già per orgoglio, ma spinto dal sacro amore del
bello che anche in faccia alla morte non poteva intiepidirsi nel suo petto. Aperto
al progresso e alla conoscenza razionale, esperto del bello (si prodiga come
fautore di Palladio), fu rispetto alla filosofia un grande assertore delle
teorie di Newton, sul conto del quale scrisse uno dei suoi più noti saggi, Il
newtonianesimo. Viene considerato una sorta di Socrate veneziano e per
comprendere la sua statura di insigne filosofo con un'infinita sete di sapere e
divulgare è sufficiente porsi davanti al suo innumerevole campo di interessi.
Al di là del suo ruolo di spicco nell'illuminismo filosofico, fu anche un
diplomatico e un procacciatore d'arte. In particolare viaggia cercando
antichita romani per conto di Augusto III di Sassonia. È noto che fu a comprare
a Venezia il capolavoro di Liotard, il pastello de La cioccolataia, che poi
divenne una delle perle a Dresda. Di bell'aspetto, dotato di un aristocratico
naso aquilino (esiste al Rijksmuseum uno suo ritratto a pastello, sempre di
Liotard, nel Saggio sopra Orazio non perde occasione di far notare come questi
fosse ambi-destro, e tanto lodava i vantaggi di questa disposizione, che c'è
chi suppone che egli la condividesse. Ebbe a filosofare praticamente su tutto,
affrontandocon l'acuta attenzione dello scienziato presso ché ogni aspetto
dello scibile umano. Basti ricordare i saggi “Sopra la pittura”; “Sopra
l'architettura”; “Sopra l'opera in musica”; “Sopra il commercio”; “Poesie”. Il
demone ben temperato. tra scienza e letteratura, Italia ed Europa,
Sinestesie, Note Umberto Renda e Piero Operti, Dizionario
storico della letteratura italiana, Torino, Paravia, 195226. Ugo Baldini, BRESSANI, Gregorio, in
Dizionario biografico degli italiani,
14, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Francesco
Algarotti, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A.,
su Enciclopedia Britannica, A., in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., su Find a Grave. Opere di A., su Liber Liber. Opere di A. A. (altra versione), su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Algarotti,. Spartiti o libretti di A.,
su International Music Score Library Project, Project Petrucci LLC. Progetto per ridurre a compimento il Regio
Museo di Dresda su horti-hesperidum.com. Sito A. dell'Treviri, su
algarotti.uni-trier.de. La casa d’A. è aperta da settembre come alloggio turistico. A. e Palladio, su
cisapalladio. Il newtonianismo per le dame, su google.com. Opere del conte A.,
su google.Corrispondenza con Federico II di Prussia V D M Illuministi italiani
-- LGBT
LGBT Letteratura Letteratura
Teatro Teatro Categorie: Scrittori
italiani del XVIII secolo Saggisti italiani del XVIII secolo Collezionisti
d'arte italiani Venezia PisaTeorici del restauro Illuministi Scrittori
trattanti tematiche LGBT Membri della Royal SocietyViaggiatori italiani Mercanti
d'arte italiani. Il conte A. adunque per più ragioni, secondo che egli dice,
entra in pensiero, che della metà a un di presso s'avesse ad accorciar la
durata de’ regni de’ re di Roma. Alcune di queste possono considerarsi come certi
sguardi, che getta ad un traito sopra tutto il corso degli anni, che. E per
trattare ordinatamente la quistione reputo necessario l'accennare prima ditutto
il cammino, che ho avvisato dover battere per giungere al vero. Breve lavoro
sarebbe pertanto i l rispondere alle opposizioni della prima maniera, che fa
contro le epoche dagli antichi fissate alla storia de' re, in ispecie a quelle,
che sono in principio del suo saggio, le quali sono tratte, direi cosi, dalla sola
natura del soggetto. P r ciocchè alcune ch'egli aggiugne in fine del suo
saggio, quantunque risguardino in genere tutto il tempo della durata de' sette
regni, contuttociò tratte sono dagli avvenimenti narrati dagli storici, e sono
come un fidicono passati. Sotto cotesti Re. Altre, e queste sono in
maggior copia, risguardano più particolarmente ciascun regno, e s'in gegna con
tutto questo di dimostrare, com e i fatti, che dagli storici, e principalmente
da Livio ci furono tramandati, facciano guerra alle epoche assegnate da esso
altri scrittori di quelle storie; le quali ragioni io non istimo Livio
medesimo, e dagli essere di tal peso, che s'abbia -perciò ad infringere l'autorità
degli storici, ed abbre viare della metà circa la durata de'mentovati Regni.
un risultato delle osservazioni sue sopra ciascun regno. Ma riesce poi più
lunga faccenda il togliere quelle contraddizioni, e ripugnanze, che dice
ritrovarsi tra i fat tiregistrarinegli annali degli storici, e le epoche da elli assegnate.
Ben è vero, che per questo rispetto chi volesse restringersi unicamente a
mettere la cosa in dubbio, quella stessa facilità, con cui prese per guida
que’.foli Storici, che gli andavano a grado, e fece scelta di que ' foli luoghi
di questi, che gli erano favorevoli, potrebbe appigliarsi ad altro Scrittore,
oppure ammertendo gli stesii sceglier da quelli que'luoghi (che al certo non
gli mancherebbono), i quali favorissero l'antico cronologico sistema. Ma questo
sarebbe porre folianto, c o m e disli, in dubbio la cosa; anzi il far vedere,
che non mancano testimonianze in favore sia dell'una, che dell'altra opinione,
riuscireb be di non poca confusione, e darebbe a credere a' poco avveduti, che
la quistione definir non sipossa. Onde io credo, che far si debba un passo più
oltre, vale a dire non appagarsi di ridur la cosa a tal segno soltanto,che
vengano ad indebolirfi le ra gioni addotte d’A. contro l'antico Cronologico
Sistema, per m o d o che non che per l'altra, o pure anche che
venga non fiavi per una parte ragion più forte, a rendersi più probabile
l'antico Sistema, m a di più innalzarlo al grado delle cose più fi cure, che
affermar si possano di quella pri ma età di Roma:ilche per recare adef fetto si
dovrebbono esaminare le qualità, ed il particolarcaratteredi ciascuno degli
Storici, che scrissero gli avvenimenti di que' secoli, e confrontandone i
luoghi, far ragio ne dal tempo, in cui vissero, dal fine,per cui presero a
dettare le loro Storie, in somma ad operarsi per conciliarli fra di loro, ed
accertarsi per mezzo di una sana Critica della verità de'fatti, onde
chiaramente siscopra, se questi, ove sieno ben accertati, sieno poi tali, che
all'epoche ripugnino. Ora adunque seguendo lo stesso ordine te nuto dall'Autore
nel Saggio suo, allorchè mi sarò ingegnato di rispondere a quelle generali
opposizioni, ch'egli fa, e dopo che avrò delineato non dirò già un ritratto, m
a un lieve abbozzo de'tre principali Scrittoridelle Storie di Roma sottoi Re,
mi farò distin tamente ad esaminare quelle irragionevolez ze; ed anche
ripugnanze, com'ei le chiama, per cui stimò doversi abbreviar ciascun R e gno,
e per conseguente di molto, cioèdella i b metà metà forse,
doversi scemar la durata di tutti fette iRegni. Si risponde ad alcune
obbiezioni, che fa A. coniro l'antico dero no, CAPO Cronologico Sistema.
Per farci a considerar quelle ragioni, che adduce prima di tutto l'Autor nostro
nel suo Saggio, e che tutta la quistione abbraccia fa d' ilpremettere, uopo, e
che gli mette troppo bene a conto, ed è che i fatti fieno staticonservati
illesi dalla semplice tradizione, che tro egli chiama vaga, senza ajuto degli A
n nali,i quali perirono nelle fiamme, cui die 1 noftri ultimi tempi alcuni
Letterati Francesi dell'antica avanti Pirro osservato Storia molti luoghi
avendo Roma farono doverne dubitar della certezza nel qual dubbio se fosse per
avventura 'egli en trato, non opporre che, essendo il tutto dubbioso egualmente
egli un partito Ora è da avvertire prender che a questi di sottilmente, p e n
più ragionevolmente potrebbe i fatti dagli Storici narrati all'epo di mezzo per
al dero in preda i Galli la Città di Roma, e le epoche sieno state
interamente distrutte da quell'incendio, nè per quelte sole tradi zioni veruna
valendo, abbiano dovuto gli Storici posteriori immaginarsele a senno loro. Il
qual partito, soggiugne il noitro Autore, ben volentieri presero essi, trovando
modo di appagar con questo quel natural deside rio,che,nonmeno diciascuna
famiglia, ha ciascun popolo di spingere, come e'fece ro, tant'oltre quanto
poterono nella oscuri rità de'tempi la propria origine. E quello che è più lidà
a credere,che a ciò fare giustificati fossero dalla opinione, la quale ei dice
ch'essi aveano, che tante generazio ni corressero quanti Re; onde circa tre R e
gni largamente in ogni secolo si avessero a porre, essendo ogni generazione di
trentatrè anni: laddove egli pensa, che più brevi di molto sieno di Regni, non
giungendo questi l'uno fagguagliato coll'altro se non ai di. ciotto o vent'anni,
secondo che scrisse il Neurone (a), la qual legge, segue egli a dire, si vede
confermata in quella unga fe rie d'Imperadori, che da Yao infino a ' di b2 (a)
“The Chronology of the ancient kingdoms of Rome, amended by Newton. Veggansi
le due tavole Cronologiche in fine. nostri tennero il vasto Impero della
China, D a tutto questo si raccoglie fupporsi dall'Au tor noftro, che quella
vaga tradizione, la quale conservò gli avvenimenti, comechè facili a ricevere
alterazioni, a cagion delle molte circostanze, che fogliono accompagnarli, anzi
che conservò, c o m e di alcuni dovrem notare le epoche precise, in cui non
abbia potuto conservare le altre epoche più notabili, vale a dire la durata di
ciascun Regno, e per conseguen te la somma dello spazio di tempo,che ab
bracciarono tutti isette Regni insieme,quan tunque cosa non meno importante di
m o l tiffimi fatti, che pur furono da cotesta sua tradizion conservari, e non
capace di pren dere come ifatti diverso alpetto passando per le bocche degli
uomini. Non troppo ra gionevole pertanto mi sembra la sua preten. fione, e per
asserire, che gli Storicidique' primi tempi di R o m a non fossero informati di
queste epoche, farebbe mestieri produrre qualche testimonianza, o almeno
congettura, da cui si potesse chiaramente inferire che di quelle veramente
informati non fossero, la qual cosa non facendo egli, io ftimo, che non maggior
ragion fiavi per credere a' fatti, che alle epoche. Cie seguiti sono 1 Ciò
posto o è l'antica Storia di Roma del pari tutta dubbiofa, e d in questo caso
inutili sono le osservazioni sue, o è del pari certa tanto a' farti, ed
rispetto alle epoche allora non hassi a dire,che le, quanto i che sieno state
supposte ci. Senzachè se gli Storici si fossero i m m a ginato a piacer loro le
durate de'Regni se condo la legge delle generazioni, com'egli pensa, non si
sarebbono tolto la briga di far registro di quanti anni precisamente sia stato
ilRegno diciascun Re, edavrebbonodato qualche cenno d' aver seguita una tal
legge; fe pur non vogliam credere, non che seguit sero una regola da essi
giudicata sicura,ma che avessero concepito di tessere un dolce inganno
a'contemporanei loro, il che, senza che se ne adducano le prove, conceder non
si dee a giudizio mio per modo nessuno. epo da'pofteriori Stori- [il malizioso
disegno 1 Quantunque però sia abbastanza Ito, che, quand'anche tutta l'antica
Storia di Roma fi fosse, non solo ugualmente per semplice tradizione conservata
instrutti della Cronologia, che de'fatti por si debbano gli Storici mentovati;
nulla dimeno, fia per salvar dalle fiamme questa Cronologia, d a cui divorata,ma
anche più manife la presume ľ sup Aus b due (6)Quae
incommentariisPontificumaliisquepublicisprive. tisque erant monumentis incenfa
urbe pleraeque interiere. T.Liy. Dec. I.Lib. VI.inprinc. Plut. in Numa
inprinc. non che vorrà negare. Autor noftro, sia perchè resti maggiormen
te confermata la certezza dell'antica Storia di Roma (la quale a vero dire già
ha a v u to troppo più valorosi difensori di quello ch'io m i sia ) stimo
pregio dell'opera il *mostrare, che non fu poi, qual per alcuni si dipinge,si
funesto l'incendio de'Galli per gli annali di Roma. E per cominciar da Livio,
della testimo nianza di cui si fiancheggia in prima il no ftro Autore, oltrechè
mostreremo fra breve, che a lui non poco premeva di fare passar per dubbiosi
gli antichi avvenimenti seguiti avanti l'incendio de'Galli, se si considera no
attentamente le parole di lui (b), que ste non vengono a dir altro, se buona
parte de'monumenti perì in quelle. fiamme,ilche nè io, nè alcuno, penso,
Plutarco poi non dice altro, se non che, secondo quello, che avea osservato un
certo Clodio,supposte erano alcune m e m o rie appartenenti a Numa, essendo le
vere mancate nella presa di Roma. Se da questi ро . 23 due luoghi
di LIVIO, e di Plutarco si possa inferire, che abbiano gli Archivj di Roma
fofferto un generale incendio, lo lascio al giudicio de'giusti estimatori delle
cose. Se Roma fosse itata inaspettatamente presa di asfalto, non riuscirebbe
forse difficile ilcon cepirlo;ma ad ognuno è noto,che iRo mani, dopo l'infaufta
giornata di Allia, in cui furono da’Barbari sconficci, vedendo di ·non potere
per modo nessuno difendere la Città dal vittorioso esercito de'Galli,ebbero
ancora tale spazio di tempo (tre giorni
dicono DiodoroSiculo, e Plutarco) da po ter fornire di munizioni il
Campidoglio,m e t tervi alla difesa il miglior nerbo della solda tesca, i più
valorosi Senatori, e la più vi gorosa gioventù, ove ancora per teftimo nianza
del medesimo Diodoro posero in fal v o quant' oro, argento, vesti preziose, e
cose rare, che s'avessero (f): ebbero t e m b4 Diodor. Sicul, non le
Vertali di ricoverarsi a Cere, non r é itando nella Città fe non que'venerandi
vecchị, che vollero rimanervi. Ora adunque Liv ) Diodor. Sicul. Bibliot. Stor.
ed. Amft.. Plut. in Camillo. ed incerta, ma poco o nulla men pregevole delle
Storie medesime, di cui abbiamo fatto parola sopra, e per mezzo di cui, secondo
quello che abbiamo osservato, riesce non avranno o i guerrieri rinchiusi
nella roca o quelli, che lisottrassero colla fuga. all' eccidio della Città,
falvati dalle fiamme quegli antichi Annali? I n verità bisognereb be far forza
a noi medesimi per idearci Romani accesi com'erano dell'amor Patria, e
solleciti di ogni cosa, che potesse fervire alla gloria di quella, così Voffius
de Hift. Lat. O p a i della ca, ranti delle proprie poco Storie.M a supponiamo
cu che,che questi an fossero periti; il famoso Vossio Annali osserva tacciar
non per questo tica Storia dubbia credibile l'an avessero di Roma, essendo pur
anche i loro Annali, che le circon fi dovrebbe vicine Città, con tuto ad un
bisogno loro; ed in secondo alle luogo non essereda cre dere, che coloro
fra'Romani, i quali li legge vano, custodiyano duto la memoria, scriveano del
tutto: ed ci riduciamo a quella tradizione vaga,, non però,che di falsa, o cui
i Romani abbiano mancanze supplire, avessero in tal caso po per ed, Amst. CICERONE,
de Orat. de Legib. Nulla enim lex neque pax, neque bellum, nequè res ficnotata:
Corn. Nep. in Attico. Senex Historias fcribereinstituit, quarumsuntlibrisep.
Ma che serve affaticarsi di provare con congetture una cosa, di cui abbiamo
cost chiare, e sicure testimonianze? Non giunse ro gli Annali Maslimi. a'rempi
di CICERONE, e non ne reca egli giudizio in più luoghi. delle opere sue? Onde
Fabio Pirrore, Lucio Pilon FRUGI, Valerio Anziate Scrittori che furono tra
lemani dị Dionigi, e di LIVIO, avranno prese le memorie per dettare le Storie
loro, se non da'monumenti, che avanti l'incendio esistessero? Pomponio A t tico
intrinseco amico di CICERONE, che se condo Cornelio Nipote non tralasciò in certo suo libro di porre
sotto l'epoca pre cisa cosa alcuna riguardevole del popolo Romano, CATONE, il
primo libro delle Storie di cui comprende i fatti de’ Re di Roma come riferisce
lo stesso Cornelio, onde avran tratto i materiali per quest' opere loro? VARRONE
il più dotro de'Romani, uomo al tiesce
non solo ugualmente, m a più credi bile eziandio la Cronologia de'fatti. certo
ili luftris estpopuli Romani, quae non in eo,fuo tempore com,primus continet
res gestasRegum populi Romani Corn. Nep. in Cat. certo di non facile
contentatura,su che avrà fondato l'opinion sua contraria a quella di CATONE circa
al tempo della fondazion di Roma, se non sopra monumenti,che a'suoi tempi
ancora esistessero, in cui fosse accura tamente descritta quella prima età? E,va
gliami per ultimo l'autorità di quel diligen te investigatore delle antichità Romane
Dio. nigi d'Alicarnasso, quante tenebre egli non dilegua coi Commentarj
de’Censori, e con altre memorie, le quali pajono anteriori alla famosa
irruzione de'Galli, o almeno sopra quelle compilate? E non è forse da crede. re,
che a quel Dionigi, il quale dovendo per mezzo di un suo computo fissar la giu
Ata epoca della fondazione di Roma, fi Itu dia di portare tanti monumenti, per
venire in cognizione del numero d'anni, che cor sero dalla deposizion di
Tarquinio insino all' incendiodiRoma,e che circa alla durata de'Regni non muove
la minima que stione, anzi concordando con LIVIO, gli af segna il medesimo
numero di anni;a quel Dionigi,cui è data la lode di esattissimo nel fissar le
epoche, come più sotto vedremo, Dionyf. Halic: Antiq. Rom. ex ed, non
Graeco-Lat. Friderici Sylburgii Lipfiae. Che poi per vantare antichità abbiano
gli Storici allungata la Cronologia, è noto a d ognuno esserregola dell'Arte
Critica, doverfi presumere, che alcuno abbia ingan, nato sulla fola luogo bio non
nato in suo pro l'ingannare, m a doversi a d d'aver egli.veramente ciò fatto;
ed oltre a questo non può cade dur prove manifeste sopra Dionigi., come quello,
ch'essendo straniero re per modo nessuno un talsospetto non era tentato
dall'amor della patria a mentire per adularla, e che fece un particolare ftudio
di chiarire l'antica Storia di Roma. che sarebbetor non mancassero i suoi
fondamenti per accer tartaldurata,come cosa fuord'ognidub congettura, Non
istimo ora del resto dover parlare della diversità, che l'Autor nostro dice cor
Tere tra le generazioni, e le successioni de' Regni;giacchè è manifesto non
aver gli Storici seguito una tal regola, e quand'an. che seguita l'avessero
potendosi far veder di leggieri, che se per alcuni motivi da lui e dal Neutone
addotti sembra, che iRegni debbano riuscir più brevi, che le, per altri
rispetti potrebbe più lunghi restassero tazioni. Tanto più che dovrò accennare
in generazio succedere, che i Regni, che le gene ni luogo più opportuno
quelle regole ch'io stimo doverli osservare, nel fiffar queste g e nerazioni,
potendosi queste sotto diversi a f petti riguardar da ' Cronologi.
(mn)Description de l'Empire de la Chine par le P.Dus Halde.Faites de la
Monarchie Chinoise per dare a divedere, che quella rego Mi basterà per
ora notare, ch' in quella lunga serie degli Imperadori della Cina s'in •
contrano n o n una volta sola, m a diverse fiare sette Regni di seguito, i
quali se non giungono, si avvicinano però assai allo spa zio di tempo, che
tolti insieme durarono i Regni de'Re diRoma:per comprovarla qual cosa giova il
recarne alcuni esempj, che m'è venuto fatto di ritrovare ne'fatti di quella
Monarchia descritti dall'accurato P. Du-Halde (m).Nella prima.Dinastía da Ti
Pou-Kiang insino a Kiè corsero dugento e dodici anni. Nella seconda da
Tching-Tang infino a Tai-Vou passarono dugento e quat tro anni; e nella terza
Dinastía dugento 'e venticinque da Tchao -Vang insino a Li-Vang. Facilmente non
saranno questi foli i casi, in cui,non uscendo dalla serie degli Imperadori
della Cina, fecte Regni di seguito abbiano abbracciato più di due secoli; tanto
però basta la, 2.9 gi la, la quale pure è vera, trattandosi di l u n
ghissimo spazio di tempo, riesce falsa nelle itesse Tavole Cronologiche degli
Imperadori Cinesi, quando si reftringa a fette soli R e gni. Ed ecco come si
vengono a sciogliere tutte quelle diffico'tà inosse dall'Avior no stro per
diminuir la credenza, che prestar fi dee agli Storici, e rendere improbabile in
genere la lunghezza di questi Regni. Ora fa di mestieri farsi a considerare
quelle ragioni, ch'ei deduce dalla ripugnanza dei fatti, di cui fecero gli
antichi Scrittori re gistro,alleepoche,per venireadaccorciar
ciascunRegno:Seiodicesli,che concor dando a un dipresso tutti gli Storici nelle
epoche principali, e circa la durata de'Re-. gni, e discordando ne'fatti,
ilconsenso loro nello afferir la durata dee meritar. troppo maggior fede, e
pertanto doversi come lup-, posti rigettar quegli avvenimenti, e quelle epoche
particolari di alcun fatto, che taluno fra essilasciò ne'suoilibri descritte,
che ripugnano a quello, la di cui certezza è chiaramente,e concordemente da
essi affe rita; se jo ciò dicefli, mi servirei di una ragione più atta a far
forza, che a persua dere. Perciocchè resterebbe sempre una c o tal nebbia, ed
oscurità nella mente de'Lega gitori, non vedendo eglino quali oltre
a que ito fieno i motivi, per cui come falsi s'ab biano'a rigettar questi
fatti, che falli certa mente avrebbono a d essere, quando ad una verità fi
opponeffero. Laonde è convenien te o farne vedere per altre ragioni la fal fità,
o mostrarne la non ripugnanza, quan do, come di alcuni veri dovrò fare meno
avvedutamente ripugnanti, sieno stati dall'Au tor nokro creduti.Per condurre a
fine le quali cose, siccome è d'uopo far uso delle regole, che prescrive l'Arte
Critica, stimo pregio dell'opera il premetter quella, la quale più d'ogni altra
ttimali necessaria, ed è il chiarir bene a quale Scrittore s'ab bia per CAPO. Si
unus aut alius (Hiftoricus) adverfus plures teftifi: Centur, Historicorum
conferendae dotes, fecundum cas je dicandum. Genuenfis in Arte Logico-Crit.
COSI. l'antica Storia Latina, i di cui av. venimenti cadono nella nostra
quiltione, a ri correre, ed in caso di disparere, a quale fi debba prestar
maggior fede. Trattasi della credenza, che prestar fi dee a LIVIO, Dionigi
d'Alicarnaso Plutarco, per rispetto ai fatti, che R a gli Scrittori, in cui
troviamo descritti i principi di quella Nazione, al di cui co fpecto dovea
tremar l'Universo, primeggia no Tito Livio, Plutarco per le vite, che stese
de'due primi Re, e Dionigi di Alicarnasso. Penso adunque esser buona cosa l'in.vestigare
prima di tutto il vero carattere di ciascuno di questi, per rispetto al
maggiore o minor caso, che far si vuole della au torità di taluno di effi per
riguardo a tal altro,ne’racconti,che pressodiloro sitrovano. per (a) Come Livio
scrive, che non erra, Dante Inf. cant. che non Fra cądono nella presente
quistione. Se farò poi in questa disamiņa precedere Tito Livio agli altri due,
si è, perchè di lui fi pregia più che d'ogni altro l'Autor nostro, e glid à ad
una voce col creatore della nostraLingua,non meno chedellano Itra Poesia la
lode di Scrittore 2 erra, la qual lode se vera se giusta sia. Livius etiam, et Curtius
artem declamatoriam affe&taffe videntur. Nimiam ftyli.curam in Hiftorico fufpettam
ho beo,Genuens. in Arce Logico-Crit. per rispetto a quel tratto della Storia
Latina', che cade sotto la controversia noftra, verrà brevemente esaminando.
pol L'andar dietro alle quistioni, e dubbie tà, che s'incontrano nella Storia
de primi tempi di Roma, il diradar lenebbie,incui si avvolgeva quell'oscuro
secolo, era cofa, che ripugnava all'indole di Livio, il qual certamente più
compiacevafi nel dipingere con quel luo vivo, e maestoso itile i bei giorni di
R o m a, che in ricercarne sottilmen te le origini traendo alla luce gli avveni
menti, che succeduti erano in quelle rimote età. Pare veramente ch'egli dovesse
te mer forte non i suoi lettorifi disgustassero, se egli si fosse messo in un
tale intricato sen tiero, sentiero, che male egli avrebbe p o tuto spargere di
tutti i fiori della sua E l o quenza; la quale fua Eloquenza però, per dirlo
alla sfuggita, rende sospetta a tal Critico la veritàde'fatti da lui narrati
(b). Principale intendimento era adunque di lui lo stendere la Storia più
luminosa di Roma, vale a dire allor quando falira a gran possanza,
ed a grande onore questa Repubblica cominciò a stender le ali Pontificum
libros annosa volumina Storia in fine, la quale troppo più che l'antica era
confacente algeniodi Livio, ed alcomun desiderio dei Romani de'suoi tempi, per
cui preso avea a dettarla.Che se Tacito parago nando le Storie de'tempi suoi a
quelle di que sto secolo, di cui favelliamo, dice, che m i nute,e poco
memorevoli farebbono sembrate le per cose, 1Uni verso. Quando, domati
finalmente i feroci popoli dell'Italia, qual rinchiuso fuoco, che rovescia ogni
ostacolo più forte, avventò le fiamme in grembo all'emula Cartagine, ed a
Corinto, e loggiogata parte coll'armi, par te coll' accortezza la Grecia tutta,
e corsa l' Asia trionfando, essendo, per servirmi delle parole di Tacito,
l'antica, e natural ansietà ne'mortali della potenza cresciuta e scoppia ta
colla grandezza dell'Impero (c), sidivise in quelle fazioni, che tanti e si
gran casi somministrarono alla Storia. Storia di gran di imprese, di gran
personaggi, e di gran di avvenimenti ripiena; Storia non troppo lontana dal
secolo, in cui egli vivea, e per cui non avea a rivoltare Tacit. Hist. Cte
nimia obfcuras, velut, quae magno ex intervallo'lo ci vix cernuntur; tum quod,
et rarae por cadem tempo ra literae fuere,u n a custodia fidelis memoria rerum
g e ftarum; et quod etiam fiquaein commentariis Pontificum, aliisque publicis,
privatisque erant monumentis incenja urbe pleraeque interiere. Clariora
deinceps certioraque ab secun 'da origine velut ab ftirpibus laetius
feraciusque renatas urbis, gefta domi militiaeque exponentur, mo cose,
ch'egli avea a raccontare, e che non erano da eguagliarsi le Storie sue agli A
n nali antichi di Roma, poichè gli Scrit tori di quelle narravano guerre
grosse, Città sforzate, Re prefi, e sconfitti, e dentro di scordie di Consoli
con Tribuni, leggi a'fru menti, zuffe della plebe co'grandi,larghilli mi campi,
scarso all'incontro e stretto effe re il suo: che ne avrà dovuto pensar Livio
paragonandole a quelle di que'rimoti, ed oscuri secoli? Se non tralasciò
pertanto del tutto di far menzione de'principj de’ Romani, non altra ragione,
penso io, averlo a ciò moffo, fe non per non incorrer la tac cia d'aver
composta una Storia mancante, e per potersi in certo modo fpianar la ftra da a
descrivere le susseguenti famose impre se di quel popolo d'Eroi. Ed in fatti
dalle sue stesse parole fi rac coglie non aver egli troppo dibuon ani TACITO, Annal.
&.. cum vetufla m o lavorato a ftendere quel tratto delle sue Storie.
Cofe le chiama oscure per troppa antichità, e che, per così dire, a cagione
della grande distanza appena più sivedeano. Parla di quelli avvenimenti in modo
che fi scorge, che poco o nessun conto ne fa cea, tanto più dicendo, ch'esporrà
più l u minose, ed accertate gelta della quafi da più fertili, e rigogliole
radici rinata Città dopo l'incendio de'Galli. Poco, ei dice, scriveasi avanti
l'irruzione de' Galli, e se al cune memorie eranvi negli Annali de’ Pontefici,
ed in altri pubblici, e privati m o n u menti,buona parte di queste peri nelle
fiam me. La qualcosa, posto che veramente molte memorie ancora esistessero
a'suoi gior ni di que'tempi, come ben feppe rinvenirle Dionigi, dà non lieve
motivo d i dubitare non il dire, che molti di questi monumenti periti fossero
in quell'incendio sia un mendi cato pretesto di lui per ispacciarsi in poche
parole di quelle antichità. Per raccogliere il tutto in breve non p a re, che
in questo tratto di Storia almeno Livio sia quel Livio, che non erra, e che a
più buona ragione, che non quel verso di ALIGHIERI, adattar fe gli.patrebbe il giudicio
di с2 di Quintiliano, ove dice,che quella dol ce facondia di Livio
non sarà mai per a p pagare colui, che non la venuftà del dire, m a la verità
cerca nella Storia. Perlaqual cosa a giudicio non solo del P .Rapino, ma di
quasi tutti i più valenti Critici, e per l'accuratezza, e per lo discernimento,
e per la verità delle cose narrateanteporre fidee a LIVIO Dionigi d'Alicarnasso.
Questo Storico è appunto il nostro caso. Perito egli era della lingua, e
de'costumi de'Latini,fra cui fece lunga dimora.Con temporaneo di Livio, Critico
eccellente p r e se a trattar quella parte della Storia Latina, ch'era più
oscura per la lontananza de'tem consultò tutti gli antichi Romani Scrit tori
diligentemente; e siccome si scorge, se condo quello, che abbiam notato, che
l'in tenzion di Livio era di trattar principalmen te la Storia di Roma dopo
l'incendio de' Galli, così il fine di Dionigi era d'inftrui re i suoi lettori
nelle antichità soltanto di quella Nazione, per le quali sue doti
ftimò pi? il Neque illa Livii
lattea ubertas fatis docebit eum, qui non speciem expofitionis, fed fidem
quaerit. Quiptil. Rapin. Réflex. sur l'Hift. Sto. Bodino di doverlo in
questa parte pre ferire a tutti gli altri Storici Greci e Latini. E se per
avventura non è, come osservò il Rollin (i), nella lingua lua si eloquente, e
si colto come Livio nella Latina, in quanto all'accuratezza, e diligenza il
vince sicura mente d'affai.Che poi più cose, e più ac intorno antichità presso
di lui, che presso Livio fi curatamente descritte ritrovino, è anche il parere di
quel VARRONE dell'Ollanda Gerardo Vossio (k), ilqual coll' autori tà di Eusebio,
e dello SCALIGERO, l'ultimo fuo sentimento egli fiancheggia de quali lo
commenda appunto per quella dote, di cui noi abbisogniamo, voglio dire per
essere stato egli più d'ogni altro dili gente nel fissar le epoche. M a a che
serve andar raccogliendo le testimonianze de'Cri tici? Niuno v'ha fra'
letterari, che ignori quanto Dionigi sia benemerito delle Romane antichità, e
che non sappia esser egli alla C3 alle Romane Dionyfius Halicarnasseus
antiquitates Romanorum ab ipfius urbis origine tanta diligentia confcripfit, ut
Graecos omnes, ac Latinos fuperaffe videatur. John Bodin. Meth. a d f acil.
Hift. cogn. Rollin Histoire Anciene; Voffiusde Hift. Graecis,&ibi Euseb. in
prep. Evang., et Scaligerin animad. Euseb., il qual dice: Curatius co niemo
tempora obfervavit, E'ben vero esservi taluno fra'moderni,il quale
non fa gran calo dell'autorità di lui per riguardo a ciò, che scrive intorno
alle origini de'popoli d'Italia, avendo a parer suo Dionigi,per gloria della
propria nazio ne, dato luogo troppo leggermente alle con getture, per derivar
dalla Grecia i primi abitatori dell'Italia (l). Lascio ad altri il giudicare le
giusta fia, o no quest'accusa; m a, quanrunque fosse ben fondata, non so
avrebbe per questo a dubitare delle cose n a r rate da lui, le quali cadono
nella nostra qui ftione: perciocchè in quella parte dell'Ope ra sua, di cui
servir ci dobbiamo, n o n trattasi più delle prime origini de' popoli Italici,
m a delle origini soltanto primi tempi di Roma; onde non può più aver luogo
quel sospetto, ch'egli abbia v o luto adulare la nazion sua, non essendovi
piùlagloriadiquellainteressata in modo nessuno. Questo Storico pertanto,
quantun que venga una volta fola in campo nel Saga Storia Latina de primi
tempi quello, che è alla Storia d'Italia de'secoli di mezzo l'eru dito, e
diligente.Muratori. e dei gio Guarnacci Origini Italiche. Veniamo ora
finalmente a Plutarco.M o l to discordanti sono i giudici, che di lui re cato
hanno i Critici:perciocchè, se a molti Letterati di grido siattribuisce per una
par te quel detto, che se in uno universale in cendio di tutti i libri un solo
scampar se ne potesse dalle fiamme, si vorrebbono falvare le vite di Plutarco;
non manca per altra parte chi ne rechi troppo più vantaggioso giudicio, e fra
gli altri un celebre Lettera to Inglese il Signor Midleton giunse a chiamar l'opera
di lui un abbozzo piuttosto, che il compimento di un gran disegno. A chi fu
Saggio sopra la durata de'Regni de’ re di Roma. A. ediz. di Livorno. Nella
edizione fatta di questo Saggio in Firenze non è mai citato Dionigi, anzi nella
lettera a Zanotti dice A. che non avea voluto leggere altri scrittori, che parlassero
de’ re di Roma fuor chè LIVIO e Plutarco. Conyers Midleton prefaz, álla Vita di
CICERONE, per gio del nostro Autore (m ), sarà però quello, che più
d'ogni altro ci additerà la strada, che li vuol battere per giungere al vero
nella presente materia, c o m e quello, il quale più giustamente di Livio
merita il nome di P a dre di Romana Storia. ! altro pon mente alle belle
qualità, per cui fu lodato, ed a'diferti, perliquali C4 Del resto
per giungere a farci una chia ra idea del merito di questo Autore fa d' uopo
prendere d'alquanto più alto i princi p j.Quantunque pertanto pregio essenziale
della Storia sia la verità de'fatti, si voglio no con tutto ciò offervare e la
scelta che fa l'Autore di questi, e le rifleffioni, e l'ordi ne, con cui
dispone ogni cosa, e la dici tura, di cui si serve, del che tutto nell'al tra
nostra Opera abbiamo copiosamente ragionato. Ora per parlar soltanto delle
riflel fioni, queste son quelle, che danno a vede re il giudicio dell'Autore
intorno alle cose narrate, giudicio,che resta più o meno de gno di stima a
misura, che viene ad esser fondato sopra valide ragioni, e che non esce di
quella scienza, a cui ènoto aver con Jode dato opera lo Storico. Le
considera 1 fu ripreso, riuscirà agevole il comporre i lorodispareri.
Vero è, che ilSignorMidle ton ne recò più svantaggioso giudizio di al cun altro,
perchè forle non ritrovò in lui, come bramato egli avrebbe, abbastanza en
comiato l'Eroe, a gloria di cui egli consa crò una sua assai lunga, ed
elaborata o p e ra, nella quale però sembra ad alcuni, che ne tefla egli
piuttosto il Panegirico, che la Storia. zioni, zioni di un Polibio,
o di un Cesare sopra l'arte della guerra, o di un Tacito sul Inoltre
dalla scelta, che fa de'fatti, fi Arte Poetica di Zanotti verno de'popoli
intanto degne sono di c o m tore le manifeste, in quanto hanno essi fama di ef
mendazione fere stati di quelle facoltà ottimi conoscitori M a fupponiamo, che
sitralascino. dallo Scrita riflessioni,non èforsevero, è per così dir forzato
lo Sto che narrando rico a dar segni della approvazione fapprovazion,odi sua?
Cosi pensa quel dotto, e Scrittore, uno de'primi lumi d' leggiadro Italia, cui
il Conte fto fuo Saggio (o). Ora que ognun Algarotti indirizzo ciò posto
professò principalmente sa, che Plutarco fcienza de'costumi; questa cui le
altre tutte qual più direttamente s'hanno a riferire, come raggi d'un meno
cerchio al centro, esercita l'impero suo so pra le azioni tutte degli uomini,
ond'è m a nifesto, che anche supposto, che Plutarco alcuna osservazione do reca
giudicio dell'azione non aggiugnesse fcrivendo, e giudicio, di cui non piccol
caso facoltà,narran ', che va de uscito dalla penna di un Fifar fi dee,come
losofo de'più rinomati dell'antichità. go la poi, a, qual viene Rag.,Bologna
qual dà maggiormente a conosce re il bellicofo genio di quell'Alessandro del
Settentrione Carlo XII., loggiugne, che tal cosa lasciato non avrebbe
d'inserire nella vita di lui un Plutarco. Remmo. Discordimilitari Disc, e nel
formare il carattere de'perso naggi, di cui stende la vita. Egli non sia p paga
delle azioni pubbliche, e ftrepitose, nè si ferma intorno alla sola corteccia,
m a seguendo, per dir così, i suoi Eroi in ogni lu go, e non temendo di
abbassarsi col de. scrivere certe minute particolarità, entra ne? più fecreti
ripostigli dell'animo loro, e pre fentà al lectore ad un tempo medesimo un
fedel ritratto e di esli, e della umana na. tura. E questa singolar dote di
Plutarco fu giàdal nostroAutore osservata; poichènar rando in un suo discorso
un tal fatto parti colare, il qual dà viene in cognizione della perizia di lui
nello scoprire le più nascoste proprietà del cuore umano, e nel formare Questo
è il favorevole aspetto, fotto cui riguardar fi possono le vite da lui
scritte,e gli encomj,di cui gli furono cortefi iCrie tici,vengono a ridurlia
questo.Ma sevo leffimo poi in materie dubbie, ed oscure ri poläre interamente
sulla fede di lui, corre altri. remmo non piccolo pericolo d'ingannarsi.
Plutarco, con ben raro esempio, congiun geva un ingegno straordinario ad una
credu lità somma (difetto, da cui i rari ingegni fogliono per altro andar
esenti, cadendo più sovente nell' eccesso contrario). Forse ritene va in questo
parte degli influfli del Cielo di Beozia. Occupato da'negozji, ch' ebbe a
trattare, e dall'impiego di dare lezioni di Filosofia, poco tempo gli rimaneva
per ac certarsi della verirà delle cose, che s'accin geva adescrivere.Sifa,ed
eglistessolo con feffa, che ignorava la lingua Latina, nè o b bligato era dalla
necessitàa d iftudiarla, ava vegnachè dimorasse in R o m a, servendo la lingua
Greca a que' tempi presso i Latini di lingua,come fuoldirsidiCorte,cioè par
lata dalla più leggiadra, e brillante parte delpopoloRomano,edi linguadotta.La
(ciopensare di quanti sbaglj una tale igno ranza possa essere itato cagione.
Che della fola autorità di lui pertanto non si debba far molco caso, è il
sentimento del dotto Bodino, del Rualdo, del Dacier, e di Bodin. Method.Hist. Interdum
etiam in Romanorum antiquitatelabitur.Ruald.animad.inPlut. Dacier nelle note
alla fua traduzion francese delle Vite di Plutarco. Vero Vero è,
che l'erudito Giureconsulto Ei neccio (r) per salvar dalle accuse de'Critici un
luogo di Plutarco, ove narra questo Sto rico aver Numa concesso certi privilegj
alle Vestali, i quali si sa indubitatamente non essere stati ad effe concessi
senon dopo que sto R e, avvisofli di fare una mutazione nel teito di lui,di
modo che seavantidiceva: aver conceduro grandi onori alle vergini Ve Itali,
veniffe a dire: loro concedettero (i Romani ei sottointende ) molti onori, e
fog giugne, che per sì fatta maniera salvar li possono molti luoghi di questo
Storico.cen Turati dagli eruditi. M a lasciando stare, che molti non saran no
quelli,che con una talcurafanarfipof fano; non so, perchè con tanta facilitànon.
essendo il luogo di Plutarco un frammento di qualche antico Giureconsulto, il
qual abbia necessariamente cogli altri a concordare, si avventuri da lui questa
emendazione, fen za addurne altra ragione, fe non che ilfal varsi con questa
l'autoritàdi Plutarco.Am mesfa una tal Critica si fanno scomparire con poca
fatica tutti gli sbaglj de'libri, che ci restano dell'antichità. Heineccius ad
legem Papiam Poppaeam. Amít, apud Wetftenios, Sia adunque per la ignoranza
della lingua Latina, lia molto più per lo genio credulo, e poco critico, anzi
qualora trattasi di Sto rie lontane da tempi fuoi portato al meraviglioso
Plutarco, non è guida ficura per chi vuol penetrare nelle più rimote istoriche
notizie. Quella Storia favolosa, che dic' egli rinvenirli nelle origini delle
nazioni prende, e li ftende troppo negli scritti di lui sopra i diritti della
vera Storia maggior mente sgombra dalle finzioni presso altri Scrit tori. M a
per riguardo a quella parte della Storia di Roma, i di cui avvenimenti ca d o n
o nella nostra quistione, potea troppo qui cilmente schivar gli errori.
Non avea egli nella sua stessa lingua le accurate fatiche di Dionigi di
Alicarnasso Scrittore, che ben dovea esfergli noto, e noto veramente gli era,
facendone egli menzione? Perchè adunque non si restrinse a lui solo,
tralasciando quelle fue popolari, e favolose tradizioni? Niuno dubiterà
pertanto, che in questa parte della Romana Storia pofpor si debba Plutarco a
Dionigi. E ben riuscirà singolar cosa, fe recherò in mezzo l'autorità dello
stesso A., il quale, fuori di questa fa Plut, in Theseo in princ. quistione
non lasciò di rendere il dovuto omaggio a Dionigi, e di mostrare il poco caso,
che far fi dee della sola autorità di Plutarco ne 'fatti de' Romani, efefarò ve
dere aver egli in cofamolto più recente negato credenza a quel Plutarco, a cui
tan to s'affida per rispetto ad avvenimenti ri motissimi dalla età di lui.
Bafta per chiarirfi di quanto ho detto dar un'occhiata a ciò, che scrisse
l'Autor nostro intorno all'impre fa di Cesare contro a'Parti. Questo è quanto
ho io stimato dover pre mettere circa la fede, che prestar fidee agli Storici,
innanzi di farmi ad esaminare. la verità, o falsità de'fatti, e la ripugnan ża
o non ripugnanza di questi alle epoche il che mi studierò quanto più brevemente
per me sipossa di recare ad effetto. Alicarnasco, Polibio danno una più esatta
contez fa delleragioni dei costumi Romani che non fanno i Romani medefimi. Ma
quei Greci sapeano a fondo la lingna Latina, buona parte della vita erano
viffura co'Romani ec. A. Disc. Milit. Disc. Sopra la impresa disegnata da
Giulio Cesare contro a'Partipo La verità si è, che ognuno si può effere ac
corto quanto nelle cose dei Romani fia poco efatro Plu tarcoec., Egli è certo che
delle cose Romane le migliori informazionisi può dire che le dob biamo a'
Greci. Ed è naturale che così sia. A forestieri ogni cosa giugne nuovo ec, Di
qui èche Dionigi Dis cIsecnedndeenndo ora coll'Autor -noftro al
para ricolare, ci si fa innanzi il Regno del bel licoso Fondatore della Romana
grandezza, e sarà secondo quello, ch'io Atimo Indole guerriera, dic'egli, danno
ad una voce tuttigli Storici al Fondatore di quella Impero, che dovea coll'armi
fare la con. quista del Mondo. Questa indole bellicosa piùnonfipuò celebrare in
Romolo, quando fi mostrasseaver eglipassatola maggior par te del suo Regno in
grembo alla pace:ora le prime guerre di lui contro i Sabini, che ridomandavano
le donne loro, e contro al quni altri popoli per gelosia d'Impero, furo no
tutte breviffime, e della penultima guerra contro a’ Camerj ce ne dà l' tarco,
che non cade più in là dell'anno sedicesimo dalla fondazione di Roma. Ne dopo
questa si ha notizia di alira guerra, falvo Regno di Romolo.? cagio ne di
non piccola maraviglia il farsi a c o n siderar la prima venir ad abbreviare la
durata. ragione,ch'egliadduce per epoca Plu. Plut.in Romulo, salvo di
quellaco'Vejemi, i quali doman davano, che fosse loro restituita Fidene, come
Città di lorragione, dicui Romolos' era impadronito, avanti che egli s'impadro
niffe di Camerio. E questa guerra non si ha da porre più tardi, che sotto
l'anno d i ciassettesimo dalla fondazione di Roma 0 là in quel torno non
essendo verisimile che una nazione potente com'erano iVejenti tardasse gran
tempo a cercare di riavere il suo. Senzachè ognun ben fa, che le guer re tra
que popoli erano subitanee, tra loro la vendetta non tardava molto a seguitar
l'offesa. Posto adunque, ei soggiu gre, che l'ultima guerra fatta da Romolo
cadeffe nell'anno diciassettesimo del suo Regno, se non vogliamo, che i Romani
fie no stati più lungo tempo in pace che in guerra fotto il reggimento
dilui,nonsivuo le farlo regnar trentotto anni, m a della m e tà circa il Regno
di lui accorciar fi dee Questa è la prima ragione, che adduce l'Autor noftro
per abbreviar la durata del Regno di Romolo, a proposito di cui,,co m e già
disli, strana riuscir dee a chi pon mente quella epoca, su cui fonda egli ilsuo
argomento, ed è ľ epoca della e che tro i Camerj somministrata guerra con
da Plutarco. A., che la durata del Regno · di Romolo attestata da tutti gli
Storici vuol distruggere, adopera per mandarla in rovi na un'epoca di un fatto
particolare,dicui niuno fa menzione, fuorchè il solo Plutarco Storico a tutti i
Critici, ed a lui medesimo sospecto. E d in fatti di questa guerra contro i
Camerj LIVIO non ne parla punto nè p o co, prova forse della trascuratezza di
lui nel tessere l'antica Storia. Dionigi
poi, il quale nel collocarla frale guerre co'Fide nati, e co'Vejenti da
Plutarco non discor da,non dice però, che questa precisamen te seguita sia
l'anno sedicesimo di Roma. Vede pertanto ognuno,ch'io potrei, rifiu tando la
testimonianza di Plutarco, togliere ogni fondamento a questa ripugnanza, m a
conveniente mi pare di mostrarmi cortese ful bel principio delle osservazioni
mie. Concediamo adunque, che nell'anno fe dicesimo di Romolo succeduta appunto
sia questa guerra coi Camerj:.con qual ragio ne si prova, che tantosto abbiano
impugna te le armi i Vejenti? Forse perchè avendo i Vejenti mosso contro i
Romani per riaver Fi... Dionyf. Halic.
Dice Plutarco, che i popoli circonvicini vedendo riuscir bene tutte le guerre a
Romolo, da invidia,e da timore agitati, ftimarono non essere la sua crescente
gran dezza da guardar con occhio indifferente, e doversi opprimere una potenza,
era ne' suoi principi formidabile Laon de i Vejenti,i qualitenevano un ampio
paese, ed erano de'più potenti fra' Tosca ni, mosfero contro Romolo, chiedendo
la restituzion di Fidene che dicevano essere di giurisdizion loro; il che,
foggiugne Plutarco, non solamente ingiusto,m a ridicolo era, poichè domandavano
come ad efli sper tante una Città, che non avean difeso, quan che già do
Fidene come Citrà di lor ragione soggioga ta da Romolo innanzi a Camerio, non è
da credere, che un popolo potente come quello abbia tardato molto a farsi
rendere il fuo, essendo le guerre a que'tempi fubitanee,nè tardando molto la
vendetta a seguitar l'of fela? Ora io intendo dimostrare,anchecollo stesso
Plutarco, effer piuttosto da credere, che alla guerra co' Camerj seguita fia
las guerra co'Vejenti dopo qualche notabile spa zio di tempo. Plut. in Romulo.
do da Romolo era stata assalita, e lasciati in quel tempo gli uomini in
balia de'nemi ci, aspettavano allora a pretenderne lemura. LIVIO poi dice, che
presero le armi i V e jenti, non perchè fossero possessori di Fidene loro tolta
da Romolo, ma perchè i Fidenati erano anche Toscani, e quel che è più, perchè
temevano non le armi de' Romani avessero ad esser fatali alle vicine nazioni; e
Dionigi in fine dice, che il pretesto della guerra fu la strage de' Fide nati.
Ora adunque, poichè siamo certi,che per gelosíad'Impero, e non per altro im
pugnarono le armi i Vejenti, li dee piutto Ito credere effere questa gưerra
fucceduta qualche tempo notabile dopo quella coi Ca. meri; perciocchè stava ad
osservare questo popolo, le poteva assicurarsi della sua forte Tenza arrischiar
nulla, e se riusciva a qual che altra nazione di abbattere i Romani: veggendo
poi, che s'erano felicemente sbri gati da quelle, e che anzi salivano ogni
sanguinitate (nam Fidenates quoque Etrufci fuerunt ), et quod ipfa propinquitasloci,
fiRomana armaomnibusin. d 2 gior LIVIO.
Belli Pidenatis contagione irritaii Vejentium animi, et con festafinitimis
effent, fimulabat. Dionyf. Halic. Oltr' a ciò, avvegnachè seguita fosse., come
si dà a credere l'Autor noftro, questa guerra circa all'anno diciassettesimo
dalla fondazione di Roma, chi ci assicura, che altre non ce ne sieno state, le
quali, come di non gran conseguenza, non sieno state dagli Storici giudicate
degne di entrare negli A11 nali loro? Pretende pure egli stesso, che non fisia
tenuto accurato registro de'fatti, anzi confervari fi fieno per mezzo di una
cotal vaga, ed incerta tradizione? Veda adunque non se gli possano ritorcere le
sue stesse ar mi, e ch'egli medesimo ammetter debba p o ter offer fucceduti
cali da cotefta fua vaga tradizione non conservati. giorno a maggior
buona cosa il non lasciarli fortificar nella grandezza stimò esfer pa ce. Se
ruppe adunque per propria sua ial vezza la guerra, è probabile, che ciò non
abbia fatto se non dopo un qualche conside rabil tratto di tempo, nel quale
abbia ve duto, che nessuno s'arrischiava di sfidar Romolo a battaglia. Queste
osservazioni,a me pare,bastar po trebbono per dimostrare, cheleirragionevo
lezze ręcate in mezzo dal nostro Autore non sono di tal peso, che vagliano ad
in fringere la Cronologia, e sminuir la durata del del Regno di
Romolo: nulladimeno stimo pregio dell'opera, acciocchè maggiormen te appaja la
verità, fare una luppolizione, Orsù adunque abbiasi per non detto tutto ciò, di
cui abbiamo ragionato sin ora.Dianli per invincibili le ragioni del nostro
Autore. Concedafi la presa di Camerio esser seguita; com'ei pretende,l'anno
sedicesimo di Ro m a, l'anno seguente la guerra co'Vejenti, e dopo questopace
profonda; che ne segui rà per ciò? Si opporrà questo per avventu ra a quell’indole
bellicosa, che gli Scrittori danno ad una voce al Fondatore del R o m a no
Imperio? Non potrà un Principe dopo essere felicemente riuscito in molte
pericolo se imprese, dopo essersi procacciato stima, e venerazione presso le
vicine nazioni colla fua bravura, goder de'frutti delle sue vit torie, e
riposando all'ombra allori 9. col mantenere il guerriero valore vivo, e
rigoglioso ne'suoi soggetti, fare in modo,che la fama diprode,ed invittoac
quistatası, ed il sapersi esser egli a guerega giare sempre apparecchiato, gli
proccurino una pace non inquieta,turbata, e vergogno fa,ma
ferma,ftabile,sicura,pienadiglo ria, e di virtù. Troppo sarebber funesti all?
uman genere gli Eroi, e troppo infelice vi de'conquistati ta d 3 A.. Epistole
in verfa ep.16. sopra il Commercio pag. Dionyf. Halic. se per guerra fosse
valente, ce ne assicura Dionigi, ove con quanti modi studiato fi di sia ta
avrebbono eglino stessi a menare, acquistarsi tal n o m e, viver dovessero o g
n o ratra le stragi, e tra'l sangue. E non eb be lo stesso Autor nostro a
lodare l'amor delle bell'arti, la profonda Scienza Politica, e le altre civili
virtù di quel bellicoso Prin cipe, il quale tanto, vivo, il processe, ed in
tanto illustre modo, morto,rese celebre la memoria di lui? E non fu la verità
ster fa, che animò la sua tromba, quando ce. lebrò quel paese. Dove un Eroe
audace, e saggio Nestore, e Achille in un fa fede al Mondo, Che l'Italo valor
non è ancor morto. Troppo fiera fu adunque l'idea, ch'egli fi formò in questo
suo Saggio di un Principe guerriero,potendo essere molto bene, e che Romolo
abbia la maggior parte del suo Regno passato in pace, e che ciò non ostan te a
sminuir non si venga la gloria milita re, dicui gode presso gli Storici. E che nell'arti
nonmeno di pace, che 4 fia di ordinare lo stato va divisando. Ne
meno di un Romolo vi avrebbe voluto,per assodare, ed unire con faldi nodi una
sì mal ferma società, e per ispirare la dovuta fom missione, una sola foggia di
vivere, di pen fare in certo modo, l'amordella patriaido. lo de’ Romani., e
fonte di tutte levirtù loro, in uomini di varie nazioni, di non ottimi costumi,
per l'armi, e per le vittorie feroci. Nè quelle parole, che Plutarco mette in
bocca di Numa, quando per sottrarsi dallo accettare il Regno offertogli
insiste, dicendo, che di un uomo di spiriti ardenti, e in sul fior dell'età, che
non di un re ma di un condottier d’esercito hanno di bisogno i Romani per
fronteggiar que'potenti nemici, che Romolo avea lasciato loro sulle braccia;
quelle parole, dico, non sono da tanto, come si cre dell’Autor nostro, che,
anche concedendo non esservi ftata dopo l' anno diciassettesimo del Regno di
Romolo guerra alcuna, perciò ritrar debbasi la morte di lui al diciottesimo, o
ventesimo anno del suo Regno. Temeva Numa, che i po poli circonvicini, i quali
non s'attentavano di moleftar i Romani, poichè ben sapevane qual d4 Plut.
in Numa, Storici, che finsero aver que'personaggi, i quali a favel lare
introducono, ragionato secondo le cir costanze, e giusta l'indole loro. Dalle
mal sime, che nel corso del suo Regno dimostrò Numa, dalla non curanza di
luiper gli ono ri ricavo Plutarco questa parlata da lui fat ta, rifiutandoil
Regno offertogli da'Romani. A proposito del qual nulla trovarsi appreffo Livio,
altra prova. forse della sua trascuratezza, e che Dionigi rifiuto è da notare
qual prode Principe li reggeffe, non pren dessero animo dal genere di vita
tranquillo, e filosofico, che noto era ad ognuno essere da lui professato, e
non volessero lasciarsi sfuggir di mano una occafione sì favorevo le di
abbattere un popolo, il quale già d a to avea tanti non dubbj fegni di voler
fot tomettere le confinanti nazioni, ed in queto modo è da intendere, che
Romolo la sciato avesse potenti nemici sulle braccia a' Romani. Senzachè, per
non ripeter quello, che già disfi, e di nuovo mi converrà dire intorno al poco
credito, che far sidee della autorità di Plutarco, certa cosa è, che quelle
parole, le quali presso di lui si leggono come di Numa,s'hanno
ariguardarealpari delle altre concioni,sia di LIVIO, chedilui, quai lavori
della mente degli Storici 1 fire stringe a dire, che avendoperbuo no
spazio di tempo ricusato ilRegno, s'in duffe poi ad incaricarsene a persuasione
de' fuoi, è inutil cofa riuscirebbe cercar in Lo stesso Plutarco poi è
quello,che fom miniitra il fondamento ad un'altra ragione, con cui ftudiasi il
noitro Autore di abbre viare il Regno di Romolo. Ammette.egli adunque, che nel
cinquantesimoquarto anno dellasua età giunto siaa morte Romolo, ma conceder poi
non vuole,che difolidi ciassette anni abbia cominciato a regnare, la qual cosa
è forza dire, quando foftener si voglia, che di anni trentotto stata sia la
durata del Regno di lui. Le ragioni, che egli adduce per mostrare non poter
Romolo esser cosìper tempo falitolulTrono,non fono altre, se non che ciò
ammesso,non po. terli quelle tante cose, che questo Principe facea secondo
Plutarco con sì tenera età conciliare; ed essere maggiormente impro babile, che
si giovane abbia fondato u n a Città, fiasi fatio Capo di un popolo, ed
pone Plutarco. 1 abbia sto Storico quelle parole, che in bocca gli Dionyf.
Halic. Plut. in Romulo. que A., Disc, milit. Disc. Per via della
conversazione, dice che Plutarco conviene instruirsi delle particolarità, che sonos
fuggite agli Storici abbia guidato difficilissime imprese, c o m e a tutti
è noto. Ma io non so ritrovare in primo luogo ripugnanza veruna tra la età, e
la condot ta di Romolo innanzi a'principi del suo R e ' gno,principalmente se
vogliamo attenersi a ciò che di lui narrano LIVIO, e Dionigi, e non ricorrere a
Plutarco quale pren dendo le notizie dalla bocca di que' Romani, con cui
conversa, come stesso'noftro che dalla venerazione, in cui quelli tenevano
dell' Imperio leggiadro Autore, ben è da credere, ogni cosa, che appartenesse
al Fondatore loro,sia Scrittor erudita, ed elegante, dice che la grandezza sero
i Romani cia, e dell'Alia dopo le conquiste, avea (parfo voluttà non ebbe, e di
gloria fu que'pri lume di chiarezza de’ m i loro antenari posteri, qual rozzo,
e barbaro popolo sem il, i quali senza la fama avverti lo. Un, che in fatto di
stato ingannato Francese pari, a cui giun della G r e per così dire un Non so
sei moderni noftri Criticii le Clerc, é i Muratorigli avessero menato buono tal
fuo Criterio. Euremont Ouvres mélées, pre Montesq. Consid. sur les causes
de la grand. Des Rom. a segnes venando peragrare falous: hinc robore corporis
bus animisque fumo jam, non feras tantum fubfiftere, fed in latrones praeda
onuftos impetum facere, pastorie busque rapta dividere, et cum his crescente in
dies grege juvenum ferias, ac jocos celebrare, pre 1 farebbono stati
riguardati dalle colte n a zioni. Io non voglio per niun modo adot tare il
parere di lui, anzi penfo, che lo stesso Montesquieu, il quale osservò c o n
occhio si filosofico tutto il corso della Romana Storia, abbia avvilito di
non Dionyf. Halic. ful bel principio
della sua Opera (n) l'ori gine di quella Città Regina; ma credo Tuttavia di
potere a buona ragione sospetta fondato sopra popolari tradizioni, e
proveniente dalla bocre del racconto di Plutarco ca di coloro,che qual Nume
Romolo ado ravano, quando nè Dionigi, e nè pur LIVIO danno di ciò il minimo
cenno. Ed in fatti Dionigi ci fa sapere soltanto, che i due giovani Principi
furono condotti Città de'Gabj, perchè loro s'insegnassero leLettere,laMusica,ed
ilmaneggiarle armi alla foggia Greca insino a tanto che pervenissero alla
pubertà, e tutti que'p r e gi, i quali attribuisce loro LIVIO. Quum primum
adolevit aetas nec inftabulis, nec ad peco troppo alla disconvengono
punto alla giovanile età, a n zi più diquella, ched'ogni altracomecor porali
esercizj fon convenienti. M a su via concedasi per vero ciò, che dice Plutarco,
sarebbe poi da farne le maraviglie, che un giovane d'ottimo ingegno fornito
cominci a dar segni di quella prudenza, che ha da tilucere un giorno in lui. Educato
Romolo, come fu, non v'ha inverisimiglianza nessu na,cheinlui,avvegnachè
giovanetto,sfa villasse un raggio di qualche cosa maggior del comune Ma dirà
egli, per quanto, e dalla natura di belle doti fornito,e dalla educazione in
strutto suppor si yoglia Romolo, che abbia edificato una nuova Città, che si
sia fatto capo d'un popolo, che abbia guidato diffi cilissime imprese, sempre
con si tenera età mal potrafficoncordare. Non sipuò nega re, che di troppo
maggior forza, che non e cominciassero a svilupparsi que'semi di
generosità, che dalla sua prin cipesca origine avea tratto? Oltre di che quan
te volte il corso dello ingegno è più velo ce di quello degli anni? Una
illustre prova ben ce ne diede lo stesso noftro Conte A., il quale nella sua
prima età in molte, e varie facoltà dimostrò l'acume, e la perfpicacia
dell'ingegno suo. la la precedente sia questa ragione: vediamo con
tutto ciò il modo, con cui Romolo di venne Re, e non parrà più forse tanto dif
ficile il concepire, che si giovane sia giun to a tanta grandezza; e prina
d'ogni cosa prendiamo le più sicure notizie di quello, che è succeduto dalla
nascita di Romolo in Gino al tempo, in cui fu innalzato alTrono. A tutti
que'racconti della infanzia diR o molo io ltimo doversi preferire quello di F a
bio antico Storico seguito da molti, come dice Dionigi, ed acui più propende
egli medesimo, come quello, che favole chia m a le narrazioni degli altri
Scrittori. Egli adunque rigettando quella poetica finzione della Lupa, nega
insino, che fieno stati ef posti i due gemelli; che anzi afferma aver Numitore
per destro modo sottoposti altri fanciulli, i quali furono da Amulio spieta
tamente trucidati. Quindi essere stati i due Principi da Faustulo educati, ed
inviati, perché ricevessero una insticuzione, secondo che richiedeva la origine
loro, alla Città de' Gabj; il qual Fauftulo, per dirlo alla sfuga gita,
quaprunque pastore de'Regj armenti, è da credere fosse poco meno di un
uomo Dionyf. Halic. di di stato de'nostri dì, attesa la semplicità
de costumi di que'tempi. Ritornati poi dalla Città de'Gabi, legue a dir Fabio
presso Dionigi, di consenso dello stesso Numitore, i due giovani Principi fi
azzuffarono co'p a stori di lui, e gli sforzarono di ritirarsi in un co'loro
armenti dà certi pascoli tuttoc chè comuni. Questo aver fatto Numitore per
poterli accufare, e trovar m o d o di far entrare senza dar sopetto tutti que'
pastori nella Città. Ordita una tal trama, esser v e nuto Numitore dal fratello
Amulio a lagnarsi, e chiedere a lui, che gli dovesse consegna Te que'due
Fratelli col Padre loro, i quali l'aveano sì villanamente oltraggiato, e d a n
neggiato nelle cose sue, se pure seguito era ciò senza colpa di esso Amulio.Amulio
per dare a divedere, che avuto non ne avea al cuna parte, manda tosto per esli,
dando,che nella Città venir dovessero non il solo Faustulo co'suoi supporti
figliuoli, m a tutti coloro eziandio, i quali erano di tale delitto accagionati.
E con tal mezzo essen dosi, oltre a 'rei, grandissima moltitudine nella Città
introdotta, Numitore, dopo aver a' giovani l'origine loro, i loro cali, e le
offele da Amulio ricevute, averli scoperto animati alla vendetta, ed averli
persuasi a esli, coman non non lasciarsi sfuggir di mano sì favorevole
occasione di eftirpar quel Tiranno come fe cero. Questo è quanto si raccoglie
da Fabio presso Dionigi; narrazione, lia per la quali tà del testimonio, sia
per la veritimiglianza, da antiporsi sicuramente a quella di Plutarco, che
porta in se stessa scolpito ilca rattere della finzione, e che al primo aspet
to si dà a conoscere per lavoro della fanta sía de'Romani de'suoi tempi, da cui
attin geva questo Storico le sue notizie, i ogni cosa nel loro Fondatore
finsero straordi naria, e maravigliosa. N o n fu adunque solo Romolo in quella
impresa, anzi fu a quella stimolato dall'Avo, e fu diretto da quello il suo
valore, perchè produr potesse non solo discordie, e sangue, ma utilità, e fi
curezza. quali con Non voglio poi ora parlare diquellaopi nione accennata
da Dionigi e se non -abbracciata, nemmeno riprovata da lui, che R o m a stata
sia anteriore a Romolo; onde egli non Fondatore diquellaCittà,ma Capo soltanto
d'una colonia chiamar 'si debba; Plut, in Romulo. Dionys. Halic. concedo, che
ne sia stato ilFondatore,ma è da sapersi, che, ha l'idea di edificare una Città,
lia i mezzi per condurla a fine, fu rono opera di Numitore, e non diRomolo.
Dionigi di questo ci assicura, dicendoci, che due fini il mossero a ciò fare;
primie ramente per dare un ricetto degno di loro a'due giovani Principi, in
secondo luogo per isgravare la troppo grande popolazione della Città di Alba,
allontanando principal. mente coloro, che avean seguito le parti di Amulio,
ond'egli poteffe regnare libero di ogni sospetto. La qual cosa è, avvegnachè
oscuramente accennata da Livio (u): per ciocchè dicendo questo contro
l'autorità però e di Fabio, e di Dionigi, i quali per ianti rispetti degni sono
di maggior fede, che il disegno di fabbricare una nuova Città fu pure Numitore,
opera della mente dei due Fratelli,m a n i felto indizio, che troppo non erasi
studiato di diradar le tenebredi que'primi secoli, soggiugne, ch'eravi allora
una gran molti tudine diAlbani,e di altri,con cui pote vano popolarla. Nè mancó
Lores quoque accefferant, come. Dionyf. Hasic. LIVIO. Supererat multitudo
Albanorum, Latinorumque, ad id per come attesta Dionigi, di somministrar
loro e danari,ed armi,ed ognialtra cosa,che abbisognasse per edificareuna Città.
Ed a quella parte di popolo, che seco condot ta avea Romolo, fra cui eranvi non
po chi de' principali di Alba, iecondo il parer dell'Avo, ragionò sul
cominciare della edi ficazione. Dal tutto il fin.qui detto pertanto ftati
e Dionyf. Halic. Dionys. Halic. Dionyf, Halic. ramente ne risalta non
esserpunto cosa in verisimile, che di soli diciassette anni, o di diciotto
abbia potuto Romolo farquello,che pur fece, se lipon mente, che in quelle sue
prime imprese ebbe sempre a'fianchi l' Avo, ed ogni cota secondo il consiglio
di lui esegui;fu egli l'Achille d'ogni impre fa,Numitore ilChirone. Tanto ho
stimato dovermi stendere su que ho particolare, perchè non è Plutarco il solo,
che ciò scriva; ma lo stesso Dionigi chiaramente attesta aver Romolo incomincia
to il fuo Regno di foli diciotto anni. Vero è, che se si dovessero togliere
dagli anni, che corsero avanti N u m a cinquanta giorni, i quali vogliono molti
Autori essere 1 chia. stari aggiunti da questo Re, oltre ad undi ci
giorni, che pur mancavano all'anno fe condo la riforma, ch'egli ne fece, tre
anni fi vorrebbono togliere dalla età di Romolo, quando ascese al Trono, nè vi
farebbe per venuto di diciassette, o diciotto anni, di quattordici, o quindici.
Anche ciò con cesso nel modo, che divenne Re, non sa rebbe gran meraviglia, che
divenuto lo foffe in età si tenera, non avendo forse altro egli fatto, senon
imprestare ilsuonome alieim presedell'Avo:ma dipiùsivuolnotare che quegli
Autori, da cui raccogliesi esser giunto al Solio Romolo di soli diciassette, •
diciott'anni, non sono di parere, che tanti giorni mancassero all'anno avanti
Numa. za r Dionigi, il qual dice (aa) essere il Fon dator di Roma morto
di cinquantacinque anni dopo averne regnato trentafette, e che aggiugne sulla
testimonianza di tutti gli a n tichi Scrittori, i quali parlarono di lui, che
molto giovane fu innalzato al Solio vale a dire di soli diciott' anni, di
questa rifor ma dell'anno fatta da Numa, per quanto io ne abbia osservato, non
ne dà alcun cen no, silenzio, che congiunto colla accuratez Dionyf. Halic. Plut.
in Roinulo. Plut. in Numa. LIVIO; MACROBIO
Salurnal. Numa quin quaginta dies addidit, ut in trecentos quinquaginta qua.
suor dies za di lui mi mette in dubbio della verità della cosa.Plutarco poi,
che dice esseregli morto di cinquantaquattro anni, onde abbia dovuto
incominciare ilsuo Regno di diciassette, parla di questa riforma, ma vuole, che
Numa altro non abbia fatto,le non aggiugnere gli undici giorni, che m a n
cavano all'anno, e togliere l'irregolarità de' mesi, che erano in uso,
essendovene tale, che non giungeva a venti giorni, e tale, che giungeva a
trentacinque e più. Che al tro egli non abbiafatto, che regolare i mesi, ed
aggiungervi alcuni pochi giorni, è quello pure, c h e intorno a questo
raccogliere fi possa da LIVIO. So, che molti Scrittori, come MACROBIO, OVIDIO,
CENSORINO, ed altri furono di contrario parere. Si dee però distinguere tra
quelli, che asserirono, che l'anno avanti Numa era di soli dieci mesi, e
quelli,che dissero precisamente di quanti giorni fosse composto, perchè
potrebbe essere, trattan e2 dosi annus extenderetur, OVIDIO, Falt.] dosi di
Scrittori molto lontani da'tempi di Numa, che da quelli, i quali lasciarono
scritto essere stato l ' anno avanti Nu ma di soli dieci mesi, abbiano altri,
come forse Macrobio,argomentato, che l'anno foffe di foli trecento e quattro
giorni, la qual congetturą ognun può vedere, quanto sarebbe · fallace, potendo
esser benissimo, che fi fa. cessero avanti N u m a dei mesi più lunghi a l fai
del convenevole, e si venisse a compor re con foli dieci mesi l'anno di
trecento cinquantaquattro giorni, non di foli trecento e quattro. Del resto
il.Signor Dacier afferma, che alla opinione, che di soli trecento e quattro
giorni fosse composto l'anno avanti Numa prevalse quella, che giugnesse ai
trecento cinquantaquattro per l'autorità principalmen te di Fenestella, e di
Licinio Macro. Credo pertanto, che ciò basti per togliere quello 'ombra
d'inverisimiglianza, c h ' altri ritrovar potesse tra l'età di Romclo, e
l'elier egli giunto ad ottener la Corona, dovendosi, le condo la più comune
opinione, togliere fol tanto pochi mesi, che risultano dagli undici giorni, i
quali mancavano all'anno avanti (f) Dacier nelle note alla vita di Nuina di
Plutarco, Numa, Così dice il Signor Dacier nelle mentovate sue annotazioni
doversi leggere Plutarco, e non trecento e sessanta, come molto bene lo dà a di
vedereil contetto, Numa, e non tre anni dalla età di diciotto. Senzachè a
me baita, come già disfi, che da quegli Autori, da cui fi rica-. va questa età
di Romolo quando fali sul Trono, non fi può l'obbiezione dedurre in modo
alcuno, anzi il primo glıtoglieilfon damento, non parlando di questa riforma.
lui di dell' anno, te, il secondo la confuta espressamen dicendo, che l'anno
avantiNuma giun geva ai trecento cinquantaquattro giorni. Onde mi pare a
sufficienza dimostrato, che tuttique'fatti,iqualirecatisono inmezzo dall'Autor
nostro come ripugnanti alla d u rata del Regno del primo Re diRoma,ot timamente
con questa possono conciliarsi, e vengono a perdere.ogni lor forza, e a di.
leguarsi cutte le contrarie ragioni. L'Ami des Hommes Des Pro cui V.
Fondare Regno di Numa. CAPO Ondare un Regno, e dargli le leggi sono due
operazioni cosi fra loro diverse dice un valente Politico, che richiedono per
lo più due distinti Principi per eseguirle. Nascono ordinariamente gl'Imperj
nella fe. rocia de'popoli tra la discordia,e learmi: laddove la Legislazione (intendo
io di quella, che veramente meriti un tal nome ), è uno de'più preziosi frutti della
pace.Ed èben conveniente, che ciò, che rende per quan to si può gli uomini
felici, tra quello for ger mal poffa, che ne fa l'infelicità m a g giore. Ed in
effetto le leggi di Romolo,. di cui abbiam sopra fatto parola, riguarda vano
soltanto lo stato corrente degli affari, erano leggi, che abbisognavano, per
così dire, allagiornata. Numa si che fu poi quello, che concepì una vasta
pianta di L e gislazione, un general Sistema, il quale m i rar dovea alla
eternità; Sistema, che sotto di se comprendeva eziandio la Religione,di
hibitions. Ma l'Autor noftro, quafichè ridur non si possa a credere, che
senza alcuno indirizzo ira popoli feroci, e pressochè barbari, g i u n gere
Per fia potuto Numa a tanto senno da cui egli secondo l'uso de'
Legislatori,iquali furono a' tempi degli Dei bugiardi, utilmen te fi servi per
fiancheggiarne quelle leggi, quegli instituti, que'coitumi, e quelle opi nioni,
che a parer fuo doveano maggiormen te contribuire alla felicità della Nazione:
per se, mette in campo quella tradizione, che correva per bocca de'Romani insin
da'tem pi di Augusto, secondo cui dicevasi essere Itato ilRe Numa uditor di
Pitagora:onde le belle doti, le quali rilussero in lui, frutto fieno stato
degli ammaestramenti di quel Filosofo, la qual tradizione torna molto in a v
vantaggio del suo Sistema. Perciocchè, dic' egli, posto che Numa sia stato
discepolo di Pitagora, siccome sappiamo da CICERONE, LIVIO, e da altri scrittori
esser giunto queIto Filosofo in Italia in età molto lontana dal tempo, in cui
comunemente fi pone. Numa, dee questo far accorciare almeno la durata de'cinque
susseguenti Regni, perchè il Filosofo possa essere contemporaneo del Re
Legislatore. еА 3 da Per rispetto al qual suo ragionamento dei che
se egli si fosse soltanto servito di quella tradi zione, secondo cui dicevasi N
u m a essere Itato uditor di Pitagora, da questo n o n avrebbe potuto inferirne
cosa alcuna in fa vore del suo Sistema, potendosi una tal voce concordar molto
bene coll'antica Cronologia, cioè dicendo, che Pitagora venne in Italia in
que'tempi, in cui secondo questa, fi crede regnasse Numa; facendo ascendere in
una parola Pitagora a'tempi di lui.Ma siccome egli desiderava farlo discendere
a’ tempi pofteriori, non bastavagli questa s e m plice tradizione, bisognava,
che d'altronde in cui coreito raccoglier potesse il tempo, Filosofo venne in
Italia: preselo da Cicero ne, e da Livio, ma non s'avvide, che vo. lendo
servirsi della autoritàloro,erapoi for za rinunciare a quella tradizione base
avea posto alla obbiezion sua. Percioc chè vero è bensì, ch'essi dicono esser
giun to questo Filosofo molto più tardi in Italia di quel tempo, in cui secondo
l'antica C r o nologia regnava N u m a, m a in tanto l'asse riscono in quanto
l'uno lo fa contemporaneo di Servio, di Tarquinio il Superbo, o, del Console BRUTO
(si veda) l'altro. Volendo pertanto at gno è di particolar considerazione. che
per 9 te 266., ed ivi Giamblico, e Diodoro. Diogen. Laert. In Pythagora;
Clem. Alex, il qual venne Pitagora in Italia, poichè ne lia l'epoca, come
bene osservò incerta il dotto Gerdil, non però Scritto gran fatto fra loro i
più accreditati far ri, i quali di tal sua venuta dovertero fessagesimaleconda
te concordano quale asserisce piade 'feffagefima Clemente Alessandri. Diodoro
menzione piade sesfagefimaprima sotto la facilmen no, che lo mette conda, e
finalmente fotto la pone forto, Giamblico l’Olim, le quali epoche (c), il aver
egli fiorito fotro l'Olim con Diogene Laerzio con variano la fessagesimale con
Eusebio dice esfer egli morto nel quarto anno della fettantesima Olimpiade
Diogene mentovato - ottanta o novant'anni. LIVIO poi, CICERONE- in cui
quantunque del in età di, e per attestato Laerzio ne, renerli ad effi, non
v'era ragione per a b bracciare soltanto il tempo, e n o n di qual R e fu
contemporaneo questo Filosofo le non il tornar questo in avvantaggio del suo
Sistema. lo pon parlerò qui del tempo, ntroduz. allo Studio della Relig.; Strom.;
Diogen. Laert. ed altri Scrittori in tanto ci danno 19 epoca inquanto,come ho
accennato,cidi con di qual Re fu Pitagora contemporaneo le quali epoche però da
loro fissate non ef cono dagli anni, che secondo la Cronolo gia comunemente
ricevuta, corsero dal fine del Regno diServio, insinoalprincipiodel Consolato;
del che niente è da maravigliarsi, poichè essendo probabile aver dimorato in
Italia questo Filosofo un notabile spazio di tempo, tale Scrittore avrà tolto
l'epoca, di cui fece registro, dall'anno della sua v e nuta,tal altro da un
fatto accaduto essendo lui in Italia, tal altro dalla sua partenza, o dal tempo
di mezzo della sua dimora, onde possono aver detto tutti ilvero,quando fiasi
fermato in Italia non più di venticinque anni, che tanti ne corsero appunto
dalla morte di Servio infino al principio del Consolaro. Tutto questo adunque
io lafcierò da par te.Concedo, che ammettendo per vera quella popolar voce,
essa dovesse piuttosto far discender N u m a a'tempi di Pitagora, che far
ascender Pitagora a'tempi di Numa. Ma quello, a cui principalmente badar fi dee,
è, che questa tradizione medesima non è fondata sopra alcuna autorevole testimo
nianza, che la renda credibile. Vero è,che ne 2 al. verità
nelsuo gover alcuni rammentati da Livio,
da Dionigi, e da Plutarco furono di parere, che da Pitagora, il quale in quella
parte d'Italia, che Magna Grecia nomavası, gittò ifonda menti della sua
filosofica serta, N u m a ricevu to avesse quelle maflime di Religione, e di
Politica, che pose in opera no. Ma è da considerarsi negar Livio ciò
apertamente, non essendo secondo luivenu to Pitagora in Italia,se non sotto
ilRegno di. Servio Tullio, e dopo alcune ragioni, con cui studiasi di mostrar
l'insusistenza della opinione di costoro, soggiugne, che di sua natura
inclinato fosse alla virtù cotesto Re, nè bisogno avesse di straniera
instituzione bastandogli la dura, e severa disciplina degli antichi Sabini, de'
quali non v'avea una vol ta più incorrotta nazione. E questa se LIVIO. Dionyf. Plut.in
Numa.LIVIO. Auétorem doctrinaeejus, quianonexa taralius,falfo Samium Pythagoram
edunt: quem Servio Tullio regnante Romaecentum amplius poftannos inul tima
Italiae ora.juvenum emulantium ftudia coetus habuiffe conftat..fuopte igitur
ingenio, temperatum animum virtutibusfuisfeopinor magis, instru&tumquenon
tam peregrinis artibus, quam disciplina teirica, ac tristi veterum Sabinorum,
quo genere nullum quondam incorru. prius fuis. verità origine ebbe
per avventura da una Colonia di Spartani venuta in Italia a't e m pi di Licurgo,
come appare dalle memorie antiche nazionali portate da Dionigi, e di cui anche
ne dà un cenno Plutarco, la qual Colonia è da credere che trasfufo avesse ne’Sabini
buona parte de'costumi de' Lacedemoni. CICERONE poi in più luoghi delle opere
sue afferma fuor di alcun dubbio esser giunto questo Filosofo in Italia sot to
ilRegno di Tarquinio ilSuperbo,eche in Italiapur era a que’tempi,in cui Bruto
diedelalibertà a'Romani(h).SottoilCon solato di Bruto lo mette pure Solino, ed AULO
GELLIO in fine dice effer venuto questo Filosofo in Italia sotto il Regno dello
stesso Tarquinio Superbo. Dirà forse taluno, che l'alterigia de’ Ro Dionyf.
Halic. Plut. in Numa in piternum Hanc opinionem discipulus ejus Pythagoras
maxime confirmavit, quicum ·Superbo regnanteinItalian veniffet tenait magnam
illam Graeciam ec. CICERONE Tusc. BRUTO patriam liberavit. Aulus GELIO Noet.
Attic. Poftea Pytagoras Samius in Italiam venit Tarquinii filio regnum
obtinente, cui cognomento Superbus fuit, mani princ. Ferecides Syrus
primum dixit animos hominum ellefema Quaeft. Pythagoras, qui fuit in Italia
temporibus iisdem, quibus L. mani fu cagione del non darsi credenza
a questa tradizione dai dori, quafichè ellite messero non venir con questo a
scemare la gloria di que'primi secoli,, riconoscendo da un Greco l'Institutore
della Religione, ed il più favio de'Re loro. Quantunque questa non paja ragion
bastante per negare ciò, che gli Scrittori Romani ci dicono: poichè ammessa
questa regola, rifiutar fi potrebbe come supporto tutto ciò, che uno Storico
narra di avvantaggioso per la nazion sua, v e diam tuttavia ciò, che ne dissero
i Greci. E' da credere; che questi sisarebbono recato ad, onore l'aver dato a
Romani il Maestro di Numa: che per Greco passò presso Dionigi e Plutarco
Picagora, che che ne sia della opinione di alcuni moderni, i quali nè Greco.il.
vogliono, e nè, pure di quelle Greche Colonie fondate negli ultimi confini
d'Italia. pal Ora ciò non oftante Plutarco
nonscio glie la quistione, e reca foltanto in mezzo le varie opinioni, che
a'suoi di correvano, fra le quali degna è di considerazione quella di coloro,
che asserivano essere venuto in Italia un certo Pitagora Spartano, il quale
avea nella Olimpiade sedicesima riportata la Plus,in Numar bre
Dacier nelle annotazioni alla sua traduzione francese delle vite di Plutarco;
alla vita di Nuina. palma ne'giuochi Olimpici, fotto Numa terzo anno
appunto del Regno di lui il Dacier fi ride di una tale opinione, fembrando a
questo Critico ripu gnanza da non potersi comportare, che u n personaggio atto
a dare instruzioni ad un Re, e ad un Re,qual fu Numa, abbia gareggiato in
Olimpia per ootttenere il premio del corso.Ma a me pare con buona avendo
Spartani questi additato parecchj al Re ftrato fondamento uli degli sommini
Legislatore alla favola., abbia ed pace di 'un tanto uomo, che le usanze
moderne lo abbiano ingannato nel giudicar delle antiche. A tutti è noto, che
Socrate il più rinoma to Filosofo della Grecia non isdegnava di suonar la cetra,
e che anzi non lasciò di esercitarsi nella lotta; ed oltre a ciò non era poi
mestieri, che fosse un gran scien ziato costui per instruire N u m a delle
leggi degli Spartani. Si sa, che quel popolo nella rigidezza de' costumi, e
privazione di prel so che tutte le cose, le quali rendono dol ce la vita,
godeva per altro dell'avvantag gio d'aver leggi, che per la semplicità, e
con brevità loro, e per la cura del governo nel farle apprendere
a'fanciulli erano note a tutti coloro, che doveano obbedirvi. N o n farei
pertanto lontano dall'ammettere que fta opinione,se altro non vi fosse in con
trario, fuorchè questa ripugnanza ritrovata dal Signor Dacier; m a rinunciar vi
fi dee per troppo più forte motivo, ed è la te stimonianza di Dionigi, il qual
dice non ri levarsi da alcuna memorabile Istoria, che stato vi sia in Italia
altro Pitagora anterio re al famoso Filosofo. Del resto, che il celebre Filosofo
di questo nome nonsia stato a'tempi di Numa, con molte, ed incontrastabili
ragioni Atelio Dionigi si prova, e di più ac cenna ciò, c h e diede occasione a
questa voce sparsası nel volgo, e sono la venuta di Pitagora in Italia, la
sapienza di Numa fuori dell'usato della nazion sua, a cui sipuò ag. giugnere la
conformità della dottrina, ed il ritrovarsi presso alcuni antichi Scrittori, da
cui non dissente Dionigi, che Numa è chiamato al regno il terzo anno della fedi
cesima Olimpiade, il qual anno designarono dallo Dionyf. Halic.con dire, che fu
quello appunto, in cui quel certo Pitagora Spartano avea riportato il premio
de'giuochi Olimpici. E le pure è fondata quella taccia data a Dionigi di
derivare da'Greci assai più di quello, che ragion voglia delle cose de’ Romani,Greco
da lui efsendo Pitagora stimato, ben è da credere, che nel secolo, in cui
eglivivea, fossero i dotii,uomini sicuri della falsità di questa popolar
tradizione. Chiaro è adunque abbastanza, che nessun caso si volea fare di
questa, quando da'più dotti fra' Romani, e fra' Greci fu non solo rigettata, m
3 confutata eziandio, e quando fondato sopra l'unanime consenso loro già
esitato, non avea l'erudito Stanlejo di chiamarla fas vola folenne Quello, di
cui abbiamo infino ad ora raa gionato,non risguarda il regno di Numa, m a
tendeva ad accorciare i cinque seguenti Regni,ed inquestoluogo se*o'èdovuto
trattare, perchè da cosa appartenente a lui ricavata era l'obbiezione. Facciamoci
ora a considerare quelle ragioni, per cui accorciar debbasi il Regno di Numa
medesimo. Pare adunque primieramente all'Autor nostro, che non Stanlejus in
Hift. Philosoph. Io non fo rispondere altro a queste ragio ni,se non lasciare
al giudicio di chiha fior di senno,sesianon solo maraviglioso, eri pugnante, ma
soltanto fuori dell'ordinario corso delle cose, che, quando un uomo fia stato
di singolare ingegno dalla natura for nito, e quand'esso abbia posto cura in
col tivarlo, giunga in età di quarant'anni ad acquistarsi il grido di favio:
tanto più che sappiamo aver Numa ha l'arte di conciliarsi venerazione presso
gente rozza, e per conseguente superstiziosa, collo sfuggire il con non
potesse esser fornito nella fresca età,ei dice, di quarant'anni questo Re di
tanta fcienza, e di cosi alto lenno 2 che già ri suonaffe la sua fama non folo
pressoi suoi nazionali, m a ancora presso gli stranieri, e che il suo nome già
dovesse far tacere in un subito ogni particolar riguardo, e le ani mosità delle
parti, che per lo spazio di un anno intero contefo aveano fra loro dello
Imperio. Che tale fosse la riputazione, che si avea della sua scienza, nelle
cose divine, ed umane, che quantunque i Padri vedes sero la grandezza, che
tornava togliendo il Re dalla nazion loro,nondime n o niuno ebbe ardire di
preporre ad un tal uomo. alcuno a'Sabini, 7 f consorzio degli
uomini, dimorando ne'sagri boschi, col disprezzar le pompe, M a questo non è il
tutto, segue a dire il nostro Autore. Tazio, che reggeva Roma insieme con
Romolo, preso al grido della fapienza di N u m a, gli ditde Tazia unica sua
figliuola in moglie; ed ancorchè dalla Storia non abbiasi in qual tempo ciò
preci samente avveniffe, si può affermare senza tema di errore, questo essere
avvenuto nei primi anni del Regno di Romolo dacchè Tazio morì prima della
guerra co'Fidenati, e co'Camerį, cioè prima dell'anno sedice TACITO, Annal. Nobis
Romulus ut e le grandezze, e lasciar che corresse la voce dei suoi
pretesi congressi colla Ninfa Egeria.La fama della sua giustizia non era tale
da afa sicurar i Romani, che non sarebbono stati molestati da 'Sabini, quantunque
essi avesse ro tolto il Re della nazion loro? Doveano finalmente concordare una
volta i Padri, e stanchi forse i Romani, e mal foddisfatti, come quelli, che
dato ne aveano non dubbj segni,del governo di Romolo, il qualpen deva al
tirannico, fi contentarono di eleggere a R e loro un Filosofo. fimo, libitum
imperitaverat. fimo, o diciassettesimo del Regno di Romolo; e
Plutarco inoltre atteita, che Tazia era morta, quando Numa fu chiamato al Regno,
e che era vissutacon effo luilo spazio di ben tredici anni. Quindi ei rac
coglie, che gran tempo innanzi fioriva la fama della fapienza di Numa, e
dice,che, volendosi ritenere il compuro di Plutarco, sarebbe di necessità
asserire contro ogni ve. risimiglianza, che all'età di soli venticinque anni la
fama della fapienza di Numa fosse già tanta da indur Tazio Re ad allogare una
fua unica figliuola con lui u o m o priva Ed ecco altre opposizioni,a cuidàsem
pre il fondamento il folo Plutarco. E che fede fi dee prestar mai a questo
Scrittore, to, f2 е onde conchiude
non potersi fare a m e no di non dare un sessant'anni almeno a Numa, quando ad
una voce fu eletto Re di Roma, e ne deduce, che se vogliamo, che, come s'ha
dagli Storici, sia vissuto in fino all'età di ottantatré anni, avendo vent'
anni più tardi, che non è la comune cre denza, incominciato a regnare, è
neceffario, che di altrettanti fi venga ad accorciare il suo Regno. Plut. i n
Numa. avanti lui? Per formarci una chiara idea della falsità del
ragionamento del nostro A u tore, connettiamo alcune delle epoche di Plutarco,
che è il suo Achille per questi due primi Regni col suo Sistema Cronologico.
Tredici e più anni avanti alla morte di Romolo ei raccoglie da questo Storicoesser
seguite le nozze di Numa con Tazia. Que sto Storico medesimo dice esser nato N
u m a nello stesso tempo che Romolo innalzava le mura dell'alta sua Roma: ma
vuole il nostro Autore, che di foli diciannove anni circa stato sia il Regno di
Romolo, dunque ne seguirebbe a ritenere tutte queste e p o che di Plutarco,e
congiungerle col suo S i stema, che nel fefto, o fettimo anno della età e
per rispetto almatrimonio di Numa con Tazia, e per rispetto all'esatto numero
di anni, che vissero insieme, minute particola rità, le quali sfuggono agli
stessi contempo sanei? D'onde ebbe egli si particolarinoti zie,che aver non
potè non già ilsoloLi vio,ma nè pure l'accurato Dionigi,ilqua le tanta maggior
diligenza usò nello stende re le sue Storie, che di maggior criterio è fornito,
e che visse notabile spazio di tempo Plut. in Numa. 1 età fua N u m a
avesse menato moglie, ridi colo affurdo, ed inverisimiglianza troppo maggiore
al certo, che non sia quellad' averla menata nell' anno vigesimoquinto. So che
rigetterà egli quest'epoca, poichè chia ramente scorgesi doversi secondo il suo
Si Itema porre f 3 la nascita di Numa quarant'anni innanzi alla
fondazione di Roma; ma è da riflettere,che se di quelle, direi così, m i nute
epoche, di cui favella Plutarco, non ne danno gli altri Scrittori un minimo cen
no,nel mettere la nascita diNuma alprin cipio del Regno di Romolo, o là in quel
torno, concordano tutti; poichè tanto asse risce Dione, lo stesso si raccoglie
a un dipresso da Livio, ed infine l'accurato Dionigi dice che Numa quando
giunsealSo lio, era vicino al quarantesimo anno, onde non essendovi, come a luo
luogo opportu no abbiam mostrato ragione alcuna di ab breviare il Regno di
Romolo, fi vuol pure secondo lui mettere circa a'prinċipj di Roma la nascita di
Numa. Perlaqualcosa stra no dee riuscire, che l'Autor noftro rifiuti Dion.
Cocej. in fragm. Peiresc. ex ed.Rei. quella mari Hamburg. LIVIO. Dionys, Halic.
quella epoca di Plutarco, la quale è atte Iata dagraviffimi Scrittori,ed
ammetta quel le, nello asserir le quali trovasi solo questo Stórico. E' adunque
forza rigettare le epo che di Plutarco, e queste sue minute noti zie,non solo
perchè incerte,ma perchèfe fi colgono tutte insieme mal congiungerli possono
col Sistema del nostro Autore. Per rispetto poi a quelle parole di questo R e
presso Plutarco, con cui rifiuta il R e gno, le quali pajono a lui disdicevoli
i n bocca M a concediamo, che queste particolarità accertate fieno, e n o
n ripugnino col Sitte m a di lui le epoche stesse di Plutarco, che grande
assurdo ne seguirebbe poi? Che Tazio avrebbe data lasua figliuola in isposa a
Numa, mentre questi era di soli venti cinque anni;a Numa de'principali fra' Sa
bini; a Numa, che già erasi acquistato per avventura riputazion d i fapiente; a
Numa infine, che quantunque giovane, ben si può far ragione dal gran renno, che
poscia di mostrò, che di venticinque anni uguagliasse molti uomini, i quali già
fossero avanti nell' età. Qui mi pare in una parola, che la grandezza moderna
abbia offuscato l'intellet to del nostro Autore nel recar giudizio dell' antica
semplicità. E' ben vero però, che fa d'uopo fer marsi ancora alquanto
intorno ad una sua considerazione, la quale entrambi gli abbrac cia,ma
spero,chemi verrà fatto di dimo, bocca di un uomo di soli quarant'anni,già
ne abbiamo sopra ragionato. .Basta aggiugnere, che quantunque proferite le avel
le questo Re Filosofo in taleesà, male non gli sarebbono state in bocca. Forse
tuttigli uomini hanno da potersi vantare di militar bravura? E quando
vantatosene fosse,non era egli noto, che mai vissuto non avea fra l'armi?
Concedası, che questa dote fosse necessaria ad un Principe in quelle circostan
ed egli appunto mostrò di stimarla tale e per questo accettar non volea
l'offertagli Corona. Non hanno pertanto da parer disdi cevoli, e vergognose in
bocca di un Filosofo di quarant'anni, mentre Numa di tutt' altro pregiavasi,
che di stare in full armi, ed avea preso b e n diverso cammino per giungere
alla gloria. Laonde mi pare, che già li fia fatto chiaramente vedere, che per
quello, che spetta a'due primi Regni, non avea l'Autor noftro per accorciarli.
alcun bastantemotivo Itrare ze, f A (+) Cap ly. Strare non aver questa maggior forza delle
altre sue obbiezioni. Pare adunque all'Autor noftro improbabile, Tullo
Ostiliori accendere petti de'Romani (nervati che abbia la bellica virtù ne® di sessantacinque
anni dice risultare l'antica Crono logia da quarantatré anni del Regno di Numa,
da un anno d'interregno, e da ven tuno pacifici già da una pace anni, i quali
sessantacinque di Romolo. secondo potuto samente potuto Tullo Ostilio delta re
dopo sì gran tempo Romani, e guidarli come ei fece si animo alla vittoria: fi
ponga però soltan to mente alla pace, da cui uscivano i Romani, e biano
interrotto l'ardor guerriero n e ' per qual guerra una e chiaramente fi verrà a
comprendere, come ciò fia poflibile. tal pace ab Lasciando ora da parte, se
quegli ultimi anni di Romolo sieno stati cosi pacifici come si dà a credere il
nostro Autore, o fe almeno, come abbiamo sopra mostrato, non abbia quel
bellicolo Principe mantenuti vivi gli spiriti marziali ne'suoi Soggetti; venia
mo a vedere, fe ammettendo questasilun ga pace,ne risulti tale
inverisimiglianza, per cui abbiasene a negar la possibilità. Tutta la
ripugnanza consiste nel concepi come abbia те, La pace de'Romani non era nata
dall' ozio, è dal timore, ma era una pace, che ben lungi dal paventar de'nemici
era in istato di farsi temer da quelli:onde non dovea pure sembrare improbabile
al nostro A u tore, che le circonvicine nazioni gelose della grandezza di Roma
non ne abbiano turba ta la tranquillità. E che senno sarebbe stato il loro di
romper guerra con un popolo pol sente, e valoroso, che vivea in pace bensi, m a
in una pace lontana dalle morbidezze, dura, rigida,anzi feroce, che non le of
fendeva in cosa alcuna, che dava speranza in fine di voler depor l'armi,
confervar l' acquistato, nè più curarsi di estendere i confini? Aggiungafi
inoltre di quai belle doti a b bia il saggio N u m a fornito i suoi soggetti
pendente il suo pacifico Regno. Numa acconciò il popolo a Religione, e
Divinità, per servirmi delle parole di Tacito, fu, vale a dire, datore di quel
freno, e {pro ne sì necessario, promosse, favorì, e ftudioffi in ogni modo di
farfiorirel’Agricoltura,co me hassi non già dal solo Plutarco, ma da Dionigi
eziandio. Ora ciò posto non iscriffe Plut, in Numa, Dionyf, Halic. TACITO, Annal.
Che A. Saggio sopra il Gentilefiro go lo stesso noftro A., seguendo il
parere del Segretario Fiorentino, che, se dove sono le armi, e non Religione,
con dif ficoltà fi può quella introdurre, dove è Religione, facilmente si
possono introdurre le armi? E in quanto allo avere un popolo di agricoltorinon
avrà egliavuto probabilmen te sotto gli occhi una riflessione veramente aurea
diPlutarco,laqualequestopiùFilo. fofo, che Storico inserisce nella vita di Numa,
ed è, che, se in villa si perde quella temerità, e malnata voglia, che ci
spinge a rapire le sostanze altrui, fi conserva però ottimamente tutto il
necessario coraggio per difender le proprie? Che più? Non diceegli stesso, che
quel Principe, che ha uomini può farne presto de'soldati, che un zappatore, un
contadino li avvezza agevole mente a marciare, a patir caldo e gelo, alle
fatiche, ed agli ordini della milizia? Ecco in qual maniera da que'robusti
contadini, della Religion loro veneratori, amanti della patria abbia Tullo
Ofilio potuto ben tosto crarre un poderoso esercito. A. Viaggi di Rusia ra,
avere Che se altri poi si volgerà a considerare, per qual guerra abbia questo R
e rotti gli ozj dellapatria, e spintii Romani all'ar mi, come s'esprime
Virgilio, vedrà,che ca de rovinata del tutto la ripugnanza i m m a ginata dal
nostro Autore. Nella prima guer che ebbero i Romani dopo il Regno di Numa, non
trattossi di uscire dal proprio paese,e andarad invaderecon armata ma no
l'altrui, trattosli di difendere i propri confini dagli Albani', che per
gelosía d'ima pero vollero la guerra con esli, e le per avventura non
si-sarebbono questi accinti di buon animo ad una straniera espedizione, è da
credere, che non avendo ne'campi perduto il necessario coraggio per difende re
il suo, con tanto maggior ardore moffi G fieno a rintuzzare la forza degli
ingiusti aggressori. Che tali poi fieno stati gli Alba ni, avvegnachè Livio
secondo l'usanza fua distintamente non ne favelli, non ce ne lasciano dubitare
e Diodoro Siculo, e lo Atesso tante volte lodato Dionigi. Per ciocchè il primo
dice, che finfero gli Alba ni di aver motiyo di lagnarside'Romani per LIVIO Diod.
Sicul. excerp. Legat. Dionys Halic. iRomani sia per gara di primato, sia a
cagione di questo stesso maltalento, che contro esli gli Albani dimostravano,
non mancassero di corrisponder loro in malevolenza, e già in questo modo fparli
fossero que'semi di odio, i quali scoppiarono poi in guerra manifesta. Nè
tralasciarfidee,cheilnuovoReTullo Ostilio già erasi colle sue belle qualità cat
tivato l'affetto de'Romani, e col distribui re a'bisognosi cittadini certe
terre, le quali aveano appartenuto a'due primi Re, come scrive Dionigi, avea
già dato ad effi avere un pretesto di muovere contro esli, come quelli,
che portavano invidia alla p o •tenza loro; e Dionigi attesta, che Cluilio
Dittator di Alba volle la guerra co’Roma ni, e permise a'suoi di dare il sacco
impu nemente alle terre loro.Aggiungafi, che gli Albani, come sopra abbiam
cacciato una parte del popolo loro, la qua le a persuasion di Numitore, che per
rego la dibuon governo volea purgarne laCittà lua,era ita con Romolo probabile,
che vedessero di mal occhio cre sciuta a tanta grandezza una Città formata
de’rifiuti loro, e che d'altra parte riferito, avean a Roma, onde è mo 1 Diony.
Halic. motivo di sperare di dover condurre una vita felice sotto il
governo di lui. In abbiano Regni di Tullo Ostilio, Anco Marzio, Ccoci ora
giunti al Regno di quel Tullo Oftilio, che meritò di nuovo corona per la sua
perizia militare, e guidò alla vittoria. pure il nostro Autore, che d'alcun
poco s'ac VIRGILIO, Aeneid, potuto cor Patria si cara, e che già per le
civili, e militari virtù di Romolo, e per lo senno di Numa salita era ingrande
stima,ed ono re presso le vicine nazioni. difendere una Eccoci e Tarquinio
Prisco. que Ita maniera resta verisimile, che i Romani robusti, e valorofi
com'erano dilornatura, offesi da un popolo ad essi odioso, governati, e retti
da un favio, e prode Principe, che amavano, Agmina J a m desueta triumphis
Questo Regno adunquenon meno diquello del suo fucceffore Anco Marzio
defidera Vero è, che si potrebbe in primo luogo fospettare e
dell'età si avanzata di Anco e della stessa asserzione, che questo R e alla
morte sua non avesse un figliuolo, il quale giunto fosse alla pubertà.
Perciocchè il n o Itro Autore da un'epoca del suo Plutarco raccoglie, che
giunto già foffe Anco all' anno sessantesimoprimo dell' età sua, quan do venne
a morte, prestando intera fede a questo Storico, allorchè dice, che Anco ni
pote di N u m a per parte di una figliuola alla morte dell'Avo già era nel
quintoanno dell' età fua; minuta particolarità, di cui egli folo c'instruisce,
non facendone motto non solo Livio, m a nè pure Dionigi, entrambi corcino,
avvegnachè non possano chiamarfi di lunga durata, non giungendo ilprimo se non
a trentadue anni, ed il secondo a ven tiquattro, secondo la Cronología
comunemente ricevuta; e la ragione, che lo spinge ad abbreviarli, non è altra,
se non l'improba bilità, che, secondo lui, risulta dal doversi ! fupporre
nell'antico Sistema, che il Re Anco Marzio fia morto nella età di anni fel
fantuno senza aver figliuoli, i quali già per venuti fossero alla pubertà.
Plut. in Numa in fine. i fe dati questi per ne nyf. Halic. LIVIO.
Jam filii i quali fi restringono a dire,
che questo R e nipote era per via di una figliuola del Re Numa. Nè
certaèpurequell'altraal serzione del nostro Autore, che alla morte di Anco non
fosse ancora alcun suo figliuo lo giunto alla pubertà: perciocchè, te LIVIO
descrivendo non troppo accuratamente quel primo secolo di R o m a secondo
l'ufan za fua,diceallasfuggita,cheifigliuolidi Anco erano vicini alla pubertà,
Dioni gi, il quale con occhio più diligente scorse que'tempi, attefta, che uno
de'sopraccen nati figliuoli era già pervenuto alla pubertà, e l'altro ancora
fanciullo (e). Dubbiosi sono pertanto,per nondirfalsi,ifondamentidella
difficoltà. Vediamo ora, veri fia almeno questa convincente".
Perdonimi A.; ma io debbo con fessare,
che quando lessi questa parte del suo Saggio,non potei fare a meno di non com
piangere m é costesso la deplorabil sorte della umana ragione, non potendosi
coloro, che LIVIO. NumaePom pilii Regis Nepos filia ortus Ancus Martius
erat.Dio prope puberem aetatem erant. Dionys, Halic. ne fanno la gloria, qual
certamente egli era liberare da'pregiudizi pienamente. Grave presunzioneinvero
contro alla giustiziadella causa si è l'esser forzato un u o m o del suo senno
a ricorrere a tali ragioni per sostenerla. La grande impressione, che avea
fatto in lui il Sistema Cronologico del Neutone, 1'opinione, che aveva della
dottrina di quefto Filosofo fecero sì, che lasciò sfuggir dalla penna certe
ragioni, le quali eglim e desimo, le altri gliele avesse opposte, non avrebbe
né m e n o degnate di risposta se è da credere, che tutti gli uomini facciano,
e d Anco medesimo abbia fatto quello,che pru dentemente far fi dovrebbe. Se
finalmente anche concesso, che ne'giovani suoi anni abbia Lascio pertanto al giudizio de'giusti matori
delle cose, se l'esser morto il Re Anco Marzio in età di anni sessantuno fen za
aver figliuoli, i quali trapassasseroiquac tordici ami, sia tale
inverisimiglianza, che ci sforzi a negar fede a'più gravi Scrittori delle cose
Romane di que'tempi, e lascio per conseguente pure al giudicio loro, fe,
fupposto, cheil partito prudente fosse di tor moglie, essendo egliancor giovane
perpo terlasciare, come l'Autor nostro s'esprime, dopo le figliuoli attial
governo, esti abbia tolto moglie, sia cosa inverisimile, che se non tardi
abbia avuti figliuoli,o pu re morti fieno avanti lui i primi,non rima nendovi
che gli ultimi. Tutte queste cose, come dicea,io le lascio al giudicio de'let
tori, e mi reftringerò soltanto a dimostrare, che la speranza, la quale
prudentemente a y rebbe potuto nodrire, che i suoi figliuoli poteffero
succedergli nel Regno, non era tale da spingerlo a tor moglie affai per tempo,
la qualcosa per recare ad effetto mi con verrà indagare attentamente quelle
leggi, o per dir meglio costumanze,secondo cuicrea vanli i Re di Roma; tanto
più che, oltre all' effere materia per se importante, non ci riuscirà forse
inutile l'averla trattata nel de. corso di queste osservazioni. Chi dunque
prende a considerare la con ftituzione del governo di Roma a que tem
pi,hadapormente innanzi di tutto,che le cose non erano ordinate, come sono
negli Statide'giorninoftri, ma chesenonrego lavansi gli affari del tutto all'
avventura, elea forza, e l'accortezza aveano per l'ordina rio'non poca
parte nelle deliberazioni. Dif ficile pertanto sarebbe trovare le leggi fone
damentali, secondo cui fissata fosse la suc cessione al Trono, ovvero il modo
della la g A due capi ridur si può la base della constituzione di
qualunque Stato: al modo, con cui si e leggono, od intendonsi eletti quel
Principe, o que' Magistrati, che hanno da reggerlo, ed alla autorità, che
questi hanno sopra i loro soggerti. Della autorità, che i Re di Roma avessero
soprailorosog getti, non appartenendo punto alla presente quistione, io non
farò parola. Chi deside raffe per avventura d'esserne informato, potrà
ricorrere a Grozio, ed al Cellario ed a que'luoghi degli antichi Scrittori da
essi accennati. Mi volgerò bensì a mostra che Grotius de Jure Belli et Pacis
Chriftoph. Ceilar. Breviar. Antiq. Roman..feff.1.1 elezione: tuttavia
connettendo alcuni luoghi degli Scrittori, e facendovi sopra alcune ri
flessioni, verremo in chiaro, per quanto comportar lo possa un si rimoto
secolo, di quelle consuetudini, le quali, secondo c h e io stimo, tenevano
luogo presso i Romani di leggi fondamentali. per quanto raccoglier si poffa
dalle scarse notizie di quella età il Regno di Roma piuttosto elettivo, che
altro chiamar li dee. re, 1 E 03.120. ma E prima di tutto, le dalla
qualitàde'Re, i quali fuccedettero l'uno all'altro, si può ricavare alcuno
indizio, certa cosa è, che in que'sette Regni mai figliuolo non succe dette al
padre, che anzi tutti furono di di verle famiglie. Non parlo di Tarquinio il
Superbo, il quale non per giusta strada, m a colla forza, e per mezzo delle
scelleratezze giunse al Trono, a cui mai sarebbe in al tro modo pervenuto.Veda
adunque l'Au tor noftro, se dalla elezione di Anco, che nipote era per via di
una figliuola di N u che non subito dopo il Regno dell' Avo,ma dopo quello
diServioTullioasce se al Trono, inferir se ne possa, che piut tosto pendesse ad
essere successivo il Regno di Roma. Che se Tarquinio Prisco allonta nò da Roma
i figliuoli di Anco nella ele zione del nuovo Re, la qual precauzione egli
s'avvisa dimostrar, che vantassero que sti giovani diritto al Trono,si vuol
notare, che tutto facea per li figliuoli di Anco,per muovere i Romani a
conceder loro il Regno, e tutto era contrario a Tarquinio. Erano i primi
discendenti da N u m a figli uoli di Anco Principe, che congiunto avea le più
belle qualità de'suoi antecessori, o n de è detto da Livio uguale a qualunque
de' pal. g 2 Pa LIVIO. Medium erat
in Anco ingenium,& Numae, et Romuli memor. Id. ibid. Cap. 14. n. 35.
Cuilibet fuperiorum Regum belli ) Dionyf. Halic. Lib. III, pag. 184. 1
Too passati R e nella gloria delle arti
sia di Sequitur jactantior Ancus Nunc quoque jam nimium gaudens popu laribus
auris. Uno di questi poi secondo Dionigi già era alla pubertà pervenuto.Laddove
Tar quinio oltre ad essere straniero essendo stato dal morto Anco fuo fingolar
benefattore d e ftinato per tutore a'suoi figliuoli, la qual cosa fece per
avventura, lusingandosi, che avrebbe egli tentato ogni modo di aprir loro la
strada al Trono,nè per gratitudine questo dovendofi fupporre ignoto a' R o m a
ni, certa cosa è, che eravi ragion di teme re per lui di non poter ottenere il
suo in tento, quantunque il Regno fosse elettivo, se i figliuoli di Anco
avessero potuto chia marlo, esponendo a' Romani i meriti del paces che di
guerra, e quello, che è più grandemente amato dal popolo,secondo che disse
Virgilio in que'suoi versi, ove più da Storico, che da Poeta favella.
pacisque,& artibus, et gloriapar. Virgil. Aeneid. Padre loro, la di cui
memoria era ad effi si cara. Sapea benissimo l'astuto, ed a m bizioso Tarquinio,
qual impressione far p o tea nel popolo l'aspetto de' giovani Princi pi, ed il
rinfacciargli, che avrebbono fatto la sua ingratitudine. Temè pertanto la pre
senza loro giustamente, e trovò m o d o di allontanarli da’ Comizj. Dal fin quì
detto chiaramente risulta, che non ostante i pregj, che vantavano i figliuoli
di Anco, essendo stati esclusi dal Trono, a cui quantunque per molti motivi
gliene dovesse esser chiusa la strada, fu innalzato Tarquinio, ben lungi
dall'inferire da questo allontanamento, che nella elezio. ne del R e i voti
stessero ordinariamente per la ftirpe Reale, 'avendo un tale allontana mento
bastato ad escluderli, se ne dovea a più buona ragione dedurre, che i Romani
niun riguardo avessero al sangue Regio nella elezione del Re loro. min, Alienum
quod exaétum: alienioremquod ortum Corin tho:faftidiendum quod mercatore
genitum: erubefcendum quodetiam exule Demararo narum patre, VALERIO MASSIMO, Ma
veniamo ora con testimonianze degli Storici a dimostrar maggiormente il diritto
de'Romani nell'elezione de’ re loro, eco.. g3 ininciando da Livio: Servio
Tullio, dice questo Storico, avvegnachè foffe coll'uso al possesso del Regno,
tuttavia perchè sa peva, che il giovane Tarquinio andava dif ieminando esso
regnare senza ordine espres so del Popolo, conciliatosi il buon voler della
plebe col distribuir certe terre tolte a’ nemici, fi arrischio di porre in
deliberazio ne a'Romani, fe volevano, ed ordinavano, che regnasse o no, e con
tanto general c o n senso, con quanto per lo innanzi alcun al tro giammai Re fu
dichiarato. Ove è da notare,che Tarquinio il Superbo per farsi strada al Trono
non vanta già i suoi diritti come figliuolo di Re, nè taccia Servio di
usurpatore, perchè coll'occasione di a m m i nistrar la tutela di lui era
giunto al Princi pato, m a dice, che fenza espressa elezione del popolo Servio
Tullio governava il R e gno: e Servio per dileguar que'rumori,non risponde già
non essere un tal consenso n e cessario, ma, assicuratosi prima dell'affetto
quam jam ufu haud dubie Regnum poffederat; tamen quia interdum jactari voces
LIVIO Serviusquam del a juvene Tarquinio audiebat fe injusu populi regnare,
conciliata prius voluntate plebis, agro capto ex hoftibus viritim diviso, aufus
eft ferre ad populum, vellent juberentne fe regnare: santoque consena fui,
quanto haud quisquam alius ante, Rex eft declarcius; # Questo è
quanto dice Livio lo Storico, di cui l'Autor nostro maggiormente si pre gia; m
a per dare a vedere con alcun altro Scrittore la verità medesima, a chi della a
u torità del solo Livio non si volesse appaga consideriamo c o m e parla lo
ítesso S e r vio presso Dionigi per difendersi dalle accu fe di Tarquinio:
mentre io era disposto (ei dice adunque a Tarquinio ) a rinunciare il Regno i Romani
mi trattennero, sulqual Regno essi hanno diritto, e non voi altri, o Tarquinj;
quindi prosegue: siccome al vostro Avo (cioè a Tarquinio Prisco ) fu dato il
Regno, quantunque estero, ed alie nisfimo dalla cognazione diAnco, sprezzati i
figliuoli di Anco non fanciulli e nipoti, m a nel fiore dell'età loro, nello
stesso modo a m e f u concesso, perchè il Popolo Romano non un erede del Padre
metre algo verno della Repubblica, ma un personaggio veramente degno del
Principato. Tutto questo vien confermato dalla con g4 'del popolo, pone
in deliberazione a’Romani, le volevano, che seguitasse a reggerli, cose tutte,
che l'autorità del popolo nella elezione de'Re appieno dimostrano. dotta 1 re,
(in) Dionyf.Halic. dotta di Tarquinio Prisco verso i figliuoli di Anco; chi si
vorrebbe dare a credere, che un uomo cosi accorto avesse commesso tale
inconsideratezza di lasciar dimorare in Roma questi Principi, e non proccurare
di al lontanarli per destro modo da quella Città se avesse loro usurpato il
Regno? Bisogna credere, ch'ei s'avvisasse dinon esser reo d'ingiustizia veruna
contro d'essi, non altro avendo fatto, se non usare una destrezza per ottener
dal Popolo una cosa, di cui questo poteva liberamente disporre. Vero è, che sia
Anco Marzio, fia Tare. quinio Prisco, destinando per tutori de'pro pri
figliuoli personaggi, i quali doveano ef sere per ogni ragione ad elli tenuti
grande mente, si lusingarono, che questi proccurasse roa'lorofigliuoli
quelRegno, cheime desimi procacciarono per fe, servendosi per l'appunto del
credito acquistatofi penden te il governo de'benefattori loro. M a que sta cura
medesima, ed il non aver sortito l'effetto desiderato da que’ due Re, dimo-.
ftra vie più il poco riguardo, ch'avea il Popolo Romano al sangue Reale nelle
ele, zioni de’nuovi Principi. Del resto, se da quel general ritratto de?
costumi de'Romani di que'tempi, che racs Troppo parrà a taluno, che
dilungato mi fia in questa materia, la quale in vero non avrei trattato così
ampiamente, se non mi fosli dato a credere, che anche prescinden Montes Esprit
des Loix LIVIO cogliesi dalla Storia, si può trarre qualche congettura, essendo
propria di popoli rozzi peranco e semibarbari una costituzione in forme di
governo, non è da credere, che la successione al Trono di padre in figliuo lo
stabilita fosse tra esli, essendo questa frut to di secoli più colti, e per
recar finalmen. te la testimonianza di qualche moderno Scrit tore ', che questa
verità abbia riconoíciuto, basterà per tutte quella del Montesquieu, il quale
asserisce chiaramente e fuori di verun dubbio, che il Regno di Roma era
elettivo. Veda adunque l'assennato lettore, se la SPERANZA di lasciar figliuoli
atti al Regno allamorte fua era tanta da muover Anco a tor moglie assai per
tempo, e se anche c o n cedendo tutte le conseguenze, che da que Ro matrimonio
cosi per tempo contratto ne deduce il nostro Autore, le quali altri forse non
avrebbe alcun ribrezzo a negare il fon damento, che a queste ei pose,
siastabile, e fermo fufficientemente. do do dalla nostra quistione, non
sarebbe per avventura riuscito discaro il veder posto in pieno lume untal
punto. Tempo è ora, che veniamo al Regno di Tarquinio Prisco. Se de'Regni di
Tullo Ostilio, ed Anco Marzio toccò per così dire soltanto alla sfug gita il
nostro Autore, di troppo più forti r a gioni fi crede afforzato per accorciar
la d u rata di quest'ultimo. E qui debbo di nuovo avvertire, che l'essersi egli
appagato degli scarsi racconti di Livio, e il non aver rivolto l'occhio a quel
lume, che mena di ritto per l'oscuro calle di que' primi tempi di Roma, voglio
dire a Dionigi, è stato cagione dell'aver egli ritrovate ripugnanze, che non vi
sono. Strana a lui pare, per istringere le sue ragioni in breve,la disfimu
lazione de' figliuoli di Anco, che per tren totto anni aspettarono luogo e
tempo vendetta, e vendetta ei dice eseguita contro un usurpatore del Regno in
pregiudizio loro, avvegnachè fosse itato instituito tor di essi dal Padre
medesimo. E d'altra parte a lui pare, che troppo grande disdet ta sia stata la
loro, che di tanta dissimula zione dopo aver indugiato intino alla età di
cinquant'anni ad operar quel fatto, non ne abbiano colto frutto alcuno alla tu.
tuttociò essendo cona rimasi esclusi dal Trono. per altro grido di
accurato nel raccogliere i fatti descritti dagli Antichi, e il di cui difetto
non è la brevità, cioè, ch'essendo stato ucciso il famoso Augure Accio Nevio colui,
di cui si racconta il prodigio vero o supporto della cote tagliata col rasojo,
i figliuoli di Anco attribuirono questa uccisione a Tarquinio, fia perchè,
essendo il R e entrato in pensiero di far m u tazioni nelle leggi, temeva non
gli dovesse di Ma se avesse egli consultato Dionigi, avrebbe veduto, che
vero è bensì aver in terposto i figliuoli di Anco trent'otto anni tra la
ingiuria, e la vendetta in questo fen fo, che potessero recate ad effetto le
loro crame, ma vero poinon è, che in questo frattempo questa medesima
scelleratezza altre volte macchinato non avessero,laqual cosa non sivenne a
sapere,se non dopochè eb bero eseguita quella tragedia: Chiaramente in farti
asferisce Dionigi, ove narra la morte di Tarquinio, che coteíti figliuoli di
Anco più volte aveano tentato di togliergli la vita, che anzi aggiugne questa
partico larità, omeffa da uno Storico moderno, il quale ha Dionyf. Halic. Rollin
Hift. Rom. di nuovo efier contrario questo Augure,coa m e altre volte
trovato lo avea, sia perchè egli non fece le necessarie ricerche per stato
a 1 conoscere, e punirne gli uccisori. Riconci liolli Servio Tullio con
Tarquinio, ma avendolo ritrovato facile al perdono, dopo tre anni il messero a
morte nel modo, che de scrive Livio. Dirà taluno non esser da cre dere, che
abbia Tarquinio sì facilmente p e r donato un tale attentato a'figliuoli di
Anco; m a forse vero era ciò, di cui l'accagiona vano, e se ne avesse mostrato
risentimento, avrebbe dato peso all' accusa. Del rimanen te è da credere, che
note non fossero a Tarquinio le antecedenti macchinazioni, perchè dicendo
Dionigi unicamente a proposi to di quest' ultima, che lo ritrovarono fa cile al
perdono, dimostra, che le altre giun te non erano a cognizione di lui; onde
cagion di quella accusa, ben avesse egli m o tivo di tenerli per malcontenti,
ma non a segno di volergli toglier la vita. ri che allora pre Anzi di più è da
notare cipitarono l'impresa i figliuoli di
Anco, quando sividero chiusa lastrada dipoteredopo la morte del vecchio R e,
esponendo i m e riti del Padre loro, procacciarsi il Regno; voglio dire quando
giunto Servio inalto stato presso a Tarquinio, ed instituito tutor
re de' figliuolidilui, vedevano, chequesti amato, e ten Tutto questo succeduto
non sarebbe, se fosse stato, come pensa l'Autor noftro, Tar quinio un
usurpatore, poichè non avrebbo no dovuto tentare tante obblique strade, usar
tanta diffimulazione, ed è da credere, che più facilmente, e più presto
sarebbono forse venuti a capo de'loro disegni. M a già so pra abbiam messo in
chiaro, ch'elettivo ef Tendo ilRegno di Roma ingrato bensi, e sconoscente ad
Anco fuo benefattore non usurpatore chiamar fi può Tarquinio Prisco. Strano
pertanto non dee riuscire che abbiano frapposto i figliuoli di Anco
trentore'anni non già tra l' ingiuria, e la e riverito da'Romani poteva
con tro esli servirsi del credito rante ilRegnodi Tarquinio.Fecero per tanto
pensiero di arrischiare il tutto iare, le poteva loro venir fatto con una d i
{perata impresa di far levare il popolo a r u more,presso cui(prestando
fededileggie ri l'uomo a quello, che spera ) stimato a v ranno, potere ancor
molto la memoria del di quel Trono, a cui avvisavano di non poter giugnere in
Padre, e così impadronirsi altro modo. acquistatofi du ma de
deliberazione, che fecero di vendicarsi,m a tra l'ingiuria, ed il vedere
la vendetta loro eseguita non sarebbe questo il solo esempio, che delle
contraddizioni c'instruisca dello spirito umano. Non avete, dice pure egli
stesso A. Disc,milit.Disc.Sopra la Giornata di Maxen. Non fa ora quasi
più mestieri di farmi a dimostrare, che per non aver esli colto al cun frutto
dalla loro lunga dissimulazione, non sidee,come fa l'Autornoftro,negare, che di
trentotto anni stato non zio di tempo, il qual corse dalla morte di Anco a
quella di Tarquinio Prisco. E chi non sa, che moltissime volte non riescono ad
uomini avvedutissimi i loro disegni? Dice pure lo stesso A., che l'efito il
quale importa il tutto innanzi agli occhi del volgo, è nulla innanzi a quelli
del fa vio? E d ancorchè fuppor fi volesse, che i figliuoli di Anco, i quali
aveano per si lungo tempo con tanta cautela l'affare, non avessero poi usate
condotto le dovute della c o n giura, non farebbe questo, per servirmi di
avvertenze nell'ultimo scoppiar nuovo delle parole di lui in altra sua o p e
sia lo spa tan ra tante volte veduto la medesima nazione, il medesimo
uomo prudentissimo ragionevolisii m o in una cosa, imprudente, ed irragione
vole in un'altra, benchè in ammendue gli dovessero pur esser di regola le
stesse m a l fime, gli itefli principi? Del rimanente chi la, se non si farebbo
no gli uccisori impadroniti del Trono, quan do Servio Tullio, e Tanaquilla non
foliero stati così avveduti, come e'furono? A tutti è noto, che Tanaquilla fece
correr voce, che Tarquinio ancor vivea, affinchè niente si tentaffe di nuovo, e
Servio avesse c a m ро di premunirsi. Onde possiam conchiude re, che nè pure in
questoRegno diTar quinio vi è ripugnanza tale tra i farti, e le epoche, che ci
sforzi ad abbreviarlo. Regni di Servio Tullio, e di Tarquinio E il non aver
consultato Dionigi traffe più volte l'Autor noftro in errore, secondo A. Dialoghi
sopra l'OtticaNeuron, quello, SE Superbo. Dialog. Per venire adunque prima
di tutto alle ragioni, per cui giudica l'Autor nostro d o versi abbreviare il
Regno di Servio Tullio: fu Servio, ei dice, ucciso da Lucio Tarquinio, di poi
cognominato il Superbo, che voleva ricuperare il Regno paterno toltogli d a
effo Tullio, uomo intruso, e dischiattaser vile,e fu ucciso dopo un indugio di
qua rantaquattro anni, il che, segue eglia dire, vie maggiormente pare
inverifimile a chi fa considerazione, che questo Tarquinio era già uomo da
menar moglie, allorchè Servia Tullio divenne Re, ch'egliera dispiritiol
tre quello, che abbiam sopra dimostrato, onde ritrovò irragionevolezze, ed
inverisimiglian ze tali, che stimò doversi di sì lungo trat to di tempo
abbreviar la durata de'Regni de'RediRoma,ilnon aver rivolto lo sguardo a questo
Storico assurdi gli fece rinvenire in questi due ulti mi Regni. Perciocchè in
vero gliere le difficoltà mosse de'cinque primi Regni contro la durata non
avrebbe molte volte fairo mestieri d i mente a Dionigi; m a più difficile
riuscireb be il rispondervi per rispetto ultimi,se non si face fleuso della autorità
di lui. troppo maggiori ricorrere necessaria. a questi due, per iscio 1
che abbrancato Servio nel mezzo della persona lo si portò di peso fuor della
Curia,e gittollo giù perli gradini;ora sea quarantaquattro anni del Regno di
Servio si aggiungono venti circa, ch' eidovea ave re alla morte di Tarquinio
Prisco,verrà ad esser vecchio di sessantaquattro anni, allor chè dimostrò tanta
gagliardía. Questi sono i motivi, per cuistima l’Au tor nostro esser più
inverisimile aver Servio regnato quarantaquattro anni, che Tarqui nioPrisco
trentotto.Già abbiamosopradi mostrato non esser punto contraria a'fatti la
durata del Regno di Tarquinio, ora verre mo a far vedere effer non meno
verisimile la durata del Regno di Servio, che quella non tremodo ardenti,
ed ambiziosissimo,.e v e niva tuttodi stimolato ad occupare ilRegno da Tullia
sua moglie femmina trista fopra ogni credere, e malvagia. Dal che ne c o n
chiude esser m e n o probabile, che Servio Tullio abbia potuto regnare
quarantaquattro anni, che Tarquinio Prisco trentotto. Oltre di questo ei
riflette, che Lucio Tarquinio, il quale vivente Servio Tullio è sempre q u a
lificato giovane, fosse tuttavia giovane, e robusto alla fine del Regno di
quello, la qual cosa egli arguisce da ciò, che fi leg ge, LIVIO Tuumeft.....
non sia del suo antecessore. Desidererei per tanto prima di tutto lapere, onde
abbia r a c colto l'Autor noftro quella particolarità,c h e al principio del
Regno di Servio già fosse Lucio Tarquinio in età da menar moglie. Di questo non
m i venne fatto di ritrovarne parola presso gli Storici, e non mi posso
persuadere, che perchè Livio descriven do le azioni di Servio pone prima di tut
to aver egli date in ispose due sue figliuo le a Lucio, ed Arunte, per questo
abbia l' Autor nostro stimato di poter mettere q u e sti due matrimoni al
principio del Regno di Servio: perciocchè in questo caso ognun vedrebbe sopra
quanto fallace congettura egli avrebbe avventuraro questo fatto. M a quando
pure da Livio ciò ricavar fi potesse, vorrei di più, ch'altri mi sciogliel se
questo nodo, cioè se a tale età già per venuto era Tarquinio Superbo alla morte
di Tarquinio Prisco, c o m e riuscir poffa proba bile, che Tanaquilla con
quelle si eloquenti parole eforti presso Livio Servio Tullio a Servi fi vir es
Regnum, non eorum, qui alienis mani. bus peffimum facinus fecere: erige'te
Deosque duces re. quere, qui clarum hoc fore caput divino quondam circum
Desidererei pure, ch'altri insegnar mi sa pesse ilmodo dicomporre insieme
l'aver Tanaquilla un figliuolo giunto alla luccenna ta età, ed il proccurar,
ch'ella fa il R e gno a Servio piuttosto, che a Tarquinio suo figliuolo. E d
ecco che senza rivolgere al tro Storico, che il folo Livio, dando vento anni
circa a Tarquinio Superbo al princi pio del Regno di Servio, ne risultano in
verisimiglianze grandissime, per toglier le quali altro far non si potrebbe,
che suppor re fanciullo Tarquinio Superbo alla morte di Tarquinio Prisco; il
qual partito essendo a prendere le redini del Regno ancor manti del sangue di
Tarquinio Prisco, e a vendicar la morte dell'uccilo fuo marito, A m e sembra,
che ad una tal vendetta ad ogni m o d o piuttosto ella proprio figliuolo, se
questi già pervenuto era al ventesimo anno dell'erà sua, ed è ben da credere,
che u n giovane Principe nel fior de'suoi anni facesse troppo più m e morabil
vendetta della uccisione del Padre di quello, che fosse per fare Servio Tullio.
fufo igni portenderunt: nunc te illa coeleftisexcitesflama ma:nunc expergifcerevere:&
nosperegriniregnavimus: qui fis non unde natus fis, reputa: Si iua, re subita 2
confilia torpent, at tu mea confiliafequere. animar dovesse il fu quello, Posto
ora adunque, che ancor fanciullo fosse TarquinioSuperbo alprincipio delRe. gno
di Servio Tullio, ne segue, che da lui allevato, non avendo vedute. le
grandezze del Regno dell'Avo, del quale lapea. aver Servio vendicata la morte
collo allontanarne dal Trono gli uccisori, e per ultimo stret to seco lui in
vincolo di parentado, e spe rando di succedere ad un uomo già oltre negli anni
per commettere la scelleratezza che commise, dovettero concorrere questi due
impulsi, vale a dired' avere a lato una malvagia, ed ambiziosa femmina, e d'ef
fer fuori di speranza di poter succedere a Servio Tullio, avendo questi, come
ce ne affi e quello, che toglie tutte le ripugnanze, d altra parte non
raccogliendosi dagli Stori ci, di qual' età precisamente ei fosse alla morte di
Tarquinio Prisco, sarebbe quello, che prendere li dovrebbe.M a non abbia m o
bisogno di congetture, poiché, che Tarquinio Superbo fosse per anco fanciullo,
non figliuolo, ma nipote di Tarquinio Pri sco, chiaramente viene attestato da
Dionigi; il che dovremo di nuovo notar più fotto. Dionys. Halic. re frapposto
qualche indugio, affinchè m a • nifeftamente n o n risaltassero agli occhi i d
e suno 5 che ci dicono gli Storici (e), per potere stringere quel
scellerato matrimonio, fra l'una delle quali, e l'altra avranno p u assicurano
Livio, e Dionigi, fatto pen fiero di rinunciare il Regno, e dare la lic bertà a
Romani. Ma è da avvertire, che forse qualche notabil tempo trascorse oltre il
ventefimo anno del Regno di Servio, innanzi che si congiungessero con quelle
infa m i nozze Lucio Tarquinio, e Tullia: per. ciocchè, fupponendo, che avanti
al vente fimo anno del Regno suo non abbia Servio date le sue figliuole in
ispose a' Tarquinj, ad ognuno è noto, che Tullia moglie era di Arunte, e non di
Lucio, e Lucio a m m o gliato era coll'altra figliuola di Servio, o n de ebbero
a passare per tutte quelle scelle ratezze, litti loro. Credo poi veramente, che
dopo ch' ebbero coronate le commesse iniquità colle nozze, non si debbano per
modo nef h3 LIVIO tani mite tam
moderatum imperium deponere eum inani. mo habuisse quidam Auctores funt, ni
fcelus intestinum li. berandae patriae confilia agitanti interveniffet. Dionyfi
Halic. LIVIO. Dionyf. Halic. che la ragione, per cui finalmente val sero preffo
Tarquinio le persuasioni della sua rea moglie, fu l'aver questi inteso c h e
Servio volea dar la libertà a’ Romani, alla qual risoluzione forse fu egli
spinto princi. palmente dalle malvagità della figliuola, e di Tarquinio. Vedeva
egli benislimo che Tarquinio da lui giudicato indegno del T r o no,appunto
perchè tristo,giàdovea forse essersi formato una fazione di ribaldi pari suoi,
e che dopo la morte di lui o avreb be forzato i Romani ad eleggerlo a Re lo ro,
o pure quando avessero avuto tanto co raggio di eleggerne un altro, prevedeva,
che avrebbe tentato ogni mezzo, ed anche accesa una civil guerra per giungere
al Trono. E d'altra parte Tarquinio Superbo, se con questa risoluzione di
Servio non sifosse veduta tagliata ogni strada, non avrebbe avventurata la sua
fortuna e la sua vita LIVIO. Initiumcura suno passar sotto silenzio i
continui stimoli di una donna, quale si era Tullia, onde a buona ragione abbia
detto Livio (F), che il principio di sconvolgere ogni cosa da una donna ebbe
origine: m a contuttociò io sti me mo, bandi omnia a foemina orium ift
Tolti ora diciannove o venti anni dalla età, che aver dovea Tarquinio il Superbo,
onde venga ad essere di soli quarantaquat sro o quarantacinque anni, e non di
sessan taquattro, quando gittò giù per ligradini della Curja Servio Tullio, non
parrà più in nessun m o d o inverisimile tanta gagliardía. Senzachè io lascio
al giudicio degli assen nati, se, anche concedendo, che di sessan taquattro
anni abbia Tarquinio fatta una tal prova, menandosi allora una vita più dura, e
per conseguente più robusta, ed essendo Tarquinio riscaldato dalla collera, sia
poi cosa da farne tanto le meraviglie.Onde mi pare di potere a buona ragion
conchiudere, medesima come fece, ma servito fifareb be della fama dell'Avo suo
dopo la morte di Servio, che già era oramai pieno di anni per farsi elegger Re
da'Romani, cosa, la qual potea giustamente sperare potergli riu sčir più
agevole, che d 'intraprendere, com ' egli fece, di usurpare il Regno vivente
lui medesimo. Ben vedea, che se tentato avel 1 se inutilmente questo passo di
trucidare il suo Suocero, ed impossessarsi coll'armi del Solio, non gli
rimaneva più speranza alcu na. Non arrischiò adunque iltutto, senon quando si
vide in procinto di tutto perdere. chę ) <che siccome non v'ha motivo di
accorcia. re i precedenti Regni, così nè pure ve ne ha alcuno per accorciar
quello di Servio Tullio. Siamo finalmente pervenuti al Regno dello steffo
Tarquinio Superbo ultimo Re di Roma. La principal ragione, che adduceľ Autor
noitro per abbreviare il Regno di lui, e che abbraccia anche i Regni di Tarqui
nio Prisco, e di Servio Tullio, è questa. A c cadde,ei dice, che verso la fine
del Regno di Tarquinio Superbo, Sefto Tarquinio, e Tarquinio Collatino essendo
a campo ad Ardea, vennero a contesa chi di loro avesse moglie più onefta;
d'onde poi nacque, c o m e ognun fa, il Consolato, e la libertà di R o m a. Ora
questo Tarquinio Collatino a quel tempo secondo le parole di LIVIO era giovane,
e secondo lo stesso Autore era figliuolo di Egerio, a cui Tarquinio Prisco suo
Zio commise la guardia di Collazia Città novellamente acquistara nella guerra S
a Regiiquidem juvenes interdum orium conviviis comeslaf. fionibusve inter fe
terrebant; forte potantibus his apud (fratris hic filius erat ) Collasiae in
praefidio relictus bina, Sextum Tarquinium incidit de uxoribus mentio etc.
LIVIO. bina, e ciò fu verso il principio del Regno di Tarquinio Prisco, il
quale viene acade re fe non prima l' anno centocinquanta se condo il computo
comune della edificazione di R o m a. Convien dire, ei soggiugne, che Egerio a
quel tempo avesse almeno i suoi quarant'anni, fe vogliamo crederlo atto a
Costenere un carico di tanta gelosía, come è quello di castodire una Città, di
nuovo a c quisto, e se vogliamo, che fosse nato, come si h a da LIVIO, prima
che Tarquinio Prisco veniffe a Roma.Ma come può fta re, ei conchiude, che un
uomo di quarant' anni l'anno di Roma centocinquanta avesse un figliuolo'ancor
giovane l'anno dugento quarantaquattro? Cioè quasi un secolo dopo, come non fi
voglia dire, ch'egli avesse fi gliuoli passati i novant'anni, il che merita va
aver luogo secondo lui tra le meraviglie della Storiadi Plinio,non
traifattidiquella di Livio. Pensa adunque l'Autor noftro, che s e vogliamo
ritenere questa discendenza de'Tarquinj, fa mestieri prendere ilpartito di
accorciare i Regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio, e di Tarquinio
Superbo, che occupano il tempo, che è di mezzo tra il figliuolo, ed il Padre.
Molte cose io potrei qui porre sotto )Collariae inpraefidio reli&us.T.
Liv.loc.fupra cita opera ucchio del lettore per isciogliere questa dif
ficoltà, come farebbe il dire, che non sifa precisamente il tempo, in cui sia
stata con quistata Collazia; che Livio Storico non trop po'accurato può esserfi
ingannato nel dire, che già nato era Egerio prima che Tarqui nio Prisco venisse
a R o m a, che la custodia d'una Città non era carica a que'tempi, per
esercitar la quale dovesse u n guerriero effer giunto all'età di quarant'anni:
tanto più trattandosi di un Zio, che una tal c u ftodia commette ad un Nipote:
perciocchè non essendo in quell'età le cose così rego late,come a'dinostri, piùo
sservavasinegli uomini, i quali davano al mestier delle armi,la
bravura,elagagliardia,doti, di cui potea egli molto bene esser fornito alla età
di venti o venticinque anni che non il senno, che a ' n oftr i tempi in un
Governatore fi richiede, per fuppor ilqual sen no ci vorrebbe per avventura più
avanzata età. Potrei dire di più, che se vogliamo Itare alle parole di LIVIO, da
queste nonfi può dedurre, che la custodia della Città sia Itata a lui
principalmente come Capo commesla, ma solamente che fu lasciato di presidio
inquella Città dal Re fuo Zio.Por ter essere finalmente, che questo Collatino
giovane più non fosse, attesochè, per non far parola della poca esattezza di
Livio, questo Storico non dice precisamente, che giovanefosseCollatino,ma
cheiRegjgio vani passavano il tempo in conviti, mentre erano occupati in quella
piuttosto lunga,che viva guerra, 1 gliuolo sotto le quali parole di Regi
giovani può egli aver foltanto intesi i figli uoli del Re, e non Collatino,
quantunque della stessa famiglia, tanto più che dicendo egli dopo,che stando
essibevendo pressoSe sto Tarquinio, ove pur Collatino cenava, cadde ildiscorso
sopra le moglj (k), a me pare, che quelle parole ove pur Collatino cenava,
dimoltrino, che sotto quelle ante riori di Regj giovani non altri abbia volu to
intendere Livio fuor che ifigliuoli di Tarą quinio. M a comunque fiafi di ciò,
s'abbia per nulla il fin quì detto, concedasi essere impossibile, che Egerio
abbia potuto avere un figliuolo giovane al fine del Regno di Tarquinio Superbo.
Sappiasi adunque, che Dionigi crede Collatino nipote,e non fie Forte potansibus
his apud Sextum Tarquinium ubi Collatinus coenabat. LIVIO ) Dionys, Halic.
L'ultima ragione, con cui l'Autor nostro ftudiali di abbreviare il Regn o di
Tarquinio Superbo, e che abbraccia anche quello del fuo predecessore Servio
Tullio, ei la ricava da questo. Tarquinio quando pervenne al Principato, avea
secondo lui sessantaquattro anni, a'quali chi aggiugne i venticinque che si
dice aver egli regnato, troverà, che era questi in età di Ottantanove anni, a l
lorchè fu cacciato dal Regno, la qual par ticolarità posto che vera,n o n
sarebbe stata passata dagli Storici sotto silenzio. Che più, segue egli a dire,
leggeli, che il medesimo Tarquinio parecchj anni dopo che fu c a c ciato di
Roma, combatté a cavallo al L a go Regillo contra il DictatorePostumio, ciò,
che verrebbe a cadere l'anno centefimo circa della età fua, onde ei correrebbe
la giostra c o n un secolo sulle spalle,affurdo, prosegue egli, non punto
diffimile da quello avvertito da Luciano (n), che quella Elena, gliuolo
di "Egerio, ed in questa maniera con un colposolositagliailnodo. 1 i Per
cui l'Europa armolli,e guerra feo, E l alto imperio antico a terra sparse,
LIVIO. Lucian, in Somnio seu Gallo, quando desto quelle si celebri fiamme i n
petto a Paride già fosse coetanea di Ecuba. suo. Lalcio io
qui,d'avvertire, che a Tarqui nio Superbo si vogliono torre que'vent'anni,
iquali,come già sopra abbiam mostrato, gli dà di troppo l'Autor noftro, onde
per dirlo alla sfuggita, non avea egli da mara vigliarsi, che gli Storici
abbiano taciuta quella particolarità, che quando Tarquinio fu cacciato di Roma,
già era pervenuto alla età di oitantanove anni. Quello poi, che tronca ogni
quistione per rispetto alla giornata del L a g o Regillo si è, che Dionigi (o),
ch'egli pure reca in mezzo a questo proposito, e non gli presta fede, riprende
quegli Storici, i quali narrano tal fatto, e dice doversi credere suo figliuolo,
e non lui medesimo esser quello, che fu,ferito com. battendo contro ilDittatore
Poftumio. O v? è da notare che anche facendo il caso, che con sole congetture
si dovesse scioglie re questo nodo, essendovi due mezzi noti al nostro Autore
per togliere l'inverisimi glianza,, cioè o di abbreviare i due.Regni di Servio
Tullio, e di Tarquinio Superbo, o pure di dire non essere stato lui,m a il
Dionyf. Halic. Si dà risposta a
varie opposizioni. Chiaro Hiaro ora resta abbastanza, che le in.
verifimiglianze raccolte dal Conte Algarotti, s'altri le viene minutamente
osservando,non fuo figliuolo quello, che ritrovossi alla giord nata del
Lago Regillo, il nostro Autorem prende piuttosto il primo, cioè quello, che
favorisce l'opinion sua, quantunque a m m e t ter non si possa per modo nessuno,
quando si sa, che Dionigi, il quale avea con tan ta cura studiati gli antichi
Storici Latini, e che se non altro fu tanti secoli più antico del Conte
Algarotti, Dionigi in s o m m a così diligente nel fiffar le epoche, stima più
prudente partito prendere il secondo. La scio ora pertanto decidere da chi
diritto ragiona, se tali fieno i motivi addotti dallo Autor noftro, che si
debba pure accorciare il Regno di Tarquinio Superbo,o se piut tosto,come ioavviso,non
resistanoalla autorità degli antichi Storici, e debbano c a dere a terra come
damento, del tutto privi di fon fon folamente non sono valevoli a mandare
in rovina la Cronologia comunemente ricevuta, m a nè pure hanno forza per
ispargervi fo: pra alcuna ombra di dubbietà,nè efferne cessario ricorrere a
quel suo ripiego di a b breviare pressochè della metà la durata de' sette Regni
per conciliare la giovanile erà di Romolo colle grandi cose, ch'egli ope To, e
l'età di Numa colla sua esalcazione al Trono. Nè secondo quello, che abbia m o
osservato, l' uomo indugia troppo cogli ftimoli della vendetta, e
dell'ambizione a fianco anzi lungo spazio di tempo non ba fta ad estinguerli;
nè quella gagliardía,che trovar non si può nella vecchia età, avvien che vi si
trovi, onde senza negar credenza, com 'egli pretende, a' più gravi Storici
dell' antichità in cosa, in cui tutti convengono, quale si èla duratade'fette
Regni, torna ogni avvenimento (per servirmi delle stesse fue parole in
contrario senso ) nell' ordine naturale delle cose. nolo. 1 Del resto si
dee avvertire, e di fatticre do, che ognuno avrà avvertito quanto d e boli, e
leggiere fieno le inverisimiglianze ed assurdi,dicuiservisli ilnostro.Autore
per distruggere la durata de'mentovati Regni, e venire a confermare il Sistema
Cronologico del suo Filosofo. Quand o altri nes gar vuole la verità di un fatto
attestato da gravi Storici per folo glianze, o contraddizioni, queste devono ef
ler tali, che ammesse per vere il fatto al trimenti fufliftere non pofsa:
perciocchè è legge dellaPoesia,non della Storia,ilnarra re soltanto cose
verifimili. La.Storiaècon tenta di narrar cose vere; e quante cose, a v
vegnachè vere inverisimili ci pajono per una minuta circostanza o smarrita, o
di cui non pensarono gli Scrittori di far menzione,per un costume, per una
legge, per una fog. gia particolare di vivere, di cui come di cose
a'contemporanei loro notiffime, n o n istimarono dover far parola? In s o m m a
molte volte assomigliar potrebbefi la Storia ad una macchina, la qual produca
maravigliosi ef fetti, ei di cui ordigni sieno ignoti. Tali dicono essere i
nostri orologi per rispetto a’cinesi,e noinondirado, inispecieinquan. to
allaStoria, laqual'èo da’tempi,oda? paesi nostri lontana, fiamo nel caso loro.
Ecco adunque,che leguate non fi fossero le inverisimiglianze i m maginate
dall'Autor noftro, sono queste si deboli, che come saette vibrate contro una
motivo d'inverisimi quantunque eziandio di falda armatura, ben lungi di recare
alcuna offesa, offesa, cadono effe medesime infrante a terra, chę E
appunto per iscogliereil nodo, ch'egli benissimo vedea, ch'alori gli avrebbe
potu to mettere innanzi agli occhi, vale a dire per qual ragione egli opponesse
alcuni fatti, in cui discordano gli Storici alla durata di tutti i sette Regni
tolti insieme, ed alla d u rata di ciascheduno in particolare, in cui sono a un
di presso di un medesimo pare re, ei dice, che la memoria de'fattidovet te con
più sicurezza essere conservata dalla tradizione, che non fu da quante volte,
mentre quelli avvennero tornato un Pianeta al medesimo sito del Cie lo; la qual
risposta io non so, se basterà per appagare chi considera alquanto adden tro
nellecose; perciocchè a me pare noti zia non meno importante,e degna di esse re
dalla tradizione, e dagli Scrittori a' p o steri trasmessa il numero degli anni,
che occupòilTrono un Principe,diquello,che fieno molti fatti, a cui presta
l'Autor n o ftro intera credenza. N e aveano i Romani bisogno di troppo fortili
astronomiche culazioni, come pare, ch'egli accennar v o glia, per sapere di
grosso, quando terminal le,eprincipiassel'anno.Ed unaprova, che questa
tradizione del numero degli anni, i essa trasmessa sia {pe ' epoca
di molti de principali fatti, non si sia notato però l'anno preciso, in cui
segui ciascun fatto. Ove è da riflettere che lo stesso noftro Autore dicendo
non ef fere da credere, che gli Storici sapessero quanti anni sieno trascorsi,
mentre andava no fuccedendo i fatti, è forza,che ammet guerra di Romolo
con lo veramente credo poi, che quantunque tenuto fi sia registro non solo del
numero degli anni, che durarono i Regni de'Re di Roma, ma ancora del Regno di
ciascun. R e, e dell ta, che abbia regnato ciascun Re, e per con seguente della
somma di tutti isetteRegni, inratta conservata fi fia, si può dedurre da quella
ammirabile concordia degli Storici nella Cronología, concordia, la qual non si
vede certamente ne'fatti. che non sapesser nè pure l'anno preci fo, in cui
questi avvenimenti seguirono. Ora con questa sua sola concessione viene a ro
vinare buona parte delle ragioni, ch'egli apporta per abbreviare ciascun Regno.
E d in fatti quante volte non fi serve egli di epoche di avvenimenti minuti, e
per lo più; registrati soltanto da un Plutarco, per ritro var ripugnanze
nell'antico Cronologico Sistema, come sarebbe,per recarne alcuno esem pio,
l'epoca della tro e del diverse guerre; tempo Approssimandosi l’Autor
nostro al fine del suo Saggio, reca altra prova contro l'anti co Cronologico
Sistema,e ben sivede,che avendola riserbata in ultimo, ei crede, che dia questa
l'estremo colpo, e il nodo del tutto recida. Questa prova, ei dice, è c a vata
dalle generazioni di uomini, le quali tro i Camerj, che è in Plutarco, l'epoca
del matrimonio di Tazia con N u m a, che trovali presso lo Iteffo Storico, come
anche il precito numero d'anni, che vissero insie m e, il qual pure èri cavato
dallo esatto re giftro, che il medesimo Plutarco ne tenne, per non parlare de
cinque anni nè più nė meno,che avea Anco allamortediNuma e degli anni, in cui
seguirono precisamente della nascita di Egerio, ch'egli raccoglie da Livio. Le
quali epoche tutte oltre all'essere tratte la maggior parte da Plutarco o da
Livio, credulo il primo, Itraniero, e lontanissimo da'tempi,poco accurato
l'altro,non dovea no per nessun modo addursi da lui, come quello, che pretendea
non aver la tradizio ne potuto tramandareepoche di troppom a g gior rilievo,
che queste non fieno, e c h e sono da tutti i più gravi Storici ammesse per
vere. fono i2 sono indicate dagli Autori nella Storia dei R e
diRoma,le qualigenerazionidice,che con vincono di falsa la loro Cronología
quanto alle durate de'Regni. Nella vita di Romolo, ei segueadunque, liha,che OttilioAvo
lo di Tullo Ottilio mori nella guerra contro a'Sabini, la qual fu ne'primi anni
di R o ma,iRegni pertanto,eiconchiude,diRo molo, di Numa, e di Tullo Oftilio
non si stendono più là, che il tempo razioni.Da Numa ad Anco Marzio,ei se gué,
ci è una generazione sola, perchè l' uno era Avolo dell'altro; dal che seguita,
che la generazione tra Numa, ed Anco coincidendo col tempo di Tullo Oftilio, ci
fia l'età di un uomo qualche anno più o meno da Tullo al fine del Regno di
Anco. Onde dal principio del Regno di Romolo allafinediquellodiAncocorrono datre
generazioni. Lucio Tarquinio Prisco, pro legue egli, uno de'Lucumoni
dell'Etruria, viene a Roma uomo maturo sotto ilRegno di Anco, de cui figliuoli
fu instituito tuto re: e però l'età di Tarquinio convenendo con quella di Anco,
non resta che una. e fola generazione tra il Regno di Anco il Regno di
Tarquinio Superbo figliuolo del Prisco. Talchè, ei conchiude, dal
principio di due gene del del Regno di Romolo alla fine di
quello di Tarquinio Superbo fi contano quattro sole generazioni in circa, e non
più. Ora som mando insieme gli anni di quattro genera zioni, che corrono
durante ifetteRe diRo. m a fi hanno cento trentadue anni; poiché una
generazione di uomini trentatré anni. E fommando insieme gli anni di ciascun Re,
secondo il computo di LIVIO, fi hanno d u gento quarantaquattro anni; e vi ha
più di un secolo di differenza tra due risultati, che pur avrebbono ad essere
uguali. D'altra par te facendo, che tocchi a ciascun R e l'uno ragguagliato
coll'altro diciannove anni di Regno, come vuole il Neutone, fi ha cento
trentatré anni, e tra questi due risultatinon corre differenza niuna. di comune
sentimento vengono dati a 9 fSin quì il nostro Autore. Io per rispon dere
a questo lungo ragionamento prima di tutto voglio concedere, che quattro fole g
e nerazioni fieno corse da Romolo insino a Tarquinio Superbo: perciocchè ciò si
riduce finalmente a dire, che durante i Regni dei serte Re, quattro uomini in
tutto il Romano popolo ebbero prole un dopo l'altro di sessanta e un anno. Ora
farebbe poi forse questa impossibilità tale fisica, per cui non i3
fi dovesse più prestar fede agli Storici delle antiche memorie de'Romani?
Ma, suppo sto (quello però, che in nessun modo con cedere fi può che questa
fosse inverisimi glianza tale, per cui sipotesse negar cre denza alla Storia,
s'è forse l' Autor nostro bene assicurato, che, non uscendo da quelle persone,
di cui egli fece scelta per fissare le generazioni, quattro soltanto corse ne
fie no pendente il Regno dei sette Re? Dio nigi (a) attesta pure, che Tarquinio
S u perbo fu nipote, e non figliuolo di Tarqui nio Prisco?Questo accuratissimo
Storico d o po aver fatto parola di molti assurdi, che ne seguirebbono, fe
figliuolo, e non nipote ei fosse di Tarquinio Prisco, fi afforza colla
autorevole testimonianza di Pison Frugi, il qual solo tra gli Storici affermò
questa cosa. Nè mancadiaccennarequello,cheperav ventura fu cagion dello sbaglio:
poichè dice, che dall'essergli nipote per natura, e figli uolo per adozione
fieno stati forse gli altri Storici ingannati. Nè
giovaildire,comefal'Autornoftro, che la contrarią opinione cioè, che figliuo lo
fosse questo Re, e non nipote di Tarqui Dionys, Halic.Hic, L. Tarquinius Prisci
Tarquinii Regisfiliusneposre fuerit parum liquet:pluribus tamen
auctoribusfiliumcreg diderim LIVIO In quanto a Collatino poi, quà di nuovo
addotto dall'Autor nostro p e r confermare il 2 fuo di numerare in quegli
arcaismi come le autorità, contentofli e non si fece a pesarle il diligente
sciando da Dionigi. In secondo luogo, la perder tempo ľ autorità di Dionigi, la
quale, com ' è palese, è molto più da segui re, che non sia quella di Livio,
ben diver sa è la maniera di spiegarsi dei due Scritcori intorno a questo
affare,l'uno ne tocca alla sfuggitą, l'altro vi si ferma, ragiona reca
latestimonianza di uno de'più antichi Storici, e sappiglia a quella opinione,
la quale sia per lo credito, che ha all'Autore fia per, quinio Prifco fu
opinione dei più, ed opi pione abbracciata da Livio medesimo; d o vendosi in
primo luogo riflettere alla manieta, con cui LIVIO s'esprime, vale a dire, che
questo punto era assai all'oscuro, che egli peraltro seguendo i più credevalo
figliuo lo; il che dimostra aver egli benissimo veduta la difficoltà, ma che
non volendo, come sopra abbiam notato lo contesto di tutta la Storia, gli pare
più sicura. is suo Sistema, già sopra abbiamo osservato
raccogliersi dallo stesso Dionigi, che n i pote era, e non figliuolo di Egerio.
Ciò posto ne viene, che senza uscire da quelle persone, di cui egli osservò le
generazioni, non quattro, m a cinque numerar se ne debe bono d a Romolo inlino
a Tarquinio Super bo: onde se aver non si dovea per assurdo tale da negar fede
alla Storia l' essersi ritro vare quattro persone in tutto il popolo Romano le
generazioni, di cui fossero di fef santa e un anno, tanto meno dovrà parer
ripugnante, che cinque susseguite ne sieno, ciascheduna delle quali
uguagliatamente non oltrepassi i quarantanove anni. Dionyf. Halic. que Ma
dirà il nostro Autore, che ad una generazione comunemente si danno soli tren
tatré anni, laonde non si può essere così largo, e concederne a ciascheduna di
queIte quarantanove. Qui mi convien prendere d'alquanto più alto i principi, e
si verrà a conoscere, che quelle generazioni, a cui comunemente fi danno
trentatré anni, o secondo altri tren tacinque,non sono della specie di quelle
osa servate dal nostro Autore. Vediamo adun que quali fieno quelle, a cui
diedero tal nu: mero di anni i Cronologi, e verremo in chiaro, fe tali fieno le
osservate da lui. La Cronologia, come tutte le altre facoltà,dee seguir la
natura, come maestro fa ildiscen te, per dirlo alla Dantesca, e pure è che
collo.Specularvi sopra molte fiate,in luo go diavvicinarsiaquellaaltrilafugge,e
gli ultimi passi sono quelli c h e riconducono a lei nella vero, L e
generazioni pertanto, che fiffarono i Cronologi circa a trentatré anni, sono
quelle, che generalmente si osservano in un lungo spazio di tempo nella maggior
parte famiglie di una nazione; laonde, fe fiof servano in una sola, o poche
famiglie, a n che per lungo tempo questa osservazione, non è più fattasecondo
la regola, che general mentela maggior parte abbraccia:percioc chè, se nella
maggior parte delle famiglie sono uguagliatamente le generazioni di tren tatré
anni,potrebbe succeder benissimo, che fi ritrovasse una famiglia, od anche
diver se, in cui queste foffero o più lunghe, più brevi. Se poi non si
osservassero in un lungo spazio di tempo, riuscirà ancor più agevole il
ritrovarne. M a le generazioni, di cui servifli il nostro Autore, nè corsero
delle - nella maggior parte delle famiglie, nè in lungo tempo, anzi
nè pure in unasola fa miglia, essendo composte di diverse perso ne d i varie
famiglie. Certamente se si fa un Cronologo ad osservare per tal modo le
generazioni, ben tosto fisserà la regola ge nerale di queste a settanta e più
anni, per chè in un notabil tratto di paese popolato iopenso,chenon
passisecolo,senzachèfi veda uno, o forse più uomini, che di tale età hanno
prole. Lo sbaglio in somma d’A. consiste nello aver presa la regola d a quello
che suole generalmente avvenire, gli esempj da ciò, che in pochi succede, ed
aver pensato, che que'casipar ticolari sotto la general regola cadessero, onde
la Cronologia degli Storici delle cose de? Romani sottoi R e s'opponesse a
quella legge, che osservaro aveano nella natura i più periti Cronologi. Nel che
quanto sia a n dato lungi dal vero credo d'aver fatto ba ftantemente palese.
Due ragioni reca ancora finalmente l'Au tore in difesa del Sistema del Neutone,cui
è necessario rispondere innanzi di por fine a quelte nostre osservazioni. La
prima fiè, che tal Sistema discolpa Virgilio esattissimo Poeta, ci dice, da
quello anacronismo i m putatogli
volgarmente per conto de'tempi, in cui vissero Didone, ed Enea. La secon da,
perchè giustifica quella comune tradi zione tenuta in Roma, che N u m a foffe
fta to uditor di Pitagora. Ora per rispondere alla prima, questa. ammetter fi
dovrebbe senza dubbio veruno qualora fosse stato Virgilio tenuto a soddi sfare
alle leggi della verità storica;ma non fa mestieri ricordare, che da tali leggi
sciolti sono i Poeti.Raro è quel vero, che non abbia bisogno del finto per
aggradire ai più, e se non inftillano virtù, col dilet tare mancano i Poeti al
principal fine dell' arte loro; tanto più, che fecondo quello che pensa il
dotto P. dellaRue (d),non per ignoranza delle antiche Storie, m a per dar
ragione de'famosi odj, i quali si lungo tempo fra' Cartaginesi, e la Nazion
suam durarono, e per introdurre quel patetico, che tanto piacque, come ce ne
assicura OVIDIO, a'suoi contemporanei, e tanto è degno di piacere ad ogni età,e
ad ogni popolo, non ebbe difficoltà di commettere (4) Ruaeus in not. ad.
VIRGILIO .Aeneid. quell'OVIDIO Trift. Eleg. Nec legitur pars ulla magis
de corpore toto. Quam non legitimo foedere junétus4 mor,
quell'anacronismo. S'aggiunga, che
que ito anacronismo non era tale che facil mente potesse venire scoperto dalla
comune de'Leggitori, da'quali soltanto balta, che non vengano scoperti gli
errori storici dei Poeti: perciocchè correa fama fecondo A p piano, che
Cartagine fosse stata fonda ta alcuni anni avanti all'eccidio di Troja da una
colonia di Fenici, presso i quali poi ricoverossi dopo lungo tempo Didone, del
che non lascia Virgilio didarne qualche cen nei? Appian. apud Ruaeum cit.
loc. no, > onde trattandosi di tempi assai lontani dalla età di Virgilio,
questo rumore basta va per render tale la finzione, che non fof se la verità ad
un tratto conosciuta,e vinta a terra cader dovesse la invenzione di lui. Ma
abbreviando della metà iltempo,che durarono i Regni de'Re di Roma viene forse a
nulla cotesto anacronismo? E che fa rebbe, se il nostro Autore inutilmente ado
perato fi fosse, e che anche togliendo pref so che la metà degli anni dalla
somma di tutti quelli, che corsero sotto a'Regni dei fette R e, non si venisse
con questo a ren der probabile in alcun modo, che Enea, e Didone potessero
essere stati contempora Tre secoli e più corsero,secondo gli an
tichi Scrittori, dall'incendio di Troja alla fuga di Didone, come osservaron o
il dotto Petavio, e l'erudito Commentator di Vir gilio della Rue: ora da
trecento e le dici anni (che tanti ne corlero fecondo il Petavio dall'eccidio
di Troja alla fondazion di Cartagine ). togliendone cento e undici, come piace
all'Autor noftro,vale adire facendo venire Enea in Italia cento undici anni più
sardi, rimangono nulladimeno d u gento e cinque anni di svario. Laonde é chiaro,
che nè VIRGILIO abbisogna della di fesa del nostro Autore, nè, quand' anche ne
abbisognasse, sarebbe questa bastante per do Petav. Rationar. tempor. Cartagofundata
dicitur anno posttemplum incoatum qui est annus poft Trojanam calamitatem
Ruaeus loc, supracis. te svanire l' anacronismo da lui commesso. fa nei? Sia adunque egli pur certo, che cote fto
fuo ripiego nontoglie, ma soltantosmi nuisce l'anacronismo di Virgilio; che
anzi questo rimane peranco maggiore di due le coli. N è soltanto vuole il Conte
Algarotti, che fia alla più esatta verità conforme ciò,che si legge in un
Poeta, purché in alcun m o anno > che comunemente credefi
centesimo undecimo dalla fondazion di Roma, alprin cipio del Regno, di cui già
dovea effer giunto Numa al quarantesimo primo della età fua (se pur vogliamo
seguire ical coli dell'Autor nostro, il quale dando diciannove anni circa di
Regno a Romolo faprincipiare il suo Regno aNuma giàvec chio di sessant'anni ),
e fissando d'altra p art, come già sopra abbiamo osservato, le condo la mente
di lui, la venuta di Pitas gora anno soli do favorir possa il suo Sistema; ma
preten de eziandio, che maggior credenza prestar fi deggia ad una popolar voce,laqualtor
na in avvantaggio della opinion sua che a'più rinomati Storici dell'antichità.
Già abbiamo sopra veduto il suo parere circa all'essere stato Pitagora
contemporaneo anzi Maestro di Numa, ora adunque a confer mare vie più ilsuo
Sistema, lorecadinuo vo in mezzo quasichè ridondar debba in avvantaggio di
questo il porgere, che fa fa vorevole interpretazione ad un a tale popolar voce.
Avendone però già altrove fuffi cientemente favellato, non mi resta altro da
aggiugnere, se non che, anche fiffando il principio del Regno di Romolo secondo
lo intendimento del nostro Autore, a quello Queste sono le riflessioni, le
quali, fecon do quello, ch'iopenso, chiaramentedimo streranno, che A. cadde
trat to dal suo Filosofo in errore. Se parranno per avventura troppo più lunghe
di quello, che neceffario fosse, gioveràin primo luo go considerare, che
bastano poche parole per mettere una cosa in dubbio, m a effer forza per
iftabilirne la certezza ricorrere a' principi, onde riescono sempre le risposte
più lunghe delle opposizioni; in secondo luogo, c h e ho stimato dovermi
fermare alquanto in torno a certi punti, i quali oltre allo influi re nella
materia, che per me trattar fi do vea, poteano essere forse non del tutto inu
tili per chiarir la Storia di quella prima età di Roma. Che gora in
Italia circa a quello anno, che giu dicasi dagli Storici dugentefimo quarantesi
moquarto diRoma, virimaneciònon ostan te un anacronismo di cento trentatré anni
tra la venuta di questo Filosofo in Italia, ed il tempo, rendere in cui
Numa-già era perve anno della età sua; o n de il Sistema del Neutone non può nè
pure nuto al quarantesimo Pitagora, e Numa contemporanei, come non può
affolvere Virgilio te dall’anacronismo interamen di Didone, e di Enea. Che
se,come fpero,mi è riuscitodifar vedere l'inganno del Conte Algaroiti, sarà
questa una novella prova di quanto sia in tralciato il cammino del vero, quanta
1 sia connesso, ed unito l'errore: collo inge gno umano, poichè gli uomini
fommi non tralasciando desser uomini, in tutto spogliar non se ne possono. La
più bella discolpa del resto che addur si possa in difesa di lui, îi è il dire,
che fe pur s'ingannò, s'ingan nò seguendo un Neurone. L'opinione del Newton fu
sostenuta in Italia dal conte Algarolti in un suo saggio sopra la durata de're
gni de'Re di Roma,scritto nel 1729,cioè due anni dopo la morte di Newton e un
anno dopo la pubblicazione del libro di lui!.Ora,in questo suo saggio
l'Algarotti lascia poche censure intentale contro la cronologia dei primi due
secoli e mezzo di Roma,procurando di provare in particolare come non fosse
succeduto davvero ciò che per una ragione generale il Newton aveva affer malo
che non era potuto succedere. Ilsuo fondamento è soprallulto Livio; e in
secondo luogo Plutarco, non 1Ilsaggio d’A. si trovanelvol.IV dellesueopere
(Cremona), Ma laristampa chequivi n'è fatta non è in tutto conforme
all'edizioni anteriori,delle quali ioho la seconda, Firenze presso Bonducci; e
dico la seconda perchèl'editoreinunaletteradidedica all'illustrissimo sig. Serristori
chiama questaunari stampa,e nonpuò esservistata, se non una sola edizione
prima, perchè una lettera d’A a Zanotti, che precede il saggio, è del 24
dicembre 1745, e da essa appare che il saggio non fosse stato stampato prima.
In questa lettera A. dice appunto di averlo scritto oramai sedici anni
passati,quando dava opera alla Cronologia sotto la scorta di quel lume vero
d'Italia, Eustachio Manfredi, e che non vi avrebbe più riguardato, se voi nonmia
vesteeccitatoain andarlovi come fate»; e se n'era distolto, perchè « distratto
da mille altre cose, e gli pareva,che non fosse da moltiplicare in iscritture e
in istampe intorno a cose già trattate,benchè in modo diverso dal mio.» Que gli
il quale aveva trattat a questa, era un Inglese di cui non dice il nome,ma di
cui gli aveva dato notizia,in un suo viaggio in Inghilterra, Condui t, erudito
gentiluomo inglese ed erede del Newton, quello stesso che ha scritto una
lettera di dedica alla Regina, messa avanti alla Cronologia.Lo scritto
dell'Inglese doveva esser pub blicato in fronte d'una storia Romana. Non so chi
fosse. E. M a n fredi scrisse gli « Elementi della Cronologia con diverse
scritture appartenenti al Calendario Romano. Sono pubblicati in Bologna Egli accetta
la datavarron della fondaz. di Roma, LAMONARCHIA. riferendosi a Dionisio
mai; anzi confessando di non avere lello se non i due primi. Ora,ilsuo assuntoé
che i fatti che LIVIO racconta dei Re,non s'accordano col numero d'anni che
questi, secondo lui stesso, avreb. bero regna lo. Il ce prova, mostrando per
Romolo, quanta parte del suo regno resti vuota di avvenimenti,e quanta
sial'inverisimiglianza, che, a17anni, ch'è l'etàincui si dice cominciasse a
regnare, desse già segno di tanta prudenza civile e virtù di guerriero, quanta
gli se ne attribuisce; per Numa,che dovesse,poiché eletto per la fama sua e per
avere avuto in moglie Tazia, essere asceso sul regno a sessant'anni; per Tullo
Ostilio ed Anco Marcio, che dovessero aver avuto più breve regno, di 32 anni il
primo, di 24 il secondo, se dev'es. sere vero, che i figliuoli di queslo, il
quale aveva, a detta di Plutarco, cinque anni alla morte di Numa, non fossero
ancora maggiorenni alla sua,cioè quando Anco avrebbe avuto sessantun anni; per
Tarquinio Prisco, che non può avere regnato trenlolto anni, se dev'essere stato
ucciso per opera de'figliuoli di Anco, attentato da giovani, ancora freschi del
torto ricevuto, e non da uomini di cinquant'anni quanti ne avreb bero avuto
alla morte di Tarquinio dopo cosi lungo re gno, anche supposto che non ne
contassero se non soli dodici alla morte del padre; per Servio Tullio,che a i
Cosi dice nella lettera allo Zanotti, secondo sta nell'ediz.; ma non è ripetuto
in quella dell'edizione,che è variata anche in altri punti. E di fatti in
questa seconda edi zioneècitato Dionisio,,permostrare come questi, accor
gendosi dell'impossibilità, che Tarquinio Superbo assistesse egli stesso alla
battaglia del Lago Regillo, vi fa invece assistere il figliuolo Tito.Però, anchecosi,
lostudio d’A. resta,come prima, poggiato tutto sopra Livio e Plutarco.
dargli quarantaquattro anni di regno, Tarquinio Superbo, il quale era già ingrado
dimenar moglie al principio diquello, non avrebbe potuto a sessantaquattro anni
opress'apoco ucciderlo nel modo che si racconta; per Tarquinio Superbo
infine,che Tarquinio Collalino non avrebbe potuto essere giovine alla fine del
regno di lui, poichè egli era figliuolo di fratello,se il suo cugino avesse
avulosessantaquattro anni al principio del regno stesso; e che, se questi
n'aveva tanti allora, n'avrebbe avuto ottantanove, quando su sbalzato dal
trono, e cento alla battaglia al Lago Regillo dove avrebbe combattuto a ca
vallo,e sarebbe poi morto, si può aggiungere, di cento trèanni. Sicché
l'Algarotti crede che questi regni si debbono accorciare lulti, se la storia di
ciascun Re si deve accordare colla duratadel regno.E di quanto biso gni
accorciarli, egli lo trae da un'altra considerazione, cioè dal numero di
generazioni, intervenule durante la monarchia. Queste,egli dice, non poter
essere state se nonquattro:poichèiregnidiRomolo, diNuma ediTullo Ostilionon
siestendono più di due generazioni, stante ché Ostilio,avolodi quest'ultimo, è contemporaneo
di Ro molo; un'altra generazione richiede il regno di Anco, che è vissuto la
maggior parte di sua vita durante il regno di ullio; ed un'altra, i regni di
Tarquinio Prisco. di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, poichè il primo
ha del pari vissuto la maggior parle di sua vita durante il regno di Anco.
Sicché contando ciascuna generazione per trentatré anni,la durata della monar
Chia sarebbe stata di centotrentadue anni,e ne tocche rebbero a ciascun Re,
l'uno ragguagliato con l'altro, diciannove. Sopra la durata de'Regni DE
RE DI ROMA. Gli è una neceffaria conse guenza delSistemacronolon gico del
Neutono abbrevia re considerabilmente i regni de' sette Re di Roma, a ciascun
de' quali agguagliatamentegli Storici danno trentacinque anni di regno, mentre
il comun corso di Natura secondo le offervazionidel Filosofo, non ne concede
loropiù di diciot to o di venti. La qual conseguen za separesse stranaad
alcuno,pur dovrà meno parerlo a chi risguar derà, che gli Archivi di Roma
perirono dalle fiamme nel tempo che Ma noi (chiarati anco in questa parte dalle
of (1) Plut, in Numa in principio p. 59.ed. Grecolat, Francofurti. 16 che
i Galli occuparono quella Cita tà(1),onde gliStoricinonebbę. ro dipoi alrro
fondamento di quel lo scriveano, se non se la tradi zionevaga ed incerta,ch'era
ri masa delle cose passate Talmente che ritenendo esli i nomi de'Re e
registrando le azioni di quelli che tuttavia duravano nella m e moria degli
uomini, fecero una Cronologia a modo loro. E questa Cronologia allungandola più
del dovere, poterono in quella incer tezza fatisfareaquelnaturale ap
petitocosidelleFamigliecome del le Nazioni, di cacciar le origini l o r o il pịù
in dietro che posso none l la caligine del tempo.Come Livioscrivechenonera
ra.DanteInf.29: offervazioni del Neutono,possiamo rimettere le cose al
debito ordine nella serie de'tempi, e ciò fare mo non in altro modo che aflog
gettando i Re di Roma a quelle comunileggi diNatura, alle qua li ubbidiscono
nelle Tavole cro nologiche tutti gli altri Re della Terra.Pur nondimeno questa
par cosa duraa molti che si debba f r a n ger,dicono efli,l'autorità di Sto
ricichenonerrano(1),echevo gliano uomini di jeri giudicar m e glio degli
antichi di cose passate tantisecoliavanti.A questiioin tendo di ragionare;e
perchè ilN e u tono nella fua Cronologia non fa al tro che accennare così in
generale la detta quiftione, io intendo d i fputarla con alcune particolari
ragioni,e quefte derivate appunto da quegliStorici,dell'autoritàde' quali
e'fanno sì gran caso, e maffi-. me daTitoLivioPadre diRoma na Istoria.Nel che
io mostrerò, che avolerritenere ifattida efio lui riferiti, egli è forza
rigettar le epoche da esso affegnate 'a quelli, come non sivogliaammettere(che
niuno ilvorrà) certe irragionevo lezze da non ammettersi,che na scono da'suoi
raccontimedefimi, e da quella sua Cronologia, E prima diognialtracosa io
metterò innanzi una Tavoletta de' regnidiquestiRe distesagiustal'
oppinioncomune la qualeporrà fotto l'occhio in un tratto l'anti co
Sistema,eserviràameglio in tendere ilseguente Ragionamento. Tarquinio Superbo Numa
muore dopo un regno di anni 38 Tullo Oftiliom u o IV.Anco Marziomuo
redopounregnodi anni V. Tarquinio Prifco muore dopo un remgno di anni Tulliomuo
·redopoun regnodi - anni 1 TavolaCronologicade' anni anni RediRomasecondor de'
ab oppiniondiT itoLivio. Regn.Romolo muore Interregnodiun'anno Í è cacciato da
Roma dopounregnodi anni 25 re dopo un regno di anni DOV i. Servio Ba Dove non
sarà fuor di propofi to avvertire quello che avverte lo stelloNeutono comedaltem
poincui la Cronologia cominciò ad ellercertaedesatta,non sitrovain tutta
laStoria pure un'esempio di sette R e, i più de'quali furono a m mazzatied uno
deposto,che ab biano regnato dugenquarantaquat tro anni senza interruzione
veruna. Ma venendoal particolare, e in cominciando da Romolo, i fatti di questo
Principe dopo il ratto del ledonne,primacagione delmet tersi in arme. Nella
Cronol. dellaE furono le guerre contro i?Sabini, che ripeteano le donne
loro, e. leguerrecontroal cuni popoli per gelosia d'imperio. Plutarconedà
l'epoca della pe nul-, diz, Franzese giuri sdizione, laqual Fidene era stata
soggiogata da Romolo innanzi Camerio. Il che ne somministra assai pro α)και την
πόλιν ελών, τοίς. μεν ημίσεις των περιγενομένων εις Ρώμην εξώκισε,τών
δ'υσομερόν- τωνδιπλασίους έκ Ρώμης κατώ κισεν εις την Καμερίαν Σεξτιλίαις
Καλάνδαις.τοσύτοναυτώ περιήν πολιτών εκκαίδεκα έτησχεδον οί κάντι την Ρώμην. nultima
di queste guerre che fu contro i -Camerj, l a quale epoca ca -, de nell'anno
sedicesimo della edificazione di Roma,e del Regno di Romolo. E dopo questa e
gli non imprese altraguerra se non contro iVejenti, chemoslero cono tro i
Romani domandando la resti tuzion diFidere, come di,Città che siapparteneva
alla loro probabile argomento di por questa ultima guerra guerra l'anno
decimofetti mo della edificazion di Roma o là in quel torno, non essendo punto
verisimile che i Vejenti domandaf sero la restituzione di cofa tolta troppo
lungo tempo avanti; tanto più che siccome era rozza.a quei di l'arte della
guerra,rozza altresì era quella de'Manifesti. Stando an Rom. in fine. In Numa
in princip.dunquecosìlacosa,cioè che l'ul tima guerra fatta da Romolo cadel
senel'anno decimosettimo delre gno suo, e facendolo regnare tren totto
anni,comedicePlutarco, ne rimarrebbe uno spazio di ven tun'anno in bianco,
voglio dire tuttopacifico e quieto, e con verria dire che sotto il reggimen
to A queste particolariragionidi abbreviare il regno di Romolo se ne
aggiugne un' altra non meno ftringente tratta da Plutarco, fe condo cui egli
deveaver cominciato diquel Re fosserostatiiRom mani molto più tempu in non in
guerra; il che non accorda punto con quella indole bellicosa che tutti
gliAutori ad una voce danno al fondatore di quello Iinperio. Ne ciò accorderia
pure con quelle pa role che Plutarco mette in bocca á Numa, il quale per
rifiutare il Regno offerto gli dalRomani,dice che si convenia loro un Condot
tierod'esercitoanzicheunRe per cacciare que' potenti nimici che Romolo avea
lasciato loro in sulle braccia. pace che. Plut,in Numa nRom.infine ciatoa regnare in età di anni di cialette,
dacchè egli è morto di anni cinquantaquattro secondoi computi di quello, e ne à
regnata trentotto. Ora come sipuò egli mai conciliare con una età cos sì tenera
quelle tante cose che fa cea costui secondo lo stesso Plutara
co,perlequalisivoleaunaetà più gagliarda, e più ferma?Egli eccellente
ne'consigli e nella civil prudenzá mostrò moltepruovedel suo mirabile ingegno
inoccasiondi trattar co' vicini, attendeva agli ftudidell'artiliberali;fi
esercita vanellefatiche, nellecacce delle fiere,nelperseguitare gliaffaslini,
nel purgar levie da'ladroni,e nel difender dalle ingiurie coloro che
fusleroftati oppressi dall'altrui fu per perchieria:modi tutticheil feceró
crescere in reputazione fra glialtri påstori,e chedebbono fara
locrescerdietàapponoi. Nè lo aver' egli guidato a quel tempo
impresedifficilisfime,lo efferfi fat to capo di un popolo, e lo aver fondato
una Città ne rimoveranno dall'oppinione di farlocominciare a regnar più tardi,
e di accorciare ilsuoregno. tore E da Romolo passando a N u
ma,eglinoncisonomenfortira gioni per abbreviare il regno anco di questo. Io
lascio ftare quella quistione roccata da Livio,e da Plutarco come questo
Legisla Plut.in:Rom. Numap. LIVIO. Ed. Ald..: por Authorem
do&trina ejus quia non extat,alius,falfo SamiumP y thagoram edunt,quem
Servio Tül lo regnante Rom et centum amplius poft annos in ultima Italiæ ora
cir ca Metapontum Heracleamque de Crotonam juvenum æmulantium fta diacatus habuilleconstat.Liv,Ibid.
26 gnan tore potesse essere stato uditor di Pitagora, il quale essendo venuto
inItaliapiùtardiche Numa non cominciò a regnare secondo la co mune oppinione,
ne farebbe Plut,in Numa Pherecides Syrus
primum di xit animos bominum esse fempiter nos:antiquusfane:fuit enim meo
regnante Gentili.Hanc opinionem discipulus ejus Pythagoras maxime confirmavit,
quicum Superbo re fu CICERONE Tusc. Quæft. il regno suo più sotto,
e per conseguente accorciare almeno le durate degli altri cinque regni, che
furonodaesso Numa fino alRegi fugio;della certezza della qual'e pocanonsi dubitadaniuno
lo Jascio, dico,questa quistione,la qua lenon risguarda tanto la durata del
regno diquesto Re, quanto il prin cipio di quello:e vengo a cið che ne
appartienepiù davicino, porre Plutarco ne dice che Numa aveva quaranta anni,
quando gnante in Italiam menisset, tenuit magnam illam Greciam ac. Pythagoras
qui fuit in Italia temporibusiisdem,quibusL. Bru tus patriam liberavit. InNuma
p.62, 28 qua rantatre, la quale ultima cosa ne dice fimilmente Livio..Ma
qui io domando le parrà ragionevole ad altrui,che incosìfrescaetàpo tesseNuma
essergiuntoaquelloe minente grado di fapienza, che fi dice;emoltopiùpoiseparrà
ve risimile, che tenendo egli maslime modi di vivere differenti dagli u fatinel
fuo paese, egli potesse esser salico in così alto grado di re LIVIO fu eletto
in Re di Roma, e che la governò per lospaziodi pu Plut. InNuma Romulus feptem
do triginta regnavit annos. Numa tres a quadraginta - Vedi Plut. in Numa in
princip. Annumque intervallum regni fuit. Id ab re quod nunc quoque
tenet nomen,interregnum appella tum. ld paullo post. Consultissimus vir omnis
di putazione,che lo facesse riverire non solo appo gli stranieri, ma nel
proprio paeseeziandio per così straordinario modo,come narrano; e per recar le
molte parole in u. na, che l'autorità del nome suo. fossetale,ch'ella dovesse
in un subito far ceffare le animosità, e le gare delle parti, che per lo Ipazia
di un'anno aveano conteso in Ro.: m a per lo Imperio Ma egli Patrum interim
animos certamen regni ac.cupido verfa bat etc.
ci LIVIO. Plut.in Numa --- a
y ci è ancora alcuna altra confider1 zione da farsi.Tazio che reggeva
Roma insieme con Romolo,mcf so dalla gloria e dal nome dilui che tantoalto
suonava,selofece genero dandogli per moglie una sua unica figliuola che si
chiama va Tazia. Quando questoavvenif feper appunto nonsilegge;ma
eglièverobensì,che ciðfumol divini atque'bumani juris dito nomine Nume Patres
Romani quamquam inclinari opes ad Sabi nos rege inde fumpto videbantur: t a m
enne que se quisquam, nec fa Etionisfuæalium,nec denique Pa trum aut Civium
quenquam prefer re illo viro auf ud unum omnes. Numa Pompilio regnumdeferendum
decernunt, LIVIO. Plut. In Rom. sua to di buon'ora nel regno di R o molo,dacchè
Tazio muorì prima della guerra co'Fidenati, e co'Cameri,cioè prima dell'anno
see dicesimo del regno di Romolo; e d'altra parte ne racconta Plutarco che
Tazia era morta quando N u ma fu chiamato al regno, e ch'era vissuta con esso
luilo spazio di tredicianni. Dal chetuttofi deeraccogliere,che grantempoa vanti
la morte di Romolo fioriva la fama della fapienza di Numa;e converrià dire,ritenendo
il computo di Plutarco, cheavendo Numa foli venticinque anni,questa fama
fossegiàtanta, che inducefle Tazio Re a dare in matrimonio una Plut .in Numa. sua
unica figliuola a lui uomo privato, il che mostra essere alieno da
verisimiglianza, Diremo per tantoa salvareilvero, cheNuma dovesse avere
sessanta anni almeno quando fu eletto con tanta unani mitàaRediRoma;eciòpofto,
gli staranno molto meglio inbocca quelle parole che periscansarsi da questo
carico gli fa dire Plutarco, qualmente alle condizioni de'Ro mani era bisogno
che laCittà avef seun Re dianimoardente erobu sto, le quali parole più tosto fi
disdirieno che no ad un'uomo di quarantaanni.Postoadunque che Numa, come ragion
vuole,comin ci a regnare vent'anni più tardi che non si crede,> di
altrettanti an ni fi verrà ad accorciare ilsuo re gno in età in
circa di ottantatre anni. gno, dove si voglia ch'egli sia morto come
narrano, sta E per tal modo abbreviando
il regno di Numa, e similmente quello di Romolo, si verrà a render più
probabile la lunghezza del la pace di cui godè Roma a tempo attorniata da
popoli estre mamente gelosidellasua grandezza, come ellaera.Questapace giusta
l'antico computo farebbe dileffan tacinque anni,iqualirisultano dal la somma
de'quarantatre del regno diNuma,daun'anno d'interre gno,e da'ventun'anni
passati da Romolo, dirò così, nell'ozio e nella cessazion dalla guerra; e g i u
C: quel ετελεύτησε δε χρόνον ο σ ο λύντοϊςογδοήκοντα προσβιώσας. Plut,in
Numa. ven di pre 34 itale cose discorse, questapace viene ad
essere di ventiquattro an ni in circa e non più. E da ciò riesce molto più
verisimile, come Tullo Ostilioerededelregno,non dell'arti di Numa, abbia potuto
facilmente rinvigorir ne' Romani la bellica virtù inspirata loro da R o
molo,ecomeabbiapotuto sente combatter con feroci Nazio ni e soggiogarle; il che
di troppo fáriafuordell'uso,e della oppi nion comune se la virtù de' R o
manifossestata(nervatadauna pa c e di fesfantacinque anni. Io non dirò nulla
de' due fuf seguenti regnidiTullo Ottilio,edi Anco Marzio,ilprimo de'qualiè di XXXII
anni, l'altro di Tullus magna gloria bel li regna vitannos duosdotriginta. LIVIO.
Jam.filii prope puberem etatem erant Id. Ib. 35 ventiquattro, se non che
ab breviandogli un tal poco, egli ne parrà piùverisimilequello che di ce Tito
Livio de'figliuoli di Anco Marzio: cioè che alla morte del padre e'non fossero
ancora ag giunti agli anni della pubertà Regnavit Ancus quatuor dig viginti.
Ib.p. 26. a tergo. Anco Marzio aveva cinque anniallamorted iNuma(3):sea cinque
se ne giungano trentadue, e ventiquattro, avremo leffantun’ anno,cioè l'età
d'Anco Marzio allamorte fua;ilqualeavriadova to naturalmente lasciare figliuoli
più adulti, postoche egliavesse regnato ventiquattro anni, e Tul C2 lo annos
Plut. in Numa lo trentadue; e cið perchè seconda ragione,un regio uomo come si
era Anco Marzio e che fu poi Re, dovea menar moglie assaidibuon' ora per
lasciare il regno a'figliuoli nella più ferma età che far fi po tesse. Eniente
farebbe ildire,ch' egliavesle avuto figliuoli maggio ri di età che morisfero
innanzi a lui, e che questa cura del padre di la fciar figliuoli atti al regno
futle del tutto inutile in un regno e lectivo qual sieraquello diRoma, poichè
dall ' una parte egli pare improbabile che dovessero ellere morri in tenera età
tutti i primi suoi figliuoli più tosto, che gli altrs,edall'altrocanto eglisem
bra che si avesse risguardo alla stir pe regia nella elezione del Re. Segno è
di questo, che i Romani chiamarono al regno il medesimo An Ma
Anco Marzio nepote di Numa che Tarquinio Prisco allontand i figliuoli diluida Roma
neltem po de'Comizj C3 do peromnia expertus (L.Tarquinius ) postremo tutore
diam liberis regis testamento insti tueretur Jam filiiprope pube
remætatemerant.EomagisTar quinius instare, utquamprimum comitia regi creando
fierent: qui.. bus indi&tisfub tempus pueros vem natum ablegavit:isque primus
de petisse ambitiofe regnuin et c. LIVIO atergo. Tum Anci filii duo, etfi a n
tea femper pro indignissimo habue rant fepatrio regno tutorisfraude
pulsos:regnare Romæ advenäm non modo civica, fed ne Italica qui demftirpis et c..terg.
e Nel luogo citato. Ma non è già così da passar sotto silenzio il
regno del medesi mo TarquinioPrisco successoredi Anco.Ne viene costui rappresen
tato come usurpatore del regno, secondo che disli, a' figli di quello, de'quali
egli era stato istituito tu tore dalpadre. Egliregna tren totto anni,e vien
finalmente ammazzato per opera degli stessi fi gliuolidi Anco vaghidi ricuperare
il regno paterno tolto loro dalla frande dell'uomo straniero. Nel che Sed
injuria dolor in Tarquininın ipsum magis quam in Servium eosftimulabat Duo de
quadragefimo fer me anno ex quo regnare cæperat Tarquinius bc.Id.Ib. ipse regiinfidi
aparantur.Id. Ib. aullo poft. ob hæc che chi non ammirerà la flemma
incredibile di costoro, che tra la ingiuria e la vendetta polero in mezzo
trent'otto anni, spazio di tempo bastante a sedare e spegner forfe nell'animo
qualunque più violenta passione? Questo fatto a dunque dovette avvenire nella
lo to giovanile età non molti anni d o polamortedel padre; il che quan to è
comprovato dalla vatura del fatto medesimo, lo è altresi dal non ne avere
effiraccolto frutto alcuno, come coloro che dopo la uccisione di Tarquinio
rimasero ne più nè meno esclusidal regno pa terno.La qualcosaben mostraef fere
questa stataopera di età gion vanile e inconsiderata, e non di quella ferma e
matura di cinquan ta anni, in cui LIVIO gli fa con troogni
verisimiglianzaoperarque Ita. C4 Che diremo oltre del suo suc
cessore Servio Tullo, il quale nel fapno regnare quarantaquattro an ni? Se non
che dobbiamo di moltoaccorciarean coquesto regno, per quella medesima ragione
per la quale abbiamo accorciatoquello di Tarquinio Prifco fuo predeceffore. È
Servio Tullo anch' ello mello a morte da chi volea ricuperare il
regnopaternotoltoglida essoTul lo,ch'era di schiatta fervile,e
chefuportosultronodi Roma per artifiziodi Janaquilę moglie diTar sta
Tragedia, E però rimane che fi debbaabbreviareilregnodi Tar quinio Priscocomesiè
fattode' superiori. 1 qui Servius Tullus regnavit, annosquatuor quadraginta.. a
tergo. e preso dalla più violenta ambizione; e ch'egliin quinio
Prisco. È in ciò dovrà pa rere molto strano che Lucio Tarquinio, che fu poi
cognominato il Superbo,abbiaaspettatoa metter lo a morte quarantaquattro anni.E
molto più poi le altri vorrà por menteatrecose,chequestoTar quinioera giovine
fatto allorchè Servio Tullo fu aflunto al Trono, ilqualela prima cosa diede per
moglie due sue figlie a due giova ni Tarquinj Lucio ed Arunte; che questo
Tarquinio era di natu ra 3rdentifima EtnequalisAneiliberum
animusadversusTarquinium fuerat, talisadversusse Tarquinii liberam esset: duas
filias juvenibus, regiis' Lucio atqueAruntiTarquiniisjunio git a tergo
fine era eccitato cotidianamente ad occupare il regno da Tullia fua
moglie la più stimolofa è rea f e m mina che fulle mai. Le quali cose
considerate che fieno,faranno che debba credersi molto più irra gionevole che
Servio Tullo abbia potuto regnare quarantaquattro an ni,che Tarquinio Prisco
trentotto. Et ipfe juvenis ardentis animi do domi #xore Tullia in-,
quietum inimum stimulante Sen Servius quanquam jam fu haud dubie regnum possederat; tamen quia
interdum jactari voces a juvene Tarquinio audiebat büs, àtergo. a tergo, quid
te stregium juvenem confpici jenis Nel fine del regno di Ser. Tullo. Senzache
questoTarquinio,che è sempre chiamato giovine nella vi ta di Servio Tullo,
moftra effére robusto e giovinę tuttavia allafi nedelregnodiquello,come co
luichepiglioServioperlomez zo della perfona, e sollevatolo in alto lo gittò giù
per la scala della Curia. La qual pruova giova nile non avrebbe potuto
altrimenti fareseaquarantaquattro anni del regno diServioneaggiungiamo venti
più o meno,ch'egli ne do yea avere alla morte di Tarquinio Brisco;.che lo
farebbono vecchio di sessantaquattro anni allorchè ei (1)Multo ætateį viribus
va lidior medium arripit Servium,es latumque eCuria in inferiorempar temper
gradusdejecit.Id.Ib.p.34. a tergo. per de uxoribus mentio, Suam
quisquelaudat miris modis, Ora venghiamo finalmente ale lo stesso
Tarquinio Superbo che fu l'ultimoRe diRoma iAvvenne verso la fine di questo
regno,che nell'offidionedi Ardeainforgesle quistione traSesto Tarquinio e
Tarquinio. Collatino marito di quella Lucrezia,chị de'dueavesse più savia
moglie, dal che poi nacque, come Yaognuno), Confolato ela libertàRomana,Ora
quertoTar quinio Collatina secondo le parole di Livio era giovine","e
Yecondo lo ftesto autorem pervenne ad occupare il regno 5. Upitni HI,1, cer era
figlio di un Inde IT: Forte potantikusbisapud Sextun Tarquinium ubii collati
aus cænabat, Tarquinius Egerii fs lius incidit (fratrisbicfilius e rat Regis)
Cyllațiæ in præfidio re lietus.a tery. eerto Egerio,il quale fu lafciato
da Tarquinio Prisco alla guardia di Collazia Città di novella con quita nella
guerra Sabina verso la metà del regno fuo o la in torno, che viene a cadere
nell'an no cencinquantacinqueincircadal Collatio.c quisquid citra Collariam
agri erat Sabinisadema ptum Egerius py,sub Indecertamine accenfoCollatinusne
gatverbisopus effe; paucisid quide12 horis poffe:frisi,quantum cæteris præftet
Lucretia. Quin sivi gor juventa ineft confcendimus, e qws,invifimulqise
præsentesstrarun ingenia? LIVIO Vedi'anco la Tavoletta Cronologica registrata
di topra.la edificazione di Roma,lomi penso che sarà mestiero darea ques sto
Egerioaquel tempo per lo meno XXX anni, sì perchè l'età sua foffe in alcun modo
eguale al cari co commessogli dal Re Tarquinio Prisco, sìperchèquesto Egerioera
nato prima del tempo in cui Tar quinio venne a Roma sotto il re. gno di Anco
(2), Ora come può egli starecheun'uomoditrent'anni ļ' anno di Roma cencinquanta
cinque avere unfigliogiovine l'anno du genquarantaquattro,come non sivo glia
supporre ch'egli avesse questo figlio dopo l'età degli ottant' an ni? ilche ben
vede ognuno quan to LIVIO che è di niez zo tra ilpadre,e ilfigliuolo. to siacontrario all'ordinario corfo delle
cose naturali. Per lo che se vorremo ritenere questa discenden za de'Tarquinj,
bisognerà accor ciare ilregiodiTarquinio Prisco di ServioTullo e similmente di
TarquinioSuperbo,che occupano tutti e tre il tempo ot Un'altrapruova
peracccrcia re ilregnodiTarquinio Superbo e quello eziandio di Servio Tullo
fuopredecessore, fipudcavarda questo. Tarquinio Superbo quand? egli occupò il
regno avea festanta quattro anni,come abbiani veduto poco innanzi, a'qualichiaggiunga
i venticinque che fi dice avere ef fo regnato troverà,ch'egli avea L.
Tarquinius Superbus regna ottantanove ánniallorchè fu elpus: fo
dalregno;laqualcosapofto che vera, avšia merit:ito d'esser nota=; ta dagli
Storici. Che più? Si legno gechequestoTarquinio parecchi annido poil e g i fugio combattè a cavallo alLago Regillo
con tro il Dittatore Postumio, il che gnavit annos quinque la viginti !
Regnatum konæ ab condita Urbe ad liberatam. Id. Ib.infinepo. LIVIO in
Pofthumian prima in acie firos adhortantem inftruen temque Tarquinius Superbus
quam quam jam '&tate a viribus erat gravior equum infeftus admifit;
ietusqueab latere,concursufuorini receptus in tutum eft. du che verrebbe
a cadere nell'anno centesimo e più.là ancora dell'età sua, irragionevolezza
troppo mag giore chenon sipuò comportare, e la qual nasce pure anch'essa, co me
ognunvede,da uncalcolofon dato sopra leEpoche Liviane. Come adunquesidebbano le
var molti e dalle du rate de'regnidi inni cotefti R e, egli si provato rimane
abbastanza altrimenti nasco dagliassurdiche insieme i nelvoler comporre no le
altre condizioni che ac fatti,e regni; medesimi cer questi conpiù compagnano
furono i quali fatti dalla tra a'pofteri men tezdatrasmesli quantevolte dizione,che
non un pia tornò. Ed egli abbastanza, come se fi riducano seguirono del Cielo
tre quelli sito neta al medesimo provato è medesimamente le,cred'io, SO
durate di cotesti Re allà ordinaria legge diNatura,che li faregna re presi
insieme diciotto o venti anniperuno,secondocheàdisco perto il Neutono, tutte le
difficol tà siappianano, esvauiscono leir ragionevolezze tutte degli Storịci.
La qual cosa benchè sia oramai fuor d'ogni quistione,mi piace aggiu gnere
un'altra pruova, perchè fi vegga vie meglio qualmente sorga il vero da ogni
lato, come all' in contro da ogni lato si manifefta 1
errore·Questanovellapruova fa rà ricavata dalle generazioni d'uo mini che sono
indicate dagl’autori nella storia di detti re, le quali anch’esse arguiscono di
falla la tecnica loro cronologia in quanto alle durate de’regni. Nella vita di Romolo
fià, che Ottilio Avolo di Tullo Oftilio morì nella guerra mo [Principes
utrinque pugnam ciebant: ab Sabinis Metius Curatius, ab Romanis Hoftius
Hoftilius [τετάρτω δε μηνί μεν την κτίσιν ως φάβιο ςισορά τοπε ρι την αρπαγήν
ετολμήθη των γυ Voixãi. Plut. in Rom. Plut. descrivendo co mele Sabine divisero
la zuffatra i Romani, e Sabini aggiugne: aipšv. muidice κομίζ εσαινήπια προς ταίςαγκάλαις
racontro i Sabini, che viene a cadere ne’ primi anni di quel regno. Il regno pertanto
di Rout Hostius cecidit etc. LIVIO. Indo Tullum Hostilium nepotem
Hostilii,cujus in infima arce clara pugna adver Sus Sabinos fuerat, regem
populus. jussit. Plut. In Rom.] molo di Numa e di Tullo Ottilio, non
occupa a un di presso che il tempo di due generazioni: quella del padre,o della
madre che dir vogliamo di ello Tullo Ostilio, che duvette nascere al principio
del regno di Romolo, e quella di Tullo Ostilio medesimo Da Nuna ad Anco Marzio
suno due generazioni, poichè ello Numa era avolo di Anco Marzio; dat che ne seguita
che la generazione tra Numa ed Anco finendo al tempo di Tullo Ostilio, rimanga·una
generazione sola da Tullo alla fine del regno di Anco. Con che dal principio
del regno di Romolo al [Numa Pompilii regis ne pos filia ortus Ancus
Martiuserat. LIVIO. Plut. In Numa] ne la fine di quello di Anco corrono
in circa tre generazioni. Lucio Tarquinio Prisco prima detto Lucumo ne viene a
Roma uomo maturo nel regno di Anco, onde la generazione di Tarquinio coincidendo
con quella di Anco non resta che una sola generazione di uomini tra il regno di
Anco e il regno di Tarquinio Superbo figlio di Tarquinio il vecchio o Prisco, Adunque
dal principio del regno di Romolo al la fine di quello di Tarquinio Superbo
corrono IV sole generazioni in circa di uomini e non più, Egli è il vero che
LIVIO dice dubitare alcuni, se questo Tarquinio Superbo fosse figliuolo a [LIVIO
eat ergo. Hic L. Tarquinius Prisci Tarquinii filius, ne posve fuerit, parum
liquet: pluribus tamen authoribus filium crediderim devolvere retro ad stirpem
fratrifi milior quam patri. a ter go. Quas
Anco prius, patre deinde Sito regnante, perpelli fint. Tarquinius reges ambos
patrem vie, filium perfecisse a terg. nepote del Prisco. M a senza che i
più erano di oppinione ch'ei gli fusse figliuolo, oppinione abbracciata da esso
LIVIO medesimo, egli si può mostrare, che da Tarquinio Prisco al Superbo corresse
una sola generazioneper esser Col latino ancora giovane in ful fine del regno
di Tarquinio Superbo, mentre il padre suo Egerio è uomo già fatto nel regno di
Tarqui nio Prisco,come abbiamo veduto avatt avanti.Ora fommando
insieme gli anni di IV generazioni, ognu na delle quali ragguagliata è di XXXIII
anni, si hanno cento e trentadue anni, e dando a ciascun Re XIX anni di regno,
si hanno cento trentatre anni, il che derivato dalla legge di natura co sì
maravigliosamente conviene col la regola cronologica del Neutono, che le osservazioni
astronomiche più a capello non convengono colle teorie ec o'calcoli di quel
grand’ uomo. Io non aggiugnerò altroa questo ragionamento, se non che a quel
modo che la cronologia di Neutono assolve VIRGILIO che è il più esatto de’ poeti
da quello acronismo imputatogli comunemente. Vedi la cronologia di Neutono te
in rispetto a’ tempi in cui vissero ENEA e Didone, così ella può giustificare quella
comun tradizione tenuta in Roma che NUMA è uditore di Pitagora, e che non meno
contribuisse a fondar quello imperio, il qual è signor delle cole, la virtù italiana
che la romana sapienza. Algorottus. Francesco Algarotti. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice ed Algarotti," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Algarotti.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Alici: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale reciproca – la
scuola di Grottazzolina – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Grottazzolina).
Filosofia marchese. Filosofo italiano. Grottazzolina, Fermo, Marche. Grice: “If
an Italian philosopher tells me he believes in God, I stop calling him
‘philosopher’!” --. Grice: “I like Alici; he has philosophised on some of the
topics *I* did, since it should not surprise anyone, since we are philosophers
(if I’m also a cricketer!) --.Grice: “I will organize some overlaps in
hashtags: compassione. – serious study – il terzo incluso – I curiazi, i
moscheteri -- ”:noi dopo di noi,” ‘we after we’ – the meta-language – romolo e
remo; ossia, il bene condiviso;:romolo e remo; ossia, condividere la
deliberazione; eurialo e isso, ossia, dall’io al noi; colloquenza romana; amore:
l’angelo della gratitudine; eurialo e nisso: amore d legarsi – la reciprocita;
pilade ed oreste -- luigi Alici
Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana. Presidente nazionale dell'azione
cattolica italiana, Allievo di Rigobello, insegnato a Perugia, Roma, e Macera.
Direttore della Scuola di Studi Superiori Leopardi. Studia Agostino. Saggi dedicati
al rapporto tra interiorità e intenzionalità, comunicazione e azione, libertà e
bene, con particolare attenzione alle tematiche dell'identità personale e della
reciprocità a-simmetrica, esaminate anche sotto il profilo della loro rilevanza
morale – anche temi della fragilità e della cura, e il rapporto tra natura,
tecnologia e libertà. Impegnato fin da
giovane nell'azione cattolica, ha ricoperto numerosi incarichi, responsabile
dell'Ufficio studi; direttore della rivista culturale "Dialoghi";
consigliere dell'associazione dall’assemblea nazionale, e presidente del
consiglio. Membro del consiglio dell'Istituto per lo studio dei problemi
sociali e politici Bachelet di Roma; Comitato Scientifico della Collana di
“Filosofia morale” (Vita e Pensiero, Milano); Comitato di direzione della
rivista “Dialoghi” (Roma); Consiglio Scientifico del “Centro di Etica Generale
e Applicata” (Pavia); Comitato scientifico della rivista “Hermeneutica”
(Urbino). Membro del Comitato Scientifico della Fondazione “Lanza” (Padova). Dirige
inoltre la sezione di Filosofia della Collana “Saggi” (La Scuola Editrice,
Brescia) e della Collana “Percorsi di etica” (Aracne Editrice, Roma). Altri
saggi: “Il linguaggio come segno e come testimonianza. Una rilettura di
Agostino”(Edizioni Studium, Roma); “Tempo e storia. Il "divenire"
nella filosofia” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il pensiero del Novecento Editrice
Queriniana, Brescia); “Il valore della parola. La teoria degli "Speech
Acts" tra scienza del linguaggio e filosofia dell'azione” (Edizioni Porziuncola,
Assisi PG); “Presenza e ulteriorità, Edizioni Porziuncola, Assisi (PG)); “La
dignità degli ultimi giorni” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “Con
le lanterne accese. Il tempo delle scelte difficili, Ave Edizioni, Roma); “L'altro
nell'io. In dialogo con Agostino” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il terzo
escluso, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “La via della speranza.
Tracce di futuro possibile” (Edizioni
Ave, Roma); “Cielo di plastica. L'eclisse dell'infinito nell'epoca delle
idolatrie” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo), (Premio "CapriSan
Michele); “Amare e legarsi. Il paradosso della reciprocità, Edizioni Meudon,
Portogruaro); “Filosofia morale” (Editrice La Scuola, Brescia); “I cattolici e
il paese. Provocazioni per la politica” (Editrice La Scuola, Brescia); “L'angelo
della gratitudine, Edizioni Ave, Roma); “Cittadini di Galilea. La vita
spirituale dei laici” (Quaderni di Spello”, Edizioni Ave, Roma, (Premio “CapriSan Michele); “Il fragile e il
prezioso. Bio-etica in punta di piedi, Editrice Morcelliana, Brescia); “InfinitaMente.
Lettera a uno studente sull'università, EUM, Macerata,. Edizioni di opere di
Sant'Agostino La città di Dio, Rusconi, Milano; Bompiani, Milano. La dottrina
cristiana, Edizioni Paoline, Milano; Confessioni, Sei, Torino, Manuale sulla
fede, speranza e carità, Collana La vera religione, Città Nuova Editrice, Roma.
“Il potere divinatorio dei demoni, Collana La vera religione, Città Nuova
Editrice, Roma; La natura del bene, Città Nuova Editrice, Roma; Il libro della
pace. «La città di Dio, XIX», Editrice La Scuola, Brescia); “Agostino nella
filosofia del Novecento (con R. Piccolomini e A. Pieretti), 4Città Nuova
Editrice, Roma (comprende: Esistenza e libertà, Interiorità e persona, Verità e
linguaggio, Storia e politica). Azione e persona: le radici della prassi,
V&P, Milano, Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos, Il
Mulino, Bologna, La filosofia come dialogo. A confronto con Agostino” (Città
Nuova Editrice, Roma, Filosofi per l'Europa. Differenze in dialogo con Totaro,
Eum, Macerata, Agostino. Dizionario enciclopedico, di Allan D. Fitzgerald edizione
italiana curata assieme a Antonio Pieretti, Città Nuova Editrice, Roma); “Forme
del bene condiviso, Il Mulino, Bologna, “La felicità e il dolore. Verso
un'etica della cura” Aracne Editrice, Roma,. Dialogando. Idee, pensieri,
proposte per il nostro tempo, Edizioni Ave, Roma); “Unità e pluralità del vero:
filosofia, religioni, culture, Archivio di filosofia); “Il dolore e la
speranza. Cura della responsabilità, responsabilità della cura, Aracne
Editrice, Roma); “Prossimità difficile. La cura tra compassione e competenza,
Aracne Editrice, Roma); I conflitti religiosi nella scena pubblica. I: Agostino
a confronto con manichei e donatisti, Città Nuova Editrice, Roma); “Noi dopo di
noi. Accogliere, rigenerare, restituire: nella società, nell'educazione, nel lavoro”
(FrancoAngeli, Milano); “I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra
prossimità e distanza, Aracne Editrice, Roma); “I conflitti religiosi nella
scena pubblica. II: Pace nella civitas, Città Nuova Editrice, Roma); “La fede e
il contagio. Nel tempo della pandemia, (con G. De Simone eGrassi), Ave, Roma.
L'umano e le sue potenzialità: tra cura e narrazione (conNicolini), Aracne,
Roma. L’etica nel futuro (con F. Miano), Ortothes, Napoli-Salerno. Pagina di
presentazione nel docenti
dell'Università degli Studi di Macerata, su docenti.unimc. Dialogando. Il blog di Luigi Alici, su luigialici.blogspot.
Predecessore Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana Successore
Paola Bignardi. “Love and duty are the
cement of society” (Elster). “Love and duty are *not* the cement of society. The
mechanism is *reciprocity*. Seemingly co-operative, helpful, altruistic behaviour,
based on versions of the ‘I’ll-scratch-your- back-you-scratch-mine’ principle,
require no nobility of spirit. Greed and fear suffice as motivation: greed for
the *fruit* of co-operation, and fear of the consequence of *not* reciprocating
the co-operative helpful overture of the other.” (Binmore). Chi tra Elster e
Binmore ha ragione? Chi che vede nell’amore il “cemento della società”, o chi che
considera invece la reciprocità dei due soggetti, basata su egoismo e paura,
come il meccanismo sufficiente per tenere assieme la società? Oppure le cose
sono più complicate? Grice propone di penetrare all’interno delle dinamiche
della gratuità, della reciprocità e del tipo di razionalità che sottostanno ad
esperienze conversazionale che potremmo chiamare “sociali”, come sono quelle
dell’Economia di Comunione Conversazionale [cf. Bruni e Pelligra]. In
particolare ci domandiamo a quali condizioni un soggetto o un’impresa mossi da
una razionalità diversa da quella standard possano sopravvivere e svilupparsi
in un contesto dove esiste una eterogeneità di soggetti interagenti. Inizieremo
evidenziando le caratteristiche base dell’idea di razionalità che muove l’homo
oeconomicus, cioè l’agente considerato “standard” dalla teoria economica
convenzionale. Quindi introdurremo un tipo di agente non standard, mosso da una
razionalità in cui l’azione donativa ha una ricompensa intrinseca. Questo fa in
modo che la reciprocità possa assestarsi come equilibrio stabile. Nella sezione
3 vedremo che, quando agenti eterogenei interagiscono tra di loro, le cose si
complicano e gli esiti non sono più scontati. Per far questo ci serviremo della
forma più elementare di giochi evolutivi; saremo, così, in grado di mostrare i
risultati più interessanti del modello, che espliciteremo nelle conclusioni.
Smerilli Bruni Bellanca, Crivelli, Gori,
Gui, Pelligra Zarri. Perché è così difficile cooperare (per l’economia)? L’idea
di razionalità è dove sono maggiormente concentrate le assunzioni della scienza
economica circa il comportamento umano, che potremmo anche chiamare
antropologia filosofica, o psicologia filosofica. La razionalità economica, non
cerca, principalmente, di descrivere il comportamento “quale è” nella realtà,
ma piuttosto di individuare dei criteri di comportamento ottimo, razionale
appunto, che fanno in modo di poter individuare tra i tanti comportamenti
possibili quelli ottimizzanti – anche se tra analisi descrittiva e normativa
esiste poi uno stretto rapporto. Le caratteristiche base dell’idea standard di
razionalità economica, possono essere sinteticamente enucleate guardando alle
assunzioni, che restano spesso implicite, del “gioco” più famoso utilizzato oggi
in economia: il cosiddetto dilemma del prigioniero. Esso, nell’ambito della
teoria dei giochi1, è usato per mostrare come la ricerca dell’individualistico
tornaconto, in molte situazioni (in particolare in quelle dove non è possibile
stipulare un contratto vincolante per le parti), non solo non porta al bene
comune, ma neanche al bene privato dei singoli individui. La logica che
sottende il gioco è usata per spiegare molti dei dilemmi dovuti all’assenza o
al mal funzionamento dei mercati: dall’inquinamento, alla congestione del
traffico, alle difficoltà della co-operazione. Il gioco rappresenta
l’interazione tra due individui, che chiamiamo Romolo e Remo, identici (hanno
le stesse informazioni e la stessa struttura di preferenze, i due elementi che
fanno la diversità tra gli agenti economici –a cui va aggiunto, nel caso di
imprese, il potere di mercato). Romolo e Remo si trovano a scegliere in una
situazione ‘strategica’ di inter-dipendenza, ciascuno sa di avere di fronte un
soggetto identico a sé, con le stesse preferenze, e *entrambi* conoscono la
struttura del gioco (le ricompense, o pay-off associati agli esiti, che
dipendono dalle proprie azioni o muoti conversazionali e da quelle
dell’altro/i). Quali sono le preferenze? Per restare nel concreto, pensiamo ad
una situazione famigliare: la raccolta differenziata dei rifiuti (ma il
ragionamento, come si capirà immediatamente, è di portata più universale).
L’ordine di preferenze dei nostri due giocatori, e in generale dell’homo
oeconomicus standard che di norma l’economista ha in mente quando descrive il
mondo, sono le seguenti. Al primo posto Romolo ed Remo – o Eurialo e Niso --
mettono: “l’altro fa la raccolta e io no”. A questo esito del gioco associamo
il punteggio massimo, diciamo 4 punti. Al secondo posto “tutti la facciamo, me
compreso” (3 punti). Al terzo “nessuno la fa” (2 punti). Al quarto “solo io
faccio la raccolta differenziata” (1 punti). La tabella e il grafico
sottostanti (che sono due modi diversi di rappresentare questa situazione,
rispettivamente in forma normale ed estesa) rappresentano sinteticamente la
struttura del gioco. La teoria dei giochi è oggi pervasiva nella teoria
economica. Essa è soprattutto un linguaggio che consente di rappresentare in
modo molto efficace interazioni (chiamate “giochi”) di tipo ‘strategico’, cioè
situazioni nelle quali i guadagni, non solo monetari (chiamati pay-off,
ricompense), dipendono dalla scelta dell’ altro soggetto o individuo inter-agente
con lui, e non solo dalla propria (deliberazione condivisa). La teoria dei
giochi ha oggi un campo di applicazione molto vasto, che va dalla collusione
tra imprese all’inquinamento, dalle scelte elettorali al rapporto
paziente-psicologo. Va notato che sebbene, per semplicità e per ragioni di
chiarezza espositiva, abbiamo assegnato pay-off numerici (ipotesi che verrà
eliminata nelle prossime sezioni), in realtà siamo all’interno di un orizzonte
di tipo ordinalistico. Di per sé i valori numerici non possiedono alcun
significato, e quello che conta è l’ordine delle preferenze individuali. Data
una tale struttura di preferenze, si dimostra facilmente che Eurialo e Niso, *se
sono razionali*, sceglieranno entrambi di *non* co-operare (non fare la
raccolta differenziata), ritrovandosi così al terzo livello di preferenza (con
due punti ciascuno: 2 punti per Eurialo, 2 punti per Niso), una situazione
“dominata” dalla co-operazione reciproca (fare tutti la raccolta), in cui
avrebbero ricevuto tre punti ciascuno (3, 3). Eurialo Co-opera Co-opera
3,3 1,4 Non co-opera Non co-opera 4,1 2,2. Nella rappresentazione in forma
estesa, gli esiti del gioco esprimono bene le caratteristiche base dell’idea di
soggetto che l’economia normalmente segue nel costruire i suoi modelli. Il suo
mondo ideale è quello in cui gode dei benefici (ad esempio un mondo non
inquinato) senza sostenerne i costi che preferisce trasferire sull’altro, se
può (separare i rifiuti, depositarli in raccoglitori diversi, ecc. ). Da qui il
dilemma. Si dimostra facilmente che, poiché si trova di fronte uno/a con la
stessa “razionalità” e preferenze, la soluzione del gioco è che entrambi Eurialo
e Niso si ritrovano al terzo livello dell’ordinamento di preferenze, cioè
nessuno fa la raccolta differenziata, quando invece ciascuno avrebbe preferito
che tutti la facessero (che infatti si trova al secondo posto). E la realtà
delle nostra città e del nostro pianeta ci dice quanto questi dilemmi siano
reali e urgenti, e quanto la scelta ‘sociale’ non si discoste poi tanto dal
modello astratto utilizzato dall’economia. Tutto ciò ci dice che la *soluzione*
del gioco, e gli esiti dilemmatici dipendono sostanzialmente da due ipotesi
base circa la razionalità. Primo, l’individualismo: ragionare esclusivamente
nei termini di “cosa è ottimo, o meglio, per me: mittente/recipiente”).
Secondo: lo strumentale (la bontà di una azione si misura sulla base della sua
capacità di essere un *mezzo* condizionale per ottimizzare i pay-off, non per
il suo valore categorico intrinseco. Date queste ipotesi, la non- [Nella
tabella i numeri (i pay-off) esprimono utilità, quindi il più è preferito al
meno. Il primo numero si riferisce a Niso, il secondo ad Eurialo. Nell’appendice
abbandoniamo i numeri e passiamo ad un caso più generale (dove i pay-off è
espresso in lettere, ordinate non in modo cardinale). Va aggiunto che non ogni
inter-azione rappresentabili come dilemma del prigioniero porta a risultati
dilemmatici e sub-ottimale a causa dell’antropologia sottostante. Si pensi, ad
esempio, agli [3 cooperazione (nessuno fa la raccolta) è un *equilibrio*
stabile del gioco (o equilibrio di Nash), dal quale nessuno dei giocatori ha
convenienza a spostarsi uni-lateralmente, a meno che non si sia capaci di
stipulare un *patto* vincolante. Se un patto vincolante non è possibile -- si
pensi alle interazioni quotidiane con numerosi agenti, come nel traffico
stradale -- o troppo costoso, *non* cooperare risulta la ‘strategia’ ottimale
per due ragioni. Prima se Eurialo suppone che Niso è azionale (individualista e
strumentale) allora se co-operassi avvierei Eurialo allo sfruttamento (1
punto).Se invece Eurialo ha buone ragioni per pensare che Niso *non* è razionale
o, come dice Dawkins, “ingenuo”, e che quindi si lasce sfruttare, Eurialo ha
una ragione in più per *non* cooperare. Otterrai infatti 4 punti. Quindi
l’esito dilemmatico è una combinazione di paura alla Hobbes e di opportunism. Se
va male Eurialo cade in piedi e non si lascia sfruttare. Se va bene Eurialo
prende tutto. Una razionalità puo essere con ricompense *non* materiali. In un
mondo fatto di due individui mossi da questa razionalità la co-operazione può
essere raggiunta solo quando siamo capaci di auto-vincolarci a delle regole non
opportunistiche, per un bene individuale maggiore. Io gratto la tua schiena, tu
gratti la mia. Questo principio è, in mille varianti, il tipo di co-operazione
che può emergere tra due soggetti razionali di questa maniere. Grice lo chiama
‘altruismo reciproco’ -- individuando un comportamento pro-sociale in tutte le
specie animali, dove però l’altruismo disinteressato non esiste, ma è solo
maschera di più sottili forme di egoismo (o amore proprio e non benevolenza). In
ogni caso la co-operazione è interamente condizionale e non un imperativo di
tipo kantiano. Eurialo aiuta Niso a condizione che Niso aiuta Eurialo e vice
versa. Viene comunque spontaneo chiedersi se negli esseri umani – o almeno due
filosofi oxoniensi -- ci sia qualcosa di diverso, in termini di socialità,
rispetto alle scimmie o alle formiche. Al di fuori di questi specifici casi nei
quali la co-operazione emerge, un atto che non punti a rendere massimo il
proprio interesse, di breve o di lungo periodo, è considerato *irrazionale* o
ingenuo, poiché si diventa pasto degli altri individui più aggressivi, che
cresceranno e prospereranno a spese degli ingenui. Forse molti degli atti di co-operazione
a cui assistiamo nella vita quotidiana possono trovare la loro spiegazione
sulla base di questo tipo di logica individualistica, strumentale, e condizionale.
Non tutti però. E’ infatti nostra convinzione che la convivenza civile, e le
dinamiche economiche conversazionale, conoscono anche altre forme di co-operazione,
che possono emergere sulla base di un ragionamento mosso da un tipo *diverso*
di razionalità non utilitaria ma assoluta. In quanto segue, cercheremo di
esplorare le implicazioni che scaturiscono dalla seguente domanda. Come cambia
il gioco della vita in comune se complichiamo la visione antropologica sottostante
i modelli economici? L’elemento di diversità (rispetto all’approccio standard)
che qui introduciamo, è la presenza di un valore *intrinseco* categorico
assoluto ingorghi stradali. Questi sono perfettamente rappresentabili come
dilemmi del prigioniero. Ma sarebbe impreciso definire gli automobilisti che
escono per andare a lavoro individualisti e strumentali. Ma abbiamo a che fare
con un problema di mancanza di co-ordinamento in una scelta collettiva, che se
vogliamo rimanda anch’esso a una dimensione ‘sociale’ (come la capacità di
addivenire a patti vincolanti), ma, antropologicamente, è meno coinvolgente di
casi dilemmatici che riguardano l’inquinamento o il rapporto con il fisco.
Questo per dire che la teoria dei giochi è un linguaggio che trascende l’ambito
economico e la sua tipica forma di razionalità; e infatti essa è utilizzata
anche per modelizzare agenti mossi da forme razionalità *non* strumentali (come
in parte fa Grice). (Dal nome del matematico che nei primi anni cinquanta
introdusse questa nozione di equilibrio stabile). Il fatto che nella realtà
concreta riusciamo a non cadere nel dilemma dipende dal fatto che spesso
riusciamo a disegnare patti o contratti vincolanti, con sanzioni. Grice mostra
che anche il richiamo di allarme che certi uccelli emettono per avvisare il
gruppo dell’arrivo di un predatore, a *rischio anche della propria vita*, è il
risultato di un calcolo egoista. L’uccello può più facilmente salvare la sua
vita se tutto lo stormo si sposta e non rimane isolato. -- associato a un
comportamento di gratuità, da cui discende la possibilità di sperimentare una
co-operazione, o reciprocità, non primariamente strumentale e condizionale, ma
assoluta, costitutiva dell’umano, e categorica. Questo agente economico intende
pertanto la reciprocità diversamente da come essa è usata oggi in economia. Rispetta
l’ambiente, paga le tasse o edifica la casa rispettando i vincoli del piano
regolatore (tutte faccende cooperative), ad esempio, perché questi
comportamenti sono per lei dei valori, perché le danno una ricompensa
intrinseca, e non solo strumentale (i vantaggi materiali della cooperazione,
che pure sperimenta). Questo diverso tipo di agente non è quindi puramente
consequenzialista e utilitario come invece è l’agente-individuo. Non valuta
cioè la bontà del muoto conversazionale solo sulla base della conseguenza che
tale muoto produce, ma tiene conto sia di una componente assiologica o
deontologica – non aletica --, legata al valore, sia di una componente
procedurale, più legata ai tipi di relazione all’interno delle quali il suo
muoto si sviluppa. Sa inoltre che il suo muto è pienamente *efficace* se anche
l’altro si comportano allo stesso modo (se reciprocano). Ma non condiziona il suo
comportamento a quello dell’altro (come invece farebbe l’homo
oeconomcus-individuo standard). Al tempo stesso, se l’altro si comportano sulla
base della stessa razionalità assiologica e dello stesso valore intrinseco,
allora egli soddisfa al massimo le sue preferenze, e anche il benessere sociale
aumenta. In base ad una tale struttura di valori, o cultura della reciprocità
gratuita, al primo posto dell’ordine di preferenze questo tipo di agente
economico non mette, diversamente dal tipo standard, “tutti co-operano tranne
me”, ma “tutti, me compreso, cooperiamo”, o doniamo. E questo perché il
comportamento in sé è parte integrante del suo sistema di valori. Al secondo
posto dell’ordine di preferenze pone: l’altro co-opera, io no. Al terzo posto: io
co-opero, l’altro no. Al quarto, nessuno co-opera. Per capire questi valori si
può partire dalla struttura di ricompense (i pay-off, cioè i numeri che
misurano le ricompense) del dilemma del prigioniero. Ma occorre aggiungere, o
sottrarre, ai pay-off materiali una componente intrinseca, sulla base della
teoria classica della felicità o calculo eudaimonico, o beatifico, nella quale
il comportamento buono in sé, o *virtuoso*, ha una ricompensa intrinseca. Così,
se un soggetto ha fatto propria questa cultura della reciprocità gratuita o,
per usare un’espressione più forte ma anche più corretta, della “comunione” (la
communita immune), quando Eurialo co-opera e la controparte, Niso, no (pensiamo
sempre all’esempio ambientale, o, se si vuole, ad un rapporto di amicizia), il suo
pay-off, materialmente uguale a 1 (come nel gioco standard), aumenta a causa
delle ricompensa intrinseca (che poniamo pari ad uno), attestandosi a 2. Se
Eurialo invece *non* coopera ma la controparte, Niso, sì, ecco allora che il
pay-off, pur essendo materialmente pari a 4, diminuisce a 3, perché si
inserisce una *sanzione* intrinseca. 4 – 1 = 3. Si pensi a chi, pur avendo
fatto propria la cultura della reciprocità, in un certo muoto non è coerente
perché non riesce a vincere la tentazione del vantaggio materiale. La sua
soddisfazione è comunque minore a causa della sanzione intrinseca, che potremmo
chiamare anche insoddisfazione o senso di colpa o vizio. Il mondo peggiore
(pay-off = 1) è quello in cui ciascuno è chiuso in se stesso. Qui il pay-off è
1 perché si parte da quello materiale (2) e gli si sottrae il valore intrinseco
(2 – 1 = 1). Il mondo migliore è invece la *reciprocità*, un incontro mutuo di
gratuità: (4), il pay-off materiale della co-operazione (3) più la componente
intrinseca della gratuità. Sui vari usi della categoria di reciprocità nella
teoria economica, cf. Crivelli. Questo ordine di preferenze dipende
dall’ipotesi che la componente intrinseca dei pay-off sia costante e pari ad
uno. Un’analisi più approfondita dovrebbe studiare i casi quando la motivazione
intrinseca è maggiore, minore o uguale alla componente materiale. Non è da
escludere, ad esempio, che all’aumentare di quest’ultimo dovrebbe aumentare la
tentazione di tralasciare gli aspetti intrinseci. Se fare, ad esempio, la
raccolta differenziata diventa estremamente costoso e laborioso, il numero di
quelli, anche bene intenzionati, che la faranno diminuirà. Inoltre, una tale
analisi ammette la possibilità di confronti -- La componente intrinseca
dell’azione è legata alla teoria classica della felicità o calculo
eudemonistico di Bentham. La felicità, essendo il risultato di una vita
virtuosa, è fuori dalla logica strumentale. La virtù è praticata perché ha un
valore intrinseco, non per un calcolo machiavelico strumentale costi/benefici.
La virtù, in particolare quella civica, ha bisogno di reciprocità perché porti
ad una vita sociale pianamente realizzata, ma non può pretenderla, solo
attenderla dalla libertà dell’altro. Ecco perché dagli antichi fino ad oggi
alla felicità è associato un elemento *paradossale*. La feicita ha bisogno di
reciprocità, ma solo la gratuità può suscitarla senza pretenderla. Un “gioco di
reciprocità” (intesa nella maniera appena detta), che rimane sempre del tipo
dilemma del prigioniero, può essere dunque rappresentato come segue: Eurialo Dona
Non-Dona Dona 4,4 2,3 Non-Dona 3,2 1,1 Rappresentiamo anche questo
gioco in forma estesa. Dalla tabella, o dall’albero decisionale, si nota che se
i due giocatori hanno questa stessa struttura di preferenze, l’unico esito
stabile del gioco o equilibrio di Nash, dal quale cioè nessuno è incentivato a
spostarsi, è “dona-dona”. Quindi per interpersonali di utilità, cosa peraltro
non inusuale quando l’utilità attesa si calcola con la funzione di Von Neumann
Morgernstern. Per un’analisi approfondita dei pay-off psicologici cf. Pelligra.
Sul paradosso della felicità cf. Bruni. Il modello che può essere considerato
il capostipite dei giochi del tipo gioco di reciprocità è quello introdotto da
Sen -- questi giocatori-persone donare (o co-operare) è ‘strategia’
strettamente dominante, e l’unico equilibrio stabile del gioco è la reciprocità
o la *comunione*: dona/dona. Cosa ci suggerisce questo gioco, pur nella sua
estrema semplicità? Se sono un soggetto che ha questi valori non ho alternative
a cooperare: gli altri possono rispondere o meno, e quindi il mio
benessere/felicità è incerto (stando al gioco precedente, posso ottenere in
termini materiali 2 o 4 punti): ciononostante per me l’unica possibilità, l’unica
azione razionale, è cooperare, o come abbiamo detto, donare. Così, per fare un
esempio, se sono alle prese con un fornitore difficile, non ho alternative al
donare. Potrò trovare reciprocità o no, ma in ogni caso l’alternativa,
‘non-dona’ – che, nella pratica, significherà ogni volta qualcosa di diverso –
è per me la peggiore (perché è sempre dominata dalla co-operazione) a causa
della ricompensa (sanzione) intrinseca. E’ questo un soggetto che per alcune
scelte non calcola i costi e i benefici. Che senso ha fare la raccolta differenziata
se solo io la faccio. Ma agisce sulla base di un valore, o di una norma etica
interiorizzata. Ciò spiega, tra l’altro, perché in certe società l’ecologia o
il rispetto delle norme civili sono messe in pratica anche in contesti nei
quali sarebbe razionale (nel senso standard) non farlo: iclassico fazzoletto di
carta buttato fuori dal finestrino quando nessuno ci osserva, e quindi nessuna
sanzione può essere applicata. D’altro canto, davanti a queste nostre
considerazioni qualcuno potrebbe obiettare. Ma se ipotizzate che gli individui
traggano soddisfazione dal muoto conversazionale stesso, diventa banale
spiegare l’emergere (dalla perspettiva della psicologia filosofica) della co-operazione.
In effetti l’idea è semplice. Ma ci auguriamo non banale, ma bizarra. In
particolare, gli aspetti più interessanti intervengono quando pensiamo che nel
mondo reale, nel mercato in particolare, non sappiamo normalmente con chi
stiamo giocando, se abbiamo cioè di fronte un soggetto del primo tipo o uno del
secondo. E qui entriamo in quello che possiamo chiamare il “paradosso della
reciprocità” o della comunione, che possiamo sviluppare sinteticamente come
segue, mettendo assieme i vari pezzi fin qui costruiti. Una vita buona ha bisogno
di reciprocità genuine. La reciprocità genuina però non viene suscitata se la
logica che ci muove è primariamente strumentale. La risposta dell’altro, la
reciprocità, non possiamo pretenderla, ma solo *attenderla* dalla libertà
dell’altro. Co-operare porta quindi a due esiti diversi (indicati con 2 o 4) in
base alla risposta o non risposta dell’altro. Per comprendere questi risultati,
si consideri che ognuno sa che l’altro ha di fronte due possibili scelte:
donare e non donare, e, date le loro preferenze, qualunque scelta faccia
l’altro per ciascuno è preferibile donare -- considerando anche il pay-off
intrinseco. Se infatti l’altro giocatore (Eurialo) sceglie “donare” i punti di
Niso sono 4 (mentre la mossa “non-dona” avrebbe portato solo 2 punti); e anche
se Eurialo scegliesse “non donare”, Niso preferisce sempre “donare” che gli dà
2 punti invece di 1 (che è il pay-off di “non-dona/non-dona”). Può valere la
pena specificare che qui con “donare” non si intende l’altruismo o la filantropia
-- che possono restare atti individualisti. Donare è sinonimo di ciò che la
cultura greco-romana chiama “amore”, e cioè un atto gratuito ma che ha sempre
di mira la *reciprocità*, il rapporto personale con l’altro (amore-amicizia). Qualcuno
potrebbe obiettare sostenendo che più che di una diversa forma di razionalità
in questo caso siamo in presenza di un soggetto che ha solo preferenze diverse,
ma la cui razionalità resta quella standard strumentale, perché in fondo anche
lui massimizza la propria utilità. Noi preferiamo pensare che una persona che
agisce mossa da motivazioni intrinseche sia più efficacemente rappresentabile
da una forma di razionalità che Grice chiamava “rispetto ai valori” o
assiologica che non dalla classica razionalità strumentale, che si caratterizza
proprio per il suo essere tutta basata sul calcolo utilitario.Qui infatti
nostri soggetti co-operativi fano la scelta non sulla base di un calcolo, ma
per un valore. È ovvio che esiste una circolarità tra motivazioni intrinseche e
il comportamento dell’altro -- su questo cf. Bruni e Pelligra. Per questo la
vita in comune è fragile, come anche i filosofi – da Aristotele in poi - ci
insegnano, perché essa dipende dalla risposta dell’altro – l’amore di Eurialo e
reciprocato dall’amore di Niso e vice versa. Quale evoluzione? Facciamo ora un
passo avanti, e ci domandiamo cosa succede quando soggetti standard e soggetti
non standard (il secondo tipo che abbiamo appena descritto) interagiscono tra
di loro. Sono situazioni che Grice studia. Sono ormai numerosi i modelli con un
agenti altruistico che interage con un agenti auto-interessato. Qui ipotizziamo
quattro casi, che, con diversi gradi di astrazione, possono rappresentare
alcune situazioni reali che vengono a verificarsi quando l’interazione avviene
tra soggetti diversi, perché mossi da culture diverse. Utilizzeremo, allo
scopo, i rudimenti della teoria dei giochi evolutivi, nella sua forma più
elementare, il cui elemento innovativo è l’introduzione della componente
immateriale del pay-off corrispondente alla ricompensa intrinseca. Ipotizzeremo
cioè i nostri giocatori immersi in un ambiente abitato da popolazioni diverse,
dapprima due, e poi tre. La teoria dei giochi evolutivi utilizza lo stesso
linguaggio, e in buona parte la stessa metodologia, della *biologia* evolutiva.
Tra più popolazioni esistenti in un dato ambiente, nel tempo sopravvive quella
che ha la fitness – capacità di adattamento – maggiore. Se due popolazioni
hanno la stessa fitness sopravvivono entrambe. Ma se una ha una fitness minore
delle altre è destinata all’estinzione, non nel senso biologico del termine
(morte di tutti i soggetti di quella specie), ma che quel comportamento non
verrà riprodotto, e saranno imitati i comportamenti vincenti. Il dibattito
sull’applicazione di una tale metodologia agli essere umani e alle loro popolazione
è aperto, e controverso. In quanto segue noi non intendiamo abbracciare la
filosofia, né la metodologia, dei giochi evolutivi. Riteniamo soltanto che il
linguaggio dei giochi evolutivi ci aiuti a mettere in luce dinamiche, che
riteniamo reali, non facilmente individuabili con linguaggi diversi. Il nostro
è quindi un esperimento, che ci piacerebbe, in futuro, portare avanti, mettendo
a quel punto in questione alcuni assiomi che nell’attuale teoria dei giochi
evolutivi ci appaiono troppo semplificati, come il concetto di fitness:
semplificati, ma non inutili, come speriamo di mostrare. Primo caso: Tipi 1 e
Tipi 2, non riconoscibili Come primo caso facciamo le seguenti ipotesi. Esistono
solo due tipi tra loro non riconoscibili. Chiameremo tipi 1 quelli standard, e
tipi 2 quelli non-standard o di reciprocità. Le ricompense intrinseche sono
determinanti per la scelta (che, come visto, fanno sì che per il tipo 2 sia
sempre razionale, perché strettamente dominante, “donare”). Ma per la
sopravvivenza nel tempo di un tipo di agente, la cosiddetta fitness (misurata
-- La versione più semplice di tali modelli si può trovare nel Manuale di
microeconomia di R. Frank. Un testo classico è quello di Axelrod, e un recente
studio, basato su evidenza sperimentale, è quello di Bowles. Un modello vicino
a quello qui presentato è Sacco e Zamagni. Interessanti considerazioni
metodologiche si trovano in Crivelli. Vale la pena specificare che mentre nella
biologia evolutiva l’unità di selezione è il gene, in economia l’unità di
selezione è il comportamento; inoltre, mente in biologia la trasmissione è
ereditaria in economia essa avviene per imitazione. Sono i vari comportamenti
adottati e imitati che rendono un agente più efficiente di un altro. Un
contributo importante a questo riguardo è l’articolo The evolutionary turn in
game theory diSugden -- dal valore medio dei pay-off materiali), contano solo i
pay-off materiali, non i pay- off dovuti alla ricompensa intrinseca. c. I
pay-off materiali sono i seguenti. Coopera – coopera. Non coopera – coopera.
Coopera – non coopera. Non coopera – non coopera. Con a > b> c> d. La
probabilità di incontrare un tipo 1 è p1, mentre quella di incontrare un tipo 2
è p2, dove, per la definizione di probabilità, p2 = 1- p1 In questo primo caso
lo scenario non è roseo per i tipi 2. Si dimostra, infatti, che a sopravvivere
saranno solo i tipi 1, e questo risultato è indipendente dalla percentuale di
tipi 1 e 2 presente nella popolazione. Infatti, anche se i tipi 2 fossero la
quasi totalità (ex. 99%) dell’universo, sarebbero destinati ugualmente
all’estinzione perché sistematicamente sfruttati dagli individui. SE VALGONO LE
IPOTESI PRECEDENTI, SOPRAVVIVONO SOLO I TIPI 1, PER OGNI VALORE DI p1 e p2. Se
supponiamo un intervento ridistributivo dello stato che preleva risorse dai
tipi 1 per sostenere i tipi 2 (es. ciò che avviene normalmente nei sistemi di
stato sociale con le imprese sociali), il gap di fitness si riduce, e in certi
casi potrebbe essere nullo, consentendo così la co-esistenza dei due tipi. Situazione
diversa se ipotizziamo che i due tipi siano, per l’esistenza di un qualche
segnale, riconoscibili, e che il tipo 2 decida di interagire soltanto con i
suoi simili. Aggiungiamo, quindi
l’ipotesi. Rispetto ai giochi delle prime due sessioni, ora ricorriamo
esplicitamente a pay-off ordinali, dove la sola condizione rilevante nella
misurazione dei pay-off è il loro ordine, e cioè che a sia maggiore di b, b di
c e c di d. Indichiamo con Fi la fitness dei tipi 1, e con Fp la fitness dei
tipi 2. F1 = p1c + p2a F1 = p1c + (1-p1)a F2 = p1d + (1-p1)b. La tesi F1>F2
equivale quindi a: p1(b-a) + p1(c-d) > b-a, per p1 = 0 la disuguaglianza
diventa a>b ed è quindi vera per p1 = 1 la disugualglianza diventa c>d ed
è quindi vera osservo che ∀ valore di
p1∈ (0, 1), p1(c-d) >0 p1(b-a) >
b-a, perché b-a è minore di zero, quindi: F1>F2 ∀
valore di p1∈ [0, 1]. È possibile inoltre dimostrare
che, per tutti I giochi di questo tipo, quale che sia la posizione iniziale di
partenza, l’unico equilibrio evolutivamente stabile verso cui si converge nel
tempo è quello che prevede l’estinzione di una delle popolazioni, nel nostro
caso dei tipi 2. 9 e. i tipi sono riconoscibili e l’interazione è
selettiva (il tipo 2 gioca solo con i simili). Se la riconoscibilità è perfetta
(cioè la probabilità di simulazione è nulla), si dimostra facilmente che
sarebbero i tipi 2 a sopra-vivere. Infatti, in questo caso vale il Risultato. SE
IPOTIZZIAMO PERFETTA RICONOSCIBILITÀ DEI TIPI, SI ESTINGUONO I TIPI 1. Questo
secondo risultato ci dice già qualcosa d’importante. La riconoscibilità, anche
quando non perfetta (come nella realtà normalmente avviene), aumenta la fitness
dei tipi 2. Ciò spiega, ad esempio, l’emergere del fenomeno della “rete”, una
realtà tipica dell’economia sociale. Le varie componenti ed espressioni
dell’economia sociale tendono infatti a cercarsi e scegliersi l’un l’altra:
reti di imprese, reti di consumatori che insieme preferiscono le imprese
sociali, reti di imprese (si pensi ai consorzi di co-operative, di veri
livelli), risparmiatori e consumatori (il fenomeno delle banche etiche e della
finanza etica). Nella realtà, però, supposto che un agente 2 voglia evitare di
interagire con i tipi 1 (cosa da non dare per scontata), la perfetta
riconoscibilità o la simulazione nulla sono comunque altamente irrealistiche
(sono troppi i soggetti con i quali un’impresa e anche una persone interagisce:
lavoratori, finanziatori, concorrenti, fornitori, consumatori). E’ quindi
necessario ricorrere ad altre ipotesi per giustificare teoricamente lo sviluppo
delle imprese sociali nel tempo. E’ quanto di cerca di fare negli altri due
casi. Introduciamo ora un *terzo* tipo che si aggiunge ai due precedenti.
Potremmo chiamarlo ‘civile’ o griceiano. Ipotizziamo che: f. il tipo 3 gioca una
strategia “colpo su colpo”, una strategia intermedia (rispetto alle altre due
più “radicali” dei tipi 1 e 2, che, rispettivamente, co-operano mai e sempre),
che lo fa co-operare con chi coopera, e *non* cooperare con chi *non* coopera.
Quest’ultimo co-opera quindi con chi coopera, e *non* co-opera con chi *non* co-opera.
Il tipo civile o griceiano, non attribuendo un valore intrinseco (o
attribuendogliene uno troppo basso) all’azione donativa, *non* ha “cooperare!” o
“cooperiamo!” come ‘strategia’ *dominante*. La strategia dominante e “Siamo
razionali”. Ma se ha di fronte un tipo 2, pur riconoscendolo, non lo sfrutta
preferendo reciprocare. E’ un 21 La correlazione esclusiva tra tipi può
avvenire per almeno due ragioni: o perché l’agente sceglie il tipo preferito
che viene riconosciuto attraverso un segnale (che deve essere affidabile),
oppure perché si trova in un cluster, cioè in un’area nella quale si trovano
soltanto soggettio dello stesso tipo – pensiamo, ad esempio, ad una comunità
locale come il gruppo maschile della sub-faculta di filosofia a Oxford, dove la
probabilità che un agente si trovi ad interagire con uno “like- minded” è
altissima, ed è indirettamente proporzionale al numero di forestieri – non
filosofi non oxoniensi -- presenti in quella comunità. In questa situazione, i
casi interessanti si trovano sui confini, dove la probabilità di interazioni
miste aumenta (pensiamo agli effetti dell’introduzione di pratiche e
comportamenti nuovi da parte del gruppo femminile, di missionari o di emigranti
da Cambridge). Il segnale, inoltre, per essere efficace dovrebbe essere troppo
costoso da imitare da parte dei tipi 1, come l’adesione ad un codice o
procedimento di comportamento o ad una struttura di valori molto forte (come
nelle botteghe del commercio equo e *solidale*, o nelle imprese di Economia di
Comunione). Con riconoscibilità perfetta, la probabilità di incontrare un tipo
simile è 1, mentre la probabilità di incontrare uno diverso è 0. Quindi F1
=(0(a) + 1(c))=c, mentre F2 = (0(d) + 1(b)) = b, quindi: F2 > F1. Rispetto a
quella classica, questa versione di colpo su colpo è modificata, poiché non
inizia sempre con un muoto di cooperazione, e poi il gioco non è ripetuto -- soggetto leale, che per questo chiamiamo
“civile” o griceiano. Si ipotizza quindi l’esistenza di un segnale,
utilizzabile solo dal tipo civile o griceiano, che gli permette di discriminare
perfettamente tra i tre tipi che ha di fronte. Si ipotizza quindi che le altre
due imprese non possono, o non vogliono, utilizzare quel segnale (pensiamo, ad
esempio, a chi pur sapendo di rischiare entrando in un ambiente molto opportunistico,
rifiuti l’idea della nicchia e accetti di scendere in campo, non utilizzando
quindi il segnale di riconoscibilità. Cosa succede in questo caso? Innanzitutto
è possibile vedere come la fitness del terzo tipo è sempre maggiore di quella
del tipo 2. Infatti vale il risultato. SE E SOLO SE VALGONO LE IPOTESI
PRECEDENTI (a. – d., f.) SI HA: F3 > F2 ∀
VALORE DI a, b, c, d, ∀ VALORE DI
p1, p2, p3. Un secondo aspetto che emerge, è che l’evenienza che la fitness dei
tipi 2 possa risultare maggiore di quella degli 1 dipende dalla percentuale di
tipi 3 civili griceiani presente nella popolazione. Più quest’ultima è alta,
maggiore è la fitness dei tipi 2 e minore quella dei tipi 1. Qui per semplicità
supponiamo che gli scarti tra i pay-off siano uguali tr aloro, cio è che sia: (a–b)
= (b–c) = (c–d). Tali scarti possono essere visti, rispettivamente, come
vantaggio dello sfruttamento, premio della cooperazione e costo della coerenza.
Anche nell’esempio numerico precedente tali scarti sono uguali (tutti pari ad
1). Con queste semplificazioni, vale il seguente risultato. SE VALGONO LE IPOTESI
a.–d., f., g., F2>F1 SE E SOLO SE p +p <p. Il risultato ci dice ancora
qualcosa d’importante. La sopra-vivenza dei tipi 2 dipende anche
dall’esistenza, e dal numero, degli agenti del terzo tipo, cioè di soggetti
che, pur *non* attribuendo un valore intrinseco ma derivato dalla razionalita
generale all’azione del co-operare o donare non “sfruttano” il muoto co-operativo
(come fa invece il tipo 1), ma reciprocano. Rispondono alla co-operazione. Per
questo denominare questi tipi “civili”. Questo risultato può essere utilizzato
anche a sostegno del ruolo della cultura civile – la conversazione civile – la
civil conversazione del rinascimento italiano popolarizzato in tutta Europa. La
sopra-vivenza e lo sviluppo di imprese e un soggetto più radicali, come i tipi
2, dipendono anche dalla “cultura civile” presente nell’ambiente dentro il
quale operano. Di qui l’importanza duplice della diffusione della “cultura”,
alla quale le imprese sociali non possono non attribuire grande importanza. Le
imprese dell’EdC, ad esempio, dedicano un terzo dei propri utili alla
formazione alla *cultura del dare*. Da una parte la cultura re-inforza le motivazioni
intrinseche dei tipi 2, e dall’altra contribuisce ad aumentare e rafforzare il
senso civico e la cultura della co-operazione dalla quale, indirettamente,
dipende anche la loro sopra-vivenza e il loro sviluppo. Supponiamo, per
assurdo, che la tesi non sia vera: Dovrà essere: F3 ≤ F2 => p1c + p2b + p3 b ≤ p1d + p2b + p3b = > p1c ≤ p1d,
disuguaglianza che non e’ mai verificata essendo, per ipotesi, c>d. p1d +
p2b + p3b > p1c + p2 a + p3c ⇔ p1 (d − c)
+ p2 (b − a) + p3 (b − c) > 0;<=> p1(c−d) + p2(a−b )< p3(b−c) ⇔
p1+p2 <p3. Altra implicazione del risultato è il prendere coscienza
che affinché i tipi 2 possano svilupparsi, i tipi civili debbono essere
abbastanza numerosi. In particolare, si dimostra che la fitness dei tipi 3 è
maggiore di quella dei tipi 1 se e solo se i tipi 3 sono in numero maggiore dei
tipi 2. Ipotizzando, come nei risultati precedenti, l’uguaglianza tra gli
scarti, abbiamo un altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL LEMMA, F3>F1
SE E SOLO SE P2<P3. Rappresentiamo le due fitness nello spazio delle fitness
e di p2. 0 P2* 1 P2 F1, F3. Da questo emergono due ordini di considerazioni. Il
valore soglia di P2 (P2*) oltre il quale F3 diventa minore di F1 dipende dalle
pendenze delle due rette, rispettivamente a per F1 e b per F3: (a – b) misura
infatti il vantaggio che i tipi 1 hanno rispetto ai 3 per la presenza dei tipi
2 che sfruttano. Quindi minore è questo vantaggio, maggiore è la quota di tipi
2 che i tipi 3 possono tollerare Se a=b le due rette sarebbero parallele. Si nota
che i tipi 3 perdono fitness con l’aumento dei tipi 2, e la differenza di
fitness massima si ottiene in corrispondenza di P2 = 0. E’ il meccanismo che
potremmo chiamare i figli delle rivoluzioni che uccidono i padri, perché li
considerano troppo radicali, come i francescani di seconda generazione che
rimossero Francesco dal governo dell’ordine, perché con il suo radicalismo
impediva – a loro dire – lo sviluppo del francescanesimo più moderato e
minacciava la morte stessa del movimento. Nell’ultimo scenario, ipotizziamo che
la motivazione intrinseca, la componente non materiale dei pay-off, possa avere
un effetto non solo sulla scelta ma anche sulla fitness. Finora non abbiamo
fatto ciò per un senso di realismo. Eurialo puo persuadersi a vivere nella
piena correttezza verso Niso perché attribuisce a tale comportamento un valore
intrinseco. Se però poi non arrivano i risultati economici, se ho -- F3 >F1
<=> p1c +p2b + p3b > p1c + p2a +
p3c <=> p2pb + p3b > p2pa + p3c <=> p2 (b-a) > p3 (c-b)
<=> p2 (a-b) < p3 (b-c) p2 < p3. Il valore soglia P2* è pari a P3,
come sappiamo dal risultato. F1 F3
-- ad esempio costi troppo elevati, la fitness di Eurialo ne risente. Ora però
abbandoniamo questa semplificazione, e ipotizziamo che la fitness sia
influenzata anche dalle motivazioni. Alcuni esperimenti dimostrano come i
comportamenti ispirati da motivazioni intrinseche e da logiche di gratuità,
oltre a non avere buoni sostituti - nel senso che in tali casi altre forme di
incentivi monetari non funzionano - portano anche una maggiore efficienza in
termini di risultati. Perché quindi non ipotizzare una fitness influenzata
anche dalle motivazioni intrinseche? Le fitness del primo e del terzo tipo restano
le stesse (questi due tipi non hanno motivazioni intrinseche), mentre cambia
quella del tipo 2, dove la motivazione intrinseca è rappresentata da un ε > 0,29
che viene aggiunto ai pay-off materiali. Le fitness dei tre tipi diventano
perciò le seguenti: h. F1 =p1(c) + p2 (a) + p3 (c) F2 =p1 (d) + p2 (b) + p3(b) +
ε F3 = p1 (c) + p2 (b )+ p3 (b). Si dimostra che è possibile che la fitness dei
tipi 2 sia maggiore anche di quella dei tipi 3. Vale infatti il: Risultato. SE
VALGONO LE IPOTESI a. – d., f., h.: 1. F 2≥ F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)31E 2. F2 ≥ F1,
SE E SOLO SE ε≥ P1(C–D) + P2(A–B) + P3(C-B). C’è un rapporto diretto tra ε e (c
–d) dove (c – d) misura il costo della coerenza per la fitness dei tipi 2, poiché
è quanto questi perdono per essere coerenti con la loro cultura ottenendo “d” quando
interagiscono con i tipi 1, invece di giocare, come i tipi 3, *non* coopera, ottenendo
così “c”, che è maggiore di “d”. Il valore più piccolo che può assumere ε (cioè
l’effetto materiale delle motivazioni intrinseche) affinché valga la
disuguaglianza F2>F3, è ε* = p1 (c – d). Possiamo quindi osservare che,
maggiore è il costo della coerenza (c – d), maggiore dovrà essere il
valore-soglia ε*. Inoltre, c’è un rapporto diretto anche tra ε* e p1: se i tipi
1 sono, relativamente, molto numerosi, allora ε* dovrà essere più alto (e
viceversa in caso contrario). Pensiamo, per fare un esempio, ad una impresa di
Economia di Comunione che nel campo della legalità si comporta come un tipo 2.
Paga le tasse, rispetta le leggi, per una norma etica alla quale attribuisce un
valore intrinseco, non strumentale. Un tale imprenditore se opera in un mercato
nel quale il costo della coerenza è molto alto o i soggetti opportunistici sono
relativamente molti, per non estinguersi dovrà fare in modo che le proprie
motivazioni etiche si traducano in maggiore fitness in una misura relativamente
maggiore rispetto allo stesso imprenditore operante in un mercato più civile e
dove i soggetti opportunisti sono meno. Come a dire che più un mercato, e una
-- Rustichini e Gneezy -- A rigore potrebbe anche essere minore di 0. -- Ipotizziamo
quindi che solo i tipi 2 e non i 3 “civili” abbiamo motivazioni intrinseche. F2
≥F3 ⇔p1(d) + p2(b) + p3(b) + ε>p1c + p2b
+ p3b⇔ ε ≥ p1(c−d). F ≥ F⇔p(d)
+ p(b) + p(b) + ε≥p(c) + p(a)+p(c)⇔
21123123 ε ≥ p1(c−d)+ p2(a−b)+ p3(c−b) -- società, premia i “furbi” (con
condoni, ecc.) e penalizza i tipi cooperativi (con leggi che non riconoscono
sgravi fiscali per le imprese sociale, ad esempio), più questi ultimi dovranno
far sì che le motivazioni etiche si riflettano in maggiore efficienza,
altrimenti non sopravvivono. Affinché valga invece la seconda disuguaglianza,
F2 ≥ F1, il valore-soglia di ε, che chiameremo “ε ̊”, dovrà essere: ε ̊ = P1(C
– D) + P2(A – B) + P3(C- B). E quale il rapporto tra i tipi 3 e i tipi 1? SE
VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1, F3 > F1, SE E SOLO SE P2 < P3 (b −
c). (a − b) Come interpretare questo? (b – c) è il vantaggio dei tipi 3
rispetto ai tipi 1 (solo i tipi 3 co-operano con i tipi 2 ottenendo “b”),
possiamo quindi chiamarlo il premio della cooperazione, mentre (a – b) è il
vantaggio dei tipi 1 rispetto ai 3, perché è il premio dello sfruttamento che
gli standard ottengono nei confronti dei tipi 2, al quale invece i tipi civili
rinunciano. Dal Risultato 4.2. emerge un’affermazione a prima vista
inquietante: affinché si affermino i tipi 3 (sui tipi 1) sarà necessario che i
tipi 2 non siano troppi; in ogni caso questi ultimi potranno essere tanto più numerosi
quanto più il “premio della cooperazione” sovrasta il “premio dello
sfruttamento”. Se infatti i tipi 2 sono numerosi essi diventano pasto per i
tipi 1, che hanno così un vantaggio relativo sui tipi civili. Il risultato
potrebbe, infine, essere ulteriormente rafforzato se che quando un tipo 2 incontra
un altro tipo 2 ottiene un di più dovuto alla reciprocità (il pay-off
diventerebbe in questo caso a). i. F2=P1 (d)+P2(a)+P3(b)+ε La fitness dei tipi
2 potrebbe così essere maggiore di quella dei tipi 3 e 1 con un ε anche minore
rispetto al valore di altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1
E L’IPOTESI i. 1. F2≥F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)+P2(B–A)
E 2. F2≥F1, SE E SOLO SE ε≥P1(C–D)+P3(C-B). “ε**” e il valore soglia di ε,
affinché valga la disuguaglianza F2≥F3 e, ricordando che la quantità (b – a) è
negativa, possiamo subito notare che ε**≤ ε*. Similmente, ε ̊ ̊ = p1 (c – d) + p3(c –b) è minore di ε ̊. Le
motivazioni intrinseche e il di più della reciprocità si rafforzano a vicenda e
rappresentano una strada molto interessante per esplorazioni. F<F⇔
p(c)+p(a)+p(c)<pc+b+pb⇔p<p(b−c).
1312312323(a−b). F2 ≥F3 ⇔p1(d)+p2(a)+p3(b)+ε≥p1c
+p2b + p3b⇔ ε ≥ p1(c−d)+ p2(b−a). F ≥F⇔p(d)+p(a)+p(b)+ε≥p(c)+p(a)+p(c)⇔
21123123ε ≥ p1(c−d)+ p3(c−b). Riassumiamo
i punti ai quali siamo giunti ragionando, con l’aiuto della teoria dei giochi,
attorno alle prospettive e alle sfide di uno scenario economico nel quale fanno
la loro comparsa soggetti diversi da quello standard. Un primo punto emerso in
diverse parti di questo scritto è che un agire economico improntato alla
gratuità e alla reciprocità, o alla comunione, in un ambiente abitato da agenti
eterogenei non cresce con la politica dell’aumento numerico: escludendo l’ipotesi
di perfetta riconoscibilità dei tipi, l’aumento numerico, di per sé non basta a
far sì che i tipi 2 sopravvivano. Sono invece tre gli aspetti strategicamente
cruciali affinché esperienze rette da una logica come quella delineata possano
svilupparsi. Lavorare sulla cultura media della società (che noi abbiamo
espresso con il “terzo tipo”, quello civile): il messaggio che emerge una volta
che abbiamo esteso la dinamica ai terzi tipi è che i tipi 2 possono
sopravvivere e svilupparsi soltanto all’interno di un’economia civile,
un’economia nella quale sono numerosi gli agenti leali, che pur non attribuendo
un alto valore intrinseco all’azione donativa (e quindi non hanno “donare” come
strategia strettamente dominante in tutti i tipi di gioco), sono comunque
corretti se incontrano un agente co-operativo, non lo sfruttano e co-operano
con esso. Poiché le motivazioni intrinseche dipendono in parte
dall’approvazione sociale, esiste un effetto di complementarietà strategica. Tanto
più tali comportamenti sono diffusi, tanto più saranno premianti36. Infatti,
uno sviluppo interessante del modello potrebbe essere quello di vedere sotto
quali condizioni i tipi 1 possono trasformarsi evolutivamente in tipi civili,
ma in questo scritto non lo abbiamo fatto. Va comunque aggiunto che se è vero
che un impegno culturale che si limita a rafforzare le motivazioni intrinseche
dei soggetti di tipo 2 non può bastare, al tempo stesso, però, questa seconda
direzione ricopre un ruolo fondamentale, per evitare che nel tempo scompaia il
tipo 2 e ci si assesti sul terzo tipo. Un mondo senza soggetti che, *almeno in
certi contesti* -- ceteris paribus --, *donano* *incondizionalmente*, sarebbe
un mondo più povero. La presenza dei due tipi civili e griceiani – Eurialo e
Niso -- ci dice che nel tempo saranno questi ultimi gli unici a sopravvivere, a
meno che le motivazioni intrinseche si riflettano nei pay-off ed il loro
“riflesso” sia relativamente grande. Questo risultato è già di per sé
significativo. Anche se in determinati contesti la motivazione intrinseca non
riesce a migliorare la performance dei tipi 2, la presenza, magari solo
transitoria, dei tipi 2 svolge un importante ruolo civile e culturale: permette
cioè che l’incontro (o equilibrio) si assesti sulla reciprocità e non scivoli
nella mutua diffidenza. Senza l’esistenza dei tipi 2, o, paradossalmente, senza
il loro sacrificio, i tipi civili non avrebbero potuto sperimentare la
reciprocità, perché in un mondo popolato solo da loro e da tipi standard,
l’unica esperienza possibile è la diffidenza reciproca, la *non* cooperazione
(war is war). Ciò serve a gettar luce sul significato culturale e civile che
nella storia hanno esperienze radicali -- Ciò implica la possibilità di
equilibri multipli ordinabili, cioè la stessa popolazione può essere altamente
inefficiente o altamente efficiente a seconda che un numero anche piccolo, al
limite anche un solo soggetto, decida di cooperare. 37 E’ infatti verosimile
che i tipi 3, quelli civili, abbiano nel loro “programma” la possibilità della
cooperazione perché nell’ambiente esiste, o è esistito, il tipo 2: certo si
potrebbe teoricamente ipotizzare che i tipi 3 co-operino tra loro anche in
assenza dei tipi 2. Ma, storicamente, la cultura civile dell’umanità è andata
avanti grazie all’esistenza di esperienze *totalitarie* che hanno creato
categorie nuove che poi hanno contaminato la cultura generale. Pensiamo, ancora
una volta, alla regola d’oro, o, più recentemente, ai movimenti ecologisti -- come
la comunione dei beni totale, certe forme di accademie o monachesimo, e in
generale i primi tempi dei fondatori di nuovi carismi (si pensi, per tutti, ad
un Francesco d’Assisi e alla sua vicenda storica. Simili esperienze non sempre
sono riuscite a sopra-vivere con tutta la loro radicalità, ma senza di quelle
chi è venuto in contatto con loro (nella nostra metafora, i “tipi civili”) non
avrebbero potuto elevare il livello della convivenza Senza coloro che si sono
fatti imprigionare, e hanno dato la vita per i diritti o per la libertà, oggi
l’umanità – il tipo umano personale di Grice -- sarebbe meno libera e meno
diritti sarebbero riconosciuti. Un po’ come avviene con il sale, che si perde
nella massa ma dà quel di più al tutto. La metafora del sale non è però l’unica
presente in quel codice della cultura occidentale che è il Vangelo: vi è anche
quell della città sul monte, una città che illumina la città sotto monte. La
dinamica evolutiva potrà condurre l’economia sociale, e l’economia di
comunione, o sul sentiero sale della terra o in quello città sul monte. Ma, in
entrambi i casi, occorre che la cultura rafforzi le motivazioni intrinseche. E forse
questo il messaggio culturale che il giocco conversazionale griceiano vuole
dare. Araujo, V.“Quale visione dell’uomo e della società?”, in Bruni, L. e V.
Moramarco, L’Economia di comunione: verso un agire economico a misura di
persona, Milano: Vita e Pensiero. Aristotele, Etica Nicomachea, Milano:
Rusconi. Axelrod, R. The evolution of cooperation, New York: Basic Books.
Binmore, K. Game theory and social contract, Cambridge Mass: MIT Press, Bowles,
S. et al. In Search of Homo Economicus: Behavioural Experiments in 15 Small
Scales Societies, American Economic Review, 91, Bruni, L. La felicità e gli
altri, Città Nuova, Roma. Bruni, L. e R. Sugden, Moral canals: trust and social
capital in the work of Hume, Smith and Genovesi, Economics and Philosophy,
Bruni L. ePelligra, Economia come impegno civile, Roma: Città Nuova. Crivelli,
L. Quando l’homo oeconomicus diventa reciprocans”, in Bruni e Pelligra. Dawkins,
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Milano: McGrow-Hill. Elster, J. The cement of society. A study of social order,
Cambridge: CUP. Gneezy, U. e A. Rustichini. A fine is a price, Journal of Legal
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fragility of goodness: Luck and Ethics in Greek tragedy and Philosophy, Cambridge:
CUP. Pelligra, V. Fiducia r(el)azionale, in Sacco P.L. e S. Zamagni. Putnam, R.
Bowling Alone, New York: Simon e Schuster. Sacco P.L. e SZamagni. Un approccio
dinamico evolutivo all’alturismo”, RISS, Sacco P.L. e S. Zamagni. Complessità
relazionale e comportamento economico, Bologna: Il Mulino. Sen, A. Isolation,
assurance and the social rate of discount”, Quarterly Journal of Economics. Sugden,
R. The Evolutionary Turn in Game Theory, Journal of Economic Methodology,
Weibull, J. Evolutionary Game Theory, Cambridge MA: MIT Press. Zanghì, G. Dio
che è amore, Roma: Città Nuova. Luigi Alici. Keywords: reciproco, alici, amore
proprio ed amore altrui, self-love and other-love – il paradosso della
reciprocita – eurialo e niso – noi – condividere la deliberazione – eidolon –
comunita, immunita, genovesi, il canale morale, la fidanza e il capitale
sociale in Genovesi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alici” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Alici.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Alighieri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Firenze -- filosofia fiorentina – filosofia
toscana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino.
Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. dante. Grice: “Problem
with having Alighieri as a philosopher is that rhyming is not usually
considered a priority – that’s why the old Romans like Lucrezio never had to
rhyme – you might say metre is essential to Parmenide and Lucrezio – and that
there is metre in my prose if not in endecasibili!” -- Grice: “This is
important for an Oxonian; since Sir Peter once told me that he made an effort
to understand Italian – ‘or Tuscan implicature,’ to be more precise – just to
be able to digest Inferno compleat with rhyme.’” Grice: “Must say that my
favourite Dante is ‘lasciate ogni speranza voi ch’entrate.”” Grice: “The
Italians, all being Renaissance men, love to catalogue as ‘philosopher’ those
whom the head of the Sub-Faculty of Philosophy at Oxford would NOT: Alighieri,
one of them!” Grice: “But then, a sport of Italian philosophers is to ramble on
“Pinocchio,” too!” -- “The Commedia and philosophy.” Liste di opere. Refs.:
“Philosophical references in Dante’s Commedia.” Se voleme guardare in LINGUA
d'oco e in LINGUA DI si, ec.e D’oco, ec.
Non giudico superfluo il dire alcuna cosa su questa. Massimamente quelli di
LINGUA denominazione ancor chè ne sia stato già parlato d’altri. È costume de’ nostri
antichi, volendo essi denominare il linguaggio d’una nazione, prendere il suo
distintivo dalla particella affermativa del volgare di quella gente. Per tanto
la lingua italiana si dice la lingua del si, la tedesca dell' io, la gallica
dell’oi, la provenzale dell’hoc. Eco sì si vada discorrendo dell'altre lingue. Varchi
nel Tuo Ercolano facendosi interrogare da Castiglione sul particolare della
lingua italiana, con queste parole: Cbi la cbie mase la lingua del si? Risponde:
seguiterebbe una largbissi modi. visione, che ho fa delle lingue nominandole da
quella particella colla quale affermano – come è la lingua d'hoc, chiamata da
volgari lingua d'OCA; perciocchè hoc in quella lingua significa quanto væí
nella greca, e etiam ita mella lasina, e pelle soffre si; perciò A. dice: Ab Pisa,
vitupero delle gesti del bel paese là, dove’l si suona. Ed avanti a Varchi Benvenuto
da Imola su questo medesimo luogo. Quia generaliter omnis gens italica ut unturisto
vulgari sì. Ubi germani dicunt “io”, do aliqui gallici dicunt “oi”, do aliqui pedemontani
dicunt ol vel dic. Leggo foc credendolo errore del copista nel MS Laurenziano
Derivano tutte queste particelle dal latino. Il “si” nostro deriva dal “sico”, “sic est”, e forse più interamente da “sic est
bec. “Od” al contrario deriva da “hoc”, “est hoc.” L'altra di queste voci è presa
da’ provenzali, cioè l'hoc. E da questa è non solamente illor parlare
denominato “lingua d'oco”, che vale a dire lingua dell'hoc. Ma il paese ancora “Linguadoca”.
E ne'tempi più balli della latina lingua è detto “Occitania”, il qual paese non
è altro che l'antica Gallia Narbonensis. Lo “io” del tedesco derova dal latino
“illudbocest”, ed in più perfetta pronunzia “ja”, dal latino “iam est”. Il
gallico ai, dall “hec illud est”, che bene si ritrova nell'antico “ouill”, che
adesso è diventato “oui”. Ed, in somma, il piemontese ol, dall'istesso “hoc
illud”. Sicché, a proposito del passo d’A., in lingua d’oco, e in lingua di sì,
vuol dire in lingua provenzale, ed in lingua Italiana. Concioffiacbè conciosracofache. Lingua, dal lat. 'lingua',
voce usata in due significazioni. Principal nel significato proprio, per
quell'organo mobilissimo del corpo anide che è posto nella bocca ove si stende
dall'osso joide fin dietro denti incisivi. La lingua è la sede del senso del
gusto, serve alla funzione del succhiare, alla masticazione, alla deglutizione,
alla pronuncia delle parole, ed allo sputare. Varia molto nella grandezza ha la
forma d'una piramide, appianata dall'alto al basso, rotonda su i suoi angoli, e
terminata da certa punta ottusa che guarda ne davanti. Ma, in uso metaforico,
'lingua' vale pure idioma, linguaggio, favella. A. usa 'lingua' nei due suoi
significati principali spesse volte nelle sue opere, nel secondo significato
metaforico specialmente nel Vulg. El. Nella Div. Com., 'lingua' si trova XXX volte
-- XIX nell'Inferno (II, 25; X1,72; IIV, XV, 87; XVII, 75; XVIII, 60,126; XXI,
137; XXII, 90; xxx,133; IITL 72, 89; XXVII, 18; XXVIII, 4, 101; xxx, 122; XXXI,
1; XXIII, 9, 1146; III volte nel Purgatorio (vii, 17; XI, 98; xix,13) e VIII
volte nel Paradiso. 63; X1, 23; XVII, 87; XXIII, 55; XXVI, 124; XXVII,131;
XXXIII,70,708. Sulle dottrine d'A. concernenti la lingua – cioè, in uso
metaforico, il linguaggio umano, conviene rimandare al Vulg. El., specialmente
al libro I di questo saggio. Si notino i seguenti usi. Lingua, riferito a sete;
Inferno xxx, 122. Trarre la lingua, per Spingerla fuori della bocca; atto di
SPREGIO; Inf. xvii, 75.-3. Mostrare ciò che puote una lingua, per condurre un
idioma all'apice della sua perfezione; Purg. VII, 17.-4. Scernere nella lingua,
le parole dette o scritte; Purg. XV, 87.-5. la gloria della lingua, Il pregio
d'un idioma, e la maestria dell'usarlo; Purg. XI, 98.-6. A. chiama la lingua
italiana “lingua di sì”, la provenzale lingua d'oc, la francese lingua
d'oil;Vulg. El. 1, 8, 30 eseg.; cfr. Vit. N. xxv, 24 e seg.-7. Concernente la
lingua primitiva A. esterna in diversi tempi dee opinioni diverse. Secondo Vulgare
Eloquenza I, 6, 29 e seg. la lingua dei primi parenti è parlata da tutti i loro
discendenti sino alla edificazione della torre di Babele, e dagl’brei anche
dopo, onde la lingua primitiva è semplicemente l'ebraica (dalla quale per A.
deriva l’italiano). Invece secondo Par. XXVI, 124 e seg. la lingua primitiva,
parlata da Adamo, è tutta spenta già prima della confusione babilonica. La
lingua adamica non ha dunque che fare nè coll'ebraica, nè con altre lingue,
come la lingua del si o l’italiana. Anche in merito alla maggiore o minor
nobiltà della lingua dei Romani A. muta
opinione. Secondo il Convito. I, 5, 76 e seg. la lingua dei romani è più bella,
più virtuosa e più nobile dell’italianao. Invece, secondo il Volgare Eloquenza
1, 1, il volgare è più nobile del Latino. La seconda opinione è tutta
propria d'A. e segna un progresso nello svolgimento di quello che Grice chiama
‘la semantica d’A.’. La prima è la corretta e l’opinione dominante del tempo,
accettata anche d'A., finchè i suoi studi e l’altri italiani lo indussero a
lasciarla. La tèrra d’Occitania a gardat fin a
aüra un immense patrimòni gropat simplament a sa lenga, una lenga qu’es istaa
la primiera, comà es ressauput, naissuá dal latin, a èsser escrita, una lenga
que vuèlh soventar, a donat vita a la primiera literatura moderna europencha,
quèla qu’a servit de model per totas las autras lengas, qu’aviá trobat dau
l’acomençament sa forma escrita, fòrça unitaria. Es pas aicí lo luòc
adont percorrer l’istòira de nòstra lenga faça als colonialismes qu’an empachat
la creacion d’una lenga e de istitucions politicas unitarias mas la retrobaa
unitarietat culturala de la tèrra occitana en cèstos darrieri ans a fait
creisser un’ideá, beleu un utopiá, quèla de una Nacion, malaürament sença
estat, de una Nacion culturala. Lo mot Occitaniá, ben conoissut fin a la
Rivolucion, a retrobat sa modernitat geografica, istorica, lingüistica. Malaürosament
nòstra lenga ilh es aüra, apres mila ans, entren de se perdre, de se esvantar
al solelh. Un procés qu’a començat a partir dal segle XVI, quand nòstra tèrra
occitana a perdut definitivament son autonomiá. Quèlos que los expecialistas de
la lenga noman gallicismes, an começat penetrar en Occitaniá sobretot a partir
de l’ordonança de Villers-Cotterêts quand lo francés es devengut lenga uficiala
de la lei e de l’administracion francesa. Eissubliaa la cultura dal
Meianatge, quèla, per se comprener, dals trobaires, la lenga occitana es chaüta
dins l’umbla condicion de, e zo dizo abó una paraula francésa, patois, patés.
Cèsta paraula la vòl dire parlar abó las pautas, abó los pès. Dins las
Valadas avem perdut la valor de la paraula patois e l’anobrem tranquilament per
dire que parlem a nòstra mòda, comà la se ditz dins tantas valadas. Mas lo mot
patois pòl indicar qualsevuèlhe parlar natural dal mond, sença donar una
precisa indicacion sus la lenga parlaa. Per aiquò Occitan es l’unica paraula
que pòl servir per nomar nòstra lenga, l’unica que rend justiça a mila ans
d’istòira. Pas mens de viatge sabem pas de adont arriba nòstre vocabolari,
quala istòira an nòstras paraulas. Comà bien sabon, la plus part dal vocabolari
es d’origina latina, comun a quasi totas las lengas romanzas. Un’autra partiá
dal vocabolari ven dal grec e decò aicí zo partagem abó las autras lengas;
un’autra encara nos ven de las lengas alemandas o germanicas, de quèlos puèples
qu’an envaít l’Imperi roman. Resta una fòrta presença de paraulas que beleu nos
venon de las lengas parlaas dins nòstros territòris quand los romans sion
arribats en çò nòstre: de lengas de sobstrat, que normalment partatgem en
lengas anarias, al es a dire d’ancianas lengas mediterranèa comà lo ligure,
l’etrusc o de lenga arias pre-latinas comà lo gallic o la lenga celta.
Comà la se pòl comprener sien drant a un tresaur lexical en partiá ben
conoissut, mas adont los trabalhs lexicologics abondan pas e adont de ensemb
lingüistic comà l’occitan alpec, nomat a son temps vivarò-alpenc, reston mal
conoissut. Comà a escrit Geuljan dins son “Dictionnaire Etymologique de
la Langue d’Oc”, l’occitan est la seule
grande langue romane dépourvue d’un dictionnaire etymologique. Volem pas
de segur far concorrença al trabalh qu’es istat entrenat per lo Prof. Geuljan,
mas prepausar de trabalhs sus l’etimologiá de paraulas pas gaire conoissuás de
nòstra Valadas e de l’encemb occitano-alpenc per arribar, dins lo temps, a la
redaccion d’un Diccionari Etimologic de l’Occitan Alpenc. Pas mens nòstre
Diccionari Etimologic sarè bilengas, es a dire li aurè una partiá entierament
en lenga occitana e una traducion italiana. Escriure un Diccionari sus nòstra
lenga adont per chasca paraula la se dona la traduccion dins una lenga
diferenta de la nòstra me sembla una chausa que vai contra la lenga
meseima. Pensatz a un vocabolari de l’italian o dal francés o de un’autra
lenga adont la descripcion de la paraula siè dins un’autra lenga. Per
l’occitan pareis siè la nòrma. Lo Tresor dóu Felibrige de Mistral, lo
vocabolari de Alibert comà tuts los autri que sion istats realizats dins cèstos
ans donan la paraula en occitan, mas tota la descripcion, e pas mesquè la
traducion, dins un’autra lenga, o lo francés o l’italian. Per far un
autre exemple, plus recent, cito un grand trabalh de lexicografia comà quel de
Jusiana Ubaud, adont tota l’introduccion e la descripcion de l’òbra es en
francés. Perquè un’obra sus la lenga occitana deu èsser ilustraa en se servent
d’un’autra lenga? Cèstos diccionaris rintran dins la categoriá dals vocabolaris
“dialectals”; meseime los pauqui vocabolaris fait aicí dins las Valadas, normalment
de l’occitan local a l’italian, rintran dins aicèsta categoriá. Los
catalans non pas, nos mostran, abó sos Diccionaris, que se pòion justament
redigir de diccionaris completament en lenga sença la sugecion d’un autra
lenga, comà totas las autras lengas nacionalas. Per aiquò, en cèst
espaci, en cèsta rubrica, chercharem de esclarzir l’origina de certenas
paraulas, beleu pas gaire conoissuás, de nòstre vocabolari. Ritrovando
io, che alcuno avanti me abbia della VOLGARE ELOQUENZA niuna cosa trattato, e vedendo
questa cotal eloquenza esesere veramente necessaria a tutti, conciò sia che ad
essa non solamente gl’italianai, ma ancora le femine, et i piccoli fanciulli,
in quanto la natura permette, sisforzino pervenire. Volendo al quanto lucidare
la discrezione di coloro, i quali come ciechi passeggiano per le piazze, e
pensano spesse volte, le cose posteriori essere anteriori. Con l’aiuto che Dio
ci manda dal cielo, ci sforzeremo di dar giovamento al parlare della gente italiana
volgare. Nè solamente l'acqua del nostro ingegno a si fatta bevanda
piglie ma remo, ma ancora pigliando, ovvero compilando le cose
migliori da gl’altri, quelle con le nostre mescoleremo, acciò che d'indi
possiamo dar bere uno dolcissimo idromele. Ora perciò che ciascuna dottrina semantica
deve non provare, aprire il suo suggetto, acciò si sappia che co sa sia quella,
ne la quale essa dimora,dico, che 'l parlar volgare chiamo quello del VOLGO, nel
quale i fanciulli sono assuefatti da gl’assistenti, quan do primieramente
cominciano a distinguere le voci, o vero, come più brevemente sipuò dire, il Volgar
Parlare affermo essere quello, il quale senza altra regola, imitando la balia,
s'apprende da nostro padre e da nostra madre (‘lingua matrix’). Ecci ancora un altro secondo parlare il quale
I ROMANI chiamano “letteratura” (greco: grammatica). E questo secondario hanno
parimente i greci e altri, ma non tutti – i anglo-sassoni mancano delle lettere
ma hanno delle rune -- perciò che pochi a l'abito di esso pervengono. Conciò
sia che, se non per spazio di tempo e assiduità di studio, si ponno prendere le
regole, e la dottrina di lui. Di questi dui parlari adunque l’italiano volgare
è più nobile dell’antico romano, si perchè è il primo ch’è da l'umana generazione
italiana usato, si eziandio perchè in esso tut to'l mondo ragiona, avegna che
in diversi vocaboli e diverse prolazioni sia diviso. Si ancora per essere NATURALE
a noi, gl’italiani, essendo quel l'altro
– come la lingua del VIRGILIO – ‘artificiale’. E di questo più nobile è la
nostra intenzione di trattare. Il testo latino dei romani ha: ipsa (locutione)
per fruitur. Ossia: di esso si serve. Nn dico nostro, perchè altro parlar
ci sia che quello dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose che sono, solamente all’italiano
è dato il parlare italiano, sendo a lui necessario solo. Certo non a gl’angeli,
non a gli animali inferiori è necessario parlare. Adunque sarebbe stato dato in
vano a costoro -- non avendo bisogno di esso. E la natura certamente abborrisce
di fare cosa alcuna invano. Se volemo poi sottilmente considerare la intenzione
griceiana del parlar nostro, ni un'al trace ne troveremo che il manifestare ad
altri i concetti dell’ANIMA nostra. Avendo adunque gl’angeli prontissima, e ineffabile
sufficienzia d'intelletto da chiarire i loro gloriosi concetti, per la qual
sufficienzia d'intelletto l'uno è totalmente noto all'altro, o per sè, o almeno
per quel fulgentissimo specchio, nel quale tutti sono rappresentati bellissimi,
e in cui avidis simi sispecchiano; pertanto pare, che diniuno SEGNO di parlare
abbiano avuto mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando quei spiriti, che
cascarono dal cielo; a tale opposizione doppiamente si può rispondere. Prima,
che quando noi trattiamo di quelle cose, che sono che l'uomo italiano –
“homo sapiens sapiens” -- solo ha il COMERCIO del parlare. Qeesto, l’italiano, è
il nostro vero, naturale, e primo parlare: Qa bene essere, devemo essi lasciar
da parte, conciò sia che questi perversi non vollero aspettare la divina cura.
Seconda risposta,e meglio è, che questi demoni a manifestare fra sè la loro
perfidia, non hanno bisogno di conoscere, se non qualche cosa di ciascuno,
perchè è, e quanto è 1: il che certamente sanno; perciò che si conobbero l'un
l'altro avanti la ruina loro. A gl’animali inferiori poi non è bisogno
provvedere di parlare. Conciò sia che, per solo istinto di natura, siano
guidati. E poi tutti quelli animali che sono di una medesima specie hanno le
medesime azioni e le medesime passioni. Per le quali loro proprietà possono le
altrui conoscere. Ma a quelli che sono di diverse specie non solamente non è
necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli sarebbe stato, non essendo
alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi è opposto che il serpente che parla
a la prima femina, e l'asina di Balaam parla, a questo rispondo, che l'angelo
ne l'asina, e il diavolo nel serpente hanno talmente operato, che essi animali
mossero gl’organi loro; e così d'indi la voce risultò distinta, come vero
parlare; non che quello de l'asina fosse altro che ragghiare e quello del
serpente altro che fischiare. Il testo ha: non indigent, nisi ut sciant qui
libet de quolibet, quia est, et quantus est. Parrebbe più proprio il tradurre
cosi. Non hanno bisogno di CONOSCERE se non ciascheduno di ciaschedun altro che
è, e quanto è: ossia l'esistenza e il grado. Se alcuno poi argumentasse da
quello, che quel ingenoso romano, OVIDIO, dice nel V de la Metamorfosi che il
pico parla; dico che OVIDIO dice ‘parla’ FIGURATAMENTE, intendendo altro. Ma se
si dice che il pico presente o altro
uccello come il papagallo del principe
Maurizio ‘parla’, dico ch'egli è FALSO. Tale atto non è parlare, ma è certa
imitazione del suono de la nostra voce italiana; o vero che si sforzano di
imitare noi in quanto soniamo, ma non in quanto parliamo. Tal che se quello che
alcuno espressamente dice, ancora il pico ridice, questo non è se non
rappresentazione, o vero imitazione del suono di quello, che prima avesse
detto. E così appare a l'uomo italiano solo essere stato dato il parlare
l’italiano. Ma per qual cagione esso gli è necessario, ci sforzeremo brievemente
trattare. Che fu necessario a l'uomo il comercio Ovendosi adunque l'uomo non
per istinto di natura,ma per ragione. Ed essa ragione o circa la separazione, o
circa il giudidizio, o circa la elezione diversificandosi in ciascuno. Tal che
quasi ogni uno della sua propria. La voce del testo “discrezione” sarebbe resa
meglio dalla parola “discernimento” -- del parlare -- specie s'allegra. Giudichiamo
che niuno intenda l'altro per le sue proprie azioni, o passioni, come fanno le
bestie; nè anche per speculazione l'uno può intrar ne l'altro, come l’archangelo
Gabriele, sendo per la grossezza, e opacità del corpo mortale la umana specie
da ciò ritenuta. È adunque bisogno che volendo la generazione umana fra sè COMUNICARE
i suoi concetti ha qualche SEGNO sensuale e razionale per ciò che dovendo
prendere una cosa dalla ragione e ne la ragione portarla, bisognava essere
razionale ma non potendosi alcuna cosa di una ragione in un'altra portare se
non per il mezzo del SENSUALE è bisogno essere sensuale, perciò che se 'l è
solamente razionale, non puo trapassare. Se solo sensuale, non potrebbe prendere
da la ragione, nè ne la ragione de porre. E questo è SEGNO che il subietto, di
che parliamo, è nobile. Perciò che in quanto è suono, el segno è per natura una
cosa sensuale. In quanto che, secondo la volontà di ciascuno, IL SEGNO significa
qualche cosa, il segno è, come dice Grice, razionale. Ilt esto ha. Hoc equidem SEGNO
est, ipsum subjectum nobile, dequo loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum
sonus est. Esse; RATIONALE VERO IN QVANTVM ALIQVID SIGNIFICARE VIDETVR AD
PLACITVM. A noi pare più giusto l'interpretare questo passo cosi. Questo SEGNO
-- l'aliquod rationale signum et sensuale, di cui parla poche righe più sopra)
è per l'appunto il nobile soggetto di cui parliamo. Sensuale, per natura, in
quanto è suono fisico – la fissi greca la natura romana. Razionale, inquantoche,
se che uomo (zoon logikon) è prima dato il parlare, e che disse prima,
et in che lingua. l'uomo italiano solo è dato il parlare l’italiano. Ora istimo
che appresso debbiamo investigare, a che uomo è prima dato il parlare, e che
cosa prima dice, e a chi l’umo parla, e dove e quando, et eziandio in che
linguaggio il primo suo parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima
parte del Genesis, ove la sacratissima scrittura tratta del principio del mondo,
si truova la femina, prima che niun altro, aver parlato, cio è la presontuosissima
Eva, la quale al diavolo, che la ricercava, dice. Dio ci ha commesso, che non
mangiamo del frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo
tocchiamo, acciò che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si
trovi la donna aver primieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che
crediamo, che l'UOMO è quello che prima parla. Nè cosa inconveniente mi pare secondo
la volontà di ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale interpretazione
stala punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di troppo; ma, per
compenso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col senso di tutto il
Capitolo. Manifesto è per le cose già dette, che a pensare, che così eccellente
azione de la il generazione umana prima da L’UOMO, che da la femina
procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato dato
primieramente il parlare da Dio, subito che l’ha formato. – cf. La teoria
stoica sull’origine naturale del linguaggio e la prima significazione naturale
-- Che voce poi è quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in
pronto; e io non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per
modo d'interrogazione, o per modo di risposta.Assurda cosa veramente pare,e da
la ragione aliena, che da l'uomo è nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò
sia che da esso, et in esso è fatto l'uomo. E siccome, dopo la prevaricazione dell’umana
generazione, ciascuno esordio di parlare comincia da heu; così è ragionevol
cosa, che quello che è davanti, cominciasse da allegrezza, e conciò sia che
niun gaudio sia fuori di Dio, ma tutto in Dio, & esso Dio tutto sia allegrezza,
conseguente cosa è che 'l primo parlante dicesse primieramente Dio. Quindi
nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo aver prima per via di
risposta parlato, se risposta è, devette esser a Dio; e se a Dio, parrebbe, che
Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello che avemo detto di
sopra. Al qual dubbio risponderemo, che ben può l'uomo aver risposto a Dio, che
lo interrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella LOQUELA DEL LAZIO (la
latina), che dicemo. Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non
si pieghino secondo il voler di Dio, da cuièfatta, governata, e conservata
ciascuna cosa? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per
comandamento della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di
Dio,di maniera che fa risuonare i tuoni, ful gurare il fuoco, gemere l'acqua, e
sparge le nevi, e slancia la grandine; non si moverà egli per comandamento di
Dio a far risonare al cune parole le quali siano distinte da colui, che maggior
cosa distinse?e perchè no? Laon de et a questa, et ad alcune altre cose credia
mo tale risposta bastare. Dove, et a cui prima l'uomo parla. ta così dalle cose
superiori, come da le inferiori, che il primo uomo drizzasse il suo primo
parlare primieramente a Dio, dico, che ragionevolmente esso primo parlante parla
subito, che è da la virtù animante ispirato: per ciò che ne l'uomo crediamo, che
molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire, pur che egli sia
sentito, e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro, PROMETEO, di ogni
perfezione principio et amatore, inspirando il primo uomo con ogni perfezione
compi, ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo animale non prima
cominciasse a sentire, che 'l fosse sentito. Se alcuno poi dice contra l’obiezioni, iudicando
adunque (non senza ragione trat che non è bisogno che l'uomo parla,
essendo egli solo; e che Dio ogni nostro segreto senza parlare, ed
anco prima di noi discerne; ora (con quella riverenzia, la quale devemo
usare ogni volta, che qualche cosa de l'eterna volontà giudichiamo), dico,che
avegna che Dio sa, anzi antivedesse (che è una medesima cosa quanto a Dio) il
concetto del primo parlante senza parlare, non di meno volse che esso parla;
acciò che ne la esplicazione di tanto dono, colui, che graziosamente glielo
avea do nato, se ne gloriasse. E perciò devemo credere che da Dio proceda, che
ordinato l'atto dei nostri affetti, ce ne allegriamo. Quinci possiamo ritrovare
il loco, nel quale è mandata fuori la prima FAVELLA; perciò che se è animato
l'uomo fuori del paradiso, diremo che fuori. Se dentro, diremo che dentro è il
loco del suo primo parlare. Ra perchè i negozj umani si hanno ad esercitare per
molte e diverse lingue, tal che molti per le parole non intesi da molti, che
se fussero senza esse. Però fia buono investigare di quel parlare, del quale si
crede aver usato l'uomo, che nacque senza sono altrimente Di che idioma prima
l'uomo parla, e donde è l'autore di quest'opera. madre, e senza latte si
nutri, e che nè pupillare età vide, nè adulta. In questa cosa, sì come in altre
molte, Pietra mala è amplissima città, e patria de la maggior parte dei
figliuoli di Adamo. Però qualunque si ritrova essere di cosi disonesta ragione,
che creda, che il loco della sua nazione sia il più delizioso, che si trovi
sotto il sole, a costui parimente sarà licito preporre il suo proprio volgare,
cioè la sua materna locuzione, a tutti gli altri; e conseguentemente credere
essa essere stata quella di Adamo. Ma noi, acui il mondo è patria, sì come
a'pesci il mare, quantunque abbiamo bevuto l'acqua d'ARNO avanti che avessimo
denti, e che amiamo tanto FIRENZE, che pe averla amata patiamo ingiusto
esiglio, non dimeno le spalle del nostro giudizio più a la ragione che al senso
appoggiamo. E benchè se condo il piacer nostro, o vero secondo la quiete de la
nostra sensualità, non sia in terra loco più ameno di FIRENZE; pure rivolgendo
i vo lumi de'poeti e de gli altri scrittori, ne i quali il mondo universalmente
e particularmente si descrive, e discorrendo fra noi i varj siti dei luoghi del
mondo, e le abitudini loro tra l'uno e l'altropolo, e'lcircolo equatore, fermamente
comprendo, e credo, molte regioni e città essere più nobili e deliziose che TOSCANA
e FIRENZE, ove son nato, e di cui son cittadino; e molte nazioni e molte genti
usare più dilette vole, e più utile SERMONE, che gl’italiani. Ritornando
adunque al proposto, dico che una certa forma di parlare è creata da Dio
insieme con l'anima prima, e dico forma, quanto ai vocaboli delle cose, e
quanto a la construzione de’ vocaboli, e quanto al proferir de le construzioni;
la quale forma veramente ogni parlante lingua userebbe, se per colpa de la
prosunzione umana non è stata dissipata. Di questa forma di parlare parla Adamo,
e tutti i suoi posteri fino a la edificazione de la torre di Babel, la quale si
interpreta la torre de la confusione. Questa forma di locuzione hanno ereditato
i figliuoli di Eber, i quali da lui furono detti ebrei; a cui soli dopo la
confusione rimane, acciò che il nostro Redentore, il quale dove nascere di loro,
usasse, secondo l’umanità, della lingua della grazia, e non di quella de la
confusione degl’ebrei. È adunque l’ebreo idioma quello, che è fabbricato dalle
labbra del primo parlante confuso. ' Il testo ha: qui ex illis oriturus erat
secundum humanitatem, non lingua confusionis, sed gratiæ frueretur. E deve
tradursi: il quale dove vanascere di loro secondo l'umanità, usasse della
lingua della grazia – o di GRICE --, e non di quella della confusione. Hi
come gravemente mi vergogno di rin e per. A en ta generazione umana. Ma
perciò che non possia mo lasciar di passare per essa, se ben la faccia diventa
rossa, e l'animo la fugge, non starò di narrarla. Oh nostra natura sempre prona
ai peccati, oh da principio, e che mai non finisce, piena di nequizia; non era
stato assai per la tua corruttela, che per lo primo fallo fosti cacciata, e
stesti in bando de la p a tria de le delizie? non era assai, che per la
universale lussuria, e crudeltà della tua fami glia, tutto quello che era di
te, fuor che una casa sola, fusse dal diluvio sommerso, il male, che tu avevi
commesso, gli animali del cielo e de la terra fusseno già stati puniti? Certo
assai sarebbe stato; ma come prover bialmente si suol dire, Non andrai a
cavallo anzi terza; e tu misera volesti miseramente andare a cavallo. Ecco,lettore,
che l'uomo, o vero scordato,o vero non curando de le prime battiture, e
rivolgendo gli occhi da le sferze, che erano rimase, venne la terza volta a le
botte, per la sciocca sua e superba prosunzio ne. Presunse adunque nel suo
cuore lo incu rabile uomo, sotto persuasione di gigante, di superare con
l'arte sua non solamente la na tura,ma ancoraessonaturante,ilqualeèDio; e
cominciò ad edificare una torre in Sennar, la quale poi fu detta Babel, cioè
confusione, per la quale sperava di ascendere al cielo,avendo intenzione, lo
sciocco,non solamente di aggua gliare,ma diavanzare ilsuo Fattore.Oh cle menzia
senza misura del celeste imperio;qual padre sosterrebbe tanti insulti dal
figliuolo? Ora innalzandosi non con inimica sferza, ma con paterna, et a
battiture assueta, il ribel lante figliuolo con pietosa e memorabile corre
zione castigò. Era quasi tutta la generazione umana a questa opera iniqua
concorsa; parte comandava, parte erano architetti,parte face vano muri,parte
impiombavano, parte tiravano le corde ", parte cavavano sassi, parte per
ter ra,partepermareliconducevano.E cosìdi verse parti in diverse altre opere
s’affatica vano, quando furono dal cielo di tanta con fusione percossi, che
dove tutti con una istessa loquela servivano a l'opera, diversificandosi in
molte loquele, da essa cessavano, nè mai a quel medesimo comercio convenivano;
et a quelli soli, che in una cosa convenivano una Witte osserva che in luogo di
pars amysibus tegulabant, pars tuillis linebant, come leggeva erro neamente la
volgata nel testo latino, si deve leggere: pars amussibus tegulabant, pars
trullis (o truellis) linebant, e si deve tradurre: parte arrotavano sulle
pietre i mattoni,parte con le mestole intonacavano. istessa loquela
attualmente rimase, come a tutti gli architetti una, a tutti i conduttori di
sassi una,a tuttiipreparatori di quegli una, e così avvenne di tutti gli
operanti; tal che di quanti varj esercizj erano in quell'opera, di tanti varj
linguaggi fu la generazione umana disgiunta. E quanto era più eccellente l'arti
ficio di ciascuno, tanto era più grosso e barbaro il loro parlare. Quelli poscia,
a li quali il sacrato idioma rimase, nè erano presenti nè lodavano lo esercizio
loro; anzi gravemente biasimandolo, si ridevano de la sciocchezza de gli
operanti.Ma questi furono una minima parte di quelli quanto al numero; e furono,
sì come io comprendo, del seme di Sem, il quale fu il terzo figliuolo di Noè,
da cui nacque il popolo di Israel, il quale usò de la antiquissima locu zione
fino a la sua dispersione. e specialmente in Europa. Er la detta precedente
confusione di lingue non leggieramente giudichiamo, che allora primieramente gl’uomini
furono sparsi per tutti iclimi del mondo e per tutte le regioni e angoli di
esso. E conciò sia che la sottodivisione del parlare per il mondo, principal
radice dela propagazione umana sia ne le parti orientali piantata, e d'indi da
l'u no e l'altro lato per palmiti variamente diffusi, è la propagazione nostra
distesa; final mente in fino a l'occidente prodotta, là onde primieramente le
gole razionali gustarono o tutti,o almen parte de i fiumi di tutta Europa. Ma
ofussero forestieri questi, cheallorapri mieramente vennero, o pur nati prima
in E u ropa, ritornassero ad essa; questi cotali por tarono tre idiomi seco; e
parte di loro ebbero in sorte la regione meridionale di Europa, parte la
settentrionale, et i terzi, i quali al presente chiamiamo Greci, parte de
l’Asia e parte de la Europa occuparono. Poscia da uno istesso idio
ma,dalaimmonda confusione ricevuto, nac quero diversi volgari, come di sotto
dimostre remo; perciò che tutto quel tratto, ch'è da la foce del Danubio, o
vero da la palude Meotide, fino a i termini occidentali (li quali da i confini
d'Inghilterra, ITALIA e Gallia, e da l'Oceano sono terminati), tenne uno solo
idioma: avegna che poi per Schiavoni, Ungari, Tedeschi, Sassoni, Inglesi e
altre molte nazioni fosse in diversi volgari derivato; rimanendo questo solo
per segno, che avessero un medesimo prin cipio, che quasi tutti i predetti
volendo affir mare, dicono jo. Cominciando poi dal termine di questo
idioma,cioè da iconfini de gl’ungari verso oriente,un altro idioma tutto quel
tratto occupò. Quel tratto poi, che da questi in qua si chiama Europa, e
più oltra si stende,o ve ro tutto quello de la Europa che resta, tenne un terzo
idioma 1, avegna che al presente tri partito si veggia; perciò che volendo
affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri sì, cioè Spa gnuoli, Francesi et
Italiani. Il segno adunque che i tre volgari di costoro procedessero da uno
istesso idioma, è in pronto;perciò che molte cose chiamano per i medesimi
vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e vive,muore, ama,& altri
molti.Di questi adunque de la meridionale Europa, quelli che proferiscono oc
tengono la parte occidentale, che comincia da i confini de’ GENOVESI; quelli
poi che dicono sì, tengono da i predetti confini la parte orientale, cioè fino
a quel promontorio d'ITALIA, dal quale comincia il seno del mare Adriatico e la
Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi sono settentrionali a rispetto
di questi; perciò che da l'oriente e dal settentrione hanno gli Ale manni, dal
ponente sono serrati dal mare in 1 Il testo ha: A b isto incipiens idiomate,
videlicet a finibus Ungarorum versus orientem aliud occupa vittotum quod ab inde
vocatur Europa, nec non ul terius est protractum. Totum autem, quod in Europa
restat ab istis, tertium tenuit idioma. E deve essere tradotto cosi: A
cominciare da questo idioma, cioè dai confini degli Ungari verso oriente, un
altro idioma occupò l'intero tratto che da quei confini in là si chiama Europa,
e che si protrae anche più oltre. Tutto il tratto poi della rimanente Europa
tenne un terzo idioma. glese, e dai monti di Aragona terminati, dal mezzo di
poi sono chiusi da' Provenzali,e da la flessione de l'Appennino. Noi ora è
bisogno porre a pericolo 1 la Il verbo periclitari del testo latino qui vale
mettere alla prova, cimentare. ragione, che avemo, volendo ricercare di
quelle cose ne le quali da niuna autorità siamo aiutati, cioè volendo dire de
la variazione, che intervenne al parlare, che da principio era il medesimo. Ma
conciòsiachepercammininoti più tosto e più sicuramente si vada, però so lamente
per questo nostro idioma anderemo,e gli altri lascieremo da parte, conciò sia
che quello che ne l'uno è ragionevole, pare che eziandio abbia ad esser causa
ne gli altri. È adunque loidioma,deloqualetrattiamo(come ho detto di sopra) in
tre parti diviso, perciò che alcuni dicono oc, altri si, e altri oil. E che
questo dal principio de la confusione fosse uno medesimo (il che primieramente
provar si deve) appare, perciò che si convengono in molti vocaboli,come gli
eccellenti dottori dimostrano; De le tre varietà del parlare, e come col tempo
il medesimo parlare si muta, e de la invenzione de la grammatica. A la
quale convenienzia repugna a la confusione, che fu per il delitto ne la
edificazione di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste lingue in molte
cose convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil, Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor. Il
re di Navara, De'finamor sivientsenebenté. M. Guido Guinizelli, Nè fè amor,
prima che gentil core, Nè cor gentil,prima che amor,natura. Investighiamo
adunque, perchè egli in tre parti sia principalmente variato,e perchè cia scuna
di queste variazioni in sè stessa si varii, come la destra parte d'Italia ha
diverso par lare da quello de la sinistra, cioè altramente parlano i Padovani,
e altramente i Pisani: e investighiamo perchè quelli,che abitano più vi
cini,siano differenti nel parlare,come è iMila nesi e Veronesi, ROMANI e
Fiorentini;e ancora perchè siano differenti quelli,che si convengono sotto un
istesso nome di gente,come Napole tani e Gaetani, Ravegnani e Faentini; e quel
che è più maraviglioso, cerchiamo perchè non si convengono in parlare quelli
che in una medesima città dimorano, come sono i Bolognesi del borgo di san
Felice, e i Bolognesi della strada maggiore.Tutte queste differenze
adunque,e varietàdi sermone,che avvengono, con una istessa ragione saranno
manifeste. Dico adunque, che niuno effetto avanza la sua ca gione, in quanto
effetto, perchè niuna cosa può fare ciò che ella non è. Essendo adunque ogni
nostra loquela (eccetto quella che fu da Dio insieme con l'uomo creata) a
nostro benepla cito racconcia,dopo quella confusione,la quale niente altro fu
che una oblivione de la loquela prima, et essendo l'uomo instabilissimo e va
riabilissimo animale, la nostra locuzione ne durabile nè continua può essere;
ma come le altre cose che sono nostre (come sono costumi et abiti), simutano; cosìquesta,
secondo ledi stanzie de iluoghi e dei tempi,è bisogno di va riarsi.Però non è
da dubitare che nel modo che avemo detto,cioè,che con ladistanziadeltempo il
parlare non si varii, anzi è fermamente da tenere; perciò che se noi vogliamo
sottilmente investigare le altre opere nostre,le troveremo molto più differenti
da gli antiquissimi nostri cittadini, che da gli altri de la nostra età, q u a
n tunquecisianomoltolontani1. Il perchè audacemente affermo, che se gli
antiquissimi Pavesi ora risuscitassero,parlerebbero di diverso parlare di
quello, che ora parlano in Pavia; nè altrimente questo, ch'io dico, ci paja
maraviglioso, che I qualicisianomolto lontani (magis....quam a coetaneis
perlonginquis). ciparrebbe a vedere un giovane cresciuto,il quale
non avessimo veduto crescere.Perciò che le cose, che a poco a poco si movono,
il moto loro è da noi poco conosciuto;e quanto la va riazione de la cosa
ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto essa cosa è da noi più stabile
esistimata.Adunque non ci ammiriamo,se i discorsi di quegli uomini,che sono
poco da le bestie differenti, pensano che una istessa città abbia sempre il
medesimo parlare usato, conciò sia che la variazione del parlare di essa città
non senza lunghissima successione di tempo a poco a poco sia divenuta, e sia la
vita de gli uomini di sua natura brevissima. Se adunque il sermone ne la
istessa gente (come è detto) successivamente col tempo si varia, nè può per
alcun modo firmarse, è necessario che il par lare di coloro, che lontani e
separati dimorano, sia variamente variato; sì come sono ancora variamente
variati i costumi et abiti loro, i quali nè da natura,nè da consorzio umano
sono firmati, ma a beneplacito, e secondo la conve nienzia de i luoghi
nasciuti. Quinci si mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale
grammatica non è altro che una inalterabile conformità di parlare in diversi
tempi e luo ghi. Questa essendo di comun consenso di molte genti regulata, non
par suggetta al singulare arbitrio di niuno, e consequentemente non può essere
variabile.Questa adunque trovarono,ac ciò che per la variazion del parlare, il
quale De la varietà del parlare in Italia da la destra e sinistra parte
de l'Appennino. Ra uscendo in tre parti diviso (come di, per singulare arbitrio
si move,non ci fossero o in tutto tolte, o imperfettamente date le a u torità,
et i fatti de gli antichi, e di coloro da i quali la diversità dei luoghi ci fa
esser divisi. sopra è detto) il nostro parlare nella comparazione di se stesso,
secondo che egli è tri partito, con tanta timidità lo andiamo ponde rando, che
nè questa parte, nè quella, nè quell'altra abbiamo ardimento di preporre, se
non in quello sic, che i grammatici si trovano aver preso per avverbio di
affirmare: la qual cosa pare, che dia qualche più di autorità a gli Italiani, i
quali dicono si.Veramente ciascuna di queste tre parti con largo testimonio si
d i fende. La lingua di oil allega per sè, che, per lo suo più facile e più dilette
vole Volgare, tutto quello che è stato tradotto, o vero ritrovato in prosa
volgare,è suo; cioè la Bibbia,ifatti de i Trojani e dei ROMANI, le bellissime
favole del re Artù, e molte altre istorie e dottrine 1. ma: 0 · Il Fraticelli
avverte, a ragione, che qui bisognava tradurre non: la Bibbia,ifatti de'
Trojani... i libri che contengono i fatti de' Trojani. L'altra poi
argomenta per sè, cioè la lingua di oc; e dice che i volgari eloquenti
scrissero i primi poemi in essa, sì come in lingua più perfetta e più dolce;
come fu Piero di Alver nia et altri molti antiqui dottori.La terza poi, che è
de gli Italiani, afferma per dui privilegj esser superiore; il primo è, che
quelli, che più dolcemente e più sottilmente hanno scritti poe mi, sono stati i
suoi domestici e famigliari, cioè Cino da Pistoja, e lo amico suo; il secondo
è, che pare, che più s'accostino a la grammatica, la quale è comune.E questo, a
coloro, che vogliono con ragione considerare, par g r a vissimo argomento. Ma
noi lasciando da parte il giudicio di questo, e rivolgendo il trattato nostro
al VOLGARE ITALIANO, ci sforzeremo di dire le variazioni ricevute in esso, e
quelle fra sè compareremo. Dicemo adunque laItalia essere primamente in due
parti divisa,cioè ne la de stra e ne la sinistra; e se alcuno dimandasse qual è
la linea che questa diparte,brievemente rispondoessere il giogo del'Appennino; il
quale, come un colmo di fistula, di qua e di là a diver se gronde piove,e
l'acque di qua e di là per lunghi embricia diversi liti distillan, come Lucano
nel secondo descrive; et il destro lato ha il mar Tirreno per grondatoio, il
sinistro v'ha lo Adriatico. Del destro lato poi sono regioni la Puglia,ma non
tutta, Roma, il Ducato 1, + Ducato di Spoleto, Toscana, la Marca di
Genova. Del sinistro so no parte de la Puglia, la Marca d’Ancona, la Romagna,
la Lombardia, la Marca Trivigiana, con Venezia. Il Friuli veramente, e l'Istria
non possono essere se non de la parte sinistra d'Italia; e le isole del mar
Tirreno, cioè Sicilia e Sardigna,non sono se non de la destra, o veramente sono
da essere a la destra parte d'Italia accompagnate.In ciascuno adun que di
questi dui lati d'Italia, et in quelle parti che si accompagnano ad essi, le
lingue de gli uomini sono varie; cioè la lingua de i S i ciliani co iPugliesi,
e quella de i Pugliesi coi ROMANI,e dei ROMANI coi Spoletani,edi que
sticoiToscani,edeiToscani coiGenovesi,e de i Genovesi co i Sardi. E similmente
quella de i Calavresi con gli Anconitani, e di costoro coiRomagnuoli,e dei Romagnuoli
coi Lombardi, edeiLombardi coi Trivigiani e Veneziani, e di questi co i
Friulani, e di essi con gl'Istriani; ne la qual cosa dico, che nessuno de
gl’Italiani dissentirà da noi. Onde L’ITALIA sola appare in X I V Volgari esser
variata: cia scuno dei quali ancora in sè stesso si varia: come in Toscana i
Senesi e gli Aretini, in L o m bardia i Ferraresi e i Piacentini; e parimente
in una istessa città troviamo essere qualche variazione di parlare,come nel
Capitolo di so pra abbiamo detto. Il perchè se vorremo cal culare le prime, le
seconde, e le sottoseconde variazioni del Volgare d'Italia,avverrà che in Si
dimostra, che alcuni in Italia hanno brutto et inornato parlare. Ssendo IL
VOLGARE ITALIANO per molte varietà dissonante, investighiamo la più bella et illustre
loquela d'Italia; et acciò che a la nostra investigazione possiamo avere un
picciolo calle, gettiamo prima fuori de la selva gli a r
boriattraversati,elespine. Sicome adunque i Romani si stimano di dover essere a
tutti preposti, così in questa eradicazione, o vero estirpazione, non
immeritamente a gli altri li preporremo; protestando essi in niuna ragione de
la Volgare Eloquenza esser da toccare. Di cemo adunque il Volgare de'Romani,o
per dir meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i Volgari
Italiani; e non è maraviglia, sendo ne i costumi e ne le deformità de gli abiti
loro sopra tutti puzzolenti. Essi dicono: M e sure, quinte dici 1. Dopo questi
caviamo quelli de la Marca d’Ancona, i quali dicono Chigna mente sciate siate
2; con i quali mandiamo via questo minimo cantone del mondo si verrà,non
solamente a mille variazioni di loquela, m a ancora a molte più. I Sorella mia,
che cosa dici? Qualmente siate state, i Spoletani. E non è da preterire, che in
vitu perio di queste tre genti sono state molte can zoni composte, tra le quali
ne vidi una drit tamente e perfettamente legata, la quale un certo fiorentino,
nominato il Castra, avea com posto; e cominciava, Una ferina va scopai da Cascoli Cita cita sen
gia grande aina Dopo questi i Milanesi, et i Bergamaschi,& i loro vicini
gettiam via; in vituperio de i quali mi ricordo alcuno aver cantato, Ciò fu del
mes d'ochiover. Dopo questi crivelliamo
gli Aquilejensi, e gli I striani, i quali con crudeli accenti dicono Ces fastù;
e con questi mandiam via tutte lem o n tanine e villanesche loquele, le quali
di brut tezza di accenti sono sempre dissonanti da i cittadini, che stanno in
mezzo le città, come i Casentinesi, et i Pratesi. I Sardi ancora, i quali non
sono d'Italia,ma a la Italiaaccom pagnati, gettiam via: perchè questi soli ci p
a jono essere senza proprio Volgare, et imitano la grammatica,come fanno le
simie gli uomini; perchè dicono, Domus nova,e Dominus meus. Una ferina vosco
poi da Cascoli In te l'ora del
vespero, Il Fontanini propone di leggere: Zita zita sen gia a grande aina. Zita
vale gita; e aina val fretta. Ancor che l'aigua per lo foco lassi. Amor, che longamente m'hai menato. Ma questa
fama de la terra di Sicilia, se dirit tamente risguardiamo, appare, che
solamente per opprobrio de'principi Italiani sia rimasa; i quali non con modo
eroico,ma con plebeo seguono la superbia. Ma quelli illustri eroi Federico
Cesare et il ben nato suo figliuolo Manfredi, dimostrando la nobiltà e
drittezza de la sua forma,mentre che la fortuna gli fu fa vorevole,seguirono le
cose umane,e le bestiali sdegnarono. Il perchè coloro,cheeranodialto De lo
Idioma Siciliano e Pugliese. Ei crivellati (per modo di dire) Volgari d'Italia,
facendo comparazione tra quelli che nel crivello sono rimasi, brievemente sce
gliamo il più onorevole di essi. E primiera mente esaminiamo lo ingegno circa
il Siciliano, perciò che pare che il Volgare Siciliano abbia assunto la fama
sopra gli altri; conciò sia che tutti i poemi, che fanno gl'Italiani, si chia
mino Siciliani,e conciò sia che troviamo molti dottori di costà aver gravemente
cantato,come in quelle canzoni, Et, Se questo poi non vogliamo
pigliare, ma quello che esce de la bocca de i principali Si ciliani, come ne le
preallegate canzoni si può vedere, non è in nulla differente da quello,che è
laudabilissimo, come di sotto dimostreremo. |Traduzione letterale di altripices,
chesignifica in gannatori., cuore e di grazie dotati,si sforzavano di ade rirsi
alla maestà di sì gran principi; talchè in quel tempo tutto quello, che gli
eccellenti Italiani componevano, ne la Corte di sì gran re primamente usciva. E
perchè il loro seggio regale era in Sicilia, è avvenuto,che tutto quello che i
nostri precessori composero in Volgare, si chiama Siciliano; il che ritenemo
ancora noi; et i posteri nostri non lo potranno mutare. Racha, Racha.Che suona
ora la tromba de l'ultimo Federico? che ilsonaglio del secondo Carlo? che i
corni di Giovanni e di Azzo m a r chesi potenti?cheletibiedeglialtrimagnati? se
non, Venite, carnefici; Venite, altripici 1; Venite, settatori di avarizia.M a
meglio è tor nare al proposito, che parlare indarno. Or dicemo,che se vogliamo
pigliare il Volgar Siciliano,cioè quello che vien da imediocri pae sani, da la
bocca de i quali è da cavare il giu dizio, appare, che il non sia degno di
essere preposto a gli altri;perciò che 'l non si profe risce senza qualche
tempo, come è in Traggemi d'este focora
se t'este a bolontate. I Pugliesi poi, o vero per la acerbità loro, o vero per
la propinquità dei suoi vicini, che sono Romaneschi e Marchigiani, fanno brutti
barbarismi. E'dicono, Per fino amore
vo'si lietamente. Il perchè a quelli,
che noteranno ciò che si è detto di sopra, dee essere manifesto, che nè il
Siciliano, nè il Pugliese è quel Volgare che in Italia è bellissimo; conciò sia
che abbiamo m o strato, che gli eloquenti nativi di quel paese sieno da esso partiti.
De lo Idioma de i Toscani e dei
Genovesi. per la loro pazzia insensati, pare che a r rogantemente
s'attribuiscano il titolo del Volgare Illustre; et in questo non solamente
la Volzera che chiangesse lo
quatraro.Ma quantunque comunemente ipaesani pugliesi parlino bruttamente,
alcuni però eccellenti tra loro hanno politamente parlato, e posto ne le loro
canzoni vocaboli molto cortigiani, come manifestamente appare a chi iloro
scritti con sidera,come è, Madonna, dir vi voglio.E, opinione dei plebei
impazzisce, m a ritruovo molti uomini famosi averla avuta: come fu Guittone
d’Arezzo, il quale non si diede mai al Volgare Cortigiano; Bonagiunta da Lucca,
Gallo pisano, Mino Mocato senese,eBrunetto fioren tino, i detti dei quali, se
si avrà tempo di esaminarli,noncortigiani,ma proprjdeleloro cittadi essere si
ritroveranno. Ma conciò sia che i Toscani siano più de gli altri in questa
ebrietà furibondi, ci pare cosa utile e degna torre in qualche cosa la pompa a
ciascuno de i Volgari delle città di Toscana.I Fiorentini par. lano, e
dicono, Non facciamo altro. I Pisani,
Bene andonno li fanti de Fioranza per Pisa. I Lucchesi, Fo voto a Dio,che ingassara eie lo comuno de
Luca. I Senesi, Vo'tu venire ovelle? Di
Perugia, Orbieto, Viterbo e Città Castel lana, per la vicinità che hanno con
Romani e Spoletani, non intendo dir nulla.Ma come che quasi tutti i Toscani
siano nel loro brutto par Onche rinegata avessi io Siena. Gli Aretini, Manuchiamo introcque. lare ottusi,non
di meno ho veduto alcuni aver conosciuto la eccellenzia del Volgare,cioè Guido,
Lapo et un altro, fiorentini, e Cino Pistojese, il quale al presente
indegnamente posponemo, non indegnamente costretti.Adunque se esami neremo le
loquele toscane, e considereremo, come gli uomini molto onorati si siano da
esse loro proprie partiti, non resta in dubbio che il Volgare, che noi
cerchiamo, sia altro che quello che hanno ipopoli di Toscana. Se alcu no poi
pensasse che quello, che noi affermiamo de i Toscani,non sia da affirmare de
iGenovesi, questo solo costui consideri, che se i Genovesi per dimenticanza
perdessero il z lettera, biso gnerebbe loro, o ver essere totalmente muti, o
ver trovare una nuova locuzione; perciò che il z è la maggior parte del loro
parlare; la qual lettera non si può se non con molta aspe rità proferire. nino, et investighiamo tutta la sinistra parte
d'Italia, cominciando, come far solemo, a levante. Intrando adunque ne la
Romagna, dicemo che in Italia abbiamo ritrovati dui Vol gari, l'uno a l'altro
con certi convenevoli con De loIdioma di Romagna, edialcuni
Transpadani,especialmentedelVeneto. P Assiamo ora le frondute spalle de l'Appen
trarj opposto !, de li quali uno tanto femenile ci pare per la mollizia dei
vocaboli e de la p r o nuncia, che un uomo (ancora che virilmente parli) è
tenuto femina. Questo Volgare hanno tutti i Romagnuoli, e specialmente i
Forlivesi, la città de i quali, avegna che novissima sia, non di meno pare
esser posta nel mezzo di tutta la provincia. Questi affermando dicono Deusci, e
facendo carezze sogliono dire oclo meo,e co rada mea.Bene abbiamo inteso,che
alcuni di costoro ne i poemi loro si sono partiti dal suo proprio
parlare,cioèTomaso et Ugolino Buc ciola faentini.L'altro de idue parlari,che
ave mo detto, è talmente di vocaboli et accenti ir suto et ispido, che per la
sua rozza asperità non solamente disconza una donna che parli, ma ancora fa
dubitare, s'ella è uomo. Questo tale hanno tutti quelli che dicono magara, cioè
Bressani, Veronesi, Vicentini, et anco i P a doani, i quali in tutti i
participj in tus,e de nominativi in tas, fanno brutta sincope, come è merco, e
bonté. Con questi ponemo eziandio i Trivigiani, i quali al modo de i Bressani,
e de i suoi vicini proferiscono lo v consonante per f, removendo l'ultima
sillaba, come è nof per nove, vi f per vivo; il che veramente è barbarissimo, e
riproviamlo. I Veneziani ancora non saranno degni de l'onore de l'investigato
Il testo latino ha: duo. vulgaria, quibusdam convenientiis contrariis
alternata. tra i quali abbiamo veduto uno, che si è sfor zato partire dal
suo materno parlare, e ridursi al volgare cortigiano, e questo fu Brandino
padoano. Laonde tutti quelli del presente Ca pitolo comparendo alla sentenzia, determiniamo,
che nè il Romagnuolo nè ilsuo contrario,come si è detto, nè il Veneziano sia
quello Illustre Volgare che cerchiamo. CA Fa gran discussione del parlare nolognese.
quello che della italica selva ci resta. D i cemo adunque,che forse non hanno
avuta mala opinione coloro, che affermano che i Bolognesi con molto bella
loquela ragionano; conciò sia che da gli Imolesi,Ferraresi eModenesi qualche
cosa al loro proprio parlare aggiungano; chè tutti, sì come avemo mostrato,
pigliano dai loro vicini, come Sordello dimostra de la sua Mantova, che con
Cremona, Bressa e Verona confina. Il qual uomo fu tanto in eloquenzia, che non
solamente ne i poemi, m a in ciascun modo che parlasse, il Volgare de la sua
patria abbandond.Pigliano ancora iprefati cittadini Volgare; e se alcun di
loro, spinto da errore, in questo vaneggiasse, ricordisi se mai disse, Per le plage de Dio tu non verás ; Ra ci
sforzeremo, per espedirci,a cercare la leggerezza e la mollizia da
gl'Imolesi, e da i Ferraresi e Modenesi una certa loquacità, la qual è propria
de i Lombardi. Questa, per la mescolanza de i Longobardi forestieri, crediamo
essere rimasa ne gli uomini di quei paesi; e questa è la ragione, per la quale
non ritro viamo che niuno, nè Ferrarese, nè Modenese, nè Reggiano,sia stato
poeta;perciò che assue fatti a la propria loquacità, non possono per alcun
modo,senza qualche acerbità, al Volgare Cortigiano venire. Il che molto
maggiormente de i Parmigiani è da pensare; i quali dicono inonto per molto. Se
adunque i Bolognesi da l'una e da l'altra parte pigliano, come è detto,
ragionevole cosa ci pare che il loro parlare, per la mescolanza de gli oppositi,
rimanya di laudabile suavità temperato: il che per giudi zio nostro senza
dubbio esser crediamo.Vero è che se quelli, che prepongono il Volgare S e r
mone de iBolognesi,nel compararli essi hanno considerazione solamente a i
Volgari de le città d'Italia, volentieri ci concordiamo con loro. M a se
stimano simplicemente il Volgare Bolognese essere da preferire, siamo da essi
differenti e discordi; perciò che egli non è quello che noi
chiamiamoCortigiano& Illustre;ches'elfosse quello,ilmassimo Guido
Guinizelli,Guido Ghis liero, Fabrizio, & Onesto,& altripoetinon sariano
mai partiti da esso; perciò che furono dottori illustri, e di piena
intelligenzia ne le cose volgari. Più non attendo il tuo soccorso, Amore. Le quali parole sono in tutto diverse da le
pro prie bolognesi. Ora perchè noi non crediamo che alcuno dubiti di quelle
città che sono poste ne le estremità d'Italia; e se alcuno pur dubita, non lo
stimiamo degno de la nostra soluzione; però poco ci resta ne la discussione da
dire. Laonde disiando di deporre il crivello, accid che tosto veggiamo quello
che in esso è rimaso, dico che Trento, e Turino,& Alessandria sono città
tanto propinque a i termini d'Italia, che non ponno avere pura loquela; tal che
se così come hanno bruttissimo Volgare,così l'avessono bellissimo, ancora
negherei esso essere vera mente Italiano, per la mescolanza che ha de gli
altri.E però se cerchiamo il Parlare Italiano Illustre, quello che cerchiamo
non si può in esse città ritrovare. Il massimo Guido, Fabrizio, Madonna, ilfermocore. Lo mio lontano gire. Onesto
e pascoli d'Italia, e non avemo quella
pantera, che cerchiamo, trovato; per potere essa meglio trovare, con più
ragione investi ghiamola; acciò che quella, che in ogni loco si sente, et in
ogni parte appare?, con sollecito studio ne le nostre reti totalmente
inviluppia mo. Ripigliando adunque inostri istrumenti da cacciaredicemo, cheinognigenerazionedi
cose è di bisogno che una ve ne sia,con la quale tutte le cose di quel medesimo
genere si abbiano a comparare e ponderare, e quindi la misura di tutte le altre
pigliare.Come nel numero tutte le cose si hanno a misurare con la unità;e di
consi più e meno, secondo che da essa unità sono più lontane, o più ad essa
propinque. E cosi ne i colori tutti si hanno a misurare col bianco; e diconsi
più e meno visibili, secondo che a lui più vicini, e da lui più distanti si
sono.E sicome diquestichemostrano quan tità e qualità diciamo, parimente di
ciascuno I L'edizione del Corbinelli ha: redolentem ubique, etnec apparentem. Witte
propone di leggere: nec usquam apparentem. De lo eccellente Parlar
Volgare, il quale è comune a tutti gli Italiani. A poi che avemo cercato per
tutti i salti D de i predicamenti e de la sustancia pensiamo potersi dire;
cioè che ogni cosa si può misu rare in quel genere con quella cosa, che è in
esso genere simplicissima. Laonde ne le nostre azioni, in quantunque specie
sidividano,sibi sogna ritrovare questo segno,col quale esse si abbiano a
misurare; perciò che in quello che facciamo come simplicemente uomini, avemo la
virtù,la quale generalmente intendemo?; perciò che secondo essa giudichiamo
l'uomo buono e cattivo;in quello poi che facciamo, come uomini cittadini,avemo
la legge,secondo la quale si dice buono e cattivo cittadino;così in quello, che
come uomini italiani facciamo, avemo le cose simplicissime. Adunque se le
azioni italiane si hanno a misurare e ponde rare con i costumi, e con gli
abiti, e col parlare,quelle de leazioni italiane sono simplicissi me, che non
sono proprie di niuna città d'Italia, ma sono comuni in tutte 2; tra le quali
ora si 2 Il testo latino ha: inquantum uthominesLatini agimus,quædam habemus
simplicissima signa,idest morum,et habituum, et locutionis, quibus LATINO actiones
ponderantur et mensurantur. Quce quidem nobilissimasuntearum,quæ LATINORVM
sunt,actio num, hæc nulliuscivitatisItaliæ propria sunt,sed in omnibus communia
sunt: inter que nunc potest di scerni Vulgare. Il Fraticelli raddrizzò la
traduzione del Trissino a questo modo: in quello che, come uomini Il testo latino ha: virtutem habemus, ut
genera literillas (actiones) intelligamus.Edevetradursi:ab biamo per intenderle
(leazioni) generalmente,lavirtù. può discernere il Volgare,che di
sopra cerca vamo, essere quello,che in ciascuna città ap pare, e che in niuna
riposa 1. Può ben più in una,che in un'altra apparere,come fa la sim plicissima
de le sustanzie, che è Dio, il quale più appare ne l'uomo che ne le bestie, e
che ne le piante, e più in queste che ne le miniere, et in esse più che ne gli
elementi,e più nel foco, che ne laterra.E lasimplicissima quantità,che è
uno,più appare nel numero dispari che nel italiani facciamo, abbiamo certi
segni semplicissimi, cioè de'costumi, degli abiti e del parlare, coi quali le
azioni italiane si hanno a misurare e ponderare.Adun que quelle delle azioni
italiane sono nobilissime, che non sono proprie di niuna città d'Italia, ma
sono co muni in tutte: tra le quali ora si può discernere il Volgare. Il
Trissino, in luogo di nobilissime, ha semplicissime;eforselasua
lezioneèlavera.Levoci nobilissima, hæc,propria,communiaedinterquo non possono
riferirsi ad actiones, ma a signa: cosicchè si dovrebbe tradurre segni nobilissimi.
M a il dir segni nobilissimi è, certo, poco conforme al concetto generale del
Capitolo, nel quale l'autore non parla che di semplicis simi segni: e quindi la
traduzione più propria parrebbe dovesse essere la seguente: ora, quelli, che
sono segni semplicissimi delle azioni degli Italiani, quelli non sonpropri di
nessuna città,ma comuni a tutte:trai quali....;epiùbrevemente: iqualisegnidelleazioni
degli Italiani non son propri di nessuna città. 4 Vulgare.... quod in
qualibet civitate apparet, nec cubat in ulla. Il Manzoni, citando questo passo
nella lettera al Bonghi, da noi ristampata, traduce più esatta mente: il
Volgare, che in ogni città dà sentore di sè, e non si annida in nessuna.
pari; et il simplicissimo colore,che è ilbianco, più appare nel citrino
che nel verde. Adunque ritrovato quello che cercavamo, dicemo, che il Volgare
Illustre, Cardinale, Aulico e Corti giano in Italia è quello, il quale è di
tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna, col quale il Volgare di
tutte le città d'Italia si hanno a misurare, ponderare e comparare. Perchè
questo Parlare si chiami Illustre. Erchè adunque a questo ritrovato Parlare
aggiungendo Illustre,Cardinale, Aulico e Cortigiano, cosi lo chiamiamo, al
presente di remo; per il che più chiaramente faremo parere quello, che esso è.
Primamente adunque d i m o striamo quello che intendiamo di fare, quando vi
aggiungiamo Illustre, e perchè Illustre il dimandiamo.Per questonoiildicemo
Illustre, che illuminante et illuminato risplende. Et a questo modo nominiamo
gli uomini illustri, o vero perchè illuminati di potenzia sogliono con
giustizia e carità gli altri illuminare, o vero perchè eccellentemente
ammaestrati, eccellen temente ammaestrano, come fe'Seneca e Numa Pompilio; et il
Volgare di cui parliamo, il quale innalzato di magisterio e di potenzia,
innalza i suoi di onore e di gloria. E ch'el sia da magisterio innalzato, si vede,
essendo egli O n senza ragione esso Volgare Illustre o r
niamodisecondagiunta, cioèche Cardinale il chiamiamo, perciò che si come tutto
l'uscio seguita il cardine, talchè dove il cardine si volta, ancor esso (o
entro, o fuori che 'l si pie Perchè questo Parlare si chiami Cardinale,
di tanti rozzi vocaboli italiani, di tante per plesseconstruzioni,ditante
difettivepronunzie, di tanti contadineschi accenti, cosi egregio, così
districato, così perfetto e così civile ri dotto, come Cino da Pistoja e
l'amico suo ne le loro canzoni dimostrano. Che 'l sia poi esaltato di potenzia,
appare: e qual cosa è di maggior potenzia che quella, che può i cuori de gli u
o mini voltare, in modo che faccia colui che non vole, volere;e colui che vole,
non volere, come ha fatto questo, e fa? Che egli poscia innalzi di onore chi lo
possiede, è in pronto: non sogliono i domestici suoi vincere di fama
ire,imarchesi,iconti,etuttiglialtrigrandi? certo questo non ha bisogno di
pruova.Quanto egli faccia poi i suoi famigliari gloriosi, noi stessi l'abbiamo
conosciuto, i quali per la dol cezza di questa gloria ponemo dopo le spalle il
nostro esilio. Adunque meritamente dovemo esso chiamare Illustre. NA Aulico, e
Cortigiano. Il testo latino ha: Est etiam merito curiale dicen dum, quia
curialitas nil aliud est, etc. Il Fraticelli os serva in questo proposito
quanto segue: La Curia è il foro, illuogo o vesitrattanogliaffaripubblici;ma
es ghi)si volge; cosi tutta la moltitudine de i Volgari de le città si
volge e rivolge, si move e cessa,secondo che fa questo.Il quale veramente
appare esser padre di famiglia; non cava egli ogni giorno gli spinosi arboscelli
della italica selva? non pianta egli ogni giorno semente o inserisce piante?
che fanno altro gli agricoli di lei se non che lievano, e pongono, come si è
detto? Il perchè merita certamente essere di tanto vocabolo ornato. Perchè poi
ilnominiamo Aulico, questa è la cagione: perciò che se noi Italiani avessimo
Aula,questi sarebbe palatino. Se la Aula poi è comune casa di tutto il regno, e
sacra gubernatrice di tutte le parti di esso; convenevole cosa è che ciò che si
truova esser tale,che sia comune a tutti,e proprio di niuno; in essa conversi
et abiti; nè alcuna altra abi tazione è degna di tanto abitatore.Questo ve
ramente ci pare esser quel Volgare, del quale noi parliamo; e quinci avviene,
che quelli che conversano in tutte le Corti regali, parlano sempre con Volgare
Illustre. E quinci ancora è intervenuto che il nostro Volgare, come fore stiero
va peregrinando, et albergando ne gli umili asili, non avendo noi
Aula.Meritamente ancora sidee chiamare Cortigiano,perciò che la cortigiania
niente altro è,che una pesatura de le cose che si hanno a fare; e
conciò sia che la statera di questa pesatura solamente ne le ec cellentissime
Corti esser soglia, quinci avviene, che tutto quello, che ne le azioni nostre è
ben pesato, si chiama cortigiano. Laonde essendo questo ne la eccellentissima
Corte d'Italia p e sato,merita esser detto Cortigiano.Ma a dire che 'l sia ne
la eccellentissima Corte d'Italia pesato, pare fabuloso, essendo noi privi di
Corte; a la qual cosa facilmente si risponde. Perciò che avegna che la Corte
(secondo che ụnica si piglia, come quella del re di Alema gna) in Italia non
sia,le membra sue però non cimancano;ecome lemembra diquelladaun principe si
uniscono,cosi le membra di questa dal grazioso lume de la ragione sono unite; e
però sarebbe falso a dire, noi Italiani mancar di Corte quantunque manchiamo di
principe; perciò che avemo Corte, avegna che la sia cor poralmente dispersa,
sendo dal Trissino tradotto la Corte, viene a prodursi confusione, perchè Corte
è sinonimo di Aula o Reggia, Per l'esattezza del significato converrà rendere
la voce curialitas per curialità: e cosi in appresso per cui curiale le voci curia
e curialis., e Che i Volgari Italici in uno si riducono, Uesto
Volgare adunque,che essere Illustre, Q Cardinale,Aulico e Cortigiano avemo dimo
strato,dicemo esser quello,che si chiama Vol gare Italiano; perciò che sì come
si può tro vare un Volgare che è proprio di Cremona, così se ne può trovar uno
che è proprio di Lombardia, et un altro che è proprio di tutta la sinistra
parte d'Italia; e come tutti questi si ponno trovare, così parimente si può
trovare quello, che è di tutta Italia. E sì come quello si chiama cremonese e
quell'altro lombardo,e quell'altro di mezza Italia, così questo che è di tutta
Italia si chiama Volgare Italiano.Que sto veramente hanno usato gl’illustri
dottori che in Italia hanno fatto poemi in Lingua Vol gare; cioè i Siciliani, i
Pugliesi, i Toscani, i Romagnuoli,iLombardi,e quelli delaMarca Trevigiana e de
la Marca d’Ancona. E conciò sia che la nostra intenzione (come avemo nel
principio dell'opera promesso) sia d'insegnare la dottrina de la Eloquenzia
Volgare; però da esso Volgare Italiano,come da eccellentissimo, cominciando,
tratteremo nei seguenti libri, chi e quello si chiama Italiano. siano
quelli, che pensiamo degni di usare esso, e perchè, e a che modo, e dove, e
quando, et a chi sia esso da dirizzare. Le quali cose chia rite che siano,
avremo cura di chiarire i Vol gari inferiori, di parte in parte scendendo sino
a quello che è d'una famiglia sola. e quali no. del nostro ingegno,e
ritornando al calamo de la utile opera,sopra ogni cosa confessiamo, che 'l sta
bene ad usarsi il Volgare Italiano Illustre così ne la prosa, come nel verso. M
a perciò che quelli che scrivono in prosa,pigliano esso Volgare Illustre
specialmente da i trovatori; e però quello che è stato trovato, rimane un fermo
esempio a le prose,ma non al contrario; per ciò che alcune cose pajono dare
principalità Corbinelli e, dietro lui, tutti gli altri hanno poli citantes, che
non ha senso ol'hamoltooscuro;ma forse si deve leggere sollicitantes.
Quali sono quelli che denno usare il Volgare Illustre, P. Romettendo 1 un'altra
volta la diligenzia La voce inventum qui significa poetato. al
verso; adunque secondo che esso è metrico, versifichiamolo 1, trattandolo con
quell'ordine, che nel fine del primo Libro avemo promesso. Cerchiamo adunque
primamente, se tutti quelli che fanno versi volgari, lo denno usare, o no. Vero
è, che cosi superficialmente appare di sì; perciò che ciascuno che fa versi,dee
ornare i suoi versi in quanto 'l può. Laonde non sendo niuno di sì grande
ornamento, com'è il Volgare Illustre, pare che ciascun versificatore lo debbia
usare. Oltre di questo, se quello, che in suo genere è ottimo, si mescola con
lo inferiore, pare che non solamente non gli tolga nulla, ma che lo faccia
migliore.E però se alcun versificatore, ancora che faccia rozza mente versi,lo
mescolerà con la sua rozzezza, non solamente a lei farà bene, ma appare che
così le sia bisogno di fare; perciò che molto è più bisogno di ajuto a quelli
che ponno poco, che a quelli che ponno assai;e così appare che a tutti i
versificatori sia licito di usarlo. M a questo è falsissimo; perciò che ancora
gli eccellentissimi poeti non se ne denno sempre vestire,come per le cose di
sotto trattate si po trà comprendere.Adunque questo Illustre Volgare ricerca
uomini simili a sé,sì come ancora fanno gli altri nostri costumi et abiti: la m
a gnificenzia grande ricerca uomini potenti, la · Il testo latino ha ipsum
carminemus, che non vale versifichiamolo, ma pettiniamolo, rimondiamolo. porpora
uomini nobili; così ancor questo vuole uomini di ingegno e di scienze
eccellenti; e gli altri dispregia, come per le cose, che poi si diranno, sarà
manifesto.Tutto quello adunque, che a noi si conviene, o per il genere, o per
la sua specie, o per lo individuo ci si convie ne; come è sentire, ridere,
armeggiare; m a questo a noi non si conviene per il genere; perchè sarebbe
convenevole anco a le bestie; ne per la specie; perchè a tutti gli uomini saria
convenevole: di che non c'è alcun dubbio; chè niun dice,che'lsiconvenga
aimontanari.Ma gli ottimi concetti non possono essere, se non dove è
scienzia,& ingegno; adunque la ottima loquela non si conviene a chi tratti
di cose grossolane; conviene sì per l'individuo; m a nulla a l'individuo
conviene se non per le pro prie dignità; come è mercantare, armeggiare, reggere.E
però, selecoseconvenienti risguar dano le dignità, cioè i degni; et alcuni
possono essere degni, altri più degni, et altri degnissi mi;è manifesto,che le
cose buone a i degni,le migliori a i più degni, le ottime a i degnissimi si
convengono. E conciò sia che la loquela non altrimenti sia necessario
istromento a i nostri concetti, di quello che si sia il cavallo al sol dato; e
convenendosi gli ottimi cavalli a gli ottimi soldati, a gli ottimi concetti
(come è detto) la ottima loquela si converrà. Ma gli ottimi concetti non ponno
essere,se non dove è scien zia,& ingegno;adunque laottimaloquelanon si
convien se non a quelli, che hanno scienzia, et ingegno; e così non à tutti i
versificatori si convien ottima loquela, e consequentemente nè l'ottimo Volgare;
conciò sia che molti senza scienzia,e senza ingegno facciano versi.E però, se a
tutti non conviene, tutti non denno usa re esso; perciò che niuno dee far
quello, che non si gli conviene.E dove dice,che ogni uno dee ornare i suoi
versi quanto può, affermiamo esser vero; m a nè il bove efippito !, nè il porco
balteato chiameremo ornato,anzi fatto brutto, e di loro ci rideremo; perciò che
l'ornamento non è altro, che uno aggiungere qualche con venevole cosa a la cosa
che si orna. A quello ove si dice, che la cosa superiore con la infe riore
mescolata adduce perfezione, dico esser vero,quando laseparazionenonrimane;come
è, se l'oro fonderemo insieme con l'argento; ma se la separazione rimane,la
cosa inferiore si fa più vile; come è mescolare belle donne con brutte. Laonde
conciò sia che la senten zia de i versificatori sempre rimanga separata mente
mescolata con le parole, se la non sarà ottima, ad ottimo Volgare accompagnata,
non migliore,ma peggiore apparerà,a guisa di una brutta donna, che sia di seta
o d'oro vestita. Ephipiatum vale insellato, e balteatum vale cin turato. In
qual materia stia bene usare Apoichè avemo dimostrato, che non tutti il
Volgare Illustre. D tissimi denno usare il Volgare Illustre, conse i
versificatori, m a solamente gli eccellen quente cosa è dimostrare poi, se
tutte le m a terie sono da essere trattate in esso, o no; e se non sono tutte,
veder separatamente quali sono degne di esso. Circa la qual cosa prima è da
trovare quello che noi intendiamo,quando dicemo degna essere quella cosa, che
ha di gnità, si come è nobile quello che ha nobiltà; e così conosciuto lo
abituante, si conosce lo abituato, in quanto abituato di questo; però
conosciuta la dignità, conosceremo ancora il degno. È adunque la dignità un
effetto, o vero termino de i meriti;perciò che quando uno ha meritato bene,
dicemo essere pervenuto a la dignità del bene; e quando ha meritato male, a
quella del male; cioè quello che ha ben c o m battuto, è pervenuto a la dignità
de la vittoria, e quello che ha ben governato, a quella del regno; e così il
bugiardo a la dignità de la vergogna, et il ladrone a quella de la morte. Ma
conciò sia che in quelli, che meritano bene, si facciano comparazioni, e cosi
ne gli altri, perchè alcuni meritano bene,altri meglio, altri
ottimamente, et alcuni meritano male, altri peggio,altripessimamente;e
conciò ancora sia, che tali comparazioni non si facciano, se non avendo
rispetto al termine de imeriti, il qual termine (come è detto) si dimanda
dignità, manifesta cosa è,che parimente le dignità hanno comparazione tra sè,secondoilpiù&
ilmeno; cioè che alcune sono grandi, altre maggiori, altre grandissime; e
consequentemente alcuna cosa è degna, altra più degna, altra degnis sima; e
conciò sia che la comparazione de le dignità non si faccia circa il medesimo
objetto, ma circa diversi, perchè dicemo più degno quello che è degno di una
cosa più grande, e degnissimo quello che è degno d'una altra cosa grandissima;
perciò che niuno può essere di una stessa cosa più degno; manifesto è che le
cose ottime (secondo che porta il dovere) sono de le ottime degne.Laonde
essendo questo Volgare (che dicemo Illustre) ottimo sopra tutti gli altri
volgari,consequente cosa è,che solamente le ottime materie siano degne di
essere trat tateinesso;ma qualisisianopoiquellema terie,che chiamiamo
degnissime,è buono al presente investigarle. Per chiarezza de le quali cose è
da sapere, che si come ne l'uomo sono tre anime, cioè la vegetabile, la animale
e la razionale, cosi esso per tre sentieri cammina; perciò che secondo che ha
l'anima vegetabile, cerca,quello che è utile, in che partecipa con le piante;
secondo che ha l'animale, cerca, quello, che è dilettevole, in che
partecipa con le bestie; e secondo che ha la razionale, cer ca l'onesto, in che
è solo, o vero a la natura angelica s'accompagna; tal che tutto quel che
facciamo, par che si faccia per queste tre cose. E perchè in ciascuna di esse
tre sono alcune cose, che sono più grandi, et altre grandissi me; per la qual
ragione quelle cose, che sono grandissime, sono da essere grandissimamente
trattate, e consequentemente col grandissimo Volgare; ma è da disputare quali
si siano que ste cose grandissime. E primamente in quello, che è utile; nel
quale, se accortamente consi deriamo la intenzione di tutti quelli, che cer
cano la utilità, niuna altra troveremo, che la salute. Secondariamente in
quello, che è dilet tevole; nel quale dicemo quello essere massi mamente
dilettevole, che per il preciosissimo objetto de l'appetito diletta; e questi
sono i piaceridiVenere.Nel terzo,cheèl'onesto, niun dubita essere la virtù. Il
perchè appare queste tre cose,cioè la salute,ipiaceridi Ve nere, e la virtù
essere quelle tre grandissime materie, che si denno grandissimamente trat tare,
cioè quelle cose, che a queste grandissime sono; come è la gagliardezza de
l'armi, l'ar denzia de l'amore, e la regola de la volontà. Circa le quali tre
cose sole (se ben risguar diamo) troveremo gli uomini illustri aver vol
garmente cantato; cioè Beltramo di Bornio le armi; Arnaldo Danielo lo amore;
Gerardo de Bornello la rettitudine; Cino da Pistoia lo a m o re; lo amico
suo la rettitudine. Beltramo adunque dice,
Non puesc mudar q'un chantar non esparja. Arnaldo,
Laura amara fa 'ls broils blancutz clarzir. Gerardo, Non trovo poi, che
niun Italiano abbia fin qui cantato de l'armi. Vedute adunque queste cose (che
avemo detto), sarà manifesto quello, che sia nel Volgare Altissimo da cantare. In
qual modo di rime si debba usare Raci sforzeremo sollicitamente d'investi 0
gareilmodo,colqualedebbiamo stringere quelle materie, che sono degne di tanto
Volgare.Volendo adunque dare ilmodo, col quale Per solatz revelhar Que
s'es trop endormitz. Degno son io,che mora. Doglia mi reca nelo cuore ardire.
il Volgare Altissimo. Cino, Lo amico suo, queste degne materie si
debbiano legare; primo dicemo doversi a la memoria ridurre,che quelli, che
hanno scritto Poemi volgari,hanno essi per molti modi mandati fuori; cioè
alcuni per Canzoni, altri per Ballate, altri per Sonetti, altri per alcuni
altri illegittimi et irregolari modi, Come di sotto simostrerà. Di questi modi
adun que il modo de le Canzoni essere eccellentissi m o giudichiamo; là onde se
lo eccellentissimo è delo eccellentissimo degno, come di sopra è provato,le
materie che sono degne de lo eccel lentissimo Volgare, sono parimente degne de
lo eccellentissimo modo,e consequentemente sono da trattare ne le Canzoni;e che
'l modo de le Canzoni poi sia tale, come si è detto, si può per molte ragioni
investigare. E prima,essendo Canzone tutto quello che si scrive in versi, et essendo
a le Canzoni sole tal vocabolo attri buito, certo non senza antiqua prerogativa
è processo. Appresso, quello che per sè stesso adempie tutto quello per che
egli è fatto, pare esser più nobile, che quello che ha bisogno di cose che
sieno fuori di sè; m a le Canzoni fanno per sè stesse tutto quello che denno;
il che le Ballate non fanno, perciò che hanno bisogno di
sonatori,aliqualisonofatte;adunque séguita, che le Canzoni siano da essere
stimate più n o bili de le Ballate, e consequentemente il modo loro essere
sopra gli altri nobilissimo, conciò sia che niun dubiti, che il modo de le
Ballate non sia più nobile di quello de i Sonetti. A ppresso pare, che quelle
cose siano più nobili, che arrecano più onore a quelli che le hanno fatte; e le
Canzoni arrecano più onore a quelli che le hanno fatte, che non fanno le
Ballate; adunque sono di esse più nobili, e consequen temente il modo loro è
nobilissimo. Oltre di questo, le cose che sono nobilissime, molto ca ramente si
conservano; m a tra le cose cantate, le Canzoni sono molto caramente conservate,
come appare a coloro che vedeno ilibri; adun que le Canzoni sono nobilissime, e
consequen temente ilmodo loro è nobilissimo.Appresso, ne le cose artificiali
quello è nobilissimo che comprende tutta l'arte; essendo adunque le cose,che si
cantano, artificiali, e ne le Canzoni sole comprendendosi tutta l'arte, le
Canzoni sono nobilissime,ecosìilmodo loroènobi lissimo sopra gli altri.Che
tutta l'arte poi sia ne le Canzoni compresa, in questo simanifesta, che tutto
quello che si truova de l'arte, è in esse,ma non si converte 1. Questo segno
adun que di ciò che dicemo, è nel cospetto di ogni uno pronto; perciò che tutto
quello che da la cima de le teste de gli illustri poeti è disceso a le loro
labbra,solamente ne le Canzoni si ri truova. E però al proposito è manifesto,
che quelle cose che sono degne di Altissimo Volgare, si denno trattare ne le
Canzoni. Sed non convertitur. Più chiaro di non si converte sarebbe però non e
converso,ovvero non al contrario. De la varietà de lo stile secondo la qualità
de la poesia. L'adpotiavimus del LATINO nonvaleavemo approvato, ma abbiamo dato
a bere. Fraticelli propone che si tra duca per traslato: abbiamo dato un
saggio. A poi che avemo districando approvato 1 co, e che materie siano
degne di esso, e parimente il modo, il quale facemo degno di tanto onore, che
solo a lo Altissimo Volgare si con venga; prima che noi andiamo ad altro, di
chiariamo il modo delle ca nzoni, le quali pajono da molti più tosto per caso
che per arte usur parsi. E manifestiamo il magisterio di quel l'arte, il quale
fin qui è stato casualmente preso, lasciando da parte il modo deleBallate e de
i Sonetti; per ciò che esso intendemo dilu cidare nel quarto Libro di
quest'opera nostra, quando del Volgare Mediocre tratteremo. R i veggendo
adunque le cose che avemo detto, ci ricordiamo avere spesse volte quelli, che
fanno versi volgari, per poeti nominati; il che senza dubbio ragionevolmente
avemo avuto ardimento di dire; per ciò che sono certamente poeti, se
drittamente la poesia consideriamo; la quale non è altro che una finzione
rettorica, e po sta in musica.Non di meno sono differenti da i, grandi poeti, cioè
da i regulati; per ciò che quelli 1 hanno usato sermone et arte regulata, e
questi (come si è detto) hanno ogni cosa a caso; il perchè avviene, che quanto
più stret tamente imitiamo quelli 2,tanto più drittamente componiamo; e però
noi, che volemo porre ne le opere nostre qualche dottrina, ci bisogna le loro
poetiche dottrine imitare. Adunque s o pra ogni cosa dicemo, che ciascuno
debbia pi gliare il peso de la materia eguale a le proprie spalle, a ciò che la
virtù di esse dal troppo peso gravata, non lo sforzi a cadere nel fango. Questo
è quello, che il maestro nostro ORAZIO comanda,quando nel principio dela sua
Poe tica dice, Voi, che scrivete versi,
abbiate cura Di tor subjetto al valor vostro eguale. Dapoinelecose,che
cioccorrono + Il testo latino ha isti:quindi non quelli,ma questi; e per
conseguenza nella riga seguente non questi, ma quelli. Sarebbe più chiaro dire
i primi in luogo di quelli. devemo usare divisione, considerando da
cantarsi con modo tragico,o comico, o ele giaco. Per la Tragedia prendemo lo
stile s u periore,per la Commedia lo inferiore, per l'E dei miseri. Se le cose
che ci oc legia quello cantate col correno, pare che siano da essere modo
tragico, allora è da pigliare il Volgare Illustre, e conseguentemente da legare
la Can a dire, se sono 1 Il testo latino ha: tensis fidibus adsumat
secure plectrum; che deve essere tradotto: tese le corde, a s suma francamente
ilplettro. zone; m a se sono da cantarsi con cómico, si piglia alcuna
volta ilVolgare Mediocre, ed al cuna volta l'Umile; la divisione de i quali nel
quarto di quest'opera ci riserviamo a mostra re. Se poi con elegiaco, bisogna
che solamente pigliamo l'Umile.M a lasciamo gli altri da parte, et ora (come è
il dovere) trattiamo de lo stile tragico. Appare certamente, che noi usiamo lo
stile tragico, quando e la gravità de le sen tenzie, e la superbia de i versi,
e la elevazione de le construzioni,e la eccellenzia de ivocaboli si concordano
insieme. M a perchè (se ben ci ricordiamo) già è provato, che le cose somme
sono degne de le somme, e questo stile che chiamiamo tragico, par e essere il
sommo dei stili; però quelle cose che avemo già distinte doversi sommamente
cantare, sono da essere in questo solo stile cantate; cioè la salute, lo amore
e la virtù, e quelle altre cose, che per cagion di esse sono ne la mente nostra
conce pute, pur che per niun accidente non siano fatte vili. Guardişi adunque
ciascuno, e di scerna quello che dicemo; e quando vuole que ste tre cose
puramente cantare, o vero quelle che ad esse tre dirittamente e puramente se
gueno, prima bevendo nel fonte di Elicona, ponga sicuramente a l'accordata lira
il sommo plettro 1,e costumatamente cominci.Ma a fare questa
Canzone e questa divisione come si dee, qui è la difficultà, qui è la fatica;
per ciò che mai senza acume d'ingegno, nè senza assiduità d'arte, nè senza
abito di scienze non si potrà fare. E questi sono quelli che 'l Poeta nel VI de
la Eneide chiama diletti da Dio, e da la ar dente virtù alzati al cielo, e
figliuoli de gli Dei, avegna che figuratamente parli. E pero si confessa la
sciocchezza di coloro, i quali senza arte,e senza scienzia,confidandosi
solamente del loro ingegno, si pongono a cantar som mamente le cose
somme.Adunque cessino que sti tali da tanta loro presunzione; e se per la loro
naturale desidia sono oche, non vogliano l'aquila,che altamente vola, imitare sentenzie
a bastanza, o almeno tutto quello che a l'opera nostra si richiede; il perchè
ci affretteremo di andare a la superbia dei versi. Circa i quali è da sapere,
che i nostri pre cessori hanno ne le loro Canzoni usato varie sorti di versi,
il che fanno parimente imoder ni; m a in fin qui niuno verso ritroviamo, che
abbia oltre la undecima sillaba trapassato, nè sotto la terza disceso. Et avegna
che i Poeti, De la composizione deiversi e de la loro varietà sillabica. Noi
pare di aver detto de la gravità de le A Italiani abbiano usate
tutte le sorti di versi, che sono da tre sillabe fino a undici, non di meno il
verso di cinque sillabe, e quello di sette, e quello di undeci sono in uso più
fre quente; e dopo loro si usa il trisillabo più de gli altri; de gli quali
tutti quello di undeci sillabe pare essere il superiore sì di occupa zione di
tempo, come di capacità di sentenzie, di construzioni e di vocaboli; la
bellezza de le quali cose tutte si moltiplica in esso, come manifestamente
appare, per ciò che ovunque sono moltiplicate le cose che pesano, si molti
plica parimente il peso.E questo pare che tutti i dottori abbiano conosciuto,
avendo le loro illustri Canzoni principiate da esso; come Bornello, Ara auzirez
encabalitz cantars. Il qual verso avegna che paja di dieci silla be,è
però,secondo la verità de la cosa, di undeci; per ciò che le due ultime
consonanti non sono de la sillaba precedente.Et avegna che non abbiano propria
vocale, non perdono però la virtù dela sillaba; & ilsegnoè,che ivi la rima
si fornisce con una vocale; il che essere non può se non per virtù de l'altra
che ivi si sottintende. Il re di Navara, De finamor sivient sen e bonté. Ove se
si considera l'accento e la sua cagione, apparirà essere endecasillabo. Amor,che
longiamente m'hai menato. Per finamore vo silietamente. Amor, che muovi tua
virtù dal cielo. Al cor gentil ripara sempre amore. 11 Giudice di Colonna da
Messina, Guido Guinicelli, Rinaldo d'Aquino, Non spero che giammai per mia
salute. Et avegna che questo verso endecasillalo (co me sièdetto) siasopratuttiperildoverece
leberrimo, non di meno se'l piglierà una cer ta compagnia de lo eptasillabo,
pur che esso però tenga il principato, più chiaramente e più altamente parerà
insuperbirsi, ma questo si rimanga più oltra a dilucidarsi. Così diciamo che
l’eptasillabo segue a presso quello che è massimo ne la celebrità. Dopo questo
quello che chiamiamo pentasillabo,e poi il trisillabo ordiniamo.Ma quel di nove
sillabe, per essere il trisillabo triplicato, o vero mai non fu in onore, o
vero per il fastidio è uscito di uso. Quelli poi di sillabe pari, per la sua
rozzezza non usiamo se non rare volte; per ciò che ri tengono la natura de i
loro numeri,i quali s e m Cino da Pistoja, Lo amico suo: Erchè circa il
Volgare Illustre la nostra nobilissimo; però avendo scelte le cose che sono
degne di cantarsi in esso, le quali sono quelle tre nobilissime che di sopra
avemo pro vate; et avendo ad esse eletto il modo de le Canzoni, si come
superiore a tutti gli altri modi, et a ciò che esso modo di Canzoni pos siamo
più perfettamente insegnare, avendo già alcune cose preparate, cioèlostile,&
iversi; ora de la construzione diremo. È adunque da sapere, che noi chiamiamo
construzione una regulata composizione di parole, come è, Ari stotile diè opera
a la filosofia nel tempo di Alessandro. Qui sono diece parole poste regu
latamente insieme, e fanno una construzione. pre soggiaceno a i numeri
caffi, sì come fa la materia a la forma. E cosi raccogliendo le cose dette,
appare lo endecasillabo essere su perbissimo verso; e questo è quello che noi
cercavamo. Ora ci resta di investigare de le construzioni elevate e de i
vocaboli alti, e fi nalmente, preparate le legne e le funi, inse gneremo a che
modo il predetto fascio, cioè la Canzone, si debba legare. De le construzioni,
che si denno usare ne le Canzoni. P si M a circa questa prima è da
considerare, che de le construzioni altra è congrua, et altra è incongrua.E
perchè(seilprincipiodelano stra divisione bene ciricordiamo)noi cerchiamo
solamente le cose supreme, la incongrua in questa nostra investigazione non ha
loco; per ciò che ella tiene il grado inferiore de la bontà. Avergogninsi
adunque, avergogninsi gli idioti di avere da qui innanzi tanta audacia, che v a
dano ale Canzoni;de iquali non altrimenti so lemo riderci, di quello che si
farebbe d'un cieco, il quale distingues sei colori. È adun que la construzione
congrua quella che cerchia mo.Ma ci accade un'altra divisione 2 di non minore
difficultà, avanti che parliamo di quella construzione,che cerchiamo,cioè di
quella che è pienissima di urbanità; e questa divisione e, che molti sono i
gradi de le construzioni, cioè lo insipido, il quale è de le persone grosse,
come è, Piero ama molto madonna Berta. Ecci il semplicemente saporito, il quale
è de i scolari rigidi, o vero de i maestri, come è, Di
tuttiimiserim'incresce;ma homaggiorpietà di coloro, i quali in esiglio
affliggendosi, r i vedeno solamente in sogno le patrie loro. Ecci ancora il
saporito e venusto, il quale è di alcuni, che così di sopra via pigliano la
Rettorica, come è, La lodevole discrezione del Meglio, forse, ragionasse o
giudicasse di colori. 2 Meglio distinzione (discretio). Nuls hom non pot
complir adreitamen. Amerigo di Peculiano, Si com’l'arbres,que per
sobrecarcar. Præparata qui ha il senso
di preveniente. Si per mon Sobretot no fos. Il re di Navara, T a m m'abelis l'amoros pensamens. Arnaldo Daniello, marchese da Este,e la sua
preparata 1 magni ficenzia fa esso a tutti essere diletto. Ecci a p presso il
saporito e venusto, ed ancora eccelso, il quale è dei dettati illustri, come
è,Avendo Totila mandato fuori del tuo seno grandissima parte de i fiori, o
Fiorenza, tardo in Sicilia, e indarno se n'andd. Questo grado di constru zione
chiamiamo eccellentissimo, e questo è quello che noi cerchiamo, investigando
(come si è detto ) le cose supreme. E di questo sola mente le illustri Canzoni
si trovano conteste, come: Gerardo,
Dreit amor qu'en mon cor repaire. Folchetto di Marsiglia, Sols sui qui sai lo sobrafan, que m sorts. Amerigo
de Belimi, Tegno di folle impresa a lo ver dire. Avegna ch'io non aggia più per tempo. Amor,
che ne la mente mi ragiona. N o n ti maravigliare, lettore, che io abbia tanti
autori a la memoria ridotti; per ciò che non possemo giudicare quella
construzione, che noi chiamiamo suprema, se non per simili esempj. E forse
utilissima cosa sarebbe per abituar quella, aver veduto i regulati poeti, cioè
Virgilio, la Metamorfosi di OVIDIO, STAZIO e LUCANO, e quelli ancora che hanno
usato al tissime prose; come è Tullio, Livio, PLINIO, Frontino, Paolo Orosio, e
molti altri, i quali la nostra amica solitudine ci invita a vedere. Cessino
adunque i seguaci de la ignoranzia, che estolleno Guittone d'Arezzo, et alcuni
al tri, i quali sogliono alcune volte 1 ne i vocaboli e ne le construzioni
essere simili a la plebe. Nunquam invocabulisatqueconstructionedesuetos
plebescere. Non dunque alcune volte,ma sempre. CAVALCANTI, Poi che di doglia cor convien, ch'io porti.
> Guido Guinizelli, Cino da Pistoja, Lo amico suo, 1 dere
ricerca, che siano dichiarati quelli vocaboli grandi, che sono degni di stare
sotto l'altissimo stile. Cominciando adunque, affir miamo non essere piccola
difficultà de lo intel letto a fare la divisione dei vocaboli; per cið che
vedemo, che se ne possono di molte m a niere trovare.De i vocaboli adunque
alcuni sono puerili, altri feminili, et altri virili, e di questi alcuni
silvestri,& alcuni cittadineschi chiamia m o 1,& alcuni pettinati, e
lubrici; alcuni irsuti e rabuffati conosciamo; tra i quali i pettinati e
gl’irsuti sono quelli che chiamiamo grandi; i lubrici poi e i rabuffati sono
quelli la cui riso nel metro volgare. A successiva provincia del nostro
proce. Quali vocaboli si debbano porre e quali no 1Corbinelli ha: et horum
quædam silvestria,quæ dam urbania:eteorum,quo urbana vocamus,quo dam
pesaethirsuta,quædam lubricaetreburrasenti mus. La traduzione del Trissino va raddrizzatacosi:edi
questi alcuni silvestri,e alcuni cittadineschi;e di quelli che chiamiamo
cittadineschi, alcuni pettinati e irsuti, alcuni lubricierabbuffati. Altrihanno
invece:quædam pexaet lubrica, quædam hirsutaetreburra:cioèal cunipettinati e
lubrici (ossia scorrenti),alcuni irsuti e rabbuffati., nanzia è superflua; per
ciò che si come ne le grandi opere alcune sono opere di magnanimità, altre di
fumo, ne le quali avvenga che così di sopra via paja un certo ascendere,a chi
però con buona ragione esse considera, non ascendere, m a più tosto ruina per
alti precipizj essere g i u dicherà; con ciò sia che la limitata linea de la
virtù si trapassi. Guarda adunque, lettore, quanto per scegliere le egregie
parole ti sia bisogno di crivellare; per ciò che se tu consi deri il Volgare
Illustre, il quale i Poeti Vol gari, che noi vogliamo ammaestrare, denno (come
di sopra si è detto) tragicamente usare, averai cura, che solamente i
nobilissimi vocaboli nel tuo crivello rimangano. Nel numero dei quali ne i
puerili per la loro simplicità, com'è mamma e babbo,mate epate,per niun modo
potrai collocare; nè anco i feminili, per la loro mollezza, come è dolciada e
placevole; nè i contadineschi per la loro austerità, come è gregia e gli altri;
nè i cittadineschi, che siano lubrici e rabuffati, come è femine e corpo, vi si
denno porre. Solamente adunque i citta dineschi pettinati et irsuti vedrai che
ti resti no, i quali sono nobilissimi, e sono membra del Volgare Illustre. E
noi chiamiamo pettinati quelli vocaboli, che sono trisillabi, o vero v i
cinissimi al trisillabo, e che sono senza aspi razione, senza accento acuto, o
vero circum flesso, senza z nè a duplici, senza gemina zione di due liquide, e
senza posizione, in cui Qucecampsarenon possumus, cioèchenonsipos sono
scansare. la muta sia immediatamente posposta, e che fanno colui che parla
quasi con certa soavità rimanere, come è amore, donna, disio, virtute, donare,
letizia, salute, securitate, difesa. Ir sute poi dicemno tutte quelle parole,
che oltra queste sono o necessarie al parlare illustre, ornative di esso. E
necessarie chiamiamo quel le che non possiamo cambiare 1; come sono al cune
monosillabe, cioè si, vo, me, te, se, A, E, I, O, U; e le interjezioni, et altremolte.
Ornative poi dicemo tutte quelle di molte sillabe, le quali mescolate con le
pettinate fanno una bella armonia nella struttura, quantunque abbiano asperità
di aspirazioni, di accento, e di duplici, e di liquide, e di lunghezza, come è:
terra, onore, SPERANZA, gravitate, alleviato, impossibilitate,
benavventuratissimo, avventuratissimamente, disavventuratissimamente, sovramagnificentissimamente,
il quale vocabolo è endecasillabo. Potrebbesi ancora trovare un vocabolo, o
vero parola, di più sillabe, m a perchè egli passerebbe la capacità di tutti i
nostri versi, però a la presente ragione non pare opportuno; come è
onorificabilitudinitate, il quale in volgare per dodeci sillabe si compie; et in
grammatica per tredeci, in dui obliqui però. In che modo poi le pettinate siano
da es sere ne i versi con queste irsute armonizate, lascieremo ad
insegnarsi di sotto.E questo che si è detto de l'altezza dei vocaboli, ad ogni
gentil discrezione 1 sarà bastante. Ra preparate le legne e le funi, è tempo da
legare il fascio; ma perchè la cogni zione di ciascuna opera dee precedere a la
ope razione,laquale ècome segno avanti iltrarre de la sagitta,ovvero del dardo;
però prima,e principalmente veggiamo qual sia questo fascio, che volemo legare.
Questo fascio adunque bene ci ricordiamo tutte le cose trattate) è la Canzone; eperòveggiamochecosasia
Canzone, e che cosa intendemo quando dicemo Canzone. La Canzone dunque,secondo
la vera significa zione del suo nome, è essa azione o vero pas sione del
cantare; sì come la lezione è la pas sione o vero azione del leggere; m a
dichiariamo quello che si è detto, cioè, se questa si chiama Canzone, in quanto
ella sia azione o in quanto passione del cantare. Circa la qual cosa è da
considerare, che la Canzone si può prendere in dui modi, l'uno de li quali modi
è, secondo "Ingenuce discretioni,cioè ad ogni non viziato di scernimento.,
Che cosa è Canzone, e che in più maniere può variarsi. o tuono, o
nota, o melodia. E niuno trombetta, o organista, o citaredo chia m a il canto
suo Canzone, se non in quanto sia accompagnato aqualche Canzone;ma quelli che
compongono parole armonizate, chiamano le opere sue Canzoni.Et ancora che tali
pa role siano scritte in carte e senza niuno che le proferisca, si chiamano
Canzoni; e però non pare che la Canzone sia altro, che una c o m che ella è fabbricata dal suo autore; e così è
azione; e secondo questo modo Virgilio nel primo de l'Eneida dice, lo canto l'arme e l'uomo. L'altro modo è,
secondo il quale ella da poi che è fabbricata si proferisce, o da lo autore, o
da chi che sia,o con suono,osenza,ecosì è passione. E perchè allora da altri è
fatta, et ora in altri fa, e così allora azione, et ora passione essere si
vede.Ma conciò sia che essa è prima fatta,e poi faccia;pero più tosto,anzi al
tutto par che si debbia nominare da quello che ella è fatta, e da quello che
ella è azione di alcuno,che da quello che ella faccia in altri. Et il segno di
questo è, che noi non dicemo mai, questa Canzone è di Pietro perchè esso la
proferisca, m a perchè esso l'abbia fatta. O l tre di questo è da vedere, se si
dice Canzone la fabbricazione de le parole armonizate, o vero essa modulazione,
o canto; a che dicemo, che mai il canto non si chiama Canzone, ma 0
suono, piuta azione di colui, che detta parole a r m o nizate, et atte al
canto. Laonde così le Canzo ni, che ora trattiamo, come le Ballate e Sonetti, e
tutte le parole a qualunque modo armoni zate, o volgarmente, o regulatamente,
dicemo essere Canzoni; m a perciò che solamente trat tiamo le cose volgari,però
lasciando le regulate da parte,dicemo,che dei poemi volgari uno ce n'èsupremo, il
quale persopraeccellenziachia miamo Canzone;
Donne, che avete intelletto di amore. E così è manifesto che cosa sia
Canzone,e se condo che generalmente si prende, e secondo che per
sopraeccellenzia la chiamiamo. Et a s sai ancora pare manifesto che cosa noi
inten demo,quandodicemoCanzone;e consequente Meglio forse, quiealtrove, un
collegamento (conjugatio), che la Canzone sia una cosa suprema, nel terzo
Capitolo di questo Libro è provato;ma conciò sia che questo,che è dif finito,
paja generale a molti, però risumendo detto vocabolo generale,che già è
diffinito,di stinguiamo per certe differenzie quello che so lamente cerchiamo.Dicemo
adunque che la Canzone,la quale noi cerchiamo,in quanto che per
sopraeccellenzia è detta Canzone, è una con giugazione 1 tragica di Stanzie
equali senza risponsorio, che tendono ad una sentenzia, come noi dimostriamo
quando dicemmo 2 2Iltestolatinoha:utnosostendimus,cum diximus.
mente qual sia quel fascio,che vogliamo legare. Noi poi dicemo, che ella
è una tragica congiu gazione; perciò che quando tal congiugazione si fa
comicamente, allora la chiamiamo per diminuzione cantilena, de la quale nel
quarto Libro di questo avemo in animo di trattare. Stanzie,e non sapendosi che cosa sia Stan zia,
segue di necessità, che non si sappia a n cora che cosa sia Canzone; perciò che
de la cognizione de le cose, che diffiniscono, resul ta ancora la cognizione de
la cosa diffinita, e però consequentemente è da trattare de la Stanzia, accio
che investighiamo, che cosa essa si sia, e quello che per essa volemo
intendere. Ora circa questo è da sapere, che tale voca bolo è stato per
rispetto de l'arte sola ritro vato; cioè perchè quello si dica Stanzia, nel
quale tutta l'arte de la Canzone è contenuta, e questa è la Stanzia capace,
overo il recettacolo di tutta l'arte; perciò che sì come la Canzone è il grembo
di tutta la sentenzia,così la Stan zia riceve in grembo tutta l'arte; nè è
lecito di arrogere alcuna cosa di arte a le Stanzie s e quenti; m a solamente
si vestono de l'arte de la. Quali siano le principali parti de la Canzone, e
che la Stanzia n'è la parte principalissima. Ssendo la Canzone una
congiugazione di prima: il perchè è manifesto, che essa Stanzia (de
la qual parliamo ) sarà un termine, o vero una compagine di tutte quelle cose,
che la Canzone riceve da l'arte;le quali dichiarite, il descrivere che
cerchiamo,sarà manifesto.Tutta l'arte adunque de la Canzone pare, che circa tre
cose consista, de le quali la prima è circa la divisione del canto, l'altra circa
la abitu dine1deleparti, laterzacircailnumero dei versi e de le sillabe; de le
rime poi non face mo menzione alcuna;perciò che non sono de la propria arte de
la Canzone.È lecito certamente in cadauna Stanzia innovare le rime, e quelle
medesime a suo piacere replicare; il che, se la rima fosse di propria arte de
la Canzone, le cito non sarebbe.E se pur accade qualche cosa de le rime
servare, l'arte di questo ivi si con tiene,quando diremo de la abitudine de le
parti. Il perchè così possiamo raccogliere da le cose predette, e diffinire,
dicendo, la Stanzia è una compagine 2 diversi e di sillabe, sotto un certo
canto, e sotto una certa abitudine limitata. 2 Il testo latino ha: limitatam
compaginem. La voce abitudine, qui e altrove, significa propor zione,
disposizione. S ne la Canzone. Che sia il canto de la Stanzia, e che la Stanzia
si varia in parecchi modi Apendo poi che l'animale razionale è uomo, e che
sensibile è l'anim a, et il corpo è animale; e non sapendo che cosa si sia
quest'a nima, nè questo corpo,non possemo avere per
fettacognizionedel'uomo;perciòchelaperfetta cognizione di ciascuna cosa termina
ne gli ul timi elementi, sì come il maestro di coloro che sanno, nel principio
de la sua Fisica affer ma.Adunque pera vere la cognizione dela Canzone, che
desideriamo, consideriamo al presente sotto brevità quelle cose,che diffiniscano
il dif finiente di lei; e prima del canto,da poi de la abitudine,e poscia de i
versi e de le sillabe in vestighiamo.Dicemo adunque,che ogni Stanzia è
armonizata a ricever una certa oda, o vero canto; ma pajono esser fatte in modo
diverso, che alcune sotto una oda continua fino a l’ul timo procedeno, cioè
senza replicazione di al cuna modulazione, e senza divisione;e dicemo divisione
quella cosa, che fa voltare di un'oda in un'altra;la quale quando parliamo col VULGO,
chiamiamo Volta.E questeStanziediun'oda sola Daniello usò quasi in
tutte le sue Canzoni; e noi avemo esso seguitato quando dicemo, · Il testo ha
syrma, che è quanto dire strascico.
Al poco giorno,& al gran cerchio d'ombra. Alcune Stanzie sono poi,
che patiscono divi sione. E questa divisione non può essere nel modo che la
chiamiamo, se non si fa replica zione di una oda o davanti la divisione, o da
poi, o da tutte due le parti, cioè davanti e da poi. E se la repetizion de
l'oda si fa avanti la divisione, dicemo, che la Stanzia ha piedi; la quale ne
dee aver dui; avegna che qualche volta se ne facciano tre, ma molto di rado.Se
poi essa repetizion di oda si fa dopo la divi sione, dicemo la Stanzia aver
versi. M a se la repetizione non si fa avanti la divisione,di cemo la Stanzia
aver fronte; e se essa non si fa da poi,la dicemo aver sirima?,o vero coda.
Guarda adunque, lettore, quanta licenzia sia data a li poeti che fanno Canzoni;
e considera per che cagione la usanza si abbia assunto si largo arbitrio; e se
la ragione ti guiderà per dritto calle, vederai, per la sola dignità de
l'autorità essergli stato questo,che dicemo con cesso.Di qui adunque può essere
assai mani festo a che modo l'arte de le Canzoni consista circa la divisione
del canto; è però andiamo a la abitudine de le parti.e de la distinzione
de'versi che sono da porsi nel componimento. tudine,sia grandissima parte di
quello,che è de l'arte; perciò che essa circa la divisione del canto, e circa
il contesto dei versi, e circa la relazione de le rime consiste; il perchè a p
pare, che sia da essere diligentissimamente trat tata.Dicemo adunque,che la
fronte coi Versi 1, et i piedi con la sirima, o vero coda, e pari mente i piedi
co i Versi possono diversamente ne la Stanzia ritrovarsi; perciò che alcuna fia
ta la fronte eccede i Versi, o vero può ecce dere di sillabe e di numero di
versi; e dico può, perciò che mai tale abitudine non avemo veduta. Alcune fiate
la fronte può avanzare i Versi nel numero de i versi, et essere da essi Versi
nel numero de le sillabe avanzata; come 1 Trissino traduce con la stessa voce
verso tanto il carmen che da Dante fu usato nel significato proprio e comune di
verso, quanto il versus che fu invece usato da lui per indicare una data parte
della stanza,che consta d'un certo numero di versi. Per togliere ogni equivoco
noi stamperemo in corsivo e con l'iniziale maiuscola la parola Verso quando
corrisponde al latino versus. De la abitudine de la Stanzia, del numero de
ipiedi e de le sillabe, noi pare, che questa che chiamiamo abi, se la fronte
fosse di cinque versi, e ciascuno dei Versi fosse di due versi, et i versi de
la fronte fosseno di sette sillabe,e quelli de i Versi fosseno di undeci
sillabe. Alcuna altra volta i Versi avanzano la fronte di numero di versi e di
sillabe come in quella che noi dicemmo, Ove la fronte di quattro versi fu di
tre ende casillabi e di uno eptasillabo contesta:la quale non si può dividere
in piedi; conciò sia che i piedi vogliano essere fra sè equali di numero di
versi, e di numero di sillabe,come vogliono essere frà sè ancora i Versi. M a
siccome dice mo, che i Versi avanzano di numero di versi e di sillabe la fronte,
così si può dire, che la fronte in tutte due queste cose può avanzare i Versi;
come quando ciascuno de i Versi fosse di due versi eptasillabi, e la fronte
fosse di cinque versi; cioè di due endecasillabi e di tre eptasillabi contesta.
Alcune volte poi i piedi avanzano la sirima di versi e di sillabe, come in
quella che dicemmo, Et alcuna volta i piedi sono in tutto da la si rima
avanzati; come in quella che dicemmo,
Donna pietosa, e di novella etate. E si come dicemmo, che la fronte può
vincere di versi, et essere vinta di sillabe, et al con Traggemi de la
mente amor la stiva. Amor, che movi tua virtù dal cielo.trario; così dicemo la
sirima. I piedi ancora ponno di numero avanzare i Versi, et essere da essi
avanzati; perciò che ne la Stanzia pos sono essere tre piedi e dui Versi, e dui
piedi e tre Versi; nè questo numero è limitato, che non si possano più piedi e
più Versi tessere insieme. E siccome avemo detto ne le altre cose de lo
avanzare de i versi e de le sillabe, così dei piedi e dei Versi dicemo, i quali
nel medesimo modo possono vincere, & essere vinti. Nè è da lasciare da
parte, che noi pigliamo i piedi al contrario di quello che fanno i Poeti
regulati; perciò che essi fanno il verso de i piedi, e noi dicemo farsi i piedi
di versi, come assai chiaramente appare. Nè è da lasciare da parte, che di
nuovo non affermiamo, che i piedi di necessità pigliano l'uno da l'altro la
abitudine et equalità di versi e di sillabe, perciò che altramente non si
potrebbe fare repetizione di canto. E questo medesimo affermiamo doversi servare
nei Versi. De la qualità de i versi, che ne la Stanzia si pongono, e del numero
de le sillabe ne i versi. Cci ancora (come di sopra si è detto) una certa
abitudine, la quale quando tessemo iversi devemo considerare;ma acciò che
di E, quella con ragione trattiamo,repetiamo quello che di sopra avemo
detto de i versi; cioè che ne l'uso nostro par che abbia prerogativa di essere
frequentato lo endecasillabo, lo eptasil labo, et il pentasillabo; e questi
sopra gli altri doversi seguitare affermiamo. Di questi adun que,quando volemo
far poemi tragici, lo endecasillabo, per una certa eccellenzia che ha nel
contessere, merita privilegio di vincere; e però alcune Stanzie sono che di
soli endecasillabi sono conteste, come quella di Guido da Fiorenza, Donna mi
prega, perch'io voglio dire. Donne, che avete
intelletto di amore. Questo ancora li Spagnuoli hanno usato, e dico li
Spagnuoli che hanno fatto poemi nel volgare Oc. Amerigo de Belmi, Nuls h o m non pot complir adreitamen. Altre Stanzie sono, ne le quali uno solo epta
sillabo sitesse;e questo non può essere,se non ove è fronte, o ver sirima,
perciò che (co me sièdetto)neipiedieneiVersisiri cerca equalità di versi e di
sillabe. Il perchè ancora appare, c h e il numero disparo dei versi non può
essere se non fronte o coda; ben chè in esse a suo piacere si può usare paro, o
disparo numero deiversi.E così come al Et ancora noi dicemo:cuna Stanzia
è di uno solo eptasillabo formata, così appare,che con dui,tre,o quattro si
possa formare; pur che nel tragico vinca lo endecasillabo,e da esso
endecasillabo si co minci.Benchè avemo ritrovatialcuni,chenel tragico hanno da
lo eptasillabo cominciato, cioè Guido de iGhislieri,e Fabrizio Bolognesi, Et
alcuni altri.Ma se al senso di queste Can zoni vorremo sottilmente intrare,
apparerà tale tragedia non procedere senza qualche ombra di elegia. Del
pentasillabo poi non concedemo a questo modo; perciò che in un dettato grande
basta in tutta la Stanzia inserirvi un pentasil labo, ovver dui al più ne
i piedi; e dico ne i piedi, per la necessità !, con la quale i piedi et i versi
si cantano; ma b e n non pare che nel tragico si deggia prendere il trisillabo,
che per sè stia;e dico,che per sè stia;perciò che per una certa repercussione
di rime pare, che frequen Propter necessitatem,qua pedibusque versibusque
cantatur; per la necessità che nei piedi e nei Versi si deve cantare.
(Fraticelli.) E, E, 1 Di fermo
sofferire, Donna,lofermocuore, Lo mio
lontano gire. temente si usi; come si può vedere in quella Canzone di Guido
fiorentino, Donna mi prega, perch'io
voglio dire, Poscia che amor del tutto m 'ha lasciato. Nè ivi è per sè in tutto
ilverso,ma è parte de lo endecasillabo, che solamente a la rima del precedente
verso a guisa di Eco risponde. E quinci tu puoi assai sufficientemente
conoscere, o lettore,come tu dei disponere, o vero abituare la Stanzia; perciò
che la abitudine pare che sia da considerare circa i versi. E questo ancora
principalmente è da curare circa la disposizione de i versi: che se uno
eptasillabo si inserisce nel primo piede,che quel medesimo loco,che ivi piglia
per suo, dee ancora pigliare ne l'altro; verbigrazia, se 'l piè di tre versi ha
il primo et ultimo verso endecasillabo,e quel di mezzo, cioè il secondo,
eptasillabo, così il secondo piè dee avere gli estremi endecasillabi, et il
mezzo eptasillabo; perciò che altrimenti stando, non si potrebbe fare la
geminazione del canto,per usodelqualesi fannoi piedi,come sièdetto;e consequentemente
non potrebbono essere piedi. E quello che io dico de i piedi, dico parimente de
i Versi; perciò che in niuna cosa vedemo i piedi essere differenti da i
Versi,se non nel sito; perciò che ipiedi avanti ladivisione della Stan zia,ma i
Versi dopo essa divisione si pongono., Et in quella che noi dicemmo: De la
relazione de le rime, e con qual ordine ne la Stanzia si denno porre. T
dealcuna cosa al presente non trattando però de la essenzia loro; perciò che il
proprio trat tato di esse riserbiamo, quando de i mediocri poemi diremo.Ma nel
principio di questo Ca pitolo ci pare di chiarire alcune cose di esse; de le
quali una è, che sono alcune Stanzie, ne le quali non si guarda a niuna
abitudine di rime, e tali Stanzie ha usato frequentissima mente Daniello,come
ivi, Si m fos amors de joi donar tan
larga? E noi dicemo, L'altra cosa è che
alcune Stanzie hanno tutti i versi di una medesima rima, ne le quali è
superfluo cercare abitudine alcuna; e così resta che circa le rime mescolate
solamente debbia mo insistere;in che e da sapere,che quasi Et ancora sì
come si dee fare ne i piedi di tre versi, così dico doversi fare in tutti gli
altri piedi. E quello che si è detto di uno endeca sillabo, dicemo parimente di
dui e di più, e del pentasillabo, e di ciascun altro verso. Alpocogiorno, &
algrancerchiod'ombra. Il testo LATINO ha: qui suas multaset bonas cantiones
nobis ore tenus intimavit. Fraticelli traduce: ci canto a voce, ossia ci canto
improvvisando. tutti i Poeti si hanno in cið grandissima licen zia
tolta;conciò sia che quinci la dolcezza de l'armonia massimamente risulta.Sono
adun que alcuni, i quali in una istessa Stanzia non accordano tutte le
desinenzie de i versi; m a alcune di esse ne le altre Stanzie repetiscono, o veramente
accordano; come fu Gottoman tuano, il quale fin qui ci ha molte sue buone
Canzoni intimato Costui sempre tesseva ne la Stanzia un verso scompagnato, il
quale essò nomina chiave. E come diuno, così è lecito di dui e forse di più.
Alcuni altri poi sono, e quasi tutti i trovatori di Canzoni, che ne la Stanzia
mai non lasciano alcun verso scompa gnato, al quale la consonanzia di una o di
più rime non risponda. Alcuni poscia fanno le rime de i versi, che sono avanti
la divisione, diverse da quelle dei' versi, che sono dopo essa; et altri non lo
fanno; ma le desinenzie de la pri ma parte de la Stanzia ancor ne la seconda in
seriscono. Non di meno questo spessissime volte si fa, che con l'ultimo verso
de la prima parte, il primo de la seconda parte ne le desinenzie s'accorda; il
che non pare essere altro, che una certa bella concatenazione di essa stanzia.
La abitudine poi de le rime,che sono ne la fronte e ne la sirima,è sì ampla,
che 'l pare che ogni atta licenzia sia da concedere a ciascuno, m a non di
meno le desinenzie de gli ultimi versi sono bellissime, se in rime accordate si
chiudeno; il che però è da schifare ne i piedi, ne i quali ritroviamo essersi
una certa abitudine servata; la quale dividendo dicemo, che il primo piè di
versi pari, o dispari, si fa; e l'uno e l'altro può essere di desinenzie
accompagnate,o scom pagnate; il che nel pie diversi pari non è dubbio; m a se
alcuno dubitasse in quello di dispari, ricordisi di ciò che avemo detto nel
Capitolo di sopra del trisillabo,quando essendo parte de lo endecasillabo, come
Eco risponde. E se la desinenzia de la rima in un de i piedi è sola, bisogna al
tutto accompagnarla ne l'al tro; ma se in un piede ciascuna dele rime è
accompagnata, si può ne l'altro o quelle ripe tere, o farne di nuove,o tutte,o
parte, secondo che a l'uom piace,pur che in tutto si servi l'ordine del
precedente: verbigrazia, se nel primo piè di tre versi le ultime desinenzie
s'accordano con le prime, così bisogna accor darvisi quelle del secondo; e se
quella di mezzo nelprimo piè è accompagnata, oscompagnata; così parimente sia
quella di mezzo nel secondo piè; e questo è da fare parimente in tutte le altre
sorti di piedi. Ne i Versi ancora quasi sempre è a serbare questa legge; e
quasi s e m pre dico, perciò che per la prenominata con catenazione,e per la
predetta geminazione de le ultime desinenzie,ale volte accade il detto or
8 Il testo latino ha: cum in isto libro nil ulterius de r i t h i morum
doctrina tangere intendamus. E si dovrebbe tradurre: che in questo libro non
vogliamo parlar pivo della dottrina delle rime. Nel Corbinelli questo ultimo
capitolo è diviso in due. Il decimoterzo finisce con le parole: tanta
sufficiant. (a bastanza è.); e il decimoquarto comincia con le parole: di ne
mutarsi. Oltre di questo ci pare conve nevol cosa aggiungere a questo capitolo
quelle cose che ne le rime si denno schifare, conciò sia che in questo libro
non vogliamo altro che quello che si dice della dottrina de le rime toccare
Adunque sono III cose, che circa la posizione di rime non si denno frequentare
da chi compone illustri poemi. L’una è la troppa repetizione di una rima, salvo
che qualche cosa nuova ed intentata de l'arte ciò non si assuma, come il giorno
de la nascente milizia, il quale si sdegna lasciare passare la sua giornata
senza alcuna prerogativa. Questo pare che noi abbiamo fatto ivi. Amor, tu vedi
ben, che questa donna. La seconda è la inutile equivocazione la qual sempre
pare che toglia qualche cosa a la sentenza. La terza è l'asperità dele rime,
salvo che le non siano con le molli mescolate, per ciò che per la mescolanza delle
rime aspere e delle molli la tragedia riceve splendore. E questo dell’arte,
quanto a l'abitudine si ricerca, a bastanza è. Avendo quello che è de l'arte [Il
testo latino ha: discretionem facere che qui vale trattare partitamente della
Canzone assai sufficientemente trattato, ora tratteremo del terzo, cioè del
numero di versi e delle sillabe. E prima alcune cose ci bisognano vedere
secondo tutta la stanza, e altre sono da dividere, le quali poi secondo le
parti loro vederemo. A noi adunque prima s’appartiene fare separazione di
quelle cose, che ci occorrono da cantare. Perciò che alcune stanze amano la
lunghezza e altre no. Con ciò sia che tutte le cose che cantiamo, o circa il
destro o circa il sinistro si canta, cioè che alcuna volta accade suadendo,
alcuna volta dissuadendo cantare, e alcuna volta allegrandosi, alcuna volta con
ironia, alcuna volta in laude e altra in vituperio dire. E però le parole, che
sono circa le cose sinistre, vadano sempre con fretta verso la fine, le altre
poi con longhezza condecente vadano passo passo verso l'estremo Ex quo quo sunt
artis. Avendo quello che è de l'arte. Ed ha il titolo seguente: De numero car
minum et syllabarum in Stantia. Del numero dei versi e delle sillabe nella stanza.).
Grice: “Alighieri’s theory of language is a simple one – hardly as
sophisticated as that of the Stoics. We communicate the passions of our souls –
And he concludes that it’s the Toscani who communicate best, even if ‘tosco’
means ‘rough’ in Toscano!” -- Alighieri. Keywords: lingua del si, la divina
implicitura, lasciate ogne [sic] speranza voi ch’entrate, inferno – section on
‘divina commedia’ in philosophical dictionaries. ‘inferno’ catabasis, -- la
catabasis d’Enea di Virgilio -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Alighieri” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Aliotta: all’isola: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’esperienza – la scuola di Palermo -- filosofia siciliana –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo siciliano. Filosofo
italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Aliotta; he has philosophised on
most things I’m interested in: ‘la guerra eterna’ is a bit of a hyperbole if
you go by a principle of helpfulness, but that’s Aliotta! – He has focused on
Lucrezio, which is fine – But he has also studied ‘colloquenza romana’
systematically – and more into the Italian rather than Roman idiom, he has
explored Galileo (not the father, thouh: “Some like Galileo Galiei, but
Vincenzo Galilei is MY man); he is also like me a ‘philosophical psychologist,’
along the lines of Stout and Wundt, that is – he as given proper due to the
idea of ‘esperienza’ – unlike Oakeshott, who abuses of the notion! – and
indeed, others see his attachment to ‘esperienza’ as an ‘ism’ (lo
sperimentalismo). He has also discussed
the semiotics of Vico, and the idea of life-form, following Witters (‘cricket
come forme di vita’). And he has explored one intriguing idea, that the
so-called ‘meaning’ of life (‘il significato del mondo,’ actually) is that of
‘sacrificio’ which is very fine with me – but then it would, since I like
‘Another country’ – the ‘sacrifice’ Dei Lincei, nonché dell'Accademia
Pontaniana e della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti. Fonda la
rivista di filosofia “Logos”. Allievo di TOCCO (si veda) e SARLO (si veda), è
influenzato molto dalla concezione della conoscenza scientifica del secondo,
che si riface alle teorie di Brentano. Si
interessa in particolar modo alla psicologia e l’epistemologia. Tra i suoi allievi vi sono ABBAGBABI (su
veda), Carcano, Carbonara, Lazzarini, Martano, Marzi, Petruzzellis, Sciacca, e Stefanini,
anche se la sua indole non dogmatica e aperta a diverse culture e suggestioni
non da luogo alla formazione di una vera e propria scuola riferibile al suo
nome, ma incoraggia i suoi allievi a indirizzarsi su percorsi culturali
autonomi, emancipandosi dall'egemonia esercitata dall’idealismo di Croce e di
Gentile. Al suo magistero può essere
associato anche la figura di Musatti, che si indirizza allo studio della
psicologia dopo aver assistito alle lezioni sull'argomento tenute d’A. a Padova,
divenne socio dell'Accademia delle scienze di Torino. A lui è intitolato il dipartimento di
filosofia di Napoli. Nella sua prima fase, prettamente psicologica, A, afferma
che un fatto psichico non puo essere quantificata come avviene con un fatto naturale
fisico esistente e misurabile, in quanto un fatti psichico e un elemento
costitutivi della coscienza. La psicologia, perciò, essendo una scienza
empirica che studia un fatto psichico interno al soggetto, si serve del metodo
dell'INTROSPEZIONE -- riferendosi a una formulazione matematica al solo scopo
simbolico (cf. Grice, “Personal Identity”). La particolare concezione della
conoscenza dell'autore, intesa né come esistente in sé, né come iscritta nel
processo dialettico del pensiero, lo allontana sia dalle posizioni positiviste
che da quelle idealiste. Nella sua filosofia
emerge una visione contraria all'idealismo. Né Hegel, nemmeno Fichte, né tanto
meno Schelling col loro proposito di racchiudere tutta la realtà nel pensiero,
sebbene con sfumature diverse, soddisfano A., che invece paragona il pensiero a
un processo VIVENTE, costruito da tanti centri individuali tesi verso una
armonia, continuatrice dei fenomeni dell'universo. A. si sofferma sulla co-ordinazione
o co-operazione delle conoscenze, sulle intese fra al meno due persone, sulla
sintesi della scienza e soprattutto sulla ricerca filosofica a cui assegna il
compito particolare di supervisione dei campi di conoscenza con il fine di
limitarne i dissidi e di ampliare, il più possibile, il punto di vista delle
scienze particolari. A. afferma che l'unico metodo che consente la ricerca
della verità sia l'esperimento. La verità stessa non è assoluta e unica ma
prevede vari livelli, i superiori dei quali sfruttano e inglobano quelli
inferiori. La ricerca filosofica possiede, secondo l'autore, un formidabile
strumento di indagine e di verifica che si chiama "storia". In alcuni saggi ("Il sacrificio come significato del
mondo”) A. sembra avvicinarsi a un modello di pensiero a metà strada tra il
pragmatismo e lo spiritualismo, nel quale mette in rilievo l'esperienza morale
e il sacrificio – l’eroe di J. O. Urmson -- considerato come l'esempio di re-alizzazione
più elevato, sia per l'individuo sia per la collettività – la diada eroica
d’Eurialo e Niso. L'affermarsi dello sperimentalismo produce in A. una serrata
critica all'astratto intellettualismo nonché apre la strada alla ricezione di
studi avanzati sulla cosiddetta 'filosofia scientifica', in un panorama di
reazione idealistica contro la scienza e di graduale affermazione in Italia di
scienze come la sociologia (Rinzivillo, A.. L'idea scientifica dello
sperimentalismo in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova Cultura. Altri
saggi: “Platone”, “Aristotele”; “LUCREZIO”; “Epitteto”. La reazione idealistica
contro la scienza; La guerra eterna e il dramma dell'esistenza; L'estetica di
Kant e degl’idealisti romantici; Il sacrificio come significato del mondo; Il
relativismo dell'idealismo e la teoria di Einstein”; “Evoluzionismo e
spiritualismo”; “Il problema del divino e il nuovo pluralismo”; “Le origini
dell'irrazionalismo”; “Filosofi tedeschi”; “Critica dell'esistenzialismo”; “L'estetica
di CROCE e la crisi dell'idealismo”; “Il nuovo positivismo e lo
sperimentalismo”; “Relatività” (Sansoni Editore). Belardinelli, in Dizionario
Biografico degl’Italiani, accademia delle scienze Abbagnano, Dizionario di
filosofia, Torino, Pomba, Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino, Pomba, Sciacca, Lo sperimentalismo di A., Napoli,
Abbagnano A., in "Rivista di Filosofia", Dentone, Il problema morale
e religioso in A., Napoli, Mecacci, A., in Cimino, Dazzi, La psicologia: i protagonisti e i
filosofici (Milano, LED); Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma, Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. A. consultabili nell'Archivio di Storia della
Psicologia, su archivio di storia psicologia roma Filosofia Filosofo Accademici
italiani Professore Palermo Napoli Accademici dei Lincei Professori Università
degli Studi di Napoli Federico II Membri dell'Accademia delle Scienze di Torino.
LIMENTANI MASNOVO LEVI MARESCA VOLPE LAMANNA LA FILOSOFIA IN ITALIA, PERRELLA, NAPOLI,Città
di Castello, Società Anonima, Vinci. Il saggio, che è l'estratto di Logos, non
vuol essere una visione sintetica della filosofia italiana da un punto di vista
unico, ma solo una guida analitica allo studio di essa con informazioni
bibliografiche. Chi vuole orientarsi nel LABIRINTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA può
trovare nel volume del Sommario di Storia della Filosofia ( Napoli, Perrella) IL
FILO D’ARIANNA che lo guida attraverso il cammino della filosofia italiana, che
dal positivismo con una progressiva eliminazione d’ogni realtà trascendente
giunge all'assoluta immanenza dell’idealismo attuale per ritornare poi
insoddisfatto a una nuova affermazione della trascendenza. L’idealismo assoluto
ormai declina verso il tramonto. Una nuova forma di realismo albeggia
all'orizzonte. La crisi della guerra conduce molti spiriti verso
l'irrazionalismo scettico-mistico, quando non li persuade a rifugiarsi nella
tradizione cattolica. Noi siamo fermamente convinti che è sterile ogni
tentativo di ritorno al passato, perchè è negazione della storia. Crediamo che
la speculazione, se vuol essere feconda, deve procedere sulla via tracciata
dallo sviluppo della filosofia moderna. Un realismo che pretendes ritornare
all’immobilità delle essenze platoniche, che togliesse alla coscienza ogni
efficacia reale nella costruzione del mondo della realtà e della verità,
facendone solo una luce che rischiara ciò che è fatto ab aeterno; un realismo
insomma del tipo di quello che è l’ultima moda tedesca, toglie alla vita ogni
significato, facendoci perdere le migliori conquiste della filosofia moderna.
Ci auguriamo che IL GENIO ITALIANO rimane immune da quella brutta moda e si
mantiene sulla linea gloriosa del suo rinascimento, che è affermazione
dell’attività dell'uomo nel mondo concreto della sua esperienza. Contro il dogmatismo
platonico, le sottigliezze scolastiche, le nebbie mistiche, le negazioni
scettiche, contro tutti gl’arbitrii della fantasia e della ragione a priori non
vi è che un solo metodo sicuro, cioè l’esperimento storico delle nostre umane
verità. Napoli, A. Prego di perdonare qualche omissione. Una sopratutto debbo
segnalarne: quella del nome di RENDA (si veda) che per la finezza dei suoi
studii di psico- dissociazione psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L
oblio, Torino, è tra i migliori positivisti. Nella seconda fase del suo
pensiero Renda si è accostato all’idealismo assoluto e alla filosofia
dell’azione di Blondel col suo libro La validità della religione, Città di
Castello. Dice LIMENTANI (si veda) nel
Positivismo italiano, che le difficoltà che s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’
italiano dipendono, in primo luogo, dall’incerto significato del nome stesso,
onde puo essere ugualmente designate come POSITIVA, filosofia -- della quale
sembra più interessante mettere in luce le caratteristiche differenziali che
non i tratti comuni. I positivisti non si definiscono come tali per la concorde
adesione a una rigida dottrina, o per la collaborazione consapevole alla
costruzione di un sistema ben determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo
metodico, di una forma mentale che impronta di sè non solamente la ricerca
filosofica propriamente detta, ma l’intiero mondo della cultura. Il positivismo
ripone e ricerca la verità nel fatto, intende la conoscenza come relativa, la
esperienza come unica fonte del sapere e ultimo criterio della certezza,
ritiene che la cognizione filosofica non sia diversa per natura dalla
scientifica, e anche non possa se non prepararla e integrarla, assume di fronte
ai problemi della metafisica un atteggiamento agnostico o semplicemente
negativo, concepisce la natura come universale meccanismo, escludendone la
teleologia e, pure affermando la irreducibile diversità della materia dallo
spirito, non crede che da ciò rimanga spezzata la unità e interrotta la
continuità del reale, interpetra il mondo dei valori come prodotto della
evoluzione psicologica, e dei valori stessi domanda la spiegazione e la
giustificazione alle leggi della psicologia. Ma l’accordo che può anche essere
parziale sopra questi principii non esclude la possibilità di svolgimenti
molteplici e autonomi, perchè i principii stessi valgon piuttosto a dirigere
nella selezione e nella discussione dei problemi, che non ad anteciparne in
concreto la soluzione: onde, chi voglia essere cronista esatto del vasto e
vario movimento, si trova di necessità a ravvicinare pensatori che si sono
reciprocamente ignorati e che proverebbero senza dubbio grande maraviglia di
trovarsi messi insieme: particolarmente in Italia il positivismo è affermazione
perenne della libertà filosofica, sì che sembra vano ogni tentativo di esprimerlo
con una formula, e si manifesta la necessità di determinarne la fisionomia,
considerando in modo distinto la operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità
risulta ancora dal fatto che nella maggior parte dei positivisti italiani,
sopra il gusto delle costruzioni sistematiche, ha prevalso la tendenza a
esplorare determinati campi della indagine: e però limitarsi a registrare le
concezioni generali del mondo e della vita, trascurando i contributi recati da
più modesti studiosi alle scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del
movimento una idea affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno
tra le fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro
intendimento del loro più profondo significato, consentire anche quegli
scienziati che sono affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si
decorasse del nome di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche
volta, per dirla con Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana,
ingenua sino alla inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella
metafisica contro la quale il positivismo era sceso in campo: positivismo non
può infatti essere ignoranza della tradizione metafisica e incapacità
d’intenderne le ragioni, bensì dev’esspre revisione critica dei postulati
assunti e dei metodi tenuti dalla metafisica stessa. Eppure in un quadro
sommario che aspiri a riuscire completo, anche queste manifestazioni di
pensiero più povere di critica hanno il loro significato e debbono trovare il
loro posto. D’altra parte, in Italia, in questi ultimi anni, le fortune della
filosofia idealistica, soprattutto nella sua forma attualistica, indussero i
dissenzienti a costituire una fronte unica contro una dottrina che
romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come opera di fantasia e
prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come sistemazione di conoscenze
vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale, atteggiamento di opposizione e
di reazione, ebbe come conseguenza che tendessero a obliterarsi i caratteri differenziali
del positivismo da altri indirizzi. A far la rassegna dei filosofi che
pròfessano oggi di essere positivisti, si sarebbe indotti a conchitidere che i
« quadri non sono stati mai poveri come
adesso: eppure mai come in questo momento è apparsa chiara la influenza del
positivismo sopra la educazione mentale e la posizione dottrinale di quei
pensatori che non si sono ralliés alla filosofia di moda. 2.Il periodo storico
che qui si considera, coincide con il cinquantennio dell’attività filosofica di
R. Ardigò; questi, nato nel 1828 a Casteldidone, pubblicò nel 1870 « La
psicologia come scienza positiva , segnandovi le linee fondamentali della sua
dottrina, già preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete,
nella commemorazione di P. Pomponazzi e morì a Mantova nel 1920, avendo atteso
fin quasi all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione
del sistema ardighiano erano precorse in Italia altre manifestazioni di
pensiero positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si
lega in Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i
mara- vigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come
delle scoperte, il fervore degli studi storici, la reazione contro le intemperanze
del pensiero metafisico, il disgusto dei sistemi dogmatici. Le origini prossime
del movimento positivista sono da ricercare nella scuola di G. D. Romagnosi,
dalla quale uscirono Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo. Ma il Ferrari,
rappresentante di un fenomenismo estremo che reca le tracce d’influenze
discordi e tende a sboccar nello scetticismo, non orientò il suo pensiero verso
il positivismo così decisamente come il Cattaneo: questi è comunemente
riconosciuto come l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace banditore
della dottrina, nel ventennio 1850-70. Nel Cattaneo, patriotta insigne,
cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente poliedrica, si manifesta
l’interesse per la glottologia, la storia e la politica, la demografia, la
economia e la organizzazione tecnica della industria e dell’agricoltura:
ne’suoi scritti filosofici, non ammette conoscenza che non sia di fatti, e
attribuisce alla filosofia una funzione sintetica rispetto alle altre scienze:
raccogliendo la eredità del Vico, pone come fondamentale il pro-^ bleina
deH’incivilimento: la civiltà è opera dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una
finzione mentale, che non può adeguarsi alla varietà e alla concretezza del
mondo umano; la psicologia individuale deve integrarsi nella psicologia
sociale, o psicologia delle menti associate; mente non si dà, nè funziona e si
forma se non in un giuoco di azioni e reazioni, che, poiché i conviventi
operano uno sopra l’altro e ogni generazione scomparsa sopra le successive. è a
un tempo il fondamento della unità sociale e della continuità storica. La
dottrina del Cattaneo s'intona al positivismo del Comte e all’umanismo del
Feuerbach, sebbene si sia costituita in perfetta indipendenza dall'uno e
dall’altro, e contiene germi che dovranno maturare nella filosofia dell’Ardigò
(« Opere edite e inedite di C. C.). Maestro acclamato e autorevolissimo nelle
scienze storiche, Villari, che aveva mostrato, nel « Saggio sull’origine e sul
progresso della Filosofia della Storia, di risentir la influenza di Comte e
Mill, illustrò e favori («La Filosofia positiva e il metodo storico», 1865)
l’indirizzo storico già prevalente nelle scienze morali, sostenendo che queste
non avrebbero potuto fiorire come le scienze naturali, se non ne avessero fatto
proprio il metodo, positivo o sperimentale. La influenza esercitata dalla
divulgazione della dottrina darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi
biologici ed ebbe fra noi il suo apostolo più fervido in Giovanni Canestrini (
« Antropologia » * 1888 « La teoria dell’evoluzione esposta ne’ suoi fondamenti
’ » 1887 « La teoria di Darwin » 1887 ), è manifesta negli scritti di Tommasi,
medico insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche dallo stato
metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai
problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo dottrinale e
metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento del
sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il
materialismo, e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè
ogni teleologia («Il naturalismo moderno» 1866 «Il rinnovamento della medicina
in Italia» 1888). Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo
successore nella clinica di Napoli. 3. Il positivismo italiano non è tutto
nella dottrina delI’Ardigò e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde
giudizio, la figura più rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere
Filosofiche rispecchiano il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la
fede inconcussa nel Vero e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella
esemplare austerità della vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato
impari, se pur non affatto insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa
era sodisfatta, in modo positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che
rappresenta ancora una entità ontologica, onde si mantiene l’antitesi di
sostanza e di fenomeno, e il fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e
trova alla soglia di questo il proprio limite: il sistema dell'A. si forma
fuori da ogni diretta influenza di queste dottrine, per la rivoluzione che lo
studio delle scienze naturali opera nella sua mente, resa, da lunga
consuetudine, familiare con i classici della teologia e della metafisica: il distacco
dalle vecchie credenze non è definitivo, fin ch’egli non ha trovato la
soluzione del problema gnoseologico, e non ha inteso come si possa spiegare la
origine delle idee, senza ricorrere alla trascendente facoltà dell’intelletto.
La posizione centrale assegnata alla teoria della conoscenza è la
caratteristica più significativa del sistema dell’A. « Non è senza significato
che il positivismo assuma in Italia, quasi al suo apparire coll’A., fisonomia
spiccata di naturalismo sistematico affrontando subito il problema
dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una concezione organica
dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore ed obiettiva non si
acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica dell’uiiità della
coscienza, e invece che tener separata la questione gnoseologica dalla
cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo concetto si della
natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si separano se non
per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di Comte, nè quello
di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il naturalismo del
Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono umani: ma il fatto
primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata che ne abbiamo, è
il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a fondamento di
ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza trascorrere dal reale
nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo dell’A. che elimina ogni
residuo di trascendenza, esclude come fantastica così la contrapposizione
dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione dell’oggetto nel soggetto; e
sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza incorrere nei sofismi del
soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra termini di pensiero, fra
gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa assolutamente, il
conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la sensazione, e l’attività
psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due mondi, per il doppio sguardo
(diblemma psicologico) onde si compie da un lato la sintesi delle sensazioni
interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi delle sensazioni esterne
(F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se stesse nè interne nè
esterne, ma il differenziamento si opera, per la specificazione degli organi di
senso e per il contrastare di attività stabili e costanti, ad altre accidentali
e intermittenti. La sensazione, in quanto tale, è solo quello che è essa stessa
in se medesima; ma la reciproca integrazione delle sensazioni pertinenti a
sensi diversi (le quali son tutte fra loro incommensurabili o reciprocamente
trascendenti), converte la sensazione in percezione, aggiunge alla osservazione
l’esperimento («Il fatto psicologico della percezione» 188?). Ed è un
imperativo logico la sensazione, non soltanto in se stessa, in quanto
conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come percezione, o
conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce cosi la
oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il soggetto
nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo termine
antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come possibile
oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto d’irreducibilità che il
pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e che, come tale, è noto
(«L’Inconoscibile di H. Spencer e il positivismo» 1883). La materia non farà
mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la trascendenza così intesa,
in senso affatto diverso dal tradizionale, non esclude la fondamentale unità,
che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me e Non-Me) che vi si
costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico. «L’unità
dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la continuità del
processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale) caratterizzano la
concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una formazione naturale la
psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega l’essere e ne domina lo
sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si specifica la realtà: la
preminenza e la priorità del problema gnoseologico rispetto a tutti gli altri
problemi filosofici si esprimono nel fatto che appunto dallo studio del fenomeno
cogitativo induttivamente si ricava il concetto della natura come indistinto,
matrice onnigena inesauribile, infinita virtualità di successivi che si
realizza nella infinità dei coesistenti. Il processo dall’indistinto al
distinto è governato dalla legge del ritmo, la quale spiega come ogni
formazione naturale debba sempre essere un ordine, malgrado le accidentalità
proprie di ogni ordine dato, che è sempre l’effettuazione di uno tra infiniti
altri possibili. Per la universale ritmicità si ha infatti nella natura non il
caso, ma la cosa e il fatto, il tipo e la legge, l’impero, dunque, della
causalità; ma causalità non è forma a priori dello spirito, nè semplice
successione che generi per abitudine l’attesa del riprodursi del passato;
l’idea di causa è una formazione naturale endogenetica per l’esperienza subita
dal mondo esterno, onde avvertendo costante- mente una determinata successione,
siamo costretti ad ammettere che il fatto precedente ha in sè una condizione e
ragione di causare: ogni fatto, dunque, emerge in modo necessario
dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra parte, la necessità non esclude
il caso, perchè l’ordine si attua in seno all’universo che è infinito: onde il
fatto può a un tempo dirsi, per la sua intrinseca necessità, equazione del
determinato, e, per la imprevedibilità della sua determinazione necessaria,
equazione dell’infinito: poiché l’indistinto non è un sistema chiuso, il
distinguersi di uno o dell’altro ordine è casuale. Il determinismo non elimina
dunque la casualità, nè semplicemente l’ammette come espressione della nostra
ignoranza: ma la riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto
della realtà, non meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per
necessità naturale da una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi
non assegnabile, o non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del
suo principio, non solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche
negli elementi costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione
naturale nel fatto del sistema solare » 1877; la trilogia: « Il Vero» 1891 «La
Ragione» 1894 «L’Unità della Coscienza» 1898). E’ una formazione naturale anche
la filosofia, che non soltanto ha funzione coordinatrice e sintetica rispetto
alle scienze, ma è la matrice perennemente feconda del sapere scientifico e dei
problemi che alla scienza appartiene di risolvere. Come l’indistinto si
specifica, per un processo di ascendenza dinamica, nei sistemi ritmici,
corrispondenti a gradi sempre più alti di autonomia, cosi la filosofia si viene
differenziando nelle discipline speciali che in essa si unificano e di essa
risentono l’azione propulsiva (« Lo studio della Storia della filosofia » « Il
compito della filosofia e la sua perennità). Sopra i contributi recati dall’A.
alle distinte scienze filosofiche non posso intrattenermi qui: basti ricordare
come il suo realismo psicofisico e il prevalente interesse gnoseoiogico lo
abbiano portato alla costruzione di un sistema di psicologia, dove la unità
della coscienza figura come idea direttrice, e la critica del vecchio
associazionismo prepara la teoria della confluenza mentale come inoltre sovra
basi fisiopsicologiche si eriga una concezione della vita morale, nella quale
la impulsività della sensazione è assunta a spiegare la imperatività della
idealità sociale antiegoistica (« La Morale dei positivisti » 1879) come,
ancora, la morale s’integri in una sociologia che è piuttosto una filosofia del
diritto, o lo studio della formazione naturale della Giustizia, intesa come
forza specifica della società («Sociologia» 1886) come infine le dottrine
fondamentali si coordinino e sbocchino in ima pedagogia, che pone l’esercizio a
fondamento cosi della educazione intellettuale come della educazione morale (La
Scienza dell’educazione). L’A., dal 1881
prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi discepoli
vogliono essere ricordati in primo luogo il Marchesini, il Dandolo, il Tarozzi,
il Ranzoli, il Troilo. Giovanni Marchesini (n. 1868), prof, di ped. a Padova,
fondatore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e scienze affini»
(1899-1908), illustrò la figura del Maestro e ne propagò la dottrina,
elevandosi dalla esposizione acuta e fedele alla originale ricostruzione e
rielaborazione (« La vita e il pensiero di R. A. » «R. A. L’uomo e l’umanista). Il M. ha
definito il positivismo dell’Ardigò come naturalismo umanistico e questa
denominazione designa la duplice direzione nella quale egli stesso ha svolto la
propria attività di scrittore, integrando felicemente il sistema, che rivela
così nella varietà e la novità degli sviluppi la propria feconda vitalità. Il
naturalismo del M. si fonda sopratutto sul principio dell’unità come sintesi
universale: egli concepisce la unità come continuità dinamica dei fatti fisico,
biologico, psichico, postulando il « fatto minimo », come idea-limite, in
armonia con lo stesso concetto della continuità nella eterogeneità, e spiegando
con la impossibilità di depotenziarci la presunta inintelligibilità del
trapasso, alla quale si devono le due estreme concezioni, idealistica e
materialistica. La conoscenza, in quanto è determinata dal reale, in ordine al
principio della continuità stessa ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già
puramente simbolico (« La crisi del positivismo e il problema filosofico» 1893
«Il simbolismo nella conoscenza e nella morale» 1901). Umanistico è detto dal
Marchesini il naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla
celebrazione della persona umana e dà fondamento razionale e positivo
all’idealismo etico e alla dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M.,
e non soltanto in quelli che hanno più diretta attinenza con la pedagogia («
L’educazione morale» 1914 «I probi, fond. dell’ed. » 1923 «Disegno stor. delle
dottr. ped. 7 » 1922), si manifesta più che mai spiccata la sua eminente
vocazione di educatore. Anche per il M. la continuità non esclude, ma comprova
l’autonomia del soggetto umano, come formazione naturale e pedagogica
superiore, sulla quale si fonda il diritto a un orgoglio umano razionale come
vera e propria virtù etica (« Il dominio dello spirito, ossia il problema della
personalità eildiritto all’orgoglio » 1902). Sulla stessa autonomia si fonda il
principio della tolleranza come rispetto della personalità nella sua costituzione
specifica (« L’intolleranza e i suoi presupposti). L’ideale è relativo alla
personalità, ma pensato come assoluto acquista da ciò uha particolare potenza
utilizzabile pedagogicamente («Le finzioni dell’anima » 1905). In esso, e nelle
sue singole specie, si reintegrano le inclinazioni umane fondamentali,
all’infuori d’ogni trascendenza metafisica, ch’è puramente simbolica («La
dottrina positiva delle idealità » 1914). Nella teoria del M. si ravvisa ante-
cipata in alcuni de’ suoi elementi più caratteristici e significativi la
filosofia del « come se », che ha avuto in questi ultimi anni singolare fortuna
e grande diffusione. Giovanni Dandolo (1861-1908), prof, di fil. teor. a
Messina, concepì il problema gnoseologico come problema psicologico, e lo fece
oggetto d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare attitudini all’analisi
e alla rappresentazione della vita mentale. Tra fatti psichici e fatti
fisiologici corre un rapporto unitario di correlazione: il fatto psichico non è
il riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie caratteristica nella
coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone assolutamente e del quale
è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti dell’esperienza
edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso all’intelletto, se
pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza nella sensazione;
ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di sviluppo: la pura
sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione, come l’appetito
s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione nella volontà.
Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma la relatività
reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre si pone come
fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un termine
correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero.
Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella
oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della
legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il
D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i
fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è
un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento
conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e
la percezione esterna» 1898 « Le integrazioni psichiche e la volontà» 1900 «La
causa e la legge nell’interpretazione dell’universo» 1901 «Intorno al valore
della scienza» 1907 «Studi di psicologia gnoseologica» 1905-7, oltre a numerosi
altri saggi, soprattutto di psic. e di st. della psic.). Giuseppe Tarozzi (n.
1866), prof, di fii. a Bologna, occupa in Italia, rispetto alla tradizione
storica del positivismo sistematico, una posizione spiccatamente personale: è
stato, e si è professato sempre, discepolo delI’Ardigò: e del positivismo
infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali postulati: la filosofia è anche
ricerca, perennemente promossa dai risultati della scienza e dallo sviluppo dei
pensiero comune; scienza e filosofia si differenziano non per il metodo bensì
per l’oggetto, e insieme tendono a un fine comune cioè alla obbiettività, la quale
può essere raggiunta dallo spirito umano solo entro l'ambito della categoria
quantitativa, onde ha grande valore filosofico lo sforzo di esprimere il
qualitativo in termini quantitativi; la esperienza non è di atti ma di fatti;
non è concreto se non ciò che è sicuramente determinabile nel tempo e nello
spazio. Ma la originalità del T. si è rivelata anzitutto nelle critiche alle
quali egli sottopose il determinismo, ravvisando in questo un residuo
metafisico e un elemento estraneo allo spirito del positivismo. il suo
indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del Bergson, del Mach,
congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità del fatto singolo,
senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo (« Della necessità nel
fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il realismo
gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza »
consente una soluzione esauriente della questione relativa alla determinazione
qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar fondamento alla
persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è contingente, e però
presuppone il reale come altro da se stessa, e implica l’idea della esistenza
come incondizionalità dell’essere rispetto alla conoscenza; da ciò s’inferisce
un reale, di cui tutte le determinazioni appartengono alla esperienza, tranne
una, cioè la esistenza, che le si sottrae. Il reale così inteso sfugge a quella
determinazione del finito che è propria della conoscenza razionale: e però è
l’infinita varietà, che come tale non può essere se non II dinamica: infinito
dev’essere dunque il principio dinamico dell’in- finitamente vario in ciascun
essere che l’esperienza ci presenta come determinato e finito. La contingenza
della conoscenza, da un lato, giustifica la distinzione della conoscenza pura
dalla conoscenza empirica e quindi il riconoscimento di leggi proprie del
pensiero, dal¬ l’altro, ha in tale distinzione e nella esistenza di queste
leggi la propria riprova. Nella conoscenza pura, intesa come conoscenza
deH’autonomia dello spirito, consiste il fondamento gnoseologico e logico,
dell’idealismo etico. Caratteri dell’idealismo etico sono la coscienza della
libertà dello spirito, la responsabilità, l’impero effet¬ tivo dell’ideale. La
libertà dello spirito, come rivelazione dell’in¬ finito nella coscienza, e
capacità che ha l’uomo di creare il regno della sua umanità morale, non esclude
ma implica la obbligazione, l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste
fra necessario e infi¬ nito, in quanto quello pone un limite che questo
esclude, vien meno, infatti, nella necessità morale, e in essa soltanto, perchè
in essa l’infinito si limita non negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità,
in quanto è correlativa alla obbligazione, è responsabilità non soltanto del
male, ma anche del bene, in quanto è indipendente dalla obbliga¬ zione,
trascende i limiti dell’attività del soggetto, onde questi tende ad assumere
sopra di sè il carico del male della umanità intiera. Effettivo è l’impero
dell’ideale, perchè esso come autonomia dello spirito, è, per natura sua, un
fine: ma non può essere fine a se stesso, bensì presup¬ pone un reale
ateleologico che si offre come oggetto e materia al teleo- logismo in cui esso
ideale si esplica; presuppone dunque, nell’ordine degli oggetti, la natura
indifferente, nell’ordine dei valori, l’utile, il regno dell’interesse
egoistico, in cui l’uomo a questa natura indif¬ ferente obbedisce. Moralità è
spiritualità, e spiritualità è successiva trascendenza di fini gli uni rispetto
agli altri. Con il sentimento dell’infinito ha affinità profonda il sentimento
estetico: l’estetica non determina una distinta regione dello spirito, ma si
afferma sovrana, come espressione sintetica della humanitas. La pedagogia
idealistica che risolve la educazione nell’autoeduca¬ zione, ripugna al senso
comune: la educazione dev’essere spiritua¬ listica, perchè promuovere negli
educandi il loro valore propria¬ mente umano, significa avviarli a pensare come
vera vita la loro vita interiore. Nonostante le ragioni profonde di dissenso,
la dottrina del T. appartiene alla storia del positivismo italiano: il suo
spirito fervido, aperto a interessi molteplici, non si ferma appagato sulle
posizioni raggiunte, bensì è portato a rispondere con sintesi sempre più alte e
più vaste e logicamente meglio coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa
e sincera nei valori umani; ma egli non ha mai dubitato che quella
rivendicazione morale dell’energia dello spirito, che è nello spirito suo il
bisogno fondamentale (Gentile), non sia appunto il programma che il positivismo
propone a se stesso e ha virtù di realizzare (Del T„ che finora non ha
divulgato in modo sistematico tutte le idee qui accennate, vedi: « La coltura
intellettuale contemporanea » 1897 « Ricerche intorno ai fond. della certezza
raz. » 1899 «Menti e caratteri » «La virtù contemporanea» 1900 « Idee di una
scienza del bene » 1901 « Il contenuto mor. della libertà del n. tempo» 1911
«L’educazione e la scuola» 1918-21 «Note di estetica sul Par. di Dante» 1922).
Anche Erminio Troilo (n. 1874), prof, di fil. a Padova, operoso cultore della
st. della fil. (« La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant»
1904» B. Telesio » 1910 « La fil. di G. Bruno » «Figure e studii di st. della
fil.), manifesta, nella esposizione delle sue vedute teoretiche, il travaglio
perenne di uno spirito che si cerca: tutta la sua feconda attività di scrittore
è infusa di pathos profondo. Egli riferisce a un’antitetica che si rivela
fondamentale nell’attività dello spirito, il perenne avvicendarsi dei due
indirizzi, positivistico e idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che
superando la unilateralità delle contrastanti vedute, integri il positivismo
con una sua propria costruzione teoretica (« Idee e ideali del Pos. » 1909 «Il
Pos. e i diritti dello spirito» 1912). Il suo atteggiamento di calda simpatia
per il sistema dell’Ardigò non gli vieta di criticarne il concetto
dell’Indistinto psicofisico, nel quale ravvisa una pericolosa concessione al
dualismo; d’altra parte, il fenomenismo puro riesce a una finale
identificazione con il soggettivismo idealistico: a questi indirizzi egli
oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità dell’Essere come Dato primo
assoluto, assolutamente autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte,
dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente in sè quella forma della Realtà
ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel Conoscere, il quale altro non è che
funzione, la legge è la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e
Trascendenza, spoglie di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come
espressione integrale teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale,
pedagogia dello spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non
deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia («
Filosofia, vita, modernità » 1906 « La conflagrazione » 1918). Il positivismo
del Trailo si determina come Realismo Assoluto : e un Realismo assoluto è anche
la dottrina di Cesare Ranzoli (n. 1876), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto
della conoscenza non è nè una ima- gine dell’oggetto esterno, nè una creazione
del soggetto, bensi lo stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi,
.si pone come identico a sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto,
come spirito e come natura (« L’idealismo e la fil. » 1920). Porsi come natura
significa rappresentarsi e « distendersi » in quei rapporti spaziali e
temporali che risultando dalla mutua irreducibilità degli elementi della
conoscenza, e quindi del reale, si possono definire come la visione panoramica
che il reale ha di se stesso («Teoria del tempo e dello spazio» 1923). Lo
spirito costituisce il ritmo supremo dell’esistenza, ossia il limite di quel
processo d’individuazione che rappresenta la legge fondamentale della realtà :
legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma esprime al contrario la fusione
del caso con la causalità (« Il caso nel pensiero e nella vita» 1913). Queste
idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è sovente un modello di stile
filosofico: anche di lui può dirsi, come del Dandolo, che la natura sobria
dell'ingegno si riflette nella composizione nitida e organica delle dottrine,
ma non vieta di avvivarne efficacemente la espressione con imagini colorite e
vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra « La fortuna di E. Spencer in
Italia» (1904), ha dimostrato che il positivismo nostro mosse i suoi primi
passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è staccato ben
presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana, che meglio si
accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre tradizioni
filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del Rinascimento, ma
anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che si continua
ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo dello Spencer,
meglio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare se stesso:
l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo hegelismo:
fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana, dalla quale
uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari, Angiulli) annovera
anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che, rimanendo sul terreno
dello hegelismo, riconobbero, nei limiti della filosofia della natura, il valore
del principio della evoluzione. E il positivismo italiano fu, per molta parte,
evoluzionistico: il fascino esercitato sopra le menti dalla idea di evoluzione
trae il sacerdote giobertiano Gaetano Trezza (1827-92), bene a ciò preparato
dagli studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una intuizione
naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il filosofo: le sue
idee si organizzarono («La critica moderna» 1874) intorno ai due concetti,
della relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli appaiono come
una serie di trasformazioni perenni e. della immanenza delle leggi cosmiche che
sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio delle volontà
trascendenti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo consenso fra gli
scienziati: minor favore incontrò la dottrina dell’Inconoscibile, combattuta,
per opposte ragioni, da hegeliani e da neo-criticisti, da spiritualisti e da
positivisti; ma è manifesta la influenza dello Spencer sopra quel movimento di
pensiero che ebbe per organo la « Rivista di filosofia scientifica, fondata e
diretta da Enrico Morselli (n. 1852), prof, di psichiatria a Genova. L’opera di
lui è soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di richiamare i filosofi alla
scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo la metafisica an-
tiintellettualistica, e reagendo contro io spirito antifilosofico, manifestato
o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M. rappresentò autorevolmente
una filosofia monistica ed evoluzionistica, consapevole della propria funzione
sintetica e non ignara delle proprie intime difficoltà, ma da ciò indotta non a
cedervi bensì a superarle - e una psicologia che si rende conto dei limiti, ma
anche del valore del metodo introspettivo («La fil. mon. in Italia» 1887 « Id.
id.» 1904 « L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà» 1889 «Il
darwinismo e l’evoluzionismo» 1891 «La psic. scient. o pos. e la reaz.
neo-ideal. » 1906 ecc.). Classiche sono le ricerche biopsicoso- ciologiche del
M. sul suicidio (1879). Anche a dire del M. («C. L. e la fil. scient.» 1906),
Cesare Lombroso (1836-1910), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un
filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua
psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle indagini
ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni psicologiche
anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte, quand'egli le
mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate, quasi
insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra la
costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla influenza
che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso determinismo bio
sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la legislazione penale è
debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di lui e de’ suoi
discepoli, con il movimento della filosofia scientifica («L’uomo delinquente»
1878 « L’anthrop. crim.» 1891 «L’uomo di genio» 1888 «Nuovi studi sul genio» 1901-2).
Alla negazione del libero arbitrio e alla fondazione .di una dottrina della
imputabilità penale non costituita sopra la responsabilità morale, diede opera,
con altri, Enrico Ferri (n. 1856), fondando quella scuola del diritto penale, o
piuttosto della criminologia, che fu detta positiva, e che propugnò lo studio e
la considerazione non del delitto, ma del delinquente. Il Lombroso diffuse in
Italia (1869) « La circolazione della vita » di Jacopo Moleschott (1822-93):
questo libro, nel quale il fisiologo olandese, prof, a Torino, sostenne le
proprie vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della
dottrina lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti
fra i cultori delle scienze biologiche : e un tale indirizzo è manifesto nelle
ricerche psico-fisiologiche del tedesco J. Maurizio Schiff (1823-96), prof, di
fisiologia a Firenze («Sulla misura della sensaz. e del movimento» 1869 «La
fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, il russo Alessandro Herzen
(18391906: « Fisiol. e psicol. » 1878 « La condizione fisica della coscienza »
« Della nat. dell’attività psich. » «Il moto psich. e la coscienza » 1879) che
nell’« Ana¬ lisi fisiologica del libero arbitrio umano » (2 a . ed., 1870)
illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico, delle azioni umane; e
dell’antropologo Giuseppe Sergi (n. 1841), già prof, a Roma (« Elem. di psic. »
1879 «L’origine dei fenomeni psichici» 1885), studioso anche di problemi
pedagogici (« Per l’educazione del carattere » 1884 «Educazione e istruzione»
1892). Le vedute del Sergi furono impugnate dall’antropologo Ettore Regalia
(1842-1914), sostenitore della tesi che il dolore è l’antecedente costante e
immediato di ogni azione (saggi vari, cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione
» 1916). Un altro antropologo, Tito Vignoli (1827-1915), coltivò la psicologia
comparata (animale e etnografica) e genetica (« Peregri¬ nazioni psicologiche »
1895). L’esclusivismo psicologico nella spiegazione delle malattie men¬ tali e
le ragioni filosofiche che sono poste a suo fondamento fu¬ rono combattuti dal
grande clinico Augusto Murri (n. 1841; «Noso¬ logia e psicologia» 1924). 6. Non
si staccò dall’indirizzo materialistico Gabriele Buccola, il quale a Reggio
Emilia dpve sotto la direzione di Augusto Tamburini, e più recentemente di
Giuseppe Guiceiardi, ebbero grande impulso la psicopatologia e la freniatria
avviò ricerche psico¬ metriche che ebbero larga eco anche all’estero («La legge
del tempo nei fenomeni del pensiero » 1883). Ma scarso è il contributo diret¬
tamente recato dai filosofi positivisti alla psicologia con ricerche
sperimentali, alle quali attesero prevalentemente seguaci di altri indirizzi o
studiosi estranei alla milizia filosofica. Allo studio spe¬ rimentale delle
emozioni contribuì poderosamente Angelo Mosso, prof, di fisiologia a Torino
(1846-1910: «La paura» 1884 «La fa¬ tica» 1891), studioso anche di problemi
educativi, il quale aderì alla teoria Lange-James: a lui e alla sua scuoia
(particolarmente al lombrosiano Mariano Luigi Patrizi, prof, di fisiologia a
Modena) è dovuto il primo impulso alle ricerche di psicologia applicata ai
problemi sociali e del lavoro (psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato
anche a tentativi d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della
psicologia positiva («Saggio psico antropol. su 0. Leopardi» 1895 «Il
Caravaggio e la nuova crit. d’arte » 1921) . Zaccaria Treves, scolaro del
Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per es. con studi sopra le relazioni fra
emozioni e lavoro musco¬ lare) e particolarmente coltivò le applicazioni della
psicologia alla pedagogia e alia tecnica scolastica, portando modificazioni
alla scala metrica del Binet. Al problema della valutazione della intelligenza,
e inoltre agli studi di psicologia e pedagogia dei deficienti («Edu¬ cazione
dei deficienti»1915)si dedicò Sante De Sanctis, prof, di psicol. a Roma (n.
1862), autore anche di apprezzate ricerche sopra i sogni (1899). Benemerito
della pedagogia correttiva è Q. C. Fer¬ rari, direttore dal 1905 della Rivista
di Psicologia. Angelo Brofferio (1846-94), prof, di st. della fil. a Milano
(«La filosofia delle Upanishadas », postumo), esercitò la propria attività
nella sistemazione della psicologia e, sopra saldo fondamento psi¬ cologico,
della gnoseologia positivistica : si propose il problema della classificazione
delle specie della cognizione, come propedeutico rispetto al problema
dell’origine, razionale o sperimentale, della cognizione, e ridusse le
intuizioni, per le quali la esperienza è resa possibile, alla intuizione
fondamentale del numero (unità e molte¬ plicità), la quale s’integra in quelle
della quantità (intensità) e della qualità; ma di quella intuizione egli
illustrò la natura sperimentale: (I) Scarso è il contributo recato dai
positivisti, alla estetica : oltre all’antro¬ pologo Mantegazza, professore a
Firenze (« Epicuro » 1891-2), autore anche di molto fortunati studi sulle
emozioni, si può appena ricordare Mario Pilo («Estetica» 1894 «Psicologia
musicale» 1904) e Adelchi Baratono («Sociol. estetica» 1899): quest’ultimo,
autore anche di lodati «Fondamenti di psicologia sperimentale» (1906) ha
coltivato poi di preferenza la pedagogia, con indirizzo criticistico. il
preteso a priori non è se non la esperienza accumulata della razza. Il
positivismo affermando, in contrasto con il materialismo degli scienziati, la
relatività della cognizione e precludendosi la via alla ricerca della realtà
assoluta, lascia la possibilità di fondare sovra prove morali la credenza nella
esistenza di Dio e di appagare la invincibile aspirazione alla immortalità. Il
B. ravvisò poi nelle esperienze spiritiche la verificazione sperimentale di
quelle ipotesi che aveva da prima accolte per volontà di credere («Le specie
dell’esperienza » 1884 « Man. di psic. » 1889 « Per lo spiritismo » 1891).
Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone a fondamento della filosofia la
psicologia, analitica e genetica: origine del conoscere è il sentire, che è
fatto biologico. Le leggi della ragione sono le leggi dell’apprendere; e si
apprende quando un fatto di sentire - secondo una legge dinamica universale -
si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di sensazioni anteriori: tale
processo si ripete in tutte le operazioni del pensiero. La realtà è tutta
relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal sentire nascono così l’io come
il non-io. E il sentire è anche base della morale. La vita, la quale per
conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini la collaborazione e la
divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi agli effetti pratici vien
postulato come fine delle azioni. E al dovere s’informa anche la educazione, in
quanto è mossa dall’esigenze della vita («Nel regno del conoscere e del
ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio dell’io» 1919 «Alle soglie
della metafisica» 1922). 7. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, dal
Marchesini, dal Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo
positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la scienza della
educazione: e si onora anzitutto del nome di Aristide Gabelli (1830-91), che
professò un positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni
materialistiche; ma più che ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi
della pratica: propugnò l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze
morali, e delineò un’etica utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto
daH’amor proprio (« L’uomo e le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione
socratica (Credaro) con la diagnosi severa condotta da un punto di vista
rigidamente conservatore dei mali morali del popolo italiano e con la
indicazione del rimedio, che doveva consistere in una educazione diretta a
formare le teste, a bandire l’artifizio, il verbalismo, la retorica, ad
assumere come elementi integranti del carattere idee chiare verificate al paragone
della esperienza: il miglioramento morale è indissolubilmente legato al
progresso intellettuale: non sussiste contraddizione tra il fine umanistico e
l’indirizzo realistico della educazione («Il metodo d’insegnamento nelle scuole
elementari d'Italia » 1880 « Riordinamento dell’istruzione elementare.
Relazione, Istruzioni e programmi» 1888 «L’istruzione in Italia» 1891). Andrea
Angiulli (1837-90), prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante
hegelismo con un sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale
della scienza positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo
d’interdipendenza: ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la
virtualità dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica,
evoluzionistica e relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa
di sè anche la morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra
con la cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette
negl’individui anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza
se non nella e per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle
condizioni esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi
sociali s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente
con la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico,
praticamente con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della vita.
Liberale in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere,
d’impartire la educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica.
L’incremento della cultura femminile deve render possibile che si armonizzino,
nella scienza, la educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica
deve in tutti i suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia
e la ricerca positiva » 1868 «La Ped., lo Stato e la Famiglia» 1876 «La Fil. e
la Scuola» 1888). Siciliani, prof, di ped. a Bologna, aspirò a una sistemazione
del positivismo italiano, sulla traccia di Galileo e del Vico e in armonia con
l’evoluzionismo («Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia» 1871). La sua
pedagogia ha a fondamento la storia della educazione e ne ricava i due
principii della dignità intrinseca della «santa» personalità umana, e
dell’autodidattica (« La Scienza nell’Educ. » 1879 «Rivoluzione e Ped. moderna»
1882). Fornelli, prof, di ped. a Napoli, contribuì a diffondere in Italia la
dottrina herbartiana (« Studi herbartiani » 1913), la quale tuttavia dovette la
sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi Credaro (« La Ped. di G. F.
Herbart » 1900): ebbe vivo il senso della importanza del problema pedagogico
nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che deve trovare nella
scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si pongono sopra il
fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della sua costituzione
psicologica, ma della finalità civile della educazione. La volontà è
determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la
individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu
sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo
(«Educazione moderna» 1884 «L’Insegnamento pubblico ai tempi nostri» 1881
«L'adattamento nell’educazione» 1891). Saverio Francesco De Dominicis, già
prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii dell’evoluzionismo e del
darwinismo («La dottrina dell’evoluzione» 1878-81); ha determinato, in base
alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le leggi, i fini della
educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia, acutamente
analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della Educ. »
1907-13), e ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem. » 1896) sopra
la formazione dei maestri. Giovanni Antonio Colozza (n. 1857), prof, di ped. a
Palermo, concepisce non diversamente dal suo maestro Angiulli la scienza della
educazione nel sistema della filosofia scientifica ed evoluzionistica («Saggio
di Ped. comparata» 1885 «La Ped. nei suoi rapporti con la Psic. e le Se. Soc. »
1903): ma ha temprato il forte e indipendente ingegno nell’analisi psicologica,
nella ricerca del fondamento psicologico della pedagogia, nello studio di
problemi educativi e didattici, nella revisione di concetti comunemente accolti
senza discernimento critico: dal ripensamento originale della dottrina del
Rousseau ha tratto conforto alla fede nella virtù del metodo attivo; ha
risposto negativamente al quesito se esista la educazione dei sensi («Il giuoco
nella psic. e nella ped.» 1895 «Del potere d’inibizione» 1898 «La meditazione»
1903 «Questioni di Ped.» 1911 «Il metodo attivo nell 'Emilio. Ripensando l
’Emilio » 1912 «La matematica nell’opera educativa» 1915). Guido Della Valle
(n. 1884), prof, di ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel
riguardo della forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza »,
1905): ma prevale nell’opera sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita
umana dà materia alla indagine sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un
mezzo), e alla indagine speculativa del Valore (che è sempre un fine,): donde
due dottrine pure (Psicoenergetica, Axiologia) e due dottrine applicate
(Psicotecnica, Teleologia). Il D. V. può dirsi positivista, quando ricava « Le
Leggi del lavoro mentale » per induzione da esperienze, anche originali, e
ravvisa nella pedagogia sperimentale un capitolo della psicotecnica (come la
ped. fil. è un capitolo della teleologia). Ma la sua axiologia realistica lo
allontana dal positivismo. I Valori (esistenziali, logici, estetici, morali,
economici) sono rivelati ma non contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di
una sintesi a priori ; possono esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti,
trascendenti, cioè indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente,
anche se non intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella
Realtà assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica
assoluta. L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie
classi di valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una
ped. fil.: Voi. I. Le premesse dell’Axiol. pura» 1916,). Maria Montessori ha
coltivato l’« Antropologia pedagogica », ma il suo nome è soprattutto legato
alle Case dei bambini, che hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e
nelle quali il principio di spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni
(«Il met. della ped. scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini»
1910 « L’autoeduc. nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient. » 1920).
Giacomo Tauro (n. 1873), lib. doc. a Roma, autore di un lodato profilo del
Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed evoluzionistico nella ped.,
scient. e filosofica, della quale ha delineato un piano sistematico (« Introd.
alla ped. gen. * 1906): ha studiato « Il probi, delia coltura nelle sue
attinenze con la scienza e con la scuola» (1911), ha affrontato questioni di
ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità mentale e la
concentraz. della istruz. » 1907) e alla formazione del maestro (« La preparaz.
degl’insegnanti elem. e lo studio della ped. » 1920), ha, infine, assunto il
silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate,
fermandosi a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo
dell’autoeducazione («Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito» 1922). Per
Raffaele Resta (n. 1876), lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è
non l’errare a caso in balia delle contingenze (attualità,ed eterogenesi dei
fini), ma la conformità dei risultati complessivi a un piano di svolgimenti
progressivi (persistenza, e omo- genesi dei fini). Occorre perciò (ed è
tendenza dell’uomo) una forma o norma di vita, per la progressiva riduzione
dell’ordine naturale e attuale dello sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o
finale della vita. Una tale forma o legge delle realizzazioni umane è la
educazione: e questa è, da un lato, inerente al vivere umano, ma si rivela
anche, dall’altro lato, specifica cioè distinta e originale, in quanto si
definisce come legge di maestria, cioè come il farsi maestro e far da maestro,
mediante una progressiva azione di corrispondenza delle potenzialità ed
inclinazioni del soggetto (ordine attuale) alle finalità della vita (ordine
finale). La educazione è dunque attività di sforzi perfettivi possibili (legge
di convenienza progressiva) che si trasformano in abilità o autonomia (legge di
maestria) del soggetto nei fini della vita: suo modello dev’essere la
personalità più saldamente autarchica (l’autonomia) nella migliore
realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) « L’anima del fanciullo e la ped. »
1908 «I probi, fond. della ped. » 1911 «Trattato di Ped. 1 » 1919 « L’educaz.
del geografo » 1922. 8 11 carattere umanistico della morale dei positivisti è
stato già rilevato. Paolo Raffaello Troiano, prof, di fil. mor. a Torino,
studioso benemerito dell’etica greca, defini come umanismo la sua filosofia :
umanismo critico e integrale, distinto dall’umanismo pragmatistico, perchè tien
separate le categorie gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro
teoretico e appreziativo del mondo: tutto da lui prende luce e si predica,
tutto da lui prende senso e si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno
spirito individuale, che è l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo
spirito collettivo una metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze
collettive e storiche, e tendenze universali: individualismo e universalismo
sono aspetti inseparabili deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è
essenzialmente eteronoma e dogmatica: la concezione subbiettivi- stica dei
valori porta a costruire la morale sopra fondamento psicologico. Centro della
vita psichica, organo dei valori finali, regolatore supremo della vita è il
sentimento, che è il Iato subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e
però espressione immediata dello stato del soggetto: fondamento di una morale
autonoma è il sentimento non come dolore (tendenza) o piacere (fruizione),
bensì come sentimento di calma che rivela lo stato di tregua per la so-
disfazione avvenuta e l’armonia di tutte le tendenze: all’edonismo va
sostituito l’alipismo: il senso di tutto il mondo dello spirito umano è
spirito, sospiro o conato di pace, di liberazione dal dolore. L’umanismo
pedagogico assume a fine della educazione la perfetta formazione degli organi
individuali dei valori umani, informandoli al sistema storico della coltura: la
educazione deve tendere a sostituire i valori religiosi con valori spirituali
più alti, vincendo la superstizione del divino con la celebrazione divina
dell’umano (« Etilica. I » 1897 « Ricerche sistematiche per una fil. del
costume. I 1900 «La fi!, mor. e i suoi probi, fond. » 1902 « Le basi
dell’umanismo » 1907 «L’umanismo ped. » 1908»). L’umanismo etico di Giovanni
Cesca (1859-1908), prof, di st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul
fenomenismo gnoseologico ed esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina
nella concezione di una religione morale e umanitaria (« La religione morale
dell’umanità» 1902 «La Fil. della vita» 1903 « La Fil. del- l’az. » 1908). La
religione identificata con la forza della idealità continuamente aspirante al
meglio, viene anche a identificarsi con la educazione moderna che,
distinguendosi dall’addestramento, deve rivolgersi all’Io profondo
dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C. costruisce la pedagogia
generale (1900) sopra fondamento evoluzionistico: il suo pluralismo critico
tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della educazione» (1896)
nella concezione della educazione stessa come processo unitario, realiz-
zantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In Erminio Juvalta (n.
1863), prof, di fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza
della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi («
Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e
i limiti della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della
morale » 1914 « I limiti del razionalismo etico » 1919) son tutti il frutto di
meditazione severa, promossa da un irresistibile bisogno di chiarezza che lo
trae a rivedere assiduamente non soltanto le soluzioni dei problemi etici che
sono state proposte nel corso della storia, ma anche i termini e la posizione
dei problemi stessi. Le esigenze di ordine morale sono fondamentali e decisive
nella posizione e nella soluzione dei problemi di ordine metafisico; e
direttamente o indirettamente ne dipendono anche le questioni filosofiche, che
a primo aspetto si presentano come d’interesse prevalentemente teoretico. È
dunque, nonché opportuno, necessario affrontare i problemi morali
indipendentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo filosofico, implicanti
una particolare soluzione dei problemi della realtà e della conoscenza. Nella
scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i diversi sistemi filosofici,
prevale l’atteggiamento personale della coscienza morale. Lo J. crede alla
possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa consistere in un sistema
di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di norme da seguire, se non
nella ipotesi che sia assunto come fine quell’effetto o quell’ordine di
effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni e i fattori. Una tale
scienza differisce dalle altre scienze precettive soltanto perchè suppone che
al fine suo sia riconosciuto un valore di universale preferibilità e precedenza
sopra ogni altro fine. Perchè la determinazione delle norme etiche possa dirsi
scientifica, si richiede che il fine sia umanamente possibile, cioè in
relazione di dipendenza da una certa forma di condotta collettiva o individuale
(e particolarmente per questa maniera d’intendere il carattere scientifico
della morale, il punto di vista dello J. si differenzia da quello che ha
prevalso tra i positivisti). Perchè le norme sieno norme etiche, si richiede
che sia ammesso come postulato che il riconoscere al fine assunto valore di
universale preferibilità e precedenza rispetto a qualsiasi altro fine
umanamente possibile, è una esigenza morale. L’esigenza caratteristica di una
norma morale (esigenza giustificativa, diversa dalla esigenza esecutiva, che è
relativa ai mezzi di assicurare la osservanza della norma stessa) è quella di
una universale giustizia; e il fine che sodisfa a questa esigenza è una forma
di società umana tale, che tutti i socii trovino nelle sue stesse condizioni di
esistenza la medesima o equivalente possibilità esteriore di rivolgere la loro
attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni ai quali la convivenza e
cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del conflitto fra i criteri fondamentali
di valutazione morale, lo J. ha recato, e ancora promette, notevoli contributi.
Francesco Orestano (n. 1873), prof, di st. della fil. a Palermo, ha coltivato
la storia della filosofia e della pedagogia («Der Tu- gendbegriff bei Kant»
1901 «Le idee fondam. di F. Nietzsche» 1903 «L’originalità di Kant» 1905 «
Comenio » « Angiulli » 1907 «Rosmini» « L. da Vinci») e la filosofia morale («
I Valori umani» 1907 «La scienza del bene e del male» 1911 « Gravia Levia» 1914
«Prolegomeni alla scienza del bene e del male » 1905 « Pensieri’ » 1923).
Meglio che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci dell’indirizzo
critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa uscire dalla
descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela insufficiente di fronte
alle questioni più essenziali che la mente umana può proporsi di fronte alla
realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita una soluzione : la
esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non rivela al pensiero la
totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è nell’esperienza. 11
progresso dello spirito è segnato dall’accrescimento dei problemi. D’altra
parte l’O. ha finora soprattutto inteso a costruire sul terreno della
esperienza una scienza del bene e del male, che si limita alla descrizione più
economica, cioè più semplice e più completa, dei rapporti funzionali elementari
(espressi possibilmente nella forma del calcolo) dei fenomeni morali; e ha
portato nn ricco geniale contributo al problema del valore e della valutazione,
considerato cosi in generale come dal punto di vista etico. Ogni sistema di
vita morale consiste infatti in un complesso di valutazioni, tendenti a
obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un sistema di prin- cipii e di
leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per questo se ne assume come
sufficiente la spiegazione psicologica: la coscienza non è che una piccola
sezione della personalità: e quest’ul- tima è coestensiva col sistema della
vita, il quale presenta, nell’aspetto organico psicologico sociale, una
composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale dell’io è un mito
che non spiega nulla. La valutazione è una funzione dell’interesse (che è
reazione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno stato d’interesse
riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore non può essere
fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il concetto del valore
come un principio formale di sintesi dell’esperienza morale senza obbedire ad
alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione morale è pertanto il
riferimento di un oggetto particolare d’interesse al concetto fondamentale che
si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi: questo concetto è il vero
fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento relativo, ma che una volta
fissato, agisce come principio assoluto. Tale definizione s’integra nella
definizione del fatto morale come impiego effettivo, cosciente e volontario
della vita in funzione di un tale concetto unitario, esplicito o implicito, di
essa: è la vita che pensa e vuole se stessa, che sceglie da sè i suoi propri
modi di essere: il mondo morale è una teleologia in azione. Ma la vita non può
pensarsi nè volersi che socialmente: la personalità sociale è il soggetto della
esperienza etica, la quale presenta cosi due aspetti, sociale e personale. L’O.
riconduce tutte le valutazioni a un comune denominatore, la vita, che è la
massima misura umana della realtà e del valore: il valore della vita, poi, è
una funzione dipendente del valqre supremo idealmente concepito: per Luigi
Valli, lib. doc. a Roma, «Il Valore Supremo » (1913) s’identifica con la vita
stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo di una corrente
d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce la legge di
proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori stessi una meta
fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte consapevole di ogni
processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della morale, che devono via
via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti gli altri sono valori
relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò supremo, nel quale e
per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori conoscitivi che sono
anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa Rivista (III, 2), il
V. ha presentato modificata in senso antiintellettualistico, la teoria della
religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della religione » (1904).
Zino Zini, lib. doc. a Torino, aderisce, sul terreno della gnoseologia, al
realismo critico: afferma l’intima unità o mutua compenetrazione dello spazio e
del tempo, e svolge una teoria dinamica dello spazio, concepito come emanazione
del tempo: la nostra sensibilità, cioè ia nostra vera vita spirituale in quanto
è formata di rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione e di volontà, è
soggetta alla legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma le condizioni per
cui nella realtà soggettiva sorgono queste forme fonda- mentali, esistono nella
realtà oggettiva, nella natura (« La doppia maschera dell’universo»). Nel campo
della morale, lo Z. haprofessato sempre la insufficienza dell’empirismo e si è
venuto sempre più accostando (« La morale al bivio» 1914) alla posizione cri-
ticistica, in antitesi con il naturalismo etico e il determinismo: ma può
essere annoverato qui per l’opera data alla costruzione di una morale logica,
la quale sia l’applicazione alla condotta dei sistemi di cognizioni formulati
dalla scienza. Lo Z. ha vigorosamente criticato la morale religiosa, emotiva ed
eteronoma, tutta volta alla espiazione del passato e alla redenzione dai
peccato, e, svelandone il meccanismo psicologico, l’ha presentata come
impedimento alla formazione della personalità libera e responsabile (« Il
pentimento e la morale ascetica» 1902): egli ha ricostruito la storia
psicologica del sentimento e della idea di « Giustizia », e studiato il
problema sociale come problema che è anche morale e che trova la sua soluzione
non nella socializzazione della proprietà, ma nella partecipazione di tutti
alle condizioni di una civiltà superiore (« Proprietà individuale o proprietà
collettiva?» 1902). Scolaro dell’Ardigò e del Marchesini, Ludovico Limentani
(n. 1884), prof, di fil. inor. a Firenze, ha sostenuto che un’etica indi-
pendente dalla metafisica deve abbandonare ogni pretesa normativa o
deontologica: il valore morale si specifica come rapporto formale fra la
coscienza del dovere la quale si spiega con la costituzione pluralistica della
personalità e della società e la condotta effettivamente praticata: misura del
valore morale è lo sforzo, ed è però competente a giudicarne, in più eminente
grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione morale strido sensu vanno
distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra le quali caratteristiche
son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta del soggetto e le
aspettazioni dei socii (« I presupposti formali della indagine etica » 1912 «La
morale della simpatia» 1914 «Moralità e normalità» 1919 «L’onore e la vita
morale» 1923). Guglielmo Salvadori (n. 1879), lib. doc. a Roma, contribuì
efficacemente alla diffusione della dottrina evoluzionistica, con traduzioni di
opere dello Spencer e monografie illustrative (« H. S. e l’opera sua» 1900 «La
scienza economica e la teoria dell’evoluzione. Saggio sulle teorie econ.-soc.
di H. S.» 1901 «L’etica evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di H. S.» 1903);
combattè gli errori del trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità»
1909) ed ebbe a guida l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione
razionale dei sentimenti morali alle spiegazioni metafisica e puramente
empirica, rivelatesi insufficienti ( « Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei
sent. mor.», 1903), come nel fondare sopra la conciliazione dell’antitesi
essere-divenire, un concetto positivo del diritto naturale («Das Naturrecht und
der Entwicklungsgedanke» 1905). 9. Il positivismo italiano già nel suo
fondatore, il Cattaneo, è, sulle orme del Vico, storicismo: Marselli, scolaro
del De Sanctis, dopo avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di
estetica, ormeggiato lo Hegel, provò poi il disgusto dello abuso che gli
hegeliani avevano fatto della Idea astratta e della scienza a priori, e concepì
la storia come la più alta tra le scienze di osservazione, che con lo stesso
metodo adottato dalle scienze naturali, deve rivelarci le manifestazioni della
natura umana e le sue leggi. Il positivismo del M. è una metafisica monistica,
che non oppone lo spirito alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega
con la legge di evoluzione il progresso da una all’altro («La scienza
dellastoria» 1873 80 «Le leggi storiche dell’incivilimento», postumo). P. R.
Troiano diede opera alla costituzione de «La storia come scienza sociale» (Voi.
I. 1898), combattendo il concetto dellastoria come opera d’arte. Da apprezzate
ricerche d’etnologia preistorica e protostorica («L’origine degli Indoeuropei»
1903), condotte sulla traccia luminosa d’intuizioni del Cattaneo, Enrico De
Michelis procedette ad approfondire il problema della conoscenza storica. Le
scienze di leggi dalla matematica alla sociologia e la storia lato sensu,
rispondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto
quei rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che
costituiscono la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e
rappresentazione del reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei
positivisti che vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi,
estendendo a quella il contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è
anche infondata (o fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle
categorie sotto le quali viene pensato il reale come natura, e sovra
persistenti vedute astrattistiche e sostanzialistiche) la svalutazione del
conoscere matematico-naturalistico. Se la costruzione della storia è il termine
d’arrivo di tutto il conoscere, ogni progresso della conoscenza storica ha per
condizione il progredire delle scienze di leggi; e se queste avessero un valore
puramente convenzionale, neanche la storia potrebbe aspirare a un valore
filosofico («II problema delle scienze storiche» 1914). Giambattista Grassi
Bertazzi (n. 1867), prof, di st. della fil. a Catania, fecondo studioso del
pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie ricerche sovra «I
presupposti fondamentali della storia della filosofia. Asturaro, prof, di fil.
mor. a Genova, considerò i problemi morali dal punto di vista
dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il modo di
conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di fil.
mor.» 1881): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la
classificazione e seriazione dei fatti sociali : approfondì la dottrina del
metodo delle scienze morali e la dottrina della classificazione delle scienze (
« La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte», 2. Ed. 1907). Ma della
vastissima letteratura sociologica che dilagò per l’Italia sul finire dello
scorso secolo e nel primo decennio del presente, non è il caso di far parola:
sopra quella emergono per l’austera serietà degli intendimenti e la rigorosa
fedeltà al metodo positivo gli « Elementi di scienza politica» di Gaetano Mosca
( 2' ed., 1923), prof, di diritto costituzionale a Roma, (n. 1858) e il
«Trattato di sociologia generale» di Pareto (1848-1923): questi scrittori, se
pure non fecero professione di filosofia, con il loro pensiero robusto e
originale esercitarono grandissima influenza sopra la formazione delle giovani
generazioni. Scolaro dell’Ardìgò, Achille Loria (n. 1857), prof, di economia
politica a Torino, sociologo ed economista dei più eminenti, ricercò un
principio che lo guidasse alla spiegazione organica della vita sociale: non si
propose la soluzione di problemi speculativi, ma intese il materialismo storico
come un ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo più intransigente
estreme illazioni («Le basi economiche della costituzione sociale). Diffuse con
parola lucida colorita efficace la conoscenza del movimento sociologico
contemporaneo («La sociologia, il suo compito, le sue scuole, i suoi recenti
progressi» 1900 «Verso la giustizia sociale » 1904-15). La concezione della
storia come divenire automatico e fatale dei processi economici, e la
interpretazione del materialismo storico come applicazione della filosofia
materialistica alla storia, sono state vigorosamente combattute da MONDOLFO (si
veda), prof, di st. della fi!, a Bologna. Già Labriola, prof, di fil. mor. a
Roma, aveva sostenuto che il materialismo storico deve fondarsi sopra una
dottrina di attività, sopra la marxista filosofia della praxis: l’uomo non è un
essere passivo e inerte, docile all’azione delle condizioni esistenti: queste,
mentre limitano e ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi contro di
esse per reagirvi e trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha create
sono da lui, nel processo della lotta fra le classi, superate e trasformate. Il
mar- ximo del L., contro ogni teoria dei fattori storici, artificiosamente
separati ed entificati, rivendica il principio della unità della vita e della
storia («Saggi intorno alla concez. mater. della st. » 1895-8). Anche il
Mondolfo, autore di pregevoli saggi di psicologia (* Studi sui tipi
rappresentativi» 1909) e di storia della filosofia (« E. B. de Condillac » 1902
« La morale di Hobbes » 1903 « Le teorie mor. e poi. di Helvétius » 1904 «Il
dubbio metodico e la st. della fil.» 1905 «Il pensiero di R. Ardigò» 1908 «La
fil. di G. Bruno nella interpretaz. di F. Tocco» 1911 « Rousseau nella formaz.
della cose, mod. » 1913 « F. Acri e il suo pensiero) e studioso di problemi
pedagogici e culturali («Libertà della scuola» 1922), interpreta il
materialismo storico come intuizione volontaristica della vita e concezione
critico-pratica della storia (« 11 materialismo stor. di F. Engels» 1912 «Sulle
orme di Marx J » 1923). A fondamento della ricostruzione della dottrina sta lo
stesso criterio, per cui la dialettica reale del Marx si opponeva alla
dialettica hegeliana della idea, ossia il principio, derivato dall’umanismo del
Feuerbach, che restituisce all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella
vita, affermando di fronte alla realtà dello spirito la realtà della natura. La
conoscenza e la storia umana si sviluppano in un rapporto dialettico fra
soggetto (bisogni, aspirazioni, volontà degli uomini) e oggetto (condizioni
naturali e storiche): questo si pone come limite, ostacolo e perciò stimolo
progressivo all’attività umana e alle conquiste e creazioni, ch’essa compie
nella diuturna sua lotta, e che si convertono nelle condizioni nuove, alle
quali nuovamente spetterà la funzione di limite e perciò d’impulso a nuovi
sforzi di superamento. In questo volontarismo concreto, che riconosce fra i
bisogni umani la preminente impellenza del bisogno economico, è l’essenza del
processo storico e, insieme, la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi
efficacemente nella storia. Alla conoscenza della dottrina e dell’attività
politica degli estremi partiti rivoluzionari ha contribuito validamente Ettore
Gambigliani Zoccoli (« L’anarchia - Gii agitatori - Le idee - I fatti - 1907),
autore anche di saggi sopra la filosofia dello Schopenhauer e del Nietzsche e
già prof, di fil. mor. a Catania. 11 - Largo contributo recarono i positivisti
agli studi di filosofia giuridica, nei quali aveva già stampato un’orma
profonda Roberto Ardigò con la sua Sociologia. Uno sforzo di conciliazione fra
le dottrine positivistiche e il criticismo si ravvisa nei tre volumi delle
Opere (1908) di Icilio Vanni (1855-1903), prof, di f. d. d.° a Roma, che
assegnò alla fil. del dir. il triplice problema gnoseologico, fenomenologico,
deontologico: mise in luce la esigenza gnoseologica implicita nello stesso
positivismo conitiano e illustrò la dottrina etico-giuridica dello Spencer:
segnò le linee fondamentali di un programma critico di sociologia, riconoscendo
la caratteristica della vita sociale nella «storicità-. Le sue Lezioni ebbero
grande efficacia sulla educazione mentale di parecchi giuristi. Piuttosto
eclettica che propriamente positivistica è la dottrina di Giuseppe Carle
(1845-1917), prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi
rapporti colla vita soc.» 1880 «La F. d. d°. nello Stato mod. 1902-3), ispirata
ai principii dello storicismo. La necessità di una larga concezione sociologica
e storicistica del diritto fu sostenuta da Biagio Brugi, prof, d’istituz. di d°
civ. a Pisa (n. 1855: « Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc. 4 »
1907), seguace e propugnatore dei principii della scuola storica, il quale
accolse e illustrò la dottrina dell’Ardigò ; da Gino Dallari (n. 1872: «La esigenza
del posit. crit. per lo studio fil. del dir. » 1903 « Il pensiero fil. di H.
Spencer » 1904 « Il nuovo contrattualismo nella fil. soc. e giur.» 1911 « F. d.
d.° e scienza storica dell’incivilimento» 1913); e da Gioele Solari (n. 1872:
«La scuola del diritto naturale nelle dottrine etico-giuridiche dei sec. XVII e
XVIII» 1904 «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» 1911 «li probi,
mor. » 1900), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista fu
Salvatore Fragapane, prof, di f. d. d°. a Bologna, che sostenne contro il
contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del fatto,
della coscienza e della società («Contrattualismo e sociol. contemp. » 1892),
applicò al campo della filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo (« Il
probi, delle origini del dir. » 1896) e combattè l’eclettismo del Vanni,
negando il compito deontologico della f. d. d.° (« Obbiettò e limiti della f.
d. d.° » 1897-9). Scolaro del Fragapane e illustratore dell’opera del Vanni è
Antonio Falchi (n. 1879), prof, di f. d. d.° a Parma («L’opera di I. Vanni»
1903 «Sulla differenziaz. del diritto dalla mor. » 1904 «Le mod. dottrine
teocratiche» 1908 « I fini dello Stato e la funz. del Potere»), che negò la
legittimità della esigenza metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione
all’aspetto psicologico della fenomenologia giuridica prestò Vincenzo Miceli,
prof, di f. d. d.° a Pisa, che sostenne la riduzione della f. d. d.° per la
parte speculativa alla filosofia morale, e per la parte tecnica alla dottrina
generale del diritto (« Le fonti del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » 1905 «
Prin- cipii di F. d. d.° » 1914). Considerarono la vita del diritto da un punto
di vista evoluzionistico e antropologico Schiattarella, Giuseppe d’Aguanno
(1862-1908) e Giuseppe Vadalà Papale (1854-1921), prof, di f. d. d.°
rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò sono
usciti Alessandro Grappali e Alessandro Levi: il primo (n. 1874), prof, di f.
d. d.° a Modena, contribuì alla critica della Sociologia del Maestro dal punto
di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno scientifico»
1899), fece conoscere in Italia le principali correnti del pensiero sociologico
straniero (« Saggi di sociologia » 1899 « I fondamenti giu.el solidarismo »
1914) e assegnò alla sociologia la triplice funzione critica, sintetica e
teleologica («Sociologia e psicologia» 1902). Il Levi (n. 1881), prof, di f. d.
d.°a Catania, assegna alla filosofia il compito di discutere il problema
gnoseologico, e conseguentemente intende la f. d. d.°come logica o gnoseologia
del diritto, differenziato dalla economia e dall’etica come una distinta forma
logica o «guisa» dello spirito umano; assume come concetto fondamentale
dell’ordinamento giuridico, quello di rapporto giuridico, individuazione della
forma logica del diritto, che è l’apprezzamento delle attività nel loro profilo
intersoggettivo: «ubi societas, ibi ius». («Contributi ad una teoria fil.
dell’ordine giur.» 1914 « F. d. d.°e tecnicismo giuridico» 1920 «Saggi di
teoria del d.° » 1924 « La Fil. poi. di G. Mazzini » 1917). Alfredo Bartolomei
(n. 1874), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un saggio giovanile discusse, alla
stregua di una metafisica monistica e apprezzò con equanimità e acume « I
principii fondam. dell’etica di R. Ardigò e le dottrine della fi], scientifica
» 1900, ma il suo ulteriore pensiero si svolse in direzione piuttosto
criticistica che non positivistica. Benvenuto Donati (n. 1883), prof, di f. d.
d.° a Macerata, ha portato contributi allo studio del diritto come fenomeno, e
si è poi rivolto specialmente alle ricerche storiche, rendendosi benemerito
degli studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 1909 «11 socialismo
giur. e la riforma del d.° » 1910 « Il rispetto della legge dinanzi al principio
di autorità. Critica alla Fil. civ. di Hobbes » 1919 «Autografi e documenti
vichiani inediti o dispersi » 1921 « Essenza e finalità della scienza del d° »
1924). Roberto Vacca ha tracciato le linee di un programma di f. d. d.° sulla
base del metodo sperimentale («Il d.° sperimentale» 1923). 12. Il positivismo
fu portato naturalmente a contribuire a quel movimento che può definirsi di
filosofia della scienza. Positivistico è l'atteggiamento assunto nel suo libro
«Scienza e opinioni» da Bernardino Varisco (n. 1850), prof, di fil. a Roma, il
quale non potrebbe esser annoverato oggi più tra i positivisti, dopo la
revisione e le integrazioni alle quali è stato indotto dal suo indomito spirito
di ricerca. Il V. distingue assolutamente pensiero e realtà. Questa si compone
d’infiniti corpuscoli, estesi ma fisicamente indivisibili, dotati di proprietà
psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si muovono e all’occasione si urtano;
e, quantunque duri, negli urti si comportano come se fossero elastici. La fisica
del V. si riduce integralmente a una meccanica, sul genere di quella del P.
Secchi: l’accadere fisico è quello che ha luogo tra i corpuscoli, mentre
l’accadere psichico è provocato, In ogni corpuscolo, degli urli a cui va
soggetto. Non esistono mentalità indipendenti dal fatto del nostro pensare (il
V. mantiene anche oggi questo suo concetto, che per altro ha reso più
coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se non l’esigenza causale dei
fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto psichico (separatamente
preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto embrionale, ma certo
assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che consta. P. es.:
consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo nell’acqua si
vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il remo sia
spezzato, non è punto- vero. Quello che consta non è dunque vero, in generale,
che relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di quello che
consta c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C da P è
assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto con
certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che ci
fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu chiamato
il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze positive
(dimostrative, secondo Galileo, il quale riteneva opinabili tutte le altre
dottrine). Fine della filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò molto le
sue opinioni, è la discussione del problema, se oltre alla natura psico-fisica
ci sia o non ci sia un soprannaturale, cioè se la religione sia o non sia
giustificata. Ed egli rispondeva allora che alla riflessione il soprannaturale
non può constare; il sentimento del soprannaturale, qualunque ne sia il valore
oggettivo, non può essere tradotto in cognizione distinta, non può servire di
fondamento alla costruzione del sapere. 1 nomi di Federigo Enriques e di
Eugenio Rignano si trovano associati nell’impresa di promuovere con la rivista
« Scientia > (fondata nel 1907 e tuttora fiorente sotto la direzione del R.)
la coordinazione del lavoro scientifico, la critica dei metodi e delle teorie,
e di affermare un apprezzamento più largo dei problemi della scienza. «Problemi
della scienza» s’intitola il libro (1906) con il quale l’E. (n. 1871),
matematico di fama già mondiale, si annunziò come rappresentante di un
positivismo che può dirsi critico, dominato come tale, dalla consapevolezza
della esigenza gnoseologica. La teoria della conoscenza, sostenuta dall’E.,
deriva dall’esame della scienza, non accettata dogmaticamente ma investigata
nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben giustificata la definizione
della sua costruzione come positivismo critico: l’E. infatti elimina il dualismo
di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno rappresenta il lavoro scientifico
come un progresso senza fine, perchè sono senza fine i rapporti che legano fra
loro le cose, e il concatenamento delle cause naturali: e questo progresso
concepisce come procedimento di approssimazioni successive, dove dalle
deduzioni parzialmente verificate e dalle contraddizioni eliminanti l’errore
delle ipotesi implicite, sorgono nuove induzioni più precise, più probabili,
più estese ricerca la origine empirica delle concezioni metafisiche, alle quali
può attribuirsi soltanto il valore d’ipotesi, capaci talora di preparare
scoperte e teorie scientifiche fa oggetto di studio il fondamento psicologico e
il contenuto sperimentale delle supreme categorie logiche opera una revisione
delle stesse dottrine positivistiche, con il fine di escluderne i residui
metafisici assume come criterio della verità la esperienza, la quale dimostra
se sussista o meno l’accordo fra l’elemento subiettivo della previsione e
l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come dati immediati della realtà
non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra sensazioni e volizioni che
condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono gl’invarianti elementari
riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa di reale suppone un
insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a certe condizioni
volontariamente disposte riesce con la definizione del reale come invariante
della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare, contro le teorie
della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la comprensione del «fatto
bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera dell’E. è ispirata alla
fede razionale nel valore della scienza e al principio della continuità e
interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione del contrasto «
razionalismo-storicismo » il pensiero dell’E. va sempre più evolvendosi nel
senso del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con l’empirismo da
un lato e con lo storicismo dall’altro («Scienza è razionalismo» 1912 «Per la
storia della logica » 1922). Rignano, lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi
sociologici biologici psicologici: ha esposto criticamente la sociologia
comtiana, soprattutto dal punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di
Fil. pos. di A. C. » ): ha spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria
dei caratteri acquisiti con una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti
recati a favore così del preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi
sussidiaria suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale
ed esclusiva della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni
mnemonici propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in
generale. Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio
sviluppo, ed è fornito un modello energetico, capace di dare una idea della
natura intima della vita («Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti).
Hanno origine e natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de
synthèse scien- tifique» ). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso
tra i fatti psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi,
che lo costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli
altri: da un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro,
tendenze affettive (« Psicologia del ragionamento » 1920). Così la sola
proprietà mnemonica spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della
vita, dalla ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente,
fino agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero («
La memoria biologica » 1922). I nomi del Varisco, dell’Enriques e del Rignano
mostrano come il pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di
revisione critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli
del pensiero contemporaneo. Ma non debbo dimenticare pur vedendomi costretto,
per non esorbitare dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo
insufficiente — l’opera di Peano (Calcolo geometrico 1 principii di Geometria
logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Mario Pieri, Alessandro Padoa, Cesare
Burali-Forti, la quale tanto ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa
sistemazione logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi
appello all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e
filosofico che, partendo dagl’insegnamenti del Peano e di Antonio Gar- basso («
Fisica d’oggi. Filosofia di domani » 1910), Annibaie Pastore, prof, di fil.
teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli
meccanici (« Sopra una teoria della scienza » 1903 « Logica formale dedotta
dalla consideraz. di modelli meccanici » 1906 «Del nuovo aspetto della scienza
e della fil.» 1907 «Sillogismo e proporzione» 1910 «Il pensiero puro» 1913 «Il
problema della causalità» 1921). Il calcolo logico, secondo il P., non è che
uno degl’infiniti modelli con cui si può rappresentare l’ordine dei fenomeni e
prevederli; e tutti sono immagini o simboli equivalenti dell’infinita verità.
Ma nelle sue ultime opere il P., superando la posizione di questo suo iniziale
nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di panlogismo. 13. — Al
positivismo — anzi al positivismo più rigoroso ed estremo — va pure ascritta la
« filosofia scettica » di Rensi, prof, di fil. mor. a Genova, pensatore
fervido, scrittore suggestivo, polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi
libri principali una vivace battaglia contro l’idealismo assoluto, negando
radicalmente ogni assolutezza delle forme o attività spirituali, e sostenendo
che nell’ambito della sfera della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione,
o lo spirito, costruisca cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e
si concepisca non come determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa
l’oggetto) impera sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma,
quindi, certezza v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale,
e a questa certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti.
Comincia il regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia
(e perciò in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la
constatazione del fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la constatazione
del fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione di esso, ed è
mera espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista del sapere,
scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » 1919). Di conseguenza, anche nel
campo pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo spirito
cavi con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati, qua e
là variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo
sofistico e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia
dell’Autorità» 1920 «Introduzione alla scepsi etica» 1921). Anche l’estetica è,
come forma a priori dello spirito, nient’altro che scepsi estetica (« La scepsi
estetica» 1919) e come «bello» non può valere se non la valutazione di fatto
che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi suoi scritti
(«L'irrazionale, il lavoro, l’amore» 1923 « Interiora Rerum » « Realismo »
1924) il R. accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici
del suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui
ricordato Levi, prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della st. d.
fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi, dell’essere e
del divenire nella fil. gr. sino a Platone» 1910 « Id. nella fil. di Platone»
1920 «Sulle interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.» 1920), mod. («La
fil. di Berkeley» 1922) e conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane,
contemp. » 1904 ecc.). Il L. («Sceptiea*) rappresenta un radicale scetticismo
che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla consueta accusa
d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso l’idealismo assoluto,
si fondano sopra una concezione realistica, che, in quanto voglia rispondere a
esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è senza giustificazione, anzi in
contrasto con il presupposto fondamentale del conoscere (costituito dal mio io
pensante): tutte - dico fuorché una, il solipsismo, che da questo presupposto
direttamente deriva, e che, sebbene criticabile perchè includente innegabili
irrazionalità, è fra tutte la più plausibile. Contro il positivismo, il
solipsismo sostiene che il dato dell’esperienza esige una interpretazione del
pensiero, e però non ha valore per sè. L’estetica del L. («La fantasia
estetica» 1913) si riassume nella tesi che « l’opera d’arte nasce dal mistero,
ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente e suscita in
chi la contempla uno stato particolarissimo, irreducibile e non del tutto
definibile ». 14 In Sicilia il positivismo si presenta con aspetti
caratteristici nella filosofia dell’identità di Corleo, prof, di fil. mor. a
Palermo, e nel radicale empirismo di Cosmo Guastella (1854-1922), prof, di fil.
teor. a Palermo. Nel C., positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma
egli con la pura osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere
alla metafisica e a conclusioni eminentemente razionalistiche. Non vi è qualità
la quale non si riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito della
scienza, rende possibile la costruzione di una filosofia che adegui la
esattezza della matematica. Il C. ha una concezione atomistica della vita
psicologica: dalle percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero, e,
presentandosi come in parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono
tutte complessi, identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la
sintesi spontanee, che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili
di queste si presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si
separano naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo
stesso fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della
esperienza, emergente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale
dato che consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che
identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è
per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua
psicologia è piuttosto una schematizzazione matematica di esperienze
psicologiche, anche logica e gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di
concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti
della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e
norma degli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e
riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è
la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti
sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità
parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del
principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e
procede a rettificare e giustificare, contro i positivisti, le idee della
metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure
fondamento positivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi
dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil.
univ. » 1860-3 «Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità»
1880). Guastella procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il
pensiero di lui a maggior coerenza, e professa un assoluto nominalismo. Il suo
sistema nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est percipi)
e, nell’aspetto logico, psicologico e gnoseologico, un non meno radicale
empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè come
conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico, intendendosi per
mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o che s’inferiscono
da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti costanti osservati fra
di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa esperienza. Empirismo, cioè
una dottrina sul criterio della verità, che tra i motivi delle nostre
affermazioni di quelle che non sono semplici atti di memoria o comparazione non
ammette come legittimo che la induzione, e respinge come illegittimi l’evidenza
intrinseca (non confermata dall’induzione) e l’influenza della passione e della
volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e non è costituito se non da imagini
concrete e particolari: non esistono giudizi a priori : tutte le nostre
proposizioni sono affermazione o negazione della esistenza di certi fatti
particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la critica dissolvente del
concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano daglielementi del senso.
Non si può affermare altra esistenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni
o subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che
si risolvono in sensazioni reali o possibili: non vi è altra scienza possibile
che quella delle uniformità di successione, coesistenza, somiglianza tra i
fenomeni. E il fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in
quanto se ne ha esperienza: ma questa conoscenza fenomenica è completa e
assoluta. Anche la credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento
nella esperienza, che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato
della corrispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come
obbiettivamente valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi implicito in
ogni prova, e non si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del pensiero:
rientra, in sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver fiducia
nelle nostre facoltà. La parte più originale della dottrina dei G. è la
Filosofia della Metafisica, cioè la ricerca del fondamento psicologico delle
costruzioni metafisiche e la dimostrazione del loro carattere illusorio. Quel fatto
che è la metafisica, richiede di essere spiegato: come nasce la tendenza
irresistibile a trascendere la esperienza, e come si determinano le varie forme
sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei fenomeni? Tale tendenza è
tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i fenomeni e tutte le idee
che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee sui fenomeni, che ci sono
più familiari: particolarmente ai fenomeni dell’azione della volontà sul nostro
corpo donde la filosofia volizionale e del movimento per urto donde la
filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi sulla teoria della con. I. Sui
limiti e l’ogg. della con. a priori 1897. II. Fil. della Metafisica 1905» «Le
ragioni del fenomenismo» 1921-3). Non era mio compito considerare le relazioni
del positivismo italiano con le filosofie ch’esso trovò già vigoreggianti al
suo primo manifestarsi, e con le altre correnti che successivamente, in
antitesi o in continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato fortuna tra noi. La
precedente rassegna analitica basta a dimostrare la profondità, l’ampiezza, la
fecondità di un movimento che scaturisce da una necessità, immanente allo
spirito umano. Fin dal suo apparire il positivismo fu accompagnato in Malia con
i segni aperti di una ostilità che non ha disarmato mai : è leggenda tanto più
insistentemente ripetuta quanto più esaurientemente sfatata ch’esso abbia mai
ottenuto il predominio nell’insegnamento superiore o aspirato a esercitarvi una
tirannica dittatura. Ha tenacemente resistito all’imperversare di polemiche, le
quali hanno sovente trasceso i limiti segnati alla critica onesta e serena,
mossa unicamente da zelo di verità. Seguendo la traccia di Roberto Ardigò, e
trovando in sè la virtù di reagire contro la tendenza al semplicismo e al rozzo
empirismo, è venuto progressivamente interiorizzandosi e affinando in sè il
senso della esigenza storica e critica: inflessi- bile nel rivendicare alla
filosofia la stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha tenuto fede al
patto di alleanza con la scienza, stretto sul fondamento della unità di metodo
: e non è certamente questa la sua minore benemerenza verso la cultura
nazionale. Firenze, R. Università. Dice MASNOVO (si veda) in “IL NEOTOMISMO IN
ITALIA” che nel tracciare in poche pagine le vicende del TOMISMO (AQUINO (si
veda)) italiano ferma l’attenzione piuttosto sulle situazioni che sugl’uomini:
la quale cosa, se torna utile sempre nella storia della filosofia, molto più
torna utile quando il periodo a cui si guarda è abbastanza recente. Le ragioni
sono di prima evidenza. Entriamo in argomento. Non ò possibile caratterizzare
secondo verità l’AQUINO AQUINISMO senza prima formarsi un’idea esatta dell’AQUINO
AQUINISMO anteriore. Certo le scuole domenicane italiane mantenneno sempre in
qualche efficenza il loro AQUINO (si veda) AQUINISMO e prima e dopo.
Nonpertanto se l’AQUINISMO d’AQUINO italiano s’afferma vivamente e
risolutamente e via via negli anni successivi, ciò è dovuto principalmente al
canonico piacentino BUZZETTI (si veda), le cui lezioni sono già diffuse in
manoscritti per l’Italia, e i cui scolari avevano già iniziato all’AQUINISMO
d’Aquino, più o meno fortunatamente, TAPARELLI (si veda), LIBERATORE (si veda) e
tant’altri dentro e fuori della compagnia di Gesù. PECCI (si veda) a Perugia è
certamente sotto, l’influsso di Sordi, piacentino e scolaro di Buzzetti: è
lecito pensare il medesimo del canonico napoletano Gaetano Sanseverino
(3). A. Masnovo, Il Neotomismo in
Italia, p. 129. (Società Editrice « Vita e Pensiero», Milano, 1924). Cfr. «L’amico d’Italia», anno IV, Torino,
1825, voi. Vii, p. 200. Quivi Don Carlo Gazola, tessendo l’elogio In morte
dello zio Vincenzo Buzzetti, ci fa sapere che lo zio « tracciò egli un corso
breve di filosofia, che tiensi nel seminario vescovile di Piacenza e nelle
pubbliche scuole di Reggio e in quelle di Napoli; filosofia in che null’altro
difetto ritrovasi fuor quello di sommamente piacere a tutti i giovani
d’ingegno». (3) A. Masnovo, Il Neotomismo in Italia. Buzzetti rimetteva a nuovo
il tomismo, consapevolmente o no, sotto la spinta del movimento romantico, e
l’inseriva, certo consapevolmente, nella reazione che, tra la fine del 1700 e
l’inizio del 1800, si scatenava anche in Italia, compreso il ducato di Parma,
avverso l’empirismo del Locke e il sensismo del Condillac. Anzi si può e si
deve dire che in Italia il Buzzetti è (cronologicamente almeno) il primo grande
rappresentante della reazione anti- sensistica. Certo non può venire in gara
col Buzzetti il Rosmini, la cui attività letteraria comincia quando il Buzzetti
è morto (1824). Quanto al Galluppi la sua reazione all’empirismo data dal 1819:
anno nel quale egli inizia la pubblicazione del «Saggio filosofico sulla
critica della conoscenza... ». Or noi sappiamo che prima del 1816 il Buzzetti
professava il suo battagliero tomismo in contrasto al sensismo. Infatti il P.
Serafino Sordi, entrato nella Compagnia di Gesù verso la fine del 1816 , aveva
già seguito il corso tomistico dettato nel Seminario di Piacenza sotto
l’ispirazione del Buzzetti. Questo tomismo, per cosi dire, buzzettiano, che
riprende non già come un effimero capriccio ma come sforzo e forza davvero
vitali, e che, col Sordi e col Taparelli col Liberatore e col Sanseverino, si
svolge perennemente a contatto del pensiero e delle preoccupazione ambienti, a
che punto trovasi del suo svolgimento nel decennio 1870-1880? A questa dimanda risposi
ampiamente in altra circostanza (3). Qui basti ricordare che il Liberatore nel
1858 aveva già scritto i due volumi « Della conoscenza intellettuale »
destinati ad affermare la dottrina tomistica della conoscenza frammezzo alle
opposte correnti del tradizionalismo, dell’ontologismo e del rosmi- nianesimo;
che nel 1875 aveva terminato il trattato «Dell’uomo» risultante dei due volumi
«Del composto umano» già pubblicato nel 1862 e dell’« Anima »; che fin dal 1860
aveva impresso alle sue « Institutiones » l’indirizzo decisamente tomistico
(4), svolgendovi la metafisica generale e la speciale. Quanto al Sanseverino,
egli 0) L’opuscolo galluppiano «Dell’analisi e della sintesi», scritto fino dal
1807, prescindeva dall’origine semplicemente sensistica o no delle idee che
entrano a formare le nostre conoscenze ossia i nostri giudizi (Galluppi, Saggio
filosofico. . ., Libro 1, c. Il, paragr. 37 e ss.). A. Masnovo, // Neotomismo in Italia. Masnovo,
Il Neotomismo in Italia, p. 115. (4) Cfr. «Institutiones Philophiae .. Romae,
Typis Civilitatis Catholicae, 1869. Quivi da pag. 3 a p. G è riportata la
prefazione dell’edizione del 1860; la quale prefazione appunto ci avverte del
deciso indirizzo tomistico che ormai assumono le «Institutiones» liberatoriane.
E l'avvertimento non è disdetto dall’opera. era sceso prematuramente sì nel
sepolcro il 1865 a soli 54 anni, ma ci aveva lasciato di suo « I principali
sistemi della filosofia sul criterio», e la monumentale « Pliilosophia
Christiana cum antiqua et nova comparata
». Non occorrono aggiunte per convincersi che, mentre il decennio
1870-1880 fila i suoi giorni, la restaurazione del tomismo quanto a metafisica,
cioè per la sua parte capitale, è già un fatto compiuto. Il dualismo di Dio
immobile e del mondo diveniente, nonché l’altro dualismo di potenza e di atto
in ogni cosa creata e più precisa- mente di materia e di forma nelle cose
corporee, il Neotomismo li ha già affermati risolutamente. Di più il Ncotomismo
ha già applicato l’ilemorfismo ai viventi in genere (dove la forma è l’anima) e
in particolare al composto umano che è una unità sostanziale vivificata da
un’anima sussistente, spirituale, immortale. A proposito della cognizione umana
il Ncotomismo ha già proclamato l’irriducibilità della medesima a semplice
risultato di senzazioni, e insieme riconosciuto per ciascun uomo la necessità
dell'intervento di un proprio e intimo principio spirituale (l’intelletto
agente) affine di universalizzare il dato del senso. I principii poi onde si
svolge la vita conoscitiva dominano soggetto ed oggetto. Passando dall’ordine
speculativo a quello pratico, Dio (ben inteso, personale e trascendente) è già
stato proclamato fonte del dovere nella vita morale e fonte dell’autorità nella
vita sociale. Ma il Neotomismo italiano del periodo 1870-1880 oltre a trovarsi
dinnanzi a la metafisica dell’Aquinate, già restaurata, ha piena consapevolezza
della cosa. Nel 1875 sulla Civiltà Cattolica
il Liberatore dichiara che « rimessa oggimai in onore la vera metafisica,
è mestieri porre in armonia con essa la scienza fisica»; parimenti nel 1875 lo
stesso Liberatore nell’ultima pagina del suo « Dell’anima umana » ripete che «
la vittoria per ciò che riguarda la parte metafisica sembra assicurata
massimamente dopo che il movimento ristoratore dall’Italia si propagò nella
Francia, nella Germania e nella Spagna. Ma il trionfo della sana dottrina non è
compiuto se non viene esteso anche alla fisica, compilandone una che stia in
perfetta armonia colla metafisica, e che, facendo tesoro Com’è detto nel Monitum Editorum apposto al
primo dei sette volumi della « Philosophia Christiana » (ed. 1878), il Can.
Nunzio Signoriello, dopo la morte del Sanseverino suo maestro —, « bisce
voluminibus manus admovit eaque in meliorern ordinem redegit, et quartum
Logicai voliimen condidit prae- cedentibus omnino aequale». Civiltà Cattolica. di tutti i progressi delle
scienze esperimentali, mostri come essi, lungi dal contrastare, confermano anzi
la parte razionale dell’antica filosofia. A questo convien che sieno volte
quinci innanzi le cure dei veri sapienti; e io non dubito che il provvido Iddio
susciterà tra breve tra i cultori delle scienze naturali chi sappia
trionfalmente applicarvi l’ingegno e la fatica». Al Liberatore fa eco il Card.
Giuseppe Pecci, il quale aH’inaugurazione dell’Accademia Romana di San Tommaso
d’Aquino il giorno 8 Maggio 1880 pronunciava queste parole all’indirizzo degli
accademici: «Dunque la vostra restaurazione (filosofica) si stende per
indiretto ma efficacemente alla restaurazione eziandio di tutte le scienze. E
quanto alle scienze razionali, richiamata una volta in luce la dottrina di San
Tommaso, la restaurazione può dirsi quasi fatta: non rimane che arricchirla e
ampliarla nelle applicazioni. Più lungo studio richiederanno dal vostro ingegno
le scienze naturali... ». Adunque
secondo il Pecci, come secondo il Liberatore, non vanno cercati nel decennio
1870-1880 gl’inizi del neotomismo: che anzi, secondo loro, il movimento
neotomistico propriamente filosofico si conclude in questo stesso decennio. Che
se particolari caratteri assume, comeassumeeffettivamente.il Neotomismo in
questo decennio, uno possiamo riporlo fin d’ora, come autorizzano e ce ne fanno
dovere il Liberatore e il Card. Giuseppe Pecci, nel tentativo di porre a
contatto la filosofia scolastica, ormai risorta, con il mondo delle scienze
fisiche e naturali. Col bisogno di penetrazione nel campo scientifico si fa
sentire anche il bisogno d’intensificare la volgarizzazione. Appunto sui mezzi
di diffondere la ristorata filosofia chiama l’attenzione una serie di articoli
della Civiltà Cattolica, comparsi nel 1870. Mentre caratterizziamo cosi il
neotomismo dopo il 1870 non vogliamo escludere da questo periodo ogni sviluppo
di speculazione; come non vogliamo escludere dal periodo precedente l’opera di
volgarizzazione e di penetrazione scientifica. Caratterizzando, ci basta
guardare agli elementi che, pur non essendo esclusivi, hanno una prevalenza
indiscussa. Vediamo dunque quali forme concrete vanno assumendo dal 1870 in poi
i propositi di penetrazione scientifica e di volgarizzazione. * * * Guardiamo
anzitutto all’opera di volgarizzazione. Se la restaurazione del tomismo nel
secolo XIX è dovuta all’iniziativa privata
L’accademia Romana di S. Tommaso d’Aquino (pubblicazione periodica). che
deve superare autorevoli contrasti (I), la divulgazione si compie in gran parte
per l’intervento dell’autorità ecclesiastica e più precisamente dal Pontificato
Romano. Ed è naturale. Filosofia e Chiesa, in fondo in fondo, risolvono il
problema della vita. Quando le due soluzioni armonizzano, benché ottenute dalla
Filosofia e dalla Chiesa con mezzi propri anzi finché cosi ottenute , il mutuo
appoggio torna onorevole e vantaggioso per entrambe, e risponde certo a un
diritto, ma più ancora a un preciso dovere. Nell’opera di volgarizzamento dopo
il 1870 possiamo distinguere due aspetti: uno positivo consistente
nell’emissione di documenti ecclesiastici a favore del Neotomismo,
nell’istituzione di accademie, nella pubblicazione di riviste e simili; uno,
per cosi dire, negativo consistente nell’eliminare dalla circolazione dottrine
che si fanno passare come di ispirazione tomistica, ed effettivamente tali non
sono. I due aspetti, idealmente distinti, praticamente si confondono. L’aspetto
positivo richiama subito alla mente l’enciclica « Aeterni Patris» ossia «De
Philosophia Christiana ad mentem S. Thomae Aquinatis doctoris Angelici in
scholis catholicis instauranda », prò mulgata nel 1879 addi 4 agosto festa di
San Domenico dal pontefice Leone XIII, fratello dell’ex gesuita e fervido
tomista Card. Giuseppe Pecci. Da questa enciclica i cattolici sono invitati a
dare il loro nome alla filosofia che si ispira a San Tommaso d’Aquino. Nello
stesso anno 1879 si imprende, per ordine e per munificenza del Pontefice, una
grande edizione delle opere dell’Aquinate, non ancora terminata oggidì. Un anno
dopo, cioè nel 1880, e ancora il 4 agosto, San Tommaso è proclamato da Leone
XIII patrono delle scuole cattoliche. È facile comprendere l’influsso capitale
di questi documenti, che non creano certo il neotomismo; cooperano però
validissimamente alla sua diffusione. Le accademie tomistiche pullulano per
ogni diocesi accanto ai vescovadi e ai seminari. Si può convenire che il
movimento guadagnando in estensione perde in proti) Basti pensare
all’iiitervento dello stesso Superiore Generale contro quei gesuiti che a
Napoli circa il 1833 tentarono la restaurazione del tomismo. (Cfr. A. Masnovo.
Il Ncotomismo in Italia, p. 61). Se il
Gentile, dedicando sulla «Critica» del 20 novembre 1911 un capitolo della sua
Filosofia in Italia dopo il 1850 ai Neotomisti, e parimenti il Saitta nel suo
volume Le origini del Neotomismo nel secolo XIX avessero ben notato il momento
esatto e il significato preciso dell’intervento ecclesiastico a prò’ del Neotomismo,
già spontaneamente affermatosi prima del 1870, non avrebbero tratto motivo da
questo stesso intervento per svalutare il Neotomismo. Fatto questo rilievo, è
giusto tributare omaggio tanto al Gentlte quanto al Saitta per l’interesse
addimostrato verso il neotomismo. fondita. Ma è questa la naturale vicenda
delle cose umane, e meravigliarsene sarebbe da ingenui. Tra le accademie del
periodo che c’interessà merita particolare men 2 ione l’« Accademia Romana di
S. Tommaso d’Aquino» , inaugurata, come sopra fu detto, l’otto maggio 1880. Suo
organo è il periodico omonimo « L’accademia romana di San Tommaso d’Aquino »,
che inizia le pubblicazioni subito nel 1881 ed esce annualmente in due
fascicoli. 1 collaboratori principali sono, oltre il Card. Giuseppe Pecci, i
professori Francesco Satolli, Benedetto Lorenzelli, Giuseppe Prisco e i P.P.
Tommaso Zigliara O. P. e Camillo Mazzella S. I. , che, tutti, finiranno
cardinali della Chiesa Romana. Si aggiungano i padri gesuiti Liberatore e
Cornoldi, il can. Nunzio Signoriello, mons. Salvatore Talamo, l’avv. Giovanni
Fabri, il prof. Giannantonio Zanon ed altri ancora. Abbondano naturalmente i
commenti a San 1 ommaso. Il Card. Pecci pubblica nel volume secondo la sua «
Parafrasi e dichiarazione dell’opuscolo di San Tommaso «De ente et essentia » ;
altri si fermano di preferenza intorno agli articoli che S. Tommaso dedica alla
cognizione umana nella Somma Teologica dalla questione LXXXIV alla LXXXVIII.
Questi commenti anche oggi si possono leggere con profitto. Oltre i commenti a
San Tommaso, trovano largo posto gli attacchi al rosminianesimo, come portava
la necessità del momento. Non era infatti possibile diffondere la genuina
filosofia dell’Aquinate senza incrociare le armi con i fautori del
rosminianesimo, i quali tenevano a far apparire coincidenti rosminianesimo e
tomismo: coincidenza perfettamente illusoria, sopratutto dopo che, morto il Ro-
mini, era venuta alla luce la sua «Teosofia», sdrucciolante ornai, sulla buccia
dell’ente ideale, troppo apertamente ancorché preterin- tenzionalmeute, verso
l’ontologismo o intuizionismo divino che dir si voglia, e verso il panteismo. A
mente calma e fredda, con animo scevro da ogni passione di parte, oggi si può
convenire che il sistema ideologico del « Nuovo Saggio sull origine delle idee
» prc disponeva ai mali passi. Ebbi altra volta occasione di scrivere che Già a
Napoli nel 1874, ricorrendo il sesto centenario della morie di San Tommaso
d’Aquino, era stata istituita un’« Accademia di S. Tommaso d’Aquino» ; e pure
in Roma nello stesso anno 1874 aveva incominciato a vivere !’« Accademia
filosofico medica di San Tommaso d Aquino. Nel 1892 dalla tipografia vaticana
usciva, sotto il velo dell’anonimo, la celebre « Rosminianarum propositionum
quas S. R. U Inquisitio, approbante S. P. Leone XIII, reprobavit, proscripsit,
damnavit Trutina theologica ». Si seppe di poi esserne autore il Card.
Mazzella. Rosmini disimpegnò nella prima metà del secolo XIX una funzione
veramente utile in prò’ del Neotomismo, sospingendone i cultori a prendere
contatto con la filosofia ambiente estranea od avversa. Aggiungo ora che gli si
può e gli si deve riconoscere il merito di aver insistito, sia pure deviando,
sull’elemento divino nella cognizione umana. Il domani filosofico ritornerà
sicuramente su questo elemento. Ma fu, almeno almeno, un gran perditempo quel
volersi da troppi e sistematicamente nella seconda metà del secolo XIX
indurare, o per illusione o per arte polemica, nel difendere una coincidenza
assolutamente irreale. Questo nocque oltremodo al rosminianesimo nel giudizio
degli uomini imparziali ed equilibrati, che dovettero scorgervi o troppa
ingenuità o troppa (come dire?) virtuosità. Certo San Tommaso non ha nulla di
comune con le debolezze intuizionistiche e panteistiche del Rosmini: senza dire
che San Tommaso attribuisce proprio all’astrazione la formazione degli
universali, mentre il misconoscimento di questo potere dell’astrazione è la
base stessa della speculazione rosminiana nel « Nuovo saggio sull’origine delle
idee ». Fra coloro che sulle pagine dell’* Accademia Romana di San Tommaso
d’Aquino » polemizzarono più diffusamente e più autorevolmente contro il
rosminianesimo va ricordato Liberatore. Il neotomismo aveva chiarita e
giustificata le sua posizione speculativa di fronte al rosminianesimo ed alla
sua ideologia pericolosa fino dall’opuscolo di Sordi. Dice VOLPE nel
“HEGELIANISMO ITALIANO”, 6,P Svill, PP° dell ° he g elis "'° SUl !° He
sei, dopo aver affermato che il gran mento dello H. sta nella scoperta della
dialettica come relazione sintesi di opposti e aver soggiunto che oltre la
sintesi degli opposti c è la sintesi dei distinti, conclude che il torto dello
H è di aver confuso quella dialettica con questa. Oltre gli opposti, essere e
nulla, spiiito e natura, vero e falso, ecc., i quali non sono reali che nella
sintesi di cui costituiscono i momenti astratti ; ci sono, dunque, pel Croce, i
distinti: bello, vero, utile, buono, i quali non si trovano fra loro nella
stessa relazione degli opposti, reali solo nella sintesi- ma sono, invece,
egualmente, tutti reali e concreti, così da poter sussistere I nno accanto
all’altro. Posto ciò, il rapporto fra i gradi orme dello spinto è, pel C.,
questo: esso procede per diadi (invece che per triadi), nelle quali il primo
termine sussiste da sè cornar 0 ’ PU k aV, end ° anch ’ esso una sua
sussistenza concreta come tale, assorbe .1 primo: così, l’arte, si è visto, è
alogica, ma filosofia, sintesi di intuizione e concetto, è anche arte, cioè ha
etica^ ° rC espress . lv ° : la volizione economica è amorale, ma quella senni
n* V, ’T economica > la volizione morale essendo anche sempre utile Lo
spinto, poi, è di natura circolare, e però passa da un grado all altro: passa
dal grado intuitivo al logico, all’economico, all etico, e dall’ultimo trapassa
ancora al primo, all’intuitivo ornendo .1 contenuto pratico alla nuova
intuizione, e così in eterno’ nfa°tfi ni a gra t ÌmP ' ÌCÌta resistenza di tu,
“ i quattro gradii nfatti, appunto perchè nel grado intuitivo, ad es., è già
implicito 11 ’° glC0 Sl P uò P assa re dall’uno all’altro. E il passaggio
consisterebbe, infine, nel divenire esplicito ciò che era Lplidtò Ili Ora è
necessario osservare subito, che in questa teoria del Croce vengono così in
contatto due dialettiche contrarie: quella degli opposti e quella dei distinti.
Sono, dunque, due differenti specie di rapporti che concorrono al ritmo
dialettico, crociano, dei gradi: il mutuo rapporto dei gradi in quanto tali,
cioè distinti, concreti, e quello degli stessi in quanto astratti momenti di ognuno
dei gradi concreti. Il grado intuitivo, ad es., ha due significati ben diversi,
quello di momento della sintesi a priori logica (sintesi, si è visto,
d’intuizione e concetto), e quello di sintesi a priori estetica, grado concreto
e indipendente, come tale, dal grado logico, che, a sua volta, come tale, è in
egual relazione verso di quello. Ove è palese, che, nel primo caso su
accennato, si ha una relazione di opposti, e nel secondo una relazione di
distinti. È in questo punto dell’incontro delle due dialettiche, che si sono
soffermati più a lungo i critici del Croce. È stato osservato, ad esempio, che
le due dialettiche si annullano l’un l’altra ; che il concetto
dell’implicito-esplicito, che deve spiegare il passaggio da un distinto
all’altro, è un semplice mito, non differente, essenzialmente, da quello del
passaggio dall’inconscio al conscio ; che il concetto stesso di circolo è
mitologico, e così via. Il carattere espositivo di questo scritto c’impedisce
di entrare nella questione: si è ricordato ciò per informazione del lettore.
Fin’ora si è discorso dell’estetica, della logica, della filosofia della
pratica: veniamo ora alla Teoria della storiografìa (1917) che conclude il
sistema della filosofia dello spirito quasi con una brusca correzione. In quest’ultima
opera il C. vuole integrare la sua unificazione precedente della filosofia e
della storia nel giudizio percettivo, col concetto della contemporaneità della
storia. La storia, antichissima o recente che sia, è storia contemporanea, cioè
sempre relativa al soggetto presente, che col pensarla la suscita, la fa;
badando però a intendere questa presenza come assoluta e ideale, tale, cioè,
che condizioni essa e superi l’empirico presente e passato del tempo. Ma intesa
così la storia, come procedente dall’universalità del soggetto, come attualità
piena dello spirito, essa appaga allora l’esigenza filosofica di possedere la
realtà nella sua pienezza e totalità, e la filosofia come Logica, come un
distinto momento dello spirito, viene sminuita di valore. In relazione,
infatti, al nuovo concetto di storia, la filosofia, nel senso più adeguato e
profondo, viene ad G. De Ruggiero, La
Filosofia Contemporanea, voi. Il, p. 164.
N. Spirito, Il nuovo idealismo italiano. essere il momento
trascendentale della conoscenza storica, alla quale appresta le categorie
necessarie a pensare la totalità del reale. « La filosofia non può essere altro
che il momento metodologico della storiografia, dilucidazione delle categorie
costitutive dei giudizi storici...». Dilucidazione che «si muove nelle
distinzioni dell’Estetica e della Logica, dell’Economica e dell’Etica; e tutte
le congiunge nella filosofia dello spirito ». Il pensiero del C. conclude,
dunque, ad una sopravvalutazione della storia, o filosofia in largo senso, di
fronte alla logica, o filosofia stricto sensu: conclude, infine, parrebbe a due
concetti di filosofia: la logica, o filosofia stretta, che come tale resta al
di qua dell 'atto storiografico, o filosofico in senso profondo. Ecco quel ch’è
sfato chiamato, anche recentemente, l’umanismo del Croce. Umanismo, si è detto,
perchè tutta la storia della storiografia assume il valore di una storia della
filosofia incentrata nel concetto dell’uomo, del mondo ch’è il suo mondo
(Vico), e dei suoi bisogni spirituali . È stato ancora osservato, che quel ch’è
la funzione della filosofia rispetto al problema della scienza nei filosofi del
neo-criticismo positivista, si ritrova nel Croce, come coscienza critica
immanente all’atto storiografico, di cui essa è il momento puramente trascendentale
. IL La formazione mentale di G. Gentile ha origini diverse da quella crociana.
A Bertrando Spaventa, e, attraverso questi, a Hegel, Fichte, Kant, Cartesio, e
ai nostri Gioberti, Vico e Bruno, si riallaccia, fin dagli inizi, la
meditazione del fondatore dell’idealismo dell’atto. È, poi, partendo in
particolare dallo Hegel, con la riforma ch’ei propone, indipendentemente dal
Croce, e sulle orme dello Spaventa, della dialettica hegeliana, che il pensiero
del G. dà i primi frutti originali. Lo Spaventa, studiando le tre prime
categorie della Logica hegeliana, essere, non-essere, divenire, aveva
osservato, sorpassando i precedenti interpreti (Trendelenburg, Vera etc.), che
« questa posizione imbrogliata dell’essere e del non-essere (lo stesso e non-lo
stesso) è la viva espressione della natura del pensare. Se si toglie di mezzo
il pensare non se ne capisce niente». E il Gentile, negli studi intitolati,
appunto, La Riforma della dialettica hegeliana (1913), affermò, che « Se
l’essere non è più un’idea in sè, ma una cate (Carlini) goria, e categoria è
atto mentale, come può realizzarsi l’atto della mente altrimenti che come unità
di essere e non-essere, cioè divenire? L’atto si fa, fit, diviene. È in quanto
diviene... Quando è semplicemente, non è». E potè concludere, altrove: « L’essere
che Hegel dovrebbe mostrare identico al non-essere nel divenire che solo è
reale, non è l’essere che egli definisce come l’assoluto indeterminato
(l’assoluto indeterminato non può essere che l’assoluto indeterminato I); ma
l’essere del pensiero che definisce, e, in generale, pensa: ed è, come vide
Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo (perchè, se fosse, il pensiero non
sarebbe quello che è, ossia un atto), e perciò ponendosi, divenendo». In
conclusione, l’essere, il non-essere, il divenire, non sono più, pel G.,
posizioni logiche, obbiettive del reale, com’erano per ('Hegel, ma momenti
della coscienza in atto, del pensiero pensante, in cui il divenire, come
sintesi degli altri due termini, esprime nient’altro che il processo del
sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti, rigidi, in cui
l’analisi lo rompe : e cosi, com’è stato già osservato, tutta la sovrastruttura
della logica hegeliana crolla. Crolla, perchè vien mostrato che la deduzione
hegeliana delle categorie, che voleva essere sistematica, contro quella
empirica di Kant, e conciliare la molteplicità con l’assoluta unità, non riesce
a questa conciliazione, perchè anche in essa vi si analizzano concetti invece
di realizzarli nella loro unità vivente: è dialettica di pensieri pensati
usando la terminologia gentiliana; e cioè non-dialettica, perchè il pensato,
come tale, non si svolge, non si dialettizza. Manca, insomma, l’unità, la vita:
anche Hegel si smarrisce, a un tratto, dietro ipostasi, immobili e ferme:
platonismo, in fondo. L’unità, dice il G., non può esser data che dal pensiero
in atto, dall’atto in atto. La vera Idea è atto, l’unica categoria è Yatto
spirituale ; onde «tutti gli atti del pensiero, quando non si considerino come
meri fatti, quando non si guardino dall’esterno, sono un atto solo. E però per
il nuovo idealismo le categorie sono infinite di numero, in quanto categorie
del pensare che si guarda come pensato (la storia); e sono una sola infinita
categoria, in quanto categoria del pensare nella sua attualità». Ma allora la
deduzione hegeliana si risolve proprio, anch’essa, in fondo, in una deduzione
empirica (anche Hegel ha, come Kant, numerato le categorie!); e la sua non può
essere la deduzione delle categorie, ma « un caso fra infiniti casi possibili
di deduzione, o meglio... un frammento o un moti ) Cfr. De Ruoqiero. mento
della eterna deduzione, in cui consiste la storia non pure del pensiero, come
s’intende comunemente, ma del mondo ». Non pure del pensiero, ma del mondo,
perchè l’atto, a cui si riduce l’Idea pel ò., è occorre dirlo? actus purus, nel
senso più moderno e integrale, come atto che è tutta forma perchè è tutta
materia, generata dalla forma: forma formante, davvero: è quel processo
autocreatore del puro pensiero ch’è l’Autocoscienza nella sua concreta
individualità: onde l 'io empirico e particolare non è che l’attuarsi dell’Io
puro, trascendentale. La stessa istanza critica che la Riforma compie in
rapporto alla Logica hegeliana, l’Introduzione del Sommario di Pedagogia
(1913-14) la compie come è stato acutamente osservato in rapporto alla
Fenomenologia. Come il pensiero puro non ha bisogno di percorrere i gradi
categorici dell’essere, del conosciuto, secondo gli schemi della logica
formale, per giungere alla piena coscienza di sè, perchè si pone a priori come
pensiero consapevole e attuale; cosi non ha nemmeno bisogno di passare per i
gradi psicologici della conoscenza, la sensazione, la percezione, la
rappresentazione, etc., perchè non può mutuare da altri che da sè, non soltanto
la sua forma, ma anche il suo contenuto . La dottrina psicologica tradizionale
che concepisce il processo psichico effettuantesi per gradi monadisticamente
distinti, è possibile soltanto per una concezione analitica dello spirito; onde
questo può essere di volta in volta, sensazione, percezione, concetto etc.,
solo in quanto venga considerato, naturalisticamente, come un aggregato di
momenti giustapposti, gli uni fuori degli altri. Ma se si concepisce io spirito
come vivente unità originaria, come pensiero pensante, pensare e non pensato,
ogni molteplicità scompare e tutti i gradi psichici si risolvono n eli’unico
atto dello spirito. Nella sensazione è già lo spirito nella sua intierezza, e
la sensazione è perciò necessariamente anche percezione, giudizio, concetto,
conoscenza, volontà, come tutti questi gradi non sono che sensazione: quel
sensus sui ch’è, infatti, lo spirito. Tuttavia non si creda che manchi nel O.
il concetto di un processo fenomenologico: c’è anzi, e originale: ed è una fenomenologia
che, identificatasi con la logica, non è altro che la stessa storia dello
spirito. Le distinzioni risorgono, dunque, nel processo spirituale, ma non più
come gradi tipici, giustapposti, ma come distinzioni concrete, storiche,
vieppiù ricche col progredire del processo. Cioè, ogni De Ruooiero. atto dello spirito non è che la
coscienza più profonda di un atto anteriore, che è il contenuto del primo, il
quale naturai mente è la forma di quello. « La sensazione-contenuto è dentro la
sensazione- forma, risolta e assorbita nell’attualità di questa ». Ogni atto di
coscienza può dirsi percezione rispetto a una sensazione precedente, la quale,
in quanto atto spirituale, fu anch’essa percezione. Cosicché si passa da
percezione a percezione, o, è Io stesso, da sensazione a sensazione. E in
sostanza la sensazione è una sola: l’atto spirituale nel suo interno mediarsi,
e che, mediandosi m eterno, si svolge attraverso infiniti momenti, infinite
sensazioni. Venendo alla dottrina propriamente pedagogica del Sommano, ne
accenneremo il concetto fondamentale: che educatore e educando sono due momenti
di un’unica realtà, l’Universale, io Spirito, onde hanno in esso la loro
profonda unità: scompare così ogni hiatus fra l’uno e l’altro; e il processo
educativo non è che processo di reciproca autoeducazione: ognuno vede
nell’altro sè stesso, lo Spirito, e attraverso l’altro forma un migliore, un
più alto sè stesso. Processo di universalizzazione, dunque, processo
eminentemen e etico. 11 miracolo dell'educazione è spiegato; e la prassi
educativa ha nel concetto d e\\’autoeducazione il suo miglior lume, la guida
più certa. È stato riconosciuto che nella storia della pedagogia 1 Sommario
segna una tappa ideale confrontabile solo con YEmilio. Questo realismo
spiritualistico del Sommario venne assumendo - è stato osservato - negli scritti successivi, L'esperienza pura
e la realtà storica, e Teoria generale dello spinto come atto puro un carattere
più univeversale in quanto dal problema del a formazione dell’uomo si passò a
quello di dimostrare in esso la radice di tutti gli altri problemi concernenti
la realta e le sue categorie. Il principio dell’idea come atto acquistò sempre
piu carattere metafisico. . Già nel primo dei due scritti suaccennati 1 atto
viene concepito come pura esperienza che lo spirito fa di sè, eliminando in tal
modo qualunque presupposto dello spirito, sia oggettivo che soggettivo, e
generando da sè ogni realtà: tutta l’esperienza nelle sue infinite concrete
distinzioni è posta dall’atto e. nell’atto in un'esperienza storica, non nei
senso della storia presupposta all atto e quindi empiricamente concepita, ma
della storia che si attua quale vita eterna dello spirito. Nell’atto veniva
così risolta l’antitesi di a priori ( 1 ) Carlini, op. cit., p. 232. e di a posteriori,
e si concludeva a un formalismo assoluto, o, che è lo stesso, a un empirismo
assoluto . Ma questo esplicito significato metafisico appare in tutto il suo
sviluppo nella Teoria, uno dei capolavori del G. Qui, attraverso i problemi
della storia della filosofia, attraverso soprattutto il problema kantiano e
hegeliano, è dimostrato dal G. come lo spirito generi da sè stesso la natura:
il mondo del molteplice e crei nella sua dialettica unificatrice
moltiplicatrice spazio e tempo. Lo spirito viene concepito come conceptussui,
concetto che pone sè stesso, autoctisi. Ma questo porsi è, naturalmente, non
immediato, ma mediato. Lo spirito si pone attraverso la natura, l’oggetto; il
soggetto si pone mediandosi come oggetto. Quell’unità ch’è lo spirito si pone,
perciò, come molteplicità, attraverso la molteplicità, appunto perchè non è
unità immediata, statica, ma mediata in sè stessa, dialettica, unità, insomma,
dinamica e concreta, vivente. In altri termini, lo spirito si afferma negando,
non si svolge se non negando perennemente il suo opposto, la natura, che è per
ciò suo essenziale momento dialettico, e però spirito anch’essa, e non
un’entità a sè, concepibile come astratta dallo spirito. La natura, insomma,
come non-essere di quell’essere ch’è lo spirito: e cosi l’errore, il male, il
dolore sono egualmente il non-essere di quell’essere; eterno momento del
processo della verità, del bene, della vita. Certo, se la verità, il bene, si
concepiscono immutabili, ab aeterno, l’errore, il male sono inconcepibili. Ma
se la verità e il bene, come pensa il Gentile, sono divenire, atto, essi devono
perennemente superare sè stessi, ritrovando in sè l’errore, il male da
superare. E però, errore e verità, male e bene non sono realtà distinte,
indipendenti, ma i momenti di una sintesi, che è « errore nella verità, come
suo contenuto che si risolve nella forma», è «male onde il bene si nutre, nel
suo assoluto formalismo». Finiremo con un cenno, purtroppo frettoloso e assai
inadeguato, dell ultima grande opera del G., forse il suo maggior capolavoro,
certo, a tutt oggi, il suo testamento filosofico, per la compiutezza della
sistemazione: il Sistema di logica come teoria del conoscere. Uno dei concetti
fondamentali della speculazione gentiliana, naturalmente implicito nei precedenti,
è quello dell’identità della filosofia con la sua storia: infatti se la
filosofia è concepita come processo di autocoscienza, essa è storia, storia
eterna in tempo; e però Carlini. ogni
sistema coincide col corso storico del pensiero, in quanto esso riassume e
potenzia in sè, giustificandoli, i sistemi precedenti, che non sono che momenti
idealmente anteriori di que\Yunico processo di pensiero autocosciente, ch’è —
eminenter — la filosofia. Orbene, il sistema di logica attinge certo la sua
capitale impor¬ tanza, nell’assieme dell’opera del G., da questo: che esso vuol
es¬ sere ed è l’ultima riprova concreta, effettuale del suaccennato prin¬ cipio
dell’identità di filosofia e storia della filosofia. Esso ci mostra, di fatti,
come il sistema gentiliano, la nuova logica del pensiero pensante, si
costituisca a patto di ricapitolare in sè, di conservare e giustificare,
inverandola, l’antica logica ari¬ stotelica, la logica del pensiero pensato.
Infatti, la dialettica aristo- teiico-scolastica vien mostrata come grado
necessario alla dialettica del concreto, in quanto essa, dandoci la legge del
pensiero pensato (A — A) ci spiega il momento dell 'oggettività del pensiero a
sè stesso, oggettività necessaria, se —ricordiamolo — il puro pensiero
dev’essere concepito non come immediata soggettività, ma come
soggettività-oggettività, soggetto-oggetto, mediazione, dialetticità. Occorre
osservare, che qui il logo della logica del pensato, del¬ l’astratto, cioè A =
A, viene negato al tempo stesso che conser¬ vato, perchè non è più considerato
a sè, da un punto di vista astratto, ma è considerato dal punto di vista
concreto, cioè in fun¬ zione del logo della logica concreta, cioè del pensiero
pensante, A = non A? Conservare ch’è negare; inverare, come è, difatti, di quel
divenire ch’è lo spirito, la filosofia. E però è giusto -riconoscere, ancora,
che in tal modo « tutto il processo storico del concetto di logica si risolve,
identificandovisi, nel nuovo concetto dialettico » : quello del Gentile; e che,
ripetiamolo, la verità del principio del circolo di filosofia e storia della
filosofia, è dimostrata dal sistema stesso del G.; che, mentre convalida quel
principio, ne è, a sua volta, — si noti — convalidato, fondato po¬ sitivamente:
storicamente. Croce e Gentile hanno suscitato, da anni, un gran movi¬ mento di
idee, e di discepoli, attorno a sè: il primo soprattutto nell’ampio campo della
cultura letteraria e storica in genere: il se¬ condo nel campo della filosofia
teoretica e della storia della filosofia. Nominare discepoli del Croce non è
cosa facile, perchè, facen¬ ti) Spirito. dosi sentire il suo influsso nel largo
campo della cultura storico- letteraria, tutti, in quest’ultimo ventennio, sono
stati e sono ancora, in certo senso, crociani: in ispecie i critici di letteratura
e arte e gli storici sono permeati di pensiero crociano, anche se lo negano-
Soprattutto, il concetto crociano dell’arte è, si può dire, entrato a far parte
del patrimonio di idee necessario a chi voglia pensare e vivere in armonia col
progresso effettivo del pensiero della storia. Dei critici letterari, che hanno
subito, consapevolmente o no, l’influsso dell’estetica crociana, ricordiamo qui
G. A. Borgese, che, per quanto staccatosi in seguito da Croce, serba traccie di
pensiero crociano nelle pagine migliori; Emilio Cecchi; Alfredo Gargiulo,
autore d’un d’Annunzio; Luigi Russo, autore d’on Di Giacomo e di un Verga; e
infine Attilio Momigliano ( Studi Manzoniani, Goldoni, Verga). Nella critica
delle arti figurative ci piace notare Lionello Venturi; nella critica musicale
F. Torrefranca e G. Bastianeili. Piò facile è far qualche nome di discepoli del
Gentile, essendo più tecnico, e quindi più ristretto, il campo su cui si è
irradiato il pensiero gentiliano: filosofia teoretica e storia del pensiero speculativo,
come si è detto. Ricorderemo, anzitutto, due pensatori, Armando Carlini e
Giuseppe Saitta, che si posson dire i rappresentanti di due interpretazioni e
svolgimenti opposti del pensiero del Maestro: la dottrina di destra come è
stato detto (I) - del Carlini, in cui si tenta di svolgere entro l’ambito de\V
attualismo alcune esigenze empiristiche come quella della pluralità dei
soggetti e quella di un mondo soggettivo, morale, distinto dal mondo oggettivo,
della percezione, della conoscenza: si veda La vita dello Spirito (1921); e la
dottrina di sinistra del Saitta, che tende a un’ulteriore, più profonda
identificazione di io empirico e Io trascendentale: si legga Lo spirito come
eticità (1920). « Armando Carlini, professore nella R. Univ. di Pisa, proviene
dalla filosofia crociana. Egli tende a elaborare il lato spiritualistico
piuttosto che quello logico-dialettico della filosofia gentiliana. L’attualismo
del maestro ubbidisce, a suo avviso, a due motivi diversi: l’uno costituisce
l'originalità propria della filosofia gentiliana, ed è il motivo psicologico e
lo sforzo di risolvere la dialettica nel ritmo stesso della vita interiore,
onde l’autocoscienza e la personalità coincidono nel processo autocreatore
dello spirito; l’altro è un ritorno al problema hegeliano-spaventiano della
dialettica come logica melati) Cfr. Spirito. fisica, onde l’atto, più che
spiegare se stesso si assume il compito di spiegare il mondo della natura e
dello spirito. L’attualismo diventa cosi, dice il C., un puntualismo, in cui
tutte le distinzioni di problemi spirituali si neutralizzano in un concetto
generico dell’attività del pensare. Egli tenta, perciò, di ripigliare la prima
posizione e di svolgere il concetto del ritmo interno all’atto come il problema
fondamentale dell’attualismo. L’atto realizza se stesso come quello. « Io
penso» ch’è unità in una dualità di vita e di pensiero, di personalità morale e
di riflessione filosofica su essa. La distinzione posta in seno all’atto gli
permette di riguardare questo come condizione trascendentale di una dualità tra
il mondo dell’esperienza sensibile o mondo del conoscere, e quello dell’azione
ch’è propriamente il mondo storico-morale. Nello stesso tempo, l’atto, non
coincidendo più dentro sè con se stesso, fa appello a un punto di vista
trascendente, in cui quel dissidio venga pacificato, e pone così il problema
fondamentale della vita religiosa. Il Carlini e il Saitta sono anche storici,
in ispecie il secondo: al Carlini si deve un’ampia monografia sul Locke, al
Saitta monografie sul Gioberti, sul Ficino e vari saggi. Alla destra
appartengono ancora il Ferretti e il Codignola, pedagogisti; alla sinistra
Guido De Ruggiero, autore di un saggio sulla Filosofia contemporanea e di una
Storia della Filosofia, opere di carattere critico, prevalentemente. La
posizione mentale del de Ruggiero, di fronte aH’idealismo del Croce e del
Gentile, può essere caratterizzata da una più viva preoccupazione
dell’importanza speculativa dei problemi sulla scienza della natura. Il D. R.
fin dal 1913 in una monografia dal titolo : La scienza come esperienza assoluta
ripudiava nettamente le dottrine prammatistiche della scienza accolta nel
sistema crociano e poneva il problema dell’unità della scienza della natura e
della filosofia, abbozzando una teoria del positivismo assoluto, in cui le
scienze, guardate nella loro intima genesi spirituale, piuttosto che
nell’astratta oggettivazione naturalistica, erano reintegrate nella vita
speculativa dello spirito. E più recentemente in un saggio sui Problemi della scienza
e della umanità ha ulteriormente sviluppato questo punto di vista, mostrando la
necessità che le due correnti dell’idealismo moderno, quello storicista che fa
capo al Vico e allo Hegel e quella scientifica, che fa capo alla Critica della
ragion pura di Kant, a torto dissociate dall’idealismo contemporaneo, vengano
ricomposte in una unità articolata e sintetica, per cui, pur riconoscendo il
carattere storico della vita spirituale, questa storia non s’isterilisca in un
mero umanesimo, ma includa in sè l’opera delle scienze naturali, e attraverso
di esso, il mondo stesso della natura nella sua pienezza. Ampia attività
storica hanno esercitato altri due pensatori più ligi alle dottrine del
Maestro: Vito Fazio-Allmayer, con saggi.su Galileo e sulla Teoria della libertà
in Hegel-, e Adolfo Omodeo autore di una Storia delle origini cristiane in più
volumi. È da ricordarsi ancora Antonio Anzilotti, autore di un Gioberti,
studiato nella sua filosofia e prassi politica e Cecilia Dentice D’Accadia, che
ha dedicato specialmente la sua attività allo studio del problema religioso in
Schleiermacher e Kant. In pedagogia, Giuseppe Lombardo- Radice, autore di una
Teoria e storia dell'educazione e di molti saggi pedagogici, è il maggiore
interprete e prosecutore della pedagogia idealistica del Maestro, nella teoria
e nella pratica. POSTILLA BIBLIOGRAFICA SU CROCE E GENTILE. Delle seguenti
opere si cita solo l’ultima ediz. Croce (Pescasseroli, prov. di Aquila):
Estetica come, scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia
5» ediz. Bari, Laterza; Logica come scienza del concetto puro. 4‘ ediz. Bari,
Laterza, 1920; Filosofia della pratica. Economica ed etica. 9* ediz. Bari,
Laterza, 1923; Teoria e storia della storiografia. 2* ediz. Bari, Laterza,
1920; Problemi di Estetica e contributi alla storia dell’Estetica italiana.
Bari, id. 1910; La Filosofia di G. B. Vico. 2 1 ed. Bari, id. 1922; Saggio
sullo Hegel. 2” ed. Bari, id. 1913; Nuovi Saggi di estetica. Bari, id. 1921.
Giovanni Gentile (n. a Castelvetrano, prov. di Trapani): La riforma della
dialettica hegeliana. 2* ed. Messina, Principato; 1 problemi della scolastica e
il pensiero italiano. 2» ed. Bari, Laterza, 1923; Sommario di Pedagogia come
scienza filosofica. 2* ed. Bari, id. 1920-22; Teoria generale dello Spirito
come atto puro. 3* ed. Bari, id. 1920; Sistema di logica come teoria del
conoscere. 2» ed. Bari, id. 1921-23; Discorsi di religione. Firenze, Vallecchi,
1920; Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento. Firenze, id. 1920; La
Riforma dell’educazione. Bari, Laterza, 1920; Frammenti di estetica e
letteratura. Lanciano, Carabba. Dice Lamanna in “IL REALISMO PSICOLOGISTICO
NELLA NUOVA FILOSOFIA ITALIANA” che Sarlo, nato nel 1864 in un paesello della
Basilicata (San Chirico Raparo), venne alla filosofia dalla medicina. E ve Io
condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già
durante gli studi universitari, a Napoli, si compiaceva di frequentare, con le
lezioni della Facoltà cui era iscritto, quelle di lettere e filosofia: e fu,
tra l’altro, uditore dello Spaventa negli ultimi anni del suo insegnamento. La
stessa sua prima pubblicazione un volumetto di Studi sul Darwinismo, ch’egli
scrisse ancor giovanetto nel 1887 attesta la tendenza di lui a studiare, anche
nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono
poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza
divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che passò, come medico,
nel Manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che,
mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il
suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ebbe
maestri: fu un autodidatta: dovette cercar da sè, come a tentoni, la sua
strada, ed era naturale che la trovasse solo attraverso deviazioni, incertezze,
ritorni. La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale
del tempo, impregnato di positivismo, lo portarono dapprima a seguire questo
indirizzo di pensiero: e in uno degii organi della filosofia positivistica, la
Rivista dell’Angiulli, egli fece le sue prime armi. Ma non tardò ad
allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne ac - quistando coscienza
delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del
fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità
umana: deficienze, che illustrò poi in quelle Note sul positivismo
contemporaneo in Italia, pubblicate in appendice agli « Studi sulla Filosofia
contemporanea » nel 1901, una delle critiche più penetranti e conclusive che
della gnoseologia positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza
filosofica si venne formando nel decennio 1890- 1900. Concorsero a questa
formazione lo studio del Rosmini, i rapporti personali o spirituali con alcuni
dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del
neo-criticismo, come Luigi Ferri, Filippo Masci e, in particolare, Francesco
Bonatelli, e, più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative
del pensiero filosofico e psicologico contemporaneo, segnatamente inglese e
tedesco, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fece conoscere in
Italia. E di questa sua attività furono frutto due saggi rosminiani: La logica
di A. Rosmini e i problemi della logica moderna e Le basi della psicologia e
della biologia secondo A. Rosmini considerate in rapporto ai risultati della
scienza moderna (Roma) poi rifusi in altri lavori ; due volumi di Saggi
filosofici (Torino, Clau- sen) posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi —;
studi su autori stranieri sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi,
con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi del tempo nostro
(Firenze, La « Cultura Filosofica» editrice); saggi di psicologia; il volume
Metafisica, Scienza e Moralità (Roma, Balbi, 1898), e il volume già ricordato
Studi sulla Filosofia contemporanea : La Filosofia scientifica (Roma, Loescher,
1901). L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi del De Sarlo,
è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più
particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla
logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il
naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e
irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale,
come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica
della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come
sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo
alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro
reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei
motivi principali del pensiero del De Sarlo, anche quando, nel periodo di piena
maturità della sua attività di studioso, ha tratto i principii del suo
filosofare non più dal neo-criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti
sinora citati, ma dallo sperimentalismo inglese da Locke a Mill —;
dall’intuizionismo della scuola scozzese specie per il rilievo costantemente
dato agli assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito
umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza interna e infine
dal realismo dell’Her- bart e del Lotze. Conseguita nel 1894 la libera docenza
in filosofia presso l'Università di Roma, insegnò questa disciplina nei licei
di Benevento, di Torino, di Roma, fino al 1900, quando ottenne per concorso la
cattedra di filosofia teoretica all’Istituto di Studi Superiori di Firenze,
cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di
un Maestro. Presso lo stesso Istituto Superiore fondò nel 1903 un Gabinetto di
Psicologia Sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche
oggi il più ricco di apparecchi: molte e importanti ricerche vi sono state
compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la
potenzialità scientifica- mente produttiva del Gabinetto sia stata assai
ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è
venuto a trovare. Dal 1907 al 1917 il De Sarlo ha diretto la Cultura
Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi
anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante,
come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha
dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia,
dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali
specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua
filosofia. Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale nel
premio Reale per la filosofia, conferitogli dall’Accademia dei Lincei, della
quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del
De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse nelle
successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma,
Balbi. Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il
socialismo come concezione filosofica Vita morale e vita sociale]. Studi sulla
Filosofia contemporanea. Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». Roma,
Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista.
Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du
Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I
dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi
Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza
morale. Firenze, Seeber. Principii di Scienza etica, con un’Appendice su La
patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron, in
collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, 1 voi. di
pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi : La
formazione della coscienza filosofica odierna Uno sguardo alla filosofia I
compiti della filosofia nel momento presente. b) Altri tre studi che
costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto
che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella
filosofia contemporanea Lo psicologismo nelle sue principali forme; I diritti
della Metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e
vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia contemporanea. c)
Altri quattro studi su particolari problemi o correnti filosofiche : Il
significato filosofico dell'evoluzione [Filosofia e scienza dei valori Stillo
spiritualismo odierno]. Filosofi del tempo nostro. Firenze, La «Cultura
Filosofica» editrice, 1916. [Contiene studi su Paulsen, Hodgson, Ward, Bradley,
Reitike, Hartmann, Zeller, Bonatelli]. Psicologia e Filosofìa. Studi e
ricerche. Firenze, La « Cultura Filosofica » [Contiene: Alcuni studi di
filosofia generale, importantissimi per la comprensione della posizione del De
Sarlo nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e
psicologia: Vecchia e nuova Psicologia
La psicologia e le scienze normative L’esperienza psichica L’individuo
dal punto di vita psicologico Il soggetto La causalità psichica Sensazione e
coscienza. b ) Due ampi studi di psicologia metafisica: Il concetto dell'anima
nella psicologia contemporanea Idee metafisiche intorno all’anima Saggi
contenenti la materia per un orgànico trattato sulle funzioni psichiche : La
classificazione dei fatti psichici L’attività conoscitiva L’attività immaginativa Vita affettiva ed
attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq
studio intorno a Le determinazioni formali della vita psichica, e più
particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni
fisiologiche e psichiche. (Appartengono a questo gruppo altri saggi minori.-
Sulla teoria somatica delle emozioni Sullo studio dei sentimenti nella
psicologia inglese contemporanea - Sulla percezione delle forme). d) Studi di
psicologia fisiologica e patologica: Cervello e attività psichica L’attività psichica incosciente Sulla psicologia della suggestione Le
alterazioni della vita psichica La
psicologia degli animali]. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi
scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito, non è data
così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a
quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera
filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della
filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a
individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano
contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che
l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle
rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha
sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica,
Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della
dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto.
La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente
nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto
concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione
metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della
coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona,
contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e
fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di
tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono
essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le
scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra
gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I
diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche
intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono,
attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime
conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la
Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale
della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una
serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla
sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in
quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita
se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza
Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del
pensiero a cui risponde il concetto di sostanza: che è il concetto di essere
che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto
di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E
anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con
quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità,
ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente
percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in
cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser
considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per
eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che
il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia
fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto
queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo
di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima
la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per
l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S.,
esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto
come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per
il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori
vengono realizzati. E poiché quelPordinamento è eterno, anche delle anime può
dirsi che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che
i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali,
i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili,
appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde
l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che
del problema metafisico per eccellenza il De S. presenta costantemente una
soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo
tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo
problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente
congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta
delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale
interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si
oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie
tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della
realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso
valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi
trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di
realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla
portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della
preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un
tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso
interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a
ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non
disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la
persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un
mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la
fede questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la
fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel
fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto
l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio,
possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità
in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della
maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è
essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del
problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione
delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come
irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana
stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o
comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è
Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di
sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo il D. S., una
conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un
essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza
esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia
costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di
coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di
grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S.
dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema
metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici
(// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero
Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che
esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta
attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e
che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una
forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere
di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di
comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli
esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre
al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe
più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di
energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono
essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica.
Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano
quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non
si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le
varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non
si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si
stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè,
sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la
loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la
sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più
penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume «
Il Pensiero moderno ») è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è
uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del
De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il
concetto di evoluzione, lungi dall’essere come vuole, ad es., l’hegelismo un
principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà
ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica
di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che
non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il
prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo
evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del
tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a
cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un
ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni
evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che
rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo,
certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che
fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali
concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il
processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso
lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti
che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi
interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S.,
l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema
dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta
dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la
durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò
che è immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di
fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per il De
S., quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili,
piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana;
di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla
conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito
della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la
mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a
queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che
sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il
dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle
frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di
questa parola. Prima della « Dialettica trascendentale » e quindi prima della
Critica della Ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una «
Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a
designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello
criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un.
procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica
del De S. ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di
positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra
del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal
convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato
necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga
base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre
più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo
fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa
designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la
sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione
idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia.
Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli
considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare
sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto
sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di
ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali
essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre
scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché
l’espressione mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e
originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale l’espressione,
dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il
quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo
Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che
le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno
lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema
filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e
assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con
più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione
per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello,
meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può
osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo
del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la
determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità
delle distinzioni a un principio unitario? Il De S. risponde che la filosofia è
aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba
trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei
tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le
conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a
dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con
l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può
replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta
dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura
(o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che
anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente,
appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica,
di tutto il reale nell’io che è propria del sapere filosofico —, si rivela la
irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il
De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di
discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.),
dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse
appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi
caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i
quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà
allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si
costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e
come interdipendenti: perchè le idee universali ossia le nozioni metafisiche
fondamentali intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano
i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della
giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente
appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della
riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista
consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di
riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una
posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito,
costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è
detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione
v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola
psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati
dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza
esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza
filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni,
studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha aspetto
e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione causale
dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di
coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera
che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia
psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia
nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una
considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente
estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei
vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La
psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della coscienza,
escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora « lo
spirito dice il De Sarlo (p. 412) non è una cosa tra le altre cose, ma è il
mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale:
universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso
l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può
considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la
scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è
necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello
spirito s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello
spirito mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono
determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto
all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli
che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o
dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore
unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale
necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto
degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è
inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una
volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così
via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione
d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto,
se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro
ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le
condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso
adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua
spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene,
come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione
obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle
leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi
non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente
teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni
volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura
spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che
è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche
definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le
leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali
significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente
questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto
si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso.
La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima morfologica,
naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito funzionale e
filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903,
è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo
giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla
determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e
reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per
l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di
t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni
dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai
cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da
quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o
applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero
particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però
attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause
psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal
rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si
leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue
principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova
psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei
fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia. Lo psicologismo del De
S. non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il
mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico,
il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e,
in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi
ai criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli
ritenga che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà,
anzi lo stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in
ordine alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni
altra forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la
così detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre
attraverso l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli
che sono comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto
psichico; l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di
fatto) derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza
psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque
esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo,
l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è
(reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io
distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la
realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia
propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla
di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere
affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla
coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa
della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S.
deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla
mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto
di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di
riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di
diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi
con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o
sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni
in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche
direche sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia
significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso,
ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue
rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro,
si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza
tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale come grossolanamente
si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile
un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi
un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta
dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al
fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo,
per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema
metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può
anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto
con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è
connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere
identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto
conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la
realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto
che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche
quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza
rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale,
un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto
non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle
singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti
l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa
dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra
poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo
stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi
come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico,
cosi questa che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine
filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta
—, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino
a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di
soggetto e oggetto. L’esperienza psichica l’abbiamo già detto è, per il De S.,
costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice
qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un
determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire
a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di
atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che
attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto,
al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è
possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude
qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo?
Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o
l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono
contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di
coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi,
rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli
obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è
lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche
in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte
a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come
illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile :
o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni
medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi
un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone
la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere
attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no
adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i
due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le
loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra.
L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato
della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è
sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è
estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto
a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e
di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e
assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza
di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che
abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei
principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De
S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi
indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è
caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può
essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto
intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che
questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di
inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i
dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè
termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in
particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che
è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa
delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici aventi la realtà
stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi
cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà
individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero
pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità
sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o
creazione del soggetto come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta
l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta
indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale ; e
dall’altro lato non sono cose in sè come dimostra la loro relatività alle
condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa
consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza
speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato
obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del
pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai
principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per
distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un
significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le
forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e
quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze
immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato,
concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema
delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero
medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come
reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno
all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il
De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del
reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero.
Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è
soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza,
rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e
temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato
dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio
di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come
sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal
bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi
di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti
razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi
intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La
realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto
giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella
misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili.
Ma e con ciò il De Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo
razionalismo i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non
sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo
sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo,
anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che
per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come
oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività
d’un soggetto, volta a raggiungere la verità sia questa un dato di fatto o
un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui
complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il
risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali,
parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma
dall’altra parte IL REALISMO PSICOLOGISTICO 139 non sono posti arbitrariamente;
sono, più che suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità
dei rapporti viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente
universale. Con ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di
tale Mente ? E allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad
essere cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono,
invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca
alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per
esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo;
i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l!
assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della
razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere
insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De
S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito
individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro
fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza
mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive.
Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere
convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a
cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale;
e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere
compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede
metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando
sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la
distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia
illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile.
Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita
essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto
dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti.
È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al
concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da
ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto
(unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità
degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo
non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di
atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio
degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono
rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli
degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma
perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato
iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la
stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa
di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza
essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può
neppure, d’altra parte, sostiene il De S., confutando in svariatissime occasioni
la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera equazione di
pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra conoscente e
conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado supremo
dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale; quello in
cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa dall’idea,
come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto, rivela
invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di soggettivo e
di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero.
Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal
significato equivoco della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di
suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e
propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di
percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la
coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può
esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione
di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali,
d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma
non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere
carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei
due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io
empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io
trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune
alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il
soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che
vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il
modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze
dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è
indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di
soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con
l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero
pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle
categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può
essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita
essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì
fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto
vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla
intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto,
alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione
che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi
quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato.
L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da
noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli,
l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere
l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli
individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già
si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome
da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò
che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è
possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno
sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come
determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il
potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della
pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico,
etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una
discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di
qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica.
Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò
che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù
di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più
particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente
VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per
lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che
si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella
logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari
contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a)
determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il
contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S.
tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale,
della giustizia e della benevolenza); porre in luce lo svolgimento storico di
tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato
variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della
civiltà; considerare tutte le istituzioni per qualunque via primamente sorte
alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De S.,
nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel
senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a
principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di
esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza
spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa
esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale
egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi
concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue
basi più solide e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il
volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ ; ma nessuna teoria
morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata
concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi
dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S.
mantiene fermo quello stesso atteggiamento che abbiamo più particolarmente
illustrato a proposito del problema gnoseologico di stretta aderenza
all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua
efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e
razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito
cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant
scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può
mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena
sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni
nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa
d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad
esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento,
non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. Dalla
scuola di SARLO (si veda) usce A. (n. Palermo, professore di filosofia
nell’Università di Napoli). A. inizia la sua attività di studioso con un saggio
sulla misura in psicologia sperimentale, Firenze, R. Istituto di Studi. Nel
campo specificamente FILOSOFICO, A. si afferma, oltre che con saggi minori e
con l’attivissima sua collaborazione alla Cultura Filosofica di Sarlo, col saggio,
“La reazione idealistica contro la scienza” (Palermo), che è una bella
battaglia in difesa del valore della scienza contro tutte le forme
d’intuizionismo, di prammatismo e d’idealismo assoluto, che tendono a svalutare
i concetti scientifici. (cf. H. P. Grice, IL DIAVOLO DEL SCIENTISMO]. Il motivo
centrale di questo saggio è che i concetti della scienza – e. g. psico-logia --
non sonò un impoverimento della realtà, ma un arricchimento del mondo
dell’intuizione. Il concetto, infatti, non è nello schema convenzionale che
serve a comunicarlo praticamente, e che per se stesso non ha certamente valore
di realtà, ma nella sintesi di esperienze concrete che attraverso quello schema
si realizza e nella quale l’intuizione si eleva ad una superiore potenza,
inquadrandosi in un contesto più largo di relazioni, completandosi con altr’intuizioni
che sfuggono alla veduta dell’attimo fuggitivo e ai nostri sensi limitati.
Questo modo d’INTENDERE IL CONCETTO SCIENTIFICO, come processo d’integrazione
dell’esperienza, che non sostituisce l’intuizione e non può mettersi al suo
posto, ma la completa ed arricchisce, già nelle sue discussioni con CROCE (si
veda), ora raccolte in L’estetica del Croce e la crisi dell’idealismo moderno,
Napoli. A. contrappone alla teoria dello pseudo-concetto, con la quale Croce
innesta nel ne^hegelianismo la dottrina di Mach intorno al valore puramente
pratico ed economico dei concetti. E questo motivo di ri-vendicazione del
valore teoretico della scienza è il nucleo che è rimasto costante nel pensiero
d’A. anche quando dal teismo delle sue prime Linee d’una concezione
spiritualistica del mondo, La Cultura filosofica, comparse poi come conclusioni
della traduzione inglese del suo saggio La reazione idealistica contro la
scienza (The Idealistic Reaction against Science, London) egli passa attraverso
la crisi della guerra mondiale a una concezione pluralistica del mondo. Questa
fase della sua filosofia, che comincia col saggio, La guerra eterna e il dramma
dell’esistenza (Napoli) e si sviluppa e completa per la parte gnoseologica nei
saggi La teoria di Einstein e le mutevoli prospettive del mondo (Palermo),
Relativismo e Idealismo (Napoli), Il problema di Dio e il nuovo pluralismo
(Città di Castello), è caratterizzata da un radicale sperimentalismo, il quale
però sia per i principi! da cui muove e le conclusioni a cui arriva, sia
specialmente per gli arditi procedimenti che segue, si allontana di parecchio
dallo sperimentalismo di Sarlo, come è facile scorgere dalla esposizione che
segue. La realtà, per A., è l’atto stesso di esperienza che ha due aspetti,
distinti, ma sempre uniti, il soggettivo e l’oggettivo. Non posso aver
coscienza di me senza distinguermi dal mondo e dalle altre persone. L’affermazione
della mia individualità implica dunque l’affermazione degl’altri individui e
del mondo, da cui mi distinguo. Non ha senso parlare d’un soggetto in sè o d'un
oggetto in sè, nè di soggetti come monadi solitarie fuori di questa relazione.
L’io e il mondo e le varie anime non esistono che nella sintesi concreta
dell’esperienza, come momenti, distinguibili, ma inseparabili, del suo
processo. Questa sintesi è, per A., l’unico vivente modello a immagine del
quale possiamo costruire le altre attività reali che non ci son date
all’intuizione immediatamente. E l’atto di esperienza col suo processo di
unificazione e distinzione del soggettivo e dell’oggettivo, come dell’individuo
e delle altre persone, col suo ritmo di concreta durata e la sua intuizione
dello spazio concreto, è l’unica forma a priori, soggettiva ed oggettiva
insieme. Le forme della nostra conoscenza, dunque, non sono pure apparenze;
bensì le forme stesse della realtà che si svolge, essendo questa appunto il
concreto processo dell’esperienza. Questo processo, per A., è inesauribile; non
ha nè principio, nè fine. Non ha senso domandarsi donde sia derivata la
esperienza. Ed è originaria la forma della sua distinzione nella pluralità
degli individui; pluralità che non esclude, come abbiamo già detto, la concreta
unità dell’esperienza, perchè nell’atto stesso in cui si coglie la distinzione,
si coglie insieme indissolubilmente l’unità dei termini distinti. I soggetti
d’esperienza son dunque originarli e imperituri nella loro eterna correlazione.
Possono da una forma oscura di vita elevarsi a una forma più consapevole e
chiara, o dalla luce della coscienza discendere nella penombra, ma non si
estinguono mai, non cessano di essere e di agire come spontanee energie motrici
del processo della realtà. Queste attività non sono originariamente coordinate
al raggiungimento d’un fine, allo svolgimento di un piano razionale che si at-
turi nella storia del mondo. La materia corrisponde alla fase in cui esse si
urtano disordinatamente in continui conflitti, dirigendosi a caso per la loro
spontaneità in tutte le direzioni. Statisticamente ne risultano medie costanti
di azioni complessive delle masse; onde l’apparente inerzia e uniformità della
materia. La vita dalle sue forme più semplici alle più complesse è il
coordinarsi di quella attività a un fine comune, che si raggiunge provando e
riprovando attraverso secolari esperimenti nell’evoluzione biologica e sociale.
E l’armonia del mondo non è mai completa, ma si va ancora realizzando
attraverso le più alte funzioni dello spirito: l’arte, la scienza, la religione
e la filosofia, che sono tutte forme diverse per le quali la vita
dell’individuo si integra progressivamente con la vita degli altri. E le
sintesi più alte si raggiungono sempre con l’esperimento: non c’è nessuna
teoria e nessun sistema che possa pretendere una giustificazione a priori: la
dialettica è arbitraria e infeconda. Agli abusi logici dei neo-hegeliani
l’Aliotta contrappone l’assoluto sperimentalismo della sua dottrina della verità.
Il vero non è nella corrispondenza a un modello oggettivo, sussistente in sè;
ma non è neppure nel processo puramente dialettico del pensiero. Una teoria è
vera se le azioni da essa suggerite riescono a realizzare un superiore accordo
delle nostre attività umane e delle altre innumerevoli energie operanti nel
mondo. E questo criterio non vale soltanto per le teorie scientifiche, ma anche
per i sistemi religiosi e filosofici che debbono sottoporsi anch’essi
all’esperimento storico. Non vi sono categorie immutabili e definitive, nè nel
mondo della natura nè in quello dello spirito. Tutte le forme di sistemazione
sono provvisorie e relative. Non c’è una verità assoluta, ma gradi diversi di
verità e realtà, secondo che realizzano forme più complete e integrali di vita
d’esperienza. L’errore, il falso non è quindi neppur esso tale in senso
assoluto; ma è una visione parziale, frammentaria, unilaterale rispetto a una
veduta più alta e più comprensiva. Tutte le intuizioni individuali, tutte le
varie prospettive sono vere e reali, ciascuna dal suo punto di vista; ma è più
vera e reale quella che riesce a coordinarle in una visione più completa da un
punto di vista più alto. E questo non esclude e cancella i punti di vista
inferiori, ma in sè li comprende integrandoli; dimodoché il progresso verso i
più alti gradi di verità è insieme un elevarsi a una maggiore ricchezza di
vita. Nel nostro pensiero è la realtà stessa che si tormenta nello sforzo di
attingere una superiore armonia. CALÒ (si veda) (n. Francavilla Fontana, in
prov. di Lecce) è professore di pedagogia nell’Istituto di Studi di Firenze.
Rivolse la sua attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a
quelli che più direttamente si connettono a problemi filosofici d’ordine generale
e metafisico. Il suo primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al
Problema della libertà nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che
contiene un’analisi molto penetrante e un’ampia e sottile critica del
contingentismo e del prammatismo e di altre correnti contemporanee come il
neo-criticismo renouvieriano; e giunge all’affermazione del potere di libertà
come attitudine propria dello spirito individuale, presupposto indispensabile
della libertà etica; attitudine che si confonde con la stessa proprietà della coscienza
di porsi come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e irreducibiie
d’ordinamento della realtà psichica e insieme d’energia produttrice di fatti.
Altri lavori ha dedicato il Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica
moderna, come quello su l’ Individualismo etico nel sec. XIX, premiato
dall’Accademia Reale di Napoli, un quadro vasto e vivace delle varie forme
d’individualismo affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche nella
letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma
l’obiettività e universalità dei valori morali, riconosce insieme che questi
non hanno esistenza concreta nè azione effettiva se non nella sintesi vivente
della personalità, che è per ciò da porre come il valore etico supremo, come la
sola realtà fornita d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati
lavori, costituiscono la conclusione o i principii ispiratori dell’esame
critico di svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e
sistemate, in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume
Principii di Scienza etica (Palermo, Sandron), preparato insieme col De Sarlo e
scritto dal C. In esso si illustra la specificità e l’immediatezza
dell’esperienza morale attraverso la quale si rivelano i principii etici
fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a
necessità d’altro genere al che il C. ha
dedicato anche altri scritti minori, tra cui notevole il saggio su L’in- terpretàzione
psicologica dei concetti etici (in « Atti del Congresso di psicologia » Roma).
Vi sono inoltre definiti nel loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività
umana, il cui va- ìore intrinseco è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato
infine particolare sviluppo all’evoluzione storica dei principii morali, la
quale si fa consistere dal C. come,
l’abbiamo visto, dal De S. nel
successivo chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o
paramorali; nella loro più rigorosa e coerente esplicazione, resa possibile
dallo sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica,
della cultura e del pensiero ; nella successiva soluzione dei conflitti nei
quali essi a volte vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di
armonizzarli in valutazioni sintetiche; nella estensione della loro
applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di
problemi etici, il C. non ha mancato di portare il suo contributo ad altri
campi di discipline filosofiche (notevoli, p. es., i suoi studi sulla dottrina
del Brentano intorno al giudizio tetico e intorno alla classificazione dei
processi psichici, e parecchi saggi storici e critici sul Boutroux, sul
Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi studi risulta
che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda
sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De
Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo
campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia dell'attenzione in rapporto
alla scienza educativa (Firenze, Tip. Cooperativa); Fatti e problemi del mondo
educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema della coeducazione e altri
studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli educatori. (Napoli,
Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra (Firenze, Bemporad); per
non citare i suoi scritti minori, specie di storia della pedagogia, come quelli
sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai volumi di questi autori, da lui
stesso curati, nella Biblioteca pedagogica ch’egli di¬ rige presso l’editore
Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera pedagogica del Calò furono rilevati,
con giudizio non sospetto, dal Codignola, che nel 1916 af¬ fermò essere Calò «
il più serio avversario della pedagogia idea¬ listica in Italia » . Invero, il
C., mentre ammette una filosofia del¬ l’educazione e ne riconosce la
fecondità,' non crede peraltro, come l’idealismo sostiene, che la dottrina
dell’educazione si riduca a filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo
delle attività psichiche, sia in sè stesse sia in rapporto con quelle
organiche, i quali non possono non essere ricavati direttamente dalla
conoscenza della realtà psichica e delle sue leggi, quali si offrono
all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme educative che si ricavano
dalla determinazione dei fini etici dell’attività umana, considerati in rap¬
porto al progressivo potere d’attuazione del fanciullo; vi sono in¬ fine tipi e
norme didattiche che si ricavano dall’esperienza storica e da necessità
storiche. Per il C., perciò, la pedagogia non può trovare la sua sicura
costituzione e la sua vera fecondità di vedute e di applicazioni che in una
concezione la quale, correggendo e integrando, riprenda la posizione
herbartiana e consideri le leggi psicologiche in funzione delle finalità
etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto essenzialmente spiri¬ tuale,
che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o di perfezio¬ namento in
quanto vi collabora la libera attività del soggetto educando, e porta a un
sempre più pieno uso della propria libertà e all’acquisto sempre più
consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che il C. nega è che
l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e sussista
indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia svanisce
ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del soggetto, si ha
l’attività etica strettamente intesa, non più il processo educativo. Per la
tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al C. come un processo
di formazione nel quale le attività del soggetto e la forma valgono anche più
dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere o dell’operare, e gl
'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si tratta di nutrire e
di promuovere in Kant nella storia della
pedagogia e dell'etica, Napoli Nonostante ciò
o forse appunto per ciò —Codignola, facendo la storia della pedagogia
italiana contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia
dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenz), si è contentato di accennare al
Calò ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un «indirizzo
spiritualistico eclettico»; e questo
raccostamelo come questa caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta
nel suo Disegno storico della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la
personalità più viva e compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui
diritti della cultura Jormale, senza peral¬ tro porre nel nulla il valore degli
acquisti concreti (conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo
formalismo e subiettivismo pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva
necessità e in¬ sostituibilità della cultura umana e storica e di quella
realistica e scientifica. Ha rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa,
elementare e aconfessionale prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale
nella famiglia. Infine dalla legge della storicità come aspet¬ to essenziale
dell’anima umana, egli deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello
spirito e quindi alla sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non
essere nazionale, non può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità
traggano dalla tradi zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo
forma e colore che ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di
vita, di coesione, di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto
quel che abbia riflessi e importanza per questo fine, l’istruzione,
l’educazione, la scuolà non possono non costituire ufficio e dovere dello
Stato, che è coscienza suprema, organizzazione unita¬ ria, garanzia
conservatrice della vita della nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha
discusso e non soltanto in sede
scientifica, ma anche in Parlamento, dove egli ha seduto per due
legislature problemi concreti, come
quello del¬ l’ordinamento della Scuola media, della preparazione magistrale,
della riforma universitaria, dei rapporti tra scuola e famiglia, della
coeducazione ecc., mostrando sempre lucidità e prontezza di visione dei termini
essenziali di ogni problema e dei rapporti di esso con i principii dottrinari
generali, calore vivace e penetrazione nelle proposte di soluzioni. Lamanna (n.
a Matera, in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha
spiegato la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica,
e della filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle
dottrine religiose dello Schleiermacher, del Pfleiderer e delle scuole
sociopsicologiche più recenti, pubblicò un volume su La religione nella vita
dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica» edit.,), nel quale, attraverso
un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia religiosa del sec.
XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare quale è per lui
l’essenza della religione, intesa questa essenza come il sostrato spirituale di
tutte le forme storiche della religione, come il principio dinamico informante
e determinante l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L.
la religiosità è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è
un’esigenza irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o
morale), sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza
dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti
allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la
rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto
(universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo
senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali,
particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a
volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della razionalità,
la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina
nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto
l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del
«relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il
bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente
minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che
nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto
alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la
credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che
spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della razionalità,
e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante
l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio
stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente
l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è
soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di
realtà, questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I
problemi morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II
sentimento del valore e la morale criticistica (Firenze,) e II fondamento
morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori,
Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto
correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto
dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra
il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in
generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni
assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel
contrasto è conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione
dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto,
ipostatizzata la legislazione autonoma nella volontà in sè e nella respublica
noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che
inclinazioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni
di carattere storico il L.. prende occasione per affermare la necessità di un
tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la
compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova
nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza
immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e
necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la
personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle
generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione
spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio
il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica
dell’esperienza morale anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo
kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’* anima bella»
(Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti
tra la funzione etica e quella estetica. Illustra l’ordinamento giuridico come
tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto
a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e
nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito
scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e
l’ostacolo postoda altri individui
all’attuazione di un bene conforme a un principio etico riconoscibile anche da
questi ultimi: onde la conclusione che se il contrasto è occasione per
l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza ideale di questo è
Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono idealmente giustificati
gli elementi empirici costitutivi della giuridicità (potere supremo e
coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in politica, mostrando
come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità politica, possano essere
pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali l’amoralismo politico dà il
massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore alcuni elementi delle
concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e il concetto ideale di
certe nozioni della coscienza politica moderna (come volontà generale,
contratto originario, società dei popoli ecc.). BONAVENTURA (si veda), libero
docente e incaricato di psicologia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze
e assistente del De Sarlo nel Laboratorio di psicologia sperimentale, dopo
alcuni scritti minori di psicologia e di logica, pubblicò un grosso volume su
Le qualità del mondo fisico: studi di filosofia naturale (Firenze, «
Pubblicazioni del R. Ist. di St. Sup. »,), in cui i dati della fisica, della
chimica, della fisiologia non dirò solo che siano largamente utilizzati, ma
costituiscono addirittura la base per la soluzione del problema, se sia o no
possibile spiegare le differenze qualitative tra le diverse energie fisiche
riducendole ad un unico tipo di energia: problema che il B. risolve in modo
negativo, dimostrando che la riduzione delle molteplicità qualitative delle
energie fisiche ad un’unica forma nel senso del meccanismo e di taluni
indirizzi energetici, è illusoria. Posteriormente egli ha volto la sua attività
più in particolare agli studi e alle ricerche di psicologia, compiuti, nel
laboratorio diretto dal De Sarlo, coi metodi rigorosi propri della psicologia
moderna; ma la ricerca psicologica sebbene abbia anche, per lui, un valore in
sè stessa, come ricerca scientifica, e un valore sociale, per le sue
applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia dal suo pensiero, il punto di
partenza e di appoggio per salire verso la filosofia. Tra i problemi
psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo (come queile del valore
dell’introspezione e- delle sue illusioni, a cui è dedicato il volume intitolato
appunto Ricerche sperimentali sulle illusioni dell'introspezione, Firenze,
1915), quello che lo ha più attratto e su cui ha più lavorato, è il problema
della percezione, concepita come elaborazione intellettuale dei dati
sensoriali, e in ispecie della percezione dello spazio e del tempo: problema
che da un lato connette la ricerca psicologica con concezioni d’importanza
fondamentale per la fisica e per la matematica, dall’altra forma il punto
centrale della teoria della conoscenza. Intorno a questo problema egli ha
lavorato da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica tutto il lavoro
sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso ricerche sperimentali
per chiarire quei punti che ancora gli sembravano non abbastanza illuminati.
Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del pensiero nella percezione
tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce e i limiti entro i quali
si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati spaziali tattili; le
illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi spaziali visivi nella
psicofisica) sono state già pubblicate in Riviste di psicologia italiane e
straniere; ma la somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un
grosso volume già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico
dello spazio e del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono
trattati in tutti loro asp. Antonio Aliotta. Aliotta. Keywords: esperienza,
l’implicatura di Lucrezio, sacrificare, significare, sacrificare, guerra
eternal. aliotta l’implicatura di lucrezio il
filosofo di campagna la guerra eterna — sacrificare/significare — croce — il
latinismo dello storicismo — galilei — vico – lucrezio -- epicureismo campano
-- Refs.:
Luigi Speranza, Grice ed Aliotta” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Allegretti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della colloquenza – la scuola di Forlì –filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Lugi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Forlì).
Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Forli, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice:
“I love Alegretti; very Italian; imagine: after tutoring for a while on
dialettica at Firenze,, he retires to Villa Allegretti, Rimini, where he
philosophises ‘De propositionibus’ (sulle enunciate) as part of the
Dialettica!” Grice: “He was so proud of
the meetings at his villa that he called it ‘our Parnassus’!” Grice:
“Allegretti’s idea of the villa meetings was modeled after Plato who, with
fewer means, met at the gym in theVIlla Echademo!” -- – cf. Raffaello, “Il
Parnaso.” -- Stemma della famiglia Allegretti Coa fam ITA allegretti Blasonatura
cuore d'oro su campo azzurr. Noto per aver fondato, secondo alcuni storici, la
prima accademia letteraria d'Italia. Fu
figlio di Leonardo A., giudice a Forlì, di parte guelfa. Appartene ad un'antica
e cavalleresca famiglia, il cui capostipite fu Mazzone A. (Mazzonius
Alegrettus), che prende parte alla crociata in Terra Santa e per arma scelse un
cuore d'oro su campo azzurro. Legge
filosofia a Bologna e Firenze. Fonda la
prima accademia con un gruppo di intellettuali: Calbolo, Orgogliosi, Sigismondi,
Speranzi, Arfendi, Morandi, Aldrobandini, Aspini e A.. Per motivi politici, gl’Ordelaffi,
signori di Forlì ghibellini, imposero il confino ai fratelli Si trasfere perciò
a Rimini. Richiamato dall'esilio, coinvolto in una faida familiare degl’Ordelaffi,
è nuovamente costretto a fuggire a Rimini, ove fonda una accademia, dei
Filergiti – cf. Firlegito -- con vocazione insieme letteraria e
scientifica. La sua prosapia s'innestò
negl’Aspini mediante una Margherita di Francesco A., che sposa un Lodovico, che
è erede degl’averi e del cognome degl’A.. Si trova il seguito di questa
famiglia nel senese e nel modenese (a Ravarino). Note
Fonte: Valenti, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in. Il
suo saggio principale e considerato il “Bucolicon”. Ma scrive anche un epicedio per la morte di
Galeotto I Malatesta, signore di Rimini; un carme al Conte di Virtù; un carme
per la divisa della tortora; Eglogae, in latino; un carme sulla bissa milanese,
cioè lo stemma dei Visconti, il biscione.Marchesi, Memorie storiche
dell'antica, ed insigne Accademia de' Filergiti della città di Forlì..., Forlì,
per Barbiani, Bonoli, Storia di Forlì scritta da Bonoli corretta ed arricchita
di nuove addizioni, Forlì, Bordandini, Valenti, A. Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., Filosofi. Nasce a Ravenna, da Leonardo A., appartenente a
famiglia guelfa di Forlì, in un anno da porsi tra quelli immediatamente
precedenti il 1326. È supposizione abbastanza fondata (cfr. Massera) che legge FILOSOFIA
nello studio bolognese. Lettore di DIALETTICA a Firenze. Benché se ne perdano
poi le tracce, è indubbio che si trova da qualche tempo a Forlì quando e
colpito, nella sua qualità di guelfo, dal bando d’Ordelaffi. Ma la fama di
dottrina in filosofia che lo circonda e tale che egli e ben presto richiamato
alla corte forlivese, dalla quale, però, dovette di nuovo fuggire per aver
rivelato la congiura che Ordelaffi tramando contro suo zio. A. si rifugia a
Rimini, dove e precettore di Malatesta. La sua villa e luogo di raccoglimento,
di studio e, di dotti convegni, cui si compiace di dare il nome di Parnaso;
donde la notizia, tratta dagl’annali forlivesi di Ravennate, secondo cui A.
"Arimini novum constituit Parnasum", notizia ripetuta ed elaborata
poi da vari scrittori nel senso, del tutto fantastico, che egli fonda già
allora una vera e propria accademia. Ha rapporti abbastanza stretti con la
corte viscontea. Muore a Rimini. A. gode di non piccola fama. Citato nel “De
fato et fortuna” di Salutati, e in corrispondenza col Salutati di cui si ha una
lettera a lui con unito un lungo carme latino, e con Loschi, del quale si
conservano due epistole metriche (ed. in Massera) a lui dirette. Fatta
eccezione per un problematico trattato in prosa “DE PROPOSITIONIBVS”, attribuitogli
da Cobelli nelle sue Cronache forlivesi (Bologna), tutte le opere d’A. di cui
si ha notizia si riferiscono alla sua attività fantasiosa. Ci rimangono: un
lungo carme a sfondo mitologico-pastorale intitolato Falterona, pieno di IMPLICATURE
– o CONTORTE ALLEGORIE POLITICHE (Venezia, Bibl. Marciana); un componimento a
carattere araldico-encomiastico dedicato a Visconti (ed. da Novati in appendice allo studio Il Petrarca
ed i Visconti in Petrarca e la Lombardia, Milano); un Epitaphium in onore di
Malatesta (Milano, Bibl. Ambriosana); un carme Ad Ludovicum Ungariae
inclitissimum Regem (Venezia, Bibl. Marciana). La sua fama, però, e legata
soprattutto al “Bucolicon,” che Biondo, nella sua Italia illustrata (Basilea),
giudica seconda soltanto alle Bucoliche di VIRGILIO e che Massera ha tentato
con buoni argomenti di identificare in una raccolta di egloghe attribuita a Mussato.
Ad A., infine, come opina Sabbadini, andano attribuiti i cosiddetti
Endecasyllabi di Gallo, che egli ha, secondo la tradizione, scoperti a Forlì ma
che, invece, molto probabilmente contraffa, credendo erroneamente che quel poeta
e nativo di Forlì. Epistolario di Salutati, ed. Novati, Roma, in Fonti per
la storia d'Italia, Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze, Carrara,
La Poesia pastorale, Milano, Massera, A. da Forlì, Atti e memorie d. R. Deput.
di storia patria per le prov. di Romagna, Thorndike, A history of magic and
experimental science, New York, Bertalot, L'antologia di epigrammi d’Abstemio
nelle edizioni sonciniane, Miscellanea Mercati, Città del Vaticano. La stessa
origine hanno le presunte accademie di Rimini e di Forli, che gli scrittori
fanno fondare a A. da Mantova, uomo versato nella filosofia. Uno storico di
Forli, Bonoli, appunto nelle sue Istorie della Città di Forlì? Dice. Strepita ancora
di Forlivesi la fama d’A., FILOSOFO. Compone La Bucolica, che doppo quella di VIRGILIO
non vede forse il mondo la più bella; tra le tenebre dell'antichità, manifesta
molte compositioni del nostro Gallo, e in Rimini, ove poi ricovrossi, per
schivar l'ira degl’Ordelaffi, erresse una fioritissima Accademia. La notizia
passa indi nel proemio delle Leggi vecchie, di stinte in XII Tavole,
dell'antica Accademia de’ Filergiti di Forlì e nuovi ordini-sopra essa
Accademia, aggiungendovisi però oltre l'Accademia riminese anche un'Accademia
in Forli, che e pure stata fondata d’A: l'Accademia dei Filergiti. A. – vi si
dice – Filosofo illustre, non si contenta di esercitare in Forli sua patria
virtuose sessioni, che ancora in Rimini, dove sbandito ricovrossi, er gette una
nuova Accademia. Queste parole sono ripetute tali e quali da Malatesta nel L'Italia
Accademica però nella parte ancora inedita di quest'opera che giace nella Gamba
lunghiana, e dove si tratta appunto in particolare delle Accademie. Petrarcae
Epistolae de Rebus Familiaribus et Variae, curate da FRACASSETTI, Firenze. Forli,
In Memorie storiche dell'antica ed
insigne Accademia de'Filergiti della città di Forlì, Rimini. Ma anche qui si tratta
di un abbaglio. Aspettando che maggior luce venga data in proposito in quella
vita d’A., che Novati promette da parecchio tempo, basta notare che a base
delle notizie circa queste due Accademie stanno le seguenti parole degl’Annales
Forolivienses. Tempore ecclesiae Arces in his civitatibus factae sunt:
Bononiae, Imolae, Faventiae et Forolivii. A. Forli viensis philosophus clarus
agnoscitur, qui plures Endecasyllabos Galli civis Forliviensis poetae invenit
et Arimini novum constituit. Par Quest'ultima parola e interpretata senz'altro
per Accademia, a cui, come al solito, furono ascritti i personaggi principali
del tempo, perfino Petrarca. Cfr. La Coltura letteraria e scientifica in Rimini
di Tonini, Rimini; cfr. anche del medesimo: VitaeVirorum Illustrium Foroliviensium.
Forli Cfr. Della vita e delle opere d’Urceo detto Codro di Carlo MALAGOLA. Bologna.
Cfr.Epistolario di Salutati per cura di Novati, Roma, Rerum Italicarum
Scriptores, Milano, di Rimini. Egli dice di più che l'Accademia fondata d’A. in
Rimini si radunava in una sala del palazzo Malatesta, adornata dei ritratti dei
filosofi più celebri,e che vi e ascritto anche il Petrarca. Marchesi dal canto
suo circa l'Accademia fondata d’A. in Forli dice che costui lasciata da parte
la se verità degli studi filosofici, ne'quali aveva spesi con molta gloria i suoi
giorni, fraccolti in una degna Assemblea i filosofi più perspicaci, fa la
memorabile fondazione, benchè senza nome particolare, regolamento ed impresa,
invenzioni delle succedute età, ma col solo generico d’Accademia. Sono i suoi
colleghi, o piuttosto discepoli Calbolo, Orgogliosi, Sigismo ndi, Speranza dei Speranzi,
Arsendi, Morandi, Aldobrandini, Aspini e A., tutti illustri per sangue, ed
assai più per l'affetto che professavano per la filosofia. Per le frequenti
sessioni che, tenevano a porte aperte, e per gli ammaestramenti e saggi dati d’A,
il fondatore, s'avanzarono molto i primi Accademici colla coltivazione della
filosofia, sopra ogni altra scienza da essi tenuta in pregio. Esiliato poi A.
da Forli, l'Accademia anda dispersa, eleraunanze vennero riprese solo nel
secolo xv per opera d’Urceo. nasum DELLA TORRE Orbene si osservi che A. e in
Rimini maestro di filosofia di Malatesta; e qual cosa più naturale che assieme
al Malatesta si trovassero altri membri delle principali stirpi Riminesi?
Epperò quel Parnasum va senza dubbio inteso per scuola di umanità e non già per
Accademia nel senso che l'intendono gli scrittori su riferiti. Quanto poi
all'Accademia di Forli, come osserva giustamente Tiraboschi, severamente e esistita,
lo scrittore degl’Annales Forolivienses che nota il Parnasum aperto d’Allegretti
in Rimini, ha a tanto maggior ragione notata un'Accademia. fondata in Forli, le
cui vicende appunto egli si propone di narrare; ed invece nulla. Come alsolito,
gli scrittori di cose forlivesi, che, interpretando Parnasum per Accademia
credevano che A. fonda appunto un'Accademia in Rimini, sapendo che A. e anche a
Forli, gliene fa fondare sen z'altro una anche in Forli, ascrivendovi come al
solito quanti in quel tempo vi erano di filosofi insigni per ingegno e per
cultura. E con questa mania, si andò tanto oltre, che si raggrupparono insieme
perfino gli architetti del duomo di Milano per farne un'Accademia; la quale e
cominciata mentre Visconti anda pensando di gettar le fondamenta del Duomo. Vi
si sarebbe atteso a quella maniera di fabricare,che i moderni chiamano alemana.
Avrebbe àvuto sede nella corte ducale compiacendosi in estremo quello stesso duca
del fabricare e dell'udirne talvolta discorrere i maggiori architetti di
que'tempi, che sono Giovannuolo e Michelino, da'quali sono ammaestrati i
compagni di Bramante. Non occorre certamente fermarci piú a lungo per
dimostrare l'assurdità di queste affermazioni. Basti il dire che questa volta a
base di esse non sta il più piccolo dato di fatto. Cfr.ANGELO BATTAGLINO, Della
corte filosofica di Malatesta Signore di Rimini in Basinii Parmensis poetae
Opera prae stantiora. Rimini, e Lettera di Salutati a Malatesta in Epistolario
di Salutati a cura di NOVATI, Roma. Velim igitur, simichicredideris, eum
(Giovanni da Ravenna) decernas inter tuos recipere et in locum magistri tui,
viri quidem eruditissimi, quondam A. et in eius provisionem acceptes et loces. Cfr.
BORSIERI Il supplimento della Nobiltà ili Milano. Milano, e ZANON, Catalogo etc.iSi
dia in proposito la più semplice scorsa alla prima parte di il duomo di Milano
di Boito, Milano. Jacopo
Allegretti. Giacomo Allegretti. Allegretti. Keywords: colloquenza, dialettica,
villa, villa Allegretti a Rimini, Bucolicon, Andrea Speranzi, i filergiti, “De
propositionibus”, scuola di Firenze, dialettica a Firenze, accademie italiane
dall’A alla Z, Andrea Speranzi, il primo accademico italiano a Firenze. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Allegretti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Allievo: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – scuola di San Germano Vercellese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Germano Vercellese). Filosofo piemontese.
Filosofo italiano. San Germano Vercellese, Vercelle, Piemonte. Grice: “I love
Allievo; of course he reminds me of all those scholars back in the day that I
relied on for my philosophising on ‘intending’ – since isn’t this an act of the
‘soul’ – I mean Stout, and the rest – I once was a Stoutian, and then for
better or worse, I became a Prichardian!” --
Grice: “Now Oxford never knew what to do with people like Stout – surely
‘the Wilde’ readership was a possibility, but Lit. Hum. and the Sub-Faculty of
Philosophy always considered ‘mind’ – (as in the journal, ‘a journal of
psychology and philosophy’) secondary to metaphysics! We thought The Aristotelian
Society had more prestige than the Mind Association, and we still do!” – Grice:
“So Allievo, like myself, was fascinated by Stout and Spencer and Bain and – in
the continent, closer to Allievo, and always having more prestige than the
barbiarian islanders! – Grice: “Add to that the charm of his italinanness
versus the Germanic coldness of a Wundt – his name is unpronounceable to
Allievo – and you get to the heart of his philosphising on ‘psicofisiologia’ –
where the ‘io’ meets the ‘tu’ – and his focus, having studied the philosophical
tradition in Rome – to ‘educatio fisica’ – which obviously needs to be
psicofisica!” -- Wundtan d Flechner!”. Frequenta la facoltà di filosofia di 'Torino
e segue l'insegnamento di Rayneri, filosofo di matrice rosminiana. Laureatosi, insegna
a Novara e Domodossola -- dove conosce SERBATI (si veda), Ivrea e Ceva. Collabora
alla Rivista contemporanea di Chiala. Arriva alla cattedra a Torino. Spiritualista,
e propugnatore del cosiddetto sintesismo degl’esseri, principio secondo il
quale nessuna parte di un ente può sussistere divisa dal tutto dell'ente
stesso, e nessun essere può sussistere né operare diviso dagl’enti che
costituiscono l'universo. Socio dell'Accademia delle scienze di Torino. Critico
dell'hegelismo, A. sostene doversi rifare alla tradizione filosofica
spiritualista per combattere sia la dottrina hegeliana che quella positivista
si sta in diffondendo. Si dedica a ricerche di antropologia. E autore anche di
un saggio di vaste proporzioni dedicata a Il problema metafisico studiato nella
storia della filosofia, dalla scuola ionica a Bruno (Torino). Altre saggi:
“Saggi filosofici”; “Studi antropologici”; “L’uomo e il cosmo”; Si espone e si disamina l'opinione di Brothier. Si
espone e si giudica la teoria di Hirn. Segue l'esposizione critica della teoria
di Hirn. Büchner. Si pone la questione e si accenna il come risolverla. Si
accenna la differenza tra l'uomo ed il bruto. Concetto definitivo
dell'antropologia. Valore ed importanza dell'antropologia. Del metodo in
antropologia. Divisione dell'antropologia. Concetto della persona umana. Analisi
della persona umana. La virtù intellettiva. Della coscienza personale. La
coscienza di sè e la conoscenza esteriore. Individualità soggettiva della
conoscenza esteriore. Universalità oggettiva della conoscenza esteriore -- Il
potere animatore ed affettivo -- Del corpo umano in sè e nelle sue attinenze
col potere animatore -- L'organismo esanime ed il potere animatore -- Unità
sintetica della persona umana TEORICA DELLA VITA UMANA -- La vita latente
anteriore alla nascita -- L'infanzia -- Le prime origini dei problemi
psico-fisiologici. L'attività volontaria -- La suprema libertà dello spirito --
Varie forme della personalità umana derivanti dall'attività volontaria --
Attinenze tra la facoltà conoscitiva e l'attività volontaria -- Corrispondenza
dell'organismo col potere affettivo -- Trapasso dalla teorica dell'essenza
umana alla teorica della vita umana -- Il corso della vita umana -- Della
conoscenza esteriore -- Mente e corpo distinti ed uniti nella persona umana --
La gioventù -- La virilità -- I poteri della vita -- Teorica della
sensitività -- L'atteggiamento esteriore dell'organismo ed il potere animatore
-- Concetto comprensivo della persona e dell'essenza umana La vita maschile --
La vecchiaia -- Delle potenze in riguardo all'oggetto -- Delle potenze in
rapporto col soggetto umano -- Delle potenze umane in particolare -- Specie del
potere affettivo -- Del potere animatore -- Distinzione essenziale tra la mente
e l'organismo corporeo -- Unione personale della mente coll'organismo corporeo
-- Del potere affettivo -- Carattere universale ed ufficio del sentimento --
Concetto e forme della vita umana -- La vita propria e la vita comune --
Divisione del corso temporaneo della vita ne'suoi periodi fondamentali --
Durata della vita umana -- Dei periodi della vita umana in particolare --
Considerazioni generali in torno i periodi della vita -- La vita oltremondana
-- Delle potenze umane in generale -- Delle potenze considerate nel loro
sviluppo -- La vita fisica e la vita mentale -- Del senso fisico e delle
sensazioni -- Del senso spirituale e de' sentimenti -- Del sentimentalismo --
Dell'istinto -- Della percezione sensitiva -- Della fantasia sensitiva --
Teorica dell'intelligenza -- Della speculazione e della memoria. Dell'intelligenza
in riguardo al soggetto conoscente -- Dell'intelligenza in riguardo all'oggetto
pensabile -- L'esperienza e -- L'intelligenza umana e LA PAROLA --
Dell'immaginazione. Concetto generale dell'immaginazione. Specie
dell'immaginazione. Efficacia dell'immaginazione. Delle potenze estetiche.
Teorica della volontà. Potere della volontà. L'operare della volontà. La
libertà del volere. TEORICA DEL CARATTERE UMANO E DEL TEMPERAMENTO -- Ragione e
genesi del carattere -- Concetto generale del carattere id. Dell'intuizione. Dell'attenzione
intermedia tra l'intuizione e la riflessione -- Della riflessione --
Dell'istinto in ordine all'oggetto -- Trapasso dalla teorica della sensitività
alla teorica dell'intelligenza -- Concetto generale dell'intelligenza --
Dell'intelligenza in riguardo al soggetto pensante -- La libertà del volere e
la scuola positivistica -- Critica del determinismo positivistico -- La libera
volontà e l'ambiente Art.7. Sintesismo dei poteri della vita -- Del senso --
Dell'istinto rispetto allo scopo la ragione. Dell'intelligenza in riguardo
all'oggetto conosciuto -- Del carattere in ispecie -- Del carattere riguardato
nella sua fonte -- Del carattere rispetto alle potenze ed alle forme
dell'attività umana -- Del carattere morale -- Il carattere umano nella specie,
nelle stirpi, nelle nazioni -- Del temperamento -- De'temperamentiinparticolare
-- De'temperamenti in rapporto fra di loro “Studi pedagogici”; “Attinenze
tra l'antropologia e la pedagogia”; Il
linguaggio e la scrittura -- Dell'attenzione -- Dell'immaginazione sensitiva --
Dell'arguzia -- Della riflessione -- La memoria ed il ricordo -- Educazione del
senso del bello -- La Levana di Giovanni Paolo Richter – Cenni biografici
dell'autore --- Concetto generale -- Importanza ed efficacia dell'educazione --
La Levana o Scienza dell'educazione -- Appendice: Dell'educazione fisica
infantile -- Dell'educazione della donna. “Esame dell'hegelianesimo”; “Il ritorno
al principio della personalità”. Corvino, Dizionario biografico degli Italiani alla
voce corrispondente in F. Corvino, Op.
cit. ibidem A., su accademia delle scienze. A., su
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giuseppe A.,
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A. in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere di Giuseppe A., su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Giuseppe A., Filosofia Filosofo Filosofi San Germano Vercellese Torino Membri
dell'Accademia delle Scienze di Torino. L'intelligenza
umana e la PAROLA (dal greco, parabola) sono due termini,che mostrano l'uno
verso l'altro armonica corrispondenza e vicendevolmente si spiegano e
s'illustrano, come lo spirito ed il corpo nell'uomo. Il conoscere ed il sapere
umano ritrae dalla ‘parola’, che lo riveste, una peculiare impronta, che lo
distingue dal conoscere proprio degli spiriti puri, e la lingua rivela la tempra
mentale. L'intelligenza infantile si schinde dal suo germe in grazia della
‘parola’, con essa va via via sviluppandosi e progredendo, con essa ha comuni
le vicende e le fasi. Infatti, la ‘parola’ torna necessaria all'effettivo
pensare, all'effettivo conoscere. Finchè il pensiero non si concreta nella ‘parola’,
ed in essa per così dire non s'incorpora, nès'incarna, è inconsistente, sfuggevole,
vago, non per anco formato, ma solo rudimentale ed appena sbozzato. Le
percezioni, che si hanno degli oggetti esterni mercè isensi, sono confuse,
indistinte, e si dileguano col dileguarsi degli oggetti percepiti. Ben si possono
in certo qual modo fissare colle immagini, le quali rimangono anche nell'assenza
degli oggetti materiali. Ma le immagini sono pur sempre *individuali*, come gli
oggetti, cui si riferiscono, e per di più sfuggevoli e vane.Veri pensieri e
vere cognizioni propriamente dette non si hanno se non mercè la ‘parola’. E e
questa torna tanto più necessaria, quanto più la idea da SIGNI-ficare (o
segnare) e generale ed astratta, ed ecco ragione per cui I BRUTI NON ‘PARLANO’
(Monkeys can talk) siccome quelli, che sono destituiti della facoltà di
generaleggiare e di astratteggiare. Che se ponga si mente non più alla
percezione esteriore, ma alla ragione ed alle funzioni diverse della
riflessione, la necessità della ‘parola’ si chiarisce ancora più evidente a segno
che senza di essa tornerebbe impossibile la formazione di qualsi voglia specie
dell'umano sapere. Se adunque la ‘parola’ è vincolo necessario, che lega la
mente col mondo delle idee e mezzo es -- Vedi la nota g in fine del
volume. Due altre ragioni si aggiungono a confermare vie meglio la
necessità di siffatto studio, l'una sociale, pedagogica l'altra. La ‘parola’ non
solo è mezzo alla formazione dei pensieri e delle idee, ma altre sì organo il più
acconcio A MANIFERSTAR la proposizione ALTRUI, epperò vincolo necessario, che
congiunge l'uomo co'suoi simili in comunanza di vita, condizione potissima
della società umana. Gli spiriti umani, perchè ravvolti nell'involucro dell'organismo
corporeo, non possono rivelarsi l'uno all'altro, nè intendersi, nè mutuamente
rispondersi senza qualche MEZZO SENSIBILE riposto in qualche atto o movimento
del corpo: quale è appunto la ‘parola’, la cui potenza ed efficacia sugli animi
altrui è meravigliosa. Ancora, essa non solo è una necessità sociale, ma altre sì
pedagogica, perchè è vincolo essenziale, che unisce in armonia di intendimenti
e di voleri l'educatore coll'alunno, il maestro col discepolo, tanto chè senza
di essa ogni educazione ed istruzione vera ed efficace rimane un vano e sterile
desiderio. La ‘parola’ e l'immaginazione, quando vengono raffrontate l'una coll'altra,
appariscono convenire insieme in ciò, che entrambe importano una dualità di
elementi, sensibile ed intelligibile [[psico-fisico]] insieme accoppiati, e
sono potenze individualizzatricie rappresentative dell'idea sotto forma
sensibile. Ond'è che tal fiata l'immagine ridesta la ‘parola’, tal altra la ‘parola’
ri sveglia l'immagine, ed amendue rinvengono un punto di comune contatto nel
linguaggio metaforico, figurato, immaginoso. Ciò nulla meno evvi tra queste due
potenze siffatto divario, che l'immagine essenzialmente si di spaia dal
semplice SEGNO, ed oltre di ciò la ‘parola’ è un sensibile tolto dall'organismo
umano, l'immagine per contro è un sensibile attinto dalla natura esterna.
Riguardata nella sua nativa essenza la ‘parola’ può venire definita un
sensibile umano SEGNANTE (o significante) un intelligibile. Umano, dico, perchè
riposto in qualche atto o movimento del nostro corporeo organismo, quale il
gesto, la voce pronunciata ed udita. Rintracciando la ragione spiegativa
dell'essenza della ‘parola’ noi la rinveniamo nell'essenza stessa dell'uomo.
Infatti i due costitutivi della ‘parola’, quali sono IL SEGNO [o SEGNANTE] sensibile e l'e lemento intelligibile [IL SEGNATO],
ritrovano la ragione ed il fondamento loro nei due supremi costitutivi
dell'essere umano, quali sono l'organismo corporeo [il segnante] e la mente [il
segnato]; e come all'essenza dell'uomo torna tanto necessario lo spirito,
quanto il corpo, così è tanto necessario alla ‘parola’ il SEGNO quanto l' idea
significata [IL SEGNATO]. Onde si vede ragione, percui ai bruti, destituiti di
mente, fallisce la ‘parola’. Inoltre a costituire la ‘parola’ non basta la
dualità degli accennati elementi, ma occorre, che siano contemperati ad unità,
essendochè il sensibile debbe essere SEGNO [segnante] di un
intelligibile. -- esenziale alla formazione de' pensieri ed all'acquisto
delle conoscenze effettive, appare manifesto, che l'intelligenza umana, ad
essere compiutamente compresa, va altresì studiata nelle sue attinenze colla ‘parola’.
Ora quest'unità importa un primato dell'intelligibile sul sensibile, ed ha la
sua ragione nel dominio della mente sull'organismo corporeo, ciò è dire
nell'armonia stessa dei due supremi costitutivi dell'uomo. In fatti la mente
nostra padroneggiando l'organismo, con cui è naturalmente congiunta, essa è che
eleva i gesti, la voce, l'udito, il moto delle membra alla virtù di significare
[O SEGNARE] una idea o un sentimento dell'animo, vincolando questi con quelli.
Di qui la bella sentenza di Cicerone intorno l'origine della ‘parola’. Vox
principium a mente ducens (De natura Deorum). Nella parola adunque il segno O
SEGNANTE sensibile e l'idea, o IL SEGNATO, sono due termini inseparabili tanto,
quanto sono nell'uomo indisgiungibili lo spirito ed il corpo. Da siffatto interiore e naturale
compenetramento fluiscono alcuni corollarii, che reputo opportuno di accennare.
Il pensiero progredisce di pari passo col linguaggio. La lingua corre le
medesime sorti e segue le stesse fasi che il pensiero,tanto chè la ragion
spiegativa delle origini, dei progressi, delle trasformazionie del corrompersi
di un idioma va rintracciata nello studio delle vicende, a cui soggiace il
pensiero di un popolo, che lo parla. Dichesi pare quanto vadano errati non pochi
cultori della filologia, i quali la segregano onninamente d allo studio del
pensiero umano, di cui il linguaggio è l'ESPRESSIONE esteriore, togliendole di
tal modo il carattere di scienza, non solo, ma trasmutandola in un tessuto di
errori. Lo stampo e l'indole peculiare di un idioma arguisce uno stampo o
tempra singolare di mente in chi lo adopera. Epperò come gli è vero, che la
lingua genericamente presa è nota specifica, che distingue l'umano pensare e
conoscere da quello di altri esseri intelligenti, così è pur vero, che i
differenti idiomi in particolare sono note altresì distintive, che
differenziano le une dalle altre le menti umane individue e nazionali. Tuttavia
in mezzo a questa tra grande varietà di lingue etnografiche apparisce un
fondo comune, su cui tutte sono intessute, e, direi, uno spirito universale,
che tutte le informa e le solleva ad una unità superiore, essendochè la mente
umana, se si manifesta molteplice e varia nelle molteplici nazioni e nei varii
individui, risguardata nella suas pecifica essenza è una ed identica, perchè,
governata dalle medesime leggi logiche e rivolta all'universalità del vero. E
quest’unità radicale delle lingue riverberata dall'unità specifica della mente
umana arguisce logicamente l'unità originaria e specifica del genere umano, come
la loro moltiplicità arguisce la varietà delle razze,in cui esso è distribuito
sulla faccia della terra. Consegue ancora dal principio stabilito, che il
tradizionalismo, il quale pronuncia, che l'uomo riceve dalla società insieme
colla ‘parola’ anche le idee e la virtù dello intendimento, apparisce erroneo,
siccome quello, che disconosce il primato dell'idea sul segno vocale, e
l'ingenita virtù della mente di elevare la voce a dignità dinunzia del
pensiero. Se l'uomo impara dalla società il linguaggio, ciò è dovuto alla
virtù, che possiede la sua intelligenza, di intenderne il significato o SEGNATO.
Infine discende quest'altro corollario, che non manca della sua importanza
pedagogica. Vera istruzione non è, quando il discepolo riceva passive la parola
del maestro, come se questa dia bell'e fatta all'alunno l'idea, la quale invece
vuol essere un portato del suo lavoro mentale, e quindi si deve cooperare alla
forma zione della ‘parola’. Poichè altro è ricevere la ‘parola e meccanicamente
ripeterla, altro è FARLA NOI. IMPLICATURA. La’ parola’ ‘altrui ha sempre
alcunchè di vago, di incerto e di oscuro per CHI LA RICEVE, mentre presenta un
SENSO FERMO e più o men definito per chi
se la forma, come si avvera nella formazione di un neologismo come
‘implicatura’. Il linguaggio umano trae le sue prime origini da quell'impulso
spontaneo della NATURA, che spinge l'infante a significare O SEGNARE mercè di
una GRIDA INARTICOLATA il suo BISOGNO, il suo desiderio, la sua sensazione, e
già abbiamo chiarito altrove, come a poco a poco egli ne abbia svolto il suo
linguaggio ARTICOLATO. Ma la grida primitiva, onde si svolse il linguaggio
articolato e convenzionale, non costituiscono tutto quanto il linguaggio
naturale, spontaneo o di azione, il quale abbraccia altresì IL GESTO, il movimento,
la fisionomia ed altri segni ed atteggiamenti esteriori della persona. Ora
GESTO può anch'esso svolgersi e perfezionarsi, o come complemento del
linguaggio o accompagnando e compiendo il linguaggio articolato, o da sè solo
sotto forma di linguaggio mimico, quale lo scenico dei drammatici e lo
educativo dei sordo-muti. Il linguaggio articolato primeggia sul naturale,
perchè il suono articolato o l'organo vocale, accompagnato dall’organo auditivo,è
più pie ghevole, più facile, più svariato e perfettibile,più acconcio ad
esprimere le idee in tutte le loro articolazioni. Esso può essere o parlato, o
scritto. La ‘parola’ parlata riesce più viva della scritta, più ESPRESSIVA, più
animata, ma alla sua volta questa è stabile e permanente, quella sfugge vole e
mobile. Il linguaggio articolato riveste forme diverse corrispondenti alle forme
progressive dell'intelligenza nelle varie età degli individui. Quindi si
distingue un linguaggio proprio dell'intuizione e del sentimento, un altro
della riflessione e della coscienza, un altro della scienza e dell'arte. Il
linguaggio dei popoli e degli individui fanciulli è povero, sintetico,
metaforico e figurato. Quello dei popoli e degli individui adulti è più o meno
concettoso, la grammatica ne è fissa, la prosa misurata. Quello dei popoli
colti e dei pensatori è dotto, analitico e sintetico ad un tempo. Imparare a parlare
è qualche cosa di più elevato che non imparare le lingue particolari; e noi
impariamo a parlare apprendendo LA LINGUA MATERNA. Questa lingua, che abbiamo
imparato da piccini, quando la nostra intelligenza cominciava a schiudersi, costituisce
per noi il linguaggio per eccellenza. Ogni altra nuova lingua, che sia pprenda,
si capisce soltanto mediante il suo paragone o rapporto colla lingua materna,
ed a questa con maggior ragione convengono tutte le lodi, che noi attribuiamo
alla lingua dei Romani come mezzo di coltura. Il bambino è sempre tanto
desideroso di udirvi, che spesso vi interroga anche su cose conosciute,
unicamente per aver occasione di ascoltarvi. Or bene tutto il mondo esteriore
vien fatto comparire e brillare davanti alla fantasia del bambino mediante il
nome, con cui vien designato ciascun oggetto. Tutto ciò, che è corporeo, venga
analizzato sotto gli occhi del fanciullo durante i suoi due primi lustri, ma
non gli si faccia analizzare affatto tutto ciò, che è solo spirituale. La
lingua materna siccome e la più innocente delle filosofie pel fanciullo,
siccome il più valido esercizio di riflessione. Parlategli molto e con
precisione, ed anche da lui esigete la precisione.Una PROPOSIZIONE oscura, ma
che diventa chiara se ripetuta una volta, provoca l'attenzione e rinforza
l'intelligenza. Non temete mai di non essere intesi, e nemmeno se si tratta di
intere proposizioni. La vostra faccia, il vostro accento, e il vivo bisogno che
sente il fanciullo di comprendere, rendono chiara la cosa per metà. E questa
prima metà farà col tempo capire anche l'altra. Pensate che I fanciulli. [SVILUPPO
DELLA TENDENZA ALLA COLTURA DELLO SPIRITO] come facciamo noi per la lingua
greca o per qualunque altra lingua straniera, imparano prima a CAPIRE la nostra
lingua, che a ‘parlar’-la. Al bambino parlate sempre come se avesse qualche
anno di più. L'educatore, il quale a torto attribuisce al suo insegnamento troppa
parte di ciò, che impara l'alunno, ricordi che il bambino porta già pronto in
se medesimo ed imparato tutto il suo mondo spirituale (cio è le idee morali e metafisiche),
e che la lingua con tutte le sue immagini sensibili non serve che a rischiarare
questo mondo interiore. Qui trova suo luogo la questione dello studio della
lingua dei romani come mezzo di coltura mentale. Lo studio della lingua de
romani e come una ginnastica dello spirito, che ne riceve una scossa ed
eccitazione salutare.Esso studio, non tanto in virtù del mero vocabolario, quanto
in forza della grammatica, che è la logica della lingua, costringe lo spirito a
ripiegarsi sopra di sè, a riflettere sulla ‘parola’, considerandole come un
riverbero della propria attività intuitiva. Dal linguaggio si passa a dire
dello scrivere, ed anche su questo punto non sono meno assennati ed acuti I
suoi accorgimenti. In sua sentenza, lo scrivere, ancora più che il ‘parlare’,
separa e concentra le idee, perchè il suono meccanico della ‘parola’ parlata
insegna a scosse e passa rapido, mentre i caratteri della scrittura ‘parlano’ in
modo continuato e distinto. Lo scrivere facilita la produzione delle idee assai
più che il suono rapido della ‘parola’, essendo esse una veduta interiore più
che un'audizione esteriore. Sotto altri riguardi la ‘parola’ parlata assai
sovrasta alla parola scritta, essendochè quella è ‘parola’viva, che esce
animata dall'interiore organismo e discende potente nell'anima di chi la
ascolta, mentre questa è parola morta, che esce dalla penna inanimata e non è
che una debole eco della prima. Esercitate di buon’ora, e gli prosegue, il
fanciullo a scriver e I pensieri suoi proprii piuttostochè ivostri. Risparmiategli
i temi comunissimi, quali sarebbero le lodi della diligenza, del maestro di
scuola,dei governanti ecc.Niente più nuoce a qual siasi componimento, quanto la
mancanza di un oggetto proprio e di inspirazione. Una lettera, provocata
unicamente dalla volontà del maestro, e non da un bisogno del cuore, diventa
una morta apparenza di pensiero,un inutile consumo di materia mentale. Se
fate scrivere lettere, siano rivolte ad una persona determinata e sopra un
determinato oggetto. Lo scrivere una pagina eccita e sveglia l'intelligenza
assai più che il leggere un libro intiero. Vi è tanto poca gente,che sappia
scrivere con un po'di garbo, quanto son pochi coloro, che sanno dire quattro
periodi continuati [2. Dell'attenzione. È avviso dell'autore,che
l'attenzione,riguardata non in generale,ma specialeerivolta ad un particolare
oggetto,non va raccomandata,nè suscitata o promossa con mezzi esteriori, quali
sarebbero il premio od il castigo, poichè in tal caso il fanciullo più che
all'oggetto proposto all'osservazione, terrebbe l'animo attento al premio, che
lo attrae, od al castigo minacciato. Pongasi mente, che esso non è atto a sostenere
un'atten zione prolungata e non mai interrotta;perciò non pretendete, che anche
trattandosi d'un argomento, che possa interessarlo, vi presti la sua attenzione
in qualunque ora e luogo e per tutto il tempo prescritto dai nostri regolamenti
scolastici. La novità è pure una potente attrattiva per l'attenzione, m a per
ciò stesso non va sciupata ripetendo troppo spesso le medesime cose sicchè
diventino monotone e stucchevoli.] Chi dovrà un giorno fare giustizia e
scrivere veramente la storia del pensiero filosofico italiano nell’ultimo
secolo, non potrà non dare una gran parte allo spiritualismo: del quale certo
uno dei più illustri e combattivi rappresentanti è stato ed è»1. Le parole di
Calò attestano una realtà difficilmente discutibile per chi si approcci anche
alle vicende della pedagogia italiana nel mezzo secolo successivo all’Unità. A.
compì gli studi al seminario arcivescovile di Vercelli. Vinta una borsa al collegio
Carlo Alberto di Torino, si iscrive nella Facoltà di filosofia della Regia
Università. Si distinse per la preparazione e l’applicazione negli studi. In un
saggio pubblicato sulla «Rassegna Nazionale», Cottini riporta una lettera
scritta da Aporti che comunica ad A. la vincita di un premio che ammontava a
trecento lire per i suoi meriti filosofici, segno premunitore di una carriera
accademica di primo piano. Laureato, e chiamato alla direzione di una scuola di
metodo presso Novara. Iniziò così una serie di seminarii che lo portarono in
diversi centri piemontesi. Trasferito a Domodossola, poi ad Ivrea, quindi nel
collegio di Ceva e successivamente a Casale Monferrato. E destinato
all’insegnamento di filosofia al Regio Liceo di Porta Nuova a Milano. Calò, A.
Filosofo, in Vita e mente di A., Torino, Scuola Salesiana; Gerini, Filosofi italiani,
Torino, Paravia; Braido, A., Dizionario Enciclopedico, Torino, S.A.I.E.; Biagini,
A. Enciclopedia; Brescia, La Scuola; Cottini, A. «Rassegna Nazionale», ogica e
metafisica, all’Academia Scientifica – Letteraria. Ebbe modo di stringere
rapporti con alcune delle personalità di spicco della cultura milanese:
Pestalozza, Poli, Cantù, Dandolo. Continua a tenere i rapporti con l’università
torinese, dove supera l’aggregazione nella Facoltà di lettere e filosofia, con
giudizi molto positivi di Mamiani ROVERE (si veda) e di Rayneri. Sonno anni di
intenso studio. Torna a Torino nominato insegnante di filosofia al Regio Liceo
Cavour e incaricato del corso all’Università, dopo la morte di Rayneri. Continua
ad insegnare nella scuola sino a quando e nominato titolare della cattedra.
Divenne ordinario ed insegn ininterrottamente all’Università di Torino. La sua
produzione e copiosa. I suoi saggi più importanti sono: Saggi filosofici, Della
filosofia in Italia, L’antropologia e l’hegelismo, L’Hegelismo e la scienza, la
vita, L’educazione e la nazionalità, L’educazione e la Scienza, Del positivismo;
Delle idee dei Greci, Studi, Riforma 4 Cottini riporta un ricordo di Parato,
risalente al giorno A. passa il concorso per l’aggregazione a Torino. Parato,
anch’esso decoro e vanto della scuola italiana, dice nella sua Vita, che avendo
nel giorno stesso della pubblica prova incontrato Rayneri, allora professore
nel Torinese Ateneo, gli venne dal medesimo annunciato con trasporto di gioia
che il Collegio Universitario ha allora allora accolto nel suo seno una sicura
speranza della filosofia italiana. Cottini, A. Nel suo articoli, Cottini
trascrive una lettera di A. indirizzata a Raineri, rinvenuta dallo studioso Roca
tra le carte che Raineri affide agl’archivi dei padri rosminiani. Si tratta di
pagine molto significative, scritte poco dopo la morte del figlio Giulio,
deceduto all’età di soli dieci anni: «Professore carissimo, Vi sonon grato e
riconoscente della vostra lettera consolatoria. La profonda e grave ferita, che
mi sta aperta nell’animo, è insanabile, ma pure ringrazio di cuore gl’uomini
del loro pietoso ufficio. L’immagine del mio povero Giulio mi accompagna
dovunque, eppure so che vivo non lo rivedrò mai più sulla terra. La mia mente è
con lui nel sepolcro, dove assisto col pensiero alla dissoluzione delle sue
povere membra, che si confondono colla polvere della terra e in ogni passo che
faccio, mi pare ci sentirmi dire: Padre, perché mi calpesti? Ah, se io avessi la
sventura di essere materialista, vedendo che il mio Giulio è tutto finito in un
pugno di polvere, non saprei resistere all’idea di rinunciare anch’io alla vita
in modo violento. La fede, solo la fede cristiana, mi fa forte nella lotta
tremenda, e rassegnato ai duri, eppur sempre adorabili voleri di Dio. La natura
mi ha strappato dal seno il mio diletto per convertirmi il corpo in poca
polvere; la fede miaddita il suo spirito sempre vivo in cielo e mi assicura che
quella poca polvere si rifarà corpo vivo per mantenerla. Non ho voluto che la
salma di mio figlio giacesse qui a Milano, dove non si pensa più ai poveri
morti: l’ho fatto in quel campestre cimitero, accanto ai sepolcri, dove
riposano lacrimate le ossa de’ miei genitori. E vorrei anch’io abbandonare per
sempre Milano, ma non posso nulla per me. I molti miei amici vivamente mi
solleticano di chiedere la cattedra di pedagogia vacante nell’Università di
Torino, e ci andrei volentieri, ma io mi tengo forte nel mio proposito di non
chiedere più nulla al Potere. Ieri mi è giunto notizia che è morto un mio
fratello ammogliato, lasciando dietro di sé tre creature. E quasi tutto ciò non
bastasse, ho il mio ultimo bimbo di quatto anni ammalato da 25 giorni di febbre
miliare, in grave pericolo di vita ed ormai disperato dai medici. Sono
infelice, ma l’infelicità non è così, quando si è con Dio, il quale ci addolora
quaggiù per bearci in cielo. Ricambiate i mieri saluti a quall’anima di Iacopo
Bernardi: ditegli che gli sono proprio riconoscente della parte che prese al
mio dolore, e voi vogliatemi sempre bene»] dell’educazione mediante la riforma
dello Stato, Esame dell’hegelismo, La filosofia antica, Opuscoli, Rousseau
filosofo; Breve compendio di filosofia elementare ad uso de’ licei; Elementi di
filosofia ad uso delle Scuole normali del Regno e il Compendio di Etica ad uso
dei Licei, con più edizioni e ampiamente adottati nelle scuole italiane. A.
collabora attivamente alla pubblicistica pedagogica e filosofica del tempo. Con
Passaglia e il principale animatore del Gerdil, organo dei giobertiani e
spiritualisti torinesi, che ha però breve durata non riuscendo a superare
l’anno. Vi scriveno, tra gli altri, Bertini e Bertinaria. Diresse “Il campo dei
filosofi,” un periodico fondato a Napoli da Milone, poi trasferito a Torino. Si
tratta di un’esperienza pubblicistica che ha una certa rilevanza nel dibattito
filosofico italiano, come ha già sottolineato Garin. Vi collaborarono autori
come Giovanni, Toscano, Morgott, Peyretti, Rayneri, Tagliaferri, Bonatelli,
Marsella, Tiberghien, e Bosia, Cfr. Chiosso, La stampa filosofica scolastica in
Italia, Brescia, La Scuola. Dopo aver citato alcuni brani della rivista, Garin
osserva. Il “Campo dei filosofi”, la rivista vissuta a Napoli e poi passata a
Torino sotto la direzione d’A., si propone di combattere soprattutto
l’idealismo dell’Hegel e il positivismo del Comte – come scrive A. nel
programma, continuando del resto l’attività iniziata a Napoli dal barnabita
Milone. Oltre i saggi di critica all’hegelismo, altri ve ne comparvero, d’A., di
Giovanni, di Donati, di Selvaggi, e di Tagliaferri. E l’attività della rivista
in questo settore merita di essere studiata tanto più che non è privo
d’interesse il legame subito stabilito fra hegelismo e positivismo, quasi
gemelli nemici. Dopo aver ricordato la facilità con cui diversi idealisti si
convertirono al positivismo negli anni seguente all’Unità, Garin spiega questo
fenomeno riprendendo e valorizzando l’analisi d’A. che vede in queste due
teorie apparentemente distanti, un comune denominatore. Quell’onesto filosofo
che e A., professore a Torino, che alimenta una vivace e seria discussione
intorno all’hegelismo sul “Campo dei Filosofi Italiani”, che mette insieme un
onesto libretto su L’hegelismo, la scienza e la vita, pubblicando a Torino, un
Esame dell’hegelianismo, che vuole essere un bilancio, crede di poter
individuare una convergenza profonda fra positivismo e hegelismo. L’Hegelianismo
– scrive – e il positivismo, che a tutta prima hanno sembianza di due dottrine
diametralmente opposte e riluttanti, in realtà sono fra loro congiunti da un
punto di contatto intimo e profondo. Assoluta IMMANENZA, realtà come processo e
sviluppo, celebrazione della scienza. Ecco alcuni dei punti su cui insiste A.,
pur avverso a entrambe le concezioni. Ma comunque si valuti la sua disamina, e
al di là dei casi degl’hegeliani passati al positivismo, una cosa certa A.
coglie esattamente: l’esistenza di una ‘riforma’ in atto della dialettica del
senso dell’evoluzionismo, con tutto quello che una veduta del genere implica,
in metafisica, in politica, in diritto, e in morale, per usare le sue parole.
Proprio dentro questo processo, già avviato nell’ambito dell’eredità
feurbachiana, si muove fra tensioni e polemiche Labriola: contro
l’evoluzionismo spenceriano al posto del moto dialettico della storia, contro
il socialismo neo-kantiano-positivistico al posto del marxismo, per una
rinnovata filosofia della prassi, ma anche – lo dichiara a Engels per una
sostituzione del metodo genetico a quello dialettico, il che non e solo
questione di parole. Garin, Filosofia in Italia, Bari, De Donato. Polla,
Leonardi, Naville, Passaglia e altri. In seguito pubblica una serie di articoli
sulla Rivista filosofica. Quando e ormai divenuto uno tra i principali
protagonisti del dibattito nazionale, A. assunse la direzione de «Il Baretti»,
un foglio dedicato a questioni scolastiche. Qui vi apparvero per lo più una
serie di saggi utili a lumeggiare le sue posizioni in merito alla libertà e,
più in generale, alla politica ministeriale. A. rappresenta una delle
personalità di primo piano del spiritualismo italiano. I suoi saggi divennero
un punto di riferimento per la riflessione, trovando una considerevole
circolazione pedagogica, per riprendere una categoria riproposta da Prellezo. La
Bertoni Jovine ne parla come il maggiore esponente dello spiritualismo, sino a
considerarlo, esagerando, come la guida della corrente. A. insegna in un Ateneo
come quello torinese che oltre ad avere con quello napoletano il primato, rappresenta
uno dei poli principali del dibattito italiano, sia in campo accademico, che in
quello pubblicistico e scolastico. Cfr. Chiosso, La stampa scolastica in Italia;
Chiosso, I giornali scolastici torinesi dopo l’Unità; Stampa nell’Italia
liberale. Giornali e riviste. In un saggio dedicato a Rayneri, a cui ne segue
uno analogo su A., Prellezo invita ad approfondire la capacità di influenza dei
spiritualisti più impegnati teoreticamente con la realtà filosofica. Egli parla
della necessità di promuovere ricerche puntuali allo scopo di definire limiti e
portata dell’incidenza delle dottrine non solo nell’ambito delle riforme
dell’insegnamento pubblico, ma anche, ad esempio, in quello dell’azione dei
fondatori e primi membri delle istituzioni dedicate all’insegnamento. Prellezo,
Pensiero e politica scolastica. Il caso di Rayneri, in «Annali di Storia delle Istituzioni
scolastiche», Brescia, La Scuola, Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia
della scuola italiana, Roma, Editori riuniti, Il neo spiritualismo d’A. se
riuscì a creare una corrente alla quale aderirono studiosi come Conti e Alfani
e tutto il gruppo della Rassegna Nazionale non ha la capacità intrinseca di
operare un capovolgimento della filosofia e neanche quella di combattere
efficacemente il positivismo che, benché debole dal punto di vista speculativo,
e portatore di vivissime esigenze socali, sostenute dai partiti democratici» D.
Bertoni Jovine, La scuola italiana, Roma, Editori Riuniti; Serafini, Cultura
italiana, Roma, Bulzoni. Riguardo alla circolarità d’A. nello spiritualismo,
merita di essere accennata la collaborazione con i salesiani. Il docente
vercellese poté conoscere presumibilmente l’esperienza educativa della
congregazione già negli anni dell’Università, prima come studente della città
di Torino, e poi quando divenne professore. Diversi collaboratori di Don Bosco
frequentarono infatti l’ateneo subalpino. In seguito, uno dei suoi figli studiò
al collegio salesiano di Mirabello. Il docente vercellese si avvicinò sempre
più alla congregazione: collaborò nel collegio salesiano di Valsalice,
partecipò alle numerose manifestazioni scolastiche e culturali dei salesiani in
città15, fece spesso visita in qualità di «esperto» alle scuole del santo
piemontese. Alcuni studiosi salesiani hanno parlato di una vera e propria
amicizia tra Don Bosco e il pedagogista vercellese16. Un episodio risulta
significativo nella ricostruzione di questo rapporto. Quando l’oratorio di
Valdocco rischiò di essere chiuso per dei provvedimenti voluti dal Ministro
Correnti, A. si offrì per cercare di salvare l’istituto. Aiutò don Bosco nella
compilazione dell’istanza da inviare al Ministero e si impegnò per inoltrare un
ricorso al Consiglio di Stato. Negli anni seguenti mantenne stretti i rapporti
con gli altri salesiani più giovani, soprattutto con don Durando, direttore
generale degli studi delle scuole salesiani. Il pensiero dello studioso
vercellese ispirò anche alcune opere dei primi pedagogisti salesiani17.
Prellezo documenta l’influenza della pedagogia di A. sulla Storia della
pedagogia di Cerruti e sugli Appunti di pedagogia di Barberis18. Una certa
influenza è anche rilevabile nelle Lezioni di pedagogia di don Vincenzo
Cimatti. Sul tema si rinvia al documentato e approfondito studio di: J. M.
Prellezo, A.negli scritti pedagogici salesiani, «Orientamenti pedagogici»,
Proverbio ricorda la presenza dell’A. alla seconda rappresentazione del
Phasmatonices di Rosini. «Le insistenza per la replica furono tali che il
sipario si riaprì l’otto giugno: vi accorsero molti torinesi, tra cui il
professor G. A., docente di pedagogia alla Università di Torino, il quale
“andava per la sala del teatro a trarre innanzi persone ragguardevoli”, mentre
negli intervalli venivano eseguite le romanze verdiane di G. Cagliero» G.
Proverbio, La scuola di don Bosco e l’insegnamento del latino, in F. Traniello
(ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare, Torino, Sei,
Trat tando del santo piemontese, Braido ha osservato: «reali furono le
relazioni, perfino di cordialità e di amicizia, con alcuni teorici della
pedagogia contemporanei, come A. Rosmini, Rayneri, G. A.» P. Braido,
L’esperienza pedagogica preventiva, Don Bosco, in Id. (ed.), Esperienze di
Pedagogia cristiana nella storia, Si veda anche: J. M. Prellezo, A.negli
scritti pedagogici salesiani, Su tale legame Pietro Braido ha rilevato:
«Giannantonio Rayneri e A.esercitarono un palese influsso diretto su due note
figure di studiosi salesiani di pedagogia, rispettivamente Cerruti e Barberis;
gli inediti Appunti di Pedagogia sacra di quest’ultimo rivelano un’evidente
dipendenza. A., benefattore e sostenitore di Don Bosco, si batté strenuamente
per la sopravvivenza delle scuole di Valdocco, mettendo a disposizione, in
difesa della libertà educativa, la sua energica contrarietà al centralismo
burocratico del Ministero della P.I.» in P. Braido, L’esperienza pedagogica
preventiva nel secolo XIX, Don Bosco, in Id. (ed.), Esperienze di Pedagogia
cristiana nella storia, 313. 18 J. M. Prellezo, A.negli scritti pedagogici
salesiani, 406-412. 19 413. 26 verità, anche altri manuali
pedagogici del tempo si ispirarono alla riflessione dell’A.20. Se l’opera del
vercellese fu accolta subito con favore dal circuito cattolico liberale e da
quello salesiano, il gruppo intransigente non sembrò accorgersi del suo
contributo. Solo all’inizio del Novecento, quando la dialettica interna nel
mondo cattolico assunse toni meno aspri, anche «La Civiltà cattolica» lo
menzionò per le sue posizioni a favore della libertà d’insegnamento21. Sebbene
l’opera di A. mantenne una dimensione prevalentemente nazionale, egli attirò
l’attenzione di alcuni studiosi stranieri come Naville, Daguet, Blum. Dopo una
lunga esistenza spesa interamente alle riflessione educativa si spense a Torino.
Influenze rosminiane e dimensione europea Alla costruzione del sistema
pedagogico e filosofico dell’A., contribuirono molteplici scuole e sollecitazioni.
Gran parte degli studi dedicati al pedagogista vercellese hanno rilevato
un’«evidente traccia della riflessione rosminiana»22, come già aveva
sottolineato nelle sue ricerche Gentile23. Per cogliere le ragioni di tale
influenza, occorre in primo luogo considerare il peso del rosminianesimo nella
cultura pedagogica e filosofica piemontese della prima metà dell’Ottocento.
L’Ateneo torinese rappresentò con i seminari lombardi uno dei maggiori centri
di influenza e propagazione della filosofia del roveretano24. Si tratta di un
afflato radicato, che si conservò ancora a lungo nella cultura subalpina25. A.
trascorse, pertanto, gli anni della sua formazione universitaria in un contesto
permeato dal pensiero rosminiano. Diversi dei suoi professori erano discepoli
rigorosi del roveretano. Grazie ad un suo docente, A. poté avere un primo
contatto con Rosmini: Pier Antonio Corte inviò al pensatore roveretano un breve
scritto dello studente vercellese per averne un parere. Poco tempo dopo,
Rosmini rispose all’invito del professore e 20 Tra gli altri, Arcomano,
sottolinea come il saggio di Costanzo Malacarne, Sunti di pedagogia, un
classico della manualitstica pedagogica del tempo, appaia fortemente
influenzato dalla pedagogia di A.. Cfr. A. Arcomano, Pedagogia, istruzione ed
educazione in Italia, Chiosso, Editoria e stampa scolastica tra otto e
novecento, in L. Pazzaglia (ed.), Cattolici, educazione e trasformazioni socio
– culturali in Italia tra Otto e Novecento, Chiosso, Novecento pedagogico,
Brescia, La Scuola, Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in
Italia. I platonici, Messina, Principato, Gambaro, Antonio Rosmini nella
cultura del suo tempo, «Il Saggiatore», Traniello, Cattolicesimo conciliarista,
Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, Stresa, Edizioni rosminiane] apprezzò
il lavoro pur sottolineando i limiti dello scritto di A., allora solo
ventiduenne26. Pochi anni dopo, il pedagogista vercellese ebbe anche
l’occasione di conoscere personalmente il Rosmini, poichè allora dirigeva un
corso di Metodica a Domodossola, frequentato da alcuni allievi dell’Istituto di
Carità. Del roveretano ebbe una impressione eccezionale. Ricordando quella
circostanza, ne parlò come di una persona dotata di una «modestia pari alla sua
grandezza», ma anche di una profonda serenità, probabilmente legata, in quel
periodo, al recente Dimmitantur per le sue opere. Il legame con il
rosminianesimo fu corroborato da Giovanni Antonio Rayneri, da cui A. ereditò la
cattedra all’Università di Torino. Professore e sacerdote, il Rayneri
rappresentò un protagonista nel fermento educativo e pedagogico piemontese tra
gli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento. Il suo sistema pedagogico si innestava
sull’impianto filosofico del roveretano, di cui offrì un’organica riproposizione
in chiave educativa. L’elaborazione di Rayneri fu di vitale importanza per la
circolazione della pedagogia rosminiana. La lezione del suo predecessore rimase
un costante punto di riferimento per l’A.. Lo studioso vercellese curò a
pubblicazione postuma del saggio Della pedagogica, una summa in cinque volumi
del pensiero del Rayneri, «supplendo il libro e mezzo, che mancava, con pochi
appunti rinvenuti fra le carte dell’autore»29. Si tratta di un’opera
considerata da A. come una delle maggiori confutazioni agli errori della
pedagogia moderna30. In una delle sue prime opere più importanti,: L’Hegelismo
e la scienza, la vita si trova una dedica molto significativa al suo maestro31.
26 In una lettera datata 17 febbraio 1852, il Rosmini scrisse al Corte: «La
ringrazio d’avermi comunicato lo scritto del signor Giuseppe A.. L’ho letto con
piacere e confermo pienamente il giudizio favorevole da lei portato e mi
congratulo colla R. Università se fa di tali allievi, mi congratulo con Lei e
coll’autore del detto scritto, che mi par l’ugna del leone. Quello che può
mancare alla proprietà del linguaggio verrà in appresso, essendo cosa che solo
s’impara cogli anni... Queste sottili osservazioni però non impediscono che il
lavoro favoritomi sia degnissimo di lode» Citata in G. B. Gerini, La mente di A.,
Torino, Tipografia S. Giuseppe degli artigianelli, A., Il concetto pedagogico
di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini, Milano, Cogliati, Chiosso, Rosmini
e i rosminiani nel dibattito pedagogico e scolastico in Piemonte in Antonio
Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, 102. 29 G. Cottini, A., 71. 30
Nella commemorazione già citata scrive: «La Pedagogica mi apparisce una
spiccata antitesi dell’Emilio di Gian Giacomo Rousseau; in quella tutto è
semplice, connesso, lucido, ordinato e preciso: in questo tutto è sconnesso,
incoerente, saltuario; il nostro Pedagogista ha la coscienza del suo pensiero,
misura i suoi conoscimenti, non trascorre mai gli estremi; il ginevrino scatta
fuori con grandi paradossi che colpiscono, con pensieri sublimi, grandi
originali, dove la verità è in lotta continua con l’errore; Un’altra idea della
vita, un giusto sentimento della natura umana, un vivo ed operoso concetto del
dovere, sono questi i principi filosofici, che informano la Pedagogica del
RAYNERI, principi diamentralmente opposti a quelli dell’umanismo contemporaneo,
che fa dell’uomo Dio a se stesso» G. A., Commemorazione del primo Centenario
della nascita di Rayneri, letta in Carmagnola, Asti, Tipografia Popolare
Astigiana, La dedica recita: «Alla cara e venerata memoria di Rayneri, Che
primo fra gl'italiani tentò elevare all'unità sistematica della scienza la.
Pedagogica da lui per un ventennio professata all'Università di Torino questo
tenue lavoro con riverenza di discepolo piamente consacro». Il vercellese
fu invitato a tenere un discorso in occasione del centenario dalla nascita di
Rayneri32. Ormai prossimo alla pensione, ripercorrendo quasi cinquant’anni di
insegnamento universitario, ricordò con queste parole il maestro: «Gran parte
della mia vita pedagogica sta collegata col nome di lui, essendochè negli anni
miei giovanili, sedendo sui banchi dell’Università io ascoltava la sua
magistrale parola, e che egli ha illustrato per poco più di un ventennio quella
cattedra, che io tengo da quasi mezzo secolo»33. Durante gli anni del suo
magistero, A. rimase sempre in contatto con gli ambienti rosminiani,
collaborando anche ad alcune riviste ad esso legato34. Diversi concetti e
posizioni del sistema del vercellese sono chiaramente mutuati dall’alveo
rosminiano. Un primo elemento è l’idea della personalità, che A. pone al centro
della sua pedagogia35. In questo campo, accolse gran parte dell’impianto
psicologico e antropologico del roveretano, riproponendo la tripartizione delle
facoltà: senso, volontà e intelletto, largamente utilizzate e approfondite dal
professore piemontese. Al Rosmini lo legano anche ragioni e argomenti di
critica alla filosofia moderna. Al pari del roveretano, ma anche di altri
autori spiritualisti, A. riunì Kant e i pensatori idealisti sotto la stessa
etichetta di «scettici». Un altro elemento riguarda l’unità di filosofia e
pedagogia, di cui A. si fece araldo di fronte agli eccessi di metodologismo cui
erano tentati anche alcuni studiosi cattolici36. All’idea di unità, è collegato
un altro concetto rosminiano accolto da A., vale a dire quello del
«sintetismo»37, strettamente connesso a quello di «armonia», considerato nodale
per comprendere la sua idea di educazione38. Non senza motivo, Berardi
riassunse la teoria della personalità dell’A. come una «traduzione del
sintetismo di origine A., Commemorazione del primo Centenario della nascita di
Giovanni Antonio Rayneri, letta in Carmagnola.Tra le altre, offrì la sua
collaborazione alla rivista La Sapienza, Rivista di filosofia e di Lettere,
diretta da Papa. Cfr. Antonio Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, 65.
35 Giovanni Calò sostenne come, in fondo, «Quella del Rosmini è una pedagogia
della personalità» G. Calò, Pedagogia del Risorgimento, Sansoni, Firenze,
Commentando un breve intervento dello studioso vercellese sulla pedagogia del
Rosmini, Cavallera ho osservato come «l’A. individua nel concetto di unità la
forza del pensiero pedagogico rosminiano uscendo dai consueti schemi della
illustrazione della metodica, ma non va oltre tale precisazione» Cavallera,
Rosmini nella Pedagogia dell’Ottocento, Come conferma Mazzantini: «Rimasero
sempre per lui fari di orientamento, nella sua vita di studioso, le dottrine
ontologiche (già in gioventù manifestateglisi evidenti) della gradualità e del
sintetismo degli esseri» Mazzantini, I capisaldi del sistema filosofico
pedagogico di G. A., «Rivista Pedagogica» In merito la Quarello, che ha dato
alle stampe uno dei lavori più precisi ed elaborati sull’A., ha osservato:
«Nella dottrina pedagogica dell’A. la legge fondamentale è dunque l’armonia,
legge che necessariamente deriva da quella suprema filosofica: “Il sintetismo
universale”» V. Quarello, G. A., studio critico, Lanciano, Carabba] rosminiana»39.
Sebbene il vercellese, ad esempio nei Saggi filosofici, sul tema si rifaccia
alle opere del Krug, le tracce del discorso rosminiano sono evidenti. Se tali
elementi mostrano un chiaro ancoraggio all’opera rosminiana, da una lettura più
attenta delle opere di A. emerge tuutavia anche una serie di differenze con il
roveretano che non permettono di ascrivere in toto l’opera del professore
piemontese tra quello del circuito rosminiano vero e proprio, rispetto al
quale, al contrario, manifestò l’esplicita intenzione di differenziarsi. Si
tratta di una posizione che, secondo uno dei più importanti pedagogisti di
scuola rosminiana, poteva tuttavia essere letto in modo positivo40. Già
Francesco Paoli, curatore di alcune delle più importanti opere postume del
Rosmini e suo ultimo segretario, nel saggio Della scuola di Antonio Rosmini,
recentemente ripubblicato, nel disegnare la geografia del rosminianesimo in
Italia sottolineava la dissonanza tra l’A. e il roveretano41. Questa
precisazione di Paoli, peraltro in un libro con toni marcatamente apologetici,
denota come tra i seguaci «osservanti» del roveretano, l’A. non fosse
considerato un rosminiano «ortodosso», nonostante la riconosciuta prossimità.
La distanza tra i due pensatori è documentata dal fatto che nelle opere del
vercellese i richiami e le influenze dell’opera rosminiana si diradano. La
maggior parte dei espliciti riferimenti al roveretano, infatti, si riscontrano
nei primi lavori dell’A., in specie nei Saggi filosofici, con chiari rinvii
all’ontologia, alla metafisica e alla logica. Ma già in un’opera dell’anno
seguente, Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866, il legame con il sistema
del roveretano appare più distaccato. In particolare, si coglie un certo
ridimensionamento dell’apporto del Rosmini. Delineando l’itinerario della
pedagogia italiana del primo Ottocento, sebbene non manchino apprezzamenti
positivi, A. sottolinea come il vero innovatore della pedagogia italiana fu il
Rayneri. Si tratta, senza dubbio, di un’interpretazione impensabile per
qualsiasi studioso rosminiano42. 39 R. Berardi, La libertà d’insegnamento in
Piemonte 1848-1859 e un saggio storico di A., «Quaderni di cultura e storia
sociale», febbraio 1953, p. 62. 40 Cottini rileva come: «Circa la discordia fra
l’A. e il sommo Roveretano, osservò giustamente il mio quondam condiscepolo
Prof. Giuseppe Morando, che il dissenso aperto e leale dell’A. porge maggiore
rilievo alla riverenza sconfinata che questi gli professò, ed all’omaggio,
ch’egli gli rese in ogni occasione» G. Cottini, Giuseppe A., 67. 41 Scrive il
pedagogista di Pergine: «Di presente l’onore della Filosofia e della Pedagogia
è sostenuto nell’Università di Torino dal Prof. Giuseppe A., che se non
professa del tutto la filosofia del Rosmini, l’accetta in gran parte e la onora
colla esemplarità della vita e colle molte gravi sue pubblicazioni pedagogiche»
F. Paoli, Della scuola di Antonio Rosmini (a cura di Ottonello), 38. 42 Scrive:
«Del Rosmini, per quel che spetta alla pedagogia rigorosamente intesa, non si
aveva che il Saggio sull’unità dell’educazione, opuscoletto di poche pagine. I
lavori del Tommaseo sono studi serii, monografie peregrine, pensieri,
desiderii, come egli stesso li intitola, sono preziosi elementi scientifici, ma
un organico sistema di scienza non fanno; egli stesso si tiene in guardia dalla
mania de’ sistemi anche in 30 In alcune opere degli anni ’70,
quando il sistema dell’A. si consolidò, il vercellese si discostò
esplicitamente da elementi non secondari della filosofia rosminiana. Nell’opera
in cui sistematizza con più rigore le sue teorie ontologiche, vale a dire Il
problema della metafisica, si affranca dal roveretano in merito alla dottrina
dell’essere. Mentre Rosmini crede che l’oggetto primo della metafisica sia
l’essere categorico, astratto e comunissimo, egli lo identifica nella realtà
infinita e finita considerate nel loro insieme e nelle «vicendevoli loro
attinenze». Nello stesso saggio, riconoscendo nel fatto di pensare il primo
noto della metafisica, si preoccupa di sottolineare l’assenza di tale idea in
Rosmini44. Sempre in campo gnoseologico, A. contesta inoltre la teoria secondo
cui dall’intuito si arrivi alla visione dell’essere ideale universalissimo.
Stando al pedagogista vercellese, l’intuito percepisce la realtà confusa ed
indeterminata, opponendosi così ad uno degli elementi caratterizzanti la
gnoseologia del roveretano, oltre che oggetto di aspre contese con la filosofia
neoscolastica. Pare ancora più netta la posizione esposta negli Studi
psicofisiologici in merito alla psicologia e al rapporto tra anima e corpo: «In
che ripone il Rosmini l’essenza dell’anima umana? È assai malagevole impresa il
cogliere su questo punto della psicologia capitalissimo il suo pensiero; tanto
parmi intricato, inconsistente, incerto!». E poi motiva: «Il concetto
psicologico del Rosmini oscilla incerto tra questi tre pronunciati: 1° l’anima
umana è sentimento dell’Io e niente di più: il sentire animale sta all’infuori
di essa, ossia non è contenuto nella sua essenza; 2° l’anima possiede di fatto,
siccome suoi essenziali costitutivi, il principio sensitivo animale ed il
principio intellettivo; 3° il principio sensitivo è virtualmente contenuto
nelle intellettivo». Contrario a tali posizioni considerate equivoche, proporrà
un duo dinamismo coordinato su cui avremo modo di trattare in seguito. La
valenza delle critiche mosse al pensatore roveretano dall’A., è confermata
dalle dure repliche di alcuni dei più «fedeli» epigoni di Rosmini. A questo proposito,
sono molto significativi due scritti di Pietro De Nardi, rosminiano ortodosso,
che stampò due severi pamphlet contro l’A.. pedagogia, e crede che addestrando
in maniera variata il pensiero si serva, meglio che con severe teoriche,
all’unità dell’idea. Il Rayneri seppe far tesoro de’ profondi e svariati lavori
parziali de’ pedagogisti, che lo precedettero, coll’intendimento di ricondurli
all’unità della scienza» A., La pedagogia italiana antica e contemporanea,
Torino, Tipografia Subalpina di Stefano Marino, 1901, pp. 148-149. 43 G. A., Il
problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a
Giordano Bruno, Torino, Stamperia reale, 1877, pp. 35, 46. 44 47. 45 G. A.,
L’uomo e il cosmo, Torino, Tipografia Subalpina, 1891, p. 298. 46 G. A., Studi
psicofisiologici, Torino, Tip. del Collegio degli artigianelli, 1911, p. 60; 47
Ibid., 62; 31 Nel 1883, pubblicò La teorica rosminiana dello
sviluppo graduato della ragione umana difesa da P. De Nardi contro la traccia
di contradditoria che ad essa ha dato G. A.. In questo saggio lo studioso
rosminiano considerava «gravissima nella sostanza»48 la critica mossa da A.
riguardo lo sviluppo della mente nell’opera del roveretano, esposta ne Il
positivismo in sé e nell’ordine pedagogico. L’anno seguente De Nardi pubblicò
Due sillogismi di A.contro la percezione intellettiva come viene percepita da
A. Rosmini49, nel quale contestava al pedagogista vercellese prima il merito di
un appunto sulla filosofia del roveretano riguardanti i rapporti tra l’anima
sensitiva e intellettiva, e poi criticò un presunto pensiero del vercellese
secondo il quale «oggetti» di natura diversa non possano comunicare fra loro.
Una prima risposta alle accuse del De Nardi appare ne L’uomo e il cosmo (1891),
dove A. confuta i pamphlet e una recensione apparsa su Il Rosmini del marzo
1887, sostenendo che fossero state travisate le sue parole. Dopo aver mostrato
l’infondatezza delle critiche fattegli, muove una critica molto significativa a
certi epigoni del Rosmini i quali «s’immaginano, che il sistema rosminiano sia
tutto quanto verità esso solo, sicché chiunque osa muovergli qualche appunto,
bisogna dire che cammina nella via dell’errore»50. Per lumeggiare più
chiaramente il rapporto tra A. e Rosmini, è inoltre indispensabile citare i due
testi in cui l’A. trattò specificatamente dell’opera del roveretano: il
brevissimo saggio, Il concetto pedagogico di A. Rosmini51 e il più sostanzioso
articolo dal titolo Antonio Rosmini uscito prima nella rivista universitaria
«Studium», e poi pubblicato nel 191252. Il primo lavoro, seppure breve, appare
tuttavia molto significativo. Tale saggio fa parte del già citato Per Antonio
Rosmini, un’opera che raccolse in due volumi gli interventi al congresso
commemorativo per il centenario dalla nascita del filosofo, organizzato
dall’Accademia degli Agiati di Rovereto nel Maggio del 1897. 48 P. De Nardi, La
teorica rosminiana dello Sviluppo Generale della Ragione umana difesa da Pietro
De Nardi contro la taccia di contradditoria che ad essa ha dato Giuseppe A.,
professore all’Università di Torino, Intra, Bertolotti, 1883, p. 3. 49 P. De
Nardi, Due sillogismi di Giuseppe A., Professore all’Università di Torino,
contro la percezione intellettiva come viene concepita da Antonio Rosmini
esaminati da Pietro De Nardi, Professore di Filosofia nel Collegio
Internazionale Italiano di Torino, con appendice del medesimo in risposta a T.
Mamiani, Modena, Vincenzi, 1884. 50 G. A., L’uomo e il cosmo, 417-418. 51 G. A.,
Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini, A. Antonio
Rosmini, Pavia, Tipografia Fratelli Fusi, 1912. 32 Nel suo intervento A.
riconobbe in prima istanza le virtù filosofiche di Rosmini53, attestando
l’importanza di lavori come il Saggio sull’unità dell’educazione e Del supremo
principio della metodica per lo studio della filosofia e della pedagogia. Tra i
principali meriti, individuò l’aver difeso l’idea che l’educazione è vera,
efficace e perfetta solo quando è «schiettamente cristiana». Un concetto che,
secondo A., intuirono in tanti ma «niuno meglio del Rosmini seppe farla
risplendere di quella lucentezza ideale, che scaturisce dalla ragione
speculativa»54. Nella stessa sede, tuttavia, A. volle sottolineare le
differenze tra il suo sistema e quello di Rosmini55. Questa precisazione in un
consesso con chiari intenti apologetici a pochi anni dal Post obitum, conferma
con limpidità la volontà di A. di smarcarsi dalla discendenza rosminiana. Il
secondo saggio citato, Antonio Rosmini, è molto più consistente e permette di approfondire
le idee di A. circa il roveretano. Introducendo il lavoro, fa notare la grande
risonanza che ebbe il pensiero di Rosmini, e cita tra i suoi discepoli
Tommaseo, Cantù, Sciolla, Berti, Cavour, Bonghi, Pestalozza, Corte, Rayneri.
Conduce poi un’analisi particolareggiata dell’opera filosofica e pedagogica del
Rosmini, muovendo una serie di critiche e «correzioni» al pensiero del
roveretano. Riguardo l’articolazione delle scienze nel sistema del roveretano,
parla di un’ambiguità del Rosmini circa il legame tra la psicologia e
l’antropologia56. In seguito contesta la seguente definizione di uomo tratta
dall’Antropologia di Rosmini: «l’uomo è un soggetto animale, dotato
dell’intuizione dell’essere ideale indeterminato e operante secondo l’animalità
e l’intelligenza». A. trova in questo enunciato un eccessivo risalto per la
parte «naturale» dell’uomo. Nel definire la persona, A. preferisce mettere
l’accento sulla natura spirituale dell’uomo, poiché in esso l’animalità «è
subordinata alla spiritualità, che la informa e la governa»57. Tale critica è
poi smussata tenendo conto del modo in cui Rosmini affronta e suddivide la
scienza antropologica. Riprende inoltre la critica al concetto dell’intuizione
primaria dell’uomo dell’essere ideale indeterminato: «Questo - dice A. - è un
pronunciato fondamentale del sistema di Rosmini, ma è impugnato da molti, e non
è una verità dimostrata con tanto rigore, che debba essere accettata da
tutti»58. Sempre in campo gnoseologico corregge l’espressione rosminiana di
«sentimento corporeo» che secondo 53 «È virtù propria del genio speculativo
risalire ai supremi principi dell’essere e del sapere, e nella loro unità
comprensiva raccogliere tutto un intero ordine di idee organate da questo
sistema» G. A., Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio
Rosmini. Ed io, sebbene da lui discorde in alcuni punti delle sue dottrine
filosofiche, mando questo mio lavoruccio in attestato della mia scienza sincera
e profonda ammirazione verso tant’Uomo» Ibid, vol. II, p. 523. 56 G. A.,
Antonio Rosmini, 8. 57 Ibid., 9-10. 58 10. 33 A. dovrebbe essere
«senso corporeo», e poi aggiunge: «Come pure io non so capire come mai il senso
intellettivo, la cui esistenza è innegabile, possa essere compreso come parte
nel tutto, nella sensitività animale, come fece l’autore»59. Anche in campo pedagogico,
fa degli appunti alquanto critici. Trattando dell’unità dell’educazione
sostenuta dal Rosmini, lamenta l’assenza di un adeguato approfondimento del
concetto di varietà60. Un'altra definizione contestata riguarda il rapporto tra
le affezioni casuali e l’ordine interiore. A. riporta senza rinvii al testo
originale: «si conduca l’uomo ad assimilare il suo spirito all’ordine delle
cose fuori di lui, e non si vogliano conformare le cose fuori di lui alle
casuali affezioni dello spirito suo». E poi ne prende le distanze, «correggendo»
le posizioni del Rosmini»61. Sullo stesso argomento, commentando poco dopo la
parte del Saggio sull’unità dell’educazione relativa all’«Unità degli oggetti»
sostiene che è «alquanto sconnessa». A. fa notare come il Rosmini abbia
dedicato molto spazio all’analisi dell’apprendimento e dell’educazione durante
l’infanzia, soffermandosi sullo sviluppo delle facoltà del bambino. Il
pensatore vercellese, tuttavia, fa notare come un corretto sistema pedagogico
debba tener conto dell’intervento educativo, e del fatto che spesso si
insegnino cose che il bambino non sa ancora, e che quindi lo studio delle
naturali facoltà del bambino non sia sufficiente ma debba essere integrato dai
metodi educativi esterni62. Anche se riconosce al Rosmini il contributo sulla
libertà d’insegnamento, a dispetto per esempio di un Gioberti giudicato
eccessivamente statalista, l’A. contesta al Rosmini l’affermazione secondo cui
la scuola dovrebbe «guardarsi dallo spirito individuale siccome 59 12. 60
«L’autore ripone nell’unità la legge suprema dell’educazione; nel che io non
convengo pienamente con lui. L’unità vera, effettiva, feconda non può andare
disgiunta dalla varietà, né questa può andare scissa da quella. Unità senza
varietà è arida, sterile, priva di moto e di vita; varietà senza unità è
sparpagliata, dissipata, che si sciupa nel vuoto. L’uno nel vario, il vario
nell’uno, ossia l’armonia è la legge suprema della vita in ogni ordine di cose.
Epperò all’umana educazione l’unità e la varietà tornano essenziali amendue ad
un modo. Certamente l’autore non esclude, né perde di vista la varietà, giacché
riconosce la molteplicità delle dottrine, che si insegnano, e delle potenze,
che vanno educate; ma occorreva che avesse in modo esplicito riconosciuta e
formulata la varietà accanto all’unità, siccome egualmente necessaria» G. A.,
Rosmini, «Però in riguardo alla dottrina
del Rosmini, a me par giusto l’osservare, che se per una parte sonvi nel nostro
spirito affezioni casuali, le quali vanno acconciate e conformate all’ordine
oggettivo delle cose fuori di noi, per l’altro anche nell’ordine esteriore vi
hanno accidentalità e turbamenti casuali e fortuiti, a cui lo spirito nostro
non che adattarsi, deve seguire una reazione, conservando intatta la sua
indipendenza. Anche nel nostro spirito esiste un ordine oggettivo posto dalla
nostra natura, sicché la formula del Rosmini sembra bisognevole di essere
corretta e parmi più conforme a verità l’affermazione che il supremo principio
pedagogico dimora nel mantenere in perfetta armonia l’ordine oggettivo dello
spirito dell’alunno coll’ordine oggettivo delle cose fuori di lui. S’intende da
sé, che quest’armonia importa il riconoscimento di un principio superiore
divino, ed inoltre supremo, in cui l’ordine oggettivo esteriore e l’ordine
oggettivo interiore hanno il loro centro di unità e la loro cagione
efficiente» «Il Rosmini, intento, alla
legge suprema direttiva dell’umano pensiero descrive per filo e per segno i
momenti successivi, per cui progredisce e per cui va condotta la mente
infantile, il Pestalozzi in iscuola tracciava sulla lavagna a’ suoi fanciulli
una proposizione, che di presente essi non comprendevano, ma avrebbero compreso
col tempo» 29. 34 da suo capitale difetto», e osserva: «Questa
opinione dell’autore parmi bisognevole di essere ritoccata. Sta bene che
l’educazione pubblica non debba tener conto delle singole famiglie e de’
singoli individui, ma se non vuole incorrere nel dispotismo e trasmodare,
occorre che essa rispetti mai sempre lo spirito informatore della famiglia e la
personalità individuale di ciascun uomo, essendochè lo stato è fatto per le
famiglie e per le persone singolari, non questo per quello»63. Oltre alle
critiche, emergono anche una serie di considerazioni positive. A. considera di
vitale importanza il contributo di Rosmini nell’aver mostrato la conciliabilità
tra lo spiritualismo e la realtà naturale dell’uomo64, di aver riportato la
pedagogia ad un metodo realista65, il richiamo all’armonia come principio
educativo, valorizza il tentativo di salvare l’unità della persona, l’idea di
sviluppo armonico delle facoltà umane ed elogia il merito di aver unito
didattica ed l’educazione. Vivo apprezzamento egli esprime circa il legame tra
pensiero e nazionalità. A. scrive che «è meritevole di nota il rapporto, che il
Rosmini istituisce fra il metodo filosofico e la diversa tempra degli ingegni
proprii delle singole nazioni». Lontano da tentazioni sciovinistiche e da forme
di autarchia culturale, il vercellese sostenne l’importanza di conservare le
tradizioni della filosofia italiana. In questo senso cita la lezione III Del
metodo filosofico in cui Rosmini scrive «Il vero metodo è indigeno all’Italia:
il carattere dell’ingegno italiano consiste nella chiarezza» e ne sottolinea
l’importanza66. Altri autori spiritualisti influenzarono A.. Tra questi
esercitò un considerevole ascendente il Bertini67, almeno «quello» precedente
alla conversione razionalista. Lo studio della sua opera, l’Idea d’una
filosofia della vita, rappresentò un momento importante nello sviluppo del
pensiero di A.. Il pensiero di Bertini lo convinse ad affermare il Primo
teologico, vale a dire Dio inteso come potenza, sapienza, amore infinito, il
Primo cosmologico e cioè che il creato è l’essere che partecipa della potenza,
amore di Dio, e 63 21. 64 «Come la sua filosofia è essenzialmente spiritualistica,
così il carattere, che informa la sua dottrina pedagogica, è lo spiritualismo,
non però lo spiritualismo gretto ed esclusivo, che sacrifica la materia allo
spirito, bensì lo spiritualismo largo e comprensivo, che riconosce come parte
anch’essa essenziale dell’umano composto l’organismo corporeo, ma lo vuole
subordinato all’impero dell’anima razionale» Trattando del contributo
pedagogico e scolastico dell’impostazione rosmininana osserva: «Un secondo
punto di capitalissima importanza per la scuola normale è questo: “prima regola
del metodo filosofico (scrive l’autore) è che l’osservazione precede il
ragionamento”. Questa norma riguarda propriamente il procedimento, che deve
tenere il pensiero nella costruzione della scienza» Sull’influenza del Bertini
sull’A., Virginia Quarello che pubblicò nel 1936 uno dei lavori più completi e
attenti sulla filosofia dell’A. scrisse: «L’influenza del Bertini sull’A.,
specie nel campo religioso, è stata fortissima tanto che il pensiero dell’uno
non solo si connette, ma perfettamente aderisce a quello dell’altro» V.
Quarello, G. A., studio critico, 62. 35 quindi il Primo
enciclopedico per cui «l’infinito s’intria nel finito»68. Secondo Vidari oltre
che il Rosmini, proprio al Bertini, A. dovrebbe la fondazione del suo sistema
filosofico69. Stretti rapporti ebbe anche con Augusto Conti. Nei Saggi
filosofici (1866) riportò tre scritti sull’opera del samminiatese: uno
riguardante la Storia della filosofia, una recensione di un libro scritto sul
toscano da Pietro Dotti, e un lavoro sui legami tra il pensiero di Naville e
quello di Conti, con particolare attenzione alle considerazioni espresse dal
filosofo ginevrino nel testo La vie éternelle. A. condivide una serie di
concetti del Conti, come la critica al principio moderno secondo cui la
filosofia nasca dal dubbio e non dalla sorpresa dell’essere70, l’analisi dei
criteri della filosofia e il legame con il senso comune, il concetto di errore
e di distinzione. Nel commento alla Storia della filosofia si possono
riconoscere diverse analogie tra le concezioni dei due pensatori. Del testo
citato, A. sottolinea diversi elementi positivi: l’idea che la storia della
filosofia debba essere un confronto tra le teorie filosofiche e la filosofia
perenne, l’importanza attribuita alla biografia e al contesto culturale per
cogliere la filosofia, e il criterio «cronologico» con cui il Conti conduce la
narrazione della storia della filosofia guidati da cause di relazione e
connessione. L’unico appunto mosso dall’A. al Conti riguarda la questione degli
universali71. A. fu anche un buon conoscitore del panorama culturale europeo e
dei maggiori pedagogisti e filosofi stranieri. Si tratta di un elemento non
così comune tra gli autori della seconda metà dell’Ottocento. Nonostante
diffidasse di una certa esterofilia, che contestava 68 G. Calò, Il pensiero
filosofico – pedagogico di Giuseppe A., «La Cultura filosofica», n. 5,
Sett-Ott. 1910, p. 447. 69 «Movendo dalla formula giobertiana «l’ente crea
l’esistente», che non lo soddisfaceva del tutto, e passando attraverso all’Idea
di una filosofia della vita del Bertini, che ad A. era parsa un’opera
provvidenziale per la filosofia italiana dopo i traviamenti a cui l’aveva
esposta il Gioberti, Egli si arresta al concetto cristiano – cattolico della
creazione, per cui da una parte è Dio infinito creatore libero, dall’altra gli
enti finiti e reali che trovano in quella la loro causa prima» G. Vidari,
Giuseppe A., Torino, Stamperia Reale Paravia, 1914, p. 6. 70 «Ripudiando il
criticismo come propedeutica della filosofia, egli vuole che il conoscere sia
fin dalle prime tenuto per vero, e come tale riconosciuto ed esaminato dappoi,
e non già posto in problema. La natura umana, perché ragionevole, è nella
verità, opperò il conoscere naturale è di per sè evidènte, non già problematico
nè bisognevol di prova. In questa evidenza del vero o del conoscere ci ripone
il supremo ed intrinseco criterio della filosofia, dal quale fluiscono poi e
nel quale si appuntano come criterii secondarii ed estrinseci l'affetto della
verità, il senso comune, la tradizione scientifica e la rivelazione» G. A.,
Saggi filosofici, Milano, Gareffi, Osserva il pedagogista: «Quanto è poi al
concetto filosofico del nostro Autore, sebbene mi paja più comprensivo assai e
più conforme a verità che non altri parecchi, durerei tuttavia non poca fatica
ad accoglierlo come definitivo e perfetto. E veramente (per tacere qui di altri
argomenti in contrario ) io non so fare buon viso a quella ontologia
scolastiso-wolfiana non ancora abbandonata a' di nostri, che egli pone come
parte integrale, anzi sublimissima della filosofia; giacché l'essere
astrattissimo e onninamente indeterminato, in cui si vogliono concentrati i
sommi universali di essa ontologia, ove si pigli da sè, disgiuntamente da Dio e
dalle realtà finite, convertasi in un aereo ed inconsistente fantasma, che mal
reggendosi di per sè è quindi impotente ad ammanire un saldo fondamento alla
protologia, cardine di tutto il sapere» Ibid., soprattutto ai positivisti e
agli hegeliani, accolse nel suo sistema diversi elementi di autori stranieri:
«Dello spiritualismo tedesco accetta e il sintetismo trascendentale del Krug
(l’io riflette sui “fatti della conoscenza” anzi nella coscienza, per
l’originaria armonia di pensiero e realtà, ideale e reale si sintetizzano) e in
concetto del Krause della personalità ed essenza divina (“l’essere Dio è il
principio personale del mondo”) e il suo Panenteismo, conciliante in sintesi
sia la ragione con l’esperienza, sia il processo analitico (dall’io e dal
finito a Dio) con il processo sintetico (da Dio all’io ed al finito.)»72. Nel
Krug apprezzò la capacità di conciliare il realismo con l’idealismo73. Dello
studioso riprese nei Saggi filosofici (1866)74 il principio della sintesi a
priori, nel tentativo di spiegare l’origine dell’unità tra oggetto e soggetto.
Si tratta di un concetto facilmente accostabile all’idea primaria di Rosmini. A.
raccolse così soprattutto le tesi di quanti cercarono di superare le antinomie
dell’idealismo75. Un altro autore molto importante nella biografia
intellettuale di A. fu Lotze76, il successore di Herbart all’Università di
Gottinga. Del filosofo sassone cita i Principes généraux de psychologie
physiologique77 che definisce un «lavoro magistrale»78. A. lo cita
nell’elaborazione della sua psicofisiologia, nel tentativo di sostenere con il
suo «duodinamismo coordinato» un approccio che coniugasse gli studi
sperimentali con la struttura spirituale della persona. Importante anche il
legame con Maine de Biran di cui accoglie le idee circa il legame tra la
persona umana e la persona divina, A. oltre che il principio de
«l’autocoscienza della personalità vivente»79. Spesso citato fu anche Heinrich
Pestalozzi. Il pedagogista vercellese fu quasi «devoto» all’esempio e alla
pedagogia dell’educatore svizzero. Non senza ragioni Calò lo definì un
«pestalozziano». L’unica critica che gli mosse riguardò l’utilizzo del termine
«organismo», al quale A. preferisce quello di persona. 72 V. Quarello, G. A.,
studio critico, cit., A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, Milano, Agnelli,
1868, p. 42. 74 G. A., Saggi filosofici, 30. 75 «E dirò che, con il Krause e
con il Jacobi, proprio lo Stahl fu sempre presente all’A., nella sua
opposizione decisa all’idealismo post-Kantiano» V. Quarello, G. A., studio
critico, 83. 76 A riguardo, la Quarello ha osservato: «Più forte, certamente,
fu l’influsso di Lotze specie nel campo psicologico, benché, a mio credere, si
possa pure far risalire al Lotze il concetto di Dio come suprema realtà
personale, che crea il mondo degli spiriti personali» 82. 77 H. Lotze Principes
généraux de psychologie physiologique, nouvelle edition, traduite de l'allemand
par A. Penjon, Paris, Bailliere, 1881. Si tratta di una traduzione
del primo capitolo del testo H. Lotze, Medizinische Psychologie oder
Physiologie der Seele, Leipzig, Weidmann’sche bucchandlung, 1852. 78 G. A.,
Studi psicofisiologici, cit. 79 V. Quarello, G. A., studio critico, 29.
37 Altri autori hanno sottolineato il ruolo del vercellese nella
ricezione dell’herbartismo in Italia80. Sempre Calò lo giudicò «più herbartiano
di quello ch’egli stesso non creda»81, un giudizio che fu in seguito emendato82.
L’opera dell’A. è anche segnata dall’opera del Naville, a cui lo accomuna la
convinzione che alla base della pedagogia ci debba essere l’antropologia e non
l’etica come per Herbart o la psicologia scientifica come per molti
positivisti. Nella voce sull’A., presente nell’Enciclopedia Filosofica di
Sansoni83 e riportata in quella Bompiani84, Pozzo accosta A. perfino a Plotino,
riprendendo la valutazione del Gentile, sostenendo che il vercellese aveva una
concezione teistica di «tipo plotiniano (l’ente uno infinito pone fuori di sé
il molteplice e a sé lo richiama) da cui deriva il concetto di armonia dell’universo,
come “coesistenza” (o “sintetismo”) di esseri che cooperano sotto l’imperio
dell’inesauribile atto di Dio». In sintesi, ci sembra di poter ragionevolmente
sostenere che nonostante i diversi apporti e «contaminazioni» con diversi
autori, il professore piemontese abbia preferito smarcarsi da discendenze
unidirezionali. Più che di Rosmini, di Pestalozzi, di Rayneri, egli si sentiva
un rappresentante dello «spiritualismo italiano». Egli considerava questa
corrente come la più genuina tradizione nazionale85, oltre che in linea con la
più autentica pedagogia e 80 In merito alla crisi del positivismo iniziata già
negli anni ’80 dell’Ottocento, Malatesta e la Bertoni Jovine commentarono: «Il
Labriola prima, il Fornelli e l’A. poi e in ultimo il Credaro, avevano prodotto
una svolta molto sensibile negli studi introducendo nella pedagogia i princìpi
più validi dell’herbartismo» D. Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia
della scuola italiana, 43. 81 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di
A., Prato, Tipografua Carlo Collini, Calò, Dottrine e Opere, Lanciano, Carabba,
1932, p. 262. 83 Enciclopedia Filosofica, Firenze, Sansoni, 1967, vol. I, pp.
192-193. 84 Enciclopedia Filosofica, Milano, Bompiani, Nel testo già citato
Della pedagogia in Italia ripercorre la storia della pedagogia italiana e
chiosa: «Le opere pedagogiche chiamate fin qui a rassegna rivelano un carattere
comune, che tutte le segna di una medesima impronta: lo spiritualismo. È questo
il carattere dominante e tradizionale di tutta la pedagogia italiana da
Vittorino da Feltre al Rayneri. Essa riconosce nel perfezionamento dell’uomo la
preccelenza del principio spirituale sull’organismo corporeo, l’immortalità
personale dello spirito umano e la dipendenza di esso da Dio risguardato come
spirito conscio di sé, distinto sostanzialmente dal mondo, causa creatrice e
finale di quanto sussiste. Essa considera la nostra temporanea esistenza
siccome tirocinio e preludio di una esistenza oltremondana, e conseguentemente
vuol preparare il fanciullo alla sua duplice destinazione, vuol educare in lui
l’uomo temporaneo che passa quaggiù soffrendo, e lo spirito immortale fatto per
una seconda vita. Essa ripudia siccome offensiva della dignità della persona
umana la dottrina che vuole il fanciullo esclusivamente allevato per la patria
e pel reggimento politico dominante, facendolo così, di essere avente ragione
di fine, un semplice mezzo agli arbitrii del Governo e della società. L’ideale
dell’uomo perfetto che la natura ha preformato nell’infante, essa lo addita
vivente in Cristo, assegnando per iscopo all’opera educativa la virtù
cristiana, non la virtù naturale, né la civile, né lo sterile misticismo. Per
lei non si da istruzione vera ed efficace senza l’educazione dell’animo; non
vera educazione morale senza religiosità; non religiosità vera senza
Cristianesimo cattolico, sicché l’educazione ha da abbracciare tutto l’uomo e
con tale universalità ed armonia, che i sensi vengano subordinati alla ragione,
il corpo allo spirito, la libertà a Dio, la vita temporanea alla oltremondana.
Mercé questo carattere dello spiritualismo la pedagogia italiana contemporanea
mantiensi fedele alle sue tradizioni secolari e si ricongiunge colla scuola
spiritualistica platonica di Firenze, perché discepolo ed amico di Giovanni di
Ravenna, il grande scuolaro del Petrarca» A. La pedagogia italiana antica e
contemporanea, 158. 38 filosofia greca86. A. era convinto che fosse
una tradizione che andasse difesa87, soprattutto dall’idealismo e dal
positivismo, considerate teorie di «importazione» aliene allo spirito
filosofico italiano. I. 2. Gnoseologia e metafisica I testi in cui A. affronta
i problemi più specificatamente metafisici e gnoseologici sono i Saggi
filosofici, Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla
scuola Jonica a Giordano Bruno e Studi antropologici: l’uomo e il cosmo. Non si
può affermare che su tali questioni il contributo di A. abbia avuto una reale
originalità. Lo studioso si è limitato piuttosto alla ricerca di alcune basi
teoretiche che gli permettessero di fondare la sua pedagogia su una prospettiva
«realistica», com’è stata definita la sua filosofia88. La carenza di
approfondimenti è stata oggetto delle critiche di alcuni studiosi dell’A. come
la Quarello89 e Mazzantini90. Sebbene il contributo di A. non abbia apportato
novità rilevanti nel discorso gnoseologico e metafisico del tempo, espose
comunque il suo pensiero in modo organico e coerente. Egli considera la
Metafisica come il momento fondamentale della ricerca filosofica,
caratterizzata dall’universalità e dalla trascendenza. La definisce come
«scienza del Primitivo»91 o «Scienza de’ supremi principii del sapere e
dell’essere»92. Contro gli orientamenti antimetafisici di marca positivista e
scettica, considerava l’abrogazione del problema del senso e del «tutto» come
un tradimento della filosofia. Essa trovava la sua ragion d’essere in quel
mandato della persona umana, che strutturalmente e spontaneamente interroga
l’Universo e ne pretende un significato. In questo senso la metafisica
collocava la sua origine nel desiderio dell’uomo di «rendersi ragione di questo
86 G. A., Studi pedagogici, Torino, Tipografia Subalpina. Accusato di
nazionalismo, A. si difese: «Noi siam lontanissimi dall'assumere il
nazionalismo per sommo ed infallibil criterio del Vero; che anzi arditamente
sosteniamo, che nel principio di nazionalità qual è universalmente ammesso v'è
del troppo e del vano assai da tor via, e gli bisogna essere ricondotto entro a
più ragionevoli e modesti confini. Noi invece propugniamo l'italiana filosofia
non per ciò solo che è italiana, ma primamente e precipuamente perché fondata
sulla verità del Teismo cristiano, siccome ripudiamo l'Idealismo di Hegel ed il
Positivismo di A. Comte perché disformi entrambi dal Vero, e non già perché
l'uno di tedesca, l'altro di francese origine» A., L’Hegelismo e la scienza, la
vita, 14. 88 V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, «Educare», maggio - giugno
1952, p. 151. 89 V. Quarello, A., studio critico, 21. 90 C. Mazzantini, Due
filosofi spiritualisti piemontesi della seconda metà del sec. XIX, «Archivio di
Filosofia, organo del R. Istituto di Studi Filosofici», Roma. A., Saggi
filosofici, 284. 92 G. A., Il problema metafisico studiato nella storia della
filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, 5. 39 gran tutto,
che dicesi universo»93, un’esigenza che non può essere soppressa, pena la
negazione dell’identità umana. Sulla scorta del rosminianesimo e di molta
filosofia cristiana, A. rileva come la crisi della metafisica fu prima
inaugurata dal soggettivismo di Cartesio e poi consacrata dal criticismo di
Kant. La gnoseologia moderna era soggiogata, a suo giudizio, da un equivoco
legato alla volontà di condurre in dubbio il valore veritativo e orientativo
dei criteri dell’evidenza e del senso comune insiti nell’uomo. Si tratterebbe
di un cortocircuito conoscitivo dai corollari disparati. Se, infatti, da un
lato si svaluta la ragione riducendone il dominio (kantismo), dall’altra si
arriva a «divinizzare» l’Io (idealismo), attribuendo alla razionalità umane
quasi gli stessi attribuiti che i teologi avevano sino ad allora riservato al
Creatore. Per superare l’impasse, A. sollecitò in coro con il resto degli
spiritualisti una correzione radicale della prospettiva. La filosofia non
poteva uscire dalla palude dello scetticismo, se non «attestando» e
«accettando» dei criteri conoscitivi immanenti all’uomo. Questa soluzione era
considerata l’unica possibilità per uscire dall’equivoco gnoseologico moderno.
Le sue posizioni gli costarono la critica del Gentile, che nel saggio sulle
origini della filosofia contemporanea, inserisce l’A. tra i «mistici», cioè tra
quei filosofi che continuavano a «credere» nell’esistenza di una realtà
«esterna» all’Io pensante. Non potendo «dimostrare» l’esistenza del mondo e
spiegare il suo rapporto con lo spirito, secondo Gentile, i realisti accettano
in modo fideistico il senso comune. Per questa ragione, ossrvò che quella di A.
è «una filosofia fondata sul mistero dell’evidenza»94, una critica poi ripresa
e approfondita dalla Quarello95. Il sintetismo, cioè un’interpretazione della
relazione intima tra l’essere e il pensiero in un’ottica realista, era
considerato da Gentile come una soluzione non fondata per motivare la relazione
tra la mente e il «supporto» mondo esteriore96. Questa visione armonica
dell’essere, è anzi letta da Gentile, nella sua tipica riduzione della storia
della filosofia a preambolo di un compiuto Io spirituale, come delle tesi
idealiste «mancate». 93 G. A., Il problema metafisico studiato nella storia
della filosofia dalla scuola ionica a Bruno, 2-3. 94 G. Gentile, Le origini
della filosofia contemporanea in Italia. I platonici, 366. 95 V. Quarello, A.,
sudio critico, 20. 96 «Il sintetismo dell’A., dunque, non vale più dell’ordine
del Conti. Anche per A. basta il sintetismo ad aprire tutte le porte e svelare
tutti gli enimmi. Così il gran problema gnoseologico del rapporto del pensiero
con l’essere, per A. è prima risoluto che formulato. Criticismo o scetticismo?
Separazione dell’essere dal pensiero, o identità dell’uno con l’altro? Ma il
sintetismo c’insegna che tutto è unito e distinto in natura, e ciascuna forza
opera consociata con tutte le altre! Anche il soggetto e l’oggetto vorranno
essere insieme connessi, ma non confusi: conciliati in un armonia, che non sia
per altro la negazione delle loro differenze» G. Gentile, Le origini della
filosofia contemporanea in Italia. I platonici, 366. 40 Il filosofo
siciliano riconobbe in ogni caso in A. «una certa inquietudine circa la
saldezza del suo principio filosofico»97, originata dal confronto con la logica
hegeliana, che gli avrebbe «turbato i sonni» nel corso della sua opera. Di
fronte alla tesi idealista, A. reputava l’accettazione dell’essere come l’atto
più consono alla natura razionale dell’uomo98. Si tratta di un’attestazione
«misteriosa», ma non per questo irrazionale99. Il primo dato della coscienza è
la percezione di un mondo fuori di noi, tale dato si può o accettare o
rifiutare, non si può dimostrare. Secondo A. la filosofia trova il suo
fondamento nella constatazione dell’esistenza dell’essere. Il pedagogista
sollecita perciò a tornare ad un sano realismo, a ripartire dal mondo delle
cose, dal dato semplice della sua esistenza, dal mistero del sé, per giungere
solo dopo all’Eterno. Ciò ha conseguenze gnoseologiche importanti, tra le quali
il fatto che stando all’A. il ruolo iniziale nel ragionamento risiede
nell’intuito che si muove verso la comprensione. Nel saggio Il problema
metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano
Bruno, egli traccia una serie di stadi, o passaggi, con cui si sviluppa un
pensiero filosofico compiuto. Un primo livello della riflessione riguarda la constatazione
dell’esistenza di un senso comune e di criteri con i quali di norma si valuta e
si giudica, in un secondo momento vi è un pensiero critico che si interroga
sulla veridicità di quanto pensato, nell’ultimo passaggio il pensiero
speculativo indaga e verifica con criteri validi e veritativi. Per l’A., la
riflessione speculativa non è la negazione del senso comune, ma ad esso è
strettamente legato, poiché i criteri veritativi emergono spontaneamente nella
persona, e non sono la costruzione dell’impegno filosofico. Il compito della
metafisica è dunque proprio quello di riconoscere la «realtà della vita, pur
mentre la spiega e si solleva al di sopra di essa per dominarla dall’alto: essa
rispetta le credenze universali del genere umano, conformasi alle esigenze
della natura umana, tien conto de’ suoi bisogni, soddisfa le sue imperiose
aspirazioni, e non disconosce veruno degli elementi integrali dell’umanità». Osserva
a proposito «Nel fatto della cognizione il soggetto e l’oggetto si compenetrano
misteriosamente l’un l’altro senza però smettere ciascuno la sua la propria ed
individua natura» A., Saggi filosofici, In un brano molto significativo, quasi
replicando a tale obbiezione, A. enuclea la sua concezione del mistero: «La
ragione ha certamente il diritto di respingere l’assurdo, perché l’assurdo
ripugna, ma non ha diritto di respingere il mistero, perché il mistero è una
proposizione, di cui si conoscono i singoli termini, che la compongono e non si
comprende bene il nesso, che collega il soggetto col predicato. Quindi possiamo
affermare che in ogni mistero dogmatico vi è sempre alcunché di conosciuto
accessibile alla ragione, come in fondo di ogni verità conosciuta dalla ragione
umana vi è sempre alcunché di ignoto, di tenebroso, un’ombra del mistero» A.,
Appunti di Antropologia e Psicologia, Torino, Carlo Clausen, A., Il problema
metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano
Bruno, 41 A. identifica nel «primo noto», evidente e concreto, la base
della sua speculazione metafisica. Si tratta di quanto il vercellese chiama
anche Io penso, da cui nasce la constatazione che l’essere esista e che possa
essere riconosciuto nella sua realtà e verità. Sulla relazione tra il pensiero
e il reale, si pone in continuità con il concetto di sintetismo esposto da
Rosmini. A. ammetteva un Universale ontologico assoluto a cui erano subordinati
i singoli universali ontologici, attraverso la legge del sintetismo e
dell’armonia101. Il suo realismo gli impedisce di ammettere sia tesi che vorrebbero
la causa del reale come qualcosa di non reale, sia quelle le forme di
spiritualismo che identificano Dio con qualsiasi essere ideale. Secondo A.
sebbene Dio sia l’origine dell’uomo e di tutte le cose non si identifica con
esse. E anche qui applica una delle regole classiche della sua filosofia, il
«Distinguere per unire», enunciato già nei primi libri, e posto alla base della
sua gnoseologia102. In questo senso, avversa sia l’identificazione del pensiero
con l’essere di origine idealista, sia il monismo materialista. La Quarello ha
considerato insufficiente la spiegazione della relazione tra l’Io e il non Io
nel pensiero del Vercellese: «Il punto debole del sistema d’A. è proprio qui,
in sede gnoseologica, nell’avere, cioè, posto a base della speculazione
puramente filosofica l’evidenza dei dati della realtà, nell’avere voluto che il
sapere filosofico non fosse che elaborazione del sapere naturale (oggettività
della conoscenza) ammettendo poi, senza spiegarla, un’intima “conciliazione”
fra ragione ed esperienza»103. E ribadisce «L’A. non ci spiega il come
dell’atto conoscitivo anche se ampiamente ha tentato di svolgere la sua tesi di
una corrispondenza tra pensiero e realtà, tra soggetto ed oggetto, tale da
essere considerata una unione stabilita da natura, secondo la legge dell’ordine
universale per la quale tutti gli esseri armonizzano in unità una molteplicità
di parti e cooperano e sono uniti fra loro, pur rimanendo distinti, sì da
formare una totalità armonica» Il principio della personalità. Suraci spiega
con le seguenti parole il «percorso» che va dal primo nota alla vera conoscenza.
A. nota che il pensiero, nel suo movimento dialettico, descrive un circolo non
vizioso, ma solido per cui dall’uno gnoseologico, l’universale oggetto
dell’intuito primitivo, si passa al molteplice della cognizione determinata,
distinta, oggetto della riflessione: dal molteplice si passa poi alla visione
comprensiva delle cose e quindi alla visione mentale dell’Uno ideale.
Dialetticamente la mente umana, secondo A., non fa che “discorrere dalla
cognizione intuitiva o virtuale dell’Uno gnoseologico alla cognizione riflessa
o attuale del suo molteplice ideale, e dalla cognizione attuale del molteplice
ideale alla cognizione attuale dell’Uno gnoseologico”. Questa formula del
movimento del pensiero somiglia molto da vicino a quella enunciata dal Rosmini
nel n. 701 della sua Logica, al quale A. si attiene, citandolo spesso nel corso
di questi “Saggi” e, potremo dire, in tutte le sue Opere» V. Suraci, A.
filosofo e pedagogista, 158. 102 G. A., Saggi filosofici, 3. 103 V. Quarello, A.,
studio critico, 21. Lesse all’Università di Torino una prolusione dal titolo,
Il ritorno al principio della personalità105. In quella occasione, ripercorse
l’itinerario delle sue opere identificando in questo concetto il punto cardine
di tutto il suo pensiero106. Questa considerazione fu poi ribadita qualche anno
dopo nella prefazione degli Opuscoli pedagogici107. Oltre a riprendere il
contenuto di questo principio e a mettere in luce la rilevanza nell’economia
del suo pensiero, diversi autori hanno considerato l’elaborazione del principio
della personalità come il più importante contributo di A. alla storia del
pensiero pedagogico e filosofico108. Calò ne ha ricordato la valenza
pedagogica, osservando come «nessuno con tanta consapevolezza e chiarezza aveva
prima di lui messo in luce quel principio e mostratane la fecondità e
illuminatane vivamente tutta quanta l’opera educativa»109. Con questo
principio, A. affronta la più profonda questione antropologica, vale a dire la
specificità dell’uomo rispetto al resto della natura. Di fronte alla domanda
«chi è l’uomo?» A. parla della persona come «una mente informante un organismo
corporeo»110. Egli individua due piani strettamente connessi: «nell’uomo la
mente ed il corpo sono due sostanze diverse, eppur fatte l’una per l’altra il
corpo è animato, l’anima è [A., Il ritorno al principio della personalità,
Prolusione letta all’Università di Torino. Torino, Tipografia degli
Artigianelli. Citò la prima prolusione letta all’Università nel 1870, in cui
già enucleò tale principio. Scrisse: «Questo nuovo concetto, che allora mi era
balenato alla mente, fece la sua prima apparizione nella mia Prolusione
universitaria del 1870, intitolata appunto Il principio della personalità, base
della scienza e della vita. “Questo principio (io scriveva allora) è quel
centro ideale, che vale a comporre le antinomie tra le dissidenti scuole
filosofiche nel mondo del sapere, ed i dissidi tra gli elementi sociali nel
mondo dell’operare, e questi due mondi della scienza e della vita insieme
composti solleva ad una unità superiore, che è il punto di contatto e di
armonia di entrambi. Enunciando in una breve e chiara formola questo concetto,
poniamo che, senza il riconoscimento speculativo e pratico della personalità,
non si dà né vera scienza, né vera vita per l’uomo.” Da quel punto questo
principio diventò il pensiero dominante della mia mente, il tema perpetuo delle
mie meditazioni, lo spirito animatore de’ miei lavori e delle mie lezioni, la
mia credenza filosofica rimasta incrollabile e costante in tanto volgere di
anni, in mezzo a tante rivolture e volteggiamenti d’ingegni e di dottrine,
l’arma della mia critica contro tutte quelle teoriche e quei sistemi che
inchiodarono la scienza e la vita sul nudo calvario dei fenomeni sensibili,
senza uno spirito che li animi e li illumini»
«Tutti i miei lavori pedagogici, a qualunque punto della umana
educazione si riferiscano, sono informati da una idea unica e suprema, il
concetto della personalità umana: da esso si vanno logicamente esplicando, in
esso si ritrovano il loro principio di armonia, in esso si compongono ad una
comprensiva e potente unità» G. A., Opuscoli pedagogici, Torino, Tipografia del
Collegio degli Artigianelli, Cannella, che peraltro afferma come il pedagogista
piemontese non sia stato «in Italia conosciuto ed apprezzato abbastanza» scrive
sul principio di personalità: «Lasciando da parte le sue critiche storiche,
acute, precise, e bene spesso pregevolissime, io credo, per esempio, che la sua
idea fondamentale pedagogica dell’educazione della personalità meriti molta
considerazione e racchiuda in sé il nucleo vero, intorno a cui si deve aggirare
una dottrina pedagogica. E così si può dire di molte sue opinioni sui problemi
pratici, dove tanta confusione regna oggi, e dove l’A. ha già disegnato
soluzioni assai giuste» G. Cannella, Opuscoli pedagogici inediti ed editi di
Giuseppe A., in «Rivista di Filosofia Neoscolastica», Calò, Dottrine e Opere, 261-262. 110 G. A.,
La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, Torino, Tipografia Subalpina] incorporata»111.
L’uomo è definito «sintesi vivente di un’anima razionale e di un corpo
organico, insieme composti ad unità di essere; o meglio ancora è una mente
informante un organismo corporeo, prendendo qui il vocabolo mente come sinonimo
di spirito, ossia di anima razionale»112. Questo primo antropologico scaturisce
dalla sua profonda origine: «Lo spirito umano, ossia la mente sostanziale è
persona per essenza, il corpo umano con essa congiunto in unità di essere è
personale per derivazione e partecipazione, ossia è della nostra personalità
complemento estrinseco, non già principio intrinseco»113. Si tratta di una
prospettiva che ha implicazioni teologiche. Trattando di questo principio
Mazzantini ha osservato: «non è, dico, d’importanza suprema solo in quanto
rivela l’uomo a se stesso, ma in quanto altresì offre un principio supremo
interpretativo della realtà universale, compresa la stessa realtà divina»114.
Su questo versante, è stato osservato come il principio della personalità sia
imprescindibile dal teismo di A. Per il vercellese, infatti, il concetto di
persona trova la sua ragion d’essere e il suo compimento nella relazione con la
Persona infinita116. In una radicale e metafisica indagine antropologica, A.
individuava la questione nodale della scienza pedagogica: «Ora l’idea fra tutte
la più comprensiva, la più feconda, la generatrice di tutto il sapere
speculativo, è, se io ben veggo, l’idea della personalità. Il moto riformatore
della scienza debbe esordire da lei»117. Il destino della pedagogia era legato
al rispetto di questo principio, che invece considerava minacciato dalle teorie
coeve. Nel saggio già citato Sulla personalità umana, elenca una serie di
orientamenti che [A., Appunti di Antropologia e Piscologia, 3. 113 G. A.,
L’uomo e il cosmo, cMazzantini, Due filosofi spiritualisti piemontesi Ha
scritto in merito Suraci: «Il principio “personalistico” serve all'A. per
affermare senz'altro in sede pedagogica, che, “la personalità finita dell'educatore
e quella dell'educando si reggono sulla personalità infinita di Dio, trovano in
questa la loro ragione sulla personalità infinita di Dio, trovano in questa la
loro ragione di essere la loro causa efficiente”. Ebbene, bisogna porsi da
questo punto di vista ontologico ed essenzialmente religioso per intendere a
pieno il valore e il vero significato della pedagogia dell'A., nella quale
convergono con ricchezza di argomenti e di ampia e, spesso, di esauriente
trattazione scientifica, tutti i temi relativi all'essenza e allo svolgimento
della natura umana e della educazione dell'uomo. La religiosità, la credenza di
Dio e nella immortalità dell'anima, rimane, per il nostro autore, il punto di
partenza e di arrivo dell'azione educativa, il cardine essenziale in cui si
radica e gira la pedagogia; è luce inoffuscabile che deve rischiare l'idea e il
fatto dell'educazione: “l'uomo si muove in Dio, principio della sua vita, fine
supremo della sua esistenza”» V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, La
coscienza personale è il primo, fondamentale pronunciato da cui esordisce la
scienza. La persona umana sovrasta per eccellenza e nobiltà di natura su tutto
il corporeo universo; ma finito qual è sottostà alla personalità infinita
divina. Non bisogna mai perdere di vista questa dualità di essere personali,
che si richiamano e si corrispondono; poiché, tolta la prima, l’uomo rimane
oltraggiato nella sua dignità personale e diventa una cosa; tolta la seconda,
si apre il varco al più ignobile egoismo, alla libertà più sfrenata, alla più
selvaggia indipendenza. L’uomo riconosce l’esistenza di un essere personale
infinito, dacchè egli stesso è una persona finita, e con esso si congiunge con
un vincolo d’intelligenza e di amore. Questo vincolo costituisce la religione,
la quale forma l’oggetto della disciplina religiosa» A., Il ritorno al
principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino. A.,
Sulla personalità umana, Torino, Fina, reputava nocivi a tale principio118.
Divide queste teorie in due gruppi. Nel primo inserisce i sistemi che
disconoscono la persona nella vita speculativa: il panteismo, il calvinismo, il
fatalismo, il materialismo e l’ipermisticismo. Si tratta di teorie accomunate
dalla svalutazione dell’apporto dell’individualità nella storia e nella vita.
Nel secondo raggruppa gli orientamenti che menomano il ruolo della persona
nella vita pratica: il socialismo, la statolatria, il dispotismo del costume.
Si tratta di teorie che riducono la persona ad un «mezzo» per il raggiungimento
del progresso della società. Nell’ultimo sistema citato, il dispotismo del
costume, A. si schiera contro certa sociologia «per cui ciascuno vien tratto a
conformare il proprio vivere e pensare, al vivere ed al pensare altrui come a
norma suprema»119. Oltre alle teorie citate, il pedagogista vercellese
denunciava il rischio di ingigantire il ruolo di un aspetto della persona a
discapito della sua totalità. Il professore vercellese riconosce questa
tendenza in due grandi sistemi che allora si contendevano il campo della filosofia:
il positivismo e l’idealismo. Secondo A. la mente non è quella degli idealisti,
staccata dal corpo e superiore ad esso, ma non è neanche quello dei positivisti
e di certi psicologi sperimentali che riducevano il pensiero ad un’espressione
materiale. Anche se non si confonde con essa, la vita della mente e dello
spirito è intimante connessa con quella carnale120. La loro relazione non deve
condurre all’assimilazione di una delle due nature che compongono l’uomo 121.
Entrambi i livelli sono distinti in una stretta «collaborazione»: «l’essere
umano possedendo un corpo organato alla vita materiale non può essere spiegato
tutto quanto senza la materia, ma neanco può essere spiegato colla sola
materia, dacchè il suo organismo è informato di una sostanza spirituale»122.
Sebbene il rapporto tra materia e spirito nell’uomo rimanga un «mistero»123,
non è ammissibile assimilare su questo presupposto la persona al resto della
natura determinata. Nella vita dell’uomo, infatti, emergono proprietà
irriducibili alle dinamiche delle entità. L’uomo è siffattamente costituito,
che non vi ha parte del suo essere, la quale non viva congiunta coll’universo
corporeo esteriore. Sentire, pensare, volere, sono i tre supremi attributi
costitutivi dell’umano soggetto; e tutti e tre si svolgono in intima ed operosa
corrispondenza colla natura, fuor della quale rimarrebbero atrofizzati» A.,
L’uomo e la natura, Torino, Carlo Clausen, La natura e lo spirito sono uniti
«ma sarebbe gravissimo errore il credere, che siffatta unione si converta in
una identità, negando così ogni sostanziale distinzione fra l’uno e l’altra, e
confondendoli in una comune essenza. La distinzione esiste e non distrugge
l’unione. Poiché nel mondo esteriore le sostanze sono corporee, e quindi i
fenomeni e le forze sono fisici; nel mondo interiore la sostanza è l’anima, i
fenomeni sono psichici, le forze sono facoltà o potenze. Ma il punto più
spiccato, che distingue questi due mondi, malgrado la loro cospicua armonia,
sta in ciò, che l’anima ha la coscienza de’suoi fenomeni, il dominio delle sue
potenze; e questa coscienza di sé, questo dominio di sé manca alla natura» A.,
La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, A., Studi psicofisiologici] fisiche. Come osserva
A.: «il punto più spiccato che distingue questi due mondi malgrado la loro
cospicua armonia, sta in ciò, che l’anima ha la coscienza de’ suoi fenomeni, il
dominio delle sue potenze»124. Negando la natura spirituale dell’uomo, la
realtà effettiva della persona sfugge alla comprensione: «È un dogma del senso
comune ed un pronunciato della sapienza filosofica tradizionale, che l’uomo non
è tutto quanto materia organata, come non è neppure uno spirito puro, bensì una
sintesi stupenda, un’armonia vivente di questi due distinti principii insieme
composti ad unità di persona: ponete che tutto il suo essere si risolva in un
composto di molecole organate a vita materiale, e voi non capirete più nulla
dei solenni problemi, che agitano la coscienza dell’umanità, più nulla delle
sublimi aspirazioni, che fervono indomabili nei penetrati dello spirito
umano»125. Per il vercellese, è lo spirito che dà dignità all’uomo,
sollevandolo dal resto della natura. La persona esprime il grado sommo
dell’essere e lega l’individuo all’eterno. La coscienza dell’esistere colloca
la persona in una dimensione irraggiungibile per qualsiasi altro essere della
natura. L’esigenza di sottolineare il primato spirituale lo portò il docente
piemontese a criticare in una serie di lavori la definizione aristotelica
dell’uomo come animale politico126, che reputava ambigua. Data la confusione
antropologica coeva, A. non reputava conveniente indicare primariamente
nell’uomo la natura animale. Si rischiava di avallare le tesi dei materialisti
positivisti e di un certo evoluzionismo, che volevano ridotto l’uomo ad un
«bruto», per usare le parole di A.128. Il pedagogista avvertiva il rischio di
ridurre lo studio della persona, al solo aspetto materiale: «Per conseguente
l’antropologia, anziché scienza distinta e superiore, apparirà niente più che
una parte della zoologia, parte la più sublime, se vuolsi, ma pur sempre una
parte» A., L’uomo e il cosmo. Osserva: «La tristissima definizione, l’uomo è
animal ragionevole, non solo capovolge l’ordine naturale, che regna tra questi
due elementi, ma soppianta ben anco la stessa personalità umana, la quale ha la
sua propria sede e radice nella mente imperante sull’organismo corporeo e
fornita di una perenne sussistenza, mentre essa pone l’animalità siccome
soggetto, di cui la ragionevolezza apparisce un mero e semplice predicato,
tantochè venendo meno la prima, cessa issofatto la seconda, né questa può
spiegare altra virtù, che non sia compresa nella cerchia di quella»127. In
seguito ribadisce che accoppiare «all’animalità la ragionevolezza come ad un
soggetto un attributo suo è un disconoscere il primato dello spirito sulla
materia e della mente sull’organismo corporeo nell’uomo, ed un aggiudicarlo
alla materia sullo spirito, al corporeo organismo sul principio pensante» A/, Della vecchia e della nuova antropologia
di fronte alla società, Genova, Tipografia del R. Istituto dei sordo – muti,
1874, p. 7. 128 «Mentre il bruto opera per impulso irresistibile di cieco
istinto, l’uomo opera consapevole di sé e del fine a cui mira, ed è arbitro
delle sue azioni. Questa potenza, per cui l’umano soggetto si determina da sé
ad operare per un fine conosciuto, è la volontà» A., La scuola educativa,
principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e
femminili, 46. 129 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di
fronte alla società, Per riscoprire l’autentica alterità umana, era invece
compito dell’antropologia evidenziare nello sviluppo della persona quegli
aspetti irriducibili al divenire determinato. A. richiama all’osservazione
dell’uomo, delle sue facoltà, e della sua azione. Egli afferma che in ogni uomo
inizia, prima o dopo, la «vita spirituale» che consiste nella coscienza del sé
e del mondo: «Io sono: con questo pronunciamento un essere personale si desta
alla vita, annunzia la propria esistenza, afferma se stesso, rivela sé a se
medesimo, e specificamente si differenzia dagli esseri impersonali che
esistono, pur non sapendo di esistere. Questa coscienza di sé può essere più o meno
viva, più o meno ampia e potente, ma è pur sempre necessaria all’io, poiché una
incoscienza assoluta ripugna alla natura di un essere intelligente, qual è la
persona»130. Nella visione di A., l’affiorare dell’Io, diviene così la prova
della natura spirituale della persona: «Il vocabolo io chiude esso solo in sé
la più decisiva confutazione del materialismo, essendochè il ripiegarsi che fa
l’io sopra di sé ed il riconoscersi siccome sostanzialmente identico nella
dualità del soggetto riflettente e dell’oggetto riflettuto è dote propria dello
spirito ed affatto ripugnante all’essenza medesima della materia, che è di sua
natura impenetrabile, cioè tale da non poter compenetrare interiormente sé
stessa e tutta riconcentratasi siccome in semplicissimo punto: chè in tal caso
cesserebbe di essere materia»131. L’emergere della individualità personale
all’interno del mondo, indica anche lo sviluppo della coscienza alla scoperta
della propria esistenza132. L’Io emerge primariamente in due connotati propri,
vale a dire l’intelligenza e l’attività volontaria133. In questo senso
definisce la persona come «sostanza dotata di intelligenza, mercé cui ha
coscienza di sé affermandosi quale unità vivente di vita sua propria distinta
dalla realtà esteriore e pur con questa unità, e di attività volontaria, per
cui possiede sé stessa e dispiega liberamente la virtualità sua in ordine al
fine universale segnato dalla personalità infinita di Dio»134. Questi due
attributi sono l’espressione della coscienza, in A., Il ritorno al principio
della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino A., Sulla
personalità umana, 17. 132 «La coscienza personale è l’io, che rivela sé a se
medesimo. Ora quali sono le rivelazioni della coscienza interiore? L’io sente
di essere uno od identico con se medesimo, di possedere un’esistenza effettiva
e reale, si riconosce e si afferma una sostanza sussistente, attiva, semovente,
operosa, che svolge la sua intima virtù in una molteplicità di pensieri, di
affetti, di voleri, ed in sé li raccoglie ad unità» A., Il ritorno al principio
della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino i«Lo studio della
personalità umana è lo studio dela mente contemplata primariamente in sé
medesima, poi nelle attinenze su coll’organismo corporeo. La mente, sede della
personalità, emerge da due supremi costitutivi, che sono l’intelligenza
conoscitiva e l’attività volontaria» G. A., Sulla personalità umana, 16.
134 55. 47 cui l’uomo trova la sua indipendenza, alterità e potenza
rispetto al resto della natura135. Con altre parole, A. osserva: «Dovunque c’è
la persona, cioè un soggetto dotato di intelligenza ed attività volontaria, là
vi è lo spirito. La persona è una energia, un’attività, una forza, non cieca,
ma intelligente e conscia di sé, non fatale e necessitata, ma libera e signora
di sé, lo domina e lo trasforma informandolo giusta il suo ideale: ma la
materia non conosce né se stessa, né lo spirito, non domina sé medesima, ma è
irrepugnabilmente dominata dalle forze, che la investono»136. Nell’uomo, infatti,
la volontà è radicata nell’intelligenza137. Solo una prospettiva simile, per A.,
è capace di comprendere la vita della persona, e salvare la sua unità138.
Commentando una parte del celebre libro di Smiles, Self – help, tradotto in
Italia con il titolo Chi si aiuta Dio l’aiuta, A. scrive che ognuno: «sente di
essere un’attività consapevole di sé ed arbitra del proprio operare, una forza
morale, che si muove all’atto non per esteriore costringimento, ma per
intrinseco impulso intelligente e libero. “Se ciò non fosse (scrive lo Smiles
nel capitolo VIII della sua opera Chi si aiuta Dio l’aiuta), dove sarebbe la
responsabilità? A che gioverebbe lo insegnare, l’ammonire, il consigliare, il
correggere? A che servirebbero le leggi, ove non fosse la credenza universale,
come è un fatto universale, che gli uomini obbediscono o no ad esse, secondo
che deliberarono individualmente?”»139. 135 «La persona è un tutto individuo e
sostanziale, che afferma sé come distinto dalla realtà universa; un soggetto,
che possiede sé stesso mercè il pensiero e la volontà; una monade, che è
conscia sui et compos sui, è presente a sé ed è tutta in ciascuna delle
molteplici sue forme, determinazioni, momenti e stati, sicché il secreto de’
grandi caratteri dimora nel conservare la propria individualità personale in
mezzo alle forze contrarie padroneggiandole; una sostanza dispiegantesi per
intrinseca sua virtù da un centro o principio supremo di vita suo proprio e che
nello esplicamento del suo contenuto compenetra tutta sé stessa in una viva ed
attuosa unità di intendere e di volere» A., Lo spirito e la materia
nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo, Torino, Carlo Clausen, 1903, p.
15. 137 Secondo A. l’attività volontaria è «la fonte secreta, inesauribile, da
cui prorompe tutta la corrente della vita umana, ed a cui rifluisce con
perpetuo circolar movimento. Il voglio pronunciato dall’io attesta l’atto di
una coscienza personale ed annuncia il lavoro. S’intende da sé che questa
forza, quest’attività interiore dell’io non è una volontà cieca, inconsapevole
di sé, bensì illuminata dall’intelligenza, essendochè chi dice coscienza, dice
conoscenza, e propriamente conoscenza di sé» A., Il ritorno al principio della
personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 8.
138 «La coscienza è la rivelazione dell’anima a sè stessa nella sua natura e
ne’ suoi fenomeni, nella sua sostanza e ne’ suoi modi, nella sua essenza e
nella sua attività, nel suo essere e nelle sue manifestazioni. Così il concetto
della personalità umana, vale a dire di un soggetto sostanziale fornito di
intelligenza e di libera volontà, è il solo, che concilii la molteplicità dei
fenomeni coll’unità del loro comune soggetto, sicché questi due termini nello
sviluppo della vita umana si mantengano indisgiungibili, e si rischiarano l’un
l’altro» G. A., Studi psicofisiologici, 74. 139 G. A., La scuola educativa,
principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e
femminili, 47. 48 L’esistenza nella persona di una unità tra mente
e corpo, rappresenta una premessa incontrovertibile su cui dipanare il discorso
antropologico e pedagogico140. Negare questa dualità nell’uomo, significherebbe
disconoscere un dato di realtà. Stando al pedagogista, la stessa idea di
scienza appare contenere implicitamente l’affermazione dell’esistenza della
coscienza141. A. dedicò ampio spazio al rapporto tra la dimensione spirituale e
quella corporale. Com’è già stato osservato, l’uomo è sintesi tra persona e
corpo, due nature che si mantengono in una relazione di armonia nell’uomo. In
questo senso egli definisce l’uomo come «persona organata»142 o «persona
incorporata». Questa relazione, pone il problema di come i due livelli siano
coordinati tra loro. Come premessa a questo problema, A. scrive che «nell’uomo
non vi sono due esseri, ma uno solo; quindi in lui le potenze mentali
dell’anima e le funzioni animali del corpo si svolgono complicate insieme,
sicché non si può tracciare una linea di separazione tra i fenomeni psichici ed
i fisiologici»143. Contro i positivismi chiarisce in più di un’occasione che la
vita della mente va distinta da quella materiale. Osserva: «L’anima non trae la
sua origine dagli organi del corpo, ma (dicevano i pitagorici) vien dal di
fuori nel corpo è un’emanazione dell’etere, simbolo dell’anima universale,
ossia di Dio animatore supremo»144. Nel testo Studi psicofisiologici, si occupa
in specie della relazione tra la natura spirituale e quella fisiologica,
citando diverse opere di studiosi tra cui Marat, Lèlut, Lotze, Cerisem, Cabanis,
Broussais ed Herzen. Polemico contro il monismo scientista, propone una teoria
chiamata duodinamismo, che spiega in questo modo: «Mentre il monodinamismo
concentra la vita umana tutta quanta in una sostanza, cioè o nel solo spirito o
nella sola materia componente l’organismo corporeo, il duodinamismo riconosce
nell’uomo due centri di vita sostanzialmente distinti, cioè l’anima razionale e
la forza vitale, e da quella fa rampollare i fenomeni mentali, da questa i
fenomeni fisiologici ed animali»145. La teoria si 140 Per A. l’uomo è «La
persona, sostanza individua, sussistente in sé, volontariamente attiva; l’unità
è l’identità dell’io nella molteplicità e varietà dei suoi modi e dei suoi
fenomeni; la vita intima ed individuale intrecciata colla vita esterna e
comune; la vita mentale svolgentesi insieme colla vita organica. Ecco le
rivelazioni della coscienza personale, rivelazioni, che costituiscono le prime,
spontanee intuizioni dello spirito umano, salde, inconcusse, irrepugnabili. Ora
da ciascuna di queste rivelazioni la ragione vede spuntare una serie ordinata
di problemi, che ammaniscano la materia, su cui la scienza ordisce le sue trame
e compie il suo lavoro speculativo» A., Il ritorno al principio della
personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 10.
141 «Così coscienza e scienza sono i due poli, fra cui si muove il mondo della
speculazione: la coscienza ci rivela la personalità dell’essere, ed alla luce
di questo principio la ragione costruisce la scienza» 10. 142 G. A., Della
vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, 14. 143 G. A., Studi
psicofisiologici, 26. 144 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, Cuneo,
Tipografia Subalpina di Pietro Oggero e C., A., Studi psicofisiologici,
69. 49 rifà ad autori come Barthez, Montpellier, Lordat. Essa
«concilia insieme la molteplicità della natura umana coll’unità dell’Io
individuale. Infatti l’anima razionale non essendo uno spirito puro, ma
congiunto colla materia, è essa che informa ed avvia il corpo, è il suo
principio ed animatore: così il principio corporeo produce i fenomeni della
vita fisica ed animale, ma in grazia della forza vitale ricevuta dall’anima, la
quale in tal modo produce direttamente e per se stessa i fenomeni della vita
mentale, ed indirettamente, ossia per mezzo del corpo i fenomeni della vita
corporea»146. Al naturalismo e al positivismo contestò, come già accennato, la
riduzione dell’antropologia a un «capitolo della fisiologia, ad un ramo della
zoologia»147. A. chiarisce è che non è contrario alla fisiologia, ma al
«fisiologismo». Negli Studi pedagogici cita il caso dei fisiologi come
Salvatore Tommasi, che sostengono come la disciplina non porti necessariamente
al materialismo148. Inoltre osserva come anche alcuni positivisti abbiano
ammesso una serie di difficoltà nello spiegare la vita mentale con la sola
fisiologia. Per suffragare la sua tesi rinvia al saggio Herzen, Il cervello e
l’attività celebrale, nel quale lo studioso riconosce quanto sia ancora lontana
la possibilità di chiarire aspetti fondamentali del funzionamento della mente
umana. A. trae queste conclusioni: «Così i più grandi rappresentanti del
positivismo contemporaneo riconoscono l’ignoto, che giace in fondo al problema
dell’unione tra la vita fisica e la vita mentale dell’uomo. Certamente la
fisiologia moderna co’suoi luminosi ed incontestabili progressi ha sparso molta
luce su questo problema, ma non ha svelato il mistero che lo avvolge»149. A. si
poneva come obiettivo di salvare insieme le esigenze spirituali e i dati
fisiologici. Osserva: «Il principio antropologico da me propugnato è antico
quanto l’uomo, il quale intuisce per natura la personalità del suo essere, ma è
pur fecondo di novità e di progressivo sviluppamento, perché ammette insieme
armonizzati i due supremi fattori della scienza, voglio dire l’esperienza, che
apprende la fenomenalità delle cose, e la ragione, che coglie il loro essere
sostanziale»150. Nel principio della personalità si palesa lo spiritualismo di
A., che viene spiegato così dalla Quarello: «Realismo spiritualistico e
spiritualismo teistico: tale è la filosofia d’A.. È realismo in quanto il
pensiero è l’ “attività” di un essere reale (io = persona); è spiritualismo in
quanto la persona è essere uno, sostanziale cosciente di sé (“lo 146 72 147 G. A.,
L’uomo e la natura, A., Studi pedagogici, A., Studi psicofisiologici, A., Il
ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di
Torino il 18 novembre 1903, 14. 50 spiritualismo, egli scrive,
proclama la personalità umana”); è teismo in quanto Dio è pensato come persona
(“il teismo proclama la personalità infinita di Dio”)»151. Lo spiritualismo
dell’A. trae alimento dal principio della personalità. Se da una parte,
infatti, si afferma una dimensione irriducibile alle dinamiche nell’uomo, e
dall’altra l’attestazione di questa «natura» dell’uomo conferma il suo
spiritualismo. «Preso nel suo ampio senso – osserva il pedagogista vercellese -
lo spiritualismo risiede nell’ammettere l’esistenza di sostanze immateriali,
che cioè non cadono sotto i sensi e non hanno le proprietà della materia, quali
sono la figura, la grandezza, l’estensione, la divisibilità, il movimento
locale, bensì sono fornite di intelligenza e di libera volontà»152. In questa
duplice difesa dello spirito e della realtà materiale, sembra di poter
affiancare A. al personalismo nato in Francia diversi decenni dopo, a cui lo
accomunò la volontà di «evitare che la persona umana fosse schiacciata dal
materialismo positivistico o assorbita nel vortice del monismo idealistico»153.
I. 4. Antropologia e pedagogia Secondo A., la pedagogia deve fare i conti con
la realtà educativa e le sue dinamiche154. La riflessione teorica e la vita
formativa rappresentano due poli indispensabili l’uno all’altro155. A.
prospetta, in questo senso, un metodo di ricerca pedagogico sia empirico che
razionale. Egli lo definisce «dialettico» in quanto «contempera insieme
l’esperienza e la ragione, i fatti e i principi»156. La storia della pedagogia
documenta come qualsiasi riflessione sistematica sull’educazione, abbia sempre
fondato le sue posizioni su una concezione dell’uomo e del suo ideale. Anche
per A., l’antropologia come «scienza dell’essere umano»157 si 151 V. Quarello,
A., Studio critico, A., Appunti di Antropologia e Psicologia, 8. 153 Pedagogie
personalistiche e/o della Pedagogie della persona, Brescia, La Scuola, 1994, p.
15. 154 «Siccome l’educazione è ad un tempo un’idea ed un fatto, così la
Pedagogia, che ne rampolla, assume il duplice carattere di scienza e di arte.
Essa è scienza perché l’esplicazione razionale di quell’idea; è arte, perché ideale
tipico di quel fatto. Come scienza è un sistema di cognizioni, una teoria
speculativa intorno l’educazione umana, epperò potrebbe appellarsi pedagogia
pratica» A., Studi pedagogici, cit., 1889, p. 25. 155 «Così la scienza
pedagogica è la teoria dell’educazione, l’arte pedagogica è la pratica
dell’educazione; scienza ed arte, teoria e pratica bisognevoli l’una
dell’altra. Poiché la mera pratica dell’educazione, non illuminata dalla
scienza pedagogica, non è vera arte, bensì cieco empirismo; la scienza
pedagogica alla sua volta, non tradotta in pratica, né fecondata dal magistero
dell’arte, rimane una vana e sterile teoria» A., Concetto generale della storia
della pedagogia, Pavia, Bizzoni, A., Studi pedagogici, A., L’uomo e il cosmo,
1. 51 prospetta come uno studio di fondamentale importanza tanto
per la teoria quanto per la pratica educativa158. A.colloca l’antropologia al
centro dell’organigramma di tutte le scienze. Egli individua il suo obiettivo
nella conoscenza dell’essenza unitaria della persona. A. non pensa
all’antropologia come ad una etnografia, ma come «scienza generale sull’uomo»
connotata da un orizzonte metafisico. Dallo studio generale sull’uomo,
discendono due gruppi di discipline, quelle che lo studiano nella sua accezione
individuale, e quante ne approfondiscono l’aspetto sociale160. Le scienze che
studiano l’uomo sotto l’aspetto individuale si dividono a loro volta in altri
due gruppi. Del primo fanno parte tutte le discipline che si occupano della
mente: logica, estetica, etica, eudemonologia, filologia, pedagogia. Al secondo
gruppo afferiscono le scienze che riguardano l’organismo corporeo: fisiologia,
anatomia umana, patologia, terapeutica, igiene, ginnastica. Le scienze che
riguardano l’uomo sociale sono secondo A. la politica, la giuridica, l’economia
pubblica colle scienze industriali e commerciali, la storia, l’etnografia, la
filosofia della storia. Tutte queste discipline sono legate all’antropologia,
che permea e fonda qualsiasi aspetto dello scibile umano. Secondo A., la prospettiva
sulla natura e il senso della persona, permea le possibili soluzioni avanzate
riguardo la vita della società, le sue leggi, le sue prospettive, il suo
sviluppo. Osserva: «Ogni problema sociale, vuoi politico, vuoi artistico, vuoi
religioso, cova in sé un problema antropologico»161. Questa relazione è ancora
più evidente per quanto concerne la scienza pedagogica, con la quale
l’antropologia ha un «vincolo indissolubile»162. Lo studioso piemontese,
infatti, pur riconoscendo un proprium alla pedagogia nell’affrontare dei
problemi fondativi e generali sull’educazione, considerava necessario il
contributo delle altre scienze, indispensabili per completare e integrare la
ricerca pedagogica163. Tra queste primeggia l’antropologia filosofica poiché
necessaria per chiarire 158 «L’educazione dell’uomo presuppone la conoscenza
dell’uomo stesso, epperò la pedagogia o scienza dell’educare e la didattica o
scienza dell’istruire, hanno il loro fondamento nell’antropologia, o scienza
che studia l’essere umano» A., La scuola educativa, principi di antropologia e
didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 3. 159 A. sostiene
che l’antropologia studia «l’uomo nella sua intima e generalissima essenza,
ossia nell’integrità e pienezza complessiva del suo essere» A., Studi
psicofisiologici, Cfr. A., Appunti di Antropologia e Psicologia, A., Della
vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, 4. 162 G. A., Studi
pedagogici, 39. 163 Nel seguente brano elenca le discipline ausiliarie alla
pedagogia, che sono: «1° L’antropologia generale, che studia l’uomo nella
dualità di anima e di corpo e nella unità della sua persona; 2° la psicologia,
che studia l’anima umana nelle proprietà della sua natura e nella varietà delle
sue potenze; 3° la logica riguardata siccome la teorica della verità e della
scienza; 4° l’etica, che studia il Buono, norma ed oggetto della libertà morale
umana; 5° la cosmologia, che è una spiegazione scientifica del mondo; 6° la
metafisica, 52 la natura e il fine dell’educando, e quindi
dell’educazione. Nonostante i diversi ambiti di ricerca «tra l’antropologia e
la pedagogia intercedono le due fondamentali attinenze della distinzione e
dell’unione»164. Se il principio della personalità è il fulcro dell’opera d’A.,
l’antropologia è il centro della pedagogia. Non a caso, quando il professore
vercellese sostituì Rayneri sulla cattedra di pedagogia all’Università di
Torino, cambiò il nome dell’insegnamento da «Metodica» in «Antropologia e
Pedagogia». Il carattere di ciascun sistema pedagogico dipende dalla
prospettiva antropologica: «le diverse e contrarie teorie pedagogiche
professate dai cultori di questa disciplina traggono appunto la loro ragione e
origine dai diversi e contrari concetti antropologici, da cui essi hanno preso
le mosse, e su cui hanno costrutto il sistema»165. Per capire e pensare
l’educazione occorre una chiara idea su cosa sia l’uomo, se ci sia e quale
debba essere il suo compito nel mondo: «Ogni dottrina pedagogica ritrae dai
principi antropologici su cui si regge, la virtù peculiare, che la informa, e
lo stampo singolare, che la individua»166. Non si possono slegare questi due
aspetti nella riflessione: «L’uomo e la sua educazione sono due termini insieme
compenetrati, come un principio e la conseguenza sua, e che li disgiunge, è
mente piccina che né l’uno, né l’altra intende. L’uomo spiega se stesso
nell’educazione e l’educazione riflette se stessa nell’uomo; e sempre il
concetto antropologico ed il concetto pedagogico serbano l’uno coll’altro
rispondenza esatta o veri o fallaci che siano entrambi»167. La correlazione è
necessaria. In un altro brano chiarisce gli scopi delle due discipline: «La
distinzione delle singole scienze origina dalla distinzione dei loro oggetti:
l’una non è l’altra, perché versa sopra un oggetto suo proprio, che non è
quello dell’altra. Per conseguente la scienza antropologica dalla pedagogica si
differenzia essendochè quella ha per oggetto suo l’essere umano, questa
l’educazione umana, l’una studia l’uomo nell’integrità e compitezza dell’esser
suo, l’altra sotto il peculiare riguardo della sua educabilità; la prima si
propone di rispondere alla domanda: Che cosa è l’uomo; la seconda ha per
ufficio di soddisfare all’inchiesta: Che l’educazione e come l’uomo va educato.
Ecco il rapporto di distinzione, ma da questo stesso già si rileva il vincolo
unitivo, che stringe l’una all’altra le due discipline, essendochè l’uomo e la
educazione sua sono due termini inseparabili. La pedagogia ha coll’antropologia
un vincolo così intimo e necessario, che trova in questa il fondamento e che
studia l’Essere primitivo in sé e ne’ suoi rapporti col mondo e coll’uomo» A.,
Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, Torino,Tipografia Subalpina di
Stefano Marino, A., Attinenze tra l’antropologia e la pedagogia, «Rivista
Pedagogica Italiana», Asti; A., Delle idee pedagogiche presso i greci, A.,
Opuscoli pedagogici, cit., 1909, p. 10. 53 la ragion sua ed in ogni
punto del suo processo si regge sui principii supremi della scienza antropologica»168.
Per fare pedagogia occorre dunque possedere una «conoscenza scientifica
dell’origine, della natura, del fine dell’uomo»169. Bisogna tenere conto del
fatto che nella temperie culturale in cui A. sosteneva queste posizioni, porre
l’antropologia filosofica a fondamento della pedagogia, non era un’ovvietà,
soprattutto quando essa era collocata entro un contesto metafisico. Porre il
baricentro del discorso pedagogico sulla questione antropologica, era
considerato da A. come la risposta emergente ad una problematica educativa
reale. Si trattava di un problema radicale che faceva da discriminante tra le
varie teorie. Le risposte alla questione circa la natura dell’uomo, non erano
infatti da considerare secondarie per la qualità della relazione pedagogica:
«Educare è sviluppare le virtù insite dell’uomo fanciullo. Ma che cosa e quale
è mai l’uomo che si vuol educare? Forse l’uomo di Molescott, un mero giuoco di
elementi chimici colla predominanza del fosforo pensiero, e niente più? O
l’uomo-scimmia de’ moderni naturalisti? O l’uomo de’ panteisti tedeschi fatto
una cosa sola con Dio? O l’uomo de’ razionalisti trasformato in libero
pensiero? O l’uomo de’ mistici che lo spiritualeggiano per intero, mentre i
materialisti lo abbruttiscono?»170. Per A., si trattava di domande impellenti.
La pedagogia esigeva nuova chiarezza sull’idea di persona: «Oggi più che mai
essa reclama un supremo principio vitale, che risponda al suo altissimo
compito, ricomponga ad unità di organismo potente la sua squilibrata compagine
e le additi l’ideale suo, verso cui cammina franca e sicura»171. Secondo il
pedagogista, la domanda circa la natura dell’uomo non poteva essere affrontata
con gli strumenti epistemologici delle scienze esatte, incapaci di cogliere
l’essenza della persona. Tale compito spetta alla filosofia, che diviene la
prima interlocutrice della pedagogia. In più di una occasione chiarì che la sua
era una «pedagogia filosofica»172 poiché si «fonda sopra un principio
essenzialmente vero ed inconcusso, quale è quello della natura umana riposta
nella personalità dell’io, e nel suo procedimento adopera non la sola
esperienza disgiunta dalla ragione, né la sola ragione astratta, che disdegna
la realtà dei fatti, bensì entrambe queste due potenze conoscitive, e l’una in
armonia coll’altra» A., Attinenze tra l’antropologia e la pedagogia, A., La
pedagogia italiana antica e contemporanea, A., Il ritorno al principio della
personalità, Prolusione letta all’Università di Torino, A., La nuova scuola
pedagogica ed i suoi pronunciamenti, Torino, Carlo Clausen. Stando a Calò, uno
dei punti centrali nell’opera dell’A. è questo: «Non trascurare le esigenze
dell’esperienza né quelle della ragione; ecco, secondo l’A., il primo canone
del metodo filosofico»174. Ciò è confermato anche dall’esigenza di rompere le
catene del misurabile, e allargare la pedagogia alla profondità e al mistero
della persona. Solo «La pedagogia filosofica riconosce nell’alunno un’anima
razionale non già separata dal corpo, ma con esso vitalmente congiunta in unità
di persona, sebbene da esso distinta, un’anima, che sviluppa di continuo le sue
energie in una successione di fenomeni, che formano la sua vita, epperò vuole
un’educazione, che si estenda a tutto quanto l’uomo nella dualità delle sue
sostanze e nell’unità della sua persona, alla vita temporanea e alla
futura»175. La natura delle domande che l’esigenza dell’educazione ci pone, non
si possono risolvere con il metodo scientifico176. A. non portò sostanziali
novità nella riflessione epistemologica, ma difese la prospettiva pedagogica
spiritualista, confutando i detrattori della metafisica in campo antropologico.
Secondo Serafini, nonostante «il modello disciplinare intorno al quale egli
lavora è ancora, in larga misura quello di una pedagogia come scienza pratica
(quantunque punti particolarmente sulla figura d’una disciplina complessa) che
si differenzia dal modello elaborato in ambito positivistico particolarmente
per gli effetti che su questo ha il suo personalismo»177. Un altro carattere
distintivo della pedagogia d’A. è l’idea della specificità nazionale della
pedagogia. Occorre secondo il pedagogista pensare in continuità con la storia
del proprio popolo e con le proprie attitudini. Su questo tema trovò una
consonanza con il saggio di Antonino Parato dal titolo «La scuola pedagogica
nazionale», non senza motivo diverse volte citato d’A.. I. 5. L’educazione 174
G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico d’A., 8. 175 G. A., La nuova
scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, Spiega A. «La pedagogia è la scienza
dell’educazione umana; e siccome l’uomo non può essere convenientemente educato
se prima non è conosciuto secondo verità, quindi è che la pedagogia dipende ed
attinge da tutte quelle scienze, che hanno per oggetto la conoscenza ragionata
dell’uomo riguardato in sé ed in rapporto colla realtà universale. Ciò posto,
che cosa è l’uomo, donde esso viene e dove va? Come si congiungono in lui ad
unità di vita il corpo e la mente? I suoi destini si compiono quaggiù o in una
vita ultramondana? Esiste la verità e la scienza, a cui aspira la sua
intelligenza? Esiste una legge morale, norma della sua libera volontà? Che
cos’è questo mondo esteriore, che lo circonda, ed in cui è posto a vivere? Qual
concetto dobbiamo formarci di quell’essere assoluto ed infinito, che è
l’oggetto della moralità e religiosità umana, origine prima e fine ultimo di
lui?» G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 245-246. 177
G. Serafini, L’idea di pedagogia nella cultura italiana dell’Ottocento, cIn più
di un’opera, il pedagogista vercellese denunciò una grave crisi educativa, che
egli imputava alla confusione imperante circa i caratteri di una formazione
adeguata178. Sulla base del principio della personalità, egli considerava
l’efficacia educativa legata alla previa soluzione data al senso della
perfettibilità dell’uomo179. Mancando, come già si è accennato, una concezione
adeguata sulla natura dalla persona, anche la pratica educativa ne veniva fuori
menomata. Tra i fondamenti pedagogici di A. si colloca questa massima: «Sul
sentimento e sul rispetto della dignità della persona si fonda l’arte
dell’educare»180. Al pari di un ampio stuolo di pedagogisti ed educatori, il
docente vercellese era convinto che non si dà autentico sviluppo della persona
senza un intervento formativo181. La natura esteriore, infatti, «non è per se
stessa educativa nel senso rigoroso della parola, bensì tale diventa
allorquando il fanciullo in sé accogliendola l’accompagna e la feconda colla
coscienza del suo sviluppo»182. Per tratteggiare i caratteri precipui
dell’educazione, A. si rifà alla lezione di Rayneri, che nella Pedagogica
enumerò cinque attributi imprescindibili: Unità rispetto al fine, Universalità
rispetto a tutte le facoltà umane che devono essere medesimamente sviluppate,
Armonia tra le potenze umane, Gradazione, Convenienza, cioè – oggi diremmo –
personalizzazione dell’intervento educativo183. Mentre il suo maestro
considerava la «convenienza» come la più importante di queste leggi, A.
sostiene il primato dell’armonia184, quale condizione necessaria per
un’educazione efficace185. 178 G. A., Studi pedagogici, 21-22. 179 «L’opera
educativa si modella sul concetto dell’uomo: quale noi lo conosciamo, tale lo
educhiamo, e per conseguente ogni dottrina pedagogica si informa e si esempla
sopra una dottrina antropologica.(...) L’educazione muove dalla natura
originaria dell’uomo, come da suo fondamento, lo segue nel corso progressivo
della sua vita governando lo sviluppo delle sue potenze, mira ad un ideale di
perfezione, a cui intende sollevarlo» G. A., G. G. Rousseau filosofo e
pedagogista, Tipografia Subalpina, Torino, 1910, pp. 81-82. 180 G. A., La
scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, G. A.,
Studi pedagogici, 67-68. 182 G. A., La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 68.
183 G. A., Studi pedagogici, 106. 184 109-112; 185 L’educazione deve essere
armonica rispetto a tutte le facoltà della persona «Che l’alunno debba essere
educato in armonico accordo colla natura fisica circostante, colla famiglia e
colla nazione, a cui appartiene, coll’organamento sociale, in cui vive, col
grado di civiltà e collo spirito proprio del tempo, è una verità già
riconosciuta e proclamata dalla pedagogia filosofica. Poiché l’alunno non è una
monade solitaria ed isolata, chiusa ad ogni comunicazione esteriore, bensì
abbisogna della convivenza di altri esseri, a fine di espandere la sua vitalità
interiore e compiere il suo esplicamento. Ma egli possiede una personalità sua,
che non può essere sacrificata al mondo fisico sociale; è fornito di una
libertà interiore, che gli conferisce il dominio di sé medesimo, sicché egli è
quale vuole essere, non quale lo fa la necessità insuperabile dell’ambiente;
non potrebbe vivere una vita comune nel consorzio con altri esseri se anzi
tutto non vivesse in se medesimo di una vita tutta sua propria; non potrebbe
mettersi in conformità di accordo coll’ambiente, se da prima non fosse in
concorde armonia con sé stesso; non potrebbe acconciarsi alle impressioni del
grande organismo 56 Sebbene guidata da un criterio unitario,
l’educazione può essere analizzata nella sua molteplicità. A. parla di
un’educazione fisica, intellettuale, estetica, morale, religiosa. Distingue tra
quella naturale, che segue lo sviluppo delle facoltà della persona, e quella
esterna, guidata da modelli valoriali, culturali e intellettuali dal discente.
Il perno dell’educazione della persona è la sua razionalità ed intelligenza. Riprendendo
la tripartizione rosminiana delle facoltà umane186, A. ricorda come
l’interiorità della persona sia il vero oggetto dell’educazione, mistero non
materiale187, ed eccedente i meccanismi fisiologici188. I fenomeni
dell’interiorità sono governati da leggi come quella di associazione,
simultaneità, successione, e si fondano sulla dinamica delle potenze umane,
tratto tipico della pedagogia rosminiana, che si dividono in corporee o fisiche
e in spirituali o mentali189. Compito dell’educazione è di sviluppare le
potenze umane, in cui l’intelligenza umana si esprime come desiderio
spirituale190. Se l’educazione è il mezzo attraverso cui l’uomo può essere se
stesso, questa va rivolta a chiunque. A. considerava necessario offrire a
qualsiasi persona l’educazione e l’istruzione, senza discriminazioni per le
condizioni economiche, sociali, o di genere. In questo senso contesta i
positivisti che negavano la possibilità e l’utilità di occuparsi dell’educazione
e dell’istruzione dei diversamente abili. Negli Opuscoli Pedagogici191 sostiene
la necessità di educare i sordomuti, i nevrastenici, i balbuzienti, i ciechi,
ed esorta ad approfondire gli studi sui mezzi con i quali sia meglio educarli,
richiamando a prendere esempio da altre nazioni europee come la Francia. Nel
saggio su Rousseau, contesta l’idea difesa nell’Emilio, secondo cui i della
natura, se anzi tutto non sentisse il vitale influsso dell’organismo corporeo
suo proprio; infine egli aspira ad un ideale della vita futura, il quale non
può trovar luogo nella cerchia dell’ambiente della natura tutto circoscritto ad
un punto del tempo e dello spazio» G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi
pronunciamenti, 19-20. 186 «Sentire, intendere e volere, in questa triplice
classe di fenomeni psicologici si raccoglie tutto lo sviluppo del nostro essere
spirituale» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad
uso delle scuole normali maschili e femminili, 6. 187 «I fenomeni interni o
psicologici non si veggono cogli occhi del corpo, non si toccano, non si odono,
non si odorano: un pensiero, un affetto, un volere non hanno forma o figura,
non divisione o dimensione, non grandezza o misura: essi soltanto alla
coscienza si mostrano e sono oggetti di osservazione interiore» 7. 188 «I
fenomeni interni sono di loro natura superiori all’organismo; i sentimenti, i
pensieri, i propositi deliberati sono manifestazioni esclusivamente proprie
dello spirito, al cui compiuto sviluppo i fenomeni dell’organismo corporeo
intervengono bensì, ma come condizione soltanto, non some causa» 7-8. 189 «Ciò
posto, siccome i fenomeni interni ci vennero superiormente distribuiti in tre
classi supreme, affettivi cioè, intellettivi e volitivi, così siamo condotti ad
ammettere tre supreme potenze umane corrispondenti, la sensitività,
l’intelligenza e la volontà, intendendole con tale larghezza, che la
sensitività comprende tanto la sensazione animale, quanto il sentimento
spirituale, l’intelligenza abbracci tanto la percezione o fantasia sensitiva
quanto la ragione, e similmente la facoltà spirituale della volontà si mostri
preceduta dagli appetiti inferiori e con essi collegata» 12. 190 «Come
l’istinto animale provvede alle esigenze della nostra vita fisica, così
l’istinto spirituale fornisce alla vita mentale i beni, che le sono proprii.
Ora lo spirito vive del Vero, del Bello, del Buono, e vi si sente portato da
naturale istinto, il quale viene così a distinguersi in intellettivo, estetico
e morale» 29. 191 G. A., Opuscoli pedagogici, 94-97. 57
diversamente abili, A. parla di «storpi», non abbiano diritto all’istruzione e
all’educazione192, ribadendo la convinzione che l’educazione sia un diritto per
tutti. Tutti gli uomini sono persone, qualunque sia la loro condizione, e
ognuno merita di essere educato e istruito, anche se ciò deve essere fatto
secondo le inclinazioni e le potenzialità di ciascuno. Analogamente contestò
Platone quando estromette i «malconformati di corpo» dalla cerchia degli
educabili. Inoltre fa notare come «anche lo Spencer a’ di nostri muove rimprovero
alla società che si prende cure dei miserabili, dei poveri, degli infermi, fino
a dichiarare una grande crudeltà il nutrire gli inetti a spese dei capaci degli
operosi»193. A. considera questa prospettiva come una diretta conseguenza del
materialismo: disconoscendo il valore assoluto dell’uomo, non ha più senso la
cura di quanti non «funzionano», non «producono», quanti insomma sarebbero solo
un peso per il sistema economico. Secondo A. solo il riconoscimento della
dignità suprema dell’individuo permette il rispetto di ciascuno e la sua
valorizzazione. Dimenticata la persona nell’uomo, si elimina la ragione
dell’eguaglianza degli esseri umani e dunque il diritto all’educazione per
tutti. Sulla base del principio della personalità, il pedagogista vercellese fu
altresì un difensore dell’istruzione e dell’educazione delle donne. Anche per
l’A., come per molti altri studiosi della seconda metà dell’Ottocento, era
necessario concepire l’educazione della donna in armonia con l’ufficio della
maternità e la cura della famiglia, compiti a cui secondo il pedagogista la
donna era naturalmente destinata. Dopo aver difeso il ruolo della donna nella
famiglia, spiega: «Né altri di qui inferisca, che la donna circoscrivendo nel
recinto della casa il suo genere peculiare di vita debba crescervi e passarvi i
suoi giorni solitari, ignorante, incolta, spregiata e negletta. Anch’essa
possiede per natura tutte le facoltà costitutive della specie umana, a cui
appartiene; epperò ha, quanto l’uomo, diritto alla verità, alla felicità, alla
virtù, al rispetto della dignità umana, che in lei rifulge, al perfezionamento
suo proprio. E se abbia da natura sortito qualche raro pregio di mente e di
spirito, qualche felice attitudine al culto di qualche disciplina, od arte, o
nobile professione sociale, chè non venga mai meno alla sua prima e natural
missione, alla quale è chiamata nel santuario domestico»194. A. reputa che sia
necessario offrire un percorso educativo e di istruzione anche alle donne meno
abbienti. Dopo aver analizzato le opere della Saussure, contesta il fatto che
si parli dell’educazione solo per i ceti sociali più alti: «Però io non posso
passare sotto 192 G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 160. 193 G. A.,
Delle idee pedagogiche presso i greci, 113. 194 117-118. 58
silenzio, che in questo eletto lavoro pedagogico della Saussure è tutto rivolto
alla coltura della donna di agiata e civil condizione, come lo sono altresì le
opere pubblicate dalle due egregie donne italiane, la Colombini e la Ferrucci
intorno l’educazione femminile. Eppure anche l’educazione della donna popolana
ed operaia può e deve fornire al cultore della pedagogia bello e grande
argomento di studio e di meditazione, per quantunque debba essere discorso
sott’altra forma ed in proporzioni più modeste»195. Nonostante l’inciso finale,
il discorso dell’A. sembra innovativo rispetto alle comuni pratiche e teorie
pedagogiche. La donna inoltre, in quanto persona, non poteva essere considerata
proprietà di alcuno. Per questo motivo critica Rousseau che aveva fatto di
Sofia una moglie totalmente asservita al marito. Al contrario: «La donna non è
nata per essere la schiava né dello Stato, né dell’uomo»196. L’attività
dell’educatore e della scuola deve anche essere in armonia con quella
familiare. La famiglia è l’inizio e il paradigma dell’educazione. Chi si occupa
di educazione deve avere come modello l’istituzione familiare. A. sostiene la
necessità di una famiglia generosa, laboriosa e aperta. Contesta la famiglia
rappresentata nell’Emilio, considerata isolata ed egoista. Invero, persistono
nella sua opera ancora alcuni stereotipi sul sesso femminile. A. parla di
un’inferiorità fisica197, e sostiene che «nella donna il sentimento e l’affetto
predominano sull’intelligenza e sulla volontà», e sebbene sottolinei i vantaggi
di questa caratterustica femminile198, considera l’uomo maggiormente capace di
sottomettere la volontà alla ragione199. Secondo A. la durata dell’educazione
abbraccia tutta la vita. L’uomo ha sempre da essere perfezionato. Il suo
cammino verso il compimento di se stesso è costante200. È tuttavia vero che la
vita è composta da diverse fasi, ognuna ha delle particolari esigenze
educative. A. contesta cesure nette nella teorizzazione dello sviluppo della
persona. 195 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina
Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, Torino, Libreria
Scolastica di Grato Scioldo, 1884, p. 222. 196 G. A., G. G. Rousseau filosofo e
pedagogista, 159. 197 «Insegna la fisiologia, che l’organismo corporeo è più
gagliardo e più robusto nell’uomo, più esiguo e più delicato nella donna;
questa diversità di struttura deve naturalmente riuscire ad una differenza tra
le potenze fisiche del sentire e del muoversi corporeo» G. A., La scuola
educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali
maschili e femminili, 16-17. 198 «Essa pensa più col cuore, che col cervello.
La verità la sente più che non la mediti, la intuisce più che non la ragioni,
la crede senza avvolgerla fra le tortuose spire del dubbio, la accoglie tutta
quanta viva ed intiera senza dissolverla e notomizzarla col coltello
dell’analisi; pensa e riconosce Dio come un bisogno del cuore, anziché come un
principio della ragione; posa il suo pensiero sulla realtà concreta e vivente e
mal si rivolge alle aride astrattezze, alle generalità trascendetali» 17. 199
«Venendo alla volontà, anch’essa nella donna soggiace alla influenza del
sentimento, nell’uomo procede a tenore della ragione» 18. 200 «L’educazione
comincia colla vita e mai non cessa, perché la nostra perfettibilità dura
quanto la nostra mortale esistenza; però essa muta tenore ed ufficio ed
indirizzo secondo il mutare delle diverse età» G. A., Delle idee pedagogiche
presso i greci, 33. 59 La vita non può essere divisa in tappe con
demarcazioni rigide, dato che la crescita è graduale e soggettiva. A tal
proposito critica Rousseau, il quale «ha rotto l’uomo (e con esso l’educazione)
in tre pezzi, che spuntano non si sa come, l’un dopo l’altro, il fanciullo,
l’adolescente, il giovinetto: e sotto il taglio della sua anatomia psicologica
la personalità è finita»201. Tale istanza è legata ad uno dei principi cardine
dell’educazione in A., vale a dire l’armonia. «Se la virtù e l’anima e
l’universo e Dio medesimo e tutto quanto esiste è armonia, appar manifesto, che
anche essa l’educazione deve posare e reggersi tutta quanta sull’armonia, come
suo fondamentale principio, val quanto dire essenzialmente ed integralmente
ordinata all’armonico sviluppo delle forze del corpo e delle facoltà
dell’anima»202. Importanti appaiono alcune annotazioni sul rapporto
educatore-educando. Se la persona è libera e tende alla sua libertà,
l’educatore non può agire sull’educando non tenendo conto di questo aspetto
proprio della persona. Dato che l’uomo è libero, non si potrà ridurre
l’educazione ad un meccanismo, l’educatore non costringe, non forza, non
chiude, ma mostra, fa ammirare, interroga, sollecita, suscita. Su tale
principio l’A. riprende fortemente il modello della paideia greca, contrapposto
alla modernità che confusa sulla natura spirituale della persona e dunque sulla
sua libertà, ha costretto l’insegnamento in un procedimento vuoto e disumano.
Non c’è libertà senza l’autorità. La pedagogia moderna, di cui Rousseau è il
più alto rappresentante, ha disconosciuto tale evidenza. Nonostante sia giusto
assecondare la crescita naturale del bambino, non lo si può privare
dell’intervento esterno: «Mai non ci deve cadere di mente, che nell’educazione
umana suolsi seguire come infallibil maestra la natura medesima, sicché nulla
mai si tenti, né si faccia, che contraddica a’ suoi principii, nulla si
dimentichi, né si trascuri, che torni opportuno o necessario a secondarlo nel
suo spontaneo sviluppo. Ai dì nostri vide questa potenza educatrice della
natura Rousseau, ma di troppo la esaltò fino a bandire siccome inutile e nocivo
il magistero dell’arte. Aristotele non disconobbe la virtù educatrice, che
giace nella consuetudine o costume, e nella coltura della ragione o disciplina.
Poiché i germi del Bello e del Buono deposti in noi da natura non crescono già
né maturano mercé l’opera dei beni esterni, né il caso e la sorte fa sì che noi
diventiamo onesti; bensì richiedesi a tanto fine l’esercizio della facoltà del
volere e del sapere»203. 201 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico
Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard,
117. 202 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 34. 203 155.
60 Per questo stesso motivo mette in guardia da una sopravvalutazione
dell’autodidattica: «L’io umano è un soggetto personale, e quindi fornito di
una energia pensante sua propria, per cui aspira scientemente e liberamente
alla conoscenza della verità, siccome suo naturale obbietto; ecco l’origine ed
il fondamento dell’autodidattica. Ma la personalità umana individua è limitata
per natura, e quindi bisognevole di un intervento esteriore: ecco la ragione
dei limiti, che circoscrivono l’autodidattica»204. La persona ha bisogno di
altre persone per essere introdotta nell’esistenza. In un altro brano, A.
individua nella «nuova psicologia» l’origine dell’equivoco: «L’autodidattica si
regge tutta quanta sulla personalità dell’io, riguardato come un soggetto
sostanziale fornito di una individualità singolare, per cui è consapevole che
l’energia pensante, di cui è fornito, è tutta sua propria, e che gli atti
intellettivi, in cui si svolge, vengono da lui ed a lui appartengono come loro
principio originario e comune soggetto. Ora i fautori della nuova psicologia
rinnegano apertamente la libera attività e la personalità dell’io umano
riducendolo ad un insieme complessivo di fenomeni mentali, che non appartengono
a nessun soggetto e si succedono a tenore di leggi ineluttabili, facendo
dell’anima umana una mera funzione dell’organismo corporeo»205. La prima regola
del maestro è il rispetto per il discente, che è l’attore principale dell’atto
educativo. Una vera educazione è contraddistinta dal rispetto e dalla pazienza.
L’educatore è chiamato a essere umile, non c’è inoltre insegnamento quando l’insegnante
non impara a sua volta: «Il maestro deve di sicuro sovrastare al discepolo per
ampiezza di dottrina, per coltura e sviluppo mentale, ma non dimentichi mai,
che in faccia all’immensità dello scibile quel tanto, che egli sa, è poco meno
che nulla, e gli bisogna perciò imparare sempre, ed imparare nell’atto
medesimo, che istruisce gli altri»206. A. riprende la celebre frase di Plutarco
che critica l’insegnamento come «riempimento», e sostiene che «Il vero imparare
è un lavorare colla propria mente ed avere consapevolezza della verità scoperta
e del come siamo giunti a scoprirla; il vero insegnare è un accendere la
scintilla del pensiero e mantener viva la fiamma della riflessione. La parola
del maestro riesce all’alunno necessaria in quella guisa, che ad un seme l’aria
e la luce esteriore del sole, il quale destando la virtù sopita in esso lo
schiude dal suo germe e lo tien vivo ed atto a spiegare le sue forme.
L’acquisto della scienza è un martirio per uno spirito giovanile abbandonato
alle solitarie ed isolate sue forze, come il possesso materiale 204 G. A., La
nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 16. 205 17. 206 G. A., Delle
idee pedagogiche presso i greci, 83. 61 della scienza non
conquistata colla nostra meditazione somiglia a splendido patrimonio avito,
eredato da nepoti degeneri e dappoco»207. Educare è dunque far cresce
armonicamente le capacità dell’alunno, è un atto della vita che fa entrare
nella vita, sviluppa e forma il carattere, ma soprattutto tende a far essere se
stessi, e cioè autocoscienza del mondo. Educare significa formare le capacità
umane, ma soprattutto interrogare il discente, contagiare l’esigenza di
conoscersi e di capire se stessi. Nel suo studio, la Quarello riporta una frase
della Marchesa di Lambert citata dall’A. nello Studio Storico critico di
pedagogia femminile (1896), in cui la pedagogista sostiene che: «La più grande
scienza sta nel sapere essere in sé»208. L’educatore è chiamato a condurre
l’educando a questa vetta. L’azione formativa risulta dunque una continua
interrogazione ed esortazione. È molto interessante la considerazione di Calò,
secondo cui l’A. puntava ad un’azione educativa che «correggesse con un
movimento centripeto verso il nucleo più profondo dell’io il movimento
centrifugo verso l’esterno, che sapesse fare procedere l’educazione dal di
dentro, non dal di fuori». In questo
«stare in sé» l’uomo scopre una dimensione infinita che lo interroga, lo
spiazza. La persona sente in sé il richiamo di un’alterità misteriosa ma a cui
si sente inesorabilmente legato: «Dovunque si muova l’educazione trovasi in
faccia all’infinito sempre, perché l’educando è persona finita sì, ma che pur
si muove e gravita verso l’infinito». Su questi presupposti, A. è convinto che
non si possa negare l’educazione religiosa ai giovani: «La coltura impertanto
dell’intelligenza, e dell’attività volontaria va ordinata a Dio. Così la
personalità finita dell’educatore e dell’educando si regge sulla personalità
infinita di Dio, e trova in questa la sua ragion di essere, del pari che la sua
cagione efficiente. Educazione vera non è, che non sia personale sotto entrambi
questi riguardi. Il materialismo, che spegne nel fango la personalità
dell’uomo, l’ateismo, che nega a Dio la sua personalità infinita, il panteismo,
che nega all’uomo ed a Dio una personalità loro propria per confonderli in una
medesima sostanza, conducono ad un’educazione disumana, omicida, perché è
negazione della persona. La formazione del carattere, intorno alla quale si
travaglia tutta l’arte educativa, torna opera impossibile, ove non si regga
sulla personalità dell’essere infinito»210. Strettamente legato alla questione
della vocazione umana ed educativa, è il concetto di «carattere», con cui A.
riprende un tema caro ad altri pedagogisti cattolici e non. Il carattere è
definito come «quello stampo, o quell’impronta speciale, che configura 207
84-85. 208 V. Quarello, G. A., Studio critico, 106. 209 G. Calò, Dottrine e
Opere, 25. 210 G. A., Opuscoli pedagogici, 31. 62 ciascuna natura
umana»211. Con questo concetto intende l’universalità dell’essere persona nella
particolarità del singolo. «L’alunno accoppia in sé l’umanità comune a tutti i
suoi simili, e l’individualità propria di lui solo»212. Un altro passo
chiarisce tale relazione: «il genere (umano) vive nell’individuo sotto forma
del carattere»213. È compito dell’ufficio educativo riconoscere e far fruttare
l’individualità della persona214. Secondo l’A.: «l’uomo di carattere è colui,
che pensa con verità e colla propria testa, è arbitro del suo operare e conforma
le sue azioni esterne coi suoi interiori convincimenti, sempre mirando
all’ideale divino della perfezione»215. Ma per condurre al vero carattere
bisogna educare, non basta istruire. A. definisce l’educazione del carattere
come il «punto di gravitazione» e l’ «apogeo»216 dell’educazione. All’educatore
spetta il riconoscere il carattere dell’alunno, la sua coltivazione, e l’aiuto
verso la vocazione personale di ciascuno. Così «Il fanciullo è persona, cioè
sostanza individua, che in sé armonizza la virtù conoscitiva, fonte della vita
operativa, congiunta con un organismo corporeo, sede della vita fisica e
ministro della vita spirituale. La vita speculativa si sviluppa mercé
l’acquisto del sapere, oggetto dell’educazione intellettuale, la vita operativa
mercé la formazione del carattere, compito dell’educazione civile, morale,
religiosa, la vita fisica mercé il rinvigorimento, la salute e la destrezza del
corpo, termine dell’educazione fisica; e tutte e tre queste forme di educazione
deggiono armonizzare insieme, come armonizzano dell’unità dell’umano soggetto
le tre forme di vita umana»217. Il carattere va educato sin dalla prima
infanzia, e in esso l’esempio è il principale fattore218. L’apice della
formazione è il carattere morale, vale a dire la libertà dell’uomo di obbedire
esclusivamente alla legge morale insita nell’uomo. A. considerava il rispetto e
obbedienza a questa legge, come il compimento della libertà, che certo non
riteneva essere un arbitrio assoluto del 211 G. A., L’uomo e il cosmo, G. A., Studi pedagogici, 336. 213 G. A.,
L’uomo e il cosmo, 357. 214 «La formazione del carattere è opera nostra,
sebbene abbia suo fondamento in natura, e le occorra il sussidio dell’arte
educativa» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad
uso delle scuole normali maschili e femminili, 50. 215 G. A., La nuova scuola
pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 4. 216 G. A., Studi pedagogici, 322. 217
G. A., Opuscoli pedagogici, 31. 218 «Il carattere morale non forma lì per lì
come per incanto nell’età virile; ma, come ogni opera grande e duratura, che
sorge da piccoli inizii, esso fa le sue prime prove nella puerizia, e
progredisce con lento lavorio sino alla compiuta sua forma mediante l’opera
concorde dell’alunno, del maestro, dei genitori, durante tutto quel lungo
periodo educativo, che dalla prima puerizia si stende sino al termine della
gioventù» G. A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad
uso delle scuole normali maschili e femminili, 91. 63 soggetto219.
Il pedagogista vercellese è, infatti, convinto che «Volere liberamente il
dovere, ecco, secondo me, la formula di tutto l’ordine morale»220. Per
un’educazione efficace è imprescindibile lo sviluppo della capacità di volere e
seguire ciò che è bene. «La dignità umana rifulge nel carattere. Plasmare nel
fanciullo il carattere dell’uomo, che esprime la santità della vita in sé,
nella famiglia, nella patria, questo è dell’arte educativa il supremo,
altissimo ufficio»221. Parlando dell’insegnamento in classe dice che «ogni atto
educativo dev’essere un’affermazione, un’impronta della sua individualità
personale. Così si forma il carattere, così l’alunno impara a diventare uomo
maturo di senno, esperto della vita, arbitro delle sue sorti»222. L’ultima
opera dell’A., datata 1913, è dedicata allo studio comparato tra Giobbe e
Schopenhauer. Contrapposto al nichilismo, al pessimismo, e al disimpegno del
secondo, Giobbe rappresenta la vera statura umana, colui che nonostante le
circostanza si spende per la verità. Osserva A.: «L’operosità della vita,
perché si compia con efficacia, con dignità e decoro, richiede in noi la
coscienza della nostra libertà personale rivolta ad un ideale supremo, il
sentimento della nostra propria vigoria, il voglio imperioso dello spirito
pronto a lottare contro le difficoltà, gli ostacoli, con imperturbabile
costanza sino al sacrificio, riverente a quanto si presenta di grande, di
nobile, di sacro, di divino»223. L’A. critica la riduzione dell’intervento
educativo all’istruzione, riprendendo una battaglia tipica della pedagogia
spiritualista. Sulla base dell’antimetafisica e del relativismo etico di certo
positivismo, più di un pedagogista ridusse il compito dell’educazione
all’istruzione, estromettendo dai suoi compiti la formazione del carattere, e
quindi dell’autocoscienza e della libera volontà. Tale approccio ha come
premessa fondamentale la convinzione che non ci sia nulla di vero, e quindi di
insegnabile, fuori dalle asserzioni scientificamente dimostrabili. A questo
proposito può essere utile richiamare un aneddoto raccontato da A. riferito ad
una visita di Padre Girard all’Istituto del Pestalozzi: «Nell’atto che il Padre
Girard stava visitando l’Istituto di lui, egli uscì fuori con queste parole: “È
mio intendimento, che i miei 219 Per queste posizioni fu criticato da Santoni
Rugiu: «L’A. ha della moderna pedagogia una concezione normativa (come sempre,
d’altronde, nella concezione cattolica), la vede cioè non come un’indagine
libera e obiettiva sulla natura e sulle condizioni reali in cui si svolge la
formazione dei soggetti, ma come l’elaborazione di un insieme di indiscusse
norme, appunto, che guidino alla perfezione morale e spirituale. Guai a
lasciarsi travolgere dal «gran movimento sociale» e ritenere che esso indichi
sempre la via del progresso e della civiltà» A. Santoni Rugiu, Storia sociale
dell’educazione, Milano, Principiato, 1987, p. 528. 220 G. A., Del positivismo
in sé e nell’ordine pedagogico,89. 221 G. A., Opuscoli pedagogici, 18. 222 G. A.,
Principi fondamentali di Scienza Pedagogica, in «Rivista Pedagogica», n. 10,
1930, p. 687. 223 G. A., Giobbe e Schopenhauer, Torino, Tipografia Subalpina,
1912, p. 41. 64 alunni non tengano per vero, tranne ciò solo, che
possa essere loro dimostrato come due e due fan quattro”. Al che il Girard
rispose: “Se io fossi padre di trenta figli, nemmeno un solo ve ne affiderei ad
essere ammaestrato, perché non vi verrà mai fatto di dimostrargli come due e
due fan quattro, che io sono suo padre, e che egli è tenuto di amarmi»224. Le
parole di Padre Girard erano utili a spiegare quali fossero i rischi
dell’ipertrofia della ragione scientifica e matematica. Limitando il veritativo
al «misurabile», infatti, si escludevano dall’educazione tutta una serie di
apprendimenti e principi morali indispensabili alla vita e alla formazione del
carattere. Anche su questo punto A. esorta a distinguere ma senza dividere.
L’educatore deve far crescere tutte le capacità umane, sia quelle del «cuore»
che quelle della «mente». Era convinto che «la natura non si riforma, bensì va
riconosciuta e rispettata»225. E la natura della persona non può essere ridotta
alla pura istruzione, ma ha bisogno della certezza morale, dei principi, dei criteri
per distinguere bene e male. I. 6. Critica all’idealismo e al positivismo Una
parte considerevole delle opere di A. è destinata alla critica dell’idealismo e
del positivismo. A tali correnti, sin dai primi lavori, A. addossò le
responsabilità della profonda «crisi»226 e confusione che ammorbava la
filosofia italiana. Oltre ad una lunga serie di studi dedicati a questi
sistemi, anche negli altri saggi di A. appaiono frequenti incisi polemici
contro queste teorie. Calò ha rilevato come questa ricorrente confutazione e
polemica del positivismo e dell’idealismo, rappresentò un tratto specifico del
pensiero del pedagogista vercellese «L’atteggiamento critico contro le due
correnti suddette forma la preoccupazione costante e costituisce, insieme con
il principio della personalità, svolto dall’A. in tutti i suoi aspetti, il
motivo fondamentale e la sostanza del suo pensiero filosofico»227. Secondo
alcuni studiosi A. avrebbe avuto nei confronti delle teorie coeve un
atteggiamento difensivo ed eccessivamente «polemista»228. Caramella, un
gentiliano che certo non concordava con le critiche dell’A. all’hegelismo e ai
suoi epigoni, fu molto severo con il pedagogista, e ne sminuì il contributo,
riducendolo ad una lamentela sterile e arretrata: «Ma venendo ai risultati effettivi
della sua vasta opera di più che mezzo secolo, 224 G. A., Delle dottrine
pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco
Naville e Gregorio Girard, 89. 225 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine
pedagogico, 261. 226 G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 6. 227 G. Calò,
Il pensiero filosofico – pedagogico di Giuseppe A., 4. 228 S. Caramella, Lo
spiritualismo pedagogico in Italia, «La nostra scuola», n 13-14, 1921, p.
9. 65 qual è il significato storico dell’A.? Niente di meno ma
niente di più che un’ostinata battaglia cattolica contro lo scientifismo, senza
che dal cozzo si generasse mai una scintilla nuova»229. Una critica analoga gli
venne mossa da Vidari230. È facile riscontrare nell’opera di A. toni duri, se
non apocalittici, nei confronti di teorie giudicate dannose non solo alla
pedagogia, ma anche alla vita educativa e sociale del paese. In molti saggi
mancano aperture concilianti, mentre le posizioni espresse sono spesso risolute
e poco inclini ad aperture. Ma, a onor del vero, va riconosciuto che le
critiche portate dal pedagogista sono sempre articolate e suffragate da una
conoscenza precisa degli autori e delle scuole esaminate. «L’A. non fa mai la
critica per la critica: il suo scopo è sempre molto preciso, quello di
dimostrare e di salvare certi principi e certe verità filosofiche»231.
All’interno del lungo itinerario delle opere dell’A. possiamo distinguere due
momenti. Sino agli anni ’70 dell’Ottocento, si concentrò in particolare
sull’idealismo, mentre in seguito si occupò quasi esclusivamente del
positivismo, data l’incipiente influenza che iniziava ad avere sulla pedagogia
e filosofia italiana. Già alla fine degli anni ’60, A. notava come il
positivismo si accingesse a dominare il clima nelle Università italiane e negli
studi filosofici e pedagogici, mentre l’idealismo era destinato a restare ai
margini del dibattito. Nel 1903, ricordando quel tornante storico, commentò:
«Il campo filosofico era in allora combattuto da due scuole di tutto punto
opposte, l’idealismo hegeliano, che andava declinando dal suo apogeo, ed il
positivismo anglo-francese, che si annunziava ristauratore sovrano della
scienza e della vita»232. In quegli anni, la scuola idealistica era viva quasi
esclusivamente a Napoli grazie a Spaventa e Vera. A., peraltro docente in una
sede dove l’idealismo era quasi inesistente, si misurò criticamente soprattutto
con i positivisti. Come accennato, i lavori di critica all’idealismo si
concentrano in larga parte nelle opere giovanili, in particolare nei Saggi
filosofici (1866) ne L’hegelismo, la scienza e la vita, (1868) e nell’ Esame
dell’hegelismo (1897), un saggio più breve di quello precedente dove riprende
pressappoco le stesse tematiche. 229 9-10. 230 «In tutti questi lavori la mente
dell’A. si presenta sempre nell’atteggiamento di chi, incrollabilmente fermo e
sicuro nelle proprie convinzioni maturate in uno studio severo e diuturno, vede
nell’avversario e nelle dottrine da lui rappresentate un pericolo esiziale per
la società e per la scuola, in cui esse si diffondano. Onde non tanto Egli mira
a penetrare ed esporre l’idea dell’avversario nella sua genesi e nelle sue
eventuali giustificazioni, quanto a metterne in rilievo le deficienze o le
contraddizioni o le inaccettabili conseguenze» G. Vidari, Giuseppe A., 8. 231
G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di Giuseppe A., 447. 232 G. A., Il
ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di
Torino il 18 novembre 1903, 3. 66 Alcuni cenni polemici contro
l’idealismo sono presenti anche in altri testi, tra cui L’antropologia e
l’umanesimo (1868), Della vecchia e della nuova pedagogia (1873),
L’Antropologia ed il movimento filosofico sociale (1869); La pedagogia e lo
spirito del tempo, Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia
(1877) Studi filosofici sul carattere delle nazioni Sulla personalità. Il testo in cui espone in
modo più articolato le sue tesi contro l’idealismo è L’hegelianismo la scienza
e la vita, un lavoro giudicato da Eugenio Garin «onestamente espositivo»233.
L’opera fu scritta in occasione del concorso Ravizza del 1865-1866, che
chiedeva agli scrittori di cimentarsi con questo tema: «Quali pratiche
conseguenze derivino dall’idealismo assoluto di G. Hegel nella morale, nel
diritto, nella politica e nella religione?». Il testo, che vinse il premio, fu
poi rivisto e pubblicato. Nell’opera, l’A. delinea l’origine dell’hegelismo,
mettendo in luce l’humus kantiano da cui nacque l’idealismo. Il pedagogista
enuclea i passaggi che portarono dalle posizioni del filosofo di Königsberg ad
Hegel. A. ricorda come Kant fosse allora considerato il nuovo «Socrate» per
aver salvato la scienza dallo scetticismo, mentre egli pensava che il kantismo
fosse stato la «tomba» della scienza e della filosofia234. L’errore di Kant fu
quello di disconoscere il primo dato filosofico, vale a dire l’evidenza
dell’essere. Egli perpetuò quella torsione prospettiva cartesiana che si piegò
sull’affidabilità della ragione, dimenticando lo stupore e l’attestazione del
mondo. A. osserva che l’uomo neanche penserebbe se non ci fosse quel «fuori».
Così Kant aveva «condannato il soggetto ad un perpetuo e violento celibato
segregandolo dalla realtà oggettiva»235. Osserva A.: «Scienza assoluta intorno
il pensiero umano, ignoranza assoluta intorno la realtà universale, ecco i due
poli del Criticismo di Kant, la finale risposta che egli diede alla sua prima
domanda. Con questo suo sistema originale Kant reputava di avere ricostrutto su
salda base il sapere speculativo, e quetati una volta i dissidii che da secoli
sconvolgevano il regno della metafisica: Ubi solitudinem faciunt (direbbe qui
Tacito), pacem appellant»236. Ma se lo scopo di Kant era quello di salvare la
scienza, egli superò lo scetticismo di Hume, in quanto non riuscì a riconoscere
il senso e i motivi della scienza metafisica. E ciò fu confermato dagli
sviluppi successivi della filosofia. Nei cinquant’anni trascorsi tra la
pubblicazione della Critica della Ragion Pura, 1781, e la morte di Hegel, 1831,
la Germania visse un radicale cambiamento culturale. Dallo scetticismo di Kant
si arrivò attraverso Fichte e Schelling, all’affermazione dell’idealismo 233 E.
Garin, Tra due secoli. Socialismo e filosofia in Italia dopo l’Unità, 56. 234
G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 22. 235 31. 236 29. 67
assoluto di Hegel, che secondo A. non fa altro che trarre le nefande
conseguenze di quel divorzio tra l’io e il mondo, che se aveva portato Kant
allo scetticismo, conduceva Fichte alla tesi dell’Io assoluto, origine e
creatore del mondo. Si trattò di una deriva di quelli che chiamò in un altro
testo i «trascendetalisti tedeschi», i quali «estendendo fuor di misura il
potere dell’io umano, lo posero creatore dell’essere e del sapere, e finirono
collo spogliarlo della soggettività ed individualità sua, confondendolo col
massimo degli universali»237. Nel saggio A. dedica diversi capitoli a questi
passaggi, concentrandosi dopo Kant, su Fichte e Schelling. In ultimo affronta
in modo analitico la figura e la filosofia di Hegel, introducendo il suo
pensiero con un’accurata esposizione della vita, oltre che un’analisi degli
apporti e delle influenze che ne condizionarono il pensiero. Successivamente,
ne enuclea il sistema filosofico, con un’analisi articolata. A. parte dal
concetto generale di filosofia, quindi affronta il metodo dialettico, il
concetto dell’Idea e il suo sviluppo nel Sistema. Poi tratta della Logica,
della filosofia della Natura e infine della filosofia dello Spirito. In
conclusione sintetizza i motivi della critica all’idealismo. Il seguente brano
compendia la critica di A.: «Il nome di Idealismo assoluto con cui viene
designata la dottrina di Hegel, ne rivela tutto lo spirito e ne compendia il
contenuto. Il suo sistema è tutto in queste due parole: Idea assoluta, od in
altri termini Idea e sviluppo, giacché l'essenza dell'Assoluto è un
esplicamento universale, un moto continuo e senza fine. Come per Condillac
tutto è sensazion trasformata, così per Hegel tutto è Idea trasformante. L'idea
essendo assoluta si fa tutte le cose, e con questo suo diventare universale
spiega successivamente tutto l'essere, perché riproducendolo rivela le intime
essenze delle singole cose, sicché l'Idea assoluta si manifesta ad un tempo
siccome il sistema della scienza e l'insieme della realtà, identità universale
delle idee e delle cose, del pensiero e dell'essere. Datemi materia e moto,
diceva Cartesio, ed io creerò l'universo. Hegel pigliando in senso
trascendentale il motto cartesiano avrebbe potuto ripeterlo dicendo: Datemi
Idea e sviluppo, ed io vi ridarò rifatta e spiegata la realtà universale»238.
L’identificazione dell’essere con l’idea conduceva l’idealismo a numerose
antinomie ed epicicli, elencati dall’A.. Il pedagogista fa notare come Hegel,
mentre tacciava di misticismo i realisti, chiedeva un atto di fede nel
riconoscimento dell’Io assoluto. In conclusione, A. ripropone la ragionevolezza
del realismo. Secondo il pedagogista vercellese, il reale anticipa, sporge e
supera il razionale. Una frase dell’Amleto di 237 G. A., Sulla personalità
umana, 18. 238 G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 59. 68
Shakespeare è ripresa dall’A. come legge della filosofia, «v'hanno cose e in
cielo e in terra di cui le nostre filosofie non si sognano neppure»239. La
diaspora degli hegeliani e le numerose critiche fattegli dai suoi discepoli
evidenziano tanto il fascino della prospettiva hegeliana, quanto la sua
fragilità. L’errore cruciale dell’idealismo è la negazione della validità di
quella serie di evidenze e strumenti che l’uomo ha nel suo naturale rapporto
con il mondo: «il sistema dell’identità assoluta contraddice ai pronunciati
della coscienza e si oppone ai dati del senso comune e del sapere naturale;
dunque è insussistente»240. Per questa ragione, A. definisce Hegel come uno «spietato
Torquemada del senso comune»241. Il pedagogista riprende l’analisi rosminiana e
considera gli idealisti fondamentalmente degli scettici. Osserva: «La scienza è
la spiegazione razionale della realtà sussistente: ora la realtà va anzitutto
schiettamente osservata quale si presenta alla nostra percezione, e non già
indovinata a priori e ricercata attraverso le pieghe del nostro cervello. Una
teoria della realtà, costrutta col puro ragionamento e non fondata
sull’osservazione, non è scienza seria e verace, ma un tessuto di astruserie,
che potrà tutt’al più dimostrare la potenza immaginativa di chi l’ha costrutta.
L’idealismo trascendentale germanico de’ tempi nostri ha sacrificato
l’osservazione della realtà al puro ragionamento. Esso ha preso le mosse dal
concetto più astratto, a cui si possa giungere ragionando, e colla virtù di
quel concetto vuoto ed indeterminato pretese di costruire la realtà
universale»242. Prima Gentile243 e poi la Quarello244, criticarono all’A. una
conoscenza poco approfondita di Hegel. Se non si può considerare il pedagogista
vercellese tra i massimi studiosi di Hegel, dai suoi lavori emerge un confronto
nel merito con il cuore delle posizioni idealiste. Altri autori, come il
Suraci, parlarono dell’opere sull’Hegelismo come «una critica quanto mai acuta
e serrata»245. Anche per altre teorie, A. non bada ad una erudizione pedante
sulle vicende di una corrente, ma al cuore e al significato delle sue
principali direttrici filosofiche. Come è già stato accennato, dopo alcuni
lavori dedicati all’idealismo, A. diede largo spazio alla critica del
positivismo, che occupò gran parte della sua attenzione nella sua carriera
seguente. Il pedagogista si accorse della rapida diffusione del positivismo
nelle Università. Uno degli atenei in cui tali teorie presero piede e si
diffusero era proprio quello 239 143. 240 G. A., Saggi filosofici, 6. 241 372.
242 G. A., Antonio Rosmini, 33. 243 G. Gentile, Le origini della filosofia
contemporanea in Italia. I platonici, 370. 244 V. Quarello, G. A., Studio
critico, 128-129. 245 V. Suraci, A.filosofo e pedagogista, 84. 69
di Torino, che era stata sino a pochi anni prima una roccaforte del
rosminianesimo e dello spiritualismo cristiano. Come ha ricordato Giorgio
Chiosso: «Proprio a Torino la cultura positivista stava compiendo il massimo
sforzo con Moleschott, Lessona, Lombroso, Mosso per tracciare una antropologia
incentrata su esclusivi tratti fisio – psichici e fortemente condizionata dalla
cultura evoluzionista»246. Come ebbe a scrivere Norberto Bobbio, Torino
rappresentava sul finire dell’Ottocento «la citta più positivista d’Italia»247.
A. individuava come ragione della diffusione di tale corrente un forte appoggio
politico, che era diventato come abbiamo già rilevato, il braccio ideologico
dei gruppi anticlericali che spesso sedevano nelle poltrone più importanti del
neonato Stato italiano. Il pedagogista aveva una chiara percezione di tale
egemonia e non mancò di denunciarla. Scrisse a proposito «Il partito
iperdemocratico, che nei lontani sfondi della rivoluzione italiana del 47
appena s’intravvede indistinto e sfumato, prese a poco a poco forme più
spiccate e concrete, e fattosi potente tende oggidì a tenere esso solo il
campo. Esso novera potenti ingegni fra i suoi numerosi seguaci, che ne bandiscono
i principii dalle cattedre universitarie, dalle tribune parlamentari, dalle
officine della pubblica stampa. La sua arma è la critica, il suo dogma supremo
è l’umanesimo sociale, ossia il naturalismo pagano razionalizzato. E la
critica, dacché fu inaugurato il Regno dell’Italia una, si spiegò con forze
maggiori che mai. Essa si pose ad abbattere il principio di autorità
nell’ordine del pensiero e della vita, a dissolvere le credenze morali e
religiose dell’universale, a minare le fondamenta di tutta la dommatica del
cristianesimo, a snaturare l’indole nativa e tradizionale della filosofia
italiana»248. Nonostante il peso del positivismo fosse riscontrabile già nei
citati dibattiti del ’47, fu solo con l’Unità che ai positivisti fu concesso
quello spazio privilegiato col quale poterono diffondere le loro teorie e avere
una inaspettata diffusione. Come denunciò A.: «Ai seguaci e promotori della
nuova scuola pedagogica il Governo prodiga la pienezza de’ suoi favori, e sotto
la potente sua egida assicura il trionfo»249. Se i capi scuola europei del
positivismo meritarono, da parte dell’A., delle analisi approfondite e alcuni,
rari, apprezzamenti, la valutazione degli epigoni italiani fu molto severa.
Essi vennero ridotti al rango di semplici ripetitori di autori più organici
come Spencer, Comte, Bain. A. si limitò ad affrontarne in modo sbrigativo la
produzione positivistica italiana nel saggio La pedagogia italiana antica e
contemporanea (1901). In 246 G. Chiosso, L'interpretazione rosminiana di
Giuseppe A., «Pedagogia e vita», n. 6, 1997, p. 152. 247 N. Bobbio,
Introduzione, in E. R. Papa (ed.), Il positivismo e la cultura italiana,
Milano, Angeli, 1985, p. 13. 248 G. A., La pedagogia italiana antica e
contemporanea, 161-162. 249 168. 70 esse il pedagogista si lasciò
andare a valutazione in parte ingenerose e tranchant. Affrontò le teorie di
Angiulli, Siciliani, Gabelli, e di altri pedagogisti minori. Il primo è
considerato il «principe» fra i cultori del positivismo in Italia. Viene
definito come un «pensatore robusto e profondo, ma non originale»250 che
ricalca fondamentalmente le posizioni di Spencer, e dunque tutti i suoi errori.
La riduzione spencieriana dell’uomo ad un animale, mina le basi del pensiero di
Angiulli: «Lottando contro la realtà dell’io, che egli ha negato e che s’impone
inesorabile al suo pensiero, si vede costretto a ricorrere ad una novità di
linguaggio, ad una dicitura attortigliata ed involuta, ad un ritornello di
espressioni stereotipate, che spargono una nebulosa caligine sul tutt’insieme
della sua dottrina»251. Un altro errore a cui lo conduce la negazione del
principio della personalità è la statolatria nel campo dell’istruzione
pubblica. Pietro Siciliani è invece accusato di eclettismo e di aver mal
combinato istanze inconciliabili, producendo un sistema contradditorio e
instabile. In una prelazione risalente al 1882, rammentò il cambio di opinione
sul positivismo, prima criticato e poi elogiato252. Del sistema del Siciliani
l’A. denunciò l’incapacità di giustificare sui presupposti positivisti
l’esistenza della libertà e i fondamenti della morale. Negli Opuscoli lo accusa
di trasformismo e scrive che «muta di dosso i panni a tenor della moda»253.
Stando ad A., questa «accozzaglia» di principi spuri condanna alla mediocrità
la pedagogia del Siciliani: «Egli non si afferma né spiritualista, né
materialista, né idealista, né ontologista, né trasformista, né positivista, e
lascia capire che vuol essere qualche cosa di più e di meglio di tutto ciò; ma
non ci presenta un principio superiore a tutti questi sistemi, che impronti il
suo pensiero e lo determini per quello che è»254. Si occupò anche di altri
autori come Emanuele Latino, Aristide Gabelli, Edoardo Fusco in cui rileva
sostanzialmente gli stessi errori di Siciliani e dell’Angiulli. Saluta invece
con soddisfazione il ritorno allo spiritualismo di Ausonio Franchi, al secolo
Cristiano 250 169. 251 174. 252 Nel saggio cita direttamente le parole di
Siciliani e poi le commenta: «“Troppo scettici, noi Italiani abbiamo bisogno di
fede: troppo anneghittiti dal positivismo, abbiamo bisogno di sacro entusiasmo
nella scienza, nell’onestà, nell’onore, nei principii di giustizia,
nell’attività del lavoro, nell’autorità creata da noi stessi, nell’Italia.
Possiamo dunque accettare il Positivismo? No. Inteso come sistema, il
Positivismo è dottrina assolutamente negattiva, non ha storia, non ha
principii; è contrario allo spirito filosofico di nostra età, è dannevole nelle
sue applicazioni morali, estetiche, politiche, religiose, storiche. Nol
possiamo accettare come sistema, perché contrario alla nostra istoria, alla
mente dei nostri padri, all’indole nostra, al nostro genio, alle nostre
tendenze, contrario ai nostri bisogni fisici e intellettuali [in nota: P.
Siciliani, Critica del positivismo]”. Chi pubblicava or non è molto queste
righe contro il sistema positivistico, è quegli stesso, che oggi ha inalberato
il vessillo del positivismo dlla sua cattedra di pedagogia in una
celebratissima Università italiana, mutando dottrine con quella leggerezza medesima,
con cui altri muta di dosso i panni a tenor della moda» G. A., L’educazione e
la scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881,
Torino, Marino, G. A., Opuscoli
pedagogici, 122. 254 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea,
177. 71 Bonavino, di cui esalta le Lezioni di pedagogia che viene
indicato come un testo fondamentale per la pedagogia spiritualista. Le
considerazioni dell’A. restarono severe. Valuto le teorie positiviste «disumane
e liberticide»255. Inoltre avversò una certa indifferenza degli epigoni di
Comte che sembravano sordi agli appunti delle altre correnti pedagogiche. In
più d’una occasione A. lamentò la loro indifferenza alle critiche, oltre alla
poca onestà intellettuale256 Come già accennato, i suoi studi si concentrarono
soprattutto sui fondatori del positivismo europeo: Comte, Spencer, e Bain. Le
sue numerose opere dedicate a questa corrente, rappresentano una prima
sistematica reazione dello spiritualismo italiano al positivismo europeo. Il lavoro
più preciso e sistematico su tale corrente è Del positivismo in sé e
nell’ordine pedagogico (1883), definito dalla «Civiltà Cattolica» come una
«splendida e serrata critica di questo sistema»257. Nella prelazione tenuta per
l’anno accademico 1881-1882, A. annunciò che durante il corso sarebbe sceso
«nell’arringo a combattere il positivismo riguardandolo siccome una larva
ingannevole della scienza, siccome un pericolo esiziale della pedagogica»258.
Nel solco di quelle lezioni pubblicò poi il lavoro. L’opera si divide in due
parti principali: nella prima tratta delle origini del positivismo e ne mette
in discussione i fondamenti filosofici, nella seconda critica le conseguenze
pedagogiche ed educative. A. identifica come causa prima del positivismo, la
stessa dell’idealismo, vale a dire la crisi della metafisica avvenuta con la
modernità, che Kant sancì nella Critica della ragion pura, sostenendo la
sostanziale inconoscibilità del non sperimentalmente. Il metodo scientifico si
dogmatizzò, pretendendo di estromettere dalla conoscenza e dalla vita privata e
pubblica tutto ciò che non è misurabile. Il positivismo si configurò come una
nuova prospettiva epistemologica, metodologica e antropologica, fondata sulla
negazione di tutte le conoscenze non verificabili sperimentalmente. In questo
senso, si oppone a qualsiasi 255 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci,
I. 256 Nel saggio su La scuola educativa, A. riporta una critica fattagli da
Fornelli che nel testo La pedagogia e l’insegnamento classico, accusò il
professore vercellese di aver travisato le posizioni di Comte. Dopo essersi
difeso, critica anche una evidente storture delle sue posizioni, avendolo
assimilato all’idealismo: «Ma il più grosso abbaglio del mio critico è questo:
io non sono punto quell’idealista, che egli s’immagina mostrando di non aver
letti i miei lavori filosofici, o di averne frainteso il significato malgrado
la loro conveniente chiarezza. Mi additi un solo passo, da cui risulti che io
ripongo le origini prime del pensiero in concetti astrattissimi, anteriori e
superiori ad ogni realtà concreta e sussistente, ed io mi do’ per vinto» G. A.,
La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, 218. 257 Linee di pedagogia moderna, «La Civiltà
Cattolica», quaderno 1565, 1915, vol. III, p. 542. 258 G. A., L’educazione e la
scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881,
15. 72 considerazione metafisica, di cui è «la sua negazione
assoluta ed esclusiva»259. In questo rifiuto consiste, per il pedagogista
vercellese, anche «il carattere direi negativo del positivismo»260. Va tenuto
conto, che A. riconosce l’apporto positivo delle scienze sperimentali e della
metodologia scientifica. Senza alcun timore verso gli esiti della ricerca
empirica, il pedagogista attribuisce alla scienza (non al positivismo) il
merito di aver accresciuto notevolmente la conoscenza del mondo e il benessere
materiale. Tuttavia, A. individua proprio nell’euforia per gli esiti della
tecnologia la presunzione di certo positivismo. Galvanizzata dalle scoperte
scientifiche: «esaltò l’esperienza sensibile siccome l’unica e suprema ed
assoluta fonte di tutto lo scibile umano, rigettò tra le illusioni tutto ciò,
che trascende i suoi confini, assegnò unico oggetto della scienza i fenomeni
disgiunti dalle sostanze e respinse la ragione siccome facoltà trascendente che
contempla la sostanzialità delle cose»261. A. ricorda come il metodo
sperimentale non possa racchiudere tutto il campo dello scibile, pena
l’esclusione di ambiti conoscitivi fondamentali per la vita umana. Rivolgendosi
ai positivisti A. scrive: «No, la mente umana non può fermarsi ai confini
dell’esperienza, come alle colonne di Ercole: i grandi problemi dell’esistenza,
soffocati dalla vostra dottrina, risorgono davanti alla ragione e le si
impongono irremovibili. Voi non riuscirete mai a cancellare dalla coscienza del
genere umano questo indestruttibile sentimento, che noi non siamo sfuggevoli
fenomeni, quasi ombre erranti alla ventura nel deserto, bensì persone vive,
forniti di una ragione che trascende la cerchia dell’esperienza sensibile e si
innalza alle supreme idealità della vita. Gli ingegnosi apparecchi meccanici,
di cui avete forniti i vostri laboratori di psicologia sperimentale, potranno
procacciarsi nuove ed interessanti notizie intorno la vita sensitiva dell’uomo
esteriore, ma non ci sapranno dir nulla intorno i misteri dell’anima, il
secreto lavorio della sua vita intima, le sue sublimi aspirazioni»262. La
scienza esatta e sperimentale non può esaurire tutto il campo della conoscenza
dell’uomo. Inoltre, secondo A., l’esautorazione della metafisica dal campo
dello scibile danneggia la stessa scienza. Essa, infatti, nasce da domande
metafisiche, si nutre di concetti e di una logica che non può essere rinvenuta
nella esperienza materiale, ma solo in quella spirituale. L’antimetafisica
getta il positivismo in un paradosso: lo scientismo, 259 G. A., Del positivismo
in sé e nell’ordine pedagogico, 13. 260 10. 261 G. A., Il ritorno al principio
della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903,
14. 262 14-15. 73 infatti, nega le premesse della scienza. Con
l’affermazione «non esistono che fatti» si esprime un giudizio generale e
veritativo sul mondo, portando avanti un discorso propriamente metafisico.
Scrive A.: «Dicono infine che, seguendo la dottrina evoluzionistica, le teorie
non sono più campate in aria quali sono foggiate dall’apriorismo, ma riescono
l’interpretazione oggettiva dei fatti. Sta bene: i fatti vanno adunque
interpretati; ma con quale criterio? Certamente con qualche concetto o
principio ideale, superiore ai fatti stessi, perché questi per sé sono lettera
morta, bisognevole dello spirito, che la vivifichi e la illustri. Eccon quindi
chiarita l’insufficienza dell’esperienza alla formazione della psicologia e
della pedagogia»263. Il positivismo si autodefinisce teoria delle scienze
positive, ma secondo A., la costruzione di un sistema filosofico accede già ad
una dimensione della riflessione che travalica i confini dell’esperienza
empirica. Si tratta di una «astrazione» che si serve della logica, del
giudizio, dell’argomento. In questo senso, se i positivisti volessero essere
coerenti con le loro posizioni, dovrebbero «liberarsi da concetti «metafisici»
come quelli di causalità, identità, o di non contraddizione. In questo senso,
per il pedagogista vercellese, l’assoluta antimetafisica del positivismo, si
traduce in un suicidio della scienza stessa: «Dacchè dunque l’antropologia
studia l’uomo pensante, il quale sovrasta alla materia e possiede in sé i
principi ideali necessarii alla costruzione del sapere, consegue che essa è lo
spirito informatore delle discipline positive e naturali, e che il naturalismo,
che la impugna, distrugge le stesse scienze della natura e contraddicendo a se
medesimo fa della metafisica col proclamare che la materia è l’essenza
universale di tutto, che è infinita, eterna, mentre tutto questo trascende i
limiti dell’esperienza e dell’osservazione sensibile»264. A. giudica la
posizione gnoseologica dei positivisti fondamentalmente scettica, in quanto le
loro premesse conducono all’inevitabile dissoluzione della conoscenza: «Una
critica priva di principii universali ed assoluti, che la rischiarino, è una
critica, che pretende di essere fine a se stessa, anziché mezzo potente per
giungere al Vero, ossia è criticismo scettico. Il positivismo contemporaneo ha
menato un gran guasto nel campo della critica odierna, la quale è insorta a
dissolvere e disfare quelle medesime verità universali, che è tenuta a
rispettare siccome fondamento della sua esistenza»265. A proposito di tali
nefande conseguenze, A. ebbe modo di criticare il Romagnosi, che vicino a
posizioni simili 263 G. A., Gli evoluzionisti e il metodo in pedagogia,
«Rivista Pedagogica Italiana», Asti, 1897, vol. I, pp. 305-306. 264 G. A.,
L’uomo e la natura, 17. 265 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico
Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard,
9. 74 sosteneva che è sano solo colui che la pensa come la maggior
parte dei suoi concittadini, non avendo più un riferimento metafisico su cui
fondare la validità delle posizioni266. Inoltre il materialismo non può che
portare ad una confusione nella scienza, in quanto se la conoscenza è un
prodotto necessario dell’esperienza personale, e nasce da questa in modo
spontaneo e incontrollabile, perde di significato la valutazione delle teorie
che non sono né vere né false, ma unicamente frutto della determinazione.
Scrive a proposito: «Ora se il pensiero è sempre di necessità quale lo forma
l’esperienza, ossia quale lo esige la condizione fisiologica, in cui versiamo,
allora cessa ogni distinzione tra un vero ed un falso pensiero, e così il
pensiero a priori, o sarà vero anch’esso, oppure dovrebbe negarsene
l’esistenza, siccome di un fatto impossibile, mentre l’evoluzionista lo piglia
ad oggetto della sua critica»267. Invece l’esistenza della scienza conferma la
presenza di una natura non materiale nell’uomo, solo la persona ha coscienza
del mondo e cerca la verità. Un altro nodo insolubile per il positivismo è
l’esistenza della libertà. La scienza esatta, come ha insegnato Kant, non può
attestare la sua esistenza, e il materialismo e determinismo di certi
positivisti la negano. Se l’uomo non è più libero, si chiede A., come lo potrà
essere la scienza? Inoltre ad A. pare pretestuoso l’uso della scienza contro la
metafisica e la religione. Le scienze naturali «anziché escludere di loro
natura la metafisica, rinvengono in questa sola la loro suprema ragione, sì che
non lasciano più luogo alla filosofia positiva. Infatti, un fisico, un chimico,
un astronomo, può ammettere i pronunciati del teismo e dello spiritualismo,
senza punto rinunciare ad un solo dei teoremi della propria scienza (valga
l’esempio di Newton, del Galilei, del Padre Secchi, del Pasteur)»268. Un'altra
«vittima» del positivismo è l’antropologia, che da tale corrente viene
snaturata. La negazione della metafisica ha notevoli ripercussioni sulla
scienza dell’uomo, poiché getta nell’indecifrabile la sua essenza personale. Il
positivista non può conoscere la vera essenza dell’uomo, in quanto la persona
non può essere raggiunta e compresa nell’esprit del finesse. Scrive A. «Colla
loro antropometria non giungeranno mai a misurare le profondità dell’anima, a
scandagliare gli immensi problemi, che si agitano nelle intimità dello spirito
umano»269. La persona non è rilevabile nell’esperienza come se fosse un
fenomeno fisico, è riscontrabile solo nella riflessione oltre il sensibile.
Occorre, stando ad A., sollevarsi dal fatto, per constatare l’Io: «Il
positivista vuol fatti, nient’altro che fatti, né vuol saperne di esseri
individui, di sostanze permanenti. Ma il factum (e chi nol 266 G. A., Studi
psicofisiologici, 29. 267 G. A., Gli evoluzionisti e il metodo in pedagogia,
304-305. 268 G. A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 16. 269 G. A.,
Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo, 6.
75 sa?) è un sostantivo verbale derivante dal verbo facere, è un
participio che presuppone l’ego facio, tu facis, ille facit: importa l’essere,
che fa, il soggetto operante, e rompe in una contraddizione il positivista
separando l’un termine dall’altro»270. Ma tale agnosticismo si trasformò presto
in una negazione. Infatti, per i positivisti, «L’uomo non è una sintesi vivente
di due sostanze, spirito e corpo essenzialmente distinte, eppur composte ad
unità di persona, bensì un complesso di fenomeni fisiologici e psicologici,
diversi di grado soltanto, ma non di essenza da quelli animali»271. Osserva nei
già citati Opuscoli pedagogici: «Negli intimi recessi dell’anima, dove non
penetra coltello di anatomico, dove non giunge lente microscopica di fisiologo
e naturalista, si nascondono secreti che accennano all’Infinito, si destano
aspirazioni, che vengono dall’alto e nell’alto ritornano. Quei secreti, quelle
aspirazioni il positivista riguarda quali vani fantasmi, e lo spirito umano
quale un fantasma multiforme errante fuori del mondo della realtà. Duri tempi
per questi tempi»272. Così la prospettiva epistemologica dei positivisti mette
in discussione la scienza dell’uomo e sfigura la persona. Osserva A.: «il
sistema antropologico dei materialisti non è la scienza nuova, che cerchiamo,
ma la negazione della scienza»273. La loro antropologia risulta dunque un
grande «equivoco»274. Per questo chi approccia l’antropologia positivistica è
«trascinato entro una selva intricata di osservazioni senza un’idea suprema
dominante, che lo sorregga e le dia unità, anima e vita a quel tritume di
particolari»275. Il miglior esponente di questa prospettiva è Spencer che
enuclea tali concetti nel Primi Prinicipii, così commentati dall’A.: «Per
quantunque la credenza nella realtà dello spirito individuale sia inevitabile,
e benché sia riaffermata non solo dall’unanime consenso del genere umano, ed
adottata da tanti filosofi, ma ben anco dal suicidio dell’argomento scettico,
pur tuttavia non può venire per nulla giustificata dalla ragione: havvi ancora
di più; allorquando la ragione è messa alle strette di pronunciare un giudizio
formale, essa condanna tale credenza... di guisa che la personalità di ciascuno
ha coscienza, e la cui esistenza è da tutti avuta per un fatto certissimo sopra
ogni altro, è tal cosa che non può in veruna guisa essere conosciuta; la
conoscenza della personalità è vietata dalla natura medesima del pensiero»276.
270 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, 87. 271 G. A., Del
positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 243. 272 G. A., Studi pedagogici,
13. 273 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società,
13. 274 12. 275 G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 58. 276 G.
A., Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 315. 76 Il
filosofo britannico non può che giungere ad un riduzionismo antropologico.
Scrive ancora A.: «Lo Spencer fa sua (né vi ha di che stupirne) l’osservazione
di uno scrittore, che cioè a riuscire nella vita occorre primamente essere un
buon animale»277. Tale prospettiva è inaccettabile per l’A., secondo cui l’uomo
è strutturalmente differente dal resto della natura: «L’umano soggetto, insino
dal primissimo istante della sua mortale esistenza, è non solo di grado, ma di
specie differente dal bruto, perché la mente, ossia l’anima razionale, che lo
costituisce uomo, ei la possiede per natura, e non l’acquista punto col tempo,
non la vede allo sviluppo progressivo dell’organismo corporeo. Questo
giustissimo concetto pitagorico, che tanto bene risponde al sentimento naturale
della dignità umana, sta diametralmente opposto alla moderna dottrina del
positivismo evoluzionistico, il quale sentenzia che nel neonato l’animalità si
viene a poco a poco trasformando in unità in virtù delle leggi fisiologiche
dell’organismo animale, il quale, mentre nella prima infanzia della vita si
manifesta mercé le sole funzioni inferiori del senso fisico e del cieco
istinto, proseguendo nel suo sviluppamento, acquista la virtù di esercitare
esso stesso la facoltà superiore dell’intendere, del ragionare e del volere,
sicché la mente, lo spirito, l’anima razionale, che tanto ci sublima e ci
differenzia dal bruto, non sarebbe già una sostanza diversa dall’organismo
corporeo, bensì rimarrebbe pur sempre in fondo l’animalità stessa che funziona
sott’altra forma più elevata»278. L’uomo è ontologicamente differente rispetto
al resto della natura. Il positivismo al contrario «afferma che l’io umano non
è un’energia vivente, un’attività libera e conscia della sua personalità
sostanziale, bensì un mero complesso di fenomeni che non appartengono a
nessuno»279. Queste posizioni antropologiche, denuncia A., portano ad
inevitabili corollari pedagogici: «ai giorni nostri e nella nostra Italia in
fatto di pubblica educazione si trascorre agli estremi, sicché questa gran
legge dell’armonia rimane offesa. All’educazione fisica si attribuisce una
importanza esorbitante, e assai più di quanto le convenga ed in suo servizio si
lavora in tutti i rami ed in tutte le guise, mentre la formazione del carattere
che è di tutta l’umana educazione la parte più nobile e più prestante, giace
pressoché dimenticata e negletta. Lo Spencer esaltando sopra misura la cultura
dell’organismo corporeo ha asserito che l’uomo debb’essere anzi tutto e
soprattutto un buon animale, ma ha dimenticato che si può essere un buon
animale ed un pessimo soggetto ad un tempo»280. 277 322. 278 G. A., Delle idee
pedagogiche presso i greci, 28-29. 279 G. A., Opuscoli pedagogici, G. A., Principi fondamentali di Scienza
Pedagogica, 680. 77 Invece la persona è quella briciola
dell’Universo che appartiene a se stessa, e a ciò deve essere educata. La
persona sente, capisce e vuole. La riduzione dell’uomo ad animale compromette
la morale, e cioè l’immanenza dei criteri di bene e di male e la responsabilità
personale. A. individua le conclusioni di queste premesse nell’opera di
Spencer, il quale negando la libertà, «nella sua psicologia riguarda la volontà
quale una evoluzione dell’istinto fisico ed assoggetta perciò l’opera umana ad
un fatale e necessario determinismo, in cui i fenomeni psichici si succedono
gli uni agli altri con un intreccio indissolubile. Torna quindi inutile, anzi
contrario a ragione, il pronunciare, che siamo moralmente tenuti a compiere le
azioni per noi vantaggiose ed astenerci dalle dannose se esse non dipendono dal
nostro libero volere, ma sono per insuperabile necessità predeterminate le une
alle altre»281. Si tratta di una posizione con nefandi corollari morali e
pedagogiche. «Rigettando la libertà – infatti - viene per ciò stesso a mancare
ogni ragione di responsabilità morale, in quella guisa che, rovesciato un
principio, cadono tutte le conseguenze sue»282. Si tratta di una corollario
spesso negato dai positivisti. A. ben evidenzia questa contraddizione e osserva
«parlano della necessità imperiosa di formare il carattere dell’alunno, di
promuovere lo sviluppo spontaneo della sua attività mentale, di educarlo alla
libertà di pensiero; ma in tal caso la logica li costringe ad accogliere il
concetto filosofico dell’uomo, da cui discendono tutte queste conseguenze
pedagogiche, e rigettare il concetto antropologico positivistico da cui
fioriscono conseguenze pedagogiche diametralmente opposte»283. Si tratta di
un’aporia che emerge con chiarezza nella «retorica» sull’autodidattica284.
Privato della libertà e del fine, l’uomo si rifugia nell’accidia: «Vivere
adunque alla giornata secondochè porta il caso fino a che venga l’unus interitus
hominum et iumentorum, ecco l’unica morale a cui possa logicamente far luogo il
positivismo»285. A. critica ancora lo Spencer quando nella sua Educazione
morale, intellettuale e fisica riduce la morale a «conservazione propria
diretta», una considerazione che se è 281 G. A., Del positivismo in sé e
nell’ordine pedagogico, 309. 282 109. 283 G. A., La nuova scuola pedagogica ed
i suoi pronunciamenti, 5. 284 Scrive sull’argomento: «I propugnatori della
nuova scuola positivistica vanno proclamando la somma importanza
dell’autodidattica e dell’educazione del carattere, e se ne fanno banditori
come di una loro scoperta; ma con ciò non si avvedono, che danno una smentita
alla loro dottrina, la quale facendo dell’io umano un mero fenomeno senza
sostanza, e rigettando fra le illusioni la libertà dello spirito, toglie di
mezzo quella personalità, per cui l’alunno colla sua interiore energia
conquista le conoscenze e vi attinge la fermezza incrollabile del volere» G. A.,
Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di
Torino il 18 novembre 1903, 13. 285 G. A., Del positivismo in sé e
nell’ordine pedagogico, 262. 78 spiegabile col suo darwinismo non è
accettabile ai fini di una convivenza e di una prassi educativa. La vita
diviene adattamento e sopravvivenza. Senza un fine ultimo non può esistere
educazione, ma solo adattamento, e cioè in qualche modo abbruttimento e
alienazione. Il positivismo è la negazione della vera educazione e «non ha
ragione di usurpare il posto della scienza, così compromette fatalmente le
sorti dell’educazione umana»286. In questo senso, non sconsacra solo la fede e
la metafisica, ma anche la vita umana, la fiducia, l’amore, la morale, gli
ideali. La nuova antropologia dei positivisti ha conseguenze nefaste sull’educazione.
Negato il principio della personalità e il valore della libertà, l’educazione è
declassata ad adattamento. Il fine della formazione si riduce all’
«allevamento» di un buon animale, il suo unico interesse e scopo dovrà essere
quello di collaborare al benessere dell’Umanità. Nella prospettiva
positivistica perde di significato quella formazione del carattere, della
volontà, e di emancipazione dalle funzioni biologiche, in cui risiede secondo A.
lo scopo dell’educazione umana. Anche l’istruzione, come contesta A. al Bain, è
ridotta a comunicazione di nozioni, sempre funzionali alla produzione o alle
condizioni sociali, e senza nessun riferimento all’educazione, agli ideali, ai
valori. Non si bada più alla formazione del carattere, ma alle capacità
cognitive, privandole però del fine e della direzione. L’educazione cessa di
essere esortazione per divenire condizionamento. Il suo senso nella pedagogia
positivistica viene svilito in quanto «manca il pensare grandioso, elevato, che
raccoglie una molteplicità svariatissima di idee particolari in una potente ed
organica unità; manca quel soffio di idealità, che innalza lo spirito
dell’educatore al sentimento del suo arduo e sublime magistero»287. Oltre
all’idea di libertà, di morale, e di educazione sono le stesse scienze umane
che vengono ribaltate sulla base dei principi antimetafisici, materialisti e
naturalisti. A. denuncia che «Le scienze della natura hanno usurpato il posto
delle scienze dello spirito: la psicologia, la morale, la filosofia in genere
non hanno più una esistenza loro propria e distinta, ma sono trasformate in
altrettanti rami delle scienze naturali»288. La pedagogia vede messi in
discussioni i suoi principi fondamentali: «Una scienza pedagogica senza verità
universali e necessarie, un’educazione senza ideale, ecco le conseguenze, che
derivano dal principio, che l’esperienza è la norma unica e suprema della
disciplina pedagogica»289. 286 G. A., La pedagogia italiana antica e
contemporanea, G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 27.
288 G. A., Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo,
4. 289 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 8.
79 Il primo dato necessario alla pedagogia che il positivismo confonde è
la natura non materiale della persona: «La nuova scuola, mentre proclama di non
voler accogliere nella cerchia della scienza altro che fatti, inconseguente a
se medesima rinnega alcuni fatti di singolarissima importanza. Giacché è un
fatto irrepugnabile, che l’educatore e l’alunno, l’uno di fronte all’altro,
sentono di essere non già meri fenomeni insieme implicati, bensì due persone
vive e reali, che hanno ciascuna affetti, intendimenti e voleri suoi propri, ed
affermano la loro individualità col vocabolo io; sentono di essere attività
libere, consapevoli di sé, arbitre del proprio operare. Ora la nuova scuola
proclama illusorii questi due solennissimi fatti, che sono il fondamento primo
dell’opera educativa». L’antimetafisica mette in discussione un altro elemento
necessario per la pedagogia, vale a dire l’evidenza che «L’uomo è un soggetto
educabile. Questo concetto semplicissimo ed elementare trascende la sfera
dell’esperienza»290, e non può dunque essere incastonato nell’architettura
positivista. La persona inoltre ha bisogno di un ideale, di un fine a cui
piegare la sua esistenza. «Senza ideale non si vive da uomo, non si vive
personalmente; e l’ideale vero non ci viene da una scuola, la quale insegni che
la vita umana si risolve tutta quanta in un gabinetto di fisiologia, non ci viene
dalla nuda esperienza. Essa mi dirà quello che io sono di fatto, o integro o
corrotto che io mi sia; l’ideale invece mi rivela quello che io debbo essere;
quello dell’esperienza è l’ideale del momento che passa, del punto che
scompare; il vero ideale abbraccia l’universalità del tempo e dello spazio»291.
In un altro saggio osserva: «L’esperienza mi dice quello, che è di fatto, non
quel che debb’essere; mi apprende cioè che l’uomo viene realmente educato, ma
non già che lo debba essere; è dessa la ragione, che muovendo dal concetto
della persona umana ne argomenta che l’educazione le è necessaria ed
essenziale. Così la sola esperienza non vale a somministrarci la verità
universale e necessaria dell’educabilità»292 L’educazione ha bisogno di un
ideale. Questo brano sintetizza chiaramente i concetti suaccennati: «Che se il
soggetto educando de’ positivisti, conscia ed arbitra di sé e cagione
efficiente degli atti suoi, è niente più che una mera successione de’ fenomeni,
i quali non appartengono a nessuno, ognun vede, 1° che voi farete del vostro
alunno non già una libera individualità, che pensi da sé e si regga per virtù
interiore, bensì un meccanismo di fenomeni insieme raccostati dalla forza
dell’abitudine; 2° che la santità del dovere è sfatata e l’educazione morale
torna impossibile, perché i fenomeni passano senza lasciar traccia di sé, e le
nostre risoluzioni 290 6. 291 G. A., Il ritorno al principio della personalità,
Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre 1903, 15. 292 G.
A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, 6. 80 volontarie
sarebbero una risultante di fenomeni ossia di forze meccaniche cooperanti; 3°
che anch’essa l’educazione religiosa non ha più ragione di essere, perché il
positivismo è la negazione della metafisica, come scienza dell’Essere assoluto,
e la negazione della religione, come amore intelligente ed operoso dell’Essere
divino»293. La pedagogia positivista viene inoltre criticata in quanto si
fregia di aver portato fondamentali novità per la pratica educativa. A.
chiarisce che: «I positivisti s’immaginano di avere dato alla scienza dell’uomo
e della sua educazione un impulso affatto nuovo e potente, di averle impresso
il suo vero indirizzo, di averla ricostruita sulle sue giuste fondamenta come
se tutti i grandi pensatori, che meditarono prima di essi intorno a queste due
discipline, avessero brancolato alla cieca; e tutta la riforma, della quale
vanno altieri, sta nell’aver circoscritto tutto il compito dell’antropologia e
della pedagogia allo studio de’ fatti umani ed alla ricerca delle loro leggi,
indipendentemente da ogni considerazione relativa alla sostanzialità del me, in
cui essi fatti hanno il loro comune principio, il loro punto centrale ed
armonizzatore»294. Ne La nuova scuola pedagogica analizza le novità che i
positivisti si prendono il merito di aver apportato alla pedagogia: metodo
intuitivo, autodidattica e adattamento. A. fa notare come siano tutte
intuizioni e nozioni assai note prima della nascita del positivismo e prima
ancora della comparsa della pedagogia. Per quanto riguarda le scienze umane, A.
contesta la trasformazione positivistica della psicologia in una branca della
fisiologia. Tale critica è legata alla battaglia per la difesa della
personalità umana e della sua libertà. Ciò che A. intendeva difendere era
l’idea che i fatti psicologici non fossero solo fisici, ma fondamentalmente
spirituali. Il mentale non può essere trattato come il biologico, per cui
l’oggetto della psicologia deve essere l’io sostanziale e non la sua espressione
fisiologica o fenomenica. Per tale motivo la psicologia deve seguire, a detta
di A., un metodo filosofico e non scientifico, con cui invece si può indagare
l’uomo da un punto di vista anatomico o fisiologico. Così per l’A. «la
psicologia è quella parte di filosofia, che ha per oggetto l’anima umana
studiata ne’ suoi fenomeni e nel suo essere sostanziale mediante la coscienza
perfezionata dalla riflessione al ragionamento»295. Tale concezione deve essere
contestualizzata in un periodo in cui la scienza italiana era parecchio lontana
dagli approcci e dai risultati dei laboratori psicologici svizzeri, tedeschi e
francesi. Questa difesa del collocamento della psicologia nella filosofia da
quanti la volevano ridotta a pura fisiologia, nacque dalla paura 293 G. A., Del
positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, 409. 294 G. A., Delle idee
pedagogiche presso i greci, 87. 295 G. A., Appunti di Antropologia e
Psicologia, 24. 81 che tale prospettiva avallasse la riduzione
dell’essere umano a un mero meccanismo biologico. Occorre inoltre far notare
che A. tenne in grande considerazione le scienze sperimentali, anche se
denunciò l’alto rischio dello scadimento della scienza in scientismo. Osserva
«Non vi è amatore del vero sapere, che non riconosca e non ammiri i grandi
progressi fatti dalle scienze naturali, e lo splendido avvenire, a cui sono
chiamate, proseguendo per la retta via dell’osservazione sincera e compiuta dei
fatti fisici, fecondata da una lenta e prudente induzione verificata mediante
la prova e riprova di ben condotto esperimento. Questo successo e sicuro
progredire del pensiero nella scoperta delle leggi e delle forze della natura
avvantaggia le sorti dell’umanità e conferisce potentemente alla civiltà ed al
perfezionamento sociale, essendochè l’uomo la fa sua rivolgendola al compimento
del suo ideale. Se non che mentre per una parte il progresso delle scienze
naturali conforta l’animo di liete speranze, per l’altra si nota con
rincrescimento la tendenza di alcuni illustri ingegneri contemporanei a trascendere
i confini proprii di esse scienze e riguardarle siccome la vera e sola scienza,
a cui tutte le altre vanno sacrificate, come se in esse sole fosse incarnato lo
spirito scientifico»296. Appare dunque poco fondato l’appunto mosso dalla
Bertoni Jovine all’A., che criticò al vercellese una presunta ostilità nei
confronti della scienza e del suo valore educativo. Secondo la studiosa
emiliana, per A.: «Tutte le scienze che si valgano di questo metodo e che
inducono l’educando all’osservazione spregiudicata dei fatti storici e naturali
sono dunque scienze diseducative o quanto meno non-educative, se per
“educative” s’intendono soltanto le suggestioni che rafforzano la fede»297. In
un lavoro successivo provò a giustificare la supposta contrarietà all’insegnamento
della scienza, con l’esigenza di difendere il «dogmatismo» in funzione
dell’ostruzionismo al progresso sociale e civile298. 296 G. A., L’uomo e la
natura, 12-13. 297 D. Bertoni Jovine, Storia della scuola popolare in Italia,
Torino, Einaudi, 1954, p. 387. 298 «Ad ogni modo, pur attraverso una prosa
gonfia e nello stesso tempo reticente, è opportuno districare il filo delle
argomentazioni del pedagogista torinese. Il punto sostanziale della sua
polemica è la critica del valore educativo della scienza. La scuola moderna si
fa un feticcio della scienza sottovalutando altri elementi formativi dello
spirito umano. Ma di quale scienza parla A.? Lo chiarirà in una nota inviata
alla Reale Accademia di Scienze di Torino. Si tratta soprattutto si quel
complesso di problemi e di studi che si raggruppa sotto il nome di “sociologia”
e che interessa tutti i problemi della vita moderna, compresi quelli educativi.
Egli non avrebbe probabilmente trovato tanto rivoluzionarie le teorie del
positivismo, dello scientificismo, dello storicismo, se tutte insieme queste
nuove teorie non avessero giusitificata l’esigenza di dare un nuovo sviluppo e
un nuovo orientamento alla scuola; se in altri settori della vita pubblica
quell’esigenza non si fosse collegata con necessità fatte sull’analfabetismo
non avessero messo l’accento sull’influsso che una struttura economica
arretrata aveva sulla scarsa efficienza della scuola. In questo legame l’A.
trova il punto più pericoloso delle nuove dottrine pedagogiche che segnavano il
tramonto di quello spiritualismo al quale egli si richiamava con nostalgia. Ad
esse attribuisce il fallimento scolastico italiano, richiamando gli educatori
ad una maggiore prudenza nell’accettare quel metodo positivistico che
82 Nel testo Studi Psico fisiologici (1896) riprese diverse scoperte
fatte in ambito sperimentale e ne valorizzò i meriti e la valenza pedagogica.
In più d’una occasione dovette difenderne l’importanza per la pedagogia da
quanti, come gli idealisti, ne contestavano il senso e l’utilità299. Tale
avvicinamento alla psicologia sperimentale gli costò la critica dell’idealista
Santamaria Formiggini che avversando l’ilemorifismo dell’A. vide nell’apertura
alla psicologia sperimentale un tradimento della realtà spirituale:300 D’altra
parte pare chiaramente inesatto il giudizio di Vidari che fa dell’A. un
osteggiatore della psicologia, sostenendo che il principio della personalità è
«anti-sperimentalista» e «anti – sociologico»301. Invece l’armonia tra il
materiale e lo spirituale, il loro “accordo”, era proprio ciò a cui A. puntava.
Le due discipline, psicologia e fisiologia, non dovevano essere confuse ma ben
distinte nel comune studio sull’uomo. Scrive a proposito: «La psicologia si
trova in intimo contatto colla fisiologia, ma ciascuna di queste due scienze va
distinta dall’altra, perché la prima ha per oggetto suo proprio la mente co’
suoi fenomeni psichici, la seconda l’organismo corporeo colle sue funzioni
vitali; e tuttavia sono unite insieme da quel medesimo vincolo, che congiunge
nell’uomo l’anima razionale ed il corpo organico, e così unite costituiscono
l’antropologia»302. A causa di ciò A. non può essere considerato come un nemico
della psicologia sperimentale, ma contro quella che esclude la «natura
personale» nell’uomo. La critica del positivismo e del materialismo è connessa
a quella sull’evoluzionismo. A. fa notare come il darwinismo non sia una
necessaria conseguenza del positivismo, ciò è confermato dal fatto che non
fosse condivisa da autori come Auguste Comte o Stuart Mill. Nella Nuova scuola
pedagogica (1905) A. osserva: «La nuova scuola pedagogica annovera nel suo seno
alcuni seguaci dell’evoluzionismo darviniano, i quali accusano la distruggerà
il metodo dogmatico [in nota: G. A., L’indirizzo storico e sociologico della
pedagogia contemporanea, Torino, 1908]. Tutte le scienze che si valgono di
questo metodo e che inducono il fanciullo all’osservazione spregiudicata dei
fatti storici e naturali sono dunque scienze diseducative o quanto meno
non-educative, se per “educative” s’intendono soltanto le suggestioni che
rafforzano la fede» D. Bertoni Jovine, Storia dell’educazione popolare in
Italia, Bari, Laterza, 1965, pp. 221-223. 299 G. A., Il problema metafisico
studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, 14.
300 «Forse l’A. si lasciò trascinare nella sua vita dal desiderio di porre la
sua psicologia in maggiore armonia con le teorie scientifiche sull’emozione che
allora si diffondevano in seguito all’indirizzo di studi del Wundt; volle
dimostrare la possibilità di coordinare il suo sistema coi risultati della
scienza più moderna; ma naturalmente non poté riuscire bene nel suo intento,
perché l’eclettismo è il più difficile di tutti i sistemi» E. Santamaria
Formiggini, La pedagogia italiana nella seconda metà del secolo XIX, parte I,
gli spiritualisti, Roma, A. F. Formiggini, 1920, p. 281. 301 Vidari sostiene
che l’A. è contrario alla «psicologia fenomenistica, che è per la Pedagogia
rovinosa, negando essa il principio fondamentale della sostanzialità e unità
della Persona» G. Vidari, Giuseppe A., 8-9. 302 G. A., Appunti di
Antropologia e Psicologia, 26. 83 vecchia pedagogia di posare sopra una
psicologia astratta e dualistica, per cui mancava di salde basi scientifiche,
adoprava un metodo puramente soggettivo ed astratto e toglieva di mezzo ogni
raffronto tra i fenomeni psichici dell’uomo e quelli degli animali. Tutte
queste accuse presuppongono che l’evoluzionismo, a cui si appoggiano, sia una
verità scientifica rigorosamente dimostrata, ma cadono l’una dopo l’altra,
dacché il Darwinismo è una mera ipotesi sostenuta da pochi pensatori, che lo
scambiano per un teorema scientifico dimostrato. Anche riguardato come una pura
ipotesi bisognevole di conferma, l’evoluzionismo è ben lontano dallo adempiere
i difetti ingiustamente attribuiti alla pedagogia filosofica e rinnovare di
sana pianta la scienza educativa nelle sue basi, nel suo metodo, nelle sue
attinenze sociali»303. In tale testo conferma una considerazione fatta già nel
1874: «L’alterazione della specie sostenuta da Darwin è una mera ipotesi, che
va ogni di più perdendo valore e seguaci»304. Di certo la previsione è
risultata sbagliata. Tuttavia, il fatto che A. considerasse la teoria
dell’evoluzionismo come una probabilità appare giustificabile sulla base delle
conoscenze scientifiche e delle prove addotte dal darwinismo alla fine
dell’Ottocento. Va peraltro tenuto conto che la critica dell’A. fu abbastanza
superficiale e incentrata su questioni filosofiche più che scientifiche (non ne
aveva gli strumenti). L’idea che il pedagogista vercellese difendeva era
comunque la stessa, l’irriducibilità dell’uomo alla natura. Nel testo L’uomo e
la natura (1906) si interroga: «possiamo noi ammettere che la specie umana
abbia avuto origine dalla materia universale diffusa nello spazio per via di
una lenta e progressiva trasformazione degli organismi viventi? Lo asseriscono
i seguaci dell’evoluzionismo materialistico, ma non lo hanno mai dimostrato
seriamente né punto, né poco; né dimostrare lo possono perché nemo dat, quod
non habet, e la materia bruta primitiva non racchiudeva certamente in sé il
germe di quella sublime razionalità, che è il carattere costitutivo della
specie umana. Carlo Vogt nelle sue Lezioni sull’uomo si sbraccia a dimostrare,
che le diverse razze umane originarono dalle differenti famiglie di scimmie, ma
ristrinse tutto il suo esame alla morfologia del cranio umano raffrontato con
quello scimmiesco, e non disse verbo delle facoltà mentali proprie
dell’umanità: che veramente avrebbe avuto un disperato partito per le mani, se
avesse preteso che la mentalità dell’uomo è sbocciata dalla brutalità della
scimmia»305 Stando all’A. il positivismo non è perdente solo sul piano
teoretico. È la vita a condannare questo sistema. Nell’introduzione degli Studi
Pedagogici, A. riprende il 303 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi
pronunciamenti, 12. 304 G. A., Della vecchia e della nuova antropologia di
fronte alla società, 10. 305 G. A., L’uomo e la natura, 10. 84
romanzo di Dickens, Duri tempi per questi tempi, e cita diversi brani al fine
di mostrare la confusione a cui porta il positivismo nella vita reale, infatti
è inevitabile che venga svilito il compito dell’educatore, svalutata
l’immaginazione, sminuito il sentimento e l’amore. Il positivismo soffoca
l’esistenza. Anche se A. ricorda che «il cuore è tal forza che più di ogni
altra della natura scoppia irresistibile quanto più lungamente e violentemente
repressa»306, il positivismo conduce inevitabilmente alla «ruina e lo sfacelo
della vita domestica e sociale»307. A. contesta anche le posizioni
positivistiche sulla scuola. Critica Comte che impone alle prime classi un
quadro orario composto quasi esclusivamente con materie matematico
scientifiche, sminuendo quelle umanistiche. Nonostante le critiche A. riconosce
alla nuova pedagogia anche dei meriti308. Uno degli apporti importanti del
positivismo è stato quello di riavvicinare la scienza pedagogica all’analisi e
all’osservazione degli aspetti empirici dell’educazione. Comunque se A. dopo
gli anni ’70 risultava preoccupato per l’avanzata del positivismo, alla fine
della sua carriera ebbe occasione di esultare per la sua decadenza. A. poteva
scrivere che «Il positivismo pedagogico attraversa una grandissima crisi e va
via via smarrendosi in mezzo a diversi e contrari indirizzi. La mancanza
assoluta di critica, la cieca fidanza si sé, il dogmatismo sostituito al
ragionamento ed alla discussione, la noncuranza delle dottrine contrarie, il
disprezzo della tradizione, tolgono a questo sistema ogni efficacia scientifica
e segnano il suo decadimento»310. 306 G. A., Studi pedagogici, «Nessuno mai, che abbia fior di senno,
rigetterà siccome sciupato, fallito e contrario al vero tutto il lavoro della
nuova scuola pedagogica. Anch’essa ha le sue parti buone e commendevoli accanto
alle malsane e morbose; ha messo in bella luce alcuni punti, che non erano
stati sufficientemente lumeggiati; ha posto in rilievo alcuni fatti educativi
mediante un’analisi sottile ed accurata; ha dato un nuovo impulso
all’educazione fisica ed alla coltura del pensiero; ma il principio
fondamentale, su cui essa posa, è radicalmente sbagliato; epperò tutte le
verità, che essa contiene nella sua dottrina, non le può logicamente ammettere,
se non a condizione di rigettare il suo principio supremo, mentre la pedagogia
filosofica le può accogliere tutte quante, perché rientrano nel principio che
le è proprio» G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, «Il
positivismo (sarebbe ingiustizia il disconoscerlo) ha recato non poco
giovamento agli studi antropologici coll’averli ritirati dalla via
dell’incompiuto ed esclusivo metodo trascendentale dell’antica scuola e
condotti su quella dell’osservazione e della storia; ma è solenne errore quel
suo fermarsi alla nuda osservazione dei fatti e delle loro leggi senza punto
assorgere allo studio delle origini, della natura e della destinazione
dell’uomo che è causa efficiente e ragione spiegativa di quei medesimi fatti.”309
Osserva ancora: “Certamente dimostrerebbe ingiusto verso la nuova scuola chi le
negasse il merito di avere efficacemente contribuito all’incremento della
scienza pedagogica; ma dall’altro lato è giuoco – forza riconoscere, che nel
corso delle sue indagini ha passato sotto silenzio argomenti e problemi
pedagogici di altissimo rilievo» 27. 310 G. A., Opuscoli pedagogici, 6.
85 Concludendo, si può rilevare come A. abbia scovato nelle critiche al
positivismo e all’idealismo un errore comune. Entrambe mancano infatti di
realismo, e riducono sia il campo dello scibile che quello dell’esistente Il
contributo alla storia della pedagogia Gli studi di storia della pedagogia
costituiscono una parte cospicua nella produzione di A., che nella sua lunga
carriera si è occupato di diversi periodi, che vanno dalla pedagogia antica
greca e romana, all’itinerario della riflessione europea tra il XVIII e il XIX
secolo, alla storia dello spiritualismo italiano. L’importanza data agli studi
storici è inoltre confermata dal fatto che i testi in cui A. espone il “suo”
sistema pedagogico e filosofico sono lavori di storia della pedagogia, vale a
dire i Saggi filosofici, gli Opuscoli e Il problema metafisico. Tra le opere
più importanti vi è il già citato Del positivismo in sé e nell’ordine
pedagogico (1883), che non si limita ad una critica sui contenuti ma riprende
con precisione lo sviluppo delle teorie pedagogiche di Comte, Spencer, Bain.
Sulla stessa corrente, è particolarmente significativo il testo La psicologia
di Herbert Spencer: studio espositivo-critico (1898). Al contributo della
pedagogia svizzera dedica il libro: Delle dottrine pedagogiche di E.
Pestalozzi, A. Necker de Saussure, F. Naville e G. Girard (1884). Un altro
testo importante è Delle idee pedagogiche presso i Greci (1887). Nel 1901
pubblicò La pedagogia italiana antica e contemporanea in cui in un capitolo è
riportato un testo pubblicato quaranta anni prima: Della pedagogia in Italia
dal 1846 al 1866 (1867). Negli Opuscoli pedagogici (1909) presenta saggi su l’Helvetius,
Gerdil, Jacotot, Kant, Herbart, Blackie ed altri. Importante anche lo studio
sul fondatore della pedagogia moderna, G. G. Rousseau filosofo e pedagogista
(1910) e l’ultima opera che rappresenta il testamento pedagogico dell’A.:
Giobbe e Schopenhauer (1912). Un altro importante contributo fu la traduzione e
l’introduzione della Levana di Richter, e lo studio su Maine de Biran e la sua
dottrina antropologica (1895). 311 Sui punti in comune delle due teorie scrive:
«Queste due specie di umanismo filosofico hanno due punti comuni in cui
convengono, ai quali corrispondono due punti di discrepanza, in cui esse
differiscono. Anzi tutto entrambe concordano nel proclamare l'autonomia
illimitata del pensiero umano, che nulla più riconosce oltre di sè: da ciò poi
che l'attività del pensiero si spiega e come ragione avente per oggetto il
mondo soprasensibile, immutabile ed assoluto delle essenze, e come esperienza
la quale coglie il mondo sensibile, mutabile e relativo de' fenomeni, ne viene
una ragion soggettiva per cui l'umanismo filosofico si specifica in
razionalismo assoluto ed in empirismo universale. Ancora, esse convengono nel
proclamare il moto indefinito delle cose e delle idee, mercè il quale l’uomo,
disertando il posto segnatogli dalla propria natura, o si faccia identico con
Dio, che gli sovrasta, trasumanando, o si confonda colla materia che gli
soggiace. disumanandosi; e di qui una ragione oggettiva, per cui l'umanismo
differenziasi in antropoteismo ed in naturalismo» G. A., L’Hegelismo e la
scienza, la vita, 9-10. 86 Uno dei periodi più studiati dall’A. fu
la pedagogia del XIX secolo. Nel testo Delle dottrine pedagogiche di Enrico
Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard,
(1884), innalza la scuola svizzera come un momento importante per l’intera
scienza e storia della pedagogia, una scuola che seppe integrare le spinte
della modernità con una prospettiva antropologica spiritualista. Un altro testo
molto significativo è il già citato Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866
(1867). Questo saggio ripercorre con precisione lo sviluppo della cultura
pedagogica e della legislazione scolastica in Piemonte e in Italia, in un
decennio decisivo per la costruzione della scuola italiana. Commentando questo
saggio Gerini ha scritto: «La monografia, composta per incarico del Ministro
della P.I., è il primo saggio di storia pedagogica scritto in Italia, che sarà
sempre consultato da quanti vorranno conoscere il nostro risorgimento
educativo»312. Dello stesso avviso anche Arcomano, che commenta: «È una
rassegna delle situazioni, delle attività e delle opere del ventennio
1846-1866, in fatto di istruzione ed educazione, e si può considerare un
capolavoro di chiarezza nella interpretazione degli avvenimenti e nella
presentazione delle idee che circolavano»313, anche se poi rileva come il testo
è forse troppo concentrato sulla realtà subalpina. Il testo ebbe vasta eco nel
dibattito pedagogico, lo troviamo spesso citato in opere di altri autori314,
abbastanza rare sono le critiche315. In questo saggio A. esalta i protagonisti
di quella stagione come Vincenzo Troya, Agostino Fecia, Vincenza Garelli, Carlo
Boncompagni. Riprende poi tutte le discussioni sulla riforma della scuola, e
trova nell’esperienza pedagogica del Piemonte e della Toscana nella metà dell’Ottocento
i due laboratori della nuova scuola e della nuova pedagogia. È molto
significativo il peso dato dall’A. alla «Società pedagogica» e anche alle
riviste del tempo. Questo testo, contribuì a dimostrare come fosse solo un mito
l’idea propagandata dai positivisti secondo la quale la pedagogia precedente
alla loro non avesse avuto nulla da dire. A. fa risaltare la pedagogia
spiritualista risorgimentale e quel clima di liberalismo educativo che sarà
tradito e defraudato dalla statolatria e dal positivismo. 312 G.
B. Gerini, La mente di Giuseppe A., 44. 313 A. Arcomano, Pedagogia,
istruzione ed educazione in Italia, 56. 314 Cfr. C. Uttini, Nuovo compendio di
pedagogia e didattica: ad uso delle scuole e delle famiglie, Torino, Libreria
scolastica di Grato-Scioldo, 1884, p. XIV. 315 Si vedano per esempio gli
appunti negativi di Vidari: «Abbastanza buono per la parte della pedagogia
contemporanea è il Saggio dell’A., il quale porta in esso il contributo delle
sue proprie memorie e impressioni; ma anche qui il senso della vita storica,
cioè della interiore unità onde si collegano nel loro svolgimento le dottrine,
è quasi del tutto assente, e invece prevalgono le preoccupazioni personali
dell’autore» G. Vidari, Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo
storico, 4. 87 Senza dubbio lo studioso può essere considerato uno
tra i primi storici della pedagogia italiana, e non solo per il numero dei
lavori pubblicati, ma anche per la teorizzazione dell’ambito disciplinare e delle
metodologie di ricerca. A. espone il suo pensiero circa il fine e il metodo
della Storia della pedagogia nel breve opuscolo Concetto generale della storia
e della pedagogia (1901), anche se accenna a tale questione in diversi altri
saggi. Nel lavoro citato, parte dalla considerazione dell’educazione come fatto
e concetto comune. La pratica e la teorizzazione educativa sono
imprescindibili, e la scienza pedagogica si sviluppò sotto la spinta di voler
vedere perfezionata l’arte educativa. In questo senso continua: «La necessità
di una scienza pedagogica emerge dal difetto inerente all’inconscia educazione
naturale, e quindi dall’insufficienza del suo concetto»316. Egli rivendica uno
statuto epistemologico propria alla storia della pedagogia, che distingue tanto
dalla pedagogia in sé, che dalla storia dell’educazione. In questa direzione
critica Paroz che nella Histoire universelle de la Pédagogie non separa le due
discipline317. A. distingue anche la storia dell’educazione in generale, vale a
dire i tratti tipici dell’educazione e la sua storia universale, dalla storia
dell’educazione di una particolare tradizione o società318. Nei suoi studi
richiama l’importanza della precisione storiografica ed uno studio approfondito
delle fonti. In particolare rimarca come la storia dell’educazione debba
essere: ordinata, veridica, ragionata, compiuta. Chiede di riferirsi sempre a
«fonti accurate e sicure»319. Uno degli aspetti innovativi dei lavori dell’A. è
il peso dato allo studio del contesto e della personalità dell’autore320. 316
G. A., Concetto generale della storia della pedagogia, 1. 317 «La storia
dell’educazione ha per ufficio suo proprio di esporre le diverse forme, che
prese l’educazione presso i diversi popoli antichi e moderni; per contro la
storia della pedagogia espone le origini e lo sviluppo di questa scienza
attraverso le dottrine, i sistemi, le teorie de’ pensatori, che la coltivarono.
[...] Per certo queste due specie di storie sono fra di loro congiunte da
intime attinenze e si lumeggiano a vicenda, ma la loro distinzione va tenuta in
conto per non confondere due ordini di cose affatto diversi, quali sono le idee
pedagogiche de’ pensatori e le azioni educative degli istitutori» 3. 318 «La
storia dell’educazione, riguardata rispetto alla sua estensione, viene a diversi
in universale, particolare e singolare. La storia universale si estende
all’educazione di tutti i tempi dai più remoti ai contemporanei, di tutti i
popoli e barbari e civili, e antichi e moderni. La particolare comprende un
periodo storico generale, quale sarebbe la storia dell’educazione antica, o
parte di un periodo storico, come ad esempio la storia dell’educazione dal 1500
a noi. In entrambi i casi abbraccia l’educazione presso tutti i popoli
ristretti però ad un tempo determinato. È altresì particolare quella, che
espone l’educazione di una nazione considerata o in tutta la durata della sua
esistenza (quale l’educazione presso i romani) o in uno de’ suoi periodi
storici (quale l’educazione dei romani nel periodo repubblicano). Infine è
singolare, se si restringe o ad un dato secolo (come la storia dell’educazione
ai tempi della rivoluzione francese), o ad un Istituto educativo, quale
l’Istituto pitagorico o l’Istituto educativo di Vittorino da Feltre; ed allora
piglia più propriamente nome di monografia storica» 3-4; 319 4. 320 Già in uno
dei primi saggi esponeva con chiarezza tale principio: «La critica ha da
descrivere la genealogia del genio speculativo; ha da seguirlo in tutto il suo
periodo evolutivo ricordando i sentieri e le vie riposte per cui è passato
prima di giungere al suo ideale definitivo; ha da studiare il movimento
speculativo dell'epoca in mezzo al quale si svolse; ha da sceverare nelle
pagine della storia le idee di cui ha elementato il proprio sistema e
significare come queste nel proprio sistema s'intrecciarono e vi ricevettero
un'impronta peculiare e sistematica. Tale è l'ufficio narrativo della critica.
Oltre a tutto questo, apprezzare nel suo giusto 88 Come la storia
dell’educazione, anche la storia della pedagogia si può dividere in generale e
particolare. Il suo fine non si limita ad una narrazione asettica della
riflessione educativa, ma trova il suo senso nella valutazione delle teorie
pedagogiche rispetto all’autentica scienza pedagogica. Scrive A.: «Da queste
generali considerazioni intorno al come si forma e si va svolgendo la pedagogia
emerge da sé il concetto della sua storia, la quale apparisce una ordinata e
razionale narrazione dello svolgimento progressivo della scienza pedagogica
attraverso i tentativi fatti dai pensatori di tutti i tempi e luoghi a fine di
determinare l’ideale tipico dell’umana scienza»321. In particolare, sono
significativi alcuni brani presenti negli Studi pedagogici (1889)322 e ne La
nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, in cui mostra come lo scopo
dell’approfondimento storico è strettamente connesso al fine della scienza
pedagogica. L’A. sostiene che l’educazione possa essere studiata o nel suo
svolgimento pratico o da un punto di vista speculativo. La pratica educativa
può essere di tre tipi: quella che normalmente le persone attuano, quella di
una determinata società, e la vera arte di educare. Come l’educazione, anche la
teoria pedagogica sembra connaturale alla vita umana. Per tale motivo in ogni
epoca l’uomo si è fatto un’idea circa il miglior modo di educare. Così, secondo
A., esistono tre tipi di teorie pedagogiche: la pedagogia volgare, quella del
singolo pensatore, e la scienza pedagogica. Il compito della storia della
pedagogia quello di individuare il differenziale tra quanto pensato in passato
e la scienza pedagogica. La storia ha così un valore fondamentale della
riflessione pedagogica, poiché propone agli studiosi interlocutori di vaglia,
anche sé A. ricorda di distinguere la scienza dalla storia324. Il seguente
brano ben lumeggia la distanza tra ciò che si è pensato e la scienza: «Fu detto
che la storia universale è tutta una congiura contro la verità: nell’ipotesi
che stiamo valore il punto iniziale da cui un sistema piglia le mosse, il
processo a cui s'informa il suo sviluppamento, il termine finale in cui si è
chiuso; pronunziare se nella storia del pensiero speculativo esso segni un
periodo di sosta o di progresso; giudicare se il problema filosofico sia stato
concepito in tutta la sua integrità e giustezza, e risoluto a dovere; epperò se
siano state convenientemente satisfatte le esigenze del pensiero spéculativo
senza punto disconoscere i pronunziati universali della sapienza comune, anzi
armonizzandoli colle conclusioni della ragion filosofica: ecco l'altro ufficio
della critica che discute» G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, 18. 321 G.
A., Concetto generale della storia della pedagogia, G. A., Studi pedagogici, 28-31. 323 G. A.,
Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure,
Francesco Naville e Gregorio Girard, 7. 324 «I cultori della pedagogia trovano
nella storia una saggia maestra, che additando gli errori dei pensatori che li
precedettero, da un lato, e dall’altro le verità da essi scoperte e lumeggiate,
li consiglia a procedere ammisurati e guardinghi nei loro tentativi, li anima e
li sorregge all’amore ed alla conquista del vero, ed allarga l’orizzonte del
loro pensiero. Riconoscendo l’utilità e l’importanza della storia della
pedagogia, guardiamoci però dall’ingrandirla oltre il convenevole.» G. A.,
Concetto generale della storia della pedagogia, 8. 89 discutendo,
bisognerebbe ripetere, che anch’essa la storia della pedagogia è tutta una
congiura contro la scienza pedagogica»325. Nel stesso saggio critica il
Siciliani e il suo testo Storia critica delle teorie pedagogiche nel quale
sostiene che la scienza pedagogica si fonda sulla esperienza storica
dell’educazione326. Se per Siciliani la scienza pedagogica è frutto di
evoluzione, per lo spiritualista A. la «vera» scienza pedagogica è una, e ad
essa ci si può avvicinare o allontanare. Entra poi in merito a come si fa la
storia della pedagogia. Spesso si è costretti a raccogliere le «idee slegate e
frammentate» in opere non propriamente pedagogiche, scovando le «teorie
particolari intorno a qualche punto di educazione, o sia che esse formino un
tutto da sé distinto da ogni altro, o sia che giacciano implicata ed involte in
opere di altra natura», ma anche «i trattati che abbracciano un compiuto
sistema pedagogico, dove l’educazione è contemplata in tutta l’integrità del
suo organismo, quali ce ne porge in copia moderna». Bisogna quindi studiare le
opere dell’autore, i frammenti della sua opera presente in altri autori, la
tradizione su di lui. «Gli scritti originali di un pedagogista sono essi soli
le vere fonti, da cui si attinge limpida e netta la sua dottrina, mentre i
frammenti registrati nelle opere di altri scrittori, e la tradizione scritta od
orale, anziché fonti, sono rivi più o meno puri». Dai suoi scritti occorre
innanzitutto cogliere in concetto centrale di un autore, cercandone poi le
cause. Occorre comunque valutare la pedagogia degli autori studiati: «Ma il
compito più elevato, più grave e ad un tempo più arduo della critica storica
risiede nel cernere nelle esposte dottrine la parte vera dalla erronea, la
certa dall’incerta ed opinabile, l’elemento soggettivo, particolare, relativo,
dall’oggettivo, universale, assoluto, che solo può passare nel dominio della
scienza pedagogica»327. Lo storico dovrà stare attento ad ancorarsi sempre alla
scienza pedagogica328. In conclusione sintetizza così il compito dello storico
della pedagogia: «Ai quattro uffici propri della storia pedagogica ora
accennati fanno natural corrispondenza quattro distinte e successive forme
speciali, che essa può rivestire nel suo progressivo sviluppo. La storia della
pedagogia rintraccia primamente i materiali, che entrano a comporla, ed in
questo suo primo studio riveste la forma di memorie e frammenti. Poi si accinge
ad esporre e descrivere le raccolte dottrine, e qui assume la forma di cronaca,
alla quale succede la forma di storia propriamente detta, 325 9. 326 10. 327
15. 328 «Lo storico deve scansare due estremi; da un lato la troppa fidanza di
sé ed il cieco immobilismo nelle proprie idee, dall’altro l’incostanza e la
volubilità del pensiero, a cui potrebbe essere trascinato dallo spettacolo di
tanti sistemi diversi e contrari» 16. 90 che corrisponde all’ufficio
etiologico od inquisitivo, finché s’innalza alla sua più perfetta forma, quale
è la filosofia della storia, che risponde all’ufficio critico e
speculativo»329. Il senso della Storia della pedagogia ha appunto lo scopo di
rilevare il differenziale presente sia tra i modi che le popolazioni che ci
hanno preceduto avevano di educare in confronto con la vera arte di educare,
sia il confronto tra le varie teorie pedagogiche e la vera scienza pedagogica.
Osserva A.: «Quindi ancora ne consegue, che introno al medesimo oggetto
conoscibile (ad esempio intorno l’essenza dell’educazione, od al suo fine, od
alle sue leggi) possono darsi e si danno di fatto molte teoriche, e quel che è
più le une dalle altri discordi ed avverse, mentre una sola è la scienza e
sempre a se stessa concorde, perché una sola è la verità, in quella guisa che
nell’ordine geometrico tra due punti dati non può correre che una sola linea
retta, mentre di linee curve se ne possono condur chi sa quante». Il senso
della Storia della pedagogia è analizzare i sistemi pedagogici confrontandoli
con la vera scienza pedagogica. Dunque: «La storia de’ sistemi pedagogici è
sostanzialmente la storia de’ tentativi felici od infelici, retti o traviati,
fatti dai cultori dell’arte educativa per giungere al Vero siccome fondamento
di essa; per lo contrario la storia della scienza pedagogica è la storia della
Verità educativa riguardata nel suo progressivo esplicamento»330. Sulla base di
questa prospettiva, i numerosi studi di storia della pedagogia di A., sono un
dialogo rispetto a determinati principi pedagogici con gli autori trattati, più
che un’esposizione oggettiva del loro pensiero. Lo studio della storia della
pedagogia secondo A. può condurre a una migliore comprensione dell’educazione e
a quei tratti unici e particolari che la caratterizzano. Per tale ragione nelle
sue ricerche spesso trova degli spunti per confermare alcune delle sue tesi o
muove critiche agli altri sistemi pedagogici, in primis ai già citati
positivisti. I testi sono dunque ripetutamente accompagnati da valutazioni
personali, commenti, paragoni, e non pochi giudizi sferzanti. Ha scritto
puntualmente Vidari «Si comprende da tutto questo come l’A. nei suoi studii di
storia delle dottrine antropologiche e pedagogiche fosse guidato e mosso più
che dal proposito di comprenderle nel loro processo di formazione, di
inquadrarle nel momento storico a cui appartennero, di seguirle nei loro
sviluppi, nelle loro irradiazioni e conseguenze, da quello piuttosto di
saggiarle e 329 16. 330 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi,
Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, 6.
91 giudicarle in rapporto a quei principi fondamentali di scienza
dell’educazione, che egli andò illustrando in tutto il resto della sua
produzione filosofica»331. Dalle posizioni prese di fronte al «laboratorio
della storia della pedagogia» si precisa ancora meglio il sistema pedagogico di
A.. Forse anche per questo la lettura di questi testi aiuta a cogliere il cuore
e le preoccupazioni pedagogiche dell’A.. Il tema principale su cui A. si
confronta è per la maggior parte legato a prospettive antropologiche e alle
loro conseguenze in campo educativo e scolastico. Giustamente Valdarnini
osserva: «qual criterio adotta l’A. per giudicare della verità o della falsità
delle dottrine di cui è intessuta la storia della Pedagogia? Questo: il
sentimento e il concetto della dignità propria della specie umana»332. Da
Seneca a Rousseau ciò che l’A. valuta è quale l’idea di uomo essi comunicano e
difendono. Ma tale prospettiva ha secondo alcuni studiosi portato a esiti
negativi. La Quarello, ad esempio, critica il fatto che certi giudizi storici
siano «troppo soggettivi»333 e fa notare che alcune valutazioni dell’A. partono
«talora da “presupposti dommatici” più che da dimostrazioni convincenti»334.
Tra le altre, critica la scarsa considerazione data al Kant della Critica della
ragion pratica. Di un’idea contraria è Vidari quando osserva che «alcune delle
osservazioni critiche che l’A. muove alla dottrina morale di Kant, per quanto
non nuove, sono giuste e fondate»335. Come già accennato, sempre stando alla
Quarello, A. non avrebbe colto il contenuto della filosofia di Hegel, riducendo
la portata dello Spirito e dell’Assoluto hegeliano336. Tra gli altri, il
principio della libertà d’insegnamento è uno dei criteri con cui valuta le
teorie pedagogiche. Nel testo Delle idee pedagogiche presso i greci la
questione della libertà d’insegnamento decide della divisione degli autori. A.
affronta prima Pitagora e Socrate, che sono considerati i difensori di
un’educazione libera, e poi Senofonte, Platone e Aristotele, che considera
difensori di una visione spartana e statolatrica dell’educazione. Affrontando
tali autori esprime la sua idea di educazione e di libertà. Scrive: «Plutarco
non separa la famiglia dallo Stato, né la confonde con esso. Per lui la
famiglia non è solo un grado della gerarchia dello Stato, ma un centro, che ha
uno sviluppo suo proprio. 331 G. Vidari, Il contributo di A. alla Storia della
Pedagogia, «Rivista Pedagogica», n. 10, 1930, p. 689. 332 A. Valdarnini, A.storico
della pedagogia, in Vita e mente di Giuseppe A., cit., 1913, p. 56. 333 V.
Quarello, G. A., Studio critico, 124. 334 124. 335 G. Vidari, Il contributo di A.
alla Storia della Pedagogia, 692. 336 V. Quarello, G. A., Studio critico,
128-129. 92 L’educazione, senza punto dimenticare di preparare il
fanciullo a divenire buon cittadino, ha sovra tutto per compito suo di formare
in lui l’uomo mercè il culto della famiglia»337. Sugli «avversari» della
libertà scrive invece: «Platone aveva confuso la famiglia collo Stato fino ad
introdurre il Governo nei penetrali del santuario domestico, e colla famiglia
anch’esso l’individuo veniva assorbito nella comanza politica. Aristotele
giunse a distinguere la famiglia dallo Stato, ma il suo pensiero su questo
grave argomento mostrasi perplesso ed oscuro, tant’è che l’uomo in sua sentenza
non è tale, perché persona individua, perché padre o marito, o figlio, ma
perché cittadino»338. Un altro brano su Platone mostra la pertinenza tra il
concetto di persona e quello della libertà d’insegnamento, e come la perdita
del primo faccia necessariamente scivolare nello statalismo: «Il massimo e
capitale errore, che falsa la politica e conseguentemente la pedagogia di
Platone e scorre e s’inviscera in tutte le parti della sua teoria, questo è di
avere sacrificato l’attività personale dell’individuo all’onnipotenza dello
Stato, di avere assorbito l’uomo nel cittadino. La dottrina politica di Platone
è un esplicito socialismo governativo: l’individuo esiste e vive in servigio
esclusivo dello Stato, è niente più che una molla, un ordigno del gran
meccanismo sociale, giacché nell’assoluta ed oppressiva unità della comunanza
politica si perde ogni libertà personale. Epperò l’educazione riesce
essenzialmente ed onninamente politica, mentre dovrebb’essere primamente e
sostanzialmente personale: l’umana persona, spogliata della sua dignità finale,
viene educata come semplice mezzo e strumento della civil società»339.
Concludendo la parentesi greca scrive: «Lo Stato adunque non prevale
sull’individuo, bensì gli sottostà come effetto della sua cagione; e quando
Aristotele a sostenere la supremazia naturale dello Stato sulla famiglia e sui
singoli uomini osserva, che il tutto trionfa sulla parte, perché distrutto
quello, anche questa vien meno, possiamo ritorcere il suo argomento contro di
lui avvertendo che la parte congregandosi con altre parti, forma essa il tutto,
e se quella scompare, anche questo ruina. In una parola non l’individuo è fatto
per lo Stato, bensì lo Stato è fatto per tutti e per ciascuno, epperò
l’educazione debb’essere umana e personale, prima che politica e civile»340 In
alcuni punti le valutazioni dell’A. sono decisamente esagerate. Nel testo su
Giobbe e Schopenauer apre una parentesi molto sommaria contro il popolo
ebraico341, rasentando il razzismo. In altre occasioni il suo giudizio è
palesemente sproporzionato. 337 G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci,
163. 338 162. 339 131-132. 340 148. 341 G. A., Giobbe e Schopenhauer,
36-37. 93 Come quando nell’introduzione al lavoro su Delle idee
pedagogiche presso i greci (1887) osserva «Pitagora e Socrate ci appariscono
gloriosi campioni di una pedagogica, che si muove libera di sé, franca da ogni
ressura governativa, sorretta da un ideale divino, che consacra la persona,
santifica il dovere, suggella l’immortalità della vita personale. Platone ed
Aristotele ci si mostrano fautori dello Stato educatore, che disconoscendo ne’
singoli uomini la dignità della persona individua, trae con sé a perdimento
tutta la Grecia»342. Anche Santamaria Formiggini contesta all’A. la scarsa
precisione su taluni lavori, in particolare fa riferimento agli studi su
Rousseau ed Herbart. Inoltre sostiene che l’A. non riuscì a «penetrare
oggettivamente nel pensiero degli autori che studia e che critica»343. Però poi
ammette che «Come pedagogista egli lascia a grande distanza gli altri per la
larga informazione storica, che è uno degli elementi essenziali per la trattazione
ponderata ed illuminata delle questioni educative, è condizione per un vero
progresso delle teorie. Egli può considerarsi veramente uno dei primi
pedagogisti che abbiano indirizzato gli studiosi italiani a mettere in
raffronto e in rapporto i loro studi con i risultati del pensiero pedagogico
straniero, perché dai confronti scaturisca più viva e più nuova la verità,
perché si evitino ripetizioni di teorie discusse e superate»344. Oltre ad
imprecisioni, i lavori dell’A. risultano approfonditi e curati. Lo studio su
Rousseau criticato dalla Formiggini, è ricco di riferimenti bibliografici ma
soprattutto offre una chiave di lettura molto interessante del pensatore
ginevrino non temendo di evidenziarne i pregi, ma anche le contraddizioni, le
ambiguità e i rischi. Non pensiamo di essere lontani dal vero affermando che
nonostante la sterminata bibliografia sull’autore dell’Emilio, il libro di A.
risulta ancora oggi ricco di spunti e di considerazioni. Il merito di A. come
storico della pedagogia emerge ulteriormente se paragonato ai lavori coevi di
storia della pedagogia, dai quali si distanzia per riferimento alle fonti e
immedesimazione. Senza dubbio si può affermare che A. può essere considerato
uno tra i primi storici della pedagogia italiani. I. 8. La scuola educativa 342
G. A., Delle idee pedagogiche presso i greci, II. 343 E. Santamaria Formiggini,
La pedagogia italiana nella seconda metà del secolo XIX, parte I, gli
spiritualisti, 12. 344 322-323. 94 Nel corso della sua carriera, A.
diede ampio spazio alla riflessione sulla scuola, cui attribuiva un ruolo
decisivo per il destino delle nazioni345. Se riferimenti e accenni su questioni
scolastiche sono disseminati in molti dei suoi libri, in un saggio del 1904, La
scuola educativa, è presente una sistematizzazione più articolata e completa
delle sue posizioni. Riflettendo sulla funzione di questo istituto, A.
racchiude le questioni più importanti del problema in quattro semplici domande:
«1° in servizio di chi è ordinata la scuola? 2° a chi spetta il diritto di
governarla? 3° in quale giusto rapporto deve serbarsi colla famiglia e colla
società? 4° come debb’essere organata l’educazione e l’istruzione nella
scuola?»346. A. è convinto che l’autentico e principale scopo della scuola sia
lo sviluppo perfettivo della persona nella sua totalità. Caratterizzata da una
appassionata ricerca della verità e del bene dell’alunno347, auspicava fosse
animata da un vero «culto della personalità dell’alunno»348. Contro il
determinismo di certa didattica, sosteneva l’idea di una scuola in cui il
rispetto della vera libertà potesse divenire il fine e lo stile della vita
educativa349. Su queste prospettive invocò una convergenza dell’istruzione e
dell’educazione, che dovevano coabitare e collaborare in vista di uno sviluppo
integrale della personale350. La conoscenza e l’educazione, dovevano
potenziarsi a vicenda. In questo senso considerava l’istruzione anche come un
aspetto necessario per la formazione solida del carattere351. 345 «La casa
dunque, il tempio, la scuola sono i tre grandi centri dell’umana coltura, i tre
solenni convegni sacri alla comune educazione. La scuola segnatamente apparisce
il santuario del sapere, il tirocinio della vita sociale, il vivaio della
civiltà; epperò essa racchiude nelle sue modeste pareti le sorti di un popolo e
collo splendore o coll’oscuramento del suo ideale segna i giorni di grandezza o
di decadenza di una nazione. Dall’importanza massima della scuola agevolmente
si misura la necessità di formarcene un concetto adeguato e verace, che
risponda al suo intimo organismo ed al suo ideale» G. A., La scuola educativa,
principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e
femminili, 68. 346 69. 347 «La scuola è luogo sacro al culto del Vero e del
Buono, ciò è dire è il santuario della sapienza, essendochè questa congiunge in
sé il lume speculativo della scienza e la pratica onestà della vita. Oggidì il
carattere educativo della scuola è misconosciuto. La scienza ha cacciato fuor
della scuola la virtù e la divinità. Si è consumato un divorzio tra
l’istruzione della mente e l’educazione del cuore. Istruzione in iscuola,
educazione in casa. Si aprono ogni dì nuovi edifizi scolastici per piantarvi
l’albero della scienza, senza badar più che tanto, se all’ombra dell’albero
germogli e si spieghi il fiore delle virtù domestiche, civili e religiose.
Quest’eresia pedagogica va ogni di più propagandosi, e minaccia giorni luttuosi
alla famiglia ed alla patria. La scuola (ripeto col Tommaseo) se non è tempio,
è tana; e quando mai fosse tana, dovrei ripetere col Rousseau: L’uomo che
pensa, è animal depravato. Gli è allora che la scuola diventa davvero un
semenzaio di socialismo, perché i giovani ne escono poi gonfi di borra
enciclopedica, quanto vuoti di ogni principio morale e religioso, e
riversandosi nella gran società diffondono la corruzione, che portano in seno,
pretensioni, sprezzanti, spostati, scontenti di tutti e di tutto, gittando qua
e là il disordine e lo scompiglio» 78. 348 70. 349 «Se l’alunno non è lui il
primo educatore di se medesimo, che spiega la personalità sua e la afferma
spiegandola, gli altri educatori persona la vera loro ragione di essere, perché
non formano più una persona, ma foggiano una macchina» 67. G. A., Studi pedagogici, 65-67. 351 «Lo
studio è un dovere, e dall’idea del dovere sorge appunto il carattere» G. A.,
La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, 92. 95 Uno degli errori maggiori
individuati da A. era quanto chiamava «enciclopedismo», vale a dire la
riduzione del ruolo della scuola a veicolo di nozioni da sommare nelle menti
degli allievi: «L’enciclopedismo (perché tacerlo?) è il verme roditore delle
nostre scuole, il cancro dell’educazione moderna»352. A. auspica che l’accumulo
di conoscenze si coniughi con lo sviluppo di uno spirito libero e creativo:
«L’enciclopedismo violenta, tortura, conquide, le potenze mentali del giovine:
la virtù intellettiva, che concepisce l’ideale, il sentimento, che lo accalora,
l’immaginazione, che lo colorisce, giacciono spossate»353. Il pedagogista
osservò come la scuola somigliasse sempre più «all’aria morta di una
biblioteca»354. Mancava quella spinta ideale che è invece propria
dell’educazione. A questa stortura del compito educativo, concorse un
traviamento del ruolo dell’insegnante: «Pur troppo si è ormai perduta di vista
questa gran verità pedagogica, che il maestro, segnatamente delle scuole
elementari e secondarie, debb’essere non solo l’insegnante, ma ben anco
l’educatore de’ suoi alunni, interessandosi delle loro persone, vegliando sulle
loro sorti, vivendo con essi la vita del cuore, come fa un padre, una madre co’
figli suoi»355. Da queste premesse, era convinto che il “cuore” degli educatori
fosse il ganglio vitale della pratica educativa e al contempo il discriminante
della sua efficacia356. A. si sofferma a considerare come l’insegnamento sia
un’azione propria della persona, ed espressione della sua specificità. Si
impara e si insegna con le parole, suoni che uniscono nel significato le
coscienze e le conoscenze dell’educatore e dell’educando. Poter capire
costituisce la superiorità dell’uomo sulle cose357. In questo senso, A.
sottolinea come: «Lo sviluppo dell’intelligenza è intimamente connesso colla
parola, la quale è un segno sensibile esteriore, che esprime un’idea»358. La
parola si impone così come 352 G. A., Opuscoli pedagogici, 14. 353 425. 354 G. A.,
Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure,
Francesco Naville e Gregorio Girard, 250. 355 249. 356«Pestalozzi, Girard, De
la Salle furono grandi istitutori, perché furono grandi cuori, che sentirono la
santità del loro apostolato, e fecero di sé nobile sacrificio per loro alunni.
Senza cuore non si educa con dignità, non si ammaestra con verità, non si
impara con senno; e la scuola diventa essa stessa corpo senz’anima. Ed in
quella guisa che le istituzioni politiche anche ottime declinano, si disfanno e
finiscono, quando sono guaste dallo spirito settario, dall’ambizione sfrenata
dei reggitori, dal dispotismo sotto maschera di libertà, così gli istituti
scolastici anche meglio organati languiscono e cadono giù, quando nei
governanti che li dirigono e nei maestri che professano, sottentra
l’indifferenza e l’apatia, il mestierismo e la cupidigia del guadagno, la
vanità pretensiosa e lo scetticismo demolitore» in G. A., La scuola educativa,
principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e
femminili, 182-183. 357 G. A., Studi pedagogici, 102-107. 358 G. A., La scuola
educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali
maschili e femminili, 44. 96 «necessità pedagogica», da indirizzare
verso l’educazione della persona359. Per tali motivi il fulcro della scuola è
la spiegazione360. La sua importanza è attestata, secondo A., anche dalle
difficoltà di relazione e di formazione dei sordo - muti361. Considerava un
grave errore pensare che la mera istruzione potesse bastare all’educazione:
«Che l’istruzione faccia colla educazione un’adequazione perfetta e si converta
con essa, è fatale errore, il quale trascina la società a distrette più
deplorande, che non quelle medesime dell’ignoranza e della rozzezza. L’uomo non
vive di sola conoscenza, ma ben anco di virtù e d’amore, perché alla potenza
dell’intendere accoppia la libertà del volere e la facoltà del sentire. Laonde
la scienza è sibbene una splendida manifestazione dell’umana essenza, ma non è
punto l’umanità tutta quanta: nell’immensa sfera dello svolgimento umano essa
tiene un posto luminoso, ma non il solo, né il più elevato, sottostando alla
vita morale e religiosa»362. Questa mancanza, era colta da A. soprattutto nella
scuola secondaria, dove lo sviluppo razionale e il prossimo approccio alla
vita, meritavano una relazione educativa e valoriale piena, e non solo limitata
all’istruzione: «La nostra scuola secondaria non educa, perché è tutta
nell’istruire: le materie di studio sono tenute estranee allo sviluppo del
sentimento morale e religioso. La cattedra non è un apostolato di civile e
morale insegnamento, ma di puro sapere: rilassati e pressochè spezzati i
vincoli tra la scuola e la famiglia, e maestri ed i discepoli». L’assenza di
un’educazione morale e religiosa, senza la quale lo sviluppo integrale della
persona era reputato da A. impossibile, fu variamente ripresa: «Questa
idolatria della scienza fa le sue tristissime prove nel campo della pubblica
istruzione; l’istruzione è come una gran fiumana che allarga il santuario della
scuola e caccia via la coltura morale e religiosa, come se vi fossero soltanto
teste da riempire, e non anco anime da ispirare, cuori da educare. Questa
specie di fanatismo per il culto del sapere è la piaga precipua, che vizia
oggidì l’organismo della pubblica educazione.»363 Due delle sue citazioni
preferite erano la celebre frase di Tommaseo: «La scuola se non è tempio, è
tana» e il motto socratico Non scholae sed vitae discendum. Oltre che culto 359
«La parola è pur anco una necessità pedagogica, perché vincolo essenziale, che
unisce le intelligenze e le volontà del maestro e del discepolo, dell’educatore
e dell’alunno, ma a tale riguardo occorre, che la parola del maestro sia luce
intellettuale piena d’amore, e che il discente non la riceva passivo, ma la
faccia ripensandola. Un insegnamento parolaio sciupa se stesso in un’intrinseca
contraddizione, essendochè appartiene all’essenza medesima della parola
l’ufficio di significare un’idea» 45. 360 «Il programma governativo è, per così
dire, l’embrione della materia d’insegnamento, il didattico ne mostra le
giunture, le articolazioni in forma di compagine, il libro di testo porge
l’organismo in carne ed ossa e polpa e sangue, la spiegazione del testo è la
vita, che circola per entro l’organismo» . 361 98. 362 G. A., L’educazione e la
scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881,
6. 363 G. A., G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, 59. 97 della
verità, la scuola doveva infatti divenire tirocinio alla vita, e non doveva
essere staccata da essa364. Ciò implicava anche un assetto didattico in cui era
prevista la formazione professionale e la ginnastica. Sotto questo profilo
critica la proposta educativa di Platone365, considerata eccessivamente
spiritualista. La scuola deve preparare soprattutto alla partecipazione alla
società, della quale essa può diventare importante fermento di progresso e
umanizzazione. In questo senso, contestò posizioni come quelle di Rousseau, che
mettevano in evidenza le ingiustizie perpetuate nella socialità scolastica,
invece che i suoi aspetti formativi366. A. sottolinea il rapporto virtuoso tra
educazione e società. Solo se cresce il singolo, progredisce la comunità.
Giustamente A. ricorda che «La personalità umana giustamente intesa ed educata
a dovere porta la floridezza sociale»367. La scuola non poteva, tuttavia,
essere vista come funzione della società, e soprattutto del suo potere
politico368. Il controllo sociale esercitato mediante la scuola rischiava di
tradire il principio della personalità369. Il legame con la vita e l’unità
dell’educazione, doveva essere corroborato da una stretta collaborazione tra
gli istituti scolastici e la famiglia. Per questa ragione propone l’abolizione
dei convitti, preferendo che gli allievi restassero nella loro famiglia370. In
caso di necessaria lontananza dalla propria casa, A. indica come modello le
pensioni libere inglesi in cui gli alunni seppur lontano dalla propria casa
vivono con un’altra famiglia, a 364 «Quest’armonia tra la scuola e la società
esige che nell’ordinamento delle discipline scolastiche si abbia speciale
riguardo a quelle che sono peculiarmente reclamate dallo spirito del tempo, dai
bisogni sociali, dall’indole della nazione. Però anche qui non va dimenticato,
che la scuola, pur mentre si attempera alle condizioni della società, non debbe
servire alle medesime, come se fossero l’ideale supremo e definitivo di ogni
umano consorzio» G. A., Opuscoli pedagogici, 37. 365 G. A., Delle idee pedagogiche
presso i greci, 103. 366 «Il mio concetto della persona umana, in servigio
della quale dico ordinata la scuola, è ben altro dal concetto della natura
umana, in cui Rousseau vuole riposto il fine supremo della educazione.
Nell’essenza medesima della persona umana, che è intelligenza ed attività
volontaria, io scorgo la fonte medesima della socievolezza, ossia la virtù di
stringersi in comunanza di intendimenti e di voleri con altre persone, mentre
l’autore dell’Emilio reputa le istituzioni sociali natefatte a snaturar l’uomo,
spogliandolo dell’unità sua per assorbirlo come parte nel tutto» G. A., La
scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, 71. 367 71. 368 «La scuola non può, non
debb’essere una funzione della società, perché ne verrebbe essenzialmente
snaturata. Infatti, la scuola è un santuario di persone, ossia di creature
intelligenti e libere, e non già una agglomerazione di bruti o di cose. Ora la
persona non è uno strumento ai voleri altrui, ma è una creatura sacra, fornita
di diritti, che vanno rispettati da qualunque potere sociale, da qualunque
autorità umana, il diritto all’esistenza, alla verità, alla felicità, alla
virtù, sicché se ad esempio la prosperità di un popolo intiero costasse la
schiavitù o la distruzione di una sola creatura umana, già per ciò stesso
dovrebb’essere detestata come un delitto. Orbene, ponete che la scuola sia una
funzione,una proprietà, un’appartenenza della società e soggiaccia al suo
assoluto dominio, e allora gli alunni non verranno più educati siccome persone,
che appartengono a sé stesse, ed ordinate ad un fine, da cui hanno diritto di
non essere deviate, bensì come mancipii del volere sociale, come cose o
strumenti in servizio della società» G. A., La nuova scuola pedagogica ed i
suoi pronunciamenti, 23. 369 «L’individualismo egoistico ed il socialismo
oppressivo sono due estremi, che contraddicono agli intendimenti della natura,
la quale mentre chiama gli uomini alla convivenza sociale, vuole ad un tempo
salva la personalità di ciascuno». G. A., G. G. Rousseau filosofo e
pedagogista, 99. 370 G. A., Studi pedagogici, 333-335. 98 volte la
stessa dei propri insegnanti. Ciò aiuta a supplire la funzione dei genitori,
che deve rimanere un paradigma. Non è un caso che parlò della scuola come
«seconda famiglia»371. In merito all’organizzazione della scuola avanzò una
serie di proposte. Sosteneva il primato degli asili italiani rispetto a quelli
fröbeliani372, auspicava una scuola elementare unica senza distinzione di
censo373, mostrandosi fortemente preoccupato per una divisione della scuola
classista374. Propose la fusione del ginnasio con la scuola tecnica per
rimandare la scelta della scuola superiore di tre anni, ipotizzando così la
nascita di una scuola media unica. Sostenne il valore dell’educazione classica,
un insegnamento della filosofia armonico con le altre discipline, un più ampio
spazio alla storia italiana. Della scuola superiore critica l’eccessivo numero
di materie, e il quadro orario troppo lungo. Inoltre contestò i criteri di
valutazione negli esami, nei quali si preferisce la quantità alla qualità degli
apprendimenti, inducendo ad una mentalità enciclopedica e non critica. Anche
per questo motivo propone di eliminare la Giunta centrale per gli esami di
licenza liceale. Per quanto riguarda le scuole normali prospetta un quadro
orario in cui si affermi il 371 G. A., La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, 86.
372 «I nostri asili infantili sono una creazione del genio nazionale e per un
trentennio conservarono la loro originale impronta. Verso il 1860 entrarono in
lotta coi seguaci della scuola germanica, che insorsero coll’intendimento di
atterrarli e sulle loro rovine costrurre i giardini fröbeliani. I novatori
lottarono e lottano tutt’ora coll’opera e colla parola, nelle Conferenze
pedagogiche e nei privati convegni, con ardore sempre vivo, invocando ben anco
in loro aiuto la potenza ministeriale (Vedi l’opuscolo Società dei giardini
d’infanzia di Udine, ecc. Udine, 1981, pag. 24). Ed il Ministero non nascose la
sua simpatia pel fröebelismo. Già nel regolamento del 188°, all’art. 28, esso
sostituiva alla denominazione asili d’infanzia il vocabolo giardini; poi impose
ai professori di pedagogia presso le scuole normali l’obbligo di insegnare alle
allieve maestre in teoria ed in pratica il metodo di Fröebel, prescrivendo lo
stesso metodo alle scuole italiane aperte all’estero, e nella sua Circolare del
27 gennaio 1889 manifestava l’intendimento di «trasformare man mano i numerosi
asiloi, secondo vecchi metodi governativi, in istituti educativi informati a
una dottrina che prenda il nome dal Pestalozzi o da Fröebel, o meglio da
entrambi; tal fine si può ben dire ci abbia segnata la via, nella quale
dobbiamo metterci». Nel fervore della lotta non mancarono valenti istitutori,
che, come l’Uttini a Piacenza, il Colomiatti a Verona, la Goretti – Veruda a
Venezia, si adopravano con saggio accorgimento a riparare gli abusi ingenerati
nelle scuole aportiane da sbagliate applicazioni pratiche, ad adempiere i
difetti ed introdurvi le ragionevoli migliorìe, pur conservando intatto il
principio interiore della loro origine» 127-128. 373 Attacca quanti volevano
fare una scuola per il popolo e una per la classi agiate e scrive: «Quindi si
fa necessaria una scuola, la quale abbia appunto per iscopo di fornire quella
coltura, la quale occorre a tutte le classi sociali senza riguardo ed eccezione
di sorta. La scuola che risponde a questo fine universale è appunto la scuola
elementare, così denominata, perché ha per oggetto gli elementi della coltura
umana. Da questo suo concetto si scorge che essa non ammette disparità tra i
figli dell’operaio e i figli del facoltoso, perché la coltura primordiale è la
stessa per tutti: non deve mirare agli uni piuttosto che agli altri, ma va
ordinata in servigio di ambedue: essa è ad un tempo democratica ed
aristocratica, rurale ed urbana, popolare e borghese. Alle corte, intendete voi
che la scuola elementare accolga a comune ammaestramento i figli di tutte le
classi sociali, o quelle soltanto della classe operaia? Nel primo caso, la
trasformazione, che propugnate, non più ragione di essere: nel secondo caso,
create un dualismo irragionevole» 140. 99 «primato» alla pedagogia,
mentre nei licei, legandosi ad una battaglia tipica di quegli anni, fu fautore
della centralità della filosofia375. Da un punto di vista metodologico richiama
alla necessità di conoscere le facoltà psicologiche dell’A. e denuncia
l’ignoranza della classe magistrale su tali tematiche. Gli insegnanti sembrano
essere più preoccupati di offrire agli alunni conoscenze precise e copiose,
rispetto a capire quanto i loro alunni possano imparare. Un altro aspetto
avversato dall’A. è un’idea caporalesca della disciplina, che dimentica
l’importanza della libertà e del consenso per un’educazione efficace. Voleva
che la scuola educasse al patriottismo. Ciò non deve far pensare ad un A.
nazionalista e sciovinista, il pedagogista era però convinto che la scuola
dovesse difendere la tradizione, la cultura e la filosofia italiana376, di cui
i giovani avrebbero dovuto acquisire consapevolezza e orgoglio. Inoltre
considerava importante l’assimilazione dell’idea di nazione, intesa come
comunità a cui appartenere e da servire. Per questo propose di sostituire all’
«educazione civile», la materia di «educazione italiana». Riguardo al tema
dell’obbligo scolastico, che coinvolse il dibattito pedagogico durante la
costruzione del sistema scolastico nazionale, A. si oppose alla sua
applicazione, perché lo considerava illiberale. Il pedagogista non intendeva
restringere il diritto all’educazione ad un’élite, ma riteneva che l’obbligo
non fosse un mezzo adatto per la diffusione dell’istruzione e
dell’educazione377. Egli era altresì convinto che bisognasse convincere alla
scuola e non costringere378. Come non si possono obbligare le persone ad essere
virtuose o a lavorare, così non le si può costringere ad istruirsi, mentre può
moltiplicare le scuole e formare bravi insegnanti che attirino le famiglie ad
iscrivere i figli nelle scuole379. Dove c’è costrizione, secondo l’A., non può
esserci una vera educazione. I. 9. La libertà d’insegnamento e la riforma della
scuola 375 «Nelle scuole normali spetta alla pedagogia il posto supremo ed
intorno ad essa vanno coordinate tutte le altre materie. Nei licei la filosofia
deve tenere il campo, siccome quella, che in virtù del suo carattere universale
è atta a collegare in armonico accordo tutte le altre discipline» 116. 376 Cfr.
G. A., Studi pedagogici, 36. 377 G. A., Dell’istruzione obbligatoria, Torino,
Tipografia Subalpina. Sull’argomento, in un saggio cita Lambruschini, che in
una relazione presentata al Ministro Berti scrisse »L’istruzione e l’educazione
son cosa di sì alto ordine, e così degna di essere desiderata e cercata per se
medesima, che la violenza nell’imporle ne scema il pregio agli occhi si chi
deve riceverle, e ne spegne l’amore. Da un altro canto, comechè si adoperi il
Comune acciocchè l’istruzione sia ricevuta da tutte le famiglie, non riuscirà
mai nell’intelletto, se nelle famiglie non nasce l’amore dell’istruzione”, dopo
di ciò commenta “In Prussia erasi organizzato un sistema di polizia, per cui
allorquando un fanciullo si rifiutava di recarsi a scuola, né il padre ve lo
mandava egli stesso, un poliziotto lo pigliava a casa e lo trascinava a scuola
come un pubblico malfattore» G. A., La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,
137. 379 G. A., Dell’istruzione obbligatoria, 12. 100 Le posizioni
di A. sulla scuola e sulla libertà d’insegnamento sono state in parte già
oggetto di studio380. Si tratta, infatti, di un contributo di rilevante
importanza nell’economia delle vicende scolastiche del secondo Ottocento. Le
opere più importanti in cui affronta tali questioni sono: L’educazione e la
nazionalità, La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, Intorno le
scuole normali e gli asili di infanzia fröbeliani, Lo Stato educatore ed il
Ministro Boselli, Della istruzione obbligatoria e La scuola educativa, poi
rivisto e pubblicato. A questi vanno aggiunti altri come: La Riforma
dell’educazione moderna mediante la riforma dello Stato, Il Classicismo nelle
scuole, Esposizione critica delle opinioni di illustri pedagogisti intorno il
rapporto tra l’educazione privata e la pubblica, Delle condizioni presenti
della pubblica educazione (1886)391, raccolti negli Opuscoli pedagogici (1909).
In realtà, l’intera produzione dell’A. è disseminata di richiami e rilievi su
tali questioni392. 380 I lavori sinora pubblicati lasciano spazio per ulteriori
studi e considerazioni. Il testo di Bonghi, Idee di A. circa la libertà
d’insegnamento, «Cultura», è scritto nel vivo delle polemiche scolastiche del
tempo e manca di una necessaria distanza critica e storica; il lavoro di R.
Berardi, La libertà d’insegnamento in Piemonte 1848-1859 e un saggio storico di
G. A., 60-74, prende in esame una sola opera del pedagogista, vale a dire Della
pedagogia in Italia, e soffre di una conoscenza parziale dell’opera del
pedagogista; il saggio di A. Consorte, Scuola e Stato in Giovanni A., «Ricerche
Pedagogiche, seppur significativo, approfondisce soprattutto le polemiche tra
lo studioso piemontese e l’apparato ministeriale, tenendo peraltro conto solo
di alcune sue opere. A., L’educazione e la nazionalità, Torino, Tip. del
giornale Il Conte Cavour, A., La legge Casati e l’insegnamento privato
secondario, Torino, Tip. Salesiana, 1879. 383 G. A., Intorno le scuole normali
e gli asili di infanzia fröbelliani, Torino, Tip. Subalpina,1888. 384 G. A., Lo
Stato educatore ed il Ministro Boselli, Torino, Tip. del Collegio degli
artigianelli, 1889. 385 G. A., Della istruzione obbligatoria, Torino, Tip.
Subalpina, 1893. 386 G. A., La scuola educativa. Principi di antropologia e
didattica: pedagogia elementare, Torino, Tip. Subalpina, 1893. 387 G. A., La
scuola educativa. Principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, cit., 1904. 388 G. A., La Riforma dell’educazione
moderna mediante la riforma dello Stato, Torino, Tip. Subalpina, 1879. 389 G. A.,
Il classicismo nelle scuole, Torino, Tip. M. Artale, A., Esposizione critica
delle opinioni di illustri pedagogisti intorno il rapporto tra l’educazione
privata e la pubblica, «Rivista pedagogica italiana», 1-2, 1898. 391 G. A.,
Delle condizioni presenti della pubblica educazione. Prolusione letta nella R.
Università di Torino il 25 novembre 1886, Torino, Tip. Subalpina, 1886. 392 In
tutte le opere dell’A. sono ricorrenti degli incisi nei quali lo studioso
propone parallelismi con le condizioni scolastiche coeve. Il seguente brano
pare particolarmente paradigmatico. Dopo aver esposto i caratteri della
pedagogia romana, ad esempio, A. riporta un passo di una lettera scritta da
Plinio il giovane ed indirizzata a Corellia Ispulla, nel quale le suggerisce di
scegliere con oculatezza l’insegnante di retorica per il figlio. Subito dopo, A.
chiosa: «Qual profondo divario tra i tempi di Plinio ed i nostri in riguardo ai
pubblici studi! Allora la scuola si muoveva libera da ogni potere governativo,
epperò la scelta dei maestri spettava ai genitori come un sacro e coscienzioso
dovere. Ora invece lo Stato impone alle famiglie i maestri da lui solo
fabbricati ad immagine e somiglianza sua. Una radicale riforma intorno a questo
rilevantissimo punto della vita civile e sociale è una necessità pedagogica. La
libera attività dei cittadini, su cui posa in gran parte la civiltà moderna,
non consente che essi vengano trattati come fanciulli, i quali hanno nel
governo il loro supremo educatore ed assoluto maestro. La libertà non è
privilegio esclusivo di nessuno. 101 Il problema della libertà
d’insegnamento occupa un posto privilegiato nell’opera di A.. Quest’attenzione
è indubbiamente legata all’evoluzione del sistema scolastico italiano, di cui
il pedagogista vercellese denunciò la deriva monopolistica ed un assetto
contrario alla libertà d’insegnamento. Stando allo studioso, tali politiche
avevano profonde radici filosofiche e pedagogiche. In particolare, erano la
conseguenza da una parte della crisi del concetto di libertà, e dall’altra, del
«mito» dello Stato nato con la modernità. Lo sbriciolamento della metafisica,
inaugurato nel ‘600, condusse alla confusione circa l’esistenza e il ruolo
della libertà personale. Ciò portò ad una certa sfiducia verso l’iniziativa
privata, preferendo al rischio educativo la gestione del processo formativo.
D’altra parte con la modernità si impose il profilo di uno Stato simile al
«Leviatano» prospettato da Hobbes, nel quale il governo di pochi si arrogava il
diritto di fagocitare e sacrificare le singole individualità in nome del bene
della collettività. Un «mostro», come lo definì A., ingombrante, fatto di
meccanismi politici e burocratici. Da ciò la scuola e l’educazione non erano
più considerate una responsabilità della famiglia, ma dello Stato393. Il
vercellese definiva questo statalismo anche «socialismo governativo». In una
sua opera spiega: «socialismo dico ogni istituzione che la santa autonomia
della persona e della famiglia disconosca in qualsiasi modo, rimestando ad
arbitrio quella convivenza sociale che ha da posare sicura sulle leggi eterne
dell’umanità»394. In un altro saggio commenta: «Socialismo governativo è lo
Stato moderno; socialismo pedagogico è l’educazione moderna. Lo vuole la
logica, lo proclamano i fatti. Onnipotente è lo Stato? Dunque onnisciente.
Creazione sua la società? Dunque suo feudo la scuola. Esso, che si reputa l’umanità,
ben può dire di sé: l’educatore sono io»395. Secondo A., da tale pretesa nacque
il controllo sul sistema scolastico, sui programmi, sul reclutamento degli
insegnanti, sull’organizzazione degli esami, sui libri di testo. La
monopolizzazione della scuola era sentita dall’A. in modo catastrofico: «Là
dove l’educazione propria della famiglia viene sacrificata all’educazione dello
Stato, vano è lo sperar bene delle sorti di una nazione»396. Scrive: «Non si dà
libero cittadino senza il governo di sé, né si da governo Governi lo Stato le
sue pubbliche scuole; ma siano libere le famiglie di associarsi insieme per
fondare istituti educativi ed imprimere ad essi un indirizzo rispondente alle
loro aspirazioni egualmente che allo spirito del tempo. Così sorgerebbe una
nobile gara, da cui la pubblica educazione trarrebbe singolare e felice
incremento», in G. A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 40. 393
Commentando il progetto di legge di Baccelli sul riordinamento degli studi
universitari, lo studioso vercellese scrive: «Il Ministro, che l'ha proposto,
sente che nella coscienza universale ferve irrefrenabile l'aspirazione alla
libertà; ma ad un tempo è imbevuto del dominante pregiudizio, che il Governo è
lui il primo e sovrano motore di tutta la vita pubblica e civile, è lui l'unico
ed assoluto maestro ed educatore della nazione, che la legge è lui, come Luigi
XIV proclamava sé lo Stato» G. A., L’autonomia universitaria proposta dal
Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe A., Torino, Tip. Subalpina, , p. 5.
394 G. A., Opuscoli pedagogici, 11. 395 11-12. 396 G. A., G. G. Rousseau
filosofo e pedagogista, 89. 102 di sé quando lo Stato siede arbitro
e donno di tutte le attività umane. Tolta di mezzo l’autonomia personale de’
singoli cittadini anche l’indipendenza della nazione diventa ingannevol
menzogna; e verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo quella sarà che
esso combatterà non per l’indipendenza dalla straniero, ma dalla
statolatria»397. Va notato che nella prospettiva di A., il concetto di Stato è
ben separato da quello di Nazione, come giustamente ha rilevato polemicamente
la Bertoni Jovine398. Per il pedagogista la Nazione è espressione della
civiltà, di valori, di tradizioni, di una storia, mentre lo Stato non
necessariamente ne rappresenta e asseconda gli interessi. La famiglia
rappresenta il punto di congiunzione tra l’individuo e la Nazione, e ad essa lo
Stato deve rispondere nell’organizzazione della scuola. Lo stato è nato per
servire la famiglia, e suo compito è garantirne la libertà. Secondo A.: «È
necessario far penetrare nella coscienza sociale questa gran verità, che
principio, cardine e ragion d’essere dello Stato è la famiglia, che fondamento
e centro unificatore della vita pubblica e civile è la vita domestica, e che
perciò i primi educatori per diritto e per natura sono i genitori, che lo Stato
non possiede un diritto pedagogico e scolastico assoluto e supremo, ma relativo
soltanto e derivato dalla famiglia»399. Per queste ragioni: «Il Governo non può
avere altro diritto scolastico, se non quello, che gli venga implicitamente o
esplicitamente consentito dalla famiglia, ciò è a dire un diritto relativo, non
assoluto, secondario e non supremo, partecipato e non originario»400. Non
sembrano dunque fondate le critiche mosse ad A., circa la connessione tra
l’antistatalismo e un presunto individualismo scaturigine del principio della
personalità, segnalato da Vidari401. Il pedagogista non professava una totale
anarchia in campo educativo, ma esautorava lo Stato dal diritto assoluto
sull’educazione. 397 G. A., Opuscoli pedagogici, 18. 398 «Uno dei più forti
oppositori della preminenza dello Stato nell’educazione fu Giuseppe A.,
dell’università di Torino, che svolse il concetto di “nazione” distinguendolo
da quello di Stato. Lo Stato non ha alcun diritto ad educare, mentre la nazione
che “è lo stesso uomo collettivo”, influisce con tutti i suoi elementi sullo
sviluppo dell’individuo; onde nazionalità ed educazione sono due fatti
inseparabili. È naturale che fra i più importanti elementi della nazione l’A.
collochi la religione e la Chiesa pur accettando dagli avversari alcuni
elementi più moderni diventati realtà con le vittorie liberali. Con l’esigenza
di uscire dal ristretto cerchio della famiglia, si assimila infatti, in questa
ideologia, il concetto basilare di patria. Si supera così il punto critico che
divideva i liberali dai clericali: “Dio, patria e famiglia” divengono i tre
pilastri fondamentali dell’educazione sui quali i cattolici più avanzati e i
liberali moderati vi ritrovano la concordia; ma se i clericali assimilavano
l’educazione patriottica, esigevano che i liberali accettassero l’educazione
religiosa. E questo era possibile perché nonostante la vittoria laicista
ottenuta con la legge Coppino, non era mai stata definita la questione
dell’insegnamento del catechismo» D. Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia
della scuola italiana, 25. 399 G. A., Opuscoli pedagogici, 43. 400 G. A., La
scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, 73. 401 «In fondo l’impronta fortemente individualistica,
un po’ derivata dal principio della persona, ma molto anche da una deficienza
del senso della continuità e unità storica nella vita dello spirito, è
prevalente in tutta la pedagogia dell’A.; e si presenta poi in forma estrema là
dove, applicando alla politica e al diritto i 103 Sulla paternità
della responsabilità educativa, famiglia o stato, si giocò il dibattito
pedagogico sul tema, considerato tale non solo in ambito spiritualista402. A.
attribuisce alla famiglia la responsabilità educativa. La famiglia è il nucleo
che solo può permettere il futuro della Nazione e una vera educazione delle
giovani generazioni. Sugli stessi principi, critica aspramente anche Fröbel per
non aver riconosciuto il primato della famiglia sulla società.403 Sotto questo
profilo sono evidenti i richiami alla tradizione del cattolicesimo liberale,
che attribuiva alla famiglia un valore educativo centrale, nelle opere di
autori come Berti, Gustavo di Cavour e Rosmini, i quali fondavano la libertà
d’insegnamento proprio sul principio della libertà e sul protagonismo educativo
della famiglia. Attacca in più di un’occasione gli hegeliani come Spaventa e i
positivisti come Siciliani, Angiulli, De Dominicis, considerati fiancheggiatori
della statolatria. Il seguente brano lumeggia le sue idee: «Riponendo nella
famiglia la suprema autorità scolastica noi ci troviamo collocati nel giusto
punto di mezzo tra i due opposti sistemi, dei quali l’uno attribuisce al
Governo un assoluto e supremo diritto sopra la scuola, l’altro gli niega ogni e
qualunque siasi ingerimento pedagogico. Se lo Stato possiede bensì un’autorità
nell’ordine scolastico, ma subordinata a quella della famiglia e de’ privati
cittadini, ne consegue che esso deve lasciare luogo alla libertà della scuola,
e potersi con questa conciliare. E qui si vede la ragione di ammettere, oltre
le scuole pubbliche governative, anche le scuole private, le quali però non
devono essere una storpiatura, una copia forzata e stereotipata delle scuole
governative, ma hanno diritto di muoversi libere e spontanee dentro un’orbita
loro propria. Il libero insegnamento va riconosciuto siccome una delle più
splendide forme della libertà politica e civile, che informa la scuola
moderna»404. Egli non teorizzava l’anarchia in campo educativo, ma uno Stato
meno opprimente e più rispettoso della libertà. Come ha fatto notare Giorgio
Chiosso, egli preferiva allo «Stato educatore» uno «Stato regolatore»405. Egli,
infatti, non escludeva il controllo dello Stato suoi concetti, arriva a
concepire la libertà d’insegnamento in modo essenzialmente antistatale, così da
affermare che “lo Stato non possiede un diritto pedagogico e scolastico
assoluto e supremo, ma relativo soltanto e derivato dalla famiglia”» G. Vidari,
Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico, 86-87. 402 Non è un
caso che la voce “Libertà d’istruzione” curata da Fornari nel Dizionario
Illustrato di pedagogia di Credaro e Martinazzoli, che rappresenta uno spaccato
della pedagogia italiana di fine Ottocento, introduca il tema con la domanda «A
chi appartengono i figlioli?» Cfr. P. Fornari, Libertà d’istruzione, in A.
Martinazzoli e L. Credaro (ed.), Dizionario illustrato di Pedagogia, Milano,
Vallardi, 1895, vol. II, p. 62. 403 G. A., Delle dottrine pedagogiche di Enrico
Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard,
117. 404 G. A., Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, 24-25. 405 G.
Chiosso, Alfabeti d’Italia, Torino, Sei, 2011, p. 93. 104
sull’istruzione406. Nonostante la comune rivendicazione della libertà di
insegnamento, le tesi dell’A. si discostavano da quelle allora prevalenti nel
mondo cattolico, in particolare negli ambienti dell’intransigentismo. In questo
caso il principio della libertà d’insegnamento era alquanto strumentale e
sostenuto più per ragioni pragmatiche che per la sua validità pedagogica. La
vera scuola era quella «cristiana» e in nome di questa si avvertì l’esigenza di
creare una scuola cristiana parallela a quella statale, in linea con quella
logica «separatista» dal “paese legale” che ebbe largo corso dopo Porta Pia.
Per questo motivo era chiaro che una rivendicazione simile sarebbe stata
immotivata in uno Stato rispettoso dell’educazione religiosa e cristiana407.
Per A. invece, la libertà rappresentava un valore effettivo per la scuola. In
questo senso contestava la contraddizione di molti sedicenti liberali, che in
molti paesi europei negavano la «lotta»408, cioè la concorrenza, proprio in
campo educativo. Secondo il pedagogista il concorso di soggetti privati
all’istruzione del popolo, il confronto e il «gareggiamento» tra le diverse
realtà, rappresentava un volano per il miglioramento della scuola. Per mostrare
i vantaggi dell’applicazione di tale principio, A. approfondì con appositi
studi i sistemi di istruzione di Gran Bretagna e degli Stati Uniti, dove i
principali liberali avevano forgiato anche le istituzioni scolastiche. Un altro
stato indicato come modello da A. per quanto riguarda l’autonomia scolastica è
il Belgio, di cui cita ed elogia gli articoli della Costituzione concernenti la
libertà d’insegnamento409. Alla realtà educativa degli Stati Uniti dedicò un
saggio dettagliato intitolato Dell’educazione pubblica negli Stati Uniti
D’America410. In esso sostiene come la peculiarità del sistema scolastico
americano fosse la libertà dei cittadini di fondare e 406 Sempre criticando il
citato progetto di legge Baccelli sull’Università scrive: «Ecco il primo
articolo della sua proposta: “Alle regie Università e a tutti gli altri
Istituti d'istruzione superiore è concessa personalità giuridica ed autonomia
didattica, amministrativa, disciplinare sotto la vigilanza dello Stato”. È cosa
manifesta, che autonomia e vigilanza sono i due concetti supremi, a cui
s'informa questo disegno di legge; ma è pur evidente, che il giusto significalo
dell'autonomia dipende dai limiti, che vengono segnati alla vigilanza. Che lo
Stato vegli, bene sta: ma la vigilanza sua va circoscritta entro determinati
confini, sicché non trasmodi in un illimitato ingerimento e soppianti la
libertà» G. A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed
esaminata da Giuseppe A., 5. 407Luciano Pazzaglia ha rilevato come, soprattutto
dopo l’Unità, più che la difesa del principio della libertà d’insegnamento in
quanto tale, prevalse nella Chiesa la rivendicazione della sua prerogativa
educativa. Commentando la significativa allocuzione di Pio IX alla Gioventù
italiana del 6 gennaio 1875, lo studioso della Cattolica osserva: «Pur
continuando a sostenere la tesi del monopolio educativo della Chiesa e a
condannare, parallelamente, la libertà d’insegnamento come principio che mal si
conciliava con i diritti della verità di cui solo il magistero sarebbe
l’autentico interprete, concedeva che in certe condizioni la libertà
d’insegnamento potesse diventare per i cattolici uno strumento essenziale al
raggiungimento dei loro obiettivi» in L. Pazzaglia, Educazione e scuola nel
programma dell’Opera dei Congressi (1874-1904), in Cultura e società in Italia
nell’età umbertina, 426. 408 G. A., L’autonomia universitaria proposta dal
Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe A., 8. 409 G. A., Lo Stato
educatore, in Opuscoli pedagogici, 68-69. 410 Il saggio è inserito negli
Opuscoli pedagogici, 380-406. 105 mantenere delle scuole. Secondo A.
ciò permise di far sorgere tantissime scuole pubbliche non statali che hanno
accresciuto la vita scientifica e sociale della giovane nazione, che seppur
fondata da poco, aveva di gran lunga superato nella libertà e nella
preparazione le scuole del vecchio continente. Sostiene inoltre che
l’Università americana fosse molto più democratica di quella italiana. Seppur
finanziata dalle tasse di tutti i cittadini le Università italiane erano
frequentate quasi solo da persone benestanti, a causa delle alte tasse che
venivano chieste alle famiglie di studenti. Negli Stati Uniti invece anche se
le Università si mantengono quasi esclusivamente sulle tasse degli studenti
gravando relativamente poco sui bilanci statali, esistevano numerose borse di
studio che permettevano agli studenti capaci, ma con pochi mezzi, di poter
frequentare prestigiose Università. Nel testo valorizza anche le «Scuole di
scienza» e cioè le Università scientifiche di medicina e ingegneria che si
diffondevano nel paese. Gli Stati Uniti erano un chiaro esempio del fatto che
il monopolio dell’istruzione fosse in contraddizione con i principi dello
stesso liberalismo. A. sostiene che «Il libero insegnamento va riconosciuto
siccome una delle più splendide forme della libertà politica e civile, che
informa la società moderna»411, i liberali italiani erano incoerenti con i loro
stessi principi. Scrive su tale contraddizione: «La libertà delle scuole è la
suprema necessità del momento, se già non fosse un principio sacrosanto scritto
nel codice della civiltà vera; è l’unica tavola di salvamento nel presente
naufragio della nostra istruzione. Ma qual è l’opinione dominante su questo
vitale argomento? Anche qui dissidio di menti e lotta di idee. Propugnatori del
libero insegnamento non mancano, ma ad esso non sanno fare buon viso i novatori
e gli iperdemocratici, i quali lo vogliono angustiato in tale strettoie
governative da farne un monopolio per sé e per i loro seguaci. Ingrato
spettacolo di gente che vela con una mano la statua della libertà dopo di
averla coll’altra levata alla pubblica venerazione»412. Ma le posizioni dell’A.
erano in controtendenza rispetto agli indirizzi del Ministero. La lobby
massonico liberale che tenne le fila della Minerva nei decenni successivi
all’Unità contrastava la battaglia per la libertà d’insegnamento dietro la
quale vedeva la mano della Chiesa preoccupata di non perdere l’egemonia
sull’istruzione e sull’educazione, messa in seria discussione dopo l’Unità.
L’istruzione pubblica e l’Università resteranno sotto il totale controllo del
Ministero, le scuole libere saranno tollerate, ma discriminate sotto il profilo
giuridico ed economico. Niente fu fatto per una vera parità nell’erogazione dei
titoli di studio, una delle questioni da 411 G. A., Lo Stato educatore, in
Opuscoli pedagogici, 68. 412 G. A., La pedagogia italiana antica e
contemporanea, 164-165. 106 cui dipende l’effettiva libertà
d’insegnamento. Lo statalismo scolastico, infatti, è primariamente un monopolio
di «abilitazioni», controllando le quali il governo «obbliga» e i giovani a
frequentare le sue scuole. D’altra parte, costringeva le scuole libere ad
adeguarsi ai dettami governativi. In un testo osserva: «Bella concorrenza
davvero sarebbe quella di Istituti privati ridotti ad una storpiatura o
miserevole copia dei governativi! Bella libertà scolastica quella di chi fosse
legato mani e piedi ai ceppi dell'Autorità ufficiale»413. Paradossalmente il
percorso di statalizzazione della scuola e di riduzione degli spazi di
autonomia per le iniziative educative libere iniziò in un periodo in cui la
pedagogia sembrava andare in una direzione opposta. La libertà d’insegnamento
fu, infatti, un tema largamente sviluppato nella riflessione cattolico liberale
che aveva caratterizzato la stagione risorgimentale. Lambruschini, Rosmini,
Tommaseo, Gioberti, con le dovute differenze, auspicavano per lo Stato un ruolo
da supervisore nell’educazione pubblica, non quello di gestore e macchinatore
dell’istruzione e dell’educazione. Il percorso di statalizzazione tradiva quei
principi di libertà caratteristici del clima culturale del ’48. A. denunciò
questa inversione di tendenza, riprendendo i temi della Società pedagogica: «Il
primo Congresso generale tenuto dalla Società in Torino nell’ottobre del ‘49
rivelava in modo solenne l’unità di disegno e l’universalità del concetto che
la governava: senatori del Regno e deputati del Parlamento, autorità
ministeriali e scolastiche, membri di Accademie scientifiche e reggitori di
istituti educativi, professori e dottori di Università e maestri elementari,
sacerdoti e laici, esuli degli altri Stati della patria comune illustri per
sapere, intelligenti promotori della pubblica educazione, là convenivano a
pubblica discussione, e nella arena del dibattimento discendevano insieme
affratellati i cultori degli studi classici e speculativi coi maestri
dell’istruzione tecnica e professionale, i reggitori di pubblici e governativi
istituti scolastici ed i favoreggiatori del privato e libero insegnamento. Così
il Piemonte, appena sorto a nuova vita, adoperava in servigio di nobilissima
causa il diritto di libera associazione allora sancito nel nuovo Statuto
Carlalbertino, ma, prima che negli stati politici, scritto a caratteri
indelebili nel gran codice della natura; così esso porgeva uno splendido
esempio di attività cittadina e di privata entratura, che sole sanno a tenere a
modo la podestà del governo così lesta ad invadere diritti non suoi. E si fosse
mantenuta costante quell’attività e quell’entratura privata, e propagatasi più
rigogliosa e compatta in tutte le regioni d’Italia! Chè ora la pubblica
istruzione del nostro paese non gemerebbe soffocata da alcuni anni sotto lo
strettoio del potere esecutivo»414. Già nel saggio sull’hegelismo del 1868
attribuì a A., La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, A., La
pedagogia italiana antica e contemporanea, Cavour e al «cavourinismo» la colpa
per il profilo illiberale della scuola italiana415. Una simile lettura del
pensiero e delle responsabilità dello statista piemontese sembra essere
confermata dall’iter della legge Lanza416. Esso quindi vedeva nei principi
della legge Casati degli aspetti positivi, poi traditi dalle politiche
successive. Le polemiche con la Minerva Il docente dell’ateneo subalpino non si
limitò a teorizzare i princìpi intorno a cui si sarebbe dovuta realizzare la
libertà scolastica, ma entrò in diretta polemica con gli esponenti politici più
o meno «statolatri» che, tra la sua giovinezza e la maturità, governarono il
Dicastero dell’Istruzione Pubblica. Qualche anno dopo la laurea, già noto per
alcune pubblicazioni, A. fu incaricato dal Ministro Berti di scrivere un saggio
sulla scuola e la pedagogia italiana in occasione della mostra universale della
Arti e delle industrie a Parigi. Ne uscì il saggio Della pedagogia in Italia,
che, tuttavia, non incontrò il parere positivo del ministero, motivo per il
quale il libro non fu presentato alla fiera419. Commentando quell’episodio
Gerini osservò come mentre il positivismo fosse una dottrina «protetta in
alto», «agli avversari della pedagogia spiritualistica furono prodigati tutti i
favori del Ministero, a lui l’oblio»420. Le posizioni espresse dall’A.,
considerando le quali non desta meraviglia la censura ministeriale, sono utili
per introdurre le sue critiche alla politica scolastica post unitaria. Già
nello scritto del 1867, l’A. nel ripercorrere gli anni del riformismo 415 G. A.,
L’Hegelismo e la scienza, la vita, Morandini, Da Boncompagni a Casati:
l’affermazione del modello centralistico nella costruzione del sistema
scolastico preunitario, in Pruneri, Il cerchio e l’ellisse, centralismo e
autonomia nella storia della scuola dal XIX al XXI secolo, 50. 417 Tale lettura
è confermata in un opera della fine del secolo. Scrive: «Or mezzo secolo fa
veniva promulgata la legge pel riordinamento della pubblica istruzione, che
ancora oggidì governa il nostro insegnamento universitario. Quella legge porta
l'impronta del tempo, che l'ha inspirata, fervido di nobili aspirazioni e di
grandi speranze. La libertà non era un nome vano ed illusorio, ma una santa
realtà potentemente sentita, lealmente riconosciuta, mirabilmente armonizzata
col rispetto dello patrie istituzioni. Gli animi tutti erano assorbiti nella
grande idea dell'indipendenza nazionale, e davanti alla coscienza del popolo
italiano splendeva l'ideale di un nuovo glorioso avvenire. Ora non ci
riconosciamo più. Siamo discesi sempre più giù per la china del decadimento. Lo
Stato andò sempre più invadendo il campo riservato all'attività dei cittadini
comprimendo sotto il suo strettoio le energie individuali» A., L’autonomia
universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da A., A., Della
pedagogia in Italia dal 1846 al 1866, cit.; poi in A., La pedagogia italiana
antica e contemporanea, 84-168. 419 Lo stesso pedagogista racconta la vicenda
in A., Della pedagogia in Italia; Gerini, La mente d’A., pedagogico subalpino
all’origine della riforma Boncompagni del 1848421, lamentava che gli ideali
originari – ispirati al principio della libertà scolastica – fossero stati in
seguito gravemente compromessi dalle iniziative successive che avevano invece
rafforzato il ruolo dello Stato422. Secondo Gerini, l’ostilità del ministero
ebbe delle conseguenza nella progressione di carriera dell’A.: Straordinario
nel 1871, ottenne la promozione ad Ordinario solo nel 1878423. In un’altra
occasione sembrò al pedagogista vercellese di aver subito un torto dalle
autorità politiche, quando cioè, eletto consigliere comunale, fu volutamente
escluso dall’assessorato all’istruzione424. La lettura di A. sull’evoluzione
del sistema scolastico italiano fu ripresa nel già citato La Legge Casati e
l'insegnamento privato secondario apparso nel 1879. In questo scritto l’A.
denunciava la contraddizione tra le norme a tutela della libertà scolastica
prevista dal testo del 1859 e la loro attuazione pratica, sulla base del
principio politico secondo cui il Governo «sopravveglia il privato a tutela
della morale, dell'igiene, delle istituzioni dello Stato e dell'ordine
pubblico». Per quanto la Casati riconoscesse l’utilità di una proficua
«concorrenza degli insegnamenti privati con quelli ufficiali»426, le norme e
gli atti successivi andarono contro questo principio. Per A. era evidente che
politiche simili fossero dettate dal timore del Clero e della sua presenza
educativa, ma ciò non poteva minimamente giustificare la soppressione della
libertà. Va sottolineato come il principale redattore del testo legislativo, fu
il sacerdote Rayneri. Cfr. M.C. Morandini, Da Boncompagni a Casati:
l’affermazione del modello centralistico nella costruzione del sistema
scolastico preunitario A., La pedagogia italiana antica e contemporanea, 90.
423Secondo Gerini, genero dell’A. (ne aveva sposato la figlia), curatore di
numerosi saggi sul pedagogista, il ritardo non fu casuale. Citando una lettera
dello stesso A. al ministro De Sanctis e alcune considerazioni di Parato, egli
sostiene che ci fu una ostruzione ministeriale alla carriera del vercellese,
motivata dal suo credo spiritualista e dalle sue posizioni critiche nei
confronti delle politiche ministeriali. Cfr. Gerini, La mente di A., Come
racconta Gerini: «Dopo le elezioni amministrative del 1895, essendo riuscito
con bella votazione consigliere (il 20° su 80), l’A. venne chiamato a far parte
della Giunta. Costituita la quale “l’opinione generale e più favorevole, specie
nel corpo insegnante di tutti i gradi d’istruzione, dalla elementare alla
universitaria, era che nella distribuzione dei varii rami di amministrazione
fra gli assessori, al prof. A. sarebbe toccato il governo dell’istruzione,
essendo egli la persona meglio indicata, per attitudini particolari ben note, a
tenerlo: invece venne destinato dal sindaco alla direzione della Biblioteca dei
Musei”. Naturalmente l’A. con sua lettera in data 5 luglio rinunziava
all’assessorato. Il sindaco Rignon, cui non menziono in questo luogo a titolo
d’onore, non gli affidava l’ufficio dell’istruzione perché non si conoscevano
ancora abbastanza le sue idee intorno al governo delle scuole, pur essendo
disposto a commetteglielo quanto avesse avuto campo di far conoscere il suo
modo di pensare (Osservatore scolastico di Torino, 13 luglio 1895). Il fatto
non abbisogna di commenti. Basti il dire, che qualche tempo dopo il Rignon
chiamava all’assessorato dell’istruzione un avvocato, il quale non aveva mai
dimostrato d’intendersi d’amministrazione scolastica. – Nelle successive
elezioni l’A. declinò in modo irremovibile la candidatura» R. D. art. A., La
legge Casati e l’insegnamento privato secondario, 12. 427 “La potenza che voi
paventate nel clero; non la distruggerete colla forza dei divieti, ma la fortificate
colla mostra della persecuzione e colla vostra sfiducia nella libertà. Voi la
volete la libertà, ma per voi e per 109 Nell'appendice l’A.
dimostra tale tesi, analizzando nel dettaglio i diversi provvedimenti elaborati
dai successori di Casati, tra cui Natoli, Coppino e Correnti, criticandone lo
scarto rispetto ai principi della legge fondativa del ’59. E così icasticamente
conclude: «Da vent'anni e più anni la legge riconobbe e sancì il principio del
libero insegnamento: da quasi venti anni il Governo continua a misconoscerlo,
la burocrazia a manometterlo»428. La stessa lettura dell'evoluzione
dell'ordinamento scolastico italiano è confermata in un altro testo di
vent’anni dopo. Un caso esemplare del «tradimento della Casati» riguarda la
figura dell’istitutore libero. Come spiega A., secondo la legge: «L’istitutore
è governativo o libero, secondochè la scuola, in cui esercita il suo magistero
educativo, è retta dallo Stato o da privati cittadini. All’uno il governo
prescrive la sostanza e la forma del suo insegnamento, la misura, il
procedimento, il criterio direttivo. Dall’altro la vigente legge 13 novembre
1859 esige i titoli, che lo autorizzano, ed il rispetto dell’igiene, della
morale e delle patrie istituzioni, epperò la sua libertà non è assoluta; ma non
concede al Governo di sindacare, se e quanto, e come egli educhi e insegni; chè
altramente la libertà dell’istitutore si risolverebbe in una vana parola»430.
Ma alla libertà riconosciuta dalla Casati, conclude l’A., corrisposero norme
restrittive che di fatto compromisero l’iniziativa dei liberi insegnanti. Non
meno severa era la denuncia dei rischi dell’ingerenza statale sull’identità
delle scuole private: «Dalle recenti statistiche – così scrive – si rileva come
gli istituti secondari liberi affidati alle provincie, ai comuni alle
corporazioni religiose, ai privati, gareggino per numero con quelli del
Governo; il che è splendido argomento del grande amore, che nutrono i
cittadini, per l’incremento degli studi e lo sviluppo della coltura sociale; ma
non si può non provare ad un tempo un sentimento increscevole e doloroso in
veggendo come tanti nobili sforzi vengano in gran parte sciupati dallo smodato
ingerimento del Governo, il quale introduce la monotona e rigida uniformità de’
suoi gli amici vostri; a siffatta guisa di libertà anche i vostri avversarii
potrebbero fare buon viso, anche la Czar delle Russie: di una veneranda matrona
ne avete fatto una brutta ed intollerabile Megera.” A., La legge Casati e
l’insegnamento privato secondario, 28. 428 Ibid, p. 26. 429 Un passo di un
saggio del 1899 conferma la lettura di A.: «Or fa mezzo secolo fa veniva
promulgata la legge pel riordinamento della pubblica istruzione, che ancora
oggidì governa il nostro insegnamento universitario. Quella legge porta
l'impronta del tempo, che l'ha inspirata, fervido di nobili aspirazioni e di
grandi speranze. La libertà non era un nome vano ed illusorio, ma una santa
realtà potentemente sentita, lealmente riconosciuta, mirabilmente armonizzata
col rispetto dello patrie istituzioni. Gli animi tutti erano assorbiti nella
grande idea dell'indipendenza nazionale, e davanti alla coscienza del popolo
italiano splendeva l'ideale di un nuovo glorioso avvenire. Ora non ci
riconosciamo più. Dal 1859 al 1899 siamo discesi sempre più giù per la china
del decadimento. Lo Stato andò sempre più invadendo il campo riservato
all'attività dei cittadini comprimendo sotto il suo strettoio le energie
individuali» A., L’autonomia universitaria proposta da Baccelli ed esaminata da
A., 3. 430G. A., La scuola educativa. Principi di antropologia e didattica:
pedagogia elementare, metodi, de’ suoi programmi, de’ suoi studi là dove
dovrebbe lasciare, che si svolga libera, varia e feconda la vita
scolastica»431. Ciò dipendeva, a giudizio del pedagogista piemontese, dal
monopolio statale dei titoli di studio, mediante il quale il Governo
disincentivava l’iscrizione negli istituti liberi. Inoltre il «pareggiamento»
delle scuole libere, condizione per erogare titoli equiparati a quelli statali,
era regolamentato da norme restrittive e obbligava all’omologazione con il
sistema statale. Come denunciò il vercellese: «A chiunque si muova fuori
dell’orbita degli studi segnata dal Governo, è chiuso irrevocabilmente l’adito
alle professioni liberali; potrà procacciarsi una coltura scientifica e
letteraria ampia ed eletta per quanto si voglia, ma prima pur sempre di un
carattere pubblico e legale, e ridotta ad un puro ornamento dell’animo e nulla
più»432. A. leggeva bene la situazione della concorrenza tra scuole statali e
non statali. La Talamanca, riprendendo il dibattito parlamentare su tali
argomenti, fa notare come le scuole private cattoliche avessero un numero
maggiore di studenti rispetto a quelle statali. Cita il senatore Menabrea che
nel maggio del 1872 fa notare come sui 4136 studenti che avevano sostenuto la
licenza liceale, ben 2670 provenivano da scuole private e seminari433. Ma come
dimostrano le vicende successive, il sistema nato dalla Casati avrebbe portato,
come denunciato dall’A., all’assottigliamento delle scuole private. Sulla
volontà del governo di attuare la libertà d’insegnamento è particolarmente
significativo un breve saggio dal titolo: L’autonomia universitaria proposta
dal Ministro Baccelli ed esaminata da A.434. Il testo non riporta la data di
pubblicazione, ma si può desumere da alcuni brani che sia stato dato alle
stampe nel 1899. A. critica nel testo della legge una profonda ipocrisia. Da
una parte si affermava il principio dell’autonomia, ma nei fatti esso rimaneva
un flatus vocis, in quanto veniva contraddetto dal resto della legge. Infatti
il progetto non segnava i limiti della “vigilanza” governativa; sanciva che i
confini dell’autonomia sarebbero stati in seguito definiti dal Consiglio
Superiore e dal Consiglio di Stato (senza contrattazione con gli atenei);
affermava che la nascita di nuove Università, Istituti o Scuole d'istruzione
superiore, o di Facoltà poteva avvenire esclusivamente per decreto; attribuiva
al Ministero il potere di respingere le 431 G. A., Opuscoli pedagogici,
Talamanca, La scuola tra Stato e Chiesa dopo l’Unità, in Chiesa e religiosità
in Italia dopo l’Unità, cit., vol. I, p. 365. 434G. A., L’autonomia
universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da A., proposte di
nomina o di conferma dei professi ordinari e straordinari avanzate dalle
Università. In questo modo, ironizza A., «il Governo lascia alle Università il
governarsi da sé, purché si governino a modo suo»435. Il pedagogista guarda
così al modello medioevale, tornando a contestare l’idea secondo cui gli
istituti nascano per legge e non dalla libera associazione. Conclude citando
Villari, correlando la mancanza di autonomia con la crisi dell’Università437.
Un altro aspetto che A. considerava illiberale e nefasto era il controllo dei
libri di testo, con cui il Ministero poteva indirizzare politicamente e
culturalmente l’insegnamento. Lo stesso pedagogista pubblicò un pamphlet nel
quale difese un saggio di un professore siciliano438 che, stando alla sua
narrazione, incorse ingiustamente nella censura ministeriale439 a motivo del
suo orientamento filo cattolico440. 435 7. 436 «Seguendo l'ordine numerico del
disegno di legge, passiamo all'art. 3 che suona cosi: “La creazione di nuove
Università, Istituti o Scuole d'istruzione superiore, o di loro Facoltà o
sezioni, non potrà avvenire se non per legge”. Anche qui abbiamo un segno del
tempo. Sentendo proclamare l'autonomia degli Istituti scolastici superiori, il
nostro pensiero corre spontaneo alle gloriose Università medioevali, che
sorsero e fiorirono non per decreti di Stato, ma per libero valore di insigni
maestri, di studiosi discepoli, di privali cittadini, fervidi amatori della
scienza, e ci immaginiamo di essere ritornati a quo' felici tempi di scolastica
libertà. Illusione! A nessuno si concede di creare nuove Università, o facoltà
universitarie, o Scuole d'istruzione superiore senza il placet regio o
parlamentare. Non si osa proclamare francamente e incisamente il principio, già
sancito dal Belgio coll'articolo della sua Costituzione: “L'insegnamento è
libero; ogni misura preventiva è vietata”» «Io potrei proseguire più oltre la
mia critica, ma dalle poche considerazioni, clic sono venuto fin qui esponendo,
emerge, per quel che a me ne pare, la conclusione, clic la proposta autonomia è
irretita fra tali e tante strettoie da essere ridotta ad una vana parvenza,
mentre la vigilanza dello Stato non ha confini, che la circoscrivano, non ha
norme, da cui sia vincolata. 11 segnare i giusti limiti della vigilanza
governativa, non è qui luogo da ciò: questo solo panni di potere
ragionevolmente affermare, che questo disegno di legge conferisce al Governo
poteri assolutamente inconciliabili colla autonomia universitaria veramente
intera. Qualche anno fa Pasquale Villari scriveva: “Colle libertà, eolie nuove
leggi, regolamenti e mutamenti, con nuovi professori italiani e stranieri, noi
non siamo ancora riusciti a far nascere nelle nostre Università una vera vita
scientifica: esse non rispondono all'aspettazione giustissima del paese. E
perché, dimando io? Perché il Ministero arrogandosi il diritto supremo ed
assoluto della pubblica istruzione ed educazione, ha governato a sua posta le
Università invece di mostrarsi ossequente alla legge non mai abolita, informata
ai più larghi o giusti principii di libertà /in nota cita il libro di Martelli,
La decadenza dell’Università italiana”» Si tratta del libro di G.B. Santangelo,
La Famiglia e la Scuola, letture proposte alle allieve delle classi femminili,
esercizi fondamentali di lettura, scrittura e calcolo per le bambine, Palermo,
Amenta, A., Clericalismo e liberalismo, ossia i libri di lettura del prof.
Santangelo censurati dal Ministero della Istruzione pubblica e difesi da A.,
Palermo, Tip. delle letture domenicali, Nella relazione del Ministro in cui si
valutava negativamente il testo difeso dall’A., si accusava il libro di un
certo «odore di sagrestia». A tale accusa, lo studioso piemontese replicò: «Ah
finalmente ecco qui la chiave omerica, che apre l’arcano di una critica
spigolistra, permalosa, assassina! L’Autore per ragione pedagogica e per debito
di programma ha qua e là nei suoi libri (e non dalla prima all’ultima parola,
come, bugiardamente asserisce il Relatore) parlato di Dio e delle cose sante:
dunque giù botte da orbo sulla sua mal battezzata cervice! In verità addolora
il vedere il Ministero suggellare coll’autorità sua il giudizio di chi parla un
linguaggio tanto plateale e lacera il primo articolo dello Statuto fondamentale
del Regno e l’articolo della vigente legge organica della pubblica istruzione!
Ma già il sentimento religioso è puzza di sagrestia, che ammorba e va
proscritto in nome della nuova Igiene! L’Ermenegarda morente del Manzoni
sclamava: “Parlatemi di Dio, sento ch’ei giunge”: il moderno epicureo grida: Non
parlatemi di Dio, sento che mi si guasta la digestione. Se il Santangelo fosse
stato un prete spretato, che avesse gettato il tricorno alle ortiche, o
L’unico momento in cui sembrò potersi fermare la parabola monopolistica, fu la
nomina a Ministro dell’istruzione del senatore palermitano Perez. Il
neoministro mostrò la volontà di mettere mano ad una riforma della scuola volta
a difendere il principio della libertà d’insegnamento. L’A. prese subito le
difese del Ministro in un articolo pubblicato nella Gazzetta piemontese e stese
il saggio La riforma dell’educazione moderna mediante la Riforma dello Stato,
che trovò l’apprezzamento del neoministro. Gerini documenta come Perez avesse
l'intenzione di chiamare A. stabilmente al Ministero, con lo scopo di redigere
una riforma della scuola e dell’Università incentrata sulla libertà
d’insegnamento e contraria alla deriva monopolistica intrapresa dai suoi
predecessori442. L’A. fu infatti presto coinvolto nella compilazione di un
nuovo Regolamento per la licenza liceale in sostituzione di quello precedente
definito dal ministero Correnti. Il nuovo regolamento, nel quale A. ebbe «non
poca e vivissima parte, intendeva ricondurre gli esami di licenza liceale alla
loro «primiera forma legale, allorquando l'alunno privato si presentava a
sostenerli presso qualunque pubblico liceo dello Stato e senz'obbligo
dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio. Il suo scopo era
quello di restituire più ampia libertà agli studenti delle scuole non statal.
Il pedagogista documentò nel saggio sulla legge Casati come il testo trovò il
consenso della maggior parte dei provveditori e dei presidi sui quali era stato
fatto un sondaggio preliminare. Ma il progetto suscitò anche numerose
polemiche. Accusato dagli ambienti liberal-democratici di voler favorire la
scuola libera (e quella cattolica in specie), a pochi mesi dal suo
insediamento, Perez dovette abbandonare il un frate sfratato, che avesse
bruciato il convento per andare a godersi la vita, i suoi libri avrebbero incontrato
ben altro giudice ed altro mecenate» in A., Clericalismo e liberalismo, ossia i
libri di lettura del prof. G. B. Santangelo, In un autografo il Ministro
scrisse ad A. «...m’accorgo come Ella sia fra quei pochi cui non travolge la
mente l’idolatria dello Stato onnipotente e onnisciente» in A. Consorte, Scuola
e Stato in A., Gerini, La mente d’A., A., La legge Casati e l’insegnamento
privato secondario, Così il professore piemontese sintetizza i punti salienti
del Regolamento: «Gli articoli più sostanziali di esso Regolamento, che
avrebbero radicalmente mutato l'attuale sistema degli esami di licenza, sono:
il quinto, che restringe l'esame sulle materie nei limiti, in cui esse furono
svolte nel terzo anno, quando si siano superati gli esami di promozione dei due
primi anni; il settimo, che lascia libero il candidato privato di iscriversi
presso qualunque pubblico liceo del Regno; il nono, che lo proscioglie
dall'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio; il
dodicesimo, che incarica i professori liceali della preparazione di temi per le
prove scritte, ed inchiude l'abolizione della Giunta centrale. Eppure quel
regolamento era un semplice richiamo alla legge Casati: si intendeva di
ricondurre gli esami d licenza liceale alla loro primiera forma legale,
allorquando l'alunno privato si presentava a sostenerli presso qualunque
pubblico liceo dello Stato e senz'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale
e del percorso triennio. E se ne fece una questione di clericalismo, mentre era
una questione di legalità. dicastero. Il caso sembra confermare quanto annotato
da Limiti: «Il problema della scuola privata sembra essere fatale per la sorte
di taluni ministri della Pubblica Istruzione e qualche volta per la sorte degli
stessi governi!»449. Sebbene impossibilitato ad incidere effettivamente negli
indirizzi della scuola, la sua collaborazione con il Ministero continuò negli
anni seguenti. Come ricorda Prellezo: « esprime il suo parere sui programmi
delle Scuole normali; nel 1885 viene incaricato dal Ministro Coppino
dell’ispezione delle Scuole normali del Piemonte e della Liguria; lo stesso
Ministro Coppino lo chiama a far parte della Commissione reale per il
riordinamento della scuola popolare. Molto più duro fu il rapporto con il
Ministro Paolo Boselli, che guidò la Minerva durante i due primi governi
Crispi. Qualche mese dopo il suo insediamento, A. criticò Boselli a motivo
della censura di un testo già citato. Questo iniziale contrasto probabilmente
convinse il pedagogista piemontese, chiamato a far parte della commissione
presieduta da Villari per stendere i nuovi programmi delle scuole elementari, a
non partecipare a buona parte delle sedute. Pesò probabilmente la convinzione
di rappresentare un’esigua minoranza all’interno della commissione, formata in
larga maggioranza da studiosi di area laicista e positivista. Qualche tempo
dopo l’A. attaccò più severamente il Ministro con il pamphlet dal titolo Lo
Stato educatore ed il ministro Boselli452. Si tratta di un saggio con toni
molto 448Così commentò l’A.: «Il Ministro Perez, rara avis, ritornando al
concetto della legge arditamente si accingeva a spastoiare le scuole private ed
a redimere gli istituti governativi da quel formalismo artifiziato e da quel
enciclopedismo, che insieme congiuravano a sciupare gl’intelletti giovanili e
sfibrare i caratteri. Ma il dio Stato colpiva a mezzo del lavoro la mano
ribelle del suo Ministro. La genìa burocratica con ignobili e subdole manovre,
la stampa liberalesca con una critica sleale ed assassina lo precipitarono ben
presto di seggio miterandolo da clericale! Come avevano adoprato alcuni anni
prima verso il Ministro Berti, propugnatore sincero di libertà» in A., Lo Stato
educatore ed il Ministro Boselli, 4. 449G. Limiti, Momenti e motivi della
legislazione sulla scuola non statale in Italia, in S. Valitutti, Scuola
pubblica e scuola privata, Bari, Laterza. Prellezo, A. negli scritti pedagogici
salesiani. Introducendo il lavoro A. denuncia: «Questa turba liberalesca altro
non vede e non adora che se medesima, e va gridando: l’Italia siamo noi, noi
siamo il patriottismo, la libertà, la Costituzione, lo Stato: chiunque non ci
appartiene è nemico della patria, chi non è con noi, è contro di noi. Sì, i
clericali sono contro di voi, perché i nemici della patria siete voi, voi i
demolitori delle franchigie costituzionali e della indipendenza politica, gli
oppressori della libera attività dei privati cittadini. Oh benedette
rimembranze del 1848, allorchè si vagheggiava, anelando, un ideale di unità e
di floridezza sociale, di dignità e di indipendenza nazionale, di vera e larga
libertà politica e civile, sorretta dalla religiosità e dall’integrità del
costume! In omaggio a quell’ideale languivano nelle carceri del dispotismo
austriaco o cadevano decapitati sul palco i martiri italiani; cimentavano sui
campi lombardi la vita contro gli stranieri i prodi. Orta quel santo ideale
conquistato con inauditi sacrifici di sangue e di danaro, è buttato nel fango
da una turba di affamati, di ambiziosi e di settarii» in G. A., Clericalismo e LIBERALISMO,
ossia i libri di lettura di Santangelo censurati dal Ministero della Istruzione
pubblica e difesi da A.. Solo la prima parte del saggio, intitolata Lo Stato
educatore, è stata ripubblicata in G. A., Opuscoli pedagogici. aspri, ma
composto da critiche precise e circostanziate come è stato notato da Bonghi.
Nel saggio ribadì le accuse al sistema statolatrico italiano e stigmatizzò una
serie di provvedimenti emanati dal Ministro: criticò il decreto il quale
prescriveva che, per le sole scuole statali, la licenza elementare fosse titolo
sufficiente per l’ammissione alla prima classe del ginnasio e della scuola
tecnica; contestò la circolare dell’8 agosto 1889 con cui, in mancanza di
maestri legalmente abilitati, dava la possibilità ai militari congedati che
avevano superato l'esame prescritto per gli aspiranti sergenti, di insegnare
nelle scuole assicurando la metà della copertura con fondi ministeriale, al contrario
di quanto avveniva per gli altri insegnanti; protestò contro una circolare
ministeriale nella quale, a dispetto dell’art. della legge Casati, s’impediva
ai parroci di presiedere gli esami di istruzione religiosa; recriminò che il
corso di pedagogia non risultasse tra i corsi obbligatori per il conseguimento
della laurea in Lettere e Filosofia454. Criticò, inoltre, i toni di una
circolare finalizzata al riordino degli Orfanotrofi e dei Conservatorii e
stigmatizzò la «faziosità» con cui il Ministro gestì i trasferimenti tra le
diverse Università per influenzare le vicende concorsuali. Questi elementi
condussero A. a tacciare Boselli di «cesarismo scolastico». In conclusione
avanzò una proposta provocatoria e risoluta: «Delenda Carthago. Il ministero
della pubblica istruzione va annullato. La proposta dell'abolizione del
dicastero, peraltro avanzata già in Parlamento dal deputato libertario e
socialista Morelli, non rappresentava in effetti agli occhi di A. la condizione
ideale per il governo dell’istruzione pubblica, ma costituiva la fatale
soluzione alla «metastasi statalista» che soffocava la scuola italiana.
Confermò le stesse posizioni in un 453 Commentando il saggio, il Bonghi
osserva: «L’A. è professore di pedagogia come tutti sanno, e tanto ha scritto
della scienza che professa, e posto molta cura a’ problemi, che vi si trattano,
da meritare, di certo, che un suo studio sulla materia dell’educazione, teorica
e pratica, non passi inosservato. Quello che annunciamo, è diviso in due parti.
Nella prima tratta la questione se e quale parte spetti allo Stato
nell’educazione; e viene alla conclusione media e vera, che la suprema autorità
scolastica risiede nella famiglia, e allo Stato spetta un ufficio complementare
e di vigilanza. La seconda è una critica minuta – e talvolta, il che non è
bene, acre – della condotta dell’attuale ministro di Pubblica Istruzione. Né si
può negare che una buona parte dele osservazioni sia giusta, e a ogni modo
consigliamo il ministro di darvi peso, e non immaginarsi, che, prima o dopo,
non ne avranno. Soprattutto le considerazioni intorno al concetto e alla
condizione dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari, come appaiono
nelle più recenti circolari del ministro, ci paion degne ch’egli vi rivolga la
sua attenzione» R. Bonghi, Idee di A. circa la libertà d’insegnamento, Sullo
stesso tema il pedagogista aveva già scritto un pamphlet: A., Il ministro
Coppino e la pedagogia, Torino, Borgarelli, A., Lo Stato educatore ed il
Ministro Boselli, Concludendo il saggio A. ricorda la sua fedeltà alle
istituzioni dello Stato Italiano: «Pubblicando questo lavoro io non ho inteso
di venir meno ala ragionevole riverenza dovuta all'autorità ministeriale; e ne
fa prova manifesta il rispetto, che io professo sincero per le leggi dello
Stato, per le patrie istituzioni, per le franchigie costituzionali, per la
nazionale indipendenza. Ho censurato gli atti governativi adoperando quella
crudezza di forma, che risponde alla gravità del male, esercitando un diritto,
che lo Statuto conferisce ad ogni libero cittadino, adempiendo un dovere
impostomi dalla carità del loco natio e dalla coscienza del mio mandato. Ho
parlato il linguaggio dei fatti; ed i fatti li smentisca chi può, li riconosca
chi deve. articolo intitolato Salviamo la scuola!, nel quale dopo essersi
soffermato sulle storture della scuola statale e sul suo ordinamento illiberale
ritornò a prospettare la soppressione del Ministero. Un attacco così diretto
non restò senza conseguenze. All’opuscolo del pedagogista replicò infatti un libretto
anonimo intitolato Lo Stato educatore – botte di un educatore – risposte di un
educato458 che, stando al Gerini, sarebbe stato redatto negli uffici del
ministero. La risposta alle critiche è non solo pungente quanto, del resto, le
denunce d’A., ma scade a livello di attacco personale. Oltre a difendere ogni
singolo provvedimento annotato dallo studioso vercellese, l’autore si abbandona
alla denigrazione della sua attività didattica e scientifica: «Ha una famiglia
pedagogica A.? No. E la ragione è una sola, ed è naturale e chiara, non si può
dar famiglia senza amore. Omnia vincit amor. Ma l’A. non ha amore, se non verso
sé medesimo. Il sentimento che noi scorgiamo nel prof. A. non è, no, mal
volere; è piuttosto un affetto immoderato che lo muove a far troppo di sé
centro a sé stesso; talmente che egli rende, senza forse accorgersene,
l’immagine dantesca di cosa che sé in sé rigiri; e rigirandosi, egli nella sua
vaga visione si esalta così, che gli par di poggiare su, ad un punto superiore
a quello di chi nella scala sociale e nella realtà dei fatti è più alto di
lui»460. L’acida polemica continuò con un ulteriore passaggio in una replica
d’A. nel breve saggio: Risposte di un educato: un educato. Fin dalla prima
pagina lo scritto era poco conciliativo, sia nel difendere le sue tesi sia nel
contestare le accuse, così chiosando ironicamente lo statalismo ministeriale:
«Beati i popoli (ripiglio io), retti da un governo così raccolto ne’ suoi
giusti confini, così ossequiante alle leggi ed ordinato in ogni atto suo, così
alieno dallo esclusivismo e tanto rispettoso della libera attività de’
cittadini All'educazione nazionale peggior ventura che quella del Ministero di
Boselli non è toccata mai. Il dilemma si affaccia irrevocabile. Delenda
Carthago! L’abolizione del Ministero di pubblica istruzione si impone
imperioso, urgente, indeclinabile. La salute della nostra grande ammalata, che
è la scuola, è a questo prezzo. Per questa via sola si giunge a smantellare la
roccia della vastissima setta, che impera sovrana alla Minerva. Dacchè il
parlamentarismo rasenta la bancarotta, può ben far senza di un Ministero,
liberandoci da quella smania di legiferare, da quel subisso di leggi e
regolamenti e decreti e circolari scolastiche, che intralciano il regolare
processo della pubblica istruzione e comprimono la libertà degli studi»
Salviamo la scuola! in «La libertà d’insegnamento. Bollettino trimestrale della
“Unione pro Schola Libera”», Torino, Tip. S.A.I.D. Lo Stato educatore – botte
di un educatore – risposte di un educato, Roma, Stabilimento Civelli. segnatamente
nel campo pedagogico, che alla famiglia non venga impedito di comporsi
nell’ordine suo ed adempiere la sua missione educatrice. Torna a criticare
Boselli sulle pagine de Il nuovo Risorgimento. Alle accuse precedenti ne
aggiunse altre come quelle circa l’ingerenza della Minerva sulla scuola
dell’infanzia, la nomina di un impiegato di biblioteca ad ispettore scolastico
di prima classe, e il fatto che «il ministro Boselli con una sua ordinanza
deferiva l’anno scorso alle singole Commissioni esaminatrici la proposta dei
temi per le prove scritte della licenza liceale, offendendo l’articolo del R. regolamento allora vigente. Si
trattava secondo l’A. della persistenza di una serie di «abusi del potere
esecutivo», in cui scorgeva il tradimento dello Stato di diritto e della
libertà: L’Italia è tutta infesta da una turba di pseudo-liberali, che la
libertà fanno strumento di servitù, e della patria, delle franchigie
costituzionali, delle leggi dello Stato si fanno sgabello per salire in alto
sitisbondo di dominio e di oro, corrompendo il pubblico costume e le
istituzioni politiche e civili della nazione»464. Un altro episodio che segnò
lo scontro con la Minerva, risale al pensionamento di A., quando il dicastero
era guidato dall’onorevole Credaro. Il pedagogista, ormai anziano e con poche
forze, chiese al Ministero che gli affidasse un sostituto. La Facoltà nominò il
pedagogista Romano, «ex» spiritualista e cattolico convertito al positivismo.
Lo studioso era già stato bocciato in una serie di concorsi per conseguire la
libera docenza a Torino, Milano, Palermo e Bologna. A Catania addirittura tutti
e cinque membri della commissione esaminatrice diedero esito negativo. La
nomina di un candidato simile come suo supplente, peraltro agli antipodi
rispetto alla sua linea pedagogica, portò l’A. a prendere dura posizione contro
la Facoltà e il preside Vidari, e poi a chiedere di andare definitivamente in
pensione, per impedire al Romano di insegnare sulla sua cattedra. Raccogliendo
una serie di articoli apparsi su giornali e riviste come Italia Reale, L’Unione
di Vercelli, Il Momento, Il Corriere d’Italia, I diritti della scuola Studium,
fu pubblicato un pamphlet sulla vicenda. Furono inserite anche due lettere
inviate da A. a due di queste riviste come ringraziamento della solidarietà
dimostrata, e un piccolo scritto dallo stesso pedagogista in cui chiariva
ulteriormente i contorni della vicenda. La posizione di A. sulla vicenda è
molto significativa: G. A., Un educato anonimo, Torino, Tip. Subalpina, A.,
Boselli e la legge, «Il nuovo Risorgimento. A. e la sua cattedra, Torino, Tip.
S, Giuseppe degli artigianelli. emergono sia un vivo attaccamento all’impegno
pedagogico e magistrale466, ma anche forti dissidi con l’ambiente
universitario. Nelle sue ricostruzioni A. attribuì a Vidari, allora preside
della Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, la responsabilità dello smacco
subito, collegando l’appoggio da parte del preside del Romano e un generale
poco rispetto dimostrato anche con altri episodi, in virtù della sua aderenza
ai principi spiritualisti e alla sua fede. Un altro testo in cui attacca il
Ministero è il testo Del realismo in pedagogia, nel quale contesta le posizioni
espresse da SANCTIS (vedasi) in uno scritto pubblicato ne la «Gazzetta
letteraria di Torino», in cui lo statista napoletano sosteneva come la classe
magistrale dovesse ispirarsi ad un realismo di impronta pragmatista. A. è
invece convinto che l’anima della scuola poteva essere un solido ideale umano.
Senza valori certi, Si tratta di una
lettera inviata a l’Unione di Vercelli, per ringraziare delle parole in sua
difesa. Scrisse: «Io non sono più maestro. Non è la morte, che mi abbia rapito
alla cattedra, ma è qualche cosa di peggio. In questi ultimi anni la mia vita
universitaria fu amareggiata da grandi dolori. Pur tuttavia avrei continuato
nel mio insegnamento; ma quando mi si volle imposto per supplente un rifiuto di
tutti i concorsi universitari, a cui egli si è presentato, esclamai: Basta
così; e mi ritirai nel santuario della vita privata, abbandonando alla
dimenticanza ed all’oblio quei tra infelici che malignavano sulla mia persona.
Abbandono con certo qual rammarico la cattedra, che per più di cinquant’anni mi
fu cara compagna di lotta del pensiero, nella conquista della verità, e vedendo
scomparire a me d’intorno quella folla sempre nuova di giovani studiosi che nel
volgere degi anni veniva ad ascoltare la mia povera parola, mi pare quasi che
la mia vita si spenga nell’isolamento. No, non si spegne, ma semplicemente si
trasforma. Veggo che la mia più che attuagenaria esistenza volge al tramonto,
ma io mi esalto pensando al Divino Maestro, al Pedagogo eterno, al Verbo
vivente, al Redentore dell’umanità. Dopo aver accennato i concorsi falliti da
Romano, A. commenta l’ultimo a Catania «quest’ultimo poi gli fu veramente
disastroso, non avendo riportato nemmeno un voto favorevole. Tanto è che coloro
stessi fra i miei colleghi che per lo passato lo avevano sempre protetto e
difeso a spada tratta, in faccia a quel disastro esclamarono: È un uomo
liquidato! Ma che? Questi medesimi lo proposero per mio supplente e poi
riuscirono ad insediarlo sulla Cattedra di Pedagogia da me lasciata vacante.
Viva la libertà del dire e del disdire! Il Romano deve il presente suo
splendido successo a Vidari, il quale rifiutando di interpellarmi intorno la
scelta del mio supplente, sostenne in Consiglio di Facoltà insieme con sei
altri professori presenti all’adunanza (senza contare tre altri, che diedero
voto contrario) che fosse proposto il libero docente, fallito in tutti i
concorsi universitari di pedagogia specie in quel disastroso di Catania. A.
riporta nello scritto un brano di una lettera uffficiale scritta da Vidari in
occasione delle sue dimissioni, e così la lo commenta: Egli mi rivolse un
saluto perché abbandoni l’Università, ma non aggiunge sillaba, che esprima il
menomo rincrescimento di aver perduto in me un collega, e quando presentai le
mie dimissioni non mi ha significato il menomono desiderio che fossero
ritirate. L’augurio anche’esso mi sa di forte agrume. Che nel placido riposo io
possa lungamente deliziarmi nei prediletti miei studi? – Ma questi cari miei
studi prendono forma e vita dalla pedagogia italiana tradizionale fondata sul
teismo cristiano. Ora questa pedagogia l’avete cacciata via dalla mia Cattedra
per fare luogo alla dottrina razionalistica del mio supplente, sicché l’augurio
a me rivolto viene a tradursi in questi termini: Deliziati senza fine negli
studi tuoi, ma non qui in queste aule universitarie in mezzo a noi e nella
realtà della vita sociale, ma in mezzo alle mi- stiche regioni del
soprannaturale, nelle sedi beate dei Campo elisi conversando cogli spiriti
magni di Aporti e Rayneri. Sì, io serberà sempre viva la mia ragione filosofica
sorretta dalla fede religiosa in Cristo; ma voi vi vantate razionalisti e
calpestate la scienza collocando sulla cattedra chi non la possiede; voi
esaltate la libertà del pensiero, e v’inchinate a tutte le dottrine, fossero
pur dissolventi e scettiche: soltanto il pensiero cristiano non trova grazia
presso di voi. A., Del realismo in pedagogia, Torino, Roux e Favale, 1878
inserito in Id., Opuscoli pedagogici, si sarebbero abbandonate le giovani generazioni
a progetti e prospettive volgarmente materiali e pragmatiste, condannandole
all’alienazione. La battaglia d’A. in favore della libertà d’insegnamento si
tradusse – per quanto egli fosse già avanti negli anni – nel sostegno alla
fondazione dell’associazione «Unione pro schola libera. Società nazionale per
la libertà d’insegnamento», fermamente voluta da Piovano e da Bettazzi,
finalizzata diffondere le ragioni della libertà scolastica, contro lo
statalismo e i suoi fautori. A. è scelto come presidente generale effettivo,
carica che ricoprì solo per un anno, dopo il quale si allontana
progressivamente dal nucleo direttivo e organizzativo dell’associazione, a cui
continuarono a legarlo comunque lo spirito e le motivazioni di fondo. Inizia ad
essere pubblicato anche il Bollettino dell’associazione, La libertà
d’insegnamento, un trimestrale a diffusione nazionale pubblicato inizialmente
in circa tremila copie. La nascita e l’attività del sodalizio ebbero notevole
risonanza contribuendo a vivificare il dibattito sulla libertà scolastica che
stava registrando in quegli anni una notevole ripresa. In un convegno svoltosi
a Genova, dal titolo Istruzione ed educazione cristiana del popolo italiano gli
eredi dell’Opera dei Congressi, confluiti nelle Unioni Cattoliche, lodarono
l’iniziativa d’A. e nella seconda delle tre risoluzioni fu sancito uno stretto
rapporto con l’Unione torinese. La Civiltà Cattolica – che a lungo aveva
praticamente ignorato le tesi d’A. – dedicò al Convegno un articolo, riportando
le conclusioni dell’assise cattolica ed encomiando l’operato dell’A. e
dell’«Unione pro schola libera. Appaiono significative le affermazioni
conclusive dell’articolo, nel quale si celebrano affianco agli allievi i più
importanti rappresentanti del cattolicesimo liberale francese. G. Chiosso, La
stampa pedagogica e scolastica in Italia. Chiosso, Gentile, i cattolici e la
libertà di insegnamento nei primi anni del Novecento, in G. Spadafora (ed.),
Gentile. La pedagogia, la scuola, Roma, Armando. Nella seconda delle tre
risoluzioni fu scritto che il Congresso «Plaude all’Unione pro schola libera
sorta in Torino sotto gli auspici del venerando prof. A., e a tutte le altre
istituzioni aventi lo scopo di tutelare i diritti dell’insegnamento libero; Fa
voti che l’azione in favore della scuola libera sia efficacemente coadiuvata
dai padri di famiglia, dagli insegnanti degli istituti privati e specialmente
dall’azione illuminatrice della stampa quotidiana; Delibera di affidare
all’Unione stessa l’incarico di studiare ed attuare quei mezzi pratici, che
valgano a salvare quanto resta ancora di libertà d’insegnamento nella vigente
legislazione e di ottenere dai pubblici poteri quegli immediati temperamenti,
che servano a sopprimere le più odiose disposizioni regolamentari contro
l’insegnamento privato» Il congresso cattolico di Genova, La Civiltà Cattolica,
quaderno. Scrive l’autore dell’articolo: Dopo queste semplici osservazioni
intorno alla prima risoluzione, lasciamo ai lettori di apprezzare l’importanza
della seconda risoluzione del congresso; in cui si traggono con un senno
pratico degno di ogni encomio, le conseguenze legittime del principio fissato
nella prima. Quale campo fecondo di attività, non meno benefica che urgente
nelle singole deliberazioni di questa seconda Èa partire da questo periodo
che il pensiero pedagogico del pedagogista vercellese iniziò a essere
apprezzato e diffuso anche al di fuori del circuito del cattolicesimo liberale.
Lo confermano una serie di articoli pubblicati sulla «Civiltà Cattolica, l’attenzione
delle «Rivista di Filosofia neoscolastic, i meriti riconosciutigli da Meda, e
un celebre saggio di Monti, La libertà della scuola in cui si trovano citati
gli scritti d’A. e si ricordano le sue battaglie scolastiche. Nel frattempo A.aveva
lasciato questo mondo. risoluzione! Le ponderino attentamente i cattolici
italiani; i giornalisti, i conferenzieri e gli stessi sacerdoti, in Chiesa e
fuori di Chiesa, ne facciano il soggetto del loro apostolato, finché il popolo
se ne impossessi e ne sappia fare buon uso specialmente in tempo di elezioni:
da ciò dipende la salvezza della gioventù e della patria! Noi ne siamo sì
profondamente persuasi, che non possiamo fare a meno di mandare da queste
pagine un saluto e un augurio solenne all’Unione pro schola libera di Torino e
al suo venerando presidente A., il più
illustre pedagogista che oggi vanti l’Italia, degno rappresentante delle
tradizioni filosofiche ed educative veramente italiane; la cui fama è pur
troppo assai inferiore al merito, perché ingiustamente eclissata dal predominio
del positivismo anglo – sassone e teutonico negli atenei e nelle scuole normali
del regno. Possa il suo nome tramandarsi ai posteri con quelli di Montalembert,
di Falloux e di Dupanloup per la Francia, come simbolo della conquistata
libertà d’insegnamento per l’Italia!” Il congresso cattolico di Genova. In tre
articoli pubblicati sulla pedagogia contemporanea sono citate le opere di A. e
le sue critiche al positivismo. Cfr: Linee di pedagogia moderna, cFinalità
educative, quaderno; L’opera educativa positivista, quaderno; Cannella,
Opuscoli pedagogici inediti ed editi di Giuseppe A., cMeda, Universitari
cattolici italiani, Monti, La libertà della scuola, principi, storia,
legislazione comparata, Milano, Vita e Pensiero. Antropologia e di pedagogia
nell'Università di Torino Torino,Carlo,Clausen. In un'opera assai importante
pubblicata dall'illustre prof. A., della quale ho a suo tempo discorso in
questa autorevole Rivista,leggeşi un capitolo inscritto: Prime origini dei
problemi psico. fisiologici,checontieneingermelamateria della presente memoria,
la quale richiama a sè l'attenzione di tutti coloro che s'interessano dei più
gravi problemi della scienza antropologica. Pigliando le mosse dall'origine
storica e psicologica dell'Antropo logia,dellaqualedeterminapurei
limiti,l’A.poneinsodo ilVero, l'incerto e l'ignoto di questa disciplina, per
dichiarare quindi l'ana. logia tra il mondo esteriore della natura ed il mondo
interiore dell'anima. Ma se il mondo esterno ed il mondo psicologico interiore
si rispecchiano e si rassomigliano sotto certi riguardi, tra l'anima ed il
corpo nell'uomo, intercedono analogie assai più intime, spiccate e na• turali,
intorno alle quali si trattiene a lungo l'Al. Ora uno dei più cospicui punti di
corrispondenza tra l'anima ed il corpo si manifesta nel parallelismo di
sviluppo attraverso le successive età della vita umana: parallelismo però, che
non è nè assoluto, nè continuato,tanto meno poi un'identità. Un'altra
corrispondenza è quella che intercede tra la mente sada ed il corpo sano, tra le
malattie dell'anima o quelle del corpo. L'A. Studi antropologici– L'uomo ed il Cosmo
Unvol. in 8gr. circa Torino Tipogr. Subalpina editrice. Psicologia. Studi
psico-fisiologici. Memoria di A., professore BOLLETTINO PEDAGOGICO E
FILOSOFICO. ripone la sanità della mente nell'armonico e regolare sviluppo
della medesima, e la sanità del corpo, nell'equilibrio operoso delle funzioni
fisiologiche. Conseguentemente distingue una duplice specie d'igiene, di
patologia e di terapeutica, corrispondenti alle due sostanze componenti
l'essere umano. Anche i duestati della veglia e del sonno si corrispondono fra
di loro, essendochè su ciascuno di essi le potenze dell'anima e le funzioni dell'organismo
si mostrano sotto forme speciali edana. loghe. Lo spirito poi ed il corpo in tutto
ilcorso ascensivo del loro perfezionamento si prestano vicendevoli uffici,
poichè lo spirito deve ai sensi esterni la prima conoscenza del mondo sensibile
corporeo; a LA PAROLA, che è un SEGNO SENSIBILE ordinato ad esprimere un
intelligibile, lo svilnppo del suo pensiero; alla mano (nella cui struttura
Elvezio non dubita di riporre la superiorità dell'uomo sul bruto) lo strumento
della sua attività artistica e morale. Lo spirito alla sua volta ricambia dei
suoi servigi ilcorpo,inpalzandolo alla dignità prco pria della persona umana,e
conferendogli virtù singolari,assai supe jiori alla sua costitutiva essenza.
Iofatti il corpo umano, informato dalla mente che lo governa, è reso capace di
compiere azioni a cui non arrivano i corpi dei bruti, sia che venga riguardato
nell'intiera compagine del suo organismo, sia che lo si consideri nella
speciale struttura delle sue parti e nelle funzioni de'suoi sensi particolari. A
questo punto l'A. richiama ad un'ordinata rassegna la molteplice varietà dei
fenomeni, che si svol gono nell'interiorità del nostro essere, e che forniscono
argomento di una specialedisciplina,lapsico-fisiologia,dellaqualetraccialelinee
generali, non senza avvertire che di essa ai nostri tempitrovansicenai
nelSaggio sui'principiiedilimitidellascienzadeirapportidelfisico e del morale
del Cerice, e più ancora nei Principi generali di psico login fisiologica di Lotze.
La scienza psico-fisiologica, dice l'A.,suppone come sua condizione la
psicologia e la fisiologia e facendo tesoro delle cognizioni che le ammannisce
l'unaintorno all'anima umana,l'altra intornoall'organismo corporeo,s'innalza a
studiare ilsupremo principio generatore di tutti i fenomeni della vita umana
che forma il problema fondamentale di tale disciplina.Ilquale può ricevere due
soluzioni principali, secondo che ilprincipio generatore di tutti ifenomeni
riponsi in una sostanza o nei fenomeni stessi. Nel primo caso abbiamo il
dinamismo; nel secondo il fenomenismo. Il primo può essere mono-dinamismo, se
riconduce tutti i fenomeni umani ad una sola sostanza, la quale potendo essere
o l'anima od il corpo, bipartisce il mono-dinamismo in animismo e materialismo:
duo-dinamismo se pone una differenza essenziale tra ifenomeni mentali ed i fisiologici.
Il fenomenismo si bipartisce pure, potendo essere dualistico od e
voluzionistico, secondo che riconosce una linea di distinzione trai due ordini
di fenomeni, ovvero sostiene che sitrasformano gli uni ne gli altri. A. esamina
con singolare lucidezza di pensiero e grande chiarezza d'esposizione queste
diverse classi di sistemi psico-fisiologici, considerandoli nei loro più noti
rappresentanti; ed è degno di consi derazione l'esame della dottrina di Serbatti
su questo punto. Venendo allo scioglimento del problema,vuolsi distinguere il
duodinamismo esclusivo dal temperato. Ora se il primo non risolve il problema
perchè separa l'uno dall'altro idue principii costitutivi dell'uomo, per guisa
chel'anima razionale è causa unica essa sola di tutti e soli i fenomeni mentali
e non interviene per nulla nella produzione dei fenomeni fisio logici ed animali,
il principio vitale poi è esso solo il generatore dei fenomeni della vita
corporea e mantiensi affatto estraneo ai fenomeni mentali; il secondo pel
contrario siccome quello che mantiene distinti i due principii costuitutivi
dell'uomo, e riconosce ad un tempo la loro vicendevole influenza, talch è i fenomeni
mentali si compenetrano coi fenomeni animali e si condizionano a vicenda, dà
un'equa soluzione al problema. a Cosi, conclude l’A., il concetto della
personalità umana, vale a dire di un soggetto sostanziale fornito
d'intelligenza e di libera volontà, è il solo,che conciliila molteplicità dei
fenomeni coll'unità delloro umano soggetto, sicchè questi due termini nello
sviluppo della vita umana, si mantengono indiegiungibili, e si rischiarano l'un
l'altro. Su questo concetto si fonda appunto la notissima divisione della psi
cologia in empirica e razionale.» Tale è nelle sue linee generali lo studio
dell'insigne filosofo subal pino che mostra un ingegno vigoroso sempre ed
acutissimo:e siamo certi che l'accoglienza fatta alle altre opere di lai, sarà
rinnovata per questa memoria,nella quale si scrutano ipiù ardui problemi della
scienza dell'uomo. Giuseppe Allievo. Keywords. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Allievo” – The Swimming-Pool Library. Allievo.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Allioni: deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Torino). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Con
Allioni. Novecento novantanove Cod.: codice di corrispondenza amichevole
internazionale, Torino, Impronta. Dulichenko’s Boellu is a misspelling).
A code for friendly international correspondence. Digital pasigraphy is
indicated in DIAL under the number 901.121. In the same edition,
Dulichenko mentions the linguistic project Arioni-Boera, number 854.74,
referring to Fuishiki Okamoto (Rikichi, or Fuishiki, Okamoto. Perhaps we
are dealing with the same project. Indeed, in the introduction, Okamoto
lists several works that influenced the Babm9 language, including
Arioni-Boera. Taking into account that Oka moto’s native language is Japanese,
it can be assumed that the Japanese spelling is the source of the
confusion. The thing is that there is no “l” sound in the Japanese language.
Instead, they pronounce “r” (voiced alveolar flap [ɾ]). The surnames
Allioni and Boella could easily have been transformed into Arioni-Boera in some
Japanese source. In order to distinguish cardinal numerals from other
numbers corresponding to code words, they are written in parentheses:
(1), (2), (3), etc. References: [2], [17], [45], [53]. Ernesto Boella.
Boella. Keywords: deutero-esperanto.
Grice e Boella.
Con
Boella. 999 Cod.: coice di corrispondenza amichevole internazionale. Keywords:
deutero-esperanto. Refs.L Luigi Speranza, “Grice ed Allioni”. Allioni.
Luigi Speranza -- Grice ed Alminusa:
all’isola – l’implicatura conversazionale dei nobili siciliani – filosofia
siciliana – la scuola di Catania -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catani, Sicilia. Grice: “Cutelli is like Hart, a
jurisprudent, rather than a philosopher!” Si laurea a Catania. Un saggio e il
“Patrocinium pro regia iurisdictione inquisitoribus siculis concessa”. Vuole
escludere dal "privilegium fori" numerosi delitti come la resistenza
a pubblico ufficiale, ed omicidio anche tentato. Altro saggio: “Codicis legum sicularum libri
quattuor” dove manifesta un'idea di politica amministrativa che mira a creare
un centro unificatore e un ministro superiore, cui fosse affidato il compito di
amministrare e dirigere la monarchia, ottenendo il rilancio economico, la
riduzione delle spese e il riequilibrio del conto fiscale. Si reca a Napoli.
Acquista il feudo di Mezza Mandra Nova.
Altro saggio: “Catania restaurata”. Altro saggio: “Supplex
libellus.”Acquista il feudo di Alminusa e il borgo già creato da Giuseppe
Bruno, figlio del fondatore Gregorio, per atto del notaro Pietro Cardona di
Palermo. Ad Aliminusa dota la chiesa di Santa Anna e stabilisce un legato di
maritaggio di dieci onze l'anno in favore di una figlia dei suoi vassalli, come
si scorge dal suo testamento redatto innanzi al notaio Giovanni Antonio
Chiarella di Palermo. Acquista il feudo di Cifiliana. Il suo testamento rivela la volontà di
destinare una parte dei suoi possedimenti alla fondazione di un collegio
d'huomini nobili in cui si dovesse studiare filosofia: il Convitto Cutelli, o
Cutelli.A Catania gli sono dedicati una piazza sita sul percorso della centrale
via Vittorio Emanuele II e il Liceo Classico "Mario Cutelli". Dizionario biografico degl’italiani. Una utopia di governo. La formazione
dell'élite in Sicilia tra Settecento ed Ottocento. Il "Collegio
Cutelliano" di Catania, in "Quaderni di Intercultura". Conte di
Villa Rosata. Conte Mario Cutelli di Villa Rosata e signore dell’Alminusa.
Alminusa. Keywords: i nobili, i nobili siciliani, homosocialite, boys-only,
male-only, Convitto Cutelli, élite filosofica, all-male establishment, Oxford
as non-co-educational – the coming of Somerville! – Grice’s play group as an
all-male play group, the idea of nobilita, nobility. --. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Alminusa” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice ed Alopeco: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Alopeco was a Pythagorean.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Altan: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del soggeto -- simbolo, valore – ermeneutica antropologica – la
scuola di San Vito al Tagliamento – filosofia friulana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito al Tagliamento). Filosofo friulano. Filosofo
italiano. San Vito al Tagliamento, Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I
like Altan; he is of course an anthropologist and not a philosopher, although
his first rambles were on Croce and philosophy as synthesis of history! – but
then I lectured on Peirce’s misuse of ‘symbol,’ and Altan, not a philosopher,
just like Peirce was not – repeats the mistake – Welby should possibly know
better – Grice: “Altan fails to explain why the Romans felt the need to borrow
‘symbolum’ from the Greeks, and never return it!” Grice: “The examples in Short
and Lewis for the Roman use of ‘symbol’ are extravagant – Peirceian almost!” – Grice:
“Altan’s point is that a ‘soggeto,’ to communicate via ‘logos’ with another
‘soggeto’ in a colloquium, must rely on this or that symbol, which means that
he must rely on this or that ‘valore’ – and unless you share those values, you
don’t quite grasp the implicatum in the use of the symbol.” Nato da un'antica
famiglia friulana. Uno dei massimi esperti di antropologia culturale.
Destinato dalla famiglia alla carriera diplomatica, si laurea in giurisprudenza
a Roma. In Albania durante la seconda guerra mondiale, partecipa alla resistenza,
militando nel partito d'azione. Dopo le vicende belliche, conosce CROCE
(si veda) grazie a cui fa il suo ingresso nel panorama culturale
italiano. L'incontro con CROCE, avvicina la sua filosofia all'idealismo
crociano ed allo spiritualismo etico, come testimoniano i suoi saggi di questo
periodo. Trascorre quindi dei periodi di studio e di ricerca a Vienna, Parigi e
Londra, dove si accosta pure all'antropologia e all'etnologia. Grazie
all'influsso di MARTINO (si veda), CANTONI (si veda) (di cui e anche assistente
volontario) e Tentori, si dedica all'antropologia secondo un approccio che non
si basi esclusivamente sulla ricerca sul campo e l'etnografia ma che fa
soprattutto ricorso alla filosofia. Influenzato pure da Malinowski, si oppone
allo strutturalismo, aderendo successivamente al FUNZIONALISMO nonché a un
marxismo mediato dalla scuola francese degl’Annales. Insegna antropologia
culturale alla Facoltà di Filosofia di Pavia, Trento, Firenze e Trieste. Organizza
a Roma un convegno di antropologia della società complessa. Vive tra Milano e la
sua villa a Grado. Sulla base della sua iniziale formazione in filosofia del
diritto nonché della sua vasta conoscenza filosofica generale, dopo una fase di
ricerche sulla fenomenologia del simbolo, volge la sua attenzione verso i
metodi applicati all'analisi semiotico, quindi si dedica allo studio dei
comportamenti e dei valori che lo hanno poi condotto ad approfondire, da una
prospettiva storico-culturale e con una visione alquanto critica, la dimensione
identitaria degl’italiani. A. cerca di far capire sia all'opinione
pubblica che ai politici italiani l'importanza e la necessità di dare al loro
paese una religione civile, come la degl’antichi romani. In questo progetto,
vanno inserite alcune fra le sue opere come La coscienza civile degl’italiani e
il manuale di Educazione civica. Si dedica allo studio delle basilari
componenti simboliche dell'identità etnica italiana – specialmente friuliana --,
concentrandosi, a tale scopo, sulla categoria dell'ethnos, individuandone ed
analizzandone cinque principali componenti: I l'"epos" -- cioè, la
memoria storica collettiva; II l'"ethos" -- cioè, la sacralizzazione
di una norma e di una regola in un valore) III il "logos" -- cioè, il
linguaggio interpersonale e la conversazionale; IV il "genos" -- cioè,
l'idea di una comune discendenza: la ‘gens’ degl’antichi romani -- ed V il
"topos" -- cioè, il SIMBOLO di una identità collettiva comunitaria
stanziata su un dato territorio – come il Friuli -- allo scopo di trovare una
possibile soluzione razionale, dal punto di vista dell'antropologia, ai
conflitti tra i vari etno-centrismi. Altre saggi: “La filosofia come
sintesi esplicativa della storia. Spunti critici sul pensiero di CROCE e
lineamenti di una concezione moderna dell'Umanesimo” (Longo e Zoppelli,
Treviso); “Pensiero d'Umanità. Sommario breve d'una moderna concezione
speculativa dell'Umanesimo” (Bianco, Udine); “Parmenide in Eraclito, o della
personalità individuale come assoluto nello storicismo (Udine); “Lo spirito
religioso del mondo primitivo” (Saggiatore, Milano); “Proposte per una ricerca
antropologico-culturale sui problemi della gioventù” (Mulino, Bologna); “Antropologia
funzionale” (Bompiani, Milano); “La sagra degl’ossessi: il patrimonio delle
tradizioni popolari italiane nella società settentrionale” (Sansoni, Firenze);
“Personalità giovanile e rapporto inter-personale” (ISVET, Roma); “Le origini
storiche della scienza delle tradizioni popolari” (Sansoni, Firenze); “Atteggiamenti
politici e sociali dei giovani in Italia” (Mulino, Bologna); “I valori
difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche in Italia”
(Bompiani, Milano); “Comunismo e società” (Mulino, Bologna); “Valori, classi
sociali, scelte politiche” (Bompiani, Milano); Manuale di antropologia
culturale. Storia e metodo” (Bompiani, Milano); “Modi di produzione e lotta di
classe in Italia” (Mondadori, Milano); “Tradizione e modernizzazione: proposte
per un programma di ricerca sulla realtà del Friuli (Campo, Udine); “Antropologia.
Storia e problemi” (Feltrinelli, Milano); “La nostra Italia: arretratezza socio-culturale,
clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi” (Feltrinelli,
Milano); “Populismo e trasformismo. Saggio sull’ideologie politiche” (Feltrinelli,
Milano); “Per una storia dell'Italia arretrata” (Monnier, Firenze); “Una modernizzazione difficile. Aspetti critici
della società italiana” (Liguori Editore, Napoli); “Soggetto, simbolo e valore.
Per un'ermeneutica antropologica” (Feltrinelli, Milano); “Un processo di pensiero”
(Lanfranchi, Milano); “Ethnos e Civiltà. Identità etniche e valori democratici”
(Feltrinelli, Milano); Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni
di una democrazia incompiuta” (IEVF-Istituto editoriale veneto friulano,
Udine); “La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia
nazionale” (Gaspari, Udine); “Religioni, simboli, società: sul fondamento umano
dell'esperienza religiosa” (Feltrinelli, Milano); “Gl’italiani”: Profilo storico
comparato delle identità nazionali europee” (Mulino, Bologna); “Per un dialogo
fra la ragione e la fede” (Olschki, Firenze); “Le grandi religioni a confronto.
L'età della globalizzazione (Feltrinelli, Milano); Identità etniche, Una religione
civile per l'Italia d'oggi, emsf. biografie/ anagrafico.asp?d=328 Il crogiolo,
archive. web/ emsf.rai/biografie/ anagrafico ?d=328; “L'esperienza dei valori”,
“Identità etniche e valori universali” archive./ /http://emsf. biografie/anagrafico.as
Modelli concettuali antropologici per un discorso inter disciplinare tra
psichiatria e scienze sociali, in: Psicoterapia e scienze umane, polser.wordpress.carlo-tullio-%altan-modelli-
concettuali- antropologici-per-un-discorso -interdisciplinare-tra-psichiatria- e-scienze-sociali-in-
psicoterapia- e-scienze -umane -Citazioni «Per la destra l'antropologia è roba
per selvaggi; la sinistra pensa solo all'economia; altri sono ancorati a schemi
anglosassoni, che vedono le strutture politiche come realtà a sé», da un'intervista
rilasciata a Rumiz e pubblicata in La secessione leggera, Roma, Riuniti, Cfr.
il saggio autobiografico: C. Tullio-Altan, "Un percorso di pensiero",
Belfagor. Rivista di varia umanità, nonché il testo autobiografico Un processo di
pensiero, Lanfranchi Editore, Milano, Cfr. U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di
Antropologia. Etnologia, Antropologia Culturale, Antropologia Sociale,
Zanichelli, Bologna, voce A. 772.
Cfr.//controluce notizie-old-html/giornali/a 14n03/18-culturaecostume- altan.htm Cfr.//segnalo/ TRACCE/ NONPIU/ tullio-altan
Frutto di questo nuovo programma di ricerca, e peraltro la monografia Lo
spirito religioso nel mondo primitivo.
Cfr. A. Rigoli, Lezioni di etnologia, Renzo e Reau Mazzone editori, Ila
Palma, Palermo, Cfr. Fabietti, Remotti, cit.
Fra cui Catemario, Cardona, Galli, Lanternari, Musio, Remotti, Rigoli, Satriani,
Tentori. Cfr. Tentori, Antropologia
delle società complesse, Armando, Roma. Da un punto di vista storico, è da
ricordare come l'antropologia culturale ha origini giuridiche. Invero, molti
dei maggiori antropologi della seconda metà Professore sono giuristi o,
quantomeno, avevano una formazione giuridica. Ciò fondamentalmente è dovuto al
fatto basilare per cui nessuna società umana è priva di una qualche forma di
diritto, anzi tutte le istituzioni sociali hanno una imprescindibile dimensione
giuridica; cfr. Fabietti, Remotti, "Antropologia giuridica". Cfr. Ignazi, "Populismo e trasformismo
nell'analisi di A.", il Mulino. Rivista di cultura e politica. Angioni,
"A.: un antropologo "anti-italiano". Familismo amorale e
clientelismo tra i mali del Paese", in: Il Sole 24 Ore, Cfr. Enciclopedia delle scienze
filosofiche in. Cfr. A., "La dimensione simbolica
dell'identità etnica", Finis e Scartezzini,
Universalità e differenza. Cosmopolitismo e relativismo nelle relazioni tra
identità e culture, Angeli, Milano. Qui,
per regola, si intende una norma, in genere non necessariamente codificata,
suggerita dall'esperienza o stabilita per convenzione o consuetudine, spesso in
riferimento al modo usuale di vivere e di comportarsi, sia individualmente che
collettivamente; cfr. A. Ethnos e
civiltà. Identità etniche e valori democratici, Feltrinelli, Milano -- nonché i
ricordi di Galimberti e di Massenzio comparsi su La Repubblica e reperibili
all'indirizzo Cfr. pure Rigoli, A., Un
processo di pensiero, Lanfranchi, Milano; A. "Un percorso di
pensiero", Belfagor. Rassegna di varia umanità, Ferigo, di A., Metodi et Ricerche.
Rivista di studi regionali, Atti del
Convegno Storia comparata, antropologia e impegno civile. Una riflessione su A.,
Udine-Aquileia, i cui sunti sono stati pubblicati, Candidi, sulla rivista
Italia Contemporanea. Fascicolo speciale dedicato ad A. della rivista Metodi et
Ricerche. Rivista di studi regionali.
L'antropologia italiana. Laterza, Roma; Alliegro, Antropologia italiana.
Storia e storiografia, SEID, Firenze, A., C. Signorelli, "A proposito di
alcune critiche: dibattito A.-Signorelli", in Rivista della Fondazione
Italiana dei Centri Sociali, Roma; Forniz, "Il Palazzo A. in S. Vito al
Tagliamento: dimore illustri nel Friuli occidentale", in Itinerari. A. su
Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico dei
friulani. Nuovo Liruti; Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in
Friuli. Biografia su feltrinellieditore.
Biografia, su blog.graphe. Convegno in memoriam, su qui. uniud. Ricordo
biografico, su contro luce. Filosofia Sociologia Sociologia Categorie: Antropologi italiani Sociologi
italiani Filosofi italiani Professore, San Vito al Tagliamento Palmanova Accademici
italiani Studenti della Sapienza Roma Professori dell'Università degli Studi di
Pavia Professori dell'Università degli Studi di Trento. Carlo Tullio-Altan.
Altan. Keywords: soggeto, simbolo, valore – ermeneutica antropologica, Croce,
filosofia come sintesi, Velia, la porta rossa di Velia, fascismo, ideologia
politica italiana, ideologie politiche italiane, simbologia, simbolismo,
ermeneutica, mercurio, ermete, mercurio, humano, uomo, umanesimo, Altan e
Passolini, Palazzo Altan – Altan nobile friulese, il conte Carlo Tullio-Altan –
la etnia friulese, ‘friulese, non italiano’ – dizionario biografico dei
friulesi – friul – la lingua friulese – la base romana – la occupazione romana.
Aquileia – i friulesi durante il fascismo – contro il friulese, italisazzione –
Altan e la resisenza – etnia e italianita, -- romanita ed italianita –
friulesita -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Altan” – The
Swimming-Pool Library. Altan.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alvarotti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale retorica – la scuola
di Padova – filosofia padovana –filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Padova). Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova,
Veneto. Nacque nell'antica famiglia nel palazzo di famiglia in contrà
Sant'Anna. Il padre e archiatra di Leone X. Insegna semiotica a Padova e studia
a Bologna sotto Pomponazzi (si veda) Alla morte di Pomponazzi, ritorna a Padova
dove insegna fino al decesso del padre; dopo di ciò dove occuparsi attivamente
della sua famiglia. A questo periodo risale la composizione che verranno
pubblicati da Barbaro con il titolo di dialoghi
filosofici: Dialogo d'amore”, “ Dialogo della dignità delle donne”; “Dialogo del
tempo di partorire delle donne” e “Dialogo della cura famigliare”; due dialoghi
lucianei “Della usura” e “Della Discordia”, seguiti da quello “dialogo delle
lingue” e da “Dialogo della retorica” e infine quello “Delle laudi del Catajo,
villa della S. Beatrice Pia degli Obici e quello Intitolato Panico e Bichi.
Questi dialoghi sono le opere più note di A., nonostante siano stati pubblicati
a sua insaputa e non siano mai stati riconosciuti, e hanno avuto decine di
ristampe. C’e anche un “Dialogo della vita attiva e contemplativa” che
non venne però inserito nei Dialogi per motivi tuttora sconosciuti. Degl’infiammati,
amico di Tasso, si occupa della revisione della Gerusalemme liberata. Autore
della Canace, pubblicata a Venezia,
tragedia che da seguito a un'accesa polemica tra l'autore e
Cinzio. In seguito intervenne anche nella polemica tra lo stesso Cinzio e
Pigna a proposito dell'”Orlando furioso” e del romanzo come genere letterario.
Si trasfere a Roma dove divenne amico di Caro. Tornato a Padova compose i
“Discorsi Su Alighieri”, “Sull'Eneide”; “Sull'Orlando furioso” e il “Dialogo
della istoria.” Fautore di un classicismo ancor più estremo di quello del
vicentino Trissino, cui rimprovera di aver tratto dalla storia e non dalla
mitologia il soggetto della sua Sofonisba. Conformemente all'uso greco e,
naturalmente, nel pieno rispetto delle unità aristoteliche, si ispira all’Eroides
ovidiane per la Canace. Sepolto nella Cattedrale di Padova negl’avelli
degl’Alvarotti. Nell'andito della porta settentrionale gli venne eretto un
monumento ad opera di Campagna. A Opere tratte da' mss. originali,
Forcellini, Venezia, Occhi, A., in Trattatisti, Pozzi, Milano-Napoli,
Ricciardi, Cammarosano, La vita e le opere di A., Empoli, Tipografia R.
Noccioli; Bruni, A. gl’infiammati, in Filologia e letteratura, Bruni, Sistemi
critici e strutture narrative, Ricerche sulla cultura fiorentina del
Rinascimento, Napoli, Liguori, Fano, Notizie storiche sulla famiglia e
particolarmente sul padre e sui fratelli di A., in Atti e memorie
dell'Accademia di Padova, Padova, Randi; Fano, A., Saggio sulla vita e sulle
opere, Padova, Drucker; Floriani, I
gentiluomini filosofi. Il dialogo culturale, Napoli, Liguori; Fiorato, Fournel,
Il “camaleonte” e il “cuoco”. A. e la critica del romanzo, in « Schifanoia,
Jossa, Rappresentazione e scrittura. La crisi delle forme poetiche
rinascimentali, Napoli, Vivarium; Jossa, Verso il barocco. A. e Borromeo: tra
retorica e mistica, in Aprosiana, Pozzi,
Le lettere familiari d’A., in «Giornale storico della letteratura italiana »
Pozzi, La critica fiorentina fra Bembo e Speroni: Varchi, Lenzoni, Borghini, in
M. Pozzi, Ai confini della letteratura. Aspetti e momenti di storia della
letteratura italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso, Sperone Speroni, volume
monografico di « Filologia veneta », Padova, Editoriale Programma,
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Camillo Guerrieri Crocetti, Sperone Speroni,
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Sperone Speroni, su sapere, De Agostini. Luca Piantoni, Sperone Speroni, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Sperone Speroni, su Liber Liber. Opere di Sperone Speroni, su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Sperone Speroni,. Audiolibri di Sperone
Speroni, su LibriVox. Michele Messina,
Sperone Speroni, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
DIALOGO DELLE UNGVE. I NT ERLttC VTO R I, Tìembo l Lazaro, Cortegwo,
Scolte, 1 Lafcari, Perette. odo dir,mcffer Lazaro, che la Signoria di
Vettetia iìb\é condotto a legger greco, la» tino nello jìudto di Padoua:è ite
ro qucUot Lai. Monfignorp. BtM. Che prouificnc è lauo* fira:Ls z. Trecào feudi
d'oro. SEM. Mcffir Lazaro,io me n'allegro co mi,con le buo ne lettere, cr con
li lludiojì dtqucUeicon noi prona,pe» roche mnonsòbuomonifjuno della
uojìraprofcfiiioue t che andaffe prejjb d quclfegnOìOite fetc armato : eoa le
buone lettere pOÌ,le qualida qui innanzi non mendicherà no la uìta loro pot(erc
s <£r nude; cerne fono ite per Io puf* fitojrì allegro etìandia con lo
jìudioj^rglijiudkfidi pa doua;cut finalmente è tocca in forte tale macero
iquale tingo tempo hanno cercato,?? difidetatoMabuauifo^ the egli ui bifognerà
fedisfar r.an tanto aSmmetsjo difiàtrio, che hanno gli huomn i i d'imparare,
quanto adunai infinta {paranza, che sha diuoijZrdetk uojha dottrina. Ikhe fare
nuoua cofanon iti farà i cofifetc tifato d'affati* carni, cr con le uofbre
bieuoli fatiche operar gloria in uoi,et in
aiuruiuertù.LA2.Mojignor,(cmpremaiionba pregato Dommcdio^hc mi du grattaci
occajìosc una N uotd DIALOGO me ut concia: patti catdtopmow di Kd.RU per
ztr* LtLmi^rtouoglu lidia, ^nadoncam ritti che mfTuno a* è ^op^ etw / M
g" S I itine pnfettmcntc . On* egl. e Jt m* CT MU fi hLnU Éfee«W»e«^
è Aium» fi fattamente, f, prtri n***rrL«i Hetmi /ìmilmcOTtnaa *d £
feeinpret». ^mbeamcj^e^ndcmg^dacbe m fammorttlipcrfM*. LA2, Ifcgjucojif
<U«,fenr icWi delolw&tectwto altre f ^«"f* frtae:>£ di
<pdk<dtre ne il deh «e W4, DELLE LINGVE. t)g può recare il
parlar bene attamaniera del uolgo. Bem. 1*2$ è ben uero,cbe tanto più
uolontieri fi dotterebbe iin parar lalingua grecarla latina, che la Tofcanaì
quan to di quc^a quelle altre due fono più perfette, er più ca* re. ma che la
Tcfcafia da [prezzare dei tutfypermcn* te lo direi j parte per non
èrebugia,parte per non parer dbauer perduto tutto quel tempo,che prender udii
in ap prenderU DcUa bebrea.io non ne fo nulla: ma per quel* lo che io n'oda
dirc,quan;o la Utina gli italiani, altrettan to o poco meno fiata la li
Genna>ua.LAT.A me pare, quando m guardo, che talefia la uolgar Tofcana perù*
fretto atta lingua Uttna ; quale la feccia al u'mo : pero* che la uolgar e non
ì altroché la latina guatla^? corrot U boggimai dalla lunghezza del tempo, o
dalla forza de barbari ; o dalla mjira uiltlPer la qual cofa gli italiani, U
quali atto'ftudto della Imgualatina la uolgarc anttpon gono,o fono fcnzagiudiw,
non dtjcerncndo tra ytcU lo, chcè buono, crnon buono io priui in tutto d'inge-
gno non fon poffenti di pofiedert il migliore . Onde quthììauuiene,che noi
ueggiamo auucnire di alcuna human* compietene :la quale fiemadi uigor natura*
le nonbauendouertùdifare del cibo fangue, onde m m ilfuo corpo, quello in
flemma cornate, che rende lo buomo da pocoì^r nelle proprie operatimù il fa ef=
fere conforme atta qualità dcWbumore . Ma egli fi ud- rebbe dare per legge ad
ogn'uno :a uolgariilncn parla- re latinamente, per non diminuir la riputatione
di me- fìa lingua diurna: a letterati, che mai da loro, fe non . cojbrtìti di
alcuna ncceftità, non fi parlale volgare U i atta Si maniera de gli
ignorantùacciocbel uclgo arrogante ton Vcfiempio&r autoritàde grandi
huamini, no» preti* iefle argomento di far conferita delle fue proprie brutta
rei et ai arte ridurre la fu* ignorantia. cort e G.Mef* (er haxaro, qui tranoi
ditene il male che uoi tioiete di ùueflilmgm Tofamaifolamente quello non falche
fe- ce Vanno pacato mejfer ROMOLO (vedasi) in quejia città ; il quale orando
pubbcamente,con tante, er taliraghni biafimo total lingudAordfujbc innanzi
bareitolto d'effer mor to famiglio di CICERONE (vedasi), per batter bene
latinamente par iato : che uiuer bora con quejia Tdpa Tofcano. L a z. Se io
crcdefii bifognami perfuadere <t ifcokridi Padova, che la lingua latina
fuffe cofa da feguitare, er da fuggir U Tofcana ; 6 io non u onderei a legger
latino, ofbcrc* rei che delle mie letttoni paco frutto fe ne doueffe piglia*
re, ebe dafe flcfli noi conofcendo t giudicarei,cb'ef$i man zafferò
d'intelletto,non fapendodtilmgueretra pnnei* pij perfe noti, strale conclufioni
: il quale difetto non ha rimedio niffuno . Onde io tti dico, che pia toflo
«or* retjiper parlare, comeparlaua Marco TuUio latino, che effer papa Clemente
. Costig, Et io cono* feo di motti kuomini, che per effer mediocri Signori, fi
(ontentarebbono d'effer muti, già non dico che iofta una didaeSo numero -.ma
dico bene dicob con uofbra grati*, poi che il affitto è dal mio poco
intetiettojo non tiedo per qual ragione debba Ibuomo apprezzare la Un gua greca,
ne la latina > che per f aperte [prezzare, mi* tre, er corone, che fe ciò
fujjfc, flato ferebbe di maggior égtàti il«iteJMK>i ol cuoco di Demoéìhene,
er di CICERONE (vedasi): che non è bora f imperio, et il Papato, EhmbJ Non
creggiate, etw incjjèr L«&fre bramifolamente Lt lingua latmadi Cicerone, la
quale era commune a lui t cr gli altri Romani : ma mfieme con le parole latine
e* gli difìdera [eloquenza » o 1 ftpienza di lui : che fu fu* propria y ertoli
d'altriita quale tanto più ecceUentt dee riputar fi d'ogni mondana grandezza,
quanto aWal* tezza de principati fi [ale per fucccfbonc,o perforte,out a quella
delle feienze monta. [anima nofira non con altre: ali, che con quelle del fuo
ingegno,%r della fua indù* foia . Io fo nuUa per rifletto a quegloriofi : ma
qudpo* coccio nefo delle lingue, non lo cangierei al Marche* fttodi
t&antoua . Laz, lonontredo Monfìgnor mio, ckeuoicrcggiate>cbe molti de
Senatori, vde Confala* ri di Roma, non che tutta la plebe coft latino parlale »
come faceua lAarco TuIlioiaMicuilìudijpiu fu Rem* obligata,èic alte vittorie di
Cefare. Onde io difli,ty />£>= n dicodinuouo, che più i)limo,& ammiro
U linguaio» tino, di ciccronctcbe [imperio d'AUgujìo. T>eUe laudi del la
qual lingua parlarci al predente >non tantoperfodhfa* re aldiftderio di
quefìo gentiluomo da bene, quato per che io fono obligato di farlo.ma otte
uoificte,non fi con* «iene, ée altri che uoi ne ragioni : 0* chi faceffe altra'
mcnteftrebbe ingiuria alla linguai egli farebbe («ih» toprofontuofo. Bem, Quejlo
ufficio dilodar Ulingu* latina per molte ragioni dee effere mjbro ; parte per
ef» fergiàdejlinatoad infegnarla pubicamente : parte per ejferltpiu partigiano
che non fono io, il quale non tifli* no cotante: fi che però io difèregi la
uolgare Tofana : n $ cr <jr a tcbe io non la prepofi fe non ad un
Mirebefatoyoue ci Ihauctc me [fa difopra all'imperio di tutto l mondo . Dunque
a uoi tocca il lodarlaicbe il lodandola farete grt to iUa ]xngui,atta quale il
nome uoflro,cr la fama uofhra è grandmane obligata: cr con quello
buongentilbuo* ma corte fanente apcrarcte, il quale dianzi non fi curò di
confeffire d'bauere anzi dello feemo, che nò, per udir uoi ragionar della fua
ecceUenZd.L AZ.Et io, poi che UO lete cofi ; uolontieri la loderò, con pitto di
potere ìnfìe* inamente bufano- la uolgarcje uoglii me ne uerrà; feri* ZA che
uoi (babbiate per mule. B e m. San contento : mi fu ilpatto communc,cbe quaio
uoi uituperarete; io pofa fa difendere. L a z . Volontieri. ma a noi gentiVbmmo
dico,cbc io poffo bene incominciare a lodare labuond lin gua latina,
rendendouila ragione perche io la preponga, atta fignark del mondo ; ma finire
non neramente, tanto ho da dire intorno a quella materia : non per tato mi ren
do fìcuro, che quelpoco } cliio ne dirò, ui perfuadcrà ai efferle molto più
amico, che uoi non fiete al prefente al* Ù corte di Roma. Corteg, Qucfto uoi
farete da* poi. bora io uoglio per lamia parte, che qual bora cofi direte,cbe
io non intenda, interrompendo il ragionamen to,poffapregarui, che la chiariate.
Laz. So» contento. Dunque fenza altro proemio farejo dico incornine cimio,cbt
quantunque in mite cofe ftamo differenti dalli Muti animali, in quejl'una
principalmente ci difcoliiamo da Lorójche ragionado^fcriuèdo comunichiamo (un
(al tro il cuor nojbro: laqualcofanon poffano fare le bel tic. Dunque fe cofi
è, quettipiu diuerfo fari dotta natura dé bruti, il qu*k parto ì er fcriuerà
meglio. Per la cofa chiunque ama d'ejfer kuomo perfettamente, ceti o= giti
Audio dee cerare 'dì parlare, er fcriuere perfetta* mente : er chi ha ucrtìi di
poterlo fare, ben fi può dire * ragione lui effer tale fra gli
altribuomini,quali fatigli buomini iftcfc per ricetto alle tejiie . qua! tutti
di parlare,^ deferiucre i Greci e? Latini quafi uguabnè* te j appropriarono.
Onde le loro lingue uègono adefur qucUexbcfole tra tutte {altre del mondo ci
(anno diuerfi per eccellenza dalle barbare^ dalle irratioitaU creata re. Et è
hi drittoiccnciofta cofa che tra poeti volgari ufi
tiouerìhabbiajhy.taleagiudicio de liarcntinipcffitag* guagliarft a virgdio,ad
Homero, ne tra foratori a De= molibene,oaì\ùrco Tullio, Lodate quaiouoltte il?c
trarca,et i 1 Bocca«io,Nci no farete fi arditi,cbe ne egua Upò>ne inferiori
troppo nicini li facciate alli antichwn- Zi da loro tanto lontani li
lrouerete,cbe tra quei rifares- te cft d'annoverarli . Hcra no ucglio nominar
d'un in n* no i jeriffori Greci, et Latini di gradcjcccllòta,cb'io «3 ne Marci
a capo in unmefe : ma fon cotento di quelle due copie. troucrajii a cofloro in
altra lingua alcun paref di" rò di memai no fono di fi rea uoglia,ej fi
fW/to.cbe leg* gelido i lor uer/i er Icrationi Icro^on mirallegri . tutti gli
altri piacer iMtigU altri diletti, fejìcgiuochijuoni, caulinno dietro a
que^uno.ne dee b«omo merauigliar fene,però the gli altri folazzifono del corpo
jet quello è dell'animo . onde quanto èpiunobile cofa rinteflettodel Jen/o,
tante è maggiore et più grato quejlo diletto di tutti gli altri. Coki. Beri iti
credo ciò ebe dicete iperoche qunlunche uolta io leggo «tirane noueUe del
nojbro Boccaccio, hnorno certamente di minor fa\na t che Cice- rone nmè,Ìo mi
fento tutto cangiare : majìtmamente leg genda quelli di Rujlico,&- d'
Alibechrf Akthiel, di Pc ranella,^ altre cot4li,liqualtgouernatioiftntimenti di
chi le legge, cr fanno fagli a lor modo, Ver tutto ciò io non direi ioutr buomo
arguire f eccellenza d'alcuni lingua : più lofio credo U natura de le cofe
deforme bd= vere uirtà d'immutare il cerpo,er la. mente di chi legge. B e m. Qucjìo
nò,ma la facondia è fola,o principale c#> gtone di far in noi cofi mirabili
effati. ey elicgli fìa ti ue rojeggetc Virgilio uolgareMo'-o Remerò, ey il Boc*
caccio mnthofcanoiv non faranno quefti miracoli, dunque meffer Lazaro dice il
«ero, quando di idi effetti pone la cagione nelle lingue . JM i non proua per
qucjìo tafua ragione non fi doucr imparar altra, lingua, che U Istmo, i ej la
greca : perocbejc la nofha volgare froggi= di no» è dotata di co fi nobili
autori: già nonècoftimpof: fMe,cbe ella nbabbia,quando chejia poco meno ecc cl-
ienti di Virgilio,©* d*Romero : cioè che tali fiano nella Ungi wAgare,qualifono
cofloro nella greca,ty nella la* lina. Lai. Quando cgliamtcrra, che la hngtu
hoU gxrehabbiaifuoi Ciceroni,ifuoi Virgili j,ifuot Romes rUy i [noi Xìemoflbcni
iOÌlhoraconpglierò che ella fia cofa da imparare, come è bora la latina, ©-
lagreca Ma qucjìo mai non farà: conciona
cofa che la lingua non lo patifee per efjer barbara,fi come ella è ; er non
capace ne di numerose di ornamento . Che fe que quat* tro,non che altri,
rinafeejfero un'altra uolta, © con l'ingegno. pgm,e con {"industria
mcdefima,con la quale grecami" te cr ùtinmente poetarono cr orarono,
parlaffero er feriueffero uoìgmncte^i no [{irebbero degnidel nome foro . Non
uedete mi qaejìa pouera lingua batterci no* mi non declinabili, i utrbifetrzA
coniugatone, cr /f nzd participio ;er tutta finalmente fetxtd niffuna bontà*
CJ* meritamente per certo: contiofiaa>fa,cbe per quello che io n oda dire da
fuoifeguaci, la fua propria perfettionc eofftc nel dilungarfi dalla
lamaìneUaquale Miele parti dell or adone fono intere e? perfette.cbe fe ragione
mi tajje di biafmurla, quejìofuo primo principio, cioè/co* farfi dalla latina,*
ragione dùneflrdtìua dcSafua pravi* tà . Ma che i ella moiira ncUafua fronte
d'bauer battuto la origine,e taccrtfeimcnto da barbari, cr da quelli pritt
cipalmente,piu che odiarono li Komam t cioè da fracefv, tt da Provenzali : da
quali non pur i nomi,i uerbi, ©* gii tduerbi di leim torte anebora deh"
orare,*? del poeta* refiderittò. O gloriofo linguaggio . nominatelo come ni
piacevole che italiano nòn lo chiamiate s effendo uenm to tra noi d'oltre il
mare, 0* di Ila daUdpi } onde è chtufc f [Un : che gii non è propria de Frane*
fi la gloria, che fiatine fiano inuentori,cjr accrefeitorim deh" inclinata
ncMlmperiodiRomain quamainon uennein Italia ttatiom niffuna fi barbara,??
«>fi primi dtbumanità, Hwwi > Goffi, Vandali* Umgobardi,ctiaguifadi tro*
pheo, non ni lafcùffe alcun nome, o alcun nerbo de pi» eleganti, ctìeUababbiaifj
mi diremmo ibe Hoig<o» mente parlando poffa nafeere CICERONE (vedasi), o
Virgilio i Ve rmente fequejhkngM fujjc colonia delklatina ;non oferei
«/era eonfefftrb : moiro meno il dirò,effendo lei una m óiftinti canfufione di
tutte le barbarie del mondo.nelqui k Cbioi prego Dio che mandi ancbora li fu*
difcordia ; U quale sparando una par oh daU altra, er ognun* di loro mandando
alla propria fua regione ; finalmente ri* mmga a queHapouera Italia il fuo
primo idioma : per lo quale non meno fu merita dalle altre prouincie ; che te
muta per le anni . Io uerame nte poco ho letto di quefte tofe uolgari,??
guadagnato pimi d'baucre affai in per Aere di fìudiarlexb'egli è meglio non
lefdpere che faper termi quante uolte per mia disgratia rìbo alcuna ueduta iltrettante
meco medefmo ho Ugrimatokncftri mi/és ridtpenfando fra me quale fu già, er
quale è bora li Un* gud,onds parliamo er fcriuiamo.zT noi uedranogUmai Cicerone
} o Virgilio tbofcanofpiu tojto rmaf. eranno Schiumi, che Italiani uolgari ;
faluo fe per gioco non fi dirà in quel modo, che iferui fanno ri lor Re ; er i
prU gionieri iUor poderi. Ma tal Virgilio, er Mi Cicerone, Morder Turchi
pofìonobauer nelle lor liiiguc;pa-ò parlando una uolu con un mio amico, che
moto ben sin tendea della lingua Arabefca ; ini ricordo udir dire, chi Auicenna
banca, compojìe di molte opere ; Uqualt fi con nofceumo efferfuenon tutto
iWinuentione delle cofa quanto allo fide, ndquale di gran lunga auanxaua tutti
gli altri fcrittori di quella lingua, eccetto quelbde l'Ai* corano. Dunque come
proportioneuobncntc Auicenm fi direbbe Marco Tullio fi-agli Arabi ;cofi
confeffodi.* vere nafcare,<mzi effer già nato er forfè morto il Virgi* Ito
uolgare ; ma èco bene che tal Virgilio è un Virgilio. dipmto. Ma il buono
cr il nero Virgilio, ìlquale, k* f dando fornire da canto, dotterebbe rbuomo
abbraccia* re,ba Ut lingua Latina, come k Greca ha f Homero ; cr facendo
altramente fimo a peggìor conditione, che non fono gli oltramontani, li quali
esaltano cr riucrijcono fommamentek nojìralmgua Latina ;er tanto ne ap*
prendono, quanto poffono adoprar ? ingegno ; il quale fe pare in loro fuffe al
difio ; mirendo certo che di breue k Gcrmmia,et kGallia produrrebbe di molti
ueri Virgilif Ma noi altri fuoi cittadini(cclpa er uergogna del nojiro pocogiudicio)non
fokmcnte non l'honoriamoynaa guì* ftdiperfone feditiofe tutta uk procuriamo di
cacciarla della fuapdtrkìzr in fuo luoco far federe queffaltra-Ael U quale (
per non dir peggio ) non fi fa patria, ne nome. Cori, A me pare meffer
Lax<iro,che le uofbre ragia mperfuadano dltruia non parlar mai uolgarmente
:U qulcofd non ft può far e, fatuo fenon fifabric&ffetmd nmua città* k
quale habìtajferoìlitterati ; oue non fi parUfjefe non latino . Ma qui iti
Bologna chinop. par.* laffe uolgare t non barebbecbil'intcndeffi,ey pareb* be
un pedante; ìlquale con gli artigiani fitceffe il TwI* Ho fuor di propofito . L
a z. Anzi uoglio, che cofi come per U granari dì quelli ricebi fono grani
d'ogni manierd,orzo,migUo,fromentOiO- altre biade fi fata- te, dtUe quali altre
mangiano gli buemini, altrele be* fliediqueUa caja;cofi fi parli diuerjamente
bor lati* no, bar uolgare, oue er quando è mejlieri . Onde fe Ibuomo è in
piazza, in uiSa, o in cafa col uolgo, co* contadini, co' ferui, parli uolgare,
cr non altramente : ma nelle [cole delle dottrine er tra i dotti, oue
pofii/cmo Cr debbiamo effer huominifu bumano,eioè Ittino il ra* $jonamento.cr
altrettanto fia detto della fcrittura:k* quale fard ti/Agar Lnecefìita,ma la
elettrone latina, «taf imamente quando alcuna cofa faiuemo per defide* rio di
gloria ; la quale mal ci può dar quella lingua, che «acque, er crebbe conia
nofbra calmiti* fj tuttauia fi tonfava con krouina dinoi.'B et m. Troppo afpr
amen \e acculate qucfta innocente lingua: la quale pare che molto più ui fu in
odio : che non amate la lattina er k greca.Terocbe oue ci baueuatepromeffo di
lodar quel* k principalmente, er k thofcana alcuna mito, uencndo il
cafo,mtuperare; bora bautte fatto in contrario: quelle non bauete lodatoci
quella una fieramente ci biafimate; et per certo a gran tcrto: peroebe ella non
è punto fi bar tarara, ne fi priua di numero er ibarmonia, come la ci bauete
dipinta, che fe la origine di lei fu barbara da prùt ciptoi non uolete uoi che
in ifyatio di quattrocento o cin* qucccntoannifia diuenuta cittadina d'Italia?
per certo fhaltramente liKomanimedefmi,liqualidi phrigia cac dati uennero ad
babitarc in Italia, farebbero barbari: le perfone, i coflumi,ryk Imgualoro
farebbe barbara : lUalia, k Grecia, ©" ogni altra prouinàa, quantunque
manfueta, er bumana fi potrebbe dir barbara fe l'erigi* ne delle cofefuffe
bafìate di recar tcro quefìa infame de» nominatione . Confcffo adunque k lingua
nojtramaterz tiaeffere una certa adunanza non con fu fa, maregokta di molte er
diuerfe uocijnomi,uerbi t ZF altre parti dora tione ile quali primier amenti da
prone ©* mie natani d e 1 1 v l i H o v i. ro^ in Italia
iiffemirutcpid cr artificiofa cura denojìn prò genitori in fime raccolje : er
ad m fuono, ad uru nor* md, dà un ordine ft fittamente compofe, ebe c$i ne/or*
«uro» qttctk imgtu, k quale bora è propria nofha,cr tion d'alai, imitando in
quefìo ld madre nofbd natura: U qudle di quattro elementi diuerfi molto fra
loro per qua» liti, er per [ito ci ha formiti noi altri più perfetti, er più
nabli i che gli clementi non fono, imaginatcui, mefi fer UXtro, di uedere
[imperio, k dignità, le ricche zc, le dottrine, er finalmente le perfone, er la
lingua £ Italia in forza de barbari in maniera, che il trark lor Me mani fu
cofa quafi imponibile : ttoi non vorrete m uerc al mondo imercantarie
ifiudiarc! parkre uoicuo fb-i figliuoli ì Ma kfckndo da parte [altre cofe t
parla* rete latino, cioè inguifa,cbe no it intendano iBolognefi; o parlante in
maniera ch'altri intenda,^ rif^odat Dan qut una uolta il parkr uolgarmente era
fona in ìtalk ; ma in proceffo di tempo fece Ibuomo ( come fi dice > di
quella faxa, er neceflita torte, er l'inéujìria detUfud lingud.Zt co/ì come nel
principio del mondo gli fcuouii- mdaUefiere fi difendevano fuggendo,®- uccidendo
few za altro; bor paffundo pia oltre a beneficio er ornamene to deUd perfona ci
uefiiamo delle lor petit: co/ì da primi, d fine follmente d'effere intefi da
chi regnata, perlaM* mo uolgdre: bord a diletto,er a menarla del nojbo no me
parliamo, crfcriuiamo uolgdre . O egli farebbe me* g(io che fi rdgiondffe
latino: non lo nego; ma meglio }w febbe anebord, che i barbari mai non
baueffero prefa, ne dibatta [Udii i cr the l'imperio dì Komafuffe du- motato in
eterno, Dunque fendo altramente., àie fi dee fa* re f uoglùtm morir il dolore!
réiar mutolii V non partar man finche torni arinafcere Cicerone Virgàoì Le afe,
i feinpi/jCr finalmente ogni artificio moderno, i difegni, i ritratti di
metallo er di marno non fono da e\ fer pareggiatiagli antichi-Aoutrno però
habitare tri ho fchi f non dipingere, noufmdcre, non ifculpirc, nanfa criccare,
non adorar Dio i bafla a rfciwwo mffer L*= zaro mio caro, che egli faccia ciò
che egli fa, er può fa* re,wfi contcntideUefue fòrze. Coniglio adunque, et mmonifco
ciafcuno, che egli impare la lìnguagreca,er Utina, quelle abbracàe,queHehabbia
career con l'aiu* to di quelle fludie a farfi immortale.m a tutti quanti no ha
partito ugualmente nomenedio ne Fmgegno,neUcm po P w ui uuò dtre, farà alcuno
perauentura,cui ne na* turale wdufb-ianon mancherà ;nu&tdimeno egli ferì
auafi che dalle fiette mimato a parlare o-fcrwer me* vUouolgare, ée latino
inunfeggetto, rjmuna ma ìerkmedefma; che dee fare egli f Cbecio fiadueroi
vedete le cofe latine del Petrarca, cr del Boccaccio, et tagliatele aUc loro
uolgarUi quelle niuna peggiore iiquelicniunamigUore giudicarete. Dimqmda capo
confei» et ammonifeo noi meffer Lazaro, [cratere er parlare Unno, comequetio
che $ai meglio jatuete& parlate latino, che non uolgare : tua ira
gcntilhuomo, il quale ì Ut pratica della corte,o {inclinatione del uoftro
nlcanentollrmgedfar altramente, olir amente confidio • cf /scendo altramente
nmfolmente non muerett l^ Q mrato, m4mopmghrÌpfo,qimtofamndo,&
parlando" bene ttolgarc t almeno a ualgari farete caro ; ouetnalamentc
fcrtuendo,et parlando latino,udt farelìe a dottiparimentc,cr indotti Ne
làperfuadaTtloquen* tiadimejfer L-axaro più tofio a diuenir mutuiate com pontre
uolgarmcnte,peroche co/i la prcja 7 comeil uerfo della lingua moderna, è in
alcune materie poco meno nu torrefa, & di ornamenti capace delia grecai
della fd=» ima. I uerft hanno lor piedijor harmonia,lor numeri le profe il
lorfluffo di orationeje lorjigure,ey le loro eie* gonfie di parlare,
rcpetitioni, conucrfioni } complefiioni cr altre tai cofe-per le quali uon è
forfe t come credetegli uerfa una lingua dall'altra : chefe te parole fono
diuerfr. Torte del cottiporteiet deU 'adunarle è una eoft mede firn* nella
Lima, ey nella tbojcana . Se meffer tataro ci ne gaffe quefio: io li
dcm4ndercì,onde è adunque ^che le cen to noueUe non fono beUe egualmente,™
ifcnettt delVe trarca tutti parimente perfetti* Certo bifognarcbbe,che egli
dkeffe niuna or ottone, niun uerfo tbofeano non ef* fer più brutto, ne piti
bello dell'olir o,w per confeguen* te il Serapbmo ejfcr eguale al Petrarc&o
neramente con feffarebbefra le molte compojìtioni uolgari alcuna più, alcuna
meno clegóte et ornata demolirà trouarfhla qual cofa non farebbe cojj, quando
eUefuffero del tutto priue dell'arte de Tarare, zj del portare. Lai. Alou/ignore
io negai k lingua moderna bauer infe numero, ne orno* ' mentore confonantia,w
lo nego di nuouo, non per ejbe rknta ch'io rìbabbiama per ragione;chefc
Thmmo,fttt za punto faptr fonare ne camburro, ne tromba, jolo che gUoiama mito,
per la loro fpiacciiokzxa, pttogùtdicare ure non effere firomcnti atti tifare
hamtmU, ne Mo ; coft udendo, formando per me mcdefimo que* fte parole uolgari,
alfuomdi ciafeunadi loro feparat*. tkU'altreifcnza ch'io la compone altramente
affai bene comprendo, che diletto poffanorecare agli orecchi de gii afeokanti
le profe, <y i uerfuchefe ne fanno : itero è, che queflogiudicianon Uhi
ogrìuno t ma colora foUmcn te, i quéi fono ufatx a ballare al fuano de i liuti,
er de i titoloni . E mi ricorda, emendo una nota in Ve:ietii,oue eri/io giunte
alcune natii de Turchi, udire in quelle mi tornare di molti fbramenUi dei quale
nel più. fpkceuole, nel piti noiofo non udì mai alla ulta tnkynondimeno a\co
loro, che non fono ufi Se dclkie fìtalit, pareua quella una dolce muftea
ndtrettanto fi puodire della numero? fità dett'omianc, er delnerfo di quefta
lingua. Alcuna ttolta qualche confonanza ui fi ritratta, che meno i»gr*« (4 er
mcn brutta fa CtmdeR'altrayna quella infe è tur* mania?? mufm di tamburri,anzi
d'archibufì e di falco* netti, che introna altrui [intelletto, er fere,??
(ìroppia fi fattamente, che egli non è pw atto a riceuere impref* Clone di
pindelicatoflromento, ne fecondo quello ape* rare. Per la qual cofa chi non ha
tempora «erta di food* re i liuti, er i unioni deUa latina; più toflofi dee
fare o* tiofo, che por mano a i tambum traile campane delia volgare:
imitandoieffempio di PaUadede quak-per non fi dilìorcere ttelk faccia
fonandogittò uia la piuaji che era data inuentrice va' fu a lei più gloria il
partirla da .f<„er nondegnar d'dppreffarlafi attafuabocca, che non fu utile
a mrfia il ruoglterla, a 1 fonarla,, onde ne perdette DELLE
I.IHGVI, IOJ perdette la pelle. Vero écefìe Mofignore quéprinùm tiebi
Tofani efferc fiati sforzati a parlare inquet?amd nicrjjHow udendo con /fatto
trappaffar la hr uita : er àie noialtri pojìeriori habbiomo fatto dellahriii
forza titsjba virtù i qucflo è uero : ma maggior laude dà altrui quelli
violenza ; che a nei non reca quefla virtù . gloria fu a loro l'ejjlr folerti
nelle miferie : ma biafmc,crfcor* noianatltrijhora che liberi femojl dar
ricette &con jeruare lungamente un perpetuo tejlimcnio della ncjìra
utrgognd>o quello ncnfoLmcntc nudrire j ma ornare : altro non effetido
quefla ìmgua ualgarc, che uno iv.ditio dimojlratiuo della ftruitù che gli
Italiani Guerreggiane do una j olla U uoibra Rcp iìbhca,crnon le baftavdo fo=
ro tri argento a pagare t faldati ;fcc e ( cerne fi dice) Rampare gran quanta
di danari di cuoio cotto col cerno di fan Marco, er con quelli fcjlcntò, tj
uùifc laguerrai cr fu fapientùt Venetiana quefla .mafea tempo di pace hmeffero
continuato a prendere quella moneta, ejrafar h digiorno in giorno più bclla,tj
dimiglior ccramegià farebbe contienila in auaritia lafapienza. tiara fc alcuno
ci hiuejfejl quale, prezzato loro, cr f argento,fa* eeffe del cuoio the foro ;
non farebbe egli pazzo coftuiifì ueramtnte . Ma noialtri, cui mancando
iltheforo lati* no, li ncftrd calamità fece prouedere dimoneta uolgare ; quelli
non cibajla di jpendere tuttauia col uolgo*he étto nonne conofee, «e tocca, ma
uenutone fatto di ri* courarlc perdute ricchezze ; lei tuttauia conferiamo :
crne ijecreit dell'anima nofca, ouefùkuano ferrar lo* ro, er l'argento di Roma,
diamo ricetto alle reliquie di O tutta DI A I O G O iultta la
barbaria deh nondo. Cori. A me paremef* fer Lazaro,che quello non fu ne lodar
la lingua Latin*, ne uitupcrar la uolgareyna più tojlo un certo lamentar fi
drtìti reuma, d'ìtalia : la qual cefi, cerne i poco fruttile >ft t cofi è
molto difcojla dal nofiro proponùnento ; onde non vi uedo partir ttobntieri. L
a z. Varui che"! bufimo di quefta lingua fta poco, quando io congiungo
ilnafcimen to di lei alla diftruttione deU'hìipaio,0' del nome latinai CT
l'accrefcimcnto dilei dimane mento delnojìro intel* letto tgi'a me non laudante
in que&a maniera, per farmi piacere . Cor t. Citi non giudico biafmo-ma me*
Tauìglia più to&o : che gran cofa dee effer quella, di cui non può Ihuómo
parlare y tacendo larouìna di Rem, che fu capo del mondo . cr che quello fta
ucro ì poniamo che non i Barbari, ma i Greci Ib^ejfcro disfatta,cr che da indi
In qnaparlaffero Atemefegli Italiani ; un biaft* mrefte la lingua Àttica
iperoebe tufo di lei fuffe con- giunto alla frittiti nojhra-L a 7. Se ciò jiato
fujfe,no finb be fulaguafta,ma riformata l'Italia .perche non fola* mente non
biaftmerei il disfacimento di quejio imperio, ma loderei Dio che lui batte ffc
uoluto ornare di linguag già conueneuoU alla fu* dignità. Cobt. Dunque mag
giare il danno Sbatter perduta la lingua, che la libertà ì L A z. Si
fenxadubbio : peroche in qualunque Stato fu fbuamo,o franco,ofoggettOì
fempremai è huomo, ne da ra più d"huomo ima li lingua Latinaha uirtudiftre
di buomini Dei, cy di morti, non che di mortali che ftamo, immortali
perfamx.V,tcbe ciò fia uero$imperù> stoma* pò, efee/t dijìefe per tutto, è
gii guajìo ; m U memori* dm IQ<
J detta grZdexza di hà conferita* neUhijhrie ai Saltijlh, CT di Limojura
ancora, durerà fin cbe'l deh fi mal uerauzr altrettanto fi può dire delF
imperio^- della /w* gita de Greci. Cor. Quejìa ttirtà di far leperfone fmà le p
molti fccoli non l'ba,cb'io credala bijùria arerai latinawne Greca, e Latinayna
come l'bifiorid ch'èttà èi laqualejn qualuque idioma fu feruta da alcuno:i
fempre mai (tome alcun due) testimonio del tempo, luce della ucriù, utta della
memora, maefko della ima d'altrui, crnnoucUamento dell'antichità. Lat.
Voiditeilucro no effer propria qucfla uirt* delibijìorie Greche,?? La Une,non
che altra lingua ne fa partecipe, ma percioebe tutte l h,)lorie Gre. he, et Latine
non hanno battuto tal pnuilegioi ma quelle jolamente, li quali artificio) ameme
compoje alcuno hitomo eloquente ; fendo perfette quelle die lingue. Onde gli
animali di KomaM quali lenza aiu no ornamento, ccnfanplki, er anclwra rozze
parole, narrammo gli auenimenti di lei, non durarono molti an* ni m di hro fi
parlerebbe ; fe altro fcrùtore,quafidaco paltone molfo, non ne faceffe parola.
Dunque fe quelli il tempo ha fato dtuenir nulli, li quali affai doueuam ha* tur
di elegantia, effeuio ferini latinamente, bar che}* dell btjhrie uolgart ì cui
ne naturale dolcezza di lingua, ne artifiaofa eloquenza diferittori non può far
care, ne gratiofegiamaif corteo. Non intendo anchcra ben bene in che coft
confitta la foauit* della lingua, cj-dcUe parole latine, er la barbara
jbiaceuotezza deRe uM* gari, anzL,conje}fandoui liberamente la mia ignoranza,
grandìfiÒM numero di nomi, participi Latini con O 1 Lro toro ftrana
prowntidtione, le più mite mi fuortd.no non fo che Bcrgamtfco nel capo :
àkrdtant ù fogliano forcai ami modi cr tempi de ucrbi ; ttUe quéi parole una
fimilc ielle uolgari la nojira corte Rom<m<t non degnerebbe di proferire.
hte.louiricordogentil'buomocbe l'autori' Ù concijtor iole non è giudice
competente del fuow, CT degli accenti deSe parole latine ; onde fé alcuna nota
k Itnguaktindle pare tener della BergamafcdìeUd noni però Bergamafcd : ne
perche tdefidgiudicdta^iumdo ffete merdMgliare,cbegia ui fiate merauiglkto,
hiueda letto in Ouidio, lAida Re più falere lodare Io Ridere delle cannucae di
Vdth che kfoautù deUd cetra fApal Ìo. C o r t. Ecco io fon contento
diconfejfxrui, chele crecchie in tal eafo non fidilo bumanc, ma d'Afmojc uoi
\nì due, per qual cagione la imncrofiù, ej confotidnza delle ordtioni, er de
uerft di queftd lingua chiamale ma ftutarcbàuft : condofucofd che i gran
mdejlri di con' tOyeui è propria profefÀone Ibannonidi rade uolte,o non mùfamo
canto, o mottetto,cbe le parole di lui nofiano Sonetti, o Casoni uelgari.qucflo
è pur fegno che i no» fai uerft fon da fe pieni dì melodia . l a 2. Già non è,
gentilbuomo)come forfè penfate ) l'harmonk del canto, CT quella delle profe, cr
de' uerfi una cofa medefimam suite fono,& diuerfe, onde non fotmente delle
coft malgari, ma di chirìe anchcra,cr de ifantut fi fanno con fi, c>~
mottetti t della cui barmonix generabnente sinica 4c ogni oreccbia;pcroche
quali fono ifaporidUa lingua, fj a gli occhi, CT di ndfo i colori, et gli odori,
tale i il J'iuw u gli orecctó degUhuoìnini ; li <{u4li per lor tutura, etfenzd
jìudio ueruno facilmente difcmtono trai pia ccuotc,cl dijjikceuole.Mail
numero,?? -Ubarmonk dei l'or ationc,&- del uerfo latino, nonè altroché
artifìcio* fa dijpofitione di parole ; dalle cuifittabe, fecondo labrt uitì, er
li lunghezza di quelle, nafeono alcuni nmerk che noi altri cbimkmopicdi, onde
mi fioratamente carni m dal principio atta fine il utrjb, <cr loratione . er
fono dìdiuerfe maniere quefìitai piedi, facendo i loro pafii lunghi,®- corti,
tardi,?? ueloci, ciascheduno alfuo mo- do, er c beWarte quelli inficine adunare
fi fattamète,cht iten disordino fra fc ftefiijna tuno, atfaltroyt? tutti in*
ficmefiano conformi al foggetto : peroebe d'alcune ma* teric alami piedi fono
qujfi peculkrhetfra lor piedi qua li meglio,quali peggio s'accompagnano al loro
ukggio i CT qualunque perfona quelli a cafo congiugne, no bauen do riguardo ne
atta natura diqueUitne atte cofe,diche iit tende di ragionare i uerfì,^
torationifue nafeono zop* pe,CT non dourebbe nutrirgli: et' di queftd eotal
melodia non ne fono capacigli orecchi del uolgo : ne lei altreft poffmto
formare le uocidella lingua uolgare : k cuipro* faianonfodireperquairagione
fiammerofa chiama* ta,fe Hbuomo in lei non s'accorge,o non cura ne di fpon*
dei,ne didattili, ne di trocbei,ne danapejU, er finabnè* te diniuna maniera di
piedi : onde fi moue l'oraitone bea regolata . Veramente quefìa nuoua befìia di
profit uol* gare,o èfenza piedi, er fdrucciok aguìfa di bifeia, o ha quelli
dijpetie diuerfe molto dati Greca, er dalla Latina : er per confeguente dì coft
fatto animale, come di tncftro <t cafo creato,oltrdticojlume,a- l'ùitentione
di O 3 egli 6%ni buono inteUclto ; non fi dovrebbe fare ne arte, ne
faenza . iuerfi neramente, inquanto fon fatti iundiàfìl libc t rion.paionoin
tutto priui di piedi, che lefllibe in loro hanno luogo, rj- nfficio di piedi :
ma in quanto qneUc cotal poffono effer lunghe, er breui a lor uoglia; m ti
non.d'trò che fia diritto il lor eaUefaluo fe M ojìgnor non Jkeffelc rime effer
fabpo^gio de uerfi, rbe zìi fi* ftaigono,zr fano andare dirittamente, la qual
ofa non itti par itera ; pcroche, per quelle ch'io n'oda dir; le rime fono pia
tefìo come catena del Sonetto&aUa Cannone; che piedino nunì, di uerfi loro,
et tanto uoglio che ne fu detto da me breuemente certo ; per rijpetto a quello
che fe ne può ragionare ; ma a bajlanza, fe alla uofbra richie jìacr troppa
forf?, (e aUaerefenza Monfignore firn guarderà : il quale meglio di me conofe,
er piton'ame* rare i difetti diquefla lingua. B e m. Quefta cofa de mt
mcrì,come fi (lia&fe cofi la prefa, come il ucrfo Tofa no riha lafua parte,
er m à>e modo la fi babbix, per ef fere affé facile da uedere,ma lontana dal
noftro propos nimento ; bora con effò uoi non intendo di iifbutarldan* zi
confidando quello effer itereche ne dicelie, non tan* to perche fa uero, quoto
perche fi ueda ciò che nefegm io ni dico quefla linguamoderna, tutteche fidanzi
dttem patena che nò-, effer però anchora affi picchia, er fot* tile uerga la
quale non haappieno fioritolo che i frutti prodottile ella può fare: certo non
per difetto della ni tura di lei,effcndo co/i atta agenerare s come le altre;
ma p:r colpa di loro, che Fbebbero in guardia, che no la col tiuorono abaftazam
aguiftt dipianta feludggiajn quel medeftmo deferto, atte perfe a nafctre
cominciò, fenzai vidi ne adacquarU,ne potarla, ne difenderla da i pruni, che le
fano ombra,lbdnno Itfciata inocchiare, et quafi morire . Etfeque primi antichi
Romani foffero fiati jì negligenti in colature la Latina, quanto 4 pullular co*
tnwciò i per arto in fi poco tempo non farebbe diuenu* td fi grande ; ma cfii,*
grafi di ottimi agricoltori, lei pri* interamente tramutarono da
luogofdudggioadomeftU co ; poi,percbe er pw toflo,cy piit belli, rt maggior
frut ti faceffe,leuandolc aia dattorno le inutili frafchezn lo* ro (ambio
lùmcftarono d'alcuni ramo felli maefircuol* mente detratti dalla Greca : li
quali fóltamente inguift le t'appiccarono,^ in guifa.fi fama fintili al tronca
che boggimat non paiono rami adottiuijna naturali . Quin* di nacquero in lei
que fiorì, et qui frutti fi coloriti deli e - hquetiza-con quel numero,?? con
qucU ordine ifltffo, A quale tanto cfftliate : li quali non tanto per fua natura
> quanto d'altrui artificio aiutata, fuol produrre ogni Un gua . Perochel
numero nato per magiflero di Tbraft* macho,di Gorgia,di Tbecdoro ; ìfocrate
finalmente fc* ce perfetto dunque f Greci, er Latini huominì pi» foUeciti alia
coltura della lor lingtù,ckc noi non fetno al* U nofka j noi; trouarono in
quelle fe non dopo alcun tmpo,cr dopo molta fatica, ne leggiadria:, ne numero i
già non de parer marauiglia, fenoi anebora non rìbaue* mo tanto, che bafìì,
neSa uolgare ; ne quindi de prcn» der Ihuomo argomento a [brezzarla, come uil
cefa, er dapoco . Oja Latina è migliore d'affai . ò quanto fa* rtbbt meglio dk
fu >z? none una fa Ilota, per lo paf* o 4 /fife, fato, cr fa
Mchor tuttauid fi gentil cofa : tempo forfè uerrà, che (f altra tinta
eccellenza fia la volgere dotatd, che [e per effer e a wfhi giorni di ninno
flato s crmen gradita,non fi doueffe apprezzare U Greca; la quale e* ra gii
grande fui nafeimento della Latina : ne uoftri ani mi non douea kfeiar fermare
le radici furi ultra lingua nomila altrettanto direi àcllt Grecaper rifletto aU
la Hebrea, Cancludcrebbefi finalmente dalle uofh-epre miffe Àouer effere al
mondo fola una lingua t ej non più » anele [ertueffero, ey parkfjero li mortali,
cr aiterebbe #f>e oue uoi crederefle d'argomentar folamente cantra U lìngua
Thofcani, cr quella con uofbre ragioni efìirpare del inondo, uoi parlarefle
etiandto cantra li "Latina, et U Greca . benché <j:«/f a pugna ftefìtn
'crebbe non fo* lamente contrai linguaggi del mondo ima cantra Dio: ilquale ab
eterno diede per legge immutabile ad agni co fa creata non durare eternamente ;
ma di continuo duna in altro fiato mulxrfi: bora duanzando,et bora diminuì* do
fin che jinifea stili uolta che mai più pofcUnon rìno* ttarjt. Voi mi direte }
troppo indugia boggitìtai la perfet* tione della lingua, materni : er io ui
dico che cofs è,come dite imitale indugio non dee far credere altrui effer co*
fi imponibile, che elk diuenga perfetta : anzi ui può fif eerto lei douerfi
lungo tempo godere la fua perfezione, quarhora egli auuerrà ch'eUafe l'babbia
acquiftata. Che cofì usici la natura : la quale ha deliberato, che qual or* ber
tojlo nafce,fìorifcc,& fa frutto: tale tofla inuecebìe, ZTfs muoia : er in
contrario, che quello duri per molti ami, il quale lunga Ragione bar a penato a
far fronde. Sarà adunque U nofira lingua in conferuarfì la fua dota» ti
perfettione lungamente difidcrata, ey cerati* lìmite forfè dd alami ingegni ;
fi quali, qmnì o tnen fàa'&ttenfe dpprcnJoro le (kttrine;f auto pi»
dijjìcìtmcntr le fi k/ei< no «/ciré (fella memoria. Q,eUa è tcjlìmonio della
noftré vergogna >effendo uenuta in Italiainfieme con la rovi* wa di lei .
Viu f o/Ìo efid è teftmonio dcUa nofìra folertia, cr del noflro buono or
dimenio : che, cofì come uenenda Enea dt Troia in Italia ad bonor fi recò
lafcìare fcrìtto in un certo trofico drizzato da lui,queUe cjfere (lato fe
armideuincitoridelkfu4palm t cofi vergogna non ci puooffere l'hauer cofa in
Italia tolta di mano a coloro, che noitolfero di libertà . virtifinabnente^itando
effer uolcfti maligno, più toflo douerfì adorar daRe genti il So le orientc^c
l'occidente: la lingua Greca & "Ldtinagii effer giunte
ah"occafo:ne quelle effer più lunge,ma ebar tafoUmente tj ingk>flro:ouc
quanto fio, difficile cof* Imparare a parlare : ditelo uoi per me,cbe non ofate
dir cofa latinamente con altre parole, ebe con quelle di Ciee reme . Onde
quanto parlate, uferiuete latino non è al* tro,che CICERONE (vedasi) trafyoflo
più tofio da ebarta a Siria, ebedamaterka materia : benebe queflo non è fi
uofhro peccato, che egli non fu anebe mio s c d'altri affai tj maggiori, er
migliori di me i peccata però non indegno difeuft, non poffendofarfi altramente
. Ma quejìepo* che parole dette da me cantra U lingua latina per land gare non difiiper
uero dire : /o/o uolfmcfbrare quanto bene difenderebbe ejucjla lingua nouette
chiper lei far uolcjfedifféfa : quando a lei non mancOttK cuore, ne or*
mictoffendere lAtrui. Cori. Pormi Monfignore che cofUetniatc dì dir maledeUa
lìngua lattina ; cernie fe eU U f 'offe k lingua del uoflro Sant o di Padoua :
alla quale è ditanto conforme, checome quella fu dipcrfimagin ui uaUctàfantitÀè
cagione che bora pofla in un taberna* colo di criHallo fu dalle genti adorata;
cofi quejU degna reliquia del capo del mondo R orna, guaflo er corrotto fià
molto tempo, quantunque boggimai fredda crfecca fi taceu inondimene fatta idolo
dalcune pqcbeeyjuper jlieiofe per folte, colui da loro non è Cbrtfìiano tenuto
t the non l adora per Dio . lAa adoratela a uojb-ofetmo, fola che non parliate
con effo ki. er «olendo tenerla in tocca cofi morta come è, firn lecito di
poterlo fare : ma parlate tra uoi ciotti le uofhe morte Latine parole ; er d
noi idioti le noflre uiue uolgari,con la lingttd che Dio ci dteiejafitte in
pace parldre.BE ti . Doueuate, per ag* Quagliarla compitamente alla lìngua del
j 'anta, foggion* gere qualmente torationidi Cicerone,* i tierfi divirgì Uo le
fono degnLcr pretioftftimi tabernacoli ; onde ki co tuie cofa beata
riuerìamo,et incbìniamoMa per certo ne lma,nt [altra non mcritaua che la
tenejìe per morta-fi* perando tutt'horanewrpi nofìri et nei 'anime quella fa*
httc,qnefla utrtutez con tutto ciò lodo fommamente la no fha lingua
uotgare,cioè Thofcana ; aceìoebe non fta al arno che intenda della uolgare di
tutta italia: Toscana dicojion la moderna, che vfa il nolgr hoggidi ;ma fanti
eamde fi dolcemente pariamo il Petrarca tj il Boccac ào:rhe la lingua di
"Dante fente bene^et fyeffo più del lo bardo,chc del Tbofcanoì tt oue è
Thofcam, è più toflo Tbofrdiìo di contado,ehe di città. Cunque di quella par*
h,quella lodo,queÙa vi perfuado apparare, ebequantm que ella nenfugiunta
aìlafua uera perfettione, ella non dimeno le è gii uenutafi preffo ; che poco
tempo ut è 4 uolgere ; oue poi che arriuata farà ; non itibito punto, che quale
è nella Grecaci nelk Latina, talefia in lei us- ti di far uiitere altrui
mirabilmente dopò la tnorte, cr «I Ibora fi k uedremo mi fare dimoltinon
tabernacoli, m*t tempi;, V ultori : alla cui uìfitatione concorrerà, da tutte,
le parti del mondo brigata di fpirii i pellegrini j che le fi ranno lor
tìo!t,er far amo efpatditi da lei . Co ut. Dime quefeiouorrò bene fcriuere
uolgarmète, couerramitòr nare anafeer Tbof^ano! Bem. Kafcer nò ma fìudìar
Tbofcano,cb"egli è meglio per auentura nafeer Lombar do,che Fior ent ino i
per oche Tufo del parlar Thofcobog gidiètanto cÓtrario dUe regole della buona
lingua ibo /tini, che piti nuoce altrui e ffernato di quella prpuincia.
cbenongligiaua. Cosi, ÌDunque unaperfenamedefì ma wn può effer Thofca per
natura cr per arte B E v. Difficilmente per certo^ffendoTujanza,che per lughe%
za di tempo è quafi ccnuertita in natura, diuerfa in tutto dalTarte,Onde,eome
cbiè Giudeo,o Ueretico,rade mi tediuienebuon Cbrijìiano, arpia crede in Cbrijh
chi mila credcua,q'ianto fu battexata ; cofì qualunque tton è nato Tbofcano più
meglio imparare la buona lingui Tbofcana, cfie colui non fa, il quale da
fanciullo in fu, fempremai parlò peruerfamente Thifcano . Cort. Io, the mai non
nacqui,ne fludiai Tbofcano, male pofjò rivendere alle ucftre parole ; mndimmo 4
me pare.cbe DIALOGO piti fi cormengd col uofho Boccàccio il parlar
Fiorentino madcrno;cbe non fi il Bergamasco. Onde eglipotreb he effcr molto
benebbe huomo nato in Milano,fenza b4 Ucr mai parlato alla maniera Lombarda,
meglio appren ieffe k regole deUa buona lingua Thofcana,cbe nanfarebbe il
Fiorentino per patruàtia che egli nafca,et park lombardo boggidì,crdiman
d^matàmparle,etfcrìud regolatamente Thofcano meglio, e? pi» facilmente del
Thofcano medcftmo i non mi può entrare nel capo : al trainane a tempo antico
per bene parlare Greco,& Ld t ino, farebbe (iato meglio nafeere
Spagnuolo,cbe Komai HOì& Macedone, che Atbenkfc. Bem. Quefìotw: perche h
Uugud Greca et Latina a lor tépo erano egual tnevtc in ogni perfona pure,et non
contaminate dSk bar borie dell'altre UnguexT coft bene fi parlauadalpopolo per
le pìtzZCcottte tra dotti nelle lor [cole fi ragionata. Onde egli fi legge di
Theophrafìo, che fu tun de lumi della Greca elcquenza,effendo in Atbene,*Ue
parole ef fer fiato giudicato foreftiere da una pouera feminetta di contado .
Cojt. lo per me non fo come fi fila quejì* coja; ma fi ui dico, che douendo
Studiare in apprendere dama lingua ; più tcflo uoglio imparar la Latina c h
Greca, che la uolgar : la quale mi contento ihauer por* tato con effo meco
dalla cuna et dotte fafcie t fenz* eer* caria altramaite, quando tra te prefe,
quando tra uerft degliauttorìThofcaniB i m. Cofi facendo ucifcriue* rete, et
parlante a cafo,non per ragione: peroebe nium altra lìngua ben regolata a
tltalkfenon queu n ma,di cui vi parlo, Cosi, Almeno dirò quello che io baucrò
BELI, I t I M fi T li HI in cuore et Io jludìo che. io porrei in
wfik&parolctte di qucfh et di quellofi lo porrò in trottare et dijporrc i
con cotti del? animo mioionde fi Aerina la uitadellafcrittura: che male giudicò
poterfi ufare da noialtri a figafkttre i nofìri concetti qucUalingtia, Thofca,
o Latina ch'ella fi fu.U quale impariamo,®- effercàiamo non ragionando tra noi
i nojbi accidenti,ma leggendo gli altrui, QueSa d di notori chiaramente fi uede
in un giouane Vadouano di nobili^imo ingegno, ilqttdk>ben che talhoracon
mol- to (indio, che egli ui mette, akutid coft componga atU manieri di Petrarca,
er fld lodato dulie perfone non» dimeno non fono da pareggiare i Sonetti, er le
Canzo* ni di lui atte fu* comedie, le quaUnelldfua lingua natk
Mturabnente,<cr damma arte aiutato par che gli efebi* no della bocca: non
dico però che huomo farina ne Vada uano, ne Eergdmafco ; mt uoglio bene, che di
tutte le lingue d'Italia paliamo accogliere parole,?? alcun mo* do didire,
quello tifando cornea noipiacaji fdttMcntti ehe'l nome non fi difcordi dal
uerbo > ne l'adiettro dalfo? Slantiuù; la qual regola di parlare fi può
imparare in tre giorni, non tra grammatici nelle [cole ; ma nelle corti ed
gentilhiiommnon ijìudiando, maginocattdo er ritów do, fenza alcuna fatica » er
con diletto de difcepoli, cT de precettori . B e m. Bene jlarebbe,fe quefìa
guift di fiudio bajtaffe altrui a far cofa degna di laude,®- dt me r duiglu, ma
egUftrebbe troppo leggera cofa il farli e* terno per fama, er d numero de buoni
er lodati lentia* ri in picelo/ tempo denterebbe molto maggiore, che egli non
è. Btfognageuù^uomamio caro, uolèdo andar e f> perlemmì,w per le bocScdeUe
perfonedel monda, lungo tempo jcderfi ntUafua camera, er chi morto m fé flclfo
} difa di ù Mammona degli huomintjudar et agghiacciar più wltetct quanto altri
itungii, et dùT* me a tuo Agio . pmr /urne, et mgghure .Cor t. Contatto ciò
muffirebbe faalcofail diuemr ghrwfo j cucaltrc bifogna chcfaperfauelìarc.ée ne
dite Hot mef (er Lataro.iopermefoncontento^ontenlandof: Hon- fenorèi che (i
«o/ìr a JcntetEci ponga fine die nojhrt M L a z. Cote/io non/Vò w, cb'w uorrei
éetditfen (oridiquefìa lingua uolgare foffero difeordt tra (ora, « cùct» d«ettt
^guìfa diregno partito, pw ^«ofmm- *erorà#ro kdifknfkmciiiilL Cobt. Dmpem Memi
contro aftopimm dì lAonftgnore, moffo noiifoU mente dati 'amor denutriti lavale
douete amare, er riuerire fapra ogm cofa, ma daltodw che uoi portate 4
ùue&a lingua uolgare,che mncendo,utncerete il miglior-
«JiWtijidgmafdo del quale prende dmodo argomento impararla, a «ti •
L A C"»^* fM ^ totidcchdie con quelle armi mcdcfme,òe noi opra*
tecomr*ULatùia,v la GrecaM wMra lingua «olg** refi M«> CT fi 4mua. Cobi.
MWigmw . ne i rwilaretóe giorti Kwer me debole combattitore, et gii
itinco«e& battagltadianzi Stinti conmeffer Lazaroì tauttonta, et dottrina
Kotfro ledili ambedue mfiane mi datmaguerra fi fjwmte/b'uni conojco qualpm.
perche, non ttokndo mjfer Lazmcongwar con ejjo *. - meco <t difendermi^ ego
uoifrgnor Scolare, che con fi lungo I '.kntìo, cj fi attentamente ci bauete
afcoltatUcbe baimdo alcuna arma,con la quale noi mi poetate aiuta* re, fiate
contento di trarla fuori per me,che poi che <jue« fla pugna non è martak,potete
entraruifenza pma^ac cofiandoni a quella parte,cbe piti ui piace: benché più to
fio ui douete accodare aSa mia,ouejete ricbie8o,ct oue è gloriai' effer
uintodacofi degno auuerfarìo.S c no u Gcntffbuomo io non parlifìnhcra,pcrocbe
io non japed che m dire, non effendo mia profetatone lo fatato delle linguema
uolontieri afcoltati bramando, CT fperando pur d'imparare. Dunque bauenda a
combattere m difejtt d'alcuna uo&ra ftntenza > non ui pojfendo aiutare,
to ui coniglio, che fenzame combattiate; che eghè meglio per uoi il combatter
foh,che da perfona accompagnato* la quée, come inejperta deformi, cedendo in
fui prin- àpio della battagli ui dia cagione di temere, Cf fard dare al
fuggire. Corteo. Con tutto ciò,fe mipo* tete aiutare, che a pena credo che fia
altramente } fendo fiato ft attento al nvfìro contratto, aiutatemi, che io uc
ne prego,faluofe non jprexzate tal queBione, come uil cofa, (jdift poco ualore,
che non degniate di entrare in campo con cjfonoi.ScHÓL A. Come non degnarci di
parlar di materia, di che ti Bembo al prefente, cr altra uoìtail Peretta mio
precettore inficine conme})er Lrf* fcari con non minor fapienz*, che eleganza
ne ragionò ì troppo mi degnarei,jei fapefii, ma di ognicvja tufo poco, cr delle
lingue niente, come queiio, che della tìr«4 comfc<ì a pena, le kttere, CT
dsfo togfM Lati* B I A L o e o tu. Unto follmente importi i
quanto baflaffe per farmi intendere t li&rt di philofophia d'Arrotile ; U
quali,per tjueUo che io noda dire di meffer Lazaro,non fena ktU ni,ma barbari:
della uolgare non parb;cbe di fi fatti Un* guaggì mai non feppi,ne
maìcurdidifapercjdlua ilmio Fado nano ; del quale, dopo iilatte delia nutrice,
mi fu il uolgomaeSlro . C o r t. Tur a wi cor.ucrrà diparlare, fenm altro,
quello almeno,cbe ri apparale àd vcreito, eydal Lafcari ; liquali cofi
fauuinente ( ceree mi dite) parlarono intorno a qucUa mai erid .Scaoi, Poche
cofe delle infmite,che a tal materia pertengono,puo im» parare > in un
giorno, chi non le afcolta per impa* rare; penfando che non b'tfogni imparare,
Beh. Dit ene almeno quel poeo, che ut rimafe neUi memòrid} che a mefic caro
[intenderlo . Laz, Volentieri in tal cd/o udirò recitare lopenione del mio
macibro Peretta il quale, auiiegna cheniuna lingua fapeffe dalla Manto' ima
infuori; nondimeno come huomo giudiciofo, er ufi rade uoltc a ingannar fi, ne
può bauer detto alcuna cofi eo'l Ldfcorixbe Fafcoltarla mi pucerà. Pregoui
adùqu e, chefe niente ue ne ricordatdlcuna cofa delfuo paffuto n gionamentonon
ni flagrane diriferire.S c h o l, Cofi ft faccia, poi che iti piace ; che anzi
uogUo effer tenuto ignorante,cofa dicendo non canofeiuta da. mei ebedifeor tc/e
rifiutando que prieghi^be deano effermi common* fomenti, ma ciò fi faccia
conpatto, che cornea me non è bonore il riferirui gli altrui dotti ragionamenti
', cofi il tacere alcuna parali, li quale dailbora in qua mi fu «« fcit4detitt
memoria t nonmifia ferino a vergogna. Corte g. Ad ogni paltò mifottofcriuo t
purche dicU te. Se ho L. L. "ultima itolta che mcjfer Lafckari uen* ne di
Trancia in Italia j fondo in Bologna, oueuolontie ri habkaua i cr tuffandola il
Perttto,come era ufo di fu re; un di tra gli nitri, poi che alquato fu dimorato
con ef* fo lui, lo dimandò meffer Lafcbari, Vofira cccelienza macflro Piero mio
caro,chc legge quejYamoiP e k. Si* gnor mio io leggo i quattro libri della
Meteora d'Anito tele, L asc. Per certo bella lettura è la ucshra: ma come fate
d'cjpofitorìt Per, De latini non troppo bene ; ma alcun mio amico m'ha feritilo
duna AkffandrO. Lasc. "Buona ckttioncfacejìciperocbe Aleffandroè Ariftcte
le doppo Arinotele : ma io non credeua che noi fapefìe lettere greie . P b ».
Io t'ho Uttno,non greco. Lasc. Poco frutto doucte prendere, pir. Perche? Lasc.
Perche io giudico Aleffandro Apbrodifco greco come c, tanto diuerjo da fé
medejìmo, poi che latino è ridotto, quanto è uiuo damorto. Per. Qnejìo potrebbe
efjer che uero fuffe : ma io non uifaceua differenza, anzi pai faua, che tanto
mi doueffe gwuare la lettione latina, cr uolgare(fe uolgttre fi ritrattale
Aleffandro)quàto a gre ci la grecai con quefia jperanza incominciai a jiudiar
fo. Lasc. Vero è,cbe egli è meglio che noi I'babbut* te latino, che non
Chabbiate del tutta, ma per certo la noe jka dottrina farebbe il doppio,^
maggiore, cr mr^/io* re, che ella non è,fc Aratotele cr Akffandro fuffè'ktto da
uot inquelLi ltngua,nella quale l'imo fcnffe,cr l'altro lejpoje. Per. Per qual
cagione,'Lajc, Verciocht piufacilryeittc, cr con maggiore eleganza di parole jo
P no DIALOGO no tfbrefii da là ifuoi concetti ntUa fud
Ungiti, che nel* l'altrui.V e r.V ero forfè direfìefe io fufiigreco,fi come
nacque Aristotile : mw che huomo lobardo fludid greco, per douer far fi più
facilmente pbdcfopbo,mi pur cofa. no ragioncuok,anzi difconuencuole, non
ifcemandof pun* to,maraddoppiandoji U faccia dell'imparare: percioebe meglio,
et più toh può àudiar lo [colare Loic<*/ok,o fa lamente pbibfopbu,cbc non
farebbe, dando opera alla, grammatica-, fcetiahnente alla grcca.L \ s c . Per
quefla ijtcffd ragione non doueuate imparar ne Latino,™ Greco ; ma follmente il
uolgare Mattonano ; a" con quefo phibfopkare. Pee.Dk) uoleffe in feruigio
di cbi uerri doppo mc,cl:c tatui libri di.ogni fdenzA, quanti ne fono greci,cjr
latinùcr bebrei; alcuna dotta, et pictofa perfo* ni fi deffe a fare uolgari :
forfè i buoni phibfopbantiff rebbom in numero affai pia jbefii,che a di noétri
non/o* iios er k loro eccellenza diuentarebbe più rara. La se, O non u
intendono uoiparlate con ironia. Peb. Anzf parlo per dire il nero ; er conte
buomo tenero deU'honor degli Italiani, che fc ^ingiuria de nofbri tempi, cofì
pre* f°nti,come paffuti «olle priuanni di quciìa gratin dio mi guardi,cbe io fu
pienone cofi ar fo d'inuidta, che io dift* deri di priuarne chi nafeeràdoppo
me. La s c. Volon* ticri tidfcokcròje ui da. il cuor di prouami quefìa nuo* tu
conclufìone,cbc io non fintendo,ne la giudico intelligibile. p e r.
DttcmiprintOyOnde è,cbc gUbuominidi quella età generalmente in ogni fetenza fon
men dotti, et di minor prezzo, che gii non furon gli antichi f Oche e centrati
dome icondofu copi che molto meglio, et DELIE LINGVt, 114 pia
fàcilmente fi poffa aggiugnere Acmi cofa alla dot* trina trouaU, che trovarla]
da fe medcfimo ? La st. Che fi può dire altrove non che indiamo diw.ée in peg-
giof? t r. Queflo è uerojtta le cagioni fon molte, tra le quéi mia ne n'ha, er
ofo dire la principale, che noi aM modeniuiuiamo uhiirnogran tempro, confinando
la mi glior parie de nolbi anni la qual cofa non aueniua agli anticbi.epcr
dijling'iere il mio parlare, porto ferma i pe nione,che lojludio della lingua
Greca, cr Latinaji* ca gione dell'ignoranza: che fc'l tempo, che intorno ad
effe perdiJìno,li fbendejfc da noi impavido phihfophiaipcr auetitura Feta
miderna generarebbe quei piatovi, ry quelli A rifloteh, che proda eua Cantica .
M<i noi tim più che le canne,pentitiquafi Shauer UfcUto la cuna,ey
efierhuemini diuemti, torniti un altra uoita fanciulli, altro non facciamo
dieci,cr urtiti anni di quella uita,cbe imparare a parlare chi
hiino,chigreco,cs akuno(ccme Dio utiolc) Tofano : li quali anni finiti,??
finito con ef= fo loro quel uigore,zr quella prontezza, la quale natu* ralmente
/«o/c recare alTtnteUettolagioucntù ; aVhora procuriamo difarcipbilofopbi,
quando non ftamo atti al Ufheculatione delle cefe . Onde feguendo l 'altrui
giudi* ciò altra cofa non uìcne ad e(fere quejla moderna Yilofo fa, che
ritratto di quell'antica . però coft come ìlritrat= to,quaiitunquefato d'
artificio f fimo dipintore, non può efier del tutto fintile all'idei ; cofi
noi,benche forfè per al tezza d'ingegno nofamoputo inferiori a gli antichi ! 0*
dimeno in dottrina tanto fiamo minori, quanto lungi > ì m po fiati fuiati
dietro aUefaucle dcUe parole colera final* p i mente n I A
LOGO mente mitwnopHklophando m^UakunACofié^ emiendodcemnw knojtra mduUru.
Lasc. Dm IJcljhdiodeUe lingue nuoce altrui finalmente, co* Itici ditele fi dee
f^kieivb? 9t% AnjA JW/i far deismo per taire, che d ogni coja per tutto
Imoniopoffaparlcreogmlmgua. La se. Come wdfro pietrose i ciò cbc«oì4itef D«gtó
d-reWe- uiihuorc diphilofopbare wlgarmenteta-fenxa bauer cogmtionedellalingua
Greca, er UHM Vt% fiLrfupur che gli autori Greci,V Latmifmduceffe* rou dlani,
Lasc. Tinto farebbe fruire Anftoff ledi line** Grw tn umbri ; fatto
trafbmtareun MMCKfi unaolm di un ben colto horUceUojn un bo* C CQ di
pruni.oltracbe le cofe di plnlofophufono pefo A ai tre (ballcòe da queRe di
aueU lìngua Volgare Per. Io bo per ferra*!* le Imgucd'ogm paefe, cefi 1 Arabi*
ta er r ibJww, come U Kòmma, cr 1 Atemefefma d'un medino wforr.rt d« mortoli^
un fine ccnungm dici* formatele io non uorreiebe uoine parlato come di coLdaUa
natura prodotte ; effendo fatte,cr regolate dallo artifìcio delle perfone a
beneplacito loro, non pian ^Jmih^io^mimcemiAv^.
ondetutto^belecofedanamturacreate^tlejcicnzedi «uekJtatomMoytttro le
parte delmndo una cofa mdefum ^nondimeno, perciò che diuerfi huomm fono
didaerfo m lere,perèicriuono,o- parlano dwcrjamcnte, la qitaU diucrfttà, er
confufìane delle uoglìe mortali degnamente è nominata torre di B<tM. Dunque
non nafcono k ''»g" e pw f e medefme, a giàfadi albergo <fber he ;
quale debbolc,w inferma nella fua fyetic,qu*kfaif<t ^rrobufla, etatU meglio
aportarlafommsdinofbi kit mani concetti . ma ogni loro uertit nafce al mondo
dal uo ter de" mortali, Per la qualcofa, cofi come fcn%a mutarfi di
co!ìume,o di natione, il Trandofo,et l'lngle{e,non pur il Qfccojy il Romano, fi
può dare a philefophare, coft eredo ebe la fua lingna natia poffa dir iti
compiutamente communicare la fua dottrina. Dunque traducendof; a no flri giorni
la pbilofophia jeminata dal nofìro Arrotile nebuoni campi tf Atbene, dilegua
Greca in uolgare,ciò farebbe non gittarU trafili in mezo a bofcbi.oue fìerile
àueniffejna farebbe fi di kntam propinqua, V di for e* {licra > cbe etU è y
cittadina (fogni prouinàa . Et forfè in quel modo che le fbeciarie^zr i'^rc
cofe orientali ano* yroutile porta alcun mercatante d'india in ìtalia,oue
meglio perauentura fon ccnofciute,cr tratMc,cbe da co loro non fono the olirà
Umore lefeminorno > er ricolfc* ro; fnnihnente le fpeculaticm delnofko
Arrotile cidi* ucmbbono più famigliarle non fon lwra-&' più faci* mente
farebbero mtefedanai, fe di Greco in ttòlgare al* cuna dotto Imomo le
riducejfe. L a s c. Hiuerfe Imguefo* no atte afìgmficarc diuer fi concetti,
alcune i concetti di dotti,alcune altre de gli indotti, la. Greca ueramente Un
to fi conuiaw con le dcttrincycbe a doucr quelle fignijicd re,natura ifieffxjio
banano prouedimeto pare che ihab bu formata : er fe credere non mi miete,
credete abne* P 3 f» no d Platone, mentre ne parla mljuo CrrfiRo .
Onde ci fi può dir di tal lingua., che (piale è il lume a colori, tale di i fu
alle dijcipkne ifenza il cui lume nulla itcdrcbbc il ivijiro bumano intelletto;
mi in continua notte d'ignoran tii fi dormirebbe. Per. Più toilo uò credere ad
Arijìo tilt, CT alla ucriùycbc lingua alcuna del mondo{fu editai fi uoglia) non
pojfa hauer da fe jlcjfa priuilegio di fignifi care i concetti del nollro animo
>ma tutto confìtta nello arbitrio delle perfone. onde chi uorrì parlar di
pbilofo* phia con parole Mamouane,o Milane fi inoligli può ef* /tv difdetto a
ragione ; pia òe difdetto gli jìa il pbibfa* pbarc,or l'intender la cagion
delle cofe, nero è,cbe,per* ebe limonio nonba incollameli parlar di phibfophia
jc non greco et latino sgià credimi che far non pojfa aU frinente : cr fain di
uiene ebe follmente di co/e tuli, er algori uolgarnun'e parla, orferiue la
nofhra eti Et co m: i corpi,®- le reliquie de fanti non con kmani,ma con alcuna
uerghsita per riuerenza to:cbiamv ; cafi i fieri mhleri della diurna
philofophia più tojlo c5 le lettere del l'altrui lingue, che con li tiiua uoce
di queila noBra mo* icrn a,à muiamo a lignificare : il quale errore conofei» to
da molti, ninno ardtfcediripigliarb. Ma tempo forfè pochi anni apprejfo uerrà
ebe alcuna buona perfona non meno arditi,che ingcnÌofx,porrà mano a cofufatto
mercatantia : cr per giouare aUdgente, non curando dell'oc dio,ne della inuidia
de litterati, condurrà d'altrui lingua dia noilra le gioie, ryi frutti delle
feicntie j le quallibo r.i perfettanente nongujliamo.nc compriamo. Lasc,
Veramente ne di fama, ne di gloria fi curerà, chi uvrrà prender la imprefa di
portar k philofophk dati lìngua £-A tbene nella Lombarda : che tal fatica
itow,cr bufi" mo gli recar a. P a s. Noia con/rflò, per fa Doniti dc/k
ic/j<,ttM non kiir/rmo,cow:e credete: clic per uno che<U prima ne dica
male,poco da pei mille, er mille altri lode. ramo,tt benediranno
ìlfuoj\udio,queUo ritenendogli che antenne di Giefu Cimilo ; iìquale, togliendo
di mo* rir per la fallite degli buomim,fcbernito primieramen* te,bujmato,cr
trucifìffo d'alcuni tippocriti.hcra alla fi ne da chi! conof<e,come iddio,
et Saluttor noflro ft ritte rifce.& adora, Lasc. Tanto dkefte di <jae/fo
uoftro buonbuomo; che di picciolo mercatante l'bxuete fatta Mefia : il quale,
Dio uogliacbefta fintile* quello che anebora affrettano li giudei; acciò che
berefia cofi itile mai non guafìi per alcun tempo k philofophk d'Arifioti le .
Ma/e noi fitte in effetto di cofi fìrano parere ; che non ut fate a di noflri
il redentore di quejla lingua uoU gare f Per. Perche tardi ccnobbi la ucritk
;er a tari po,qumdo la fòrza dettinteQetto non è eguale al uolere. Lasc. Cofi
Dbirìaiuti ;comc io credo che motteg* giite;faluofe,comè fanno i maliticft,
queQovicco no bU fonate, ebe non potete ottenere. Per. Mon/ìgnor le ragioni dk
nxi addotte da n!e 3 non fono lieui ; che io deb* ha dirle per ifberxare
icrnonè cofi eoft éffiàle U co* gnition delle lingue ; che bucino di meno che
di me* diocre memoria, er fenz* ingegno ueruno, non le pcfft imparare : quando
non pur a dotti, ma d forfennati Atbenicft, er Romani, folea parlare
eloquentemente CICERONE (vedasi),?? Demojlhette, er era intefo (Utero . Cerio
P 4 «tfnif «inijgr Ufirimiferamente poniamo in apprender queU le dite
lingue t non per grandezza d'oggetto ; ma) olamen, te perche aUo lludio delle
parole contri la naturale meli nxtione del nojlro bumatio intelletto ci
riuolgiamoul qua le difiderofo di fermar)] nella cognitione detle.cofè, onde
diurna perfetto, non contenta d'efferc altroue piegato, otte ornando la lingua
di parolctte er di dande refli uas ttd Li nofbra mente. Dunque dal contrailo
che è tnttauid tra la natura dell'animi, er trai cojlume del nojlro jlu*
dio,dipende la difficultàdcRa cogmtion delle lingue, de* gna neramente non
d'wuìdktma d'odio: non di fatica 3 mt difajlidio : er degna finalmente di
douere effere non ap prefajna ripreja dalle p.rfone : fi come coftMqualc non è
cìboma fogno, er ombra deluero cibo delTinteUetto . V a s c, Mentre noi
piatiate cofi, io imaginaua di ittderc krittalapbitcfopbiad'Ariftotikin
Unguabm* barda udirne parlai e tra loro ogni tùie maniera di
gentcJaecbinUontadinhbarcaroli, er altre tali per fané, con certi fuoni,<cr
con certi accenti, i più noiofi, er ipitt {brani, che mai udijii alla tòta mia
. In quejlo mezzo, mi fi paraua dinanzi effa madre philofopbia utilità affai po
veramente di rontagniuolo piangendo, er lamentando^ i' Arijlotih,cbe
difprezzando lafua eccellcnzatbautft fediate condotta, et minacciando di non
twlre fior piti in terra : fi bello bonore ne te era fatto dalle fue opere :
ilquale ifeufandofi con effo lei „ negaua d'bauerU offefa giamai : fempremai
bauerla amata, er lodata ne me* no che borreuolmente batterne fcritto, o
parlato men* tre egli luffe ; lui effer nato tj morto greco,non Brefciae no
ncVergomafco, er mentire chi dir uolcffc aUranvm te : olla qui uifione
diftderaua che noi mfujHe prefetste. •P e i. Et io (e fiato ui f«j?t > harei
tetto non douerfi U pbthfopkia dolere ; perche ogni buomofer ogni luogfc con
ogni linguai (ho ualorc effàhaffc : quefiofarfi an# a gloria, che a ucrgogm di
hi . la quale (e non fi (degni Stergare negli intelletti Lombardi, non fi dee
ancb$ (degnare (Teff, r tratta daHU br lingua : l'Indù, la Srtf tbia,CT f
Egitto, cue babitaua fi uokntieri, produrrc gc* ti cr parole molto pi.i jkane e
pi» bai bare, che non fono bora le Mantouanc, er le Eoiogw/i : lei lo (ìndio
tkU Ungua greca,® 1 latina bauer quaft delnoflro mondo crftf ciato ; mentre
hv.cmo non curando di faper, che fi dica } nanamente fnok imparare a parlarci
et lafciandof Intel letto dormire, fucglu er opra la lingua. Notar in ogni
ct4,m ogni prouincid, cr in ogni babùo effer (emprcnai ma cofa medeftma ;
Lupaie, cefi cerne uolonticrifa fuz arti per tutto l mcndc,non meno in
tcrra,cbc in cielo; cr per effer intenta aUa produttione delle creature
rationa* Unon fifeorda delle irratiotitlii ma con eguale artifìcia genera
noi,er t bruti animaliicofi da ricchi parimentc,et peneri huommi, da nobili, er
«ili perfone con ogni Un* glia, greca, latina, hebrea, cr lombarda, degna
d'effere&-conofcittta,cr lodata. Gli auge Hypcfci er tre be(ìie terrene
d'ogni maniera,bora con un (uovo, ho u con altro fenza dijìintione di parolai
loro affetti f già (icore ì molto meglio douer ciò (are noi buomini, ciafeu no
con la fua liìtgud ;fcnz<tricorrere aWaltruidcfcrittu* re,cr i linguaggi
efferc fiati trottati ma ajaltite teUa n* turala quahicome diumd,cbe etk è)non
ha mefticri iti mftro diutojmafolamentea utilitaet commodità nojìra, gecioée
abfenti, prcfenti 3 uiui,& marti, manife\ìando (un Ultra ifecreti dei cuore,
più facilmente canfeguias no la noflra propri* fe liciti ; laquale è pefìd
neUmtcU tetto delle dottrine > non nel fuono delle parole : er per
confeguente quella lingua,?? quella fcritturddouerfi u* fare da mortali, la
quale con più agio apprtndemo: er €omemeglio farebbe itatele foffe fiato
pofiibilc) Chaue re un sol linguaggio, l'i quale naturalmente fuffe ufato
da gli huomiri, cofi bora ejfer meg^ebe tbuoma (crina, et ragioni neUamaniera,
ebemen fi fcofladatta natura : k qualìTumicrd di ragionare appcnanati impariamo
:ey a tempo-, quando altra ecft non fono atti ad apprendere, et étrotavto barri
detto al mio maeflro Anjlotilc ideila etti eleganza goratione poco mi i urarei,
quando fènza ragione fusero da lui ferita i fuoi libri ; natura bauer lui
mietuta per figliuolo, non pcrtffer nato in Atbcne, ma per bauer bene in atto
intefo<bcne pérldtOi&benclcrit to di tei : la verità trouata da hi,
tadifpofitene, cr Cor* dine delle coje,la grauità er breuitì del parlare
eflerfua propria,®- non d'alìrme quella poter)] mutare per mu* tomento di uoce :
il nome falò di lui difeampagnato dalla ragione ( quanto a me ) ejjere di affai
piatola auttoritd, a lui fiore, fe ( emendo Lem bardo ridotto) effer uelef* fc
Annotile .noimirtali di quella eùcojì bauer cani f noi libri tramuta incluùm i
'.inguaiarne glibcbberoi greci = mentre greci gli jludu iurta . li quai libri
con ogni iniujbia procuriamo d'intendere per diuenire una uolta non Athcniefi
ima philofophiicr con quefìa riftojl* mi farci pai-tito da lui . L a s c. Di'fe
pure, CT diff derate aè che uolete j m i io Jprro, òe a di uoftri non utdrete
Arijhtik fitto minare. Per. Perciò mi doglio delhmiferaccnditione di quefli
tempi moderni, ne quali fi finiti non ad ejfer, mt a parer fauio : che ohc fola
una liti di ragione in qualnnque linguaggio può con du ne alla cogniimedeìh
iteriti ; quella da canto lafdi ta, ci mettiamo per jìrada,ti quale in eff. tto
tanto ci dfc lunga dal noftrofme {quanto altrui pare, che ni ci metà uicini ;
che affai credemo d'alcuna cofa faperc, quando, fenza conofeerc la natura di
ki:pofi mio dire in che mo- do In nominali CICERONE (vedasi), PLINIO (vedasi),
tmctfo, cr VIRGILIO (vedasi) tra latini fcrittori ;cr tra greci Platone,
Arijhtile t De mojlbene, cr Efclme ideile cuifemplici parolctte fan-
noglìbuominidiquefta etàlc loro arti, cr fcicntiejn giujx, che dir lingua greca,
C latina par dire lingua di ulna, cr che la lingua volgare fa una lingua inhu*
man, prilli al tutto del difeorfo dcU 'intelletto ; for* fe non per altra
rdgione, faluo perche qucftunx da fanciulli, cr fina jhidio imperimi) ; oue a
quel* laltre con molta cura ciconuertiamo icome a lingue, lequali giudichiamo
più conuenirji con le doArine, che non fanno le parole della E «griffa, cr del
batte f* ino con ambidue tai facramentii la quale feioccaop* penione è fi
fiffanc gli animidc mortai, che molti fi fanno a credere, che a douere farfi
philofophi bxjti lo* rofapcrefriuere, cr leggere greco fenza più : non aU
tramente, chefe lo fòirito dì Ari] fatile, aguija difolkt* to in
cr&aUofieffe rmchiufo neWabhabeto di Grechiti con lui mfiemefuffc corretto
a entrar loro neWinteSct* tea fargli propbeti: onde molti n'ho già vedutiti
miei giorni fi arroganti,cbe priid in tutto d'ogni fdcnza,con fidundofi
folamentc neUacognition della lingua, bmm hauuto ardimento di por mano afuoi
libri, quelli a guifa de gli altri libri d'bumanità publicamtnie ponendo .
Dùque a colìoro il far uolgan le dottrine di Grecia par rebbe opra, perduta fi
per la indegniti della linguaicome per l'angujHa de' termini, dentro a quali
col fuo Ikguag gioè r'màiiufahtaha, uanaiflimando l'imprefa dello Jciuere, er
delparlare in maniera, ebe non [intendano, li iìudiofi di tuttol mondoMa quello
che non è fiato ue* duto da meìfpero douer uedere (quando che fia) chi no*
/ceni dopo mc&r 4 tempo t che le perfone certo piti dot' te t ma meno
ambitiofe delie brefenti, degneranno £ef* jer lodate nella lor patria, femy.
curar fi, che la Magna, c .diro fìrano paefe riticrifca i lor nomi ichefela
forma delle parole, onde i futuri pbibfopbi ragioneranno, er fermeranno delle
fetenze, farà commune alla plebe, tin* iellato, er il fentimento di quelle farà
proprio de gli a* autori, V jiudiofi delle dottrinerò quali hanno ricetto,
noiicUelinguefmanegUatiimidimcrtali.S c a ol.Gw sapparcccbiauamcffer
LafcariaUarijj>ojla,quando fo* prauenne brigata di gentillniomini, che ueniuano
a uifì* tarb, da quali fu interrotto [incominciato ragionamene toipercbc
faktati [un [altro con prameffa di tornare al* tra uoltajl Peretto,et io co lui
ci partimmo. Cojteg. Co fi bene mi difendere con [annidelmacftro Peretta
che DELLE UNCVt. "9 che l'I por mano alle uojire, farebbe
cofdfuperfbd per- ii <M cofa auegnd,cbe Hparkrt intorno a quefìamate rid
fulfe iiojìra profetane > nondimeno io mi contento, ée uì tacciate: ma del
foccorfo preftatcmi.partt dd Tdii tariti di coft degno philofophofdrte dette
rdgionUnte* dettelo ue ne muto immite grdtici&uiprometto, che perfinire
ilfdjìidio dello imparare a parlare con le Un gue de' morti; feguitando il
coniglio del maeflro Perei* tadorne fon nato.cofi uoglio iti uere Romam,parlar Ko
mano, 0-fcriutre Romano : V * uoì meffer L4Zaro, cornea perjona d'altro
parere,predico,che indarno tcn* tate di ridurre Mjuo lungo eftlio in
ltdlidktwjhra Un* gua Latina, cr dopo la totale réna di tei, fottcuM*
terraxhefc quando Jk comineidud a cadere,nonfu huo mojhefojlcnere ue la
poteffext chiuque atta rumasi pofe>aguifd di Polidamante fu oppreffodalpefoi
feoM, cUgìdce del tutto, rotta parimente dal principio et dal dal tempo; quale
Aéletd, o qual gigante potrà uantarft ii rQtmWne a me parere a uofbri fritti
riguardose ne uogliate far pruoua-xonftderando chel mètro jerme* re latino non
è altroché mandare ritogliendo per que» fì'auttore, cr per queUo,bora un nome,
bora un ucrbo, hard un'dduerbo della fu lingua: il che facendo,/e noi fperate
(quafmuouo Efculapio) che il porre mjir.ne
cotdikagmentipo^farldrifufcitdre^iu'mgamuU; non ui accorgendo, che nel cader ^
dififuperbo edificio, una parte diuenne poluerej? un'altrd dee effer rotta («
più pczzdt quali uolcre in uno ridurre, farebbe cofdim* paRibik Jenzd, 'he
molte fono dell'altre parti, k quii r ' ' ruiwfe timafè in fondo delmucchio, o
mudate daltempo,Hen fon trottate d'dkwno:onde minore,cy men ferma rifarete
lafabrica, ch'eUa non erida prima : cr uettendoui fatto di ridur lei alla fu*
prima grandezza ; mai non fa acro, (he «01 le ditte Inferma, che antkaincte
ledicrono que" fn'mi buoni architetti, quado mona la [abbicarono: anzi
oucfoleua effer la fala, farete le camere, cmfjnddrete le pori e, cr delle
jineftre di lei } que&a alta, quell'altra baffa nformarete: iuifode tutte,
£r intere rifugeranno tefue mmtglie, onde primieramente s'i&unwaua il pa*
lazzo:?? altronde dentro di lei con la luce del Sole alctt fiato di trijlo
uento entrerà, che fari inferma la flanzd, finalmente fari miracolo più, che
httmano prottadimen* fo il rifarla mai più cguale,o fintile a quetTantic^ejfen*
do mancata (idea, onde il mondo tolfe l'effempio di edì* ficatU . perche io ui
etnforto et lafciar ttmprefa dì uoler faruifmguUre dagli altri buominh
affaticandoti uana* mente fenz4prouolhro ì et 1 d'altrui. Lai. Perdonate*
migentdbuomo f uoinonponeSeben mentealle parole delmiomacftro
perettoUqualenonfolainentenon rie» faua,eome Mifdtc^i^&Mgr&^O'bxmmzifi
bt* puntava d'effere a farlo sforzato ; dtftdcrando macia, neUd quaUfenzA
l'aiuto di quelle lmgue,potef]e il popò* b }ludiare,& farft perfetto in
ogmjaenzaJa quale ope nione io non hudo, ne uitupero, perche quello nonpofa
fo,quejlo non uogUoìdico follmente non effere Hata hene intefa da uoimde la
deUberatione uoiìra non hauerk origine ne de£t4Utorità 3 nc delle ragioni del
maejiro Pe* retto :m àalm&ro appetita ì hqmlefeguite quanta
n'aggrada, che altrettanto iofaròdelmioiéhefcl «ag- gio, the io tenga, è
più lungo cr piti fatkofo del «oSroì ptraftenttar* non fjajluanoiO'd fine delk
magioni* ti a buona albergo fmo 3 quantimqic Sa no, mi condur* ù, B £ m, Mefier
LdZaro dice il uero,& u\ggiungù cbe'l Peretta in qucll'hota{comefime pare)
attuto del le UngueMuendo ricetto ali* phibfophk,et altre /imi li fetente.
Perche po\ìo,che uerafu kfua cpmonr.zT cofì bene poteffe pbilofopbareil
contadino, come il gen (fl/7«o»io,er il Lombardo, come il Romano; non è però
the in ogni lingua egualmente fi poJ?rf poetar eg? crare^ tonciofiacofa che fra
loro luna frn pia et meno dotata de gli orn ament i della profa, er del
uerfojbe taUra non è. ha cjualcofafu tra noi difputata da prima, fenZftjar
p< role deBe dottrinexT eome albera ui difìi,cofi uì dico di nuouoìche fe
uoglia ut urna mai di comporre o canzoni; c noueUe al modo uoiìro, cioè in
lingua, che fia diuerft dalla Thofca>ìd,etfenza unitateli Petrarca, o Boccac
tioyper duentura noi {irete buon cortigiano, ma. poeta,o oratore non mai. Onde
tmto diuoifi ragionerà,ej fare* te conofeiuto dal mondo, quanto k usta
uidurerà, ey no più ; < ociofta che la uofbra lingua RotiMiw hébk uerti tt
forili piutoBogratiofo, cheghriofo. Dialogo della rhetorica. Valerio, Brocdrio,
Soranzo. A l. Horrf mentre, che noi ridiamo,?? giuochiamo o Bro cardo Jl
Cardinale Don Her* cole col Friuli, e col Nauagc* ro,w cafa de lambafciador co
t armi, dieno effere a quejlion* dijputado fra loro detta nojìra
mrnortalìtkq-im forfè n'iettano, ej duole loro il nofbro tardare, perche a me
pare, cbcfenz* indugio niuuo noi andiamo a trouarlikqual cofajhieri diferainful
par tir fi da lorojagionduamo diàouer farext quello, fenoli penaltrofi atmeno t
percbe il soràio fludiofifìimo gioua ne,©" no bene ufo difoler perder te
fuegiornate,delfm iffer co noi coglier poffa alcun frtitto.w pur otwxt joU
l.tZZo.'B r o. Io ho openiane* cbeiefferprefente a loro dotti
ragionamenitfarebbe indarno per noixociofìa t cht «Ut nojbri fludij mal fi
confaccia k questo dijputata.per chepiutofìo configlierei,chefra tui,cofa
parlando, (he ti conuenga,fì comoartiffe qwcjta giornata* t /ìa la co/a, qtule
il Soranzo U eleggerai al cuiferuigio il prww di, che iol iQnabbi t di tutto
cuore moferfi, et offero hoggi, (ytuttauia. Val. Dite-id^ueo Sorarc?o,aò che ut
parcchemifacciamo, chelparer ucftro d'mbidue noi uotenticrifijeguarà. S o a.
Forfè accettando le uoihre offerte farò tenuto profontiwfo; ma a mio danno non
io fdrò. Quiftaremoje egli tdpidce, w a phdojopbi io fbc cular rimettendo,dcUa
ulta ciuile,nolha humana profef* fione,dìquaittodegnaretc di [duellarmi. Chiamo
uiuci* mìe nonfoUmcnte la bontà de cojlumi col morahnete o per ore, ma il
parlar beat a beneficio ddl'haucre., delle ferfoneg? deKbonore de mortali: Lt
qua! cofa perauentura è utrtu non mcn bella infe jlefi^omen gicucuole al li
bumankjJeUa prudenza, et detkgwfiitUi ma in m* siero difficile do poter
effer'apprefdst effercitata da noi tbenuUdpiu.lo ueramente quato ho di tempo,
cr dOnge gtìo uohntmi tutto dono dllo jìudio dell' eloquenzdMcbc faccio $arte
leggendo, parte fcriuende ; er quei precetti tdempicndo^he CICERONE (vedasi), ey
Quintiliano con meli* cu ra lìudivrono d'infegnore : eoa tutto ciò io non nc jò
nuU k ; nefo s'io fyerifaperncjcrm., rj legga quanto io mi troglker ciò è,
perciobe a me pare t cbe iprecettìdeSar te loro fono infittiti i e7$<$é
uolte (òche io m'inganno) f uno aSdkro fi contradice : io giudico, Cicerone
tfferc fitto oratore moka miglior, che Rbetore:fì come quel* b,cbe meglio
parla,chenon ci infogna a parlare . Oltr4 di quejlty, io fono in dubbio fe
Torte Oratoria deSd Un* pia Latina fi conuegno con Poltre lingue, jbetuimaitc
con la Tofcana,die noi uftamoboggià > nel quale io ho opinione che a
dilettare alcunmamnconico, mutando il Boccaccio gualche noueUéft pojfafcriuere
fenzdpm co fa ueramente ditterfa dalle tre guifh dicduje .; le quali da latini
fcrittori fola, cr generd!t materia deUd loro arte Rhetowa fi nominarono . Do
quejH adunque, rydaah* <C tri tdi dubij, che di continuo mi s'aggirano
neu"inte n etto t infm bor j. non ho trottato chi mi fuiluppi ; che di
miti, che io n'ho pregati più mite, a tale manca ilfapere, a U le il modo
dellinfcgnare : mi affai nefapcte,er d'ogni cofa da uoifapuU con bcUo, er
difereto ordine [lete ufo.* tidiragionare. percbe,hora, che uaipottte,io
ttiprego, che de precetti di cotale arte, quanto a uoi pare, che mi fu lecita
di conoscerne, liberamente mi [duelliate. V Ala Cerio egli è il nero quel che
uoi dite, cheli Khetorica è buoni parie di nojtra iuta cmU ; fenZA là quale
rimane mutola ogniutrtu : ma ella è cofa da ogni parte infini* t a, er è
difficile parimente il tronarui cofi il principio, come il fine, quindi
ddiuiene, che Cicerone in molti fuoi libri parlandone, mai non ne parla in un
modo : come e Adunque pojiibile che dWimproiafo in un giorno, tale& Unti
arte vii fu mojìrata da noi ì Bróc. Quejìo è cofi imponibile m lo dimanda il Stronzo,
ma alprc ferite tf una parte dì Uì, er fu la parte che uoi uorrete,
famìgliarmente parlando, è ben degno che'l campiacia* te. Vai. Io per me in
quanto poffo pronto fono d douerU piacere > dicale? chiede ciò che a lui
piace,ch'io ne ragioni. S o tL.Miodifiderio farebbe da principio face» doro/,
(fogni fua parte infmo afta fine mformareùkbe effere non potendo, ditejni
almeno una cofa, cioè,chefetf do ufficio decoratore il perfuader gliafcoUanti
dilef tando,infegnando,rj mouédo,ìn qual modo di quefìi tre, più conueneuole
affarte fua con maggior laude dife, re chi ad effetto il fua diftderio .Val.
Molte cofe in foche parole mi domandate; onde io comprendo j che piu fapete
dcSa Khctortca, che non ui atunza impararne. La quefiione è bellif?ima,aMa
quale non terminando* me dijputondo rifonderò. Voiopporecchiateuinonfo* Unente
od udire, ma a contradire : cr cefi ficài il Bro cardo, il cui parere nella
preferite materici perauentura farà diuerfo dal mio. B r oc. Senza altramente
poi* faruijl mio parere fi è, cbe'l diletto fta U uertu deKord* tione,onde ella
prende la bcttezzd,zr U forza d perfua* derechìl accolta : che poflo cafo che f
Oratore, quanto è in lui,habbia uirtu £mfcgnare,ct di mjiiere,infinitifon gli
accidenti, dalli quali impedito non può fornire a fuo ufficio. Ciò fono U
bruttezza del corpo fuc,U dijpropor tion della itoccj.i mala fama del fuo
cliente, h dtshonc fladclla confa, cr finalmente la (lanchezza de glt auditori,
li quali lungamente fiati attenti alle parole de gli auuerfarij,fchùà fono
daffofcoltare : fenza che il fuo nome altrui ad ira, a mifericordia, o ad altro
affit « to coUle, dee effere co/a non sforzala, ej per confeguente noiofa 5 ma
fornmamente piaceuole a quel cotale, cui egli muoue, ©" jojpmge . Segno
ueggiamo, che A precettori dell'arte non bafiando il darci tonofeereinge nerale
in qual modo lOratorria poffentt di comouere li noftri affètti idiflintamentc
quali fiata i coflumi de ighuani, uecebi nobili, itili, ricchi, c poueri cidi*
moftrano : itile nature de i quali con bell'arte tantedet* to lor motùmento
uomo cercando dtaccommodare . Dettinfegnare non parlo, che non ha il mondo la
mag* gior pena, che [imparare mal mtontieri.quefìojàoe grìwto, che fi morda,
fofferc fiato fanciullo, cr f>l* fb io,per quel ch'io prono al prefente mczo
vecchio Jì co me io fono ; che mai non odo il Koinojne leggo Bartolo, c Bili)
(il che faccio ognigiorno per compiacere a mio fière ) ch'io non bclìemmi gii
occhigli orecchilo ingcgno fflio,©" lo uitamia condannata innocentemente
afa ucr cofa imparare, che mi fio noia il faperhMdarm adu que iinfegnare,
0" dì moucr non dilettando ci fatichi uno i zi dilettando fenza
altro(quanta è la forza del com piactre)ftasno polenti di perfuader
gliafcoltantitripor tondo U difiato tintoria non per forzarne quali merito di
ragione, ma come gratta a noi fatta da gli afcoltanti, per quel diletto, che
nelle menti di quelli fuol partorire Torà* tione ben compojìd, ©" bea
recitata, E f ucr amete quella ì buono Oratore, il quale parlando £ alcuna cofa
princi palmcntcnon con U confa trattata, fi come fanno ì philo fophi,mo con
tarbìtrio^ol nuto&col piacere degli au* ditori,tenta,cr procura dì
convenire,qucUi allcttando in maniera, che altrettanto dì gioia rechi loro
loratione la otte eUamoue, ©" infegna, quanto fare ne la ueggiamo mentre
ci lo adorna per dilettare . er queSio è quanto mi par di dire nella prefente
materia . Val. No» pen* pie dtcofi tatto ifbedirui dalla imprefa già
cominciata, the le ragwtJJ,efw ci adducete, quelle meglio non diflm* guendo,
nonfonbajlattti di farne credere fopenicne prò polla, adunque egliè meflicri
che in qnefla confa medefì* ma argomentiate altramente :ilche fatto, perche al
So* rmzopienainentefcÀisfocciatejpmmimfacédouitCoa bello ordine mofhrarete in
che modo, er per qual uia prò udendo coté uicà del dilettar gli afcoltanti
poffa acquifiarft f orario)» uotgare : che a tal fineife io non ntingaa mìgli
udimmo fjre kfm dimanda. Broc, Molte fon le ragioni, per le quali fi può
Koftrar chiarantnteipet fetto Oratorcdilettandopiu che tnfcgnxndo,omouenda ti
fttóttfficio adempire: te quai ragioni, {Indiando dejfet brieue,perche a uoi
pia tojlo il douer dire uemffe,dc(ibt rai di tacere s ma fé mi o Scròto,
cotanto difiderate (fòt lèderle, er ciò ut pare che molto bene al fatto uojiro
per Ugna io che ne parlo per cMpiaccrtà aclentieri incornili darò i quindi ti
principio prendendo j che la Rhetoriat non è étro,cbe un gentile artificio
d'acconciar bene, et leggiadramente quelle parole, onde noi buominifignifi*
marno Um (altro i concetti de nofìri cuori. Diremo adu que, che le parole
nafeono al mondo dalla bocca del noi* goderne i colori dulie herbe ì ma il
Grammatico <fWf Orator famigliare t quafi fante di dipintore,queBa decada* Cr
polifcctonde il macjlro della Khetorka dipingendo U ucritiyparlit er ori a fuo
modo. Che cofi come col pendei 10 materiale t uolti, er i corpi delle
perfonefa dipingere 11 dipintore la natura imitando, che cefi fatti ne
generò s cofi k lingua decoratore con lo flilc delle parole bora in Senato,
bora ingiudkio, bora al uotgo parlando, ci ritragge la ueritÀ ila quale proprio
obietto delle dottrine fyecuUtiuejwn altroue che nelle fcboleg? tra pbilo*
fophi corniciando ; finalmente dopo alcun tempo d grufi pena con molto fludio
impariamo .Ut è il nero, che coji come a ben dipingere Ut mia effgie,è afpti il
ueder>ni,fn Za Altramente hauer contezza de miei coltumi, o lunga* «ente con
effo meco domfkarf: » dipingendo l'artefice DIALOGO miffabra cofa di
me.faluo U ejhrema mixfuperficie,nota agli occhi di ciafcheduno j fmitmcnte a
bene orare in o* giù materia ball<i ti conofecre un certo no /o che detta
tic ritk che di continuo ci jia innanzi fi come cofa, ti quale ne i nofìri
aitimi naturalmét e difaperk itftderofi, fin di principio uoik imprimer
Domenedio, Può bene effere, tyfbefic uolte adiiuenc che la ignoranti* del uutgo
f 0« rotore afcoltando,colga in f cambio cotale effigie dipinta, lei ifìimando
U uerità ; non altr umente per anenturd>chc l'idolatra plebeioje dipinture^-
le 0atttc,nojkc buma* ne operationi s f accia fuo Dio, er come Dio le
riuerifed* Può anche ejfere che Foratore ori a fine d'ingannar le. perfonerfando
loro ad intendere, che'lfuo diffegm fìa il uero,non del nero ftmilitudìne ;
nclquat cafo quello coM lejnon ofìante il fuo ingegno merauigtivfo,
meritarebbe, che fi sbandiffe del mondo itydift fatti oratori fi deono intender
le parole di chi biafima la Khetorka ; cioè colo ro che ad altro fine la
effercùancyhe tindulìria ciuile no U fermò. La qual cofi no pur a lci,ma a
qualunque altra più honoreuole,et utile arte è tra noi,facilmente intrauit
ne.Uora al propofito ritornado, certo per le cofe già det te, in qualche parte
no fìa difficile il giudicare la queflian coiiiweiittJ, percioebe Cinfegnare,
il quale è jtrada alla uerità propriamente parlandolo è cofa da Oratore; piti
tofto è opra diUe dottrine fpectdatitte; le quali fono fden Ze non di parole, mi
di cofe, parte dìuine, parte prò* dotte dadi natura . Kelìa adunque che noi
tteg giamo quale ufficio f ìa più proprio deli" Oratore trai ddstta* re,
zi d mouere, fi mamme, che innanzi tratto; un COROLARIO inferiamo ; cioè,
conciofia cofi chel perfetta Oratore tuie fappia,qual parli ; e quale in fegna
tale imm par affé i troppo ora chi ha opinione cbe'lfuo intelletto^ che non fa
nidla 3 fìa uno armarlo d'ogni fetenza : non per Unto fempremai in ogni età
rari furono non pur li buoni ma i mediocri Oratori ; ertili nofìri fono ronfimi
ino gm lingua ; fi è coft diffìcile non follmente il faper bene U miti, ma ii
pxrcr difaperk, Hor di quejìo non più i er aUe l te del diletto, et del
mouimento conferiate che io ini riuolga . Certo,nattfrabnente parlando,ogni
dilettofièiHomnentojna. in contrario, fiando ne itcrmini di quella arte, ogni
Oratorio mouimento è diletto; concio», fu cofi che'l perfetto Oratore muoue
altrui non per fcr za, er con uìoknx.4, in quel modo che noi mouiamo le cofe
graia aRinju, o k leggieri a!? ingiù ;md fempremai muoue ha cotifome
affindination del fm affetto : U* <jiol cofa non può effer, che non glifia
altra modo pù* ce«oJr,cr giowfi molto i ne ad altro fine ( fi come dian* Xt io
diceua)da maefhideUa Khetonca fono dijìinte. «•mutamente le dijhofitioni degli
ascoltasti : i cui affet» ti col mutamento della fortuna, rj degli anni fono u*
fati di ttarùrfi ifalxo, accioebe tomfeenda il buon». Oratore otte pieghino k
pacioni de petti lpro,iui col ut* gore delle parole (indie, ©" f enti dì
ritirarli. Et per «r (o,fèl mouimento rhetorico fuffe Saltra maniera } ogni
mgenua perfona come sforzata, ty tiranneggiata dall’Oratore mortalmente
Codiarebbe : ne pofp credere che ninna Kepublica, bene o male ordin.it*, fol che
tJU tmajfe U l/bcrtà, comporujje 4 fuoì cittadini befferei* SI 4 Urft in
una arte; con k quale non porgli equaU,m i mi gijbr-ttiiZr le leggi loro di
dominar stttgegniffro . Re* jta a dirut in qttal inoliti diletti tal mcwmai ù,
er onde uegm cfje*/ diletto che ne gli afitti dcUbuomo partorii fcc
i'orotiùne,fia muramento appellato: che tutto che co* taitofe paiono alquanto
più pkfcefoWie . ck orione, tttttauia egli è hello ilfaperlt; miggiormenle Se
alla ma tem di che partiamo, grandemente fon pt t'inaiti . Mi deUa prima
brievemente miefbedirò : Che fi come i^di* pintore, or il poeta t dite artefici
il? Oratore fmbùnti, per diletto di noi fanno tterfì, er imagim di diuerfe mi*
nieraquali hombili,quai pkceuolì,qtat dolenti^ qud liete *po/i i't buono
Oratore nm folamente con le [accie, con gli ornamentici co numeri, ma ad ira,
ad odio or ai inuidia mentendo, fuol dilettar gli afcoltanti . lo ucramen te mai
non leggo in Virgilio k tragedia di ElijajVìo no pianga con effofeco ilftto
mah;non per tanto eonfideran io con che gentile artificio ci dipingefp il poeta
l'amor fuo,et k morte fua : cofì uinto, come io mi trotto d.dli pie tà,non
pofio itero che fomm&ìientc allegrarmi ita qual cofa non dee parer
merauiglia a chi per troppa aUegrez ti alcuni uolti fu cofbrctto di lagrimare .
E ti uero che una tallettione è polènte di più, or meno commettermi, fecondo
che et più t er meno fon dijhojh a compaflione t ma in ogniguifa più mi è
agrado il lagrùnnr con virgi* Ito, die non è Under con klartkle : Md tornando
oSl* rottone,ame pare che in quel modo 3 cheti trafitto dalli l 'aranti pudendo
il fuono coniteniente alfuo morfoji le* uifufo i er filta tanto fin che fbwmor
perturbato fi rifolitc in [udore er qaafi marefenzà onda queto flafii nr! Iwcgo
jtto ;/MHfciiefiff><UJc parole d'uno Oratore eceet* lòtte ntoffo udirà
alcuno buono «r(icondo,nonfenz<t mal to piacere sfoga il cédo f cbe k
complelìione naturale, o altro tirano accidente gli tiene accefo nell'animo ;
il quat piacere.perciocbe nafee da cofa per fe medefxma óifpk* ceuole,et noiofa
moltOtcbc non diletta,fe non per queU4 conformiti eb'è tra lci,ty l'affetto
deWafcoltanteila quaì cofa mafie PbikRrato effóndo Re detta fm giornata i «
comandare a ciimpagni, che di cokrojcuiamorimiferé méte fìn'mmojfi
ragionaffe)perb è ben fatto ebe proprii mente park ndo,taipmere non diletto, nw
mournié to ft& nomiìuto'a cuinatura odioft.acciocbe a litigo andàe non « fi
(àcckfentire i ty altrotanto per feci annoienti* to dinar zi nel conformar fi
aWaffctto nedtkttaua(concia fia coft che corta fìa k concordia delle cofe non
buone ) pere uolferoiKbetorkbe l'oratore bricuemente,^- in pothe parole fe ne
doueffe efpedòrt.Mtnel nero il diletto di l mouimento è coni un rifo nato
innoinondi uerà atte* fktIBtijm di foUetìco ; il quale continuato da noi final»
mente in doglia,cr foafmo fi conuerte . Md le facetie » ì motti,kfcntemie,k
figurej colori,k elettione, il nume» rorfilfitodcUeparole ; l'ufeer fuord
delkmateria, et al quanto,a guifa d'buomo di fokxzo difiderofo,per logkr dino
dell'altre cofe uicinegir uagando con l'inteHcttofo* no cofe tutte quante per
far natura fommamente pìaeeuo li i nelle quali di continuo non altramente fuol
compiacer fi k nofkd mentCiChe degli odori,de fuoni, er de colorì materiali fi
dilettino ì fentimenti del corpo. V a l. Fera tutetà tnatetà m poco o
Brocardo, mentre ancora ( benché di kmge ) noi feorgiamo l 'entrata del
cominciato ragiona" mento,z? innanzi che la dolcezza deldtlettog? del max
fttmento tratto ultracorte più altra yio at flagrate d'in- dire eiòy che ante
pare di poter dire con uertta de gli *f* fettig? de movimenti di quelli: perciò
cheto ho per fera ino, che f Oratore principalmente habbkatra non di co movere,
ma £ acquetar le procelle, che neUe parti pia bajfe de nofbri animi, Ora,
fottìo, er la màdia (uenti contrari] al fereno deJkragionc ) fono ufatidi
coautore; 0- ciò può far l Oratore non folamente nel fine, ma mi principio del
fio fermane jnutando foratone, chefe Cefare nel Senato a [onore de' congiuntati
prigioni. E k il Vero the quello iiìeffo Oratore che ha uirt* di rafferend re,
può turbare i fentimeni: ma chi ciò face,o è perfom vittima, che male adopera
lo [uà fetenza > quafi medico, che auelena gl'infermi ; o è di farlo
corrette, fendo coft mbojjibilt il torre altrui fèdamente dallo ejlremodel* f
oiioit? nel mezo della ragiaue riporlo, fenza alquanto fargli jentire
dell'altro efìremo contrario, La qual cofé auegnadio che ver afta, non per
tanto, uolgarmente par landò, fìamoufai Udire efjer proprio deU" Oratore
ìt cominoiter gii jifeta, fecondo il qual modo di faueUare fece il Soranzoùfua
dimanda :percìocbe il mouimento èautÀgaripmnoto,a'pareopradimagporforzache la
quiete mnè: fenza che la maggior parte de gii Or j* tori orano apnc non
d'acquetare, ma di commouere gli af cattanti. Io iter amen te per una terza
ragione, ho api mone, che ali Oratore {hu portegna d commouere, che
tacqm^ tacqttetare iconcioftacofacbe iartefua non fokmente
turbando(ilche è noto per fe medeftmo ) m componete dogUaffettì t queUimmua
> a'fofp'tngaìche grandifiima noientu deeefferqueUa decoratore ne nofhri
animi» qtulbora a benfare ne perlmde,cofaoprandù con le p4 role in unahor^che
inmolti anni utrtuofanentc uiuen* do,a gran penartele acquijiarfi il pbtiafopho
. Hor ne* dete hoggimaific k R betono* è atte comeniente atta ci ittita della
uita,cr aUa public* libertà) cr fe ilcommottcr gli affètti è operatione piti,
ometto aU 'Oratore bonore* itole de$infegnare,w del dilettare, Eroc. Certo fe
il mouimento oratorio fuffe tale, er ft fatto,quale dianzi il
defcr'iMuatejmakfecel Ariopago a divietarlo agli Athenkfi i maio non uedoebe
egli fiatale, confideranno the Foratore nel trattar de gli affitti, ponga mente
pili tofio aUa etagj atta fortuna che ciperturba,òealkr4 gione,cuifola tocca di
temperarne . Ma pojìo cèfo che eofi }ìa, come mi dite, io ho per fermo, che
cofi come per le ragioni già dette concludemmoicbc la dottrina del foratore a
gli afcoltanti infegnata non è (denta di ueri td.nw opinione, cr di nero
Jhntlitudwe,fmelcmentc k quiete dcfeiitimeiiti,che negli animi bumani fuolgene
rarela Grattane none umii,ma dipintura delia, uirtu: eonciofia cofa che U uirtù
è un buono babito di cofiunù, ilqualencn con parole in ijlantejnu con
penfieri,or con opre a lungo andare ci guadagmmo . Wrf accioche non creggute
che U buona arte Rhe* torica di tutte Urti reinajia una eerta buffonariadd far
ridere t benché egli tibabbhdi queUi chealk cucina cimi la^imigliarono) noi
douete fapere, che dd numero dcu"arti,altre fono piaceuolij^ altre utili :
quelle fono le utili, le quali communementc nominiamo mecanke: delle piaceuolt
parte Im uiriù di dilettar l'animo, parte il cor» po delle perfonew parlando
più chiaramente pjrte il feti fojparte la mente fuol dilettare. La dipintura,et
la rnufì* Citigli occhiagli orecchi'; gli unguentari},il j;<j/ó i! cww co,
li gujìo j er la Jiufa ccn la temperanza del c.ddo Ino, tutto l corpo con
magHìerio piaceuolc,fono tifali di con* fortareittu te artiche Ciiìtdletto
dlcitano,qvMtù al prò pofito fi conuiene,fono due ; cioè rhetorica cr Voefta:
le quali, muegnadio che altramente che per gli orecchi paffando, non peruegnano
aU\ntelletto, nondimeno perciò fono da effer dette intctkttudi, che elle fono
arti deU le parole, ijkometi deltinteuettoi con li quali figmfìchia tao lun
tauro ciò che intende U nojira mente. Certo del la «o£rc,cr de fuoni è la
mufìca, con la quale annoucrando igrauijzr gli acuti } quegli in manier4
tempriamole diuerfì ( fs come fono ) jì congìungono infieme a generar
thartnoniaxhe non pur noijma moki bruti animali muo* «c,CT diletta
mirabilmente; ma la Rbeloricajy la pot* fia fono artifici] delle noci de gli
huomini, nocome gratti C7 acute t ma propriamente come parole, cioè in quanto
elle fonfegni delTinteUetto, quelle accordando fi fatta' mente, che ne nefea.
una confonantia, U quale, metaphoriamente parlandola primi rhetori al numero
mufteo dflimighandola, numero anch'effa fu nominata: fcnxA d qital numero,non è
oratione la erottone; er col qml nu* imo ogni mlgarttet inerudite ragionamento
più hauer nome ioratìone. Ma quello è punto ì che aben uolcrlo
mm0are(conciofucbe in Mfolo,quaf in contro /ir* mifiimo, è fondato il dìfcorfo
di tutu Urte oratori* ) c mefòeri che un'altra nolta per altrajìrada noi ci
faccia tuo da capo,conftderando che tutto ì corpo detta eloquen tia quanto
egliè grande, non è altro che cinque membra, CT non piu,cìoè parlando
latinamente jnttentione,difj>o* fttione, elocutione, attiene, CT memoria .
Infra le quali, finta alcun dubbio la ebcutioneè la prima parte, quafì fuo
cuora effe anima la chiamafihnon crederei di mentire: dalla quale, non
chealtrojl nome proprio della eh* quentìa, comeuiuodauitauien deriuando . Et
per certa la muentioncjty dift>ofttione,fono parti che alle cofe per tengono
: le quS ritrattate nelle feienze uà ordinando U erottone } ma la terza, per
quel chefuona il uocabob,i propria parte delle parole, le quali non à cafo, ma
eoa giudicio eleggiamo,*? dette leghiamo. Adunque aiate* gna che la elocutionc
fia un terzo membro della chqitett tia, iiuerfomolto da primi duci nondimeno
ella è fuo membro fj principale, che netta ifleffa elocutione nuoti*
inuentìone, et dijpofitionc oratoria ut fi poffono annouerare. etctoè, perciochenon
ciafehedma elocutione è or* toru,anxi in ogni linguaggio «vite fon k
paroltjequali ttilitroppa,o uabgari,o afbre,o uecch'te, umciuile per* fona
mninfmtofi in gtudicio, m con gli amici, cr co' famigliari parlandoci
guarderebbe di proferire: etguar derebbeft fxcèntnte fenxA arte adoperare, foi
che un tempo dèh fu uiti con gentili^ difereii kuomwifuffe ufato di conuerfaram
le parole gUruromte dfikhcbia fe,& fotmtijporreinftemeycr otte prima ddfe
mdefime <tUc cofe fignifkite faccomodawtno, hor trifefìeffe gli decenti
loro,cr le loro fiUibe inmuerandoyidmark è «-ti/few: it quale folo,o primo fa
Orator lOrat ore. Et ttenmente,fc quello è nero che io trono fcritto né"
Rbeto ri, ftmtentione,cr dijba fittone (fette co/e effere opri più toflo di
prudenti, cr accorti huomini, che di eloquenti Oratori Job il [ito Me parole è
tutta Ixrte Oratoria: onde tutu è k quejìione del dilettare, del mettere, cr
AcU'infegnire . Che, come il mcttere,& Sdegnare fono frutti cCinuentione,
le cui parti fon proemio^arrattone, diuifione, eonfìmationc, confutinone, cr
epilogo; cofi il diletto fi dee dire opra deUi Oratoria elocutione. "gorfe
io u annoio mentre con le parole ualgari, k Ixtine, CT le greche uà
mcfcolxndogr contri quello ch'io ui di* teua pur dianzi > non difecrnendo
frale parole come io U trotto coft le ammaffo, cr confondo. Ma che poffo iot
cèrto qucjti è colpi de nofki padri Tbofcamjt quali fion curando k cofe grani,
che aUedottrmepertengono, follmente deUeamorofe con nouellettt, cr con rime fi
dettarono dt parkreiben u y hi di quelli che fumo arditi in tentar le fetenze^
pochi fono,crfeit&t fama ; CT fi anticbiycbel ngionarne co' uocaboli loro,
per la loro UtcchiaXi, uta più jirani che i Latini non fono, fareb* he opri
perduta . Io uermente qualunque wua in uece ài njtrationcii amftrmdtme.cr di
confutarne, diui* [mento, confirmamento, cr dif ermamente dicefii, me tnedefìmo
tra gli intrichi di total nomi facilmente rauol perei m marna* ebe in qudparte
Sortitone fidjc intra. topcr to per ragionarne, potrebbe effcrcbe io r,d
fcorclifii . F, v adunque mn mule iìrkorrere a forrejìicri, le cuiuoci
intendiamo, che a mftrani che non i'mtcnàano,imàando i Latmìi quatt dd padri
Grechi le dottrine,?? le parole prendendo, ferono lor priuitegio di poter tffer
Ro>w« ne cornetti in lor feruigio le adoperarono .Val. Infitto a qui uoi non
ufajle parola, che alcun uolgare a fiottandola fe ne douefa merauigUd re: ; ma
procedendo pinoltrit uoi incaperete in concetti che ragionandone, a volere
efiere intefo, uifid meflieri di proueder di «dei* toh, che a gli orecchi di
Italia fi confacciano un poco meglio, che t Latini non fanno, B k o c.
Ragionando con efio uoi netti prefente materia, la cui mente di gran lunga
lentie parole preuiene, non ho paura di doucr dire ucabolo che peregrino to
ejitjlimiaie . Val. kvxgnadio che delta arte oratoria tra mi pochi, et con
jtiUrimofio molto (quale* camera fi conmene > habbiate tolto a parlare:
nientedimeno io tri configlio, che cenquetTammo, er in epteimodonefautUiate,
che mifartpejeinprefentia di motti cofi dotti, comeigno untine ragionafte;
laqualcofa perauentura auerrà t perciochtl Soranxo Mgentifiimo gnardatort de
ho* fhi detti, quelli in uno raccoglier k, CT raevUì, non pò* irà fare che moki
just amici diftderofi di novità, non ne faccia partecipi .So% Certo m fui
partir di Vincgia mio germano mefier eteronimo grettamente mi comandò, che
mentre io \\efiiin Kotogna, d'ogni cofa^he h giudicaci notabile, ne lo donefit
auifare, er botte fot* to infttìhmspenfate qutUhe io fatò permmvdicoft DIALOGO
tmbit r<tgtonmento:dopol qua^permio gtudkb, um* ito ì
Papi,ctgflmpcrddorì.B boc. Ben conofeo meffar Gieronimo, atk prefenza dd quale
ne paroline oprc,fe non elette jion fon degne diperuenire . Ma noi Soranzp
foche fare ilpotrejle) farcjìe bene, detto che io xrihébk mia opinione,queUa
jlelfa con altro jìilc di feri uere,che non V udite dame; che una coft è il
pastore prk «diamente,?? dà omico,fi come io fdfeio con ttcixt altro, i lor
fmuere altrui d perpetudmemork de paffati ragio- namenti .r?ncl aero,fcciò
hauefii penfato *thor, the fejle li qucjìione.Q io taceua del tatto, o cofì
tojio non r| fbondetm cbelcpdrote>a' le cofeche a cotale arteper' tengono,*?
foprd tutto il porle inficine, con heUo or« ime ckfcheduna afuo luogo
dijliutamctc efbticareèfat tura di motti giorni, non d'unbora, o diàicsna rio
errai neWmcomnciare, forfè net perfegwe tiimaidarò, Se otte io pen fitte
hoggidiaìqnanto ufctndo detta mteritt di tutta l'arte oratoria (che ch'io
nefappk) Ifaermcnte- parkruiiadoprando quelle parolesou le quali tw Latini
frittali '.ftitdki d'imparark i bora alcune poche cofette^ che al fitto
mffroccwengonojwieucmente percorrerò: coft ài un tratto pagarò il debito del
dmer dirui mia opi Bi«te,et ddftQgli dth)e parole latine, nelle opali d lungo
Mudare il parlamento fi ramperebbcbelkmcnte miguar dirómpili faggio nocchiero
di me kfeiando k cura di do utrfarefi perigliofa «àggio, nùque al prcpofito
ritorni do,bécbe diati ftcÓdo i rhctorijo ui dicefU £mfegnarc,e U mauere effer
due opre d'muentione conciofiacofa che
quoto motte il proemio,®- [epilogavamo infegtia la tur rottone,
ratione,et cottftrmatione ; nondimeno mutando in meglio mi* openione,cr cofa a
coft proportionando j a me pare di douer direbbe impegnare propriamente alia
dijj>oft* tiene portegna ; tome in contrario k confufion delle cofe ci
partorifee ignoranti, Adunque [empremai col mo lamento la àutentione, et con k
dijfccfitione Cuifegnare > dm il dilettoci che parliamo, con lafua madre
clocutio* ne,forma,',a' aita dell'eloquenza, meritamente accampi gnarerao.
Quindi pacando alle treguife di caufe dall'O rotore confìderatcg? a tre jìiU
ucnendo,cioè che tre mo di di dbrejuna aU "altro con mijura agguagliatilo,
io li con giungo in maitiera,cbe la ciufa giudicale, cui è proprio la grattiti
dello jlilc,al mouuncntow inucntvmeJa deli beratiua coljuo }Ul bajfo,&
minuto alla dtfbofitìonc, cr aUo infegnarcuuimamente la caufa dimojiratiua
medio* cremente trattata.aUa elocutione,et al diktto,dirittamctt ttfta ribadente.
Le quai cofe m cotal modo difpoéìe,pro cedendo più oltra facilmente fi può
concludere, che cofì come tra le parti d oratìone la elocutione è la prima, CT
k caufa dimojiratiua è k più nobiie,ct più capace d'opti ornamento, che d'altre
ducnonfono&glifìili del dtre, l'I più perlettto,zx più uirtuofo è il
medmera ilquale non è auarojx prodigo,ma liberale wn fuperbo,ne abietto, ma
altero, non audace, ne piiftUxiìimo, ma ualorofo; non kfciuojte (lupido, ina
temperato,coful diletto oratorio al mouimento, ey affmfegnare è ben degno, che
fi pre* ponga . Però ueggiamo non fempre mauere,o magnar Voratore > ben
quello ijleffo per ogni parte ioratione, in ogni cauja con parole
elegàttjiudiarc di dilettarne: dqtu K le te non contento del diletto delle parole, per
raddoppiar* ne il piacere*? compitamente addolcirne,r icone ai ge* flo^dff
'attiene detoratione condimento, cr mele, er Zucchero foauifiimo degli orecchi,
et degli occhi nojìri, X)aQaqu<tleattione,perqueliagratia,cbe è in ki.dcpen
de in gwi/rf la uertù deli'oratu ne, che ella è nuUajcn* %ieffa;la quale
fentenza da Dcmojlhene data, E/cIn* lìt fuo auuerfmo poco appreffo con
bcllaproua ci con' fermò i mentre leggendo a KhodianiU oratione di De*
tnojlhene, marauigliandofi gli afeoitanti, bebbe a dire Ueramente m^rauigliofa
effere Hata la oratione, effoDe tnojlhme recitandola iquafi dire
mlejle,Cattentioncdel recitatore potere feentare,cr accrescer forza aU'oratio*
tic j er in maniera da fe mcdeflma tramutarla che non pa rejjè pia d'ejfa. Val.
inu jrc&cfori/ Soranzo eonfentd^ cbedikttattdopiu, che infegnando,
omoitcndopcrfuadd la oratione,egli difetta d'intendere con quat ragioni con tra
la mente di Cicerone gli protiarcfe, che la caufa de* mofìrattua fiapiu nobile
dell'altre due,0-che defliliil migliore fia il mediocre : ef per certo da due
colali pre* ìmffe più tojfofalfe,che dubbiofe^alanetcfipuo decide re U queflion
dijbutota. ErOc. Qui dfbcttaud,che inter rompere le mie parole ì fendo
certo,chcctò io difii dcUd tanfi dmoflratiua, cr delio Me mediocre Subitamente
rifìiitarejle.Peròfxppidte,ct)dppìalo anche il Soranzo» che ragionata di cotai
cofe con mufemplice narrattone, cr fenza dkmodrgomentojvbebbiinanimodich'giun*
gere infime ì tre jhU,te tre caufe, er i tre modi del per* imicretCW k tre fwM
d'erottone m maniera che atta in ucn l^O ucntione il mouimentonelkcdufa
giuàicìak t conlo jUl graie principalmente correfpondelfe : ma éU dtfeofuio ne
Fmfegnare,tiella caufa, deliberatila con lo /iti baffo:ul tintamente ti diletto
ali a docutioue, nettd caufa demojìra tiut con lo Ihlc metano propriamente fmferiffe
Al qud* le ordine da tutti i Rbetori cofi greci,come latini, effere flato
offriuto,cbi le loro opre riguarda, fidimele giudi cari laqual cofafe eofi
è(cbe certamente è cofi)uoi me de fimi per una ijleffa ragione argomentando k
oratoria. tlocutione,con tutta quanta la fchierd fua, alle altre due
partid'oraticne con le loro ordinate debitamente prepo nercte;cbs no è honejlo
ilbncn col ti ijlo agguagliarexia. il tuono al buono,etal migliorejl miglior
fliie,fwfe-,c<t« fdyCt per Jual ione, co rdgtoneuolmtfura dee pareggiai, M a
de (itli poco appreffo perauctura ragionaremoye del diletto fi èfauellato a
bajlàza. Dunque alle caufe ucnen* 4o>come io dilUjtoji ridico di nuouo, che
la caufa demo* fìratiudè laputborreuole, la più perfetta, la più difficì
le&finahnente la più oratoria,che tutina deU'dltrc due: la qual cofa mentre
io tento di dimofirarui, io iti prega, che non guardando alh fama de gli
faritlori detta Kheto rka, poniate mente atta uerka : la quale da ragione aiti*
tataro mi apparecchio di palcfarui. Perciò che altra co* fa è il parlar di
quejla arte, le ucne fue, ifuoi membri » l'offa, i ncrui, er la carne fud
dnnoaerdndo, partendo: la quA guifd d'anatomia, hi infegmtndo con Itrd* gioii!
operiamo ; cr altra cofa è il parlare oratoriamen* te al uolgo, àgiudteio, d
Senatori, <fteìUaUettando,cr mouendo iti che non faccio ai prefente orje una
uol* Ri U U(che Dio noi uogtkyjl farò : quando t ubìdiendo,a mio padre,
la «o«,er il fìtto, che ei mi donò penderò a litiganti. Hot di quefio non più,
et al propoftto ritorniamo. Io ucrmentc le tre caufe oratorie per li lor fini,
per Ufo ro ufficij,et per te loro materie 3 con diligenza confiderai dojia
pojfo akro,ée credere, che la cattfa dimofkatm fta infra tutta la principdled
cui fine è koncflà; U cui ma teria è uertù^cr il cui ufficio è il dilettar
intelletto, ®- di ien fare ammonirlo. Quindi nacque il coflunte nella republica
ateniese, publicamente ognanno queicittadi* ni lodare,iquali fortemente per la
br patria combattei dojfuffero flati ammazzati. La quale annua aratiom (fe A
Vintone crediamo}lodando i morti,® le uertti lorojut to in un tempo le madrij
padri,® le mogli confolaua he nignamente 5 ma ifrate&j figliuoli,®- i
«ipoteche doppo lor rimaneuano, a douer quelli imitare, ®- farfì loro fintili
mirabilmente accendeua . Adunque non indarno fo ìeua dir CiceroneCICERONE
(vedasi), ninna guisa d'or ottone potere efferne più ornila nel dire,ne più
utile alle Kep.di quefia una,di mojìr attua : i cui precetti bornio uertu non
folamente di farne buoni oratori,ma a douer uiuere honejìamente con bella arte
ne efortano ; il che di queUìdeUaltre due non amene ; con effe qudifpeffe fiate
guerre mgiuBe perfm demo, er uendieando le nofìre ingiuricjhor gliimtocenti
offendiamo, bor difendiamo i nocenti.Confufamente peruuentura più, che io non
debbio, uà comparando fra loro le tre caufe oratorie ; il che faccio, perche io
difidt* ro divedimene, ®-adar luoco al Valerio^he s'appre flaper contradire: mi
ambiiue col uojìro ingegno il mio difetto adempiendoci parte in parte k mie
parole d$in guerete. Adunque,feguitando il ragionmnento t etfra me jìeffo
confìderando ciò, che dianzi dicem deltoration di Demollkene, fomm<mentc
daWattion dependente Jbofer minima openione,cbe nelle caufe deliberatine, cr
guidi* cidi molto più opri la natura decoratore, cr della mate rid,cbe non
ftttarte oratoria, il cetraria è della caufa di* mojhratiud,neUd quale
kggendo,non è men bella U ora» tione, che recitando iperò ueggiamo mediocri
Oratori bene informiti delle ciudi materie, cr aiutati dattattio* ne, tj dalla
memoriajn Senato^ er in giudiciofoler par htre affai bene : che in té cafi
dalle cofe trattate nafeono in noi le parole ; le qualiconcordate con li
concetti deffa nimo, ne riejce queUa barmonia, che fa 3upir chi l'afols td.Verk
qual cofa molte fiate ne comandano i Kbctori, che non curado della uaghezza
delle parole efqmftte, ad alcune altre non coft beUe,ma proprie molto» cr di
gran forza neWefplìcare i concetti,uolgarmente parlando, ci debbiamo appigliare
: ma nella caufa dimoflratiua è ine* flierinon foLonente di concordare le
parole a i concetti^ ma quelle fcielte,ey dette fi fattamente ddunare, chepa*
re a pare t tyfmile a fimik con belld arte fi referifed :& quelle ijìefji parole
bor raddoppiare, er replicarle pia mite jhora a contrari) eògiungerlc ;
imitando la projpet tùia de depintori,iquali molte fiate il negro al bianco oc*
compignano,a fme,che più beUa&r più alta, et più ilhi* (Ire cifimojbri
lafua bianchezza- Le quai cofe,tutte qua* te fono puro artificio, ma in mdniera
difficile, che dWitnprouifo poter lodare, o uituperare eloquentemente, farette
opra miracolosa. E il uero che nell'altre due cdU f edema uolta tutta betta, er
tutti ornata ua emulando U oratione ; cioè a dire negli epiloghi, V ne proemij
i il quali proemij ; benché primi fi proferivano, nondimeno ft come co/c più
oratorie,et di «tàggìor magiflerio, gli ut timi fono > che fi compongono :
cr li quali CICERONE (vedasi), padre, cr principe degli ebquéù douédo orda rc, di
parolai» parola bnparaua^ 4 memoria gli fi man dalia. Adunque può bene
efjer,cbe le due guife, Senato* riae giudicale ftano agli fotimmi pi»
neceffarie di que* &a terza demo\bratiua;et che da loroifi come prime che
fi trattarono ) Thiftd, Corace, o altro antico Qra ore l'arte Rbetorica
i'infegnaffe di generare ima lepiuuot te quel, ch'è ultimo per origine,àuenta
primo in perfet* rione j fempremai neUbumxne oper adoni, iui è »wggior
l'artificio, oueil bìfogno è minore : eonciofiacofa, che nei bifognila nojlra
madre Naturaper fe fola, da niund arte aiutata è tenuta diprouederne. Naturalmente
con le xmpe, O* «> danti pugna t Orfeo" fi L ione ; et U damma con U
preSexx.* del cor/o /ho fifotragge aU fmgittrié. F<* ilfuo nido la Kondine ;
nj la Ragna teffendo fi pr xura di nutricar ji una noi buominicrea'ure
ciuilicontaiutodeUe parole, mefU cfegnideU'inteUet* to, con gli amici dell'
auenir configliamo ; a" raffrenai* dole mani delTìrdccndia minijìre,hor
dar.entcid noi prefenti ci difendiamo ;hor quelli tfìejii offendiamo. Poco
adunque miai caft ci puoinfegnar l'artificio ìfc non dijponere, er ordinare U
inueiuione naturale ì ma mila caufa demo(bratm non ncceffamalk wftraui ti a k
parole, le cofe col loro ordine, CT col /j(o /cw ro jóro puro artificio : il
<jMd!e /cmiiufo nefk «afwa <fc/» le due prime, cr dafl 'indujlria nudrito
divenne grande » CT neilff f er^J dcmojiratiua,quafi terza fui età, fi fc in*
tiero.et perfetta,?? coft intiero cr perfetto, non pur ititi lira la buona
confà demojìratiuà, itero nido Mfuo iplen dcre,ntà riflettendo ifuoi ràggi le
altre due pia inferiori f caldai alluma mirabilmente. Quindi adititene, che
v.ei kcaufegiudicialild gii$itia,eyleleggimoltc uolte fon laudate, erbiafunato
cln le perturba ;et ne confglidel* k Kepttblicc la libertà, la pace, er la
giuda guerra con /ornine Ludi fi effaltano ; er i tirami con uùuperiofon U
cerati . Là quaUnijlura di oratione nelle Pbilippice di DemoBbcne,neUe Verrine
et Antonimie di Cicerone,, riufei opra meraitigliofa. Finalmente Carte jet le
caufe 0* ratorie a fentùnem di nofìra uita agguagliando, ofo di* rcj che le due
prime fono il fenfo del tatto, fenzà le quili non nafceua,ne uiuerebbe la
oratione : ma la caufa demo flratiuotornamcnto della Kbetorka,è oeebìoet luce
->che fa chiara la uitd ju.tykiagr.de inalzandole nulla del* Maitre iutnon
èpofjcnte dipcruentre . Sia dimando m buono buomo pien d'ELOQUENZA,??
d'ingegnojlqudle u* feito della fua patria folo,z? mdo{quafi utìaltro BÙnteX
«e/ig.1 a Harfi in Bologna^ be farà egli deSarte fuaife e*. gli accu[a,o
difcnde,ecco un tale amocato, che uendc al uolgo lefue parole :fe delibcra,non
fendo parte deUs Re publica, i fuoi configli non fono uditi . tacerà egli, er
jiafua uita otiofa ì non ueramentc, ma di continuo con lajua penna nella caufa
danofìratiuabiafìttmdùtty R 4 lo toltitelo Ufua eloquenza
effercitara . La qttat cofa non per odio>o per premio, ma per itero dire
facendo jn poco tempo non follmente da pari fuoijma da /ignori, et da regi (ari
temuto,?? Stonato. Sor, Qkc/ìo ttojìro eh t{! lente (fe non m'inganna
lafimiglianza)è il ritratto delt Aretino. Enoc, Io non nomino alcuno; ma chiun*
quefì è,einon può efferefe non grand'bmmo,ondc ante pare, che quefìa caufa
demofkatiaa tale fid alla fenatoria, w giudidale, quali fono le dignità
ecclefiafticbe aUe grandezze de fecolari ; queUe fono naturali fucceftioni t
qnejieper propria indufbia acquisiamo . er ro/ì come un ^articolar gentWhuomo
fatto Papa è adorato da (noi /ignori, cofì al buono Oratore per la fua caufa
demofbra tiua cedono igrandi del mondo : che ilcaufidico,w il Se nitore non
degnarebbeno di guardare. Ncn per tanto jon de uegnaxbe neff altre due cavfe i
parlaméti aratori) per li lor grattiti nonfonmen cari ad udire deU'orationi
demoflratiue, non è difficile il giudicare. Perciò che ifog* getti di quelle
due fon cofe trance pertinenti parte alla uita della perfona, parte aUo Hata
della Kepublìca : wt4 quefU terza demoftr attua i uiui,imorti lafciando flare,
folmente gli altrui nomi, cr memorie, d*ogn'm(orno di tode,z? biafimi ita
dipìngendo . Adunque, cofì come il tteder pugnare a. corpo a corpo due nemici
in camifeia co le coltella affilate, è affetto non men grato per le ferite
typel ftngue, che fta il combattere a giuoco esercitato da fehermidori con
artificio merauighofo,caft te caufe ciudi altrettanto per le materie trattate
fono ufate di di* Iettarne, quanto quefìa demofkatm con Ufua arte del dire ne
recagioia,cr fotiaxzo. Quindi adiuiene(fì come dmziio dicetu)cbein Senato, et in
giudkio i medio* tri Oratori uolontieri affidino, out il difetto dell'arte col
[oggetto ali che ragionano, facilmente fi ricompenfaz m le orationi demofkdtiue
( fi come ancora i poemi ) /e «ori fon cofd perfetta,non è chi degni ne
d'udire, ne di He ocre . Et queflo batti al diletto, ey dSd cdujd demojbati
Ud-m Vderìo,cbe ccnofcctc i miei falli, ghdicateìi, et correggeteli. Val. Può
ben effer, che quel ck'è detto bdjlì al diletto^ alìd ciuf a demollratiua, ma
non balli a gli Mi,dc quali,fbecialmentedel mediocre, fiete obli' g<rto di
(duellare, B e o c. Veruna ifteffit ragione po tria parlare de gii ornamenti^
delle fomcdcldirt,o' dello flil mediocrexoneicfìd cofd che L ebcutionc è quei k
punte della Kbctoriat, antiquate,®- col diletto, cf con lo jìil mediocre
kbltondcaufd demofhriìiua fa decompdgnata da me : mi qucflaè opra d'altro
ingegno, et tfdlìriindufhridrcbedetli urna, fenza che ciò farebbe uri njcir
fuori di quel proposto, interno di quale pideque al Soranxo,cbeiofaueUaffc,
Sor. Come Brocdrdo, è fuor di propofito il ragionar dello fìile, con effol
quale Urationc genera in noi il diletto,cbt al mouimento,r? d l'infegnate
facete proua di proferìref Broc. Ocià ìfuordipropofito,oiofonfuor dimeflcffo,
cr non Cmtendo come io deurei i per la qua! cofa in ogniguifd io ho ragion di
tdeere, Val, Ecco Brocardo noi conferii' tìamo,che'l parlamento de lìili,quando
a uoipiace,in ah trofempo fi diffcrifcd.Uori(il che negare noncipctete)
infegnatene ài che nwùera ì O' quai precetti o fermando, IL TOSCANO ORATORE
[cf. Grice, “The Oxonian philosopher”] in ciafcheduna delle tre cdufe,pof* fa
ornarli di quel diletto, il qual impreffo ne noftri annui ne perfuade a
douerfarc a fsto modo :che con ul patto noi rijbemdefìe alia qucjìian del
SorM^o. Bnoc, Guardate che d dbrcofa non m'induciate, che la lingua Tofcana tri
faccia battere in difbctto,cbe molte co/è puh tio beUe,cr nobili molto, quando
fon fitte ; la cui origine è ui\ifiimd,et ripiena d'ognibruttura . V a l. Già a
feotari di medefima,per fare ogni amo urta anatomia di cor pi bitmani,cj in
quelli uedera,oue er come notte meft ne portino le nojìre madri,®' portati
cipartortfconojio fon men care te belle donne,che elle fxmo agli idioti, che té
fccreti non fanno : però dite ficur amente, che'l parlamen toma cominciato
farebbe nuUa.fe in tal fmeiton terminaf fe. B r oc. Vorrò pofeia, che
minfegnate an àie noi i udiri madidi
perfuadere, con li quali, benché molto taoff.-ndano.me al prefente fignor
ergiate sfor, %ate . Sor. Duolui t-mto ch'io impari t B r oc. Per certo fi,
percioebe attendendo aSe mie panie, noi iatparsrete quel? ijteffa ignoranza,
che in mollami con moka indultria, er con poco honore la mia fcioccbexzA mha
guadagnato : cmciofucofa,cbe i precetti ch'io ubo da dtre nonfono altro,che la
bidona de i miei dudij; con effo i quali fon fatto t Acquale io mi fono. Sor.
ogni punto mi pare una bora yebe de precetti mi faiieUutc,con U quali brutti er
uih{came diccjie)diuenti atto a far bel* la la or ariane italgare. Adunque
incominciate,(euci me am.tte, CT quanto più facilmente potete,diclmtr atemi il
itero, che non ha faccia ài uerijmile, Broc, ìacil cofa fìe Udopra-e
ìprecem,Uquali intendo di dìmojtrar uima al mio iudìcio non fon cofa,che uno
ingegno par 110 fìro debbia degnarfi d'adoperarli i però uditemi, ma con animo
d'ammendarmi, non d'imitarmi, lo neramente fin da primi anni dijìierando altra
modo di parlare, cr di fcriuerc twlgarmente i concetti del mìo intelletto, c
que* /io «on tanto per deuere eflere intefo(il che è cofa da ogiù mlgare)quanto
a fine chc'l nome mio co qualche latt de tì-a ifamofi fi tiumeraffe;ogn 'altra
curapofipojìa,aU(t tettiott del Petrarca~,ey delle cento Nouelk, confommo
fludio mi riuolgeÌJicUa qual lettione con poco frutto non pochi meft per me
mede fimo effercìi atomi, ultimamente da Dio infbirato, rkorfi al noftro Mefjer
Tripbon GabrieUe-AÀ qiule benignamente aiutato uidi, Cr intefi per fett amente
<]i<ei due autori i li quak\nonfapcndo,cbe no* tar mi doueffe,hauea
trafeorfo piu uolte . QKejìo noliro buon paére primieramente mi fece noti i
uocabolipci mi die regole da conofeere le declinationi-,et coniugationide nomi,
er uerbi Tofcani : finalmente gli articoli j prono* ttiij participif,glì
aduerbii,^ l'altre parti dtoratìone di* fiìntmentc mi dichiarò : tanto, che
accolte in uno le co* fette imparate, io ne compofi una mia grammatica : con la
quale fcrìuendo, io mi reggeua : in maniera,che in po* co tempo il mondo
m'hebbe per dotto, ty tienimi anche* ra per tale. Sor. infmhcra non dite
cofaxbe ci peti* tiamo ^udirla icr cofifbero the dek'auanzo atterrà, fe
colmaefko,eycon gli autori antedetti d'impararlo ut configliajle . Bkoc. Dunque
al rimanente ucnendo, poi che a me parue ieffer fatto un foknne grammatico,
DIALOGO tonfberanzagrandijlima di ekfcheduno,cbe miconofce m,
io ini diedUlfar uerfiiaUbora pieno tutto di numeri, ài fententie,pr di parole
Vetrarcbefcbe ì er Boccacciane, per certi anni feicofe amici amici marauiglhfe
. po* fck parendomi,ehe la mia uena iincmtinckffe afeccare ipcrcioebe alcune
uoìtemi mancaua i uocabott, er non battendo che dire in dmerfi fonetti, uno
ifleflò concetto mera venuto ritratto ) a quello ricorfì, chefe il mondo
boggidi ; er congraudifiima diligenza feì un rimario, o vocabolario «algore:
nelqualeperàlphabeto ognipa* rok,cbegk ufarono cjueftc due,dijiintamenteripofmy
tra di ciò in un altro libro i modi loro del deferiuer le co* fegiorno, notte,
ira, pace, odio, amore, paura, jberan* Xst, bellezza fi fattamente racolfi, che
ne parolaie con* tetto non ufcitu di me, che le NootSc, er ì Sottetti foro non
me nefuffero effempio. Vedete uoi boggimai <t qual haffex&t dijeefi ; er
È» che Bretta prigione, cr con che Ucci m'incatenai . Ma molto più bo da dirui,
che io non u'hodettofm'qukperciocbe bauèdo io(come dinoto {Tom biàut foro)ogni
lor cofa cofi latina come uolgarc trafeor fb i cr ueggendo le foro cofe latine
per rifletto alle To* fee, non effer degne de nomi lorogiudicéctò douere aite
ttircperciocbe a uarie lingue uarie grammatiche, fegtien temente uarie arti
poetiche, er uarie arti oratorie corre fpondcfferczrcbe Petrarca, e Boccaccio
le lor uol garifapcndo, ma le latine (colpa o" agogna de tempi loro)
ignorando, tante bene Tofcdnamente fcriueffero; quanto male latinamente
poetarono; er orarono. Perk qual coftkfciaifiareitonfìgli detnofoo padre Mejfer
Triphone, Triphonejlquale a poetar uolgarmente con Forticcio U tino mi
richiamano, tener uoUi altra (froda : per la quale mcttendomijon giunto a tale
} cbe io ueio il male^non lo poffofchiuarcMaperchc il tutto fappiate.foleua
dir* miMejfer Tripbone,che al Petrarca teffer nato To/r,c m,&fiper ben kfua
lingua,et in contrario il non [aper- ta latina, benché Torte tenefje, fu
cagione difarbgran* de neffuna, ma neSaltra molto manco, che mediocre .
UaaVincontro mi fi paratia tefoerienza ; percioche 4 di nojhri U città di
Fiorenza cofì Tbofcana, come è,non ha poeta, ne oratore pare al Bembo
gentiluomo Vini* tiano . A dunque potuto barebbe PETRARCA (vedasi) con VIRGILIO
(vedasi), cr con CICERONE (vedasi) far fi tal oratore, ®- tal poeta latino,
quale U Bembo con Petrarca, cr con le Ranelle è diuenti to Tofcano : la
qualcofi non emendo auucnuta,/cgno è t óc in due lingue ha due arUi però il
Petrarca con l'arte fui uolgare componendo latinamente,^ minor dife flef*
fomentre egli fcrifjh nella fualingua Tofcana. Conftr* mauamiaopenione iluedere
ogni giorno alcuni buomi* ni pur Tofcani latrati, er digrand^ima fama, li quali
tolti dal Petrarca&hor Tibulb,bora Ouidio,hor Vir gilio imitando faceuan
uerfi uolgari ; li quali mezzo tré volgari,®" latmi,parimentc a volgari,??
a latini jpiace* nano iinfra li quali chiunque con nuoua gutfa dt rime t
afenzarima ninna ilatini inùtaua, meno errano- al mio parere, er con
giudiciopiu ragioneuale kpoeftecon* fundeuaipcrciocbe toglièdo a uerfi la
rimo,o delfuo loco mouendolx fileiubro gran parte di quella formami* gare ; che
i latini, er loro arte naturalmente ékonfee . qualcoft fi pronai ia in quel
tempo, quando (q&tfì nitouù akbimilìa)lungamente mi faticai per trottare
ìhe roteo ; il qual nome ninna guifa di rima dehetrarca tef* futa, itone degnai
appropriar fi. Mouemianchora <t douer creder eofi la nojbra guifa dì uerfa
il quale contri i precetti latini fenz<t piedi, er con rime non è mai dolce
Agli orecchi, ne men leggiadro nel caminare, di qual jì uttol dcgliantiévAc
quaipiedi poco appreffo perauen* tura fi parlari . Vinto adunque dalle ragioni,
er effe* rienze predette, a primi jludif tornai ; er aU'bora, oh tra'l continuo
ejfercitarmineUa lettion del Petrarca ( U quakofa perfe fola fenza altro
artificio può partorire di gran bene ) con maggior cura di prima ponendo mente
«fmìmoài alcune coje offernai fommamente (come io tredeua) al poetai
all'oratore pertinenti ; le quali,poi che uokte,che tal faccia, brieuemente ui
cjblicarò. Pria meramente le [ite parole d'una in una annouerando ey penfando,
ninna uile,niuna turpe,ajbre pocbe,tutte cbk re, tutte eleganti, mi fu auifo di
ritrouarle ; er quelle in modo al commttne ufo conuenienti, che eglipareua, che
col cònfigUo di tutta. Italia, thaueffe elette, er molte, In frale quali (
qttafifìeUe per lo jereno dimezzami* te ) nluccunto alcune poche, parte antiche,
ma di uec* Metz* non difaiaceuole s buopo, unquanco,fouentc : parte mghe, er
leggiadre molto, le quali, quafi gemme belle agli occhi di cufcbeduno,folamente
digentiti, et alti ingegni fono adoprate : quali fòno>gioia, fpeinejrai,
dijìojoggmno jjekà, er altre a lor fmglianti ; le quali mm lingua erudii* non
parlerebbe, ne ferimebbe k mano. Ci maio, fé gli orecchi noi
cofcntiftero. L ungo farebbe ti co Uriti dijimtamète tutti i uerbiigli
aducrbijxt l'altre parti doratione> che fanno illumini juoi iter fuma una co
fa non tacerò.cbe parlado della fua dbna,et di la bora il corpo, hard
Tamma,bora ìlpiantojbora il rt)o,hora ràdare,hor lo (ìdrc,hor ltifdegno,horla
pietà,bor la etàfmfinalmé te bar uiua 3 bor morta deferiuendo, ty magnificando,
k più mite i propri) nomi tacendo* mirabilmente ogni cof<t dell'altrui Uocifuote
adortiarxbiamàdo la teiìa oro }mo t tj tetto d'oragli occhi
folitfìelletZapbiro, nido cr alber go d'amore de guancie,bor neue et rofe,bor
latte cr fuo co; rubini i labri, perle i dentista gola cr 1/ petto, bora moria,
bora akbaBro appellando : cr quejìo bajìi alle ditùonhiai dalpoco,cbe io dìcojl
rimanente, che è ntols to,pcr tioi medefsmi oficru&rete. Hor venendo alia
ora* tiotte, mila quale quejlo raro buomo le parole, che io ui lodai co bella
arte ua coponendojifguardado alla copia, io m'accotfi che bauedo detto Una mlta
litme,fitoco,cate ftajdilcttOjdoloreft altri tai nomi,maì 1 mede fimi in quel
Sonetto no ridiceuajna in lor loco raggio,luce,fp lèaorei
fÌMU^rdoreffamUe^nodOfUccioJegame^ioia^piaccre,
pena,doglia,martiro,fìrato,affatmo et tormèto }i ddetta ua di reppticare. Oltra
di ciò io comprefrxbe egli *<naM di contraporr e i cantrarif& a quelli i
propri) affetti, cr le proprie opre, propriamente parlandoci cogmnger di
ftderauddella difeordia de quiltj'uno aU'altro co mijura correjpotidcndo)ì,ufciuafuora
il contètOicbejente 1 gn'u noi cr pochi fanno la [ita cagione . Ma
ueramaiteqicHx cracoja mdrmghejx,iry-dcgn*certQ didouerc e);cre uff tan
diligenza offeruata, che té contrari], crtaiuod, quafi (ili della fua telajn
teffendo U ormone fono ordì* te in manieri, che ne afare per U fhrettezza, ne
troppo motiijO <dUrg<Uc > ma falde.piane,et eguali per ogni parte
(tanno mfiemc le fue giunture : il che è tanto maggior uertu, quanto men della
profa i noBri uer(t uotgart atte lor rime legati fon tenuti di adoprarU. Ma
perciò che nei la orationc,non folamenle le dittimi, cr il loro [ito confi
deriamojni farma,et fine determinato, cifrai quale non fpetie, è mefiierì di
fiatubrr. la qualcofa non è altro che'l numero ( cofi il cbiamorno gli antichi
) del qual numero hoggipromifì, gt incomìnàai, ma non compiei di par* Urui.
accioche piena informatione d'ogni mio jtudio por tiatCyitoi douete [opere
che'lnoftro numero fi come quel lo demolire lingue : propriamente è mifura
della gra&ez ZA del utrfo : le cui parole ben dijpojte, er ben termi* nate
a Urotanto, er più piacciono a&'inteUetto quanto ti fuono, quanto lauoce,
quanto ilntouerdeUdperfona t CT de piedi de baRatori, er de muftei gli occhi,
er gli orecchi fuol dilettare . Onde io giudico al tempo antico forfè in
Prouen%a,o in Skika,queimedeftmi, che erano mujìci cr danzatori, effere flati
poetiiiquati pareggiati do i lor uerftai balli, aicami,ejafuoni, borfonettì bor
canx,one,et hor ballate i lor poemi fi nominarono. E l'I «ero che altramente
mifurauano i uerft foro i latini, er altramente noi uolgari li mifurìamo: quelli,
in fillabe d l ui dendo le ditioni,di effeftàabe alcuna %J,er alcuna brie ne
feceuatmk quali infteme adunate norie mifure,cr uà rie forme di numeri (piedi
dicono li fcrittori) iombi,tro cheì,fboiidci,dattili, er mapcfti ne uaiimnoa
rùtfcirc : con effe i quali i'ìorucrfi a oncia a oncia fmifuralfcro', et
ttmerajfero. Ma noi altri i wflri ucrfi uotgari con mi nore arte, a 1 con più
ragion mijuradofrutto eguale ala. tini finalmente ne riportiamo, percioche non
curando del la htngbezz<t,nc breuità delle ftltabe piamente contane dclc,
quelle in.uno accogliamo; o~ cofi accolte ceti dilete to de gliafcoltanti
rendono intiera la claufula,cr in ucr< fo ne la cpnuertcno . il quai modo da
mifurjrc è ccffyu* ra,w falcerà moho.cbenon perturba le fiUabe, nell'epa, ro'.e
di cuifon parti, fccma,o rompe nel meza : ma ne lor. luoghi co lorofuoni&r
intendimenti kfcÌMidole,fanr,cr falue per tutto l v.erfo le ci conferitale quai
cofe non finno forfè i Latóri, o non le [aiuto fi bene : i quali cenfidee randa
IcfUabe non come patii di dittionc, ma inquanto brietii, cr iti quarti lunghe,
troncando col loro /««ae- re le parole, cr non parole tendendole, fanno numeri,
(he non fon numeruna pagi, o braccia, o altra cofa cou lemifurante la oratione,
non altramente, chefe ella M* fe\unafuperftcic ben continua, cr di un ptzzo
/c/o : nel qual cahjpejfe mite quello <t Latini fuole auuenire men- tre efii
fondono i ucrfi faro,, he a Latini, cr a noi con li cantori adiuienc-J quali concordando
le parole al/e note, fenza curar de lignificanti, fan barbarifmi nonfoppor
tèdi. Non uuò però,che crcggLte,che la volgare fcan* fioncfiapuro numcro,tai:to,
àie fole undici fdlabe, co» munqttc infoile fe adunino, facciano il uerfo
Tofcano; ma è meltìeri in ntmeràdolc anziché all'ultima fi perucgna^lquuuoinfa
la quarta a in fu k fefia, o infila otta S ua Ua fèdere; ouerkogkcndo lo
fpirko,fdcilmenlònfmo al fine ci conduciamo. Bifogna adttque che la quartajafe*
(ìa,& la ottaua fiUaba fu ecft piana, in maniera, che k uocegia faticata
comodamele uifiripofi,et adagie.Verò non è uerfo, Voi ch"m rime fparfo
afeohate il f nono ; ne quelk.Voi Min rime fparfo il fuono afcoltate.ma bene è
bello, et buon uerfo con tutti gli altri di quel sonetto, Voi che afcoltate in
rime fparfo il fuono . Forfè direte co yual ragia da poeti udgm la undecima
fiRaba(quafì Fu* M delie colme d'Hcrcele)fu pofta al uerfo per termine, oltre
al quale non fi mettejje f A che rijpondo, che cofi uolfero i primi padri del
uerfo di quefla lingua; li quali per auentura mal poteuano accommoiarlo a
fuoni, a contà& <* balli lom fi più oltra lo diflendeuatto, o è più to
iìocbe'lnojhronerfo Tofcano allhora è uerfo perfetto, quando egli è giunto alla
rima. Adunque perche più fo* Ilo ft conducete a perfetti: ne, di fole undici
fillabe, alla più lunga,ilformarono,concedendo il priuilegio di poter
farft più brieue : er col conftglio di chi l'afcolta, alcuna folta con cinque,
mafouente con fette fiUabe mtieramat te prommtiarfi.Molte altre cofe uipotrei
dir delk rima, ma non ho tempo da ragionarne iperò paffando alla prò fa, nofhra
propria materia, nella quale [e egltu'hanume ro alcuno ; noi il togliamo dal
uerfo,ty in lei lo trappian turno, o inefliamo -.facilmente dalle cofe già
dette fi può coeludere che i fuoi numerino so dattiliffle fpodei, mafo Ito
appunto i medefmi che noi trouiamo nel uerfo, fc non che! uerfo ripofando in fu
le quattrojinfu le fei,o in fu le vttofue ftltabe^ neUe undici terminando, ha
più certi, r pi» noti ifuoi numeri che U
profi non hainéSa quale farebbe uitio non picciolo, fc k fua ckufuk po(ata
alqua to in fui quarto paffo,totalmente in fu l' undecime fi fer» maffc .
Dunque in qual moda iti dirò io cbe'l boccaccio fuggendo iluerfo, loratione deUe
fue Cento noueUe sin* gegnaffe di numeraref certo quejU no è imprefa dafeher Zo,
ne io l'ho prefa perche io mi uantidi confumark, Z7 condurk k buon fine ; ma
aecioche conofeiate quali, er quanti infm horafiano jlati i miei Budip et di
che piccia k utilità ; doppo lunga faticaci fono futi cagione. Voi hoggidl,fè
non altro, fi almeno di meglio fpcndere il uo* flro tempo,che io il mio
ncnfeppifarejmpararete a mie fpefe. Conftderando con diligenza hor le parole,
le quali ufi il Boccdccio, et'4i cui dunzi ui ragionai,hor k kr co
pofitkmejbora i fini de alcune ckufuk, hor le materie del le NoKeifo ninna cofa
mi fi paraua innanzi che numero fa s cioè compita, ®- da ogni parte perfetta
non mi pareffe di ritrouark.E' il ucro cheper diuerfe cagioni ciò auuenir
giudicaudtCr hor natura, et bora arte lo cfiftimaua ; C per dirui ogni cofa,
hor con gli orecchi del corpo,hor con la mente deh" intelletto di cofì
credere mi configliuà . La elegantk, er antichità de uocaboli, co ì loro
fuonipkeeuoU, le mie orecchie naturalmente di diletto defiderofe, compitamente
addolcivano, La proprietà, er trasktione, k natura d'alcune cofe perfettamente
aU [intelletto rapprefentando,fenz<t modo mi diUttauano. Tanno anebora in
unaltraguifa numerofe le fue Nouek te i pari, ifmili, er i contrariai quali fi
come è loro natura, alcune stolte in alcune ckujule pienamente corre* $ x
fyondcndofìjiel paragone acquetandomi, non poteuano non contentarmi . Per U qud
ragione,a me par tua di po- ter dire gli au uenbnenti di Pinnuccio, cr di
Nicotofaji Spinelloccio, er del Ceppa di Cimone, di Salabetto, di Mibrogiuolo,
er di Bernabò, beffa a beff ^ingiuria ad ingiuria, er cafo a cafo totalmente
quadrando, le ter no uelk far numerofe. Kmneroja altrcfi poliamo dire la
orationc,oue il fante di frate Cipolla guccìo imbratta, oue la bellezza iella
uaUe dette donne, la greffezza di Fero» do, la uanttà dinudana Lifctta, la
cofcjUonedi Ser Ciap pettetto, «r finalméte la mortalità di Firenze ci è
deferite ta,ft fattamente, che più altra non fi defidcra : parla anebora in
alcun hiogbibarkLìcifca, bar ta Bentiuegna del Mazza, hor lafuoccra di
Arriguccio, bar la moglie di quel di Cbinzica,®- dice o>/fr,er parole in
maniera al la ojona comtcnicti,cbe par che intiera ne la ritraggono; quello
Jonnado co'lpuro inchiollro,cheTitianófoléni0 mo dipintore co colorile con
l'arte fua no potrebbe adont bfare. Ma il numcrofo,di che ubo detto fin
qui,pche può effcre, ej è forje non poche uolte dàniun numero accorri
pagnato,non è il buono,di cui ho tolto a parlarui, bene è cofa da farne fltma,
er ebeà trottare quel, che cerehiamo facilmente r.e può guidare,?? far lume :
però, pajjan do più altra al componer dette parole, ©" <d finir deU le
claufaie,come douemo, armiamo . Dette quali due cofe, l'una
nonèpoftibile,cbcfenr.amtmero fu numero* fa U 'altra è fontana del mmero,et
d'ogni bene che fa par fetta {a oratici ne. Adunque incominciando dalla
fontana, quindi a rufeetti imiendo 3 a me pare, er in effetto è cojì, che
torrione delle noucìle è talmente coìnpofli, che chi hi orecchie non
inbumane,ftcibnente s'auede quanto eU U tiene di perfetto, er di numcrefo: la
cagione oltre a queUo,che pur dianzi ucne diceua > non le orecchie, ma
[intelletto dee far prona di ritrouare.zt per certa yuan tunque uolte
ddiuiene,che con parole gentili^ fi tra fos ro adunatele ne aftra. ne aperta la
lorofabrica ne rie fca,akun concetto cfplichimo; altrotanto fenza altro mt mero
è mtmerofa la oratione. Et talee quella delle novd le : alla qaale\fu fi
intento il Boccaccio, che alcune uolte uno, cr due ucrfi iv.fcendcne,o non gli
uidc, o minti di kuarli non fi\urè,ma qua}] hellci-a [o caprifico che da fe
8efiifvafxf.o,et faffo germogliano, nelle fitc profe li coportò, &U cefi
cane dalle parole ben compojle,frafe medefme alcuna uolta per k profa
deUe\nouclle nafeono verfi,de quali quanto fono miglìori,ta)ito è peggio abbati
dare; coft in effe molte fiate, anzifanpre uarij nmrteri dì oratione parte
graui,parte uaglù,cr leggiadri fono ufati dipulkhre . con effo i quali U Boccaccio
non più a cafo t per natura delie parole, ma cv leggiadro artificio ua te
gando le fue fentcntte ; quelle in quadro acconciando, eP fra i termini delle
Icr claufule compitamente acceglièdo, 1 quài mauri moderando la
oratione,et la vaghezza del torfqfuo con piaceuolì intoppi foauanente a
frenando, hamio uertù non fokmente di dilettarne, ma dì giouarne,che in
quelmodo, che la dejhezza della perfona con lapofjanza congiunta, le mftre
forze fa gròtte fe^ mi defbuamonel difender fi pi» ficuro, ey neUo fendere più
itnpctuofo, cr più fiem coft k profa da cotainume ri rfceofflprfgriirtrf è più
cara ad udire ; cr <J»« concrfft, cb'ellafignifica, con maggiore efficacici
fuol imprimer neWinteSetto . Forfè affrettate ch'io ue li nomini t cr che in
trocbei,iambi 3 dattiÙ, CT piedi colali latinamente parlàdogli uì
dìlìinguafmain darno affrettate, che {enei acrfo,ouc nafeono, er onde li prende
toratione,non fon nomati, ne figurati 3 neRa profa, oue cfiìfon peregrini, quai
figure, quai nomi può toro dare che ne ragiona ì Adunque a luoghi dotte efii
albergano conducendotti, et quafì muto additandogli, il rimanente al
uofbrofiudio co metterò. Ma itoi deuete fapere che enfi come la compofì tion
della profa è ordinanza delle noci delle porole,ccfj i numeri fono ordini delle
fiUabe loro i con U quali dilet* tondo gli orcchbi, la buona arte oratoria
incominciamoti tinua, er finifee la oratone : percioche ogni cUufula co* me ha
principio cofi ha mezp, cr fine, nel principio fi M mouendo, cr afeende meUnezo
quafi fianca dalla fati* cacando m piè fi pofa alquantopoi difende, cr uola a\
fine per acquetarfi. Hora in quoti luoghi deUa fua uia di qua dal fine debbia
pofarfì l'oratione,et quote fiUabe dal principio fta totani la prima paufa, no
è precetto che nel comanàixt comodandolo, ragion farebbe il no ubbidirlo; ft
perche la profa uttók effer liberajonde il numero no le è legamela compimento ;
fi per fuggire ilfafiidio ycbe co i medefimi numeri,detthet ridetti più udtc,ci
recar eh be loratione : fi anchora perche afententie.er affètti di*
jfrari,partinteruaUi diparole non fi couengono . Che fe'l nerfonon fallidifce,
ciò odimene perche ì fuo numero è puro numero, cr quafi muro della fua fabrica
; il male [mattato con altri numeripiu rileuatifdrijmàli, cr co» trurifcr
d'ognintorno di rime,d'tpitbeti,& di figure di* pinto perde il colore,
maggiorméte che molte mite il fin del ucrfò è principio, et talhor mezo della
fentcn%a i ma nelk proft un medefmo numero è dette co/c, cr delle pa role iperò
abondando ài dipintore farebbe operaaffet* tata,nm dilettevole jet oratoria,ma
ridienti, puerile . Adunquerkoghendo le cofe dettcjpfrafe ftcfji para*
gonandok, concluderemo mi medefima oratione per di ucrfe cagioni poter effer
numerofa, cr non numero fi, perciocbel uerfo può effer nero, ma di parole
ÙSfóme, €7 mal compofte: zrètdhora che la rima,et quei cafri* ., rij.ct quei
fimili fan fonorajtta afyra molto lorationezr la caporione elegante [beffe
fiate guafla il ucrfox? non uerfofagiudicarlo, Similmente la profa alcuna uolta
ben capane le parok non bette, cr dura wka belle malamcn te ua componendo 5 et
può occorrere che cofì come nella mufìca bencfpefjh le buone uoci difeordano,^
k no bua ik,o per ufanza, per arte fono tra loro concordi ì cefi ì pari>i
fnmliw i contrari}, cofe tutte per lor natura ben rifonanti,qualche uolta co
uoce a$ra,ty àfforme, qual, che uolta feioce mentc^ et a bocca aperta ua e
faticando U oratione. finalmente molte fiate intrauienecke Ltpm /<*
perfettamente compofta, quafi fiume del proprio cor p dppagandofi,nonfi cura
non cht digìugere al fine,m di pofarft per lo camino,^ uafemprawfe'l fiato non
le mancale, continuamente tutta firn uita eminareb* be . però a numeri
ricorriamo, lìquali attrauerfando I4 (tratte pkccxoinmtc con Infinge, cr con
uezzi ariti* ' £ 4 jre* f-efcarfi,ey albergare con loro la vantino, er
non ualcn do la cortcfta,ucgliom uftr le forze; er per benfuo,mal fio grado,con
violenza tarrefìino. Sor. Qae/fd leg gede nwnerideUa profauolgarepar molto
incerta, er confufa nondOìinguendo otte, quando, et quante fiate dì qua dal
fine debbia fermarli Toratione ; ne con quai pie* di cammì,o a qual termine fi
conduci per ripofarfi . Md che è quello che ttoi dicefìe,che a fententie, er
affetti di* fiori, pari intervalli non fi contengono f er come è uero che nella
profa pitiche neluerfi,un medefimo numero fta delle cofe,ct delle parole tBxoc.
BrieuementerìjbS derò,uoi(comefate)attentamcnte afcoltatemUo pur dia zi
detCoratore,^ del muftcP-XT àc hr numeri ragiona ioui,hebbi a dire, che mufico
ponedo infieme le mei gra tii,<y acute, et co fuoi numeri mifwrandolc
campuceua a gli orecchimi lo ratore con le parole della mente fìmiii
tudìnuVanìma noftra difoUazzo difiderofa, s'ingegna di dilettare. Adunque egli
è ufficio d'oratore dir parole non solamente ben rifonanti, mamtctligibìli } ey
a comete ti signiftcati correfhonientì, chc si come nei ritraiti dì Titiano, oltra
il diffegno, la fimiglianzà confideriamo(et fendo tali(fi come sono veramente) che
i loro essempij pie namente ci rapprefentìno, opra perfetta, eydilui degni gli
efiiflìmiamo > co fi ancora nell’oratione conia teflura delle parole, con i
loro numeri, er con la loro concinnità tintentionifigrìfìcate paragoniamo:
procurando che le parole pronunciate si pareggino alla sentenza, et co quel lo ORDINE
[Grice, “Be orderly”] le significhino, che [ha notate la mente. Ver la qual
cofafe i concetti sono gravi, le parole a dover loro rifondere deano farjì di
fiUabe>cbe U lingm peni alcjua to nel PROFERIRLE [Grice, UTTER]; fiano
jpefiiiripofi, ey non s’mdugie il finire ìil contrario nelle parole jo' nella SENTENZA
piace* uoliueggofare a BOCCACCIO (si veda), w altrettanto pofimo dir degl’affetti.
Perciocke i colerici con parole udibili, e prcjìe molto, mu imanm conicipi gramentc
y agguaglun= do conle parole ?humor e, sono da esser PRO-NUNCIATI: che
tuiegnadio chel Tbcfctno nel numerar delle ftlabe non pc ngd mente alla
Uinghezz^o BREVITÀ (Grice, “Be brief, avoid unnecessary prolixity [sic]) loro,f,
che piedi [e ne cempongd ; nondimeno nci prouiamo ogni giorno, che in cffefUabe
con pia tcmpo, et più dffrdn; entefi prò fc.ifconoleconfoiuntii bclciiocaliìion
fanno, llke Da te considerando,alcund tic Ita nelle canzoni ; er nella ce*
mcdia,non d cdfo,o per confuctudìtte,md a bello fludic e<f léffe rime molto
dfprc, non per dltrofaluo perche al feg getto di che pdrhatdyi^ro molto, er
priuo aitato d'u- gni dolcezza fi comtemffero. i\u per cicche 1 poeta altro non
uuole, che dilettarne,!* l’oratore dilettando ci per» fuade ; però è
mefticrìche le parole decoratore totalmente si confacciavo a CONCETTI
SIGNIFICATI, er che i ntmte ri deÙa prefa, cioè il principio i! mezo, et il fin
fuo.uada <t paro col mezo, et col principio della SENTENZA, ikhe de uersi
non adiviene, i cuinumsri non da concetti deWinttì IcttoTtiaddbdUifunm acanti
fon dependenti, El efuin* di uiene, cbe I PERFETTI ORATORI SONO RARI IN NUMERO piu,chc
i poeti non femodi quali auegnadio ebegradanente fimo obligati d lor numeri, et
però il uerso paia oprat Uberto fd&digrmdifiimo magislerio ; nondimeno
certieffm do jnqualfad parte cotdimnerifmpariiiOffenztttnol to lo
penfari(ifufo,fufo i . fubitamcnte li ritrouiamùì CrdagU orecchi guidati A
mezo,ey al fine facilmente con esso lo ro ci conduciamo. Ma altra cofa è la
profa,laquale dilet tondo er pervadendo congl’orecchi,- con Cintetiettcr, fumo
oblìgati di misurare; guardando sempre che te parò le nonfian più corte, opiu
lunge della SENTENZA SIGNIFICA fa : che ciò effendo, troppoo fcura, o troppo
fredda riufei rcbbcTcratione. Sono adunque i fuoì numeri meno [enfi Mùtua affé
più nobiliiun po più Uberi, ma non men certi di quei del uerfo i manon appare
Uhr certezza, albergando neUe SENTENZA <>kquai sono cose intellettuali.
E< ofo dirc, che cq/ì come più perfetta è la muficddelletre uod the deUe
due; come mchoraè pm perfeita U dipintura de più coìori s che non è queUa de
pockixojììa prefa, nelhi quale agl’orecchi ci all'inteUetto fi cecorda la
lingua è oratione più numerosa del uerfome la Ungua, ctgl’orecchi aiue sole
membra del nostro corpo t sono usate dì co Uenirsi Qjtefioè il conto de fludij da ine fatti
fmhorA in PETRARCA (si vda), et nelle NoueUe con fatica grandifimu, er con quel
frutto che uoi uedete; ne me ne pento del tutto, fyeràdo che i mici errori funo
altrui occafione di dauer bene opcrareia me nmgii, tiquale auezxo a fallire
appe na ueggo ti miofallom cheiopoff a ammendarmi Sor. Seti uojbro fallo è fi
picciolo che uoi peniate a uederb, fiate certo che agli altrui occhi fe
totalncte imtiféile^e rò potete non curare. BkOc. L'errore è grande et da fe
flefouffainoto t imldmk uifta ufa alle tenebre deWigno ronzammo che bafìi, nÓ
lo difcernc:ct(che è peggiorai taddlme diuerttà non puo affiffarfinel fuo
fbkndorc. Sor, Ver grulli additatemi quefìo more, er fe k m* (fra ignoranza ha
prìmlegio di potarmi giouare infogni domiaicana cofa,non ktentteociofa. B«oc.
Hohijono gli mori onde io mi trotto impacciato; ma tutti nafcono daìiaradiccji
che dianzi ui RAGIONAI [conversazione e ragione]: cioè, che torte lati tu
deh"orare>o- dei poetatela diverfa dalla Toscani, tìqttakerrore
doterebbe effer e a cufchedtmo manifejliffimo. quindi or gomento^bek mie
lunghe, zrpueriliof fauationifiano'morì j fbetkbnente quelli de numeri, deUa
cui l’armonia k mie orecchie s di miglior [nono difi* derofe, compitamctite non
fi contentano. Sor. Deffrf m<t ierk de numeri poco baurete dafaueUare, fe a
lombi, er 4 dattili non ricorrete, maionottuedoin qual modo co te MISURE LATINE
knojira prof a uolgarefi pojfafar numero fa. B roc N«o ii uedo,ma altri forfè
fri ueder. Sor. Vrimier amente Magnerebbe far uerfi effametri, er peti
tametriin quefla littgua, dando loro quei piedi^nde itati tiifono ujatidi
cammare-.pofckaUa profawnendo, con quei medefmi in altra guifa dijpofli
faticarci dinumerar la . ma ciò è cofa impofiMe,però il ?etrarca,iie il Boc<
caccio non k tentò, Noiadtmque che fatto hr militiamo, per le loro-orme uenendo
procuriamo difeguitarli, con* tentandoci ebe dopo loro nei loro ordme,non
fecondi,ma terzi quarti ci nominiamo. Bsoc. Certo quefìo bo fat (io, mentre io
era d'opinione che k nojbra arte oratoria, cr poetica, attro non foffè che
imitar loro ambidue; prò fa,zj uerfi a loro modo fmuenàoxs' al prcfente,piu che
tnaifcfitilfarei^into dal piacer della lettione, ry dal di* fw dclfhonore, chcfa
ilmatido 4 ebigliafitmiglia j fe do non Mn fcffe che CICERONE (si veda)
in alcun libro àeUdfud arte orato rid, cotdlguifa difludio da Carbone
adoprdtcgrandemé tefuol bùftmare; lodando aWmcontro il tradurre cCun4 ìingua
iti un'altra i poemi, er la ratiomdc piufamofrXa* qual cofa(per uero dire)
ionon bo fatto fin qui dubitarti do per le ragioni antedette, che la fententia
fritta da CICERONE (si veda) delle due lingue piudnì'.cbe^eHa moderna non fi
effequiffe cofi ufeito de i primi liudif, w ne fecondi no fendo ofo di
effercitarmi, molti mefi fono'uiuuto otiofo et fél Valeriononmi conftglia t non
fo che farmine Waue* iwe. V a l. Hord4 uoi tocca di configliare Soranzoì '
perojdfcidndo i afa uofhri ne loro termini fiore, condii dete IL RAGIONAMENTO principiato;
il cui fine ( fc il difiderio deU'afcoltar non m'inganna) ci è lontano
parecchie yùglia. Broc, Anzi io parlotta defdttimìeh percbe di quei di Soranzo
non mièrimafo chefauellaretcbe battedo detto per quii ragioni, fecando me,il
diletto fta la airtit de![ordtione,zT la eattfa demoftratiud, inquato io poj
fo, foprd t 'altre effahttd, olirà di ciò della forma deWcf ferrite che tiene
Umondo hoggìdì, zrde numeri quel io n intendo, er quanto io dubìto ragiona tom,o
bene, c male che io ne parlafiijo pretendo ibaucr rifpofìo 4* Idcjueflìone
ifahofe io non entraci tra quei PRECETTI INFINITI [Grice: “Conversational
maxims – how many? Ten: a decalogue!] precetti infiniti H far proemij, di
narrare J argomentare, er di epi \ogar rATaratìone, o a fitte, ake figure, a GL’ORNAMENTI
DEL DIRE, o dltattione, odUa memoria mi riuoglie(fe, o degl’afctti, o de flati
dipintamente uifaueUajìi. ìlebe fare ttonfaperei s'io nolefti, ne dotterei fe
io fdpef.ifendo cofa mnpertmente, a fuori al tutto di qucl propojìto, tutor no
al quelle fcìlsoranzo la fita dimanda. Val. Vc&t tdrtìi farebbe qucUadeS
Oratore, feragionando fuor di propofito dilcttajfe in maniera che chi ludiffe
noi difeet neffe. B eocar. Alita cofa è IL PARLAMENTO [PARABOLA] àeWQra*
torc,cj -altra è quello del KhetorcSun diletta,®- l'altro infegnaj bench'ìo fia
rhetore atto meglio a dovere irnpa rarc, chc IN-SEGNARE. Val. Almeno
rttinfegnarete rìfho dere a gli argomenti d'alcuni grandi, i quali confcffcmdo
{quel che noi dite ) la Rhetorica essere arte, U quale ne nofkri animi piacere,
®- gratta partorifea figuentementt non àmie utrtit, maperuerfa adulatione fi
fanno lecito di chìmxrU,<£r,come uirìo di makguifajei fbandifeono delle Republiche.
Bkoc. Dell’ACCADEMIA parlateci quale inperfonadi Socrate jtonper uer dire, ma
Polo,®- Gcrgià tettando, coquello animo bìafimò U rhetorica, che altra uolta a
Trafimacho, et Glaucone fe leuar Fingiuftì f i'i . Che cofì come fecondo lui, a
cittadini, ey guardiani delle republiche è neceffaria la muftea, arte più
ditette uole che utile, cofi a medefmi è buona cofa tmparare et teffercitarfì
nella rhetorica, gioia s cr ditetto dell’inteletto. Ma accioche molto bene
ilmio intento dpprendidte, Koi douete fipcre che i sentimenti degl’animali{ da
i qualicomeda cose più note, è bé fatto che il nofhro efìent pio prciidiitmo) inféntcndo
gli obietti loro, fe buoni fono s'allegrano, ® fe rcì,cioè àamofì alle ulti
loro, fono ujati di contriftarft. Adunque, come ti cane ha piacere di ue deregr
fiutare, etmngiare cibo che lo conferma li di fbiuciono tema-zzate, cofì
tamente di fapere defidcroft ji dtletta del uero, cr ilfaljb, cofa contraria al
fdo difiderio, twjommmenteper sua natura abbonda : er per c erto quale è il
cibo càio Homaca, tale è k uerità all’intelletto} ma la bugia è il veleno che
lo difhrugge: cr d'immortale die nacque, peggio che morto fa divenirlo. Hora et
(enfi tornando, cetto l'huomo è animale pia gentilefco, et di na tura migliore
che le bcHie non fono,il quale foUeuato dai LA BRUTTURA DI BRUTTI ad altro
attende, che ad empiexfi U gold, er molte fkte, per uedere una. dipintura,
udire una muflcafaniettfete pdtifcejoglknda anzi dipafeer gli occhi, er gl’orecchi,
non jenzA damo della perfona, the di uuundcm MeridlineUa cucina ingnfftrfi. Laqml
cofd,fì carne è uera de fentimetiicofi ha luogo nell’inteìlct to,alqmle
fimilméte dee ejfer tecitojafckndo il uero che b mtrica.akuna uoìta per
dilettar fupoter gujiare il pk ceuole. Nclqual cafo perauentura il noftrohumino
intel letto è più dttànOytbe humano,percioche inquanto bumno cioè nudo d'ogni
dottrinaci <f imparare difìderofo,cor re al uero che'l fatiama co uerft,et
co profeper fuo dilet to fcherzando fimile è molto alle inteMigèzeJe quali non
per faper più ch'elle sappiano, ma per fokzzo fotta d pì« di,miradofi,fono
uaghe di riguardarne. Che }e noi forno FILOSOFI, tali a noi fono k Retorici et
k poefid quali i frutti dUe tduole de fgnoriìlt quali dopo ceni quando fon
fatiji Cùpiacendo al pakìo } alquanti per gentilezza ne ma giano-Mi d coloro
che gii no fono, et fon perfarfì FILOSOFI, ledue arti predette fono i fiori che
innanzi d i frutti JeRe fcienze, ù miti loro di fruttare difiderofe^uafi pia ta
k primauera, fi dilettano di fiorare. Aluotgo poi che non fa mJkjte fa péfier
di ftpere^tpur i parte delk rc piètica, pub\ka,loratiani,et U rime fon
tatto l cibori tutto l fi-ut ta deUd fui tàa . li qttd «oìgo non Ktutndo «irti
didige rir ìefcknzejzT mfm prò conuertirk,de hro odori* cr delle toro
finulitudmi gli Oratori afcoltandofuokiippat gdrfyo'coft ume,et mantienft,
Dunque io non uedo per quul cagion k Rhetor icet debbufbanda fi delle Repiéli
che, fendo arte che baper fubietto te nojhre bumane opt rttionkonde hanno
origine le Republkhe: che bauegn<t dio che Foratore con ragioni probabili,
cr anzi ùiccrte che nòidilettando, cr pervadendo giudichi, cr regga le diali
operationii nondimeno fommamente è di con* mcndaretCr dbauer cara la fua
folertiaxkfla quale le co fawflre perfettamente, zrproprimente, m quel moda che
a loro effèrt fi conukne,fono trattde&r còfiderate. Quejlodko prefupponedo
che uoifappiate(ikhe è noto ad ognuno)cbe l'huomo e mezzo teagf animali, cr
fuitcUigenze, però comfee fe (ìeffo in un modo mezzana tra la fcienza,ebe egli
ha de Brutti, cr ti fede, onde egli adora Domenedio, Il qual modo non è amo che
openione generata dalla Rbetorka, con U quale il uohrfuo Cr faitrtuka parenti,
cr amici, neUafua patria ciuil* mente uiuendojee curar di corregger cxbe}e una
opera medefima in uarij tempi dalle leggi cktadinefcbe,hor uie tata,<er hor
comnandata può effer aitio,®- uirtà-ragio* ne è bene che k nollrc Republkhe,
non <k faenze dima firatiue, uere,^ certe per ogni tempojma con Rhetori che
opmiotìiuariabih^rtramutabiìi(,qual fontopre,^ U kggi nojhre)pr udentemente
finn gouermte. Vero Sa erate dannato a torto dell'ignoranza de giudici, abbi*
DIALOGO dendo dUaopinione della fin patrìd,uolontieri fi fe
incori tra alla inortc:U quale, pbilojophicamente argomentane do,come iniqua,??
mgruffc peiujoue tentar di fuggire. Etne! uc ro,comc il pinlofopbo ufo di
intender nuTaltrd cofa filno quelk, che per li fenfi uenendogli ua ad dlber
gare neffbitcUeitOjtMto men crede, quanto più fa cojj il medcfimo,ufo aVopre
della natura,laquale eterna co leg g'e eterna,ct mconiutabilc ijuoi effetti
produce,makmcn te può effere atto algouerno deRa Repubtica: le cui leggi per
boneHe cagioni battendo ricetto a tempi, a hogbi % dUa
!<tiht4,dUefttefoize,ct 4Wakm,fyeffc fiate da (tv. di altro mutano
fornu&fembiahte; però ji creaiìo i magi- iìrati, li quali non altramente
reggano lorotbc effe noi Sono adunque le legginon acri dei, quali fono la
natura,. CT rinteUtgéze,nu fono idoli da quelli ijlefii adorate poi che fon
fatte,che con loro arti le fabricaroiio.'Però è ben fatto,che con faenza non
necefforia, ma ragioneuole,no pcrfctta,ma aìl'cffer loro perfettamente
correfyondente, foratore, di cui parliamo, kèbia cura di conferuarle : chefe il
noBro intelletto intendendo fi fa fimile alla cofi intefa, come può effer àie
Thnomo auczzo a contemplar hfutìanza, er le maniere de bruttifi confacela col
xege giment o della, città f più toflo c da credcre,quel che ogni giorno
ueggiamo, che quejlo tale al fio fapcrfimiglim- dofi,udda cercado k}'olitndme,w
in quella phiiofipbM do (ìfepelifca. li contrario fa Foratore, la cui arteji
cui gouerno,i cui cafìumi, er le cui parole fono cofe propria, mente
ciuadinefcbe,non credutc,non japutenu perfuafe co maggior dMtatione di qtfeUa,
che k fciéza dnnojh-a tìwt det altre cofe più biffe, cr meno a noi pertinenti
ci 4pporta:che maggior dtlettatione è il ueder jokmentc, o fenz4 <tiiro,udir
parlare tino amico da noi amato, ®- ha* vuto caro,che ttedtrc,udire,gttjiare,
er toccare tuttele befìic del mondo : con k quàl dilettatone perfttadcndo^
gloria,®- (tinte afuoi cittadini fuolgcnetar loratcre t non altramente, che co
i dilpttt carnati gli mimali fenz* ragione generUo l un labro, facciano intera
k toro fpt eie che altro non fendo k nójìra gloru, che openione, che hanno gl’uomini
dell'altrui fenno cr ual/orejagio nt è bene, che k rhetoricótartipcio delle
ciuHiopcnioni, fenza altramente philofophare, de nofiri nomi k partorifea,,
Quatito adunque è più nobile,®- più amabtlco* fa del generar de figliuoli
latterà gloria frutto (temo della uirtii,per k quale, a Dio ottimo mafiimo
ueramen* te ci afiimigliamo, tanto è più utile aUa Kepublica labuo ita arte
oratoria di qualfi ueglk fetenza, che delle cofe de&ttnatuxt. con ragioni
infallibili puQacquijlar fi k no* iira mente . VoLadunque Soranzo ( che già è
tempo, che t ttoi riuotga il parlare,®- in (otMx, cerne 4.a mi ì incominciò }
continuate Imtprcfa, ® alloflu* dio detfelpquentia, che fi per tempo tentajìe,
bora, che già ne è tempo, con tutto i[ cuore donai cut, cr confacrateui,
Conofco per. mote pruouc il ualor dello ingegno uoftroal quale benché fio,
attoafapere, ®- operare ogni coft,che a gentiluomo pertenga, nondimeno,fea fan*
biantidellaperfonajcjìimoni dell'anima, fi dcedarjede, conftderando la figura
deUafacck,et del corpo uopro, i mouùnenti di queko,U leggiadria defk linguaja
uoce,ei T i fìait {fianchi piati tutti di molto &mta, chiaramente compri
do uoi c/Jir nato 4 cfowere effer oratore,il quale neUa wo« firn Rep,tra
Scnatori,e tragittici acculiate,et deliberi* tc,o nella corte di Roma tra
letterati uiuendo,pcr diletto Ìel mondo,ccn grandilf ma uojbra ghria,bkfimando^
lodando componiate CT fermiate, quale bo fperanza che mi farete, fe
accompagnando co la natura la indujhriajn quella parte riuctgtrete la mfte, oue
tti chiama U uojìrd neUd x contentandola d'effer buomo,le cofebumanehua
mattamente curaretc,ey apprezz&ctejche ejfendo imagine e finuglknxa di Dio,
ben può bajlam che la uojìra fetenza fia una nobile dipintura,deUa medefma
turiti dì tettante la ttoflra mcnte,m quel modo che de ritrattimi* terialifiwl
dilettar fi U ttijìa. Che fe l'anima rationalefor Iftdjef uitd de noflri corpi,
è immortale intelletto ( il che hoggiXambafciadot Contarmi col Cardinale »Cf
cogli akri,fì come io ttimo,a ncluderanno > creder debbiamo t che'l itero
cibo,cbe la nutrica, fia non faenza mortale da\ mi in terra aequijìdta, ma
alatm cofa diurna conuenìéte ti f ito efferrJcUa quale alia gran menfa di Dio
eipafcìd* moticlparadifo. ryurtqueintalcafofolamentea dilettar (intelletto
fludiaremo t rt impararmoMpingendo con le parole la ucritk daquale liberi fatti
dalla prigìo della cor* tte,in propria forma uede,et confèpla la mjlra méfe.Mi
polio cafo(cbe Dio noi uoglia)che la ragione fta cofa hit mana,come noi
ftamojaqual najca uiua,et inora con effo noijcertofuo ufficio dee effere
ildifeorrere hunanamen» tejetqueUo principalmente confidcrare, ebefìconuiene
éUa bumanità, torte oratoria adoprando,con la quale in I^ff tjue (là uita
ciuSe,lemfìre Immane opcratiotà moderi» mo,et reggiamo. Ef per certo conte i
colori materiali^* do fermine luoghi loro, mandano a gli occhi Fmagini, per lo
cui mezo ti a>nojciamo,coft il itero dcUa naturai di Dio,m>n
mfejìe([o,chenon poliamo, ma nell'ombra delle noBre opinioni contentiamo di
Acculare: le quati (pitto piti ne dilett<tno t t<tnto più douemo credere
che fio* nofmtli altiero, oue è npojh il piacere, che neramente ne fa felici.
Ma acciò che neU'tmparar cr effercUar U Khetorica,queUo a uoi che a me auate,
non intrauegtiai appigliateti intieramente a configli di Meffcr Tripbon
Gabric&c,nmuo Socrate diquefìa etile cui uiue parole bene ìntefe da uoi,piu
dì bene u'apportaraimo in un gior* nojolo,che a me non fece in due mefi la
lettion del Boc* caccio,col rimario ch'io ne carni . Qjufìinon men corte fe,che
dotto uohntieri il fentiero^h'à buono albergo co* duce con diligenza Hi
moftrark con quello uno il Petrar ca V il Boccaccio leggendo } non pur le
ciancie da me of* feruate,(y notate, ma i fecreti dettate laro mi ben notf a
mlgarUfacihnente penetrarcte: imparando in qualma do latinamente, cr grecamente
parlando 3 queUi imitiate, CT loro fintile diuctitiatc . il quale M.
Tripbonefebora fufic in Bobgna s me certamente dagli errori del mìo paf fato
ragionamento, et il Valerio dalla fatica del fuo fuiu ro,perauentttra
hbcrarebbe, terminando la quejìione in manierarne poco,o nulla uauanzarcbbe da
dubitarci!} tanto uoi udirete il Valerio, ilquale fi puodirluidopà UUal
cuiparere(che dianzi io dicefii) io ui conforto che iààttentate. Vai.
Ricordini.maca alcuna cosa. Keywords: “Dialogo della lingua”--. Speroni degli
Alvarotti. Speroni degl’Alvarotti. Alvarotti. Keywords: retorica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Alvarotti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amaduzzi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Savignano sul Rubicone – filosofia romagnese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Savignano di Romagna). Filosofo italiano. Savignano
sul Rubicone, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice: “Oddly, I had an occasion to
refer to Amaduzzi’s birthplace in my little thing on Caesar crossing the
Rubicon!” -- “I love Amaduzzi: he writes about the academy of Paris, and the
academy of Berlin, but nothing about the English Acadeemy! He notes that the
warrior – against the Trojans, was Echademos – and ‘it is naturally that the
first important Accademy was founded in Tuscany, -- since a Tuscan hates a
Roman!” –Grice: “Amaduzzi’s hobby was to collect references to ‘accademies,’ –
“which are all nonsensical, since only ONE has a ‘rigid’ designation link to
EchEdemos!”. Discepolo a Rimini di Bianchi, si trasferì a Roma, dove inizia la
sua attività di ricerca ed erudizione, sia pure tra numerose ristrettezze. Un
assestamento nella sua vita si registra come rilevano i diari dei suoi primi
diporti -- gl’odeporici autunnali eruditi -- le brevi perlustrazioni compiute nei dintorni
della città eterna o comunque entro lo stato della chiesa, emblema di un genere
letterario di viaggio che mostra chiaramente la sua versatilità di
interessi. Grazie alla protezione di Clemente XIV, anch’egli ex allievo
di Bianchi, e professore di lettere greche presso La Sapienza, e il Collegio
Urbano. Divenne ispettore della Congregazione di Propaganda Fide, ottenendo da
Clemente XIV la carica di soprintendente della relativa stamperia. Con la quale
cura la pubblicazione, scrivendone le prefazioni, in particolare di importanti
trattati di grammatica di lingue orientali, fra cui l'ebraico, il persiano,
l'armeno, il tibetano e perfino il malayalam. Per i suoi studi ottenne
ottima reputazione presso i principali esponenti del panorama culturale,
entrando in contatto e in corrispondenza, tra gli altri, con Metastasio, Monti,
Denina, Pindemonte, Tiraboschi, nonché con
Spallanzani. Fra i suoi saggi spiccano anche dissertazioni di
ordine FILOSOFICO, che s'innestavano nell'alveo di un illuminismo moderato. Infatti,
con i discorsi su La filosofia alleata della religione e sull'Indole della
verità e delle opinioni (per i quali a denunciato all'Inquisizione), i cui temi
di fondo sono ispirati a Locke, egli cerca di coniugare il sensismo con il
cattolicesimo, poiché vede nel sensismo un valido approccio alla conoscenza
dell'uomo. Vicino alle istanze del giansenismo regalistico, come emerge dall’ultradecennale
corrispondenza con Scipione de' Ricci, ha parte significativa nella discussione
che porta al decreto di soppressione della Compagnia del Gesù. Si occupa
anche di archeologia, curando fra l'altro i “FRAGMENTA VESTIGII VETERIS ROMÆ” -e
la “Raccolta di antichità agrigentine”. In questo ambito s'inscrive l'ampia
corrispondenza con Antinori. Compose, inoltre, canzoni e rime, e pubblica anche
per la Stamperia del Bodoni a Parma un commentario su Anacreonte. E tra gl’accademici
dell'Arcadia, con lo pseudonimo di “Biante Didimeo”. Altri saggi: “Dissertazione
canonico-filologica sopra il titolo delle instituzioni canoniche De officio archidiaconi,
s. e., s. i. l.”; “Donaria duo græce loquentia quorum unum in tabula argentea
apud moniales Saxoferratenses S. Claræ, s. e. (Roma); “Discorso filosofico sul
fine ed utilità dell'accademie, per i torchi dell'Enciclopedia (Livorno); “La
filosofia alleata della religione: discorso filosofico-politico, per i torchi dell'Enciclopedia
(Livorno); “Discorso filosofico dell'indole della verità e delle opinioni” (dai
torchj Pazzini, Siena); “Carteggi ad virum clarissimum Janum Plancum
archiatrum, et patricium Ariminensem epistola (Rocchii, Luca); “De veteri
inscriptione Ursi Togati ludi pilæ vitreæ inventoris epistola” (Francesium, Romæ);
“Epistola ad Iohannem Baptistam Bodonium qua emendatur et suppletur
commentarium de Anacreontis genere eiusque bibliotheca” (in ædibus Palatinis
typis Bodonianis, Parma). Il carteggio tra A. e Corilla Olimpica, Morelli,
Olschki, Firenze, Lettere familiari, Donati, Accademia dei Filopatridi (Savignano
sul Rubicone); Carteggio, Turchetti, Edizioni di storia e letteratura (Roma); “Leges
novellæ V anecdotæ imperatorum Theodosii junioris et Valentiniani” (Zempelianis,
Romæ); “Alphabetum Brammhanicum seu Indostanum Universitatis Kasi, (a J. Ch.
Amadutio editum), Sac. Cong. de Propaganda fide (Roma); “Alphabetum hebraicum
addito Samaritano et Rabbinico, Sac. Cong. de Propag. Fide, (Roma); “ALPHABETVM
VETERVM ETRVSCORVM” “Nonnulla eorundem monumenta, Sac. Cong. de Propaganda fide
(Roma); Alphabetum Græcum, Sac. Cong. de
Propag. Fide, Roma; Alphabetum grandonico-malabaricum sive samscrudonicum, Sac.
Cong. de Propaganda Fide, Roma); “Alphabetum Tangutanum sive Tibetanum, Sac.
Cong. de Propaganda Fide, Roma); Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta” (Settarium,
Roma); “Catalogus librorum qui ex tipographio sacræ congreg. de propaganda fide
variis linguis prodierunt et in eo adhuc asservantur, Sac. Cong. de Propaganda
Fide (Roma); “Alphabetum Barmanum seu Bomanum regni Avæ finitimarumque
regionum, typis Sacræ Congregationis de Propaganda Fide (Roma); “Alphabetum
Persicum, Sac. Cong. de Propag. Fide, Romæ); “Alphabetum Armenum], Sac. Cong.
De Propaganda Fide, Romæ); “Characterum ethicorum Theophrasti Eresii capita duo
hactenus anecdota quæ ex cod. ms. Vaticano sæculi XI (Regia, Parma); “Alphabetum
Æthiopicum sive Gheez et Amhharicum, Sac. Cong. de Propaganda Fide (Roma); L'Accademia
dei Filopatridi di Savignano crea il centro di studi amaduzziani, su proposta
di Montanari, autore di vari testi su A.. Tra le principali iniziative del
centro: «Giornate amaduzziane»: una giornata di studi annuale su A.;
«Biblioteca amaduzziana»: la pubblicazione di opere (biografiche e non) su A.
Il primo volume è Elogio d’A. di Bianchi, una biografia. T. Scappaticci, Gl’odeporici
d’A., in Fra Lumi e reazione. Filosofia e società, Cosenza, Moroni, Dizionario
di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Cfr. Metastasio, Opere, Firenze, Cappelli,
Del carteggio inedito tra Antinori e A..
Studi archeologici, Perfilia, Aquila, Spallanzani, Lettere di Spallanzani a A. Ditta
tip. Conti, Fænza, L'espressione è di Piromalli. A. Piromalli, La letteratura calabrese, I, Pellegrini, Cosenza, A., Raccolta di
antichita agrigentine alle quali si uniscono i disegni del tempio di Teseo in
Atene e di quello di Pesto il tutto espresso in 53. rami, Zempel, Roma,
Cappelli, Lancetti, Pseudonimia. Ovvero tavole alfabetiche de' nomi finti o
supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, Milano, A.,
Odeporici autunnali eruditi, ovvero diario di un viaggiatore curioso ed
erudito, I, Rubiconia Accademia dei
Filopatridi, Savignano sul Rubicone, A. Rime, Donati, Rubiconia Accademia dei
Filopatridi, Verucchio, Fabi, A., Dizionario Biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Montanari, A. e la scuola di Bianchi,
Accademia dei Filopatridi, Studi Amaduzziani, Viserba di Rimini, Montanari, A.,
illuminista, «Romagna arte e storia», Montanari, Appendice storico-critica in A.,
La Filosofia alleata della Religione, rist. an. Il Ponte, Rimini,Montanari, A. editore
a Roma delle Notti di Bertòla. Storia inedita dei Canti clementini, Quaderno, Accademia
dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, Montanari, A,, Scipione De' Ricci ed
il ‘giansenismo' «Il carteggio tra A. e
Corilla Olimpica, Olschki, Firenze, Scappaticci, Fra lumi e reazione. Filosofia
e società nel Pellegrini, Cosenza; Caffiero, Filosofia e religione: A. e
Scipione de' Ricci, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere A. MLOL,
Horizons Unlimited srl. Documenti sui fratelli A. Filosofi italiani Professore Savignano
sul Rubicone Roma Scrittori italiani, secolo Linguisti italiani Poeti italiani Orientalisti
italiani Accademici dell'Arcadia. A. e una delle teste più filosofiche e
veramente erudite d’Italia. La sua famiglia træva origine da Longiano, com'egli
stesso nella prefazione del DEVOLUTIO AD S. R. E. afferma. Grato enim animo me
ab hoc solo Longiani ad Sabinianense traductum recordor, quinimirum exeagente progpatussim,
cuius sint ab initio certissima inter vos incolatus monumenta etc. Ama tanto, oltre
l'età, lo studio e la fatica, che il padre ne venne find'allora a buone speranze;
e però e posto fra gl’alunni del Seminario di Rimini, ove prese gl’ordini
clericali. Furono sì rapidi i progressi ch'egli fa, da destare ammirazione
grande di sè. Compiuta la carriera degli studii, ed appresa assai bene lingụa latina,
eloquenza, e ragion poetica usce del seminario, e si da tutto alla FILOSOFIA, fidato
alla scorta del famoso dottor Bianchi, il quale della propria casa, aveva fatto
una scuola per chi volesse usarne, ricca di biblioteca, di museo, di giornali; e
di quanto e da lui privato LONCIANI DI 1 procurare a bene del pubblico. Nè solo
filosofia, ma lingua greca impara da Bianchi, e sì bene da uscirne solenne mæstro.
Gli piacque anche conoscere la legge, e però si fa ad udire lezioni
dell'avvocato Pasolini che e pubblico professore di giurisprudenza nella stessa
città. A. non più discepolo, ma amico e fratello di Bianchi si cessa dalla sua
scuola, e poco appresso recossi a Roma. Appena ha preso stanza nella metropoli
del mondo cattolico non è a dire come prestamente desse a conoscere di quale
ingegno e fornito, e come entra sse nella grazia dei più distinti personaggi
che al lora quivi mostravansi. E a ciò gli valse specialmente la benevolenza e
la protezione del magnifico Fantuzzi, cui non sose la porpora de cardinali
desse o ricevesse più splendore. Perocchè egli nella sua vita. E tutto in proteggere
gli uomini dotti, e, fatta neraccolta presso di sè, giovarli d'ogni maniera
conforti, e quel che più è, senza pompa di fasto in mezzo ad una vita illibata e
modesta. E perchè io mi voglia di molti altri tacere, non passerò sotto
silenzio i cardinali Boschi, Torrigiani, Borgia, Garampi, Doria, Antonelli,Mare
foschi, Zelada, Giovanetti, il cardinale duca di Yorch, e infine il Ganganelli che
e poi Papa gloriosissimo e de gnodi più lungo pontificato. Che anzi quest'ultimo
l'ebbe fra suoi più cari, e levato alla cattedra di Pietro se ne valse in molte
e gravi bisogne. E s'egli ha più a lungo vivuto, ad A. non sarebbe forso
mancata eminenza di carica pari al suo ingegno e dal suo'merito. Ma per rendermi
al'filo della narrazione dirò che, poichè A. a più tornate ha letti discorsi PROFONDAMENTE
FILOSOFICI e nobilissimi in Arcadia, tutta Roma fu piena delle sue lodi. Egli
perasse con dare i desiderii de’suoi genitori, che avrianó voluto far di lui un
giureconsulto, poichè non erano giunti adaverlo sacerdote, diemano alla
giurisprudenza; ma essendo d'animo sehietto, e nemico di cavilli, e d'in
sidieforensi, più che alfôro si tenne, ai libri dei gius pubblicisti, e si mise
a svolgere le opere del Cujaccio, dell'Alciati, del Gottofredo, del Gravina e
di somiglianti, sdegnoso di quell'ammasso informe di leggi, di prati che,
di consuetudini sotto cui sovente venivano artatamente sepolte la verità e la
giustizia. A prova del profitto che egli fe’in questa ragione di studii pubblica
prima d'ogni altra cosa le V novelle inedite degli imperatori Teodosio juniore,
e Valentiniano III, nella quale opera non so qual più si mostrio buon legista,
o critico acuto o profondo archeologo. Nè la sciò aparte gli studii teologici, perocchè
a’ suoi pia ceva che ei si guadagnasse alcun impiego ecclesiastico, e come si manifesta
per alcune sue erudite dissertazioni, in breve in questa scienza pure entra
molto innanzi. Gli fu mæstro il celebre Marcelli agostiniano; e tanto s'interna
nelle dottrine del grande dottore Agostino, che a difesa delle medesime ebbe più
volte a combattere. Si conobbe pure di quel la parte di diritto, che io dirò
sacro perché riguarda la canonizzazione dei Santi, e si esercitò in più cause,
essendo promotori della Fede Forti prima, e Pisani dappoi. Ma dove più di forza
intese fu nella cognizione de'sacri canoni, indispensabile a chi voglia
penetrare nelle ecolesiastiche antichità con sicurezza digiudizio. Belle dissertazioni,
le quali comprovano conoscenza somma che egli aveva dei canoni, lesse egli
nell'accademia che il sullodato Fantuzzi ha formata in Roma de'più chiari
personaggi, di cui era protettore. Non acquetossi a questi studii la mente
dell'A., la quale sentiva d'averforzada stendersi a più largo campo, e però si
fece ad ap prendere la lingua ebraica e molte altre orientali, e n’eb be amæstri
Teoli, Eva, Giorgi, Assemani, cime
d'uomini, anzi di sapere. Non è maraviglia dopo questo, se appena scorso
un'anno dalla sua venuta in Roma, Torrigiani con onorevolissima lettera
raccomanda l'A. al principe di Francavilla, a cui spettava provvedere di
custode la biblioteca Imperiali; officioche ben con venivagli, e che avrebbe ottenuto,
se la morte del marchese Imperiali non avesse rese vane le premure dell’ottimo
porporato. In questa occasione ebbe pure una raccomandazione del duca di Parma.
Intanto A. In questo mezzo essendo accordata la giubilazione a Gautier, professore
che fu di lingua greca nell'Archiginnasio romano, Clemente XIV di moto proprio
gli nomina successore A., ed egli n'ebbe il diploma. Essendo passato di vita
Bicci, che ha la direzione della tipografia di Propaganda, A. con viglietto,
della segreteria di Stato e nominato a quell’uffizio in luogo del defunto. E quì
mi piace notare una bellissima lode a lui doyuta, qual è di aver meritato i
primi pensieri del suo principe, edi non averli comperati con viltà di
adulazione, o tristo mercimonio di corte. Anche, un altra lode si ebbe l’A., e
fu del mostrarsigrato alsuo mæstro Jano Planco; peroc che si adoperò onde, avesse
grado di Archiatro del Pontefice, e gli siaumentasse l'onorario che aveva in
patria, e quel che è più rimarchevole scampasse dal 1'umiliazione di
soggiacereallefave annualmente; co sadi rilievoassai,perchè troppo spesso
avviene, che nei municipii prevalga il privato risentimento dei yo 8 non si
cessando mai dalle sue erudite occupazioni, ac-. cresceva ad un tempo in
sapere, ed in fama. E seb bene avesse a sostenere fin dai primi anni la guer ra
degl'invidi, e dei tempi, nimicizie perpetue dei buoni ingegni,pure non
ristette perquesto. In una lettera al dottor Giovanni Lami scritta li si luglio
1.768 si legge cosi: = Non godono le nostremuse quella tranquillità, che loro
invidia l' infelicità dei tempi che corrono. Pure non ostanteio,che mi pre
servo per quei tempi più lieti che spero,non inter metto lemieletterarie occupazioni(Nov.
Lett.di Firenze).Elettonel15.maggiodel1769.a.Pon teficeMassimo Ganganelli, tutta
Roma,che benediluisiconosceva,seneallegro,e piùchemail'A., il quale ebbe ascrivere
poco appresso sotto questo pontificato cominciano a risorgere le lettere. E
perchè quella gran mente che era Papa Ganganelli vede va che il ravvivare gli
studii,e gli uomini, che per quelli hanno grido,ristorare, è opera disavio e
buon prin cipea questo sivolse,e cercavamodo diprovvederel'A. per cui aveva
speziale stima, e benevolenza. 1. tanti al bene del pubblico. Quanto
poi studiasse por gersi r i conoscent e a l l' immortal suo benefattore Pontefice
lo danno a vedere le opere che egli pubblico, e che vanno sì onorateper lo mondo,
chenon è permes 80 ignorarle a chi abbia pure attinto a prime labbra
glistudiidiantichitàsacræ profana.Lasacracon gregazione diPropaganda volendo
dar segno di aggra dimento alle tante fatiche dell'A., gliconferì la cattedra
di lingua greca nel collegio Urbano,la qualeera rimastavacante per la morte del
celebre. Raffæle Vernazza. Ciò funel: il 27 9 salito, e la grazia dei
grandi, bre.Ilgridoincheera,loa parola del vero captivavasi cui egli
collasevera avesse per poco posto sì in alto, c h e, se egli vevano, avría
posto la mano per piegato alle artidi corte che nome; non letterato che non
volesse fortuna.Nonviera accademia trooicapeglidella ne ricercasse,il averloa
socio,enon non si onorasse commercio di let;non giornale che non si riputasse
tere.coll’A. dotti pensieri. Fu ascritto a vanto pubblicare i suoi 6. febbra
alla società letteraria de'.Volsci di Velletri Etrusca di Cortona il 5. jo del
., all'accademia, alla Fulginea li 29. gennajo aprile col nome di Nestore.1 8.
a quella dei Forti in Roma,e ne scrisse a modo delle dodici ta ottobre col nome
di Biante Didimeo voleleleggi;all'Arcadia il 7. febbraro ; all'accademia dei
Placidi di Re; alla società georgica dei canati1'8. aprile 1779: all'acca
Sollevati di Montecchio
demiarealediScienze,eLetteredi Napoliil5.agosto di Verona il4. giugno
del del1779: alla Filarmonica il 7 settem Colombaria diFirenze:alla società
degliAffidatidi Pavia il bre del 1785., all'accademia di Dublino li del ;alla
reale Ibernese 4. giugno anno;alla reale di Scienze 21. novembre dello stesso
il30. agostodel . eamolte al eLetteredi Mantova letterarjdi quei giorni.
tre.Scriyeva nei migliori giornali Pressocchè tutti gli articoli provegnenti da
R o m a senza me d'autore del Lami,le quali furonopoi continuate n o, che
leggonsi nelle Novel le Letterarie,sono cosa dell’A . Ebbe anche mole dal
Lastri di Palermo,nell'Ef ta mano nelle notizie de’Letterati di novem e n
femeridi letterarie,enell'Antología di Roma,neglian nali ecclesiastici di
Firenze. Carteggiava in Italia con tuttiipiùdistinti uominidiqueltempo,fraiquali
siami lecito nominare Lami, Bandini, Lastri, Passeri, Olivieri,Mandelli,
Vettori,Ferri,Mingarelli,Giovenaz zi, Bianchi, Pietro Borghesi, ePasqualeAmati
suoi con cittadini. Fuor d'Italia poi aveva corrispondenza di lettere estesa
più che mai, come si può vedere da mol ti volumi che esistono manoscritti nella
pubblica li brería di Savignano., Chi potesse, dice ildottissimo Isidoro
Bianchi in una nota (36) all'elogio ch'egli scris şe dell'A., raccogliere e
regalare al pubblico tutte le lettere famigliari, che il nostro Cristofano ha
nel corso della vita iscritte a tanti e così dotti amici
d'ognirango,d'ognicondizione,siavrebbecertamen te un'opera di moltissimi
volumi, che nel merito su pererebbe forse molte altre, che egli ha vivendo rese
pubbliche collestampe;un'opera pienadianeddoti interessantissimi, la quale ci
presente rebbela più veridica e genuina storia de'più grandiosi fatti e singola
ri avvenimenti, che nel giro di non molti anni si 80 no nel nostro
secolorapidamente succeduti.Gli ogget ți di politica, e le grandi notizie del
giorno formaro no una parte essenziale del suo erudito carteggio. Egli ben conosceva
le corti, e i ministri di gabinetto, e di stato, e in particolar modo i
principi, ei loro rispetativi interessi.E certo benchè egli nulla ambisse, pure
aveva voce in corte,e ilPapa volentieri l'udiva,
eglifidavacosed'importanzaassai.Ma poichèquel grande Pontefice ebbe a cedere a
fato immaturo, la fortuna si volse contro l'A., il quale dovette sentirne i
colpi più avversi eduri a sostenere.Alcuni glidavano tacciadimalfilosofo, altri
altrimenti il' mordevano.Ilmondo parteggiava avarie fazioni,e tutte erano
contro l'A., perchè egli non istudiava ad alcuna, anzi combattevale tutte per
seguire la verità, Non mancavano forse le gare degl'invidi, e di quegli che
volevano fargli scontare a caro prezzo labenevos lenza che aveva goduta di Papa
Ganganelli. Nel 1790. usci un libello famoso contro di lui senza data di luo.
go, Aveva per titolo Lettera di un viaggiatore istruito, ad un amico di Rama
risguardante principalmente la ! 10 dottrina dell abbate
Cristoforo A.. Era quel libro una catena di calunnie e d'infamie; non più che
sedicipaginesistendeva,ma insedicipagine chiude vaquanto puòlarabbias temperarein
moltivolumi.Ven devasi inRoma,ma senza luogo enome di stampato re. L'autore non
è a richiedere, che si stette e starà sempreocculto: elomerita. L'A.,comecchèsu
periore fosse alle male arti dell'invidia e della calun nia, pure tenne
dell'onor suo rispondere e scolparsi; e dettò uno scritto intitolato
Rimostranza al Trono Pontificio,emanifestoalPubblico= Equestofino dal 1790. era
in punto per le stampe. M a consigliato dagliamici a presentarne prima il Papa,
alloraPio VI, anzichèmandarlo allaluce, eglicondiscese. L'ebbe in fatto il Pontefice, lolesse,conobbe
lacalunnia,eren dendolo con molta benignità all'autore gli fe'travede re, che
egli avrebbe punito i calunniatori col trionfo delcalunniato.Ma
lavitanonbastòall'A..Sa rebbe assai desiderevole che questa Rimostranza fosse
data a luce, perocchè oltre allo scoprire fino al fondo l' animo dell'autore,
mostra la condizione dei suoi tempi, e di molte cose incerte rende pienissima
fede. Ivi egli parla di sè con libertà di filosofo, e fa il ca rattere suo qual
era in fatto, ed i suoi stessi difetti non nasconde. Si confessa amatore della
filosofia, non di quella che in barbaro gerga di voci più barbare non dà che
frasche, e sofismi, m a di quella nerboruta e vigorosa che prese spirito dal
Galilei, da Bacone, da Cartesio, da Newton e dagli altri di tale schiera, i
quali, abbattute le vecchie superstizioni e le matte fre nesie, rimisero al suo
seggio la ragione,e in quello stesso che la innalzavano la mostrarono più
riverente, ed ossequiosa alla Religione.E apertamente dichiara solo quella
filosofia piacergli, che è guida e conforto degli uomini, mæstra di costumi, e
di civiltà, e che nasce dalla carità cristiana, che è la sola per cui la
società ha fermezza, e innanzi cui scompare ogni fel lonia ed ogni pubblica
sventura.E non disconfessa il suosentirsidisoverchiotrasportatoadireilveronu do
e calzante,e l'essere sdegnoso de tristi, e insofa Vedi rimostravza al Trono Pontifieio] ferente
di oltraggi.Insomma io non credo che altri possa ritrarre lụimeglio, di quello
che egli stesso in quella scrittura si ritrasse. L'abate Francesco Gusta nella
sua Vita di:Co stantino, oltre il pụngere sovente ! A., e tal volta inveire
contriesso, lo tratteggia come soverchia menteamicodi novità,elomandadelparicolPe
reira, col Tamburini, col Natali, e col Zola .Ma cheil Gusta parlasse per
invidia, e per bassissima vendetta, sitravede in leggendo quella vita; e l'A.
ben fe? a punirlo collo sprezzo dell'opera, e dell'autore. Egli il 16. maggio
ottenne di essere giu bilato dalla cattedra di lingua greca nel collegioUre
bano, e il decreto n'è molto onorevole. Nel dicem bre dello stesso anno cadde
malato, e giudicarono che egli avesse pericolosa ostruzione alla milza, ed al
fe gato.Siposeinletto,e arigorosacura;ma ilmale anzi che cessare rincrudì, e lo
mise fuori d'ogni speranza di riaversi. Anima nobilissima come era,accettò
l'annunzio del pericolo suo con serenità di volto, e tranquillità, e adoperò in
quello stremo da quel filo sofo cristiano, che per tutta la vita aveva
mostrato. Sia qui debita lode ai cardinali Antonelli, Borgia, G a rampi, che
luisoccorsero generosamente in ogni gui sa; perocchè egli non aveva modo da sè
di sostenere lunghe spese di malattia; non avendo mai voluto far denaro,anche
potendolo.Ne glimancarono buoni ami ci in quell'estremità,che ben n'aveva di
tali; sebbe ne egli fuor del mondo col cuore solo fidava in Dio, e però presi i
conforti della chiesa, dispose delle poche cose sue,e tranquillamente passa.
Morendo lego alla patria la sua ricca biblioteca che è il meglio dell'eredità
sua; legato preziosissimo specialmente peisuoi scritti, e pel carteggio. Fu portato
al sepolcro in abito clericale suo principale ornamento edecoro,come,egli
primadimoriredichiarò; poichè egli aveya ricevuti, come siè detto, gli ordini
minori. Tutti i giornali d'Italia piansero laperdita di tantuomo.L'abbateOssuna
ex-gesuitamæstrodirettori: pa in Savignano ne inserì un bell'elogio nella
gazzetta di Cesena;unaltronemiseilP.Pujatinegliannali eça clesiastici di
Firenze. Anche Mazzuchelli nella sua grand'opera degliScrittoriitalianinefeceun
bell'elogio: ma il più ricco di tuttifu letto nella reale accademia delle
scienze e belle lettere di Mantova il 29. novembre del . dall'abate don Isidoro
Bianchi,con appresso il catalogo delle opere dell'illustretrapassato; catalogo
â cui rimetto i miei lettori, perchè penso che di m e glio non si possa fare.
Basti sapere che ilnumero delle opere dell'A. tra le edite, e quelle che
inedite rimangono nella biblioteca savignanese vanno oltre à cento venti, é ve
ne ha alcuni di gran mole. Non possoperò quipassarmid all'accennarneuna per oni
1 A. si ebbe grandi amarezze, e fu = Lege'snovellæV.anecdotæImperatorum
Theodosiiju nioris,etValentiniani111.etc.= Intornolaqualeil dotto Bianchi dice
così = Ai colti bibliografi non è ignoto, che in tempo che l'abate A. era in R
o ma occupato per la pubblicazione di quest'opera in signe,inRavennapure
sitravagliava dal dott. Žirardini per lo stesso oggetto. Or la morte dello
stampatore,cheincominciò l'edizione romana,é ledue malattie di quello che la
prosegui (vedi Nov. Lett. del Lami a col. 822. ) ritardò la medesima più oltre
del tempo assegnato nel manifesto, che usci ai 21. di giugno del 1766; é nel
quale si promettevä il libro nel prossimo agosto, quando per le suddette c a
gioni realmente non uscì che nel 1767. L'edizione in tanto del Zirardini si
rese pubblica nello stesso mese di giugno dell'anno sumentovato, e dal Lami ne
fu subitoriportato un lungoestratto,chesiè creduto di mano dello stesso
Zirardini, o di qualche altro suo intimo amico dimorante in Roma (Marini): Un
altro breve annuncio della stessa edizione fæntina
fadatodaigiornalistid'Yverdon (tom.I.1768)av vilendola forse un po'troppo in
confronto della roma na.Questoannunziounpo'vibratomisedimoltomal amore il
Zirardini, e stuzzicò un letterato romano (it prelodato Marini)molto amicodel
medesimo ad inse rire nel tomo 3. del giornale di Pisa un lungo estrat to
dell'edizione delle cinque Novelle fatte in Færiza dal dott.Zirardini,
attaccando l'abbate A. d'im postore e di plagiario, come se egli nella sua
edizione] La cosa era in sè semplicissima. Due dotti quali erano Zirardini, el'A.avevano
estratta00 pia delle cinqueNovelle quasi inpari tempo;amendue vi ponevano
studio intorno per illustrarle;l' uno in sciente l'altro le pubblicava. Or che
male è qui? lo avviso che se i giornalisti d'Yverdon avessero con più lode
trattata l'edizione fæntina non si sarebbe mossa querela alcuna nè dallo
Zirardini, nè da alcun altro. M a il Zirardini punto dalle parole dei
giornalisti d ' Y verdon, e rinfocato dal Marini, che vedeva forse di
mal'occhiosalitoinfama1'A.,chealloraa lui non era amico più che d'apparenza
(cosa che si pro va benissimo per molti fatti,ma piùper le lettere del Marini
al dottissimo pesarese Olivieri le quali nella pubblica biblioteca di Pesaro si
conservano )cominciò a fare lagnanze, ed avventarsi contro l'A..Sebbene sa
rebbe piùveroildire, cheilZirardini,chemodestoepaci fico era di natura, si
lasciò reggere in tutto dal Marini stesso; il quale si fe' innanzi al pubblico
co'suoi scritti a c cusatore dell'A.,più presto che buon difenso
redelZirardini.Egliè fuordubbiochemolto inge nuamente l'A., nel S, X. della prefazione
dopo aver mostrata nel suo vero essere la cosa, diè le più belle lodi che mai
al Zirardini, sino a confessare che ove avessepotuto,sisarebbeegliastenuto
dalpubblica re l'opera sua, dopo avere conosciuta quella dell'illu stre
ravignano. Eccone le parole = Neque hic nunc silentioprætereundum dum opus hoc
nostrum prælo traderetur, has ipsas Novellas ex eodem Othoboniano Codice
depromptas faventinisArchiitypisprodiisselu culentissimo commentario
illustratas Antonii Zirar dini ravennatis viri consultissimi, qui eundem codi
cem insciis nobis ab ipso Ruggerio jampridem obti, nuerat, qui sane longe
effusiori doctiorum adnota tionum segete,ulteriorique rerum doctissimarum
ap 999 » 14 romana si fosse approfittato dei lumi, e della erudizio ne
sparsa nell'edizione fæntina. L'abbate A. però,cheebbe sempre a cuoreilproprio
onore,esem pre si fece un dovere di vendicare igravitorti, che la malignità
congiunta all'invidia avesse saputo recare alladi lui onestà,e buona fama,non
tardòapubblica re sotto il finto n o m e di Evisio Erotilo la sua apología. 92
99 jypáratu rem perfecit;quod sane sinobis, antequam hanc spartam
curandam susciperemus, innotuisset, w cîtrapublicæfidei, quajamob stringebamur injuriam;
eademfortedimittianobispoterat.= (Ginanni t. 2. Memorie storico-critiche degli
scrittori ravennati ): Dopo questo io non posso credere per conto alcuno a ciò
che francamente il Marini afferma nella sua im.
mortaleoperadeipapiridiplomatici.L'A. volle far credere di non aver lettö il
libro del giures consulto ravennate,chepur aveva tutto coraggiosamento te
espilato و Parole che bene consuonano alle acers bissime che scriveva
all'Olivieri, dalle quali si pare, che per buon viso che mostrasse all'A. pure
vi avesse mal'animo contro.Tanto possono le passioni nel cuore degliuomini
piùsapienti,etale èlasciagura perpetua delle lettere italiane! L'A. fu uomo
pio, caritatevole,generoso; bocca di verità.Cogli amici affabile,con tutti
umano; socievole. Consultato dai primi dotti volentieri lorð sinceramente si
prestò. Sappiamo infatto che fu inters pellato dal famoso Pasquale Amati per la
sua col lezione dei Poeti latini,come si legge nel tomo I. pax gina 6. della
prefazione; dal dottorFantini per le an tichità di Sarsina, che ristampò in Fænza:
in cui si trovano varie aggiunte dell'A.; dal Ferri; dal
Bianconi,dalcardinalRiminaldi,aiqualidièmoltis sima mano.Faceva
volentiericopiaaltruidelsuo vasto sapere, e spesso scrisse per altri donando la
fatica e la gloria che ne verrebbe. Grato oltre ogni credere tramandò ai
posteri le lodi di quanti a lui premoriro no amici, e benefattori. Se qualcuno
a lui caro o sti mato veniva offeso nell'onor letterario o in altro, e gli si
levava a difesa, e acerrimamente ripugnava le accuse. Intraprese viaggi per
diversi luoghi d'Italia onde meglio erudirsi, visitando biblioteche e codici, e
molti ne trasse dalle tenebre.Usava ogni di notare in un libro le cose vedute,
o fatte. Amò lapoesía, e giovine dettòversi italiani, iquali,comecchèritraggano
assai del secolo in che visse, sono degni di essere letti. Si piacque oltremodo
delle artibelle, e ne rendono fede i'elogioche egliscrisse di RaffæleMengs, e
l'amici xia che lo lego al Winckelman, al Bianconi, al Bottari; 16 'e ai
primi artisti di Roma. Non 'cercò, anzi rifiutò ca riche offertegli. Dalle
lettere a lui dirette da varii m i nistri sirileva cheegli fuinvitato dalla
real corte di Napoli allacarica di CustodedellaBiblioteca regiæ
delmuseofarnesiano,'edi coadjutoreperpetuo della reáleaccadèmia il 2. settembre
con onora rio di 300 a 400 ducati, ed altre buone condizioni. Ed essendosene
scusato 'fu di nuovo invitato con più vive istanzel' con più largheof ferte.Nè
unsecondorifiutobastòacessarel'inchieste: poichè il 24. luglio del . gli furono
offerti mille d u cati,equelch'egli volesse,solochesirecasseadac cettare
l'invito. Altrecariche purericusò,perchèa tutto anteponeva lo starsi fra 'suoi
libri in R o m a. La patria accettando ilgeneroso legato fattoglidi oltre 4000
volumi gli ordinò solenniesequie nella chie sa maggiore a spese pubbliche, a
cui intervennero il magistrato, e i principali cittadini di ogni ordine. Fu
posta sullaporta della chiesa una 'onorevole iscrizione dettatadall'eruditissimoPietroBorghesi,laquale
andò pure'alle'stampe.Appresso nell'atrio dellecasedel municipiofuincisala
seguente iscrizione scritta dal chiarissimo suoconcittadinocavaliere BartolomeoBor
ghesi figlio di Pietro, la quale dice così. Jano · Christophoro · Mich · F ·
Amadutio Philologo: Eruditissimo Ordo • Sabinianensium Civi. Bene ·Mer. ·Altro onore
vole titolo puresarà in breveposto entrolabiblioteca, ovecongrandesennoe
gloriadei trapassati, a stimolo dei viventi 'concittadinisono in marmo
descritti gli elogidiquantireseroillustre la patria dell'A., che fu pur quella
del Barbaro, dei Borghesi, degli Amati, è del Perticari.
N.B.Ilritrattoèstatoricamiglia A. in Savignano.
mpato da quello esistente nella fa MONTANARI PROF. G. I.DI BAGNACAVALLO =
SCRIS. EA est temporis ed acitas, ut cum ftapaullatim diflolvat, nullaque res
fit vel pretio,velfoliditate,velquocumquealio nomine præftans, quæ eius
imperium detreftare (e poffc confidat. Si Romanorum monumentaadæternitatemconftru&a
perpendamus, quæ nunc vel diruta, vel male confiftentia oculis nofiris
obverfiantur, intimo quodam doloie percellimur, et ægre licet, indubie tamen
fluxam rerum humanarum conditionem agnofeimus. Ceterum is eft de animi
noftriimmortalitate nobisindituslenius, atqueitaaltedefixus, ut veluti tacite
ab eo profe&um intelligamus tum defiderium, quotangimur, veterummonumentorumanxieperquirendorum,
tum lolertiam, quam in lifdem vel reipfia confervandis, velinlongiusduraturamateriæxcipiendisimpendimus.
Hæc peragentes videmur quodammodo inanimatis rebusnoftramtribuere immortalitatem,qui&eafdempofteritati
commendemus, et earumdem præfidiovelutinosipfos ad transacftas remotiffimas ætates,
ad quas pertinent, transferamus, atque I II atque ita exiguam nimis vitæ
noltræ brevitatem vel producendo, vel compenfando nobis libentiffime blandiamur.
Quæ ergo veterum artes, et profeffiones condiderunt, Signa, Protomas, Hermas,
Anaglypha, Sarcophagos, Titulos, ceteraquemonumenta colligeretumprimumfategitFrancifcusPetrarcha,
quem Tuæ ætatis perpauci, plures fequiorum temporumimitati, tumMulca,& Villasiifdemlucupletantesa
litu, Iquallore, quin& interituprovidilTime vindicarunt.Sed in irritum
cefolTet hæc ipfa follicitudo, nili typorum etiam accefliffet luccenturiata
fedulitas. Quot enim diffracta Mufoa, quot iam Villæ labefactatæ, et quot vel
avulfa, vel rurfus obruta, atque etiam foede difrupta, quæ ibidem exfiftebant,
monumentavelutiaboculisnollrisaufugerunt 1Quarelætandum nobis elt, eo
pervenille humanæ mentis acumen,
utiplistemporum,&rerumvicilTitudinibusoblittere,&vim inferre non
dubitaverit, et curas curis addendo nova excogitaveritprælidia, quibus diuturniori
huiufmodi monumentorum confervationi prolpiceret. Hmc ergo elf, ut quæ in unum
collecta monumenta perierunt, perenniter vivant in eruditorum Voluminibus vel
typis æneis contignata, vel doctis illultrata adnotationibus, quibus nunc
autographorum deliderium nobis reparari quodammodo videatur. Quare non aliam ob
cauffam, neque etiam abfimili ratione quæ olim laudabili providentia Cyriaci,
&: Afdrubalis ex Matthæia gente Procerum, et lovii Marchionum tum in Hortis
Cælimontanis, tum in Ædibus ad Circum Flaminium coafta, et collocata fuerunt
omnis generis monumenta, nunc primum æreis formis infoulpta, nollris illudi
ationibus ditata, in unum collecta, rite dilpolita, ac tribus comprehenfa
Voluminibus preli beneficio in publicam lucem emittuntur. Licetenim, utfuolocomonuimus,
&deinceps etiam monebimus, multa eorum a prioribus hilce domiciliis pro
III profectain celeberrimumillud MufarumSacrarium,Mufeum nempe
Clementinum Vaticanum, conceffierint ævo quam longiffimo fruitura, tamen non
omnia illuc fe receperunt, multa quinimmoproculiamabiere, acmultætiamindies fatifcunt.
Videt, credo, porro unufquifque, ereomninofuifle, utquæ
olimfuerittantamonumentorumcongeries, unooculiiftu perluftretur, tumdomi,& foris,tumpræfenti,acfuturo
tempore innotefcat. Deliderandum quidem erat, Hortos, et Ædes Matthæiorum
tantis confpicuas monumentis litteratorum obtutibus exhiberi, ne tot aliis,
numquam cum iis comparandis, quæ hoc beneficium nactæfuerant, veluti quodammodo
inferiores et haberentur, et effient. II. Poftquamlitterarum, &veterumfcriptorum,rnonumentorumque
ftudium adolevit, tum artes ipfæ, quibus ab honeftate nomen efi, barbariem a
Gothis, Langobardis, ceterifque feptentrionalibus populis inaufpicato invectam
Italia exfulare iulfierunt, homines conformare fe urbanitati, cultui, et magnificentiæ
Romanorum veluti quadam concertatione facta coeperunt. Inter cetera Romanæ
magnificentiæ opera, quibus luxus impenfius excreverat, &.ipfe Perfarum
faftus, et opulentia obfcurata omnium iudicio cenfebatur, Villæ profecto
fuerunt, quibus nihil pulchrius, nihil amoenius, nihil præftantius &fpatiiamplitudine,
&ftruHuræexcellentia, et ædificii decore, &: operum copia haberi
poterat. Exftant nunc etiam Tibure Hadrianeæ Villæ veltigia, quæ fupra reliquas
plane excellebat, et ex qua tam infignia et Græcorum, et Ægyptiorum monumenta prodierunt,
ut iis Mufeum Capitolinumtamquam cimeliisomninolingularibus,omniumque præfiantiffimis
inclaruerit (0. Scatebat porro Tiburtinus ager Pyrrhi Ligorii Defcriptio Villæ
Tiburtinæ Hadriani Cæfaris. Romæ 1551. in fol. eum Jiguris • Vide lofephum
Roccum Vulpium Vet.Lat. Tom. X. y Sc omnes Tiburtinos Hifloricos, Ioh. Franc.
Martium, et Antoninum Regium, tum_, Idyllium Fabii Crucii, inferius citandum
Omnium IV ager multis aliis privatorum civium fecedibus longe
clegantiffimis, inter quos omnium deliciarum genere conferta eminebat Mæcenatis
Villa, aderantque aliæ, quæ ad Manlium
Vopifcum(0,MunatiumPlancum,SalludiumCrifpum,C. Caffium, Quintilium Varum,
Marcum Lepidum, et Cynthiam Propertii amicam, aliofque pertinebant. Prætereo
Ciceronis Tufculanum , quod fuerat antea Syllæ, tum Formianum, Cumanum,
Puteolanum, et quod omnibus celebrius, porticu, et nemore infigne, atque
Academicis quædionibus facrum, Pompeianum. Celebre et Horatii diverforium in
Sabinis, Catulli extra Portam Valeriam ad ripam Anienis , Senecæ in via
Nomentana 5), Martialis ibidem C6), et longo laniculi ingo (V, aliorumque.
III.Horumigiturimitatiexempla(æculiXVI.magnates opulentia, luxu, et litteris prædantes
fuburbana condere coeperunt amoenidima, quorum primum illud cd, quod in oppido
Bagnaiæ anno coidxi. inchoatum tandem perfecit Ioh. Francifcus Gambara Card.,
et Viterbiends Eccleliæ Epifcopus, cuius fata et Francifcus Marianius (s), et Felicianus
Buldus (9) late alienigenarumfrequentiacelebraturhæcVilla,nec caruic præfentia
IOSHPFII II. Imp. Pii Felicis Aug. 3 cuius rei memoria marmore infculpta hæc
Imp. Cæf. lofepho. II Petro. Leopoldo. M. Etruriæ. Duci Archiducibus. Andriæ.
Germanis. Fratribus PP. FF. AA Hadrianæ. Villæ. vedigia In. hoc. fundo, ac.
vicinia, confpicua Huius. Villæ. Dominus, demondravit Iofephus. Eqiles. de.
Fide Aulæ. Cæfareæ. Confiliarius XIII. Kal. Apr. A. MDCCLXIX prolianæVillæexidimat;
tum Gregorium Placentinium de Tafculano Ciceronis 3 nunc Crypta Ferrata; Romæ
1758. Vide Differtazione di Domenico de
Sanctis tra oli Arcadi Falcifco Carijliofopra la Villa di Orazio Flacco; Roma
pel Salomoni 1761., 8c Decuoverte de la Maifon de Campagne d'Horæe par PAbbe
Bertrand C.ap Martin-Chaupy; d Rome Hendecafyll. XLII. Epiff 104., et 110. Lib. I. Epig. 106. Lib.
IV. Fpig. In Parergo de Fpifcop. Viterbien. pojl Differtationem de Etruria
Metropoli; Romæ Ifloria della Cittd di Viterbo; in fine del Vid. Ioh.LucamZuzzcrium(D'unaantilaCronologiade'Vefcovi;
Roma.Conditoca Villa [coperta fui dojfo dei Tufalo; Venezia rum nomina hifce
Verfibus Petri Magni ibidem (0 Vid. Statium Sifa. Lib. I. 3. 17 479 qui
Ruifincllac delicium Jocum fuiffe Tuiexaratis innuuntur: Nec V
profequuntur. Tum prodierunt, ac longe lateque inclaruerunt Horti Tiburtini,
quos poft Card. Bartholomæum Quevam, qui aluliolll. obtinuerat, Card.
Hippolytus Eflenfis exftruxit, permagnifico prætorio auxit, et antiquis ftatuis,
picturis regiaque prorfus fupelleftile locupletavit. Hi dein in Card. Aloyfium
Eflenfem translati funt, quo vita funbto, ex, Hippolytite ftamentaria voluntate,
et iudicialifententia, eorumdem usura XII. annorum spatio cedit Sacri Collegii
Decano, donec purpura donato Alexandro Eftenfi, eorumdem ius in ipfa
familia'inftauratum cft, novafque a legitimis dominis et additiones, et reparationes
poftea habuerunt(0. Tiburtinum hoc delicium carminibus celebravit M. Ant. Muretus,
ac prædicarunt infuper Libertus Folietius , Ioh. Francifcus Martius (s),
Antoninus Regius, Fabius Crucius W, Ferdinandus Ughellius 05), Francifcus
Scottius»), Rodulphinus VeNec placuifle tibi laus ultima3 magne Riari, A quo
primus honos 3 nobilitafque loci. Quod fi longa tuæ ncvifTct flamina vitæ
Invida Parca, nihil quod quereremur erat. Saltem magnanimi virtus præclara
Rodulphi Serius ad fuperos hinc abiifTet heros. Nunc j o Dive loci præfes, tibi
Gambara poft hos Contigit haud opibus } fed pietate pari.
(0TeflesfuntfequentesInfcriptiones’: I. Regios. Eftenfium. Principum Hortos.
iinmenfo. Card. Hippolyti Sumptu. præruptæ. rupis Afperrimis. cautibus In.
mollilTimi. clivi. penfiles Ambulationes. converfis Ac. terebrati. per. montis.
vifcera Duffcis. ex. Anniene. innumeris Fontibus. admirandos. ab. Aloyfio
nutius Magnificentiori. forma. conftru&i Et. venuftati. quam. vides
Reftituti Anno. Salutis. Tyburtinum Hippolyti Card. Ferrarien. ad Flavium
Vrfinum Card. ampliff. 3 inter Opera fubJiciva Vberti Folieti Genuen. Romæ apud
Zanettum 1S’79j et In 1'om. I. Part. II. Thefaur. antiq.
bijtor.ltalic.Ioh.Georg.Grævii.Lugd. Batav. 1704. Hiflor. Tibure. Lib. V. num. 174. Thef.. Græv.
Vol. III.4. Antichitd di Tivoli di
Antonino dei Re; Tom. eod. Thef. Græv.
Ville di Tivoli deferitte dall'Arc/prete Fabio Croce di detta Citta;
ldilio divifo in due racconti 5 nei quali fedelmente Ji narratio non meno le
Ville, che anticarænte v'ebbero, e frequentarono gl*Imperatori, Re con altri
infigniperfonagEt.Alexandro.Cardinalibus pi,ecelebrivirtuofi, raalamedefimadella
SereMagna. fplendidi. cultus Acceflione. nobilitatos II. Serenifiimi.Francifci.
II. Mutinæ. Regii. &c. Ducis Vel. abfentis. munificentia Fontes. ifli.
temporis. iniuria. collabentes nijjima Cafa d*EJle &c. 1» Roma per it
Mancini 1664. in 8. (6) In additionibus ad Alpbonfum Ciacconium de Fontiff.
Rora. 3 S.R.E. Cardd., ad ann. 1539. ubi de Hippolyto Card. Eftenfi. (7) In
Itinerario Italiæ Lib. III.631. nutius(0, IohannesPetroskiusO), IolephusRoccusVulpius
, Barottius , aliique. Picturam vero æneis typis Romæ publicavit Corona
Pighius. In hos oculos Ilios potiflimum intendit, et horum exemplo incenius eit
CyriacusMatthæius, quodeinluosinCælimontioexcitaret, quoslatedeferibemus, poftquamceteros,
quideinRomæ, vel in eius vicinia conditi funt, levi calamo attigerimus. IV7.
Fere eodem tempore excitari coepit ab Alexandro Farnefio Card., Paulli III.
fatris filio, Caprarolæ delicium, infigni praclertim architectura lacobi
Barotii a Vignola, St præclaris Thaddæi, Friderici, St Octaviani fratrum
Zuccariorum, Antoniique Tempeftii picturis celebratiflimum b). Heicetiam laudandinunc
veniuntHorti,quiprimumexiuflu Card.IuliiMedicei, qui fuit poflea Clemens VII.
P. M., formam præbente Raphæle Sanctio, conftructi funt ad Clivum Cinnæ (nunc
Montem Marium dicunt ), picturilque Iulii Romani, StIoh.Utinenfisornatifunt,actandeminFarnefiam
gentem, quæ cultu fplendidiores, St opere ampliores fecit, devenerunt W
Recenlenda infuper eft Villa Philonardia, quam EnniusPhilonardiusS.R.E. Card. Tiburefibicomparavit,
quæque nunc fquallet, St rimarum plena undique fatifeit, atque dilabiturb).
Quid vero memorem Hortos a Iulio III. extra Portam Flaminiam dein mire
exftruStos, a Faufto Sa Defcrizione topografica 3 ed iflorica di Roma moderna
Tom. II.925. bæprarola &c. Opera de' pih celebri Arebitetti 3 difegnata da
diverfi. Libro in 8$. fol. 3 c mezzi fol. Imper. Parte III. Tum Deferizione 3 e
relazione iflorica dei nobilijftmo real palazzo di
Caprarola&c.daLeopoldoSebafliani;Romapergli
Trigonometrica Dioecefls, et Agri Tiburtitii Topograpbia 3 ‘veteribus
1viis 3 'villis 3 ceterifque antiquismonumentisexculta&c. RomætypisGenercflSalamoni3pag.XIII.
eredidei Ferri 1741. inS.Vide Epigramma Au($) Vet. Lat. Tom. X. Memorie Ifloriche de’ Letterati Ferrareft;
opera pofluma. In Ferrara nella Stamperia Camerale 1777. Vol. I.336. CS) Vide
Studio d’Arcbitettura civile fopra varie Cbiefe, Cappelle di Roma 3 e Palazzo
da Carelii Urfii Romani de Caprarolæ deferiptione ad Card. Farnefium Lib. III.
Epigr. 21.75utriufque editionis Parmen. 1589. 3 et Bonon. Nunc Villa Madama
vulgo audit \ (7) Vid.‘Iofephum Roccum Vulpium Vet. Lat. Tom. X. Lib. XVIII.
Cap. X.379 bæio(*)&FrancifcoCommendonio.C2)carminibuslaudatos, tum a
Scottio Cd, BoifTardio 3 CiacconioW 3Panvinio, aliifque fufe defcriptos? Ii
namque a Clemente XIV., et PIO VI. Summis Pontificibus nuper reparati
eruditorum omnium oculos in fe converterunt, et æneis formis expreffi,
noftnfque illuftrationibus audi in publicam lucem ad Architedonicæ artis præfertim
adiumentum propediem prodibunt. Laudari vero lure poftulant Horti Medicei in
Colle Hortulolum exfiflentes, a Card. Ioh. Puccio Politiano inchoati, et dein
ab altero, eoque eximio Romanæ purpuræ ornamento, tum Magno Etruriæ Duce
Ferdinando Mediceo multis eruditæ vetuftatis præclaris reliquiis, et exoticarum
linguarum typographia longe celeberrima magnificentiffime amplificati.
Commemoratio faltem defiderium reparet Hortorum Carpendum, quos in Quirinali
olim ædificaverat, atque adeo præclaris ornamentis infigniverat Rodulphus Pius
S. R. E. Card., ut CXXXVI. amplius ftatuæ in iis numerarentur, quarumpræffantioresrecenfetLJlyffesAldrovandiusV)3eas
infuper referens, quas et ipfius Palatium in Campo Martio
fervabat.Hisiungantur&Hortiilli,quioliminSuburra prope Amphitheatrum
Flavium, et Templum Pacis a Card. Lanfranco conditi, Carpenfes dein fadfi funt.
Prodierunt et hoc tempore Horti Farnefiani Tranftiberini (8J, aliique
PalatinifV,ubinuncvineæ,&;vepres. Necreticendifuntmodo mato Epigrammatam
Lib.I. pag.Sj., fi7.,,33., 138., 144.3 148., i;i., ij6., ij7., 161, Ex Mf. Cod. Epiflolar, Cornelii Muflii Epifc.
Bituntini apud CI. Præfulem Stephanum Borgiam a Secretis Sac. Congr. de
Propaganda Fide. Itiner. Ital.483. Topograpbia Vr.bis Romæ Tora. I.Jo. et feqq. In vitis Ptmtif., 'ubi de Iulio III. (fi) ln
vita Ia/ii III. poli vitas Barth. Platinæ. Hortis Carpenfibus legendus
Boiflardius loc. cit. pag.46.jScottiusloc.cit.Lib.II.Cap.VII[. pag.476.j Francifcus
Swertius Lib. II. Itiner. Italiæ 3 Andreas Victorellius, æ Ferdinandus
Ughellius apud Ciacconium in Rodulphi Pii Card. vita3&Floravantes Martinellius
Romæxethnica facra$y. Vide Portæ eCtypum inter opera Architectonica Iacobi
Barotii a Vignola^ Tab. XXXXV. (8) Vid. Scottium loc. cit.416., Boif Tardium
(7) D elieStatue antiche, cbepertutta Roma, loc.cit.pag.11., &UrfiumLib.I.epigr.12.pag.52.
fiveggono 329J. Vid. fuperius201. De (9) Vid. Scottium444. VIII
ma*nificentiffitni Horti Quirinales Card. Guidonis Bentivoh Ferrarienfis,
quibus nulli Romæ erant arboribus fplendidiores, ut et lilvæ lpeciem præberent,
et labyrinthi b).Succedant dein HortiCælii,qui,defcribenteloh.BaptiftaFonteio-,
ad dexteram laniculum habent, ad lævam Vaticanos montes, ante fe Tiberim,
SancTi Spiritus Fanum, et Xenodochium, pojlfe Prata Neroniana, fornaces
lateribus excoquendis infimaas, edito in colle,fecundum ædes Cacfias
refertiffimas ipfis antiquitatibus. Horum Hortorum Inlcripuones multas refert
ipfe Fonteius, lulius Iacobonius, cetenque, ac nonnulla eorumdem vetera
monumenta iamdiu inde avufa ad augendam Capitolii maieftatem præcipue
emigrarunt b. Nonnullisantiquitatis exuviisditatiq uoqueerant HortiAventini
Maximorum H). Nec fua careat laude Blofianæ Villæ amoenitas, et Hortorum
Coloccianorum apud veteres Sallu ftianosO123) tumobveterum monumentorum copiam,
tumob litteratorum conventum celebritas. Infuper memoretui
AuguftiniChifiiSuburbanum Tranftiberinum,inFarnefiamgentem translatum,
magniRaphælis picturis, multifque antiquitatibus IpedlatiffimumV; 5 Marcelli
Ccrvinii Card., et dein Pontificis Max. Villula elegantiffimaV), ac Petri
Melinii altera V), in qua Poe Vid. Scottium479.} et BoifTardiurrL.47. Deprifea GæftorumgenteLib.Il. Cap.XIII.154.
Vid. Urfium Epigr. 19. Lib. III.72., ubi de fimulacro Veftæ in Hortos
O&avii Cæfii translato. In
Capitolio: Clemens.XI.P.M Romæ. de. Dacia. Triumphantis Captivorumq. Numidarum.
Regum. Statuas Ex. Hortis. Cæfiis Addito. Ægyptiorum. Signorum. ornatu
Porticuque. a. fundamentis. excitata Ad. augendam. Capitolii. maieftatem
Tranftulit Anno. Salut. M. D. CC. XX "4) Vid. lulium Iacobonium appendice
ad Fonumdeprifea Gæftorumgente Vid. Fauftum Sabæium Lib. 111. Epigram., 525.,
524., et 5*5edicRomæ isj6(6) Vid. Virum Cl. loh. Francilc. Lancellot-,m in vita
Angeli Coloccii præmilta operi, cui ulus:PoefieItaliane, eLatinediMtuifg.'i»'
IoColocci&c.hfi.772-PUires''"rcriP‘iones Corcianæ migrarunt in
Palatium Caid. Carpine!: Le Smetio in Præf. Infer. (7) Suburbanum Aitgitfini
Chifi per Blofum illadium. Romæ per lacobum Mazocbium Rejn. Academiæ
Bibliopolam 1J12. (8) Vid. Sabæium loc. cit.568. (9) Vid. Benedi&i
Lampridii Cremon. Odem in eliciis Poetar. halor. Tom. IX Poetas de more familiæ
coena excipere ipfe folebat. Accedat Villa Lantia in laniculenfi calle fita,
quam Iulii Romani architeftura, et piHuræ celebrem præfertim fecerunt. Accipe
nunc et veteres Hortos Vaticanos (0, quibus Hortus Botanicus quinetiam Nicolai
V. iufiu olim conditus
adneclebatur,quofqueamoenioresfecithoctemporePiusIV.,exflxufto 'ibidem delicio
fane elegantiffimo, ufus opere Pyrrhi Ligorii, qui formam dedit, et perficiendam
curavit. Huc etiam revocanda Villa ampliffima, quam ad Tufculanum ædificavit
Card. Marcus Siticus Altempfius Pii IV. fbroris filius, quæMondragonisdiflæft,quæquedeinfaftæitCard.
ScipionisBurghefii,aquomultætiamhabuitincrementa. Sed iam properemus ad
celebres Hortos Viminales, five Exquilinos, quos Sixtus V. condidit,
infignibufque ornavit veterummonumentis,quiproinde&Perettii,&Montaltini
dicti funt, quos Aurelius Urfius Romanus (d præfertim carminibus celebravit,
quofque dein fuos fecit Ioh. Francifcus Nigronius Genuenfis S. R. E. Cardinalis
O. Tum his
iunganturproximitate,&eiufdemPontificisbeneficentia,&aufpiciis affines
Horti Viminales Martii Frangipanii0), qui nunc adStrotiamgentempertinent; atqueitafinisim
ponaturpræcipuis, quæ tulit ruralia delicia fæculum XVI.
IV.Necminoricelebritate,magnificentia,acveterum monumentorum congerie præftiterunt
huiufmodi Suburbana, quæ (i) Belvedere vulgo audiunt. Vid. Delie. Poetar,
halor. Iani Gruteri. Vid.HortiRomanibrevemHiJloriamGeorgu. Bonellii CI. Medicinæ
Profefloris in Archigymnafio Romanæ Sapientiæ ad Tom. I. Horti Botanici
Romani1. (;) Carminum tib.II. pag.:8. Peretthm, fm Sixti V. Pontif. M. Horti
Exquilim, et Lib.IUEpigr. 24.73, de Perettina Sixti V. P. M VUlq carmine
deferipta, mittit nempe verfus fuperius indicatos. In inuro Hortor, prope Bafilicam Tiberianam:
Sub. præfidio. Deiparæ I.F.tit.S.M.in.Ara.Cæli.Card.Nigronus Se. fuos. fuaque.
conflituit Die. V. Aug. ann. Domini. MDCCVII
In fronte Ædium: Sixto. V. Pont. Max Ob. collata In c‘. fe. beneficia
Hortofque. Viminales Au Flos Martius. Frangipanius Grati. animi. ergo b
X quæ dein fæculo XVII. exftru&a funt. Tufculum quidem amoenitate
loci multos ad fe rapuit, et ad deliciarum feceffus ibi dem ædificandos
invitavit. Talis eft, quem Petrus Aldobrandinius Clementis VIII. fratris filius
regiis prorfus impenfis, et apparatibusexfiruxit0),& cuiabipfograto
prospectu nomen inditum est. Eidem etiam accepti referendi funt, qui in
Quirinali colle eius Ædibus iunguntur, et veterum nuptiarum picturis, ex Titi
thermis addu&is, Horti potiftimum celebrantur. Romæ in Ianiculi vertice
prope Portam Aureliam delicium fibi comparavit InnocentiusMalvafiaV)AnnonæPræfectus,
eumlocum occupans, quemibi Horti Martialis olimobtinuerant (r). Quis vero pro
dignitate referat Hortos Pincianos fplendidiftimos, quos condidit Card. Scipio
Caffarellius in Burghefiamgentemadfeitus,quoiquetot,actantiselegantioris antiquitatiscimeliis,
tum&picturislocupletavit?Manillius, Montelaticus, Leporeus, Brigentius,
aliique C) latis fuperque eofdem celebrarunt. Nec iple Paullus V. Burghe
Infcriptlo ibi legitur: Petrus. Aldobrandinius Clem.VIII.Fratris.Filius Redacta.
in. poteflatem. Sanftæ. Sedis. Ferraria Reipublicæ. Cbriftianæ. fallite.
reflituta Villam. hanc Deducta. ex. Algido. aqua. extruxit Vid. Villa
Aldobrandina Ttefculana, et varii il($) Vid. Epigr. LXIV. Lib. IV: Hinc Jeptem
dominos videre montes, Et totam licet æjlimare Romam. litisHortorumi& Fontiumprofpettus;infol.Epitifingolari.IuRomaperGio.FrancefcoBuagni
didit Dominicus Barriere. Tabulis XV., et dicavit Ludovico XIV. Galliarum
Regi. Perfecit anno 1604., ut docet
Infcriptio, quæ fic fe habet: in S. 3 Aufctorem habet Dominicum Montelaticum. Defcrizione
della Villa di Borgbefe di Lodovico Leporeo in 4. Vide Apes Urbanas Leonis
Allatii185. Poetica deferiptio Villæ Burghefiæ vulgo Pineianæ Andreæ Brigentii.
Romæ fius. Villa Borgbefe fuori di Porta Pineiana di
Giacomo Manilii Romano,hiRomaperLodovico Grignani , in S. Villa Borgbefe fuori
di PortaPincianacon Pornamenti3chefioffervano nel di lei palazzo, e con le
figttre delle Statue In. hoc. Colle. lani. Bifrontis. memoria Et.Martialis.Poetæ.Hortis.celebri
in8.Deorum ConciliuminPinciisBurgbeftanis Suburbanum.hunc.fecefium Domo.
clauftro. flatuis. picturis Fonte. aviario. pomario. vinea Inftruftum. ornatum
Innocentius. Malvafia. Cam. Apo/t. Clericus Annonæ. Præfe£tus. fibi. amicis
Animi. caufa. comparavit Anno.Sal. MDCCIIII
HortisabEr/.Iob.Lanfrancoimaginibus,monocrornatibus} et ornamentis exprejfum.
Delineavit, et infculpfit Petrus Aquila, fol. IX. imper. FpiJlola Francifci
Blancbinii de nobilijjimo hofpite Comitis de Traufnitz nomen profejjo, et in
Villa Pinciana Burgbefiorum Principum excepto die 27. Maii 1716. Romæ.
'XI fius, qui Quirinale Mutatorium Pontificum excitavit, Hortos ibidem
defiderari, neque eofdem et veterum monumentis-, &. ceteris honeftæ
voluptatis deliciis carere voluit. Celebres et antiquis monumentis referti funt
Horti Ludovifiani, quibus locuscumvetuftisSalluffianis Hortiscommunisaliquainparte
efi, quique Cardinalem Ludovicum Ludovifium præcipuum auftorem habent. His
neftantur Horti alii Ludovifiani iucundifiimi, quos dein fuos fecit gens
nobilillima de Comitibus, in Tufculo politi. Non elegantia folum, fed etiam
Ioh.TomciMarnavitiiBofnenfis Epifcopidefcriptiocelebrem fecit Villam
Sacchettiam Oftienfem. Quis omnes recenfeat Barberiniæ gentis delicias et in
Vaticano ubi olim Horti Neronis, et in Ianiculenli, et in Quirinali colle (ri,
et ad Callrum Candulphi etiam magnifice conditas? En Rufina Villa in veitice
Tufculi, ubi Tulculanutn Ciceronis aliqui ftatuerunt, ut et fuperiusinnuimus,
quam Alexander Rufinus Romanus Melphienfium Epifcopusexftruxit. Prodeat&nunclaniculenlis
Nobilia Villa, cui nunc Spadiæ a gente, quæ eam poftea obtinuit, nomen efi,
quamque inter Aureliam Portam, et Hortum publicum Botanicum Vincendus Nobilius
excitavit ri). Sed Ianiculenfem collem nulla magis confpicuum fecit, quam
Pamphilia Villa, cuius pi-oPpedum, delineationem, et præftantiora monumenta typisæneisper
Ioh. Bapt. Faldam inlcuiptisexhibuitIoh.IacobusRubeus,quiopusinfcribens
Principi Ioh. Bapt. Pamphilio perperam Alexandri Algardii C0 Villa Sacchetta
OJlienfis cofmograpbicis tabulis, et notis illuftrata > rujlicanis legibus,
officinarumque infcriptionibus adnotata &c. Romæ apud Ludov. Gngnanum 16jo.i,;
4. vid. Leonem Allatium in Apib. Vrban. Vid.Tetium in Ædib. Barberin.
p.37o& feqq. G)Hæcibidem legiturlnfcriptio: Villa. Nobilia Viator Hic. ubi.
Ædes., ad. animos archiInter. amoena. exhilarandos A. Vincentio. Nobilio.
excitatas Adfpicis Aug. Cæsarem. aquæ. de. fuo. nomine. vocitatæ Ex. Lacu.
Alfiatino. milliario. XIV Conceptæ Et.in.rranfliberinam.Regionem.perduftæ
Emiffarium.exftruxifle. ne. fis. nefcius Dixi. abi. felix. &. vale An. Sal.
b2 XII architecturam fecit, cum ad Ioh. Franc. Grimaldium
Bononienfem pertineat (0. Exquilinum vero collem tenet, atque
ornatVillaAlteria,inqua Statuæ,Frotomæ, Infcriptiones, et sepulcri Nafonum
Picturæ nonnullæ veteres adfervantur. Iuftinianea Villa, quæ extra Portam
Flaminiam et veterum cimeliis, et recenti cultu conlpicua olim erat, nunc
omnino fquallet, eiufque ornamenta præcipua iam ad alteram iuxta Lateranum
fitam amplificandam proceflerunt . Dies me deficeret, ficeterasminores Villas, Cofiagutiam,
Caipineam, Cæferiniam, Urfiniam ad Arcus Neronianos, Gilliam via Portuenfi,
Cafaliam in Cælimontio, Gymnafiam in Aventino, Sannefiam via Flaminia, Nariam
via Salaria, Cinquiniam viaNomentana,aliaiquefingillatimpercenfere,acdefcribere
nunc vellem. V. Quare memorentur nunc tandem Villæ præftantiores, quas tulit
noltra ætas. Præftat extra Portam Nomentanam splendidecx ftructa PatritiaVilla (fi,
quamimmortalis memoriæ Pontifex Clemens XIV. honeltum oblectamentum capturus
quotidie fere adire confueverat. 1 ranitiberinas Ædes Corfiniæ gentis, olim
Riariæ, ubi iam degerat Chriftina Succorum Regina, ornatiores facit Viridarium
amplum, amoenumque, quod iifdem coniungitur. Fluic proximum elt aliud eiufdem
Corfiniæ gentis Delicium extra Portam Aureliam,exSimonis Salviiarchitecturaconltructum,lofephi
Pafferiipicturisinfignitum,pomarioauctum,&veterumcolumbariis, quæ Petrus
Sanctes Bartholius illuftravit W, et quo(0VillaPamphilia3eiufquePalatiumcumfuh
Ioannes profpeUibus } Jlatua^ fontes } vivaria, theatra > Card areolæ 3plantarum3
viarumqueordinescumeiufdem ahfoluta delineatione. Romæ formis loh. Iacobi de
Rubeis in fol. Dicitur hæc Villa Re/rePatritius fpiro. Vid. Præf.adlibrum,cuititulusde'Sepol
In fronte Ædium hæc leguntur: cri degli antichi; et opus alterum eiufdem
poftumum editum Parifiis a CU. Viris Caylufio9 et Marietteio 3 quod infcribitur
Peintures antiques. rum XIII rum unum eft libertorum Verginiæ
gentis, noftra ætate dete£him('), refertifiimum; quod licet exafto fæculo
ortum, noftro tamen maxima ex parte eft amplificatum. Ad Portairu. Nomentanam,
contra Coflagutiam Villam, novam excitavit Colbertiiæmulus SilviusValentiusGonzaga
Mantuanus,S. R. E. Cardinalis, Sc fapientiffimi Pontificis Benedicti XIV. a
fecretioribus confiliis, quam doctis omnibus patere iubebat, Sc antiquis
infcriptionibus, exoticis plantis, pluribufque ex India, et America adveftis
cimeliis abunde ditaverat, quæque dein a Card. Prolpero Columna Sciarra
comparata Barberiniæ genti nunc acceflit. Extra eamdern Portam aliam fibi
paravit Villam, nonnullis antiquis monumentis ornatam, Cardinalis Hieronymus
Columna Ærarii Pontificii Quæftor, Camerarius vulgo nuncupatus. SecefTum quoque
via Aurelia libi fecit iucundiflimum Card. Iofephus M. Feronius Florentinus,
qui primus docuit hortos topiario opere ex malis medicis instruere, ne
voluptas, Semagnificentia folo fiimptu,Stfterilitate diftingueretur, quin
potius ex ipfo luxu, et oblectamento non mediocris gigneretur proventus.
Deliciis, et elegantia fpectatif {imam Villam infuper ædificavit extra Portam
Salariam non longe ab Aniene, et ponte Narfetis Flavius Chifius Iunior S.R.
E.Cardinalis, quemmoxdirafatiforsperemit. Verumceteris fupereminet, &iamomnium
maximefama celebraturfplendidiffimaVilla,quamextraPortamSalariamædificavit,St
quotidie etiam amplificat Eminentiffimus S. R. E. Cardinalis Alexander Albanius,
qui regio plane cultu, Sc exquifita elegantia ipfam perfecit. Ægyptiaca, Græca,
Sc Romana eiuditæ antiquitatis monumenta ubique fe produnt, quorumpleraque
anecdota typis æneis expreflit, doctifque illuflravit explico Vid. EphemerideslitterariasFlorentinasCl.
O) Vid. Elogio dei Card. Silvio Vale,ni Go«Ioh.Lamiianni1765.n.21.3
&feqq.coi.jai.j zaga (deiCh.Monfig.ClaudioTodefchi). « &peqq. Roma
dalle Jlawpe dei Salomoni ^*PaS-34* plicationibus Vir Cl., idemquc
infeliciflimus Ioliannes Winckelmannius Saxo, olim Nethnicii in Agro Drefdenti
Bunavianæ Bibliothecæ, quæ in Electoralcm pottea migravit, Cultos alter, tum
Romanæ Ecclefiæ facra profefTus, Romanarum antiquitatum præfe&ura ornatus,
Bibliothecæ Vaticanæ Scriptor Græcus renunciatus, et Albaniæ iplius Bibliothecæ
curandæ præpofitus (0. Cetera, quæ ipfe intafta reliquit, eadem plane ratione
expofuit Vir alter eruditiffimus Stephanus Raffeius C2); utceterospræteream,quifparfimipfavel
explanantes, vel laudantes celebratiffimam hanc Villam undique præftiterunt. Tanto
apparatui refpondent et picturæ, quæ aubtorem habent Antonium Raphælem Mengfium,
cuius prædantia eo pervenit, ut Urbinatenfis virtuti proxime acceflifie omnium
iudicio exiltimetur. Vere quidem dixeris et Gratias, et Mutas heic habere
domicilium, ac veterum Confulum, et Auguftorum tamquam redivivam exfurgere
maieftatem. Non igitur mirum, ti fplendiditTimum huius Villæ atrium patuerit
Camoenis Dardani Aluntini, Iotephi II. Cæfaris , et Hermelindæ Thalææ, Mariæ
Antoniæ Walburgæ Bavarenfis, Saxonicæ Electricis viduæ laudes concinentibus, ipfumque Augultitlimum
Principem, &: Romanorum Imp. electum, Romæ degentem, anno cididcclxix. a.
d. XIV., et V. Kal. Aprilis et invifentem, et admirantem tantarum rerum copiam,
(0Monumenti autlchiineditifpiegati, ei‘tllujtrati da G:o. Winckelmann &c.
Torni II. Roma in fol. Ricerche fopra uti Apolline della Villa.j
dellEmoSig.Card.AlejjandroAlbani.IuRoma
Saggio di ojfervazioni fopra ttn Bafforilisvo della Villa fuddetta (efprimente
il voto di Berenice ) In Roma. Ojfervaziom fopra un altro
BafforilievodellameiefmaVillaAlbani(elprimente Ercole domatore d’Echidna
Scitica ). Differtazione fopra uh fmgolar combattimento efpreffo in Bajforiliem,
efflente nelta Villa fuddetta, c cioe Ja monomachia di Mennone con Achille). et
præFilottete addolorato 3 altro Bafforilievo tiella Villa JleJfa; in fol. Adunanza tenuta dagli Arcadi per Velezione
della Sacra Reni Mæfla di Giufeppe II. Re de’ Romani. In Roma cui adne&itur
Tabula ænea exprimens frontem Ædium } et Atrii ornatiHimi. Adunanza tenuta dagli Arcadi nella Villa
AlbaniadouorediS.A.R.MariaAntoniaWalburga di Baviera Elettrice Vedova di
Saffonia, fra le Pajlorelle acclamate Ermclinda Talea.• In Roma & præftantiam,ibidemmirecoaddam,&concinnedilpofitam
confpexerimus (0. Recenfitis Hortis omnibus, aut faltem celebrioribus,quivelpræceflerunt,
velfubfequutifuntMatthæianos
noftros,reflatmodo,utdeiplispreflius,&latiusdicamus. Locum nunc
perpendimus. Iidem fiti funt in ea Pomoerii parte, quam Aurelianusintra Urbemcomplexuseft,quæque
in Regione II. Cælimontana comprehendebatur. Manflones Albanas antiquitus hunc
locum potiflimum tenuifle, cenfueruntBoiflardiusCj), Marlianius W,&DonatiusD,fed
nullam, quaniterentur, rationemattulerunt. Quareincertus, fiNardinio0)credimus,adhuceftharumManfionumlocus,
neque nos quidquam etiam hac de re ftatuere aufimus alibi de iildem loquentes.
Proxima huic Cælimontii parti fuifle, immo iplam occupafle aliquando Caftra
Peregrinorum ab Augufto inftituta, alii cenfuerunt, atque inter ceteros
Panvinius W, et Vignolius (?), innixi potiflimum veterum
infcriptionibus,inquibuseorummentio,quæquevelinareaÆdiculæ Sanctæ Mariæ in
Domnica, vel prope Ædem rotundam S. Stephani inventæ funt; ut nunc præteream, quæetiamin
laudata area erutæ fuerunt Benedi&i Ægii Spoletini ætate,
quasipfeedidit(IO), quibufqueadduddus&eademCaftraibidem agnovit, et eos,
qui ponunt ad Templum SS. IV. Coro(i) Huius rei accipe monumentum ibidem
pofitum: lofepho. II Pio. Felici. Augufto Quod. has. Ædes. præfentia. fua Maximus.
hofpes. impleverit Alexander. Card. Albanus M. P nato($)Rom. vet. Append. ad
Fragmenta 'vejligii 'veteris Romæ lob. Petri Bellorii Tab. Defer. Vrbis Romæ }
TheJ\ Antiq. Romau. Grævii.
lnfcript.felecl. pojl Differt, de Columna Imp. Antonini Pii183. j e feq.
(10) In adnotationibus ad Apollodori Atbenien.
Vid. Fabrettium de aquis 3 et aquæductibusn.45.ad53.
Bibliotb.,fivedeDeor.origine&c.Romæinæ Topograpb. Vrb. Romæ dibus Antonii
Bladi Vid. apud Gruter. Topograpb. Vrb.
Romæ XVI natorum (0, impugnavit.Muripars feptentrionalis, quaHorti Matthæianicinguntur,
licetadvetus Monafterium, dequo mox dicemus, potiflimum fpectct, pertinebat
olim ad ductum aquæ Claudiæ, cuius ibidem divortia erant; pars enim in
Antoninianas Thermas, utteltantur litteræadhuc confpicuæ... NTONIANA, magnis
laterum tabulis e muro paullulum prominentibus confectæ W; pars in Palatium Cæfarum
tendebat, ut produnt veftigia aquæductus interdum occurrentia. His adneftitur
arcus adhuc exftans ex lapide Tiburtino, fuper c]uo aqua ad Aventinum
procedebat, et in quo legitur inlcriptio fatis nota: P. CORNEUVS. P. r.DOLABELlA
C. 1VN1VS. C. F. SILANVS. FLAMEN. MARTIALIS COS LX.S.C FACIVNDVM. CVRAVERVNT.
IDEMQVE. PROBAVERVN.T Via, quæ ad Clivum Scauri per Curiam Hoftiliam ante
Hortosnoftrosprocedit,eacenfetur,quaolimperTabernolam, antiquæUrbisvicum,attendebaturinCæliumU).Prope
etiamaderatrotundumTemplumvelFauni(j),velBacchi) velClaudii,aPombaiamVefpafianiImpp.,utaliicenfuerunt,
quodnuncNicolai Circiniani, vulgoPomerancii,&Antonii Tempeltii picturis,
veterum Martyrum diros cruciatus exPri Inter ceteros Boijfard. Topograpb. Vrb.
Rora. Tom. I.His nunc accedit Horatius Orlandius Ragionamento fopra ut?Ara
antica (dedicataaVulcano).Roma.art.ult.pag.95. Suppiem-adJVuv.T*hef .Muratoriipag.So.n.5., Vid: Epiftolam Flaminii Vaccæ latinitate' fed
mutilam, aliique. Fornicis typum habes apud donatam a Montfauconro in Diario
Italico Cap. X.14S. Gudius81. n. 10. refert tabulas inventas c regione vineæ S.
Sixti, «Sc Thermarum Antoninianarum ad radicem Montis Aventini verfus regionem
dictam Pifcinam publicam 3 in quit, bus hæc legebantur: A^VA. CLAVDIA.
ANTONIANA. NOVA VIRIÆ. ALCESTE. ET. L. VIR1I. ANTIQ FORTVNATI Refert Gruterius176. n. 2.3 Panvinius de Civ.
Rora. Ioh. Bapt. Piranefium Tom. I. Airtiq. Koman. Tabula Fig. I. Nardin. Rora, •veter. Borrichius de antiqua
Vrbis facie Cap. IV., Rondininius de SS. Ioh. 3 et Paullo, eoruraq. Bajilica in
‘Drbe Roma vetera monumenta. In
inferiptione hoc loco detefta, quam refert lulius lacobonius Append. ad
Fonteium de prifeaCæjiorumgenteCap.IV.pag.38.3memoratur ÆD1CVLA GENIO AGRESTI
dicata.primentibus ornatum, duplicique
columnarum ordine fuftentatum Divo Stephano Martyrifacrumeft. Heicetiamnum confpicuifuntarcus
Neronianiaquæ Claudiæ, quibus aquaipfaad Palatinumdeferebatur. Proximætiamerat Curia
Hoftilia, a Tullo Hoflilio III. Romanorum Rege magnifice ædificata, cuius adhuc
haberi reliquias, hafque cenfendas efle ingentes arcus ex Tiburtino lapide,
quibus fuperftat nunc turriscampanaria, longainfuperfubftrudioneinhortumporredos,
recentiores plures, præeunte Flavio Blondio 0), Confenferunt; idque eo magis,
quod ibidem quatuor Pulvinaria marmoiea eruta fuerint, quæ dein ad fcalas Ædium
Matthæiarum in Circo Flaminio translata fuerunt, quæque nos fuo loco(T
adduximus. Ceterum Pompeius Ugonius d), aliique ædificium aliquod Cæfarum ætate
excitatum in hilce ruderibusagnofcendum potiusexiftimant, quodparumcredibile
videatur pofl tot fæculorum lapfum, poft tot Urbis excidia, atque poft tot
imperii viciftitudines hactenus antiquiflimi ædificii reliquias, annorum
edacitatis, et direptionum furoris vidrices, fupereflepotuifie.Montfauconiushacdere_»
etiam dubitavit, quod ægre in animum libi induceret, immanemillamædificiimolem,caftrorummoremunitam,unicam
fuifle Curiam; quin potius hinc coniedafie nonnullos refert, exftitiflehocloco CaftraPeregrinorum.
Heicquidem fuifle ædes Sandorum fratrum Iqhannis, et Paulli, in quorum honorem
dicata eft proxima Bafilica, ambigi non poteft; quarum quidem veftigia haberi
putat Philippus RondininiEcclefiæ militantis triumphi) five Deo amaRomæ
inflaur. Lib. I. hilium Martyrumg/oriofapro ChrijlifidecertaVol.II.horumMonumentor.ClafT.X.Tab.
mina ) prout in Ecclefia S. Stephani Rotundi Romæ vifuntur depicia, a Vincentio
Billy æneis Tab. expreffa. Romæ.
Interioris huius Templi profpe&um habes apud Ioh. Bapt. Piranefium
Tom. I. Antiq. Roman. Tab. XXV. Fig. II. ' LXXII. Fig. I., et II., Tab. Fig.
I., et II., et Tab. LXXIV. Fig. I., et II.93., et feqq. Vid. Ficoronium
Vejligia di Roma antica Lib. I.,cap. XIV.87.
Eibro de Stationibus Vrbis. Git.
Diar. Ital. Gap. X.148 XVIII ninius CO in quibufdam arcubus, et ruderibus
prope laudatam Bafilicam exfiftentibus, quorum nemo Scriptorum meminit. Sub
Hortis noftris vetus aliquod etiam fuille ædificium, arguere licet ex marmore
reperto eo loci, quod refert Fabrettius , et in quo habetur fimulacrum Veftæ,
et artis piltoriæ inffrumenta, modium, spicæ, et mola verfatilis, cum hac
epigraphe: VESTÆ. SACRVM C. PVPIVS. FIRMINVS. ET MVDASENA.TROPH IME VII.
Veterum ædificiis. Hortos Matthæianos ambientibus, ufque dum recenfitis,
accedant Chriftiana Templa, quæ iifdem ita adhærent, ut ipforum pars effe
videantur. Nihil amplius dicemus de Templo S. Stephani, et de Balilica SS.
lob., et Paulli, quæ titulus Pammachii dicitur, cum de
his,utpotepaulloremotioribus,fatisiamactumvideripoffit. Omnium quidem proximior
Matthæianis Hortis eft Eccleha S.Mariæin Cyriaca, livein Dominica, quæ&in
Domnica,&in Navicula h)?anaviculamarmorea,caudavotilocata, quæ ante Templum
cernitur, dicta eft. Hæc navis mfignita eft roftro apri caput referente, quam
ex voto Marti, vel alio Numini politam aliqui putant a milite in Caftris
peregrinis degente. At Ficoronius Cybeli
potius dicatamu» fufpicatur, quod aliud viderit anaglyphum, ab ipfo etiam
vulgatum b) 5 in Mufeum Veronenfe profectum, ubi navis cernitur, in qua vehitur
Dea Cybele, quamque Matrona velata, funis ope, cui adligata eft, extra aquas ad
fe trahere dextera manu nititur, hac fubiecta infcriptione: (0 &e SS.
Martyribus lobanne 3dr Paullo, Seft.I. n.3.
eorumqueRafilicainVrbeRoma‘veterarnonumenVulgoNavicella. MAta &c. Romæ Ai
Tabulam Iliadis poftColumnam Traian.pag.339.3SiInfer. Cap.VIII.n.277.Pag-632.
Attulimus&nosTom.III.Clafs.X.Syllog. Infer.
Le ve/ligia, e rarita di Roma antica MATRI.DEVM.ET.NAVI.SAI.VIÆ SALVIÆ.
VOTO. SVSCEPTO CLAVDIA.SYNTHYCHE D.D Nomen Cyriacæ, vel Dominicæ Ecclefiæ
inditum videtur acelebri MatronaRomana,quæibidemædeshabuerit('), ut et prædium
habuit in Agro Verano. Forte fandæ huius Matronæ imaginem habes in antiqua
pidtura ex ipfius Coemeterio ad S. Laurentii extra muros iam eruta, quam Cl.
Ioh. Bottarius 00 ex Arringhio adduxit. Ceterum Sanctæ Domnicæ nomen, et natale
Bollandius affert ex Menæis Græcorum ad
d. VIII. Ianuarii; fed hæc Virgo Africana, quæ floruit fub TheodofioM.ufque
adLeonem,&Zenonem Augg.,anoftra differt.VualafridiStrabonisG)fententiam, aDomino,cuicultus
in illa æde redditur, nomen repetentem, quia omnibus ædibusfacriscommunem, acceterasetiam
huicquidemnonabfimiles fententias haudmorabimur. EcclefiahæcaPafchaleI. a
fundamentis ampliata, et renovata fuit, cuius exftat vermiculataabfisaduabus porphyreticiscolumnisfuffentataG);
quibus accedunt XVIII. infuperexGræcomarmore,nigro, et viridi, columnæ aliæ
nihilo inferiores. Sanctæ Balbinæ corpus ibidem reconditur, atque heic Sixtum
I. per Levitam Laurentium ecclefiæ thefauros pauperibus diffribui mandafle,
funt qui tradant. Vetuftiflima quidem haberi debet hæc Ecclefia, cuius mentio
eft in veteri Defcriptione Regionum Uriis,editaa MabillonioG), ubiagensdefeptemviisufque.>
porta Ajinaria, ftatim fubditur Sancta Alaria Dominica. Adfæculumfaltem XI.pertinerevideturArchipresbyterRencdillus
Diaconus Sanctæ Alariæ, quæ Domnica dicitur,
Roma fotterranea Tom. II. Tav. CXXX.17S. cuV id. Floravantem
Martinellium Roma ex ethnica facra214. (6) Vetera Analecta365. fecund.
edit. Aci. Santf. lanuar.4S3.
Viet.Franc.Viflorii Differt.Philolog.pag.$1. Parif.1725. De rebus ecclejiajlic. Cap. VII. c2 XIX
JiX cuius monumentum in Divi Stephani in Monte fitum, et a Doniod) adductumheicfiltimus:
HIC. REQVIESCIT. CORPVS. DEVOTVS. XPI FAMVLVS. ARCH1PBR. BENEDICTAS. DIAC. SCI.
MA RIF,. QA. DOMICA. Q. OMS. Q. AD. HANC. BASILICA. IN GREDITIS. DIGNEMINI.
ORARE. PRO. ME. PECCATORE. AC. P. XPI. NOMEN. OMS. CONIVRANS. VT NVLLVS. HOC.
TVMVLO. VIOLARE. AVDEAT. 3 SI. QVIS <0 AVTEM. VIOLARE: P: SVPSERIT: i A.
PATRE. ET. FILIO. E. SPS SCI. ANATHEMATE. IM. P.. P. DANATVS. EXISTAT Certe
quidem, ut innumeris exemplis o(tendi pofTet, ab VIII. ufque læculo ad. XI.
ufus obtinuit has malas precationes, a Chriftiana pietate, et manfuetudine
alienas, et a fola temporumbarbarie, &infcitiaquoquomodo excubitasadhibere(3>;
quidquid contra Reinefium Fabrettius M reponat. Cum Benedictus dicatur Diaconus
huius Eccleliæ, apparet nondum ad Archidiaconum pertinuifie, ut dcin factum
videbimus. Iam in noftra Diflercatione in tit. Canonicum de officio ArchidiaconiWadduximus
Chartamanec dotamannidcccclxxxii., in qua memoratum cernimuslohannem Archidiaconumfumviac
Santiæ Apojlolicac Sedis, et præpojitum venerabili Diaconiæ Santlæ Dei
Genitricis Alariæ, quæ appellatur Noha;incuiusnimirum Archivohæcipfa Chartafervatur.
Quarearguerelicet,pofterioritemporehocfactumeffe; nec fane documenta, quæ id
adltruant, occurrunt fæculo XII. maiora. Commode in Chronico Ricardi
Cluniacenfis, quod abanno Chriltidccc. Usquead annum mclxii. pertingit,quod(0
Jnfcrip. antiq. C!afT. XX. n. 71.539. ex fchedis Nic. Alemanni. que D iffertazione Canonico-Filologica fopra il
titolo delle IJlituzioni Canonicbe de Officio Arcbidiaconi, recitata dali’Abate
Giovanni Criflofano Arnadtizzi la fera de’ 17. d'Agoflo deiPanno. in Vid. Hieron. Fabrium Ravenna antiqua116.,
Mabillonium ile re Diplornat.
ArringhiumRoraRomanelPAccademiadelPEmin.3eRev.Sig.Carfubterran. Lib. IV. Cap.
XXVII., aliofque. dinale Gætano Fantuzzi &c. adnot. $.57. Syntag. veter. Infcript. Clafl*. XX. n. 440.
Tom. XVII. Nova Raccolta d'Qpufcolifcientifici3
Infcript..no. e flologici, Venezia. XXi
queaMuratoriorelatumeft(0, recenfenturDiaconiæCardinalium S.R.E. decem, et odo,
quarum princeps Sundæ AlariæinDomnica,ubiejiArchidiaconus.Huicacceditteftimonium
Petri Manlii apud Mabillonium (12), ubi legitur: S.Alaria in Domnica, ubi debet
ejje Archidiaconus; et Leonis Urbevetaniapud Cl. loh. Lamium (A, ubi hæc
habentur: S. Alaria in Domnica, ipfe eji Archidiaconus altorum; quorum primus
ad læculumXII., alter ad XIV. pertinet. At vero hanc Ecclefiam haud Cardinali
Archidiacono adfignatam, nili labente ipfo fæcula XII., credere licet, cum
certum fit, triginta, vel viginti ad fummum annos ante eius exitum ipfam
Diaconum, non Archidiaconum obtinuiffe. Docet id Bulla Innocenti!II.annimcxlii.
apudHarduinium,cuifubfcripfitGerardus Diaconus Card. S. Alariæ in Dominica. Id
etiam adfirueret D. lacobus tit. X. Alariæ in Navicella, qui a BollandiftisV) recenleturex
Marchefiointereos Cardinales,qui interfuerunt canonizationi S.Brunonis Epifcopi
Signini, quam Signiæ anno mclxxxi. peregit Lucius III. Summus Pontifex, nili
critices regulæ obliderent, Bollandiflæ ipli hanc Cardinalium recenfionem
affumentum iudicarunt, et iure merito; neque enim fi lincera lubnotatio
fuiflet, Ecclefia ipfa titulus dicta efiet, quo vocabulo numquam Diaconias
appellatas aut antiquitus, aut recenter inveniemus. Quo tempore vero hæc
effedefieritiurisArchidiaconiCardinalis,incertum;verofimile tamen eft, id
accidifte, cum, translata Avenionem Apoftolica Sede, Romanæ dignitates
mutationem aliquam fubierunt, et Gallicos mores induerunt, et ipfa Archidiaconi
iurifdiftio, et munus magna ex parte ad Camerarium delata eft. Honorii III. ætate
Ecclefiam hanc pertinuifle ad EcAntiq. med. ævi Concil. Tom. VI. Par. II. coi.
1170. Ord. Roma». In Comment. prævio ad
A£ta S. Brunonis ($)Delie,erudii.Toni.II.pag.28. Epifc. Signinidie XVIII.Iuliiqum.24.
Ecclefiamalteram S.Thomæ, StS.Michælis Archangelide de Formis (de qua
mox dicemus ), innuit laudati Pontificis Bullaannim ccxvii.,quainterceteraspoffeffiones,
quaseidem confirmat, refertabjidam,&inclaujirumEcclefiæB.vllariæ in Donnica
(0. Parochialem vero curam eidem adnexam etiam fuilPe, docent Litteræ Apoftolicæ
SixtilV. C), quibus Apollonius de Valentinis et Canonicatibus Lateranenfis
Ecclefiæ, St S. Mariæ in Via lata, St Parochia S. Mariæ Navicellæ interdicitur.
Honor, quo, Archidiaconali dignitate deleta, Eccleliahæc decidit,integratusquodammodovifuseft,
cum Card.Iohannes Mcdiceus Pontifex Max. Leonis X. nominerenunciatus eft. Ipfe
enim inftaurari illam iullit, atque ut id pro dignitate fieret, Raphælis
Sanclii opera ufus eft quoad Architectonicæ artis concinnitatem, lulium vero
Romanum, St Perinum Bonacurfium Vagæ difcipulum pro pibturæ ornamento adhibuit.
Tum eadem obtigit Card. Iulio -Mediceo, Leonis X. patrueli, Archiepifcopo
Florentino, Sc S. R. E. Vice-Cancellario, qui poftea fuit Clemens VII., licet
et Ecclefiam S. Clementis, et alteram S. Laurentii in Damafo dein fibi
adfeiverit. Eadem Diaconia potitus eft poftea Iohannes Mediceus Cofmi I. Magni
Florentiæ Ducis filius, qui a_. Pio IV. Cardinalis eft renunciatus, et cuius
exftant tres epilholæ de ipfius Ecclefiæ cultu, Sc famulatu (0, quem apprime (0
Collect. Bullar. Sacrofantlæ Bafilicæ Vagliare } perche rifeda in la Cbiefa
della Navicella ticanæ&c.Romæ. aujfiziare,&dipiu3perchefattovederlecofe3 Ex Tom. 96. Regeft. Brev. Sixti IV.74. in
Archivo fecr. Vaticano. CS) LetteredeiCard.G:o.de’Aledicifigitodi Cofano 1.
Grati Duca di Tofeana, efiratte da un nifi Roma. Fib. Ili.505. Lettera feritta
dal Poggio. al Podefta di Grofleto, a cui dice di voler pariare a M. Porzio
Fanuzio Canonico della Navicella 3 che capitava coli j o a Monte Fano. Ivi506.
Lettera feritta dal Poggio al Vefcovo Cefarino, a cui dice > che manda D.
Gio. luo famiche di prefente occorrono farfi per riparazioni di quelluogo, meloavvifiparticolarmente
3acciofi pojfadaropportunoriparo&c.Homandatoper quel medefimo Porzio
Fanuzio per aver da lui informazione di quel3 che fiara a fiua notizia delle
cofe di quella Cbiefa. Ivi507. Lettera feritta dal Poggio a di detto al Babbi
in Roma: Noi mandiamo il prefente D. Gio. nojlro famigliare 3percbe rifeda a
ujfiziare vella Cbiefa della Navicella j non volendo noi filia 'fenza un
Cappellauo 3 fimo a tanto, cbe fi verranno ritrovando 3 e riordtnando
XXIII me curaffie conflat. Huic vita fundo in eamdem fucceffit Cardinalis
Ferdinandus Mediceus, marmoribufque ornavit, ac refecit, antequam ampliffima
dignitate abdicaret, et Magni Ducis Etruriæ, denato Francifco eius fratre,
infignia reciperet.Habuit& Card.Carolus Mediceus, cuiusmemoriamarmoreaibidem
cerniturfuprafacrariiportam. Tandeminitio huius fæculi tenuit etiam ex eadem
regia domo Card. Francifcus M., de quo nihil eft aliud, quod moneamus.
Presbyterum Beneficiatum, qui Ecclefiæ inferviret, facrumque
faceretdiebusfeffis, PaullusV.inftituit(0,idquemunerisprimus obivit Vir Cl. Leo
Allatius, antequam ad maiora fibi viam faceret in Urbe officia. Ex Diaconia in
titulum presbyteralem convertit Benedidus XIII 0);ac tandem Monachis Græco-Melchitis
Congregationis S. Ioh. Baptiflæ in Soairo OrdinisS.BafiliiMagni,poflulanteSacraCongregationedePropaganda
Fide, Templum cuftodiendum, et ædes incolendas Benedidus XIV. conceffit. Vili.
Huic proxime fuccedit Templum S. Thomæ in Cælio, quod& S. Thomæ, et S. MichælisinFormisdidumeft,cuiquehofpitale
adnexumerat. DudusaquæClaudiæ,quieidemadhærebant,nomendeFormisinduxerunt G).
Ecclefia hæc fuit olim Abbatia in Urbe non
ignobilis;cumeiusAntiftes,teftePanvinioG),intervigintiAbbates, qui Romano
Pontifici celebranti adeffe confueverant, decimus tertius accenferetur. Eamdem
pollea Innocentius III. conceffit Fratribus Ordinis Sandifs. Trinitatis
Redemptionis captivorum, quam proinde, dum vixit, incolatu, corporis vero exuviispoflobituminfignivit
S.IohannesdeMatha, licet dolealtrecofe.Vedrete 3cbeabbiaqualcbepotoprefente3 0fiarelazionedella
Corte di Roma &c. In Roma fa 3 cbe ci pare impojjibile, cbe non ve ne
Jia. Fabrett. de aquis 3 et aquædtM* Dif
Tert. IXVid. Martinellium loc. cit.215.
Lib. de VU• 'Urbis EccleJ'.142.
Vid. Equitem Hieronymum Lunadorium Staco di Jlanza 3fe ve n’’ealcuna
pertinente alia Chie XXIV licet dein in Hifpanias translatæ fuerint.
Interea Honorius III. Bullam emifitd), qua Ordinem prædictum commendat,
Ecclaliameidemconcetfamfub Apoltolicæ Sedistutelalufcipit, privilegiis ornat,
facras ædes, ac bona quamplurima eidem
lubditarecenfet,&confirmat.Quareibidemmemoratformam, fcilicet aquæ Claudiæ
ductum, fuper ditia Ecclejia S. Tbomag cum ædificiis, cimitcrio, crucibus, et aliis
pertinentiisfuis: montem cum formis, fi?aliisædificiispojitum interclaufiram Clodei(CaftellumnempeaquæClaudiæ,
quod forma quadratum, et magna ex parte integrum Fabricius W vidit), fi? inter
duas vias, unam videlicet, qua a præditia Ecclejia S. Thomæ itur ad Colifcum,
fi? aliam, qua itur ad SS. lobannem, fi? Vaulum fi?c. Exftat adhuc fupra fores
hofpitalis, five coenobii tigillum ex mutivo Ordinis, quem diximus,
Redemptionis captivorum, et arcui marmoreo forium hæc inferipta leguntur:
MAGISTER.1ACOBVS.CVM. FILIO.SVO.COSMATO. FECIT. HOC.OPVS Dein Poncellio
EJrfinio Cardinali commendatam Ecclefiam ipfam fuiffe infuper patet, donec
Urbano VI. iubente anno mccclxxxvii. menfæ capitulari Vaticanæ Bafilicæ adnexa
fuit, ipfaque unio ex Bonifacii IX. Diplomate dat. V. Idus Novembris confirmata
eft. Ceteras Apoltolicas Bullas lohannis., five XXII. 0), Bonifacii IX. O, et Eugenii
IV. W iam editas in Bullario Vaticano, et ad hanc Ecclefiam pertinentes fciens
prætereo. IX. Defcripfimus locum, quem tenent nunc Horti Matthæiani,tumediticia
&vetera,&fubfequentia, quæipfisobiacent.Rcftatmodo,utdeeorumaubtore,forma,&præftantia
dicamus. Ii fiquidem auctorem habent nobiliffimum, toAnn'2'7-viiColleU. Bullar.
SacrofanU. Baftl.Vatie. &c.Romæ1747.Tom.I.pag.iod. D efcript. Vrb. Romæ et ma Cit.Collecl.
fttillar.Bafil.Vatic.. XXV &magnificentiflimum Virum Cyriacum Matthæium,Alexandri
filium, Cyriaci nepotem, qui fane avitam gentis fuæ amplitudinemho copere explicandam
fiulcepifievifusefi. Non noftrumheicefi;,MatthæiægentisoriginemaPaparefchia, quæ
genuit Gregorium, poftea Innocentium II., deducere,
quodvifuminprimisefi:OnuphrioPanvinioCO,AlbertoCaf fio G), Felici M. Nerino ,
aliifque; non enim id ipfius vel
vetuftati,velnobilitatiacceflionisplurimumfaceret.Monumentum fiquidem fæculiXIII.,
quodcontinetSenatusconfultumhabituminTemploS.MariædeCapitolio,quodque ex
apographo Perufino edidit Cl. præfui lofephus Garampius nunc apud Aulam
Vindobonenfetfi Apofiolicus Nuntius meritifiimus G), gentis huius præfiantiam
fatis prodit, cum inter ceteros nobiles Romanos viros recenfeatur etiam ibidem
lohannes Matthæi, quemGarampiusipfenoftrisadferibere non dubitat G). Ceteros ex
hac gente illufires viros recenfere quinetiam non iuvat, quorum monumenta præfertim
confulere facile quifque poflit apud Cafimirum Romanum, Francifcanæ familiæ
Alumnum, ubi de Templo Aracælitano G). Quare circa annum mdlxxxi. Villæ huius
confiruftionem aggrelfus efi: Cyriacus nofier, et ad annum mdlxxxvi. perfecit,
utdocentmonumenta,quæibidemmarmoreinfculpcnda curavit,quæquenemoadhucedidit.Siquidemfupraportam
Villæ parte interiori hæc leguntur: CYCod.Mf.dcGente Matthæiain Bibliotheria
alculto dellaR.ChiaradiRhnino&c. In caFrangipania. Roma Differt.VIII.pag.244.jefegg.
Memorieijloriche dellavitadi S.Silvia&c. Vid. Indicemvoc.Mattei Memorieijlorichedellacbiefaje
convento Detemplo,& coenobioSS.Bonifaciij& Aledi $. Maria in Araceli di
Roma &c. In Roma Ad not. Memorie ecclefiajliche appartenenti
all'ijloxiihijlorica monumenta in Append.n.VIII.pag. XXVf Tum
inferne: CYRIACVS. MATTHÆIvs. HORTOS GENTILICIOS.CVLTV.ÆDIFICIO
VETERVM.SIGNORVM.COPIA INLVSTRIORES. ET. AMOENIORES REDDIDIT A. S. M. D. LXXXI
CYRIACVS.MATTHÆIVS HORTOS. CÆLIMONTANOS A. IACOBO. MATTHÆIO. SOCERO. SVO SIBI.
POSTER ISQ__. SVIS. DONO. DATOS. MVLTIS • ORNAMENTIS MAGNIFICENTIVS. EXCVLTOS.
SVÆ. ET. AMICORVM OBLECTATIONI.DICAVIT M.D.LXXXVI Quæ ille præftiterit, ut
ampliffimos undequaque Hortos hofce efficeret, prodit etiam epigraphe, quam
affixit parieti Ædium ad meridiem, quæ
ita fe habet: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEX F. CYRIACI.NEP HORTOS.CÆLIOS GENTILICIOS.
POMARIIS AVIARIIS. NF.MOR1BVS OBELISCO.ÆDIFICIIS IAM.INSTRVCTOS AD. MAIOREM.
POSTEROR SVORVM.AMICORVMQ_ OBLECTATIONEM VETERIBVS ETIAM.SIGNIS EXORNAVIT Huic
etiam infcriptioni confbna eft altera, quam edidit Petrus Leo Cafella (0, quæ
forte Hortorum domini, et conditoris fuffragium non tulit, cum nullibi ipfam
infculptam viderim. En ipfam: CY(0 Elogia illufirium Artificum;, Epigrammata,
Ionis, de Tufcorum origine, et Republica Florett&foferiptiones, poli Librum
deprimis Italiæco-tina,pag.186.edit. Lugdun. CYRIACVS.MATTHÆIVS.ALEXANDRI.F
CYRIACI.N GENIO. CÆLIMONTANÆ. SALVBRIORIS. AMOENITATIS HORTOS. GENTILICIOS.
SIBI. ET. SVIS. ÆDIBVS. ET AQVIS. IRRIGVIS. EXCOLVIT. FONTANIS. EXHILARAVIT QVÆ.
PRO. GRADVVM. CORONA. EX. EPISTYLIIS. ALTE SVBSILIENTES. FLORVM. IN. CIRCIS.
FLORVM LVDVNT.LVDICRA TVM. ET. AREAM. ET. AREOLAS TOPIARIIS.SEPSIT.POMARIIS
VALLAVIT AMBITVM.MVRO.CINXIT VETVSTEIS.MONVMEN TEIS.SIGNIS. DISPOSITIS ET.MVNIPICENTISSIM
A.S.P.Q R INDVLGENTI.A OBELISCO. EXORNAVIT X. Quare Hortos nortros vel hilce
infcriptionibus ita iamamplos, excultos, elegantes, &locupletes defcriptos
habes, ut vix nobis, quæ infuper adnotentur, relinquantur. Innuemus tamen. Ædes,
quæ in medio Hortorum adfurgunt, ex lacobi Ducæ architeilura conditas fuilTe,
quarum vertibulum porticu ornatur, columnis, lignis, ac protomis infignita;
quemadmodum aula, et cetera, quæ fequuntur, cubicula undique et lignis, et protomis,
et columnis, et anaglyphis, et cippis, et aliis rarirtimis cimeliis, inter quæ
menfæxviridiporphyreticomarmore, miruminmodumpræcellunt. Porticum enim in
primis ornant Statuæ ex alabartro Pomonæ, et Midæ Phrygiæ Regis, aliæque
Bacchi, Faunorum,&Caracallæ.Tumauladirtinguebaturpræfertim Simulacro
colofleo M. Aurelii Antonini, et Statua equeftri L.Aurelii Commodi, qui
Antoninus alter, vel Hadrianus antea cenfebatur, quæ dein in Mufeum Clementinum
Vaticanumtranslatæft. Inadiacentibuscubiculisrecondebatur d2 XXVII
XXVIII batur inter cetera caput Ciceronis, quod nunc in Ædibus adCircum Flaminium,
caputalterumIovisSerapidisexbafalte, tum caput Plotinae Traiani uxoris, et Signa
Dianae, &.Herculis, Graecifculptorisopera, aliaque, quaeiamVaticano Mufeo,utinfradicemus,infuperaccefierunt,Fauni
cum utre iacentis, et alterius a Satyri pede fpinam extrahentis, actandem Statua
Amicitiae, opus Petri Paulli Olivem, quam Cyriaco Matthaeiodonodederat VirginiusUrlinius,
ut patet ex epigraphe, quam exhibet lamella aenea ibidem appoiita: VIRGINIVS.
VRSINIVS CYRIACO. MATTHAEIO AMICITIAE. MONVMENTVM STATVERE ILLVSTRIVS. ME. IPSA
AMICITIA NON.POTVIT MDCV Aditus ex foribus Hortorum recda ad Aedes ducit per
ambulacrum, utraque parte ornatum urnulis fepulcralibus elegantiffimis, ut
nufquam tot ullibi fe vidiffe affirmaverit Montfauconiusb). Aedium vero
externus paries meridionalis multis
etiamdiffinguiturSignis,acpraefertimImpp.IuliiCaelaris, Octaviani Aug., Cl.
Domitii Neronis facrificantis habitu, Liviae Aug. Coniugis, tum etiam Cereris,
ac Bacchantum. In medio autem pariete tollitur (lemma Matthaeiae gentis, pileo
ornatum, cui haec subscribuntur: HIERONYMO. CARD MATTHAEIO Hicenimfuit Card.tituliS.
Pancratii,Cyriaci,&Afdrubalis frater, cui iidem titulum etiam pofuerunt in
Templo Aracaelitano (2^>. Area dein panditur, in qua celebris Urna IX. Mu(0
Diar. Italie. Cap. X.148. dal P. F. Cajimiro Romano &c. Vid. Memorie
ijloriche della chiefa, e conVid. aliud monumentum vento di S. Alaria in
Araceli di Roma raccolte /•-rr. XXIX Mufarum proflat, et in cuius
medio cernitur Obelifcus Aegyptius variis infcriptus hieroglyphicis litteris,
quas haud moramur, cum neque Hermapionis perlonam geramus, qui Obelifcorum
inlcriptiones olim interpretatus Auguftum decepit, neque etiam Kircherium
imitari lubeat, qui eamdem_. Provincia mornansdecepitfeipfum. CeterumMarchioScipio
MafFeius (0 in ea fuit fententia, ut putaret, fculpturas Obelifcorum nullam
fcripturam praefeferre, notafque illas nulliusgeneris efle litteras. Quare id
dumtaxat innuemus, Matthaeianum Obelifcumaltumefle XXXVI.palmos,latumvero ad
baflm palmos IV. Caret vero litteris, five notis X. a bafi
palmis,livequodilledataoperafieftusfuerit,fiveignecafu confumptus. Verumtamen
novem primae, quae in cufpide conlpicuaefunt notaeadquatuor lingulalatera,omninoconveniuntcumiis,
quasexhibet Obelifcus, olimIpinaeimpolitus CirciFloraeinvicoPatriciointerViminalemcollem,&
Exquilias, nunc in Hortis Mediceis ereftus. Nofter vero exftabatolim ante fores
minores Templi Aracaelitani, e quibus in plateam Capitolinam delcendcbatur,
five in eius Caemeterio, ut placet Boiflardio , in cuius bafe, tefte lacobo
Mazochio G), haec legebatur inlcriptio, quam Gruterius (+) ipfe adducit:
deo.CAVTE FLAVIVS.ANTISTIANVS V.E.DE.DECEM.PRIMIS PATER.PATRVM Tandempetenti CyriacoMatthaeioexSenatusconfultoa.d.
III. Idus Septembrisannimdlxxxii.concefluseft Obelifcus,quem fuisin Hortiscollocavit,acdeinduplexmonumentumineius Art. erit, lapid. Lib. I. coi. 3. Epigramm. Vrb.21. a ter. Topograpb. Vrb. Romae Tom. I.24. lnfcript.99. n. 4. ba XXX bafe
infcripfit, quo fuum gratum animum Populo Romano largitori tortaretur, Primum,
quod meridiem relpicit, hoc eft: CYRIACVS.MATTHAEIVS OBELIS CVM. HVNC. A. POPVLO
ROMANO.SIBI.DATVM.A CAPITOLIO. IN. HORTOS SVOS.CAELIMONTANOS TRANSTVLIT.VT.
PVBLICAE ERGA. SE. BENEVOLENTIAE MONVMENTVM. EXSTARET Alterum vero boream
verfus ita fe habet: S. P. Q_. R CYRIACO.MATTHAEIo OBELISCVM. HVNC. SVMMO
CONSENSV.DARI.DECREVIT VT. IIORTORVM. EIVS PVLCIIRITVDO. PVBLICO ETIAM.
ORNAMENTO AVGERETVR Huius Obelifci typum non dedimus, quod aere incifus olim
non fuerit, neque id nunc Librario luberet, neque nos etiam apprime necertarium
cenferemus. Si quis velit eumdem
confulere,facilecomperietapudMontfauconium0),Iohannem Barbaultium , ac
Bonaventuram, et Michaelem OverbekeiosL). Ipfum etiam defcripferunt, ac laudarunt
Scottius (A } (0 Antiq. explic. Tom. II. Par. II. Lib. II. Cap. VII. Tab. CXL1I1.
n. 5.332. Les plus beaux Alonumeuts de
Rome ancientie3 ou Recueil des plus beaux morceaux de Pantiquite' Romaine qui
exijleut encore, dejjines par Monfieur Barbault Peintre ancien Petijtonaire du
Roy a Rome 3 et grave eu 12S. plancbes avec leur explication; fol. max. a Rome
cbez Boucbard de Pimprhnerie de Komareb 1761. Pl. 30. n. i.p. 47.
CaO)LesreflesdePancienneRomerecherchez&c. et gravez par feu Bonaventure
d'Overbeke &c., imprimesauxdepensdeMicbeld'0-verbeke.Ala Haye cbez Pierre
Gojje Pl. Vide etim Degli avanzi delPantica Roma 3 opera pofluma di Bonaventura
Overbeke PittoreInglefe&e.3accrefciutadaPaoloRolliPatrizio Todino. Iu
Londra 1739. §. JLVIII.177. Itiner.
ltal. Cafimirus Romanus 0), Marangonius, qui fingulos etiam Romanos Obelifcos
enumerat 0), tum Ficoronius, Venutius, Titius, ceteriquc, qui Romanas
antiquitates, &c magnificentias defcribendas fumpferunt. Reflat nunc caput
coloflale Alexandii Magni, quod plateam hanc ornat parte meridionali, quoque
nullum in Urbe maius. Siquidem a mento ad ladicem capillorum mensura eflfex
pedum pariliorum, totum vero caput odio pedum, ut proinde fexagintaquatuor
pedibus conflaret eius Statua, fi integra fuperelTet. Sane caput marmoreum
Domitiani in impluvio Ædium Capitolinarumeflquinquepedum, acproindeintegraStatuaquadraginta
dumtaxat pedum fuiflet; nec aliter fuadent pes, et alia membrorum frufla, quæ
ibidem exllant. Tum in Villa Ludovifiæfl' caputcoloflalequatuorcirciterpedum;&inIuflinianeæxtraPortam
Flaminiamhabebaturolimcolofluslufliniani Imp., neccle’funtinaliisvillis,acædibusRomæ
Statuæaliæ proceritatevulgariduplo, auttriplomaiores. Caput vero noflrum, quod
Alexandro M. tribuitur, quodque nos fuoloco (Villuftravimus, ex Aventini ruini serutumfuit,
ut prodit infcriptio, quæ ibidem legitur: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEXANDRI. MAGNI.
CAPVT. EX. AVENTINI RVINIS. EFEOSSVM. INIVRIA. TEMPORVM NONNIHIL. CORRVPTVM.ANTIQ_VÆ
FORMÆ. ET. NITORI. RESTITVIT VETVSTATIS.AMATORIBVS SPECTAN DVM. PROPOSVIT Ipfum
vero accurate descripflt MontfauconiusW,aflad quem pertineat, incertum elfe
afferuit. Hinc Ficoronius M mul(0 Cit. Memor, ijloricbe della chiefa, e confino
alia36$. ventodiS.MariainAraceli&c. Tab. VII.pag.9. pag.71. Diar.Ital.Cap.X.pag.148. Delie cofe gentilefchej eprofane
trafportate Offervazioni contro il
Diario dei P. Mont• ad ufo, ed ornamento delle Cbiefe 3 dalla555. faucon3
1. XXXII multas eidem gemmas, et numifmata obiecit, quibus ex formæ
fimilitudine fidem huic etiam monumento conciliaret. Sed contra repofiuit
Romualdus Riccobaldius (0, qui Plutarchifi) teftimoniumurgens, incertamAlexandriM.effigiem
etiam tunc temporis exlfitifie contendit, ac magis dubiam faciam fuifie
deinceps, cum Caracallam lubido incefiit adfcribendi fibi Alexandri nomen, præcipiendique
quinetiam, ut ipfius vultum quifque fibi pararet, fervaretque. XI. Præftat vero
hæc leviter attingere, ut ceteras Hortorum Matthæiorum partes perluftrando
defcribamus. Areola hinc occurrit, cui ab amoeno afipeclu fi) quæfitum nomen
eft, et ex qua moenia ab Aureliano producta ufque ad Portam Capenam, et Latinam,
et Thermarum Antoninianarum ingentia rudera intueri præfertim licet. Statuæ, et
infcriptiones heic ordine difpofitæ habebantur, quarum priores referebant
Apollinem Citharoedum, Martem, Mercurium, Dianam, Herculem, Poetam cum cycno,
Feminam velatam cum puero, Gladiatorem, et Pudicitiam. Ambulacris hinc inde
recurrentibus ad oppofitam partem area altera occurrit, inquapræfertimHermæconfpiciuntur,quibusPlatonem,
Heraclitum, Ariftotelem, Ifocratem, Epicurum, Diogenem, Ariftomachum, Pindarum,
Anacreontem, Euripidem, Ariflophanem, Hefiodum, Apollonium Tyanæum, Pofidonium,
Apuleium, L. Iunium Rufiicum, Archimedem, aliofque referre vulgo cenfetur. Quid
iuvat conclavia, quæ fex præfertimnumerantur, nemora, topiaria, aliaqueloculamenta
fingillatim defcribere, eaque fignis, anaglyphis, aliifque monumentis fere
undique diffincla Labyrinthum tamen
innuemus,licetvixnuncinveftigandum,ecuiusregioneaffingit co Apologia dei Diario
Juddetto Cap.LX.pag.48. Belvedere vulgo
audit. In vita Alexand. M. pro XXXIII
procera columna porphyretica viridis coloris, quæ ob minutiffimas, ex quibus
coalefcit, materiæ partes lingularis merito cenfetur. Nec aliæ defunt hinc, et illinc
difperfæ columnæ, quarum pleræque multi ædimandæ funt, quæque XXVII. fummatim
numerantur. Nodrum vero non ed fontes, pomaria, viridaria, ceteralqueHortorumpartesvillicis
commendatas defcriptione profequi. Innuemus tamen fub Ædibus haberi hortulum
malis aureis confitum, ac fupra eius odium hoc didichon legi: HAVRI. OCVLIS. ET.
NARE. LICET. TIBI. VIVA. VOLVPTAS SIC. ALITVR. TANTVM. CARPERE. PARCE. MANV
Plures funt in Hortos ingrefius; fed duo infigniores, quorum unum, idque
princeps, prope Templum S. Mariæ in Domnica;alterumvero adCuriam Hodiliam,quiconditoris
nomen gerit, cum longa linea infcriptum habeatur: HIER. MATTHÆIVS. DVX. IOVII.
AN. IVBILÆI. MDCL XII. Habes, quæ fuerit Hortorum Matthæiorum amplitudo,
amoenitas, et prædantia. Hinc nil mirum, d advena somnes infui admirationem rapuerint,
tumcivesad se ipsos sive describendos, live illudrandos invitaverint. Quare Scottius('),Mabillonius,
Montfauconiusb),Addifonius (d, Richardius b), aliique inter exteros tum ipfos
expenderunt, tum in fuis hodoeporicis prædantioreseorumdem partes defcribere
fatagerunt. Inter nodros vero illos potidimum quoquo modo illudrarunt
Pinarolius, FicoroniusW, Vehin. Ital.
Itin. Ital.88. Dior. Ital. Cap.
X.148. The Works of the right honourable
lofeph Addifon EJ'q., Beingh remarks onfeveral parts of Jtaly &c. in the
Tears Dubii» Defcription hiflorique} et critique
de Phalle; a Dijon Trattato delle cofe piri memorabili di Roma, opera di Gio.
P. Piuaroli; Roma Le •vejligia 3 e rarita di Roma antica; Roma, Le Jingolarita
di Roma moderna XXXIV VenutiusCO, Vafius W, et Titius^);
Celebrarunt vero inter Poetas Aurelius Urfius Romanus , et Ludovicus Leporeus
C). Tum monumenta ipfa, quæ in illis adfervantur, nacta funt qui et typis
exprelTerint, et explanaverint, ut luo loco monuimus. Si Signa lpectes, eorum
præflantiora adducta habes a Paullo Alexandro MafFeio, et Bernardo
Montfauconio.SiAnaglypha,eorumpleraqueeditaviderelicet apud Sponium, Bellorium,
et ipfum JVIontfauconium. Si Infcriptiones, noftris pleni funt celebres
thefauri, live collectionesiameditæab Apiano, Mazochio, Smetio, Urlinio,
Gruterio, Reineho, Sponio, Malvafia, Gudio, Donio, Fabrettio, Muratorio, Maffeio,Donatio,aliifque.At,quæ
lane elt rerum humanarum infelix conditio, ita paucis ab heincannisimmutatælt Hortorumnoltrorumfacies,utqui
cosintueaturpræltantioribusmonumentisIpoliatos,atque undique collabentes,
dicere fimiliter poffit: Iam fcgcs cjt, ubi 'Troiafuit. Sanenon nullas marmoreas
Infcriptiones in Cæliis Hortis exltantes conceflcrat iam Alexander Matthæius
Iovii Dux Cl. Præfuli Raphæli Fabrettio, ut ipfe grati animi caufla fæpe
commemorat, in fua domelticarum Inlcriptionum fylloge, et nos quinetiam fuis
locis advertimus. Tum ex iis profectum eft in Mufeum Capitolinum, poftulante
BenediftoXIV. Pontifice Max.,marmorÆbutianum,iamanobis adductum (D, et antiqui
Romani pedis, aliorumque Architecto (0Accurata,efuccintadefcrizione topografinuovo
finoalTannoprefente. InRoma1763.pag. ca, e tjlarica di Roma moderna, opera
pofiuma di Ridolfino Venuti &c. Roma 1766. prejfio Carlo Barbiellini Tom.
I.4. Itinerario iflruttivo divifo in
otto fiazioni 3 0 giornaie per ritrovare con facilitd tutte le antiche 3 e
moderne magnificenze di Roma, di GiufeppeVafiInRoma1765.11.58.pag.62. Defcrizione delle pitture, fcalture, e
arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata dati'Abate Filippo
Titi da C.itta di Cafielk,conPaggiuntadiquantoeflatofattodi 208., e 475. Carminum Tib. III. Epigr. edit.
Parmen.,&Bonon.3ubihæchabentur: ln Hortos Mattbæiorum: Komæ fepultæ hinc
intueri imaginem, Arcus,theatra,Scimperiivireslicet. Urbis, et Orbis lumina, et
miracula. Poefie; ln Roma Sonetto.
Tab.LXII. Fig. I.118. XXXV flonicac artis inftrumentorum forma
infculptum; cuius rei memoria exftat in titulo marmoreo, qui ibidem appofitus
ell f ^. Sed noftra ætate maximum palTi lunt detrimentum, cum novi Vaticani
Mufei condendi neceflitatem peperit erumpens quotidie veterum monumentorum
copia, et eorumdem alportationis impediendæ providentia. Poftquam igitur
Sandlillimus, ac fapientilTimus Pontifex Clemens XIV., quem ut poteprimum litterariæmeæ
fortunæparentem, &publicætranquillitatis,quafruimur,fundatoremfempergratoanimi
fenfu, et laudum præconiis profequar, Ambulacrum Vaticani Palatii, quo iter eft
ad Bibliothecam, veteribus Infcriptionibus in clalfes naviter diftinefis V)
ornandum fufeepit; tum Chriftianum Mufeum, quod æternæ memoriæ Pontifex
Benediftus XIV. iam excitaverat, et gemma affabre Iculpta, Editus eft a CI. Præfule
Ioh. Bottario in opufculo, cui titulus: Indice delle antichita 3 cbe fi
cujiodiscono nel Palazzo di Campidogltc &c.8., poft Philippi Titii librum
de Pi&uris, Sculpturis j et Architecturis Romanis ab eo amplificatum3 quoddeinfeorfimbisetiameditumfuit:
MoGrut. Fabrett. de Aquis, et aquædu6tib. Differt.II.73., et 74. n. 129. j et feqq.
HucconfluxeruntpræterMatthæianas, veteres Infcriptiones domus Porciorum 3 tum
plures Paflioneii Eremi apud Camaldulenfes in Tufculo. Ceterum vide varias
antiquas Infcriptiones ex iis 3 quæ pro hac ingenti colleftione coa6tæ fuerunt
3 vel memoratas, vel addu6tas in Epiftola noltra edita in Ephemeridibus
litterariis Florentinis. n. 10. coi. 14S., et n. feq. coi. 170, um in aliis n.
45. j et feqqcoi. 6yy. 3 et feqq., dein n. 48. coi. 7$S.3 ac tandem n. 1.
earumdem Anecdotorum noftrorum. De Feriis Latinis huc addu&is vid. quæ
adnotavimus hoc I. Vol. Clafs. VII.73. e2 00
(0 Ephemeridumanni .coi.4.3tumn.2.coi.10. Confuleetiam Opufculum, cuititulus:
Adlnfcriptionem M.lunii PudentishocipjoannoRomæ deteffam adverfus anonymi
convicia curæ pojlerioDono.Hieronymi.Principis.Alterii
res(CaietaniMelioris).Romæ 177$.Vid.EpheÆbutianum merides Romanas eiufdem anni
3 ubi de eadem InEx.Matthaeiorum.Villa
feriptioneEpiftolaCl.viriMatthiaeZarilliin.XXI.161. Habes etiam aliquas
Infcriptiones Vaticanas editas a CI. Viro Caietano Marinio Tom. IX. 3 et feq.
Diarii Pifani litteratorum 3 et in Sylloge veter. Infer. 3 qua claufimus III.
Volumina Marmora. omnia. antiqui. pedis Modulo. infculpta Scriptorumq.
teftimoniis. commendata Benedictus. XIV. P. O. M In. Mufeum. Capitol.
tranftulit Anno. Pontif. III Dono. Hieronymi. Ducis. Matthaei Capponianum Non.
ita. pridem. Via. Aurelia. reper Ex. Aedibus. Capponianis Dono. Alexandri.
Gregorii Marchion. Capponii Eiufdem. Mufei. Curatores. perpetui Statilianum In.
Ianiculo. alias. effofium Ex. Hortis. Vaticanis Colfutianum. feu. Collotianum
Ex. Marii. Delphini. Aedibus
Aldrovand.121. Mofaici ferpentis emblema referente (0, et Carfagnanae
figillo(*), testimonio sane luculentissimo antiquae eiufdemfidelitatiserga Beatum
Petrum, &RomanamEcclefiam,provide ditavit, novique cubiculi elegantifiime
picti a temporum noftrorum Apelle, Antonio Raphaele Mengfio, accefiione auxit,
ut Papyris omnibus per Bibliothecam, et fecretum Tabularium olim difperfis, in
unum colleblis, aliifque Vibloriae gentiscomparatiscertuslocuseffiet (?);acinfiuperEtrufcorum
Vafculorum, quibus Bibliothecae Vaticanae fcrinia 01nantur, fupcllecfilem mire
amplificavit M; ipfumque tandem aeneorum monumentorum Mufeum a Clemente XIII.
fplendide exftrucfum, praeter recentia ad fe dono mifia Vindobonenfis,
Parifienfis, Taurinenfis, Palatinae, aliarumque
legaliumfamiliarumaureanumilmata,argenteisnummisquinetiarn FerettiaeE), et Palfioneiae
EI gentis, tum et ballarinii Mufei Wfanerariffimis, Herodis AntipaeE)lingulariaeneo Offervazioni di varia erudizione fopra un
carneo antico rapprefentante il ferpente di bronzo, efpojle da Orazio Orlandi
Romano &c. In Roma 1773. per Arcangelo Cafaletti. Vide cenfuram_, noftram
in Ephmerid. Litter. Romanis eiufdem anni num. XLI., 8c XLIE Vid. Ephemerides litterar. Florentinas anifl'
1771n. 12*43c°l* 194j et feqq. Articulum nos ipfi fuppeditavimus Donum Cl.
Praefulis Stephani Borgiae. llluftratum pridem fuerat a Cl. alio Praefule
Iofepho Garampio edito opere, cui
titulus:IlluflrazionediunanticoSigillodellaGarfagnana. In Roma 1759. per
Niccolb, e Marco Pagitarini. Anonymi Lucenfis cenfuris refponfio nunc paratur.
^ rid. in cit. Ephem. Flor. n. 1. numgubiui de tribus Vasculis Etruscis encaatice
piclis a Clemente XIV• P O. M. in Mufeum Vaticanum inlatis Differtatio. Florentiae
1772. in Typograpbia Mouckiana Ex Mufeo Anfideiano Perufino. Alia plura Vafcula
in Vaticanam Bibliothecam migrarunt ex munere Antonii Raphaclis Mengfii eximiiPi&oris,
et Raphaelis Simonettii PatritiiAuximatis,CanoniciBafilicaeVaticanae3&SS.D.
N. a cubiculo. Vid. articulum noftrum in
Ephem. litter. Flor, anni 1771. n. 14. coi. 210. (6) Vid. ibid. n. 31. coi.
482. (7) Nempe Simonis Ballarinii Praefe&i Bibliothecae Barberiniae j et a
cubiculo Pontificio, qui obiit V. Idus Martii anni 1772. Hic donavit aliquot
rariora, et vetuftiora numifinata Pontificia, feu potius nummos; cetera empta
poft eius obitum. coi. 5.3 ubi alter articulus nofter de huiufmodi Papyris.
Adde Papyrum alteram dono datam ab Equite Marchione Carlo Mufca Bartio
Pifaurenfe, dequaconfule EpiftolamnoftraminfertamEphemo3inNummophylacioClementisXIV.P-O.M.
meridibus Florent, et praefertim n. 49. coi. 774., et n. 51. coi. . Vid. et Praefationem
noftram ad Fragmentum Papyri faecali V. 3 velVI.&c.inTom.II.Anecdotor.litterar.p.437. Iobannis Bapt. Pajferii Pifaurenfis Nob.
Euaffervato, demonflratur, Cbrijhrm natum ejfe anno VIIIante aeram vulgarent
contra veteres 0mnes, et recentiores Cbranologos, auBore P Dominico MagnanOrd.
Minirn. Presb.&c. Romae typis Arcbangeli
Cafaletti. Vid. 8c Epifsolamnummo, aerae Chriftianae inchoandae documento,
Bruti, Sc Numoniae confularis familiae aureis nummis Plancani Mufei('), quorumunuspretiofiffimus,
alteranecdotus,Titi,Sc Traiani argenteis Graecis nummis rarioribus maximi
modulis vigintiduobusin M.Antoniinummislegionibus,&binisineditis Lucretiae,
et Minutiae gentis, a Traiano reftitutis numifmatibus Mufei Zarilliani ,
veterum Beneventi Ducum ab Arigilio ad Georgium Patricium aureis, argenteifque
nummis bene multis 0), Etrufci pueri in Tarquinienli agro eruti præclariffimohmulacroexæreG),TabulisæneisOftranorum,
& Sentinatiumveterum UmbriæpopulorumG), tumpaterisG), fiftrisG), inauribus
(s), vitris vetuftilTimis C9), ac ceteris huiufmodi monumentis munificentiffime
locupletavit; id infuper conlilii cepit, ut novum omnino Muleum in ipfis
Innocentii VIII. cubiculis, infigni porticu, adytifque ornatiffimum ad
excipiendumfigna, protomas, anaglypha, ceteraque marmorea monumenta excitaret.
Inlatum fuit quapropter in ipfum, ut primum licuit, Iovis Verofpiæ gentis
marmoreum Signum præclarissimum (IO), tum aliud omnino integrum, rarum]ara
noftram in Ephem. litter. Florent, n. 35. coi. 517*) et feqq. Donavit Henricus
Sanclementius Monachus Camaldulenlis } nunc Gregorianii Coenobiiad Clivum Scauri
Abbas. De his vid. Epiftolæ noftræ
partem 3 quæ eft in Ephem. litter. Florent, anni 1773* n* 47* coi. 745.3 et n.
49. coi. 772.3 et feqq. De nummo Bruti vide etiam 3 quæ adnotavimus Tom. II.
horum Monumentor. ClalT.II. Tab.XII. Fig.I. pag.29. Vid. Epiftolam noftram in cit. Ephcmcrid.
ann. 1774n43* c0,‘67S. et feq. Vid.
camdem ibid. coi.68 1. Donum Cl. Præf. Steph. Borgiæ. Vid. articulum noftrum in cit. Ephcmer. anni
1771n. 49. coi. 774. 3 et Præfationem nostram ad Alphabetum veterum
Etruscorum29. Videndætiamloh.Bapt.PajferiiPifaur.JVob.Eugubini de pueri Etrufci
æneo firnulacro a demente XIV. PO. M. in Mufeum Vaticanum inlato Dijfertatio.
Romæ in Ædibus Palladis 1771* Confule tandem 3 quæ nos adnotavimus hoc I. Vol.
Clalf. X.108. Donum præclarifiimi PræfuJis Francifci Carrarii Bergomatis} qui
etiam pateras j et numifmata aliquot argentea donavit 3 de quibus vide Epiftolæ
noftræ partem 3 quæ eft ad n. 40. coi. 628. Ephem. Flor. ann. 177 1. Vid. articulum noftrum in laud. Ephem.
eiufdem anni n. 1. coi. 4. Retulit Muratorius Thef. Infer,563. n. 2. 3 et164.
n. 1. (6) Vid. Epiftolæ noftrae partem in Ephem. Flor, ann. 177^. n. 47. coi.
745. Adde pateras Carrarianas, de quibus fuperius adnot. 4. (7) Vid. ibidem.
(8) Vid. eiufdem Epiftolae partem, quae eft ibid. n. 49. coi. Vid. Ephemerides
litter. Romanas anni 1774. n. VI. pag.41. DonumCl.PraefulisMariiGuarnaccii
Volaterrani. Vid. articulum noftrum in
Ephem. Flor, anni 1771. n. 49. coi. 777.3 quaeque adnotavimus hoc
XXXVIII rumque Ottaviani Augufti (0, Meleagri alterum longe celeberrimum
Aedium Pighinianarum 0), lunonis, et Narciffi (s) non deterioris artis, et famae
gentis Barberiniae, Sardanapali fuo nomine inferipti , Paridis Aedium
Altempliarum (j), Dianaeftolatae, & fervibalneatorisV)HortorumPamphiliorum,
Dilcobuli laudatiffimi in agro Romano non ita_» pridem eruti, aliorumque; Tum
Borgiae gentis Helvii Pertinacis rariffima Protome (8), aliaque Antinoum
referens, Card. I tidetici Marcelli Lantis munus (9), Antifthenis Athenienfis I
hilofophi Herma Tiburtinus 0°), Ara Vulcani Hortorum Cafalium ('05BigacircenfisadDiviMarciBalilicamiacens<12),
hoc Tom. I. ad Tab. I.2. Vid. typum apud £q. Paullum Alexand. MafFeium in
ColleEtionc veterum Signorum Romae Tab. Vid. quae adnotavimus hoc Tom. 1. ClalT.
VIII. Tab. LXXVL77. Vid. EpiRolae
noftrae fragmentum in Ephcm. Flor, anni 1770. n. 15. coi. 231., quaeque
adnotavimus Tom. III. horum Monument. ClalT. V. lab. XYX.59. Vid. apud eumdem
MafFeium ibid. Tab.) Laudantur haec Signa ab omnibus RomanaCanVid. typum Tab.
36. cit. Villae Pamphiliae. (S) Typum aeneum habes apud lof. Roccum Vulpium
Vet. Lat. profati. Tom. IV. Cap. VI. Tab. VII. Vid. Fpiftolae noftrae
fragmentum in Ephem. Flor, anni 1773. n. 34. coi. 551., quaeque adnotavimus
Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXVI. Fig. II.42. (9) Meminimus hoc ipfo
Vol. ClalT. VIII. Tab. Vid. Epiftolam noftram in laud. Ephemer. eiufd. anni
num. 45. coi. 715. 3 et n. 47. coi. 742. rumAntiquitatum feriptoribus,alterumveroadOORagiotiamentodiOrazioOrlandiRomam
ducitur a Hier. Tetio in Aedib. Barbariniis litt. N. a Cl. Ioh. Winckelmannio
Monum. antiq. inedi V°l. F n. 207., Protomen porphyreticam Philip pi Imp., et duos
Sarcophagos, de quibus omn bus vide Epiftolae noflrae partem in Hphcin. Flo;
ann. 1772. n. 45. coi. 711. Vid. eius
typum apud Winckeimanniur loc. cit. Vol. I. n. 163., cuius illuftrationem ha
b_s \ ol. II. Par. III. Cap. I.219. Apud
Maffeium cit. Colle#. Tab. CXXIV116. (6) De Dianae Signo Winckelmannius loc.
cit. X° l U' Par’ L CaPVII. n. III.27. Vid. t)pum T„b. 5-3. in y t/la
Pamphilia, eiufque palatiocumfuisprofpeclibus, fatuis,fastibus&c. Romae
formis Iacobi de Rubeis. (7) De Servi balneatoris Signo, quod Senecae falfo
tribuitur, vide eumdem Winckelmannium Jbid. Par. IV. Cap. IX. n. II. Jitt.
C.256. fopra un’Ara antica pojjeduta da Monfig. Antonio Cajali Governatore di
Roma. Iu Roma per Arcangelo Cafiletti 1772. Vide, quae nos adnota. vimus Tom.
III. horum Monument. ClalT. VII. Tab. XXXVII. Fig. II.73. Adde vas cinerarium
elegantilTimuin, quod fimul dono datum
cft,&abOrlandioilluftratum.PraecelTeratantea donum Capitis aenei Balbini
Imp., de quo nos in iudicio, quod de hoc Opufculo emifimus in Ephemerid. Roman.
anni 1772. n. XXXV.276., et in Epiftolae fragmento, inferto Ephemerid. Florent,
anni 1771. coi. S21. (12) Eius fchema exhibuit Tab.III.fub n.XLVIII. ad Cap.
XXIII. coi. 2111. Valerius Chimentcllius illuftrans Marmor Pifanum de honoreBijfelli(Tom.
VII. Antiq. Rom. Graevii') qui balnearem feliam putat, et rurfus alferit Cap.
XXVII. coi. 2130. Vid., quae adnotavimus Tom. III. ClalT. VIII. Tab. XJLVII.
Fig. II.87. XXXIX Candelabra BarberiniaCO, Zeladianum C2>,
aliaque ad Divae Agnetis extra Portam Nomentanam adfervata OJ, Sarcophagus
Veliternus quantivis pretii Sex. Varii Marcelli V), Urna Tudertina (A egregii
Etrufci operis, et altera Perufina V) arcanis ethnicorum fculpturis infignita,
aliaque permulta, quae fciens praetereo, quaeque iam eruditorum fcriptis longe,
lateque inclaruerunt. His omnibus accedunt praeftantiora Hortorum Matthaeiorum
Signa, quorum pleraque fuperius etiam pro re nata defignavimus, Cereris nempe
Pedentis (7), et ftantis (8), Fauni dormientis (9), et a Satyri pede (pinam
extrahentis 0°), armatae Amazonis (‘0, velatae.» Pudicitiae 02), OHaviani
facrificands C'3), Traiani Pedentis, Commodi equo vecti (**), duo Hiftrionum
(igilVid. Epiflolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, Alterius ex his
Candelabris fchema habet Winckelmannius loc. cit. Vol. I. n. 30., agitque de eo
Vol. II. Par. I. Cap. XII. n. i»36., et alibi. Vid. adnot. feq. Vid. articulum noftrum in Ephem. Florent,
eiud. anni n. 45. coi. 71 5., et feqq. Vid. Opufeulum, cui titulus: Difcorfo
deW Abate Gaetano MarinifopratreCandelabriacquijlatidalS.P. demente XIVb>
ftfa *77*• PreJF° Aaoftino Pizzorno. Tab. III. aeneae. Ex Diarii Pifani Tom.
III. art. V.177. Ex V. 3 quae exftabant
y IV. in Mufeum Clementinum Vaticanum adfportata, quintum fuo loco reli&um
ed:. De his multi Romanarum antiquitatum Scriptores verba faciunt. De hoc Sarcophago s qui a pluribus editus, et
illuftratus effc, vide Ephemerides Romanas ann. 1775. n. III.17. (5) Vid.
Epiftolam noftram in Ephem. Flor, anni 1771n* 45h coi. 712.3 et feq. De hac
Urna verba fecimus etiam in hoc I. Vol. ClalT. X. adnot. ad Tab. CII.107.3 et Vol.
III. ClalT. V.Tab.XXIV.Fig.I.pag.5-7. la corum fculpturis in/ignito 3 in quibus
fymbolice facra quaedam revelatae Religionis mvfieria adumbrantur 3 et Clementi
XIV. P. O. M., ac fapientijfimo ad incrementum Mufei Pontificii Vaticani ab
Emerico Bologninio Ferufiae, e?* Vmbriae Praefide humillime oblato Coniecturae
loh. Bapt. FaJJerii Pifaur. Regiae Academiae Londinenfis 3 Infiituti
Bononienfis Socii. Romae apud BenediBum
Francefium. (7) Matthaeiana monumenta ad Mufeum Vaticanum ornandum comparata
innuimus in EpiHolae noftrae articulo, inferto Ephem. Flor, anni 1771.0.1col.
6. Singula vero in his Voluminibus defignavi. mus. Vide ergo Signum Cereris
fedentis Tom. I. ClalT. II. Tab. Tab. Vid. ibid. Tab. XXX.24., et feq., et apud
Maffeium Tab. Tab. Tab. XL.32. (11) Ibid. ClalT. IV. Tab. TX.53., apud Maffeium
Tab. CIX.202., 8c apud Montfauconium Antiq. explic. Tom. IV. Par. I. Tab. XIV.
n. 2.2. Ibid.ClalT.V.Tab.LXII.pag.$6.3 et apud Maffeium Tab. CV1I.99. Vid. eamdem Epiftolam noftram in cit. Ephem.
Flor.n.47.coi.741.3&feqq.3tumea,quae Tab. innuimus Tom. III. horum Monum.
ClalT. II. Tab. XII. Fig. II.22. Exftant etiam De marmoreo fepulcrali Cinerario
Ferufiae effoffo3 arcanis ethni(14) Ibid. Tab. LXXXV.84. Ibid. Tab. XCIII.92., et apud Maffeium Tab.
CIV.96. Notae funt Ficoronii expo« XL la (0, ac truncus militis
gladio cincti, galeamque pede dextero prementis W; tum Protomae Iovis Serapidis
G) Sileni (P, Plotinae W, et L. Veri(6); infuper aenea capita Neronis (7), et Treboniam
Cg), lymplegma vel Ariae, et Poeti, vel Portiae, et Bruti (9), St animalium
collectioni accenfiti Aries arae impolitus P°), Leo, St Aquila PO; praeterea
bafes pompam Iliacam referentes ('V, et anaglypha Coniuges
IfidifacrilicantesC'S), VeturiamalloquentemCoriolanumP4), natale Romuli, St
Remi C‘j), et Nymphas fontium praelides
exhibentia; ac tandem Cippi, Urnae, et Infcriptiones bene multae, quas
fuis locis delignare fategimus C17). Cetera vero aliter diftracta, et praefertim
Marci Aur. Antonini praetextati Protomen a Gavino Hamiltonio Anglo comparatam
(,s) haud perfequi vacat, quum iam tantus Vaticanarum divitiarum fplendor in
fui nos modo rapuerit admirationem. Quare li tantae rerum antiquarum
fupcllectili ibidemcoadtaeaddasceleberrima,iamtumibidemadfervata,
marmoreaSignaiacentiaCleopatrae,liveNymphaeadfontem dormientis ('A, Nili C*°),
St Tiberis amnium, tum cetepofhdationes adverbiis Maffeium 3 et Montfauco(ii)
Leo3& Aquila defiderantur in noltra hac
nium,quodhocSignumHadrianotribuerint. collectione.
Ibid.Claff.X.Tab.XCIX.pag.100.3& (12)Tom.III.Claff.IV.Tab.XXV.Fig.I.
apudSponiumMifcell.erud.antiq. Se6t.IX.n.1.
Nunc reftauratur 3 ut in integrum Signum evadat. Quare mirum videri non
debet apud nos defiderari. Tom. II. Claff.
I. Tab. I. Fig. II.3. Ibid. Tab. VI. Fig. II.8. (5) Ibid. ClafT.
III. Tab. XV. Fig. II.34. (6) Ibid. Tab. XXIV. Fig. I.40. (7) Ibid. Tab. XIII.
Fig. II.32. (8) Ibid. Tab. XXXI. Fig. I.46. Vid. Epiftolae noltrae fragmentum
in Ephem. Flor. 1771. n. 52. coi. 822. (9) Ibid. Claff. V. Tab. XXXIV. Fig. I.
pag.48. Ibid. ClafT. X. Tab. LXIX.92.,
et apudMontfauconiumAntiq.explic.Tom.II.Lib. III. Cap. I. n. 2.49. Tab. IX. n.
1. &II.pag.44. (13) Ibid. Tab. XXIV.41. (14) Ibid. Claff.VII.
Tab.XXXVII.Fig.I. pag.7 r (15) Ibid. Tab. ead. Fig. II.73* f 16} Ibid.
Claff.X.SeCt.I. Tab.LIII. Fig.I.pag.95*. (18) Vid. Tom. II. Claff. III. Tab.
XXII. Fig. I.38. (19)Vid.Ioh.WinckelmanniumTraCtatupracliminariadMonumentaantiquaanccdotaCap.IV.XC.
Vol. I. (20) Vid. Epiftolam noltramin Ephemeridibus
Jitter.Florent,anni1775".n.2.coi.22.3&feqq., ubi de huius Statuae
reltauratione 3 et lingua perperam crocodilo affi£ta. XLI ra longe
praeclariflima Apollinis Pythii, Laocoontis, Antinoi, Herculis cum Aiace (0,
Antinoi, et Veneris, truncus Herculeus, quod opus erat Apollonii Athenienfis,
et MichaelisAngeliBonarotiifpedaculum, actandemvasingensporphyreticum,larvasfcenicas,
arasfacrificiales ab Agrippae Pantheo avedas, aliaque nonnulla, nae tu dixeris,
erudite Ledor, praeftantiora quaeque artis miracula heic Romanae magnificentiae
Genio templum parafTe, fibique aeternam afieruifle incolumitatem. Sed quid non
infuper Iperandum aPIOVI.Pont.Opt.Max.,cuiusprovidentianuncregimur, et cuius
dudu, confilioque, dum Aerario Pontificio praeeflet, tantumopusinchoatum, acperfectumeft?Ipfeenimliberalium
artium amore incenfus iam tantum opus amplificandum regio plane animo, et magnifico
fumptu fufcepit, iamque multa plane egregia antiquitatis cimelia, quae in lucem
aufpicato nunc e terrae finu prodierunt, fedulo conquilivit, atque
paravit,quibusauguftumhocMufarumdomiciliumprodignitate exornet. Huc nimirum
confluet Fauni Signum celeberrimum ex rubro Aegyptio marmore, Hermae Bacchandum,
et Herculis lane elaboratiflimi, Antifthenis alter haud vulgaris,
tumDomitiaeAuguftaenonobviaProtome,olimComitis lofephi Fedii deliciae, ac
peritorum omnium admiratio. Huc item migrabit Mularum chorus, &. Graeciae
fapientum Hermae, ipforum nominibus*, et lentendis infcripti, aliique veterum
tum Poetarum, tum Philofophorum plane fimiles, quos Tiburtinus ager nuper
eduxit!2). Huc etiam procedet Alpafiae Herma alter hoc iplo anno detedus,
aliaque e Caftrinoviruderibusfimulerumpentia monumentaG).Hucle reciCO quae ex
Winckelmannio adnotavimus mus Tom. II. ClafT. VII. Tab. LII.Fig. I.69. et ad
Tom. II. CiaIT. III. Tab. XXV. Fig. I. Vide Epiftolas Caietani Torracae
Centum41.,&adTom.III.Claff.V.Tab. cellenfis Medici clariflimirelatasin Tom.III.AnVideAnthologiamRomanamTom.I.num.
thologiaeRomanaen. quaeque nos etiam adnotavi-297.3 n. XLI.J27., et n. LII.409.
f Vid. xlii recipient et vas ex bafalte clegantiiTimum in Quirinali
effoffum, et alterum ex alabaftro pretiofiffimum ad Augufti Maufoleum recens
erutum, ceterique ibidem detecti et Livillae Germanici Caefaris filiae (0, et Tiberii
Caefaris Drufi Caelaris filii (*), et Caii Caefaris., Tiberiique Caefaris, tum
et alterius anonymi, Germanici Caelaris filiorum emortuales tituli, et Auguftae
domus nova indubia monumenta. Huc infuper adducentur quatuor lymplegmata,
Herculis facinora exprimentia, nempe Geryonem Hilpaniae Regem tricorporeum ab
ipfo bello fuperatum, Diomedem Thracem quadrigis devictum, tripodem ab
Apollinis Sacerdotis manibus vi ereptum, ScCerberumcanemtricipitemtriplicicatenaadfuperos
retractum, quae nimirum inter Oftiae rudera non ita pridem reperta funt. Huc
tandem accedet et Protome Perufina Antonini Caracallae W, et altera Lavinatium
Sabinae Hadriani uxoris, et Anaglyphum bubulum Ocriculanum, et Picena
Falarienfa Monumenta W, et Mufivum Tulculanum Medulae caput referens, et alia
fexcenta tum ad Hortos Carpentes, tum in Quirinali, tum ad Curiam Innocentianam,
tum alibi detecta, quibusenarrandisdiemperderem.Necdeeruntaltero aeneorum
monumentorum Mufco perrara, atque felecta
cimelia,praefertimqueeffolfaexactoannoadAventinumClunienfis Senatus confulti
aenea tabula, Graecaque numifinata anecdota Tigianis Armeniae Regis cum
Eratonis fororis vultu V), Octaviae Augufii fororis cum anadyomenes Veneris
tyVid. 8c quae nos adnotavimus noftro Tom. III. ClalT. X. Sefl. XIII. n.
66.171. (0 Vide Epift. anonymatn CI. Viri Ioh. Ludov. Blanconii} Saxonici
Ele&oris a confiliis, &. Romae Oratoris laud. Tom. III. Anthol. Rom. n.
LI. p. 401. Vid.Epiftolamalteramciufdem Tom.IV. Anthol. Rom. n. I.2. (S) Vid.
Epift. tertiam eiufdem Joc. cit. n.II. p.9.
Vid. quae nos adnotavimus Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXX.
Fig. II.46. po (S) Vide Opufculum 3cui titulus:Suile Citta Picene Falera 3 e
Tignio Dijjertazione epijlolare delP Abute G.ufeppe Colucci ai Signori di
Falerone. Fermo . in S. /w*Cap.IV.pag.jS. (7) Vid. Tacitum Annal. Lib. II.
initio. Part anter. legitur: BAdAETC. BAC1AE.QN. TITPANHC averfa vero parte:
EPATft. BACIAEI2C. T/TPANOT.AaEA3>H. XLIII po CO, Silani Syriae
Praefidis poft Quirinum, ubi infcripta anni nota novum ad coniebtandum aerae
Chriftianae principium lumen afferret , Titi,& Domitiani cum peculiari
Laodicenfium epocha, Philippi lenioris, iuniorifque in Stecloris urbe pcrcufla,
cetera huiulmodi Graecis Coloniis accenlenda. Sed quo me abripit tantarum
lautitiarum ingens prorfus, ac mira
congeries?Quapropteriamediverticuloinviam.Singula hulquedum expofiuimus, quae
ad Hortos Caelimontanos Matthaeiorum pertinent; nec quidem de Hortis Palatinis,
quae ad ipfos olirn fpefitabant, ac pollea Spadiae,dein Magnaniaegentisiuribuscefferunt,iuvatquidquamattingereG).
Nuncverodeeorum Aedibusurbanis verba nobis facienda funt. Huius gentis maiores
avitas aedes habuerunt in regione Tranfliberina ad pontem Caeftium, qui Infulam
Lycaoniam Ianiculo iungit, quae adhuc exftant,
quibulquefidemconciliantgentilitiafiemmatahincin.deappidta,
&iplapontiscufiodia Matthaeiis Ducibusetiamnum concredita, Pontificia Sedevacante.
Multisinlcriptionibus ornatas fiuiIIehasaedes, patetpraelertimex Gruterio , RcinefioG),
Seldenio G), et Kirchmannio(?), qui earum nonnullas, addita huius loci
defignatione, adducunt. Excitatis aedibus urbanis, Tranftiberinas deferuiffe
verofimile eft. Certe quidem tam laxo lolo potiti funt, ut Infulam condiderint,
quae ex variis, iifque amplis, et elegantibus domibus coalefcit. De iis
fingillatim dicemus, at primum vetera aedificia, quae hunc locumtenuerunt, ceteralquevicinias
perpendemus.Circus Flaminius quidem in regione Urbis nona litus praelertim de(0
Cum epigraphe OkTAOTIA; et averfa parte KftlnN.
Cum epigraphe: ANTIOXEliN.Enr. SIAANOY. AM. Venuti Roma moderna Tom. 11.395. Iufcript.
Romati.22. n. 3. > Sc 6.3fieri31. n. 11.,32. n. 12., et86. n.4., 8c 5. (5)
Syntagma Infer, antiquar. Cl. IX. n. 67.SII'j et Claff.XI.n. 105.,
&feqq.pag.645; De Diis Syris
Syntagm. II. Cap. I.220. De funeribus
Romanor. '. edit. Lugd. Batav. apud Hackios 1672. f2 XLIV
fcribendus venit, quem, fi Feftum, Liviique epitomatorem (') audiamus,
exftruxit Flaminius Cenfor, qui etiam viam Flaminiam Roma Ariminum ufque, five
potius ad Rubiconem amnem munivit, vel Flaminius alter antiquior,
PlutarchotefteC),quipopuloRomanocampumlegavitprocertaminibus equeftribus
obeundis. Celebratos hoc loco etiam ludos Tauricos Diis inferis facros, vel
ludos Apollinares poli: Cannenfem cladem inftitutos vulgo fertur C), ac
nundinas quinetiam habitas teftatur Tullius . Diu huius Circi reliquiae
confervatae funt, et multae adhuc exftant. Flabetur Bulla Caeleftini III. Rom.
Pont., qua enumerantur, et confirmantur bona Ecclcfiarum Sanctae Mariae Domnae
Roiae, &. S. Laurentii in Caltello aureo, quaeque data elt Laterani
annocidcxck.a.d.IV.nonas OctobrisindictioneX., atque ibidem ita deferibuntur
Circi Flaminii veftigia tunc exfiltentia: Idem Cajiellum aureum cum
utilitatibus fuis, videlicet parietibus altis, et antiquis in circuitu pojitis,
cum domibus, ocaminatis,eifdemqueparietibusdeforisundiquecopulatis-. Hortum,
qui ejl mxta idem Cajiellum cum utilibus fuis, et fuperioribus Criptarum;
Populum foras portam iam difti Caficlli a parte Campitelli, et regionis Sanfti
Angeli ufque in Burgum61.Cajiellumenimaureummedioaevo,&Palatium quoque
dictus fuit Circus Flaminius, ut cetera etiam vetcia ingentia aedificia a
rudioribus infimae latinitatis feriptonbus vocata laepe fuerunt. Hinc Ecclefiae
Sanfti Laurentii, quae in eius ambitu comprehendebatur, nomen in ajidlo aureo,
tum etiam in Palatinis, corrupte vero PallaClm\ ac tandem TM claifura adhaefit,
ut inter alios animadvertit Ioh. Vignolius (s). Hoc etiam adnotavit Iacobus
Grimal(0 Lib. X. Froblem. 6j. ad A“k•
'4' Lib' ' Liv. XXX. 38. Adnot. 5. ad S.
Leonis III. Tom. II. Libri Pontificalis. XLV maldiusO), qui agens
de Monafterio S. Laurentii in Palatinis, dicebatur, inquit, in Palatinis
propter Circum (Flaminium), quemignarePalatiumvocabant.ItaCircumNeronis Palatium
appellant,& MontemS.Alicbaelishacdecauffa Palatiolum. De Ecclelia S.
Michaelis in Palatiolo vide FTancifcum M.TurrigiumC)latiusdifferentem.Etiamapud
Anaftafium Bibliothecarium in vita S. Petri Palatium Neronianum memoratur;
quemadmodum in Codice Vaticano <h), ubi quaedam ad Balilicam Sanctorum XII.
Apoltolorum fpectantia habentur, Forum Traianum Traiani Palatium dicitur, ac
alibi Palatium Antonianum dictae etiam funt Thermae Caracallae. Quare Templum
noftrum S. Lurentii in Palatinis, ac monafterium noviter reltauravit Hadrianus
I., et coniunxitcumaliomonafterioS.Stephaniiuxtaipfumpofito, et in Baganda
dicto, ibique Monachos ad pfallendum in
tituloSanbtiMarciordinavit.Necaliudinfuper,quam noftrum putandum forte eft
Templum S. Laurentii Palatini, cuius mentio eft in Bulla S. Leonis IX. (V,
licet Bullarii Vaticani editores V) ad S. Laurentii in Pifcibus revocaverint,
ac de eo dubius haeferit Eques Francifcus Victorius, dum IX. Templa S.
Laurentio facra in Urbe recenferetO. Heic etiam fitum erat Templum S. Mariae
Domnae Rofae, cuius mentio fupra occurrit, et habetur infuper in Ordine Romano,
quodque cum ceteris in conftrubtione Monafterii S. Catharinae de Funariis C)
dirutum eft. Andreas Fulvius aetate fua,
Clemente fcilicet VII. regnante, exftitiffe etiamnum huius Circi formam, et veterum
fedilium figna tradit, atque in (0 In Lib. Mf. de Canonicis Bajtlicae S. Petri
Cap. II. Bella Cbiefa di S. Micbele
Arcbangelo} e di San Magno Cap. VII.20. Sub
n. 5560. Vid. Florav. Martinellium Roma
ex etbnica eius faera364. (5) Tom. I. Bullar. Baftl. Vatican.26. Ibid. adnot. . Differt. Pbilolog.. Ibid.371., et 374. ($0 Vrbis antiquit. Vid.
infer, p. XLVIII. adn. 2. XLVI eius cavea erectum laudatum Templum
S. Catharinae cognomento dc Funariis, quod ibi ob loci commoditatem, et areae
longitudinem funes intorqueri confueverint. Eiufdem Circi formam faeculo XVI.
depictam, quam tamen multa ex
parteingeniumfupplcverit,affertMontfauconius(0exLauro. 1orro iuxta Fulvii,
aliorumque fententiam Circi latitudo fpatium occupavit, quod inter officinas,
five apothecas oblcuras, forumque Iudaeorum eft intcriectum. Huiufmodi quidem
apothecae olirn iunctae erant non Circo folum Flaminio, fed aliis etiam Circis.
Numularium, nummorum fcilicet permutatorem,veleorumdemaeffimatorem, dcCirco
Flaminio habesinveteriinferiptionea VignolioadductaW}
Vitriofficinaminibietiamfuilfedocet Martialis(?)dicens: Accipe dc Circo pocula
Flaminio. Habetur Pomarius dc Circo Alaximo ante pulvinar apud ReinefiumO, &Sponium0),
quinempeinternegotiantesminutos, et faTOTTCAas olera vendebat, non autem
viridaria colebat, ut placuit Sponio. Siquidem faepe occurrit in veterum
inferiptionibus delignatus locus, ubi opifices officinas fuas aperiebant, ut in
noftra Infcriptionum fylloge obfervaVimus V). Ad eas autem officinas, cum Card.
Dominicus Gymnafius exacto faeculo Templum S. Luciae a fundamentis una cum
adiunctis aedibus, et monafferio renovaret, efFoffae funt ingentes columnarum
fpirae, et fcapi e Tiburtino lapide, ac quadratae eximiae magnitudinis. Quare
lutnmus Circus in hemicyclumcurvabaturadplateamMarganamvulgodictamnon longe a
Capitolio, ac flectebatur ad Aedem S. Angeli in Foro Pifcario; eius autem ima
pars, ubi Circi carceres habe(0 exf/ic. Tom. III. Par. II. Lib. III. Cip. III.
Tab. CLIX.27S. Infcript.felecl.pag.141.poftDiflertat.de
Columna I/np. Antonini Pii. ($) Epigraru. 75. Lib. XII. ban Syntagm. Infcript.
antiq. CluIT. XI. n. 7^. C5) MifcelL erud. antiq. Se61. VI.230. Tom. III. ClaflT. X. Secl. VI. n. 11.119.3 et
leq. XLVII bantur, pertingebat ad Aedem S. Nicolai ad Calcarias
didi, et ad palatium Ducum Caefariniorum. Certe quidem Templum Apollinis CO,quodaliiMulis,
velHerculiCudodi(aerumdixerunt, Circo Flaminio adhaerebat; nec aliud fpatium
obtinuifle, quam quod nunc tenet Aedes S. Nicolai, et adiun6lum Collegium
Clericorum Rcg. de Somafcha, docent vefligia fphaericae parietis, cui
adneduntur Ionicae columnae incendio corruptae, et ex veteri marmorato concinne
refedae, quorum lingula adhuc in Cavaedio eiuldem Collegii confpicua lunt. De
Aede altera Neptuno dicata, quae erat 'in Circo Flaminio, et cuius Aedituus
erat Abafcantius Aug. Lib. , cum nullae fint reliquiae praeter antiquae
inlcriptionismemoriam,haudpraedatpluribusdilferere.Ceterum condat, in ea
fuiffie multa tum Signa, tum Anaglypha, quqrum nonnulla Neptunum, Thetim,
Achillem, Nymphafque marinas delphinis vedas referebant, et tamquam Scopae
opera praedicabantur. Anaglypha quidem nonnulla affixa etiam nunc funt
parietibus Aedium Matthaeiarum, Nymphas marinas d), et Pelei, et Thetidis
nuptias (s) exprimentia, quae forte ad hoc Templum pertinuerunt, et in hac
vicinia erui potuerunt. In iplo Circo Flaminio exditide etiam Signum Achillis,
Cephidbdori opus, tradit Plinius: verum hoc, ceteraque huiulmodi vel abfumplit
temporum iniuria, veladhuccelatinvidatellus.QuidmemoreminfuperCirco
FlaminiopropinquasAedesMartis,Vulcani,Bellonae,Cadoris, Pietatis, ipdufque
Iovis Statoris, quas Onuphrius Panvinius (7)dudiolerecenfuit?Quapropterdedgnata
CirciFla Le antichita Romane 3 opera di Glo. RatiJla Piraneft; Roma Tom. I. n. 94.ig. Infcriptionem} quae exdabat in pratis
Quin£tiisinvineaquadam3refertOnuphriusPanvinius de Ludis Circenfibus Cap. XVIII.
3 ubi de Circo Flaminio,igg. edit. Parif. et ex eo etiam ceteri. minii PLINIO (si veda) JVatural. Hift. Claffi II. Tab. XII. Fig. I.21., et Tab. ead.
Fig. II.22. Ibid.Claff.VIII.Tab.XXXII. pag.61.
3 et Tab. XXXIII.64. Loc. cit. Loc.
cit. XLVIII minii longitudine, a platea nempe Margana ad Aedes
Cacfarinias, ccterifque eidem adiacentibus aedificiis, apparet Aedes
Matthaeianas id loci nunc tenere, quod media fere pars Circi olim tenere
debuerat. Tertis quidem cft Pyrrhus Ligorius (0, atque etiam laudatus Panvinius
, paucos annos ante harum Aedium conrtructionem, multam Circi partem adhuc
integram exftitiffe, praefertim eo loci, ubi etiamnum erigiturdomusa Ludovico Matthaeio
excitata, dequainferiuslatiusdicendumerit; cumibidem,utroqueetiamferiptore
afferente, multa marmora effoffa fuerint, ac potiflimum Anaglyphum Circenfibus
ludis infignitum, quod non aliud, quam noftrum fuo loco adduclum, exiftimamus.
Nec illudpraetereundumin Cavaedio Matthaeianaenortraedomus parietibus affixos
cerni quatuor arcus femicirculares, foliis, rolifque diftinctos, quorum duo
integri adhuc funt, duo vero dimidia fere parte fccti (fragmentis hinc inde
fparfis) quofque fupra Circi Flaminii carccrum fores olim exftitifie exiftimat
CO Librode’Cerchir Comtnciavaqueflo mus Marganiae,ubiinhemicycliformamdefne (il
Flaminio) dalla piazza de' Morgani3 e finiva appunto al fonte di Calcaram,
abbracciando tuttclecafede'Mattel3eflendendofifinoalianuo*i'a •via Capitolina 3
ripigliando in tutto qtiel giro j/joltealtrecafe. Daqueflolatode'MattelilCircopoebiannifonoeraingranparte
inpiedi;la parte piu intiera flava nel fto della cafa di
LodovicoMattel3ilqualeha cavatounaquantita di tr avertini dei Circo in qttel
luogo 3 e tr ovatovi tPali i Ce ui fregio in u» ran pt inagliato de' putti 3
che fopra de' carri facevano i giuocbi Circenft, e nella cantitia trovaronfi
altri travertim 3 e videft alquauto dei canale 3 per dove pajfava /'aequa, la
quale ora chiamap it fonte di Calcaram, forfe per la calce, che hi fi macerava.
Loc. cit.129: Porta Carmentalis, fecundo murorum Vrbis ambita, quos T. Tatias
eam Romulo regnans exfiruxit, radicibus Capitolii condita fuit, a qua llaud
procul Circus Flaminius erat, ad eam partem vergens, ubi nunc efi Vrbs Roma.
Cusus longitudo protendebatur ab area dobat 3 uf'que ad novam viam Capitolinam
3 ubi carceres>& XIII. ojlia erant: latitudo vero fuit ab Aedibus Ludovici
Matthaeittfquead Calcariaefontern, ubi efl ojfctna tin:loris ambiens eo
circuitu apothecasobfcuras Matthaeiorum3&multasdiverforumprivatasdomus. Cuiusfundamentise
Tiburtinolapide, quaeMatthaeiorum, &vicinisaedibusfuppofitafunt, antealiquotanniserutis3
marmorea tabula pueros currilia ludrica agitantes incifos continens reperta
fuit. Adhuc vero exflat antiquus Circi euripus limpidijftmus tincioris ofpcinam
praeterfluens 3 qui fons Calcariae a vicinis (quae ibidem coquebantur calcis
fornacibus ) dicitur. Eius Circi arena lateribus minutijpmis tranfverfe flratis
opus tefjellatum fuprapofitum habebat. Vide&Fulvium l.ib.IV. cap.deCircoFlaminio,
ubi ait: Longitudo eius Circi ab Aedibus nunc DPetri Margani3 (snS.SalvatoreinPenjiliufque
adAedesD.Ludovici MatthaeiiuxtaCalcaranum, ubi caput Circi. Tom. III. CiaIT.
VIII. Tab. XLVII. Fig. II87. XLIX mat Carolus Blanconius liberalium
artium cultor eximius, idemque fcientiffimus, et Ludovici Saxonicae Aulae a
confiliis, et komae Oratoris, a quo Circi Caracallae formam, et univerfam
illuftrationem praeflolamur, meritiflimus frater; ratus fcilicet hoc loci, vel
non longe effodi eofdem iam potuif fe, et dein fedem hanc, atque ufum nactos
fuiffe. Quae infuper ad hunc Circum flmul pertineat, reflat adhuc decurrens
aquae vena, quae habetur in crypta vinaria cuiufdam domus Matthaeianis Aedibus
propinquae (0. Abundare enim aquae copia Circum opus erat, fi XXXVI.
crocodilorum lpeftaculum ibidem edidit Auguflus (fi. Nec nifi ad
Circumfpeffaffeverofimileeflaliquamquoqueaquaepartem, quae etiamnum decurrit
iuxta proximam, cui ab ulmo nomen efl, cloacam. XIV. Iam monuimus Matthaeiorum
Infulam in plures difpefci Aedes, quae tamen ad unam, eamdemque gentem olim
pertinebant. Antiquiores eae effe videntur, quae meridionalem plagam, et plateam
tefludinum, quod eae fontis crateri infculptae, refpiciunt; in qua nimirum
aquae Saloniae, Gregorio XIII. Romano Pontifice, in Urbem Mutii
Matthaeiicurisdedubtaefons cernitur, quatuorvafibus, conchilioruminflar,exAfricanomarmore,totidemqueaeneis
delphinorum fimulacris a Thadaeo Landinio Florentino annocioidlxxxv. Conflatisinfigniterornatus
(fi. Haequidem Aedesaubloremhabent Iacobum Matthaeium,quiproiifdem condendis
architectonica opera ufius efl Nanni Bigii, earutnque parietes diftingui voluit
Thadaei Zuccherii pibturis, quibusFurii Camillifacinoraexprimebantur, licetquaeinfronte
erant, obdubta calce paucis ab hinc annis inepte oblitteratae
Vid.Venutiumantica RomaPar.II.Cap. pograpbia Lib.VII.pag.161.ater.edit.Venet.,
et Andream Fulvium Anticbita di Roma Dio Lib. LV. Lib. V.g21. a ter. Venezia Vid.
Barthol. Marlianium Vrhis Romae To L tae iam fuerint, iis, quae funt ad
latus, dumtaxat refervatis. Duo etiam interiora cubicula eiufdem pennicillo
exornata infuper fuerunt. Ante Templum SS. Valentino, et Sebaftiano dicatum
furgunt Aedes, quas Iacobi Barotii a Vignola opera condidit LVD.MATTHAEIVS. PETR
ANT. F1LIVS. LVD. NEPOS ut supra fores flat epigraphe conditorem ciens, quaeque
ad Matthaeios Paganicae Duces iam fpeclabant, multifque veterum monumentis
inftru&ae erant. Nec alia, quam quae heic fervabantur Signa, cenfenda funt,
quae fub Caefaris AuguftiO), et Aurelii Caefaris nomine in Aedibus LudoviciMatthaeiihaberiait,
acetiamediditlacobus Marcuccius; quorum alterum habetur etiam inter Icones a
Heronymo Franzinio editas (A. Hifce Aedibus aliae adhaerent prope ulmi cloacam,
quae Bartholomaeum Brecciolium architectum agnofcunt. Hincfequunturaliaea LudovicoMatthaeio(fi
PhilippoTitio credimus ) aedificatae anno cididlxiv. ante Divae Luciae
Templum,fedabAlexandroMatthaeioexftructac,fiearum foribus infcriptum lemma attendamus,
ut revera attendi debet (A, Bartholomaeo Amannatio, ut nonnullis placet, vel
Claudio Lippio, ut alii cenfent, formam aedificii praebente. Earum interiora
cubicula Francifci Caftcllii picturis diitinguuntur. Has vero nunc tenent
Caietani Duces, qui fibi iplis compararunt, quemadmodum et Nigronios, et Duratios,
et Serbellonios dominos pro divertis temporibus eaedem antea agnoverant W. (0
Antiquar. Statuar. Vrbis Romae Libri IIT. Romae 1623. j edidit lacobus
Marchuccius in fol. Lib. III. Tab. 93.
Ibid. Tab. 94. Icones Statuar,
antiquar. Vrbis Romae Hieronymi Franzini Bibliopolae ad* Signum Fontis 0pera.
Romae 15S9. in 12. XV. Ve Q uare h°c Joco corre&a volumus} quae a Titio
decepti temere diximus Tom. III. CIa(T. VIII. Tab. XLVII. Fig. Vid. Defcrizione
delle pitture, fculture 3 e arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera
cominciata dalPAbate Filippo Titi &c.86. fino a 90.5 tum etiam Itinerario
ijlruttiuo divifoinotto LI XV. Verum non id nos nunc agimus, ut has
veluti appendices Aedium Matthaeiarum defcribamus; Potiori namque iure ad fe
nos avocant, quae R magnificentiores, et fplendidiores firnt iuxta dextrum
latus Ecclefiae, et Monaflerii S. Catharinae de Funariis, quaeque Afdrubalem
Matthaeium Cyriaci fratrem auCtorem habent. Id docet infcriptio in cavaedio
exfiftens, quae ita fe habet: ASDRVBAL.MATTHAEIVS. MARCHIO.IOVII VETERVM SIGNIS
TAMQVAM SPOLIIS EX ANTIQVITATE OMNIVM VICTRICE.DETRACTIS DOMVM. ORNAVIT. ET.
PRISCAE. VIRTVTIS. INCITAM EN TVM POSTERIS.RELIQVIT. ANNO.DOMINI.cioiacxvi
Carolus Madernius architectonicum opus rexit, et interiora cubiculafuispennicillisexornarunt
Francifcus Albanius, Iohannes Lanfranchius, et Dominicus Zampierius. Pictae
vero tabulae etiam exftant hinc inde difpofitae, quae Caelii, Roncallii, Trigae,
Saracenii, Mutianii, Morigii, Renii, Barbierii, Gobbii, Petri Berettinii,
Bonarotii, Galli, aliorumque opera praedicantur. Alt nulla res et celebriores,
&praeftantioresfecithas Aedes,quamveterummonumentorum undique difperforum
praeclara congeries. In cavaedionamque, fcalis,acperiltylioligna,protomae,anaglypha,
cippi, aliaque huiufmodi occurrunt, quae fummatim innuere fat erit. Cavaedium
habet praefertim Signa Apollinis Sagittarii, et Herculis, tum Romanorum Impp.
Iulii Caefaris,Caligulae,Claudii, Neronis,Domitiani,aliaque Gladiatorum. Inter
Anaglypha fpectandum praecipue venit facrificium Capitolinum, et Militum
Praetorianorum feditio. Hinc to Jiazioni, o olornate per ritrovare con facilita
tna &c. di Vafi tutte le anticbe 3 e moderne magnificenze di Ro§2
LII Hinc fi exitum quaeras verfus Divae Catharinae Templum, habebis
Nymphas marinas a delphinis, ac tritonibus vebtas, Bacchi, et Ariadnae nuptias,
et Mulas defundo Poetae famulantes, quas marmore infculptas cernas. Si vero
meridiem verfus egredi lubeat, occurrent Amores Deorum victores, Polyphemus, Se
Galathea, Sphinx fcopulo iniidens, et Oedipum aenigma folventem aufcultans (0,
tum Bacchi, et Herculis uterque thronus marmoreis tabulis expreffi. Si ad
porticumretrocedas, &ibidemconditas,&DeumMithram, et Hylam a Nymphis
raptum anaglyptico opere exhiberi intueberis. Si fcalas albendas, Bacchans
occurret, dein Fortuna, tum Iuppiter Signis expreffi; hinc parietes ornatos
confpicies Anaglyphis referentibus utramque venationem Commodi, et Philippi
Impp., ac Pelei, et Thetidis nuptias; ac tandem ipfos fcalarum gradus identidem
di/tinctos offendes pulvinaribus, quae quaternario numero inventa ad Curiam
Hoftiliam et fuperius, et fuo loco monuimus. lam ventum ad periftylium, quod
aulam refpicit, atque heic pedem figens fuper aulae poftes cerne viri incogniti
Protomem, tum leorfim Aefculapii Signum ad laevam, quod medium habent co¬
lumnaeduaemarmoreae,quibusCybelisduoSigillafuperftant, tum aliae fimiles e
regione aditant duo pariter Cybelis Sigillafuftinentes.Hincduaealiaecolumnaeadpoftesdifpofitae,
totidemque contra itantes capitulis caniftriformibus initructae; tum iacens
inferne ante Aefculapii Signum Sar¬ cophagus vindemiali opere infignitus, ac
muris appicta Anaglypha, quae referunt tabulam Heliacam, Priami occifionem, et lacrificium
taurile lovi, et quatuor anni tempeftates. Ex hoc loco Ipectare licet cavaedii
parietibus inhaerentia hinc inde cetera praeclara Anaglypha, quae nimirum
rurfus exhi(0 Hoc Anaglyphum ab operis noftris omiflum eft, caruitque aeneo
typo j quo ipfum Le&oribus nothis exhiberemus. LIII
hibentPelei,&Thetidisnuptias,&Proferpinaeraptum, tum Venerem concha veftam,
pompam Iliacam, aliam Bachicam, Orpheumcantumulcentemanimantia, Meleagri, et Atalantae
fabulam, Bacchi, et Ariadnae nuptias, facrificium Iovi, et lunoni, Antilochum
Patrocli mortem Achilli nunciantem,tabulamvotivamAefculapio, Hygiae, Fortunae,
hx. Baccho, aliaque bene multa, quibus Icientes parcimus. Quare etiam memorare
lingillatim negligemus plures praecipue cippos, aliaque marmorea monumenta,
quae in ambulacro fubdiali, quo cavaedium veluti bipartitum cernitur,
adlervantur.Aefculapii, &Hygiae,aliaqueiacentia Sileni,Fluminis,acSomniSignaheic
Iparlimdifpolitatantumindicafie litfatis. Sicelebrem, aclingularemprorfus M.
Tullii CICERONE Protomen innuerimus in Aedium pinacotheca
exlillentem,nileritreliqui,quodexponamus; liquideminteriora
cubiculaomnicarentantiquitatisornamento. XVI. Nequeetiamhaecipfatame gregiavetullatismonumenta
&illuftratoribus,&laudatoribuscaruerunt.Videas liquidem praeftantiora
Anaglypha adducta a Sponio, Montfauconio,Bellorio,Aleandrio,Spenceio, Winckelmannio,
aliilque; multalque veteres Inlcriptiones fere ab iis omnibus editas, qui eas
in unum collegerunt, quolque fuperius citavimus, cum de Hortorum Caeliorum
monumentis fermonem haberemus. Nec tacuerunt exteri Scriptores, noltrique etiam
Topographi, praefertimque Ficoronius (0, Venutius 0>, Valius (s), et Titius coadtam heic tantam et monumentorum, et elegantiarum
congeriem.Atdelideranduminfuper erat, has Aedes, utpote quae 1'eorlim ab Hortis
Muleum referantlocupletiffimum, illuftratore,actantaefupelleftiliseditore haud
carere. Iam porro hanc lortem tulerant et lulti(0 Le singolarità di Roma
moderna Cap.VILp.65. Loc. cit. n.
193.198. Roma moderna Loc. cit.86., e 461. nia LIV nianearum
Aedium Tablinum (0, et Mufeum gentis Odefcalchiae (*), et Antiquitates, ac
ornamenta alia Aedium Barberiniarum, necqualemcumqueetiam defideraverat defcriptionem
ipfum Strotianae domus Mufeum U); quibus nunc baudinferioreserunt Aedes Matthaeianae,eilqueadnexa
venerandae vetuffatis cimelia. XVII. Aff utinam et Horti, et Aedes Matthaeiorum,
eifque adiuncta monumenta eum nacla fuiffent illuftratorem, et editorem, qui
eorumdem praedandae, ac dignitati par eflet. Si exiguum quidem ingenium
nofixum, cui eadem concredita, perpendatur, dolendum inprimis elt eorumdem
exornationem, promulgationemque nobis potiffimum obtigifie, tumineaincidifle tempora,
inquibus variisdidrahebamur itudiis, et occupationibus longe quidem inter fe
diflitis, ut edita interim per nos opera latis offendunt. His accefferunt multarum
morarum interiecfa impedimenta, obquaenobis in medio veluti curfu didentis tum
mentis alacritas, tum piopofiti noflri unitas, quae ab affdua fyffematis, et methodiiecoidatione,&exfecutionependet,identidemminui,
tuibaiiquevidebatur.Fluxeruntiam Xlf., &liusanni, ex quibus hanc
provinciam lufcepimus, quam quidem per hoc tempus tot vicibus et affumpfimus,
et intermifimus, ut faepeiamexantlatoslaboresinffaurare, &.multosmoxinirritum
ceffuros abfumere cogeremur. Non hoc tamen noffra culpa factum quis credat,
quibus operis ardor, et fedulitas (0 Galleria Giufliniaua dei Marcbefe
Vincettz° GiuftMani Par. I. Tavole CL1I., e Par. II. Taveh CLXV'11. iSji.
infol. M armi, Statue, Carnei, ed altro efflenti ”'&n Appartamenti, e
Galleria delPEccmo Sig. D. Livio Odefcalcbi Daca di Bracciano, Nipote
d’lnmcenzo PP. XI. in fol.,70z, (Trafponati gran parte in Aranquez ). Hinc
prodiit Mufeum Odefcalcbum,fve Thefaurusantiquarum Gemmarum 6-c. Accejferunt
aerea Deorum, ac Dearum fit idola3 marmorea item anaglypha, mouumentaque alia
plura &c. (Illuftratore Henrico BrulaeiOj et Ni°olao Galeottio) Tom. II.
Romae 1751. in fol. Dominici Panaroli
Mufeum Rarberinum. Romae, Hieronymi Tetii Aedes Rarberinae ad Quirinalem. Romae
typis Mafcardi incipit recenfio veterum
Protomarum, et Signorum ufqne ad220.
Defcrizionc dei Mufeo Strozzi 3 di Gio. M. Crefcimbeni3frale ProfedegliArcadi.
LV fit maxime ia deliciis, quofque properatio ad finem tamquam ex naturae
incitamento urgeat vel in ipfa rerum aufpicatione. Nonhinc tamenexcufationempeterenobismens
eft aut ofcitantiae, aut negligentiae noftrae; fied id potiflimum nunc monitum
voluimus, ut diverforum temporum, quibus noftrae per univerfum opus
difleminatae aflertiones refpondent, quaeomninoneceflariaeftet,ratiohaberetur•
Quare Lebtorum noftrorum humanitate confifi non aliud nunc exponerefatagemus, quamtotiusnoftrio
peristexturam, vel profpectum, quem quidem paucis expediemus. XVIII.
Illuftrandae ingenti huic veterum monumentorum colledtioni manum iam admoverat
Rodulphinus Venutius Patritius, &. Academicus Etrufcus Cortonenlis, Nicolai
Marcelli Marchionis, et Philippi Praepofiti Liburnenfis Virorum Cll.frater, BenvenutiIofephi
Marchionis,acubiculo Petri Leopoldi Magni Ducis Etruriae, Socii, et Amici noftriobfuamvirtutem,
acfuavitatem fpectatiliimi patruus,
Romanarum antiquitatum Praefes, ac Vir denique multis eruditis,doctitqueeditis Voluminibuslongenotiftimus.At
vix opus hoc aggreftus fuerat, cum ecce mors ipfum peremit a.d.III.Kal. Aprilisannicididcclxiii.,
necultraprimiVoluminis Tabularum, quae Statuas comprehendunt, illuftrationem
procellit. Fadtum interim eft, ut onus in nos conlatum fuerit adornandae
quartae Bellorianae editionis Vejiigii veteris Romae, et fex Tabularum
anecdotarum elaborandae Appendicis (0; quae licet ab imperita, ac iuvenili
prorfus manu profectae tunc forent, cum tamen aliquod approbationis fuffragium
a doctis viris obtinuiftent, in caufla fuerunt, cur oculi in nos conficerentur,
et digni, qui in Venutiani ope(i) Haec omnia paraverat etiam ante nos Ioh.
Bapt. Piranefius initio Tom. I. Antiq. Roman. ufque, fed ut Opus omne
abfolveret, et una ederet univerfum, priorumVoluminum publicationein retardavit,
et noftrae editioni temporis principatum reliquit. LVI
operiscomplementumfuccederemus, infuperhaberemur. Qual'e ipiius apographum,
quod et emandatum, et aliqua etiam fui parte reformatum fuerat a Contuccio,
olim Kircheriani Mufei Praefecto, et deletae Loyolitarum Societatis Alumno, mox
vita functo, traditum nobis fuit, quod antequam iterum expendei emus, umveilos
archetypos monumentorum, quae tum in Hortis Caelimontanis, tum in Aedibus
urbanis iVlatthaeioi um adfervabantur, fingillatim invifendos, ac pene
contrectandosa nobiseflecenfuimus. Verumutideafedulitate,
acfeiefecuiitateabfolveremus, quaenosvelabofcitantia,vel ab ingenii licentia
immunes faceret, focios nobis adiunximus Ioh. Baptiflam Vicecomitem Romanarum
Antiquitatum Praehdem meritiflimum, eumdemque doctiflimum, atque ipflus filium
Ennium Quirinum vix ex ephebis egreflum, ob miram vetcus eruditionis peritiam,
qua inter cetera difciplinarum ornamenta praecellebat, plurimi aeftimandum,
nunc vero in dies et fcientia, et fama magis inclarcfccntcm, et PII Vi. P. O.
M. a fecretiori cubiculo, qui mihi fcilicet praefto effent, quaeque forent vel
adnotanda, vel conftabilienda, difcuffis fententiis, 6t omnibus naviter
expenfis, una mecum decernerent. Multa fane Venutius ftatuerat, multaque etiam
publica voce invaluerant, quae typis exprefla iam apud vulgum fidem omnem
obtinuerant. At nos veritatis unice folliciti, et fymbola omnia, et vultuum
lineamenta iuxta critices regulas, et ope ceterorum monumentorum expendentes,
multa immutanda, atque aliter exponenda cenfuimus. Hinc facium eft, ut multae
Statuarum illuflrationes, quas i. Volumen compleCti debebat, expunctae fuerint,
eilque noftras subrogandas curaverimus. Hinc etiam faftum, ut ceteras live
infciiptiones,fivenomenclaturas,quasnonnullisTabulis, ex quibus reliqua
Volumina compingi debebant, iam ipfe adleverat, eidem etiam cenfurae, ac
reformationi fubiecerimus. Quid hac in re a nobis geftum fuerit, fupervacaneum
erit nunc exponere, cum haec quidem illufirationes, et adnotationes noftras
legentibus patere facile poffint. Ac fane multa etiam ex Venutii
explicationibus fuperflua, vel nimis nota amputavimus, Graecum textum adduftis
ex Latina verfione Graecorum Scriptorum locis adiunximus, et omnia in eum
ordinem, quem nobis propofuimus, accurate redegimus. Nec etiam minorem
infumpfimus diligentiam, ut Scalptorum erratis, quae commode licebat, medicina
aliqua per nos fieret.• Multae fane fabulae non omnino eleganter caelatae
occurrunt, quumnonomnesvelimmutare,velexpolireinnoftraefiet poteftate. Ceterum
id faltem curavimus, ut Caesarum, ceterorumque imagines fatis cognitae ad veram
vultus, quae in autographo haberetur, formam redigerentur, ceteraque omnia fuis
prototypis apprime refponderent. Nec alia fane poftopusa Scalptoribusomninoabfolutum,
antequamnos hanc provinciam fufciperemus, follicitudo nobis relinquebatur. XIX.
Sed iam qui ordo a nobis fervatus fuerit, innuamus. Numina quidem praecedere
aequum erat, tum ut Divinitati, quae his etiam indiciis a gentilitate petitis
adfiruatur, inprimislitaremus, tumutveterumethnicorum, quorum monumenta
tractamus, facro inhaereremus fyftemati. Quare Numinaipfa, quaeStatuisexpreffahabebamus,
cumaliamaiorum gentium, eademque felecta, insignia, et eximia cenferentur, alia
vero minorum gentium, eademque adfcriptitia, minufcularia, et putatitiadicerentur,infuasclafiesdi-*
ftribuerefiuduimus, utproindefuuscuique honorolimetiam redditus fervaretur.
Hinc Caeleftes Deos primae Claffi adfignavimus, Terreftres fecundae, Silveftres
tertiae, Semideos, h five LVIIl five Indigetes quartae, ac quintae demum
Deas Virtutes. Tum Diiseorum Miniftros, & Sacerdotes fubiunximus, quibusin
Clafle fexta factus eft locus. Sacerdotibus fuccedunt Magiftratus, ac proinde
ex temporum ratione Confules feptimam Claflemobtinuerunt. Hisfubnectuntur Imperatores
Romani, quibus Claflis obtava occupanda obtigit. Barbari Reges nonnifi pone
eorumdem domitores collocandi erant, atque hinc Clafle nona ipfos comprehendi
opus fuit. Decima Mifcellanea continet; undecima Statuas iacentes. Atque haec
eit totius I. Voluminis, quod CVI. Tabulis conflat, difpolltio. Nonabfimilirationefecundumdigeftumeft,
quod XC. Tabulas continet, quodque in Protomis, Hermis, Clypcis, et nonnullis
Anaglyphis fimplicioribus referendis verfatur. Hinc Protomarum Deos
exprimentium Claflls prima; tum Protomarum Heroas, et Viros illuftres
praefeferentium Claflis fecunda; dein earumdem Imperatores, et Auguftas
repraefentantium Claflis tertia; ac tandem Imperatores Germanicos faeculi XV.,
Si XVI. exhibentium Claflis quarta. Sequitur Claflis quinta, quae Capita
incognita; fexta, quae Hermas, feu Terminos; septima, quae imagines quadratis,
et rotundis figuris inclufas; obtava, quae Anaglypha cum variis hominum, et mulierum
imaginibus; nona, quae figuras anaglypticas lingulares; decima, quaetrophaea, pulvinaria,capitula,
bales, truncos, et candelabra; ac tandem duodecima, quaelarvasfcenicas, &ceteramo
numentamifccllacontinet. Sed iam tertium Volumen procedit, quod Anaglypha,
Sarcophagos, Cippos, et Infcriptiones compleblitur, ac ex Tabulis aeneis LXXIV.
coalefcit. Ordo Claflium etiam in hoc ipfo Volumine lervatus eft, ut proinde
prima comprehendat Deorum imagines; fecunda Fabulas ad Deos pertinentes; tertia
Bacchanalia; quarta Monumenta Aegyptiaca; quinta Monumenta Graeca ante bellum
Troianum; fexta eadem poft ipfum bellum; feptima Monumenta Romana hiftorica;
odtava ritus, mores, et artes veterum; nona Sarcophagos, et Urnas fepulcrales;
ac decima tandem veteres Infcriptiones, quaeinfuperordine, quem Gruterius, ceteriqueinvexerunt,
difpofitae a nobis lunt, ac proinde in XIV. SeHiones digeftae confpiciuntur. Eaedem
GCCXXXII. plus minus numerantur, et earum fere omnes ab aliis editae iam
fuerant. Neque nos eas dumtaxat, quas in Hortis, et Aedibus Matthaeiorum
deprehendimus, proferre fluduimus, fed infuper eas omnes huc revocavimus, quas
olim ibidem exftitilTe vel nosipficognoveramus, velexearumdemcolledoribusconflabat;
ne in hac noflra Monumentorum congerie quidquam deeffet, quodolim&celebres,
&praellantesHortosnoftros potiffimum effecerat. Indices etiam
Infcriptionibus fubiecimus,quorumprimus Scaligerexemplarpropofuitin Gruteriano
thefauro. His tandem fubiunximus generalem etiam omniumpotiorum, quaeIII.hifceVoluminibuscontinentur,
rerumIndicem,cuiuspraefidio, quodcumque opuseffet,a LeHoribus nollris inveniri
poffet. XX. Haec elt univerfa Operis noffri compages. An
verofingulaprodignitate praeftiterimus, nonnoffrumeftiudicare. Id tantum
affirmare poffumus, omnes tum animi, tum fedulitatis nervos nos intendifle, ne
vel aliquam muneris noffri partem neglexiffie, vel a ratione, ac luce, quae
peculiares habentur faeculi XVIII. dotes, ac notae, quaeque fingulas facultates
attingere aequum eft, quidquam abfonum admiffife videremur. Quapropter id nobis
propofuimus, ne inreplerumquedubia, &ancipitivelfomnia,velcommenta in
fcenam produceremus. Qui enim vel natura duce, vel cogitandi arte magiftra
veritatem confeHari, et rerum evidentiae infidere didicit, aegre fane fertur
vel ad incerta, vel ad cerebrofa. Saepe igitur contenti fuimus varias
Antiquariorum fententias proferre, et intactum fimul argumentum
relinquere,nevideremurnovamtantum opinionem inceterarum acervum inducere, vel
coniedturas conieduris addere. Quid enim infuper congefia vel vacillans opinio,
vel levis coniectura, aut etiam audax paradoxum litterarum incrementoconducit? Pabulishilcequidemfuaviflimisfruantur,
quibus in rc quaque leviffima libi plaudere, etymologiis abfirufiora quaeque
definire, remotiorum aetatum aenigmata folvere, fequiorumtemporumruditatesingerere,nugarum
feries oftentare, umbras pro corporibus amplexari, carbones pro unionibus
vendere (qui elt antiquariae facultatis abutus longeeliminandus)volupeelt. Noscerte,
quianimicaulla, et ultro delatae occupationis occalione, huiufmodi ftudio
vacavimus, haud fane operae noltrae poenituit, qui nimirum folidas hiftoriae,
chronologiae, veterum linguarum, artium, ac rituum utilitates unice lpeckantes
aliquam videmur et noftris notionibus, et famae quinetiam accelfionem feciife, tumampliflimaehuius
Urbis, veterumelegantiarum undique feracillimae, incolatum gratiorem nobis, et iucundiorem
praeftitific. Quare ab omni ingenii licentia, quae vel veritatis criterio
adverfaretur, vel quae nullo tum rationis, tum auctoritatis valido fundamento
niteretur, femper abhorrere nobis folemne fuit; ac quidquid, vel omnibus
tacentibus, vel omni deficiente exemplo, a nobis proferendum fuit, nonnifi
modefte, et fere cum trepidatione propofuimus. Rati infuper ex monumentorum
inter fe collatione, quae vel rerum affinitate, velquacumquealiarationelibiinvicemrefponderent,
veram plerumque prodire pofle SIGNIFICATIONEM, vel receptis fcriptorum
fententiis maius etiam polle robur accedere, dere, id praefertim
curavimus, ut quae fimilia ia ceteris Mufeis, et in iplis Antiquariorum libris
exftant monumenta, tamquam conflantis, et indubiae veritatis vadimonia
proponeremus. Nihilenimmagis valetadiudiciumderealiqua tum ob vetuftatem, tum
ob obfcuritatem incerta quoquo modoiufte,re&equeferendum, quamconflansmonumentorum
conformatio, et eorumdem accurata comparatio. Haec fuit inftituti noftri ratio,
cuius fane ope fi quid dignum hac luce elicimus, iri totum veritatis, et certitudinis,
quam gerimus, notioni acceptumeftreferendum;finminus,haud fateri nos pudebit,
impares nos huiufmodi Audio fuifie, quod
aliorumgratia,nonnoftromarteexcoluifleingenueprofitentes aliquam faltem veniam
hoc iplo nomine confecuturos confidimus. Qui legis, feliciter vale. Quae m hoc.
Statuarum Volumine continentur. CLASSIS I. Chiae continet deos caelestes. Tab.
Iuppiter. Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Tab. V.
Apollo Pythius, Tab. Apollo Sagittarius. Tab Apollo, Tab. Apollo, Tab. Apollo,
et Marsyas. Tab. Mars. Tab. Mercurius. Tab. XII. Bacchus. Tab. Bacchus asino
insidens, Tab. Bacchus, Tab. Amor. Tab. Amor cum Herculis symbolis. pag. ead.
Tab Amor canens. Tab. XVIII. Venus, Tab. Amicitia, pag. 15. Tab. Minerva. CLASSIS
II. Quae continet DEOS TERRESTRES. Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab.
Cybele, Tab. Ceres. Tab. XXVI. Ceres, Tab. Ceres, pag. 21. Tab. Ceres, Tab.
XXIX. Ceres. Tab..Ceres.pag.ead. Tab. XXXI. Ceres, Tab. XXXII. Urania, CLASSIS
III. Quae continet DEOS SILVESTRES. Tab. Faunus, Tab. Faunus. Tab. Faunus, Tab.
Faunus, Tab. Faunus, Tab XXXVIII.Faunus, Tab. Faunus. pag. ead. Tab. XL. Faunus,
et Satyrus, Tab. Silenus, pag. $3. Tab. Silenus. Tab. Silenus, pag.' ead. Tab..
Diana, Tab. XLV. Diana, Tab. XLVI. Diana, Tab. Flora, Tab. XLVIII. Pomona, Tab.
Pomona, Tab. L. Pomona, pag. ead. Tab. LI. Nais. CLASSIS IV. Quae continet DEOS
INDIGETES. Tab. Hercules, Tab. L111. Hercules, Tab-LIV. Hercules, Tab
Bellerophon, Tab. Aefculapius» Tab. LVII. Aefculapius. Tab. Hygia,
Tab.LIX.Hygia, Tab. LX. Amazon. CLASSIS V. Quae continet VIRTUTES DEAS. Tab.
LXI. Pudicitia. Tab. LXII. Pudicitia, Tab. LX III. Fortuna, Tab. Fortuna, Tab. Abundantia.
CLASSIS VI. Quae continet DEORUM SACERDOTES ET MINISTROS.
Tab.LXVI.Camilluspuer. Tab. LXVII. Bacchans. Tab. Bacchans. Tab. LXIX.
Bacchans. Tab. LXX. Bacchans. Tab. Tab. Sacerdos Cereris
facrificans. CLASSIS VII. Quae continet LXIII Tab.XCIII. L. Aurelius Commodus.
Tab. M. Aur. BaRianus Antoninus Caracalla. Tab.XCV.P.LiciniusGallienus,
CONSULES. CLASSISIX. Quae continet Tab. L. lanius Brutus, Tab. ConfuI. pag. 71.
CLASSIS VIII. Quae continet IMPERATORES ETAUGUSTAS. REGES BARBAROS. Tab. Mida
Rex Phrygiae, Tab. XCVII. Ptolemaeus Rex Aegypti.. Tab. C. Julius Caefar. Tab. C. Iulins Caefar. Tab.
Octavianus AuguRus. Tab Octavianus AuguRus. TabLOctavianusAuguRus•.
Tab.CGladiator, Tab . Livia. Tab. LXXX. Caius Caligula, Tab. Tiberius Claudius,
Tab. Claudius Domitius Nero. TabL Claudius Domitius Nero. Tab. LXXXIV. Flavius
Domitianus. Tab. Nerva Traianus Ulpius. p.ead. Tab Marciana AuguRa. Tab. Sabina
AuguRa.. Tab. Antinous, Tab. Antoninus Pius. Tab. M. Aurelius Antoninus. Tab.
XCI. Annia FauRina Tab. Aurelius Commodus. Tab. CI. Gladiator, Tab. CII Femina
velata cum puero. p. ead. Tab. CIII. Femina Rolata. CLASSIS XI. Qitae continet
STATUAS IACENTES. Tab. CIV. Fig.
Silenus, Tab. ead. Fig. Flumen. Tab. Fig. Sc 11. Amores quiefeentes.
Tab.CVI.Fig.i., 11., et m. Somni, et Mortis Genii, ERRATA CORRIGE.
pag.xxxii.referre. TAB. Florentia. ibid. SebaRianus Blanchius. Franc. Ant.
Gorium.. not. 2. cap. 102. Tubere. coi. 1. quos Etrufcis in manibus funt. ibid.
Enomao • ibid. coi. 2. onorabant. PALLIATA. referri. TAB. Florentiae. Iofephus Blanchius. Ant. Franc.
Gorium. ferre. Tibure. qui Etrufcis in manibus funt, Oenomao. honorabant.
STOLATA. Curatore: Fragmenta vestigiis veteris Romae --ADONEA. Adonidis mmen
apud Ouidiutn. AEDIS HERCVLIS MVSARVM AEDIS. lOVIS InporticihusOBauU. Injiaurau
ah Hadriano * AEDIS. IVNONIS. In porticihus OBauU* Aedes Palladis inforo
T^erua* AEDES-OPIS 62 Aedes Telluris in forel^erud* 'vide Templum* Aedium
Paiamatummagnifcentia • Aedes Romanomm nohilium, Aid infacris Aedihus* f
Atnhulatio circa celUih^ 6.Aedium AMPHITHEATRVM AnemoneflosapudGuidium, ' Apollo
Sandalarius AQVEDVCTIVM. AquaduBus Ajud Claudia i AquaduBus Aqua Mania reflimti
a Tratano 3 9,ah Alexandro Seuero, ArcusfeulanusadPorticumOBauia• Arcus
Germanico»& Drufo • AREA.APOLLINIS cumara. area. VALERIANA CVS.MAXIMVS
AREA. MERCVRII cumara« AREA. POLL VCIS Traiani.CauediuminAedihus Area cumar4in Quirinali« Alexander Seuerusinfatirauit AqueduBus Aqua Martia* 40 4^ 9.io
Armamentaria.Ij. s> AniariumDomitiorum• ihid* Atrium in Aedihus. ATRIVM. LIBERtATIS. s 1SJ AulaAdonidis• ihtd.
AulaRegiainTheatro. BALINEVM. AMPELIDIS. BALNWM. CAESARIS. BALNEVM. SVRAE* 31
Balnea. coTiNi. B ^ < 23 57 balneaadJolemexpofta0 J
BalneaVirorum,acMulierum• ihid* 77 BASILICA. AEMILI. 27 48 Basilica.LiGiNii. }9
15 tT BASILICA. VVLPIA. IZ c
Capitolium. CASTRA. MISENATIVM; H 10 CaftraPeregrina, 1$ CaflellumAquaManiacumtrofh*tii \ Ciceronislocusillufratus• AREA.RADICARIA.
4S\fIRCVS.FLAMINIVS 7t ^7 Cir^ Circi CISTER.NAE. Cijierthe TUiand
CLIVVr.yTcTORIAE Clajfiarij dimijji honejia mijjtone ac ciuitate donati • ihid*
7 i ihid» 19 1 5 j S7 5 HORREA: CANDELARIA. 40 HORREA. LOLLIANA 4 Horrea
puhlica > priuata ad uarm vfus• 6 HORTI. CELONIAE. FABIAE 44 Horti Gallieni,
HORTI. PALLANTIANI 40 ^• I Columnatio in Uterihmfionte &fo(lico
Column<&contraantas i O5 j DOMVS. CORNIFICIA Cornuafcena CVRIA.IVLIA D
DELVBRVM. I^INERBA E, Capu 6j INTELLVRE 57 In Tellure locus extra Templutn
Dicta Domitiani.* 47 27 51 Liciniana Baflica. Lollianiful Seuero.
Lollianustyui, tP*GentianusConful
Dipteros columnatio duplex^ DOMVS. CILONIS Domus (lelU Confulis Domus
interior 5 Domus Romanorumnohilium. "T. E 4S 44 l^cclefiafmB<e MarU
Ae^yptiaca oUmTemplumfortune njirilis.MarUinPorticuolimlunonis T^icolai olim
louis MACELLVM; 24.S,StephaniadTiherimolimMatuu
&4 Macellum l^leronis • MAVSOLEVM. AVGVSTI MONVMENTA. MARIANA Muri Vrhis
inflauratl al Arcadia CST* Honorio. NAVALEM Piummus Alexandri Seueri cum
Cajiello Aft<e MartU* T^ummus T^eronis, O ilidl 85 39 Euripus in Circo
Ealius Clio, eiufijue muniafu l Seuero fapi^ium in porticilus. Eons Lolltanus.
Gallieni Ba(tlica,& Horti in Effuilijs GRAECOSTASIS. Gyn<eceum • n
HECATONSTYLVM.33. Hecatonftylum in Hojlilium feu \^uriamffojliliam corrupts 8 1
j G 10 6 i r MVTATORIVM. 47 IJ Orilejlra in Teatro» ^In Amphitheatro, Palatium
Licinianum • Perypteros 47 5 S7 LAVACRVM.AGRIPPINAE Telluris cumBaJfo.
LVDVS.MAGNVS M Marci Aprippto
magnificentia 6 Per^ ^erijlylia duplicia in JeMus TiBura amiqua
infants • Vimcothem. Pifcim* Pltn^ locus illufiratus. Porta Trigemtm ante
Claudiufn i P O M g VS. AEMILIA. 5* t 6 6i ^3 9 fundator Jmperij cognominatus
Ichnographiam Vt hisin iemplo PL ch muli iocauit ihidi et I, ibid. iozj Porticus Metelli cum duabus
Jedtbus io PORTICVS OCTAVIAE. Et HE9.10 Porttcus pBdu U i Ionicaeiufque
ornamentA Porticus Pompeii flecatonjlylon i Porticus nohiles atiobilibuspi Burii
SVBVRA SVMI GHORAGII 35 9 5 10 S 70 1 1.2.19 6 $ 45 cogmminau Porticus simplex
Pronaon Pseudodijneros. R templvm. c6 ncori5ia^ 39 Fortun vrilis Matuu. ibid. REGlA Romuli templum injtauratum
a Stipt SiUtro i Rom ejligiumfeu knographia Scena Theatrii Septa Agrippina
SEPTAa VLlA SEPTA TRIGABJA Septorum reliquU inVialata t Sepulcrurn DOmitiorUm.
Sepvikrurrt GNi DOMITII w 45 CALVIN! 61 Sepukfum PhitomeUfeu Lufcini* SEVERI.
ET. ANTONINL AVG. )Sf.N. 19 SeptitHiusSeuerUsKejiitutorVrUs et Rom*. i.2«i9
VlA.jTOVA 70 ibid* S 3 (jillknii 45 61 !Septi:^onium. -v.. StdtUa Apollinis in
Vaiicdno. Statu in nieflibulo*fact adium Staiud celkires in Thottnis. Staiudt
tV piBur* tfoffe adArcum SERAPAEVM Stattia Apollinis Sandalarij » Vide tab. X V
U T raiani. Fheatrum Bilbii THEATRVM MARCELLI THEAfRVM POMPEH Theatri Pompeij
reliqitU ad Cdmputn Flord in*dibulV rftiotumi Thernid (iatuis exornatd. T hermd
hyemdles i Troph*a Ttdiani iiulgo ar in in Capitolio i Traianus inflaurauti
AqudduBus Aqu Marti. Veflibula Regalia. Vefligiumfeu Ichnographia Vrbis J 5
VICVS SANDALARIVS Ioannis Cristophori Amadutii. Giovanni Cristofano Amaduzzi.
Amaduzzi. Keywords: Filopatridi, i filopatridi.
Alfabeto etrusco, alphabetum etruscorum, alphabetum veterum etruscorum,
grandonico-malabaricum sive samscrudonicum. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Amaduzzi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amafinio: la ragione
conversazionale all’orto a Roma – filosofia Italiano – Luigi Speranza. (Roma) filosofo italiano. RomaVive
probabilmente negli stessi anni di CICERONE, che lo cita in coppia con un certo
Catio. Dove, dunque, aver operato a Roma a partire da quando CICERONE inizia ad
occuparsi dell'ORTO come un “trend” della cultura romana. A. e uno dei
primi romani a redigere un'opera in latino per far conoscere e diffondere la
filosofia e in particolare la fisica – dell’orto. Benché la sua opera
avesse avuto successo, CICERONE la giudica il lavoro insufficiente soprattutto
per quanto riguarda lo stile ma non solo. Opere rappresentative di questa filosofia,
in latino si può dire non ne esistano. O, se mai, sono assai poche. Ciò è
dovuto alla difficoltà della materia e al fatto che i nostri connazionali sono
presi da ben altri problemi, e ritenevano inoltre che quelle non sono cose da
piacere a gente senza istruzione come sono loro. Mentre essi taceno, venne
fuori A.. Quando usceno i suoi saggi la gente ne rimane impressionata, e accorda
notevolissimo favore alla dottrina di cui egli era rappresentante, per la
facilità con cui si capiva, per l’attrazione esercitata dalle seducenti
lusinghe del piacere, e anche perché, dal momento che non le e offerto nulla di
meglio, prende quello che c’e. Ma quando i loro stessi autori ammettono
apertamente di non saper scrivere né con chiarezza, né con ordine, né con
gusto, né con eleganza, io rinuncio senza rammarico a una lettura così poco
attraente. Tanto, le teorie della loro scuola le sanno già tutti quelli che
abbiano un minimo di cultura. Così, visto che poi non si preoccupano nemmeno
loro del modo in cui scrivono, non vedo perché gli altri debbano andare a
leggerli: che si leggano tra di loro, con quelli che la pensano in quel modo.
Noi invece siamo dei parere che, qualunque cosa si scriva, si debba scrivere
per il pubblico colto: e se non riusciamo a mantenerci sul piano adeguato, non
dobbiamo per questo dimenticarcene. Ad Familiares. Howe, A., LUCREZIO and CICERONE,
in "Journal of Philology", Enciclopedia Italiana Treccani. Cicerone,
Academica. Cicerone, Tusculanae Disputationes. Cicerone, Tusculanae disputationes.
Klebs, Amafinius, in RE. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, A., su Enciclopedia Britannica, VDM Epicureismo Antica
Roma Biografie
Ellenismo Filosofia Categorie:
Filosofi romani Filosofi Filosofi Romani Romani Epicurei [altre] A Gardener. He
was criticised by CICERONE for his poor understanding of the teachings of the
First Gardener, thought, his inadequate literary style, and for devoting his
attention to relatively uneducated people. At least in part this is because A.
chooses to teach and write about the philosophy of L’ORTO in Latin, enabling
him to reach a wider but often less sophisticated audience. The extent to which
he genuinely misrepresents L’ORTO is impossible to tell as no texts survive,
but he does seem to have helped to make the ideas of the school better known
and appreciated. Gaio Amafinio. Amafinio
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Ambrogio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di SEBASTIANE – la scuola di Roma – filosofia romana –
filosofia lazia -filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like the
Italian philosopher, Ambrogio – he was born, of course, in Germany! And he
never wrote in Italian! But the fact that he got all his inspiration not so
much from God but from Cicerone’s Liber II De Officiis, makes him an ineludible
step in Lit. Hum. at Oxford!” -- Grice: I prefer the spelling “Ambrogio,” or if
not “Aurelio Ambrosius”To call him Ambrosisus is like calling me Gree.” Grice:
“Not to be confused with Ambrose and his orchestrasweet!”on altruism. known as
Ambrose of Milan. Roman church leader and theologian. While bishop of Milan, he
not only led the struggle against the Arian heresy and its political
manifestations, but offered new models for preaching, for Scriptural exegesis,
and for hymnody. His works also contributed to medieval Latin philosophy.
Ambrose’s appropriation of Neoplatonic doctrines was noteworthy in itself, and
it worked powerfully on and through Augustine. Ambrose’s commentary on the
account of creation in Genesis, his Hexaemeron, preserved for medieval readers
many pieces of ancient natural history and even some elements of physical
explanation. Perhaps most importantly, Ambrose engaged ancient philosophical
ethics in the search for moral lessons that marks his exegesis of Scripture; he
also reworked Cicero’s De officiis as a treatise on the virtues and duties of
Christian living. ambrogio:
Sant'Ambrogio Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai
cercando altri significati, vedi Sant'Ambrogio Disambiguazione Ambrogio da
Milano" rimanda qui. Se stai cercando lo scultore e architetto italiano,
vedi Ambrogio Barocci. Sant'Ambrogio di Milano Ambrose Of MilanMosaico di
Sant'Ambrogio di Milano nel sacello di San Vittore annesso alla Basilica del
Santo, probabile ritratto del vescovo. Vescovo e Dottore della
Chiesa Nascita Augusta Treverorum (Treviri), MorteMilano, Venerato
daTutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principaleBasilica
di Sant'Ambrogio, Milano Ricorrenza4 aprile (vetero-cattolici) 7 dicembre
(cattolici) 7 dicembre (ortodossi) Attributiapi, scudscio, bastone pastorale e
gabbiano Patrono diMilano, Alassio, prefetti, Lombardia, Rozzano, Monserrato,
Buccheri, Cerami, Vigevano, Castel del Rio, Sant'Ambrogio di Torino, vescovi,
Omegna, Carate Brianza, Caslino d’Erba Manuale Aurelio Ambrogio vescovo della
Chiesa cattolica AmbroseGiuLungaraTemplate-Bishop.svg Incarichi
ricopertiVescovo di Milano Natoincerto 339-340 a Treviri Ordinato
presbitero? Consacrato vescovo Deceduto a Milano Manuale Aurelio
Ambrogio (in latino: Aurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio
(Augusta Treverorum, incerto Milano) funzionario, vescovo, teologo e santo
romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È
venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei
santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi
dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san
Gregorio I papa. Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo
di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme
a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo fino alla
morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le
spoglie. Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano, Altare di
Sant'Ambrogio, 824-859 ca., Ambrogio ordinato vescovo Aurelio Ambrogio nacque
ad Augusta Treverorum (l'odierna Treviri, nella Renania-Palatinato, in
Germania), nella Gallia Belgica, dove il padre esercitava la carica di prefetto
del pretorio delle Gallie da un'illustre famiglia romana di rango senatoriale,
la gens Aurelia, cui la famiglia materna apparteneva inoltre al ramo dei
Simmaci (era dunque un cugino dell'oratore Quinto Aurelio Simmaco). La
famiglia di Ambrogio risultava convertita al cristianesimo già da alcune
generazioni (egli stesso soleva citare con orgoglio la sua parente Santa
Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti
preferì la fede») e stesso una sua sorella ed un suo fratello, Marcellina
(consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio) e Satiro di Milano, vennero poi
venerati come santi. Destinato alla carriera amministrativa sulle orme
del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma,
dove compì i tradizionali studi del trivium e del quadrivium (imparò il greco e
studiò diritto, letteratura e retorica), partecipando poi attivamente alla vita
pubblica dell'Urbe. Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano Dopo
cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio (l'odierna
Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato
quale governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et
Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte
dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere
pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli valse un largo
apprezzamento da parte delle due fazioni. Nel 374, alla morte del vescovo
ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò
precipitare. Il biografo Paolino racconta che Ambrogio, preoccupato di sedare
il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa,
dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio
vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa. I
milanesi volevano un cattolico come nuovo vescovo. Ambrogio però rifiutò
decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: come era in uso presso alcune
famiglie cristiane all'epoca, egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né
aveva affrontato studi di teologia. Paolino racconta che, al fine di
dissuadere il popolo di Milano dal farlo nominare vescovo, Ambrogio provò anche
a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni
imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il
popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga. Quando
venne ritrovato, il popolo decise di risolvere la questione appellandosi
all'autorità dell'imperatore Flavio Valentiniano, cui Ambrogio era alle
dipendenze. Fu allora che accettò l'incarico, considerando che fosse questa la
volontà di Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di
sette giorni ricevette il battesimo nel battistero di Santo Stefano alle Fonti
a Milano e venne ordinato vescovo. Riferendosi alla sua elezione, egli scriverà
poco prima della morte: «Quale resistenza opposi per non essere ordinato!
Alla fine, poiché ero costretto, chiesi almeno che l'ordinazione fosse
ritardata. Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza
fattami.» Nonostante, come scrisse più tardi, si sentisse «rapito a forza
dai tribunali e dalle insegne dell'amministrazione al sacerdozio», dopo la
nomina a vescovo, Ambrogio prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad
approfonditi studi biblici e teologici. Episcopato Ambrogio con le
insegne episcopali Gli impegni pastorali Quando divenne vescovo (nel 374),
adottò uno stile di vita ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi
possedimenti terrieri (eccetto il necessario per la sorella Marcellina).
Uomo di grande carità, tenne la sua porta sempre aperta, prodigandosi senza
tregua per il bene dei cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio,
Sant'Ambrogio non esitò a spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla
vendita per il riscatto di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse
dagli ariani per il suo gesto, egli rispose che «è molto meglio per il Signore
salvare delle anime che dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e
senza oro fondò le Chiese. [...] I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce
valore per via dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis) La
sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la
conversione al cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto
a Milano per insegnare retorica. Ambrogio fece costruire varie basiliche,
di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo,
probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali
basilica di San Nazaro (sul decumano, presso la Porta Romana, allora era la
Basilica Apostolorum), alla basilica di San Simpliciano, detta Basilica
Virginum, ossia basilica delle vergini (sulla parte opposta), alla basilica di
Sant'Ambrogio (collocata a sud-ovest, era chiamata originariamente Basilica
Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio
rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e alla
basilica di San Dionigi (Basilica Prophetarum). Il ritrovamento dei corpi
dei santi martiri Gervasio e Protasio è narrato dallo stesso Ambrogio, che ne
attribuisce il merito ad un presagio, per il quale egli fece scavare la terra
davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Nabore e Felice.
Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione (secondo un rito importato
dalla Chiesa orientale) nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si
racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome
Severoriacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri da parte del
vescovo di Milano diede grande contributo alla causa dei cattolici nei
confronti degli ariani, che costituivano a Milano un gruppo nutrito e attivo, e
negavano la validità dell'operato di Ambrogio, di fede cattolica.
Ambrogio fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme
nel culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana,
e ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico
canto. Politica ecclesiastica L'importanza della sede occupata da
Ambrogio, teatro di numerosi contrasti religiosi e politici, e la sua personale
attitudine di uomo politico lo portarono a svolgere una forte attività di
politica ecclesiastica. Egli scrisse infatti opere di morale e teologia in cui
combatté a fondo gli errori dottrinali del suo tempo; fu inoltre sostenitore
del primato d'onore del vescovo di Roma, contro altri vescovi (tra i quali
Palladio) che lo ritenevano pari a loro. Si mostrò in prima linea nella
lotta all'arianesimo, che aveva trovato numerosi seguaci a Milano e nella corte
imperiale. Si scontrò per questo motivo con l'imperatrice Giustina, di fede
ariana e probabilmente influì sulla politica religiosa dell'imperatore Graziano
che, nel 380, inasprì le sanzioni per gli eretici e, con l'editto di
Tessalonica, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Il momento di
massima tensione si ebbe nel 385-386 quando, dopo la morte di Graziano, gli
ariani chiesero insistentemente con l'appoggio della corte imperiale una
basilica per praticare il loro culto. L'opposizione di Ambrogio fu energica
tanto che rimase famoso l'episodio in cui, assieme ai fedeli cattolici,
"occupò" la basilica destinata agli ariani finché l'altra parte fu
costretta a cedere. Fu in questa occasione, si racconta, che Ambrogio
introdusse l'usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di
inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la
basilica. Fu inoltre determinante per la vittoria di Ambrogio nella
controversia con gli ariani il ritrovamento dei corpi dei santi Gervasio e
Protaso, che avvenne proprio nel 386 sotto la guida del vescovo di Milano, il
quale guadagnò in questo modo il consenso di gran parte dei fedeli della
città. Fu infine forte avversario del paganesimo "ufficiale"
romano, che dimostrava in quegli anni gli ultimi segni di vitalità; per questo
motivo si scontrò con il suo stesso cugino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco,
che chiedeva il ripristino dell'altare e della statua della dea Vittoria
rimossi dalla Curia romana, sede del Senato, in seguito a un editto di Graziano.
Rapporti con la corte imperiale Sant'Ambrogio rifiuta l'ingresso in
chiesa all'imperatore, nel dipinto di Van Dyck. Molto probabilmente questo
episodio non avvenne mai: A. preferì non arrivare allo scontro pubblico con
l'imperatore, ma lo redarguì in privato. Il potere politico e quello
religioso al tempo erano strettamente legati: in particolare l'imperatore, a
cominciare daCostantino, possedeva una certa autorità all'interno della Chiesa,
nella quale il primato petrino non era pienamente assodato e riconosciuto. A
questo si aggiunsero la posizione di Ambrogio, vescovo della città di residenza
della corte imperiale, e la sua precedente carriera come avvocato, amministratore
e politico, che lo portarono più volte a intervenire incisivamente nelle
vicende politiche, ad avere stretti rapporti con gli ambienti della corte e
dell'aristocrazia romana, e talvolta a ricoprire specifici incarichi
diplomatici per conto degli imperatori. In particolare, nonostante il
convinto lealismo verso l'impero Romano e l'influenza nella vita politica
dell'impero, i suoi rapporti con le istituzioni non furono sempre pacifici,
soprattutto quando si trattò di difendere la causa della Chiesa e dell'ortodossia
religiosa. Gli storici bizantini gli accreditarono questo atteggiamento come
parrhesia (παρρησία), schiettezza e verità di fronte ai potenti e al potere
politico, che traspare a partire dal suo rapporto epistolare con l'imperatore
Teodosio. Essendo Ambrogio precettore dell'imperatore Graziano, lo educò
secondo i principi del Cristianesimo. Egli predicava all'imperatore di rendere
grazie a Dio per le vittorie dell'esercito e lo appoggiò nella disputa contro
il senatore Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare alla dea Vittoria
fatto rimuovere dalla Curia romana Chiese poi a Graziano di indire il
concilio di Aquileia per condannare due vescovi eretici, secondo i dettami dei
vari concili ecumenici ed anche secondo l'opinione del Papa e dei vescovi
ortodossi. In questo concilio Ambrogio si pronunciò contro l'arianesimo.
Ambrogio influì anche sulla politica religiosa di Teodosio I. Nel 388, dopo che
un gruppo di cristiani aveva incendiato la sinagoga della città di Callinico,
l'imperatore decise di punire i responsabili e di obbligare il vescovo,
accusato di aver istigato i distruttori, a ricostruire il tempio a suo spese.
Ambrogio, informato della vicenda, si scagliò contro questo provvedimento,
minacciando di sospendere l'attività religiosa, tanto da indurre l'imperatore a
revocare le misure. Critica aspramente l'imperatore, che aveva ordinato un
massacro tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del
presidio romano della città: in tre ore di carneficina erano state assassinate migliaia
di persone, attirate nell'arena con il pretesto di una corsa di cavalli.
Ambrogio, venuto a conoscenza dell'accaduto, evitò diplomaticamente una
contrapposizione aperta con il potere imperiale (con il pretesto di una
malattia evitò l'incontro pubblico con Teodosio) ma, per via epistolare, chiese
in modo riservato ma deciso una «penitenza pubblica» all'imperatore, che si era
macchiato di un grave delitto pur dichiarandosi cristiano, pena il rifiuto di
celebrare i sacri riti in sua presenza («Non oso offrire il sacrificio, se tu
vorrai assistervi», Lettera 11). Teodosio ammise pubblicamente l'eccesso e
nella notte Natale di quell'anno, venne riammesso ai sacramenti. Dopo
questo episodio la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente: furono emanati una serie di decreti (noti
come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne
interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi
forma di culto, compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le
pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al
paganesimo e nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di
vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto
di lesa maestà, punibile con la condanna a morte. Nel 393 Milano fu
coinvolta nella lotta per il potere tra l'imperatore Teodosio I e l'usurpatore
Flavio Eugenio. In aprile Eugenio varcò le Alpi e puntò alla conquista della
città, in quanto capitale d'Occidente. Ambrogio partì e andò ritirarsi a
Bologna. Durante un soggiorno temporaneo a Faenza scrisse una lettera ad
Eugenio. Poi accettò l'invito della comunità di Firenze, ove rimase per circa
un anno. La guerra per il controllo dell'impero fu vinta da Teodosio.
Nell'autunno del 394 Ambrogio fece ritorno a Milano. Alla sua morte, per
sua stessa volontà, fu sepolto all'interno della basilica che tuttora porta il
suo nome, fra le spogli dei martiri Gervasio e Protasio. Le sue spoglie,
rinvenute sotto l'altare nel, furono trasferite in un'urna di argento e
cristallo posta nella cripta della basilica. Pensiero e opere
Rilievo gotico raffigurante Ambrogio. Tra gli attributi del santo c'è il miele,
simbolo della dolcezza delle prediche e degli scritti Fortemente legata
all'attività pastorale di Ambrogio fu la sua produzione letteraria, spesso
semplice frutto di una raccolta e di una rielaborazione delle sue omelie e che
quindi mantengono un tono simile al parlato. Per il suo stile dolce e
misurato del suo parlato e della sua prosa, Ambrogio venne definito «dolce come
il miele» e tra i suoi attributi compare perciò un alveare. Esegesi Oltre
la metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica, che egli affronta
seguendo un'interpretazione prevalentemente allegorica e morale del testo sacro
(in particolare per quanto riguarda l'Antico Testamento): ad esempio, ama
ricercare nei patriarchi e nei personaggi biblici in generale figure di Cristo
o esempi di virtù morali. Fu proprio questo metodo di lettura della Bibbia ad
affascinare Sant'Agostino e a risultare determinante per la sua conversione
(come egli scrisse nelle Confessioni V, 14, 24). Secondo Gérard Nauroy,
«per Ambrogio l'esegesi è un modo fondamentale di pensare piuttosto che un
metodo o un genere: [...] ormai egli "parla la Bibbia", non più con
la giustapposizione di citazioni dagli stili più diversi, ma in un discorso
sintetico, eminentemente allusivo, "misterico" come la Parola
stessa». Per Ambrogio la lettura e l'approfondimento della conoscenza biblica
costituiscono un elemento fondamentale della vita cristiana: «Bevi dunque
tutt'e due i calici, dell'Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi
bevi Cristo. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando
il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle
energie dell'anima» (Ambrogio, Commento al Salmo) Tra le opere esegetiche
spiccano l'esauriente commento al Vangelo di Luca (Expositio evangelii secundum
Lucam) e l'Exameron (dal greco "sei giorni"). Quest'ultima opera,
ispirata ampiamente all'omonimo Exameron di Basilio di Cesarea, raccoglie, in
sei libri, nove omelie riguardanti i primi capitoli della Genesi dalla
creazione del cielo fino alla creazione dell'uomo. Anche in questo caso, il
racconto della creazione è occasione di evidenziare insegnamenti morali desunti
dalla natura e dal comportamento degli animali e dalle proprietà delle piante;
in questo senso l'uomo appare ad Ambrogio necessariamente legato con tutto il
creato dal punto di vista non solo biologico e fisico, ma anche morale e
spirituale. Morale e ascetismo Un altro gruppo significativo consiste
nelle opere di argomento morale o ascetico, tra le quali risalta il De officiis
ministrorum (talvolta abbreviato in De officiis), un trattato sulla vita
cristiana rivolto in particolare al clero ma destinato a tutti i fedeli.
L'opera ricalca l'omonimo scritto di Cicerone, che si proponeva come manuale di
etica pratica indirizzato al figlio (cui è dedicato) rivolto soprattutto a
questioni politico-sociali. Ambrogio riprende il titolo (indirizzando l'opera
ai suoi "figli" in senso spirituale, cioè il clero e il popolo di
Milano), la struttura (il libro è ripartito in tre libri, dedicati
all'honestum, all'utile e al loro contrasto risolto nell'identificazione tra i
due) e alcuni elementi contenutistici (tra i quali i principi della morale
stoica, come il dominio della razionalità, l'indipendenza dai piaceri e dalla
vanità delle cose, la virtù come sommo bene). Questi elementi sono rivisti con
originalità in chiave cristiana: agli exempla tratti dalla storia e dalla
mitologia classica, Ambrogio sostituisce ad esempio storie ed esempi tratti
dalla Bibbia. In generale, è lo stesso orientamento del testo a non essere più
etico-filosofico ma prevalentemente religioso e spirituale, come egli spiega
fin dall'inizio: «Noi valutiamo il dovere secondo un principio diverso da
quello dei filosofi. Essi considerano beni quelli di questa vita, noi
addirittura danni» (De officiis). Allo stesso modo, le virtù tradizionali
vengono rilette cristianamente e accettate alla luce del Vangelo: la fides
(lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione verso Dio,
esempi di fortezza divengono i martiri. Alle virtù classiche si aggiungono le
virtù cristiane: la carità (che già esisteva nel mondo latino, ora assume un
significato più interiore e spirituale), l'umiltà, l'attenzione verso i poveri,
gli schiavi, le donne. Altre cinque opere sono dedicate alla verginità,
specialmente quella femminile (De virginibus, De viduis, De virginitate, De
institutione virginis e Exhortatio virginitatis). Ambrogio esalta la verginità
come massimo ideale di vita cristiana, sulla scia della tradizione cristiana da
San Paolo («colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa
meglio», 1 Cor 7,38) fino al contemporaneo Girolamo, senza tuttavia negare la
validità della vita matrimoniale. La scelta della verginità è ritenuta l'unica
vera scelta di emancipazione per la donna dalla vita coniugale, in cui si trova
subordinata. Critica aspramente in questo senso il fatto che il matrimonio
costituisca solo un contratto economico e sociale, che non lascia spazio alla
scelta degli sposi e in particolare della donna: «Davvero degna di compianto è
la condizione che impone alla donna, per sposarsi, di essere messa all'asta
come una sorta di schiavo da vendere, perché la compri chi offre il prezzo più
alto» (De virginibus). Per questo Ambrogio incoraggia i genitori ad accettare
la scelta di verginità dei figli e i figli a resistere alle difficoltà imposte
dalla famiglia («Se vinci la famiglia, vinci anche il mondo», De
virginibus). Società e politica Ambrogio assolve Teodosio dopo
l'episodio di Tessalonica Nel confronto con la società e gli ideali del mondo
latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare
ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo
Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana
era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea
organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di
guardia: «Che c'è di più bello del fatto che la fatica e l'onore comuni a
tutti e il potere non sia preteso da pochi, ma passi dall'uno all'altro senza
eccezioni come per una libera decisione? Questo è l'esercizio di un ufficio
proprio di un'antica repubblica, quale conviene in uno stato libero.»
(Esamerone) Nella visione di Ambrogio inoltre potere e dell'autorità, intesi
come servizio («Libertà è anche il servire», Lettera 7), dovevano essere
sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo ispirazione dal racconto della corona
imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da
Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio
egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis
dall'episodio di Tessalonica: «Per quale motivo [ebbero] "una cosa
santa sul morso" se non perché frenasse l'arroganza degli imperatori,
reprimesse la dissolutezza dei tiranni che, come cavalli, nitrivano smaniosi di
piaceri, perché potevano impunemente commettere adulteri? Quali turpitudini
conosciamo dei Neroni e dei Caligola e di tutti gli altri che non ebbero
"una cosa santa sul morso"!» (In morte di Teodosio, 50) Di
fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il
comportamento di non pochi imperatori romani, Ambrog io vide nel
cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale e
renderlo giusto e clemente. Nella sua idea, infatti, il cristianesimo avrebbe
dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza per questo negare e
distruggere le istituzione imperiali («Voi [pagani] chiedete pace per le vostre
divinità agli imperatori, noi per gli stessi imperatori chiediamo pace a Cristo»,
Lettera 73 a Valentiniano II), ma anzi dando ai valori romani la nuova linfa
offerta dalla morale cristiana. A. richiamò infine la società romana
nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri; alla
sperequazione economica, Ambrogio contrapponeva infatti la morale del Vangelo e
della tradizione biblica. Così egli scrive nel Naboth: «La terra è stata
creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, o
ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Tu ricco non dai del tuo al
povero [quando fai la carità], ma gli rendi il suo; infatti la proprietà
comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi.» (Naboth)
Antigiudaismo Magnifying glass icon mgx2.svg Antisemitismo § Antigiudaismo
teologico. Per Ambrogio era fondamentale la storia di Israele come popolo
eletto: da qui la grande presenza dell'Antico Testamento nel rito ambrosiano,
le numerosissime sue opere di commento agli episodi della storia ebraica, la
conservazione della sacralità del sabato, ecc. Tuttavia, come era comune nel
cristianesimo dei primi secoli, forte era anche la volontà di mostrare
l'originalità cristiana rispetto alla tradizione giudaica (che non aveva
riconosciuto Gesù come Messia) e di affermare l'indipendenza e le prerogative
della Chiesa nascente. Ad esempio, nell'Expositio Evangelii secundum
Lucam, commentando un passo del vangelo di Luca in cui un uomo invaso dallo
spirito di un demonio impuro, grida: «Ah! Che c'è fra noi e te, Gesù Nazareno?
Sei venuto per rovinarci? So chi tu sei: il Santo di Dio», A. critica
aspramente l'incredulità della gente circostante: «Chi è colui che aveva
nella sinagoga spirito immondo di demonio, se non la folla dei giudei che, come
stretta da spire serpentine e legata dai lacci del diavolo, simulata la purità
del corpo, profanava con le immondezze della mente interiore? Ebbene: era nella
sinagoga l'uomo che aveva lo spirito immondo; perché lo Spirito Santo lo aveva
ammesso. Era entrato infatti il diavolo dal luogo da cui Cristo era uscito.
Insieme, si mostra la natura del diavolo non come ostinata, ma come opera
ingiusta. Infatti quello che attraverso una natura superiore professa il
Signore, con le opere lo nega. E in questo appare la sua malvagità [del
demonio] e l'ostinazione dei giudei, poiché così [il demonio] spandé tra la
folla la cecità della mente furiosa; affinché la gente neghi, colui che i
demoni professano. O eredità dei discepoli peggiore del maestro! Quello tenta
il Signore con le parole, essi con l'agire: egli dice "Buttati!" (Luc.),
questi sono assaliti perché [lo] buttino.» L'episodio di Callinicum Le
cronache storiche riportano un episodio che può essere considerato rivelatore
dell'atteggiamento di Ambrogio nei riguardi degli ebrei. A Callinicum
(Kallinikon, sul fiume Eufrate, in Asia, l'attuale al-Raqqa), una folla di
cristiani diede l'assalto alla sinagoga e la bruciò. Il governatore romano
condannò l'accaduto e, per mantenere l'ordine pubblico, dispose affinché la
sinagoga venisse ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio I rese
noto di condividere quanto deciso dal suo funzionario. Ambrogio si oppose
alla decisione dell'imperatore e gli scrisse una lettera (Epistulae variae) per
convincerlo a ritirare l'ingiunzione di ricostruire la sinagoga a spese del
vescovo: «Il luogo che ospita l'incredulità giudaica sarà ricostruito con le
spoglie della Chiesa? Il patrimonio acquistato dai cristiani con la protezione
di Cristo sarà trasmesso ai templi degli increduli?... Questa iscrizione
porranno i giudei sul frontone della loro sinagoga:Tempio dell'empietà
ricostruito col bottino dei cristiani -... Il popolo giudeo introdurrà questa
solennità fra i suoi giorni festivi...» Citando dalla lettera di Ambrogio
a Teodosio (Epistulae variae): «Ma ti muove la ragione della disciplina.
Che cosa dunque è più importante, l'idea di disciplina [mantenimento
dell'ordine pubblico] o il motivo della religione?» Nell'epistola
Ambrogio si attribuì la responsabilità dell'incendio: «Io dichiaro di aver dato
alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non
ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato» A... si spinse ad
affermare che quell'incendio non era affatto un delitto e che se lui non aveva
ancora dato l'ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e
che bruciare le sinagoghe era altresì un atto glorioso. Ambrogio non
volle salire sull'altare finché l'imperatore non abolì il decreto imperiale
riguardante la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo. Secondo la
visione del vescovo, nella questione della religione l'unico foro competente da
consultare doveva essere la Chiesa cattolica la quale, grazie ad Ambrogio,
divenne la religione statale e dominante. In questa impresa lo scopo era quello
di avvalorare l'indipendenza della Chiesa dallo Stato, affermando anche la
superiorità della Chiesa sullo Stato in quanto emanazione di una legge
superiore alla quale tutti devono sottostare. Mariologia Sebbene non si
possa parlare di una mariologia vera e propria (intesa come pensiero
sistematico), sono numerosi nell'opera di Ambrogio i riferimenti a Maria:
spesso, quando si presenta l'occasione, egli si rifà alla sua figura e al suo
esempio. La sua venerazione per Maria nasce soprattutto dal ruolo
attribuitole nella storia della salvezza. Maria è infatti madre di Cristo, e
dunque modello per tutti i credenti che, come lei, sono chiamati a
"generare" Cristo: «Vedi bene che Maria non aveva dubitato,
bensì creduto e perciò aveva conseguito il frutto della sua fede. «Beata tu che
hai creduto». Ma beati anche voi che avete udito e avete creduto: infatti, ogni
anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio e ne comprende le
operazioni. Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in
ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio: se, secondo la carne, una sola
è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo»
(Esposizione del Vangelo secondo Luca) Ambrogio difende strenuamente la
verginità di Maria, soprattutto in relazione al mistero di Cristo: egli
infatti, proprio perché nato da vergine, non ha contratto il peccato originale.
Maria è anche la prima donna a cogliere i "frutti" della venuta di
Cristo: «Non c’è affatto da stupirsi che il Signore, accingendosi a
redimere il mondo, abbia iniziato la sua opera proprio da Maria: se per mezzo
di lei Dio preparava la salvezza a tutti gli uomini, ella doveva essere la
prima a cogliere dal Figlio il frutto della salvezza» (Esposizione del
vangelo secondo Luca) Maria è inoltre modello di virtù morali e cristiane, in
primo luogo per le vergini («Nella vita di Maria risplende la bellezza della
sua castità e della sua esemplare virtù») ma anche per tutti i fedeli; di lei
vengono esaltate la sincerità (la verginità «di mente»), l'umiltà, la prudenza,
la laboriosità, l'ascesi. Milano e il rito ambrosiano Sant'Ambrogio
con in mano il flagello contro i nemici di Milano, in un bassorilievo
quattrocentesco Magnifying glass icon mgx2.svg Rito ambrosiano. L'operato di
Sant'Ambrogio a Milano ha lasciato segni profondi nella diocesi della
città. Papa Gregorio Magno parla del neoeletto vescovo di Milano,
Deodato, non tanto come successore, bensì come "vicario" di
sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma").
Nell'anno 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi
"ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non
solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città. L'eredità di
Ambrogio è delineata principalmente a partire dalla sua attività pastorale: la
predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa
cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza
verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella
vita civile e politica. L'operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in
particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella Chiesa occidentale molti
elementi tratti dalle liturgie orientali, in particolare canti e inni. Si
attribuisce ad Ambrogio l'inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa
e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella
diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito
ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione
dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di
Trento. In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus
(grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati
"sant'ambrœs"). Sant'Ambrogio affrescato da Masolino, Battistero
Castiglione Olona Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino d'oro,
che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le onorificenze
conferite dal comune di Milano. Sant'Ambrogio e il canto liturgico
Michael Pacher, Sant'Ambrogio, Monaco, Alte Pinakothek Con il termine di
ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa
riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia.
Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal
canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono
cantate da tutti i partecipanti al rito. A differenza di quanto avveniva
per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi,
essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati,
normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche
tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti
da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è sant'Agostino, che
fu discepolo di Sant'Ambrogio. Essi sono: Aeterne rerum conditor
(cf. Retractionum); Iam surgit hora tertia (cf. De natura et gratia); Deus
creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato complessivamente ben
cinque volte dal vescovo di Ippona); Intende qui regis Israel (cf. Sermo).
Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e di quella
ambrosiana in particolare, sono giunti fino a noi una moltitudine di inni in
stile ambrosiano. I ricercatori hanno cercato di trovare dei criteri per
indicare quelli che, con più certezza, sono stati composti da Ambrogio. Biraghi
ne indica tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di Ambrogio,
con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli arrivò a selezionare
diciotto inni: Splendor paternae gloriae (nell'aurora) Iam surgit hora
tertia (per l'ora di terza domenicale) Nunc sancte nobis Spiritus (per l'ora di
terza feriale) Rector potens verax Deus (per l'ora di sesta) Rerum, Deus, tenax
vigor (per l'ora di nona) Deus creator omnium (per l'ora dell'accensione) Iesu,
corona virginum (inno della verginità) Intende qui regis Israel (per il Natale
del Signore) Inluminans Altissimus (per le Epifanie del Signore) Agnes beatae
virginis (per sant'Agnese) Hic est dies verus Dei (per la Pasqua) Victor,
Nabor, Felix, pii (per i santi Vittore, Nabore e Felice) Grates tibi, Iesu,
novas (per i santi Gervasio e Protasio) Apostolorum passio (per i santi Pietro
e Paolo) Apostolorum supparem (per san Lorenzo) Amore Christi nobilis (per san
Giovanni Evangelista) Aeterna Christi munera (per i santi martiri) Aeterne
rerum conditor (al canto del gallo) Gli autori dell'edizione delle opere
poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel 1994, che ha portato a
compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del vescovo di Milano, hanno
ridotto questo numero certo a tredici canti, escludendo quelli per le ore
minori, per i martiri e della verginità. L'esclusione va ascritta alla metrica
di questi testi. Ambrogio aveva una predilezione per il numero otto. I suoi
inni sono tutti di otto strofe con versi ottosillabici. Egli vedeva in questo
numero la risurrezione di Cristo, la novità cristiana e la vita eterna (octava
dies, l'ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia
l'era del Cristo). Per questi studiosi appare improbabile che egli sia venuto
meno a questa preferenza e quindi quelli di due o di quattro strofe non vengono
attribuiti al vescovo milanese. Per questi storici inoltre non vi è
motivo di dubitare che l'autore della melodia sia lo stesso Ambrogio dato che
per loro natura questi inni nascono consostanziati alla musica. Il Migliavacca
nota come A. possedesse una conoscenza musicale approfondita. Le sue opere
rivelano, oltre a una perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare
propensione musicale. Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e
non solo con estetica raffinatezza come il suo discepolo Agostino.
Leggende su Sant'A. Spoglie mortali di A.o e Gervasio, rivestite dei
paramenti liturgici, nella cripta della Basilica di Sant'A. a Milano. Su
Sant'Ambrogio vi sono numerose leggende miracolistiche: Mentre Ambrogio
infante dormiva nella sua culla posta temporaneamente nell'atrio del Pretorio,
uno sciame di api si posò improvvisamente sulla sua bocca, dalla quale e nella
quale esse entravano ed uscivano liberamente. Dopodiché lo sciame si levò in
volo salendo in alto e perdendosi alla vista degli astanti. Il padre,
impressionato da tutto ciò, avrebbe esclamato: «Se questo mio figlio vivrà,
diverrà sicuramente un grand'uomo!». Ambrogio, camminando per Milano, avrebbe
trovato un fabbro che non riusciva a piegare il morso di un cavallo: in quel
morso Ambrogio riconobbe uno dei chiodi con cui venne crocifisso Cristo. Dopo
vari passaggi, un "chiodo della crocifissione" è tuttora appeso nel
Duomo di Milano, a grande altezza, sopra l'altare maggiore. Nella piazza
davanti alla basilica di Sant'Ambrogio a Milano è presente una colonna,
comunemente detta "la colonna del diavolo". Si tratta di una colonna
di epoca romana, qui trasportata da altro luogo, che presenta due fori, oggetto
di una leggenda secondo la quale la colonna fu testimone di una lotta tra
Sant'Ambrogio ed il demonio. Il maligno, cercando di trafiggere il santo con le
corna, finì invece per conficcarle nella colonna. Dopo aver tentato a
lungo di divincolarsi, il demonio riuscì a liberarsi e, spaventato, fuggì. La
tradizione popolare vuole che i fori odorino di zolfo e che appoggiando
l'orecchio alla pietra si possano sentire i suoni dell'inferno. In realtà
questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici. A
Parabiago, A. sarebbe apparso il 21 febbraio 1339, durante la celebre
battaglia: a dorso di un cavallo e sguainando una spada, mise paura alla
Compagnia di San Giorgio capitanata da Lodrisio Visconti, permettendo alle
truppe milanesi del fratello Luchino e del nipote Azzone di vincere. A ricordo
di tale leggenda fu edificata a Parabiago la Chiesa di Sant'Ambrogio della
Vittoria e a Milano, su un portone bronzeo del Duomo, gli è stata dedicata una
formella. Opere: “Divi A. Episcopi Mediolanensis Omnia Opera”; “Oratorie
(esegetiche)” “Exameron”; “De paradiso”; “De Cain et Abel”; “De Noe”; “De
Abraham”; “De Isaac et anima”; “De bono mortis”; “De Iacob et vita beata”; “De
Ioseph”; “De patriarchis”; “De fuga saeculi”; “De interpellatione Iob et David
Apologia”; “David”; “De Helia et ieiunio”; “De Tobia”; “De Nabuthae historia; “Explanatio
in XII Psalmos Davidicos”; “Expositio in Psalmum CXVIII”; “Expositio in Lucam
De excessu fratris; “Satyri libri duo”; “De obitu Valentiniani consolation”; “De
obitu Theodosii oratio Morali (ascetiche); “De virginibus” o “Ad Marcellinam
sororem libri tres De viduis; “De perpetua virginitate Sanctae Mariae”; “Adhortatio
virginitatis o Exhortatio virginitatis”; “De officiis ministrorum Dogmatiche
(sistematiche): “De fide ad Gratianum Augustum libri quinque; “De Spiritu
Sancto ad Gratianum Augustum; “De incarnationis dominicae sacramento; “De
paenitentia Catechetiche; “De sacramentis libri sex; “De mysteriis De
sacramento regenerationis sive de philosophia; “Explanatio Symboli ad
initiandos Epistolario: “Epistulae Innografia Hymni Altro Sermo contra Auxentium
de basilicis tradendis”. Tituli Curiosità S.Ambrogio essendo patrono delle api,
rappresenta al meglio l'operosità non solo quella risaputa dei milanesi, di cui
è patrono festeggiato, ma di tutti coloro che si impegnano nel lavoro, con
combattività, spirito di sacrificio e di spirito di abnegazione. Inoltre
S.Ambrogio ha come secondo simbolo il gabbiano che è legato alla sensazione di
libertà e spazio immenso. Il gabbiano trova l'equilibrio e si alimenta di ciò
che trova nel rispetto della sua natura di predatore e onnivoro che non si tira
indietro a nulla per la propria sopravvivenza. Per le suddette simbologie, e
per tutte le altre che sia le api che i gabbiani rappresentano, S.Ambrogio è
ormai considerato da tempo il protettore delle startup innovative che vedono in
S.Ambrogio, guida sicura con la sua famosa frase di valore eterno: "Voi
pensate che i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili.
Vivete bene e muterete i tempi" Note
lastampa/vatican-insider/it//10/02/news/milano- studi-confermano-l-identita-di-sant-ambrogio-e-di-due-martiri-Leemans,
Peter Van Nuffelen e Shawn W. J. Keough, Episcopal Elections in Late Antiquity,
Walter de Gruyter, A., Exorthatio virginitatis, 12, 82 Robert Wilken, "The Spirit of Early
Christian Thought" (Yale University Press: New Haven, Walsh, ed.
"Butler's Lives of the Saints" (HarperCollins Publishers: New York,
Paolino, Vita di Ambrogio, 6 Basilica
Vetus e Battistero di Santo Stefano alle fonti, su adottaunaguglia.duomomilano.
18 marzo. Paolino, Vita di Ambrogio,
7-8 Indro Montanelli, Storia di Roma,
Rizzoli, Ambrogio, Lettera fuori coll. 14 ai Vercellesi, 65 Ambrogio, De officiis, Biffi, Relazione al
Meeting di Rimini, Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini
e i primi sviluppi della fede a Milano, op. cit., Graziano avrebbe voluto convocare un concilio
numeroso, ma Ambrogio lo esortò a convocare un numero limitato di vescovi,
affermando che per appurare la verità ne bastavano pochi e che non era il caso
di incomodarne troppi, facendo loro affrontare un viaggio faticoso (Neil B.
McLynn, Ambrose of Milan: Church and Court in a Christian Capital, University
of California Codex Theodosianus Guida della Basilica di S. Ambrogio: note
storiche sulla Basilica ambrosiana, Ferdinando Reggiori, Ernesto Brivio, Nuove
Edizioni Duomo, Nauroy, L'Ecriture dans la pastorale d'Ambroise de Milan, in Le
monde latin antique et la Bible. J. Fontaine e C. Pietri, Parigi Citato in
Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo delle origini e i primi sviluppi
della fede a Milano, op. cit. Per
un'ampia descrizione dell'episodio: Antonietta Mauro Todini, Aspetti della
legislazione religiosa del IV secolo, La Sapienza Editrice, Roma, Craughwell,
Santi per ogni occasione, Gribaudi, Giovanni, Chiesa e stato nel Codice
Teodosiano, Tempi moderni, pag.120; Giovanni De Bonfils, Roma e gli ebrei,
Cacucci, Mariateresa Amabile, Nefaria Secta. La normativa imperiale ‘de
Iudaeis’ tra repressione, protezione, controllo, I, Jovene, Napoli,.James
Hastings, Encyclopedia of Religion and Ethics, Kessinger Peruzzi, Il
cattolicesimo reale, Odradek, Roma, Ambrogio, De virginibus, citato in L.
Gambero, Testi mariani del primo millennio, Città Nuova, Rito Ambrosiano: la
centralità dell'opera di Sant'Ambrogio per la Chiesa di Milano Jacopo da Varazze, Leggenda Aurea, LVII. Un
episodio analogo è riferito anche a Santa Rita da Cascia, vedi: Alfredo
Cattabiani, Santi d'Italia, Ed. Rizzoli, Milano, Per una narrazione della
leggenda e della costruzione della chiesa si veda: Don Gerolamo Raffaelli, La
vera historia della Vittoria qual ebbe Azio Visconti nell'anno della comune
salute 1339 nel dì XXI febbr. in Parabiago contro Lodrisio V Limonti, Milano,
Don Claudio Cavalleri, Racconto istorico della celebre Vittoria ottenuta da
Luchino Visconti princ. di Milano per la miracolosa apparizione d’A., seguita
in Parabiago, e dedicata al March. D. Giambattista Morigia G. Richino Malerba,
Milano, 1745 Alessandro Giulini, La Chiesa e l'Abbazia Cistercense d’A. della
Vittoria in Parabiago, Archivio Storico Lombardo, Ponzio di Cartagine, Vita di
Cipriano; vita di Ambrogio; vita di Agostino / Ponzio, Paolino, Possidio, Città
Nuova, Milano,Tutte le opere di sant'Ambrogio, Ed. bilingue a cura della
Biblioteca Ambrosiana, Roma: Città nuova. Angelo Paredi, Ambrogio, FIR
MilanoStoriaSec. IV-V Hoepli collana Collezione Hoepli Angelo Ronzi,
Sant'Ambrogio e Teodosio: studio storico-filosofico, Visentini editore,
Venezia. Enrico Cattaneo, Terra di Sant'Ambrogio: la Chiesa milanese nel primo
millennio; Annamaria Ambrosioni, Maria Pia Alberzoni, Alfredo Lucioni, Ed. Vita
e pensiero, Milano, 1989. Vita di A.: La prima biografia del patrono di Milano
di Paolino di Milano, Marco Maria Navoni, Edizioni San Paolo, Pasini, A. di
Milano. Azione e pensiero di un vescovo, Edizioni San Paolo, Cinisello B.
Vaccaro, Giuseppe Chiesi, Fabrizio Panzera, Terre del Ticino. Diocesi di
Lugano, Editrice La Scuola, Brescia, Piana, Ambrogio in Enciclopedia Biografica Universale, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, 2006, 434-442. Dario Fo,
Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano Einaudi Torino, Passarella, A. e la
medicina. Le parole e i concetti, LED Edizioni Universitarie, Milano Pasini, I
Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della
fede a Milano., Busto Arsizio, Nomos. Cardini, 7 dicembre 374. Ambrogio vescovo
di Milano, in I giorni di Milano, Roma-Bari, A., in San Carlo Borromeo, I Santi
di Milano, Milano, 9Boucheron e Stéphane
Gioanni, La memoria di Ambrogio di Milano. Usi politici di una autorità
patristica in Italia, Paris-Roma, Publications de la Sorbonne-École française
de Rome, (Histoire ancienne et
médiévale, 133CEF, Sant'Ambrogio, [Opere], apud inclytam Basileam, [Johann
Froben] Sant AmbroeusTra storia e
leggenda, Meravigli edizioni (in collaborazione con Circolo Filologico
Milanese), Milano, Satiro di Milano
Santa Marcellina Agostino di Ippona Basilica di Sant'Ambrogio Patristica
Diocesi di Milano Rito ambrosiano Paolino di Milano Chiesa dei Santi Ambrogio e
Theodulo A. Treccani Enciclopedie Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.
Sant'Ambrogio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Sant'Ambrogio, in Dizionario
di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. A., su sapere, De Agostini. A., su
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Sant'Ambrogio, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Sant'Ambrogio, su Musisque
Deoque. Opere di Sant'Ambrogio, su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sant'Ambrogio,. Opere di
Sant'Ambrogio, su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Sant'Ambrogio, su
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Archives de littérature du Moyen Âge. Sant'Ambrogio, in Catholic Encyclopedia,
Appleton. Cheney, Sant'Ambrogio, in Catholic Hierarchy. Sant'Ambrogio, su Santi, beati e testimoni,
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Opera Omnia dal Migne Patrologia Latina con indici analitici, su
documentacatholicaomnia.eu. Cathechesi, su w2.vatican.va. di papa Benedetto XVI
su A. in occasione dell'udienza generale PredecessoreVescovo di Milano SuccessoreBishopCoA
PioM.svg Aussenzio San Simpliciano SoresiniV D M Padri e dottori della Chiesa
cattolica VDMA. di Milano Antica Roma
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Cattolicesimo Cattolicesimo Milano Milano Categorie: Funzionari romaniVescovi
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del IV secoloCorrispondenti di Quinto Aurelio Simmaco Dottori della Chiesa
cattolicaPadri della ChiesaSanti per nomeScrittori cristiani antichiScrittori
romaniTeologi cristianiVescovi e arcivescovi di MilanoSanti della Chiesa
ortodossa. Acta Sancti Sebastiani Martyris [Incertus] -- San Sebastiano
-- Sebastiano -- Ad Virginem Devotam -- Apologia
Altera Prophetae David -- Apologia Prophetae David Ad Theodosium
Augustum Commentarius In Cantica Canticorum De Abraham Libri
Duo -- De Benedictionibus Patriarcharum. De Bono Mortis. De Cain Et
Abel Libri Duo -- De Concordia Matthaei Et Lucae In Genealogia
Christi -- De Dignitatate Conditionis Humanae Libellus. De
Dignitate Sacerdotali. De Elia Et Jejunio Liber Unus -- De
Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo De Excidio Urbis Hierosolymitanae
Libri Quinque -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri
Quinque -- De Fide Orthodoxa Contra
Arianos -- De Fuga Saeculi -- De Incarnationis Dominicae
Sacramento -- De Institutione Virginis Et Sanctae Mariae Virginitate
Perpetua -- De Interpellatione Job Et David Liber
Quatuor -- De Isaac Et Anima -- De Jocob Et Vita Beata
Libri Duo -- De Joseph Patriarca -- De Lapsu Virginis
Consecratae -- De Moribus Brachmanorum [Incertus] -- De
Mysteriis -- De Nabuthe Jezraelita -- De Noe Et Arca -- De Noe
Et Arca Liber Unus [Fragmentum] -- De Obitu Theodosii
Oratio -- De Obitu Valentiniani
Consolatio -- De Officiis Ministrorum Libri
Tres -- De Paradiso -- De Poenitentia Liber
Unus -- De Poenitentia Libri Duo -- De
Sacramentis Liber Sex -- De Spiritu Sancto Libellus -- De
Spiritu Sancto Libri Tres -- De Tobia Liber
Unus -- De Trinitate. Alias In Symbolum Apostolorum
Tractatus -- De Viduis -- De Virginibus Ad Marcellinam
Sororem Sua Libri Tres -- De Virginitate -- De XLII
Mansionibus Filiorum Israel Tractatus -- Enarrationes In
XII Psalmos Davidicos -- Epistola De Fide Ad Beatum Hieronymum
[Incertus] -- Epistolae Duae De Monacho Energumeno
[Incertus] -- Epistolae Ex Ambrosianarum Numero
Segregatae -- Epistolae Prima Classis -- Epistolae
Secunda Classis -- Exameron Libri Sex -- Exhortatio
Virginitatis -- Exorcismus -- Expositio Evangelii Secundum
Lucam Libris X Comprehensa -- Expositio Super Septem Visiones
Libri Apocalypsis -- Historia De Excidio Hierosolymitanae Urbis
Anacephalaeosis --- Hymni -- Hymni Sancti Abrosio
Attributi [Incertus] -- In Epistolam Beati Pauli Ad
Colossenses -- In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios
Primam. In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Secundam -- In
Epistolam Beati Pauli Ad Ephesios. In Epistolam Beati Pauli Ad
Galatas -- In Epistolam Beati Pauli Ad Philemonem . In
Epistolam Beati Pauli Ad Philippenses -- In Epistolam Beati Pauli Ad
Romanos -In Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Primam. In
Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Secundam -In Epistolam
Beati Pauli Ad Timotheum Primam . In Epistolam Beati Pauli Ad
Timotheum Secundam -- In Epistolam Beati Pauli Ad Titum In
Psalmum David CXVIII Expositio -- Liber De Vitiorum Virtutumque
Conflictu [Incertus] -- Libri Duo de Vocatione Gentium [Incertus] -Philosophorum
Aliquot Epistolae [Incertus] -- Precationes Duae Hactenius Ambrosio
Attributae -- Sermones Sancto Ambrosio Hactenus
Ascripti -- Sermones Tres -- Vita Ex Ejus Scriptis
Collecta [Editor] -- Vita Operaque -- Vita Operaque.
Selecta Vetera Testimonia -- Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi
[A Paulino Ejus Notario] -- De Abraham Libri Duo -- De
Bono Mortis -- De Cain et Abel Libri Duo -- De Isaac et Anima -- De
Mysteriis -- De Noe Et Arca. De Paradiso -- Epistola VIII --
Epistula ad Sororem -- Epistulae Variae -- Hexameron
Libri Sex. Hymni -- Vita -- La Penitenza -- La
Penitenza -- De Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo
[Schaff] -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri Quinque
[Schaff] -- De Mysteriis -- Mysteriis Liber Unus
[Schaff] -- De Officiis Ministrorum Libri Tres
[Schaff] -- De Poenitentia Libri Duo [Schaff] -- De
Spiritu Sancto Libri Tres [Schaff] -- De Viduis Liber Unus
[Schaff] -- De Virginibus Ad Marcellinam Sororem Sua Libri Tres
[Schaff] -- Epistola. Exposition Of The Christian
Faith -- On The Decease Of His Brother Saytrus -- On The
Duties Of The Clergy -- On The Holy Spirit --
Repentance -- Some Letters -Some Letters [Schaff]. To
Marcellina His Sister Concerning Virgins. -- Treatise Concerning The
Widows. IL DIRITTO ROMANO Fu sopratutto col pacifico apostolato della scienza e
della virtù,chequeigrandi uomini, cuila Chiesagiustamentesaluta suoi padri, illuminarono
e vinsero il mondo pagano. Allo scetti cismo, frutto di astruse teorie
filosofiche, che distruggevano senza edificare, essi opposero le verità
cattoliche, profonde e s u blimi pei sapienti, chiare e popolari per la
moltitudine,pratiche per tutti;alla spaventosa depravazione prodotta e
mantenuta da una religione tutta materia e sensi,essi risposero coll'introdurre
della sfibrata e morente società romana una moltitudine di uomini e di donne, i
quali invece delle sterili declamazioni di Cicerone e di Seneca,offrivano sé
stessi,ad esempio di Gesù Cristo, ostie viventi di sacrificio per la Chiesa e
per l'umanità. I secolo IV segna appunto il massimo furore di quelle in cruente
battaglie. S. Atanasio, S. Basilio, i due S. Gregorii,
S.Girolamo,S.Agostino,S.Giovanni Grisostomo da una parte; Antonio e le migliaja
di monaci e di sante vergini dall'al tra.Nel mezzo del secolo poi e nel mezzo
dell'Occidente com pare il grande Arcivescovo di Milano,S. Ambrogio,che rac
coglie la penna di S. Atanasio per trasmetterla a S. Agostino, e colla voce,
cogli scritti e cogli esempi propri e della santa sua sorella Marcellina
popola, non ideserti,ma le corrotte città latine di una legione di angeli
terreni. Sublime missione al certo,ma non unica,a cui laDivina Provvidenza
destinava il figlio del Prefetto delle Gallie, allora che inconsapevole de'suoi
destini,giungeva in Milano, per esercitarvi qual Consolare l'autorità del
Vicario d'Italia nella Liguria ed Emilia.Infatti nel congedare il suo giovine
amico,Petronio Probo Prefetto del pretorio e cristiano, gli aveva
detto:ricordatevi,mio figlio, di operarenon da giu dice, ma davescovo. L'opulentoesaggiosenatoreromano
con quelle parole manifestava, senza comprenderne la forza profetica, il vizio
radicale ed il maggior pericolo dell'impero romano,e quale avrebbe dovuto
esserne ilrimedio:la cristia nizzazione cioè veraceed intera del governo e della
legge Paulin,in vit.Amb.n.5. A quest'opera tuttavia richiedevasi non un
greco od un barbaro,ma un nobile romane discendente dall'antica razza
conquistatrice;era conveniente non un uomo di guerra ne un colto letterato,ma
un giurisperito,che dalla magistratura dell'impero terreno passasse alla
magistratura dell'impero spi rituale.Tal fu Ambrogio,allorché nel 374 per mezzo
di un prodigio fu eletto Vescovo di Milano. Se alcuno fosse stato allora ammesso
da Dio leggerenel futuro avrebbe ravvisato nel Consolare romano fuggente l'o
noreela responsabilità diVescovo,ilsecondo fraiquattro Dottori della Chiesa,
che sono rappresentati sostenere la cat tedra di Pietro in Vaticano; ma insieme
avrebbe meravi gliato contemplando da lungi la nuova società cristiana succe
dere all'impero pagano,e S. Ambrogio,che formata la mente ed il cuore del
grande Teodosio, ne congiunge la destra a tra verso isecoli con quella di Carlo
Magno. Si; è evidente che S. Ambrogio ritorna fra noi appunto nel momento del
maggior bisogno della Chiesa e della società, quando il paganesimo redivivo ha
consumato ormai presso tutte le nazioni cristiane l'apostasia dello Stato dalla
Chiesa e va lentamente scristianizzando tutti i codici e tutte le leggi dei
popoli civili.Non è pertanto meraviglia se dalla scoperta delle reliquie
santambrosiane la setta anti-cristiana intraveda una minaccia misteriosa a
quelle che essa chiama le gloriose conquiste dell'umanilà; mentre il popolo
veramente e sincera mente cattolico si commove ed esulta, come all'arrivo di
uno sperimentato e valente capitano. Nondimeno chi fu che sospettasse in
que'giorni questa importantissima missione religiosa ecivile del nuovo Ve scovo
di Milano? Gli uomini invero sono istrumenti e spet tatori quasi sempre
inconscii,dellemeraviglie di Dio.Ben po chi giungono a sorprenderne la mano
onnipotente e miseri cordiosa, allorchè in mezzo alle angoscie dei secoli più
trava gliati, quando lutto sembra avviarsi a rovina,getta silenziosa ed
inosservata la semente, che fruttificherà a suo tempo pace e prosperità alle
generazioni venture.Furono isecoli cristiani che riconobbero la lontana,ma
efficace opera di S. Ambrogio; ed è perciò con un trasalimento di gioja che
noi, dopo quin dici secoli, da quel 74, in cui Dio lo dono alla Chiesa ed alla
società, vediamo risvegliarsi l'eroe delle battaglie contro il paganesimo ed
affacciarsi dalla sua tomba a riguardare le il lusioni, le convulsioni ed i
terrori di questo secolo XIX, per errori e pericoli sociali tanto simile al
secolo IV. Alla domanda perciò che ispontanea si presenta alla mente di
ognuno,in questi giorni,in cui collo spirito della Chiesa, che è spirito di
preghiera, ci prepariamo ad onorare gli avanzi mortali del gran Santo, gran
Dottore e grande cittadino del secolo IV,vale a dire: perché ritorna ora fra
noi S. Ambrogio? non si può chiedere una risposta intera ed adeguata che ai
secoli avvenire.Essi ci mostreranno e spiegheranno laragione provvidenziale,
per cui le reliquie del santo Arcivescovo e dei due martiri milanesi
riapparvero in questi anni e non prima. Noi frattanto dal passato cercheremo di
pronosticare il futuro; e dalla influenza tutta santa e civilizzatrice, che il
C o n solare romano eletto Vescovo esercitò sul governo, sulle leggi e sulla
società del secolo IV,ciconforteremo a sperare che in modo eguale e maggiore
vorrà ora farci sentire la potenza di sua intercessione presso Dio in pro della
tribolata e perico Jonte società moderna; speranza e consolazioni ben
giuste,poi che nella Chiesa Cattolica anche le ossa dei santi profetano.
I. La divisione scientifica del Diritto in pubblico e privato era conosciuta,se
non di nome,certo di fatto,anche nel l'anticoGiureRomano;eilprimo era
fontedelsecondo,il quale sisvolgeva e modificava mano mano che si svolgevano e
modificavano le istituzioni politiche. Un popolo eminenlemente guerriero e
conquistatore,come era quello formato dai primi compagni e discendenti di
Romolo, non poteva a meno di dare alla propria legislazione un impronta
semplice,ma fiera e di spotica, spesse volte in aperta contraddizione
co'diritti di na tura. Per essa la patria era tutto, l'individuo nulla, la
famiglia un mezzo perdarguerrierialcampo, uominiprudentialforo lodata perció la
madre dei Gracchi, che invece dei giojelli m u liebri fa pompa de'suoi figli,
futuri tribuni della plebe; poi chè essa conciòrappresentavaladonna romana,qualelavo
leva il ferreo diritto repubblicano. Quella patria infatti, per cui tutti e
tutto si doveva sagrificare, non era che l'interesse e l'ambizione di poche
famiglie patrizie discendenti dall'antica razza conquistatrice: all'infuori dei
senatori e cavalieri non si conoscevacheplebe,efuoridiRoma tuttoilmondo,secondo
il diritto pubblico romano, non era abitato che da vinti o da nemici. Di qui
nacque e si perpetuò dai primi tempi di Roma quell'antagonismo fra senato e
plebe, che fu causa non ultima della caduta della repubblicae dell'intronizzazione
del dispotismo cesareo;diqui anche quella lotta continua con tutte le nazioni
confinanti coll'impero, lotta che fini colla inondazione dei barbari. L'aspetto
caratteristicoperò dell'antico Diritto Romano come di tutte le primitive
legislazioni, è l'unione indissolubile dello Stato colla Religione. Essa
presiede a tutti gli atti pubblici e privati; non si intima guerra ne si
concede pace senza i feciali egliaruspici; senzaauspicj
nonsiradunanoassemblee;nonsi stringono trattati che sotto la protezione degli
dei, e la stessa proprietà privata è sotto la salvaguardia degli dei penati,
cui i primi romani non si dimenticavano mai di salutare all'ingresso
dellecase.La religione latina d'altra parteera essenzialmente nazionale,e si
informava a quello spirito di famiglia, che appare l'anima ditutte
leistituzioni romane;essa perciò rimaneva in carnatacolla repubblica, poiché Roma
derivavadaglideiein taccar la religione era intaccare Roma,ed essendo Roma il
mondo,era un dichiararsi nemici del genere umano.Più tardi, all'avvenimento
dell'impero, Augusto uni ilsommo pontificato alla soprema potenza civile e
militare e collocò l'altare della Vittoria nel senato,come testimonio e simbolo
dell'eterna al leanza fra lo Stato ed il paganesimo. Laonde,quandoaltempo
dell'abbrutito Tiberio,alcunipe scatori di Galilea predicarono una nuova
religione, che diceva doversi obbedienza prima a Dio che a Cesare - essere
glidei nazionaliidoliedemonii nostrapatriailcielo la terra luogo non di piaceri
ma di prova - gli uomini senza distin zione di sesso edi città,siailromano che
ilgreco,ilbarbaro, "loschiavo, tutti fratelli- figlidiun comun padreIddio-
idegradati nipoti diCincinnato siscossero,come all'annuncio di un nemico alle
porte,che minacciasse di rovesciare l'antica maestà di Roma. Il
cristianesimoinfatti non era un semplice culto religioso, una delle mille
superstizioni che dall'oriente si importavano alla capitale colle spoglie delle
vinte nazioni e che il fiero politeismo romano riceveva come arra di pace e
difusione dei popoli assoggettati; il cristianesimoeraun in tero sistema teorico
e pratico, che abbracciava tutto l'uomo e siimponeva a tutte le questioni
sociali, esigendo un'intera ri voluzione di idee, di costumi e di leggi, un
cambiamento ra dicale nel diritto pubblico e privato dell'impero.Appena pro
mulgata questa nuova dottrina aveva trovati assecli ferventi ed indomabili in
ogni classe e condizione dell'impero; accolto sopratutto con trasporto fra
quegli esseri, quanto spregiati al trettanto numerosi, quali erano nella
società romana ledonne e gli schiavi. Non ci meravigliamo pertanto che la giuri
sprudenza e la politica romana si trovassero bentosto nella necessità di
risolvere un quesito, il quale involgeva le sorti dell'impero e dell'umanità.
Se l'impero accoglieva il cristianesimo, questo che trasformava le donne ed i
fanciulli in eroi, avrebbe salvato l'impero dallo sfascelo all'interno,
all'esterno dai barbari, mansuefatti dalvangelo;ma loStatoconciòcessavadiessere
ilsupremo Iddio; laChiesa assumeva con esso le parti dim a dre; lo schiavo, il
vinto, la donna dovevano esser rispettati; s'umiliava l'orgoglio;cadevano
Venere e Mercurio;regnava Cristo. Se per contrario volevasi sostenere
l'onnipotenza dello Stato, la divinità degli imperatori, l'eternità di Roma, la
nuova religione si doveva far sparire dalla faccia della terra.Da Ne rone a
Massenzio gli imperanti romani si decisero per questa seconda politica e ne
affidarono la cura al carnefice; il quale per tre secoli stancò uomini e belve,
e non riesci che a ren dere più splendido il trionfo del cristianesimo.
Costantino cambiò sistema e dopo aver bandito tolleranza,dichiarossi per
ilnuovo culto; seguito dal figlio Costaozo, chefattosiperò da protettore
giudice e padrone della Chiesa, divenne il triste modello di tutti i persecutori
fino a doggi.Sopragiunse Giu liano,col quale ilpaganesimo, domato ma non
spento, tentò fe roce, sebbene effimera, riscossa. Quando Ambrogio entrò
Consolare a Milano,regnava Va lentiniano I, successo al buon Gioviano. Scelto
dall'esercito l'imperatore era prode guerriero;accorse al Reno e all'onda
sanguinosa dei barbari, che scrosciava e trasbordava dalle frontiere, oppose,
per allora, un argine di ferro. Tuttavia se la spada valeva coi nemici
non giovava per le questioni interne, nè per arrestare la decomposizione
sociale di quell'immane gigante,cui ilcristianesimo tentava invano di
risanguare con forti e pratiche dottrine di virtù e sagrificio. La fede operava
al certo nel segreto delle coscienze una im portantissima rivoluzionemorale;ma
nonostanteglisforzidi Costantino, il mondo amministrativo si era tenuto in
disparte dalla influenza e dalle istituzioni cristiane.Infatti sotto Valen
tiniano, già confessor della fede avanti all'Apostata, il governo continuava
colle massime e coi costumi dell'antica Roma pa gana;l'imperatore proseguiva a
chiamarsi divino ed eterno; Lactant.,Instit.lib. V,cap.18. aveva
assunto i titoli e le insegne di pontefice massimo; m a n teneva ai sacerdoti
degli idoli privilegi e sovvenzioni a carico dell'erario; mentre l'altare della
Vittoria eretto nel mezzo del senato,attestava la politica incerta ed equivoca
del regnante cristiano.Idue elementi opposti edinconciliabilierano invero
tuttora di fronte e disponevano di forze eguali; più popo lareediffuso, massimeinoriente,ilcristianesimo;più
po tente per ricchezze ed aderenze,in ispecie in occidente e fra le famiglie
aristocratiche, il paganesimo, considerato da esse come simbolo e palladio
dell'antica gloria romana. Valenti niano I reputò pertanto abilità politica il
mettere lo Stato nel mezzo, come neutrale e paciere fra le due nemiche
correnti. Enorme fallo politico, che si ripete continuamente ogni volta che
nella società scendono in campo ad aperta battaglia i due eterni nemici, la
materia e lo spirito, l'errore e la verità, la città degli uomini e la città di
Dio ! Dall'errore nasce l'errore:un governo che esita e teme decidersi fra il
cristianesimo e le superstizioni gentilesche, per quanto spiritualizzate dal
neoplatonismo, fra Cristo e Satana,un tal governo non può reggersi che con una
serie di ripieghi, sovente contraddittorii; per esso il principe cristiano non
porterà che colpi troppo prudenti a quelle antiche istituzioni pagane, che
rimanevano sempre incarnate nel diritto civile dell'impero. Quante questioni
giuridiche, di cui ilprogresso introdotto dal cristianesimoreclamavauna
prontaeradicalesoluzione,re stavano perciòsenza una risposta.Eppure
necessitàstringeva, se l'impero voleva salvarsi ! La società era tuttora divisa
fra una minoranza di opu lenti, che si chiamavano liberi e cittadini,ed una
immensa maggioranza di uomini, cui il cristianesimo diceva fratelli dei superbi
padroni,ma che la Roma conquistatrice aveva classificati fra gli utensili
d'agricoltura ed industria e fra gli oggetti di commercio; gli schiavi
reclamavano in nome della natura e della religione idiritti dell'uomo e del
cristiano. Un'altra schiavitù legale era stata recentemente introdotta dal
fisco rapace,che in nome della divinitàdi Roma,padrona del mondo,non
solospogliava ma distruggeva;icoloni ed icu riali protestavano,io nome di una
assennata economia politica, per un mutamento radicale nei principii che
regolavano sia la proprietà,che l'esazione delle imposte. Il padre verso
ifigli, Ulpian.Inst.I,tit.8. il padrone verso gli schiavi, e
perfino il creditore verso il d e bitore, anche dopo lesaggiecostituzioni di Costantino,con
servavano diritti, che si assomigliavano troppo a quelli che la ferrea mano dei
decemviri aveva scolpiti nel bronzo;la carità cristiana, la quale ne andava
sbandendo dai costumi l'atroce esercizio, esigeva che il legislatore
sciogliesse i sudditi da quelle pastoje dell'antico servaggio,con cui ilgiudice
per rispetto ad una formulistica e sacrilega legalità conculcava l'equità e la
giustizia. Che più; il matrimonio fondamento della società e la donna che ne è
il cuore, erano sempre 'all'arbitrio di una legislazione,che sanzionava,col
divorzio e colla tutela perpetua, una incredibile corruzione di costumi,
massimo fra i pericoli dell'impero;or bene le vergini e martiri cristiane
volevano,che un sesso santificato dalla Vergine madre di Dio, fosse ricollo
cato nel posto assegnatogli dal Creatore e che il matrimonio, pei cristiani
elevato a Sacramento, fosse anche pei pagani cosa seria e rispettata. Queste ed
altre questioni,che travagliavano lasocietà ro mana nelSecoloIV, sisarannoessepresentateallavastae
profonda intelligenza ed al cuore nobile e passionato del gio vine Consolare,
in quel primo giorno che in Milano prese pos sesso dell'importante sua carica?
Le parole e le gesta del m a gistrato divenuto Vescovo dimostrano, che A. le
aveva comprese, e già risolte in quella, che tutte le compen diava:la
cristianizzazione del governo e del diritto romano. A. vi si adoperò con
quel tatto pratico carat- teristico dellaRoma conquistatrice del mondo,che ora
è pas sato nella Roma capitale del cattolicismo.Cauto,prudente e piuttosto
lento,l'antico romano taceva, meditava ed operava a colpo sicuro; non
guidandosi a vivaci teorie più o meno ulo pistiche esso studiava ed aspettava,
non preveniva gli avveni menti;e perciò mentre le colte e filosofiche
repubbliche greche sparivano fra l'olezzo dei fiori ed il canto dei loro
inimitabili poeti,il tardo romano si impossessava dell'universo. Questa
impronta si ravvisa negli scritti e più nelle opere del grande Metropolita di
Milano; perchè se ilcuore ardente di Vescovo cattolico lo moveva a parlare al
suo popolo,a scrivere lettere e volumi, a portarsi alla corte e trattar cogli imperatori,
la severa prudenza del magistrato romano gli dava quella calma e quella
saggezza, onde isuoi detti ricevevansi come oracoli. Suo primo atto
fu volgersi a Valentiniano I, la cui indole buona ma violenta era stata
esasperata da malattie e da cor tigiani e satelliti sanguinarii, per cui si
riempiva l'occidente di gemiti e di lamenti. Cosa disse A. all'imperatore dagli
storici contemporanei non ci è riferito; ma la risposta del so vrano e più il
mutamento totale di sua politica dopo quel col loquio,ci dimostrano la prima
vittoria sul dispotismo cesareo, Valentiniano lodò la franca indipendenza del
vescovo e ne volle pe'suoi peccati conveniente rimedio. Cosa inaudita e fin
allora creduta impossibile!La divinità imperiale, cui la legisla zione
romana,anche dell'età classica, asseriva sciolta dalle leggi (princeps solulus
a legibus),anzi legge vivente, e libero senza ombra di ritegno a dichiarar
lecito ciò che jeri era illecitoed ingiusto, il dio di Roma, riconosce d'aver
errato; ed i s u d diti,senza essere costretti,come era d'uso,a sgozzare e poi
celebrar l'apoteosi dell'imperatore,possono ormai fargliperve
nireleloroquerelepermezzodei Vescovi,rappresentanti la co mune madre, la S.
Chiesa. Se ad alcuno però non piace questo progresso,perché introdottodaVescoviepreti,riservipure
l'ammirazione per Ulpiano e Paolo, fra i più grandi giurecon sulti al certo
dell'epoca degli Antonini,iquali celebravano la clemenzaelasaggezza
diquelmostrochesichiamavaComodo! Un altro passo tuttavia rimaneva a fare: non
solo la per sona,ma la stessa dignità imperiale doveva ripudiare officialmente
il culto nazionale di Roma. Una cerimonia ridicola era stata introdotta da
Augusto e ripetevasi infallantemente ogni volta era assunto un nuovo principe
all'impero;lo stesso Co stantino non aveva osato di rinunciarvi.L'offerta però
del titolo e delle insegne di pontefice massimo, che il senato faceva
all'imperatore, inchiudeva un gravissimo significato, poichè era la conferma di
quel vecchio diritto pagano e teocratico, del quale igiureconsulti non ardivano
acora distruggere l'autorità tante volte secolare e che isenatori,in parte
ancora idolatri, facevano studiosamente rivivere appena se ne presentasse l'oc
casione.Rigettare quelle insegne era dunque sconfessare l'as soluta sovranità
dello Stato sopra i beni, sulla vita e, ciò che più importa ai despoti,sulle
anime e sulle coscienze dei sud diti. Quale fra i moderni vantatori di
liberalismo in simile circostanza ascolterebbe la voce della ragione e della
fede, par [Theodor. Hist. Eccl. Lib. IV,c. VI.
Digest. Const. Lib. I, tit. 4. lante per bocca di Ambrogio? Lo stato attuale
d'Europa ce ne è testimonio.Ben diversamente pensava però quel caro figlio spirituale
di Ambrogio, come esso chiamava Graziano, il primo che alla deputazione del
senato rispose:sè essere cristiano. Ottenuta questa seconda vittoria,se ne
richiedeva una terza, perché il cristianesimo potesse lusingarsi di vedere il governo
dei Cesari informatodisue caritatevolidottrine. Ragion logica voleva che l'ara
della Vittoria, simbolo delle antiche superstizioni, sgombrasse il senato,
molto più ora che l’imperatore, associatosi Teodosio, aveva vinti i Goti, invirtùnondi
Giovemadi Gesù Cristo. Ilregalealunno d'Ambrogio,che primadipartirper la guerra,
gli aveva chiesti consigli ed istruzione a conferma della propria fede,
mostrossi coerente. Un mattino adunque i senatori entrando nella
Curia,stupirono vedendo scomparsa l'ara e la statua d'oro,tolte quella notte
per ordine sovrano. Il colpo inaspettato commosse la fazione pagana fino
nell'ultime fibre: molti senatori tuttora partitanti per i vieti riti di Numa
edeiFabii,siradunarono inquietieminacciosiper stendere una querela
all'imperatore. Ma ai fianchi di Graziano vegliava Ambrogio,chegli parlòinnome
deglialtrisenatori, del Ponte fi Milaniaso, dellasedecristiana.Invanopertanto
ladeputazione instò; il giovine principe si dichiarò irremovibile e neppur
volle ammetterla all'udienza. Graziano era allora nel fiore dell'età,nell'auge
della gloria, gioconda speranza della Chiesa e dell'impero: e invece per uno di
que'misteriosi decreti della Divina Provvidenza, che scon certano tutti gli
umani ragionamenti e non lasciano luogo che all'umiltà ed alla adorazione,
l'imperatore viddesi abbandonato dalle sue truppe e cadde vittima di infame
tradimento.Il pa ganesimo erasi vendicato; e risorgevano le speranze degli idolatri,
i quali rappresentati da Aurelio Simmaco Prefetto d i Roma e ricco sfondato,
credettero di approfittarsi delle circostanze e del favore della corte, per
fare pressione sull'animo sbigot titodel fanciulloValentinianoI e della superba,
ma insieme debole, Giustina. Statista e letterato, filosofo e scrittore, il
discepolo d'Ausonio esauri tutte le risorse del brillante suo in gegno e stese
una supplica,vero capolavoro di rettorica; se natore poi e pootefice, e caro al
popolo,cui non lasciava m a n carepanéecircesi,impiegò perilpoliteismo,alquale
esso Baanard, Vita d’A.. stesso non prestava più credenza,
tutta l'influenza della per sona e degli impieghi; e si riteneva sicuro della
riuscita. In fattigià stavasi preparando il decreto che ristabiliva l'ara della
Vittoria, allorchè A. sopragiunse dalle Gallie,ove alla corte dell'usurpatore
Massimo aveva, con finezza di diplo matico consumato ed intrepidezza di vescovo
cattolico,patro cinata e vinta la causa del pupillo imperiale. Benchè un
rigoroso segreto presiedesse alla congiura dei senatori pagani ed ai consigli
del Concistoro imperiale,geloso dell'influenza del Vescovo di Milano, tuttavia
esso ne penetrò le macchinazioni; e presa la penna scrisse, non più all'Eterno,
Invincibile, Germanico, Partico e c c., ma a l felicissimo e cristianissimo
imperatore Valentiniano I I. In quella magnifica lettera, incui isentimenti più
elevatidei Dottore e Ponteficecattolico si alternano e vestono la forma della
più commovente tene rezza paterna, si trova già completamente tracciata la
nuova politica cristiana, che fa i principi non padroni dei popoli, sib bene
ministri di Dio e suoi luogotenenti sulla terra. Valenti niano perciò ode
ricordarsi, che come tutti gli altri suoi sud diti, egli stesso è soggetto al
Re dei Re; che un altro potere è sorto nell'impero a regolare le coscienze,al
quale pertanto, cio è a i Vescovi, spetta il giudizio in materia religiosa: in
caso contrario,come indegno della professione cristiana,venendo l'imperatore
alla chiesa,vi avrebbe trovato A. alla porta ad impedirgliene l'ingresso.
Bisogno cedere. A. ebbe lasupplicadiSimmaco e riprese la penna. In quel giorno
il profondo giurista, il de stro avvocato,ilsaggio magistrato rivisse nello
scritto del Vescovo e del santo. Il Metropolita milanese non bada a contendere
coll'avversario in lenocinio di eleganze irreprensibil mente classiche: esso
mira alla sostanza: perciò non allegorie, non scappatoje, non esitazioni,non
dottrine incerte e,dirò, fosforescenti,tutto è massiccio;gli argomenti
procedono ser rati, come le legioni romane, e la verità che appare evidente,
abbatte, frantuma e disperde perfin la polvere degli annientati sofismi
pagani.Simmaco s'appoggiava a tre argomenti:Roma disonorata per l'abbandono
degli dei;le vestali reclamanti;la patria sfortunata e pericolante per la nuova
politica cristiana degli imperatori.S. Ambrogio prende questi tre sofismi,li
spoglia delle vesti affascinanti, li osserva, li analizza e li trova non
altroche un accozzo difrasireboanti,vuotedisenso.Che parla Simmaco della dea
Vittoria? La vittoria è un nome astratto: esso si realizza nel numero e
nel valore delle legioni romane:Scipionevinse sfondandolefittecoortidiAnnibale,
non ardendo incenso alla statua di Giove. Chiedono i pagani
privilegiedentrateperi sacerdotidegliidoli? Dunque con fessano che senza essi
non possono reggersi: ma noi, dice A., crescemmo fra leingiurie,le
miserie,lemapnaje; e dei nostri benifacciamo il tesoro dei poveri. Le vestali?
Oh ! quante immunità,privilegi ed entrate per sette fanciulle pro fessanti
continenza temporanea fra il lusso e gli onori; il cri stianesimo invece ne
presenta migliaja e migliaja, che si conse crarono a perpetua verginità nel
nascondimento e nelle pri vazioni. Volete privilegi ed entrate alle vostre
vergini? Le abbiano in misura eguale anche la moltitudine quasi innumerabile
delle cristiane:non è secondo giustizia l'accordar preferenze:
otutte,onessuna.Ilcristianesimocagione deidisastri del l'impero e della recente
carestia d'Italia? I cristiani nemici della patria? — Avanti all'antica e
sempre calunnia nuova il discendente degli Ambrogii, che aveva testė salvato
l'Italia e l'imperatore, credė di imporre silenzio all'indegnazione del suo
cuore romano: esso rispose con fina ironia, riscontrando le allegazioni
enfatiche ed immaginarie di Simmaco colla reale prosperità di quell'anno, quale
presentavasi agli occhi di tutti. Era un seppellire l'elegante declamazione
sotto il peso della più terribile delle confutazioni, un meritato ridicolo. Ciò
falto, A. non si arresta a riguardare il prostrato nemico e piglia
l'offensiva.Allo scetticismo pagano confessatoda Sim maco,e che supplicava per
una tolleranza,non solo pratica ma teorica, dituttiiculti, esso contrapone la chiara
evidenza della fede e le forti convinzioni dei cristiani, Ritorce poi l'ar
gomento; richiama la gloriosa ed ancor recente memoria di quel tempo,in cui
ipagani non ammettevano l'indifferenza dello Stato per ogni culto,ma
perseguitavano e massacravano; fa osservare che non è giusto imporre ai
senatori cristiani i riti pagani e conclude dichiarando,che la natura stessa vuole
ilprogresso:essere ormaitempo,che letenebre cedano,al sole,l'errore
allaverità.La causa fu vinta:quel soffioche già spirò dal cenacolo nelgiorno di
Pentecoste,portò via l'ultimo avanzo del paganesimo officiale, il quale invano
una terza volta sipresenterà a Teodosio.L'alleanza secolare fra l'impero romano
e l'idolatria è rotta; non solo, m a sono abbandonate le illusioni di una
politica anfibia e contraddittoria, che voleva separato lo Stato dalla Chiesa,
il corpo dall’anima son gettate; da quel punto le basi del nuovo Diritto
Pubblico della Chiesa e delle genti cristiane. Graziano infatti, continuando
l'opera di Costantino, aveva pubblicati varii decreti, sia in favore della
Chiesa che contro gli eretici e manichei e contro gli apostati recidivi al paganesimo:ci
giunsero nelle raccolte di leggi compilate più tardi per comando di Teodosio il
giovine, e conosciuta sotto il nome di Codice Teodosiano. Frattanto Teodosio il
Grande promulgava in Costantinopoli quella sua memorabile costituzione, in cui
dichiarava la fede cristiana religione dell'impero, e fra le varie sette che ne
disputavano il nome, osservava, intender esso quella sola, la quale profes.
sata ed insegnata dal Pontefice Romano, allora Damaso,aveva con sé le note
caratteristiche ed esclusive della verità. Qual rivoluzione nei principii
legali e nelle massime di governo del Diritto romano! Ma
nonbastavachel'imperatore facesse decreti,esso stesso doveva conformare le
proprie azioni alle dottrine, che andavano informando la nuova legislazione. Se
pertanto Giustina vuol favorire i suoi ariani e intima sia loro ceduto un
tempio dei cattolici, A. si offre pronto a donare all'imperatore le proprie
sostanze private, a sacrifi care lavita stessa,non mai ilpatrimonio della
Chiesa.Se anche il grande Teodosio, illuso da una fantasmagoria di tolleranza
religiosa, patrocinata ardentemente dall'indifferentismo ed i m moralità dei
cortigiani, vorrà costringere il vescovo di Callinico a rifabbricare la
distrutta sinagoga degli Ebrei, vedrà giun gersi una lettera rispettosissima,
ma conquidente del Vescovo di Milano,nella quale l'equità,la giustizia, la fede
cristiana ed anche i dettami di una saggia politica impongono a Teodosio di revocare
il mal concepito decreto. Teodosio si mostra esi tante; ma A. insisteevince. Evincerà
finoal punto di persuaderlo a promulgare una legge, con che il troppo vio lento
principe impone agli altri giudici,e prima a sè stesso, di soprasedere
ventiquattro ore dall'esecuzione d'ogni sentenza capitale; non solo, ma in abito
da penitente lo vedremo con fessare ed espiare in faccia alla Chiesa ed
all'impero le fatali conseguenze della impetuosa sua ira contro i
Tessalonicesi. Magnanimo principe, degno dell'ammirazione di tutta la
posterità! Esso fu grande quando sul campo di battaglia tre volte sgomino le
legioni degli usurpatori e due volte ruppe e disperse le immense orde dei
barbari; ma fu più grande allor chè nel vestibolo della Basilica milanese riconobbe,
esser nessuno,fuorché Dio,padrone della vita degli uomini.Circadue
centoquarant'anni prima un altro imperatore romano,sommo unicamente
perlibidinié crudeltà, avevaespressoildesiderio che il senato e Roma stessa
avesse una sola testa,onde poterla spiccare d'an colpo.A quell'imperatore,cui
Seneca fu maestro, if sénato e l'impero si prostravano e ne placavano la divina
cle menza con statue e sacrificii. Ora un altro principe grande per'mente, per
cuore e per braccio, è in ginocchio avanti ad un Vescovo Cattolico, domandando
penitenza per esser troppo trascorso nell'esercizio della giustizia contro
alcunisudditi. Chisceglieremo, Teodosio o Nerone?A chi dove ascriversi il
cambiamento totale nei principii che reggevano l'impero? I
fattirivelanoilloroautore: seipregiudiziimoderni impedi scono a'molte
intelligenze di leggerne il nome,è solo, come osserva uno scrittore francese di
principii esso stesso tut. t'altro che cattolici, perchè il cristianesimo è
troppo poco stu diato e'meno compreso. A., come tutti gl’altri padri della Chiesa,si
occupava delle questioni sociali e politiche per lo più solo in direttamente:
la sua cura cotidiana, il pensiero della sua vita era la santificazione del suo
gregge; e le sue azioni e i suoi scritti tendevano unicamente a questo
scopo.Ilsuo stesso libro degli Officii, quell'opera scritta ad imitazione di CICERONE
(si veda), la quale,come rappresentante dei secoli cristiani, sebbene segni
unqualche regresso nelle forme, locompensaconunimmenso progresso, nelle idee
non mira che ad offrire al suo clero saggi precetti di santa vita.Ma si può egli
sanar l'anima senza gio varealcorpo? Ecco pertantoS.Ambrogio,por professando
osservanza dei canoni,che intimavano a pruti e vescovi una operosa residenza
fra il popolo (2), togliersi da Milano, c o m parire alla corte, intraprendere
disastrosi viaggi,ogni volta lo richiedeva la necessità della cosa pubblica.
Teodosio gli affida i suoi due figli; e quando il grande Arcivescovo stava per
entrare nell'eternità, Stilicone,ilreggente dell'impero,lo mando a scongiurare,
che volesse pregar Dio per un po'd'altri anni, poiché l'Italia, lui morendo,
pericolava Cousin citato da Troplong, De l'influence du christianisme sur le
Droit civil des Romains, Epist.. Paulin, Vit.Ambros.n.45. Scuola Catt.ANon è
perciò meraviglia, se negli scritti e più nelle azioni del Consolare romano
divenuto Vescovo cattolico troviamo, sebbene quasi per incidente e per lo più
solo in germe, accen nate e risolte le principali questioni di diritto, la cui
completa trasformazione doveva esser l'opera dei secoli avvenire. La clemenza
di Teodosio verso i vinti, gli sforzi di lui per siste mare l'esazione delle imposte,
cuiibarbari, glierrori dell'impero e più l'interna corruzione dei costumi
rendevano intollerabili, dimostrano che l'influenza di A si ste.ndeva dovunque
eravi un ministero di carità da esercitare. Irrompono iGoti, mettono a ferro ed
a fuoco l'Illirico e ne conducono gli abi tanti inservitù? A. spogliatosidituttoperredimerli,
spezza e vende ivasi preziosi della Chiesa:essendochè più preziose, dicealsuo popolo,
sonoleanimeredentedaCristo,chenon l'oro e l'argento consecrati al culto
divino.Era lo scioglimento pratico per mezzo della carità di quella questione
della schia vitù,cui Ulpiano e Pomponio dicevano di assoluto diritto delle
genti e che la nuova religione
professante la fratellanza universale degli uomini, voleva sbandita dalla
terra.Il cristia nesimo infatti ogni volta che vedea aperto ilcampo all'azione,
viene attuando gradualmente l'affrancamento degli schiavi,con quella prudenza
però che prepara prima la libertà delle anime e delle intelligenze, avanti di
procedere alla liberazione dei corpi;poichè questa,se troppo repentina ed
ispirata solo da passioni politiche,riesce in pratica egualmente fatale agli
schiavi stessi ed alle nazioni che la compiono:gli Stati Uniti d'Ame rica ne
vanno ora facendo l'esperienza. Era tuttavia principalmente nell'udienza
episcopale,che S. Ambrogio rivelava nelle sue sentenze ilmagistrato cristiano e
santo. Costantino, approvando ciò che di fatti già trovava nei costumi cristiani,
donò alle decisioni dei Vescovi il medesimo valore giuridico,che ilsenso
pratico degli antichi romani aveva ottenuto agli editti del pretore. Con ciò lo
stretto diritto civile consecratodalleleggi delle XII Tavole, ilqualegià
ritiravasi davanti al diritto di natura più ampiamente propugnato dai
giureconsulti dell'età classica, cessava totalmente, o meglio si trasformava in
quel codice, cui Agostino chiama divina Parecchi e lettere d el santo versano
su gli officii, che ei sovente assom e vasi di intercedere presso l'imperatore
per le vittime delle enormità fiscali... quae potestas (servorum)juris
gentiumest; (Ulpian, Insl.I, tit.) e Pomponio conchiudeva che chi cadeva nelle
mani del nemico gli re stava per diritto delle genti suo schiavo.(Tit., De
captivis). mente emanato per bocca dei principi; e che fatto pubbli care
da Giustiniano, mentre l'impero d’occidente era distrutto e quello d'oriente
minacciato,conserva all'antica Roma la gloria di dominare eternamente,se non
coll'armi,col migliore primato delle leggi. Di fianco al diritto civile romano
nasceva il diritto ca nonico. La proprietà è resa universale: non vi sono più
distinzioni di res mancipi o nec mancipi, di dominio quiritario o per pre
scrizione; non si possiede più secondo S. Ambrogio, in forza della cittadinanza
romana, la quale comunichi il diritto di proprietà proveniente dalle
conquiste;la fonte d'ogni diritto è Dio, di cui tutti gli uomini sono figli; e
che unico padrone della terra, ne dà l'uso a chi legittimamente lo acquista. Scompajono
egualmente le legillimae nuptiae come contra posto alle justae nuptiae ed al
concubinato legale:non si parla più né di confarreazione, né di co -emptio, nè
di usus per aqui stare alla donna idiritti matronali e la successione,come
figlia al marito: non vi è pei cristiani che il matrimonio Sacramento della
Nuova Legge, simbolodell'unionedi Gesù Cristocolla Chiesa:la legge
ecclesiastica de determina gli impedimenti,ne prescrive i riti; ed il marito e
la moglie si trovano eguali nell'obbligo di vicendevole fedeltà ed amore e
nella santa emulazione del bene.«Nessuno, predica A., silusinghiappoggian dosi
alle leggi umane... non è lecito al marito ciò che non è permesso alla donna. Per
misurare ilprogresso introdotto dal cristianesimo,bisogna ricordare ciò che
scriveva Tertulliano: al giorno d'oggi chi si sposa ha già concepito il
progetto di ripudiarsi e il divorzio è come un frutto del matrimonio. La
lettera del santo arcivescovoscrittaadun talPe tronio ci introduce a
contemplare ilsegreto lavoro della Chiesa costituente gli impedimenti
dirimenti, per la sempre maggior santificazione della società matrimoniale,cui
invano avevan tentato di mettere in onore le Leggi Giulie e Pappia Poppea. S.
Ambrogio infatti dissuade con parole severe l'amico dal progetto di contrarre
colla nipote:cosa contraria,egli dice, alla legge divina (5). Si crede anzi che
la costituzione civile Leges Romanorum divinitus per ora principum
emanarunt,cit.dell'Oza- ' nam. L'impedimento di consanguineità in linea
collaterale è di natura eccle siaslica:S. Ambrogio parla dellelogge divina
considerata nelle sae dedazioni. De Nabuthe
Jezraelita,cap.I,III,etalibipassim. (3)D:Abraham. Apolog. pubblicata da
Teodosio il grande circa ilmatrimonio fra i con giunti, glifosseispirata dal santosuo
amico,consigliere e padre spirituale. Isuccessori del grande imperatore spaven
tati dall'opposizione che l'impudicizia pubblica recava all'ese cuzione di
simili leggi, si mostrarono incerti e indietreggiarono; ma l'impulso era dato e
il cristianesimo, trionfando dell'immoralità, si impose poi pienamente anche
alla legislazione. Il diritto di vita e di morte, che le leggi di LE XII TAVOLE
concedevano al padre sul figlio, era già stato abolito durante ilperiodo,in cui
la filosofia stoica, piegandoalsoffio spi rato dal Golgota, moderò tutta
l'antica giurisprudenza (2). Costantino arrivò a decretare la pena del
parricidio contro il genitore che uccidesse il proprio figlio. M a quanto
cammino rimaneva tuttora a fare anche in questa materia per giungere a
stabilire un pieno accordo colle imprescrittibili leggi di na tura! Non solo ilpadre
conservava, come giudice domestico, ildiritto diinfliggere pene,benché moderate
alfiglio;ma esse stesso dettava al magistrato lasentenza, che nei casi più
gravi era reclamata dalla disciplina paterna. Arroge che l'esere
dazionedimorava intatta fralesuemani, senzachelacrea zione, fatta da Costantino,delpeculio
quasi-castrensee laparte concessa nella eredità della madre, bastasse a
sottrarre ilfiglio di famiglia ad una autorità, che, sebben giusta, dee avere
essa pure i proprii confini. Che più? Perseverava ancora il barbaro diritto nei
padri di vendere i propri figli: S. Girolamo
ci ha conservati i lamenti di una misera vedova,cui ilmarito per
supplire all'ingordigia del fisco, dovette vendere i tro figliuoli; S. Ambrogio
stesso flagellando l'atroce crudeltà de gliusuraj, introduceunpovero padre che «usandodellaau
toritàconferitagli dalla legge, ma negataglidallanatura» per pagare l'usurajo,
da cui ebbe il pane, conduce all'asta i proprii figli; e con sanguinosa ironia
esclama: « o miei figli, pagate le spese della mia gola, soddisfate il prezzo
della mense paterna. Voi divenite il mio riscallo eil vostro servaggio ricom
pėra la libertà mia Quai diritti, buon Dio, e quali ese crabili cause li
facevano esercitare! Ben a ragione S. Ambrogio prosegue, narrando,chein uncaso
simile, all'usurajo, ilquale Leg.5,C. Deincestisnuptiis.Troplong. C. lust. de
patria potest. In vito Paphnutii De Tobia. voleva approfittarsi della
legge ed ostava ai funerali di un cre ditoreimpotente, avevaordinato: siprendessein
casailca davere in garanzia del proprio debito; e ve lo fece traspor tare dal
popolo. Con simile legislazione però chi avrebbe osato farsi mediatore per
riconciliare coll'inflessibile autorità pa terna un figlio, il quale aveva
ardito menare in isposa una donzella, non trasceltagli dal padre? Il diritto
romano riguar dava taleatto,comeunattentatocontro natura;poichéla nuora,
secondo la legge, diveniva figlia del capo di casa. Ma
lacaritàcristianasilasciaguidare da istintidivini:fra Je lettere di S.
Ambrogio, la 83.a è appunto diretta a un tal Si sinnio,onde persuaderlo non
solo a perdonare ma a ricevere incasaun talfiglioeduna
talnuora;eviriusci.Sublime cat tolicità della Chiesa ! Dopo undici secoli
circa, fu riproposta ai padri del Concilio di Trento la scabrosa questione del
matri monio contratto dai figli di famiglia senza il consenso del padre: e lo
spirito del santo vescovo di Milano ricomparve nella prudentissima risoluzione del
Sinodo Ecumenico. Quella lettera a Sisinnio invero rivela in S. Ambrogio un
tatto pratico squi sito:ma insieme qual profonda conoscenza del cuore umano,
quanta delicatezza e soavità di sentimenti in quel grande av vezzo a moderar
l'animo degli imperanti e a stringer le redini dello Stato;il miele,giusta l'enigma
di Sansone,gocciava di nuovo dalla bocca del leone. Le leggi che regolavano le
successioni richiedevano pari menti importanti modificazioni. L'antica
legislazione era il ca polavoro dell'aristocrazia; esaminando quella ferrea
catena di eredi suoi, agnatizii, gentilizii, in fine alla quale non manca vano
mai le spalancate fauci del fisco, non si può a meno di ammirare con un senso
di sacro terrore quel vigore di con cetto, quella intrepida inflessibilità di
logica, con cui per conservare i beni e di sacrifizii nelle famiglie, il
legislatore romano non indietreggiava davanti alle più inique violazioni dei di
ritti di natura. L'equità pretoria vi aveva già portato al certo qualche
cambiamento coll'editto:unde liberi;ma ohime!di qnanto poco accontentavasi la sapienza
di Cajo e degli altri giureconsulti della setta stoica! Prima però che Giustiniano
si preparasse una imperitura e giusta gloria con quelle leggi sulle
successioni, che ancora (!) A a e juris in iquitates edicto praetoris emendatae
sunt. Troplong. Che più? scrivendo al giudice Studio, il quale lo aveva
consultato sul modo di comportarsi,quando dovesse pronun ciar sentenze
capitali, il prudente ed amoroso vescovo gli in culca con ogni maniera di
ragioni l'esercizio dalla clemenza, che deve giungere, esso dice, fin dove vi è
giusta speranza di emenda del reo. Lungi però dalle moderne utopie, le quali in
nalzando a principio l'abolizione della pena capitale per qual siasi grande
malfattore, riescono in pratica a disarmare e con danpare gli innocenti,il
santo giurista pone per base la giustizia della pena di morte e raccomanda
all'amico la custodia delle leggi, « poichè mentre si leme la spada dei
giudici, si reprime e non si stimola il furore dei delilli. La stessa procedura
criminale è lucidamente delineata nelle due lettere a Siagrio vescovo di
Verona.S.Ambro gio lo rimprovera d'aver troppo superficialmente ricevuto l'ac
cusa contro la vergine Indicia; gli fa osservare che nel suo processo trascurò
quasi tutti gli argomenti che potevano far prova giuridica in favore
dell'accusata; mentre illegalmente aveva avuto ricorso a testimoniaoze ed atti
quanto obbrobriosi altrettanto insufficienti; e gli descrive il modo da sè
tenuto per riveder quella causa e cassarne l'ingiusta sentenza.Leggendo quelle
lettere scritte nel secolo IV,l'animosicompiace riscon trando i medesimi
principii tracciati dal nostro santo, seguirsi Ep. Conf. Ep. Vedi ancheBagnard,al
presente sono la base di tutti i codici moderni, S. Ainbro gio l'aveva non solo
preceduto, ma superato con un giudizio, la cui equità sembra oltrepassare i
confini di una soverchia condiscendenza.Nella letteradifatti al Vescovo Mar
cello, pel cui testamento eransi fratello e sorella a lui appellati, il santo
ci descrive collocate di fronte le due opposte influenze, che si disputavano
allora ilcampo delle leggi. La procedura ci vile avanti al magistrato ci appare
da una parte irta di inter minabili acontroversie, azioni, recriminazioni molteplici,istanze,
cavilli da curiale ; » la procedura canonica del vescovo dal l'altra tien
l'occhio alla giustizia e non alle forme legali, e la stessa giustizia tempera
e corregge colla carità. Cosi A. applica al diritto civile quella sua
massima,che come ci attesta Agostino, soleva ripetere al suo popolo: la let
tera uccide, ma lo spirito vivifica. tuttora dalla S. Congregazione del
Concilio,quando trattansi certe questioni, le quali come quella giudicata da S.
Ambro gio, richiedono la più dilicata prudenza. Di tal modo l'influenza del
Consolare romano si stese su tutti irami della scienza e pratica legale,donando
loro la vita el'amore, che provengono dalla croce diGesù Cristo. Non ci sarà
perciò lecito di conchiudere,che il sommo Arcive scovo il quale nelle immense
occupazioni del suo apostolato quasi mondiale, trovò tempo e mezzi da gettare
le basi di un intera ristaurazione del diritto pubblico e privato, deve essere
salutato,come la personificazione del genio cristiano nella se conda metà del
secolo IV? S. Ambrogio infatti ben diverso dai grandi uomini volgari dell'epoca
moderna, non studiò gli er rori ed ipregiudizii dell'età in cui visse se non
per combat terli:gli avvenimenti stessi più fortunosi non lo scossero: non
segui ma trascinossi dietro uomini ed istituzioni, informan doli del suo
spirito di forza e di carità":esso pertanto è a tutto rigor di
storia,l'uomo del suo tempo. Ritorna quest'anno il quindicesimo centenario, da
che il Consolare fu eletto e consecrato Vescovo di Milano.L'impero romano,di
cui S.Ambrogio avanti di chiuder gli occhi alla vita vidde le prime strette di
morte,è sparito;ed ibarbari che lo distrussero,avendo prestato orecchio più
docileallelezioni la sciate dal santo,crearono le nazioni cristiane.A qual
punto però siamo noialpresente? La societàprogredisceoretrocede? Immense
innovazioni onorano al certo lo spirito umano, che in questi ultimi tempi
percorse e scrutò tutti i regni della n a tura, sorprendendone preziosi
segreti:esso obbligo il fuoco a servire alle sue industrie, lo aggiogó al carro
e traverso la terra;diede leggi al fulmine e lo costrinse a trasmettere ad
immense distanze il proprio pensiero.Tuttavia nonostante que ste meraviglie,
quale è il diritto pubblico e privato d'Europa e del mondo in quest'anno 1874?
Diamo uno sguardo in giro: il Dio - stato b a r i alzato ovunque i suoi altari
e non vi è governo che non gli abbruci in censo e sacrifichi vittime: e quali
vittime ! Sono diverse le forme sotto cui si presenta ilredivivo paganesimo;ma
è in forza dei medesimi principii,che essoristaural'anticabattaglia, sperando
che il maggior progresso delle scienze fisiche e la maggior forza che ne
proviene ai governi, gli daranno di po IV. ter questa volta
abbattere l'indipendenza della Chiesa, ri durla a servaggio e prepararla alla
morte. Dietro al diritto pubblico vien necessariamente trasformandosi il
diritto privato; il matrimonio, qual fu consacrato e reso indissolubile dalla
fede cristiana, l'istruzione della gioventù, che deve sottrarsi all'er
rore,l'inviolabilità della proprietà sia privata che collettiva, e cento altre
conquiste dei secoli cristiani vanno ritirandosi in faccia ad altre conquiste,
per antifrasi dette moderne.Si grida progresso: ma basta gridarlo? Frattanto le
popolazioni moyon lamenti,simili a quelli che si udivano nel secolo
IV,reclamando contro isempre crescenti balzelli;una febbre di ricchezzadi vora
gli uomini creati pel cielo; e nello sfondo di un non lon tano orizzonte
vediamo avanzarsi il Comunismo, ultima fase del paganesimo,ilquale viene a
prender possesso del mondo in nome della logica e della Giustizia di Dio. È in
questi frangenti che ilvecchio campione del secolo IV si scosse nella tomba
de'suoi quindici secoli e volle rivedere lasuaMilano. Non spetta certamente
all'umana ignoranza di indovinare i di segni misteriosi dell'altissimo: Esso c
e li manifesterà come e quando crederà meglio.Ma è egli possibile che questo gi
gante di santità ritorni fra noi senza una missione degna di sua grandezza? Il
consolante dogma dell'intercessione dei santi ci dà diritto alle più soavi
speranze; poiché la S. Chiesa,e que sta nostra in ispecie,è la vigna già
lavorata da S. Ambrogio; e la sua visita perciò non può portare che frutti di
benedizione e di pace alla Chiesa ed alla società. AMBROSE (fourth century AD)
Originally from Trier, Ambrose is usually associated with Milan where he became
bishop in AD 374 and died in AD 397. He wrote a major work on ethics, On the
Duties of Priests, which relies heavily on the On Duties of Cicero. In it he
discusses Christian ethics with special reference to the clergy. (Nicene and
Post-Nicene Fathers series II, vol. X). Ambrogio. Keywords: Sebastiane; Ambrose
and his orchestra, male virgin, virgo, satyr, his brother satyr, san Sebastiano
l’eroe romano, l’eroe stoico – cicerone – uffizi – diritto romano – normativa
dell’impero, sebastiane, vita di sebastiane, nato a Milano – Derek Jarman,
Sebastiane – lingua latina -- -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Ambrogio” – The Swimming-Pool Library. Ambrogio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Ambrosoli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Varese – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Varese). Filosofo lombardo. Filosofo
italiano. Varese, Lombardia. Grice: “I like Ambrosoli: ‘La filosofia è
patrimonio dello spirito e non ha patria; l’hanno, invece, le dottrine e le
scuole.’ But then he dedicates his life to Cattaneo – whose ‘patria’ informs
his philosophy, as it does in Mazzini and in each philosopher Ambrosoli
provided an exegesis for! At Oxford we call such a ‘philosophical historian’!” Uno
dei protagonisti della storiografia filosofica. Allievo di CHABOD si dedica
alla ricerca storica, coniugandola con un costante impegno civile per la sua
Varese. Laureato in filosofia a Milano, e
dapprima docente di scuola secondaria, poi preside di scuola secondaria;
successivamente e ordinario di Storia a Ferrara, Padova e Verona, dove e anche
direttore dell'istituto di storia. I
suoi studi si orientarono particolarmente alla storia del Risorgimento e,
nell'ambito di questa, all'opera di CATTANEO (si veda), con esiti unanimemente
apprezzati sia per il rigore filologico che per l'acume interpretativo e la
ricerca storiografica. Parallelamente contribuì alla ricostruzione della storia
dei movimenti e dei partiti politici, con saggi dedicati al movimento cattolico
e al movimento operaio e socialista.
Grande e il suo contributo allo studio del sistema educativo e delle
istituzioni scolastiche, con apporti interpretativi che ancor oggi sono il
riferimento per gli studiosi del settore.
Collabora a "Il Ponte" di Calamandrei, "Belfagor" di
Russo, "Nuova Antologia", "Mondo Operaio",
"L'Avanti!", "Critica storica", "Storia in
Lombardia". E anche fervido sostenitore della nascita dell'Università a Insubria. Altri saggi: “Varese e il Risorgimento”; “Il
primo movimento democratico in Italia” (Roma, 5 Lune); “La formazione di CATTANEO”
(Milano, Ricciardi); “Né aderire né sabotare” (Milano, Avanti); “La Federazione
nazionale scuole medie (Firenze, La Nuova Italia (premio Friuli-Venezia
Giulia per un'opera di storia sociale) I
periodici operai e socialisti di Varese e storia, Milano, Sugarco); “Libertà e
religione nella riforma GENTILE (si veda), (Firenze, Vallecchi); “La scuola in
Italia” (Bologna, Mulino); La scuola alla Costituente, Brescia, Calzari
Trebeschi-Paideia); “Educazione e società tra rivoluzione e restaurazione,
Verona, Libreria universitaria editrice); “MAZZINI (si veda), una vita per
l'unità d'Italia (Manduria, Lacaita); “CATTANEO e il federalismo” (Roma,
IPoligrafico), Varese. Storia millenaria, Varese, Macchione. Cura per Mondadori
CATTANEO e per Boringhieri i volumi degli scritti del «Politecnico»
Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana nastrino per
uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
«Su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri» A., ricerca storica e
impegno civile, su va.cam com. Quirinale: dettaglio decorato, su quirinale. Filosofia
Storia Storia Categorie: Insegnanti
italiani Storici italiani Professore Varese VareseFilosofi italiani. Luigi
Antonio Ambrosoli. Luigi Ambrosoli. Ambrosoli. Keywords: ambrosoli – cattaneo –
Mazzini – insurrezione milanese – filosofia romana – filosofia italiana –
filosofia di varese – ‘La filosofia è patrimonio dello spirito e non ha patria;
l’hanno invece le dottrine e le scuole.” Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Ambrosoli”.
Luigi Speranza -- Grice ed Ameinia: la setta di Velia
alla porta rossa -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. According to
Diogene Laerzio, a Pythagorian and the tutor of Parmenide of Velia. Upon his
death, Parmenide erected a shrine to him. Ameinia.
Luigi Speranza -- Grice ed Amelio: la setta di
Firenze -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
italiano. A follower of Plotino, who called him 'Amerio' -- suggesting
indivisibility. He comes from Etruria where he studies with Lisimaco (si veda).
Upon his arrival in Rome, he studies with Plotino, becoming a close friend of
Porfirio in the process. A. writes a great deal. He takes copious notes of the
lectures of Plotino and writes them up into a series of volumes for the benefit
of his son Ostiliano Esichio. He writes another series of volumes attacking the
views of the gnostic Zostriano, and he also produces a book defending Plotino
against charges of plagiarising the works of Numenio. Given his output, there
may be some truth in the suggestion of Cassio Longino that A. tends to write at
greater length than is necessary. Amelio Gentiliano. Amelio.
Luigi Speranza -- Grice ed Ammicarto: la setta di
Velia alla porta rossa -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo
italiano. Nothing is known about him except for one single reference by Proclo,
in which he is commended for his skills in a style of dialectic associated with
Parmenide di Velia. Ammicarto.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Amico: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Cosenza – filosofia cosentina – filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice (Cosenza). Filosofo cosentino. Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Grice: “I like Amico; at the
time when a philosopher’s duty was to watch the stars, he noticed that
instruments are unnecessary given Aristotle’s conception of concentric orbits –
His treatise was highly popular in Padova; therefore, he was killed – I cannot
imagine the same thing happen to Ayer at Oxford after the success of his “Language,
Truth, and Logic””! Insigne studioso di astronomia, brillante nella conoscenza
del latino, del greco e dell'ebraico, abbraccia la scuola di filosofia dell'aristotelismo
– LIZIO – padovano. Autore dell'operetta “De motibus corporum coelestium iuxta
principia peripatetica sine eccentricis set epicyclis” (Venezia, Pattavino e
Roffinelli). Frequenta lo studium dei domenicani e Padova sotto Maggi, Passeri
e Delfino. Per il resto della sua biografia si conosce ben poco se non quanto
trapela dalla sua maggiore opera. Dalla sua opera si traggono le uniche scarne
notizie relative alla sua vita, ovvero, come da lui stesso riportato
nell'opera, che e cosentino di nascita. Del filone del peripatismo padovano.
Membro dell'accademia di Cosenza. E il primo a mettere in discussione il
modello peripatetico tolemaico. L’assassinio d’A. e provocato dall'invidia
della sua filosofia – impicato d’un anonimo che compone l'epitaffio. IOAN.
BAPTISTÆ A. cosentino, qui cum omnes omnium liberalium artium disciplinas miro
ingenio, solerti industria, incredibili studio, Latine Grece atque etiam
Hebraice percurrisset feliciter, ipsa adolescentia suorumque laborum et
vigilarum cursu pene confecto, a sicario ignoto, literarum, ut putatur,
virtutisque, invidia, interfectus est [ammazzatto da sicario ignoto per invidia
delle sue lettere e virtù. --Monumentorum Italiae, quae hoc nostro saeculo et a
Christianis posita sunt, libri 4). Assalito, derubato e ucciso mentre cammina
nei vicoli di Padova. Il processo contro ignoti che segue accerta che e scomparsa
una borsa contenente le carte con rivoluzionarie osservazioni. Subito dopo, l’inquisizione
istitusce un processo postumo per eresia contro lui. D’A. fa menzione TELESIO
(si veda) nella sua orazione in morte, ed il filosofo cosentino Aquino che lo
define "così grande filosofo”. Cosenza gli dedica, inaugurandolo, il planetario
della città che sorge a 224 metri s. l. m. nel quartiere Gergeri del capoluogo
bruzio. A., su Consortium of European
Research Libraries,//thesaurus.cerl.org/. a. su OPAC Catalogo del servizio bibliotecario
nazionale,//opac. A. Cosentini de Motibus corporum coelestiu iuxta principia
peripatetica sine eccentricis et epicyclis, su OPAC Catalogo del servizio bibliotecario nazionale,//opac..Sacco,
A., su Galleria dell'Accademia Cosentina, Consiglio Nazionale delle Ricerche
CNR. Concetta Bianca, DELFINO (Dolfin), Federico, su Dizionario Biografico degl’Italiani,
Enciclopedia Italiana Treccani. Forin, Padova. Istituto per la Storia, Acta
graduum academicorum Gymnasii Patavini Padova, Antenore. Per il testo originale
dell'epitaffio si veda Schrader, Monumentorum Italiae, quae hoc nostro saeculo
et a Christianis posita sunt, libri 4, Lucius Transylvanus, Le biografie degli
uomini illustri delle Calabrie raccolte Accattatis, Cosenza, Tip. Municipale, Giovan
Battista Amico, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Martirano, L'arco di Ulisse. Vita ed opera di A.,
Bruttium et scientia, Laruffa, Francesco Sacco, A., su Galleria dell'Accademia
Cosentina, Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR. Luigi Accattatis, Le
biografie degli uomini illustri delle Calabrie, A. Forni, Mario Di Bono, Le
sfere omocentriche di A. nell'astronomia del Cinquecento, Centro di Studio
sulla Storia della tecnica. Franco Piperno, Da Eudosso di Cnido a A. da
Cosenza, su Università della Calabria, progetto "Divulgare la Scienza
Moderna attraverso l'antichità",// lcs.unical/.Swerdlow, Aristotelian
Planetary Theory in the Renaissance: A.’s homocentric spheres, su Journal for
the History of Astronomy, articles.adsabs.harvard.edu/. Astronomi e gli
scienziati calabresi, A. in Provincia di Cosenza, provincia.cs, Filosofi
italiani Professore Cosenza Padova Accademia cosentina. Cosentinus. A. L’incipit del nostro “Amico”. Gli anni ’30 del XVI
secolo costituiscono una profonda frattura in fisica tra il “prima” e il
“dopo”. Gli studi condotti nei due millenni precedenti vanno in direzione del
geocentrismo, da Galileo in poi la fisica procede verso soluzioni differenti e
l’individuazione del sistema eliocentrico ne e lo snodo fondamentale. Ma fino a
quel momento, tutto ciò che costituisce “il prima” parte da Eudosso, Aristotele
e Tolomeo. Purbach tenta la fusione tra Aristotele e Tolomeo. Osservando il
cielo, si accorge degli errori contenuti nella Tavola di Toomeo. Decide quindi
di recarsi in Italia, per consultare direttamente i manoscritti antichi
nell’arduo tentativo di re-digere della nuova tavola e più affidabili di quella
di Tolomeo, allora d’uso comune in tutta Italia. Purbach insegna a Padova. Prima
affina la capacità di calcolo computando una tavola dei seni per ogni minuto
primo, quindi redige “Theoricae novae planetarium”. Dal punto di vista tecnico,
il testo contiene l’innovazione di svuotare una sfera omocentrica e di aumentare
lo spazio in modo tale da far posto agli eccentrici e agli epicicli di Tolomeo.
Mette a punto le sue nuove tavola, completandone il controllo attraverso la discussione
con i peripatetici veneti ed il confronto con i manoscritti antichi raccolti
nelle biblioteche italiane. Ma qualche settimana prima di lasciare Vienna per
Venezia, muore. Purbach tenta la fusione tra il sistema del modo omocentrico e
quello matematico dell’epi-ciclo. Dopo di lui, vi e Amico, un cosentino, che
rilevera l’impresa. Pochi anni prima la
pubblicazione del capolavoro di Copernico, sia assiste a una fioritura di testi
dati alle stampe ove le speculazioni sulla sfera omocentrica sono sempre e
ancora in primo piano. Il campo della fisica sono ancora troppo giovani per
avere strumentazioni sofisticate e la fisica viene dedotta, assumendo, forse
presuntuosamente, il carattere di verità. Ma qualcosa si muove. La fisica e la
strumentazione progrediscono e gli filosofi stanno procedendo in un processo
senza soluzione di continuità che culminerà nel metodo. Nella diatriba si
inserisce Fracastoro. Voi certamente non ignorate che coloro che si professano
filosofi hanno sempre trovato grandi difficoltà nel rendere ragione dei moti apparenti
che presenta la fisica. Infatti si offrono loro due vie per spiegarli: l’una
procede mediante l’aiuto di quell’orbita che e detta omo-centrica, l’altra per
mezzo di quella che e chiamata eccentrica. Ciascuna di queste due vie ha i suoi
rischi, ciascuna ha i suoi scogli. Chi che fa uso dell’orbita omocentrica non
arriva a spiegare il fenomeno. Chi che fa uso dell’eccentrica sembra, per la
verità, spiegarlo meglio, ma l’opinione che si formano di questi corpi divini è
indegna e, per così dire, empia. Essi attribuiscono loro delle situazioni e
delle figure che non convengono alla natura dei cieli. Sappiamo che Eudosso e
Callippo, i quali tra gli antichi hanno tentato di spiegare i fenomeni per
mezzo dell’orbita omo-centricha, sono stati ingannati più volte in conseguenza
di questa difficoltà. Ipparco è uno dei
primi che preferirono ammettere l’orbita eccentrica piuttosto che restare
ingannati dai fenomeni. Tolomeo lo ha seguito e, subito dopo, quasi tutti gli
astronomi sono stati trascinati da Tolomeo nella stessa direzione. Ma contro
questi astronomi o, almeno, contro l’ipotesi degli eccentrici di cui facevano
uso, la filosofia tutta intera ha sollevato continue proteste. Ma che dico la
filosofia? È piuttosto la natura e le stesse orbite celesti che hanno
protestato senza tregua. Finora non è stato possibile rintracciare un solo
filosofo che acconsentisse ad affermare l’esistenza di queste sfere mostruose
in mezzo a corpi divini e perfetti”. Ci si accorge, con decisione, l’ambito
della scienza entro il quale si muovo scienziati, astronomi, astrologi e medici
del tempo. La conoscenza maggiore dei classici ha portato una sorta di
involuzione del pensiero, rientrato nell’ottica di quanto già affermato in
passato, senza apportare grandi e significative migliorie. Da questo punto,
invece, pur rientrando nella materia nota a tutti, sarà proprio il giovane
cosentino a dare una ventata di innovazione in senso ovviamente
relativo. Fracastoro, Homocentricorum, sive de stellis, liber unus, Venetiis,
presentazione. Amico è un filosofo cosentino ucciso in Padova. Della sua
biografia si conosce veramente poco: agli esigui dati certi si contrappongono
notizie fantasiose e di provenienza dubbia. Tra i primi a dare informazioni
sulla sua vita c’è Barrio. Vede la luce il suo poderoso lavoro sulla storia
delle città della Calabria, rigorosamente scritto in latino, alle stampe del De
antiquitate et situ Calabriae. Il risultato non soddisfa lo stesso autore, il
quale decide di emendare quella versione, ma la morte impedisce la prosecuzione
di revisione dell’opera. Quattromani inserisce nell’opera postille esplicative.
Per arrivare alla pubblicazione definitiva bisogna attendere sino a quando Aceti,
dopo un lungo e laborioso lavoro completa l’elaborato con aggiunte e note. Di
Amico si legge una sorta di epitaffio nel capitolo dedicato a gl’uomini di
Cosenza eccelsi per santità, dottrina e dignità. Per una disamina riguardo le
informazioni frutto più di fantasia di qualche erudito locale che di sostanza
di fonti cfr. Dalena, Firenze. Thomae Aceti, Accademici Consentini, et
Vaticanae Basilicae clerici beneficiati in Gabrielis Barrii Francicani De
Antiquitate et situ Calabriae Libros Quinque, Nunc primum ex autographo
restitutos ac per Capita distributos, Prolegomeni, Additiones, et Notae. Quibus
accesserunt animadversiones Sartorii Quattrimani Patricii Consentini, Romae, ex
Typographia S. Michaelis ad Ripam Sumtibus Hieronymi Mainardi, come cita il
frontespizio di una delle copie in possesso della Biblioteca Civica di Cosenza
(Fondo Salfi). “Vi fu anche Amico, che descrisse i moti dei corpi celesti secondo
i precetti dei peripatetici, cosa invano tentata per tanti secoli dagli antichissimi
filosofi e se non fosse stato colpito da morte immatura avrebbe affrontato
fatiche maggiori. Aceti, nelle note, aggiunge l’epigrafe di Padova, addirittura
meno lapidaria del conciso inciso di Barrio. A Padova si legge di lui nel monumento
delle epigrafi d’Italia: A Amico, cosentino, il quale, avendo percorso felicemente
le discipline tutte di tutte le arti liberali con mirabile ingegno, solerte
operosità, incredibile passione, ucciso
da sicario ignoto. Ucciso, come si ritiene, dalla invidia delle lettere e della
virtù. Le virtù che ad altri portarono premi e vita perenne, per costui solo
furono causa di uccisione. Andreotti, nella sua Storia dei Cosentini, cita il
nostro nell’elenco dei componenti dell’Accademia telesiana, presieduta dal
grande filosofo bruzio. Vi fiore Amico, nato in Cosenza – educato a Padova –
conoscitore sveltissimo della filosofia e della fisica. fScrisse costui seguendo la teorica
peripatetica, “De motu corporum coelestium”, descrivendo tutti i movimenti de’
corpi celesti senza ricorrere, secondo che narra l’Aquino nel discorso su
Telesio, per spiegarli a quel movimento eccentrico ed all’epi-ciclo inventato
da Tolemeo, quando vuole conciliare la sua opinione della solidità de’ cieli
co’ moti de’ corpi celesti. Morì egli in Padova, ucciso -- e non appartenne alla citata Accademia, che
nell’epoca in cui per affari di famiglia dimora un anno in Cosenza. La sua
opera va così intitolata – A.– De Motu Corporum coelestium”. La notizia ricalca,
con qualche elemento in più, quelle già incontrate nell’opera del Barrio. Pochi
dunque i ragguagli che si possono ricavare. Abbastanza poco è noto sulla sua
genesi. Nato a Cosenza, morto a Padova, dove ha studiato, esperto nelle lingue
colte, specializzato in metafisica e fisica, ucciso da mano ignota, proprio per
la sua capacità filosofica. Capacità, questa che lo hanno portato a essere membro della appena sorta accademia. Barrio,
Antichità e luoghi della Calabria, aggiunte e note di Aceti, osservazioni di Sartorio
Quattromani, Roma, trad. it. di Erasmo A. Mancuso, Brenner, Cosenza, presieduta
dal ben più noto filosofo Telesio, “illustre cosentino”. La sua presenza in
Accademia è quasi casuale, essendo rientrato nella città Bruzia solo quell’anno
per affari di famiglia. Al rientro nelle Venezie, trova la morte. Quali
informazioni possiamo estrapolare e spremere dalle fonti è veramente poca roba.
Il gentilizio è di origine incerta. Il cognome è variamente declinator: Amico,
Amici o d’Amico, in quanto nel latino medievale, nel titolo di un testo di
utilizza il genitivo per quanto concerne il cognome dell’autore. Pertanto si
presume che ‘Amici’ sia genitivo di ‘A.’, mentre ‘Amici’ sia la mera
ripetizione, e “d’Amico” la traduzione italiana *del caso genitivo* latino. Per
questo motivo, in questa sede si utilizza la forma più semplice. La famiglia ha
una sua importanza nel contesto della “città libera” di Cosenza, potendo permettersi, sia pur con enormi
sacrifici, il mantenimento di un proprio membro agli studi in una città, di
fama e retaggio culturale ottimi, ma così lontana. I sacrifici si posso ben
immaginare, mancando, nella crescita di A., il padre, essendo prematuramente
morto prima della sua nascita. L’assenza del capo famiglia, nel contesto del
XVI secolo, società di fatto a carattere patriarcale, non ha sicuramente
giovato nell’ambito dell’economia familiare, essendo assente proprio il fulcro
stesso dell’istituzione. Ciò nonostante si può supporre un sicuro benessere, in
quanto, anche in assenza del padre, un giovane rampollo di famiglia di ottimati
puo permettersi gli studi lontani da casa. Nulla si conosce riguardo la sua
formazione cosentina. Di certo, grazie a qualche insegnante, nel corso degli
studi del trivio, conosce filosofia. L’ambiente, dopotutto, è quello emerso dal
retaggio glorioso della Mégale Hellàs, ove gli studi della filosofia, della
scienza, della medicina e dell’astronomia erano, per così dire, all’
avanguardia. E anche dopo lo iato
medievale. L. Piovan, A., TELESIO, DORIA: documenti e postille, in “Quaderni
per la storia dell’Università di Padova”. Dreyer, Boquet e Taton utilizzano la
forma ‘Amici’, ma è presente anche la forma ‘De’ Amici’. È a tutti noto che la
città di Cosenza non sube mai vassallaggi tipici dell’infeudazione.
-- nuovi impulsi e ritorni agli antichi
studi erano senza dubbio all’attenzione della koiné culturale cosentina. Ne è
esempio lo stesso Barrio. Nella sua monumentale opera, i riferimenti storici
sono in primo piano, così anche è per Fiore e Marafioti, nonché per lo stesso
Quattromani. Una ricostruzione culturale ‘amiciana’, estremamente verosimile si
deve a Piperno. Le arti del trivio, grammatica, retorica e dialettica, portati
a termine nella città brettia gli avevano assicurato la conoscenza attiva e
passiva delle tre lingue sapienziali, aramaico, greco e latino. Dopo tutto
questo, era partito alla volta del Veneto, di Padova in particolare, per
completare, in quello prestigioo studio à, gli studi delle arti del quadrivio,
geometria, aritmetica, astronomia e musica, in vista di intraprendere poi,
presumibilmente, un curriculum filosofico. In quei tempi l’astronomia era
insegnata in funzione della astrologia e questa a sua volta svolgeva un ruolo
ancillare a fronte della medicina, arte che pratica la diagnostica delle
malattie e ritma l’attività di cura secondo il variare delle configurazioni
degli astri nel cielo notturno; insomma la medicina era profondamente
intrecciata con il sapere astronomico in una sorta di ‘astroiatria’”. Sono
conosciuti però i maestri con i quali A. ebbe modo di formarsi. È egli stesso a
dichiararlo, nella dedica a Ridolfi, introduzione alla sua opera. Questi sono
tutti nomi che fanno parte del gotha scientifico-culturale dell’ambiente
universitario patavino e non solo. Tra i maestri Amico annovera Delfino,
Passeri, e Madio. DELFINO è il più celebre insegnante di astronomia e
matematica. Tra i suoi allievi, divenuti a loro volta famosi, si ricordano, oltre
a Telesio e A., Contarini, Piccolomini e Fracastoro. Passeri ricopriva, in quel
lasso di tempo, la cattedra di filosofia naturale, è stato l’autore di un
commento al “De anima”. A lui si deve l’introduzione di Amico agli aspetti più
esoterici e raffinati dell’Aristotele autentico. Sull’ambiente culturale
cosentino del periodo cfr. L. De Rose, Cosenza “faro splendidissimo di
cultura”. L’Atene della Calabria e i Brettii raccontati da Barrio, in G. Masi,
Tra Calabria e Mezzogiorno. Studi storici in memoria di Tobia Cornacchioli,
ICSAIC, Pellegrini Editore, Cosenza. Piperno, A...., -- greco; mentre il Madio
o Maggi, che a sua volta aveva scritto un commento alla “Poetica”, e già
divenuto l’interprete più autorevole della tradizine peripatetica, a lui,
ritenuto il “massimo rappresentante peripatetico” si rivolge il Telesio per un
giudizio sulla propria opera. Quando Amico arriva a Padova, la sua vita si
dipana in due diverse settrici: da un lato la vita universitaria, con i suoi
lustri, gli studi i professori, dall’altro la realtà quotidiana, fatta di
privazioni (di affetti, di soldi), di solitudine. Non avendo fonti documentate
che diano certezze a qualunque ipotesi passibile di verosimiglianza, si deve
necessariamente concentrare l’attenzione sul percorso di studi dell’Amico,
percorso, forse, neanche compiuto sino in fondo, non essendo stata reperita in
alcun modo una pergamena a suo nome. La opera di A. si incastona nell’ambiente
padovano, ricco di stimoli e personaggi, dimenticata dopo la prematura
scomparsa dell’autore, che tanta parte avrebbe avuto nella genesi della scienza
moderna. L’Università patavina vive,
ormai da tempo, la rifioritura della corrente peripatetica sia per quanto
concerne l’astronomia che per le altre scienze della natura – in questo, Padova
e il Veneto si contrappongono a Firenze e alla Toscana dove è affermata, senza
cesura, una adesione esclusiva al platonismo pitagorizzante. Certo, altre città
in Europa, coi loro Atenei, hanno già imboccato la strada che riporta ad
Aristotele. Si pensi, ad 122 Cfr. M. Di Bono, Le sfere omocentriche.Pataturk,
Opere inedite perché non stampate, né scritte e neppure pensate, Valle Giulia,
Roma. Piperno annota tristi particolari di un immaginario quotidiano padovano
del giovane cosentino, ricostruito da Pataturk, non credibile e privo di fonti
documentarie. L’autore, il più autorevole tra gli storici ponterandoti
dell’astronomia [Pataturk n. d. A.], afferma che Amico, durante i lunghi e
umidi inverni patavini, usasse lasciar dormire in casa, accanto a sé, sul
letto, schiena contro schiena, il suo cane, un massiccio pastore della Sila
Grande, che aveva condotto con sé dalle Calabrie – come per proteggersi dalla emarginazione
anomica che, ieri come oggi, s’accompagna alla miseria di studente fuori sede squattrinato,
in terra veneta. Il particolare può apparire irrilevante, anzi fatuo; e
trattandosi di una fonte incerta perché irreperibile conviene lasciarlo cadere.
Noi abbiamo scelto di farne uso, perché questa confidenza tra il filosofo ed il
cane e considerata una prova per avvalorare una leggenda metropolitana che
identifica il cosentino con il castigliano Ruy Faleiro, l’astronomo che, su
richiesta del vicentino Pigafetta, aveva sciolto l’enigma del giorno perduto
dai marinai della spedizione di Magellano”. Cfr. F. Piperno, Le imprese di
Pigafetta, UNICAL/ variazioni sul tempo. Il nome di Amico (e in alcuna
declinazione) non appare negli Acta Graduum Academicorum Gymnasii Patavicini. Index
nominum cum aliis actibus praemissis, a cura di Elda Martellozzo Forin,
Antenore, Padova. M. Di Bono, Le sfere omocentriche... -- esempio, a Basilea,
Norimberga, Praga, Cracovia e la stessa Parigi. Ma, sebbene questi centri
culturali abbiano conseguito risultati ragguardevoli e anche maggiori, nessuno
di essi può “stare a confronto, sul piano della varietà di approcci, alla
comprensione di Aristotele che si manifesta a Padova e nel Veneto”127. L’Ateneo
patavino è campo fertile per l’educazione di astronomi (astrologi), medici e
filosofi naturali, nella limitrofa Venezia sorgono, dopo la scoperta della
stampa, gli impianti artigianali per l’editoria, che permette a tutti coloro
che sono in grado di leggere e ovviamente alle persone istruite “di entrare in
contatto diretto tanto con il pensiero dei classici quanto con l’elaborazione
teoretica allo stato nascente dei contemporanei – non a caso, sarà nella città
lagunare che verranno pubblicate, le prime due edizioni dell’Opusculum,
malgrado che il suo giovane autore fosse, a tutti gli effetti, un perfetto
sconosciuto. Il ventiquattrenne cosentino approfitta del particolare contesto
storico e, convinto dagli amici Cipriano Pallavicini ed Aurio, quasi certamente
a proprie spese, presenta il suo lavoro ai tipografi Giovanni Patavino e
Venturino Roffinelli, i quali, appunto, lo propongono in carta stampata. La
ristampa del volumetto, con aggiunte e correzioni, è tangibile prova
dell’interesse che suscita l’argomento e di come è stato affrontato dal giovane
autore. La Repubblica marinara di Venezia interpreta così il ruolo di
collegamento tra le grandi civiltà mediterranee, latina, bizantina e araba;
divenendo, per dirla con De Bono, il centro di riferimento obbligato tanto per
i commerci librari quanto per i saperi astronomici. Schimitt, L’aristotelismo
nel Veneto e le origini della scienza moderna, in L. Olivieri, “Aristotelismo
veneto e scienza moderna”, Antenore, Padova. Piperno, A..... Piovan, A.. L’autore
documenta come il filosofo cosentino Bernardino Telesio, a Padova, si assunse
l’onere dell’eredità debitoria di Giovan Battista Amico, saldando una pendenza
di venti scudi veneti a favore di un certo Doria, d’origine genovese e ritenuto
per pregiudizio dedito all’usura. L’entità della somma è tale da supporre che
Amico abbia impiegato i venti scudi per pagare il tipografo veneziano che aveva
stampato il suo Opusculum. Cfr. M. Di Bono, Le sfere omocentriche.... Resta
insuperato il citato lavoro di Braudel riguardo l’importanza della Serenissima
quale coacervo di culture, orientale, mediterranea e del Nord
Europa. Limitandoci qui solo ai testi d’astronomia editi a Venezia o nel
Veneto, vi sono molte editiones principes degli autori dell’antichità: Arato,
Manilio, Aristarco, Proclo, Macrobio, Igino, Marziano Cappella e così via.
L’Almagesto di Tolomeo viene stampato, una prima volta, recuperando dall’epoca
medievale, una vecchia traduzione dall’arabo in latino a cura di Gerardo da
Cremona; una seconda volta sempre nella traduzione latina ma questa volta,
ormai in pieno Rinascimento, dall’originale greco, per opera di Luca Gaurico.
L’editoria veneta degli inizi del secolo XVI non trascura certo le opere
astronomiche più recenti o contemporanee: vedono infatti la luce i testi di
Alcabizio, Purbach, Bate di Malines, Sacrobosco, Regiomontano e così via131.
L’aristotelismo veneto non è una nicchia per accademici, ma una sorta di
ideologia filosofica che impregna di sé tanto la comunità dei colti quanto
l’attività produttiva. Si ricordi che a Venezia esisteva allora un artigianato
altamente qualificato che costruiva le lenti per i presbiti, usando le leggi
dell’ottica geometrica riformulate dai peripatetici arabi. Questa trasversalità
rende l’Ateneo patavino una tappa prestigiosa per i curricula dei più grandi
filosofi naturali che insegnano astronomia; e di conseguenza a Padova
convergeranno molti tra i più dotati studenti di astrologia, matematica e
medicina, non solo dall’Italia ma da tutta Europa. Cfr. Bono, Le sfere
omocentriche..., cit.. L’astronomia del De Motibus corporum coelestium iuxta
principia peripatetica sine eccentrici et epicicli di A. Un anno dopo la stampa
de Gli omocentrici di Fracastoro, A. pubblica il suo opuscolo su medesimo tema.
Che i due astronomi siano debitori alle teorie di Eudosso è lo stesso astronomo
cosentino a dichiararlo nei suoi scritti: “Tra gli antichi alcuni si sono
sforzati di unire l’astrologia alla filosofia naturale, altri, al contrario,
hanno cercato di separare queste due scienze. Infatti, Eudosso, Callippo e
Aristotele hanno cercato di ricondurre tutti i movimenti non uniformi, che i
corpi celesti ci presentano, a dei collegamenti tra le orbite omocentriche
riconoscibili in natura; Tolomeo, all’opposto, e coloro che hanno seguito il
suo metodo hanno voluto, andando contro la natura delle cose, ridurle ad
eccentrici ed epicicli”. “Gli astronomi attribuiscono i fenomeni che
percepiamo, quando osserviamo i corpi superiori, agli eccentrici e a quelle
sferette che vengono chiamate epicicli. Ma la loro riduzione di tutti questi
effetti a tali cause è pessima. D’altra parte, non ci si deve meravigliare se
hanno errato in tale riduzione, poiché, come afferma Aristotele nel primo libro
degli Analitici Secondi, ogni soluzione diventa difficile allorché coloro che
hanno la pretesa di averla trovata fanno uso di principi falsi. Dunque, se la
natura non conosce né eccentrici né epicicli, secondo la giusta espressione di
Averroè, sarà bene che anche noi rifiutiamo tali orbite. Noi lo faremo tanto più
volentieri in quanto gli astronomi attribuiscono agli epicicli e agli
eccentrici certi movimenti che chiamano inclinazioni, riflessioni o deviazioni,
che non possono convenire in alcun modo, almeno a mio parere, alla quinta
essenza”. “In quest’opera, forse, non si troverà nulla di completo, ma riterrò
di aver fatto abbastanza se riuscirò a eccitare gli spiriti più illustri al
desiderio di rendere più chiara questa spiegazione” (Ep. ad card. Nicolaum
Rodulphum). Fracastoro, Homocentricorum, sive de stellis, liber unus, Venetiis
A., De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentris
et epicicli, Venetiis. Frontespizio dell’esemplare conservato nella Biblioteca
Nazionale di Napoli. Prima edizione del De Motibus corporum coelestium iuxta
principia peripatetica sine eccentrici et epicyclis d’A., Venezia Nella dedica
al Cardinale, il cosentino Amico avverte, con umiltà, l’intento dei suoi studi,
confessando, in pratica, la gratitudine che deve a chi lo ha preceduto: i
classici greci e latini e i trasmettitori arabi. Nei primi sei capitoli
dell’opuscolo, secondo la tradizione, egli compone un breve excursus delle
dottrine astronomiche di Eudosso, Callippo e Aristotele, concludendo che
l’osservazione millenaria della volta celeste non autorizza a pensare che la
natura sia costretta a muoversi per epicicli ed eccentrici. Dal settimo
capitolo inizia a declinare le proprie teorie riguardo l’assetto cosmico.
Amici, per primo, opera un vero e proprio pensiero critico riguardo le teorie
antiche, e sebbene rimanga entro lo stretto cerchio di esse, promuove nuove
formulazioni. Il cosentino dimostra dapprima che se vi sono due sfere
omocentriche contigue i rispettivi assi perpendicolari tra di loro e se i poli
della sfera esterna si muovono da una parte e dall’altra rispetto alla
posizione media; se accade tutto questo, allora si vede facilmente che la sfera
interna ora accelera ora ritarda. Subito dopo osserva che se i poli delle due
sfere formano, più in generale, un angolo di n° gradi e l’uno ruota in verso
contrario rispetto all’altro con velocità doppia, allora il movimento
complessivo sarà una oscillazione su un arco di 4n° – in questo calcolo così
elegante il nostro A. rivela quanto il suo talento debba, nella sua formazione
accademica,alla geometria alessandrina rielaborata dagli arabi. Piperno, A. Introdotta
questa innovazione nel sistema eudossiano, il giovane astronomo può concludere
che sono sufficienti quattro sfere per ricostruire i movimenti apparenti del
Sole; mentre per i sei pianeti – la Luna secondo la tradizione viene
considerata tale — ne occorrono di più. 96 Si evidenzia pertanto una
aggiunta di sfere che renda possibile la “salvezza dei fenomeni”, a discapito
di un complicazione che già è palese ai tempi di Aristotele, che comporta un
numero di sfere aumentato a ottantanove, come risulta evidente nella tabella
seguente: Tabella 3 EUDOSSO Saturno 4 Giove 4 Marte 4 Venere 4 Mercurio 4
Sole 3 Luna 3 CALLIPPO 4 4 4 +1 =5 4 +1 =5 4 +1 =5 3 +2 =5 3 +2 =5 4 +3 =7 16 4
+3 =7 16 5 +4 =9 16 5 +4 =9 13 5 +4 =9 13 5 +4 =9 4 5 55 89 11 26
33 Di conseguenza, il subito solleva una obiezione decisiva alla teoria
tolemaica: la Luna di certo non si muove su un epiciclo giacché, se così fosse,
non potrebbe mostrare, osservata dalla Terra, la stessa faccia, come invece a
noi tutti capita di costatare — secondo la fisica aristotelica un corpo che
compia una rivoluzione attorno ad un centro deve rivolgere a quest’ultimo
sempre il medesimo lato (Fig. 34). cosentino passa ad esaminare nel dettaglio
l’orbita lunare; e Fig. Formulata così l’obiezione, il giovane astronomo si
affretta a generalizzarne la portata: anche gli altri pianeti non possono
muoversi su epicicli dal momento che i pianeti, corpi intrisi di divina
perfezione, devono dipanare i loro percorsi in forme perfettamente analoghe e
altrettanto pregne della succitata perfezione sublime. Quattro sfere vengono
quindi assegnate a ogni pianeta, in grado di svolgere il ruolo previsto, nella
teoria tolemaica, per gli epicicli. La sfera più esterna, detta d’accesso, ha i
suoi poli nel piano dell’orbita planetaria e si muove da Nord a Sud con la
stessa 98 velocità con la quale si muoverebbe il corrispondente epiciclo
tolemaico. La sfera successiva, più interna, presenta dei poli che distano da
quelli della prima di un quarto del diametro dell’epiciclo. Codesta sfera
adiacente si muove in direzione contraria alla prima ma a velocità doppia. La
terza sfera, ancora più interna, detta di recesso, i cui poli giacciono
sull’orbita planetaria, si muove da Sud a Nord. Infine, la quarta sfera, la più
interna, ha il suo asse a perpendicolo rispetto al piano dell’orbita planetaria
e ospita, incastonato, il pianeta su un suo cerchio massimo. La composizione
dei diversi movimenti delle quattro sfere dà luogo, di solito, al moto
progressivo annuale del pianeta, da Ovest verso Est; come, di tanto in tanto a
quello retrogrado, da Est verso Ovest. Solo la Luna, per via della alta
velocità della sua quarta sfera, presenterà unicamente il moto progressivo,sia
pure appesantito, di tempo in tempo, da un certo ritardo. Dopo avere così
ricostruito qualitativamente, senza l’uso degli epicicli, tanto la regressione
dei pianeti quanto il ritardo della Luna, il giovane astronomo affronta il
problema ben più intricato di dar conto della variazioni della durata del moto
regressivo planetario e del ritardo lunare. Questo insoluto è risolto con
l’attribuzione a ogni pianeta di altre tre sfere poste tra la sfera d’accesso e
quella di recesso già introdotte, in modo che venga opportunamente variato l’arco
percorso durante il moto retrogrado. Inoltre, per prevenire lo spostamento
della posizione planetaria verso latitudine più alte di quelle osservate,
introduce altre tre sfere – portando così a dieci il numero totale di sfere per
pianeta; e come se ancora non bastasse, per la Luna aggiunge una undicesima
sfera destinata a spiegare il moto ciclico della linea dei nodi lunari,
l’antico Saros dei babilonesi che si ripete ogni diciotto anni circa135.
Malgrado l’evidente complessità del sistema del mondo così costruito, il
cosentino si rende perfettamente conto che dieci sfere a pianeta non sono
ancora sufficienti a dar conto di tutti i movimenti celesti reperiti lungo i
millenni dagli astronomi; e aggiunge così altre sfere, portando alla fine a
sedici quelle relative a Saturno, Giove e Marte, mentre per Venere e Mercurio
ne basteranno, si fa per dire, solo tredici. L’astronomo inoltre ritiene, non
certo a torto, che per procedere a d una previsione numerica, attraverso il suo
sistema del mondo, delle posizioni e dei movimenti dei corpi celesti occorre
fissare con maggiore precisioni le inclinazioni reciproche degli assi delle
diverse sfere; e per far questo si richiedono ulteriori minuziose osservazioni
dei sei pianeti e del Sole. Quanto alle stelle fisse, quelle incastonate
nell’ottava sfera, bisogna che quest’ultima, oltre alla rotazione diurna sia
affetta anche da un altro movimento, chiamato trepidazione, che ricostruisca la
lenta precessione degli equinozi – il che, secondo la fisica aristotelica, può
avvenire solo dall’esterno ovvero deve esistere una nona sfera che trasmette
all’ottava il moto che emana dal motore immobile. Si noti che Amico non confronta la sua teoria
con le osservazioni astronomiche più recenti, bensì ne fa di sue e si tratta di
osservazioni del tutto innovative. Il suo programma è quello di ritrovare tutti
i risultati dell’astronomia tolemaica usando il sistema omocentrico piuttosto
che gli eccentrici e gli epicicli. Non si pone il problema della correttezza
sperimentale delle misure ereditate dalla tradizione medievale. Inoltre
l’astronomo cosentino non si rende affatto conto che il suo sistema, pur
intendendo fare salva la fisica peripatetica, in realtà le va decisamente
contro. La capacità che ha il sistema omocentrico di ricostruire, sommando moti
circolari, il movimento rettilineo dei pianeti nella fase di retrogradazione,
testimonia che tra cerchio e retta non v’è quella differenza cosmologica
affermata dalla fisica peripatetica, secondo cui nel senso che il cerchio
appartiene alla perfezione del mondo sopralunare mentre la retta è partecipe
del mondo sub lunare, della imperfezione terrestre. Bisogna aggiungere ancora
che l’Amico è del tutto consapevole delle obiezioni alle quali va incontro il
sistema omocentrico. La prima si riferisce al fenomeno della variazione del
diametro e della luminosità apparente dei sette pianeti; per esempio, la Luna
si mostra più grande in quadratura che alle sizigie, il Sole ha dimensioni
maggiori d’inverno che in estate, Marte presenta una luminosità variabile con
la posizione sulla fascia zodiacale. Questi fenomeni, infatti, sembravano
indicare che la distanza Terra- Pianeta fosse variabile; e questo era una
obiezione fatale al sistema omocentrico, che richiede appunto una simmetria
sferica ovvero la conservazione della distanza. A. si confronta con questa
questione e la risolve spiegando come il fenomeno sia dovuto alla contingenza
che l’etere frapposto. tra la Terra ed il Pianeta osservato, non ha una densità
uniforme. È necessario indagare questa spiegazione in dettaglio, giacché,
malgrado si sia rivelata erronea, contiene un tratto essenziale della nuova
fisica, quella basata sull’esperimento e non sull’esperienza. A., a Padova ha
confidenza con gli artigiani degli opifici i veneziani – dove si lavorano le
lenti per correggere miopia e presbiopia – e sa che un oggetto guardato
attraverso la lente appare più grande in ragione diretta allo spessore della
lente stessa. Egli, quindi generalizza la verità di questo esperimento
all’universo nella sua interezza, ponendo alla teoria basi di “ottica
empirica”. Di conseguenza i pianeti osservati dalla terra, malgrado si tengano
sempre alla stessa distanza, ci appaiono più grandi quando, lungo lo zodiaco,
si trovano in un punto nel quale l’etere è più denso. Analogamente la Luna si
mostrerà più grande alle quadrature piuttosto che alle sizigie perché in queste
ultime il suo forte splendore dirada l’etere che la circonda, sicché noi la
vediamo come attraverso una lente più sottile che alle quadrature. L’altra obiezione
è più di senso comune ma non per questo meno significativa. Il sistema
omocentrico, rivisitato da A., resta notevolmente macchinoso. Esso, come mostrato
nella tabella numero 3, richiede un numero di sfere nettamente superiore tanto
di quello aristotelico quanto dei deferenti tanto degli epicicli tolemaici. Il
giovane astronomo, però, rigetta l’obiezione affermando che egli cerca di
ricostruire il cosmo così come realmente è, riproducendolo per similitudine su
scala ridotta; ed è meno interessato ad un modello che rende sì più facile i
alcoli ma comporta movimenti fisicamente inammissibili. Altrimenti detto, il
cosentino, pur destreggiandosi assai bene con la geometria solida, si riconosce
nella schiera degli “astronomi philosophi” intenti a conoscere la realtà del
mondo e non in quella degli “astronomi matematici” indaffarati a formulare
previsioni astronomiche quando non astrologiche, sulla base del computo.
L’Opusculum si presenta come un trattato moderno, nel senso che il criterio di
verità è assicurato dalla corrispondenza tra realtà fenomenica e proposizioni
della teoria, e non già, come nella teologia medievale, tra fenomeni e parole
della Sacra Scrittura o, andando ancora più a ritroso nel tempo,
l’interdipendenza tra teorie scientifiche e filosofico/religiose del mondo
antico. Nel mondo amiciano e del secolo della Rinascita Dio è una ipotesi di
cui si può fare a meno, e non si trova nell’opuscolo una benché minima
citazione biblica. La separazione tra scienza e fede, così tipica della modernità,
afferma Piperno, è stata già totalmente interiorizzata dall’astronomo
cosentino. L’Opusculum di Amici, come già detto, aveva vissuto una stampa e una
ristampa a Venezia, poi, presso lo
stesso editore. E ancora una terza, postuma, questa volta a Parigi, a cura di
Guillaume Postel, un intellettuale cosmopolita qualche po’ enigmatico, in
bilico tra profezie millenaristiche e rigore scientifico – miscela non insolita
per l’epoca. Tre edizioni di rilievo europeo nel giro di pochi anni e poi uno
stato di latenza, quasi catalettico. Ssi pensi che il suo libro non sarà citato
nella letteratura astronomica fino a quando Dreyer, nella sua classica storia
della cosmologia, gli render. -- Amico non scompare del tutto dalle fonti
letterarie. Il suo nome, assieme a una sintesi dell’Opusculum appare in molti
testi di storia locale quando si ricomincia ad occuparsi di lui in quanto
astronomo: cfr. Bono, Le sfere omocentriche..., -- onore, dedicando
all’astronomo nato a Cosenza un intero paragrafo, volto alla rivalutazione
della figura e dell’opera d’A. La ragione del lungo silenzio che avvolge per
secoli il nome dell’astronomo cosentino è dovuta al trionfo della fisica di
Galileo in Italia. Infatti, appena solo cinque anni dopo l’assassinio di Amico,
usce dai torchi di una tipografia di Norimberga, il “De Revolutionibus” di
Copernico, canonico della cattedrale di Frauenburg, ben più noto con il nome
latinizzato. La diffusione del De Revolutionibus e capillare in tutta Italia, e
le copie del libro saranno rieditate all’infinito è in atto la pacifica
rivoluzione scientifica, meglio nota come rivoluzione copernicana o di galileo.
L’elaborazione dela fisica subisce uno spiazzamento; lo scontro per l’egemonia
teoretica non avverrà più tra peripatetici e tolemaici, bensì tra questi ultimi
ed i copernicani. Prima si confrontavano due sistemi del modo, entrambi geo-centrici
e geo-statici, che si riferivano alla stessa fisica. Oa la competizione va
svolgendosi tra il sistema geo-centrico argomentato con la fisica aristotelica
e quello elio-centrico bisognoso di una nuova fisica. In questo quadro, Amico
sembra avere imboccato la giusta strada ma in direzione sbagliata. In effetti,
il filosofo cosentino ha posto la domanda decisiva per risolvere la crisi che
agli inizi del XVI secolo attanaglia il sapere astronomico: come riunificare
l’aritmetica di Euclide con la filosofia naturale o astronomia. La questione è
quella giusta. Ma la risposta – massaggiare il cuore ormai esausto d’
Aristotele – s’è rivelata troppo macchinosa; e dunque erronea. Dreyer, A
History of astronomy..., cit. Oltre a questo testo che descrive a grandi linee
il sistema amiciano, va ricordato l’articolo di Swerdlow, Aristotelian
Planetary Theory in the Renaissance: Amico’s Homo-Centric Spheres, in “Journal
of Astronomy”, e ancora l’importante
saggio di Di Bono e i lavori di F. Piperno, qui ampiamente citati. Nato a
Thorn, sulle rive della Vistola, terra incognita contesa tra l’Ordine dei
Cavalieri Teutonici e il Regno di Polonia; anche lui, come Amico, giunto a
Padova, per studiare astronomia e medicina. Mi piace ricordare che ben diciotto
secoli prima Aristarco di Samo ha messo in atto la teoria elio-centrica.
Copernico, anche lui, si è mosso, in qualche modo, guardando indietro: con
l’abissale differenza che i tempi sono ormai maturi. Sulle accuse di empietà
mosse ad Aristarco cfr. L. De Rose, Le ragioni dell’etica nei confronti della
scienza. Tre esempi in epoca antica, in F. Garritano, E. Sergio, Scienza ed
etica, «Ou. Riflessioni e provocazioni». Eppure, sarà proprio quella
ricomposizione, cercata e non trovata da Amico, a dar luogo alla scienza
moderna e quindi alla modernità tout-court – poco più di mezzo secolo dopo, per
opera dei Galilei, toscano tutt’altro che aristotelico, piuttosto intriso di
neo platonismo. -- Giovan Battista, astronomo talentato, è morto giovanissimo,
ucciso forse senza una ragione, prima di poter portare a compimento il suo
destino, forse perché “caro agli Dei”, come vuole la sapienza antica. Non è
dato sapere quale sarebbe stata l’evoluzione del pensiero di Amico, il suo
destino intellettuale, il suo karma scientifico, se fosse vissuto abbastanza,
soltanto pochi anni ancora, da imbattersi nel De Revolutionibus di Copernico.
Le cose non sono andate così; e un giovane dal destino incompiuto, ma
dall’indiscutibile intelligenza ha potuto solo tentare di dare un senso a
teorie che valgono solo dal punto di vista dell’osservatore. Questo è un mondo
antico, come direbbe Leopardi spazzato via a guisa di una mera illusione dalla
rivoluzione astronomica prima e dalla mentalità moderna dopo. F. Piperno, A. Leopardi,
Storia dell’Astronomia, in F. Piperno (a cura di), Arcavacata, Centro
Editoriale UNICAL. Amici. D’Amici. Giovanni Battista Amico. Amico. Keywords: planteario di
Cosenza, pianeta, de motibus corporis coelestium iuxta principia peripatetica
sine eccentricis set epicyclis – motti de’ corpori celesti giusta i principi
peripatetici senza eccentrici ma con epicicli”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
ed Amico” – The Swimming-Pool Library. Amico
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Amidei: la ragione convversazioanle e l’implicatura
conversazionale del leviatano – la scuola di Peccioli – filosofia pisana –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice (Peccioli). Filosofo
pisano. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Peccioli, Pisa, Toscana. Grice: “I
like Amidei; he knew Beccaria well, and thinks, with H. L. A. Hart, that
debtors should not necessariliy go to jail, to which Beccaria famously
responded: ‘depends on what you mean by necessarily should’” -- Frontespizio del Discorso filosofico-politico
sopra la carcere de' debitori d’A., ed. Harlem (Paris), 1771. Non si sa quasi
nulla sulla biografia d’A.. Si laurea in giurisprudenza a Pisa. Per le modeste
condizioni della famiglia aveva chiesto di essere ammesso al collegio di sapienza,
e ottene un posto gratuito. Stando ad una lettera di Verri al fratello Pietro, A.
e un magistrato fiorentino, "notaro criminale". Fra le poche cose certe vi è quella che conosce
personalmente BECCARIA (si veda), di cui e un ammiratore e con cui e in
corrispondenza. Altre saggi: “Discorso filosofico-politico sopra la carcere de
debitori”; "La chiesa e la repubblica dentro i loro limiti. Concordia
discors” -- dell'origine della potestà ecclesiastica –
degl’oggetti sopra de' quali si reggira la postestà ecclesiastica --
dell'origine della potestà politica -- del sovrano -- delle conseguenze --
delle cause della forza della potestà ecclesiastica ne' governi temporali. de'
limiti del sovrano o potestà politica -- dell'immunità, privilegj ed
esenzioni de' beni ecclesiastici -- de' priviolegij ed esenzione personali
degli ecclesiastici -- dell'asilo -- del matrimonio -- del celibato --
delle professioni religiose -- del giuramento -- de' benefizj
ecclesiastici -- della scomunica -- della proibizione de' libri -- della
religione, e della politica. “De' mezzi per diminuire i mendichi.” A.
è noto soprattutto quale autore del "Discorso filosofico-politico sopra la
carcere de' debitori". Ispirata direttamente del "Dei delitti e delle
pene" di BECCARIA, il saggio è considerato uno dell più importanti
espressioni del riformismo e dell'umanitarismo. L'opuscolo ha immediato
successo. E recensito con favore dalle "Novelle letterarie" di
Firenze, e dal "Journal encyclopédique". Ha una seconda edizione, con
osservazioni di Vasco, uscita a Milano presso Galeazzi. Il testo d’A. influì
certamente sulla riforma leopoldina che, per merito di Gianni, abolì la
carcerazione per debiti -- ma occorre ricordare come un'analoga riforma venisse
promulgata anche in Russia. Nella concezione relativistica delle leggi e nella
critica alla legislazione romana dell'illuminismo giuridico-politico toscano di
quegli anni, l'opera di A. si arricchisce di spunti egualitari rousseauiani -- rarissimi
ancora nel pensiero illuministico toscano -- dai quali A. ottiene la
giustificazione teorica per l'abolizione della pena detentiva dei debitori. Una
edizione dell'opera apparsa in Firenze è una prova dell'esistenza in vita d’A. Dopo
di allora, infatti, non si hanno più notizie biografiche certe su di lui. La Chiesa e la Repubblica dentro i loro
limiti All'Amidei è attribuita anche un'opera edita poco prima il Discorso
sopra la carcere de' debitori, "La Chiesa e la Repubblica dentro i loro
limiti". L'opera, pubblicata anonima è stata attribuita a A. a partire dall’anno
di pubblicazione del Discorso filosofico-politico sopra la carcere de debitori.
Finora mancano però elementi sicuri per confermare tale attribuzione, attestata
solo da alcuni cataloghi di biblioteche e di cui non v'è notizia neppure nel
"Dizionario di opere anonime e pseudonime" di Melzi. L'opera usce
anonima e senza indicazione del luogo dell'edizione. Dove trattarsi di Pavia o
di Firenze. Molti ritennero che e Napoli, identificando probabilmente
l'edizione originale con una edizione ampliata, con falsa indicazione di luogo
Amsterdam, sequestrata presso lo stampatore Campo di Napoli. Si tratterebbe in
realtà di una ristampa contraffatta dello scritto apparsa nella città
partenopea prima che e posta in vendita l'edizione proveniente da Firenze, e
che venne sequestrata per la sediziosa proposizione dell'origine popolare della
sovranità. Al suo apparire, infatti, per alcuni spunti contrattualistici
rousseauiani, l'opera richiama l'attenzione dell'autorità laica e le
vicissitudini di cui e oggetto sono ritenute importanti per ricostruire la
fortuna di Rousseau in Italia. A Roma, autore dell'opera e ritenuto BECCARIA, e
nel clima di irrigidimento contro le correnti giurisdizionalistiche e
illuministiche che caratterizza il pontificato di Clemente XIII, essa e posta
all'indice. Anche “De' mezzi per diminuire i mendichi,” e pubblicata anonima
nel senza indicazione di luogo, ma probabilmente a Firenze, è solo attribuita ad
A. Ma l'attribuzione risale già ai contemporanei. L'autore sostiene, in base a
una concezione fisio-cratica, che il grave problema possa essere risolto solo
per mezzo di una riforma fiscale. Società storica pisana, Bollettino storico
pisano; Società storica pisana, Bollettino storico pisano. Carteggio di Verri.
Nevati ed Greppi, Milano Beccaria, Scritti e lettere inediti, E. Landry, Milano.
Landry segnala IV lettere d’A. a BECCARIA, in Biblioteca Ambrosiana, Milano.
Beccaria. Frontespizio di Scritti e lettere inediti; Carteggio di Verri, Nevati
ed Greppi, Milano; Novelle letterarie, Journal
encyclopédique, "Discorso filosofico-politico sopra la carcere de'
debitori", Harlem, et se vend a Paris: chez Molini libraire rue de la
Harpe, vis-a-vis la rue de la Parcheminerie. Venturi, Riformatore, Torino,
Einaudi, Archivo General de Símancas, Estado Legajo, lettera di Tanucci al
marchese Grimaldi Portici v. Savio,
"Dottrina ed azione dei giurisdizionalisti, in Arch. Veneto. Vedi lettera
citata di Tanucci a Grimaldi; Lastri, Bibliotheca georgica, ossia Catalogo
ragionato degli scrittori d’agricoltura, veterinaria, agrimensura,
meteorologia, economia pubblica, caccia, pesca ecc. spettanti all'Italia,
Firenze; Carteggio di Verri. Nevati e Greppi, Milano; Rosa, A. Dizionario
biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Cosimo Amidei, su Liber Liber. Opere di A., su openMLOL, Horizons Unlimited
srl. V D M Illuministi italiani Filosofia
Categorie: Giuristi italiani del XVIII secolo Filosofi italiani Professore Peccioli
Firenze Illuministi A. AMUCO: not found. A.
Magistrato fiorentino, "notaro criminale", stando ad una lettera di
Verri; dati biografici di lui sono pressoché inesistenti, allo stato attuale
della ricerca, se si esclude la notizia di suoi rapporti con Beccaria -- che A.
conobbe personalmente e del quale fu ammiratore -- desumibile da un gruppo di
lettere d’A. e qualche rapido cenno nella ricordata corrispondenza dei
Veri. A. è noto quale autore del Discorso filosofico-politico sopra la
carcere de' debitori, Modena, che, ispirato direttamente dal Dei delitti e
delle pene, e recensito con favore dalle Novelle letterarie di Firenze, e dal
Journal encyclopédique. L'opuscolo è un'interessante espressione del riformismo
e dell'umanitarismo. Esso nella concezione relativistica delle leggi e nella
critica alla legislazione romana, partecipe in questo del diffuso
antiromanesimo del tempo, si arricchisce di spunti egualitari rousseauiani,
rarissimi ancora nel pensiero giuridico-politico toscano di quegli anni, ed
anzi proprio dal pensiero di Rousseau ricava la giustificazione teorica per
l'abolizione della pena detentiva dei debitori, Non sfuggi ai contemporanei
questo contenuto sociale dello scritto di là dall'aspetto giuridico della
questione tanto che persona illuminata venne richiesta di note al Discorso d’A.
Apparve cosi, presso lo stampatore Galeazzi di Milano, una seconda edizione
dell'opuscolo, con osservazioni di Vasco che ripropone le sue già note
concezioni economico-sociali: Discorso filosofico-politico sopra la carcere de'
debitori accresciuto di note critiche dall'autore de' Contadini, s. n. t. Cfr.
recensione in Europa letteraria. L'anno seguente esso e edito ancora a Harlem
e Paris. Influi certamente sulla riforma leopoldina che, per merito di Gianni,
abolì la carcerazione per debiti -- ma sarà da ricordare qui come anche in
Russia venisse promulgata un'analoga riforma. A Firenze lo stesso A. cura una edizione
dell'opuscolo, con aggiunte riguardanti un nuovo progetto di riforma della
Legislazione. L’esigenza di riforma nel campo della procedura penale si
articola in un discorso più ampio, di carattere amministrativo ed
economico-sociale sul diritto di proprietà. Nelle critiche rivolte ai già
aboliti sistemi dell'abbondanza e della grascia, e nella polemica contro le
primogeniture e i fidecommessi, già colpiti dalla legge, dei quali viene
reclamata la totale soppressione, è introdotto ancora, a difesa di un libero
sistema di economia, il motivo umanitario-egualitario che informa tutto lo
scritto. Il giornale enciclopedico di Milano sottolinea il significato
dell'opera d’A., che resta a conferma dell'eco profonda, in Italia, di uno
degli aspetti della filosofia di BECCARIA Ad A. è attribuita un saggio di
poco precedente: il “Discorso, La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti”,
Firenze, ediz. ampliata, Firenze. Finora mancano però dementi sicuri per
confermare una tale attribuzione, attestata solo da alcuni cataloghi di
biblioteche (e di cui non v'è notizia neppure nel Melzi, Diz. di opere anonime
e pseudonime. Il saggio, particolarmente importante nell'ambito della
pubblicistica giurisdizionalistica del tempo (cfr. Passerin), contiene chiari
spunti contrattualistici rousseauiani, che l'autore non sviluppa però in senso
antiassolutistico. L’interesse è proiettato invece sul diritto della sovranità
che non si perdono per il non uso, per essere originalmente nel popolo, sui
diritti dei principi circa sacra e sui limiti che la potestà civile può e deve
porre ai privilegi, alle immunità e alle esenzioni della potestà ecclesiastica.
Ma gli spunti rousseauiani, pur moderati ed elaborati - e talvolta avversari,
come nelle pagine riguardanti il rafforzamento del vincolo sociale emergono
evidenti, tra l'altro, laddove si discute dei limiti al potere assoluto e si
giustifica, in nome dell'uguaglianza fra i sudditi, l'operato del duca di Parma
contro Roma, e soprattutto laddove si polemizza contro il sistema dei
concordati tra autorità statale e S. Sede e contro il diritto di asilo
ecclesiastico. Un breve cenno, infine, al problema della tolleranza religiosa
non ha gran rilievo nell'insieme delle argomentazioni, legate in gran parte,
nonostante le suggestioni del nuovo pensiero di cui si è detto, a orientamenti
tradizionali. La seconda edizione accentua la polemica circa il carattere
civile, del contratto matrimoniale e quella contro gl’ordini monastici.
Al suo apparire il saggio richiama, per gli spunti rousseauiani, l'attenzione
dell'autorità laica e le vicende di cui e oggetto costituiscono una pagina
notevole della fortuna di Rousseau in Italia. A Napoli, per la sediziosa
proposizione dell'origine popolare della sovranità -- cfr. lettera di Tanucci
-- venne sequestrata presso lo stampatore Campo una ristampa clandestina dello
scritto, proveniente da Firenze, prima che e posta in vendita. A Roma e
ritenuto autore dell'opera BECCARIA e nel clima di massimo irrigidimento contro
le correnti giurisdizionalistiche e illuministiche, che caratterizza il pontificato
di Clemente XIII, essa e posta all'indice. Preoccupazione e la diffidenza per
itemi rousseauiani dello scritto vennero ancora espresse, a proposito
dell'edizione da Scipione de' Ricci in una lettera indirizzata al granduca
Leopoldo (cfr. Passerin). Fonti e Bibl.: Archivo Generai de Siniancas,
Estado Legajo; lettera di Tanucci al marchese Grimaldi, Portici (indica Firenze
come luogo di stampa dell'opera; ma molti contemporanei, cfr. Savio,
considerarono napoletana l'ediz., identificandola con la ristampa); Beccaria,
Scritti e lettere inediti, a cura di Landry, Milano --segnala IV lettere d’A. a
Beccaria, in Biblioteca Ambrosiana, Milano, Beccaria -- ; Carteggio di Pietro e
Alessandro Verri, a cura di Novati e Greppi, Milano, Reusch, Der Index der
verbotenen Biicher, II, Bonn; Passerin, La politica dei giansenisti in Italia
nell'ultimo Settecento, in Quaderni di cultura e storia sociale; Venturi, G.
Vasco in Lombardia, in Atti d. Ace. d. Scienze di Torino, classe di scienze
mor. stor. e filol.; Illuministi italiani, Riformatori lombardi, piemontesi e
toscani, III, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli -- riporta un passo di lettera d’A. a Beccaria,
da Firenze, riguardante la traduzione di Morellet del Dei delitti e delle pene;
Savio, Dottrina ed azione dei giurisdizionalisti, in Arch. Veneto. Cosimo Amidei. Amidei.
Keywords: il leviatano; amidei —
implicatura sovrana — implicatura intersoggetiva — implicatura sovresoggetiva —
implicatura sovre-umana — implicatura sovrepersonale — hobbes — primo disegno —
leviatano — carteggio con Verri — carteggio con beccaria (paragrafo XXXIV — la
strada verso l’utopia giuridizzionalistica — la chiesa — the high church of
england — Gianni abolisce la carcerazione per debiti — tacito. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Amidei” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice ed Anassilao: il principe
filosofo -- Roma – filosofia italiana (Roma). Filosofo italiano. A Pythagorean
who is expelled from the whole territory of Italy by OTTAVIANO (si veda). PLINIO
(si veda) Maggiore quotes his views on the use of hemlock, which A. believed may
be effectively rubbed on adolescent girls’s breasts to make them permanently
firm, but also on adolescent boys’s testicles to lower their libido. Anassilao.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Anceschi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del senso – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano).
Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“I like Anceschi; he plays with the idea of dialogue as a mirror (specchio) of
ego and alter or ego and tu – I like that. He is the Italian equivalent of John
Holloway, I suppose.” Si laurea sotto BANFI (si veda), ricopre l'insegnamento
di estetica nella Facoltà di Lettere e filosofia a Bologna. L'interesse per la
letteratura e le arti figurative si accompagna a quello per la filosofia anti-dommatica.
Dopo la pubblicazione del saggio su autonomia naturale, heteronomia artistica. “Autonomia
ed eteronomia dell'arte” edita da Sansoni, le sue ricerche sulla figura e il
modello letterario anti-idealistici trovano voce negli interventi pubblicati su
“Orfeo” e su “Corrente” -- riviste da lui stesso promosse. Sensibile ai
diversi orientamenti culturali, si schiere a favore dell'ermetismo e dell’avanguardia,
affiancando all'attività di teorico quella di critico militante. Pubblica i saggi
di poetica e poesia. Con una scheda sullo Swedenborg e cura le antologie Lirici
nuovi, Linea lombarda. VI poeti e Lirica. Della voce “ermetismo” e autore
nell'Enciclopedia. Concentratosi sui modelli culturali dimenticati dall’idealismo,
si dedica ai temi del barocco, dando alle stampe Del Barocco e altre prove Barocco.
Con alcune prospettive metodologiche. Non abbandona gli studi filosofici:
“I presupposti storici e teorici dell'estetica kantiana”; “Hume e i presupposti
empirici dell'estetica kantiana”; “Burke e l'estetica dell'empirismo inglese”;
“Da Bacone a Kant. Saggi di estetica”. In particolare in “Progetto di una
sistematica dell’estetica e dell'arte” delinea una teoria estetica intesa come
fenomenologia della forma naturale e artistica. Sui principi della
fenomenologia critica basa le ricerche. Fonda “Il Verri” di cui e direttore,
mentre diresse per Paravia la collana La tradizione del nuovo e Studi di
estetica, che raccoglie i risultati delle ricerche filosofiche che egli conduce
insieme con i suoi allievi. Per il suo impegno nel tener vivo il fermento
culturale gli e assegnata a Mestre il prestigioso premio "Amelia"
alla "tavola" di Boscarato. Centrali sono i temi della poetica (“Poetiche
del Novecento in Italia”; “Le poetiche del Barocco) e delle istituzioni
letterarie (Le istituzioni della poesia”; “Da Ungaretti ad ANNUNZIO (si veda)”,
Che cosa è la poesia?”. Altre saggi: “Il caos, il metodo. Lineamenti di una estetica
fenomenologica”; e Gli specchi della poesia. Riflessione, poesia, critica”.
Riceve dai Lincei il Feltrinelli per la Critica letteraria. Presidente
dell'Ente bolognese manifestazioni artistiche, dell'Accademia delle Scienze e
dell'Accademia Clementina di Bologna, socio corrispondente dell'Accademia
nazionale dei Lincei di Roma, dona la sua biblioteca e il suo archivio
personale al Comune di Bologna; nella Biblioteca Comunale
dell'Archiginnasio. Premi Amelia, a cura della "Tavola
all'Amelia", prefazione di Perosa, Venezia-Mestre. Lo stesso anno il
premio è assegnato anche per le arti figurative, a Guidi. Premi Feltrinelli, su lincei. Università degli studi di Bologna, Annuario
dell'anno accademico, Bologna, Compositori, Il Verri Pontiggia Quasimodo Montevecchi A., su Treccani Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. A., Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Anceschi, in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su Be,
Conferenza Episcopale Italiana. Opere di A.,.
Fondo A., Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna Approfondimento, su
ibc.regione emilia-romagna. Studi di estetica, su unibo. V D M Vincitori del Premio
Feltrinelli Filosofia Filosofo del XX secoloCritici letterari italiani del XX
secoloAccademici italiani Professore Milano BolognaVincitori del Premio
Feltrinelli Lincei Autori del Gruppo 63 Bibliofili Direttori di periodici
italiani Fondatori di riviste italiane Premiati con l'Archiginnasio d'oro Professori
dell'Università commerciale Bocconi Professori dell'Bologna Studenti
dell'Università degli Studi di Milano. Sembra proprio che studiare una nozione
letteraria voglia dire rendersi conto di ciò che essa ha voluto significare;
studiare l'ermetismo vorrà dire vedere come l'ermetismo stesso, in quanto
movimento letterario e culturale, ha inteso presentarsi per se stesso
nell'attenzione ai motivi di coerenza, ma anche alle interne variazioni e
differenze. Qualche considerazione va fatta, per altro, in limine intorno al
nome. È noto: l'uso della nozione di ermetismo è frequente nel discorso della
cultura per indicare quei movimenti, quelle manifestazioni, quelle situazioni
del pensiero e della letteratura, in cui maniere oscure, ardue, chiuse e di
comunicazione non diretta esigono, per esser partecipate, e anche solo intese,
il possesso di una chiave che pochi sono in grado di adoperare. Il termine ha
un'origine storica abbastanza ben definita e che istituisce subito il destino
dei suoi significati. Dal nome di Ermes Trismegisto si disse ‛ermetica'
una dottrina di tarda età ellenistica in cui motivi oscuramente mistici di
sincretismo filosofico-religioso si fusero con ipotesi di fantastica alchimia,
in un tessuto linguistico segreto, ricco di allusioni, di difficile
partecipazione. Si consideri anche che a Ermes Trismegisto si attribuisce
l'aver chiuso (si disse, appunto, ‛ermeticamente') un'ampolla di vetro mediante
la fusione dei bordi delle aperture. Oscurità, chiusura, tono di rivelazione
sacra, un insieme di difficili connessioni tra mistica e alchimia, una
presentazione immaginosa e immediata di oggetti intellettuali e riflessivi:
ecco alcuni caratteri degli scrittori che per primi furono detti ‛ermetici'; ed
ermetici, poi, vennero chiamati talora quei movimenti di pensiero occulti,
misteriosofici, iniziatici, che spesso si posero in antitesi al pensiero
dominante nel secolo, che costituiscono una ormai ben definibile tradizione
secolare, continua, e che talora affiorano nella cultura essoterica con
singolari sollecitazioni e insorgenze. Con intenzioni inizialmente screditanti,
ma il nome venne poi accettato da molti scrittori, ermetismo si disse anche una
tendenza della letteratura italiana tra le due guerre, che, venuta dopo
l'esperienza dei crepuscolari e gli esperimenti dei futuristi, si distinse
nettamente dal rondismo, come corrente dell'ultimo gusto neoclassico, e da ogni
genere di ritornante realismo; ed è ciò di cui qui dobbiamo parlare. Ci sono
opinioni molto diverse su questo movimento. C'è chi, in una ben definita
prospettiva letteraria militante, vede in esso il momento più alto della poesia
e del pensiero poetico del secolo nel nostro paese; e c'è chi, movendo da un
particolare orizzonte sistematico, accusa la ricerca ermetica di ‛perdita della
immediatezza' fino a vedervi intellettualismo e, al limite, una distrazione di
giochi verbali; c'è anche chi, secondo un'ispirazione fortemente ideologica,
vede in essa un pericoloso e condannabile momento di evasione rispetto al
dovere della partecipazione e dell'impegno. Solo un'indagine diretta e
particolare potrà definire il diritto e il torto di considerazioni come
queste; e, tuttavia, è difficile disconoscere che si trattò di un movimento
influente, complesso, articolato in diverse disposizioni dottrinali e di
poetica, con varie stratificazioni di momenti interni secondo una tradizione
breve e intensa. Il movimento ebbe vita difficile negli anni in cui si
manifestò, trovò una sua forza contro molti oppositori e reali resistenze,
giunse fino ad operare sul costume e a cadere in un nuovo Kitsch, si dissolse
alla fine della seconda guerra mondiale, ma lasciò un'impronta viva, e
anche un impulso nella cultura della poesia e della critica che, da un lato, è
continuato per anni nel lavoro degli epigoni, e che, dall'altro, ha
condizionato indubbiamente i modi in cui si manifestarono i movimenti che
seguirono. Quanto alle strutture della poesia, forse è riduttivo il considerare
l'ermetismo solo come una tendenza della letteratura italiana contemporanea,
che, riallacciandosi alle correnti simboliste non soltanto francesi, anzi europee,
intende la poesia come esercizio assoluto di linguaggio che in tanto vale in
quanto riesce a esprimere l'intuizione lirica nella sua originaria purezza,
escluso l'intervento di preoccupazioni didattiche, moralistiche, dottrinali e
speculative in una volontà attentamente coltivata e resolutamente diretta al
risalto di momenti di intensità e di innocenza; ma è anche riduttivo parlare
dell'ermetismo solo come dell'espressione di una rivolta in cui si concreta
l'appello orfico-cristiano, religioso, metafisico, negatore della storia, di
una storia che si appiattisce di fronte all'assoluto, libero dalle strutture
rettoriche, e inteso a propositi soprattutto di rinnovazione radicale
dell'uomo. Ritorneremo su queste differenze di pronunzia e sul loro significato;
ma, a questo punto, occorrerà ormai rendersi conto e giustificare l'uso della
nozione di ermetismo nel contesto della situazione letteraria italiana tra le
due guerre e nella individuazione del significato interno del
movimento. L'ermetismo va considerato come un movimento europeo o
italiano, o puramente ‛fiorentino'? Certo, ci furono aspetti, e li
considereremo, della poesia e della poetica d' Europa che si potrebbero dire
ermetici o che hanno avuto rapporti con ciò che diciamo ermetismo, anche tali
che senza di essi l'ermetismo non sarebbe stato possibile. Uno dei connotati
dell'ermetismo è certo quello di aver tenuto aperti i rapporti - se pure in
modo limitato secondo una lettura pregiudicata - con l'Europa in tempi
difficili; ma una situazione, un movimento di cultura che si siano collocati
sotto quel nome si ebbero solo in Italia; trovarono caratteri particolari e
individuati; determinarono una singolare, e un poco astratta, cultura della
poesia per certi aspetti di rara intensità e inquietudine. Il tentativo di
ridurre il movimento solo al gruppo dei ‛fiorentini' dà nel sofistico, o nel
riduttivo; non è certo facile tagliar con il coltello una situazione tanto
compatta quanto varia; molti fatti si diedero contemporaneamente nella
convergenza di letture e di interessi comuni; il ‛gruppo fiorentino' fu certo
autonomo per suoi caratteri, ma nella misura in cui portò certi motivi di una
generazione nuova in un contesto comune. In realtà, nella prima generazione
ermetica in Italia la prima voce fu quella di Giuseppe Ungaretti. Luciano
Anceschi. Anceschi. Keywords: senso, ermetismo ed implicatura, grado
d’ermetismo dell’implicatura, l’impossibilita dell’implicatura ermetica. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Anceschi” – The Swimming-Pool Library. Anceschi.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Andrea: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Ravello – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Ravello).
Filosofo campanse. Filosofo italiano. Ravello, Salerno, Campania. Grice: “I
like Andrea, in more than one way! Andrea
made me realise how naïve Russell is with his ‘logical atomism;’ back in
Naples, the Accademia degli Investiganti took thing really seriously. D’Andrea,
a lawyer, like Hart, -- his claim to fmae is having written an ‘apologia in
difesa,’ which I would abbreviate as just ‘in difesa’ of atomism – but my
favourite is his unpublication, “Degl’atomi e degl’atomisti”!” Grice: “In
Naples, unlike Oxford – cf. Locke and Boyle – it was understood that if you are
an atomist you are, therefore, a libertine!” Da una ricca famiglia, studia a
Napoli. Funzionario del vice-ré, il duca d'Arcos, a Chieti nel giustizierato dell'Abruzzo
citeriore. Frequenta villa Colonna, dove si illustrano i fondamenti
dell’atomismo. Fondatore del salotto degl’InVESTIGanti alla sua villa
Iambrenghi a Candela. Difende strenuamente l’atomismo nella “Apologia in difesa
degl’atomisti” e nella “Risposta a favore di Capoa”. Avvocato primario del regno
di Napoli, viaggia e partecipa alla vita intellettuale e agli studi in molti
salotti filosofici italiani. Cortese, I ricordi di un filosofo napoletano,
Napoli, Lubrano e C., Dogana della mena delle pecore in Puglia, regno di
Napoli. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Accademia della Crusca. Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del
progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto
Museo di Storia della Scienza di Firenze, pubblicata sotto licenza il
rinnovamento culturale a Napoli in occasione del rinvenimento di un manoscritto
sconosciuto degli "Avvertimenti ai nipoti" di Capone, Biblioteca di
Foggia, Salottieri. Nasce a Ravello da un avvocato in Napoli, di buoni natali
ma d'incerta fortuna. L'infanzia non e felice, per le gravissime ristrettezze
della famiglia (Avvertimenti ai nipoti), né soddisfacenti gli studi, cui venne
avviato fin troppo precocemente. Compiuti VII anni, infatti, e condotto a
Napoli per apprendere la grammatica; a nove e collocato presso la scuola
oratoriana dei gerolamini. Frequenta lezioni di legge, addottorandosi. Egli
stesso dove sottolineare nei suoi Avvertimenti, i gravilimiti di quell'affrettata
educazione. Nello scritto - che è insieme una sorta di testamento, una
autobiografia e il richiamo a un modello di cultura e di comportamenti valido
per tutto il ceto forense - ripercorre le tappe della sua formazione,
descrivendola come un lineare progresso dalla grossa ignoranza, cui sembra
condannarlo l'arretratezza dell'insegnamento e delle professioni giuridiche
alle quali il padre l'avvia, verso l'incontro con le correnti della filosofia,
la conquista delle nuove scienze e una concezione elevata del ruolo dei
giuristi nella società. In questo itinerario intellettuale e civile, ben più
dei suoi direttori, di cui lamentava anzi il mancamento, hanno inciso altre
esperienze, personali o comunque estranee ai percorsi tradizionali. Per primo
il rapporto con Paolo, il solo in città capace d'illustrare le dottrine
giuridiche con gli strumenti filologici e sistematici della scuola culta. Poi
l'impegno dopo la laurea per studiar le materie continue e pei loro principi,
abbandonando l'impostazione praticistica dominante, che riduce la
giurisprudenza ad un mero esercizio mnemonico o alla lettura disordinata dei
decisionisti. Completata così autonomamente la propria preparazione, comincia a
seguire il padre nel foro e presentò di lì a poco due allegazioni, l'una per la
principessa di Casalmaggiore, l'altra per il principe di Pietraelcina, che gli
procurarono una certa notorietà ed alle quali rivendicava il merito di aver
introdotto nei tribunali napoletani "il nome di Cujacio e degli altri
eruditi", insieme con "l'uso di disputare gli articoli secondo i veri
principi della giurisprudenza". Frattanto a Napoli, avvicinandosi la metà
del secolo, con i profondi sconvolgimenti sociali e politici che la segnarono,
si definivano le linee di un'iniziativa culturale, promossa da ambienti
diversi, sia umanistici, sia tecnico-scientifici, che non restò senza
conseguenze sul pensiero civile, né trovò indifferenti, o soltanto passivi, i
giuristi e i forensi. Ministri e scrittori di cose legali se ne fecero anzi
protagonisti, cogliendovi con prontezza gli elementi di novità che potevano
dare consistenza e respiro a un discorso critico sul Mezzogiorno
spagnolo. Di tali sviluppi il D. fu testimone attento, interprete
informatissimo, in breve tempo autorevole sostenitore. Grazie ai consigli di
Ottavio Di Felice, "un vecchio assai erudito e molto affezionato della
nostra casa",colmò le proprie lacune nella conoscenza delle "buone
lettere"; ammesso poi a frequentare l'accademia di Camillo Colonna, dove
s'illustrava una nuova filosofia "non gran fatto molto dissimile da quella
che oggi chiamano atomista", vi apprese a respingere il conformismo della
dominante cultura ecclesiastica ed il tenace scolasticismo che la
caratterizzava. Fu l'incontro più fertile della sua giovinezza ed egli stesso
ne ribadì spesso il rapporto di continuità con le successive esperienze. Le
discussioni di casa Colonna costituirono, infatti, il segnale d'avvio di un
rinnovamento intellettuale a Napoli, presto dispiegatosi con l'arrivo da Roma
di Tommaso Cornelio e l'azione intrapresa da talune accademie, che spostarono
energicamente l'accento dai temi letterari o eruditi a quelli scientifici e
sperimentali. Superato, con la guida di Camillo Colonna, il limite di una
scarsa dimestichezza con l'arte retorica, tenne intanto con unanime applauso un
solenne discorso nella Congregazione degli avvocati di S. Ivone, istituita dai
teatini ai SS. Apostoli, e poco dopo, il 10 giugno 1646,la difese in
Collaterale, alla presenza del viceré duca d'Arcos, contro la pretesa dei
gesuiti di fondarne una nuova. Con questa arringa (Pro Congregatione Sancti
Ivonis, edita dal Comparato) egli guadagnò la causa e il favore del viceré, che
lo nominò ad interim fiscale di Chieti, dove si recò alla fine dello stesso
anno. Il periodo trascorso in Abruzzo, mentre a Napoli e in tutto il
Regno avevano luogo gravi sommosse, dette luogo a dicerie malevole sul suo
conto, che lo tormentarono per tutta la vita. Un tardo episodio del febbraio
1682, quando il principe Antonio di Sangro l'oltraggiò in pieno tribunale con
l'epiteto di "Masaniello", provocando persino un duello tra il
proprio campione, Cesare Mormile, e un nipote del D., Antonio della Marra, lo
indusse a scrivere una lunga Relazione de' servizii fatti... nella provincia di
Abbruzzo Citra(s.n. t., ma Napoli 1682), per replicare alle insinuazioni di
aver parteggiato allora per i popolari e per rivendicare invece il proprio
lealismo alle istituzioni regie, sola garanzia di stabilità e di arbitraggio
tra i ceti, e gli atti compiuti a difesa dell'ordine sociale e giuridico
esistente, ivi compreso quello feudale, che era parte integrante della realtà
politica dello Stato. Tuttavia le "seconde rivoluzioni", che
portarono a Napoli alla proclamazione della repubblica ed impressero al moto un
carattere indipendentistico in un quadro politico più complesso e convulso, lo
posero ai margini del conflitto abruzzese, sicché dopo due mesi trascorsi nel
convento degli scolopi di Chieti, dove ebbe modo di leggere Cicerone e
Campanella, pervenuta infine l'attesa nomina del nuovo fiscale e concluso
l'affitto dell'arrendamento del sale nell'estate 1648,partì nel settembre per
Napoli, che raggiunse in novembre, dopo un breve passaggio da Roma. Qui
non solo riprese l'esercizio dell'avvocatura, con crescente successo di
prestigio e di entrate, ma si adoperò soprattutto per un rinnovamento
scientifico e culturale, di cui non a torto il Giannone lo considerò
protagonista e promotore principale (Istoria civile). Egli stesso sottolineò in
seguito efficacemente, in una pagina giustamente famosa (Avvertimenti), il
significato della svolta verificatasi a Napoli allora; l'importanza centrale
ch'ebbe la diffusione delle opere di Cartesio; il ruolo essenziale di Tommaso
Cornelio nel porre gli studiosi napoletani a contatto con il pensiero europeo;
l'ostilità che le nuove dottrine incontravano presso i circoli tradizionalisti
e la protezione ad esse accordata da taluni aristocratici; infine il proposito
che animava i moderni di modificare l'assetto delle professioni, in particolare
giuridiche, attraverso un confronto più intenso con le varie scienze. Il
momento era favorevole ad un'iniziativa dei gruppi intellettuali. L'opera di
restaurazione, condotta dal viceré di Oñate secondo un disegno assolutistico
volto a consolidare l'autorità delle istituzioni regie, prospettava un
rinnovato compromesso tra monarchia e ceti privilegiati, deprimeva le
aspirazioni della nobiltà più riottosa, maturate nei trascorsi disordini,
offriva spazi nuovi e maggiori di presenza politica e di affermazione sociale
ai forensi ed ai magistrati. A. ffiancò prontamente l'azione del viceré e dalla
sua paterna cura per il "ristoramento" degli studi ottenne un
avanzamento universitario per Gian Camillo Cacace e l'attribuzione a Tommaso
Cornelio, nel 1653, della cattedra ripristinata di matematica. Nel frattempo
svolgeva una parte considerevole nella breve rinascita degli Oziosi, tra i
quali recitò diverse orazioni, in particolare a favore della "novella
maniera di filosofare" e per un rapporto più stretto della giurisprudenza
con "tutte le altre scienze". La grande peste del 1656, lacerando
drammaticamente la vita della città, pose fine d'un colpo agli esperimenti e
alle iniziative che si conducevano a Napoli e che vennero poi ripresi, dopo il
flagello, con lentezza e difficoltà. Rientrandovi dopo il periodo del
"contagio", trascorso nei feudi del principe di Cassano, A. dovette
rinunciare per qualche tempo agli ambiziosi progetti di politica culturale, cui
ritornò solo dopo alcuni anni impiegati nell'esercizio dell'attività forense
per una clientela sempre più consistente ed altolocata. Si pose infatti in
primo piano nelle vicende intellettuali della capitale quando con numerosi
filosofi come Cornelio, Porzio, Capua,
Caramuel e molti altri, dette vita, al primo nucleo degli Investiganti, che
prese a riunirsi in casa di Andrea Concublet, marchese di Arena. Gli
orientamenti dell'Accademia sono noti, così come la molteplicità ed
eterogeneità dei motivi che vi si agitavano: dal probabilismo allo
sperimentalismo, allo storicismo. Altrettanto celebre è l'episodio che ne
riassunse simbolicamente il programma e gli inizi: la visita sotto la guida del
D., da oltre cinquanta accademici, tra cui numerosi nobili e prelati di rango,
al cratere di Agnano, per controllare la fondatezza degli antichi miti,
raccogliere materiali da sottoporre all'indagine chimica, far esperimento
diretto delle caratteristiche naturali del sito. Tra gli Investiganti il D.
ebbe infatti un ruolo cospicuo. Preziosa cerniera tra i novatori e il
mecenatismo di una parte almeno della maggiore aristocrazia, non pose nulla in
istampa direttamente legato a quell'esperienza, ma di alcune opere fu
consigliere ascoltato, di altre fu promotore o dedicatario, intervenne infine
sui temi che si dibattevano non soltanto come suggeritore o patrono di opere e
di iniziative, o come veicolo d'idee, d'interessi e di libri. Agli argomenti
centrali del nuovo sapere - l'atomismo, le leggi del moto, il rapporto tra
elementi fisici ed "incorporei" e, sullo sfondo, tra metafisica ed
esperienza - dedicò in vecchiaia alcuni lavori, quando l'Accademia era da tempo
ormai spenta, ma non cessate le dispute da essa animate, né l'eco che avevano
suscitato negli ambienti napoletani, messi in fermento dalle energiche
controffensive dei gruppi conservatori. Nei manoscritti filosofici del D.
- affidati, come altre sue opere, a una tradizione testuale non sempre chiarita
- possono riconoscersi oggi tre lavori distinti. Il primo è un'Apologiain
difesa degli atomisti (Napoli, Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.; esemplare
mutilo con correz. autografe), prodotto perciò in un periodo difficile nella
biografia dell'autore e in una fase particolarmente vivace della dialettica
politica e culturale napoletana. Il secondo, la Risposta a favore del sig.
Capoa contro le lettere apologetiche del p. De Benedictis gesuita,
tradizionalmente assegnato al 1697, ma elaborato a partire dal 1695, risale
anch'esso a un momento cruciale, coincidente con la disputa sul S. Uffizio e la
conclusione del processo contro gli "ateisti" (l'esemplare migliore è
quello della Bibl. naz. di Napoli, ms. I D 4, alle cui cc. corrisponde il
frammento autografo della Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.; da segnalare
anche la copia della Bibl. Angelica di Roma, ms. 1340, fatta eseguire per il
card. Passionei dal pronipote del D., Giulio Cesare, nel 1752). Vi è inoltre
una seconda stesura della Risposta, preparata tra il 1697 e il 1698 (se ne
conoscono due diverse redazioni: Napoli, Bibl. naz., ms.; e ms. Brancacc.).
Scritti di replica o di polemica contro il profilarsi, in momenti di acuto
conflitto, anche politico, di una rivincita della cultura "dei
chiostri" sulle istanze del sapere moderno, le opere del D. non
disegnavano un compiuto sistema, né seguivano fonti univoche d'ispirazione.
Adombravano una sorta di filosofia del particolare e del concreto, che si
nutriva di salde radici umanistiche e galileiane, proprie della tradizione
napoletana, innestandovi gli insegnamenti di Cartesio e Gassendi, talvolta di
Spinoza e di altri ancora, secondo un'impostazione che può apparire eclettica o
incline al frammento, ma che rispondeva piuttosto al proposito di rivendicare
il lascito trasmesso dai novatori al pensiero meridionale, il segno da loro
impresso sulla vita morale e civile attraverso lo sforzo d'iscriverla nei
circuiti del "secolo della filosofia", di aprirla, nel modo più largo
possibile, al movimento intellettuale europeo, d'includere infine nel suo
orizzonte i numerosi motivi che lo percorrevano, cogliendone i nodi essenziali
e gli aspetti capaci di stimolare più fresche energie. Perciò, guidate dalla
consapevolezza dei vasti riflessi della battaglia teorica in corso, esse
riaffermavano, contro il dogmatismo ed il verbalismo scolastico imperversante,
il metodo sperimentale, l'intuizione della materia e l'ipotesi atomistica,
l'indagine storica come criterio di verifica delle autorità. Comunque
l'impresa cui il D. dovette maggiormente la sua fama di studioso e il successo
presso le corti di Napoli e di Madrid furono le scritture composte nel 1667 e
nel 1676 per respingere le pretese di Luigi XIV alla successione spagnola e
contestare le tesi della pubblicistica che lo sosteneva. Sin dal 1663 il
re di Francia aveva reclamato i Paesi Bassi alla moglie Maria Teresa in base al
diritto di devoluzione. La contesa si era infiammata via via tanto sul piano
politico-diplomatico quanto su quello giuridico e dottrinale. I rapporti tra le
corone si avviavano a rottura aperta quando, sul finire del 1666, il vicerè
Pietro d'Aragona incaricò il D. di controbattere gli argomenti francesi. Il 28
febbr. 1667 questi sottoscrisse solennemente, alla presenza del viceré una
Dissertatio de successione Ducatus Brabantiae (copia a Napoli, Bibl. oratoriana
dei gerolamini, ms.), che venne subito inviata a Madrid. Tuttavia l'incalzare
degli avvenimenti, con l'invasione francese delle Fiandre, seguita nel maggio,
e il moltiplicarsi di trattati e libelli per il Re Sole, assieme al ruolo
ufficioso rivestito nella polemica, imposero al D. di ritornare sulla materia,
sicché nell'estate scrisse febbrilmente una nuova Risposta al Trattato delle
ragioni della Regina Christianissima sopra il Ducato di Brabante, con altri
Stati della Fiandra (Napoli 1667), che traeva spunto da un Traité anonimo, ma
di carattere ufficiale, comparso a Parigi nel maggio dello stesso anno. La
medesima Risposta, ritoccata, venne poi ristampata a Napoli con un Discorso e
un Discorso aggiunto, di argomento storico-erudito, una appendice contenente la
Copia di una lettera... nella quale si dà giudizio della Dichiarazione... del
Re Christianissimo, redatta su incarico del viceré de los Velez come replica al
manifesto di Luigi XIV per la guerra di Messina e già circolante sotto la data
di Roma, 28 genn. 1676, e con altre due lettere di minore interesse (il libro
cominciò a stamparsi nell'aprile 1676 e fu diffuso nel marzo 1677, come risulta
dalla corrispondenza da Napoli di D. Ronchi; Roma, Arch. Doria Pamphili).
Strettamente legati all'occasione politica, gli scritti del D. ne seguirono le
circostanze e gli svolgimenti, ma segnarono anche un passaggio di grande
rilievo nella cultura napoletana del secondo Seicento. Se i due Discorsi,
infatti, si avvicinavano in qualche modo al genere dei "bella
diplomatica" che impegnava allora la migliore giurisprudenza europea, la
Risposta confutava le rivendicazioni francesi in termini ben più avanzati delle
consuete dispute avvocatesche, affrontando il tema della successione nel
Brabante alla luce di una ricerca storica e di una meditazione sulle dottrine
di Grozio, che la conduceva a individuare nel diritto di natura e delle genti
le regole proprie al suo carattere giuspubblicistico. In tal modo rompeva
l'isolamento del pensiero giuridico meridionale, lo apriva al confronto con le
correnti d'Oltralpe, indicava un metodo storico per l'analisi degli ordinamenti
e delle istituzioni che consentiva di determinare la natura privatistica o
pubblicistica degli istituti, i loro rispettivi confini ed i fondamenti
giuridici delle relazioni internazionali. Non è dunque un caso se con
quest'opera maturò nel D. un orientamento non solo giurisprudenziale, ma più
largamente civile, fondato, in politica interna, sulla prospettiva di un
accordo di governo tra il ceto intellettuale ed i viceré; sul lealismo
spagnolo, in politica estera, giacché quell'impero restava, anche nel suo
declino e col suo "genio tardo", atto a conservare più che ad
innovare un puntello insostituibile per la pace e la stabilità dell'Europa,
condizione per ogni sia pur relativa autonomia del Regno meridionale. Con la
polemica sulla successione del Brabante prendeva forza, in sostanza, il
difficile tentativo, condotto d’A. con cautele e prudenza, di collegare la
battaglia culturale dei novatori alla riflessione e all'azione politica. Da
allora infatti, nutrita dalla lezione di Machiavelli e dalle dottrine correnti
della ragion di Stato, ma con l'aggiunta di un robusto realismo, che ne
costituisce il tratto più caratteristico e originale, la sua attenzione si
concentrò per circa un ventennio sulla scena internazionale, dove si decideva
lo stesso destino del Regno di Napoli. Il rapporto tra gli Stati, la debolezza
e l'immobilismo del sistema spagnolo, e di quello meridionale al suo interno,
il dinamismo francese, infine l'emergere, da Napoli poco decifrabile, di altre
potenze, divennero così l'argomento principale del suo nutrito carteggio col
principe Doria, ed insieme lo sfondo di alcuni interventi forensi e di altri
suoi scritti giuridico-politici (le une e gli altri editi ora da Mazzacane).
La familiarità col principe risaliva al 1673, quando il D. soggiornò presso di
lui a Genova, Pegli e Torriglia, a conclusione di un periodo di viaggi guidati
da curiosità intellettuali, non meno che da motivi di salute. Afflitto da serie
crisi di ansietà e di apprensione, manifestatesi sin dal 1668 ed aggravatesi
l'anno dopo con la morte del padre, forte di una solida situazione finanziaria,
assicuratagli dalla funzione diavvocato primario del Regno, abbandonò la città
poco più tardi, mentre precipitava una crisi nei rapporti politici degli
intellettuali napoletani. Infatti se alla sua intesa col viceré d'Aragona si
dovette l'avanzamento negli uffici del fratello Gennaro nel 1668 e l'incarico a
lui, l'anno successivo, di difendere la "piazza" del popolo contro la
nobiltà, tra la fine del 1669 e i primi mesi del 1670 il clima parve
profondamente mutare, con la chiusura dell'Accademia degli Investiganti e la
partenza da Napoli di alcuni suoi esponenti. Viaggiò per vari anni, con
soggiorni più o meno lunghi in diversi centri italiani, raccogliendo consensi e
amicizie, approfondendo gli studi scientifici e matematici, partecipando con
vivacità alla vita intellettuale deicircoli che frequentava di volta in volta,
come dimostrano le importanti lettere a Lucantonio Porzio (Napoli, Soc.
napoletana di storia patria, ms. XX.B.24) e a Francesco Redi (Firenze, Bibl.
Mediceo-Laurenziana, ms. Laur. Red. 219). Rientrò a Napoli nell'aprile
1675. Le cronache della capitale, le relazioni degli agenti stranieri, le
stesse lettere, spesso settimanali, al principe Doria consentono di seguire
minutamente le sue attività professionali e la sua azione civile negli anni
successivi. Tuttavia, nell'intreccio contraddittorio di una realtà arretrata,
ma vitalissima, nell'accavallarsi di episodi maggiori o anche minimi, nel
complicato scomporsi e ricomporsi dei vari "partiti", esse non si
prestano a facili interpretazioni e non sono state interpretate uniformemente
dalla storiografia. Del resto, qualsiasi lettura degli ultimi anni del D. è collegata
con un giudizio sull'intera vita morale del Mezzogiorno durante il declino
dell'impero spagnolo e nel profilarsi di una generale "crisi della
coscienza europea". Perciò i dettagli di un'aneddotica spesso pettegola,
le sfaccettature di un carattere umano incline alla melanconia, altero, ruvido
ed anche "bizzarro", non possono esaurire il senso della sua
presenza, vigile e critica, nella realtà napoletana di fine Seicento, il suo
ruolo di maestro e guida intellettuale, di capostipite anzi di una genealogia
spirituale che, attraverso il Biscardi e l'Argento, sarebbe giunta fino a
Giannone. Il governo del Velez segnò il momento di più consistente
raccordo con la politica dei viceré e le aspirazioni egemoniche del ceto
forense. Ne sono testimonianza eloquente, tra le altre, le scritture già
ricordate sulle pretese del re di Francia, cui si aggiunse nel 1682 una
Risposta al libro de' Francesi sopra li pretesi diritti del Re Cristianissimo
sopra il Regno di Napoli et di Sicilia (Napoli, Bibl. naz., ms. XI.C. 25). A
questa rapida "informazione" - una replica al Dupuy cui continuò a
lavorare anche senza portarla a compimento - vanno aggiunte le difese in
giudizio, sollecitate dal viceré, del marchese de Viso nel 1675, e dei Brancato
e del Guaschi. Nello stesso anno rifiutò, con Carlo Cito, la designazione per
la "piazza" del popolo, e l'episodio dimostra la volontà, e la
possibilità tuttora attuale, di mantenere un'autonomia di partito per gli
intellettuali e i forensi. L'ascesa impetuosa di funzionari e ministri,
profilatasi da lungo tempo e consolidatasi con l'assolutismo amministrativo del
Carpio, spostando definitivamente il peso politico delle due anime del ceto
civile, forense e togata, in favore di quest'ultima, divideva i rispettivi
interessi e disegni e riduceva le possibilità, per la prima, di porsi con forza
propria come centro di mediazione nella dinamica sociale e politica del
viceregno. Perciò il D., emarginato e forse anche deluso dagli ambienti di
palazzo (già nell'increscioso incidente del 1682 non si registrò né l'appoggio
del Velez, né una risoluta solidarietà dei colleghi), si dedicò con rinnovata
energia ai propri studi, per rianimare il gruppo disperso dei novatori dinanzi
al ritorno in forze dello schieramento cattolico e del più oscuro spirito
controriformistico. Alla fine del 1684 morì il Cornelio e quella
scomparsa sembrò segnare la conclusione di un intero ciclo della cultura
napoletana, sicché assunse un significato evidente il carico preso dal D. per
rivendicare il valore del suo insegnamento e la persistente vitalità della sua
lezione. Egli infatti non solo sorvegliò l'edizione delle sue opere inedite,
apparsa poi a Napoli, ma fece celebrare, nella primavera del 1685, un solenne
funerale per il maestro, che ebbe il tono di un appello e di una perentoria
riaffermazione di fedeltà ai principi della nuova scienza. Nello stesso anno
stese anche la già ricordata Apologia in difesa degli atomisti e ricevette, tra
ottobre e novembre, le visite di Mabillon e Burnet, che rappresentarono un alto
riconoscimento, da parte dell'Europa dotta, del suo prestigio internazionale e
del rilievo degli studiosi napoletani nell'ambito del sapere moderno.
Furono tuttavia episodi che non lo scossero da una sorta di doloroso
isolamento, in cui si inserirono meditazioni religiose sempre più fitte,
d'intonazione etica rigorista, da leggersi comunque in rapporto con alcune
scritture, di difficile datazione, dirette a inserirsi nei grandi dibattiti
europei di filologia biblica (Napoli, Bibl. Oratoriana dei gerolamini, ms.). Di
peso più concreto fu invece la nomina, ottenuta dal viceré conte di Santo
Stefano, per la carica di giudice di Vicaria, della quale prese possesso il 10
maggio 1688. Egli tornava così sulla scena pubblica, ma attraverso un
reclutamento nella burocrazia - sia pur mitigato dalla maggior comprensione del
Santo Stefano, rispetto al Carpio, per le ragioni culturali dei novatori - che
costituiva di fatto un'ammissione del sopravvento degli uffici sull'avvocatura
da parte di chi, come lui, lo aveva sempre avversato, ed ancora sarebbe tornato
a negarlo negli Avvertimenti. Seguì nel luglio 1689 la promozione a
consigliere nel Sacro Regio Consiglio, e poi a fiscale della Sommaria, dove
s'insediò il 5 apr. 1690: tutti spostamenti che s'intrecciarono con i tortuosi
percorsi, e gli intrighi, dei circoli ministeriali di quella vera e propria
"Repubblica dei togati", che era ormai diventato il Regno di Napoli
per sua profonda struttura. Le funzioni di governo e le competenze
finanziarie dell'organismo di cui entrava a far parte richiesero il suo impegno
su questioni economiche di scottante attualità, che egli affrontò con uno
spirito di cui è difficile sottovalutare l'originalità e l'importanza. Dalle
allegazioni (sono note quella sul problema dei pedaggi e dei passi, intitolata
Iura pro Regio Fisco, e l'altra, Ad interpretationem regiarum litterarum quibus
fuit declaratum officia quae sunt de regalibus, in sostegno del carattere
pubblico degli uffici; entrambe in N. Ageta, Adnotationes pro Regio Aerario, II,
Neapoli) e dai suoi ripetuti interventi in Collaterale, nel corso (Arch. di
Stato di Napoli, Collaterale. Notamenti, emerge infatti un complesso di temi e
valutazioni, nei quali prendeva forma una acuta analisi dell'inferiorità
meridionale, capace di coglierne la sostanza economica, ed un coerente piano di
parziali riforme. La linea prospettata dal D., spesso ripresa e ampliata
nelle lettere al Doria, non può avvicinarsi alla contemporanea cultura
mercantilistica. Essa tuttavia conteneva il richiamo, d'ispirazione pragmatica
più che teorica, alle esperienze europee più avanzate (olandesi ed inglesi), la
denuncia della venalità degli uffici come causa prima delle disfunzioni del
sistema spagnolo e della questione beneficiaria come uno dei lacci più pericolosi
che soffocassero il Regno, infine l'indicazione di misure concrete sui problemi
della moneta, degli uffici, dei passi. Ma la sua perorazione per la libertà dei
commerci e le proposte di riforma corrispondenti si arenarono subito,
nonostante l'intesa col viceré, per la ferma opposizione del baronaggio. Si fa
perciò più rara la sua presenza nei diversi consessi ministeriali. Èsostituito
in Sommaria e fu giubilato, mentre risiedeva a Procida, donde dava vita a un
rilancio della sua azione culturale. Di tale intenzione erano state già
segno la collaborazione prestata a Valletta per una scrittura, compiuta in
quegli anni, relativa al conflitto accesissimo sulla giurisdizione del S.
Uffizio e la stampa della Disputatio an fratres (Napoli), un testo capitale della
scienza giuridica di fine Seicento, in cui, con matura sensibilità storica,
egli poneva la consuetudine e l'interpretazione giurisprudenziale a fondamento
del diritto del Regno e dei suoi svolgimenti. Risalgono inoltre allo stesso
periodo alcune scritture e lettere sullo stato politico d'Europa e d'Italia
(cfr. l'ediz. Mazzacane). Le opere dell'ultimo biennio valsero a
confermare il suo ruolo eminente tra le avanguardie intellettuali napoletane,
sicché non sorprende la visita resagli a Procida dal Santo Stefano a metà
dicembre 1695 per concordare un'azione contro l'offensiva curiale e gesuitica
in atto, che si esprimeva sul piano e politico e culturale con la controversia
del S. Uffizio, il processo agli ateisti, i libelli polemici tra cui spiccavano
per ampiezza di argomentazioni le Lettere apologetiche del padre Benedictis,
pubblicate a Napoli nel 1694 sotto lo pseudonimo di Aletino. Ad esse il D.
replicò con le Risposte già ricordate, ma nel frattempo nuovi equilibri si
profilavano a Napoli. Altri temi più direttamente incisivi che non gli
appelli per la moderna filosofia, si offrivano a costituire il cemento
ideologico capace di saldare alleanze diverse tra i ceti e di rimescolarne gli
schieramenti. Nella svolta di fine Seicento, dinanzi all'atto di accusa rivolto
dagli ambienti cattolici alla nuova cultura e ai suoi progetti di rinnovamento,
dinanzi ad un tentativo d'imporre il prepotere ecclesiastico, il ministero
togato serrava le fila, si attestava sull'intransigente difesa della
giurisdizione regia, assumendola in proprio, senza demandarne la definizione a
intellettuali appartati, sia pure di grande prestigio, come il D'Andrea. La sua
lezione investigante non poteva più rappresentare la base per un'intesa tra
monarchia, viceré e magistrati, stabilitasi invece attorno al
giurisdizionalismo, e difatti egli venne del tutto ignorato nelle iniziative
del duca di Medina Coeli. Perciò gli Avvertimenti ai nipoti, completati nel
1696 e destinati a una straordinaria fortuna, assunsero spesso il tono di una
apologia retrospettiva, pagarono il prezzo della contraddizione tra un modello
ancora proposto e il realistico riconoscimento dei cambiamenti avvenuti. Il
primato dell'avvocatura come alto magistero per il giurista moderno,
argomentato con frequenti tinte neostoiche, e come via regia per acquistare
ricchezza e potere, vi si accompagnava all'ambigua ammissione del risalto
sociale e politico conseguito dal ministero, ispirando una ricognizione minuta
sulle vicende del ceto forense negli ultimi cinquant'anni, che rimane esemplare
per profondità ed acutezza di analisi, ma che non può nascondere il fallimento
del tentativo di fissare le direttrici ideali per i nuovi gruppi dirigenti.Gli
Avvertimenti furono terminati l'anno prima del ritiro a Candela, nei feudi lucani
del principe Doria, dove D. si riduce per un impulso di solitudine e per
curarsi lo stato fisico declinante. Morì a Candela (Foggia) di una febbre
terzana contratta a Melfi nell'estate. La sua operosità non era venuta meno
neppure negli ultimi mesi. Aveva infatti compiuto da poco un Discorso politico
intorno alla futura successione della monarchia di Spagna (edito di recente dal
Mastellone), che è il suo estremo messaggio agli intellettuali napoletani nella
"cupa" finis Hispaniae. Fonti e Bibl.: Fonte principale sono le
notizie autobiogr. sparse negli Avvertimenti ai nipoti, pubbl. a cura di N.
Cortese, I ricordi di un avvocato napoletano del Seicento. F. D.,Napoli, con
intr., note e append. bibliografica ricche di riferimenti ai documenti ined. e
alle testimonianze più antiche. Per le date di nascita e di morte si sono
tuttavia preferite quelle indicate da L. Giustiniani, Memorie istor. d.
scrittori legali del Regno di Napoli, I,Napoli, confermate rispettivamente dai
Registri battesimali della chiesa madre in Ravello e dai documenti dell'Arch.
Doria-Pamphili in Roma. Circa l'età in cui iniziarono i primi studi, si è
adottato l'uso moderno di considerare l'anno di vita compiuto, anziché quello
iniziato. Si è inoltre collocata la laurea, seguendo [Torrese], Diligentissima
Neapolitanorum doctorum nunc viventium nomenclatura, Neapoli e Corrado,
Nomenclatura doctorum Neapolitanorum viventium, Neapoli; la documentazione
archivistica dell'Arch. di Stato di Napoli, Coll. dei Dottori, lacunosa, ne dà
conferma almeno e silentio. L'elenco delle opere edite e inedite e delle
lettere finora rinvenute è fornito da A. Mazzacane, I misteri de' Prencipi.
Lettere e scritti politici di F. D., Napoli. Tuttavia, manca ancora una
soddisfacente ricostituzione dei testi, avviata, per le opere filosofiche, da
A. Quondam, Minima Dandreiana. Prima ricognizione sul testo delle"Risposte
di F. D. a B. Aletino", in Riv. stor. ital. (ma v. anche A. Borrelli,
L'"Apologia in difesa degli atomisti" di F. D.,in Filologia e
critica. Per il carteggio, due lettere al Redi sono pubblicate e commentate da
Tellini, Tre corrispondenti di F. Redi, in Filologia e crit.; numerose altre allo
stesso sono studiate da A. Borrelli, F. D. nella corrispondenza ined. con F.
Redi; quelle al Doria (ora pubbl. da Mazzacane) sono in buona parte citate ed
utilizzate da R. Colapietra, L'amabile fierezza di F. D. Napoli nel carteggio
con Doria, Milano, il quale riassume anche precedenti lavori propri, annota e
discute in maniera completa la letteratura disponibile, antica e recente. Di
essa perciò ci si limita a ricordare soltanto le monografie e le raccolte di
saggi che hanno maggiormente animato, negli ultimi tempi, il dibattito
storiografico sull'autore e sul secondo Seicento meridionale, rinviando agli
indici per la precisazione delle pagine di diretto interesse: B. De Giovanni, FILOSOFIA
e diritto in F. D. Contributo alla storia del previchismo, Milano; Id., La vita
intellettuale a Napoli tra la metà del Seicento e la restaurazione del Regno,
in Storia di Napoli, VI, 1, Napoli; N. Badaloni, Introduzione a Giambattista
Vico, Milano 1961; S. Mastellone, Pensiero politico e vita culturale a Napoli
nella seconda metà del Seicento, Messina-Firenze 1965; Id., F. D. politico e
giurista. L'ascesa del ceto civile, Firenze, Discorso politico intorno alla
futura successione della monarchia di Spagna; L. Marini, Il Mezzogiorno
d'Italia di fronte a Vienna ed a Roma, Bologna; V. I. Comparato, G. Valletta.
Un intellettuale napoletano della fine del Seicento, Napoli; IUffici e società
a Napoli. Aspetti dell'ideologia del magistrato nell'età moderna, Firenze 1974;
Id., Retorica forense e ideol. nel giovane D.,in Boll. del Centro di studi
vichiani, l'allegaz. Pro Congr. S. Ivonis); R. Ajello, Arcana juris. Diritto e
politica nel Settecento italiano, Napoli; Id., Cartesianismo e
culturaoltremontana al tempo dell'"Istoria civile", in Pietro
Giannone e il suo tempo, a cura di R. Aiello, Napoli; P. L. Rovito, Respublica
dei togati. Giuristi e società nella Napoli del Seicento, Napoli; G. Galasso,
Napoli spagnola dopo Masaniello, Firenze. A. Nacque nella Città diRavellonellaCoſta
d’Amalfi o 1_óz7. come altri fi avvisarono. I suoi genitori furono Die go e
Lucrezia Coppola della ſtessa Città', e nobile del sedile di Mon
58 -A N Montagna giusta l’avviso del nosiro autore. Il Padre, che_ se ne stava
in Napoli addetto all’ esercizio del foro, appena ch’ ebbe oltrepassata
l’infanzia lo se quivi condurre (a), e di~ anni 10..-affidollo alla educazione
de’ PP. dell' Oratorio. F in da quesia tenera età incominciò a dar saggio de'
suoi vivaci talenti, ritenendo con iſtupore quanto legger segli facea, e quanto
anche da’dotti sentiva, onde il nome gli diedero di maeslro di me moria. La sua
educazione però, esser dovea tuttaltra da quella, che gliene diede poi il padre
ne’ primi anni di 'sua giovanezza. Egli accorgendosì della vivacità del
figli0,non volle metterlo sot to la disciplina degli oggigiorno espulsi Gesuiti
per applicarlo ben toſto allo ſtudio della giurisprudenza, anche sul sospetto,
che quel li conoscendo i talenti del giova‘netto persuaso lo avrebbero a ve
flire le loro lane,e privar con ciò la sua casa degli avanzamenti, ' che
avrebbe potuto sperare dalla sua riuscita,p Dell’etàdianni12.‘ adunquemandollo
adiſtudiargiurisprudenza,nien— te iſtrutto di quegli altri ſtudi necessari a
ben intendere questa scienza. Buon per lui ch’ebbe_a maestro il tanto celebre
Giannandrea di Pao lo,ottimo oratore dique’ tempi, e stato già discepolo di
Alessandro...Turamino Sartese (3): giacchè a dir del nostro autore corse ri ‘schio di esser discepolo di Gio.
Domenico Coscia Calabrese, sopranno mato Casciana, uomo grosso d’ingegno, e
ſtato già maesiro di Diego suopadre. Fe L0 attesia esso Francesco
nell’introduzione de’ suoi avvertimenti. -Eglì ſtesso lo dice ne’ suoi
avvertimenti, ove parla della casa Rovito. (3) Nicolò Toppi bibliot. napal.
pag. 8. Giangiuseppe Origlia [sud. diNapol. r. a. p. '50. e Pietro Giannone
jlor. civ. del Reg. di Napo!. [ib. 34.:0.8. Q. r. in fin. scrivono,'che quiz/Zi
ancorchè Senese d’ origine su Napoletana. Ma-si sono ingannati a partito. Non
pochi monumenti abbiamo da potergli reflituir la sua patria. Nel 1604.
trovandosi in Ferrara scrisse una lettera al Cardinale Cammillo Borghese in cui
scrive: e Neapoli per Tbyr-renum in pan-iam adveäiur-c Nel-. dimessosi dalla
carica.di uditor di Rota nel {oro di Firenze, venne in Napoli, ed occupò la
cattedra di diritto civi le,come appare-dalla letteravindirizzäta a D. Gio.
Zunica Vicerè diNa 'poli, impressa nel libro de exaequariane legarorum,
pubblicato nel i593. e dall’altra scritta dall'autore a Lorenzo Usimbardo., che
fece precedere‘al suo opuscolo sulla L. non puro D.dejimfifri. Neap. in4.e .
per morte del Colombino passò alla primaria, e tutte le opere, che pose qui a
luce le dedicò' a’personaggí del suo paese; tal è quella sana a Cerretano, e
Francese* Accarisio patrizj Sanesi, che precede al suo,opuscolo ad L. fruit—im‘,
S. Papiníanur D. quem. dorperat. impresso nel 1600. E* da leggersianche
l’accuratissimo Lorenzo Meho in praes. op”. Tura míni,ëdir.&nen/ir.
Ne'suoiavvertimenti. 1 ñ n, o AN 'gç Fece gli intendereildotto
Gianandrea di Paolo,quantoeglieramal fondato ne’ primi ſtud;,e qual bisogno
avesse,per ben. coltivare i suoi talenti nello apprendere la scienza del diritto.Siffatti
avverti menti però dispiacendo all’ambizioso genitore, bramandojl più preſto di
vederlo esercitato nel foro, nell’età di anni 17. con di spensa volle
addottorarlo nell’una enell’altra legge per fargli intraprendere bentoſto un.
tal esercizro. Egli non però l’accorto giovanetto volle secondare i desider)
paterni. N o n interruppe per ciò dopo la laurea dottorale le sue' affiduc
applicazioni nella let tura degli autori latini e greci, tanto prosatori,che
poeti. S'in vaghi non poco delle opere di VIRGILIO (si veda), e di Omero, ed
anche de’più scelti poeti toscani, per cui avendoci acquiſtata una partico lar
passione, com’c’ dice, non potè però giammai vedersi da tan- ’ to a comPorre un
*ver/b con'qualchc suo dispiacimento. Queſta ' insinuazione gliela diede
peraltro anche il dotto Ottavio di Felice, avendogli fatto comprendere
similmente quanto fossenecessariol'acquiſto della geografia e cronologia,senza
di cui e’tratto non avreb be un maggior profitto dalla ſtoria, e che ſtato
sarebbe ancor per lui molto vanta gioso apprendere qualche cosa di moral
filosofia. Colla guida de’ su odati valentnomint giunto all’età di anni zo. in
cominciò la carriera del foro, e ad iſtudiare gli articoli', che oc
correano-nelle cause del padre. La prima scrittura,ch' e‘ mandò a ſtampa
fu-sull’ articolo eccitato in un litigio del, principe di Ca salmaggiore,se
l’interesse ~di più anni pote'a- eccedere il doppio della sorte principale. Lo
spirito di novità con cui mane‘ iol-lo, piacque non poco alConsigliere Arias de
Mesa stato diggi catte 'dratìco di Salamanca. La seconda in una causa d’
importanza del Principe d’Aquino col Duca dell’Acerenza per la vendita diGiu
gliano, e in risposta di quella fatta da Giulio Caracciolo. M a poichè
incominciò a veder da lungi. lavaſtità delle scienze, cad iscorgere qualeabilità
ancor naturale richiedeasiñameritare ilnome dioratore,‘moſtrossìsul rincipio
Corantoritenuto. diarringarc‘ nelle ruote, che su nella risoluzron di volersi
di ’nuovo,rinchiudeñ re,-se animato non lo avessero i dotti, e poſtogli avanti
gli occhi lasuaabilitàesapere. Undiqueſtisuil celebre Colonna Signore di somme
cognizioni, dandogli de’savsi) precetti, e la notizia insieme di scelti
scrittori aformarsi un buÒno e diverso ſti -le degli altri del foro. Ho ammise
i-ndi nella sua letteraria accade-l mia-,che radunava in ogni settimana‘, perfarlo
esercitare sì nello* scrivere, che nel parlare alla, presenza' di uomini colti.
Queſto c sercizio confessa il noſtro autore che gli su di sommo aiuto, e che.perciò.vedeasinon
poco obbligafo aqucſto gran protectorde’gtovani. Indi siascrissealla
congregazione S.lvonc.,ove,recitò_una. suaart-?l 2. zio 60 AN
zione in lode di quella is’tituzione; ed avendone riportati univerá sali
applausi,incominciò pian piano ad incoragirsi,e a deporre quel timore, chel’aveafinallora
sorpreso.Quindi trattenendosiunamat tina* nel Collaterale,in cui doveasi
trattare la tanto famigerata cau sa tralla succennata congregazione,ei
PP.Gesuiri, iquali pretendeano -fondarne altra, ed’ essendo ſtato chiamato dal
Vicerè Duca d’Arcos il difensore di essa congregazione, non vi' si trovò per
allora. Niu no de’ tanti avvocati della medesima,che vi s1 erano radunati vol
le esporsi al cimento, ed il solo noſtro Francesco di anni ar. non già. zz.
secondo vuole il Giannone si addossò eſtemporaneamente l’in carico,e parlando
colla più sop‘rafflna elo uenza, e sodezza di ra— gione,ancorchè avesse dovuto
rintuzzare [avversario Francesco Pra to,che parlato avea in favella
Spagnuola’,ne riportò a suo favore siuna compiuta decisione. Queſto dir solea
il noſtro autore, esser ſtato un de’ più segnalati punti di sua vita, e il
primo passo alla gran fama, che andò dipoi sempreppiù acquistando., Volle il
Vicerè crearlo fiscale nella Regia Udienza di Chieti, che vi an ‘dò poi verso carica
ch’e liaccettòmal volentieri, e che dispiacque e ualmente aglialtriperve ersi
allontanato dal foro un giovanedi rffattaesettazione. Egliperòdilàadueannivisireſti
tui,'e dopo di ave 1 procacciata della gran vfama nel suo eserci zio insieme‘
con D. Michele-Pignatelli Preside -e governador delle -armióin ambedue’le‘provinciedegli'Abruzzi
intempi sìmemo rabili di popolari rivoluzioni. Seguendo quelle provincie l’esem
pio della capitale, quel savio Cavaliere’non trovò più abile Soggetto, che A., onde
valersi in fiff‘atte circoſtanf ze a sedare ilfurore dell’insano popolaccio.
Tanto nell’eseguire le incombenze del Pignatelli, quanto i nuovi ritrovati da
lui, a ben riuscir nell’impresa in vari paesi tumultuati, moſtrò maisem pre una
gran saviezza,ed una più che invecchiata prudenza-Chi unque volesse
soddisfarsene legga la sua scrittura(ch’ io notcrò nel n. 7.) che conservasi
tuttavia dall’amabile odierno Marchese di Pescopagano Sig. D. Diego A. Regio
Consigliere di S. Chiara, -e del nuovo Tribunale dell’ Udienza dell’Esercito,
Marina,Caſtel lidiquestaCittà,edell’Alcaida‘to,ilqualgentilmenteme lapassò
nelle mani, ond’io tratte avessi lesuccennate notizie. Sa Giannone [lor. civil.
del Reg”. di Napo!. edizd 723. (z) E’ norabìle, che tra i rubelli eranvi in
Napoli Vincenzo, e Francesco d’Andrea di altra famiglia ignobile,e dessendo
ſtatocreatodalpopoloCon figlierediS.ChiaraessoFrancesco,mandataindilañnon
degliuffiziali s a m dallo flessoinsuriflo popolo, si credette da taluni,
ehegil noſtro Fi -scale d' Andrea fosse stato il promosso,- qual equivoco su
smentito da esso --Miehele Pignatelli'. O 4. u 1"A N.ci Sarebbe
ritornato'in Napoli fin da Luglio 1648. se un ordine della Camera non l’avesse
dovuto trattenere sino a Settembre dello ſtesso anno. In qual tempo ripigliò
l’esercizio del noſtro foro, e sparse ditanto
intalminiſtcroilgrido-disuararacapacitàed eloquenza, ch’ ebbero ad appellarlo
ilcomun maeſtro,e il principe degli oratori (r).,Il Conte di Ognatte avendo,
dinuovo mandato il Pignatelli nelle ſtesse Provincie, ed avendogli data la
facoltà di eliggersi que’ mi niſtri.perUditori,che iùabilie dotti gli
sembrassero, eglisulle rime fe'scelta del no r0 d’Andrea: ma `per quante
fossero~ state e preghiere fattegli da quel Cavaliere, non volle avvedutamente
interrompere altra volta il corso dell’avvocheria per non essergli, com’
e’disse,nè di utile, nè di decoro. Accaduta in Napoli quella fiera peſtilenza,
sotto il governo del Conte di Castrillo, cedescrittaci da parecchi noſtri ſto
rici, volle il Principe di Cassano seco condnrlo ne' suoi stati nella Calabria
Citeriore. Indi cessato il contagio fatto rrtorno in N a poli, trovò quasichè
tutti morti -i professori del noſtro foro. Per la scarsezza adunque di queſti,
e più,per la sua 'abilità;'se gli ac crebbe ditanto il numero de’clientoli,che
tempo non reſtavaglia riſtora'rsi dalle tante gravi applicazioni, asegno che
incomincio ad infaſtidirsidi sua professione, e a contrarre delle varie
indisposizio - uelle di Gomez e Bracati: il primo inqui q sito di capital
delitto, l’altro di menomato. zelo verso del suo Sovrano. L’uomo quanto ‘era dotto,
altre ttanto ancor fortunato. Egli ha a perorarle, laprima aVanti del vice-rè
Cardinal d’Aragona, l’altra avanti del Visitator Casati, uom costui rigidissimo
pe’diritti del suo sovrano; e nulladim`eno~ne riporto compiute vittorie, ed
alla gran gloria, chevenne adacquiſtarsi consiffatti patrocini, ne, otten ne
ancor delle buone' somme, che' a larga mano gli diedero i rei. Circa queſti
tempi essendosene morto Diego suo‘genitore, ed avanzate più le sue
indispofizroni, risolvette.‘di fare 'un viaggio per la noſtra Italia, a ffi n
di ricuperare la quasi cadente dlhîi sa.-t-î- 11-Vedi il dotto Caſtelli
adjeéiio”. 'ad Cart-aber” part. l. say-'l, n.34. et 35. Francesco Maradei
prati:.` universal. proceflur execufi-vi cap. a. n. 64.1). 64. (z) Vedi il.P.
D. Riaco:Jil giudizio `di Napoli csi/'sussidi‘ \ ni ed acciacchi sulla propria
salute. ñ " f- Le prime cause, che difese dopo il ritorno dalla (Calabria,
siiron passato conteggio cet., ln Perugia
in 3. e il.Ragguaglio della mirato losa protezione di Saverio ver-fit la
Città e il Regno di Napoli ì nel contagio d’incertoautore,ma senzafallo Gesuita,inNapo-
ii, e in Gratz. e di nua-vo Napoli.x743. inps. Parrino teatro de' Vic”) di
Napoli edi-z: Vedi il noflro, autore negli avvertimenti a’suot mp0” 5. i. l. O
' '6:- AN lute. Egli girò per lo spazio di anni quattro, e luogo non vi.su j
ove giugnesse,ch’ esatti non avesse i piu alti applausi esegni di ri spetto e
venerazione. lo tralascio a far parola di que’ favolosi rac conti e del m o d o,
0nd’ egli viaggiato avesse per diverse parti dell’ italia; poichè ſtiam pur
nella certezza d’ essersi fatto dappertutto conoscere,e dappertutto ancora
esige atteſtatì diſtima ediammi razione. ln var} tribunali a preghiere de’ più
grandi del. luogo, eb be a sar sentire la sua eloquenza, e donde partiva
lasciava negli animi di tutti segni di affezione. Grandi furono gli onori, ch’
egli esigettc in Firenze e in Perugia, che in occasion di sua par tenza
composero i Perugini la seghente raccolta intitolatas Affet ti ossequiosì delle
Muse di Perugia nella Partenza d’A. Napoletano; In Perugia in 4. Alle cantinue preghiere de’ suoi
illuſtri clientoli, e dello ſtes’s’o Vicerè, come si dice, ebbe a ritornare in
vqueſta Ca pitale, e ripigliare per la terza volta l’esercizio del foro. Ella è
coſtante tradizione,ch’vogni qualvoltadovea perorare,radunavansi i più dotti di
queſta noſtra Metropoli, e con essi gli eſteri anco ra. Il celebre Mabillon
calato in italia col carattere d’Inviato del Re di Francia per visitare le
noſtre bi blioteche ed -antichità,dice di averlo ascoltato non seme! in Mist fn
principîs Satriani magna cum eloquentiae flumine et fulmine Perorantem,
ancorchè perallora- fosse già di anni 60. Dice Pietro Giannone ch’ egli fosse
stato il primo a sar risonare il nome di Cujacio,~-e di altri eruditi scrittori
nelle sue aringhe. Autorità che’venne abbracciata dal Giannelli (á),e dal
Grimaldi avvisando queſt’ultimo, che‘fosse ſtato il primainn-adattare delle
opere del famoso'anacio. Ma sÎingannarono sull’autorità dellostes. Vedi le
opere di Franc-,eseqRedi rom. 2. pag. rzt. e rom. Vedi Burner lnglese nel
viaggio d’Italia, l'autore dell’epi/iol. de ”He ín/Zímendfl academ., ad Lam.
Prism” Venet. 1709.7. 21. e la vita, che ne scrisse Biagio Majoli A'vitabile
impressa nelle ”ire degli Arcadí ì] ~~iilvh to 1- p ' E’ troppo noto nella
'repubblica delle lettere queſto erudítislimo scrittore ~nato ‘in S. Pierremont
nella Diocesi di Reims. 'ed _entrato nella Cangregazionej di S. Mauro l’afluò-
tanta gloria colle sue opere. Vedi. h Cei-f. biblioteque -hi/Ìarique army”: du.Am/mm'
de 'la Congregalìon a': S'.Maw., Ruinart ‘vita Mobil!. ‘ Mabillon im' Ita/ir.
p. to;.‘~ - Giannone islar. civil. Giannelli editi-azione 'al figlio. Grimaldi
isl_aría del/_e leggi {Magi/Ira” del Reg. di Nflp.Vedi le notizie: siam/ae
degli A m d: mom', . a z-r. z” ñ ó**Lt-ñ.: ax- LA N 63 so
nostro Francesco avendo volutodarsi un talvanto negliavverti
mentiassuoiscrivendo: Iofuiil rima, che fecisentirene’no/Ìn"
tribunaliil”urnedi Cujacio,e eglialtrierudiri.Ma chiunque rivolgesse inostri
scrittori legali,che gli fioriron d’ innanzi, vi rat troverebbe spesso nelle
opere loro i nomi'di tutti quegli autori,che surseroda Andrea Alciati fino
algran Cuiacio. Se questi sivalea no nc’ loroscrittì delle autorità -di tutti
que’ dotti interpreti,parte Italiani, veparte Oltramontani,come puòcredersi, cheperorando
ne’ tribunali sentir non facessero anche iloro nomi. Questa gloria, chevolledarsiilnostro
A., nonsapreicomescrbarcela..i Che da’ suoi tempi incominciata fosse.un epoca
più felice, per un cet. tomodo
introdottodalui.nelloscrivere,eadisputargliarticoli, nongià‘secondo il oco gusto
de precedenti secoli, ma iustale regole della ragion civile,e delle nostre
municipali leggi,e sì quel vanto che merita assolutamente il nostro autore. La
storia e la cri tica, mezzi valevoli a ben intender le leggi, per quanto potè
l’introdusse, -siccome'osserviamovnelle prime allega'zioni‘,ch"e’scrisse,
e raccolte poi dal Moccia, e dal Staibano. e ì. - Egli s’impe nò, che.la
giurisprudenza s’inse nasse anche con miglior metodo e’ erudizionc nella noſtra
Univer lfà.'Si adoprò similmen te, che la cattedra di matematica si occupasse
da Tommaso Cor ' nelio gran filosofo e medico’ di quel tempo, ch’egli venir
fece da Roma quegliſtessoche introdussepoitranoi levopere del celebre CARTESIO,
e volle-annoverarsi trai primi suoi ascoltatori. F e riſtabilire la.cattedra-
di lingua greca con darsi al dot to Gregorio Messeri come anche indusse Cacace
ad insegnare la rettorica, nel tempo -ſtesso ch' egli era pro fessore d’
iſtituzioni -civili, mancandovi una-tal cattedra nella Uni vcrsità degli ſtud),
ch’ indi fu eretta, e conferita ad Antonio Orlan dino. Fece ancor risorgere
ñl’accademia degl’Oziosi,e fu uno de’ fondatori delle accademie degli Oscuri. de’
Razzi, ‘de gl'I/zveſtiganri, e venne asgritt’o alla generale adunanza ‘d’Ar.:,..aaca
‘Osserva il mio leggitore le opeíe di Francescantonio d’Adamo, di Vince zo_
Alfani, di Domenico de Rubeis, cet-’per res’tar‘ persuaso- di quel che i è da
me afferiro. - Gio. Batìſta Manzo
Marchese di Villa' iſtitui‘ una tal accademia. Vedi Capacciomisura / fiere . e
d g b be il`suo principio addì 3. Maggio ne’chiolii’i di S. Maria delle
Grazie... presso S. Agnello. Vedi Tommaso Coílo memoriale de’succejji del Regno
p di Napo/ì, su eretta l’accademia degli Oscar!. (4) Nell’ anno ſtesso
surseì'quell’ altra accademia sotto nome de’ Razzi. Quella celebre adunanza
iſtituìta venne protetta da D. - Ao ~› e cadiacolnomed i'Lariscasafl’o.Egli
adunque ambiva ‘di riformare il guſto del foro. e della cattedra” e fe de’
sforzi a riuscirci.-Per quanto potè moſtrossi protettore de’ letterati, co’
quali piacevagli molto il conversare. Ebbe dell’ a micizia con Lucanconio
Porzio, Luca Tozzi, Cammillo Pelle grino, Carlo Buragna, Grana-alfonso Borrelli,
Nicolò Amenta, Giambatiſta Capucci, Daniel'lo Spinola, Michele Gentile e, D o
menico Scutari, Pietro Lizzaldi Gesuita, Bartoli, Redi, Magliabechi, Giammario
Crescimbeni, Giu seppe del Pa a, Fasano, Cornelio, Capua, e altriassaisiìmi;. Moltide
quali,chescrìfferodelleope re, non lasciarono di`fargliquelle dovute lodi-nelle
medesime, e parte gliele dedicarono ancora, come il Cornelio l’ opdka de eine,
cumpulsione Platania:. ll Crescimbeni colmollo di lodi nella‘ifla ria del a
'volgarpmſta, e il Redi Co’ seguenti versi nel suo Bacco 6.1. AN i”Tosì‘ana:;L-
-. ì ñ. E se ben Ciccio A. l Con amabile fierezza, \.ñ‘. Con terribile
doleezàay, Tra gran mani d’eloquenza Nella propria mia[presenza .i`
Inalzarundi‘*voeva.~9 ñ y- Il Conte di. S. Stefano Vicerè di Napoli lo relesse
Giudice di Vicaria vverso e‘quì debbo notare un errore in cui sono incòrsi v,..,‘h
—tutti A. Concublet Marchesed’Arena, dcflinandolapropriasuacasa.Ve di Giannone
lib. 40. rap, 5. Lionardo di Capua; parer: ragion. 8. Carlo Suv sauna in
Buragnae vita. Lucantonio Porzio in opnseus. de mom graùium,et ` deìorig.
semi-nn. Borrelli nell’ api/i. dedie. al, suo libro da, mazionibu: naturalibus
a gra-visure pendentióu:. Gl’iſtirutoti furono Cornelio, Lionardo, di Capua, il
nostro d’Andrea, e il dilui germano‘ fratello Gennaro, da Reggente di
Collaterale, e Delegato della giurisdizione. Gimmaelogi accademicipart.1. nell’elogiodi.PietroEmiliaGuaseo.A
sti dell’ ush ed autorità della ragion civile L‘infin- Gianno
neIibÌ38.mp4...[ib.40.rap.8.Staibanor. 2.resolat.185. Celano `delle notizie del
bello, dell’ antico e curia/ò della Città di Napoli, x. 3. giornata V.. Fabroni
'vitae Ita/or. Ariani comment., dc chris iuriseonfl Napo!.Quel (PA-versa acido
Asprino, ` ì,~~“ Che nonfl) s’è tigre/70,0 -vina, ’ EinaNapolise!-óea- p ‘ Del superi-bo Fasano
in; compagnia cet. nèaltrimentiparecchi-altriscrittori. tutti coloro che ne han
fatta parola avvisandosi, che il Re Carlo II.` innalzollo al grado di avvocato
fiscale del Real patrimonio; qual carica essendogli troppo odiosa, commutar la
volle con quella di Consigliere: ma da’libri delle discendenze del S. C. ri
levasi, ch’ egli ebbe la commessa delle cause del Consiglier Ste— fano Padilla
nel dì zo. e passò avvocato fiscale, e le sue cause furon commesse al
Consigliere D. Pietro Messones con decreto die 6. mensir sulii. Dopo anni 9. in
circa di esercizio miniſteriale,ne reſtò talmente annoiato, che rinunciar volle
la toga, e cercar un pò d’ ozio filosofico, avendo menata sua vita da circa
anni 50. tralle noiose cure del foro, e in una piucchè assidua applicazione. A
tal fine si ritirò nella noſtra Mergellina,eproprionelladiluimasseria,checomprossi
erdue. zooo. ove fin dal primo giorno assalito dalle frequenti viiredegli amici
e clientoli, si avvide ben toſto, che non avrebbe soddisfat to il suo
desiderio; quindi se passaggio nell’ Isola‘di Procida, lusin gandosi ch’ivi trovato
avesse quel tanto suo bramato intento: ma non gli riuscì nemmeno tal sua
risoluzione, frequentata venendo nel modo iſtesio la dilui abitazione da
numerosa folla- di litiganti a chiedergli qualche suo savio regolamento, ed
inquietato piuc~ che mai veniva dalle visite de’sav) viaggiatori Europei,che
calava no nella noſtra dotta Italia per riverire un uomo, la cui fama erasi
diggià sparsa per tutto l’orbe letterario. Fu coſtretto perciò por tarsi in
Candela terra in Capitanata, ove venne. a morte addì IQ Settembre verso le ore
z:. d- e di sua età settanta treesimo, e mesi,e non già come altri scrissero di
anni.7t. Il Vescovo di.Melfi si adoprò nella miglior maniera, onde rendere gli
ultimi uffizi alla sua memoriaznè mancò persona, che fatta gli avesseorazion
funebre,laquale è ſtata da me lettamanoscritta,e non s0 se fosse ſtata benanche
impressa. Il titolo èqueſto: In obi tu Domini Franci/ Zide A. RegiiConsiliarii,acinRegiaCa
mera Fisci Petroni elegiacum carmen,et oratio nabita ab UJ.D. s0.Bapti/Za
Patetta. Ora altro non resiami,che dare a’leggitori un elenco delle tante 'sue
opere,ed i motivi 0nd’ ebbe a scrivere alcune delle medesime. E’ celebre nelle
iſtorie la controversia mossa da’ Franzesi nell’ anno 1666. sopra il Ducato di
Brabante, ed altri ſtati della Fiandra contro i Spagnuóli. Per affar sì serio
vennegl’impoflo dal Vicerè D. Pietro d’Aragona. di scrivere in difesa del lor
Sovrano Carlo Il. Egli l’Andrea eseguì bentoſto un tal comando, e gli presenta una
sua dotta scrittura, col titolo: '. 1.Dijkrtatiode succeffione Ducatus Braáantiae.
QuaMenditurmul- - Tom!. vI lam AN lam
Córislianiflîmae Reginae ad ejusdem _Dueatur la ereditata-m spem fieri;per
Consuetua'inem illms pravmciae,quaefilias primi Îlori *vom: ad parenti-”n
berediratem exclnsir liberi:, quam-ui: mn/?ulisorti;exsZ-Cimdo; quodea,tanquani
rivarorumci-vinm propria, ni/Îil commune habent, eum sucçe zone_ Publica tori”:
Principal”. Volle intanto il Vicerè, che m dllUl presenza sotto scritta
l’avesse, affinchè sr'egiata del suo nome, impoſta avesse in Europa una più
alta e maggiore autorità,e così manoscritta inviol la in [spagna. Ella non su
mandata a ſtampa per non dar nuovo motivo a’ Franzesi di dire, che i noſtri
fossero ſtati iprimi a pro vocar li al cimento, non avendo pubblicata alcuna
delle scritture, ch’ in i in poi produsse-ro. M a nel mese di Maggio, come
siebbe avviso,che il ñRe Criſtianiſtimo è giunto co’ suoi eserciti nelle
frontiere della Fiandra, e che n"el medesimo tempo avea fatto pub blicare
di suo ordine una scrittura inlingua spa nuolasi), coi titotolo: Traffado delos
Deree/ms de la Reyna C riflianiflimn fi)er *vario: E/Zador dela Monarquia de
Españ'a; toſtochè l’ebbe nelle mani ilVicerè D. Pietrantonio d’Aragona l’invia
alnoſtro autore con ordine di rispondervi, nel mentre il re di Francia
entratone’ paesi bassi avea incominciato ad usarvi tutti gli atti della
ostilità. L’ Andrea vi fece la desiderata ris`poſta, e su una delle più celebri
scritture, che vedute si fossero in tal occasione. Eccone il titolo: z.
Ri/jdo/Za al trattato delle ragioni della Regina Cbri/liani/Iìma/b pra il
Ducato del Brabante, con altri fiati della Fiandra, nella
qualesidimoslral'ingin/lizia dellaguerra mossa dalRe diFran cia Per la
conquisha di quelle Provincie; non o/lanti le ragioni, eee fifim pubblicate insito
nome, Perla Pretesasueeeflioneafavor della Regina Cbri/lianijsima. In Napoli”;-
infl Fu ripro dotta con un nuovo discorso, ed alcune lettere. Nel mentre che il
noser d’A. sta mandando a stampa lasur riserita rispoſta, comparve altra
conftttazione alla stessa scrittura de’Franzesi, scritta da un dotto miniſtro
in franzese, ed essendone ve nuta una sola c0 ia in queſta Capitale, su da un
eruditissimo mi. niſtro volta in lingua Spagnuola, e mandata di nuovo a ſtampa,
e finalmente tradotta in italiano. Intanto un certo Aubery avvocato della Corte
del Parlamento di Parigi diede fuori un libro: Des _ju/les Pretentions du Roi
sur l’Empire.Paris. a cui si dice da Giannone, che l’Andrea data-vi aVesse
altrarispoáia, e Vedi l'informazione al ieggitore di esso d'Andrea 'impressa
nella risposla al` trattato delle ragioni cet. Giannone ci!. [Vedi Giannone As
N 67 e'd impressa. in 4... x 3- Disputatio a” flames influida no/Zri
Regnisucco-dan!, eum frati-i deeedenti non sunt eonjum‘îi ex eo latere, ande ea
oàvenerunt. A d intelleéium Con/lirationis Regni m‘ de [iiceeflionibus, de sue
cessionenobilium. Neap.apudParrinum,et Marian-1.in Ei la è ſtata riſtampata
molte volte.. ex typogr. Simoni/ma. Avendo in queſta dilui opera consutato A.
d’lfier nia, videli dopo la sua morte un certo Manieri dar fuori propugnaeulnm
Winiense, come nei dicoſtui ar ticolo t'ratterò più a lungo.. 4. In un opera
del Cardinal de Luca (z)trovasi una sua scrittura:sii per sèererariorum
APO/Zolieorum /uP Preflione.. Consultariones in muffa sanno”. Majoratus s0.
BaPti/Zae. Trovansi presso Torre. ì ó.RejÌmnsajm‘is’fli per suceeffione saltata-ia,
et quando babe”; la cum, neene. Si hanno presso lo stesso Torre. Relazione
de’jèr-vizj fatti nel tempo., ea’e/ercitö il Po/Zo di avvocatofi/ealenella
rovineiadiAbbruzze Citra,eParticolar mente di tutto ciò‘, e e da lui si operò
in ser-vizio di LM. menz tre din-arena le rivoluzioni Popolari; cominciate in
Napoli .ete/Zinteneldi‘6.diAprile164.8.in Le altre sue opere rimaſte
inedite,sono: Varie lezioni intorno alla filosofia delle scuole, e del moderno
gu flo introdotto nell’arte difilosofare.Furonrecitaredaluinell’ac cademia
degli Oziosi, e quantunque i suoi. sentimenti sembrassero flrani per allora,
furon dipoi abbracciati e 'coltivati, Trattato degli atomi con varie lezioni
filosofiche. Voiqarizzamento dell’erica d’Ari/Zotile. ‘ ' Difesa della
filo/olio di Leonardo di Capa/t, contro l’Aletino indi— rizza/z al Principe di
Feroleto. Queſt’ opera, ch’ avrebbefi dovuta mettere a luce, giacchè in essa
l’autore fe pompa dei suo sapere, e varie furono le inchieſte de’letterati, non
so perchè trascurato lo avessero i suoi eredi. Infatti il nofiro dotto Nicolò
Amenta scrisse:non ba gnam', consomma mio piacere, e con profitiarne ‘ non (1)
Alle altre scritture de’ Franzesi, non vi mancarono ‘altri dottíopposirori, che
leggersi possono nel Diario Europeo rom.. e men tovate vengono dall’erudito
Struvio Syntagm. [Ji/Zar.Germ. dafl'ertat. De Lucatraéi. deoffieiis.Romae1682.
' ñ.Jo. Torre traff. de susiefliom in Majoraxibmflet. Lugduni Ani/fln.1.: (4)*Idem
ma‘.deprimogenitìs Italia: eap.39.5.7.e 9.ct”11.40.5.6. Lugdu- l m Amenta nella Vita dì Lianarda di Caploa AN
non poco, ho letto, e riletto: nè jb perchè il dilui fratello,il Tagguarde'vole
per tanti capi, Regçente del Collateral Consiglia, Gennaro d’Andrea,non l’/7a
fatto Pubblicare Per 'via delle [Zam pe, quantunque ne [/rabbia i0fatto
pregare. In tretomi in foglio ella conservavasi nella celebre libreria di Valletta.
ln un de’ Codici Magliabechiani in Firenze evvi una lettera- di esso Francesco
de’ . con cui gli chiede notizia di var) libri, che consultar dovea per tal suo
lavoro. Disror/b della nobil famiglia della Marra.,. Discor/n sopra la
/uc‘reflirme di?pagna in morte quando filC-'Có’dsldel Re Carlo II d'Au/lriagia}
disperatod'a-verprole.Lo scrissestando in Candela colla data’ del di Zisa/jime,
ojjiano avvertimenti a’suoi nipoti, D. Gia. e D. A., per farlor divvisare, eneasoslenere
la casa nella grandezza, in cuiegli,eil Reqqentesuofratellol’a'vean
Palla,unicomezzo era l’avvor/;eria. Quelli avvertimenti, ch‘ egli scrive non
sono stati impressi per aver incontrato l’ostacolo di alcuni personaggi,
ch’ebbero a scorno il sar vedere la di loro ori gine da qualche professore del
noſtro soro. Son tante però le copie a penna siſtentino in queſto nostro Regno,
e fuori, ch’ è riuscito vano il loro impegno. Si vuole ch’ egli avesse
compilata quella s’toria di alcune famiglie no bili del nosiro Regno, che altri
però attribuiscono al Presidente Gaetano Argento.Ma imoderni noslri critici la
vogliono a ragion tuttagdi esso d’ Andrea ’scorgendovi in essa un metodo tutto
suo proprio, poichè l’Arge’nto quanto dotto, altrettanto un pò scarso
nell’ordine delle scritture. Lasciò finalmente più volumi di allegazioni, come
dice ne’ suoi avi vertimenti, mapochediqueſte sonoſtate conservatedaalcuniscrit
t-ori,ed inseritenellediloroopere,come dalStaibano,Silva,Ma radei, e Sorge.
ANELLO (Gabriella) mandò'a ſtampa: De judieiornm civiliflm ordinead Neapolis Tribunalium
normam, necnonpro-w'nriarum, [cz-,Fumane, qua e: Curiarum infimarum Regni
aélitandi i” aligui Imc minima 'varietas, advertitur,Pro Clerieorum PraHicorum
in ÌBÌÌÌQEÌIti”,6tF.P.juvemsisusa, con/*cripta:bre-w,Foggiaeſtu dio/ae ju'UC’ÎIH-ls'l
dieatus. ANGELIS (Baldaffarre de) dicesi giureconsulto Napoletano‘, edeb be a
nascere nella decadenza come rilevafi dal ''.. le Vedi i giornali rie’letterati
Venez. Sognare Vlsl. A. cet. Smge in'sua
pale/ira iuris t.z. allega:.7. Parlando del Di Capua, Volubile, dice
che vent'anni prima a Napoli è fiorita l'accademia degli Investiganti; un
semplice calcolo ci riporta adunque all'anno Le parole del Volubile sono anche
confermate, nello stesso luogo, da Cesare di Capua. Io credo,adunque, di non
errare affermando che quest’accademia è fondata e che Buragna è tra i fondatori
principali, pur non potendo, però, frequentarla a lungo, perchè alla fine di
quello stesso anno dovette allontanarsi col padre da Napoli. E, del resto, l'accademia
non fa che dar nome e sede ad una associazione di uomini già uniti da anni in
un'intima comunanzadistudi, diintelletti,diaspirazioni.Andrea Con cublet, uomo
amante degli studi e delle dotte compagnie, è il fondatore, dirò, materiale
dell'accademia, a cui assicurò. Non premessa al Parere dello stesso, come da
alcuni fu scritto, per la già notata confusione fra le opere di Capua. Nelle
citate Lezioni la lettera del Volubile è preceduta da una prefazione di Cesare
di Capua, che ci informa essere state queste Lezioni del padre suo, ancor
vivente in quel tempo, recitate appunto nelle riunioni degli Investiganti; e
anche il Di Capua parla della Accademia come di cosa anteriore di venti anni.
Non vi può esser quindi dubbio. la vita con la sua munificenza é la sede
col suo palazzo; ma,virtualmente,l'Accademia esisteva già. Fra gli
Investiganti, con Capua, Cornelio, Buragna, Borelli, ed Andrea, troviamo
Capucci, Pellegrino, Caramuele, Bartoli,
Porzio e qualche altro. Da Volubile sappiamo che l'Accademia aveva per impresa
un cane bracco col motto lucreziano – LUCREZIO (si veda): VESTIGIA LVSTRAT;
motto e impresa che ben rendono, insieme col titolo, la fi sonomia, gli scopi,
gli ideali degli Investiganti. E, invero, gli Investiganti non vanno confusi
con gli Addormentati, gli Insensati, con tutte quelle migliaia di in coscienti
perditempo che avevano formate le tante Accademie di quel secolo. L'accademia
degl’investiganti si collega direttamente a quella del cimento, fondata sette
anni prima a Firenze, e ne trapianta a Napoli l'opera e le idee; essa,
attraverso il Borelli e il Cornelio, mette capo a Galileo. Susanna stesso ci
dice che il titolo è stato scelto appunto ad indicare come gl’investiganti si
proponeno di percorrere le nuove vie filosofiche, procedendo con la ricerca e
l'esperimento, simboleggiati nel cane bracco e nel motto. In mezzo ai cultori
della scolastica e della casistica, Anima degli Investiganti, anche per la sua
grande attività, fu Leonardo di Capua; non è però esatto dire, come il CARINI,
che l'Accademia fu fondata da Capua; i contemporanei riconoscono, concordi, nel
Concublet il fondatore, tanto è vero che, scomparso lui, l'Accademia morì. Così
erra l'ORIGLIA, affer mando che il Vicerè Oñate favori l'Accademia degli
Investiganti, perchè, come abbiamo veduto, il viceregno dell'Oñate durò e gli Investiganti si costituirono in
Accademia dieci anni dopo. Secondo il D'AFFLITTO, uno dei principali fondatori
del l'Accademia e A.. Questo illustre storico che nell'apparato delle
antichità di Capua iniziò la via, che poi il Muratori percorse con passo
gigantesco, morì; percuil'essereilsuonon fraquellidegliInvestiganti,èuna nuova
conferma di quanto fu, piùsopra, stabilito: checioèl'Accademia era già
costituita che ancora abbondavano a Napoli, gli Investiganti sorgevano a
rappresentare nuove idee, nuove cose e nuovi tempi; ed è perciò che è una
gloria pel Nostro l'esserne stato uno dei fondatori, mentre, nello stesso
tempo, è documento della sua grande cultura scientifica e della modernità del
suo in telletto. Dell'influsso esercitato dagli Investiganti contro il
vaneggiare della grande turba dei poetastri seguaci di Marino, abbiamo, fra le
altre, una prova nelle parole dell'abate DE ANGELIS, contemporaneo, nella
citata Vita di Caraccio.. Scrive Angelis. In poco conto sono in quel tempo per
tutto il regno di Napoli.... la vaghezza e la purità dello scrivere italiano
tenute. Per lo contrario erano intesi i componimenti di coloro che dal proprio
sregolato capriccio eran dettati, con improprie metafor e ecc. Aggiunge poi che
il Caraccio si tolse da questa cattiva schiera di poeti per i consigli e gli
esempi degli Accademici Investijanti «uomini per universale consentimento an
noverati tra i maggiori e più ce'ebri letterati dell'età presente e della
passata»;efraimaggioridi siannoverail Nostro. Infatti L’Imperio vendicato di
Caraccio non si può dire, in generale, infetto di cattivo gusto secentistico,
al contrario di altri scritti anteriori dello stesso poeta. Senonchè
Cornelio, Capua e Buragna erano, oltre che scienziati e filosofi, uomini di
lettere e gli ultimi due, insieme con qualche altro, anche poeti. E come nelle
scienze, così nelle lettere, gli Investiganti rappresentano un profondo
distacco da tutto ciò che è comune, anzi volgare; essi, voltando le spalle al
marinismo, proclamano la necessità di una nuova poesia più conforme al buon
gusto e alle patrie tradizioni poetiche. Fra gli Investiganti non c'è nessun m
a rinista; essi ritornano a PETRARCA (si veda) e lo spogliano degl'lementi che
vi s'eran sovrapposti e intorno eserci tano un influsso salutare, che fu da
parecchi, della genera zione che sorgeva, sentito. E poichè Capua, in questo
tempo,aveva per sempre abbandonate le muse,dob biamo ritenere che il Nostro, il
maggior poeta fra gli Inve stiganti, in questa Accademia, in cui portò un
contributo notevole di profondi studi scientifici, abbia esercitato un
preponderante influsso letterario, che corrisponde a quello esercitato
dallo Schettini nell'accademia cosentina. Il nome del nostro si lega, dunque, a
tutta una rivo luzione intellettuale, che abbraccia la scienza, la filosofia,
la letteratura, e che certo deve essere meglio studiata e valu tata. Se
avessimo le opere scientifiche e filosofiche del B u ragna, potremmo
considerare tutti e tre i lati del prisma; ma non abbiamo che alcuni dei suoi
versi, i quali però ba stano a dlarci testimonianza delle idealità poetiche di
questa Accademia, della quale sono ifrutti migliori. Ma ci riman gono altri
scritti scientifici, come quelli del Di Capua, già citati, e, con nuove
ricerche, sarà possibile collocare gli I n vestiganti nell'importante posto che
loro spetta, fra gli acca demici di questo secolo. Quanto durò l'Accademia !
Per meglio fissare alcune circostanze della vita del Buragna, dobbiamo cercare
di ri spondere a questa domanda, almeno approssimativamente. Il Susanna scrive
che la vita di questa Accademia fu breve. Nell'esaminare le rime del Buragna,
meglio vedremo delinearsi questa verità. In fondo gli Investiganti sono
precursori dell'Arcadia, tanto è vero, che fra essi colui che più visse, Capua,
fu poi Arcade. Ma ognuno sa che vi furono due Arcadie e che la prima aveva in
sè ideali poetici nobilissimi. Come al solito, le vaghe espressioni del Susanna
sono malfide per stabilire una cronologia con sufficiente esattezza. Egli ci
spiega come il Nostro, anche durante la sua dimora a Lecce, e cioè, come fu già
detto, potesse continuare a prender parto ai lavori degli In vestiganti,
tuttochè lontano da Napoli; infatti ora permesso di inviare per iscritto le
proprie idee sciontifiche e filosofiche. Dice Susanna, (e cito il brano perchè
getta un po' di luce sui procedimenti di quest’accademia. Licebat absentibus,
ex Academiae institutis, sua mittere de PHILOSOPHICIS FILOSOFIA FILOSOFI rebus
cogitata, quae recitarentur in congressu et per expo rimenta ad veritatis
expenderentur trutinam. Moris quippe erat altera hebdomadae die ibi dicere quae
quisque sentiret; altera, voro, insequentis heb doma da e experimentis dicta
exercer e ». Susanna. Il metodo rispondeva agli scopi, ma vi era il difetto,
comune a tante Accademie, anche gloriose, di voler creare una discussione che
era fine a sè stessa e di cui, spesso, non v'era bisogno. e ciò ripetono
coloro che ho citato; anzi il Caravelli, in un accenno, scrive. Disgraziatamente
la coraggiosa ed importante Accademia morì quasi sul nascere ». D'altra parte
lo stesso Susanna viene a parlare dell'Accademia soltanto a proposito del
ritorno del Nostro da Lecce, dicendo che egli fu accolto dai soci festosamente
e prese parte alle riunioni degli Investiganti,cheperò, dopononmolto,cessarono.
E così altri contemporanei, pur notando la breve esistenza dell'Acca demia, non
ci parlano di una vita addirittura effimera; anche l'opera esplicata dagli
Investiganti presuppone una certa d u rata della società. E se il Nostro prese
parte ai convegni in casa del Concublet e cioè dopo essersi defini tivamente
stabilito a Napoli, e se, d'altra parte, l'Accademia non ebbe lunga vita, la
fine degli Investiganti dovrà cadere. Ma io credo che l'Accademia abbia
continuato a vivere fino a quest'ultimo anno; me ne foruisce una prova
abbastanza convincente la valutazione delle cause per cui l'Accademia stessa
finì. Il Susanna scrive che ciò avvenne per essere A. Concublet venuto a
mancare; e così, su per giù, gli altri. Ora, tenendo legittimamente per sicure
le notizie dei contemporanei, noi sappiamo che Concublet era ancora nell'Italia
meridionale; in fatti appunto Borelli stampa. CARAVELLI. Però, (ed appare anche
dalle parole del Volubile ), si tratta d i partenza e non di morte del
Concublet, come credette il CARINI. Il Volubile non ci dà alcuna notizia sulla
durata dell'Ac cademia. Qualcuno accenna ad ostilità dei Vicerè verso gli
Investiganti; e, anzi, CARAVELLI, al medesimo luogo dell'op. cit., fa terminare
l'esi stenza dell'Accademia per soppressione ordinata dal governo. « Fosse,
scrive, invidia o sospetto, o innato spirito del male, la dottissima e tran
quilla adunanza fu messa in mala voce e, dopo qualche scissura e qualche atto
violento, ne fu ordinata la soppressione dall'imbestialito governo vi ceregnale
». Senonchè, per vero dire, e non per tenerezza verso l'infausto governo dei Viceré,
questa notizia non risulta da alcun documento deltempo, 80
Intalmodo Buragna accresce valasuadottrinaelasua fama, ma s'avvicinava
rapidamente per lui anche il momento dirinnovareildolore, giàprovatodiecianniprima;ildo
lore di staccarsi ancora da tutta quella operosa vita di pen siero, da tutte le
più care abitudini intellettuali e le più n o bili amicizie, per ricominciare
il pellegrinaggio nella provincia. L'ora della giustizia era scoccata per
Buragna, dopo lunghi dolori. Per quanto fitta fosse la tela di calunnie, di cui
parla il Susanna, per quanto i Vicerè. È l'opera: De motionibus naturalibus a
gravitate pendentibus. Reggio, non del tutto ignota agli studiosi. L'Accademia
ci fornisce ancora una prova della impossibilità che Buragna sia rimasto a
Cosenza. L'accademia verrebbe a protrarre la sua vita oltre i limiti cho le
notizie di Volubile e Capua consentono. -una sua opera scientifica,
dedicandola al Concublet, parlando, anzi, nella dedica, degli Investiganti e
della impor tante opera loro; ed è troppo noto il significato di queste dediche
a mecenati intelligenti e generosi, perchè debba di lungarmi a dimostrare che
ciò prova la presenza dello stesso Concublet a Napoli. Non si può, quindi, di
molto errare fissando la durata di questa Accademia, che racchiuse la più
eletta. Francesco D’Andrea. Andrea. Keywords: investiganti, salotto
degl’investiganti, villa Iambrenghi, Candela, investigare, vestigio, motto:
investigare, sequere, segno – segno, di sequere, non sequitur, sequitur, il
cane, che tipo di cane e il meglio investigante – l’atomismo – vestigio,
Boezio, vestigio, segno, nota – latinismo, Cicerone su vestigio, nota, segno,
notificare, segnare, segnificare, significare, vestigare, investigare,
interpretare il segno, seguere il segno, segno non sequitur, segno e
consequenza, sequenza logica, segno e sequenza, etimologia di ‘vestigare’ –
cfr. tedesco ‘steigen,’ anglo-sassone stagan, greco stechos --. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Andrea” – The Swimming-Pool Library. Andrea.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Andria: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Masafra – la scuola di Taranto – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Massafra). Filosofo tarantino. Filosofo pugliese. Filosofo
italiano. Masafra, Tarnto, Puglia. Grice: “I like Andria; of course he brings
more problems than solutions but that’s philosophy even if his philosophical
credentials are obscure! “He did write a philosophical chemistry and a
philosophical agriculture, but that’s because at Naples there were only two
faculties: law and philosophy – he also wrote a ‘medicina filosofica’ – Grice:
“Andria’s theory of life – as he calls it – osservazione generalie sulla teoria
della vita’ – owes a lot to Aldini and Haller-- Mainly he elaborates and refines Haller, if
you believe it – it’s all Italian to me, so it’s eccitbabilita, sensibilita, ed
irritabilita. “Andria goes on to define this eccitabilita in terms of the
‘fluido elettrico’ con ‘sende nel cervello e nei nervi’ – which galvanism
smacks of Aldini. Grice: “Andria classifies ‘vita vegetale’ o delle piante, and
‘vita animale’ – Note that ‘social life’ is understood by ‘eucarioti’ of higher
order, in terms of reproduction (of life – hence re-productum). A fronte de'
profondi misteri dell'immensa, ed eterna meccanica, colla quale l’Autor del
tutto à voluto che sian le cose disposte ed ordinate, la forza dell'umano
intendimen to si trova per l'ordinario talmente oppressa dalla propria
picciolezza ed imbecillità, che o totalmente impossibile le riesce di
penetrarvi dentro, o appena l'è concesso di conoscerne le più esterne
apparenze; o pur finalmente, sembrandole di esser riuscita nel suo disegno,
realmente non fa altro, che delirare e perdersi dietro la brevità e l'inezia delle
sue idee.» (N. Andria, Osservazioni generali sulla teoria della vita,
1804).Tre anni dopo la sua morte il suo nome apparve nella Biografia degli
uomini illustri del Regno di Napoli il suo primo profilo bio-bibliografico
Gennaro Terracina. Studiò nella città partenopea giurisprudenza, pubblicando
nel 1769 un Discorso politico sulla servitù. Decise, poi, di proseguire i suoi
studi applicandosi alla medicina. Allievo di Domenico Cotugno e Giuseppe Vairo,
aprì a Napoli una scuola; concorse con Cirillo per l'ottenimento della cattedra
di medicina pratica, poi conferita a quest'ultimo. La sua attività di
cattedratico, svoltasi tra Sette e Ottocento, nel contesto di un particolare
periodo storico, fu principalmente di ricerca e didattica presso l'Università
Regia degli Studi di Napoli, dove ricoprì vari insegnamenti dalla storia
naturale, alla medicina teoretica e pratica, all'agricoltura. Pubblicò
diverse opere ad uso degli studenti di medicina ed apprezzate altresì in varie
parti d'Europa. A. prese a dettare lezioni di medicina teoretica; di
patologia e di nosologia. Malato ed ormai cieco, fu congedato agli inizi del
1814, insignito del titolo di cavaliere da Gioacchino Murat (cognato di
Napoleone), e il 9 dicembre morì di tifo a Napoli, dove fu seppellito nella
chiesa di Santa Sofia, insieme al collega
Sementini. A. ha subìto per più di un secolo una "congiura
filosofica" perché medico e perché di Massafra, da cui gli epiteti spesso
riferiti, nei pochi profili apparsi, alle sue origini provinciali; tuttavia,
egli fu decano a Napoli ed ebbe amicizia e consuetudine epistolare con i nomi
più noti ed importanti del panorama scientifico europeo dell'epoca. Non
esistono studi sull'autore, eccezion fatta per alcuni contributi arenatisi agli
anni ottanta del secolo scorso. A. fu socio fondatore e membro del Real
Istituto d'Incoraggiamento e del Comitato Centrale di Vaccinazione, oltreché di
molte altre Accademie italiane ed estere. A Massafra, città natale del medico
filosofo, com'egli stesso si definisce, portano il suo nome ben tre vie (Via A.,
Lungovalle A. e Vico Casa d’A.) e una Scuola Media. A Massafra è stato
fatto un annullo filantelico speciale e una cartolina commemorativa. Non
vi è una materia in Natura che abbia per sua qualità intrinseca la vita, e
meriti perciò di esser chiamata vivente. Né la vita è un fenomeno semplice, che
a una sola materia appartenga, e nasca da una sola forza. Molte son le materie,
e queste fra loro diversissime, che concorrono alla formazione di una macchina,
in cui la vita risiede, le quali materie intanto, trovandosi separate, niuna
vita producono. Osservazioni generali sulla teoria della vita. Il contesto
storico in cui A. vive fa da “cerniera” ai due secoli più importanti della
storia della scienza e della civiltà: il Settecento e l'Ottocento hanno
“gestato” l'umanità contemporanea, provocato le guerre e portato l'uomo sulla
Luna. A. vive a Napoli, per certi versi quasi “fulcro” e “convoglio”
delle principali idee e scoperte dell'epoca; la sua particolare sensibilità di
scienziato di formazione filosofica lo porta ad assorbirne il carattere
rivoluzionario e ad “anticipare” i tempi. La sua condizione di provinciale
in-urbato, tuttavia, lo “veste” di una semplicità ed umiltà di cuore, la quale
si esprime nelle lodi del creato e dell'uomo, «congegni perfettissimi» di
straordinaria bellezza. Oggi, questo significa “ri-orientare” la ricerca
scientifica verso un fine che non sia l'“utile” economico (politico, militare),
ma ricerca del vero e del bello nella tutela e nella salvaguardia di tutta
l'umanità. Dagli anni cinquanta dell'Ottocento la circolazione delle idee
andriane (di “freno vitalistico” al meccanicismo più sterile) si arena sulla
sponda di un “nuovo lido”: quel meccanicismo biologico che dell'anima e del
pensiero ha fatto solo un aggregato chimico di molecole. L'eco dell'appello di A.,
così instancabilmente perpetrato, in ricerca come in didattica, si perde; si
perde alle soglie di una svolta importante, la stessa che avrebbe prodotto la
Grande Guerra, il delirio dei nazionalismi, la credenza che debba sopravvivere
il più abominevole degli uomini, dove “fortezza” vale essenzialmente
in-umanità, dis-umanità, non-umanità. «Il filosofo [...] in tutto questo
giro di cose, ravvisando le tracce della sapienza infinita di un Dio, è
obbligato ad esclamare: quanto ammirabili, o Signore, sono le opere tue!»
(B. Vulpes, in Elementi di Chimica Filosofica). Altri saggi: “Discorso politico
sulla servitù” (Napoli, Campo); “Piano di un corso di chimica pratica”
(Napoli); “Trattato delle acque minerali” (Napoli: Manfredi); “Lettera
sull'aria fissa” (Napoli); “Elementi di
chimica filosofica” (Napoli: Manfredi) -- Delle forze e delle materie di cui si
occupa la chimica -- Del fuoco, sti che nederivano --- Delle principali
combinazioni dell’ossigeno ede'composti chene risultano -- INTRODUZIONE alla
Chimica – Dell’unione delle altre materie fi. nora non iscomposte, e de’
corpi,che quindisene otten -- Della cristallizzazione -- ne,edellasublimazione
-- Della fusione. X zir X piùsolidi basamenti del globo terraqueo, che indi ne
sorgono -- Dell'ossigenazione, et quindi della combustione e dell'atmosfera
terrestre.-- Della congiunzionedelleterre,ede? -- Della soluzione. --- Degl’altri generi di
combinazioni – Dell’operazioni chimiche -- Della distillazione, dell'evaporazio
-- Della fermentazione, e della putrefazion. “Elementi di Fisiologia, Napoli,
V. Manfredi); “Materia Medica” (Napoli, V. Manfredi, “Elementi di Medicina
Teoretica” Napoli, V. Manfredi); “Istituzioni di Medicina Pratica, Napoli, V.
Mandredi); “Prospetto generale dell'istituzione di agricoltura”; “Osservazioni
generali sulla teoria della vita, Napoli, V. Manfredi); “Riflessioni su di un
caso singolarissimo di gravidanza fuori dell'utero”; “Elementi di Medicina”. A
partire da V. Cuoco, vari studi sono stati editi a proposito della Rivoluzione
napoletana, la quale diede vita alla Repubblica partenopea, preparata dal
triennio giacobino. Per
l'internazionalità del suo pensiero si vedano gli studi di M. A. Duca in Il
pensiero scientifico d’A., Massafra, A. Dellisanti, Duca, Il pensiero
scientifico d’A., Dellisanti Editore, Massafra
Melania Duca, A.: Epistolario. Lettere a Canterzani, Haller e
Spallanzani, Antonio Dellisanti Editore, Massafra. Duca, A. et les origines de
la psychiatrie moderne. Une contribution historiographique, in «Psychofenia»,
Duca, Troubles de l'alimentation, hypocondrie et mesmérisme en A., in
«Psychofenia», Dedicato al filosofo A., su A. Mondella, A., Dizionario Biografico degli
Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofi italiani Filosofi italiani Professore Massafra Napoli. A..
A. Uno de’fenomeni più sorprendenti, che nell'immensa università delle cose
continuamente si ammiran, è senza dubbio LA VITA [cf. H. P. Grice, Philosophy
of Life, Zo-o-logy, Bio-logy], o sia quel l'assortimento di circostanze
particolari che à luogo negl’esseri organizzati, e che decide della loro
individuale esistenza. La qual cosa fa, che riesca un tal fenomeno per noi
anche il più importante, non solo per l'interesse che la nostra curiosità ne
prende, come d’un affare che tanto da vicino ci riguarda, ed è tutto nostro
privativo; ma dippiù per l'impegno, in cui naturalmente ci dee mettere, di
ravvisarne le principali molle, ed i mezzi perciò di farlo correre alla lunga,
e con passi meno stentati è più sicuri. Disgraziatamente però è accaduto per
conto della VITA quello che à soluto sempre avvenire trattandosi de’gran
fenoineni della natura, tutte le volte che si è dall'uomo concepito l’ardito
disegno di rischiararli, o d’interpetrarli in qualunque modo. A fronte de
profondi misteri dell'immmensa ed eterna meccanica, colla quale a2
l'Autor del tuto à voluto che sian le cose disposte ed ordinate, la forza
dell'umano intendimento si trova per l'ordinario talmente oppressa dalla
propria picciolezza ed imbecillità, che o totaliñente impossibile le riesce di
penetrarvi dentro tutto si è abbandonato all’osservazione ed all'indagamento de
soli fatti. Col favore di un metodo cosi servile, che è pur quello di cui la
Natura si compiace, è permesso alle volte di giugnere allo scuoprimento di
qualche picciola e disolata verità, la quale incanto senza l'ajuto d’altre
innumerevoli, all' intendimento umano tuttavia ignotee nascoste è. tana dal
render piena e perfetta ogni nostra coxposcenza. Nelle cose qui da noi
rammentate; e che da ogni uomo anche di niuna esperienza son facilmente ammesse
e conosciute, sembra esser contenuta la ragione, perchè nella cognizione del,
appena fes 4 1% è concesso di conoscerne le più esterne apparenze; o pur
finalmente j sembrandole d’esser riuscita nel suo disegno, realmente non fa
altro che delirare e perdersi dietro la brevità e l'inezia delle sue idee. Se
qualche volta diversamente è avvenuto; è stato appunto, quando diffidando
l'uomo di sèmedesi sempre londine Ma pur bisogna convenire che fra le
difficoltà, onde1'umana ragione trovasi continuamente inceppata, ed in mezzo
delle tenebre, che l' avvolgono e rendono i passi suoi sempre vacillanti ed
inceni, qualche verità di primo or 5 FENOMENO DELLA VITA tanto picciolo
avvanzamena to si sia finora fatto, quanto ognun sa; non ostante l'importanza
del medesimo, e la forza colla quale, come si è già osservato, à dovuto
richiamar sempre a sè l'attenzione e l'indagine umana. Ne fanno testimonianza
le tante cose, che in tutte l'epoche della filosofia se ne sono dette ed i
tanti sistemi che se ne sono immaginati. I quali, a dire il vero, altro apparato
per lo più non anno che di una pesante erus dizione, quella cioè che
ordinariamente pud tro varsi nella storia delle idee e de'pensieri altrui,
ricavati non dalla natura, ma dal fondo di un'im maginazione, spesse fiatę
riscaldata, e mal prevenuta. E s’ammirazione qualche võlta pare che tai sistemi
si abbian conciliato, ciò solo va inteso per parte di coloro, che senza
conoscer l'arte ben difficile di saper non sapere, e privi perciò di ogni
criterio, tutto ammettono ed in gojano, contenti della sola apparenza, o di
qual che picciolo inal concertato artifizio. dine alle volte si rinviene, che
una facile e gesterale osservazione fa saltare agl’occhi della maggior parte, o
che gratuitamente si trova dalla provvidenza accordata per intrinseco ed
essenziale appannaggio dell'umano intendimento. In una tal rubrica dee
principalmente quell'assioma registrarsi di logica universale, in cui è stabili
to secondo le diverse innumerevoli circostanze, che possono aver luogo nella
grande, e nella minuta e sempre ugualmente sorprendente meccanica della Natura.
Ne inutile è ora di osservare che una tal cosa sembra trovarsi principalmente
verificata nel gran FENOMENO DELLA VITA, ove gl’uomini fin dal principio an
dovuto conoscere ed ammettere una forza, che unicamente ne decide. Del che ne
abbiamo un argomento non equivoco nel privilegio, col quale un tal fenomeno à
solo meritato di esser nel comun linguaggio annunziato con una parola, ladi cui
etimologia vien precisamente in quell'altra voce che in Natura niun
fenomeno vi sia senza una forza che lo produce, e che il principio perciò d’ogni
movimento, o azione, o fenomeno che si voglia dire, in una forza consiste. Se
non che questa forza medesima può esser semplice o composta, intrinseca o
altronde ricercata con contenuta,che per immemorabile universal consenso
altro che forza non à soluto mai indicare. Questa semplicissima osservazione,
che è pur vera e grande e d’ogni ragion sostenuta, sembra la più atta a
somministrare un solo punto di appoggio, onde alcuno possa spingersi in
un'analisi profonda delle COSE DELLA VITA; e in tal modo potrà ben procacciarsi
di che ragione, volmente contentare la sua curiosità, e, ciò che importa molto
di più, soddisfare quella cocente natural sollecitudine, che ognuno à di render
la propria esistenza, per quanto all'uom permesso, più durevole e meno infelice,
Almeno cosi sembrando al nostro corto intendimento, prendes rem volentieri una
tal traccia per ordinare l'analisi della VITA e portarla per ora tanto innanzi,
quanto dalle nostre deboli forze, e dallo stato attuale delle nostre cognizioni
potrà esser permesso. E mentre questo, e non altro, è ["Vita" viene
da "vis", come anche "virtus", "vir", "virilitas",
le quali parole tutte significano forza: o ciocchè nella forza consiste, o la
contiene. Nella considerazione mo di fare, il principal segno delle nostre mife
che qui ci proponia il nostro principal fine cii fare mundo veredi non andarci
divagando in altre cose aliene dal medesimo, o poco atte a raggiugnerlo. Eviterem
soprattutto le citazioni; ed ogni esame di opinioni diverse ed il rischio
perciò di attribuir ad alcuno ciò che ad altri appartiene e di andar nuovendo
picciole ed inutili gelosie. Contenti di prender dal sacro deposito della scienza
ciò che al nostro bisogno potrà esser bastante, la --scerem ad ogni depositario
poi la cura di riven dicar il suo, tutte le volte che lo crederà o p portuno al
proprio interesse · Per noi, l'avrem certamente a singolar fortuna quando ci
venisse accordata la sola scarsa lode,.che neppur a coa loro sinega,chenon
potendo per naturale inet titudine alcun vantaggio recare, se ne dimostra no
almeno premurosi ed invogliati. Della qual nostra buona volontà ci lusinghiamo
che ottima testimonianza ce ne potrà principalmente venire da giovani che alle
nostre lezioni an sempre assistito, o da chiunque altro che non isdegna di
trovar tuttavia buono per il suo uso ciò che per mezzo nostro l'è potuto in
qualunque modo pervenire. sarà sarà l'assioma di sopra stabilito,
dal quale si potrà per avventura losviluppo ottenere di con seguenze importanti,
che disposte con metodo dalla natura istessa suggerito, ci potran forse a quel
termine condurre, che formerà ora l'og geito principale di ogni nostra ricerca.
Se la vita dunque in una forza consiste che continuamente si esercita bisogna necessariamente
supporre attaccata ed inerente una tal forza alla macchina che VIVE, Questa
qualunque facoltà che negl’esseri organizzati risiede per VIVERE, si è voluto
in questi ultimi tempi eccitabilità chiamare. In vece di una tal parola, non
saressimo ripugnanti, che quella ancor si usasse di VITALITÀ, e d'irritabilità
universale, e di forza nervosa, o altra qualunque di simil calibro; le quali
ancorchè si sia preteso che possan cose diverse designare, in ultima analisi
però realmente non sono intese, che adichiarare IL PRINCIPIO GENERALE DELLA
VITA considerato da diversi lati, o sotto forme diverse. Fra l'espressioni or
qui accennate noi intanto riterremo la prima, si perché si trova bastante per
esprimer ciò che accade, si perchè troviam un tal nome già qua si
universalmente ammesso. COM 9 b >? Vi sarà anche per foi un altro
motivo, quello cioè di potersi tal osserv. lità 1 + 10 cosa
in questo modo rappresentare, qual da noi si crede più opportuna, senza esser
obbligati di ammetterne qualunque altra corrispondente al le altrui idee. Una
definizione, che venga a tempo, toglie sempre ogni equivoco, che nel le diverse
maniere di immaginare può aver luogo, ogni volta che con una sola voce sia
venuto il talento di annunziarle. È un fatto costante che durante LA VITA si
sentano dagl’esseri organizzati l’IMPRESSIONI, che molti agenti son capaci di
farvi, ed alle quali si risponde sempre con del movimento, o con un particolar
senso che si risveglia. L'eccitabilità è quella su di cui cade l'operazione di
ogni natural agente. Questi agenti medesimi si an poi voluto chiamare stimoli, e
il prodotto della di loro operazione eccitamento. Il quale non dichiarandosi
altrimente che per mezzo del moto, e del senso, possonoben quind iqueste due
cose rappresentare le forme principali del medesimo. Sembra dunque che PER LA
VITA VI BISOGNI LA VITALITA O l'eccitabilità da una parte onde viene il senso
ed il moto, e dall'altra il concorso de’stimoli onde l'eccitabilità o VITALITA si
mette in azione. Senaza eccitabilità l'operazion de'stimoli è inutile, e niuna VITA
produce, e senza stimoli l'eccitabi Tutti gli stimoli poi, per ragion
della di loro intrinseca particolar naturalità non è richiamata a qualunque
azione, ed alle ordinarie forine d’eccitamento si sono divisi in esterni, ed
interni. Nella classe de primi l'aria va messa, ed il calorico, e la luce, ed
il cibo, ed il sangue, ed ogni altra material cosa, quam li da noi si sono
considerate sempre come gli stiamoli DELLA VITA, e con tal frase le abbiamo
anche indicate tutte le volte che ci è toccato d'interpetrarle. Di questi
stimoli intanto mentre che gl’esterni molte volte bastano a risvegliare un giro
di eccitamento e di vira comune niera di operare, e diversa ma a tutti gl’esseri
organizzati, non bastano poi senza il concorso degl’interni a costituire una VITA
perfetta, com’è quella dell'uomo, fra tutti gl’altri esseri che VIVONO il primo
certamente ed il più nobile. Gl’organ può operare. Per interni al contrario
s'intendono i movimenti dell'animo – PRINCIPIO DI VITA! -- e quindi ogni morale
azione, che non lascia pur in una maniera dichiarata di rimbombare sugl’organi
del corpo, Corrisponde tutto ciò perfettamente a quello, che gl’antichi delle
sei cose, comunemente dettenon naturali, intendeno, le che fisicamente su
Quando l'affare è precisamente considerato me' termi oi finora proposti, niuna
conseguenza puo dedursi onde favorir dichiaratamente lo stato attivo, o passivo
della VITA. Ogni quistione divienne perciò inutile, ed è dissipato similmente
lo scandalo che alcuna dell’opinioni accennate potrebbe recare a chi non ama
occuparsi delle cose profondamente. Trattandosi di opposti, facilmente possono
diuna medesima cosa intendersi, quando questa si consideri sotto i vari suoi
aspetti, o in circostanze diverse. LA VITA a senso nostro può ben rappresentare
uno stato passivo guardata per un lato, e nel tempo stesso uno stato pienamente
attivo guardata per 1'altro. L'eccitabilità, o sia il germe immediato della VITA
relativamente ai stimoli de’quali nulla può valere, è assolutamente passiva. Ma
addiviene di botto attiva dietro l'azione de' stimoli medesimi, ricavando dal
suo proprio fondo quell'energia ed attività, che spiega nell’eccitamento. Si
potrebbe da alcuno chiamar: re-azione quella dell'eccitabilità. Ma questa re-azione
medesima non è a buon conto che una lità dunque è passiva relativamente ai
stimoli, vera azione qualunque abbia potuto essere il motivo, ed il modo di
risvegliarsi. L'eccitabi senza, atti attiva relativamente all’eccitamento
ed a tutto il resto che ne può venire. Con una tale interpetrazione possono
dunque benissimo restar conciliate le due idee opposte, le quali si trovano
ugualmente vere, allogandosi ognuna nella sua propria nicchia. Nè convienne
dimenticarsi in questa spezie d'indagine che non essendovi azione in Natura,
che non sia il prodotto di un'altra, per l'intelligenza della prima basta
conoscere ed ammettere quella, che inimediatainente la precede, e ne forma perciò
la cagione immediata. Perchè altrimente per uscir d’imbarazzo, e finirla presto,
Essendo una verità di fatto l' eccitabilità; ossia la facoltà che à la macchina
VIVENTE di e muoversi, non lo è meno il doversi quella trovar sempre inerente
alla maça si potrebbe da principio ricorrere alla suprema volontà dell'autor
del tutto – il GENITORE di H. P. Grice -- ove senza contrasto alcuno incomincia la serie
alterna di cagioni e d’effetti, chel'immensa catena rinchiude delle cose del mondo.
Ma in tal modo bisogna pur convenire che invece di sciogliere il nodo non si fa
altro cheru vidamente tagliarlo, e distruggere così ogni filo, nel quale è
unicamente raccapezzato l'ordine delle cose poter sentire chig di
ravvisarvi distintamente l'uomo os e l'uomo arterioso, e l'uomo muscolare ed il
nervoso, china suddetta in tutto il corso della VITA. a tutti i peza non
che può nascere il dubbio, che una tal facoltà risiegga ugualmente applicata a
tutti i zi della macchina VIVENTE, o pure alcuno vene sia onde si propaghi, e
venga agl’altri comunicata. Vi sono de’fisiologi che nella costituzione della
macchina ANIMALE (LIZIO zoon – zoologia, biologia – psyche --) vi ravvisano
tante parti, che con un singolar andamento dimostra no di esser molto fra loro
diverse Se, quantunque poi tutte intese alla formazione di quelli uno, che
l'intera macchina rappresenta e cosi di tutto il resto. Corrisponde tutto
questo apparato di nuove parole, o per Si an voluto insignire col nome
particolare di sistemi, ed è quindi insorto il sistema irrigatore, il sistema
assorbente, il nervoso, il muscolare, il cellulare, e ogni qualunque altro che
il bisogno puo richiedere. Vi è stato chi segnando con maggior precisione i
contini diversi di cotai sistemi, per rilevare in tal modo l’insigne differenza
che fra i medesimi sembra passare, e la gran parte che ciascuno di essi nella
costituzione del corpo prende, non à avuto difficoltà nella considerazione, che
à voluto fare della macchina umana seo, Noi intanto non sapressimo cosi
facilmente intendere quanto la particolar considerazione de' pezzi della
macchina ANIMALE, principalmente diversi fra loro per la diversità delle forme,
o di altre circostanze non essenziali alla particolar natura della di loro
pasta originale, possa contribuire a far ravvisare l'eccitabilità nel suo unico
e vero e general aspetto. Sembra la medesima esser qualche cosa di cale
importanza, alle forme, o a daltre minori circostanze appartenga, ma bensi
direttamente alla pasta già ram e per dir meglio di parole usate con
nuova regola, a ciò che da altri con tuono più semplice ed iun gusto più antico
ma nel fondo significante lo stesso, si è derto sostanza cellulare vasi, e nervi, e muscoli, e ossa nel farne la
particolare storia, e stabilire colla medesima i fondamenti della fisiologia.
Prima di passare ad altri argomenti non è superfluo soggiugner anche
qualchecosa sul flo gisto, affinchè in tal modo i principianti s'istruisca no
di una dottrina, la quale ne'tempi precedenti ha avutotanto luogo in tutte le teorie
chimiche. È anzi a tutti noto di essersi introdotto qua si universalmente l'uso
di questa vocabolo ancora nelle altre Scienze. I Chimici, dopo di Sthal,
pretendeno generalmente che dovesse X 68 X in X 69 X
intendersi per FLOGISTO (GRICE, ACTIONS AND EVENTS) quella talcosa, che
atacaccandosi a'corpi producesse in qualunque modo il principio della loro
infiammabilità. si altri. bui vano in oltre al medesimo moltissimi altri
fenomeni. Siccome nella combustione si raduna una grandissima quantità di
fuoco, di cui prima non eravi alcun vestigio, cosi Sthal sorpetto che in questa
operazione si sprigionasse quel fuoco, il quale trovavasi nascosto nel corpo
infiammabile. Questo fuoco nascosto in modo da non dar SEGNO della sua presenza
costituiva il FLOGISTO. E quindi si ravvisaa primo colpo d'occhio, che il FLOGISTO
è indentico col calorico aderente. Ma la natura de’fenomeni richiede che quello
com stituisse un ente di suo genere, trasfersisi tutto intero da uno in un
altro corpo. Quindi bisogna immaginare una materia, o sia una base, alla quale
il fuoco, o sia il calorico, si attacca ed in certo modo addivenisse fisso,
cosi composto acquistasse un'adesione colle para ti de’corpi infiammabili.
Nella prima edizione di queste nostre istruzioni ci siamo industriati di
esporre questa teoria, sostenendola con tutte le nostre forze; e per lo spazio
di quasi cinque lustri ce ne siamo serviti nel rischiarare tutti gl’argomenti
chimici. Ed in vero colla sua applicazione vedevamo che i fenomeni non
restavano spiegati con molta infelicità. Questo è stato ancora conosciuto da
ruta ti i chimici di gran nome, che fiorirono dopo di Sthal, onde LA TEORIA DEL
FLOGISTO (GRICE) si è qua puo affinchè E3 si > X 70 X
siresa universale fino a’tempi presenti. Non può negarsi però, che non mai il
FLOGISTO cosi inimaginato si abbia potuto apertamente diinostrare; e dal fin
qui detto si deduce la sua ipotetica composizione. Ciò non ostante è una teoria
comoda, ed ha il suo luogo per mancanza di una migliore. Il progresso però
della chimica pneumatica, il quale a tempi nostri è addivenuto grandissimo, non
solo l'haresa sempre più dubbia, ed inetta alla spiegazione de’fenomeni; ma (quello
che magiormente importa ) ne le ha sostituita un'altra meno ipotetica, e più
corri spondente ai fenomeni. Egli è vero, che i fautori dell'antica teoria fanno
grandissimi sforzi per conciliare tutte le nuove teorie col FLOGISTO; ma ora
senza difficoltà può dimostrarsi che questi sforzi sono infelici, come
bisognosi sempre di nuove finzioni, o di false in terpretazioni. Francesco
Nicola Maria Andria. Andria. Keywords: chimica filosofica, implicatura
bio-chimica, biologia filosofica, teoria della vita, vita, virtu, virilita –
l’implicatura flogistica – Grice: what science? Palmistry? What deliverance?
Phlogiston theory? Rhetorical questions: he means No and No. Or non rhetorical
and they are formidable obstacles to his constructive realism about which he
could care less!--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Andria” – The
Swimming-Pool Library. Andria.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Angeli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Venezia – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “I like
Angeli – I’m glad he dropped the ‘degl’angeli” – but then I would because he is
into the infinite (insert infinity symbol here) as so am I – mainly in my
elucidation of that Anglo-Saxonism of Indo-European origin (Latin, ‘mentatum,’
‘mentitum,’ ‘mentitura,’ dicitura) – ‘mean’ – I refer to a self-referential
clause to solve the problem, but then I also refer to Plato on geometry and the
idea of a ‘de facto’ versus ‘de iure’ instantiation of a ‘regressus ad
infinitum’ – So Angeli is bound to charm me!” Frate dell'Ordine dei gesuati, con
la soppressione dell'ordine voluta da Clemente IX divenne prete secolare. Fedele
allievo Cavalieri, insegna a Padova. E l'unica voce autorevole che continua a
difendere la teoria degl’infinitesimi, in palese conflitto con i gesuiti. Si dedica allo studio della geometria,
continuando le ricerche di Cavalieri eTorricelli. Passa quindi alla meccanica,
su cui spesso si trova in conflitto con Borelli e con Riccioli. Altri saggi: “Della gravità dell'aria e
fluidi, esercitata principalmente nei loro omogenei” (Padova, Cadorin); “Problemata
geometrica sexaginta” (Venezia, La Noù); “De infinitorum spiralium spatiorum
mensural” (Venezia, La Noù); “Accessionis ad steriometriam, et mecanicam”
(Venezia, Noù); “De infinitis parabolis, de infinitisque solidis ex variis
rotationibus ipsarum, partiumque earundem genitis” (Venezia, Noù);
“Miscellaneum geometricum” (Venezia, Noù). Note
Fonte: M. Gliozzi, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti in. Gliozzi, A., Dizionario Biografico degl’Italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. in Treccani Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Alexander, Infinitamente piccoli. La teoria
matematica alla base del mondo moderno, Torino, Codice edizioni, Andersen,
"Cavalieri's method of indivisibles." Arch. Hist. Exact Sci. A. MacTutor,
St Andrews, Scotland. Opere di A. openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Magrini, Sulla
vita e sulle opere d’A., matematico Veneziano memoria di Magrini, letta
all'Ateneo Veneto, Estratta dal Giornale Arcadico; Tip. delle belle arti, Filosofia
Matematica Matematica Categorie:
Matematici italiani del XVII secoloFilosofi italiani Professore Morti Venezia
Padova. Stefano d'Angeli, veneziano, lettore
nello studio di Padova, provinciale veneto della sua religione de' gesuati, che
fu soppressa, e discepolo di Cavalieri, di cui scrive, 'Herculem geometricum
alterum Bonaventuram sc. Cavalerium, cui devotione i habitu sui conjunitillimus
eiusque sub disciplinis tyrocinium in geometria ad novem dumtaxatmenses, ipso a
vivis mei mortali angore, qui tunc ad eram, o geometrarum omnium luctus,
aciactura sublatum, posui auspican tillinum, orc: Siren de celebre Cavalieri
colle molte opere, che manda alla luce, e spezialmente per la sua geometria
degl'indivisibili, l'origine della utilissima analisi degl'infinitamente
piccoli, come Itall'oinne fanno menzione i Chi ariss. Giornalisti. Ma sono
opere d’A: "Problemata", "De infinitis parabolis",
"Miscellaneum hyperbolicum, o parabolicum"; "Miscellaneum
geometricum", "De infinitorum spiralium spatiorum mensura". Le
Considerazioni sopra la forza di alcune ragioni Fisico-matematiche addotte da
Riccioli nella sua "Astronomia Riformata" *contro il sistema
copernicano*; le seconde *contro il moto diurno della terra piegato da Manfredi
nelle risposte alle prime riflessioni di Stefano de Angeli; le terze e le
quarte sopra la lettura di Borelli sopra la confermazione di una sentenza dello
stesso prodotta da Zerilli, ecc; "Della gravità dell'aria, e
de'audi"; "Dialoghi due";ed altri tre gli stampo. The
concept of infinitesimal was beset by controversy from its beginnings. The idea
makes an early appearance in the mathematics of the Greek atomist philosopher
Democritus, only to be banished by Eudoxus in what was to become official
“Euclidean” mathematics. We have noted their reappearance as indivisibles in
the sixteenth and seventeenth centuries: in this form they were systematically
employed by Kepler, Galileo's student Cavalieri, the Bernoulli clan, and a
number of other mathematicians. It was Galileo's pupil and colleague
Cavalieri who refines the use of indivisibles into a reliable mathematical tool
(Boyer); indeed the method of indivisibles remains associated with his name to
the present day. Cavalieri nowhere explains precisely what he understands by
the word “indivisible”, but it is apparent that he conceived of a surface as
composed of a multitude of equispaced parallel lines and of a volume as
composed of equispaced parallel planes, these being termed the indivisibles of
the surface and the volume respectively. While Cavalieri recognized that these
“multitudes” of indivisibles must be unboundedly large, indeed was prepared to
regard them as being actually infinite, he avoided following Galileo into
ensnarement in the coils of infinity by grasping that, for the “method of
indivisibles” to work, the precise “number” of indivisibles involved did not
matter. Indeed, the essence of Cavalieri's method was the establishing of a
correspondence between the indivisibles of two “similar” configurations, and in
the cases Cavalieri considers it is evident that the correspondence is
suggested on solely geometric grounds, rendering it quite independent of
number. The very statement of Cavalieri's principle embodies this idea: if
plane figures are included between a pair of parallel lines, and if their
intercepts on any line parallel to the including lines are in a fixed ratio,
then the areas of the figures are in the same ratio. An analogous principle
holds for solids. Cavalieri's method is in essence that of reduction of
dimension: solids are reduced to planes with comparable areas and planes to
lines with comparable lengths. While this method suffices for the computation
of areas or volumes, it cannot be applied to rectify curves, since the
reduction in this case would be to points, and no meaning can be attached to
the “ratio” of two points. For rectification a curve has, it was later
realized, to be regarded as the sum, not of indivisibles, that is, points, but
rather of infinitesimal straight lines, its microsegments. La prima opera
alquanto diffusa, ch'egli c o m pose e pubblicò in Venezia, ha per titolo:
Problemata geometrica sexaginta circa conos, sphae ras, superficies
conicas,sphaericasque praecipue ver santia. In questo volume sono svolte con
tutto il rigore della scuola dottrine,che in tali materie fan no continuazione
a quelle di Archimede e di Apollonio Pergeo. Frequentissime occasioni gli si
pre sentano di usare la teoria degl'indivisibili,e fra que ste è la tesi,dove
dimostra che il conoide parabo lico è la metà del cilindro ad esso
circoscritto. Il grande Newton nella sua Arithmetica Universalis si occupa
anch'egli a lungo di questa propor zione, perchè la prende come suo tipo ad
insegnare la maniera, con cui l'analisi algebrica debba asse starsi alla
risoluzione delle questioni geometriche; ed è in questo luogo ch'egli
stabilisce le regole, che poi servirono a tutti gli analisti di norma in così
fatti esercizii. L'inglese geometra, dopo tutte le opportune considerazioni,
arriva a darci riphaeria subtendatur ab ipsis. pe per satemi il termine,
confermò ed ampliò con più s o lenne espressione nella molto profonda sua opera
di recente pubblicazione, che versa sui Porismi di Euclide. E d eccovi esperte
tutte le riflessioni che m'indussero e m ' incoraggiarono a passare a rasse gna
i lavori dell'uorno che mi proposi oggi di farvi ricordato. In mezzo ai tanti
curiosi problemi di questo li bro trovai degno di menzione quello così
annunziato: Datis tribus lineis invenire semicirculum cuius risoluzione del
problema una equazione del terzo la Quello che alcun poco potè
turbarmi nell'esame di questa opera si fu la qualche importanza, che il nostro A.
sembra attribuire al così detto paradosso geometrico, perchè abbagliò lo stesso
GALILEI (si veda), ed è che il centro di un cerchio è eguale alla sua
circonferenza. Questo giuoco di parole,che come vedesi non presenta alcun senso
se non as surdo, era un fatale intoppo nel quale si urtava quasi sempre nell'
uso del calcolo degl' indivisibili, ed eccovene l'origine. ! 20
grado,dicui,come è notissimo,non puòfarsila co struzione se non per mezzo delle
coniche sezioni. La sola riga ed il compasso non possono qui essere usate allo
scopo, se non nel caso, in cui due delle date rette sieno eguali,poichè in
allora l'equazione cubica può comodamente venire abbassata al grado secondo. A.
scioglie i due casi, senza la face dell'algebra,che allora non era accesa,l'uno
per locum planum, secondo illinguaggio scolastico, e l'altro per locum solidum.
Le sue costruzioni sono elegantissime,e mostrano chiaro che istintivamente
anche gli antichi avevano un -segreto oracolo di analisi, che domesticamento
consultavano,ma non fa cevano vedere al volgo. Vi risovvenga, o Signori, di
quei due solidi d e scritti da me poco fa, cioè di un emisfero e di un cilindro
incavato da un cono rovescio,cilindro che lo circonda, dei quali così
facilmente si appalesa. l'equivalenza. Or bene: questa equivalenza si de duce
col provare, che tagliati dovunque idue corpi con un medesimo piano segante
parallelo.colla base comune d'entrambi, il circolo nato nell'emisfero
eguaglia a puntino la zona circolare spettante al cilindro incavato. E
siccome ciò ha luogo per ogni piano segante immaginabile, dicevasi con molta
fretta che ciò doveva effettuarsi anche nel piano tangente alla sommità della
superficie sferica; il che, come si vede, presentava da una parte un centro
(cioè il punto di contatto) e dall'altra una circonferenza, cioè lo spigolo
nudo del cilindro terminato; dunque per la presa analogia,il centro, cioè quel
punto di contatto, doveva essere eguale a quella circonfe renza. Noi lo
accorderemo di buona voglia, se sono così teneri di questa inezia, poichè sotto
il riguardo di superficie (e qui si tratta di superficie soltanto) così il
centro come la circonferenza si possono egua gliare,perchè sono entrambi eguali
a zero; ma que sto strano vaniloquio non può insorgere a pretesa, se non in
quei casi speciali, ove si richiama ad uno stato anteriore di rapporto, e non
può certo aver modo di entrare quando sitrattassediun qua lunque cerchio
isolato in un piano. Bastava riflet tere che il ragionamento dimostrativo non
era ri volto che a' piani seganti; dunque il piano tangente non v'entrava se
non ad indicare il limite dove il rapporto di eguaglianza andava a cessare.La
man canza di un linguaggio ben formato, e che ci fu dopo dalla teoria dei
limiti perfezionato, impedì forse la spiegazione chiara del sofisma per parte
Questa menda del nostro autoreriflessa sopradi lui dallo splendore di un gran
nome,è a dismisura cancellata dai tanti lavori di gran lena ch'ei porse nel
seguito. Tale è il suo Miscellaneum hyperbolicum 21 di tri cotanto
valenti e degnissimi di rispetto. geome dedicato agli Illustrissimi
Cinquanta del Senato di Bologna in contrasegno di gratitudine per quella
illustre città; nella quale sua opera tratta profondamente dei centri di gra
vità dell'iperbola, delle sue parti e di alcuni so lidi, dei quali nessuno fino
allora aveva parlato. Insegna a quadrare la parabola in doppia manie ra ed a
guidare le tangenti a tutta la famiglia pa rabolica. Sulla parabola inoltre e
sui co noidi di essa risolve curiosi problemi spettanti ai massimi, inscrit
tibili ed ai minimi circoscrivibili. In questo suo li bro l'autore ambisce di
pretendere alla priorità sul la Faille e sul Guldino medesimo, il quale nella
rinomata sua opera Centro -barica, così confessa la sua mancanza in questo
proposito: deest hoc loco hyperbolae ejusque partium centri gravitatis investi
gatio. L'opera uscita dalla sua penna nel 1660 è m e ritevole di
ricordanza,tanto per la persona alla quale viene dedicata, quanto e molto più
per la materia che l'autore vi ha svolta. È stato umiliato quel lavoro
all'eminentissimo cardinale Gregorio Barbarigo, Patrizio Veneto, ve scovo
allora di Bergamo, e che in seguito, come tutti sanno, fu vescovo di Padova e
morì l'anno medesimo della morte del nostro A., ed il quale vescovo fu poi
annoverato fra i beati dal suo concittadino Carlo Rezzonico,Papa sotto il nome
di Clemente XIII. La dedica, o Si gnori, era degnissima,poichè sappiamo dalla
storia della vita del Barbarigo.ch'egli era dottissimo nelle cose matematiche,
e per ciò sembra che a buon di Parlando della materia del trattato,che
s'intitola De infinitorum spiralium spatiorum mensura, ella valse a collocarlo
in un gran posto fra i geo metri del suo tempo: e quel soggetto fu poi anche
ampliato coll'aggiunta ch'ei vifeced'un altro trat tato, detto De spiralibus
inversis, stampato in Padova. Fine a quell'epoca gli antichi a v e vano assai
beve conosciuto ed usato le proprietà, gli spazi, le tangenti della Spirale di
Conone o di Archimede,ma di poco o nullasieravarcatoque sto termine. Il degli
Angeli ci racconta egli stesso di essere stato parecchie volte stimolato a
scandagliare più a fondo in questo mare,quando trovavasi in Roma. E quelli che
così eccitavanlo erano un Michelangelo Ricci,da lui chiamato il Corifeo
degl'italiani geometri, al che fece eco pienamente anche il Montu cla; poi un
Francesco Slusio, riputato geometra fran cese, ed infine un matematico inglese
di fama, Albio. Essendo egli allora troppo giovane ri cusò di affrontare cotali
gravi ricerche, confessando modestamente il carico non trovarsi adattato agli
omeri suoi. Ma più tardi,essendo in Venezia, e ri svegliatosi in lui colle
nuove forze acquistate a n che il coraggio, intraprese lo studio delle infinite
specie di spirali, e fu allora riverito per la novità dell'argomento e per la profondità
della trattazione. Dopo di lui altri valenti coltivarono questo campo e lo
trovarono ancora fecondo. Se non che la glo ria di esaurire in tutta la sua
estensione un tale argomento era riservata al più moderno chiarissimo 23
ritto e senza lusinghe il degli Angeli lo invocasse col nome di Geometrarum
Mecenas peritissimus. matematico Varignon,inuna bellissimasua
memoria, citata spesso e spesso indicata a modello ai giovani studiosi, la
quale si trova inserita nelle Memorie dell'Accademia delle Scienze di Parigi.
Tuttavolta a non iscemare di un punto il merito del Veneziano,tornaopportuno
ilriflettere che quella Memoria straniera comparve anni più tardi, e di quegli
anni di abbondanza, nei quali ľ analisi ardita aveva tanta sua ala distesa.
Copiusi problemi di tutte le specie riguardanti le aree delle figure piane ed i
volumi dei solidi non che i loro centri di gravità, si contengono tanto nella
seconda parte di questo libro delle Coclee, quanto nel Miscellaneum Geometricum
prodotto nel 24 Alle ora accennate due opere va unita per merito
d'interessanti investigazioni quella del De infinitarum Cochlearum mensuris ac
centris gra vitatis, dedicata a Leopoldo II dei Medici, granduca di Toscana,
quegli sotto i cui validiauspiciisi for m ò e crebbe l'Accademia del Cimento.
In questo dotto lavoro descrive la forma delle infinite coclee sìstrette
esìallargate, chesigeneranopermezzo di triangoli, di rettangoli, di
semicerchi,ed altre fi gure piane scorrenti con duplice moto, l'uno circo lare
e l'altro progressivo, con diverso rapporto di velocità; ed assegna col metodo
degl'indivisibili i volumi di questi solidi strani ed apparentemente
intrattabili. Si propone in tale memoria l'autore di continuare e di estendere
la strada tracciata ed i n cominciata assai pregevolmente dal Torricelli, m a
ehe questo celebre uomo per cagione di morte la sciava ad altri da
percorrere. quanto ancora nell'opera pubblicata nell'anno primo in
cui era entrato nella Patavina Università e che si intitola: Accessio ad Ste
reometriam et Mechanicam in qua traduntur mensurae et centra gravitatis
quamplurium solidorum. Idea un nuovo genere d'in vestigazioni nell'opera
intitolata de Superficie Ungulae, a cui si unisce una seconda parte, che tratta
de quartis liliorum parabolicorum et cycloidalium. Ciò che porgesse a lui il
destro di mettersi a trat tare questi argomenti lo racconta egli nella sua pre
fazione. E comparso in Roma un opuscolo de cycloide et de figura sinuum, che
vantava per autore un Onorato Fabri Gesuita, sotto il pseudonimo di Antimo Fabio:
il buon A. s'invaghì di quest'opera ed indovinò che nella figura dei seni ivi
celebrata latitabat non spernendum geometricum mysterium. E svelò a quanto pare
pel primo ilmistero,dicendo che quella curva che noi chiamiamo sinusoide, altro
non era che la sezione obbliqua d'un cilindro tagliato diagonalmente con un
piano condotto pel raggio del quadrante base e sviluppata in un piano. Quantunque
quell'Onorato Fabri non sia un nome molto onorato nella storia della scienza,
poichè fu quest'uomo mai sempre av verso al GALILEI (si veda) e combattè
ostinatamente tutte le belle scoperte dei giorni suoi, ilnostro matematico fa
di lui qualche caso rispetto al citato libretto. Per altro è facile indovinare
ch' ei lo faceva con una piccola dose di spirito di partito, giacchè sco priva
nel Fabri un grande settátore del metodo del Cavalieri. E tanto anzi Fabri lo
usava con in] Quell'opuscolo per tanto del Fabri diede occa sione ad A. di
combinare problemi di tutte le specie intorno alle unghie cilindriche,ai loro
cen tri di gravità, ai solidi da esse con varia maniera di movimento
ingenerati. Raddoppiata la superficie svolta in piano dell'unghia cilindrica in
tre modi diversi, egli costruisce una simmetrica figura, ch'ei chiama un giglio
ungulare, dal quale poi altri gigli germogliano con altri ideati movimenti, e
di tutta questa fantastica famiglia di figure aventi tutte per elemento
l'unghia cilindrica, valuta secon do il solido le aree, i punti di equilibrio,
i vari conoidi derivanti da quelle: e le stesse combinazioni, e gli stessi
oggetti si propone nei suoi studi sulla semicicloide. Queste descritte, ed
altre molte di eguale va lore, sono le opere geometriche del professore A.,
opere il dobbiamo pur dire con ricresci m ento, le quali al pari di quelle di
altri illustri suoi contemporanei non vengono più lette. La ragione di questo
abbandono non è a mio credere soltanto il Fu quel secolo uno dei più brillanti
e privile giati,sì per la moltitudine degli uomini di genio su periore, e si
per la grandezza dei trovati. Sembra che la natura abbia voluto in quei giorni
di deca temperanza,che ilnostro autore a suo riguardo così si esprime: ut
ad indivisibilium arenam percurrendam fraeno potius quam calcaribus indigere
videatur. progresso della scienza ed il lasso del tempo, che corre da quelli
a'nostri anni, poichè le verità m a tematiche non sono soggette aprescrizione
di tempo; la causa più vera e profondamente morale.] denza delle lettere
mostrare quanto ella era capace di produrre per largo compenso alla dignità del
l'uomo. L'Italia prima del sapere maestra, dopo la barbarie dell'età di mezzo
diede in questo se colo potentissimi e rinomati ingegni,un Luca Vale rio, un
Galileo, un Torricelli, un Viviani, un Cavalieri,un Pucci e moltissimi altri.Ma
l'Europa produceva in quel tempo in altri climi il Nepero inventore del nuovo
calcolo logaritmico, il Guldino scopritore di un nuovo cammino nello studio
delle curve, il Keplero che tutti sanno, il Roberval; poi Pascal, Cartesio,
Newton; poi Huygens e la portentosa famiglia dei Bernouilli, e quel mira colo
del Leibnizio, di cui tante si onora l'umano intelletto. E come la comunione
espansiva di que ste straniere intelligenze fece salire a passi gigan teschi il
sapere e lo unificava, è ben da credere che il tributo, che a questo cumulo di
ricchezza l'Italia poteva recare, avrebbe certo accresciuto il tesoro della
scienza o di molto accelerato ilsuo an damento nella matematica pura, come
l'Accademia del Cimento fece già a pro' delle naturali scienze. Ma gl'italiani,
rispettate alcune eccezioni,si tene vano in disparte nel purismo sintetico, ed
offerivano solitari sagrifizi alla greca sapienza, benchè con at tività e
maestria nuove ricchezze portassero a que gli altari ed a quei templi vetusti.E
mentre sde gnavano di dare ad altri la mano nella grande in vestigazione della
verità, ebbero talvolta a provare qualche umiliante disinganno;come avvenne fra
gli altri al Viviani nel suo vantato Ænigma geometri eum, che ben presto fu
spiegato in più modi ed in più luoghi dagli oltramontani analisti.
Attenutisi troppo scrupolosamente al linguaggio ed alle forma lità degli
antichi, e non avendo voluto adottare quel calcolo algebrico, che tanto
facilitava agli altri le dotte ricerche, si vennero a chiudere le porte per
arrivare fino ai nepoti, e non rimasero le faticose ed ottime loro opere che
come venerabili m o n u manti di storica scienza, che visitati non vengono se
non da pochi pazienti eruditi. Mi si perdoni questa digressione, che per in
tendimento aveva di mettere le produzioni del mio encomiato A. nell'aspetto
sotto il quale è lecito oggi di riguardarle, e passiamo a par lare delle
polemiche sue scritture. 28 È notissima nella storia della scienza la
lunga lotta, che si riscaldò fra lui e Riccioli Gesuita, uomo rispettabilissimo
per la multiforme sua dottrina letteraria e scientifica, e so prattutto
riputatissimo astronomo.Questo dotto pro fessore, che in compagnia del P.
Grimaldi suo al lievo, giovò non poco colle sue esperienze a conser mare le
leggi dei gravi cadenti scoperte dal fioren tino Filosofo, ebbe poi a macchiare
inescusabilmen te il suo nome coll'essere divenuto uno dei più pertinaci
combattenti, che mai facesse battaglia al grande Italiano sulla sua tesi del moto
diurno della Terra. Ma il sapiente Riccioli non si teneva contento ai soliti
plateali sofismi stiracchiati fuori dalle sagre carte dagl'ignoranti; egli
invece si sbracciò a con trastare in sul serio quel movimento del globo con
argomenti fisico -matematici. Oltre alla tante volte addotta difficoltà di
concepire la rotazione della terra a cagione della forza
centrifuga, che dovrebbe ge nerarsi, a detta degli avversarii, in tutti i corpi
terrestri nel moto circolare diurno,per cui la massa del globo ben presto
verrebbe disfatta, argomento che si abbatte colla dimostrazione consueta che la
velocità della terra dovrebbe essere 17 volte m a g giore dell'attuale perchè
la forza centrifuga potesse eguagliare soltanto la gravità dei corpi, il Padre
Riccioli aveva coniato un argomento fisico-matematico tutto di suo gusto,al
quale credeva che nes sun uomo di scienza potesse rispondere. Immaginatevi, ei
diceva, che un grave siasi la sciato cadere dalla cima di una
torreelevata,tanto che il corpo debba impiegare p. es. cinque minuti secondi
per battere il suolo nella caduta. Dividendo quest'altezza in cinque parti nel
rapporto dei tempi parzialidiquesta caduta con moto uniformemente ac
celerato,cioè 1, 3, 5, 7, 9, figuratevi che il grave abbia ricevuto l'impulso da
occidente in oriente a principio, c o m e voi pretendete, e troverete naturale
ch'esso debba descrivere una curva. Ora il calcolo mi dimostra che le parti od
archi di questa traiet toria rispondenti ai varii tempi summentovati sono
pressochè eguali. Laonde le velocità del Il professore A. nell'anno 1663,
quando 29 questi varii tempi, rappresentate da quegli archi, dovranno
essere eguali,cioè nell'ultimo tempo come nel primo; dunque il corpo cadente
dovrebbe bat tere la terra colla stessa forza come nel primo i stante così
anche nell'ultimo, lo che è contrario all'esperienza, e perciò questo vostro
sognato moto della terra non può esistere. in corpo già da sei anni
si trovava all'Università di Padova, si propose di abbattere tutti gli
argomenti dell'a stronomo Gesuita, e ciò fece trionfalmente in va rie riprese
colle sue prime, seconde, terze e quarte considerazioni sopra la forza degli
argomenti fisico matematici del P. Riccioli contro il moto diurno della
Terra,stampate in Padova. La confutazione sparsa per quei suoi quattro opuscoli
riuscì un poco lunga e forse prolissa, poichè la compose alla forma di
conversazioni fra un certo Conte Lescysky, un si gnore Offreddi ed il
Matematico di Padova, ch'era egli stesso. La lentezza dei ragionamenti e delle
d e duzioni dipendeva naturalmente dalla forma in dia logo dell'opera, poichè
metteva il personaggio prin cipale nella necessità di togliere le più piccole
dif ficoltà ed obiezioni degli altri due interlocutori. Ma la sostanza delle
ragioni del Matematico di Padova si ristringeva a mostrare che il Padre Ric
cioli, per altri conti commendevole,siera mostrato con sua vergogna in questo
affare, atteso lo spirito di partito, assai inesperto nelle leggi più comuni
della Meccanica.Mostrò cioè d'ignorare che nell'urto dei corpi contro un
ostacolo irremovibile, come il piano sottoposto alla torre, dipendere doveva la
forza della percossa non tanto dalla velocità asso Juta, di cui è il corpo
animato, ma ancora dalla di rezione con cui la percossa discende. La velocità
accordata pure che sia eguale nell'ultimo tempo come nel primo, non è poi
egualmente inclinata nel corso della traiettoria nei varii tempi rispetto alla
verticale.Decomposta in fatti la velocità assoluta in in una verticale e l'
altra orizzontale, soltanto la [Ad ogni modo questa lunga controversia fu
tutta col vantaggio del nostro concittadino, ed ebbe nella sua schiera tutti i
veri scienziati d'allora, e non solo per questo conflitto, m a per la più
possente ragione, ch' egli fu per carattere uno dei più caldi sostenitori del
progresso in tutti i rami delle scienze fisico-matematiche. Ed invero nell'anno
1671 faceva di pubblica ragione in Padova due lunghi dialoghi fisico-m a t e
matici; e tre altri che avevano per titolo Della gravità dell'aria e dei flui di
esercitata principalmente nei loro omogenei: nei quali con amene conversazioni
fra quegli stessi in 31 prima doveva operare nell'urtare; e siccome le in
clinazioni della velocità nei varii tempi erano diverse, diverse pure dovevano
risultare le componenti v e r ticali; e queste appunto si trovano, con facile
di mostrazione, nello stesso rapporto crescente, come se non esistesse
l'impulso orizzontale; e per ciò si conchiude che il moto della Terra per nulla
si o p pone all'esperienza, e può ben anche con essa sus sistere. Rilevata così
l'impotenza di Riccioli si usa rono dall'autore tutti gli ar gomenti indiretti,
che potevansi per allora mettere innanzi. Là prova diretta del movimento
rotatorio della terra, come ben sapete, signori, era riservata ai giorni
nostri; chè ce la diede quel preclaro ingegno di Faucault, per mezzo del
pendolo da lui idea to, e poi da quel suo giroscopio, che rende sen sibile il
fenomeno fra le pareti d' un gabinetto di fisica. terlocutori di
sopra nominati, si svolgono tutte le leggi dell'idrostatica e si sciolgono le
minute diffi coltà di certi paradossi, già noti in quella materia, e dei quali
in allora ben pochi precettori davano una chiara spiegazione. Non pretende il
nostro autore, com'egli asserisce con modestia nella introduzione, che queste
súe composizioni contengano cose del tutto nuove e non tocche dagli altri; m a
essergli stato di eccitamento a scrivere il desiderio di gio vare ai
nobilissimi scolari di quel sapientissimo studio:i quali, diceva il nostro
professore,camminando al dottorato pei ponti delle dottrine peripatetiche e
delle formalità, poco o nulla vedevano della filoso fia sperimentale. La quale
dichiarazione serve farci conoscere ad un tempo e lo stato delle p u b bliche
istituzioni d ' allora, e gl' intendimenti del nostro A. sul vero scopo degli
studii pegli uomini socievoli. Ma non è a credere ch'egli con tato zelo del
sapere calcasse unicamente le sole aride ed ardue vie della severa matesi e
delle scienze. Abbiamo invece ogni motivo per ritenere ch'egli nella clas sica
letteratura fosse molto perito, egli che per molti anni della sua fresca età n
' era stato precettore fra i suoi: egli che con tanta sveltezza di dicitura usò
mai sempre familiarmente la lingua del Lazio. Ed inoltre nelle lunghe
dedicatorie epistole, rivolte ai più distinti personaggi dello stato e della
chiesa, lo troviamo come uomo familiarissimo degli ameni stu di spargere sali
ed argutissime mitologiche allusioni, e questo con frequente uso ed anche abuso
a se conda del gusto del secolo. Il Bresciano dottissimo 32 A
coronare il monumento,che oggi m'ingegnai d'innalzare in questo letterario
ricinto al nostro c o n cittadino Stefano degli Angeli, non mi rimane che porvi
sopra un'ultimaghirlandadifiori,cioèdifare ricordanza delle qualità dell'animo
suo. E qui sarò breve poichè l'affare è assai vecchio. Questo sacer dote così
esaltato e venerato dai suoi confratelli per più di trenta anni, così
accarezzato e tenuto per familiare ed amico da tanti nobili e famosi per
sonaggi, la intera vita del quale non respirò che osservanza scrupolosa dei
proprii doveri, e fu inces santemente modellata alla ricerca e diffusione del
vero, non poteva essere dotato che di bella indole e di soavi costumi. E mi
basta ad accertarmene per tutte la testimonianza del più volte citato sto rico
contemporaneo della Patavina Università, Carlo Patino, che con A. viveva
domesticamente, ed il quale al suo riguardo si esprime con queste parole:
Singularem Stephani comitatem, morum que suavitatem experiuntur quicumque illam
d e » siderant, adeo facilis est omnibus, benignus et » beneficus. In ejus
gloriam dictum sit nullum a » m e inventum, qui vel levissime de ejus dictis »
factisque conquereretur ». 33 E qui darò termine alle mie illustrazioni
sulla vita e sulle opere Mazzuchelli ricorda la corrispondenza che regnava fra A.
ed ilcelebre antonio Magliabechi, in assai scritti di argomenti
scientifico-letterari, e questo legame col fiorentino filologo serve bastan
temente a dichiararlo non istraniero al consorzio dei dotti contemporanei di
tutte le classi. di questo insigne matematico e filosofo veneziano.
Il desiderio di togliere da ob blio ingiusto e di mettere in piena luce i
diritti a fama non peritura di quest'uomo il nome del quale così stretto si
lega ad uno de' trovati più belli dell'italiano ingegno, m'infuse costanza, e
dolce mi sembrò la fatica nella lettura di opere,che at tualmente pei modi
mutati sono poco leggibili. So che potrebbe taluno ricantarmi essere ilnostro
pre sente così fervido d'interesse nella scienza e nelle sue applicazioni al
materiale benessere della vita da impedirci di guardare addietro nei secoli che
f u rono. Ma io penso che sia non ultimo fragl'inte ressi del progresso e di
quelli che lo promuovono, il celebrare con sagro zelo la memoria ed il bene
fatto dai trapassati. Imperocchè con questo g e n e roso operare tramanderemo
un buon esempio ai n e poti, a quei nepoti 34 « che questo tempo
chiameranno antico », di non mancare di gratitudine ai primi informatori del
bello,dell'utile e del vero.Così impediremo loro di gettare addosso un guardo
compassionevole sui nostri prodigiosi lavori, che ora vagheggiamo con giusto
orgoglio, m a i quali per fermo, secondo mento delle mondane cose,si
contenteranno in al lora di venire conservati e posti in opera come materiali
alla costruzione di nuovi e più amati edi fizii. Stefano degli Angeli.
Angeli. Keywords: implicatura stereometrica – parabola infinita – Grice’s
infinity – regressus ad infinitum, i cinque solidi platonici – la scatologia di
Platone – il cerchio infinito – concetto limite, ottimalita – fisica e
metafisica, fisica e aritmetica – aritmetica e geomtria – il moto diurno della
terra, il sistema di galileo – antropocentrismo, ferita narcissista. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Angeli” – The Swimming-Pool Library. Angeli.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Angiulli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della dialettica della dialettica – la scuola di Castellana
Grotte – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Castellana Grotte). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Castellana Grotte, Bari, Puglia. Grice: “I like
Angiulli; especially since he brought some grice to the mill, as he crossed the
pond to read “System of Logic,” but his heart is in Berlin -- he loved that monumental ‘aula magna’ where
Hegel taught. “Once a Hegelian, always a Hegelian.” He loved Feuerbach because
he multiplied dialectic – la dialettica della dialettica – Garin loved
this!” If there is a hashtag here is #metafisicacritica,
since Angiulli oddly concludes with a synthesis: metaphysics (which includes
the view that ‘la natura delle cose e la fenomenalita’) should be part of what
he calls the ‘ricerca’ (and which Lakatos translated as ‘research’) --.” Grice:
“I love the fact that Angiulli, seeing that Mill was so erudite yet never
attended Oxford, thought that Oxford was perhaps ‘acccidental’” – Grice:
“Another thing I love about Angiulli is that he can quote direct from greek, as
in his note on nature spawning itself, without (a) the need to translate or (b)
provide the boring stuffy academic source!” Importante esponente del positivismo.
Allievo di SPAVENTA (si veda), uno degli
interpreti dell filosofia hegeliana in Italia, A. si allontana dalla scuola
hegeliana napoletana dopo un soggiorno biennale di studi in Germania nonché in
Francia e in Inghilterra. Adere al positivismo, ma rifiuta l'agnosticismo di
Spencer, mentre ritenne possibile giustificare la religione dell'umanità di Comte
in base alle scienze positive. Insegna a
Napoli e Bologna. Assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Napoli e
candidato senza successo al parlamento nazionale. A. e ritenuto un progressista
vicino al socialismo che egli invece contesta come dimostra la sua
corrispondenza epistolare con Marx che conosce in Germania. Massone, affiliato Maestro nella Loggia Fede
italica di Napoli. A. ritenne che ci si doves adoperare per una riforma
dell'istruzione in senso popolare e nazionale inserendo questo progetto
nell'ambito di un rinnovamento dell'intera società che solo tramite
l'educazione sarebbe riuscita a mantenere nel tempo le proprie caratteristiche.
Occorre dunque una fusione fra cultura, sistemi educativi e la politica sociale
realizzando così il programma del pensiero positivista che, secondo Angiulli,
ha un valore soprattutto pedagogico, di una pedagogia scientifica, secondo i
dettami positivisti, ma anche letteraria e liberale. La pedagogia quindi non potrà non tener conto
dell'antropologia che dimostra l'importanza della famiglia come nucleo fondante
della società e della sociologia che stabilisce il collegamento tra educazione
e una politica laica e liberale. È nella
famiglia, secondo A., che avviene la prima forma di pedagogia dove il padre
rappresenta l'autorità e la madre il temperamento, tramite l'affetto, dei
comportamenti infantili: elementi questi essenziali destilla formazione
armonica di un cittadino in grado di esprimere solidarietà sociale e volontà di
progredire resistendo a quelle pressioni clericali che caratterizzavano i primi
anni della nascita dello stato unitario italiano. I
grandi progressi compiuti in questo secolo in ordine alle scienze p o sitive
hanno avuto il loro riverbero nelle industrie e in tutto ciò che si po trebbe
dire scienza pratica, la quale ha fatto dei passi giganteschi. È stato questo
che ha contribuito a infiltrare nell'animo di tutti, nonchè un senso pratico della
vita assai più raffinato, la tendenza al sacrificio di ogni più nobile cosa di
fronte all'interesse. Data una tale costituzione psicologica, parecchi problemi
son sôrti nel campo teorico. Si è detto:– A che la Poesia, a che l'Arte? Il
tempo delle finzioni, delle illusioni e dei sogni è passato; ora si cerca ciò
che ha un'utilità più o meno immediata, la realtà ci s'impone. Il terreno delle
emozioni si va sempre più restringendo e l'intelligenza pervade tutto.Il grido
Non più Poesia si è accompagnato col grido Non più Metafisica (Nicht mehr
Metaphysik), ed abbiamo ancora nelle orecchie gli anatemi lanciati non solo
contro la Metafisica,ma anche contro la Filosofia in genere. Il puro
specialista in fatto di scienza si ascriveva ad onore il dispregio per ciò che
fosse Metafisica. Questo stato però si può dire che sia durato poco,e da tutte
parti re centemente è surta una reazione benefica contro la corrente
antifilosofica. Ma se ci è un certo accordo quanto ad ammettere la Filosofia,regnano
ipiù grandi dispareri per ciò che concerne i limiti da dover assegnare a tale
disciplina. La maggior parte dei scienziati, per esempio, ha compreso che ciascuna
delle loro scienze speciali ha per iscopo precipuo la scoverta di leggi sempre
più generali, di leggi che raccolgano sotto il loro dominio il maggior numero
di fenomeni. Generalizzando sempre,si arriva a certi principii che offrono
sinteticamente la genesi di quasi tutti i fatti primitivamente raccolti e
descritti dagli scienziati;esponendo e discutendo tali principii, sidiceche si
fa la Filosofia di quella data scienza. Per codesti specialisti quindi non ci
sarebbe una sola filosofia, o meglio, la filosofia come scienza a parte, ma
ciascuna scienza avrebbe la sua. E pur volendo ammettere,notarono al cani, la filosofia
quale scienza a sè, ad essa non rimarrebbe altro compito che quello di volgere
intorno alla dottrina della conoscenza. Ci furono altri che proclamarono un
sogno la sintesi cosmica, per modo che tutti i sistemi metafisici passati e
futuri non avrebbero per loro che il valore di aspirazioni dell'anima, di
espressioni di amore per l'Ideale. Codeste opinioni sono sostenute da filosofi
di molto merito, nè si creda che non siano giustificate in nessuna guisa;
ciascuna invece contiene una parte di verità; il difetto sta nell'aver
esagerato troppo l'importanza di co desta parte e nell'aver escluso gli altri
elementi. Quelli, per esempio, che hanno visto nella Metafisica nient'altro che
ilromanzo dell'anima,non hanno tutti i torti, giacchè se in ogni lavoro
scientifico quasi quasi si trova la nota della sensibilità, molto più si
rinviene questa nella metafisica che è un lavoro d'insieme. Le condizioni della
conoscenza non sono sempre in uno stato di semplicità ideale, ma si vanno
sempre complicando,e l'oggetto della ricerca non appare con una nettezza
definita, nè l'intendimento è comparabile ad uno specchio terso. L'uomo non ha
abbastanza facoltà per quest'opera di creazione,perchè scovrire è creare. L'immaginazione entra in giuoco,muo vendo dal
fondo stesso del temperamento, di cui quest'immaginazione è un riassunto. Ogni
spirito di scienziato ha dunque un certo fare originale, sub biettivo,anche
nell'ordine delle conoscenze più lontane dalla complessità della vita. Che
avverrà in ordine alle conoscenze più viventi e più complesse, e fra queste in
ordine alla più complessa di tutte, come quella che riflette l'uomo e il mondo,
vale a dire alla metafisica? I sostenitori dell'opinione che la Metafisica
debba considerarsi come un romanzo dell'anima,ragionano a questo modo.
Costruire un sistema è com piere, per mezzo di un'ipotesi esplicativa, la somma
delle conoscenze esatte fornite dall'esperienza. Noi possediamo sull'universo e
sull'uomo una certa quantità di nozioni positive, noi le coordiniamo e
completiamo per via di una teoria generale,allo stesso modo che un geometra
disegna una circonferenza intera secondo il semplice frammento di un cerchio. E
queste nozioni posi tive, materia indispensabile della nostra ipotesi,ci sono
apportate dall'espe rienza in due modi distinti. Da una parte il filosofo
conosce i risultati ge nerali delle scienze sperimentali nel tempo in cui egli
lavora, e vi conforma la sua immaginazione d'inventore d'idee; dall'altra parte
questo filosofo ha subìto, almeno nella sua infanzia e nella sua giovinezza, le
influenze infini tamente multiple e complesse della sua famiglia, dei suoi
amici, della sua città,della sua regione. La sua vita sentimentale e morale ha
preceduto ed accompagnato la sua vita intellettuale. Questa seconda iniziazione
si unisce alla prima in modo che la scoverta d'una dottrina si trova essere
insieme un romanzo dello spirito ed un romanzo del cuore. Coloro che limitano
l'obbietto della Filosofia solo alla dottrina della co noscenza, neanche sono
completamente nel falso. Se l'oggetto della Filosofia come sintesi cosmica è la
ricerca della genesi dei principii fondamentali di ciascuna scienza speciale, è
chiaro che per gradi si risale, generalizzando sempre, dal dominio di ogni scienza
speciale a quello della Filosofia. Le con dizioni della scienza moderna son
tali che il puro specialista quasi quasi si potrebbe dire che non è un vero
scienziato.I legami fra le varie scienze sono oggi così stretti,che s'impongono
alla considerazione di tutti.Ed ipro blemi un tempo di esclusiva pertinenza
della Filosofia entrano ora nel d o minio delle scienze speciali. Identificando
l'oggetto della Metafisica con la realtà immanente dell'esperienza e
identificando il metodo di studiarlo coi procedimenti della scienza positiva,
essa o non deve esistere, o si converte nella Fisica, intesa come scienza prima
ed universale, in quanto tocca il problema cosmico, il problema dei principii
fondamentali ed universali, pro blema che emerge da sè dalle scienze speciali,
senza alcun lavorio partico lare. La Filosofia però è la continuazione delle
scienze positive,costituendo la loro unità, il loro tutto, ma non è che un
lavoro di compilazione. Come còmpito speciale ed originale della Metafisica non
rimane alla fin delle fini che la dottrina della Conoscenza. L'obbietto del
saggio dell'Angiulli è appunto quello di
esaminare i titoli che la Filosofia pud presentare per essere riconosciuta come
scienza separata che ha un còmpito proprio. È stato per questa ragione che mi è
sembrato opportuno dilungarmi prima un pochino nel delineare come stanno le
cose attualmente. Prima e contemporaneamente alla pubblicazione del libro
dell'Angiulli, parecchi altri hanno mostrato come la Metafisica fosse da
considerarsi quale scienza con un obbietto ben definito. E si può dire che
tutte le scuole filo sofiche contemporanee siano d'accordo su questi punti, che
il vero oggetto del nostro sapere è la sintesi dello scibile, la ricostruzione
ragionata del mondo analiticamente conosciuto,che la veduta metafisica deve
essere sug gerita principalmente dai risultati delle scienze sperimentali, e di
queste essere la migliore spiegazione possibile, e che non ha valore quella
tratta zione metafisica, alla quale non sia fatto precedere un accurato esame
del potere conoscitivo umano,una critica cioè della conoscenza. Gli Idealisti
però non consentono che la Metafisica sia dichiarata una scienza positiva,
perchè, a differenza di queste, essa ha un doppio intento: ha per oggetto
materiale il pensiero, che differisce dagli obbietti delle altre scienze, e per
oggetto formale lo studio delle relazioni supreme onde i singoli fatti si col
legano fra loro.Le cognizioni proprie della Metafisica,secondo costoro,si ottengono
bensì mercè l'osservazione, purchè questa sia psicologica, razi nale, anzichè
solo empirica. Poi il procedimento della Metafisica nell'addurre la ragione
delle conoscenze, non è quello delle discipline positive; queste debbono
limitarsi all'esperimento ed all'induzione, laddove quella, oltre tali metodi,
deve seguire speciali criteri suggeriti dalla critica della conoscenza,
Ora comincio col domandare: A quale delle categorie di pensatori ac
cennatepiùsuappartiene l’Angiulli? A nessuna: per lui oltre la Filosofia di
ciascuna scienza, c'è la Filosofia il cui obbietto è la sintesi cosmica e del
sapere. Egli ritiene che i progressi delle scienze positive non hanno fatto
pernientemutarel'obbietto dell'antica Metafisica –Sintesi cosmica (Cosmologia),
Sintesi del sapere (Dottrina e Critica della Conoscenza) e Valore
dell'esistenza (Etica) -- ma hanno solamente portato una rivoluzione in ciòche
riguarda il metodo da seguire nella soluzione del problema metafisico. Angiulli
qualifica la sua Metafisica come scientifica e progressiva,dichiaran dola
scienza e non meno positiva delle altre. Se tale quesito fosse stato for mulato
da un dommatico spiritualista o materialista che fosse, ci sarebbe da
meravigliarsi poco, e la cosaavrebbepocoopunto importanza; ma il tenta tivo di
una metafisica scientifica fatto da un partigiano così illustre del metodo
sperimentale, è cosa degna di ogni considerazione. per distinguere
l'apparenza dalla realtà. Finalmente l'ordinamento delle parti nelle singole
scienze è parziale, invece la disposizione di esse nella Meta fisica è totale: quelle
ordinano cose, fatti; questa, oltre le cose, deve disporre anche le idee, e ordinare
l'essere e il conoscere.Conchi one, la Metafisica e una scienza razionale, non
positiva. Lasciando da parte ora le sottigliezze metafisiche che non fanno
progredire d'un passo la scienza, dirò che tra i filosofi contemporanei quegli
che molto si è occupato del problema metafisico è stato il Fouillée. Mentre la
scienza pura e semplice, egli dice, non bada che ad oggetti particolari, fac e
n d o astrazione dalla mente che li conosce, come d'altro canto la psicologià
non si occupa che dei fatti mentali, facendo del pari astrazione da ciò che si
co nosce per via dei poteri mentali, è solamente la metafisica che si occupa
della relazione, del nesso esistente tra gli obbietti e la mente; e la vera
realtà sta appunto in tale relazione, in tale corrispondenza. Però, a senso
suo, tutte le altrescienze, compresala Psicologia, sarebbero dachiamarsipro
priamente scienze astratte, mentre solo la Metafisica sarebbe da dirsi concreta.
Insomma, l'oggetto della metafisica volgerebbe intorno alla reazione di tutto
il nostro organismo mentale (conoscenza, volizione, sentimento) di fronte al
Mondo.IlFouillée delrestoaccennasolamente aivariproblemimetafisici, ma non ne
svolge, nè alcuno ne approfondisce, vuoi in fatto di cosmologia, vuoi in fatto
di psicologia, non forma, direi,un trattato dei problemi metafisici, in modo
che ti si dia la genesi delle idee filosofiche odierne positive. Tale merito
era riservato, si pud dirlo con orgoglio,all'Angiulli,m e rito tanto maggiore,
per le difficoltà che offriva il soggetto. La parte vera mente importante ed
originale del suo saggio è di non aver solamente proclamata l'esistenza di una
metafisica positiva e progressiva, di non averne solamente ideato il disegno, m
a di aver eseguito questo, di aver gettato le basi di una Cosmologia e di una
Psicologia quale oggi si può avere dal Positivismo ragionato. I partigiani
dell'esperienza o non devono ammettere una Metafisica, o, se devono ammetterla,
non possono accettare che quella,di ciamo pure, abbozzata d’A. Esporrò ora a
grandi tratti i con cetti fondamentali dell'autore. Se gli oggetti della realtà
conoscibile sono studiati dalle diverse scienze positive, rimane sempre da
studiare l'insieme degli oggetti e le scienze stesse e quindi i rapporti, le
connessioni esistenti tra gli oggetti particolarmente studiati dalle scienze, e
tra le scienze stesse; campo codesto riservato alla Filosofia. Il dimostrare
che è impossibile la formazione di una sintesi cosmica è già una ricerca
filosofica. Ma veramente l'analisi degli oggetti cosmici è inseparabile dalla
sintesi in cui essi ottengono il loro vero valore. E le scienze stesse si
volgono a raggruppare più fatti sotto una nozione o una legge generale,o più
nozioni e più leggi sotto una nozione od una legge ancora più alta.Ma in questa
opera giungono a toccare un limite che di mostra la loro insufficienza. Gli
ultimi sostegni e gli ultimi legami dei loro concetti sorpassano i confini
delle loro indagini; perciò non possono trovare nella propria sfera la
soluzione compiuta anche dei problemi speciali. La filosofia comprende quella
parte di ogni scienza che s'innalza a principii e ad ideeuniversali,
quellaparte che riconduce queste idee e questi principii ad una unità
superiore. È parte di ogni scienza ed è una scienza a sé. Ed il Girard, dimostrando
che la Filosofia non è un'opera aggiunta alle scienze, sibbene una loro parte
integrante, distingueitna Filosofia delle scienze particolari, una Filosofia
dei diversi gruppi di scienze, ed una Filo sofia centrale che è la loro sintesi
ultima e definitiva. A. con ragione insiste molto su questo, appunto perchè
rimanga ben chiarito il con cetto che dobbiamo formarci della Filosofia, e del
suo compito nella cultura e nella vita. Le scienze, egli dice, per sè sole
scoprono verità che diremo astronomiche, fisiche, chimiche; la Filosofia scopre
verità cosmiche. Solo quando le verità attinentisi ai fenomeni meccanici,
fisici, chimici, biologici, sociologici si collegano in un principio, in un
rapporto comune, si ha una verità cosmica. Quando il Lagrange con la sua splendida
applicazione del principio delle velocità virtuali a tutti i fenomeni
meccanici, fuse in un tutto orga nico i diversi rami della meccanica che erano
stati fino allora studiati sepa ratamente, ottenne una conquista scientifica di
un grado superiore. Quando Grove e Helmholtz, mostrando che i vari modi de lmovimento
possono essere trasformati l'uno nell'altro, apparecchiarono una base comune
allo studio del calore, della luce, dell'elettricità e del moto
sensibile,conquista rono una verità,la quale,sebbene tocchi già la sfera della
filosofia,non esce ancora dai cancelli di una scienza speciale. M a quando il
principio delle v e locità virtuali e il principio della correlazione delle
forze furono dimostrati entrambi corollari del principio della persistenza
della forza, conseguenze necessarie di un medesimo assioma, allora la verità
conquistata appartenne all'ordine filosofico. Cosi anche quando Von Baer
sostenne che l'evoluzione di un organismo vivente è un progressivo passaggio
dall'omogeneità della struttura alla eterogeneità, egli scoprì una verità
biologica;ma quando Spencer applicò questa medesima formola all'evoluzione del
sistema solare, della terra,della vita,dell'intelligenza,della società,egli
conquistò una ve rità filosofica, una verità non semplicemente applicabile ad
un ordine di fe nomeni, ma a tutti gli ordini. Dopo averfissatoco destipunti, ilimitidellaFilosofiasembranobencir
coscritti, nè vi dovrebbe esser luogo a discutere, se, poniamo, una data teoria
sia da considerarsi come teoria filosofica,ovvero tale che non esca dai confini
delle scienze speciali. Pure non è così, come si vedrà più giù, quando mi
fermerò un po' sulla teoria darwiniana. L'Autore passa subito a fare
l'applicazione dei principii su esposti. Svolge dapprima il concetto largo che bisogna
formarsi dell'esperienza, ag. giungendovi l'elemento sociale e storico,
entrambi tanto importanti; passa poi a delineare la dottrina della conoscenza,
mostrando giustamente come sia impossibile trattare un tal soggetto, senza
prima far precedere delle note paramente psicologiche. E poichè la Filosofia, se
èsintesi del conoscereè anche sintesi dell'essere, A., nella parte III “ del
suo libro si occupa della dottrinadell'evoluzione cosmica. Quivisono raccolti i
più recenti risultati scientifici, ed è notevole che A. è perfettamente al
corrente di ogni novità in ordine alle scienze della natura. Io non scenderò a
partico larità; mi fermerd solo un momento su cið che concerne la Biologia,
tanto per offrire un esempio della difficoltà che si prova a giudicare se una
data teoria scientifica possa aspirare all'onore di essere detta filosofica.
Porrò prima il quesito: Qual'è l'importanza che nella sintesi cosmica,
qualesipuòformareoggi, ha ladottrina darwiniana? A questoriguardo regna ancora
un po' di confusione: c'è chi vorrebbe vedere nell'idea darwi. niana la legge
del mondo,e quindi nel darwinismo una dottrina filosofica, e c'è chi pensa
proprio il contrario. Giova premettere che non va confuso il Trasformismo col
Darwinismo: il primo certamente racchiude un pensiero generale che rasenta
almeno il dominio della filosofia; dar ragione di tutto il mondo organico per
via di trasformazioni graduali e consecutive è certa mente un'idea che
raccoglie il massimo numero di fatti particolari organici e nello stesso tempo
tenta di darne la spiegazione; tanto più se si pensa che un tempo tutto lo
studio del mondo organico si riduceva a fare un in ventario più o meno ordinato
degli esseri organizzati. Ma il Trasformismo è benaltra cosa del Darwinismo: questo
in fin dei conti non è che una forma particolare di quello. Il Darwinismo è
nient'altro che una teoria generale,la quale non esce dai cancelli di una
scienza speciale. Ed infatti: raccoglie esso il massimo numero di fatti che si
osser. vano nel mondo organico? Tenta, dico tenta e non a caso, di risolvere il
massimo numero di problemi organici? La sua formola è tanto generale da dare la
spiegazione della genesi dei fatti più importanti in Biologia? Pone esso tutti
i problemi di origine? L'idea del trasformismo era già vecchia; Darwin non ha
fatto che togliere da tale veduta tutto ciò che poteva sembrare estraneo alla
scienza. Ed è stata l'impronta scientifica da lui data a tal genere di studi
che ha fatto sì che le scienze ausiliarie concorressero a controllare i
risultati già per altra via ottenuti. M a la selezione naturale non spiega
tutti i fenomeni organici e molto meno connette questi coi fenomeni
fisico-chimici.Di qui il bisogno che si è sentito di fare l'integrazione, come
si è detto, della teoria darwiniana: si è completata, si è perfezionata, aggiungendovi
molti altri elementi che l'hanno trasformata tutta. Essa, ridotta ad una teoria
pretta mente scientifica, non offre quell'universalità propria di una teoria
filosofica. È per questo che l'integrazione non concerne elementi accessori,ma
riguarda la sostanzialità di essa. Per il Darwin, invero, dalla carestia
dipenderebbe la variazione, mentrechè si è notato che il primo fondamento della
varia zione risiede nell'opera della nutrizione, la quale riesce ad un accrescimento
della sostanza vivente, per quel processo naturale onde essa, col concorso
favorevole dei mezzi dell'ambiente esterno, accoglie in sè nello stadio evo
lutivo più di quello che non perda. Dall'abbondanza dei mezzi nutritive -- Cfr.
MORSELLI, Lesioni di Antropologia L'Uomo secondo la Teoria dell'Evoluzione,
Dispense -- come ha notato il Rolph, dalla prosperità, non dalla miseria,
dipende la variazione, l'accrescimento della materia organizzata. Questo
accrescimento, segnando in pari tempo una conquista di nuovi caratteri ed una
divisione di attività e di attinenze, si porge come svolgimento, come
progresso. Giova notare anche qui che la prima storia della vita comincia dal
rispecchiare le condizioni dell'ambiente ove essa si svolge. Innanzi alla lotta
coi rivali l'essere organizato deve, di contro alla varietà degli agenti
esterni, conquistare il suo posto. La legge della concorrenza non può essere il
primo sostegno dell'evoluzione biologica: è solo un episodio di questa. La
leggemalthusiana deve essere mantenuta in confini più giusti, poichè il
rapporto della ripro duzione di fronte ai mezzi dell'esistenza, cangia, si
trasforma col perfezio namento degli organismi. Chi voglia persuadersi di primo
acchito come siano essenziali gli ele menti introdotti nell'integrazione fatta
della teoria darwiniana, non ha che a volgere uno sguardo a ciò che tanto
lucidamente ha scritto l'Angiulli nella parte biologica della sua sintesi
cosmica. Egli, guardando sempre le cose da un punto di vista generale, cerca sempre
di connettere e di scovrire i rapporti esistenti fra le cose, mentre il Darwin,
puro scienziato, non vi presenta che serie di osservazioni con le rispettive
dichiarazioni, senza mai tentare di unificare. A., peresempio, vi dice che bisogna
ricon durre i principii e le leggi esplicatrici della derivazione delle specie
all'effi cacia delle funzioni stesse della vita nutrizione e riproduzione adat
tamento e trasmissione ereditaria. La legge dell'evoluzione biologica sarebbe
la stessa della Fisiologia, dilargata nello spazio e nel tempo. A base del
l'evoluzione biologica rimane quella virtù della variazione che scaturisce
dalla complessità e dall'indefinitezza della composizione della materia orga
nizzata. Cosi l'ultimo principio esplicativo delle forme e delle proprietà
degli esseri viventi si trova in un cangiamento chimico. La trasmissione
ereditaria si risolve in una semplice partecipazione di proprietà chimiche. Si
è sentito il bisogno di ricorrere ad altri ausiliari per la dichiarazione del
mondo organico, facendo sempre l'applicazione del principio posto, che bisogna
spiegare la derivazione delle specie mediante l'efficacia delle fun zioni
stesse della vita. Così anche la sensibilità e la motilità, se sono fun zioni
integranti della vita, debbono avere un'efficacia trasformatrice
degl’organismi. Senza gli stimoli della irritabilità, dice Virchow, non vi ha
lavoro organico, nessuna assimilazione di materia formativa, nessuno svolgimento.
Inoltre, come le attività e i rapporti della vita si accrescono e si
moltiplicano, si accrescono e si moltiplicano del pari i fattori della varia
zione.Ed a misura che i singoli fattori si elevano, nello svolgimento della
vita, ad una forma più alta, acquistano un'efficacia trasformatrice sempre
maggiore. Perd dobbiamo attribuire col Virchow alle forme più elevate della
sensibilità e della motilità, al pensiero ed all'azione volitiva una m a g
giore efficacia trasformatrice e perfettiva degli organismi concreti. Coi fatti
della sensibilità e del movimento è congiunta nella sostanza organica la
disposizione a riprodurli, che fu detta memoria, ed è il fonda mento
dell'abito, senza di cui sarebbe impossibile la variazione degli
esseri viventi. In tale proprietà va implicato quel processo di
coordinazione o ag gruppamento degli effetti dell'esperienza che altri ha
considerato come nota speciale dell'intelligenza. All'occasione di un sol
termine di una relazione di un gruppo, dato da una sperienza presente, si
riproducono anche gli altri termini non dati,ma con esso congiunti.Ora,l'anticipazione
immaginativa è una condizione essenziale dei progressi della variazione
perfettiva. La varia zione non avviene soltanto come effetto di azioni o di
stimoli presenti, per manenti,ma avviene anche in anticipazione di azioni non
presenti;non vi è un adattamento a relazioni attuali, ma benanche un
adattamento a rela zioni future e previste. L'interna attività della
rappresentazione anticipativa è sufficiente per sè a produrre una certa
modificazione della struttura orga nica in anticipazione della funzione.Così si
ristabilisce una specie di finalità negl'intimi svolgimenti della vita,
rilevando l'efficacia dell'attività intellet tiva come fattore della
trasformazione delle specie. Oltre all'adattazione per opera dell'immaginazione
anticipativa, vi ha un'adattazione più specialmente intellettuale, perchè
riguarda circostanze nuove e non previste,e non si riconosce in un abito già
formato. Questa specie di adattazione selettiva o raziocinativa si appalesa
gradatamente nella serie degli organismi, comin ciando dai più bassi, m a senza
di essa sarebbe inesplicabile l'acquisto di molti istinti el inesplicabile il
progresso della vita animale. La variazione, per esser progressiva e
perfettiva, non può essere accidentale, abban donata alla pura lotta esterna
degli organismi, ma deve essere promossa da una funzione coordinatrice ed
anticipatrice delle relazioni dell'esistenza. Ora domando: Dopo un'integrazione
di tal fatta, la quale si potrebbe chiamare la filosofia della trasformazione
delle specie, perchè riunisce sotto un unico principio, giusto o falso che sia,
tutti i vari elementi che concor. rono alla derivazione delle specie organiche,
che cosa è divenuta la teoria darwiniana vera e propria, quale uscì dalla mente
del suo autore? Niente altro, mi pare, che un caso particolare della grande
legge della variazione organica. Già Darwin stesso confessa che egli rifugge
dall'occuparsi dei problemid'origine,equindi di quellid'ordine
generale;eppure,chivuol fare la filosofia della natura organica non può fare a
meno di trattare la que. stione della genesi della vita, come di penetrare nella
natura intima dei fenomeni implicati in essa,quali la nutrizione,la
crescenza,la riproduzione, lasensibilità, la motilità, la variabilità. E A., chehaintesodi
porgere le linee principali di una sintesi biologica, ha trattato a modo suo
tutte codeste questioni. Potrà essere discutibile la soluzione data del problema,
ma questo va sempre messo col tentativo della discussione. Alla teoria
darwiniana manca per questo ogni individualità propria, e può entrare nei
sistemi filosofici più diversi; individualità e precisione che Qui espongo
semplicemente l'integrazione della teoria darwiniana offertaci dal l'Angiulli,
non ne faccio la critica, perchè ciò non risponderebbe allo scopo che mi son proposto
più sopradimostrare come il Darwinismo sia una pura teoria scientifica, non
filosofica. Dirò solo che sarebbe oltremodo necessario precisare sia
l'immaginazione anticipativa organica che l'adattazione raziocinativa. le vengono
impartite dall'integrazione fattane, la quale racchiude un pensiero filosofico.
Il concetto della selezione è per se stesso abbastanza elastico,e si presta
alle più disparate interpretazioni, ond'è che per vedere un concetto filosofico
in essa,la si è più o meno piegata alle proprie idee. La selezione, si è detto,
è il fatto stesso della variazione prodotta dal complesso delle attinenze e
delle condizioni interne ed esterne dell'essere vivente: è un'espressione a b
breviativa di tutte le condizioni interne ed esterne di esistenza: non è la
causa della variazione, ma è l'espressione di essa.La selezione, si è anche
detto, non deve circoscriversi a significare l'accumulazione di quelle varia
zioni che sono utili nella lotta coi competitori, ma deve essere intesa in un
senso più generale, cioè come quell'aspetto della variazione che rende l'or
ganismo atto a sopravvivere,come espressione metaforica del fatto che ogni
equilibrio di forze meglio adatto a sopravvivere, sopravvive. Intesa a questo
modo,rispondo io,la selezione naturale diviene un con cetto astratto, una forma
vuota,e non più una legge concreta e produttiva, o,meglio,esplicativa dei
fenomeni. Se essa non ci si presenta come un con cetto definito e preciso, si
può lasciarla impunemente da parte. Ma è poi vero che nella mente del Darwin la
selezione naturale significasse ciò che vogliono alcuni filosofi d'oggi? A me
non pare: per lui era la legge dell'e voluzione organica. Aggiustarla ora in
varie guise prova sempre più l'inde terminatezza delle vedute darwiniane,
rileva la poca esattezza da parte di chi sconvolge le idee, ed in ogni caso è
reso sempre più certo il fatto che la teoria darwiniana vera e propria è
perfettamente estranea alla Filosofia. L'ultima parte dell'opera d’A. riguarda
l'etica; vi si trova la giustificazione completa del titolo La Filosofia e la
Scuola. Dirò solo che codesta parte non è inferiore alle altre da qualunque
punto di vista si voglia considerare. Ora non mi è concesso discuterla; spero
di farlo in altra occasione,ma non concluderò senza affermare che questo d’A. è
fra i lavori filosofici dell'ultimo decennio, di cui maggiormente possa
onorarsi il pensiero italiano. sono, come l'Ente, altro che umane
astrazioni. Noi non conosciamo il pensiero se non come un'attività, una
funzione dell'umano organismo. Però lo spirito assoluto, e tutte le altre entità
metafisiche sono una produzione di questa umana attività, un fenomeno
psicologico. Vale dunque solol'opposito diciò che affermavaHegel:in luogo cioè
di essere la natura e la materia una manife stazione del pensiero, egli è il
pensiero una m a n i fesiazione della natura e della materia. Oltre alla
materia non vi ha altro principio. Il materialismo ed il naturalismo è dunque
ad un tempo la conse guenza e la confutazione dell'eghelianismo. Questa specie
di dialettica della dialettica egheliana è un fatto storico, il cui maggiore
autore fu il Feuerbach, M W L'io assoluto dell'Hegel, cioè il pensiero e
lo spirito assoluto, affermato c o m e principio e verità di tutte le cose,non
è altro che la massima di Pro tagora spogliata del carattere d'individualismo.
Se Protagora esprimeva esagerato un fatto reale, H e gel esprime esagerata
un'astrazione spiritualistica, che non è meno relativa del relativismo
sofistico. Feuerbach tornaall'uomo concreto.L'uomo èan cora per luiilcentro
della filosofia,ma nè più co m e l'individuo arbitrario dei sofisti, nè più
come l'universale astratto dell'Hegel, si bene come tutto l'uomo,come
sensibilità e come società. Di con tro all'idealismo si riafferma il realism. Solo
Però l'astrazione è produzione di nuovi concelli solo in quanto è
trasformazione di precedenti.Anche per la psicologia moderna vale ciò che vale
per la geologia modern a; le funzioni ed i prodotti psicologici sono spiegabili
con le stesse forze fisiche e fisiologi che,con
l'aggiuntadelfattoredeltempo.L'eredità. psicologica è un altro fatto accertato
dalla scienza moderna e capace di recare molta luce in siffatte quistioni. Noi
non facciamo che continuare le atti iudini e le conquiste del passato.
Ilprogresso è l'educazione dell'umanità;la civiltà è un risultato d'esperienza,
e non un miracolo di rivelazioni. Ma con tutte queste aggiunte e modificazioni
dell'empirismo voi, si dirà,non potrete mai elevarvi sopra la sfera del sensibile;ossia
le cause che voi potete ricercare non possono essere che altri fatti
primitivi;eleleggichevoipotetescoprirenon pos sonoessere altro,che le relazioni
costanti dei fatti. Precisamente questo: così l'uomo moderno ha in sè stesso il
suo punto di appoggio, e la storia ha in sè stessa la sua legge, senza bisogno
di entità teologiche o metafisiche che la dirigano, come la natura ha in sè
stessa l'energia ed il principio della sua esistenza e della sua spiegazione.
La natura fondamento della natura, ecco il grande principio della cultura
ccidentale (ουδένάνευφύσιοςγίγνεται,γίγνεται .çúcevēxo.oto.). Allora ricadetenel
positivismo schiell. No, perch è se il positivista ri li cne come. Opere: “La filosofia
e la ricerca positiva: quistioni di filosofia contemporanea”; L'idealismo assoluto confutato dal materialismo.
L'idealismo ed il materialismo nel corso della storia della filosofia. La
filosofia greca. La filosofia naturale dei romani antichi. La fondazione della
scienza positiva. Il medio evo. Il risorgimento italiano. La filosofia moderna.
Il criticismo di Kant in Italia. La filosofia speculativa. La ricerca
scientifica. La critica filosofica e la scienza positiva. La filosofia positiva.
il positivismo filosofico in Italia. Che cosa manca al positivismo filosofico.
Gli altri sistemi contemporanei. Vacherot, Renan, Taine, Comte, Mill, Littré.
La filosofia come ricerca positiva.– V.La filosofia e la storia. “Gl’hegeliani e i
positivisti in Italia e altri scritti inediti”(Savorelli); Pubblicazione dell'Accademia toscana di scienze e
lettere "La Colombaria". Gli hegeliani e i positivisti in Italia.
Positivismo e socialismo. Problemi di etica; Evoluzione, educazione e società.
Il prof. Haeckel e la pena di morte. Dal carteggio di A.". Collezione
"Studi". “La pedagogia lo stato e la famiglia”; Natura complessa della quistione sociale.
Riguardalari or ganizzazione della cultura nei diversi strati della socie tà.
Problema dell'educazione. Antinomie dei sistemi pedagogici. Una Pedagogia
scientifica è resa impossibile dalle dottrine della teologia e
dell'ontologismo. La teoria dell'educazione presuppone la legge dello
svolgimento nel campo della biologia e della sociologia. L'attuazione di un
sistema scientifico dell'educazione nazionale presuppone la costituzione dello
Stato libero, il trionfo libertà e di ordine. Appartiene agli uffici dello
Stato. L'istruzione scientifica. La scuola laica. L'eliminazione del catechismo
non rende la scuola antireligiosa. Non vi ha conflitti tra la scienza e la religione
in generale. La perfezione religiosa deriva dai progressi della scienza. La
scienza la religione e la morale. La scienza e l'arte. La scienza e la
quistione economica. La scienza e la quistione politica. Difficoltà per
l'attuazione del l'istruzione scientifica. La riorganizzazione delle scuole
normali. Le condizioni dei maestri elementari. Insufficienza dell'azione
diretta dello Stato. La famiglia. L'opera della madre. Il punto culminante del
problema. L'istruzione richiesta nella donna per compiere il suo ufficio di
sposa, di madre, di educatrice. Insufficienza dell'istruzione per migliorare il
carattere e la condotta umana. Una dottrina di H. Spencer. Il
Lewes.Verità della politica scientifica. L'educazione è un dovere
nazionale. È un principio di VIII parziale di questa dottrina. È
anche vero che l'istruzione determina gli affetti e conferisce al
perfezionamento morale e pratico. Il Luys. Il Littré. Il nostro discorso rimane
saldo ad ogni modo. Ammesso come vero che la condotta sia determinata dalle
associazioni del sentimento, rimarrà vero che solo dalla conoscenza delle leggi
onde si formano coteste associazioni, cio è solo dall'istruzione scientifica
dipenderanno in ultima analisi gl'indirizzi dell'operare, il miglioramento
morale dell'individuo e della razza. “La filosofia e la scuola” La quistione fondamentale della filosofia. Rapporti
tra le scienze e la filosofia rispetto alla conoscenza della realtà. L'unità
dell'oggetto e del processo conoscitivo. La filosofia non è una pura somma de'
risultamenti delle scienze. Le scienze generano la filosofia. La
moltiplicazione delle scienze agevola l'opera della filosofia. Tre modi
d'intendere quest'opera della filosofla riguardo alle scienze. La filosofia è
una ricerca progressiva, e può scoprire verità di un ordine superiore. Il
*fondamento esplicativo* delle scoperte scientifiche è dato dalla filosofia.
Influenza reciproca della scienza e della filosofia nel corso della storia. La
filosofia come dottrina generale della conoscenza e della scienza. Medesimezza
di natura tra la conoscenza comune, la scienza e la filosofia. Relazione
storica della logica o dialettica e delle scienza. Classificazione della
scienza. Dottrina del Comte. Rapporto delle scienza astratta e della scienza
concreta. Un concetto della filosofia più compiuto di quello del Comte. La
dottrina dello Spencer. Gli stadi dell'evoluzione cosmica e la clas sificazione
della scienza. Il posto della psicologia filosofica nella classificazione della
scienza. Bain, Spencer. La ricerca *meta-fisica* come *compimento
indispensabile* della scienza e della dottrina della scienze. Lacuna del Comte.
Il lato *logico* o dialettico ed il lato *cosmo*-logico della meta-fisica. La
ricerca delle origini e degli elementi generativi dei fatti è una nota caratteristica
della scienza e della filosofia. Contraddizione del Comte. Il Littré.
L'inconoscibile dello Spencer. Il lato metafisico dell'etica. La religione
dell'umanità e dell'inconoscibile. Sistema e speculazione. IV. Il problema
della critica. Ladottrina del Kant si muove sopra un supposto *non*-critico.
Gli elementi della conoscenza. Il molteplice. I problemi della filosofia,
della sensibilità. Le forme dello spazio e del tempo. Le categorie del
l'intelletto. L'attività sintetica originaria della mente. La funzione
sopra-individuale della conoscenza. Critica della dottrina kantiana. Il neo
kantiani e i vetero-kantiani. I neo-criticisti e i vetero-criticisti. La
critica e la psicologia filosofica. Il Liebmann, il Riehl, il Goering, il
CARNERI. Il positivismo francese. Mill. I Spencer, Lewes. La critica
dell'esperienza e la dottrina della conoscenza. Il falso supposto dualistico
della vecchia critica. L'unità dell'io è un'illusione metafisica. La genesi
della coscienza. L'embriologia mentale. Le facoltà psichiche sono una
derivazione dell'esperienza. Gli elementi dell'esperienza debbono ricercarsi
col soccorso dell'esperienza stessa. Le esperienze incoscienti. Le leggi della
vita e le leggi dell'esperienza. Il senso e l'intelletto. La sensazione e la
coscienza. L'attività trasformatrice dell'esperienza. L'esperienza ereditaria e
l'esperienza individuale. L'esperienza abbraccia tutt'i lati della mente. La
legge dell'esperienza e la legge dell'associazione. L'esperienza individuale e
l' ESPERIENZA sociale e COLLETTIVA esperienza collettiva. L'esperienza storica.
La psicologia sperimentale e la dottrina della conoscenza. Le leggi della
sensazione e del pensiero. L'elemento a priori della conoscenza è un prodotto
dell'esperienza stessa. Trasformazione dei gradi più bassi della conoscenza
mediante le attività più elevate della mente. La genesi dei concetti e delle
categorie. Le note della necessità e dell'universalità della conoscenza. Il
principio della regolarità nell'ordine della realtà. Il realismo sperimentale.
Le proprietà del reale. Lo spazio ed il tempo. Il fatto, la legge e la causa.
La metafisica. La dottrina dell'evoluzione cosmica. Il problema intorno alla
concezione del mondo. Sguardo storico della dottrina dell'evoluzione cosmica. I
fattori della dottrina scientifica dell'evoluzione. Gli elementi primitivi
della materia e della forza. La sostanza e il divenire. Due lati di un unico
problema. Interpretazione più esatta del processo di evoluzione. L'evoluzione
biologica. L'origine della vita e della mente. Le pro prietà capitali
dell'essere vivente. La nutrizione, la riproduzione, la sensibilità, la
motilità. L'origine delle specie viventi spiegabile mediante l'azione delle
attività fondamentali della vita. La dottrina del Darwin. Estensione del
principio della lotta per l'esistenza. La selezione è il *risultato* non la
causa della variazione. L'efficacia dell'elemento psichico. L'*evoluzione
sociale*. La legge dell'associazione nel seno della biologia. *Formazione della
società etnica*. Struttura e funzioni dell'*organismo sociale*. Esagerazione
dell'analogia biologica. La dottrina del Comte e dello Spencer. Dallo studio
degl'individui non si può ricavare l'esplicazione del fatto sociologico. I
fattori che determinano la differenza specifica e qualitativa del fatto
sociologico. Il consentimento volontario e la creazione di prodottiche debbono
essere appresi. Rapporti tra i prodotti della cultura nello svolgimento
progressivo della vita sociale. La dottrina dell'Etica. La sociologia mette
capo al problema dell'etica. La dottrina del l'etica compie il concetto della
filosofia. Nell'etica si accoglie un problema di un significato cosmico.
L'etica e la religione. La dottrina dell'evoluzione è il fondamento più saldo e
perfetto dell'etica, ed è il fondamento di una nuova religione. La religione
nella sua forma primitiva è una scienza nascente. Gli elementi costitutivi
della religione. Il lato pratico, il lato estetico. La legge morale e la legge
dell'ordine cosmico. Il fatto morale è il *prodotto* no n il presupposto dell'evoluzione.
L'ottimismo e il pessimismo. Il concetto d'evoluzione e la nuova dottrina del
migliorismo. La base biologica sociale storica dell'etica. Il fattore
dell'ideale nell'etica e la quistione della libertà umana. La libertà è un
prodotto sociale e storico. L'educazione rinnovatrice dell'esistenza sociale è
una funzione dell'etica. L'educazione nel suo metodo e nel suo contenuto
scientifico. Opinione dello Spencer. Le materie dell'istruzione designate dai
fini della vita. Il loro ordinamento conforme allaclassificazione delle
cognizioni scientifiche. Il fine dell'istruzione non si raggiunge se non si
porge una intima connessione tra i diversi rami degli studi. Questa connessione
è l'opera della filosofia. La filosofia nei diversi gradi della scuola.
Gl’insegnamenti della scuola primaria debbono essere animati da uno spirito
filosofico per raggiungere la loro efficacia educativa. Lo studio della
filosofia nella scuola media. Trasformazione di questa scuola secondo i bisogni
della cultura moderna. Lo studio della psicologia nella scuola media. La
teorica della conoscenza. Lo studio della filosofia all'università. Efficacia
pratica e sociale di questo studio. Curiosità Al professore è stata
intitolata, la Società Ginnastica Angiulli di Bari. Garin, Dizionario
Biografico degli Italiani, riferimenti in.
A., La filosofia e la ricerca positiva, Napoli, Ghio, Gnocchini,
L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, Volpicelli, La Pedagogia:
storia e problemi, maestri e metodi, sociologia e psicologia dell'educazione e
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biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di A. A. L'Unificazione,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia Istruzione Istruzione Filosofo del XIX secolo Pedagogisti
italiani Castellana Grotte Napoli Massoni Professori dell'Bologna Professori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Andrea Angiulli. Angiulli.
Keywords: la dialettica della dialettica; l’antisignano del positivismo
filosofico – metafisica critica – l’organismo sociale, il fatto sociale, la
collettivita, il fatto collettivo, il fatto sociale – la societa, la
collettivita, la collettivita etnica, la razza. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
ed Angiulli” – The Swimming-Pool Library. Angiulli.
Luigi Speranza -- Grice ed Anioco: la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean according to Giamblico
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Annunzio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Pescara – filosofia abuzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice (Pescara). Filosofo abruzzese. Filosofo
italiano. Pescara, Abruzzo. Grice: “I will call him a philosopher.” D’Annunzio
e il fascismo è una storia italiana. I Contemporanea. L’Illuminismo
oscuro Il rapporto tra il vate e il fascismo è molto più complesso e
burrascoso di quanto si pensi: un poeta buono nell'infondere emozioni e a forgiare
l’immaginario collettivo, ma che poco ha a che spartire con Mussolini e la
dottrina fascista. Difficile trovare un personaggio più divisivo di
Annunzio. O lo si ama o lo si odia. Chi lo ama, solitamente, sa vagamente
perché. Chi lo odia, il più delle volte, non ha idea della ragione. Pochi si
addentrano nel personaggio, nelle opere, nella biografia, nella sua filosofia,
e finiscono per apprezzarlo per le sue magnificenze e contraddizioni, senza
amarlo né odiarlo. L’uomo presenta slanci superbi e difetti inemendabili, che
si elidono e restituiscono l’immagine di una persona straordinaria.
Propaganda Filippo Tommaso Marinetti. Come si seducono le donne Manuale di
seduzione futurista. Coraggio, coraggio, coraggio: ecco l’afrodisiaco supremo
della donna! Una celebre contraddizione di A. fu l'adesione al fascismo. La
questione viene spesso relegata a una semplicistica organicità del vate al
regime e alla sua dottrina politica, cosa che lo rende – come se interventismo,
erotomania, morosità, dissolutezza e tossicodipendenza non bastassero – inviso
e disprezzato dai più. Dire che Annunzio fosse un antifascista sarebbe
un’esagerazione fuori luogo, dire però che fosse un fascista fatto e finito è
altrettanto un errore, perché ben poco condivideva di quella dottrina e certo
non fu amico di Mussolini. Il personaggio e le sue scelte sono figli di quel
tempo complesso, e della lacerante crisi che l’Italia vive. Proiettiamoci
allora con l'anima in quegli anni terribili. Cartolina disegnata da
E. Anichini per il centenario dantesco. Si vede l’Italia tra Dante e A., in una
specie di simbolico passaggio di consegne. Il vate, nella mano destra un fascio
curiosamente capovolto, è rappresentato come la più illustre personalità
d’Italia: colui che, come Dante unifica linguisticamente lo Stivale, lo unifica
con la forza della parola e delle mani. È una cartolina pubblicata per conto
dei fascisti, in cui di Mussolini non si fa la minima menzione. Per tutti, se
un duce ci è non può che essere Annunzio. È finita la Grande
Guerra e l’Italia è sull’orlo di un altro conflitto, una guerra civile. I
reduci sono delusi e arrabbiati, sia i cosiddetti interventisti democratici –
quelli che intendeno portare il popolo in armi alla liberazione dei compatrioti
sotto dominio straniero –, sia gli interventisti nazionalisti – coloro che
auspicano che l’Italia, sconfiggendo lo storico rivale dispotico e arrogante,
potesse sedere al tavolo delle grandi potenze – si trovano a stringere un pugno
di mosche: alle trattative per la pace l’Italia ottiene ben poco ed è trattata
con sufficienza. Tre anni di combattimenti, 600 mila caduti e la vittoria sul
campo non garantiscono quanto era stato promesso nel Patto di Londra -- è la
vittoria mutilata. I nazionalisti insorgono. A. occupa Fiume e la tiene fino a
quando lo stesso governo italiano bombarda la città mettendo fine all’avventura
della Reggenza Italiana del Carnaro. Come se non bastasse, in Italia scoppiano
scioperi e rivolte. Gl'operai si ribellano, occupano le fabbriche, erigono
barricate. Scioperano gli agrari, i sindacati si mobilitano, le piazze sono in
tumulto, il Partito Socialista si agguerrisce: si compie il biennio rosso, che
culminerà, almeno simbolicamente, nel Congresso di Livorno, quando la corrente
massimalista del Partito Socialista secede, dando vita al Partito Comunista. I
fascisti seminano violenza in tutta la Val Padana e anche oltre. Si scagliano
contro i socialisti e le loro sezioni, contro gl'operai, i contadini, i comuni
amministrati dalla sinistra. Sono il primo antidoto repressivo al biennio
rosso. Obiettivo prestabilito: i rossi, la canaglia bolscevica, i pacifisti
traditori. Uniti nella lotta, socialisti, comunisti e anarchici fronteggiano un
nemico comune, le squadre di camicie nere. La classe dirigente
liberale è impotente, il parlamento litigioso e inconcludente, i politici non
hanno consenso: le trattative di pace sono state condotte con scarsa
convinzione e l’amministrazione pubblica è allo sbando. La gestione dell’ordine
pubblico è quasi inesistente, tanto che frange dell’esercito, delle forze dell’ordine
e alcuni prefetti iniziano a simpatizzare coi fascisti: almeno loro riescono a
garantire un minimo di ordine, seppure in maniera inadeguata a uno stato di
diritto. Qui si incastra una doppia illusione. Da un lato, parte della
borghesia industriale e agraria foraggia i fascisti in funzione anti-rivoltosa,
contro i propri stessi lavoratori indisciplinati. Dall’altro, la classe
politica *liberale* ritiene che queste squadre di *incolti picchiatori* siano
utili a mantenere ordine e a prevenire una possibile rivoluzione socialista, e
che spariranno a breve come tutti i fenomeni pittoreschi, capeggiate come sono
da cinici opportunisti, violenti agitatori e da un parolaio magico. Gl'uni e
gl'altri credono di potersi servire di questo movimento finché lo si farà
durare, per i propri comodi. Annunzio legge nella Capponcina -- è
noto per le opere letterarie, i saggi filosofici decadentisti, le avventure
amorose e per il suo gusto nel bel vivere. La guerra, Fiume e le folle sono di
là da venire. A questa età, Mussolini si appresta a diventare capo del governo.
In tutto ciò A. *è l’italiano più famoso all’estero* e più influente in patria.
La parola del Poeta non è quella di uno scrittore o un politico normale.
Annunzio è un *eroe di guerra*, è l’artefice dell’Impresa di Fiume. Occupa le
prime pagine dei giornali di tutto il mondo -- è uno scrittore acclamato, il
più tradotto, il più amato e il più odiato. Ha un seguito enorme, migliaia di
sostenitori appassionati, reduci di guerra e ammiratori comuni, e centinaia di
legionari fiumani legati a lui da giuramento -- è un uomo che può raccogliere
attorno a sé migliaia di fedeli, persone che tra le altre cose conoscono le
armi. È un uomo pericoloso. Quando arringa, unisce; quando dileggia, divide. È
bipartisan il Vate, piace a tutti e non appartiene a nessuno -- è inserito fino
al collo nell’ALTA SOCIETÀ, piace agl'ARISTOCRATICI -- è un fervente patriota,
beniamino di tanti nazionalisti. Ha incassato la stima di Lenin e in alcuni
momenti pare davvero un rivoluzionario, per questo lo osservano diversi
proletari. Lo vorrebbero con loro anche molti fascisti. Ma A. non
ricambia il favore ai demagoghi che credono di aderire alla realtà e non
aderiscono se non alla loro camicia sordida. È un ottimo momento, ma il Vate
temporeggia. Stanco, disilluso, disgustato dalla politica e dal governo
*liberale* che gli ha tirato addosso le granate, a lui che, *monarchico* e
patriota, vanta sette medaglie al valore. Si è ritirato nella villa di Gardone,
sul Lago di Garda, e sostiene che non c’è oggi *in Italia* nessun
movimento politico sincero, condotto da un’idea chiara e diretta. Perciò è
necessario che noi facciamo parte di *noi stessi*, immuni da ogni mescolanza e
contagio. Annunzio osserva il caos in cui l’Italia versa e decide di non
gettarsi nella mischia. Lui ha già combattuto, non è questo il suo terreno.
Spera in fondo che un giorno non lontano tutta Italia lo richieda a gran voce
come paciere, novello *dittatore romano* che scongiura la guerra civile. Ha
tutte le carte in tavola ma non le sfrutta. Dice di sé. Mi auguro di essere la
persona alla quale un giorno si penserà dicendo: Avanti! Non resta che
lui! I fascisti credono sia arrivata la loro ora, ma manca un vero
condottiero. Mussolini è l’ideologo, l’*inventore* del movimento, ben lontano
dal diventare il *duce degli italiani*. Colui che in questo momento viene
acclamato come *duce dalla gioventù* è A., il condottiero che deve portare al
potere *la giovane Italia* nata nelle trincee, scalzando la pletora di politici
vecchi e mercanteggianti che hanno vinto la guerra non per merito loro e hanno
svenduto la patria allo straniero. A. ha il carisma, il seguito, la statura
culturale per trascinare i giovani e i reduci a Roma, compiendo quella
rivoluzione italiana che *nulla ha a che fare con la rivoluzione bolscevica*.
Ci sperano i suoi seguaci, meno lo agogna lui. A. è però anche un cialtrone, un
oratore capace di trascinare le folle nei momenti bui ma del tutto inadeguato
alla politica intesa come mediazione e governo quotidiano. Ciononostante vanno
in molti a bussare alla sua porta. Contemporanea Nicola Maiale In Fiamme
Violenza politica in Italia dalla belle époque alla marcia su Roma. Mussolini
sigla il patto di pacificazione coi socialisti, che prevede la rinuncia
bilaterale alla violenza e la *costituzionalizzazione* del movimento fascista,
e all’interno dello stesso movimento le polveri esplodono. "Chi ha
tradito, tradirà" si legge sui manifesti affissi dagli stessi fascisti a
Bologna. L’ovvia implicatura è al tradimento del Mussolini socialista. La massa
fascista, le squadre e i rispettivi ras, ripudiano la guida di Mussolini, che
ricambia con le dimissioni (rigettate) e affermando che quello che era un
movimento ideale si è trasformato in una banda armata al servizio del capitale.
Mussolini è politicamente fuori gioco e i ras invocano il duce che è tornato da
Fiume da pochi mesi. Dino Grandi e Italo Balbo si incaricano dell’ambasciata a
Gardone per offrirgli la guida del fascismo. A. rifiuta nettamente, senza
rispetto, e i due se ne vanno sdegnati. Anche Gramsci compie il pellegrinaggio!
Non si sa quale sia la proposta perché Annunzio rifiuta di incontrarlo poiché,
dice, non posso lasciarmi imporre i colloqui. Forse Gramsci vuole
trascinare il poeta nel Partito Comunista, più probabilmente proporgli di unire
i suoi legionari alla resistenza antifascista. Perché si sa che A. non ama i
fascisti, seppure con una certa ambiguità, e il disprezzo è ancor più motivato
dai toni che in quel momento Mussolini assume nei riguardi del Vate, quando
smette la riverenza e dice apertamente che le iniziative politiche di A. sono
irrilevanti, che egli è inaffidabile e capriccioso, inservibile e intrattabile.
Non ha tutti i torti. Annunzio sarà anche stato l’eroe di guerra, il
condottiero che prende Fiume in armi e la tiene per un anno e mezzo, ma è pur
sempre un poeta, un dandy *narcisista* e *dissoluto*, uomo adatto alle
arringhe, a infondere emozioni e volontà, a forgiare l’immaginario collettivo,
ma di cosa sia la politica non ne ha idea e non vuole saperne nulla, disgustato
com’è da tutto e tutti, desideroso solo di crogiolarsi nella sua solitudine e
tornare ad essere quel che era, un operaio della parola, come ama sempre
definirsi. I due personaggi appaiono quanto mai diversi. In questa immagine
si ritraggono un Mussolini primo *deputato* fascista, *sguardo severo* e
*abbigliamento scuro*, minaccioso nell’espressione, e un Annunzio in uniforme,
gli occhi persi nel vuoto, indubbiamente più affascinante, ma *meno granitico*.
Nel periodo precedente la marcia su Roma Annunzio mostra particolare ostilità
al fascismo. Dopo il fallito tentativo di Gramsci, sono ricevuti i capi della
CGIL e persino Čičerin, commissario sovietico agli Affari esteri, tutti per
attrarlo nell’orbita antifascista. Ma le parole faticano a trasformarsi in
fatti. Di agire stivali sul terreno non se ne parla. Si fa vivo addirittura
Nitti, il Cagoja, l’odiato primo ministro dei tempi fiumani, che gli
scrive: bisogna unire tutte le forze per finire questo regime di stupidità
e di violenza, per riportare l’Italia ai suoi ideali di democrazia, di libertà
e di lavoro. Non m’importa di me. Tu vedi il pericolo e puoi agire sulla
*gioventù*, infiammandola e riportandola al buon sentiero. Francesco
Saverio Nitti Il momento di A. è giunto, può mettere finalmente d’accordo le
forze in lotta e prendere le redini di un paese nel caos. Viene organizzato un
incontro tra Nitti, A. e Mussolini. Due giorni prima il poeta cade da una
finestra della stanza della musica, dal primo piano del Vittoriale. Sul volo
dell’arcangelo, come lo chiama, vede fatta molta *dietrologia* e qui la storia
fatta con i “se” potrebbe sbizzarrirsi. Chissà cosa sarebbe successo se si
fossero incontrati e A. avesse espresso la sua terzietà e l’opposizione
rispetto a un governo fascista. Fatto è che l’incontro viene annullato. Il
poeta non lo sa ancora, ma è definitivamente uscito di scena. La
foto ritrae Mussolini come tutti lo conoscono. Non veste ancora l’uniforme ma
già fa mostra di tutto il suo stile: attorniato da *camicie nere*, posa con lo
sguardo arcigno, la mascella prominente e le mani sui fianchi. Pittoresco e
quasi ridicolo all’apparenza, conquista nonostante ciò le folle, armato della
retorica altisonante e aggressiva, trionfale e accattivante, che ha in parte
imparato da Annunzio. Mussolini va a trovarlo ma non viene ricevuto. Si
incontrano ugualmente ma senza risultati tangibili. Ormai i tempi sono maturi,
i fascisti vogliono il potere e vanno a prenderselo. Ricorre l’anniversario
della vittoria e A. è invitato nella capitale per presenziare le celebrazioni,
per questo la marcia su Roma viene anticipata di una settimana. Mussolini teme
che il Vate possa effettivamente convogliare alcune correnti in favore del
governo e compromettere l’iniziativa fascista. Le squadre imperversano per le
strade di Roma. Vittorio Emanuele III rifiuta di firmare lo stato d’assedio e
convoca Mussolini. A. è ormai un relitto della politica. L’uomo che
poteva fare non ha fatto, colui che aveva forze vive, uomini, consenso e
autorevolezza, non aveva né l’idea né l’ambizione. Obnubilato dalla sua stessa
grandezza, si è rimpicciolito fino all’inutilità. Forse l’aveva proprio cercata
questa inutilità, non gli interessava praticare la politica quanto ritrovare se
stesso e la sua arte, in solitudine, se è vero che confidò a un amico pochi
mesi prima. "Ho voluto ri-entrare nel silenzio, ho voluto essere un capo
senza partigiani, un *condottiero senza seguaci*, un *maestro senza
discepoli*. A. Mesi dopo, uno che per vivere la Grande Guerra ha
falsificato la carta d’identità e si è qualificato come giornalista, che aiuta
l’esercito italiano in Veneto nel servizio ambulanze, uno scrittore di nome
Ernest Hemingway, scrive di Mussolini come del più grande bluff d’Europa.
Aggiunge che sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e
sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma
profondamente sincero e divinamente coraggioso che è A.. Purtroppo per
l’Italia, cui nei successivi anni non verranno risparmiate sofferenze e
costrizioni, la previsione di Hemingway non si rivela esatta. Un’opposizione è
effettivamente incarnata dal Comandante, ma rimane silente, sepolta nelle mura
del Vittoriale e dell’incombente vecchiaia. Comunismo d'annunzio fascismo
fiume A. Italia Mussolini prima guerra mondiale seconda guerra mondiale
Socialismo socialisti italiani. La costituzione più bella del mondo.
Quella sì, fu davvero “la più bella costituzione del mondo” e non per modo di
dire. Per i contenuti, lo stile, la prosa, l’idealità che sprigionava. La Carta
del Carnaro non fu scritta da pur insigni costituzionalisti e rivista da
politici, come la nostra costituzione. Fu scritta da un grande sindacalista e
rivista da un grande poeta-soldato. Parlo di Alceste De Ambris e d’A.. Fu animata
dal confluire di tre grandi energie: l’amor patrio, lo slancio poetico e lo
spirito sindacalista rivoluzionario. All’articolo 2 della parte generale,
scritta da De Ambris sono condensate tutte le parole chiave della carta:
democrazia -- diretta, sociale, organica, fondata sulle autonomie, sul lavoro
produttivo e sulla sovranità collettiva di tutti i cittadini. È A. a parlare
nella sua stesura della volontà popolare, del fato latino, e d'evocare il
Carnaro di Alighieri, l'estremo confine della civiltà romana, e il culto della
lingua. È d'Annunzio a sostituire 'repubblica' con quella più
classica 'reggenza' -- intesa come governo del popolo. Fu A. a richiamarsi ai
produttori e agl'ottimi. E fu Annunzio a indicare nella bellezza della vita,
del lavoro e della virtus, la credenza religiosa collocata sopra tutte le
altre, che guida lo Stato. La forte impronta sociale e popolare della
carta non impede il culto aristocratico dell’eccellenza e la tutela delle arti
e delle discipline più nobili, del corpo e dell'anima. Nella
carta è garantita ogni libertà dei cittadini, il voto universale
-- è poi ribadita la funzione sociale della proprietà privata ed era
disegnato l’assetto delle corporazioni di arti e mestieri. Nove corporazioni raccoglievano
i lavoratori nelle loro articolazioni (terra; mare, operai, impiegati, liberi
professionisti, intellettuali); la decima corporazione era enigmaticamente
riservata alla forze misteriosa del popolo in travaglio e in ascendimento, al
genio ignoto, all’uomo novissimo, a colui che fatica senza fatica
-- è risolto il dilemma tra parlamentarismo e presidenzialismo,
riconoscendo centralità al lavoro e sovranità al popolo dei produttori
-- è introdotta la figura di un comandante, inteso come il dictator
romano, con pieni poteri ma limitati a un breve arco di tempo. Elementi
costitutivi della carta sono l’auto-decisione del popolo, la possibilità di
indire referendum, la tutela dei sacri confini nazionali e della civiltà
italiana-latina-romana, l’istruzione e l’educazione del popolo come il più alto
dei doveri della repubblica, la musica riconosciuta nella costituzione come
un’istituzione religiosa e sociale. Nel linguaggio d’oggi dovremmo dire che
sovranismo, amor patrio e populismo furono i cardini ideali della carta del
Carnaro. La fusione tra poesia, trincee e sindacalismo è il suo timbro
originale. Veniva poi costituita una Lega di Fiume che une in un solo fascio la
forze sparsa di ogni. Cerca l’adesione della Russia Bolscevica ma si rivolge
anche ai paesi islamici. Annunzio esalta il risveglio dell’Islam, auspice
Italia, dispensatrice di diritto e giustizia. Memorabili i discorsi fiumani d'A.
che prepararono il terremo alla reggenza del Carnaro e al suo statuto. Da
L’orazion piccola in vista del Carnaro a l’Hic manebimus optime. E a Fiume vi
rimane davvero. La carta del Carnaro non è il sogno proibito di una
città-utopia separata dalla storia e non è nemmeno il frutto di
un’avventura velleitaria d'un eroe disoccupato a caccia di emozioni, come l’ha
sbrigativamente liquidata Emilio Gentile -- èinvece la visione più lucida
e ardita della politica e della società di combattenti che la guerra la fano
sul serio. Così De Ambris sintetizzò la carta ad Annunzio. Diamo al mondo
l’esempio di una costituzione aristotelico-vichiana-nietzscheiana che in sé
accolge ogni libertà e ogni audacia di Platone, facendo rivivere la più nobile
e gloriosa tradizione della nostra stirpe italica. Esempio perfetto di
rivoluzione conservatrice.Gabriele d’Annunzio. Annunzio. Keywords: Alighieri,
quarnaro, reggenza, non repubblica, musica, dictator romano, commandante, il
fiume, il fiumenismo, sindacalismo, utopia, dystopia, revoluzione conservatrice,
implicatura fiumenista, la filosofia in d’annunzio, la carta di carnaro,
aristotele, vico, Nietzsche. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Annunzio” – The
Swimming-Pool Library. Annunzio
Luigi Speranza --
Grice ed Antemio: il principe filosofo -- l’accademia a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. One of the last of the Roman emperors. He studies
philosophy and becomes acquainted with a number of members of the Accademia. He
is made emperor, but dies V years later when trying to defend Rome from attack.
Antemio.
Luigi Speranza --
Grice ed Antimedon: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Antimedon was a Pythagorian. Antimedon.
Luigi Speranza --
Grice ed Antimede: la diaspora di Crotone -- Roma –filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Antimenes was a Pythagorian. Antimede.
Luigi Speranza --
Grice ed Antipater: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He teaches philosophy and is responsible for introducing
CATONE Minore to the Portico. He writes an essay on physics in which he
portrays the whole world as a single living rational being – with its
intelligence located in the aether. Antipater.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Antiseri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei solidali – scuola di Foligno – filosofia perugina –
filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Foligno). Filosofo
umbro. Filosofo italiano. Foligno, Perugia, Umbria. Grice: “Antiseri makes a
distinction between what you CAN say and what you MUST ‘tacere’ (i. e. left
implicit). Not exactly what I was thinking when I made the explicit/implicit
distinction, but similarly! His point is that for Vitters, questions of the mystic
– which Antiseri compares to Bonaventura! -- -- ‘la logica di un mistico y la
mistica di un logico’! genial – I was thinking more along the lines that
‘You’ve just committed a social gaffe’ is best left implicit (“She is a
windbag’) – our of manners, etiquette, and what I call the principle of
conversational gentility!” – “So I find the ‘must’ too strong, and change it
for a ‘may’ – but in Antiseri’s case, the point is conceptual: you just CANNOT
make the mysitic explicit, and there is a need (his word) to keep whatever the
mystic is Unexpressed.” Grice: “I like Antiseri, and he indeed quotes me, not
only because he MUST, as in his history of contemporary philosophy, but because
he LIKES it (cf. Italian piacere) – as surprised I was when I see that when
discussing the future of metaphysics within analytic philosophy he relies on my
Third-Programme for the BBC!” Grice: “Antiseri reminds me of myself, when he
discusses ‘senso commone’ and ‘filosofia anallitica’ and ‘linguaggio ordinario’
– that’s why I used to joke, when lecturing in the New World – and at
Welleseley, no less! – about the “Oxford School of Ordinary Language
Philosophy”! Grice: “While Antiseri invests a lot to make logic of Austin, he
has to because he has posited himself as giving ‘lezione di filosofia del
linguaggio’!” Grice: “Most importantly, his key words, such as solidarity, are
very much along the lines that base my ‘ethics of conversation’ which is
Kantian in spirit --.” Grice: “Antiseri has to fight how to deal with this
Kantianism along utilitarian lines, as when he confronts ‘horizontal’ to
‘vertifical’ (i. e. bad) subsidiarity – where a principle of subsidiarity – or
respect for ‘il bene commone – gets balanced with the principle of solidarity.
A Calvinist approach, to some!” – Antiseri: “It is amusing that Antiseri is
forced to defend the relevance of the Romans, where that is taken for granted
at Lit. Hum. Oxford!” Originario della città umbra di Spello, si laurea in
filosofia a Perugia. Prosegue i suoi studi sui temi legati alla logica
matematica, all'epistemologia ed alla filosofia del linguaggio. Insegna a Roma,
Siena, e Padova. Membro del centro studi
Tocqueville-Acton. Collabora con “Avvenire.” Ha contribuito a far conoscere in
Italia Popper. La filosofia d’A. è da tempo sottoposto a critiche all'interno
del mondo filosofico liberale. A tal proposito sono interessanti le critiche
recentemente mosse al pensiero dell'intellettuale da Morresi sul giornale
L'occidentale e l'articolo su "espress" di Magister in cui l'opera di
A. viene definita apologia del relativismo.
Altrettanto interessante è il commento al relativismo di A. da Falconi,
e quello di Modignani in Critica liberale.
Altri saggi: “Perché la metafisica è necessaria per la scienza e dannosa
per la fede” (Brescia, Queriniana); Epistemologia
e metodica della ricerca in psicologia, Padova, Liviana Editrice); C'è ancora
spazio per la fede?, Milano, Rusconi); “Il filo della ragione, Roma, Donzelli);
“Liberi perché fallibili, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Trattato di
metodologia delle scienze sociali, POMBA Università); “Come lavora uno storico,
Roma, Armando); “Liberali. Quelli veri e quelli falsi, Mannelli, Rubbettino); “L'università
italiana. Com'è e come potrebbe essere, Mannelli, Rubbettino); “Tre idee per
un'Italia civile, Mannelli, Rubbettino);
“Credere dopo la filosofia, Roma, Armando); “La storia: epistemologia
contemporanea, Roma, Armando, Popper, Mannelli, Rubbettino); “L'agonia dei
partiti politici, Mannelli, Rubbettino); “Epistemologia delle scienze, Roma,
Armando); “La medicina basata sulle evidenze, Memoria); “La Vienna di Popper,
Mannelli, Rubbettino); “Quale ragione?, Milano, Cortina); “Teoria unificata del
metodo, POMBA); “Cattolicesimo, Liberalismo, Globalizzazione, Soveria Mannelli,
Rubbettino, Karl Popper. Protagonista
del secolo XX, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Cristiano perché relativista,
relativista perché cristiano. Per un razionalismo della contingenza, Soveria
Mannelli, Rubbettino); “Epistemologia, clinica medica e la
"questione" delle medicine "eretiche", Soveria Mannelli, Rubbettino);
“Principi liberali, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Idee fuori dal coro, Roma,
Di Renzo); “Ragioni della razionalità [ 1], Soveria Mannelli, Rubbettino); “Cattolici
a difesa del mercato, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Come leggere Kierkegaard,
Milano, Bompiani); “Come leggere Pascal, Milano, Bompiani, Credere. Perché la
fede non può essere messa all'asta, Roma, Armando); “Epistemologia, ermeneutica
e scienze sociali, Roma, Luiss University Press, Introduzione alla metodologia
della ricerca, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Prefazione a Joseph Agassi, La
filosofia e l'individuo, Roma, Di Renzo); “Ragioni della razionalità [2],
Soveria Mannelli, Rubbettino); Relativismo, nichilismo, individualismo.
Fisiologia o patologia dell'Europa?, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Teorie
della razionalità e scienze sociali, Roma, Luiss University Press); “L'ermeneutica
è scienza?, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Liberali e solidali. La tradizione
del liberalismo cattolico, Soveria Mannelli, Rubbettino); “La «via aurea» del
cattolicesimo liberale, Soveria Mannelli, Rubbettino); “La società aperta»
diPopper, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Von Hayek visto d’A., Roma, Luiss
University Press); “A. e Vattimo. Ragione filosofica e fede religiosa nell'era
postmoderna, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Libertà. Un manifesto per credenti
e non credenti, Milano, Bompiani); “Dialogo sulla diagnosi. Un filosofo e un
medico a confronto, Roma, Armando); “L'attualità del pensiero francescano.
Risposte dal passato a domande del presente, Soveria Mannelli, Rubbettino); “In
cammino attraverso le parole, Roma, Luiss University Press); “Contro Rothbard.
Elogio dell'ermeneutica, Mannelli, Rubbettino); “Liberali d'Italia, Soveria
Mannelli, Rubbettino. Questioni disputate, su chiesa. espresso. repubblica. Marx, un falso profeta sconfitto dalla
storia, su lanuovabq. Contro Popper,
Bruno Lai, Armando Editore, Vedi L'impegno dei cattolici in politica si misura
sui valori non negoziabili Archiviato il 21 gennaio in. Di Morresi, l'Occidentale, 12 giugno. Vedi Questioni disputate. Un filosofo
cattolico fa l'apologia del relativismo di Sandro Magister, chiesa .espressoonline,
Vedi Il relativismo inevitabile? Risposta a A., Falconi, Vedi La falsa
"laicità" che piace al Corriere
in. di Modignani, Fondazione critica liberale, Franco, Per una biografia intellettuale. In
dialogo con A., in Franco, Sentieri aperti della ragione. Verità, metodo,
scienza. Scritti in onore di A. nel suo 70º compleanno, Pensa Editore, Lecce, 23–43.
Relativismo. Citazionio su A.
docenti.luiss. A. Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
A., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Dario Antiseri,. Registrazioni di A., su RadioRadicale, Radio
Radicale. Tocqueville-Acton Centro Studi
e Ricerche, su tocqueville-acton.org. Filosofia Filosofo del XX secoloFilosofi
italiani del XXI secoloInsegnanti italiani del XX secolo Insegnanti italiani Professore
Foligno Professori della Sapienza Roma. In
un saggio in "Roma", A. studia e spiega 'Se e perché studiare ancora
il mondo romano.' Non posso qui ripetere tutte le argomentazioni, cui rimando
volentieri, ma il succo del discorso sta in questi due punti. Primo. Niente
avviene al di fuori di una tradizione culturale. Le stesse rivoluzioni sono
tali rispetto a una determinata linea di svolgimento, che ne costituisce il
presupposto; perciò i grandi rivoluzionari sono stati tutti buoni conoscitori
del passato. Secondo. La nostra tradizione culturale italiana è quella latina.
Non c’è possibilità di auto-identificazione e di innovazione se la si ignora.
Quindi lo studio di quell’ antico è una condizione di fatto della nostra
civiltà italiana. Se ci fermassimo al primo punto, dovremmo considerare di buon
auspicio per le nostre sorti la ripresa, che si sta verificando, di interesse
per il passato, da quello immediato e locale al più lontano nel tempo e nello
spazio. Visto più da vicino, questo interesse non collima col secondo punto.
Non solo questo passato italiano è romano, ma è selettivo. Accomuna
l’archeologia industriale ai graffiti preistorici, la cultura materiale e i
valori. La selettività di per sé contraddice al *momento* romano *antico*
correttamente inteso. Anzi gli toglie la staticità del *classico*, cioè del
modello unico, esemplare perfetto e irripetibile (quindi fuori della storia) e
lo ricolloca nella dinamica dell’evoluzione umana, lega la unica Roma
all'Italia d'oggi. Questa elettività diventa filosofica, quando considera il
romano *antico* -- in sue fasi monarchica, repubblicana ed imperiale -- un
momento come un altro, senza speciali incidenze sulla storia. Peggio, quando si
configura in qualche modo come una ri-edizione della tesi della priorità
vetero-italica, palaeo-italica, o archaeo-italica, sulla civiltà classica.
Peggio ancora, se pre-dilige il *passato* eroico dell'Omero romano, Virgilio,
quale che sia come tale, come un tutto indifferenziato, solo perché diverso. Si
rischia di tornare così alla cultura dei sassi, che Leopardi rimprovera ai
romani del suo tempo (lettera al de Sinner, cioè all’antiquaria di
settecentesca memoria (cioè senza storia e senza lingua). Se nell’interesse
verso *il romano antico* non ha per noi un posto preminente i tre *momenti* del
romano antico -- regno, repubblica, principato -- questo è segno di perdita di
storicità vichiana, gentiliana, o croceana, di oscuramento di valori, di
restringimento di orizzonti. Quel momento del romano antinco non è importante
solo perché ha aperto vie, costruito ponti, tracciato città, su cui ancora insistiamo,
ma perché ha dato un impulso decisivo a un complesso filosofico, di idee,
mentalità, istituzioni, che costituiscono ancora i nostri parametri abituali e
la nostra cultura di italiani. Gli altri momenti forti, da cui si può volta a
volta, non senza ragione, far partire la nostra riflessione storica, il
rinascimento toscano, l’Unità d’Italia mazziniana, si sono misurati con
questa tradizione romana antica, l’hanno arricchita o combattuta, mai ignorata.
Se riteniamo naturale ancor oggi rifarci alla nostra genesi civile romana,
dobbiamo subito porci il problema se si debbano studiare Roma e se non sia
riduttivo assumere come punto di partenza *solo Roma*, cioè studiare la civiltà
*latina*, del Lazio. Non si tratta di rinnovare la vecchia questione dell’originalità
romana, che una volta costituiva un passaggio obbligato per ogni storia della
letteratura latina. Quel problema rispondeva a diverse contingenze storiche e
teoriche. Il suo ambiente culturale era Roma, dove il nazionalismo rispecchiava
se stesso nella superiorità di Roma rispetto ai barbari. Il sostegno teorico
era offerto dal mito del classicismo romano, cioè del modello a-storico e
perfetto, attingibile solo dagli eletti. Nelle ultime fasi della sua storia, la
tesi trova forti resistenze in Italia per la convergenza di due motivazioni
diverse. Da una parte il nostro nazionalismo, culminato nella grande guerra,
dall’altro la nuova estetica simbolista d’ANNUNZIO (si veda), che insegna a
fare filosofia in se stessa. Oggi quei condizionamenti storici e quei
presupposti teorici sembrano molto lontani. Del resto, a parte le punte
polemiche, già la ricerca aveva portato a una revisione di fatto di questi
atteggiamenti. La contrapposizione poi di una *romanolatria* è più pensabile
come ideologia politica. Il mondo romani costituisce una unità, ma non tanto in
senso sincronico, quanto in senso diacronico. Roma si dispone in successione,
in una unità dinamica. Roma è fatto antico e non solo a livello dotto. Non è un
fenomeno solo neoterico, ma anche delle origini e della fine. Roma accentua la
tradizione per raccoglierne l’eredità e stabilire così il suo diritto
successorio alla leadership mondiale. E’ corretto che i moderni pongano il
problema in modo non diverso dagli antichi romani. Di qui discende anche la
legittimazione a fare di Roma un possibile punto di partenza della riflessione
storica. Se la civiltà romana è tradizionale, nell’atto
stesso di arricchire, trasformar, e diffonder una tradizione, studiare
Roma è universale. Rimane ai romani antichi il merito di molte creazioni,
e di averle trasmesse al futuro. Il concetto dell’uomo e della comunità,
la storiografia, la scuola, la retorica rimangono quelle ereditate da Roma.
L’asse culturale si conserva intatto. Si può senza difficoltà riconoscere che
l’eredità romana, dal diritto alla lingua, non ha finito di operare. Si pensi
per esempio alla lingua italiana, che, pur diversa com’è ormai dalla latina,
conserva di quella i caratteri costitutivi e le energie generative. La stessa
evoluzione del 'volgare' si è svolta e si sta svolgendo secondo modalità sempre
latine. Un fatto significativo rimane il latino medioevale, che non è più il
latino classico ed è una lingua di dottrina, però è una lingua viva, perché
usata nella comunicazione reale. La sua peculiarità consiste nel non dipendere
da matrice italica nazionalista. Usano il latino medioevale le genti che si
riconoscono in un’unica cultura. Così quella lingua diventa propria anche dei
non-neolatini e coopera alla formazione di una nuova unità, l’Europa, ben
diversa, anche geograficamente, dall’Impero. L’Europa è una formazione
post-romana, con materiali latini. Questa è un’importante ragione oggi per lo
studio anche del solo latino. Quasi come uno slogan si potrebbe dire che Roma
ha generato l’Occidente (una civiltà), l'Italia, e l’Europa (una storia).
Entrambe le prospettive sono sprovincializzanti. Non c’è niente di più
istruttivo che consultare i volumi dell’Année Philologique, che non solo si
fanno di anno in anno più grossi, ma vedono allargare la partecipazione agli
studi classici a paesi sempre più lontani e che sembrerebbero estranei a questa
tradizione: dagli stati dell’Est alle nazioni in via di sviluppo. Segno che
questa cultura non è neanche solo nazionale o europea o occidentale, ma ci appartiene
come uomini senza esaurirci. Questi concetti sono generalmente ammessi e non
hanno perciò bisogno di particolare documentazione. Ne discendono però alcune
conseguenze sui modi corretti dell’atteggiamento odierno verso il mondo romano.
Anzitutto si rifiuta l’ideologizzazione, specie politica. È invece oggetto di
studio questo atteggiamento nel passato, specie recente (Fascismo, Nazismo:
cfr. specialmente la rivista Quaderni di storia). Fa ancora ideologia (postuma
e alla rovescia) chi osserva da una parte sola quest’uso politico del classico
in passato (in genere considerandolo al servizio del potere o della classe
dominante). In realtà l’ideologia del classicismo è sempre reversibile,
fornisce insieme Bruto e Cesare, come è avvenuto a cavallo fra Sette e
Ottocento. Ma in genere le ricerche hanno un respiro più ampio, volte come sono
a indagare la presenza degli studi classici filosofici nella cultura moderna,
quindi la partecipazione degli antichisti latinista e la loro relazione con gli
orientamenti e movimenti coevi: è molto di più non solo della ideologia, ma
anche della diretta influenza dei classici sui moderni. Rifiuto dell’ideologia
e studio della presenza dei classici e del classicismo nel mondo moderno
presuppongono senso vivo della storicità, ossia della continuità
antico-moderna, che vuol dire due cose insieme: un legame che ci unisce agli
antichi e l’alterità che, senza contraddirlo, ci distanzia. Di qui il rifiuto
anche dell’esemplarità e del presentismo. L’esemplarità fa del romano un modello
perfetto, imitabile ma irraggiungibile; questa concezione, oggi improponibile,
in altri tempi ha avuto una sua funzione attivizzante (come nell’Umanesimo). Le
conseguenze del mutato atteggiamento sono evidenti. Non si definisce più un’età
aurea, non si parla più di declino, ma di trapasso. Decadenza romana o tarda
antichità? intitolava H. Marrou un suo piccolo libro (ed. it. Jaca, Milano). Il
tardo antico richiama molta attenzione. I convegni comensi, indetti in
occasione del XIX centenario della morte di Plinio il Vecchio (e oggi
disponibili negli Atti in tre volumi), si sono spinti molto oltre l’età dello
scrittore celebrato, studiando la tecnica, la città, l’economia (vedi i titoli:
Plinio il Vecchio sotto il profilo storico e letterario: Tecnologia, economia e
società nel mondo romano; La Città antica come fatto di cultura). Rinunciando
infatti all’ideale della esemplarità, il concetto di «classico» (nel senso di
romano) esce dalla sola categoria del bello e del perfetto una volta per tutte
e si arricchisce di valori e di problemi esistenziali. Si supera anche
l’antinomia classico = forza contro debolezza, anacronisticamente riproposto
dalla edizione italiana di un libro composto da W. Otto mezzo secolo prima
(Spirito classico, La Nuova Italia, Firenze). Si esplorano province nuove (i
papiri di Ercolano e l’epicureismo campano). Qualche volta si registrano
scoperte notevoli (dopo Menandro, Callimaco, Cornelio Gallo, Rutilio Namaziano,
la Seconda Centuria del Poliziano ecc.). Si ricuperano, nella loro umanità e
nel loro valore documentario, autori e movimenti minori: il Favorino di Arelate
di A. Barigazzi (Monnier, Firenze), le Questioni neoteriche (che comprendono i
novelli) di E. Castorina (La Nuova Italia, Firenze). Anche nella filologia
nostrana nasce l’interesse verso i rapporti fra Roma e la cultura d'Etruria
(Scarpat, Il pensiero religioso di Seneca e l’ambiente d'Etruria, Paideia,
Brescia nuova ed. F. Arnaldi, La crisi morale dell’età argentea, « Vichiana ».
Estesa e polidisciplinare è la bibliografia sui rapporti tra Roma ed Etruria.
Sono meno frequenti le monografie, ma non mancano le sintesi come quella
celebre di Grimal, Le siècle des Scipions. Rome au temps des guerres puniques,
Aubier, Paris -- Paideia, Brescia). Intensa è l’attività traduttoria dell’editoria
italiana: va da Leeman, Orationis ratio. Teoria e pratica stilistica degli
oratori storici e filosofi latini. Il Mulino, Bologna a R. Syme, Tacito (che è
un grande affresco dell’età tacitiana), Paideia, Brescia di P Boyancé, Lucrezio
e l’epicureismo, Paideia, Brescia, ancora a R. Syme, La rivoluzione romana,
Einaudi Torino, da M. Pohlenz, La stoa, La Nuova Italia, Firenze, a W. Jaeger.
Paideia, La Nuova ltalia, Firenze, a H.I. Marrou, Storia dell’educazione
nell’antichità, Studium Roma. Ho citato un po’ a caso fra i titoli più famosi.
La stessa ampiezza di questa produzione, con la eterogeneità dei suoi titoli,
testimonia la lontananza attuale da un ideale ristretto di esemplarità. Di
recente si è verificato, invece, un breve successo dell’ atteggiamento
antitetico, cioè del presentismo, più rilevabile a livello di letteratura
scolastica che scientifica, forse nel tentativo di rendere accettabile l’antico
a un determinato pubblico, facendone vedere l’analogia col moderno. Il
procedimento però è rischioso. Proiettando sull’antico la luce del moderno,
tende a ritrovare in quello un doppio del presente, quindi ne rende inutile lo
studio e impedisce di vedere i legami storici, cioè le fondamenta lontane del
moderno, che legano e insieme differenziano, distinguendo nella continuità. Già
il Rostagni avvertiva questo pericolo, riflettendo sul suo stesso lavoro
(Aristotele e l’aristotelismo nella storia dell’estetica antica, « Studi ital.
di filologia classica » ora in Scritti minori I, Aesthetica, Bottega d’Erasmo,
Torino): eppure è noto quanto egli fosse guidato da un certo crocianesimo,
andando alla ricerca di un’estetica dell’intuizione presso i classici. Il
pericolo oggi si ripresenta leggendo i classici alla luce di altre ideologie
attualizzanti. Legittimo è invece studiare nell’antico temi e problemi, che
sentiamo vivi, ma sempre con coscienza storica, ossia proprio per scoprirne la
formazione lontana: pace-. libertà, progresso, lavoro, scienza. L’atteggiamento
corretto sarà dunque di porsi davanti all’antico senza cessare di essere
moderni e (poiché quell’antico è greco-romano, cioè la nostra origine
culturale) senza negare il debito e senza cancellare l’intervallo: dunque
alterità più legame storico. Questo comporta anche l’uso di strumenti
ermeneutici nuovi e la modernizzazione dei tradizionali. Di alcuni impieghi di
tecniche recenti danno qui sotto saggio i contributi di V. Cremona e di G.
Proverbio: sono appena esempi, cui altro sarebbe da aggiungere. Così, molto
vivace è oggi la narratologia; e è il Convegno internazionale «Letterature
classiche e narratologia» a cura dell’Istituto di Filologia Latina
dell’Università di Perugia.. Gli strumenti tradizionali a loro volta hanno
compiuto i progressi di tutte le tecniche; per la filologia in senso stretto
danno informazioni il saggio e il materiale approntati da L. Castagna. Mezzi
vecchi e nuovi si intrecciano per conseguire risultati più fini: Grillo ha
messo la narratologia a servizio della critica testuale per risolvere alcuni
problemi di lezione dell’Ilias Latina in Critica del testo. Imitazione e
narratologia. Ricerche sull’Ilias latina e la tradizione epica classica,
Bibliot. del Saggiatore, Monnier, Firenze. E’ facile constatare la differenza
da una meccanica applicazione di criteri lachmanniani (almeno come vengono
volgarmente intesi). E si veda quale cammino si è percorso dalla ricerca grezza
e materiale delle fonti (la famigerata critica dei «fontanieri») alla più
sofisticata tecnica allusiva e alla memoria poetica. A loro volta quelle che un
tempo venivano chiamate discipline ausiliarie (archeologia, topografia,
epigrafia ecc.) non solo si sono giovate dei progressi delle tecniche
applicate, ma hanno esteso il loro campo ben al di là del mondo greco-romano,
abbisognando quindi per competenza di un discorso riservato (come del resto la
storia generale, intrecciata al diritto e all’economia, oltre che a queste
stesse discipline e alla cultura materiale, nella prospettiva di una
storiografia totale). Non si possono infine dimenticare alcuni graditi incontri
o addirittura ritorni. La linguistica, sorta fuori e in opposizione alle lingue
classiche, è salita man mano dalla frase al testo e ha ricuperato concetti della
grammatica nata dal greco e dal latino. La logica e la critica letteraria hanno
riscoperto la retorica classica senza la mediazione della filologia
greco-latina, incontrandosi e quasi confondendosi con questo genere di studi.
Della retorica, affermatasi a Roma come tecnica politica e poi diventata
cultura, paideia e letteratura, si ripete oggi mutato nomine la dicotomia, da
una parte nei mass media e nella pubblicità, dall’altra nella critica
letteraria. Gli antichisti cooperano da parte loro a questo riavvicinamento:
gli Elementi di retorica di Lausberg, ed. it. Il Mulino. Bologna, si presentano
come un moderno manuale di linguistica; quella di E. Cizek, Structures et
idéologie dans «Les Vies des Douze Césars» de Suétone, Editura Academiei e Les
Belles Lettres, Bucuresti Paris è insieme un’analisi strutturalistica e
retorica (studia la sovrasignificazione fornita, al di là dei concetti, dalla
loro distribuzione). In questa prospettiva molte analisi letterarie su testi
moderni rivelano una straordinaria possibilità di impiego di strumenti
antichi. Dario
Antiseri. Antiseri. Keywords: solidali -- antiseri — implicatura solidale — il concetto di
solidale -- liberali d’italia – il principio del liberalismo – la mistica di
Gentile e il liberalismo di Croce — Grice — metaphysics in Pears 3rd programme
— Grice p.331 — ‘violazione consapevole della massima’ — flouting the maxim —
la scuola di Oxford di filosofia analitica del linguaggio ordinario — Austin,
Grice, … gruppo di giocco – Grice sa benissimo che la massima e violabile
intenzionalmente e comunicativamente — Fidanza — il mistico — la logica di un
mistico -- Roma – la relevanza della filosofia del mondo romano antico -- — La
mistica fascisdta di Gentile —Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Antiseri” – The Swimming-Pool Library. Antiseri.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Antonini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – scuola di Viterbo – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Viterbo). Filosofo lazio. Filosofo italiano. Viterbo,
Lazio. Grice: “I like Antonini, or Cinesio – you see, one problem of these
Italians – but cf. Occam – by sticking to the first-name is that a researcher
in the longitudinal history of philosophy has to check references to Aegeius
viterbensis and Aegidius Cinesio! It was only recently that he was found to be
one of the Antoninis! His place in the longitudinal history of philosophy is
that famous pendulum between Plato and Aristotle – so after Aquinas’s
Aristotle, Egidio – an almost Tuscan man! – finds Plato more pleasing –
especially his philosophy of love in the symposium, the references to Ganymede
as representing ‘amore,’ and he has the cheek to display all this hardly
scholastic erudition (more of a renaissance thing) in his commentary of
Lombardo’s sentences! Delightful – my favourite is his reference to Ganymede,
for here we have the treatment of a subject (Zeus) of another subject as an
object – and that’s just only one reading of Zeus’s intention --.” Grice: “In any case, the sacrificial status
of Ganymede is recognised in the Platonic tradition – as the manipulative use
of a subject by another subject who is subjected as an object, rather --.” Sono
gli uomini che devono essere trasformati dalla religione, non la religione
dagli uomini» -- prolusione al Quinto Concilio Lateranense. O.E.S.A.
cardinale di Santa Romana Chiesa A. affresco, Sala Regia, Palazzo dei Priori,
Viterbo Stemma egidio Incarichi ricoperti Priore generale dell'Ordine di
Sant'Agostino, Cardinale presbitero di San Bartolomeo all'Isola, Cardinale
presbitero di San Matteo in Merulana, Vescovo di Viterbo e Tuscania, Patriarca
titolare di Costantinopoli, Cardinale presbitero di San Marcello, Amministratore
apostolico di Zara, Amministratore apostolico di Lanciano. Ordinato
presbiteroin data sconosciuta Nominato vescovo2 dicembre 1523 da papa Clemente
VII Consacrato vescovo10 gennaio 1524 dall'arcivescovo Gabriele Mascioli
Foschi, O.E.S.A. Elevato patriarca8 agosto 1524 da papa Clemente VII Creato
cardinale da Leone X Deceduto a Roma Manuale. Apparteneva
all'Ordine degli Agostiniani. Pur essendo i genitori di origini modeste, fanno
compiere ad A. studi approfonditi presso il convento agostiniano viterbese
della Santissima Trinità. Forse influenzato dalla predicazione di Genazzano,
presente a Viterbo entra nell'Ordine degli Agostiniani, presso il medesimo
convento per esservi ordinato sacerdote. Sotto il priorato di Parentezza, studia
filosofia e si perfeziona, cominciando anche ad insegnare, presso le case del
suo ordine ad Amelia, Padova, Firenze, Roma, Viterbo ed Istria. A Padova
incontra più volte PICO (si veda), con il quale discusse di astrologia e
cabalismo, ma, soprattutto, in quella città cura l'editio princeps di III commenti
aristotelici di Egidio Romano, con notazioni contrarie ai peripatetici e ad
Averroè. Più tardi conosce a Firenze l'umanista FICINO (si veda), di cui e
allievo e successivamente amico, e con il quale si perfeziona notevolmente
nello studio delle dottrine platoniche. Riario, protettore degli Agostiniani,
che ha per lui grande stima, lo richiama a Roma dove, dopo una duplice e
complessa prova, consegue il magisterium. Oratore di straordinaria
efficacia, particolarmente apprezzato in quegli anni da Alessandro VI, quindi
dai suoi successori, paragonato da taluni a Demostene, e in contatto con i
maggiori filosofi del tempo; oltre alla fitta corrispondenza con Ficino, va
ricordata la frequentazione che ebbe a Napoli con Pontano -- che gli dedica il
dialogo “Ægidius” -- e con i filosofi della sua Accademia. Giulio II gli
affidò la guida dell'Ordine agostiniano come Vicario apostolico; l'anno
successivo il capitolo generale dell'Ordine lo confermò alla sua guida come
Priore Generale, incarico che mantenne per molti anni, durante i quali riformò
profondamente l'Ordine stesso, riportandolo agli antichi fasti con il pieno
recupero della regola di Agostino. Durante quegli anni e uno dei più stretti
collaboratori di Giulio II, che accompagnò nella sua missione contro Bologna e
dal quale fu inviato come nunzio apostolico a Venezia e Napoli per ottenere
l'adesione di quegli stati alla crociata progettata dal pontefice: venne anche
inviato nella città ribelle di Perugia e ad Urbino. Il papa gli conferì il
prestigioso incarico di tenere l'orazione inaugurale del Quinto Concilio
Lateranense: A. pronunciò così una celebre, accorata allocuzione in cui parlò
con determinata onestà dei mali della Chiesa, suscitando viva emozione nei
presenti, molti dei quali lodarono lo stampo ciceroniano dell'orazione.
Morto Giulio II, anche il suo successore Leone Xappartenente alla potente
famiglia fiorentina dei Medicicontinuò la stretta collaborazione con A., che
impiegò in importanti missioni diplomatiche, come quella del 1516 in Germania,
quando ottenne una difficile pacificazione tra Massimiliano I e la Repubblica
di Venezia. Il papa innalzò A. alla dignità cardinalizia nel concistoro
creandolo cardinale prete con titolo di San Bartolomeo all'Isola; quasi subito
il porporato viterbese optò per il titolo di San Matteo in Merulana, antica
chiesa agostiniana; molti anni più tardi, poco prima di morire, avrebbe infine
optato per il titolo di San Marcello. Leone X lo nominò cardinale protettore
dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino e, nello stesso anno, lo inviò
come legato pontificio in Spagna per una complessa missione nella quale avrebbe
dovuto impegnare Carlo V alla crociata contro i turchi. In quel periodo fu
anche governatore di diverse città dello Stato Pontificio. Occorre altresì ricordare
come a meno di quattro mesi dalla sua nomina a cardinale e quando A. era ancora
Priore Generale degli Agostiniani, un monaco agostiniano tedesco, Lutero,
affisse sulle porte della Schlosskirche di Wittenberg le notissime 95 tesi che
avrebbero dato inizio alla riforma protestante. Dopo la scomparsa di
Leone X ed il breve pontificato di Adriano VI, fu eletto papa, con l'appoggio
di A., un altro Medici, Clemente VII, che, pochi giorni dopo l'elezione conferì
al cardinale viterbese la nomina a vescovo proprio della diocesi di Viterbo:
l'anno successivo A. venne nominato patriarca latino di Costantinopoli e
amministratore apostolico dell'arcidiocesi di Zara. Purtroppo in quegli anni le
indecisioni e gli errori politici di Clemente VII crearono problemi gravissimi
al governo della Chiesa: il papa finì per schierarsi con i francesi, ma prima
la sconfitta di Francesco I a Pavia, poi le incertezze della lega di Cognac
aprirono le porte alla discesa in Italia di Carlo V con i suoi lanzichenecchi,
culminata nel terribile Sacco di Roma, durante il quale venne distrutta -tra
l'altro- tutta la ricchissima biblioteca d’A. nel Convento di Sant'Agostino. Il
porporato si trovava allora nelle Marche e, per soccorrere il papa, assediato
in Castel Sant'Angelo, organizzò -impiegando anche il proprio denaro- una
spedizione armata, che non ebbe però fortuna per i molti ostacoli frapposti dai
signori locali. Dopo quei dolorosi momenti la salute di A. andò peggiorando:
questo fatto non gli impedì, peraltro, di tenere, durante il concistoro
pubblico una famosa ed appassionata orazione sulla necessità di riformare la
Chiesa dopo lo scisma luterano. Clemente VII dichiarò la sua disponibilità, ma
sarà solo il suo successore, Paolo III, conterraneo d’A., a convocare
l'importante Concilio di Trento, che segnerà, con la controriforma, la prima
importante reazione della Chiesa al protestantesimo. Poco prima di morire il
cardinale fu nominato arcivescovo di Lanciano; amministrò la diocesi lancianese
a titolo di commenda per sette mesi, fino alla morte. Morì a Roma e venne
sepolto nella chiesa di Sant'Agostino, dove lo ricorda una semplicissima lapide
sul pavimento della navata centrale, a cornu evangelii rispetto all'altar
maggiore. Filosofia, Ebraismo, Cabala A., partic. di affresco, Sala
del Cenacolo, Convento Santissima Trinità, Viterbo Egidio deve certamente
essere considerato uno dei maggiori filosofi di quei secoli. Il suo primo
impegno importante fu quando, studente a Padova, curò la pubblicazione con
commento di tre opere del filosofo Egidio Romano: elaborò così un'autentica
avversione nei confronti della filosofia di Aristotele e dell'averroismo,
contro i quali ritenne che l'unico possibile antidoto fosse, specie dopo
l'incontro con Ficino ed in perfetta armonia con Sant'Agostino, il
neoplatonismo, inteso come «pia philosophia», cioè nella sua piena
compatibilità con i valori cristiani. Uomo dottissimo, volle leggere tutte le
opere che studiava nelle lingue originali in cui erano state scritte, per
meglio comprenderne il vero significato: acquisì in tal modo una straordinaria
conoscenza, oltre che del latino e del greco antico di cui aveva padronanza
assoluta, dell'aramaico, per il Talmud e varie parti della Bibbia, dell'arabo,
per il Corano e le opere di Averroè, e dell'ebraico, per la Torah. Ebbe una
fitta corrispondenza con l'umanista tedesco Johannes Reuchlin, finissimo
conoscitore dell'ebraismo, con il quale si intrattenne a lungo sia su temi
relativi all'Antico Testamento sia sulla cabala (in ebraico Qaballáh),
argomento da lui già affrontato con Pico della Mirandola, che trattava dei
misteriosi simbolismi, parte dei quali nascosti nei numeri e nelle lettere
stesse dell'alfabeto ebraico, che potevano avvicinare l'uomo a Dio. Le
problematiche della letteratura ebraica e della cabala occuparono gran parte
dei suoi ultimi anni di vita, quando tentò ripetutamente di ricondurre in
ambito cristiano tutte le altre culture, dedicandosi in particolare ad
approfonditi studi e ricerche sullo Zohar. Lo scrittore e l'oratore
Raffaello:La disputa del Sacramento (affresco, Roma, Stanze Vaticane)
Egidio da Viterbo in preghiera, particolare di pala d'altare, chiesa Santissima
Trinità, Viterbo Rimane ben poco della cospicua produzione letteraria di
Egidio, sia a causa della perdita della sua biblioteca durante il Sacco di
Roma, sia perché lui stesso, per modestia, non volle dare alle stampe molte
delle sue opere. Tratta quasi tutti i campi della filosofia alla letteratura,
dall'astrologia alla storia, dalla poesia alla geografia, dalla teologia
all'arte: a quest'ultimo proposito si ritiene che il programma iconografico per
gli affreschi di Raffaello della Disputa del Sacramento e della Scuola di Atene
nella Stanza della Segnatura sia stato largamente ispirato dalla sua opera, con
la probabile mediazione di Tommaso Fedra Inghirami. Da notare come Antonini
preferisce di solito ritirarsi in luoghi tranquilli, come l'Eremo di Lecceto,
presso Siena, o la sua città natale, Viterbo, o, ancora più spesso, due rifugi
nei dintorni di quest'ultima: un Convento nell'Isola Martana, sul Lago di
Bolsena, ed un Eremo nella selva del Monte Cimino. Meritano comunque menzione
tre ecloghe latine di stampo virgiliano (Paramellus et Aegon, -- Paramello e
Egone -- in Resurrectione Domini – la risurrezione del Signore -- e De Ortu
Domini – L’orto di Dio --, sei madrigali dedicati alla famiglia Colonna ed una favola silvestre dello stesso periodo (“Cyminia”,
in volgare italiano viterbese. La a sua maggiore opera filosofica è costituita
dai “Commentaria sententiarum ad mentem et animum Platonis” (I comentari dei
sentenze sull’anima di Platone”, brevemente detta Sententiae ad mentem
Platonis, che presenta l’ostilità all'aristotelismo e la necessità di
sostituirlo, l'anima e la dignità umana; “Historia XX saeculorum” racconta le
vicende di Alessandro VI a Leone X, attinsero a piene mani vari storici, da
Gregorovius a Pastor, anche se il loro giudizio complessivo sulla Historia è
perplesso, se non addirittura negativo. Tra altre opere meritano anche menzione
il “Libellus de litteris sanctis”, sul significato recondito delle lettere
dell'alfabeto romano, e la Scechina che guarda in la cabala. Il campo nel
quale Egidio riuscì comunque a dare il meglio è quello della retorica o
dialettica colloquenza filosofica, divenendo uno dei migliori oratori di quei
decenni, forse il migliore in assoluto, con giudizi sempre entusiastici da
parte di tutti quelli che ebbero modo di ascoltarlo. In realtà egli era
veramente dotato di un'eloquenza drammaticamente coinvolgente, capace di
suscitare grandi emozioni negli uditori, sia che fossero ricchi principi, sia
che si trattasse di poveri popolani; lo aiutava probabilmente lo stesso aspetto
fisico, ascetico, con il viso pallido e scavato e la barba fluente. Tra le
orazioni conservate vanno ricordate: quella nel certamen che lo vide trionfare
su tre filosofi peripatetici e conseguire il magisterium. Altre saggi: “De
aurea aetate” (o De Ecclesiae incremento), tenuta in San Pietro su incarico di
Giulio II per onorare re Manuele I del Portogallo che aveva scoperto nuove
terre e riportato una grande vittoria navale, lavoro dottissimo e ricco di
riferimenti cabalistici; l'orazione delConcilio Lateranensegrande onore
concessogli dal papache provocò indicibile emozione negli astanti e fece
definire l'agostiniano viterbese il nuovo Cicerone; è in quest'ultima orazione
la celebre sentenza di Egidio. “Sono gli uomini che devono essere trasformati
dalla religione, non la religione dagli uomini”. Va infine ricordata l'orazione
tenuta in occasione di un concistoro, sulla necessità di riformare la Chiesa,
che viene da molti considerata come il vero preludio al celebre Concilio di
Trento, convocato da Paolo III. Genealogia episcopale Arcivescovo
Gabriele Mascioli Foschi, O.E.S.A. Cardinale Egidio Antonini da Viterbo,
O.E.S.A. Notizie molto precise sul suo luogo di nascita e sul suo esatto
cognome sono reperibili nel lavoro di Giuseppe Signorelli, Il cardinale Egidio
da Viterbo etc.,Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1929. L'opera dello
storico viterbese, con una ricchissima documentazione bibliografica, costituisce
un indispensabile fondamento monografico per lo studio di questo porporato; in
particolare Signorelli precisa, con riferimento a numerosi manoscritti, perché
debba essere ritenuta Viterbo la città natale di Egidio ed in base a quali
errori diversi storici abbiano, sbagliando, ritenuto Canisio il suo cognome:il
cognome esatto è Antonini. Quanto
sostenuto dal Signorelli è pienamente confermato da G.Ernst,A. Dizionario Biografico degli Italiani,
Treccani, 1993, in quella che è probabilmente la più completa monografia su
Egidio reperibile on-line, con notevole.
Pur essendo acclarato il cognome A., appare peraltro corretto chiamarlo
semplicemente EGIDIO da VITERBO: Ægidius Viterbiensis o Viterbii è il nome con
cui viene indicato nella bolla papale di nomina cardinalizia relativa al
concistoro è il nome che compare nelle bolle da lui sottoscritte ed è, infine,
il semplice nome che compare sulla sua lapide sepolcrale nella Chiesa di
Agostino in Roma; sempre Egidio da Viterbo sono intitolate le principali monografie
a lui dedicate da Signorelli, Ernst, Massa, O'Malley ecc.. Va infine ricordato
come lo stesso Comune di Viterbo abbia chiamato Via A. la strada a lui dedicata
parecchi anni fa nel centro storico cittadino e con la medesima intitolazione
Egidio da Viterbo vi siano altre istituzioni viterbesi. L'epoca della nascita è indicata ancora dal
Signorelli, che cita vari documenti del periodo. Si veda in proposito Lettera a Mannio
Capenati, agosto 1504 citata in: Francis X. Martin, Friar..., cit., Appendice De
materia coeli; De intellectu possibili; Egidii Romani commentaria in VIII
libros Physicorum Aristotelis Egidio non
ricambiò mai la simpatia di papa Borgia, anzi il suo giudizio sul pontificato
di Alessandro VI fu terribile, con parole di inusitata durezza; si veda Cesare
Pinzi, Storia della Città di Viterbo, Viterbo, Agnesotti Lo dice espressamente il Signorelli, Per la
precisione fino al giorno in cui depose l'incarico davanti al Capitolo generale
dell'Ordine, consegnandolo nelle mani dell'amico Gabriele Di Volta, nominato
due giorni prima con breve di Leone X proprio su proposta di Egidio; v. G.
Signorelli, op. cit., Capo Lo sottolinea bene Ernst (op.cit.). L'episodio che vide A. alla testa di un
esercito è ricordato in un intero capitolo (Da Vescovo a Duce) nella monografia
del Signorelli, Paolo III, era nato come Alessandro Farnese nella cittadina di
Canino, situata ad una trentina di chilometri da Viterbo. La lapide, fatta collocare dal Priore Generale
Gabriele Veneto, reca la seguente iscrizione: D.O.M. A. CARDINALI GABRIEL
VENETUS GENERALIS (v. S. Vismara,Una grande figura religiosa del Rinascimento:
A. su Biblioteca e società in// biblioteca viterbo/ biblioteca-e-societa/ index.
php?fasc=12; il volumetto contiene gli Atti di un interessante Convegno di
studi su A., nel anniversario della morte). Occorre notare come la lapide
originale, praticamente distrutta dal tempo, sia stata sostituita nel 1982, a
cura dell'Ist. Stor. Agostiniano con una nuova lapide che riporta, integralmente,
l'iscrizione. Il background intellettuale e la relativa fonte egidiana dei due
affreschi della Stanza della Segnatura sono stati promossi dallo storico
gesuita Pfeiffer (Heinrich Pfeiffer, Die Predig des Egidio da Viterbo über das
goldene Zeitalter und die Stanza della Segnatura, in: Schmoll gen. Eisenwerth, Marcell Restle,
Herbert Weiermann, Festschrift Luitpold Dussler, Monaco-Berlino, Deutscher Kunstverlag,
Id., La Stanza della Segnatura sullo sfondo delle idee di Egidio da Viterbo,
Colloqui del Sodalizio, Zur Ikonographie von Raffaels Disputa: Egidio da
Viterbo und die christlich-platonische Konzeption der Stanza della Segnatura,
Roma, Università Gregoriana Editrice) ripreso da Ernst, op.cit., e da G.Polo,
Egidio da Viterbo e Raffaello, in Biblioteca e Società, Il ruolo di Fedra
Inghirami quale mediatore tra A. e Raffaello è stato inizialmente ipotizzato da
Paul Künzle, Raffaels Denkmal für Fedra Inghirami auf dem letzen Arazzo, in:
Mélanges Eugène Tisserant, VI, Città del
Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, e si ritrova in: Christiane L.
Joost-Gaugier, Raphael's Stanza della Segnatura: Meaning and Invention,
Cambridge, Cambridge University Press, Per una sintesi si veda: Ingrid D.
Rowland, The Intellectual Background of the School of Athens: Tracking Divine
Wisdom in the Rome of Julius II, in: Marcia HallRaphael's School of Athens,
Cambridge, Cambridge University Press, Biblioteca apostolica vaticana, Ms Vat.lat.Il
più autorevole di questi manoscritti è certamente quello autografo esistente
presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (Mss.lat.,IX,B,14). Tutti i giudizi degli storici sono ben
riportati dal Signorelli, Riprendendo il Signorelli, descrive bene le sue
grandi doti oratorie Sandro Vismara, Biblioteca e società, ATTI del
Convegno...,op.cit.,pag.11. Proprio a
questa orazione si sarebbe ispirato Raffaello per due affreschi della Stanza
della Segnatura, cioè la Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene
(v.Pfeiffer e Polo, ocitt..)
S.Vismara,op.cit.. Il testo recita letteralmente: Homines per sacra
immutari fas est, non sacra per homines.
Egidio da Viterbo, "Ecloghe", Jacopo Rubini, Sette Città,.
Rafael Lazcano, Episcopologio agustiniano. Agustiniana. Guadarrama (Madrid), Hubert
Jedin, Riforma Cattolica o Controriforma, Morcelliana, Brescia, Francis X.
Martin, The problem of Giles of Viterbo: a Historiographical Survey, "Augustiniana", Francis X. Martin, Friar, Reformer, and
Renaissance Scholar: Life and Work of Giles of Viterbo Villanova, Augustinian
Press, John W. O'Malley, Giles of Viterbo on Church and Reform: a Study on
Renaissance Thought, Leiden, Brill, Heinrich Pfeiffer, Le Sententiae ad mentem
Platonis e due prediche di Egidio da Viterbo, in: Marcello Fagiolo, Roma e
l'antico nell'arte e nella cultura del Cinquecento, Roma, Istituto della
Enciclopedia italiana, Cesare Pinzi, Storia della Città di Viterbo, IV, Agnesotti, Viterbo, François Secret,
Notes sur Egidio da Viterbo, "Augustiniana", Signorelli, Il cardinale
Egidio da Viterbo agostiniano, umanista e riformatore, Libreria Editrice Fiorentina,
Firenze, Viterbo Ordine di Sant'Agostino Umanesimo Cabala ebraica
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su sapere, De Agostini. A. su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Egidio da Viterbo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Egidio da Viterbo, su ALCUIN, Ratisbona. Egidio da Viterbo, su Find a
Grave. Opere di Egidio da Viterbo,. Egidio da Viterbo, in Catholic
Encyclopedia, Robert Appleton Company. David M. Cheney, Egidio da Viterbo, in
Catholic Hierarchy. Biblioteca e società,
ATTI del Convegno di Studi su Egidio da Viterbo nell’anniversario della morte,
su bibliotecaviterbo. Rassegna bibliografica su bibliotecaviterbo. A.
Encyclopedia (la voce contiene, peraltro, alcune inesattezze) Salvador Miranda,
VITERBO, O.E.S.A., Egidio da, su fiu.eduThe Cardinals of the Holy Roman Church,
Florida International University. Articolo della rivista Theological Studies
(O'Malley) dedicato al pensiero riformistico di Egidio da Viterbo, su bc.edu.
PredecessorePriore generale dell'Ordine di Sant'Agostino Successore 13.escudo.oar.png
Agostino da Terni, O.E.S.A Gabriele da Venezia, O.E.S.A PredecessoreCardinale
presbitero di San Bartolomeo all'Isola Successore Cardinal CoA PioM. Domenico
Giacobazzi PredecessoreCardinale presbitero di San Matteo in Merulana Successore
CardinalCoA PioM.svg Cristoforo Numai, O.F.M.O bs. Charles de Hémard de
DenonvillePredecessoreVescovo di Viterbo e Tuscania Successore Bishop CoA PioM .svg
Ottaviano Riario Niccolò Ridolfi (amministratore
apostolico)PredecessorePatriarca titolare di Costantinopoli Successore Primate NonCardinal
PioM.svg Marco Corner Francesco de Pisauro Predecessore Cardinale presbitero di
San Marcello Successore CardinalCoA PioM. svg Enrique Cardona y Enríquez Grimani
Predecessore Amministratore apostolico di Zara Successore Archbishop Pallium
PioM.svg Francesco Pesaro (arcivescovo metropolita) Cornelio Pesaro
(arcivescovo metropolita) Predecessore Amministratore apostolico di Lanciano Successore
BishopCoA PioM.svg Angelo Maccafani (vescovo) Fortini, O.P. (vescovo) Filosofi
italiani del XVI secolo Cardinali italiani Professore Viterbo RomaAgostiniani
italiani Cabalisti italiani Cardinali nominati da Leone XPatriarchi latini di
Costantinopoli Ebraisti italiani. Raptus GANYMEDIS. Ubi ea de AMORE
tractavimus, quae aeterna sunt, nunc ad ea accedimus, quae ad mortales usque
proveniunt. Utrumque enim in symposio disputatum est a Platone, et quod magnus
deus AMOR est, quod ad aeternitatem pertinet, et quod medicus est curatorque mortalium,
quod vergit adtempus. Quam quidem sententiam plerique eorum contempserunt,
quisibi sapientes videntur, quique rationem sensilibus, non sensilia ratione dimetiuntur.Rati
ex aeterna causa res novas absque medio provenire non posse, ne aeterna,
stabilis, immotaque res, de ea enim causa praecipue loquuntur, quae firma
immota semper est, quasi quae novam rem pariat. Iam a priore statu mota
videatur, eademque et immota et mota esset, quod veri nulla potest ratione.
Sane divinus ille Amor ex aliquo semper effertur inaliquid,quod si quamanatex
aliocogitetur Amor,aeternaprogressione fluit a Parente ac Filio. Sin vero ut
vergit in aliquid prospi-ciatur, aut qua in id vergit, quod amatur, velut a
patre proles, atque eaprogressio perpetua est, aut qua in id rapitur, quod ex
Amore ut, velut inmunera, quae hominibus divinitus tribuuntur. Qui quidem
divini AMORIS adventus, tam aeternus non est, quam homines, quibus illa
donantur.Mortales sunt, aeterni non sunt; neque accessus ille, illaque curatio
quic-quam in Deo collocat novi nisi ex nostra quadam cogitatione. Sed id
innobis oritur, quod ad aliquid est, in nobisque non eo in amore mutation ut,
quemadmodum orientem solem spectantibus, dexter est antarcticus polus, articus
sinister, quibus rursus occidentem spectantibus contrariaratio ut, efficiturque
et dexter arcticus et sinister antarcticus, ac quam-quam immoti semper poli
sint, qui tamen dexter erat sinister efficitur,non caeli parte, sed spectatoris
corpore commutato. Ita sane ut, cumad bonas hominum mentes, cum ad morbos
animorum curandos, ille loquntur V; locuntur N pariat]
percipiat V sint] sunt ac. V Utrumque est] Symp. NV; Symp. N medicus … mortalium] Symp. N V accedit
amor. Ita ad aegrum se conert, ut agitationem ac motum, nonamor ille divinus,
sed solus aegri animus patiatur. Nam cum gemini AMORES, geminaeque sint Veneres,
sicut Platoni placet, uterquesi processerit, urorenoscorripit. Sedalterperturbationum,
morborum, malorum omnium causa est; alter sedationes, salutem, bonaque plane
omnia elar-gitur.HincMenonillePlatonicusait, mortals non nisi divino gurore correptos
bonos eri. Quae quidem sententia oraculo consentit, quo praedicatum est, caeli
regnum vim pati atque a violentis mortalibus rapi. Utenim malus furor in era
humanam sortem rapit mentem, ita divinus spiritu vehementi, supra hominum vires
in caelum usque correptam men-tem vehit. HIC ILLE RAPTVS DIVINVS EST QVEM SVPERIOR
FABVLA IN PHYRGIO PVERO COGITARI VOLEVAT QVEM IN CÆLVM AD DIVINAS DAPES NON SVO
CONSILIO PROTECTVM SED DIVINO POTIVS RAPTV ADVECTUM PRODEBAT – RAPTVMQVE AMAVIT
NON NISI AB AMATORE – VT HOMINVM AD DIVINA RAPIENDORUM POTESTAS NON NISI IN
DIVINVM ET AMOREM REFERATVR. Nam Plato cum tres furors ostendisset: Musarum, Bacchi,
Apollinis, quartum etiam Veneris adiecitomnium maximum, sacratissimum,
divinissimum. Aeterna vero de causa novi aliquid procisciquid prohibet, a libera
praecipue atque immota omnino. Quippe quae idcirco non mutata usque iudicatur,
quod quae aeterna voluntate in tempore se acturam statuit, eastatuto tempore fecit.
Quare tantum abest ut mutata dicenda sit, quod in tempore quicquamegerit, ut mutatautique
dicenda esset, si quod constituit, in tempore non egisset. Adde quod non
ponimus spiritum illic esse, ubi prius non uerit, sed alia ratione esse quam uerit.
Atque ita ad nos in tempore dicimus procisciillum cum divino aliquot coniungitur
munere, quo prius nobis non coniungebatur. Callistoetenim, et amanti deo miscetur
prius, et deinde ab eodem in caelum rapta est. Quibus quidem in rebus, non
divinum AMOREM sed illam mutatam esse voluerunt, cumprius divina AMICITIA ac
deinceps etiam caeli sede a divino AMORE donata est nactaque. Spiritus munus
est quippe quem non aquis mergi sed superaquas erri scriptum est. Aquae etenim
multae, Solomone teste, extinguere non possunt charitatem, quae una more olei
virginum prudentum obrui in undas non potest, sublime tutumque supernatat. Ita
quos sanctus [amor in marg. V animus] animis ac. V Quare] quarum ac.V esse]
etiam V esse] esset V etenim om. V
Salamone N V cum placet] Symp. N N V Menon eri] Men. N N
V puero] asteriscus N Nam divinissimum] Ion N V ; Phaedr.
Ion N caeli rapi] Mt. Aquae charitatem] Cant.] ille AMOR inhabitat, nihil
mali metuunt, nullos adversos re ormidant ventos, nulla malorum tempestate
iactantur. Quam quidem rem et prius Homerus et postea Maro posteris
prodiderunt. Arctos Oceani metuentes aequore tingi, quod hii, quos divinus AMOR
corripit, agitari ortasse quandoque nonnihil possint, mergi ullis tempestatibus
non possint. Iam verode AMORIS processibus quaesitum saepe est, duonesint,
anunus. Alii duos aciunt, quod aeterna res eadem rei non aeternae esse non
debeat. Aliiunum dumtaxatessecontendunt,quia duo sunt ad aliquid in spiritu:alterum
re, alterum ratione. Quod vero ratione, non re ponimus, nihil erum constituat
oportet. Res ex re oritur, non ex solius principio rationis. Nos medium
malentes, modo quodam unum, modo alio duos processus esse volumus, omnis enim
progressio inter duos iaceat terminosnecesse est, ut Daedali volatus e Cretensi
coepit carcere, Calcidicaque levis tandem super adstitit arce. Aquam etiam,
quam in horto voluptatis esse docet Moses, vel ex onte unde manat, uel ex
alveis in quos manat,spectare possumus. Si ex onte, unam, si ex alveis, plures
esse dicendumest. Ita erme et AMORIS divini processus. Si ontem unde fluit adspicias,
unus dumtaxat erit immortalis aeternusque, sicut unum esse principiumostendimus
unde manat. Sin vero ea spectes, in quae tendit, quia alterum est aeternum,
alterum temporarium, ut spiritus divinus et HUMANUM genus, id circo duosesse
progressus asseverandum est. In onte enim si quid est quod sit ad aliquid in processu
spiritus, unum dum taxatest. In unibus vero non unum, sed duo reperiuntur,
quorum alterum in spirituaeternum, alterum in hominibus temporarium residet. De
aeterno quidem Hesiodus disseruit, qui etiam Aristotele teste, erram et ante
eam Chaos, hoc est vacuum, ut idem
interpretatur quod ii concedant oportet, qui mundum volunt conditum fuisse, ut
etiam consensit interpresAverroes ante haec vero, utpote rebus antiquiorem AMOREM
constituit,cuius postea partes uere, super aquas erri, et ut alii melius, rudi
mundi et silvae et materiae incubare. AMOREM itaqueis vates aeternum essececinit,
quem temporarium quoque universa ecit antiquitas,cum Iovem tra-xisse nxerunt ad
Danaes, ad Laedae, ad Alcmenae consuetudinem. Nec aliud plane per divinos
amores, per amatas Deo puellas, et (si ss esset ii N re ponimus]
reponimus V onte V spiritum V concedunt V Almenae
N V Arctos tingi] Virg. N V omnis est] Phy.;. Phy;.Phy. N N V Aristotele
Chaos]. Phy. N N V Arctos tingi] Geo..Calcidicaque arce] Aen..dicere)
per Iovis adulteria intellexere, nisi AMORIS divini adventum in homines, cum ex
innumerabili pene mortalium turba ad interitum, adineros, ad miseriam
properante, quidam seliguntur Deo cari, quibus et verum agnoscere, pedem retrahere,
caelum contempta terra conscendere datum est. Dat siquidem Plato in Euthyphrone
Divino AMORI, quicquidin mortalibus vel studiosi, vel sancti reperitur. Omne
enim Diis AMICVM sanctum, diis vero NON AMICVM PROPHANVM arbitrabatur. Quicquid
itaque spei, quicquid salutis, quicquid recti in hominibus esse potest,
exmunere deorum esse voluit, cum ALCIBIADES ad bene, recteque agendum censuit
non sufficere mortales. Id quoque vestigatione dignum putavere, ancum AMORIS Divini
muneribus, quae donantur hominibus, ipse etiam Divinus AMOR Deus, ac ipse a
nobis spiritus una cum muneribus possideatur. Plato in “Symposio” illud Hesiodi,
quod prius adduximus, commemoravit, antiquissimum deorum esse AMOREM ut spiritum
ostenderet Deum esse maximum, turbas novorum Deorum ipsa aeternitate antecedentem.
Antiquissimum vero et primum intelligimus non modo qua deos alios anteit, verum
etiam qua divina in nobis antecedit dona. Primum namque donorum omnium AMORE facit
Aristoteles in Rhetoricis, quare nisi prius mortalibus AMOR detur, nunquam
divina munera tribuuntur de iis, inquam, muneribus, quae AMICITIAM nobis
conciliant divinam. Deum praeterea Aristoteles in maximo caeli circulo esse
vult, ea dumtaxat nisus ratione, quod simplices incorporeaeque substantiae eo
in loco sunt, sicuti in loco esse possunt, ubi actiones exercent. Quodsi id
agit AMOR ille divinus in nobis, ut ex impiis pii, ex iniustis iusti, ex
hostibus AMICI efficiamur, non potest idem ipse AMOR non esse innobis. Iungimur
quoque non modo muneribus cum illa suscipimus, sedipsi etiam Deo, quem probetum
nosse tum AMARE incipimus. Notitia enim AMORque Dei, quae praecipua a Deo
munera generi humano tribuuntur, ut Deo et propius iungamur et iunctissime
haereamus efficiunt. Atqui sicut Apostolo placet, quicunque haeret deo, ut unus
cum Deo spiritus evadat, oportet. Fit denique in nobis dato munere ad aliquid, quo
non modo dona suscepta, verum etiam dantem AMOREM aspicimus. Quamobrem efficitur,
ut AMOR ille, qui deus est, alia quam prius ratione possideatur a nobis.
Possidetur autem cum sese nobis insinuat, cum in udit se animo, cum sinui
penetralibusque amatae mentis illabi- ut]
et V nixus V ille sl. N suscepimus V ut]
et V prius in marg.V autem] etiam V .– Dat
reperitur] Eut. N V ; Eutyphrone N Plato Amorem] Symp. N N V] tur.Quod si
parum id persuaserimus, non potest Apostoli oraculum non persuadere, qui Dei AMOREM
in discipulorum cordibus praedicat diffusum per spiritum, inquit, sanctum, qui
datus est nobis. Quo quidem loco incredibile immortalium munus ostenditur, quo
non modo divina dona, verum etiam Deus ipse donorum dator sese et dat et
exhibet animae humanae. Ex iis vero, quae dicta sunt, dubitatio exoriri potest,
sienim AMOR est donorum primum, nullo nos donari munere sequitur, nisi prius
AMOREM spiritumque suscipiamus. Cum tamen non nullos constet improbos Spiritus
divini dona suscepisse, spiritum tamen minime suscepisse. ria nomina intelligenda
sunt nobis, quae saepe a rismegisto et a Platone in medium afferri consuevere.
Deum namque apellitare soliti sunt patrem, verum, bonum. Patrem quidem nominant
illamut causam, a qua pro ecti sumus. Verum, ut id quod summum intelligimus. Bonum,
ut id quod ut beatisimus adamamus. aria itaque divina nominasunt, tres etiam rationes
quibus in nobis est Deus. Quaenim Pater ac causa rerum est, omnibus inest
rebus. Ea namque, quae sunt, similitudinem servant eorum, unde sunt, atque hoc
pacto in rebus est Deus. Esentia, potestate, praesentia, quemadmodum publica
senatus decretal censuerunt. Ego omnia impleo, dicebat oraculum. Quam quidem
rem divinarum rerum consultissimus Maro in rusticis carminibus
scriptamreliquit. Ab Iove, inquit, principium musae. Iovis omnia plena. Ubi et
sententiam et sententiae causam elegantissime posuit scribens, Iovis esse plena
omnia, atque ideo ab eo principium musae facere. Qui locus longe altius agit,
quam prima carminis ronte videatur, voluit enim Iovis plena esse omnia, quoniam
Musae principium, atque ortus a Iove ipso est. Filias enim Iovis Homerus Musas ecit.
Musas etiam caelestesque deos una cum rebus omnibus a principio conditos a Deo
fuisse constat. Quare id circo docet omnia esse plena Deo, quod Musae rerumque
omnium pater est et causa ac principium Deus. Primamque rationem describit, qua
Deus rebus inest, eiusque rei causam ostendit, quod Musae rerum quesit et pateret
principium. Didicitex imaeo Deum esse non modo Musae, sed et rerum patrem, ubi
insignis illa Platonis sententia est, actarum rerum patrem invenire difficile
est, effari autem nulliunquam as est. Quod enim sit Deus, magno tandem negotio
coniicimus, quid autem sit nullo studio, nullo labore in terris animadvertimus.
rimegisto illam] illi N intelligmus beatissimus]
beatissimus V inquit sl. N ac] et V advertimus V Ab
plena] Virg. NV Didicit … est] im.NNV At esse ubique Deum
Academia semper voluit, utpostea, non semel Plotinus testatus est, cuius quidem
doctrinam ad Maronis interpretamenta necessariam esse, vel Servius atetur. Altera
ratio, qua inest nobis Deus,est cognitionis et mentis, quod quidem divinum
munus ii soli possident, qui sunt mentis rationisque participes. Iungitur
namque Deo mens dum contemplatur Deum, utque divinas quasdam speculatur
imagines, quibus aciem dirigit in divinam lucem; atque hoc pacto in
contemplante estDeus per similitudines atque imagines quasdam, quibus modo
quodam coniungimur Deo. Tertia ratio est cum inest nobis deus non modo tamquam
verum cognoscentibus, sed tanquam bonum summum adamantibus. Illud cognitionis,
hoc amoris est opus. Id menti convenit, hoc daturaffectui. Quarum quidem rerum
illud est interstitium, quod rei speciemaltera, altera non speciem, sed rem
ipsam assequitur. Species enim lapidis, teste Aristotele, in animo est, non lapis,
cumcontra bonumipsum ac malum, non in rerum imaginibus, sed in ipsissintrebus. Quaretertius
hic nodus quoiungimurdeo, tanto est superiorepraestantior,quantoaurum, atque
homo auri hominisque imagines antecellit. Licet intelligentia qua-dam nos
ratione iungat Deo, ita tamen iungit, ut scientiae et mathematicae solent, quae
aciunt necessaria quadam consecutione, ut cognitas res et coelum cognoscamus,
non tamen praestant, ut etiam intellecta possi-deamus. At amor, qui similitudinibus
imaginibusque contentus esse nonsolet, ad res ipsas, quas optat, se recipit,
nec unquam nisi pulchro poti-tus conquiescit. Cognitio quidem rerum
similitudines ad cognoscentem vehit, amor vero amantem ipsum ad rem pulchram
rapit. Iarbam quem novit Dido, non admisit, quem amavit Aeneam virum cepit, non
enimilli colloquia, non convivia, non munera, non consuetudo sat uit,
quinpotius nunquam destitit, donec “speluncam Dido, dux et troianus eandem devenirent,
ubiarctissimo connubiivinculoiungerentur. Atquehocest quod in Republica Plato
monet, AMORIS nexum multo esse mathematicis artiorem, cum disciplinarum necessitas
similitudini mentem iungat, AMORIS vincula pulchro ipsi devinciant. Adde quod
velut Maro AMORIS retinacula ut arctissima esse demonstraret, matrimonii illa
et nuptia- vel sed V ii ipsi ac. V atque N altera om.
NV sint sl. V nodus] modus ac. V potitur V Iarbam]
Hyarbam N V mathamaticis V denunciant V esse est]
Enn. lib. cap. et lib. cap. N
N V hoc artiorem]. Reip. N
NV speluncam devenirent] Aen. Rumiugosigni cavit. Idem quoque hicidem quo
de agimus Spiritus effecit in AMATORIIS canticis, commercia namque humanarum
animarum et inmortalis Dei, quae caritate amoreque conciliantur, non aptiori
nomine appellate sunt, quamc onnubii atque nuptiarum. Quam obrem liberis, qui mores
canit et castos et divinos, ab Ieronimo, Origene, aliisque senatus principibus
VIRIS Epitalamii titulo inscriptus est, haud alio plane consilio, quam ut cum
amoris nodum cogitemus, efficacissimum arbitremur. Est itaque in rebus Deus
maximus primo quidem modo sicut causa iniis, quae vel proveniunt vel oriuntur
ex causa. Est rursus in eo animante, quirationisest particeps, quadam et specierum
similitudine et intelligentiae luce. Et denique in hoc ipso per sanctos
caritatis amorisque complexus. Primum quidem naturae opus est, alterum studii,
tertium AMICITIAE. Primum dat nobis essentiam, sequens cognitionem, postremum
gratiam atque benevolentiam. Deus siquidem in primo et intellectum et mentem praebet
homini, in secundo dei species et enigmata, in postremo AMORIS bene ciodatseipsum.
Iam itaque constarepalam potest, quaemunera AMORIS ea sint, quae cum exhibentur
hominibus, efficiunt ut auctor quo-que ipse exhibeatur. Licet enim, qua pater et
causa rebus insit omnibus,praecipuum tamen inhabitandi munus, quod ad amorem
pertinet, nullis cum muneribus praestatur hominibus, nisi ea AMORIS, gratiae,
amicitiaesint. Extat oraculum clarissimum, quo AMORIS hoc divinissimum significatum
est munus: “ad eum,” inquit, “veniemus, in quo, et nobis domicilium faciemus. Hoc
idem in Platonico Symposio indicat, quod in AMORIS ortu enia Poro miscetur, ut
aperte AMORIS vis intelligatur, cuius inaestimabili et bonitate et beneficio et,
ut non speciei, non similitudini, sedipsi Deo anima copuletur. O beatum munus!
O felices AMORIS VIRES, O Fortunatos HOMINES, ubi divinus ille flagrat AMOR, ubi
suas Deus exercet nuptias, ubi amatae sponsae commiscetur, ubi tanquam in
thalamo cubat suo. Quidfasces, quid imperia, quid utiles hominibus voluptates prosunt?
Qui si unum hunc AMOREM non possident, male omnia atqueexilio possident. Qui ut
parentem et causam colunt deum, parum sese aellureevehunt, caelum que lunae dum
taxat aspiciunt, quam terrae naturam sapere volunt et Aristoteles et Averroes,
proindeque torpentes acgelidi AMORIS munera acesque non sentiunt. Qui vero contemplantur
atque] ac V costare V quoque quo V inestimabili
V; inextimabili N N ac a V Hoc copuletur Symp. N V ad
aciemus Io. ut verum in Mercurii orbem oculos attollunt, unde artium et
discipli-narum munera tribui generi humano abulantur. Qui etsi amoris flam-mas
nondum concipiunt, quoniam tamen orbis ille venereo iunctus est, nec sua stella
a Veneris stella procul unquam migrat, atque utraque semper circum flammeum
ardentemque micat solem, idcirco ab intelligen-tia, modo recta piaque sit, ad
amoris ignes acilis patet aditus. Qui autemetiam Mercurii somnia virgamque
apertis oculis transiliunt, quasi vene-reae columbae pennis, nisi ad Veneris se
flammas caelumque recipiunt,quo qui tandem convolant, non in concertatione
similitudinum dimicant vel laborant, sed in pace in id ipsum dormiunt laeti
atque requie-scunt. Has pennas optabat olim vates: “quis,” inquit, “dabit mihi
pennasut columbae, quibus simul volabo, et requiescam! Huc se venturum isetiam ut
poterat sperabat, geminas qui forte columbas aspiciens, quaetum caelo venere
volantes, maternas agnovit aves. In hoc denique AMORIS caelum tertium raptus ille
est, qui amorem absquerebus aliissatisesse,res alias absque amore nihil esse
arbitrabatur. Non itaque cum vatici-niis, non cum prophetia, non cum miraculis
semper datur deus. Quaeomnia, ut idem testatur, si habeam, unum AMOREM non
habeam, nihilomninosum. Quod vero sit donorum primum acitutaliquasempercum
donis AMOR detur; si -- prior testo con note – apparato critico – Antonini. Ubi
ea de AMORE tractavimus, qu æ æterna sunt, nunc ad ea accedimus, quæad mortals usque
proveniunt. Utrum queenim in Symposio disputatum est a Platone, et quod magnus
deus amor est, quod ad æternitatem pertinet, et quod medicus est curatorque
mortalium, quod vergit adtempus. Quam quidem sententiam plerique eorum
contempserunt, quisibi sapientes videntur, quique rationem sensilibus, non
sensilia ratione dimetiuntur. Rati ex æterna causa res novas absque medio provenire
non posse, ne æterna, stabilis, immotaque res, de ea enim causa præcipueloquuntur,
quæ rma immota semper est, quasi quæ novam rem pariat.Iam a priore statu mota
videatur, eademque et immota et mota esset,quod eri nulla potest ratione. Sane
divinus ille AMOR ex aliquo semper effertur inaliquid, quod si qua manatex
aliocogitetur AMOR, æternaprogressione fluit a Parente ac Filio. Sin vero ut
vergit in aliquid prospi-ciatur, aut qua in id vergit, quod amatur, velut a
patre proles, atque eaprogressio perpetua est, aut qua in id rapitur, quod ex
Amore ut, velut inmunera, quæ hominibus divinitus tribuuntur. Qui quidem divini
AMORIS adventus, tam æternus non est, quam homines, quibus illa donantur. Mortales
sunt, æterni non sunt; neque accessus ille, illaque curatio quic-quam in Deo
collocat novi nisi ex nostra quadam cogitatione. Sed id innobis oritur, quod ad
aliquid est, in nobisque non eo in amore mutation ut, quem ad modum orientem
solem spectantibus, dexter est antarcticus polus, articus sinister, quibus
rursus occidentem spectantibus contrariaratio et, efficiturque et dexter arcticus
et sinister antarcticus, ac quamquam immoti semper poli sint, qui tamen dexter
erat sinister efficitur,non cæli parte, sed spectatoris corpore commutato. Ita
sane ut, cumad bonas hominum mentes, cum ad morbos animorum curandos,
ille accedit amor. Ita ad ægrum se confert, ut agitationem ac motum,
nonamor ille divinus, sed solus ægri animus patiatur. Nam cum
geminiAmores,geminæquesintVeneres,sicutPlatoniplacet, uterquesiprocesserit, urorenos
corripit.Sedalterperturbationum, morborum, malorum omnium causa est; alter
sedationes, salutem, bonaque plane omnia elargitur. Hinc Menon ille Platonicus
ait, mortales non nisi divino urore correptos bonos feri. Quæ quidem sententia
oraculo consentit, quo præ-dicatum est, cæli regnum vim pati atque a violentis
mortalibus rapi. Utenim malus uror in ra humanam sortem rapit mentem, ita
divinus spiritu vehementi, supra hominum vires in cælum usque correptam mentem
vehit. HIC ILLE RAPTVS DIVINVS EST QVEM SVPERIOR FABVLA IN PHYRGIO PVUERO
COGITARI VOLEBAT QVEM IN CÆLVM AD DIVINAS DAPES NON SVO CONSILIO PROTECTVM SED
DIVINO POTIVS RAPTV ADVECTVM PRODEBAT – RAPTVMQVE AMAVIT NON NISI AB AMATORE VT
HOMINVM AD DIVINA RAPIENDORVM POTESTAS NON NISI IN DIVINVM AMOREM REFERATVR. Nam
Plato cum tres furoresostendisset: Musarum, Bacchi, Apollinis,quartumetiam
Venerisadiecitomnium maximum, sacratissimum, divinissimum. Æterna vero de causa
novi aliquid procisci quid prohibet, alibera præcipue atque immota omnino. Quippe
quæ idcirco non mutata usque iudicatur, quod quæ æterna voluntate in tempore se
facturam statuit, eastatuto tempore fecit. Quare tantum abest ut mutata dicenda
sit, quod intempore quicquamegerit, ut mutat autique dicenda esset, siquod
constituit, in tempore non egisset. Adde quod non ponimus spiritum illic
esse,ubi prius non uerit, sed alia ratione esse quam uerit. Atque ita ad nos in
temporedicimus procisciillumcumdivinoaliquoconiungiturmunere, quo prius nobis non
coniungebatur.Callistoetenim,etamantideomisce-tur prius, et deinde ab eodem in
cælum rapta est. Quibus quidem inrebus, non divinum amorem, sed illam mutatam
esse voluerunt, cumprius divina amicitia ac deinceps etiam cæli sede a divino
amore donata est nactaque. Spiritusmunus est quippe quem nonaquis mergi sed
superaquas erri scriptum est. Aquæ etenim multæ, Solomone teste, extin-guere
non possunt charitatem, quæ una more olei virginum prudentumobrui in undas non
potest, sublime tutumque supernatat. Ita quos sanc-tus ille Amor inhabitat,
nihil mali metuunt, nullos adversos reformidant ventos, nulla malorum
tempestate iactantur. Quam quidem rem et priusHomerus et postea Maro posteris
prodiderunt: “Arctos Oceani metuen-tes æquore tingi, quod hii, quos divinus amor
corripit, agitari ortasse quandoque nonnihil possint, mergi ullis tempestatibus
non possint. Iam vero de AMORIS processibus quæsitumsæpe est, duonesint,anunus.Aliiduos
aciunt, quod æterna res eadem rei non æternæ esse non debeat. Aliiunum dumtaxatesse
contendunt, qui aduosuntad aliquid in spiritu: alterum re, alterum ratione.
Quod vero ratione, non re ponimus, nihil rerum constituat oportet. Res ex re
oritur, non ex solius principio ratio-nis. Nos medium malentes, modo quodam
unum, modo alio duos pro-cessus esse volumus, omnis enim progressio inter duos
iaceat terminosnecesse est, ut Dædali volatus e Cretensi coepit carcere, Calcidica
que levis tandem super adstitit arce. Aquam etiam, quam in horto voluptatis
esse docet Moses, vel ex onte unde manat, uel ex alveis in quos manat,spectare
possumus. Si ex onte, unam, si ex alveis, plures esse dicendumest. Ita erme et
amoris divini processus. Si ontem unde fluit adspicias,unus dumtaxat erit
immortalis æternusque, sicut unum esse principium ostendimus unde manat. Sin
vero ea spectes, in quæ tendit, quia alterum est æternum, alterum temporarium,
ut spiritus divinus, et huma-numgenus, id circoduosesse progressus asseverandum
est. In onteenimsi quid est quodsitad aliquidin processu spiritus, unum dumtaxatest.
In nibus vero non unum, sed duo reperiuntur, quorum alterum in spirituæternum,
alterum in hominibus temporarium residet. De æterno quidem Hesiodus disseruit,
qui etiam Aristotele teste, erram et ante eam Chaos, hoc est vacuum, ut idem
interpretatur, quod ii concedant oportet, qui mundum volunt conditum fuisse, ut
etiam consensit interpres Averroes ante hæc vero, utpote rebus antiquiorem
Amorem constituit,cuius postea partes uere, super aquas erri, et ut alii
melius, rudi mundi et silvæ et materiæ incubare. AMOREM ita queis vates æternum
essececinit, quemtemporarium quoque universa ecit antiquitas,cum Iovem traxis senxerunt
ad Danæs, ad Lædæ, ad Alcmenæ consuetudinem. Nec aliud plane per divinos
amores, per amatas Deo puellas, et si as essetdicere per Iovis adulteria
intellexere, nisi AMORIS divini adventum
inhomines, cum ex innumerabili pene mortalium turba ad interitum, adineros, ad
miseriam properante, quidam seliguntur Deo cari, quibus et verumagnoscere, pedemretrahere,
cælum contemptaterraconscendere datum est. Dat siquidem Plato in Euthyphrone
Divino Amori, quicquidin mortalibus vel studiosi, vel sancti reperitur. Omne
enim Diis AMICUM sanctum, diis vero NON AMICUM PROPHANUM arbitrabatur. Quicquid
itaque spei, quicquid salutis, quicquid recti in hominibus esse potest,
exmunere deorum esse voluit, cum ALCIBIADES ad bene, recteque agendum censuit
non sufficere mortales. Id quoque vestigatione dignum putavere, ancum AMORIS Divini
muneribus, quædonantur hominibus, ipseetiam Divinus AMOR Deus, ac ipse a nobis
Spiritus una cum muneribus possideatur. Plato in “Symposio” illud Hesiodi, quod
prius adduximus, commemoravit, antiquissimum Deorum esse AMOREM, ut Spiritum
ostenderet Deum esse maximum, turbas novorum Deorum ipsa æternitate antecedentem.
Antiquissimum vero et primum intelligimus non modoqua deos alios anteit, verum
etiam qua divina in nobis antecedit dona.Primum namque donorum omnium AMOREM
facit Aristoteles in “Rhetoricis”, quare nisi prius mortalibus amor detur,
nunquam divina munera tribuuntur de iis, inquam, muneribus, quæ amicitiam nobis
conciliantdivinam. Deum præterea Aristoteles in maximo cæli circulo esse
vult,ea dumtaxat nisus ratione, quod simplices incorporeæque substantiæeo in
loco sunt, sicuti in loco esse possunt, ubi actiones exercent. Quodsi id agit
Amor ille divinus in nobis, ut ex impiis pii, ex iniustis iusti, ex hostibus
amici efficiamur, non potest idem ipse Amor non esse innobis. Iungimur quoque non
modo muneribus cum illa suscipimus, sedipsi etiam Deo, quem probe tum nosse tum
amare incipimus; notitiænim AMORque Dei, quæ præcipua a Deo munera generi
humano tri-buuntur, ut Deo et propius iungamur et iunctissime hæreamus efficiunt.
Atqui sicut Apostolo placet, quicunque hæret deo, ut unus cum Deospiritus
evadat, oportet. Fit denique in nobis dato munere ad aliquid,quo non modo dona
suscepta, verum etiam dantem AMOREM aspicimus. Quam obrem efficitur, ut AMOR ille,
qui Deus est, alia quam priusratione possideatur a nobis. Possidetur autem cum
sese nobis insinuat, cum inudit se animo, cum sinui penetralibusque amatæ
mentis illabitur. Quod si parum id persuaserimus, non potest Apostoli oraculum non
persuadere, qui Dei amorem in discipulorum cordibus prædicat diffu-sum “per
Spiritum,” inquit, Sanctum, qui datus est nobis. Quo quidem loco incredibile
immortalium munus ostenditur, quo non modo divina dona, verum etiam Deus ipse
donorum dator sese et dat et exhibet animæ humanæ. Ex iis vero, quæ dicta sunt,
dubitatio exoriri potest, sienimA AMORES tdonorumprimum, nullonos donarimunere sequitur,
nisiprius AMOREM Spiritumque suscipiamus. Cum tamen nonnullos con-stet improbos
Spiritus divini dona suscepisse, Spiritum tamen minime suscepisse. ria nomina
intelligenda sunt nobis, quæ sæpe a risme-gisto et a Platone in medium afferri
consuevere. Deum namque apelli-tare soliti sunt Patrem, Verum, Bonum. Patrem
quidem nominant illamut causam, a qua protecti sumus; Verum, ut id quod summum
intelli-gimus; Bonum, ut id quod ut beati simus adamamus. ria itaque divina nominasunt,
tres etiam rationes quibus in nobis est Deus; quænimPaterac causa rerum est,
omnibus inest rebus. Ea namque, quæ sunt, simili-tudinem servant eorum, unde
unt, atque hoc pacto in rebus est Deus:essentia, potestate, præsentia,
quemadmodum publica senatus decretacensuerunt. Ego omnia impleo,” dicebat
oraculum. Quam quidem rem divinarum rerum consultissimus Maro in rusticis
carminibus scriptamreliquit: “Ab Iove,” inquit, “principium Musæ; Iovis omnia
plena”; ubiet sententiam et sententiæ causam elegantissime posuit scribens,
Iovisesse plena omnia, atque ideo ab eo principium Musæ acere. Qui locuslonge
altius agit, quam prima carminis fronte videatur, voluit enim Iovis plena esse
omnia, quoniam Musæ principium, atque ortus a Iove ipsoest. Filias enim Iovis
Homerus Musas fecit. Musas etiam cælestesquedeos una cum rebus omnibus a
principio conditos a Deo fuisse constat. Quare idcirco docet omnia esse plena
Deo, quod Musæ rerum-que omnium pater est et causa ac principium Deus.
Primamque rationem describit, qua Deus rebus inest, eiusque rei causam
ostendit, quod Musæ rerum quesitet pateret principium. Didicitex imæo Deum essenon
modo Musæ, sed et rerum patrem, ubi insignis illa Platonis sententia est, actarum
rerum patrem invenire difficile est, effari autem nulliunquam as est.” Quod enim
sit Deus, magno tandem negotio coniicimus, quid autem sit nullo studio, nullo
labore in terris animadvertimus. At esse ubiqueDeum Academia semper
voluit, utpostea, non semel Plotinus testatus est, cuius quidem doctrinam ad
Maronis interpretamenta necessariam esse, vel Servius atetur. Altera ratio, qua
inest nobis Deus, est cognitionis et mentis, quod quidem divinum munus ii soli
possident, qui sunt mentis rationisque participes. Iungitur namque Deo mens
dumcontemplatur Deum, utque divinas quasdam speculatur imagines, quibus aciem
dirigit in divinam lucem; atque hoc pacto in contemplante est Deus per
similitudines atque imagines quasdam, quibus modo quodam coniungimur Deo. Tertia
ratio est cum inest nobis deus non modo tamquam verum cognoscentibus, sed
tanquam bonum summum adamanti-bus. Illud cognitionis, hoc amoris est opus. Id
menti convenit, hoc daturaffectui. Quarum quidem rerum illud est interstitium,
quod rei speciem altera, altera non speciem, sed rem ipsam assequitur. Species
enim lapidis, teste Aristotele, in animo est, non lapis, cumcontra bonumipsum
ac malum, noninrerumimaginibus, sedinipsissintrebus. Quaretertius hic nodus quoiungimur
deo, tanto es tsuperiorep ræstantior, quantoaurum, atque homo auri hominisque
imagines antecellit. Licet intelligentia quadam nos ratione iungat Deo, ita
tamen iungit, ut scientiæ et mathemati-cæ solent, quæ aciunt necessaria quadam
consecutione, ut cognitas res et coelum cognoscamus, non tamen præstant, ut
etiam intellecta possi-deamus. At amor, qui similitudinibus imaginibusque
contentus esse nonsolet, ad res ipsas, quas optat, se recipit, nec unquam nisi
pulchro poti-tus conquiescit. Cognitio quidem rerum similitudines ad
cognoscentem vehit, amor vero amantem ipsum ad rem pulchram rapit. Iarbam quem novit
Dido, non admisit, quem amavit Æneam virum cepit, non enimilli colloquia, non
convivia, non munera, non consuetudo sat uit, quinpotius nunquam destitit,
donec “speluncam Dido, dux et Troianus ean-dem devenirent, ubi arctissimo connubiivinculoiungerentur.
Atque hoc est quod in Republica Plato monet, AMORIS nexum multo esse mathematicis
artiorem, cum disciplinarum necessitas similitudini mentem iun-gat, amoris
vincula pulchro ipsi devinciant. Adde quod velut Maro amo-ris retinacula ut
arctissima esse demonstraret, matrimonii illa et nuptiarum iugo signi cavit. Idem
quoque hicidemquodeagimus Spiritus effecit in AMATORIIS canticis, commercia
namque humanarum animarum etinmortalis Dei, quæ caritate amoreque conciliantur,
non aptiori nomine appellatasunt, quamconnubiiatquenuptiarum.Quamobremliberis,qui AMORES canit et castos et divinos, ab
Ieronimo, Origene, aliisque senatus principibus VIRIS Epitalamii titulo inscriptus
est, haud alio plane consilio, quam ut cum amoris nodum cogitemus, efficacissimum
arbitremur.Est itaque in rebus Deus maximus primo quidem modo sicut causa
iniis, quæ vel proveniunt vel oriuntur ex causa. Est rursus in eo animante, qui
rationis est particeps,quadamet specierum similitudine et intelligentiæ luce.
Et denique in hoc ipso per sanctos caritatis amorisque complexus. Primum quidem
naturæ opus est, alterum studii, tertium AMICITIÆ. Primum dat nobis essentiam,
sequens cognitionem, postremum gratiamatque benevolentiam. Deus siquidem in
primo et intellectum et mentem præbet homini, in secundo dei species et
enigmata, in postremo amo-risbeneficiodatse ipsum. Iamitaqueconstarepalam potest,
quæmunera AMORES ea sint, quae cum exhibentur hominibus, efficiunt ut auctor
quo-que ipse exhibeatur. Licet enim, qua pater et causa rebus insit
omnibus,praecipuum tamen inhabitandi munus, quod ad amorem pertinet, nullis cum
muneribus praestatur hominibus, nisi ea amoris, gratiae, amicitiaesint. Extat
oraculum clarissimum, quo amoris hoc divinissimum significatum est munus: “ad eum,” inquit, “veniemus, in quo,
et nobis domicilium aciemus.”HocideminPlatonico Symposioindicat, quodinAmorisortu
Penia Poro miscetur, ut aperte Amoris vis intelligatur, cuius inaestimabili et
bonitate et benficio et, ut non speciei, non similitudini, sedipsi Deo anima
copuletur. O beatum munus! O felices AMORIS VIRES, O fortunatos HOMINES, ubi
divinus ille flagrat Amor, ubi suas Deus exer-cet nuptias, ubi amatae sponsae
commiscetur, ubi tanquam in thalamocubat suo! Quid asces, quid imperia, quid utiles
hominibus voluptates prosunt? Qui si unum hunc Amorem non possident, male omnia
atqueexilio possident. Qui ut parentem et causam colunt deum, parum sese
aellureevehunt,caelumquelunaedumtaxataspiciunt,quamerraenatu-ram sapere
volunt et Aristoteles et Averroes, proindeque torpentes acgelidi Amoris munera acesque
non sentiunt. Qui vero contemplantur ut verum in Mercurii orbem
oculos attollunt, unde artium et discipli-narum munera tribui generi humano fabulantur.
Qui etsi amoris flam-mas nondum concipiunt, quoniam tamen orbis ille venereo
iunctus est,nec sua stella a Veneris stella procul unquam migrat, atque utraque
semper circum flammeum ardentemque micat solem, idcirco ab intelligen-tia, modo
recta piaque sit, ad AMORIS ignes facilis patet aditus. Qui autemetiam Mercurii
somnia virgamque apertis oculis transiliunt, quasi vene-reae columbae pennis,
nisi ad Veneris se flammas caelumque recipiunt,quo qui tandem convolant, non in
concertatione similitudinum dimicant vel laborant, sed in pace in id ipsum
dormiunt laeti atque requie-scunt. Has pennas optabat olim vates: “quis,”
inquit, “dabit mihi pennasut columbae, quibus simul volabo, et requiescam!” Huc
se venturum isetiam (ut poterat) sperabat, “geminas qui orte columbas
aspiciens, quaetum caelo venere volantes, maternas agnovit aves.” In hoc
denique AMORIS caelumtertiumraptusilleest, qui AMOREM absquerebusaliissatisesse,res
alias absque amore nihil esse arbitrabatur. Non itaque cum vatici-niis, non cum
prophetia, non cum miraculis semper datur Deus. Quaeomnia, ut idem testatur, si
habeam, unum Amorem non habeam, nihilomninosum.Quod verositdonorumprimum acitutaliqua
semper cum donisAMOR detur. Simplicitertamenexactequedari non dicitur, nisi dum
munera tertii sunt generis et divina cum AMICITIA tribuuntur. Egidio Antonini. Antonini.
Keywords: Ganimede, amore, amare, amatore, amante, amatum, significatum. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Antonini” – The Swimming-Pool Library. Antonini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Antonino:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ imperare – la
scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiaa –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo
italiano. Roma, Lazio. – marc’aurelio: antonino -- Grice: “Some call him
Aurelio, but I call him Antonino, since the first time his thing was published
in Latin, his thing was under ‘M. Antonini,’ no clue about the Aurelius!” --
Grice: “I once suggested to Strawson that he should write a dissertation on a
comparison of Barberini’s and Xylander’s translation of Marcus Aurelius; you
see, he was a Roman who philosophised in Greek; and he was translated to Latin
only in the 1550s; and into Italian a century later! Sir Peter responded: “I
guess you want me to detect all the misimplicata!’ ‘Misimpiegato,’ I replied!” Solo
il presente ci è tolto, dato che solo questo abbiamo.» (A. Pensieri)
Marco Aurelio Antonino Augusto (in latino: Marcus Aurelius Antoninus Augustus;
nelle epigrafi: IMP·CAES·M·AVREL·ANTONINVS·AVG. Meglio conosciuto semplicemente
come A., è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione
dell'imperatore Adriano, fu adottato dal futuro suocero e zio acquisito
Antonino Pio che lo nominò erede al trono imperiale. Nato come Marco
Annio Catilio Severo divenne Marco Annio Vero, che era il nome di suo padre, al
momento del matrimonio con la propria cugina Faustina, figlia d’Antonino, e
assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus
Aurelius Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino stesso. Antonino e
imperatore sino alla sua morte, avvenuta per malattia a Sirmio secondo
Tertulliano o presso Vindobona. Mantenne la coreggenza dell'impero assieme a
Lucio Vero, suo fratello adottivo nonché suo genero, anch'egli adottato da
Antonino Pio. Morto Lucio Vero, associa al trono suo figlio Commodo. È
considerato dalla storiografia tradizionale come un sovrano illuminato, il
quinto dei cosiddetti "buoni imperatori" menzionati da Edward Gibbon.
Il suo regno fu tuttavia funestato da conflitti bellici (guerre partiche e
marcomanniche), da carestie e pestilenze. Marco Aurelio è ricordato anche come
importante filosofo stoico, autore dei Colloqui con sé stesso, “Τὰ εἰς ἑαυτόν” nell'originale.
Alcuni imperatori successivi utilizzarono il nome "Marco Aurelio" per
accreditare un inesistente legame familiare con lui. Busto dell'imperatore
Marco Aurelio (Musei Capitolini, Roma). Nome originale Imperator Caesar Marcus
Aurelius Antoninus Augustus Tribunicia potestas 9 anni (da solo), 6 con Lucio
Vero, 4 con Commodo e 15 con Antonino Pio per un totale di 34 volte: la prima
volta dal 1º dicembre del 147, rinnovata annualmente al 10 dicembre di ogni
anno. Cognomina ex virtute Armeniacus nel 164, Medicus e Parthicus Maximus, Germanicus,
Sarmaticus. Titoli: Pater Patriae, Salutatio imperatoria10 volte:[1] I (al
momento della assunzione del potere imperiale). MorteSirmio o Vindobona (attuale
Vienna) PredecessoreAntonino Pio SuccessoreCommodo ConiugeFaustina minore
FigliDomizia Faustina Aurelia Tito Aurelio Antonino Tito Elio Aurelio Lucilla
Annia Aurelia Galeria Faustina Tito Elio Antonino Fadilla Annia Cornificia
Faustina minore Commodo Tito Aurelio Fulvio Antonino Marco Annio Vero Cesare
Vibia Aurelia Sabina Adriano Un altro figlio di cui non si conosce il nome nato
dopo Tito Elio Antonino GensAnnia DinastiaAntonini PadreMarco Annio Vero
adottivo: Antonino Pio MadreDomizia Lucilla Consolato3 volte: Le principali fonti per la vita e il ruolo d’A.
sono frammentarie e spesso inaffidabili. Il gruppo più importante è
rappresentato dalle biografie contenute nella Historia Augusta, composte in
epoca successiva al IV secolo.Le biografie derivate principalmente da fonti
ormai perdute (come Mario Massimo), ma anche da Eutropio e Aurelio Vittore,
ovvero quelle di A., Adriano, Antonino Pio e Lucio Vero, sono ritenute accurate
e affidabili. Di Frontone, maestro di retorica di Marco e di vari funzionari di
Antonino Pio, si conservano una serie di manoscritti irregolari. Nei Colloqui
con sé stesso A. offre una finestra sulla sua vita interiore, ma gran parte dei
libri risultano senza riferimenti cronologici e con pochi accenni al mondo
esterno. La più attendibile fra le fonti del periodo è Cassio Dione, Egli scrisse
una storia di Roma dalla sua fondazione al 229, chiamata Historia romana. Altre
fonti letterarie e giuridiche, come gli scritti del medico Galeno, le orazioni
di Elio Aristide e le costituzioni imperiali dello stesso Marco Aurelio
forniscono ulteriori informazioni sul contesto storico e sociale in cui visse
l'imperatore. Epigrafi e monete possono integrarle, così come i numerosi reperti
archeologici. La sua famiglia e di origine romana, ma stabilita da tempo a
Ucubi (Colonia Claritas Iulia Ucubi), una piccola cittadina. Essa salì alla
ribalta alla fine del I secolo, quando il suo bisnonno, Marco Annio Vero, fu
senatore e forse pretore. Il nonno, anch'egli di nome Marco Annio Vero, fu
elevato al rango di patrizio. Il terzo Marco Annio Vero, cioè suo padre, sposa
Domizia Lucilla. Lucilla maggiore, la di lei nonna materna, eredita una grande
fortuna, tra cui una fabbrica di mattoni (figlina) a Roma, attività alquanto
redditizia in un'epoca in cui la città era interessata da una notevole
espansione edilizia. La famiglia della madre e di rango consolare, mentre
quella del padre vanta addirittura una discendenza da Numa Pompilio. Busto di
Marco Aurelio giovane uomo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, collezione
Farnese. Il busto (fino al collo) è un rifacimento moderno. Nacque da Vero e
Lucilla il sesto giorno prima delle calende di maggio, l'anno del secondo
consolato di suo nonno Marco Annio Vero, corrispondente all'anno 874 dalla
fondazione di Roma. La sorella, Annia Cornificia Faustina, nacque. Il padre
Annio Vero muore giovane, durante la sua pretura, quando Marco ha solo tre
anni. Anche se difficilmente può averlo conosciuto, scrisse nelle sue
Meditazioni che ha imparato modestia e virilità dal ricordo di suo padre e
dalla sua reputazione postuma. Lucilla non si risposa più. La madre di A., come
da usanza della nobilitas, trascorse poco tempo col figlio, affidandolo alle
cure delle domestiche. Ciononostante, Marco accredita a sua madre
l'insegnamento della pietà religiosa, la semplicità nella dieta e come evitare
le vie dei ricchi. Nelle sue lettere A. fa frequente e affettuoso riferimento
alla madre, manifestandole la sua gratitudine, nonostante mia madre fosse
condannata a morire giovane, trascorse i suoi ultimi anni di vita con me. Dopo
la morte del padre, anda a stare dal nonno paterno Marco Annio Vero. Ma anche
Lucio Catilio Severo, descritto come il bisnonno materno di Marco
(probabilmente il patrigno o padre adottivo di Lucilla maggiore), partecipa
alla sua istruzione. Crebbe nella casa dei suoi genitori, sul Celio, dove era
nato, in un quartiere che avrebbe affettuosamente ricordato come il mio Celio.
E una zona esclusiva, con pochi edifici pubblici e molte domus nobiliari fra
cui il palazzo del nonno, adiacente al Laterano, dove Marco avrebbe trascorso
gran parte della sua infanzia. Marco era riconoscente al nonno per avergli
insegnato a tener lontano il brutto carattere, ma era anche grato agli eventi
che gli evitarono di vivere nella stessa casa con la concubina presa dal nonno
dopo la morte della moglie, Rupilia Faustina. Evidentemente questa donna o
qualcuno del suo seguito potevano costituire una tentazione per Marco. La sua
istruzione avvenne in casa, in linea con le tendenze aristocratiche del tempo. Uno
dei suoi maestri, Diogneto, si dimostrò particolarmente influente, introducendo
Marco a una visione filosofica della vita e insegnandogli l'uso della ragione.
Per volere di Diogneto, prese a praticare le abitudini proprie dei filosofi e a
utilizzarne l'abbigliamento, come il ruvido mantello greco. Altri tutores,
Trosio Apro, Tuticio Proculo edAlessandro di Cotieno, descritto come un
importante letterato (il principale studioso omerico del suo tempo),
continuarono a occuparsi della sua istruzione. Deve ad Alessandro la sua
formazione nello stile letterario, rilevabile in molti passi dei Colloqui con
sé stesso. Adriano, convalescente nella sua villa di Tivoli dopo aver rischiato
di morire per un'emorragia, scelse Lucio Ceionio Commodo (conosciuto poi come
Lucio Elio Cesare) come suo successore, adottandolo contro la volontà delle
persone a lui vicine. Lucio però si ammalò e morì, costringendo il princeps
Adriano a indicare un nuovo successore, quando la scelta cadde su Aurelio
Antonino, il genero di Marco Annio Vero che il giorno successivo, dopo essere
stato attentamente esaminato, fu accettato dal Senato e adottato col nome di
Tito Elio Cesare Antonino. A sua volta, come da disposizioni dello stesso
princeps, Antonino adotta Marco, allora diciassettenne, e il giovane Lucio
Commodo, figlio dello scomparso Lucio Elio Vero. Da questo momento Marco muta
il suo nome in Marco Elio Aurelio Vero e Lucio in Lucio Elio Aurelio Commodo. Rimase
sconcertato quando seppe che Adriano lo aveva adottato come nipote. Solo con
riluttanza passò dalla casa di sua madre sul Celio a quella privata di Adriano,
che si ritiene non fosse ancora la casa di Tiberio, come veniva chiamata la
residenza imperiale sul Palatino). Adriano chiese in Senato che Marco fosse
esentato dalla legge che richiedeva il venticinquesimo anno compiuto per il
candidato alla carica di questore. Il Senato acconsentì e Marco divenne prima
questore, ricevette quindi l'imperium proconsulare maius e il consolato. L'adozione
facilitò il percorso della sua ascesa sociale: egli sarebbe verosimilmente
divenuto prima triumvir monetalis (responsabile delle emissioni monetali
imperiali) e in seguito tribunus militum in una legione. Marco probabilmente
avrebbe preferito viaggiare e approfondire gli studi. Il suo biografo attesta
che il suo carattere rimase inalterato: mostrava ancora lo stesso rispetto per
i rapporti come aveva quando era un cittadino comune ed era così parsimonioso e
attento dei suoi beni come lo era stato quando viveva in una abitazione
privata. La salute di Adriano peggiorò al punto da fargli desiderare la morte, tentando
anche il suicidio, impeditogli dal successore Antonino. L'imperatore,
gravemente malato, lasciò Roma per la sua residenza estiva, una villa a Baiae,
località balneare sulla costa campana, ove morì infine di edema polmonare. La
successione di Antonino era ormai stabilita e non presentava appigli per
eventuali colpi di mano. Per il suo comportamento, rispettoso dell'ordine
senatorio e delle nuove regole, Antonino fu insignito dell'appellativo
"Pio". Governo con Antonino Pio L'adozione (Monumento dei Parti, oggi
presso il Museo di Efeso di Vienna): Antonino Pio (al centro) con Lucio Vero di
sette anni (a destra) e Marco Aurelio di diciassette anni (a sinistra, alle
spalle). All'estrema destra, sembra esserci Adriano. Magnifying glass icon
mgx2.svgEtà antonina. Subito dopo la morte di Adriano, Antonino pregò la moglie
Faustina di accertarsi se Marco fosse disposto a modificare i suoi precedenti
accordi matrimoniali. Marco acconsentì a sciogliere la promessa fatta a Ceionia
Fabia e a fidanzarsi con Faustina minore, la loro giovane e bella figlia,
inizialmente promessa a Lucio. Ricopre il suo primo consolato nel 140, con
Antonino come collega. In qualità di erede designato, fu quindi nominato
princeps iuventutis, il comandante dell'ordine equestre. Assunse il titolo di
Cesare,[69] divenendo Marco Elio Aurelio Vero Cesare, ma in seguito si schermì
dal prendere troppo sul serio l'incarico. Su invito del Senato, Marco venne
inserito contemporaneamente nei principali collegi sacerdotali, tra i quali
figuravano i pontifices, gli augures, i quindecemviri sacris faciundis e i
septemviri epulones. Antonino gli chiese di prendere la residenza nella Domus
Tiberiana, uno dei palazzi imperiali sul Palatino. Marco avrebbe avuto
difficoltà a conciliare la vita di corte con le sue aspirazioni filosofiche,
anche se ammirò sempre e profondamente Antonino come un uomo giusto, esempio di
condotta integerrima. Marco si convinse che la vita serena a corte doveva
essere un obiettivo raggiungibile, dove la vita è possibile, allora è possibile
vivere una vita giusta, la vita è possibile in un palazzo, per cui è possibile
vivere la vita proprio in un palazzo affermò, trovandolo comunque di difficile
attuazione. Nei Colloqui con sé stesso Marco sembrava criticarsi per aver
abusato della vita di corte di fronte alla società. Come questore, Marco sembra
abbia ricoperto un ruolo amministrativo secondario: i compiti erano la lettura
delle lettere imperiali al Senato, quando Antonino era assente, e più in
generale quello di essere una sorta di segretario privato del princeps. I suoi
compiti come console furono invece più significativi, presiedendo le riunioni
che avevano un ruolo importante nelle funzioni amministrative del corpo
statale. Si sentiva assorbito dal lavoro d'ufficio e se ne lamentò con il suo
tutore Frontone: Sono senza fiato a causa di dover dettare quasi trenta
lettere. Egli era stato, nelle parole del suo biografo, preparato per governare
lo Stato. Marco venne nominato console per la seconda volta, a soli
ventiquattro anni. Una lettera di Frontone esortava Marco a dormire molto in
modo che potrai entrare in Senato con un buon colorito e leggere il discorso
con una voce forte. Marco si era lamentato di una malattia in una lettera
precedente: Per quanto riguarda la mia forza essa è migliorata, sto cominciando
a guarire e non vi è alcuna traccia di dolore nel mio petto, ma riguardo
l'ulcera sto facendo un trattamento e faccio attenzione a non fare nulla che
interferisca con esso. Marco era di salute cagionevole: lo storico romano
Cassio Dione, scrivendo dei suoi ultimi anni, lo elogiò per essersi comportato
a dovere, nonostante le numerose malattie. Matrimonio con Faustina Busto
di Faustina Minore, Louvre, Parigi. Nell'aprile del 145 Marco sposò la
quattordicenne Faustina, come era stato programmato. Secondo il diritto romano,
per far sì che il matrimonio potesse aver luogo, fu necessario che Antonino
liberasse ufficialmente uno dei due figli dalla sua autorità paterna; in caso
contrario Marco, in quanto figlio adottivo di Antonino, avrebbe sposato sua
sorella. Poco si sa della cerimonia stessa. Vennero coniate delle monete con le
immagini degli sposi e di Antonino, che avrebbe officiato la cerimonia come
pontifex maximus. Nelle lettere rimanenti Marco non fa esplicito riferimento al
matrimonio, durato trentun anni, e accenna solo raramente a Faustina. Dopo aver
indossato la toga virilis nel 136 iniziò probabilmente la sua formazione
oratoria. Aveva tre maestri di greco, tra cui Erode Attico, e uno di latino,
Marco Cornelio Frontone, che Marco ricorda spesso come suo maestro di stile e
di vita nei Colloqui con sé stesso. Frontone e Attico erano gli oratori più
stimati dell'epoca, ma divennero suoi precettori solo dopo la sua adozione da
parte di Antonino. La preponderanza dei tutores greci indica l'importanza di
quella lingua per l'aristocrazia di Roma. Questa era l'età della seconda
sofistica, una rinascita della letteratura greca. Sebbene istruito a Roma,
Marco userà il greco per scrivere i suoi pensieri più profondi nei Colloqui con
sé stesso. Erode era un uomo molto ricco e discusso, forse il più ricco
d'Oriente e mal sopportava gli stoici, ma era un abile oratore e sofista;
Marco, che sarebbe diventato proprio uno stoico, non lo ricorda affatto nei
suoi Colloqui, nonostante si fossero incontrati molte volte nel corso dei
decenni successivi. Quinto Giunio Rustico in un disegno riportato nel Crabbes
Historical Dictionary. Busto di Erode Attico in marmo, risalente al II secolo
d.C. e conservato al Museo del Louvre di Parigi. Frontone godeva di grande
reputazione: nel mondo consapevolmente antiquato della letteratura latina era
considerato, come oratore, secondo solo a Cicerone, una fama che oggi, in base
ai pochi frammenti rimasti, può lasciare meravigliati. Non correva una gran
simpatia fra Frontone ed Erode; eppure i due seppero in ultimo far scorrere una
vena di reciproca cortesia e gentilezza, grazie anche a Marco. Frontone non
divenne insegnante a tempo pieno di Marco e continuò la sua carriera di
avvocato. Una causa famosa lo portò in contrasto con Erode, che era il
principale accusatore di Tiberio Claudio Demostrato, un notabile ateniese
difeso proprio da Frontone. L'esito del processo è ignoto, ma Marco riuscì a
far riconciliare i due. All'età di venticinque anni Marco cominciò a
disamorarsi degli studi in giurisprudenza, mostrando segnali di un diffuso
malessere. Era stanco dei suoi esercizi e di prendere posizione in dibattiti
immaginari. In ogni caso, l'istruzione formale di Marco era ormai finita. Aveva
mantenuto con i suoi insegnanti buoni rapporti e continuava a seguirli con
devozione, anche se la lunga istruzione ebbe negative influenze sulla sua
salute. Quando A. era giovane Frontone lo aveva messo in guardia contro lo
studio della filosofia, disapprovando come una deviazione giovanile le sue lezioni
con Apollonio di Calcide. Pur se Apollonio potrebbe aver introdotto Marco alla
filosofia stoica, sarebbe stato Quinto Giunio Rustico, il vero successore di
Seneca, ad aver esercitato la maggior influenza sul ragazzo. Marco s'ispirò
anche ad Epitteto di Ierapoli, le cui letture fu proprio Rustico a suggerire. Nascite
e morti nella famiglia. Il 30 novembre 147 Faustina diede alla luce una bambina
di nome Domizia Faustina Aurelia. Era solo la prima di almeno quattordici figli
(tra cui due coppie di gemelli) che Faustina avrebbe partorito nei successivi
ventitré anni.[92] Il giorno successivo, 1º dicembre, Antonino Pio attribuì a
Marco il potere tribunizio, mentre l'imperium, cioè l'autorità sugli eserciti e
sulle province imperiali, potrebbe essergli già stato conferito. Il potere
tribunizio conferiva a Marco il diritto di proporre un provvedimento con
prelazione sul Senato e sullo stesso Antonino. Questi poteri gli furono
rinnovati, insieme ad Antonino, il 10 dicembre.La prima menzione di Domizia
nelle lettere di Marco ne rivela la salute malferma.Lui e Faustina furono molto
occupati nella cura della bambina, che sarebbe morta poi. Nacquero a Faustina
due gemelli, celebrati da una moneta con cornucopie incrociate sotto i busti
dei due bambini e la scritta "felicità dei tempi" (temporum
felicitas). Essi però non sopravvissero a lungo. Tito Aurelio Antonino e T.
Elio Aurelio, questi i nomi ricavati dagli epitaffi, morirono molto presto
(entro la fine del 149) e furono sepolti nel mausoleo di Adriano. Lo stesso
Marco scrisse: Uno prega: «che io non debba perdere mio figlio!»; ma tu devi
pregare: «che io non tema di perderlo! Marco Aurelio: aureo FAUSTINA MINOR RIC
III FAVSTINA AVGVSTA, busto con drappeggio FECVNDITA-TI AVGVSTAE, la Fecunditas
(fertilità) seduta, con un bambino sulle ginocchia e altri due in piedi AV
(7,37 g); 161 circa Il 7 marzo del 150 nacque una bambina, Annia Aurelia
Galeria Lucilla, cui seguì Annia Aurelia Galeria Faustina, che sembra sia nata
non più tardi del 153 (un altro figlio, Tito Elio Antonino, viene citato dalle
fonti nel 152). Una moneta celebra la fertilità dell'Augusta (FECVNDITAS),
raffigurando due bambine e un bambino (Lucilla, Faustina e Antonino, appunto). Il
maschio non sopravvisse a lungo, considerando che sulle monete del 156 erano
raffigurate solo le due femmine. Egli potrebbe essere morto nel 152, lo stesso
anno in cui mancò la sorella di Marco, Cornificia. Un settimo figlio
nacque e morì poco dopo tra la fine del 157 e gli inizi del 158, come risulta
da una lettera di Marco, datata 28 marzo del 158. Faustina diede alla luce
altre due figlie: Fadilla e Cornificia, che portavano i nomi delle defunte
sorelle di Faustina e di Marco.[99] Altri figli nacquero in seguito, oltre a
Commodo e al gemello di questi, Fulvio Antonino. Si trattava di Marco Annio
Vero Cesare, Vibia Aurelia Sabina e Adriano, che morì anche lui giovanissimo. Lucio
divenne questore all'età di ventitré anni, due anni prima dell'età legale
(Marco aveva ricoperto lo stesso incarico a soli diciassette anni).[63] Nel 154
ottenne il consolato all'età di venticinque, sette anni prima dell'età legale.
Lucio non aveva altri titoli onorifici, tranne quello di figlio dell'Augusto.
Aveva una personalità molto diversa da Marco: amava l'attività sportiva di ogni
genere, in particolare la caccia e la lotta, e aveva evidente piacere ad
assistere ai giochi circensi e alle lotte dei gladiatori. Non si sposò fino al
164. Antonino Pio non condivideva i suoi stessi interessi: desiderava mantenere
Lucio in famiglia, ma non era sicuro di potergli dare gloria e potere. Come si
nota dalle statue di questo periodo, Marco cominciò a portare la barba (oltre
ai tipici capelli arricciati dell'età antonina), proseguendo la moda iniziata
da Adriano, seguita da Antonino e che durò a lungo, sostituendo il tradizionale
aspetto dell'uomo romano, completamente sbarbato. Nel 156 Antonino Pio compì
settanta anni. Godeva ancora di un discreto stato di salute, seppure avesse
difficoltà a stare eretto senza utilizzare dei sostegni. Il ruolo di Marco andò
via via crescendo, in particolare quando il prefetto del pretorio Gavio
Massimo, che per quasi vent'anni era risultato di fondamentale importanza con i
suoi consigli su come governare, morì tra il 156 e il 157. Il suo successore,
Gavio Tattio Massimo, sembra non avesse lo stesso peso politico presso il
princeps e poi non durò a lungo. A. e Lucio furono designati consoli insieme,
forse perché il padre adottivo sentiva avvicinarsi la fine che infatti giunse
nei primi mesi dello stesso anno. Secondo i racconti della Historia Augusta
l'imperatore, che si trovava nella sua tenuta di Lorium, due giorni prima di
morire aveva fatto indigestione, vomitò e fu colto da febbre. Aggravatosi il
giorno successivo, il 7 marzo 161, convocò il consiglio imperiale (compresi i
prefetti del pretorio Furio Vittorino e Sesto Cornelio Repentino) e passò tutti
i suoi poteri a Marco, ordinando che la statua d'oro della Fortuna, che era
nella camera da letto degli imperatori, fosse portata da Marco. Diede quindi la
parola d'ordine al tribuno di guardia, «equanimità», poi si girò, come per
andare a dormire, e morì. Dopo la morte di Antonino Pio, Marco Aurelio era di
fatto unico princeps dell'Impero. Il Senato gli avrebbe presto concesso il
titolo di Augusto e di imperator, oltre a quello di Pontifex Maximus, sacerdote
a capo dei culti ufficiali della religione romana. Sembra che Marco
dimostrasse, almeno inizialmente, tutta la sua riluttanza a farsi carico del
potere imperiale, poiché il suo biografo scrive che fu "costretto dal
Senato ad assumere la direzione della Res publica dopo la morte di Pio".
Egli deve aver avuto una vera e propria paura del potere imperiale (horror
imperii), considerando la sua predilezione per la vita filosofica, ma sapeva,
da stoico qual era, quello che doveva fare e come farlo. Anche se nei Colloqui
con sé stesso non sembra mostrare affetto personale per Adriano, Marco lo
rispettò molto e presumibilmente ritenne suo dovere metterne in atto i piani di
successione. E così, anche se il Senato voleva confermare solo lui, egli rifiutò
di entrare in carica senza che Lucio ricevesse gli stessi onori: alla fine il
Senato fu costretto ad accettare e insignì Lucio Vero del titolo di Augustus.
Marco divenne, nella titolatura ufficiale, Imperatore Cesare Marco Aurelio
Antonino Augusto mentre Lucio, assumendo il nome di famiglia di Marco, Vero, e
rinunciando al suo cognomen di Commodo, divenne Imperatore Cesare Lucio Aurelio
Vero Augusto. Per la prima volta Roma veniva governata da due imperatori
contemporaneamente. Fin dalla sua ascesa al principato, Marco ottenne dal
Senato che Lucio Vero gli fosse associato su un piano di parità (diarchia), con
gli stessi titoli, ad eccezione del pontificato massimo che non si poteva
condividere. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa
dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. In
teoria i due fratelli ebbero gli stessi poteri, in realtà Marco conservò una
preminenza che Vero mai contestò. Le ragioni pratiche di questa collegialità,
voluta da Adriano forse per onorare la memoria di Lucio Elio, adottandone il
figlio, e al tempo stesso lasciare l'impero a Marco Aurelio di cui aveva capito
le grandi qualità, non sono completamente chiare. A dispetto della loro
uguaglianza nominale, Marco ebbe maggior auctoritas di Lucio Vero. Fu console
una volta di più, avendo condiviso la carica già con Antonino Pio, e fu il solo
a divenire Pontifex Maximus. E questo fu chiaro a tutti. L'imperatore più
anziano deteneva un comando superiore al fratello più giovane: Vero obbedì a
Marco... come il tenente obbedisce a un proconsole o un governatore obbedisce
all'imperatore. Subito dopo la conferma del Senato, gli imperatori procedettero
alla cerimonia di insediamento presso i Castra Praetoria, l'accampamento della
guardia pretoriana. Lucio affrontò le truppe schierate, che acclamarono la
coppia di imperatores. Poi, come ogni nuovo imperatore, da Claudio in poi,
Lucio promise alle truppe un donativo speciale, che fu il doppio di quelli
passati: 20.000 sesterzi (5.000 denari) pro capite ai pretoriani, e in
proporzione agli altri militari dell'esercito. In cambio della donazione, pari
a diversi anni di stipendium, le truppe giurarono fedeltà ai due imperatori. La
cerimonia non del tutto necessaria, considerando che l'ascesa di Marco era
stata pacifica e incontrastata, costituì comunque una valida assicurazione
contro possibili rivolte da parte dei militari. In seguito a questi eventi
sembra che la moneta d'argento, il denario, cominciò un lento processo di
svalutazione, che portò sia alla riduzione del suo peso che del suo titolo (%
di argento presente nella lega), che passò dall'89% dell'epoca di Traiano al
79%. Il funerale di Antonino fu celebrato in modo che lo spirito potesse
ascendere agli dèi, come era tradizione. Il corpo venne posto su una pira.
Lucio e Marco divinizzarono il padre adottivo attraverso un sacerdozio preposto
al suo culto, con il consenso del Senato. Secondo le sue ultime volontà, il
patrimonio di Antonino non passò direttamente a Marco, ma a Faustina, che in
quel momento era incinta di tre mesi. Durante la gravidanza sognò di dare vita
a due serpenti, uno più agguerrito rispetto all'altro. A Lanuvium nacquero
infatti due gemelli: Tito Aurelio Fulvio Antonino e Commodo, che poi sarebbe
succeduto al padre come imperatore. A parte il fatto che i gemelli erano nati
lo stesso giorno di Caligola, i presagi sembra fossero favorevoli, e gli
astrologi trassero auspici positivi per i due neonati. Le nascite furono
celebrate sulla monetazione imperiale. Statua equestre di Marco Aurelio (Equus
Marci Aurelii Antonini), in bronzo, situata al Campidoglio (copia moderna non
fedele dell'originale che si trova ai Musei capitolini) Subito dopo l'adozione,
Marco promise come sposa a Lucio la figlia undicenne, Lucilla, nonostante fosse
formalmente suo zio. Alle celebrazioni dell'evento, furono donate delle somme
per i bambini poveri, come aveva fatto in precedenza Antonino Pio quando volle
commemorare la moglie scomparsa. I sovrani divennero popolari tra la gente di
Roma. Gli imperatori concessero piena libertà di parola, come dimostra il fatto
che un noto commediografo, un certo Marullus, poté criticarli senza subire
ritorsioni. In ogni altro momento, sotto qualsiasi altro imperatore, sarebbe
stato giustiziato. Ma era un periodo di pace e di clemenza e il biografo
riporta che Nessuno rimpiangeva i modi miti di Pio. Marco Aurelio sostituì vari
funzionari dell'impero: Sesto Cecilio Crescenzio Volusiano, responsabile della
corrispondenza imperiale, con Tito Vario Clemente, un provinciale, originario
del Norico, che aveva prestato servizio militare nella guerra in Mauretania e
in seguito aveva servito come Procurator Augusti in cinque differenti province.
Costituiva l'uomo adatto per affrontare un periodo di emergenza militare. Lucio
Volusio Meciano, che era stato uno degli insegnanti di Marco Aurelio, era
governatore della prefettura d'Egitto. Marco lo nominò senatore, poi prefetto
della tesoreria (Praefectus aerarii Saturni) e poco dopo ottenne anche il
consolato. Il figlio adottivo di Frontone, Gaio Aufidio Vittorino, padre dei
futuri consoli di età severiana Gaio Aufidio Vittorino e Marco Aufidio
Frontone, venne nominato governatore della Germania superiore. Non appena la
notizia dell'ascesa imperiale dei suoi allievi lo raggiunse, Frontone lasciò la
sua casa di Cirta e il 28 marzo rientrò nella sua residenza romana. Inviò una
nota al liberto imperiale Charilas, chiedendo di potersi mettere in contatto
con gli imperatori poiché, disse in seguito, non aveva osato scrivere direttamente
agli imperatori. L'insegnante si dimostrò immensamente orgoglioso dei suoi
allievi. Egli, ripensando al discorso tenuto per l'ascesa al consolato, elogiò A.
con queste parole: C'era allora una straordinaria capacità naturale in te,
perfezionata ora in eccellenza, il grano che cresceva è ora un raccolto maturo.
Lucio era invece meno stimato dallo stesso precettore, i suoi interessi erano
di livello inferiore. Annia Lucilla, figlia di Marco e moglie di Lucio Vero Il
primo periodo di regno procedette senza intoppi, così che M. poté dedicarsi alla filosofia e alla ricerca
dell'affetto popolare. Ben presto, però, nuove preoccupazioni avrebbero
significato la fine della Felicitas temporum, che il conio del 161 aveva con
disinvoltura proclamato. Nell'autunno del 161, il Tevere esondò dalle sue
sponde, devastando alcune comunità italiche e gran parte di Roma. Annegarono
molti animali, lasciando la città in preda alla carestia. «Marco e Lucio
affrontarono personalmente questi disastri» e le comunità italiche colpite
dalla carestia furono aiutate, permettendo loro di rifornirsi del grano della
capitale. In altri tempi di carestia, gli imperatori avevano tenuto le comunità
italiche fuori dai granai romani. Gli insegnamenti di Frontone continuarono nei
primi anni di regno di Marco. Frontone riteneva che, visto il ruolo ricoperto
da Marco, le lezioni fossero più importanti oggi di quanto non fossero mai
state prima. Riteneva che Marco desiderasse riacquistare l'eloquenza di una
volta, eloquenza per la quale aveva per un certo periodo di tempo perso
interesse. Frontone ricordò nuovamente al suo allievo l'antitesi tra il suo
ruolo e le sue aspirazioni filosofiche: Supponiamo, Cesare, che tu possa
raggiungere la saggezza di Cleante e Zenone, eppure, contro la tua volontà, tu
non possa comunque avere la mantella di lana del filosofo. I primi giorni
di regno di Marco furono i più felici della vita di Frontone: il suo allievo
era amato dal popolo di Roma, era un ottimo imperatore, uno studente
appassionato, e, forse più importante, eloquente come lui voleva. Marco diede
prova di grande abilità retorica nel suo discorso al Senato dopo un terremoto
avvenuto a Cizico. Aveva trasmesso il dramma del disastro, e il senato era
stato intimorito: improvvisamente la mente degli ascoltatori era più
violentemente agitata durante il discorso, che la città durante il
terremoto". E Frontone ne fu enormemente soddisfatto. Politica interna:
l'amministrazione dello stato In politica interna, A. si comportò, come già
Augusto, Nerva e Traiano, da princeps senatus, cioè "primo tra i
senatori" e non da monarca assoluto, rivelandosi rispettoso delle
prerogative del Senato, consentendogli di discutere e di decidere sui
principali affari di Stato, come le dichiarazioni di guerra alle popolazioni
ostili o le stipule dei trattati, come anche sulle nomine alle magistrature. Avviò
anche una politica tendente a valorizzare le altre categorie sociali: ai
provinciali fu reso possibile raggiungere le più alte cariche
dell'amministrazione statale. Né ricchezza, né illustri antenati influenzarono
il giudizio di Marco, ma solo il merito personale. Egli concesse cariche a
persone che riconosceva come illustri eruditi e filosofi, senza guardare alla loro
condizione di nascita. L'assetto amministrativo introdotto da Augusto quasi
centocinquant'anni prima, che fino a quel momento aveva preservato l'Impero
anche quando si erano succeduti imperatori dissoluti come Caligola e Nerone,
oppure in occasione della guerra civile del 69, era imponente e la sua classe dirigente
cominciava ad acquisire piena consapevolezza del proprio potere. Marco istituì
l'anagrafe: ogni cittadino romano aveva l'obbligo di registrare i propri figli
entro trenta giorni dalla loro nascita; colpì l'usura, regolarizzò le vendite
pubbliche e distrusse tutti i libelli diffamatori che circolavano su molte
persone. Proibì i processi pubblici prima che fossero raccolte prove certe,
garantì ai senatori l'antica immunità dalle condanne capitali, a meno che ci
fossero prove certe e una condanna ufficiale. Impiegò il denaro non in
splendide architetture, ma in opere di ricostruzione estremamente necessarie, o
in migliorie della rete stradale, da cui dipendeva la difesa dell'impero e il
progresso del commercio, o in fortezze, accampamenti e città.Egli non amava
particolarmente i giochi gladiatorii e gli spettacoli cruenti del circo, ma li
indiceva e li frequentava solo se non poteva esimersi; più tardi formò unità
militari ausiliarie di gladiatori a supporto delle legioni del nord, ma dovette
richiamarli per il malcontento del popolo che, nonostante le economie
necessarie a causa della guerra, reclamava il suo divertimento. Non riuscì a
realizzare i suoi ideali stoici di eguaglianza e libertà perché l'esigenza di
controllare le finanze locali portò alla formazione di una classe burocratica
che presto volle arrogarsi diritti e privilegi e che si costituì quale classe
chiusa. M. Pontefice Massimo Trascorse, inoltre, molto tempo del
suo regno a difendere le frontiere. Tra le altre leggi proibì la tortura per i
cittadini eminenti, prima e dopo la condanna, poi per tutti i cittadini liberi,
come era stato in epoca repubblicana. Restò valida per gli schiavi, ma solo se
non si trovavano altre prove. Venne comunque proibito di vendere uno schiavo
per utilizzarlo nei combattimenti contro le belve. Nei processi da lui
presieduti cercò sempre la massima giustizia ed equità per tutti, anche quando
doveva emettere una condanna secondo le leggi. A. e Lucio stabilirono ad
esempio la non punibilità di un figlio che avesse ucciso un genitore in un
momento di follia, materializzando così un primo concetto di infermità mentale.
Come molti imperatori, Marco trascorse la maggior parte del suo tempo ad
affrontare questioni di diritto come petizioni e controversie, prendendosi
molta cura nella teoria e nella pratica della legislazione. Avvocati di
professione lo definirono un «imperatore versato nella legge» e, come sosteneva
il grande Emilio Papiniano, «molto prudente e coscienziosamente giusto». Egli
mostrò uno spiccato interesse in tre aree del diritto: l'affrancamento degli
schiavi, la tutela degli orfani e dei minori, e la scelta dei consiglieri
cittadini (decuriones). Rivalutò la moneta da lui svalutata, ma due anni dopo
tornò sui suoi passi a causa della grave crisi militare che l'impero stava
affrontando a causa delle guerre marcomanniche. E mentre il fratello Lucio era
impegnato in Oriente contro i Parti, Marco era impegnato a Roma in questioni
familiari. La prozia Vibia Matidia era morta e sul suo testamento pendeva una disputa
legale, dato che il suo ingente patrimonio aveva attratto l'attenzione di molte
persone. Alcuni dei suoi clientes erano riusciti a farsi includere nel suo
testamento attraverso vari codicilli. Tuttavia, le sue volontà non potevano
essere riconosciute come valide, poiché in contrasto con la lex Falcidia:
Matidia aveva infatti assegnato più di tre quarti del suo patrimonio non alla
propria familia ma a gente estranea, fra cui un gran numero di suoi clientes.
Marco si trovò così in una posizione imbarazzante, dato che Matidia non aveva
mai confermato la validità dei documenti, anche se sul letto di morte alcuni
dei sedicenti eredi avevano colto l'opportunità per farli convalidare. Frontone
esortò Marco a portare avanti le rivendicazioni della famiglia ma quest'ultimo,
studiato attentamente il caso, preferì che fosse il fratello a prendere la
decisione finale. Benché a Roma vigessero la tortura e la pena di morte,
applicate con facilità soprattutto nei confronti di schiavi e stranieri, la
normativa di molti imperatori "illuminati" cercò di ridurre il numero
di reati punibili con pene severe, come in passato aveva già fatto Tito. Per
Marco anche gli schiavi andavano trattati come persone, seppure subordinate, e
non come oggetti, evitando quindi ogni crudeltà e rispettandone la dignità, a
differenza dei cristiani che spesso non si pronunciavano a favore della classe
servile. Alcuni critici tuttavia temevano che il movimento filosofico-giuridico
legato alla politica di affrancamento degli Antonini, se non fosse stato
profondamente ancorato al sistema economico romano, basato principalmente sulla
schiavitù, avrebbe portato all'abolizione de facto dell'istituto servile entro
un secolo, ed avrebbe comportato gravi ripercussioni economiche. Marco mostrò
un grande interessamento affinché a ogni schiavo fosse data la possibilità di
riguadagnare la propria libertà, qualora il padrone avesse espresso la propria
disponibilità a restituirgliela. Si racconta, infatti, che in una causa di
manomissione, portata alla sua attenzione dall'amico Aufidio Vittorino, e
citata in seguito dai giuristi come un precedente decisivo, egli favorì uno
schiavo. Coerente con lo stoicismo, filosofia contraria alla schiavitù, emanò
numerose norme favorevoli alla classe servile, estendendo le leggi già
promulgate dai suoi predecessori, a partire da Traiano, e ribadendo per esempio
il concetto di diritto di asilo per gli schiavi fuggitivi (che potevano essere
puniti e uccisi in ogni modo dal padrone) garantendo loro l'immunità finché si
trovassero presso qualsiasi tempio o qualsiasi statua dell'imperatore. Sul
letto di morte, Antonino Pio aveva espresso la sua collera nei confronti di
alcuni re clienti, che il Birley interpreta fossero quelli posti lungo i
confini orientali. Il cambio al vertice dell'Impero romano sembra infatti abbia
incoraggiato Vologese IV di Partia ad aggredire, nella seconda metà del 161, il
Regno d'Armenia, alleato dell'Impero romano, nominando un re fantoccio a lui
gradito, Pacoro III, un arsacide come lui. L'Impero dei Parti, sconfitto e
parzialmente sottomesso da Traiano quasi cinquant'anni prima, era così tornato
a rinnovare i suoi attacchi alle province orientali romane dagli antichi
territori dell'Impero persiano. Il governatore della Cappadocia, Marco Sedazio
Severiano, convinto che avrebbe potuto sconfiggere i Parti facilmente, condusse
una delle sue legioni in Armenia, ma a Elegia fu sconfitto e preferì
suicidarsi, mentre l'intera legione veniva completamente distrutta. E mentre
tutto ciò accadeva in Oriente, nuove minacce si profilavano lungo le frontiere
settentrionali della Britannia e del limes germanico-retico, dove i Catti dei
monti Taunus erano penetrati negli Agri Decumates. Sembra che A. non fosse
pronto ad affrontare simili problematiche poiché, come ricorda il suo biografo,
non aveva potuto maturare un'adeguata esperienza militare, avendo trascorso
l'intero periodo del regno di Antonino Pio in Italia e non nelle province, al
contrario dei suoi predecessori, come Traiano o Adriano. Scena di guerra tra
Romani e Parti, sul Monumento dei Parti a Efeso, celebrativo delle vittorie di
Lucio Vero e Marco Aurelio contro Vologese IV. Poco dopo giunse la notizia che
anche l'esercito del governatore provinciale della Siria era stato sconfitto
dai Parti e che si stava ritirando disordinatamente. Era quindi necessario
intervenire con grande rapidità, anche nella scelta dei migliori ufficiali da
inviare lungo quel settore dell'Impero così strategicamente importante. Marco
pose a capo della spedizione (expeditio parthica) il fratello Lucio perché,
come suggerisce Cassio Dione, era robusto e più giovane del fratello Marco, più
adatto all'attività militare. Birley suggerisce che Marco volesse spingere
Lucio ad abbandonare la vita dissoluta che conduceva e a capire i suoi doveri.
In ogni caso, il Senato diede il suo assenso, e nell'estate del 162 Lucio
partì, lasciando A. a Roma, perché la città ha chiesto la presenza di un
imperatore. Era però necessario affiancare a Lucio un adeguato staff militare
(comitatus), ampio e ricco di esperienza, e che comprendesse anche uno dei due
prefetti del pretorio: il prescelto fu Tito Furio Vittorino. I rinforzi vennero
inviati da numerose province imperiali fino alla frontiera partica. Frattanto
Marco si ritirò per quattro giorni a Alsium, una nota località turistica sulle
coste dell'Etruria, ma le numerose preoccupazioni gli impedirono di rilassarsi.
Egli scrisse allora all'amico Frontone, dicendogli che avrebbe evitato di
descrivergli nei particolari quello che stava facendo a Alsium, perché sapeva
che sarebbe stato rimproverato. Frontone rispose ironicamente e lo incoraggiò a
riposare, prendendo esempio dai suoi predecessori: Antonino era stato un
appassionato di palaestra, di pesca e di teatro, Marco trascorreva invece gran
parte delle sue notti insonni a risolvere questioni giudiziarie. Dai loro
scambi epistolari sappiamo che Marco non riuscì a mettere in pratica i consigli
di Frontone poiché ho doveri che incombono su di me che difficilmente possono
essere delegati e rimandati, adducendo la sua devozione al dovere. Conclude
informandosi della salute dell'amico e salutandolo addio mio ottimo maestro,
uomo dal cuore buono. Frontone rispose qualche tempo dopo, inviando all'amico
una selezione di letture e, per rimediare al suo disagio per lo svolgimento
della guerra contro i Parti, una lunga e meditata lettera, piena di riferimenti
storici, indicata, nelle edizioni moderne sulle opere di Frontone, De bello
Parthico (Sulla guerra partica). Frontone scrive che, anche se in passato Roma
aveva subito pesanti sconfitte, alla fine i Romani avevano sempre prevalso sui
loro nemici: Sempre e ovunque Marte ha cambiato le nostre difficoltà in
successi e i nostri terrori in trionfi.[164] Il teatro delle
campagne militari orientali di Lucio Vero Intanto Lucio, partito dall'Italia e
giunto dopo un lungo viaggio in Siria, fece di Antiochia il suo "quartier
generale", trascorrendo gli inverni a Laodicea e le estati a Daphne. Durante
la guerra, nel periodo autunnale/invernale del 163 o del 164, Lucio andò a Efeso
per sposarsi con Lucilla, secondo quanto stabilito da Marco, nonostante
circolassero voci sulle sue amanti, in particolare su una certa Panthea, donna
di umili origini. Lucilla aveva circa quindici anni e venne accompagnata dalla
madre Faustina, insieme a uno zio di Lucio, Marco Vettuleno Civica Barbaro,
nominato per l'occasione comes Augusti. Marco che avrebbe voluto accompagnare
la figlia fino a Smirne, in realtà non andò oltre Brindisi. Una volta tornato a
Roma, inviò istruzioni specifiche ai governatori provinciali affinché non
preparassero alcun ricevimento ufficiale. La capitale armena Artaxata, venne
presa nel 163 e alla fine di quello stesso anno Lucio assunse il titolo di
Armeniacus, pur non avendo mai partecipato direttamente alle operazioni
militari, mentre Marco si rifiutò di accettare l'appellativo fino all'anno
successivo. Al contrario, quando Lucio venne acclamato imperator, anche Marco
accettò la sua seconda salutatio imperatoria. Le armate romane si attestarono
stabilmente in Armenia e l'ex console di origine emesana, Gaio Giulio Soemo,
venne incoronato re tributario d'Armenia, con l'assenso di Marco. Vide le
armate romane entrare vittoriose in Mesopotamia, dove posero sul trono il re
vassallo Manno. Avidio Cassio raggiunse le metropoli gemelle della Mesopotamia:
Seleucia, sulla riva destra del Tigri, e Ctesifonte su quella sinistra.
Entrambe le città vennero occupate e date alle fiamme. Cassio, nonostante la
penuria di rifornimenti e i primi effetti della peste contratta a Seleucia,
riuscì a riportare indietro e in buon ordine la sua armata vittoriosa. Lucio
venne così acclamato Parthicus Maximus, mentre insieme a Marco venne salutato
nuovamente imperator, ottenendo la sua seconda acclamazione imperiale. Ancora
Avidio Cassio invase il paese dei Medi, al di là del Tigri, permettendo a Lucio
di fregiarsi del titolo vittorioso di Medicus, mentre A. otteneva la IV
salutatio imperatoria e il titolo di Parthicus Maximus. I Parti si ritirarono
nei loro territori, a oriente della Mesopotamia. Marco sapeva di dover
ascrivere il maggior merito della vittoria finale allo staff militare del
fratello Lucio. Tra i comandanti romani si distinse Gaio Avidio Cassio, legatus
legionis della III Gallica, una delle legioni siriane. Al ritorno dalla
campagna, a Lucio venne tributato un trionfo (12 ottobre del 166). La parata
risultò insolita perché comprendeva i due imperatori, i loro figli e le figlie
nubili, come una grande festa di famiglia. Nell'occasione Marco elevò i due
figli, Commodo di cinque anni e Marco Annio Vero di tre al rango di Cesare (il
gemello di Commodo, Fulvio Antonino, era morto l'anno precedente).[176]
Scambi commerciali con l'Oriente Magnifying glass icon mgx2.svgRelazioni
diplomatiche sino-romane. Proprio durante la guerra partica Marco potrebbe aver
favorito l'apertura di nuove vie commerciali con l'Estremo Oriente. Si ricorda,
infatti, negli annali del "Celeste impero", un'ambasceria inviata
presso l'Imperatore cinese della dinastia Han, Huandi, nella quale i Cinesi
chiamarono l'imperatore romano col nome di Ngan-touen o Antoun. Ciò sembra
confermare che tale ambasceria (forse composta da soli mercanti), sia giunta in
Estremo Oriente proprio durante il regno di Marco Aurelio o del suo
predecessore, Antonino Pio, in quanto Antoun equivarrebbe in lingua cinese al
nome latino della famiglia imperiale degli "Anto[u]n-ini". Statua di
Marco Aurelio in uniforme militare (Museo del Louvre, Parigi). Marcomanni
e Sarmati nel 178 Il figlio adottivo di Frontone, Gaio Aufidio Vittorino, venne
inviato, dal 162 al 166, a governare la provincia della Germania superiore, ove
si trasferì con l'intera famiglia (a parte un figlio che rimase a Roma con i
nonni). La situazione lungo la frontiera settentrionale si presentava
estremamente difficile. Una postazione lungo gli Agri Decumati era stata
distrutta e sembra che molte delle popolazioni dell'Europa centrale e
settentrionale fossero in fermento. Regnava, inoltre, molta corruzione tra gli
ufficiali romani: Vittorino fu costretto, infatti, a chiedere le dimissioni di
un legatus legionis che aveva preso tangenti e numerosi governatori esperti
vennero sostituiti da amici e parenti della famiglia imperiale. Le tribù
germaniche e altri popoli nomadi avevano iniziato le prime incursioni lungo i
confini settentrionali romani, in particolare in Gallia e sul Danubio. Questo
nuovo slancio verso occidente era causato dalle pressioni che subivano a loro
volta dalle tribù germaniche più orientali e settentrionali. Una prima
invasione di Catti nella Germania superiore era stata respinta nel 162. Molto
più pericolosa fu l'invasione, quando i Marcomanni della Boemia, clienti
dell'impero romano dal 19 (ma ribelli sotto Domiziano, che vi scatenò contro
un'offensiva), attraversarono il Danubio, insieme a Longobardi e altre tribù
germaniche. Contemporaneamente, i Sarmati Iazigi attaccarono i territori
compresi tra il Danubio e il fiume Tibisco. Secondo la Historia Augusta,
conclusa la guerra partica, scoppiava così quella contro i Marcomanni, una
coalizione di natura militare, composta da una decina di popolazioni germaniche
e sarmatiche (dai Marcomanni propriamente detti della Moravia, ai Quadi della
Slovacchia, dalle popolazioni vandaliche dell'area carpatica, agli Iazigi della
piana del Tibisco, fino ai Buri di stirpe suebica del Banato). Era la naturale
conseguenza di una serie di forti agitazioni interne e dei continui flussi
migratori che avevano ormai modificato gli equilibri con il vicino Impero
romano. Questi popoli erano alla ricerca di nuovi territori dove insediarsi,
sia in conseguenza della forte spinta che subivano da altre popolazioni, sia
per il continuo aumento demografico della Germania Magna. Erano, inoltre,
attratti dalle ricchezze e dalla vita agiata del mondo romano. In quel periodo
la frontiera danubiana non poteva contare su buona parte dei suoi effettivi,
sia perché molte legioni avevano dovuto destinare consistenti distaccamenti
alla guerra partica, sia perché la grave epidemia di peste aveva falcidiato
numerosi reparti. Tale epidemia avrebbe causato una catastrofe demografica
prolungatasi per oltre un ventennio e paragonabile a quella causata dalla peste
nera. Nel 166/167 avvenne il primo scontro lungo il limes pannonicus ad opera
di poche bande di predoni longobardi e osii che, grazie al sollecito intervento
delle truppe di confine, furono prontamente respinte. La pace stipulata con le
limitrofe popolazioni germaniche a nord del Danubio fu gestita direttamente
dagli stessi imperatori, Marco e Lucio, ormai diffidenti nei confronti dei
barbari aggressori, recatisi pertanto fino alla lontana fortezza legionaria di
Carnunto. Al ritorno dalla campagna partica l'esercito portò con sé una
terribile pestilenza, in seguito conosciuta come la "peste antonina"
o "peste di Galeno", che si diffuse a partire dalle fine del 165 per
quasi un ventennio, mietendo milioni di vittime e riducendo drasticamente la
popolazione dell'Impero romano. Qualche anno dopo la malattia, una pandemia che
oggi si ritiene potesse invece essere vaiolo o morbillo,[185] avrebbe finito
per reclamare la vita dei due imperatori stessi. La malattia scoppiò di nuovo,
nove anni più tardi, secondo Dione, e causò fino a 2.000 morti al giorno a
Roma, infettando fino a un quarto dell'intera popolazione. I decessi totali
sono stati stimati in cinque milioni. La colonna di Marco Aurelio o colonna
antonina, fatta costruire dal figlio Commodo Dopo che la morte colse Lucio agli
inizi del 169 (secondo la Historia Augusta in seguito ad un attacco apoplettico
che lo colpì non molto distante da Aquileia, mentre autori moderni sostengono
che il decesso, forse causato dalla stessa peste, sopraggiunse mentre era
impegnato in nuove manovre militari lungo il limes danubiano), Antonino si
trova ad affrontare da solo i barbari ribelli e con decisione, piuttosto che
imporre nuove tasse ai provinciali, organizzò una vendita all'asta nel Foro di
Traiano degli oggetti preziosi appartenenti al patrimonio imperiale, tra cui
coppe d'oro e di cristallo, vasellame regale, vesti di seta, trapunte d'oro
appartenuti anche all'augusta moglie, oltre a una raccolta di gemme trovata in
un forziere di Adriano. In quell'anno Marco diede alla figlia Lucilla, rimasta
vedova di Vero, un nuovo marito, il fedele Claudio Pompeiano, un militare
esperto e affidabile, premiato in seguito con il consolato, nel 173. Marco
avrebbe voluto associarlo al trono, al posto dello scomparso Lucio Vero,
conferendogli perlomeno il titolo di Cesare, ma egli rifiutò sempre la porpora
imperiale. Frattanto lungo il fronte settentrionale, i Romani subirono un paio
di pesanti sconfitte contro le popolazioni di Quadi e Marcomanni le quali, una
volta penetrate lungo la via dell'ambra e attraversate le Alpi, devastarono
Opitergium (Oderzo) e assediarono Aquileia, il cuore della Venetia, la
principale città romana del nord-est dell'Italia. Questo evento provocò
un'enorme impressione: era dai tempi di Mario che una popolazione barbara non
assediava dei centri del nord Italia.[192] Contemporaneamente la
popolazione dei Costoboci, proveniente dalla zona dei Carpazi orientali, aveva invaso
la Mesia e la Macedonia, spingendosi fino in Grecia, dove riuscì a saccheggiare
il santuario di Eleusi. Dopo una lunga lotta, Marco riuscì a respingere gli
invasori. Numerosi barbari germanici vennero allora stabiliti nelle regioni di
frontiera come la Dacia, le due Pannonie, le due Germanie e la stessa Italia. E
sebbene ciò non costituisse una novità, Marco si adoperò per creare sulla riva
sinistra del Danubio, tra l'odierna Repubblica Ceca e l'Ungheria, due nuove
province di frontiera chiamate Sarmazia e Marcomannia. Quelli che erano stati
insediati a Ravenna si ribellarono e riuscirono a impadronirsi della città. Per
questo motivo, Marco non portò mai più nessun altro barbaro in Italia, e mise
al bando quelli che qui si erano stabili ti in precedenza. Marco fu così
costretto a combattere una lunga ed estenuante guerra contro le popolazioni
barbariche del Nord, prima respingendole e "ripulendo" i territori
della Gallia Cisalpina, del Norico e della Rezia, poi contrattaccando con una
massiccia offensiva in territorio germanico e sarmatico, in scontri prolungatisi
per diversi anni. L'imperatore, in seguito a questi conflitti, poté fregiarsi
dei cognomina Germanicus e Sarmaticus, ma contestualmente abbandonò
ufficialmente i titoli Armeniaco, Medico e Partico, che non volle più tenere
dopo la morte di Lucio Vero, giacché andava a quest'ultimo il merito del loro
conseguimento;[195] tuttavia egli, per via dell'impegno profuso lungo il fronte
pannonico, non riuscirà più a far ritorno a Roma. Dione e gli altri
biografi raccontano anche alcuni episodi particolari della guerra, come il
cosiddetto miracolo della pioggia, rappresentato anche nella scena XVI sulla
colonna di Marco Aurelio.[196] I Romani, circondati dai Quadi in territorio
nemico, si salvarono a stento da un possibile nuovo disastro. L'evento fu
utilizzato dagli apologeti cristiani per sostenere che non sarebbero state le
preghiere dell'imperatore a ottenere la pioggia in favore dei soldati romani
assetati, ma quelle di alcuni legionari di fede cristiana.[197] Sempre
nel 172-173 scoppiò una violenta rivolta in Egitto, guidata dal sacerdote
Isidoro, che arrivò a minacciare la stessa città di Alessandria. L'intervento
di Gaio Avidio Cassio e le discordie interne ai rivoltosi portarono alla fine del
conflitto entro breve tempo[198]. Rivolta di Cassio Avidio Cassio § La
ribellione. Nel 175, mentre preparava una nuova campagna contro le popolazioni
della piana del Tibisco, l'imperatore fu raggiunto dalla notizia che il
governatore della Siria, Avidio Cassio, uno dei migliori comandanti militari
romani, alla falsa notizia della sua morte, si era autoproclamato imperatore.
Secondo quanto ci tramandano sia Cassio Dione che la Historia Augusta, Avidio
Cassio accettò la porpora imperiale per volere di Faustina, poiché la stessa
credeva che Marco stesse per morire e temeva che l'impero potesse cadere nelle
mani di qualcun altro, visto che Commodo era ancora troppo giovane. Cassio
venne acclamato imperator dalla Legio III Gallica mentre la gran parte delle
province orientali, escluse Cappadocia e Bitinia, si schieravano a fianco dei
ribelli. All'inizio Marco cercò di tenere segreta la notizia
dell'usurpazione, ma quando fu costretto a renderla pubblica, di fronte
all'agitazione dei soldati si rivolse loro con un discorso (adlocutio)
rivelando di voler evitare inutili spargimenti di sangue tra Romani. Ma dopo
soli tre mesi, quando la notizia della morte di Marco si rivelò ufficialmente
falsa, il Senato romano proclamò Cassio hostis publicus, nemico dello stato e
del popolo romano e Avidio fu ucciso dai suoi stessi soldati. La testa
dell'usurpatore fu portata a Marco, come testimonianza dell'uccisione, ma
l'imperatore, che avrebbe voluto dimostrargli il suo perdono e salvarlo, non
esultò, al contrario esclamò: Mi è stata tolta un'occasione di clemenza: la
clemenza, infatti, dà soprattutto prestigio all'imperatore romano agli occhi
dei popoli. Io però risparmierò i suoi figli, il genero e la moglie, lasciando
metà del patrimonio paterno ai figli di Avidio Cassio, e donando una grande
quantità di oro, di argento e di gemme alla figlia. Viaggio in Oriente Marco
Aurelio: aureo MARCUS AURELIUS RIC III 357-159422M ANTONINVS AVG GERM SARM,
testa laureata con corazza e paludamentumTR P XXX IMP VIII COS III, la
Felicitas con caduceo e scettro AV (7,33 g). Nell'ultimo decennio di regno,
mentre si trovava lungo i confini settentrionali imperiali, Marco scrisse i
Colloqui con sé stesso, tornando di rado a Roma. Insieme alla moglie Faustina,
al figlio Commodo, al seguito composto dai comites del consilium principis e a
un ingente esercito, Marco visitò le province orientali Partito da Sirmio nel
luglio del 175, dopo essere passato per Bisanzio, Nicomedia, Prusias ad Hypium
e per Ancyra, giunse a Tarso, sostando in Cilicia dove, secondo Dione, molti si
erano schierati dalla parte di Avidio. Poco dopo aver passato la località di
Tanya, Faustina morì in circostanze poco chiare in un villaggio di nome Halala,
sito in Cappadocia ai piedi dei Monti Tauri. Cassio Dione riporta alcune
versioni sulla morte dell'Augusta: una prima ipotizza il suicidio, motivato
dall'aver stretto accordi per la successione con Avidio Cassio; una seconda
chiama in causa la gotta; una terza vedrebbe Faustina morire di parto dopo
un'ennesima gravidanza all'età di quarantacinque anni. Dopo la morte venne
divinizzata ufficialmente con degne cerimonie a Roma, per volere del Senato.
L'Augusta, che aveva spesso accompagnato il marito in guerra, era stata la
prima delle imperatrici romane a essere insignita del titolo di mater
castrorum.[204] Halala, il villaggio dove era morta, venne rinominato
"Faustinopolis". In suo onore furono istituiti collegi di
sacerdotesse e create le puellae Faustinianae, in ricordo dell'istituzione
benefica sorta in memoria della madre, la moglie di Antonino Pio, istituzione
che si occupava di fanciulle orfane della penisola italica.[204] Le fonti
antiche, in contrasto coi Ricordi di Marco Aurelio, spesso accusarono Faustina
di dissolutezza e di aver ripetutamente tradito il marito, con marinai e gladiatori,
tanto che da una di queste relazioni sarebbe nato Commodo, secondo una diceria
riportata dal biografo della Historia Augusta. Dopo questa ennesima disgrazia
famigliare, il princeps ripartì per la Siria, forse fermandosi a visitare la
città di Antiochia (che si era schierata con Cassio), perdonandone i suoi
abitanti, e qui potrebbe avervi svernato, incontrando alcuni personaggi locali
come il patriarca Giuda I. Riprese, quindi, il suo viaggio per giungere
nell'estate nel 176 in Egitto, dove ricevette una delegazione dei Parti. Nel
viaggio di ritorno dall'Oriente, dopo essersi imbarcato per l'Asia Minore,
passò per Efeso, poi Smirne (dove incontrò Elio Aristide) e, da ultimo, Atene,
dove il filosofo cinico Zenone aveva fondato la scuola stoica, sotto il famoso
portico dipinto, dichiarandosi "protettore della filosofia". Istituì
quattro cattedre permanenti di studio, finanziandole, una per ogni principale
scuola filosofica: platonici, aristotelici, epicurei e stoici.[209] In Grecia
prese parte anche ai riti dei misteri eleusini.Durante il tragitto lungo l'Asia
Minore e la tappa a Atene si rivolsero a Marco Aurelio e a Commodo anche alcuni
padri apologisti cristiani. Decise di associare al trono imperiale il figlio
Commodo, l'unico maschio superstite tra i suoi figli (dopo la morte del giovane
Marco Vero Cesare e quella di alcuni nipoti), nominandolo Augusto e
concedendogli la tribunicia potestas e l'imperium, benché avesse nei confronti
del figlio alcune perplessità. Marco celebrò, quindi, il matrimonio di Commodo
con Bruzia Crispina. A Roma, si dedicò ad amministrare la giustizia, cercando
di riparare a torti e abusi del passato; dispose la celebrazione di giochi
circensi, mettendo però un limite di spesa a quelli gladiatorii. Marco, che
aveva battuto le popolazioni germaniche e sarmatiche a nord del medio corso del
Danubio, ottenne per decreto del Senato romano il trionfo insieme al figlio
Commodo, da poco nominato Augusto. In suo onore venne eretta una statua
equestre, tuttora custodita nel Palazzo dei Conservatori. Offensiva finale in
Marcomannia e Sarmatia L'impero romano alla fine del regno di Marco Aurelio,
nel 180 L'apparente tregua sottoscritta con le popolazioni germaniche, in
particolare Marcomanni, Quadi e Iazigi, durò però solo un paio d'anni, fino al
177. Il 3 agosto del 178 Marco fu infatti costretto a marciare ancora una volta
verso la frontiera danubiana, a seguito di una nuova sollevazione dei
Marcomanni. Non sarebbe mai più tornato a Roma. Egli fece della fortezza
legionaria di Brigetio il suo nuovo quartier generale e da qui condusse
l'ultima campagna nella primavera successiva del 179, che aveva come obiettivo
quello di occupare stabilmente parte della Germania Magna (Marcomannia) e della
Sarmatia. Si racconta infatti che: «I Quadi essendo poco disposti a
sopportare la presenza di forti romani costruiti nel loro territorio tentarono
di migrare tutti insieme verso le terre dei Semnoni. Ma Marco Aurelio Antonino
che ebbe queste informazioni in anticipo della loro intenzione di partire per altri
territori, decise di chiudere loro tutte le vie di fuga, impedendo la loro
partenza.» (Cassio Dione. Dopo una vittoria decisiva nel 178, il piano
per annettere la Moravia e la Slovacchia occidentale (Marcomannia), per porre
fine una volta per tutte alle incursioni germaniche, sembrava avviato al
successo, ma venne abbandonato dopo che Marco Aurelio si ammalò gravemente nel
180, forse anch'egli colpito dalla peste che affliggeva l'impero da anni. La
sua salute, da sempre fragile e in costante declino, sembra lo costringesse a
fare uso anche di oppio per alleviare il dolore persistente che lo affliggeva
da anni allo stomaco, rimedio prescritto dallo stesso Galeno. Eugène Delacroix,
Ultime parole dell'imperatore Marco Aurelio, una rappresentazione moderna della
morte di Marco: l'imperatore, al centro, siede a letto, circondato da amici e
dignitari, e stringe il braccio di Commodo (a destra), vestito di rosso,
sbarbato e abbigliato in maniera orientaleggiante, con orecchini e una corona,
e che appare distante e poco interessato. «Uomo, sei stato cittadino in questa
grande città: che ti importa se per cinque anni o per cento? Quel che è secondo
le leggi ha per ognuno pari valore. Che c'è di grave allora se dalla città ti
espelle non un tiranno o un giudice ingiusto, ma la natura che ti ci aveva
introdotto? A stabilire che il dramma è completo infatti è chi allora fu
responsabile della composizione, ora del dissolvimento; tu invece non sei
responsabile né dell'una né dell'altro. Quindi parti sereno: chi ti congeda è
sereno.» (Marco Aurelio, 12.36.) Marco Aurelio muore nella
città-accampamento di Vindobona (Vienna).[19] Secondo invece quanto riferisce
Tertulliano, uno storico e apologeta cristiano suo contemporaneo, sarebbe
invece deceduto sul fronte sarmatico, non molto distante da Sirmio (odierna
Sremska Mitrovica, nell'attuale Serbia),[20] che fungeva da quartier generale
invernale delle sue truppe, in vista dell'ultimo assalto. Il Birley ritiene
infatti che Marco potrebbe essere morto a Bononia sul Danubio (che per
assonanza ricorda la località di Vindobona), venti miglia a nord di Sirmio. Iniziando
a stare male, chiamò Commodo al capezzale e gli chiese per prima cosa di
concludere onorevolmente la guerra, affinché non sembrasse che lui avesse
"tradito" la Res publica. Il figlio promise che se ne sarebbe fatto
carico, ma che gli interessava prima di tutto la salute del padre. Chiese
pertanto di poter aspettare pochi giorni prima di partire. Marco, sentendo che
i suoi giorni erano alla fine e il dovere compiuto, accettò da stoico una morte
onorevole, astenendosi dal mangiare e bere, e aggravando così la malattia per
permettergli di morire il più rapidamente possibile. Il sesto giorno, chiamati
gli amici e deridendo le cose umane disse loro: perché piangete per me e non
pensate piuttosto alla pestilenza e alla morte comune? Se vi allontanerete da
me, vi dico, precedendovi, statemi bene. Mentre anche i soldati si disperavano
per lui, alla domanda su a chi affidasse il figlio, rispose ai subordinati: a
voi, se ne sarà degno, e agli dèi immortali. Nel settimo giorno si aggravò e
ammise brevemente solo il figlio alla sua presenza, ma quasi subito lo mandò
via, per non contagiarlo. Uscito Commodo, coprì il capo come se volesse
dormire, come il padre Antonino Pio, e quella notte morì.Cassio Dione aggiunge
che la morte avvenne "non a causa della malattia per cui stava ancora
soffrendo, ma a causa dei medici che, come ho chiaramente sentito, volevano
favorire l'ascesa di Commodo", anche se secondo il Birley, "è inutile
avanzare ipotesi". Officiato il funerale, venne cremato, e fu
immediatamente divinizzato, mentre le sue ceneri furono portate a Roma e
deposte nel mausoleo di Adriano, che divenne così il sepolcro di famiglia da
Adriano a Commodo e, forse, anche per alcuni imperatori successivi, finché il
sacco visigoto della città lo danneggiò gravemente. Le sue campagne vittoriose
contro Germani e Sarmati furono commemorate con la costruzione della Colonna Aureliana
e di un tempio. Marco Aurelio aveva stabilito che a succedergli fosse il figlio
Commodo, che già aveva nominato Cesare nel 166 e poi Augusto (co-imperatore). Questa
decisione, che mise di fatto fine alla serie dei cosiddetti "imperatori
adottivi", venne fortemente criticata dagli storici successivi, poiché Commodo
non solo era estraneo alla politica e all'ambiente militare, ma fu inoltre
descritto, già in giovane età, come estremamente egoista e con gravi problemi
psichici, appassionato in maniera eccessiva di giochi gladiatorii (a cui lui
stesso prendeva parte), passione ereditata dalla madre. Marco Aurelio
riteneva, a torto, che il figlio avrebbe abbandonato quel genere di vita così
poco adatto a un princeps, assumendosi le necessarie responsabilità nel
governare un Impero come quello romano, ma così non fu. A conclusione del
principato di Marco Aurelio, Cassio Dione scrisse un elogio all'imperatore, pur
descrivendo il passaggio a Commodo con dolore e rammarico. Marco non ebbe la
fortuna che meritava, perché non era fisicamente forte e poiché dovette
affrontare, per la durata del suo regno, numerose difficoltà. Proprio per
questo motivo lo ammiro maggiormente, in quanto egli, in mezzo a difficoltà
insolite e straordinarie, non solo sopravvisse ma salvò l'impero. Solo una cosa
lo rese infelice, il fatto che, dopo aver dato l'educazione migliore possibile
al figlio, questi deluse le sue aspettative. Questa materia deve essere il
nostro prossimo argomento, dato che da quel periodo dei Romani deriva oggi la
nostra storia, decaduta da un regno d'oro a uno di ferro e ruggine.»
(Cassio Dione, 72, 36.3-4.) Carattere e pensiero filosofico Magnifying glass
icon mgx2.svgColloqui con sé stesso, Pensiero di Marco Aurelio e Letteratura
greca alto imperiale. Statua equestre di Marco Aurelio (Roma, Musei
capitolini) Marco Aurelio fu l'ultimo grande esponente dello Stoicismo. Marco
scrisse i Colloqui con sé stesso, come esercizio per il proprio orientamento e
auto-miglioramento. Il titolo è stata un'aggiunta postuma, originariamente
Marco intitolò l'opera “A se stesso”, ma non si sa se avesse intenzione di
renderla pubblica. Il saggio è considerato uno dei capolavori filosofici di
tutti i tempi. Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente
i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque.
«Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato,
perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi
spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile
sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza
cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo
una fortuna?» (Marco Aurelio, 4.49.) Politica religiosa e atteggiamento
nei confronti dei cristiani Magnifying glass icon mgx2.svgPersecuzione dei
cristiani sotto Marco Aurelio. Sebbene Marco abbia da sempre seguito la linea
indulgente degli imperatori Adriano e Antonino Pio, che continuò nei confronti
dei culti ammessi, è elencato tra gli imperatori persecutori dei cristiani.
Molti disordini si verificarono sotto il regno di Marco Aurelio, segnato da
epidemie, carestie e invasioni e più volte le folle diedero la caccia ai
cristiani, ritenuti responsabili di tutto (per aver causato la collera degli
dèi, avendoli negati), e i martiri furono numerosi. Marco Aurelio,
personalmente, non mostrò esplicito disprezzo per i cristiani, né li considerò
un vero pericolo, ma piuttosto dei fanatici. Monetazione imperiale del periodo
Magnifying glass icon mgx2.svgMonetazione degli Antonini. Il prototipo di
statua equestre è senza alcun dubbio la statua equestre di Marco Aurelio. In
precedenza l’opera bronzea si trovava nella piazza del Campidoglio a Roma,
prima di essere sostituita da una copia e trasferita nell’adiacente Palazzo dei
Conservatori. Historia Augusta, Cassio Dione, Aurelio Vittore, De Caesaribus,
16. Tertulliano, 25. Grant 1996,27.
Testo per esteso dell'epigrafe: Imperator Caesar Marcus Aurelius
Antoninus Augustus. Il luogo della morte
è incerto tra Sirmio o Vindobona: Tertulliano, 25: (LA) «[...] cum M. Aurelio
apud Sirmium rei publicae exempto die sexto decimo Kalendarum
Aprilium» «essendo stato Marco Aurelio strappato allo Stato a Sirmio il 17
marzo.» Aurelio Vittore, De Caesaribus, 16.14: (LA) «Ita anno imperii
octavo decimoque aevi validior Vendobonae interiit, maximo gemitu mortalium
omnium» «Il diciottesimo anno del suo governo, tra grandi lamenti, il più
forte e più grande di tutti gli uomini morì a Vindobona» Riportato invece
così in Aurelio Vittore, Epitome de Caesaribus, 16.12 (compendio, più tardo,
della stessa opera di Vittore, attribuita a lui stesso, ma con molta
incertezza): (LA) «Ipse vitae anno quinquagesimo nono apud Bendobonam morbo
consumptus est» «Egli stesso, nel cinquantanovesimo anno della sua vita,
venne consumato da una malattia a Vindobona.» Historia Augusta, Marcus Aurelius, 1.9;
McLynn 2009,24. Cassio Dione, Asse della zecca di Roma antica, RIC, III
(Antoninus Pius); BMCRE,1917; Cohen, Cassio Dione. Machiavelli, Gibbon Estensione e forza
militare dell'Impero nel secolo degli Antonini; in particolare I.78, in cui
l'autore descrive il buon governo degli imperatori adottivi; inoltre,273 nota 4
del testo disponibile su Google libri, in cui usa l'espressione "good
emperors". Cassio Dione. Il libro completo, che parla dell'epidemia
avvenuta sotto Marco Aurelio, è andato perduto; questa nuova epidemia fu la più
grave che lo storico avesse mai visto, a quanto narra nella "vita di Marco
Aurelio". Historia Augusta, A., Renan 1937.
Tra questi vi furono: Marco Aurelio Probo (CIL XI, 1178), Marco Aurelio
Mario (imperatore nelle Gallie), Marco Aurelio Caro e Marco Aurelio Carino (CIL
VIII, 10956), oltre a due imperatori suoi omonimi, Caracalla (AE 1911, 56) ed
Eliogabalo (il cui nome imperiale ufficiale era "Marco Aurelio
Antonino"; CIL VI, 40677 e AE 1990, 469) e che furono i primi, pur non
appartenendo alla dinastia antonina, ad usare il suo nome. Questi ultimi due,
in particolare, come già il padre di Caracalla, Settimio Severo, che aveva
riabilitato la memoria di Commodo, divinizzandolo e rimuovendo la damnatio
memoriae imposta dal Senato, e dato al figlio il nome di Marco Aurelio,
cercavano un collegamento diretto con gli Antonini al fine di nobilitare le
loro origini africane e asiatiche, quindi provinciali. Inoltre, una delle mogli
di Eliogabalo era una nipote di Marco Aurelio stesso, Annia Faustina. Il nome
Marco Aurelio divenne, quindi, un nome di famiglia dei Severi e, come «Cesare»,
«Augusto» e, più tardi, «Flavio», venne utilizzato come prenome imperiale da
molti altri. Birley 1990,317-318.
Birley 1990,269 ss. Birley
1990,316. Birley 1990,313-319. CIL II, Birley 1990,31. Historia Augusta, Marcus Aurelius, Birley
McLynn ,14. Birley 1990,34. Historia Augusta, Marcus Aurelius,
1.5. Historia Augusta, Marcus Aurelius,
1. Poiché suo fratello Marco Annio
Libone è stato console nel 128 e difficilmente potrebbe essere stato pretore
più tardi del 126, Annio Vero deve essere stato a sua volta pretore prima di
questa data, verosimilmente, appunto, nel 124.
Birley 1990,34-35; Marco Aurelio, 1.2
Birley ,36-37; Tacito, Dialogus de oratoribus, 28-29; Marco Aurelio,
5.4. Marco Aurelio, 1.3. Birley; Marco Aurelio, 1.17.7. Birley; Historia Augusta, Marcus Aurelius,
2.1; Marco Aurelio, 1.14. Birley ,39;
Marco Aurelio, 1.1. Marco Aurelio, 1.17;
Birley Marco Aurelio, 1.4. Marco Aurelio,
1.6. Norelli,75 Marco Aurelio, 1.6;
Birley 1990,43. Marco Aurelio, 1.10 e
1.12; Birley 1990,46. Birley
1990,51-52. Guido Clemente Birley Guido
Clemente Birley 1990,69. Birley 1987,38-42. Birley, Cassio Dione, 69, 22.4; Historia
Augusta, Hadrianus, Cassio Dione, 69, 22.1-4; Historia Augusta, Hadrianus,
24.8-13. Birley 1990,63-66; Grant
1996,12. Birley 1990,63. Mazzarino
1973,328. Marco Aurelio, 6.30:
"Bada di non cesarizzarti, di non impregnarti con la porpora: succede
infatti". Historia Augusta, Marcus
Aurelius, 6.5; Birley Marco Aurelio, 1.16.
Marco Aurelio, 5.16. Birley 1990,68. Marco Aurelio, 8.9. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.4 e
3.6. Birley 1990,108. Frontone, Ad Marcum Caesarem 4.8 (trad. da
Haines 1.184 ss.). Cassio Dione, 71,
36.3. Grant 1996,24. Birley Marco Aurelio, 1.11. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 2.4;
Cameron 1967,347. Aulo Gellio, 9, 2.1–7
e 19.12; Birley 1990,76-78. Birley
1990,65-67; molti critici moderni hanno avuto dubbi per l'ammirazione dei
contemporanei. Filologi di fama espressero numerose critiche: Barthold Georg
Niebuhr, lo descrisse "frivolo", Samuel Adrian Naber lo trovò
"disprezzabile" (Champlin 1980, capp. 1-2); altri lo hanno definito
"pedante e noioso", scrivendo che le sue lettere non offrono né
l'analisi politica di un Cicerone né l'introspezione di un Plinio (Mellor 1982
commentando Champlin 1980); una ricerca prosopografica degli anni '80 ha
riabilitato, almeno in parte, la sua reputazione, cfr. ad esempio, sempre
Mellor 1982 su Champlin 1980. Birley
1990,88 ss. Birley 1990,78. Birley 1990,113. Birley Birley 1990,83 ss.; Marco Aurelio,
1.8. Marco ricorda Epitteto come una
guida spirituale, facendo spesso riferimento alle sue Diatribe e al Manuale
come ad esempio in Marco Aurelio, 11.34, dove lo cita e ne commenta alcune
massime. Birley 1990,336-339.
Birley 1990,126 ss. Champlin
1980,174 n. 12. Frontone, Ad Marcum
Caesarem 4.11 (trad. da Haines 1.202 ss.). Birley 1990,130-132. Marco Aurelio, 9.40. RIC, III 682
(Aurelius); MIR, 18, 13-2a; Calicó, 2055 (moneta illustrata); BMCRE,399
note. Inscriptiones Graecae ad Res
Romanas pertinentes, 4.1399, tradotta da Birley 1990,140. Birley Historia Augusta, Lucius Verus, 2.9-11
e 3.4-7; Birley Forse in omaggio ai filosofi greci o a causa di una cicatrice
(cfr. Melani, Fontanella e Cecconi,58).
Bianchi Bandinelli e Torelli 1976, scheda 131 (ritratti di
Adriano). Birley Birley 1990,140. Cassio Dione, 71, 33.4-5. Historia Augusta, Antoninus Pius,
12.4-8. Birley Historia Augusta,
Pertinax, 13.1 e 15.8 Birley ,142-143.
Historia Augusta, Lucius Verus, 4.2.
Historia Augusta, Marcus Aurelius, 15-16. Historia Augusta, Lucius Verus, 3.8; Birley
2000,156 Historia Augusta, Marcus
Aurelius, 7.9. Savio 2001,331. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 7.10-11;
Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.8; Birley 1990,144-145. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 19.1-2;
Birley 1990,145. Historia Augusta,
Commodus, 1.2. Birley 1990,145-147.
Birley cita Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus, nos. 155
ss.; 949 ss. Cassio Dione, 71.1, 3;
73.4.4–5. Historia Augusta, Marcus
Aurelius, 8.1. Birley 1990,150.
Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.8; Birley 1990,151 cita Eck 1995,65
ss. Vittorino minore fu console assieme
al nipote di Marco Aurelio, Tiberio Claudio Severo Proculo nel 200 (AE 1996,
1163 e CIL III, 8237). Birley cita Frontone, Ad Verum Imperator 1.3.2 (trad.
da Haines 1.298 ss.). Frontone, Ad
Antoninum Imperator 4.2.3 (trad. da Haines 1.302 ss.). Birley Historia
Augusta, Marcus Aurelius Birley Birley
Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8-10 e 12. Historia Augusta,
Marcus Aurelius, Pulleyblank Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia
Augusta, Marcus Aurelius, La grandiosa colonna di Marco Aurelio di fronte a
Palazzo Chigi (alta 42 m) fu eretta per ricordare proprio le vittorie sul
fronte germanico-sarmatico del Danubio. La colonna era sormontata da una statua
dell'Imperatore, dove ora è posta quella di san Paolo, così come accadde per la
colonna di Traiano, dove venne posizionata una statua di san Pietro in
sostituzione di quella dell'Optimus princeps), in Coarelli 2008,42-43. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 17 e
23. Renan, Eusebio, 5.1.77. Codice Giustinianeo, Digesto, 1, 18, 13. Codice Giustinianeo, Digesto, Historia
Augusta, Marcus Aurelius, 24.1-3. Codice
Giustinianeo, Digesto, Codice Giustinianeo, Digesto: «Item Marcus imperator […]
et ideo princeps providentissimus et iuris religiosissimus cum fideicommissi
verba cessare animadverteret, eum sermonem pro fideicommisso rescripsit
accipiendum». Birley 1990,165 ss.;
Millar 1993,6 e ss. Vedi anche Millar Frontone, Ad Antoninum Imperator 2.1-2
(trad. da Haines 2.94); Birley 1990,164; Champlin 1980,134. Historia Augusta, 24.1-3. Svetonio, Titus, 8 e 9. Casadei e Mattarelli Bloch Renan Birley 1990,170-172. Historia Augusta, Antoninus Pius, 12.7;
Birley 1990,148. Birley Mazzarino 1973,335 ss. Frontone, De Feriis Alsiensibus 4 (trad. da
Haines 2.19); Frontone, De bello Parthico 1-2 (trad. da Haines 2.21-23); e 10
(trad. da Haines 2.31); Guido Clemente 2008,633. Luciano di Samosata, Alessandro, Cassio
Dione; Luciano di Samosata, Cassio Dione, 71, 2.1. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 8.9. Birley 1990,151-154. Birley Champlin 1980,134; Frontone, De Feriis
Alsiensibus 4 (trad. da Haines 2.19); Birley Frontone, De bello Parthico 10 (trad.
da Haines 2.31); Birley 2000,150-164; Birley Historia Augusta, Lucius Verus, 9;
Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.4; Birley 1990,159. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.4-6;
Historia Augusta, Lucius Verus, 7.7; Birley Birley 2000,163. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 9.1;
Historia Augusta, Lucius Verus; Frontone, Ad Verum Imperator 2.3 (trad. da
Haines 2.133); Birley 1990,159; Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius
Verus, 233 e ss.. Birley 2000,162.
Farrokh 2007,165; RIC, III, Antoninus Pius to Commodus. Birley 1990,163. Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius
Verus, nos. 261ff.; 300 ff. Birley ILS 1098; Birley 1990,179-180;
Mattingly 1940, Marcus Aurelius and Lucius Verus,401 ss.. Birley
2000,164. Birley 1990,183. Birley 1990,180; Pulleyblank 1999;
Mazzarino. Frontone, De nepote amisso 2
(trad. da Haines); Frontone, Ad Verum Imperator 2.9-10 (trad. da Haines 2.232
ss.) Birley Lucio Dasumio Tullio Tusco, un lontano parente di Adriano, fu
inviato in Pannonia superiore, per sostituire l'esperto Marco Nonio Macrino. La
Pannonia inferiore venne affidata al poco conosciuto Tiberio Aterio Saturnino.
M. Servilio Fabiano Massimo venne trasferito dalla Mesia inferiore a quella
Superiore quando Iallio Basso si era recato ad Antiochia di Siria da Lucio
Vero. La Mesia inferiore venne allora affidata al figlio, Marco Ponzio Leliano.
La Dacia venne divisa in tre distretti, governati da un senatore pretoriano e
da due procuratori. La pace non poteva durare a lungo, la Pannonia inferiore
disponeva di una sola legione, ad Aquinco. Cfr. Alföldy 1977, Moesia
Inferior,232 ss.; Moesia Superior,234 ss.; Pannonia Superior,236 ss.; Dacia,
245 ss.; Pannonia Inferior, Birley Southern Ruffolo Birley Stathakopoulos
2004,95. Birley 1990,186-187. Historia Augusta, Marcus Aurelius, 14.8;
Historia Augusta, Lucius Verus, 9.11.
Historia Augusta, Marcus Aurelius, 17.4.
Cassio Dione, Birley; Alföldy 1977, Moesia Inferior,232 ss.; Moesia
Superior,234 ss.; Pannonia Superior,236 ss.; Dacia,245 ss.; Pannonia Inferior,251. Questa invasione avvenne secondo Birley
1990,184-186, 194-196 e 207-208 ed altri studiosi moderni (Brizzi e Sigurani
2010,393-394 e 398) nel 170. Birley
1990,208-213. Guido Clemente Kneissl
Infatti i cognomina Armeniaco, Medico e Partico sono assenti nella
documentazione di carattere ufficiale posteriori al 172, come ad esempio i
diplomi militari: nello specifico si veda, ad esempio, AE 1990, 1023 o AE
1987. Historia Augusta, Marcus Aurelius,
24.4. Tertulliano, 5, 6. Michael Grant, The Antonines. The Roman
Empire in Transition, Routledge, Birley Cassio Dione, 72, 27-29; Historia Augusta,
Marcus Aurelius, 26.10-12. RIC, Marcus
Aurelius, 357 corr. (no P P); MIR; Calicó, 2017; BMCRE, Astarita Birley
1990,239-240. Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus
Aurelius, 19.1-8 e 26.3-9. Ammiano, Historia
Augusta, Marcus Aurelius, Cassio Dione, Birley IG II2 3620 Historia Augusta, Marcus Aurelius, 27.1. Historia Augusta, Commodus, Historia Augusta,
Marcus Aurelius, Historia Augusta, Marcus Aurelius, 27.11-12. Historia Augusta, Marcus Aurelius; Cassio
Dione, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Commodus, 12.5;
Historia Augusta, Marcus Aurelius, Historia Augusta, Commodus, 12.6. Birley 1990,259-261. Guido Clemente Cassio Dione, 72, 36; Grimal
Birley citato in Antonio de Guevara, Vita, gesti, costumi, discorsi, lettere,
di Marco Aurelio imperatore, Venezia, Historia Augusta, Marcus Aurelius, Cassio
Dione, Birley Cassio Dione, Erodiano, Commodo; Historia Augusta, Commodus
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Goodreads.Marco Aurelio, su Discografia nazionale della canzone italiana,
Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi.Rachana Kamtekar, Marcus
Aurelius, in Edward N. Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for
the Study of Language and Information, Stanford. Predecessore: Antonino
Pio161–180 (con Lucio Vero, con Commodo) Commodo Predecessore Console romano Successore
Consul et lictores.png Gaio Bruttio Presente Lucio Fulvio Rustico II140 Marco
Peduceo Stloga PriscinoI con Imperatore Cesare Tito Elio Adriano Antonino
Augusto Pio IIcon Imperatore Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio
IIIcon Tito Enio SeveroTito Statilio Massimo145 Gneo Claudio Severo Arabiano II
con Lucio Edio Rufo Lolliano Avitocon Imperatore Cesare Tito Elio Adriano
Antonino Augusto Pio IVcon Sesto Erucio Claro II Appio Annio Atilio
Bradua161Quinto Giunio Rustico IIIII con Tito Clodio Vibio Varocon Lucio Elio
Aurelio Commodo IIcon Lucio Tizio Plauzio AquilinoMarco Aurelio Campagne
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a Castel Sant'Angelo Marco Aurelio Persone legate ai Misteri eleusini. Italian
philosopherone of the most important onesVide his letters to his tutor Frontino
– A., Roman emperor and philosopher. Author of twelve books of Meditations
(Greek title, To Himself), Marcus Aurelius is principally interesting in the
history of Stoic philosophy (of which he was a diligent student) for his
ethical self-portrait. Except for the first book, detailing his gratitude to
his family, friends, and teachers, the aphorisms are arranged in no order; many
were written in camp during military campaigns. They reflect both the Old Porch
and the more eclectic views of Posidonius, with whom he holds that involvement
in public affairs is a moral duty. Marcus, in accord with Stoicism, considers
immortality doubtful; happiness lies in patient acceptance of the will of the
panentheistic Stoic God, the material soul of a material universe. Anger, like
all emotions, is forbidden the Stoic emperor: he exhorts himself to compassion
for the weak and evil among his subjects. “Do not be turned into ‘Caesar,’ or
dyed by the purple: for that happens”. “It is the privilege of a human being to
love even those who stumble”. Sayings like these, rather than technical
arguments, give the book its place in literary history. Ab avo meo Vero didici
placidis esse moribus et iram abstinens. Ex estimatione parentis mei cius recordatione
ad verecundiam et VIRO dignos mores usus sum. Matre in studio pietatis erga
deos isberalitate gimitatus. Præterea in abstinendo anno perpetrandis modo sed
et cogitandis flagitiis. Tum in frugalitate victus, ab opulentia comitante luxu
remotissima. A pro-avo id habui ut ne in publicos ludos comcarem sed bonis præceptoribus
domimex uterer, intellige regnullis hac in re parcendum sumptib. Ab educatore,
ne auriga Praginus, aut Venetus, neuc palmularius aut scutarius fierem. Ab
eodem tolerare labores, esse contentus parvo, operari, non immiscere mc multis
negociis, haud facile calumniam admittere, didici. A Diogneto, tudium in res inanes
non conferre, fidem abrogare iisque de incantationibus, de monug
pfligationib. acid genusalii reb pitigiatores et impostores referent. Nec animi
causa coturnices alere, aut fi milium rerum studio et cupiditate teneri. Ite
libere dicta ferre æquo animo, PHILOSOPHIAE ME ADDICERE, audire primo Bacchiu, deinde
Tandasidem ac Marcianum, scriber dialogos puerili etate grabatu, pellem, aliağ ad
greca disciplinam pertinentia, usurpare. RUSTICI monitu in ea deveni cogitatione,
mores meos correctione ac cultu opus habere. Non esse imitandos sophistas, non
esse instituendas de contemplationibus scriptiones ne que oratiunculas
adhortatorias declamandum neq speciem VIRI exercitiis dediti, ac laboriosi
ostentandam. Ad hæc rhetorica, poetica ed atrologia abstinendum, domincuesticu,
negaliis huius modi rebutendum. Epistolas scribendas simpliciter, quomodo
ipsius ad matrem meam est epistola Sinueſſam missa. In super placabilitatem este
et in alloquio facilitatem exhibendam iis qui stomachu nobis moverint, aut aliquid
deliquerít, simulatqii redire adofficium volint. Diligenter etiam legendum, nec
omnino considerationem accuratam satis putandum, ne æceleriter adsentiendum
loquacite LOQUACITER CONVERSANTIBUS. Commentarios Epicteti legendos, quorum et
e domo sua mihi copiam fecit. Apollonius medocuit ut libertatem secta rer,
certamg constantiam, negalio un quam, ne minimum quidem, quam ad rectam
rationem respicerem ac semper mei similis essem in gravibus doloribus a
missione prolis, morbis diuturnis. Uc quem in vivo exemplo evidenter
contemplarer, posse eundem et durissimum esse et remissum quam maxime. Tum
etiam ut in percipienda doctrina menon morosum præberem sed circumspicerem de
homine qui palam experientiam et in tradendis scientijs facultatem mia nimum
suorum bonorum putaret. Præterea modum beneficia utiis videntur ab amicis
accipiendi ne vel accepta ea nos viliores redderent vel stupidem ne gligerenturato
permitterent. In Sexto de præhemdi comitatem et exemplum domo ad arbitrium
patris familias institute, vivem di secundum naturam, gravitatem nion simulatam,
ing consulendo amicorum commodis sagacitatem, facilitatem erga privatos, mores
omnibus accomodatos. Quo fiebat, ut eius consuetudo omni adulatione suavior
ipseos codem tempore in summa apud cos quibus cum agebat veneratione esset.
Porro autem expedicam viam acrationem inveniendi et disponendi præcepta ad usum
vitæ necessaria. item quod nequc iræ neo alius cuius animi commotio nis ullum
indicium dabat, sed simul et quam maxime affectibus vacuus et humanissimi erat
ingenii. In codem honc stam famam finciactatione. Multa rumorerum scientiam
citra ostentationem. Alexandrum Grammaticum obseruabam ab increpationibus sibi
tempera re, neque ignominiose castigare si quis barbarum, lolocum, aut absonum
quippiam protulisset sed civiliter id modo o dicendum fuerat, pronunciare. Perinde
ac si respondens vel suam sententiam interponeret, aut rationem re ipsa non
verbo cum altero conferret. Aut omni no alia quadam solerti et occulta correctione
idem efficiebat. A FRONTONE didici ut scirem quæ consequeretur tyranidem
invidia quæ varietas simulatione. Et quod omnino qui nobis patria icidicunt in
humaniores quodammodo fint reliquis. Ab Alexando Platonico, ne crebro neve nil
necessitate coactus cuiquam dicerem scriberemúeme esse occupatum ne ve
identidem impendetia negocia prætendendo debita familiaribus officia
detrectare, A CATULO, ne parvi facerem li quid amicus conquereretur, etiam et
nulla id ab eo fieretratione. Sed anniterer eum in pristinam gratiam rcducere. Item
ut summa animi contentione præceptorum laudem prædicarem. Uti de Domitio et Athenodoto
traditum est. Ut yliberos vere diligere. A fratre meo SEVERO amore familiarić
et ucritatis iustitiæ. Per eundem cognovi Thrasea, Helvidium, CATONEM, Dionem,
BRUTUM. Idem mihi autor fuit ut animo conciperem formam reipublicam in qua
æquis legibus codemý iure omnia administrarent, ac regni, cui nihil cf afet
libertate subditorum antiquius. Eun dem observans curis esse vacuum, constantiam
in honore PHILOSOPHIAE habendo, beneficentiam et liberalitatem perpetuam
servare, bene sperare ac de amicorum in amore certo libipolliceri, aq bus animo
elſet factus alieno idiis non occultum ferre. Nec amicis eius opus esse ut de
ipsius voluntate coniectura facerent sed eam apertam elle. Maximus adhortatus
me est, ut suo exemplo me ipsum regerem, neq ulla in re præcipitarem, animo
bono cùm aliis in calibus, tum in morbis essem. Ut moribus ut erer temperatis, blandis,
ac gravibus ut quæ instituissem expedite necma gnacum molestia perficere. Dicebat
libi verba facienti aut a genti quic quam nemine non fidem habuisse ex animi
ipsum sententia loqui vel agree. Nullius rei admiratione se obstupuisse nunquam
aut seſsi nasse, aut cunctatum fuisse, nec trepidasse neq mæstitiæ, neo gaudii
nimium fuisse, neqz iracundum neq suspiciosum sed beneficum, placabilem,
veracm, magis có Itantia erroris secura o erratorum correc ioné præ se tulille.
Neminem fuisse, afe 1 abipfo conteptum, aut ipso pstantiorem putaret.
Liberaliter quoß facetum fuisse. Patris notavi humanitatem et inijs quæ semel
essent accuratem deliberata, pmansionem vanægloriæ et eorumque putant, ne que
sunt tim honoru contemptu, tudium laborum, assiduitatem. Libenter audiebat cos,
qaliqd reip. utile poterant adducere. In tribuendo unicuip dignitate suu firmiter
pſeuerabat, pitusubi intendendum et ſet, ubi remittedum. AMORES ADOESCENTU
lorum coercebat, utilitati publicæ, oes cogitationes intendebat. Amicis sec uncce
nan dı, autiter faciendi necessitate remittebat etque necessitate aliqua
impediti cum non conitati fuerant, cunde fempirfum inveniebant.In consiliis
accurateqd conducere possetīqrebat, ac conftanter, nec ob uiis quibusg
cogitationik. contento fine consultandi faciebat.Amicitiam conservabat, neq vel
satietaté amicorum capiebat, ne ad eosparandos furore aliquo ferebat. In
oib.reb. ola sua i se repogta habebat, læto vultu. Longe futura puidebat. Arq
et minima antem pparabat, idý citra tumultum. Acclamationes, oems adulationem
compescebat. Quæ ad magistratum erant necessaria, semper custodiebat, sumptus
procura bat, ncq detrectabat dcijsreb, causam dicere. Deos citra superstitionem
cole þat, homines ne demerebatur, ncquc auram popularem captabat. In omnib, his
sobrius, costans, nusquam ineptus, aut novitatis studiosus. Has porrò res, quæ ad
vitę commoditatem aliquid conducunt, quas fortuna suppeditat, liberaliter,
fimulý sincfastu tractabat, ita ut et liadeffent, haud solicite iis uteretur,
nec defidcraret, li deeflent.Nemo fuit, quieum aut sophistam, aut vernam, aut
hominem de schola esse diceret. Sed VIRUM MATURUM, absolutum, adulatione superiorem,
qui et seipsum regere, et ali ospoflet, Iam PHILOSOPHIAM VERAM profitentes in
honore habens, reliquis nihil exprobravit. Cæterum in consuctudi ne familiari commodus
gratiosuso extra fastidium erat. Corpus suum moderate curabat, non ut qui vitæ CUPIDUS,
aut cuiforme elegantia curæ esset, non tamen interim negligenter. Itag suæ
diligentiæ causa paucissimis medicorum pharmacis et fomentis opus habuit. Id in
co praeclarissimum fuit, quod facultate alicuius rei præditis concedebat abso
invidia, utoratoriæ, historiæ, legum, consuetudinum, aliorum gid genus. Quin
etiam ut gloriam iis rebusquibus excellebant, adipiscerentur, operam suam ipsis
navabat. Eccum ageret omnia secundum instituta maiorum, ne hoc ipsum quidem
studebat consequi, ut videretur a maioribus accepta obserualle. Ad hæc non erat
vagus aut levis sed locise et negociis iisdem soleba timmorari. Post intentissimos
capitis dolores, recens at que alaçer ad consueta opera redibat. Praeterea
pauca ad modum habebat arcana et hæc quoq tantum derebus publicis. Prudens
porroerat, moderatus cum in spectaculis exhibendis, tumin operum extructionibus
congiariis et aliis huius modi negotiis. Guippe vir ed ex usu foret potius,
quam quem gloria fa &tum sequeretur, reputans. Non utebatur alieno tempore
balneis, non erat ædificandi CUPIDUS, non de ciborum, non vestium texturæ aut infacturæ,
non formæ corporis elegantia anxius. Comitatus ei e prædio qui eum ab inferiori
casa deduceret. Inter Lanuvinos plerum Tusculano publicano utebatur, etiam
deprecante. Omnino in eius moribus nihil in erat in humanum, nihil in
verecundum, nihil procax, ne quod dicitur ad sudorem usque. Sed omnia ita
apta et concinna ut li per otium
cogitata fuissent, compositem, placidem, firmiter et sibi in vicem convenienter.
Ac commodari posset ei id quod de Socrate memoratur, quod et abstinere potuerit,et
frui reb.istis, quibus et carere ple rio per infirmitatem et in fruendo
continere se nequeunt: at temperare fibi ab utroque uitio pofle et sobrium
permanere, id VERO VIRI eft animo integroinui conspræditi: quod ille in morbo
maximi præstitit.A diis bonos avos, bonos parentes, bonam sororem, bonos praeceptores,
familiares, necessarios, amicos bonos accepi feren omnia bona: tum g in nullum
eorum quicquam deliqui, quam quam ita affectus, ut, si occasio incidisset, utiq
aliquid tale admisissem verum beneficio deorum evenit, neresita caderent, ut
hoc in me depræhenderetur. Id quoque iis acceptum refero, quod non diutius apud
concubinam avisum educatus, quodad PUBERTATEM CASTUS perveni, neque ante eam
VIR sum factus sed tempus expectavi. Quod principi et patri subditus fui, qui
erat omnem mihi superbiam excussurus, oftenfurúsque pofle eum qui in aula vivat
et ftipatoribus carere et vestibus pictis et facibus, ftatuisý certi generis,
reliquo ğluxu: Sed licercei proximum privato homini habitum ſumere: imò verò
eum splendorem eos, qui principes rempub.gerere velint, demissio, res segnioresg
efficere. Itemque eum fratrem sum nactus, qui moribus fuis me ad curam mei
ipsius habendam posset excitate, honore autemet
amore in me suo delectare. Quod hberi mi hi neque indole, neque corpore
pravinati sunt. Quodmagnos in rhetorica, poetica, reliquisg studijs progressus
non feci, qme fortassis planem detinuissét, si me feliciter pficeresenlitlem. Quod
mature cos a quibus sum enu tritus in dignitate constitui, quod mihi videbantur
cupere, quodg id iuvenib. Adhuc praestiti, neo diu cas future spela cavi. Quod
Apollonium, RUSTICUM, Maximum cognovi. Quod perspicueat ą sæpe numero naturalem
vitam cum ani momeo reputavi, qualisnam ea esset: nimirum quodad deos attineret
et co rum munera, cogitationcsoninde conceptas, nihil iam obstarc, quin aut
secundum naturam viverem, aut non. Atque boc quidem fore mca culpa, qui deûm
monitus,actantùm non præcepta non obferuaffem. Quòd in cali uita mcum corpus
tandiu durauit.Quòdncquecú Benedicta,nc cumThcodoto rem ha bui, fed et pofteàamore
cócitus, rcctæ rationi parui. QuòdRuſtico fæpiusin dignatus,nihil prætercà
admiferim, cu ius mepæniterepotuiſſet. Quòd ma ter, cum esset adhuciu venis
moritura, reliquos tamen vitæ suæ annos mocum exegit. Quod quotiescung pauperi
ali cui, aut alias indigenti opitulari statuissem, nunquam audivi, pecuniam
mihi non esse, unde id facere et quod mininum quam usu ucnit, ut alterius ope
indigerem. Quod uxorem ita obsequentem, mei AMANTEM ac limplicem habui. Quod
alumni quibus liberos meos credere idonei non defuere. Quod in somnis cum alia
mihi remedia funtdata tum contra sanguinis ex creationem ac contra vertiginem, hocg
Caietę. Sicut Chrękę cuğanimü ad PHILOSOPHIA
adiunxič ſem, nó incidi in sophistam aliquem aut scriptore vel a SYLLOGISMOS dissoluere
doceret aut meteora traderet. Olahực deorum auxilio, forcuna indigent. Hec in
Quadis ad Granuam. Solobatis sibi prædicere, erit ut incidam in curiosum,
ingratum, contumeliosum dolosum, invidum,
DISSOCIABILEM. Omnia hęcijs euenc runt ignoratione bonorum et malorum. Ego
vero, quinaturam boni perspectam habeo, quòdhoncstum fit, et mali, quod turpc, ipfamg
eius qui peccat natura, quod mihi lit cognata non quia ciul dem carnis efs aut
feminis sed mentis et divinem particulæ particeps a nullo cocum lædi pollum. Nequccnimiamo
V turpitudinem aliquam quisquam con ijciec. Ei porrò quod mihi cognatum est,
negira scipossum, neque insensus esse: ute nim unus alterum iuvaret in suo
opere, eo nati sumus, ut manus, ut pedes, ut palpebræ, ut superiorum inferiorum
o dentium ordines. quare contra natura est, ut in vicem nobis repugnemus: atqui
succensere at a versari se invicem, idquidem est repugnare. Quidquid ego sum,
idomne constat caruncula, animula et mente. Proinde missos fac libros, neß stude,
non enim licet. Quin tu, ut mox vitam cum morte commutaturus,cor pussperne,
quod est tabus, ossicula et reticulí muliebris instar plexus nervorum, venarum
arteriarum. Animaquog considera, qualis ea sit. SPIRITUS nimirum, ne que is
idem semper, sed qui in horasali us efflatur, alius ſorbetur. Restat tertia
pars, principatum obtinens. Proindelic tecum reputa. Senex es? Ne patere hanc
principem partem ulcerius feruire, necß alieno impetu raptari, neq fatú uel præ
sensi niquem fer, vel im pedes subterfuge. Res decorum plenæ sunt prudentiæ. Fortuitæ
aut non carent natura, complexude corum quæ a prudentia administratur. Inde
omnia fluunt:necessitas etiam accedit, et totius universi cuius tu pars es utilitas.
Porrò autem quòd natura univerſi fert, quod quem ad eam facit conservandam, id
bonum est unicui vis univerli particulæ. Conseruant autem mundum, quemadmodum
elementorum, ita et exipsis concretarum rerum mutations.Hec sufficiant tibi, ac
sem per præceptorum locum habcant. Librorum vero Gitim proijce, ne murmurans
moriare sed vere placatus, at ex animo gratiam diis agens. A Emento quandiu
hactenus ea diftuleris, ac quoties prorogato tibi à diis tempore, co non ususlis.
Certe aliqua do te animadvertere oportet, cuius mundi pars sis et a quo mundi gubernatore
de fluxcris. Tum finem præscripti tibi temporis futurum. Quodquidem tempus G
ocio sus intra parietes consumpseris, elabet, nequeredibit unquam tibi
defuncto. Singulis horis animo in id incumbe ut fortiter, quemadmodum ROMANO ET
VIRO CONVENIT id quod præ manibus est, per agas, accurata et non fi &ta
gravitate, humanitate, liberalitate, iustictia g adhi bitis.Interea animum tuum
ab omnib aliis cogitationib. abduc: quodita fict, si unum quodlibet negotium,
eorum quæ in vita tua exequenda cibi fintpo stremum elfe iudicans, ita
conficias, ut ne quid vanitatis, affectuum a conglio avertentium, simulationis,
AMORE SUI, aut earum rerum quæ fato quodam ei negotio adiunctæ sunt improbationis
admittat. Cernis, quam pauca Gint ea, quorum có pos vitam felicem ac diuinæ
similem ui uerc homo potest? nam ea qui adferuarit, ab eo dijnihilultrà
exigunt. Ignominia te ipsum affice anime, contemnete ipsum inquam ut enim
honore te ipsum afficias, non tibi præterea tempus suppetet. Vita enim unicuiqueid
præbet. Quæ tibi propemodum iam exacta eſt. Nonigitur te ipsum venerare sed
felicitatem tuam aliorum in animis reposita habe. Non patere ab ijs quæ
extrinfecus accidunt, te circúagi,ſed otium tibipa raut boni aliquid
addiſcas,ac uagari de fine.Eft et alter declinandus error: nó. nulli enim
actibus uitæ ſuæ'confecti de lirant, quòdfcopum nullum habent,ad qué omnes ſuos
conatus et cogitatio nes dirigant. Haud temere quisquam repertus est infelix ea
de causa quod non inquireret quid aliorum animis accideret. Qui ucrò luiiplius
animi motib. non obsequitur, necessario miser est. Horum semper oportet
recordari, quæ sit uniuerli natura, quæ mea, quomodóque hæc ad illam lit affecta,
qualis pars ca cuius totius Git: adhæc neminem esse qui obstet, quo minus semper
ea, quæ naturæ cuius tu pars es Gintconfentanca et agas et dicas. THEOPHRASTUS
in comparatione peccatorum, ubi ostendit communiorem ea inter se conferendi
rationem, PHILOSOPHICE, inquit, ea quæ per cupiditatem conmittuntur peccata,
graviora esse iis quem periram. Et enim iratus videtur cum dolore quodam et
occulte correptus animo a recta ratio ne divertere. Qui vero per cupiditatem
peccat, victus a voluptate, intemperantior altero censetur, magilý EFFEMINATUS.
Recte igitur et ut PHILOSOPHO diagnum erat. In maiori esse culpa pronunciavit
cui voluptas, quam cui dolor peccandi fuisset causa: ac omnino hic ante læsus,
et propter doloré iratus, ille sponte sua ad delinquendum cupiditatis explendæ
causa fertur. Omnia tibi ita et agenda sunt et dicenda et cogitanda, ut Giam
nunc vitam in exitu esse arbitreris. Cæterum e vivis discedere, si quidem dii sunt,
nihil habet incommode. Neque enim ii te aliquo malo sunt affecturi. Sin autem,
vuel non sunt dii, uc!res humanas non curant, quid atti nebatui vere in mundo
deum, ac prouidenti z uacuo? Enim vero et sunt dii et rerum humanarum curam
gerunt et ut ne homo in ea, quæ re vera sunt mala, incideret, id quidem in eius
potestate posuerunt. In reliquis rebusliquid mali inesset, utique et hinc ei
prospexissent, ne omni noin malum incideret. Quod uerò hominem deteriorem non
efficit, quonam id modo uitam eius poflet redderepeiorem? Et quidem um niuerli
natura nunquam neg perigno rationem,ncg fciens quidem, non ua lens autem cauere
autemědare illa, tan tum errorem admiſerit,neque imbecil licatis,nequeinſcitiæ
caula, ut bona et mala bonis malisque hominibus promiscuem et ex æquo accidant.
Atqui mors et uita, honor et ignominia, dolor et voluptas, opes et paupertas, omnibus
hæc uniuersa eadem ratione hominibus cum bonis tum malis contingunt, ſuntg neque
honesta, neque turpia: ergo neque bona quidem, neque mala. Quam celeriter omnia
aboletur, in müdo quidem corpora, in quo autem etiam corum memoria. Omnia quæ
sub sensum cadut, ac præsertim ea, quæ vel voluptate alliciu ut, vel dolore
terrent, vel faste suo clara sunt, quam vilia sunt ca omnia et contemptione
digna, quam sordida, obnoxia interitui et mortua? Intelligentiæ est, indagare
quidnam sintii, quorum opiniones et voces gloria. Quidnam estmors? Certe si
quis ea per se intueatur, cogitatio neg omnia ab ea separet, quæ ciinesse videntur,
isi am nihil aliud existimabic esse mortem, quam opus naturæ. At vero PUER EST,
qui nature aliquod opus formidat. Et quidem mors non opus solum est naturæ sed
et prodest ei. Qoónam modo Deus hominem attingis et qua hominis parte?preterea
quomodo affe citur eo tactu pars illa? Nihil miserius cít eo, qui omnia
circulando scrutatur, et quod aiunt ea etiam quæ ſunt infra terram rimatur, coniecturağ
ea quæ in aliorum animis eueniant inquirit, neg ſentit ſufficere,utſuu quiſq
quiin ipſo ineſt genium obferuet, eumlegitimè colat.Colitur autem, fi quis
ſeiplum ab animi perturbationib.à vanitate,ab in dignatione eorum caufa quæ à diis
aut hominibus aguntur concepta,uacuum conseruet. Quæ enim dijagút, virtutis
causa honorem quæ ab hominibus, cognationis nomine AMOREM merentur: nonnunquam
etiam miserationem, ratione ignorationis eorum quæ bona aut mala ſunt. qui sane
defectus non uilior eſt eo, quo ne inter album et nigrum discernere poſsimus, impediunt.
Quodf tria annorum millia tibi vivenda forent, insuperg triginta alia, tamen
recordandum tibi est, neminem aliam ab ea quam vivit uitam deponere, negaliam
dep nere quam eam quam vivit. Itagidem est longissimum spatium cum eo quod est
brevissimum. nam quod praesens eſt, id omnibus idem est, quanquã id quod
perijt, non fitidem, atqid quodamitti temporis punctum eſſe apparet. Ete nimncß
præteritum aliquis,neß futu rum quicquã amittere poteft:qui enim id ei
adimatur, quod ne habet quidem. Duo itag hæc memoria sunt tenenda, unum, omnia
ab æterno eſſe ciufdé for mæ, atq circulo reuolui,nequedifferre quicquam,
eadémne cétum aliquis, aut ducentis annis, an uerò infinito videat tempore.
Alterum, quodis qui diutif sime uixit, et is qui celerrimem moritur, tantundem
amittunt: eo enim tantum priuantur, quod præsens est, quando id etiam solùm
habent: quod autem non habet, neid ne deperditur quidem, Universa elle ſita in
opinione. Quod patet ex his quæ cum Monimo Cynico sunt disputata. Perſpicua
autem eft c ius quod dictum eſt utilitas, fi quis ea tenus eius fuauitatem
admittat, quate nus ueritati congruit. Anima hominis contumelia se ipsam multis
modis afficit. Primo, quum quantum in se ipsa Gitum eſt,abſceſſus quidam, et qua
fulcus mundi fit. Abscedit autem à natura, quando ea quæ fiunt, iniquo fere animo:
cuius quidem naturæ una in par e reliquæ singulorum naturæ omnes continentur.
Deinde, quum hominem aliquem auerlatur, aut lædendi causa adversatur: hoc est
iratorum. Tertiò, quum uoluptati aut dolori ſuccum bit. Quartò, quum fimulat,
fidéquc aliquid autfacit aut loquitur. Quin to, quum fiquam actionem aut cona.
tum ad nullum certum scopum diri git, fed fruftrà quicquam,nulláque con
fequentia agit: quum oporteat etiam minima quæg ad certum finem referri. Finis
autem animantiratis eprædi to propoftus eft utrationem atque Le gem ciuitatis
uetuſtiſsimæ fequatur. Humanæ quidem uitæ tempus,momë tum eft, natura fluxa,fenſus
obſcurus: totius corporis temperamétum putrc fcitfacilè, animauaga eſt, fortuna
quæ fit, difficile eſt colligere, famaincerta eſt. Atque ut ſummam rei dicam, o
mnia quæ ad corpus pertinent, fluuij naturam habent, quæ ad animā,inſom nij et fumi:uita
bellum eſt, et peregri natio, fama poſt mortem,obliuio eft. b4 Quid ergo eſt quòd tutò hominem por fit deducere?
PHILOSOPHIA. Ea verò in hoc consiſtit, ut genium quiin te est, incontaminatum
conferues, atqz illesum, la voluptatibus et doloribus superiore: ut nihil
fruſtrà, nihilfictè aut falſò agas: nihil cures, agátne quicquam alius, aut
omittat.Præterea, ut ea quæ accidūt, fa tóue eueniunt, ita accipias, tanquã
inde miſſa, unde tu quoqueneris.Poftremò, utplacıdo morté animoexpectes,quip
penihil aliud,quàm diffolutionem ele métorum eorum,ex quibus unūquod libet
animal concretum eſt. Iam Gipfis elementis nihil mali euenit continenti bus
iſtis mutationibus, quibus ipfain ter ſe alia identidem in alia uertuntur,
quænam causa est, cur de mutatione universi corporis, dissolutionéque fini
ſtrum quicquam suspicari debeamus? Cum ea fecúdum naturam fiat. nihil vero
malum est, quodnatura cuenit. Hæc Carnunti disputata. qonhoc tantum est considerandum,
singulis diebus vitam cossumi, parcég eius ſubinde minorérelinqui: fed et hoc
cogitandum,getſiquis diutius lit uictu rus,incertum tamen eſt, lítne fuppedita
tura eadem intelligentia ad cognoſcen das res et contemplationem cuiusfiniseft
peritia rerü diuinarű at humanarum, Etenim et delirare ceperithomo,fpira bit
quidé nihilominus, nutrietur, imagi nabitur, appetet, reliquasgid genus facultates
retinebit: ca vero vis, qua se i plo uti queat, rationes officii subduce re
accuratas, quæ animo pręcepitin or dinem collocare, de coipſo an iam tem pus
fit uitam relinquendi delibcrare, ac fi quæ alia sunt, ad quæ obcunda ratione
probè exercitata opuseft, ea inquã uis iam antem extincta est. Feftinandum eſti
gitur,nonidcò ſolú, quòd fubinde moc b s ti propiores fimus, fed &quia rerum in
telligentia nos ante exitum uitæ deſti tuit.Id quoß observandum, ca quę appendicis
quafi loco adhæréthis quæ na tura fiunt,haberenonnihil gratiæ et o
blectationis.Viquum panis pinlitur,ui demusquaſdam particulaseius rumpi: quod
ipſum etli quodãmodo accidit præter inſtitutú piſtoriæ artis, habet ta
mennónihil decoris,appetitumg cibi ſuo quodammodo excitat. Ficus quog quú
maximè maturæſunt, fati scut, itém Oliuis maturissimis quiddam putredi
niproximum,pulcritudinem peculiaré addunt. Iam ſpicas deorſum le flecten tes,
leonis ſupercilium, fpumam apro rú ex ore effluentem,multa eiuſmodi alia fiquis
ſeorſim confideret,intelliget ca ctGlongèabſuntà pulchritudine,tas men quia
rebus naturalibus inhærent, et eas conſequuntur,co &ornatum his adferre, et
delectare. Quam obrem qui attentiùs ea quæin rerum natura fi untmente
contemplatus fuerit, nihil pon eleganter eſſe factum putabit, e tiam corum quæ
appendicis loco res naturales conſequuntur. Itaque ue ros belluarum rictus haud
minori cum uoluptate afpiciet, quàm quos picto res et figuli effingunt: uetulæ
etiam et ſenis maturam ætatem, puerorúmque amori aptum florem caſtis oculis in
tuebitur: multaque alia cernet, non a. pud omnes fidem inuenientia sed apud eos
folùm, qui naturam, ciúſque opera rectè intelligit. HIPPOCRATES quummultos
sanasset morbo, ipſemor bo deceffit. Chaldæi multis finem vitæ prædixerunt: post
ipsos etiam fatum arripuit, Alexander, Pompeius, et C. Cesar, quum totas urbes
toties deleuiſ ſent, commiſſó queprælio multa cqui. tum peditúmque millia
cecidissent, i pli quoque tandem uita exceſſerunt. HERACLETUS, multa de natura
rerum et incendio finem univerfo allaturo quum disputasset, ipse intercutc aqua
distentus, ftercore bubulo oblitus mortem obijt. DEMOCRITUM pediculi, SOCRATES
CICUTA absumplit. Quorſum hæc? Ingressus es vitam, navigasti, uc et us cs: discede.
Quod fi abcundum esti n aliam vitam, equidem neibi quido erit quicquam dijs
uacuum:lin omnissensus adiinet, non iam præterea dolores ac uoluptates ferēdæ,
nec ferviendum vaſi tantò deteriori. Quinimo quod servit, id supererit, nimirum
mens et genius: cum uas illud terra fit, et tabus.Proinde reli quum uitæ
tépusne abſume de alijs co gitando, nifi ad commune aliquod co modum id
referatur: alioquin enim in terim ab alio negotio detineberis.Nam cogitare,quid
hic uelille agat, quamob rem, quid loquatur, quid cogitet, quid moliatur
automnino de alijs effe folici tum, id uerò efficitur euagemur,neque obferuemus
eam quæ principatú in no bis obtinet partem.Itaq;in ſerie cogita tionú
declinanda eſt uanitas, omniúş maximè curiofitas, et malitia.Adſuefa cere
teipfum debes, ut de his tantùm re bus cogites, de quibus fi quis te fubitò
interroget quid nunc mediteris, confe ftim liberè pofsis refpondere, hocaut
boc:nimirum ut ftatim conſtet,cogita tiones tuas eſſe ſimplices,placidas,con
fentaneas animali fociato alijs, ac negligenti earum quæ ad uoluptatéoble et ationemúefaciant
cogitationum,ua cuo contentionis, inuidiæ, fufpitionis, aliorúmue, quæ ſi te
animoagitaffefaf fus eſſes,pudore ſuffundi oportuiſſet. Virad hunc modum
compoſitus, non eft cur diutiusexpectet nomen eius, qui in optimorum Gii
numero. Est enim fa cerdos quasi et administer deum, uti turg eo, quod in ipso
tamquam sacrario est positum. Id autem hominem præstat purum a voluptatibus,
inviolatum à do Ioribus, intactum A LIBIDINE inſciumo mnis malitiem, certatorem
maximi certaminis (ne scilicet ullus cum affectus de ijciat altem tinctum
iustitia, ex animo contentum ijs quæ eveniunt, fató vedesti nata ipsi sunt, non
sæpe, ncg niſi magna et publica necessitate urgente, de alio rum dictis, factis,
aut cogitationibus meditantem. Solis enim iis quæ in ipso sunt ad agendum
intentuseſt, ac quæ à fato universi ipsi sunt deſtinata, continenter
conſiderat. Nam illa cenſet honeſta et pulcra: quæ uerò fibi obtigerunt, cabo
Dacſſe perſuaſum habet: quippe uniufs cuius factű et constat aliunde, et fecü
aliud adfert.Meminit etiam oia ratione prædica eſſe interſe cognata, eſſeſ,ho
minis naturæ cóueniens, ut omniūho minú curā gerat: exiſtimationem auté non ab
omnibus hominibus petédam, sed ijs tantùm, qui naturæ conuenienter vivunt. Qui
uerò aliter uiuunt, hi quales ſe domi et extra ædes,noctu at que interdiu
gerant,ac quibus fc homi nibus admiſccant, perpetuò memoria tenet: ab his
igitur laudariſe nihil cu rat, quum ij ne fibi quidem ipfis pro. bentur. Ne
inuitus accedas ad agen dum, neque cotus humaniimmemor, neque non bene cogitata
re, neque pa tere te retrahi:nein cogitationibustuis aftutiam
ſecteris,nequeuerbolusfis,ne que multa negocia ſuſcipias. Enimue ro Deus qui in
te ineſt, præfit'tibi, ma ſculo animanti, ſeni, ciui,Romano, ac principi, qui
ſeita comparauerit, ut ad abitum inſtructus expecter quando re ceptui ex hac
uita canat. Neiuramen toindigeas, néue hominis alicuius teſti monio, Hilari
eſto uultu, ac qui exter A nominiſterio
poſsit carere., eám quam alij ſuppeditent quietc. Rectú elle expe dit te, nó
quilapſus ſe erigat. Si quid in uita humanainuenis potius iuſtitia,uc ritate,
temperantia, fortitudine,autfi quid aliud melius eſt, quàm animum tuum eſſe
ſeipſo contentum, quatenus præſtat ut fecundum rectam rationem agas: ſi, inquam,
in fato, et ijs quæ abfo tuo delectu tibi ſunt deſtinata inucnis aliquid his
quæ dixi præſtabilius, caut fruaris toto animo incumbe.Sin co qui in te eft
collocatus genio nihil præftan tius inuenis, qui et appetitus fibijpfi
fubiecit, et uifa examinat, &à perſua fionibus ſenſuum ut dicebat Socrates
scipsum abduxit, féque Dco ſubmißt et pro hominibus procurat: fi hoc inferiora
omnia, et uiliora de prehendis, nulli alteri rei locum con cede, nefemel ad eam
inclinans, poft hac proprium illum tuum bonum præ ferre omnibus rebus nequeas.
Nes fas enim eft ullam aliam diuera generis rem bono rationcprædito, et effe
&tri ci opponi: ut laudem popularem, principatum, divitias, voluptatum
perceptionem: hæc omnia,quel parùm te iis accómodare uiſum fuerit,confeftim
præualent et à recta uia abducunt. Tu uerò, inquam, fimpliciter ac liberè id
quod eſt meliuselige,eiginhære:me lius autem eſt id quod conducit. At hocipſú
fi ea ratione fitutile, quatenus métem habes, serva: lin quatenus es ani
mal,repudia, et iudicium integrum reti ne. Id modo cura, ne quid, p tuo como do
amplectaris, quòd pofsit aliquando tecompelleread fallendum fidem,pro dendam
uerecundiam, odium alicuius, fufpitiones, imprecandum, ſimulandú, appetendúmue
aliquid, quod parietes et uelamenta degideret. Etenim quimé tiacgenio fuo, et facris
uirtutis eius pri mas defert, is tragediam nullam exci tat,nongemet,nó
ſolitudinis,nófrequé tiæ hominum indigebit: plerung uiuet nekappetés quicquā,
neqfugiens.diú ne aparuo téporis {patio incluſa cor pori animautatur, nihil
omnino cura bit:nam etli continuo migrandum fit,i. ta facile diffoluétur ut fi
ad aliam quan dam functionem uerecundè ac decen ter obeundam ſe conferat. Id
unum fi per uniuerſam uitam obſerues,ut cogi caciones tuæ ſíper lint de ijs
rebus quæ ad ſocietatem ciuilem nato animali, ei que rationis compoti cóueniant,
nihil unquam in animodeprauatú, nihil puc rulentum, nihil contaminatú,nihilſug.
gillatú invenies Ncą uerò fatum uitá imperfectam adhuc abrūpit, quemadmo dum dici
poſſet de tragãdo fabula no. dum peracta diſccdéte.)præterea nihil feruile,
nihilfucatum,nihil alligatum, nihil abſciſſum, nihil obnoxium,nihil occulcum.
Venerare facultatem cogita trice: in co.n.ſuntoía, ut pars cui prin cipatum
obtinés nihil unquam animo concipiat quod fit naturæ inconueni ens, aut
conſtitutionianimalis ratione præditi.Illiusautem conſtitutionis eſt munus,ut à
temeritate alieni, coétui hu mano adiuncti, dijsý obſequentes li mus. Proinde
omnibus proie et is, hæc modo pauca comprchende, acmemo ria tene, gunufquifq
tantùm, id quod præſens eittemporis punctum uiuit: reliquum uitæ aut iam exactum,autin
in certo politum est. Exiguū ſanè tempus quod uiuit quil:perexiguus etiãter ræ,
in quo uiuitur, angulus:etia longiſsi ma poſt obicú fama, cxiguum cft, quæ
&ipſaper ſucceſsionem cóſeruaturho múculorum mox moriturorum, acne ſe
quidem ipfos cognoſcentium, nedů cum,quiiampridem fato conceſsit. Ad dendum his
quæ commemoraui præce ptis unum, nempe eius quæquouis tem pore animo noftro
cogitanda accidit rei, definitionem ſeu deſcriptioné effe faciendam,quo
tecúipſe differerepof fis, quęnam lit eiusnuda &abomnibus alijs ſeparata
natura, ac qualis: tú quod proprium eius nomen, quæ item appel laciones eorum,
è quibus ipfa confiata eſt, et in quæ diſſoluet. Nihil enim per indeaninum
magnitudine extollit, ac uia et uerè poſſe lingula,quæ in hacui. ta nobis
occurrunt, examinare, atß eo modo ſemper intueri,utunà deprehen datur, cuinam
uniuerli parti unuquod. que uſui ſit, quo in precio habendúra tione cum iplius.uniucra,
cú hominis, 14 qui ded quiciuis cſt ſupremæ ciuitatis, ac cuius quaſi domus
lunt reliquæ ciuitates. Quid eft, quibusex elementis concres tum. et quandiu
fert natura cius ut per maneat id, quòd modò cogitatione ani momco
attulit?quaporrò uirtuteadid uſus cric?ſcilicetmanſuetudine, ortitu dine,
ueritate, fide, ſimplicitatc, ea qua totus ex me aprus fum, cęteris?de lingu
lis ergo dicédum. Hoc divinitus venit, hoc faci connexio, casus $ aut fortuna
attulit,hoc pfectum eſt à cognato mco et focio,ignaro quidem quænam effet cius
natura: ego autem et noui, et cofc cundum legem ſocietatis naturalem u toræquo
animo, iuſté,limulgin mc dijs rebus coniecturam facio ut unicui que ſuum ut
dignum eſt tribuam. Sirea &am rationem fequens, id quodinſtat agas diligéter,firmiter,æquo
animo,nc quc inftituto negotio alia admiſccas, ſcd cuum geniumGincerum
conſerues, perinde ac fi iam is dimittendus tibieſ let, atqita ſi perſeucres
nihil expectás, nihil fugiens,fed eo quod ſecúdum na turam agis, et heroica in
dictis factiſas ueritate cótérus, bene uiues. Nemo aut eſt, quihocimpedire
poſsit.Quéadmo dum mediciad ſubita malacuranda,in promptu ſua inſtrumenta
habent, at ferramenta: fictu ad res diuinashuman nalý præcepta inſtructa
habe,atos para ta:omniaş etiam minimaita age,ut mc mineris hæc duo genera
interfe eflc có nexa. Neg enim rem ullam humanárc ctè perfeceris,niſi ſimulcam
ad deosre feras:neq contrà. Non erra amplius. Non eniin commentarios leges
tuos, neque priscorum ROMANORUM et græcorum acta, excerptas ex libris, quæ
tibijpfi in ſenectute utenda repoſuiſti. Itaqad fi nem propera,uanaló (pes
miſlas faciés, tibiipfi opem fer, fiquidé (dum licet ) tui rationem habesullam.
Neſciunt quàm multa fignificet uocabulum furari, ſerc re, emere,quieſcere,
uidere quid sit agendum. Quorum hocnon oculis cernitur, ſed alio uiſu.Corporis
ſuntſenſus, ani miappetitus, mentis praecepta. Imaginari aliquid, et uiſum
concipere,nobis cu pecoribus eſt communc.Moueriappe titus explendi cauſa,id
quidé et belluis contingit et ANDROGYNIS et Phalaridi et NERONI. Porrò mentem
ducé habere ad ea quæ apparent eſſe officij, corum etiá eſt, qui deos eſſe
negant, qui patria deſerunt, qui fimulac fores clauſere, ni hil non turpe
perpetrant. Si igitur reli qua his quæ dixinius omnibus funtcó munia,reliquum
ſanè eft aliquid, quòd proprium lit uiri boni: nempe æquo a nimo ferre ca
quęaccidunt, fatog eie ueniút, in pectore collocatum genium non commouere, neg
turba uiſorum perturbare,ſed quietum ſeruare, cique decenter tanquam Deo
obſequi: nihil à ueritate alienum loqui,nihil præteriu ftitiam agere. Quòd fi
nemohominum credat eum fimpliciter, uerecundè, ac tranquillo animo uiuere,
tamdnneque ſuccenſebit cuiquam, nez deflecter à femita ad finem uitæ ducente:ad
quem finem uenire debet homo purus, quie tus, ac diffolutu facilis, et qui
nulla ui coactus ultrò ſuo ſc faro accommodauerit. VAE in nobis ineſt pars prī
cipatum tenens, ea di ſecun dum natura fe habeat, ita ad ea quæ accidunt
comparata cit,ut quouis tépore facile ad id quod poſsibile eft &conceditur
ſe adiungat. Neg.n. materiã aliquä fibi ppria ſubic ctá habet, fed ut cum exceptione
qua dam'ad ea fertur, quę propofita ſunt,ita id quod offertur ei, pro materia
sua accipit. Quemadmodúignis, quiijs quæ inciduntpręualet,à quibus exiguus ly
chnus fuiffet extinctus: at copiofiori gnis ſtatim ea quæ ipG iniecta lunt,
Gibi accommodat,ato conſumir,atg ex ijs ipfis augetur.Nihil agendú fruſtrà,ne
aliter, quàm ſecundum contemplatio nem, qua artisdefectus compleatur.Se ceflus
uulgò quærunt hominibus,rura, litto ra,montes: tu quoq ſoles maximè
cadeliderare. Atqui id planèeft rudiữ et
et abiectæ ſortis hominum. Tibi qua cúq uiſum fuerit hora licet in
teipſum recedere:nuſquam enim neg tranquil lior, nec maioris otii ſeceſsus
homini datur, quàm adanimum ſuum: præſer cim ei qui intus ea habet, in quæ
aſpici ens,ftatim ſummam animi tranquillita tem reperit:bene nimirumomnibus in
tus compofitis.Cótinenter igitur te eò recipe,ac teipfum renoua. Breuia auté
fint quædam, et elementorú uicem ob tinentia, quæ tibiſtatim occurrant, om nig
te molcftia liberent, et remittent nihil indignè ferentem corum ad quæ
reuerteris. Quid enim fersindignè?nú hominüimprobitatem?Reputa tecü,i ta eſle
ſtatuendum,ratione prędita ani.. mantia unum effe alterius caulanatum: tum
æquanimitatem parté cflciuftitiæ: item non ſua cos peccare uolütate:quá multi
exercitisinimicitijs, odijs, ſuſpi tionibus, confoſsi perierunt,ac in cine
remreda et ifunt:ita et deſinetádem. At molcftú tibi eft fatum tuum? in mētem
reuoca quomodo uniuerfi partes difti xerit uel prouidentia, uel atomiillę, uel quodcungillud fuit, ex quo demóftra tum eft, múduminſtar
ciuitatis effe. At quæ corpus attingūt,ca te afficiūt?cogi ta intellectú, cu
femel feipfum college rit,ſuamý uim perfpexerit non permi ſceri Spiritui
leniter aut aſperè moto: præterea quæ de uoluptate et dolore auditu perceperis,repete,
atqillis adfé tire. Sed forlitan gloriola teſolicitúte net?refpice quá
celerrimè omnia obli uione delcantur,quod fit chaos infiniti utrinæ æui,quá
inanis famæfonus, quã ta inconftantia &incertitudo opinio num humanarum,
quàm arcto includā tur hæc omnia loco. Quippe punctum eſt terra,at huius iplius
quàm perexi guus angulus habitai? quot uerò ſunt in ca ipſa, aut quales illi,
qui.tefint lau daturi? Proindememento in hanc (quã demonſtraui,particulam tui
recedere; idó præcipue cura,ne cupiditate traha ris,fedliber mane,relợita
intuere,ut VIRUM UT HOMINEM UT CIVEM UT ANIMAL MORTALE conucnit. Cæterum ex his
quæ tibi infpicienti quàm maximèin promptu cffe debcãt, duo funt:alterú,gresipfæ
animā non contingut, ſed extra eam fic matæ perſiſtunt.Perturbationes tátùm ex
internis opinionib.naſcunt. Alterú, goía hæc quæ cernis, statim mutabun tur, nec
crunt amplius perpetuog.com gita, quoriam eorú mutationib.ipfe in
terfueris.Mundus quidérerum in uari as fubinde formas mutatio eſt, uita in o
pinione confiftit. Si intelligentia eſſe pręditu, hominibus nobis inter nos eſt
comune, erit &ratio, ob quam illud no bis adeft cómunis: ſin hæc, etiam
ratio quæ præcipit quid agendum fit,quido mittendum, communis eric omnium:
proinde &lcx. Quód Gita habet,ciues ſumus: crgo ciuitatis alicuius partici
pes. Quo reliquit, múdú ciuitatis loco esse: cuius.n. alius civitatis dicere
possimus comunionem esse humano generi? utruita ex hac comuni civitate nobis
eſſe capacib, intelligentiæ, utiratione, et legi, datú est, an aliunde? Utenim
ter renæ mihià cesra aliqua particulæ sunt tributæ et humorab alio quodā elemento,
ités ſpiritus,calor, et ignca natura, ſuis fingula à fótib. admcderiuataſūt, puso
nihil enim eſt,quod non alicunde &uc
niat, et aliquò abcat.) ita et intelligétia nobis aliunde data eſt. Mors,
perinde acuita,arcanum cftnaturæ opus, ex ijſ dem elemétis in eadé confufio et mix
tio.Deniq non est eares, cuius pudere aliquem debeat: neque enim eſt contra
caufas animalis mente donati, ncg có tra eius ſtructuræ rationem. Hæcita, hiſq
de caufis fiút neceffariò. Quod qui fieri nolit,perinde faciat, acli ficum ar
borem fucco uelit carere. Omnino au tem memineris,intra breuiſsimum tem lo pòſt,
ne nomen quidem ucftrum ſu pererit. Tolle opinionem, fimul etiam de accepto
damno abolebitur cogita tio:hacý ſublata, ipſum etiam danum non crit. Quod hominéſeipfo
deterio rem efficere nó poteft, id neg uită eius pciorem reddit,ncg lædit,nec
extrin Tecus, neg intrīſecus. Natura utilitatis hoc neccſſariò fccit, ut
quicquid acci dat,iufte accidat: quod, fi diligenter observes, ita haberc
inuenies: atq hocdi co,non tantùm caufarum consequentia ita fieri, fed etiam
ratione iuſtitiæ, et ab aliquo, g tribuat unicuip dignita te ſuū. Itaq,uti
coepiſti,obferuare hoc perge, et quicquid facies, hoc modo a
ge,adhibitabonitate, quo modo uerè bonus intelligitur:idgin omnibus tuis
obſerua actionibus. Nonita tibi fentić dum eſt, quemadmodú is quiiniuriá fa cit,
uel iple fétit,uelte cxiſtimare uult: ſed resipfæ quid uerè lint,perſpice.Sem
per hçc duoin promptu habenda ſunt: alterú,utea tãtùm agas, quod ratio cius
partis, quæregnum in te, et poteſtatem obtinetlegislatoris,te hortat, idý pros
pter hominum utilitaté. Alterum, ut fi quis adfit, qui te corrigere, et ab
aliqua opinionc deducereuelit, ſententiamu tes:modò ut ea mutatio fidé mereatur
iuſtitiæ autpublicę utilitatis,aliúſuchu iufmodi cauſa, nóuoluptatisgloriæúc
gratia facta eſſe. Ratione præditus es: cur ca non uteris? quid enim prætcrca
deſideras, ca ſuum obeuntc officium? Scis te, utparté, interiturű in co, quod
te produxit universo: imò potius facta mutationc allumcris ad mcntem cam quæcſtreliquarum
origo.Multa thuris grana eidem aræ impolita, unum altes ro priusignicorripit,
ſed nihil intereſt. Intra decimum diem, Deus uideberis ijs,qui te nuncbeſtiam
et fimiam putát: fiquidem ad præcepta &ueneratione métis reflectas,ne et cogites
uitam tibi in immenſos annos prorogatum iri. Mors imminet, ergo dum vivis et
licet,bonus ut sis cura.Quantum otij lu cratur, quinon uidet quid proximus di
catsagat, aut cogitet, ſed tantùm quid ipfe agat, curato ut hoc iuftú fit et fas.
At quifecundum Agathonem fortèbo numno circunfpicit nigrosmores, fed
propofitamlineam recto,non uago cur fu tenet. Quifamæ poftmortem cupidi tate
ducitur,non cogitat quenlibetco Tum, quiipfius mentionem fint facturi, mox
ipfum etiam moriturum: deinde itidem eum quihuic ſuccedit, idő.co uſcs, dum
omnis memoria per attoni. tosinanifama,extinctoſý homines p pagatu aboleatur.
Quinetiam fingeim mortales fore eos, qui tui recordentur, immortalemg tuifutură
memoriam.. quid ergoid adte,ne dicam,mortuum? quid ueluiuo tibilaus
proderit?nifi ra tionecuiuſdam difpenfationis: omitte enim nunc naturæ munus,
huic tempo ri non conucnicns et de quo fuo loco erit differendum. Omne quod pul
chrum eſt,ex ſeipſo tale cſt, atquc in ſc ipſo abſoluitur,nullámque ſui partem
habetlaudem. Ideoid quod laudatur, co ipfoncß peius fit, neq melius. Idý ctiam
deijs intelligiuolo, quęcómuni ori nominc pulcraaut bona dicuntur, ut quæ ex
materia fiunt, &artis opera. Id autem quod rcuera bonum eft, noa magis alia
quadam re opus adid, ut fit bonum, habet, quàm lex, ueritas, cran quillitas
animi,uerecundia:quid horú uelli laudetur bonum fit, uel uitupera tione
corrumpitur? Smaragdus quidem niſ laudetur, debonitate sua aliquid a mittit?
quid aurum, ebur, purpura, cul ter, floſculus, arbuscula? Si permanent animi,
quomodo cosab æterno capit aer: et quomodo terra abęuo uſquchu matorum corpora
recipit? Quemad modum hîc corpora quum aliquádiu in terra delituere, mutantur, diſsipatag
fpacium alijs cadaueribus præbent:fic animæ in aérem ſubuectę,quum aliquá diu
ibi perftiterunt, mutantur, fundun turg, &ad menté omnium aliarum ge
nitricem adiungunt, eağ ratione alijs aduentantibus locum cedunt. Hocrea
fpóderi poteſt, pofito animas eſſc cor poribus ſuperſtites. Neq uerò tantùm
multitudo ſepultorum eo modo cor porum confideranda eſt: ſed et corum quæ
quotidie comeduntur à nobis, et beftijs animalium et fic quodammo do
ſepeliuntur magno numero, acni hilominus fuppedicat ſpatium alijs, p pter corum
in fanguinem, aërem, calo remgmutationem. Ratio autem ucri tatis conſtat,
ſimateria et caufæ inqui rantur.Non eſt uagandum,fed in omni appetitu iuſticię
ratio habenda:omnig in cogitatione,certitudinis.Quicquid tibi,ô Naturarerum,
conuenit, id omne mihiconuenit,nihilſ mihi uelimmatu rum eſt,ueltardú, quod
tibi ſit tépeſti uum:oéid fructum meum puto, quod tuæ ferunthoræ.Ex tcfunt,
&in una to omnia, ac in te unam omnia redeunt, Quidam dixit, ô chara
Cecropis urbs. ego autem de tccur non dicam, ô cha ra Dei urbs? Pauca age,
inquit, fi tibi tranquillitas animi curæ eſt. Nihil co plus cnofert, quàm ea
quæ neceffe eft, agere, et quæ ratio animalis ad ciui lem ſocietatem nati, ac
quo ca modo dcligit. Id enim non modò rede a gendo, fed et paucaagendo animi
tran quillitatem parit. Nam ex his, quæ plurima &agimus et loquimur,fi quis
ca quæ non ſunt neceffaria tollat, is &maiori otio Pombaur, et pauciores
per turbationes experietur. Itaque lingu. lis in rebus circunfpiciendum, ne
quid non neceſſarium agamus: acnon mo dò actioncs, fed et cogitationes inuti
les funt uitandæ. ita cnim fict, ut nea. &tiones quidem fuperuacaneæ conſe
quantur.Facpericulum,ut tibiboniui uita quadret:eius inquam,qui fato fibi
deſtinata æquo fert animo, contentus eſtiuſtis ſuis actibus, et placidoftatu:ui
diſti illa,hæc quoqueintuere.Non per turbatcipfum, fed fimplex efto.Si quis U
MAwy peccat, fibijpfi peccat. Tibili quidbom ni obtigit, ab initio tibiid fato
tuo fuit deſtinatum. Omnino autem breuis quum sit uita, curandum ut præſens
tempus lucreris rectam rationem et iu ftitiam ſequutus: ac in remiſsionibus
animi ſobrius fis. Aut compofitus eſt certo ordine mundus, aut cófuſo quæ ram
rerum temerè mixtarum, mundus tamen. An quum in te ipſo poſsitor dolocum
habere, uniuerſum nullo or dine conſtare dicemus? præſertim om nibus in co
rebus ita digeſtis, diffufis, atque inter fe affectis. Mores nigri uocantur
mores effæminati, duri, fe ri, pecorum aut infantium fimiles, ſto lidi, fucati,
fcurriles, cauponarij, tyrannici. Si peregrinus in mūdo habetur, quæin mundo
funt, non cognofcit: haud minus peregrinus erit, qui ea quæ fiunt:non
cognofcit: exul, quiciuilem rationem fugit: cæcus, quiintelligen tiæ oculos
clauſos habet: pauper, qui alio indiget, nequein fe habet omnia quæ ad uitam
conducunt. Abſceſſus,ſiuculcus mundi-eſt, qui ſe à communis naturæ ratione
feiungit,in dignè ferendo ea quæ cueniunt:(caeń quæ te produxitnatura, omnia
pfert.) fruſtum à ciuitate amputatum, quiſu am animam à communi et unica om
nium ratione præditorum méte reſcin dit. Alius line toga philoſophatur,ali us
abfg libro,alius feminudus,panes ſe non haberè,& tamen ingſtere rectæ
rationi dictitans,alius ſe diſciplinis ſuis non alere, et tamen perfeuerare
profi tens.Tu artem quam didiciſti,dilige, in cağacquieſce. Reliquam vitæ
partem: ita exige, ut q ex animo dijs omnia tua commiſeris,negullius te
hominisuel ſeruum uel tyrannum conſtituas. CóGidera ſuerbigratia) quęVeſpaſia
nitēpore euenerint: inuenies homines tum nuptias contraxiſſe, liberos aluiſ
ſeægrotaſſe,diem ſuum obijffe, bellige raſſe,feſtos dies egiſſe, negociatos
fuif ſe,agricultură exercuiſſe,adulatosfuif ſc,præfractos ſe geſsiſle, suspicionibus
indulgfie, inſidias feciſſe,quoſdami uo tis mortem uocaſſe,alios quiritatos de
præſentererum ſtatu,amalle, theſauros d TU collegiſſe,conſulatus et regna
expetiif fe.Nonne corum omnium uitaiå aboli ta eſt?Rurfus ad ætatem Traiani defcé.
de: invenies eadem omnia, atque cius quo ætatis hominesmortuoseſſe,eo dem modo
ſi etiam reliquas ætates et gentes totas conlideres, uidebis quàm multicú ad
ſummú cótendiſſent,paulò poſt ceciderint, et in elementa reſoluti
fint.Præſertim uerò hi memoria recole di ſunt,quos ipfe cognouiſti uana affc
Etantes, cum agere fecundum id ad quod natura erant facti, cizinhærere, &eo
contenti effc ceflarent.Id quoque opuseftmeminiffe,in unaquauis actio necantum
uerfandum,quantum digni tas cius et modus permitcunt:ita fiet,ut non diutius
quum par litreb.exiguisim moratus, nullú faſtidiú cótrahas. Vlita ta quondā
uocabula, nuncinterpreta tionis loco funt: ita et corum quifuerút olim
celeberrimi, nunc quodammodo ſunt glossæ, ut Camillus, Cæso,Volcſus, Leonnatus,
cum paulò post SCIPIO, CATO, inde AUGUSTUS, ADRIANUS, ANTONINUS. Ist hus: omnia
enim hæc euanida ſunt, et mox in fabulam abeunt: mox obliuio. nc oí a
obruuntur.Ato hocdicodeijs, qui ad miraculü ufo clari erant: relig enim
fimulato animam efflarunt, obscuri, et ignoti facti ſunt. Quáquá quid eſt
omnino,cuius fit memoria lempiter ħa? Omnia füntinanía. Quid eftigitur, in qd
Geſtudio incúbendú? Vnicú hoć, ut cogitationes antiuftæ, actiones ſo cietatem
humanam refpiciant, ratio te punő fallat,itag lis alo affcctus,ut quæ
cúqaccidút,catanğneceſſaria,nota,ab codé principio et fonte promanantia,
approbes. Vltrò te fato ſubmitte, pate regid teijs quæ ei uiſum fuerit rebus
destinare:oia in diéfunt, cum id recordat alicuius, túid, cius fit mentio.
Nunquá nó con dera, oía permutationes fieri, neq uniuerſi naturæ quicquã eſſe
ulita tius,ĝres mutare, et innouare. Omnia em quæ in natura ſubliſtűt,femina
qua G ſunt corum, quæ cxillisſunt naſcitus ra; eftautem nimium rudis hominis
exi Ntimare ea cătùm ſemina cfTe, quæ in cer ram aut matricem deijciuntur. IM
lam morieris,neque in pofterumeris is quinunces,fimplex, perturbationu
uacuus,nihilſuſpicans extrinfecus tibi poffe damni afferri, omnib. benignus,
prudentiam in eo tantum utiuſtè agas poſiram cenſens. Intuere aliorum principem
partem, acquænam fugiant,quæ ſequanturpru dentes. Tuum quidem malum non eſt in
al terius animo pofitú,neg in conuerlio neulla aut mutatione cæli. Vbi ergo? in
opinione demalistua. Nihiligitur malum eſleiudica, et omniabenehabc bunt.Quòd
li corpus, quod animo tuo eft proximum,fecetur,uratur,ſuppure
tur,putreſcat,tamen ea pars, quæ iudi care de his debet, quietaGt:hoceft,exi
ftimet nihil effe neque bonum,neque malum,quod exæquo poteft bono at que malo
accidere:nam quod'ei qui ſe cundum naturam uiuit, exæquo acci dit, id neque
fecundum, neque contra naturam eft, Aſsiduè tecum cogita,mundum eſſe animal
quoddam unum,unam naturā, uno animo præditum, quomodo om nia ad eius fenfum
unicum rcferantur, omnia ab co unico appetitu mouétea gantur, ac omnes res
omnium rerum caufæ aliqua ex parte fint,tum quis ca rum inter fe contextus et ordo.
Animula es, quæ cadauer geſtat: ut Epictetus dicebat. His qin mutatione funt,
nihil eſtma lum: utnequebonum quicquã his qui è mutatione exiftunt. Aeuum,
fluctus quidam eſtrapidus carum quefiunt rerü:fimulcnim unum quodß et apparet
&præterit, &aliud ſubſequitur, moxitem aliud ſuccedet. Omne quod nobis
accidit, ita conſue tum eſt, et notum, ut roſa uere, fructus æftate. Eadem
eſtratio morbi, mortis, calumniæ, inſdiarum, omniumg eorü, quæ ſtultis uel
gaudium, uel triſtitiam afferunt. Quæ ſubſequuntur ſubinde, ca præcedentibus
rite ſuccedunt.Non enim numerus tantum certus eft eorü, àfolaneceſsitate
dependens:fed et có fentanca corum inter ſe colligatio. ac quemadmodum certo
ordine resinter fe ſunt coaptatæ, ita quæ fiunt,non ſuc ccfsionem nudam,fed
mirabilemctiam quandam inter fe coniun &tionem etne ceſsitudinem oftendunt.
Dictum Hera cleti ſemper eſtmemoria tenédum:ter ræmortem fcilicer eſſe aquam,aquæ
ac rem,aêrisigné,idý uiciſsim. Eius quo quc exemplum recolendum,quineſcie bet
quorſum iter duceret, Et quod cum rationc quæ uniuerſum admini ſtrat,
continenter conſuetudinem ha bentes, tamen ab ea diſcrepant: itag in quæ
quotidie incidunt, ca noua ipfis et peregrina uidentur. Non tanquam ſi
dormiremus, agendum nobis eſt et lo quendum: in fomnis enim tantum uide
murnobissgere aut dicere. Nequeimi tádi ſunt nobis pueri, qà parentib.fuis *
hucé,nudè, Gicutaccepimus,Quéadmo dulias tibi Dcorūdiceret, moriendum tibi aut
cras, aut ad diētertiú: nojā ma gnopètertiú dié craftino pferres,nifi a
nimielies oio abiectiſsimi.quátú emeſt interuallum? Eodēmodoiudicanon in magno
effe fouédú difcrimine,poſtmil lenos acaonos, anuçrò çras decedas. Crebrò
reputa, quàm multi medici fint mortui, qui ſæpenumero ægrotos inſpi cientes
ſupercilia contraxerint: quot Mathematici, qui alijs exitú è uita præ dicédo
ſeiactauerint:quotphilofophi, quide morte et immortalitate multa
alleruiſſent:quotre bellica laudati, qui multos occiderant: quot tyranni, qui
magna cum inſolentia tanquamimmor tales poteſtate luauſi crant:quot urbes
mortuę(utita dică)ſunt,Helico, Pom peij,Herculanú, et aliæ innumeræ.Col lige
etiam,quos tuipſc noftiunum poſt alium, cuius funus curaffet mortuos:Et quod
heri fuit piſcis,cras critfalfamen tum, aut cinis. Momentancum itagté pus à
natura eſſe conſtitutum, conſide randum eft æquoſ animo è uita abeun
dum:perinde ac Goliua maturitaté co ſecuca G decidat,arboréqipfam tulit ac
genuit,collaudet, et gratiasagat. Simi lis elle debespromontorij, adquod al
fiduè fluctus alliduntur: ipſum autem perfiftit,utcunque undęæftuantes cir cùm
ferátur.Diceret aliquis: infęlicem mé, cuiboçacciderit:quinimòfelicem t me,
quihunc cafum fine dolore perfe ram, et nec præſentibus frangar, necfu tura
extimeſcam.Nam unicuiqtaleąd potuit accidere: at non cuiuſuis craç,li ne dolore
cum caſum excipere. Curigi tur illud potius infortunio, quam hoc felicitati
adſcribis? autcuridinfelicita tem hominis appellas,in quo nihil mali palla eſt
hominis natura? an uerò dam num tibi humanæ naturæ uideri poteſt id, quod non
eſt contra uoluntatem naturæ çius? Quid ergo? Numcaſus ifte ef ficere poterit,
quominusfis iuſtus, magnaminus,temperans,prudens, circum fpectus,tutus ab
errore,uerecundus, li ber? autadimereomnino quicquam co rum, quçhominis naturę
funt propria? Proinde quoțies inciderit quicquam, quod ad dolorem te prouocet,
recor dare huius præcepti,non illud informado nium eſſe appellandum,fedfelicitati
tri buendum, quòd id fortiter feran Eft quidem ignobile,præſenstamen ad
contemnendam mortem auxilium, memoria repeterc eos, qui uitam inlon giſsimum extraxerc
tempus. Quid enim hi 57 1 hi amplius consecuti sunt, quàmij, qui immaturamorte
ſuntabrepti? Vtique ipfi etiam defuncti iacent, Cadicianus,
Fabius,Iulianus,Lepidus, alijſ corum fimiles, q cúmultosex tulissent, ipfidein
de elati sunt. Omninoeņexiguū eſt ſpa çium, időper quotlabores,inter quos,
&quali in corpuſculo exigendum? Ne igiturmortem prore difficili accipe. In
tuere cius quod retro eſtæui uaſtiratë, et eius quod reſtat,immenſam longitu
dinem:in tanto tempore quid præſtat is qui tres ætatcs, ci qui uixit triduum?
Semper breuiorem uiamingrederc: brevissima autem est ea, quamnatura præ
ſcripſit. Itag in omni et fermone et a. et ioncidfectare, quòd eſtrosiſsimum.
Hocpropoſitum laboribus,militia, çura rei familiaris, et folicitudi neliberat. Anè
cum grauatim à fom no ſurgis, in promptu tibi ſitcogitare,tead humanum
opusfaciendum ſurgere.lca que ergo dices) grauatè acccdo ad agé da ea, quorum
cauſa natusſum, ac pro ter quæ in huncueni mundum? scilicet in hocfactus, ut decumbesin
lectome ipsum calefaciam? Atquihoc iucundi dius eft. Ergónead uoluptatem natus
es, nonad agendum?nonuides plantu las, palierculos, formicas,arcaneas, a pes,
lingula hæc luo intenta officio: tu uerò ea quæ funt hominis obire recu ſas, nc
ad id te confers, quod naturæ tuæ conuenit? At uerò quiete opus eſt. Sane: fed
et huic,modü ftatuit natura, pinde,utedédi,bibédig: atqui tu ultra modú
&laq gfatis é, pcedis:n reb.uc rò agedis intro moduſubliſtis. Fit hoc cò,
qateipſum nó diligis:alioqn eń et natura tua, cius voluntate diligeres.Et cnim
alij qui ſuas artes amāt, operibus fuis ita incumbunt, ut neque balneorü nog
cibi curá habeant. Tu naturm tua non tanti facis, quanti aut tornator, aut histrio
suam artem, quanti avarus argentum, &inanis gloriæ cupidus glo riolam. Hi
enim quarum rerum ftudio tenentur,dum eas augere poſsint, cibų &fomnum
poftponunt. At tibi actio nes ad ſocietatem ſpectanteshumanam uiliores
uidentur', 'minorig opera di gnæ?Quàm facile eft omnem cogitatio nem quæ animo
aut perturbationem af ferat,aut nóconueniat, reijcere, et delc re, ſtatimg effc
in fumma animi tran quillitate? Omnem fermonem et actionemque fit fecundum
naturam, dignam te iudi. ca:nca te auertat ab ijs reprehenfioare fermones
aliorum ca consequentes. Sed fi quid fa et o dictúue pulchrumeft,idte
neindignum putes. Alij cnim aliam ra fionem,alios appetitus fequuntur:ad quos
tibi non eit refpiciendum,fed re Cta via cò pergendum,quò &tua,& comunis
omnium ducitnatura: utriuf que autem una eademg eſtuia per ca quæ funt
fecundumnaturam progre: dior,donec morte finiam: expirans qui dem eam, quá
inſpiro quotidie animā, cadens uerò in terram, ex qua &femen meum pater, et
fanguinem mater,&lac nutrix collegit: quæmeterratot iam an nos'quotidie
alit cibo ac potu, quamc calcantem fert, ac totmodisipla abu tentem. Auſteritatem
tuam ut admirêturno est. Sit fanè, at multa alia ad quæ tc non eflenatura aptum,
dicere non po tes.Eaigitur profert, quętota funtin te: integritatem, grauitatem,laborum
tole rantiam, uoluptatum abftinentiam,ani mum ſua ſorte contentum, pauca defi derantem,placidum,liberum,
àcurioſi tate et nugis alienum, altitudine prædi tum.Nonſentis,quam multa
poſsisprę ftare, de quibusnulla eſt excufatio na turæ ad ea non aptæ: et taméadhucfpó
te tua inferius manes. Quid? Ante natura parum bene in ſtructa cogit indigna
ri,cúctari, adulari, corpuſculum tuum incuſare, tuam ſortem improbare,leuć
eſſe, animouagari:nonmehercle,fed his omnibus iampridem ut liberareris malis,in
tua fuit poteſtate.Hoc tantum erat uitij, quod tardioris ingenij, ac qui non
facilè affequeretur ea quæ traderé tur,exiſtimari poteras: Sed et hoc exer
citationeerat corrigendum,neſubinde cogitares de tua tarditate, néue ca de
lectateris. Eorum qui bene alijs faciút,triaſune genera:primum corum, quiſtatim
exhi bito beneficio, ſtatim etiam quam ſint meriti gratiam reputant. Alterum co
rum, quiid quidem non faciunt,ta conſcij quid fecerint,debitorem ſeiam habere
cogitant.Tertij quodammodò ne hocipfum quidem quod fecere,no runt:uiti ſimiles,
quæ uuam cum protu lit, ut femel ſuum deditfructum, nihil præterea quærit. Equus
ficucurrit, canis fi uenatus eſt,apis fi mel fecit,fatis eſt. Homo auté l benè
fecit,non reuocatur, ſed ad ali ud negocium tranſit, quemadmodum uitis,ut
rurſum fuo tempore uuam producat. In his nc igitur eſſe debent, quæ aliquomodo
fine conſequentiaid faciunt?equidem.ſed hocipſum debet confequi. Propriū cnim
est inquit animalis lege sociati, ut sentiatle et societatis causa egisse
&ut velit omninoid eû qui ſocietatis eft ciuſdem, sentire. Verum clt quod
dicis: quod autem nunc dici tur, excipe. Proptereà ex eorum numc ro
eris,quorüantè feci mentionem. Hi enim uerifimilitudine quadam proba bili
abducuntur. Quòdh intelligereuis quidná litid, quod diximus, netimcas, ne obid
actio aliqua ſocietati hominü inferuiés tibi Gt omittêda.Athenienlių
erathocuotu:plue,pluuiã ò chare lu piterin agros et cáposAthenienſes de mitte.
Enimuerò aut nihil eft optandū, aut omnino fimpliciter, et liberalitcr. Quod
dicimus Aeſculapium huice quitationé, illi lotioné in frigida,alteri
utnudispedib.ambulet, iniúxiſſe:nihil aliud eft cú dicim°, natura uniuerfi huic
hoimorbú, defectú autamiſsionémen brialicui'impofuit.Náutilliccum dici mus
iniunxiſſe,intelligit.AEſculapium HUO O unam rem ad alterāordinafic, uerbigra
tia,camrem reſpectum habere ad fanita té:ica hicidqunicuiqaccidec, rationé
babet et rcfpectumad fatū. Ita enim hęc nobis accidere et cógruere dicimus, ut
opificesquadratoslapides in muris aut Pyramidibus extruendis congruere a lerunt,
quippe certa cos collocation ne inter ſe componétes. Omnino enim una quædam eſt
harmonia: atg ut uni uerG huius corpus ex omnib.corporib. eſt compactum, ita ex
omnib.caufis Fa tum ſuprema cauſa conſtat.Id quod di co,etiam rudiſsimi
intelligút homiues: dicút enim,hocſors cius tulit,hoceica
ratimpolitú.Accipiamusergo hæcita, utilla quæ Acſculapius impofuit: nā et in
illis multa ſunt aſpera, quæ tamen fpc ſanitatis ferimus.Tibi crgò corú quęcó
munis naturatibiiniúxerit perfectio,fi milis ſanitati iudicet:atqita æquo ſuſci
peanimo oía quæ fiút(ctiāli gd durius uidcat. ) quoniã adidducunt, quod ra
tioncmúdić fanicas,népeadfelicitaté. Nihileſ accidiſſet tibi, nifi in réuniuer
Gita ect:ncq cnim una quæuis natura i quicquam fert,ſed id modò, quod re fpcctum
adid quod ab ea adminiſtratur, habcat. Quare duæ ſunt rationes,cur ea que
tibicueniunt, çquodebeas animoferre. Vna, quiaſors tua ficferebat, et tibi de
ſtinata erant ab antiquiſsimacauſa fata li habentiaad te certum reſpectum.Al
teras quòd ca faciunt adprofectum, et perfe &tionem, ac permanentiam eius,
quòduniuerfo praecſt. Totum enim muti latur,fi etianminimam partem conti
nuitatis et coherentieutmembrorum, ita etiamcaufarum difcindas. Id autem
quantum intc eft,facis, quotiesea quæ tibi obtigerút,moleſtèfers,ac quodam modo
tollis. Faftidire,animumdeſpondere,ac de terrerinódebes, fi nó ubiq tibi fuccef
ſusrefpondet,fecundum recta præcep ta agere fingula cupienti:ſed fruſtratus
conatu,cum redintegrare, et æquo ani mopleraq humanaferre: neque debet te
eius,ad quod redis,poenitere.Nequc tibi eſt ad philofophiam tanquam ad
pædagogum redeundum:Sed utſolent qui ex oculis laborant,ad ſpongiam et ouum,
alij ad cataplaſma &perfufioné confugere.Ita enim nó opuserit tibi o.
ſtendi,utrectęrationiobedias:ſed in ca ipſe acquieſces. Memento philofophiam ca
tantum poſcere, quæ natura etiam tua exigit: tu aút aliud quippiam
uolebas.Vtrum uc rò horum blandius'eft an nonhocpa eto dccipit uoluptas? Vide
gratior no gt magnamitas, libertas, simplicitas,æ quanimitas, fanctitas? Quid
enim ipſa prudentia Git acceptius,ubicùm animo tuoreputes facultatem quæ
ſcientiam certam, et certis conſequentijs nixam habet, nuſquamlabi, et ubiq
ſucceſſum habere? Res quidem ipfæ in tanta quodam modo uerſantur obfcuritate,
ut philo fophorú plerifcb et ijs no ignobilibus, omnino pcipipoſſe nihil uifum
fit:Stoi ci tamé poflc percipi, ſed planè difficul ter,cenſucrunt.Eft omnis
noſtra aſſé lo talis, utfalli et mutati poſsit:quis c nim ſenó pofle errare
dixerit? Trasfer itag cogitationes ad ipfas res fubice et as,acuide quàm breues, uilesø Gne, quæ
ctiam à cinædo, fcorto,autprædo ne poſsint teneri.Inde tranG ad mores corum,
quibuscum uitam degis, inter quos uix eſt etiam gratiofifsimum per ferrc,ne
dicam, quod uix ſeipſum quis perpeti pofsit. Tanta igitur in caligigine,
sordibus, tātoo rerum, temporis, motuumý, et rerum quæ mouentur flu xu, non
uideo quid lit effe in honore, aut obferuantia hominum. Contrà præ ftat feipfum
confirmare, acmortemræ quo animo expectare,ncqmoram indi gnè ferre, fed in his
modo acquieſcere duobus: uno, quòd nihil mihi accidet, quod nó fitſecundum
naturam uniuer fi:alterum, quòd licet mihi, nihil agere quod contra Deum
geniumg fit meú demo em ad hocme cópellere poteft. Subinde hoc teipſuminterroga:
quam adrem nunc utoranimo meo? at et exa mina teipfum:ea pars, quam principem
uocant, quomodo núc habet?cuiusaío prçditus ſum? num pueri, num ADOESCENTIS, num
mulierculæ, num tyranni, num iumenti,num feræ? Qualia fint illa, quæ uulgò bona
ha bentur, etiam hinc euidens fiat.Sienim animo concipias ca quæ ſunt reipfa bo
na, utprudentia, ut temperantia,utiu fticia,ut fortitudo,hisiam antè reputa
tis, nihil porrò audies nominari bonú, quod nófub hæc referatur. Quæ uerò
uulgus hominum bona putat,ca qui an tè mente conceperunt,fimulatq nomi nari
audiút,perfacilè accipiút, perinde ut liquidà Comico appolice di& ú eft.
Hæc eſt fere uulgi de differentia bo norum opinatio:alioquin enim haud co
peruentum eſſet, ut uera bona auer ſarent,diuitiarū aút, voluptatis aut glo riæ
métionéita admitterét, utſcitè ato urbanè dicta.Progredere ergò,acinter
roga,(intne in honore habendaet in bo nis ducenda hæc, quæ fi animo tuoima
ginatus fueris,aptè quis dicere poſsit, cum quiiſta poſsideat,propterhác co
piam ncubi quidem cacec habere. Ex forma et materia conſto: ho. rum uerò
neutrum in nihil uertetur, ut neque ex nihilo extitit. Ergo om nis mci pars
permutationem redigetur in aliquam mundi partem, atqhæcrur fus in aliam
uniuerli portioné tranſibir, ido ad infinitum uſ. Huiufmodi auté mutatione et ipfe
extici, et parétes mei, ide in infinitum uſo retrò eunti licet dicere:quãquam
certis alioquin circui tibusmundusadminiftratur. Ratio et rationalis ars,
facultates funt abiipfæ ſufficientes,fuisg operib. Progrediunturàſuo principio,
acper gunt ad finem propoſitum:habent a et tiones earum à uiæ cuiinGftuntilleno
men apud gręcos, utfine netoptásons:nos rectas effectiones dicere poſſumus.Ho
rum nihil de homine dicipoteſt,neque enim ei conucnit, ea ratione, qua homo eft:
Non hæchomo,ncgiplius natura profitetur:non eſt ca in humana natura
perfectio.Proindein externis rebusnc quaquam erit finis homini cóftitutus,
nepid bonum, quod finem illumabfol uit:Alioquin hominis partes non fuif ſét,ut
eosdeſpiceret,nem laudedignus, quiſeita parat,utillis non indigeat:no que qui
illis rebus abſtinct, bonus dici mercrctur, fiquidem cæ bona ellent Nunc uerò
tanto quiſ melioreſt, quá to magisſeipſum ab illis rebusabſtinet. Talis erit
intellectus tuus, qualia ſunt ca,de quibus ſubinde cogitas: nam à ui bis fcu
cogitationibus illis animus im buitur.Inficeigitur eum adliduitatehu iuſmodi
cogitationum, qualesſunt:ubi cunqueuiuere,ibietiam bene uiuere li cet:uiuere
autem licet in aula, ergo etiã bene uïvere licet in aula. ltem alicuius rei
caufa fingula ſunt facta cui ucrò gra tia unúquodgfa et ú eft,adid fert, ado
aút fert in eo finis eius é poſitus: ubi ue ro finis,ibi ét bonú unicuiq. Ergo
finis animanti ratione prędito ppolituseft, focictas, natos cnim nos effe ad
eājiam pridem eft demonſtratum. An uerò non euidens eſt, deteriora præstantiorum,
rurſumýex his unum alterius caufa esse. Præftantuerò inani mis animata,atq
inter hæcipfa, ca quæ rationem habent. Ioſani eſt,ſectari impoſsibilia. At fic
ri non poteft,quinmaliſuomore agāt. Nihil cuiquam accidit,nifi ita Natu rá
deſtinarit. Id quod alius iniquè fert, e bas wal wideولا bus alteri accidit,
qui fiue ignorationc cius caſus,ſineut magnanimitatem oftédat, cóftantiā
tuetur,atqillæſus manet.Ini quú cſtigitur admittere,utinſcitia et o pinio
prudētiäſupent. Etenim res ipfæ animúnequaqattingunt, non intrātad eu,ncg
mouere, ncq uertere poffunt. Solusipſe ſeipſum ciet, ac quale iudicia umtulerit,
talia ea quæ accidere, fiunt. Alia róeſumma nobis eſt necefsitu. do cũ hoíe
cóftituta, quaeibenefacere, eumý ferre iubemur:cú aúcimpedire conant noſtras
actiones, nó magis ad nos attinet, ộ Sol, uétus:beſtiæ. Ato hi qdé impedire
effectú aliquãdo pofsint: animi uero appetitioné, et affectum no qucunt, quiahæcexceptioné
habét, et conuerlionem.Ná omneid quodimpe dimento fuit effectioni,id animus ad
ca quæ præcellerút,cóuertit, atßcomo do id, quod instituto operi, uiccoßinitę
obftitit,ei iam confert aliquid. Id quodin múdo eft præftantiſsimū, cole. Eit
aútid, qd oíbusreb.utitur,oía gubernat. Similiterid quoßhonora, q in te elt
primú: nimirú illi alteri cogna tum, cesa üles DO Pe quatum,quòd et cæteris quæ
in teſuntom nibus utitur, et tuam uitam regit. Quod civitati nullum affert
detri mentum,idnc ciui quidé nocet. Hæcre gula recoléda tibič, quotieſcúq telæ
ſum aliquâ eſſe cogitas.Sin ciuitas dam no affecta cft, ei qui
ítulit,ſuccéferenó debes. Quid neglectú eft?Sæpenumero códdera, ệ celeriter oía
quæ et funt et fi unt, abripiãtur et cuanefcát. Etenim et ipfęnaturę
amnisinſtarin adſiduo funt fluxu, et cffectiones cótinétib.mutatio nibus
obnoxiæ, et cauſarúinfinitæ ſunt uices: denią nihilferè perſiat, aut ſui fi
mile durat.lā et pręteriti, et uenturiçuí infinita é, in qua
oſaabolentur,uaftitas, Quî ergo ſtultitiæ nó damnet, qin hoc tā cxiguo téporis
articulo ſupbit,appe tit,autmoleſtia fe affectú quiritaf. Universæ rerum
naturam recordare, cuiusmini. mã parté tenes: totius zui,cui' breue et mométaneútibi
éattributúſpacium:fa ti, cuius perexigua ad te portio ptinet. Peccatalius qs
aduerſummc uiderit, ſuā habet affectioné, ſuum a &um. Ego in præſentia id
habeo, quod me habere i t c et C a et 1 uult cómunis natura: agogid qd'age
remeiubetmea natura. Pars animitui princeps neinucrtatur ullo uelleui uel
alpero carnis motu, neg admittat per fuafones quçinmembrisoriuntur, Sed
circumſcribatcas. Quòd fi ex ratione alterius conſenſusad intelligentiam ef
ferútur, nimirum quatennsea cum cor pore copulata eft, tum quidem ſenſui, cum
is a natura proficiſcatur, reluctan dum non eft: opinioniautem mali aut.
boniadfentiremensnon debet. Viuendum eſt cum dijs.Vitam ucrò cum dijs agit, qui
continenterijs ſuum animum oftendit probātem ea quę ipli fatum tribuit,
agentemg ea quægenio placerent: quem lupiterſuæ quandam particulā naturæ
unicuiæ prælidé, du coşdedit, nimirú mente atæ rationé. Neiraſcaris ei qui
hircú olet, autcui aia fætet; nihil, n.ad teidcmaliredibit, Alæ iplius, et osita
ſunt affecta,utne ceflc ùthæcmala conſequi, Rationc,inquis, præditus eſt homo,
ac fi scrutari uclit, intelligere poteſt quainre delinquat.Benereshabet. Proinde
tu, qui et ipfe præditus es ratione, mentem eiustuæ mentis motu cxcita, doce,
commonefac: li enim obtempe rat tibi, fanabis eum, negira opuserit. Nonita hic
uiuendú eſt tibi,ut Tra gedo autſcorto qui egrediés uiuere co gitat. Quòd li
tibinon cóccditur,tunc uita excedere, ita quidé,ut qnihil mali
patiatur,acfumiinitar abeat, Quid hoc rei eſſeputas? Dum uerò nihilme tale
abducit,liber permaneo,neq mequif quam prohibet agere,ut uolo, uolo au. tem,ut
naturæ animantis ratione predi ti, et ad certum nati conuenit, Mens quæ mundum
gubernat, ſocic tatisrationcm habuit:itag et inferiora præftantiorumcaufa
effecit,& pręſtan tiorum unum alteri ſubdidit. Videt, ut ſubiecerit,
cóiunxerit,ac unicuiq ſecu dú dignitaté ſuú tribuerit,ea quęlunt
pręſtátiſsima,mutuo cófenfu deuíxerit. Quomodo uſus es hactenus dijs, pa
rentibus, fratrib. uxore, liberis, docto ribus, alumnis,amicis,familiaribus, fa
mulis? an in huncuſquediem in nemi nem horrcū uerbóuefuiſti iniurius! Reminiſcere
étą ſupaueris, actolc raueris: tum fabulam uitæ tibiiam pera tam,teş tuo
miniſterio defunctum ef ſe. Quàm multa uidiſti pulcra? quot uo luptates
quotdolores deſpexiſti? quot peruerfis hominib. æquúte præbuiſti? Quamobré
animi artis et diſciplinæ uacuiarte et fcientia præditum confun dunt? quem uerò
animum arte et ſcien tia præditum uocas?cum,qui principi um et finem
cognoſcet,et mentem, quç per uniuerfam rerum natură penetrat, acper omnes
fæculorum curſus defini tos atq; ftatosmundum gubernat. lãiá cinis eris,
&oſſa nuda, nihil öter nomé(liquidéid ſupererit) tui reſtabit. Noméautnihil
eftõſonitus. Atea quæ magniin uita precij habent,uana ſunt, putrida, cxigua,
atą inſtar catellorum mordicantiŭ, aut pucrorü inquietorů, quimodò rident,mox
plorant. Cæterű fides,pudor,iufticia, et ueritas. Climatib. tcrræ cæld petiere
relictis. Quid ergò reſtat, te hîc detineat? fen Gliane tam fluxa, torý
mutationib. cxpofita?an ſenſus, obſcuri, et qui facilè decipiantur?animula
ipſa, quæ cft ex halatio à ſanguine? gloria inter huiuf modi homines, inanis
illa? Quid ergo aliud operiris,niſiuelextinctionem,uel translationem,idý æquo
animo?Quid interim dum eam occafio adducit,tibi fuffi ciet? Quid aliud, quàm
deos uene rari etcollaudare,hominibus beneface re,eos etferre, et ijs
abftinere:quæ cx tra tuæ carunculæ et animulæ ſunt po fata fines, ea
meminiſſenex poſſeſsióis, nco poteſtatis tuæ eſſe? Semper potcs uti
ſecundisſucceſsibus, Gredtæ uiæ in Giſtere uis,duo hæc obferuare, quæ di uinæ
menti communia funtcum homi nis, omnisg ratione præditi aſalis ani mo: unum,
non poſle te ab alio impedi ri:alterum,iniuſta uoluntate et actione | bonum
eſſe collocatum, cumý ad fino efle appetitionesdirigendas: Si hocneg mca
fitmalicia,ncqactio eſtàmeaproficiſcensmalicia:nequcco munitatidāno eſt, quid
folicitus deco ſum?querò dānúě cómunis focictatis? Non debemus nos
cogitationib.om ninoabripiédos præbere, fed opitulari quátum eius fieri poteſt,
et dignum eſt, etiam li in medio lit defectus:ncqueid pro damno ducere.ca enim
cófuetudo mala eſt. Sed quemadmodū ſenex di ſcedens rhombum alumni poſcebat,
memorrhombú cffc.ita etiam hic: quo niam bonú aliquid fiatin roſtris. Heus
homo,oblitus es, adhæc lint? lanè: Sed ca,in quibushiſtudiú ponát.Propterea tu
quoqs ſtultus es fa et us? Aliquando uteung relictus, factusſum felix. Felici
tas auteſt, utbonam tibiipfifortem uendices: id eft,boni motus ani mi,bonæ
appetitiones,bonæ actiones. Aturauniuerfi ſuo guberna tori obedies eft, acbene
có polita: quæ uerò cam guber nat mens,nulláin ſeipſa ha betmalè agendicauſam:
quippenihilei ineft uitij,nc peccat,nc ab ea quic quam læditur: omnia uerò
fecundum cam fiuntatßperficiuntur. Nullo ponein diſcrimine, algenſne, an
calens, dormiturićsan ſomni fatur, malian benè audiens,moriens an aliud quid
agens id facias, quod te decet: quando mors etiã una eft carum a et tio num,
quæ ad uitam referuntur. Sufficit igitur ea etiam imminente, id quodin
ſtat,benè collocare. Intrò refpice.Nullius rei nequepro pria qualitas,neqid
quod cidebetur, te fallat. Omnia quæſubiccta ſunt,celerrimè mutantur, et autin
halitum refoluun tur, fiquidem fit compacta corum ſub ftantia,aut diſsipantur.
Mens uniuerli gubernatrixſcit quó ſe habeat, quid agat, et quá habeatma teriam
ſubiectam. Vlcilcédi ratio optima eſt, ne ſimilis fias cius, qui iniuriam
fecit. Unohocte oblecta, inguno hocac. Quieſce, ut ab una ſocietatis humanæ
tuendęcauſa ſuſcepta actione,ad aliam tranfeas, dei memor. Princeps hominis
pars eſt ea, quæſe ipfam excitat atą cict, feğz talem, qualem
vult,efficit,præſtatý ut ea quæ eue niunt talia, qualiaipſa uult, fibi uidean
tur. 04 Omnia fecundú naturā uniuerG fiúc: negenim poſſunt fieri fecundú ali
ali quam,ſiue extrinfecus circumdantem, fiue incluſam,fiue foris ſuſpenſam. Vniuerſum
aut confufio quædam eſt, et cótextus fortuitus rerum iterum àſé diuellendarum et
diſsipandarú: aut unitionc ordine, et prudétia conſtat. Si prius illud uerum
eſt, quid eft,curcu pia inani huic colluuiei et mixeuræim. morari? quid aliud
expetendum,quàm ut in terram utcungredigar? quid per turbor?quicquid
egero,tamen difsipa tio mc corripiet. Sin altero mó res ha bet, uencroreú,
animoſ conftári ſum, et gubernantimundum confido. Cum te rerum præſentium
ſtatus nó nihil perturbat,celeriterad teredi,neg ultràquàm neceſſe é, à
modoeius quá inftituiſti cantilenæ difcede. Nam co fa cilius harmoniam
tueberis, ſi continen ter ad eam reuertaris. Sitibi Amul etnouerca, et mater
effet, illam quidem coleres, ettamen crebrò ad matrem te recipercs. Eadem
eſtribi ratio aulę et PHILOSOPHIæ. Quarc ad hanc sæpe numero revertere, et in
hacac quiefce, quæ efficit,ut etres aulicæ tibi tolerabiles uidcantur, et tu
duminijs ucrſaris,ferri queas. Quid cogitandum est de cibis et id genus rebus?
hoc eſſe piſcis ca dauer, illud auis, aut porci: item Fa lernum, ſuccum eflc
exiguum uuulz purpuram capillos elle ouiculæ, modi. co teſtudinis fanguine
imbutos: tum coitum,inteſtini parui affrictioné, mu ciğ excretionem non fine
cóuulấone. Cogitationes hæ præclarę ſunt: nam ré ipfam attingunt,acpertranſeüt,
ut qua lis cafit,cerni poſsit.His per omnem ui tam utendum
eft:aclicubiresquàmma ximè uidetur comprobatu digna,tegu mentis cſt nudanda, ut
et eius in cófpe dum ueniat uilitas,& id,quo fe oftenta bat, ei adimai.
Etenim fucus impoſtor eſt callidiſsimus,ac tummaximèin frau dem inducit,cum
quis maximèfe res ſe rias et dignas tractare putat. Videigit, quid de Xenocrate
ipſo Crates dicat: Pleraq, inquit,corum, quæ uulgus ad miratur, fi fub habitu
aunatura conti nerent, ad latiſsimè patentia genera ré uocabat,utlapides,ut
ligna,ficus, uites, oleas.Quęſubarctiorib.aliquanto, ad animata,utgreges,arméta.Si
qua paulò plº haberćt gratiæ, hęcad eareducebac a cópræhédútur fub ala róe
prędita,nó quidé uniuerſali,ſed quatenus artes tra ctat, aut alias facultates:
aut ipſa per fc. au L fcæſtimabat, ut:quidnam cſſct,poſside remultamancipia.Qui
uerò animūra •• tione præditum cû omnibus ſuis facul tatibus,ciuilis coetus
ſtudio uenerat, reliquarum is rerum nullam curat. Sed omnibus poſtpoſitisſuum
animum ita affectum,atgita fe mouentem, ut ratio ni et ciuili ſocietati
cögruit,conſeruat: ijs quiſunt eiufdem generis, utiden præftent,auxilio eſt.
Quædam iam fiút, quædā mox exiſtent, quin &cius quod fic, pars iam
nuncaliqua euanuit. flu xus, et alterationes continenter mundű renouất:
quemadmodum infinitum æ uum temporis adſiduolapſu nouü ſub indereddit.In hocita
@ flumine quifná ca quæ præterferút, ac quibusinfiftere nonpoſsit, honore
aliquo dignetur?is quidem perinde lit,acli quis unum de præteruolátibus
paſſerculis diligerein cipiat,atisiamè conſpectu cius abica rit.Itafe et uita
uniufcuiufque hominis habet,ut halitus a fanguine ſublatus,& aër
inſpiratus. Quale.n.eft quod femel animāattrahimus, et efflamus,id quod
identidemfacimus,tale ctiam eſt, quòd f ac ad all a. ba omnem reſpirádi
facultatem, quam hc ri aut nudius tertius nati accepimus, eò reddimus unde
accepimus.Quod uege tamurmoreſtir pium, reſpiramusmore pecudú, et ferarú,
quòduitsafficimur, quòd appetitionis cauſa mouemur, q congregamur, quòd
nutrimur,omnia hæcnonmaioriſunt in pretio ponéda, quàm quòd excernimus
cibirecremé ta. Quid igitur honore dignü est? num plauſus?nequaquá. Ergo nelaus
quidé populi,quænihil eft aliud quãplauſus 1 nguarú.Sublata igit etiâ gloriola,
quid reſtat, quod ſuſpiciamus et ueneremur? Equidéhoccenſeo, ut quemadmodú fa
ciiinſtructiś à natura fumus,ita mouca mur.Eò nos etiam diligentia opificum,
&artes ducût. Ois.n. ars huc collimat, utid quod paratú eft,aptü fit et idoneu
adopus, cuius operis cauſa paratú eft. Idé querit uinitor,idé qui pullos equo
rum domat,idé qui canes educat. Ergo &inſtitutio primęætatis et doctrina co
contédunt:isý finiseſt,quem expetere debeas. Húc córecutus,nihileft in alijs
rebus quod ſis tibi quæliturus. Quòd fi pergas ES pergas alia eciã expetere,
nec liber cris, neg tibi ſufficies ipſe, negeris affectuú uacuus: neceſſariò. n.inuidebis,
æmula beris,liniſtra ſuſpicaberisdehis, quiilla tibi adimere poſsúc,infidiaberis
ijs, qui? id quodmagni fit à tepoſsidét. Oino.n. necesse est cu esse aio
pturbato, qiſta de fiderat:fępe etiá deos incufare. Quiuc rò mente ſuam
reuereturato colitis et fibi ip, probabitur, et cum cætu homi num bencei
conueniet, cúmque dijs conſentier,id eft,laudabit quæcunque ij diftribuunt et ordinauerunt.
Infrà, ſuper, atque circum te motus ſunt elc métorum. Motus uerò uirtutisin
eorú nullo eft,fed diuiniore quadá, et adin telligendum difficili'uia procedit.
Vide quid aganthomines. Eos qui eodem cú iplis uiuúttépore, laudare nolūt:ipfi
uerò à pofteritate laudari magnü exiſti mant:nimirúabijs quos ne uiderunt, neq
uidebūtunqua.Id uerò haud mul tò aliud eft, quàm ſi dolerét, non à prio ris
etiá ætatishominib. felaudatos esse. Non, li quid allegintelligétia tua neqs,
id daullopoile apprehendi homine exiſti 0 co ert as f 2ti ma: Sed quicquid homo
poreft, quic quid ei conuenit, id et tibiconcediiu dica.ln palæſtra fi quis
unguibus aduer farium laniauit,autcapiteincuſſo ferijt, nonindignamur, ncq;offendinjur,nco
inſidiarum fufpectum habemus: caue mus quidem nobis abeo,non ut abho ſte, ncquc
Gniſtrum quid de eo ſuſpica mur,tantùm placidè cum declinamus. Id fieri debetetiam
in reliquis uitæ partibus, ucidem de alijsſentianus, quod de ijs, cum quibus
collucamur: poflu muscnim (utdixi) citra fufpitionem et odiűabijscauere, et cosuitace.
Si quis meredarguere poteft, et demonftrare, quòdnon recte ſentiam, aut
agam,læto animo fentétiam mutabo:ucritatem.n. quæro, quæ nemini unquam dáno
fuit; damnum autem facit,quiin crrorc et i gnorationcſua pmanct. Ego, quodcft
mci officij, ago, cætera menonauellúc. Autenim anima,autrationc carent,aut uiæ
ignara errant. Animantia rationis expertia,tú omnes ciuſmodi res et fub.
iccta,magno et liberali animo ſunt ufur panda tibi,ncmpcrationeprædito. Hominibus
uerò, ut ipſis quogmentcin ſtructis rationeſocietatis habita utere. Inomdisciònegocio
deos comproca rc:neos ſolicitusefto,quantum tempo ris fpatium tibi adagendum
detur:fuffi ciúteoim ucitres huiuſmodi horæ. Ale xander Macedo,agaloß eius,
mortui in idem ſuptredacti: autenim aſſumpti ſunt ad mentēmundicam, qua fati
ſunt reliquorum animi, aut diſsipati ſuntin atomos, unus perinde atgalter. Cum
animo tuo conlidera,quàm multa uni co temporis momento fiantin uniuſcu iuſ @
noftrûm,cùm animo, tum corpo re:ita fict,utnó mireris, quòdlógè plu ra, imò
uerò omnia quæ in mundohoc fiunt,fimul extent. Si quis à te quærat, quomodo
fitnomen Antoniniſcriben dum: nónne fingulatim omnes literas proferres? Quid
ergo fi qui iraſcuntur, num uiciſsim tu quoque ſtomachabc ris?nó potius numerum
inibis placidè; Ingularum rerú? Itac ctiam hîçmemé to luis omnc officium
quibuſdam con ſtare numeris: quos li imperturbatos ſeruaueris, ncq indignatibus
alijs ipfo com Spro MIUS. quog indigneris,recta uiaid quod pro
pofuifti,perficies. Inhumanum effe ui detur,hominem impedire, ne ad ea fera
turquæ ei utilia et cognata uidetur. At quiid tu ne faciant prohibes quodam
modo,dūiniquo animo fers cos delin quere.Ferútur enim utiqueadid, quod naturæ
fuæ coniunctum, et utile putāt. Sed res nó ita habet. IditaB oftéde eis, et et doce
citra indignationé.Morsfinem imponit ſenſuum motus, et cogitation num officijs,animúģàcorporismini-
situ ſterio liberat. Turpe aút eft in hac uita, in qua corpus tuũlabori nỏ
fuccubit animú tuú elāgueſcere.Videne à pręfé tiſtatu deiectus obruaris.
Poteft.n.hoc fieri.Itaq; cóferua teipfum Gmplice, bo ne núintegrū,graué,apertū,iuſtitiæ
ſtudio fum,piúerga deos, benignú, humanú, ad officiunituendúforté,annitere utta
lite lispermaneas, qualetefacere uoluit phi c loſophia.ucnerare dcos,ſalaté
homini busaffer. Breue eſt uitæ in terra degen dæ tempus,omniſg eius fructus,
ſancta animi conftitatio, et actiones commu- beri pitati hominum utiles.Omniautdecet
Anto SE maig Sophie Antonini diſcipulum.age. Quæ fuerit eius in agendo fecundum
rationem fir mitas, quæ ubiqueæqualitas, quæ ſan ctitas, memento: quæ
uultusferenitas, accomitas. Quantus ille gloriæ con temptor, quod eius in
percipičdis reb. ſtudium, quum nihil prętermitteret,ni fi prius
accuratèperſpexiſſet,ac cogno uiffet.Vt tulerit iniuftè ipfum repræhé. dentes,
neque conuitium his repoſuc rit:ut nihilproperatè aut cupidèaggrel fus fit: ut
calumnias nó admiſerit, ut di ligens fueritmorum actionúmque exa minator:non
obtrectator,conmeticu loſus, non ſufpitioſus, non fophifta. Quàm paucisfuerit
contentus, ut do moleco, ueſte, cibo,famulatu:quàm tolerans laborum,quàm
lenianimo: ut tempusnequeadueſperam propter ui ctustenuitaté egerit,ita ut
neexcernere niſi coſueta hora opus ei effet.Queeius in amicitia fuerit
conftantia, &æqua bilitas: quomodo tulerit cos, qui ipfius fententia liberè
impugnarent,gauilulý fuerit,fi quis melius aliquid oſtêderet. Qua ille deos
religione coluerit citra ſuperſtitionem,recordare, ut iibi quo quc ultima hora
perinde atque is fuit re ¿ te tibi coſcio adueniat. Expergiſcere, et tcipſumreuocafomnog
diſcuſſo co gitans quæ te inſomnia perturbarint,ui gilās ea intuere,utilla
inſpexiſti, Ex cor pufculo et anima con to. Corpuſculo nihilintereſt interres,
neque enim po teft difcrimen ftatucre. Rationiautem inter ca diſcrimen habetur,
quæ nóſunt ipfius actiones: has uerò oés in ſua ha bet poteſtate. Quod ipſum
tantùm eſt de præſentibus accipiendum, præteritę enim et futurę animi
actiones,ipſe quo que nullum habentiam diſcrimen.Ma nuiacpedi,dum ſuum agunt
officium, nullus eſtpræter naturam labor.ita ho mini quoqueea agenti quæ ipfius
ſunt partium, nullus eſt præter naturam la bor:ergo nę malum quidé.Quotuolua
ptatibus,acquantis frui contigit latro nibus, cinædis, parricidis, tyrannis?
Nonnc uidos ut qui ſordidas profiten. tur artes, uſque ad certum finem ſe pri
uatis hominibus accómodent? nihilom minus tamčſuæ artis rationcm retinét, nab
ea decedere uolunt. Nónne aútturpeft, fi architectus &medicus magis lux
artis rationé reuercatur,quá ſuam homo, quæ quidé ei eſt cum deo communis?
Aga& Europa, anguli ſunt mandi: uniuerſum mare, guttamundi: Athos, glebula
mundi: omne inſtans tempus,púctum cſt æternitatis. Omnia
funtparua,mobilia,interituiobiecta: 0 mnia inde ueniunt, profecta à principe
uniuerfi,aut per conſequétiam. Etenim rictus lconis, lethalia uenena, omniaos
maleficia,ut ſpina, cænú, pulcrarum et bonarum rerum ſunt additaméta, Non
igitur ea aliena ab eo quod colisimagi nare,ſed fontem omnium rerum confi dera.
Qui preſentia cernit,omnia uidit, quæ ab æterno fuerunt, et in infinitum uſg
erunt, Omnia enim ſunt eiuſdem generis, et conformia.Sæpenumero co gita de
omnium in hoc universorerum connexu, mutuag affectionc, Quodá cnim modo omnia
inuicem ſunt impli cata,ca ratione amica mutuò. Aliud enim ex alio
confequitur,propter con fantem motum, ac conſpirationem et fs unitionem (ut ita
dicam )ſubeſſe. Quib. negotijs addictus es ſorte tua, his teac commoda: et quibus
tehominib.fatū adiûxit, cos amore,idig uero,proſeque re.Organa, inſtrumenta,
uaſa, quumid agunt,cuius gratia funt adornata, bene habent et quidéis qui ea
parauit, abeſt abipfis.At in his quæ natura continen tur,remanet, intuſý eſt
uis ea paratrix. Ita tanto magis honoranda eſt, &exi ftimandū, li ſecundum
cius uoluntatem agere perſeueres, oía tibifecundum mé tem eſſe:idéo de alijs
hoíbus oíbusin tellige. Quodcu exijsreb. quæ extra te,negin tua uolútate ſunt
pofitæ, tibi Ppofueris,boniuel malinoie, id, fi uel utmalú tibi cótingat,
uelfi, cú pbono ducas,adipiſcinon poſsis, efficiet ut et deos incufes, et odio
habeas homines quiin cauſa ſūt,aut eo certe noíe ſuſpe cti habét, g uelmalú
hochabeas,uelbo no careas.Propterhác rerú differentia, quam ipfi ftatuimus,
fituc multa pecce mus. Quod fi ſola ea, quæ in nobis ſunt pofita,bona&mala
tractaremus,nihil cauſęreſtaret,ne aut Deú incufaremus, aut cú
hoíbusinimicitias ſuſciperemus. Oés ad eúde finé et effectú agimus: pars
ſciétes, et certo ordine,pars inſcij. Qué admodú et dormiétes.Heracletus nifal
1 lor dixit eſſe operarios,qui adiuuétlua opera hæc quæ in múdo fiút. Alius aút
alia róneid opus adiuuat:ſupuacanea opera eft eius qrephédit, et reniticonat
ijs quæ fiút, ea reſcīdere:nā et hocuti tur múdus. Proide animum aduerte, in
quorú tute numero reputes. Nã admi niſtratorhuius uniuerd, utiq tePombare
&è, et accipiet te inter cooperarios.Tu vero ne ſis huiuſmodieorú pars,
qualis eſtinfabula uilis ille et ridiculus versus, cuius mentioné Chrysippus
facit. Sólne pluuiæ munia obire cupit,aut Aeſcula pius terræ frugé ferētis?
Quid ucròfyde ra, anno diuerſa quidélingulis eſt actio, quętnadcómune opus
cóferat?Quod fide me et his quęmihieuenire debue rút, dij cófultauerüt, rectè
nimirú mihi confuluerút. Nam Deum fine confilio agentemnc cogitarequidem facile
est: quæautem fuiſſet cauſa, propter quam malè mibi confultum uoluiſſet? Quid
inde ad deos, et ad uniuerſum (cuius maximè habentróné fru et usredijſſet? Sin
de me priuato nihil conſultauerüt, ac deuniuerſo utigrationes duxerunt, ex quo
quum ea conſequutur que mihi cueniunt,non debet mc eoruinpcenite re.Sanède
nulla re eos confilium inire, impiū eſt credere: autneſacrificãdum, neprecandum,
neiurandum quidé, ne que quicquam corum faciendum,quæ fingula tanquam cum
preſentibus et u nà uiuentibusdijs agimus. Sed tamen fi nihil illi de nobis
ftatuerüt,licet mihi dcmeipfo cóGliú capere, ac demea uti litate deliberare.
Vtile aút eſt unicuig id, quod eſt naturæ eius et conſtructio ni cófentaneú.
Atnatura mea rationis eft cópos, et ciuili cætui accommodata. Civitas mihi est
et patria,quatenus quidem ANTONINUS SUM, ROMA. Quate nushomo,mūdus:hçcigit
tantùm mihi funt utilia, quæ his ciuitatibus condu cunt. Quælingulis cucniút,ca
profunt uniuerſo: id eratfatis ſcire. Sed &hoc addendum, quòd fi
animaduertere uc lis,ubig uidebis: quæ homini, autalijs hominibus * Sed
nuncuocabulumu tilis accipiamus latius, ut etiam medijs rebus pateat.. Quæ in
theatro aut fimili bus locis uides,ca quum ſemper eadem ſpectentur, et uniformia,
fpe et aculiſa tictatem afferunt. Idctiam de tota uita ſentiendum. Omnia enim
fuperiora et inferiora eadem funt et exijſdem cauſis excitcrunt.quouſ igitur? Adliduooís
generis homines conlidera, qui ex om nis generis profeſsionibus et nationi
busmortuiſunt: ita ut ctiam ufque ad Philiſtioncm, Phoebum et Origanio nem
deſcendas. Hic fanè cogitandum, idem euenturú nobis, quodaccidit tot cloquentibusoratoribus,
totgrauibus philosophis: HERACLETO, PYTHAGORæ, SOCRATI, tot Heroibus
prius,deinde tot du cibus, tyrannis: tum Eudoxo,Hippar cho, Archimedi, alijs
acutis ingenijs, magnanimis, laborioſis, callidis, contu macibus, his ipfis, qui
caducam hanc et et in dies durantcm uitam hominūſub ſannarút, utMenippo
&fimilibus.Hos omnes cogitandum eft dudú eſfemor tuos:quid auté maliinde
habent?Quid hi, quorumne extant quidem nomina? Vnumhocſummi cſt pretij,
ueritate iuſtitia feruata,mendacib. et iniurijsho minibus placidú uiuere. Cùm
teipfum oblectare uis, cogita virtutes corú qui uiuunttecum: ftrenuitatem eius,
illius uerecundiam, aut liberalitaté, aut aliud quippiam. Nihil enim eſt,quòd
tantam afferatlætitiam, quantam limilitudines uirtutum in eorum quibuſcú
uiuimus moribus expreſſæ,ac fefe cófertim offe rentes cófpectui. itaqz in
promtu haben dæ.Noniniquè fers, tot libras te appen dere, &non trecentas:
ita etiã quòdan norum certum, et conon maiorem ui ues numerum, indignari non
debes.Etc nim ut corporis tanram, quanta cibi eſt tributa,portionem probas: ita
&de té pore tibi ſentiendum eft. Annitendum eft nobis, ut perſuadeamusijs
cum qui bus agimus: lin minus, etiam illis inuitis id agendú eft,quod iuftitiæ
ratio iubet. Quod li quis ui te impediat,tranfi adę quanimitatem, eo impediméto
ad al terius uirtutis opusabutere:memor, tc cú exceptione quadaíftituere
actioné, negca appeterc,quęfieri nequeat.Itaq is füitimpetus animi tui, cui
ſatiſfiat, ii id, cuius caufa citatuses, cóſequat. Glo rięcupidus, alienā
actioné pluo bono reputat uoluptuarius affectioné,quai ple afficit:méte uerò
pręditus, ſuã actio né. Licet etiá nihil de hisexiſtimare.ipſe.n.res nó funt
eius naturæ, ut iudiciú no ſtrúefaciat. Adſuefac te, ut alio docéte cogitationes
nó aliò diuertas,fed totus animo diceris fisintétus. Quodalucari nó pdeſt,id
ncapiquidé pdeſt. Sinau tæ malè gubernét, aut no rectè curétur
ægroti,dicúr:alius erat quærendus,cui mecómitterē: aut quo hic faluté naui
gātib. uelægrotis ſanitaté afferet? Quá multiiam unà cũhis, quibuſcúin mun dum
uenerüt, ex múdo exceſſerút?Mor bo regio laboratib.melamarú uidetur: morfis
àrabida beſtia, aqua eft timori: pueris fphęrula pulcra cft. Quid ergo i
raſcor? aut tibi minor uis uidetur elle fal Gitatis, q bilis apudictericũ, aut
ueneni apud morſum à rabioſo animali.Nemo prohibebit, quin fecundú rationé tuæ
naturęuiuas:nec tibi quicqua accidet, quod fit cótrarónéuniuerg.Qualcsfút illi,
quibus cupimus placere, aut ppter qd, g cis ſuperlis,autper quasactiones? quàm
celeriter æuum omnia abſcon. dat: imò quàm multa iam nunc occultauit? eſtmalicia?id,
quod iệpenumero uidiſti.Et quic quid omnino acciderit, ex peditin promptu te
habere hanc rcgula, ſæpeid effe à te uifum. Om nino fi ſuperiora &inferiora
animore petas,inuenies omnia cadem eſſe, quo rum plenæ sunt priscæ,mediæ, recéteró
hiſtoriæ, et urbes, et domus:nihilnouú eft,omnia uſitata et breui durātia tem
pore.Neque uerò alia ratione extingui poſluntopiniones, quàm cogitacioni bus
quæ ijs respondent, abolitis: quas quidem ut continéter reſuſcites, in tua cft
pofitum poteſtate. Poſſum de re oblata exiſtimare, id quod oportet: li hoc poflum,
quid eſt cur animo pertur ber?Quæ ſuntextra mentem meam, ni hil omnino ad cam
attinét. Hoc modo affectus,rectus eris. Reviviscere potes: nam fi res quas antè
uidiſti, rursus apud animum tuum contempleris, exactam uitæ partem
qualirepetes. Inane pompa ſtudium, fabulæ ſceöi
tægreges,armenta,uelitationcs,oſsicu lumcatello proiectum,auteſca in piſci nám
iniecta, formicarūlaborcs,& one: rum geſtationes,murium perterritorü
diſcurſus, Gimulacra ncruis tracta ut le moucát. In his igit oportetanimo pla
cido, &non elato confiftere, et intelli gere,tanto unumquem dignum eſſe,
quâto ea in quibus ftudium fuú is po ſuit. In oratione ſingula uerba, inijs quæ
fiunt, lingulęappetitiones ſuntant maduertendę: ato hic ftatim uiden dú,quam ad
finem cæ referantur; illic quidfignificent: Sufficitne intellectus meus ad hanc
rem, an ſccus? Quòd G fufficit,utoř cô ad rem propogtam tanquam inſtrume to
mihiab uniuerli naturaconcello Sin g. contrà, aut eam rem alteri cuidam, qui
melius id poſsit, perficiendam relin quo,præfertim fi alioquin id agere offi
cium meúnó iubet: autipfe perago pro uirilimea, adſcito mihi auxiliario,cuius
opera mca'mensid efficerepoſsit,quod in præſentia fitcommodum, et focieta ti
hominum conducat. Quàm multi quondam fucre cele bres, quorum nunc fama eft
obliuioni tradita? quàm multietiam horum, qui iſtos celebrauerunt, è medio funt
fub lati?) Ne ducas tibi pudori, li cuius auxilio uſus es.Propofitúeftenim
tibiid agere, quod fit tuarum partium: perinde ac militiin oppugnatione muroru.
Quid ergò faceres, li tu claudicans folus con ſcendere propugnaculum nequires:
ab alio adiutus,pofles? Ne te perturbent futura. Nam fi ita uſus erit,
peruenies ad ea eadem inftru ctus ratione, qua nunc in præfentibus uteris.
Omnia inter ſe ſunt complexa ſacro nodo és i nodo neg quicquam ab altero eſ
alie ñum, ordincenim omnia certo funt dif polta, unum eundem mundum ex ornent.
Mundus ex omnibus conſtat unus, unusqueper omnia diffufus est d Deus, una
natura,unalex,unaratio cô munis omnibus ratione præditis ani mantibus, una
ucritas:Siquidem etuna eſt perfectio eorum quę eiuſdem funt ni generis,
eiufdemó participia rationis ui animantium.. Omneid quodmateria conſtat, ce
lerrimè in uniuerlo abolei: omois cau io fa, celerrimè in rationem uniuerfi
adlus mitur:omnium rerum memoria quàm 20 primùm æuoconfunditur. id Ratione
prædito animali cadem a. EEtio et fecundum naturam eſt, et fccun dum rationcm.
Rectus,an qui erigatur? Quam ra. Itationem in unitis et compactis corpori bus
habent membra, eatn obtinent ra tione prædita animalia in diullia, præ parata
ad unam quandam actionem. Hæc cò magis animum tuum tanget, ſi crebro tibiipfi
dicas: pars fum cius, quodeſtex ratione præditis conflatū, corporis:Si autem
propter elementum R.dicas te eſfc partem, nondum ex ani mo diligis homines,
nondum ex bene ficentia delectationcm capis, quam ue rè apprehendat
animustuus,adhucde cori tantùm cauſa ita agis, non ut in te ipfumbeneficium
conferens. Sanèalijsquęcun et accidant,corum eft, fi uelint, ca culparc.Ego
quidem re bus mihi contingentibus, niſi in malis eas ducam, nihillædor:&
licet mihi ea non putaremala. Quicquid alij loquantur et faciant, mc quidem
oportet ellebonum:haud aliter,gliaurū uel ſmaragdus,uelI pur pura ſemperita
diceret, quicquid alij dicant, aut faciant, ſmaragdum eſſe o. portet,me colorem
ſeruare mcum. Mensipſa ſeipſam nó perturbat,hoc cſt,non afert fibiipfiullam
cupiditaté autmctum.Si quid aliud eſt, quod pof fit cam terrere aut dolorem
afferre, fa ciat ſanè: ipſa quidé per ſenulla opinio. nc libihosmotus affert.
Corpuſculum ucrò uerò ipſum curet, ne quid patiatur dis cato, ſi quid
patitur.Animonullus me tus dolor,aut opinio horum accidere pót.negem ci
ſunthabitusad hęc. Per le omnimetu mcns uacat, niſ feipfam deftituat:ita
&perturbationis, et im pedimenti exors. Felicitas eft bonus dæmo, ſeu bonü.
Quid igiturtu hic agis phantafia? ubi, unde ueniſti, non enim te opushabeo. Sed
uenifti fecundum priftinam con fuetudinem: non tibiſüccéſco, faltem abi, Siquis
mutationem timct,is cogitet able ea nihil fieri poffe, ncque eſte ca quicquam
naturæ uniuerli amicius.An tu lauare poffes, nifi ligna mutarentur? aut
ali,nifi nutrimétomutato?autquid nam aliud utile poteft abf mutationc fieri?Non
ergo uides etiam tuimutatio nem carum limilem eſſe,ac perinde nc ceffariam
uniucrü naturæ. Per uniuer ſam naturam:tanquam per torrcntem, tranfeunt omnia
corpora,uniuerſo ipa cognata, et eius opcrum adiutoria, uti et nostra invicem
luntmembra. Quot Chrysippos, Socrates et Epictetos xuí iamn deglutijt. Idem de
omnire et homi ne tibiad animum accidet. Vnum hocmeſolicitumtenet, ne ad faciam,
quodhominis conſtitutio aut nolit factum,aut alio modo, uel tempo re factum
velit. Propediem erit, ut et tu omnium re rum obliviſcaris,& nulla Gtuſquam
tui memoria. Proprium hominieſt,ut etiam cos di Jigat,qui peccant. Fiethocl in
menté tibi ueniat, elle cos tibi cognatos, im prudétia, et inuitos peccare, paulò
pòſt et te, et illum qui peccauit,moriturum; idý potiſsimum,nó lælum te ab
co.no enim eius peccato tua mens deterior, quàm fuerat,facta eſt, Natura mundi,
ex uniuerſitatetaną ècera modò equum finxit,moxco con fuſo, materia iſta ad
fabricam arboris ulacſt,deinde ad homunculi, inde ada. liarum rerum.Harum
ſingulæ quá bre uiísimo duraruntſpacio. Atquiarcula utlicompingatur,nihil
eftmali:ita neli diffoluatur quidé. Irati uultus oío eft cótra natyrä, quádo
fæpius immoriedi fit prętextus,aut ad extremú extinctus eſt,ut oſo
inflammarinópotuerit. Hoc ipfo intelligere labora, irá à ratione effe alienam.
Nam fi etiã ſenſus peccati nul lus erit, quæ erit uiuendi cauſa? Quæcung uides,
ea iam iam à guber natrice mundi natura in alias, rurſuso et deinceps in alias
mutabit formas:ut femper recens fit mundus. Si quís aliquid contra te
deliquerit, ftatim cogita quánam boni uel malio pinionc pcccauerit: id.n.fi
cernas, miſc reberis eius,acneobmiraberis,neq ira fceris.Nam
autipſeidé,quodis,bonum putas, aut aliud quidda eiuſdé generis: venia ergo
danda: Sin tu secus de bonis et malis iudicas, cò placabilioreris ei qui falsus.
Non deijs quæ abſunt, tanquam de præfentibus cogitandum eſt:fed præſentium ea
quæ ſunt aptiſsi ma, deligenda funt,illorumg caulame moria repetendū,quánam
rõefuiſſenç quærenda fiquidem abfuiffent.Caueta men præſentia adeò probes, ut
etiam in honore ca habeas,ac fi quãdo abſint,p turberis.Intra teipſum uertere. Hæceſt
natura mentis,utiuſtè agens, in hocg acquieſcés,nihil extra fe quærat, Aufer
uiſå inhibemotum ncruorú, cir cunſcribe inſtans tempus,cognoſceid quod
uclţibi,uel alij accidat, diuide fubiectum in materiam &formam, co. gita de
poſtrema hora, Quod peccatú eſt, ibi ceſſat, ubi pec cațum ſubliſtit,
Intendenduseſtanimus ijs quæ dicuntur, mente penetrandum in causas et effectus,
Exorna teipfum fimplicitate& uere cúdia, coś, ut quæ ſunt medio inter uir
tutem et uitium loco, in nullo ponas di fcrįmịne, Diligehumanum genus, obſe
quereDeq:is enim aitomnia fieri certa lege. Quod fi diuina ſunt etiam elemen
ta. Sațiseſt meminiſſę, hæc omnia certa lege conſtare,aut admodú paucaſecus,
Mors é auţ diſsipatio,qui indiuidua rum particularum ſecretio,aut exinani
tia,autextinctio, aut migratio, Dolorli fitintolerabilis, mortem af,
fert:diuturnus ferri poteſt,interimga. nimus ſuam retinet tranquillitatem,ne
que fit deterior. At partes dolorç con fectæ, ipsæ quæratur,fiquidem poflunt.
Honinum opiniones de gloria intue cil re, quales Gint, quid propolitụm habc
cidant,quid fugiant, Lide Viß in littore maris arenæ cumuli Co- alij
ſuperaliosappulg,prioresoccultát, įta in uita quo priora à ſubſequenti bus
celeriter abſconduntur. Platonicũ. Quiigituranim ocſt præ unditus alto et
cognitioné habet omnis temporis, omnisg naturæ,an tu cúpu er tas exiſtimarç,
quòd hominis uita ma - gnum ſit aliquid?Nequaquam,reſpon sc ditille. Ergo,inquam
nemortem qui B: dem in malisille reputabit? Minimè Era uerò, Antiſthenicum,Regium
eftmalè au dire, çum bene feçeris. Turpe eſt uulta co obſequi intellectuiſco
componercita uutisiubeat,cumipfeintellectusſeipſum non componatat ornet.
Namrebus iraſci,nihilfanè expedit: Iram curăt enim noſtram nihil.Dijslę.
tiignaris, et nobis gaudia doncs. Frugiferam uti fpicam mcæ uitæ mc tam. At hoc
quidem effe, illud nona then Lam LIK trCurl be Quod ſi dij me, libcross
ncgligunt, Ratio eft et huic. Meum enim est bbene efle et iustitia. Non una lugere,
Deg tremere. Platonica. Ego autem haudiniuria hoc retule. rim.Non rectè dicis,
ô homo,liputas ef ſe uel uitam uel morté aliquo in diſcri mine ponendam ciuiro,
qui uel alicu ius fit precij:acnon id potius unum có fiderare cum inter agendum,iuſténcan
iniuftè agat, et eáne fintuiri boni anue rò fecus.Reienim ueritas, et Athenien
ſes, ita habet, ut quo quis loco ſeipſum conſtituerit, exiſtimansita optimum el
fe,aut cum ita Gtoptimum,cò colloca tus fuerit, ibi (mea quidem ſententia )
perGftere debeat, ac quoduis pericu lum ſubire,neg mortem, uelullam alia rem
turpitudine grauioré ducere. Sed heus tu,uide,ne animimagnitudo,cibo pum aliud
quidpiam ſint, quam ferua re, et feruari. Neque enim conceden dum eſt,eum
reuera uirum diçimereri, qui quantocuný tempore uiuendum, acquc rationem uitæ
habendamputat: Sed 1 leo sel gar, CO all 1 WC 1 ef Sed eum, qui dehis cura deo
commife la, credens mulieribus, non pofle fa tum ab ullo euitari, id consderandum
porrò ducat, quánam rationetempus uitæ conceſſum fibi quàm optimè exi, Curſus
liderum conſiderareexpedit, quali eos comitaremur, et elementorú mutuæ
mutationes crebrò cogitandæ. Hæ enim cogitationes uitæ humilis for des
abſtergent. Bene eſt à Platonchoc dictum.Etiam cùm de hominibus loq. mur,
intuendum est in pes terrenas. Etc nim qui memoria altius repetierit ho minú
cógregationes,exercitus,agricul turas,nuptias,pacta,ortus,interitus,iu 1.
diciorum turbas, uaftitates regionum, varias. Barbarorum gentes, ferias, lu
dus, nundinas, in ſumma, qui colluui cm illarum, et ex contrarijs compol tum
præteritorum aceruum, tantas 191 imperiorum mutationes recoluerit, is ecià
futurā præuiderc poterit. Quippe et candem hæc habent cum præteritis for mam,
nem alio possuptmo fieri, Itaçćç Cu alia edbo en idem eſt, quadraginta, an
decies milių ſpacio annorum uitam humanam exa mines, nihil enim amplius
uidebis. Exterra enim nata in terramredacta funt:quæucrògenus traxeruntcælitus,
redicre ad æthercúpolü: fiuehæc quæ dissolutio complexuum, quibus ato
miiunguntur, sive elementorum passio nis expertium dissipacio. Cibis, potug, et
magicis adeo artibus Avertimus currum, et mortis fugi mus uiam. Flantem
diuinitus auram Opus eft tolerarclaboribus, Luctu, lachrymisg calentibus. Est
aliquis te peritior luctæ:quid tú? at rófocietatis humanę ſtudioſior eſt, non
uerecundior, non ita commodè fert ca quæ accidunt, nó ita mitis homi num
peccatis. Vbicung poteft aliquid perfici,fecun dum cómuné dijs et hominibusratio
ncm, ibi nihil eftmali.Nam ubi utilita tem conſequi licet actionis, quære&a
uia proccdit fecundum conſtitutioné i hominis,ibinon cft uerendum nequid fubfit
tog fubfit damni. Vbig et femper in tuacſt manupofitum,ut ca quæin præfentia di
biacciderunt, et approbes piè, et cúbo minibus quicccum lint,iuftè agas,
&ui ſa oblata artificiofe examinesne, quid non facis perceptum admittatur.
Noli aliorum mentes circumſpicere, ſed cò recta intuere, quò te natura ducit,
cùm uniuerli, per ea quæ tibieueniunt,tum tua per ca quæ tibi ad agendum ſunt
propoGta. Id autem unicuiq ad agen dum proponitur, quod eft eius conſti tutioni
conſentaneum. Porrò ita con ſtituta ſunt et comparata fingula: reli qua quidem
omnia corum cauſa, quæ mente ſunt prædita, nimirumdeteriora pręſtātiorum causa,
ratione autem pro ditorum unum alterius caufa factú cft. Primas igitur inter
partes ex quibus ho mo conſtat, ca pars obtinct, que fo cietatcm humanam reſpicit:
alteras, ca, fibi à perſuaſionibus corporeisillo abſtinet.Rationccnim et intellectu
prę ditimotusproprium eſt, ſeipſum circa ſcribere, &nco ſenſitiuæ,ncqueappe
titiuçmotioniſuccumbere:harumem utrag ctiam brutorum cft. 1 qua Atintelle&iua
principatum obtine re, neq ab illis regiuult:neciniuria, quig pecuius natura
ferat,ut omnibus reli quis ipſa utatur. Tertiú eſt,uacuitas te meritatis et erroris.
Quibus intéta pars princeps, rectà progrediat, ſuis cóiéta. Tanquam mortuo,
&qui hactenus tantùm uitæ uſura fuerit cóceſſa, quod ſupereſt uiuendum tibi
crit fecundum naturam,tanquam ex abundanti. Tu ſolus ca diligens, quæ tibi
fatum iniunxit, contentus efto. Quid enim magis congruum, quàm ut ſingula cue
niunt,ftatim cosante oculos habere, et cum eadem ipfis cucniffent, indignati
ſunt,nouitatem rei mirati, &repræhen derunt ea. Vbinuncijſunt?nufquam. Quid
attinet te corum fimilem effe uel le? acnon potius alijs fuum morem rc linquere,
ipfein hoc effe, utrebustuis bene uraris? Idý poteris præftare, nec
deeritmateria, modò animaduerte, et ftude, uttibiipliin omnibus actionib.
uidearis honeftatem confecutus. Vtri ufgz uerò actionum finis recordandum
cft.Intrò reſpice:intuseft fons boni,ſem per ſcaturiens,fiquidem femper fodias.
Corpus conftare,acneq motu, ncg habitu diffolutum effe debet. Sicutem mens
efficit, ut vultus Gt compolitus et aptus, ita detoto corpore uttale Gt
annitendú eſt. Omnia hæc curandu é, ut ne oftétationis caula Gimulata fint.
Vivendi ars palæſtricæ cft, quòd ſal tatoriæ fimilior,eò quòdipfa quo cu
rat,utad ea quæ incidūt,neq; ancè lune præcognita,parata fit et à caſu tutum
hominem feruet. Adliduò inquire, qualesij fint, quos teftimonium de te ferreuis,
ac quæ co rum fint mentes.Ita nco cos qui inuo luntariè peccantculpabis, nee
teſtimo nijegebis,fiinipfosfontes infpicias,un deijopinionesfuas,appetitiones
hau ſerunt:Omnis animus, inquit illc, non ſua ſponte priuatur ueritatc: idem
sentiendum de iustitia, temperantia, benignitate, omnibusý limilibus. Atnecef
ſariū eſt quâ maxime, id te nunquã nó meminiflc:ita. n. erga oés crismitior.
Dcomni dolorein própru fit tibi co gitare, cum ncg turpem efle, neqmen
tégubernątricem reddere deccriorem feras. Id quog recordare,multa cú ea quippe
hæcnegrationc materiæ, nem ſocietatis humanędamnum accipit. In maiori autem
dolorum numero etiam Epicuri dictum prodeſt,eum ncg into lcrabilem eſſe,ncg
æternum. fiquidem finium recorderis,ac non preiudicium in dem habeantcum dolore
naturam, ta men occultèmodò moleſta eſſe:ut dor miturire, eſtum
ferre,nauſeare:quorum aliquod li moleftè fers, dic tibiipfi,te dolori
ſuccumbere. Vide neita afficiaris contra inhuma nos, ut homines contra homines.
Vnde nobis conſtat Socratem fuiffc illuſtrem et meliori conſtitutionc præ
ditum? Non enim ſatis eſt eum clariori morte occubuifle,aut peritiùs cum So
phiſtis diſputalic, et patientiùs in frigo re pernoctalle, et Salaminium abdu cere
iuſſus,fortiter rcpugnaſſe, acíuijs maieſtatem uultus præ ſe tuliſſe,dequo
maximè dubitari poteſt an uerú id fuc rit. Sed hocconſiderandum eſt, quo ani mo
fuerit Socratcs,an potuerit conten tus efle, Siiuſtumfc hominibus præbe ret, ac
pium erga deos, annequç teme rè ob aliorum maliciam litindignatus, nec ullius
inſcitiæ ſubferuiuerit, an ni hil corum quæli uniuerſi natura attri buiſſet,
tanquam peregrinū autintole rabile acceperit, nunquám ne affecti bus carnis
conſentientem mentempræ buerit. Non ita confudit omnia natura, ut no liceat
circúfcribere ſeipſum, et quæ ſont propria cuix, caipfum in ſua reti nere
poteftatc.Admodum cnim poſsi bile eſt,ut quis diuinus uir fiat,acă ne mine
cognoſcatur. Hụius ſemper me mento:atqhuius etiam, quòduita bca ta in
pauciſsimis rebus eft pofita. Nog guia deſperattice Dialecticú autPhyl cum
futurum,iccirco etiã liberú,pudi cum,fociabilem,deog obedientem to fieri poſſe.
In maximaapimi uoluptate licețui uere, tutum ab omni ui,utcung omnes quæ uolunt
contranos clamitent:etia li corporeæ huius molis membra å ferig laniétur.Quid
enim obſtat, quominus intcrim meas ſeipfam conſeruet in tran hic 10 5
quillitate,uero de rebus præfentibus iudicio, et uſu corú quæ ſuntpræma.
nibusexpedito: ita quidem ut iudiciú rei fubicctæ dicat: fanè cu natura tua họces,etfi
aliud uideris:urg ulus dicat rei oblatæ: Ego te quærebam. Semper cnim id quod
adeſt, materia mihi eſt exercendæ uirtutis rationalis et ciuilis, omninog
uirtutis humanę aut diuinç. Omni enim id quodaccidit,deo eft aut homini
familiare, ncgnouum, ncgin fractabile,ſed conſuctum et tractabile. Perfectio
morú hocpręſtat,ut omne diétanquá ſupremūagas,nihil tremas. nihiltorpeas,nihil
Gmules.Dij, cu Gar immortales, tamen non indignè ferút, quodin tam diuturno zuo
ſemper om nino tot improbos homincs perferre debeant: quinimo illorum curam fum
mamgerunc. Tuautem qui iamiam cef fabisuiuere,defperas,idg unus è numc
romalorum.Ridiculumeft te non fuge rc tuáipfiusmaliciam, id quod potes, aliorum
uelle fugere, quodnonconce ditur tibi. Quicquid rationalis et ciuilis tua uis
inuc vn. ich inuenerit nc rationi
cóſentancū,ncq ad focietatem conducens, id rectè ca indignum iudicabis. situ
benè alicui feciſti, et cſt, quià to beneficium acceperit, quid præter hæc duo
tertiumaliquid requiris ftultorü more,ut et uidearis bcnè feciflc, et gra tiam
recipias. Nemo defatigatur accipi endo aliquid utile. Atqui utile tibi cita
tcſecundum naturam aliquid agere: nc igitur dum alij prodes, dcfatigare tibi
aliquid boni parando. Vniuerfi natura olim ad mundum fa bricandum fe contulit: nunc
autem uck omnia quæ fiunt, confequétia fiút ſua,, uel ctiá in præcipuis corum,
ad quæ fa mundi gubernatrix natura confert, ra tioninullum locum efle et cóGlio,
tené dumeft. Hoc, et memoria tencas, multis in rebus animo ut his tranquilliori
cffi ciet. hs 1 'D quoqad minuendamglo riæ cupiditatem facit, quòd non licet
tibi adhuc totam uitam,quæàprima tuaæta te fuit, philofophicè uiuere: fed cumul
tis alijs, cum uerò tibi ipli manifeſtum eſt factum,teproculà PHILOSOPHIA abef
fea Gonturbatæ igitur funt tuæ ratio nes.cumaço ipfeiam nomen philofo phi
facilèpoſsis adipiſci, et tuum inſti tutum repugnet. Siitaque uerè perfpe
xiſtį, in quo litrespofita, omitte curare quis habearis:fatis autem fit tibi
fireli quú uitæ arbitrio naturæexigas. Quid ca uelit, cogita, hinc te nihil
diuellat. Expertus enim es circum quotres ua gatus,nufquam uitam beatam inuene
ris:nonin ratiocinationibus, non in di uitijs, non in gloria, non in voluptate,
nullibi.Vbi uero eſt?in agendo ea, quæ hominis natura requirit.Quomodo ita
aget? Si eahabeatdogmata,à quibus có ſentạneæ appetitiones &actiones ueni
ant.Quęſunt illa?debonis& malis.Sci licetNihil, effebonühomini, quod nó
reddit iuftum, temperantcm, fortem, li beralem:nihilmalum,niſi quod horum
contrarium efficiat. In omni actione à teipfo quere, qua lis ca tibi Gt. Nec
poenitentia eiusmoue re: parum abeſt, ut moriaris, &omnia è medio fint. Quid
prætcrca requiro, li præſens a &tio animalis eſt mente prædi ti,ſocietatis
hominum ftudiofi et deo æqualis. Alexander, Caius, et Pompeius, quid hiad
Diogenem, Heraclitum, vel Socratem? Hi enim nouerant res, earum cau
ſas,materias:ita erant ipſarum mentes. inſtructę.Ibiuerò, quibusin rebuseſſet
prudentia, et feruitus. Nihilominus cadem facicnt,eciam litute ruperis. Primum
cſt hoc,neperturberis:om nia ſecundum uniuerli naturam eucni unt:paulò
pòft,nuſquam eris,ficut núc Adrianus et Auguſtus. Deinde in rem ipfam
intucre,eamg cólidera,recorda tusoz debcrc tc eſſebonum uirú, acad hominis
natura uelit, ageid quod pro pofitum eſt cóftanter, aciuſtiſsimetúc te egiſſe
puta:modòplacidè,uerecúdè, et citra ſimulationem cgeris. Vniuerli naturehoc
agit,ut quæ hoc modo habcnt, aliòm Pomba, et exuno lo coin alium res
transferat: Omnia con Itant mutationibus, neß quicquã mc tue: nihil enim
noui,omnia uſitata cue niunt, et æqualiter diſpenſantur.Cæte fum unaquęg
natura,firccta uia ingro diatur,fibiipfi fufficit.Natura autem in tellectiuaid
facit, G'in cogitationibus, id obſeruet,ne falſo,aut obfcuro aftipu letur:
impetus animi ad eas folum actio ncs dirigat, quæ faciunt ad ſocietatem hominum:
catantum appetat et uitat, quæ in nobis funt pofita: omnia quæ à communi natura
tribuuntur grata ha beat. Hiuius enim pars eſt,bcutnatura fi lij,naturæ ftirpis
pars eſt: nifiquod hæc eſt eius naturæ quę et ſenſu et intelle Au
carcas,impedirepoſsit:Hominjsną gratis
non iraſci. tura,pars eſt naturæ quæ impedirinon poſsit,intelligat, et iuita
fit:liquidem æ qualiter, et pdignitate uniuscuiuſuis tempora,ſubſtantiam,actionem,
et eué ta diuidit. Congdera autem æqualitaté că inuenturum te fifingulas res
exami nes: finunam cum uniucrGs conferas, non item. Atqui licetlibidinem
arcerc,uolup tatibus &doloribus ſuperiorem eſſe, item gloriola: licet ctiam
ſtupidis et in Nemo te audiat uitam aulică repræ hendere,ac ne tu quidem
teipfum. Penitentia eſt repræhenlo quędam fui ipfius, propter bonü aliquod
dimif ſum:bonú uerò, oportet utile effe, ideo qúe ciºcura é haběda uiro bono et
ho neſto.At nullus talis pænitentia ducc turobneglectam aliquam uoluptatem,
ergo uoluptasncqin bonis eft, ncoin utilibus numeranda. Resita expédendæ
ſunt.Quid é hocp ſc, et fua, ppria cóftitutionc? ģei° ſubită tia &materia,
quæ forma? quod eius in mundo officiú,ac quandiu permanet? Si difficulterà
fomno expgiſcaris, reminiſcere conſentaneum eſſe tuæ conſti tutioni, et naturæ
humanæ, ut aliquid agas quod coetui humano pſit. Atdor mire,etiam brutis eſt
communc. Quod autem unicuiq ſecundum naturam eſt, id et magisproprium ei eſt,
et cognati us, adde etiam gratius. Hoc aſsiduo et quibuſcũæ incidétibus
cogitationib, li fieri pofsit, in promptu habendum. Si de natura,
affectibus,aut alijs reb. diſputare cum aliquo libet,ftatim teip fum antè
interroga: Quænã is ſentit de bonis &malis.Nam opiniones de uolu ptate et dolore,
eorumg efficientibus, de honore, ignominia, morte, uita. Non debet mihinouum
aut mirum uideri, li quæ res hoc aut hoc modo a gát: cogitabo em, ita opus efle
fieri. Co gitabo, licut turpe fit uelle me in mira culum raperefificus fructum
ſuum pro ducat, ita etiam, fi mundus ea proferat, quorum eft ferax: etiam
medico et gu bernatori turpe fit mirari uelle, li quis febricitaret, aut fi
aduerſus uentus exi Iteret. Memento mutare ſententiam, et re aệ et èmonentiobſequi,perindeeffe
libe ri. Tua enim adio fecundum tui animi impetum fit atque iudicium, tuamo
mentem. Siin tua eſt poteſtate,cur facis? linin alterius,quid repræhendis?
atomósne, an Deuni? quorum utrungeſt cum inſa nia coniunctum.Nihiligitur
repræhen dédum.Nam fi potes,uel eum qui cau ſa eſt,corrige,ucl,fi prius
nequis,rem ip fam: lin neutrum,quid iamtibi profuit repræhēdiffe? atqnihil
fruſtra faciédű. Quod moritur,non excidit è mun do:nam ut conftat, et mutatur,
ita etiã diffoluiturin elementa, quẹtibifunt cũ mundo communia.atq hæc ipfa
ctiam mutantur,negindignè ferunt. Vnum. quodgeſtad certum finem factum, ut
uitis, equus. quid mirum? etiam ſol, et reliqui dij pofluntdicere,cuius rei cau
fa facti funt. Tu ucrò cuius cauſa? num uolupta tis? uide an hocferat
intellectus. Natura confilium inijt de uniuſcuiuſ quereitam finc,quàm initio et
duratio nc. Si quis pilam inſublimçiacier, quid h nam ea uelcûm effertur,
uclcum defert, aut cadit quid bonimaliucpatit?Quid bullæ boni accidit fi
conſtet,autmaligi diffoluatur? Idem de lucerna poſsisin telligere. Cogita
quidfiat corpuſculo Genelcat, ægrotet,fi ſcortetura Breuis uita cft et laudantis,
et cius q laudatur, cius quimentionem facit, et eius, cuius mentio fit:prçterca
fit hocin angulo portionis mundi, acncque ibi quidem omnes contentiunt, imò
nelie bi quidem ipfi quifqua. Tota ucrò ter ra punctumeft. Animum aduerte ſubicctæ
opinio. ni,actioniaut di&to. Meritò hçcpatcris, malles uerò cras bonus
fieri quàm ho dic. Siquid ergo, id ita fit à me, ut ad
benefaciendumhominib.referatur.Ac cidit mihi aliqd,referoidad Dcos, om niumg
rerum fontem,& originé,à qua omnia inter ſe connexa dependent. Lauare,quæ
tibires uidetur? Oleum, sudor, sordes, aqua, ſtigmenta: omniaab ominanda.Ita fe
omnis pars mundi, om nisgres ſubiecta habet. Lucilla Verum, deinde Lucilla
fecunda Vini, da Maximum.Secunda Diotimum,Fau Itinam, Antoninus hæc omnia.
Cęterű Adrianum, inde Celer. * Vbi ucro auſte ri illi &uates, et inflaci?
ut ex auſteris Charax, et Demetrius Platonicus, Eudemon, et fi qui alij tales.
Omnia in diem durant.iampridem mortui ſunt:quorú dam ne minimo quidem tempore
dura uit mcmoria: quidam fabula facti ſunt: ponnulli etiam c fabulis jam cuanue
rűt.Idigiimemoriatenédú, g necelſeç rit autdiſsipari tuâmixturā, autextin
guianimulă,autmutari,ctaliò trasferri. Læticia hois é, ut faciat quæciſuntp
pria.Propria aút cius funt:beneuolétia crgaſuũ genus,cótéptusmotuúq ſunt in
lenGb.diftin &tio inter uiſa pbabilia, cótéplatio naturæ uniuerfi, et corúqſe
cundú că fiút.Itě tres refpeétus:unus ad cauſam pximā,alter ad diuină çaufam, à
quaoíaoíbus cueniüt,tertius ad cose nobiſcü uiuút. Doloraut corporima lus
é:ergo ipfum id pnúcict,autalo.Scd animuspoteft fuam tranquillitatem et ferenitatcm
conferuarc, ncc dolorem pro malo ducere. Omnc enim iudici ým, omnis
impecus,appetitio, et inclinatio intus eſt:ncq.ci dolorquicquam mali affert.
Quare omnia uila tolle ex animo, Continenter te ipſum admone:Núc in mea cft
poteſtate,ut in animo hocni hilfitmaliciæ,nihil cupiditatis, nihil. cu multus:
accum omnia ita cernam, uti funt, fingulis utor pro ipsorum dignitate. Hoc tibi
licere,memineris fecúdum naturam. Loquere et in ſenatu, et cum quibus
cunghominibus compofitè.Sana ora tione non eſt apertè femper utendum. Aula
Augufti, uxor, filia, ncpotes, po ſteri,ſoror,Agrippa,cognati,proping, amici,ſoror,
Agrippa,cognati, propinqui, amici, Areus Mæcenas, niedici, sacerdotes: omnino
totam aulam mors abripuit.Deinde etiam accede, ubinon unusmodò eſt mortuus
homo.Defecit tota Pompeiorum gens:hincmonimen tis etiam inſcribi uidemus,fuiſſe
aliqué cius familiæ ultimum. Quàm anxij uc rò fuere maiores cius, ut aliquě
ſuccel forem relinquerent: et tam necesse eft aliquem efle ultimum. Vita
componenda est ita, ut conftet uniuſcuiuſ actionis ratio. Quarum li unaquęg
ſuum, quantum cius fieri po teſtpræſtet officium, contentus fis:at queid
quominusfiat,nemo tibi obfta re poterit.Sedobftabit,inquis, aliquid
extrinſecus. Nihil quidem, quodiufti ciæ,modcſtię &prudentiæ impedimen
tolt. Atqui fortaſsis aliquiduim agen dihabens impediet? quin tu id impedi
menti boni conſule, fico ftatim facto tranfitu adid quo conceditur moderá to,alia
emergertibi adio, quæ ad cam, de qua loquimur, conſtitutionem qua
dret.Accipiendumline faſtu, dimitten dum cum facilitate, Si quando uidiftimanum
abſciſlam, uelpedem,capútuc amputatum alicu biſcorâmă corporciacere, cogita ei
ſe adfimilarc pro uirilifuahunc, qui im pá bat ea quæipli eueniunt,ſeg à commu
ni ſocietate feiungit,aut agit aliquid ab čaalienum, Ita tu te ipſum ab
unitione Dáturali abrupiſti,cuius eraspars narº: nücuerò teipſum abfcidiſti.Id
uerò fei tum eft, quòd iterum tibilicetei adiun gi:id quod nulli alij parti deus concef fit,
ut ſeparata et auulla rurſum inoleſce ret toti.Hicmihi bonitatem conlidera, quæ
homini tantum honoris detulit. Nam et initiò iplius in manu pofuit,ac à toto
auelleretur: et deinde, ut auulfus redier,iterug cócreſcerco locü partis
recuperarepoſſet, dedir. Nãquéadmo dugngulç ferè rationis cópotes naturą ab ea
cæteras facultatcs, ita nos quoß hanc ab ipſa accepimus. quemadmo dumenim ipſa
omne id quod obftat et rcfiftit,cóuertit, et fato fubijcit, ſuam partcm
efficit:ita animal rationc prædi tum poteft omne impedimentum pro ſua materia
accipere,coğuti adid, qd intenderat. Note cogitatio totiusuitæ confuna dat: neq
animum aducrte ijs,quæ mul ta uidentur dolorem poffe afferre. Sed ſingulis
rebus oblatis à te ipfo quæro, quid náca in rc Gtintolerabile:id cnim pudebit
te fateri. Deindememineris,ne que præterita tibi, ncquefutura ullam
afferremoleſtiam, fed præſentia tantű. Achæc cxtenuantur,& fuis ca limiti,
bus, determines, cogitationem tuam redarguas,fi ca tam cxiguæ reinó Grfo rendæ.
Num iam domini tumulo adfident Panthca, aut Pergamus? Num Adriani sepulchro
Chabrias et Diotimus? ridi culum hoc. Quid verò G adGderent, ſentiréntne illi?
autuoluptatem cape Tent, fiquidem ſentirent? aut fi cam ce piſſent, an
coimmortales eſſentreddi te? Nónnchis quoquefatum fuit,ut ſencs &uetulæ
priùs ficrent, inde mo scrétur? Quidautem illi poftmodò fa ciét, his mortuis?
Oia hæc fætida funt, et tabus in facco. Si acutèuidere potes, afpiccetquàm
fapientiſsimè iudica,inquitille. In conſtitutionc animantis mente præditi
nullam inueniouirtutem quæ iuſticiam cxpellat: Sed quæ uolupra. tem
cijciat,uidco continentiam. Si tuam opinionem detrahas ab ea quod uidetur
dolorem afferrc, ipfe in tutiſsimo es collocatus.Quisipſe? Ratio.Verùm ego,
inquies, non ſumra tio.Efto.Proinde ratio ſeipſamnedolo re afficiat:Si quid
aliudin te eſt quodlæ datur,ipſum de fe iudicet. Cùm impedit fomnus aut
appetitus, idmalú accidit uegetatrici animæ: quæ &alia ratione offenditur.
Ita fi mensim pediatur,fitcum damno mente prædi tę naturę.Hæcoía ad te
tranſfer.Dolor, uoluptas,attinguntte?Si uiſus impedia tur
quominuscernat,impedituriã fen ſus. Quòd fi abſos exceptione aliquid
appetis,iamid cú rationis capacis par tis incommodo fit:lin communetibi p
poſitum eſt, neg læſus es, nec impedi tus. Mentis quidem proprias actiones
nihil aliud impedire poteft:nonenimac tingitur ab igni ferro,tyráno,autcalum
nia,aut alia ulla talire. Sphæra cum fit,rotunda manet. Indignum eſt, me mihi
ipfi dolorem afferre,quinullum unquam aliúlubens læferim. Alijs aliæ res
læticiam afferunt:mihi, fi pars mei princeps fana ſit, ne auerſe tur quenquam
uel hominem, uel humanum calum:Sed omnia placidis afpici at oculis, omnia accipiat,
ijsý utatur uti dignum est. Difce præsens tempus tibiip, gratificari. Qui
commendationem pofterita tis magis curant,nó reputant dos horú Similes
futuros,quosnuncægrè ferunt, argipä сcia mortales. Porrò quid om nino tua
intercít, a talibusi) uocibuste cantent,autita de te fèntiant. Tolle mc, et ponc
quocung uoluc tis, ibi enim utar genio mcopropicio.i. cótéto,& habeat ſe
&agar naturæ mica confequenter. Id uerò an dignum eft,ut malè props tereà habeat
animus meus, ac feipfo de terius?abicctus, appetens, anxius;per. territus?
Ecquid co dignum inueniam? Homini dihilaccidere poteft quod nó fit humanum,
nccboui,uiti,ſaxo quic quam, quod nonlit confentaneumcius naturæ. Quòd fi
unicuigid contifigit; quod et cófuetum eſt,& naturale,quid eft cur
indigneris? nihiliticoletabile ci bicommunisadfert natura. Sin propter
cttrancam aliquam ré perturbaris: nó A illa tibi, fed tuum de ea iudicium, molc
ſtiã affert: id uerò ut abolcás, in tua eſt poteſtate. Quòd fi quid eorú quæ in
te ſunt, te moleſtat, quis eſt qui prohibe at,ncopinionem emendes? Similiter Gi
doles te hocnon agere,prodeft cogi tare,curnon potius agasaliquid, quàm doleas:
ſin aliquod potétiusobſtat,no li dolere, cùm nófiat tua culpa,neagas. At
uidetur ujuendum non elle,nig hoc agatur: placidus ergo uitam relinque: quádo
&is qui agit,moritur æquusim pedientibus. Memento partem tui principem ſu
perari non poffe, cum in ſe collecta fc ipsa contenta est, neque quicquam pre ter
uoluntatem agat, etiam fi noninftru eta ratione pugnam conferat. Quid er gò
fier, li étà rõe parata, circúſpectè de reb.iudicet.Itaqmés ab affećtibus libe
ta,arx é: nihil. n. munitius homo habet, quò refugiés fuperari nópót.Id qui nó
uidit,indoctus est: qui uidit, ncq eòrc fugit, infortunatus. Siqd uiſa aut
cogitationes tibi renú. ciāt, caue aliquid cu addas. Renunciacú 'cit, eft,aliquem
tibi malè dixiſſe. Eftoid al latum,non taméid quo $,cflc teleſum. Video puerú
ægrotare:uideo, sed g inpericulo Gt,non uideo, Ad hunc modú ſemper ingifte
primis uilis, nihilipfein tus adijce:ita nihil mali erit.Imòhocad 1.dc,noſlete
omnia quæ in mundo cuc niunt. Cucumis amarus cit,omitte cum: uc i pres in uia
ſunt, declina cas:ncq uerò dicas, Cúrnam hæcin mundo sunt facta. Ridereris enim
ab homine naturæ rerű indagatore, haudſecus quàm à fabro aut futore, damnares
quòdinofficina ramenta et reſecamenta operum uide: res.Atquihi ca poſſunt
aliquo abijce re: uniuerli natura nihil extra fe habet. Verùm hocin cius arte
potiſsimùm mirari decet, q cùm ſeipſam circumſcri pâffet, omnia quæ in ſe
habet, quæ ob noxia corruptioni,ſeniog, et nulli ele uſus uideantur, in ſeipſam
tranſmutat, rurfus ex his alia noua efficit: ita utne que fubftãtiá extra ſe
requirat, neqlo cum,quò uiliores res eijciat.Contenta eſtigitur ſuoloco,materia:&
arte. Neqin rebus agendis flu et uandum eſt, ncqucin communi uita turbandú,
ncque cogitatiouibus uagandum, nego omnino animus contrahendus, aut fü bito
impetu efferendus,ncg uita occu pationibus inanibus attcrenda.Cædes
peragunthomines, mactant, exccran tur: quid hęc poffunt,quominus mens tua
permancat pura, prudens,modeſta, iufta? Quemadmodum fi quis limpido et dulcifontiaſsiſtens,
eiconuicium fa ciat:illa quidem ob id non ceſſat purā aquam ſcaturire: quin
&fi quis lurum, aut ftercus inijciat,tamen ſtatim illa dif fipabit atą
eluet,ncgabijs obturabit. Quid ergo agendum, ut fontemper en nem habeas,non
ciſternam? Compone te ipſum,ut fis ad oés horas liber, man fuctus,fimplex,uerecundus.
Qui neſcit effe mundum, neſcit ubi ür. Qui neſcit, cuius rei cauſa fit natus,
ncß quis ipſefit,neq; omnino mundú cflefcit.Quorum alterutrum cui decft, is
cuius gratia extiterit,dicere ncqucat. Vter uerò tibi elegantior uidetur, isą
plaudentium fugit laudem,anilli, qui ac negubi,nequc qui fint,cognoſcunt,
Laudari cupis ab hic, et feipfum ſpa cio unius horæter execrat? placere uis
homini, qui ne fibi quidem ipfe proba tur?nifi is probeturlibiipa,qui ferè om
nium eorum, quæ egerit,poenitétia cor ripitur. Non iam tantùm unà ſpirandus eſt
circumfuſus aër, fed et confentiendum cum méte quæ uniuerfa complectitur. Haud
em minus uis intellectrix omni ci, quod cam trahere poteſt,circumfu fa eft,
quam ſpiritus ſpirare uolenti. Generatim malicia mundo non ob eft:inſpccie
auté,nihil lædit proximu: Soli ci obeltcui et conceflum eſt, ut cũ primüita
uolucrit,liberari ea poſſit. Non magis ad meam uoluntas alie na pertinet, quam
uel anima eius, uel caro.Nam etfi maximè uerum eft, una noftrûm cffc alterius
cauſa natū, tamé principes noftrum partes,ſuum quæli. bet dominium
obtinct.Etenim curalte rius malicia,mihieſſer malo? cum non Elit uiſum Deo,ut
in alterius Gt potefta te, cſſemeinfelicemSol diffufus effe uidetur? atæ omni.
no quidem fufus eſt, non tame effuſus, Fulio enim eius, cxtenſio.Itaq et fulgo
res eius, quos nos radios,actinas ab ex tendendo Græci dicunt. Quod autem Git
natura radij, uidere eſt, fi inſpiciaslu men ſolis per anguſtum in umbrofam
donum immiffum. Recta enim im mittitur, et diuiditur ad obiectum foli dum
corpus, quòd aërem intercipit:ibi ucrò permanct,ncq decidit. Ita &intel
lectum fundiac difundi, non tamen ef fundi oportet: quippe utextendatur,ne quc
ui et temerario impetu ad obiecta impedimenta impingat:ne concidat, fed perftet,
et illuftretid, à quo acci pitur, id quidem, quòd eum transmit tet,ſplendore
ſeipſum priuabit. Qui mortem metuit, aut amiſsioně ſenſuum timet, aut diuerfum
fenfum, Quod& amitượt ſenſum,nihilutig ma lifenriet; lin alium ſenſum
adipiſcetur, aliud erit animal, neg amittetuitam. Homines unus alteri cauſa
natifunt, Diſccigitur,aut fer, Aliterjaculú,alitermens fertur.Hæc enim etâ
cauta ſit, &in deliberatione uerſetur, rectà tamen fertur.ingredi in
principem cuiuſuis partem: præbet au tem etiam alij unicuique ingredi in ſu am principalem
partem. Viiniuſtè agit, impietatis reus eſt. Etenim cùm uni uer natura ratione
prędi ta animantia eò effecerit ut quantum eius dignum eft,unum alteri
profit,noceatautem ne quaquam: qui uoluntatem cius præua ricat, impius
utißeſtin omniú dcorú primam.Acqui mentitur,etiam impic tatisin candem dcam
fefe obligat. Na tura enim uniuerfi,corúcſt natura,quæ funt:hęc autem omnia
interfecognata funt. Porrò autem cadem Veritas dicituf,uerorųý primaeft caufa.
Quii. tagſtudiò mentitur, cò quod decipit, impius eſt: quinon dedica opera,eò,
p ab uniuerh natura diſcrepat, &quòd præter decorum agit, repugnās uniuer,
b naturæ:repugnatenim ei, quiin con frariam partem à ueris deflectit, prætop
quam iplius natura ferat, quęcioccalio nes præbuit, quibus neglectis non pót
jam uera à fallis diſcernere. Impietatis reus is quoque eſt, qui uoluptates tan,
quam bonum appetit, dolorem utma, lum fugit.Hic enim peceſſe eſt ſæpenu merà
incufet communem natura,quae ſi ça aliquid præter dignitatem bonis malísue
tribuerit:ppterca, quod fæpe mal¡ uoluptatibus fruuntur,cag.quib. efficiútur eæ,poſsidet:
boniuero dolo re afficiunt, et in caufas dolorişincidūt. Jam qui dolorem metuit
mețuet aliquá do aliquid eorum,quçinmundo fient: įd uerò impium eſt.Rurfus qui
uolupta tem confectatur,non abftinebit fe ab in juſticia:id uerò palàm impietas
eít, O portet autě ad ea,quæ natura in utraq partem æqualia effecit (nca cnim
utra que feciffet, niſi ad utranæ partem exx quoſe babuilſet)eum qui naturam
uult lequi ducem, fimiliter æqualiter eſſe ef fectum,Ita et qui dolores et uoluptates,
mortem et uitam,gloriam et ignomini am,quibusæqualirationcutitur natu 14, nonin
eodem ponitmomento, pro culdubiò impiè agit. Quod auté dixi, Naturam communcm
ijs exæquo uti, ita intelligendú eſt,qdea cueniút in u traque parté conſequentia
quadam, iu xta antiquum prouidentiæ impetum, quo illa ab aliquo principio ſe ad
res i ta diſponendas contulit,complexa ra ționes quaſdam corum quæ ellent futu
ra, deſtinatis quibusdam facultatib. ex quibus nafcerentur ſubicctæ, muta
ţiones, et fucceflus eorum, Gratiofius quidem crat, hominem mendacij,
fimulationis, luxus et ſuper biæ omnis inexpertum mori: ſecunda
(aiunt)nauigațio eft,fatietate horum af fcctum antemigrareè uita quàm illa ui
tia probare. Nondum ne tene experien tia quidem docuit,utpeſtem fugias? Pestis
enim eft ca intellectus corruptio, lo gè magis, quàm aëris quædam intempe' ries
ifta &mutatio. Hæc enim animali peftis eft,quatenus uiuitillud: hæcho minum,
qua ratione ſunt homines. Mortem non contemne, boni camć conſule, quippe
remexijs unā,quasna turadecreuit.Qualcenim eftiuueneſco re, ſeneſcere, augerc, uigerc,
dentes, barbam, canos ferre, liberos crcare, uterű ferre, parere, reliquæ $
naturales effe ctioncs, quas tempora uiteadferút, tale eft etrādiffolui.
'Hominis ita ßrationc utentis cft,mortem ncggraucm,ncquc uiolentam, neg
contemnendam rem exiſtimarc,fed operiri eam, tanquam u nam è naturalibus
actionibus:perinde atque nunc expectas, quando fætus ex utero tuçuxoris edatur,
ita expectanda etiam hora, quaanimula tua ex hocre ceptaculo excidat. Quodfi
rudequidé, ſed taméquod corattingere poſsit,do cumentum accipis,omninò ut
facile fo ras mortem efficiet, fi cogites, quales ij fint à quibus diſcedas, et
à quorum morum litanimus tuus ſeparandus col luuica luuie. Iraſci quidé ijs qui
tecum uiuút, nequaquam debes, ſed corum curā gc rere,ijsý placidum te
prebere:Cogitan dum tamē tibi eſt,te ab hominibusnon idem tecum fentientib.
diſcedere. Hoc enim unam erat,quod poterat retinere in uita', G fuiffet homini
datum uiuere cum ijs,quieademſentirent:Núc uides quàm laborioſa fitinter unà
uiuentes diffenfio,ita ut dicas:ô mors, uenicele riùs,ne quádo ipſe quog
meiipfius ob liuiſcar. Quipeccat,abiipfi peccat: quiiniuftè agit, et biipfi
iniuftè agit, ſco malum efficiens ipſum,lædit. Sæpenu merò iniuriam facitis qui
nihil agit, nó is modò quiagit. SiadGt certa de rebus fententia, et a ctio
ſocietatem humanam ſpectans, et animus ita affe et us,ut boni cóſulat om nia
quæ accidunt præter id quod eſt à cauſa profectum: hæcli adfint, ſuficiút ad
opiniones tollendas, Gftendum im petum animi, extinguendum appetitú,
&habendum paratam apudſeſc parté principalem. Vna uita brutis animantibus
eft dis tributa:unamens, rationem adeptis. Qucmadmodum una eſt terrenorú ter
ra, et unam lucem uidemus, unum aêre trahimus. quæcáqucuidendi et uiuédi uim
habcmus. Quæ commune aliquid habent,con tendút ad id quod eft eiufdem generis.
Omne terrenum ad terramuchit,omnc item humidum, aut aërcum ad ſuum iti dem
genus,ita ut neceſſe fituiea inde in tercludi.Ignis furſum effertur, propter
clemétarem igncm: omniuerò hic igni aliquid eſtparatum utinflammctur,ita ut
omnis materia paulò ficcior facilè i gnem concipiat,quia minus eft in eius
temperic id quod inflammationě pro hibeatItag et omnc, id quod commu nis mentis
eſtparticeps, limiliter ad co gnatum ſuum contendit:atq etiam am plius. Quanto
enim eſt alijs rebus præ Itantius, tanto ¶țius ut cómiſcea tur cum co
quod eiufdemcſt generis. I taquc apudipla ſtatim bruta inuenta ſunt examina,
greges,pullorum educa tiones, atq id genusquali amores.Ani macnim iam in his
eſt, ido quod ea in unum conduceret, apud præftantioré partem reperitur:id
quodin plantis,la pidibus &lignis nó inuenitur.Atapud ratione õdita
animalia,ciuitatcs funt,ct amiciciç, et domus, et concilia:ingbel lo pacta et induciæ.
Apudpræſtátiora, etiam ex diuerfis modis unitio quædá conftat, ut apud aftra
adcò aſcenſus ad fuperiora conſenſum etiam in de iua dis cfficere potuit. Atqui
apud catan tùm, quæ mentem habent,obliuio mu tui ſtudij et conſenſus reperitur,
et hic modònon uidetur quomodò adſe in uicem affluant.Quanquam etiam fi fu
giant homincs hanc coniun &tioncm,ca men ab ea corripiuncur, naturanimirú
præualente. Vidcbis autem id quoddi co, li animum aducrtas. Facilius cnim
inuenies tcrrcum aliquid nulli terreno adiunctum, quàm hominem ab homini bus
auulſum. Fructumfert &homo,& deus,&mú dus,fuo unumquodą temporc:
quòd lconfuetum cſtin uite, ut luum fru et ű, nullum communem ferat, tamen
ratio fructumfert &communem &propriú, naſcunturg ex eo alia quædam
eiuſmo di, qualis est ratio. Peccataliquis.Sipotes,meliusillum doce:fin uerò,
meminerismanſuetudi nem tibipropterea datam: nam et ipli dij illis ſunt
clementes, qui& nonnul lis ad conſequendam fanitatem diuiti as,
&gloriam, auxilium ferüt: adeò funt benigni. Id et tibi licet, neque
impedit quiſquam Labora, non ut miſer, nec ut qui uel miſericordia,uellaudé
conlequi ſtude as:idunum tibi fit propoſitum agere ſe cundum ciuilem rationcm.
Hodie omni me periculo exemi,imò uerò omnia quæ uidebantur mala cie ci: nihil
enim extrà erat,fed omniaintus in opinione mea. Omnia hæc, quæ in caducis funt,
fa miliaria iam mihifecit experientia:du ratione autem ſunt diurna, materia for
dida,omniatalia, qualia erat etiã apud illos, quosſepeliuimus. Resipfæ
extrafores ſtát,nihilipfæ de feipfisnorūt, neß pnunciát. Quid igit deijs
pronunciat?ratio. Negidperſua fione, fionc,ſed actione diſtinguit bonum et malum
ciuilis animalis ratione prædi ti: ſicut ncßuirtusneg uitiú in perſua fione,
fed actione. Lapidi in altum coniecto nihil mali accidit fi dccidat,ncg bonum,
quòdin ſublime effertur. Introſpice corum animos, et uidebis quosij iudices
timcant, et ut hi ſeipfos iudicent. Omniafunt in mutatione,ac tuipſe quog in
perpetua alteratione, ac quo dammodo corruptione. Quin et totus mundus.
Alterius peccatum ibi eſtre linquendum, ut firactionis defcctus,ap petitus, opinionis
quics,ac quaſi mors. nihil mali. Tranfi nunc ad ætates, ut puericiam,
adoleſcentiam,iuucatutem,ſenectam: horum omnium mutatio eft mors.aun quid
mali?Trág deinde ad uită ſub auo acam,ſub matre, ſub patre: quinetiã ali as
multas mutationes et fines inucni cs, quære ex teipso, an quid mali Git?Ad
cundemmodum eſt etiam totius tuz ui sæ finis, quies,acmutatio. Perpende mentem
tuam,uniuerfi,ac proximi:tuam,ut ea iuſtam reddas.uni uerfi ut recorderc cuius
pars fis: proxi mi, ut uidcas fitnein ca igooratio,an uc rò incellcctus. Simul
intelliges te factú ad explédum ciuile corpus,atqita om nem actionem tuam
facere ad uitam ci uilem complendam.Etenim quecúquc tua actio nó ad focictatem
humanam, tanquam finem uel propinquum uel remotum refertur,illa uerò uitam
inter polat,& unitatem eius foluit; turbaso ciet,ficut in populo cam plebs
ſeceſsio nem facit. Abhac concordantia. Pue. rorumirę,ludicra ſpiritus qui
cadauera geſtant:ut co efficacius accidatidquod eſtin Necya. Vade adqualitatem
cauſa, čamgå materia ſecretam confidera, tum quàm diu permanerc omnino pofsit
ca pro pria qualitas. Paffus esinnumera, eò quod non có tentus fuiſti cua mente
agere ca,ad quæ crat facta.Sed hæc fatis. Cum te alius repræhendit aut, odit,
aut aliquid talcpronunciat,afpicecorú animulas: intra, et uide quales Gint.Cer
nes nihil eſſe tibi laborandú, ut hocuel illud ij de teiudicent. Bene quidem
ijs uelle debes: Datura em amicifunt, eos dij omni ratione iuuant,perinſomnia,
uaticinia.Hæc quidem de quibus ijcer tant, circulus ſunt rerum mundanaa rum,
quæ ſurſum deorſumgab unoz uoin alterum uoluuntur. Aut ad fingulas res uniuerſi
intelle ctus ſe applicat, quod fi eftita, id, quò ca ſe applicat:approba. Aut
ſemcltan tum impetüfecitipfa més, reliqua om nia conſequéter fiunt.* Et quid
unum alicui. Quodam enim modoAtomi. Omninò autem, que Deus fit, recte omnia
habent: ſiue temerè ſunt omnia; i nunquid et tu? lam nosomnesterra occultabit:poſt
ipfa quogmutabitur: et res deindealię item in infinitum mutabuntur.Enimuc ro
qui fluctusmutationum et motuum confiderabit, earumg celeritatem, is omnia
mortalia contemnet. Torrentis inſtar cauſa uniuerſi rapit omnia. lam ó ipſa
iſta ciuilia quàm ſuntuilia? et quàm k uidentur homunciones iſti philoſophi cè
agentes,pleni eſſe muci? Quid facien dum? quod nuncnatura poſcit,cò con tende
îi liceat, neqcura,an fit aliquis mortalium hoccogniturus.Neo Plato nis remp.
ſpera: Sed contentuseſto,G uel minimum procedat:hứcqueipſum ſucceſſum cogita
quàm non fit exi guus. Mutat aliquis illorum ſuum placitum? atquiline horum
mutatio ne quid eſt, quàm feruitus gementium, &perſuaſos ſe esse simulantium.
Vade nunc et Alexandrum et Philippum et Demetrium Phalereum mihi dic, Vide rint
an ſcierint quid communis uolue ritnatura, et an leipfos ſub diſciplina te
nuerint.Quod ſi tragicè tantùm ſeſe o tentarunt,nemo me damnauit, ut co gar eos
imitari.Opus philoſophiæ ſim-, plex eft, et uerecundum.Nolimeaddu cere ad
faſtú, qui præſeferat grauitaté. Supernè contemplari infinitaarmen
ta,ſacrificia,omnis generis diuitias, in tempeſtatibus et ferenitate: quæ facta
funt,cum ijs nata, quæitem deceſſerút. Conſidera etiam uitam eorum qui ante te,&
qui poſt te uiuét: horú ét, qui hodie apud Barbarosuiuút: @multico rum ne nomen
quidem tuum sciant, mul ti ſtatim obliuiſcentur, mulu cũ te núc laudent, ftatim
ſunt culpaturi. Deniz quam res nullius momehti lit memoria aut gloria, aut
aliquid tale. Vacuitas perturbationum in his quæ ab extrinſe ca cauſa accidunt,
iuſticia in ijs, quarū actionum tu es cauſa: hoc eft impe tus animi, et actio,
quæ finem habe at ſocietatem humanam: id enim eft tuæ naturæ conſentaneum.
Multa fup uacanea ex hisq te perturbát,precidere potes,q tota in tua ſunt
opinione fità, multūý laxitatis et ſpacij tibi acqrere. Torūmundū alo
cócipe,tuuğæuú per pēde, tú celeré lingularú rerú mutatio. né.breue.f.efſe
tēpus ab ortu ad interi.. túid uerò q huncfequit,idó pillú prę ceſsit,infinitú.
Oía quę uides,celerrime interibút: hi quo,quieorú interitú ui dent, ipfi quog
mox peribunt. Qui decrepita lenecta moritur, idem ferer cum co, quiimmaturamorte
cadit. Quænam ſunt eorum mentes, quib. rebus ſtudent,quæ habent in honore, quæ
amant?iudicate nudas ipforum in tueri animas.Cum uituperando obeſſc, aut
prodeſſe laudando ſe putant, quæ cítilla opinio? Amiſsio uitæ nihil eft aliud
quàm mu tatio: hacautem delectatur natura uni uerfi, fecundum quam omnia fiunt
rc te. Abæternoreseiuſdem formæ natæ ſunt, licg eritin infinitum. Quid ergo
dicis omnia facta, et futura male. Ergo nullus inter totdeos repertus eſt, qui
ca corrigeret, ſed damnatuseſt mundus ut perpetuis malis conflictetur. Vide
quàm putris ſit omniú rerum materia,aqua, puluis,oſsicula,fætor: rurſus calli
terræ,marmora: fęces, aurű et argentum:crines,ueſtis,fanguis, pur pura,omnia
reliqua eiuſdemmodi. Eti am quæ fpiritu conſtant, alio modo ta lia, atq ex
hisin hæcmutantur. Satis miſeræ uitæ eft, et murmuris, et et imitationis? Quid
perturbaris? quid in hisnoui? Qui terret te?nú formala ſpicc cã.nú materia?
afpiceilla. Extra hæc nihil eft. Quin &iam crga deos ſim pliciot
&melior esfaćtus. Idem eft Gue tribus hæc, live centum annis ea diſcas. Si
peccauit, malum apud ipſum eſt: fortaſsis autem non peccauit. Aut ab una aliqua
mente tanquam onteomnia progrediuntur, quæ cor poribus accidunt:proinde pars
non de bet euentis totiusfuccenfere. Autato miſunt omnia,confufio, et diſsipatio;
quid ergò perturbaris?Menti tuæ dicis. Mortuus es?perijſti, efferatus es, ſimu
las, cs in cætu, aleris? Aut nihil poffunt dij, aut aliquid. Si nihil,cur non
compræcaris eos?Sin pol ſunt,cur non magis etiam pecis ut dét tibi, ne quid
horum metuas, autexpe tas,ncque magis doleas ſi abſit,quam ſi adfit.Omnino cnim
li poſſunt adiuua reij homines, etiam in hoc poterunt. Fortè dices,Dcusea in
meapoſuit pote ftate.Efto. Nónne crgo præſtatteijs ģ in tua ſunt poteſtate uti
libere, quàm de · ijs quæ non ſuntin tua man u pofita,ſo icitum eflc, animo
feruili et abiecto 9 3 k 3 Quis autem tibi dixit, deos non in his etiam, quæ
penes nosſunt,auxilium ad ferre?Incipe ergo precari de his, et uide bis.Precat
alius, ut cum aliqua cubet: tu petę, ne eius rei appetitustibioriat. Alius
petit, ut certa releuetur, tu, neca leuari tibi op' ft.Alius,ne amittat filiú:
tu, ne idipfum metuas. Omninò adhuc modum uota concipe, et quid fitfutu rum
uide. Epicurus ait fibicum ægrotaret, nul la fuiffe de corporis affectione cum
ſu is colloquia,fed decaufis rerum natura lium præcedentibus diſputatum conti nenter.Eı
rei ſe intentum, mentem ha buifſe perturbationum uacuam, ut quę motuum
corpuſculi nullam partem acciperet, ſuum bonum cuftodiens,idea qúe ſe ne
medicum quidem qui appli caret pharmaca adhibuiffe; Sed uitam benè
habuiſſe.Tuquod is in morbo po tuit,hoc liquid alterius rei incidat,ob ſerua.
Vt eniin non defiftere à philoſo phia propter quæuis negocia, neg cũ quouis
uulgari homine nugari,omnib, Sectis é cómunc.lic in omniactione cie b h ti incumbendum
ſoli, q ppoſitum eſt,in ftrumétog quoadidutimur. Si cui? impudentia
offenderis,ftatim percótare teipfum, an poſsit fieri, ut nulli fint in múdo
impudétes.nó pótaūt hoc fieri: neigitpoſtula id qd herinequit:alio quin ipse
quoß un'eris eximpudétib. ijs, quos effe in mundo oportet. Idem de uerſuto,infideli,omnidenim
quocú quemó uitiofo in próptu ſit tibi cogita re.Ná firecorderis neceſſarioid
genus hominú efle, fingulos æquioré te prebe bis.Id quoq
utileé,ftatimcogitare,quá homini natura uirtuté cótraid pecca tú
dederit.Remediū.n.tribuit, cotra in gratos manſuetudiné,cótra aliud uitiū,
aliud pharmacũ. Olo aút licet tibi in ui am reducere eu qui errauit: nā oís q
pec cat, cò errat, pàppofito aberrat. Denique quid inde tibidamniallatú é:inue
nies quidénullú eorú quib.iraſceris, tale quippiam fecisse, quomés tua fit futu
ra deterior:atquiin hocunico fitú crat, ut malú tibi atg dánú accideret. Quid
verò malum aut novum accidit, fi indoctus į homo agit suo modo: uide ne tu
tibiip c 2 0 k 4 ſe potius ſisrepræfendis, quinon præ fenferis fore, utisi: a
peccarct. Eenim anſam tibi omnino præbuit ut cogita res, confentaneum eſſe utis
ita pecca ret.Ac tamen eius oblitus,miraris eum deliquiſſe? Maximè ucrò fi cui
infi delitatis uel ingratitudinis cauſa ſuce cenſes, intra te conuertere.
Proculdu bio enim à te peccatum eſt, fi eum ita affectum iudicauifti fidem
feruaturum: aucl beneficium conferens,non eo có tentus fuiſti quod dederis,
neque fru - et tum teipſa ex actione capere cogitaui ſti. Quid enim aliud
requiris, cum ho mini bene facis?non cibi ſatis eſt,te tuæ naturæ conuenienter
egiſſe, ſed et mer cedé inſup defideras, perinde ac fimer çede oculus
poſcat,quia uiderit,autpe des ppter grellus. Quéadmodú enim hæc ad certūfiné
facta ſunt,ita ut ſecun dúfuam conſtitutioné atą naturam ſi egerint, fuum finem
adepta ſciamus:ita homo adbeneficentiam natus, et quid beneficij cótulerit, aut
aliud quid ege rit,quod ſocietati humanæ conducat, fecitid,cuiusgratia eſt
factus, conſecu tus cft id, quod ad eum pertinebat. Ris aliquando, ô anima,
bona, simplex, unica, et nuda, ſplendidior corpo re tibi circumiceto. Gu ſtabis
olim amoris affo ctum:plɔna eris,nullius indigens, nihil deliderans ncg animati
neque inanimi ad fruitiones uoluptatum:ncqtempus requires: quo diutius
fruare,neq locũ, regionem, aut aèris commoditatem, nec hominum conuenientiam.Sed
có tenta eris præfenti ſtatu, dele et aberis omnibus quæ cruntin promptu, tibig
ipfi perſuadebis,omnia tibiadeſſe,om nia cuareétè habere,omnia à Dijs tibial
lata,probabisquæcúq ijs probabunt, ac quæ tibi ad perfe&ti animalis ſalu
tem dabunt,quod bonum eft, iuſtum, honeſtum,omnia generat at continet et ample
&titur, quæ diſſoluuntur cò, ut alia exiplis exiftant. Eris aliquando ta
lis, utita cum Deo et hominibus uiuas, utne quid in ijs repræhendas, neg ab
illis damneris.Obferuaquid natura tua requirar, quippe qui tātùm à natura gu
berneris:id deinde fac &admitte, nifi tuanatura,qua animales, cò fiat
deteri or.Secundo loco animaduertédumeſt, qd animalis natura quæin te eft,
requi rat:idgo mne omittendum eſt, nifide terius tit habitura ea natura, ob
quam rationis particeps diceris: nempe ciui lis, et rationalis. His uſus
regulis, nihil ages fuperuacancum. Omni quod tibi euenit, aut ita euc nit,ut tu
laturuses, aut ſecus.Si como do, quo tuid ferre potes, non fer ægrè, fcd
utnatura tua te docet: fin cótrà, no litamen indignari, etenim ipſum peri
bit.Enimuerò memento cam eſſe tuam naturam,ut omnia feras ca,quæ an into
lerabilia iudicare uelis nécne, in tua eſt fitum poteſtate,ſecundum uiſa, qua
id tibi prodeſſe aut conuenirc ducis. Siquis errat; docercillum debes benigne,
et oftendere quid non animaduer terit.Siidneſcis,teipfumaccuſa,imò ne teipſum
quidem. Quidquid tibieuenit, id omne abę. terno tibi deſtinatum eſt,atą à conne
xu caufarum fataliter tributum. Nam &quod tu es, et quæ tibi cueniút, ab æ
terno dependent. Siue ex impartilibus corpuſculis, fi uc natura mundus conftat,
id primum conſtat,eflcte partem totius quòd à na ra gubernatur.Deinde,coniunctionem
tibi quandam eſſe cum eiuſdemgeneris partibus.Horum memor,quatenus par tem me
eſſe totius fentio, nihilægrè fe ram eorum, quæ à toto mihi tribuútur. Parti
enim nihil poteft nocere, quod to ti prodeſt. At totum nihil habet, quod nóip6
profit.Id, cùm omnibu set có mune naturis, tú Vniuerſi naturæ hoc accedit, quod
ne ab ulla quidemextrin feca cauſa poteſt cogi, ut aliquid fibi dá nofum
producat. Quatenus uerò mihi cognatio quædam eſt cum partib. quę funt eiuſdem
generis, nihil agam quod non refpiciat communitatem, imà ſemper ad communem
utilitatem diri gammeas actiones, et à contrario auer tam.Hisita conſtitutis,necefle
eſt uitá proſperos habere ſucceſſus: ficut et ci uis uitam profperam
intelligeres,proce dentis per actiones ciuibus utiles, boniş consulentis
quæcung ei civitas tribueret. Omnes partes mundi interire necef farium eſt, hoceft,
alterari. Quod fi hoc etiam malumipfis fit,nónne uniuerfum malè poſsit
perdurare, partibus ad inte ritum, &alterationem cóparatis. Vtrú enim
natura inſtituitſuas partesmalè af ficere,malog obnoxia, et quidéneceſ
ſariò,efficere?aut perimprudentia hoc admifit? Vtrung quidem non eft ueri li
mile. Quin etiam ratione Natura omiſ ſa, ipfarum rerum naturam confideret, item
ridiculum erit hóc. Simul enim di cere, quod mundi partes à natura factæ ſintad
mutationes et carummutatio ncs quafi contra naturam euenientes mirari aut
indignè ferre, abſurdum ſit: præſertim cum fingula ex quibus ſunt conflata, in
ea etiam diffoluantur. Aut enim diſcretio fit clementorum, cx qui bus concretæ
ſunt res, aut mutatio, ſoli di quidem in terram,aèrci autem in ae rem, ita ut
hæc quoß aſſumantur in Ra tionem uniuerfi, fiuehoc certis conuer fionibus
inflammabitur, fiue perpetuis uicibus renouatur. Solidas autem &ae reas
partesnon opinare ab ortu te habc re: omnia iſta heri et nudiustertius ex
alimento et inspirato aêre affluxerunt: hæcgmutanti, non id quod ex utero
matris attulifti. Poneaut,hocte admo dum adiungere propriæ qualitati:nihil
rcuera,puto,adid quod dicitur. Cùm fumpferis tibiipfinomina hęc,
bonus,uerecundus,uerax, intelligens, prudens,alti animi,caucne quando ifta
nomina,amittas,alijsg camutes. Celc riter ea aſo repete, acrecordarcnole in
telligentis indicari ſcientia dc fingulis rebus percipiendi, et eú, qui
cogitatio nibus alienis non occupetur: pruden tis uerò, uoluntariam
approbationem corum, quæ communis natura tribuc rit:altitudine animi,mentis
intentioné et ſublimitatem, ſupraleues et duros motus carnis, gloriam,mortem,
aliasg res elatæ. Siigitur teipſum dignum his nominibus præftiteris,non id
appetés, utab alijs ita appelleris,alius eris,alião ingredieris uitam. Nam
talem te porrò elle,qualis hactenus fuifti,hoceftin hac uita raptari
&inquinari, nimis ſtupidi eft hominis, et VITAM AMANTIS, fimiliso eorum,
qui in pugna aduerfusferas fe meſi ſunt. Hicnim pleniuulnerum et ta bi,tamen
hortantur, ut in craftinum fer ucntur,iterum pugnaturi aduerſus eof dem ungues
et dentes. Itaq te paucisi ſtis nominibus accommoda, ac,& qui dem pofsis,ea
tuere, perinde at hin In ſulas quaſdam fortunatas commigral ſes.Sin
teinferiorem ijs eſſe ſentis, fece de audacter in angulum aliquem,utibi
uictoriam obtineas: aut omnino è uita abi, non iratus,ſed Gimplici et libero
ani mo, atæ uerecundo, cùm id unum in ui ta egeris,uteo modo difcedas. Vt auté
memoriam illorú nominum retincas, haud exiguú tibi ad feret adiumentú, ſi
recorderis deorum, atß eos nolle fe adulari,fcd hocuelle, ut ratione prædita animalia,
ipforum quàm fimilima ef ficiantur. Ficus,canis,apis,ſuum quoduis offi
ciumfacit: idem eft &hominis partiú. Mimus, bellú, terror, ſtupor, ſeruitus:
hæc quotidic delebút facra illa tua pla cita, quæè contemplatione naturæ rc rum
hauſta circumfers. Omnia autem, ita ſuntinfpicienda &agenda,ut et cir
cumſtantijs fimul ſatisfiat, et cognitio inactioné uertatur,ferueturó animicó ſtátia
ex earūſciétia accepta. Ignorat, non tñ cft abfcóditú Quando capies fru
&tum fimplicitatis?qñ grauitatis? quan do cognitionis fingularum rerum? quæ:
nimirum fiteius natura, quis in mundo locus, quandiu ferat eius natura ut du
ret, quibus ex rebus conflata fit, quis eam poſsit poſsidere,quis dare autadi
Aranca, ſi muſcamceperit, exultat: alius G leporem, aut piſciculum,aut fu cm,
aut urſum, autfarmatas,nónne hi ſunt prædones? Si opiniones exami ncs, quomodo
unumin alterum tranf mere. mPombaur,uiam ac rationem contempla di
parabis.Continenter autem hucani mum aduerte, teý huic parti adlucfac: nihil
eſt enim quòd perinde animum magnum efficiat.Corpus enim exue, in
telligensgiamiam te ex hominibus di ſcedentem ifta omnia deſerturum,torů
teipſum da iufticiæin actionib. tuis ſer uandæ, in reliquis quę eneniuntrerum
naturæ totum te cómitte: quid alij uel fentiant de te, uel agant contra te, ne
ad mentem quidem tibi tuam accidat. Duobushis contentus eſto, ut et iuftè agas
in præſentia, et id quod nunc tibi obtigit,boniconſulas. Omnes alias oc
cupationes,omnia ſtudiamiſſafac,huic modò intentus,ut rectà ſecundum lege
ingrediaris, deum ſequens. Quis lituſusderebus tanquam ſuſpe Etis deliberādis
hinc patet. Si quid age dum fit,uideasą id elle ex uſu, firmiter cò
procedendum. Sın id nonintelligis, inhibendaactio, et optimis utendum
confiliarijs.Quòd G alia his aduerſa oc currant,progrediendum eft iuxta præ
fentes occaliones,animo ci quodiuftú uidetur intento. Optimum enim eſt cú
áttingere ſcopum. Quietus fimul, et ad motus facilis, fi mul et lætus, et conftans
eftis, qui ra-. tionem ubiq fequitur ducem. Interroga ex teipfoftatim à fomno
ex pergefactus,nū tua interſit, fi quæ iuſta funt et reétè habent, in aliorum
fint poteſtate?Nihilintereſt. Nunquid oblicus es, illi qui aliorum fermonibus
et laudibusfeiactant,qua les in lecto fint,quales inméta quid? a gant,quæ
fugiant, quæ confectentur? quæ furentur,quærapiant? non quidé manibus et pedibus,
ſed precioſiſsima ipforum parte,qua acquiri poteſt (ſi qs uelit) fides, uerecundia,ueritas,lex,bo
nusgnius. Omnia danti et recipienti naturæ p bè inſtitutus et uerecundus dicit:
Da quicquid uis, aufer quicquid uis. Ne que hocaudacia elatus dicit, fedeio
bediens, camś probans. Vitæ cxigua reſtat pars:uiue tanquá inmonte. Nihilem
refert hîc ne fisuel illic,modò ſcias te ubig in mundo, tan quam in urbe eſſc.
Videant, inquirant hominemhomi nes uerum ac fecundum naturam uiué tem.Sinon
ferunt eum, occidant:præ ftat'enimhoc,quàm illo modo uiuere, Noniam præçerea
tibidiſputandum eſt, qualísnam ſit uir bonus: fed curan dum, ut fis uir bonus.
Subinde tibi ante oculos pone æuũ totum, et uniuerſam natura:cogita, uc res
ſingulæ ratione ſubſtantiæ nuclei fint oliuarum,temporis,tenebri cóuer lio:1dý
de ſingulis rebusindaga.Quem admodum exiam diffoluátur, finto in mutatione ac
qualiputrefactione et dil ſipatione: utunumquodą ſuam ucluti mortem
habeat.Quiſuntilli, qui nunc comedunt,dormiunt,coêunt,uentrem purgant?cum
quiimperant alijs, ſuper biunt,indignantur,inferiores increpát? quibusilli
paulò antè feruierunt, et qui bus de caulis?quieruntpaulò pòft? Vnicuiqid
prodeft, quod naturau niuerG fert,atx co quidem tépore, quo ca fert. Expetit
quidem pluuiam terra: expetit autem uenerandus æther cum eſt repletus nubibus
in terram decide re,ita et mūdusid agere cupit,quod fit: dico itaqmundo,meei
adſentiri. Itag et hocfit, et dicitur fieri, quod mundus uultita fieri.Authic
uiuis, et te adſuefe ciſti, aut aliò te confers, et hoc uoluiſti: aut defunctus
tuo munere moreris. Nihil eſt præter hæc. Bono ergo esa nimo. Semper fit
euidens, hoc efſe agrú: 1 et quomodo omnia funt hieijs qui in ſummo luntmóte, autin
littore, autu. biuis. Omnino enim inuenies Platonis illud, ftabulo in monte
abditus: et ba lare. Quid eſt mens mca? ad quid nunc ea utor?Eſtne aliquid
mentis uacuum? cftne aliquid à comunitate diuullum? num affixum et admixtum
carni, ut il ludunàmPombaur? Qui dominum ſuum fugit, fugitiuus eſt.Lex autem
dominus eft. Ergo qui cótra legem agit, fugitiuus eſt. Acdolo-, rem
aliquis,iram, aut metumconcipit, propter aliquid eorum quod facūeſt, uçlât, uel
fict ſecundum uoluntatem et eiusqui uniuerſum gubernat.Hic uerò lex eſt
tribuens ſuum unicuif. Ergo 13 qui hoc modo timet, dolet, aut irafcit, et fugitiuuseft.
Pater semine in uterum matris dimillo abijt. Inde ſuccedés alia cau ſa agit, et
abſoluit facum,animaduerten dum eſt ex quo quid efficiatur. Rurſus cibus per
fauces dimittetur,deindealia cauſaluccedens,ſenſum,appetitum,ui tam,robur,omniaģiſta
aliaefficit.Ita ea, quæ in tanta occultatione fiunt, co Gderanda ſunt,
facultasģita conſiderá da eft,ut& eam quæ deorſum, et eam quæ ſurſum uergit
uidemus, non ocu lis quidem corporeis, fed haud minus tamenperſpicuè. Alsiduò
conſiderandumeſt,quomo do omniahęcſint,qualia fuerint,aclint bulæ atqfcenæ
earundem in ſpeciem rerum, quasuelexperientia uidiſti, uel exantiquahiſtoria
cognouiſti,ut,aulá Adriani,totam Antonii aulam,totam Philippi aulam, Alexandri,CroG.Om
nia enimhæc, talia erant. Tantú per alios animo tibi finge cũ, quialicuius rei
caufa doletautindigna tur,fimilem efle porcello qui mactatur, et calcitrat at
grunnit, Similisetiã ei qui gemitin lectulo ſolustacitè alliga tionem noftram.
et quod ſolianimali ratione prędito datum eſt ut rebusque cueniütfpóte
obſequat. Olo aut ſequi eas,oíbusé neceſſariū.In fingulis reb. rereexteipfo
debes, fitnemors mala, proptereà quòd ea re te fit fpoliatura. Cuni alicuius offenderis
peccato,fta tim ad te reuertere, ac cogita quain fi milire tu pecces: ut,Quòd
argetum,uo luptatem, gloriolam in bonisducas. Id iram mox obliuione delebit:
accedat autem et hoc,uteum inuitum peccare ſcias. Quid uerò faceret coactus?
Tu; li potes,efficene cogatur, Cùm Satyronem uides,Socratium ti bifinge
conſpectu dari:cùm Eutychen, Hymenem,uel Euphratem cervis, Eutychionem,
Syluanum, Alciphronem, uel Trophæiferum imaginare: Xenophon. te uiſo, Critonem
aut Scuerum: denis ſingulis aliquem priorum certa ratio ne limilem oppone.
Simuluerò tibi ad animum accidat,Vbinamfuntilli? nusquam,autubicung. Ita
nunquam non cernes res humanas fumum ellc et uani tatem.Maximè fi recorderis id
quod ſe mel mutatum eſt, nihil fore in infinito tépore. Tu aut in quo tempore
es? aut qui non ſufficit tibi, breue hoc honeſte exigere?quam materiam, o
ſubiectum fugis? Quid enim ſunthęcoia,nifi ex ercitia rationis quæ accuratè
perfpexiç naturam earum quæ in uița occurrunt rerum. Perduraigitur, dum eas res
tibị familiares reddas: Quéadmodú ualid ventriculus oía fibi effiçit familiaria:
et ignis ſplendidus quidad ei inijcias, fla mã ex co &fulgore edit. Nulli
liccat uerè dicere,nó efſe te fimplicé et bonu: sedmentiatur, quicúq hocde te
ſentit. Id uerò omne penes te eſt:quis enim pa hibeat,nelisbonus&fimplex?
Tibimo ftet ſententia,nó uiuere,nifi talis ſis:ne que enim patiturratio te niâ
talem. Quid Git, quod poſsit de propoſita materia rectiſsimè dici, uel agi,
conſide ra:quicquid erit,facere tibi uel dicere li cet,nemine obſtate:neo
prætēdete im pediri.Nexprius deſine ſolicitudiné, ita ſis affectus,ut
qďuoluptuarijs ſunt deliciæ, id tibi fit actio in ſubiecta et ob lata materia,
humanæ cóftitutioni co ſentanea.Oé.n.id qdlicet tibi agere ſe cundú natură, p
uoluptatehabendú é: licet aút ubią.Nam cylindro quidem non datur,ut quouis loco
feraturſuo, p prio motu, ut negaquæ, neg igni,ne alijs, quęànaturaautanima
rationis ex pertereguntur:multa enim ſunt quęob ſtent eis, et intercipiant.Mensautem,
ſi ueratio per omnia quæ reſiſtunt perge re poteſt ſecundum ſuam natura et uo
luntatem.Hanc facultatem anteoculos tuos ponens, g mens per omnia poſsit ferri,
ficut ignis ſurſum, lapis deorſum, cylindrus per decliue,nihilpræterea re
quire.Reliquaimpedimenta aut corpo reiſuntcadaueris,autpræteropinioné, ipfius
métisremiſsionénó lædunt,ne que ullú afferunt malū:Alioquin is qui impediret,malus
confeftim fieret. Na reliquæ res omnes ita ſunt compara tæ ut fi qd eis
maliaccidat,ftatim dete riores fiåt.At hîc, a oío dicédüeſt,meli or etiam fit
homo, maiorique dignus į aude,fi rectè utatur ijs quæ occurrunt. Omninò autem
memoria tenendum eſt,ei qui natura ciuis eſt,nihil poſſe no cumenti accidere,
quod nonidem ciui tati noceat.Atqui huic nihilnocet,nifi quod obfit legi.Eorum
uerò, quæ incó moda autinfortunia uocant, nihillegi officit:ergo neg
ciuitati,ncg ciui. Qui morſus eſt à ueris dogmatibus, ei ad recordationem
uacuitatis dolorú et metusſufficiet uel minimum. quale illud: Sternit humi
uentus folia. Haud aliter genus humanum. Foliorum uerò rationem obtinent
&liberi tui, &ij homines qui acclamát et collaudantita,utfidem mereri
uide antur, aut contrà execrantur,aut tacitè repræhendunt et fubfannant.
Foliorú rationem obtinent et hi, qui famam po ſteritatis
excipient.Hęcenimomniana fcuntur tempore ueris:pòſt animus ea deijcit: inde
alia ipſorum in locum ſyla ua producit.Breuitas uerò téporis om nibus eſt
communis. Tu autem omnia perinde atque æterna fugis aut appetis, paulò pòft
moriturus:& cum quite ef feret,alius lugebit. Sani oculi eft,omnia uiſlia
cernere, et non uiridia tantum uelle, quòd faci unt ij, qui vitio aliquo
oculorum laborant.Idem de sano auditu et olfactu sentiendum, utriqomnia fui
generis senli lia esse promptè appræhendenda: qua ratione etiam uentriculus ad
omne a limétum paratus debet effe,inſtar mo læ, quæ ad quæcunque molienda para
ta eſt.Proinde et més ſana parata debet eſſe ad omniaquæ occurrunt. Sed ea ģ
hoc tantum curat, ut liberi fint ſalui, ut ab omnib.laudentur eius actiones,
ocu lo fimilis eft uiridia, autdenti tenuia tan tum uolenti. Nemo eft adeò
felix, cui mortuo non Gintadftituri quidam, qui malú quod ei obtigiſle putatur,
haud malè lit con ſulturus:probus,dicent, et fapiens crat: nónne ad extremum
aliquis dicet fe cum, Etipfe aliquando reſpirabo-ab hocpædagogo.Nulliquidem
noſtrum erat grauis,fed feng tamen clam nos ab coſperni. Hæc de bono uiro
dicentur. ant. Nobis quàm multa ſunt alia, ppter quæ multi ſunt, qliberari à
nobis cupi Hæcmoriens li cogites, cò facili us diſcedes hinc, reputans te ex ea
uita abire, ex quaijipli q ei' ſunt participes, quorum gratia táta
certaminafuftinui, precatus ſum,pcuraui,meuolüt migra re,fortaſſe aliquid
meamorte alleuatio nis fperátes. Quidé,curdiutius hic mo rari quæras? Nihilo tn
minus benignus illis diſcede,morem tuum ſeruans, ami cus,beneuolus,propicius:negutis
qui abripiatur,ſed quibenemoritur,animu la facilè ſe foluente è corpufculo. Eo
modo et ab his diſcedendum eſt, quib. nos natura accommodauit et mifcuit.
Difloluitnunc? diffoluor et à familias ribus abducor, non reluctans, non vim
patiens. est enim et hoc unum corum, quç fiunt secundum naturam. Asvesce, utin
omni re teipsum per con teris. Hçustu quorſum hocrefert? A teipso facinitium,
teg primo examina, Memento facultatem motricem corporis intus latere. Hæc est
facundia, hæcuita, hoc est, ut ita dicam, homo. Nunquam circumiecta vasa animo
tibi propone et instrumenta hæc tibi afficta. Similia enini sunt dolabræ,
cotantum differentia, quod adnata funt. Alioquin sine causa, quæ ea movet et
continet, haud maio ri sunt usui, quàm radius te xtrici, calamus scriptori,
flagellum auriga. Aec propria sunt animi ratione præditi. Se ipsum videt, se
ipsum componit feipfumtalé, quale vult, efficit, fru &tus quosfert,
ipfepercipit,(Erenim plantarú fructus, atg etiam animalium, alij percipiunt.)
fuum finem conſequitur, quicung ui tæ fit terminus: nó utin ſaltatione, et a
gendis fabulis,alijs id genus rebus fit, ut fi quid offendatur,tota actio fiat
irri ta: fed is animus omni in parte, ubicuß depræhendatur, id quod oblatum
eſt,e fedum et nullius rei indigum reddit, ita ut dicere poſsit ſeſuum
habere.Con plectitur pręterea totum mundum, eiſ inanc circundatum,figuram eius,
infini tatem qui, certis conuerlionibus con Itantem regenerationem uniucrſarum
rerum contemplatur. Inde cognoscit, ncgnouum aliquid pofteris cuen turú,nem eos
qui ante nos fuere,quica amplius nobisuidiffe:fed quod is qui è quadraginta
annorú,fi méte utaturferè oía præcerita &fucura uidet in reb.eiul
demformę.Hecquoß eifunt propria, amorproximi, ucritas, uerecundia, utni hil
feipſa præſtantius ducat,quod qui dem ei cum Lege eſt commune,itaut ai
hilinterfitinterreciam rationem, &ra tionem iufticiæ. Cantilenam iucundam,faltationem,
et pancratium contemnes, Siuocélua uè fonantem diuidas in fingulos fonos, ata
ſeorlim de fingulis ex teipfo quæ ras an ab co patiarete uinci:pudorcpro fe et ò
afficieris.Idem dereliquis fuomo do intellige.Deniqin omnib.illis quæ nonfunt
uirtus, nec à uirtute profici ſcuntur, memento ad partes corum re fpicere,
diuifiones illa in cótemptum adducere: ids in uſum totius uitæ eft
transferendum. Qualis eſt aia quęparata fit, fiiamde beat à corpore ſolui, et uel
extingui,ucl diſsipari, uelconſtare.Vtautem licpara ta ſit, à peculiari iudicio
uenit: non ut fimpliciter mortem aliquis ſubcatid Chriſtiani faciunt, fed bene
ſubductisra tionibus et cum grauitate, ita ut et alte ri hoclincuerború
cxaggeratione per, fuadere poſsis. Egi aliquid ad ſocietatem humana códucens:
ergò utilitatem ſum cóſecu tus.Id femp occurrat, nequnquādebt. Quã tenes
arte?Bonuseſſe. Quánam fic hocratione? Si contempler, partim na tură uniuerâ
partimhominis ſtructurā. Initiò Tragoediæ prolatæ ſunt, quæ monerent de ijs
quæaccidere homini bus ſolent, eam eſſe.rerum naturam, ut liceueniant.At uerò
quib. in ſceną delectabamini, curijſdem offendimini in maioreuitæ humanæ
theatro? Vide. ris quidem,quod ita hæcdebuerint per fici,quodý ea feruntetiam
ij, qniclama uerunt. Id Cithoron. Et fanè quædam utiliter à poëtis dicuntur,
quale eſtil ludin primis.: Quod li dijmenegligút, &liberos, Rationem habet
illud.item. Nam reb. iraſciſanènihil expedit. Frugiferam utiſpicam meæ uitæ me
tam. aliag id genus. Poft Tragedia uetus Comædia illata eſt,libertatédiſci
plinæ accommodatam habens, cazip fa haud inutiliter nos monens, ne faſtu
extolleremur. Cuius fimile aliquid etiã Diogenes uſurpauit. Poſthas &media
quædã comedia et ad extremú noua aſſumptæ ſunt, haud alium ob finem, a ad
ſtudiú artis imitando oftentandæ. Dici enim et ab hisipfis quædam utilia,
nonignoratur: fed tota huius poëſeos et fabularum,ſcriptionis intentio qué nam
finem reſpicit? Quomodoeuidens fit,non eſſe aliud uitæ propofitú ita có modú ad
philofophádū,ut eftid, quod núc tenes?Ramusà pximoamputari ra monó pót, an et à
tota arborere fecet: fic homo etiã ab uno auullus hoie,nó pornó écà toto
excidiſſe cætu. Itagra mum quidem alius aliquis, homo feip ſum à proximo
feparat, cum eum odit aut auerfatur:ignorat uerò étà tota ciui li ſocietate
ſecadéroeabrumpitur. Ve runtamé hoc habemus munere louis, hác ſocietaté
cóftituit,ut rurſum adcre ſcere pximo, et explere totú poſsimus: Ettamen ſi
hæcauullio fæpius admitta tur,efficie,ut uniriiterum at coaleſce rehaud facile
pofsit id quod erat auul fum:tum uerò, quòdfatent plátatores, non eadem eſt
ratio rami qui ab initio floruit cum arbore,manfitgin ea,&e. ius qui
amputatus;rurſus deinde eſt in fitus. Oportet igitur in eadem arborc elle, etfi
nonidem cum omnibus ſentias. Qui tibi ſecundum rectam rationem procedenti
impedimento funt,ut auer tere teà recta actionenópoffunt,ica ne que tua erga
ipſos beneuolentia depel lantte:utrobiß teipſum eundem ferua, utnon modò
iniudicado cóftantia, et agédo, fed &aduerſus eosqte phibere conantur, aut
aliâs indignantur,māſue tudiné tuearis. Haudem minusinfirmi eſt illis iraſci, ô
defiftere ab actione, et concideremetu perculſum: utrunque eft eius qui ordinem
ſuú delerit, quod alter mctu facit,alter odio cognati fibi, &amicinatura.
Nulla natura arte inferior eſt: quip PC cùm artes fint naturæ imitatrices. Quodſi
eſt,utiq naturaomnium perfe et tiſsima &omnia compræhendens, ar tium
folertiæ nequaquam cedet. Porro omnes artes præftantiorú gra tia faciunt
uiliora:ergo et cómunis na tura. Acoz hic eſt ortusiuſticiæ: ab hac reliquæ
uirtutes dependent:non enim conitabitiuſticia,ſi uelrebus ſuapte na tura neqz
bonis nec malis nimium tri buamus,uel temerarij,ucl errori procli ues erimus:
Non ueniunt ad teres eę, quarum fu ga uel appetitu perturbaris,fed tu quo dam
modo ad eas accedis:iudiciumita la que deijs quieſcat,ita etipfçquieſcent, et
et ne ſequeris eas,neg fugies. Animus globo ſimiliseſt, figuræ æ quabilis,
quandones effertie, negcó trahit,ſed luminefulget, quo in omnib. et rebusueritatem
cernit,& in ſe quoque Contemnorab aliquo: uiderit. ego ibi curabo,nequid
contemptu dignum a gam autloquar.Oditmealiquis: uide ip rit.Ego quidem omnibus
ſum placidus ces &beneuolus,atco ipſo promptus ad ne ch ere cm que ipſo.
100 god m oftendēdos alijs ſuos errores: neß hoc exprobrādi cauſa, aut ut
patientiam o ftentem meam, fed ingenuè et pro bè. Quantus erat Phocion, nifi
idip ſum præ ſe tuliffet. Intus enim omnia oportetrectèhabere, et à dijs
conſpici hominem nullam rem indignè ferenté, autquiritantem. Quid enim mihi
mali accidit,fi alius id agit, quod eſt naturæ tuæ commodum? nó accipies id
quod nuncnaturæ uniuerfi eſt opportunum, cum ſis homo eò deftinatus,ut commu ni
utilitati inſeruias? Qui contemnunt fe mutuò, ijdem mutuò ſe demerentur: et qui
mutuò de primatu contendunt, mutuò libi con cedunt. Quam putiduseſt, et fallusille,
qui dicit: Statui fimpliciter tecum agere. Quid agis? non erat hoc præfari
opus: ipla reshocoftendet.Statim ipſo in uul · tuinſcriptus debet efTe
fermo,acftatim ex iplis oculisapparere: Quemadmo dúex afpectu amatores ſenlum
ſui ama fij.ſtatim cognoſcunt.Omninò uir bo nus et fimplex hircoli debet
aliquld fi mile habere, ut qui ei adeft, uelit, nolit, tń cius fimplicitate
depræhendat. One tatio aut ſimplicitatis, infidiæ ſunt te étæ:neq uerò quicộ
turpius eftfubdo lis acinfidis congreſsib.Hocoím maxi mè fugito.
Bonus,fimplex& manſuelº uir,hæc oíaí oculis habet, ncg calatét, Rectiſsimè
uiuédi facultas é in tuo aío pofita,nimirú ut res neg bonas ne quemalas,in
nullo ponas diſcrimine. Id fet, et unamquamlibet eorum conté pleris diuiſim, et
rationetotius,memor nullam earúin animis noſtris de ſe poſ fe excitare
opinionē, negadnos ueni re: sed ipsas quidem quieſcere,nosautem effe, q
deijsiudicia faciamus apudnos, easýnobis quali depingamus:cú liceat tñ autoío
no depingereillas, aut fihoc oío ſit admiſſum ſtatim delere. Exigui temporis
attétio hæc eſt, indefinis erit uitæ.Quid obftas,quo minus hęcrectè habeant?Quęli
ſuntſecundú naturam, gaudeillis, et erútfacilia:ſincótra natu ram,quære quid
fit tibi fecundum natu ram,atpid contéde et si gloria careat.
Ignoſcedūé.n.oīci, ſuuğrit bonum. Videunde uenerint omnia, ex quib. conſtent,in
quod mutentur,qualia fint inde futura,tum nihilmalicis accidere. Primùm, quis
mihi ad eos reſpectus. Nati fumusinuicéun ' alcerius gratia.A lia autem ratione
natus fum utipfisprę ſim, ficut aries gregi, aut taurus ar mento. Rem altius
repetc. Sinó conſtat mú dus ex atomis, utią natura cum guber nat. Quod fi
detur, utiq deteriora præ ftantiorumgratiafunt: hæcuerò, unum propter alterum.
Deinde, quales illi ſunt in menſa,le cto,alibi?Maxime autem quib. illi funt
neceſſariò opinionibusaddicti, et qua to cum faſtu aguntſua. Tertium eft.
Sircctè faciunt hæc, nó eſt indignè ferendum: ſinfecus, at non ſponte,ledignoratione
peccant. Omnis enim anima invita privatur cum veritate, tum eo, ut possit cum
uno quoli betut eſt dignum,uiuere. Itaque dolo reafficiútur,li iniuſti,
ingrati, auari,om ninoſiniurij erga aliosdicantur. Quartum eſt.Ipfequoginmultis
delinquis, es ipſorum ſimilis:ac tametG quibuſdam peccatis abſtines, tamen ha
bitum ea faciendihabes, ac uel metus, uel gloriolæ conſectandem causa, aut
aliud ob malum, abstines similibus peccatis. Quintunc hoc quidem ſatis ſcis, an
peccent. Quædam enim ordinc fiút. Omnino autem multa experiri opusē, antè quàm
certum aliquid dealiorum actionibus ſtatuas. Sextum.ut maximèſtomacheris,ta men
uita hominum eftmométanca, ac paulò pòſtomncsmorimur. Septimum.Non actiones
ipforúno bis moleſtiam exhibent, cùmeæfint in ipforum animis: fednoftræ
opinioncs. Itaq tolle uoluntatem iudicandi de rc aliqua tanquam mala: limul
ſuſtuleris iram.Quomodo, inquies,tollam? Sire putes,non eſſerem
turpem.Namnig.fo la turpitudomalum eſſet,tu quogne ceffariò multis modis
peccares,ficres latro, et omnia tentares. Octauum.Multò grauiora adferunt dolor
et ira,quam obaliorum pecca: ta concipimus, quam ipla illa, ob quæ m 3 raſc
imtur et dolemus. Nouú manſuetudo, li genuina fit, no adſcititia aut
fucata,inuictač. Quid uerò uel extremæ libidinis homo tibi faciet, fi
conſtantermanſuetudinem fer ues, acl res ita ferat, placidè eum hor teris ac
doceas eo ipſo tempore, uacás huic reitum, cùm is te lædere nititur. Si
dicas,Noli fili, ad alias res nati ſumº: ego quidem non lædar,ſed tu: ido eia
pertè et integrè oftendas, neque apes, ullum aliud eorum quæad cætű apta funt
natura animalium ita agere. Oportet autem neque irridendi,neque conuitiandi
caufa hocfacere,fed aman ter, atq ita ut ne cor mordeatur, néue ccio abuti
uidearis, acne quis adftans mirctur,fed ut cum ſolo, ita loqui de bes, etiam fi
alijadlint. Horum nouem capitulorum memento, tanquam a Musis li ea dono
accepiſſes. Acincipe tan dem homo efle, dum uiuis. Tam vero cavendum ne
irascaris eis, quam ne aduleris. Utrunque enim a societate est alienum et
damnosum. In promptu tibi fit ira accedente, non iram esse VIRI, fed man ſuetudinem:
id ut humanius, ita et VIRILUS EST, requiritgrobur, nervos et fortitudinem:
quænon ſunt apud indignan tes et morolos.Nam quanto proping or
eftmanſuetudouacuitati affcctuum, tanto et potentia: acquemadmodum dolor,in
impotétes cadit, fic et ira. Uter que enim uulnus accepit, &herbápor rexit.
Quod fi lubet, etiam decimum à duce Muſarum donum accipe:nempe, Inſani eſſe,uellene
praui homines pec cent.qui enim hocpetit, id petit, quod fieri nó pót.Alijs
uerò cócedere ut fint mali, modònein tepeccent, ingrati eſt, et tyranni. Quatuor
potiſsimum motus animi continenter ſuntobferuandi, ac, fi eos deprehenderis,
inhibendi. Primò, ut dicas. Hæc cogitatio non erat neceflaria. Alterum,hocfacit
ad ſocietatis diſſolu tionem.Tertium, hoc non ex te dices: nam non à le dicere,
inter abfurdiſsima eft reputandum. Quartum: tibiipa ex probra, eſſe hoceius,
quidiuiniorelui parte uincatur, et cedat ignobiliori et mortali parti, corpori
ſcilicet &eius craſsis uoluptatibus. Aêreū, et oésigneęparticulæ quęcó
miſtæ ſunt tuo temperamto, cth natu ra ſurſum efferantur,tamen ut obediãt
ordini uniuerli,ab ipſa mixtione conti nentur.Similiter omne terrçumin te, et humidum,cùm
natura ſua deorſum fe rantur, tamen in ſublimimanét, non in fuo naturaliloco.
Adcò elementa uni verſo obtemperant, aca quò deſtinen tur per uim, manent,
donec diſſolutio. nis rurſum canat claſsicum.Nonnc igi tur iniquum lit, ſolam
tuam rationem nolle obedire,ſuumglocú indigne fer re.Etquidem nihil ei
uiolentum impo nịtur: ea modò, quæ eius naturæ conue niunt. Et tamen ea non
ſuſtinet, fedin contrarium fertur.Motusenim adiniu fticiam,luxuriem iram,dolores,
et me tus, nihil aliud eft,quàm ſeceſsio à naru ra: et cùmanimusaliquid corum
quęc ueniunt indignèfert, tunc quoqueluú locum deſerit. Etenim ad equalitatem
et pietatem cóftructuseſt haud minus, quàm adiuſticiam: quia et hæ (pecies funt
uirtutum,quibus benè defenditur focietas humana, imò etiam antiquio resiplis
iuſtis actionibus. Quinon eundem per omnem uitam propofitum habet fcopum, is
unus et idem eſſe,p totā uitam nequit.Non fa tis eſt, id quod diximus, niG et hocad
datur, qualem eſſe oporteat eú scopú. Quemadmodum enim non eſt Gmilis de bonis
utcunqueplurium opinio,ſed quæ eſt certorum quorundam commu nis:ita et ſcopus
ciuilis, et communita tem reſpiciens eſt ſtatuendus, Adhuc qui oés fuos animi
impetus direxerit, omnes actiones ſimiles reddet,cogmo ſemper ſuieșit fimilis,
Murem montanum, et dameſticum huiusý pauorem et fugam, Socrates, et uulgi
opiniones,Lamias uocabat,puerorum terriçulamenta. Lacedæmonij peregrinis ſub
umbră fede adugnabāt in ſpectaculis, ipli quo uis loco fedebant, Socrates
Perdiccæ quærenticur nő ad ipfum ueniret,refpondit:nc turpiſsi mointeritu
peream.hoceft,ne benefi cio affectus, idnon poſsim compenſaa re. In Epheliorum
literis crat hocprz ceptum, quod iubebat quotidie remi nilci alicuius ex
antiquis, qui uirtutem coluiffent. Pythagorei manè nos coelum afpice se
iubebant,ut recordemur eorum,qui femper fuum officium præſtant: ité or
dinis,puritatis, et fimplicitatis nudæ:a ftris cnim nullum eft uelamentum.
Memento qualis fuerit Socrates > củ pellem præcingeret, cùm Xáthippe uc fte
fumpta procefsit:acquæ dixerit fo cijs Socrates pudorc affectis, ac recede
tibus, cum uiderent eúin iſto ornatu. Núquàm fcribere &legere alios do.
cebis: nih ipſe prius didiceris: id multò magis inuita eſt præſtandum.Seruus
es, ratione cares.tú charũ cor mihi rifum fuftulit. Virtuti grauibus facient
conui cia urbis. Infani eſt, ficus hyeme quærere.Tale eft puericiam quærere
præteritam. Epictetus puerum oſculatus, interi us cum eo fe collocutum dixit.
Fortaſsis cras mortem obibis. Abo minaris hoc: nihil dictu graue cft, ingt,
quod aliquod opusnaturæ defignat:ni ſi abominere, quod fpicæ'metuntur: Vua
primùm cruda,deinde matura fit, pòſt palla:hæc omnia rei ſuntmutatio nesnonin
nihilum, ſed in id quodiam non eft. Nemo ut dicebat Epectetus latro eſt
uoluntatis.Ars autem, aitidem, in ueniéda eft in adſentiedo, utgimpetus
animiferuentur,ita uthabeátautadiun ctam exceptionem, spectét societatem et
dignitatem. Cupiditate omnino abſtinendum çít, neque inclinandum ad ea quæ non
ſunt penes nos. Itaq, inquit,non de leuire,ſed de in. fania certatur,nib
SOCRATES dixit.Vultis ne compotes rationis animos habere, aut non?uolumus.
Cuiuſmodi, bonos ne an prauos?ſanos. Cur ergo nó quæritis? Quia habemus. Quid
igitur conton ditis? Mnia ista, quæ per circui tus temporum adipiſcio ptas,iam
nunc habere potes, nifi tibiipfi invides: hoceft, Siomneid gpręte. rijt,omittast,uturum
prouidentię com mittas,id modò quod præſens eſt,diri gens ad ſanctitatem et iuſtitiam:
alte ram, ut boni conſulas ca quæ tibi fatū tribuit etenimid natura tibi
attulit alteram, ut liberè ac fine ambagibus ueri tatem loquaris,agasok
ſecundum lege, et ut dignum eſt. Non impediat autem teneg aliena malitia,aeg
opinio,ncß vox,nequc fenſus circundare tibi carnis. Id enim curet, quod
afficitur. Itaq jamio exitu cùm fis,tantummentem tu am,idç quod eſt in te
diuinum,uenera beris:neo morrem metues,fed nequan do uiuere non fecundum
naturam incipias. Sichomo eris dignus mundo quite protulit,nec amplius cris tan
quam peregrinus patria tua, admirans ca quæ quotidie eueniunt,ncg de hac
uclillare dependebis. Videt dcus omnia mentesnudas à ua lis materialibus et corticibus
iftis repurgamentis.Sola enim fua intelllige tia ſola ifta cótingit, quæ
abipſohucde fluxerút ac deriuata funt. Quodipfum tu quoque li facere
afucſcas,magna cx parte efficies, ne ita circútrahare. Qui cnim nó aſpicit
carncm circumicctam, occupaturin ueſte, domo,gloria, relia quisg exterioribus
ac quali tabernacu lo contemplando. Tria ſunt ex quibus conſtas:corpus, anima, mens.
Priora duo tátum ea ratio ne tua funt, quòd corum curam geris: Tercium folum
ucrè tuum est, quod si separes à te. Quæalii dicunt aut faciunt aut
quetuipſe,aut ģte futura pturbát, aut quæ corpori tibi circundato, uela
nimulæunànatæ præter cuam uolunta tem accidunt, ac quæfluctusexterna. rum rerum
uoluit:Ita ut intellectus ab illis rebus, quæ fato una sunt, exemptus libera
apud feipfam uitā uiuat, agensiu Ita,probás euéta, dicens uera, fi inquam
remoueas à menteres quæ ci conſenſu quodam naturæ adhærent, itemģfutu rum et præteritum
tempus, efficies ex tcipfo globú, qualis illcEmpedocleus. Sefolo exultās,totus
ceres atqz rotú dus:Diſces id tátú uiuereg uiuis, hocé. in præsentia.I ta fiet,
ut ad fine ufo ui tæ tibi ſupereſt, pofsis abſque petürba tionibus
generosè,& geniū tuú pbás atq amās exigere. Sæpenumeròmihi mirari
ſubijt,quidnãeſſet rei, q homi nes cùm feipfos magis ĝ quenquam ali um diligat,
iñ ſuam de ſeſe exiſtimatio nem minoris ducant quàm aliorum. Quòd fi quis
Deus,aut prudens præ ceptor mandet, ne quid homo apud fe ipſum cogitet animóue
concipiat, nisi id statim lit prolaturus, certè ne unum quidem diemid coleret: adeòmagis
ue remur, quid proximus de nobis fit exi stimaturus, qusm quid ipsi nos. Qui
fit, quod Dij, cum oía pulchrè et humaniter ordinauerint, hoc unu neglexerint,quod
nonnullos homines apprime bonos, acin quos in plurimus ſuam erga deum pictatem
quaſi teſſeris fecerunt teſtatam,unuinig lele familia res multis pijs
actionibus et facrificijs effecerunt, femel fato functos nonredu cunt,fedomnia
extingui finunt. Idaute Gita é,ſcias deos aliterinſtituturos fuif fe,&
aliter fieri expediuiſſet.Nam fieraj iuſtum, erat utiq etiam poſsibile: ac di
erat secundum naturam, certe naturaid tulisset. Quod ergò res nó ita habet Si
tamen non ita habet,id tibi faciatfidem non fuiſſe ex uſu, ut aliter quàm eft
fie ret.Vides enim ipſe quoquete, dúhoc fcrutaris, cum Deodeiure diſceptarc.
Atqui non hocmodo cũ dijs colloque remur, nili cos optimos eſle &iuſtiſsi
mos putaremus.Si autem tales funt, ni hil certè in rerum difpenfione iniuftè
accontra rationem neglectumpręteric runt. Ad sue facte ad ea etiam, de qbus de
ſperas.Etenim læua manus, cum adalia obeunda ſitinhabilis,propterca q non
conſueuit: tamen frænumfortius quàm dextra continet. Qualete
corripiecmorscorpore et ani mo?Conlidera uaftitatem æui quod an te et poft te
est, brevitatem vitæ, materiæ imbecillitatem. Causas ipsas ab integumentis
nudas inspice. Quo referantur actiones vide. Quid dolor, voluptas, mors,
gloria, quis sibi ipsi occupationum sit causa.Neminem ab alioimpediri, omnia
opinionibus constare. In uſu placitorum Gimilem oportetel ſe pancratiaftæ, nó
gladiatori:hic enim enſem quo utit li deponit, interficitur, alter verò manum semper
habet paratam, camg ut ex uſu eſt conuertit. Huiuſmodi res conſiderandæ ſunt,
diuiſione earum facta in materiam, formam et respectum. Quanta est potentia
hominis? Cui licet nihil aliud facere, qid,quoddeus sit laudaturus et amplecti omnia
quæ ei Deusobtulerit. Quodad naturam conſequitur,eius cauſa dei non ſunt
culpandi, nam nex volentes,neg inuiti peccant nec hoíes. Quamridiculus clt et perigrinus,
qui ratur ca quæ in vita fiunt. Omnia funt aut neceffitas fatalis,at que ordo
ineuitabilis, autprouidentia placabilis: aut confufio inanis et nul lum habés
pręfectum.Quòdfi eft necef fitas ineuitabilis, quid reluctaris? fin p uidentia
quę admittit placationcm, dignum præbe teipſum diuino auxilio. Sin confufio
eft, cui præſtnemo,conté tus eſto, gin tanto rerum fluctuipſe in te habes
mentem: quòd ſi te abripiat æftus,abripiat ſanè corpuſculú, animu: lam,acreliqua:mentem
quidemnó ab ripiet. Quaſi uerò lumen candela tanti ſperluceat dum extinguatur,
ne @ splendorem amittat: Veritas autem in te et iustitia et temperantia ante
obitum tuú extingui debeat. Siquis deſe opinionem peccati præ beat, cogita:ecqd
nofti, finepeccatú? ac fi peccauit:quid ſiipſe ſeipſum dam net, ide perindeeſt
ac ſuum ipfius lædere oculum. Qui autem prauos pecca renon uult eius
limiliseft, quinon uult ficum in ſuo fructu fuccum ferre, infantes plorare,
equum hinnire: acli quz ſunt alia neceſſaria.Quid enim aliud faceret,
quihuncfibi habitum contraxit. Si igitur trux eſt, cura eum morbum. Sinon
conuenit,neagas:& non eſt uc rum,ne dicas. Tui animi motusita Gint
compoſiti,ut omnia circunfpicias.Co gita, quid fit quod cogitationem tibi
commouet: idğ excute dividendo in causam, materiam, respectum, tempus, intra
quod ea resdesinet. Senti vel tan dem, elle aliquid in te præſtantius ac di
uinius quam ca ſunt, quæ affectus ciét, ac quæ te mouent. Quid enim est intellectus?
nummetus, nu suspicio, num CUPIDITAS, num aliquid aliud tale? Primò cogita
nihilfruſtra eſſe agen dum, neq quod non aliquò referatur: deinde, ut non aliò
ĝad ſocietatehuma nā referatur. Paulo post nusquam eris, nec quicquam eorum quæ
núc cernis nco quisq eorû q núc uiuunt. Omnia cnim nata ſuntitaut mutétur,
vertatur et pereant, ut in eorum locum alia na ſcantur. Omnia opinione
cóſtát:hęc aúteſtin tua poteſtate. Tolle igit,cu lu bet,opinioné,eritộtibi tanĝ
pronto riú præteruecto oía ſerena, et linus flu etibusuacans. Nulla, quçcung ca
fic actio malú aliquid patitur,fi ſuo tempo re definat: icutnesis, qui agit, ca
róc aliquid mali accipit. Itidem et corpus omnium in uniuerſum actionú, quod
eſt uita,li ſuo tempore deſinat,nihilma li ea rationcpatitur:neqisquioppor tunè
finem facit ſeriei iftiactionú,malú aliqd' fecit. Tepusucrò debitum et terminum
natura costituit. Aliquamdo et privatim utin senectute. Oio aut univerli natura.
Cuius quidem partib.mutatis, fem perrecens et uigesmundus perdurat. Seper uerò
id pulchrū é et fpecioſum, o códucit uniuerſo.Finisita g uitæ, în gulis mala
quidẻ có nó pót.gene cúnố fit turpis: quippe necuolútate ènoftra
depédens,&àfocietate nó aliena. Bona aútfit: cú et opportune fiat reſpectu
u niuerli, et profit, &diuinitus accidat. His cogitatis, tria hæcin,pmptu
habe. Primúut in agendo cures, ne quid fru Itra agas, aut fecus quàna ipſa
iuſtitia e giflet:in rebus extrinſecus accidentib. easfortunæ nutu,aut puidétiæ
obtigif fe:quarú neutra éīcuſanda. Secundum, qua le unum quodlibetam privatioe
fuéritufa dum animam accepit,indeý,donccca reddidit:ex quibus conflatum fit et in
quæ diffoluatur. Tertium, ſurſum elato animo humanas res intuere, earumý
multiplicem uarietatem: quàm multa circùm in aëre et inætheré habitét:caſ te
uiſurum, quoties in ſublime attolla ris: utſintomnia.unius ſpeciei, et breui
tempore durent. Hisne superbimus? Eijce opinionem, et faluus es. nemo id
prohibebit. Rem aliquam moleftè ferés, oblitus es omnia fieri fecundum uniuerfi
natu rā; &quod peccatum fit alienum:præ terea omnia ita ut nuncfiunt,
femper fa eta effe, et futura,núcý fieri ubiq:item quæ homini fit cũ uniuerſo
genere ho minú coniunctio:nó ea ſanguinis autſe minis,fed mentis communicatio.
Obli tus es etiam mentem uniuſcuiuſg eflc Deum et inde fluxiſſe: nihil cuiĝpro
prium effe, ſed illinc et fætum, &cor puſculú et ipſam animulā ueniſſe.Obli
t'es oía uerſariin opinione, gid tm qd præſenseít, unuſquitg uiuit, et amittit.
Crebrò apud animú tuú recole cose certis de rebus nimium sunt indignati, qui maxima
gloria,calamitate, inimicitia, aliáue quacüq fortuna effloruerút. Deinde quære,
ubi nam sintista. Nempe fumus sunt, et cinis et fermo. Aut ne hoc ipsum quidem.
Simulad mentem tibi accidat, qualia Gntomnia. Ut Fabius Cattullinus rure, Lucius
Lupus in hor tis obijt, Stertinius Baijs, Tiberius Caprei, Velius Rufus Et
omnino opinionis cauſa diſcrimě inrebus indifferentibus ftatutum.Tum quàm uile
fit omne quod reliſtit. Item quanto magis fit philofophięconfenta neum, in data
materia tueri iuftitiam, modeſtia,ac fimpliciterdijs obſequi.Fa ftus enim qui
ſuperbiæ uacuitatem o ſtentando exercetur, omnium eſt gravissimus. Qui quærit
cur Deos colas, quomo do eos uideris, aut elle deprehenderis, ei reſpondebis,
primùm efle cos uigles: deinde absqz hocſit, tamen animam me am cum non uideam,nihilominusma
gnifacio:ita Deosquoq ex uiribus co rum quas identidem percipio,cùm eſſe
intelligo,tum ueneror. In cò ſita eſt uitæ falus, ut fingulas res totas intuea
ris, quid in iis formæ sit, quid materiæ: toto ało ageut iufta agas et vera
dicas: Quid enim superest, q ut fruaris uita bo nis bona annectédo,ita ut
minimú ſpa cium intermittas. Vnú eftlumenſolis, ét fiintercipiaturparietibus,
muris,alijs innumeris rebus. Vnaeſt communis na tura,etſi certo modo affectis
corporib. infinitis diſtincta.Vna anima, et si naturis in numeris,proprijs
circúſcriptio nibus diſtributa uideatur. Una étmens, etsi discreta
uideat.Reliquæ proinde di ctorum partes,tanquam ſpiritus et ſub iecta
inſenſata, et inuicé nihilcóiunctio nis habentia, tamen ipfa quoqà mente et eius
potentia continentur.Atpecu liariter intellectuseiuſdem generis ad iungit ſe
naturis, neo a societate divellitur. Quid quæris? Ut vivas? Id est sentire,appetere,creſcere,deſinere,
loqui, cogitare. Quid horú deſideratu dignu est? Quod Guilia sunt oia hæc,ad
extrc mú te cófer, népe ut fequaris rationem &Deú ducem. Sed utrum huic
instituto pugnat, ægrè ferre aliquid, an uerò morsid abolet? Quanta pars
immenſi infiniti ę ui attributa eſt unicuiq? celeriterea in æternitate euaneſcit.
Quanta pars universi? Quantas est univers? quantula in glebula terræ repis? Hæc
omnia tecum cogitans, nihil animo magnum conci pe, hoc tantum, ut ductu naturæ
agas, &feras quæ communis fert natura. Id cura, quomodomens tua ſeipſa
utatur. In hocenim ſunt omnia. Cætera fine à uoluntate dependeant,quc ſccus,
mor tua ſunt, fumus. Id maximè ad contemptum mortis facit, phi ét,qui dolore in
malis, &uo luptaté in bonis duxerüt, tamen ea dei fpexerunt. Quiid
tantùmboninom nc dignatur, quod eft opportunum, ac cui perinde eſt pluresne an
pauciores fecundum rectam rationem præftiterit actiones,negin aliquo ponit
diſcrimi ne,lógioréné an brcuiori tempore mű dum contempletur, ei mors nequaqua
eſt terrori. Heustu, ciuis fuiſtiin hac magna urbe, adattinet, utrum
quinquénio? Etenim quod secundum leges, id omni bus est æquum. Quid ergo grave
accidit, si te urbe emittit dominus. Non is quidem iniustus iudex, sed natura
quæ te introduxit; perinde ac fi prætorhi ſtrionem emitrate theatro, in quod
cum introduxerit. Quod fi is dicat, fenon quinque, sed tres modo actus recital
fe, recte dicet. Atvero in vita tres actus fabulam implet. Finem enim is
determinat, qui et concretionis olim fuit et nunc est dissolutionis autor. Tuneutrius
es causa. Discedeigitur æquo animo. Nam. &is qui te dimittit, propicius
tibi est. Riconosco da Vero, mio avolo, la piacevolezza de’ costumi e'l
non adirarmi. Dalla riputazione e ricordanza di mio padre una modestia virile.
Dalla madre, la pietà verso gl'iddii, la prontezza nel donare ed il contenerini
non solo dall'onprar male ma dal fermarmi cicziandio col pensiero. Ancora la
semplicità nelle vivande e l'esser lontano dal vivere dovizioso. Appresi dal
bisavolo di non frequentare le pubbliche ragunanze, e di valermi in casa di
buoni maestri, col conoscere che in questo è di mestiere lo spendere senza
risparmio. Dall'aio, di non parteggiare ne co' prasiani ne co' veneziani, ne
co’ palmulari ne con gli scutari. Ditrava gliar volontieri, d'abbisognar di
poco, d'operare da me medesimo, ne di troppo infaccendarmi, e difficilmente ammetter
le calunnie. Da DIOGNETO, di non perdermi in cose vane e non prestar fede a ciò
chei prestigiatori e gli stregoni dell'inicantare e discacciare le demonia e di
altre cose tali si vantano, di non nutricare coturnici ne perdersi circa si
fatti trattenimenti, di sopportare l'altrui libertà del parlare, D'ESSERMI
FATTO DOMESTICA LA FILOSOFIA, l'haver udito primieramente Bacchio, appresso Tandaside,
Marciano, l'haver composto nell'era puerile dialoghi, e di contentarmi di uni
letticciuolo e di pelle e di tutti altre cose alla greca. Da Rustico: di formar
in me concetto che i miei costumi habbiano bisogno di correzione, e di coltura,
di non divertirmi all'imitazione de' sofisti, di non comporre sopra MATERIE
SPECULATIVE e di distendere orazioncine efore tative, overo con altrui stupore
ostentare di esser huoino di A vita rigorosa e benefico, di lasciar la
rettorica, la poetica e l'elegante parlare, e no andar con l'abito solenne per
casa ed usar si fatte cose, e discriver letteruzze semplicemente, come da lui
medesimo fu scritto da Sinoessa a mia madre, di rendermi senza indugio
reconciliabile co’ quelli, che danno qualche disguſtoso commettono qual che
errore, subito ch'e'volessero ritornare al buono, nella lettura non contentarmi
di passarla superficialmente ma con accuratezza, di non esser inconsiderato in
dar l’assenso a ciarle e che leggessi i commentarii d'Epitteto, prouedendomi
d'un esemplare di quelli ch'egli teneva in casa. Da Apollonio, il proceder con
franchezza, con una ferma costanza senza vacillare e non rimirare ad al ître
por grande che fosse, che alla ragione e l'esser sempre il medesimo ne' dolori
più acerbi, nella perdita della prole e nelle lunghe malattie, dal vivo esemplo
di lui riconobbi che può l'huomo esser fiſo e inficmemente rimer ſo. Era egli
non tedioſo nello fpiegare;e ſcorgeuafi vn huo. mio, che riputaua ben chiara
mente l'infima delle ſue doti la pratica, e ſpedita maniera dello ſpiegare i
Theoremi. Da lui ancora imparai come biſogni riceuer dagli amici le grazie,
ſenza rimanerne perciò oppreffo,nemeno co me inſenſato ſprezzarle. Da Seſtola
piaceuolezza el'eſempio d'vna.caſa guida ta con carità: Il proponimen to di
viuere fecondo natura: Vna grauità ſenz'affettazio ne:L'inueſtigare attentamen
te il guſto degli amici: Il tollerare gl'idioti, e quelli, che opinano ſenza
conſiderazio ne:L'effer con tutti confacce uole, ficchè la sua conversazione
aggradiua aſſai più di qualſivoglia anche luſinghe uole adulazione; ed era in
quello ſteſſo tempo ſomma mente riyeriro da quelli, che feco erano: E di più
yna ap prenſiua nell'inuentare,e diſ porre con buon ordine le maffime
neceſſarie al viuere. Non moſtraua mai alcun fe gno ne dira,ne d'altro affetto
maera aſfai lontano da tutte le passioni; ed inſieme eglice lebraua, e lodaua
gli altri, ma ſenza ecceſſo; ed era di gran sapere senza ostentazione. Da
Aleſſandro Gramatico, il non ilgridare, ne riprén dere ingiurioſamente, ſe al
cuno cometteſſe Barbariſmo, o Solleciſmo, o altro,chenon bene fonaua; ma con
bella maniera ſuggerire quel tanto appunto, che ſi douea dire, apportandolo per
cagione di riſpoſta, di confermamento, o di conſiderazione ſopra la coſa
ſteſſa, non ſopra la paro la, o con qualch'altro manie roſo, e coperto
auuertimento, 9 Da Frontone imparai qual ſia il tirannico liuore, la frode, e
la doppiezza;e come tutti quelli chiamati da noi “patrizi” sieno in certa manie.
m A 4 ra disamorati. D’Alessandro il platonico,non iſpeſſo, ne ſenza ne ceflità
il dire, o fcriuere ad alcuno di non hauer punto di reſpiro; e per tal modo
ſpeſſo eſentarſi dalle conuenienze che per l'affetto ſono douute a quelli, che
con noi viuono ſotto preteſto, che li negozi ciaſſediano. Da CATULO di non
havere in poca stima le querele de gli amicisancorchè foffero ir ragioneuoli;
maprocurare di ritornarli nel solito stato; CO, sì ancora di celebrar di cuo re
li precettori;le quali coſe fi rammentano di Domizio, e di Athenodoto:
Finalmente di amare con vero affetto i figli uoli. Dal mio fratello Vero
l'affezione verso i domeſtici; l'amor della verità e della giuſtizia. E per fuo
mezzo hebbi notizia di Traſca, Elvidio, CATONE L’UTICENSE, Dione, e MARCO BRUTO;
c mi formai nell'immagina zione vn reggimento di Re pubblica, con leggi eguali
a ciaſcuno, e di vn Regno, che antepone ſopra tutte le coſe la libertà de'
ſudditi. Dal medeſimo appreſi la negli genza difeſteiro, e la coſtan za nel
PREGIAR LA FILOSOFIA, anteponendola a ciascun'altra cosa; e la beneficenza e la
liberalità, non mai intermessa, lo sperar sempre bene e l’asicurarmi di esser
AMATO DAGL’AMIICI. Non taceva, lasciando di fare la correzione a coloro, che
conosce la meritassero sicchè a quelli, A 5 che gli crano caduti di grazia non
lo tene celato. E non bisogna alli suoi amici conghietturare intorno a quello ch'egli
voleva o non voleua, ma la di lui volontà e apertamente palese. Fu eſortazione
di Massimo esser padron di se stesso, non lasciarsi aggirare in cosa alcuna ed
esser di buon animo in tutti gli altri accidenti, ancora nelle malattie. Esser
ben aggiustato ne' costumi, foane e onorevole e senza querimonia esecutore
delle cose proposteli. E che tutti credessero ch'e' PARLA COME SENTE e che nel
fare in nulla male opera. Di niente si maraviglia terriua: in niuna cosa e
frettoloso o tardo o perplesso, i ne s'at accdioso o si faceva befe fe o vero
era collerico o sospettoso, ma benefico, indulgente, e verace, e pare ch'e'e
più tosto retto per natura, che corretto per istudio, ne giammai alcuno si tene
da lui disprezzato ne manco presume di stimarſi di lui migliore e ſe fu faceto
fu con modo. Appresi dal padre addotivo, l’imperatore ANTONINO PIO, la mansuetudine
e la stabilità nelle cose già con esaminamento deliberare, di non esser
vanaglorioso negli onori di apparenza ma amatore della fatica, operando di
continuo, e di eſſer pronto ad v dir quelli che hanno da suggerir cose PER
UTILE COMUNE, Iin mutabile in dare a
ciascuno quello che ſecondo il proprio merito gli era dovuto, ed esser discreto
ad usar il rigore, come la moderazione, dove bisogna. Non era egli distratto
con l'affetto verso de giovani ma al pubblico totalmente intento. Non merte GLI
AMICI in necessità che feco cenassero ne bisogna che lontano peregri nafiero
per lui, però lo trovano l'istesso quelli che per qualche necessità erano rima
Ai indietro. E ricercatore ne'consigli esquisito e fermo. Non s'attacca ad ogni
sufficiente indagazione delle opinioni che gli occorreno. Attento e a
conseruarsi GLI AMICI de quali mai non si attedia ne pazzamente amavali e si
contenta d’ogni cosa con volto sereno. L’antiuedendo, e preordinando di
lontano, eziandio le coſe minime senza strepito. Non vuole sentirsi d'attorno
ne acclamazioni ne adulazioni. Tenendo in buona guardia le cose necessarie al principato,
e sempre provveduto di ciò che a quello fa mestiere, sopportando con pazienza
se di questi e simili rigori viene tacciato. Non e superstizioso circa gl'iddii
ne quanto agli huomini troppo popolare, cattando l'aura della plebe, ma in
tutto attento, e ſodo, non dimenticando mai il convenevole. E quelle cose che
conferiscono in qualche modo agli agi della vita delle quali la fortuna gli
tera stata liberale;vfaua ad un’ora senza fasto, e iſchiettezza, dimodo ch'egli
godeua indifferentemête del le preſenti, non bramando ciò chenon haueua. Non vi
fu alcuno; che diceſſe di lui che fosse Sofista, o Caſalingo o pedante; mavn
perſonag gio maturo,perfetto,ſuperio. re alle adulazioni, capace a gouernar ſe
ſteſſo e gli altri; ed oltre ciò onoraua quelli, che veramente eranoFiloſofi;
tuttauia non dileggiava gli altri.Era di più nelle conuer fazioni huomo
compagncuo le, egrazioſo, peròfenza te dio.Del proprio corpo tene ua cura
quanto conueniua, non come huomo del tutto dedito a prolungare la vita, o per
fare il bello, però ne meno con traſcuraggine, ma in maniera tale, che col
propio riguardo aſſai rade vol. te haueſſe biſogno di medi camenti, o al di
fuori epitçi marſi. E ſpezialmente cedeua ſenza inuidia a que’tali, ch'e rano
dotati di qualche facul tà, come a dire, o di ben lare, o dinotizia per via
d'if toria, foſſe di leggi, o foſſe di coſtumi, o di altre fi fatte co ſe; anzi
ſtudiauaſi che ciaſcu ņo ſecondo il proprio talen to acquiſtaſſe nome e crediato.
E facendo ogni coſa ſe condo gl'inſtituti de'maggio. ri,non perciò veniua ad
appa fire rigido guardatore dell' antichità, non efſendo amico di muouerſi
leggiermente, ſuariare,ma di diinorare ſem pre ne'medeſimi luoghi, ed affari. E
dopo i paroliſmidem dolori di teſta tornania ſubito freſco, e vigoroſo alle ſue
ſoli te operazioni.Egli non hauea ua di molti arcani, ma po chiſſimi, molto
radi, e queſti ſolamente circa gli affari del comune. Andaua con pru denza, e
miſura nel conce dere gli ſpettacoli, nelle fab briche pubbliche, e congia rij,
e ſimili opere, fi come colui, che riguardava a quel to, che conueniuà di fare
e non alla gloria, che dal te coſe fatte ne era per ri fultare: Non vſaua bagni
fuor di tempo,non era vago di edificarc, non inuentore di viuande, ne di
teſſiture, etine ture di drappi, ne ambizio fo di ſeruirù di bella preſen za. A
Lorio ýſaua la tonica cheſe gli prouuedcua dalla balla villa, e così sſana ordinariamente
per Lanuuio: ma nel Tuſculano per ſoprauue fta yn tabarro; e di tal licen za ne
faceua come ſcuſa. Era inſomma tale il ſuo tenor di viuere, non diſguſteuolc,
non iinmodefto, non eccedente nelle ſue azioni, ne comeſi dice in prouerbio,
Infino al ſudore; ma tutte le coſe fue ſi annouerauano così ben dif poſte, come
ſe foſſero fatte a bellagio, placidamente, or dinatamente, con ogni vigo re, e
conſonanza fra diloro. Onde a propoſito di lui ſi po teua dire, ciò che di
Socrate ſi racconta ch'egli poteua aſtenerſi, e goderſi di quelle coſe, delle
quali molti, e ncll? aftenerſi s' indeboliſcono, e nel goderle ſi moſtrano in
temperanti. Ma l'eſfer padro 3 nic di ſe, e lo ſtar ſaldo, e sobrio nell'vno e
nell'altro, è da huomo, che ha l'animo ben aggiuſtato, ed inuitto, come ſi vide
nella malattia di MASSIMO. Dagl'Iddij riconoſco l'haucr hauuto buoni auoli,
buoni genitori, buona ſorel la, buoniprecettori, buoni dimeſtici, parenti,
amici, e quaſi ogni coſa buona: che, niun di loro inconfiderata mente io
offendeſfi, benchè con tal natural diſpoſizione', che ſe foſſe venuto il caſo,
io vi farei traboccato. Tuttauia per grazia degl'Iddij non ſe gui tal
combinamento di co le, che ſi diſcopriſſe queſta mia inclinazione: E che io no
foſſi più lunga mente alleua to appreſſo la concubiņa di mio auolo, come
dell'hauer conferuata immacolata la mia pubertà; e che io non mi riſentiſsi
d'eſſer in età virile prima del tempo, anzi in ol tre d'hauer indugiato dopo
che io peruenni a quell'età: L'effereſtato ſoggetto ad un Principe padre, il
quale era per farmi por giù ogni altcri gia, e per farmi appréderc che ſi può
viuere in Corte ſenza che ſieno necaffarie le guardie, le veſti ſegnalate, le
cerimonie delle fiaccole, e delle ſtatue, o altro ſimile ap parato; ma che ſia
lecito il trattarſi sù l'andare di priua to,ne quindi auuilirſi, o de primerli
per far quello, che conuiene ad vn Principe in riguardo del pubblico go uerno ·
Ancora d ' efformi tocco in forte vn fratello tae le, che poteua co’ſuoi coſtu.
mi eccitare in me vn eſatta cura di me ſteſſo, mentre in-: fieme con l'onore, e
con l'a more mi ricreaua: D'hauer hauuto figliuoli d'indole non tralignante, ne
di corpicciyo lo mal fatti: Che io non fa ceſſi maggiori progreſſi nella
Rettorica, e nella Poctica, o in fi fatti ſtudij, ne'quali for fe mi ſarei
troppo ſuagato, ſe mi fofſi auuiſto che in quelli felicemente m' auanzaua: Che
io preueniſſi di colloca re nelle dignità i miei edu catori, concioffiecoſa che
mi pareua eli lo defiaſſero, non nutrendoli di ſperan za, come che cffendo ano
cora giouani poteſſero al pettare quello che poſcia io era per fare: Parimente
d'ha uer io conoſciuto Apollonio, Ruſtico, e Maſsimo: Che ſo uente, e
chiaramente mi li presétaſse nell'immaginazio nc la forma della vita c011
ueniente alla natura. Onde', per quanto appartiene agli Iddij per le
ammonizioni,as ) iuti, ed iſpirazioni da eſsi co partitemi, non vi è ſtata coſa,
che mi tolga il viuere rego lato alla natura, o che'l man camento non proceda
al tronde, che permia colpa, e per non offeruare io gli au uertimenti, de'quali
fui da lo ro come addottrinato: Che: il corpo mio fia durato nella ſorte divita,
che io ho menato: Di non mieſſer non ſolo accoſtato ne a Benedetta, ne a Theodoto;
mache ancora dopo dalle paffioni ' amore ho conferuato la men te fana: Che
ſpeffe volte tro uandomi adirato con Ruſtico io no fia traſcorſo tantoltre, che
me ne habbia hauuto a pétire:E che giacchè mia ma dre era per morir giouane, io
viuuto ſia cô eſſa inſieme ne glivltimi anni ſuoi.Ogni vol ta che io habbia
voluto fou uenire il pouero,o qualunque altro biſognoſo, non vdij mai che i
denari, co’quali poteffi ciò fare mi mancaffero; ne mai accadde tal’vrgenza, che
io da altri gli accattaffı. D’ hauer conuerfato con vna moglie tanto riuerente,
tan.. to amoroſa, e tanto ſchietta: Che ho haluto buona forte negli educatori
per li figliuo li: Che in ſognomifieno ſtati fuggeriti molti rimedij, prin
cipalmente quello allo ſputo del fangue, e quello alla ver tigine; di ciò hebbi
la grazia in Gaeta ed anco in Chre fa: Che, eſſendomi io dato al l'acquiſto
della Filoſofia, non m'abbattei in qualcheSofiſta; ne conſumai il tépo in iſqua
dernare ſcartafacci, ne in or dire, e ſoluere fillogiſini; ne mi ſmarrij tra le
quiſtioni meteorologiche. Queſte cofe tutte riconoſco dall'aiuto degl'Iddij, e
dalla loro for tuna; dimorando io nel pacſe de' Quadi preſſo il fiu me Granua. Di
bel mattino ho così da predire a me ſteſſo: E’faci le che io m'incontri in tale,
che ſia o importuno, o diſ grazioſo, o proteruo, o malizioso o invidioso, o nemico
di ogni comunanza. Tutti queſti difetti prouennero in eſsi dall'ignoranza del
bene', e del malc; ma hauendo io notizia della natura del be ne, che è
l'eſfer'oneſto; e del male, che porta al no oneſto; ed eſſendomi inſiememente
nota la natura di chi nel male pecca, poſciachè egliè a me, cõgiunto no tanto
per la ſimi. gliáza del ſangue, e della ge nerazione, quanto per la mé te, la
quale è comeporzione, della diuinità, ne ho da trar re conſeguenza,che non pof
lo rimaner leſo da alcuno de detti difettuoſi;concioffiecofa che niuno mi
auuilupperà cô le ſue ſconueneuolezze; e non ho da ſdegnarmi con chi è a me
congiunto neodiarlo, im perocchè ſiamo fatti a fin di cooperare, come li piedi,
le mani, le palpebre, e de i den til'ordine di ſopra con quel di ſotto. Il
contrariarſi dun que l’yno all'altro è contro all'iſteſſa natura, e l'adirarſi,
e lodiarſi è vn contrapporſi. Tutto quell'eſſer mio ſi ri ſolue ad vn pezzo di
carnuc cia, ad vno ſpiritello, ed al la parte ſuperiore, ch'è la mente. Laſcia
da parte i libri, ne coſa alcuna ti diſtragga. Ciò non t'è permeſſo: ma co me
sul'orlo della morte ſprez za quella carnuccia, che con ſiſte in ſanguuccio,
oſſetti, ed in vna teflitura tramata di nerui, venette, ed arterie. Conſidera
ancora che ſia lo ſpirito? aura che mai non ri mane ľifteffa; ma ognora B fuori
ſi ſpira, e reſpirando di nuouo li attrae.La detta terza parte dunque di noi è
quella, che ci gouerna, circa della quale così hai da diſcorrere, Se' vecchio
non hai da com portare che queſta più viua in servaggio. E che ſia più per
violenza ſtraſcinata dall' im peto, ch'è alieno dall'huma na comunicazione; e
che non fi prenda più faſtidio di quello, che cagioni il fato al preſente, o in
auuenire. L ' opere degl'Iddij tutte fon ri piene di prouidenza; e quelle della
fortuna non ſono ſenza concorfo della natura, o del la coordinazione, ed intrec
ciamento delle coſe guidate dalla prouidenza. Quindi tut to ſcaturiſce.
Aggiugni anco ra, che così èneceffario, conferendo all' vniuerfo Mondo, del
quale tu se porzione e ad ogni parte della natura è buo no quello che porta la
comu ne natura; e ciò che s'affà al la di lei conferuazione - Però con feruano
il Mondo così le mutazioni degli elementi,co. me quelle de compoſti. Que Ite
coſe a te ſieno ſufficienti, e perpetui decreti. Caccia ľ auidità de'libri per
non mori re fufurrando, ma con vera placidezza, ringraziando di tutto cuoregl'Idddij.
Ammcntati da quan to tempo in quà se? andato differendo queſte co ſe; e quante
volte de termini, a te aſſegnati da gl'Iddij, non ti ſe’valuto.Biſogna vnavolta
che tu riconoſca di qualMon do ſij parte; e da qual Rettor del Mondo deriui: E
come ti è ſtato circonſcritto yn termi ne di tempo, il quale, ſe tu ben non te
ne varrai per tran quillarti, trapaſſerà, e tu con esso, leſſo;ne ritornerà più.
2 Sta totalmente, e in ogni tempo intento, come conuie ne ad yn Romano d'animo
forte, e maſchio, ad ele guire quello, che hai tra ma no, con attenta, e non
affet tata grauità, con humanità con libertà, con giuſtizia, con dar poſa a te
ſteſſo, rimo uendo ogni altra immagina zione; E allora la rimouerai, quando
facendo qualche a zione riputerai eſer l'vltima della tua vita, lontana però da
ogni temerità, e da ogni appaſſionata auuerſione alla retta ragione, dalla
diſſimu lazione e dall'amor di te ſteſ ſo, e da qualſiuoglia diſpia cenza alle
coſe a te per fatali tà congiunte. Tu vedi quan te poche ſiento quelle coſe, le
quali poffedendo, potrà vno viuere felice, e diuina vita; poſciachè gl'Iddij
niente di più domanderanno a colui, che queſte tali coſe oſſerua 3. Rimprouera,
o anima,rim, prouera a te ſteſſa, come t'è ſcorſo il tempo per propria mente
honorarti, eſſendo che la vita comunemente ſe'n fugge;ela tua è già quaſi su
I'vltimo, riponendo la tua fe licità nell'opinione degli ani mialtrui. 4 Perchè
fe diſtratto dagli ac. cidenti ch'eſtrinſecamente di foprauuengono? Proccura
del l'ozio a te ſteſſo, per appren dere qualche bene; e ceſſa da aggirar la
mente. Inoltre hai da guardarti da vn'altro ſua. ria mento: Imperocchè alcu, ni
quaſi delirano con le loro aziani: cioè quelli, che tra uagliano aſſai nella
vita, ne hanno fine certo, doue indi rizzino ogni inclinazione, e tutta quanta
la loro imma ginazione. $ Non fi vedrà facilmente alcuno eſſer infelice, perchè
non comprende quel, che ſe gua negli animi altrui: ma è Forza cheinfelici fieno
quelli che non offeruano i moui menti del proprio animo. Egli èmeſtiere che ti
ri cordi fempre delle coſe ſe guenti: Qual fia la natura de principij
vniuerfali, e quale la propria; ecome ſi riferiſca quefta a quella, equal parte
ellaſia, e di qual vniuerfo: E cheniitno impediſce, che tu del continuo non
facci, e non dichile cofe congruealla na B · til tura, della quale tu ſe'parte.
Filosoficamente diſcor re Theofraſto intorno al far comparazione de'peccati, fe
condo che più comunemente fi vſa tal paragonc, afferendo efſer più graui quelli,che
per la concupiſcibile fi commer tono, di quelli, che per l'ira fcibile.
Imperocchè l'adirato con qualche dolore, e occulto raggricchiamento dell'animo
pare che ſi diſcoſti dalla ra gione; doue quegli, che pec ca per la
concupiſcenza, vin to dal piacere, dimoſtra che in certo modo più da intem
perante,e più da effeminato fdruccioli nel peccato. Retta mente dunque, e da
filoſofo proferì, maggior colpa incora rere chi pecca con piacere, che qucgli,
che pecca con dia ſpiacere: E in ſoinma l’ynos" assomiglia più a colui che
per innanzi habbia ricevuto qual che ingiuria, e che, forzato dal dolore, entra
in collera;l altro ſpontaneamente fi muor ue all'operare ingiuſtamente, portato
a ciò fare dalla con cupiſcibile. 8 In tal modo hai da con durre P opere, ei
penſieri, come tu foſſi in punto per vſcir di vita. Ne il dipartirti dagli
huomini ti ha dapeſa re; poſciachè, eſſendoci gl'I et dij, quefti non poſſono
mai indurre al male; fe poi gl'Iddij non ci foſſero, o nonhaueffen ro alcun
penſiero delle coſe humane, che mi giouerà di viuere in yn Mondo manche: uole
degl'Iddij, e doue mans chi la prouidenza?Ma e gl'Id BS dij cifono, ea cura
loro ſono le coſe humane; e acciocchè lº huomo non cadetle in quello che
veramente è male, il tut to ripoſero nel ſuo volere. Nell'altre coſe, ſe vi
fofle del male, haurebbero pure in torno a queſto prouueduto, a cagione che
niuno mai vi pericolaffe. E in vero quello che non può render la perfo na
peggiore, come potrà far peggiorela vita ſua?La natura dell' vniuerfo ne
ignorante mente, ne ſcientemente, ma per non poterle preferuare,ne taddirizzare
le haurà trafcura te Ella certamente non com miſe sì enormepeccato, oper
mancanza del potere, odel fapere, che i beni, eimali ac cadano vgualmente, e
indif ferentemente agli huomini buoni, e a imaluagi;giacche la morte e fæ vita
la gloria e'l disonore, il trauaglio e I pia cere la ricchezza e la pouertà; e
così fatte coſe auuengono vgualmente agli huomini si buoni, si cattiui, non
hauen do elleno in ſe nedell'oneſto ne del difoneſto; dunque non portano feca
ne bene, ne male O come il tutto ben pre fto ſuamiſce!NelMondo i pro prij corpi,
e dopo anche col tempo le memorie di effi fi dileguano. Di tal condizio ne
fonotutte le coſe ſenſibilis e ſingolarmente quelle, che adefcano col piacere',
o che atterriſcono col tranaglio, o per lo faſto ſono applætrdite, quanto
fonovili,diſpregevo Li, fordide, e facili acorrom B 6 perſi,e già boccheggianti?
10 Tocca alla facultà intel lettuale l'auuertire, che coſa fieno quelli, nelle
opinioni, e voci de'quali fi conftituiſce la gloria: Che coſa ſia il morire; il
quale, fe alcuno il contem pla per ſe ſteſio ſolamente; e conla diſgiunzione
della con: fiderazione ne ſepari tutte l? immaginazioni, che con effo vengono
rappreſentate, com prenderà non eſſer altro, che yn opera di natura: Onde da
fanciulletto è l'atterrirſi ad vi opera della natura; e pure il morire non ſolo
è opera + zione della natura, ma molto a quella conferente: Come s? vniſce
l'huomo a Dio; e con qual parte di ſe, e con qua ! maniera ancora tal
particella dell'huomo all' ora è affetta e diſpoſta. II Niuno è più miſerabile di colui che
s'aggira per tut to a rintracciare ogni coſa, e Va razzolando comecolui dice
fin nelle viſcere della terra; e an cora va cercando per con ghietture quello,
ch'è negli animi altrui, non accorgen doſi che gli ſarebbe a baſtan za di
paſſarfela bene col ſuo genio, e riuerentemente ſe condarlo, eſſendo dentro di
lui. Queſta offeruanza però conſiſte nel preferuarlo puro dalle paſſioni,
dall'eſſerarro gante, dalli diſguſti,che ſi pi gliano per quello che venga da
gl'Iddij, o dagli huominis concioſliecoſa checiò, che vi: ene dagľ Iddij per la
virtù s? ha da venerare;quello cheda: gli huomini, s’ha da amare per la
congiunzione della natura: anzi alle volte in yn certo mar do fono degni di
compaſſione, per non conofcere il bene, e il male; ne queſta ignoranza è minore
dell? offüfcazione di poter diſcernere il bianco dal nero. Eziandio che tre
mila anni ti rimaneffero a viuere e di più altrettante decine di migliaia',
nondimeno ricor dati che niuno perde altra vita, che quella, cħeviue', ne
altraviue;che quella cheper. de.. Al medeſimo dunque fi riduce così la vita
funghiffima, comela breuiffima. Perchè quello, ch'è preſente, a tutti et vguafe,benchè
quello, ch'è perduto, a tuttinon è va guale; ecosì quello, che et perde, pare
chefiavn attimo folo. Imperocchène il paffatoy, neil futuro da niuno ſi perde;
concioſliecofa che quelloche non ſi ha, come può eſſere tolto da veruno? Però
dique ſte due coſe è da ricordarſi: l'vna, che dall'eternită tutte le cofe fono
ſtate ſimili, vol. tandoſi in giro, e non v'è niu na differenza, ſe per cento,
o per dugento anni, o pure per tempo indeterminato vedrai le medefime coſe: La
ſecon da è, che colui, che lunghiſſi mamente ville, come quegli, che
preſtiſfimo muore, refta no pareggiati nella perdita, mentre non vengono a rima
ner priui, chedelpreſente, il quale ſolo hanno, eciò, che non fiha, non ſi
perde. Ogni coſa ſta nell'opia nione, il che appariſce mani feſto dalli
diſcorſi con Monimo Cinico. E chiaro farà l've tile di queſti diſcorſi, ſe da
quelli ſe ne coglierà il midol lo della verità. Oltraggia ſe ſteſſa l'ani ma
dell'huomo:Primieramen te allora che, quanto è per 0 pera fua, diuenta
yn’apofte ma, o ghianduccia delmon do;mentre che chiunque mal volentieri prende
quello, che il tempo porta, è vn ' diſtacs camento della natura, in par te
della quale le nature di cia. fchedun degli altri ficonten gono:Secondariamente,quan.
do ſi ha auuerſione a qualche huomo, o ſe gli opponeper danneggiarlo, come
fanno que', che ſi adirano: Nel ter żo luogo tratta male fe me deſimaallora,
che ſi arrende al piacere, o al dolore: Nel quarto, oue diſſimulando fina
tamente,e ſenza verità, qual che coſa fa, o dice: Nel quin to, quando non
indirizza l' azioni fue, eiſuoi moti à niun ſegno; ma opera a cafo, e ſenza
congruenza; effendo neceſſario che ancora le coſe minutiſſime habbiano rela
zione al lor fine. Ora il fine degli animali ragioneuoli è di ſeguire la
ragione, e la leg ge della Città, e dell'anti chiſſimo gouerno. Il tempo dell'
humana vita è vn punto: la ſoſtanza fluſſibile: il ſenſo caliginoſo: e la
coagulazione di tutto il corpo facile a putrefarſi:lani moyn continuo rigiro:
la for tuna difficile a conghietturarm fi: la fama vna incertezza E per recare le inolte parole in vna: tutte le
coſe corporali vna corrente, quelle dell'ani ma vn ſogno, e vn fuina d'ac qua:
la vita yna guerra, e vor pellegrinaggio di vn viandan. te: e la famapoftuma
farà di menticanza. Checofà è dun que, che pofſa fare durare 1 huomo Una sola la Filosofia; e queſta conſiſte nel con
feruare l'interno genio inno cente e ſenza taccia,ſuperio re a ' piaceri, e a '
dolori; che niente operi temerariamente, ne con bugiane con finzione: e che non
habbia biſogno, che altri faccia, o non faccia. In oltre, che ben ricetia ciò,
che auuieneso impoſto gli ſias come di là tutto auuenga, donde egli medeſimo è
ve nuto; e ſopra tutto cheaſpetti la morte con animno ſërena, non: nonla
confiderando, che co mevn diſcioglimento degli clementi, de'quali qualſiuo glia
animale fi compone. E ſe agl'iſteſſi elementinon è ma. lala mutazione continua,che
ſi fa di ciaſcuno di eſli in vn altro, per qual ragione hafli a temere la
mutazione, e il di fcioglimento di tutti inſie me, giacchè è conforme al la
natura e niente è male, eſſendo conforme ad effa? Fin qui a Carnuto. Ccoveredt
gde jeunesse eos POS. Non è ſolamente da confiderare che la vitaſi va di giorno
in giorno conſumando; e che di eſſa ne rimanc il meno; ma quel lo ancora fi
vuole andar ri penſando, che quantunque yno viueffe eziandio d'au uantaggio,
pur reſta quegli incerto ſe ſia per durargli la mente habile alla buona in
telligenza degli affari, e di quella ſpeculazione, che ri chiede nel trattare
le coſe humane, e diuine: Imperoc „chè fe comincierà perauuen. zura l'huomo a
delirare, non perciò gli mancheran forze, ne il reſpiro, ne la facultà del
nudrirſi, ne l'immaginatiua, ne gli appetiti,ne ſimili altre potenzc; ma
s’eſtinguerà ben ſi affatto in lui quella del po terſi di ſe ſteſſo valere, e
di perfettamente adempiere le parti del ſuo miniſtero, e di chiaramente
ſpiegare i con cetti dell'animo, e di confi derare altrui, fe tal volta debba a
ſe medeſimo dare la morte; e tutti finalmente quci ſimiglianti affari, i quali
per ben riſoluere richiedel vn perfetto, e raffinato di ſcorſo.E'dunque da non
iſtar fone a bada, non ſolo perchè la morte ſempre più s'appref ſa, ma perchè
in oltre il ra ziocinio, e l ' intelletto noi fpeffe volte abbandonano innanzi
alla morte. E'ancora da oſſeruare,che tuttociò, che alle coſe già dal la natura
prodotte ſoprattuie ne, aggiugne loro yn certo che di bellezza, edi grazia;
comeper eſemplo, quando il pane ſi cuioce, infrangonfi, e in varie guiſe
apronfi four? eſſo alcune particelle di cro ſta, che fuor della creden, za, ed
arte del fornaio co sì ſcrepolate con particolar compiacimento muouono P
appetito. Così a i fichi, quan dogià ben maturi rompeſi la camicia; e allylive
ſtagiona te, mentre principiano a pu trefarſi, fi viene ad accreſcere in tal
particolare alletta mento: le ſpighe, che per lo pelo s' inchinano, il ſopraci
glio del Lione, la baua, chc1 Cignale ſchiumando getta dal grifo, e altre coſe,
delle quali, ſe ciaſcuna riguardaſi da per fe, appariſce lontana da ogni
bellczza,per lo effe re all'opere della natura con giunte, recano a queſte orna
mento, e agli animi deri guardanti diletto; Ondechi ha l'affetto e la
conſiderazio ne intenta intorno a ciò, che vien prodotto nell' vniuerſo, quafi
niente troverà anco nel le cofe, che a quelle addiuen gono, come neceſſarie
pendi ci, che con qualche buona grazia non le veda congiu gnerfi. E così i veri
digrignan ti grifi de viui animali non con ininor piacere rimirerà, che quelli,
che con iſcherzo dalla pittura, e dal rilieuo ſo no rappreſentati; e vn certo
vigorc, e vna certa maturità d'vna vecchia, o d'vn vec chio, non che la venuſtà
de? fanciulletti, potrà con ben purgata viſta rimirare; e mol te ſimili cofe,
che non ad ogn’vno ſaranno accette; ma ſolo a colui, che finceramen te
ne'ſegreti,e nell'opere del la natura ſi ſarà internato. 3 Hippocrate, che
haueua fanati molti infermi', amma latoſi egli ſe nemorì: I Cal-, dei a molti
prediſſero le mor ti, ed eſſi poſcia furono dall: ora fatale portati via: Aler
ſandro, Pompeo, e Caio Ce fare, hauendo intiere Città del tutto, e tante volte
di ſtrutte, e tagliate a pezzi in battaglia molte decine di migliaia d'huomini
tra fanti, e caualieri, eſſi ancora alla fi ne vſcirono di vita: Heracli to,
dopo hauer con diſcorſo naturale trattato dell'incen dio del Mondo, gonfio le
vi ſcere d'acqua, rauuolto in iſterco bouino, finì i ſuoi gior ni: Democrito da
i pidoc chi, Socrate da altri vermi reſtarono eſtinti. A che quc ſti racconti?
Entraſti in bar ca, nauigafti,approdaſti: Eſci fuora, e ſcendi; ſe pervn'al tra
vita, iui ancora faranno gl'Iddij, eſſendo quclli per tutto "; ſe reſterai
ſenz'alcun ſenſo, ceſſerai d'eſſere.ratte nuto tra i trauagli, ed i piace ri, e
di feruire ad vn vaſel letto tanto inferiore, quanto la porzione è ſuperiore a
quello, a cui ella ferue. Poi chè queſta è la mente, e il genio, doue quello
terra, e putredine. 4 Non conſumare queila parte di vita, che ti riinane nel
darti inipaccio,o penſiero de? fatti altrui, quando quelli non riguardino all
vtile comune; altrimente tu reſterai impac ciato in coſa da te aliena, ro
fiſticando, che faccia il tale, cd a qual fine e che dica, o penſi, o macchini,
e altre co ſe ſimili, le quali ci fanno de uiare dall' offeruanza della parte,
ch'è la propria di cia fcuno reggitrice. Concioffie coſa che biſogni nel
diuilare ľ immaginazione, sfuggire ogni penſiero intempeſtiuo, e vano, e molto
più quello, che habbia del vizioſo e del maluagio: Alucfare ancora vuolſi ſe
ſteſſo a penſare ſolo a quelli particolari,de' quali, chi all'improuiſo
t’interro gaſſe, che penſi tu adeſſo? tu polla con franchezza riſpon dere,
ſenza interporre tempo di mezzo, queſto, e queſto; dalle quali riſpoſte ſubito
manifeſtamente appariſca che i penſieri tutti ſono in te ſchietti, manſueti,
come conuiene a i viuenti per l'hu mana comunicazione; e che, tu non ſei
applicato ' a i piace ri, ne a qualſifia voluttuoſa immaginazione, non alle
conteſc, non all'inuidia, o a i ſoſpetti, o ad altro, per lo che tu ti hauefli
da arroſſire, diſcoprendo quello, che tu couaui per auuentura nell' C 2 animo.
Giacchè vna perſona, così coſtituita, è quaſi vno degli ottimi, qual facerdo te,
e miniſtro degl'Iddij,ſer uendoſi di quello, che den tro di lui riſiede Questo
rende l'uomo illibato e libero da i piaceri, illeſo da ogni trauaglio, intatto
da ogni ingiuria e ſenza vn mini mo ſentore di malizia, cam pione del maggior
combat timento, da non eſſer ab battuto da paſſione alcu na, intinto nella
giuſtizia in fino all'intimo, che con tut to l'animo ben riceue quanto auuiene,
e quanto per defti no gli venga compartito. Non iſpeſſo ne, fuori che in grandi
neceſſità, e che ſpet tano all' vtile comune, ri flettente a quello, che altri
ſi dica, o faccia, o penſi, ſolo da vn canto intento a ' proprij affari, e
dall'altro continu a mente attento a ciò, che per le contingenze dell' vniuefo
a lui tocchi; acciocchè s'in duſtrij di rendere quelli di bella oneſtà compiuti,
queſto reputi colmo d'ogni vtile e d'ogni bene. Concior ſiecoſa che, quanto a
ciaſcu no viene dal fato deſtinato, fia portabile, e del bene ſeco portante. Ed
egli tenga a mente, che a lui effcr dee fa migliare tutto quello che ha del
ragioneuole, e che la natura dell'huomo richiede, e che dee applicare alla cura
di qualunque ſi ſia degli aleri uomini. Però non ha a vo ler dipendere dall' opinione
così d'ognuno, ma ſolo di C 3 coloro, che viuono conforme alla natura; e dee
offcruare quali ſieno quelli, che diuer famente viuono ilmodo, che tengono in
caſa, e fuori, il giorno, e la notte, e quali, e con quali conuerſando ſi me
ſcolino; Eper ciò non ſi ha ď hauer in alcun grado la lode di coſtoro, che ne
meno fe fteſli contentano. Non opererai come con tro tua voglia, ne come ſcor
dato del bene comune, ne ſenz' hauer prima ventilato efattamente l'affare, ne
ritro fo; ne attenderai con bellet ti di vago dire a vanamente liſciare i tuoi concetti,
non effendo ciarlone, ne troppo faccendiero. Iddio, ch'è in te, preſieda al tuo
viuere da perſona virile, e nell'età auanzata, e di vita politica, e da nato
Romano, e chema neggia gouerno. Sta in mo do tale apparecchiato e diſ poſto che
alla prima chiama ta tu ſij pronto di ſtaccarti da i viui fi intero, che ti fia
data credenza senza tuoi giuramenti o teſtimonianze altrui. Queſt'vno non
manchi, ch'è tal ſerenità nell'animo, che non occorrono conforti efterni, ne di
effere tranquil lato per opera d'altri: s'ha dunque ad cſſer per ſe ſteſſo
retto, e non raddirizzato. 6 Se nella vita humana tu trouerai alcuna coſa
migliore della giuſtizia, della verità, della temperanza, della for tezza, e in
fomma fe altro meglio, che l'eſſer l'opera zione della tua mente sufficiente a
ſe ſteſſa, acciò ca gioni, che tu operi ſecondo la retta ragione, e in ciò, che
non può dipendere dal pro prio tuo conſiglio, al fato tu ti accomodi: ſe meglio
dico di ciò tu truoui, od iſcopri,a quello volgiti con tutto l'a nimo, e godi
dell'ottimo, che haurai ritrouato. Ma fe nulla t'appariſce, che ſia inigliore
dell'iſteſſo genio, che in te riſiede, il quale habbia sottomessi a se stesso i
proprij mori de'tuoiappetiti, ed eſamini le coſe. immaginate, e che dalle
perſuaſioni, o alletta mcnti de' ſenſi, come Socrate dicea, ſia diſtratto, e
con 1 affetto attento agli huomini, fi fia fubordinato agl'Iddij: Se di queſto
trouerai eſſere ogni altra coſa inferiore, e più vile, non dar luogo nclla
mente tua ad altra cofa veru na, alla quale vna volta che tu o propendendo, o
decli nando aderifli, ſareſti ferma mente impedito a poter libe ramente
preferire ad ogn'al tro il ſingolare, e proprio tuo bene; non eſſendo giuſto
che al bene ragioneuole e operatiuo ſi contrapponga qualſiuoglia altro, che ſia
in diuerſo genere, come fareb be l'applauſo della moltitudi ne, o la dignità, o
le ric chezze, o il godimento de piaceri;tutte coſe le quali ha. uendo
apparcnza, ancorchè in minimo, di adattarſi a noi, repentemente preuarranno, e
ci rapiranno. Ondeio ti di co, attienti fchiettamente, e francamente al meglio;
e С aderiſci a quellos e il meglio è quello, che a'te è di profit to; però ſe
ſi confà, come a perſona ragioneuole, queſto riſerbati; ma ſe ſolo, come. ad
animal viuente, riggetta lo, e ſenza gonfiartene,cuſto diſci il fologiudicio,
per po ter formare vn eſame certo, e ſicuro. Non iſtimare giam mai, che ſia
coſa conferente a te ſteſſo quella, che tal vol ta forzeratti a traſgredire la
fede, mancarc all honore, odiare alcuno, ſoſpettare maledire, fintulare, ed
ambi re qualche coſa, laquale hab bia biſogno di naſcondimen to di muri, e di
velami. Im perocchè chi ſtima fopra tut to la propria ſua mente, e il genio, e
l'operazioni della ſua virtù, quegli non fa azione da tragedia, non pia gne,
non hannà biſogno di Itar folitario, ne della com pagnia di molti. Esquel che
più importa, viuerà ſenza de fiderare, e ſenza sfuggire co fa alcuna; ne farà
molto ca fo, ſe dell'anima circondata dal corpo ſe ne ſeruirà per più lungo, o
per più breue tempo: acciocchè qual ora s'haueſſe a dipartire, così franco ſe
ne vada, come ha ueffe a disbrigarfi di qualche affare, che gli conueniffe efe
guire con decoro, e con ogni modeſtia: ofſeruando queſto folo puntualmente per
tutta la vita, che i fuoi penſieri s. aggirino attorno qualche co fa, che ſia
propria de viuen ti razionali, e ciuili. 7 Nella mente di perſona C 6 ben
aggiuſtata, e purgata non trouerai niente di guaſto, niente di marciume, o che
v'habbia fatto ſaccaia. Simil. inente. non troncherà il fato la vita di coſtui
imperfetta, come ſi direbbe dell'Iſtrione, fe,auanti di finire, e compire il Drạmma,gli
vditori all'im prouiſo piantaſſe. Di più non trouerai nulla di feruilc, ne di
affettato, ne di appicci cante, ne di diſciolto che habbia biſogno d' eſſer
corretto, ncd'eſſer ricoper ne to. Habbi in venerazione la facultà, che forma
l'appren ſione, dependendo da queſta il tutto;acciocchè niuna opi nione s'
inſeriſca nella tua mente, che non confcnta colla natura, e colla coſtituzione
di viuente razionale: E queſta profeſſi di non cor rerc alla cieca, e che
l'huomo fi confaccia con gli huomini, e verſo gl’Iddij ſia offequiolo.
Rigettate dunque tutt'altre coſe, imprimiti ſolo queſte poche, e ſpesſo
rammenta ti che da ciaſcuno ſi viue il ſolo momento preſente, il re fto l'ha
gia viuuto, o gliè af fatto ignoto. Piccola adun que è l'età di ciaſcuno: Pic
colo è il cantoncino della terra, dove ſi viue, e piccola, benchè lungi
s'eſtenda, è a ' poſtuni la fama, proceden do queſta dalla ſucceſſione di
homicciuoli, che preſto ſe ne vanno a morire, i quali non conoſcono le ſteſſi,
non che colui, il qual di già lungo tcmpo morì. A'già eſpoſti auvertimenti
s'aggiunga ancora di far ſem pre vna diffinizione, o de: ſcrizione di quello,
che vie ne dall’iinmaginatiua rappre fentato acciocchè qual'è nudamente nella
propria ſo ſtanza, e il tutto per tutte le parti diſtintamente, tu rico
noſchi,e ſia a te ſteſſo eſpreſ ſo. e paleſato qual ſia il ſuo proprio nome, e
i nomi di quelle parti, delle quali è compoſto, e nelle quali ſi ri foluerà.
Perchè non è cofa, che a ſolleuare la generoſità dell'animo ſia più poſſente;
quanto l'eſaminare con me todo, e verità ciaſcuna coſa che può accadere nella
vita ': c riguardarla del continuo in tal modo, che tu comprenda inſieme a qual
Mondo, qual vſo porgano, che poſto tena gano in riguardo dell’yniuer fo, e
quale in riguardo dell' huomozil quale è cittadino di quclla ſopraniſlıma
Cittade di cui le altre ſono come.abi. tazioni di famiglie: Che co fa ſia, o di
quali principij ſia compoſto, e quanto tempo fia per durare quello, che al
preſente m’imprime tale im inaginazione; e qual virtù in torno quello s'habbia
da vla re: come a dire della manſue tudine, delle fortezza, della verità, della
fede, della ſchiet tezza della contentezza, del la propria ſorte, e d'altre fi
mili. Per lo che biſogna dire di ciaſcheduna coſa: Queſto viene da Dio, ma questo
per fatale ordinazione, e conneſ fione delle cose del mondo o per una tale
congiuntura, e fortuna: E queſto altro pro cede da vn tuo proſſimo, e congiunto,
e teco conuer fante, ignaro di quello, che a lui pernatura ſi conuiene. Ma io
che lo ſo m’auuaglio d' effo, fecondo le leggi naturali della comunicazione,
con af fetto benigno, e giuſtizia; e inſieme nelle coſe indifferen ti, o
mezzane mi ſtudio d' andar conghietturando, qual ftima a quelle habbiaſi a da
re. Se tu, della retta ragione feguace, opererai quello che haurai dauanti
ſtudiofa mente, validamente, placi damente, e non mirando ad altro che
all'intrapreſo nego zio, anzi conferuerai il tuo genio puro, e conſtante, co me
ſe già ti abbiſognaſſo di renderlo. Se dunque queſto offeru.crai, a niente
altro at tendendo, niente fuggendo; ma nell'operazione, che hai tra le mani,
conformandoti alla natura, e contentandoti d'eſprimere con verità eroica tutto
ciò, che a dire intra prendi, tu viucrai felice. In vero non v'ha chi ti potra
quefto impedire. u Comei Maeſtri del cu rare hanno ſempre alla mano gli
ſtrumenti, e i ferri per ogni inopinata cura così habbi tu pronti i decreti a
ri conoſcere per mezzo d'effi le coſe diuine e l'humane, in tutto ciò, che,
quantunque mi nimushaurai da operare; ben ricordcuole come queſte fia no
amendue tra di loro con giunte, non potendo far nulla, che appartenga agli huo
mini, che per mera corriſpon denza al Cielojne per lo con trario. 12 Non andar
più vagan do, mentre non haurai più da leggere i tuoi libretti di me morie, ne
i fatti degli an tichi Romani, e Greci, ne le raccolte, che hai eſtratte da
varij ſcrittori, le quali riſer bate t'haueui per la vecchia ia. Affrettati
adunque ver ſo la fine, e abbandonando, mentre che t'è lecito, le va ne
ſperanze, porgi ogni aiu to a te ſtello, ſe tu fe'a cuore a te medeſimo. 13 Gli
huomini volgari non fanno quanti ſignificati hab biano le voci rubate, femina
re, comperare, ripoſare; ne fanno diſcernere quello, che s'ha da operare: il
chenon ſi fa con la viſta degli occhi, macon altra perſpicacia. Habbiamo il
corpo, l'a nima, c la mente: Al corpo appartengono i ſenſi, allani ma gli
apperiti, alla merite i decreti. Si formano le imma ginazioni ancora dagli ani
inali bruti; ma il laſciarli trarre dagl'imperi degli ap petiti a guiſa di
pupazzi tira ti con cordicelle, è cofa da beſtie, e da effeminaci, e d ' yn
Falaride, ed'vn Nerone. L'applicarela reggitrice men: te all' apparenti
conuenienze è ancora di coloro, i quali non tengono, che ci ſiano gl’Iddij, e
che alle occaſioni abbandonano cziandio la pa tria, e che quando han chiu te le
porte, fanno di tutto. Se dunque l'altre coſe ſono comuni alli già detti, reſta
proprio dell'huomo dabbene l'amare, e abbracciare ciò che a lui auuenga, e che
dal fato gli fia compartito, come il non rimeſcolare, e confon dere il genio,
che nel mezzo del petto riſiede, ne pertur barlo colla moltitudine dell'
immaginazioni: ma conſer varlo placido, e come a vn Dio, decenteinente portar
gli riuerenza, ed oſſequio. Non proferendo mai parola, che tutta yera non ſia;ne
fuo ri del giuſto facendo cofa al cuna. Se poi tutti gli huomi ni non
crederanno, ch'egli fchicttamente, e oneſtamen te, e tranquillamente ſe ne viua,
non però fi crucсerà con chi che ſia di loro; ne vſcirà mai dal dritto ſentiero,
che lo conduce al fine della vita, al quale fa di meſtiere giugnerepuro,quieto,
c pron to a diſcioglierſi, e acco- - modarſi di buona vo glia al proprio de
ſtino. Nell interno che domina in noi quando ſi confor ma alla natura, reſta sì
indif ferente a tutti gli auueni menti, che ſenza ripugnanza ſempre prontamente
ſi tra fporta a ciò; ch'è poſſibile, e conceduto; Imperocchè non s'obbliga a
materia deterininata; ma è facile verſo ciò, che gli venga propoſto, ben che
con qualche eccezione; e quello, che in luogo dell eſcluſo è introdotto,
s'appro pria come ſua materia, in guiſa del fuoco, quando nel le coſe, che
incontra predo mina; dalle quali vna picco la lucernctta verrebbe e ſtinta,la
doue vna gran fiam ma trasforma in ſe preſta mente tutto quello, che in nanzile
è poſto, e lo conſu ma, e di quell'iſteſſo diuiene maggiore 2 Niun'opera ſi
faccia a ca ſo, ne altrimente ſi eſegui ſca, ſe non conforme agli
ammaeſtramenti di perfezio ne dell'arte. 3 Proccurano le perſone di ritirarſi
nelle campagne,alla -50 he 9 or it 71 za 2. e 01 marina, e ne' monti, e an co
tu queſti ſe' stato particolarmente ſolito d'amaro e queſta è coſa
ordinarijfſima agl'idioti; eſſendo a te lecito in qualſifia tempo, che ti pia
cerà, ritirarti in te ſteſſo. Ne c'è luogo per l'huomo di più quiete, e più
lontano dalle faccende, per ritirarſi di quello del proprio animo;
particolarmente ſe haurà in ſe formato tali concetti, che in quelli
internandoti pron tamente rimanga in vna to tale tranquillità. Ne altro dico
eſſere queſta calma che l'animo ben compoſto: Ritirati dunque ad oraad o ra, e
rinnuoua te ſteſſo. Si eno però breui, è ordinati que' ricordi, i quali ad vn
tratto fouuenendoti, ſaran no ſufficienti a liberarti dio gni moleftia, e di
rimetterti nelle tue operazioni; alle quali ſenz' annoiarti farai ri torno.
Poſciachè di qual co ſa pigti tu noia? forſe della maluagità degli huomini?
Rammentati di quel decreto, che i viuenti ragioneuoli ſo no prodotti a pro \
vno dell'altro; e che il medeſimo ſofferire è part e della giuſti zia
dell'huomo: e che quelli, che delinquono, no'l fanno di buona voglia; e quanti
dopo hauere eſercitato l'oſti lità, i ſoſpetti, e gli odij, e trafittiſi ľ.yn
l'altro, ſono morti e diſteſi ridotti in cene, re? quietati dunque vna vol ta.
Ma tu non t'appaghi di quello, che dall' vniuerſo ti è ſtato diſtribuito.
Richiama: D però nella memoria la pro porzione diſgiugnéte, che ci è, o la
prouidenza, o gli atomi, o anco altre coſe, donde ben fi conchiude che il Mondo
è in guiſa di ordinata Città. Se poi t'aggrauono le coſe cor poree, tu quì
confidera che la mente, dopo che vna vol ta ſi ſarà in ſe ſteſſa raccolta, e
haurà riconoſciuta la pro pria dignità, non ſi meſco ſerà con iſpirito, che
venga ad eller morbidamente, o ru uidamente agitato. Aggiu gnidi più tutto
quello, che del dolore, e del piacere tu hai vdito, e l'hai approuato. Mala
gloricota ti diſtrarrà? Da vno ſguardo, come pre fto va il tutto in dimenti
canza, e nel chaos dell'euo da amendue le parti immen fo, e nella vanità d ' yn
rim bombo: e quanto mutabili, e ſenza giudicio fono quelli, che di noi poſſono
formar concetto, e in quanto poco luogo tutto ciò li circonſcri ue; mentre
tutta la terra è yn punto, e di queſta non è che yn cantoncello la noſtra
abitabile; e quanti, e quali fono quelli, che ſieno per lo darti. Ricordati
dunque di ritirarti in quella particella di te ſteſſo; e ſopra tutto di non ti
diftrarre, e di non far refiftenza; ma fij. franco, e ri guarda l'opere da PERSONA
VIRILE, D’UOMO, da cittadino, da viuente mortalc. Ma tra i ricordi più pronti e
ſpe diti, i quali hai da conſide rare, fieno queſti due. L'yno, che le coſe
iftcffe non s'at D 2 taccano all'anima, ma ſtan no al di fuori immobili; e che
le turbazioni deriuano ſolo dall'opinione interna: l' altro è, che quanto vedi,
queſto non iftarà guari a mu tarſi, e più non ci ſarà; e con fidera a quante
mutazioni già tu ti ſe trouato, e di con tinuo tieni a mente, che il Mondo ſta
nell'alterazione, la vita nell'opinione. 4 Se l'intelletto è comune, comune
ancora è la ragione, mediante la quale noi ſiamo ragionevoli. E ſe è vero que
ſto, eziandio la ragione, che comanda quello, che ſi deb ba, e che non ſi debba
ope rare, ſarà coinune. E ſe è cosi, ſarà comune la legge; il che ammettendoſi,
verre mo noi ad eſſer Cittadini; donde è, che hauremo da par ticipare di
qualche Cittadi nanza; e conſeguentemente reſta il Mondo eſſere come vna Città.
Concio ffiecofa che dirà alcuno: qual'altra Cittadinanza fitruoua fi co mune,
della quale tutto il genere humano partecipi? E da queſta comune Città deriua
l'iſteſſo effer noſtro in: tellertilo, e ragineuole, e le gale. O se quindi non
ès-don de è perciocchèſi come quel lo, che è di terreſtre in me, da qualche
terra a me ſi com, parte, el eſſere vmido da vn altro elemento, e l'eſſere
fpiritale da qualche ſcaturi gine di ciò, e'l caldo, e l'i gneo da qualche
altra pro pria ſorgente; imperocchè nulla prouiene dal nulla, co D3 me ne meno
ritorna in quel che non è così anche l'intel lettiuo da qualche luogo fi
comparte. 5 Tale è la morte, quale è la generazione, e ſono degli arcani della
natura; queſta è miſtura degli elementi, e quel. la è diſcioglimento ne'mede
fimi: In ſomma non ſe n'hà d'hauer vergogna, poichè non è contra la conuenienza
del viuente intellettuale, ne repugna alla ragione della di lui conſtituzione,
6 La natura porta che queſte cofe da tali ca gioni nafcano neceſſaria mente; il
che, ſe ad alcuno non piacerà, vorrà che'l frutto del fico non habbia
lattificio. Quello in tutto, e per tutto rimanga nella mente, che tra
breuiſſimo tempo tu, e quel tale vi morrete, e tra poco non ci ſarà, ne pu re
il voſtro nome. Leua via l'opinione, che ſarà tolta la querela, che dice, IO SO
NO STATO OFFESO, leua queſto dire: IO SONO STA TO OFFESO, e verrà tolta
l'offeſa. Quello, che non fa peggiore in ſe l'iſteſſo huo mo, non renderà
peggiore la di lui propria vita; e ne in ternamente, ne efternamen te l'offenderà.
7 La natura ad operare in tal modo per lo comune vti le fu neceſſitata. E ciò,
che auuiene, giuſtamente auuie ne: il che ſe attentamente of feruerai, trouerai
eſſer vero; ne per ſola conſeguenza di co, che è queſto, ma perchè D4 così
vuole il giuſto; venen do da colui, il quale ſecon do il proprio merito, diſtri
buiſce a ciaſcuno il ſuo.Of ſerua dunque tu queſto, co me hai dato principio; e
nel fare qualunque coſa ado pera con qucfta oſſeruazio ne, e con lefſere huomo
dab bene; ina di quella maniera, come s'intende propriamen te l'hucmo dabbene.
Tutto ciò oſſerua in ogni tua ope razione. 8 Non farai concetto del le cofe
fecondo il giudicio di chi t'oltraggia; ne come e quali eſſo vuole che tu le
giudichi; ma conſiderale, quali eſſe veracemente ſono. 9 Debbonfi ſempre hauer
in pronto queſti due punti: primieramente di non operare in modo diuerſo da
quello che la ragione, Rcina, e leg gislatrice per l'vtile degli huomini
fuggeriſce; ſecon dariamente d'effer facile a mutarti di parere, ſe qual cuno
fi corregga, e rimuoua da qualche opinione; però queſto rimouimento s'ha ſempre
d'appoggiare alla perſuaſione, che porti del giuſto,o del ben comune, O di coſe
ſu queſto andare,non per compiacimento, ouero per apparenza di gloria. Hai tu
la ragione? la tengo: Per chè dunque non te ne ſeruia Che vuoi cu altro, che
que ſta, mentre ella fa quello, che è proprio di lei? 10 Come parte di queſto
vniuerſo già ſe'ſtato conftitu ito, così tornando a chi t'ha DS fatto,
diſparirai, o più toſtoy con qualche mutazione, fa rai ripoſto nella ragione fe
minále di quello. Di molte granella d'incenso su Piſteffo altare vna cade prima
dellº: altre, purchè ſi conſumi mula la importa. Tra dieci giorni tu parerai vn
Dio a quelli alli quali ora ſembri vna be ftia; e yna ſcimia, fe ritorni a ri
pigliare i decreti, e la vene mazione della ragione. Non fare i conti come fe
hauefli ancora a viuere più migliaia d'anni. Il debito fatalc fou raſta, mentre
viui,mentre ti è permeſſo diuenta buono.. II Quanto di quiere d'ani mo guadagna
chi non bada a quello, che'l vicino diſſe, o fece, o pensò, ma ben fi ſolo a
quello, ch' egli ſteſſo fa, acciocchè l'opera ſua ſia giuſta, e pia?,
nericercando va ſe altri ſia di buoni, o rei coſtumi, ma corre a dirittu ra per
la linea, ſenza punto da efla ſcoſtarſi? I2 Chi dietro alla fama apoſtuma ſe ne
va,come ſtor dito, non conſidera come cia fcuno di quelli, che di lui li
rammenteranno, anch ' egli preſto ſe ne baſirà, e così di nuouo quegli ancora,
chea queſto ſuccedera, finchè ogni memoria, per mezzo di huo mini, parte
ſtupiditi, parte già morti continuata ſi ſpen ga.Mapreſupponi tu, che quelli
che terranno di te me moria fieno immortali, e la memoria rimanga immorta le?
ciò che gioua a te 2 ne ora parlo di quando tu fa D 6 rai nh ada Te ef 1 rai
estinto, ma del preſente mentre tu viui. Che è la lo de ſe non certamente yn
tal condeſcendimento d'huomi ni. Tralaſcia dunque, come inopportuni i doni
della na tura, mentre che dipendo no dal giudicio d'altri. Del reſto tutto
quello, che in qualſiuoglia maniera è buo no per ſe ſteſſo è buono, e in ſe
ſteſſo fi riſtrigne; ne tra le fue parti annouera la lode; onde non diuiene ne
miglio re, ne peggiore. il lodato. Queſto dico ancora di ciò, che volgarmente
ſi chiama buono: quali ſono le coſe, che o per la materia, o per l' operazione
dell'arte tali fi ftimano. Ed in vero quello, che è realmente buono, di che ha
biſogno di nulla più certamente che la legge, di nulla più che la verità, di
nulla più, che la buona mente, che la modeſtia Quale di queſte per lo eſſer
lodata diuiene buona, o bia-, fimata ſi corrompe? forſe di uenta peggiore lo
ſineralduc. cio, ſe non è lodato? non di rafli il medeſimo dell'oro,
dell'auorio, della porpora, del pugnalett, del fiorellino, dell'arbuscello? Se
l'anime ſempre du rano, come fin dall' eternità le può contenere in ſe l'aria?
e come la terra i corpi rac chiudere de' ſepolti di tanti ſecoli:
Poichenell'iſteſſo mo. do, che la mutazione, e la re ſoluzione di queſti danno
luogo ad altri cadaueri,dopo eſſer per qualche tépo quag. giuſo ſtati, così
l'anime poi chè ſono ſtate traggettate nell'aria, e trattenuteuifi al quanto,
fi tramutano, e ſi ſtruggono, e s'abbruciano, ri tornando nella ragione ſemio
nale del tuttoje in tal modo fanno luogo ad altre, che appreſſo vengono a
ricongiu gnerſi. A queſto ſi riſponde, che ſuppoſto che l'anime du rino,
biſogna non ſolo con cepire la moltitudine de'cor pi così ſepolti, ma quella an
cora degli animali, che cia fcun giorno da noize da altri animali ſi mangiano;
poichè quanto numero le ne confu ma, ecosì in yn certo modo ſi ſeppelliſce
nelle viſcere di quelli, che ſe ne cibano de tuttauia capono in questo luogo
per la traſmutazione in in sangue, in aria, e in fuoco. Qualeè intorno a que
ſto la notizia della verità il. diuiderſi in materiale, e cau-, ſale. Non fi
vuole andar con aggiramenti vagando, ma in ogni appetizione dell'animo deefi
aſſegnare il giuſto; ed in ogniimmaginazione con feruare quello, che ſi è
compreso. Tutto quello, che a cé, o Mondo, è conueniente, a me ancora ſta bene.
Nulla è a me acerbo, o tardivo, che a te ſia ſtagionato; ogni coſa, che portano
le tue ſtagioni, è a me frutto. O natura, da te deriua il tutto, in te è il
tutto, e a te il tutto ritorna. Diffe colui; Amata Città di Ci tropese tu non
dirai,Amata Cit tà di Gione? Intrigati di poco, diſſe, se tu vuoi ſtare coll'
animo quiero Non è miglior cola, che far ſolo ciò, che è neceſſario, e quello,
che la ragione all ' huomo,nato per la vita ciui le, detta, e nel modo, che lo
detta. Imperocchè queſto non folamente reca la tran quillità, che dal ben fare
procede; ma quella ancora, che dal poco operare.ti au uiene. Concioſliecoſa
che; fe la maggior parte di quello che ſi dice, o lifa, non eſſen do di
neceſſitade, alcuno ri ciderà, egli ſe ne ſtarà int maggior ozio,c meno ſturba
to. Perciò biſogna in ciaſcu na coſa in particolare ricor darſi che forſe ella
ſi è vna di quelle, che non lon neceſſa rie. Biſogna in oltre non ſo lo toglier
vią l'azioni, che non ſon tanto neceſſarie, ma ancora l'iſteffe immagina zioni,
perchè così non ſegui ranno azioni ſuperfluc. Fa prova, come ti rie fca la vita
d'vn huomo dab bene, cioè, cheſi contenta di ciò, che dall' Vniuerſo gli vien
aſſegnato, che ſi ſoddis fa del proprio operare giu ſtamente, e della ſua man
fuera diſpoſizione.Hai confi derato queſto.2 rimira queſt altro; non ti turbare,
habbi l'animo tuo aperto. Chi pec ca, contro di fe pecca. Ti au uenne qualche
bene? Dal principio dell'uniuerso ti fu ciò deſtinatose intrecciato in ſieme
ognaltro auuenimena to.In ſomma la vita è breue. Vuolſi guadagnare il preſen te
gote con feguire la retta ragio ne, e la giuſtizia. Sta attento di non
rilaſſarti. 18 O il Mondo è vna bel la ordinanza,o'vn meſcuglio confuſo,
tuttauia et Mondo. Ora ſe in te ſteſſo qualche Mondo,cioè,comeper efem plo,vna
venuſtà può conſiſte. re, haurà poi da eſſer yn'im monda ſconuenenza neli'yni.
uerfo, mentre in effo tutte le cofe fi vedono così diſtinte, c dilatate, con
effer inſieme reciprocamente affette? 19 Ci ſono coſtumi negri, coſtumi
effeminati, ferrigni, ferini, e diquelli, che ſono fimili a'brutali, e a '
fanciul leſchi, inſenſati, affettati, buffoneſchi, tauernieri, e ti rannici. Se
fireputa pellegri no nel Mondochi non faciò: che in eſſo ſi truoua, molto o più
pellegrino è colui, che ignora ciò, che in eſſo ſi fac cia. Fuggitiuo farà chi
fugge 0 dalla ragione ciuile, è cieco chi ha chiuſo l'occhio dell' intelletto,
mendico chi ha neceffità d'altri, e non ha ap " preſſo di ſe tutto quanto
gli è neceſſario per vſo della vi ta. Eyna apoſtema del mondo, chi ſi diparte,
e fi difrom pe dalla ragione della comu ne natura, non accomodan dofi agli
auuenimenti; men tre gli produce quella mede fima, che ha te ancora pro dotto.E
vna ſtracciatura del la Città, chi diſtacca la pro i pria anima dalla mente r
et ei gioneuole, che è vna. 20. Ci è chi filoſofa ſenza tonica, e chi ſenza
libro, vn' altro mezz'ignudo. Non ho del pane, diffe, e nonmipar to dalla
ragione. Io non ho il cibo degl'inſegnamenti, e pur in eſſi perſcuero: Affe
zionati all'articella, che im paraſti, e in quella acqueta ti.Mena il reſto
della vita tua con riporre negl'Iddij la cura d'ogni tuo affare, e ciò con
tutto l'animo: e dhuomo, che viua,non ti fare,ne tiran i no, ne fchiauo. 21
Conſidera, verbi gratia, i tempi di Veſpaſiano, tu vi vedrai tutte queſte
medefi me coſe, cioè huomini, e far.nozze, ed educar figliuoli, ed ammalati, e
morienti, e com battenti, e feſteggiantise mer. catanti, e agricoltori, e adu
latori, e arrogantemente par Janti, e ſoſpettoſi, e infidiatori, e deſideranti
la morte, e delle coſe, che ſuccedeuano ha lamentantiſi, e innamorati, e at
intenti ad ammaſſar teſori, e e ambizioſi di Conſolati, e di 1 Regni; tutti
fparirono, e della loro vita già non vi rcſta 1 nulla. Appreffo traſportati
all'età di Traiano; di nuouo I rimirerai tutte le medeſime cofc, e pur la vita
di quelli non ci è più.Similmente con ſidera altri ſegnalati inter ualli de'
tempi e delle intere nazioni; e offerua,come tanti, e tanti allora gonfiati l'
vno * contro l'altro,dilì a poco ca e dettero, c fi dileguarono ne gli elementi.
Specialmente B t'hai da rammentare di quel li, che tu ſteſſo hai conoſcill ti,
che vanamente affannati hanno tralaſciato d' operare conforme alla propria diſpo fizione, e
d'aderire tenace mente a quella, e di quclla foddisfarli. E neceſſario an cora
di rammentarti,che l'ap plicazione in ciaſcuna azio ne ha la ſua propria conue
nienza, e proporzione; per chè così tu non ti dorrai; ſe tu non più di quello
chepor ta il pregio in queſte coſe minori, ſarai occupato. 22 Le voci già
correnti, ora fono diſufate, e richie dono chioſe; così i nomi di quelli già
tanto celebri fono in yn certo modo al preſente fimilia derte voci: tale è Ca
millo, Cefone, Volefo,Leon.nato; e poco appreffo Scipio ne; e Catone; dopo anco
Auguſto, c indi Adriano, e Antonino; perchè ogni coſa ſua Ct colla 211 ap 10 16
ber Ol ſuaniſce, e tofto paſſa in fa uoleggiamenti, cben preſto dentro d' yna
totale obbli uione reſta ingoiata.E queſto dico di quelli, che a maraui glia
yna volta riſplenderono; poichè gli altri nell'iſteſſo lo ro fpirare reſtarono
ignoti, e niuno più ne domanda. Che coſa è dunque queſta eterna memoria? Tutto
vanità. In torno a che dunque s'ha da porreil noſtro ſtudio in que ſto ſolo;
che la mente ſia giu ſta, l'azione diretta al co mun bene,tale la ragione che
mai non reſti ingannatå, el animo così diſpoſto, che ciò, che gliaccada,
abbracci, co me foſſe a lui neceſſario, e co me famigliare, e come dall'
ifteflo comun principio, e fonte deriuato. Di buon ani til zie id 700 DITI OP
ON DC1 او و mo gettati nelle braccia del fato; permettendogli che e inuolga in
quelle coſe, che a lui parrà. Il tutto va a giorni, e chi rammenta, e'l rammen
tato. Mcdita del continuo, come tutto ciò, che ſi fa a per mezzo delle
mutazioni fi fa; e auuezzati a conſiderare, che nulla ama così la natura del l'
vniuerſo, come di mutare gli entie far delle coſe nuo ue a quelle
aſſomiglianti. Perchè in vn certo modo o gni coſa, che è, ſemenza è di quella,
che da eſſa s'ha da produrre; e tu t'immagini ef ſer ſoli ſemi quelli, che ſi
traſ mettono nella terra, o nell' vtero. Coteſti fono penſieri da perſona molto
idiota. Già ſei all' orlo detta morte e ancora non se' diue hel nen ZIO pe TI
che can de nuto ſchierto, e libero dalle rei perturbazioni, da’ſoſpettid'
eſſere dagli eſterni leſo, ne bi placido inuerfo tutti;ne ſtimi la prudenza
eſſere il ſolo giu ftamente operare. 24 Rimira la mente conducitrice degli
altri e ciò, che veramente fuggano e fe de guano i prudenti. Il tuo male non
consiste nella mente d'altri o ne' rivolgimenti o variazione dell'ambiente Doue
dunque la doue tu hai l'opinionede'tuoimali. Per di ciò non opinare queſto, che
il tutto andrà bene; ancor chè il corpicciuolo, che a f quello è propinquo,fi
ſeghi,fi abbruci, marciſca, ſi putre faccia; purchè rimanga quie ta la
particella, la quale for ma l'immaginazione di que dit + C. ef E Ite ſte coſe,
cioè che non giudi chi eſſer ne bene, ne male ciò, che può accadere, tanto
all'huomo dabbene, quanto al cartiuo, Concioſliecoſa che quello, che ſimilmente
auuiene a chi viue, secondo la natura, e a chi viue diuer ſamente, non è ne secondo
la natura ne contro di essa. Conſidera del continuo il mondo come un' animale,
composto d’una sostanza e di un'anima, e come all ynico ſenſo di quello tutte
le coſe ſi riportino, e come con vn'im peto il tutto operi, e come tutte le
coſe tra fe di tutto quello che ſi produce, ſon co. muni cagioni;e quale ſia
l'in trecciamento, ola teflitura. Sei un'animuccia, che porta un cadauero; diceua
Epitteto. A quelli, che ora ſono ali nella mutazione, niente è di male, come
niente è di bene a quelli, che nella mutazio ne ſuffiſtono. 28 L'euo è come un
fiume, e come yna corrente violen ta delle coſe, che ſi fanno, perchè, ſubito
che ciaſcuna di quelle compariſce, è rapi ta, e altra ne compariſce, e queſta
ancora ſi traſporterà. Ogni accidente è così ſolito, e famigliare, come nella
pri mauera la roſa, c nella ſtate i frutti. perciocchè tale è la malattia, la
morte la maledi cenza, l'inſidie, e ciò che rallegra i pazzi, o gli contri fta.
Quello, che proſegue, ſempre ſi connette accon ciamente agli anteceden ti.
poichè non è vna nume 1 orazione di coſe tra loro dif crete, e ſuſſiſtenti per
necef ſità ſolamente di calculo; ma èyna congiunzione, ſecondo la ragione; e
come ſono coor dinate, e ben congiunte tut. te le coſe che eſiſtono, così
quelle, che ſifanno non han no vna ſemplice ſucceſſione, ma dimoſtrano vna
certa ma rauiglioſa famigliarità, che è tra di loro. 29 Habbiaſi ſempre a mente
quel detto d’ERACLITO. La morte della terra eſſere quando diuenta acqua; e la
morte dell' ac qua, quando diventa aria; come del l'aria, quando fuoco, e così
per l'oppoſito. E ancora da ri cordarſi di colui, al quale era ignoto,doue la
ſtrada condu ceſſe; e di quelli, che ſpecial mente, e del continuo con uerſano
con la ragione, la quale ogni coſa amminiſtra, e nondimeno da quella dif
ſentono, e che quelle coſe, nelle quali ogni dis’abbat tono, a loro paiono
ſtranie re. e che non biſogna fare, e fauellare in guiſa quafi di
dormienti,perchèallora anoi ſembra difare, e di dire; ne fi hanno da imitare i
fanciul li, i quali dicono con ſempli cità: Così habbiamo appreſo dai noftri
maggiori. « 30 Se alcuno degl' Iddij ti diceffe, che hai da morire la domane,o
al più lungo por domane, non molto ti im portarebbe, che foſſe più to ito domane,
che poſdomar nc, ſe non le d'animoin eſtre mo tralignante. Imperocchè E 3 quanto
ſi è l'interuallo d'vn giorno cosìno iſtimare gran coſa le fia più toſto dopo
moltiſſimi anni che domane. Ripenſa contimamente teco medeſimo; quanti medici
ſon morti, che ſpeſſo hanno le ci glia inarcate ſopra de i ma lati? quanti
matematici, che come yn gran caſo le morti d'altri prediffero 2 quanti Fi
loſofi dopo mille, e mille contefe della morte, e dell' inmortalità? quanti
prodi in armi, che molti vcciſero? quanti tiranni,checon gran de preſunzione
della loro potestà sopra l'anime ſi feruiro no, quaſi chenon foffero e glino
ancora mortali? quan te Città ſono, per così dire, affatto morte? Elice, Pom
pei, Erculano, e altre innu nie merabili. Traſcorri ancora quanti hai tu
conoſcuti l'yno appreſſo l ' altro morti. Que gli dopo hauer fatto i fune rali
dell'altro, ha ſteſo egli morendo le gambe, e dopo lui yn'altro. Tutto ciò in
bre de tempo. In ſomma ſempre fono da conſiderare tutte le coſe humane,come
d'vn gior no, e di prézzo viliffimo: ieri vn pochin di mocci,domanc falſume, o
ceneri. E perciò queſto momento di tempo paffalo viuendo, ſecondo la natura, e
muori tranquillo, come l'vliua, che fatta ben matura cade laudando la ſua
producitrice, e rendendo gra zie all'albero, dal quale fpuntò. 31 Sij ſimile a
vn promon torio, nel quale inceffante E 4 mente l'onde s'infrangono; e
nulladimeno egli ſta ſaldo, e intorno a lui fi abbonacciano gli orgogli
dell’acque. Infe. lice me, perche ciò mi è au uenuto l’anzi al contrario, me
ſelice, che essendo miciò accaduto, me ne ſto ſenz'al cun dolore, nedal
prefente offeso, ne temendo l'auueni re. imperciocchè queſto po teua ad ogni
altro accadere, manon ognuno l'haurebbe ſopportato ſenza dolerſi.Per chè
adunque più toſto quello infelicità che queſto felicità farà da noi giudicato?
echia mi tu a pieno infelicità dell' huomo corefto, che non è difauentura alla
natura hu mana? E diſauucntura della natura humana pare a te, che ſia quello,
che non è contra ilvo il volere di lei? Quello che ella voglia, l'hai tu
appreſo? Non é impediſce dunque queſto accidente, che tu non ſij giuſto,
magnànimo, tem perato, prudente, conſidera to,,verace, modesto, libero, con le
altre qualità, le quali efſendo preſenti, la natura humana gode ogni ſuo pro
prio. Quanto al rimanente ricordati, ogni volta che al. cuna coſa t' induce ad
attri ſtarti, di valerti di queſta ſen tenza. Che queſto, che t'è accaduto non
ti è d'infelici tà, ma di felicità, foppor tandolo generoſamente. 32 Per certo
è volgare aiu to, ma tuttauia efficace, per diſprezzar la morte, il ri
membrarſi di quelli, i quali, attaccati al viuere, lungo Es: tempo durarono. Che
hebbe, ro più queſti di quelli, che in eri acerba morirono?Giacor ciono ſenza
dubbio in qual che luogo Cadiciano, Fabio, Giuliano, Lepido, e altri fi mili, i
quali, dopo hauer fat ti i funerali a molti, eglino ancora furono poſcia
ſepolti. Finalinente ci è poco d'inter ftizio, il quale con quante moleſtie, e
con quali ſten ti, e in qual corpicciuolo vien ſofferto? Dunque non ne far gran
conto į rimira però indietro all'immenſità dell'euo, e a te dauuanti yn altro
infinito. In queſto, che differenza è tra vno morto a capo di tre giorni,e d'vn
Ne ſtore di tre ſecoli? Per la ſcortatoia corri ſempre, e quella via, che ſi conforma
alla natura, è la fcortatoia saluteuole. Però dì, e fa ogni coſa nella ma niera
più ſalateuole. Impe r occhè queſto propofito libe ra dalle fatiche, da i
com battimenti, da ogni ſimula zione, e da ogni oſtentazione. Vando dal ſonno
neghittofamente la mattina ti fue gli, habbi in pronto. lo mi fueglio all'opera
dell'huomo; ancora dunque ripugnanza fento, ſe io vo a fare quello pere, alle
quali ſon nato, e per le qualiſono ſtato intro dotto nel Mondo forſe ſono ſtato
ordinato, acciò tra piu macciuoli giacendo io mi riſcaldi? Maciò è di maggior guſto.
Dunque a pigliarti gu ito, e in ſomma non al fare ne all'operazioni ſei nato?
non vedile pianterelle, i paſ ferotti, le formiche, i ragnis l'api
comecooperano all' or namento delMondo, e tu non vorrai fare quello, che ſpet
ta all'huomo e non accorri a ciò, ch'è conforme alla nå tura tua? Ma biſogna
pure ripoſarti. Biſogna.Ed in que ſto la natura aſſegnò lemiſu re; e diedele
ancora, ed al mangiare, ed al bere; e non dimeno tu pafli oltre alla mi fura, e
oltre alla ſufficienza. Non però così nell'opere; ma affai meno di quello ſi
puote; concioffiecoſa che tu non a mi te ſtello, che quando ciò foffe, amereſti
la natura, e'l di leivolere. Altri, che amano le loro arti, ſi conſumano
ne’lauorij di quelle ſenza go der de bagni, e ſtando digiu ni. Tu fai men conto
della tua natura, che il tornitore non fa dell'arte del tornire, o il ſaltatore
dell'arte del fal tare, o l'auaro dell'argento, o il vanagloriofo della glo
rietta; e quando queſti s'af fezzionano a cotalicofe, alle qnali ſono
inclinati, abban donano più preſto ilmangia re, e il dormite, che il laſciar
d'accreſcerle. E a te l'azioni fpettanti alla comunicazione humana appariſcono
di più baſſo pregio, e men degne ď accuratezza. Quanto è facile lo ſcace
ciare,elo fcancellare ogni turbolenta immaginazione, onon conueniente, e ſubito
metterli in iſtato d'ogni tran quillità? Reputa te ſteſſo de gno d'ogni
diſcorſo, e d'ogni azione, che lia conforme alla natura, ne ti ritragga il ri
chiamo d'alcuni, o il biaſimo, che ne ſegue; masſe farà coſa oneſta da operare,
o da dire, non te ne ſtimerai indegno. Imperocchè hanno quel li la propria
loromente, e v fano della propria inclina zione, alle quali tú non hai da
riguardare, ma dei cam minare per la diritta, ſegui tando così la propria
comela comunenatura, delle quali amendue èvna via. Io cammi. nando me ne vo per
le coſe, che ſono ſecondo la natura, finchè cadendo io mi ripoſe rò, e ſpirando
in quello,don de ciaſcun giorno reſpiro, e si cadendo in quello, donde il
ſemuccio da mio padre, e il fanguuccio da mia madre, e il lattuccio dalla inia
nutri ce furonoraccolti; e del qua le per tanti anni ogni di mi paſco, e
m’abbeuero, che mi foftiene mentre lo calco, e dello ſteſſo in tanti modi in '.
abuſo. 3 Non hanno in chemara uigliarſi della tua acutezza fia così. Ci fono
molte altre coſe,delle quali non puoi ne gare, che in te non ſia l'abi lità
Mettidunque in opera quelle, che ſono tutte a tua. diſpoſizione, l'eſſere
ſincero, grauie,tollerante della fatica, non amico del piacere, non, quereloſo
della tua forte, biſognofa di poco, placidos libero,moderato, serio, e magnifico.
Non t'accorgi quan te coſe tu hai poter di fare, per le quali tu non hai prete
ſto, che la tua natura non fia atta, o abile; nondimeno di propria elezione te
ne reſti, comedappoco al diſotto? forſe inetto per natural diſpo ſizione ſe
neceſſitato a inor morare, ad eſſere tenace, ad adulare, ad incolpare il cor
picciuolo, o a luſingarlo, ad effere vano, ed a cotanto nel l'animo agitarti
d'eſſer natu ralmente inetto, e dappoco? Non per gl' Iddij. Ma però già vn
pezzo fa di tutte que Ite coſe tu eri da te ſteſſo pof ſente a libcrarti.E
ſolamente, ſe però è così,poteui ellerac cuſato come più tardo, e du ro ad
apprendere. Ed in que ſto ancora ti doueui eſercitare, non trasuolando altroue
con la mente, ne godendo della pigrizia. 4. Euni chi, quando ha vſa to qualche
amoreuolezza in riguardo d'alcuno, glie lo di chiara incontanente per gra zia:
eď emui ancora chi, ſe non vſa ſeco tal prontezza in ri conoſcerla, nondimeno
ap preſſo di ſe penſa, quanto quegli li ſia debitore, e cono ſce molto bene
quello, che egli haoperato. Fuui ancora chi in vncerto modo non co noſce quello
cheha operato; ma è fimile alla vite,laquale, prodotto il grappolo,null’al tro
di più richiede, dopo ha uer yna volta dato il ſuo frut to. Il cauallo, cheha
corſo il cane,che ha cacciato; l'ape, che ha lauorato il mele; 1 * huoc huomo,
che ha ben opcrato, non cerca acclamazioni, ma procede ad yn altr'opera, co me
la vite torna a produrre dinuouo alla ſtagione vn al tro grappolo. Fra queſti
dun que biſogna in un certo mo do eſſere, come chi ſenza ba dare opera? fi per
certo. Nul ladimeno a queſto iſteſſo s'ha da badare. Perciocchè, dirà alcuno, è proprio del comu
nicatiuo che s'auuegga d'o perare, conformealla comu nicazione; ma perciò ſi
vuole, per gl'Iddi, che anco quegli a chi fi comunica, fe n'accor ga.
E'veriffimo coteſto, che tu dì, ma ſe tu non compren di quello, che'ora ſi dice,
farai per tanto vnodi qnelli, de'quali ſopra s'è fatta men zione: concio
ffiecoſa che ancora quelli da certo probabi le diſcorſo'fi diftraggono, ma ſe
tu vorrai comprendere quale vna volta fia quello, che s'è detto, non temere; ne
perciò laſcia d'operare per beneficio comune. Erano le preghiere degli
Atenieſi: Pioni,pioui, ocaro Gion u éjsopra i campise gli orti degli A tenieſi.
Però o non bisogna pregare, o farlo con iſchiet tezza, e con libertà. A quello,
che comune mente ſi dice: ESCULAPIO ba oi dinqto a queſti il canalcare, o il
lauarli con acqua fredda, d'andar a piedi ſcalzi;è fimile anco queſto che la
natura dell? vniuerſo ha ordinato a quegli la malattia, o la ſtor piatura, o
qualche perdita, o altro ſu queſto andare: poi chè nella parola, Ha ordinato,
vi è vn tal ſenſo, che coſti tuiſce queſto in ordine a que ſto, come per
riferirſi alla fa nità, e così qui quello, che accade a ciaſcheduno, è con
ſtituito per relazione al deſti no. E però diciamo queſte coſe conuenirſi nel
modo, che gli artefici dicono le pietre quadrate per le mura, e per le piramidi
conuenirſi tra di loro in tale commetti tura combaciandoſi. Perchè in fatti
l'armonia è viia, e ' fi come da tutti i corpi ſi viene a compirc vn tal corpo,
che è il mondo, così di tutte le cagioni vien ad esser il fato vna tai cagione
compita. Comprendono ciò, che dico anco le genti affatto idiote. imperocchè
così fauellano. Queſto huyenne a colui, dun que queſto a colui douea ar rivare;
e ciò era dal fato or dito a queſto. Prendiamo dunque ſi queſte coſe, co inc
quelle, ſecondo che Eſculapio ordinò - Perchè molte coſe in vero in fc ſter ſe
ſono aſpre, e nientediine. no noi l'abbracciamo per la ſperanza della ſanità.
Penſa alle coſe, che per la comune natura auuengono, la perfe zione, e il
compimento effe re, come a te la ſanità. E così tuto quello, che vien dato,benchè
ti paia vn po co più aſpro ", abbraccialo, perchè conferiſce alla sanità
del mondo, c agli proſperi auuenimenti, e beneficenza di Gioue. Concioſliecoſa
che queſti non produſſe mai coſa alcuna, fe non per giouare all'vniuerſo;
giacchè qualſifia natura non produce niente, che non ſia congruo al go uernato
da lei.Però biſogna che per due ragioni tu amio gni qualunque coſa ti auuie ne.
Quanto all'vna, perchè per te ſi fece, e a te s'ordinò, e a te in certo modo
attiene, deſtinato da ſourane, e anti chiſime cagioni. Quanto all' altra,
perchè al reggimento dell' voiuerfo ancora quel particolare,che a ciaſcuno au
uiene, è cagione del progreſ ſo, e della perfezione, come anche in verità
dell'iſtella per inanenza. Perciocchè ſi ſtor pia l'integrità del tutto, fe
qualſifia particella tu tronche rai della conneſſione e conti nuanza,così delle
parti come delle cagioni; e, per quanto è in te, lo tronchi, quando non ben lo
riceui, ed in vn certo modo lo toglivia. Non s'ha da maledire, non da
ſmarrirſi,nc ſtomacar fi, ſe volendo tu operare, ſe condo la rettitudine de'pre
cetti, in ciaſcuno di quelli non ti rieſce; ma ancorchè ſij abbattuto, torna di
bel nuouo ad eſſi, e ad abbrac ciarli nelle coſe, che hanno maggiormente
dell'humani tà; e affezionatia quell'azio -ne, alla quale tu riedi. Nc ſi ha da
tornare alla filoſofia, nel modo, che ſi fa al pedan te, ma come glinfermi d'oc
chi ricorrono alle ſpugnette e all'youo, o come altri all' impiaſtro, e altri
al lauamen to. Imperocchècosi non ostenterai d' eller lignoreg giato dalla
ragione, ma di ri poſare totalmente in eſſa. Ri cordati, che la Filoſofia ſolo
vuole quello,che la tua natu ra vuole:ma che tu hai voglia d'altro diucrſo dal
voler della natura. Qual coſa ha più di queſte deldiletteuolc? poichè il
piacere non ingan na egli noi per mezzo di quelle? ma tu conſidera, ſe più
diletto dia la magnani-, mità, la franchezza, la ſchiet tezza, l'equità, la
ſantimonia. E qual coſa vi è, che ſia più diletteuole della prudenza, quandoben
conſidererai,che ſia il non fallire, e l'eſſer ben docile in tutto quello, che
tocca alla facoltà dell'inten dere, e del ſapere? 8 Sono le coſe in yo certo F modo
così ricoperte, che a non pochi Filoſofi, e queſti non ignobili. parue che del
tutto fieno incomprenſibili. Anzi agl'iſteſſi Stoici ſembra rono difficili a
comprenderſi. Ed eſſendo ogni noſtro aſſen ſo ſoggetto a cadere, e mu tarſi, in
che luogo dunque fa rà l' immutabile? Riuolgiti però col penſiero a queſte co
ſe preſenti;e cöſidera quanto ſieno momentanee, e di po ca ſtima: ch' elle
poſſono ef ſere poſſedute da vn zanze ro, da vna meretrice, da vn aſſaſſino.
Dopo queſto tra paſſa a i coſtumi di quelli che teco viuono, tra quali anco il
più da te gradito, malage uolmente da te vien compor tato, per non dir che l'huo
mo appena comporta ſe ſtesso. In queſta perciò caligine e immondizia, e in tal
Auſli bilità della ſoſtanza del tem po, del moto, e di tutto quel, che ſi
muoue, non potrà im maginarſi qual ſia quello che poſſa eſſer degno affatto di
ſtima, e d'affetto. Dall'altro canto però biſogna confor tarſi ad aſpettare il
natural diſcioglimento, e non dolerſi del rattenimento, ma ac quietarſi in
queſte due ſole coſe: L'yna ſi è, che nulla mi auuerrà, che non ſia confor me
alla natura dell' vniuerſo; e l'altra, che ſta in mio pote re di non operare
contro il mio Dio, e genio:'concioſ fiecoſa che niuno ci forzi a traſgredir
queſto. A che finalmente mi va glio ora dell'anima mia? Ad ogni momento ho da
in terrogaré me ſteſſo, e ricer care che ſi fa adeſſo da quel la porzione, che
reggitri ce viene chiamata? Di chi dunque preſentemente porto l'anima? per
auuentura d'vn: bambolino, o d'vn fanciullo forſe dyna donnicciuola, d'vn tiranno,
o d'vn giumen to, o d'una fiera? Quali ficno i beni, che alla moltitudine
paiono tali; lo potrai quindi comprende re;poſciachè ſe vno concepi fce
nell'animo efferui alcuni veramente beni, come a dire la prudenza, la
temperanza la giuſtizia, la fortezzá, chii haurà con la conſiderazione
concepito queſte tali cöfe, non potrà più dar luogo ad alcun'altra, che a queſto
bene non ſi conformi. Ma ſe nella mente ſi faran concepi te quelle, che con
faccia di bene agli più piacciono, da rà luogo, e facilmente rice uerà il detto
del comico.Co sì fin il volgo immagina ſimil differenza;perchè altrimen te quel
detto non offende rebbe, e non ſarebbe con if degno mal preſo. Per lo con
trario l' ammettiamo come propriamente detto, quando cade ſopra delle ricchezz
e, e de cominodi per lo luffo, e per la pompa. Passa più ol e interroga, ſe
queſte coſe hai da pregiare, e ſtima re,quando di eſſe li truoua ef ſer detto
con gaiezza, e gra zia, che al poſſeditor di det te coſe per la gran copia
manca doue egli yoti il triſto facco. Sono ſtato compoſto di cauſa, e di
materia, e ne l'vna, ne l'altra fi dilegucrà nel nul. la; giacchè di nulla non
fu prodotta. Dunque ognimia parte mutandoli rientrerà in qualche parte del
Mondo; e di nuouo queſta in vn'altra parte del Mondo ſi traſmute rà, e così in
infinito. Per mezzo di queſta mutazione ed io ſon venuto, ed i miei genitori; e
così retrogradan do in vn altro infinito. Ne ci e chi proibiſca di così parlare,
ancorchè per peri odi terminati la macchina mondiale ſi regga. La ragione, e
l'iſteſs'ar te ragioneuole ſono facultà a ſe medefime, e alle opere loro
proprie ſufficienti. Muo uonli dunque dal loro proprio principio; e camminano
dirittamente al propoſto fine. Per lo che ſi dicono rettifica zioni così nomate
queſte azioni a ſignificar la rettitu dine del ſopraddetto cam mino. Neſſuna di
queſte co ſe è da dir, che ſia dell'huomo la quale non conuenga all' huomo,
come huomo, ne ſi richiedono dall'huomo, ne quelle profeſſa la natura del
l'huomo, ne ſono perfezioni della natura humana. Non è dunque ne meno il fine
dellº huomo ripoſto in quelle, ne meno il bene, che è il compimento di quel
fine. Se pure qualche cofa di queſte foſſe conferente all'huomo, non gli
apparterrebbe ne il diſpregiarla, ne il contrariar la: ne farebbe da lodarſi
chi si moſtraſſe non hauer biſo gno di elle, anzi chi ſtudiaf fe priuarſi
d'alcune di quelle, non ſarebbe buono, mentre quelle foffero buone. Ora però
quanto più l'huomo ſi leua queſte coſe dattorno, 0 altre ſimili; o permette,
che ſe gli leuino, tanto più buo no è. Tale farà la tua mente quali ſaranno le
coſe, che ſpeſſe volte ti ſono paſſate per la fantaſia:reſtando l'ani ma
colorata dall'immagina zione. Immergila dunque in fi fatte continuate immagi
nazioni; delle quali yna ſi è quella che doue ſi puòviuere, iui ſi può anco
viuer bene: ma nella Corte ſi può viucre, a dunque nella Corte puoſſi feuza
dubbio ben viuere. E dinuouo queſt' altrà, che cia ſcheduna, coſa a qualche co
ſa è diſpoſta, e dou' è di ſpoſta ſi porta, e doue fi porta conſiſte il ſuo
fine, e doue è il fine, iuiè l'vtile, e il bene di ciaſcuno. Sicchè il bene del
viucnte ragion euo le è la comunanza; e men tre teftè s'è dimoſtrato che perla
comunanza ſiamo nati, non è euidente, che l'inferior bene per lo meglio è fat
to, come vn meglio per l'al tro meglio?ma migliori deg! inanimati ſono gli
animati, e degli animati li ragioneuoli. E da furioſo il profe guir le coſe
impoſſibili: ma impoſſibile è che i cattiui non facciano alcune tali co fe.
Niente auuiene a niuno, che non gli ſia ſtato dato a portare dalla natura; ma
le medeſime coſe ſuccedono a gli altri, i quali o non com prendono l'accaduto
loro, o per oſtentar la magnanimi tà, non ſi muouono dal lor fefto, e lieti ſe
ne ſtanno Onde ſtrano parrà che l'in gnoranza, e la propria com piacenza fieno
più poſſenti della prudenza. Le coſe per fe fteffe in niun modo tocca -no
l'anima; anzi non hanno in quella l'introito, ne poſſo no piegarla, o muouerla.
El la ſola riuolge, e muoue ſe ſteſſa: e le coſe, che le fo prauuengono fono
tali, qua ſi ella ſe ne forma i giudicij. 15 Per vn altra ragione la natura
degli huomini è a noi famigliariſſima, in quanto che noi dobbiamo far loro del bene,
e tollerarli; in quanto poi alcuni relifto no all'operazioni, che a noi
conuengono, l'huomo a me diuiene come vna coſa del le indifferenti non meno del
fole, del vento, delle beſtie. Da queſti ſi può impee dire qualche operazione;
ma non ſi può dare impedimen to, ne all'appetizione, ne al la diſpoſizione, a
cagion della eccezione, e del ri. uolgimento. Conciosfiecoſa che la mente
riuolge, e tra muta in coſa a ſe proporzio. nata tutto quello, che all? operare
le da impedimento, e quello, che ratterrebbe l'o pera, l'iſteſſo diuiene opera,
e quello che innanzi era oſta colo al cammino, ſe le fa. cammino. Di tutto
quello, ch'è nel Mondo tu venera l' otti mo; e que to è quello, che, feruendoſi
del tutto, il tut to gouerna. E così parimen te di quello, ch'è in te, onora
l'ottimo,hauendo queſto fin golar relazione a quello.. Concioſliecoſa che,
eſſendo in te, fi vale delle coſe tue, eſotto il di lui gouerno è condotta la
tua vita. Quello, che non è di danno alla Città, non nuo ce al Cittadino. Applica
que fta regola in ogni occorrenza in cui tu reputi d'eſſer offeſo. Se da queſto
la Città non ri ceue nocumento, ne io lo ri ceuo; e fe la Citrà riceueffe
nocumento, non biſogna, che tu t'adiri contra chi l'ha daneggiatta. Ma moſtra
in che egli ha traueduto. Conſidera ben fouente la preſtezza,con la quale li
por tino via, e ſi fottragghino tutte le coſe, che ſono, e ſi van facendo;
poſciachè la ſo ſtanza a guiſa d'yn fiume è in continuo fluſſo, eľ opera zioni
in non intermeſſe mu tazioni, e le cagioni ſogget te ad infinite riuolte. Nec è
quaſi coſa alcuna, che falda ftia, e che non ſia vicina ad yn'immenſità
infinita, sì del paſſato,come del futuro,ncl la quale il tutto ſpariſce.Co me
dunque non è pazzo chi di queſte coſe ſi gonfia,o fe ne trauaglia,o ſi querela
dicoſa, che per iſpazio di tempoan, che pochiſſimolo conturba 2 Ricordati della
ſoſtanza vni uerſale, della quale tu partecipi per vna minima parte, e del
vniuerfal tempo,del qua le vn breue ſpazio, o momen to te n'è aſſegnato; e
nella ſerie fatale che parte fai? Alcuno pecca: che impor ta queſto a me? Egli
ſe lo ve drà. Egli ha la propria diſpo ſizione, la propria operazio ne. Io al
prefente ho quello, chela natura comune vuole, ch'io adcfſo m’habbia, e fo
quello, che la mia propria natura vuole, che io adeſſo faccia. 18 La reggitrice,
e domi, nante porzione della tua ani maſia immutabile, e inarren. deuole a i
moti della carne, o morbidi, o aſpri che ſi fieno; ne vi ſi rimeſcoli,ma conten
ga ſe ſteſſa, e confini quegli affetti dentro i ſuoi meinbri. Quando poi per
vn'altra ſim patia ſi rinnalzaſſero alla mente, per effer ella vnita al corpo,
ſtante l'eſſer il ſen ſo connaturale, non haſli a contraſtare con violenza, pe
rò la mente reggitrice da ſe ſteſſa non v'aggiunga l'opi nione inrorno al bene,
o al male. S'ha da viuere con gli Iddij. Viue con gl'Iddij chi loro fuela
continuamente la fua anima effer contenta del diſtribuitole, ed operando tutto
quello, che vuole il ge nio, dato a ciaſcuno da Gio ue per preſidente, e
rettore, come parte a ſe medeſimo preſa, e queſto è la mente, e la ragione di
ciaſcuno. 20 Non ti adiri tu con co Jui,al quale puton l'aſcelle? E con quegli
altresì,che man da fuor dalla bocca fetente fiatore? che ti farà coſtui? Egli
ha vna bocca ſi fatta, e l'aſcelle di tal condizione: Forza è, che ſimili
eſalazioni eſcano da ſimili parti; Mal huomo, mi dirà alcuno, ha la ragione, e
può s' egli au uerte conſiderare in che egli difetti. Buon prò ti faccia.
Dunque per hauer tu ancora la ragione rifueglia la ſua ra gioneuole
diſpoſizione con la tua, inſegnali aminoniſci lo. Perchè fe quello t'aſcol-.
terà, lo riſanerai, e ſarà fu perflua ogni collera. 21 Non fare ne da rappre
fentante tragico;ne da mere trice: Nella maniera che tu diſegni vſcir di vita,
così ti lece ora di vivere? <a quando non te lo permetteſſero, allora eſci
di vita, ma però, come da niuno infortunio abbattuto,ma quaſi tu dichi: Qui c'è
del fumo, e io me ne vado. Ti par queſto gran coſa? mentre nient'altro mi fa
vſci re rimango con la libertà, e niuno mi vieterà di far quel lo, che io vorrò.
Vorrò però quello, ch'è conueniente al la natura dell'huomo ragio neuole, e
nato per la vita cos mune. 22 La inente dell'yniuerſo è comunicatiua; e perciò
hafat te le coſe peggiori in ordine alle migliori, e le più princi pali tra di
loro ſcambieuol mente compoſe. Vedi come le ſubordinò, come inſieme le ordinò,
e come quello che cra conueniente detre a cia ſcuna e le più principali con
reciproca concordia con giunſe? 23 Come ti ſei portato fin ora con gl'Iddij,
con i geni (tori, co fratelli, con la mo glie, con i figliuoli, co * pre
cettori,co'nutricatori, amici, domeſtici, e ferui? hai tu fin ora oltraggiato
alcuno di - loro, o in fatti, o in parole? -Ricordati di più per qualico fe ſe
paſſato, e quali ſe ſtato fufficiente a tollerare,e come di già per te è
adempita la • ſtoria della vita, ed è finito il miniſterio.E quante coſe bel le
hai vedute? e quanti pia -ceri, e dolori hai diſprezza ti? quante coſe d'
apparente gloria hai neglette? a quanti fconoſcenti ti dimoſtraſti benigno? Per
qual cagione l’ani me ſenz'arte, e fenza ſcienza conturbano il perito nell'ar
te, e l'erudito? quale dun que farà l'anima perita nell' arte, ed erudita nelle
ſcicn • ze? quella, che ha notizia del principio, e del fine; e di quella
ragione, che pene trando ogni ſoſtanza dell' vniuerſo, per tutta l'età, fe
condo i periodi ordinaci,reg. ge il tutto. 25 Or or tu farai cenere, é carcame,
' o ſolamente no 1 me,ma ne pur nome, ridu cendoſi il nome in vn poco di
ſtrepito, e di riſonanza; e certamente quelle coſe, che in queſta vita s '
hanno in i grandeſtima, ſono vane,pu tride, ſcarſe, e in guiſa dica gnolini,
che ſi mordono, e di 2 putti, che contendono, e ri dono, e ad vn tratto paſſano
al pianto. Ma la fede, la mo deſtia, la giuſtizia, e la verità Da ilarghi ſpazi
della terra alCielo s? innalzarono. Che coſa adunque qui ti rattienca ſe le
coſe ſenſibili, ſono faci liffime a mutarſi, e non ſon conſiſtenti, e gli
organi del fenſo oſcuri, e facili a ri ceuere falſe impreſſioni, e l' iſteſſa
animuccia del ſangue yna eſalazione, l'acquiſtar gloria appreſſo queſti tali è
vanità. Che dunque aſpetti? Aſpetta placido o la eſtin zione, o la
traportazione. E finchè il teinpo arriui di que ſto, che coſa a te farà ſuffi
ciente che altro ſe non il ri uerire gl’Iddij, e lodarli, e be neficare gli
huomini, sopportarli e aftenerſi da quelli? E quanto coſe ſono fuori del
confine della carnuccia dello ſpiritello ricordati, che non ſono tre, ne ſotto
il tlio comando. Potrai profpcrarti per. fempre, e ben incamminarti, e con buon
ordine apprende dre, e operare. Queſte due co ſe ſono comuni così all'ani ma di
Dio, come a quella de gli huomini', e d'ogni ra gioneuole viuente, cioè di non
poter eſſere impedito da che che altro fi fia, e di porre nella giuſta
affezione, e azio ne il ſuo bene; e in queſto ri ftrignere ogni ſuo deliderio. Se
ne queſto è malizia naia, ne meno l'operazione procede dalla mia malizia, ne il
comune viene offero, perchè di ciò mi trauaglio? e qual è il danno del comune?
Non ti laſciar così totalmen te rapire dalle immaginazio ni, ma aiutati quanto
puoi, e conforme alla conuenienza; e ancorchè nelle coſe mezza ne ſieno
diffettoſi, non iftima re perciò, che queſto ſia dan no;perchè auuiene da mala
conſuetudine. Ma come yn vecchio andandoſene richie deua la trottola del ſuo
allies uo, ricordandoſi che al fine era vna trottola, così tu quì, o huomo,
quando hai fatto ne’roſt ri qualche coſa di bel lo, non ti ricordi, che coſa
queſto fia? me ne ricordo. Ma quello è pregiato da co loro; perciò dunque hai
an che tu da impazzare? Impaz zauo già vna volta ſoprap preſo, douunque io
foſſi, ed ero fortunato; e l'oſſer fortu nato, conſiſte nel dare a ſe hafteſſo
vna buona forte: le buone ſorti ſono i buoni mo uimenti dell'animo, le buo ne
inclinazioni, le buone azioni. La sostanzia dell'universo è ben ubbidiente e
maneggieuole. E pur la ragione, che la reg ge, non ha in ſe cagione al cuna di
mal fare; perchè non ha malizia, ne opera malamente, ne da eſſa coſa alcuna
riceue leſione; ma il tutto conforme a quella fi fa e s'affina. Sia a te indiffcrente d'operare quello, che
ſi conuiene; ſe tu ti ſenti freddo o caldo o pur ſonnacchioſo o fazio di dormire
o fc di te bene, o male ſi parli o tu ftij ſulmorire o in qualche altra azione,
mentre pure quello è vno degli atti vitali per i quali noi finiamo. Baſta.
dunque, e in queſto ben disponi il negozio preſente. Guarda al di dentro, ac
ciocchè ne la propria qualità, ne il merito di coſa alcuna fenz ' auuedertene
ti scappi. Tutto ciò, che hai dinanzi affai presto si cambierà, o di
leguandofi, se la sostanzia consiste per via d'vnione, o dissipandoſi La mente
reggitrice conosce bene con che disposizione e che cosa e in qual materia opera.
s Belliſſimo modo di ven dicarſi con chi t'offcfe, è il non aſſomigliarſi a lui.
In vna ſola cofa hai da godere, e d’acquetarti, cioè di paf ſare da vn atto
conueniente alla comunità humana ad vn altra azione, pur conuenien te alla
medeſima, con ricor darti, che ci è Dio. 6 La facultà reggitrice è quella, che
ſe ſteſſa eccita, e volge, e forma ſe ſteſſa in quella guiſa, che ella voglia,
e tutto ciò,cheauuiene ſi rap preſenta, quale più le piace. Ciascuna cosa si
conduce a fine conforme la natura dell'universo e non secondo altra natura, che
si fia, o esteriormente ambiente o al di dentro riſerrata ouero al di fuori ſeparata.
Il mondo o è vn imbro glio, e auuiluppamento, e diſſipazione, ouero vnione,
eordine, c prouidenza: Se i primi, per qual cagione deſidero io di conuerfare
con questa massa confusa, e cotal nieſcolanza? a che m applico io ad altro, che
ad eſſere per qualche modo ter ra? che ſto a perturbarmi? Concioſliecoſa che
qualun que coſa io mi faccia la dif ſipazione al ſicuro m'arriue rà: ma ſe è
l'altro detto in fe. condo luogo, io riueriſco co lui, che il tutto diſpone, e
in lui m’acqueto e confido. Quando gli anuenimen ti eſtranei ti violentano per
qualche verſo a perturbarti, prontamente ritorna in te ſteſſo; e non vſcire dal
tenore, e concerto più diquello, che la neceſſità ti ſpigne. Im perocchè
cóſeruerai più con fonanza, ſe toſto in eſſa ti ri metterai. Se inſieme tu ha
uelli la matrigna, e la madre, tu quella feruireſti, e niente dimeno del
continuio alla madre fareſti ritorno. Non altro a te è ora la Corte, e la
Filoſofia: a queſta ſpeſſo ri torna, e in eſſa acquetati, per mezzo della quale
le cofe, che in quella occorrono, ti parranno più tollerabili, e tu nell'
iſteſſe coſe farai da tollerare. 10 O comeè bene formar ſi nell'immaginatiua
intorno alle viuande, e altre cole ſi mili comeſtibili: che queſto ſia cadauero
d'yn peſce,quel l'altro cadauero d'vn' vccello d'un porcello. Simil mente, che
il falerno ſia pic cola gocciola d’yn grappo lino d'vua, e lo ſcarlatto pe
luzzi di pecorella intinta col fanguuccio di vna conchi glia. Così ancora nelle
coſe intorno al congiugnimento carnale, che fia vn diletico dell'inteſtino, e
conqualche conuulfione yna egeſtione di yn moccino.Ora come queſti fimili
conceputi penſieripe netrano je toccano il fon dodelle coſe in modo, che ſi
vedano talis quali elle fono in queſta maniera biſogna ſeruirſi di queſti in
tutta la vita, e doue le coſe paiono più degne di fede, dinudarz le, e
riguardar la loro viltà e ſuilupparie dalla pompa, con la quale foſſero poſte
in G 3 alterigia.Poichè l'apparenza è vnagrande ingannatrice e maſſime quando
tu penſi di trattare le coſe ferie, allora più che mai t'affaſcini. Mira dunque
a quel, che diſſe Cratete di Senocrate. Il più delle coſe, che la inolti tudine
degli huomini ammi ra, ſi riduce generalmente a quelle, che hanno dalla na tura
le forme, o dall'arte fon loro aggiunte; per cfemplo, le pietre, le legne, i
fichi, le viti, e gli oliui, e quelle, che vengono ſtimate da huo mini alquanto
più moderati, fi riducono alle coſe animate, ome a dire, gregge, ar menti: ma
quelle, che ſono pregiate da perſone di più garbo, ſono le dotate d'a nima
ragioneuole, non già di quell'anima, che è dell' vniuerfale, ma di quella, che
fi val dell'arte, o altri mente come con ingegno penetra, o per dirlo ſempli
cemente tutto tiene ſogget to, in guiſa d'una quantità diſchiaui. Però chi
dell'ani ma ragioneuole, vniuerfale, e ciuile fa conto, non bada a nient'altro,
ma ſopra il tutto conferua la propria anima di ſpoſta, e ſemouente ragione
uolmcnte, e alla comunica zione humana, é con l'vni uerfale, ch'è del medeſimo
genere, coopera. II Alcune coſe s'auanza no al lor facimento, e altre
s'auanzano al lordisfaci mento; e di quello, cheſi va facendo, vna parte già è
ſpas rita. I corſi delle coſe, e l'al G 4 te terazioni continuamentc ri nouellano
l'infinita eternità, cd il Mondo; nella maniera, che il corſo non mai man cante
del tempo lo rende ſempre recente. E chi è que gli, che in queſta corrente
poſſa affezionarſi ad alcuna di quelle coſe, che via traf ſcorrono, mentre in
quella non può arreſtarſi a queſti fa + rebbe in guiſa d'vno, che ſi metteſſe
ad amare vn paſie rotto di quelli, che col volo trapaſſano, dopo che già dal.
la viſta foffe fcappato. La vi ta di ciaſcheduno è come lo ſuaporamento del
ſangue, e'l reſpirardell'aria. Poichè. qual'è l'attrarre dell'aria, e il
renderla, che del continuo ciaſcuno fa, tale è ogni fa cultà reſpiratiua, che
ieri, o ieri 1 ieri l'altro nafcendo fi rice uè, e l’ha da irimandare là, donde
primafu colta. 12 Stimabil coſa non è, ne l'efferc fuentolati, come le piante,
ne il reſpirare,come le beſtie, e le fieregne il riceue re l'impreſſioni
nell'immagi nazione, ne l'effer tirato dal l'impėto delle paſſioni, ne lº
adunarfi inſieme,ne l'alimen tarſi; poichè queſto è il me deſimo, che lo
ſcaricar il fo prauanzo dell'alimento. Di che s'haurà da far conto de lo
sbattimento delle mani? Non già. Dunque ne meno dell'applaufo delle lingue;
poichè gli applaufi, ele ladi della moltitudine altro non fono, che ſtrepito di
lingue. Mentre tu dunquc leui via queſta glorietta che ci riina G 5 ne da
pregiare? Io per me re puto,che ſia il muouerſi, e com tenerſi fecondo la
propria conſtituzione là;doue gli ftu dij,e l'arti conducono.Poichè ogni arte
ha queſto per mira, che quello, che appreſta, lia abile all'opera, per la quale
è diſegnato. Queſto pure ri cerca il lauoratore della vi gna, ed il cozzone de'
pule dri, e’lcanattiere. E ledu cazione de' fanciulli, e glin. ſegnamenti a che
altro s'in dirizzano? Qui dunque con ſiſte il pregio, e, ſe ciò ti ſta rà bene,
di niente altro ti curerai. Cheſe non ti quie ti, e ſtimeraipiù altre coſe,
allora non goderai della li bertà, ne ſarai ſufficiente a te ſteſſo, ne immune
dalle paſſioni; conciofficcola che ti D ti ſarà di meſtiere d'eſercitar
Pinuidia, e l'emulazione, e'l ſoſpetto verſo quelli, che habbiano potere di
priuarti delle dette cofe; e anco di macchinar contro quelli » che le da te
ftimate poſſiedo no. Onninamente è neceſſa rio che ſi conturbi chi ďal cuna di
dette coſe è biſogno fo, e che in oltre ſpeſſo faccia doglienza degl' Iddij. Ma
chi la ſua propria mente ris ueriſce, e pregia, compiace rà a ſe ſteſſo, e a
quelli, che fecocomunicano s'adatterà, e fi conformerà con gl'Iddij, cioè
loderà quanto eſli defti nano, e diſtribuiſcono. Le moſſe degli elemen ti ſono
in giù, in fu, e in giro: però il monimento dellavirtù non confifte in niuna di
que G 6 ſtę; + R ng ſte;ma come coſa più
diuina, per via malageuole a cõpren dere felicemente s'auanza. Che è quello,
che fan no glihuomini? ricuſano di lodare coloro, che nel me deſimo tempo, e
inſieme con effi viuono, e poi queſti iſteſ fi fanno gran conto d'eſſer lodati
da’ poſteri, i quali ne mai conobbero, ne mai vec dranno; ed è quaſi lo ſteſſo,
che fe tu ti doleſli, che da gli antepaſſati in lode tua non foſſe ſtato mai
parlato. Non perchèate ſteſſo quello fia difficile a confe guire, hai
d'apprendere,che Via impoſſibile all'haomo; ma ſe queſto all'huomo è pofſi bile,
e conuencuole, Itima che anco tu lo poſſi arriuare. 16 Negli eſercizij corpo
rali 1 DIMARCO rali, ſe vno con l'vnghie graffia, o vrtando il capo ha urà
fatto piaga, non perciò glie la ſegnamo, ne ce n'of fendiamo, ne ombra ne
prendiamo come d'inſidia tore; ancorchè ci guardiamo da lui, non, come da nimi
co, ne con ſoſpetto, ma piaceuolmente ſcanſandoci. Queſto medeſimo s'vſi da noi
ancora nell'altre parti, che reſtano della vita noſtra, do ue ci affatichiamo
aſſai, co me contro quelli, che con noi s'eſercitano; perchè vn può, come ho
detto, fcan fargli ſenza ſoſpetto, e odio. 17 Se alcuno potrà cor reggermi, o
moſtrarmi, che io dalretto m’abbaglio con l'opinione, e con l'opere, di buona
voglia mimuterò, essendo in me brama della vee rità, la quale non nocque mai ad
alcuno: ma egli vien leſo dal proprio errore, e dalla ſua ignoranza, nella
quale egli perſiſte.Io fo quel lo, ch'appartiene al mio of ficio; l'altre coſe
non mi di ſtraggono, perchè ſono ina nimate, o irragioneuoli, o che errano e
non riconoscono la strada. De viuenti irragioneuoli, e vniuerfal mente di tutte
le coſe, e dem ſoggetti tu come ragioneuo le ſeruitene con grandezza d'animo, e
franchezza, giac chè ragione non hanno; ma degli huomini, perchè eſ hanno la
ragione, ſeruitene nel modo, checonuiene alla focietà humana. E ſopra tutto
inuoca gl'Iddij, e non ti pi 1 gliar penadi quanto tempo tu haida porre in
queſta o pera, perchè tre fole ore fo no baſteuoli. Alessandro Macedone, e 'l
ſuo mulattiere, ora che ſon morti, ſono in tutto ri dotti al medeſimo. Auue
gnachè o ſono aſſunti nell' iſteſſe ſeminali ragioni del Mondo 20 parimente ſono
difperfi ne gli atomi. Conſidera quante coſes. dell'animo, o del corpo in yn
momento di tempo in qualſiuoglia di noi tutte in ſieme fi facciano; ed in tal
guifa non ti marauiglierai, fe molte più coſe, anzi tutto quello, che ſi fà, in
queſt vno, c yniuerfo, che noi chiamamo Mondo, parinen te ſufliſtano.in 2Se
alcuno t'interro ga, come fi ſcriua il nome et ANTONINO, proferirai tu
appuntatamente ciaſcu-. na delle lettere? Che dun que s'egli entrerà in colles
ra,entrerai ancor tu in collera? Anzi più toſto profe guendo non conterai tu ad
vna ad vna con piaceuolezza le lettere? Però queſto ti ri durrai nella memoria,
che ciò, che è conueniente, da alcuni numeri riceue il ſuo compimento.Queſti
biſogna offeruare, e ſenza turbarſi, ne ſdegnarſi contro quelli, che
prendeſſero Idegno, ter minar la faccenda per lo pro prio cammino. E' come yna
crudeltà il non permettere agli huomi ni che ſi diano a far quello, che pare a
loro s'adatti, e conuenga. Il che in vn certo modo tu vieti loro di fare,
quando, peccando eſſi, tu ti diſguſti, e ti ſdegni; auuegna chè allora ſon
portati a quel lo come a coſa, a loro conuc niente, e profitteuole. Ma la cofa,
mi dirai, non va così. Dunque tu inſtruiſcili, e ciò dimoſtra loro ſenza
alterarti. 22 La morte fa cellare l' impreſſioni, che da i ſenſi si cagionano.,
le commozioni violente per l'affezioni, co me ancora gli aggiramenti mentali, e
ogni ſeruitù ver ſo della carne. Diſdiceuole coſa è, che in quella ſorte di
vita, nella quale il corpo non s'infiacchiſce, l'anima prima del corpo
s'infieuoliſca. Guarda di non inccfa rirti, per non intriderti, che così fuole
auucnire. Però conferua in te ſteſſo la ſchiettezza, la probità, l'inte grità,la
conueneuelezza, l'in genuità, l'amore del giuſto, la pietà, la piaceuol ezza,
l'humanità, la fermezza nell operare cofe comuenienti. Sforzati di mantenerti
tale, quale fu l'intento della Filo ſofia di formarci. Venera gľ Iddij, protegi
gli huomini. Breue è la vita, e l' vnico frutto del viuer in terra è vna ſanta
compoſtura d'ani mo, ed il far opere indirizza te al comun bene degli altri. In
ſomma fa ogni coſa da vero allieuo di ANTONINO, Rio cordati, come egli sempre
sta in un retto tuono d'operare ſecondo la ragione dell’uguaglianza ſua in
tutte le cose della santità, della serenità della faccia della soauità, del
diſprezzo della vanagloria e dell'attenzione nell'apprender gli affari. E come
egli non haurebbe trapaſſato coſa alcuna, ſe prima non l'haueſſe ben co
noſciuta, e perfettamente confiderata; e come egli comportaua quelli', che di
eſſo a torto ſi lamentauano, ſenza ridolerſi diloro; e co ine in coſa alcuna
non s'af frettaua, c non ammetteua calunnie; ne de' coſtumi, o dell'azioni era
curiofo fpia tore, ne rinfacciatore, non timido non ſoſpettoſo, non ſofifta;
ecome conten tauaſi del poco sì nell'abi tare, sì net dormire, sì pel 0 e veſtire,
sì nel mangiare, si nella ſeruitù; come, pronto trauagliaua volontieri nel le
fatiche, e con longanimi tà; e in qual modo fe la paf ſaua fin alla ſera con
leggier riſtoro; non hauendo biſo gno fuor delle ore conſue te delle folite
egeſtioni. In oltre conſidera la fermezza di lui fenza niuna variazio ne nell'amicizie;
e la tol leranza' di chi liberamente contradicena a’fuoi pareri, e't godimento,
fe venina da al tri moſtrata cofa migliore; e come era, religioſo ſenza
fuperſtizione: acciocchè nel l'vltinio punto della tua vita ti truoui con fi
buon co noſcimento di te fteffo, me'anuenne a lui. Riſuegliati e richiama te
fter D fteſlo, e di nuouo fuori del fon no conſidera che i ſogni ti
perturbauano, Torna riſuc gliato a rimirare queſte coſe humane, come miraui
quelli. 25 Son compoſto di cor picciuolo, e d'anima. Al corpicciuolo dunque
ogni coſa è vna, poichè egli non può farui differenza; maall? intendimento
tutto quello è indifferente, che non è del le ſue proprie operazioni Ora le ſue
operazioni tutte ſono nel di lui potere; e fra queſte, quelle che al preſen te
folo maneggia: mentre quelle dell'auuenire, o quel le del paſſato anche eſſe già
a lui ſono indifferenti. Non è fuor di natura la fatica alla mano, e al piede,
finchè il piede fa quello, che ha da fare il piede, e la ma no quello, che la
mano. Co sì ancora all'huomo, come huomo, non è fuor di natu ra la fatica
quando opera quello, che ſi ſpetta all’huo mo; c ſe ciò a lui non è fuor di
natura, non gli ſta male. Quanti piaceri ſi goderono i maſnadieri, i zanzeri, i
par ricidi, i tiranni? Non confi deri come i mecanici artiſti infino agl'idioti
in vn certo modo s' accomodano nientedimeno ſoſtengono la regola della loro
arte, ne comportano, che da quella ſi manchi, Non farà coſa ſconueneuole, che
l'archi tetto, o il medico riſpettino più la ragione della propria arte, che
l'huomo la ſua, la quale gli è comune con gli Iddij? L'Asia, l'Europa ſono
angoli del Mondo: tutto ľ Oceano vna gocciola del Mondo: il monte Atho una
zollerella del Mondo: ogni tempo, che corre yn punto dell'eternità. Tutte ſon
coſe piccolc, facili a mutarſi, che preſto fuaniſcono là, donde procedono,
deriuando tutte dal comun direttore. Sicchè il grifo del Leone, e'l vele no, e
ogni maleficio,come le ſpine, ela mota, ſono giun te forucnute da quelle coſe
degne, e buonc. Dunque queſte coſe non reputar alie, ne da quello, che tu
riueriſci, ma riuolgi nella tua mente il fonte di tutte le coſe. 28 Chi vede le
coſe pre fenti, l'ha vedute tutte, fieno quelle, che furono per tutti i ſe 70
12 lle of chi in ori ſecoli, o quelle, che per gli infiniti ſaranno;eſſendo
tutte dell'iſteſſo genere, e confor mità. Conſidera bene ſpeſſo la congiunzione
di tutte le coſe mondane,e l'abitudine; o il riſpetto, che vna ha con l'altra;
giacchè in certo mo do tra ſe tutte le coſe ſono intrecciate, e così tra di
loro, ſecondo queſto, ſi affeziona no, poichè vna ſeguita l'al tra, o ſiaſi per
lo moto loca le, o per la coſpirazione, o per l'vnione della ſoſtanzia. Adatta
te ſteſſo a que' negozij; che ci ſono toccati in forte, ea quelli huomini,
co’quali ſei deſtinato d'eſſere, poni affetto, ma di vero cuo re.
Gl'iſtrumenti, gli arneſi, e ognivaſo, ſe a quello, ache è stato ordinato
s'accomoda, è buono; ancorchè quegli', che lo fabbricò no vi ſia più. Ma di
quelle coſe, che ſotto la natura ſi contengono den tro vi è; eperſeuera la
facult tà che le diſpoſe. Perciò tanto più deeſi quella vene rare; e ſtimare,
perchè ſe tu opererai, e ti gouernerai conforme al voler di quella, il tutto ti
riuſcirà, ſecondo la tua intenzione; così an cora ad ognuno le cofe - rie ſcono,
fecondo la mente di lui. 30 Quando fuor di quello, che cade ſotto la tua elezio
ne hai a te ſteſſo preſuppoſto o bene, o male', è neceffa. rio, ſecondo
l'auuenimento di detto male', o miſauueni mento di detto bene, lan H mentarti
degl'Iddij, e anco ra odiar ' gli huomini, che ſieno ſtati cagione, o che a te
ſieno ſoſpetti, come che poteſſero eſſer cagione di detti miſauuenimenti, o au
uenimenti. E per queſta dif. ferenza verremo pure a peca car molto. Ma ſe folo
giudi chiamo le coſe buone o cattiue, che ſono in noftro potere, non ci rimane
niuna cagione, ne di dolerci di Dio, ne di contro gli huo mini con oſtil
ſedizione op porci - 31 Tutti cooperiamo a compiere l'iſteſſo ouraggio, alcuni
ſapendo, e compren dendolo alcuni ſenza ſaper lo. E quindi, al mio parere,
Heraclito chiama operarij, e cooperarij nel facimento di tutto quello, che nel
Mondo ſi fajanco da'dormienti.Altri in altro modo coopera, e molto largamente
ancora quegli, che ſi querela, e que gli, che ſi sforza d'opporſi, e di
diſtrugger le coſe,che ſi fanno: concioffiecoſa che, di ciò hebbe meſtiere
ilMon do. Reſta dunque, che tu intenda tra quali di queſti tutti annoueri;
poichè l’ ordinator del tutto in ogni maniera ſi ſeruirà bene di te, e ti
riceuerà in qualche parte di quelli, che cooperano, 0 poſſono operare; ma tu fa
di non hauer tal parte, quale nel dramavn vile, e ridico lo verſo mentouato da
Cri ſippo. Forſe che'l sol ambiſce far da pioggia? ed Eſculapio da terra
fruttifera? Non vedi com 3 li H 2 me ciaſcuna ſtella, quantun que dall'altre
diuerfa, nien tediineno al facimento di vna, e iſteſſa coſa concor re 32 Se
dunquegl'Iddij han no deliberato dime, e delle coſe, che a me ſono per au
uenire, la deliberazione non farà, ſe non buona: hauena do in fe repugnanza il
penſar yn Dio ſenzaconſiglio. Qual cagione lo mouerebbe a far mi del male?
Poſciachè a los ro, e all'vniuerſo, del quale hanno ſpezial promuidenza, da ciò
che ne riſulterebbe? ma ſe intorno a me non de liberarono, certamente in torno
dell' vniuerfo hanno deliberato, per cui conſe guenza eſſendo queſti auue
nimenti ordinati, debbo ab bracciarli, ed eſſer contento. Se poi di nulla ſi
pigliano cura, il che è empio a crede Te, non facrifichiamo noi? non porghiamo
preghiere? non giuriamo? e non faccia mo altre coſe, le quali tutte agl' Iddij,
come ſe foſſero prefenti, e conuerſaſſero con noi; indirizziąmo? E ſean cora
niente in riguardo no ftro deliberano, farà lecito ch'io pigli deliberazione di
me ftcflojie la mia riſoluzio nenon farà altro, che intor no a quello, che mi
torna 'bene;maquello torna bene a ciaſcheduno', che è fecon do la ſua
conſtituzione, e nåtura. Ora la mia natura è ragioneuole, c cittadineſca. La
Città, e la patria è a me Roma, in quanto ſon ma in quanto ſon huo. mo è il
Mondo. Dunque quelle coſe, che a queſte Cittadi sono d'vtile, quelle fole ſono
a mebuone. Quello che a ciaſcuno auuiene, conferiſce al' tutto. Queſto doueua
effer fufficientes ma ancora di più quello in ogni maniera con perfpicacia of
feruerai, che ciò, che acca de conferente all'huomo, anche agli altri huomini
conferiſce. Ma al preſente s'intenda queſta parola Eup Os pov nelle coſe
mezzane in ſenſo comune al bene, e al male. Come quanto ti ſi rap preſenta
nella faccia del Theatro, o di ſimili luoghi, fe in vn modoſempre ſi ve de, e
non mai cambi l'aſpetto, diuiene ſazieuole alla vi fta, l'iſtella apprenſione
ſi fa negli auuenimenti per tutta la vita. Poichè ſottoſopra tutte le coſe ſono
le medeſi me, e dalle medeſine ca gioni. Sin doue dunque? Conſidera del
continuo tuto te le ſorti d' huomini, e ď ogni ſorte di profeſſione, e di tutte
le nazioni, quei che fono morti, con arriuare fi no a Filiſtione, Febo, e Ori
ganione. Paffa adeſſo ad al tre nazioni. Colà hauemo da tragettare, doue traget
tarono tanti graui oratori, tanti venerandi Filoſofi. He. raclito, Pitagora,
Socrate, tanti Eroi primieramente, e poi tanti condottieri, e ti ranni: e
appreſſo a loro Eu doſſo, Hipparco, Archimede, e altri di perſpicace ingegno,
magnanimi, amatori della fatica, Scaltriti, arroganti: e quelli ancora, che di
que fta vita humana caduca, e giornaliera ſi ferono beffe come Menippo, e
ſimili. Tut ti queſti conſidera che già yn pezzo fa giacciono. Ora che male è a
loro queſto, e che male a quelli ancora, che in tutto ſono ſenza niuna no
minata? Vna coſa iui è dc gna di ſtima, il viucr tran quillamente con li
bugiardi, e gl'ingiuſti, vſando la veri, tà,e la giuſtizia. 34. Quando tu vogli
ralle grarti, riuolgil'animo all’ec cellenze di quei:, ché teco viuono: come a
dire all'atti uità di quegli, alla modeſtia di queſti, alla liberalità d? vno e
così ad altra virtù di qualche altro. Non ci effen, do cofa, che tanto rallegri,
quanto le ſomiglianze delle virtudi alviuo rilucenti nelli coftumi de
contemporaneiig le quali tutte in vn tratto in fieme a noi rappreſentano. Per
lo cheper quanto è pof fibile, le hai d ' hauer ſempre alle mano. Forſi tu ti
duoli, che fei ſolamente di tante libbre, e non di trecento di Nell' iſtefla
maniera, che fino a tanti anni prolungherai la vita, e non più. Perchè co me
della ſoſtanzia corporea in quanto the determinata e acquieti, così fa ancora
del tempo. 36. Sforciamoci di render gli huomini capaci: però o pereremo ancora
qualche cofà contra guſto loro, quan do la ragione del giuſto così richieda.E
ſe qualcuno vſan doti violenzati si oppone, trapaſſa alla placidezza fen za
dolerti; e dell'impedimen to feruitene per vn'altra, vir tù; e ricordati che tu
deſideri le coſe con dell'eccettuazio ne, non appetendocofe im. poflibili. Che
coſa dunque appetiſco? quel certo defi derio regolato; e queſto tu
ottieniquando, arriua quel lo, che primo, e principal mente viene deſiderato. L'amator
della gloria dall'opere d'altri ſi perſuade il proprio bene; quegli, che ama la
voluttà, dalle ſue pafſioni: ma chi ha ceruello, dalla propria operazione! E'
in tuo potere ſopra ciò non formarne opinione, e non perturbarti nell'animo.
concioſliecoſa che niuna co fa ha vna natural poffanza ſopra i noſtri giudicii.
Auuezzate ſteſſo ad apo plicare attentamente a quel le coſe, che da vn'altro fo
no dette; e più che puoi in ternâtinell'animo di chi fta parlandoti. 40 Quello,
che non è gio. neuoleallo fciame, ne' meno gioua alla pecchia. Se i marinari parlaffe Fo male del loro piloto,
0 gli ammalari del loro media co, forſe per ciò ad altro ar tenderebbono, che
all'opera re, quegli per la ſaluezza de' nauiganti, e queſti per la fanità di
quei, che fi ciira no? Quanti fon già morti diquelli, che meco ſon en trati nel
Mondo? -43. Aglitterici pare ilme-, le amaro: e a ' morſi da ani mal rabbioſo
l'acqua è di terrore: e alli putti è coſa bella il palloncino. A che dunque io
m'adiro? forſi.pa re a te, che habbia minor forza quello, che falſamen te
s'apprende, di quello cheha la bile nell'itterico, o'l veleno nell'arrabbiato a
Non t'impedirà perſona, che tu non viua ſecondo la condizione della tua natu
rà: e niente t'amierrà fuori della ragione della natura dell’vniuerfo.. 44
Quali ſono quelli, alli quali ſi deſidcra d'andar a verſo, e per qualiauuenimen,
ti, e con quali opere? 0 quanto preſto i ſecoli ogni coſa copriranno, e quante
han di già ricoperte! Che coſa è la mal nagità? è quello, che ſpeſſo hai veduto;
e ad ognicoſa, che ti ſoprauuenga, prontamente rappreſon tati, eſſer lo ſteſſo,
che ſpef fo hai veduto. Vniucrſala mente nelle coſe ſuperiori, ed inferiori,
trouerai le me deſime, delle quali ſono pie nele Storie antiche, e quelle di
mezzo tempo, e lemoder ne, e ora ne ſono piene le cittadi, e le caſe. Non ci è
niente di nuouo, tutto è vſa to, e di corta durata. I dogmi, in qual' altra
maniera ſi potranno in te cancellare ſe l'immagina zioni., che a quelli ſono
con formi non ſi eſtinguono, le quali, a te ſta di continua menté rauuiuare?
Reſta in mio poter di fare intorno a ciò quel concetto, che ſi conuiene: e ſe
ſta nel poter mio, a chemi turbo? Quel lo, ch'è fuori della mia men te, non ha
che fare in modo alcuno con la medeſima mente. Queſtoſia il tuo ſen timento, e
cositu ſei retto. 3 Pofciache in tua balia è il ritornare in vita, riconoſci le
coſe nel modo, che le hai già vedute; perchè in ciò conſiſte il ritornare in
vita: Tali ſono la vana curioſità delle pompe, le rappreſen tazioni nelle fecne,
i bran chi d'animali, le mandre, i giuochi d'arme; vn ofſetto gettato a
cagnolini; i minuz žoli di pane buttati nel viua io de' pefci, i trauagli, e il
vettureggiare delle formi che, le corfe in quà se'n là de toperti ſpauentati, i
bam bocei, a quali ſi fanno far de moti con cordićelle. Bi fogna dunque tra
queſte coſe fermarſi con animo tranquil lo, e ſenza ſtrepito: e confe
guentemente apprendere, che tanto ciaſcun vale,quan to vagliono le coſe,
intorno alle quali s'affanna. 4 E' neceſſario attendere nel parlare parola per
parola a quello, che ſi dice: e nell' operare ad ogni moto: e nel l'vno
riguardare ſubito a qual fine ſi rapporti; e nell? altro oſſeruare quello, che
venga ſignificato 5 E' ſufficiente il mio intel letto per queſto, o non è? s'
egli è ſufficiente io me ne vaglio come d'inſtrumento datomi dalla natura
dell'yni uerſo nell'opcrare; se non è ſufficiente, o io cedo l'ope ra a chi
poffa meglio di me condurla a fine, ſe non foſſe a me ſteſſo ſpettante, o vero
la fo come poffo, feruendomi dell'aiuto di quegli, che può cooperando col mio
intellet to effettuare quelloche ſia di preſente opportuno, e vtile alla
comunione humana:per ciocchè ciò che fo, o da per 3 2 3 ine me ſolo, o con
altri, dee ſolo indirizzarſi a quello ch'è pro ficuo, e più proporzionato al
comune. Quanti, che ſom mamente furono celebrati, di già ſono paſſati
nell'obbli uione? E quanti, che li cele brarono già tempo fa, ſono ſpariti a
Non ti vergognar d effere aiutato; poichè ti con uiene operare quello, che ti
appartiene, come ad vn ſol dato nell'affalto d'vna mura glia. Che dunque
fareſti, ſe azzopppato non poteffi ſolo aſcendere fu i merli, e con yn altro
poteſſi farlo? 6 Quello, che ha da auueni re non ti ſgomenti, perchè giugnerai
a quello, fe ſarà di vopo, fornito dell'iſteſſa ra; gione, della quale tu ora
ti ferui in ciò, che t'è preſente. olo bro gal ]l DO ď ti -7 Tutte le coſe ſono
tra di loro auuinte, ed il nodo è fa cro, e quaſi' niuna è all'altra ſtraniera.
Concioffie cofa che tra fc sono ordinatamente disposte, e adornano l'istesso mondo,
poichè di tutte le coſe queſto è vno, e Dio è vno per tutto, vna la natura, e
yna la legge, vna la ragio ne comune a tutti i viuenti intellettuali, e la
verità yna, doue pure vna è la perfezio ne di quelli, che ſono dell' iſteſſo
genere, e di quei, che della medeſima ragione par ticipano. Ogni coſa materia
le preſtamente va a ſuanire nella ſoſtanzia dell'vniuerfo: e ogni
cagione'efficiente pre ſtamente è aſſorbita dalla ragione vniuerſale. I ſecoli
ancora dentro di fe ſeppelli ſcono lo ni. che id at to s ſcono preſtamente la
mc moria di ciaſcheduno, s,is:: 8 L'animal ragioneuole ha la medeſima
opcrazionéry fe condo la natura se ſecondo la ragione, o retto o raddirizzato. Con
qual? abitudine fi riguardano i membrivnitid vn corpo con tale fi confans no
gli enti ragioneuoli, ben chè diſuniti, PER HAVER DISPOSIZIONE A CONCORRERE IN
UNA COOPERAZIONE. E maggior mente ti s'imprimerà l'intelligenza di queſto, ſe
ſpeffe fiate diraia te ſteffo « Io ſono membro di queſto, aduna mento di
razionali. Ma ſe col mutamento d'yna lettera dip'sno, cioè membro, farai
fe'egos, che fuona parte, non di cuore porterai amore agli huo INC die a re
ſteſſo. id -11 huomini, ene anche tu non ti compiacerai fenz hauere altro fine
della beneficienza f operando per 'mera conue polo nienza, e non come per far
beneficio. 10 Accada ciò che ſi vuole i d'eſteriori arucnimenti ſopra a coloro,
che poſſono patir queſti accidenti, e quelli pa tendo ſi querelino pure à lor e
voglia: che quanto a me, se io non reputo che ſia male l'auuenuto accidente,non
ne reſto lefo: ora da me dipen de il non reputarlo. II Qualunque coſa altri ſi
faccia, o ſi dica, tocca a med eſſer huomo dabbene:non al trimente, che ſe
l'oroj ouero lo ſmeraldo, o la porporaco si delcontinuo diceſse; Che che altri
ſi faccia, o dica; a na or el file 7110 Nad fe -em are di col me 1POC fuc da са
) ſim bil vie La 011 me tocca d ' eſſere ſmeraldo, e di ritenere il mio proprio
colore. La porzione, che è in noi reggitrice,non è a ſe ſteſ ſa moleſta, cioè à
dire, ella non s'atterriſce ne s'affige con la cupidigia, e ſe altri è poſſente
d'atterrirla, ò di contriftarla, lo faccia. Certo è cheda per ſe ſteſſa con
l'ap prenſione non fi riuolgerà a tali commouimenti. Alcor, picciuolo ſi laſci
il penſiero, che non patiſca coſa alcuna, ſe potrà; e ſe patiſce lo dica. Però
l'animuccia, che teme, e s'attriſta, e riceuc total mente l'apprenſione, niente
patirà; concioffiecofa che non procederà mai al giudizio di cose simili. Quanto
a ſe ſteſſa la por qu Id nd CC n A 0
porzione in noi réggitrice è fuori d'ognibiſogno, ſepure da ſe ſteſſa ella non
ſi fabbri ca la neceſsità, e nella mede fima maniera è imperturba bile, ed
incapace d'impedi mento, fe da ſe ſteſſa non vien perturbata, o impedita. La
felicità è il buon genio, o l'iſteſſo bene. Che dunque quì fai o fantaſia? deh
pergľ Iddij, vattene comevenifti, nonho vopo di te.Seivenuta conforme
all'antica vfanza: non m'adiro teco; ma vatte ne vna volta. 14 Alcuno ha paura
della tramutazione; e qual coſa può eſſere ſenza tramutazio ne, e quale è più
di lei ami ca, o domeſtica alla natura dell'yniuerfo? Ti potreſti tu lauare, ſe
le legne non ſi tra 2 1 21 -2 al che d 1 mil 1mutaſsero? ti potreſti nutri re,
ſe i camangiari non ſi tra mutaſſero? che altro fi com pierebbe di neceſſario
ſenza la mutazione?Non vedi dun que come ancora il tuo tra mutarti è
confacerole, e pa rimenre neceſſario alla natu ra dell'yniuerſo?. Per l'effen
za di queſto trapaſſano quaſi per yn torrente tutti i cor pi connaturali; e
cooperanti con l'yniuerfo, almodo che le parti noſtre tra di loro cooperano.
QuantiChriſippi, quanti Socrati, quantiEpit teti il tempo s'è inghiottito?
l'iſteſſo in fatti ti ſouuenga di qualunque huomo, e di qua lunque coſa. Vna
coſa fola cruciandomi mi ſcontorce, cioè, che io non forſe faccia quello, che
la conſtituzione dell'huomo non vuole, o nel la maniera, che non vuole, o come
al preſente non vuole. Tra poco tu ti ſcorderai di tutti, e tra poco tutti ſi
ſcor deranno di te. Proprio è dell'huomo amare anco quelli, che erra no;e
queſto ſi fa, ſe nel mede ſimo tempo ti ſouuerrà, che quelli, che peccano, ſono
a te congiunti; e che o per ignoranza, o non volendo, peccano; e come tra
breuil ſimo tempo, e tu, e quellive n'andrete: e ſopra tutto per chè non ti ha
leſo, mentre la porzione tua principale non l'ha deteriorata più che per linnanzi
ella ſi foſſe. 16 La natura dell' vniuerfo dall'eſſenza vniuerfale, come ha ora
formato vn ca: 3. da cera, 194 LIBRO SETTIMO caualluccio, e poi, quello di
ftruggendo, ſe n'è valuta per materia d ' yn albero di poi d'vn homicciuolo, e
appref lo per qualch' altra coſa; e ciaſcuna di queſte ha durato per cortiffimo
ſpazio. Non reca al caffettino molcftia if diſcomporlo, ficome non gliela recò
ne meno il fabbricarlo. La ſdegnoſa torbidez za del volto è oltre modo fuordel
naturale; perchè fa fpeſſe fiate ſuanire la gratia di quello, ouero alla fine
in guifa l'eſtingue, ch'ella non poſla giammai più ràuuiuarſi: Dunque, per
queſto iſteſſo sforzati di apprendere che quello è fuori della ragione;
poſciachè, ſe il riſentimento contra il peccare fi perde, a che gioua il viuere?
18 Le coſe, che tu vedi, tutto tra poco le muterà la natura, che gouerna il
tutto; e dall'eſſere di queſte pro durrà altre cofe, come di nuouo altre dall'
effenza di quelle, acciocchè il Mondo di continuo ſi conferui in giouentù.
Quando vn commerta errore contro di re, toſto conſidera, che coſa egli pec
Cando s'immaginò di bene, o dimale: perchè,conoſcen do queſto, lo compatirai, ſenza
marauigliarti, o adi Tarti. Pofciache o formerai l'isteſſo concetto del bene
ch' eſſo formò, o altro ſimi le a quello concepirai, on de fia neceſſario
perdonar gli. Ma quando anco tu non 1 3 2 I 2 facefli lifteffo concetto del
bene, o delmale, ti renderai più facilmente benigno ver fo colui, che ha
traueduto. 20 Non s'hanno da conſi derare le coſe aſſenti nel ino do di quelle,
che ora ſono: ma fi dee ſcegliere delle preſenti le più abili, e ricor darſi
con quanto ſtudio quc fte fi cercherebbono, fe non foſſero preſenti. Però è
inſic me da guardare cheper trop. po gradirle non ti auuezzi a ſtimarle
vantaggioſamente., a ſegno tale, che, ſe ti inan caffero, te ne turbaſſi. 1.21
Raccogliti in te mede mo. La parte ragioncuole, e principale, è di tal natura,
ch'è ſufficiente a ſe ſteffa, quando giuſtamente opera; e in ciò truoua la sua
quiere. Scancella l'immaginazione, arreſta la violenza delle par fioni,
circonfcriui il prefente del tempo, riconoſci quello, che auuiene così a te,
come ad altri: diftingui, e partiſci quello, che ti ſta fra mano nelle fue
cagionimateriali, e caufali: figurati l'vltima ora: laſcia l'errore comineffo a
quello, e dove fu l'errore. L'animo dee star applicato a quanto si dice e la
mente dee internarsi nelle cose operate, e negli operanti: Abbelliſci te ſteffo
colla ſemplicità, è vergogna, e coll indifferenza, ch'è in mezzo tra la virtù,
e'l vizio. Ama il genere humano, con formati con Dio. Quegli diſſe, ogni coſa
eſſer ordina ta con legge certa, ma gl’elementi soli muoverſi con mouimento
incerto, e for tuito. Baſta hauer nella me moria tutte le coſe eſſere rc golate
con legge fiſſa, c po chiffime andare a caſo.. 23 Intorno alla morte: 0 è
diſipazione, o atomi, o euacuazione, o eſtinzione, o trapaſſo. Intorno al
dolore: fe non è ſoffribile porta via ſe fi allunga nõ è inſoffribile; e
l'animo nel formare i con cetti conferua la ſua pro pria tranquillità, e la
parte ſuperiore non peggiora: le parti affitre dal dolore, ſe poſſono,palefino
il loro ſen timento. Intorno alla glo ria: riguarda gli animi di co loro, quali
ſieno, e qualico fe abborriſchino, e qualiap petiſchino: e come l'arene de i
lidi, che vna ſopra l'al tra venendo a ſoprapporſi naſcondono le prime, fimil
mente nel noſtro viuere le coſe antecedenti ſono dalle foprauuenute ben preſto
ca cellate. 24 Da Platone. Penſi tu dunque, che quegli, che ha penfieri da
magnanimo colla fpeculazione d'ogni tempo, e d'ogni ſoſtanzia faccia gran
concetto del viuere dell'huo po? Non può eſſer che ſia, riſpoſe. Dunque ne
queſti potrà reputare che ſia male la morte. Non per certo. Detto di Antiftene.
E' coſa da Re operar bene, e riceuer ne biaſimo. E ' ſconuenelio le, che'l
noſtro volto obbe diſca, e ſi regoli, e s'abbel liſca, come la noſtra mente I 4
or 200 LIBRO SETTIMO ordina, e che queſta per fe medeſima non ſi regoli, ne ſi
abbelliſca. Se con le cofe diſdegnar ti vuoi Che non curan diſdegno, il tutto è
vano. A i mumi da cui morte va lontano Diaſi allegreza,e diaſi pur'a noi. Che
ſi tronchi la vita, come ſuole Matura Spiga, e un viua, e un ' altro mora Che
di me cura, e de' miei figli 'ancora Non ſi prendan gl'Iddij, ragion il vuole.
26 Da Platone. Io riſpon derei con giuſta riſpoſta. Che tu, o huomo, non ben
diſcorri, ſe penſi douere fti mar coſa di gran momento il viuere, o il morire
dell huomo, per poco ch'effo va glia, e non più toſto queſto solo confiderare,
cioè, ſe quando opera, operi coſe giuſte, o non giufte e da huo mo buono, o
cattiuo. Così il vero ſta, o citta dini d ' Athene: fe alcuno reputando il
poſto cfler otti mo vi ſi collocherà Principe vi farà collocato, "
conuiene, come a me pare, ch'iui ſi fermi, anco che vi foſſc pericolo, non
facendo conto ne della morte d'altro, fuori che della brut tezza. Ma poni cura,
o galant huomo, ſe altra coſa è l'effer buono, e generoſo, che'l faluare altri,
e faluare ſe Ateffo · Concioffiecoſa che non è da deſiderarſi dall ' huomo
veramente prodc la vita lunga,ne dee ftare appiccicato al yiuere, ma rimet
terſi intorno a tutto ciò in Dio, credendo alle donne, che neſſuno può ſcanſare
il fato; e in conſeguenza qui ha da premere in qual ma niera poſſa impiegare,
per ottimamente viuere, il tem po, che gli reſta da viuere. Offerua il corſo
delle ſtelle, comeſe tu giraffi in compagnia loro e confide ra del continuo le
vicende uoli tramutazioni degli ele menti; perchè coll' appren fioni di queſte
coſe fi purifi cano l'immondizie della vi ta terrena. Bene ne i diſcorſi
dell'huomo fu da Platone af ſerito che ſi debbono con templar le coſe terrene,
co me da alto in baſſo, le con greghe, gli eſerciti, i lano ri et is 20 90 7.1
her III le in ri de'campi, i congiugnimen ti de' parentadi, i diſciogli menti,
le nafcite, le morti, gli ſtrepiti de' tribunali, i paefi diſertati, le varietà
del te genti barbare, le feſte, i pianti, imercati,il rimeſco famento del
tutto, e l'abbel limento del Mondo per le coſe tra di loro contrarie. Riuedi
conſideratamen te le coſe dianzi ſuccedute: le tante mutazioni degl'Im perij. E
lecito ancora preue dere le coſe future: perchè a tutti i modi hauranno l'
iſteffa ſomiglianza, c non trauſeranno mai dall' ordine di quelle, che al
preſente ſi fanno. Quindi auuione che il miſurar la vita humana con anni
quaranta non ſia diffe rent e dal miſurarla con an 1 fir 1 0 I 6 ni 204ni
diecimila. Perchè qual coſa vedrai tu di più? Vanno indietro le coſe, e ciò che
diede La terra in terra, e nel celefte templo Ciò che venne dall'etera ſen
riede Ouero queſta è, yna riſolu zione degl'intrecciamenti de gli atomised vna
diſſipazione degli elementi, che non ſog giacciono à paſſione. Con beuande,con
cibi,e con magia Della morte cerchiam ſuolger la via. Conuien Soffrir con
ftenti, e ad occhi afciutti Il vento,ch'a noiSpira dagl'Iddi 29 Rieſce vno più
di te de ftro nella lotta per atterrare gli altri: ma non ſia più co municatiuo,
non più riſpet toſo, non più compofto ne gli accidenti, non più benigno verso
gli abbagliamenti de ' profſimi. 30.: Douc, secondo l'intendimento comune
agl’Iddij, e agli huomini,ſi può condurre vn'opera à fine, iui non è del male:
auuegnachè doue è le cito di trouar l'vtile per l'o perazione, che proſpera
mente s’auanza, e non trali gna dalla ſua diſpoſizione, iuinon s'ha da
ſoſpettar di danno. In ogni luogo, e in ogni tempo ſta in re il pren der a
grado, con la douuta pietà, quello, che preſente mente accade, e di portarti
con glihuomini, li quali con te conuiuono, giuſtamente, ed eſaminare
efattamente quello, che fi rappreſenta all'immaginazione; accioc chè non vi
fubentri qualche coſa, che non ſia per prima bene compreſa. 31 Non inueftigare
ciò che ad altri paſſa per la men te, ma riguarda diritta mente à quello, a che
la natura ti conduce, o ſia quel la dell'vniuerfo, per le coſe che ti accadono,
ouero la tua, per l'azioni, che da te dependono. Ora quellos? haurà a fare da
ciaſcuno, che conſeguentemente corriſpo de alla ſua diſpoſizione. Per rò tutte
l'altre coſe ſono diſm poſte per quelli, che ſono ragioneuoli, come in ogni
altra l'inferiori in riguardo delle migliori, e le ragioner. uoli l'vna per
l'altra.Dunque il primo e principale nella: diſpoſizione dell'huomo ſi è l’essere
COMMUNICATIVO. Secondariamente non arrenderſi alle corporali inclinazioni.
Concioſliecoſa che proprio del mouimiento ragioneuo le, e. intellettuale è
dicir confcriuer fc fteffo, e non laſciarſi ſottomettere da mo. ti ſenſuali, o
impetuolis poi chè tanto gli yni, quanto gli altri hanno del beſtiale. Ma la
intellettiua vuol la preininenza, e non eſſere do minata da quelli: e a ragio
ne; perchè è fatta per feruir ſi di tutti quelli. Il terzo nel la ragioneuole
conſtruzione, è di non trauedere, nc d'ef ſer ſoppiantato. A queſte co ſe
dunque applicata la men te proceda a dirittura, e co si conſeguirà quello, ch'è
fuo proprio. 32 Come tu non hauefli havuto a uiuere, che fin ora, e già foffi
morto, queſto fo pra più che c'è dato diuiuere, dourai viuerlo fecondo la
natura, folamente contento di quello, che ti auuenga, e che ti è deſtinato dal
fato, imperocchè qual coſa ti può efferpiù couveniente? 33 In ogni accidente vo
glionfi hauere auanti agli oc chiquellija' quali occorſero cafi fimili, e che
poi fi dole uano, e ſembrado loro ftrano fi lamentauano. Doue dun que ſono
eglino ora? in niun fuogo. Vorrai tu dunque fare altrettanto? Perchè non la fci
gli altrui rigui alli rigi ranti, e rigirati?: e non te ne ftai tutto intento
come ti habbi da ſeruire di tali acci denti? Te ne feruirai dunque bene, e
quelli ti ſerui ranno per materia. In ogni coſa, che farai; non hai da
applicare ad altro, ne altro proccurare, che d'effer a te Iteffo buono. Nell'
yno, e -nell'altro (fia di ciò, che hai da ſcanſare, o ſia di ciò, che hai da
fare ricordati che'l foggetto dell'operazione è indifferente. Con perspicacia
rimira dentro te stesso, che la fonte del benc è dentro di te, la quale non
ceſſerà mai di ſca turire, ſe tu di continuo la terrai ſcanata. 35 Il corpo ha
da ſtar fiffo, e non ſi ſtorcere, o fia nel moto, o fia nella poſtura. Perchè
nel modo, che l'ani mo imprime vn certo che nella faccia, ferbandola ſe 7 1 Il ria,
e ben composta, al trettanto ſi dee ricercare che ſegua intieramente nel corpo;
e tutte queſte coſe s'hanno da offeruare fcirza affettazione. Il noſtro modo di
viuere è più da affomi gliarſi alla Paleſtra, o lotta, che all'Orcheſtra, o al
ballo; douendo alle coſeche ſopra uuengono, e non ſono pre ucdute trouarſi
appareccħia to, e fermo pernon cadere. Giammai non laſcerai d'eſaminare quali
ſieno quel li, dalli quali tu brami le te ſtimonianze, e quali l'inten
zionidella loro mentc: per chè ne accuſerai quelli, i quali peccano
inuolontaria mente, ne ricercherai la lo ro teftimonianza, fc rimire rai da
qual fonte ſcaturiſco no 10 a,al ercare ate ni € fcuzi mode allomis Torta ballo
lopera t no le loro opinioni, e i loro appetiti. Niun'anima, diſſe que gli, di
ſua fpontanea elezio ne ſi priua della verità. L'i ſteſſo s'ha da dire intorno
al la giuſtizia, alla temperanza, alla benignità, e a tutte le ſi mili.Però è
fommamente ne ceffario di non mai ſcordar d'ognuno ſarai più benigno. In ogni
coſa penoſa, che ti ſucceda, ti fouuenga prontamente che quella non ha
bruttezza, ne può peggiorare la mente in noi reggitrice; poichè non le nuoce,
nene in quanto è ragio neuole, ne in quanto è co municatiua; e nella maggior
parte de dolori ti venga in mente quello d'Epicuro; Che to pre cchia dere
ulcera quel let inter: per Uli, / taria a lo mit rico no 2 I 2Che non è
intollerabile, o non è eterno; ricordandoti però di laſciarlo ne' ſuoi termini
fen za aggiugnerui altro con la tua opinione. Ancora quel lo hai da hauer a
mente, che molte coſe, che partecipa 110 propriamente del dolore, copertaméte
ci trauagliano: come è l'hauer ſonnolenza, lo fmaniar di caldo, il patir faſtio
di ſtomaco '. Quando dunquc alcuna diqueſte coſe maltolenticri ſopporti, con
feffa a te fteffo d' ellerti arre ſo al dolore. Auuerti di non hauere tal volta
quell' auuerſione agl'inhumani, che gl'inhu manihanno agli huomini. 40 Donde
argomentiamo, che Socrate foffe illuſtre, e di diſpoſizione d'animo migliore? Mentre
non baſta, che haueffe vna morte delle più glorioſe, c più acutamen te co '
Sofiſti diſputaſſe più ſofferentemente ſopra'l ghiaccio pernottaſſe, e co
mandato a condurre quel Salaminio, più d'ogni altro generoſamente fi moſtraſſe
renitente, e che per le ſtrade andaſſe con graue contegno. Intorno a che era
aſſai da in ueftigare le così era vera mente. Maquello è neceffa rio
conſiderare, qual ' animo s'haueſſe Socrate, e ſe egli po teſſe appagarſi
d'effer giuſto inuerſo gl’huomini, e fanto inuerſo gļIddij,nő iſdegnan doſi
temerariamente contro la malizia, ne punto feruen do all'ignoranza d'alcuno, ne
accettando come ſtranie Fit Ho fe je. Te ne ng€ ra uc PC PE ra alcuna cofa
datagli dall' vniuerſo, o ſopportandola come intollerabilc: në hauef ſe mai
acconſentito, c piega to l'animo alle paſſioni della carnuccia. La natura non
in fi corporò talmente il compó fto, quaſi che l'huomo non poſſariſtrignere, e
regolar ſe lo medeſimo e far le ſue proprie VE coſe foggiaceré a ſe feflo. 41
Può eſſere facilmente, in che vn diuenga huomo diri no, e non fia conoſciuto da
alcuno. Ricordati ſempre di queſto: e in oltre di quello, 1 che?l viucre
felicemente conſiſte in pochiſſime coſe. E non perchè habbi tu per duto la
ſperanza d' eſſere Dialettico, o Fiſico, ti ſtime rai rigettato dal poter eſſer
libero, pudico, comunicati uO. E I uo, e oſsequente a Dio. 42 Senza alcuna
violenza potrai trapaſſare la vita in vna piena giocondità, an corchè tutti
ſtrepitino,come fi voglino, ancorchè le belue ſtrappino i membricciuoli di
queſta mafsa, che t'è cres ſciuta addoſſo, perchè, che vieta in tutte queſte
coſe ala l'animo di conferuar ſe ſteſso in tranquillità, e nel giudi cio vero
delli circonſtanti accidenti, e collyſo pronto i delle coſe preſenzialmente
ayuemute: in modo che poſsa il giudicio ſentenziare ſopra è quello, che vien
accadendo: queſto fe' in ſoſtanza, ben chè lecondo l'opinione, al tro
appariſci; e l'vſo poſsa di re all'accidente: tu fe' quel lo, ch'io cercaua.
Perchè fem - 01 te elle est sempre quello, ch'è preſen te, ferue per materia
della virtù ragioneuole, e ciuile; e inſomma è materia dell'ar te
dell'huomo,ouero di Dio. Laonde tutto quello, che auuiene ſi fà famigliare a
Dio o all'huomo; e non è coſa nuoua, ne intrattabile, ma conoſciuta, e maneggieuo
le. 43 La perfezione de'coſtu mi porta feco queſto; ch? ogni giorno ſi trapaſſi
come fe foffe l'vltimo, non ſi com mouendo a coſa alcuna, ne con iftordimento,
ne con fi mulazione 44 GI'Iddij eſsendo immor tålicnon hanno a male, che in
tanti ſecoli ſia a tutti lo to neceſsario comportare ta li, e tanti fcelerati,
anzi han Q b f Uella bile ar Dio. che Dio cola m2 Cuo hanno in oltre di quelli
vna total cura; e tu che ſtai già per mancare ti ſtracchi, non oſtante che tu
ſij vno degli ſcelerati? è da riderſenc; tu non fuggi la tua propria mal uagità,
il che è poſſibile, ę fuggi quella deglialtri, il che t'è impoffibile. 45
Quello, che la facultà ragioneuole, e ciuile truoua, non fecondo l'intelletto,
ne ſecondo la ſocietà, con buon dettame lo giudica più viledi fe ftefla. 46
Quando tu hai benéfica to, e vi altro ha riceuuto il beneficio, oltre di queſto
che terza cofa pretendi,comefan no i pazzi, di parer d'hauer fatto bene, e
d'hauer a rice uere il contracambio? niuno s'affatica, mentre riceue vtili K tå,
oſtur ch 9 come COM 2, ne ont 7mor s che tti lo are ta anzi 9 Tantà, e mentre
l'vtile è azione ſecondo la natura; non ti af, fannar dunque riceuendo yti lità
in quello che tu ſe'di gio uamento agli altri. La natura dell’yniuerlo per
proprio inſtinto venne alla fabbrica del mondo, donde è che ora tutto ciò, che
ſi va facendo, procede in ſeguime to di quello; ouero le coſe principaliffime,
alle quali la mente reggitrice del Mondo ha:vna particolar inclinazio ne, ſono
ſenza ragion prodot te. Se tu ciò a memoria ha urai, ti renderà più tranquillo
in molte cse. E è azione non tia4 ndowe 'digia erloper e alla Ponde fi va imé
coff lila 1 do 1 10 ota 1 Vello ancora è gio ueuole contro la vanagloria, con
fiderare, che non iſta più in tuo potere l'eſſer viuuto tutta la vita, o almeno
la paſſata dopo la giouentù, filoſofica mente: ma a molti altri, e a te
medeſimo hai dato a co nofcere, che tu ſeben lonta no dalla DALLA FILOSOFIA. Dunque
ti truoui imbrogliato: perchè K 2 1 1 # oramai non ti è più facile.d '
acquiſtare ſtima di Filoſofo, ſenza che ti è contraria ancor ra la tua
profeſſione. Se adun que tu penetraſti veramente fin doue conſiſte ľaffare, non
ti curar quale tú habbi da ef ſer riputato, ma baſtiti ſe tu il reſto menerai
della vita,fe cõdo il dertame della tua na: tura. Conſidera dunque quel lo,ch'eſſa
ſivoglia, ne altroiti diſtragga: perciocchè hai già prouato per quantecoſe ſe'i
to vagando, ne mai in niuna hai trouato il ben viuere, ne nel fillogizzare, ne
nella ric chezza, ne nella gloria,nenei piaceri, ne in che ſi fia. Don ue
dunque farà? nell'operare ciò, che richiede l'iſteffa na tura humana. Come
dunque queſto li eſeguirà? quand'v no faciled Elofoto ta anch eader zmente y101
dach fetu 2,fe na no haurà nell'animo fermati queidogmi, dalli quali han no
origine gliappetiti, elo pere. E quali ſono queſti do gmi? quelli, che
appartengo no ai beni, e a i mali, come nulla eſſer bene all'huomo, che non lo
renda giuſto, tem peratoforte, liberale, enulla male, ſe non quello, che ope ra
il contrario delle coſe ſud dette, 2 In ogni operazione in terroga così te
ſteſſo: in qual maniera queſtaa me fi confà? forfe appreffo non ine ne pen.
cirò a Di qui ' a poco io farò porto, e ogni coſa fuanirà. Che coſa di più
ricerco, ſe no che l'azione preſente cõuen ga ad animale ragioneuole, e
comunicatiuo, e che nella legge ſi conformi con Dio? Alessandro, Caiose Pompeio,
che coſa ſono appetto a DIOGENE, ERACLITO, E SOCRATE? Queſti penetrarono le
coſe, e le cagioni,e le materie, e tali erano le menti loro: ma quelli a quanti
haueuano da prouedere? a quanti haueua no da ſeruire? 4 Ancorchè tu crepaffi
tutttauolta gli huomini fará no l'iſteſſe coſe. Al bel primo non ti ſtare a
turbare; poichè tutte le cole, fuccedono fe condo la natura dell'vniuerſo; e
tra poco tempo tu farai nič te; ed in niun luogo, come non é Adriano, ne
Auguſto. Appreſſo fiſſandoti nell'opera ſteſſa, conſiderala, ed inſieme
riducendoti a memoria che ti biſogna eſſere huomo dab bene, e ciò che la natura
del l'huomo richiede, fa ciò, che tu ti proponeſti con inuaria bile fermezza, e
parla come giuſtiflimo ti parrà; però con placidezza e con rispetto e senza
ſimulazione. Questa é della natura dell'uniuerso l'opera e'l ministero. Le cose
che ſono qui traſportar colà, tramutarle leuarle di quà, ed iui riporle. Ogni
cosa è mutazione, non però sì, che s'habbia da te mcre di nouità, andando il
tutto ſecondo il conſueto; anzi le diſtribuzioni delle co fe fono eguali. Ogni
natura ſi ſoddisfàdi ſe ſteſſa, s'ella cà. mina per la propria via. E la natura
ragioneuole cammina bene, quando nelle immagi nazioni non conſente al falfo, o
all'incerto; e negli appetiti, quando alle ſole opere co munali gli dirizza; e
nellide fiderij, e nelle auuerſioni, qua do le reſtrigne a quelle coſe fole,
che ſtanno in noſtro ar bitrio; e abbraccia volentie ri tutto quello, che dalla
na tura comune le vien datos poichè è parte di quella, co me la natura della
foglia è parte della natura della pian ta, ſe non che iui la natura della
foglia è parte di natura, che è ſenza ſenſo, e ſenza ra gione, e che ſi può
impedire: doue la natura dell'huomo è parte della natura ad impedi mento non
ſoggiacente, in tellettuale, e giufta; mentre eſſa, ſecondo l'egualità, ei
meriti, diſtribuiſce a ciaſcuno i compartimenti de' tempi, delle ſoſtanzie
della cagione, dell'operazione, e delle
con tingenze. Anuertiperò,che non trouerai in niuna coſa, conſideratele ad vna
ad vna, queſta vguaglianza pari ad vn tutto;maſi bene accumulata mente,
conferendo il tutto dell'vne col tutto dell'altre. 6 Non te conceduto di poter
leggere,maè in tuio po tere il non far delle ingiurie, -il vincere i piaceri, e
idolori, l'effer ſuperiore alla glorietta: di più,il non alterarti contro de i
difenfati, e degļingrati: anzi tè conceduto l'hauere etiandio cura di loro. Niuno
ti oda querelarti del viuer nella Corte, neme no di quello, che tocca a te. 8
Il pentimento è vna tal riprenſione di te ſteſſo per yn ytile traſcurato. Ora
il bene de' efſere qualche vtile, e de eſſere procurato.dall'huomo dabbene, e
di buoni coſtumi. Ma neſſuno huomo dabbene, e bene accoſtumato haurà pen.
timento di hauer traſcurato qualche piacere. Non è dun que coſa vtile, ne buona
il piacere. 9 Che cofa è queſto ſecon do te ſteſſo nellapropria con ftituzione?
Quale è il ſuo ſo ſtanziale, e materiale? Quale è il ſuo caufale? A che serve
nel mondo? E quanto tempo fulliſterà? Quando ti ſuegli con di fguſto dal ſonno
ricordati ciò etſer conforme alla tua conſtituzione, e fecondo la condizione
naturale dell'huo. mo di produrre operazione a prò dell humana focietà: dove il
dormire è comune an cora agli animali irragiuneuo. li. Quello perù, ch'è
naturale ad ognvno, quello è più pro prio, e più comodo, ed è più giocondo. II
Continuamente, ed in ogni immaginazione, giuſta tua poffa, eſamina la ſua na
tura, ricerca le fue paſſioni, e dialetticamete intorno a quel. la diſcorri. In
chiunque t'ab batti, prontamente diſcorri dentro di te; Queſti che maf fime può
hauere intorno al bene, e intorno almale?. Im perocchè, fe ha tali, e tali
maſſime intorno al piacere, e al dolore, e le cagioni dell’y -no, e dell'altro,
intorno alla gloria, all'ignominia, alla morte, e alla vita, non mi ma
rauiglierò, ne mi parrà coſa K 6 ſtrana, s'egli opera tali coſe; e mi
rammenterò, che quegli è violentato ad operare in fi mile maniera. Rammentati,
che come è coſa difdiceuole lo ſtimare ſtrano, che'l fico produca fichi così
che'l Mon do produca quelle coſe, delle quali è fecondo. E ſimilmen te ancora
farebbe vergogna al medico, ed al piloto il pa rer loro ſtrauaganza, ſe viene
ad yno la febbre, e fe il ven to ſoffia in contrario. 12 Ricordati, che tanto
il mutarſi quanto il conformar fi a chi ti corregge, non ti to glie l'eſſer
libero; perciocchè l'azione è tua, e ſecondo il tuo appetito, e giudicio, co me
anco conforme al tuo in, tendimento, ſi riduce a fine. 13 Se depende da te,
pers ché in chè lo fai? ſe depende da al tri, di che ti lamenti? degli atomi, o
degl'Iddij? mentre così l'vna, come l'altra è paz zia. Non dei querelarti d'al
cuno: perchè ſe è in tuo po tere queſto, correggi l'iſteſſa azione; ma ſe
quello non tuo potere, a che gioua il do lerti, giacché non conuiene far coſa
alcuna inuano? 14 Ciò che morì non caſca fuori del Mondo:ſe reſta dun que qui,
e qui fi muta, anco qui ſi riſolue nelle coſe pro prie, le quali ſono elementi
del Mondo, e tuoi; e queſti pure ſoggiacciono a mutazio ni, nc fi qucrelano. Ciò
che è, per qualche coſa è fatto, come a dire il ca uallo, la vite.Di che ti
maraui. gli? Il Sole pure dirà, per qual'effetto ſon fatto, e così gli
altr’Iddij. Tu dunque per qual coſa per pigliarti piace re? conſidera ſe
l'intclletto lo comporta. La natura s'ha preſo pen fiero diciaſcuno, non meno
del fine, che del principio, e della durata dellavita. 17 Quando alcuno tira in
alto vna palla, che di bene ne riporta fa palla quando va balzata in alto, o
che di male quando fcende, e quando ca de in terra? E che di bene n'auuiene
alla bolla dell'ac qua, ſe dura in eſſere, e che di male, ſe fi dilegua. In que
ſta guiſa puoi ancora diſcor rere della lucerna. Riuolta il corpo, e vedi quale
è, e in uecchiandoſi, quale diuiene, o pure cadendo in infermità, o dap o dappoi che s'ha preſo i ſuoi guſti carnali.
18 E ' di breuc durata echi loda, e chi vien lodato: il men touato, e chi lo
mentoua.Ag giugniui, che ciò ſuccede in yn cantone di queſta regione, ne in
quello ancora tutti ſono del medeſino ſentimento; ne pur yno è ſempre del
medeſi mo con ſe ſtcffo.E tutta la ter ra è finalmente yn punto. 19. Applica
l'animo a quel lo che ti ſi appreſenta, o al de. creto, o all'operazione, oal
fignificato. Giuſtamente que ſto patiſci, perchè vuoi diffe rire a domane a
diuenirc huo. mo dabbene, più roſto ch'er ſerlo oggi? 20 S'io fo coſa alcuna,
la fo riferendola a bencficio d'huo. mini. Se m'auuiene qualche? l 1 P cofil
232coſa la riceuo, riferendola al.. tresì agl Iddij, e al forte d'or gni coſà,
dal quale tutto ciò che auuiene inſiemederiua. Che ti pare che ſia il la uarſi?
olio, fudore, fucidu, me, acqua', ſtrofinacci, coſe tutte difpiaceuoli: I ale
èogni parte della vita, e tutto quel lo,che a noi fotto ſta. 22 Lucilla
ſeppelli Vero, appreſſo morì Lucilla. Secon da fepellìMaflimo, appreſſo morì
Seconda. Epitinchanó Diotimo, appreſſo Epitinchano. Antonino ſeppellà Fauſti
na', appreſſo morìAntonino. In tal modo cammina ogni cofa. Celere ſeppellì
Adria no, appreſſo morì Celere. Quelli anco d'acuto ſpirito, o indouini; o
fuperbi, doue ho ra ſono? come Charace, Demetrio il Platonico, Eudemone, e
altri ſimili d'acuto spirito tutte le coſe ſono tran. ſitorie in yn giorno, e
di già morte, e mancate: alcuni ne meno per poco rcſtarono nel la memoria:
altri trapaſſaro no in fauole; altri già dall'i ſteſſe fauole ſcancellati, Quel
lo dunque non è da ſcordarſi, che biſogna o diſſiparli queſta tua
compoſizioncella, o eſtin guerſi lo ſpiritello, o traſpor tarſi, e altroue
riporſi. - La consolazione dell' huomo conſiſte nell' operare ciò, che
appartiene all’huo mo; e appartienſi all'huomo il voler bene a quello, che gli
è ſimile per natura: ſprez zare i moti delfenſo, diſcer ner le probabili
apparenze, contemplar la natura dell'y Olli" ello 300 ha 710 on te ho DP
niwer niuerſo, e tutto ciò, che in quella ſi produce. Tre fono le abitudini,
l'vna alla ca gione,che circoncigne, l'altra alla cauſa diuina, dalla qua le il
tutto a tutti deriua, la terza a quelli, che con noi vi uono. Il dolore o è
male del corpo, el corpo ſia quello, che lo paleſi, o è dell'animo: ma l'animo
ha in ſua balia il conſeruar la propria tranquil lità, e ſerenità, e di non
rcpu tar, che quello fia male. Per chè ogni giudicio, e inclinac zione, e
appetizione, e de clinamento ſta nel didentro e da indi non afcende male
neſſuno. 25 Scancella l'immagina zioni del continuo dicendo a te fteffo: Ora è
in mio potere, che in 10 tra 12 10 vi del 09 70: che in queſt'anima non hab bia
luogo alcuna maluagità, ne la cupidigia, ne qualſiuo glia turbolenza: ma cono
fcendo ciaſcuna coſa, fecon do il ſuo eſſere, mi ſerua di ciaſcuna per quanto
vale. Ri cordati di queſta facultà a te conceduta dalla natura. 26 Parla nel
Scnato, e con ciaſcun'altro in particolare co decoro, e non con troppa li
fciatura, ma vſa vn modo fa no di parlare. La corte d'AUGUSTO, la moglie, la
figlia, i nepoti, i defcendenti; la ſorella, Agri pa si parenti, I famigliari,
gli a mici, Ario,Mecenate, i medici, i sacerdoti, tutta quel la corte è svanita
con la morte. Mettiti poi a conſiderare altre famiglie,nelle quali non trouerai
la morte d'vn huo mo ſolo, ma di tutte, come dei Pompeij. Mancò quella, e ne'
fepolcri iſteffi leggiamo chi fu Byltimo di quella gen te: come anco. quello,
che viene ſcolpito ne'monumen ti, vltimo della ſua gente. Conſidera poi quanto
fi tra uagliarono i loro antenati, di laſciar yni fucceſſore, e pure fu di
neceſſità, che alcuno for ſe l'vltimo, e qui parimente conſidera la fine di
tutta quel. la gente. 28. S'ha collazioni ad vna ad yna a compor la vita; e ſe
ciaſcuna vi ha la ſua parte, Thuomote nºha đa content - re; e che quella non
habbia il ſuo pienoaſufficienza, niuno lo potrà impedire.Se poi s'op- ' poneſſe
qualche cofa eftra nea?1€ lagi 110 11 Pr di 24 nea? niente al certo s'oppor rà
al giuſto, modefto, e confi derato. Ma forſe qualche al tra operazione
l'impedirà?Pc rò ſe tu prendi a grado l'iſteſ fo impedimento, e trapaſſe rai
coll'animo ben aggiuſtato a quello, che ti vien dato ti ſi furrogherà vn'altra
operazioa ne, che quadri a quella com poſizione d'animo di cui ora ſi parla,
che veramente firice na ſenza fato, e fi laſci pure con facilità 29 Se mai
vedeſti vga ma no, o vn piede troncati, avna tefta dal reſto del corpo reci fa
in qualche luogo giacere; a queſti ſimile per quanto a il Luiſta ſi
rendechiunque ricu fa le coſe ch’auuengono, e ſe ftetſo quafi tronca, o fa quel
ſa lo, chenon ſi confaccia al be ne of Tele nd f noto iF ne degli altri, col
diucller i in certo modo dall' vnione della natura; mentre tu effen do nato
parte di cffa, da te ſteſſo te ne fe'reciſo, ma qui cade in acconcio il dire,
che in tuo potere ſta di ritornarti a riunire: il che Dio a niuna altra parte
ha conceduto, che ſegregata,e reciſa, di nuouo fi tornaffe a congiugnere. Però
confidera la fouranz bontà, che tanto onore conceffe all' huomo. Poichè nel
principio poſe inſuo potere il non di uel'crſi dal corpo intero, e dopo
diuelto, il ritornare, ed il ricongiugnerſised il ricupe rare il poſto di
parte. 30 Come ciafcuno de'ragio. neuoli ottenne dalla natura tutte l'altre
facultà quaſi qua to è capace la condizione del. boz fa € 1li ragioneuoli, così ancora da lei
riceuemmo queſta facultà, la quale è, che in quel modo, che quella tutto ciò,
che le reſiſte, e le oſta, lo conuerte, e rimette nel fato, e lo fa ſua parte,
così l'animal ragione uole può d'ogni impedimen to farſi propria materia, e ben
vſar di quello, a che ella per iſtinto e portata. 31 Non ti confonda l'imma
ginazione di tutta la vita Non iſtare a ghiribizzare pen ſando quanti, e quali
trauagli poſſano ſoprauuenirti; ma in qualunque delle coſe, che ti ſi
preſentino,interroga te ſtefa ſo: in queſto fatto,che ci è d'incomportabile,
che ci è d ' intolerabile? Concioſliecofaa che t'arroſſirai di confeſſarlo.
Appreſſo ricorda a te ſteſſo, che 7 ge 10 14 fel 2 t C a C che ne il futuro,ne
quello che è paſſato t'aggraua, ma ſem pre quello che è preſente; é queſto
ſiſminuiſce,ſe diſtinta mente lo ſeparerai, e la men te tua riprenderai,
ch'ella non fia baſtante a reſiſtere a que ſto ſolo. 32 Forſe aſſiſte per
ancora al ſepolcro del ſuo Signore Panthea, o Pergamo? o pure a quello di
Adriano Cabria, o Diotimo? E ' da riderſene, E ſe aſſiſteſſero, ne haureb. bono
ſentimento? E ſe ne ha uefíero ſentimento, haureb bono godimento di queſto E ſe
haueſſero godimento, fa rebbono diuenuti per queſto immortali? Non portò il f
to, che ancora queſti prima diueniſſero vecchi, e vecchie, ed appreſſo
moriſſero? Che dun il 762 en 101 JUICE Con 701 dunque erano perfare quelli,
dopo che queſti foffero mor ti 2 Il tuttoè puzza, e mar cia in yn ſacco. 33 Se
tu haiacuta viſta, adoprala, difle quegli ſauia mente, nel giudicare. 34 Non
vedo, che nella conſtruzione dell'animal ra gioneuole ſia virtù alcuna re
pugnante allagiuſtizia: ma fi bene vedo cffer repugnante al piacere la virtù
della con tinenza. 35 Sea quello chepare ap porti a te meſtizia, detrarrai la
tua apprenſione, tu ſteſſo ti ſe’poſto in ſicuro. Chi è quel tu ſteffo? la
ragione. Ma io non ſono la ragione. Così fia: dunque la ragione non tra uagli
ſe ſteſſa. Maſe qualche altra coſa in te patiſce del L male 16 han Foi [ um 10
The male, ella medefima ne formi il fuo
concetto. L'impedimento del fen ſo è male della natura vitale, e ſimilmente è
male della na tura vitale l'impedimento del l'appetito: ed ecci eziandio vn
altro parimente impedi mento, e male della conftitu. zione vegetatiuas. Così
duna que l'impedimento dellamé te è male della natura intel lettiua; applica:
tutte queſte coſe a te ſteſſo. Il dolore, e? I piacereti co muotono? il ſenſo
fę n'auuer. drà. Nell'apperire ti ſi poſe oſtacólo ſe tu ti folli moffo fenza
ſottraimento, e rifertias allora farebbe male delura: gioneuole;mia fe tu lo
riceuí, come coſa comune tu non fe'dannificato, ne impedito, po es el Bio di tu
né ele poſciache nigni altra cola ſuo le impedire le coſe proprie della mente:
perchè in quieta la ne fuoco, ne ferro, ne ti ranno, ne maledicenza, ne altra
coſa del Mondo può pe netrare:che cheſi faccia della palla, eſſa ſempre rimane
tony da.:' 37 E' coſa indegna il mole ſtar me ſteſſo, mentre a niun? altro mai
di proprio volere ho dato moleftia Altre coſe cagionano allegrezza in altri; io
m'allegro, ſe la mia facul tà guidatrice ſtarà fana, la quale non habbia
auuerſione ad alcuno huomo, ne adal cuna coſa di quelle, che fuc cedono agli
huomini, mail tutto rimiri con occhi placi di; e riceua ciaſcuno, e dieſſo fi
ferua,fecondo il ſuo pregio. L 2 38 Ve có LIF CA Mo It This 700 TO: Vedi di
ſpendere a tuo prò queſto tempo preſente. Coloro, che più affettano la fama
apoftuma, non conſidc rano, che quelli, da’quali la ſperano ', faranno tali,
quali al preſente ſono coloro, che a lor non piacciono, poichè eſſi ancora ſono
mortali. In ſom ma che t'importa, ſe quelli con tali, o tali voci ftrepitino, o
habbiano di te queſta, o quella opinione? 39 Prendimise gettami do ue vuoi:
poichè iui ancora trouerò il mio genio buono, e propizio, cioè a dire a me
ſufficiente, purchè habbia e operi quello, che è confor me alla propria fua
condizione. E' forſe coſa che meriti, cheper eſſa s'incommodi l'animo mio, e
peggiori ſe ſteſ ſo con auuilirſi, appctire, confonderſi, e ſgomentarſi? E che
trouerai, che tanto ine riti? Non può auuenire coſa a vn huomo, che non ſia
acci dente, che non habbia dell? humano; ne al bue che non ſia accidente, che
egli non habbia del bue; ne alla vite, che non ſia della vite; ne alla pietra,
che non ſia proprio della pietra. Se accade dun que a ciaſcuno quello, che è
folito, e connaturale, perchè t'attriſti? mentre non è intol lerabile quello,
che la natura comune a te contribuiſce. E ſe ti pigli moleſtia per qual che
coſa eſtranea, non certo efla ti moleſta,mail tuo giudi cio intorno a quella. E
pure il cancellar quello depende da L 3 te. E ſe ti trauaglia qualche cofa
nella diſpoſizione del tuo animo, chi è quegli, che ti vieta di rettificare il
tuo concetto Con tutto ciò ſe tu ti affanni, perchè non operi tu ciò, che a te
pare ben fat to? Perchè più toſto non ope ri, che contriſtarti? Mavna coſa più
valeuole mi oſta Dunque non ti affannare; poi chè non proccde da te la ca gione
del non operare. Ma non par che conuenga di più viuere, fe ciò non fi fa. Dùn
que placidamente finifti la vita: mentre ancora quegli fa qualche coſa, che
muore benigno eziandio verſo colo ro; che gli fanno oſtacolo. Osserva che la
princi pal parte dell'huomo resta inespugnabil, quando in ſe Iter ko fel he UNO
steſſa ritirandoſi di ſe ſi con tenta non facendo quello che effa non vuole,
ancorché ſi metta in battaglia ſenza la. iuto della ragione. Che dun queſarà,
quando coll'aiuto della ragione prudentemen te giudicherà qualche coſa? Per
queſto la mente libera delle paſſioni è come vn'alta rocca, giacchè l'huomo non
ha coſa più forte, nella quale ritiraro rimanga poi ſempre incípugnabile. Chì
dunque queſto no comprende è igno rante: chi l'ha comprefo, non ſe ne
vale,difgraziato. 42 Niente di più ſuggeri fci a te ſteffo di quello, che
portarlo Ic mere priine ap prenſioni. T'è ſtato riferto, che il tale dice malc
di te; queſto è vn rapporto. Ma L 4 che tu ſij ſtato, offeſo, non ſi contiene
nel rapporto. Veg gio, che il figliolino è am malato, queſto ilvedo, ma che ſia
in pericolo nol vedo già. Dunque reſta ſempre ne gli primi apprendimenti della
immaginazione, e non v'ag. giugnere dentro da te ſteſſo niente d'autantaggio: e
così niente ti ſopragiugne; anzi aggiugni, che non ti viene nuoua qualunque
coſa, che nel Mondo accade. Il cóco mero è amaro, laſcialo; le fpine ſono nella
ſtrada, ſchi fale, baſta; non iſtar a fog giugnere: e perchè queſte co fe ſono
ſtate fatte nelMondo concioffiecoſa che ſi burle rebbe di te ogn'huomo, che fia
inueſtigatore della natura: come appunto ſareſti derifo da of 12 do De le SI da
vn fabbro, o da yn coiaio, ſe tu li condennafſi, per ve dere nella ſua bottega
fca muzzoli, e ritagli delle coſe, che effi lauorano. E pure que gli hanno doue
gittar queſte coſé; il che non può fare fuori di ſe la natura dell'vni. uerſo:
maciò che recamara uiglia di queſta ſua arte è, che circonſcritta in ſe ſteſſa,
quan to dentro di fe fi corrompe, e s'inuecchia, e appariſce non eſſer più ad
alcun yſo, tutto in ſe ſteſſa tramuta, e di nuo uo di quelli forma cole recen
tizin tal guiſa, ch'ella non ri cerca ſoſtanzia eftrinfeca, ne ha biſogno di
luogo per git tarui le coſe più corrotte. Così le ſono baſteuoli la ſua regione,
la ſua materia, e la propria arte. Dzi De TC O le Dj D D? 7 0 L 5 43 Non andar
vacillando nelle azioni; e nelli congreſi non far confufione. Nelle
immaginazioni non andar ya. gandojne in modo alcuno con Panimo o angoſcioſo, o
trop po impetuoſo, non accupare ja vita in fouerchie faccende. Se ammazzano, fe
mandano a fil difpada, fe con efecra zioni infeftano, che nuocono quefte coſe
al conſeruarti Ja mente pura, prudente, contes nente, e giuſta? fiati per e
fcmplo: le vno auuicinatofi ad vna fonte di dolce; c limpi da acqua,a quella
diceſſe del le ingiurie,non perciò ceffereb be di porger l'acqua da bere, e fe
ancora vi gettafle del fan go, ' e dello ſterco, immanti nente ella lo
ſegregherebbe, e diffiperebbe, e in neſſun modo Llande agreb Nelli dara 1000
Otrop CINK cord ndan Mocht OCOMO artil СОЛь modo fe n'imbratterebbe.. Come
farai dınque per hauer vna fontana ſempre viua; e non vn pozzo d'acqua fta
gnante? Merci te ſteſſo ad ognora in libertà, ſtando con l'aniino trãquillo,
ſchiet to, e modeſto. 44 Chì non sa, che coſa ſia il Mondo, non fa doue egli
fia.E chi non ſa a che fine egli medelino fia ſtato fatto, non få ne qual'egli
fi lia,ne che co. fa ſia il Mondo. A chi manca vna di queſte coſe, non può dire
a che fine egli fia fatto Chi dunque pare a te, che ftia più contento, quegli,
che fugge le lodi degliadulatoris o quelli, che nonfanno doue, o quali eſli fi
fiano Ti com piaci d'effer lodaro da vnos che tre volte l'ora maledice Del et zarob
limpi edel flerech berty bhe cfiun do L 6 se ſteſſo? Vuoi piacere ad huomo, che
ne pure ſoddisfà a ſe ſteffodroddisfà a ſe mede ſimo quegli, che in tutte quafi
le azioni, alle quali pon ma no, ſi pente? Avverti per l'avvenire non ſolo di
reſpirare nell'am biente dell'aria, ma ancora di conformare i tuoi penſieri con
l'intelletto, che tutte le coſe contiene. Concioffieco fache non meno queſta
facul tà intellettuale fi diffonde, ed entra in quello che la puòat trarre, che
quella dell'aria in quello, che può reſpirare. 46. Generalmente la mali zia non
danneggia il mondo; e quella che riſguarda il par ticolare, non fa danno ad vn
altro, ma a quel folo e noci ua, al quale ancora è conce duto read Idishi med
quafi ma enie l'am ncora ofieri tele eco cu duto di libcrarſene, qualun que
volta egli ſia pronto a volerlo. Al mio arbitrio è indift ferente egualmente
l'arbitrio del proſſimo, ficome anco il fuo fpiritello, e la carnuccia:
Imperciocchè fe bene ſiamo fatti principalmente l'vno per l'altro, niétcdimcno
ciaſcuna delle menti noftre ha il fuo dominio particolare; altri mente
ſeguirebbe, che la ma lizia del profſimo foſſe il mio male, coſa che non è
piaciu ta a Dio, acciò non dependa da altri il far il mio ſtato in felice. Il
Sole par, che fià dif fuſo, c veramente per tutto fi fpande, ma non però con
queſto Ipandimento fi fparge, e perde; perchè queſta ſua ef fuſio Ged at iain
ali doi par yn ci ce fuſione è vn diſtendimento': che però gli ſplendori ſuoi,
o raggi ſi chiamano in Greco con parola, che viene dallo diftenderk. Ma quale
sia la natura di queſto raggio, tu la potrai conoſcere,fe riguardila luce del
sole penetrata per qualche feſſura in vna ofcura ftanza imperocchéciò ſi fa di
rettamente, e quaſi vien diui fose ſquarciato da ogni corpo folidojin cui
s'incontri no am * mettente più oltre l'aria: e qui ſi ferma,nc inciampa, ne
cade. Tal effuſione, e diffuſione del eſſere della mente, non ell çuamento, ma
diſtendimento; ficche agl'impedimenti chein. contro le ſi parano non violen.
temcntene temerariamente re fifta, mà refti ſtabile, e illumi. ni ciò che la
riceue. Imperoc chè llo be 1 ih pier
lill chè priua fe ſteſſo di luce, quegli, che non l' ammets te. 49 Chi teme la
morte, o te me la perdita de'fenſi, o qual che altra forte di ſenſo, ſe non
haurà niun fenſo, non fentirà male alcuno. Se poſſederà vn'altra ſorte di ſenſo,
farà yn altro animante, e non reſterà di viuere. Gli huomini ſono fatti P'yno
per l'altro; Dunque in ſegna, o ſoffriſci. Altrimente la faetta, al trimente
ſcorre l'intelletto. Ma l'intelletto e quando cau tamente procede, e quando
alla conſiderazione ſi volge, non meno ſi porta per diritto, ed al berſaglio. S'ha
da penetrare den tro alla mente di ciaſcuno e per DO 1] Te te } 0 re e
permetter altresì ad ognu no di penetrare dentro la pro pria tua mente. Chi fa
ingiuſtizia fa vn atto d'empietà. Im perocchè, hauendo la natura dell' vniuerfo
fabbricato gli animali ragionevoli, vno a prò dell'altro, acciocchè, ſe condo
il douere, vno gioui all'altro, e in niuna guiſa gli muoca, chi traſgrediſce
tal decreto di queſta, commette manifeſta empietà contro il nume' antichiſſiino
tra gľ Id dij. Concioffiecofache la natura dell' vniuerſo è natura di enti, e
gli enti hanno vna coral fratellanza con tutte l'altre coſe eſiſtenti. Di più
queſt' iſteſſa fi noma verità, ed è prima cagione di tutte le cofe vere. Onde
chi ſponta neamente mentiſce è empio in quanto con l'inganno fa in. giuſtizia,
come ancora chi in uolontariamente mentiſce, in quanto difcorda dalla natura
dell'vniuerfo, e in quanto ca gion deformità, ripugnando alla natura del Monda.
Im; perocchè ripugna quegli, che per ſe ſteſſo è portato alla contrarietà delle
coſe vere: giacchè haueua innanzirice uuto dalla natura alcuni in ſtinti, i
quali poi eſſo traſcu rando, non può ora diſcerne re le coſe falſe dalle vore.
E pure chi ſegue i piaceri, come coſa buona, e fugge il traua glio, comemale,
commette empietà. Perchè è neceſſario, che coftui fi quereli ſpeſſe vol te
della comune natura, qua fi ch'ella faccia diſtribuzioni di beni a traſcurati,
ed a fol leciti contra il lor merito; effendo che fouente i traſcu rati fieno
di piaceri abbon danti, e di quelle coſe ond'ef fi deriuano; ed i ſolleciti al
l'incontro fieno da dolori op preſli, e cadano in quelle co fe, che dolore
cagionano • In oltre chi teme i dolori, ha urà ancora in orrore qualchu na di
quelle coſe, che hanno da ſucceder nel Mondo; e ciò fimilmente ha dell'empietà.
chi va dietro a’piaceri, non s'afterrà dal far'ingiuſtizia, e qucſto Lira Ck Ho
che all te: Ice FCH E re queſto è chiaramente empie tà. Biſogna, che a quelle
co ſe, alle quali la natura comu ne egualmente ſi porta (per chènon
haurebbefatta l'vna, e l'altra, fe all'vna, e all'altra di queſte coſe
indifferenti non foffe ftata vgualmente pro penfa ) quelli, che vogliono eſſere
ſeguaci della natura, hauendo i medeſimi ſenti menti, con eſſa ſiano vgual
mente affetti. Dunquc chi a' dolori, ed a'piaceri, o alla morte, e alla vita, o
alla glo ria, e al diſonore, delle quali egualmente fi vale la natura
dell'vniuerſo, non è per fe ſteſſo parimente affetto, chia ra cofa è, che fia
empio. Io però dico valerſi di queſti v gualmente la natura comune, in luogo di
dire, che auuengono vgualmente per certa conſeguenza alle coſe, che ſi fanno, o
che vanno ſucceden do conforme allancico im pulſo della prouidenza, col quale
ſi moſſe ſin dal princi pio ad ordinare queſta bella macchina mondiale, hauendo
concepute alcune ragioni del. le coſe future, e determinate le facultà feconde
dell'eſi ſtenze, delle traſmutazioni, e di fimili fuccedimenti. 2 Migliore, e
più deſidera bil coſa certamenteper l'huo mo ſarebbe ch'egli da quefta vita
partiſſe digiuno affatto; così dire,del mentire, del ſimulare, del luſſo, e
della fu perbia: defiderabile dopo ciò (quaſi come vna ſeconda men profpera
nauigazione) ſareb be, che almeno vno già fazio 1:22 il alla to ali UTA per f j
10 j” 19 21 di queſte coſe,voleſſe più to fto morendo fpirare, che nel la
prauità continuare viuen do". E non t'inſegna ancora l'eſperienza a
fuggire dalla peſte? e la corruttela dell'a niina è aſſai peggior peſte a
riſpetto di quella, che dall intemperie, e mutazione del l'aria, che d'intorno
fi fpande, e fpira: poichè queſta peſte è degli animali in quanto fo no animati:
e quella è degli huomini in quanto fono huo mini. 3 Non diſprezzar la morte, ma
fija quella ben affctto, ef ſendo ancor eſſa yria delle co ſe; che la natura
richiede; poichè quale è la giouentù; la vecchiaia, il creſcere, l'in uigorire,
il naſcere de’denti, la barba, i canuti, il genera re100 nel ICP 1000 dali ell
Mei de ant re figliuoli, portargli nel ven tre, e partorirgli, e altre ope re
naturali., le quali prodịco, no le ſtagioni della tuavita, tale è ancora il
diffoluerfi. Dunque queſto è da huomo, che ben ſi ſerue della ragione ne
ſuperficialmente, ne impet tuoſamente, ne ſuperbamente fiporta verſo la morte;,
ina l'attende come yn'opera del la natura. Nel inodo che tu ora, aſpetti o
cheſca il fe to del ventre ditua moglic,.com hai da caſpetar l'ora, nella quale
la tua animuccia diqueſto ricettacolo eſca ca dendo. E fe vuoi ancora vn
conforto cordiale, benchè volgareztirenderàſoprammo do prontoalla morte l'appli
cazione alle coſe preſenta nec, dalle quali douraieſſere ſe A oto des Tak ler
jed Simi Jä Teni Nem If feparato, e a'coſtumi di colo ro, con i quali non
t'haurai più da meſcolare: tuttavia con quelli non s'ha da rompe re, ma
ſtudiare di curarli, e placidamente ſoffrirli. Onde hai da rammentarti, che que
ſta ſegregazione s'ha da fare da huomini, i quali non han no teco glifteſli
ſentimeriti: mentre queſto folo potrebbe ſeruirci di contrappeſo,e rite nerci
in vita, ſe ne foſſe con ceduto il conuiuere con quel li; che haueſſero
gl'iſteſifen timenti. Ma tu- ora vedi quanto malageuole ſia il con uiuere in
tanta diffonanza de' conuiuenti. Sicché ſi può di re: Sollecita o morte a veni
re, accioché io non arriui a fcordarmi vna volta di me ſteffo. 4 Chi rola aurai mpe afait har caini ebbe 4 Chi
péccas contro le ſtefi ſo pecca • Chi opera ingiu ftamentega ſe medeſimo nuô ce,
rendendo maluagio ſe ſteſſo; è ingiuſto ſpeſſe volte, non ſolo chi opera alcuna
co fa, ma ancora quegli, che nonfa qualche cosa. Basta la presente opinione
apprensiua e la preſente operazione comunicativa e la presence disposizione,
che fi compiace d'ogni cosa, che da principiocauſante prouen. ga; per
iſcancellar l'immagi nazione arreſtar l'impeto de gli affetti, temprare gli
appe titieper mantenere nella ſua facultà la parte principale. 6 Fra i bruti
viuenti è diui:. ſå vnà fòl'anima: c tra i viuen. ti ragioneuoli è compartita
vn’animà intellettuale: fico. M me COlle auch Tere vad COll ade bel oni qili?
mi me a tutte le coſe terreftri è vna ſola terra, e tutti quanti habbiamo
facultà di vedere e facultà diviuere, con vna lu cc vediamo, c d'un aria respiriamo.
Tutti quelli, che partecipano d' vna coſa co mune a quella, che è del me deſimo
genere, anſiofaniente fi portano. Ogni coſa terrc ſtre inchina alla terra.
Tutto l'ymido va inſieme ſcorren do,ogniaereo ſimilmente: ſic chè biſogna
diuidergli a for za. Il fuoco s'erge a cagione del fuoco elementare. Tutto il
fuoco, ch'è quà giù, è così pronto ad ardere con l'elc mentare, come ogni
materia le alquanto più ſecco è facile ad accenderſi pereſſere meno abbondante
di quello, che impediſce l'accenderſi. Dun que letes re CO me In 170 za que tutto quello che
è parte cipe della comune natura in tellettuale, corre ſimilmente verſo il ſuo
connaturale, anzi più;: perchè quanto è meglio degli altri, tanto è più diſpo
fto à miſchiarſi inſieme col ſuo famigliare - Anticameji te dunque furono tra i
bruti inuentati gli fciami, le greg ge > i pollai, e quaſi ynioni d'affetti;
imperciocchè ancor? efli hanno animais ecosi la virtù congregatiua tra i min
gliori ſpicca maggiormente, il che non è nell'erbe, non è ne faffi, non è
ne’tegni. Ma tra gli animali ragioneuoli fi truouano leRepubbliche;lean micizie,
le famiglie leraunan ze, e in tempo di guerra le paci, e le tregue. Anzi nelle
coſe piùveccellenti, benchè M 2 ell fit 01 DINE TTO OSİ [ 7110 Fle 70 7e tra ſe
lontane, in qualchemo do vi è vnione, come a dire, tra le ſtelle, così il
deſiderio d'auanzarſi al meglio ha po tuto operare la ſimpatia ezian. dio tra
le coſe diſtanti. Vedi dunque quello che ora ſi fa. Perchè foli
gl'intellettuali ſi ſono ſcordati del conſenti mento, e dell'affetto tra loro;
e queſto concorrimento in effi ſolamente non ſi vede; e nien tedimeno, ancorchè
fuggano, reſtano accerchiati, e preſi, poichè la natura in ciò pre uale. E
vedrai queſto, che di co, offeruando, che più preſto trouerai qualche coſa
terre ftre non congiunta ad altra terreſtre, che vn'huomo dall' altr'huomo
totalmente diſ giunto. 7 Producon fruttto e l'huomo dire deria apo 2126 Vedi
fifa. alii enti. oro; mo, e Dio e il Mondo; e ſi pro duce ciaſcun frutto nelle
ſue proprie ſtagioni; e ſe la con ſuetudine principalmente ſi ferue di queſto
modo di dire nelle vitije altre ſimili piante, cið poco importa: però la ra
gione produce il frutto si proprio, come il comune; e da quella fi propagano
altre tali cofe, della condizione delle quali è ancora l'iſteffa ragione. 8 Se
tu puoi, inſegna ſem pre il meglio a quelli, che er rano; e ſe non puoi,
ricordati che per ciò fare t'è ſtata data l'amoreuolezza, e che gl'Id dij ſon
amoreuoli verſo que? tali, e tanto ſon benigni in alcune coſe,ch'e'dan loro aiu
to per la ſanità,per le ricchez ze, e per la gloria. E queſto a neft viera 2110
vrela pre edi ceſto erre Ultra dall ' dile 10 M 3 te lice, o ſeno, dichiara,
chi te lo vieta? 9 Trauaglia, non come vn tapino, ne meno a fine di pro
cacciarti compaſſione, o mara. uiglia: ma vn folo fia il tuo fine di muouerti,
e di fermar ti, fecondo che la ragione ci uile richiede. 10 Oggi vſcij d'ogni
mole ftia, anzi ſcacciai fuori tutte le moleſtie; poichè quelle non erano
eſterne, ma couauano dentro nelle opinioni. 11 Tutte queſte coſe fami gliari
per l'yſo di vn fol dì quanto al tempo, fordide per la materia, ſono ora tutte
le medeſime, quali furono a tem po diquelli, che habbiamo ſepolti. 12 Le coſe
ſtanno in ſe ſteſ ſe fuori, per così dire, delle por ch meni dipro mara il 2016
Amal onec 1270 tutte porte, е da per ſe medeſime, niente fanno del ſuo eſſere,
e niente a noi fanno apparire. Che dunque è quello, che le diſcuopre? la
ragione. Non nella perſuaſione, ma nella operazione conſiſte il bene,e'l male
dell'animal ragionclio le ciuile: ſicome ancora la vir tù, e’lvizio di queſto
non è nella perſuafione, ma nell'o perazione.Alla pietra fcaglia ta non ſuccede
male ſe caſca, ne bene, tirandoſi in alto. 13 Entra più addentro nelle menti
degli huamini, cſcor gerai quali giudici tu tcma, e quali ſieno elli giudici
intorno a fe ſtelli. 14 Tutte le coſe ſtanno in continua mutazione, e tu ſtef
fo in vna continua alterazio nc, c in vn certo modo cor jenon Lidlo fami Cold
de pe urtel atem bilam ' efter dell corruzione, e così ancora tut to il Mondo.
15 L'errore d’yn altro biſo gna laſciarlo doue è. 16 Il finire della operazio
ne, il ceffare dell'appetito, e dell'apprenſione, e quaſi la loro inorte, e
nulla nuoce: Fa ora paſſaggio all'età,qual'è la pucrile, alladolcfcenza,al la
giouentù, alla vecchiaia. Ogni ſcambiamento di cia ſcuna di queſte è morte. E
per ciò ne auuiene danno? Paſ. fa adeſſo ricercando il tempo, che ſe’viuuto
fotto l'auolo; appreſſo, quello, cheſotto la madre, dopo ſotto il padre, e
trouando altre molte diuerſi tà, mutazioni, e termini, di manda a te medefimo,
ſe ve alcun' nocumento. Dunque fimilmente pe manco nel finire, nel ceſſare, e
nel mutarfi del total tuo viuere. 17 Rifletti alla propria tua mente, e a
quella dellyniuer fo, e a quella d'altri; alla tua per farla giuſta, a quella
del I'vniuerſo per rainmentarti di chi ſei parte, a quella d'altri per
conoſcere, le viene da ignoranza, o da animo deli berato; e nell'iſteſſo tempo
fa tua ragione, che colui e a te congiunto.Sicome tu ſe'ſtato fatto per dar
compimento al la conſtituzione d’yn corpo ciuile, così ogni tua azione compia
la vita ciuile, Dun que qualſiuoglia tua amone, che non iſtà in tal modo che o
proſſimamente, o remo tamente non ſi riferiſca a quc. ſto comun fine, quella
fcon certa la vita, ne le permette, che continui l'iſteſſa; ed è di M 5 più
fedizioſa, quale è colui nel popolo, il quale diſtrae il fuo partito da fimile
concor dia. 18 Riffc, e giuochi di figlio letti, e ſpiritelli foftenenti
cadaueri; acciocchè con più efficacia fi rapprefenti il Dra ma del martorio. Applica
alla qualità del la cagione; c conſiderala aftratta dalla matcria, dopo
preferiui il tempo, in cuitale, è tal coſa in particolare ſia per più
lungamente durare.: 20 Haiſofferto mille coſe per eſſerti nö ſoddisfatto del la
tua mente operante quello, in ordine a cui ella fu fatta: ma queſto baſti. 21
Quando alcuno ti biafi ma, o t'odia, o con ſomiglian ticoncctri di te ſparla,
rifletti all'animucce di cotoro pene tra 1 nione? 3 tra dentro, e ſcorgi quali
quel. le filiano. Vedrai, che non bi ſogna trauagliarti per l'opi ch'elli hanno
dite, ma è neceffario voler loro be ne, ftante che, ſecondo la na tura, foto
amici, e gl’ladij in ogni manicra li foccorrono con fogni, e vaticinij, ancora
in quelle coſe, nelle qualief fi difſentono. 22 Queſti fono i rivolgi menti
fotto e fopra del Mon do, da vn ſecolo all'altro.. E la mente dell' vniuerſo
oli applica alli particolari, e fe ciò è, riceir volentieri ciò che quella ti
porta: ouero, ſe vna volta dette la molla, e l'al tre coſe camminano per con
ſeguenza, e come vna è nell' altra; perchè queſti in qual che maniera o ſono
atomi, a M 6 corpi indiuiſibili: e in fom ma, ſe ci è alcun Dio, ogni coſa ſta
bene: ſe il tutto è a caſo, e tu non le'a caſo? Fra poco la terra naſcon derà
tutti noi; appreſſo anco ra eſſa fi muterà, e quelle co fc, in cui eſſa s'è
mutata, in in finito fi muteranno, e quelle di bel nuouo fi cambieranno in
infinito. Perciò chi conſi dera queſti maroſi delle mu tazioni, e alterazioni,
e la ve locità di quelle, diſprezzerà ogni coſa caduca. La caufa vniuerfale è
vn torrente, che rapiſce il tut to. Quanto vilc e ancora queſta politicheria, e
queſte faccende humane, ſe filoſo ficamente vno le conſidera, quanto ſono piene
di mocci? O huomo fa yna volta quello che ora la natura richie de. Se ti da
facultà accorriui, e non riguardare fe alcuno ſe n'accorge: ne hauere fperan-.
za di vedere la Repubblica di Platone: ma contentati ſe la cofa, ancorchè
mcnomiffima, ti rieſce profitteuole, e l'eſito di quella conſidera non come
coſa piccola. Imperocchè chì mutcrà i loro deliberamenti? e ſenza la mutazione
delli de. liberamenti, che altro farà che yna feruitù di lamentoſi, e di
fimulanti di obbedire in Ora paffa auanti. Raccontami d'Aleſſandro, di Filippo,
e di Demetrio il Falereo:vedran no eſſi ſe conobbero quel lo, che voleua la
natura vni uerfale, e ſe inſtruirono bene ſe ſteſſi, o fe pure fecero da
recitanti di Tragedia, Niu j -1 no m'ha condannato ad imi tarli: l'opere da
Filoſofo fona fincerità, e modeftia; non mi traſportare alla faftoſa graui tà.
25 Conſidera per lo paſſato gregge d'Armenti fenza nu mero, innumerabili
ſacrificij e nauigazioni d'ogni forte, e nelle procelle, e nelle bonac ce; e
diuerſità di coſe, che fi fanno, che inſiemefi fanno, e che ſi disfanno.
Conſidera ancora la vita già viuuta ſot to d'altri, e quella, che dopo te
s'haurà da viuere, e quella, che oggidi fra barbare genti ſi viue. E quanti
vifono, che non ſanno ne manco il tuo nome? Quanti pure prefto fe lo
ſcorderanno? E quanti, che ora ti lodano, di qui a po. co t’incolperanno. E
coine non è da fare ftima, ne della gloria, nc d'altro tal, qual a fia. Sij tu
imperturbabile in torno a quello, che da cagio ne eſtrinfeca ti auuiene, ela
giuſtizia fia nelle operazioni, delle quali tu ſela cagione, cioè a dire, che
habbiano i moti dell'animo, ele aziciri da terminare nell'operare conforme al
ben comune, co me quello, che a te appartie ne, fecondo la natura.1 526 Molte
coſe fuperflue, che ti trauagliano, puoirife gare, le quali ſono ripoſte to
talmente nella tua opinione: e così yn molto ampio cam po a te ftcffo
dilaterai. 27 Concepifci nella tua mē te l ' vniuerfo Mondo, e va conſiderando
il ſecolo, nel quale ſci; e medita la preſta mutazione di ciaſcuna cofa; e
particolarmente come è bre. ue il tempo dalla naſcita al diſcioglimento; quanto
è im menſo quello, che è ſtato a uanti al naſcere; e come pa rimente infinito è
quello, che ha da ſeguire dopo il diſcio glimento. Tutte le coſe, che tu vedi
periranno preſtiſſima mente, e quelli, che al pre fente le rimirano perire, pre
ftiffimamente anch'eglino pe. riranno. E quegli, che nella decrepità fi muore,
paſſerà a Atato pari con quegli, che muore immaturamente. 28 Quali ſono le
menti di coloro, e a quali coſe atteſe rose per quali cagioni le ama no, ele
onorano? Reputa 11!. de l'animucce di queſti tali; perchè hanno apparenza di C
nuocere, mentre biaſimano, e di giouare,mentre lodano. O quanto è vana queſta
im maginazione ! 29 Il perire non è altro che mutazione: e di queſta gode la
natura vniuerfale, in con formità della quale tutte le coſe bene ſi fanno. Ab
eter no tutte le coſe ſono ſtate dell'iſtetfa forma, e così in in finito altre
coſe ſaranno. Per chè dunque tu dì, che tutte le coſc fatte, e tutte quelle,
che ſi faranno ſempre faranno mali? E tra tanti Iddij non mai s'è trouato niuno
di tanto va lore, che poteſſe vna volta correggere queſte coſe? ma è ſtato
condennato il Mondo ad eſſere coſtretto da mali che mai non ceffano? 30 La
putredine della materia, che è ſoggetta a ciaſcu na coſa, è acqua, poluere, of
ficelli,immondezza, o pur cal li della terra, come i marmi; o feccia,comeè
l'oro, e l'ar gento; o peli, come la veſte; o ſangue, come la porpora, e tutte
le altre cofe fimili. Elo fpiritello,benchè altro, è tale, e di queſto in altre
cofe ſi tra finuta. 31 Sc'viuato affai in queſta vita trauaglioſa, di mormora
rione, e alla ſciiniatica. A che ti perturbiè che ci è di nuouoa che ti fa
attonito. Lacaufiri, guardala. O forſe la nateriale riguarda quella, fuori di
que fte non è cofa veruna: mna vna volta inuerfo gPIddij diuieni e migliore, e
più piaceuole. 32 Il medefimo è, che tu habbi conoſciutoqueſte coſe per CH sof cz. mi te; o 2,6 Elo tra per cent'anni,
o per tre. 33 Se quegli peccò, egli ha ilmale, ma forſe non peccò. Certamente,
come in yn corpo, da vna fonte intellet tuale tutte le coſe deriuanose non
biſogna, che la parte fi quereli delle coſe fatte a pro del tutto; ouero
fonoatomi, e nient'altro: ouero yn me ſcuglio, e diſſipazione, che ti conturbi
dunque? Alla men. te tu dì ſe'morta, fe’perdutå, ſe'rigettata, ti congreghi, e
a modo di armenti ti pafci? O gl’Iddij non poſſono far niente, o lo poſſono. Se
non poſſono a che li preghi? ma ſe poſſono, perchè più preſto loro non dimandi,
che ti concedino di non temere coſa alcuna, che ſi ſia di queſte, ne di bramare
quella, ne di do clie 012 che 2012 VII CITI leer le dolerti di qualſiuoglia di
effe più toſto, perchè eſſe non ſi habbiano, che acciò fi hab
biano.Imperocchè,ſe nel tut to poſſono foccorrere agli huomini, poſſono ancora
in torno a queſte coſe giouare. Ma forſe dirai. Poſero gl'Id dij queſte coſe in
mio potere. Non è dunque meglio valerſi con libertà di quello, che de pende da
te, che laſciarti di ſtrarre con feruitù, e baſſezza intorno a quello, che da
te non depende? Machi ti diſſe, che gli Iddij non aiutano in quelle coſe, che
ſono in no ſtro potere? Comincia dun que a pregargli intorno di effe e vedrai.
Prega il tale diccn. do: come potrò io godere co. lei? tu anzi dì; come potrò
io non deſiderar di goderla? vn altre dichi 11001 Thebe elcut e agli Ora in
Quare 8 !!!! Orere valení hede altro: come mi libererò io da colui? tu dì: come
non haurò biſogno di priuarmene? vn al. tro: come non perderò il fi gliolino?
tu dì: come non temerò di perderlo? In ſom ma in queſta maniera indirizza le
tue preghiere, c conſidera che ne ſuccede. 36 Dice Epicuro: Nella malattia i
ſuoi diſcorſi non ef ſere ſtati intorno alli pati menti del corpicciuolo i ne
meno con quelli, chelo viſi tauano hauer di coſe ſimili fa. uellato: ma hauer
ragionato filoſofando ſopra la naturą delle coſe premeditate; tutto intento a
queſto, cioè, come. partecipando la mente di co tali mozioni, ch'erano nella
carnuccia, ſteſſe imperturbabi. le conſeruando il proprio be ortida lezza dar
idilli 110 i in no dur dielli dicas reca troi tre ne. Ne hauer dato occa
fiorea' medici, che ſi vantaſſero d'ha uer operato qualche coſa, ma che
contuttociò ſe n'andaua tirando'auanti la vita tran quillamente,e bene.Il
medeſi. mosch'egli fece in quella ma lattia, tu hai da fare, ſe ti ſen. tiffi
male, o ſe ti trouaſſi in al. tro trauaglio. Poichè il non partirſi
dallaFiloſofia in qual fiuoglia cofa, che vada acca dendo; e il non applicare
alle bagattelle degl'idioti', e fofi fti è comune diqualſiuoglia fetta, è di
ſtar fiffo ſolo nella coſa, che al preſente l'huomo fase nello ſtrumento permez
zo del quale ſi opera:" ) 37 Se vienioffeſo dalla sfac. tiạtezza di
alcuno, ſubito in: terroga te fteſfo: Può forſe il Mondo essere senza sfacciati
non 0 ca fara ' cobs vanda ta tra ētiles trinal non può. Non ricercare dunque
l'impoſſibile: poſcia chè queſti è yno di quelli sfacciati, i quali è
neceſſario, che ſieno nel Mondo. L'ifter ſo ſia del macchinante, e del
l'infedele, e di qualſiuoglia vizioſo. Habbi qucſto ſempre in pronto; Quando
ancora ti ricorderai eſſere impollibile, che tal forte di gente non ſia, tu
ſarai più placido iuuerfo ciaſcuno di eſſi. Sarà pari mente gioueuole il
conſidera. re ſubito qual virtù habbia dato la natura all ' huomo contra di
queſto vizio: men tre ha dato, come antidoto contra l'ingratitudine, lc mã,
ſuetudine, come contra d'vn altro qualche altra virtù. E ſopra tutto t'è lecito
di diſin gannare chi errò. Ora ogni aqual 1107 ve all chat uoghi JOMO m.cz sfac
it feil nii 10,no,che erra, Si deuia da quel, che gli fu propoſto, e va va
gando. E poi in che ſe'ſtato danneggiato? poſčiachè tro uerai,, che niuno di
coloro, contro de'quali tu ſei eſacer bato, habbia operató tal fat to,dal quale
la tua inenté po teiſe cffere peggiorata; men tre in queſto è ogni ſuſſiſten
zadel tuo dannose malé.Che đi male, o di ſtrano è ſtato fatto, ſe vn'ignorante
opera da ignorantc?Guarda,che tu non habbi più toſto a ripren dere te ſteſſo
del non hauer hauuto riguardo, ch'egli for: fe per commettere tal man camento;
done tu haueui i motiui della ragione à conſi derare, ch'era veriſimile; che
quegli in tal modopeccaſſe: E nientedimeno ſcordato ti maAtato 170 1001 opo per
ter marauigli, ch'egli fia caduto? quel principalmente quãdo tu l'ac. the cuſi,
come d'infedele, o d'in. grato, rifetti in te ſteſſo:con cioſliecoſache più che
manis oros feſtamente l'errore é tuo, ſe credeſti, che yno sin tal mort fue do
diſpoſto, e haueſſe ad of feruare, la fede; e ſe facen dogli delle grazie, non
le haidate coinpitamente, ne in che modo da riceuere dall'iſteſſa tua azione
tutto il frutto ſu bito. Perchè qual coſa più deſideri, che di hauerbenefi cato
vn'huomo? e ciò non ti baſta, che tu hai operato coſa conforme alla tua natura?
e di quefto ricerchi lamercede? come ſe l'occhio domandafle la ricompenfa,
perchè vede, ei piedi perchè camminano. E fi come queſti membri ſo N no 7210
Toy tell for 2014 alf che Te ! 2 ho farti a queſto effetto, e ſe condo la loro
conſtituzione operando si ne ritraggono quello che è loro proprio: così l'huomo
dalla natura pro dotto benefico, quando be nefica, o nelle coſe mezzane
coopera, ha operato, ſecondo la fua condizione, e ottiene quello, che a lui
ſpetta. Fine del Libro Nono. LI 10 291 180,CH tituziar TAGION propri cura on do
be 70272 cond l’Anima ſarai tu mai Ovna volta buona, e ſemplice, e vna, e quda,
più ſplendida del corpo, che ti circonda guſterai tu giammai della
diſpoſizioneamicabile e caritatiua quando farai pienamente fornita,e von
bi. fognofa, e di niente altro de fideroſa, e di niente o ani mato, o inanimato
anida, per N 2 prender piaceri? ne di temo Po, nel quale più lungamen te habbi
da fruire: ne di luo go, o paeſe, o buona tempe. rie d'aria: ne d'huomini au
uenenti; ma ti compiacerai del preſente ſtato, e goderai di tutte le coſe a te
preſenti, e inſieme perſuaderai a te Itefla, che tutto ciò, che ti fia dauanti,
tutto bene ti ſtia, e che dagl'Iddij a te venga, e ti parrà bene tutto quello,
che a loro piacerà', e quello, che da loro ſi concederà s'in riguardo della
ſalute, e con ſeruazione d'vn animal per ferto, buono, e giuſto, ebel los é
quello, chetutte le co fe genera; contiene, circon da, e abbraccia, le quali fi
diſſoluono, generando altre cofe fimili. Sarai dunque finalmente talc, che tu
ſij atta à viuere in cittadinanza con gl’Iddij, e con gli huoinini in modo che
tu non c'habbi da dolere di quelli in coſa alcu na, ne quelli t'habbiano a
condannare. 2 Oſſerua quello, che la na tura tua richiede in quanto dalla mera
natura vien diret to: poſcia fa quello, cab ) braccialo, fe la natura tua, 7
come diviuente, per queſto non ſia da peggiorare • Ha urai daoferitare appreffo,che
1 coſa richieda la natura tua, come di viuénte, e tutto ciò f hai da riceuere,
ſe da queſto la natura tua come quella d'un animal ragioneuole,, nó fia
perdiucnirne peggiore, e'l ragioneuole, nell'iſteſſo tempo ancora ciuile. Ditali
01 N 3 regole ſeruendoti non andar cercando altro curioſamente. 3 Tutto ciò,
che e ' auuie ne, o in modo ti fuccede che ſij per natura abile a com portarlo,
o pure a non com portarlo. Se dunque t'accade nella maniera, che puoi fof.
ferirlo, non l'haucre a male ma ſopportalo,fecondo chefe naturalmente idoneo';
fe poi non fe'idoneo per fofferirlo, aðn ti diſguſtare: perciocchè, confumando té,
confumerà fe parimente. Niente dimet no ricordati, che tu ' se fatto per
fofferirc ognicoſa; ' eche ſia in potere della tua opinio ne di farla
tollerabile, cfof. feribile, fecondo il concerto che farai, che quello ti conferiſca,
o che ti conuenga ſofferirlo. Se qualchuna erra man fueramente s'ha da
inſtruire, e moſtrargli quello, ch'hab, bia traucduto. Però ſe ciò non ti
rieſce, la colpa è di te ſteffo, anzi ne meno di te ſteſſo. 5 Qualunque coſa
c'auuie ne, queſta ab eterno ti ſi prc. paraua, e l'intralciamento delle cauſe
fin dall'eternità fi aggomitolaua inſieme con Peffer tuo, e con quelli au
venimenti. 6 O fieno gli atomi, o ſia la natura, ftabiliſcafi primie ramente
che io ſon parte dell'yniuerfo, che la natura gouerna; appreffo, che io ho vna
famigliarità in vn certo modo con le parti della me deſima forte; pofciachè
ricor dandomi di queſte coſe, in quan 40 TO ON ng N quanto io ſon parte,non
pren derò a male coſa alcuna, che venga compartita dall'vni uerlo:
concioffiecofache ni ente, che conferiſca all'vni. uerfale può nuocere alla par
te:imperocche non vi è coſa, che all'vniucrfo non conferi ſca.E ciò hanno
comune tutte le nature; e quella del Mondo ha queſto di più, che da niu na
cagione eſtrinſeca può ef ſere forzata a produrre cofa alcuna a ſe nociua; e
ſecondo quella ricordanza, che io fon parte di talvniuerfo, mi com piacerò
ditutto ciò, che au uiene; e ſecondo che io ho fi fatta famigliarità colle
parti, della medeſima forte, non o pererò coſa, che non ſia co municatiua con
queſte, ma più toſto porrò mira alle parti della medeſima forte, e condurrò
ogni mia inclina zione all'vtile del comune, e dal contrario me ne ritrarrò
Queſte cofe così da te con dotte, ne ſegue neceffaria mente, che ci traſcorra
la vi ta felice,quale ſtimereſti quel. la d'vn citttadino, che gui daſſe il ſuo
viuere in azioni vtili a i cittadini, c.abbrac ciaſſe tutto quello, che dalla
città a lui determinato viene. 7 A tutte le parti dell'vni uerſo, quelle dico,
che il Mondo contiene, è di necel ſità il corromperſi,cioè a di re,
l'alterarſi, ma ſe aggiungo, ciò, che loro è necellario, el fere dannoſo, non
ſi gouerne rebbe bene l'yniucrfo, eſſen do le parti di lui nell'altere zione
diſpoſte a corromperſi in diuerſe maniere Diremo N dunque, o che la natura
ftef-. ſa intraprendeſſe a fabbricare il male alle ſue parti, e le fa ceffe
fuggette al male, e che di neceſſità caſcaſſero a far il male, o'che
inconſiderata mente non s'accorgeſſe, che le faceffe tali: ma ne I'vno', ne
l'altro certamente è da credere. E ſe qualcheduno laſciando da yn canto la nas
voleſſe dir, ch'effe ſom no così nate, quanto ſarebbe ridicolo nell'iſteſſo
tempo il dire, che la naſcita loro le porta, come parti dellyni uerſo,alle
mutazioni, e in ſieme marauigliarſi, e hauer ciò a male, come ſe auuenifs ſe
fuori della natura dell'yni. uerfo? Tanto più, che la dif ſoluzione vien fatta
in quel le coſe, delle quali ciaſcuna è compoſta, e conſiſte. Im perocchè, o è
diſgregazione degli elementi, dequali le coſe eran permiſchiate, o conuerſione
del folido nel terreſtre; o dello ſpirituale nell'acreo, in modo, che queſte
coſe fi ritornino nella ragione dell'vniuerfo: o è che dopo più periodi di temu
ро ſe ne vada in fuoco, o po re con perpetue viciffitudini fi rinnuoui. E
queſto folido, e queſto ſpiritale, non t'im maginar, che fia dalla prima
naſcita, perchè tutto queſto l'altro giorno, o al più tre di fa dall'alimento;
e dall'aria attratta riceuè l'accreſcimen to. Dunque queſto, che ri ceuè fi
muta, non quello che la madre partori; e,fupponi, che - quello ti riduce affai
N 6 vicino alle qualità del ſug getto particolare, che a ri ſpettodi quello,
che ora fi dice, ſecondo la mia opinio, ncé nicnte. 8 Quelli titoli, che ti se
poſto dibuono, di modeſto, di verace, d'accorto, dipru dente, di magnanimo, au
uerti che giammai non ti ſi cambino, e,ſe li perdi, ſolle citamente torna a
ripigliarli. Ricordati, che col nome d'ac corto ti ſi ſignifica l'attenzio ne,
che tu deiporre per com prendere diſtintamente ciaf cuna coſa ſenza
abbarbagliar. ti la mente: con quel di pru dente, la ſpontanea approua zione
delle coſe, che dalla natura comune vengono di Itribuite: con quel di magna.
nimo, l'alcanzamento della particella del fenno ſopra i moti della carne, ſieno
aſpri, o morbidi, intorno alla glo rietta, intorno al morire, o a coſe si farte.
Se dunque tra queſti nomiriſtrigni te ſteſſo, e di riceuer queſti titolida al
tri non ambirai, farai yn al tro, e darai principio a dif ferente vita.
Concioſliecofa che il proſeguire d'eſſer come finora ſe'ſtato, e ſtraſcinarti
in tal vita, e imbrattarti, è da troppo inſenſato, e da in namorato del viuere,
e da fi mile a quelli che, combatten do colle beſtie, reſtano ſmoz zicati, i
quali,pieni di ferite, e di marciumi, ſi raccoman dano ad eſſere riſerbati fin
ål giorno ſeguente,per rigettar fi di nuouo, così come ſono alle
medefime'vnghie, e zan ne. Interna dunque te fteffo nella confiderazione di
queſti pochinomi, e ſe puoi man tenerti in quelli,fermati, qua fi traſportato a
ſtanziar' inal cuna dell'Iſole Fortunate.Ma fe t'accorgi chetu ſcappi fuo. ra,
e non reſti ſuperiorez riti. rati con ardimento in qual che cantone, doue
fignoreg gerai, quero in tutto eper tut to eſci di vita, non iſdegnan doti, ma
con ſemplicità, li bertà, e modeftia; mentre non hai pretefo altro in queſta
vita che di cosi vſcirne. A conſeruarti peròla memo ria di queſti titoli grande
mente t'aiuterà il rammentar. ti degl'Iddij; e come quelli non vogliono eſſere
adulati, ma chei ragioneuoli tutti so afſomiglino a loro. E come ! 1 il fico fa
quello, che appar tiene al fico, e'l cane opera da cane, e l'ape da ape, così
Phuomo da huomo. 9 Il giullare, la guerra, lo, sbigottimento, il terrore, la
feruicù ſcancelleranno coti dianamente da te que' ſacri decreti,che tu
eſaminator del la natura ti fe'nella mente tra ſmeffo coll'immaginazione. Però
abbiſogna conſiderare il tutto, e operare in modo che inſieme s'habbia da
adempie re quello, che la congiuntura porta, e che nell'iſteſſo tempo ciò che
s'è fpeculato ſi metta in opera; e la franchezza, che s'acquiſta dalla ſcienza
in torno a ciaſcuna coſa, fi con ferui occulta sì, ma non - for terrata. Dunque
quando go derai della ſemplicità? quai do della grauità d e quando della
notizia di ciaſcuna coſa in particolare, quale ſecondo la ſua ſoſtanzia ella fi
fia, e qual luogo habbia nel Mon do, e per quanto debba du rare, e di quali
coſe ſia com poſta, e chifia' per hauerla, e chi fienoquelli che poſſono darla,
e ritoglierla a · 10 Il ragnetto grandemen te s'infuperbiſce per hauer predato
vna moſca: ma vna perſona pervn leprotto, altri per vn'alice prefa nella rete,
e altri per i porcaftri,. vn'al tro per g’orſie altri per i Sar. mati. Non
faranno queſti la droni fe eſaminerai i conce pimenti della mente loro? 11
Seruiti del metodo fpe culatiuo, oſſeruando, come tutte le coſe in fe
RECIPROCAMENTE fi trafinutano, e di con. tinuo ſta applicato,e intorno a queſta
parte eſercitati; im perocchè niuna coſa ti cagio nerà altrettanto la magnani
mità. Del corpo ſi Spogliò. E conſiderando, come ben pre ſto partendo dagli
huomini, gli biſognerà laſciar'il tutto, ſottopoſe intieramente ſe ſteſ ſo alla
rettitudine ', nell'ope rar quello, che da luidepen de, e alla natura
dell'vniuer ſo negli altri accidenti. Ma che dica alcun di lui, ouero creda, o
faccia contro di lui, ne pur colla mente vi bada: contento di queſte due coſe,
dell'operare giuſtamente ciò che al preſente opera; e di compiacerſi di quello,
che a lui preſentemente vien diſtri buito, e libero da ogn'altra occupazione, e
ſtudio, non altro vuole che paſſarſela dirittamente in vigor della legge e
ſeguir Dio, che a dia rittura cammina. Perchè hai da vſare il ſoſpetto, quando
ti è lecito di conſiderare quel che ſi dee operare e fe lo conoſci, proſeguirai
in quel lo dibonariamente, e fenza mai voltarti indietro: ma fe tu non lo
conoſci, trattieni il giudicio, e feraiti di confi glieri ottimi. Se poi ii
ſucce dono in contrario di queſto altre coſe, cammina pruden temente fecondo
l'occaſioni, che ti s'offerifcono,adcrendo al giuſto, che fecondo l'appa renza
ti fi porge innanzi: per chè è boniffima coſa arriuare a quello, nel quale il
non ac certare ſia caduta. Quegli, che in tutto ſegue la ragione è inſiememente
agile, e poſa to, e vnitamente viuace, e co Itante. 12 Subito che dal forno ſe
fuegliato interroga te fteffo, ſe hauratti a importare, che quello che è giuſto
é, retto, da qualch'altro fi efeguiſca? Non t'haurà a importäre. Ti fe'forſe
ſcordato, che queſti, i quali ſi vanagloriano nelle lodi, e ne biafimialtrui,
tali ſono nel letto, e tali nella menfa: e quali coſc fanno, quali fuggono,
quali ambi fcono, quali naſcondono quali rapiſcono', non con le mani, o'con i
piedi, ma con la digniffima parte di loro, colla quale,volendo jacqui ftar
potevano la fede, la mo deſtia, la verità, la legge, e'l buon genio. 13 Il ben
diſciplinato, e modefto,dice alla natura,che da il tutto, e riceue: Da ciò che
vroi,ritogli ciò chevuoi:ne queſto dirà con tracotanza, ma con pura obbedienza
pienezza di gratitudine verſo quella. 14 Poco è quello che ti re ſta;paſſalo
come tu ſteſſi in vn monte: imperocchè niente importa che qui, o lì fi ftia,
quando doinunque fi fia, s'ha da viuere nel Mondo, come in vna Città. Veggano,
eri conoſcano gli huomini yn huomo vero, che viua con forme alla natura. Se non
lo ſopportano, l’ýccidino: per chèqueſto èmeglio che viuer nella maniera di
quelli. !! 15 Tu non timpiegherai più tutto in difcorrere qual fia, l'huomo
dabbene, ma proccurerai d'eſſer tale. 16 Conſidera del continuo tutto l'euo e
la ſoſtanzia vni uerſa; e comeognicoſa par ticolare riſpetto alla ſuſtan zia è
come vn granello di mi glio; e riſpettoal tempo vn roteare di trapano: e appli.
candoti a ciaſcuna delle coſe prelenti, conſiderala già nel disfacimento, e
nellamuta zione, e comenella putrefa zione,o diſlipazioncs o ſecon do che
ciaſcuna coſa è ſtata fatta in ordine al finire. Con. ſidera quali fono quelli,
che, mangiano,che dormono, che attendono alla generazione, che mandano fuori
gli cſere menti, t. altre coſe fimili: appreſſo quelli cheſignoreg: giano gli
huomini, e s'inſu perbiſcono, o li ſdegnano, e come fuperiori inſultano, e pure
poco innanzi a quanti feruiuano, e per quali occa fioni, e di quì a poco in che
fi ridurranno Ad ognuno conferiſce quello, che apporta a ciaſcu no la natura
dell'vniuerfos, e allora conferiſce quando ella l'apporta. La terra ama-cer.
tamente la pioggia, amaque ftaianco l'almo etera, amai Mondod’eſeguire
quelloche ha da effere lo dico dun que al Mondo: '10 ti Tono compagno nell'
amore. Non fi fa ancora queſto se fi dice; che s'ama di far quefto; 0 quello 18
O quà tu viui, e a queſta vita fei di già accoftumato, o elci di effa, e ciò
era quello, che tu voleui, e hai finito l'officio tuo; fuori di queſto non c'è
altro. Dunque ita di buon animo. 19 Habbi ſempre per cui dente, che ogni luogo
è fi mile ad vna campagna, e che tutte le coſe rieſcono le me. deſime a chi
ſtia fopra ad vn alto monte, o sul lido del mare, o douunque ti piaccia. Perchè
chiaramente incon trerai da pertutto quello che diſie Platone: la greggia Ata
torniata di fiepi? ful monte 501 Che coſa è in me la mérite mia 2 e quale ora
io la fac cio? Ache di quella di pré fente mi ſerito a forfe, che è qualche
coſa vacua d'ogni in telligenza? forſe è qualche cofa diſciolta, e diſtratta
dalp accomunamento di forfu qualche coſa liquefatta,e me ſchiata nella
carnuccia,ſicchè habbia da commutarſi con quella? 20 Chi fugge dal padrone
chiamafi feruo fuggitiuo: la legge è la padrona, echi ope ra contro la legge, é
fuggiti. uo. E inſieme, chi ſi da alla malinconia, o alla collera, o al timore,
per qualche coſa delle ordinate, che già ſon fatte, o fi fanno, o ſono per
farſi da quello, che governa il tutto, che è legge, così det ta dal diſtribuire
a ciaſchedu no quello, che gli vienę. Chi dunque fi daal timore; o alla
malinconia, oall'ira è feruo fuggitiuo 21 Depofto che alcuno ha lo ſperma
nell'utero, fi dipar tegte appreſſo, qualch'altra cagione raccogliendolo, lo
perfeziona, e compie il feto: di qual materia? è quale è? ſimilmente tramiſe
l'alimento per la gola, e poi qualche altra cagione raccogliendolo, produce il
ſentimento, l'ap petito, la vita, e la robuſtez za, e altre coſe (c quante, c
quali? ) Biſogna dunque, che tu contempli quelle co fe, che ſotto tal copertura
ſi fanno, e in queſta manicra ri conoſcere la facultà come noi vediamo, c
quella cheaggra ua, e quella cheſolleua, non con gli occhi, ma non meno
euidentemente. 22 Del continuo conſidera, come tutte le coſe ſono tali, quali
ora ſi fanno, e già ſono ſtate; e conſidera quelle, che ſono per eſſere, erappreſen
O tatele auanti agli occhi come intiere fauole, e ſcene, cun forme alle coſe le
quali o per tua eſperienza, o per antichi racconti ti fono note. Verbi gratia
tutta la Corte di Adria no, tutta la Corte di Antoni no, tutta la Corte di
Filippo, di Alessandro, di Creso, poi chè tutte quelle erano l'iſteſ fe, che
queſte, variando ſolo ne'perſonaggi. Immaginati, che que gli, il quale per
qualſivoglia coſa ſi rammarica, e s'afflige, è fimile ad vn porcello, che fi
macella calcitrante, e gru gnente; ne è diuerfo chì pian. ge solo ſopra il
letto con si lenzio la noſtra dappocaggi ne; e immaginati, che al fo lo animal
ragioneuole è con ccduto d'accomodarſi volon ta hi volontariamente agli accidenti, e l'
accomodarli ſemplicemen te è a tutti neceffario. In ciaſcuna delle coſe, bi che
tu operi applicando a parte a parte la mente, in tcrroga te ſteſſo, le la morte
01 pare terribile a cagione, che habbiamo a reſtare priui di e quella tal cofa.
25 Subito, che tu ti offendi per l'altrui peccare,, rientran do in te ſteſo, fa
tua ragione, 111 ſe in caſo fimilcru erri: come a dire giudicando, che ſia co
fa buona la moneta, il piace re, e la glorietta, e altre co ſe sì fatte.
Perciocchè con fi qneſta conſiderazione preſta mente ſmorzerai la collera,
venendoti inſieme in mente, che colui opera forzatamen te. Che ha egli dunque
da fare? ſe è in tuo potere, libe ralo dalla violenza. Vedendo Satirione, vno
de Socratici, immaginati o Eutichete, o Himene: e ve dendo Eufrate, immaginati
di vedere Eutichione, o Sil uano: e vedendo Alcifrone, di vedere Tropeoforo; e
ve dendo Senofonte, immagi nati Critone, o Seuero: e ri mirando te ſteſſo,
immagina ti qualcheduno de ' Ceſari, e in ciaſcun altro qualche coſa {imile a
proporzione. Ap preſſo ti ſouuenga, doue ſo -no dunque quelli? o in nilt no, o
in qualſiuoglia luogo. Così di continuo vedrai le coſe humaneeffer fummo, vn
nulla; maſſime fe eandrai rammentando, che il mu tato vna volta per tutta l'infinità
de'ſecoli non tornerà ad accadere. E tu quanto tem po ſtarai a mutarti? perchè
dunque queſto breue tempo non ti baſta per degnamente paſſarlo? qual materia, e
qual foggetto abborriſci? che al tro ſono tutte queſte coſe, che eſercizij
della ragione, la quale accuratamente ha con fiderato, e diſcorſo ſopra la
natura di quello, che è nella vita? Perſiſti dunque finchè tu ti renda
famigliare queſti, in guiſa d'vn gagliardo ſtoma co che ognicofa abbraccia, e
come il chiaro fuoco di qua lunque coſa, che tu gli butti dentro ne forma
fiamına, e fplendore. Non poſſa alcun veritie ro dire di te, che tu non se {chietto,
o huomo dabbene. Il Do le ai 0 3.ma mentiſca chiunque di te ha fimile opinione.
E rutto queſto è in tuo potere. Per chè chi t'impediſce, che non fij huomo
dabbene, c ſchiet to? A te folo ſta lo ftatuire di non voler viuer più, ſe tik
pon farai tale: imperocche non comporta la ragione, che tu non ſij tale. Che
coſa è, che ſi pora fa intorno a queſta materia rettiſſimamente operare, je
dire? qualunque coſa queſta fia è lecito di farla, e dirla, e non metter
préteſto d'effe re impedito. Non prima cef ſerai di lamentárti, che tu ſij
ridotto a queſto, che quale è agli huomini voluttuoſi il luſſo, queſto è a te
l'operare nella ſoggetta, e ſommini Itrata materia, conneniente alla conſtituzione
humana Imperocchè s'ha da concepi re perdelicia tutto quello, che farà lecito
d'operare con forme alla propria natura, e queſto è lecito in ogni luogo.
Perchè al cilindro non è con ceduto di portarſi per qualſi uoglia luogo col
proprio mo. to, come ne meno all'acqnas ne al fuoco, ne ad altre coſe, le quali
ſono rette dalla na tura, o dall'anima irragione uole; eſſendo molti li rat
tenimenti, e gli oſtacoli:ma la mente, e la ragione può. penetrare pertutti
gl'impedi menti, ſecondo la ſua natura, e a ſuo beneplacito. Queſta facultà,
poſta che tu te Phai innanzi gli occhi, fecondo la quale la ragione potrà
portar fi per tutto, come il fuoco in 04 alto, come la pietra al baſſo, come il
cilindro per dio, nicnt'altro ricerca. Per chè gli altri impedimenti che.
procedono o dal corpo, ch'è yn cadauero, o ſenza l'opi nione, e inchinamento
dell' iſteffa ragione, non fanno. leſione, ne apportano danno alcuno,
altrimente a yn trat toil patiente di quello diuer rebbe cattiuo: perciocche in
tutti gli altri apparatid'opera, quel danno, che ad alcuno auuiene rende
peggiore quel lo, che lo patiſce. Ma quì, le è lecito il dirlo, ſi fa l'huo. mo
migliore, e più degno di lode, ſeruendoſi rettamente di queſti incontri. In
ſomma ricordati, che a colui, il quale è per natura cittadino, nien te nuoce,
che alla Città non 1 nuoca: e a queſta non fa dan no chi alla legge non fa dan
no. E niuna di queſte, che chiamano difgrazie offende la legge. Quello dunque
che non offende la legge, non offende ne la Città, ne il cittadino, - 29 A
quello che gia è toc co da veri dogmi, è fuficien te ogni piccoliffimo, e ordi
nario incontro per ricordarli di sbandire ogni dolore, e ti more. Quale è
queſto? Delle foglie altre il vento a terra abbatte, Altre produce il
verdegiante bosco; Quando la primauera fa ritorno. Cosi ſuccede alla natura
lumana', Che mentre Spriiita l’vil, l'altro; dien em. Fogliucce fono i tuoi
figlio lini: fogliucce ancora que fti, alle acclamazioni de qua 70 ol 70. di ite
yle 00 05 322 quali ſi da tanto credito, e che parlano bene del fatto tuo; o
pure per lo contrario quelli, che maledicono, o tacitamente biafimano, o di
leggiano:fogliucce ſimilmen te ſono quelli, i quali aderi ranno alla tua fama
dopo la tua morte. Perchè tutte que fte coſe naſcono al tempo della primavera,
dopo il ven to le butta a terra, e appref fola felua in luogo loro altre
produce. La breuità del tem po'è a tutti comune. Ma tu ogni coſa fuggi, e
appetiſci tutte le cose, quafi chefoffero per eſſer perpetue. Tra poco tu
ferrerai gli occhi, e vn al tro piangerà quello, che ben preſto ti porterà alla
ſepoltu. 30 L'occhio fano è dime ra. Itie ftiere, che veda tutte le coſe
viſibili; e non dire: Amo ve dere il verde, che queſto è perchi patiſce di
viſta; e l'v dito fano, o l'odorato biſo gna, che ſieno pronti a tutte le coſe
da vdirſi, e da odorar fi; e lo ſtomaco ſano a tutte le cofe, che nudriſcono:
pa rimente, come yna macina dee eſfer ammannita per tuta te le coſe da macinare,
nell' ifteſſo modo la mente ſana dee effer difpoſta a tutti gli auuenimenti;
maquella, che dice: Sieno faluii figliolini, e tut ti lodino quello, che io
farò; fono occhio, che cerca il verde, o denti, che cercano il tenero. Niuno è
talmente feli. ce, che qualcuno di quelli, che ſi truouano alla ſua morte O 6 non
ſia per godere di qucl. cattivo accidente. Era egli di valore, era fauio? non
fa rà alla fine chi del medeſimo fra feſteffo dica? reſpireremo pur una volta
da queſto pedante, Non era faſtidioſo con alcuni di noi, ma io m'accorſi, che
tacitamente ci riprendeua. E queſto d'vn huo mo di valore;main noi quan te
altre coſe ci ſono, per le quali molti bramano liberarſi da noi? queſto dunque
confi dererai nel punto del morire; e meno trauaglioſo ti riuſcirà diſcorrendo
come ſegue. Da quella vita io parto, dalla quale quelli, che meco co municano,
e per li quali ho trauagliato intante cofe, ho pregato, m'ho preſo tanti
penſieri, quegl'iſteſſi deſide rano ich DO 100 Ilo son O le rano, che io me ne
vada, fpe randone facilmente da que ſto qualche ſollieuo. Chi dunque non
saccomoderà a non far più lunga dimora in queſte parti? Non partirai per ciò da
quelli men verſo foro benigno; majconſeruando il proprio tenore, amoreuole,
beneuolo, e propizio: e non come ſe foſli per forza ſtrap pato, ma come a
quegli, che felicemente trapaſſa, facil mente l'animuccia ſi diſtacca dalcorpo,
così biſogna, che fi faccia queſta ſeparazione. dalle coſe preſenti; giacchè la
natura con quelle ci vnì, e congiunte. Doue ora ti diſ giugne? mi diſgiungo
perciò, come da famigliari, non già con renitenza,ma fpontanea mente; poichè
queſto anco rfi [ rà 12 y 0 0 ti ra è vna delle coſe conformi alla natura. 32
In tutti gli atti, che da ciaſcuno ſi fanno, cerca d'af fuefarti, per quanto
c'è poſsi bile, di ricercar dentro di te: Il tale fa quefto, per qual ca gione?
comincia però da te medeſimo, e printieramente eſamina te fteſso. Ricordati,
che, comequelle cordicine, che tirano i bambocci, non appaiono, così quello,
che t'addolora, è dentro nafco fto. Quello è la perfuafiga, quello è la vita,
quello, ſe conuiene cosi dirlo, è l'huo mo.Non fantaſticar dunque di quello,
chea guiſa di vafo ti circonda, e di queſti inſtru mengucci, che attorno a te
fono formati; poichè queſti ſono ſimili all'aſcia, folo in 1 1 ciò diffcrenti,
che ſono con naturali. Mentre ſenza la ca gione, che gli muoue, e rat ticne,
non è maggior l'vtile, che da queſti membri s'ha, di quello, che ne ha la teſli
trice dalla fpola, gli ſcrittori dalla penna, e dalla fruſta i ! cocchicro. E
proprietà dell'anima ragioneuole ſono, il ri mirare ſe ſteſſa, ſe ſteſſa minu
tamente ricercare, fare fe fter ſa quale più a lei piace:il frut to,ch'ella
produce lo produce a ſe ſteſſa (giacchèi frutti del. le piante, e ſimilmente
quelli degli animali, altri godono ) in qualunque luogo le ſoprau uenga il
termine della vita, arriua ella al fuo proprio fine: non come ne i balli, e
nelle rappreſentazioni, e in fimili coſe, nelle quali, ſe qualche impedimento
s'intrapone,tut ta l'azione rimane imperfetta: ma ella in qualſiuoglia parte, e
douunque s'interrompa,ren de tutto quello che ſe le pro pone innanzi perfetto,
e non biſognoſo di coſa alcuna; ſic chè può dire; lo poſſiedo il mio. In oltre,
traſcorre per tutto il Mondo, e per lo va cuo, ch'è intorno ad eſſo, e al la di
lui figura: ella s'eſtende nell'infinità de'ſecoli, eleri generazioni di tutte
le coſe, che a certi giri de' tempi ſi fanno, comprende, intende, e diuiſa, che
niente più di nuouo ſono per vedere i po ſteri, e niente di più videro i.
noftri aſtepaſſati: ma in certo modo chi haurà quaranta an ni, s'ha fior
d'ingegno, haurà veduto tutte le coſe paffare, future, per la ſomiglianza tra
effe. Di più è proprio del l'anima ragionevole amare il proſſimo, effer verace,
mo deſta, e non iftimare niuna co. ſa più di ſe ſteſſa. Il che è proa prio
ancor della legge. In queſta maniera tra laretta ra giòne, e tra la ragione del
la giuſtizia non è differen za. 2 Sprezzerai il canto Infin gheuole, il faltare,
e'l pan crazio, cioè l'eſercizio degli atleri: ſe tu ſpartirai la voce
armoniofain ciaſcuno de'tuor ni, e in qualſiuoglia di quelli interroga te
fteffo: Se da quel lo tu refti vinto; perchè in ve ro te ne vergognerai. Nell' eſercizio
del ſaltare farai l'i ſteſſo a proporzione, a cia ſcun moto, egefto; il medefi
mointorno al pancrazio. In ſomma, in tutto quello, che e fuori della virtù, o
da quel la non deriua, ricordati di traſcorrerlo a parte a parte; e con la
diuiſione di quelle ver rai a vilipenderlo. E queſto l'hai da traſportare
allvſodi tutta la vita 3 Quale è l'anima, che ſta pronta, fe già bifognaffe, a
fcioglierſi dal corpo, o eſtin guerſi, o diſliparfi, o a rima nerui? pronta,
dico, ma che tal prontezza prouenga da vn particolare diſcernimento di mente,non
da vna nudacapar. bietà, comeè quella de'Chri ſtiani, mi conprudente diſ corſo,
e maturità da poter ciò perfuadere ad altri ſenza tragica impreſione, 4 Operai
qualche cofa ap partenente al comune? Dun que n'ho ritratto dell'vtile. Queſto
ſia fempre alla mano in ogni occorrenza,fenza mai traſcurarlo. Qual'è il tuome
ſtiere? l'eſſer buono; ma que fto non ſi fa bene, ſe non per mezzo delle
fpeculazioni, e maſſime, o intorno la natura. dell'vniucrfo, oltero intorno la
propria conſtituzione della huomo. 5. Al principio furono in trodotte le
Tragedie, per rammemotar agli huomini gli accidenti; e che queſti così
naturalmente, loro fogliono auuenire. E acciocchè quelle coſe, che ſu le ſcene
vi ricre aſſero l'animo, non vi contri-, ftal ila NO jai 76 il Her e ftaffero
nella ſcena maggio re, Perchè vedete eſſer così neceſſario che queſte coſe in
cotal modo ſi terminino; e così le comportano quelli, che eſclamano:Oh
CitheroneE fi dicono alcune coſe vtil mente da quelli, che com pongono ii Drami,
quale è particolarmente quella. Che di me cura, ne de’mieifigli uoli. Non ſi
prendan gl'Iddi ragion il vuole E parimente Che con le coſe diſdegnar non lice.
E Cheſi mieta la vita,come ſuole Matura spiga. 119 e altre coſe ſimili. Pure
dopo la Tragedia fu introdotta l'antica Commedia hauente vna libertà di
maeſtreuol 10 2 Blo cer li si 0 mente correggere, rammen tando non inutilmente
col fuo retto parlare la modera zione del faſto; al quale me defimo fine in
qualche modo Diogene ſe ne valeua. Dopo queſta conſidera quale è la Commcdia
mezzana; e ap preſſo la nuoua, a che fine fu poſta in vſo, o come a poco a poco
per l'arte, e applica zione dell'imitare ſubcntrò; mentre ſi ſa, che anco da
que TE fte fi dicono alcunecoſe gio fe ueuoli; ma l'vniuerſale inten to di tal
forte di poeſia, o rappreſentazione mimica a qual ſegno hebbe la mira? C 6 Come
truouafi euidente non ci eſſer altro modo di vi PE vere tanto a propoſito per
fi po loſofare di queſto, nel quale VE tu se'di preſente? to ta 7 II zenu co
TIE • H 0 - Mode 7 Il ramo non ſi può ſchian tare dal vicino ramo, ſe non fi
diſtacca inſieme da tutta la pianta; cosìyn huomo non ſi può difceuerare da vn
altro huomo, ſe non ſi ſepara dalla comunione. Il ramo dunque Jo diuide vn
altro, ma l'huo mo li ſegrega da per ſe ſteſſo dal proſſimo, con odiarlo, e
renderſigli auuerſo. Però non ſi auuede, come dalla gene rale cittadinanza ha
ſeparato ſe ſteſſo E nulladimeno quella è yn dono particolare di Gioue il quale
ha conſtitui to queſta comunicazione. Concioffiecolache è lecito di nuouo
ricongiugnerſi col proſſimo, e dinuouo incor porarſi colla perfezione dell'
vniuerſo; ma ſe ſimile ſepa razione fi fpeſſeggia, fi rende ľu più niC di le ds.81
tra tutduqunat più dificile il riunirſi, e'l tor nar a rallignarſi. In ſomma il
ramo, che da principio ger minò con l'altro, e como conſpirando conſiſte, non é
fimile a quello, che dopo il taglio vn altra volta è ſtato inneſtato. Il che
pur dicono gliagricoltori. Biſogna effe re dell'iſteſſo germoglio, ma non
dell'iſteſſa lembianza. Quelli, che ad impedirti ti ſi frappongono, quando tu
cammini conformealla retta ragione, ſi come non ti po - tranno trauolgere dalla
fana operazione, così non t'han no da ritirare dalla buona vo lontà verſo di
loro: ma cuſto diſci te ſteſſo egualmentenel I'vno, e nell'altro; ne folo
colcoſtante giudicio, ecol l'azione, ma col portarti per9 all anttö ting
allaOr? allo tejla -1 man zumail coloro, che ſtudiano d'impe manſuetamente
ancora verſo 1 tor ger COM 1100 opo il Stato, ma d. dirti dirri, o in altro
modo ti mo leſtano Imperocchè così è da animo iinpotente lo sde gnarſi contro
di quelli comeil tralaſciar di operare, e abbat cono i tuto arrenderſi. Perchè
amen. effe due abbandonano il poſto, queſti intimorito, quegli alie nato dal
congiunto, camico per natura, 9 Niuna natura è inferiore retta all'arte; concio
liecofache le arti imitano le nature. Sc pe Cana rò queſto è, la natura perfet
tiffima tra tutte l'altre, e che il tutto abbraccia, non cederà Ao alla più
atificioſa induſtria. Ora da tutte le arti in ordine alle coſe migliori ſi
fanno le inferiori.Dunque anco dal la natura comune; donde é, P che Jo tu ipo
han vo nel ! olo 04 arti ſo et 11 re M
che da quella deriua la giu ſtizia, e da queſta poi tutte le virtù hanno la ſua
ſufiften za. Perchè non ſi conferucrà il giuſto, fe o alle coſe di mez zo
troppo attribuirem'o, o fa remo facili a prender errore, ead cſſer temcrarij, e
muta bili. 10 Se non vengono a te le coſe, delle quali il proſegui mento, o la
fuga ri perturba 110, ma tu in certo inodo a quelle ti conduci, dunque il
giudicio intorno ad eſſe s'ac quieri, e quelle rimanghino immote, e tu non
ſarai vedu to, neappetirle, ne fuggirle. La sfera dell'anima è luminosa, quando
ella non ſi eſtende fuori a qualche co fa, ne dentro ſi ritira, o fr conſtipa,
ma riſplende con P d d. a 0 fc PE 9 mi ch ch quel a Giv tutti Tilter TUOTI
Legii proccurerò di eſſer manſueto, quel lume, col quale ſcorge la verità di
tutte le coſe, e quella, che è in lei medesima.Mi fprezzerà talvno? ſe n'accorgerà
cgli. Io mi guarderò bene, che niſſuno mi truoui o opcrare, o parla re coſa
degna di diſprezzo Miodierà? guardiſi egli. Io mez ot TOTE, MUT tele urb.2 do 1
quei rhino reche e di eſſer di buon volere verſo di ognuno, e con queſto me
deſimo ancora pronto a farlo accorgere detfuo trauedere, non per modo di
rinfacciare, o di far moſtra della mia fof. ferenza; ma con ingenuità, e
probità, nell'iſteſſo modo di quel Focione, ſe pure non fi mulaua. Perchè così
biſogna, che ſieno le coſe interiori, e che l'huomo ſia veduto dag! P 2 Iddij
irle 1.2 € 1101 CO 0 h C011 I iddij, così diſpoſto a non ri ceucre coſa alcuna
con iſde. gno, con querele. Poſcia. chè di che danno è a te, ſe tu fteſſo fai
al presére quello, che e proprio della tua natura? non accetterai tu ciò, che
ora è opportuno alla natura dell' vniucrlo, o huomo ordinato per far qucllo,
che conferiſce al comune 13 Quelli, che l'vn l'altro fi difprezzano, l'un
l'altro fi luſingano: e quelli, che cer cano diſoprauanzar l’yn l'al tro, l'vn all'altro
ſi ſottomci tono. Quanto rancido, e non ſincero èil dire: Miſono propoſto di
portarmi teco ſchiettamente. Che fai, o huomo? non è di me ftiere far queſto
prologo: apparirà da per ſe. Nella fronte iſtekla dce eſſere ſcrit ta la voce.
Quello, che hai dentro, ſubito viene eſpref fo negli occhi, come nel lo ſguardo
degli amanti il tutto fubitamente conoſce Pamato. Tale inſomma biſo gna, che
ſia il fincero, e buo no, che ſappia vn poco di ca prino; acciocchè chi ſe gli
ac coſta, nell'iſteſſo primo in contro voglia, o non voglia, al fiuto lo
riconoſca. L'affet tazione della femplicità è vn ferro traditore. Niuna coſa è
più brutta, che l'amicizia lu pina. Fuggila più di ogni al tra. Gli occhi del
buono del ſemplice, del manfueto han no queſto chenicite in quel li ſi naſconde.
15 La facultà di vinere ot timamente è poſta nell’anima. Se pur le coſe
indifferen ti le piglia indifferentemente: e le prenderà indifferente merte, ſe
ciafcuna di quelle contemplerà ſeparatamente, e con riguardo al tutto ricor
dandoſi, che niuna di quelle può formae in noi l'opinione di ſe ſteſſa, ne a
noi venire: ma quelle ſtanno ferme,e noi fiamo quelli, che formiamo i giudici
di quelle, come in noi dipignendole; mentre è lecito laſciar di dipigaerle, è
lecito ancora,ſe furtivamente s'infinuaffcr, o di ſubito ſcan cellarle. Che
queſta attenzio ne ſarà per corto tempo, e appreffo terminerà la vita. E che
difficultà ci è in ben pi gliar queſte coſe concioſie cofache ſe ſono ſecondo
la naturai, habbile care, e ti 8 a I rega antes cate uck Ente; ca uelle vant 1
enoi moi ne if färanno facili; ſe ſono contro la natura, cerca quello, che ſia
ſecondo la tua natura, e intorno a queſto ſtudiati, an corchè ſia ſenza gloria,
eſſen đo da vſare indulgenza con chi cerca il proprio bene. 16. Conſidera donde
ciaſcu na coſa è venuta, e di quali fubbietti ciaſcuna conſiſta, e in quali ſi
muti, e mutandoſi quale ſarà, c come non ſog opere di giacerà a dannoniuno. E
pri ma qualabitudine ſia in me verſo di quelli, eſſendo che ſiamo nati vno a
prò dell'al tro; e ſecondo vn altra 'ragio ne ſon fatto per preſedere a quelli,
come ariete al greg: ge, o toro all'armento. Poida queſto paſſa a raziocinar
più alto ', che ſe non è vn concor fo diatomi, è la natura, che: legi ente car Slicet
ndo ed P4 il tutto regge; e ſe ciò è, l'infe. riori coſe ſono fatte per le mi
gliori, e queſte l'vna per l'altra. Secondo offerua, quali ſie no nella menfa,
quali nel letticciuolo, e in altri luo ghi, ma ſpezialmente quali neceſſità
apportino loro i dog mi, che effi fi ſono profiſſi, e con quanta preſunzione
met tino in opera quegl' ifteffi lo ro decreti. Per terzo. Se quelli retta
mente queſte coſe operano, non è da diſpiacerci; ma fe non rettamente, chiara
co fa è, che operano per for za, o per ignoranza; perchè ogni anima dimala ſua
voglia reſta priua come del vero,co sì di comportarſi con ciaſcu no fecondo la
ſua conucneuo lezza; e perciò prendono a ma, afe ml 12 fit re 110 cal 105 et FO
male l'eſſer chiamati ingiuſti, ingrati,auari,e al tutto procli ui al
peccarecótra de proſſimi. In quarto luogo. Che tu ancora fai di molti errori, e
come yn aftro di loro pecchi; ſe da alcuni errori ti aſtieni, tuttauia hai
l'abito di com mettergli, quantuinquc per cagione di tinore, o di glo ria, o
d'altro ſimile vizio tu ti rattenghi da si fatti crrori. Per Quinto. Che manco
hai ben penetrato, ſe errano: auuenendo molte volte, che lo fanno
diſpenſatiuamente; c in ſomma è neceffario d'ap prendere molte coſe auanti di
pronunciare aſſeuerante mente delle azionialtrui. Per feſto.Che quando fuor di
miſura tir ti degni,o da im pazienzia fei prcfo,fouuenga DI H ľ ¿ 2 P 5 tia 346
[ f fi ti, che la vita humana è mo montanea; e che tra poco tut ti ſtaremo
diſteſi. Settimo. Che non ſono l'o perazioni loro ', che ci pertur bano;
imperocchè eſſe ſono nelle menti di quelli, ma ben sì i noſtri apprendimenti.
Deponili dunque, e conten tati di laſciarne il giudicio, come di coſa a te
graue; e la collera farà ſùanita. Or bene in qual maniera li deporrò?
diſcorrendo;che non té inter. venuto niente di diſdicevo le; poichè ſe non
foſſe fe nori quel ſolo ', ch'è diſdice uole,male', néceſſario fareb be, che tu
in molti modi pec cafſi, diuenendo ladro, e af fatro ſcelerato. Qttauo. Quanto
fono coſe più graui quelle, che apport tano C t t C te al more f per le 30 tano
per cagionc loro i cor rucci, e languſtie dell'animo, che non ſono le coſe i,
quali ci contriftiamo, c adi riamocon quelli. Che la manſuetudine.è
inuincibile, quando ſia fincera, e non affettata fimulata. Che ti farà vno per
fouerchieuoliſſimo, che cgli fi fia:, ſe tu perfeueri d'eſſere con lui
piaceuolc? E, ſe così t'auueniffe, placidamente l'aer uertirai ', e meglio
l'inſegne rai', attendendo a ciò quieta mente in quell'iſteſſo tempo ni che
colui fi ftudia di fare a re il male, dicendogli tu:: Non figliuolo, noi
ſiamoprodottiat altre coſe. Io non rimarrà l'offeſo, ma tu bon fi,figliuolo; e
con de ſtrezza e fommariamente gli moſtrerai, che la cofa paf P 6 ſa cosi. E
che ne le api ciò fanno, ne niuno di quegli animali, che per lor natu ra
inſieme ſi congregano E però di biſogno, che ciò ſi faccia lontano
dall'irriſione, o dall'improperio; ma ami cheuolmente, e ſenza mor dergli
l'animo, e non come nelle ſcuole, ne acciocchè altri, chepreſente ſia, faccia
delle marauiglie, ma a ſolo a ſolo, quantunque alcuni altri vi ficno intorno.
Queſti noue capitoli tiengli a mente, come doni a te fatti dalle Muſe: e yna
volta, men. tre se'in vita, da principio ad eſſer huomo. Però biſogna guardarſi
egualmente, come di non adirarti contro quelli, così di non adularli; perchè
l'vno, e l'altro ſono contro l'hu D. l'humana comunione, e tira no al danno. Ti
ſia in pronto, mentre ti traſporta la collera, che non è da prode huomo
l'adirarſi; ma la placidezza, e la manſuetudine, quanto più fono da huomo,
tanto più hanno del maſchio; poichè. queſti partecipa più della for tezza, e
della neruoſità, e det vigore, ma non già chi è ſdegnofo, e diſamoreuole.
Perché quanto più queſtoè proprio della tranquillità dell' animo, altrettanto è
ancora del vigore. E come la triſtez za è de deboli, così è la col lera.
Poſciachègli vni, e gli altri ſono feriti, e ſi arrendo no. E ſe ti piace, dal
principe delle muse riccuiancora que ſto Decimo dono: Che è da furioſo il non
volere j, che i cit 350 1 cattiui pecchino, concioffie colache in ciò fi pretenda
l'impoſſibile.Ora il concede re, che verſo gli altri ſieno tali, e il volere,
che contro di te non pecchino", è cofa da: huomo- ftolido, c.da tiranno. S'ha
del continuo da of ſeruare', eſfer principalmente quattro i moti dell'anima. E
quando tu li ſcoprirai, gli hai da ſcancellare; dicendo fra te ſteſſo ſopra
ciaſcuno. Queſta immaginazione non è necef-. ſaria: Queſto diſcioglie la co --
munanza: Queſto non lo di rai di capo tuo;perché il non dirlo da fenno,
reputalo tra le coſe ſtrauagantiſſime: II quarto è, che tu a te ſteſſo
rimprouererai queſto eſſere yn dare per vinta la portione più diuina, che in te
è, e fot to و in te è, bench cometterla alla parte più i gnobile,e mortale del
corpo, e alle ſuematcriali voluttà. Il tuo spiritello e tutto quello d'igncos
che è in te miſchiato,diſua natura tende 1 in alto', nondimeno per ob bedire
all'ordinanza dell'vni uerſo dentro del miſto ficon tiene. Ancora', tutto
quanto di terreſtre, e d'humido, che tuttauia refta ſollevato', e ſta non
ſecondo il natural ſuo ſito. Così gli elementi ancora obbediſcono alle cofe vni
verfali, quando, douunque fieno traſportati, reſtano per forza,finchè dinuouo
lorven. ga fignificata la facultà di di fciorli. Dunque non è egli mal fatto
che la ſola tua par ce intellettuale ſia dura all'obbedire, e che ſdegni la ſua
re gione? e pure non ſe le ordi na niente di violento, ma ſo lo quello, che é
ſecondo la natura fua; tuttauia non vi s'accomoda, ma corre al con trario.
Concioffiecofache on gni commozione verſo l'in giuſtizie, le lafciuie, i ran
cori, c i terrori non è altro che vna riuolta contro la natura. E quando la
mente piglia mal volentieri qualche coſa di quelle, cheauuengono,allo ra
abbandona il ſuo poſto; giacchè quella è fata diſpoſta all'equanimità, e pietà
verſo gl’Iddij, non meno, che alla giuſtizia; perchè queſte ſono d'yna tal
forte, che tendono alla buona comunanza, e fo no più antiche delle iſtelle
opere giuſte. A cui non è ſempre vno, e'l medeſimo fine della vira, non può
eſſer vno, e'l medeſi mo per tutto il tempo della fua vita.Ma non baſta quefto,
che s'è detto, ſe non aggiu gni à quello, quale dee effere queſto fine.
Imperocchè co me non è ſimile l'apprendi mento di tutte le coſe, che in qualſiuoglia
modoalli più pa iono buone, ma di quelle di vna tal forte, cioè di quelle, che
ſon volte al comune, così anco il fine dee eſſere diretto alla vita comune, e
ciuile. Perchè chi a queſto indirizza - tutti i proprij appetiti, rende rà
vniformi tutte le azioni, ed egli in tal modo farà ſempre il medeſimo. Conſidera
il topo nion tagnolo, el domeſtico, e la 4 Vand S vana paura, e fuga di queſto.
Così l'opinioni del volgo chia. maua Socrate lamie, e spaventacchi de'putti. I
Lacedemonij negli ſpettacoli poneuano i fora ſtieri ne ſedili all'ombra; effi
ſedeuano doue a forte loro toccaua.. 22. Socrate riſpondendo a Perdicca, perchè
non andaua da lui, diſfc; Acciò io. non periſca di così infame morte; mentre
non po teſſi corriſpondere alla grazia, che riceueſji. Tra gli ſcrittide gli E
feij taua vn auuertimento y che ſpeſſe volte ſi ricordaſſero di qualcheduno
degli anti chi, i quali haueſſero eſſerci-. tato la virtù. I pitagorici
ordinavano, che di mattino si riguardatſe: ili 8 po fe BE il Cielo; acciocchè
ſempre ci ricordaſſimo di quelli, che ſempre ſimilmente, e nell'i ſteifa
maniera compiono l'o pere loro e dell'ordine, e del la purità, e difuelamento;
im perocchè niun velo hanno le feller 25 Ti fouuenga quale cra Socrate cinto
d'vna pelle, quando Santippe coperta del la di lui veſte vſcila fuori di caſa;
e' rammentati quello, che diffé Socrate alli compa. gni, che fi vergognauano, e
ſi ritirauano, quando lo vidde ro in tal'abito: 26 Non far il maeſtro di
fcriuere, e leggere ad altri, in nanzi che ſij ammacſtrato ciò è da oſſeruare
molto più nella vita. Seruo tu Lei peròparlar non dei. Allora io di buon cuo re
me ne riſto Rampognan la virtù con aſpri det ti. E' da pazzo domandar i fichi
l'imerno. Tale è chì quando non è più tempo d'ha: uerne, deſidera yn figlioli
no. Epitteto ammoniua quc gli, che baciaua il figliolino, che diceſſe tra di
fe: domanefor fi morrà. Sono parole di mal augurio coteſte? Non è, di ceua
cglig parlar di male au gurio vſar parole ſignificanti qualch' opera conforme
alla natura: altrimente il mietere le ſpighe, ſarebbe yn cattivo augurio, L'vua
è prima agre ſto, poi matura, e poi paſla. Ogni coſa foggiace a mu tarſi, non
nel non eſſere, ma in quello, che di preſente non è. Detto è d'Epitetto, che
Ninno è ladro della volonti. Vn arte, diſſe egli,s'ha da ritro uare d'aggiuſtar
gli affenfi, e in materia degli appetiti biſo gna conſeruare l'attenzione,
acciocchè ſieno con eccezio ne, e che s'indirizzino al be. ne comune, e ſecondo
la con ueneuolezza e totalmente aſtenerſi dall' auide voglie e non iſchifare
coſa alcuna, che non ſia in noſtro arbitrio. Non è dunque, diſſe egli, la
conteſa intorno ad vna coſa ordinaria; ma intorno all'ef fer pazzo, o ſauio.
Diceua Socrate, che anime volete ha uere, de'ragioncuoli, o degl'ir. ragioncuoli
de'ragioneuoli. Di quali ragioneuoli, de’lani, o de’deprauati? de'fani. Per chè
dunque non le cercate? perché le habbiamo:dunque a'che contraſtate, e diſcor
date? Fine del Libro Vndecimo, CO b pa te fa fa PI all ace Vie LI 359 INO
cercarei curse dike op. G là fta in tuo potere di poſſeder tutte quelle coſe,
alle quali anſioſamente bramafti con aggiramenti di peruenire, ſe tu non
inuidij a te ſteſſo: cioè a dire, ſe tu non farai più caso di tutto il passato,
e 1 futuro laſcerai alla pronuidenza,e'l preſente ſolo bu indirizzerai alla
ſantità, e alla giuſtizia. Alla ſantità, acciò tu ami quello, che ti vien
deſtinato; concioffieco C1 facció 0 li fache la natura ha portato quello a te,
comc te a quel to. Ma alla giuſtizia liberamente fuori d'auuilup pamenti tu
dica parlando la verità, c operi ſecondo la leg fi ge, e la conueneuolezza. E
non ti ſia d'impedimento ne l'altrui maluagità, ne l'opi nione, ne le ciarle,
ne meno ti il ſenſo della carnuccia teco connutrita. Però, chi pati- re. ſce,
cipenſi. Se tu dunque tú quando in qualſiuoglia tem po t'approſſimi all’yſcita,
ab bandonando tutte l'altre co ſe, solo stimerai la tua mente, e quello che di
divino è in te; e non temerai il cessar vna volta dal vivere, ma il non haper
cominciato giammai a vivere secondo la natura, ſa rai huomo degno del Mondo,
che le TOLE to mi che wani DI110 ne Oi 70 c0 ti chet ha generato, e nonſarai
più foreſtiere nella patria, e non ti marauiglierai,come di coſe inopinate, di
quelle, che alla giornata auuengono,'e finiraidi rimaner ſoſpeſo per queſta, o
per quell'altra co fa. 2 Iddio ſcorge tuttelemen. ti diſpogliate de’yaſi
materia li, delle corteccie e lordu re. Poichè con la ſua ſola vir tù
intellettuale attigne quel le coſe, che da eſſo ſcaturi rono, e deriuarono in
queſte eofe materiali. Il che,ſe tu ti auuezzerai di fare, ti liberc rai da
molti ſpafimi. Percioc chè chiriguardo non haalle carnucce chelo circondano,fi
tratterrà forfi a badare al ve ſtito alla caſa, alla gloria, é a fimili
abbigliamentie arredi? Tre ſono le coſe, delle qualitu fe conpofto, 'il cor
picciololo fpiritello, vela mente. Di queſte le prime duefono cue, finche ta
dilo To habbi cora. La terza fo la è propria rerire, tua. Setu fequeſtrerai da
te, cioè dalla tua confiderazione in tutte quelle coſe che alla faccia no, o
dicano, e quelle,'che Tu hai-detto e fatro, e que te,'che,comefe falfero per
auucnire, ti- boiterbhojne quelle ancora cheper lo cort picciuolo, che ti
circondala per Minneſtæto " piritello tohi tro tua vogliati fuccedchos de
quelle, che intenten einer hohen mente con vina contratttváre tiğine ſi
rivolgonoi, fieche; rendendo la potenza santé fertuale efente delle cofejohe
fono inſieme fatali, pura, eili ibera viuerà in fe fteſfa', ope rando: le cofe
" giufte, te rice uendo volentieri gli auueni menti, e proferendo la veri
tà: Se tu ſeparerai, dicdi, da quefta potenzaquefte. cofend elfæaderentiper
graditimpa zia, edaltempo, quelleche hanno da auuenire appreffo.. pilepaffate,
etiformerairale, qualeè la palla sfericadiem pedocle; Chestutta titanda guide
della-poluere, ch'attornojpelte rigiza, attenderai ſolo alviuere, the gu viui,
cioè al preſente, e po tmisfio alla morte viuendo trapalaretuttoquello che ti
reſta imperturbato gencroſa mente si emanſuetamente, fet condo il tuo genio.
Speffo miſonimarauiglia TO:, come ciaſcuno più di tut Q:2 ti ti ami ſe
ſteſſo; e come non dimeno tenga in minor conto l'opinione propria intorno a ſe
medeſimo, di quella degli altri. Se dunque Dio ſoprau uenendo, o vn macſtro pru
dente, comandi ad alcuno, che nulla dentro dife penfi, o diſcorra, che ſubito
l'ha conceputo, non lo palefi, non lo razterrebbe ne pure per vn giorno.
Cosìpiù temiamo di quello, che i proſſimi giudi cano di noi, che di quello, che
noi medeſimi giudichia mo.: 5 Come farà mai, cheha uendo ordinato il tutto
gl'Id dij bene, e con carità verſo l'huomo, queſto folo habbia no traſcurato,che
alcuni degli huomini, e molto buonije che colla diuinità hāno tenuto co
me 01 700 011 22 TU 101 olis ha On di me ſpeſſi commercij, e che
ſouentemente per l'opere fan te, e ſacrificij ſi ſono reſi à quella famigliari,
queſti, vna volta morti, non ſi facciano ritornare, ma rimangano del tutto
eſtinti? Queſto, ſe pu re così ſta, tu hai da ſapere, che fc altrimente
biſognaſſe, che foffe; l'haurebbero fat to. Concioffiecoſa che ſe era giuſto,
era poſſibile, e ſe era ſecondo la natura, l'haureb be prodotto la natura. Dal
non eſſer così, ſe così non è, tu ti hai da perſuadere non eſſere ſtato
neceſſario, che al trimente fi faceſſe. Imperoc chè tu ſteſſo t'auuedi, che ciò
ricercando, tu entri a con tendere in giudicio con Dio. Ma noi non
diſcorreremmoco sì con gl’Iddij, ſe ottimi, e Q 3 giufillimi non foſſero. E ſe
così è, nicnte ingiuſtamente hanno traſcurato, e irragio nevolmente negletto
nellab Tellimento dell'vniuerſo.. 6 Afſucfatti ancora a quel le coſe, delle
quali non bene ſperi.Imperocchè la mano fi miltia inabile per non eſſere aylata
all'altre coſe, reggeil freno più fortemente, che la deſtra, e queſto perchè vi
s'e ZUL Czzata. Penſa quale biſogna, che tú ti truoui,e del corpo,e del Panima,
ſopraggiunto che fą rai dalla morte: la breuità della vita, la vaſtità
de'ſecoli ayanti, e dopo, la debolez za d'ogoi materia. Content pla ſpogliate
d'ognicorteccia le caufalità, le relazioni dold' opere; che fią la fatica,
che'l piacere, che la morte, chela gloria: chi ſia a ſe ſteſſo cagio ne
deltrauaglio, e coine niu nofią impeditodaaltrise che ognicoſa lia opinione. et
Nell'vſo delle tue maffime è neceffario, che tų fij, limi le non
all'accoltellatore, ma al combattente maneſcamen. te con le pugną. Concioſſie
cofache quegli, ſe pone giù la 1pada, della quale ſi ſerue, re fta vcciſo, ma
queſti ſempre ha la mano, nę gli biſogna nient'altro, che ſerrarla. 9. Di
queſta fatta s'hanno a riguardar le coſe, diuidendo ke in materia, forma, e
rela zione Quanto potere hą l'huomo a non faraltro, faluo quello, che Dio ſia
per gradi re, e riceuere tutto quello, che Dio gli diſtribuiſca, con Q 4 forme
all'ordine della natu ra. To Non s'ha da querelarſi degl'Idij, mentre non ſono,
nevolendo, ne non volendo, ſoggetti ad errori; ne meno ſono da áccufare gli
huomi ni; perchè non peccano, fe non contra voglia, Diniuno dunque s'hanno da
far querele. Quanto è ridicolo, e ftra niero chi s'ammira di qualſi uoglia coſa,
che nella vita occorre! Oviè la neceſſità fatale e ordinazione inuiolabile, o
prouuidenza piegheuole, o confuſione temeraria ſenza gouerno. Se è neceflità
iné witabile, a che ti contraponi? ſe è prouvidenza che ammet tc eſſer piegata,
fa degno te ſteffo del fuſſidio diuino: ſe è confuſione ſenza reggimen to,
rallegrati, chein queſta tempefta tu medeſimo hai in te ſteſſo per gouernatrice
qualche mente: e ſe la tem peſta t'aggira, fia traportata la carnuccia, lo
ſpiritello, e l'altre coſe, ma la mente non farà traportata. Il lume della
lucerna, finché fi ſpenga, 'ri luce sì, e non perde lo ſplen. dore: ma la
verità, che è in te, e la giuſtizia, e la tempe ranza, anticipatamente s'e
ſtingueranno? Dove l'immaginazione concepiſca, che vno ha peca cato, rifletterò
donde ho,che queſto fia peccato, e ſe que gli peccò, ſe fi fia egli reſo reo
per quell'atto? perchè ciò ſa rebbe quali vn lacerarſi il proprio volto. Poſcia
rifletti, che chì non vuole, che'l cattivo, pecchi; è da raſſomigliarſi ad VCO,
che voglia, che l'arbo re de i fichi non produca il lattificio, e i bambini non
piangano, ei cauallinon ani triſching, e altre coſe taliche feguono di
neceſſità. Pero, che coſa ha da fare, hauen do contratto " va cotal mal
abito? Dunque, ſe ti ſenti da ciò, riſanalo. Se non conuiene, non do fare. Se
non è vero, non lo dire, ma l'appetito dia fox, to dite per conſiderare il gut
to che è quello, che fa im preſſione nella tua immaginas zione, e diſcutilo,
diuidenz dolo nel formale, nel mate, riale nella relazione neltem po, dentro al
quale quello ha da Vis petto? forſe cupidigia a forfe da finiie. Riconoſci una
vol ta, che in ce è vna coſa più eccellente, e più diuina di quelle, che te
paffioni in te cagionano. E in ſomma,quan te cofefono,che in qràge in la in
guiſa d'un bamboccio con de cordicelle ti abburattano. Che’çoſà è ora il mio
penfie rodforfe timore? forfe for. cofa alia fimile: 15 Primieramente penfais
che niente è a caso e niente, senza relazione. Secondaria mente chea niun altro
fine, che a quello della focictà fi riduc. Che non molto dopo niūno in niun
loco farai, ne pur cofa alcuna fari di tutte quelle, che orá vedi, ne al cuno
di quello che ora: vi -91 I Qo NOuono; conciofficcofache tut te le coſe ſono
nate per mu tarſi, trasformarſi, e perire, acciò altre per ſucceſſione ſe
guano. Ogni cosa è opinione,e queſta depende da te. Togli dunque, quando tu
vuoi, l’opinione; e, come chi volge al ridoſſo d'vn promontorio trouerai
ferenità ferma di tutte le coſe, e vn ſeno tran quillo.: -18 Vna, e
qualſiuoglia fi fia operazione che a ſuo tem po finiſce, nonpariſce danno niuno,
perchè finì; ne l'ope rator di quella, per hauer finito, patiſce mal alcuno. In
ſimil modo dunque il ſiſte ma, o fabbrica ditutte l'ope razioni, che è la vita,
ſe in qualche tempo finiſce, non rice etut or me erine Quel one, Togh oila
ageal torio ma Stra / di riceue alcun danno, percioca chè fini; ne quegli, che
in tal tempo terminò queſta ſerie, fu malamente trattato. Il tempo, e'l termine
fono dále la natura conſtituiti, talvolta dalla propria,come nella vec chiaia;
ma generalmente dal I'vniuerſale, le cui parti con tinuamente mutandoſi, reſta
tutto il Mondo ſempre nouel. lo, e vigoroſo. Tutto ciò del continuo è buono, e
oppor tuno, che all'yniuerfo.confe riſce. Dunque il finir del vi uere a
chiunque tocchi, non è coſa cattiua, perchè non è vergognofa, come non de pende
dal noſtro volere, ne contraria al comun bene del l'yniuerſo. Anzi è buono
quando è opportuno, e con ferente all' vniucrſo, e con quel elial tem dan l'ope
verf olfille 12 l'ope ſe i non. lo 1 quello è inheme portato Concioffiecofache
è portato da Dio quegli, che fi perta vnitamente con Dio, e a quel le ifteffe
cofe collintendimen to fi conduce.Queſte tre coſe hanno da cflere fempre in
pronto.. Primieramente in ciò, che tu fai, non fia niente inuano, ne altrimente
fi facciay.che felis fefla giuſtizia haveſſe,opera to: ma nelle cofe, che anlı
uengono di fuori, mentre quelle o fono procedurea ca fo, o fecondo la prouuidenza
non s ' ha da querelarſidel ca fe, ne accufare la prouuiden za Secondariamente
qual cofa faccia ciafcuro dal non effene, fino all'animazione, e
dall'animazione, fino al ren dimento dell'anima, e da qua. li coſe da fatto
l'adunamento, e in quali il diſcioglimentos Terzo come ſe ſoprad'yu’ers minenza
follcuato tu rimiral G le coſe humane', e dopo ha. ụer compreſa, la lor gran va
rietà inſiemeconoſcelli quan to ci ſia dell'abitato, e nel l'acre, e nell'etera,
e çoine quante volte cu foffi cosi fol leuato, vedreſti le medeſime, l'iſteſſa
ſpecie, la breue dura ta. Ed in queſte éla noſtra ſu perbia, 29. Gitta fuori l'
opinio ne, ſarai ſaluo. Chi dunque e’impediſce il gittarla. Quando perqualche
co ſa ti prendi diſguſto,ti ſe (cor dat, che ogni coſa li fa', le condo la
natura yniuerſale, che quel peccato è d'altri. E oltre queſto, che tutto ciò,
che pure, che ſi fa,cosìſempre's'è fatto, e li farà, e di preſente ſi fa per
tutto: ancora, quanta è la co gnazione dell'huomo con l'o niuerſo human genere;
per chè non è la comunione del fanguccio, ò della poca ſe menza; ma della mente.
Ti fcordaſti che la mente di ciaſcheduno è Dio, e che da lui ſcaturì, non
eſſendoui coſa alcuna propria di niuno, anzi il figliolino, e'l corpic ciuolo,
e l'iſteſſo ſpiritello in di vennero. E ancora ti ſcor daſti, che ogni coſa è
opinio ne, e parimente, che ciaſche duno il preſente ſolo viue, e che queſto
ſolo ſi-perde. Del continuo riuolgi nell'animo quelli, che per qualche coſa li
corrucciarono, e quelli, che in grandiſſime glorie, o calamità, o inimicia zie,
o in alcuni altri auueni menti li ſegnalarono. Dopo medita, doue fono al
preſente tut te queſte coſe?in fummosin cenc re, c fauole, e ne meno favole.
Tiſouuenga di tutto queſto', cioè, come furono Fabio Catullino in Villa, e
Lucio Lupo, e Stertinio a Baia, e Tiberio a Caprise à Velia Rutfo; e in ſomma
di chi ha fatto con l'apprenſione gran caſo di qualunque ſia cofa: ecome ſia di
vil prezzo turto, che in tentamente appreſe, e finala mente quanto più foffe da
Fi loſofo nella materia toccata gli, portarſi da giuſto, e da fa uio e da
ossequioso schietta mente agl'iddii. Imperocchè la superbia, che sotto velo di
umiltà si nasconde è la più l’intolerabile daograbra. Agudligiche dimanda
nosperchè vonsrigť Iddij acat me turgli habbi vechutia e dom de tu habbi
appreso, che vi freno Primieramente risponde, che sono visibili agl’occhi, e
poi a benchè io, non abbia veduta la mia anima, tuttavia l'onoro. Così dunque è
degl'iddii, la potenza de’ quali mentre ogni giorno io pruqyosda questo
comprendo, che ci sono, e gli venero. La salvezza della vita consiste, che ciascuno
riguar di che cosa sia il tutto, il materiale, il formal, che con tutto l'animo
FACCIA IL GIUSTO, DICA IL VERO. Che resta
altro, che goder della vita, aggiugnendo un ben fatto all'altro, sicche ne pur
si perda un brevissimo spazio di tempo? Il lume del Sole, è uno a benchè venga
interrotto dal: o e pareti, dai monti, e da altre mille cose. Una è la
sostanzia comune, ancorchè ſia di partita tra migliaia di corpi, qualificati
dalle loro proprietà. Una è l'anima con tutto che si distribuisca a mille e
mille nature con ſsngolari circonscrizioni. Una è l'anima all'intelligente, se
bene apparisce, che si divida. L'altre parti dunque delle cose dette: s, com!
me gli spiriti, ei subbietti; so no senza senso, ne famigliarmente si uniscono
insieme. Questi nondimeno contiene LA MENTE UNIVERSALE e poi la propensione,
che al congiugnere gli spinse. Ma l'intelletto propriamente propende
all'istesso suo genere, è s’unisce, ne fi può fradicare l'affetto al ben
comune. Che cerchi? Di campare? o'pur di sentire, d’appetire, di crescere, e
poscia diterminare? Di valersi della voce di DISCORRERE con la mente? Qual cosa
di queste ti pare degna d'essere desiderata Male que ste una ad una non sono da
frezzare, portati alla conclusione d'ossequiare la ragione e gl’iddei. Ma li fa
contro alla stima di queste cotrammaricar si di rimaner perla morte privo
d'alcune di queste. Quanta parte dell'immensa e infinita durata a cia. founo é
compartita? Poichè ben prestissimo si dilegua nell' eternità. Quanta parte di
tutta la sostanzia? Quanta parte di tutta l'anima? In quanta zolletta di tutta
la terra ferpendo tu vai? A tutte coteste cose applicando l'animo, non
t'immaginare niente di grande o questo solo se tu operi come la tua natura ti
conduce, e soffri come la natura universale portage comeliva. le di se stessa
la parte tua reggitrice; polciachè in cio il tutto consiste. Tutte le altre
cose, o sieno nel tuo arbitrib. no fuori di quello. Sono cadaveri, e fummo:
om.svisli! Efficacissimo è il rifletterre, per eccitarci al disprezzo della
morte, che quelli ancora, che stimano essere il bene nella voluttà, e'l male
nel dolore, nondimeno quella disprezzarono. A chi quel so. Lo che è opportuno è
bene je a chì tanto è l'aver molte azioni fatte. Secondo la ragione retta,
quanto poche. Ie a chì non iinporta contemplare il mondo in maggiore, o minor
spazio di tempo, nemanco la morte è terribile. O huomo sosti cittadino in que
sta gran città che ti fa te per cinque anni mentre quello. Che è conforme alle
leggi ad ognuno è dellistesso peso. Perchè dunque ti ègraine, se dalla città ti
manda via non il tiranno, o un ingiusto giudice, ma da natura, che vi
t'introdulfezlic come dalla see, na licenzialse vas comico il capo della truppai
che l'han keva, condotto. Però tu dii, non vappresentaii i cinque atti, ma solo
tre. Tu dibeneze a proposito mentre che nella vita anche tre atti compiono
tutto il drama. Conciossieco fache quegli impone il termine, dove abbia da
finire, che allora ordina l'adunamento, cora fa lo scioglimento, nel li quali
tu non ci hai avuto parte. Vattene dunque placido. Poichè quegli che ti
licenzia, è placido. Dal mio avolo, Vero, la gentilezza del costume, e il non
adirarmi. Dalla fama e dalla memoria del mio genitore, l’esser verecondo
e maschio. Dalla madre, l’esser pio, il donar volentieri, l’astenermi non
solo dal fare il male ma anche dal venirne in pensiero. [Ancora,
l’esser Sottintendi, come nei paragrafi seguenti, il verbo ‘imparai’,
ovvero ‘riconosco’, nel senso di iono riconoscente ili aver ricevuto
chessia, cosa, o esempio di qualsivoglia cosa o virtù), o altra
espressione che riempia acconciamente le ellissi. ‘Maschio’: intendi
forte costante, non molle ed effeminate], frugale nel vitto e alienissimo dall’usanze
dei ricchi. Dal mio bisavolo il non essere andato alle pubbliche
scuole, l’avere avuto di buoni maestri per casa e il conoscere che
in siffatte cose non si vuol guardare alla spesa. Dal mio aio: il
non essere stato nè di parte prasina nè di parte veneta, nè parmulario, nè
scuta [Il bisavolo paterno di Antonino e Aunio Vero. Il bisavolo materno
e Catilio Severo. Non è chiaro di quale dei due si parli nel testo. Intendi:
la scola elementare. Poiché ognun sa che Antonino frequenta assiduamente come
‘scolaro’ le varie ‘scuole’ dei fìlosofi a Roma. Non si conosce il nome
dell’aio] [elio morendo lascia grande desiderio di sè in Antonino. Sono i
colori che distingueno i due grandi partiti degli aunghi del circo,
che non sono piccola parte nella storia delle follie dell’impero. Nunc
favent panno, pannum amant,’ disse energicamente Plinio il giovane. Lucio
Vero, collega d’Antonino, la pensava altrimenti, secondo le parole di
Capitolino. Rio]. Il reggere alla fatica, l’aver bisogno di poco, il saper fare
da me, il non intromettermi nelle faccende altrui e il non porger
facilmente orecchio ai delatori. Da Diogneto imparai il non
occuparmi d’inezie, il non dar fede a ciò che i magi e i
fattucchieri dicono intorno alle malie, allo scongiurare gli spiriti e
altre cose di tal fatta, il non avere atteso a nutrir quaglie nè essermi
dilettato di simili cose, il patire ehe altri mi parli francamente.
[Parmularius e il gladiatore armato di un piccolo scudo di cuoio
detto ‘parma’ o parmula, e ‘scutarius’ quegli che porta lo ‘scutum’, grande
e lungo. Questo Diogneto era non solamente filosofo, ma anche pittore, secondo
Capitolino, ed avea dato intorno a quest' arte alcune lezioni ad
Antonino. Si allude ad un giuoco dei romani aveano prego dai greci,. Si
faceano combattere fra loro questi uccelli, o dai casi del combattimento
si traevano presage]. L’ESSERMI DATO ALLA FILOSOFIA. L’avere udito
primieramente Bacchio, poi Tandaride e Marciano. L’avere scritto dialoghi da
ragazzo. L’ avere voluto il lettuccio con la pelle sopravi e le altre cose
che vanno appresso nella educazione greca. Da Rustico: l’esser venuto
in pensiero che i miei costumi avean bisogno di correzione e di
coltura. Il non essermi sviato dietro ad un’ambizione di sofista, o
scrivendo su materie speculative, o declamando orazioncelle esortatorie, o
facendo, per dar nell’occhio altrui, 1’uomo austero e benefico e l’avere
abbandonato la rettorica e la poetica e il bel favellare, e il non
passeggiare togato per casa e altre tali cose e lo scriver le lettere
semplicemente [Era uno stoico come quell’altro romano fatto uccidere da
Domiziano per aver lodato Trasea Peto] e naturalmente, come quella ch’egli scrisse
da la citta di Sinuessa a mia madre, e il non serbar rancore verso le
persone che si son, meco adirate e m’ hanno offeso e rappacificarmi volentieri
con loro tosto eh’ elle si voglion ricredere, e e il leggere con attenzione e
non contentarmi di capire così air ingrosso, nè assentire troppo di
leggieri a quel che i circostanti dicono, e lo avere avuto contezza
dei ‘Ricordi’ d’Epitteto che Rustico mi dona di suo proprio moto. Da
Apollonio: la libertà dell’animo e la fermezza nel proposito senza dar mai
nulla al caso, il non guardare ad altro mai, nè anche per poco, che
alla ragione, l’esser sempre uguale, nei sommi dolori, nella perdita del figlio,
nelle lunghe malattie, l’aver veduto ad evidenza nel vivo esempio di lui siccome
può la stessa persona essere gagliardissima ad un’ ora e rimessa e il non impazientarsi
nello spiegare e l’aver conosciuto un uomo che manifestamente tene pel minimo
de’ suoi pregi la pratica e la facilità ch’egli ha del comunicare
altrui la scienza, e l’avere imparato come convenga liceverc fivelli che il
volgo chiama benefizi dagli amici, senza diventai, e loro divoto per
ciò nè per altra parte, lasciando correre la ('osa senza saperne
grado. Da Sesto: l’amorevolezza e l’esempio del governare da
buon padre una casa e il concetto di vivere “secondo natura” e la
gravità non affettata, e l’indagare con sollecitudine quello di die gli
amici hanno uopo, e il sopportare gl’ignoranti e il sapersi adattare
a Nello spiegare. [Intendi: nel dare altrui tutte le spiegazioni di
die possa aver d’nopo per ben capire le cose]. [Intendi: senza diventar
loro obbligato in modo che nìccia alla Ina libertà] tutti per modo ch’il CONVERSARE con esso
lui era più dolce cosa che l’adulare di chicchessia ed e egli nondimeno in quello
stesso punto ed appo quelle stesse persone in venerazione grandissima, e
la chiarezza di mente e la sagacità con cui trovava ed ordinava le verità
filosofiche necessarie alla vita, e il non aver dato mai indizio di
collera nè d’altra passione, ma essere stato ad un’ ora il più impassibile
uomo ed il più tenero, e il dir volentieri liene d’altrui, senza menar
remore per ciò, e la molta dottrina senza che paresse. Da
Alessandro: il non isgridare e il non riprendere ingiuriosamente chi
faccia un barbarismo o un solecismo o un cattivo accozzamento di suoni,
parlando; ma profferire destramente ciò che quegl’avrebbe dovuto dire,
per modo di risposta, o di conferma, o come volendo esaminar con esso
la cosa, non già la parola, o per qualsivoglia *altro modo di
suggerimento indiretto* [IMPLICATURA], garbatamente. Da Frontone: quanta
invidia, quanta malizia, quanta simulazione, sia nella tirannide. E
siccome questi da noi chiamati ‘patrizi’ son cattivi padri anzi che
no. Da Alessandro, il platonico: il non dir sovente nè senza necessità a
nessuno, nè scriver per lettera, ch’io sono occupato, nè contrarre r abito di
disimpegnarmi in tal modo dei doveri verso le persone con le quali
io vivo, allegando per iscusa le faccende. Da Catulo: il non tener
poco conto delle doglianze di un amico, quand’ anche si dolga fuor di
ragione. [Secondo Filostrato e un segretario di Antonino]. [Cinna Catulo,
filosofo stoico, menzionato da Capitolino] ma anzi sforzarmi di ricondurlo
alle maniere di prima, e il parlar bene e volonterosamente dei
maestri, come si narra di Domizio e di Atenodoto, e l’amar i figli con vero
affetto. Dal mio fratello, Severo, l’affezione ai dimestici, l’amor
del vero e del giusto, l’avere, per mezzo di lui, avuto contezza di
Trasea, d’Elvidio, di Catone Uticense, di Dione, di Marco Bruto, ed essere
venuto in pensiero di un reggimento civile dove la legge sia una per tutti
e pari i [Neppure l’eruditissimo e diligentissimo Qataker potè
chiarire chi fosse questo Severo che Antonino chiama fratello. A tutto quello
che ci è dimestico] [Una delle più illustri vittime della crudeltà di Nerone] [Genero
di Trasea, esiliato da Nerone]. [L'illustre stoico Catone Uticense] [L' amico
di Platone, l’avversario di Dionigi tiranno di Siracusa, la cui vita fu scritta
da Plutarco] [Marco Bruto, la cui vita fu pure scritta da Plutarco] diritti
di ciascheduno, e di un governo regio che sovra ad ogni altra cosa tenga
conto della libertà dei governati. Ancora quel suo tenor costante ed
uniforme nel culto della filosofia e la beneficenza e il far parte
altrui volentieri e senza risparmio delle proprie sostanze; e lo sperar bene; e
l’aver fede nell’amicizia degli amici e quel suo non infìngersi con le persone
quando disapprova alcuna cosa in loro; e il non aver mai avuto bisogno
gl’amici di lui di andare indovinando che cosa egli volesse o non volesse,
sendo l’animo di lui sempre aperto. Da Claudio Màssimo: il contener
sè medesimo, e non lasciarsi andare in nulla malgrado suo, l’esser di
buon animo nelle malattie e negli altri casi avversi e quella
temperatezza di costume, soave ad un tempo e [Clandio Massimo
filosofo stoico] dignitoso e l’eseguir prontamente senza querimonia
qualunque cosa gli accadesse di dover fare e la credenza che tutti avevano
di lui, ch’egli pensas tutto che dicee fa a lìn di bene tutto che
fa; e il non istupir di nulla, non isgomentarsi di nulla, non esser
mai nè frettoloso nò tardo, nè imbarazzato, nè sfiduciato, nè infingardo, nè
ripentito del consiglio preso, nè sospettoso e il beneficare e il
perdonar volentieri, e l’esser veritiero e il parer piuttosto uomo per
natura incontaminato che non per arte emendato e siccome nessuno fu mai
che o si credesse dispregiato da lui, o ardisse riputar sè migliore
di lui; e quel suo piacevoleggiare a proposito. Da mio padre
adottivo: l’imperatore Antonino Pio]: l’esser bonario, e irremovibilmente fermo
nondimeno nei partiti pi'esi dopo accurata disamina, il non trar vanità
da quelli che il volgo chiama onori, l’amore al lavoro e l’assiduita;
il dare ascolto a chiunque avesse da proporre qualche cosa di utile
al comune; il non lasciare che nessuna considerazione lo distornasse
dal retribuire a ciascuno secondo il merito, il conoscere dove bisognasse esser
rigido e dove indulgente, L’AVER POSTO FINE AGL’AMORI DE’ RAGAZZI e il
sentire modestamente di sè e volere stare ad uno stesso ragguaglio con
gl’altri, il permettere agli amici di non cenar punto con lui, e di non
accompagnarlo nei viaggi, e lo accoglier con gli stessi modi di prima chi
per qualche sua bisogna non lo avea potuto seguire; e la diligenza e la
persistenza con che esamina le cose nei consigli, non come
quell’altro di cui è stato detto che tòsto lascia la deliberazione
contentandosi dei primi pensieri che gli furon venuti, e il conservar gli
amici, non recandosi a fastidio nessuno, nè incapricciandosi di nessuno; e il
sopperire a sè stesso, sempre; e la serenità del volto; e l’antivederei
da lontano e pral ovvedere senza scliifiltà anche alle rnenome cose e
l’aver dato bando alle acclamazioni e alle adulazioni d’ogni genere e
il tenere allestito sempre quanto era necessario per le occorrenze
dello stato, moderando le spese e sopportando di buon animo la
taccia che alcuni gli davano per ciò, e l’essere alieno e dalla
superstizione verso gli dei e dalla piagenteria verso gli uomini, non curandosi
di acquistar grazia appo il popolo o con le larghezze, o con le1 Luogo
intricato. Nota due modi condannevoli e vani: di acquistar grazia appo
gli Dei, con pratiche superstiziose; appo gli nomini, con l’andar loro
a genio e secondarli anche a costo del dovere lusinglie, o con lo imitare
i modi di quello] ma sobrio in ogni cosa e saldo, e non mai altro
che dilicato e gentile e osservatore della convenienza e del costume
stabilito, 0 il servirsi seifza boria e senza scrupolo di tutte quelle cose che
conferiscono agli agi della vita, delle quali la fortuna è larga a’ suoi
pari, per modo che delle presenti ei si giova senza farne casa e le
assenti non desidera; e siccome nessuno avria mai detto di lui
ch’egli fosse un sofista o un dileggino o un pedante, ma sibbene un uom
maturo, perfetto, nemico dell’adulazione, capace a governar sè medesimo
ed altri. Eri inoltre quel suo onorare i filosofi veri e non fare
scherno de’ falsi, non lasciandosi nulla dimeno facilmente ingannare da
loro e il conversare sciolto, e quella
sua grazia Come tanti imperatori die It) avevano preceduto. che non
ristuccava; e il tener cura del proprio corpo, non tanta da parer tenero
deliavita, o damerino, nè tanto poca da parere trascurato, ma quanta
basta per non avere quasi punto bisogno di medicine o simili cose. E sovratutto
quel suo cedere senza invidia a chi avesse acquistato abilità in qualche
cosa, come nell’eloquenza o nella conoscenza delle leggi e
dei costumi de’ popoli, e altro di cotal fatta e lo adoprarsi insieme
con essi perchè ottenessero fama, ciascuno nell’arte in che
primeggia e quel suo fare ogni cosa secondo gl’institnti d’ maggiori,
senza dare a divedere che avesse nessuno intento particolare, nè anche quello
di volere conservare essi institnti. Ancora il non esser nè randagio
nè avventato, ma continuar volentieri a star nel medesimo luogo e ad
occuparsi delle medesime cose; e dopo passati gli accessi del dolor
di capo, ritornar iU^teu Aurelio. fresco e vigoroso ai lavori
solidi; e il non aver di molti segreti, ma anzi pochissimi, e di
rado, e solamente nelle cose di stato; e la prudenza e la misuratezza
nel dare spettacoli, nell’ intraprendere opere pubbliche, nel far
distribuzioni ai soldati, e simili cose; siccome uomo che riguardava a
quello che conveniva fare, e non alla fama che gli sarebbe venuta dalle cose
fatte. Non al bagno fuor d’ora, non la smania del fabbricare, non
ricercatezza nel cibo o nella tessitura de’ panni o tintura, o
nell’appariscenza de’ servi. La toga dalla villa inferiore e da quelle di
Lanuvio il più sovente; i modi che tenne col pubblicano in Tusculo,
che supplica; e altre sue simili maniere. Nulla di men che umano,
nulla d’ immisericorde, nulla di violento, nè, come direbbe taluno,
siìw al su dove; tutte le cose di lui, pensate, distintamente
avvertite, con pacatezza, con ordine, con vigore, e d’accordo le une con le
altre, come se le avesse premeditate per ozio. Ed a lui si potrebbe
applicare ciò che VIEN DETTO DI SOCRATE, che egli poteva e astenersi e
godere colà dove a gran parte degli uomini manca la forza per 1’uno e
la temperanza per l’altro. E il saper reggere con fortezza e con sobrietà
ad ambedue non appartiene se non a colui che ha l’animo sano ed invitto,
quale egli il dimostrò nella malattia di Massimo. Dagli dei: l’avere avuto
buoni avoli, buoni genitori, buona sorella, buoni maestri,
domestici, congiunti, amici, tutti, a un dipresso, buoni. E il non
avere offeso mai nessun di loro, benché talmente disposto di 1 Claudio
Massimo menzionato] natura, che io l’avrei fatto forse, ove fosse venuto
il caso: ma per bontà degli dei non incontra mai tal concorso di
cose che mi ponesse a repentaglio. Il non essere statò più lungamente
allevato appresso la concubina del mio avolo; l’avere serbato nel fior
degli anni la purezza del costume e non aver dato saggio di età virile
prima del tempo, anzi avere soprastato anche più in là, l’essere stato
sottoposto ad un principe e padre il quale doveva sgombrar da me ogni
sorta di boria e farmica pace come egli si può vivere in corte e non aver
bisogno nè di guardie nè di vesti screziate nè di fiaccole nè di statue,
come s’usa, nè d’altre simili pompe; ma anzi, che egli v’ha un modo
di ristrignersi quasi alla ondizione di private e non perder nulla
però nè della dignità nè del nerbo necessario al trattar le cose dello
stato, l’essermi tocco in sorte il fratello ch’io ho il quale se è
d’incitamento a me co’ suoi costumi, ad invigilare sui miei, mi
consola nondimeno e mi rallegra con la riverenza e con l’amore ch’egli
mi porta, l’avere avuto figli nè ottusi d’ ingegno nè contraffatti
di corpo, il non aver fatto maggiori progressi nella rettorica nè nella
poetica nè nelle altre arti, dove sarei forse rimasto allacciato s’ io mi
fossi accorto ch’io vi riusciva, l’eessermi sbrigato di costituire in dignità i
miei educatori, come parve a me ch’essi
bramassero e non avere indugiato con la speranza del potere far
cotesto di poi, sendo essi ancor giovani, l’avere conosciuto Apollonio,
Rustico, Massimo. Lo aver concepito chiaramente e più volte qual sia la
vita [Lucio Vero fratello per adozione, uomo in vero viziosissimo,
più assai, probabilmente, che non fosse noto ad Antonino; ma devotissimo e
affezionatissimo a Ini] secondo natura: s'i che per gli dei non manca, nè
per aiuti e suggerimenti ed ispirazioni loro, ch’io non vivessi a quel
modo; manca bensì por me, il quale non osservai gli avvisi e, sto
per dire, gli insegnamenti che essi mi dano, l’aver potuto reggere della
persona durante cotanto tempo in cotal vita. Il non aver avuto a
fare ne con Benedetta nè con TEODOTO e che di poi, CADUTO novamente nella
PASSION D’AMORE passion d’amore, io abbia potuto guarirne. Che, essendomi
adirato più volte con Rustico, io non abbia fatto nulla di che
avessi poi a pentirmi; che, dovendo mia madre morir giovane, abbia
nondimeno vissuto con me gli ultimi suoi anni; e che, ogni volta eh
io volli soccorrere alcuno, o povero o altrimenti bisognoso, non mi
fu mai detto ch’io non avessi danari per farlo e il non essermi
trovato mai io medesimo in simigliante occorrenza, da dovere aver ricorso
ad altri, l’avere la moglie ch’io ho, così docile, così amorevole, così
alla buona; il non essermi mancato acconci educatori pe’ miei figli, l’essermi
stati dati rimedi in sogno, e, fra gli altri, contro lo sputo di sangue e
contro le vertigini, e il non essere caduto nelle mani di un qualche sofista,
quando io venni in desiderio della filosofia, nè essermi posto a far lo
scrittore, o a risolver sillogismi, o a speculare sui fenomeni del cielo.
Le quali cose tutte richiedono l’aiuta degli dei e della fortuna.
Fra i Quadi, ulle sponde del Or amia. A FauRtiiia non dovè esser
diffìcile il celare coir astuzia o colla fìnta tenerezza! [Suoi
pessimi portamenti ad un nomo di sì poco sospettosa natura qual era
Antonino, massime verso dii mostravagli affeziono]. Al mattino, fa’ che tu
dica a te stesso. Avrò da fare con un curioso, con un ingrato, con un
soperchiatore, con un furbo, con un invidioso, con un insociale. Tutti
questi difetti han per causa la ignoranza dei beni e dei mali. Ma
io, il quale conosco la natura del bene, e so ch’egli è l’onesto; e
quella del male, e so cb’egli è l’inonesto; e quella di lui
medesimo che pecca, e so ch’egli è mio congiunto; non perch’egli
sia d’ uno stesso sangue o d’uno stesso seme con me, ma perchè
partecipa «r una stessa mente e d’ una stessa origine divina. Io
non posso ricever danno da nessun di loro. Giacché nessuno mi farà
incappar mai nell’inonesto malgrado mio; nè adirarmi posso col mio congiunto,
nè diventargli inimico; perchè NOI SIAM NATI PER COOPERARE L’UN COLL’ALTRO, siccome
i piedi, siccome le mani, siccome le palpebre, siccome i denti di sopra e
i denti di sotto. E però l’andare a ritroso l’ un dell’altro è cosa contro
natura, ed è uno andare a ritroso lo adirarsi l’un coll’altro
e l’aversi in dispetto. Questo checchessia, che io mi sono, è un
composto di carni, di fiato, e della parte sovrana. Lascia stare i
libri; non travagliartene più; non ne hai più il tempo. Ma, come quegli
che sei presso a morire, metti le carni in non cale; elle non sono
altro che sangue, ossicini, e una rezza, per così dire, di nervi, di vene
[La parte sovrana, cioè la ragione o la mente e d’arterie. Vedi anche il
fiato che cos’è: imvento; e non sempre il medesimo, ma di continuo
rigettato e rinnovellato. Rimane la parte sovrana. A questa hai da
badare. Tu sei vecchio. Non lasciare che ella serva più oltre. Non
lasciare che ella sia tirata più oltre, quasi fantoccino, da
appetizioni insociali; non lasciare che ella contraddica più oltre al destino,
0 crucciandosi delle cose presenti o respignendo da sè le cose
avvenire. Le opere degli dei sono ripiene di provvidenza. Le opere
della fortuna non sono infuori della natura, cioè di quella
coordinazione e connessione di cause cui la provvidenza governa. Tutto
scaturisce di là. Aggiugni che quanto è, di necessità è, ed è utile all’ universo
di che tu sei parte. Ora, ad ogni parte della natura è buono ciò che porta
la natura comune e che è sostentativo di quella. E sostentano il mondo,
siccome le mutazioni degli elementi, cosi ancora le mutazioni dei
composti di essi elementi. Queste cose ti bastino, queste sieno sempre
mai le tue ferme credenze. E caccia via quella tua sete di libri,
affinchè tu non muoia morando, ma sereno e ringraziando gli dei
sinceramente e di cuore. Ricordati da quanto tempo tu vai differendo
queste cose, e quante volte, avendo ricevuto opportunità dagli dei,
non te ne sei valuto. E convien pure che tu riconosca una volta di
qual mondo fai parte e da quale reggitor del mondo sei emanato; e siccome
un tempo ti è prefìsso, del quale se tu non fai uso per acquistare la
tranquillità dell’ animo, egli passerà, e tu passerai, e non sarà
più. per ritornare. Sii sempre INTENTO AD OPERAR GAGLIARDAMENTE DA ROMANO
E DA MASCHIO QUAL SEI, quel che hai por le mani, con serietà diligente e
non punto affettata, con amorevolezza, con libertà, con integrità; e
sgom-bra l’animo tuo da ogni altra cui*a. Lo sgombrerai, se farai ciascuna
tua azione come se fosse l’ultima della tua vita, scevra affatto di leggerezza,
e di avversione appassionata ai consigli della ragione, e di doppiezza, e di
amor proprio, e di scontentezza per le cose condestinate ab eterno con
te. Vedi quanto poco ci vuole perchè altri possa vivere una vita
avventurosa e accetta agli dei! Chè di fatti gli dei non
richiederanno nulla più da chi osserva cotesto. Disonorati su,
disonorati, o anima; d’onorarti poi, non ti rimarrà più tempo. Perchè
tanto di bene ha ciascheduno, quanto la sua vita glie ne arreca; e
tu hai pressoché consumato la tua, non già rispettando. Con/’ala/ia, disse
CICERONE usando anch’egli una voce ignota sinallora ai latini. 2t)
te medesima, ma riponendo nelle anime altrui la tua felicità. Se’
tu svagato dalle impressioni del di fuori? Concedi agio a te stesso
di imparare alcun che di buono, o cessa dall’errare qua e là. Ornai
anche hai da guardarti da un secondo svagamento. Perchè vaneggiano anche
con le azioni gli uomini stanchi della vita e non aventi uno scopo a
cui dirigano ogni loro sforzo ed ogni lor pensiero qualunque. Per non
avere avvertito ciò che succede nell’anima d’un altro, di rado
l’uomo fu mai veduto infelice, ma chi non avverte i moti dell’ anima
propria, è infelice di necessità. Queste ione conviene avere a mente
sempre. Quale è la natura dell’universo e quale la mia. Qual relazione ha
questa con quella. Qual parte è del tutto e di qual tutto. E come
nessuno può impedirti dal far sempre E DIRE ciò che è consentaneo alla
natura di che sei parte. Filosoficamente Teofrasto, nel paragone
ch’ei fa dei peccati, secondo che volgarmente si suole, afferrna esser
più gravi le colpe che si commettono PER CONCUPISCENZA che non quelle che si commettono PER
IRA. Imperocché non senza un certo dolore e raggricchiamento segreto
deir animo mostra l’uomo adirato ch’egli si torca dalla ragione; laddove
CHI PECCA PER CONCUSPISCENZA, VINTO DAL PIACERE, sembra, in un certo modo, più
intemperante e più EFFEMINTATO nel fallo. Rettamente adunque e con molta
filosofia dice egl’essere maggiore la colpa di chi PECCA CON PIACERE che non di
chi pecca con dolore. Ed infine,’ uno rassomiglia piuttosto a
persona ingiustamente [volgarmeutu: detto por opposiziono al dettato
stoico, essere i peccati uguali. olTesa, che il dolore abbia sforzato a
sdegnarsi. Ma l’altro si muove spontaneo e da per sè all’ingiustizia, recandosi
PER CONCUPISCENZA a far
checchessia. Convien pensare ed operare ogni cosa come se tu dovessi
uscir di vita in quell’ ora. Uscir di vita, se ci sono gli Dei, non è
punto cosa tremenda. Da che non è possibile ch’essi ti vogliano fare
incappar nel male e se non ci sono, o se non curano le cose umane, a
che vivere in un mondo orbo di provvidenza e d’Iddei? Ma e ci sono
gl’iddei, e si piglian cura dell’uomo; e perch’egli non inciampasse
nei mali veri, posero in arbitrio di lui la cosa; dei rimanenti se alcun
fosse male, a quello ancora avrian provveduto, sì che potesse
ognuno guardarsene. Ma quello che non fa peggiore l’uomo, come farebbe
peggiore la vita dell’uomo? Oltre che la natura dell’ universo non saria stata
mai trascurata A TAL SEGNO non, perdi ella non sapesse; non, perchè
sapendo non potesse); non saria mai, dico, nè per impotenza nè per
disavvedutezza incorsa in tanto errore da lasciare che i beni e i mali
toccassero del pari e senza differenza nessuna ai buoni ed ai
tristi. E pur noi veggiamo che la morte e la vita, la gloria e l’infamia,
il dolore e il piacere, le ricchezze o la povertà, cose tutte che non sono
nè oneste nè inoneste, toccano senza differenza ai tristi ed ai buoni.
Adunque, nè benf olle sono nè mali. Come tosto svanisce e va a
perdersi ogni cosa, nel vortice del mondo i corpi, e nello avvicendarsi
del tempo la memoria di quelli! quali sono tutte le cose sensibili,
e massimamente quelle clic adescano col piacere o atterriscono col dolore
o sono dalla vanità degli uomini celebrate! quanto son vili,
dispregevoli, sucide, corrottibili, morte! questo è . da considerare
per una facoltà intellettiva: che cosa son coloro le opinioni dei quali e le voci
distribuiscono la fama; che cosa è il morire; e siccome, chi lo considera
solo da per sè, separandolo con la mente da tutto ciò che la
fantasia v’ ha aggiunto, non se ne fa più concetto se non come di
operazione della natura: ora il temere un’ operazione della natura è cosa
da fanciullo. E questa non solo è operazione della natura, ma
operazione utile a quella. In che maniera 1’ uomo comunica con Dio,
e per qual parte di sè; e come disposta debb’ essere allora questa
parte dell’ uomo. Non v’ ha misero al pari di colui che va
esplorando in giro ogni cosa, come disse quell’ altro, anche le
cose di sotterra, e vuol penetrare, per via di congetture, ciò che sta
nell’ animo del vicino, senza accorgersi che gli basterebbe pure tenersi
accanto al genio che è in- lui, e servir quello di cuore. Servire il
genio che è in noi,' vuol dire mantenerlo netto di passione, di
operar temerario, e di scontentezza per cosa che venga dagli Dei o dagli
uomini. Perchè quel che viene dagli Dei è venerabile, per la virtù eh’ è in
loro: quel che vien dagli uomini è amichevole, per la parentela che
abbiam con loro; e talvolta anche compas- 1 sionevole per l’
ignoranza in che ' sono de’ beni e dei mali; cecità non minore di
quella che impedisce di scernere il bianco dal nero. Quand’ anche
tu avessi a vivere tre migliaia d’ anni ed altrettante diecine di
migliaia, sovvengati nondimeno che r uomo non perde altra vita che quella
eh’ egli vive, nè vive Inteudi la ragione. altra vita
che quella ch’egli perde. Ad uno stesso fine adunque riescono e la
più lunga vita e la più breve. Perchè il presente è uguale per
tutti, se bene non è uguale lo spazio di vita insino allora
trascorso; e così appare che il tempo che l’ uom perde è un momento
indivisibile. Nè il passato di fatti nè il futuro non può perdere egli
mai; come perdere ciò che non ha? Di questi due punti adunque ti
hai da ricordare; l’uno, che il mondo va eternalmente sempre ad un modo,
ravvolgendosi come in un cerchio, e che non v’ ha differenza dal vedere
le stesse cose per cento anni al vederle per dugehto o per la
infinità dei secoli; l’ altro, che ugual vita perde e chi muor
decrepito e chi muore'per tempissimo; perchè il presente è la sola
vita che venga lor tolta, essendo la sola che ciascun d’ essi
abbia, e nessuno non potendo perdere quel che non ha. Siccome tutto
è opinione. È noto il detto di Monimo il cinico. E nota anche V
utilità di quello, chi ne colga il midollo per insino ai confini
del vero. L’anima umana fa onta a sè stessa, primieramente quando ella;
diventa, per quanto sta in lei, come chi dicesse un apostema o
tumore del mondo, ritraendosi da quello come fan gli umori guasti dal
corpo. Perchè il crucciarsi di un accidente qualunque è un ritrarsi dalla
natura univei-sale, dentro alla quale son contenute, siccome parti
di quella, tutte le nature degli altri. In secondo luogo, quando ha
avversione a un [Diceva che] [Ogni nostra opinione è fumo e boria. “Apostema”
in greco vuol dire ad un tempo ed apostema e ritiramento. È solenne
agli stoici il torre esempi, nelle cose morali, dalla natura
fisica, siccome quella in cui è contenuta, secondo loro, ancho la
natura morale. qualche uomo, od anche se gli volge contro per
nuocergli, come le anime degli adirati. In terzo luogo ella fa onta
a sè stessa quando si lascia vincere dal piacere o dal dolore. Quarto,
quando ella s’ infinge ed opera o parla con simulazione e contro la
verità. Quinto, quando ella non indirizza a nessuno scopo una qualche sua
azione o una qualche sua determinazione di volontà, ma opera a caso e
senza sapere che cosa si faccia; laddove nè anche le minime cose non
(iovrian farsi mai se non con relazione al fine. E il fine degli animali
ragionevoli è il conformai'si alla ragione e legge della più antica fra
le città e le repubbliche e della più veneranda. Della vita umana, la
durata è un punto; la materia, fluente; il senso, tenebre; la
compagine di tutto il corpo, corruzione; l’anima,* un La
città e repubblica del mondo. Per anima qui non s' intendo certamente
ap^gintrsi perpetuo; la fortuna, cosa mala a prevedere; la fama,
cosa senza giudizio. E a dirla in breve, ciò che riguarda il corpo,
è un torrente; ciò che riguarda l’ anima, sogno e fumo; la vita tutta
intera, guerra e pellegrinaggio; e la rinomanza che le vien dopo, oblio.
Che i adunque v’ ha a cui tu ti possa attenere? Sola ed unica una cosa;
la filosofia. E questa consiste nel custodire per tal modo il genio
interno, eh’ egli non riceva nè onta nè danno, sia superiore al
piacere e alla pena, non operi nulla a caso, nè infìntamente 0 con animo
d’ ingannare, nè abbia bisogno mai che altri faccia o non faccia
checchessia; inoltre accetti ogni avvenimento a lui desti r anima ragionevole,
nè la mente, o la parte sovrana, o il genio interno menzionato nelle,
linee segnenti; ma solamente il principio della vita animale [Una distinzione è
fatta distinzione fra corpo, anima e mente. nato siccome cosa che gli
viene di colà d’ onde è venuto egli stesso; sovra tutto poi,
aspetti la morte con mente serena, siccome nulla più che
dissoluzione degli elementi onde ogni animale è composto; ai. quali se
non è grave lo essere trasmutati di continuo r uno nell’ altro, per qual
cagione si avrà ella a temere la trasmutazione e la dissoluzione d’ essi
tutti in una volta? Ella è cosa secondo natura; e nulla che sia secondo natura
non è mai un male. Tn Carnvnto, Non solamonte è da considerare che
la vita si va consumando ogni dì, e che sempre ce ne riman meno, ma
eziandio che egli è incerto, ove ancor l’uomo viva lungamente, s’egli avrà
sempre vigor 'di mente che basti per la intelligenza degli affari e
la contemplazione che ha per iseopo la conoscenza delle cose divine
ed umane. Perchè, quando egli incominci a vaneggiare, non cesserà però,
egli è vero, nè di traspirare, nè di nudrirsi, nè di avere immaginazioni,
nè appetiti, nè altre cose di tal fatta; ma valersi di sè stesso, ma
avvertire distintamente tutti i numeri * del dovere, ma chiarire i propri
concetti, ma, quel che importerebbe allora, deliberare se sia già
tempo per lui di andatene,® e quante altre cose richieggono una
raziocinativa molto bene esercitata, cotesto non potrà egli più, chè
la facoltà sarà spenta anzi tempo. Conviene adunque affrettJirsi, non
solamente perchè ci facciamo ognora più vicini alla morte, ma
ancora perchè cessano in noi anzi il finir della vita la
intelligenza e la comprensione delle cose. È degno pure d’
osservazione che anche quelle cose le quali sono un mero
accompagnamento necessario [‘Onesto’ chiamano gli stoici il
perfetto bene per lo avere esso tutti i numeri che la natura
richiede.] [Secondo gli stoici non dovea rimanere in vita r nomo che non
potea più adempire gli uffici d’uomo] d’ ima operazione della
natura hanno un non so che di grazioso e di dilettevole. Per
esempio, cocendosi il pane, si screpola in certi luoghi. Or bene, anche quelle
così fatte screpolature che stan là, per così dire, fuori dell’ intenzione
del fornaio, hanno un certo garbo o muovono r appetito in un certo modo
lor proprio. Ancora i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. E
nelle ulive lasciate lunga pezza in su V albero, quello stesso essere già
vicine a corrompersi, aggiugne al frutto una certa bellezza
particolare. E le spighe che s’ inchinano, e la guardatura del leone, e
la schiuma che esce fuori di bocca al cinghiale, e molte altre cose
le quali, considerate da per sè, sono lontane da ogni bellezza,
nondimeno, perch’ elle accompagnano necessariamente un’ opera della
natura, aggiungono a quella ornamento e dilettano altrui. Di maniera che,
chi avesse altezza d’ ingegno e considerasse ad una ad una le cose che
accadono nell’ universo mondo, nessuna ne troverebbe per avventura,
anche di quelle che sono mera conseguenza- necessaria delle altre,
la quale non gli paresse farsi con una certa grazia. Costui vedrebbe la
gola spalancata d’ una fièra viva con non meno piacere che quando
gli scultori o i pittori glie la fan vedere imitata; e nelle vecchiarelle
e nei vecchi scorgerebbe un certo che di finito e di maturo non
meno piacevole ai casti occhi di lui che là venustà dei fanciulli;
e molte altre cose gl’ incontrerebbe di vedere, che non fan senso
in tutti, ma solamente in chi s’ è veramente addimesticato con la
natura e con le opere di quella. Ippocrate cura di molti ammalati. Poi
s’ammala egli stesso, e muore. I caldei predicono a molti la morte, e
poi venne anche per loro la morte. Alessandro e Pompeo e Giulio Caio
Cesare, i quali distrussero dalle fondamenta le tante città, e tagliarono a
pezzi in giornata campale le tante migliaia di cavalli e di
fanti, usceno poi anch’essi di vita, alla fine. Eraclito, dopo avere
con tanta sapienza e ragioni naturali discorso intorno alla conflagrazione del
mondo, gonfiatosegli d’acqua il corpo, coperto di letame se ne muore.
DEMOCRITO e spento da’ pidocchi, SOCRATE da pidocchi d’ un’ altra sorta. Che
è ciò? Ti se’ imbarcato, hai navigato, sei giunto; esci di nave. Se per
andare ad un’altra vita, nessun luogo è vuoto di iddii, e nè anche [Diogene
Laerzio narra che Democrito mori di vecchiaia. LUCREZIO, che nscì spontaneamente
di vita, perchè sente il suo spirito indebolirsi per effetto degli
anni. Non trovasi nota alcuna tradizione che concordi con ciò che
qui dice Antonino] quello dove vai; se per rimanere senza
sentimento, avrai finito di soffrire i dolori E I PIACERI e di dovere andare a
versi ad un vaso che è di tanto inferiore a quel che gli serve. Perchè
l’ uno è mente e genio, e l’altro è terra e sangue. Non consumare
quella porzione che ti rimane di vita nel pensare ai fatti altrui,
ogni volta che tu noi faccia con un fine di comune utilità. Cioè nello
andar fantasticando che cosa opera il tale e per qual cagione, e che
dice, e che pensa, e che macchina, e somiglianti cose, le quali tutte ti
fan deviare dalla custodia della tua parte sovrana. Conviene adunque
guardarsi, nella succession dei pensieri, dall’ozioso e dal vano, ma
molto ancora^più dal curioso e dal maligno; ed avvezzar sè stesso a
pensar solo tali cose che, quando altri, all’improvviso ti
domandasse, che pensi ora? Tu possa risponder tosto e senza tema.
Questo, o quest’altro. Onde appaia subito manifestamente non avervi nulla in
te che non sia schietto e benevolo, nulla che non convenga ad
animai socievole; il quale non si compiace nelle immaginazioni di
piacere o di godimento qual eh’ ei sia, o di gaiti o d’invidia o di
sospetto, o di qualunque altra cosa ti facesse arrossire quando tu avessi
a confessare che l'avevi in mente. Un uomo di tal fatta, il quale
non indugia d’ oggi in domani a por sè nel novero degli ottimi, è
come un sacerdote e un ministro degli Dei, devoto, non meno che
agli altri, a quello che ha il suo tempio in lui medesimo; per virtù
del quale l’ uomo diventa incontaminabile ad ogni jiiacere, invulnerabile ad
ogni dolore, inviolabile ad ogni ingiuria, insensibile ad ogni
malizia, sostenitore in campo della massima fra le imprese, quella
del non essere abbattuto da nessuna passione, imbevuto di giustizia
insino al fondo, disposto ad accogliere con tutta r anima quanto accàSe
e gli vien destinato, e non occupantesi se non di rado nè mai senza
una grande e pubblica necessità, di CIÒ che altri fa o dice o pensa; perch’
egli non ha altre azioni in sua balìa che le proprie, e pensa
continuamente alle cose che il fato delr universo gli arreca; per far si
che le prime sieno oneste, siccome ha fede che le seconde sien
buone; quando la sorte attribuita all’ uomo procede dalla stessa
causa che l’ uomo e concorre insieme con 1’ uomo ad un medesimo fine. Sa
inoltre che tutti gli esseri ragionevoli han parentela fra loro; che è
quindi conforme alla natura dell’ uomo il tener cura di tutti; benché non
sia da far conto deir opinione di tutti, ma solo di coloro che
vivono secondo natura. Quanto a quelli che vivono altramente, egli tien
sempre a memoria che sorta cT uomini sono, e quali, e in casa e
fuor di casa, e di notte e di giorno, si dimostrano, e con quali
praticano; non ha quindi in pregio nessuno la lode che gli può
venire da tallente, la quale nè anche a sè stessa non piace.
5. Non operar mai nè contro al tuo volere, nè senza relazione
al bene della società, nè senza avere esaminato la cosa, nò con
renitenza; non adornare con isquisitezza di frasi il tuo pensiero:
non esser uomo nè di molte parole, nè di molte faccende.' Ancora, fa’ che
il Dio tuo interno abbia a governare in te un animale maschio, attempato,
cittadino, romano, imperatore, apparecchiato di tutto punto, siccome
quegli che non aspetta ornai se non il suono Di molte faccende in
cattivo senso, come chi dicesse faccendone, o faccendiere. della tromba*
per uscir della vita, e non occorre sforzarlovi nè col giuramento, nè con
la testimonianza (f altr’uomo; nel lieto aspetto del quale ben si
scorge non avere egli bisogno nè dell’ aiuto che vien dal di fuori,
nè della tranquillità che gli altri procurano. Conviene adunque
esser ritto in piedi già, e non rizzarui solamente. Se tu trovi qualche
cosa di meglio nella vita dell’ uomo che la giustizia, che la verità, che la
temperanza. che la fortezza, e, in una parola, che quella disposizione
della mente per cui ella si appaga di sè medesima nelle cose die ti
fa operare secondo la retta ragione,, e del fato, nelle cose che senza
partecipazione della tua volontà ti vengono distribuite; se, dico, tu
trovi alcun che di meglio che questo, a quello 1 Similitudine
tolta dagli ordini della milizia appo i Romani. voiti con tutta l’ anima
e godine siccome di cosa che hai ritrovato esser l’ottima. Ma se
nulla ti si presenta di meglio che il genio stesso tuo interno, quando si
è fatto signore de’ propri moti, e rivoca ad esame le proprie
immaginazioni, e si è sottratto^ come dice SOCRATE, dalle passioni del
senso, e vive sottomesso . agli Dei e pigliandosi cura degli uomini. Se, a
paragone di questa, tutte . le rimanenti cose ti paion picciole e
vili, non dar più luogo appresso te a nessuna altra, alla quale una
volta che tu ti sentissi propendere, più non potresti senza
repugnanza preferire a tutti quel bene che è proprio di te ed è il tuo;
perchè al bene j’azionale ed efficiente non vien contrapposto
impunemente mai nulla che sia di natura diversa, come le lodi della
moltitudine, o il comandare, o i piaceri del senso; tutte queste cose,
per poco che le si paiano Ò1 adattare,' ti sopralfamio
in un attimo e ti strascinano. Or tu, dico io, scegli schiettamente e
liberamente il meglio, e a quello ti attieni. — Ma il meglio è
l’utile. Se l’utile all’uomo in quanto è ragionevole, bene sta, quello
procura: se l’ utile all’ uo mo in quanto animale, dillo su apertamente e vivi
di poi senza boria nò fasto, secondo quella determinazione. Ma bada, ve’,
che non ti inganni nell’ esame. Non riguardare giammai come i [Par
ch’Antonino alluda qui alla teoria dell’adattare le nozioni generali alle
cose particolari, o, del concetto alla rappresentazione, che è ciò in che
consisto il giudizio]. Dillo spiattellatamente, se ardisci, senza
avvolgerti in parole coperte: e ammetti poi tutte le conseguenze di quel
tuo detto: cioè, vivi poi da animale mero e puro, senza ingerirti a
parlare nè di moralità nè di virtù nè di giustizia, nè d* altro simile,
che in quel caso sarebbero un vano fasto di parole. E provocazione al
senso intimo dell'uomo. Utile a te nulla che sia per isforzarti un dì a
violar la fede, abbandonare il pudore, odiare alcuno sospettare,
maledire, simulare, desiderar cosa j che abbia bisogno di pareti e di
velame. Chi ha posto innanzi ad ogni altra cosa la sua mente e genio,
e il culto della virtù eh’ è propria di quello, non fa tragedie,
non geme, non ha bisogno di solitudine, non di frequenza d’ uomini;
quel che più impoita, vive senza ricercar nulla nè fuggire; abbia
ad esser lungo o, abbia ad esser corto Tintèrv^allo di tempo
durante il quale sarà contenuta nel corpo l’ anima con che egli lia a
fare,' non se ne piglia nè anclic il minimo pensiero; e quando Con che egli
ha a fare. Non veggo che cosa abbia voluto dire l’ornato. [Il senso letterale
del testo è: sia lungo o sia breve il tempo, eh' egli avrà a far uso
dell' anima contenuta nel corpo. Il che, parrai, equivale a dire: sia lungo, o
sia breve il tempo ch'egli ha a vivere. L’è giunta l’ora dello sgombrare,
cosi spiccio se ne va, come se imprendesse un’ altra qualunque di
quelle azioni che si possono con verecondia e con dignità operare;
da questo solo guardandosi per tutta la vita,, che veruno dei moti della
sua mente non sia mai men che convenevole ad animale intelligente o
sociabile. Nella mente dell’ uom castigato e puro non troverai
nulla di marcio, nè tampoco nulla di contaminato o che paia sano al
di fuori e noi sia. La vita di lui, a qualsivoglia ora lo sorprenda
la morte, non è mai imperfetta, come tu diresti quella tragedia d’onde un
attore si fosso ritirato prima d’ aver condotto a fine la sua parte.
Ancora non è in lui nulla di villano, nè nulla di artatamente gentile;
nulla che il leghi alle cose esteriori nè nulla che lo separi da
quelle; nulla onde egli sia palesemente ripreso,' nè nulla che covi
addentro nascosto. Abbi in rispetto la facoltà giudicativa.^ Per lei sta
che non si generi nella tua parte sovrana nessuna opinione che non sia
consona alla natura o al fine per che 1’ uomo è ordinato. Ed essa
promette la infallibilità, e l’amicizia con gli uomini e l’ubbidienza
agli Dei. Messe adunque da banda tutte le altre cose, queste poche
sole abbi in mente; ed ancora ricordati che i r uomo non vive altro
tempo che questo presente, cioè un attimo; il rimanente o lo ha
vissuto o non sa se il vivrà. Picciola cosa pertanto è [Intendi:
nulla che appaia manifestamente vizioso. Ossia la virtù del non cadere in errore;
che vien definita da Zenone la scienza del quando conviene assentire ad i
un' apparenza, e quando no. Questa accompagna sempre il giudizio
comprensivo, che è il criterio della verità appo gli stoici. 0
Digitizedh, Cnoi^li: il tempo che l’ uom vive, picciola cosa
rangoletto della terra dov’egli vive. Picciola cosa la fama anche la
più lunga eh’ egli lascerà dietro sè, e questa tramandantesi per successione
d’ omiciattoli in omiciattoli, morti quasi appena nati, ed ignari
anche di sè medesimi, non che di colui il quale moriva è già gran
pezza. li. Agli avvertimenti dati sin qui s’ aggiunga ancora
quest’uno, di definir sempre o descrivere l’oggetto che cade sotto al tuo
senso, si che tu lo scorga a parte a parte distintamente e tutt’ insieme
quale egli è nella sua essenza nudo, e dir teco stesso il nome
proprio di quello e il nome delle cose di che è composto e in che s’ ha
da risolvere. Perchè non v’ ha nulla che sublimi cotanto l’animo quanto
il potere arguire per la diritta via e con verità ciascuna delle cose che
incontrano nella vita, e saperle vedere per ino» do da conoscere
nello stesso tempo di qual uso sendo questa tal cosa al mondo, e a
qual mondo, qual valore ha rispetto al tutto e quale rispetto air
uomo, che è cittadino della suprema fra le città, della quale le
altre città sono' come altrettante famiglie. Che cosa è, e di che cosa è
composto, e quanto tempo è por duiare ij cesto che fa impressione ora sul
mio senso; di che virtù s’ ha da far uso con esso, per esempio, della
mansuetudine, della fortezza, della veracità, della fede, della
semplicità, della frugalità, o simili. Però, intorno a ciascuna cosa,
convien dire: questa mi viene da Dio. Questa dalla sorte, dalla complicazione
delle cause condestinate, e somiglianti cose; quest’ altra dal mio
consorto, dal mio congiunto, dal partecipe d’ una stessa società
con me, il quale ignora nondimenò ciò che è secondo natura per lui.
Ma 10 non lo ignoro; e però mi governo con lui secondo la
legge naturale della società, con benevolenza e giustizia; e ad uno
stesso tempo ho riguardo, nelle cose mezzane,' al valore di
ciascheduna. Se tu operi secondo la retta ragione quel che hai fra
mano, studiosamente, c vigorosamente, placidamente, e non t’ occupi d’ altra
cosa tra via, ma conservi puro ed intatto 11 genio tuo, come
se tu dovessi già rassegnarlo; se a lui ti tieni stret Si chiamai!
còse mezzane appo gli stoici quelle che non sono nè ben nè male,
cioè nè virtù nè vizio. Le quali, comecché da per sè non meritino
d' esser cercato nè fuggite, si accettano nondimeno o si rigettano per r
aiuto o disainto che elle possono arrecare alla vita secondo natura. Quelle
che arrecan più aiuto, han più valore: quelle che più disainto, più
disvalore. Di questò ha da tener conto il savio, ed accettare,
quando gli è data la scelga, quelle che han più valore, o che han meno
disvalore. 0. Sottintendi « a chi tol diede. » to, nulla aspettando, da
nulla rifuggendo, contentandoti dell’ azion tua presente secondo natura e
della eroica verità d’ ogni cosa che tu dica: felicemente vivrai. Ora non
v’ ha nessuno' che ti possa questo impedire. Come i medici han
pronti sempre i loro ferri e strumenti per le cure inopinate, così abbi
tu alla mano i principi! * per la cognizione delle cose divine ed
umane; e non far nulla mai, per poco che sia, senza ricordarti del
legame che unisce queste con quelle. Perchè nulla di umano farai tu
bene se non lo riferirai al divino, e viceversa. Non andar più vagando;
perchè non sei per rileggere oramai nè i tuoi ricordi, hè le azioni degli
antichi romani e greci, nè gli estratti Punti fondamentali di credenza,
credenze prime, dommi: decreta. appo CICERONE. d’ autori che riserbavi per la
vecchiaia. Studiati dunque d’ arrivare al fine, e poste da banda le
speranze vane, soccorri a te stesso, se pur ti cale di te, mentre che il
puoi. 15. Non sanno * quanti significati abbiano le parole
rubare, seminare, comperare, riposare, veder quel che sia da fare,
il che non si reca ad effetto con gli occhi, ma con un’altra sorta di
vista. Corpo, anima, mente; del corpo son le sensazioni, deh’ anima
le appetizioni, della mente le credenze.^ Ricevere impressioni nella
fantasia è cosa anche da giumento; esser mosso da appetiti è cosa
anche da fiera, anche da androgino, anche da Falaride, anche da
Nerone; avere per iscorta la mente a quello che ci pare nostro
ufficio, è cosa anche I Sottintendi c gli nomini del volgo. Dommi,
decréta. Intendi, a quello che ci par eg$ere noda chi non crede che v’
abbiano Dei, da chi abbandona la patria, da chi fa, quando ha
chiuso le porte, ogni opera nefanda. Se adunque tutte queste cose
abbiam comuni cogli anzidetti, resta che sia proprio dell’ uomo
dabbene lo amare ed abbracciare gli accidenti ad esso condestinati e guardarsi
dal macchiare e turbare con immaginazioni sconce il genio che
risiede nel petto di lui, ma conservarlo propizio, seguendolo
modestamente* come un Iddio, non dicendo mai nulla che sia contro
al vero, nè dicendo mai nulla che sia contro al giusto. Che se
nissuno ttro interene. Questo è il significato generale della
parola ufficio appo gli stoici. Solo allor quando le si aggingne l'epiteto
di perfetto denota essa il dovere^ che è come V intereae iublime
dell' uomo. Noto questo perchè alcuni degli interpreti, e per
ultimo anche il Corai, hanno maravigliosamente scompaginato - e
interpolato questo passo; frantendendolo. V. Diog. Laerz.; Stobeo;
Cic. de Officiùt otc. degli uomini non gli vuol credere eh’ egli
viva con semplicità, con verecondia, e di buon animo; nè s’adira egli
contro costoro, nè si svia dalla strada che conduce al fine della
yita. al quale si vuol giunger puro, tranquillo, spedito, e conformato di
volontà col proprio destino. La parte che dentro di noi regna, quando è
nel suo stato naturale, ha tal disposizione verso gli accidenti, che
senza difficoltà si rivolge sempre al possibile e al dato. Perch’ella non
ama nessuna materia determinata; ma si porta con eccezione* a quello che
si ha proposto, e quando alcun che se le viene ad attraversare per via,
ella si fa di quello stesso materia; come il fuoco, quando s’
impadronisce delle [La parte sovrana o dominante. [Eccezione:
vocabolo stoico. Indica limitazione del proponimento al possibile]. Farò
la tal cosa, se non sarò impedito] cose die incontra, dalle quali una picciola
lampana sarebbe spenta. Ma lo splendido fuoco assimila a sè tosto ogni
cosa che se gli butti dentro, e la consuma, e per quella stessa s’innalza
più in su. 2. Nessuna azione sia fatta a caso mai, nè
altrimente che secondo una delle regole costitutive dell’arte. Van
cercando ritiri, alla campagna, alla marina, sui monti; e tu stesso suoli
desiderare siffatti luoghi. Ma cotesto è da uomo ignorantissimo, potendo
tu, a quell’ ora che tu vuoi, ritirairti in te stesso. Perchè [Ad
ogni caso della vita corrispondo una virtù da esercitare (vedi sopra,
III, 11, e più abbasso, IX, 11, 42): ed ogni virtù è appo gli
stoici nna scienza nello stesso tempo ed un’ arte: parlo delle virtù
propriamente dette. Come scienza quindi e come arte consta di certo
proposizioni o regole, ciascuna delle quali è parte integrante di quella,
e tutto insieme" la costituiscono. Ogni ufficio consta di corti
numeri. inroRDi.«4 in nessuno altro luogo si ritira l’ uomo con più
tranquillità e con meno brighe che nell’ anima sua; massimamente chi ci
ha dentro tanto alti oggetti di contemplazione che il solo
affacciarsi a loro procaccia tosto ogni sorta di agevolezza. Quando dico
agevolezza, non voglio dir altro che buon ordine. Concedi adunque sovente
a te questo ritiro e rinnovella quivi te stesso. Breve sia r espressione
ed elementare la forma di quelle verità contemplative che avran
forza di rasserenare al primo incontro V anima tua c. rimandarti
senza corruccio alle cose alle quali ritorni. Perchè, di che cosa ti
coi'rucci? Della malizia degli uomini? Rammentati di quella sentenza,
che gli esseri ragionevoli son fatti gli uni per gli altri; che il
sofferire è parte della giustizia; che malgrado loro peccano; che
tanti si son già inimicati, sospettati, odiati,
perseguitatisi a morte, i quali ora sono spenti, son fatti
cenere; e te ne darai pace. 0 ti crucci tu di quella parte che a te
Vien compartita dell’ universale destino? Rinnovella il dilemma. 0 è la
provvidenza o son gli atomi,' oppure gli argomenti con che s’ è dimostrato che
il mondo è come una città. Ma forse tu ti contristi delle affezioni
del corpo? Pensa che non han più nulla che fare con la mente i moti
o sieno soavi o sieno aspri del senso, ogni volta che questa s’ è raccolta
in sè medesima ed ha conosciuto la sua propria potenza; al che potrai
aggiugnere quelle altre cose che intorno al piacere e al dolore hai
apparato ed accettato per vere. 0 sarà forse T amor di gloria quello
che ti turba? Considera come è ratto Si allude al sistema
atomistico di- Epicuro, il quale negava la previdenza, e attribuiva il mondo
e tutti i fenomeni del mondo ad una causa non intelligente. l’oblio
d'ogni cosa, interminato dal runa parte e dall’ altra* il caos della età,
vana cosa il rumore, mutabile, e inconsiderato chi in apparenza ti‘
esalta, angusto il luogo dove è circoscritto il suo dire. Perchè tutta la
t.erra' è un punto: e qual parte di essa è l’angoletto che tu abiti?
e quivi ancora quanti avrai lodatori, e quali? D’or innanzi adunque
sovvengati di ritirarti in questa tua villetta di te medesimo; e sopra
tutto, non. t' affannare, non t’agitare, ma sii libero e vedi le
cose da uomo, da ‘ maschio, da cittadino, da mortale. Ed abbi in
pronto, fra le verità alle quali dovrai far ricprso, queste due
principalmente: 1’ una, che le cose non arrivano sino all’ anima,
anzi stanno al di fuori immobili;* e i turbamenti nascono dalla
sola opinione [A parte ante e a parte pott come dice la scuola. [nione,
che è dentro. L’ altra, che quanto tu vedi già già si muta e più
non è quel desso; e rivolgi in mente ciascuna delle mutazioni alle
quali tu stesso sei inten'enuto. Il mondo^ alterazione. La vita,
opinione. Se la intelligenza ci è comune a tutti, anche la ragione
per cui siam ragionevoli ci è comune; se cotesto è, anche la
ragione imperativa di ciò che si dee fare o non fare ci è comune; adunque
anche la legge ò comune; aifunque siam concittadini; adunque partecipiamo
tutti ad una specie di reggimento civile; adunque il mondo è come
una città. Perchè qual altro direm noi che sia quel reggimento
civile di cui tutto il genere umano partecipa? Di colà, da quella
città comune, viene a noi r intelligenza, la ragione, la legge, o
d’ onde verrebbon esse? perchè, siccome quanto v’ ha in me di
terreo viene da una certa terra di cui fa parte; e quanto v’ ha in
me d’umido, da un altro elemento; e quanto v’ha di caldo e d’
igneo, da una certa sorgente propria (nulla venendo mai dal nulla
nè ritornando nel nulla); così anche la intelligenza dee venire da
qualche cosa. La morte è come la nascita, un mistero della natura.
Composizione e risoluzione di certi elementi in quegli elementi
medesimi. Ad ogni modo non è cosa di
che1’ uomo debba arrossire; perchè non è cosa che repugni
alla natura dell’ animale intellettivo o disconsegua al principio della
formazione di quello. Tali cose debbono di necessità farsi in tal
modo da questi tali; chi le vuole altrimente, vuole che il fico non
abbia lattificcio. Del tutto, sovvengati che in brevissimo tempo e
Intendi ripugni, non aia conforme. !'• tu e costui sarete morti: e
che, poco dopo, non rimarrà più di voi nè anche il nome. Togli via r
opinione, ed è tolto via il « sono stato offeso: » togli via il «
sono stato offeso, » ed è tolta via r offesa. Quello che non fa
peggiore l’uomo non fa nè anche peggiore la vita di lui, nè le nuoce, nè
esternamente nè internamente. È necessitata dall’ utile ‘ la natura
a far cotesto. Siccome ogni cosa che accade, giustamente accade; il che,
se tu osserverai con attenzione, troverai 1 Comune. Più
letteralmente: « È necessitata la natura deir utile a far cotesto.» La
natura deir utile, cioè il principio sostanziale dell’utile (chè vuol
esser presa sostanzialmente in questo luogo la voce natura), il
quale evolvendosi, come ragion seminale, successivamente nel tempo, fa
che ogni cosa sia bene. Perchè non conviene dimenticar mai che,
appo gli stoici, l'utile non è altro che il bene. sempre vero: non solamente,
dico, secondo l’ordine di conseguenza, ma ancora secondo l’ordine
di giustizia; come se le cose procedessero da tale che distribuisse
a ciascuno secondo il merito. Osserva adunque, come hai cominciato;
ed ogni cosa che tu fai, falla con questa condizione, che tu sia
uom dabbene, nel vero significato della parola dabbene. Questo carattere
conserva in ogni tua azione. Non concepir le cose quali le giudica
colui che fa ingiuria, o quali egli vuole che tu le giudichi; ma
vedile quali sono in realtà. Conviene esser sempre pronto a queste
due cose; fai' solamente quello che la ragion dell’ arte regia e
legislativa ti suggerisce per 1’ utilità degli uomini; e cangiar partito,
quando altri viene a raddrizzarti e rimuoverti da una qualche falsa
opinione. Ma questo cangiamento dee farsi sempre per un qualche motivo
plausibile, come di giustizia, o d’ utilità comune, o somigliante;
e non mai perchè la cosa ti piaccia o sia per arrecarti
gloria. Hai la ragione? Si. Che dunque non 1’ adoperi? Perchè,
se essa fa quanto le spetta, che ti resta a desiderare? Sei venuto
al mondo qual parte; disparirai dentro al tuo generatore. 0, piuttosto, ti
raccoglierai nella ragion seminale di lui, per via di mutazione. Molti
grani d’ incenso su uno stesso altare: l’uno è caduto prima e l’altro
dopo. È lo stesso. Tra dieci giorni parrai un Dio a coloro, ai
quali pari ora una bestia e una scimmia, se fai ritorno ai principii e al
culto della ragione. Non come se tu avessi a vivere molte migliaia d’
anni. La morte ti sovrasta: mentre vivi, mentre ti è dato, fa’ che
tu sia uom dabbene. Di quante brighe si libera chi non bada a
quello che ha detto il vicino, o ha fatto, o ha pensato, ma solo a quello
eh’ egli stesso fa, affinchè r opera sua sia giusta, e santa, e
qual si richiede dall’ uomo dabbene ! Non andar guatando attorno i
neri costumi, ma corrér diritto in sulla linea senza volgersi a destra
nè a manca. Chi vive abbagliato dal pensiero di lasciar fama dopo
morte, non considera come ciascun di quelli che si ricordano di lui
morrà tosto aneli’ egli, e poi ancora chi sarà a costui succeduto,
sinattantochè, passando da abbagliato in abbagliato e da morente in
morente, venga a spegnersi affatto ogni memoria. Ma supponi anche immortale chi
s’ ha a ricordare di te, ed immortale la fama; che fa ssi abbia, e
nessuno non potendo perdere quel che non ha. Siccome tutto è
opinione. È « noto il detto di Monimo il cinico.
E nota anche l’utilità di quello, chi ne colga il midollo per insino
ai confini del vero. L’anima umana fa onta a sè stessa,
primieramente quando ella; diventa, per quanto sta in lei, come chi
dicesse un apostema o tumore del mondo, ritraendosi da quello come fan
gli umori guasti dal corpo. Perchè il crucciarsi di un accidente
qualunque è un ritrarsi dalla natura univei-sale, dentro alla quale
son contenute, siccome parti di quella, tutte le nature degli
altri. In secondo luogo, quando ha avversione a un * Diceva
che «Ogni nostra opinione è fumo e boria. Apostema in greco vuol
dire ad un tempo ed apostema e ritiramento. È solenne agli stoici
il torre esempi, nelle cose morali, dalla natura fisica, siccome quella
in cui è contenuta, secondo loro, ancho la natura morale. qualche
uomo, od anche se gli volge contro per nuocergli, come le anime
degli adirati. In terzo luogo ella fa onta a sè stessa quando si lascia
vincere dal piacere o dal dolore. Quarto, quando ella s’ infinge ed opera
o parla con simulazione e contro la verità. Quinto, quando ella non
indirizza a nessuno scopo una qualche sua azione o una qualche sua determinazione
di volontà, ma opera a caso e senza sapere che cosa si faccia; laddove nè
anche le minime cose non (iovrian farsi mai se non con relazione al fine.
E il fine degli animali ragionevoli è il conformai'si alla ragione e
legge della più antica fra le città e le repubbliche e della più
veneranda. Della vita umana, la durata è un punto; la materia, fluente;
il senso, tenebre; la compagine di tutto il corpo, corruzione;
l’anima,* un [La città e repubblica del mondo. Per anima qui non s'
intendo certamente ap^gintrsi perpetuo; la fortuna, cosa mala
a prevedere; la fama, cosa senza giudizio. E a dirla in breve, ciò
che riguarda il corpo, è un torrente; ciò che riguarda l’ anima, sogno e fumo;
la vita tutta intera, guerra e pellegrinaggio; e la rinomanza che le vien
dopo, oblio. Che i adunque v’ ha a cui tu ti possa attenere? Sola ed
unica una cosa; la filosofia. E questa consiste nel custodire per tal
modo il genio interno, eh’ egli non riceva nè onta nè danno, sia
superiore al piacere e alla pena, non operi nulla a caso, nè infìntamente
0 con animo d’ ingannare, nè abbia bisogno mai che altri faccia o
non faccia checchessia; inoltre accetti ogni avvenimento a lui desti r
anima ragionevole, nè la mente, o la parte sovrana, o il genio interno
menzionato nelle, linee segnenti; ma solamente il principio ’ della
vita animale. Vedi il § 16 del lib. Ili | dei Bicordi, ove è fatta
distinzione fra corpo, anima c mente. P. I nato siccome cosa
che gli viene di colà d’ onde è venuto egli stesso; sovra tutto
poi, aspetti la morte con mente serena, siccome nulla più che
dissoluzione degli elementi onde ogni animale è composto; ai. quali se
non è grave lo essere trasmutati di continuo r uno nell’ altro, per qual
cagione si avrà ella a temere la trasmutazione e la dissoluzione d’ essi
tutti in una volta? Ella è cosa secondo natura; e nulla che sia secondo natura
non è mai un male. Tn Carnvnto, Non solamonte è da considerare
che la vita si va consumando ogni dì, e che sempre ce ne riman
meno, ma eziandio che egli è incerto, ove ancor 1’ uomo viva lungamente, s’egli
avrà sempre vigor 'di mente che basti per la intelligenza degli
affari e la contemplazione che ha per iseopo la conoscenza delle
cose divine ed umane. Perchè, quando egli incominci a vaneggiare,* non
cesserà però, egli è vero, nè di traspirare, nè di nudrirsi, nè di avere
immaginazioni, nè appetiti, nè altre cose di tal fatta; ma valersi di
sè stesso, ma avvertire distintamente tutti i numeri * del dovere,
ma chiarire i propri concetti, ma, quel che importerebbe allora,
deliberare se sia già tempo per lui di andatene e quante altre cose
richieggono una raziocinativa molto bene esercitata, cotesto non
potrà egli più, chè la facoltà sarà spenta anzi tempo. Conviene adunque
affrettJirsi, non solamente perchè ci facciamo ognora più vicini alla
morte, ma ancora perchè cessano in noi anzi il finir della vita la
intelligenza e la comprensione delle cose. È degno pure d’
osservazione che anche quelle cose le quali sono un mero
accompagnamento neces [“Onesto” chiamano (gli stoici) il perfetto
bene per lo avere esso tutti i numeri che la natura richiede. Secondo gli
stoici non dovea rimanere in vita r nomo che non potea più adempire
gli uffici d’uomo, 0. ] sario d’ ima operazione della natura hanno
un non so che di grazioso e di dilettevole. Per esempio, cocendosi il
pane, si screpola in certi luoghi. Or bene, anche quelle così fatte
screpolature che stan là, per così dire, fuori dell’ intenzione del
fornaio, hanno un certo garbo o muovono r appetito in un certo modo lor
proprio. Ancora i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. E nelle
ulive lasciate lunga pezza in su V albero, quello stesso essere già
vicine a corrompersi, aggiugne al frutto una certa bellezza
particolare. E le spighe che s’ inchinano, e la guardatura del leone, e
la schiuma che esce fuori di bocca al cinghiale, e molte altre cose
le quali, considerate da per sè, sono lontane da ogni bellezza,
nondimeno, perch’ elle accompagnano necessariamente un’ opera della
natura, aggiungono a quella ornamento e dilettano altrui. Di maniera che,
chi avesse altezza d’ ingegno e considerasse ad una ad una le cose che
accadono nell’ universo mondo, nessuna ne troverebbe per avventura,
anche di quelle che sono mera conseguenza- necessaria delle altre,
la quale non gli paresse farsi con una certa grazia. Costui vedrebbe la
gola spalancata d’ una fièra viva con non meno piacere che quando
gli scultori o i pittori glie la fan vedere imitata; e nelle
vecchiarelle e nei vecchi scorgerebbe un certo che di finito e di
maturo non meno piacevole ai casti occhi di lui che là venustà dei
fanciulli; e molte altre cose gl’ incontrerebbe di vedere, che non
fan senso in tutti, ma solamente in chi s’ è veramente
addimesticato con la natura e con le opere di quella. Ippocrate
curò di molti ammalati, e poi s’ ammalò egli stesso e muore. I caldei
predissero a molti la morte, e poi venne anche per loro la morte.
Alessandro e Pompeo e Caio Cesare, i quali distrussero dalle
fondamenta le tante città, e tagliarono a pezzi in giornata campale le
tante migliaia di cavalli e di fanti, uscirono poi anch’ essi di vita,
alla fine. Eraclito, dopo avere con tanta sapienza e ragioni
naturali discorso intorno alla conflagrazione del mondo, gonfiatosegli
d’acqua il corpo, coperto di letame se ne morì. DEMOCRITO e spento da’
pidocchi, SOCRATE da pidocchi d’ un’ altra sorta. Che è ciò? Ti se’
imbarcato, hai navigato, sei giunto; esci di nave. Se per andare ad un’
altra vita, nessun luogo è vuoto di Iddii, e nè anche [Diogene
Laerzio narra che Democrito mori di vecchiaia; Lncrezio, che nscì spontaneamente
di vita, perchè sentiva il suo spirito indebolirsi per effetto degli
anni. Non trovasi nell' antichità a noi nota alcuna tradizione che
concordi con ciò che qni dice Antonino. P. quello dove vai;
se per rimanere senza sentimento, avrai Unito di soffrire i dolori e i
piaceri, e di dovere andare a versi ad un vaso che è di tanto
inferiore a quel che gli serve. Perchè l’ uno è mente e genio, e r
altro è terra e sangue. Non consumare quella porzione che ti rimane
di vita nel pensare ai fatti altrui, ogni volta che * tu noi faccia
con un fine di comune utilità; cioè nello andar fantasticando che
cosa opera il tale e per qual cagione, e che dice, e che pensa, e che
macchina, e somiglianti cose, le quali tutte ti fan deviare dalla
custodia della tua parte sovrana. Conviene adunque guardarsi, nella
succession dei pensieri, dall’ ozioso e dal vano, ma molto
ancora^più dal curioso e dal maligno; ed avvezzar sè stesso a
pensar solo tali cose che, quando altri, all’ improvviso ti
domandasse, che pensi ora? tu possa risponder tosto e senza tema:
questo, o quest’ altro; onde appaia subito manifestamente non avervi nulla in
te che non sia schietto e benevolo, nulla che non convenga ad
animai socievole; il quale non si compiace nelle immaginazioni di
piacere^ o di godimento qual eh’ ei sia, o di gaiti o d’invidia o
di sospetto, o di qualunque altra cosa ti facesse arrossire quando tu
avessi a confessare che l'avevi in mente. Un uomo di tal fatta, il
quale non indugia d’ oggi in domani a por sè nel novero degli
ottimi, è come un sacerdote e un ministro degli Dei, devoto, non
meno che agli altri, a quello che ha il suo tempio in lui medesimo;
per virtù del quale l’ uomo diventa incontaminabile ad ogni jiiacere, invulnerabile
ad ogni dolore, inviolabile ad ogni ingiuria, insensibile ad ogni
malizia, sostenitore in campo della massima fra le imprese, quella
del non essere abbattuto da nessuna passione, imbevuto di giustizia
insino al fondo, disposto ad accogliere con tutta r anima quanto accàSe
e gli vien destinato, e non occupantesi se non di rado nè mai senza
una grande e pubblica necessità, di CIÒ che altri fa o dice o pensa;
perch’ egli non ha altre azioni in sua balìa che le proprie, e pensa
continuamente alle cose che il fato delr universo gli arreca; per far si
che le prime sieno oneste, siccome ha fede che le seconde sien
buone; quando la sorte attribuita all’ uomo procede dalla stessa
causa che l’ uomo e concorre insieme con 1’ uomo ad un medesimo fine. Sa
inoltre che tutti gli esseri ragionevoli han parentela fra loro; che è
quindi conforme alla natura dell’ uomo il tener cura di tutti; benché non
sia da far conto deir opinione di tutti, ma solo di coloro che
vivono secondo natura. Quanto a quelli che vivono altramente, egli
tien sempre a memoria che sorta cT uomini sono, e quali, e in casa
e fuor di casa, e di notte e di giorno, si dimostrano, e con quali
praticano; non ha quindi in pregio nessuno la lode che gli può
venire da tallente, la quale nè anche a sè stessa non piace. Non
operar mai nè contro al tuo volere, nè senza relazione al bene
della società, nè senza avere esaminato la cosa, nò con renitenza;
non adornare con isquisitezza di frasi il tuo pensiero: non esser uomo
nè di molte parole, nè di molte faccende.' Ancora, fa’ che il Dio tuo
interno abbia a governare in te un animale maschio, attempato, cittadino,
romano, imperatore, apparecchiato di tutto punto, siccome quegli che non
aspetta ornai se non il suono Di molte faccende in cattivo senso,
come chi dicesse faccendone, o faccendiere. della tromba* per uscir della
vita, e non occorre sforzarlovi nè col giuramento, nè con la
testimonianza (f altr’ uomo; nel lieto aspetto del quale ben si
scorge non avere egli bisogno nè dell’ aiuto che vien dal di fuori,
nè della tranquillità che gli altri procurano. Conviene adunque
esser ritto in piedi già, e non rizzarui solamente. 6. Se tu trovi
qualche cosa di me- • glio nella vita dell’ uomo che la giustizia, che la
verità, che la temperanza. che la fortezza, e, in una parola, che quella
disposizione della mente per cui ella si appaga di sè medesima
nelle cose die ti fa operare secondo la retta ragione,, e del fato, nelle
cose che senza partecipazione della tua volontà ti vengono distribuite;
se, dico, tu trovi alcun che di meglio che questo, a quello [Similitudine
tolta dagli ordini della milizia appo I ROMANI. 0Virco \urcIio. rivolgiti
con tutta l’ anima e godine siccome di cosa che hai ritrovato esser
V ottima. Ma se nulla ti si presenta di meglio che il genio stesso tuo
interno, quando si è fatto signore de’ propri moti, e rivoca ad
esame le proprie immaginazioni, e si è sottratto^ come diceva Socrate,
dalle passioni del senso, e vive sottomesso . agli Dei e pigliandosi
cura degli uomini; se, a paragone di questa, tutte . le rimanenti cose ti
paion picciole e vili, non dar più luogo appresso te a nessuna
altra, alla quale una volta che tu ti sentissi propendere, più non
potresti senza repugnanza preferire a tutti quel bene che è proprio di te
ed è il tuo; perchè al bene j’azionale ed efficiente non vien
contrapposto impunemente mai nulla che sia di natura diversa, come
le lodi della moltitudine, o il comandare, o i piaceri del senso; tutte
queste cose, per poco che le si paiano adattare,' ti sopralfamio in un
attimo e ti strascinano. Or tu, dico io, scegli schiettamente e
liberamente il meglio, e a quello ti attieni. Ma il meglio è l’utile. Se l’utile alr
uomo in quanto è ragionevole, bene sta, quello procura: se l’ utile all’
uomo in quanto animale, dillo su apertamente® e vivi di poi senza boria
nò fasto, secondo quella determinazione. Ma bada, ve’, che non ti
inganni nell’ esame. Non riguardare giammai come i [Par
che Antonino alluda qui alla teoria dello adattare le nozioni generali
alle cose particolari, o, come diremmo noi, del concetto alla
rappresentazione, che è ciò in che consisto il giudizio. Dillo
spiattellatamente, se ardisci, senza avvolgerti in parole coperte: e
ammetti poi tutte le conseguenze di quel tuo detto: cioè, vivi poi
da animale mero e puro, senza ingerirti a parlare nè di moralità nè di
virtù nè di giustizia, nè d* altro simile, che in quel caso
sarebbero un vano fasto di parole. E provocazione al senso intimo dell'uo-mo. Utile
a te nulla che sia per isforzarti un dì a violar la fede,
abbandonare il pudore, odiare alcuno sospettare, maledire,
simulare, desiderar cosa j che abbia bisogno di pareti e di velame. Chi
ha posto innanzi ad ogni altra cosa la sua mente e genio, e il
culto della virtù eh’ è propria di quello, non fa tragedie, non
geme, non ha bisogno di solitudine, non di frequenza d’ uomini;
quel che più impoita, vive senza ricercar nulla nè fuggire; abbia
ad esser lungo o, abbia ad esser corto Tintèrv^allo di tempo
durante il quale sarà contenuta nel corpo l’ anima con che egli lia a
fare,' non se ne piglia nè anclic il minimo pensiero; e quando [Con
che egli ha a fare. Non veggo che cosa abbia voluto dire Ornato. Il
senso letterale del testo è: sia lungo o sia breve il tempo, eh'
egli avrà a far uso dell' anima contenuta nel corpo. Il che, parrai, equivale a
dire: sia lungo, o sia breve il tempo ch'egli ha a vivere. è giunta V ora
dello sgombrare, cosi spiccio se ne va, come se imprendesse un’ altra
qualunque di quelle azioni che si possono con verecondia e con
dignità operare; da questo solo guardandosi per tutta la vita,, che
veruno dei moti della sua mente non sia mai men che convenevole ad animale intelligente
o sociabile. Nella mente dell’ uom castigato e puro non troverai
nulla di marcio, nè tampoco nulla di contaminato o che paia sano al
di fuori e noi sia. La vita di lui, a qualsivoglia ora lo sorprenda
la morte, non è mai imperfetta, come tu diresti quella tragedia d’onde un
attore si fosso ritirato prima d’ aver condotto a fine la sua parte.
Ancora non è in lui nulla di villano, nè nulla di artatamente gentile;
nulla che il leghi alle cose esteriori nè nulla che lo separi da
quelle; nulla onde egli sia palesemente ripreso,' nè nulla che covi
addentro nascosto. Abbi in rispetto la facoltà giudicativa.^ Per lei sta
che non si generi nella tua parte sovrana nessuna opinione che non sia
consona alla natura o al fine per che 1’ uomo è ordinato. Ed essa promette
la infallibilità,* e l’amicizia con gli uomini e r ubbidienza agli Dei.Messe
adunque da banda tutte le altre cose, queste poche sole abbi in
mente; ed ancora ricordati che i r uomo non vive altro tempo che
questo presente, cioè un attimo; il rimanente o lo ha vissuto o non
sa se il vivrà. Picciola cosa pertanto è 1 Intendi: nulla che
appaia manifestamente vizioso. Ossia la virtù del non cadere in errore; che
vien definita da Zenono « la scienza del quando conviene assentire ad
i un' apparenza, e quando no. > Questa accompagna sempre il giudizio
comprensivo, che è il criterio della verità appo g-li stoici.
0. Digitizedh, Cnoi^li: il tempo che l’ uom vive,
picciola cosa rangoletto della terra dov’egli vive; picciola cosa
la fama anche la più lunga eh’ egli lascerà dietro sè, e questa
tramandantesi per succes- sione d’ omiciattoli in omiciattoli, morti
quasi appena nati, ed ignari anche di sè medesimi, non che di colui
il quale moriva è già gran pezza. li. Agli avvertimenti dati
sin qui s’ aggiunga ancora quest’ uno, di definir sempre o descrivere
l’oggetto che cade sotto al tuo senso, si che tu lo scorga a parte
a parte distintamente e tutt’ insieme quale egli è nella sua essenza
nudo, e dir teco stesso il nome proprio di quello e il nome delle
cose di che è composto e in che s’ ha da risolvere. Perchè non v’ ha nulla che
sublimi cotanto l’animo quanto il potere arguire per la diritta via e con
verità ciascuna delle cose che incontrano nella vita, e saperle
vedere per ino» do da conoscere nello stesso tempo di qual uso
sendo questa tal cosa al mondo, e a qual mondo, qual valore ha
rispetto al tutto e quale rispetto air uomo, che è cittadino della
suprema fra le città, della quale le altre città sono' come altrettante
famiglie. Che cosa è, e di che cosa è composto, e quanto tempo è
por duiare ij cesto che fa impressione ora sul mio senso; di che virtù s’
ha da far uso con esso, per esempio, della mansuetudine, della fortezza, della
veracità, della fede, della semplicità, della frugalità, o simili.
Però, intorno a ciascuna cosa, convien dire: questa mi viene da Dio;
questa dalla sorte, dalla complicazione delle cause condestinate, e somiglianti
cose; quest’ altra dal mio consorto, dal mio congiunto, dal
partecipe d’ una stessa società con me, il quale ignora nondimenò
ciò che è secondo natura per lui. Ma 10 non lo ignoro; e però
mi governo con lui secondo la legge naturale della società, con
benevolenza e giustizia; e ad uno stesso tempo ho riguardo, nelle cose
mezzane,' al valore di ciascheduna. Se tu operi secondo la
retta ragione quel che hai fra mano, studiosamente, c vigorosamente,
placidamente, e non t’ occupi d’ altra cosa tra via, ma conservi puro ed
intatto 11 genio tuo, come se tu dovessi già rassegnarlo; se a lui ti tieni stretSi chiamai! còse
mezzane appo gli stoici quelle che non sono nè ben nè male, cioè nè
virtù nè vizio. Le quali, comecché da per sè non meritino d' esser
cercato nè fuggite, si accettano nondimeno o si rigettano per r aiuto o
disainto che elle possono arrecare alla vita secondo natura. Quelle che
arrecan più aiuto, han più valore: quelle che più disainto, più
disvalore. Di questò ha da tener conto il savio, ed accettare,
quando gli è data la scelga, quelle che han più valore, o che han meno disvalore.
0. ^ Sottintendi « a chi tol diede. » to, nulla aspettando, da
nulla rifuggendo, contentandoti dell’ azion tua presente secondo natura e
della eroica verità d’ ogni cosa che tu dica: felicemente vivrai. Ora non
v’ ha nessuno' che ti possa questo impedire. Come i medici han
pronti sempre i loro ferri e strumenti per le cure inopinate, così abbi
tu alla mano i principi! * per la cognizione delle cose divine ed
umane; e non far nulla mai, per poco che sia, senza ricordarti del
legame che unisce queste con quelle. Perchè nulla di umano farai tu
bene se non lo riferirai al divino, e viceversa. Non andar più vagando;
perchè non sei per rileggere oramai nè i tuoi ricordi, hè le azioni degli
antichi romani e greci, nè gli estratti * Punti fondamentali di
credenza, credenze prime, dommi: decreta.appo Cicerone. d’ autori che riserbavi
per la vecchiaia. Studiati dunque d’ arrivare al fine, e poste da banda
le speranze vane, soccorri a te stesso, se pur ti cale di te, mentre che
il puoi. Non sanno * quanti significati abbiano le parole rubare,
seminare, comperare, riposare, veder quel che sia da fare, il che
non si reca ad effetto con gli occhi, ma con un’altra sorta di
vista. Corpo, anima, mente; del corpo son le sensazioni, deh’ anima
le appetizioni, della mente le credenze.^ Ricevere impressioni nella
fantasia è cosa anche da giumento; esser mosso da appetiti è cosa
anche da fiera, anche da androgino, anche da Falaride, anche da
Nerone; avere per iscorta la mente a quello che ci pare nostro
ufficio,* è cosa anche Sottintendi c gli nomini del volgo. Dommi, decréta. Intendi, a quello che ci par
eg$ere noda chi non crede che v’ abbiano Dei, da chi abbandona la patria,
da chi fa, quando ha chiuso le porte, ogni opera nefanda. Se
adunque tutte queste cose abbiam comuni cogli anzidetti, resta che
sia proprio dell’ uomo dabbene lo amare ed abbracciare gli accidenti ad
esso condestinati e guardarsi dal macchiare e turbare con immaginazioni
sconce il genio che risiede nel petto di lui, ma conservarlo
propizio, seguendolo modestamente* come un Iddio, non dicendo mai
nulla che sia contro al vero, nè dicendo *mai nulla che sia contro
al giusto. Che se nissuno ttro interene. Questo è il significato
generale della parola ufficio appo gli stoici. Solo allor quando le si
aggingne l'epiteto di perfetto denota essa il dovere^ che è come V
intereae iublime dell' uomo. Noto questo perchè alcuni degli interpreti,
e per ultimo anche il Corai, hanno maravigliosamente scompaginato -
e interpolato questo passo; frantendendolo. Diog. Laerz.; Stobeo;
Cic. de Officiùt otc. 0. degli uomini non gli vuol credere eh’
egli viva con semplicità, con verecondia, e di buon animo; nè s’adira
egli contro costoro, nè si svia dalla strada che conduce al fine della
yita. al quale si vuol giunger puro, tranquillo, spedito, e conformato di
volontà col proprio destino. La parte che dentro di noi regna,* quando è
nel suo stato naturale, ha tal disposizione verso gli accidenti, che
senza difficoltà si rivolge sempre al possibile e al dato. Perch’ella non
ama nessuna materia determinata; ma si porta con eccezione* a quello che
si ha proposto, e quando alcun che se le viene ad attraversare per via,
ella si fa di quello stesso materia; come il fuoco, quando s’
impadronisce delle [La parte sovrana o dominante. [Eccezione:
vocabolo stoico. Indica limitazione del proponimento al possibile. Farò
la tal cosa, se non sarò impedito. cose die incontra, dalle quali una
picciola lampana sarebbe spenta; ma lo splendido fuoco assimila a sè
tosto ogni cosa che se gli butti dentro, e la consuma, e per quella
stessa s’innalza più in su. [Nessuna azione sia fatta a caso
mai, nè altrimente che secondo una delle regole costitutive
dell’arte.* 3. Van cercando ritiri, alla campagna, alla marina, sui
monti; e tu stesso suoli desiderare siffatti luoghi. Ma cotesto è
da uomo ignorantissimo, potendo tu, a quell’ ora che tu vuoi, ritirairti
in te stesso. Perchè * Ad ogni caso della vita corrispondo
una virtù da esercitare (vedi sopra, III, 11, e più abbasso, IX, 11, 42):
ed ogni virtù è appo gli stoici nna scienza nello stesso tempo ed
un’ arte: parlo delle virtù propriamente dette. Come scienza quindi e
come arte consta di certo proposizioni o regole, ciascuna delle quali è parte
integrante di quella, e tutto insieme" la costituiscono. Ogni
ufficio consta di corti nu meri. 0. inroRDi. «4 in nessuno
altro luogo si ritira l’uomo con più tranquillità e con meno brighe che
nell’ anima sua; massimamente chi ci ha dentro tanto alti oggetti di
contemplazione che il solo affacciarsi a loro procaccia tosto ogni
sorta di agevolezza. Quando dico agevolezza, non voglio dir altro che
buon ordine. Concedi adunque sovente a te questo ritiro e rinnovella quivi te
stesso. Breve sia r espressione ed elementare la forma di quelle
verità contemplative che avran forza di rasserenare al primo
incontro V anima tua c. rimandarti senza corruccio alle cose alle
quali ritorni. Perchè, di che cosa ti coi'rucci? Della malizia degli
uomini? Rammentati di quella sentenza, che gli esseri ragionevoli
son fatti gli uni per gli altri; che il sofferire è parte della
giustizia; che malgrado loro peccano; che tanti si son già inimicati,
sospettati, odiati, ^perseguitatisi a morte, i quali ora sono
spenti, son fatti cenere; e te ne darai pace. 0 ti crucci tu di
quella parte che a te Vien compartita dell’ universale destino? Rinnovella
il dilemma. 0 è la provvidenza o son gli atomi,' oppure gli argomenti con
che s’ è dimostrato che il mondo è come una città. Ma forse tu ti
contristi delle affezioni del corpo? Pensa che non han più nulla
che fare con la mente i moti o sieno soavi o sieno aspri del senso,
ogni volta che questa s’ è. raccolta in sè medesima ed ha conosciuto la
sua propria potenza; al che potrai aggiugnere quelle altre cose che
intorno al piacere e al dolore hai apparato ed accettato per vere.
0 sarà forse T amor di gloria quello che ti turba? Considera come è
ratto [Si allude al sistema atomistico d’Epicuro, il quale
nega la previdenza, e attribuisce il mondo e tutti i fenomeni del mondo ad una
causa non intelligente.. l’oblio d'ogni cosa, interminato dal runa parte
e dall’ altra* il caos della età, vana cosa il rumore, mutabile, e
inconsiderato chi in apparenza ti‘ esalta, angusto il luogo dove è
circoscritto il suo dire. Perchè tutta la t.erra' è un punto: e qual
parte di essa è l’angoletto che tu abiti? e quivi ancora quanti
avrai lodatori, e quali? D’or innanzi adunque sovvengati di ritirarti in
questa tua villetta di te medesimo; e sopra tutto, non. t' affannare, non
t’agitare, ma sii libero e vedi le cose da uomo, da ‘ maschio, da
cittadino, da mortale. Ed abbi in pronto, fra le verità alle quali
dovrai far ricprso, queste due principalmente. L’una, che le cose
non arrivano sino all’anima, anzi stanno al di fuori immobili e i turbamenti nascono dalla sola
opinione [A parte ante e a parte pott come dice la scuola], che è
dentro. L’ altra, che quanto tu vedi già già si muta e più non è
quel desso; e rivolgi in mente ciascuna delle mutazioni alle quali tu
stesso sei inten'enuto. Il mondo, alterazione. La vita, opinione. Se
la intelligenza ci è comune a tutti, anche la ragione per cui siam
ragionevoli ci è comune; se cotesto è, anche la ragione imperativa di ciò
che si dee fare o non fare ci è comune; adunque anche la legge ò
comune; aifunque siam concittadini; adunque partecipiamo tutti ad una
specie di reggimento civile; adunque il mondo è come una città. Perchè
qual altro direm noi che sia quel reggimento civile di cui tutto il
genere umano partecipa? Di colà, da quella città comune, viene a
noi r intelligenza, la ragione, la legge, o d’ onde verrebbon esse?
Perchè, siccome quanto v’ha in me di terreo viene da una certa terra
di cui fa parte; e quanto v’ ha in me d’umido, da un altro
elemento; e quanto v’ha di caldo e d’ igneo, da una certa sorgente
propria (nulla venendo mai dal nulla nè ritornando nel nulla); così
anche la intelligenza dee venire da qualche cosa. La morte è come la
nascita, un mistero della natura; composizione e risoluzione di
certi elementi in quegli elementi medesimi. Ad ogni modo non è cosa
di che 1’ uomo debba arrossire; perchè non è cosa che repugni alla
natura dell’ animale intellettivo o disconsegua* al principio della
formazione di quello. 6. Tali cose debbono di necessità farsi
in tal modo da questi tali; chi le vuole altrimente, vuole che il
fico non abbia lattificcio. Del tutto, sovvengati che in brevissimo tempo
e [Intendi: ripugni, non aia conforme. !'• tu e costui sarete
morti: e che, poco dopo, non rimarrà più di voi nè anche il nome. Togli
via r opinione, ed è tolto via il « sono stato offeso: » togli via
il « sono stato offeso, » ed è tolta via r offesa. Quello che non fa
peggiore l’ uomo non fa nè anche peggiore la vita di lui, nè le nuoce, nè
esternamente nè internamente. È necessitata dall’ utile ‘ la natura
a far cotesto. Siccome ogni cosa che accade, giustamente accade; il che,
se tu osserverai con attenzione, troverai [Comune. Più
letteralmente: « È necessitata la natura deir utile a far cotesto.» La
natura deir utile, cioè il principio sostanziale dell’utile (chè vuol
esser presa sostanzialmente in questo luogo la voce natura), il
quale evolvendosi, come ragion seminale, successivamente nel tempo, fa
che ogni cosa sia bene. Perchè non conviene dimenticar mai che,
appo gli stoici, l'utile non è altro che il bene. sempre vero: non
solamente, dico, secondo l’ ordine di conseguenza, ma ancora
secondo 1’ ordine di giustizia; come se le cose procedessero da
tale che distribuisse a ciascuno secondo il merito. Osserva
adunque, come hai cominciato; ed ogni cosa che tu fai, falla con
questa condizione, che tu sia uom dabbene, nel vero significato della
parola dabbene. Questo carattere conserva in ogni tua azione. Non
concepir le cose quali le giudica colui che fa ingiuria, o quali
egli vuole che tu le giudichi; ma vedile quali sono in realtà. Conviene
esser sempre pronto a queste due cose; fai' solamente quello che la
ragion dell’ arte regia e legislativa ti suggerisce per 1’utilità degli
uomini; e cangiar partito, quando altri viene a raddrizzarti e
rimuoverti da una qualche falsa opinione. Ma questo cangiamento dee farsi
sempre per un qualche motivo plausibile, come di giustizia, o d’ utilità
comune, o somigliante; e non mai perchè la cosa ti piaccia o sia
per arrecarti gloria. Hai la ragione? Si. Che dunque non 1’
adoperi? Perchè, se essa fa quanto le spetta, che ti resta a
desiderare? Sei venuto al mondo qual parte; disparirai dentro al tuo generatore.
0, piuttosto, ti raccoglierai nella ragion seminale di lui, per via di
mutazione. Molti grani d’ incenso su uno stesso altare: l’uno è
caduto prima e l’altro dopo. È lo stesso. 16. Tra dieci
giorni parrai un Dio a coloro, ai quali pari ora una bestia e una
scimmia, se fai ritorno ai principii e al culto della ragione. Non come se
tu avessi a vivere molte migliaia d’ anni. La morte ti sovrasta: mentre
vivi, mentre ti è dato, fa’ che tu sia uom dabbene. Di quante brighe
si libera chi non bada a quello che ha detto il vicino, o ha fatto, o ha
pensato, ma solo a quello eh’ egli stesso fa, affinchè r opera sua
sia giusta, e santa, e qual si richiede dall’ uomo dabbene !
Non andar guatando attorno i neri costumi, ma corrér diritto in
sulla linea senza volgersi a destra nè a manca. Chi vive abbagliato
dal pensiero di lasciar fama dopo morte, non considera come ciascun
di quelli che si ricordano di lui morrà tosto aneli’ egli, e poi
ancora chi sarà a costui succeduto, sinattantochè, passando da abbagliato
in abbagliato e da morente in morente, venga a spegnersi affatto ogni
memoria. Ma supponi anche immortale chi s’ ha a ricordare di te, ed immortale
la fama; che fa egli a te cotesto? E non dico. a te
quando sarai morto, ma a te mentre sei vivo: che è la lode, se on
forse talora un mezzo per una qualche dispensazione? Lascia stare ora,
che sarebbe inopportuna, la considerazione dello essere secondo
natura o no e cosa quindi che non ha pregio se non per rispetto d’
una qualche altra. Tutto che è bello, qual che egli sia, è bello da
per sè, ha il termine della sua bellezza dentro di sè, nè annovera tra le
sue parti la lode, e lodato, non diventa nè peggiore, nè migliore. Dico,
anche i belli volgari, le cose belle per materia o per lavoro
artificioso (perchè, in quanto al bello per essenza, ha egli mai
bisogno di lode alcuna? No, niente più che la legge, niente più che
la verità, niente più che la benevolenza o la verecondia). Quale di esse
è bella per venir lodata o perde per venir biasimata? Lo smeraldo
diventa egli peggiore, se non si loda? E l’oro, l’avorio, la poi^pora,
una cetra, una spada; un fiorellino, un arboscello? Se le anime sussistono dopo morte, come
può, dalla eternità in qua, contenerle in sè l’aria? E come
contiene la terra i corpi che da tanti secoli vi sono seppelliti?
Perchè nell’ istesso modo che questi, dopo essersi conservati alcun
tratto di tempo, col mutarsi di poi e col dissolversi dan luogo ad altri
cadaveri: cosi le anime che passano nell’ aria, soffermatevisi un
certo tempo, si mutano si struggono e accendono, e venendo accolte nella ragion
seminale dell’universo, fan luogo alle altre che lor vengono
appresso. Questo si può rispondere nella ipotesi che le anime
sussistono dopo morte. E convien recarsi a mente il numero non solo
dei corpi seppelliti a questo modo, ma anche di quelli che ogni di e
da noi e dagli altri animali si mangiano. Perchè quanti se ne consuma
egli e se ne seppellisce, per così dire, nei corpi di coloro che se
ne cibano! E pur nondimeno li cape uno stesso luogo, pel convertirsi,
eh’ essi fanno, in sangue, pel trasmutarsi loro in aria od in
fuoco. Come giugnere, intorno a ciò, alla cognizione del vero? Col
distinguere in materia ed in causa. Non isviarti; ma fa’ sì che
ogni atto della tua volontà rappresenti il giusto e che ogni tuo
giudizio serbi il carattere di comprensivo. Tutto a me conviene
quel che a te conviene, o mondo. Non è immatura per me nè tardiva
nessuna cosa che sia opportuna per te. Tutto è frutto per me quel
che portano le tue stagioni, o natura. Da te viene. 0il tutto, in te è il
tutto, a te ritorna il tutto. Queir altro dice: 0 amica città di
Cecrope! ‘ e tu non dirai: 0 amica città di Giove? Fa’ poche cose »
dice colui, se vuoi viver contento. Non era meglio il dire, fa’ le cose che son
necessarie, quelle che vuol la ragione d’un animai socievole, e a quel modo ch’ella
le vuole? Cosi acquisterai la contentezza non solo che nasce dal
far bene le cose, ma quella ancora dell’ averne a far poche. Perchè,
se dalle cose che diciamo e facciamo lu tronchi via le non
necessarie, che sono il maggior numero, assai più agio ti rimarrà
ed assai brighe avrai meno. Quindi, ad ogni cosa che sei per fare,
domanderai a te stesso: Non è questa una di quelle che non [Aristofane,
nella commedia de' contadini [DEMOCRITO, in un frammento conservatoci dallo Stobeo]
sono necessarie? E conviene troncar via, non solo le azioni che non son
necessarie, ma anche i pensieri; perchè in questo modo non avrai nè
anche più* a temere che azioni soverchie li seguano. Fa’ un po’ il
saggio dei come ti riesce la vita dell’ uomo dabbene, dell’ uomo che
accetta con piacere ogni cosa che gli venga compartita dal tutto ed a cui basta
che r azion sua propria sia giusta e la disposizione dell’ animo
suo benevola. Hai tu veduto quelle cose? Vedi anco queste. Non turbar te
medesimo. Fa’ che tu sia semplice. Pecca egli, un tale? A sè medesimo
pecca. T’ è accaduto qualche cosa? Bene sta; ab eterno era stato
destinato per te, destinato insieme con te, tutto ciò che ti
accade. Al postutto, breve è la vita: conviene far guadagno del
[seguendo la ragione ed il giusto] Sii in te anche quando ti
ricrei. il mondo o è ordinato da una mente, o è un accozzamento
fortuito di cose, venute d’ ogni parte, sì, ma non di meno
ordinate. 0 credi tu che possa avervi un cotal ordine in te e che
nell’ universo alberghi il disordine? massimamente quando ci vedi,
le cose cosi distinte le une dalr altre, così mescolate le une con r
altre e cosi intimamente collegate tutte insieme col vincolo di
reciproca dipendenza? 28. Neri costumi, eiremminati costumi,
costumi duri, brutali, pecorini, puerili, infingardi, falsi, buffoneschi,
taverneschi, tirannéschi. 29. Se è uno estraneo nel mondo chi
non sa che cosa c’ è nel mondo, non è meno un estraneo chi non sa
che cosa vi si fa; un fuoruscito chi esce fuori della ragion civile;
un cieco chi chiude gli occhi della mente; un mendico chi abbisogna d’
altrui e non ha in sè quanto gli fa d’uopo alla vita: un apostema'
del mondo chi si separa é allontana dalla ragione della natura
comune, avendo a male ciò che accade; perchè quella te lo arreca la
quale arrecò te* medesimo ancora; una smozzicatura di città chi distacca
la propria anima dall’ anima comune degli esseri intelligenti, che è
una. Chi filosofa senza tunica, e chi senza libro. Quest’altro,
mezzo ignudo. Non ho pane, die’ egli, e pure sto fermo nella ragione. Ed
io non ho il cibo della dottrina, e pur ci sto fermo anch’io. Ama
l’arte che hai apparato; in essa ti acqueta; e vivi il rimanente
della tua vita come quegli che ha accomandato le cose sue con tutta l’anima
agli Dei, e che di nessun uomo non vuol essere ne tiranno nè
servo. Figurati, per esempio, i tempi di Vespasiano; vedrai le
stesse cose che adesso: uomini che s'accasano, che educan figli,
che s’ammalano, che muoiono, che fan guerra, che fan festa, che
mercatano, che coltivan la terra, che adulano, che presumon di sè,
che sospettano, che tendono insidie, che desideran la morte di alcuno,
che mormorano del presente, che fanno all’amore, che ammassan tesori, che
voglion diventar consoli, diventar principi. Or tutta quell età è
sparita. Passa ai tempi di Traiano] le stesse cose di nuovo. Quella età è
spenta anch’ essa. Considera nello stesso modo le altre generazioni d’
uomini e le nazioni tutte intere, e vedi quanti si travagliarono e
straziarono per morir poi poco stante e risolversi negli elementi.
Massimamente ricorderai coloro i quali hai veduto a’ tuoi di
aiTaticarsi per cose da nulla e trascurare quello per che eran
nati, dove era da attendere a questo unicamente e non cercare altra
cosa. Qui è pur necessario il rammentarti che a ciascuna azione corrisponde
un certo valore e un grado di applicazione proporzionato.* Perchè allora
solamente eviterai il rincrescimento e la noia, quando non ti occuperai
più di quel che convenga, nelle cose da poco. 33. Le voci che altre
volte erano in uso, or sono antiquate; così an [Termine stoico. Un
grado di applicazione (dovutale per parte deir uomo) proporzionato al
valore, cioè air importanza di essa. E vuol dire che dobbiamo
attendere e applicarci a ciascuna azione secondo il valore o l'
importanza di essa azione, cioè molto a quelle che hanuo un gran
valore, e meno a quelle che ne hanno un minore; e fra due di valore
ineguale, attendere piuttosto alla più importante, che alla meno
importante. che i nomi di coloro che una volta furon celebri, or sono,
per cosi dire, antiquati; Cammillo, Cesene, Voleso, Leonnato; e
poco dopo, Scipione, Catone; poscia Augusto, poscia Adriano c Antonino.
Incerti e favolosi presto diventano; presto ancora son sepolti
nell’ oblio universale. Parlo di coloro che in un qualche modo furon
chiari e ammirati; perchè, quanto agli altri, appena han reso l’
ultimo soffio. «Nessun ne parla più, nessun ne chiede. Ma che è
ella poi, alla fin fine, la. eternità del nome? Vanità pura. Che è
dunque quello a cui dobbiamo seriamente badare? Questo solo: che
le_ nostre intenzioni sien giuste; le azioni, utili alla società; le
parole, non mai menzognere; e r animo, disposto ad accettare tutto che
accade, siccome cosa necessaria, siccome cosa amica, siccome cosa derivante
dallo stesso principio e dallo stesso fonte che noi. Volontario i’
abbandona nelle mani del Fato, lasciando eh’ egli ti destini a quelle
cose eh’ ei vuole. E il ricordante e il ricordato, ambidue han la
vita d’ un giorno. Osserva di continuo coipe ogni cosa nasce per
via di mutazione; ed avvezzati a pensare che nulla ama tanto la
natura dell’universo, quanto di mutar le cose che esistono e farne
dell’ altre simili. Perchè ogni cosa che esiste è seme, in un certo
modo, di quella che per essa esisterà. Ma tu ti immagini come semi
quelli solamente che si gittano nella terra 0 nell’utero. Cotesto è da
uomo rozzo assai. Or ora moirai, e non sei giunto per anche ad
esser semplice, nè imperturbato, nè senza sospetto che le cose esterne ti
possano nuocere, nè sereno inverso tutti, nè a riporre la prudenza
nel solo operar con giustizia, Guarda alle menti di costoro, e dei
prudenti fra loro; quali cose fuggono, e quali cercano! 39.
Nella mente d’ un altro non istà il tuo male; nè tampoco in un i
qualche cambiamento o alterazione di quello che ti circonda. Dove
sta egli adunque? In quella parte
di te, che giudica intorno ai mali. Quella parte adunque non
giudichi, e tutto andrà bene. Ancorché la cosa a lei più vicina, io
voglio dire il corpo, sia tagliata, sia abbruciata, marcisca,
infracidisca, stiasi nondimeno quieta la pjirte che giudica di siffatti
accidenti; cioè giudichi non esser nè j male nè bene ciò che può accadere
! ugualmente al tristo ed al buono. Perchè quello che accade
ugualmente e a chi vive contro natura e a chi vive secondo quella, non è
cosa nè secondo natura nè contro. Avvezzati a considerare il mondo
come un animale unico, avente un corpo unico ed un’ anima unica; e
come ad un senso unico, che è il senso di lui, ogni cosa risponda;
come con un impulso unico - ogni cosa operi; come ogni cosa
concorra alla produzione d’ogni cosa; e qual sia la connessione e
il concatenamento di tutte. Sei una animuccia che porta un
cadavero, come diceva Epitteto. Non è punto un male il venire a mutazione,
come non è punto un bene l’esser nato da mutazione. L’età è come un
fiume di cose che accadono, e una corrente rovinosa; ' appena vedi 1’
una, ed è già passata ed un’ altra passa, ed un’altra passerà. Tutto
quel che accade è cosa tanto solita e tanto familiare quanto le
rose nella primavera e le frutta [Intendi rapidissima e non cagione
di rovine, il che sarebbe nn disordine nel mondo, che è 1' ordine
per eccellenza. sa nella state; nè son da riguardare
altramente la malattia, la’ morte, le calunnie, le insidie, e tutto
quello che allegra o attrista gli sciocchi. Nella successione dei
casi, quelli che seguitano han sempre relazione di parentela con quelli
ché li han preceduti. Perchè non è già quivi come un novero di cose
indipendenti r una dall' altra, cui la sola necessità * insieme costringa,
ma sibbene una connessione ragionevole; e come negli enti si ravvisa
una coordinazione armonica degli uni con gli altri, cosi negli
accidenti si manifesta, non già semplicemente la successione, ma un
certo modo di parentela mai'aviglioso. 4C. Abbi a mente
ognora il detto di Eraclito; che la morte della terra è il diventar
acqua, la morte delr acqua è il diventare aria, la morte I Intendi
«necessità esterna.» dell’ aria il diventar fuoco e viceversa.* Ricordati
ancora di colui che non sa dove inette la via; e siccome la ragione con
la quale gli uomini conversano il più assiduamente, e che governa ogni
cosa, è quella per r appunto con che essi non van d’ accordo; e le
cose in che s’ imbattono ogni dì, son quelle che ad essi paiono più
strane. E siccome non conviene fare nè dire a guisa di dormienti; perchè
anche dormendo ci par di fare e di dire; nè come fanciulli che van dietro
ai lor padri, cioè nudamente e semplicemente a quel modo che
abbiamo appreso. 47. Come se un Dio ti avesse detto che
domani sarai morto, o posdomani [Pasfio famoso di ERACLITO,
rammentato da Diog. Laorzio, Plutarco, Massimo Tirio, Clem. Aless.
Filone, ecc., allegati tutti da Gataker a questo luogo]. Anche questo, come i
seguenti, pare un detto di ERACLITO. Vi fa allusione, credo,
al più, tu non ti cureresti gran fatto dell’ avere a morire posdomani
piuttosto che domani, ove tu non sia il più codardo degli uomini;
perchè, quanto sarebbe il divario? così non ti paia nè anche gran
fatto l’avere a morire piuttosto in capo a molte diecine d’anni che
domani. 48. Pensa di continuo quanti medici son morti, che sovente
in su gli ammalati le ciglia aggrottarono; quanti astrologi, che la
morte altrui, come un gran caso, predissero; quanti filosofi, che intorno
alla morte o alla immortalità migliaia di discorsi fecero; quanti
prodi, che molti ammazzarono; quanti tiranni, che con orribil ferocia,
quasi non avessero essi mai a morire, la podestà in sulle vite
esercitarono; quante città tutte intere, per dir così, son morte. Elice,
Pompei, Ercolano, altre senza fine. Rammemora ancora quanti hai
conosciuto, l’ un dopo V altro: questi fece a colui la sepoltura, e poi
morì egli, e queir altro la fece a lui; tutto ciò in breve. La
somma è, che le cose umane son da riguardare come di nessuna durata
nè pregio; un po’ di moccio, ieri; mummia o ceneri, domani. E quindi,
questo attimo presente di tempo, si vuol passarlo conforme la
natura richiede, e finirsela in pace; come oliva matura che cada,
benedicendo la terra che la portò, e ringraziando l’ albero da cui fu
generata. 49. Sii simile ad un promontorio, contro al quale
incessantemente s’infrangono fonde, e quegli sta saldo, e s’abbonacciano
intorno a lui i gorgogli dell’ acque. Sventurato me, che la tal
cosa ra’ è accaduta. Anzi, avventurato, che, la tal cosa essendomi
accaduta, me ne sto nondimeno senza cruccio, nè angosciato del presente
nè pauroso delf avvenire. Ad ogni altro poteva accadere; ma ogni altro non l’avria
senza angoscia sopportata. Perchè adunque sarà quello una sventura
piuttosto che questo una ventura.* E poi, chiami tu. sventura per l’ uomo
quello che non defrauda punto la natura dell’uomo? E ti par egli
che defraudi la natura dell’ uomo quello che non va contro al
volere di quella? E che? il volere della natura tu il sai; forse
che questo accidente ti impedirà dall’ esser giusto, magnanimo,
temperante, prudente, cauto, veritiero, verecondo, libero, fornito, in somma,
di tutte quelle doti che. unite insieme appagano e soddisfano
intieramente la natura dell’ uomo. Sovvengati adunque, ogni volta che una
qualche cosa ti contristerà, di ricoiTere a 1 Cioè a dire: c
perchè chiameresti dunque sventura V esserti accaduta la tal cosa, piuttosto
che chiamare avventura felice r aver tu saputo sopportarla con
imperturbata costanza? » questo pensiero: che non solamente essa non è
sventura, ma anzi il sopportarla da forte. è una buona
ventura. Volgare aiuto, sì, ma nondimeno efficace per disprezzar la
morte è il rimembrar coloro che durarono lentamente vivendo sino
all’ età più decrepita. Che hanno essi ora di più che gli spenti di
morte immatura? Kcco, son buttati là in un qualche canto essi pure e
Cadiciano e Fabio e Giuliano e Lepido e quanti altri ve n’ebbe di
cotal fatta, i quali accompagnarono molti alla tomba, e poi ci furono
accompagnati essi alla fine. Breve, ad ogni modo, è l’intervallo che
l’uom vive, e questo breve, tra quali cose, con quali uomini, in qual
corpicciuolo conviene stentarlo! Non farne adunque gran caso. Vedi,
dietro a te, una eternità senza fondo, e un’altra eternità innanzi a te:
posto così in mezzo, che divario fai tu,da una vita di tre giorni
ad una di tre secoli? Fa’ che tu vada sempre per la più corta via.
E la più corta via è la via secondo natura. Seguirai quindi, in ogni cosa
che tu abbia da fare o da dire, il più sano partito. Questo proponimento
ti libera dai travagli, dai combattimenti interni, e da ogni sorta di
dispensazioni* e d’astuzie. Al mattino, quando con difficoltà
ti svegli, abbi in pronto questo pensiero: Mi sveglio all’ufficio d’uomo;
come adunque m’ incresce, s’ io vo a far quello per che son nato e
in grazia di che sono stato messo al mondo? 0 sono io stato
fbrmato forse per riscaldarmi giacendo in sul letto? Ma quest© mi
dà più gusto. Per pigliarti gusto adunque sei nato? e non anzi per
operare? per essere attivo? Non vedi le piante, le passere, le formiche,
i ragni, [Intendi: cO il fine a cui nacqui è forse di giacermi a
godere questo tepore del letto?» le pecchie, far ciascheduna l’
ufficio suo, concorrer, ciascheduna all’ordinamento di quel mondo che le è
proprio? E tu non vuoi-far l’ufficio d’uomo? Non intendi a quello
che è secondo natura per te? Ma
è necessario poi anche il riposo. È necessario, è vero; ma la
natura vi ha posto un limite; ve n’ ha posto anche al mangiare ed
al bere; e tu nondimeno varchi quei limiti, vai al di là del bisogno;
quando si tratta di fare, poi, la è un’altra cosa, tu stai sempre
al di qua del possibile. Gli è perchè tu non ami te .stesso. Se tu amassi
te stesso, ameresti anche* la natura tua, e la volontà di lei.* Gli artisti,
che amano l’arte loro, si consumano in sui lavori di quella, dimenticando
il bagno ed il cibo: ma tu, fai men caso della tua natura che il
tornitore del [Intendi agire, operare, essere attivo, e non
infingardo] torniare, che il ballerino del ballare, che r avaro della
moneta, che il vanitoso della gloriuzza. Quando la passione ha preso.
piede in costoro, lascian piuttosto di mangiare e di bere che di
attendere ad avanzare la cosa a che son portati. E a te, le azioni
sociali paiono esse cosa di men pregio, cosa men degna di applicazione?
Come è facile il respingere e il cancellare ogni
immaginazione turbolenta o disconvenevole, e trovarsi tosto in piena
calma! Reputa degna di te ogni parola ed azione che sia secondo
natura; e non ti persuada il biasimo od il garrire che ne seguirà
di taluni; ma, se è onesto il farla o il dirla, credi eh’ ella è
anche cosa da te. Perchè quei tali hanno una mente lor propria per guida,
ed operano per una lor propria volontà; alle quali tu non badare,
ma va’ innanzi per la diritta, seguendo la natura comune e la tua.
La via dell* una e dell’ altra è una sola. Vo per la carriera delle
cose secondo natura, sino a tanto che cadendo io trovi requie;
esalando lo spirito in quello di che ogni giorno respiro; giacendo
su quello di che mio padre raccolse il seme, mia madre il sangue, la
balia il latte; di che da cotanti anni mi pascolo e mi abbevero,
che sopporta me il quale lo calpesto e in tanti e sì vari modi lo
adopro. Non s’ ammirerà la prontezza del tuo ingegno. E sia. Molte
altre [Intendi: «Vo per la via per cui vanno tutte le cose che sono
secondo natura, insino a che cadendo io trovi requie; esalando lo spirito in
quest' aria che ogni giorno respiro, per essere sepolto in questa terra
onde mio padre raccolse il seme dell* esser mio, mia madre il sangue, la
balia il latte; dalla quale da tanti anni io traggo di che nutrirmi e
abbeverarmi, che mi sostiene mentre ora la calco coi piedi 0 ne uso
ed abuso in tanti modi.» P. cose ei sono, delle quali non puoi
dire, la natura non mi ci ha dato disposizione. In quelle adunque
ti esercita, le quali dipendono interamente da te: la sincerità, la
gravità, r amore al lavoro, l’ indifferenza al piacere, la
rassegnazione, la frugalità, la mansuetudine, la libertà dello spirito, r
incuriosità, la serietà, la generosità. Non vedi quante cose puoi
acquistare, dove certo non ha luogo la scusa dello esserci disadatto, e
tralasci per colpa tua? 0 è ella forse la tua mala disposizione naturale
quella che ti sforza a mormorare, a star neghittoso, a piaggiare, ad
accagionare il corpo, a lusingare, a millantare, a passare per tanti
e tanti turbamenti dell’animo? No, per gli Dei ! Da lungo tempo tu
potevi esser libero da tutto cotesto; ma solo avevi a cuore, se pur
l’avevi, di non farti scorgere per uno ottuso e di poca
penetrativa! E questo [Antonino ancora si vuol correggere col por
mente alle cose, e non istar sopra pensiero, nè compiacerti nella tua
propria infingardaggine. V’ ha chi, quando ha prestato un rpialclie
servigio ad alcuno, è pronto anche a domandargliene il contracambio. Un
altro non domanda contraccambio veramente, ma riguarda colui come suo
debitore nel suo segreto,, e sa quello che lia fatto. Un terzo poi, non
sa, per cosi dire, nè anclie quello che ha fatto, ma somiglia ad una vite
che ha portato un grappolo, e non cerca nulla più in là, messo eh’
ella ha fuoià il frutto a lei proprio. Il cavallo die ha galoppato, il
cane che lia ormato, l’ape che ha fatto il miele, e cosi Tuomo 1
Intonili: e questo t/t/'cf/o ancora si vuol nondimeno correggere, quello
cioè dell’ essere ottuso e di poca penetrativa. Il testo in questo luogo,
e nelle linee che precedono, è molto ellittico e poco chiaro, e diversamente
spiegato dagli interpreti. che ha prestato un servigio, non Lschiamazza,'
ma passa atl altro, come passa la vite a portar di nuovo un grappolo d’
uva nella stagione. S’ha egli adunque ad essere un di coloro che
fanno il bene, per così dire, senza saperlo? Sì Ma convien pure che
1’ uom sappia quello che fa: sendo proprio dell’ animai sociabile il
conoscere ch’egli opera socialmente, e, per Giove, il votere che anche
colui, con chi egli ha a fare, lo conosca. Tu di’ il vero: ma non.
pigli pel lor verso lo mie parole; quindi sarai anche tu un di
coloro di che ho fatto menzione quassù. Perchè anche essi son
tratti in errore da una qualche apparenza di ragione. Ma se vorrai
intendere che cosa è quello eh’ io dico, vivi sicuro che non avrai a
lasciare indietro nessuna azione sociale per questo. Cioè non dee
schiamazzare, ma passuire ad altro ecc. Preghiera degli A.teniesi:
«Piovi, piovi, o amico Giove, sui campi degli Ateniesi e sui prati. )>
0 non s’ha da pregare, o così alla buona s’ ha da pregare e con
libertà di parole. Come s’ usa di dire, Esculapio ordinò a colui il
cavalcare, o il bagnarsi nell’ acqua fredda, o l’andare a piè nudi, si
dice del pari, e con locuzione non diversa, la natura ordinò a colui una
malattia, una storpiatura, una perdita, o altro simile. In quella prima
frase, di fatti, la parola « ordinò » vuol dire assegnò la tal cosa
a colui siccome correlativa alla salute; e in questa, i casi che
avvengono all’ uomo gli sono assegnati, in un certo modo, come
correlativi al destino. Così ancora si dice « i casi (die avvengono a
come son dette dagli artefici « avvenii*si » le pietre quadre nelle
mura o nelle piramidi quando elle s* adattano l’ una air altra
secondo un disegno determinato. Perchè del tutto l’armonia è una. E
siccome di tutti i corpi presi insieme è composto il gran corpo del
mondo, cosi di tutte le c,ause prese insieme è composta la gran
causa del fato. Intendono ciò eh’ io voglio dire anche i più rozzi,
quando dicono: * ella è toccata a lui. Adunque ella andava a lui,
adunque era ordinata per lui. Riceviamo pertanto gli ordinamenti della
natura come facciamo quei d’Esculapio. Anche in questi v’ ha molto dell’
amaro, e pur gli accettiamo di buon grado per la speranza della
sanità. Or bene, r adempimento di ciò che la natura ha voluto sia lo
stesso per te che la tua sanità. Accetta di buon grado, per dura
che ti paia, ogni cosa che accade,- pensando che ella conferisce
alla sanità del mondo e [Vale a dire: « itiostrauo di intendere] quando
dicono ecc. al buon successo dei disegni di Giove. Perchè ella non sarebbe
venuta a qualcheduno, se non fosse convenuta al tutto: sendo questo il
proprio d’ogni natura, e poni anche la più infima, che quanto ella
arreca sia sempre acconcio al governato da iei. Per due ragioni
adunque dèi tu aver caro ciò che accade: Tuna, che questo accade a
te, è ordinato per te, ha attinenza in un certo modo con te,
essendo stato condestinato di lassù con te dalla più antica delle cause e dalla
più veneranda; l’altra, che quanto tocca in sorte a ciascuno, concorre,
come causa particolare, alla prosperità, alla perfe- zione, e, sto per
dire, alla perma- nenza istessa del reggitore del tutto. Perchè
diventa mozzo l’intero quando tu tronchi via un minimo che, sia
dalla continuità delle parti, sia dalla concatenazione delle cause. E tu
lo tronchi,- per quanto sta in te, e lo distruggi, per così dire,
quando ti corrucci di quel di’ è accaduto. Non dèi indispettirti,
nè per- derti d’ animo, nè impazientirti teco stesso, se la non ti
riesce cosi per be- ne ogni volta il governarti secondo i retti
principii in quello che tu fai; ma, uscito di via, ritornarci;
quando la maggior parte delle tue azioni sono passabilmente degne
d’un uo- mo, contentartene; ed amare quello a che ritorni; RITORNANDO
ALLA FILOSOFIA, non come ad un pedagogo, ma come un eh’ abbia mal d’occhi
alla spugna ed all’uovo, un altro al cataplasma o alla doccia. Così
non ti darà più fastidio il dovere ubbidire alla ragione, ma anzi
troverai in quella il riposo. E ricordati che la filosofia vuole
quello solamente -che la tua natura vuole; e che sei tu quegli il
quale volevi altro, che non era secondo natura. Ma pure, che v’ha egli di
piii liisingliiero? E il piacere, non t’ inganna egli appunto perchè è
lusinghiero? Ma vedi se non fossero cosa più lusinghiera la
magnanimità, la libertà, la sempli- cità, la bonarietà, la santità.
Quanto alla prudenza poi, v’ ha egli cosa più lusinghiera di
quella? se tu badi allo andar esente da ogni fallo e all' avere a
seconda ogni cosa, che è il proprio della virtù comprensiva e
intellettiva? Le cose stanno immerse, per cosi dire, dentro a un
buio tanto folto, che a filosofi non pochi, e non dei più volgari,
elle son parate del tutto incomprensibili. E gli stoici essi
medesimi tengono che elle sieno - comprensibili sì, ma
difficilmente: e che ogni nostro assentimento sia mal certo;*
perchè, dove è fuomo [Questa ed altri Inoghi dei Ricordi provano che
gli Stoici dopo Crisippo venivan.<»i facondo sempre più scettici, ed
aveano essi medesimi il sentimento della debolezza scientìfica della loro
scuola. che non si sia mai ricreduto? Prendi quindi a considerare gli og-
getti in sè stessi; come poco dura- no, come poco valgono, come
possono - cader nelle mani d’ un bagascione, d’ una cortigiana, d’un
malandrino. “- Passa ai costumi degli uomini con chi tu vivi; il più
gentile dei quali appena si può tollerare, per non dire che appena
v’ ha fra loro chi possa tollerar sè medesimo. In tanta caligine
adunque, in tanto lez- zo, in un tal flusso continuo e della
materia e del tempo, e del moto e di quanto è in moto, qual cosa v’
ab- bia mai che meriti la nostra stima, o anche pur solo la nostra
premura, io noi so immaginare nè vedere. Che anzi ci bisogna
confortar noi medesimi con l’aspettativa della dissoluzion naturale, e
non adirarci dell’indugio, ma acquietarci in queste sole due cose: T una,
che nulla mi può accadere che non sia secondo la natura dell’
universo; l’ altra, che è in mia potestà il non far nulla contro il
Dio e il Genio mio. Perchè nissuno y’ ha che mi possa sforzare mai
ad offenderlo. il. Che uso fo io ora della mia anima? cpiesta
interrogazione convien fare a sè medesimo in ogni circostanza, ed
esaminar sè stesso, che v’ ha egli ora in quella parte di me la
quale è detta sovrana? e che sorta d’ anima è ella ora la mia? Non
è un’ anima di fanciullo? o di giovinetto? o di donnicciuola? di tiranno? di
giumento? di fiera. Quali sieno quelli die al volgo })aion beni, tu il
potrai conoscere anche da questo. Chi ha preconcepito nella mente, qual
bene, alcuna di quelle cose che sono un bene davvero, come, per
esempio, la prudenza, la temperanza, la giustizia. la fortezza, non può,
sincliè un tal concetto gli dura, pre^star più orecchio a chi venga a
dire in sulla scena, «Tanta ho di ben dovizia.... eco. I
perchè questo ripugnerà al bene al (juale egli pensa. Ma chi ha
preconcepito alcun dei beni volgari, ascolterà ed accoglierà con piacere
siccome arrecato a proposito, quello che il comico dice. Così persino
il volgo s’accorge della differenza. Altrimenti non rigetterebbe nell'
un .de’ casi quel motto, che accoglie poi,’ siccome calzante e
faceto, nell’altro, quando lo vede applicato alle ricchezze o a quelle
altre cose che fomentano la effemminatezza o l’ambizione. Fàtti innanzi adunque
e domanda se si hanno da stimare e [Verso di tm autor comico, che
dovea esser famigerato in sul teatro a quei tempi; il senso del quale,
benché Tautore noi citi intero, appare dall' ultime linee di questo
paragrafo] da riguardar come beni quelle cose rispetto alle quali
può molto acconciamente venir soggiunto, che al possessor loro, per la
soverchia abbondanza, non riman più luogo ove fare i suoi agi. Sono
un composto di causa e di materia. Ora nè questa nè quella non è
per ridursi a nulla mai; come neppure non è venuta dal nulla. Adunque
ciascuna parte di me diventerà per via di mutazione una qiìalche parte
del mondo, e quella poi ancora un’ altra parte del mondo, e così all’
infinito. Da una simigliante mutazione ho avuto io resistenza, e la ebbero i
miei genitori, e così risalendo, sino ad un^altro infinito; perchè nulla
osta che si favelli a questo modo, quand’ anche vogliamo stabilire che il
mondo si regga a periodi determinati.' 1 Allusione alla c
conflagrazione del mondo » domma Eraolitico, la quale doveva accadere. La
ragione e V arte ragionativa sono facoltà che si contentano unicamente di
sè medesime e delle operazioni lor proprie. Piglian le mosse dal
principio peculiare a loro; vanno dirittamente al fine proposto;
ondechè son nomate catortosi le azioni di cotal sorta, significando
col nome la rettitudine della via. Non è da dire che sia dell’uomo
nessuna di quelle cose che non ispettano all' uomo in quanto uomo.
Non sono punto requisiti dell’uomo, nè le promette la natura dell’
uo a certi tempi, e distruggersi allora tutto r ordine esistente
delle cose, per dar luogo ad un nuovo. Fu accettato dagli stoici
anteriori, modificato e cangiato dai posteriori: tra i quali non volle decider
nulla Antonino. por essere consumato ivi dal fuoco, se T universo
va soggetto a conflagrazioni periodiche, o per servire con vicenda
perpetua al rinnovamento di lui s'egli dura eterno o incorrotto. Beota
effectio appo Cicerone, lib. Ili de Fin., cui vedi. Ciò che in questo § è
nomato catortoei è l'aziono conforme al dovere, ed è voce solenne alla scuola.
lYio o attende complemento da quelle. Adunque non istà nè anche in
loro 11 fine dell’uomo, nè iLbene. per conseguenza, che è parte integrante
del fine. Ancora, se alcuna di queste coso spettasse all’ uomo, non
ispetterebbe a lui il dispregiarle o r opporsi ad esse; nè sarebbe
lodevole chi mostrasse non averne bisogno; nè sarebbe buono chi se
ne disdice alcuna, se buone elle fossero, f^ppure, quanto più
Tuoino si priva di queste cotali cose, o sostiene d’ esserne privato,
tanto più buono è tenuto.' IG. Quali saranno i tuoi
pensieri abituali, tale sarà la tua mente: perché si tigne dai
pensieri la mente.^ Tignila adunque con l’ abitudine ' Dunque
queste cotali cose non sono veri beni per l' uomo in quanto è uomo, cioè
ragionevole. [Questa conclusione è sott' intesa]. [Demostene più di una volta
nelle sue Filipj iche disse che quali sono le azioni in (li
pensieri come questo, per esempio: Dove si può vivere, quivi si può anche
ben vivere. Nella corte si può vivere; adunque anclie nella corti;
si può ben vivere. K come quest’ altro: Una cosa eh’ ò fatta a contemplazione
d' un’ altra, è fatta per quclr altra; se è fatta per quell’ altra, a
quella ò portata; se a quella c portata, quivi è il suo fine; se quivi è
il suo fine, quivi è anche il suo utile e il suo bene. Adunque il bene
delr animai ragionevole è la comunità; sendo dimostrato già da lunga
pezza che per la comunità siam nati> O non era evidente forse,
che gli esseri men degni son fatti a contemplazione dei più degni, e i più
degni, a contemplazione gli uni degli altri? che gli esseri animati son
più degni che gli inanimati, e i ragionevoli più degni che gli animati?
cui sogliono versare gli uomini, tali sogliono pur essere i sentimenti deU’animo
loro, Andar dietro all’ impossibile è cosa da stolto. Ora è
impossibile che i malvagi non facciano cose di questa sorta. Nulla
accade a nessuno, che egli non sia nato per sopportare. Le stesse
cose accadono a un altro, il quale, o ignorando eh’ elle sieiio
accadute, o volendo dar a divedere grandezza d’ animo, sta
inaltérabile e non se ne duole. Tristo a noi, se la ignoranza o il
rispetto umano avran più forza che la prudenza. Le cose, per sè
stesse, non toccano l’ anima punto; nè hanno accesso all’ anima; nè
posson volger r anima nè muoverla. Si volge ella e si muove da per
sè sola; e quali sono i giudizi di che ella si reputa degna, tali ella
fa che sieno per lei gli oggetti che le stan presso. Cioè, quali io le
vedo fare a costui, ora. Cioè a dire: «quali sono i giudizi che
Per un riguardo, l’ uomo è di quelle cose che ci toccano il
più strettamente, in quanto convien far del bene agli uomini e sopportarli;
ma in quanto si oppongono alcuni alle azioni debite, diventa per me
cosa indifferente 1’ uomo, non meno che il sole, non meno che il
vento, non meno che le bestie. Dalle quali cose può benissimo venir
impedita una qualche azione; ma la volontà, ma la disposizione
interna non incontrano impedimento mai, per l’ eccezione ‘ con che l’anima
accompagna i suoi conati e pel rimovere, eh’ ella fa, l’ostacolo.
Perchè l’anima ha facoltà di rivolgere al suo scopo ogni cosa che
s’ opponga alla attività di lei; e serve quindi ad un’ azione ciò
che impediva quella certa azione, e ella stima degno di sè il fare
delle cose esteriori, cotali ella fa che per lei sieno le dette
cose. diventa una via ciò che le sbarrava quella certa via. Di
quanto v’ lia al mondo, onora r eccellentissimo. L’ eccellentissimo
ò quello che si vale di tutto il resto e che tutto il resto governa. E
così ancora, di quanto v’ ha in te, onora l’eccellentissimo. L’eccellentissimo
in te è quello che v’ ha in te di congenere a quel primo. Di fatti
esso si vale in te di tutto il resto, e da esso è governata la tua
vita. Quello che non offende la città, non offende il cittadino. Ad
ogni pensiero di offesa che ti paia aver ricevuto applica questa
regola; se la città non è offesa da costui, non sono offeso nè
anche io. Che se la città è offesa, non conviene adirarsi, ma
insegnare ‘ a chi l’ha offesa dove sta il mancamento. Do il mio
pieno voto alla correzione dello Schultz, preceduto dal Gatakero, benché
questi non sapesse così bono porro al suo luogo le pardo scadute. Considera
sovente la rapidità con die passa e si dilegua tutto quello che
esiste e che nasce. Perchè la materia, a guisa d’ un fiume, è in un
flusso perpetuo; le azioni, in uno avvicendarsi continuo; le cause,
in mille determinazioni diverse; nulla, per cosi dire, che stia; e questo
infinito che presso presso t’incalza, del passato e del futuro, è
un abisso dentro al quale si sprofonda ogni cosa. Come adunque non è uno stolto
chi, fra questi termini, si gonfia, o si travaglia, o guaisce, per
cosa che minimamente il molesti, come s’ ella avesse pure a durare un buon
tratto di tempo? Pensa a tutta quanta la materia, della quale per una
minima parte partecipi; e a tutta quanta la età, della quale un
breve e momentaneo intervallo ti è assegnato; e all’ universale destino,
del quale che parte aliquota sei? /Ucuno pecca. A me che fa?
Tocca a lui il pensarci; sua è la volontà, sua 1’azione. Io ho
adesso quel che la natura comune vuol che adesso io abbia, e fo
quello che la natura mia propria vuol che adesso io faccia. La
parte sovrana e dominante deir anima tua stia salda ai moti della
carne, o sien piacevoli o ingrati, e non vi partecipi, ma circoscriva sè stessa
e tenga confinate nelle membra quelle passioni. Che se elle
penetrano ciò nondimeno sino alla mente, per la simpatia involontaria che
han fra loro le parti d’ uno stesso tutto; allora, al senso, che è
cosa naturale, non -si vuol tentar di resistere; ma si guardi la
parte sovrana dallo aggiungervi del suo r opinione che quello sia
un bene od un male. Vivere con gli Dei. E quegli vive con gli Dei,
il quale di continuo appresenta loro T anima sua disposta di tal maniera
che élla si contenti di quanto le vien distribuito e faccia quanto vuole
il Genio cui Giove distaccò da sè stesso e diede a lei per
reggitore e per guida. Questo è la mente e la ragione di
ciascheduno. T’adiri tu con quello che sa di caprino? T’adiri tu
con quello a cui pute la bocca? Che vuoi tu che ci faccia? Egli ha
la bocca a quel modo, egli ha le ascelle a quel modo, di necessità
debbono uscirne esalazioni a quel modo. Ma, odo chi dice, r uomo ha la
ragione, e può scorgere, rillettendo, in che pecca. Egregiamente. E anche
tu, dunque, hai la ragione; eccita, con la disposizione razionale, in lui
la disposizione razionale; ammaestralo; ammoniscilo. Perchè, s’egli ti
ascolta, lo guarirai, e non c’ è più uopo di collera. Nè eroe di tragedia,
nè putta. Come fai conto di vivere uscito di qua,^ puoi vivere in quello
stesso modo anche qua. Che se non tei permettono, allora esci pur
anche <lalla vita: ma come quegli a cui non incontra nulla di
male. C’è del fumo qua, io me ne vado. Perchè stimi questo gran
cosa? Ma sin [Queste parole nella vulgata stanno alla fine del §
precedente; ma, se non sono corrotte, debbono essere separate e formare
da por sè sole un paragrafo. 2 Cioè, non camminar sui
trampoli, e non istrascinartì per terra: non tanto alto da parer
gonfio o affettato, non tanto basso da muovere a schifo altrui. Cioè,
dalla corto. Allude, secondo che ci avverte il Gatakero, al proverbio:« tre
esserle cose che ci caccian fuori dì casa; il fumo, il pioverci dal
tetto, e la moglie astiosa.» Vuol dunque che r uomo esca di vita con quella
indifferenza con che uscirebbe dalla camera dove vi avesse fumo. tantoché
nulla di somigliante non mi sforza a partire, me ne rimango libero,
e nessuno m’ impedirà dal fare le cose eh’ io vorrò; e vorrò secondo la
natura d’un animai ragionevole e sociabile. La mente dell’ universo ama
la comunanza. Perciò ha fatto gli esseri men degni in grazia dei
più degni, e i più degni ha conciliato gli uni con gli altri. Tu
vedi come essa gli ha subordinati, coordinati, dato a ciascuno secondo il
suo grado, e ridotto a mutuo consenso i primi tra loro. Come ti sei
portato sinora con gli Dei, co’ genitori, coi fratelli, con la
moglie, coi figli, coi maestri, cogli educatori, con gli amici, coi famigliari,
co’ servi; se, riguardo a tutti, puoi dire insino ad ora: «
Nè d’ opre mai nè di parole oltraggio A nullo io fea.* » Omero, Odiss.
Kanimenta per quali traversie sei passato e quali hai avuto la
forza di tollerare: e siccome è piena ornai per te la storia della
vita e terminato r incarico. Che cosa s’ è potuto scorgere in te di bello;
quanti piaceri e quanti dolori hai dispregiato; quante occasioni di
gloria hai negletto; a quanti sconoscenti ti sei dimostrato
amorevole. Forse tutto il paragrafo sarà più chiaro, e il pensiero di Antonino
meno ambiguamente espresso se diremo: < Qual fosti infino ad ora verso
gli Iddii, i parenti, i fratelli, la moglie, i figlinoli, i maestri,
gli educatori, gli amici, i servi? Puoi tu dire, rispetto a tutti:
nè d'opra mai, ni di parole oltraggio a nullo io /«a? De' passati
tuoi casi e delle passate fortune, quante hai saputo tollerare da
uomo? Conchiuso per te oramai è il dramma della vita, finita la
parte che ti era assegnata. Ebbene, quante sono le buone azioni che
di te puoi ric-ordare? Quanti piaceri, quanti dolori hai saputo
disprezzare? quante cose stimate gloriose, non curare? a quanti ingrati essere
benefico e amorevole?» In questo paragrafo il Pierron ed altri dei
migliori interpreti presero alcuni grossi granchi; 1' Ornato intese
Per qual cagione certe anime inesperte ed ignare confondono
esse una esperimentata e sapiente? Qual è dunque l’ anima esperimentata e
sapiente? Quella che sa il principio ed il fine, e conosce la ragione che
penetra la materia delle cose e governa, secondo cicli determinati,
per tutta la eternità 1’ universo. Oramai sei cenere, e scheletro, e un
nome, o nè anco un nome; e il nome è strepito e rimbombo mero. Le cose di
che si fa gran conto nella vita son vuote, fracide, picciòle,
cagnolini che si mordono, fanciullini astiosi che ridono e poco
stante guaiscono. E la fede, e la verecondia, é la giustizia, e la
verità, oc Air Olimpo, la terra abbandonando Dalle vie
spaziose. » meglio di tutti; ma troppo fedele alla lettera del
testo, non fu chiaro abbastanza nello esprimerne il senso. Esiodo, opere
e giorni, v. 195. Sottin Che dunque ti può trattenere qui ancora?
quando le cose sensibili sono senza costanza nè sussistenza; gli
organi del senso, ottusi- e pronti a impressionarsi del falso;
l’animuccfa tua stessa, non altro che
una esalazione del sangue; e 1’ aver fama appo cotali, cosa del
tutto vuota. Che dunque aspetti? Con pazienza il tuo qual eh’ ei
sia o spegnimento 0 traslocamento. Ed intanto che quello viene, che cosa
ti basta? Che altro, se non venerar gli Dei e benedirli, beneficar gli
uomini e sopportarli e astenerti con loro,^ ricordandoti che quanto è fuor dei
limiti del tuo corpicciuolo e della tua aniinuccia non è nè in tuo potere
nè tuo? tendi un verbo, recaronsi o altro che più ti
piaccia. P. t Per antniuccta, intende* spesso Antonino il
principio animale mero, comune anche ai bruti, vedi la nota in fino del volume. Cioè nelle tue relazioni
con loro. Tu puoi prosperar sempre, giacché puoi andar per la diritta
sempre, giacché puoi giudicare dirittamente sempre ed operare. Due
proprietà son queste, comuni all’anima e di Dio ' e dell’ uomo e d’ogni
animai ragionevole: il non potere essere impedito da altrui, e lo
avere il proprio bene interamente riposto nella disposizione interna e nella
azione conforme alla giustizia, senza che il desiderio arrivi più
oltre. Comuni all'anima e di Dio e dell'uomo. Secondo il concetto stoico
Iddio ora un corpo o un essere vivente ed eterno, non simile all'
uomo, ma composto tuttavia, come rnomo. d’anima e di corpo. L’unità
del corpo divino coll’anima divina ora per essi il mondo, e quindi si
accordavano a dire che Dio è il mondo, cioè la materia, dotata di
una certa qualità e forma, colla forza attiva in essa immanente.
L'anima di Dio sarebbe dunque questa forza attiva immanente nel
mondo, cioè nel corpo divino. Se cotesto non è malizia mia, nè azione
procedente da malizia mia, ' nè riceve danno la società, perchè me
ne do io fastidio? E qual danno per la società v’ ha egli? Non lasciarti
portar via dalla immaginazione al primo incontro; porgi aiuto
altrui, sì, a tuo potere e secondo l’ importanza.del caso, qiiand’
anche lo scapito non sia se non di cose mezzane; ma guardati • dall’ immaginare che sia
un danno. Perchè è una cattiva abitudine. Come quel vecchio che nel
partirsi domandava la trottola del suo allievo, sapendo bene che ella era
solo una trottola: così hai da fare anche tu * sui rostri. L’uomo,
hai tu dimenticato che cose son queste? No. Mma costoro ne fanno
gran caso. E per questo hai da diventare stolto anche tu? Dovunque
il colga la morte, uomo avventurato. E avventurato vuol dire che ha
dato buona ventura a sè stesso; e buona ventura sono i buoni moti
dell’ animo, le buone volontà, le buone azioni. La materia delle
cose è arrendevole e piglia volentieri ogni forma. E la ragione che 1’
amministra non ha in sè nessuna causa di mal fare, non avendo malizia, e
non fa (juindi male a nulla, nè nulla è dannificato da lei. Ed ogni
cosa avviene ed ha compimento per essa. Non ti curare che tu stia
al freddo o che tu stia al caldo, quando fai il tuo dovere; che tu
caschi di sonno 0 che tu abbia a sufficienza dormito; che te ne
venga biasimo o che te ne venga lode; che tu muoia, o che tu
attenda ad un’ altra azione qualunque. Perchè ella è anche una delle
azioni pertinenti alla vita, quella per cui si muore; e basta anche
quivi, per conseguenza, ben disporre del presente. 3. Vedi
addentro; nè la qualità propria di nessuna cosa nè il valore ti
sfugga. Tutti gli oggetti in brevissimo tempo si mutano; ed o
avvampe- ranno, se la materia è unificata, o si
disperderanno. La ragione governatrice sa bene con qual intenzione e
che cosa opera, e su qual materia. Il miglior modo di
vendicarsi d’ una ingiuria è il non rassomigliare a chi r ha
fatta. D’ una sola cosa prendi piacere, è di quella ti soddisfa; del
passare dall’ una azion sociale all’ altra azion sociale,
ricordandoti di Dio. [Intendi per aziono sociale una aziono utile
alla comunità dogli uomini, e qual si conviene ad un animalo socievole
qual è l’uomo. La parte sovrana è quella che eccita e volge sè
medesima; che fa sè quale ella vuole, e fa parere a sè quali ella
vuole tutte le cose che aw^engono. Secondo la natura dell’
universo ogni cosa si fa; non potendosi fare secondo una qualche
altra natura la (piale 0 conterrebbe in sè quella, o sarebbe
contenuta in quella, o sta- rebbe separata al di fuori di quella. 0
confusion d’ ogni cosa, accozzamento d’atomi, e disperdimento; o unità nel
tutto, ordine, prov- videnza. Se- il primo supposto ha luogo, come
desidero io di rimanere [Cioè che ha il potere di modificare sè
stessa come ella vuole. Se contenesse in sè la prima, non sa- rebbe più
questa la natura universale, ma r altra; se fosse contenuta in essa,
quel che si farebbe secondo lei sarebbe fatto, a fortiori, secondo
l' altra: e se stesse separata al di fuori, ci sarebbe qualche cosa fuori
dell* universo, il che è assurdo. più.a lungo in un guazzabuglio di
quella fatta e lordume? Che altro mi debbe star a cuore che il «
diventare terra a qualunque modo? » E di che mi turbo io? Verrà il
disperdimento a me, checché io mi faccia. Ma se è vero il secondo, adoro
il reggitore dell’universo, e in lui sto fermo e confido. Quando
vieni sforzato punto punto dalle circostanti cose a turbarti, rientra
subitamente in te stesso, e non istar fuori del ritmo ’ pili di quello
che la necessità ti costringa. Perchè ti farai più valente nella
misura col ritornare ad essa di continuo. Se tu avessi la matrigna e
la madre nel tempo istesso, alla prima faresti onore, ma torneresti
pur nondimeno sempre accanto alla madre. Cotali son per te la corte e la
filosofia [Paragona la vita alla mimica. 0. Ifarco Aurelio]. Torna
sovente alla seconda e in essa ti riposa, la quale fa a te
sopportabil la corte, e te sopportabile in quella. Come ti fai concetto di
tale o tal altra vivanda, dicendo teco stesso: è un cadavero di
pesce, è un cadavero d’ uccello o di porco; e del falerno, è succo
di grappoletti d’uva; e della porpora, son peluzzi di pecora
intinti nel sangue d’ una conchiglia; e del congiugnimento, è
attrito di membrane ed escrezione di moccio con un po’ di spasmo;
come tu giudichi allora, penetrando col concetto sino alle cose
esse medesime e rappresentandole nella essenza loro quali sono; così hai
da fare in tutte le occorrenze della vita; e quando le cose ti si
fanno innanzi con molta appariscenza, denudarle, e scorgerne la
bassezza, tolto che avrai d' intorno a loro la pompa onde si fan
magnifiche. Imperocché gran madre illusioni è la boria; e quando tu
credi più fermamente eh’ elle sieno serie le cose a cui attendi, allora
sei più affascinato. Vedi che cosa dice Cratete di Senocrate
stesso.’ Le cose che il volgo apprezza sono per la maggior parte di
estremo genere ed infimo, di quelle cioè che dall’ abito o dalla natura son governate: pietre, legni,
fichi, viti, ulivi, (rii uomini un po’men rozzi tengono in pregio
quelle che son governate dall’anima: greggio, per esempio, e
mandre. Gli uomini ancor più còlti, quelle che son governate
dall’anima ragionevole; non tuttavia in quanto è universale, ma in
quanto è artificiosa o, come che sia, ingegnosa. 1 StìTi Socrate
tu discepolo di Platone, e famoso per l’austerità del suo
carattere, (guanto al Cratete qui menzionato, ignorasi se fosse il
filosofo Cratete di Atene, oppure il cinico di Tebe; come ignorasi
pariraentn qual fosse il detto a cui si acceuna in questo luogo. 1
m2 ricordi. V od anche senza relazione a nulla, '
come il possedere semplicemente una moltitudine di schiavi.* Quegli
poi che fa stima dell’anima ragionevole universale e sociale, non si cura
delle altre cose più punto; ma si studia di consolidare in istati
ed in moti conformi alla ragione e volti al bene della società 1’
anima sua, ed aiuta il suo congenere a far lo stesso. Una cosa
s’affretta a nascere, iin’ altra a venir meno, e di quella stessa
che nasce ima qualche parte è già spenta; il flusso e l’alterazione
ringiovaniscono ad ogni ora il mondo, come lo scorrere non interrotto
del tempo fa sempre nuova 1’ eternità. Tn tal fiumana di cose che vengono
e passano, che v’ ha egli che altri 1 Intendi che costoro ameranno
possedere* nn gran numero di schiavi come i detti pocanzi ameranno
possedere nna mandra numerosa. debba aver caro, quando,su nulla
può' far fondamento? Gli è come se imprendesse ad amare uno degli
uccelletti che volano, e quegli è già sparito via. La vita di
ciascheduno è non altrimenti che una esalazione del sangue o una respirazione
dell’aria. Pei> chè non v’ lia differenza, che tu tragga a te
l’aria una volta e la renda, il che tu fai tuttodì, o che tu renda
tutta insieme colà d’ onde l’ hai tratta la facoltà respiratrice che ieri
o ier l’altro nascendo acquistavi. Non il traspirare, come le
piante, è degno di stima, non il respirare, come i giumenti e le bere,
non il. ricevere impressioni nella fantasia, non Tesser mosso dagli
appetiti, non l’adunarsi in branco, non il nutricarsi; cosa non dissimile
dal mandar fuori il soverchiò del nutrimento. Che è degno di stima
adunque? lo strepito? No. K per conseguenza nè anche lo strepito delle
lingue. Ora le acclamazioni del volgo non sono altro che strepito
delle lingue. Anche la gloriuzza hai posto adunque da banda. Che
rimane, che s«i degno di stima? Il muoversi, pare a me, e il
ristarsi secondo il principio della
propria costituzione, al che conducono ancora le arti e le culture
diverse. Perché ogni arte ha questo per iscopo, che il formato da
lei sia acconcio alPopra per la quale è formato; e il vignaiuolo che
coltiva la vite, e il cavallerizzo, e il canattiere, cercano pur questo.
E le educazioni, e le scuòle, a che tendono? Questo adunque è il degno di
stima. E se questo vien condotto a bene, non occorre procacciar più
altro. Non finisci di stimare ancora molte altre cose?* Nè libero adunque
sarai 1 L'operare e il non operare. Cioè, non cesserai dallo avere
in pregio molte altre cose? tu mai, nè
bastevole a te, nè impassibile; perchè ti sarà mestieri invidiare,
ingelosire, sospettare chi ti può tórre le cose che stimi, macchinar
contro a chi le ha; in fine, conturbato convien che sia chi d’
alcuna di quelle è privo, ed oltracciò, che mormori contro agli Dei bene'
spesso; laddove la riverenza della propria mente e la stima ti farà
accetto a te medesimo, accomo devole agli uomini e consonante agli Dei,*
io voglio dire, contento di tutto che essi distribuiscono e di tutto
che hanno ordinato. Air insù, all’ ingiù, a cerchio intorno,
son le mosse degli elementi. La virtù non si muove in nessuna cDi modo
che ciascheduno che procaccia di desiderare e fuggire solamente quello
che è da essere desiderato e fuggito, procaccia al tempo medesimo di esser pio
-- Epitteto, Manuale, traduz. di G. Leopardi. Vedi tutto questo capitolo
del Manuale. di queste guise, ma in una certa sua più divina, e per
via mal compren- . sibile procedendo va di bene in meglio. Che cosa
è mai quel che fanno ! Ai loro contemporanei, che insieme con essi
vivono, non voglion dar lode; ed essi medesimi poi agognano di aver
lode dai posteri i quali non videro mai, nè vedranno. Gli è come se
tu ti dolessi del ' non aver lode anche da’ tuoi antenati. Non
ogni volta che una cosa è malagevole a te, hai da credere però eh’
ella sia impossibile all’uomo; anzi, ogni volta ch’ella è possibile
all’ uomo e dimestica, credi ch’ella è conseguibile anco da te. Nell’
esercizio della lotta alcuno talora ci graffia, o venendoci addosso ci
percote malamente col [Merico Casaabono cita qui, siccome un
bel comento a questo §, il saggio di Giobbe, che vuol leggersi tutto
intero. capo. Ma noi diamo a divedere, e non ce ne tenghiamo olfesi, nè
stiamo in apprensione di lui quindi innanzi, come se ci insidiasse;
ce ne guardiamo, sì, ma non come da nemico, nè con. animo sospettoso; lo
scansiamo con piacevolezza. Questo medesimo s’ha da fare in tutte
le altre parti della vita: molte cose lasciar correre, come tra
persone che lottano. Perch’egli si può, come ho detto, schivare altrui, e non
averlo però a sospetto nè odiarlo.Se altri mi può convincere e far capace
eh’ io penso ed opero non rettamente, di buon grado son per
ricredermi; perchè io cerco la verità, la quale non noeque mai a
nessuno. Nuoce bensì altrui il limanere nell’ inganno e nell’ ignoranza
propria. Quanto a me, io so l’ufficio mio; le altre cose non me ne
distolgono; perchè o sono inanimate, o irragionevoli, o vanno errate e
non conoscon la via. Gli animali irragionevoli e le cose in
generale a te sottoposte, quando esse non han la ragione e tu r
hai, usa senza riguardi alteramente; gli uomini, che han la ragione, usa come
vuol la legge di compagnia. In ogni cosa poi, invoca gli Dei. E non
curarti del più o men tempo che tu durerai a far cotesto: perchè
bastano anche tre sole ore cotali. Alessandro il Macedone e il
mulattiere di lui si ridussero, morendo, alla medesima stregua. Perchè, o
furon ricevuti ambidue nelle stesse ragioni seminali del mondo,' o
si dispersero del pari in atomi. Pensa quante cose, in un medesimo
istante, dentro a ciascuno Nel caso che sia vero il sìsteina atomistico di
Epicuro. di noi han luogo, relative al corpo nello stesso tempo ed all’
anima; e non istupirai che molte più, anzi tutte quelle che
avvengono, coesistano simultanee in quel tutto ed uno a cui diamo il nome
di mondo. Se qualcheduno ti domanda come si scriva il nome d’
Antonino, proferirai tu forse con isforzo di voce ogni sillaba? E
se quegli s’adira, t’adirerai alla tua volta anche tu? Non
annovererai tu piuttosto, pacatamente procedendo, l’una dopo l’altra le
lettere? Cosi hai da fare anche adesso. Ricordati che ogni ufficio*
consta di certi numeri; colr osservare i quali, e non col turbarti, e non coll’
adirarti con chi s’adira, arriverai direttamente al fine,
proposto. Come è crudele il non permettere agli uomini che seguano quel
che sembra a loro convenevole ed utile? E tu noi permetti, in un
certo modo, quando ti corrucci del loro fallire. Perchè del tutto e’
non vi si indifcono se non in quanto il credono convenevole ed
utile a loro. Ma non è così. Dunque ammaestrali e falli capaci, senza
corrucciarti. La morte è una pausa alla impressione dei sensi, allo
stimolo degli appetiti, al discorrer della mente èd alla servitù
verso la carne. È un vituperio che in quella vita dove non ti s’è
stancato ancora il còrpo, ti si sia stancata innanzi tempo r
anima. Bada a non incesarirti,* a non imbrattarti; chè cosi suole
avvenii-e. Conservati adunque semplice, buono, Intendi: sebbene tu
sia stato adottato nella famiglia dei Cesari, bada a non t«ccsarirli,
cioè cadere nei costumi viziosi di molti dei Cesari o imperatori che. ti
hanno, preceduto. intemerato, grave, ingenuo, amico del giusto,
pio, mansueto, amorevole, saldo nell’ adempire al tuo ufficio. Combatti
per mantenerti tale, quale ti ha voluto fare la filosofìa. Venera
gli Dei, fa’del bene agli uomini. Breve è la vita; e l’unico frutto di
questa esistenza terrena è la santa disposizione deir animo e 1’ opere
indirizzate al comun bene. Ogni cosa da vero discepolo di Antonino quel
suo vigor costante in ciò che operava secondo ragione, e 1 umor
sempre uguale, e la santità della condotta, e la serenità del
volto, e la soavità dei modi, e il dispregio della vana gloria, e
l’ ardore nel voler comprender le cose, e come non avrebbe lasciato andar
nulla mai, ch’egli non avesse ben bene considerato in prima e
chiarito; e come sopportava quelli che si dolevano di lui
ingiustamente, [Antonino Pio, suo padre di adozione. senza ridolersi egli
di loro; come non faceva mai nulla in furia; come non dava adito ai
delatori; come era diligente esploratore dei costumi e delle
azioni, non maldicente nè temente i rumori, non sospettoso, non
sofistico; come si contentava di poco, in materia d’abitazione, per
esempio, di letto, di vestito, di cibo, di servidori; come era operoso,
longanime, e di tal tempra da poter durare in uno stesso luogo sino
alla sera, senza aver uopo, per la frugalità del vitto, nè anche di
uscire ai bisogni del corpo fuor dell’ ora consueta; e la costanza e il
tenor sempre uguale nelle amicizie; e il sopportare che altri
contraddicesse con libertà di parole al suo parere, e rallegrai’si
quando glien era mostro un migliore; e come era religioso senza
superstizione; affinchè, con una buona coscienza pari alla, sua, tu
incontri come egli incontrò l’ultima ora. Esci dall’ ebrezza,
ritorna in te; e cacciato via il sonno, e veduto ch’eran sogni
quelli che ti turbavano, risvegliati una seconda volta, e guarda le cose
della vita come tu guardavi quelle altre. Son composto di un corpicciuolo
e d’un’ anima. Al corpicciuolo tutte le cose sono indilferenti; non
potendo egli nè manco far differenza. Air anima sono indifferenti
tutte Qui r Ornato volea fare una nota, come è indicato nel
manoscritto, ma non la fece. Verosimilmente egli volea gìnstiiicare e
ilInstrare la sna interpretazione di questo luogo, alquanto diversa da
quella degli altri interpreti. La traduzione letterale di tutto il § è
cEsci d'ebrezza, richiama te stesso; e cacciato via il sonno, e veduto che
eran sogni quelli che ti turbavano, desto una seconda volta, guarda
queste cose, come tu guardasti quelle altre. Intendi anima razionale, la quale per
gli Stoici non era altro che ragione e volontà, esclusa la sensibilità
appartenente solo airantmwccta, mero principio animale comune anche
ai bruti. quelle che non sono azioni di lei. E quelle che sono azioni di
lei, stantìo tutte in balia di lei. E di queste ancora, quelle sole che
riguardano il presente. Perchè le azioni future e le passate sono
pure indififerenti per lei. Il lavoro non è cosa contro natura
nè per la mano nè pel piede, sintantoché il piede fa le cose del
piede, e la mano le cose della mano.. Quindi non è nè anche cosa
contro natura per V uomo, in quanto uomo, fìnch’egli fa le cose
dell’uomo. E se non è cosa contro natura per lui, non è nè anche
per lui un male. Quanti piaceri non godono i malandrini, i
bagascioni, i parricidi, i tiranni? Non vedi come gli artisti mec-
* canici condiscendono bene in.qualSottintendi; € hanno importanza
per lei. che cosa agli imperiti, ma non seguitai! meno però la
ragione dell’arte, e da quella non si vogliono distaccare? Non è ella una
vergogna che l’architetto e il medico abbiano più rispetto per la
ragion dell’ arte loro propria, che l’ uomo per la sua, la quale
egli ha in comune con gli dei? L’Asia e l’Europa son cantucci del
mondo; tutto il mare, una gocciola del mondo; l’ Athos, una zolletta del
mondo; ciascuno degl’istanti presenti del tempo, un punto dell’ eternità. Tutto
è piccola cosa, mutabile, peritura. Tutto vien di colà, da quella
mente comune, o voluto da lei, o per concomitanza.* E quindi la gola
del leone, e il veleno, ed ogni cosa malefica, come le spine ed il loto,
sono un accompagnamento e quasi una produzion necessaria di quanto
v’ha d’eccelso e di bello. 'Non immaginai ti adunque che sien cose
aliene da quello che tu veneri; ma pensa alla sorgente del
tutto. Chi ha veduto le cose d’ adesso, ha veduto tutte le cose,
quante per gl’ infiniti secoli furono e per gli jiltri infiniti
saranno; perch’ elle son tutte d' uno stesso genere e d’ uno stesso
coloi'e. Considera sovente la concatenazione di tutte le cose nel
mondo e la relazione dell’ una all’altra. Perdi’ elle son tutte
intrecciate, dirò così, r una colf altra, e tutte, per (piesto
motivo, amiche l’ una dell’altra. Di fatti all’ una vien sempre dietro 1’
altra; del che è cagione iJ moto tonico e consenso di tutte e r unità
della rnateiia prima. Alle cose che ti sono date in sorte, ti devi
adattare; e gli uomini, coi quali hai comune la sorte, li devi
amai'e, ma amar veramente. Uno strumento, un ordigno, un arnese
qualunque, se è atto, a tutto quello per che è stato formato, va
bene; ancorché non ci sia più chi r ha formato. Ma negli esseri
governati dalla natura è immanente dentro e continua la virtù che
li formò; per lo che conviene ancor più venerarla, e stimare.che,
ove secondo il voler di quella tu viva, sia per riuscirti secondo
il tuo intento ogni cosa. E questo ò quello che succede all’ universo,
che gli riesce secondo il suo intento ogni cosa. il.
Quale che sia la cosa dove tu riponi il tuo bene o il tuo male, s’
ella è una di quelle che non dipendono dalla tua volontà, di necessità debbe
accadere che, incorrendo tu in quel male, o non conseguendo quel
bene, tu accusi gli Dei, e che tu odii inoltre gli uomini, i quali
ti saran causa, o i quali tu sospetterai avere ad esserti causa del
non conseguir 1’ uno o dell’ incorrer nell’altro; e molte iniquità,
certo, commettiam noi, per non essere indifferenti a siffatte cose. Ma se
noi tenghiamo per beni o per mali quelle cose soltanto che
dipendono da noi, nessuna causa rimane più nè di accusare Iddio, nè di
stare in ostilità verso l’uomo. ANBEDUE COOPERIAMO AD UN MEDESIMO FINE.
Gl’uniscienti e intelligenti, gl’altri alla cieca; per modo che anche i
dormienti, come disse Eraclito, se non erro, lavorano e COOPERANO a
ciò che si fa nel mondo. L’ uno ci lavora in una guisa, l’altro in
un’altra; e ancorché senza suo prò, ci lavora e coopera anche colui
che si va querelando e fa prova ' Vedi il § 16 di questo medesimo
libro. Con questo § finisce il volgarizzamento delr Ornato, e col §
seguente incomincia il volgarizzamento rifatto da me. di resìstere e
distruggere l’opera altrui: perchè anche di questi ha bisogno il
mondo. Rimane dunque che tu vegga nel novero di quali tu ti vuoi
porre: perchè chi governa il tutto, saprìi ben valersi di te in
ogni modo, ricevendoti in questa o in queir altra banda de’ suoi
lavoratori e cooperatori. Se non che hai da badare che tu non sia tal
parte della brigata, qual è del dramma quel povero e ridicolo verso
di cui parla Crisippo. Il sole vuol egli fare le veci della
pioggia? o Esculapio quelle di Cerere? E gli astri non hanno essi i
loro uffici diversi, ciascuno il suo, 1 Plutarco {de comm. adv.
Stoicot) cita le parole di Crisippo, alle quali allude Antonino: «In quel
modo che le commedie hanno talvolta dei versi ridicoli e facezie che
non hanno alcun valore in sè, ma giovano nondimeno all'effetto generale
del poema; parimente il vizio è certamente riprovevole in sè, ma non è
inutile a tutto il rimanente delle cose.» ma COOPERANTI AMBI AD UN
MEDESIMO FINE? Se gli Dei hanno deliberato intorno a me ed alle
cose che debbono incontrarmi, hanno bene deliberato e provveduto: perchè un
Dio senza senno e improvvido non possiamo neppure immaginare. E
farmi del male, per qual motivo l’ avreb- bero essi voluto? Qual
pio ne sa- rebbe venuto ad essi o al tutto di che prendono sì gran
cura? Che se non hanno deliberato intorno a me in particolare, essi
hanno al certo deliberato universalmente intorno a tutto il
complesso delle cose. Io debbo quindi accettare e aver caro tutto
che mi accade, come conse- guenza necessaria di quella loro ge-
nerale determinazione. Che se poi non pensano nè provvedono a nulla
(è una empietà il crederlo; o vera- mente non facciam più sacrifici,
nè preghiere, nè alcuna di quelle cose che suppongono presenti gli
Dei e viventi con noi); ’ se, dico non pen- sano nè provvedono in.
alcun modo a niuna delle cose mie; posso io almeno pensare e
provvedere a me stesso: e mio primo pensiero debbe essere di
conoscere in che consiste Futile mio. Ora egli è utile ad un essere
qualsivoglia ciò chcs è con- forme alla costituzione e natura di
lui. La mia costituzione è ragionevole e socievole: la mia società e LA
MIA PATRIA, come Antonino, è ROMA; come uomo, è il mondo. Ciò solo adunque
che giova a queste due patrie, ò utile a me. Ciò che avviene a
ciascheduno, è utile al tutto. Questo solo basta. Ma tu osserverai ancora,
so tu ci badi, che per F ordinario ciò che succede ad un uomo, è
utile an- cora agli altri uomini. Intendo ora ^ Intendi: «che
suppongono la presenza J e la provvidenza divina.» r utile nel senso volgare, cioè attri-
buendo utilità alle cose medie. Quello effetto che fanno in te gli
spettacoli degli anfiteatri e di simili luoghi, chè per essere sem-
pre le medesime cose, ti rechi a noia il vederle, quello effetto
me- desimo facciano in te tutte le cose della vita: perchè esse
sono, dalla cima al fondo, sempre le stesse, e nate sempre dalle
stesse. K fino a quando adunque? Non cessare di
rappresentarti al pensiero uomini’ trapassati di ogni fatta 0 di
ogni sorta di condizioni, discendendo anche a Filistione, a Febo e
a Origanione;* passa di poi ad altri generi di viventi. Colà dob I[Vi
fu un Filistione poeta comico, contemporaneo di Socrate; vi fu ancora un
Filistione di Locri, il quale era medico, e da alcuni creduto autore dei
libri sulla dieta che fanno parte della collezione ippocratica. Quanto a
Febo e Origanione ci sono al tutto incogniti. biamo andare anche noi dove
sono iti tanti valenti oratori, tanti gravi filosofi, Eraclito,
Pitagora, Socrate; tanti eroi prima di loro, tanti capitani dopo, tanti
tiranni; e insieme con loro EUDSOSSO, IPPARCO, ARCHIMEDE altri acuti
ingegni, uomini magnanimi, laboriosi, scaltri, arroganti, beffardi,
schernitori di questa povera vita di un giorno, siccome fu MENIPPO ed
altri simili a lui. Pensa che tutti costoro sono spenti. II celebro
matematico discepolo di Platone, il cui sistema è esposto nel XII della
Metafisica di Aristotele; e che insieme cou Speusippo assorbì tutto il
Platonismo nella teoria dei numeri. A lui si applica, non meno che
a Speusippo,!' osservazione di Aristotele: «la matematica è divenuta
tutta la filosofia del nostro tempo. [Matematico contemporaneo di
Tolomeo Filadelfo, nato in Nicea] [Filosofi» cinico nato a Gadara, dal
quale un certo genere di satiro che furono dette menippee: orasi
beffato dei filosofi e delio loro dispute scrivendo con uno spirito
e una vena inesauribile, che gli fu invidiata, come pare, anche da
Luciano. da gran tempo. Ora che male per essi? che male per coloro dei
quali non resta pure il nome? Solo una cosa è qui da avere in gran
pregio: r osservar sempre la veracità e la giustizia, comportandoci
benevolmente anche verso i bugiardi e gli ingiusti. 48.
Quando vorrai rallegrare te stesso, rappresentati al pensiero le
migliori qualità degli uomini coi quali tu vivi: per esempio, l’operosità
efficace di questo, la verecondia di quello, la liberalità di quelr altro, e
cosi via via. Perciocché non è cosa che tanto rallegri, quanto le
sembianze della virtù espresse nei costumi delle persone colle quali
viviamo, e quanto più esser possa, accumulate e frequenti. Vuoisi dunque
averle pronte alla memoria. Ti quereli tu del pesare solo cotante
libbre e non tre cento? Così non ti querelare dello aver a vivere
solo tanti anni e non più. Come ti tieni per pago e lieto della
quantità di materia che ti fu assegnata, così accontentati del
tempo. Fa’ prova di persuaderli; ma non lasciar di operare anchh
malgrado loro, quando ragione di giustizia il richieda. Che se altri ti
impedisce colla forza, volgiti alla rassegnazione, e serba la
serenità dell’anima, facendo uso di quello impedimento per l’ esercizio
di un’altra virtù. E ricordati che tu vuoi condizionalmente,* e che non
si richiede da te r impossibile. Ora che si richiede adunque? Una cotale
determinazione di volontà. E questa [ La volontà giusta è solo scopo
e termine di sè medesima, sia o non sia ella efficace, cioè a dire, sia o
non sia seguita dall' effetto esteriore, il che dipende dalle
circostanze esterne. tu l’hai: il fine a cui sei venuto nel mondo è
conseguito. L’ambizioso ripone il ben suo nell’ azione altrui; il
voluttuoso nelle proprie passioni; ' il savio nella sua propria
azione. Io posso astenermi dal fare concetto alcuno intorno a ciò, e
non turbarme nell’anima. Non le cose, ma noi siamo gli autori dei
nostri giudizi. Fa’ di avvezzarti ad ascoltare senza
distrazioni ciò che altri dice, e ad entrare quanto più puoi nell’animo
di chi favella. Ciò che non giova allo sciame, non giova neppure
alla pecchia. Quando i naviganti mormorano contro al nocchiero,
o gli infermi. Meno stoicamente direbbesi nel soddisfacimento delle proprie
passioni, » cioè nel piacere procurato da questo soddisfacimento. Perchè
il piacere stesso è per gli Stoici una passione, un patire e non un
agire dell' anima. Di contro al medico,' qual motivo può moverli a
ciò se non se il modo con che il medico e il nocchiero procacciano
la sanità e la salvezza loro? Quanti di coloro, coi quali io
venni al mondo, se ne sono già andati! Agli itterici sembra amaro
il miele, l’acqua è spaventevole alr idrofobo, pel fanciullo è bellissimi
una palla. A che dunque mi adiro? Stimi tu men potente una falsa opinione
che la bile nell’itterico, o il veleno nell’idrofobo? Niuno può
recarti impedimento al vivere secondo la legge della tua natura;
nulla accaderti contro la legge della natura comune. Che è il vizio?
è ciò che tu spesso hai veduto. E ad ogni accidente che t’ intervenga
abbi apparecchiato questo pensiero, che è cosa da te spesso veduta. Su e
giù, a dritta e a manca troverai pur sempre le stesse cose, di che sono
piene le antiche storie, le mezzane e le moderne; di che ora son
piene le città e le case. Nulla di nuovo: tutto consueto e di poca
durata. La fede nei domini come può venir meno se non se collo
spegnersi di quei pensieri che sogliono alimentarla? i quali sta in te jl
ride«^tar di continuo. Posso pensare di una cosa quel che ne debbo pensare:
se questo è in mia facoltà, a che mi turbo? Ciò che è fuori ilella
mia mente, non ha nulla che fare colla mia mente. Fa’ di essere
cosi disposto e sei ritto. Il risorgere sta in poter tuo: vedi di nuovo
le cose a quel modo che tu le vedevi: sarà il tuo
risorgimento.' 3. Pompe, trionfi, vani apparati, drammi che
si recitano in sulla scena, greggi, armenti umani, scaramucce, ossicciuolo
gittate al cagnolino, tozzo di pane ai pesci nel vivaio, affanni e
lavorar di formiche,, discorrimenti qua e là di topi spaventati,
fantoccini mossi da un filo. È mestieri assistere a codeste cose con
viso benevolo e non burbero, ma non però dimenticare che tanto vale
ciaPare che ad Antonino in un momento di sconforto sombrasse aver perduta
la fede nei domrai della filosofia. E si conforta a ricuperarla. Bello e
profondo paragrafo, stoicamente considerate] scuno quanto vaglion le cose cui
dà le sue cure. Conviene por mente parola per parola a ciò che si
dice, e atto per atto a ciò che si fa. E veder tosto nell’ una cosa
qual è lo scopo; nell’altra, qual è il significato. Basta, o non basta il
mio ingegno a proccurare questo effetto? Se basta, io ne fo uso come di
uno stromento che la natura dell’ universo mi diede. Se non basta,
ove non osti il dover mio, lascio fare r opera a chi può condurla a
fine meglio di me; ovvero io la fo come posso, giovandomi dell’aiuto
di tale, che possa, scorto dal mio proprio consiglio, recare ad effetto
ciò che è utile ed opportuno alla comunità. Perchè questo deve
esser sempre il fine di ciò che io faccia, sia da per me solo, sia
coll’aiuto altrui: l’utile e il convenevole al comune. Quanti
lodatissimi sono già stati dati all’oblio! e quanti che li lodarono sono
scomparsi, già è gran tempo! Non ti vergognare dell’essere
aiutato. Tu ci sei per fare quello che tocca a te, come un soldato ad
una battaglia murale. Ora se tu, offeso in una gamba, non potessi
solo salire in sui merli, e ti venisse fatto colr aiuto di un
compagno? Non ti mettere affanno delle cose future. Tu arriverai ad
esso, se il dovrai, recando teco quella medesima ragione di che fai uso
nelle cose presenti. D, Tutte le cose sono reciprocamente
collegate fra loro; sacro è il legame che le unisce, e niuna cosa
può dirsi estranea ad un’altra. Esse sono tutte coordinate insieme e
concorrono ad ornare lo stesso mondo. Perchè uno è il mondo che è
formato di esse tutte, uno Iddio che penetra tutto, una la materia
prima, una la legge, una la ragione comune a tutti t?li esseri
intellettivi, una la verità:. essendo pur anche una sola la perfezione di
tutti gli esseri congeneri e partecipi della stessa ragione. Presto
svanisce ogni corpo, risolvendosi nella sostanza universale; presto svanisce
ogni causa, rientrando nella ragione universale; e la memoria di
ciascheduna cosa è presto inghiottita nell’abisso del tempo. Per
l’animale ragionevole, la stessa azione che è secondo natura, è
anche secondo ragione. Se non sei ritto, dirizzati. Quella relazione
che hanno fra loro le membra del corpo nell’animale individuo, hanno fra
loro gli esseri intelligenti nel corpo collettivo della società: tutti
sono fatti per cooperare insieme ad uno scopo comune. E per meglio
ricordartene avrai cura di ripetere. spesso a te medesimo: io sono
un membro del sistema degli esseri intelligenti. Ma se tu di’
solamente: io sono una parte, tu non ami ancora di cuore gli uomini;
il beneficarli non è ancora per te cosa che per se medesima ti diletti e
ti contenti: tu il fai tuttavia per pretto dovere, non perchè tu
senta di beneficare ad un tempo te stesso. Accada che vuole al di
fuori a quelle parti che possono ricevere nocumento da cotali
accidenti: se ne dorranno esse che patiscono,’ se il vogliono.
Quanto si è a me, ove io non faccia concetto di siffatti accidenti come
di un male, non ne ricevo nocumento veruno. E sta in mia facoltà il
non fare cotali concetti. Che che altri faccia o dica, a ine
conviene essere uomo dabbene: per appunto come se V oro, o la
porpora, o lo smeraldo dicesse: che che altri faccia o dica, a me
conviene essere smeraldo, e avere il mio proprio colore. La parte sovrana
non dà mai noia a sè stessa, vale a dire, non è mai cagione nè di
tristezza, nè di timore, nè di concupiscenze a sè stessa. Se altro
v’ ha che possa moverla a ciò, vi si adoperi. Quanto a lei, operando
razionalmente, non sarà mai a sè stessa cagione di cotai moti. Provveda
il corpo, se può, al non avere a soffrire; e se soffre, lo dica.
Quanto si è all’animuccia, nella (filale veramente cade la tristezza
e il terrore, basterà solo che la parte ove si formano i giudizi*
del terribile [Animuccia; intendi il principio della
&dìoi&1o e del tristo, non dia luogo a quelli: essa
animuccia non ha attitudine a formare giudizi cotali. La parte sovrana,
considerata in sè, non ha mai manco di nulla, ove ella non venga
meno a sè stessa: e similmente non è mai turbata nè impedita, ove
non turbi o impedisca ella sè medesima. Beatitudine vuol dire
buon genio, vuol dire mente buona. Che fai dunque tu qui, o
immaginazione? Va’ via, te ne prego per gli Dei, vattene come sei venuta:
non ho bisogno di te. Tu sei venuta secondo l’usanza tua vecchia.
Non mi adiro teco; ma vattene. V’ha chi teme il mutamento? Ma
che può farsi mai senza mutamento e trasformazione? E che v’ha di più
caro, di più proprio e consueto alla natura dell’universo? E puoi
tu stesso prendere un bagno se le legna non si trasformano? puoi tu
nutrirti, se non si trasformano i cibi? E v’ha egli alcuna delle
altre cose necessarie alla vita che possa elfettuarsi senza
trasformazione? Non vedi tu dunque che il dovere tu ancora essere trasformato,
va del pari con tutte le altre trasformazioni,, ed è parimente
necessario alla natura dell* universo? 19. Per entro la sostanza
dell' universo, come per entro a un torrente, passano tutti i corpi
connaturati a (jiiello, siccome sono connaturate a noi, e cooperano
con noi le nostre membra. Quanti Crisippi ha già inghiottiti il tempo,
quanti Socrati, quanti Epitteti! Lo stesso sovvengati (l;ogni altro
uomo, o cosa qualsivoglia. Una sola cosa mi turba: la tema di far
cosa che la natura dell’ uomo non voglia, o come essa non voglia, o
quando essa non voglia. Presto avrai tutto obliato, e presto ancora
sarai obliato da tutti. È proprio dell’ uomo l’ amare anche colui che
ci offende. Il che ti verrà fatto se tu penserai che egli è pur tuo
congiunto,^ che ha peccato per ignoranza e suo malgrado, che fra
poco sarete morti ambidue, e sopra tutto che egli non ti ha nociuto:
perchè non fece peggiore che olla prima si fosse la tua parte
sovrana. La materia comune di tutte le cose è nelle mani della
natura universale, come la cera in quelle dello scultore.^ Ora ella ne fa
un cavallo, poi, rifusa la materia del cavallo, ne fa uso alla
produzione di un albero, poi a quella di un omiciattolo, poi a
quella di qualche altra cosa, e ciascuna di queste cose dura un
brevissimo spazio di tempo. Ma e'non è oggi più tremendo pel
forzierino r essere sconficcato e disfatto, che non fu ieri 1’ esser
fatto. Il quale si serve di essa cera per fare i modelli delle sue
statue. II livore in sul viso è cosa contro natura, da che spesso vi
altera anche il colore che naturalmente 10 abbellisce, e che alla
fine vi si spegne in modo da non potervisi più ravvivare. Questo ti
provi che è cosa eziandio contro ragione: perchè se anche la
coscienza del peccare si perde, qual motivo di più vivere? Tutte le cose
che vedi, già già le viene mutando la natura reggitrice del tutto,
la quale ne farà altre della materia loro, e poi altre della materia di
queste, affinchè il mondo sia sempre giovane. Quando altri ti
offende in che che sia, considera tosto qual cosa egli abbia dovuto
estimare come un bene o come un male perchè fosse così mosso ad
offenderti. La qual cosa scorto che tu abbia, tu avrai compassione
airuomo, e cesserai dal maravigliarti e dallo adirarti. Perdiè o tu
stesso stimerai tuttavia come un bene o come un male quella
medesima cosa od altra somigliante; e allora gli si vuol perdonare; o
tu farai altra estimazione ch’egli non fece, e più facilmente
benigno sarai a chi travide malgrado suo. Non pensare alle cose che
tu ancora non hai come se tu gȈ le avessi. ^Ma facendo piuttosto
il novero delle più comode tra quelle che liai, sovvengati quale studio
porresti in procacciarle se tu non le avessi. Bada nondimeno che
questo tuo averle in grado non ti venga avvezzando a stimarle in modo da
turbartene poi quando elle ti mancassero. Ravvolgiti in te stesso. La
parte sovrana e ragionevole dell’ uomo ha natura tale che basta a sè
quando agisce rettamente e sa trovare in ciò la sua quiete.
29. Cancella le immaginazioni, raffrena gli appetiti, circoscrivi il
presente del tempo. Conosci ciò che accade a te e ad altrui. Dividi e
risolvi ne’ suoi elementi, la parte causale c la parte materiale,
ogni oggetto di appetizione o di aversione. Pensa all’ ultima ora.
Lascia stare il peccato altrui colà dove ò nato. no.
Segui col pensiero le altrui parole. Penetra coll’ acume della
mente nelle cose che si fanno e nelr animo di coloro che le fanno.
31. Adornati di verecondia, di semplicità e di indifferenza verso
tutte le cose che non sono nè virtù nè vizio. Ama il genere umano.
Obbedisci a Dio. Tutto le cose, disse colui, si fanno secondo una
legge immutabile. 0 gli Dei, o gli atomi. Ma basta il ricordare che tutto
si fa [Cioè a dire: o v' ha una provvidenza divina, o non v'
ha, secondo il sistema atomistico di Epicuro. secondo una legge. Ma troppo è
anche il poco già detto. Quanto alla morte, o essa a un
disperdimento, se la vita ò un accozzamento fortuito di atomi o altra
aggregazione qualsiasi. Ovvero essa è uno spegnimento, ovvero un
traslocamento. Quanto al dolore, se è intollerabile, ti uccide. Se dura, è
tollerabile. E la mente conserva la sua tranquillità se si raccoglie in sè
stessa: e la parte dominante non si è fatta peggiore. Quanto alle
parti che sono offese dal dolore, ce lo dicano se il possono. Quanto
alla gloria, vedi le menti loro, quali cose fuggono e quali cose
ricercano. E ancora, che a quel modo stesso che gli strati di arena
novellamente gittati in sul lido ricoprono i precedenti; similmente nella
vita le cose nuove ricoprono, sovrapponendosi, per così dire, ad esse,
e fanno dimenticare quelle a cui succedono. Di Platone: Ad
uomo di eccelsa mente, al quale sia dato di abbracciar col pensiero
tutta la serie dei tempi e l’ università degli esseri, credi tu che
la vita sia per sembrare un gran che? Impossibile, disse quegli. E
la morte, per conseguenza. non sarà punto stimata da lui una tremenda
cosa. — No certo. » Di Antistene: Operar bene ed essere
lacerate è cosa da re. È vergogna che il
volto ubbidisca alla mente e si componga ed assesti come ella vuole; e
che la mente poi non sappia comporre e«l assestar sè
medesima. Contro le cose lo adirarsi è vano, Ch'esse non se ne
curano. 1 Fiat. Rep. lib. VI. [Lacerato, intendi, dai maldicenti. Plutarco negli
Apoftegmi attribuisce questo detto ad Alessandro]. [Tratto dal
‘Bellorofonte’, tragedia perduta di Euripide. E gli immortali e noi di te fa
lieti. Mieter la vita Come spica matura, e morir l' uno, E
viver l’altro. Sed ime vède’nii eigl’ilddii non curano, Ciò pure ha sua
ragione. Che il bene e il dritto è dalla mia. Non pianger con altrui nè
esultare. (Di Platone). A chi mi favellasse
in colai guisa, potrei con giustizia rispondere: Tu erri dal vero, o
amico, se tu credi che un nonio di qualche vaglia debba, quando imprende
a far che che sia, computare le probabilità dello avere a morire 0
a vivere; e non piuttosto considerare unicamente se ciò ch’egli im t Nel
testo è un verso esametro, ma ignorasi onde 1' abbia tratto Antonino. P.
2 Due versi dell' Isipile, tragedia perduta di Euripide. II primo
di questi due versi è citato anche al § 6 del lib. XI, come verso di
un tragico; ma il nome del poeta non è noto. D’ ARISTOFANE negli
Acarnesi. P. 5 I §§ 44 e 45 sono tratti dall’Apologia di SOCRATE;
il § 46 dal ‘GORGIA’] prende a fare sia giusto od ingiusto, se azione da
uomo dabbene, o da tristo. Perchè così è veramente, o Ateniesi: quale
che sia il posto che altri scelse nell’ordinanza, giudicatolo il
migliore, o in che sia stato collocato dal capitano; egli vi dee
perseverare, secondo che mi pare, e sostenervi tutti i pericoli, non
avendo in conto di nulla la morte ne altro checchessia, in paragone
della disonestà e vergogna che sarebbe lo abbandonarlo. Ma bada
bene, o valentuomo, che altra cosa non sia la gentilezza, d’animo e
la virtù, ed altra il procacciare salvezza asèe ad altrui; e che ufficio
deir uomo, dico chi voglia essere uomo veramente, non sia per
avventura, anziché lo ingegnarsi di campar lungo tempo avendo cara
sopra ogni altra cosa la vita, il rimettersene piuttosto a Dio; e prestando
fede a ciò che dicono le femmine. essere inevitabile il destino di ciascheduno,
studiare il modo di vivere, il più virtuosamente ch’ei può quel tempo che ha a
vivere. Contemplai’e il giro degli astri accompagnandoli, per cosi dire,
nel loro corso; e ripensare di continuo al perpetuo tramutarsi
degli elementi da una in altra forma. Cotali pensieri purgano l’anima dalle
lordure di questa vita terrestre. 48. Bello è quel luogo di
Platone: « Chi ragiona* degli uomini, deve anche osservare, come da un’
alta vedetta, tutte queste cose terrene: adunanze popolari, eserciti
campeggianti, agriculture, nozze, divorzi, nascimenti',’ morti, strepiti
di tribunali, contrade inabitate, varietà di nazioni, feste, lutti,
mercati, e questo miscuglio di tutti i contrari, e l’ordine di questo miscuglio
di che si compone il mondo. Questo brano di Platone non si trova
nelle opere che ci rimangono di lui. E’ giova il rimembrare le cose che
furono prima di noi: tanti mutamenti, tanti e sì grandi rivolgimenti di stati.
Puoi anche considerare le cose che seguiranno in futuro, perchè esse
saranno pur sempre ti’ un taglio, e non è possibile che escano mai
del tenore usato infino ad ora. Onde che tanto vale il ricercare gli
eventi di che si compone il vivere umano ^ in un periodo di
t^uarant’ anni, quanto in uno di dieci mila. Che potresti trovare di
più? E questo. Ciò die fu terreo torna alla terra; Ciò die d’
etereo seme è germoglio. Del deio etereo torna allo sfere. Che vuol
dir ciò? Separazione degli atomi terrei che erano insieme aggregati, e
somigliante separazione degli elementi attivi. Intendi il vivere dell'
umanità, o non deir individuo umano. Gli elementi attivi erano, secondo
gli dE con cibi il torrente e con bevande £ con incanti di stornar
proccnra Perchè a morte noi tragga. Con quel vento Che Dio ne
manda navigar ci è d'uopo, £ non spargere inutile lamento.» Pili
valente nella lotta, ma non piò devoto al ben comune, non piò
verecondo, non piò indulgente e piò benevolo verso il prossimo che
ha peccato. Ogni volta che può condursi a fine una impresa secondo i
precetti della ragione comune agli Dei e agli uomini, non hai nulla
da temere: perchè dove sta in te lo avvantaggiarti coir esercizio libero
della tua operosità, procedendo secondo la costituzione dell’ uomo,
quivi non è luogo a timore di avere a soffrire alcun danno.
stoici, Paria e il fuoco, con che intendevano il freddo e il caldo; i
passivi, la terra e l’acqua. In ogni luogo e in ogni tempo è in tua
facoltà lo acconciarti di buon grado e con pia rassegnazione all’
evento che ti occorre; e il portarti con rettitudine verso gli uomini coi
quali ti trovi; e il vegliare diligentemente con quelli spedienti che tu
sai sopra ogni tuo pensiero presente, affinchè non v’entri inavvertitamente
nulla che tu non abbia perfettamente compreso. Non andare
investigando in qual modo credano di doversi governare gli altri, ma
guarda dritto . Non andare investigando gli altri. [Intendo: non curarti
di ciò che le menti degli altri approvano o disapprovano; bada dirittamente
a ciò che approva la tua. Noto questo perchè altri non creda essere il
qui detto da Antonino cosa contraria a ciò che disse in molti altri
luoghi, e segnatamente nell’ Vili, 61: entrare nella parte sovrana
di ognuno. Le sono due cose diverse. In quanto al tuo operare, non
badare a ciò che le menti degli altri prescrivono, bada a ciò che
prescrive la tua. In quanto ai giudizi che tu fai degli altri, entra il
più che puoi nelle menti loro, per vedere quai motivi li spingano. allo
scopo verso il quale ti scorge la natura universale per mezzo degli
eventi che essa ti manda; e la tua propria natura per mezzo dei
doveri che essa ti impone. E dovere di ciascheduno sono quelle azioni che
corrispondono al fine pel quale è stato formato. Ora gli esseri non
ragionevoli sono stati formati per gli esseri ragionevoli (come universalmente
tutte le cose che hanno minor valore, per quelle che ne hanno un
maggiore); e gli esseri ragionevoli, gli imi per gli altri. Primo
dovere adunque dell’ uomo, in conseguenza della sua costituzione, è
di cooperare al bene di tutti i suoi simili. Il secondo è lo star saldo
contro gl’appetiti e le AFFEZIONE DEL CORPO. Essendo proprio della forza
razionate e intellettiva il serbarsi pura e distinta, circonvallando,
come a dire, sè stessa, e noh essere vinta mai dalla t Vale a dire che
non deve ammettere in forza sia sensitiva sia appetitiva. Perchè queste
due forze sono animalesche, e sopra di esse quella vuole aver primato e
signoria, e non lasciarsi signoreggiare da esse. E con ragione: quella
essendo fatta per servirsi di queste. Terzo dovere delr uomo \i è il
procedere cautamente ne’ suoi giudizi, per non cadere in errore. A
queste cose applicandosi la parte tua sovrana, compia per la
diritta via il suo corso; ed ha tutto ciò che le spetta. Come se tu
avessi dovuto morire testé e fornito già tutto il corso della tua vita;
vivi secondo natuia (piei giorni che ti rimangono, considerandoli come un
soprappiù che tu non avessi sperato.’ se alcuna mistura di
elementi estranei alla sua natura,. e apparir quindi distinta con
taglio nettissimo da tutto ciò che ha natura diversa dalla sua. [A quel
modo che se ci trovassimo al punto della Cari ti sieno quelli eventi soltanto
che t’ incontrano, e sono quindi come a dire contesti insieme collo stame
della tua vita. Che potresti desiderare di più accomodato a te? Ad
ogni accidente che ti occorre abbiti davanti agli occhi coloro ai quali
incontrarono le stesse cose; ed essi se ne adirarono, parve loro
strano, se ne querelarono. Ora dove sono coloro? In niun luogo.
Perchè vuoi tu dunque rassomigliar loro? e non lasci piuttosto a
chi li vuole quei moti alieni da te, e non badi unicamente all’ uso
che devi fare deir accidente intervenuto? Perchè tu ne farai buon
uso, e ti sarà nuova materia a virtuosamente operare, solo che tu
intenda ad esser uomo morte senza speranza di riaverci e
considerassimo la nostra vita trascorsa; ci dorremmo di averla male impiegata,
e vorremmo caldamente impiegarla meglio per l’avvenire, scampando; cosi
dobbiamo volere ora ec. dabbene agli occhi tuoi propri, sia qual si
voglia la cosa che tu faccia; e ti sovvenga di queste due verità:
importare assai quale sia l’ azione, e non importare nulla in che cada
razione. Guarda dentro di te. Ivi è la fonte del bene, la quale non
sarà esausta mai, solo che tu ci vada scavando di continuo.
60. Anche il corpo, e nel camminare e nello stare, serbi un
contegno egualmente alieno dalla avventatezza e dalla mollezza.
Imperocché siccome l’anima si rivela nel volto, imprimendovi un certo che di
assennato e di composto; così ella dee rivelarsi anche nel
rimanente del corpo. Ma ciò vuoisi fare naturalmente, senza che vi
appaia studio nè affettazione. La volontà giusta è per gli Stoici
solo scopo e termine di sè medesima, sia, o non sia ella efficace,
cioè a dire sia o non sia seguita dall' effetto esteriore, il che
dipende dalle circostanze esterne. La virtù sola è huona.essa sola
basta alla beatitudino. L’arte del vivei e virtuosamente rassomiglia
piuttosto all’arte della lotta che a quella della danza, in quanto
bisogna essere apparecchiati ad ogni accidente non preveduto, e
saldi per non cadere. Non cessare di recarti a mente le qualità di
coloro dai quali vorresti essere lodato, e quelle delle menti loro. Così
non ti avverrà di trascorrere all’ ira contro uomini che fallano malgrado
loro, nè ti curerai dell’essere da loro lodato o biasimato, vedendo qual sia la
fonte onde moiVono i giudizi loro e le loro azioni. Non per sua
elezione, dicea quegli, ma sempre malgrado suo, è l’anima umana
priva del vero.' E [La sentenza è di Platone, ed è citata anche da Epitteto
(Dissert.), il quale nomina l’autore. Nel Sofista particolarmente,
Platone intende a provare che r ignoranza è sempre involontaria, e
che sempre malgrado suo è l’uomo privo della cognizione del vero. parimente
malgrado suo è priva della giustizia, della temperanza, della
mansuetudine e di tutte le altre cose cotali. Sommamente importa che
tu r abbi sempre a mente: sarai più mite c be_nigno inverso di
ognuno. Oi. In ogni caso di dolore abbi apparecchiato questo
pensiero, che non è cosa disonesta, non tale da far peggiore la
mente che ti governa: perocché non le nuoce nè in quanto ella è
ragionevole, nè in quanto ella è socievole. Nel maggior numero dei casi
troverai soccorso efficace anche in quel detto di Epicuro: il dolore non
esser mai nè intollerabile nè di lunga durata, solo che tu non lo
ingrandisca colla tua immaginativa, nia lo vegga ne' limiti suoi
naturali. Avverti ancora che molte cose ci muovono ad atti di
impazienza senza quasi che vi ponghiaino mente, le quali non sono pur
altro che dolore: siccome lo aver sonno quando vorremmo vegliare, r
essere travagliati dal caldo, o r avere inappetenza. Ora quando tu
sostieni malvolentieri alcuna di queste cotali cose, di’ a te medesimo
che tu hai ceduto al dolore.* 65. Bada a non comportarti mai
verso i disumani, come i disumani si comportano verso gli altri
uomini. Come sappiamo noi che Telauge, quanto alle disposizioni dell’animo,
non soprastasse a SOCRATE? [Intendi che non basta reggere ai dolori
gravi, ma conviene saper vincere anche i leggieri: coi quali sovente non
ci pigliani briga di combattere, perchè la loro piccioIczza fa che non ci
badiamo; o ci troviamo vinti senza accorgercene. In quei casi, dico
r autore, di’ a te stesso: « ho ceduto al dolore: » qnasi volendo, col
rammentare quel nome, che è il vero, faro a sò stesso parere più gravo
il caso,o destare cosi la sua attenzione. [Filosofo del quale Eschine
Socratico diede il nome ad uno de' suoi dialoghi]. Imperocché non basta che la morte di SOCRATE
Socrate sia stata più famosa, nè eh’ egli abbia fatto prova di maggiore
sagacità nel disputar coi sofisti, di maggiore fortezza col passare la notte in
sul ghiaccio, di più nobile coraggio col disobbedire al comando di
andare a prendere quelr uomo di Salamina,' nè eh’ egli camminasse per le
vie con altero contegno: la qual cosa sarebbe massimamente da considerare
quando fosse vera. Ma vorrebbesi vedere quale intimamente fosse
l’animo di Socrate. Se egli potea contentarsi dell’ esser giusto
verso gli uomini e [Quest’ nomo chiamavasi Leone e possedea grandi
ricchezze. Delle quali i trenta tiranni sperando poter fare lor preda,
aveano comandato a Socrate che andasèe, accompagnato da altri quattro, ad
arrestarlo. Socrate, con pericolo della sua vita, disubbidì al comando.
Questo fatto è ricordato nell’ Apologia di Platone, da Eschine il
Socratico, da Diogene Laerzio e da Epitteto. santo verso gli Dei se non gli accadesse
mai di adirarsi ciecamente contro il vizio, nè di servire
all’altrui ignoranza, nè di accogliere come strana o incomoda o
intollerabile veruna delle cose che gli venivano compartite dal
tutto,* nè di lasciare che la mente sua partecipasse delle
affezioni della carne. Cioè [8’ egli riponeva in ciò solo, nella santità
e nella giustizia, la sua felicità, Renza nulla desiderare di più. Da
queste parole di Antonino non bassi ad inferire che egli particolarmente
dubitasse della grandezza mórale di Socrate; ma esse vogliono piuttosto
esser prese in un senso generale, servendosi Antonino del nome illustre
di SOCRATE, come di un esempio, por avvertire quanto sia malagevole il
giudicare del valore morale degli uomini da alcune loro azioni esteriori,
sieno buone o sieno cattive; e come l’eccellenza morale non
consista solamente nel compiere esteriormente qualche grande atto di virtù,
ma richiegga inoltre tutte quelle disposizioni intime e abituali di
cui fa la rassegna. Detto di Fociono. La mente non fu dalla natura
mescolata per modo e confusa insieme col corpo che essa non possa distinguersi
da esso e come a dire circonvallare sò medesima, ed esercitare libera
signoria sopra ciò che è ‘suo; sendo che possa darsi benissimo che un
uomo sia sommamente buono, e che nissùno il vegga. Questo abbiti a mente, e
ancora, che in pochissime cose consiste il vivere Ecco come intendo
io questo luogo: Noi conosciamo altrui dalle azioni e dalle parole,
quindi sempre per qualche organo corporeo, quindi dal corpo. Ora può
benissimo immaginarsi il caso che un uomo moralmente eccellente sia posto
in tali condizioni, o per malattia, o per estrema povertà, 0 altra forza
esteriore, da non poter usare in verun modo del corpo per compiere alcuno
di quelli atti che sono la manifestazione esteriore delle disposizioni
virtuose deir animo. In questo caso esse non potranno essere conosciute.
E però quando Antonino dice: «esercitare libera signoria sopra ciò
che è suo, non vuol dire sopra il corpo, ma sulle facoltà stesse della
mente. felice. E per ciò che tu abbia disperato di dover essere mai
eccellente nella dialettica o nella fìsica, non disperare
medesimamente di dover esser libero, e verecondo, e socievole, e
obbediente a Dio. Vivere non vinto da alcuna forza esteriore e colla
più grande contentezza d’animo, ancora che tutti gli uomini
schiamazzino a posta loro contro di te, e le fiere mettano in brani
le membra di codesta congeriedi carne e d’ ossa che ti è venuta crescendo
intorno; sì' tu lo puoi. E che v’ ha in fatti in tutti questi co [tali
casi, che possa impedire la mente tua dal serbarsi mai sempre imperturbata,
dal fare sempre giusta estimazione delle cose circostanti e uso
ragionevole degli accidenti che intervengono? Per tal modo che la tua
facoltà giudicativa dica all’ oggetto presente: « secondo T opinione tu
sei altra cosa; ma Tessere tuo vero, è cotale. E la tua facoltà
operativa dica immantinente all’ accidente intervenuto: « te appunto io
cercava: perchè io non ho altro intento che di operare
razionalmente e socievole mente, e tutto che accada me ne porge
occasione, tutto può essere materia ad esercitare questa virtù,
quest’ arte umana e divina. Perchè qualsiasi cosa che intervenga, ha qualche
relazione di convenienza o con Dio 0 con l’uomo, e può questi acconciarvisi,
e non è mai nuova nè difficile, ma sempre nota e consueta, e facile 1’ uso
che hassene a fare. Perfettamente costumato è colui il quale vive ciascun
giorno come se quello fosse l’ ultimo. Non mai affannosamente
operoso, non neghittoso, non infinto mai. Gli Dei che sono
immortali, non indispettiscono d’ avere del continuo a tollerare, e per
tanta durata di tempo, tanti e cotali dappochi: ed oltre a ciò
prendono ogni cura di loro. E tu che oramai sei per finire, tu
rinneghi la pazienza, e quando sei tu medesimo uno di quel novero? È cosa
da ridere che l’uomo non voglia fuggire la propria malizia, il che
è possibile e voglia poi fuggire la malizia, il che è impossibile. Tutto
ciò che la ragione speculativa e civile non vede essere ragionevole e
socievole, è da lei giudicato inferiore a sè stessa. Quando tu fai del
bene ed io ricevo quel bene, che vai tu cercando, come gli stolti, una terza
cosa di più, cioè, che si sa che tu fai del bene, o che te ne sia
reso il contraccambio? Nissuno si stanca del ricevere giovamento ed è
a giovamento nostro [Cioè del novero di quei dappochi, anche per la
ragione appunto che tu non sai tollerarli, come sarebbe tuo dovere di fare] e
d’altrui ogni azione conforme alla natura. Non istancarti dunque di
giovare a te medesimo col giovare ad altrui. La natura universale
produsse il mondo. Ora o tutte le cose che succedono nel mondo sono
conformi alla intenzione di quella natura; ovvero sarebbero *sragionevoli*,
cioè dilformi dalla detta intenzione, anche talune delle cose
principali che si fanno pel ministero particolare della mente che governa
il mondo. In molti casi sarai più tranquillo se avrai questo a mente. A
ritrarti dal vano amore della gloria giove anche il considerare come non
è più in poter tuo il fare che tu sia vissuto da FILOSOFO tutta la
tua vita, cioè insino dalla giovanezza: cioè anzi molti si ricordano di un
tempo, e te ne ricordi benissimo tu stesso, nel quale tu eri LONTANO DALLA
FILOSOFIA. Sicché tu sei contaminato. Non è dunque più facil cosa per
te l’acquistar rinomanza di FILOSOFO al che si oppone anche la condizione
del tuo stato. E però, se tu hai veramente scorto dove batta il
punto, lascerai da banda il pensiero dell’opinione che altri sia per avere
di te, e ti contenterai di vivere conforme alla tua natura quel rimanente
di vita che ti è conceduto. Pensa adunque che cosa vuole la tua natura, e
niuna altra cura ti distragga da ciò. Perchè tu sai bene di quante
altre cose hai voluto fare esperimento e in nissuna di esse hai TROVATO
LA BEATITUDINE. Non nei sillogismi, non nelle ricchezze, non nella
gloria, non NEL GODIMENTO DEI PIACERI, in niun luogo, insomma. Dove sta
essa adunque? Nel fare ciò che richiede la natura dell’uomo. E come fai tu
cotesto? Lo fai, se hai la credenza che e produttrice di quella
azione. Quale credenza? Quella intorno al buono ed al malo. Non essere il
buono per l’uomo ver una cosa che non lo faccia essere giusto, temperante,
forte e libero. Non essere il malo veruna cosa che non lo faccia
essere il contrario. Cioè non lo contamini del vizio opposto alla VIRTÙ. Ad
ogni tuo atto interrogate medesimo. Che relazione ha esso con me?
Non avrò io da pentirmene? Ancora un poco e son morto e tutto è finito.
Se ciò che so ora è conforme alla natura di un essere intelligente,
socievole e avente le stesse leggi che gli’idei, che cerco io di più? Alessandro,
o Caio, o Pompeo, che e rispetto a Diogene, Eraclito, o Socrate? Diogene,
o Eraclito, o Socrate conosce la cosa e la causa e la materia de la cosa;
e la parte sovrana e in Diogene, o Eraclito, o Socrate, veramente sovrana. Ma
quelli, che cosa Giulio Cesare. seppero prevedere? E di quante
non sono schiavi? Credi pure che non cesseranno di fare la
medesima cosa quando pure tu avessi a scoppiare predicando il
contrario. In primo luogo non turbarti. Ogni cosa succede secondo
la natura dell'universo. E tra breve tu non ci sarai più in nissun
luogo, siccome non ci *sono* più. Nè Adriano nè Augusto. Di poi
affisando lo sguardo nella cosa, vedi che è. E rammentando che ti bisogna
essere uomo dabbene e quello che richiede la natura dell’uomo, fallo
senza guardarti indietro, e favella ciò che a te *sembra* esser
giusto, ponendo mente soltanto che questo tu faccia e dica sempre con
amorevolezza, con verecondia e senza simulazione. Intendi la cosa che ti
turba. Questa faccenda ha la natura dell’universo. Trasportare colà le
cose che sono qui, cangiarle, tramutarle da uno in altro luogo. Tutto
è mutazione. Non però in modo che s’abbia a temere nulla di nuovo. Tutto
è cosa solita ed anche tutto è distribuito egualmente. Ogni natura
qualsiasi è contenta di sè, quando procede libera nella propria via. E la
natura ragionevole procede libera nella sua via, quando non assente ad
alcuna rappresentazione falsa od oscura, quando indirizza i suoi
sforzi verso la sola cosa che e utile al comune, quando non ischifa nè appetisce
se non la cosa che e in nostro potere, quando si accomoda. Il tutto non è
che un giro; onde che non v' ha nulla di nuovo da temere. Di buon grado ad
ogni cosa che le venga compartita dalla natura comune. Perchè essa è parte
di questa, a quel modo stesso che la natura della foglia è parte
della natura della pianta. Se non che la natura della foglia è parte
di una natura senza senso e senza ragione, e che può essere
impedita. Dove che la natura dell’*uomo* è parte di una natura che non
è sottoposta a ricevere impedimento ed è intelligente e giusta. Poiché
distribuisce egualmente, e secondo i meriti di ciascheduno, il tempo,
la sostanza, la causa, razione, l’accidente. La quale egualità di
distribuzione potrai osservai e se tu paragm. r^rai non già separatamente l’una
cosa di questo con l’una cosa di quello, ma *complessivamente* ogni cosa
di questo con ogni cosa di quell’altro. Non puoi leggere. Ma reprimere ì
moti insolentì dell’animo, tu il puoi. Ma non lasciarti SIGNOREGGIARE DAL
PIACERE o dal dolore, tu il puoi. Ma essere disprezzatore della gloriuzza. Tu
il puoi. Ma non adirarti contro gli stolti e gl’ingrati ed anche pigliar
cura di loro, questo ancora tu il puoi. Fa che ninno t’oda più
quind’ innanzi querelarti della vita in corte nè della tua. Il
pentirsi è un rampognare se stesso dell’aver trascurato qualche cosa di
utile. Ora il bene conviene di necessità che sia qualche cosa di
utile, e però l’uomo onesto deve averne gran cura. Ma l’uomo onesto non si
pentirà mai dell’aver trascurato un piacere. Adunque IL PIACERE non è
il buono o cosa utile. Che è questa cosa considerate. Sottintendi: e questa
è la ragione per cui l’uomo onesto si pente di aver trascurato di far del
bene. In se stessa e nell’essere suo proprio? che v’ha in essa di
sostanziale e di materiale? che v’ha di causale? Che fa essa nel
mondo? Quanto tempo è per durare? Quando peni a riscuoterti dal
sonno, sovvengati essere particolar mente conforme all’esser tuo e alla natura
dell’uomo il fare opere socievoli. Dove che il DORMIRE ti è comune cogli
animali irragionevoli. Ora ciò che è più particolarmente conforme
alla nostra natura, è anche più particolarmente accomodato a noi,
più facile e ancora più giocondo a fare. Non ommetter in verun caso li
esaminare, per quanto è possibile, ogni cosa, facendo uso degl’ammaestramenti della
FISICA, di quelli dell’ETICA e di quelli della LOGICA. Divisioni principali
della filosofia appo gli stoici. In chiunque tu ti avvenga, di’tosto a te
medesimo. Che opinioni ha costui intorno al buono? Perchè se egli ha
intorno al PIACERE piacere o alla cosa che e produttrice del PIACERE, e intorno
alla gloria e all’ infamia, alla morte e alla vita, certe cotali
opinioni, non mi pare rnaraviglioso nè strano che faccia certe cotali cose.
E mi ricordo sempre lui essere sforzato ad operare in tal guisa. Ricordati
che siccome è da vuol dire. Esamiua ogni oggetto, riferendolo alla natura
generale, e vedendo, secondo il precetto della fisica, elio relazione ha
col tutto. Riferendolo a te stesso, in quanto sei capace di felicità, la
quale non può mai andare disgiunta dalla VIRTÙ ed è sostanzialmente
identica con essa, e vedendo a che cosa ti giova, secondo il
precetto dell'etica; paragonando il giudìzio che tu ne fai con altri giudizi
anteriori, e vedendo se non ìstà in contraddizione con quelli; esaminando
inoltre le conseguenze che si possono dedurre da questo giudizio:
tutto ciò secondo il precetto della LOGICA. stolto il maravigliarsi che la
ficaia produca il fico, così è il maravigliarsi che il mondo
produca quelle cose che è destinato a produrre. Non altrimenti che stolti
sarebbero quel medico e quel pilota i quali si maravigliassero che altri
avesse la febbre e che il vento fosse contrario. Non dimenticare essere
da uomo libero anche il mutar parere e seguire il consiglio di chi
propone un avviso migliore del tuo. Perchè egli è pur sempre tua l’azione
che tu fai coir esercizio della tua volontà, della tua facoltà
giudicativa, e secondo il tuo intendimento. Se la cosa sta in poter
tuo, perchè la fai? Se sta in potere altrui, di chi ti lagni? Degli atomi
o degli dei? E di questi e di quelli il [Se sta in te il fare o
non fare yna cosa, o l’impedire che si faccia da altri, perchè la fai, o
lasci che ai faccia per dolertene poi? lagnarsi è pazzia. Non occorre lagnarsi
di nissuno. Perchè se il puoi, hai a correggere l’uomo. Se non
puoi l’uomo, hai a correggere la cosa. E se anche questa non puoi, il
lagnarti a che giova? Non vuoisi far nulla a caso e senza
scopo. Fuori del mondo non può cadere chi muore. E se riman quivi, quivi anche
e non altrove si trasforma e si risolve ne’ suoi principi, che sono
gl’elementi del mondo e tuoi. E questi ancora si trasmutano d’una in
altra forma, e non mormorano. Non è cosa che non sia nata ad un certo
fine: il cavallo, la vite ecc. Qual meraviglia? Anche il Sole Febo
Apollo dice. Io nacqui ad un certo fine e similmente gl’altri iddii. E tu
a che sei nato? A darti bel tempo? Vedi se ciò concorda col
concetto che tu fai dell’uomo. Non meno che il cominciare. Cioè nel mondo
e crescere delle cose la natura ha in mira il loro decrescere e
finire, non altrimenti che il giocatore che gitta la palla. Ora
c^ual bene per questa il salire o il discendere, od anche il cadere a
terra? e qual bene per la bolla d’aria il formarsi e qual male il
dileguarsi? Il medesimo puoi dire della lucerna. Arrovescialo codesto
corpo e vedi qual è: e qual diventa invecchiando, e ammalandosi e
depravandosi.Di corta vita sono e il laudante e il laudato, il ricordante
e il ricordato; ed anche ciò accade in un [Il qual giocatore non lancia la
palla perchè abbia solo ad andare in alto, ma ancora perchè abbia a
discendere. La quale si accende, arde e si spegne, o tutto è naturale
egualmente. S Àrroveciato codc lo corpo. Mettendo coir immaginazione al
di fuori ciò che sta al di dentro. Depravandosi coll’ABUSO DEI PIACERI
SENSUALI. angolo di questa contrada, nè quivi pure sono tutti d’accordo,
e v’ha tale che non è neppure d’accordo con sè medesimo: e tutta la
terra non è poi altro che un punto. Applicati all’oggetto, o
al domma, o all’azione, o al significato. È tua colpa se questo ti
accade. Tu vuoi piuttosto diventare domani che essere oggi uomo
dabbene. So io una cosa? La so riferendola al bene degli uomini. Mi accade
una cosa? La ricevo riferendola agli dei e alla fonte di tutte le cose,
dalla quale procedono inCioè fa' che la tua attenzione sia sempre rivolta ad
una di queste quattro cose. O all'oggetto su che tu operi, esaminando che
è in realtà: o al domma o credenza per virtù della quale tu operi,
esaminando se ella è vera; o all’azione tua stessa, esaminando se tu la
fai come vuoi farla; o al SIGNIFICATO della parole, cioè riferendo
il particolare al generale, per capire l’ESSENZA della COSA SIGNIFICATA. sieme
conserte le une colle altre tutte le. cose che accadono. Che ti pare che
sia il lavarsi? Olio, sudore, sudiciume, acqua fecciosa, cose tutte
stomachevoli. Tali sono tutte le singole parti della vita, tutti li
oggetti esteriori. Lucilla fe il corrotto a Vero, poi altri a Lucilla;
Seconda a Massimo, poi altri a Seconda; Epitincano a Diotiino, poi altri a
Epitincano. Antonino a Faustina, poi altri ad Antonino; Celere ad Adriano.
Poi altri a Celere. Sempre e in tutto il medesimo tenore. E quei
belli spiriti, quelli antiveditori dell’avvenire, quei burbanzosi dove
sono eglino? Come per esempio, fra i belli spiriti, Carace, Demetrio il
Platonico, Eudemone e simili? Tutti sono vissuti un giorno, tutti son
morti da lunga pezza; di alcuni non si è fatta più menzione nè
anche per un poco. Altri sono passati nelle favole, e alcuni di essi
scomparvero già anche dalle favole! Sovvengati dunque come bisognerà
pure che o si dissolva codesto tuo composto, o si spenga codesto tuo spirito
vitale, o sia tramutato altrove e vengagli assegnato un altro
posto. È letizia dell’uomo il fare ciò che è proprio dell’ uomo. E
proprio dell’ uomo è il voler bene a’ suoi congeneri, disprezzare i
moti del senso, distinguere fra le rappresentazioni quelle che sono degne
di fede, contemplare la natura dell’universo e le cose che conformemente a
quella si producono. Tre relazioni. L’una colla causa circostante.
L’altra colla causa divina, dalla quale procede tutto che accade ad
ognuno. La terza cogli uomini che vivono con noi. O il dolore è un
male pel corpo, e se questo è, il corpo ce lo dica. O è un male per
l’anima. Ma questa ha in poter suo il conservar sempre la sua calma
e serenità, e il non fare concetto del dolore come di un male.
Imperocché ogni giudizio, ogni volizione, ogni appetizione o avversione
qualsivoglia è un atto del tuo principio interno, e niun male può salire
insino ad esso. Rimovi da te le false rappresentazioni dicendo continuamente
a te stesso. Ora sta in poter mio il fare che in questa mia anima
non sia veruna malizia, veruna concupiscenza, veruna perturbazione,
in somma; e vedendo le cose nel vero esser loro, fare uso di
ciascheduna secondo il valore di essa. Nel senato e con
chicchessia parla compostamente, fuggendo il soverchio delle parole,
e il tuo ragionare sia senza orpello. Corte di Augusto. Moglie,
figlia, nipoti, progenitori, sorelle. Agrippa, congiunti,
famigliari, amici. Ario, mecenate, medici, sacrificatori. Tutta una
corte che è morta. Procedi innanzi e considera il venir meno non delle
persone ad una ad una, ma, per esempio, della famiglia Pompeia. E quella
scritta che si legge sui sepolcri. L’ultimo della sua schiatta; w e pensa
quanto s’ebbero a travagliare gli antenati di colui perchè non mancasse
loro un successore. Nondimeno è pur forza che qualcheduno sia l’ultimo, ed ecco
allora la morte di una intera prosapia. Colla bontà delle singole
azioni vuoisi procacciare di ben comporre la vita. E se ciascuna di
esse, per quanto è possibile, fa quelli effetti che dee fare, ti basti. Nè
ciò può essere impedito mai da checchessia. Sorgerà qualche impedimento
esteriore. Ninno impedimento che possa toglierti di operar giustamente,
temperantemente, razionalmente. Tale o tale altra opera potrà essere
impedita. Ma se tu accetti di buon animo quello impedimento, e passi
alacremente a far buon uso della nuova occasione che ti vien data,
ecco posta nella serie degli atti di che si compone la vita, in
luogo di quella che ti avevi proposta, un’ altra azione la quale non è
meno acconcia a quella buona composizione della vita di che si favella.
33. Ricevi senza boria, lascia andare senza ripugnanza. Vedesti mai una
mano tronca. t Cioè i beni della fortuna. Gli è come se
dicesse: Non tenerti per da più, quando la fortuna ti viene a trovare;
non tenerti per da meno, quando ella se ne va. o un piede, o una testa
giacenti lungi dal corpo onde furono recisi? Cotale si rende, per
quanto sta in lui, chi ripugna ad accomodarsi r ciò che accade, e
si separa a questo modo dalla società comune, o fa qualche atto
contrario al bene di quella. Tu te ne stai là gittate in un canto,
fuori dell’ unione naturale degli esseri. Perchè tu eri nato parte
di quella, e te ne sei spiccato. Se non che tu puoi sempre rappiccarviti
di nuovo, usando della facoltà a te concessa da Dio, e non concessa
a veruna altra parte di checchessia, che spiccata una volta dall’
intero potesse rappiccarvisi.Evedi di quanta eccellenza volle Iddio
adornare la costituzione dell'uomo: chè, primieramente, egli pose in
potestà di lui il non separarsi punto dal tutto; e poi il
rapprendersi e compigliarsi di nuovo con quello, quando se ne fosse
spiccato, e riprendere il suo posto e le condizioni sue come parte aderente
qual era da prima. Dalla natura degli intelligenti ha ricevuto
ciascuno di noi,’ come tutte le altre facoltà (e sono tante quasi e
tali, quante e quali quella medesima ne avea ricevute*), e così
anche quest’ una: che a somiglianza di lei, la quale volge e dispone
nella serie del fato, facendone cosa sua e quasi parte di sè
medesima, tutto che a lei si venga ad attraversare e a resisterle;
così può T animai ragionevole far cosa sua di ogni impedimento, pigliandone
materia al suo operare e all’ esercizio della propria virtù; sia
pur qualsivoglia la cosa nella quale venisse impedito. Non ti turbi il
pensiero, quale [Intendi: in qnanto siani ragionevoli]. [Sottintendi: da
chi è maggioro di lei. sia per essere tutta la tua vita, e non darti pena
e sconforto coll’andare fantafticando quanti e quali travagli avrai forse
ancora a sostenere: ma ad ogni caso presente interroga te stesso col dire: che
v’ha in ciò d’impossibile a sopportare? Perchè avrai vergogna di
rispondere affermando che v’ abbia alcun che di tale. E poi ricorda
a te medesimo, non essere mai nè il futuro nè il passato quello che ti
grava, ma pur sempre solo il presente. E questo presente s’ impicciolisce
assai quando tu il consideri ne’ suoi propri confini, chiedendo poi alla
tua mente, se anche così impicciolito ella non sia buona da
sopportarlo. Pantea o Pergamo stansi forse tuttavia seduti presso
alla tomba di Vero? o Cauria e Diotiino presso a quella di Adriano?
è follia il chiederlo. Ma quando pure stessero tuttavia colà seduti, forse che
ai loro signori ne giungerebbe notizia? e quando ciò fosse, forse
che ne avrebbero diletto? e quando ne avessero, sarebbero Pantea e
Pergamo e Caiirio e Diotimo immortali? non era egli destino che anche
questi invecchiassero e poi morissero? e morti che fossero, che
rimarrebbe a fare ai loro signori? fetore è tutto cotesto, e marciume in
un sacco. Se hai la vista acuta, dice egli, ' adoprala, giudicando
saviamente delle cose. Una virtù che si opponga alla giustizia non veggo
nella costituzione deir animai ragionevole; ma una che si opponga al
piacere veggo io bene: la temperanza. Togli via il tuo concetto
in 1 Epitteto. P. Intendi: se hai P ingegno sottile, fa' che
la tna condotta il dimostri, cioè non contentarti di dire le belle cose,
falle. Dai giudizi dipendono, secondo gli stoici, necessariamente le
azioni. torno alle cose che sembrano darti noia, e tu ti troverai al
sicuro. Ma chi è questo tu a cui favelli? La ragione. Ma io non
sono ragione. Sta bene. La ragione non dia dunque noia a se stessa. E se
poi v’ ha altro in te che si dolga, faccia egli concetto di quel
suo dolore. Un male per la natura animale è r impedimento del senso. Ancora
un male per lei è ciò che può impedire la soddisfazione dell’appetito.
Medesimamente v’ hanno impedimenti alla natura vegetale, e sono quindi un
male per essa. Adun(jue ciò'che può recare impedimento alla mente è un
male per la natura intellettiva. Fa’ l’ applicazione di questo
ragionamento a te stesso. Il dolore ti tocca o il piacere? lascia che ci
badi il senso. Qualche ostacolo è sorto ad impedire un effetto da
te voluto? se tu volesti senza la debita riserva, questo invero fu
un male per te, in quanto sei animale ragionevole. Ma se fu una
appetizione nel significato comune, tu non hai ricevuto nocumento
nè impedimento alcuno. Perocché tutto che è proprio della mente non può
essere impedito che da lei stessa; non è dato nè a fuoco, nè a
ferro, nè a tiranno, nè a maldicenza il giungere insino ad essa: quando
si è fatta sferica, permane liscia e rotonda. Allusione ad alcuni versi
d’Empedocle, il quale considerava la sfera come la più perfetta delle
figure; onde che appo Orazio la rotondità potè anche essere
immagine a significare l’eccellenza morale, Sat.; «Quisnara igitur
liber? Sapiens, sibique imperiosus: Quera neque pauperies, neque
mors, neque vincula terreni: Responsare cupidinibus, contemnere bonores
Fortis, et in seipso totus teres, atque rotundus: etc. » Ai quali versi
di Orazio alludeva pur forse Antonino in questo luogo. Anche a Dante
piacque una figura geometrica come immagine di una virtù morale
quando disse: < Ben tetragono ai colpi di ventura. Non debbo, io, che
non ho mai voluto contristare altrui, voler contristare me stesso. Chi
piglia piacere ad una cosa, chi ad un’ altra. A me fa piacere se ho
una mente sana, che non abbia avversione a verun uomo, nè a veruna delle
cose che sogliono accadere all’ uomo, ma guardi ed accetti ogni cosa con
sereno occhio, facendo uso di ciascheduna secondo il valore di
essa. Pigliati questo tempo presente: chi vuol piuttosto darsi
pensiero della fama che lascerà dopo sè, non considera che i
posteri saranno tali tuttavia quali sono i contemporanei eh’ egli
ha in fastidio, e mortali essi pure. A te che rileva al postutto
che dalle bocche loro s’ oda echeggiare tale piuttosto o tal altro
suono, e che essi abbiano di te tale piuttosto o tale altra
opinione? Toglimi di qua e gittami dove vuoi. Colà ancora* avrò meco
il mio genio propizio, vale a dire pago di sè medesimo, quando le
disposizioni. sue sieno conformi alla sua propria natura.
Ciò vale il pregio che la mia
anima se ne turbi e voglia farsi peggiore di sè, essere travagliata da
desiderii e timori, sconfortata, immiserita? E qual cosa troverai tu '
che lo valga? 4G. Air uomo non può nulla accadere che non sia un
accidente umano, nè al bue che non sia accidente’ proprio del bue, nè
alla vite che non sia accidente proprio della vite, nè alla pietra
che non sia accidente proprio della pietra. Ora se a ciascheduno accade
quello che è solito accadergli e gli è connatura- Intendi: colà
ancora dove mi avrai gittato, e dove-che sia, avrò meco ec. Intendi: ciò che
ora mi accade, o checché altro di somigliante. le, a che ti crucceresti? la
natura comune non può arrecarti nulla che tu non sia fatto per
tollerare. Se ti attristi per alcuna cosa esteriore, non è la cosa
esteriore quella che ti turba, ma si il giudizio che tu ne fai. E
lo annullare quel giudizio sta in te. Se ti attristi per alcun che
del tuo stato interiore, chi ti impedisce che tu non raddrizzi l’opinione
onde deriva quel tuo stato? Che se ti attristi perchè non fai tale
o tal altra cosa che ti par buona, chè non ti volgi al farla anzi
che attristarti? Ma sorse ostacolo più potente di me. Non attristarti adunque
se tua non è la colpa del non fare. Ma non porta il pregio di vivere, se
questo non posso fare. Esci dunque pacatamente di vita (dacché muore
anche colui cui vien fatta la cosa che imprende), o con animo
benevolo verso chi ti ha contrariato. Sovvengati come divenga
inespugnabile la parte sovrana dell’ uomo quando rinchiusa in sè stessa
non abbia altro proponimento'che di non lasciarsi indurre a far
cosa che essa non voglia, anche nei òasi in' che quel suo ostinarsi
a non volere fosse fuor di ragione. Ora che non sarà quando la sua
risoluzione proceda da sano e ben ponderato consiglio? La mente
scevra da passioni è dunque una eccelsa rócca, nè 1’ uomo ha luogo più
validamente munito ove raccogliersi per non esser vinto mai. Chi
non conosce questo- rifugio, è un ignorante; chi lo conosce e non vi
ricovera, è uno sciagurato. 49. Non dire tu a te stesso più
che non siati annunciato dalla percezione immediata. Ti si annuncia che
il tale sparla di te. Questo ti si annuncia; ma che tu ne riceva
nocumento, non ti è annunciato. Vedo che il figliuolo è ammalato.
Questo veggo io; ma ch’egli sia in pericolo non vedo. Fa’ dunque di
attenerti sempre a ciò che ti dice la percezione immediata, non
aggiungendovi nulla del tuo, e così non ti accadrà nulla mai.' Anzi
aggiiignivi pur qualche cosa, e siano le riflessioni di un uomo che
conosce le relazioni e le con»lizioni vere di tutte lé cose che
accadono nel mondo. Il cocomero è amaro? non mangiarlo. V’hanno sterpi nella
via? fa di non inciamparvi. Tanto ti basti. Non farti a dire: che
bisogno ci avea anche di cotali cose nel mondo? perchè ne avresti
le beffe dell’ uomo versato nella scienza della natura, come avresti
quelle del legnaiuolo Nulla di male, intendi, perchè tutto quello
che sarà oggetto immediato della percezione, senza alcuna aggiunta del
tuo, non sarà mai gran male. Cioè che tutto che accade è nell'
ordine della natura, e vuol essere accettato di buon grado. e del
calzolaio se ti facessi a biasimarli del trovarsi trucioli e ritagli
nelle loro botteghe.' E nondimeno per costoro v’ha luogo ove
gittarli fuori delle loro officineT mentre la natura dell’ universo
non ha fuori dell’ universo alcun luogo. Ma questo è appunto il mirabile
dell’ arte di costei, che essendo essa circoscritta da quei limiti che
ella pose a sè stessa, tutto ciò che nella sua officina sembra
guasto, vieto, non più utile a nulla, ella riprende in sè stessa e
ne fa materia alla produzione di cose nuove. Perchè ella non vuole aver
bisogno mai nè di estranea materia, nè di luogo esteriore ove gittare il
vietume, e a lei basta il suo proprio luogo, la sua propria materia
e l’arte sua propria. Fa’ di non essere molle o negligente nell’ operare,
non confuso nel favellare, non vagante qua e là senza scopo nel
pensare; fuggi, in quanto si è agli affetti, lo scoramento e la
subitanea gioia, e nel tenore della vita lo impigliarti in troppe
faccende. Ammazzano, tagliano a pezzi, fanno imprecazioni. Che vale
tutto questo ad impedire che la tua mente non si conservi pura,
assennata, temperante e giusta? Se alcuno fattosi vicino ad una fontana limpida
e dolce si ponesse a maledirla, forse che da quella cesserebbe di
scaturire acqua potabile? Vi gittasse ancor dentro fango e sterco, essa
lo avrebbe sciolto ed espulso in poco d’ ora, e non ne rimarrebbe
contaminata. Come avrai tu dunque in te una fontana limpida e perenne,
e non un pozzo? Col non cessare di rivendicarti in libertà,
serbandoti sempre mansueto, schietto e verecondo. Chi non sa che
cosa è il mondo, non sa dove sia egli stesso. E chi non sa a che il
mondo e stato fatto, non sa nò qual sia egli stesso, nè che cosa
sia il mondo. E chi ignoia r una di queste due cose, non può neppur
dire a che fine egli stesso sia nato. Ora che ti pare di colui che
ambisce esser lodato da tali che non sanno nè dove essi sono, nè
quali essi sono?^ 53. Vuoi tu essere lodato dall’uomo che tre
volte all’ora maledice se stesso? Vuoi tu piacere all uomo il quale
non piace egli stesso a sè medesimo? Piace egli a se medesimo chi
si ripente quasi di ogni cosa die va facendo? Oramai non ti basti'
più sola E chi non so o che il mondo..... nè che cosa sto il mondo.
StiU" interpretazione di questo luogo diversamente inteso
dagli interpreti, si può vedere la nota nell' edi-zione di Torino. [Intendi
quali ^ieno le loro condizioni. mente il respirare* con l’aria* che ti
circonda, ma fa’ eziandio di pensare e di volere con l’ intelligenza
universale* che in sè contiene ogni cosa. Perchè la potenza
intellettiva si diffonde e penetra per ogni dove, chi voglia
attingere da essa, non [Respirare: intendi vivere la vita sensitiva
per mezzo della respirazione. Il verbo “respirare” e il corrispondente nel
testo hanno nelle dne lingue rispettive oltre al senso proprio,
quello di vivere. [Con “l’aria”: intendi coll’ aiuto e cooperazione dell’aria,
conformemente - alla natura di essa aria, e insieme con essa; chè essa
pure vive è spira, o respira. La preposizione con e la corrispondente in
greco esprìmono nelle due lingue rispettive, oltre alla relazione di
compagnia, quella ancora di conformità, aiuto reciproco o COOPERAZIONE',
esprimono ancora il rapporto di causa sia istrumentale, sia materiale. Tutte
queste relazioni di compagnia, conformità, aiuto e causa materiale,
vogliono intendersi come simultaneamente espresse, confuse insieme in una
idea complessa, nelle dette preposizioni, così in questa come nella frase
seguente. Coll’intelligenza universale:
intendi coir aiuto di ossa, conformemente ad essa e insieme con
essa. meno che l’aria rispetto a chi la aspira. Il vizio, universalmente,
non nuoce al mondo; e singolarmente, non nuoce ad altrui. Nuoce
solo a colui al quale è dato di potersene liberare al primo momento
che il voglia. Alla mia volontà la volontà del vicino ò cosa tanto
indifferente quanto la anim uccia di lui e il corpicciuolo di lui.
Perchè, sebbene siam nati tutti gli uni per gli altri, la parte
sovrana di ciascuno di noi ha nondimeno il suo proprio dominio separato;
altrimenti la malvagità del vicino potrebbe essere un male per me.
Il che non fu voluto da Dio, affinchè non fosse in potestà altrui
il far me infelice. Il sole sembra versarsi per ogni dove, e effettivamente
si diffonde ' Cioè alPuomo vizioso, che può cessare di esser
tale tosto che il voglia. da tutti i lati, ma non però si effonde.* Quel suo
diftbndersi è uno estendersi: e però gli splendori di lui si chiamano
actines (raggi) da ecteinesthai (estendersi).* Tu puoi vedere che cosa è
un raggio guardando la luce del sole che penetra per un piccol buco
in una camera oscura: ella si allunga in diritta linea e va come ad
applicarsi sul corpo opaco qual siasi, che le si fa incontro e
intercetta 1’ aria al di là.* Quivi si ferma senza sdrucciolare giù nè
cadere. Cosi dee pure diffondersi la mente, non effondersi, ma estendersi;
e quando s’ appresenta un ostacolo, applicarvisi senza violenza nè
urto, nè tampoco cader giù, ma Non si versa fuori in modo eh' egli
abbandoni il luogo onde parte la sua luce. [Falsa etimologia, simile a tante
altre che puoi incontrare presso' gli antichi. Vale a dire intercetta
come corpo opaco il passaggio della luce agli strati d' aria che
sono al di là. star ferma e- illuminare 1’ obb ietto che la riceve. Che
se questo non vorrà trasmettere la luce, tal sia di lui se rimarrà
privo di essa.Chi teme la morte, teme o di non dover più aver sentimento,
o di dover avere un sentimento diverso dal presente. Ma se tu non
avrai più sentimento, non sentirai verun male; e se tu avrai un
sentimento diverso, sarai un animale diverso, e non avrai cessato
di vivere. Gli uomini sono nati gli uni per gli altri. Ammaestrali
dunque, o sopportali. Altro è il moto della freccia, altro
quello della mente. Perchè la mente anche quando procede cautamente e s’
aggira* nel deliberare, va 1 Intendi: non vorrà lasciarsi
penetrare da essa luce, dandole passaggio nelle parti più interne. Cioè
illuminato solo esteriormente, ma al buio nell' interno. nondimeno per la
diritta via verso Io scopo. 61. Entrare nella parte
sovrana di ciascheduno, e far sì che ognuno possa penetrare nella
parte sovrana di noi medesimi. Chi fa ingiuria ad altrui, è reo d’
empietà. Perchè la natura universale avendo fatto gli animali ragionevoli gli
uni per gli altri, affinchè r uno giovi air altro, secondo il merito, e
non gli noccia; il trasgredire le intenzioni di lei, è manifestamente un
peccare contro la più veneranda fra le Dee. Chi mente, è pur reo di
quel medesimo peccato. Perchè la natura universale è natura degli
enti, e gli enti hanno relazione di parentela con tutti gli esistenti. [Secondo
il merito; frase stoica. Di tutti gl'interpreti anteriori all’ornato il Kmtz è
il solo che intendesse bene Oltre che ella è nomata la
verità, ed è la causa prima di tutti i very. E però *chi MENTE CON
INTENZIONE*, è reo verso di lei, in quanto fa torto ad altrui
ingannando; e chi mente senza intenzione,' in quanto che ad ogni modo
discorda dalla natura universale, e turba V ordine andando a ritroso
della natura del mondo; * perchè va a ritroso di essa non senza sua colpa
anche colui che insciente va a ritroso del vero; sendo che non per altro
che per non aver profittato di quelli indirizzi e sussidi di cui
gli fu provvida la natura, non è egli più in grado di distinguere il vero
dal falso. Ancora è reo di empietà chi segue il piacere come un
bene e schifa il dolore come un male. Perchè non questo
luogo, ancora che un po' troppo platonicamente. Vedi la nota dell' Ornato
nell'edizione di Torino. Cioè per ignoranza, o a caso. Che è l'ordine per
eccellenza. può essere che costui non mormori spesso contro la natura
comune, quasi ’ ella non abbia riguardo al merito nelle dispensazioni che
va facendo ai buoni ed ai tristi, veggendosi spesso i tristi vivere
nei piaceri e nella abbondanza di tutte le cose che li procurano,
quando i buoni cadono nel dolore e van soggetti a tutti gli accidenti che
ne sono cagione. Oltre che chi teme il dolore, temerà pure talvolta
alcune delle cose che sono per accadere nel mondo: il che è già da
per sè cosa empia;* e chi va in cerca del piacere non si asterrà
dal far torto agli altri. Del resto, chi viiol seguire la natura,
dee consentire colla natura [Epitteto, Manuale, Di modo che ciascuno che
procacci di desiderare e fuggire solamente quello che è da essere
desiderato e fuggito, procaccia al tempo medesimo di esser pio » (traduz.
di Leopardi). Cfr. Manuale. ed essere indifferente rispetto a tutte
quelle cose rispetto alle quali ella si dimostra indifferente col far che
succedano egualmente nel mondo. K • però chi non fa eguale stima
del dolore e del piacere, della morte e della vita, dell’ infamia e
della gloria, delle quali cose fa uso egualmente la natura universale, è
manifestamente reo di empietà: dico che la natura ne fa uso egualmente,
volendo significare che sono accidenti a cui sono deipari sottoposti
secondo la legge di anteriorità e posteriorità,' tutti gli esseri
che nascono e si succedono gli uni agli altri per conseguenza necessaria di.quello
impulso primordiale con cui la previdenza concependo in sè certe
ragioni del futuro, e determinando virtù generatrici di esistenze, di
cangiamenti 1 Abbiamo seguito l' emenda^siono del Cerai. Ragioni
seminali. e di successioni conformi a quelle,' diè principio a questo
ordinamento di cose. 2. Certo meglio era per te
serbarti puro di menzogna e di ogni sorta di finzione e di boria
sino al punto della tua dipartenza dagli nomini. Ora il partire
nauseato di queste cose è, dopo quello, il miglior partito che ti
rimanga. 0 hai tu forse deliberato di marcir sempre nel vizio, e r
esperienza stessa non ti persuade ancora a fuggire dalla peste? Perchè è
peste la corruzione della mente ancor più che lo infettarsi c
corrompersi di quest’ aria che ne circonda. L’ una è peste degli animali
in quanto sono animali; l’altro è peste degli uomini in quanto sono
uomini. 3. Non disprezzare la morte, ma accettala di buon
grado, siccome Conformi a quelle ragioni seminali. quella che è una delle
cose che la natura vuole. Perchè quale è il giungere alla adolescenza,
alla vecchiaia, il crescere, il giungere alla virilità, il mettere
i denti e la barba, il generare figliuoli, portarli, partorirli, e tutti
gli altri effetti che arrecano le stagioni della vita, tale è
ancorji il dissolversi. Appartiensi dunque ad uomo assennato il non
procedere alla cieca colla morte, nè all’ avventata nè con
superbia, ma aspettarla come uno dei tanti effetti naturali: come
aspetti l’ora che dall’utero della moglie esca il feto, a quello stesso
modo aspetta l' ora in che l’ anima tua uscirà di codesto suo
invoglio. Che se ti è bisogno anche di uno empiastro da idiota il quale
s’ applichi al cuore,' ti gioverà il considerare Che se ti è
bisogno anche appli chi al cuore. Le parole del testo, chi ben le
intenda, non sono, a parer mìo, senza una certa ironia. Perchè a far
riguardare quali sieno le cose onde t’ hai a dipartire, e gli umori
degli uomini tra i quali l’anima tua non sarà più impigliata. Non
che tu abbia a recarteli a noia, chè anzi hai da averne cura e
sopportarli con amore; ma potrai ricordare che non sei per dipartirti da
uomini che la pensino come te. Perchè, se ci avesse cosa con
indifferenza la morte, la ragione speculativa data già innanzi dovrebbe,
secondo l’autore, bastare al filosofo, al quale non dovrebbero
abbisognare argomenti che ai indirizzino alla sensibilità, e che
Antonino chiama “empiastri da idiota che s’ applicano al cuore”. Ornato
traduce questo luogo come segue: Che se vuoi inoltre uno espediente
da nomo materiale che ti muova sensibilmente:» notando al margine: c
anzi tutto conveniva far capire il senso, e qui era maggior fedeltà il
lasciare la lettera. Il primo mezzo, dice Antonino, era da filosofo: questo
secondo da illetterato: e però quello era speculativo, questo
pratico. Ma vedi se puoi dir meglio, chè sono scontento assai. Per dir
meglio io ho stimato che fosse da conservare il linguaggio figurato
e l'ironia del testo, non tanto difficile poi a capire anche nella traduzione.
che dovesse affezionarci alla vita, questa sarebbe fuor di dubbio;
lo averla a passare con chi sente e giudica come noi. Chi pecca,
pecca a suo danno: chi commette ingiustizia, fa ingiuria a sè
medesimo, facendo sè malvagio. È ingiusto soventi volte non solo chi
fa, ma ancora chi non fa. Se il giudizio che tu fai nel momento
presente è vero; se l’azione che tu fai nel momento presente si
riferisce al ben comune; se la disposizione in che sei nel momento presente è
di accettare di buon grado quanto avviene per virtù della causa
esteriore; non ti abbisogna più altro. Togli via le false
immaginazioni; contieni i moti dell’ animo; spegni i desiderii troppo
accesi; fa’ che la mente sia padrona di sè. Una è l’anima distribuita
fra tutti gli animali irragionevoli; una la ragione compartita a
tutti i ragionevoli come una è la terra di tutte le cose terree, una la
luce per cui veggiamo, ed una 1 aiia che respiriamo tutti quanti abbiamo
vista! e respiro. Tutte le cose che hanno alcun che di comune
fra loro, tendono l’una verso dell’altra. Il terreo tende verso la
terra, V umido s accosta all’umido, l’aereo all’aereo. Il fuoco va
in su per cagione del fuoco elementare; e quaggiù è così pronto ad
unirsi con altro fuoco, che ogni materia un po’ secca s accende di
leggieri per lo esservi mescolata dentro minor quantità di ciò che
impedisce l’unione, h sunilmente ciò che partecipa della natura intellettiva
tende verso il suo congenere, e con più forza eziandio: perchè quanto ha
più eccellenza delle altre cose, tanto ha maggiore inclinazione ad
unirsi con chi ha somigliante natum, e a confondersi con esso. E
però tu trovi appo gli animali privi di ragione sciami, mandre, nidiate,
e come chi dicesse amori: sono già anime in essi, e la virtù
unitiva, più intensa nel più perfetto, vi si manifesta quale non è ancora nelle
piante, nelle pietre o nei legni. Ed appo i ragionevoli tu vedi
città, amicizie, famiglie, radunanze pubbliche; e anco nelle guerre
patti e tregue. E appo gli esseri ancora più eccellenti l’unione ha
luogo in certo modo anche fra i disgiunti e lontani, come puoi
vedere negli astri.' Cosi un più alto grado di eccellenza può
generare scambievole corrispon-. Molti degli Dei popolari riferivano gli
stoici ai gran corpi celesti, al sole, alla luna, alle stelle. Gli
Dei medesimi non sono pure, agli occhi degli stoici, ciascnno per sò
medesimo; ma tutti sono per tutti, per la loro comunità, pel Dio supremo,
pel mondo ecdexiza negli esseri anche a mal grado della distanza che è
tra mezzo. Ma vedi ora a che siamo: soli i ragionevoli sembrano talora
aver posto in oblio la loro qualità che li chiama ad unirsi
reciprocamente gli uni cogli altri, e quivi solo pare che non si
trovi sempre concorso reciproco. Nondimeno con tutto che essi fuggano a
poter loro, e’ sono da ogni parte arrestati; chè la natura è. più
potente di loro. Tu vedrai manifesto (j nello che io dico, se tu saprai
osservare. Perchè ti verrà più agevolmente fatto di trovar terra scompagnata
dalla terra, che non uomo scompagnato dall’ uomo. Porta il suo
frutto anche l’ uomo, ed anche Dio, ed anche il mondo: e ogni cosa nella sua
stagione porta il suo frutto. Che se l’uso applica questo modo di dire
propriamente alla vite e alle altre cose di simil fatta, non monta nulla.
La ragione poi porta un frutto c per gli altri e per sè stessa, e nascono
da lei cose che hanno natura e qualità simili alle sue
proprie. Se tu il puoi, fa’ che si ricreda; se non puoi, sovvengati che
la benignità ti è stata data per questo.* Anche gli Dei sono
benigni a questi tali; e in certe cose eziandio li aiutano, come a
conservare e ricuperare la sanità, ad acquistare fama e ricchezza:
cotanto sono essi amorevoli. Il medesimo puoi fare.tu ancora; o veramente di’
chi ti impedisce che tu noi faccia. Lavora non già come un tapino nè come
chi voglia farsi commiscrare o ammirare; ma intendi a ciò solamente:
operare e astenerti. Cioè per tollerare amorevolmente anche chi erra e non
vuole o non può ricredersi. Intendi « agire o non agire, » frase solenne appo
gli stoici, non traducibile. secondo che la ragion civile * richiede. Oggi
sono uscito d’ ogni mia noia, 0 per dir più vero, ho cacciato fuori
ogni mia noia, perchè non era fuori di me, ma dentro, nelle mie
opinioni. Sion tutte cose, in quanto al numero delle volte che si
sono ripetute, consuete; in quanto alla durata, transitorie; in quanto
alla materia, sordide. Tutte sono ora quali erano al tempo di
coloro che abbiam seppelliti. Le cose stan fuori dell’ uscio, ^
dapersè, nulla sapendo disè, nè giudicando. Chi è dunque che giudica
intorno a loro? la parte sovrana. Intendi il bene della società. Intendi fuori
di noi, e non hanno adito a noi nè potenza di turbarci, se noi non
apriamo loro l’uscio, facendo stima di loro disuguale al vero. Ho creduto
di dover conservare l'espressione figurata del testo greco. Cioè la ragione.
Non nella passione, ma nella razione sta
il bene e il male dell’animai ragionevole e socievole; come non istà
nella passione ma nell’ azione la virtù di lui e il vizio. Alla
pietra scagliata in aria non è punto un male lo andare in giù, nè
un bene lo andare in su. Penetra nell’interno delle menti loro, e
vedrai che gente è quella di cui tu temi il giudizio, e che sorta
di giudici sono anche verso di sè medesimi. L’esistenza delle cose è un
passare incessante da una in altra forma. E tu stesso non perduri
un istante nel medesimo stato, ma ti vai di continuo alterando e come
a dire dissolvendoti. E
l’universo parimente. Cioè iniqui anche verso sè stessi, non
che verso gli altri; dannando essi la lo(o parte sovrana a servire alla
inferiore. Il fallo altrui coiivien lasciarlo dov’è. Il finire di una
azione, il cessare di una volontà o di un pensiero e, per così dire, il
morir loro, non è punto un male. Considera ora le diverse età: l’infanzia,
L’ADOLESCENZA, la giovinezza, la vecchiaia. Il cessare di quella che precede
per dar luogo a quella che segue, è ancora, come a dire, una morte. È
egli un male? Passa a considerare la vita che vivesti sotto 1’
avolo, poi quella sotto la madre, e rammenta ancora molte altre diversità
di stati, e mutamenti dall’ uno in un altro, e cessazioni; e interroga te
stesso; è egli cotesto un male? Adunque nò anco il cessare e
concludersi della vita, nè il totale mutamento di essa non è punto
un male. Cioè in chi n’è autore, il quale non nuoce che a sè
medesimo. Bada alla tua parte sovrana, a quella dell’ universo, a quella
di costui. Alla tua, per ridurla giusta ed imparziale; a quella
dell’ universo, per non dimenticare di che sei parte; a quella di costui,
per chiarire s’ egli operò per ignoranza ovvero con intenzione, e
ricordati ad un tempo che egli ti è congiunto. Come tu medesimo sei
parte del corpo sociale, così anche ciascuna delle tue azioni è parte
integrante della vita di quello. Adunque se una qualsivoglia di esse non
ha per iscopo, o immediato o mediato, il bene della società, ella
turba la vita comune rompendone l’ unità, ed è sediziosa come è
sedizioso chi parteggia in una città e guasta, per quanto è in lui,
la comune concordia. Sdegni fanciulleschi, bambolate, animucce che portano
cadaveri, cose che rappresentano al vivo ciò che narra Omero delle
anime degli spenti. Considera la qualità della causa, e separando
quella dalla materia, fa’ di contemplarla distintamente in sè
stessa; di poi vedi anche e circoscrivi distintamente entro i suoi
confini il tempo che, al sommo, possa cotal cosa per la natura sua
durare. Hai sofferto mille travagli per non aver voluto appagarti
unicamente del far quello a che sei stato ordinato: ma basti. Quando
altri ti lacera o ti odia, o che schiamazzano contro di te, come
fanno ora, pensa alle animucce Farla di tutte le cose di questo mondo. L’Odissea,
lib. XI, discesa di Ulisse all’Inferno. Intendi: per non aver riposto
unicamente il tuo bene nel far quello ohe ec.Come schiamazzano ora; relativo
a qualche caso particolare. di questi tali, penetra loro addentro e
osserva che uomini sono. Vedrai che non ti conviene il dar;(:i briga
perchè essi abbiano di te piuttosto tale che tale altra opinione. Hai
nondimeno a voler loro bene: chè sono per natura amici tuoi. IC
anche gli Dei non lasciano di giovar loro in ogni modo, per mezzo
di sogni, di oracoli, sebbene in quelle cose soltanto che da
costoro si pregiano. Cotale è il perpetuo giro delle cose mondiali;
all’ insù all’ ingiù, d’ età in età. 0 la mente dell’ universo determina
con atti particolari di volontà ciascuna cosa; e se questo è, tu hai da
ricevere con amore il voluto da lei: o ella ha voluto e determinato
una volta per sempre, o tutto pende e procede da quella determinazione; e
allora a che il ricalcitrare? Egli è, in certo modo, come se non ci
avesse altro che atomi e indivisibili. Al postutto, o egli v’ ha un
Dio intelligente e provvido, e tutto sta bene; o le cose si governano dal
caso; e tu almeno non governare a caso te stesso. Oramai la terra
ci ricoprirà tutti quanti siamo; e poi anche la terra si trasformerà; e poi si
trasformerà quello ancora in che si sarà trasformata la terra; e
quest’ altro ancora di nuovo, air infinito. Davvero chi ripensa a
un cotale incalzarsi di mutamenti e di moti e alla rapidità con che si
succedono, non può essere che al tutto non disprezzi ogni cosa
mortale. La causa universale è un torrente che trae seco ogni cosa. E
questi omicciuoli che al parer loro maneggiano secondo filosofia gli
affari «li Stato, come son piccioli! Veri bimbi in culla.* 0 uomo,
attendi a Letteralmento: « pieni,di moccio, mocciosi, » cioè « bimbi col
moccio al naso. far quello, che che sia, che la natura richiede da te nel
momento presente, e non andar guardando attorno se altri il saprà. Non
isperare la repubblica di Platone, e sii contento ad ogni po’ di
progresso che tu vegga; pensando che anche il ridurre questo ad- effetto
non è piccola cosa. Perchè le opinioni degli uomini chi può mutarle? E
senza correggere le opinioni, che puoi tu avere se non ischiavi che
gemono e s’infingono di obbedire? Or va’, non istar più ad
allegarmi Alessandro, Filippo, Demetrio Falereo. Buon per loro, se
conobbero che cosa vuol la natura comune, e seppero raffrenare e
governar sè medesimi. Che se operarono solo per parere,' nissuno ha
moT'oeuXy direbbero i Francesi. Dal novero di questi bimbi non pare
che Antonino intendesse escludere sè medesimo. Fare il bene per amor del bene
piuttosto che della lode, voler essere piuttosto che parere ottimo, è il
tratto più essenziale condannato me ad imitarli. Semplice e modesta
è l’opera della filosofia. Non indurmi ad ostentazione di gravità. Contempla,
come da un’ alta vetta, mandre infinite d’uomini, usi di religione
innumerevoli, e un navigar da ogni banda, in tempesta, in bonaccia, e
diversità di nascenti, di conviventi, di morenti; pensa ancora alla vita
che si vivea per lo addietro, e a quella che si vivrà dopo te, e a
quella che tra le nazioni barbare si vive ora, e quanti v’ ha che
di te ignorano anche il nome, dì un gran carattere morale, dipinto
da Eschilo con tre versi sublimi nei Sette a Tebe parlando di
Amfiarao, in parte frantesi dal Belletti; e la cui traduzione letterale, per
quanto è possibile, sarebbe: « non sembrare, ma essere ottimo ei vuole,
facendo fruttificare il fertile terreno della sua mente, ove germinano
gli assennati pensieri. [ Bellissimo e nobilissimo paragrafo ! quanti
insegnamenti, e per quanti, si compendiano in esso! P e quanti che sono per
dimenticarlo in breve, e quanti che ti lodano forse ora, e ti
biasimeranno tantosto: e come non è da fare stima nè della
ricordanza, nè della gloria, nè di veruna cosa quaggiù. Imperturbabilità
rispetto alle cose che procedono dalle cause esteriori; rettitudine nelle
cose di che tu stesso sei causa: vale a dire, determinazioni ed azioni
non aventi altro fine che sè medesime, cioè d’operare socievolmente,
siccome cosa che è secondo la tua natura. Fra le cose che ti
molestano, molte le quali hanno sede nella tua opinione, tu puoi
sgombrare da te, o darai cosi campo ed agio a te stesso. Fa’
di abbracciar colla mente l’universo mondo, e concepir nel pensiero r eternità dei
secoli, e considera la rapida trasformazione di ciascuna cosa
particolare, e quanto è breve l’intervallo dalla nascita alla dissoluzione,
e infinito il tempo che precedette la nascita, e infinito del pari quello
che terrà dietro alla dissoluzione. Tutte le cose che tu vedi si
tlissolverannò tra breve, e coloro che le vedranno dissolversi, si
dissolveranno tra breve anch’essi. E chi morrà d'estrema vecchiezza, si
troverà ad un medesimo ragguaglio con chi mori anzi tempo. Che menti
son quelle di costoro ! e per che motivi amano e onorano altrui! abbi in
uso diveder nude le loro animucce. Quando si credono nuocere
biasimando, o giovare lodando, che vanità! Una perdita di che che sia non è
altro che una trasformazione. Edi ' questo si compiace la natura dell’universo,
conforme alla quale tutto [Intendi: qual vanissimo errore!] Perchè
la lode e il biasimo di chi che sia noii aggiunge e non toglie nulla al
valor vero degli uomini o dello cose. si fa bene. Per secoli
innumerevoli le cose si sono fatte a questo modo, e continueranno a
farsi' a questo modo per altri secoli innumerevoli. Che dirai
dunque? Che sempre sensi fatte male, e che continueranno a farsi
male per l’avvenire? Or nissuno dunque s’ è mai trovato fra cotanti Iddìi, il
quale avesse potestà di correggere tutto questo? E il mondo è egli
condannato a mali che non avranno mai fine? Vedi il marcio della
materia che sottosta alle cose: acqua, polvere, ossicini, sudiciume. Il
marmo, callosità della terra; l’oro e r argento, capomorto di quella;
la veste, peli; la porpora, sangue: cosi di tutto il rimanente. E la materia
organica vivente, altrettale: di La conclusione è che le perdite, i
mutamenti, e tante coso allo quali il^ volgo dà il nome di mali, non sono
mali veri. quei medesimi ingredienti si compone, e in quelli si risolve. Abbastanza
hai tapinato, abbastanza hai mormorato, abbastanza hai fatto la scimmia.
Che ti turba? Che t’interviene di nuovo? Che è ciò che ti trae dal
senno? La causa? vedila. La materia? vedi la materia. Da queste
cose in fuori non v’ ha nulla. Ma anche fa’ di essere più pio verso
gli Dei e più semplice. Lo stare a veder queste cose tre o
cento anni è tutt’uno. Se egli ha peccato, in lui sta il male. Ma
forse non ha peccato. 0 da una sola fonte intelligente, come in corpo organato
procedono tutte le cose; e se ciò è, non appartiensi alla parte il
querelarsi di ciò che fassi ad utilità comune del tutto; o sono gli
atomi. E tutto che esiste, accozzamento del caso, vien dissipato dal
caso. A che dunque ti turbi? Di’ alla parte sovrana: sei tu morta?
sei tu fradicia? sei tu altra cosa che te? sei tu imbestiata? sei
tu giumento? sei tu pecora? gli
Dei non possono far nulla, o possono. Se non possono; a che li preghi? Ma
se possono, che non li preghi piuttosto perchè ti concedano di non
temere nè desidarare alcuna di queste cose, nè di rattristarti per esse,
anzi che pregarli che tu possa ottenerle o evitarle? perchè ad ogni modo, se e’
possono aiutare gli uomini, debbono poterli aiutare anche in questo. Dirai
forse: cotesto gli Dei hanno posto in mia facoltà. 0, non è dunque
meglio valerti con altezza d’ animo indipendente di ciò che sta in
poter tuo, anzi c he affannarti abbiettamente e servilmente per ciò che
non dipende da te? E poi chi ti ha detto che gli Dei non ci aiutino
anche nelle cose che stanno in poter nostro? provati di pregarli, e
vedrai. Altri prega: fa’ che io possa giacere con colei. E tu
prega: fa’ che io non desideri di giacere con colei. Altri: fa’ che
io mi possa liberare dal tale. E tu: fa’ che io non abbia bisogno li
liberarmi dal tale. Altri ancora: fa’ che io non perda il figliuolo.
E tu: fa’ che io non tema di perderlo. In somma raddrizza cosi le
tue preghiere, e sta’ a vedere che ne segue. 4L Dice Epicuro: «
Ammalato, io non facea mai parola delle affezioni del mio
corpicciuolo nè d’altre cotali cose, quali sogliono essere quelle di che
amano gli infermi inti’attenersi con coloro che li vengono a visitare. Ma
attendeva tuttavia a ragionare intorno ai punti principali della
filosofia naturale, soprasUmdo ad investigare e dimostrare ciò
appunto: come possa V anima, ancora che partecipe dei moti del
corpo, serbarsi nondimeno imperturbata, e conservare in sè quel
bene che è proprio di lei: nè dava, aggiunge egli, materia ai
medici d’insupeibire, come se facessero gran che: chè la mia vita, anche
in quello stato, non era senza calma e giocondità. » Ora fa’ tu
altrettanto, sia, ponghiamo caso, che tu ammali, o t’ intervenga
qualsivoglia altra molestia: perchè"' il dover serbar fede alla filosofia
in ogni congiuntura qualsiasi, e non delirare con lo stolto e con
l’ignaro, è precetto comune a tutte le sètte. Bada unicamente a ciò
che tu fai nel momento presente, e all’ istrornento con che il fai. Quando
ti senti offeso dall’impudenza di alcuno, interroga tosto te n'iedesimo:
ò egli possibile che non ci abbia impudenti nel mondo? Non è. Non
voler dunque l’impossibile: questo è uno di quelli impudenti che di necessità
hanno ad essorci. Lo stesso hai da dirti e del furbo e del disleale, e di
qualunque altro vizioso che pecchi in qualsivoglia modo. Perchè
ricordandoti essere impossibile che tal sorta di gente non sia, tu
ti farai più mite verso ciascuno. Giova ancora il pensare subito. Qual
virtù ha dato all’uomo la natura contro questo peccato'? Ha dato, per modo di
eseni [Intendi: tosto che ci sentiamo offesi por tale 0 tal altro
fatto biasimevole di chicchessia. Intendi: contro al sentirsi offeso da
questo peccato del vicino. Perchè colle stesse parole in altro luogo
potrebbesi anche significare: qual virtù diede all'uomo la natura.per
combattere in sè medesimo questo peccato e serbarne puro sè stesso. pio,
contro all’ ingrato la mansuotudino, 0 contro a ciascuno altro vizio,
altre virtù. Ad ogni modo tu puoi far prova di ravviare quel
traviato; perchè chi fallisce, fallisce Io scopo a cui mirava, ed è
quindi traviato.' E ancora tu hai a pensare qual danno te ne viene:
eli è troverai nissuno di costoro, contro ai quali ti adiri, aver
fatto cosa per cui la mente tua sia. per divenir peggiore. Ed ogni
tuo male, ogni tuo danno, ben sai, non poter essere altrove che in
quella. E poi che male ci ha, o che v’ ha egli di strano se
l’indotto fa cose da indotto?- Vedi piuttosto che tu non abbia a
rampognar te medesimo, il quale non hai aspettato da colui tal sorta di
fallo. Perchè a te la ragione porgeva argomenti a prevedere che costui
fallirebbe probabilmente in quella guisa; ’ e tu non badasti, ed ora ti
vai maravigliando eh’ egli abbia fallito. Massimamente (juando
parratti aver rimproveri a fare a un disleale, a un ingrato, fa’
che tu rivolga contro te medesimo r accusa: sendo manifestamente
tuo r errore se hai creduto che un uomo in cotale disposizione
d’animo fosse ' per mantenere la fede; o,se facendo tu del bene ad
altrui, non l’hai fatto senza un rispetto al mondo ad altra cosa che
al bene che volevi fare, nè con r intento di avere a raccogliere
immediatamente e unicamente dal fatto stesso dello aver compiuta
una buona azione, tutto ed intero il frutto di essa. Nel vero
quando tu hai beneficato un uomo, che vuoi tu ancora di più?^ Non ti
basta aver fatto II saggio, diceano gli stoici, avrà amici, ma li amerà
per utile loro, e non di sè stesso. un’azione che è conforme alla
tua natura, e vuoi inoltre ima mercede, come se gli occhi avessero
ad esser pagati perchè vedono, e i piedi perchè camminano? Perchè
siccome queste membra furono così conformate affinchè avessero a fare
cotali uffici, e quando hanno fatto i servigi a che furono ordinate,
hanno ricevuto tutto ciò che è dovuto loro; cosi l’uomo, per
'natura benefico, quando ha operato alcun che di bene, o
semplicemente aiutato altrui nelle cose medie, ha fatto quello a che
è stato ordinato ed ha ricevuto tutto quello che gli è dovuto. E
quando mai, o anima, sarai tu buona, o schietta, ed una, e ignuda, e più
appariscente ' del corpo che ti (àrconda? Quando gusterai tu di
quello stato che è tutto dilezione ed amore? Quando sarai tu
fornita di tutto punto, non mancante di nulla, non agognando nè
desiderando nissuna cosa, sia animata o sia inanimata, per pigliarne
diletto? nè tempo perchè il diletto più duri? nè ' luogo od
opportunità di paese o di clima, nè conformità d’uomini che ti vadano
a genio? ma sarai paga [Intendi visibile, chè questo senso ha
pure il vocabolo appariscente] del tuo stato presente, facendo piacer tuo
di tutte le cose presenti, e persuadendo a te stessa che tu hai tutto e
che tutto va bene, e che tutto li viene dagli Dei e tutto andrà
bene, checché piaccia ad essi d’ inviarti per la salute di quello
animale perfetto e buono e giusto e bello, il quale genera tutte le cose,
e tutte le contiene ed abbraccia e riceve allorché si dissolvono per la
riproduzione di altre simiglianti? Quando mai sarai tale che, vivendo in
una società con gli' Dei e con gli uomini, non ti accada mai né di
dolerti di loro, né di essere condannato da loro? Vedi quello
che richiede la tua natura in quanto sei governato dalla sola
natura,’ e fàllo o accettalo ogni volta che non sia per patirne
danno la tua natura d’animale; Di poi osCioè a dire in quanto soi
organismo viventi. serva quel che richiede la tua natura d’ animale, e questo
ancora riduci ad atto ogni volta che non sia per patirne danno la tua
natura razionale. Ma il razionale importa, qual conseguenza immediata, il
socievole. Metti in pratica queste regole, e non darti pensiero più
d’altro. Checché ti accada, è o non è comportabile alla tua natura.
Se è, non hai motivo di crucciartene, ma Adunque Antonino, come già
gli stoici antichi, come i fllosofl moderni (vedi particolarmente Burdach,
Antropologia), tre diverse nature, o per dire più propriamente, tre
diversi gradi simultanei di vita distingueva nell' uomo: la vita plastica o
vegetativa, la vita animale, e la vita razionale. Quanto al principio
unico, o moltiplico di queste tre vite, le idee degli stoici erano
confuse. E Antonino errava lungi dal vero quando diceva, parlando della
vita plastica o vegetativa, questa essere « governata dalla sola
natura, » se con ciò intendea che a produrne, o a spiegarne tutti i
fenomeni bastassero quelle leg^ che i moderni chiamano « leggi generali
della natura. attendi a portartelo in pace, essendo tu nato a ciò. Se non
è, ancora non crucciartene; perchè verrà meno come prima ti avrà
consunto. Ma sovvengati che sei tale per natura da poter tollerare
tutto ciò che sta in potere della tua mente di rendere tollerabile
col persuaderti che ti giovi 0 sia dover tuo il tollerarlo. Se
falla, correggilo amorevolmente, e mostragli in che ha fallato. Se noi puoi,
incolpane te stesso, o veramente nè anche te stesso. Qualunque
accidente ti occorra, egli ti era da secoli innumerevoli predestinato, e la
serie fatale delle cause avea
connesso insieme quello accidente colla tua esistenza. Atomi, o
nature, quale che fosse dei due, io pongo per fermo in primo luogo
che io sono parte di ^ Concatenazione delle cause, o serie
delle cause è appo gli stoici la definizione stessa del fato. un
tutto governato da una natura; e- in secondo luogo che io ho relazione di
affinità con tutte le parti a ine congeneri. Avendo ferme nel-r animo
queste due cose, in quanto io sono parte, non avrò a grave nulla di
ciò che mi viene compartito dal tutto, non essendo nocevole alla
parte quello che al tutto è giovevole; nè potendo il tutto aver nulla in
sè che non conferisca al bene di lui; primieramente perchè questa è
proprietà generale di tutte le nature, e poi perchè la natura delr universo ha
questo ancora di più, che non è càusa alcuna esteriore da cui possa
essere necessitata a produrre mai cosa la quale sia per nuocerle. Ricordandomi
adunque che io sono parte di un tutto cotale, avrò caro ogni cosa
che avvenga. E in quanto ho relazione di affinità colle parti a me
congeneri, attenderò a non far nulla mai che non si riferisca a quelle;
ma anzi mirando sempre a» miei simili, rivolgerò tutte le mie forze a
procacciare il ben comune, e mi asterrò da tutto che possa ridondare in
altrui danno. E così governandomi' non può essere che la vita non
abbia un corso felice; come felice stimeresti il corso della vita del
cittadino il quale procedesse d’ una in altra opera giovevole ai suoi compagni
di patria, e avesse caro tutto quello che fosse voluto dal
comune. Alle parti del tutto, quante per natura contengonsi nell’
universo, è necessità il corrompersi: questo sia •detto per
significare lo alterarsi di esse. Il quale alterarsi se fosse per
natura un male, come è una necessità, poco felici sarebbero le condizioni del
tutto, le parti di lui essendo, come a dire, avute in odio da chi
governa, e da lui fatte tali da doversi chi in uno, chi in
altro modo corrompere. Dove converrebbe dire o che la natura avesse'
voluto nuocere ella stessa alle proprie sue parti (20),
sottoponendole al male, e facendole tali che dovessero necessariamente
incappare ' nel male, o che ciò sia avvenuto senza che sia stato
voluto nè avvertito da lei. Delle quali cose nè V una nè 1’ altra ò
da credere. Che se taluno, messa da canto la natura, presumesse
esplicare il nodo affermando le cose essere nate a ciò, non sarà punto
meno strano il dire essere le parti del tutto nate ai mutamenti, e
ad un tempo il maravigliarsi e dolersi quando questi mutamenti si
compiono: massimamente quando noi veggiamo che esse risolvonsi
sempre in quei medesimi elementi di che è composta ciascuna. Avvegnaché
la corruzione o dissoluzione delle cose altro non possa essere e non sia
in effetto che una disgregazione e dispersione di quegli elementi, del cui
aggregato esse si compongono, o vogliam dire un ritorno al terreo di I
ciò che v’ ha in esse di solido, e alr aereo di ciò che v’ha in esse di
vitale,' di modo che la ragione seminale dell’universo riprenda di nuovo in sè
questi elementi, perchè alr ultimo sieho consunti dal fuoco, se r universo
è sottoposto a conflagrazioni periodiche, o servano con perpetua vicenda al
continuo rinnovellamento di lui, se egli dura eterno ed incorrotto.* E
questo solido e questo vitale non darti già a credere I che sia quello
che tu avesti dalla madre nascendo: perchè ieri, e ier r altro è
venuto ad aggregarsi in te [Ricorda siccome appo gli stoici la vita
consiste nella respirazione, e quindi T essenza di quella è 1' aria. Opinione
degli stoici più antichi: Zenone, Cleante, Crisippo. Opinione di molti stoici
posteriori: Zenone da Tarso, Boeto, Posidouiu, Panezio. e tiai cibi, e (-l’aria
die hai respi rata. Questo adunque che ti si è assrefiato ora si
trasforma, e non oo o più. quello che partoriva la
madre. Fa’ che tu vi sottoponga col pensiero quel che ti lega sì
strettamente a ([ueste tali e tali altre cose, le quali sono un
nulla, cred’ io, jrispetto a quello di che io ragiono Avendo tu imposto a
te medesimo questi nomi di buono, di mcciosto, di veritiero, di assennato,
di, consenziente, di magnanimo, fa’ che non abbiansi a mutare nei
loro contrari; e ove mai ti accadesse di perdere quelli, fa’ che tu non tardi a
ricuperarli. E ricordati che con la parola assennata, tu volevi
significare r attenzione discernitiva a ciascuna cosa presente, e
il non pensare ad altro in quel mentre. Con la parola consenziente,
l’accettazione volontaria di quanto ti viene compartito dalla natura
comune; e con la parola ma(filammo, la elevazione dello spirito al di
sopra di ogni moto soave o insoave della carne, e al di sopra I
della gloriuzza, della morte c di simili cose. Se adunque tu ti assicurerai il
possesso di quei nomi senza bramare che ti vengano dati da altrui, sarai
un alti ò uomo ed entrerai in ima vita nuova. Percìiè il continuare ad
essere per lo innanzi quale sei stato infino ad ora, e il continuare a
voltolarti fra le brutture e I Je angosce di una vita cotale,
troppo è da uomo stupido e codardo, simile a quei bestiari ' mezzo
rosi dalle fiere, i quali pieni di ferite e contaminati di sangue e di
loto, pregano pure di essere conservati infine al domani, ancora che.consapevoli
di dover essere di nuovo esposti, conci in quel modo, alle medesiCosi chiamavano
i Romani quelli accoltollatori che negli spettacoli combattevano contro le
fiere. me unghie e ai medesimi denti. Gittati adunque con animo
deliberato in su quei pochi nomi, e se puoi tenertivi saldo ed eretto,
tientivi, non altrimenti che se tu fossi venuto ad abitare in qualche
isola fortunata; se ti accorgi che tu vi tentenni, e non possa
vincere la prova, vattene animoso in qualche cantuccio ove tu sia
certo di vincerla; od anche esci al tutto di vita, senza adirarti, ma
semplicemente, liberamente, modestamente contento di aver fatto
pure una cosa nella vita: Tesserne uscito in cotal modo.* E al
farti ricordare di quei nomi gioverà non poco il ricordarti degli Dei, i
quali non vogliono essere adulati; * ma bensì che tutti gli esseri
ragionevoli facciano di assomigliarsi a Epitteto, Manuale. La
pietà verso gli Dei consiste massimanientG in avere sane e rette
opinioni intorno a quelli (traduz. del Leopardi). loro, e che il fico faccia le cose che
s’appartengono al fico, il cane quelle che si appartengono al cane, e
Tuomo quelle che s’appartengono all’ uomo. Il teatro, la guerra, lo
sbigottimento, la torpidezza, la servilità andranno in te cancellando di
giorno in giorno quelle sante massime, le quali tu apprendi bensì
colla immaginativa e confidi alla memoria, ma senza dar loro fondamento
nè fermarle colla considerazione del tuttto 022). Egli ti bisogna vedere le
cose e fare in modo che e il particolare che è intorno a te, sia
bene osservato, e la relazione di quello al tutto sia contemplata, e
quella compiacenza di sè medesimo che nasce dalla scienza di ciascuna
cosa si conservi nell’ interno tuo, segreta, ma non celata. Altrimenti
quando godrai i frutti della semplicità? quando quelli della
gravità e sodezza? quando quelli della conoscenza di ciascuna cosa, quale ella
è per essenza, che posto occupa nel mondo, quanto tempo è per sussistere,
di che è composta, in quali obbietti si può trovare, e chi sono
coloro che possono darla o toglierla. Il ragno superbisce se ha
preso una mosca; altri, se un lepratto; altri, se un’ acciuga;
altri, se un cinghiale o un orso; altri, se fece prigioni alcuni
Sarmati. Non sono dunque assassini costoro se tu consideri i principii
che li movono? Fa’ che tu impari il modo acconcio di contemplare come
tutte le cose si mutano le ime nelle altre, e attendi senza ristare
a questa parte della filosofìa, e vienti esercitando in essa.
Perchè nuli’ altro è che tanto innalzi 1’ animo. Chi è assiduo in
questa contemplazione si spoglia, sto quasi per dire, del corpo, e considerando
siccome in poco d’ ora gli converrà lasciare tutte le cose di qua e
partirsi dagli uomini, non attende più ad altro che a conformarsi alla.
giustizia e alla natura dell’ universo in tutto che egli fa o patisce.
Che dirà un tale, che opinione avrà di lui 0 che farà contro di lui
uìi tal altro, egli non se ne dà un pensiero al mondo, pago e contento
di queste sole due cose; se egli fa con giustizia ciò che egli fa
nel momento presente, e s’ egli ha caro qualsiasi cosa presentemente gli
accada. Tutte le altre cure e negozi lascia andare, e d’ altro non gli
calo che di camminare perla diritUivia, tenendo dietro a chi sempre
cammina per la diritta via, a Dio. A che il sospetto quando tu puoi
ricercare che cosa è da fare nella congiuntura presente? Che se tu
il vedi, mettiti a ciò, e va’ innanzi alacremente per quella via, senza
guardarti dietro; se noi vedi, sospendi il giud^io, e aiutati
del consiglio degli ottimi. Se insorgono ostacoli al compiere quello
che hai deliberato, governati razionalmente secondo la nuova
occasione che si presenta,* attenendoti sempre a quello che ti par
giusto. Perchè questa è r ottima cosa da conseguire, sendo che lo
scostarsi dalla giustizia è un decadere dalla natura umana. Egli è
un certo che di lento e posato e insieme di mobile ed alacre, di
ilare e sereno e insieme di serio e grave, colui che segue la
ragione in ogni cosa. Appena riscosso dal sonno chiedi a te
medesimo se ti importerà che da altri anzi che da te si faccia quello che
sta bene ed è giusto. Non te ne importerà: o avresti tu dimenticato quali
sono costoro che superbiscono nel farsi dispensa M t
Cioè volgi l'ostacolo a profitto, servendoti di Ini come di nuova materia
ad azione. tori della lode e del biasimo, quali nel letto, quali a
mensa; e quali cose facciano e quali fuggano, a quali intendano, e
quali rubino e quali rapiscano ' non colle mani o coi piedi: ma colla
parte più nobile di loro, la quale può diventare, solo ch’ella il
voglia, fede, verecondia, verità, legge, buon genio. Alla natura che dà e
ritoglie tutte le cose, 1’ uomo bene instituito e modesto dice: «
Da’ quello che vuoi, togli quello che vuoi, o natura. E questo dice non già con baldanza
orgogliosa, ma con intimo senso di alfettuosa obbedienza verso di
lei. Appo gli stoici imà virtù è la parte sovrana deir anima talmente
modificata. [‘Natura’ per gli stoici è lo stesso che ‘Dio’. Queste parole
di Marc’aurelio corrispondono perfettamente a quelle di Giobbe: Dominui
dedita Dominus abstulit, osserva qui bouissimo il Pierron. Poco^ è questo
che ti rimane a vivere. Vivi dunque come in sulla montagna. Perchè
a qui, o colà, nulla monta, se, dove che tu sii, tu vivi sempre nel
mondo come in una città. E veggano e conoscano pure gli uomini un uomo
davvero, il quale vive secondo natura. Se noi possono tollerare,
uccidanlo. Meglio questo che vivere com’ essi fanno. 1(». Non è più
tempo di far parola intorno a ciò che deve essere Tiiomo dabbene,
ma di incominciare ad esserlo. Il pensiero del tempo universo e
della materia universa ti sia del continuo presente, e che tutte le
cose particolari sono, rispetto a questa, un granello di miglio, e
rispetto a quello, un batter d’ occhiò. Considerando ciascuno degli
obbietti che offronsi alla tua osserLetteralmente: un volger di trapano. vazione,
fa’ di rappresentartelo come già in atto di dissolversi e trasformarsi;
d’ infradiciare, per esempio, o dileguarsi in fumo, o altro,
secondo il genere di morte a cui nacque. Vedili quando mangiano,
quando dormono, quando usano con femmina, quando sono al cesso, o fanno
altre cose tali. Vedili poi (piando stanno in sussiego o fan
cipiglio, quando van tronfi e pettoruti, o s'adirano, rabbuffano altrui
con alterigia. E poco innanzi servivano pure come schiavi a tante
cose, e per quali motivi ! E poco dopo ritorneranno a quelle
medesime cose. Giova a ciascuno ciò che arreca a ciascuno la natura
comune. Ed allora giova, quando essa lo arreca. La terra ama la
pioggia; e l’ama ancora 1’etere venerando. E il mondo ama far quello che
è per accadere. Dico adunque al mondo: Io amo con te. E non dicesi
egli parimenti che una tal cosa ama accadere? 0 tu vivi qua, e ci sei già avvezzo; 0 vai
fuori, e questo tu desideravi; 0 muori, ed hai finito il tuo compito.
Fuori di questi tre casi non v’ ha altro. Adunque stattene di buona
voglia. Abbiti sempre per certo che quel tuo vivere in villa non è
punto diverso da questo, e che tutte son qui le cose come in sulla
cima del monte, o sulla spiaggia del mare, o dove che tu voglia.
Perchè ti si parerà davanti a bella prima il detto di Platone: « Egli sta
nella reggia come in una capanna sul monte, mugnendo l’armento. Che
è in questo istante la mia parte sovrana? e quale la fo io? A che
Tadop ro io? Non è ella per av 8Ìde«nd^‘°R sognando o deventura vuota di
ragione? Non è ella separata, divelta dalla comunità? Non è ella
cosi congiunta, conglutinata col corpo, da doverne seguire tutti i moti? Chi
fugge dal suo signore, è servo fuggitivo. Ma la legge è signora: chi
trasgredisce la legge, è dunque un servo fuggitivo. E similmente chi s’
attrista, o teme, o non vorrebbe che fosse accaduta o accadesse 0 fosse
per accadere alcuna qualsivoglia di quelle cose che ha ordinato il
reggitore di ogni cosa, cioè la legge distributrice di quello che
tocca a ciascheduno. Adunque Bene rammenta qnì ìi Gataker ciò che
Platone avea già.detto nel Fedone: «Ciascun piacere e ciascun dolore, non
altrimenti che un chiodo confìgge l'anima al corpo e con esso la unifica
per modo che ella, accetta per vero tutto che è affermato dal
corpo. La legge di cui qui parla Antonino è la legge universale, quella
della natura, di Dio. chi teme, o s’ attrista, o s’ adira, è nn
servo fuggitivo. 2(ì. Chi introdusse il seme nella matrice,
se ne va; un’ altra causa sottentra immantinente, e lavora e
conduce a termine il feto. Qual cosa e da quale? Ancora, egli manda
giù il cibo per la gola: e tosto un’ altra causa sottentrando
produce senso, moto, vita, vigore, eccetera. Quante e quali cose?
Queste maraviglie, che si compiono sotto un velo si impenetrabile, sianti
spesso subbietto di contemplazione, e sappi fare concetto della
potenza operatrice di ({uelle, come facciamo della causa che fa
gravitare i corpi o li spinge in alto, la quale non vediamo cogli occhi,
ma non però meno certamente. Non dimenticare che tutte queste cose,
che ora si fanno, si sono fatte prima d’ ora: e pensa che si
faranno per l’avvenire. Pònti davanti agli occhi quanti drammi o scene
vedesti tu stesso, o leggesti nelle antiche storie: come, verbigrazia,
tutta intera la Corte di Adrian no, tutta intera quella di
Antonino, tutta intera quella di Filippo, di Alessandro, di Creso:
perchè erano tutte la stessa cosa che adesso, solamente erano diversi gli
attori. Fa’ ragione che colui il quale si attrista d’ alcuna cosa,
o l’ ha a male, non è punto dissomigliante dal porcellino percosso
dal ferro del sagrifìcatore, il quale ricalcitra e grida. Non altro
concetto hai da farti di chi lamenta solitario sul suo lettuccio le
catene che ne stringono. E pensa come al solo animale ragionevole è dato
seguire volontario gli eventi: che in quanto al seguirli ad ogni modo, è forza
di necessità per tutti. 1 Lettuccio è qui come chi dicesse il
canapè su cui l’uomo lavora e studia. Cosi, bene il Casaubono. Considera
segregatamente in sè stessa ciascuna delle cose che vai facendo, e
interroga te medesimo se la morte è un male perchè ti priverà del potere
di farla. Quando per l’ altrui fallo ti senti montare la collera,
rivolgiti tosto sopra te stesso ed esamina in qual cosa simile a
quella tu pecchi: stimando, per esempio, che le ricchezze siano un bene,
o il piacere, o la gloria; secondo il genere dell’altrui peccato che ti
sprona all’ira. Perchè se tu badi a ciò, presto cesserà la tua collera. E
ancora considererai che colui è forzato.* E in vero che farebbe egli?
Ovvero, se tu il puoi, rimovi da lui ciò che lo sforza. Cioè a
dire, rimovi dalla sua mente l’errore, il falso giudizio; perchè gli
stoici deriTavano interamente il bene morale dal giudizio
razionale, e riferivano quindi unicamente alla luce della ragione le
risoln- [Veggendo Satirione, immagina di vedere Socratico o Imene:
veggendo Eufrate, immagina Eutichione 0 Silvano: quando vedi Alcifrone,
immagina Tropeoforo. Qquando vedi Senofonte, immagina Oritene o Severo; e
in te stesso figurati di vedere qualcheduno dei Cesari; e così via via.
Poi ti occorra alla mente: ora dove sono costoro? In nissun luogo,
0 chi sa dove. Di questa maniera tu verrai avvezzandoti a considerare le cose
umane come un fumo ed un nulla: massimamente se ti rammenterai come
ciò che fu mutato una volta, non riprenderà mai più quella forma in tutto
il tempo infinito. E tu in qual tempo? Che non ti basta adunque il
passare cozioni virtuose della volontà: secondo essi il giudizio
determina la volontà necessariamente. Intendi: se gli altri non ci
ritornano mai più, ti credi tu di averci a ritornare tu solo? 0, stumatamente
questo poco che ti è dato? Da qual materia d’ azione, da quale
impresa rifuggi? Tutte queste cose che ti accadono, sono esse altro
che occasioni di esercizio alla ragione, la quale abbia diligentemente, e come
si addice allo studioso della natura, considerate le cose che
avvengono nella vita? Rimanti adunque finché tu abbia assimilato a te
medesimo ancor questo,' come il valente stomaco assimila a sè tutti
i cibi, come lo splendido fuoco fa fiamma e luce di tutto che tu
getti in esso. Nissuno sia veritiero il quale dica di te che non sei
semplice e schietto, che non sei uomo dabbene: ma menta chiunque faccia
di te un tal giudizio. E tutto ciò sta in poter tuo. Perchè chi è [Intendi:
ciò che ora ti è dato per materia di azione f frase solenne ad Antonino. quegli
che ti possa impedire che tu non sii schietto e dabbene? Solo che tu
abbia fermo nell’ animo di non voler più vivere quando tu non sii
tale. Nè la ragione il vorrebbe. Che è ciò che in questa occasione che mi
è data si può fare o dire per lo meglio? Checché egli sia, è in mia
facoltà il farlo, o il dirlo. Non iscusarti col dire che ne sei impedito.
Non prima cesserai dai lamenti che non sii fatto tale, che r operare
conforme air istituzione tua in (jualsivoglia caso non sia per te
la stessa cosa che è pel sensuale la voluttà. Perocché ciò appunto vuoisi dall’
uomo avere in conto di vero godimento. L’operare. In questa occasione -
in qualsivoglia caso.» Chi preferisse la frase stoica dica: « in
questa materia — in qualunque materia a te sottoposta » come disse Ornato. A
me parve troppo alieno dall’ uso, ed anche poco chiaro in italiano. conformemente
alla propria natura. E questo può egli in ogni caso. Al cilindro in
tutti i casi non è dato potersi muovere in quella forma di moto che
gli è propria, nè all’acqua, nè al fuoco, nè a nissuna delle cose
che sono governate o da natura inanimata, 0 da anima irrazionale: molti
sono gli impedimenti che loro si frappongono, molte le resistenze.
Ma la mente, la ragione può seguire, solo che il voglia, la sua
propria via vincendo tutti gli ostacoli. Questo potere e agevolezza
che ha la ragione di seguire la sua via in tutte le direzioni, all’alto,
al basso, per 10 declive, come il fuoco, la pietra, il cilindro,
pònti davanti agli occhi, e non cercare più oltre. Tutti gli
ostacoli che tu puoi incontrare non hanno relazione se non se al
corpo che è cosa morta; o veramente, se non sottentra l’ opinione,
e se la mente non cede, non possono nuocere nè far male veruno.
Altrimenti chi ne patisse, dovrebbe eziandio patire deterioramento, come
veggiamo di tutte le altre produzioni sia della natura sia dell’
arte; le quali tutte trovansi deteriorate ove incolga loro alcun
male; ma, qui al contrario, r uomo, se ho a dirlo, si fa migliore e
più degno d’ encomio, quando fa retto uso degli accidenti, quali
essi sieno, che gli incontrano. In somma ricordati che non offende il
vero cittadino ciò che non offende la città; che non offende la città
ciò che non offende la legge; e che nissuna di tutte queste così
dette avversità offende la legge. E se non offende la legge, non offende
adunque nè la città nè il citadino. A colui che fu ben penetrato
dalle vere credenze, basta il più breve detto, anche di quelli che sono
a tutti i più noti, a sgombrargli dall’animo la tristezza o il timore.
Per esempio. Quali sono le foglie, e tali sono Le schiatte degli umani.
Quelle il vento A terra sparge, ed altre ne produce La germogliante
selva a primavera. Cosi le schiatte degli umani: questa Or nasce,
or quella muore. Foglie sono i tuoi figliuoli, foglie tutti costoro che
ti acclamano, e schiamazzano sì forte da far credere che dicano il vero;
foglie questi altri che altamente ti maledicono, o ti vilipendono e
lacerano in segreto. Foglie sono ancora quelli che ricorderanno il
tuo nome dopo la tua morte. Tutte queste cose spuntano fuori alla
verde stagione, poi fi vento le sparge a terra, e(i altre in loro
vece ne riproduce' la germofjliante selva. Il durar poco è comune a
tutte. Ma tu le fuggi 0 le cerchi come se avessero a durar sempre. Ancora
un poco e chiuderai gli occhi; e a quello che ti comporrà sul rogo,
altri farà il corrotto. 35. L’ occhio sano deve essere
disposto a vedere tutto ciò che è visibile, e non dire: io voglio vedere
solamente il verde; perchè ciò è da occhio ammalato. L’ orecchio
sano e r odorato debbono essere disposti a udire tutti i suoni e a
sentire tutti gli odori. E lo stomaco sano deve essere preparato a
digerire tutti i cibi, non altrimenti che la macina è pronta a
macinare tutto quello che ella fu fatta per macinare. E così pure
la mente sana deve essere pronta ad accettare tutto quello che
accade. Colui il quale dice: « sieno salvi i figliuoli » e « tutti lodino
le mie azioni » è come 1’ occhio che vuol vedere solamente il
verde, o come i denti che vogliono masticare sol cose tenere.
36. Nissuno è tanto avventurato che al suo morire non sia per
avere intorno a sè chi si rallegrerà del male che gli incontra.
Savio e dabben uomo sia stato; non mancherà all’ ultimo chi in sè stesso
dirà. Respireremo una volta da questo pedagogo. A nissuno di noi
diede noia con rampogne, è vero; ma ci siam pure avveduti che in
cuor suo ci condannava. » Questo si dirà delr uom savio. E di noi, quante
altre cose possono fare a molti desiderare che ce ne andiamo! A
questo penserai quando sarai per morire, e la tua partenza ti verrà fatta
più facile. Ragionerai teco stesso: me ne vo da questa vita, dalla
quale questi miei concittadini, pei quali ho in essa tanti travagli
sostenuto, tante preghiere fatto, tante cure avuto, vogliono ora essi
medesimi. eh’ io me ne vada, sperando forse che debba seguirne loro
qualche profitto. Chi dunqu e potrebbe desiderare d’avere a
starci più lungamente? Non per questo partirai tu men benevolo verso
di quelli, ma, serbando inaiterato il costume e 1’ indole tua, amico loro
tuttavia qual fosti, propizio e amorevole a tutti, e non però mesto nè
ripugnante. Ma come veggiamo in chi muore di facile morte V anima soavemente
sciogliersi dal corpo, cosi conviene che si faccia la tua separazione da
coloro. Perchè la natura ti avea pure congiunto e complicato con essi.
Ora me ne disgiunge? Ed io mi lascio disgiungere come da amici e
carissimi congiunti, non però turbato nè ripugnante, ma tranquillo e di
mio buon grado. Perchè anche questa è una delle cose volute dalla
natura. A ciascuna cosa che tu vegga fare a chicchessia, vienti
avvezzando, per quanto è possibile, a ricercare, ragionando teco
medesimo: costui a che riferisce quello che sta facendo? E incomincia da
te, esaminando te stesso il primo. 38. Ricordati che chi dà V
impulso e muove, per cosi dire, le fila del fantoccino, è il celato
nel di dentro. Quello è il dicitore che persuade, t|uello è la
vita, quello è, se vogliam dire il vero, V uomo propriamente.
Guardati dal figurartelo come una sola cosa con esso il vaso le cui
pareti lo circondano, o con questi ingegni che songli cresciuti intorno.*
Questi somigliano alla scure; se non che gli sono per natura
aderenti. Si capisce facilmente che per ingegni bassi qui ad
intendere ordigni, cioè gli organi e le membra del corpo. Gli Inglesi e i
Francesi presero dai classici Italiani questa parola ingegno con
questo senso, e dicono quelli engine e questi engin; come ne
presero tante altre bellissime o utilissime dello quali si servono
quotidianamente; e di tali ancora che noi abbiamo interamente
dimenticato: e per significar poi quelle cose di cui abbiamo dimenticato
i nomi italiani, andiamo ad accattar vocaboli dai forestieri, E in effetto,
allontanata la causa che li muove, non è uso alcuno di essi pili
che non sia della spola, senza la mano, al tesserandolo, nè della
penna allo scrittore, nè della frusta al cocchiere. È proprio deir
anima razionale' il veder sè medesima; il conoscere partitamente sè
medesima; il far sè meilesima quale ella vuole: il cogliere essa medesima
il frutto che ella produce, laddove i frutti delle piante e i
portati degli animali sono colti da altrui; il giugnere sempre allo
scopo che è proprio di lei, in qualsivoglia punto arrivi il termine
della vita: perchè 1’ azione di lei, in qualsiasi momento ne sia
arrestato il corso, non rimane imperfetta, co [Razionale per
distinguerla da quella dei bruti, che dagli stoici è chiamata anima
semplicemente. me nelle rappresentazioni sceniche o nel hallo, o in
simili cose; ma anzi in qualsivoglia istante, in qualsivoglia luogo le
sopravvenga la morte, ella compie nondimeno interamente, e in modo
soddisfacente a sè stessa, quanto si avea proposto (28), e può dir
sempre: io ho tutto il mio. Ancora ella va spaziando colla speculazione
per tutto il mondo e il vuoto che lo circonda, e contempla la forma
di quello, e si estende nella infinità dei secoli, e abbraccia col
pensiero i rinascimenti periodici della università delle cose; e
contemplandoli si fa capace che non rimane da vedere nulla di nuovo ai
nostri posteri, siccome nulla di più videro i nostri antichi; chè anzi 1’
uomo giunto all’età di quaranf anni, per poco che abbia di buon
discorso, ha 1 Tutto il mondo: intendi ciò che noi diremmo tntto il
creato. Ma l'idea di creazione era aliena dagli stoici. in certo modo veduto e
conosciuto tutto ciò che fu e tutto ciò che sarà per la somiglianza
che hanno le cose fra loro. Ancora è proprio delr anima razionale l’
amore del prossimo, la veracità e la verecondia, e il non anteporre nulla
a sè medesima: * il che è proprio eziandio della legge. Onde segue che la
retta ragione e la ragione di giustizia sono una sola cosa. I canti
aggradevoli e le danze e gli esercizi ginnastici ti cadranno Bene avverte
qui il Gataker come an-che la legge cristiana ci prescrive di non avere a
nulla maggior rispetto che alla propria anima (confer. s. Matt. Evang.;
s. Marco Vili, ). E san Gregorio Nazianzeno: c nulla, disse, è più prezioso a
ciascuno che la propria anima» riproducendo quasi nella sua prosa
il verso 301 dell’Alceste di Euripide. [Esercizi ginnastici,
letteralmente il pancrazio. Ognuno sa che i romani per mezzo della
ginnastica voleano esercitata la forza del corpo con signiftcazione di
leggiadria. E quindi i giuochi ginnastici erano pur uno degli spettacoli
più graditi ad un popolo, in disprezzo, se tu dividi, per esempio, la
cantilena melodiosa in ciascuno dei suoni di che ella si compone, e ad uno ad
uno considerandoli, domandi a te stesso, è egli questo quel che mi vince?
» perchè ne avrai vergogna. E similmente intorno alla danza, considerando
separatamente ciascuno dei moti, ciascuno degli atteggiamenti; e così per
gli esercizi ginnastici. E generalmente in tutto ciò che non è virtù, o
che non procede da virtù, i sovvengati di ricorrere alla divisione
delle cose nelle parti loro, si che divise a quel modo elle ti cadano
in dispregio. Fa’ l’applicazione di ciò anche alla vita intera. Quale
debba essere 1’ anima in tutto r ordine della cui vita
regnava sovranamente l'idea della bellezza. Cioè, dividi la vita umana in
tante piccole porzioni, per disprezzarla tutta insieme. Sottintendi ronsi'lera,
o ricordati. apparecchiata a sciogliersi, ove occorra, immantinente dal corpo,
a spegnersi o a dissiparsi, o ad entrare in una nuova condizione di
esistenza. E questa disposizione proceda da giudizio particolare della
mente, non da sola pervicacia di volontà, come nei Cristiani; sia
scevra da ogni tragica ostentazione, non però senza dignità, da
poter anche persuadere gli altri. Ho io fatto qualche cosa che
giovi alla società? Adunque ho gio0 ad entrare eiUtenta; letteralmente: 0 a
perdurare. Ornato traduce: o a rimanere ancora dopo morte Non mi piacque,
ma la mia versione, che svolge il pensiero dell’ autore, ha un
coloro troppo moderno. I Cristiani
erano ancora comunemente mal conosciuti, e creduti settari fanatici,
nemici dell’ impero. Cioè a dire; sia tale, non solo intimamente. ma anche pe’
suoi caratteri esteriori, da poter persuadere altrui che essa
procede da ben ponderato giudizio,* nòn da codardia 0 vanità o da
intemperata esaltazione o concitazione di mente. vate a me stesso.' Questo pensiero ti
occorra sempre pronto alla mente, e ti conforti a perseverare. Qual
è r arte tua? L’esser buono. E quest’ arte come altrimenti s’acquista, se
non per le buone dottrine, le une intorno alla natura dell’universo, le
altre intorno alla costituzione propria dell’ uomo? Da prima fu istituita
la tragedia a ricordare i casi che sogliono avvenire e come essi sieno
così fatti per natura, e ad avvertirci nel medesimo tempo essere una
contraddizione il pigliarne diletto quando li vediamo sulla scena del
teatro e dolercene poi quando accadono sopra una scena maggiore.
Voi vedete di [Sono le parole di' Salomone, Prov. XI, 17: «
Benefacit sibi ipsi vir beneficus. Epitteto svolgo il medesimo concetto,
dissert. I, 19; Seneca, epist. 48, disse: «Non potest beate degere qui se
tantum intuetur, qui omnia ad utilitates suas couvertit: alteri viVas
oportet, si vis tibi vivere.» fatti
essere pur forza che 1’ azione si compia a quel modo (30), e che debbono
ad ogni modo soffrirlo anche coloro che esclamano: « 0 Citerone,
ahi lasso. w E invero alcune cose diconsi utilmente dagli autori di tragedie
siccome questa: Che se gli Iddìi Di me nè de’ miei
tigli non han cura, Ragion pur anco a ciò li move. E quest’ altra. Contro
alle cose lo adirarsi è vano. » E ancora quest’ altra:
€ Mieter la vita Come spiga matura E le altre di cotal
fatta. Dopo la tragedia fu introdotta hi t Parole di Edipo.
Vedi Sofocle, Edipo re, vers. 1391. Ecco, secondo la traduzione del
Belletti, i tre versi che formano il periodo intero di cui quelle parole
sono il cominciamonto: Oh Citeron! perchè raccormi? o tosto
Perchè morte non darmi, ond' io giammai L'origin mia non rivelassi al
mondo! vecchia commedia, la quale, con quella sua libertà, facesse come
da aio al popolo, e con quel suo chiamare le cose coi nomi loro, ne
ricordasse agli uomini la vanità: i quali modi assunse poi Diogene
eziandio ad un fine somigliante. Dopo la vecchia, quale sia stata la
mezzana commedia, ed ultimamente poi la nuova, e quale scopo abbia
questa, che a poco^a poco si è ridotta ad, essere puro artificio di
imitazione, lascio a te il considerare. Che anche da costoro si
dicano alcune cose utili, non è da negare: ma l’intenzione generale di un
tal genere di poesia e di composizioni drammatiche, qual è ella
mai? Come vedi tu chiaro nissun’ altra setta' essere così acconcia
al 1 Setta, intendo della setta illosodca in che Marco vivea, e non
dello stato o- condizione sociale. Ho qualche dubbio, e parrai che il
3iou filosofare, come quella in che sei ora? Un ramo spiccato
da un altro ramo non può non essere separato dalla pianta intera.
Parimente un uomo diviso da un altro uomo è scaduto dalla società intera
degli uomini. Il ramo vien divelto per mano d’altri. L’uomo si separa
egli stesso dal suo vicino, quando egli l’ odia, quando lo ha in
dispetto; e non s’ avvede eh’ egli si distacca ad un, tempo dalla
intera comunità. Se non che, per dono di Giove autore dplla
comunità, può ciascuno di noi che siasi distaccato dal prossimo,
riap ÙTTóOeo'.y potrebbe anche voler dire qualche cosa che non fosse
nè la condizione sociale-y nè la setta filosofica^ ma bensi il modo
e r ordine ili vita adottato da Antonino nella condizione sociale
in cui vivea: e cosi l’intesero anche il Gatakero e lo Schultz, i quali_
tradussero vitee genus. Ma siccome rOrriato pare che fosse ben fermo in
quella sua opinione, ho conservato la sua parola fetta. P, piccarvisi
e farsi di nuovo parte integrante del tutto. Vero è che quando ciò accade più
volte, più diffìcile diviene la riunione o il ristabilimento a suo luogo
della parte staccata. E ad ogni modo egli è diverso il ramo che crebbe da
principio insieme cogli altri e sempre rimase unito con essi, dal ramo che
vi fu innestato dopo esserne stato divelto: checche ne dicano i
giardinieri, fa un albero solo cogli altri rami, ma non un solo
disegno. La vegetazione è una, ma la forma non è una. Questo potrebbe
dirsi di un ramo di pesco, p. es,, che fosse innestato in quello di un
noce; ma quando un ramo del uoco che ne fosse stato spiccato fosse
innestato in un altro ramo del noce medesimo, sarebbe una la
vegetazione cd una ancora la forma. Mi è anco sospetto quello
ófJioJoyjjiaTetv parlandosi di piante. Io propendo a credere, coi
migliori critici, questo luogo corrotto o manchevole nel testo. Alcuni di
quest' ultima frase fanno un paragrafo separato: e remato stesso non era
ben risoluto. Chiunque voglia avversarti in cosa che tu faccia secondo la
retta ragione, siccome non avrà forza dà distoglierti dall’ azione
incominciata, cosi ancora non ti riinova dal sentimento di benevolenza
che devi avere per lui: ma fa’ che tu ti serbi costante nel giudicare e
nell’ operar rettamente, e ad un tempo amorevole verso chi cerca di
impedirti o in qualsivoglia modo ripugni a ciò che tu fai. Perchè
non sarebbe minore fiacchezza lo adirarti contro questi tali, che il
ritrarti dall’ impresa e dar luogo per paura; essendo egualmente
disertore chi teine e fugge dall’ ordinanza, e chi s’ allontana dal
congiunto e dall’ amico suo naturale. IO. Non è natura alcuna
la quale sia da meno dell’ arte che ne è imitatrice; nè la più perfetta
fra le nature, quella che comprende in sè tutte le nature, può essere da
meno di un’ arte qualsivoglia. Ora le arti tutte fanno le parti inen
nobili di ciascuna delle opere loro per amore delle più nobili;'
adunque anche la natura comune. Quindi ha origine la giustizia, e
da questa procedono tutte le altre virtù. Perchè mal potrà
conservarsi giusto colui, il quale o non sarà indiflerente verso le
cose medie, o si lascierà facilmente ingannare dalle apparenze, o sarà
preCome, per esempio, un pittore farà ciò che pone nel fondo di un suo
quadro per dare maggior risalto a ciò che ne è il soggetto principale. E
(la questa procedono tutte le altre virtù. Intendo che dallo aver la
natura voluto che si osservasse la giustizia, procedette che essa
natura istituisse le altre virtù; quelle cioè di cui parla poco dopò; le
quali sono necessarie alla pratica della giustizia e furono dalla natura
istituite per amore di essa giustizia, còme un artefice fa le parti
men nobili di una sua opera per amore delle più nobili. Ricordi il
lettore che appo gli stoici posteriori parte sovrana della
filosofia era la morale: la logica, anche per gli stoici antichi,
era subordinata alla morale. cipitoso
nel giudicare, o mal fermo nel giudizio fatto. Non le cose, il cui
desiderio o timore ti turba, vengono alla volta tua; ma tu in certo
modo vai alla volta loro.' Ora fa’ che il tuo giudizio intorno a quelle
stia cheto, e quelle rimarransi quete del pari, e tu non sarai
veduto desiderar nulla nè temere. La sfera dell’anima ha la forma
che è propria di lei, quando ella nè si estende al di fuori verso checchessia,
nè si ritrae al di dentro, nè si dissipa, nè si accascia,* ma
splende di una luce per la quale ella vede la verità che è nell’
universo e quella che è in lei. Un tale mi disprezza? Tal sia di lui. A me basta parlare e
operare Inteudi che l' anima è nello stato conforme a natura, quando ella
non ha nè desiderio, nè timore, nè piacere, nè dolore. in modo che nissun mio
detto o fatto meriti disprezzo. Mi odierà? Tal sia di lui. Quanto
si è a me, io mi serberò mansueto e benevolo verso ognuno, pronto a chiarire
dell’ error suo anche colui che mi odia, non con parole di
rimprovero nè ostentando pazienza, ma cortesemente e con sincera amorevólezza,
come Focione solea fare (31), supposto che non s’infingesse. Perchè la
mansuetudine vuol essere interna, sì che gli Dei veggano in te un uomo
disposto a non ricevere nulla con isdegno nè a malincuore. Qual malej in
fatti, per te, se tu fai ora quel che s’ addice alla tua natura e
ricevi ciòcche ora è giudicato opportuno dalla natura universale, tu uomo
ordinato a questo fine che sempre si faccia il comun bene, sia
qualsivoglia lo strumento per cui si faccia? Si disprezzano l’un l’altro,
e si vanno piaggiando l’un 1’altro. L'uno vuol essere da pii» che
l’altro, e s’inchinano 1’uno all’ altro scawibievolmente. Che
fradiciume e che doppiezza non è il dir di taluno: a Io ho deliberato di
trattar teco schiettamente. » 0 uomo che fai? Non è bisogno' di questo
preambolo. Alla prova si vedrà. Sulla fronte conviene ti si legga
immantinente ciò che tu di’, perchè è cosa di tal natura che tosto
si manifesta negli occhi, come nello sguardo dell’ amante ogni cosa
conosce immantinente l’ amato. L’uomo schietto e buono dev’ essere come
chi sa di caprino, sì che al solo accostarsegli altri il senta, voglia o
non voglia. La schiettezza simulata è un’ arme da traditore. Non è
cosa più turpe che l’amicizia del lupo. L’ amicizia del lupo espressione
proverbiale presso i romani, ed era allusione a quella favola di Esopo,
nella quale i lupi persuadono le pecore a dar loro i cani come
ostaggi, e ad accettare alcuni giovani lupi A tutto potere fuggi
cotesto. Alfuom dabbene, all’ uomo schietto, all’ uom benevolo sono
appariscenti negli occhi tjuelle qìialità loro, e non è bisogno di parole a
manifestarle. Vivere beatamente è cosa che sta in potere dell’anima,
solo ch’ella voglia essere indifferente verso le cose indifferenti.
E questo le succederà se ella considererà ciascheduna di esse nelle sue parti e
nelle sue relazioni col tutto, non dimenticando che nissuna di esse
viene alla volta nostra nè ci sforza a fare di lei tale o tal altro
concetto; ma • anzi elle si stanno tutte immobili dove sono, e noi
siamo quelli che facciamo i. giudizi intorno ad esse, e li
scriviamo, per così dire, dentro di noi, potendo non farlo; e
ancora. come gaardiatii in luogo di quelli; e divorano poi le infelici che
lascìaronsi gabbare dalle belle parole e dalle belle promesse. Cioè le
cose fuori di noi. quando ciò ne venga fatto inavvertitamente e senza
avvedercene, potendoli cancellare immediatamente e rammentando inoltre che
pocd^ha a durare questa fatica di considerare le cose in tal modo,
e saremo poi fuori della vita per sempre. E che v’ha poi di tanto
arduo in esse? Se sono secondo natura, pigliane piacere, e ti diverranno
facili; se sono contro natura, vedi tu che cosa è secondo la tua
natura, e a quello attendi, ancora che sia senza gloria. È sempre
degno di scusa chi va in traccia del proprio bene. Donde sia venuta
ciascuna cosa, di che elementi sia composta, ed in che si
trasformi, e qual divenga trasformata, e siccome non è per soffrire alcun
male per la trasformazione. E in primo luogo,* quale
rela [Sottintendi: Considera] [Sottintendido considerare, o altra
zione io abbiaceli essi e come siam nati gli uni per gli altri, ed io,
per altri rispetti sono nato per essere loro guida, come l’ariete
della greggia e il toro deir armento. Risali più in alto: se gli atomi
non sono, la natura è quella che governa l’universo; e se questo è, gli
esseri meno perfetti sono nati pei più perfetti, e questi gli uni
per gli altri. Quali essi sono a mensa, a letto, negli altri momenti
della vita. E massimamente a che sorta di azioni siano necessitati per le
credenze che essi hanno, e con quanta presunzione di sapere fanno essi
ciò che fanno. Che se essi fanno ciò a buon diritto, e’ non ti
bisogna avertelo a male; se a torto, essi il fanno indubitatamente
malgrado loro, non sapendo quel che si fanno. Perciocché frase
cotale; e cosi al principio di ciascuno degli otto capi seguenti. siccome
è involontaria negli uomini la privazione del vero, così involontario è
ancora il non portarsi verso altrui secondo le norme del giusto: il
che provano collo adirarsi quando sono chiamati ingiusti, ingrati, cupidi
dello altrui, o rei di qualsivoglia colpa verso il vicino. Che tu ancora
pecchi non di rado, e sei pur uno del numero loro; e se da certi
peccati ti astieni, hai nondimeno la disposizione a commetterli, benché,
sia per difetto di audacia, sia per vanità o per altro cotal vizio,
tu noi faccia. Ancora, che tu non sai di certa scienza che essi
pecchino: perchè molte azioni, che paiono malvage si fanno talora a
fin di bene o per meno male: e ad ogni modo è mestieri sapere di molte
cose a poter sentenziare convenientemente sulle azioni
altrui. 6® Quando senti che sìa per occuparti r ira od anche solo
l’ impazienza; che la vita umana dura un momento, e poi saremo tutti
sotterra. Che non sono le azioni loro quelle che ti turbano,
standosi quelle nei loro autori, ma bensì le nostre opinioni.
Adunque togli via, sappi rimovere da te il concetto che tu fai di
quelle, e l’ ira se ne andrà parimente. E come rimovere quel
concetto? Col considerare che le azioni altrui non hanno nulla di
disonesto per te. Che se il male tutto non consistesse nella sola
disonestà dell’agente, di necessità peccheresti tu ancora, e
saresti tu pure assassino, e macchiato di ribalderie d’ogni forma.
Siccome le ire, i rammarichi intorno a siffatte cose arrecano seco
troppo più gravi danni che non siano quelli di che ci adiriamo e
rammarichiamo. Che r amorevolezza è sempre vittoriosa, quando sia
schietta, e non sia una affettazione o una parte che tu reciti. E
in vero che ti può egli fare 1’ uomo il più iracondo e insolente, se tu
ti mostri a lui tuttavia amorevole e se, venendo il caso, tu lo
ammonisci cortesemente e cerchi di farlo ricredere in quel tempo medesimo
che egli intende ad offenderti? No, figliuol mio; noi siamo nati ad
altro. A me tu non nuoci; a te bensì, figliuol mio. E gli dimostri e fai
toccar con mano che la cosa sta COSI universalmente; e come nè le
pecchie si comportano in quella guisa, nè alcun altro animale che sia nato
a vivere in comunanza. Le quali cose vogliono esser dette senza ombra alcuna
di ironia nè di rimprovero, ma bensì con amorevolezza, e senza
amaritudine alcuna nell’animo; nè ancora come si direbbero da un maestro
in iscuola, nè per farsi ammirare dai circostanti; ma da solo a
solo, e se v’ha altri presente, Di questi nove capi fa’ che tu ti
ricordi come se tu li avessi ricevuti in dono dalle muse; e
incomincia pure una volta ad esser uomo mentre hai vita.* E’ ti conviene
ad un tempo guardarti dallo adulare gli uomini non mejio che dallo
adirarti contro di essi: perchè le sono cose egualmente antisociali
e nocive. Quando ti sentirai provocato all’ira, ti occorra alla
mente questo pensiero: non esser punto cosa virile lo adirarsi; ma anzi
la pacatezza, la mansuetudine, siccome sono cose più umane, così
sono anche più virili; e che la costanza, il vigore, la fortezza sono nel
mansueto, non in [Ornato collo Schultz, anzi più risoIntamento che lo
Schultz, stimò che qui il testo fosse manchevole. Seneca, De ira, 111,43, disse. Humanitatem
colamns, dnm inter homines snmus. »
chi si adira o s’impazientisce. Perchè più quegli si avvicina alla
impassibilità, tanto più partecipa della forza; laddove l’ ira, siccome
il dolore, è propria del debole: lo adirato e lo addolorato furono
egualmente piagati e ambidue cedettero egualmente. E un decimo
ricordo ancora ricevi, se vuoi, dal Musagete: * essere da pazzo il volere
che i malvagi non pecchino, perch’ egli è un voler l’impossibile. Il voler
poi che essi portinsi da pari loro verso tutti gli altri e noi facciano
con te, è da stolto e da tiranno. Contro quattro specie di determinazioni*
della parte tua principale ti bisogna sopra tutto stare in guardia, e
tosto che una ti venga [Conduttor delle muse, o Apollo, o se
vuoi. Ercole. Piuttosto quello che questo. Vedi il Gatakero] nsieri, moti,
determinazioni, volonavvertita, cancellarla, ragionando teco medesimo intorno a
ciascuna di esse in questa guisa: Intorno a quelle della prima
specie: questo pensiero non è necessario. Intorno a quelle -della
seconda: questo pensiero tende a sciogliere la società. Intorno a quelle
della terza: tu stai ora per dire cose che intimamente non credi: e
il dir cose che intimamente non credonsi è da essere annoverato fra le
massime assurdità. Intorno a quelle finalmente della quarta specie, rampognerai
te medesimo dicendo: tu lasciasti che fosse vinta la parte più
divina di te, e sottoposta a quella che è men nobile e mortale,
cioè a dire al corpo e ai grossi piaceri di quello. Quattro cose da prevenire
od allontanare. Pensieri inutili oziosi. Volontà od azioni ingiuste, dove
sono anche compresi i moti di irascibilità; Quanto è in te di aereo
e di igneo, benché abbia naturale tendenza ad innalzarsi,
acconciandosi nondimeno all’ordinamento del tutto si rimane quaggiù
nel tuo corpo. E similmente le parti terree é le acquose, benché tendano
naturalmente allo ' ingiù, tengonsi non pertanto sollevate ed erette in una
forma che non é loro naturale: tanto anche gli elementi sono obbedienti
alla legge dell’ universo, e facendo forza a sé medesimi serbano
costantemente il posto in che furono collocati, finché da quella
medesima legge sia dato il segno dello scioglimento. Ora non é egli
singolarmente strano che sola la parte intelligente dell’ esser tuo
non voglia obbedire e si rammarichi del posto che le fu assegnato?
e pure nulla di violento le è comandato [Disaccordo della mente e
delle parole; cioè falsità voluta, o non avvertita. Moti di
concupiscenza], ma cose soltanto che sono secondo la natura di lei. Con tutto
ciò non vi si vuole acconciare, e vuole andare a ritroso. Perchè le
ingiustizie, le dissolutezze, l’ira, la tristezza, il timore, sonò tutti moti
a ritroso della natura. E ancora allorquando r anima non s’ acconcia
di buon grado agli avvenimenti, ella abbandona il suo posto,
essendo ella stata instituita alla santità, alla pietà, non meno
che alla giustizia, poiché quelle non meno di questa fanno parte
della sociabilità: chè anzi gli atti di giustizia succedono
piuttosto (-he non precedano a quelli della pietà e della santità. Intendi
la pietà religiosa, o la pietà verso Dio o la natura, che è tutt’uno
presso gli stoici, e non dimenticare che il rassegnarsi volentieri a
tutti i casi esteriori, è atto religioso appo gli stoici. Cioè Tnomo ha
relazioni con Dio prima che con gli nomini, e le sue relazioni con
questi hanno per fondamento le sue relazioni con quello. Chi non ha sempre il
medesimo proposito, il medesimo istituto di vita, non può essere in tutta
la vita il medesimo uomo. Ma ciò non basta se non aggiungi ancora
quale esser debba questo proposito o istituto di vita. Perchè siccome non
di tutti quelli che al volgo paiono beni è invariabile negli uomini
il giudizio, ma di quelli soltanto che sono universali e comuni; ' così
lo scopo comune e civile dell’ umana famiglia, è quello che l’uomo
dee proporre a sè stesso. Colui adunque il quale indirizzerà a
questo scopo comune l’esercizio di tutte le sue facoltà, quegli farà
che tutte le sue azioni sieno fra loro somiglianti, e per tal guisa
sarà egli costantemente il medesimo uomo. Intendi che T idea del
bene privato varia nella stessa persona, secondo che varia la
sensibilità; laddove l'idea del bene pubblico è costante e invariabile,
siccome quella che dipende solo dalla ragione, la quale non varia. Rammenta
il topo di montagna e il topo di casa, e lo spavento di questo e il correre
precipitoso. Socrate chiamava befane le credenze del volgo, spauracchi
di fanciulli. I Lacedemoni nella loro solennità ponevano pei
forestieri i sedili all’ ombra, ed essi sedevano dovunque. A
Perdicca, che gii chiedea perchè non andasse a lui, Socrate
rispondea, Per non morire di pessima morte » cioè a dire, « per non
ridurmi alla condizione di non poter ricambiare beneficii eh’ io avessi ricevuti. Nelle lettere degli Epicurei era una
esortazione all’ aver sempre presente al pensiero alcuno di quelli
antichi che praticarono la virtù. I Pitagorici prescriveano che [Gli
interpreti allegano Orazio, sat. VI, lib. II. Ma riscontra in Esopo, fav.
301. Ogni giorno di buon mattino si
dovesse volgere gli sguardi al Cielo, affinchè per la contemplazione
di quelli esseri che sempre percorrono le medesime vie e sempre
compiono a un modo il loro ufficio, l’ uomo avesse ad ìfver sempre
vivo in sè il pensiero dell’ordine, della purità e della nudità.'
Perchè le stelle non hanno velo che le ricovera. Qual fu a vedere Socrate
cinto di una pelliccia, allorché uscì fuori Santippe colla veste di
lui; e le cose che egli disse agli amici i quali arrossivano e si
ritraevano indietro, vedendolo assettato in quel modo. Nell’arte dello
scrivere nè in quella del leggere non puoi essere maestro se prima
non fosti discepo [Il diligentissimo ed ernditissimo Gatalcer non
seppe egli pnre trovare qual fosse il caso particolare della vita di
Socrate, e il detto di Ini, ai quali fa qui allusione A. Meno amcora lo
potrai nell’arte (Iella vita. Sei servo, a te concesso favellar
non è. Ed il mio cor ne rise. E la virtute Àccuseran con rigido
parole. Pazzo chi vuole aver fìchf di verno; pazzo ancora chi
desidera aver iigliolanza quando non è più tempo da ciò. Quando
tu baci un tuo figliuolo, esortava Epitteto, fa' che tu dica teco
medesimo: domani sarà forse morto. Cattivi augurii, cotesti. Nulla è
cattivo augurio di ciò che accenna ad un effetto naturale. Agresto,
uva, zibibbo, tutte [Nei testo è un verso iambico di autore
incognito a noi. È la fine del verso 413, lib. I dell'Odissea.
Nel testo è un verso esametro che ha qualche somiglianza con un
verso di Esiodo mutazioni; non dall’ essere al non essere, ma dall’
essere ciò che è all’ essere ciò che ora non è. Assassini della
volontà non ci sono; sentenza di Epitteto. Diceva ancora (Epitteto) dovensi
procacciare V arte dello assentire; stare all’ erta coi moti della
volontà, affinchè tutti sieno condizionali, sempre indirizzati ad un
fine, al bene universale, sempre proporzionati in intensità al valore
intrinseco delle cose; astenerci in tutto dalla appetizione, e non dare
luogo mai all’ avversione per cose che non sieno in nostra
potestà. Piccolo adunque, diceva egli, non è il frutto della
vittoria o il danno della sconfìtta; ma l’ esser savio, o r esser
pazzo. 39. Socrate dicea: che volete voi! Vuol dire Antonino
che il libero esercizio della volontà non può esserci tolto da nìssuna
forza esteriore. avere anime di animali ragionevoli, 0 di irragionevoli?
Di ragionevoli. Di quali ragionevoli? di sani o di corrotti? Di sani.
Perchè dunque non le cercate? Perchè già le abbiamo. Perchè dunque
battagliate fra voi e siete discordi? Anche il Gataker non potè trovare
da quale opera socratica abbia tratto Antonino questa
argomentazione: ma moltissimi scritti della scuola socratica non abbiamo
più noi, i quali esistevano ai tempi di Marco nostro. Tutte quelle cose,
alle quali tu . studi di pervenire per mille andirivieni, tu puoi avere
immediatamente, se tu non vuoi male a te stesso. E ciò sarà, se tu
metti da banda il passato e lasci alla Provvidenza la cura del futuro, e
attendi solo ad usare il presente, secondo le norme della santità e
della giustizia: della santità, coir accettare volonterosamente i casi
tutti che ti intervengono, essendo essi dalla natura prodotti per te, e
tu per essi; della giustìzia, col dire liberamente e senza ambagi la
verità e far ciò che è conforme alla legge e alla dignità delle l'ose,’
non lasciandoti frastornare mai nè da malizia altrui, nè da
opinione, nè da discorso di chi che sia, nè da affezione veruna di
quel corpicciuolo che ti è venuto crescendo all’ intorno: sta a lui che è
il paziente a pensarci. Or dunque, prossimo o lontano sia per essere il
termine della tua vita, se tu, deposto ogni altro pensiero, non
attenderai che ad onorare la parte principale e divina dell’ossei’ tuo, e
tuo solo timore sarà, non già di dover cessare quando che sia di
vivere, ma di non aver per anco incominciato a vivere secondo natura; tu
sarai uomo degno del mondo che ti ha generato, non sarai più [Le
prescrizioni della l^igge sono generali; la dignità delle cose esteriori serve
di guida nell' applicazione della legge. Ta altro modo si potea dire: «
ciò che è conforme alla legge nelle circostanze particolari in che ti’
trovi.» Ma quello è più stoicamente detto. Per dignità delle cose intendi il
loro valore ret»tivo. straniero nella tua patria, non ti
maraviglierai più di ciò che accade tutto dì come di cosa insolita;
non sarai più dipendente da chi nè da che che sia. Iddio vede
tutte le menti denudate di questi vasi materiali e involucri e sudiciumi.
Quelle solo egli attinge colla pura sua intelligenza, le quali da
lui scaturite sono deri-^ vate in essi. Se ti avvezzi a far tu pure
il medesimo, tu avrai meno di molte distrazioni e perturbazioni.
Perchè chi non guarda all’ involucro della carne, si lascierà egli
turbare o distrarre alla vista dell’abito, o delle case, o della
riputazione, o di altri cosi fatti involucri e addobbi? Di tre cose
sei composto: il corpicciuolo, il soffio vitale e la mente. Delle
quali le due prime non sono tue se non in quanto tu hai a prenderne
cura; la terza, questa sola è tua veramente. Laonde se tu rimovi da
te, o per dir più proprio dal tuo pensiero, tutte le cose che altri
fa e dice in presente, e le passate che tu facesti e dicesti, e le future
delle quali 1’ aspqttamento ti turba, e quelle che riferendosi al
corpo onde sei circondato e al soffio vitale congenito con esso, sono
in te involontarie, e quelle che il vortice di fuori va agitando intorno
a te, si che pura e sciolta da ogni esterna fatalità la potenza intellettiva
se ne viva libera da sè, operando il giusto, avendo caro ogni evento
qualsiasi, e dicendo il vero; se, dico, tu rimovi da codesta parte
dell’ esser tuo tutto ciò che presentemente le sta come a dire appiccato
per mezzo dello appetito sensitivo, e tutto r avvenire e tutto il
passato, e ti fai siccome quella di Empedocle da GIRGENTU ri tonda
Sfera che posa e in suo posar s’ appaga, e attendi solo a vivere quel
tempo che vivi, cioè il presente; ti verrà fatto di passare
tranquillamente, nobilmente e in pace col genio tuo, quello che ti rimane
ancora insino al morire. Soventi volte mi sono maravigliato che
ciascuno arai sè stesso più che non arai qualunque altro uomo, e
faccia poi minor conto dei propri giudizi intorno a sè medesimo, che di
quelli degli altri.' Perchè se a taluno fosse da un Dio che gli
apparisse, o da qualche savio maestro comandato che non pensasse e non
volgesse nulla in mente che tosto, appena ne fosse conscio '
Anche i Pitagorici, benché non ne facessero nn precetto assoluto,
raccomandavano che ciascuno avesse massimamente rispetto a sè medesimo, cioè ai
propri giudizi intorno a sè stesso. Tra i versi dorati attribuiti a
Pitagora, ecco la traduzione di quello che compendiosamente esprime
la detta raccomandazione. Più che di chiunque altro abbi vergogna di te
ste.««so. » a sè stesso, noi
manifestasse; noi sosterrebbe pure un solo giorno. Tanto abbiamo
noi maggiore rispetto a ciò che di noi potrà pensare il vicino, che a ciò
che ne pensiamo noi stessi. Come mai avendo gli Dei propizi all’uomo
ottimamente ordinato ogni cosa, questo solo lasciarono passare
inavvertito, che anco i migliori fra gli uomini, quelli i quali
entrarono, sto per dire, in più stretta alleanza colla divinità, e per la
pietà e santità loro vissero in più intimo commercio con essa,
quando una volta sian morti, non abbiano più mai a rivivere, ma sieno
spenti per sempre? Se tale è veramente la condizione di tutti gli
uomini indistintamente, abbi per indubitato, che ove avesse dovuto essere
altrimenti, avrebbero gli Dei altrimenti ordinato: perchè se un ordine
diverso fosse stato giusto, sarebbe anche Stato possibile; e se
fosse stato secondo natura, la natura lo avrebbe recato ad effetto. Ora
dal non essere le cose in questi termini, supposto che veramente
non sieno, tu hai a trarre argomento che non dovea essere altrimenti da
quello che è. Perchè tu vedi pure che mentre tu vai facendo queste
investigazioni, tu. disputi del diritto con Dio; la qual cosa non
faremmo con gli Dei, se essi non fossero ottimi e giustissimi; e
tali essendo, non possono aver mai tollerato nè lasciato correre
inavvertitamente nell’ ordinamento del tutto, nulla che fosse ingiusto
0 irragionevole. Vienti esercitando anche in ciò a che tu credi
aver poca attitudine. La mano sinistra, la quale per difetto di esercizio
è disadatta ad altri uffici, tiene il freno più saldamente che noi
faccia la destra, perchè a ciò fu esercitata. In che stato debba
essere l’uomo, e rispetto al corpo e rispetto all’ anima, al
sopraggiungere della morte; ' la brevità della vita, l’abisso del tempo
passato e del tempo avvenire, la debolezza di tutta la materia. Osservare
le cause denudate della loro corteccia; il fine delle azioni; che
sia il dolore, che il piacere, che la morte, che la gloria; chi sia
quegli che è cagione di travagli a sè stesso; siccome nissuno è mai
impedito da altrui; che tutto è opinione. Nel far uso dei precetti
della filosofia, fa’ di rassomigliare piuttosto al pugillatore che al
gladiatore; perchè questi, lasciata cadere la spada, vien morto; ma
quegli ha la destra sempre, e non gli è mestieri d’altro che di
chiudere e scagliare il pugno. Sottintendi: contidera. Vedere quali
sono le cose in sè stesse, risolvendole nei loro elementi, la materia,
la causa, il fine. Che potere ha l’uomo ! di non fare se non
ciò solamente che Iddio sia per approvare, e di accettare tutto che
Iddio sia per inviargli. Ciò che è conforme alla natura. Non ti dolere
degli Dei, perchè gli Dei non peccano nè volontariamente nè
involontariamente; nè degli uomini, perchè gli uomini non peccano
mai se non malgrado loro. Di nessuno dunque ti devi doere. Quanto è
mai ridicoloso e nuovo colui che si maraviglia di alcuna delle cose che
accadono nella vita! In tutte le edizioni che io conosco si
incomincia con questa frase il paragrafo seguente; ma non si fa alt^o che
guastarvi il senso. O necessità fatale e ordine di cose
impreteribile, o‘ provvidenza esorabile, o confusione a caso e
senza governo. Se necessità inflessibile *, a che resisti? Se
provvidenza esorabile; fa’ che tu sia degno dell’ aiuto divino. Se
confusione senza governo; pur beato che in tanta tempesta tu hai
dentro di te una mente governatrice. Che se la bufera ti rapisce seco, rapisca
a sua posta il corpicciuolo e la parte animale di te e cotali altre cose;
non potrà rapir seco la mente. Che? il lume della lampada,
fmch’ ella non si estingue, risplende e non perde della sua luce; e in
te, prima che la vita si spegneranno la verità, la giustizia, la
temperanza? Quando altri ti dà materia a supporre che egli abbia
permeato, di’teco stesso: come so io che ciò sia un peccato? E se è
peccato, ch’egli non siasi già condannato da per sè? il che h come
nn graffìarsi il proprio volto. ' Pensa ancora che il non volere che il
dappoco erri, è un non volere che il fico acerbo abbia lattifìcìo, che i
bambini vagiscano, che il cavallo annitrisca, ed altri simili effetti
naturali e necessari. E che può egli fare in cotale disposizione?
Se tu sei da tanto, incomincia a curar quella. Se non è giusto, noi fare;
se non è vero, noi dire: perchè la tua volontà è libera. Esaminare
in ogni incontro che è la cosa che fa impressione in te, ed
esplicarla distinguendovi la causa, la materia, il tempo entro il
quale avrà a cessare. Seneca, De ira. Nulla maior pccna neqnìtiie est-,
quiim quod sibi displicet. Con questo paragrafo finisco Pinterpro' taziono
lasciata dalPOrnato, la quale, tranne i luoghi indicati, io ho fodcljnonto.seguita
noi mio volgarizzamento dal § 42 del lib. VI, Accorgiti finalmente che tu
hai in te stesso alcun che di più potente, di più divino che non
sia ciò da cui si generano gli affetti e che al tutto ti trac qua e
là come per ima funicella. Che è ora la mia mente? Non è ella timore?
Sospetto? Cupidità, 0 altra cosa cotale? Primieramente nulla si
faccia a caso, nè senza uno scopo. Poi, nulla sia riferito ad altro
fine che a quello universale e civile di tutta l’umanità. Che
in breve tu non sarai più, nè alcuna delle cose che vedi, nè alcuno
di quelli che ora vivono. Perchè ogni cosa nacque per alterarsi, mutarsi
o morire, affinchè altre possano nascere secondo l’ordine di
successione. fin qni. Quanto all' interpretazione dei paragrafi che
seguono, l'Ornato lasciò solamente due otre note delle quali sarà parlato
al loro luogo. Che tutto è opinione, e questa è in poter tuo. Adunque
togli via, quando ti piaccia, l’opinione, e come navigante che
appena superato il passo di un promontorio, trovasi in acque
tranquille; così tu ti troverai in perfetta calma e, come a dire,
entrato in un seno non agitati) da .alcun flutto. Una azione
qualsivoglia, quando cessa a suo tempo, non patisce alcun male per la
cessazione. Ancora r autore dell’ azione, per la medesima cessazione, non
patisce alcun male. Medesimamente il complesso, 0 vogliasi dire la
serie di tutte le azioni, che è quanto dire la vita, quando cessa a
suo tempo, non patisce alcun male per la cessazione,, nè ancora chi cessa da
questa serie di azioni, soffre per ciò alcun male. Il tempo proprio
poi è determinato dalla natura: talvolta dalla natura .particolare,
quando avviene nella vecchiezza, ma ad ogni modo dalla natura dell’
universo: le cui parti trasformandosi e rinnovandosi del continuo,
ne segue che sempre nuovo e sempre giovane si conserva nella sua
totalità il mondo. E bello sempre e tempestivo è ciò che profitta al
tutto. Adunque la cessazione della vita non è un male all’ uomo individuo,
poiché non è cosa disonesta, come quella che non dipende dal-r arbitrio
di lui, nè ripugna al fine universale e sociale della umanità; ed è
in sé stessa un bene, perchè è tempestiva e profittevole al tutto e
armonizzante con esso. E similmente è divino r uomo che è mosso
nella medesima direzione e verso i medesimi fini che Iddio, ed ha caro
di essere mosso verso questi fini e in questa medesima direzione. Tutto
questo periodo è nel testo greco oscurissimo e diversamente inteso dai
comontatori. Chi è grecista vegga nella Queste tre cose non dimenticare.
In primo luogo, per rispetto a ciò che tu fai, che nulla sia fatto
a caso nè altrimenti che si farebbe dalla giustizia in persona; e
per rispetto agli avvenimenti esteriori, sieno essi effetti del
caso o della Provvidenza, che non vuoisi mai nè incolpare il caso,
nè mormorare contro la Provvidenza. In secondo luogo, qual sia ciascun vivente
dal momento della fecondazione sino a quello della animazione, e da
quello della animazione fino a quello in cui cessa la vita,' e di
che elementi sia nota a questo paragrafo nell' edizione di Torino
le ragioni della nostra interpretazione diversa da tntte le precedenti.
Bene ricorda qui Gatakero com'egli era opinione degli stoici il feto non
essere animato fino al momento in cui ^sce dal seno materno. Fino a
quel momento essi consideravanlo come parte del corpo della
iinadre, come un ramo vegetante sul tronco dell'albero a cui appartiene.
Abbiamo veduto (vedi la nota (26) in fine del volnme) composto e in quali
sia per risolversi. In terzo luogo, che se tu levato in altissima parte vedessi
di là tutte le cose umane e la grande varietà loro, e vedessi ad
un’ ora quanta sia la moltitudine degli esseri aerei ed eterei che
popolano gli spazi all’ intorno; per quante volte che tu venissi
cosi levato in alto, vedresti pur sempre le medesime cose, la somiglianza
che sempre hanno fra loro e la breve durata di tutte. Di cotali
cose insuperbisci? Espelli da te T opinione, e sei salvo. Chi dunque ti
impedisce questa espulsione? Quando stai di mala voglia per cagione
di qualsisia cosa o persona, tu dimentichi che tutto succede se
come gli stoici fossero ignoranti di anatomia: lo erano ancora più di
fisiologia. Intendi le succedenti rispetto allo antecedenti. condo la natura
dell’ imiverso; che l’altrui colpa è male altrui; e inoltre che le cose
che avvengono sono sempre. avvenute e sempre avverranno, e avvengono ora
in ogni luogo al modo stesso; e ancora tu dimentichi quanto intima sia la parentela
che ha ciascun uomo con tutta la famiglia umana: perocché non di
sangue o di seme, ma è comunanza di mente. Tu dimentichi ancora che la
mente di ciascun uomo è divina e da Dio scaturita; che nulla è
proprio di nissuno, ma e il figliolino, e il corpicciuolo e Tanimuccia stessa,
tutto venne da quello. Tu dimentichi finalmente che tutto è opinione; che
ciascuno vive solo il momento presente, e perde solo il momento
presente. Recati spesso al pensiero coloro i quali di alcun che
fieramente adiraronsi, coloro che per grandissimi onori, o sventure, o
inimicizie, o altre fortune quali si fossero, divennero illustri; poi-
chiedi a te stesso; ora dove sono? Fumo, cenere, languido romore di”
fama, o neppur questo. Poi ti occorrano alla mente tutti questi
cotali; Fabio CatullinOjin villa, Lucio Lupo negli .orti, Stertinio a
Baia, Tiberio nelr isola di Capri, Rufo a Velia, e, per dire in somma,
tutte queste diverse inclinazioni verso checchessia generate dall’
opinione; e quanto sieno di poco pregio in sè medesime tutte queste
cose che con tanto studio si ricercano; e quanto sia più da filosofo il
saper far buon uso delle circostanze qualunque esse sieno, o per dir più proprio,
della materia quale ci è data, serbandoci sempre giusti, temperanti e con
semplicità obbedienti a Dio. Perchè 1’orgoglio dell’umiltà è di tutti il più
abbominevple. A colóro che ti chiedono dove tu iibbia veduto gli Dei
e donde avuto certa otizia dell’ esser loro, perchè tu abbia a
venerarli - rispondi primieramente. Anche alla vista sono
percettibili. E poi. Nè ancora la mia mente veggo io, e nondimeno io l’ho in
onore: e così da quelli effetti che mi rivelano la loro potenza
argomentando che essi sono, venero io gli Dei. Salvezza di tutta la vita
è il vedere ciascuna cosa quale sia in sè stessa, quale la materia
di essa, quale la ' causa; e attendere con tutta r anima a operare
il giusto e a dire il vero. Poi, che ti rimane a faie, se non se
godere della vita, facendo senza ristare che un bene
succeda Opportunamente avverto qui il Gatakero come A. potesse,
stoicamente, dire benissimo, gli Dei essere visibili anche alr occhio,
poiché il mondo primieramente era per essi il Dio supremo; e poi fra
gli Dei generati essi veneravano il sole, gli astri, gli elementi
eo. immediatamente ad un altro, non lasciando fra due neppure un
menomo intervallo? Una è la luco del sole, ancora che divisa all’
infinito da pareti, da •monti, da altri obbietti innumerevoli. Una
è la materia comune, ancora che divisa in una moltitudine innumerevole di
corpi, ciascuno dei quali ha le proprie qualità. Una è la vita,
ancora che distribuita in una moltitudine innumerevole di nature particolari.
Una è r anima intelligente, ' ancora che sembri divisa in tante
unità. Ora tutte le altre cose soprascritte, esseri organici viventi ed esseri
privi di vita; non hanno comunanza. [Intendi: Quando tu sia ben risolato
di non attendere ad altro chò ad operare il giusto e a dire il
vero, non avrai più briga alcuna, e non avrai che a godere della
vita; il qual godimento consiste appunto nel dire il vero e praticare
la giustizia; e il godimento.sarà continuo, se tu non cessi un momento
dalle azioni virtuose che sono il vero bene. nanzà fra loro nè
corrispondenza alcuna di sensibilità, sebbene anche ad esse il
respirare e il gravitare verso un centro sia a tutte comune.’ Ma
alla mente è proprio il tendere verso ciò che le è congenere, e con esso
ella si unisce, nè può essere esclusa da lei questa corrispondenza
di affetti e di sensi. Che brami? Campare? Non questo. Che dunque?
Aver sensazioni, moto, incremento, appetiti? Far uso della facoltà della
parola, di quella del raziocinio? E che di tutto ciò ti sembra degno
da desiderare? Se ciascuna di queste cose ti sembra dunque in sè poco
pregevole, volgiti à quella che sola rimane, al seguire la ragione e Dio.
Ma a questo culto ripugna eh’ e’ ti gravi [Il testo in questo
luogo è certamente corrotto. Chi ' vuol vedere come sia stato
emendato e quindi interpretato dair Ornato in una lunga sua nota, ricorra
all' Adizione di Torino] il dover essere per la morte escluso dalle
cose dette dianzi. Qual particella del tempo infinito fu assegnata a
ciascuno? Tosto perderassi nell’eternità. Qual particella di tutfii la materia?
Qual particella di tutta l’anima? Sopra qual particella di tutta la.terra
ti vai strascicando? Questi pensieri ti ricordino che non hai a fare
gran caso di nulla, fuori l’operare secondo che la natura ti guida, e
tollerare tuttociò che la natura comune ti arreca. Che uso fa di sè
stessa la mente? Questo è il tutto per te. Tutto il rimanente, sia
o non sia sottoposto alla tua volontà, è per te cadavere e
fumo. A farti disprezzare la morte gioverà il pensare come anche coloro
che ebbero il piacere per un bene e il dolore per un male, non di
meno la disprezzarono. A colui al quale ciò solo che è tempestivo è
un bene, poco importandogli il maggiore o minor numero di azioni virtuose
che saràgli concesso di compiere, a colui, dico, la morte non ha nulla di
pauroso. L’ uomo, facesti le tue parti di cittadino in questa grande
città. Che rileva a te se per cinque o solo tre anni? Ciò che è
secondo la legge, è giusto ed equo per tutti. Come puoi dunque
rammaricarti se sei rimandato, non da un tiranno, non da un giudice
iniquo, ma dalla natura che ti avea introdotto, non altrimenti che un
attore è rimandato dalla scena dal direttore della commedia che ve
lo avea chiamato? Ma io non ho recitato i cinque atti. Bene dicesti. Ma
nella vita anche tre atti bastano a compiere il dramma. Perciocché chi ne
determina il fine, è quel medesimo che allora fu autore della
plasmazione, cd ora ò della dissoluzione. Tu non fosti autore
nè dell’ una nè dell’altra. Vattene dunque in pace e contento, chè quegli
ancóra che ti accommiata è contento e propizio. Epistle of
Marcus Aurelius to the senate, in which he testifies that the Christians were
the cause of his victory.1919 The Emperor Cæsar Marcus Aurelius Antoninus,
Germanicus, Parthicus, Sarmaticus, to the People of Rome, and to the sacred
Senate greeting: I explained to you my grand design, and what advantages I
gained on the confines of Germany, with much labour and suffering, in
consequence of the circumstance that I was surrounded by the enemy; I myself
being shut up in Carnuntum by seventy-four cohorts, nine miles off. And the
enemy being at hand, the scouts pointed out to us, and our general Pompeianus
showed us that there was close on us a mass of a mixed multitude of 977,000
men, which indeed we saw; and I was shut up by this vast host, having with me
only a battalion composed of the first, tenth, double and marine legions.
Having then examined my own position, and my host, with respect to the vast
mass of barbarians and of the enemy, I quickly betook myself to prayer to the
gods of my country. But being disregarded by them, I summoned those who among
us go by the name of Christians. And having made inquiry, I discovered a great
number and vast host of them, and raged against them, which was by no means
becoming; for afterwards I learned their power. Wherefore they began the
battle, not by preparing weapons, nor arms, nor bugles; for such preparation is
hateful to them, on account of the God they bear about in their conscience.
Therefore it is probable that those whom we suppose to be atheists, have God as
their ruling power entrenched in their conscience. For having cast themselves
on the ground, they prayed not only for me, but also for the whole army as it
stood, that they might be delivered from the present thirst and famine. For
during five days we had got no water, because there was none; for we were in
the heart of Germany, and in the enemy’s territory. And simultaneously with
their casting themselves on the ground, and praying to God (a God of whom I am
ignorant), water poured from heaven, upon us most refreshingly cool, but upon
the enemies of Rome a withering1920hail. And immediately we recognised the
presence of God following on the prayer-a God unconquerable and indestructible.
Founding upon this, then, let us pardon such as are Christians, lest they pray
for and obtain such a weapon against ourselves. And I counsel that no such
person be accused on the ground of his being a Christian. But if any one be
found laying to the charge of a Christian that he is a Christian, I desire that
it be made manifest that he who is accused as a Christian, and acknowledges
that he is one, is accused of nothing else than only this, that he is a
Christian; but that he who arraigns him be burned alive. And I further desire,
that he who is entrusted with the government of the province shall not compel
the Christian, who confesses and certifies such a matter, to retract; neither
shall he commit him. And I desire that these things be confirmed by a decree of
the Senate. And I command this my edict to be published in the Forum of Trajan,
in order that it may be read. The prefect Vitrasius Pollio will see that it be
transmitted to all the provinces round about, and that no one who wishes to
make use of or to possess it be hindered from obtaining a copy from the
document I now publish. Spurious, no doubt; but the literature of the
subject is very rich. See text and notes, Milman’s Gibbon, Literally, “fiery.” I
recognised this stone in the Vatican, and read it with emotion. I copied it, as
follows: “Semoni Sanco Deo Fidio Sacrvm Sex. Pompeius. S. P. F. Col.
Mussianvs. Quinquennalis Decur Bidentalis Donum Dedit.” The explanation is
possibly this: Simon Magus was actually recognised as the God Semo, just as
Barnabas and Paul were supposed to be Zeus and Hermes (Acts), and were offered
divine honours accordingly. Or the Samaritans may so have informed Justin on
their understanding of this inscription, and with pride in the success of their
countryman (Acts viii. 10.), whom they had recognised “as the great power of
God.” See Orelli, Insc., . (The
Thundering Legion.) The bas-relief on the column of
Antonine, in Rome, is a very striking complement of the story, but an answer to
prayer is not a miracle. I simply transcribe from the American Translation of
Alzog’s Universal Church History the references there given to the Legio
Fulminatrix: “Tertull., Apol.; Ad Scap.; Euseb.; Greg. Nyss. Or., II in
Martyr.; Oros.; Dio. Cass. Epit.: Xiphilin.; Jul. Capitol, in Marc. Antonin.] Antonino.
Aurelio. Keywords. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice, Marc'Aurelio e Frontino,” per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Antonino.
Luigi Speranza --
Grice ed Antonio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A friend of Porfirio. It
is assumed that he shared his friend’s interest in philosophy and perhaps also
became a student of Plotino. Antonio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Aosta: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di dio in gioco -- logica e sovversione – la scuola d’Aosta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Aosta).
Filosofo italiano. Aosta, Valled’Aosta. Grice: “I like Aosta; my favuorite
piece of his philosophising is strangely nott he one on paronymy – or the
worn-off paralogism on God’s existence; rather, the more obscure “De casu primi
angeli,’ on the fall of the most beautiful angels of all! And more seriously –
the previous ‘de casu diaboli’ – his rambles on ‘Dialectica’ – or dialettica,
as the Italians prefer; you see axioma was Elio Gelliio thinks in “Notti
attiche’ – and Varrone – the ‘proloquium,’ from ‘proloquor’ of course – the
‘pro’ suggests something like a ‘prae-miss’ – This is all very stoic, but we
are not sure if Aosta knew this!” Grice:
“Aosta would of course be familiar with Augustin’s De Dialectica, where
‘proloquium’ means ‘pro-positio,’ something Quine abhorred!” -- Anselmo
d'Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury o Anselmo di Le Bec (Aosta–
Canterbury), è stato un teologo, filosofo e arcivescovo cattolico franco,
considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale di area cristiana.
Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione dell'esistenza
di Dio; specialmente il cosiddetto argomento ontologico ebbe una significativa
influenza su gran parte della filosofia successiva. Nato da una nobile
famiglia di Aosta, se ne allontanò poco più che ventenne per seguire la
vocazione religiosa; divenne monaco nell'abbazia di Notre-Dame du Bec e, grazie
alle sue qualità di uomo di fede e fine intellettuale ne divenne presto priore,
e quindi abate. Si rivelò un abile amministratore e, avendo intrattenuto alcune
relazioni con il regno d'Inghilterra, all'età di 60 anni ricevette l'importante
carica di arcivescovo di Canterbury. Negli anni successivi, dapprima sotto il
regno di Guglielmo II, quindi di Enrico I, ricoprì un ruolo rilevante nella
lotta per le investiture che vedeva contrapposti i sovrani d'Inghilterra e il
papato. Grazie al suo lavoro politico e diplomatico, svolto in accordo con il
programma riformista gregoriano e finalizzato a garantire alla Chiesa
l'autonomia dal potere politico, la questione si risolse infine con un
compromesso piuttosto vantaggioso per i religiosi. La riflessione
filosofica e teologica di Anselmo, caratterizzata dal primario ruolo
riconosciuto alla ragione nell'approfondimento e nella comprensione dei dati di
fede, si articolò su diversi problemi: dimostrazioni a priori e a posteriori
dell'esistenza di Dio, indagini sui suoi attributi, analisi di questioni di
dialettica e di logica sulla verità e sulla conoscibilità di Dio, studio di
problemi dottrinali come quello circa la Trinità o quelli legati al libero
arbitrio, al peccato originale, alla grazia e in generale al male. Anselmo
venne canonizzato e proclamato dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente
XI. Sant'Anselmo d'Aosta Anselm statue canterbury cathedral outside Una
statua di Anselmo d'Aosta collocata all'esterno della cattedrale di
Canterbury. Arcivescovo di Canterbury, santo e dottore della
Chiesa Nascita Aosta MorteCanterbury Venerato da Chiesa cattolica
e Chiesa anglicana Canonizzazione Autorizzazione all'elevazione del corpo
concessa da Papa Alessandro III Attributibastone pastorale[1] e
nave. Anselmo d'Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury o Anselmo di
Le Bec (Aosta – Canterbury), è stato un teologo, filosofo e arcivescovo
cattolico franco, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale di
area cristiana. Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione
dell'esistenza di Dio; specialmente il cosiddetto argomento ontologico ebbe una
significativa influenza su gran parte della filosofia successiva. Nato da
una nobile famiglia di Aosta, se ne allontanò poco più che ventenne per seguire
la vocazione religiosa; divenne monaco nell'abbazia di Notre-Dame du Bec e,
grazie alle sue qualità di uomo di fede e fine intellettuale ne divenne presto
priore, e quindi abate. Si rivelò un abile amministratore e, avendo
intrattenuto alcune relazioni con il regno d'Inghilterra, all'età di 60 anni
ricevette l'importante carica di arcivescovo di Canterbury. Negli anni
successivi, dapprima sotto il regno di Guglielmo II, quindi di Enrico I,
ricoprì un ruolo rilevante nella lotta per le investiture che vedeva
contrapposti i sovrani d'Inghilterra e il papato. Grazie al suo lavoro politico
e diplomatico, svolto in accordo con il programma riformista gregoriano e
finalizzato a garantire alla Chiesa l'autonomia dal potere politico, la
questione si risolse infine con un compromesso piuttosto vantaggioso per i
religiosi. La riflessione filosofica e teologica di Anselmo,
caratterizzata dal primario ruolo riconosciuto alla ragione
nell'approfondimento e nella comprensione dei dati di fede, si articolò su diversi
problemi: dimostrazioni a priori e a posteriori dell'esistenza di Dio, indagini
sui suoi attributi, analisi di questioni di dialettica e di logica sulla verità
e sulla conoscibilità di Dio, studio di problemi dottrinali come quello circa
la Trinità o quelli legati al libero arbitrio, al peccato originale, alla
grazia e in generale al male. Anselmo venne canonizzato nel 1163[2] e
proclamato dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente XI
(1649–1721). Una targa a memoria di Anselmo è collocata sulla sua presunta
casa natale ad Aosta, via Sant'Anselmo.Anselmo nacque a (o nei pressi di)
Aosta, allora parte del regno di Arles al confine con la Lombardia. La sua era una
famiglia nobile, anche se in declino,[9] imparentata con la casa Savoia[10] e
con ampi possedimenti terrieri. Suo padre, Gundulfo (o Gandolfo),[11] era un
longobardo, apparentemente molto dedito agli affari e non particolarmente
affettuoso verso il figlio; sua madre, Ermemberga (o Eremberga),[11]
apparteneva a un'antica famiglia nobile burgunda ed era legata da rapporti di
parentela a Oddone di Savoia; risulta che fosse una madre di famiglia pia e
virtuosa. Fin da bambino Anselmo espresse un forte sentimento religioso e
un'altrettanta forte sete di conoscenza; il suo biografo Eadmero di Canterbury
riferisce che, vivendo in una zona montuosa, il giovinetto si formò l'ingenua
convinzione che il paradiso, in cui Dio stesso doveva risiedere, si trovasse in
cima alle montagne.A. venne affidato a un istitutore, suo parente, che però si
rivelò tanto severo da produrre in lui uno stato di infermità, dal quale guarì
lentamente grazie alle cure materne. La sua educazione successiva venne
affidata ai benedettini di Aosta.[1] All'età di quindici anni Anselmo espresse
il desiderio di diventare monaco; il padre tuttavia, fermamente intenzionato a
fare del ragazzo il proprio erede, si oppose a questa decisione e i monaci del
convento locale, non volendo contrariare Gandolfo, respinsero la domanda d’A. La
delusione e la frustrazione per il rifiuto causarono una forte reazione nel
giovane, che, sempre secondo il biografo, pregò Dio di ammalarsi in modo tale
da impietosire i monaci e convincerli così ad accoglierlo; una crisi
psicosomatica effettivamente si verificò, ma questo non bastò a far sì che
Anselmo venisse accettato nel monastero.[12] In seguito l'ardore religioso del
giovane si raffreddò e, benché egli rimanesse intenzionato a ottenere il suo
scopo in un futuro più o meno lontano, poco alla volta le passioni mondane lo
coinvolsero e, soprattutto dopo la morte della madre (che avvenne nel 1050),[5]
si dedicò sempre più spesso a interessi di carattere materiale.[12] Nel
frattempo i suoi rapporti con il padre si facevano sempre più tesi, e infine,
all'età di ventitré anni,[8] Anselmo partì, accompagnato da un servo, con
l'intenzione di oltrepassare il colle del Moncenisio alla volta della Francia.
Superate le Alpi, Anselmo e il suo compagno girovagarono per tre anni tra la
Burgundia e la Francia prima di giungere ad Avranches, in Normandia, nel
1059;[8] qui Anselmo venne a sapere dell'abbazia benedettina che era stata
fondata a Bec nel 1034, dove insegnava il famoso dialettico Lanfranco di Pavia;
attirato dalla fama di Lanfranco vi si recò, riuscendo nel 1060 ad esservi
ammesso come novizio.[Il ventisettenne Anselmo si sottometteva così alla regola
benedettina, che nel corso del decennio successivo ne avrebbe influenzato
significativamente il pensiero. L'abbazia di Notre-Dame du Bec. Da Bec a
Canterbury I progressi di Anselmo negli studi furono rapidi e brillanti e il
giovane entrò presto nelle grazie del maestro, tanto che, quando nel 1063
Lanfranco venne nominato abate dell'abbazia di Saint-Étienne di Caen, Anselmo
(pur avendo intrapreso la vita monastica da appena tre anni) venne eletto a
succedergli quale priore dell'abbazia di Bec.Alcuni dei monaci più anziani,
ritenendosi maggiormente in diritto di ricoprire la carica di priore, si
considerarono offesi dalla sua promozione; tuttavia ben presto le sue doti di
cortesia, il suo senso della misura nel gestire la carica e le sue competenze
di insegnante gli valsero l'affetto di tutta la comunità monastica.[12]
Nei quindici anni in cui fu priore a Bec, diviso tra i doveri derivanti dalla
sua carica e l'aspirazione all'isolamento e alla contemplazione, Anselmo era
solito rimanere desto durante la notte, impegnato nella preghiera o nella
scrittura. Risale infatti a quegli anni (a partire dal 1070) l'inizio della sua
attività di scrittore, che aveva principalmente il fine di munire i suoi
allievi all'interno del monastero (ma anche alcune nobildonne laiche al di
fuori di esso) di testi su cui meditare e pregare. La composizione di due delle
sue opere teologiche più rilevanti, il Monologion (Soliloquio) del 1076 e il
Proslogion (Colloquio) del 1078, avvenne proprio in quel periodo. Nel 1078,
alla morte del fondatore dell'abbazia di Bec, Erluino, Anselmo gli succedette
come abate venendo consacrato il 22 febbraio 1079 dal vescovo di Évreux. Fu con
riluttanza che Anselmo accettò la carica, che avrebbe comportato ulteriori
responsabilità e doveri sottraendogli tempo alla riflessione e alla preghiera; la
resistenza di Anselmo fu vinta dalle insistenze unanimi dei
confratelli.[1] Anselmo fu molto apprezzato come abate per via del suo
acume, della virtuosità con cui conduceva la sua vita e della sua capacità di
rapportarsi con gentilezza con tutti dentro e fuori il monastero; la nuova
carica lo portò a stringere rapporti con l'Inghilterra, dove l'abbazia normanna
aveva alcuni possedimenti; viaggiò fino a Canterbury, di cui Lanfranco era
diventato arcivescovo nel 1070, ed ebbe modo di farsi conoscere e apprezzare
dalla nobiltà e dalla corte inglesi, oltre che dallo stesso re Guglielmo il
Conquistatore; divenne così il candidato naturale a succedere a Lanfranco come
arcivescovo di Canterbury.[17] A. fu anche costretto a battersi per conservare
l'indipendenza dell'abbazia di Bec dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Nonostante
la rilevanza dei suoi impegni di amministratore e di guida, e la puntualità con
cui li assolveva, Anselmo rimase per tutta la vita innanzitutto un
intellettuale:[3] nel periodo in cui fu abate di Bec portò avanti una
significativa attività pedagogica e didattica e, tra il 1080 e il 1085, compose
il De grammatico (Sul significato della parola "grammatico") e i tre
dialoghi sulla libertà, il De veritate (Sulla verità), il De libertate arbitrii
(Sulla libertà della volontà) e il De casu diaboli (La caduta del diavolo).[19]
Sotto Anselmo, Bec divenne uno dei centri di studio e insegnamento più importanti
d'Europa, attirando studenti da tutta la Francia, dall'Italia e da altri Paesi.
La cattedrale di Canterbury, sede dell'arcivescovato di Canterbury, in
un'incisione del 1821. Quando, nel 1089, morì Lanfranco di Pavia, Guglielmo II
d'Inghilterra confiscò i possedimenti e le rendite della sede arcivescovile di
Canterbury e si astenne dal nominare un successore di Lanfranco. Anselmo, che
pure desiderava tenersi lontano dall'Inghilterra per non far pensare che
aspirasse al ruolo vacante di arcivescovo di Canterbury, accettò l'invito di
Ugo d'Avranches a recarsi oltremanica nel 1092. Fu costretto a trattenervisi
per quasi quattro mesi, e in un'occasione, giungendo in Canterbury alla vigilia
della Natività della Beata Vergine Maria, venne salutato entusiasticamente
dalla folla come prossimo arcivescovo; quando ebbe esaurito i suoi impegni, il
re gli negò il permesso di rientrare in Francia. Nel 1093, però, Guglielmo
cadde gravemente malato ad Alveston e, desideroso di fare ammenda per la
condotta peccaminosa alla quale attribuiva la causa del suo male, ordinò che
Anselmo venisse nominato arcivescovo di Canterbury all'inizio di marzo. Nei
mesi successivi, tuttavia, Anselmo tentò di rifiutare la carica sostenendo di
non essere adatto, in quanto monaco, a occuparsi di affari secolari[17] e
adducendo come scuse anche l'età e alcuni problemi di salute. Il 24 agosto
Anselmo sottopose a Guglielmo le condizioni alle quali avrebbe accettato
l'arcivescovato (condizioni peraltro in linea con il programma della riforma
gregoriana): che Guglielmo restituisse le terre confiscate; che accettasse la
preminenza di Anselmo sul piano spirituale; che riconoscesse Urbano II come
Papa, in opposizione all'antipapa Clemente III. Guglielmo era estremamente
riluttante ad accettare tali richieste e, benché la situazione favorisse
Anselmo, il re era disposto ad accondiscendere solo alla prima. Arrivò al punto
di sospendere i preparativi per l'investitura di Anselmo, ma infine, sotto la
pressione della volontà pubblica, fu costretto a portare a termine
l'assegnazione della carica. Riuscì tuttavia ad accordarsi con Anselmo
raggiungendo un compromesso vantaggioso per la monarchia: la restituzione delle
terre rimase l'unica concessione fatta dal re all'arcivescovato. A. ottenne
dunque il consenso dei suoi ex confratelli ad essere dispensato dai doveri che
lo legavano all'abbazia di Bec, rese l'omaggio feudale a Guglielmo, e il 25
settembre 1093 si insediò a Canterbury, ricevendo le terre precedentemente
confiscate all'arcivescovato; il 4 dicembre dello stesso anno venne consacrato
arcivescovo di Canterbury.[24] È stato messo in dubbio che la riluttanza
di Anselmo ad accettare la carica fosse sincera: mentre studiosi come R. W.
Southern sostengono che avrebbe davvero preferito rimanere a Bec, altri, come
Sally Vaughn, sottolineano che una certa recalcitranza nell'accettare
importanti posizioni di potere ecclesiastiche era d'uso nel Medioevo, dal
momento che se per esempio Anselmo avesse espresso il desiderio di succedere a
Lanfranco come arcivescovo sarebbe stato considerato un ambizioso carrierista;
inoltre, sostiene sempre Vaughn, Anselmo comprendeva gli obiettivi di Guglielmo
e agì in modo da ottenere i massimi vantaggi per il suo eventuale arcivescovato
oltre che per il movimento riformista gregoriano.[26] Arcivescovo di
Canterbury sotto Guglielmo II Scena raffigurante Anselmo costretto quasi a
forza ad accettare il bastone pastorale, simbolo della carica di vescovo, da
Guglielmo II d'Inghilterra gravemente malato. Prima ancora della fine di quello
stesso anno 1093 ebbe luogo uno dei primi conflitti tra Anselmo e Guglielmo: il
re era in procinto di avviare una spedizione militare contro suo fratello
maggiore, Roberto II di Normandia, e avendo bisogno di fondi aspettava una
donazione dall'arcivescovo di Canterbury; Anselmo mise a disposizione 500
sterline, che il re rifiutò chiedendo una somma due volte maggiore. Più tardi,
un gruppo di vescovi convinse Guglielmo ad accettare la cifra originale, ma
Anselmo fece loro sapere di aver già donato il denaro ai poveri. Quando si recò
ad Hastings per benedire la spedizione che si accingeva a salpare per la
Normandia, Anselmo rinnovò le pressioni volte a tutelare gli interessi di
Canterbury e della Chiesa inglese, oltre che, più in generale, a riformare il
rapporto tra Stato e Chiesa secondo la visione della «teocrazia pontificia»
espressa da papa Gregorio VII: Anselmo concepiva la Chiesa come un'entità
universale, con la sua autonomia e autorità, dalla quale lo Stato doveva
dipendere per la sua missione e per la sua investitura; questo andava in
direzione opposta rispetto alla visione di Guglielmo la quale, in continuità
con quanto già sostenuto dal suo predecessore, attribuiva al re il controllo
sia sullo Stato che sulla Chiesa. La figura di A., in effetti, è vista dagli
storici tanto come quella di un monaco assorto nella contemplazione quanto come
quella di un politico intelligente e capace, determinato a conservare i
privilegi della sede episcopale di Canterbury. Nuovi attriti sorsero subito
dopo, quando, come era tradizione, Anselmo avrebbe dovuto ottenere il pallio
dalle mani del Papa per rendere definitiva la consacrazione: in quel periodo,
infatti, la legittimità di papa Urbano II era messa in discussione
dall'antipapa Clemente III. Quest'ultimo, nel 1074, aveva rifiutato
esplicitamente l'autorità di papa Gregorio VII e, con il supporto di Enrico IV
di Franconia, si era fatto eleggere Papa nel 1080, venendo qualificato da
coloro che rimasero fedeli a Gregorio e ai suoi successori come
"Antipapa". Guglielmo vietò ad Anselmo di partire per Roma, dove si
trovava la sede di Urbano II, riconosciuto dal regno di Francia così come da
Anselmo stesso; non sembra che il re d'Inghilterra fosse incline a riconoscere
l'autorità di Clemente III, ma insisteva affinché la decisione dell'arcivescovo
di Canterbury di partire per Roma fosse subordinata al suo riconoscimento
ufficiale di Urbano II, riconoscimento che si faceva attendere. Per dirimere la
questione venne convocato a Rockingham, nel marzo 1095, un consiglio del regno
in cui Anselmo, tenendo un discorso che rimane una testimonianza memorabile
della dottrina della supremazia papale, ribadì la sua fedeltà a Urbano II come
unico vero successore di Pietro. Il concilio nazionale di Rockingham, che fu un
momento di grande tensione tra i vescovi, i nobili e la monarchia
dell'Inghilterra, fu per Anselmo una vittoria morale, ma per il momento la
questione dell'investitura rimase insoluta. Anselmo, allora, inviò in segreto a
Roma alcuni messaggeri. Urbano II, in risposta, mandò a Canterbury un suo
legato, Gualterio di Albano, per consegnare il pallio ad Anselmo in sua
vece.[34] Guglielmo e Gualterio negoziarono in privato la questione, e infine
il re acconsentì a riconoscere Urbano II come Papa in cambio del diritto di
autorizzare o negare agli ecclesiastici la possibilità di ricevere lettere del
papato; ottenne inoltre che Urbano non gli inviasse più alcun legato se non su
esplicita richiesta. Guglielmo avrebbe anche voluto che Anselmo venisse
deposto, ma finì per riconoscere l'autorità di papa Urbano II senza che ci
fosse alcun avvicendamento per la carica di arcivescovo di Canterbury. Il re
tentò allora di avere del denaro da Anselmo in cambio del pallio, ma senza
esito; cercò anche di ottenere di poter consegnare personalmente il pallio
all'arcivescovo, ma anche questo gli venne negato: si raggiunse un compromesso
facendo in modo che Gualtiero, in rappresentanza del Papa, deponesse l'oggetto
sacro sull'altare della cattedrale anziché consegnarlo ad Anselmo con le sue
mani; Anselmo indossò quindi da solo il pallio nel corso di una cerimonia
solenne che si tenne nella cattedrale di Canterbury nel giugno 1095. Nei due
anni successivi non ci furono aperte dispute tra Anselmo e il re, anche se
questi fece del suo meglio per impedire che Anselmo portasse avanti una riforma
della Chiesa in senso gregoriano. Nel frattempo, nel 1094, Anselmo aveva
ultimato la composizione dell'Epistola de incarnatione Verbi (Lettera
sull'incarnazione del Verbo), il cui dedicatario era proprio Urbano II. Dopo
l'insuccesso di una campagna militare diretta a sedare una rivolta in Galles,
Guglielmo accusò Anselmo di avergli fornito una quantità insufficiente di
truppe e gli ordinò di comparire presso il tribunale reale;[12] Anselmo rifiutò
e chiese al re di potersi recare a Roma per chiedere consiglio al Papa, ma ciò
gli venne negato. Nel corso di un negoziato che si tenne a Winchester, Anselmo
venne messo di fronte a due possibilità: partire, ma in questo caso non avrebbe
più potuto fare ritorno al suo incarico di arcivescovo, o rimanere, ma avrebbe
dovuto pagare un risarcimento a Guglielmo e rinunciare a ogni ulteriore appello
a Roma. Anselmo, deciso a difendere la visione di una Chiesa non sottomessa ad
alcuna autorità terrena,[30] scelse l'esilio, e nell'ottobre 1097 lasciò
l'Inghilterra diretto a Roma. Guglielmo si impossessò immediatamente delle
rendite della sede arcivescovile di Canterbury, anche se formalmente Anselmo
conservò la carica di arcivescovo. Primo esilio Ritratto di Anselmo nel
Salone ducale del municipio di Aosta. Anselmo giunse a Cluny in dicembre, e
passò il resto dell'inverno a Lione, presso il suo amico Ugo di Romans; nella
primavera del 1098 riprese il viaggio, e attraversò il Moncenisio in compagnia
di due confratelli. All'arrivo a Roma, Anselmo fu salutato dal Papa con grandi
manifestazioni di stima e simpatia. Urbano II, che non voleva essere coinvolto
più del necessario nelle vicende che contrapponevano Anselmo a Guglielmo II,
non poté fare altro che indirizzare al sovrano inglese una lettera di
rimostranze e l'invito a reintegrare l'arcivescovo nella carica. Anselmo passò
l'estate a Sclavia, presso il suo amico (già monaco a Bec e ora abate del
monastero di Telese) Giovanni di Telese; qui terminò la sua opera Cur Deus homo
(Perché Dio [si è fatto] uomo), che aveva iniziato in Inghilterra. Incisione
della prima metà del XVI secolo raffigurante Anselmo d'Aosta. Anselmo trascorse
quindi un periodo presso Capua, dove fu raggiunto da papa Urbano II. Questi,
nell'ottobre 1098, indisse a Bari un concilio destinato a risolvere una
questione dottrinale posta dalla Chiesa greca a proposito della processione
dello Spirito Santo; più in generale, tra gli obiettivi del sinodo era quello
di ricondurre a una comune posizione teologica i due grandi ceppi ecclesiastici
venutisi a formare con lo scisma del 1054. Ad Anselmo, che già si era espresso
sull'argomento nell'Epistola de incarnatione Verbi, fu chiesto di partecipare
alla discussione e il Papa gli assegnò un ruolo importante nella disputa:
espose infatti la posizione della Chiesa latina, secondo la quale lo Spirito
Santo procede tanto dal Padre quanto dal Figlio, in modo così convincente da
risolvere la disputa e persuadere i rappresentanti della Chiesa greca (i suoi
argomenti in seguito sarebbero stati raccolti nel testo De processione Spiritus
Sancti, Sulla processione dello Spirito Santo). Anche il caso individuale di
Anselmo venne sottoposto all'attenzione dell'assemblea, la quale avrebbe
scomunicato Guglielmo se non fosse stato per l'intercessione di Anselmo stesso.
Anselmo e i suoi compagni, a questo punto, sarebbero volentieri rientrati a
Lione, ma venne loro ordinato di trattenersi in Italia per partecipare a un
altro concilio, che doveva tenersi a Roma verso il periodo di Pasqua del 1099.
Durante questo sinodo venne nuovamente ed energicamente sottolineata la
posizione della Chiesa contro l'investitura del potere spirituale da parte dei
laici, contro la simonia e contro il concubinato dei religiosi. A Roma si
verificarono ulteriori attriti tra Urbano II e Guglielmo di Warelwast,
rappresentante di Guglielmo II d'Inghilterra, con nuove minacce di scomunica al
re se Anselmo non avesse riottenuto la sua carica; tuttavia, ancora una volta,
la questione venne rimandata e, a causa della morte di Urbano in luglio, rimase
di fatto insoluta. Infine, nel corso dello stesso anno 1099, Anselmo poté
tornare a Lione; durante il soggiorno in questa città portò a compimento il
trattato De conceptu virginali et originali peccato (Sull'Immacolata Concezione
e sul peccato originale) e la Meditatio de humana redemptione (Meditazione
sulla redenzione dell'uomo). Ritorno in Inghilterra sotto Enrico I Guglielmo II
rimase ucciso durante una partita di caccia il 2 agosto dell'anno 1100. Gli
succedette il fratello minore, Enrico I, il quale invitò Anselmo a tornare in
Inghilterra e si impegnò a farne un suo consigliere. Enrico cercava di ottenere
l'appoggio di Anselmo nella propria rivendicazione del trono, a discapito, tra
gli altri, del fratello maggiore Roberto. Di ritorno, in settembre,
Anselmo fu accolto con calore, ma il problema delle investiture si pose subito
e in modo grave: il re, che pure inizialmente era stato del tutto conciliante,
esigeva che Anselmo gli rendesse l'omaggio feudale e che si assoggettasse a
ricevere da lui l'investitura ad arcivescovo di Canterbury.[40] Anselmo non
poteva tuttavia sottomettersi a queste richieste, dal momento che il papato
(proprio con il recente concilio di Roma) aveva vietato agli ecclesiastici di
rendere l'omaggio ai laici e di ricevere da questi l'investitura a cariche
religiose. Enrico e Anselmo inviarono messaggeri a Roma a richiedere
un'esenzione che consentisse al re di investire personalmente l'arcivescovo e
di ottenerne l'omaggio. Nel frattempo i due riuscirono a collaborare: Anselmo
contribuì a rimuovere gli ostacoli al matrimonio di Enrico con Matilde di
Scozia, l'erede dei sovrani di Sassonia, ostacoli dati dal fatto che Matilde
era entrata in convento per qualche tempo pur senza prendere i voti; diede poi
la sua personale benedizione a tale matrimonio e rimase sempre in contatto
epistolare con la nuova regina.[11] Inoltre, mentre l'Inghilterra era
minacciata d'invasione da parte delle truppe di Roberto II di Normandia,
Anselmo si schierò pubblicamente a favore di Enrico e, minacciando Roberto e i
suoi sostenitori di scomunica, contribuì a volgere la situazione in favore del
sovrano inglese, causando la ritirata del rivale.[12][41] Papa Pasquale
II, succeduto a Urbano II, non era intenzionato a derogare ai divieti del suo
predecessore riguardo all'investitura da parte del potere laico e l'omaggio
feudale. Un nuovo gruppo di legati (due uomini di Anselmo e tre di Enrico)
lasciò l'Inghilterra diretto verso la sede pontificia, nonostante alcuni
ritardi dovuti all'impegno del re nel sedare la rivolta di Roberto II di
Bellême; al loro ritorno i legati di Enrico, pur recando una lettera che
continuava a sostenere le posizioni iniziali del pontefice, affermarono che
Pasquale aveva acconsentito a un'eccezione nel caso di Enrico e Anselmo e che
non aveva messo per iscritto questa decisione onde evitare di offendere gli
altri sovrani europei. Tutto ciò fu però negato dai legati di Anselmo, il quale
continuò a rifiutarsi di consacrare i vescovi investiti dal re.[11] Enrico
chiese allora ad Anselmo di recarsi a Roma personalmente e questi, pur conscio
di essere prossimo a un nuovo esilio, decise di partire per discutere la
questione con il Papa.[12] Accompagnato dal funzionario del re Guglielmo di
Warelwast, A. lascia l'Inghilterra. Secondo esilio A. si trattenne a Bec sino
quasi alla fine dell'estate per evitare di trovarsi a Roma nel periodo più
caldo dell'anno; quando giunse nella sede pontificia e discusse con Pasquale II
la questione dei rapporti tra potere temporale e spirituale, ottenne dal Papa
ancora una volta una netta opposizione all'investitura degli ecclesiastici da
parte dei laici e all'omaggio; l'ambasciatore del re d'Inghilterra, Guglielmo
di Warelwast, non ebbe miglior successo. Sulla via del ritorno, a Lione, tra la
fine del 1103 e l'inizio del 1104, A. ricevette un messaggio di Guglielmo che
interpretò come un invito a non tornare in Inghilterra se non con l'intenzione
di (e l'autorizzazione a) ripristinare le pratiche dell'investitura degli
ecclesiastici da parte dei laici e dell'omaggio. Anselmo dunque rimase a Lione,
dove stese il De processione spiritus sancti. A. si trattenne a Lione fino al
marzo 1105, quando il Papa scomunicò Roberto di Beaumont, consigliere di Enrico
I, che aveva insistito affinché il re continuasse a praticare l'investitura da
parte di laici, insieme ad altri prelati investiti da Enrico o da altri
rappresentanti del potere temporale, mentre si limitò, per il sovrano, a
minacciare la scomunica. A., che non sperava più in un aiuto concreto del Papa,
si recò in Normandia per incontrare Enrico e minacciarlo personalmente di
scomunica, con lo scopo di costringerlo una volta per tutte a raggiungere un
accordo sulla questione delle investiture. Anche grazie alla mediazione della
sorella di Enrico, Adele d'Inghilterra, che Anselmo aveva assistito durante una
malattia, l'arcivescovo e il re riuscirono a incontrarsi a l'Aigle nel luglio
1105 e raggiunsero un compromesso: la scomunica di Roberto di Beaumont e degli
altri funzionari di Enrico I venne revocata (cosa che A. fece grazie alla sua
sola autorità, e di cui dovette poi rendere conto a papa Pasquale II) a patto
che essi tenessero sempre conto della volontà della Chiesa nel consigliare il
re; inoltre Enrico avrebbe rinunciato al diritto di investire gli ecclesiastici
se Anselmo avesse ottenuto dal Papa che agli ecclesiastici venisse consentito
l'omaggio ai nobili laici; le entrate della sede arcivescovile di Canterbury
furono restituite alla Chiesa e venne confermato il divieto per i sacerdoti di
prendere moglie. Prima di tornare in Inghilterra, comunque, Anselmo volle che
l'accordo fosse approvato dal Papa; questi, con una lettera del 23 marzo 1106,
ratificò il compromesso: nonostante la rinuncia da parte del re al diritto di
investitura costituisse un'importante vittoria per la Chiesa,[47] sia Anselmo
che Pasquale consideravano il compromesso di l'Aigle come un accordo
temporaneo, in vista di ulteriori azioni che, perseguendo gli obiettivi della
riforma gregoriana, avrebbero dovuto abolire anche la pratica dell'omaggio
degli ecclesiastici ai laici. La lettera del Papa autorizzava A. anche a
revocare la scomunica di coloro che erano stati investiti da laici o che a
laici avevano reso l'omaggio feudale, e lo invitava ad assolvere il re e la
regina d'Inghilterra da tutti i loro peccati. Il ritorno di A. a Canterbury
comunque fu rimandato, anche a causa di alcuni problemi di salute dell'anziano
arcivescovo; il 15 agosto A. incontrò Enrico a Bec; il re aggiunse alle
concessioni fatte anche la restituzione delle chiese confiscate a suo tempo da
Guglielmo II e promise di risarcire il clero inglese dei danni economici patiti
a causa della lotta per le investiture. Così, i due si riappacificarono. Ritorno
in Inghilterra e ultimi anni Anselmo fece trionfale ritorno in Inghilterra nel
1107. Da un'assemblea dei vescovi e dei principi inglesi tenuta il 1º agosto
risultò il "concordato di Londra", che formalizzava e annunciava
pubblicamente il compromesso tra Enrico e A.: nessun vescovo avrebbe dovuto
ricevere l'investitura da un laico, ma il fatto di aver reso l'omaggio a un
laico non avrebbe impedito a nessuno di ricoprire la carica di vescovo. Le sedi
vescovili e abbaziali vacanti (alcune delle quali erano vacanti ancora dai
tempi di Guglielmo II) vennero assegnate, e Anselmo, riprese le funzioni di
arcivescovo di Canterbury, consacrò tutti i nuovi vescovi. Anche nella fase
finale della sua vita Anselmo continuò ad occuparsi dei doveri di arcivescovo
e, contemporaneamente, a meditare e a scrivere testi di teologia, come il De
concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio
(Sulla compatibilità della prescienza, della predestinazione e della grazia di
Dio con il libero arbitrio). A. lavorò per innalzare il livello spirituale del
regno e, in particolare, delle regioni dell'Irlanda e della Scozia; fu inoltre
coinvolto in una disputa circa il primato dell'arcidiocesi di Canterbury su
quella di York, disputa che non sarebbe stata superata (con la riaffermazione
della supremazia di Canterbury) se non dopo la sua morte. Anselmo morì il 21
aprile 1109, mercoledì santo, e venne sepolto nella cattedrale di Canterbury.
Le sue spoglie vennero però esumate durante i disordini a sfondo religioso che
ebbero luogo durante il regno di Enrico VIII d'Inghilterra e se ne persero le tracce.
La tomba di A. all'interno della cattedrale di Canterbury. Il processo di
canonizzazione di Anselmo fu avviato da Tommaso Becket (uno di coloro che ne
continuarono l'opera volta a garantire l'indipendenza della Chiesa inglese dal
potere politico) e venne portato a termine da papa Alessandro III nel 1163.
Anselmo fu dichiarato dottore della Chiesa da papa Clemente XI il 3 febbraio
1720. Pensiero Oltre ad aver svolto un importante ruolo politico nella
disputa sulle investiture in Inghilterra, A. d'Aosta fu anche un pensatore di
grande spessore nell'ambito della filosofia cristiana medievale, considerato
uno dei principali esponenti della riflessione di area europea[3], il
principale filosofo dell'XI secolo e il primo grande pensatore del Medioevo
dopo Giovanni Scoto Eriugena. Influenze Il lavoro di Anselmo è
caratterizzato da una grande originalità e sono rari, nella sua opera, i
riferimenti a pensatori del passato: ciò rende difficile identificare le
influenze che hanno contribuito a dar forma al suo pensiero. Posto che la fonte
principale della riflessione di Anselmo è l'autorità della Bibbia, è tuttavia
ugualmente possibile riconoscere nel neoplatonismo cristiano di Agostino
d'Ippona un importante punto di riferimento; l'importanza dell'influenza di
pensatori come Giovanni Scoto Eriugena e lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, un
tempo considerata significativa, è oggi giudicata tutto sommato trascurabile,
mentre si tende a evidenziare l'importanza rivestita da Aristotele e dal suo
traduttore e commentatore Severino Boezio nel determinare certi aspetti
dialettici della filosofia di Anselmo, oltre che, tra le altre cose, la sua
concezione del male come privo di positività ontologica e la teoria dei futuri
contingenti che garantiscono la compatibilità della prescienza di Dio con la
libertà umana. L'influenza del maestro Lanfranco probabilmente non fu, se non
forse per l'interesse alla dialettica, determinante. Rapporto tra ragione
e fede Nella riflessione di Anselmo, che pure ha un carattere prevalentemente
teologico, la ragione svolge un ruolo di fondamentale importanza: nella
concezione anselmiana del rapporto che, per un buon filosofo cristiano,
dovrebbe sussistere tra la ragione e la fede (cioè, sostanzialmente, tra la
filosofia e la teologia) la dimensione della ricerca razionale ha infatti un
posto molto rilevante. A. riteneva che il presupposto di ogni sapere
dovesse essere necessariamente la fede nella rivelazione delle sacre scritture,
e che, quindi, si dovesse credere per comprendere piuttosto che comprendere per
credere ("credo ut intelligam"); in altre parole sosteneva,
ispirandosi alle parole di Isaia, se non hai fede, non capirai» ("nisi
credideritis, non intelligetis"), che il fondamento di ogni conoscenza
dovesse provenire dalla fede, e che solo su di essa potesse innestarsi il
lavoro della ragione, volto all'approfondimento e alla comprensione dei
dogmi. Anselmo tuttavia riponeva grande fiducia nella capacità della
ragione di portare avanti con successo questo suo ruolo di chiarificazione e
comprensione dei dati di fede: come disse il medievista francese Étienne
Gilson, egli giudicava «presunzione non mettere per prima cosa la fede,
negligenza non fare successivamente appello alla ragione. Dunque, benché fosse
per lui impensabile sottomettere o subordinare i misteri della fede alla
dialettica, cioè alla logica, Anselmo riteneva che fondandosi saldamente sulla
rivelazione fosse possibile usare la ragione per approfondire la comprensione
di tali misteri o, anche, per dimostrare inconfutabilmente la necessità di
accettarli come tali. In effetti per lui esistevano dogmi non suscettibili di
esatta comprensione razionale, come ad esempio quello della Trinità, ma
riteneva che fosse ugualmente possibile raggiungere, tramite ragionamenti per
analogia, una parziale comprensione di tali dogmi e che, inoltre, fosse possibile
provare razionalmente la necessità di abbracciarli. Una significativa
espressione anselmiana, che può essere considerata il suo motto filosofico, è
«la fede in cerca della comprensione. Con ciò A. intendeva riaffermare la
priorità della fede e, parallelamente, l'opportunità di tentare di rischiarare
i contenuti della rivelazione per mezzo della riflessione razionale, senza che
la ragione prendesse il posto della fede e senza che la fede soffocasse la
ragione. Nella concezione anselmiana della fede aveva molta importanza la
dimensione affettiva (cioè legata all'ambito della volontà): l'amore di Dio che
alimenta la fede è in gran parte assimilabile a un amore per la conoscenza di
Dio stesso, e dunque viene attribuita una notevole importanza alla ragione, in
quanto veicolo di questa ricerca di conoscenza[8]. Alcuni commentatori
evidenziano come nella riflessione di Anselmo gli elementi esistenziali e
legati all'ambito morale siano strettamente interconnessi con quelli teoretici
e legati all'ambito della ricerca razionale. Esistenza di Dio e attributi divini dimostrati
a posteriori: il Monologion Monologion. Benché concepisse la fede come
fondamento di ogni conoscenza, Anselmo riteneva che un argomento razionale
potesse convincere anche un non credente.[8] Nel suo primo scritto filosofico
importante, il Monologion, Anselmo si pone dalla prospettiva di chi ignori la
rivelazione cristiana o non vi creda e, adottando tale prospettiva, intende
dimostrare l'esistenza di Dio e dedurre alcuni dei suoi attributi per mezzo di
procedimenti razionali a posteriori (cioè basati su evidenze tratte dal mondo
sensibile e sviluppate con procedimenti razionali). La dimostrazione
dell'esistenza di Dio proposta da A. nel Monologion è di ascendenza platonica, ed
è ispirata almeno in parte al neoplatonismo di Agostino d'Ippona. Il
fondamentale presupposto di tale prova infatti, a parte la constatazione che le
cose del mondo sono caratterizzate da gradi diversi di perfezione, è la
convinzione che se le cose sono più o meno perfette (o comunque presentano una
certa caratteristica positiva con grado maggiore o minore di intensità), ciò
dipende dal fatto che tali cose partecipano in maniera più o meno diretta di un
ente assolutamente perfetto (o che comunque possiede quella certa
caratteristica positiva al massimo grado). Iniziale miniata da un manoscritto
del Monologion risalente al XII secolo. Tale idea viene sviluppata, per
esempio, a proposito del bene: dal momento che possiamo constatare che esistono
nella realtà molti beni, diversi tra loro e buoni in grado maggiore o minore,
dobbiamo secondo Anselmo dedurne con certezza che essi sono buoni in virtù di
un solo principio del bene assoluto, cioè a causa della loro partecipazione in
diverso modo e in diverso grado di un unico sommo bene; tale bene è buono in sé
e per sé, mentre ogni altra cosa è buona riferendola a quel bene che si colloca
a un livello gerarchicamente superiore a ogni altro bene.[58] Dopodiché,
avendo dimostrato che deve esistere un ente che corrisponde al sommo bene,
Anselmo applica il medesimo procedimento ad attributi come la perfezione e la
stessa esistenza, così da provare che deve esistere qualcosa caratterizzato da
assoluta perfezione e assoluta pienezza d'essere (e dal quale tutte le creature
finite ricavano la loro misura di perfezione e di esistenza). Secondo Anselmo,
tanto l'ente sommamente buono, quanto quello caratterizzato dal sommo grado di
esistenza, quanto quello sommamente perfetto, coincidono con il Dio della
rivelazione cristiana, la cui esistenza è quindi provata a partire da dati di
esperienza come la gradazione del bene e della perfezione, e come il processo
di causazione degli enti da un essere primo. La seconda parte,
quantitativamente preponderante, del Monologion è dedicata all'analisi degli
attributi, cioè delle caratteristiche, di Dio. Alcuni di questi attributi
divini (come la bontà, la perfezione e il ruolo di causa incausata di tutti gli
esseri finiti) sono conseguenze immediate dell'argomento appena esposto.
Tuttavia Anselmo intende spingersi oltre nella definizione degli attributi di
Dio, e sostiene che la perfezione divina implica, per esempio, anche le
caratteristiche di eternità e intelligenza. Alla luce del carattere creativo di
Dio, dal quale dipende tutto l'esistente, Anselmo propone poi una
rielaborazione della dottrina del Logos (Verbo), tradizionalmente inteso come
corrispondente alla seconda persona della Trinità (il Figlio) e come
intermediario tra Dio e il Mondo, così come nella filosofia neoplatonica era
intermediario tra l'Uno e il Mondo. A. giunge alla conclusione che ogni ente
creato dal nulla esisteva, prima di essere creato, nella mente di Dio. Pertanto
Anselmo sostiene che nella mente di Dio esistono i modelli ideali su cui sono
costruiti tutti gli enti finiti che risultano dalla creazione, e che la
creazione consiste nell'atto con cui Dio pronuncia fra sé e sé il Verbo che è
fondamento di tutte le creature. Anselmo, discutendo dell'analogia che sussiste
tra il Verbo divino e il pensiero (o Logos) umano, sostiene che gli uomini
conoscono le cose per mezzo di immagini delle cose stesse, e che tali immagini
sono tanto più veritiere quanto più aderiscono alla cosa; simmetricamente, in
Dio esiste il Verbo, che costituisce l'essenza delle cose, e le cose sono
modellate su di esso. La terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, viene
identificata con la facoltà umana dell'amore. In Dio, afferma Anselmo,
sussistono tre distinte persone che formano una sola essenza e una sola
divinità; questo può essere reso più comprensibile alla ragione per mezzo di
un'analogia di origine agostiniana: come l'anima umana, pur essendo
assolutamente unitaria, si compone di tre facoltà (memoria, intelligenza e
volontà), così Dio, pur essendo assolutamente unitario, si compone di tre
persone (Padre, Figlio e Spirito Santo). L'autore analizza poi altri modi per
descrivere la sostanza divina, e propone di considerarla come ciò che c'è di
più grande, di sommo, cioè maggiore di tutte le creature; o, ancora, come ciò
che presenta tutte e sole le caratteristiche che è meglio avere piuttosto che
non avere. Con ciò, Dio comunque possiede tali caratteristiche in virtù di sé
stesso, e non di altri principi; inoltre la molteplicità di tali
caratteristiche non significa che Dio sia composito, dal momento che
nell'essenza divina ogni attributo coincide con tutti gli altri e con la stessa
essenza divina in una suprema unità e semplicità. Esistenza di Dio e attributi
divini dimostrati a priori: il Proslogion Proslogion e Argomento
ontologico. Statua di A. ad A., in via Xavier de Maistre. Sullo sfondo, i
campanili della cattedrale di A.; a destra si intravede il seminario maggiore.
Domine, non solum es quo maius cogitari nequit, sed es quiddam maius quam
cogitari possit. Quoniam namque valet cogitari esse aliquid huiusmodi: si tu
non es hoc ipsum, potest cogitari aliquid maius te; quod fieri nequit.» «O
Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande, ma
sei più grande di tutto quanto si possa pensare; poiché infatti è lecito
pensare che esista qualcosa di simile. Se tu non fossi tale, si potrebbe
pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile.» (A.,
Proslogion seu alloquium de Dei existentia) Anselmo rimase parzialmente
insoddisfatto della dimostrazione dell'esistenza di Dio e dell'indagine sulle
sue caratteristiche per come esse erano state condotte nel Monologion: egli
aspirava infatti a costruire un argomento più semplice e interamente
autosufficiente in grado di portare alle stesse conclusioni. Un simile
argomento, ricercato affannosamente e infine trovato, venne esposto nel
Proslogion (il cui titolo, originariamente, era stato Fides quaerens
intellectum, cioè «la fede in cerca della comprensione»)L'argomento del
Proslogion (noto anche, secondo una denominazione attribuitagli da Immanuel
Kant, come argomento ontologico) è del tipo a priori: è cioè basato su una
definizione di Dio ricavata dalla fede e sviluppata secondo un procedimento
razionale che aspira ad essere valido in sé, anteriormente a ogni dato di
esperienza. Schema logico dell'argomento ontologico Chi nega l'esistenza
di Dio (come lo stolto del Salmo: «che disse in cuor suo: Dio non esiste».)
deve avere il concetto di Dio non si può infatti negare la realtà di qualcosa
che non si pensa neppure, per negarla devo pensarla avere il concetto di Dio
significa: pensare un essere di cui non si può pensare nulla di maggiore
("aliquid quo nihil maius cogitari possit") ma poiché «si potrebbe
pensare un ente che, oltre agli attributi riconosciuti proprî di Dio,
possedesse anche quello dell'esistenza, e quindi fosse maggiore di lui.» questa,
allora, sarebbe un'idea maggiore di quella di Dio quindi, ciò di cui non
possiamo pensare nulla di maggiore, essendo il maggiore di tutti gli enti, non
può non avere la caratteristica dell'esistenza: esistere senza dubbio sia
nell'intelletto sia nella realtà ("existit ergo procul dubio aliquid quo
maius cogitari non valet, et in intellectu et in re"). L'argomentazione di
Anselmo prende dunque le mosse dalla definizione di Dio come «ciò di cui non
può essere pensato niente di maggiore». Egli sostiene che chiunque, incluso lo
«stolto» che, secondo i Salmi «disse in
cuor suo: Dio non esiste», comprende tale definizione, anche se non comprende
che l'oggetto di tale definizione esiste; comunque, nel comprenderla, si forma
mentalmente il concetto di un ente sommamente grande, del quale sia impossibile
pensare qualcosa di maggiore. Ora, sostiene Anselmo, il concetto di «ciò
di cui non può essere pensato niente di maggiore» esiste nella mente dello
«stolto» (o di chiunque altro) come nella mente del pittore esiste l'immagine
di qualcosa che egli è in procinto di disegnare, ma che ancora non esiste al di
fuori del suo pensiero. Tuttavia, qualcosa che esiste solamente nella
mente di qualcuno non è tanto grande quanto qualcosa che esiste anche nella
realtà esterna, nel mondo effettivo delle cose: pertanto ciò di cui non può
essere pensato nulla di maggiore non sarebbe tale se non fosse dotato di
un'esistenza effettiva anche fuori dalla mente di chi si forma quel concetto.
Il che conduce alla conclusione per cui esiste necessariamente qualcosa di cui
non può essere pensato niente di maggiore, e che non può essere pensato se non
come esistente. Si tratta in fondo di una dimostrazione per assurdo[69], basata
in gran parte sull'approccio apofatico della teologia negativa, in base al
quale è doveroso per la mente umana riconoscere l'esistenza di Dio come suo
limite. Sic ergo vere es, Domine, Deus meus, ut nec cogitari possis non
esse; et merito. Si enim aliqua mens posset cogitare aliquid melius te,
ascenderet creatura super Creatorem.» «Dunque esisti in modo così vero, o
Signore, mio Dio, che non si può neppure pensare che non esisti. E giustamente.
Se infatti una mente potesse pensare qualcosa migliore di te, la creatura si
eleverebbe sopra il Creatore.» (A., Proslogion seu alloquium de Dei
existentia) Come il Monologion, il Proslogion contiene numerosi capitoli nei
quali l'autore indaga gli attributi di Dio: partendo dalla definizione della
divinità come ciò di cui non può essere pensato il maggiore, A. conclude che
Dio deve essere necessariamente l'essere supremo, e quindi supremamente buono,
giusto e felice. Sempre in relazione al Monologion, risulta ora tanto più
giustificata l'idea che Dio debba essere caratterizzato da tutte le peculiarità
che è preferibile avere piuttosto che non avere. In effetti risulta che un Dio
come questo, che (in accordo anche con gli insegnamenti della Bibbia) è
necessariamente onnipotente, deve essere impossibilitato a fare il male perché
è anche assolutamente benevolo; questo non è però contraddittorio dal momento
che, per Anselmo, la capacità di fare il male non è in realtà una vera potenza,
quanto piuttosto un'impotenza (il che è coerente con la sua interpretazione del
male come privazione, cioè come pura negazione dell'essere e del bene, non
dotata di un'autonoma positività ontologica). Non deve quindi stupire, secondo
lui, che Dio non possa fare il male o contraddirsi. Nei capitoli
conclusivi del testo, Anselmo ribadisce e approfondisce l'analisi degli
attributi divini iniziata nel Monologion, aggiungendo inoltre un accenno
all'identità di esistenza ed essenza in Dio il quale prefigurava, anche se da
lontano, i risultati che avrebbe raggiunto più tardi AQUINO (si veda). Le
critiche di Gaunilone all'argomento ontologico e la risposta di Anselmo. Gratias
ago benignitati tuae et in reprehensione et in laude mei opusculi. Cum enim ea,
quae tibi digna susceptione videntur, tanta laude extulisti, satis apparet,
quia, quae tibi infirma visa sunt, benevolentia, non malevolentia
reprehendisti.» «Ringrazio della tua benevolenza, sia per le critiche sia
per le lodi del mio opuscolo. Poiché infatti hai tanto lodato quelle parti che
ti sembravano degne d'essere accettate, risulta chiaro che hai censurato per
benevolenza, non per malevolenza, quelle che ti sono apparse deboli.» (A.,
Sancti Anselmi liber apologeticus contra Gaunilonem respondentem pro
insipiente) Schema logico delle obiezioni di Gaunilone e la risposta di Anselmo
nel suo Libro a difesa dello sciocco il monaco Gaunilone obietta: in
realtà l'ateo ha in mente solo la parola Dio non l'idea di Dio di cui è
impossibile per la sua infinitudine avere una conoscenza sostanziale: ma anche
ammesso di avere un'idea perfetta questo non significa che poi vi debba
necessariamente corrisponderne l'esistenza: se così fosse basterebbe pensare
alle mitiche perfette Isole Fortunate perché poi queste esistessero nella
realtà. S.Anselmo controbatte che il suo argomento vale solo per quella realtà
perfettissima che è Dio, in grado cioè non solo di riempire, ma di trascendere
il pensiero stesso che lo ospita. Dio infatti non è soltanto «ciò di cui non si
può pensare nulla di più grande» (id quo maius cogitari nequit), ma è anche
«più grande di quel che si possa pensare» (quod maior sit quam cogitari): l'ammissione
dei propri limiti costringe l'intelletto umano a riconoscere una realtà
ontologica che lo sovrasta. Per spiegare come sia possibile che lo «stolto»
neghi l'esistenza di Dio, nel Proslogion Anselmo afferma che chiunque dica «Dio
non esiste» in realtà proferisce suoni completamente vuoti, parole di cui non
comprende il senso, fermandosi ai segni senza cogliere i significati.
Gaunilone, un monaco benedettino contemporaneo di Anselmo, usò un argomento
simile a questo per attaccare la prova a priori del Proslogion[78] in un testo
intitolato Liber pro insipiente (Libro a difesa dello stolto); a Gaunilone
Anselmo rispose nel Liber apologeticus adversus respondentem pro insipientem
(Libro apologetico contro la risposta in difesa dello stolto) e da allora, per
volontà dello stesso Anselmo, il Proslogion venne sempre riprodotto con il
corredo di questa doppia appendice, L'argomentazione del Liber pro insipiente,
articolata su diversi punti e accompagnata da alcuni esempi, si può
sintetizzare nell'osservazione di Gaunilone secondo cui il fatto di avere
nell'intelletto un concetto come quello di «ciò di cui non può essere pensato
il maggiore», e di pensarlo come esistente, è profondamente diverso dal fatto
che ciò di cui non può essere pensato il maggiore effettivamente esista: egli
cioè sostiene che non si può passare direttamente dal piano del pensiero al
piano dell'esistenza. Aggiunge inoltre che quello di «ciò di cui non può essere
pensato il maggiore» è un concetto inaccessibile a un intelletto umano,
sostanzialmente superiore alle sue forze: chi ascolta e comprende tale
concetto, afferma Gaunilone, non lo comprende in realtà più di quanto secondo
Anselmo lo «stolto» comprende l'espressione «Dio non esiste»[78]; quindi pensare
Dio come ciò di cui non può essere pensato il maggiore è possibile solamente a
posteriori, e cioè questa concezione di Dio (di per sé giudicata legittima)
deve essere sviluppata a partire da argomenti simili, per esempio, a quelli
platonizzanti del Monologion[80]. Nella sua risposta alle obiezioni di
Gaunilone (il quale peraltro loda il Monologion e tutte le parti del Proslogion
diverse dall'argomento ontologico) Anselmo si stupisce di ricevere critiche da
qualcuno che è uno stolto ma un cattolico. Rispondendo quindi «al cattolico»,
Anselmo ravvisa nelle parole di Gaunilone una certa confusione tra «ciò di cui
non può essere pensato il maggiore», limite innegabile del pensiero, e «la cosa
più grande di tutte», che essendo un concetto impreciso può ancora essere
negato senza cadere in contraddizione. Nella parte principale della sua replica
alla replica Anselmo aggiunge che «ciò di cui non può essere pensato il
maggiore» non è un concetto incomprensibile per l'intelletto umano, a meno di
fingere di non capire il concetto stesso che si vuole negare, «perché se anche
ci fosse qualcuno abbastanza sciocco da dire che ciò di cui non si può pensare
il maggiore non è niente, non sarà così impudente da dire di non riuscire a
capire o pensare quel che sta dicendo. O se invece si trovasse qualcuno di
questo genere, non solo il discorso è da respingere (respuendus), ma lui stesso
da coprire di sputi (conspuendus)». L'esperienza delle cose del mondo, del
resto, rende evidente che gli enti posseggono le diverse perfezioni in diversi
gradi e che, dunque, è possibile stabilire una gerarchia di grandezza in cui di
ogni cosa è possibile pensare qualcosa di maggiore finché si giunge a qualcosa
di cui, appunto, non si può pensare niente di maggiore. È stato fatto notare
che con questa operazione, però, Anselmo dà parzialmente ragione a Gaunilone e
riconduce la prova a priori del Proslogion alla prova a posteriori del
Monologion, ammettendo che il concetto di «ciò di cui non può essere pensato il
maggiore» si origina dall'esperienza. In tal modo l'autosufficienza della prova
del Proslogion può risultare compromessa, ma viene stabilita tra esso e il
Monologion una continuità che fa delle due opere altrettanti momenti di un
unico argomento per l'esistenza di Dio, in cui tale esistenza viene dimostrata
inizialmente a partire da osservazioni empiriche, assicurando nel contempo la
legittimità della definizione di Dio come «ciò di cui non può essere pensato il
maggiore», e quindi viene dimostrato che a partire da tale definizione risulta
che Dio non è concepibile se non come dotato dell'esistenza. Anselmo
dialettico: il De grammatico e gli altri scritti logici L'aspetto del pensiero
di A. legato alla logica (la quale nel Medioevo era indicata indifferentemente
come dialettica o anche come grammatica, in una prospettiva paragonabile a
quella della moderna filosofia del linguaggio) ha un'importanza non
trascurabile, anche se tale importanza è stata rivalutata solo dalla critica
della seconda metà del XX secolo. A. ritratto in una vetrata inglese.
Anselmo considerava la logica uno strumento utile per il teologo: già nel
Monologion il suo approccio si era caratterizzato per l'attenta disamina delle
possibili ambiguità legate a espressioni come «[esistenza] per sé» e
«[creazione dal] nulla», e anche nel Proslogion Anselmo aveva compiuto
operazioni simili; ora, nel De grammatico, egli analizza nello specifico il
problema della paronimia, ossia dello scambio di due parole dal suono simile ma
prive di attinenza nel significato: si trattava di capire se la parola
"grammatico" (così come tutti gli altri «denominativi», cioè quelle
parole che derivano da una radice da cui differiscono solo per la desinenza, in
questo caso "grammatica"), corrispondano a sostanze o qualità.
In effetti, sostiene Anselmo, pare ugualmente possibile sostenere che
"grammatico" sia sostanza (essenza) o che sia qualità (accidente):nel
primo caso perché "grammatico" indica un uomo, e a ogni uomo
corrisponde una sostanza; nel secondo perché "grammatico" indica una
particolare caratteristica dell'uomo in questione. A. afferma però che non ci
troviamo di fronte a una contraddizione, dal momento che i due modi di
intendere la parola si riferiscono a due punti di vista ben diversi: è infatti
necessario, prosegue, distinguere la significatio di un termine, cioè il piano del
suo significato, dalla sua appellatio, cioè il piano del suo riferimento.
Pertanto "grammatico" è una significazione della grammatica, ma il
suo riferimento è all'uomo. Inoltre, aggiunge Anselmo, per se (cioè in modo diretto,
cioè sul piano della significazione) la parola "grammatico" significa
una qualità, ma può anche fare riferimento per aliud (cioè in modo indiretto,
cioè sul piano del riferimento) a una sostanza. Alcuni commentatori hanno
rilevato che, con questo, Anselmo prefigurava la teoria della suppositio che
sarebbe stata approfondita dai dialettici del XIII secolo e successivi.
In altre opere di carattere logico, abbozzate da Anselmo ma mai stese in forma
compiuta, egli analizzava altre possibili ambiguità linguistiche legate all'uso
di certe parole in filosofia e teologia: considerò con particolare attenzione i
concetti e i termini necessitas ("necessità"), potestas
("potenza", "capacità"), voluntas ("volontà"),
facere ("fare", ma anche "far fare", "patire") e
aliquid ("qualcosa")[89]. Il problema del male,
dell'onnipotenza divina e del libero arbitrio nella trilogia sulla libertà
Nella cosiddetta «trilogia della libertà», composta dai dialoghi De veritate,
De libertate arbitrii e De casu diaboli, Anselmo analizza le questioni etiche
legate alla rettitudine[19] da un punto di vista teologico-dogmatico (analogo a
quello che avrebbe adottato anche nelle opere successive) piuttosto che
strettamente filosofico (come era stato invece quello adottato nei testi precedenti).
La scelta della forma dialogica, debitrice in qualche misura della tradizione
platonica ma non priva di una sua originalità d'interpretazione, era dovuta
all'esigenza di rendere più vivace la discussione dei problemi teologici e al
vantaggio di poter risolvere dialetticamente le difficoltà che via via si
presentavano; essa inoltre corrispondeva al modo in cui Anselmo teneva le sue
lezioni, le quali consistevano sostanzialmente in conversazioni tra gruppi
ristretti di discenti legati da rapporti reciproci di confidenza che
facilitavano il confronto di idee. Il De veritate De veritate (A.). Il De
veritate (primo in ordine logico, anche se non è chiaro in che ordine
cronologico furono composte le tre opere) analizza in particolare il rapporto
sussistente tra la virtù morale, la verità e la giustizia. A. propone una
teoria della verità in cui sono compresenti una matrice platonica (per cui la
verità delle cose e delle affermazioni particolari risiede nella loro
partecipazione alla verità in sé) e la tesi della verità come corrispondenza
tra discorso e realtà (per cui la verità sta nell'aderenza delle asserzioni
allo stato delle cose); la nozione di verità per come la intende Anselmo,
quindi, è particolarmente ampia proprio perché per l'appunto essa è ricondotta
sia alla corrispondenza di linguaggio e realtà sia all'aderenza di un'azione al
suo fine teleologicamente proprio (che nel caso del linguaggio è esattamente
quello di significare la realtà); traducendosi in un più ampio concetto di
rettitudine, la verità può quindi essere propria anche della volontà (la
volontà vera è volontà retta) e delle azioni (le azioni vere sono azioni
buone), oltre che dei sensi, delle essenze stesse delle cose eccetera. Tuttavia,
aggiunge Anselmo, dal momento che tutte le cose veridiche devono trarre la loro
verità da una verità suprema che, evidentemente, viene identificata con Dio, e
dal momento che Dio è ugualmente fonte di tutta la verità e di tutto l'essere,
tutto ciò che esiste deve esistere veridicamente e, quindi, rettamente; è qui
che, data l'esperienza comune a tutti dell'esistenza del male, la questione
acquisisce la sua importanza sul piano etico, dal momento che sorge per
l'appunto il problema del male. La questione di come sia possibile che qualcosa
di male accada a causa di (o nonostante) un Dio buono è risolta nel De Veritate
osservando che, se i due termini opposti vengono considerati sotto rispetti
diversi, l'apparente contraddizione tra l'esistenza del male e la bontà di Dio
non è realmente problematica: Dio può permettere che il male esista senza
causare il male, e d'altro canto quello che risulta malvagio in una prospettiva
umana non è necessariamente malvagio in senso proprio. Anselmo sostiene che,
come è possibile che un uomo riceva a buon diritto delle percosse benché per un
certo altro uomo sia illegittimo somministrargliele, così è in generale
possibile che essere l'oggetto passivo di un'azione sia male mentre esserne il
soggetto attivo sia bene o viceversa; e, quindi, il problema di conciliare
l'esperienza del male con un Dio onnipotente e buono si risolve se si considera
che Dio e il male vengono considerati da due differenti punti di vista. In
conclusione, Anselmo chiama verità quel particolare tipo di rettitudine che è
percettibile solo alla mente; benché infatti in generale i concetti di verità,
giustizia e rettitudine siano interscambiabili la verità ha un carattere
proprio di retta intellezione, mentre la giustizia è legata più strettamente
alla rettitudine della volontà. La rettitudine della volontà è poi direttamente
collegata con l'aderenza del volere dell'uomo a quello di Dio, e la verità
stessa ha la sua unità garantita dalla sua relazione con la verità suprema e
assoluta di Dio: l'apparenza di molte verità particolari separate e
indipendenti non toglie che ciascuna di esse sia vera unitamente a tutte le
altre nella partecipazione a Dio. Il De libertate arbitrii De libertate
arbitrii. Il De libertate arbitrii è il testo della trilogia dedicato
specificamente alla libertà della volontà dell'uomo in relazione alla sua
facoltà di compiere il bene o di peccare e, in generale, al problema della
grazia e del male. Fin dalle prime pagine dell'opera Anselmo rifiuta la
definizione della libertà come la possibilità di scegliere senza
condizionamenti se peccare o non peccare: se, infatti, la facoltà di peccare
rientrasse in tale definizione, la libertà vedrebbe irrimediabilmente
compromesso il suo valore positivo (se, cioè, fosse la libertà a rendere
possibile il peccato, essa non sarebbe più un carattere buono); e ne risulterebbe
inoltre la conclusione assurda che Dio, non potendo fare il male (cioè non
potendo peccare), non sarebbe libero. A. sostiene al contrario che il peccato è
dovuto non tanto alla libertà in sé quanto a una degenerazione della libertà; e
aggiunge, alla luce di queste considerazioni, che la più opportuna definizione
di libertà sarebbe quella per cui essa è «potere di conservare la rettitudine
della volontà per amore della rettitudine stessa». La libertà è dunque
sostanzialmente la facoltà che ci consente non di perseguire ciò che vogliamo
senza condizionamenti, ma di adeguare la nostra volontà a ciò che è giusto che
noi vogliamo (a ciò che, in altre parole, sarebbe nostro dovere volere).La
libertà dunque è tanto più libera (tanto più corrispondente all'ideale di
libertà) quanto più è retta. Questo comunque non toglie che la volontà possa
cedere a una tentazione: in questo caso essa si rivolgerà al peccato anziché
alla grazia e lo farà non per costrizione da parte dei condizionamenti esterni,
ma in modo autonomo; tuttavia, stante la definizione che si è data sopra,
questo non sarà un esempio di libertà ma un esempio di corruzione della
libertà. Infine A. spiega che, in ogni caso, il modo in cui la libertà
della volontà ci consente di volere ciò che è giusto che noi vogliamo (e di
volerlo unicamente in virtù del fatto che è giusto che lo vogliamo) è legato
strettamente all'intervento divino: in seguito alla caduta, infatti, all'uomo è
preclusa la possibilità di agire bene in modo disinteressato con le sue sole
forze (e, più in generale, un peccatore è incapace di risollevarsi senza aiuto)
ed è dunque solo con l'intercessione della grazia di Dio che la libertà si può
esplicare al massimo delle sue potenzialità e può realmente condurre l'uomo verso
Dio. In conclusione l'autore propone una distinzione tra la libertà increata e
interamente autonoma che è propria di Dio e la libertà creata che gli angeli e
gli uomini ricevono da Dio; e ribadisce che la libertà pur imperfetta
dell'uomo, aiutata dalla grazia, può e dovrebbe elevarsi a Dio. Il De casu
diaboli De casu diaboli. Il De casu diaboli tratta dei problemi legati alla
rettitudine e alla libertà con particolare riferimento, come da titolo, alla
caduta del diavolo – cioè al momento della narrazione biblica in cui l'angelo
Lucifero, avendo ricevuto da Dio una certa misura di esistenza (e dunque di
bontà) e una volontà libera (cioè quella facoltà che gli avrebbe consentito di
raggiungere la sua piena realizzazione adeguando la sua volontà a quella di
Dio) scelse di non perseverare nel conservare la sua volontà aderente a quella
divina, lasciò che la sua libertà si corrompesse e abbandonò quindi la
rettitudine per tentare di assomigliare a Dio più di quanto fosse suo diritto. Anselmo
dunque prende tale esempio come questione paradigmatica per un'analisi
dell'origine e della natura del male.La sua ricerca prende le mosse ancora una
volta da un'attenta analisi logico-linguistica, volta in questo caso a chiarire
il significato del termine nihil ("nulla"): afferma A. che tale
termine non indica, per il semplice fatto di esistere, una realtà positiva, e
che anzi esso significa per negazione (sottraendo una proprietà e non
aggiungendola). Il nulla dunque è un ente puramente razionale, perché
"nulla" indica non tanto una realtà quanto la negazione di una
realtà; ciò avviene, secondo un esempio riportato da Anselmo stesso,
analogamente al modo un cui si dice di qualcuno che è cieco anche se la cecità
non è tanto una facoltà quanto la negazione della facoltà della vista. A. fa
così propria la concezione, già espressa da un Agostino che l'aveva a sua volta
mutuata dal neoplatonismo di Ambrogio, del male come privazione, ovvero nega la
positività ontologica del male stesso: come bisogna parlare del nulla come negazione
dell'esistente e della cecità come negazione della vista, bisogna parlare del male
come mancanza di bene. Dunque Lucifero, cui Dio aveva dato la facoltà di
scegliere se perseguire la giustizia (adeguandosi alla volontà divina) o se
perseguire la felicità (ribellandosi e tentando di sostituirsi a Dio) abbandonò
la rettitudine e compì un moto di allontanamento da Dio; compì cioè
un'ingiustizia che, però, non era nient'altro che una negazione della
giustizia. Prendendo le mosse dall'esempio del diavolo, Anselmo dunque sviluppa
la sua riflessione relativamente all'uomo: l'essere umano è creato da Dio ed è
dotato da Dio stesso di una volontà libera, la cui piena realizzazione si ha
nella conservazione della rettitudine – cioè nell'adesione alla legge che Dio,
con un atto di grazia, dona all'uomo. Tuttavia al momento del peccato originale
anche l'uomo, come già il diavolo, corrompe la sua libertà; e non gli è
possibile tornare ad agire rettamente se non grazie a un nuovo dono di grazia
da parte di Dio. Come A. avrebbe approfondito nel De concordia la volontà, che
essendo libera ha facoltà (in potenza) di perseguire la rettitudine, non può di
fatto (in atto) perseguire tale rettitudine se non in virtù del fatto di essere
retta, e dunque il ruolo della grazia concessa da Dio è fondante. Un
capolettera decorato da un manoscritto del Cur Deus homo. La necessità di
un Dio-uomo redentore: il Cur Deus homo Cur Deus homo. Nel dialogo in due libri
Cur Deus homo A. spiega come, malgrado l'impossibilità dell'uomo di riparare al
peccato di Adamo ed Eva contro Dio, Dio stesso si è riconciliato con l'umanità
facendosi uomo. Il testo contiene anche, come è reso inevitabile dal suo
soggetto, un'apologia del dogma cristiano dell'incarnazione di Dio (che, per
l'appunto, si è fatto uomo in Gesù) contro le critiche di ebrei e musulmani;
tuttavia non è questo il suo tema principale, e in effetti il Cur Deus homo è
un testo di ampio respiro che di fatto conclude, insieme al successivo De
concordia, l'esposizione della visione teologica di Anselmo.Il testo si apre
con una chiarificazione metodologica, in cui Anselmo ribadisce la sua posizione
sul rapporto tra ragione e fede: come già si era riscontrato nel Monologion, e
in accordo con la consueta dinamica dell'intellectus fidei (comprensione della
fede), egli tratta sempre la fede come il necessario punto di partenza di ogni
riflessione teologica ma giudica «negligenza» astenersi poi dal portare a
compimento razionalmente tale riflessione. Dopodiché, Anselmo procede a
spiegare il carattere necessario della volontà divina: Dio, sostiene l'autore,
è dotato di una volontà spontanea e autonoma (non è cioè soggetto né a
costrizioni né a impedimenti) ma tale volontà è talmente rigida nella sua
assoluta immutabilità da far sì che essa possa essere considerata necessaria;
si può dire, ad esempio, che è necessario che Dio non menta perché la volontà
di Dio, tesa per sua stessa natura verso la verità (e da cui anzi la verità
stessa trae la sua natura) è invariabile e incorruttibile nella sua costanza, e
non può in alcun modo rivolgersi verso la menzogna. Si è già visto che questa
non può secondo A. essere considerata una limitazione della potenza
divina. È proprio per via della necessità e assoluta immodificabilità del
piano che Dio aveva predisposto per l'uomo all'inizio del tempo che, in seguito
alla perdita dell'immortalità dovuta alla caduta di Adamo ed Eva, si è reso
necessario un intervento di Dio per redimere l'uomo dal peccato originale e
ripristinare tale immortalità (sotto forma della possibilità di vivere in
eterno nell'altra vita). Dopodiché, risulta necessario che la remissione da
parte di Dio dei peccati dell'uomo passi attraverso un'effettiva espiazione: se
infatti Dio si riconciliasse con l'uomo con un atto di pura misericordia, senza
che il peccato ricevesse una giusta e proporzionata punizione, il disordine
generato dal peccato non verrebbe ricondotto all'ordine e, in generale, la
legalità dell'universo morale umano e divino risulterebbe compromessa. Bisogna
dunque che l'uomo restituisca a Dio l'onore che peccando gli ha negato – anche
se resta inteso che le azioni dell'uomo non aggiungono né tolgono nulla a Dio,
dato che è impossibile privare dell'onore un Dio che coincide con lo stesso
onore e con tutte le altre qualità positive: restituire a Dio l'onore che gli è
dovuto significa semplicemente ripristinare la sottomissione, venuta meno con
il peccato originale, della volontà umana a quella divina. Tuttavia l'uomo, che
anche prima della caduta in quanto creatura era incapace di compiere il bene se
non in virtù della partecipazione al bene supremo di Dio, non può espiare la
sua colpa da solo: gli è impossibile rendere a Dio la giusta soddisfazione,
perché la bontà di ogni azione di riparazione sarebbe comunque dovuta a Dio. È
così che Anselmo dimostra che il salvatore dell'uomo deve necessariamente
essere di natura divina; quindi egli procede ad argomentare che, per la
precisione, egli deve essere un Dio-uomo. Risulta infatti che a rendere
soddisfazione a Dio non può essere qualcuno che sia inferiore a Dio, e d'altra
parte è necessario che ad espiare il peccato dell'uomo sia un uomo: pertanto le
caratteristiche che le scritture attribuiscono a Gesù, vero uomo e vero Dio,
partecipe in ugual modo e nello stesso tempo di entrambe le nature, sono
esattamente quelle necessarie a spiegare razionalmente la redenzione
dell'umanità dal momento che, come scrive il filosofo Giuseppe Colombo, «Dio
(per sé preso) non deve nulla a nessuno e l'uomo (per sé preso) non può nulla».
Dunque Gesù, non macchiato dal peccato in virtù della sua natura divina e
perciò privo di doveri e di debiti nei confronti di Dio, offrì volontariamente
e liberamente la sua vita innocente a Dio stesso e così facendo, essendo uomo,
espiò il peccato originale dell'umanità. La compatibilità di prescienza divina
e libertà umana: il De concordia Il De concordia praescientiae et
praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio, l'ultima opera di
Anselmo, è volto a dimostrare la compatibilità della prescienza divina, oltre che
della predestinazione e della grazia, con il libero arbitrio dell'uomo. Un
manoscritto del nord della Francia del De concordia, risalente alla metà del
XII secolo. Il problema dell'apparente inconciliabilità della prescienza e
della predestinazione divina con la libertà umana, che risulta dal fatto che
pare impossibile prevedere (e a maggior ragione predeterminare) un fatto senza
far venir meno il suo carattere libero e non necessario, è risolta da Anselmo
con un duplice argomento. In primo luogo, egli osserva, bisogna distinguere la
necessità ontologica da quella logica, dal momento che quella ontologica ha una
priorità su quella logica: se infatti qualcosa è necessario ontologicamente
(come il sorgere del sole) allora lo è anche logicamente (nel momento in cui il
sole sorge, sorge necessariamente); tuttavia se qualcosa è necessario
logicamente (nel momento in cui avviene, avviene necessariamente) può anche non
essere necessario ontologicamente (è il caso, ad esempio, di una rivolta
popolare). In secondo luogo A. propone una tesi già affermata da Agostino e da
Boezio: la nostra concezione di predestinazione e predeterminazione è limitata
alla nostra coscienza temporale delle priorità cronologiche, ma Dio si colloca
in un'eternità al di fuori e al di sopra del tempo, in cui non «nulla è passato
o futuro, ma tutto è simultaneamente e senza divenire»; pertanto, Dio conosce e
determina gli eventi che per noi sono passati, presenti e futuri da una
prospettiva sovratemporale in cui tali eventi sono tutti simultanei; stando
così le cose, non c'è contraddizione tra il fatto che egli conosca o determini
un evento libero in quanto libero (allo stesso modo di come vede o determina
eventi necessari in quanto necessari). Il problema di conciliare la grazia di
Dio con il libero arbitrio invece sorge dalla contrapposizione di coloro che da
un lato, «superbi», considerano la virtù e quindi la salvezza suscettibili di
essere raggiunte dalla sola libera volontà dell'uomo; e di coloro che,
dall'altro lato, attribuiscono così tanta importanza alla grazia divina nella
redenzione dell'uomo da negare addirittura la sua libertà. A. assume nella
controversia una posizione intermedia, in cui cioè grazia e libertà vengono
armonizzate: egli sostiene infatti che, come si era già visto nel De casu
diaboli, per agire rettamente è necessario volere rettamente, e per volere
rettamente è necessaria una retta volontà; tuttavia l'uomo non può darsi da
solo tale rettitudine della volontà, poiché (mentre si può autonomamente
conservare la rettitudine della volontà quando la si ha) non si può volere la
rettitudine con il solo libero arbitrio quando non si ha una volontà
retta;[118] e dunque se è vero che è Dio, per grazia, a dare all'uomo questa
facoltà, è vero anche che sta alla libertà dell'uomo conservarla – i due
aspetti non sono quindi contraddittori, bensì complementari. Il testo prosegue con un'analisi dei
significati della parola "volontà" e delle sue interazioni con il
concetto di giustizia, e si conclude con una ricapitolazione dei punti già trattati:
l'autore ribadisce che la volontà, creata come ente positivo e quindi di per sé
orientata a Dio e alla conservazione della sua originaria bontà, è stata
corrotta dalla deviazione del volere dell'uomo per un cattivo uso della
libertà; pertanto la volontà umana ha perso la rettitudine necessaria a volere
rettamente, e ha bisogno che tale rettitudine sia ripristinata dalla grazia
divina prima di poter ricominciare ad agire con giustizia, preservando grazie
alla libertà la rettitudine della sua volontà. Altri scritti Miniatura
inglese del XII secolo di un capolettera delle Orationes sive meditationes.
Anselmo d'Aosta fu autore di diversi altri scritti di carattere teologico, ma
pur sempre animati da uno spirito filosofico: l'Epistola de incarnatione Verbi
e il successivo De processione Spiritus Sancti trattavano del problema della
processione dello Spirito Santo e delle modalità della sua incarnazione; il De
conceptu virginali et de peccato originali analizzava le questioni dottrinali
dell'Immacolata Concezione e del peccato originale, e inoltre ripercorreva
ragionamenti già portati avanti nelle opere precedenti; a ciò si aggiungono
meditazioni, preghiere e opuscoli minori, oltre a una serie di frammenti
provenienti da un'opera non conclusa e a un De moribus (Sui costumi [morali])
in parte spurio che tratta delle affezioni dell'anima. Le preghiere scritte da
Anselmo sono raccolte in un'opera nota come Orationes sive meditationes
(Preghiere ovvero meditazioni); esse, scritte lungo tutta la vita dell'autore dal
periodo di Bec all'episcopato inglese, costituiscono un ulteriore esempio
dell'ideale anselmiano di comprensione della fede: benché orientate più alla
contemplazione e al raccoglimento spirituale che alla vera e propria filosofia
o teologia, il loro scopo è infatti quello di suscitare nel lettore quel
sentimento rivolto verso la verità e la rettitudine che è necessario
presupposto tanto della teoresi quanto della stessa vita buona. Di A. si è poi
conservato un epistolario particolarmente significativo, che testimonia in modo
efficace sia della sua personalità che della sua figura pubblica: risulta
infatti chiaramente, da una parte, l'affetto, la carità, la sensibilità e la
ferma pazienza che Anselmo infondeva nelle lettere ai monaci suoi amici e suoi
discepoli; e dall'altra la sua determinazione nelle faticose e a volte
frustranti questioni politiche legate alla sua posizione di arcivescovo.
Esercita un'influenza estremamente significativa sulla storia della filosofia
sia. La sua riflessione giunse a livelli di estrema profondità in tutti i campi
in cui si espresse, anche se è forse vero che tali campi furono relativamente
pochi. Infatti alla sua filosofia, estremamente raffinata dal punto di vista
dialettico, fa difetto un'approfondita analisi del campo della filosofia della
natura – la quale sarebbe stata necessaria per poter dire che le riflessioni di
Anselmo formano un sistema forganico e completo. La discussione di Anselmo di
certi problemi come quelli della libertà e del male, ebbe la sua risonanza
nella filosofia, venendo ripresa ad esempio da Riccardo di San Vittore. L’'attenzione
di Anselmo per la dimensione logico-dialettica della filosofia fa poi di lui,
secondo alcuni critici, un precursore della filosofia scolastica. D'altra parte
le pagine più famose della sua opera sono certamente quelle in cui, nel “Proslogion”
egli espone il suo argomento a priori per la dimostrazione dell'esistenza di
Dio. Esse, considerate un punto di riferimento di importanza capitale per la
storia della filosofia, genera una mole di saggi sia critici che apologetici. A
proposito della rilevanza dell'argomento
di Anselmo, le sue implicazioni sono tanto ricche che il solo fatto di averle
ammesse o rifiutate è sufficiente a determinare il gruppo a cui una filosofia
appartiene. Ciò che è comune a tutti coloro che l'ammettono è l'identificazione
dell'essere reale con l'essere intelligibile concepito col pensiero. Ciò che è
comune a tutti coloro che ne condannano il principio è il rifiuto di porre un
problema d'esistenza separato da un dato esistente empiricamente. Dopo
Gaunilone, che fu praticamente l'unico a mostrare interesse per il cosiddetto
argomento ontologico durante la vita di Anselmo, esso venne citato da Guglielmo
d'Auxerre e ripreso criticamente da diversi altri filosofi, tra cui i più degni
di nota sono AQUINO (si veda) e FIDANZA (si veda). Aquino contesta la validità
di tale dimostrazione, Fidanza la difese. Oltre a Fidanza, altri dottori della
Chiesa, tra cui Enrico di Gand e Alberto Magno, accettarono la prova
anselmiana. Nel Medioevo anche Alessandro di Hales e Duns Scoto si espressero
sull'argomento, entrambi condividendolo, anche se Duns Scoto sostenne che la
formulazione sarebbe stata più appropriata se anziché dal concetto di dio A.
fosse partito dal concetto d’ente. Cartesio riprese a sua volta l'argomento,
considerandolo valido e apprezzando la sua indipendenza da considerazioni di
carattere empirico, disinteressandosi però di quegli aspetti della prova
anselmiana che implicavano la necessaria trascendenza di Dio come fondamento
del suo argomentare. Passando tramite Cartesio, una dimostrazione simile alla
prova a priori d’A. entrò anche nel sistema metafisico dell'Ethica di Spinoza,
il quale dimostrava l'esistenza della sostanza (poi identificata con Dio
stesso) sulla base del fatto che, per la definizione stessa della sostanza, la
sua essenza implica l'esistenza. Leibniz sostenne la validità in sé della dimostrazione,
ma contesta un'apparente leggerezza da parte d’A. Leibniz riconosce infatti che
l'autore del Proslogion in effetti dimostra che, SE Dio (inteso come l'essere
massimamente perfetto) è possibile, allora è necessario, ma sosteneva che non
avesse dimostrato che è possibile se non con argomenti a posteriori. L’argomento
fu oggetto di critiche da parte di Hume e soprattutto di Kant: quest'ultimo in
particolare, nella Critica della ragion pura, evidenzia che l'esistenza non può
essere considerata un predicato (non senza cadere nelle contraddizioni messe in
evidenza dai filosofi della scuola di Velia) e che, dunque, non si può dire che
l'esistenza è un predicato positivo che un Dio di cui non può essere pensato il
maggiore non potrebbe non avere. Hegel torna a difendere la dimostrazione d’A.
affermando che in Dio essenza ed esistenza coincidono, e che la distinzione tra
le due è tipica esclusivamente del mondo materiale. Secondo Russell,
l'argomento è ancora alla base del sistema di Hegel e dei suoi seguaci, e riappare
nel principio di Bradley. Ciò che può essere e dev'essere, è. La dimostrazione
anselmiana piacce inoltre a Gioberti e Rosmini, che se ne appropriarono modificandola.
La critica si è rivolta soprattutto all'analisi del rapporto tra fede e ragione
negli scritti d’A. e si è interrogata sulla misura in cui le singole opere
dovrebbero essere considerate filosofiche. Si è inoltre discusso sul valore
della logica costruita da Anselmo e sono state analizzate le implicazioni
esistenziali, con particolare riferimento al problema del peccato e della
salvezza e al concetto di rettitudine. Barth vede A. tra i suoi principali
punti di riferimento, ed è stato un attento studioso della sua filosofia. Sono
altresì degne di nota le rivisitazioni della prova anselmiana, con l'intento di
emendarla da aporie ed equivoci logici, operate da Hartshorne e Malcolm. Di
diverso tenore l'analisi di Findlay, che ha mosso una critica serrata, sotto il
profilo linguistico, alla nozione di dio come ente assoluto utilizzata da
Anselmo. In occasione dell'ottavo centenario della morte di A., Pio X promulgò
l'enciclica Communium Rerum in cui ne celebra la figura e ne promuoveva il culto.
Papa San Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et ratio guardava alla prova
ontologica di Anselmo come a un modello di quella complementarità
imprescindibile tra fede e ragione, grazie a cui l'armonia fondamentale della
conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è ancora una volta confermata:
la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione; la
ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede
presenta. Altre opere: “Monologion”; “Proslogion”; “De grammatico”; De
veritate”; “De libertate arbitrii”; “De casu diaboli”; “Epistola de
incarnatione Verbi”; “Cur Deus homo”; “De conceptu virginali et de peccato
originali”; “Meditatio de humana redemptione”; “De processione Spiritus
Sancti”; “Epistola de sacrificio azymi et fermentati”; “Epistola de sacramentis
Ecclesiae”; “De concordia praescientiae et praedestinationis et gratiae Dei cum
libero arbitrio”; “De potestate et impotentia, possibilitate et
impossibilitate, necessitate et libertate:; “Orationes sive meditationes
Epistolae. Arduino, A., in Santi, beati e testimoni - Enciclopedia dei santi,
santiebeati. Probabilmente ad opera dell'arcivescovo Tommaso Becket su delega d’Alessandro
III (in Inos Biffi, Anselmo d'Aosta e
dintorni: Lanfranco, Guitmondo, Urbano II, Editoriale Jaca, Simonetta, A., in
Trabattoni, Vergata, Simonetta, Filosofia, cultura, cittadinanza – La filosofia
antica e medievale, Firenze, La Nuova Italia, Gilson, La filosofia nel
Medioevo, Firenze, La nuova Italia, 1973,290. Anselmo d'Aosta, La caduta
del diavolo, a cura di Elia Giacobbe, Giancarlo Marchetti, Milano, Bompiani,
Butler's Lives of the Saints, a cura di Michael Walsh, New York, HarperCollins
Publishers, St. Anselm's Proslogion, a cura di M. J. Charlesworth, Notre Dame,
University of Notre Dame Press, Sadler, Saint Anselm, su Stanford Encyclopedia
of Philosophy. King, (St.) A, of Canterbury, su TUTORweb, Southern, St. Anselm:
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Medieval History, Charlesworth, Vaughn Giacobbe, Marchetti,7. Charlesworth,15. Frank Barlow, William Rufus,
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1975,286. Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn,
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Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vaughn, Vaughn. La Catholic Encyclopedia riporta la data del
10 giugno; l'enciclopedia Treccani riporta la data del 6 giugno. Vaughn, Vaughn,
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England, Lexington, Heath, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Vaughn, Charlesworth,
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sommi pontefici, Rossi, Siena, Vigorelli, Anselmo d'Aosta. In Cioffi, Luppi,
O'Brien, Vigorelli, Zanette, Diálogos – La filosofia antica e medievale,
Milano, Mondadori, Giacobbe, Marchetti, Gilson, Armstrong, Storia di Dio. 4000
anni di religioni monoteiste, Milano, CDE, non esistente. Gilson, Colombo, Invito al pensiero d’A.,
Milano, Mursia, Colombo, Simonetta, Gilson, Gilson, Williams, Introduction to
the Monologion and Proslogion, su University of South Florida. Tale
interpretazione nacque dalla sintesi neoplatonico-cristiana operata da
Agostino. Si veda Simonetta,440.
Simonetta, Colombo,44. Gilson, Simonetta. G. C., Enciclopedia Italiana, alla voce
"argomento ontologico"
Proslogion. Che l'argomento d’A.consista principalmente in una reductio
ad absurdum è stato evidenziato soprattutto da Alvin Plantinga, esponente della
filosofia analitica, in A. Plantinga, The nature of necessity, Oxford Karl
Barth fa notare in proposito che Anselmo non attribuisce a Dio alcun contenuto
positivo, enunciando il suo argomento più che altro come regola del pensiero,
come divieto di pensare in modo inappropriato (K. Bart, Filosofia e
rivelazione, trad. Vinay, Silva, Milano).
Coloman Étienne Viola, Anselmo D'Aosta: fede e ricerca
dell'intelligenza,58-80, Senso della formula dialettica del Proslogion, Jaka,
Simonetta. Colombo. A proposito della disputa sull'esistenza di Dio, avuta col
benedettino Gaunilone. Proslogion, Opera
Omnia. Cfr. Coloman Étienne Viola, Anselmo D'Aosta: fede e ricerca
dell'intelligenza, Senso della formula dialettica del Proslogion, Jaka Book,
Colombo. Simonetta. Colombo, Colombo.
Per A,, infatti, anche il sole non è fissabile direttamente dallo
sguardo, eppure attraverso la luce del giorno riusciamo benissimo a vedere la
sua stessa luce (cfr. Monologio e Proslogio, a cura di Sciuto,2 Bompiani). «Nam etsi quisquam est tam insipiens, ut
dicat non esse aliquid, quo maius non possit cogitari, non tamen ita erit
impudens, ut dicat se non posse intelligere aut cogitare, quid dicat. Aut si
quis talis invenitur, non modo sermo eius est respuendus, sed et ipse
conspuendus» (Liber apologeticus contra Gaunilonem respondentem pro
insipiente). Colombo, Colombo, Simonetta,
Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Giacobbe, Marchetti, Colombo. Tale
definizione era stata proposta da Giovanni Scoto Eriugena. Si veda Simonetta, Colombo,
Simonetta, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Giacobbe, Marchetti,10.
Colombo,77. Il quale l'aveva a sua volta
ricavata da Plotino e Porfirio. Si veda Simonetta. Colombo. Su questi
argomenti Anselmo si esprimeva anche nel De concordia. Si veda Colombo,Colombo,
Colombo, Colombo, Colombo,Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo, Colombo,
Colombo, Simonetta Colombo, Colombo, Colombo, Colombo. Gilson, Gilson, Colombo,
Colombo. Gilson Abbagnano, Fornero,
Filosofi e filosofie nella storia, Torino, Paravia, FUSARO (si veda), A., su
Filosofico.net. Colombo, Tomatis, L'argomento ontologico: l'esistenza di Dio da
Anselmo a Schelling, Città Nuova: mentre A. intendeva mostrare la
contraddizione logica di chi rinnega la fede in Dio, la preoccupazione di
Cartesio è garantire l'autonomia interna del pensiero privandolo di sbocchi al
trascendente. È stato rilevato come Cartesio sia caduto in fondo nello stesso errore
di Gaunilone, concependo Dio soltanto in termini positivi come «il più grande
di tutti» (maius omnibus), anziché in maniera negativa (nihil maius, «niente di
più grande»): cfr. Melchiorre, La via analogica, Vita e Pensiero, Nello stesso
equivoco sarebbe caduto Hegel (A. Molinaro, Anselmo, Hegel e l'argomento
ontologico, L'argomento ontologico, «Archivio di filosofia», Emanuela Scribano,
Guida alla lettura dell'"Etica" di Spinoza, Roma-Bari, Laterza,
Colombo, Piergiorgio Odifreddi, Il diavolo in cattedra – La logica da
Aristotele a Gödel, Torino, Einaudi, Russell, Storia della filosofia
occidentale, traduzione di Luca Pavolini, Milano, Longanesi, Rossignoli,
Disegno storico-teorico della filosofia, Torino, Società Editrice
Internazionale, Colombo, Potter, Barth and the Ontological Argument, in The
Journal of Religion, Caretta e Samarati, Introduzione al pensiero d’A., in A.,
Una scorciatoia all'assoluto: Proslogion, Novara, Europía, non esistente.
Communium Rerum, su Papal Encyclicals, Giovanni Paolo II, Fides et ratio. Eadmero
di Canterbury, Vita et conversatio Anselmi, Edimburgo, Vita di S. Anselmo,
Milano, Eadmero di Canterbury, Historia novorum in Anglia, Londra, Southern e
Franziskus S. Schmitt (a cura di), Memorials of St. Anselm, London, Oxford, Opere
di Anselmo Opera omnia, a cura di Franziskus S. Schmitt, Edimburgo, Thomas
Nelson and Sons, Franciscus Salesius Schmitt, Ein neues unvollendetes Werk des
heilige A., Beiträge zur Geschichte der Philosophie und Theologie des
Mittelalters, Munster, Aschendorf, Traduzioni italiane Opere filosofiche, a
cura di Sofia Vanni Rovighi, Bari, Laterza, De potestate et impotentia, possibilitate
et impossibilitate, necessitate et libertate, in Linguistica medievale,
traduzione di Francesco Corvino, a cura di Francesco Corvino et al., Bari,
Adriatica, Introduzioni generali Catalani e Filippis (cur.), A. e il pensiero
monastico medievale, Turnhout, Brepols Publishers, Caretta e Samarati,
Introduzione al pensiero d’A., A., Una scorciatoia all'assoluto: Proslogion,
Novara, Europía, non esistente. Giuseppe Colombo, Invito al pensiero d’A.,
Milano, Mursia, Gilson, La filosofia nel Medioevo, Firenze, La nuova Italia,
Rosa, A., Enciclopedia Biografica Universale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Simonetta, A., in Franco Trabattoni, Antonello La Vergata, Stefano
Simonetta, Filosofia, cultura, cittadinanza – La filosofia antica e medievale,
Firenze, La Nuova Italia, Rovighi, Introduzione ad A., Bari, Laterza, Barth,
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investiture Problema del male Prova ontologica Anselmo d'Aosta, su sapere, De
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Anselmus Cantuariensis – Operum Omnium Conspectus seu 'Index of available
writings', su Documenta Catholica Omnia. PredecessoreArcivescovo di
CanterburySuccessoreArchbishcantarms.png Lanfranco di Pavia Ralph d'Escures Anselmo
d'Aosta Padri e dottori della Chiesa cattolica Ordine di San Benedetto Santi
della Legenda Aurea di Iacopo da Varagine WorldCat Identitieslccn Biografie
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Filosofia Medioevo Portale Medioevo. Categorie: Teologi franchi Filosofi
franchiArcivescovi cattolici franchi Nati ad A. Morti a Canterbury Arcivescovi
di CanterburyDottori della Chiesa cattolicaMonaci cristiani franchiPersonaggi
citati nella Divina Commedia (Paradiso) Santi benedettini Santi Santi franchi Santi
per nome Abati benedettini Scrittori medievali in lingua latina. anselmo “I would call him ‘Canterbury,’ only he was an
Italian!”H. P. Grice. Saint, called Anselm of Canterbury, philosopher
theologian. A Benedictine monk and the second Norman archbishop of Canterbury,
he is best known for his distinctive method
fides quaerens intellectum; his “ontological” argument for the existence
of God in his treatise Proslogion; and his classic formulation of the
satisfaction theory of the Atonement in the Cur Deus homo. Like Augustine
before him, Anselm is a Christian Platonist in metaphysics. He argues that the
most accessible proofs of the existence of God are through value theory: in his
treatise Monologion, he deploys a cosmological argument, showing the existence
of a source of all goods, which is the Good per se and hence supremely good;
that same thing exists per se and is the Supreme Being. In the Proslogion,
Anselm begins with his conception of a being a greater than which cannot be
conceived, and mounts his ontological argument that a being a greater than
which cannot be conceived exists in the intellect, because even the fool
understands the phrase when he hears it; but if it existed in the intellect
alone, a greater could be conceived that existed in reality. This supremely
valuable object is essentially whatever it is
other things being equal that is
better to be than not to be, and hence living, wise, powerful, true, just,
blessed, immaterial, immutable, and eternal per se; even the paradigm of
sensory goods Beauty, Harmony,
Sweetness, and Pleasant Texture, in its own ineffable manner. Nevertheless, God
is supremely simple, not compounded of a plurality of excellences, but “omne et
unum, totum et solum bonum,” a being a more delectable than which cannot be
conceived. Everything other than God has its being and its well-being through
God as efficient cause. Moreover, God is the paradigm of all created natures,
the latter ranking as better to the extent that they more perfectly resemble
God. Thus, it is better to be human than to be horse, to be horse than to be
wood, even though in comparison with God everything else is “almost nothing.”
For every created nature, there is a that-for-which-it-ismade ad quod factum
est. On the one hand, Anselm thinks of such teleology as part of the internal
structure of the natures themselves: a creature of type F is a true F only
insofar as it is/does/exemplifies that for which F’s were made; a defective F,
to the extent that it does not. On the other hand, for Anselm, the telos of a
created nature is that-for-which-God-made-it. Because God is personal and acts
through reason and will, Anselm infers that prior in the order of explanation
to creation, there was, in the reason of the maker, an exemplar, form,
likeness, or rule of what he was going to make. In De veritate Anselm maintains
that such teleology gives rise to obligation: since creatures owe their being
and well-being to God as their cause, so they owe their being and well-being to
God in the sense of having an obligation to praise him by being the best beings
they can. Since every creature is of some nature or other, each can be its best
by being that-for-which-God-made-it. Abstracting from impediments, non-rational
natures fulfill this obligation and “act rightly” by natural necessity;
rational creatures, when they exercise their powers of reason and will to
fulfill God’s purpose in creating them. Thus, the goodness of a creature how
good a being it is is a function of twin factors: its natural telos i.e., what
sort of imitation of divine nature it aims for, and its rightness in exercising
its natural powers to fulfill its telos. By contrast, God as absolutely
independent owes no one anything and so has no obligations to creatures. In De
casu diaboli, Anselm underlines the optimism of his ontology, reasoning that
since the Supreme Good and the Supreme Being are identical, every being is good
and every good a being. Two further conclusions follow. First, evil is a
privation of being, the absence of good in something that properly ought to
have it e.g., blindness in normally sighted animals, injustice in humans or
angels. Second, since all genuine powers are given to enable a being to fulfill
its natural telos and so to be the best being it can, all genuine
metaphysically basic powers are optimific and essentially aim at goods, so that
evils are merely incidental side effects of their operation, involving some
lack of coordination among powers or between their exercise and the surrounding
context. Thus, divine omnipotence does not, properly speaking, include
corruptibility, passibility, or the ability to lie, because the latter are
defects and/or powers in other things whose exercise obstructs the flourishing
of the corruptible, passible, or potential liar. Anselm’s distinctive action
theory begins teleologically with the observation that humans and angels were
made for a happy immortality enjoying God, and to that end were given the
powers of reason to make accurate value assessments and will to love
accordingly. Anselm regards freedom and imputability of choice as essential and
permanent features of all rational beings. But freedom cannot be defined as a
power for opposites the power to sin and the power not to sin, both because
neither God nor the good angels have any power to sin, and because sin is an
evil at which no metaphysically basic power can aim. Rather, freedom is the
power to preserve justice for its own sake. Choices and actions are imputable
to an agent only if they are spontaneous, from the agent itself. Creatures
cannot act spontaneously by the necessity of their natures, because they do not
have their natures from themselves but receive them from God. To give them the
opportunity to become just of themselves, God furnishes them with two
motivational drives toward the good: an affection for the advantageous affectio
commodi or a tendency to will things for the sake of their benefit to the agent
itself; and an affection for justice affectio justitiae or a tendency to will
things because of their own intrinsic value. Creatures are able to align these
drives by letting the latter temper the former or not. The good angels, who
preserved justice by not willing some advantage possible for them but forbidden
by God for that time, can no longer will more advantage than God wills for
them, because he wills their maximum as a reward. By contrast, creatures, who
sin by refusing to delay gratification in accordance with God’s will, lose both
uprightness of will and their affection for justice, and hence the ability to
temper their pursuit of advantage or to will the best goods. Justice will never
be restored to angels who desert it. But if animality makes human nature
weaker, it also opens the possibility of redemption. Anselm’s argument for the
necessity of the Incarnation plays out the dialectic of justice and mercy so
characteristic of his prayers. He begins with the demands of justice: humans
owe it to God to make all of their choices and actions conform to his will;
failure to render what was owed insults God’s honor and makes the offender
liable to make satisfaction; because it is worse to dishonor God than for
countless worlds to be destroyed, the satisfaction owed for any small sin is
incommensurate with any created good; it would be maximally indecent for God to
overlook such a great offense. Such calculations threaten certain ruin for the
sinner, because God alone can do/be immeasurably deserving, and depriving the
creature of its honor through the eternal frustration of its telos seems the
only way to balance the scales. Yet, justice also forbids that God’s purposes
be thwarted through created resistance, and it was divine mercy that made
humans for a beatific immortality with him. Likewise, humans come in families
by virtue of their biological nature which angels do not share, and justice
allows an offense by one family member to be compensated by another. Assuming
that all actual humans are descended from common first parents, Anselm claims
that the human race can make satisfaction for sin, if God becomes human and
renders to God what Adam’s family owes. When Anselm insists that humans were
made for beatific intimacy with God and therefore are obliged to strive into
God with all of their powers, he emphatically includes reason or intellect
along with emotion and will. God, the controlling subject matter, is in part
permanently inaccessible to us because of the ontological incommensuration
between God and creatures and our progress is further hampered by the
consequences of sin. Our powers will function best, and hence we have a duty to
follow right order in their use: by submitting first to the holistic discipline
of faith, which will focus our souls and point us in the right direction. Yet
it is also a duty not to remain passive in our appreciation of authority, but
rather for faith to seek to understand what it has believed. Anselm’s works display
a dialectical structure, full of questions, objections, and contrasting
opinions, designed to stir up the mind. His quartet of teaching dialogues De grammatico, De veritate, De libertate
arbitrii, and De casu diaboli as well as his last philosophical treatise, De
concordia, anticipate the genre of the Scholastic question quaestio so dominant
in the thirteenth and fourteenth centuries. His discussions are likewise
remarkable for their attention to modalities and proper-versus-improper
linguistic usage. Fin dagli esordi della filosofia medievale, la dottrina dei
segni riguarda la questione dell’interpretazione, o addirittura dell'intero
mondo reale, inteso come insieme di segni attraverso i quali l’assoluto di
Bradley si fa manifesto, e attraverso i quali ci indirizza alla verità. Siamo
agli albori di una logica del segno, con Alenino, lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita,
Scoto Eriugena, Beda il Venerabile. Al principio dell'xi secolo iniziano la
vera e propria logica e la semantica medievali. Sant'Anselmo d'Aosta elabora
una dot- trina della verità finalizzata alla dimostrazione dell'esistenza di
Dio. È convinto, infatti, che la fede possa essere confermata dal- la ragione,
anche se la sua origine -vieneprima della ragione stes- sa. Nelle sue opere
{Monologion, Proslogion, De veritate) vengo- no articolate così le prove
dell'esistenza dell’Assoluto, che costituiscono un momento di notevole
interesse semiotico. Nel “Proslogion”, Anselmo d’Aosta sostiene la differenza fra
linguaggio (o segno, segnante) e realtà (segnato). Se, secondo il linguaggio si
può dire che l’Assoluto non esiste, non lo si può però pensare secondo il
reale. Si tratta della cosiddetta "prova ontologica", importante
perché distingue fra una verità referenziale e una verità *proposizionale*. La
verita proposizionale è limitata a una pura asserzione di *esistenza*, che ha
valore indipendentemente dall'*essenza* della cosa. Nel dialogo “De veritate”,
la dicotomia fra segno (segno, segnante) e referente (relatum, segnatum) è
maggiormente sviluppata, su base aristotelica, distinguendo fra verità di un
segno (del segnato) -- la significazione -- e verità stretta della
proposizione. Una cosa o avvenimento – l’alpha e beta -- determina la verità o
falsita (il valore di verita) della proposizione ‘l’alpha e beta’ Fido is
shaggy, ma non costituisce la sua verità. La verita IN-tensionale della
proposizione e, infatti, data a priori, analiticamente, da una propria legge
logica interna. Dunque, la verità di quello ‘segnato’, ‘comunicato’ o impiegato
o impicato (la significazione) non è mai certa o provata. Questa dipende dalla
realtà -- o livello ontologico -- con la quale non può essere coerente. Dunque,
la verità della significazione, che può essere detta "semantica" o
del segno, non si applica che al comunicato o impiegato della conversazione o
discorso umano, che riflette piti o meno la cosa, evvento, o situazione
(l’alpha e beta), mentre il verbum dell’assoluto è con-sustanziale alla natura, ed è, alla
Velia, Uno e Indivisibile. MAESTRO: Quando una proposizione, “Fido is shaggy”,
è vera? DISCEPOLO: Quando esiste realmente ciò che essa enuncia affermandolo
(il fatto che Fido e shaggy) o negandolo (il fatto che non e shaggy). Voglio
dire che *esiste* -- una x che e Fido e che e shaggy -- ciò che essa *enuncia*
*anche* se essa nega l'esistenza di ciò che non è. E questo perché, così, essa,
“l’alpha e beta”, enuncia, in un certo modo, che una cosa è (“l’alpha e – Ex Kx
e Bx). M: Ti sembra dunque che la cosa *enunciate* sia la verità della
proposizione? DISCEPOLO. No!. MAESTRO: Perché? DISCEPOLO: Perché *nulla* -- cf.
Heidegger -- è vero che per partecipazione alla verità, ed è così che la idea
della verità sta nel vero. Ma la cosa enunciata (che Fido e shaggy) non sta
nella proposizione vera. Perciò, non deve essere detta la sua verità, ma la
*causa* (ragione) della verità della proposizione. MAESTRO. Vedi allora se il
tuo *discorso* (il segnante) stesso o il segnato (la significazione del
segnante) o qualche elemento della definizione della proposizione non siano ciò
che tu cerchi. DISCEPOLO. Non lo penso! MAESTRO: Perché? DISCEPOLO. Perché se
fosse così, *ogni* discorso –il discorso, la proposizione -- sarebbe vero o
vera, poiché tutti gli elementi della definizione della proposizione – l’alpha
e beta -- restano gli stessi, che ciò che essa enuncia esista o meno. Il
discorso, la è lo stesso; la signi-ficazione
(lo segnato) anche e vero, e così tutto il resto. MAESTRO: Che cosa ti sembra
essere dunque il vero? DISCEPOLO: Non ne so nulla, se non che, quando essa
signi-fica esistere ciò che realmente è, ha in sé della verità, ed è vera. La prova
dell'esistenza dell’Assoluto bradleyiano consiste nella discussione sul
linguaggio che Aosta considera un vero e proprio rispecchiamento della natura,
un po' come il logos platonico o il verbum agostiniano. La differenza fra il
segno da natura (dell’assoluto) e il segno d’arte umana sta nel fatto che il
segno dalla natura è cons-ustanziale alla natura, ne è l'esatta immagine, e per
questo è perfetto (“If those spots mean measles, he has measles”). Invece, il
segno dall’arte permette solo di "pensare alle cose", ed è pertanto
necessariamente imperfetto: 1 Anselmo d'Aosta, Deventate. Questo basta per la
verità della significazione di cui abbiamo cominciato a parlare. In effetti, la
stessa ragione di verità che noi scopriamo in un segno dall’arte è applicabile
a ogni segno che si fanno per affermare o negare qualcosa, come gli scritti, il
linguaggio o i gesti. Ogni segno dall’arte e con l'aiuto del quale noi diciamo le
cose, cioè di quel ci serviamo per pensar le cose, e una rassomiglianze o immagine
(fantasma, manifestazione) della cose che il segno de-nota. Ora, ogni
rassomiglianza o immagine è più o meno vera a seconda della sua maggiore o minore
fedeltà alle cose che essa rappresenta. La logica o dialettica è, di norma, considerata
come la solida roccia cui ancorare la filosofia. Infatti nella dialettica
riteniamo di trovare garanzia di chiarezza, verità, comprensibilità. Ma quanto
è affidabile questa garanzia? Parrebbe non molto, stando a quel che argomenta
in modo provocatorio Anselmo d’Aosta. Colla sua dialettica e sovversione –
dialettica sovversiva – Aosta rivela l’altra faccia della dialettica, quella
perturbatrice, una dialettica che non è stabile e chiara, bensì ingannevole e
torbida. Aosta propone, come caso di studio di una dialettica sovversiva che
svia l’umana ragione, la argomentazione addotta a sostegno della prova
ontologica dell’esistenza di dio. L’intento anselmiano e quello di stilare una
ricetta dagli ingredienti ben poco amalgamabili – ragione, dialettica, e fede –
per sfornare la ciambella del “credo ut intelligam”, da servire al posto di
quella del “credo quia absurdum” di Tertulliano. Infatti, è da presumere che
Aosta non fosse assillato da alcun dubbio circa il suo credo. Quindi cercava
solo di *intelligere* la sua fede [credenza] senza ricorrere ad alcuna sua demonstratio.
In soldoni, Aosta, con il suo argomento ontologico forne all’insipiente -- che nel Salmo 13
sentenzia, in ebraico, “Dio non c’è” (dio non e) -- una prova cogente
dell’esistenza di dio oppure Aosta credente vuole convincersi e convincere
gl’altri credente, ancor di più dell’oggetto del loro credo? Ma da un
attento e diffidente esame dell’intero corpus del fondatore della scolastica, con
un’irritante, ma utile, tattica vuol risvegliare nel destinatario il memento
che, sicuramente l’uso della ragione può combattere l’eresia. Ma, al contempo,
un *abuso* dell’argomentare può sottilmente minare la stessa ortodossia.
Infatti, nel progetto d’Aosta la ragione dialettica svolge ruoli differenti a livelli
differenti. La ragione dialettica, da un lato, per la sua natura normativa,
impone limiti a ogni eccesso. All’altro lato, però, la ragione dialettica apre
un vasto spazio di sperimentazione in cui non si raggiunge mai un
limite. Il programma di natura tipicamente dialettica impostato d’Aosta
perché possa farci pensare più correttamente al signore ineffabile di tutte le
cose anziché schiarire l’orizzonte crea una selva di interrogative. Nell’arco
di un dialogo, Aosta è costretto a ricorrere al punto di domanda per ben 19
volte). L’illusione del possibile conseguimento di una perfezione morale e
logica che sa tanto di viaggio verso l’isola che non c’è, fa diventare il
problema dell’illuminazione razionale oggetto di una ermeneutica del sospetto
alla Ricoeur. Pertanto, è più che naturale chiedersi che senso ha seguire
l’incoraggiamento d’Aosta a cercar di raggiungere quel che è fuori portata. Come
possiamo tracciare un percorso se non ne conosciamo la meta? Non è che forse stiamo
in realtà facendo qualcos’altro quando cerchiamo’ così? Pur ammettendo la
necessità delle considerazioni dialettico-razionali d’Aosta, che trovano il
loro punto di partenza nella “fides quaerens intellectum”, c’è da chiedersi se
nello “Proslogion” Aosta non avesse intenzione di convertire gli infedeli per
mezzo di un sillogismo. A tal proposito, vale la pena riportare quanto ebbe a
filosofare Newman in “Un saggio per aiuta di una grammatical dell’assentimento.
La logica fa una triste retorica colla multitude. Il primo tiro, il colpo alla
cieca, accircola le quadre, ma tu non despera da convertirte da un sillogismo! Infatti,
usando la metafora del far partire il colpo alla cieca, Newman implica che
bisogna partire dalla fede e dalla rivelazione – teologia revelata no naturale.
Solo quando si accetta l’esistenza di Dio per revelazione, fede revelata, assiomaticamente,
per assunzione, senza alcun tipo di dimostrazione, prova, presupposizione, o
premessa, solo allora si è pronti a una conversione mediante un argomento
dialettico-razionale. Pertanto, esistono dunque buoni motivi per cui il “gioco”
d’Aosta debbe essere ristretto al suo destinatario gia credente. La chiave di
lettura dell’argomentazione d’Aosta è da individuare, tramite la citazione di
quello Salmo ebraico, numero 13, in ebreo, “Dio non c’e” -- nella figura dello
stultus et “insipiens”. Certa critica ha sostenuto che Aosta ha messo in scena
lo stolto per meglio promuovere la sua tesi. In un certo senso potrebbe essere
cosi. Ma la caratterizzazione del *miscredente* come uno stolto è sfruttata
sottilmente per dimostrarci che è possibile individuare un argomento *razionale*
che consenta di affermare che *deum esse*, che dio e. Giungere a possedere un
tale argomento dialettico razionale che concluse ‘Dio c’e” non serve solo nel
caso in cui se ci imbattessimo in uno stolto sapremmo come comportarci. E che
il destinatario di Aosta e stolto (discepolo, non maestro) in certa misura. La
ricerca di trasparenza suggerita d’Aosta contribute a renderci – a rendere il
destinatio – *meno* stolti. Lo stolto non è tale perché non vede che l’esistere
di Dio è analiticamente, a priore, di manire intensionale, a priori, per se
notum, per se notificatum, per se segnatum, per se segnatum per il segnante, ma
lo è perché egli *sbaglia* nell’usare o proffirere una profferenza della forma
logica, “dio e” – non-ente, ‘dio’ come suggeto di una enunciazione della forma
“il S e P”. E stolto perche persevera in questo modo di *esprimersi* -- a
negazione ‘non c’e’ del salmo interpretata per implicatura come interna – cf.
‘il re di Francia non e calvo, dato che ‘il presente re di Francia’ e una
descrizione vacua – ‘Pegaso vuola’ – Grice, “Nomi vacuii”. Se il profferente
usa correttamente l’espressione ‘dio’, riconosce che deve dire che dio esiste
-- il ‘Deum esse’ di d’Aquino. Ma con questa affermazione (dio e – l’esistenza
non e un predicato ma la copola) non puo pretendere di avere afferrato
l’essenza di Dio (il ‘Dei esse’ d’Aquino– quello che dio e, s’e. ). Infatti,
per Aosta la prova dell’esistenza di ‘dio’ (o dell’assoluto della scuola di
Velia e di Bradley) può funzionare solo se dio o l’assoluto (o Assoluto, come
preferisce Croce) è inteso (=df, alla Peano) come “id, quo nihil majus cogitari
possit”. Tanto è che anche chi, vestendo i panni dello stolto, dice in cuor suo
“non esiste alcun Dio” può *pensare* concivere il concetto di “quello da che
niente maggiore puo essere cogitato”. Perché altrimenti non potrebbe neanche *formularne*
la negazione. L’espressione soggeto “quello da che niente maggiore puo
essere cogitato” diventa per Aosta una vera e propria macchina-generante-attributi-divini
– il dio dei filosofi della filosofia naturale --. L’assoluto (quello da che
niente maggior puo essere cogitato) deve essere onnipotente. Se non lo fosse,
tu possi concepire un essere maggiore di lui. Ma l’assoluto è, per definizione,
quello da che ninente maggiore puo essere cogitato. Quindi, l’assoluto deve
essere onnipotente. Allo stesso modo, l’assoluto deve essere giusto,
misericordioso, eterno, immutabile e così via. Se mancasse solo di una di
queste qualità, non sarebbe più quello che l’assoluto e per definizione, =df –
quello da cui niente maggiore puo essere cogitato, il che è
impossibile. La semplicità teoretica di questa impostazione è fuorviante.
L’apparente successo nel generare molteplici attributi divini per mezzo
dell’argomento ontologico comporta un problema che innesca una reazione a
catena. Si deve dimostrare che gli attributi divini siano non contraddittori
l’uno con l’altro – in altri termini, dimostrare la possibilità della loro
compresenza in un solo identico ente. Ecco il punto: il filosofo con la sua
ratio argomentativa può rintracciare tutte le possibili relazioni
intercorrenti, per esempio, fra bontà, giustizia e misericordia, ed è in grado
anche di dimostrare che Dio non solo *può* -- il diamante dellla logica modale
-- ma anche *deve* -- il quadrato della logica modale -- possedere tutti e tre
questi attributi, pur tuttavia non esiste animale razionale al mondo che possa
dar conto del perché l’assoluto si mostri giusto e misericordioso proprio nel
modo in cui lo fa. L’algoritmo nel programma d’Aosta o porta all’output. Dunque,
Signore, tu non sei solo colui di cui non può pensarsi il maggiore. Tu sei
anche qualcosa di maggiore di tutto ciò che può essere pensato. Questa
proposizione molecolare richiamano tutte le argomentazioni circa gli esiti di
impossibilità della logica contemporanea. Tu possi pensare che esista qualcosa
di maggiore di qualsiasi cosa io possa pensare, quindi ciò di cui non posso
pensare il maggiore deve essere tale che non posso pensarlo” (p. 109). Anselmo
ben sapeva di iniziare una partita impossibile – la razionalizzazione della
fede – nella quale un ruolo chiave era svolto dalla inaccessibilità di Dio, pur
tuttavia impostando come limite ultimo il concetto di quello di cui non puo
pensarsi il maggiore, tenta di procurarsi una giustificazione razionale per
l’inevitabile fallimento della ragione! Una mossa azzardata che dava in questo *gioco*
la possibilità all’antagonista (l’infedele, la stessa ragione che è negativa
per vocazione) di contrattaccare arrecando danno con una manciata di domande
ben azzeccate, che possono trovarci pronti a fornire comunque una risposta o in
subordine occuparci la coscienza con la loro presenza importuna. Possiamo,
dunque, senz’altro dire che Aosta ha svolto egregiamente una ricognizione
dell’aporia della ragiona trovando anche addentellati significativi circa
l’esercizio della libertà intellettuale con un efficace richiamo a Bruno e
Turing. Alcune perplessità sorgono dai commenti approntati dall’autore sull’argomento
ontologico. Per esempio, vengono riportate queste parole d’Aosta. Così quando
si *dice* ‘ente di cui non si può pensare il maggiore’, senza dubbio queste
parole possono essere capite e pensate, anche se la cosa stessa di cui non si
può pensare nulla di maggiore non può essere pensata o compresa. Subito si
attribuisce ad Aosta l’utilizzo di una via negativa per giungere alla
comprensione dell’assoluto. Non si sa veramente un gran che di qualcosa se si
sa solo ciò che quella cosa *non* è. Ma non bisogna farsi confondere da questa
limitazione. Non si tratta qui di avere un’intuizione dell’assoluto, ma di
fornire un fondamento razionale per la verità di una proposizione. E tale
operazione, lo sappiamo, spesso può essere compiuta per via puramente negativa
– prova ne siano le argomentazioni attraverso reductio ad absurdum. Sull’argomento
della reductio, si cita un passo tratto dalla Responsio d’Aosta. Si può pensare
a cio di cui non si puo pensare il maggiore. Quindi, c’è un mondo m (pensabile)
dove cio di cui non si puo pensare il maggiore esiste. Ora supponiamo che cio
di cui non si puo pensare il maggiore non esista nel mondo reale. Allora *è* possibile
pensare, in m, qualcosa di maggiore di cio di cui non si puo pensare il
maggiore. Ma questa è una falsità logica. L’argomentazione è una reductio
ad absurdum e la terza premessa è la premessa da dimostrare *assurda*, il che
la rende indisputabile. Riterra che
l’argomentazione funziona se almeno stabilisce che l’assoluto esiste, senza
renderlo molto incomprensibile o inconcepibile di quanto fosse prima
dell’argomentazione. Dalla combinazione di questi due passi si ricava che si ritenga
che la reductio sia particolarmente adatta per rendere accetta l’esistenza di
cose inconcepibili. Rivisitando l’abusato sillogismo su “Socrate è ….”, si
supponga che Socrate non è mortale; che Socrate è un uomo, e tutti gli uomini
sono mortali; sicché Socrate è sia mortale che non mortale. Ma la terza
premessa è necessariamente falsa e la seconda premessa è vera. Perciò la prima
premessa è falsa. La seconda premessa non assume riguardo a Socrate una forma
puramente negative. Pertanto in questo caso la reductio ad absurdum non può
essere addotta in difesa dell’uso della via negativa. Perciò, anche se vi sono
reductiones ad absurdum che possono essere formulate con premesse del tipo via
negativa, non si spiega cosa di speciale vi sia nell’argomentazione per
reductio ad absurdum da renderla adatta per esprimersi per via puramente
negativa, e quindi la legittimità della reduction ad absurdum non suffraga
l’accettabilità della via negativa. P(φ) φ è positivo (o φ ∈
P) ASSIOMA 1. P(φ). P(ψ) ⊃ P(φ. ψ)
ASSIOMA 2. P(φ) ∨ P(∼φ)
(Disgiunzione esclusiva) DEFINIZIONE 1. G(x) ≡ (φ) [ P(φ) ⊃
φ(x) ] (Dio) DEFINIZIONE 2. φ Ess.x ≡ (ψ) [ ψ(x) ⊃
N(y) [ φ(y) ⊃ ψ(y) ]] (Essenza di x) p ⊃
Nq = N(p ⊃ q) (Necessità) ASSIOMA 3. P(φ) ⊃
NP(φ) ∼P(φ) ⊃
N ∼P(φ) Poiché ciò segue dalla natura
della proprietà. TEOREMA. G(x) ⊃ G Ess.x
DEFINIZIONE 3. E(x) = (φ) [φ Ess. x ⊃ N (∃x)
φ(x) ] (Esistenza necessaria) ASSIOMA 4. P(E) TEOREMA. G(x) ⊃
N(∃y) G(y) quindi (∃x)
G(x) ⊃ N(∃y)
G(y) quindi M(∃x) G(x) ⊃
MN(∃y) G(y) sibilità) (M = pos- M(∃x)
G(x) significa che il sistema di tutte le proprietà positive è compatibile. Ciò
è reso grazie a: ASSIOMA 5. P(φ). φ ⊃ Nψ: ⊃
P(ψ) x = x è positivo x ≠ x è negative. Anselmo d’Aosta. Aosta. Keywords: L’implicatura
sovversiva.: Grice, “Anselmo’s “De grammatico” and paronymy.” Speranza,
“Grice and Anselm on paronymy: a ‘quaestio subtilissima.’” Implicatura
sovversiva, cio di cui non si puo pensare il maggiore, semantica, concetto,
pensare, Turing, Bruno, Il programma Le critiche al programma La revisione del
programma Ciò di cui non si può pensare il maggiore Appendici La logica di un’illusione
Dottrine esotericheil programma sovversivo di Anselmo, eresia. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Aosta” – The Swimming-Pool Library. Aosta.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apella: la scessi a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo italiano. According to Diogene Laerzio, a follower of the
Scesi and writes an essay entitled “Agrippa.” Apella.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apelle: il pentateismo a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A gnostic who advances a complicated theology
claimed by Ippolito di Roma to postulate *five* and five only gods. Keyword:
pentateismo. Apelle.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollonide: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A member of the Porch, and a friend and companion of
CATONE (si veda) Minore. He is present at the latter’s death. Apollonide.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollonide: la scessi a Roma –filosofia italiana – Luigi
Speranza (Nizza).
Filosofo italiano. He writes commentaries on lampoons composed by Timone di
Flio and dedicates them to TIBERIO, the prince of Rome. He is presumably a
member of the Scessi himself. Apollonide.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollonio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A member of
the Porch, a friend of Cicerone, and like him, had been tutored by Diodoto. Apollonio.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollonio: l’oracolo -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A celebrated teacher of rhetoric. CICERONE and
GIULIO CESARE are among hi pupils. He writes an essay on philosophy in which he
argues that the oracle at Delphi had NOT declared Socrates to be the wisest
person alive because the pronouncement in question did not conform to the
correct format of Delphic utterances.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollonio: il tutore del principe -- il portico a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member
of the Porch who teaches two Roman princes, Commodo and Antonino. He is regarded
with some suspicion by Antonino Pio, who thinks he charges too much – but ANTONINO
(si veda) came to admire him greatly. In his “Ad seipsum”, Antonino describes A.
as someone full of energy who knows how to relax, as someone who teaches him
how to deal with pain and rely on reason, and as someone whose teachings are a
model of clarity. Apollonio.
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollonio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). FIlosofo italiano. He belongs to the Porch and teaches in Rome. Apollonio
Luigi
Speranza -- Grice ed Apollofane: l’orto a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo italiano. He is in Pergamo, and sent on a mission to Rome on
the city’s behalf. A follower of the Garden. Apollofane.
Luigi
Speranza -- Grice ed Appio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del primo filosofo inglese, il primo filosofo romano – Roma –
scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Murford. Appio Claudio
Cieco politico e letterato romano. Appio Claudio Cieco Project Rome logo Clear.
png Console della Repubblica romana Appio Claudio Cieco in Senato. jpg Appio
Claudio Cieco accompagnato dai senatori nella Curia, simbolo del potere di Roma
nell'epoca repubblicana Nome originaleAppius Claudius Caecus Gens: Claudia
Consolato. Appio Claudio Cieco. Politico e letterato romano, nato di nobili
origini in quanto membro dell'antica gens Claudia. Secondo la leggenda, la sua
cecità, da cui gli deriva il cognomen "il cieco", e dovuta all'ira
degli dèi per la sua idea di unificare il pantheon greco romano con quello
celtico e quello germanico. E un personaggio particolarmente significativo,
caratterizzato da una marcata sensibilità verso la società greca, che lo porta ad
intendere la fusione tra di essa e il mondo romano come un profondo
arricchimento per l'urbe. E il primo intellettuale latino, dedito all'attività
letteraria e interessato alla filosofia, nella tradizione romana arcaica
considerate attività infruttuose ed indegne di un civis. Placca
commemorativa ad Appio Claudio Cieco (Museo della Civiltà, Roma) Percorse un
brillante cursus honorum, in quanto riveste quasi tutte le più importanti
cariche pubbliche e militari. Censore quando ri-distribuì i nullatenenti,
originariamente presenti nelle IV tribù cittadine, tra tutte le tribù allora
esistenti. Console sempre con Lucio Volumnio Flamma Violente come
collega. Mentre a Voluminio e toccata la campagna nel Sannio, ad A. tocca
quella in Etruria, dove i popoli etruschi si sono nuovamente sollevati, in
seguito all'arrivo di un grosso esercito Sannita. Dopo aver fronteggiato gl’eserciti
nemici in piccole scaramucce di poco conto, all'esercito romano in Etruria
arriva l'aiuto di quello condotto da Volumnio, arrivato dal Sannio, dove si e
inizialmente recato. Nonostante l'inimicizia tra i due consoli, l'esercito
romano riunito ha la meglio su quello etrusco-sannita. Con poteri proconsolari,
insieme all'altro proconsole Lucio Volumnio Flamma Violente, sconfide quanto
resta dell'esercito sannita, scampato alla battaglia del Sentino, in uno
scontro in campo aperto, nei pressi di Caiatia. E inoltre dittatore. Ha un
ruolo rilevante nelle guerre contro etruschi, latini, sabini e sanniti, che
sconfide in battaglia. A lui si deve la costruzione del primo acquedotto,
l'Aqua Appia, della via Appia, che da lui prese nome e che rappresenta una
chiara traccia dell'interesse d’A. per un'espansione romana verso la Magna
Grecia, e del tempio di Bellona. Pur essendo un patrizio appartenente all'alta
aristocrazia romana, apre in qualità di censore il senato ai cittadini di bassa
estrazione sociale e ai figli di liberti. Combattendo l’istanze più
conservatrici della società romana, decide anche di ri-partire i cittadini tra
le classi previste dall'ordinamento centuriato tenendo in considerazione i beni
mobili oltre che le proprietà terriere. Permise, inoltre, agl’abitanti humiles
di Roma di iscriversi alle tribù rustiche, che erano precedentemente
controllate dai membri dell'aristocrazia terriera. Di lui si ricorda la
grande abilità oratoria. E una sua orazione in senato a dissuadere i Romani
dall'accettare le proposte di pace di Pirro. Secondo la testimonianza di CICERONE
(si veda), questa orazione e il primo testo letterario latino ad essere
trascritto e conservato. Per sua iniziativa e pubblicato a cura del suo
segretario Gneo Flavio il civile ius, il testo delle formule di procedura
civile -- legis actiones -chiamato Ius Flavianum e il calendario in cui sono
distinti i dies fasti e dies ne-fasti. E punito con la cecità e
l'estinzione della famiglia, per avere ceduto allo stato romano il diritto di
officiare al culto d’Ercole tradizionalmente attribuito ai membri della Gens
Potitia. Letteratura Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio:
Età preletteraria latina. A suo nome ci è giunta una raccolta di Sententiae,
massime a carattere moraleggiante e filosofeggiante particolarmente apprezzate
dal filosofo greco Panezio. Secondo un'informazione fornita da CICERONE, A. risente
dell'influenza della dottrina pitagorica, mentre risulta più probabile che le
sue massime siano da collegarsi ai versi sentenziosi della contemporanea
commedia nuova. Nell'opera, di cui ci sono giunti esclusivamente III frammenti,
A. sviluppa argomenti vari di carattere sapienziale; particolarmente importante
risulta la risoluzione che egli propose per alcuni problemi dell'ortografia
latina, quali l'applicazione del rotacismo, ovvero la trasformazione della
"s" intervocalica in "r", e l'abolizione dell'uso della
"z" per indicare la "s" sonora. Risulta probabile che
l'intera opera e scritta in versi saturni, come II dei III frammenti di cui
disponiamo. ÆQVI ANIMI COMPOTEM ESSE NE QVID FRAVDIS STVPRIQVE FEROCIA PARIAT.
AMICVM CVM VIDES OBLIVISCERE MISERIAS INIMICVS SI ES COMMENTVS NEC LIBENS ÆQVE.
Il III frammento ci è giunto per tradizione indiretta tramite lo Pseudo
Sallustio, e risulta dunque alterato rispetto alla sua forma originale. FABRVM
ESSE SVA QVEMQVE FORTVNA. Un'altra opera attribuita ad A. è il “De
usurpationibus”. Su questo punto, però, si registra nella letteratura
romanistica un generale scetticismo. Il cognomen era uno dei tria nomina che
componevano i nomi di persona nella Roma antica: il praenomen, cioè quello che
oggi chiamiamo primo nome ("A."); il nomen, o gentilizio, che
identificava la famiglia (gens) di appartenenza ("Claudio"); e infine
il cognomen, che non era obbligatorio, ma veniva attribuito alle persone in
seguito ad atti significativi compiuti vita, nel qual caso venivano detti
cognomina ex virtute: per esempio, Gneo Marcio venne detto Coriolano per le sue
gesta nella guerra contro Corioli; ovvero, Publio Cornelio Scipione e detto
Africanus perché sconfisse i cartaginesi in Africa. I cognomina potevano essere
attribuiti in base a determinate caratteristiche di una persona, e Appio
Claudio ottenne il proprio, appunto, dalla sua cecità. Romano Impero: APPIO
CLAUDIO CIECO. Clemente; Livio, Ab Urbe condita; Conti, Letteratura Latina,
Dalle Origini All'Età di Silla, Sansoni; Compendio delle antichità romane ossia
leggi, costumi, usanze, e cerimonie dei romani; Miglio; CICERONE Tusculanae
disputationes; Epistula ad Caesarem. in carminibus A. ait fabrum esse suae
quemque fortunae. Masiello, Corso di Storia del Diritto Romano, Clemente, Basi
sociali e assetti istituzionali nell'età della conquista in AAVV, Storia
Einaudi dei Romani. Repubblica imperiale. L'età della conquista, Einaudi; Garzetti,
A. nella storia politica del suo tempo, in Athenaeum, Humm, A.: la République
accomplie, Paris, BEFRA; Pontiggia, M.C. Grandi, Letteratura latina. Storia e
testi, Milano, Principato, Aqua Appia Via Appia Appio Claudio (Roma) Marcius
Vates. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Sanctis, A. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A., Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. sapere.it, De Agostini. A. su
Enciclopedia Britannica, A. su Musisque Deoque; A. PHI Latin Texts, Packard
Humanities Institute; A. Open Library, Internet Archive. Portale Antica
Roma Biografie Lingua latina. Quinto Fabio Massimo Rulliano
politico romano Terza guerra sannitica conflitto tra Roma e i Sanniti.
Lucio Volumnio Flamma Violente politico e militare romano. Appio Claudio Cieco.
Keywords: Faber, fortuna. Appio.
Luigi
Speranza -- Gride ed Apuleio: Roma antica – filosofia italiana – Luigi Speranza. He studies
in Rome, where he practices as a lawyer.
Luigi
Speranza -- Grice ed Aquilino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A
philosopher of considerable learning and eloquence. In Rome, he debates with
members of the Accademia of his day, although it is unclear what his own
philosophical views are. He is a close friend of FRONTONE (si veda). Giulio
Aquilino. Aquilino.


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