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Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z C CA

 

Luigi Speranza -- Grice e Caluso: la ragione conversazionale, la grammatica universale e l’implicatura conversazionale degl’initiati e gl’initiante – initians, initiatum – inizianti – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Valperga: essential italain philosopher. Grice: “Noble Italians love a long surname, so this is Valperge-Di-Caluso,” and so Ryle had in under the “C””.  Tommaso Valperga di Caluso. Discendente dai Valperga, nobile famiglia piemontese, nei primi anni della giovinezza si sentì attratto dalla carriera delle armi. A Malta, ospite del governatore dell'isola, si addestra alla vita marinara imparando le dottrine nautiche e fu capitano sulle galee del re di Sardegna. Entrato poi a Napoli nella congregazione dei padri filippini fu professore di teologia.  Tornato a Torino studia fisica e matematica sotto la guida del BECCARIA, con Lagrange, Saluzzo e Cigna. Frequentatore delle riunioni culturali sampaoline nelle sale della casa di Gaetano Emanuele a di San Paolo ritrova l'Alfieri, che aveva conosciuto a Lisbona. Scopre in lui il futuro poeta e tra loro nacque una profonda amicizia.  Eccelse negli studi filosofici e apprese l'inglese, il francese, lo spagnolo e l'arabo e conobbe con sicurezza il latino, il greco, il copto e l'ebraico. Insegna a Torino. Fu direttore dell'osservatorio astronomico di palazzo Madama, incarico che cede al Vassalli Eandi.  Membro della Massoneria. "Le veglie di Torino, Joseph de Maistre", in: Storia d'Italia, Annali, Esoterismo, Gian Mario Cazzaniga, Einaudi, Torino. Fratello del viceré di Sardegna. Altre opere: “Literaturae Copticae rudimentum” Parmae, Ex regio typographaeo); “La Cantica ed il Salmo secondo il testo ebreo tradotti in versi” (Parma, tipi bodoniani); “Prime lezioni di gramatica Ebraica” (Torino, Stamperia della corte d'Appello, Tommaso Valperga di C., Thomae Valpergae inter Arcades Euphorbi Melesigenii latina carmina cum specimine graecorum, Augustae Taurinorum, in typographaeo supremae curiae appellationis; Principes de philosophie pour des initiés aux mathématiques, Turin, Bianco. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Renzo Rossotti, Le strade di Torino.L'‘Orlando Innamorato' in «Giornale storico della letteratura italiana», Milena Contini, La felicità del savio. Ricerche su Tommaso Valperga di C., Alessandria, Edizioni dell'Orso. Traduttore in piemontese dell'incipit dell'Iliade, in «Studi Piemontesi», Milena Contini, Le riflessioni di Tommaso Valperga di Caluso sulla lingua italiana, in La letteratura degli italiani. Centri e periferie, Atti del Congresso Adi, Pugnochiuso D. Cofano e S. Valerio, Foggia, Edizione del Rosone. Ugolini mors. Traduzioni latine di Inferno XXXIII, in «Dante. Rivista internazionale di studi su Alighieri»,  Poetica teatrale: traduzioni ed esperimenti, in La letteratura degli italiani II. Rotte, confini, passaggi, Atti del Congresso Adi, Genova A. Beniscelli, Q. Marini, L. Surdich, DIRAS, Università degli Studi di Genova. Il corpo martoriato. L'interesse di Caluso per quattro atroci fatti di sangue, in Metamorfosi dei lumi 7: il corpo, l'ombra, l'eco, Clara Leri, Torino, aAccademia university press, Versione latina di Inferno, in «Lo Stracciafoglio». Plagio dal Villebrune apposto al Petrarca: un'appassionata confutazione di “meschine, arroganti e scortesi” calunnie sull’Africa, in «Sinestesie», Un maestro da ricordare, in «Rivista di Storia dell'Torino.” Principi di Filosofia per gl' Iniziati nelle matematiche di Tommaso Valperga-C. volgarizzati dal Conte con Annotazioni di Rosmini-Serbati (Turin). See also Cerruti's La Ragione Felice e altri miti (Florence). C.: motivi prerosminiani del sentimento   fondamentale   corporeo. demiurgo  piemontese.  L’interesse del C. per l’omicidio e il “lato oscuro” non è mai stato indagato, perché la critica, nella rappresentazione dell’abate, ha sempre privilegiato l’immagine severa e inflessibile di maestro onnisciente e di saggio imperturbabile, scolpita dai biografi ottocenteschi. Questo ritratto idealizzato e deformato dell’abate ha generato non pochi equivoci interpretativi: se si studia la sua vita attraverso i suoi diari e il suo ricco epistolario e si analizzano con attenzione le sue opere tanto edite quanto inedite, ci si accorge, infatti, che la sua personalità è tutt’altro che granitica. Prima di accingersi a esaminare la sua figura è necessario quindi liberarsi di questi stereotipi: il fatto che l’ottimista abate, come lo definì il Foscolo, avesse dedicato molti scritti allo studio della ragione non esclude affatto che egli fosse incuriosito anche dalla parte irrazionale dei uomini, anzi le sue considerazioni sui “limiti della ragione” si collocano perfettamente all’interno delle sue riflessioni sulle facoltà intellettive. L’inedito Della felicità de’ governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca Naziona. Gli studi calusiani sulla ragione, e in particolar modo sul rapporto tra ragione e virtù, sono inseriti nelle opere dedicate alla felicità, tema particolarmente caro a lui, che si impegnò nell’indagine di questo complesso concetto dalla gioventù fino all’estrema vecchiaia: è possibile, infatti, seguire l’evoluzione della riflessione del Caluso sulla felicità dalle lettere al nipote degli anni Sessanta del Settecento fino al Della felicità de’ governati. Il tema della felicità pervade tutta la produzione dell’autore; esso non è affrontato solo nella saggistica filosofica, nelle lettere intime ad amici e parenti e nelle poesie, ma si ritrova anche nei trattati didattici e in alcune opere erudite, perché e convinto che il fine di ogni studio fosse la felicità, la quale puo essere conquistata solo attraverso una profonda passione per le lettere e per le scienze.  A proposito del concetto calusiano di “rassegnazione” si legga il seguente passo, tratto della lette. Euforbo Melesigenio, Versi italiani cit. Diderot constata che nella pratica quotidiana si incontravano uomini felici, pur essendo tu… L’indagine sulla felicità porta inevitabilmente il Caluso a scontrarsi con lo studio della ragione. Secondo C., la ragione ha un duplice ruolo: da un lato ci fornisce gli strumenti adatti a conquistare la felicità, dall’altro ci fa acquisire la coscienza di non avere sempre il dominio su ciò che accade. La consapevolezza porta alla rassegnazione, questa rassegnazione però aiuta sì a sopportare i casi della vita, ma non dona la felicità, come teorizzavano gli stoici. C. pensa, quindi, che i poteri della ragione siano limitati. Questa presa di coscienza però non lo porta a meditare sul fatto che la felicità possa essere disgiunta dalla ragione. Infatti, se da un lato ammette che anche il più saggio tra gli uomini è vittima della sofferenza («né sognai che ad uom concesso viver fosse ognor lieto, o ne’ tormenti sdegnerò dir misero il Saggio stesso»), dall’altro non arriva a constatare, come avevano fatto, per esempio, Diderot e Voltaire, che spesso nella vita reale gli uomini privi di ragione e di virtù sono felici. Euforbo Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il fatto che le passioni fossero necessarie all’uo... Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Reale di Torino (Varia). I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e di Les aventures du Marquis de Bel. La ragione ha anche il fondamentale compito di dominare le passioni. Ripropone la celebre esortazione platonica alla misura, ripresa da molti autori, tra i quali Rousseau, che in più luoghi sottolineò come la ragione avesse la funzione di equilibrare i moti violenti dell’animo. E convinto che i sentimenti estremi causassero soltanto sofferenza. Non invita certo ad anestetizzare gli affetti, anzi pensava che non vi fosse nulla di peggio che una vita senza passioni ed emozioni («Che un dolce pianto è più felice molto / Non delle noie sol, ma dell’inerte Ghiaccio d’un cor, cui ogni affetto è tolto»), ma crede che la morbosità fosse una pericolosa malattia. Nella Ragione felice egli porta l’esempio della follia amorosa di Polifemo per Galatea. Il poeta descrive la corruzione del corpo del ciclope, consumato dal desiderio ed incapace di dominarsi («Odil che fischia, livido qual angue / Le spumeggianti labbra, e l’occhio in foco / Vedil cerchiato di vermiglio sangue»). L’autore crede che solo i casti amori, congiunti a «l’arti e gli studi, possano regalare la felicità. Questo riferimento all’amore platonico è un omaggio alla principessa di Carignano, dedicataria del poemetto, che teorizza come la felicità si fonda sulla rinuncia alla passione sia nel saggio filosofico inedito Sur l’amour platonique sia nei due romanzi, anch’essi inediti, L’Amour vaincu e Les nouveaux malheurs de l’amour. Euforbo Melesigenio, Versi italiani. La follia amorosa non è l’unica passione condannata da C.. Infatti deplora ogni sentimento capace di far perdere il controllo delle proprie azioni. Nel poemetto La Tigrina o sia la Gatta di S. E. la madre donna Emilia, composto a Napoli, descrive le funeste conseguenze della gelosia, mentre nei “Varia Philosophica” presenta l’esempio della vendetta: L’inedito VARIA PHILOSOPHICA, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca Nazionale Univers. Onde sono le passioni uno scaldamento di fantasia, una specie di pazzia, che perverte il giudicio, e ne fa credere che in quella tal cosa passionatamente voluta vi sia per noi un bene, un piacere, una soddisfazione che veramente non vi è né la ragione per tanto ve la può trovare. Tale è per esempio la vendetta. T. Valperga di C., Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie. La raccolta fu pubblicata a Roma da Antonio Barre15 Id, Di Livia Colonna. Si dedicò allo studio dei limiti della ragione in una serie di scritti e appunti su fatti di sangue; nell’articolo Di Livia Colonna, per esempio, ricostruisce la tragica fine della nobildonna romana basandosi sulla raccolta di poesie Rimedi diversi autori, in vita, e in morte dell’ill. s. Livia Colonna («Da parecchi versi per la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554, al più tardi, e certamente non prima del 1550, fu Livia trucidata barbaramente» Quest’opera comprende numerosi componimenti dedicati a Livia Colonna, scritti da trentuno poeti, tra i quali anche il Caro e il Della Casa.  In un brano del Della certezza morale ed istorica sottolinea come sia importante esaminar. Cita le seguenti fonti: G.B. Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani genti. Ricorda che vari poeti avevano scritto «molte dolenti rime» su questo tema e cita un pass. Sottolinea che la raccolta, non essendo dotata né di prefazione né di note, non permette di contestualizzare i fatti ai quali si allude nelle rime, ma aggiunge che, vista la notorietà del casato di Livia, non gli è stato difficile identificare la donna e reperire informazioni in merito alla sua vita17: Livia nacque da Marcantonio Colonna e Lucrezia della Rovere; è rapita da Marzio Colonna duca di Zagarolo, che in questo modo riuscì a sposare la bellissima e ricchissima giovinetta; qualche anno dopo perse, e di lì a poco riacquistò, la vista 18, nel 1551 rimase vedova. Dopo aver elargito queste informazioni, C. passa a parlare del tema che lo ha maggiormente interessato:  Valperga di C., Di Livia Colonna. Ma qui veniamo al punto, che ha stimolata la mia curiosità, e richiede più diligenti ricerche. Da parecchj versi per la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554 al più tardi, e certamente non prima del 1550, e Livia trucidata barbaramente. L’abate fa una precisazione sul nome della figlia di Livia: “la figliuola della nostra Livia da Dom. Egli deduce da alcune evidenti allusioni presenti nelle rime della raccolta che Livia fu uccisa dal proprio genero Pompeo Colonna, che aveva sposato la figlia Orinzia20 poco tempo prima. Rivolta la carta 87 delle mentovate rime si legge, che l’uccisore l’empio ferro tinse nel proprio sangue, e alla carta si fa dire a Livia già ferita, che fai figliuol crudele? Pompeo suo genero aveva tratto il sangue dallo stesso casato, non che da Camillo suo padre, da Vittoria sua madre, anch’essa Colonna. E qual altro assassino, che un genero, poteva chiamarsi figliuolo da una donna giovine, che non avea prole maschile? Identificato l’assassino, passa a esaminare i possibili moventi dell’omicidio: Pompeo fu spinto a uccidere la suocera dall’avidità, dall’ira o dal senso dell’onore. L’autore sembra propendere per il primo movente: nelle rime, infatti, si legge che la nobildonna fu uccisa «sol per far ricco un uomo; l’abate riflette inoltre sul fatto che, con la morte di Livia, Orinzia avrebbe ereditato numerosi poderi, sui quali avrebbe poi messo le mani Pompeo, dato che «ognun sa quanto facilmente dell’aver della moglie sia più ch’essa padrone un marito fiero e imperioso». Per quanto concerne invece il movente dell’ira, suggerito dal fatto che «la mano del parricida vien detta forse di sangue ingorda più che di vero onor, C. non si profonde in ipotesi specifiche, ma si limita a osservare che i motivi di astio tra persone «che hanno a fare insieme» sono innumerevoli. Questo movente può essere collegato con quello dell’onore: la collera di Pompeo, infatti, potrebbe essere stata causata dalla scoperta o dal sospetto che la suocera si fosse sposata segretamente con un servo. L’autore trae questa idea da un verso del Dardano, nel quale si fa riferimento alla mano mozzata di Livia -- E la recisa man, l’aperto lato -- l’abate immagina che Pompeo avesse mutilato la suocera per punirla d’aver concesso la propria mano a un servitore. C. riflette inoltre sul fatto che questo terzo movente può essere collegato anche col primo, dato che il matrimonio di Livia avrebbe ridotto l’eredità di Pompeo: ogni matrimonio della suocera dovea spiacergli per lo pensiero che in conseguenza n’andrebbe ad altri gran parte di quello che aspettava dover dalla suocera, quando che fosse, venir a lui. Zannini, Livia Colonna tra storia e lettere  in Studi offerti a Giovanni. L’interpretazione calusiana del verso del Dardano è criticata da Zannini nel saggio Livia Colonna tra storia e lettere, nel quale egli fa numerosi riferimenti al “cittadino” Tommaso Valperga di C., che centosettant’anni prima, «imbastì su fragilissime basi la trama di un romanzetto che avrebbe potuto incontrare fortuna, come altri fatti di sangue del secolo xvi, presso fantasiosi lettori. Archivio di Stato di Roma, Tribunale del Governatore, Processi, I responsabili furono condannati grazie alle deposizioni di testimoni oculari. La testimone oculare Beatrice di Petrella, per esempio, dichiarò che Livia fu ferita due volte alla... Chiodo, Di alcune curiose chiose a un esemplare delle “Rime” di Gandolfo Porrino custodito nel F. Zannini ricava dai documenti processuali, trascritti in appendice al saggio, che Livia fu uccisa da due sicari assoldati da Pompeo, che non partecipò attivamente all’omicidio della suocera, ma si limitò ad assistere. I giudici stabilirono che il movente del crimine fu il denaro; nelle carte del processo e nel documento di condanna contro il mandante Pompeo Colonna e gli esecutori Paciacca di Terni e Filippo di Metelica, non vi è alcun accenno né alla mutilazione della mano né al matrimonio di Livia con un domestico. Lo studioso riflette inoltre sul fatto che nel xvi secolo difficilmente sarebbero stati scritti e pubblicati tutti quegli elogi» su Livia, se quest’ultima avesse «abbandonato la castità vedovile per unirsi a un servitore. Egli quindi ritiene che C. abbia mal inteso il verso del Dardano, che doveva invece essere interpretato in un altro modo: «dando a “mano” il senso di “fianco”, avremmo una plausibile spiegazione del sogno. Infatti Livia scopertosi il “lacero petto” non poteva in tal guisa mostrare una “mano”, ma un fianco con una profonda lacerazione». Contro questa interpretazione polemizza, giustamente, Domenico Chiodo, che difende le ragioni del C.: «le sue [dell’abate] capacità di lettura erano infinitamente superiori alle ‘ragionevoli’ supposizioni del nostro contemporaneo. L’opera è scritta con inchiostro nero e grafia minuta su 5 carte scritte sia sul recto ...  È bene precisare che il Verani si rivolge a un anonimo amico che gli aveva chiesto di commentare il ... Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-ago ... Anche ai tempi del C. era stata sollevata una critica alla ricostruzione dell’abate; nel manoscritto inedito Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-agostiniano, conservato presso il Castello di Masino, Verani dichiara di non fidarsi delle parole dei poeti della raccolta, perché: «la maggior parte di essi soggiornavano lontano dalla Capitale del Mondo Cattolico e perciò soggetti a ricevere da’ loro corrispondenti varie o false o almen dubbiose relazioni. Scrive Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro uccisore di Livia, non vi è a ... Egli spiegava diversamente il significato dei versi citati da C. e in questo modo metteva in discussione sia la colpevolezza di Pompeo sia l’interpretazione del verso del Dardano. Altrettanta fede merita il sogno del Dardano, a cui non comparve Livia con la recisa man, l’aperto lato, sembrandomi assai più probabile che al primo colpo ella cercasse di ripararsi colla mano, ed anche al secondo, onde la mano venisse gravemente ferita, ma non recisa. L’articolo di lettera è conservato presso gli Annali calusiani della Biblioteca Reale di Torino (La sua spiegazione ha invece persuaso il Vice Bibliotecario di Mantova Negri, che in una lettera scrive a Napione di aver trovato un epigramma latino che confermava le ipotesi d’C.; nel componimento però non vi è un riferimento esplicito alla mutilazione della mano. Il caso dell’assassinio della Contessa Aureli aveva interessato anche A. Ferrero Ponziglione, che n ... Il manoscritto è vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia sul ... C. si occupa anche di un altro fatto di cronaca nera dai risvolti torbidi e brutali: l’assassinio di una contessa da parte di un ufficiale francese40. Presso il Fondo Peyron sono conservati due documenti, scritti da mani diverse41, concernenti la vicenda del delitto della Contessa Aureli della Torricella; le prime due carte contengono una raccolta di cinque testimonianze intorno a Monsù, ovvero Monsieur, Bresse («Memorie intorno Monsù Bresse che uccise la Contessa Aureli della Torricella, nata Colli, famiglia patrizia della Presente Città di Cherasco»), mentre le successive quattro carte contengono un racconto particolareggiato dei fatti. Il narratore formula varie ipotesi sulle origini del Bresse che, a seconda dei diversi indizi, può ... Sotto il racconto si legge la seguente nota: «La presente Relazione fu trovata trai Scritti dell’al ... La vicenda esposta nel secondo documento è la seguente: l’ufficiale francese Monsieur Bresse42 è follemente innamorato della Contessa Aureli della Torricella che però, pur apprezzando la sua compagnia, non vuole concedersi all’amico. Dopo un anno di incessanti nonché vani corteggiamenti, Bresse sale a casa della donna e, approfittando di un momento di intimità, tenta per l’ennesima volta di sedurla; la Contessa Aureli però si nega in modo risoluto e la fermezza del suo rifiuto umilia a tal punto il Bresse da farlo cadere in preda a un raptus omicida: egli brandisce la spada e sferra sei colpi nel petto della donna. La vittima, nel tentativo di difendersi, si taglia di netto un dito della mano e il suo disperato schermirsi eccita ancor più il furore sadico del Bresse, che la colpisce sul volto con pugni e con l’elsa della spada. Finito il massacro, l’assassino chiude la porta a chiave e torna a casa, dove, colto dal rimorso e dall’orrore delle proprie azioni, si toglie la vita con un colpo di baionetta in mezzo agli occhi. La Contessa intanto, non ancora sopraffatta dalla morte, striscia in un lago di sangue e tenta di alzarsi aggrappandosi alla tappezzeria, che cede per il peso del corpo e fa ricadere a terra la donna ormai agonizzante. L’Aureli viene ritrovata qualche ora dopo col volto tumefatto, il petto squarciato dalle ferite e un orecchio aperto in due. Più tardi viene rinvenuto anche il cadavere del Bresse, che dopo essere stato conservato tre giorni nella sabbia, viene seppellito, secondo un ordine giunto da Torino, come si farebbe con «dei cani o degli asini morti». Il racconto si conclude con una tirata moraleggiante contro la pratica del cicisbeismo, ormai diffusasi anche presso le «petecchie di Cherasco» che fanno carte false per procurarsi un «damerino». Il suo comment si trova nella parte inferiore del recto dell’ultima carta. È da segnalare i ... C. scrisse alcune considerazioni in merito al secondo documento del manoscritto. Questa non è relazione, ma novella, a imitazione di quelle del Boccaccio, benché non molto felicemente lavorata. Le ultime parole sono d’un impostore, che le ha aggiunte a disegno di far credere che fosse questo un ragguaglio fatto a un Cardinale. Ma oltre che vi stanno appiccicate collo sputo, e non sono dello stile del rimanente, non si confanno in modo alcuno col titolo e cominciamento. Senza dubbio l’autore finì ove ha posta la stelletta. È qui del rimanente questa novella molto mal concia del suo copista. L’abate quindi commenta il manoscritto da due diversi punti di vista: da un lato dimostra la falsità delle dichiarazioni che chiudono il racconto e dall’altro critica i contenuti e lo stile della narrazione. Per quanto concerne il primo aspetto, C. fa riferimento all’ultima frase del testo, scritta dopo un asterisco: «E con questa scrizione sonomi ingegnato di contentare l’eminenza vostra, alla quale contarlo profondissime riverenze divotamente mi raccomando. Lo scritto ricalca la struttura tipica della novella; il racconto infatti è preceduto da un breve r ... Le argomentazioni addotte dall’abate per smascherare la contraffazione sono convincenti: lo stile dell’ultima frase non si sposa con quello del racconto e anche il contenuto di questa presunta aggiunta è svincolato dalle altre parti del testo. La nostra analisi grafologica ha stabilito che l’ultima frase fu scritta dalla stessa mano del resto del testo; questo dimostra che il documento posseduto dal Caluso non è l’originale, ma è una trascrizione realizzata da un copista inesperto, che non si era accorto della falsificazione. Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, l’abate sottolinea che il testo del secondo documento non possiede né lo stile né la struttura di un resoconto rigoroso e oggettivo, ma somiglia a una novella di poco valore47. Questo giudizio è dovuto allo stile lambiccato e ridondante del narratore, che in diversi punti cade nel comico involontario.  16Questo caso di omicidio-suicidio avvenuto nella provincia cuneese del Settecento stimolò la curiosità del Caluso, che, come abbiamo visto, si era già interessato al delitto di Livia Colonna. Molti sono i punti di contatto tra i due fatti di cronaca: in entrambi i casi si ha una bellissima nobildonna massacrata e mutilata (a Livia, secondo la ricostruzione dell’abate, viene tagliata la mano, mentre alla Contessa vengono recisi un dito e parte di un orecchio) da una persona apparentemente fidata e intima (Livia è trucidata dal genero, mentre la Contessa è uccisa dal proprio cavalier servente). T. Valperga di C., Versi italiani. Si veda a questo proposito D. Goldin Folena, Inês de Castro e il melodramma ita-liano: un incontro. Si ricordi, per esempio, l’Inês de Castro di Antoine Houdar de La Motte,  che ebbe uno straor ... C. si era interessato anche a un terzo caso riguardante una bella e sfortunata vittima di un efferato omicidio dalle conseguenze raccapriccianti: il sonetto Agnese io son, che in freddo marmo, e spenta dei Versi italiani, infatti, è dedicato a Inês de Castro, che, come ricorda l’abate nell’intestazione, fu «fatta uccidere da Alfonso VI re di Portogallo, perché sposa di Pietro suo figlio, poi successore, che la fece dissotterrare e coronare». Le notizie indicate dall’autore sono corrette: Inês de Castro è l’amante del principe Pietro di Portogallo al giorno nel quale fu pugnalata barbaramente di fronte ai propri figlioletti da due sicari mandati dal re Alfonso VI, che era stato indotto ad autorizzare questo gesto sanguinoso da tre consiglieri, preoccupati dalla crescente prepotenza dei fratelli della donna, che si erano conquistati la fiducia e l’appoggio del principe. Pedro perdette il senno per lo shock e, raggruppate alcune milizie, mosse guerra contro il proprio padre, con il quale stipulò una tregua solo grazie all’intercessione della madre. Una volta divenuto re, Pedro diede sfogo alle proprie vendette e ai propri deliri: condannò a morte due dei consiglieri del padre, ai quali venne strappato il cuore di fronte ai cortigiani e ai militari d’alto rango, costretti ad assistere a questa atroce punizione, e fece disseppellire e ricomporre il cadavere di Inês, affinché la salma della propria amata fosse incoronata dal vescovo “regina di Portogallo”. Questo fatto sanguinoso ispirò molti autori, primo tra tutti Camões, che cantò le lacrime di Inês nei Lusiadi; nel Settecento e nell’Ottocento la dolorosa vicenda di Inês ebbe ampia fortuna sia nel mondo del teatro musicale sia in ambito tragico. Nel sonetto calusiano, Inês ricorda la propria triste vicenda terrena e la propria incoronazione post mortem e sottolinea la crudeltà del re e l’efferatezza dell’omicidio:  Agnese io son, che in freddo marmo, e spenta Ebbi scettro e corona, in vita affanni; Benché pur di pensar foss’io contenta Fra gli opposti furor di due tiranni.  Amando me, cagion de’ nostri danni L’un, di me privo Re crudel diventa; Sdegnando, credé l’altro i miei verd’anni Ragion di Re troncar con man cruenta.  Ahi suocero spietato! e in che t’offese Beltà modesta, umil, se de’ suoi rai Perdutamente il tuo figliuol s’accese?  C., Versi italiani. Io vinta, mal mio grado il riamai. E se incolpi Imeneo, che a noi discese, Mio bel fallo sarà che non peccai. C. si dilungò nella descrizione di un macabro fatto di cronaca anche nella lettera al nipote Giovanni Alessandro Valperga marchese di Albery nella quale viene narrato l’agghiacciante suicidio del giovane professore torinese Don Casasopra, che, caduto in un profondissima depressione, si era tolto la vita in quella notte. Cipriani, Le lettere inedite d’C. al nipote Giovanni Alessandro si trovò il letto imbrattato copiosamente di sangue ed egli con un laccio al collo, soffocato presso a una scanzia, ed era lacerato di colpi di temperino, che alcuni dicono giungere al numero di vent’otto. Se ne poté conchiudere che egli cominciò per tentar d’uccidersi sul letto con volersi tagliare i polsi alle mani e alle tempia e poi si dié tre colpi di punta verso il cuore, e tardando forse la morte, o che immediatamente egli siasi anche a ciò trasportato, egli passò a impicarsi. La cagione si può credere una frenesia nata di malinconia e d’accension di sangue. Se indaghiamo in modo approfondito i quattro casi che attirarono la curiosità dell’abate, ci accorgiamo subito che l’elemento che li accomuna è la brutalizzazione del corpo. Livia e la Contessa Aureli non sono semplicemente uccise con violenza; i loro corpi sono massacrati in modo gratuito, perché la maggior parte delle ferite inferte non sono funzionali alla morte delle donne, ma sono frutto della rabbia e del sadismo degli assassini (la criminologia contemporanea cataloga questi atti come overkilling, considerandoli una importante aggravante in sede processuale). In questo modo gli omicidi privano le donne non solo della vita, ma anche della bellezza e, quel che è peggio, della dignità: lo spettacolo che si apre a coloro che trovano i cadaveri infatti è indecente. L’insistere sull’avvenenza delle due donne quindi è funzionale per creare il contrasto tra ante e post flagitium; il potere deturpante della follia colpisce la sensibilità del lettore, che inevitabilmente resta più impressionato di fronte al corpo straziato di due belle e giovani donne rispetto a quello, per esempio, di uomini adulti. L’assassino di Livia – anzi, stando alle carte processuali, i due killer assoldati da Pompeo – mutila la donna per lanciare un messaggio, mentre Bresse stacca un dito e parte di un orecchio alla Contessa perché non sa dominare la propria furia. Tanto i primi quanto il secondo non portano con loro le parti mozzate per farne un trofeo o una macabra reliquia, perché non sono mitomani o psicopatici, i primi, infatti, lavorano “su commissione”, mentre il secondo agisce in preda a un raptus. A. Favole, Resti di umanità: vita sociale del corpo dopo la morte, Bari, Laterza. Nel terzo caso, quello di Inês, si assiste a un ribaltamento di prospettiva: all’amputazione si sostituisce la ricomposizione del cadavere; opposto è anche il tipo di follia che provoca il “gesto”, si passa dal furore omicida al furore amoroso, che sembra essere ancora più sconcertante. Anche in questo caso il contrasto tra la «beltà onesta, umil» di Inês e la sua salma ricomposta – o meglio quello che resta della sua salma dopo oltre due anni di decomposizione – è molto forte; l’incapacità di dominare il desiderio di vedere riconosciuto il ruolo di regina all’amatissima defunta porta Pedro a spalancarne la bara (la cui chiusura, ci insegnano gli antropologi, segna «la fine di ogni possibilità di intervento sociale, culturale e affettivo sul corpo») e a plasmare una creatura mostruosa. Nel quarto caso è l’accumulo verticale di violenze autoinflitte a creare ribrezzo: la mente allo stesso tempo si serve del corpo e lotta contro esso, che da un lato si fa strumento di tortura e dall’altro si ribella, resistendo alla morte il più possibile. Ciò che sconvolge è la frenetica impazienza del Casasopra, che desidera a tal punto annullare la propria esistenza da suicidarsi, potremmo dire, tre volte contemporaneamente. L’abate quindi osserva una terza tipologia di follia, quella suicida. C.. si concentra tanto sul corpo mutilato delle vittime quanto sul corpo mutilante dei carnefici, che possono trasformarsi a loro volta in vittime di se stessi; in Don Casasopra carnefice e vittima coesistono, mentre Bresse, spinto dal rimorso, decide di togliersi la vita in modo razionale, per quanto è possibile, contrariamente al professore torinese che cede invece alla «frenesia». Negli occhi di C. è assente la pietà cristiana, non perché egli fosse insensibile alle sciagure, ma perché l’interesse che lo spinge a osservare questi fatti di sangue è di tipo scientifico; egli, in generale nei suoi scritti filosofici, evita di introdurre considerazioni di carattere teologico o semplicemente religioso, perché non sente l’esigenza, provata da molti suoi contemporanei, di conciliare il cristianesimo con la filosofia dei lumi o con le correnti filosofiche antiche, i concetti di virtù o di colpa vanno intesi sempre in senso laico. Lo sguardo scientifico è evidente, per esempio, nella descrizione del terrificante suicidio del professore torinese. L’abate non spende parole di pietà per il Casasopra, ma presenta subito le proprie ipotesi in merito alle cause di un gesto così estremo: egli suppone che la follia suicida sia stata scatenata dalla combinazione di una causa psicologica («malinconia») e una organica («accension di sangue»). Senza la sentenza scientifica finale, la descrizione del suicidio del Casasopra potrebbe avere anche un che di farsesco (un farsesco funereo, ma pur sempre farsesco): l’immagine di un uomo che con ventotto coltellate e i polsi tagliati tenta di impiccarsi però non fa sorridere cinicamente, perché C. descrive il tutto come un caso clinico e non come una scena, mi si passi il termine, splatter, anzi comic splatter.  C. visse a Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco. L’abate non sovrappone la fiction agl’oggetti della propria RIFLESSIONE FILOSOFICA. La componente orrorifica, per esempio, è molto presente nel Masino, poemetto popolato da mostri, diavoli, folletti malvagi e morti resuscitati; questo testimonia che egli non fu immune all’influenza dell’Arcadia lugubre, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con i quattro casi dei quali ci stiamo occupando, che non sono trattati come storie, come racconti, ma come fatti di cronaca, recente o lontana, da esaminare. La terrificante incoronazione di Inês è sviluppata sì in un sonetto, ma la prefazione in prosa che illustra la vicenda storica testimonia che l’autore aveva compiuto studi approfonditi sull’episodio, forse durante il suo soggiorno lusitano. Il corpo smembrato viene “osservato” non con compiacimento morboso, ma con l’occhio attento del filosofo, che, studiando il potere della ragione, è costretto a indagarne anche i limiti e le ombre. C. in verità non censura in alcun modo i particolari più macabri delle vicende, come l’arto mozzato di Livia, la pozza di sangue nella quale striscia la Contessa, il foro in mezzo alle ciglia di Bresse (poi sotterrato come la carogna di un animale), lo scettro ricevuto da Inês «in freddo marmo», le ventotto ferite del Casasopra; questo sguardo fisso sui dettagli più agghiaccianti però non è fine a se stesso, ma serve a “toccare con mano” quanto orrore generi la follia. Così nella vicenda di Inês, ciò che disgusta maggiormente il lettore non è il ripugnante cadavere ricomposto, ma la pazzia di Pedro: insomma il mostro non è lo scheletro di Inês, ma Pedro stesso.  L’interesse per i fatti di sangue dimostra come sia fuorviante e falsa la rappresentazione di C. come saggio rintanato nel proprio rassicurante romitorio, dal quale contempla con indifferenza il mondo e le sue passioni; egli, al contrario, era attaccato alla “vita reale” (ne è una riprova il fatto che nelle sue opere preferisce sempre offrire esempi tangibili, senza abbandonarsi a teorie fumose o ad astratte elucubrazioni) ed era desideroso di studiare l’uomo “vero” – quello che, a volte, cede alla brutalità e alla follia più nera – e non l’uomo ideale. Il Caluso crede che ogni progresso sia possibile solo partendo dall’analisi di «ciò che esiste», egli non vuole proporre un modello utopistico di uomo perfetto, ma desidera ragionare concretamente sulla natura umana, sulle sue luci e sui suoi spettri. Sulla figura dell’abate di C. si vedano gli studi del Calcaterra e, soprattutto, del Cerruti (M. Cerruti, La ragione felice e altri miti del Settecento, Firenze, Olschki, Le buie tracce: intelligenza subalpina al tramonto dei lumi; con tre lettere inedite di Tommaso Valperga di C. a Bodoni, Torino, Centro studi piemontesi; Un inedito di Masino all’origine dell’opuscolo dibremiano ‘Degli studi e delle virtù di C.’, «Studi piemontesi», Inoltre mi permetto di rinviare anche alla mia monografia:Contini, La felicità del savio. Ricerche su C., Alessandria, Edizioni dell’Orso. Si legga il seguente passo, tratto da una lettera del Foscolo alla Contessa d’Albany: «e io lasciai l’ordine ch’ella, e il pittore egregio, e l’ottimista abate di Caluso avessero l’edizione in carta velina» (Foscolo, Epistolario, a cura di Carli, Firenze, Monnier). Questo appellativo si riferisce, ovviamente, alla più famosa composizione dell’abate, il poemetto in terza rima La Ragione felice, composto a Firenze, come precisa l’abate stesso nell’introduzione alla raccolta Versi italiani (Euforbo Melesigenio, Versi italiani di Tommaso Valperga Caluso fra gli Arcadi Euforbo Melesigenio, Torino, Barberis. L’inedito Della felicità de’ governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca di Torino, ora pubblicato in Contini, La felicità. A proposito del concetto calusiano di rassegnazione, si legga il seguente passo, tratto della lettera alla Contessa d’Albany. De’ cardinali Doria lodo la rassegnazione, virtù troppo necessaria alla felicità, o per parlare più esattamente a scemare l’infelicità nostra, onde io ne fo uno de’ punti precipui della mia filosofia, d’acquetarsi alla necessità» Pélissier, Le portefeuille de la comtesse d’Albany, Paris, Fontemoing, Melesigenio, Versi italiani cit. Diderot aveva constatato che nella pratica quotidiana si incontravano uomini felici, pur essendo tutt’altro che virtuosi, e lo stesso ragionamento era stato presentato da Voltaire a proposito della razionalità. Euforbo Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il fatto che le passioni fossero necessarie all’uomo per sfuggire la noia era stato sottolineato con forza dall’abate Du Bos nel primo capitolo delle Réflexions critiques sur la poésie et la peinture (1718), opera che eserciterà una grande influenza sull’estetica settecentesca. In questi versi il Caluso non fa riferimento alla noia, ma descrive uno stato d’animo ancora peggiore: l’apatia.  Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Reale di Torino (Varia).  10 I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e di Les aventures du Marquis de Belmont écrites par lui même ou les nouveaux malheurs de l’amour (Varia) sono conservati presso la Biblioteca Reale di Torino. Euforbo Melesigenio, Versi italiani. L’inedito “Varia Philosophica”, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino è riprodotto in CONTINI “L’attività filosofica di C.”, Mattioda, Torino, C., Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie des sciences littérature et beaux-arts de Turin, X-XI, Torino, Imprimerie des sciences et des arts. La raccolta fu pubblicata a Roma da Antonio Barre nel 1555.  15 Id, Di Livia Colonna. C. in un brano del “DELLA CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” sottolinea come sia importante esaminare le notizie riferite dai poeti. Diciamone adunque partitamente vediamo prima qual sia L’ESAME DEL FATTO per trarne i precetti per questa prima parte anche per la critica degli avvenimenti che ci siano tramandati dagli scrittori di qualche genere, e partitamente da’ Poeti. (“DELLA CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” Fondo Peyron). L’abate cita le seguenti fonti. Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani gentilhuomo fiorentino. Divisa in libri XXII, Firenze, Giunti, e Santis, Columnensium procerum imagines, et memorias nonnullas hactenus in vnum redactas, Roma, Bernabo. C. ricorda che vari poeti avevano scritto molte dolenti rime su questo tema e cita un passo di un madrigale del Caro. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana è conservato il manoscritto Composizioni latine et volgari di diversi eccellenti authori sovra gli occhi della Ill. Signora Livia Colonna (Capponi).  C., Di Livia Colonna. L’abate fa una precisazione sul nome della figlia di Livia: “la figliuola della nostra Livia da Domenico Santi chiamata Orintia, Oritia, trovisi altrove chiamata Ortenzia”. Zannini, Livia Colonna tra storia e lettere in Studi offerti a Giovanni Incisa della Rocchetta, Roma, Società romana di storia patria, Archivio di Stato di Roma, Tribunale del Governatore, Processi.   I responsabili furono condannati grazie alle deposizioni di testimoni oculari.  La testimone oculare Beatrice di Petrella, per esempio, dichiarò che Livia fu ferita due volte alla gola e molteplici volte ai fianchi, ma non fece alcun riferimento alla mutilazione di arti. Chiodo, Di alcune curiose chiose a un esemplare delle “Rime” di Porrino custodito nel Fondo Cian, «Giornale storico della letteratura italiana», L’opera è scritta con inchiostro nero e grafia minuta su V carte scritte sia sul recto sia sul verso, a parte l’ultima, scritta solo sul recto.  È bene precisare che Verani si rivolge a un anonimo amico che gli aveva chiesto di commentare il saggio del C.. Probabilmente questo anonimo amico aveva poi consegnato all’abate lo scritto del Verani. Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-agostiniano (Fondo Masino).  Scrive Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro uccisore di Livia, non vi è altro documento, ch’io sappia, se non la semplice osservazione del Sansovino, di cui non possiamo fidarci, poiché non Livia, ma Lucia donna di Marzio Colonna, la quale fu morta da Pompeo suo genero. Quindi è che non so indurmi a credere Pompeo capace di sì orrido fatto, e molto meno per un vile interesse o di eredità o di dote o di qualunque altro motivo o di odio e vendetta a noi ignoto». Egli in un passo successivo sottolinea anche che Livia chiamò “figliuolo” il proprio uccisore non perché era suo genero, ma per intenerirlo e indurlo a desistere dal gesto delittuoso. L’articolo di lettera è conservato presso gl’Annali calusiani della Biblioteca Reale di Torino (St. Patria). Non si tratta della lettera originale del Negri al Napione, ma di una copia dello stesso Napione, che, su richiesta del Balbo, trascrisse la parte della lettera che riguardava C. Il caso dell’assassinio della Contessa Aureli aveva interessato anche A. Ferrero Ponziglione, che nell’adunanza della Patria Società letteraria propose la composizione di una novella su questo argomento (C. Calcaterra, Le adunanze della ‘Patria Società Letteraria’, Torino, SEI). Non era presente a questa adunanza, in quanto entrerà nella Filopatria ; sappiamo però che egli intervenne a qualche assemblea anche prima di questa data e che intrattenne stretti rapporti coi Filopatridi. Probabilmente quindi l’abate si interessò alla vicenda di Bresse grazie a qualche conversazione con gli amici e colleghi torinesi. Il manoscritto è vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia sul verso: le prime due sono scritte da una mano, mentre le altre 4 da un’altra. Entrambe le grafie non sono riconducibili a quella di C.. Il narratore formula varie ipotesi sulle origini di Bresse che, a seconda dei diversi indizi, può essere identificato con un ugonotto, un massone o un ex chierico. Sotto il racconto si legge la seguente nota: «La presente Relazione fu trovata trai Scritti dell’allora profess. di Retorica D. Castellani, ed è questa in data 9 giorni dopo l’avvenimento». Annotazione scritta dalla stessa mano che aveva compilato il primo dei due documenti (Memoria intorno a Bresse; Fondo Peyron). Il commento del C. si trova nella parte inferiore del recto dell’ultima carta. È da segnalare inoltre che nel verso dell’ultima carta si leggono alcune prove di firma del C. Lo scritto ricalca la struttura tipica della novella; il racconto infatti è preceduto da un breve riassunto: «Un’ufficiale di Francia ama una Donna Piemontese per lo spazio di più di un anno, e perché da lei gli è vietato il venir ad ottenere qualche suo fine poco onesto, la uccide, e ultimamente pentito di tanta atrocità usata, da se medesimo si dà la morte. C., Versi italiani. Si veda a questo proposito D. Goldin Folena, Inês de Castro e il melodramma italiano: un incontro obbligato, in Inês de Castro: studi, a cura di P. Botta, Ravenna, Longo. Si ricordi, per esempio, l’Inês de Castro di Antoine Houdar de La Motte, che ebbe uno straordinario successo di pubblico e venne tradotta dall’Albergati (Albergati Capacelli, Paradisi, Scelta di alcune eccellenti tragedie francesi tradotte in verso sciolto italiano, Liegi ma Modena. C., Versi italiani. Cipriani, Le lettere inedite di C.al nipote, marchese di Albery conservate nei fondi del castello di Masino, tesi di laurea, relatore Marco Cerruti, Torino, Università degli Studi,  A. Favole, Resti di umanità: vita sociale del corpo dopo la morte, Bari, Laterza. C. visse a Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco, ambasciatore in Portogallo e futuro viceré di Sardegna. In questo periodo venne a contatto con la cultura portoghese, spagnola e inglese e, come tutti sanno, conobbe e “iniziò alla poesia” l’amico Alfieri. Declension Edit First/second-declension adjective.  Number Singular Plural Case / Gender Masculine FeminineNeuter Masculine Feminine Neuter Nominative initiātus initiāta initiātum initiātī initiātae initiāta Genitive initiātī initiātae initiātī initiātōrum initiātārum initiātōrum Dative initiātō initiātōinitiātīs Accusative initiātum initiātam initiātum initiātōs initiātās initiāta Ablative initiātō initiātāinitiātō initiātīs Vocative initiate initiāta initiātum initiātīinitiātae initiāta References Edit initiatus in Charles du Fresne du Cange’s Glossarium Mediæ et Infimæ Latinitatis (augmented edition with additions by D. P. Carpenterius, Adelungius and others, edited by Favre)  Warburton. DISSERTAZIONE   SULL’INIZIAZIONE A’MISTERII ELEUSINI; OVVERO, NUOVA SPIEGAZIONE DEL LIBRO VI  DI VIRGILIO, tratta dalla sessione della Divinici  della Mistione di Mose  MOSTI ATA  DA WARBURTON  Stenda Sdiva VENEZIA  Curii. Al NOBILE SIGNOR BARONE   GIROLAMO TREVISAN   VICE-PRESIDENTE AL TRIBUNAL D'APPELLÒ  ìli VENEZIA bLÌ EDITORI, Non il paiavinó nobile sangue j che nelle vene vi scorre, non l'antichità de’ vostr’avi 3 non gli onori e le cariche eh  tra gli altr’uomini vi distinguono j furonoj Egregio Signore le cagioni che ci  spinsero a umiliarvi rispettosi la presente dissertazione: cerchino altri sì fatte cose o per vite adulazione bassissima, o per  mercarsi non mentati favori o per altr’indiretti fini del generoso animo vostro  onninamente indegni ma sì bene ci mossero e i rari vostri talenti che fecervi un  giorno brillare guai lucidissima stella nel veneto foro, e il genio che nutrite verace per ogni sorta di letteratura. Possian  dunque dire che vi appartenga questa operetta come a quelt esimio personaggio che di vera FILOSOFIA lo spirito fornito e  di fino critico gusto le bellezze ammirare sapete della veneranda antichità. Accogliete pertanto di buon cuore quelh che  offerir vi possiamo e siate certo che cm-  ptiratorì ognora de’ vostri pregii e delle  virtù vostre conserveremo per voi quella  stima, venerazione e rispetto con cui di  essere ci protestiamo,   là zs. X inalrtiente comparisce alla veduta del dotto mondo il vero VIRGILIO: il suo poema veste le ingenue sembianze, di cui lo adorna  il suo autore: quello che finora hanno gl’amatori della sapienza, i filosofi. In esso riconosciuto  di bello ora di nuova luce rifulge; e quanto a’ critici è parato di riscontrarvi dì assurdo e sconcio, e al rigore dell’epiche leggi incoerente ad un tratto dileguasi. Cosi felici effetti ha prodotti la presente dissertazione. Il giudizioso inglese che l'ha scritta facendosi a contemplar di pie fermo quel filo  segreto che l’Omero latino condusse in questo divino poema, colpi nell'intimo sno spirito, scoperse le ragioni, di tutto ciò, che  introduce nell'ENEIDE VIRGILIO, e l'ipotesi sua co quella vasta erudizione che possede,  colle cose, costumi, e opinioni dell'antichità  raffrontando, comprese ch’ella regge con  mirabile armonia e alle idee dell'autore e  alla natura dell' epica poesia ed alla sapienza degl’antichi FILOSOFI. Se ciò  sia vero, lo scorge il leggitore leggendo l’opera presente, e dopo letta, a rileggere ponendosi, e studiare VIRGILIO attentamente,  L'Autore della Disseriazione non ebbe in vista che d'illustrare il VI Libro dell'ENEIDE. Ma la sua scoperta è di un uso universale per l’intero poema virgiliano, che pell’intelligenza d’ogn’altro, e spezialmente di  quello d' Omero . Quindi è che noi creduto abbiamo di fare cosa graia alla letteraria  repubblica nel dare alla luce quest’opera  dall’inglese nell’italico idioma rrcala-, e vi-  viamo colla fiducia, che i leggitori ci sajjra,n,  po grado di sì utile impresa. Per solo bene e vantaggio della società letteraria ci siam noi mossi a riprodurre U  presente Dissertazione; e come sapevamo esser rarissima e ricercata, abbiamo tostamente procurato dì ripiegarla e correggerla; di  note fornirla e d'illustrare con alcuni cenni la  vita del suo Autor valoroso, e farne così al  collo pubblico un dono, Di quanto pregb  ella sia, quanta contenga erudizione non è  a dire; sarebbe desiderabil cosa che tutti ì italiani delle lettere amanti, i quali Unto vanno affaticandosi per isludiare l’epico latino, prima attentamente leggessero questa  dissertazione che porge la chiave a bene,  eziandio comprenderne tutto il poema. Non  dubitiamo pertanto, che gl’eruditi non ci appiani grado di questa, benché leggiera,  fatica j e il lor favore in adesso ci serve di sprone, onde farsi strada ad imprese maggiori. Ha l’uomo collo ed erudito noniolo, ma piu audio l'imperito e l'indotto un desiderio pressoché costante, una voglia direi qnati innata di voler investigar n conoscere in azioni e le gesta, di  que' tra suoi simili, che sugli altri emersero t p er gebio peti tiratore e sagace, o per talenti  letterari e politici, o per dignità ragguardevoli, o per onori non comuni, o per altra mai  dote, la quale tulio scioperato vulgo distinguere ne li faccia, fi da questo desiderio, è da  questa voglia che riconoscer debbe la repubblica  letteraria e scientifica quei lumi tutti, che (les-  sa per opera de' suoi membri possiede in riguar-  do alla virtù, e al merito de' più chiari eroi,  che ognora illustre la resero. È perciò eh' ab-  biamo creduto noi opportuno il dar qui in ri-  stretto (come la parvità del volume lo esige)  alcuni cenni sulla vita del chiarissimo autore  della presente Dissertazione. Warburton nacque nel Dicembre  del ni Ì 11 effe ì ce n tono van torto il vigesimoqnarto giorno a Nevarck sul fiume Trent nella gran  Brettagna, nella qual città occupava suo padre  il posto di Procuratore. Warburton di perspicace acume dotato e non vulgare  talento nelle principali Università l' ordinario corio degli stadi! a percorrer lì diede, e riportatane  laurea nelle teologiche discipline colla fama di  letterato ed erudito quegli sturili a ricominciar  ritiro»;, che più alla naturale sua inclinazione  si confacevano ; ben persuaso che le scuole non  additino che i mezzi, onde fare di vera sapien-  za l'acquisto. Si applicò quindi alla erudizione  sacra e profana, non che all' amena letteratura,  e ben presto mature fratta produsse . Tardi pe-  rò agli onori ed alle dignità elevato il volle for-   long^-iaa jamfls tardi altrettanto più sublime-  mente innalzollo. Aveva egli trascorsi cinquan-  tasei anni dell'età sua, quando Giorgio II. che  allor l'Inghilterra reggeva con suo grazioso decreto il fece sno Cappellano., e in breve forni-  re di un canonicato in Durbatn ne lo volle.  Proseguiva frattanto le sue erudite fatiche iti  nostro Guglielmo, quando l'anno correndo niil-  Jesettecen sessanta videsi egli al decanato di Bristol inopinatamente eletto, la qual dignità non  fece che servirgli di scala all' onor vescovile,  di cui tra non molto con soddisfazione e con-  tentamento di que' tutti, che le di lui virtù,  conoscevano, fu giustamente insignito. Fugli a  sua sede destinata Gloceiter, che a reggere cominciò con non ordinaria: moderazione e prudenza da meritarne de' suoi connazionali gli applau-  si . Ognor vigilante, sobrio, amico dì tutti, vero filantropo degno stato sarebbe (se altronde 1*  provvidenza non avesse rettissim amente disposto)  d'essere ortodosso, e di possedere diocesi orto-  dossa . Tra le cure però di suo vescovato tener  godeva in casa letteraria conrersazione e giocon- ila, onde il ma affaticato spirito alquanto ri-  crearsi potesse ; e come dotato era dal Cielo di  eccellente memoria, e per meno de' suoi travi.,  gli di vasta erudizione, così sapea talmente a  lempo con istradivi aneddoti la compagnia rav.  vivaio, ch'era egli della società chiamato l'ido-  lo e la delizia. Fra tante virtù aveva tuttavia  il difetto a' suoi patrioti universalmente comu-  ne, quello cioè, di essere nell'odio terribile,  quanto nell'amicizia tenero e dolce: a sua lau-  de per altro riflettali die una legg'"^ «mpen-  aazione, una minima protesta discuta era a cai-  marlo sufficiente. Sin qui il Warburton non ci  i prelenta che personaggio di rare qualità, di  cariche e di onori fornito ; ma è tempo che renda di pubblico diritto le immense fatiche, che  per naturale suo genio a sostenere ai accinse. Sempre amico delle lettere, e della gloria de'  auoi cittadini volle egli darne un saggio col pre-  siedere all' impressioni! delle opere del grande  Shakespear, la quale più nitida rese per nota-  bili correzioni, ed illustrò con crìtiche note,  dove tutto it giudicio risplende, che tanto i ve-  ri dai troppo creduli critici distingue. L'amici-  zia stretta .col Pope lo indusse pure a, sopran ten-  dere alla stampa de' di lui lavori, che colla usa-  ta sua diligenza presto trasse a line. Persuaso  che allora camminarebbe meglio la società, quan-  do la religione e la politica si congi ungessero  insieme a formarne i reali vantaggi, diede alla  luce delle sode dissertazioni sulla unione appunto della Religione, della Morale, e della Politi-  ca, le quali poi trasportò in gallica lingua Stefano di Silhouette, e in due voltimi di vite.  Per porgere, dirà coi), pascolo alla sua estcìis.  «ima erudizione scrisse auche un discorso intorno al terremoto, e all'eruzione ignea, che im-  pedirono all' Apostata Imperatore la restaurazio-  ne del Tempio santo, Ma tntto questo sapere  diWarburton è nn nulla in paragone della critica, del genio, della erudizione, che dispiegò  in un'opera, la quale nei fasti delle scienze  renderlo doveva immortale, e cui, come osser-   Vano -d«» JrttWMti " ili maaturl delle rìcer-   che antiche leggeranno sempre con -piacere,  ed anche con frutto e vale a dire la di-  vina legazione di Masè dimostrata in quattro  volumi distribuita. II filosofo di Farne/ cerco  tosto di accreditare coli' autorità di Warbnrton  tutte le imposture, gli errori, le follie, le men-  zogne, che sacrilegamente «parie aveva nel Li-  bro dei Libri; quindi è che astenere non si potò dal non tributare in larga copia all'Anglo  Prelato gli encomii li più seducenti e lusinghieri . Guglielmo pero che aveva nel petto nn fon-  do di virtù bastante a far argine a coteste vi-  lissime adulazioni, e che l'empietà appieno conosceva dell' autore della Pulcella d' Orleans, in  una seconda edizione a provare si fece che il  aig. di Voltaire non solo non avea l'opera inte-  sa, ma che l' avea falsamente citata, peggio in-  terpretata, e impudentemente calunniato Tanto-  re di essa. L'Oracolo della Francia allora canto Dóion. degli Uom. Ili, v. gli nelle più amate invettive, nei sarcasmi più  «cuti, nelle ingiurie più maldicenti gli clogii  che aveva al Vescovo di Glocesttr prodigalizza-  to, a cu! non degnò egli rispondere mostrando  colla sua grandetta d'animo di quelle ingiurie  la insussistenza, e procacciando così alla sua  opera più durevole fama. Osservan nullameno ì  Critici che più perfetto ne sarebbe il lavora t so  ognor vi rispondesse il lucido ordine di Orazio,  « se più digerita la erudizione ne fosse. Chec-  ché peto sia, resr eterno il nome del celebre  Inglese, e dì questo n'hanno un bel saggio i  leggitori nella presente disseriazione » di' è da  quello ricavata -   Una vita sobria e morigerata fece trarre al  Warborton pacifici giorni e tranquilli da nessun  malore sturbati ; sicché carico d'anni in Glocetcr ai siile Gingno del niilles ettecen setlantanove  compi sua mortale carriera da tutti ì suoi, non  monodie dalia letteraria repubblica meritamente  compianto, lira egli di statura alta, grosso e  corpulento anzicheno, di carnagione rubicondo,  di temperamento forte e robusto.   Questo è quanto abbiamo di lui potuto rac-  cogliere, e succintamente esporli benevolo leg-  gitore ;   Vive ; Vali : si quid navìitì reHiut istis  Candidai imperli: li »m, bit Mere memi». Virgilio nel libro Yl.;"cfi*r fl "Capo 3'opera  dell'Eneide, ha per dileguo di descrivere l'iniziazione del suo eroe ne' misterii, e di mettere  lotto l'occhio de' suoi leggitori almeno ima parte dello Spettacolo Eleusino, in cui tutto face-  vasi per mezzo di decorazioni e macchine, e in  cui la rappresentazione della storia di Cerere da-  va occasione di far comparire tal Teatro il Cielo, l'Inforno, i Campi Élisii, il Purgatorio, tutto ciò che ha relazione eoa lo stato avvenire degli uomini.   Ma acciocché il lettore non si offenda di questta proposizione che può sembrare nti paradosso,  sarà cosa utile l'esaminare qual sia il carattere  dell' ENEIDE. Tutti e due i Poemi di Omero contengono la  narrazione di un'azione semplici; ed unica, de-  tonata ad insegnare un punto di morale egual-  mente semplice, ed in questo genere ammirasi  con tutta la ragione questo filosofo. E impossibile che in ciò VIRGILIO lo superasse. Il suo  vero modello e perfetto; niente mancatagli,  ii maniera che i maggiori partitami del FILOSOFO LATINO, senza eccettuarne Scalugero', ridotti si no a (allenare, eh' e FILOSOFO LATINO, e lo Scaligero stessa ha sostenuta, clic lutto il vantaggia di Virgilio aopra Ornerò consiste negli Episodi i j nelle descrizioni, comparazioni, nella netiena, e purità dello stile, è nella aggiustateza dei pensieri ; ma ninno ha conosciuto a mio  credere il principal vantaggioeli' égli ha sopra  il Poeta Greco: Egli trovò il Poetila Epico mesto già nel primo ordine di tutte l'opere dello  spirito umano; ni* ciò non ancora soddisfaceva  a'suoi alti disegni. Non bastavagli | clip l' istrui-  te gli uomini nella morale fosse il fine del Poe-  Ina Kpico; neppure l'insegnare la Fisica j come  ridi col oiam ente s'immaginarono alcuni antichi.  Egli è vero, ch'ei compiaceva^' di queste due  •otta d» studii; ma voleva comporre un Poema,  che fosse un sistema di politica. In fatti ì ta-  le la ina Eneide in versi, come in prosi sono  i sistemi politici, e le Repubbliche di Platone,  e di CICERONE; e quegli insegna con l'esempio  e con le azioni di un eroe ciò, che questi insegnano coi precetti . Cosi Virgilio portò il poema epico ad nn nuovo grado di perfezione, e  come di Menandio disse Vellejo Pater colo inve-  niebat, neque imitandum rclinquebat . Benché  possa ognun vedere facilmente t che sotto il carattere di ENEA rappresenta: i OTTAVIANO; pure  siccome credevasi^ che questi ammaestramenti  politici destinati veramente per utile di tutto il  genere umano riguardassero il solo principe;  così niuno ha compresa la natura dell' “Eneide”.  la questa ignoranza i Poeti, che vennero dopo, volendo imitare questo Poema, dì cai non conoscevano il vero genio, riuscirono ancora peg-  gio di quello,- che sarebbero riusciti, se si fos-  sero contentati di prendere per modello il semplice piano di Omero. M. Pope gran Poeta de nostri tempi, é giudice competente in tali materie, dice nella prefazione all' Ilìade spiegando-  ne la cagione. Gli altri Poeti Epici, dice egli, banco seguito Io stesso metodo ; ( ciò* quel  di VIRGILIO, che unisce due Favole insieme,  n t jj- 'A una sola ) ma- in ciir st-som» tanto avanzati, che hanno introdotta una inokipli-  „ cita di favole, con cui hanno interamente  „ distratta l'unità dell'azione, e l'iianprolungata in ana maniera del lotto irragionevole, cosicché i lettori più non sanno dove sieno -, .Tale fu la rivoluzione, che cagiona Virgilio in  questo nobil genere dì poesia. Egli lo porto ad  un punto di perfezione, a cui non sarebbe mai  giunti) con tutta la sublimità del suo genio ira*  za l'assistenza del più gran Poeta . Egli non eb-  be se non il soccorso della unione dell' Iliade e dell'Odissea, che potesse fargli eseguire il bel  progetto, che si aveva formato. Imperciocchi  pel dare un sistema di politica nella condotta  di un gran Principe bisogna fargli comparire ed  osservare tutte le situazioni, e tutte le circo-  stanze, in cui no Principe come tale può ritrovarsi . Quindi bisogno, che rappresentasse Enea  in viaggio come Ulisse, in battaglia come Achil-  le ; ed in ciò non dubito * che questo grand*  ammirator di Virgilio di sopra citato, e che cosi bene ha imitata la purità del suo itile si compiaccia di vede re, clic questi è la vera iti   gìone della condotta del suo Maestro, piuttosto  che l'altra da lui rapportata. VIRGILIO non  avendo un genio ooil Tiro, e cosi feconda  j, come Omero, vi supplì con la «celta di ari oggetto più esteso, e di una più lunga durata dì tempo, epilogando in un solo Poema il disegno dei due poemi del Greco Poeta. Ma se avendo scelto lo «tesso soggetto di Oncia, fu obbligato a trascrivere quella semplicità  della favola, clic Aristotele, ed il Bosiù di luì  interprete trovano divina io Omero, questo stesso gli ha prodotti altri considerabili vantaggi  Dell' esecuzione del suo Poema; poiché questi  ornamenti, e queste decorazioni, di cui non han  saputo i Crìtici rendere altra ragione se non di  sostenere la dignità del Poema, diventano, secondo il fine del Poema, punti essenziali del  suo soggetto. Cosi i Principi e GL’EROI scelti  per attori, che paiono a prima vista un semplice ornamento, diventano la essenza medesima  del Poema j e i prodigi! e le interposizioni degli Dei destinati solo a produr maraviglie diventano con questo nuovo disegno del Poeta una  parte essenziale dell'azione. Qui vedesi lo spi-  rito medesimo degli antichi Legislatori, i quali  pensavano sopra tutto a riempire lo spìrito delle  idee della Provvidenza. Questa è dunque la vera ragione di tante maraviglie e funzioni, che  incontransi nell’ENEIDE, per cui alcuni Critici  moderni accusano il nostro Poeta di poco giu-  dicio, imitando Omero di una maniera troppo  fervile nel suo Poema, composto nel secolo di ROMA il più ili um'Bato e il pili polito . 11. Adis-  >0D, di cui non devesi parlare, se non con termini di estimazione, eoa) parla in proposito del  maraviglialo in VIRGILIO. Se qualche paisà   dell' Eneide può criticarti per questo titolo,   egli è il principio del terzo libro, in cui  „ rappresentasi Enea, che lacera un mirto, da cui sgorga sangue. Questa circostanza sembra,, avere il mirabile senza il probabile; perch' è   descritta come prodotta da cagion naturala  senza J' auìtóox* di, alcun» Dtilà., a. d' alcuna "sovrannaturale potenza capace di produrla. Ma l'Autore non si è ricordato in que-  sta osservazione delle parole dette d’ENEA in  questa occasione; Nympbas -ùtntTabaT agrtsirt Gradi-vamquc Pattern, qui prieiidet Bruii  Rite steundartnt visus, omtnqut levarcnr. I presagii di questa specie poiché ve n' erana  di due sorta sono sempre considerati conte  prodotti da una potenza sovrannaturale. Cosi  quando gli Storici ROMANI raccontano una piog-  gia di sangue, egli era un presagio simile a  quello del nostro Poeta, il quale si è certame»-  te contenuto dentro i confini del probabile, asserendo ciò che gii storici pia gravi riferiscono  ad ogni pagina de' loro annali . Questo prodigio  non era destinato a sorprendere il lettore. VIRGILIO, come si è detto, Teste i caratteri di un (0 lib. m.J+ »- J<-i9 ledisi atore, e vuole eoi prodigi! e cui prestigi!  persuadere il popolo che iddio s'interpone negli  affari di questo mondo; e questo era il metodo  degli Antichi . Plutarco adv. CoieC- c' insegna,  die Licurgo co) meno di divinazioni e di pre-  «agii santificò gli Spartani, NUMI I ROMANI,  Solone gli Ateniesi, e Deucalione tutti i Greci 10 generale, e col mezzo delta speranza e del  timore mantennero nello spirito di questi popoli   11 rispetto alla Religione. Cosi molto a proposi-  to colloca VIRGILIO U scena di <)m-*to accidente  tra i popoli barbari e grossolani della Tracia per  ispirare dell'orrore a'coslumi selvaggi e crudeli,  e desiderio di nno stato civile e polito.   L'ignoranza del vero fine dell'Eneide Ila fat-  to cadere i Critici in diversi errori poco onore-  voli a VIRGILIO, non solo intorno al piano ed al  lavoro del silo Poema, nia intorno al carattere   venerazione profonda agii Dei hanno tanto offe-  so r Ememont scrittore celebre Francese, che b& detto essere questo Ero e più proprio a fondare una Religione, che uoa Monarchia, Ma non ha saputo, che nel carattere di ENEA Ila voluto rappresentare un perfetto legislatore ebbe saputo ancora che ufficio de' legislatori era  non meno stabilire una Religione, che fondare uno Stato. E sott» qaeita doppia idea VIRGILIO rappresenta ENEA  InferTtttjue Dras Lalla  Eoe"!- Uh I. veri. j>. io. ti «ostro Critico egualmente li offende dell'  umanità di ENEA, dia della tua pietà. Elift  consiile, secondo lui, in una grande facilità piangere, ma egli non ha intesa la Ltlk-zzatì  questa parte del suo carattere. Per dare l'idea  ài un legislatore perfetto, bisogna rappresentarlo penetrato da sentimenti di umanità. Era tanto  piil necessario dare un simile «empio, quanto  vediamo per isperienza, che i politici del comune sono troppo spogliati .di qaciti untimi:!!-  ti. Questo punto di vista, lotto coi rappresentiamo L’ENEIDE serve a giustificare gli altri  caratteri, che metti! in iscena il Poeta. Il dotto Autor delle ricerche sulla vita» e sugli acrlr-  tì di Omero mi permetterà di avere una opinion  ne diversa dalla sua riguardo alla uniformità de caratteri, che regna nell'ENEIDE. Io la tengo  per effetto di un premeditato disegno, non già  di costume e di abito. VIRGILIO, dio' egli, era avvezzo allo splendor della corte, alla magnificenza di un palazzo, alla pompa di un equi-,, paggio reale .rizioni di que-  „ ala aorte di vita io» più magnifiche e più nobili di quelle di Omero. Egli osserva già   la decenza, e quelle maniere polite, che reit-  „ dono un uomo tempre eguale a se stesso, e  „ rappresenta tutti i personaggi, che si rasromigliano nella loro condotta, e nelle loro maniere. Ma poiché l'Eneide è un sistema di  politica, e che la dui azione eterna di uno Stato, la forma della magistratura, ed il piano del  governo erano, come lenimmo osserva questa  bi |9 giudicioso «rittore, con famigliari al fotta,  niente più conveniva al suo disegno, quanto  descrivere costumi politici. Imperciocché ufficio  di un legislatore È rendere gli uomini dolci ed  umani i e se non pub obbligarli a rinunciare inera mente a' loro selvaggi costumi, impiegarli al*  nieno a coprirli. Questa chiave dell' Eneide non solo serve 1  piegare molli passi, che pajono soggetti alla  Critica, ma a discoprir la bellezza di un gran  numero d'incidenti, che nel corso del Poema  s'incontrano. Prima di finire questo articolo mi si permetta di osservare, che questa è la seconda specie  (Jet Poema Ippico. Il nostro compatriota il gran  Milton ha prodotta la terza, perchè, come VIRGILIO tenta di sorpassare Omero, Milton volle  sorpassar tutti e due . Egli trovò Omero in pos-  sesso della morale, e VIRGILIO della politica. A  (ui restava, solo la Religione . figli prese questo oggetto, come se avesse voluto con (oro dividere  il governo dei mondo poetico, e per mezzo della dignità, e della eccellenza del suo soggetto si mise alla testa di questo triumvirato,  prr formare il quale vi vollero tanti secoli. Ecco Ì tre °eneri del Poema epico il soggetto  generalm-'te parlando è la condotta dell'uomo,  che si può considerare riguardo alla Morale, alla Politira, e alla Religione. Omero, Virgilio,  « Milton hanno ciascun di loro inventata la specie . eh - è sua particolare e l'hanno portata dal  primo saggio alla perfezione, cosiceli* è irapoi. Il   libile inventare altro di nuoro nel genere Epico. Supposto adunque, die l'Eneide rappresenti  la condotta degli antichi legislatori, non può  credersi che un maestro così perito, corno VIRGILIO, potesse dimenticarsi un dogma, eli' era il  fondamento ed il sostegno della politica, Cioè il  dogma de' premìi e delle pene nell'altra Vita.  Quindi veggiamo, eli' egli ce he ha dato uh  completo sistema ad imitazione di quelli, ch'egli  h» presi per esemplari i come Platone: nella »U  alone di Ero, e CICERONE NEL SOGNO DI SCIPIONE. E come il legislatore cercava di dar [teso a  questo dogma con una istituzione affatto straor-  dinaria, in cui rappresentati lo stato de' morti  in uno spettacolo pieno di pompa; cosi la de-  tenzione di tale spettacolo poteva dare molta  grazia e bellezza al Poema. La pompa e la se  lennità di queste rappresentazioni doveva natii*  ralulente invitare il Poeta a descrìverle, trovan*  do in ciò occasione di mettere in opera tut-  ti gli ornamenti della poesia. Io dico dunque t  Senteii 1» spirilo di pitti» che pirli i un Iniiino non pu-  tirebbe al Warburton per buone rune quello proposi noni riguirl  do al Milena ; direbbe egli quindi, col cometuo de' piti meni  fiati Critici, il rrtxo bega lil immuriate suo Taiio, che n-olio  primi del Milton prese a soggetto il vcrti Religione ; ne dlipiiindo le posta rigore) intente il Poeta In^lett tra gli Epici tlii-  •ificarsi, iccorderebbegli di buon cuore il quarto luugu come a  quellu, il quale secondo che ilice Ugone Bliir " ha calcita una  «rida del culto nuova a straordinaria N. D. E. ch'egli la ha fatto, « che la distesa di Ehm   all' Inferno non e altro, che una rappresenta-  jione enigmatica della sua iniziazione a' miste-  ri»   Eia disegno di VIRGILIO dare nella persona di  ENEA l' idea di un legislatore perfetto. L' iniziazioni' a' mUterij rendeva sacro il carattere di  un legislatore, e ne santificava le funzioni. Non  è da stupirli ebe dì proprio tuo esempio volete nobilitare una istituzione, di cui egli stesso  era l' autore i e perciò sono «tati iniziati tutti  gli antichi Eroi e Legislatori.   Fintantoché i miiterìi non aveano passato an-  noia l'Egitto, dove erano nati, e che cola  andavano per essere iniziati i Greci legislatori,  è cosa naturale, che di questa cerimonia non  li parlasse, se non in termini pomposi ed allegorici. A Ciò contribuiva parte la natura dei  costumi degli Egiziani, parte il carattere dei  viaggiatori j ma sopra tutto la politica de 1 legislativi, i quali ritornando al paese volevano infivilii e un popolo selvatico, e giudicavano per  se «tessi vantaggioso, e necessario pel popolo  parlare della loro iniziazione, in cui lo stato  de' morti era stato Joro rappresentato in Spetta-  tolo, come di una vera discesa all'Inferno. Cosi fecero Orfeo, Bacco, ed altri. Continuò a  praticarsi questa maniera di parlare anche dap-  poiché furono introdotti in Grecia i mìsterii»  come vedesi nelle /avole di Ercole, di Tese*  discesi aiT Inferno . Ma peli' allegoria eravi sem-  pre qualche cosa, che discopriva ]a verità na- ccsitt (otta gli emblemi. Così per esempio di.  cerati di Orfeo, che disceso era ali 1 Inferno pei  meno della sua cetra:   Tbrticta frctus cythara, fidì&utJUI Cancri s  Il clie moitra ad evidenza, ch'era in qualità di  legislatore, perchè si sa che li cetra È il tirar  bolo delle leggi, per meno delle quali rese cir  lite un popolo grossolano e barbaro . Nella fa-  vola di Ercole reggiamo la storia vera unita al-  la favola nata da quella, e intendiamo ch'egli  veramente fu iniziato ne' mister» Eleusini im-  mediata Diente prima della sua undecima fatica,  clic fu il levare Cerbero dall' inferno; e lo Scoliate di Omero ci espone, che il fine di questa  iniziazione era preservarlo da disgrazia in questi  impresa pericolosa. Pare, che Euripide ed Aristofane confermino la nostra, opinione della di-  scesa all' Inferno. Euripide Bel suo Ercole Furioso rappresenta questo Eroe di ritorno dall'In-  ferno per soccorrere la sui famiglia : eslermina  il tiranno Leuco; Giunone per vendicarsi lo fi  perseguitar dalle furie, e nei suo furore egri  uccide sua moglie, ed i suoi figliuoli presili per  nemici. Ritornato in se stesso, Tese suo amico lo consola, e lo scusa cogli «empii scellera-  ti degli Dei, il che incoraggi va gli uomini a  commettere i più gravi eccessi ; e questa opi-  nioni: cercatati di abolire ne' misteri), scoprendo la falsità del Politeismo. Ora egli è chiaro  Eoeiu. Lib. VI. vcrs.uo.  6 i  abbastanza, eh' Euripide ha rollilo farci sapere  coia egli pensasse della favolosa discesa all' In-  ferno, quando fa risponder Ercole, come un  nomo die ritorna dalla celebrazione de' misteri!,  a cai sicnsi confidati i segreti. " Gl’esempii degli Dei, che voi mi citate, egli dice, niente significano: io non saprei crederli rei delle  4> colpe, che loro vengono imputate . Non potso intendere come un Dio sia sopra un altro Dio. Rigettiamo adunque le favole ridicole,  „ che ci raccontano i Poeti itegli Dei „Aristofane nelle Rane apertamente palesa ciò, che  intendeva per la discesa degli antichi all' Infer-  no nell'equipaggio, che da a Bacco, quando lo  introduce a ricercare della strada tenuta da Ercole: sul qnal fatto lo Scoliaste c' insegna, che cel celebrarti i mister» Eleusini usavasi di far  portare dagli asini le cose bisognevoli per que-  sta cerimonia. Quindi nacqne il proverbio: dsi-  nus portat mysteria. Il poeta dunque introduce  fiacco col suo bastone seguitato da Janzio mon-  tato sul!' asino con nn fardello ; e perche non si  dubiti del suo disegno, avendo Ercole a Bacco  detto che gli abitatori dei campi Elisiì son gli  iniziati, Janzto risponde: " Io fono 1' asino, che  porta i misterii Ecco dunque come riguardo a molte favole  antiche l'espressioni sublimi e magnifiche nel  parlar de' misteri! hanno persuaso alla credula  posterità, che là dentro vi fosse un non so che  di miracoloso . Nè dee maravigliarsi, che ne' tem-  pi antichi n compiacessero d'esprimere con uno  stile il più straordinario le cose più. ordinarie;  a5   poiché un Autor moderno, come Apukjo, 6  per imitar gli antichi, o per accomodarsi allo  itile solito de 1 misterii descrive nel fine del Li-  tro II. la sua iniziazione: decessi confittium  mortis, t> calcato Proserpina limine per omnia  veSus dementa remeavi . NoSe media vidi So~  lem candido coruscantem lamine, Dcos Inferos  é> lieos supero:, accessi corani t> adoravi de  proLìmo. Enea non avrebbe potuto descrivere  con altri termini il ino viaggio notturno dopo  che fu fatto uscire per la porta a Avorio. È  •tato dunque obbligato VIRGILIO a fare iniziare  il suo Eroe," e la favolosa, antichità gli sugge-  riva di chiamare distesa all'Inferno questa ini-  ziazione . Di questo vantaggio ha saputo profit-  tale con molto giudicio, poiché questa funzione  anima tutta la sua favola, che seni» questa al-  legoria sarebbe troppo fredda per un Poema Epico. Se avessimo ancora un antico poema attribui-  to ad Orfeo, e intitolato discesa all' Inferno t  forse vedremmo clic il soggetto di esso era sem-  plicemente l'iniziazione di Orfeo, e che il (let-  to ha somministrata a VIRGILIO l'idea del VI.  libro della sua ENEIDE. Checchi; ne sia, Servio  ha ben compreso il fine di questo Poeta, osser-  vando contenti-visi molte cose prese dalla pro-  fonda scienza de' Teologi d'Egitto: Multa per  altam scientiam Theologicorum jEgyptiorum j ì  quali hanno inventati i dogmi, die insegnavan-  i ne' misterii . Con dire che questo era il dise-  gno principale del Poeta, io non pretendo assi-  curare, ch'egli abbia avuta altra guida, fuor  che se medesimo. Egli ha presi da Omero mot-  ti ile' suoi Episodi!, t da Piatane, «me ce-  drassi.   L' iniziato aveva un conduttore chiamato Jc-  tofanta Mistagogo, il quale uomo o donna che  fosse, gì' insegnava le ceremonie preparatorie,  lo conduceva allo spettacolo misterioso, e glie-  ne spiegava le parti diverse. VIRGILIO ha data  ad ENEA la Sibilla per conduttrice, e la chiama  Vatet, magna Sacerdos, edoàa carnet; e sic.  come il Mistagogo doveva viver celibe come Girolamo ossei va de Monogamìa Sierophanta  «pud Alkenas evitat i-irum, t> sterna debilita-  te fit costui ; cosi la Sibilla Cu man a non era  maritata .   Il primo comando, che ad Enea dà la Pro-  fetessa è di cercare IL RAMO D’ORO:  1 Annui et folth, et lento vimini ramiti  Junanì ìnferne di&ut tactr. Di questa particolarità Servio non sa come ren-  dere ragione, c s'immagina che forse il poeta  alluda ad un albero, eh' era in mezzo al sacro  bosco del Tempio dì Diana in Grecia. Quando  un fuggitivo si era colà ricoverato, e poteva  svellere un ramo di quel!' albero gelosamente cu-  stodito da' Sacerdoti, egli aveva l'onore di bat-  tersi con un di loro a colpi di pugno, e le gli  riusciva di superarlo, veniva ad occupare il su*  posto . Questa spiegazione, quantunque troppo  lontana dal soggetto, fu dopo Servio ammessa     di emìa Uh «Lvm.fj7.iit. 10 mancanza d'altra migliora dall'Abate Banier   11 migliore interprete delle favole antiche. Ma  io penso che questo ramo rappresenti la corona  di mirti, di cui, secondo lo Scoliaste d' Aristo,  fané nelle Rane, ornavansi gì' iniziati nella celebraiion de' misteri!. Primieramente perchè di-  ce, che il ramo d'oro è consecrato a Proserpi»  ni, «da lei era pure consecrato il mirto. In  tutta questa favola si parla solo di Proserpina,  e niente di Cerere, e perchè si descrive V iniziazione come un'attuale discesa all'Inferno, e  perchè quantunque nella celebrazione delle Cere*  uionie misteriose s'invocasse anzi Cerere, eh  Proierpina, questa però sola presiedeva agli spet-  tacoli, ed il libro VI. dell' Eneide non contie-  ne, se non la descrizione degli spettacoli rap-  presentati ne' misterii . In secondo luogo la qua-  lità pieghevole di questo ramo d 1 oro, lento vi-  mine, rappresenta benissimo i teneri rami del  mirto. In terzo luogo sono le colombe di Venere quelle, che dirigono Enea verso 1' albero :   dum maxima] ècroi   Matctnas agnoicit avei . . Esse volano verso l'albero, vi si fermano corner  se fossero avvezzate. L'albero apparteneva alla  famiglia, questo era il sito, ove posavano eoa  piacere, perchè il mirto era consecrato a Venere :   Sedìbut optati s gemina mfer arbore sederti   (r) Eneid. Lib. VI. veri. (») 1. e. ver». *oj.  Ma iti qtleHo passo trovasi ancor più di lellez-  ?a e di aggi urtai ez za di quello elle a prima vi-  sta apparisca . Imperciocché non solamente il  mirto era sacro a Proserpina, come insegna Por-  firio lib. IV. de abstinentia, egualmente che a  Venere; ma le colombe erano sacre ancora a  Proserpina .   Preso eh' ebbe il ramo e coronatosi di mir-  to, Enea entra nella grotta della Sibilla : Et vath portai sub nBa Syèìllé (t).   E ciò dinotava l'iniziazione a 1 piccioli ttìttèruf  poiché nella Orazione XII. insegna Dico Grisotomo, che facevasi in una . piccioli e stretta  cappella come può supporti la grotta della Si-  lilla. GH iniziati he' piccioli misteri! cViiamavansi  Misi ce . Poscia la Sibilla conduce linea al sito  d'onde doveva scendere all'Inferno:  Hit iBìs propen extquhuT practpta SyBilla (ij.   Ciò significa l'iniziazione he' gran misteri i, pi"  iniziati de' quali chiamavansi Epopta . Questa  iniziazione fassi di notte . Il luogo simile a quel-  lo, dove Dione dice, che celebravansi t gran  disteni, è un Duomo mistico di una grandez-  za e di una magnificenza maravigli osa :   Spttttnca alia fuìt, vasloqut immotili blatH  Scrupia, tuia iecu nigre nmorkmqtu ttntbrit (j)  Ecco come descrive)! l'accoglimento fatto ai  ENEA {Sub pedièus mugire niam, et fuga tapt* moviji  Silvarum, vistque canti ululare per umbram,  Adottami* Dia . Procul o procul M profani,  Conclamai Vaiti, loloquc abiliti" 'uro (l) .   Claudiano fa un» descrizione semplice t senza  artificio del principio di queste formidabili ce->  remonie, da cui apparisce, questa di Virgilio  essere un'esatta descrizione dell'aprirti U scena  de' misteri! E-li sul principio del Libro I. del rapimento  di Proserpina imita la sorpresa e lo stordimento  di nn iniziato, e gettasi, per eoli dire, corno  U Sibilla in mezzo alla scena:   furint aniro je imnhtit, aperto Grtssui ttmiruttt profani..   Egli sgrida come estatico ;   Jam furor bumanos nostro de pt8ere reiuut  Expulit  Jam mibi ctrminiur (rtpidit delubro movirt  Sedibts, O elaram dispergere fulmina tutti*, .y  Adoemum testala Dei.- fam maga*! ab imìi  Auditur fremitus Irrris templumque remugit  Cecropidum; sanBasque faets extdlit Eleusu,  pingue, Triptotemi stridunt et squammea curva  {il Enrid. lib. VI. mi». >5i> e segg. <>) l «• »**  <(J Cluni, lib. L vets. 4. Colla kvma.. (l)   Ecce frocul ternij Utente variata figuri?  Ex»h*r (1)     Molto lene s* accordano queste dae descrizioni  con Je relazioni degli antichi Greci autori in  tal propolito, se considerali l'idea generale da-  taci da Dione nell'orazione XII. cori queste pa-  role : " Coi) succede allorché conducesi un Gre*,, co od un Barbaro per essere iniziato in un   certo Duomo mistico di grandezza e di mignificenza mirabile, dov' egli vede varii spettacoli mistici, e lente nello stesso tempo una  „ moltitudine di voci, dove la luce e le tene-  „ bre alternativamente appariscono ad eccitare   vajii movimenti ne' sensi di lui, c dove gli  „ si presentano dinanzi mille altre cose atraor-   Quelle parole viso canes ululare per umbram  fono chiaramente spiegate da Platone ne' suoi  acolii sopra gli oracoli di Zoroaitro. Questo è  „ l'uso, dic'egli, nella celebrazione de' misterii, di presentare dinanzi gli Iniziati de' fati-  „ tasmi sotto la figura di cani e d' altre Torme e visioni mostruose. Le parole procul o procul este profani della Sibilla sono una ietterai  traduzione del formolafio uiitàto dal Mlstagogo  nell'apertura de'tniiterìi ;,'s-ti Bt'faha  e!«d. rie lUp. Prwnp. Hb. L Vm. J. fte.  (i) lo iteti, v. if. L* Sibilla dice ad ENEA, che «'armi di tutto  il suo coraggio per avere a muoversi a combat-  tere contro i più spaventevoli ©Igeili ;   Tuqtu invidi vtam, -uagindqu,,rip t fammi  JVW aaìmh opus, Mm«, nunc pefore firmo (i).   E infatti troviamo ben presto l'Eroe impegnato  in un combattimento: Carripit bic tubila inpidus fm-mìdine firmm  JEnts, tniSamque acitm wniintib** ofcn (2). .  Tale appunto ci rappresentano gli Anticlù l'ini-  ziato nel principio deJle ceremonie . " Entrando  „ net Duomo mistico, dice Témistio Oration. in.  „ Pattern, si riempie di spavento e di orrore,  „ ed il suo animo ha occupato daila inquietu-  „ dine e dal timore. Egli non può avamara  „ un sol passo, e non «a come entrare nel di-  „ ritto cammino che lo conduce al luogo, dc-i  „ ve vuol arrivare finoattantocliè il Profeta '(Vaies) 0 il condottiero apra il vestibolo del  „ Tempio,,. Proclo sovra Platone PhxA. libr. III.  e XVIII. dice; " Come ne* santissimi misterii  „ prima che si apra la scena delle mistiche fun-  « lioni, l'anima déH'iniiiato I .orpreaa da spa-  „ vento } eoil ec. t j Poco dopo si spiega la cagione dello spaven-  to di Enea, e lo vediamo involto fra tanti ma-  li reali e immaginari» di questi vita, e di tut-  te le malattie dello spirito e del corpo e dì  (> E«i4 Lib. VL vtrs. >*•. Ut. (», L a *n. „ 0. «1.  tutte le terribile! visu forma de' Centauri, del*  ]e Sciite, delle Chimere, delle Gorgoni e delle  Arpie- Ecco ciò che Platone chiama nel luogo  eitato c'Mo'kot* t»'( fiopeaV e«^t«V(/«t* forme e vi-  (ioni mostruose, che vedevansi peli' i egre sjo de*  ju i steri i . Celso, come nel vero libro IV. scrive  pcntro di lui Origine, dice, che i fantasmi me-  desimi si presentavano nelle cerimonie di Bac-  co. Secondo Virgilio incontravansi nell'entrata  Vestibulum ante ìpmm, e c'insegna Temistio  che il vestibolo del Tempio era il Teatro di  fante visioni orribili vi tì?*t* Teff ««off. Interrom-  pe il Poeta la sua narrazione nel)' aprirsi di que-  sta scena, e quasi volesse fare solennemente la  propria apologia, grida;   Di, quibus imperium est animrrum umbraque siteniei  Et ebani et pbiegetbon teca noEle liltntia tate,  Sh mibì fas nudità hquì, ih nuvnìnt vtitro  Pandcre rei alta ttrra et rsligine menai Egli sapeva d'impiegarsi in una impresa empia,  poiché tale credevasi la rivelazion de'misterìi. Ciaudiano nel «ovracìlato Poema dove apertamen-  te confessa di trattare de' mister» Eleusini in  tempo, in cui più non erano in venerazione,  fegue perù l'uso antico, e cosi si scusa;   Di quib«, ìmmnm (*)   Voi mibi sacrarum penetrati* paudìte rerum,  Et vestii secreta pali, qua lampade Dìtem FU- (i) Elisili. Lib. VI. v«n. :Ó4. c segg,  IO Ciani Lib. J. veri. »g, Fitti t amor, quo duBa ftroV Prostrpina taptu  Peiltdit dolale cbaos, quantasqu* per oras  Sollicito gtrtttrì» erraverit ansia turiu,  linde dai* papali s fruga, et glandi TtliSa  Ceutrit invintii Dodonia qusrcui ariitii (l) .  Se in Roma con tanta severità si fosse punita  la rivelazion de' misteri!, come facevaai in Gre-  cia, non avrebbe oiato Virgilio scrivere questa  portimi di Poema. Come per6 trattavasì da em-  pio, al dir di Svetonìo nella vita di Augu-  sto C. xeni., quello ebe rivelava i misterii, Vir-  gilio lo fa di nascosto e nel tempo stesso si giù-  sii Rea presso coloro che potessero penetrare il  suo disegno. Intanto l'Eroe e la guida conti-  ptiano il loro viaggio:   l lbant obscuri sala sub naBt per umbram Perque demos Ditis vacuas et inania regna;  Quale per ìnctrtam luna-m sub luce maligna  Est iier in lilvis, ubi ectlum condidìt umbra  Jupiier, et rebus nox abslulit atra colorem (2).   Questa descrizione mi fa sovvenire dì un passo  di Luciano nel suo dialogo n/pivw. e del Tiranno. Andando insieme all' altro mondo una  compagnia dì persone di condizioni diverse, Mi-  cillo grida: " Ah! come qui e oscuro I Dov'à  il bel Nagillo! Chi distingue adesso la belleiza di Simiche e di Prine? Tntto qui ras-  „ somigliasi: tutto è dello stesso colore, non li possono fare confronti. Lo stesso mio vecchia Citai. 1, c veti. 1;. te. Eneìd. lib. VI. veri.  mantello, che si Imito tra a vedere, adesso  „ è tanto bello, quarto la porpora di sua Maetà, eh' è qui in nostra compagnia. In verità  „ 1" un e l'altra tono svaniti ai nostri occhi, e,, nascosi sotto lo stesso velo. Ma amico Cinico dove sei? Dammi la mano. Tu che sei iniziato ne' misterii Eleusini, dimmi un poco: non rassomiglia questo al viaggio, che facesti all'oscuro? Cìnico: Oh affatto affatto . Guarda una delle furie che -viene dal di lui seguito con le torcia accese in mano e col suo terribile sguardo. Giunto linea in sulle rive di Cocito stupisco  in vedere tante ombre erranti intorno di questo  £ume, è in atto d' impazientarsi perchè non  vengono tragittate, e intende dalla sua condut-  trice, esser quelle ombre di persone insepolte,  e perciò condannate a errar qua e là sulle spon-  de del nume per lo spazio di cent'anni prima  di poterlo passare:   H*C cmnis i guani cernili inopi inhumataqul turba m  Portitor Hit Ciana; hi, quo: tithit unda, irpulii,  Net rlpai dal tir horrtndas, ntc rauca fiutila  Transportart prius, quam ssdibui oisa quierunt;  Ctmsm trranr annui, volitantqui hxc litiora circitm,  Tum demum admìiii stagna txopiata revhunt. Ni crediamo, che quest'antica nozione sia sta-  ta del volgo superstizioso: ella è una delle in-  venzioni più serie defili antichi Legislatori dì W EneiA Lib, VL vus. jjj. « ssg^.  «ver saputo imprimere qnesta idea nello spirito  dei popolo. Ma può dubitarli, .che loro non  debba attribuirsi, poiché viene dagli Egiziani. Questi gran maestri di sapienza pensarono, dia  mollo giovasse alla sicurezza de' loro cittadini la  pubblica e solenne sepoltura de' morti, senza di  che facilmente e impunemente si potevano rem'  mettere mille secreti omioidii . Quindi introdussero il costarne de' pubblici funerali e pomposi C'insegnano Erodoto e Disdoro di Sicilia, che  l'esequie si facevano presso gli Egiziani con più  ceremonie di quello che si masse da altri popoli. Ma per più assicurarne l'usanza con un mo-  tivo di Religione oltre quel del costume, inse-  gnavano al popolo, che i morti non potevano  giungere al luogo del loro riposo nel!' altro mon-  do prima-che in questo non fosseio. loro fatti  gli onori del funerale j la qual condizione deva  per necessità aver portati gli uomini ad osser-  vare seriamente tutte le ceremonie dei funerali.  Con che il legislatore otteneva il- ano intento,  ch'era la sicurezza del suo popolo. Questa no-  zione si sparse tanto e tanto profondamente s'im-  presse nello spirito degli uomini, che queJtoj  che di essenziale vi era in questa sop^tizione  si conservato sino al presente nella maggior  parte delle genti colte . Se ben si ridette, ì) avvi una cosa, la quale ben dimostra di quanta  importanza credevano gli antichi che fosse ìa se-  poltura de'morti. Omero, 5ofocle ed Euripide  sono senza dubbio i più gran Poeti tra Greei. Ora, secondo l' osservazione de'C/itici, nell'Iliade, nell' Ajace, e ne' Fonici I trovasi una viaio sa crjnlinnazion della favoli, e le vien retta  I' uniti dell'azione colla celebrazione dt' funerali ài Patroclo, di Ajace, e di Polinice . Ma non  rifl: -l'ino questi Critici elle gli antichi risguar.  davano l'isequie. come una parte inseparabile  delia tocidì, e della morte di un uomo. Quin-  di qu'.aii gran Maestri, dell'unità e del dovere  non potevano erodere finita l'azione, prima che  non si l'ossero compiuti gli ultimi doveri verso  oVmnrti 11 legislatore degli Egiziani trovò un altra  vantaggio in questa opinione dtl popolo sulla,  necessità de' funerali pel riposo de' morti, ed  era di dare un castigo a' debitori, che non pa-  gavano, da cui nasceva alla società un consi-  derabile vantaggio. Imperciorrhe invece di seppellir vivi i debitori che non pagavano, come  generalmente si usava tra barbari, gli Egizii,  popolo colto ed umano, fecero una legge, che  comandava di lasciare insepolti i cadaveri di  questi debitori, Si noi sappiamo dalla storia che  il terrore di questo castigo produsse l'effetto,  che bramavano. Pare elle siasi ingannato il Mar-  sliani nella sess. IV. §. III. del suo Catone Cronico, supponendo che questo divieto di seppellire avesse dato luogo alla opinione de' Greci, i  quali credevano ch'errassero qua e là gli spiriti  degli insepolti mila terra. Laddove la natura  stessa della cosa dimostra chiaramente la legge  essere fondata su questa opinione, ch'ebbe la  sua origine dall'Egitto, e non l'opinione sulla,  legge, essendo questa opinione la cosa sola, chej  alla legge dai- potesse qualche autorità. Ché Se il Poeta non avesse creduta la cosa  tanto importante, egli non vi si sarebbe coti  lungo tempo fermato, non l'avrebbe di poi ri-  petuta, non l'avrebbe espressa con tanta fot**)  nè avrebbe rappresentato il suo Eroe pensoso «  sommamente attento alla medesima: Cunstitit Aitcèisa satuj, Gf vestigi» pressi:  Multa putans, (aggiunge) sarttmquc animo miseratiti  iniquam. Il pass» è commentato da SERVIO: Iniqua enini  sors est puniri propter alteriut negligentiam ;  nequé enim juìs culpa sua caret sepulcto Qua 1  le ingiustizia-' dice qui Mr. Bayle. Jn una risposta alle ricerche di un Provinciale toni. IV.  Gap. KXir. Era forse colpa di quelle anime ella  non fossero sotterrati i loro corpi? Ma non sa'  pendo l'origine di questa opinione, non ne ba  saputo l'uso, e perciò egli attribuisce a super-  stizione 1' effetto di una savia politica. VIRGILIO colle pai-ole Sortem itllquatn intende, che in que-»  sta civile istituzione, come in molte altre, un  bene generale sovente diventa un male per un  particolare. Alle rive di Cucilo vedevasi Carolile con la  sua barca. Sono persuasi tutti i dotti, che costui era veramente un Egiziano esistente in car-  ne ed ossa. Gli Egiziani non men degli altri  popoli nelle descrizioni delle cose . dell' altro mon-  do prendevano l'idea delle eose di questo fami. £0 Mi Lib. VI. TOt.|ii.jia. jlìari . Nelle fero funebri ccteinonie, che pres-  so loro erano *di maggiore importanza che pres-  so le altre nazioni, come osservammo, usavano  ai trasportare i corpi dall'altra parte del Nilo  per la palude, ossia lago Acberonzio, e niettevansi incerte, volte sotterranee. Nella loro lin-  gua il barcaiuolo chiamaTaii Caronte. Ora nel-  le descrizioni dell' altro mondo, clic facevano ne'  loro miiterii, era cosa molto naturale prender  l'idea da ciò, che faceva*! nelle ceremonie fu-  nerali . Sarebbe facile il provare, quando bisognane, clie gli Egiziani cambiarono in favole  queste cose reali, e non già i Gxeci, come ta-  luni hanno pensato. Passato ch'ebbe il fiume, Enea si trova nel-  la regione de' morti : il primo incontro spaven-toso se e il Cerbero : Hit ingens latrata regna tri tauri  Personal, adversa ricuBans immani s in entro. Questo veramente è \\ fantasma dei misteri!,  che sotto il detto del sovrastato Catane appari-  va sotto la figura di un catte kWì* ; e nella fa-  vola di Ercole sceso all'Inferno, che altro non  significa, se non la tua iniziazione a' ni i steri i,  si dice ch'egli andò all'Inferno per di là con-  durne Cerbero. La region dell'Inferno era divi-  sa in tre parti secondo Virgilio: il Purgatorio,  l'Inferno, e i Campi Eliti i . Dcifobo, ch'era  nel Purgatorio dice ;   Ditcedam, txpltèo numeram ttddaraue ìimbris (l) .  (i) Eneid lib. VI. veri. 417. 4l 8. L e. T«t. j«- Di Teseo ch'i nel fecondo si dice:   itdit alirrji<mqiit stdtbit   Infcl.x TitJtUt (l).   Nei misteri! queste regioni erano precisamente  divise nella stessa maniera. Platone nel Fedone  parla delle anime, che sono sepolte nel fango e  nelle sozzure, e che devono stare nel fan-o e  nelle tenebre fino a che si purificano per un  lungo corso di anni, come qui insegna Virgilio .  E Celso, come nel libro Vili, riferisce Orio-  ne, dice che ne' misterii inseguavasi la eternità  delle pene.   Ciò, che qui merita osservazione e che mol-  to serve al disegno presente si È che le virtù e  i vizj annoverati dal Poeta, e che popolano que-  ste tre regioni sona precisamente quelli, ch«  hanno più relazione alla società. Quindi bene  scorgesi che Virgilio aveva le stesse mire, eh' eh-  bero ne' mìsterii gli institntorì. Il Purgatorio, eh' è la prima, divisione è po-  polato da quelli, che hanno uccisi se «essi,  dagli stravaganti innamorati, da' viziosi guerrie-  ri, in una parola da quelli, che lasciato libero  il corso alle loro violenti passioni erano piutto-  sto infelici, che sfortunati. E notisi che tra  questi trovasi un iniziato. Ctrtrìqut sacrum Volybettn Insegnavasi pubblicamente ne' misteri;, che sen-  za la virtù, l'iniziazione a nulla serviva; lad- EmiA lib. vL tot. t,j. <„ 1. e.  dove gli iniziati, che attaccatami alla pratica  delle virtù avevano nell 1 altra vita molti vantag-  gi sopra gli altri. Di tutti i disordini, che li  puniscono nel Purgatorio, niuno più pernicioso  alla società dell'omicidio di se medesimo. Quindi la condizione infelice di tutti questi omicidi  si nota più distesamente di tutte le altre:   Prima dande trneni matti (net, qui liii Ittbum  liticarti peperere menu, iucemqia pittisi  Projicirt animai . Quam vtllenc ctètre in alta  Nunc et paupiriem, et dumi per/erre- labore: Prosegue esattamente il Poeta cib, che insegna-  tasi ne' mister», dove -non solo proibì vasi il dar  la morte a «e stesso, ma spiegatasi ancora la  cagione di questa colpa . I discorsi, che ci ven-  gono fatti continuamente nelle ceremonie, e uè 1  tuisterii, dtCe Platone nel Fedone, che Iddio ci  ha messi in questa vita, come in un posto,  che senza di fui permissione non dobbiamo giammai abbandonare, possono essere troppo difficili  per noi a sorpassare la nostra capacità.   Tutto va bene sin qui. Ma che diremo dei  fanciulli e degli uomini condannati ingiustamen-  te, che il Poeta mette nel Purgatorio T Non è  così facile Io spiegare, perchè colà sieno queste  due sorta dì persone, e lì commentatori taciotio  al solito su questo soggetto. Se consideriamo il  caso de' fanciulli vedremo impossibile renderne  la ragione, se non con questo sistema. Eneid. Lib. VX Tcn, 414. e «gg-  il  Contìnua anditi vocei, vagilài et ingerii  Infamumque anime fieniej in limine primo ;  Quqi dulcit vile exorlis, et ali ubere rapini  Abstulh atra dies, et funere menit acerba. Queste par che {onero le grida e le lamentazio-  ni che Procolo nel Litro X. della Repubblica di  Fiatone, dice che sentivansi ne' misteri! Bisogna solamente indagare l'origine di una si straordinaria opinione. Io credo, che questa sia un’altra institniione elei legislatore destinata alla conservazione de’ fanciulli, come 1’institurioni de’ funerali è destinata alla conservazione de’ padri- Niuna cosa poteva più impegnare i pa.  dii nella cura della vita de* loro figliuoli, <ju au-  to questa terribile dottrina. Né si dica, che  l'amore de'padrì è per se stesso bastevolmente  possente, e non ha bisogno di nuovi motivi,  che loro suggeriscano di conservare ì loro figliuoli. Si sa che l'uso orribile e contro natura di esporre ì figliuoli era tra gli antichi universalmente stabilito, ed aveva questo del tatto  svelti dal cuore i sentimenti di natura, e quel-  li ancora della morale. Bisognava a questo disordine opporre un forte riparo ed io nino persuaso che i magistrati abbiano usato questo artificio di far credere nel Purgatorio i fanciulli  jnortì in tenera età per islabilire l' instiluto e  ravvivare ì naturali sentimenti, ch'erano quasi  «tìnti . In fatti niuna cosa era più degna della  (ij Eneìi Lib. VL Ven, ^t, e Kg*.   vigilanza de' t»agistr*ti ; poiché, cerne saggia-   jneuta dice Pericle della gioventù " distruggere i fanciulli è lo stesso che togliere dall'anno  la primavera. Qui pure scandalezzas'i Mr.  Bayle nel luogo addotto di sopra La prima cosa, die* egli, die incontratasi nell'ingresso dell'Inferno era il luogo de'fancinlli elle continuaniente piangevano, e poi quello delle persone ingiustamente condannate a morte. Clic liawi di più. irragionevole e scandaloso,  s, quanto la pena di queste picciole creature,  che non avevano commesso ancora peccato alcuno, e la pena di quelli, l'innocenza dei  quali era stata oppressa dalla calunnia ? Ab-  biamo spiegato ciò die risguarda i fanciulli,  esamineremo il. restante dell'obbiezione . Ma non  è da stupirsi che il Bayle non abbia potuto digerire questa dottrina intorno a' fanciulli, imperciocché forse il gran Platone medesimo se n'è scandaleizato. Riferendo *gli nel X. della  Repubblica la visione di Ero di Panfili* intorno  la distribuzione de' castighi e de' prernii dell'air  tra vita, quando arriva a parlare de'Ia condir  zione de' fanciulli j s'esprime in questa maniera  ben degna da osservarsi : " Ma riguardo a quel?,, li, cha rouojono in tenera età, Ero diceva  cose che non meritavano d'essere ricordale. Il racconto di quanto tiro vide nel]' altro mon-  do è un compendio di quanto gli Egiziani insegnano in questo proposito, a non dui»'»  punto che la dottrina de' fanciulli nel Purgatorio fosse ciò che non meritasse essere ricordato .  Piatone se ne offese, perchè non riflettè sulla   •ligio*, sull'uso «ti questa dottrina, come lo  abbiamo «piegato. Bisogna cercare un'altra soluzioni; per quelli  clic ingiustamente erano condannati, a questa k  la Maggior difficolta dall'Eneide.-   lini juxia falso damnati crimine morti i .  JW viro bit line soni d*t*, irne judiee icdts :  Quciitor Mimi uraam tnmet : Me sihntum  'Concilittmque -uoeat, vitaique et elimina discìt. Sembra queata essa una gran confusione ed una  grande ingiustizia. Quelli che sono ingiustamen-  te condannati non solo trovatisi in un luogo di  pene, ma dopo essere tutti rappreientati «otto  la medesima idea sono poscia distinti in due  classi, 1' una da' colpevoli e l'altra d'innocen-  ti. Per inviluppare questa difficoltà bisogna ri-  cordarsi la vecchia storia riportata da Platone  nel Gorgia. Al tempo di Saturno aravi una legge intorno agli nomini, e sempre osservata dagli Dei, che quando un uomo fosse vissiuto secondo le regole della giustizia e della,, pietà, era dopo morte trasportato nei!' isola  de' Beati, dove godeva di tutte le felicità,, senza una di que' mali, che tormentano gli  „ uomini : ma quegli eh' era ingiusto ed empio  era gettato in un lago di pene, prigione dcl-,, la divina giustizia chiamato il Tartaro. Ora  „ al tempo di Saturno e sul principio del regno di Giove, i giudici, cui era commesso  (»J Eneid. Lib. VI. veri. 43I. < ttgg.,, 1' eseguir questa légge, erano semplice mente  „ uomini, che giudicavano i vivi e stabilìvan»  „ a ciascuno il luogo e il giorno, in cui do-,, ve vano morire. Quindi nascevano molti giu-  tt dìcii ingrusti e mal fondati: perciò Plutone,  „ e quei ch'erano alla custodia delle Isole Bea-   te andarono a trovar Giove, e gli lappresen-  „ taro no che gli uomini discendevano ali' Inlev-  „ no mal giudicati, non meno quando venivano assolti, che condannali. Allora il padre  M degli Dei rispose : io liuiedierò a questo dìsordine. I falsi giurflciì nascono in parte dal corpo, onde sono involti i giudicati, perchè   ti giudicano ancor viventi. Malti di essi sot-   to una bella apparenza nascondono un cuora  „ corrotto, la lor nascita, le lor ricchezze in-  „ gannano, e quando vengono per essere giudi-   cali, trovano facilmente i falsi testimoni!   della loro vita e de' loro costumi . Questo è   ciò, che rovescia la giustizia, ed accieca i  „ giudici. Un' altra cagione di questo disordine   si è che i giudici medesimi sono imbarazzati,, da questa massa corporea. L' intelletto na-  „ scondesi sotto il manto degli occhi e della  I, orecchie, e sotto l'iutpenetrabil velo della   carne: ostacoli tutti, che impediscono ai giu-   dici di giudicar rettamente. In primo luogo,, adunque io farò, che i giudici non sappiano  H preventivamente il giorno della morte, e or-   dinerò a Prometeo di loro togliere questa prescienza. In secondo luogo poi farò sì, che  t, quelli, i quali verranno ad essere giudicati,  „ flieno spogliali di tutto ciò che li cuopre, e t, in avvenire saranno giudicati Bell' altro moa-  do. fcl cnuie saranno eiii totalmente spogliati è ben conveniente che tali sieno i loto gin»  „ dici, perchè all' arrivo di ogni novello abi-  „ tante, che viene libero di tutto ciò die circondollo sulla terra, e lascia addietro tutti 1  suoi ornamenti, possa l'anima vedere ed ei«  sere cosi in istato di pronunciare nn giusto  „ giudicio . Quindi comecché io non aveva pre-r  t, veduto tutte queste cose, prima ohe voi ve  ne accorgeste, ho pensato di metter per gìu-,, dici i miei proprii figliuoli . Due di questi  „ Minoase e Radamanto sono Asiatici, Europeo  „ è il terzo Baco. Quando morranno avranno i  loro tribunali nell'Inferno, appunto nel mezzo del aito, che si divide in due strade,  1’una delle quali conduce all' Isole Beate, l'altra al Tartaro. Radamento giudichi gli,, Asiatici. ttaco gli Europei, ma a Minosse io  „ db una suprema autorità ; egli sarà giudice  di appellazione, quando gl’altri saranno dui»-  Luisi in qualche caso oscuro e difficile, affinehè con tutta equità possa a ciascuno assegnar-  „ 9i il luogo dovuto „ . La materia comincia  cos'i a dilucidarsi. Egli e chiaro, che parlando  il Poeta dei falsamente condannati, allude *  quest' antica favola . Quindi per le parole falsa  damnati crimine mortis Virgilio non intende,  come potrebbe immaginarsi, innocente! addirli  ob infetta* calumnias, ma homines indigne et perperam adjudicali, assolti o condannati che  fieno . imperciocché pronunciando i giudici più  sovente sentenza di condanna, ebe dì assoluzione mentii per figura la maggior parte pri tutto . Forse Virgilio aveva scritto: Hos juxta fal-  so damnati tempore mortis; onde segue:   tftc viro. h<e line sarte data, sìne /«die* stdes (i),  Vitaiqye et crimine discit. Accordandosi con questa spiegazione { la qual  suppone una mal data sentenza sia di assoluzione o di condanna ) la conferma nel tempo stesi  so, e tutto ciò è ben legato con una serie con-  tinuata. Resta una sola difficoltà, e,' per dire  il vero, ella nasce piuttosto ila una negligenza  di Virgilio, die di chi lo legge. Troviamo que-  ste persone mal giudicate messe di g.à con altri  colpevoli in un luogo destinato per essi, vale a  dire nel Purgatorio. Ma per inavvertenza del  Poeta sono mal collocati ; poiché vedesi dalla favola, che dovrebbero essere messi sul confine  delle tre divisioni, dove la grande strada si par-  te in duo l'una che conduce al Tartaro e l'al-  tra agli Elisir, che Virgilio descrive cosi:   Bit focus est, parti; ubi se via findir in améas,  Desterà qua D 'ilis magni sub mania tendi! :  lìec iter Elysium nobis : et ini* mahrum  Exercet panar, et ad ìmpia Tartara mietil Ricercando il principio e l'origine della favola  io penso così. C insegna Diodoro di Sicilia, che  usavano gli Egizii di stabilire alcuni giudici al-  la sepoltura di tutti i particolari, per esanima- to Eneid. Lib-VI. ras. 4 ;i. (.) j. c . T er<-4!i-  (j) t c. i4 a. t «g E . re la loro vita e condotta, -onde sì assolvessero  o co ad annaserò secóndo le favorevoli o toni ra-  ri u testimoniarne ctie. avessero. Questi giudici  erano Sacerdoti, e pretendevano che le loro sentente fossero ratificate nel soggiorno delle om-  bre. La parzialità e i regali forse ottennero col  tempo ingiuste sentenze, e il favore particolare  vinse la giustizia. Di che potendosi scandalezza-  re il popolo, fu creduto a proposito dare ad in-  tendere ch'era riserbata al Tribunale dell'altro  mondo la sentenza, che doveva decidere della  sorte di ciascuno, se io non m'inganno; quin-  di ebbe origine la favola generale . Havvi però  una circostanza, di cui norr si pub rendere pie-  namente ragione, cioè " de' giudici che in que-,, sto mondo pronuncian sentenza, predicono il  „ giorno della morte del colpevole, dell* ordine,1 dato a Prometeo di abolire la loro giurisdizio-,> ne, e privarli di questa prescienza. Per la  che intendere, supponiamo ciò eh' è probabile,  che il postume riferito da Diodoro fosse nato  da un altro mo più antico, cioè, che i Sacer-  doti giudicavano i colpevoli in vita per delitti,  di cui il tribunale civile non poteva rilevare la  verità. Se cos'i è, ne nasceri che per la predi-  zione della morte del colpevole a' intenderà la  pena della morte, a cui veniva condannato; e  Prometeo che toglie loro il dono della prescien-  za vorrà dire, che il magistrato civile abolì la  loro giurisdizione. Questo nome di Prometeo  ben conviene al magistrato, il quale forma lo  spirito ed i costumi del popclo colie arti neces-  sarie alla pubblica felicità . Ecco secondo il mio     48   parete, l'orìgine della favola di Platone ; e pa-  re infanti ch'egli intendesse cosi, poiché facen-  dola/accontare da Socrate, gli (a dire : " Ascòl-  „ late un famoso racconto, clic voi forse tratterrete da favola; ma per me la chiamo una  il vera storia. Io spero di avere con questa spiegazione sod-  disfatto, la quale era necessaria per le osserva-  lioni fatte in tal proposito da Mr. Addisson  Voi. II. in un discorso espressamente composto  per ispiogare la discesa di Enea all'Inferno.  " Veggonsi, dice questo celebre autore, i caratterì di tre sorta di persone situate a'eon- ni: ni saprei dire la cagione, perchè cosi particolarmente collocate in questo aito: se  „ non fosse, perchè non pare ch'alcun di loro  „ dovesse essere collocato tra morti, non aven-  „ do ancora compiuto il corso degli anni asse-  D 8 nat 'S'> sulla terra . I primi sona le anime,i de' fanciulli levati dal mondo con una morte  „ immatura : i secondi sono gli uccisi ingiusta-  „ mente con una iniqua sentenza: in teno Ino-  „ go quei, che lassi dì vìvere, sì sono da se  „ medesimi uccisi ma  Trovami poscia due episodii 1' nn sopra Didone, e l'altro sopra Deifobo, ad imitazione di  Omero, ne' quali non evvi alcuna cosa al mio  proposito, se non fosse l' orribile descrizione di  Deifobo, il cui fantasma rappresentato mutilato  ci dimostra, secondo la filosofia di Platone,, che  i morti non solo conservano tutte le passioni  dell' anima, ma i segni ancora e i difetti del  corpo .Passata eh' ebbe Enea la prima divisione, ar»  riva si confini del Tartaro, dove gli viene di-  spiegato tutto ciò che riguarda le colpe e le  pene degli abitanti in questi luoghi terrìbili.  La sua conduttrice lo instruiice di tutto, e per  fargli intendere l'ufficio del Jerofanta» onta in-  terprete dei misteri!, co»l gli dice i   «•' Dm intlytt Ttucrmn t .   Nulli fai. casta tceltratum iati litri .limta i  Std mi, tura luci! Uicati prarfteit Avermi »  Ipsa Dtum panai datai t, perqm omnia duxìt (i) Osservisi che ENEA vien condotto per le regioni  del Purgatorio, e dei Campi filili!, ma che il  Tartaro gli ri fa vedere da lungi, e ne dice la  cagione la sua condottrice t   Ti.m dimum borritone,tridtntei eardine iter*   Panduntstr porte . Cernii custodia qualij   V estibulo stdeat? fatiti que Unum* itrvtt? (i)   Negli spettacoli e nelle rappresentazioni de' mi-  sterii non poteva essere difesamente . I colpevoli condannati alle pene eterne iono primiera-  mente coloro, che per ischi vare il castigo de' ma-  gistrati avevano peccato aegretamente:   Gnotsius htc Rhadamantui baiti durissima tigna,  Cairigatqui, aud'stqui dolci, tuéigitqui fami,  Qua; quii «pud Superai farlo Ulatui inani.  Distaili in itram commina piacula mortem. Endd. lib. VI. re» jfc. c"il^ {,) 1. £ . T(n . K .   (3; L e. ma. j«. tt.   d  Appunto per quelle colpe e«e»«o i legiilatori   d'inculcare il dogma delle pene dell'altra vita;  In scendo luogo fili Atei, che prendevano a  icheruo la Religione e gli Dei :   Bit 8W **ti9**f urr*Titdnià fui" (i).  Il die era conforme alle leggi di Caronda, che  al riferir di St-bro strili. XLU. dice; Il disprez-  zo degli Dei ita una, delle colpe pili grandi.  Il Pu- ta pailicolarnirnlv insiste, su quella specie  d'empirti, perei gli uomini pretendevo.» gli  onori dovuti agli Dei t  V 'idi et erudita dansim Salmaaia panar,  fìum Ji«mma,-Jbvii, et -tmitut imitttur Oìymfi (l) Sema dubbiò egli voleva censurare l'Apoteosi,  che già incorni oci ava ad introdurli in Roma ;  ed io credo che nella Ode III. del Libro!., del-  la quale il «oggetto «.Virgilio, abbia voluto  Orario rimproverare questa MB* a' mai ..citta-  dini: . Calum ipsxm pitimus stùtiitìa Wtfw  Tir nostrum paiimur stilili   Iraconda Jbvtm ponete fulmina (j) -   In quarto luogo" i traditori, e -gli adulteri, che  duo perturbatori dell* salute pubblica e pri-  vata i   Quiqut ab kMteriltm erti, quiqut arma secati  Impia ; nec viriti àomm-runi fallire Uixsr. s,  M tntid. lìb vi- mi. s ao. u) L c wn. jij. j«-   (riHorit.ivivttnl.ee. lucimi panarti euptclant (i) Vendidit hic aura patri ani, daminumquC pitentem   ImpOfuit, fixit legai prstio a'tque rtfixir,   Hic thtlamum invaili.,., velitojqw hymenxos.(& .  È degna di osserva/ione non dirsi solamente gli  adulteri, ma ancora gli uccisi per cagion di.  adulterio; per far intondere che dinanzi, al tri-  bunale della giustìzia divina -non bastano a punir  questa colpa i castighi umani anidra i jiiù -severi.   La ijMott*-ed uitira»-«p»cie tn-cqlpewiiii sano  Vi intrusi ne' misteri!, e i violatori di e ni,  rappresentati tutti e due sotto il carattere di  Teseo :1  s Sedet <eftrnUmqùl sed&iir  \ ' "  Infelix Thtsexi, PblttyajqHe rniterrimus orma   ' Mmonet et magna itstsiur voce per umbra: ;  Discile jitiiiiiam moniti, et non lemiere D/oe'j (;)..   Secondo la favola Teseo e Piritoo disegnarono  di rapire Proserpina dall' Inferno, ma colti sul  latto, Piritoo fu gettato a Cerbero, « T«eo  incatenato, finche da Ercole fu liberato. Con  che ci s» diedi; ad intendere, che clandestina-  mente si, erano, instrutli dei misteri i, e puniti .  A questo proposito mi sovviene una Storia rac-  contata da Livio nel Libro X.X.XI, Gli Ateniesi impegnarono in una guerra, contra Filippo  per un motivo dì poca importanza, in tempo,  in,cui altro non restava loro dell' antico splen-  dore, che la. fierezza . .JSV giorni dell' iuiziazio.   (0 tfc'd. Lib. VI.' tu. <sij. ftfe M L o. ttiMM. *«• *»!•  (j» I. e. * 7 . e »fg.   d i     „ da, glor.ni MT-i*«W. >«>•   L,„.«:,., . ™» .•p<«™ k Si ?™"*   culto segreta, entrarono con 1. ™rb. nel leu,-  2 di ferm. « —ita»—"•>"•   «uri .1 Presidente de' miste,,,, e benché tale  chiaro che innocentemente, e per fello era»,  entrati nel tempio, furono '•"> m °""' ™" =  rei di un enorme delitto .   Forse per Fregi» intendono i popoli deil. Beo-.  a ì, dì cui riferisce Paosania, 1 queir perrron  tntt'i dal fulmine, dal terremoto e dalla peate.  Quindi generalmente Fregia »o» dire •£ e.pr.  3 i „crMe S M. L'officio dato qui • Te.» i.  ..orlare alla pietà, a nino megli», «M  onmeni.a nello spettacolo, de' mr.ter,,, rapp.e-  ienl.ndo egli on. persona, che fjli««« P™'«  tìii. Co.1 l'idea noitr. intorno la drsces» d’ENEA all'Inferno toglie un» difficolti non m»,  .piegai» da' Critici. Non et» .(* no officio »~  «1, e r.r«r di propello gridar conimnamen .  air orecchio de' coodaun.ti, che Imparasse™ la  pietà e la ri.ercnra »er,o gli Dei! Qoantonqu.  Lesta sentenza insegni una importanti,....» re.  A.', era peri inolile predicarla a peranno, eh.  più n»n potevano sperare il perdono. Scarrone,  che ha impiegato il suo poco «lento per me*-  fere in ridicolo il pii util'Po. ma, che ma, st»  .fato composto, non ha mancato di far. guest»  flessa obbietione :  Li itnlmxn i eviene e btlla,   Ma all' Infima non Val *iU Infitti, secondo l’idea comune della discesa d’ENEA all'Inferno, VIRGILIO fa rappresentare a  Teseo un personaggio fuori di proposito. Ma  questo continuo avvertimento diviene il più ra-  gionevole ed il più utile, quando suppongasi  (come è di fatto) die VIRGILIO faccia nna rap-  presentazione di cià die facevasi e dicevasi nel celebrare gli spettacoli de' ìnisterii, poiché in  questo caso serviva d' avvertimento ad una mol-  titudine di spettatori viventi Aristide negli Bicaimi dice, che non mai cantavanii parole più  proprie a spaventare, qnanto in questi misterii^  perchè le voci e gli spettacoli insieme uniti,  dovevano fare una più profonda impressione sul-  lo spirito degli iniziati". Ma da un passo ili Pin-  daro io conchiudo, elle ne' spettacoli dei miste*  rii (donde gli uomini han prese tutte le idee  delle regioni Infernali ) nsavasì, che ogni col-  pevole rappresentato nel ano attuale castigo fa-'  cesse agli assistenti una esortazione contro la  colpa da lui commessa; " Volgendosi, son parole di Pindaro, a. Pyth., volgendosi conti-  n nuamente sulla sua rapida-ruota, grida a' mor-  ii 'ali ) che sempre situo disposti s confessare   la loro gratitudine verso a' benefattori per le  », grazie da loro ricevute „ . La parola mortali  fa chiaramente «edere, che questo discorso fa*  «evali agli uomini di questo mondo.   II Poeta cosi finisce il catalogo de' dannati :   Ami amati immane ntfns ausoqne patiti (l) . «) Sncid. ta.VI. ver», fi*.   d 3 Erìit"~~ a,s,i C,, :,!',i   •t™/a e dell' appro^aiione degli Un. ma era un  traodo, che sono estn.lmmt, "SS"".   Punto il Tartaro  g™to • «o» 1 "" "S" l '"  tìl, ENEA si purifica: - ... 0,, r J«« "*'». IW '««"'   Entra dopo nel soggiorno de' Beati:   Dtvvttrt Ivor «W» ^ fl "" r '''' T " Vff4  Fun'uw°r«'" nìmotvw, irdtiqac itti al :  Lvgì°* bic campo, etitr, O '«•»'»' "  T U,purta: lOÌemqM luam, s«n Wrr-r nonno" (a) .   Cosi precisamente Temistlo, Orolion. jnPniranj  ocsc.iv. P Iniriato nel momento the i. apre »  ecena r " Essendosi purificato, scuopresi ali mi-  „ ilato una legione tutta illuminala e rtsplen-  „ dente di una ohiareaaa divina. Son dissipate  „ in un tempo le nuvole e le false tenebre, e  „ l'anima trovasi, per cosi dire, dalla piUter-  „ libile oscuriti nel piii chiaro e sereno g.or-  „ no „ . Questo passaggio dal Tartaro agli Elia*  fa dire ad Aristide negli Eleusini, die da one-  ste ceremonie nasce nel tempo stesso ed onoro  e piacer., che sorprende . Qui Virgilio abban-   l.jlasld. Lib.V».,.n. «i>. ijsì «>' "" '1*' « '' IS ' donando Omero, eseguendo la dilettevole de-  crÌzioDe« die nella rappresentazione rie' niisterìi  faceva»! ne'Cauìpi Elisii, schivi» un gran 'difet-  to, nel -quale era caduto il' ano mae>tro, che  Ila fatta una pittura sì poco gradevole de' to-  schi fortunati, che non faceva alcuna voglia di  vivere in quel luogo : onde ha rovinato il dise-  gno de' legislatori, che mlrvano i popoli per-  suaiì dell' tsistcniS di quel felice soggiorno.  Egli introduce il suo Eroe e favorito, e gli fa  aire ad Ulisse, eh' ei vorrebbe essere piuttosto  un semplice artigiano sulla terra, di quello che  comandare nella regione de' morti ; e tutti i suoi  Eroi sono egualmente rappresentati in uno stata  infelice. Oltre di che per togliere agli uomini  tutti gli stimoli delle grandi e belle azioni, rap-  presenta la Tama e la gloria, come cose imperi,  tinenti e ridicole r quando erano i più ponenti  motivi della virtù nel mondo Pagano, e di cui  non mai bisogna privare gli nomini interamen-  te i laddove Virgilio, che nel tuo Poema non '  avea altro 'fine, che procurare il bene della -so-  cietà, rappresenta l'amore della fama e della  gloria, come tini possente paciose ancora Dell'  altro mondo . La semplice promessa fatta dalla  Sibilla a Palinuro di eternare il suo nome, con-  sola la di lui ombra, hanclrt ti tm>HM»!W (?'  infelici: Mtirnumqm lecui Pali nari nomtn èaèiéit .  ììis diciis cura tuoi», puhnsque'parump»r Corde dolor iriiti : gauJtt cognomini urrà (l) 0) Enrid. llfc. VI, va*. H» !*»• ì*)-   d 4  Queste dispiacevc-li descrizioni dell'altro auindo,  e le porie licenziose degli Dei, It une e le al-  tre tanto dannose alla società, persuasero Plato-  ne a bandire dalla Repubblica Omero.   Io queste beate regioni il Poeta, assegna, il  primo luogo a' legislatori e a quei, che trassero  gH uomini dallo stato di semplice natura, « gli  ridussero a vivere io società:   Magnanimi Hercu, natii mtliorièus annìs (i).   Capo di questi è Orfeo, il più celebre legislatori d’Europa, ma più conosciuto in qualità  di Poeta . Imperciocché essendo scritte in versi  le prime leggi, onde fossero più facili a rite-  nersi a memorie, la favola ci ha .supposto Or-  .feo colla forza della sua armonìa raddolcite i  costumi selvaggi di Tracia: ;   Tbrticius lunga cum utìtr Sacndos   Oil'/^uirur nxmtrii septem discrimina veeitm (i) .    Egli fu il primo, che dall'Egitto portò i mi-  steri in quella parte d' Europa. Il secondo luo-  ^o è assegnato a' buoni cittadini e a quei, che  •i sono sacrificati per la patria:   Hit nfanus ub patriam pugnando vulnera passi (3).   .Trovami in terzo luogo i sacerdoti pieni di vir-  tù e dì pietà;  Quiqut Sucrrdmis casti, dum vita mantbat ;  Quiaut pìi vaifs, O" fiaia digna lucuti (4>- (1) Eneid. Lib. VL ras. (i) 1 e. veri. f*s- «4<-   (j) L c. ra. Kb. (4, J. C vers. c fri. (tu   *?   Essendo necessario il bene della società, ohe   coloro i quali presiedevano alla Religione vivi-s-  iero santamente, e non insegnassero' degli Dei,  le non cose convenienti alta loro natura. L'ul-  timo luogo è assegnato agli inventori delle arti  liberali e. meccaniche:   Inventai aut qui viram excoluere per ariti f  Quiqut mi mimarti alio! fecere merendo (l).   In tntto questo Virgilio ha esattamente spiegata  quanto iniegnavasi nella celebrazione de' miste*  rìi, ne' quali continuamente i oca! cavasi, clic la  VÌrtil sola pub rendere gli uomini felici : le ce-  remonie, le lustrazioni, i sacrifìci] niente vale*  yano senza della virtù . Passa trinami Enea uà  gran numero di persone dalle due parti di  Stige :   Malrei atque viri defun&aque carperà vita  Magnsnimum herount, patri inuptieqai parila' (l).  Sane circum innumere gemei papali qa; valabant (j ) Aristide c'insegna, che negli spettacoli de' mi-  aterii apparivano agli iniziati truppe in numera,  bili d'uomini e di donne.   Per convincere interamente . il lettore della  verità drlla nostra interpretazione, VIRGILIO nota  una particolarità, malgrado questa conformità  perfetta tra Io spettacolo da lui rappresentato e  qurllo dV mistcrii . Questo è il famoso segreto  àv misteriì, il quale era il domata della unità (i) E«id. LiU VI. vtrt. Étfj. («4. tu L e. ver*. jo*.  (jtJ.cvert.7c5.  (**>  fli Dio, particolarità, clie se avesse tralasciala  Virgili» bisognerebbe confessare, che quantum  quo avesse per fine di rappresentare V iniziazio-  ne a' misterri, non 1' avesse rappresentata perfet-  tamente- Ma egli era troppo eccellente pittore  per non lasciare qualche equivoco nel suo quadro. Quindi copchiucie l'iniziazione del -suo Eroe  con fida'n Jogli, come solevasi, i secreti e il dogma  dell'unità. Senza di questo l'iniziato non era  arrivato ancora al grado più alto di perfezione,  -e non potevasi chiamarlo già Tf.iìhoths nel si-  gnificato tutto esteso di questa parola. Quindi  -il Poeta- introduce Museo', ch'era stato Jerofan-  t» in Atene, e che qui conduce Enea verso il  luogo, -dove apparitagli l'ombra di sno Padre,  * gii insegna' la' secreta dottrina sublime della .  perfelione con queste .sublimi espressioni: Principiti cmlmn ac tèrra! eamposque liquentts, Lucintemque glohiim Lunr Titnnìaqtte astra' 'Spirilui rteMrr ai'tt ; TÒtumqitr infitta p'rV àrtui 'Mtnt agitai materni et magno s: forfore miictti  Txtle bominum ptcudùmqite gtitur vititqut velatlnn,  Et qu/e marmoreo feri mostra sub aquari pontus CO - Segue Anchise «piegando )a natura e l'uso del  Purgatorio, il elle non era» fatto -nel passare  di Knea per quella regione. Viene poi alla dot-  Irina della Metempsicosi o trasmigrazione: do^  trina che insegnavasi ne'niistem per gimlificare  gli. attributi morali della divinità. Quest' OSS* 1   Uf Eatid. Ub.VI. vtts.,714. e tegg. I J N:l'"J il': L.l  »9  (o sv^gwwce al Poeta l'episodio il più belio ci)*  immaginarsi potesse, facendogli passare 'dìnan-, come in rassegna la sua posterità, e' cosi fi-  Bisce lo spettacolo \-' '('   I» questo viaggio che fa' l'Eroe per le tré  regioni de' morti, abbiamo dimostrato di uianò '  in mano con l'-atrtorift- di' qnalelfd 'autore' la  conformità de' suoi avvenimenti a quelli' degli  iniziati. Ora tinnendo in.urr putito' solò di vi-  sta le cose' qua * là disperse, diverrà cosi lu-  minosa U nostra spiegazione, elle non potrà pifi  dubitarsene; perciò rapporterò un passo consere  vatoci dallo Stobeo nel sermone CXIX., il qua-  le contiene una descrizione degli spettacoli de'  misterii, che 'Si accorda affano cogli avvenimen-  ti di Enca> L'anima prova' nella morte' le pas-  sioni medesime, «he sente nell' iniziazione a' ini-  iterii; ed osservisi che le parole corrispondono  alle cose ; Poiché rrttu;^ significa morire, e  essere iniziato.- Nella prima scena altro  non vi è, «he errori, incertezze, viaggi fatico-  si e penosi, e spettacoli fra le tenebre folte  nella notte. Arrivati a' confini della morte, e  della iniziazione tutto appariva sotto un terribi-  le aspetto ; " tutto * Órrortf, ' timore, ' tremore 'e  spavento . Ma ' passati' questi' spaventi sopravvie-  ne una luce miracolosa e divina: vaglie piana-  re e prati smaltati di fiori sì presentano loro da  ogni parte: inni e cori di musica dilettano le  orecchie loro: sentono le stìblimi dottrine della  sacra scienza, ed hanno visioni sante e veneran-  de .. Cosi, veri,. perfetti, iniziati, dimeni*"»  ione- più ristretti; ma coronati e trionfanti pai- «o   reggia? per le regioni de'Beati, MmttHli con  uomini canti e virtuosi, ed a loro talento ede-   Finito il viaggio torna ENEA con la condotw  trice rielle regioni superne per la porta d' avo-  rio . C* insegna esserci due porte, I 1 una di cor-  no, per cui escono le vere visioni, V altra di  avorio, per cui escono le false :  Sunigimine tornili pan* : quorum altèri fenar ite. (i)  E termina t   Froiequiiur ditti s (i) .   A questo passo freddamente osserva Servio, stm-  plice grammatico, voler significare il Poeta, che  il tutto da lui detto «falso, e nenia fondamen-  to: Vu.lt autem intelligi, falsa <«c omnia qua  dixìt. Questa pure è la spiegaiione di tatti i  Critici. Il P. U Rue, che per altro è uno de'  valenti, dice quasi lo stesso; C.um igiturFirgi-  lius&nearn eburnea porta emiitit, indicai pro-  feSoj quidquid a se de ilio inferorum adita.  diSum est, in fabulis esse numerandum . PER SIGNIFICARE LA QUALE OPINIONE SI DICE CHE VIRGILIO ERA EPICUREO, e che nelle sue Georgiche  tratta da favola tutto ciò, che dicesi Jdl' Inferno !   Felix, qui potui, rerum eognueert c«u !!as, \ Atqut moi UI Bm „ fI et InnorìSift fatum   Sabfidi ptdièut, urephumqu! Mehcrenth nari (;). (0 E« c id. tib. Vi. veri. B,j. {1) I. e. veri. tft.   ti) Graie. lib.II. virilo, 491,49», Se li* vuol dar fede a coloro, avrà dunque il  divino Virgilio terminata la più Leila delle sue  opere in una maniera ridicola. Egli ha scritto  Don per dilettare l'orecchio, ed i fanciulli nel-  le lunghe iceie dell'Inferno con racconti simili  alle favole Milrsiaue ; ma per ì ostruire degli no-  cini e de' cittadini, c per insegnar loro r do-  veri della umanità c delta società. Dunque do-  veva essere il fine di questo VI. litro, in pri-  jno luogo d' insegnare la dotlrina di una vita  avvenire, utile in questo mondo ; e ciò ha fat-  to il Poeta, rappresentando con qnal regolato-  no distribuiti i premi! e le pene : io secondo  luogo d'impegnare gli Eroi in imprese degna  di loro. Ma le crediamo a questi Critici, dopo'  d' aver impiegate tutte le forze del sno spirito'  in questo libro per giungere a questo fine, arrivato alla conclusione, con un sol tratto dì  penna distrugge tutto, come *e avesse detto: Ascoltate, miei cittadini, io ho procurato d’insinuarvi la virtù, dì allontanarvi dal vizio per rendere felice tutta intera la società, e procurare il bene di ognuno in particolare . li par imprimale nel vnslro spirito queste,j verità, che voleva insegnarvi, vi ho proposto,, nn grand' esemplare, vi ho descritti gli av-  „ veni menti del famoso vostro antenato, del  „ fondatore del vostro impero; e per maggior  „ vostro onore l'ho rappresentato, come un Eroe  „ perfetto, gli ho fatta eseguire 1* azione più  „ ardita, ma insieme la più divina, vale a di-  „ re lo stabilimento della polizia civile : anzi  t, per rendere il suo carattere piti rispettabile! 6=  e date alle sue ..leggi maggior- »m*irt,- gli   „ ho, fatto intraprendere, il viaggio^ di cui . c -, f dete la relazione .- Ma. per paura,, elle toì ne  „ riportiate qualche vantaggio, ed il mio Emo  „ qualche giuria, vi, avverto * che tutto questo  lunghissima discorso di uria vita, avvenire al-  „ tio non\ è.,, che va* Ridicola e puerile finrio-  »> ? e » < d »' personaggio rappresentato dei dd-  „ sito Eroe è un, sogno vano. In somma tutto  „ c(ò che avete inteso, dovete riputarlo, come  y scherzo, che niente significa, e da cui non  v dovete cavare conseguenza jlcunj., e» Boa, t ch'il Poeta aveva, voglia dì ridere,, e di hur-  g larsi delle vostrr; superstizioni „ . Cosi, si fa-  rebbe parlare Virgilio, seguitando Ja interpreta-  zione de' critici antichi e- moderni» La writàui  è, che non si potrebbe iciogliere .questa terribi-  le difficoltà senza, questo, nuovo aisteina, . secondo il quale aititi non intende VIRGILIO per.que-  ?* *-?!!?.* della discesa all' Inferno, the . Ja ini-  ziazione a' misterii . Ciò spiega, l' enigma, PJ 1 as-solve, il Pj^taj. Jaiperciocclià,.^tslf «M» dise-  gno di descriyer.e,. qu L ^ta. iniiiazioae., come è  credibile, avrà senza, dubbio scoperta con. qual-  che segno, fa, «qa, interuiono. secreta) ma dovu  poteva palesarla, meglio,. c l>e » thiudemle il  suo libro? Kgli f, a j uuque ^iv-pna bellissima  invenzione migliorato ciò, «li*» Omero, racconta  delle due.porte, quella di corno destinata alle visioni vere, e. quella di avorio, alie.fali. . Per  la puma dimostra Virgilio la realità di una vi-  ta avvenire; ma in questo ciò ch'egli vide non  era all' lni eino, ( „, a, nel tempio di Cerere. O.,—  sta rappresent.izionc chiamasi MÙàoe, o la favo-  la per eccellenza. Questo è secondo il staso ve-  lo ^ queste parole : Mitra canihali pnftBa nitet Eltphnnta ;  Sud Uba ad calum mìttum insomma mamffi.   ÌA* quantunque non avessero niente di reale i  sogni, che uscivano per questa porti,So- non  dubito, di' ella ir» /atti, non vi- latte-. Questa  era la. »tasni&cai porta del tempio, onde usciva-  no gl'iniziati, quando era compita la ceremo-  uia. Questo tempio era di una numeri-- gran-*  dezia,. come lo descrive Apulejo lilr. II. Senws  duxit me protinus ad forcs adìs amplissima.  È» curiosa . la descrizione, che ne fa Vìrruvio da  antiquitate nella prefazione del lì tir. VII. Eleusince- Cereris, (a Praserpina celiata immani ma-  gnitudine.,. Dorico ordine, sine exterioribus co-  tumnii. ad laxamentum usui sacrificiorum per-  r.exit. Eum autem postea, cum Bememus Pha-  lera-u? Athenis rerum potiretyr, • Philon. mite  templum. in. fronte columms constilutis Prosty-  lum fecit- auéìo vestibolo, laxnmentum initian-  libus r . operisque Aummain adjecil autloritatem •  Eravi dunque- uno spazio assai lungo capace di  tutti questi ipettacoU* e, dì tutte le rappiesen-  tazioni. K. poiché ne. abbiamo tanto parlato, a  riferitene alcune varie particolarità c/na e là: di-  sperse, non sarà cosa imitile, prima di finire,  darne in poche parole: una idea generale.     M Intii^Ub. Vt. Ì9S, Ijrd.     To credo adunque, che la celebrazioni' Jé' tnl-  sttrii consi.ieise principalmente io una specie  di rappresentazione drammatica della stona dì  Cerere, la quale dava occasione di esporre agli  occhi de*apettarori queste tre cose, che sopra  tulio inspgnavansi ne' murarli . I.", l'origine o  l’istituzione della società : IT. la dottrina do*  pniiiii e delle pene di un'altra vita': ' fi f.' Ir  falsiti del Politeismo, e la dottrina della unità'  di Dio. Apollodoro nel Libr. I. Cap V. della  sua Biblioteca c'insegna, che come Cerere avera stabilite leggi nella Sicilia e nell'etica, e,,eCondo la tradizione, aveva incivHili gli abt-'  tanti di que'due paesi, e raddolciti i loro co-  stumi selvaggi, ciò diede luogo alla rappresen-  tazione del primo degli artìcoli' sopradetti . Bio»  doro di Sicilia dice, che nel tempo della festa  di Cerere, che durava dieci giorni in Sicilia,  rappresentavano 1' antica maniera di vìvere, pri-  ma die gli uomini avessero imparato a lemìua-  re, e a servirsi delle biade. 11 secondo articolo  nasceva dalla cara, ebe Cerere si prese di an-  dare all' Inferno a cercare sua figliuola Proser-  pina, e finalmente il tino ' dal rapimento della  fgliuola .   Queste sono le osservazioni, che io ha fatte  iti questo famoso viaggio di Enea, e (se non  m' inganno) questa mia idea non solo illustra e  toglie molte difficoltà in ogni altro sistema in-  tollerabili; ma sparge copiosa grazia sopra tutto  il Poema. Imperciocché questo famoso Episodio  Conviene perfettamente bene al «oggetto genera-  la dell' Banda, eh' è lo stabilimento di onesta-  to»  «8   lo, e di nna Religione, poiché, secondo ti co-  t'Aiv.ic degli antichi, chiunque intraprendeva un  cosi difficile disegno era obbligato nidisptnsabit-  uiente di preparatisi colla iniziazione ai mifterii . Multa eximia t dice M. Tullio, divinaque  videntur Athence tua peperisse, atque in vitaru  Jiominum attutisse t tum nihilmelius illit myste-  fili, quibus ex. agresti immanique vita exculti,  ad humanitqteni istituti. et mingali sumus ;  jnitiaque, ut appeilanlur, et vera principia vi-  fa> cognop'uns . Neque salum cum Imtitia vi-  vendi rationem occepimus, at alani cum sp$  mfiiiori moriendi (i).  £] M- X. Ci.tq. dci«gi. Ubi. II. Clf.KlV-.  -=»   JftllM qu*lt si <t> U tptigt%ìw di Dkrìl ttìiSfznwi appwni***ti d'Miittrii Sfattoti.   I Sacerdoti primari! ne'mbterìi, che chiama-  vansi Hierophanta: } per conservare la castità  i' ungevano di cicuta • Un antico interprete A  Senio, alla jatif* V. -dice: Cicuta colorem i*  notti frigorit sui vi extinguit} unde Sacerdòti»  Cereri* Eleusina liquore ejtu ùngebantur, ut  concubiti* abstiner^nt. Altri vogliono che beve»  •ero la cicuta. S. Girolamo Lìbr. V. cont. Jovin.  ba coti : Bierophantct Athenìensium cicuta sor~  bilioni castrati, et pouquam in Pontificatavi  fuerìnt eleSi, viro* esse desivere.   latitati Inter mortuos honoratioret foie ere-  debantur. Scholiattes Ariitophanii in Ranis art:  ConspeBiores mnf apud inferni initiati- Diogene» Lantius in vita Diogeni* Cenici : Jpud ìn-  fero! priori loco initiati honoratUur .   (Tantaìo all'inferita.)   Né i Sacerdoti, né gli assistenti nell'antico  Egitto palesarono giammai ciò, che «veano ve-  duto nello spettacolo: né vi é esempio, eh*  qnantunque ne] fine d e ' sacrifici, le obbiezioni  fossero portate da dieciottò femmine figlinolo  de' Sacerdoti, alcun mai siasi attutato di queito  spettacolo, Orfeo Ita espressa la riterva, ali*  quale sopra quoto punto erano obbligati dalla  ttiaoti del loogo, «aito I 1 immagine di Tantalo  in meno alle acque senza poterne bevete. ' 1  Quelli j che andarono per J' iniziazione ne'ino-  ghi sotterrane» dell'Egitto, sentirono ntl primo  ingresso vagiti di bambini. Qtlelti erano i fi.  gliuoli de' Sacerdoti, che colà vanivano partoriti ed educati. Orfeo a questa verità suppose  ttaa dottrina, che i bambini di latte defunti  /ussero collocati nel]' mgreiso dell'Infero. Ne'soUeranei luoghi dell' Egitto e.avi un luo-  go chiamato il campp delle, lagrime ìugens som-  pur. Era uno spailo largo tre giugeii, ltrng»  nove circondato da quattro strade. Ivi si casti-  gavano sopra il Sudicio di tre Sacerdoti gli er-  rori degli ufficiali di secondo ordine, con castighi proporzionati, i più umani, come per aver  mancato più volte «Haipontntlìtà de' loro ufi»  cii. Là castigavano gli uomini, facendo loro  voltare un cilindro di sasso nulla cima di oli  collina, che andava dalla parte opposta. Le donne attingevano, acqua da profondi pozzi per versarla in un canale, che scorreva per questo earr£>  po di lagrime. Quindi e facile riconoscere l'ori-  gine del sasso di Sisifo, del vaso delle Danaidi  presso Orfeo. In caso di viola zion di secreto,  erano tanto i Sacerdoti, che gl'iniziati e gli  ufficiali destinali ad essere loro aperto il petto,  strappato il cuore, e dato a divorarlo agli il Celli di rapina . Quindi Orfeo immagino la per»  di, Prometeo e. di Tizio. Ami dalla grandezza  del campo è tram ia grandezza gigantesca di  Tizio, che steso a terra occupa ls spazio di no.  « giugeri. Eravi pure' un giardino chiamato Eliso . L(  luce del iole, che si ammirava era indebolita,  .perchè cadeva dall'altezza di dieciotto piedi.  Ciò fece nascere ad Orfeo, il pensiero di dare  all' Elifo un iole particolare ed astri particola-  ri. Nel fondo settentrionale' dell' eliso era vi il  Tartaro, in cai face vanii le rapprese stazio ci da Sacerdoti e dalle Sacerdotesse. Facevar»i' vedere  in lontananza grandissima molte persone, cha  per la distanza e per la poca luce, non potcva-  no essere distinte . In fatti gli iniziati e i con-  sultanti credevano: veramente rTedefe trasportati  nel toggiòrfao dell'altra vita J e non credevano  veramente vivi, se non quelli, che gli accom»  pago a vano .   Salendo per ima scala sontuosa all'Edificio  del Teatro, vedevano a traverso de' giardini, come in un vasto sotterraneo, un' canale diacqUe  spiritose e sulfuree accese, che parevano uri na-  rne di fiamme .   Un uomo, che torni alla Ida elsa, dice il  P. Bossù, la contesa di due altri nori'ha' in w  niente di grande; ma diventano azióni illustri,  quando è Ulisse, che ritorna in Itaca, Achille  ed Agamemnone, che contrastano. Vi sono del-  le azioni per se stesse importanti, come lo sta-  bilimento ( o la rovina di ano Stato, o di una  Religione; e tutt'è l'azione dell’ENEIDE. Egli  ha conosciuta la gran differenza tra i Poemi di  Omero e di VIRGILIO. È mirabile che da ciò non  abbia compreso di una specie differente essrre  l'Eneide dall'Odissea, e dallMliade. Una delle ragioni ancora per cui vieppiù SÌ manifesta la falliti della glosa dì Servio e Jt"  moi seguaci nell' asserire, che Virgilio [scendo  uscire dall' In Temo il im Eroe per la porla di  Avorio abbia voluto sigili (icari* mere stato simi-  le a un sogna tutto il precidente. racconto, udì  delle ragioni, dico, è che dentro il racconto VIRGILIO fa profetare Anchise di cose già succedute, ma succedute di Catto. Dunque come poteva  far passare per falso quello» oh' «0, verissimo Quindi le sue descI  Questo sapiente Dottor Inglese Warburton  e quegli) clic ha preso a difendere altamente  nelle sue Dissertazioni, o Lettere filosofiche e  morali (tradotte in Francese, conte li osservo  nei cenni mila vita del Warburton premesti a  questa edizione, dal Sig. di Silhouette, e im-  presse in Londra nel 1742 colla traduzione de'  aggi lulla Mitica e sull'uomo, e di-IP epistole  morali entro una raccolta intitolata Melange da  Litteraiure. et de Philotophieì Pope il quale fu  acerbamente attaccato dal Sig. di Crousaz e da  molti altri scrittori, e fra questi dal Ratina, a  cui rispose addi aS Aprile 1741 il Sig. di  Kamseais, cosi pure al Sig. Montesquieu autore  delle 'lettere Fiamminghe e delle Persiane.  10 Warburton raccolse ed impresse in IX. volti-  mi tutte le varie opere del Pape, che ave va-  gliene data l'incombenza col lasciargli tatti »   Cicerone parla de' mister» Eleusini, ne' quali  pretende il Sig. di Middeleton nella sua vita,  essersi fatto egli iniziare nel primo suo viaggio  in Atene 1' anno di Roma 67Ì, e di sua  et* XXVIII., ne parla, dico, Tisi c. Quasi. i>3,,  e 3 ed  «pressa ni enti: ilice de Legìbus I. sopracit;  Initiaguc, ut appellatiti, (s vera principia uè-  Ite cognovimut : neque soliim cum Imiti» vivendi rationem ticcepimus, sed etiam cum spe me-  liori moriendi. Questi m uteri i si celebravano in  determinate stagioni dell'anno con inoltre solen-  ni, e con una gran pompa di macchine : il che  tirava un concorso di popolo frequentissimo da  tutti i paesi. L. Crasso giunse per sorte in Ate-  ne due giorni dopo, ch'erano stati celebrali,  ed avendo invano desiderato che si replicassero,  non si volle più fermare, e partì corrucciato da  quella città (CICERONE, DE OR. de Ora*. 5. io. ) . Ciò fa  Tevere quanto i magistrati Ateniesi fossero guar-  dinghi nel rendere que' misterii troppo familia-  ri, » tu ire non vollero permetterne la vista fuo-  ri di i. mpo ad uno de' primi Oratori e Senato-  ri di Roma. Stimati che nella decorazione fol-  lerò i appiè sentati il Cielo, l'Inferno, il Purga-  torio e tutto quello che -si riferiva allo «tato  futuro de' molti, a bella posta per inculcare sen-  iibilmente, ed esemplificare le iiotljine promul-  gate ayli iniziati : e siccome erano un argomen-  to accomodato alla poesia però cosi frequente-  mente vi alludono i poeti antichi. Cicerone in  una sua lettera ad Attico il prega a richiesto,  di Chilio poeta eccellente di quel secolo, che  trasmettagli una relazione de 1 riti Eleusini, che  probabilmente destinatasi per un Episodio, o  abbellimento a qualche opera di Chilio. '   I miiterìì della Dea Cerere, ossia le ceremo-  nie religiose, che facevausi in di lei onore,  chiamavano Eleutinia dalia città dell' Attica det- ta da alcuni Elettiti; ma da altri con più fon-  daon-nto Eleusine, oggi Leptiaa. Le ceremonio  Eleusine piano presso i Citici le feste più toJ  leoni e sacrosante, onde per eccellenza furori  dette i Misteri! senz'altro aggiunto. La città di  Eleusina era così gelosa di questo privilegio di  celebrare i misterii, che ridotta dagli Ateniesi  agli estremi, si arrese con questa sola condizio-  ne, che non le si levassero le feste Eleusine. Contuttociò le stesse feste divennero comuni a  tutta la Grecia.   Le crremonie al dir di Arnobio, e di Late  lamio, erano una imitazione, o rappresentazio-  ne di ciò, che i Mitologi c'insegnano della Dea  Cerere . Esce duravan più giorni, ne' quali si  correva con torcie accese in mano, si sacrificavano vittime a Cerere e a Giove, ai facevano  delle libazioni con due vasi, uno dei quali sì  versava air Oriente e l'altro all'Occidente. I festeggiami si portavano in pompa alta città di  Eleusi, e sulla strada di tratto in tratto si fa-  ceva alto, e ti cantavano inni, e l'immolava-  no vìttime ; e tutto questo face va lì non solo  andando da Atene ìn Eleusi, ma nel ritorno  ancora. Del resto si era obbligato ad un invio-  labil secreto, e la legge condannava a morte  chiunque aveste ardito di pubblicare i misterii,  Anzi la slessa pana incorrevano quelli ancora,  che avessero data retta a' violatori del segreto .  I Candiotti erano i soli, cui si potevano sco-  prire . Le feste Eleusine nominavangi pure EVi-  xpuW cioè abscondita poste sotto chiave. Onde  ebbe a dir Sofocle aell' Edipo Coloneo, che la     Nngtia  de'Saeirdoti Ettmoìpidi era serrata con  chiavi d'oro. Non ostante un %\ severo decreto  Tertulliano, Teddofeto, Aruobio, Clemente Ale*,  mandrino affermano, che nelle feste Eleusine si  mostrava una parte oicena. Ma questa impart-  itone potrebbe essere mal fondata; poiché ia  tjuesti in iste ni nulla v'era di scritto, v'era la  Ifìtì grave di torte le pene per chi violava il Je-  eretó 4 n* v'ha esempio ch'alcuno l'abbia mai  violato,    V erano due sorta di feste Elusine le grandi  e le picciole. Il detto fin ora riguarda le gran-  di . Le picciolo' erano state instìtuìte in grazia  di ErcoW. Qoesto Eroe avendo chiesto di essere  iniziato a* mi iteri i Eleusini, e gli Ateniesi non  potendo compiacerlo, perchè la legge vietava che  't'ammettesse alcnn forastiere, ne volendo con-  -tnttociò contristarlo, initituirono altre fe*te; Elea*  line, coi poteste egli assistere . Le grandi si ce-  lebravano nel radi e di Roedromìone, che corri-  (ponile al nostro Agosto, e le picciole nel me»  /Intheucrione, che corrisponde al mese di Gen-  naio secondo Scaligero, al mese di Mano secon-  do Xilaadro . Non veniva alcuno ammesso alla partecipazio-  ni; di questi miiterii, se non per gradi. Prima  bisognava purificarsi: dipoi si era ricevuto agli  Eleusini minori] in fine li era ammesso ed ini-  ziato ai grandi, o aia maggiori . Que' eh' erano  ascrini, a' piccioli, ehiamavanii Mysti, * que'  ch'erano iniziati ai grandi, Epopti ed Efori,  TÀeh a dire Inspmori . Ed ordinariamente dovc^  *ari sostenere una prova di cinque anni per passare da* piccioli Eleo» ini 'a' grandi . Qualche  volta un anno bastava,' dopo il' quale- spaziò di  tempo si era immediatamente ammuso a quanta  Véra di più secreto in quelle religione ceremo*  aiti. Giovanni Menrsio ha composto un trattata  sugli Eleusini, nel quale prora la maggior par-  te de' fatti j che noi qui sopra abbiamo narrati La cognizione e par coti dire, la chiara con-  templazione de" miiterii Eleusini, chiamossi Au-  lópsto. In che consistesse non ai sa. Solo si  legge negli antichi scrittori, che un Sacrificato-  re detto Midranes immolava a Giove una troja,  pregna ; : e dopo avere ite ta la di lei pelle in  terra, su quella li faceva stare chi doveva es-  sere purificato . Questa ceremonìa era accompa-  gnata da preghiere, le quali un austero digiuna  doveva aver preceduto . Di poi dopo qualche  ablazione fatta coli' acque del mare, si corona?  va l'iniziando con nn cappello di fiori . Dopo  queste prove il candidato poteva aspirare alla  qualità di Itiysta, o d' Infoiato a' misteri! .   Quanto raccontano gli antichi de' mostri e  delle terribili apparizioni, ch'avevano gì* inizia*  ti ai misterii Eleusini si può provare . con quan-   -trizio, ch'è una grotta piccìola cavata nel sasso  di una isoletta del lago d'Erma nel li Contea di  Pungali nell'Irlanda. Tutti i pellegrini ch'an-  davano a visitar il Purgatorio di S. Patrizio non'  potevano entrare, se prima non vi si erano pre-  parati con lunghe vigilie e con rigorosi digiuni j  nel qnal tempo v'era chi loro empiva la testa  di terribili racconti? La prensione, i raccon-     ti, la deboteeza, le Miche operavano in guiia   nella immaginazione di qui;' malconci pellegrini,  ch'entrati nella; picciola caverna in meno a  quelle angusìic, ove regnava, una osciiriiiini»  notxe, credevano divedere realmente lutto quel-  lo, che avevano sentito narrarli; onde usciti  tutto ipacciavan per vero e reale, sebbene non  fosse rtato tale, che nella loro riicaldata e tur-  bata nfcntUt*;   Seneca nelle questioni naturali Lìbr. Vili.  Gap. XXXI. fa menzione di qoeito proverbio;  Eleusina servai, quod ostendai revisentibus . Sì  dice contro chi vuol dire, e inoltrare tutto ciò  che fa, od ha tenia frapponi dimora, tigli è  preso di qui, che i ebbe ni nel tempio di Cererà  vi foriero molli ornamenti sacri, su' quali cade-  va r Auptosla, pure non li inoltravano ohe, *e-  paraUmcnte, ed in diversi tempi. Fine delle Osservotiorti . A. Cuti. The belief in an underworld is very old, and most peoples imagine the dead as going somewhere. Yet they each have their own elaboration of these beliefs, which can run from extremely detailed, to a rather hazy idea. The Romans belong to the latter category. They do not seem to have paid much attention to the afterlife. Thus, Virgil, when working on his “Aeneid”, had a little problem. How should he describe the underworld where Aeneas was going? To solve this problem, VIRGILIO draws on three important sources, as Norden argues in his commentary: Homer’s Nekuia, which is by far the most influential intertext, and two lost poems about descents into the underworld by Heracles and Orpheus. Norden is fascinated by the publication of the Apocalypse of Peter, but he is not the only one: this intriguing text appeared in, immediately, three edition. Moreover, it also inspires the still useful study of the underworld by Dieterich. When Norden published his commentary on Aeneid, and he continued working on it, his essay still impresses by its stupendous erudition, impressive feeling for style, [In general, see Bremmer, The Rise and Fall of the Afterlife (London). 2 For Homer’s influence, see Knauer, “Die Aeneis und Homer” (Göttingen). Norden, KleineSchriften zum klassischenAltertum (Berlin), ‘Die Petrusapokalypse und ihre antiken Vorbilder’. In his monumental commentary, Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6. A Commentary” (Berlin) mistakenly states it was 1 Enoch. For the bibliography, see the most recent edition: Kraus and T. Nicklas, “Das Petrusevangelium und die Petrusapokalypse (Berlin). Dieterich, “Nekyia” (Leipzig and Berlin). For Dieterich, see most recently H.-D. Betz, The “Mithras” Liturgy (Tübingen) Wessels, Ursprungszauber. Zur Rezeption von Hermann Useners Lehre von der religiösen Begriffsbildung (London); H. Treiber, ‘Der “Eranos” – Das Glanzstück im Heidelberger Mythenkranz?’, in W. Schluchter and F.W. Graf (eds), Asketischer Protestantismus und der ‘Geist’ des modernen Kapitalismus, Tübingen, many interesting glimpses of Dieterich’s influence in Heidelberg; Tommasi, Albrecht Dieterich’s Pulcinella: some considerations a century later, St. Class. e Or. F. Graf, ‘Mithras Liturgy and Religionsgeschichtliche Schule, MHNH Norden, P. Vergilius Maro AeneisVI (Leipzig) 5 (sources). ingenious reconstructions of lost sources and all-encompassing mastery of Roman literature. It is, arguably, the finest commentary of the golden age of German Classics.7 Norden’s reconstructions of Virgil’s sources for the underworld in Aeneid VI have largely gone unchallenged, and the next worthwhile commentary, that by Austin clearly did not feel at home in this area. Now the past century has seen a number of new papyri of literature as well as new Orphic texts, and, accordingly, a renewed interest in Orphic traditions. Moreover, our understanding of Virgil as a philosophical bricoleur or mosaicist, as Horsfall calls him, has much increased in recent decades. It may therefore pay to take a fresh look at Virgil’s underworld and try to determine to what extent these new discoveries enrich and/or correct Norden’s picture. We will especially concentrate on the Orphic, Eleusinian, and Hellenistic backgrounds of Aeneas’s descent. Yet a Roman philosopher may hardly avoid his *own* Roman tradition, and, in a few instances, we will also comment on these aspects. As Norden observes, Virgil divides his picture of the underworld into six parts, and we will follow these in our argument. For Norden, see most recently E. Mensching, Nugae zur Philologie-Geschichte, 14 vols (Berlin). Rüpke, “Römische Religion” (Marburg); B. Kytzler et al., Norden (Stuttgart); W.M. Calder III and B. Huss, “Sed serviendum officio...” The Correspondence between Wilamowitz-Moellendorff and Eduard Norden (Berlin); W.A. Schröder, Der Altertumswissenschaftler Eduard Norden. Das Schicksal eines deutschen Gelehrten Abkunft (Hildesheim); A. Baumgarten, ‘Eduard Norden and His Students: a Contribution to a Portrait. Based on Three Archival Finds’, Scripta Class. Israel; Horsfall, Virgil, “Aeneid”, with additional bibliography, although overlooking Neuhausen, ‘Aus dem wissenschaftlichen Nachlass Franz Bücheler’s (I): Eduard Nordens Briefe an Bücheler’, in Clausen (ed.), Iubilet cum Bonna Rhenus. Festschrift zum 150 jährigen Bestehen des Bonner Kreises (Berlin) (important for the early history of the commentary) and --  Rüpke, ‘Dal seminario all’esilio: Norden e Jaeger,’ Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia (Siena). See now also O. Schlunke, ‘Der Geist der lateinischen Literatursprache. Eduard Nordens verloren geglaubter Genfer Vortrag’, A&A 8 For a good survey of the status quo, seeA. Setaioli,‘Inferi’,inEVII, Austin, P. Vergili Maronis Aeneidos liber sextus (Oxford, 1977). For Austin  see, in his inimitable and hardly to be imitated manner, J. Henderson, ‘Oxford Reds’ (London) Horsfall(ed.), A Companion to the Study of Virgil (Leiden) See especiallyN. Horsfall, VIRGILIO: l’epopea in alambicco (Napoli). Norden, AeneisVI,208 (sixparts). As Horsfall,Virgil,“Aeneid”6, has used my previous articles for his commentary, I will refer Horsfall only in cases of substantial disagreements or improvements of my analysis. I freely make use of]. Before we start with the underworld proper, we have to note an important verse. At the very moment that Hecate is approaching and Aeneas will leave the Sybil’s cave to start his entry into the underworld, at this emotionally charged moment, the Sibyl calls out. “Procul, o procul este, profani.” Austin just notes: ‘a religious formula’, whereas Norden comments. “Der Bannruf der Mysterien ἑκὰς ἑκάς.” However, such a cry is not attested for the Mysteries in Greece but occurs only in Callimachus. In Eleusis it is *not* the ‘uninitiated’ but those who cannot speak proper Greek or had blood on their hands that are excluded. But Norden is on the right track. The formula alludes to the beginning of the, probably, oldest Orphic theogony which has now turned up in the Derveni papyrus (Col, ed. Kouremenos et al.), but allusions to which can already be found in Pindar, the Italic philosopher Empedocles of Girgenti -- who was heavily influenced by the Orphics -- and Plato. “I will sing to those who understand: close the doors, you uninitiated.” A further reference to the Mysteries can probably be found in Virgil’s subsequent words. “Sit mihi fas audita loqui” -- as it was forbidden to speak about the content of the Mysteries to the non-initiated.  my ‘The Roman Tour of Hell’, in T. Nicklas et al. (eds), Other Worlds and their Relation to this World (Leiden); ‘Roman Tours of Hell: in W. Ameling (ed.), Topographie des Jenseits (Stuttgart) 13–34 (somewhat revised and abbreviated as ‘De katabasis van Aeneas’ Lampas) and ‘Descents to Hell and Ascents to Heaven’, in Collins, Oxford Handbook of Apocalyptic Literature (Oxford). For the entry, see H. Cancik, Verse und Sachen (Würzbur) (‘Der Eingang in die Unterwelt. Ein religionswissenschaftlicher Versuch zu Vergil, Aeneis VI, fi). For further versions of this highly popular opening formula, see Weinreich, Ausgewählte Schriften II (Amsterdam); Ried- weg, Hellenistische Imitation eines orphischen Hieros Logos (Munich); A. Bernabé, ‘La fórmula órfica “Cerrad las puertas, profanos”. Del profano religioso al profano en la materia’, ‘Ilu  and on OF 1;  Beatrice, ‘On the Meaning of “Profane” in Antiquity. The Fathers, Firmicus Maternus and Porphyry before the Orphic “Prorrhesis” (OF 245.1 Kern)’, Ill. Class. Stud., who at p. 137 also observes the connection with Aen. 6.258. In addition to the opening formula, see also Hom. H. Dem.; Eur. Ba.; Diod. Sic.; Cat. - “orgia quae frustra cupiunt audire profane”; Philo, Somn.; Horsfall on Aen. For the secrecy of the Mysteries, see Horsfall on Aen. The ritual cry, then, is an important signal for our understanding of the text, as it suggests the theme of the Orphic Mysteries and indicates that the Sibyl acts as a kind of mystagogue for Aeneas. After a sacrifice to the chthonic powers and a prayer, Aeneas walks in the ‘loneliness of the night’ to the very beginning of the entrance of the underworld, which is described as “in faucibus Orci” -- an expression that also occurs elsewhere in Virgil and other Latin philosophers. Similar passages suggest that the Roman philosophers imagine the ‘underworld’ as a vast hollow space with a comparatively narrow opening. “Orcus” can hardly be separated from Latin “orca,” -- and we find here an ancient idea of the underworld as an enormous pitcher with a narrow opening. This opening must have been proverbial, as in Seneca’s Hercules Oetaeus. Alcmene refers to fauces only as the entry of the underworld. All kinds of ‘haunting abstractions’ (Austin), such as War, Illness and avenging Eumenides, live here. In its middle, there is a dark elm of enormous size, which houses the dreams. The elm is a kind of arbor infelix, as it does not bear fruit (Theophr. HP Norden), which partially explains why Virgilio chose this tree, a typical arboreal Einzelgän- ger, for the underworld. Another reason must have been its size, “ingens”, as the enormous size of the underworld is frequently mentioned in Roman philosophy. In the tree the empty dreams dwell. There is no equivalent for this idea, but Homer (Od.) situates the dreams at the beginning of the underworld. Virgil places here all kinds of hybrids and monsters, some of whom are also found in the Greek underworld, such as Briareos (Il.). Others, though, are just frightening figures from mythology, such as the often closely associated Harpies and Gorgons, or hybrids like the Centaurs and Scyllae. According to Norden ‘alles ist griechisch gedacht’,  For similar ‘signs’, see Horsfall,Virgilio (‘I segnali per strada’). Verg. Aen. with Horsfall ad loc.; Val. Flacc.; Apul. Met. 7.7; Gellius; Arnob.; Anth. Lat. Wagenvoort, Studies in Roman Philosophy (Leiden) 102–131 (‘Orcus’); for a possibly, similar idea in ancient Greece, see West on Hes. Th. See also ThLL. For a possible echo of the Italic philosopher Empedocles of Girgenti B121DK, see Gallavotti,‘Empedocle’, EVII. For a possible source,see Horsfall, Virgilio. Most important evidence: Macr. Sat., cf. J. André, ‘Arbor felix, arbor infelix’, in Hommages à Jean Bayet (Brussels); J. Bayet, “Croyances et rites dans la Rome antique” (Paris) Lucrezop; Verg.Aen. (ingens!); Sen.Tro. Horsfallon Aen.; Bernabéon OF717 (=P. Bonon.4).33. but that is perhaps not quite true. The presence of Geryon (“forma tricorporis umbrae”) with Persephone in an Etruscan tomb as Cerun points to at least one Etruscan-Roman tradition. From this entry, Aeneas proceeds along a road to the river that is clearly the border to the underworld. In passing, we note here a certain tension between the Roman idea of “fauces” and a conception of the underworld separated from the upperworld by a river. Virgil keeps the traditional names of the rivers as known from Homer’s underworld, such as Acheron, Cocytus, Styx, and Pyriphlegethon, but, in his usual manner, changes their mutual relationship and importance. Not surprisingly, we also find there the ferryman of the dead, Charon. Such a ferryman is a traditional feature of many underworlds, but iCharon is mentioned in the late archaic Minyas (fr. 1 Davies/Bernabé), a lost Boeotian epic. The growing monetization of Athens also affects belief in the ferryman, and the custom of burying a deceased with an obol, a small coin, for Charon becomes visible on vases, just as it is mentioned first in Aristophanes’ Frogs. Austin (ad loc.) thinks of a picture in the background of Virgil’s description, as is perhaps possible. The date of Charon’s emergence probably precludes his appear- [See Nisbet and Hubbard on Hor. C. 2.14.8; P. Brize, ‘Geryoneus’, in LIMC at no. 25. 28 A. Henrichs, ‘Zur Perhorreszierung des Wassers der Styx bei Aischylos und Vergil’, ZPE. Pelliccia, ‘Aeschylean ἀμέγαρτος and Virgilian inamabilis’, ZPE. Horsfall on Aen. Note its mention also inOF717.42. 30 L.V. Grinsell, ‘The Ferryman and His Fee: A Study in Ethnology, Archaeology, and Tradition’, Folklore; Lincoln, ‘The Ferryman of the Dead’, J. Indo-European Stud.; Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death to the End of the Classical Period (Oxford); Oakley, Picturing Death (Cambridge); J. Boardman, ‘Charon I’, in LIMC, Debiasi, ‘Orcomeno, Ascra e l’epopea regionale minore’, in E. Cingano (ed.), Tra panellenismo e tradizioni locali: generi poetici e stroriografia (Alessandria), Oakley, Picturing Death, with bibliography; add R. Schmitt, ‘Eine kleine persische Münze als Charonsgeld’, in Palaeograeca et Mycenaea Antonino Bartonĕk quinque et sexagenario oblata (Brno); Gorecki, ‘Die Münzbeigabe, eine mediterrane Grabsitte. Nur Fahrlohn für Charon?’, in M. Witteger and P. Fasold, “Des Lichtes beraubt. Totenehrung in der römischen Gräberstrasse von Mainz-Weisenau (Wiesbaden); G. Thüry, ‘Charon und die Funktionen der Münzen in römischen Gräbern der Kaiserzeit’, in O. Dubuis and S. Frey-Kupper, Fundmünzen aus Gräbern (Lausanne)] ance in the poem on Heracles’ descent, although he seems to have been present already in the poem on Orpheus’ descent. Finally, on the bank of the river, Aeneas sees a number of souls and he asks the Sibyl who they are. The Sibyl, thus, is his ‘travel guide’. Such a guide is not a fixed figure in Orphic descriptions of the underworld, but a recurring feature of later tours of hell and going back to 1 Enoch. This was already seen, and noted for Virgil, by Radermacher, who had collaborated on an edition with translation of 1 Enoch. Moreover, another formal marker in later tours of hell is that the visionary often asks: ‘Who are these?’, and is answered by the guide of the vision with ‘these are those who...’, a phenomenon that can be traced back equally to Enoch’s cosmic tour in 1 Enoch. Such demonstrative pronouns also occur in the Aeneid, as Aeneas’ questions can be seen as rhetorical variations on the question ‘who are these?’, and the Sibyl’s replies contains “haec”, “ille” and “hi”. In other words, Virgil uses this tradition to shape his narrative, and he may have used some other Hellenistic motifs as well. Leaving aside Aeneas’s encounter with different souls and with Charon, we continue our journey on the other side of the Styx. Here Aeneas; Contra Norden, Aeneis; Stuckenbruck, ‘The Book of Enoch: Its Reception in Second Temple Jewish and in Christian Tradition’, Early Christianity; Radermacher, Das Jenseits im Mythos der Hellenen (Bonn) 14–15, overlooked by M. Himmelfarb, Tours of Hell, Philadelphia, and wrongly disputed by H. Lloyd-Jones, Greek Epic, Lyric and Tragedy (Oxford) 183, cf. J. Flemming and L. Radermacher, Das Buch Henoch (Leipzig). For Radermacher, see A. Lesky, Gesammelte Schriften (Munich); Wessels, Ursprungszauber. As was first pointed out by Himmelfarb, Tours of Hell, Himmelfarb, Tours of Hell; J. Lightfoot, The Sibylline Oracles (Oxford), who also notes the passage “contains three instances each of “hic” as adverb and demonstrative pronoun - a rhetorical question answered by the Sibyl herself, and several relative clauses identifying individual sinners or groups’. Add Aeneas’s questions in the Heldenschau especially, – “quis”, “pater”, “ille” -- ), and further demonstrative pronouns. 39 Differently, Horsfallon Aen.  and the Sibyl are immediately welcomed by Cerberus who first occurs in Hesiod’s Theogony but must be a very old feature of the underworld, as a dog already guards the road to the underworld in ancient mythology. After Cerberus is drugged, Aeneas proceeds and hears the sounds of a number of souls. Babies are the first category mentioned. The expression “ab ubere raptos” suggests infanticide, which is also condemned in the Bologna papyrus, a katabasis in a papyrus from Bologna, the text of which seems to date from early imperial times and is generally accepted to be Orphic in character. This papyrus, as has often been seen, contains several close parallels to Virgil, and both must have used the same identifiably Orphic source. Now ‘blanket condemnation of abortion and infanticide reflects a moral perspective. As we have already noted moral influence, we may perhaps assume it here too, as abortion and infanticide in fact occurs almost exclusively in ‘moralistic’ tours of hell’. Indeed, the origin of the Bologna papyrus should probably be looked for in Alexandria in a milieu that underwent moral influences. We may add that the so-called Testament of Orpheus is a revision of an Orphic poem and thus clear proof of the influence of Orphism on Egyptian (Alexandrian?) moralism. Yet some of the Orphic material of Virgil’s and the papyrus’ source must be older than the Hellenistic period. M.L. West, Indo-European Poetry and Myth (Oxford). For the text, with extensive bibliography and commentary, see Bernabé, Orphicorum et Orphicis similium testimonia et fragmenta.  (OF), who notes: ‘omnia quae in papyro leguntur cum Orphica doctrina recentioris aetatis congruunt’. This has been established by N. Horsfall, ‘P. Bonon.4 and Virgil, Aen.6, yet again’, ZPE; See also Horsfall on Aen. Lightfoot, Sibylline Oracles, 513 (quotes), who compares 1 Enoch 99.5; see also Himmelfarb, Tours of Hell; D. Schwartz, ‘Did People Practice Infant Exposure and Infanticide in Antiquity?’, Studia Philonica Annual; Stuckenbruck, 1 Enoch (Berlin and New York, Shanzer, ‘Voices and Bodies: The Afterlife of the Unborn’, Numen, with a new discussion of the beginning of the Bologna papyrus, in which she argues that the papyrus mentions abortion, not infanticide. 44 A. Setaioli, ‘Nuove osservazioni sulla “descrizione dell’oltretomba” nel papiro di Bologna’, Studi Ital. Filol. Class. Riedweg, Hellenistische Imitation eines orphischen Hieros Logos and ‘Literatura órfica’, in A. Bernabé and F. Casadesus (eds), Orfeo y la tradicion órfica (Madrid); F. Jourdan, Poème judéo-hellénistique attribué à Orphée: production juive et réception chrétienne (Paris). After the babies we hear of those who were condemned innocently, suicides, famous mythological women such as Euadne, Laodamia, and, hardly surprisingly, Dido, Aeneas’ abandoned beloved. In this way Virgil follows the traditional combination of ahôroi and biaiothanatoi. The last category that Aeneas meets at the furthest point of this region between the Acheron and the Tartarus/Elysium are war heroes. When we compare these categories with Virgil’s intertext, Odysseus’ meeting with ghosts in the Odyssey, we note that, before crossing Acheron, Aeneas first meets the souls of those recently departed and those unburied, just as in Homer Odysseus first meets the unburied Elpenor. The last category enumerated in Homer are the warriors, who here too appear last. Thus, Homeric inspiration is clear, even though Virgil greatly elaborates his model, not least with material taken from Orphic katabaseis. Aeneas then reaches a fork in the road, where the right-hand way leads to Elysium, but the left one to Tartarus. The fork and the preference for the right are standard elements in eschatological myths, which suggests a traditional motif. Once again, we are led to the Orphic milieu, as the Orphic Gold Leaves regularly instruct the soul ‘go to the right’ or ‘bear to the right’ after its arrival in the underworld, thus varying Pythagorean usage for the upper world. Virgil’s description of Tartarus is mostly taken from the Odyssey. Grisé, Le suicide dans la Rome antique (Paris). These two heroines are popular in funereal poetry in Hellenistic-Roman times: SEG 52.942, 1672. For the place of Dido in Book VI and her connection with Heracles’ katabasis, see R. Nauta, ‘Dido en Aeneas in de onderwereld’, Lampas See, passim, S.I. Johnston, Restless Dead (Berkeley, Los Angeles, London, 1999); Horsfall on Aen. 6.426–547. 50 Norden, AeneisVI,238–239. 51 Pl.Grg. 524a, Phd.108a; Resp.10.614cd; Porph.fr. 382;Corn.Labeofr. 7. 52 A. Bernabé and A.I. Jiménez San Cristóbal, Instructions for the Netherworld (Leiden) 22–24 (who also connect 6.540–543 with Orphism); F. Graf and S.I. Johnston, Ritual Texts for the Afterlife: Orpheus and the Bacchic Gold Tablets (London) no. 3.2 (Thurii) = OF 487.2, 8.4 (Entella) = OF 475.4, 25.1 (Pharsalos) = OF 477.1. For the exceptions, preference for the left in the Leaves from Petelia (no. 2.1 = OF 476.1) and Rhethymnon (no. 18.2 = OF 484a.2), see the discussion by Graf and Johnston, Ritual Texts. The two roads also occur in the Bologna papyrus, cf. OF 717.77 with Setaioli, ‘Sulla descrizione’. Smith,‘The Pythagorean Letter and Virgil’s GoldenBough’, Dionysius -- but the picture is complemented by references to other descriptions of Tartarus and to contemporary Roman villas. What does our visitor see? Under a rock there are “moenia” encircled by a threefold wall. The idea of the mansion is perhaps inspired by the Homeric expression ‘house of Hades’, which must be very old as it has Hittite, Indian and Irish parallels, but in the oldest Orphic Gold Leaf, the one from Hipponion, the soul also has to travel to the ‘well-built house of Hades’. On the other hand, Hesiod’s description of the entry of Tartarus as surrounded three times by night seems to be the source of the three-fold wall. Around Tartarus there flows the river Phlegethon, which comes straight from the Odyssey, where, however, despite the name Pyriphlegethon, the fiery character is not thematized. In fact, fire only later became important in ancient underworlds. The size of the Tartarus is again stressed by the mention of an “ingens” gate that is strengthened by columns of adamant, the legendary, hardest metal of antiquity, and the use of special metal in the architecture of the Tartarus is also mentioned in the Iliad (‘iron gates and bronze threshold’) and Hesiod (‘bronze fence’). Finally, there is a tall iron tower, which according to Norden and Austin is inspired by the Pindaric ‘tower of Kronos’. However, although Kronos is traditionally locked up in Tartarus, Pindar situates his tower on one of the Isles of the Blessed. As the tower is also not associated with Kronos here, Pindar, whose influence on Virgil was not very profound, will hardly be its source. Given that the Tartarus is depicted like some kind of building with a gate, “vestibulum” and threshold, it is perhaps better to think of the towers that form part of Roman villas. The “turris aenea” in 54 Cf.A. Fo,‘Moenia’,in E VIII.557–558. 55 Il. VII.131, XI.263, XIV.457, XX. 366; Emp. B 142 DK, cf. A. Martin, ‘Empédocle, Fr. 142 D.-K. Nouveau regard sur un papyrus d’Herculaneum’, Cronache Ercolanesi 33 (2003) 43–52; M. Janda, Eleusis. Das indogermanische Erbe der Mysterien (Innsbruck, 2000) 69–71; West, Indo-European Poetry, Note also Aen.: domos Ditis. 56 Grafand Johnston, RitualTexts,no. 1.2=OF474.2. 57 For Hesiod’sinfluence on Virgil, see A. LaPenna, ‘Esiodo’, in EVII,386–388;HorsfallonAen. 7.808. 58 Lightfoot, Sibylline Oracles, 514. 59 Lexikon des frühgriechischen Epos I (Göttingen) s.v.; West on Hesiod, Th. 161; Lightfoot, Sibylline Oracles, 494f. 60 On Kronos and his Titans, see Bremmer, Greek Religion and Culture, the Bible, and the Ancient Near East (Leiden). For rather different positions, see Thomas, “Reading Virgil and His Texts” (Ann Arbor) and Horsfall on Aen. 3.570–587. 62 Norden, Aeneis VI, 274 rightly compares Aen. 2.460 (now with Horsfall ad loc.), although 3 pages later he compares Pindar; E. Wistrand, ‘Om romarnas hus’, Eranos 37 which Danae is locked up according to ORAZIO may be another exam-ple, as before Virgil she is always locked up in a bronze chamber (Nisbet and Rudd ad loc.). Traditionally, Tartarus was the deepest part of the Greek underworld, and this is also the case in Virgil. Here, according to the Sibyl, we find the famous sinners of mythology, especially those that revolted against the gods, such as the Titans, the sons of Aloeus, Salmoneus, and Tityos. However, Virgil concentrates not on the most famous cases but on some of the lesser-known ones, such as the myth of Salmoneus, the king of Elis, who pretended to be Zeus. His description is closely inspired by Hesiod, who in turn is followed by later authors, although these seem to have some additional details. Salmoneus drove around on a chariot with four horses, while brandishing a torch and rattling bronze cauldrons on dried hides, pretending to be Zeus with his thunder and lightning, and wanting to be worshipped like Zeus. However, Zeus flung him headlong into Tartarus and destroyed his whole town. Receiving nine lines, Salmoneus clearly is the focus of this catalogue, as the penalty of Tityos, an “alumnus” of Terra, is related in 6 lines, and other sinners, such as the Lapiths, Ixion, and Pirithous, are; Opera selecta (Stockholm). For anachronisms in the Aeneid, see Horsfall, Virgilio, Il., 478; Hes. Th. 119 with West ad loc.; G. Cerri, ‘Cosmologia dell’Ade in Omero, Esiodo e Parmenide’, Parola del Passato; D.M. Johnson, ‘Hesiod’s Descriptions of Tartarus (Theogony 721–819)’, Phoenix; Except for Salmoneus, they are als opresent in ORAZIO’s s underworld: Nisbet and Ruddon Hor. Compare Soph. fr10c6 (makingnoisewithhides, cf. Apollod.1.9.7, to be read with Smith and Trzaskoma, ‘Apollodorus: Salmoneus’ Thunder-Machine’, Philologus and Griffith, ‘Salmoneus’ Thunder-Machine again’); Man. (bronze bridge); Greg. Naz. Or. 5.8; Servius and Horsfall on Aen.  (bridge). 66 In line 591, aere, which is left unexplained by Norden, hardly refers to a bronze bridge (previous note: so Austin) but to the ‘bronze cauldrons’ of Hes. fr. 30.5, 7. 67 For the myth, see Hes. fr. 15, 30; Soph. fr. 537–541a; Diod. Sic.; Hyg. Fab. 61, 250; Plut. Mor. 780f; Anth. Pal. 16.30; Eust. on Od. Hardie, Virgil’s Aeneid: cosmos and imperium (Oxford); D. Curiazi, ‘Note a Virgilio’, Musem Criticum; A. Mestuzini, ‘Salmoneo’, in EV IV, 663–666; E. Simon, ‘Salmoneus’, in LIMC; Austint ranslates ‘son’, as Homer (Od.) calls him a son of Gaia, but Tityos being a foster son is hardly ‘nach der jungen Sagenform’ (Norden), cf. Hes. fr. 78; Pherec. F 55 Fowler; Apoll. Rhod.; Apollod. 1.4.1. For alumnus meaning ‘son’, see ThLL s.v. 69 Ixion appears in the underworld as early as Ap. Rhod. 3.62, cf. Lightfoot, Sibylline Oracles, 517] mentioned only in passing. It is rather striking, then, that Virgil spends such great length on Salmoneus, but the reason for this attention remains obscure. Moreover, the latter sinners are connected with penalties, an overhanging rock and a feast that cannot be tasted, which in mythology are normally connected with Tantalus We find the same ‘dissociation’ of traditional sinners and penalties in later works. Apparently, specific punishments gradually stopped being linked to specific sinners. Finally, it is noteworthy that the furniture of the feast with its golden beds points to the luxury-loving rulers of the East rather than to contemporary Roman magnates. After these mythological exempla there follow a series of mortal sinners against the family and familia, then a brief list of their punishments, and then more sinners, mythological and historical. In the Bologna papyrus, we find a list of sinners, then the Erinyes and Harpies as agents of their punishments, and subsequently again sinners. Both Virgil and the papyrus must therefore go back here to their older source, which seems to have contained separate catalogues of nameless sinners and their punishments. But what is this source and when was it composed? Here we run into highly contested territory. Norden identifies three katabaseis as important sources for Virgil, the ones by Odysseus in the Homeric Nekuia, by Heracles, and by Orpheus. Unfortunately, Norden does not date the last two katabaseis, but thanks to subsequent findings of 70 J. Zetzel, ‘Romane Memento: Justice and Judgment in Aeneid 6’, Tr. Am. Philol. Ass. Bremmer,‘Orphic,Roman, Jewish and ChristianToursofHell’. 72 Note also Dido’s aurea sponda (Aen.); Sen. Thy. 909: purpurae atque auro incubat. Originally, golden couches were a Persian feature, cf. Hdt.; Esther 1.6; Plut. Luc. 37.5; Athenaeus 5.197a. 73 P. Salat, ‘Phlégyas et Tantale aux Enfers. À propos des vers 601–627 du sixième livre de l’Énéide’, in Études de littérature ancienne, Questions de sens (Paris, 1982) 13–29; F. Della Corte, ‘Il catalogo dei grandi dannati’, Vichiana, Opuscula IX (Genova) Powell, ‘The Peopling of the Underworld: Aeneid, in Stahl (ed.), Vergil’s Aeneid: Augustan Epic and Political Context, London; Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes influence of Heracles’ katabasis -- with Lloyd-Jones, Greek Epic, on Bacch. and F. Graf, Eleusis und die orphische Dichtung Athens in vorhellenistischer Zeit (Berlin) on Ar. Ra. 291, where Dionysus wants to attack Empusa), 309–312 (see also Norden, Kleine Schriften, Horsfall on Aen. Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes influence of Orpheus’ katabasis on lines 120 (see also Norden, Kleine Schriften, Horsfall on Aen. 6.120. papyri we can make some progress here. On the basis of a probable fragment of Pindar, Bacchylides, Aristophanes’ Frogs, and the mythological handbook of Apollodorus, Hugh Lloyd-Jones reconstructs an epic katabasis of Heracles, in which he was initiated by Eumolpus in Eleusis before starting his descent at Laconian Taenarum. Lloyd- Jones dated this poem to the middle of the sixth century, and the date is now supported by a shard in the manner of Exekias that shows Heracles amidst Eleusinian gods and heroes. The Eleusinian initiation makes Eleusinian or Athenian influence not implausible, but as Parker comments, once the (Eleusinian) cult had achieved fame, a hero could be sent to Eleusis by a non-Eleusinian poet, as to Delphi by a non-Delphian. However, as we will see in a moment, Athenian influence on the epic is certainly likely. Given the date of this epic we would still expect its main emphasis to be on the more heroic inhabitants of the underworld, rather than the nameless categories we find in Orphic poetry. And in fact, in none of our literary sources for Heracles’s descent do we find any reference to nameless humans or initiates seen by him in the underworld, but we hear of his meeting with MELEAGRO and his liberation of Theseus. Given the prominence of nameless, human sinners in this part of Virgil’s text, the main influence seems to be the katabasis of Orpheus rather than the one of Heracles. There is another argument as well to suppose here use of the katabasis of Orpheus. Norden notes that both Rhadamanthys and Tisiphone  recur in Lucian’s Cataplus in an Eleusinian context. Similarly, he observed that the question of the Sibyl to Musaeus about Anchises can be paralleled by the question of the Aristophanic Dionysos to the Eleusinian initiated where Pluto lives [The commentary of  W. Stanford on the Frogs (London) is more helpful in detecting Orphic influence in the play than that by K.J. Dover (Oxford). Lloyd-Jones, ‘Heracles at Eleusis: P. Oxy. 2622 and P.S.I. 1391’, Maia = Greek Epic; see also R. Parker, Athenian Religion (Oxford)  Boardman et al.,‘Herakles’,inLIMCIV. Parker, Athenian Religion, Graf, Eleusis, 146 n. 22, who compares Apollod., cf. 1.5.3 (see also Ov. Met.; P. Mich. Inv., re-edited by M. van Rossum-Steenbeek, Greek Readers’ Digests? (Leiden); Servius on Aen.), argues that the presence of the Eleusinian Askalaphos in Apollodorus also suggests a larger Eleusinian influence. This may well be true, but his earliest Eleusinian mention is Euphorion and he is absent from Virgil. Did Apollodorus perhaps add him to his account of Heracles’s katabasis from another source? Contra Graf, Eleusis, 145–146. Note also the doubts of R. Parker, Polytheism and Society at Athens (Oxford, 2005) 363 n. 159. Meleager: Bacch., with Cairns ad loc. Norden, AeneisVI, 274f. Frogs 161ff, 431ff). Norden ascribes the first case to the katabasis of Orpheus and the second one to that of Heracles. His first case seems unassailable, as the passage about Tisiphone has strong connections with that of the Bologna papyrus, as do the sounds of groans and floggings heard by Aeneas and the Sibyl (cf. OF 717.25; Luc. VH.). Musaeus, however, is mentioned first in connection with Onomacritus’ forgery of his oracles in the late sixth century and remained associated with oracles by Herodotus, Sophocles and even Aristophanes in the Frogs. His connection with Eleusis does not appear on vases before the end of the fifth century and in texts before Plato. In other words, it seems likely that both these passages ultimately derive from the katabasis of Orpheus, and that Aristophanes, like Virgil, had made use of both the katabaseis of Heracles and Orpheus. To make things even more complicated, the descent of both Heracles and Orpheus at Laconian Taenarum shows that the author himself of Orpheus’s katabasis also used the epic of Heracles’s katabasis. We have one more indication left for the place of origin of the Heracles epic. After the nameless sinners we now see more famous mythological ones. Theseus, as Virgil stresses, sedet aeternumque sedebit. The passage deserves more attention than it has received in the commentaries. In the Odyssey, Theseus and Pirithous are the last heroes seen by Odysseus in the underworld, just as in Virgil Aeneas sees Theseus last in Tartarus, even though Pirithous has been replaced by Phlegyas. Originally, Theseus and Pirithous are condemned to an eternal stay in the underworld, either fettered or grown to a rock. This is not only the picture in the Odyssey, but seemingly also in the Minyas (Paus., cf. fr. dub. 7 = Hes. fr. 280), and certainly so on Polygnotos’ painting in the Cnidian lesche (Paus.) and in Panyassis (fr. 9 Davies = fr. 14 Bernabé). This clearly is the older situation, which is still referred to in the hypothesis of Critias’ Pirithous (cf. fr. 6). The situation must have changed through the katabasis of Heracles, in which Heracles liberates Theseus but, at least in some sources, left Pirithous where he was.87 This liberation is most likely another testimony for an Athenian connection of the katabasis of Heracles, as Theseus was Athens’ na- [83 Norden, Aeneis; Hdt.7.6.3 (forgery: OF 1109 = Musaeus, fr. 68),8.96.2 (=OF69), 9.43.2 (=OF70); Soph.fr. 1116 (= OF 30); Ar. Ra. 1033 (= OF 63). 85 Pl. Prot. 316d = Musaeus fr. 52; Graf, Eleusis, 9–21; Lloyd-Jones, Greek Epic, 182–183; A. Kauf- mann-Samaras, ‘Mousaios’, in LIMC, no. 3. 86 As is also observed by Norden, Aeneis VI, 237 (on the basis of Servius on Aen. 6.392) and Kleine Schriften, 508–509 nos 77 and 79. 87 Hypothesis Critias’ Pirithous (cf. fr. 6); Philochoros FGr H 328 F 18; Diod. Sic. 4.26.1, 63.4; Hor. C.; Hyg. Fab. 79; Apollod. 2.5.12, Ep. 1.23f. ] tional hero. The connection of Heracles, Eleusis and Theseus points to the time of the Pisistratids, although we cannot be much more precise than we have already been. In any case, the stress by Virgil on Theseus’s eternal imprisonment in the underworld shows that he sometimes opts for a version different from the katabaseis he in general followed. Rather striking is the combination of the famous Theseus with the obscure Phlegyas who warns everybody to be just and not to scorn the gods. Norden unconvincingly tries to reconstruct Delphic influence here, but also, and perhaps rightly, posits Orphic origins. His oldest testimony is Pindar’s Second Pythian Ode, where Ixion warns people in the underworld. Now Strabo calls Phlegyas the brother of Ixion, whereas Servius calls him Ixion’s father. Can it be that this relationship plays a role in this wonderful confusion of sources, relationships, crimes and punishments? We will probably never know, as Virgil often selects and alters at random. After another series of nameless human sinners, among whom the sin of incest is clearly shared with the Bologna papyrus, the Sibyl urges Aeneas on and points to the mansion of the rulers of the underworld, which is built by the Cyclopes – “Cyclopum educta caminis moenia.” Norden calls the idea of an iron building ‘singulär’ but it fits other descriptions of the underworld as containing iron or bronze elements. Austin compares Callimachus, for the Cyclopes as smiths using bronze or iron, but it has escaped him that Virgil combines here two traditional activities of the Cyclopes. On the one hand, they are smiths and as such forged Zeus’s thunder, flash and lightning-bolt, a helmet of invisibility for Hades, the trident for Poseidon and a shield for Aeneas For this case, see also Horsfall,Virgilio,49. 89 D. Kuijper,‘Phlegyas admonitor’, Mnemosyne; Garbugino,‘Flegias’,in EV II, 539–540 notes his late appearance in our texts. Even though it is a different Phlegyas, one may wonder whether Statius, Thebais 6.706 et casus Phlegyae monet does not allude to his words here: admonet ... “discite iustitiam moniti...”? The passage is not discussed by R. Ganiban, Statius and Virgil (Cambridge, 2007). 91 Norden, Aeneis, compares, in addition to Pindar (see the main text), Pl. Grg. 525c, Phaedo 114a, Resp. 10.616a. 92 To be addedt o Austin. Berry, “Criminals in Virgil’s Tartarus: Contemporary Allusions in Aeneid” – CQ; Cf.Horsfall,‘P. Bonon.4andVirgil,Aen.6’. Aen. 8.447).95 Consequently, they were known as the inventors of weapons in bronze and the first to make weapons in the Euboean cave Teuchion. On the other hand, early traditions also ascribed imposing constructions to the Cyclopes, such as the walls of Mycene and Tiryns, and as builders they remained famous all through antiquity. Iron buildings thus perfectly fit the Cyclopes. In front of the threshold of the building, Aeneas sprinkles himself with fresh water and fixes the golden bough to the lintel above the entrance. Norden and Austin understand the expression “ramumque adverso in limine figit” as the laying of the bough on the threshold, but “figit” seems to fit the lintel better. One may also wonder from where Aeneas suddenly got his water. Had he carried it with him all along? Macrobius (Sat. 3.1.6) tells us that washing is necessary when performing religious rites for the heavenly gods, but that a sprinkling is enough for those of the underworld. There certainly is some truth in this observation. However, as the chthonian gods are especially important during magical rites, it is not surprising that people did not go to a public bath first. It is thus a matter of convenience rather than principle. But to properly understand its function here, we should look at the golden bough first. The Sibyl tells Aeneas to find the golden bough and to give it to Proserpina as her due tribute. The meaning of the golden bough has gradually become clearer.Whereas Norden rightly rejects the interpretation of Frazer’s Golden Bough, he clearly was still influenced by his Zeitgeist with its fascination with fertility and death and thus spends much attention on the comparison of the bough with mistletoe. Yet by pointing to the Mysteries he already came close to an important aspect of the bough.103 95 Hes. Theog.; Apollod. 1.1.2 and 2.1, 3.10.4 (which may well go back to an ancient Titanomachy); see also Pindar fr. 266. 96 Istros FGrH 334 F 71 (inventors); POxy. 10.1241, re-edited by Van Rossum-Steenbeek, Greek Readers’ Digests? (Teuchion). 97 Pin d. fr. 169a.7; Bacch. 11.77; Soph.; Hellanicus FGrH 4 F 87 = F 88 Fowler; Eur. HF 15, IA 1499; Eratosth. Cat. 39 (altar); Strabo; Apollod.; Paus.; Anth. Pal. 7.748; schol. on Eur. Or. 965; Et. Magnum 213.29. 98 As is argued by Wagenvoort, Pietas (Leiden) (‘TheGoldenBough’); Eitrem, Opferritus und Voropfer der Griechen und Römer (Kristiania, 1915) 126–131; Pease on Verg. Aen. 4.635. 100 For Aeneas picking the bough on a mosaic, see D. Perring, ‘“Gnosticism” in Fourth-Century Britain: The Frampton Mosaics Reconsidered’, Britannia -- Compare J.G. Frazer, Balder the Beautiful = The Golden Bough VII.2 (London) 284 n. 3 and Norden, Aeneis VI, 164 n. 1. 102 As observed by Wagenvoort,Pietas, Norden,Aeneis. Combining three recent analyses, which have all contributed to a better understanding, we may summarize our present knowledge as follows. When searching for the golden bough, Aeneas is guided by two doves, the birds of his *mother* Aphrodite. The motif of birds leading the way derives from colonisation legends, as Norden and Horsfall have noted, and the fact that there are two of them may well have been influenced by the age-old traditions of two leaders of colonising groups. The doves, as Nelis has argued, can be paralleled with the dove that led the Argonauts through the clashing rocks in Apollonius of Rhodes’ epic. Moreover, as Nelis notes, the golden bough is part of an oak tree, just like the golden fleece, both are located in a gloomy forest and both shine in the darkness. In other words, it seems a plausible idea that Virgil also had the golden fleece of the Argonautica in mind when composing the episode of the golden bough. This is not wholly surprising. The expedition of Jason and his Argonauts also was a kind of quest, in which the golden fleece and the golden bough are clearly comparable. In addition, Colchis was situated at the edge of Greek civilisation so that the journey to it might not have been a katabasis but certainly had something of a Jenseitsfahrt. Admittedly, the Argonautic epic does not contain a golden bough, but Michels points out that in the introductory poem to his Garland MELEAGRO mentions ‘the ever golden branch of divine Plato shining all round with virtue’ (Anth. Pal. = Meleager; Gow-Page, West). Virgil certainly knows Meleager, as Horsfall notes, and he also observes that the allusion to Plato prepares us for the use Virgil makes of eschatological myths in his description of the underworld, those of the Phaedo, Gorgias and Er in the Republic. In this section on the Golden Bough, I refer just by name to West, ‘The Bough and the Gate’, in S.J. Harrison, Oxford Readings in Vergil’s Aeneid (Oxford); Horsfall, Virgilio (with a detailed commentary) and D. Nelis, Vergil’s Aeneid and the Argonautica of Apollonius Rhodius (Leeds). The first two seem to have escaped Turcan, ‘Le laurier d’Apollon (en marge de Porphyre)’, in A. Haltenhoff and F.-H. Mutschler (eds), Hortus Litterarum Antiquarum. Festschrift H.A. Gärtner (Heidelberg), West, Indo-EuropeanPoetry; Bremmer, Greek Religion and Culture. For the myth of the Golden Fleece, see Bremmer, Religion and Culture. For the expedition of the Argonauts as Jenseitsfahrt, see K. Meuli, Gesammelte Schriften (Basel); Hunter, The Argonautica of Apollonius: literary studies (Cambridge) Michels, ‘The Golden Bough of Plato’, Am. J. Philol. For Michels, see J. Linderski, ‘Agnes Kirsopp Michels and the Religio’, Class. However, there is another, even more important bough. SERVIO tells us that those who have written about the rites of Proserpina assert that there is “quiddam mysticum” about the golden bough and that people could not participate in the rites of Proserpina unless they carried the golden bough. Now we know that the future initiates of Eleusis carried a kind of pilgrim’s staff consisting of a single branch of myrtle or several held together by rings. In other words, by carrying the bough and offering it to Proserpina, queen of the underworld, Aeneas also acts as an Eleusinian initiate, who of course had to bathe before initiation. Virgil will have written this all with one eye on OTTAVIANO, who was an initiate himself of the Eleusinian Mysteries. Yet it seems equally important that Heracles too had to be initiated into the Eleusinian Mysteries before entering the underworld. In the end, the golden bough is also an oblique reference to that elusive epic, the Descent of Heracles. Having offered the golden bough to Proserpina, Aeneas may now enter Elysium, where he now comes to “locos laetos” (cf. “laeta arva”) of “fortunatorum nemorum.” The stress on joy is rather striking, but on a Orphic Gold Leaf from Thurii we read, “Χαῖρε, χαῖρε.” Journey on the right-hand road to holy meadows and groves of Persephone’. Moreover, we find joy also in  prophecies of the Golden Age, which certainly overlap in their motifs with life in Elysium. Once again Virgil’s description taps Orphic poetry, as “lux perpetua” is also a typically Orphic motif, which we already find in Pindar and which surely must [Servius, Aen. 6.136: licet de hoc ramo hi qui de sacris Proserpinae scripsisse dicuntur, quiddam esse mysticum adfirment ad sacra Proserpinae accedere nisi sublato ramo non poterat. inferos autem subire hoc dicit, sacra celebrare Proserpinae. The connection with Eleusis is also stressed by G. Luck, Ancient Pathways and Hidden Pursuits (Ann Arbor) (‘Virgil and the Mystery Religions’. R. Parker,Miasma (Oxford,); Suet. Aug.; Dio Cassius;  Bowersock, “Augustus” (Oxford) 68. 112 For woods in the underworld, see Od.; Graf and Johnston, Ritual Texts for the Afterlife (Thurii) = OF 487.5–6; Verg. Aen.; Nonnos, D. 19.191. 113 GrafandJohnston, RitualTexts for the Afterlife, no. 3.5–6=OF487 Oracula Sibyllina: ‘Rejoice, maiden’, cf. E. Norden, Die Geburt des Kindes (Stuttgart) have had a place in the katabasis of Orpheus, just as the gymnastic activities, dancing and singing almost certainly come from the same source, even though OTTAVIANO must have been pleased with the athletics which he encouraged. The Orphic character of these lines is confirmed by the mention of the Threicius sacerdos (with Horsfall), obviously Orpheus himself. After this general view, we are told about the individual inhabitants of Elysium, starting with genus antiquum Teucri, which recalls, as Austin sees, “genus antiquum Terrae, Titania pubes” opening the list of sinners in Tartarus. It is a wonderfully peaceful spectacle that we see through the eyes of Aeneas. Some of the heroes are even “vescentis”, on the grass, and we may wonder if this is not also a reference to the Orphic ‘symposium of the just’, as that also takes place on a meadow. Its importance was already known from Orphic literary descriptions, but a meadow in the underworld has also emerged on the Orphic Gold Leaves. The description of the landscape is concluded with the picture of the river Eridanus that flows from a forest, smelling of laurels. Neither Norden nor Austin explains the presence of the laurels, but Virgil’s first readership will have had several associations with these trees. Some may have remembered that the laurel is the highest level of re-incarnation among plants in the Italic philosopher Empedocles of Girgenti, whereas others will have realised the poetic and Apolline connotations of the laurel. After Trojan and nameless Roman heroes, priests, and poets, Aeneas sees those who found out knowledge and used it for the betterment of life – “inventas aut qui vitam excoluere per artis”  tr. 115 Pind. fr. 129; Ar. Ra.; Plut. frr. 178,211; Visio Pauli21, cf.Graf, Eleusis, Horsfall, Virgilio, For the Titans being the ‘olden gods’, see Bremmer, Greek Religion and Culture,78. 118 Graf, Eleusis, Pind. fr. 129; Ar. Ra.326; Pl. Grg. 524a, Resp.; Diod. Sic.; Bernabéon OF61. 120 Graf and Johnston, Ritual Texts for the Afterlife, no. 3.5–6 (Thurii) = OF 487.5–6, no. 27.4 (Pherae) = OF. The Eridanus also appears in Apollonius Rhodius as a kind of otherwordly river, but there it is connected with the myth of Phaethon and the poplars, and resembles more Virgil’s Avernus with its sulphur smell than the forest smelling of laurels in the underworld. For the name of the river, see Delamarre, ‘  Ἠριδανός, le “fleuve de l’ouest”,’ Etudes Celtiques. Horsfall, ‘Odoratum lauris nemus – Aeneid” Scripta Class. Perhaps, readers may have also thought of the laurel trees that stand in front of OTTAVIANO’s domus on the Palatine, given the importance of OTTAVIANO in this book, cf. A. Alföldi, Die zwei Lorbeerbäume des Augustus (Bonn); M. Flory, ‘The Symbolism of Laurel in Cameo Portraits of Livia’, Mem. Am. Ac. Rel. Austin). As has long been seen, this line closely corresponds to a line from a cultural-historical passage in the Bologna papyrus where we find an enumeration of five groups in Elysium that have made life livable. The first are mentioned in general as those who embellish life with their skills – “αἱ δε βίον σ[οφί]ῃσιν ἐκόσμεον” -- to be followed by the poets, ‘those who cut roots’ for medicinal purposes, and two more groups which we cannot identify because of the bad state of the papyrus. Inventions that both improve life and bring culture are typically sophistic themes, and the mention of the archaic ‘root cutters’ instead of the more modern ‘doctors’ implies an older stage in the sophistic movement. The convergence between Virgil and the Bologna papyrus suggests that we have here a category of people seen by Orpheus in his katabasis. How- ever, as Virgil sometimes comes very close to the list of sinners in Aristophanes’ Frogs, both poets must, directly or indirectly, go back to a common source, as must, by implication, the Bologna papyrus. This Orphic source apparently was influenced by the cultural theories of the Sophists. Now the poets occur in Aristophanes’ Frogs too in a passage that is heavily influenced by the cultural theories of the Sophists, a passage that  Graf connects with Orphic influence. Are we going too far when we see here also the shadow of Orpheus’s katabasis? Having seen part of the inhabitants of Elysium, the Sibyl asks Musaeus where Anchises is. Norden persuasively compares the question of Dionysus to the Eleusinian initiates where Pluto lives in Aristophanes’ Frogs. In support of his argument Norden observes that, normally, the Sibyl is omniscient, but only here asks for advice, which suggests a different source rather than an intentional poetic variation. Naturally, Norden infers from the comparison that both go back to the katabasis of Heracles. In line with our investigation so far, however, we rather ascribe the question to Orpheus’s katabasis, given the later prominence of Musaeus and the meeting with Eleusinian initiates. Highly interesting is also another observation by Norden. Norden notes that Musaeus shows them the valley where Anchises lives from a height – “desuper ostentat” -- and compares a [Treu, ‘Die neue ‘Orphische’ Unterweltsbeschreibung und Vergil’, Hermes ‘die primitiven Wurzelsucher’. 124 Norden, Aeneis VI,287–288; Graf, Eleusis,146n. 21compares Aen.6.609 with Ar. Ra.149–150 (violence against parents), with Ra. (violence against strangers) and 6.612–613 with Ra. 150 (perjurers). Note also the resemblance of 6.608, OF 717.47 and Pl. Resp. 10.615c regarding fratricides, which also points to an older Orphic source, as Norden already saw, without knowing the Bologna papyrus. Graf,Eleusis,34–37. 126 Neither Stanford nor Dover refers to Virgil. number of Greek, Roman and Christian Apocalypses. Yet his comparison confuses two different motifs, even though they are related. In the cases of Plato’s Republic and Timaeus as well as in CICERONE’S “IL SOGNO DI SCIPIONE” (Mozart) (Rep.) souls see the other world, but they do not have a proper tour of hell (or heaven) in which a *supernatural* person (Musaeus, il divino, [arch]angel, Devil) provides a view from a height or a mountain. That is what we find in 1 Enoch (17–18), Philo (SpecLeg 3.2), Matthew (4.8), Revelation (21.10), the Testament of Abraham, the Apocalypse of Abraham (21), the Apocalypse of Peter, which was still heavily influenced by traditions, and even the late Apocalypse of Paul (13), which drew on earlier sources. In other words, it is hard to escape the conclusion that Virgil draws here too, directly or indirectly, on this very old sources. With this quest for Anchises we have reached the climax of LIBER VI. It would take us much too far to present a detailed analysis of these lines but, in line with our investigation, we will concentrate on Orphic and Orphic-related (Orphoid) sources. Aeneas meets his father, when the latter has just finished reviewing the souls of his line who are destined to ascend ‘to the upper light’. They are in a valley, of which the secluded character is heavily stressed, while the river Lethe gently streams through the woods. The Romans paid much attention to this river. Those souls that are to be reincarnated drink the water of forgetfulness. After Aeneas wonders why some would want to return to the upper world, Anchises launches into a detailed cosmology and anthropology drawn straight from The Porch – IL PORTICO -- before we again find Orphic material. The soul locks up in the body as in a prison, which Vergil derived almost certainly straight from Plato, just like the idea of engrafted --  concreta – evil [Contra Horsfallon Aen.6.792. 128 For the reference to metempsychosis, see Horsfallon Aen.6.724–751.129679–680 penitus convallevirenti inclusas animas; 703: vallereducta; 704: seclusumnemus. Theognis 1216 (plain of Lethe); Simon. Anth.Pal.7.25.6(house of Lethe); Ar.Ra.186(plain of Lethe); Pl. Resp. 10.621ac (plain and river); TrGF Adesp. fr. 372 (house of Lethe); SEG (curse tablet: Lethe as a personal power). For its occurrence in the Gold Leaves, see Riedweg, Mysterienterminologie, 40. 131 Soul: Pl. Crat. 400c (= OF 430), Phd. 62b (= OF 429), 67d, 81be, 92a; [Plato], Axioch.; G. Rehrenbock, ‘Die orphische Seelenlehre in Platons Kratylos’, Wiener Stud. The penalties the souls have to suffer to become pure may well derive from an Orphic source too, as the Bologna papyrus mentions clouds and hail, but it is too fragmentary to be of any use here.On the other hand, the idea that soul has to pay a penalty for the deeds in the upperworld twice occurs in the Orphic Gold Leaves. Orphic is also the idea of the “rota” through which the soul has to pass during its Orphic reincarnation. But why does the cycle last a thousand years before the soul can come back to life – “mille rotam volvere per annos --? Unfortunately, we are badly informed by the relevant authors about the precise length of the reincarnation. The Italic philosopher Empedocles of Girgenti mentions ‘thrice ten thousand seasons’ and Plato mentions ‘ten thousand years’ and, for a PHILOSOPHICAL life, ‘three times thousand years’. But the myth of Er mentions a period of thousand years. This will be Virgil’s source here, as also the idea that the soul has to drink from the river Lethe is directly inspired by the myth of Er where the soul drinks from the River of Forgetfulness and forgets about their stay in the other world before returning to earth (Resp. 10.621a). It will hardly be chance that with the references to the end of the myth of Er, we have also reached the end of the main description of the underworld. In the following Heldenschau, we find only one more intriguing reference to the eschatological beliefs of Virgil’s time. At the end, father and son wander in the wide fields of air – “aëris in campis latis” -- surveying everything. In one of his characteristically wide-ranging and incisive discussions, Norden argues that Virgil alludes here to the belief that the soul ascends to the moon as their final abode. This belief is as old, as Norden argues, as the Homeric Hymn to Demeter, where we already find ‘die Identifikation der Mondgöttin Hekate mit Hekate als Königin der Geister und des Hades’. However, it must be objected that verifiable associations between the two (i.e. Hecate and the moon) do not survive from Bernabé, ‘Una etimología Platónica: Sôma – Sêma’, Philologus -- For the afterlife of the idea, Courcelle, Connais-toi toi-même de Socrate à Saint Bernard, 3 vols (Paris) 2.345–380. Engrafted evil: Pl. Phd. 81c, Resp., Tim. 42ac. Plato and Orphism: A. Masaracchia, ‘Orfeo e gli “Orfici” in Platone’, in idem (ed.), Orfeo e l’Orfismo (Rome), reprinted in his Riflessioni sull’antico (Pisa); Treu, ‘Die neue ‘Orphische’ Unterweltsbeschreibung’, 38 compares OF 717.130–132; see also Perrone, ‘Virgilio Aen. VI 740–742’, Civ. Class.Crist.; Horsfall on Aen. 6.739. 133 Graf and Johnston, Ritual Texts 6.4 (Thurii) = OF 490.4; Graf and Johnston 27.4 (Pherae) = OF 493.4. 134 OF338,467,Graf and Johnston, Ritual Texts, 5. 5 (Thurii) = OF 488.5, withBernabéadloc. 135 Pl. Resp. 10.615b, 621a. Curiously, Norden does not refer to this passage in his commentary on this line, but at p. 10–11 of his commentary. 136 Norden, AeneisVI,23–26, also comparing Servius; Ps. Probusp. 333–334. [Moreover, the identification of the moon with Hades, the Elysian Fields or the Isles of the Blessed is relatively late. It is only later that we start to find this tradition among pupils of Plato, such as, probably, Xenocrates, Crantor and Heraclides Ponticus, who clearly want to elaborate their master’s eschatological teachings in this respect. Consequently, the reference does indeed allude to the soul’s ascent to the moon, but not to the ‘orphisch-pythagoreische Theologie’ (Norden). In fact, it is clearly part of the Platonic framework of Virgil. In the same century Plato is the first to mention Selene as the mother of the Eleusinian Musaeus, but he will hardly have been the inventor of the idea. Did the officials of the Eleusinian Mysteries want to keep up with contemporary eschatological developments, which increasingly stressed that the soul goes up into the aether, not down into the subterranean Hades? We do not have enough material to trace exactly the initial developments of the idea, but it was already popular enough for Antonius Diogenes to parody the belief in his “Wonders Beyond Thule”, a parody taken to even greater length by Lucian in his True Histories. Virgil’s allusion, therefore, must have been clear to his contemporaries. S.I. Johnston,Hekate Soteira (Atlanta)31. 138 W. Burkert, LoreandSciencein AncientPythagoreanism (CambridgeMA,1972) 366–368,who also points out that there is no pre-Platonic Pythagorean evidence for this belief; see also Cumont, Lux perpetua (Paris) Gottschalk, Heraclides of Pontus, Oxford, Wilamowitz rejects the‘Mondgöttin Heleneoder Hekate’ already in his letter thanking Norden for his commentary, cf. Calder III and Huss, “Sed serviendum officio...”, 18–21 at 20. 140 Pl. Resp. 2.364e; Philochoros F Gr H328 F208, cf. Bernabéon Musaeus 10–14T. 141 A. Henrichs,‘ Zur Genealogiedes Musaios’, ZPE 58(1985)1–8. 142 IG I3 1179.6–7; Eur. Erechth. fr. 370.71, Suppl., Hel. 1013–1016. Or. 1086–1087, frr. 839.10f, 908b, 971; P. Hansen, Carmina epigraphica Graeca saeculi IV a. Chr. n. (Berlin and New York, 1989). For Antonius’ date, see Bowersock, “Fiction as History: Nero to Julian” (London), whose identification of the Faustinus addressed by Antonius with Martial’s Faustinus is far from compelling, cf. R. Nauta, “Poetry for Patron”s (Leiden). Bowersock has been overlooked by Möllendorff, Auf der Suche nach der verlogenen Wahrheit. Lukians Wahre Geschichten (Tübingen) whose discussion also sup- ports an earlier date for ANTONIO against the traditional one. When we now look back, we can see that Virgil has divided his underworld into several compartments. His division contaminates Homer with later developments. In Homer, virtually everybody goes toHades, of which the Tartarus is the deepest part, reserved for the greatest e Titans. A few special heroes, such as Menelaus and Rhadamanthys, go to a separate place, the Elysian Fields, which is mentioned only once in Homer. When the afterlife became more important, the idea of a special place for the elite, which resembles the Hesiodic Isles of the Blessed, must have looked attractive to a number of people. However, the notion of re-incarnation poses a special problem. Where do those stay who have completed their cycle and those who are still in process of doing so? It may now be seen that Virgil follows a traditional Orphic solution in this respect, a solution that had progressed beyond Homer in that MORAL criteria had become important. In his Second Olympian Ode Pindar pictures a tripartite afterlife in which a sinner is sentenced by a judge below the earth to endure terrible pains. He who is a good man spends a pleasant time with ‘il divino.’ He who has completed the cycle of reincarnation and has led a blameless life joins the heroes on the Isles of the Blessed. A tripartite structure can also be noticed in the Italic philosopher Empedocles of Girgenti, who speaks about the place where the great sinners are, a place for those who are in the process of purificaton. For Hades, Elysium and the Isles of the Blessed, see Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death, Mace, ‘Utopian and Erotic Fusion in a New Elegy by Simonides (West2)’, ZPE. For the etymology of “Elysium”, see R. Beekes, ‘Hades and Elysion’, in J. Jasanoff (ed.), Mír curad: studies in honor of Calvert Watkins (Innsbruck) 17–28 at 19–23. Stephanie West (on Od. 4.563) well observes that Elysium is not mentioned again before Apollonius’ Argonautica. For good observations, see Molyviati-Toptsis, ‘Vergil’s Elysium and the Orphic-Pythagor- ean Ideas of After-Life’, Mnemosyne. However, some would now replaced Molyviati’s terminology of ‘Orphic-Pythagorean’, which Molyviati inherits from Dieterich and Norden, with ‘Orphic-Bacchic’, due to new discoveries of Orphic Gold Leaves. Moreover, Molyviati overlooks the important discussion by Graf, Eleusis, 84–87; see also Graf and Johnston, Ritual Texts, For the reflection of this scheme in Pindar’s threnos fr. 129–131a, see Graf, Eleusis, 84f. Given the absence of Mysteries in Pindar, O. 2 and Mysteries being out of place in Plutarch’s Consolatio one wonders with Graf if τελετᾶν in fr. 131a should not be replaced by τελευτάν. 147 For the identification of this place with Hades, see A. Martin and O. Primavesi, L’Empédocle de Strasbourg (Berlin). Alfonso, ‘La Terra Desolata. Osservazioni sul destino di Bellerofonte (Il.)’, MH  and a place for those who have led a virtuous life on earth: they will join the tables of the gods. The same division between the effects of a good and a bad life appears in Plato’s Jenseitsmythen. In the Republic the serious sinners are hurled into Tartarus, as they are in the Phaedo, where the less serious ones may be still saved, whereas those who seem to have lived exceptionally into the direction of living virtuously pass upward to a pure abode. But those who have purified themselves sufficiently with philosophy will reach an area even more beautiful, presumably that of the gods. The upward movement for the elite, pure souls, also occurs in the Phaedrus and the Republic whereas in the Gorgias they go to the Isles of the Blessed. All these three dialogues display the same tripartite structure, if with some variations, as the one of the Phaedo, although the description in the Republic is greatly elaborated with all kinds of details in the tale of Er. Finally, in the Orphic Gold Leaves the stay in Tartarus is clearly presupposed but not mentioned, due to the function of the Gold Leaves as passport to the underworld for the Orphic devotees. Yet the fact that in a Leaf from Thurii the soul says: ‘I have flown out of the heavy, difficult cycle of reincarnations’ suggests a second stage in which the souls still have to return to life, and the same stage is presupposed by a Leaf from Pharsalos where the soul says: ‘Tell Persephone that Bakchios himself has released you from the cycle.’ The final stage will be like in Pindar, as the soul, whose purity is regularly stressed, will rule among the other heroes or has become a god instead of a mortal. When taking these tripartite structures into account, we can also better understand Virgil’s Elysium. It is clear that we have here also the same distinction between the good soul and the super-good soul. The good soul has to return to earth. The super-good soul can stay forever in Elysium. Moreover, the place of the super-good soul is higher than the one of a soul who has to return. That is why a soul that will return is in a valley BELOW the area where Musaeus is. Once again, Virgil looks at Plato for the construction of his underworld. Graf and Johnston, Ritual Texts, 5.5 = OF 488.5; Graf and Johnston 26a.2 = OF .485.2. Dionysos Bakchios has now also turned up on a Leaf from Amphipolis: Graf and Johnston, Ritual Texts, 30.1–2 = OF 496n.1–2.5. 150 Graf and Johnston, Ritual Texts, (all Thurii), 9.1 (Rome) = OF 488.1, 490.1, 489.1, 491.1. 151 Graf and Johnston, Ritual Texts  (Petelia) = OF 476.11; Graf and Johnston, Ritual Texts, 3.4 (Thurii) = OF 487.4 and ibidem 5.9 (Thurii) = OF 488.9, respectively.This was also seen by Molyviati-Toptsis,‘Vergil’s Elysium’,43, ifnotveryclearly explained. But as we have seen, it is not only Plato that is an important source for Virgil. In addition to a few traditional autochtonous indigenous *Roman* details, such as the fauces Orci, we have also called attention to Orphic and Eleusinian beliefs. Moreover, and this is really new, we have pointed to several possible borrowings from 1 Enoch. Norden rejects virtually all Jewish influence on Virgil in his commentary, and one can only wonder to what extent his own Jewish origin played a role in this judgement. More recent discussions have been more generous in allowing the possibility of Jewish-Sibylline influence on Virgil and Horace. And indeed, Alexander Polyhistor, who works in Rome during Virgil’s lifetime and writes a book On the Jews, knows the Old Testament and was demonstrably acquainted with Egyptian-Jewish Sibylline literature. Thus it seems not impossible or even implausible that among the Orphic literature that Virgil had read, there also were (Egyptian- Jewish?) Orphic katabaseis with Enochic influence. Unfortunately, we have so little left of that literature that all too certain conclusions would be misleading. In the end, it is still not easy to see light in the darkness of Virgil’s underworld. For the Orphic influence, see also the summary by Horsfall,Virgil,“Aeneid” Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6, 2.650 is completely mistaken in mentioning Norden’s ‘pressing and arguably misleading, belief in the importance of Jewish texts for the understanding of Aen.6’: Norden, Aeneis Buch VI, 6 actually argued that from the ‘jüdische Apokalyptik ... kaum ein Motiv angeführt werden kann, das sich mit einem vergilischen berührte’.For Norden’s attitude towards Judaism, see J.E. Bauer, ‘Eduard Norden: Wahrheitsliebe und Judentum’, in B. Kytzler et al (eds), Norden (Stuttgart); Nisbet, Collected Papers on Latin Literature (Oxford); Bremmer, ‘The Apocalypse of Peter: Greek or Jewish?’, in idem and I. Czachesz (eds), The Apocalypse of Peter (Leuven)  at 3f. 156 C. Macleod, Collected Essays (Oxford) (on Horace’s Epode 16.2); Nisbet, Collected Papers, Watson, A Commentary on Horace’s Epodes (Oxford) (on Horace’s Epode 16); L. Feldman, ‘Biblical Influence on Vergil’, in S. Secunda and S. 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Keywords: principi di filosofia per gli initiate nelle matematiche, implicature corporali, l’iniziazione di Enea, l’iniziaione di Ottaviano,  the golden bough, Turner, misterij eleusini, una moda tra la nobilita romana – eleusi destrutta da Alarico – iniziato, iniziante, aspirante, gl’aspiranti – eneide, Virgilio, poema  epico, la fonte di Virgilio e un poema perduto sulla discesa d’Ercole all’inferno a lottare contro Cerbero – fatica 10 – statuaria – statua di Antino a Eleusi. L’iniziazione come contemplazne, il role dell’iniziato, iniziato e inizianti --. La radice indo-germanica di Eleusi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Caluso” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Camilla: la ragione conversazionale e l'literae Humaniores – in literabus humanioris -- dell’huomo – opp. Lit. div. – scuola di Genova – filosofia gnovese – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “You gotta love Camilla; I mean, if his name were not Camilla, I would call him Grice: he philosophised on all that I’m into: mainly ‘uomo’ (since he was an ancient Italian, he used the mute ‘h’ (dell’huomo’): his anima, the concetti dell’animma that he ‘dichara’ in il suo palare – la bellezza is without equal --.” De' misterii e maravigliose cause della compositione del mondo Giovanni Camilla (scritto anche Camilli o Camillo) (Genova), filosofo.  Opere Giovanni Camilla, De' misterii e maravigliose cause della compositione del mondo, In Vinegia, Gabriele Giolito de Ferrari, 1564. Note  Camilla, Giovanni CERL cnp Filosofia Matematica  Matematica Categorie: Medici italianiFilosofi italiani ProfessoreXVI Genova. Ma che dirassi parlar del della lingua e diverso parlare cosi pronunciato distintamente, beneficio de i denti e delle labra, il quale cosi bene DICHIARA I CONCETTI DELL’ANIMA? CAM. Pensate che se piu l'huomo andasse considerando le cose maravigliose del divino, tanto piu se gli infiammerebbe l'animo di riconoscerne altre e contemplarne, e quanto piu sta involto e privo delle scienze e cognitione di tai cose tanto manco ne prende maraviglia, e se ne in fiamma. Liv. Avanza, l'uomo tutti gl’altri animali di sottigliezza di sangue, di memoria, bellezza di corpo, e larghezza di spalle. cresce sino a XXII anni. Hora che veggiamo al trissino da piccioli atti e quasi instrutti benissiino in diverse scienze oarti, è cosa manifesta. Onde quel Mercurio gran filosofo Mercurio Trimegisto chiama l'huomo Tremigi - un grande miracolo. Oltre poi, che con l'intelletto sto. intende, capisce e discorre sopra ogni cosa, e chiamato un picciol mondo; e tantage, cosi bella dignità di eso ON Elle 80 E. =.. 0. cica. la conoscevano benissimo quegli ans huomo viene tutta dall'anima. E questo ui basti qudra to alla dichiaratione di quelle cose, che sono chiamate naturali, veniamo hora alle Mathematiche. CAM; Se io debbia hauere queſto a caro, laſciolo confiderda re a uoi: essendo, che tai ragionamenti sopra tante ecoſi belle coſe, miſaranno aſſai facile uia ad intendea re poi eſſe scienze. -- diverso parlare cosi pronunciato distintamente beneficio de i denti e della labra, il quale cosi benedichiara i concetti dell'anima? AVO PRIMO, OVERO Proemio. a carte; Della virtù; Dell'amicitia; Dell'amore; Del Cielo e delle Stelle; De gl’elementi; Di quelle cose che fi generano nell'aere; Dell'anima; Dell'anima dell'huomo; Delle Piante; De gli animali sensitiui, e prima di quelli, che non hanno ſangue; Di quelli Animali, che hanno sangue primieramente de pesci; De gli uccelli; De gl’animali quadrupedi; Dell’uomo; Della Arithmetica, e fue parti; Della Muſica; Della Geometria, e ſue parti; Della Coſmografia; Dell'arte del nauigare, e de' precetti, chi fi debbono ofleruare a intender quella; Della fPerſpectiua, et inſiemedella Symetria dell'uomo; Dell'Aſtronomia; Della Metafisica. DELLA PERSPESTTIVA, ET insieme della Simetria dell'huomo; Sole pche Holl Utre, Duit 3 bel A PERSPETTIVA dunque, Perspetti - stando nel mezo della Geometria 4a,. Aſtronomia, proua neceſſaridal incnte molte coſe, che in eſſe ſi ri = * trouano. Onde che'l Sole illumini pru dela metà della terra, e che lucendo non ſi poſſa illumini no ueder le stelle, lo proua il Perſpettivo: dicendo,'piu della che ogni corpo luminoſosferico illumina una piu pica metà della ciola sfera piu dela metà. Nella Geometria etiandio queſto è manifefto, come nell'arte di rileuo, ſecondo*; ſi vedono in Romaalcủne statue, con tanto artificio store fatte, che quantunque una ſia piu grande dell'altra, @unapoſta in alto, l'altra a baſſo, paiono nondia 1: meno tutte diunamedeſima groſſezza e grandezza. Effetti del la perſpect e cio come ſi faccid', diſſe il Perſpettiuo', la comprena tiua, en fione della quantità della coſa urſibile proceder dalla din comprenſione della piramideralioſa, e dalla compaa ratione dellabafi alla quantità dell'angulo,o alla lun= ghezza della diſtanza. Perla medeſima hanno detto gli Aſtrologile stelle effer corpi sferici'e tondi: pera cioche daejja uien- lor"detto i corpi sferici da lunge ofind pri parere piani; l'eſempio ſia di uno ouo: oltre di ciò Le ſtelle le stelle nell'Orizonte apparere piu grandi, etiano, a ell'Ori dio l'iſteſſo Orizonte alla terra contingente, e piu: zones apo lontano di qual ſi uoglia altro punto aßegnato nel ciez iori, per lo. L'iſteſſo fàil naturale, il quale afferma, che l'oca chio non baſterebbe a comprender la grandezza delle coſe,s'eglinon fuſſe tondo. et etiandio ſenza luce 1. non uederſi niente. Per queſta ſi ſono ritrouati gli fpecchi: imperoche il raggio dell'occhio cadente pera pendicularmenteſopra delloſpecchio, ritorna adietro, e coſi fa, che l'imagine èueduta. Si danno ancora le cagioni, perche nella piu parte de gli ſpecchiſi ueda stig als t'imagine dalla banda dilà di ello ſpecchio, &in alcue ni dinanzi: o oltre di ciò coſi diſcoſta e lontana dallo specchio, quanto é l'occhio lontano da eſo, e di molte altre. si sà ancora la diuerſa compofitioneloro, coa me de' tondi, concaui, colonnari, piramidalize triana Pianeri og ifcintilla. gulari. Laſcioper hora, chela reuerberatione de nocome raggi faccia le stelle fille ſcintillare: imperoche i pia = le ftefle fiłnetinon ſcintillano. Proua ultimamente, perche nela l'acqua le coſe paiano piu grandi, e fuori dal ſuo luos Perche le coſepaia. 80;imperochenon ſipuò diſcernere e giudicare la no mag. grandezza di una coſa per raggio rotto: e per ciò le giori nel ſtelle nell'orizonte appaiono piu uicine a noi, che nel l'acqua. Meridiano. Si danno inſieme congnitioni di Iride, e molte altre; la enumeratione delle quali troppo longa ſarebbe a dirle. CAM. Veramente tutte le ſcienze ſono di talforte tra loro ordinate, che’n loro a punto ſi uede fe. COM Iron chat lan ED fi uede una ciclopedia. Liv. Tal dunque è la pera ſpettiua, la cui conſideratione e di raggio retto, rea feffo, erotto. nella quale non ui marauigliate che ſi ueggiano coſi eccellenti e buoni Scultori: eſſendo che scultura ciò ſiuedafacilmente nella Chimica,Ectypoſi, Celaa parci d tura, Plaſtica, Proplaſtica, Paradigmatica, Tomia fa. ca., Colaptica, le quali ſonotutte parti della Scultuz ra, o hanno della ſua cognitione bisogno. Hora di queſte non voglio io parlare, eccetto ſe a voi pareſſe della simetria dell'huomo; dcció da eſſa comprendiate ogn’hora piu le marauiglioſe opere di Dio. Cam. Queſto miſarebbe di grandißimo contento, è maßime che per la intelligenza loro ſi potrebbono etiandio conſiderar le parti de gli animali ſenza ragione.Liv. Queſta miſura dunque, la quale Simetria chiamiamo, Simetria duenga che'n tutte le coſe create da Dio ſia maraui: dell'huog glioſa, è però di marauiglia e stupore grandißimo mo. nell'huomo. imperoche miſurate tutte le parti effatta = mente, dalle quali è compoſto, iui non ſi uede altro, che ogni coſa piena di harmonia e perfettißima in tuta ti i numeri. E perciò hanno diuiſo il corpo dell'huomo in noue parti, le quali tutte ſi prendonodalla faccid;. hauendola coſi poſta diſopra Iddio grandißimo,aca ciò tutte le altre pigliaſſero la miſura da eſſa, come contenuta da tutto il corpo noue uolte: s'intende però queſto degli huominifatti, e non de' fanciulli, i quaa li non ſono eccetto quattro. La proportion poi de membri tra loroquanta fia, è coſa di grande contemplatione. Quanto é dalle ciglia ſino alla fine del nära ſo, tanto dal mento fino alla gola quanto dal labro di fopra ſino alla punta del naſo, tanto é la larghezza del naſo di ſotto, è la concauità de gl'occhi, quanto dalla cima del fronte fino alle ciglia, tanto ſino alla punta del naſo, o etiandio fino al mento. Hora che tanto ſia la faccia, quant'è la mano, e dalle congiunz ture di eſa fi ueggiano le proportioninella faccia,¿ coſa aſſai ben chiara. Della larghezza, che ne dires di eſſo al naſo, tanto la larghezza della bocca, quanto la longhezza del naſo, tanto é la larghezza delle anche, quanto ſono due faccie inſieme. L'altezza poi, cioè quello, che uolge e circonda all'intorno, e mard uigliosa. uolge la teſta, e in quella parte del fronte tre faccie, il petto cinque, il uentre, paſſato però l'ombilico, quattro. Laſcio ultimamente, che con tenga l'huomo la figura circolare, e quadrata, e che da eſſo ſia cauata la proportione e miſura di far caſei, Fabriche Rocche, Caſtelli, e Chieſe. Hauete hora viſto la dir moſtrate uifione del corpo del'huomo, quanto ſia artificioſa, e dalla fime. tria del di quanta armonia e contemplatione. E di qui conſie l'huomo. deriate qual Geometria,qual Muſico debbia eſſer l'aua tore e fattore di tutto queſto, CA M. Veramente da tutte le coſe da D1o create ſiamobenißimoinſegnati uiuer bene: imperoche hauendo ogni noſtra parte del corpo con tal proportione diſpoſta, e fatta, ci mom che 3 stra, 1 C,. stra, che ordiniamo i coſtuminoſtri; acciò in ſi bel corpo poſſa eſſere una bella anima. Liv. E queſto ulbaſti in queſti ragionamenti, et andiamo alla Aſtro. nomia. Cam. Come a uoi pare. His “Enthusiasm” has a brief section on ‘parlare humano’, parabolize – wondering how men can ‘express’ the ‘conceptions’ of their ‘souls’ – via this ‘parlare’ – also philosophised on symmetry, which is like K. O. Apel’s reciprocity.  Literae humaniores, nicknamed classics, is an undergraduate course focused on classics (Ancient Rome, Latin, and philosophy) at Oxford. The name means literally "more human literature" and is in contrast to the other main field of study when the Oxford began, i.e. res divinae, or literae divine, “Lit. div.”. “Lit. Hum.” is concerned with *human* learning; “Lit. div.” with learning treating of the divine. “Lit. Hum.” originally encompassed mathematics and natural sciences as well. It is an archetypal humanities course.  Oxford's classics course, also known as greats, is divided into two parts, lasting V terms and VII terms respectively, the whole lasting IV years in total, which is one year more than most arts degrees.  The course of studies leads to a B. A. Lit. Hum. degree. Throughout, there is a strong emphasis on first-hand study of primary sources in Latin.  In the first part -- honour moderations, “mods” – the pupil concentrates on Latin; in the second part the pupil must choose VIII essays from philosophy. The teaching style consists of a weekly tutorial in each of the two main subjects chosen, supplemented by this or that lecture. The main teaching mechanism is the weekly essay -- one on each of the two main chosen subjects, to be read out at a 1-to-1 tutorial. This affords the pupil plenty of practice at writing a short, clear, and well-researched essay. The emphasis is on the study of an original text in Latin, assessed by gobbet, a short commentary on an assigned primary source. In a typical ‘text’ essay, the pupil must comment on an paragraph in Latin selected by the examiner -- from the set books. Marks are awarded for recognising the context and the significance of the paragraph. The course of moderation, –  the exam conducted by a moderator) runs for the initial V terms of the course. The aim is for the pupil to develop an ability to read in Latin. Virgil is compulsory. Other paragraphs are chosen from a given list. There are also unseen translations from Latin, and compulsory translation into prose. The tutorial fellow in philosophy is free to concentrate on teaching philosophy, not Latin. The mods examination has a reputation as something of an ordeal.XII three-hour essays across seven consecutive days. Pupils for Lit. Hum. mods face a much larger number of exams than undergraduates reading for any other degrees at Oxford sit for their mods, prelims or even, in many cases, finals.  A pupil who successfully passes his mods may then go on to study the full greats course in his remaining VII terms. The traditional greats course consists of philosophy. The philosophy includes Plato and Aristotle, and also modern philosophy, both logic and ethics, with a critical reading of standard texts -- from Plato's Republic and Aristotle's Nicomachean Ethics to more modern philosophers, such as Kant. The regulations governing the combinations of essays are moderately simple. The pupil must take at least four essays based on the study of ancient texts in the original Latin. It is compulsory also to offer essays in unprepared translation from Latin; these essays counted "below the line" — the pupil is required to pass them, but they do not otherwise affect the overall class of the degree. G. E. M. Anscombe, British analytic philosopher H. H. Asquith, former Prime Minister of the United Kingdom J. L. Austin, philosopher of language A. J. Ayer, British analytic philosopher Isaiah Berlin, historian of ideas, Oxonian professor George Curzon, 1st Marquess Curzon of Kedleston, Viceroy of India and Foreign Secretary Emma Dench, British ancient historian, McLean Professor of Ancient and Modern History at Harvard University Peter Geach, British analytic philosopher John Murray Gibbon, Canadian writer Barbara Hammond, English social historian, first woman to take a double first R. M. Hare, English moral philosopher, Oxonian professor H. L. A. Hart, British legal philosopher Denis Healey, Labour politician Gerard Manley Hopkins, English poet Alfred Edward Housman, English classical scholar and poet (failed in finals) Boris Johnson, Prime Minister of the United Kingdom Knox, Catholic priest, theologian, writer and apologist Anthony Leggett, theoretical physicist and winner of Nobel Prize in Physics C. S. Lewis, novelist, poet, academic, medievalist, literary critic, essayist, lay theologian, and Christian apologist Harold Macmillan, Prime Minister of the United Kingdom, read mods (Latin and Greek), the first half of the four-year Oxford greats course, at Balliol from 1912 to 1914, interrupted by service in the First World War Reginald Maudling, Conservative politician Iris Murdoch DBE, novelist and philosopher Charles Prestwich Scott, editor of the Manchester Guardian daily newspaper (now The Guardian) Peter Snow CBE, British television and radio presenter, historian Reginald Edward Stubbs, British colonial governor Ronald Syme, New Zealand-born historian and classicist Oscar Wilde, Irish writer and poet, attained a double first Bernard Williams, British moral philosopher, attained a double first with formal congratulations in the second part Emily Wilson, British classicist, first woman to publish a translation of Homer's Odyssey into English. N. T. Wright, British Anglican bishop and academic Yang Xianyi, translator of Dream of the Red Chamber into English See also Edit History portal University of Oxford portal Philosophy, politics and economics Quadrivium Trivium References: Standen, Naomi. "HIS 1023 Encounters: What is a gobbet?" artsweb.bham.ac.uk. Retrieved 14 July 2018. External links Edit Brown, Peter (2003). "Tempora mutantur". Oxford Today.. Cook. Latin types. The Guardian. "The Classics Faculty at Oxford". The Philosophy Faculty at Oxford".  RELATED ARTICLES Classics -- Study of the culture of (mainly) ancient Greece and Ancient Rome; Honour Moderatons; Classical Tripos -- Degree course at the University of Cambridge. Giovanni Camillo. Giovanni Camilli. Giovanni Camilla. Keywords: dell’huomo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Camilla” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Camillo – scuola di Portogruaro – filosofia veneziana – filosofia veneta – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Portogruaro). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Portogruaro, Venezia, Veneto. Giulio Camillo.  Giulio Camillo Delminio. Giulio Camillo detto Delminio, m. Milano. è stato un umanista e filosofo italiano. Letterato, erudito e insegnante, è famoso per il suo trattato sull'imitazione nell'arte e per il vagheggiato progetto utopistico del Teatro della Memoria o Teatro della Sapienza, edificio ligneo costruito secondo il modello vitruviano in cui avrebbe dovuto essere archiviato, tramite un sistema di associazioni mnemoniche per immagini, l'intero scibile umano, un progetto culturale precursore delle moderne enciclopedie.  Le fonti sulla sua vita sono due biografie scritte da Altan e Liruti.  È possibile che il suo nome di battesimo fosse, in realtà, Bernardino, mentre Giulio Camillo sarebbe uno pseudonimo di sapore latineggiante, adottato secondo il costume degli umanisti dell'epoca. Studia a Padova e si dedica quindi all'insegnamento di eloquenza e logica. Fonda con altri, a Pordenone, l'Accademia Liviana. Trasferitosi a Venezia, conobbe tra gli altri Pietro Bembo, Pietro Aretino e Tiziano, e strinse amicizia con Erasmo da Rotterdam, che lo ricorda nella sua opera Dialogus Ciceronianus, attribuendogli eccellenti doti di oratore. Si trova a Udine, quale maestro d'umanità. Qui tenta di ottenere l'officio di cancelliere della comunità.  Dedicatosi allo studio della lingua ebraica e delle lingue orientali, della cabala, del pitagorismo e della filosofia neo-platonica dell’ACCADEMIA, in occasione di un viaggio a Roma, ha probabilmente occasione di confrontarsi con il cardinale Egidio da Viterbo, uno dei massimi cabalisti cristiani.  Il Teatro della memoria  Lo stesso argomento in dettaglio: Teatro della Memoria. C. anda sviluppando l'idea di rappresentare la conoscenza come un teatro dove, a differenza del teatro tradizionale, in cui lo spettatore si siede in platea e lo spettacolo si svolge sul palco, egli stesso si trova al centro del palco e lo spettacolo gli si dispiega intorno. Dal palco, infatti, si dipartivano sette gradini, ognuno dei quali era contrassegnato con una diversa immagine (Primo grado, Convivio, Antro, Gorgoni, Pasifae, Prometeo) e ciascuno era suddiviso in sette parti, corrispondenti ai sette pianeti (Luna, Mercurio, Marte, Giove, Sole, Saturno, Venere). Ognuna delle quarantanove intersezioni che risultavano è contrassegnata da un'altra immagine mnemonica desunta dalla mitologia, immagine come simboli, che rappresentava una parte dello scibile umano. In pratica, il suo Teatro era un edificio della memoria, rappresentante l'ordine della verità eterna e i diversi stadi della creazione, un'enciclopedia del sapere e insieme l'immagine del cosmo. In questo progetto si avvertono la tensione tipicamente rinascimentale verso il sapere universale e la conoscenza del creato, nonché gli influssi della filosofia ermetica e cabalistica iniziata da Pico della Mirandola.  Il trattato sull'Idea del Theatro C. espone le sue teorie nel trattato Idea del Theatro (Venezia) e nell'apologetico Discorso di C. in materia del suo theatro (dedicato a Trifone Gabriel). Queste trovarono un sostenitore e mecenate nel sovrano francese Francesco I, che il Delminio incontrò a Milano. È comunque improbabile che un prototipo di tale teatro sia stato veramente costruito. La sua figura non convenzionale e le sue idee particolarissime gli attirarono l'ammirazione di molti ma anche l'ostilità di altri, ed egli venne definito sia un genio sia un ciarlatano. La sua stessa persona era circondata da un alone di mistero, e anche la morte avvenne in circostanze poco chiare.  Opere Discorso in materia del suo Theatro; Lettera del rivolgimento dell'huomo a Dio; La Idea del Theatro; Trattato delle materie; Trattato dell’Imitatione; Due orationi; Rime, et lettere diverse; La Topica, overo dell’Elocutione; Discorso sopra l'Idee d’Hermogene; La grammatica; Espositione sopra'l primo et secondo Sonetto del Petrarca. Yates, L'arte della memoria, Einaudi, Stabile, C., Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, C., L'idea del theatro con L'idea dell'eloquenza, il De Transmutatione e altri testi inediti, a cura di Lina Bolzoni, Adelphi, Milano Corrado Bologna, El teatro de la Mente. De Giulio Camillo a Aby Warburg, Siruela, Madrid, Turello, Anima artificiale. Il teatro magico di C., Aviani, Voci correlate Anfiteatro della Memoria. C. Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Bindo Chiurlo, C., Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giulio Camillo Delminio, in Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti online, Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli. Modifica su Wikidata Opere di Giulio Camillo Delminio, su Liber Liber. Opere di C. (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di C. Open Library, Internet Archive. Opere riguardanti Giulio Camillo Delminio, su Open Library, Internet Archive. C., su Goodreads. Frammento di orazione italiana in lode delle scienze in APUG Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana Dell'imitazione Archiviato il 27 agosto 2006 in Internet Archive., trattato sull'imitazione nell'arte di Giulio Camillo detto Delminio Franco Pignatti, L'imitazione e la retorica in Giulio Camillo, da Italica.RAI.it Floriana Calitti, Giulio Camillo Delminio, L'idea del teatro, da Italica.RAI.it (IT, EN) Giulio Camillo e il Teatro della Memoria da INFN.it Testo de L'idea del Theatro, su fluido.tv. Giulio Camillo Delminio. Un'avventura intellettuale nel '500 europeo, su delminio.info. URL consultato il 2 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 17 maggio 2014). Portale Biografie   Portale Filosofia   Portale Letteratura Categorie: Umanisti italiani Filosofi italiani Nati a Portogruaro Morti a Milano [altre]. Giulio Camillo. Camillo. Keywords: implicatura, chiave universale, deutero-esperanto, memoria ed identita personale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Camillo.” Camillo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cammarata: all’isola – FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del giusto – giussum giustum – giure – iure – giudico – giudicare -- la giustizia – scuola di Catania – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grce, The Swimming-Pool Library (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Caania, Sicilia. Grice: “You gotta love Cammarata; for one, like Austin, he goes by initials, and indeed like me, A. E. – he is the Italian Hart – he thinks legality comes first, justice second – and he is possibly right – his example is Oreste’s murder and the institution of justice in Athens – However, that’s because of his Magna Grecia background – Speranza tells me that at Rome, things are different, since it’s all Brutus and the beginning of the republic – ‘il ratto di Lucrezia,’ as he puts it.” -- Fu uno dei più conosciuti rettori dell'Trieste per la difesa della quale ricevette la medaglia d'oro della Cultura e dell'Arte, mentre all'Ateneo fu conferita nel 1962 la medaglia d'oro al valor civile.  Biografia Nel corso della sua carriera insegnò filosofia del diritto e altre materie giuridiche nelle Messina, Macerata, Trieste, Napoli e Roma. Allievo di Giovanni Gentile, aderì all'idealismo immanentista. Gli scritti principali di filosofia del diritto sono inseriti, in massima parte, in Formalismo e sapere giuridico, Giuffrè 1963. Buona parte degli scritti riguardanti invece la "questione di Trieste" sono pubblicati in Fra la teoria del diritto e la questione di TriesteScritti inediti e rari, Eut, Trieste. Fu anche un notevole fotografo, come documentano le due mostre (Trieste Gorizia ) a lui dedicate.   Cammarata, Angelo Ermanno, in Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,  Opere di Angelo Ermanno Cammarata,. Filosofia Università  Università Filosofo Avvocati italiani Insegnanti italiani Professore Catania RomaFilosofi del diritto. Il secondo giorno sostenne tutto il contrario; onde gridano all'immoralità, all’audacia e alla sfacciataggine del filosofo, che non si vergognò di difendere contraddizione si anorme. Anche non tenendo conto che, se si applicasse questo criterio, tutta la filosofia dei accademici sarebbe un' immoralità, perchè il loro metodo e di difendere in ogni quistione le soluziori opposte. Idue discorsi (tesi ed antitesi, positio e contra-positio, posizione e contra-posizione), tenuti in giorni successivi, abbiano un'unità perfetta (la sintesi, o com-posizione) e si propongano il medesimo fine: mostrare la falsità della dottrina della tesi di Diogene intorno al giurato; e siccome costoro in questa parte della filosofia, molto più che in altre, sono dipendenti da Platone e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da questi. Leggiamo in Lattanzio. Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac Platonem, justitiae patronos, prima illa disputatione collegit ea omnia, quae pro justitia dicebantur, ut posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades, quoniam erant infirma, quæ a philosophis adserebantur, sumsit audaciam refellendi, quia refelli posse intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al trove. Nec immerito extitit Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui refelleret istorum (Platone e Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ fundamentum stabile non habebat, everteret, non quia vituperandam esse iustitiam sentiebat, sed ut illos defensores eius ostenderet nihil certi, nihil firmi de iustitia disputare (Epit. 55, 5-8). Di qui è evidente che la prima orazione non era che un esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione, un'esposizione delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare nel vegnente giorno (Cic., de rep.); confutazione, la quale non aveva per iscopo di vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o almeno la loro teoria dommatica – il domma.Non è la virtù stoica, che Carneade demole, ma il sapere. Su questo si dovrà tornare più innanzi. E caso a noi pervennero frammenti solamente della seconda orazione. Questa sola offriva una filosofia nuova, dava una scossa inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò eam disputationem, qua iustitia evertitur, apud Ciceronem L. Furius recordatur (Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire questo singolare di scorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste una giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso esistesse le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone o cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le dolci e le amare. Invece chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una grandissima diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra il popolo romano e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al Trastevere, da tempo a tempo. I cretesi e gli etoli reputano cosa onesta il brigantaggio. I Lacedemoni dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano toccare col giavellotto. Gli Ateniesi solevano annunciare pubblicamente che loro apparteneva ogni terra che producesse olive e biade. I barbari galli stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento col lavoro, invece che colle armi. I romani vietano ai Transalpini la coltivazione dell'ulivo e della vite, per impedire la concorrenza ai loro prodotti e dar a questi un valore più elevato. Gli semitici egiziani, che hanno una storia di moltissimi secoli, adorano come divinità il bue e belve di ogni genere. I semitici Persiani, disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i tempii, persuasi essere cosa illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione tutto il mondo, fossero rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e Alessandro manda ad esecuzione la guerra contro i greci per punire quei numi. I Tauri, gli Egiziani, i barbari galli (“Norma”) e i Fenici credeno che tornassero assai accetti alle loro deità il sacrifizio umano. Si dice: E dovere dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum) ubbidire alla legge. Quale legge? A la legge di ieri, o alla legge di oggi? A quelle fatte in questo lato del Tevere, o nel Trastevere? Se una un imperativo o una legge suprema, universale, trascendente, kantiana, costante s'impone alla coscienza dell’uomo, come pretende Diogene, coteste variazioni non sarebbero possibili. Perciò non esiste un diritto naturale, nè un uomo che per natura arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (ius) è una invenzione dell’uomo a scopo di utilità e didifesa; come prova anche il fatto che non raramente la legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura a questo sesso un particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’, attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera, per istinto di natura, gli animali e le altre nazione come istrumenti della propria conservazione e felicità (Cic., de rep.). La storia insegna che ogni popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui, ma unicamente ai proprii. Voi stessi o Romani, disse Carneade parlando a un Scipione Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a Lelio il saggio, al letterato Furio Filo, a Scevola il futuro giureconsult, all'erudito Sulpicio Gallo, algrande oratore Galba, al vecchio Catone, l'implacabile nemico di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla giustizia. Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agli altri, ritornate alle vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il criterio direttivo della vostra vita non e il  giurato (iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara; poichè voi, coll'intimare la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie* sotto un pretesto di legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per venuti al possesso di tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che avesse potuto produrre negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori della loro grandezza politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri esempi, che sono celebri e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota risposta data dal pirata catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve tratto di mare con una sola fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o Alessandro, infesti tutto il mondo con grande esercito e flotta. Il patriottismo, questa virtù somma e perfetta, che suole essere portata fino al cielo colle lodi, è la negazione del giurato (iusiuratum), perchè si alimenta della discordia seminata tra gli uomini e consiste nell'aumentare la prosperità del proprio paese, naturalmente a danno di un altro, coll’nvadere violentemente il territorio altrui, estendere il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è colui che acquista dei beni alla patria colla distruzione di altre città e nazioni, colma l'erario di denaro, rese più ricchi i concittadini. E, quel che è peggio, non solo il popolo e la classe incolta, ma eziandio i filosofi esortano e incoraggiano a commettere cotali atti ingiusti. Cosicchè alla malvagità non manca neppure l'autorità della scienza. Ovunque regnano inganno e ingiustizia, che invano si tentano di nascondere e legittimare. Tutti quelli che hanno diritto di vita e di morte sul popolo sono tiranni. Ma essi preferiscono chiamarsire per volontà divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o per ischiatta, o per potenza, hanno nelle mani l'amministrazione di una città, costituiscono una setta. Ma i membri prendono il nome di “ottimato”. Se il popolo ha il sopravvento nel maneggio dei pubblici affari, la forma di governo si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè gli uomini si temono l'un l'altro, e una classe ha paura dell'altra, interviene una specie di *patto* o contratto fra popolo e potenti e si costituisce una forma mista di governo, dove la giustizia è un effetto non di natura o di volontà, ma di debolezza. Ed è naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve scegliere tra le seguenti condizioni: recare *in-giuria* e non riceverne; e farne e riceverne; nè farne, nè riceverne, egli repute ottima la prima, perchè soddisfa meglio i suoi istinti. Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza; ultima e più infelice la condizione di chi sia costretto ad essere continuamente in armi, sia perchè faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo stato naturale dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la guerra, la discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la negazione del giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita per effetto di debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo, considera il giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che l’istituzione del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi avversari e dei filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si acquista, non si allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre, le vittorie; le quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la distruzione di città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati nei tempi, ne dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle rapine i  tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità nemiche, quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i trionfi dei generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere senza danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di risparmiare tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a ciascuno il suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non sminuire la felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non ha mai l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il popolo attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto; bensì al sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il ‘scitum’ i generali di ROMA hanno il soprannome di grandi. La violenza, la forza, la negazione del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma per nascondere la propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato (iusiuratum), il popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando delle favole da sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna un titolo di nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli stati liberi o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il comandare con la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del giurato (iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano il sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di un individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum -- anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita. Credeno, i Romani pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece sommamente negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire questa opposizione tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il giurato (iusiuratum) (Cic., de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il ‘scitum’ dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente l'uomo che sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede quello degli altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e assai chiari e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale vuole vendere uno schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre. Egli solo conosce questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si, s'acquista  fama di uomo onesto, perchè non inganna, maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende affatto; se no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma malvagio, perchè inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro per oricalco, o argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica al venditore lo sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto vorrà pagare a maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te recherebbe vantaggio, sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe velenoso, e tu il sai, dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai improbo, ma accorto; se parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque qui pure si presenta la contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente, è ingiusto. Ma in questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di denaro e di vantaggi più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento e felice della povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto diventerebbe più spiccato. Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano dall'affogare, vede un altro più debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi a una tavola, che vale a sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si fa sua la tavola e si pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se, dopo che i suoi furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che va sottraendosi al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se stesso in sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si salva a qualunque costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà giusto, ma stolto. Tale è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il uomo.  Cosicchè il giure naturale, la giustizia naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è lotta d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso *contro* il giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo essere un fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse a uomo -- principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far conoscere quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare alla sua tesi una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più frammenti il difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene svolgendo la tesi opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a utilità del stesso schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in maggiore sicurezza e viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio comanda all'uomo, l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive dell'anima, cosi il conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale diventa tali appunto perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe anche per farci credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena, negando che fosse un sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta che in questa ipotesi il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono uno scaltro (Cic. de leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della morale e del diritto è l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la divinità, inclinazione che ha radice nella natura, la quale sola offre la norma per distinguere il giurato dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade, generatrice del diritto è l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e altrettanta opinione, la quale non deriva da un imperativo kantiano, o un principio naturale fisso, come provano la loro varietà e il dissenso degli uomini (Cic., de leg.). Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire un significato di domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle premesse teoretiche della sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato da Carneade in opposizione all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina *precettiva*, alla Kant (il sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un fatto psicologico e sociale – come il principio cooperativo di Grice. Carneade non pare credere all'effetto pratico della morale normativa e si limita ad analizzare il cuore dell’uomo, la ragione pratica, saggezza, prudential, il quale, per la sua tendenza nativa, è assai lontano dal realizzare il precetto dommatico stoico. Ma da filosofo prudente s'astiene dal proporne del proprio precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che si presenta all'osservazione quotidiana con tutti i caratteri della verosimiglianza più alta e sforzano a credere o ad operare; ma nè costruisce una teoria assoluta, ne formula un domma. iusiuro: swear to a binding formula.Wundt. Wundt Zeitungsausschnitte 100. Wundt. Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi Credaro an Wilhelm Wundt. Grice: “Excellent philosopher, comparable with Hart – only not Jewish and thus friendly with the Fascists!” A student of Gentile, more of an idealist than a positivist, but still. Angelo Ermanno Cammarata. Keywords: la giustizia, H. L. A. Hart, il giusto, -- giusto – la persecuzione dei Cristiana fatta da Nerone e giusta in accordo con la legge romana – Tacito – Suetonio – Claudio – I Cristiani e I giudei di Trastevere confessano  il deilitto dell’incendio di Roma. Cfr. la rivincita del paganesimo, I giudei erano esclusi dalla prattiche religiose romane, ma la setta Cristiana no. montanismo,  moiaismo. I Cristiani si refusano  ad assistir al rituale religioso romano. Tacito giudica al  Cristiano enemico del genero umano. Giustizia divina,  giusto legale – giusto morale – la persecuzione dei eretici dalla chiesa, l’inquisizione, la contra-riforma, l’inizio della filosofia romana come una ‘woke’ da parte dall’elite romana dei scipione sulla relativita del concetto del giusto. Il primo discorso di Carneade e un cliché deliberativo. Fu il secondo discorso di Carneade che dimostra ai romani il potere dell’argumentazione – questo culto all’argumentazione dialettica fino al lit. hum. Oxon e la Unione di Parla – l’argumentazione scolastica – tesi, responsio, objection, ad p, contra p. tractatus – il dialogo filosofico, eirenico, diagoge, epagoge.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cammarata” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Campa: la ragioen conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’elogio della stoltizia – scuola di Presicce – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Presicce). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Presicce, Lecce, Puglia. Grice: “You gotta love Campa; he has a gift for unusual metaphors: la fantasmagoria della parola, -- my favourite has to be his conjunct, ‘stupidity and unfaithfulness!’ --  Grice: “Philosophy runs out of names: there are British philosophers G. R. Grice and H. P. Grice, and Itallian philosophers R. Campa, and R. Campa.” Riccardo Campa  Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai cercando il sociologo, vedi Riccardo Campa (sociologo).  Riccardo Campa con il premio Nobel Eugenio Montale, Riccardo Campa (Presicce), filosofo. Storico della filosofia italiano, la cui indagine teorica si è incentrata sulla relazione fra la cultura umanistica e la cultura scientifica, delineando il percorso storico della cultura occidentale, in particolare nell'ambito europeo-latinoamericano.   Negli anni sessanta e settanta ha diretto la Biblioteca delle idee, sotto la presidenza scientifica del premio Nobel Eugenio Montale e contemporaneamente è stato condirettore responsabile del periodico Nuova Antologia, nel quale ha pubblicato saggi di letteratura e filosofia sul pensiero del Novecento; vi ha inoltre tradotto e pubblicato testi di Borges, Uscătescu, Segre, Chastel, Kaufmann, Gasset.   C.con Borges a Roma. ) «doctor honoris causa en las ciudades de Atenas y Nueva York, alfa y omega del conocimiento de lo que constituye Occidente [...] Asombra en su obra la recopilacion enciclopedica del pensamiento europeo, cimentada en la razon que la describe.» «C. ha ricevuto dottorati honoris causa nelle città di Atene e New York, l'alfa e l'omega della conoscenza di ciò che costituisce l'Occidente Sorprende nella sua opera la raccolta enciclopedica del pensiero europeo, fondata sulla ragione che lo descrive.»  (Domingo Barbolla Camarero, Prologo, in Riccardo Campa La razon instrumental. El mesianismo nostalgico de la contemporaneidad, Madrid, Biblioteca Nueva, ) Ha partecipato, a seguito di regolare concorso a livello internazionale, al Forum Europeo di Alpbach, al Collège de France, e all'Universidad Internacional Menéndez Pelayo, e ha insegnato presso diverse università italiane e straniere (Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università per stranieri di Siena, Universidad de Morón), tenendo corsi di storia delle dottrine politiche, storia della filosofia,,storia delle Americhe e diritto politico. C. all'Università per Stranieri di Siena. Ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e successivamente ha coordinato in Italia e nell'America Latina le attività celebrative del V Centenario dell'America, per disposizione del Ministero degli Affari Esteri.. Vicepresidente della Commissione Nazionale per la promozione della cultura italiana all'estero. Quale ormai consolidata personalità-ponte fra i due mondi, geograficamente separati ma culturalmente legati dalle comuni radici, svolge le funzioni di Direttore del Centro Studi, Documentazione e Biblioteca dell'Istituto Italo-Latino Americano di Roma. Contemporaneamente è stato Vicedirettore della Società Alighieri. Ha presieduto il Forum Internazionale sulla Società Contemporanea di Madeira e, alla scadenza di questo mandato, è stato eletto a Roma presidente della Federazione Internazionale di Studi sull'America Latina e i Caraibi.  In questo ambito, con il suo operato, ha garantito l'interscambio delle figure intellettuali più significative fra la cultura latinoamericana e quella europea, favorendone la reciproca conoscenza.  Riceve la nomina di Director Emeritus del Vico Chair of Italian Studies en Dowling, Nueva York nel.  Studioso di diverse discipline: dalla linguistica teorica alla filosofia del linguaggio, dalla filologia all'analisi letteraria alla storia della lingua; dalla filosofia teoretica alla filosofia della scienza, nella gestione della complessa realtà istituzionale, ha assunto l'incarico di Direttore del Centro di Eccellenza della Ricerca dell'Siena.  Già Ordinario del S.S.D SPS/2 (Storie delle dottrine politiche) presso la Facoltà di Lingua e Cultura Italiana dell'Università per Stranieri di Siena, gli è stato conferito il titolo di "Professore emerito".  Opere: Appartengono, fra gli altri, alla produzione classica:  Il potere politico nell'America Latina, Edizioni di Comunità, Milano; Il riformismo rivoluzionario cileno, Marsilio, Padova; Appunti per una storia del pensiero politico latino-americano, Lugano, Pantarei; L'universo politico omogeneo, Istituto Editoriale Internazionale, Milano; Las nuevas herejias, Biblioteca de Estudios Criticos, Madrid, Ediciones Istmo; La visione e la prassi: profilo di Bolìvar (pref. diPignatti, intr. di R. Medina Elorga, postfaz. di L. C. Camacho Leyva), Istituto Italo Latino-Americano, Roma; A reta e a curvaReflexōes sobre nosso tempo (Riflessioni con Oscar Niemeyer), São Paulo, Max Limonad, 1986; El estupor de EpicuroEnsayo sobre Erwin Schrödinger, Buenos Aires-Madrid, Alianza; La emocion: la filosofia de la infidelidad (prol. di R. H. Castagnino), Editorial Sudamericana, Buenos Aires, La escritura y la etimologia del mundo (con un saggio di Roland Barthes), Buenos Aires, Editorial Sudamericana; La malinconia di EpicuroRiflessioni in penombra con Borges, Buenos Aires, Editorial SudamericanaFondazione Internazionale Jorge Luis Borges, 1990; La primeva unità: saggio sulla storia, Le Monnier, Firenze; La practica del dictamen: del ius a la humanitas, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires, 1990; El sondeo de la apariencia: el libro y la imagen, Gedisa, Buenos Aires; La trama del tiempo: ensayo sobre Italo Calvino, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires, L'avventura e la nostalgia: Omaggio al Portogallo, Presidenza dei Consiglio dei Ministri, Roma 1994 La metarrealidad, Buenos Aires, Biblios, 1995; Le daimôn de la persuasion, Toulouse Cedex, Éditions Universitaires du Sud; The Renaissance and the invention of method, New York, Dowling College; La metafora dell'irrealtà: saggio su "Le avventure di Pinocchio", M. Pacini Fazzi, Lucca, 1999, L'esilio saggi di letteratura Latinoamericana, Il Mulino, Bologna, 2000; Il sortilegio e la vanità: saggio su Louis-Ferdinand Céline, Welland Ontario, Soleil; Caratterizzano la produzione più recente:  L'immediatezza e l'estemporaneità, New York, Dowling College PressBinghamton University, 2000; L'età delle ombre, New York, Binghamton University, 2001; Dismisura, Bologna, il Mulino; Le vestigia di Orfeo. Meditazioni in penombra con Jorge Luis Borges, Bologna, Il Mulino, 2003; A modernidade, Lisboa, Fim de século, 2005; Della comprensioneCompendio di mitografia contemporanea, Bologna, il Mulino; Ontem. L'elegia del Brasile, Bologna, il Mulino; Vicinanze abissali. L'approssimazione nell'epoca della scienza, Bologna, il Mulino, 2009; Langage et stratégie de communication, Paris, L'Harmattan; El Inca Garcilaso de la Vega, Madrid, Binghamton University, Ediciones ClasicasEdiciones del Orto,; I Trattatisti spagnoli del diritto delle genti, Bologna, Il Mulino,; La place et la pratique plébiscitaire, Paris, L'Harmattan,; El sortilegio de la palabra, Madrid, Biblioteca Nueva,; Elegy. Essays on the Word and the Desert, University Press Of The South,; L'America Latina. Un profilo, Bologna, Il Mulino,; La filosofia de la crisis. Epicureismo y Estoicismo, Editorial Sindéresis, Madrid,; El tiempo de la inedia. El invierno de Gunter, AntropiQa 2.0, Badajoz,; La eventualidad y la inexorabilidad. El invierno de Gunter, Editorial Sindéresis, Madrid,; La Destreza y el engano. Ensayo sobre Don Quijote de Miguel de Cervantes Saavedra, Ediciones Clasicas, Madrid,; L'America Latina. Un compendio, Bologna, Il Mulino,; Octavio Paz. El desconcierto de la modernidad, Ediciones Clasicas, Madrid,; La parola, Bologna, Il Mulino,; Cervantes. La linea del horizonte, Valencia, Albatros,, L'elegia del Nuovo Mondo, Bologna, Il Mulino,. La mundializacion, Valencia, Albatros,. Il convivio linguisttico. Riflessioni sul ruolo dell'italiano nel mondo contemporaneo, Roma, Carocci,  Note  Anno di conseguimento del titolo di Professore.  Ne ha diretto l'Istituto Storico-politico della Facoltà di Scienze Politiche.  Con decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, vi è stato nominato Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche.  Dopo averne curato, il XII Congresso Internazionale, designato dall'Accademia delle Scienze di Russia ed eletto dall'Osaka.  Luigi Trenti, Il viaggio delle parole: scritti in onore di C., Perugia, Guerra, Antonio Requeni, Nueva vision de la literatura argentina, "Les Andes", 16 settembre 1984, 3° Seccion pag.1. Antonio Requeni, Presencia cultural de Italia en la Argentina, "La Prensa"; Requeni, Los intelectuales del mundo: hoy, Riccardo Campa: la Argentina, en el laberinto de Borges, "La Nacion", 20 Jesus Francisco Sanchez, Crisis del neocapitalismo podria hacer renacer ideas del socialismo y la izquierda: Ricardo Campa, "El Sol de Durango", 6/A Citazionio su Riccardo Campa Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Riccardo Campa Filosofia LetteraturaLetteratura Filosofo del XX secoloFilosofi italiani del XXI secoloStorici della filosofia italiani; PresicceProfessori dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. De oxgin^natalibns et patria  Jlultitia. StultitiamN dturd cffe atnicam  et humantgeneris per co\ inuos  mulieru partm coferuatricein. Pueritia fdelem ejfe affeclam.  i vNec mn. Adolescentia. Omni homini ejfs nccejfariam. Senibmmaximofo Utio. Uec agrauibits& cordatisvi'   malienam.  vt 1 1 . ttiam commenthiis Gentilium   deaftrufamiliarem.  ix. Inea fouenda muliehem maximefexttmoccHpari..  %, Eandem amoris et amicitia   effe conciliatricem  luu Con ; ugia et conctltare et fouere. Onmihominttm atati &ordi~ } ttifuccurrere. Ammum homhvbi»addere.  x i v» i n b: llis mx» n-m vim habere.  ' Vti  A B6VMET, ytietiamtn regendis Rebm pu~   hllLU,.   Et commodifmum etfe ' tam  conferuandaquam recuptra,-   di, iibertatu remedium.  xvi i. Gloria 6 bonoris inflrumen-  tum.   xvi n.Wferiarum vitahuman opti»   tnumcondtmentum x i x. Fontem.UtitU ac bUaritatu ap. L Duicem et dmakikm ejfe de qu4   msagimiu stultittam. 1 1. Faettsfimiltarem.  uu Nu nonlttstrarum&morum   Miagiftris.  i v. Maxtm^TadagogU. j   v. ltew<L Grammatick Vulgatibus.   vi. LibrorumScriptoribm.  vi i . Aftrologis.   VI 1 1 Magis-KccromAnticis et Diui-  natofibus. ix. tuforibus,   x. Htigantibus  x i Chymic sjeu Akbymiftis. 1*4; A'rg vment Capit. Venatoribus. Attcupibus. Pifcatmbus. labricAntibus. Ambitiofo  rvM. antibus. Amantibus Hofientibus.Vriuilegiatts. iiiam Safritn Erasmo in Italia, Erasmo da Rotterdam. Riccardo Campa. Campa. Keywords. la stoltizia. Stoltus, stoltizia, stolto, stolto per Christo, pazzia, moria, enkoniom moirae ovvero laus stoltitiae. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Campa: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della rivincita del paganesimo romano – filosofia romana – scuola di Mantova – filosofia mantovana – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Mantova). Filosofo mantovano. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “You gotta love Campa – he is right that ‘artificial species’ is an oxymoron – as is ‘transhuman’ – but his philosophising about the heathens, which is how Nero found the Christians, is very relevant!”  Conosciuto soprattutto per i suoi studi nel campo dell'etica della scienza e del transumanesimo e, precisamente, per la sua difesa dell'idea di evoluzione autodiretta. Svolge ricerche sia nella veste di Professore associato di Sociologia della scienza e della tecnica all'Università Jagellonica di Cracovia, sia nella veste di Presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti, della quale è fondatore.  Si laurea a Bologna. Ha conseguito il titolo di Giornalista professionista presso l'Ordine dei giornalisti di Roma, il dottorato in Epistemologia all'Università Copernicus di Torun e l'abilitazione in Sociologia all'Università Jagellonica di Cracovia. Nell'ambito della sociologia della scienza, è annoverato tra gli allievi di Merton, fondatore di questa disciplina. A differenza di alcuni continuatori della scuola costruttivista, Merton ha sempre mostrato un atteggiamento positivo nei confronti delle scienze, e C. è rimasto fedele a questa impostazione. A tal proposito, il filosofo argentino-canadese Bunge ha rimarcato il fatto che «Campa è uno degli ultimi esemplari rimasti di una specie in estinzione: lo studioso pro-scienza della comunità scientifica».  I suoi studi hanno ricevuto una certa attenzione da parte dei media dopo che Fukuyama, all'epoca consigliere per la bioetica del presidente statunitense Bush, ha definito il transumanesimo «l'idea più pericolosa del mondo». Secondo Fukuyama il transumanesimo è una nuova forma di biopolitica che, pur essendo liberale e non coercitiva, rischia di minare il concetto di uguaglianza tra gli uomini. Simili posizioni critiche hanno assunto, in Italia, Veneziani, Ferrara, Rossi, e diversi opinionisti del quotidiano cattolico Avvenire, che hanno criticato le idee di C. e di altri filosofi e scienziati transumanisti (tra i quali, Bostrom, Hughes, Stock, e More), stimolando un dibattito ad ampio raggio sulle prospettive aperte dalle nuove tecnologie. Campa ha difeso le idee transumaniste in numerose pubblicazioni, interviste e dibattiti pubblici, apparendo talvolta anche in televisione, e sostenendo che le tecnologie emergenti e convergenti GRIN (un acronimo per Genetica, Robotica, Informatica e Nanotecnologia) non rappresentano un rischio inutile, come lasciano intendere i critici, ma un'opportunità di sviluppo in linea con l'atteggiamento prometeico che caratterizza la storia della civiltà occidentale. Le sue valutazioni, sull'opportunità di allungare la vita media e potenziare le facoltà mentali e fisiche dell'uomo, sono soprattutto di ordine etico e sociale. È autore di numerosi articoli e saggi, tra i quali spiccano sette libri monografici. Il filosofo è nudo (Marszalek) Etica della scienza pura (Sestante) Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante) Le armi robotizzate del futuro. Il problema etico (CEMISS) Trattato di filosofia futurista (Avanguardia 21 Edizioni, ) La specie artificiale. Saggio di bioetica evolutiva (D) La rivincita del paganesimo. Una teoria della modernità (D) Creatori e Creature. Anatomia dei movimenti pro e contro gli OGM (D Editore, ) La società degli automi. Studi sulla disoccupazione tecnologica e sul reddito di cittadinanza (D) Credere nel futuro: Il lato mistico del transumanesimo (Orbis Idearum Press, ) È inoltre curatore della serie "Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano". Cerimonia di abilitazione all'Cracovia C. Cipolla, Manuale di sociologia della salute, Angeli, C., Epistemological Dimensions of Robert K. Merton's Sociology, Copernicus University Press, quarta di copertina. Fukuyama, “Transhumanism: The World's Most Dangerous Idea”, Foreign Policy, La versione italiana è apparsa sul Corriere della Sera con il titolo “Biotecnologie: la fine dell'uomo”,.  M. Veneziani, “Attenti l'uomo è fuori moda. La scienza prepara “l'oltreuomo”, Libero,  G. Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il Foglio,  Rossi, Speranze, Il Mulino, Bologna  A. Galli, “Nietzsche, profeta dell'eugenetica”, Avvenire,  Rassegna stampa degli articoli pro e contro il transumanesimo.  “Nascita del superuomo”, documentario di RAI 3,  Archiviato  in.; “Futuro in pillole”, puntata de Le Invasioni Barbariche condotta da Daria Bignardi, LA7;“Musica maestro”, servizio biografico di RAI 1, Sito della rivista Divenire, Mazzotti, Il Prof che suonava il rock, Gazzetta di Mantova, Guerra, Futurismo per la nuova umanità, Armando, Roma.  Il transumanismo. Cronaca di una rivoluzione annunciata, Lampi di Stampa, Milano C. biografia e  nel sito "transumanisti". RIVINCERE. Di nuovo vincere. Lat. De nuo vincere. G. V. II, 1. E l'uno gli rubello Alamagoa, el'altro la Spagna, poi le rivinselor oper forza. Dant. Conv. 127.  e questo senso non si acconcia cogli esempi di cassa riversala, nè digente riversata. Conveniva adunque portare la dichiarazione così: Riversatoda Riversare SII; nel qual paragrafo Riversare sta per Voltare a rovescio o sotto sopra. E inquesto significato dee si prendere la cassa riversata di Landolfo. Riversalo poi vale Resupino, Colla faccia volta all'insù nell'esempio d’ALIGHIERI, e richiede paragrafo separato. 414 OsseRVAZIONE Che Riversato venga da riversare siamo d'accordo. Ma il senso genuino di riversare è Versar di Nilovo, notato di Giudice non è metafora alcuna. Ei parla del terreno preparato per ricevere i denti del dragone da cui dovevano germogliare i guerrieri. E terreno rivesciato, cioè rivoltato, aralo è parlar proprio, non metaforico. Nè VIRGILIO parla figurało allorchè disse: Georg. I, 64. Pingue solum fortes inverlant tauri; Vomere terras invertere. esempio sopra RIVERSATO.Add. da Riversare. BOCCACCIO (si veda) nov.14,10. Che riversata, per forza Landolfo andò sotto l'onde. ALIGHIERI, Inf.: Noi passamm'oltre là'velagelata Ruvida mente un'altra gente fascia, Non volta in giù, ma tutta riversata. RIVESCIARE. S1. Permetaf. Guid. G. Il campo dunque è rivesciato; Iasone ardito, e tosiano al dragone si dirizza. OSSERVAZIONE Nell'. Per lunga riposanza in laoghi scuri, e freddi, e con affreddare lo corpo dell'occhio con acqua chiara, rivinsi la virtù disgregata, che tornai nel primo buono stato della vista. Sust, verbal. Il rivincere. Lat . Recuperatio. Introd. Virt. Della rivinta delle terre di quà da mare, che fa la fede cristiana. Osservazione — Non avendo noi il positivo Vivare, il composto Rivivare o è scorretta lezione in luogo di Ravvivare, o è voce pessimamente creata e indegna di starsi nella famiglia delle buone. E che bisogno n'ha ella la nostra lingua possedendo già Ravvivare? Almeno la Crusca l'avesse data per v. A. RIVOCARE. Richiamare, Far ritornare. s Per Mutare, Slornare, e Annullare il falto. AGGIUNTA, Rivocare in forse per Mettere in dubbio. Car. ENEIDE VIII, 620. E ti con questi preghi cessa di rivocar la possa inforse cel tuo volere.VIRGILIO. Ib.v.403. Absiste precando Viribus indubitare tuis. m OSSERVAZIONE Se gl’accademici avessero fatta magogiore attenzione agli esempi che ponevano sotto il verbo “rivincere”, si sarebbero accorti che nell'ano e nell'altro propriamente esso valeRicuperare,2 non già Vinceredi nuovo, in lat. Denuo vincere. Quindi non sarebbero an dati nella contraddizione di spiegare il sostantivo verbale Rivinta, e l'esempio che gli corrisponde, col latino Recuperatio, dandogli origine dal verbo Rivincere (in lat. recuperare) in un senso dal Vocabolario non accettato. Milano, Ibrjglii e Segati: Torino, E. Loesclier: Paris, A. Fontennoing).  L'opuscolo che qui ripresento agli studiosi ha suscitato dappertutto discussioni vivaci, ed era naturale  che le suscitasse. Era naturale, infatti, che molti facessero discendere la questione in un terreno scabro  ed irto di passioni; e pur gli altri, avvezzi per abito  della mente e per austera severità di propositi, a non  mirare se non alle ragioni obbiettive, era naturale che  molto s' interessassero dell' argomento, vedendo qui  posti quesiti altissimi non di storia soltanto, ma altresì di psicologia popolare, e tentatane, come meglio  si è potuto, la soluzione. Ora, dopo si lungo dibatter  di ragioni avversarie, è tempo che riprenda la parola  io. La mia tesi si fonda sopra alcune contingenze di  fatti, la cui evidenza non può sfuggire ad un esame  impregiudicato. Si riassumano, di grazia, le ragioni  delle due parti tra le quali pende 1' accusa dell' incendio di Roma. Se da una parte troviamo un uomo,  scelleratissimo quanto si vuole, dall'altra troviamo una  comunità segreta, della quale alcuni membri sono dediti al delitto per testimonianza degli scrittori pagani,  Questa prefazione fu pubblicata dinanzi alla seconda edizione (Torino 1900), e dinanzi alla edizione francese (Paris). L’incendio di roma e I PRIMI CRISTIANI  e dagli stessi apostoli son dichiarati indegni di predicare Cristo. Ma quell' uomo quando seppe che la sua  casa bruciava, torna a ROMA, tenta arrestare le fiamm e,  si mescolò in mezzo al popolo, girò di qua e di là  senza guardie  prese tutti i provvedimenti consigliati  dalla immanità del disastro ; e, mentr'ei cercava porre  riparo, scoppiò novello incendio; degli altri si sa che  di tanto in tanto prorompevano alla rivolta, che predicavano la conflagrazione del mondo, cui doveva  seguire il regno della giustizia; che tal regno essi aspettavano dopo quello dell'Anticristo, che per essi l'Anti-Cristo è NERONE, che credevano, durante la loro  vita, essere riserbati al nuovo regno di luce e di bene;  che a ROMA augurarono ancora, pel corso di lunghi  secoli, distruzione e sterminio, che dopo la rovina  della potenza romana aspettavano il loro trionfo; qual  meraviglia che tutto questo complesso di aspettazioni  e speranze abbia eccitato le menti incolte e fanatiche  degli schiavi miserrimi e li abbia spinti all' atto forsennato? Si aggiunga a tutto questo, che gli arrestati  furon confessi, secondochè mi pare avere ora novellamente dimostrato. In ogni movimento di rivendicazione sociale che si determina nelle masse, vediamo  tosto scindersi due partiti: quello dei più esaltati,  pronti all' azione immediata, e quello delle menti più  calme, che mal giungono a tenere a freno i primi.  Quei generosi che, scorti dal raggio della loro fede,  vennero a dare alle plebi la coscienza dei diritti umani,  mal poterono con tutti i loro consigli di temperanza,  reprimerne le turbolenze impetuose. Qual nuova concezione sarebbe mai questa, che la plebe romana, la  cui vita, da secoli, era stata tutto un seguito di convulsioni e di fremiti, di sedizioni e rivolte, proprio  all' epoca di NERONE fosse diventata di tanti agnellini,  quando più ributtante era lo spettacolo delle umane  ineguaglianze, e più turbinavano nel suo seno le nuove correnti rivendicatrici! Tutt' altro! Anche in quella  moltitudine erano i falsi dottori, dei quali parla la cosiddetta Secunda Petri, i quali promettendo agli altri la  libertà erano però essi stessi servi della corruzione,  i quali dopo esser fuggiti dalle contaminazioni del mondo  per la conoscenza di Gesù., si erano di nuovo in quelle  avviluppati; e, secondo le brutali immagini che ivi troviamo, erano come cani tornati al vomito loro, come porche lavate che di nuovo  si voltolano nel fango. Quando certi stati di aspettazione angosciosa si determinano nelle masse, basta una  scintilla per spingerle ad eccessi inopinati. L'aununzio  della distruzione ignea decretata da Dio per la loro  generazione, la credenza che il regno di Dio non verrebbe, se non fosse distrutta la romana potenza, fu la  scintilla delle fiamme che divamparono sterminatrici.  Essi credevano compire la volontà divina, essere gli  esecutori della divina vendetta. Vano è parlare qui di  significati allegorici. Quando pur si potesse provare  che le allegorie che or si vogliono vedere sotto l' idea  del fuoco, si scorgessero pure dai primi proseliti, e  come tali si spiegassero (il che non è affatto), tutto  ciò sarebbe vano lo stesso. Il popolo interpreta le parole nel loro senso materiale, e quando sente fuoco, intende fuoco e nuli' altro.   Un' obbiezione, a prima giunta grave, mi fu fatta  da un chiaro critico: come mai ninno degli scrittori,  anche pagani, accusa di tale scempio i cristiani ? Pure,  la ragione di ciò credo poterla indicare. Il nodo della  questione credo che stia in ciò, che gii esecutori materiali furono veramente i servi di NERONE, e che questi  interrogati perchè scagliassero le faci, dicevano di  agire per istigazione altrui. La credenza nella colpevolezza di NERONE si radicò quindi nelle coscienze, ed  ancor più crebbe dopo la morte di lui. Suole infatti  avvenire che a quelli che si rendono tristamente famosi per le turpitudini loro, tutte il popolo attribuisca le altre scelleraggini, delle quali suoni incerta e  dubbiosa la fama. E l' accusa o il sospetto dovè nascere nel popolo per naturale reazione di pietà verso  i condannati, qualche tempo dopo il disastro e il processo; che altrimenti non si spiegherebbe come Nerone non fosse stato ucciso dall' ira popolare, quando  si mescolò senza guardie in mezzo al popolo. E dovè  afforzarsi, quando Nerone o gli adulatori suoi espressero l' intenzione di chiamar dal suo nome la rifatta  città: che allora l'ambizione parve al popolo sufficiente motivo, a spiegar lo sterminio. E poiché NERONE dall'incendio di ROMA, che egli aveva visto, prese  poi r ispirazione per iscrivere il carme sulla rovina di  Troia, carme che forse cantò sul teatro della rinnovata sua casa, nacque più tardi in mezzo al popolo, la  fama che egli avesse cantato sulle rovine della patria. Del resto, che vi fossero scrittori che esplicitamente accusassero i cristiani, non credo sia da revocare in dubbio. Tacito stesso, direttamente o indirettamente, deve averne usufruito qualcuno, come mi pare  possa dimostrarsi. Perchè tali scrittori non sieno stati  conservati, è vano chiedere. Durò per secoli la distruzione sistematica di tutto ciò che fosse avverso al  Cristianesimo. Gli scritti contro la nuova religione  sono periti; le accuse che al Cristianesimo si facevano,  le conosciamo, salvo pochi accenni qua e là, solo per  bocca dei difensori. Or questi scritti apologetici sono  di alcuni secoli posteriori a Nerone e ciascuno di essi  parla delle dottrine e dei costumi dei cristiani del  tempo suo; non potremmo dunque aspettarci di trovare in essi alcun tentativo di difesa contro un' accusa  che ninno più muoveva, essendo ormai invalsa anche  tra i pagani 1' opinione che accusava Nerone. Ma se  del fatto determinato, e cioè dell' incendio Neroniano  non si fa più parola, si fa per contro parola molto spesso delle tendenze rivoluzionarie e distruggitrici.  Tali tendenze erano forse una di quelle scelleraggini inerenti alla setta (flagitia cohaerentìa nomini),  alle quali accenna PLINIO (si veda), a proposito dei cristiani  di Bitinia. L'accusatore dei cristiani nell’Octavius di  Minucio Felice narra che essi, raccolta  dalla peggior feccia i più ignoranti e le credule femminette, naturalmente deboli per la debolezza del loro  sesso, istituiscono una plebe di sacrilega congiura; e  più giù che essi alla terra e perfino all'universo e alle stelle minacciano incendio (e cioè la conflagrazione cosmica), e macchinano rovina. Ottavio ne  li difende, e la sua difesa è pur molto  istruttiva per noi. E, secondo lui, un volgare errore il  credere che non possa venire improvviso l' incendio  punitore; i saggi stessi dell'antichità, egli dice, e i  poeti han parlato della conflagrazione cosmica, del fiume  di fuoco e della Stigia palude, a punizione dei perversi. Ma niuno, ei soggiunge che non sia  sacrilego, delibera che sieno puniti con tali tormenti,  per quanto meritati, coloro che non riconoscono Dio,  come gli empii e gì' ingiusti. Ahimè, mite filosofo  antico, la storia posteriore ti ha dato torto! Non è  questa una risposta alle accuse e ai timori, che si nutrivano a riguardo dei cristiani ? Se dunque dell' accusa particolare, quella riguardante l' incendio neroniano, non si fa più motito, per le ragioni sopradette,  non si può dire che- ogni eco dell' accusa generica sia  spenta per sempre.   Altra obbiezione mi fu fatta, circa il criterio informatore di queste ricerche. Voi, mi si è detto, state  al giudizio degli scrittori pagani, per quanto riguarda  la moralità dei primi cristiani. Ora per lunghi secoli  continuarono le accuse contro i cristiani, e furono fra  le più atroci e terribili. Gl’apologisti cristiani opposere ad esse recise smentite. Perchè non si deve credere che sieno calunnie pur le accuse scagliate contro  i cristiani dei primi tempi? Senouchè, a proposito  di queste ultime, le accuse non partono solo da scrittori pagani, ma altresì da cristiani, in passi dei quali  r interpretazione non può esser dubbia. Ma tal giudizio non riguarda tutta intera la comunità. Ohi nega  che in questa fossero spiriti superiori, ardenti dell' amore divino del bene ? Ma le novità, e novità tali,  quali eran quelle che nelF ordine sociale annunziava  il Cristianesimo, sogliono attrarre gli spiriti più turbolenti, e più esaltati, cui non par vero di coprire con  la nobiltà di un vessillo la licenza degli atti proprii.  E, se guardiani bene, pure tutte quelle orrende accuse  fatte in seguito ai cristiani, i riti dell' uccisione del  fanciullo, della Venere promiscua dopo la cena ed  altri simili, hanno tale spiegazione. Anche gli scrittori  cattolici riconoscono che tali calunnie si debbano a  tutte quelle sette di Carpocraziani, Nicolaiti, Gnostici,  che tali orrendi riti praticavano, e si arrogavano il  nome di cristiani. Che la chiesa abbia potuto respingere dal proprio seno questi sciagurati, e si sia andata man mano epurando, torna certo ad alta sua  gloria. Ma ciò stesso ne induce ad andar molto cauti,  quando vogliam negare a priori che nei primi tempi Si è sostenuto da alcuni che la critica moderna riferisca a quistioui di dogma e di gerarcliia i noti passi di Paolo,  nei quali esorta i Cristiani di Roma all' obbedienza e alla mansuetudine; e si è citato in proposito Renan. Ma Renan dice  di quei passi (Saint Pani). Il semble qu'à l'epoque où  il écrivait cette épitre aux Romains diverses eglises, surtout  l'Église de Rome comptaient dans leur sein soit des disciples de Juda le Gaulonite, qui niaient la légitimité de l'impot et préchaient la róvolte contre l'autorité romaine, soit des ébionites  qui opposaient absolument i'un à l'autre le régne de Satan et le  régne du Messie, et identificient le monde présent avec l'empire  du Démon {Epiph. haer., XXX, 16; Honiél. pseudo-clém.). ldella chiesa potesse esservi ima moltitudine di facinorosi, pronti ad interpretare a lor modo le nuove  dottrine e a trascendere ad ogni eccesso. E la lettera di PLINIO si osserva, non è testimonio dell' innocenza cristiana? Migriamo pure, se  cosi vuoisi, da Roma in Bitiuia, dai tempi di NERONE  a quelli di Traiano. La lettera domanda all' imperatore se debba punirsi la setta come tale o i delitti  ad essa connessi, e riferisce che degli interrogati alcuni dichiararono repiicatamente esser cristiani, e, senza  voler sapere che cosa ciò significasse, PLINIO, per la  loro ostinazione, li mandò al supplizio; altri negavano  essere stati mai cristiani; altri affermarono essere, e  poi il negarono, dicendo essere stati, or più non esserlo; tutti questi maledicevano Cristo, e veneravano  l' immagine dell' imperatore. Pur nel tempo in cui  erano cristiani asserivano altro non aver fatto se non  raccogliersi, venerare Cristo come se fosse un Dio, ed  obbligarsi con giuramento non a commettere delitti,  ma anzi a non commetterne. Due ancelle messe ai tormenti, non rivelarono se non una superstitio prava,  ìmmodica. Se questi infelici erano così invasi dalla  paura, da indursi a sconfessare la loro fede e maledire Cristo, si potrebbe mai aspettare da essi che rivelassero alcuna cosa che potesse danneggiarli? Ma  sieno stati pure innocentissimi i Cristiani di Bitinia  al tempo di Traiano; che cosa prova ciò per alcune  fazioni dei cristiani di Roma al tempo di Nerone? Questo credemmo opportuno avvertire, circa le  ragioni generali e di metodo. Alle osservazioni sui singoli punti si risponderà nelle note o anche nel testo.  Non era possibile confutare partitamente ciascuno degli scritti venuti in luce. Quest' opuscolo sarebbe diventato un volume, con poco frutto dei lettori e degli  studii. Ne del resto era decente sottoporre alla considerazione dei lettori, scritti, nella maggior parte dei  quali la forma irosa mal si dibatte fra le scabrosità  della materia, e dalle ambagi del ragionamento guizza  ed erompe il vituperio. I fatti e le ragioni apportate  io ho tenuto in conto; dei vituperii non mi curo, né  di essi conservo rancore. Mi conforta il consentimento  pressoché unanime a me venuto da coloro che rappresentano il più bel vanto degli studii italiani. In  mezzo alle loro voci o alle voci di quelli che, pur discordi, seppero tener la misura, suonò un coro stridulo  di voci insolenti. Persone rese fanatiche da religioso  ardore si scagliarono contro di me, a contaminare la  purità delle intenzioui mie. In tale impresa l' ignoranza e la malafede fecero l'estrema lor possa. Io non  perderò la calma per le intemperanze altrui. Quel medesimo coro ha accompagnato sempre ogni opera di verità e di luce. Mentre la procella batteva alla mia  porta, io ripensavo mestamente che cosa mai potesse  suscitare in tanti animi impeti cosi vivaci contro di  me. Era là, in quei cuori angosciati, tutto lo schianto  come di una cara visione che si dilegui, come di una  zona luminosa sulla quale inopinatamente si effondano  tenebre. Povere anime desolate, ebbre di radiose speranze, io non ho offeso la vostra fede. Potreste voi  mai sostenere che, pur quando gran parte del mondo  fu conquistata alla luce e all'amore della vostra idea,  il fanatismo e l'errore sieno tosto dispariti dalla terra,  e cieche cupidigie e biechi livori non abbiano ancora  agitato gli spiriti? Perchè dovrebbe dunque ripugnare  alla vostra fede, l'ammettere che ciò sia avvenuto pure  agl'inizii della nuova era umana, in mezzo a gente  nei cui animi era 1' eredità di secolari rancori ? Il primo quesito che si presenti alla mente di chi  esamini i racconti degli storici snll' incendio neroniano, è questo: l'incendio fu ordinato da Nerone? Degli  scrittori più antichi lo affermano Suetonio e Dione  Cassio, i quali ci hanno pure esposto le ragioni di tal  loro convinzione: sicché la notizia da essi data ha solo  valore in quanto possano averlo tali ragioni: di che  tosto vedremo. Tacito si avvale di fonti diverse, né  sembra aver fatto studio per rendere coerente il racconto suo; sicché prendendo or dall'uno autore or dall'altro, riesce ad indurre nel lettore ora 1' una convinzione or l'altra. Si mostra in principio esitante tra due  autorità di fonti: quelle che attribuivano il disastro  al caso e quelle che lo attribuivano a Nerone;  ma Si potrebbe obbiettare che uno storico può narrar cosa  vera, ma poi sbagliare nell' assegnare lo cause. E ciò è appunto  quello che penso io, e che dichiaro pure più sotto; le particolarità dell'incendio, narrate dagli storici non sono certo inventate  da essi, e sono, secondo ogni legittima presunzione, vere; la causa  dell'incendio, cioè l'ordine di Nerone, dobbiamo giudicarla alla  stregua delle ragioni che essi apportano di tal loro convinzione.  Giacche 1' attribuire l' incendio o al caso o all' ordine dell' uno  dell'altro, è convinzione o apprezzamento, non è fatto.  Lo afierma anche PLINIO (si veda) il Veccbio; e il suo accenno. N. II.: ad Neronis principis incendia, quihus cremava Urbem), prova che pochi anni dopo l'incendio, l'opinione  era già invalsa. Verisimilmente la medesima convinzione espri   ll' ipotesi del caso doveva cadere per lui, che poco dopo  narra come certo il fatto che nessuno osò opporsi alla  violenza del fuoco, poiché uomini minacciosi vietavano  di estinguere le fiamme, anzi le ravvivavano, dicendo  di agire per consiglio altrui. E bensì vero che Tacito  aggiunge essere incerto se ciò facessero, per potere  senza freno abbandonarsi alle rapine o per vero comando: ma è evidente che la prima ragione non regge.  Giacché se essi giungevano a imporsi tanto con le minacele da impedire ogni tentativo di estinzione, potevano pure senz' altro esercitare liberamente il saccheggio.   E del resto il ripetersi della cosa, con i medesimi  particolari, per tutta Roma, non significa 1' obbedienza  ad una parola d' ordine? Questa esclude il caso. E lo  esclude pure il fatto che, tosto allo spegnersi del primo,  si riaccese un secondo incendio, che proruppe dagli meva PLINIO nelie Storie civili che furono fonte a Tacito. La  narrazione di Sulpicio Severo (II, 29) è presa interamente da  Tacito, di cui riproduce molte frasi. Quella di Orosio è derivata, con qualche esagerazione di notizia, da Suetonio.  L'iscrizione in C. I. L., VI, 826 ha qvando vrbs per novem   DIES — ARSIT NERONIANIS TKMPORIBVS.  Importanti monumenti sono pure le are site in ciascuna  regione della città, sulle quali nei tempi successivi si celebravano il 23 Agosto i sagritìzi incendiorum arcendorum causa;  alcune di tali are sono conservate; cfr. Lanciani, Bull. com.; Hùlsen, Rom. Mitt.;  Richter, Top.j- Una minaccia d' incendio  è attribuita a Nerone dall' autore dell' Ottavia, v. 882, Stazio  nella Silva dedicata alla vedova di Lucano ha infandos domini nocentis ignes. In tutta la letteratura di opposizione  a Nerone l'accusa dovè essere accolta con fervore. Alcune di  versità di particolari dalla narrazione tacitiana sono nella corrispondenza apocrifa di Seneca e S. Paolo (v. Ramorino, Vox Urbis). Tra i moderni, oltre Aubè,  Schiller ed altri, lo Herstlet negò con buone ragioni, l'attribuzione a Nerone (Treppenwitz der Weltg.). Molti  l'attribuiscono al caso (ad es. AUard, Marucchi). I particolari  dell' incendio sono contrari a tale ipotesi: per ammetterla, bisognerebbe ritenere falsi tutti i particolari narrati dagli antichi. orti di Tigellino e devastò un' altra parte della città.  Del resto Tacito sembra nou aver ridotto ad unità di  pensiero questa parte dell' opera sua: e aver piuttosto  abbozzato appunti da fonti discordi: vedremo infatti  essere molto probabile che una delle sue fonti accusasse esplicitamente i cristiani. Suetonio accusa Nerone. E l'accusa egli fonda sopra tre  fatti. In un banchetto, avrebbe un convitato detto in  greco: quando io sia morto, si mescoli la terra col  fuoco, e Nerone avrebbe soggiunto; auzi quando  io sia vivo; di più, parecchi consolari sorpresero nei  loro possedimenti i servi imperiali, con stoppa e faci;  e per paura, neppur li molestarono; infine Nerone, de   '-> Altro indizio che Tacito non abbia riassunto in una concezione unica il fatto storico, ma abbia solo unito notizie discordi da fonti diverse, si trae anche da questo. Ei riferisce  la voce che Nerone al tempo del disastro cantasse l'incendio  di Troia sul teatro domestico. Ma qual teatro? Quando ei 'tornò  da Anzio il palazzo imperiale bruciava ! Altra contraddizione. Debbo notare a tal proposito come a me abbia prodotto ingrata meraviglia, che del mio giudizio su Tacito altri  abbia menato scalpore, come di giudizio a bella posta indotto  per iscemare l'autorità di lui ed infirmarne la fede. Dopo tanti  studii perseguiti da tanti anni, sul materiale storico di Tacito,  sul suo fosco vedere, sulle sinistre interpretazioni sue, sulla  sua costante avversione per alcuni personaggi, si avrebbe il  diritto di pretendere che tanta mole di lavoro non fosse stata  fatta invano. Il Fabia, Le sources de  Tacite, osserva, contro L. Von Ranke, che Tacito si  astiene dall' accusare o dall' assolvere Nerone, adoperando frasi  come pervaserat rumor, videbatur, crederetnr. Ma a me paiono  giuste le seguenti considerazioni del Von Ranke, Weltgeschichte,  Leipzig: Es ware nun unsinnig zu denken, dass Nero, der sich bei dern Brande wurdig  betragen batte, jetzt, um eia durchaus falsches Geriicht niederzuschlagen, zur Verfolgung \inschuldiger Lente geschritten  wàre. Man kann nicht anders als annehmen dass diese Stelle  aus des zweiten Nero anklagenden Ueberlieferung stammt. Die Nichtswiirdigkeit des Kaisers liegt eben darin, dass er den  Brand selbst angelegt hat und auf anderen die Schuid schiebt.  So die zwejte Ueberlieferung.] siderando sul Palatino l'area di alcuni granai costruiti  con pietra, li fece prima abbattere e poi fece ad essi  appiccare il fuoco. Anche Cassio Dione è esplicito, e  (juasi a riprova della sua accusa apporta due fatti:  die cioè Nerone aveva fatto voto di vedere la distruzione di Roma e che egli chiamò felice Priamo, perchè  aveva visto perire la patria sua. [Or veramente, se questi sono i fondamenti della  secolare accusa, lo storico spassionato dovrà rimanere  ben perplesso prima di confermarla. Certo fu uomo  di si efferate nefandezze Nerone, che non è a temere  gli si gravi troppo la soma dei delitti con un altro  misfatto; pure, giudicando senza prevenzioni, è facile  scorgere quanta sia la vacuità delle ragioni che gli  antichi apportano per incolparlo anche di questo.  Quanto ai servi di lui, sorpresi ad incendiare, il fatto  ha ogni verosimiglianza, ma ha ben altra spiegazione,  come si dirà in seguito. Quanto ai granai del Palatino, è naturale che, quando tutto intorno era distrutto, visti superstiti quegl' informi ruderi, ei li facesse abbattere e incendiare, volendo liberare l' area  per la futura sontuosa sua casa. Quanto all' aneddoto,  raccontato da Dione Cassio, eh' egli avesse fatto voto  di veder distrutta la città, esso è infirmato dal fatto  che, .saputo appena che il fuoco s' approssimava al pa- [Questo passo di Suetonio (Ner.) ha fatto uscire di  careggiata non pochi. L'abbattimento e l'incendio dei granai  Suetonio lo apporta, perchè serve a dimostrare, secondo lui,  che Nerone non fece mistero dell' ordine d' incendiare {incendit   urbem tam palam ut bellicis machinis lahefactata atqiie   infiammata sint, ecc.). E chiaro che 1' argomentazione non è valida. Se Nerone dette senza mistero 1' ordine di abbattere quei  granai, dovè dunque darlo quando tornò da Anzio; e allora tutto  intorno era già divorato dalle fiamme.] lazzo imperiale, egli rientrò in Roma, eppure non si  potè impedire (dice Tacito) che il Palatino e la reggia  e tutti i luoghi intorno fossero preda alle fiamme. Rimangono altri due aneddoti, e quello di Priamo e  quello del banchetto. E non è improbabile che Nerone  paragonasse sé stesso a Priamo, cui toccò di veder  distrutta la patria sua, e si chiamasse, ammettiamo  pure, fortunato di veder cosa unica al mondo: ma ciò  non si può apportare qual prova a confermare che  l'ordine partisse da lui. Ne tale deduzione si può  trarre dai motti di spirito, che secondo Suetonio riferisce, avrebbe egli scambiato con un suo convitato  in un banchetto. Che anzi, chi ben guardi, l'interpretazione di qu3Ì motti è ben altra. Giacché se il  convitato disse: Ivj.oò Savóvro? Y^ia at/Gr^uo ttd.oi egli voleva evidentemente significare:  purché io sia morto,  si mescoli la terra col fuoco, e cioè, a un dipresso:  purché io non abbia più a correrne pericolo, caschi  pure il mondo!  Ed è naturale quindi che Nerone  rispondesse:  anzi, purché io continui a vivere  (immo  inquit, i'j.o'j Cwvioc). Ci siamo indugiati in siffatti particolari aneddotici, non per conchiudere da essi soli,  che fu ingiusta l'accusa, ma solo per affermare che  non ci è dato indagare la verità da siffatte fonti.  Questi scrittori hanno poco discernimento critico.  Quando raccolgono fatti, ci offrono materiale prezioso:  quando li interpretano e ne tra^ggono deduzioni, scoprono tutto il debole dell'arte loro. Noi dunque dobbiamo battere altra via. Dobbiamo esaminare le par- [Ed era la casa sontuosa, eh' egli stesso aveva fatto smisuratamente ingrandire, sicché comprendeva ormai tutta l'area  dal Palatino all'Esquilino. Il nome di Domus Transitoria (Suet.  Nei') trasse in uno strano errore il Renan, il quale credette  vedere in quello l'intenzione di Nerone di far, poi, una casa  definitiva. Ma transitoria significa solo che quella casa metteva  in comunicazione, come dice Tacito {Ann.) il Palatium  con gli orti di Mecenate ! Pascal] ticolarità tutte del disastro ìq relazione al carattere  ed ai fatti di Nerone. Dobbiamo vedere quale poteva  essere per lui il movente ad emanare l'ordine sciagurato, quali i mezzi per attuare l' immane disegno.  La capacità a delinquere di Nerone è fuori di ogni  discussione; e veramente, se solo ad essa noi dovessimo aver ricorso, la questione non sussisterebbe più.  Ma vi ha tempre e caratteri diversi di delinquenza:  alcuni sono nati alle audacie più forsennate, alle più  temerarie scelleraggini: altri praticano il delitto per  coperte insidie e per nascosti raggiri. Nerone, quale  cÀ risulta da tutti gli atti della sua vita, fu insidioso e vile; sospettoso di tutto e di tutti, sempre  premuroso d' ingraziarsi il popolo con feste e largizioni; assalito alcuna volta da crisi convulse, e trepidante per divina vendetta, superstizioso come un  fanciullo. Quando scoppiò l' incendio, egli era ad  Anzio. Scoppiò per ordine suo? Ma allora il suo  tristo segreto fu affidato non ad uno o due dei più  intimi, ma a centinaia, forse a migliaia di servi e  pretoriani!" Giacché per tutta Roma furono dissemi- [Mi si è mosso rimprovero che tali particolarità io desuma da quegli stessi scrittori, dei quali ho cercato infirmare  la fede. Ma le dichiarazioni che qui precedono sono esplicite;  i fatti non sono certo inventati dagli scrittori: le deduzioni  che essi ne traggono sono erronee. In tutte le scelleratezze di Nerone si vede manifesto lo  studio di coprire nel segreto dei pochi fidati il misfatto. Il mandare l'ordine da Anzio a Roma a centinaia di servi e soldati, e il  tornare poi in mezzo al popolo, suppone un coraggio che non possiamo davvero attribuirgli. Né è dato supporre che Nerone abbia  confidato l'ordine solo a qualche intimo. Questi non avrebbe potuto fare se non trasmettere gli ordini imperiali; e Nerone capiva  che 1' ordine sarebbe stato quindi annunziato ai servi o soldati  solo come ordine suo. lnati coloro che impedivano ogni tentativo di estinzione, ed erano come riferisce Dione Cassio, anche  vigili e soldati che ravvivavano il fuoco. E si supponga pure che costoro nell' ebbrezza forsennata di  quelle notti infernali, obbedissero, senza esitanza, ad  un ordine che si diceva lor mandato dall' imperatore  lontano: ma quando poi l'imperatore tornò, e tentò  arrestare le fiamme, (Tac. Ann.), a chi obbedivano coloro che dagli orti di Tigellino fecero prorompere novello incendio? E, se avesse dato l' ordine, sarebbe tornato Nerone? Un ordine, diffuso fra tanti servi e soldati,  non poteva rimanere un segreto per il popolo: avrebbe  Si potrebbe osservare: Perchè dovevano essere centinaia ? Non bastavano forse anche pochi per appiccare l'incendio, se questo cominciò dalle bofteghe ripiene di merci accensibili, e fu alimentato dal vento? Sennonché supposto pure che  pochi abbiano appiccato l' incendio, moltissimi dovevano pure  essere quelli che ordirono il complotto. Ed infatti per tutta  Roma erano sparsi coloro che impedivano ogni tentativo di  estinzione. Questi dovevano essere a parte del segreto, e per  essere sparsi in tutta Roma dovevano essere moltissimi. La  qual notizia della impedita estinzione non può essere revocata  in dubbio.- Se non v'era forte mano organizzata ad impedire  1' estinzione, molto prima dei nove giorni si sarebbero sedate  le fiamme. Non potevano certo obbedire a Nerone, poiché da lui ricevevano ormai l'ordine di arrestare le fiamme, non di riaccenderle. Si è sospettato potesse essere una finzione di Nerone il  tentativo di arrestare le fiamme. Ma ad ogni modo questa finzione non poteva avere efletto se non con opere di estinzione.  E non è consentaneo al carattere di Nerone che egli in mezzo  alla disperazione del popolo si fosse esposto al pericolo di rinnovare l'ordine incendiario. E Tigellino non avrebbe fatto incominciare dalla casa sua, lasciando intatto il Trastevere.  Si può pensare: col non tornare, avrebbe accresciuto i  sospetti. Ma questi apprezzamenti e calcoli di mente fredda disdicono al carattere di Nerone. Si esamini, di grazia, il suo  contegno dopo 1' uccisione della madre (Tac. Ann.). E  cosi quando gli fu annunziata la defezione degli eserciti, non  osò presentarsi in pubblico, temendo esser fatto a brani (Suet.  Ner.). egli affrontato la plebe, pazza d' ira e di terrore? E perchè l' avrebbe dato, quest' ordine ? Perchè, si risponde, non soffriva le vie tortuose e irregolari, con  le loro pestifere esalazioni, e voleva il vanto d'essere  chiamato fondatore di Roma; ojDpure, perchè voleva  godere lo spettacolo delle fiamme e cantare l'incendio.  Ed altri ancora risponde: dette l' ordine in un accesso  di pazzia.   Or veramente, quanto alle vie tortuose e strette,  la ragione non regge. L' incendio fu appiccato a tutte  le regioni più nobili e suntuose di Roma; perirono i  templi vetusti, i bagni, le passeggiate, i luoghi di delizia, le case più ricche. Le regioni dei poveri, rot>curo  Trastevere, il centro della comunità giudaica e cristiana, furono rispettati. Eppure anche nel Trastevere aveva Nerone i suoi orti Domiziani e il suo circo,  che poteva desiderare di vedere sgombri dalle casupole e dalle viuzze che li circondavano. Voleva  godere lo spettacolo delle fiamme? Ma si sarebbe subito mosso da Anzio; il ritardo poteva togliergli l'occasione di goderlo! Rimane dunque che egli avesse  ordinato l' incendio in un accesso di pazzia. Ma quando  egli tornò a Roma, e, come riferisce Tacito {Ann. XV, 39\  cercò di opporsi al fuoco, ed aprì per ristoro al popolo il campo di Marte, i portici e le terme di Agrippa,  Che Nerone sin dalla prima notte del suo ritorno si aggirasse senza guardie per la città, è afìermato da Tacito stesso,  quando narra che Subrio Flavio aveva già prima della congiura  Pisoniana fatto il disegno di uccidere Nerone cum ardente domo  per noctem huc Ulne cursaret incustoditus! (Ann.) '' Non poteva regolare, si può dire, la direzione delle fiamme. Ma certamente, se il suo scopo era quello di togliere le  viuzze stretto e le case luride non sarebbe ricorso alle fiamme.  Bastava che il suo disegno d' abbellire Roma egli enunciasse,  per essere esaltato da tutto il popolo, e avere il concorso di tutti  i cittadini. E quando anche alle fiamme avesse voluto ricorrere,  avrebbe cominciato dai quartieri luridi, non da quelli nobili e  sontuosi.] gli orti suoi, e fece costrnire provvisorie capanne, e  diminuì il prezzo del frumento, era certamente nel  possesso delle facoltà sue: e allora chi rinnovò l' incendio negli orti di Tigellino?  Ed ancora, si  ponga mente ad altre osservazioni. Nerone voleva salvare la casa sua, ed infatti vi si adoperò, tornato a  Roma: avrebbe egli ordinato che si cominciasse ad  appiccare il fuoco proprio a quella parte del circo.  che era contigua al Palatino? Nerone amava credersi e farsi credere artista fine e di greco gusto. Non  avrebbe egli fatto mettere al sicuro le più belle opere  di scultura, i monumenti dei più chiari ingegni, i capilavori dell'arte greca? Anche questi perirono tutti,  e Nerone mandò gli emissarii suoi, per l'Asia e per la  Grecia, a depredarne dei nuovi. Quanto più si consideri l'accusa fatta a Nerone, tanto più essa risulta  incoerente e contradditoria. Ma dunque, chi ordinò  l'incendio? Quali furono gì' incendiarii? Quale scopo  ebbero? Chi incolpò i Cristiani? E quali erano i Cristiani allora? Dobbiamo, per l' esposizione nostra, cominciare  dall'ultimo quesito, e poi a mano a mano, attraverso  gli altri, giungere sino al primo.   Sulla prima comunità cristiana in Roma abbiamo   E opportuno pnre notare che J racconto riguardante  Nerone, che sulle rovine ii Roma canta i' incendio di Troia è  ritenuto, per buone ragioni, una leggenda. Y. Renan, JJ Aniichrist che prese probabilmente i suoi argomenti  dalla nota del Fabricio a Cassio Dione. Non vale il dire: ricevuto il comando, non si badò più  a nulla. Sta pur sempre, che se il primo incendio cominciò dalla  casa di Nerone, e il secondo dalla casa di Tigellino, le fiaiume  forono appiccate da nomini che erano nemici di tatto l'ordine  sociale, che era rappresentato da quei di; e. scarsissimi documenti: pure ci viene da essi qualche  lume. Chi immagina i Cristiani al tempo di Nerone,  e anche prima, tutti intenti a bizantineggiare su questioni di dogma, non può spiegare l' aggregarsi di  sempre nuovi proseliti alla parola evangelica. Se Tacito dice che i cristiani erano allora  una immensa  moltitudine, ninna ragione v' ha per iscemare il  valore a siffatta testimonianza. Ora una immensa  moltitudine non si poteva commuovere per controversie riguardanti solo il, dogma giudaico. Ci vuole  altro per muovere le turbe. Se soltanto tali quesiti  avessero formato oggetto della predicazione evangelica, i gentili avrebbero probabilmente risposto come  il proconsole Corinzio rispose ai Giudei che accusavano Paolo:  sono questioni di parole: pensateci voi.  Il cristianesimo dovè invece assumere ben presto in  Roma un contenuto sociale ed economico. Quel che  importava era il complesso delle aspirazioni e delle  rivendicazioni messianiche, era la parola dolce, che  per prima affermava 1' eguaglianza umana, e prometteva lo sterminio degli empii, e prossimo il regno della  giustizia. Ora questa sete ardente di rivendicazioni  umane era comune tanto al giudaismo quanto al cristianesimo. La differenza era in ciò, che per il cristianesimo il Messia era già venuto, ma doveva tosto  tornare a disperdere le potenze maleJBche sulla terra;  il giudaismo non sapeva accomodarsi all'idea di un  Messia, che non avesse levato sugli empi la sua spada  di fuoco, e assicurato la supremazia al suo popolo   La testimonianza di Tacito è i-insaldata da quella di  Clem. Rom. Ad, Cor., I, 6 (nokò t:).YjOoc;), e da quella dell' ^joocalisse, VII, 9 {o/'koc, t:oXù<;) e da quella di S. Paolo che ai Filippesi dice, parlando dei cristiani di Roma:  Molti dei miei  fratelli nel Signore. Contro siffatte testimonianze non v'è una  sola prova di fatto. Nulla trovo in proposito nel lavoro dell' Harnach, GescJdchte der Verbreitung des Christenthuvis, in  Sitzunysb. d. Akad. d. Wiss. zu Berlin.  leletto e feimato l' impero nella divina Gerusalemme,  bella d'oro, di cipresso e di cedro. Ma in sostanza  r una aspettazione e l' altra di un prossimo rinnovamento umano aveva un contenuto sociale; e a guardar  l'una e l'altra dal di fuori, era facile confonderle.  Quindi è che Giuseppe Flavio e Giusto di Tiberiade  non distinguono i cristiani dai giudei; e Tacito in un  passo (Bist.) confonde gli uni e gli altri; cosi  Suetonio, quando dice {Claud.) Jndaeos imimlsore  Chresto assidne tumultuantes Roma expnUf, intende evidentemente (per quanto stranamente sia stato interpretato questo passo) per Judaei i Cristiani, immaginando  Cristo ancor vivo ai tempi di Claudio,v anzi eccitatore  dei Giudei nei loro tentativi di riscossa. Che poi  la coscienza umana si sia spostata non verso il giudaismo, ma verso il cristianesimo, la ragione è manife Impulsore non può voler dire  a cagione  bensi  per  eccitamento. È da mettere a riscontro questo passo di Suetonio con un passo degli Atti degli Apostoli, nel quale si ha  questa notizia < [Paolo ^ trovato un certo Giudeo,  per nome Aquila, di nazione Pontico, da poco venuto in Italia,  insieme con Priscilla sua moglie (perciocché Claudio aveva comandato che tutti i Giudei si partissero di Roma), si accostò  a loro; e poiché egli era della medesima arte, dimorava in casa  loro. Ora è importante il fatto che Aquila e Priscilla erano  appunto cristiani: cfr. Rom.; Corint.; Tim.; Ada, E che il fossero anche  prima d'incontrarsi con Paolo si può con qualche probabilità  dedurre dal fatto che appunto in casa loro andò ad abitare  Paolo a Corinto. Paolo, Eom., li chiama suoi  cooperatori. Cfr. De Rossi Bnll. ardi, crisi; Allard, Hist. des persécut..  E probabile dunque che Claudio scacciasse dalla città i Giudei  cristiani, non tutti i Giudei: tanto piìi che dei Giudei Cassio  Dione dice che Claudio ritenendo pericoloso a cagione  del loro numero scacciarli dalla città, si limitò a interdirne le  adunanze. E che 1' espulsione ordinata da Claudio non riguardasse propriamente i Giudei viene indirettamente provato dal  fatto che Giuseppe Flavio, solitamente cosi bene informato di  tutto ciò che riguardai suoi compatrioti, non menziona di Claudio se non atti di favore per essi {Ant, Ind.). sta. L'uno infatti rimaneva chiuso nel suo rigido particolarismo di razza, l'altro abbracciava nell'amor suo  l'universo. L'uno esaltava il popolo eletto dal Signore  e destinato al trionfo; l'altro predicando l'eguaglianza  umana volse la propaganda sua tra i Gentili. Di più  ancora, gli uni spostavano indefinitamente i termini  della dolce promessa, gli altri annunciando imminente  il desiderato ritorno, parevano soddisfare la impazienza  di rinnovamento umano, che è cosi caratteristica della  società romana del primo secolo. È facile immaginare quanto larga e immediata  diffusione avesse il cristianesimo tra gli schiavi, i quali  sentivano più che mai prepotente la brama di rivendicazioni e da secoli prorompevano di tratto in tratto  alla rivolta. D' altra parte, come avviene in tutti i  movimenti umani, si aggregava alle idee nuove quel  sostrato tenebroso della società che spunta fuori solo  nei giorni più torbidi, giungendo ad ogni eccesso cui  spingano le bieche passioni e i rancori lungamente  soffocati. Tali uomini gettavano fosca luce su tutta  intera la chiesa. Tacito dice: odiati pei loro delitti i Cristiani, e meritevoli di ogni  pena più esemplare (Ann.); e Suetonio parla di essi come di gente   malefica  (Ner.). Tacito e Suetonio hanno delle  virtù e delle colpe umane gli stessi concetti che ne  abbiamo noi. Quando essi parlano di delitti e malefizi, non è possibile assumere tali parole in significato men tristo dell'usuale. La castità, la temperanza,  la rinuncia ai piaceri, l'odio per le turpitudini, erano  pure per essi tali pregi, che ne avrebbero commosso  di ammirazione reverente l'animo. Si potrebbe pensare a calunnie sparse ad arte nel popolo. Ma è pur l'incendio di eoma e r primi cristiani vero che nelle stesse fonti cristiane abbiamo la prova  che molti nelle varie chiese fossero indegni di predicare la croce di Cristo. Paolo stesso, nella lettera  scritta da Roma ai Filippesi, così parla di alcuni, che  si erano aggregati alla nuova fede:  Molti dei fratelli nel Signore, rassicurati per i miei legami, hanno  preso vie maggiore ardire di proporre la parola di  Dio senza paura. Vero è che ve ne sono alcuni che  predicano Cristo anche per invidia e per contesa,  ma pure anche altri che lo predicano per buona affezione. Quelli certo annunziano Cristo per contesa,  non puramente, pensando aggiungere afflizione ai  miei legami; ma questi lo fanno per carità, sapendo  ch'io son posto per la difesa dell' evangelo. A quante  interpretazioni han dato luogo queste parole! Eppure  a dichiarazione di esse mi pare che possano servire  quelle che Paolo aggiunge poco dopo:Siate miei  imitatori, o fratelli, e considerate coloro che camminano cosi Perciocché molti camminano, dei quali  molte volte vi ho detto, e ancora al presente vi dico  piangendo, che sono i nemici della croce di Cristo; il  cui fine è perdizione, il cui Dio è il ventre, la cui  gloria è nella confusione loro; i quali hanno il pensiero e l'affetto nelle cose terrene. Noi viviamo nei  cieli, come nella città nostra, onde ancora aspettiamo  il Salvatore. E più giù:  La vostra mansuetudine  Tali parole scritte ai Filippesi liHiiiio riscontro con quelle  della lettera ai Romani  lo vi esorto, fratelli, che  vi guardiate da coloro che commettono dissensi e scandali, contro la dottrina che avete imparato e vi ritragghiate da essi.  Perciocché essi non servono al nostro Signore Gesù Cristo, ma  al proprio ventre, e con dolce e lusinghevole parlare seducono  il cuore dei semplici. Dunque quelli che  non servono a Dio,  ma al proprio ventre, non si trovavano solo a Filippi, ma anche a Roma. Ingiusto è quindi l'appunto mossomi dal sig. Fr.  Cauer, in Beri, philol. Wock. Sulla recensione  del Cauer v. anche App. II, nota 1. Circa le varie questioni riguardanti la lettera ai Filippesi, e propriamente la sua genuil' incendio di roma e i primi cristiani sia nota a tutti gii uomini, il Signore è vicino. Non  siate con ansietà solleciti di cosa alcuna. Il Signore  è vicino! Dunque, egli dice, siate mansueti, e cioè non  vi abbandonate a moti incomposti, aspettate con  calma e fiducia. Il seme gettato aveva fruttificato dovunque; era seme di amore e fruttificò la rivolta. Ed  in Roma quali erano coloro che predicavano Cristo per  invidia e contesa? Erano quelli che avevano l'animo  alle cose terrene, che avevano invidia dei beni altrui, e prorompevano in contese e sommosse: questi,  sì, aggiungevano afflizione ai legami di Paolo. Egli  infatti doveva essere giudicato da Cesare e aveva  tutto l'interesse che non apparisse perturbatrice dello  Stato la sua dottrina; sul puro campo religioso l'assoluzione era sicura, giacche Roma in religione non  conobbe mai l' intolleranza. La nascente chiesa cristiana era già fin d' allora scissa in fazioni. AH' infuori delle dispute dommatiche che tanto travagliarono a Paolo la nobile vita, era vivo nel primitivo  cristianesimo il dissenso tra quelli che cercavano inculcare l'aspettazione fidente della divina giustizia,  e quelli che volgevano le nuove dottrine a scopi di  immediate rivendicazioni materiali. Dagli scrittori moderni è stato ampiamente studiato in che cosa consi- nità e l'unicità della sua composizione, v. gli autori citati presso  Clemen, Proleqom. z. Chron. der Paulinischen Briefe, Halle, Qualche scrittore ha accennato che tutti questi passi si  riferiscano a scismi e divisioni interne della nascente Chiesa,  per questioni di dogmi e di gerarchia. Quale relazione abbiano  il dogma e la gerarchia col ve>itre, di cui parla Paolo, col pensiero e V affetto volto ai beni terreni, non so vedere. Che se poi  invece si vuol parlare di scismi e divisioni riguardanti veramente l'attaccamento ai beni terreni, si vuol supporre cioè che  avessero assunto il nome di Cristiani, uomini avidi ed invidiosi  dei beni altrui, allora siamo pienamente d'accordo; ed io posso  anche nutrire non vana speranza che i miei contraddittori siano  per venire nell' avviso mio.  l stessero i dissensi dommatici; ma non per questo dobbiamo noi credere che solo ad essi si riducessero le  divisioni della prima chiesa. Anzi, chi ben guardi, a  riprovare il partito delle rivendicazioni sociali si trovavan concordi pur quelli che nel dogma eran dissenzienti; e se da una parte Paolo protesta esservi nella  Chiesa alcuni che sono nemici della croce di Cristo,  perchè il loro Dio è il ventre, il loro affetto è alle cose  terrene, Pietro parla a lungo di quelli tra i Cristiani  che sono schiavi di lor lascivia, che come animali senza  ragione vanno dietro all' impeto della natura, destinati a perire nella loro corruzione, essi che reputano  tutto il loro piacere consistere nelle giornaliere delizie, e non restano giammai di peccare, adescando le  anime deboli, ed avendo il cuore esercitato all' avarizia  (II Petrij 2). E, come Paolo, anche Pietro, nella P'' epistola (la cui attribuzione è sicura) esorta i Cristiani alla  soggezione verso le autorità terrene, i sovrani e i governatori, e a ritenerli come inviati da Dio stesso, per  punire i malfattori e premiare quelli che fanno bene. L'esortazione prova appunto che tra i Cristiani fosse una fazione turbolenta (cfr.Tim.).  È dato pensare col Eénan {Saint Paul) a quelle  sette cristiane che negavano la legittimità dell' imposta, che predicavano la rivolta contro l' impero, e  identificavano anzi l' impero al regno di Satana. La  maggior parte della prima chiesa sarà stata di persone invase dall'amor del bene e da fraterna carità; ma  la turbolenza fremeva in quella massa disforme, e la  parola apostolica mal giungeva a frenarla. Or qui è da  richiamare quel che abbiam sopra visto, riferito da  Suetonio, che cioè sotto Claudio i Cristiani tumultuassero e fossero espulsi da Roma. Anche quel passo  è stato soggetto a tante interpretazioni! Pure a conferma della nostra, basta rammentare il passo di Tacito  [Ann.)  quella perniciosa superstizione soffocata per il momento, prorompeva di nuovo, il quale  passo ci lascia anche comprendere che più d' uno dovettero essere i tentativi di soffocare il cristianesimo  nascente. -' Perchè soffocarlo, se non fosse stata in esso  una fazione rivoluzionaria? In Roma tutti i culti vivevano alla luce del sole. E che tal fazione avesse in  Roma il Cristianesimo, si deduce dalia lettera stessa  di Paolo ai Romani. Vi s' industria in ogni maniera di  incutere il rispetto all' autorità, tenta perfino di far  credere divina la potestà terrena:  Ogni persona sia  sottoposta alle potestà superiori, perciocché non vi è  potestà se non da Dio; e le potestà che sono, sono da  Dio ordinate. Talché chi resiste alla podestà, resiste  all'ordine di Dio, e quelli che vi resistono riceveranno  giudizio sopra di loro  ecc. (7?o?., 13). Indi pure si  spiega perchè ai cristiani si facesse accusa di professare  l'odio del genere umano. Tacito anzi dice che 1' accusa  fu provata (Ann.) odio humanis generis conoictì  sunt  Si è tentato d' interpretare il passo, adducendo  Pih d" uno, ho detto.^Le parole di Tacito sono: Auctor  nominis eius Christus, Tiberio iviperitante, jyer procuratorem P.  Pilatum sujypiicio adfectus fuerat; represscique in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebnt. Se Tacito avesse voluto  dire che la repressione fu una sola, avrebbe detto eruperat;  invece eruinpebat è imperfetto iteratiro, in relazione con quelV in praesens. E il significato è:  ogni volta che era repressa  erompeva di nuovo. I provvedimenti repressivi presi in Roma contro certi  culti e cerimonie fui-ono determinati da ragioni di moralità e di  quiete pubblica; cfr. Aubé, Histoìre des pemécutionfs;  De Marchi, Rendiconti Istituto Lomb.; Ferrini,  Esposizione storica e dottrinale del diritto penale romano, Milano, Se il Cristianesimo avesse avuto un  solo carattere religioso sarebbe stato tollerato, come era tollerato anzi qualche volta (Joseph. Ant. jud.), anche  favorito il giudaismo, che pur pretendeva all'esclusiva verità  del suo unico Dio, e pure aveva contrario il sentimento pubblico  Di simili accuse parlano spesso più tardi gli apologisti, Tertulliano, Apol.; hostes maluistis rocare generis humani; sicché a me sembra vano il tentativo d'inla rinuncia, che i cristiani professavano, ai beni e ai  piaceri della vita. Vani sforzi! Il mondo classico aveva  visto in tal genere le aberrazioni estreme della scuola  cinica, la quale tuttora vigeva (A)tn.); ed aveva  ancora, fiorente nel suo seno, l'ideale della virtù stoica. Gli è elle ogni rivendicazione di una classe sociale  contro l'altra, diventa necessariamente lotta e quindi  odio di classe. Strana sorte! Cristo e i suoi apostoli  insegnavano 1' amore; gettata la loro parola nelle moltitudini, era seme che fruttava 1' odio umano.   Fra quelle turbe, inasprite da secolari dolori, avide  della agognata riscossa, passò la figura dolce e confortatrice di Paolo. Persegui tenacemente e con fervore  divino, l'opera sua; diresse con la mansuetudine quei  cuori tempestosi, convertì quanti più potè tra i Pretoriani ed i servi di Nerone (Ai Filipp.).  Finito poi, con l'assoluzione, il processo a suo carico,  non è certo che egli sia rimasto in Roma. L' ajino seguente, proruppe l'incendio. Il Signore è vicino ! aveva annunziato Paolo, e  tutta la letteratura evangelica contiene questo grido  angoscioso di aspettazione:  Io vi dico in verità che  alcuni di quelli che sono qui presenti, non proveranno  la morte, primachè non abbiano veduto il Figliuolo  dell' uomo venire nel suo regno. Io vi dico che   terpretare: d' essere odiati dal genere umano. Come può essere per alcuno un capo di accusa l'odio alti-ui? E si poteva  asserir seriamente che tutto il genere umano si unisse ad odiare  quella Chiesa segreta ed ignota? E ad ogni modo quando pur  si volesse sforzare la frase sino a tal senso, ci si guadagnerebbe ben poco. V. però su tutta la cronologia di Paolo, Harnack A., Die  Chronologie des altchristlichen Litteratur.  questa generazione non perirà, prima che tutto questo  avvenga. Cielo e terra periranno, ma non periranno le  mie parole. Così concordemente gli evangeli di Matteo, di Marco e di Luca. E la lettera di Jacopo. Siate  pazienti, fortificate i cuori vostri, la venuta del Signore  è vicina. E la lettera agli Ebrei. Ancora un breve  tempo e colui che deve venire, verrà e non tarderà.  E Paolo stesso ai Romani. La notte è avanzata, e il  giorno è vicino. È noto che il dogma posteriore spostò  indefinitamente la speranza di questo avvento divino ma i cristiani di allora l'aspettavano per la loro generazione. Paolo nella prima ai Tessalonicesi così dice: Noi viventi siamo riserbati sino alla venuta del Signore. E gli oppressi, i conculcati, i disprezzati, si  estasiavano al prossimo adempimento della dolce promessa. Ma quando, quando tornerà il liberatore, a sollevare gli umili, a punire gli empi ?  Quando avrete  veduto l'abbominio della desolazione, detta dal profeta   Daniele, posta dove non si conviene  rispondevano   gli evangelii {Marc.).  In quei giorni vi sarà afflizione tale, qual mai non fu dal principio della creazione  delle cose finora, ed anche mai non sarà! E se il Signore non avesse abbreviati quei giorni, ninna carne  scamperebbe; ma per gli eletti suoi, il Signore li ha   abbreviati Allora se alcuno vi dice: Ecco qua Cristo,   ovvero: Eccolo là, noi crediate Ma in quei giorni,   dopo quell'afflizione, il sole oscurerà, la luna non darà  più il suo splendore. E le stelle dal cielo cadranno, e  le potenze nei cieli saranno scrollate. E allora gii uomini vedranno il Figliuolo dell'uomo venir dalle nuvole,  con gran potenza e gloria. Così l'idea del prossimo ritorno di Cristo era congiunta con quella della fine del  mondo, cui doveva far seguito la rinnovazione delle  cose, e la rigenerata umanità. Cristo stesso indicando  i superbi palagi di Gerusalemme aveva detto:  Vedi  tu questi grandi edifici ? Ei non sarà lasciata pietra sopra pietra. E Griovanni aveva annunziato :. Figliuoli è l'ultima ora, (Giov.), e Pietro:  È  prossima la fine delle cose. È prossima? ma non era  r età di Nerone 1' abbominio della desolazione di cui  aveva parlato il profeta ? ^° E non aveva promesso il  Signore, che sarebbero brevi quei giorni, perchè altrimenti niuno si salverebbe ? E dopo la distruzione, il  rinnovamento: dopo le ingiustizie secolari, 1' eguaglianza e la pace ! E il recente convertito trovava nel  fondo oscuro della sua coscienza le reliquie del paganesimo, che vi persistevano tenaci: dunque, pensava, lo  stoicismo non s'ingannava, e pure attraverso il mondo  nostro era penetrato un raggio del vero: era penetrato  per gli oracoli delle Sibille, per le predizioni etrusche,  per le dottrine degli stoici: tutti annunziavano la fine  delle cose e la novella progenie umana; tutti annunziavano il prossimo regno del Sole, cioè del fuoco, che  rigenererebbe l' universo, e Vergilio stesso lo aveva  cantato {Ed.). Ma sopratutto lo stoicismo pareva  dare a queste anime turbate il cupo consiglio, lo stoicismo, che essi sostanzialmente non distinguevano dal  Cristianesimo per il suo contenuto morale, e che come  contenuto sociale aveva le stesse aspettazioni di rinnovamento umano. Or lo stoicismo predicava l'ecp^ros/V,  combustione cosmica, come fine del mondo, e principio della nuova era umana.   Per alcuni stoici questa combustione cosmica do- Nerone era veramente per i cristiani l'Anticristo, la bestia nera {-o OY,piov lo chiama V Apocalisse), l'uomo del peccato,  il figliuolo della perdizione, di cui parla la II di Paolo ai Tessalonicesi. Il suo regno era dunque annunzio dell' imminente  regno di Dio (v. la citata lettera di Paolo, cap. II); cfr. Renan,  S. Paul, L' àvOpiD-o; T-r,v àv&[j.[a; è personificazione  della potenza mondana, che deve rivelarsi con impeto prima  della fine del mondo; cfr. Ferrar, The Life and Work of St. Paul, Sulla genuinità della Seconda ai Tessalonicesi, V. Weizsàcker, Zeilschr. f. iciss. TlievL;  Briickner, Chronol. Reihenfolge, veva essere preceduta dal diluvio, secondo l'idea antica  di Eraclito (v. il framm. presso Clemente, Strom.).  Tale è pure l' idea di Seneca, nel quale è così ardente  il desiderio di rinnovamento, che alcune parole di lui  sembrano uscite dalla bocca di un apostolo [Nat. Qw.). Anch' egli cupamente anìiunzia:  Non tarderà  molto la distruzione !    E come il vecchio Eraclito, e dietro di Ini le scuole  stoiche, simboleggiando nel fuoco l'anima divina dell' universo, aveva detto (presso Ippolito):  il  fuoco tutto assalendo giudicherà ed invaderà, così nel  dogma cristiano si assegnò all'incendio del mondo l'ufficio di purificazione e giudizio finale. Gli antichi profeti d'Israele erano t\itti pieni di fremiti sdegnosi, di  ansiose aspettazioni dell' ora punitrice. Neil' anima di  Isaia pare accogliersi tutta la protesta dei miseri, l'onta  per la dominazione assira, l'odio per chi procurava la  rovina al popolo. Egli scatta e minaccia:  Voi sarete  come una quercia di cui son cascate le foglie, come un  giardino senz' acqua. Il forte diventerà stoppa, l'opera  sua favilla; l'una e l'altra saranno arse insieme: non  vi sarà niuno che spenga il fuoco  (I). Questi  fremiti sdegnosi si risentiranno più tardi nell'Apocalisse cristiana. E l'idea della combustione del mondo  fu pur congiunta, nel dogma cristiano, a quella del secondo avvento di Cristo:  I cieli e la terra del tempo  presente per la medesima parola son riposti, giacché sono riserbati al fuoco, nel giorno del giudizio e  della perdizione degli empi. Or quest'unica cosa non  vi sia celata, diletti, che per il Signore un giorno è  come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda, come alcuni reputano, la sua promessa,  anzi è paziente verso di noi, non volendo che alcuni periscano, ma che tutti vengano a penitenza. E il giorno  del Signore verrà come un ladro di notte; in quello i  cieli passeranno rapidamente, gli elementi divampati si dissolveranno; la terra e le opere che sono in essa, saranno arse. Poiché tutte queste cose hanno da dissolversi, quali vi conviene essere in sante conversazioni  e pietà, aspettando e affrettandovi all' av venirti ento del  giorno di Dio, nel quale i cieli infuocati si dissolveranno, gli elementi infiammati si distruggeranno ! (Così  la così detta Petri, V. anche Cai-m. sibyll.).E certamente, questi  apostoli della dottrina avranno fatto ogni sforzo per  provare che il fuoco era divino, non umano, e per esortare alla calma e all'aspettazione fidente di Dio. Questo  risulta dalle parole che abbiamo citato, anzi risulta da  tutta intera la letteratura apostolica, che è piena di  consigli miti. Ma risulta altresì l'impazienza di alcuni.  Gettate una dottrina come questa, dell'imminente fuoco,  punitore di tutti i gaudenti della terra, in mezzo ad  una turba di schiavi, di gladiatori, di oppressi; e voi  vedrete a tale annunzio in diversa guisa manifestarsi  r animo di ognuno, altri raccogliersi nelle trepidanze  angosciose, altri, i più violenti, i tristi per natura,  correre a sfogare le ultime agognate vendette. Rotti i  vincoli e i freni umani, erompe l'animo dei tristi a soddisfare con facile ardire le passioni prima represse o  celate. Le vendette, le violenze e il saccheggio sono le  forme consuete cui irrompono, in tal condizione di spiriti, le turbe forsennate. Altri forse, illusi o fanatici,  avranno creduto trovare giustificazione nella stessa parola divina. Cristo stesso aveva detto:  io sono venuto  a portare il fuoco sopra la terra  (Luca), Essi credevano essere gli esecutori della divina vendetta, essi  dovevano iniziare l'opera redentrice. Le masse esaltate  dal fanatismo sprezzano i consigli della moderazione  e della calma. Fermentano allora in quelle coscienze  commosse tutte le ire e tutti i rancori; perduti ritegni  e timori umani e divini, gli animi si spingono ad ogni  eccesso. e Pasotil. 14r; l'lu quale altra comunità romana in quel tempo potevano essere così vivaci gl'impulsi all'atto forsennato?  Certo, anche gii Ebrei auguravano a Roma stermioio;  ma non aspettavano fiamme vendicatrici per la loro  generazione; nella Corte di Nerone erano bene accetti;  in lui non vedevano l'Anticristo, il mostro, l'uomo del  peccato, annunzio del prossimo regno di Dio. Solo  dunque 1' ultimo strato sociale, cui si era portata la  parola dell' eguaglianza e dell'amore, poteva erompere  all' opera distruttrice. QuelT ultimo strato sociale era  abbeverato di odio contro tutto 1' ordine presente. Gli  apostoli davano bensì consigli di obbedienza ai loro  padroni; ma dalle loro stesse parole risulta che alcuni  andavan predicando dottrine ben diverse. Si ascolti  Paolo a Timoteo. Tutti i servi che sono  sotto il giogo reputino i loro signori degni di ogni  onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio  e la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non  manchino ai proprii doveri verso di essi, perchè son  fratelli; anzi molto più li servano, perchè son fedeli  diletti e che partecipano del benefiziG^. Insegna queste  cose ed inculcale. /Se alcuno insegna/ diversa dottrina, e  non si attiene alle sane parole del signore Gesù Cristo, e  alla dottrina che è secondo pietà, esso si gonfia senza saper  nulla, vaneggiando tra dispute e logomachie, onde sorgono  odi, contese, bestemmie, tristi sospyetti, conjiitti di uomini  viziati di mente e alieni dal vero, che credono la pietà  abbia ad essere un guadagno. Come scruta addentro  nelle latebre dell'anima lo sguardo profondo di Paolo!  L' amore universale, che egli aveva annunziato diventava naturalmente per il popolo pretesa di rivendicazione: la pietà diventava guadagno. E non pure v' erano  quelli che agitavano la questione dello scuotere il giogo  secolare, come indubbiamente risulta dalle parole or  citate di Paolo; ma contro tutta la compagine e l'organizzazione sociale e l' imjjero stesso si appuntavano gli odii loro. Anzi nel primitivo dogma era che allora avverrebbe l' incendio del mondo e quindi il regno della  giustizia, (luaiido avvenisse la fine dell' impero. Certo, in  tale forma noi troviamo più tardi il dogma in Tertulliano.  Noi preghiamo, egli dice {Apolog.), per 1' impero e per lo stato romano, noi i quali ben sappiamo  che la massima rovina che sovrasta all'universo intero,  il chiudersi dell' èra nostra, che ci minaccia orrende  sciagure, di tanto sarà ritardata di quanto si prolungherà il romano impero  (così pure nel liher ad Scap ulani).   Qui 1' appressarsi del fato estremo è cagione di  trepidanza, come nel mille; nell'epoca neroniana era  aspettata con fervore di desiderio e si accusava Dio  della ritardata promessa {Petri). Molti passi  della letteratura apostolica attestano il fermento degli  spiriti e la loro desiosa aspettazione dell'ora finale.  A più eccitarli si facevano perfino correre false apocalissi [li Tessal.). Si spiega quindi come solo  all' epoca neroniana, potè erompere l' impazienza all' atto forsennato. E che anche nell'epoca neroniana  si unissero i due concetti della fine del mondo e della  fine dell' impero, si deduce da quel che sopra abbiamo visto, che il regno di Dio doveva esser preceduto  dal regno del mostro (11 Tessal.); il mostro era  Nerone.   Se dunque la distruzione dell' impero, rauuientaraento dell'Anticristo era il principio della divina giustizia, si richiederà, credo, una volontà ben salda per  negare ancora che questi poveri fanatici, forse indotti  da eccitamenti malvagi, abbiali voluto farla finita con  r impero e con Roma. 11 fuoco, il fuoco devastatore  avrebbe posto fine all'abbominio e rigenerata l'umanità  neir innocenza. Come la potenza della luce era preceduta da quella delle tenebre, e il regno di Dio da quello  del mostro, cosi il fuoco divino doveva esser preceduto dal fuoco umano, che avrebbe annientata la sede stessa  dell' impero." Ed ora, dopo aver esaminato quali passioni fremevano nel cuore, quali dottrine esaltavano le menti  di una parte di questa comunità cristiana, torniamo  alla narrazione dell'incendio. Di tante centinaia di soldati e servi incendiari, è possibile che nessuno fosse  riconosciuto ? Non è possibile, che anzi si sapeva che  erano i servi del cubicolo imperiese e i soldati del pretorio. E quando furono riconosciuti ed arrestati, perchè  non avrebbero addotto 1' ordine di Nerone ? E Nerone  si sarebbe messo, dinanzi al popolo, allo sbaraglio di  questa terribile prova ? Invece i primi arrestati confessarono.  S' iniziò il processo primamente, dice Tacito {Ann.), contro i rei confessi; dipoi moltissimi altri, per denunzia di essi, non furono tanto  convinti di avere appiccato il fuoco, quanto di odiare  il genere umano (o secondo altri: di essere odiati !).  Non come prova, ma come elemento di fatto che può avere  relazione col nostro argomento, crediamo far menzione di una  curiosa scoperta fatta a Pompei. Sopra una muraglia,  tracciate col carbone, si scopersero alcune lettere. Il Kiessling  {Bull. Ist. corr. ardi.) che primo, col Miuervini e  col Fiorelli vide il documento, credette poter leggere ignì gavdb  CHRISTIANE. Le lettere al contatto dell' aria si dileguarono. Due  anni dopo il De Rossi non ne vide più nulla e dovette contentarsi di un fac-simile tracciato dal Minervini. Sul fac-simile  credette dover leggere: avdi cukistianos; e con altri residui  di lettere sparsi qua e là per le muraglie, tentò tutta una ricostruzione, a dir vero un po' romantica, contro la quale qualche buona osservazione fece i' Aubé, lILst. des pers. I, pag. 418.   •'Nell'interpretazione di questo passo troppe volte la passione ha fatto velo all'intelligenza. Riportiamo tutto il passo,  ed esaminiamo le singole espressioni, avvalendoci, in parte,  delle prove già apportate da H. Schiller, in Commentationes  in honorem Th. Mommseni, per quanto noi non  vogliamo giungere alle esagerate sue conclusioni. La reità dunque fu provata solo in parte per la prima  accusa; j)er tutti fu provata la seconda accusa, quella  Ergo, aholrndo rumori Nero subdidit reos et quaesitiftsimis poenis affecit quos per flagitia invisos, vulgus christianos  appellabat. Auctor noìinnis e'ms Christus, ecc. Igitur primiim.  correpti qui fatebantur; deinde indicio eorum mnltitudo ingens,  haud perinde in crimine incenda quam odio humani generis  convicti sunt.   Il subdidit reos si vori-ebbe spiegare  sostituì al vero colpevole i falsi. Rimandiamo, per il valore della frase, all' app.  Ili di qnesto studio. Passiamo al primum correpti qui fatebantur. Corripere denota l' inizio della procedura penale: cfr.  Ann. II, ; III, , ; IV, , ; VI, 40; XII, 42. Se la procedura penale fu iniziata, dovè iniziarsi per il delitto di cui si  tratta, il crimen incenda; non potè essere per una causa di  religione, che del resto si sarebbe dovuto svolgere dinanzi al  Senato (cfr. Tac. Ann.; Suet. Tib.: Dione; Suet.  Claudio). Nerone era scelleratissimo, ma non era sciocco;  e una sciocchezza sarebbe stato accusare per il delitto d' incendio, e fare un processo di religione. Pretendere che Nerone  abbia fatto questo, significa supporre senza prove che egli abbia introdotto nella legislazione penale un delitto nuovo; e ciò  proprio all'indomani dell'assoluzione di Paolo, il quale aveva  potuto per due anni predicare Cristo con ogni franchezza e  senza divieto {Atti upost.).  Furono dunque primamente processati d'incendio quelli che via via confessavano.  Confessavano che cosa ? Quando fatevi o confiteri sono adoperati assolutamente in relazione a un processo significano: dichiararsi reo di quello per cui si è accusati;  cfr. Ili, 67; XI,  1; XI, 35; Cic.: Mil. 15; Lig. 10. Si vuole invece supplire se  Christianos esse. Ma per tal significato il verbo di Tacito sarebbe stato profiteri; cfr. Ilist, III, 51; III, ; IV, ; IV,  . Ann. I, 81; II, 10, 42. K dovendo giudicare dell' incendio  era assurdo il chiedere la confessione di altra colpa, dì cui era  competente a decidere solo il Senato. Altra colpa ? Si può proprio seriamente affermare che si ritenesse allora dai Romani  colpa il professare una religione qualsiasi ? In ogni altro caso,  trattandosi di una accusa determinata, quella dell' incendio, a  niuno mai sarebbe venuto in mente che la confessione degli  accusati potesse intendersi di altro che di incendio; e il pre  sentare tale ipotesi sarebbe parsa tale enormità, qual sarebbe  quella ad esempio di colui che nel passo di Cicerone, Mil. 15   ni,si vidisset posse absolvi eum. qui fateretur  volesse intendere il fateretur in un significato diverso da quello di  essere  reo confesso di omicidio. Ma la passione spiega qualsiasi  aberrazione. — Segue indicio eorum. Indicium è la denuncia se più generica. E cioè: i primi, gli esecutori materiali,  confessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum): greta o la rivelazione fatta da accusati o da colpevoli contro altri colpevoli (Ann.). E poiché l'accusa qui è delV incendio, anche indicium si  riferisce a tale accusa. Nella lettera di Plinio, X, 96 1' accusa è  invece deire.<fser cristiani; e index quindi significa  denunziatore dei Cristiani  e per questo anche nella medesima lettera  cuìifitentes vale  quelli che si confessavano cristiani : l'accusa  era proprio questa! Si è obiettato che i Cristiani non potevano denunziare i loro fratelli. Il che può significare che questi  non erano veri Cristiani, che erano povero volgo ignai-o, aggregatosi al partito delle novità per ispirito di rivolta; ma non  ci potrà indurre a sostituire una interpretazione falsa ad una  vera. Anche i Cristiani di Bitinia, interrogati da Plinio, non  potevano maledire Cristo, sconfessare la fede e venerare l'immagine di Traiano; eppure  omnes et imaginem. tiiam deorumque mnulacra venerati suni et Christo male dixenmt  (Plinio). — Segue:  haud, jìprinde in crimine incenda  quam odio Immani generis convicti sunt*. Haud perinde quam,  {haud proinde quam), non perinde quam significano:  non  tanto..., quanto;  cfr. Ann. La seconda cosa si afferma dunque in proporzioni maggiori della  prima, ma tutte e due si affermano. E cioè, nel caso nostro,  la prova della partecipazione all' incendio si ebbe solo per alcuni; tutti furono provati rei {convicti sunt) deW odio Immani  generis. Provati rei, da chi? mi si è detto. Dai ministri di Nerone. Non è questo il significato del convicti sunt, che non denota la dichiarazione di reità fatta da un giudice, bensi la  prova inconfutabile e che non può essere disconosciuta dallo  stesso accusato. Qualcuno ha suggerito invece del convicti coniuncti del Mediceo. Il coniuncti è stato forse indotto ilal copista a cagione di quell' in crimine, che pareva non convenirsi  alla costruzione del convicti. E ad ogni modo non potrebbe significare se non:  furono congiunti non tanto nell'accusa d'incendio quanto. Il che tornerebbe a quel che dico io, indicherebbe cioè che 1' accusa di incendio non fu abbandonata:  ma poiché non tutti furono trovati colpevoli d' incendio, furono  tutti coinvolti nell'accusa di odio contro il genere umano. Debbo pure avvertire che le parole di Tacito [im): miseratio  oriebatur, tamquam non utilitate pnblica sed in saevifiam unius  absumerentur non significano già che Tacito credesse innocenti i Cristiani, e non sono quindi in contraddizione con tutto  ciò che precede Tacito non dice nam, absumebantur; dice:  nasceva compassione nel popolo quasiché {tamquam) i Cristiani si facessero perire non per utilità pubblica, ma per sod   allora non si volle sapere altro, si fece l'arresto in  massa dei cristiani, e ninno di essi smenti la sua fede;  solo questi ultimi- dichiararono non aver preso parte  all'incendio, come i primi; ma era lo stesso, erano tutti  rei di queir odio umano che aveva armato le mani di  fiaccole: furono tutti condannati.   Come si vede. Tacito prese questi particolari da  una terza fonte, e credette doverli registrare come fatti  accertati, pure cercando di smorzare le tinte e adoperare espressioni un poco oscure, per non nuocere all'intento suo di gettare qualche sospetto su Nerone.   Il che si rivela pure dalle parole seguenti:  nasceva compassione (per i Cristiani condannati ai supplidisfare la crudeltà di un solo, il che si riferisce alle voci che  correvano nel popolo accusafcrici di Nerone. Quando il popolo  vide tra i condannati i servi di Nerone e i soldati del pretorio,  non potè non sospettare che essi avessero agito per ordine dell'Imperatore. Tacito parla dei Cristiani come colpevoli, o convinti o confessi, ma distinguendo evidentemente gli esecutori  materiali da colui che poteva aver dato 1' ordine, riferisce non  senza qualche compiacimento le voci popolari accusatrici di  Nerone. Cosi in Ann.,gli fa volgere da Subrio Flavio  l'accusa di incendiai'iìis. In principio, egli presenta due sole  ipotesi: forte an dolo principis, parole alle quali si è attribuito il senso che Tacito stesso escludesse ogni sospetto a riguardo dei Cristiani. Ciò non è esatto. Bisogna distinguere gli  esecutori materiali da colui che poteva aver dato l' ordine.  Quanto ai primi egli non ha alcun dubbio, poiché li chiama  sontes et novissima exempla meì'itos, parole che mal s' intenderebbero, se non si riferissero ad un determinato ed unico  delitto. Quanto al secondo, egli esprime la convinzione che  1' ordine partisse da Nerone. Convinzione che egli derivò forse  dalle Storie Cimlt di Plinio, e che ebbe del resto origine dal  fatto che tra gli esecutori materiali furono veramente gli schiavi  di Nerone: ma appunto tra questi schiavi erano numerosi i  cristiani. Tacito riferisce pur l'ipotesi del caso: ma la sua narrazione esclude l'ipotesi. Non altrimenti, ad esempio, ei dichiara non potersi incolpare Tiberio per la morte di Druso, eppur getta su lui anche  per questo qualche ombra. Non vuol pronunziarsi se Agricola  sia morto di veleno per opera di Domiziano, ed ogni tanto  l' insinua.   zii), benché si trattasse di uomini colpevoli e meritevoli  di ogni più inaudita pena esemplare.   Ma perchè avrebbero confessato i primi cristiani?  Perchè avrebbero denunciato i compagni ?   E qui, oltre che può tornare in campo la ragione  già detta del necessario riconoscimento di alcuni, si può  volgere la mente anche ad altro.   Neil' ardore del fanatismo, essi avranno creduto  immediato il miracolo. Iddio, Iddio ora tornerebbe,  egli che aveva promesso di tornare dopo la desolazione estrema: non finirebbe la loro vita prima che  Iddio tornasse. E confessavano, gloriosi, e denunciavano, per far partecipi alla gloria. Immaginate questi esaltati a spiegare l'opera loro, la fede loro: l'eguaglianza dei diritti umani voluta da Dio, la distruzione  di tutto, necessaria per 1' avvento suo. I Romani primamente allora s' accorsero che quella fede aveva un  contenuto sociale, ed era un pericolo per lo Stato. E  la qualificarono dottrina di odio contro il genere  umano. Era invece la rivendicazione degli oppressi  e degli schiavi: ma questi con erano uomini. Ma c'è ancora di più: anche dopo, i cristiani non  cessarono di sperare ancora quelle fiamme vendicatrici,  e di auspicarne il ritorno. Alcuni anni dopo, il bagliore  sinistro di quelle fiamme accende la fantasia allo scrittore deìV Apocalisse. Si riconosce oramai da tutti, anche  dagli scrittori cattolici, che in questa, sotto il nome di  Babilonia, si cela quello di Roma, Ora ascoltate il grido  di maledizione e di vendetta su Roma, baccanale di  Ripugna il pensiero che i livori delle fazioni nella nascente chiesa, quei livori dei quali abbiamo visto muovere lagnanza Paolo, li spingessero alle reciproche accuse. Clemente  Rom. (ad Cor.) dice che le sciagure dei Cristiani  furono effetto della gelosia (St^/ Cr,)vOv). Anche l'Arnold, Die  neronische Christenverfolgung, Leipz. crede  che le denunzie contro i Cristiani sieno state fatte da Cristiani  dissidenti.  Ogni turpitudine, che scaglia il profeta dell' Apocalisse: Poi udii un' altra voce che diceva: uscite da essa, o  popolo, mio, acciocché non siate partecipi dei suoi peccati, e non riceviate delle sue piaghe. I suoi peccati  sono giunti l'uno dietro all'altro insiuo al cielo, e Iddio  si è ricordato delle sue iniquità. Rendetele il cambio  di quello che essa vi ha fatto; anzi rendetele secondo  le sue opere, al doppio: nella coppa nella quale ella  ha mesciuto a voi, mescetele il doppio. Quanto ella si  è glorificata ed. ha lu.<suriato, tanto datele tormento e  cordoglio: perciocché ella dice nel cuor suo: io seggo  regina e non sono vedova, e non vedrò giaminai duolo.  Perciò in uno stesso giorno verranno le sue piaghe;  morte e cordoglio e fame: e sarà arsa col fuoco; perciocché possente è il Signore Iddio, il quale la giudicherà. E i re della terra, i quali fornicavano e lussuriavano con lei, la piangeranno, o faranno cordoglio di  lei, quando vedranno il fumo del suo incendio e così  di seguito che è un sol  fremito di protesta, un sol grido di vendetta contro la  meretrice  ebbra del sangue dei santi e del sangue dei  martiri di Gesù. E nel capitolo seguente si pregusta  con voluttà frenetica la gioia della sua rovina;  Allelluia! la salute e la potenza e la gloria e 1' onore al Signore Iddio nostro. Perciocché veraci e giusti sono i  suoi giudizii; e infatti egli ha giudicato la gran meretrice che ha corrotto la terra con la sua fornicazione,  e ha vendicato il sangue dei servi suoi, dalla mano di  lei.... Alleluia! e il, fumo di essa sale nei secoli dei  secoli. Come si vede, appena pochi anni dopo l'incendio,  si tornava ai folli eccitamenti. Ed il sogno di Roma  divenuta preda alle fiamme turbò anche in seguito le  menti cristiane. In quella strana e lugubre miscela di  fantasie giudaico-cristiane, non senza qualche elemento  pagano, che é conosciuta sotto il nome di  Oracoli sil' incendio di roma e i primi cristiani billini  esso ritorna con cupa insistenza: VII, 113-114;  Vili, 37-47; XII, 32-40.  Verrà dall'alto anche su te,  superba Roma, la celeste sciagura: tu piegherai prima  la cervice, tu sarai distrutta, il fuoco ti consumerà tutta,  piegata sulle fondamenta; la tua ricchezza perirà; il tuo  suolo sarà occupato dai lupi e dalle volpi; sarai allora  tutta deserta, come se giammai fossi stata. Dove sarà  allora il tuo Palladio? Qual Dio ti salverà ? Un Dio d'oro, di pietra o di bronzo? Dove saranno allora i  decreti del tuo Senato? Dove quelli di Rea o di Crono?  E la schiatta di Giove e di tutti gli Dei che tu adoravi? Per quanto la punizione qui  sia immaginata come celeste, non è possibile non sentirvi la voce di una umana vendetta.  Quando potrò  io vedere tal giorno?  dice poco dopo il poeta.  E pure il più antico dei poeti latini cristiani, il pio  Commodiano, ha il medesimo voto {i'arm. ap.).  Dov'è più la dottrina della mansuetudine e del perdono? La disposizione d'animo dei primi cristiani era  ben altra. Il loro grido di vendetta sembra, come si  vede dagli esempii apportati, quasi echeggiare pure in  tempi più lontani.  A noi basterebbe, dice Tertulliauo {Apol. 37), se volessimo vendicarci, una sola notte e  qualche fiaccola. E poi tosto soggiunge:  Ma non  sia che con umano fuoco si vendichi la divina setta. Infine, notiamo che attribuendo a queste prime  turbe cristiane, fanatiche ed avide delle loro rivendi Non vorrei che tali parole venissero tratte da critici  benigni a peggior sentenza eh' io non tenni. Nelle parole di Tertulliano echeggia un grido di vendetta, cui tosto segue un  consiglio di moderazione, non di perdono. La vendetta, la punizione si aspetta ancora, si aspetta dal fuoco divino. Che cosa  sia questo fuoco divino, spiegano a lungo gli apologisti, ad- cazioni, l' incendio, le particolarità di esso si spiegano  tutte, che invece abbiamo mostrato inesplicabili, secondo la tradizione comune. Anzi dalle notizie che abbiamo, ci è dato discernere perfino il piano della sciagurata impresa. Anzitutto, si proiittò della lontananza  di Nerone da Roma; la vigilanza era allora diminuita;  i principali cittadini, le cui case erano sacrate al fuoco  devastatore, avevano seguito la corte imperiale. Tra i  pretoriani ed i servi di Cesare erano numerosi i cristiani (Paolo, Ai FilijJ.): si stabilì che  fossero questi ad appiccare 1' incendio e ad impedire  l'estinzione: così tutti avrebbero creduto trattarsi di  ordini imperiali e ninno avrebbe osato opporsi. Richiesti perchè scagliassero le faci, risponderebbero che  agivano per istigazione altrui, senza dir di chi (Tacesse sihi mictorem vociferahantur); tutti avrebbero interpretato che essi avevano il comando da Cesare e il  divieto di nominarlo. Tutti i portici, le passeggiate, le  opere d'arte, che avevano allietatogli czii dei potenti,  i templi ove si adoravano gì' idoli della corruzione e  della menzogna, tutti andrebbero distrutti. Il Trastevere, ove era stata primamente accolta l' idea redentrice, le case dell' umile plebe, sarebbero salve. Si  comincerebbe dai magazzini di materie infiammabili  presso il Palatino: la prima a bruciare sarebbe la  casa del mostro. Questo fu il piano attuato e riuscito.  Finito il primo incendio, si doveva riappiccare l'incendio alla casa del secondo mostro dell'impero, il ministro delle turpitudini imperiali, Tigellino. E di là  nuovamente proruppero le fiamme devastatrici.   Per questi fanatici illusi, Nerone, nel parossismo  della ferocia, escogitò incredibili tormenti. Li fé' ero- ducendo i fulmini e i vulcani (Miuucio; Tertul. Apol.):  ina la distinzione sarà stata fatta sempre, o meglio ancora,  sarà stata fatta mai dalle infime turbe ? cifiggere, o sbranare dai cani, o dannare alle fiamme.  Grli orti suoi furono illuminati da quelle fiaccole umane,  in mezzo alle grida selvagge della turba briaca e plaudente. Ma da quelle fiaccole spirò più gagliardo il soffio  della idea cristiana. D' allora in poi quella idea, inoculata nel sangue della umanità, ne resse le sorti. Tutta  la trama della storia umana si svolse intorno ad essa.  Quella idea fu gloria e bassezza, eroismo e viltà, amore  e ferocia. Per essa quanto altro sangue fu sparso, quante  altre volte le turbe furono trascinate ad impeti forsennati! Pure, una volta, tornò a risuonare tra gli uomini  la parola buona, ed aleggiò sugli spiriti l'amore, e sorrise alle genti affaticate la pietà del Francescano. Quella  volta Cristo re^nò sulla terra. Ludis quos prò aeternitate imperii susceptos appellavi Maxiinos voluìt ex utroqiie ordine et sexit plerique  ludicras partes sustinuerunt. Nntissimus eques romanus  elephanto supersedens per catadromum decucurrit. Inducta  est et Afranii togata qiiae Incendium inscribitur: concessumque ut scenici ardentis domus suppellectilem diriperentj  ac sihi haberent. Sparsa et popido missilla omnium rerum  per omnes dies; singida (/uot/die millia avium cuiusque generis^ multiplex 2)(^nus^ tesstrae frmnentarlae^ vestis, auruvi,  argentum, gemmae, mn.rgaritae. tabulae pictae mancipia,  iumenta, atque etiam maìistietae ferae; novissime naves, insulae, agri.   Hos ludos spectavit e proscenii fastigio.   Così Snetonio in Nero. In quale occasione celebra Nerone questi ludi Maximiì Suetouio in  questa parte dell' opera sua enumera disordinatamente  gli spettacoli dati da Nerone. Quello qui accennato è  stato identificato con quello di cui fa menzione Cassio  Dione, o meglio il suo compendi atore Xifilino, in LXI,  17 e 18. La somiglianza infatti è grande: i nobili romani che si prestarono a far da attori e giocatori,  1' elefante funambolo che portava sul dorso un uomo;  i doni gettati al popolo. Di più Cassio Dione rammenta le commedie e tragedie rappresentate. Chiama  la festa |j.£7'.atT| 1 TtrAnizlzozc/.rq: ma l'unione dei due  aggettivi parmi che mostri che [j.sYiatYj è una semplice  qualifica data dall' autore alla festa, non è il nome  proprio di essa, e non risponde perciò al Maximos di  Suetonio. Così pure gli altri punti di simiglianza noii  souo co^i caratteristici clie ci facciano concludere alla  identità delle due feste. Elefanti camminanti sulla fune  {per catadromum) si vedevano in tali feste (cfr. Siiet. Galb.); senatori e cavalieri lottanti nell' arena se ne  videro spesso sotto Nerone (cfr. Suet. Kero^ ); donazioni al popolo Nerone ne fece immense, ne fece, secondo Tacito {Hist.) per più di due miliardi di  sesterzi. Se dunque le somiglianze sono grandi, non  sono tali che ci obblighino a credere all' identità tra  i giuochi rammentati nel passo di Suetonio e quelli  rammentati nel passo di Dione. Il passo di Dione parla di festività celebrate in  onore della madre. Corrispondono queste ai circensi,  rammentati da Tacito, in Ann. E possibile che  a tali circensi alluda Suetonio nelle parole immediatamente precedenti a quelle da noi riportate: circensihus  loca equitl secreta a ceteris trihuit; di essi infatti dice  Tacito che furono liaud promiscuo speciacido. Noi crediamo che il passo di Suetonio riguardi i ludi celebrati  dopo V incendio 1 e cioè, probabilmente, celebrati dopo  È pur da notare che Cassio Dione parlando  dei giuoclii detti Neronéi, li dice istituiti da Nerone per la incolumità e diuturnità del suo regno. Ma probabilmente confonde  tali giuochi con quelli prò aeternitate impern, secondocliè già  da gran tempo fu riconosciuto (Pauly, lì. Encycì. s. v. Nero). I giuochi Neronéi furono gare quinquennali di arte e  di foiza, istituite sul modello dei giuochi greci; cfr. Tac. Ann.; Suetonio, Nero.  che Roma era stata già in gran parte riedificata, per  propiziarla agli dei. Saetonio dice che Nerone volle si  chiamassero ludi maximi, e cioè, parmi, volle sostituire  al positivo magni il superlativo maxìmi. Ora i ludi  magni si celebravano in occasione di grandi [jericoli,  da cui Roma fosse salva; in occasione cioè di guerre  rischiose (Liv.) o di tumulti (LIVIO). Si potrebbe pensare che 1' adulazione avesse suggerito tale  idea, adulazione a Nerone, che si diceva scampato  dalle trame di Agrippina. Ma i ludi, menzionati da  Suetonio, furono 2^'''^ aeternitate imperii; e mi par che  questo ci porti ben lontano dall' ipotesi che si volesse  alludere al preteso pericolo, da cui Nerone era scampato; e i ludi menzionati da Dione neppur furono per  lo scampato pericolo di Nerone, ma anzi furono in  onore della madre. Qual sarà dunque il fatto, durante  il regno di Nerone, che metta in dubbio l' esistenza  stessa dell' impero? Io credo che sia 1' incendio; e ciò  crederei pure, quando non fosse molto suggestiva  quella rappresentazione della togata di Afranio intitolata Incendinm.   Che in questi ludi solenni, destinati ad auspicare,  dopo la riedificazione di Roma, l'eternità dell'impero,  sieno stati celebrati alcuni degli spettacoli che avevano  più stupito i romani durante i giuochi circensi fatti  dopo la morte di Agri])pina, quale ad esempio quello  dell' elefante funambolo, non può, credo, far meraviglia  ad alcuno. Qualche altro indizio che andremo ora raccogliendo conferma la nostra ipotesi circa l'occasione  e lo scopo di questi ludi maxìmi. Nerone, verista in  arte, volle riprodurre sul teatro la scena deli' incendio: la casa rappresentata in mezzo alle fiamme (Suet. ardentis domiis) era probabilmente la casa sua, la domus  transitoria che era bruciata (cfr. Tac., ardente  domo). Egli volle che la scena dell' incendio fosse intera, che gli antori depredassero la casa e si tenessero la preda: ut scenici ardentis doinus stopellectilem diripeI ì^eiit ac sihi habevent; cfr. Tao. Ann. ut raptus  licentiiis exercerent.  Se il carattere stesso dei ludi maximi deve connetterli con una grande pubblica calamità, se la rappresentazione dell' Incendium è così suggestiva per noi,  ci si consenta ora di fermarci brevemente su quel che  Suetonio dice, che i ludi furono sUscepti prò aeternitate  imiperii. Nella ricostruzione, che noi tentammo, del processo, noi ponemmo che, dopo i primi confessi, arrestati in massa i Cristiani, quando s' indagò più addentro la loro dottrina, e si seppe che essi aspettavano la  fine dell'impero e l'imminente regno di Dio, la dottrina stessa dovè essere qualificata  di odio contro il  genere umano. Questa parte della propaganda era  stata certamente svolta solo nelle predicazioni segrete:  quindi il modo misterioso, e per noi incomprensibile,  con cui parla dell' Anticristo e del prossimo regno di  Dio Paolo ai Tessalonicesi, (Tess.). Fin da quando Caligola, con  sacrilega follia aveva voluto essere adorato come Dio,  era cominciato il fermento delle comunità cristiane che  vedevano nell' imperatore divinizzato l' immagine vera  dell'Anticristo, ed aspettavano quindi imminente la  fine dell' impero ed il trionfo loro. A calmare tale fermento è appunto diretta quella parte della lettera di  Paolo. E la dottrina sopravvisse pure all' eccidio; giacche ancora in Tertulliano {Apolog.; Ad Scap.)  coincidono i due termini; la fine dell'impero e l'inizio  del nuovo regno nel mondo. Se tal dottrina sentivano  spiegare da quei fanatici i Romani, è naturale che la  qualificassero dottrina di odio contro il genere umano,  e cioè contro la civiltà romana, contro l' impero romano, ' ed è pur naturale che, riedificata Roma, auspicassero l'eternità dell'impero.   Mi si consenta un' altra osservazione. Non fra le  sole turbe impazienti e insoddisfatte era 1' aspettazione  della prossima fine dell' impero. Era altresì negli alti  gradi sociali, fra i filosofi, specialmente stoici, fra gli  aristocratici di antica tempra. La congiura pisoniana  mosse anzi, secondo Tacito, da questo principio:  (Ann. XV, 50) cium scelera princlpis et tìnem adesse  imperii deligendumque qui fessis rebus succurreret inter  se aut inter amicos iaciunt. Dopo tal congiura gran parte  della città doveva essere già riedificata; ed è naturale  quindi che allora si celebrassero i ludi maximi. E poiché  i due gravi avvenimenti ultimi avevan dato la prova di  tante volontà decise ad aspettar la fine dell'impero, era  naturale pure che all' eternità dell' impero si dedicassero i ludi. Il racconto dei quali doveva quindi cadere  in una delle parti perdute di Tacito, dopo il cap. 35  del lib. XVI degli Annali. Tutto questo, si dirà, è una ricostruzione ipotetica. Ma v' è pure un documento che può dare a tale  ricostruzione non lieve conferma, documento che, ben Tac. Ann. odio Immani generis. Genus humanian  in Tacito ed in altri scrittori vfvle egli abitanti dell'impero;  cfr. Coen, Persecuz. neron. pag. 69 dell' estr. Un mio illustre  maestro, il prof. A. Ohiappelli {in Atti della R. Accademia di  Scienze Morali e Politiche di Napoli) sostiene che  odiiim humani generis debba essere interpretato per  misantropia. Che questo sia il significato della frase, quando sia  adoperato in senso filosofico, niuno nega. Ma il nostro caso è  diverso. La rinunzia ai piaceri, la vita ritirata e sdegnosa, la  misantropia insomma, o fosse cristiana, come forse per Pomponia Grecina (Ami.), o fosse stoica, come per Rubellio  Plauto {Ann.), Trasea Peto {Ann.) e tanti altri,  desta l'ammirazione di Tacito, gli commuove di reverenza il  C. Pascal. 11 che non riguardi i ludi maccimi, riguarda però cerimonie pur dedicate all' eternità dell' impero. Questo documento è un frammento degli Atti degli Arvali, che  si riferisce all'anno 66 d. Cr. [Corp. Inscr. Lat.). Vi si notano i sagrifizii stabiliti  dagli Arvaii ob detecta nefariorum Consilia, e tra gli  altri quello aeternitati ìinperii (Un. 6). Così pure alla linea 21: reddito sacrificio, quod fratves Arvcdes   voverant oh detecta nefariorum Consilia. Quali erano questi nefariorum Consilia? Qu&Ui dei congiurati di Pisone,  giacché anch' essi, come abbiamo visto, aspettavano la  fine dell' impero; ma pure quelli degl' incendiarli; giacché il nesso tra le cerimonie dedicate all' eternità dell' impero e l' incendio è stabilita dal fatto, che durante  quelle cerimonie si rappresentò la fabula Incendium. '  Né bisogna dimenticare un altro fatto. Rimangono gli Atti degli Arvali del regno di Nerone, dall' anno 55 in poi (C. I. L.); salvo  quelli dell' anno 64, l' anno dell' incendio, e del seguente. Ora gli Atti del 66 sono i primi nei quali alla  serie di tutti gli altri voti, fatti alle altre divinità si  aggiungono quelli all' Aeternitas imiMrii. Claudite rivos. Spero di non occuparmi più né  dell' incendio né di Nerone. Non fu forse vana questa  lizza d' ingegni, che ebbe origine, su tale speciale que   petto, non è da lui quaUficata fìagitmm, uon odium hìimoni  generis. Non si possono dunque spiegare né i fìagitia ne V odùim  con ia misantropia. Neil' un caso e nell'altro deve trattarsi,  credo io, di ben altro.   > È qui importante il notare che per Nerone sono distinti i  vota prò aeternìtate imperii dai vota prò salute principis, che sono  menzionati altrove (C. I. L., lin. 2, 3 e 8:  Tac. Ann. XVI, 22; Suet. NerOy 46). Per Domisciano invece le cestione, dal romanzo del Sienkiewiecz; lizza nella quale  spiegarono armi poderose di critica e di dottrina uomini quali il Negri, il Coen, il Ramorino, il Chiappelli, il Semeria, il Boissier; né dovrò tacere i lavori,  cosi corretti nella forma polemica, del Mapelli, dell' Abbatescianni e del Profumo; ne quello, per più  rispetti notevole, del Ferrara. * Impulsi non nobili e  ambizioncelle presuntuosette e piccine trassero altri,  impreparati, a scritture o invereconde o insensate, ma in una questione siffatta, nella quale sembra esser  così facile l' erudizione, era naturale aspettarselo.     rimonie si congiunsero (C /. L.). Cosi pure per Settimio Severo (C /. L. II). V. De Ruggiero, Diz. epigraf.. A Domiziano dunque allude Plinio il Giovane quando  dice a Traiano {Fanegyr.): Nuncupare vota et prò aetei'nitate  impeni et prò salute civium, immo prò salute principum ac  pì'oj)ter illos prò aetermtate imperii solebamus. Haec prò imperio nostro in qiiae sint verba suscepta, ojjerae pretium est adnotare: si bene rem ]}ublicavi, et ex utilitate omnium  rexeris: digna vota quae semper suscìpiantur semperque solvantur. Diversa naturalnjente àdiW aeternitas imperii è V aeternitas Augusta, titolo che prima fu attribuito solo agli Augusti  morti e consacrati (Boutkowski, Dici), e poi anche agli Augusti viventi; cfr. Eckhel, Doctr.; Aeternitas imperii non si trova, ch'io sappia, prima di Nerone, anzi prima dell'anno 66. Si trova poi più  tardi, per Domiziano. Settimio Severo, sulle monete di Caracalla,  di Geta, ecc.: cfr. Eckhel. Non lavori speciali, ma riassunti o giudizii pubblicarono  il Vaglieri, il Borsari, A. Avancini, D. Avancini, il Ricci (Corrado),  Thomas, Toatain, MARTINAZZOLI (vedasi), Dufourcq, GRASSO (vedasi), FABIA (vedasi), Bouvier, Reville, Andresen, ed altri moltissimi. Molti altri articoli ed opuscoli sbocciarono qua e là in  confutazione del mio: nella maggior parte il fervore dell'intenzione non corrispose al valore. Chi ne vorrà sapere qualche  cosa, potrà leggere i miei articoli in Vox Urbis; in Cultura, e in Bollett.  Filai, class,. Ma, pur dopo, gli scritti continuarono;  e vi fu perfino chi nascondendosi sotto il nome di Vindex pubblicò un impudente volume. Fortunatamente si tratta di cosa  destituita di ogni valore; e disdice quindi alla dignità della  scienza farne parola. Coen pubblica nell’ “Atene e Roma” un lungo studio sulla persecuzione  neroniana. Crediamo opportuno informare i lettori  della parte che riguarda le obbiezioni mosse alla mia  tesi; e fare infine qualche breve osservazione circa  l'ipotesi presentata dal chiaro autore.  Che l'una o l'altra delle opinioni che io mi provai  ad avvalorare di argomenti nel mio opuscolo. L' incendio di Roma e i Cristiani e stata già addotta  da altri, è cosa rimproveratami da più d'uno. Ma, a dir vero, i lettori del mio opuscolo debbono riconoscere  che io esamino e discuto le sole fonti antiche, da ciascuna delle quali cerco trarre qualche elemento, che  mi giovi poi a ricostituire in una concezione unica il fatto storico. Il fare una rassegna, sia pur fugace, delle  opinioni e interpretazioni moderne su ciascun passo,  mi pareva lavoro arido, lungo e pressoché vano, e per  giunta, di necessità monco e incompiuto (ad es., il Coen  stesso non fa menzione dello Cliirac, che va molto al  di là dell' Havet, Rev. Socialiste).   Fondamento principale alla mia tesi io posi nella  credenza diffusa tra i cristiani del primo secolo, che  fosse imminente l'incendio del mondo decretato da  Dio, che dopo tale incendio verrebbe il regno della  giustizia, che la distruzione del mondo presente coinciderebbe con la distruzione dell' impero romano. Tutta  la letteratura apostolica mostra l'impazienza di alcune fazioni cristiane nell' aspettare il regno divino.  Se c'è ipotesi che esca alla luce fornita di tutti i numeri delia probabilità, panni proprio questa, che tale  impazienza abbia trascinato le turbe al fanatismo. Di  tutto ciò non fanno quasi parola i miei contraddittori. Xel citare le antiche scritture cristiane, nelle  quali tali dottrine sono contenute, io non ho preteso  che proprio quelle i Cristiani di Roma leggessero. Ho  addotto quei passi per dichiarare qual fosse il dogma  dei Cristiani del j^rimo secolo, dogma che sarà stato  spiegato principalmente mediante la predicazione orale,  come del lesfco il Coen stesso riconosce. Altra obbiezione mi muove il chiaro autore: onde  io sappia che, prima del 64, Nerone fosse per i Cristiani r Anticristo. La seconda di Paolo ai Tessalonicesi, egli argomenta, è scritta, secondo la data più  discreta, nel primo anno dell' impero di Nerone, o anche prima; dunque i contemporanei non potevano vedere allusione a lui nelle parole dell'Apostolo. Senonchè nel mio opuscolo io non sostengo che contro  l'imperatore coìne persona si appuntassero gli odii di  alcune fazioni cristiane; bensì come imperatore e adorato con divini onori (Tessal.). L'imperatore  rappresenta l’ordine costituito, che era per quelle  fazioni il regno di Satana; come Roma rappresentava  la forza e la potenza centrale di tal regno. Che ninno degli scrittori pagani (all' infuori di  Tacito Ann.) parli dei Cristiani come colpevoli dell'incendio, malgrado tutte le accuse volte contro di essi in seguito, io spiegai con l'ipotesi che  r accusa contro Nerone nascesse tra i Pagani stessi,  al vedere tra gì' incendiarli i servi di lui. Il Coen mi  obietta:  Non consta che l'opinione la quale faceva  Nerone autore dell' incendio sia invalsa in maniera  così definitiva da far cadere in oblìo ogni altra versione. Consta anzi, egli dice, il contrario, se cinquant' anni dopo Tacito pone ancora l'ipotesi del caso. Che r opinione prevalesse in modo definitivo, solo  dopo molti anni, credo probabile; ciò non è infirmato  dall' accenno che Tacito fa al caso. Tutta la narrazione che egli fa esclude 1' ipotesi del caso. Tacito  però 1' ha registrata, perchè, com' egli dice, 1' ha trovata in una delle sue fonti. Ma nessuna fonte poteva contenere tale versione, obietta ancora il Coen,  se fosse vera la ricostruzione eh' io faccio degli avvenimenti. Perchè nessuna f Una fonte trascurata o  non informata di tutti i particolari narrati da Tacito,^  Suetonio e Dione.  Ed ora, il numero dei primi Cristiani in Roma. Tacito, Clemente Romano e l'Apocalisse affermano che erano una gran moltitudine o numero. I primi due, si dice, hanno esagerato; quanta  all' Apocalisse si elevano dubbii di natura diversa.  Esagerato? E perchè? Perchè altra volta Tacito esagera. E sarà vero; ma qual prova v' è che abbia esagerato questa volta ì E perchè avrebbe esagerato anche  Clemente Romano? Sia lecito del resto rammentare  che Paolo (^h* Filii), dice dei cristiani di Roma:   MOLTI dei fratelli nel Signore  e concludere quindi  ancora una volta che ad infirmare 1' autorità di tali  fonti non ?;'è una sola prova di fatto.   Quanto ai Jìagitia, posso dispensarmi per ora dal  discutere i singoli passi, se l'Autore stesso dichiara: flagitium contiene ordinariamente il duplice  concetto di azione turpe e colpevole ad un tempo y.  Non sarà dunque errata nell' uso italiano la parola  delitto. E che nei due paesi di Tacito (XV, 44) e di  Plinio (X, 96) si tratti di veri e propri delitti, io confermo per la seguente ragione: che nell'uno seguono  le parole:  colpevoli e meritevoli di ogni maggior pena,  e nell' altro i flagitia son da mettere in relazione con  gli scelera, dei quali Plinio parla dopo (v. qui appr.  App. IH).  Circa al fatebaiitur, io aspetterò dai miei contraddittori la prova, che esso, detto a proposito di uà processo, possa significare altro che la confessione di un  reato. Per ora, rimangono le prove opposte. Mi sia lecito ora fare qualche breve motto, anche sull'ultima parte dell'articolo di Coen. Questa parte tende a ricercare la ragione,  per la quale gli occhi di Nerone si appuntarono sui  Cristiani. L'indicazione gli sarebbe dunque venuta  non dagli Ebrei, ma dal popolo stesso, che vedeva i  Cristiani rifiutarsi alle cerimonie propiziatorie, e concepì su di essi il tristo sospetto. Con ciò 1' A., nella  sua cauta riserva, rinunzia ad esprimere il suo avviso  sugli autori veri dell' incendio. Lascia cioè sussistere  ancora le due ipotesi: o il caso o l'ordine di Nerone.  Io oso credere tuttora, che 1' una ipotesi e 1' altra non  resistano all'esame di tutti i particolari dell'incendio,  tramandatici dagli scrittori. Tale esame mi sono adoperato a fare nel mio opuscolo; né credo sarebbe opportuno ripeterlo qui. Mi basti solo accennare: per attribuire l'incendio o al caso o a Nerone bisognerebbe  ritener falsi tutti i fatti narratici dagli antichi: che  1' ipotesi del caso non ispiega come mai vi fossero scagliatori notturni di faci; e l'ipotesi dell'ordine nerouiano non ispiega (a tacer di altre ragioni minori)  come mai l' incendio prorompesse proprio accanto al  palazzo imperiale; e come mai, quando Nerone tornò  a Roma, e cercò arrestare il fuoco, e prese tutti i  provvedimenti atti a lenire il disastro, le fiamme di  nuovo si rinnovassero dagli orti di Tigellino, il secondo mostro dell' impero. Nuovo ordine anche questo?  Tutto si può supporre; ma si può proprio credere che si sarebbero fatte abbruciare le regioni più belle e  più nobili di Roma, lasciando intatto il lurido Trastevere, il ceutro della comunità giudaica e cristiana?  Si può proprio credere che un uomo, dopo sei giorni  d' incendio, mentre con tutte le sue forze si adopera  a dar ric^to e pane alla plebe furibonda, possa cimentarsi, in mezzo alla disperazione del popolo, a rinnovare un ordine simile? Un uomo vile, e che dinanzi  all' ira popolare fuggiva tremebondo, come Nerone?  Le due ipotesi quindi, il caso e 1' ordine di Nerone,  non possono, a mio parere, sussistere. Tacito le enuncia, ma perchè utriimque auctores prodidere; ma la narrazione stessa che egli fa, esclude 1' una ipotesi e l'altra. Egli evidentemente distingue gli esecutori matericdi  dell' incendio, da colui che poteva aver dato 1' ordine;  che i primi fossero i Cristiani non ha alcun dubbio,  giacché parla di essi come confessi; solo è in dubbio  chi fosse qiieìV auctor che essi dicevano averli incitati;  e riferisce la voce popolare che 1' auctor fosse Nerone.  E perciò appunto alla fine del cap. 44 aggiunge che  i Cristiani benché colpevoli, e meritevoli delle maggiori pene, muovevano a pietà, quasiché perissero non  pel pubblico bene, ma per la soddisfazione della crudeltà di un solo (in saevitiam unius), e cioè per averne  eseguito gli ordini crudeli, secondochè mi pare che si  debba interpretare questo passo. Ad ogni modo, l'ipotesi che il Coen oppone alla  mia, che cioè l'indicazione dei Cristiani venisse fatta  a Nerone dal popolo, sdegnato che essi si negassero di  partecipare alle cerimonie di espiazione, non urta, se  ben veggo, contro l' ipotesi mia. Per qualunque ragione  tale indicazione sia stata fatta, quel che importa è di vedere se 1' indicazione fu giusta o no. Io penso pur  sempre che l' indicazione fu fatta per il necessario riconoscimento di molti. Non è jjossibile che non fossero  riconosciuti, giacche anzi si sapeva che erano stati i  pretoriani ed i servi di Nerone. Li dovettero, ad esempio, riconoscere quegli uomini consolari, i quali, come  riferisce Suetonio, li sorpresero nei loro fondi ad appiccar l'incendio; e certamente anche molti altri. Riconosciuti, fu giuocoforza che essi confessassero, e che  quindi contro di loro s'iniziasse il processo (Tac. carrepti qui fatebantur). E logico il supporre che nel furore di repressione che invase gli animi a tale scoperta  non si badasse più che tanto; non si distinguessero i  Cristiani innocenti dai colpevoli, i calmi e pii dai fanatici e dagli esaltati; è logico, perchè è umano; e in  ogni repressione violenta avviene sempre cosi; si supponga dunque pure che, oltre al necessario riconoscimento di alcuni veri colpevoli, e alle denunzie di questi, molte indicazioni di Cristiani venissero fatte per la  ragione supposta dal Coen; che cosa proverebbe ciò  contro l' ipotesi mia?   Senonchè la congettura del Coen si fonda sopra  un presupposto, a proposito del quale pur mi tocca la  mala ventura di non trovarmi d' accordo con lui. Su  questo presupposto, cioè, che in momenti di furore, il  popolo potesse aver tanta calma da ragionare così:  gli ebrei sono nel loro diritto, di non partecipare alle  nostre funzioni; i gentili noi sono. Sarebbero stati,  credo io, ebrei e cristiani coinvolti insieme nella medesima accusa; né i Cristiani erano allora considerati  altrimenti che come fazione dei giudei.  Esce fuori dei limiti della mia ricerca la seducente  congettuì-a del Coen, sulle Banaidi menzionate da Clemente Romano, e sulla probabile relazione che è tra  il passo di Clemente {ad Cor. I, 6) e il passo di Tacito:   profittata lurio per matronas^ prhnum in Capitolio, deinde  apud proximum mare, vnde hausta aqua temphim et simulacrum deae perspersiìm est. Poiché le cerimonie qui  descritte sono, come il Coen ben nota,  singolari, mi piace richiamare a proposito di quella lustrazione apud proximum mare, alcuni versi oraziani:  Vel nos in inare proximum  Gemmas et lapides aurum et inutile,  Summi materiem mali,  Mittamus, scelerum si bene paenitet.   {Carm.).   La cerimonia apud proximum mare era adunque  rituale per espiazione di delitti? Anche Boissier ha voluto volgere al nostro argomento la sagacia del suo ingegno; e gli studiosi saran certo grati al grande scrittore ed erudito  francese dello studio pubblicato nel Journal des Savants, Dopo una esposizione sommaria della questione e della tesi da me sostenuta, il Boissier così  dice:  Assurément, tout cela n'est pas impossible: quelques insensés, quelques anarchistes se  seraient glissés parmi les premiers disciples du Maitre,  qu'il n'en faudrait pas étre trop surpris, ni en l'endre le christianisme responsable. Remarquons pourtant qua la société paienne n'avait pas encore manifeste sa baine implacable pour les chrétiens, et n'ayant  pas eu encore l'occasion de leur étre trop sevère, leur  devait étre moins odieuse. C est plus tard, quand'ils  furent poursuivis sans miséricorde qu'on rn'> s' étonnerait de trouver chez eux des fanatiques capables de tous les excés. Or, nous voyons qn'à ce moment; méme,  où ils sont si durement traités par l'autorifcè et par  le peuple, ils se vantent d'étre des sujets soumis, irreprochables, d'accepter Jes persécutions sans ré volte,  de prier pour les princes qui les envoient au supplice,  et de ne répondre que par le bien au mal qu'on leur  faisait: il serait dono assez surprenant qu'ils eussent  mis le feu à Rome lorsqa'ils avaient moins à se venger  d'elle. Se non m'inganno, questo che il Boissier ha  notato, è il corso fatale di ogni setta, è la condizione  stessa del suo vivere. Ogni setta cioè comincia per essere rivoluzionaria, e, messa allo sbaraglio delle dure  prove, delle persecuzioni, dei tentativi di soppressione  di ogni sorta, va perdendo a poco a poco il suo carattere di opposizione e d' intransigenza, cerca accomodarsi ai tempi, vivere nei suoi tempi, diventare,  come oggi si dice, legalitaria. È un processo naturale  ed umano: che meraviglia è che il vediamo riprodotta  qui nella storia del cristianesimo? Non vediamo noi  un fatto che a prima giunta può parere più straordinario ancora: che cioè quando le persecuzioni cessarono e il cristianesimo si fu affermato vittorioso, allora appunto esso cominciò più tenacemente ad abbattere  istituzioni, monumenti, templi, cui gli editti imperiali  mal giungevano a salvare da quelle furie devastatrici?  Non potrebbe qui pure il Boissier domandarsi: perchè  abbattere tutto, se ormai non avevano più da odiare  o da temere nulla, essi, i vittoriosi? li vero è che durante le repressioni violente non scattano gl'impeti  sovversivi; scattano prima, quando ogni furia sembra  ministra di giustizia contro un ordine di cose odiato;  scattano dopo, nell'irruenza dell'agognata vittoria: e  scattano nei più impulsivi e più fanatici, pur contro  i consigli di moderazione e di calma dei prudenti.   Il Boissier continua:  Tout ce qu'on peut dire c'est  que M. Pascal s'est fort habilement servi de son hj'^pothèse pour expliquer les iacidents dont il vient d'étre  question dans le récit de Suétone et de Tacite. Si l'on  crut recounaìtre, dans le gens qui jetaient sur les maisons des étoupes eiiflamraées, des serviteurs de l'empereur, c'est qu'en effet il y avait des chrétiens dans le  palais de Néron; saint Paul nous le dit, et M. Pascal  pense que ce sout ceux-là qui ont allume l'inceudie.  Les consulaires, qui avaient l'occasion de les reuconIrer souvent au Palatin, ne s'y sont pas trompés et  l'on comprend que, saisis de frayeur à leur aspect,  et croyant qu'ils agissaient par l'ordre du prince, ils  les aient laissés faire. L'hypothèse est ingénieuse, mais  ce n'est qu'uue hypothèse; pour voir si elle est d'accord avec les faits, reprenons le récit de Tacite. E  qui il Boissier si fa ad esaminare il famoso passo di  Tacito, di che è discorso nel nostro studio nella nota 27  e qui appresso in app. III. Egli riconferma la sua opinione, già altre volte espressa, sopra il gran numero  dei cristiani di Roma; ed in ciò ho la fortuna di trovarmi d' accordo con lui. Ma tal fortuna non mi tocca  per 1' interpretazione del fatehantur tacitiano. Se il  processo era d' incendio, avevo detto io, la confessione  dei cristiani non può intendersi se non per il delitto  d'incendio. E Boissier mi oppone:  La  nouvelle a dù s'en repandre partout; si elle était aussi  sùre, aussi evidente que le texte de Tacite, interprete de cette manière, semble le dire, Néron avait  tout intérét àia propager; il est impossible qu'il n'ait  pas profité avec empressement de cet aveu, qu'il travaillait à obtenir, pour se giustifier lui-méme. Quelque détesté qu'il pùt étre, il u'j' avait pas moyen  qu'on persistàt à l'accuser d'un crime dont d'autres  se reconnaissaient les auteurs. Comment se fait-il donc  que Tacite, presque au moment méme où il nous rapporte cet aveu, ait pu dire qu'on ne sait s'il faut  attribuer l'incendie au hasard ou à la malveillance? Et Suétone, si bien informe d'ordinaire, comment n'a-t-il  rien su de cette procedure, qui, pourtaiit, dufc étre rendue publique? Comment le peuple, qui perdait tout à  ce désasfcre, a-t-il été touché de pitie pcur des gens,  qui en étaient la cause et a-t-il crii qu'on les sacrifìait uniquement à la cruauté d'un homme? M. Coen  fait remarquer avec beaucoup de force qu'il est aussi  fort étrange que dans la suite, lorsqu'on poursuivait  avec tant d'acharnement les chrétiens et pour tant  de crimes imaginaires, aucune allusion n' ait été faite  à celui dont ils ne pouvaient pas se défendre puisqu'ils  l'avaient avoué. Ora a ciascuna di queste ragioni le  risposte furono da me qua e là date: e mi converrà ripeterle ora, poiché quelle ragioni, messe cosi tutte insieme in fila serrata, sembrano invitto manipolo. Nerone,  dice il Boissier, aveva il maggiore interesse a divulgare  la confessione. Certo, ed anzi appunto per questo forse  egli diede la maggiore pubblicità alle pene nefande! —  Secondo quesito:  se Tacito pone il dubbio che l'incendio fosse dovuto al caso, come può parlare di rei  confessi d'incendio?  A mia volta domanderò:  se Tacito pone il dubbio che l'incendio fosse dovuto al caso,  come può dire che vi erano coloro che impedivano ogni  tentativo d'estinzione, aggiungendo l'ipotesi che ciò  facessero per comando altrui? Gli è che Tacito non  sempre è conseguente; prende  da una fonte la ipotesi del caso, ma la sua narrazione  tutta esclude tale ipotesi. Terzo quesito: Suetonio – SVETONIO (vedasi),  sì bene informato, come non ha saputo niente di questo  processo, che pur dovette essere pubblico? O chi dice  che non abbia saputo niente? Suetonio accusa Nerone  di avere ordinato l'incendio, non di averlo appiccato:  dice che gli esecutori materiali furono i servi di Nerone; e del processo non fa menzione, forse appunto  perchè si trattava di uomini di infima condizione, che  egli supponeva esecutori di ordini imperiali. In altro luogo però pone tra le cose lodevoli del regno di Nerone i supplizii inflitti ai Cristiani. — Quarto quesito:  come il popolo, che perdeva tanto, fu mosso da pietà  per questi uomini, e credette che essi fossero immolati  alla crudeltà di un solo?  Tacito dice che il popolo fu  mosso a pietà per l'inaudita crudeltà delle pene,  òeuchè si trattasse dì uomini colpevoli, e meritevoli delle lìinggiori pene; si può esser più chiari? ed aggiunge;   come se essi fossero immolati non al bene pubblico,  ma alla crudeltà di un solo, di quel solo cioè, che,  secondo egli presume, aveva ad essi dato 1' ordine.   Erano poveri schiavi esecutori di ordini: erano  colpevoli, si, ma vittime della crudeltà di chi aveva  dato 1' ordine: questo il pensiero di Tacito. Ma come  potè spargersi la fama di quest' ordine dato da Nerone ? A me non par difficile ravvisarlo. Dice Tacito,  che durante l' incendio, gì' incendiarli interrogati rispondevano agir per ordine. Probabilmente lo stesso  risposero al processo, né discoprirono il loro tristo  consigliere. E poiché tra quelli colti in flagrante e  processati erano pure i servi di Nerone, l' ordine fu  interpretato da molti come ordine dell' imperatore. Si  potè credere che essi non volessero nominarlo per  paura di peggio, o jDerchè ne sperassero le ultime  grazie. Ad ogni modo, nato nel popolo il sospetto  della colpa di Nerone, non era possibile che si dileguasse: ne si dileguò. Ultimo quesito:  ma come  mai, dopo, furono accusati i cristiani di tutti i delitti,  ma non di questo? È facile rispondere : i pagani  stessi accusarono Nerone; la persecuzione contro i cristiani fu messa come cosa affatto indipendente dall'incendio, e come tale è già in Suetouio; chi più pensava  che il fanatismo religioso fosse stato impulso all'incendio ? Il popolo aveva ormai formato la leggenda sua:  l'ordine dato da Nerone ai propri! servi, per loro stessa  confessione : chi distingueva tra quei servi i cristiani dai non cristiani? I due fatti, incendio e persecuzione,  furono interamente disgiunti; e la leggenda di Nerone  incendiario tenne il campo incontrastato. Boissier aggiunge due considerazioni d' indole  filologica. Affinchè la frase famosa di Tacito correpti qui fatebanhir, avesse il significato eh' io  le attribuisco, egli crede che dovrebbe suonare cosi:  qui c07-repti erant confessi sunt. Ma coìtìjjìo non ha il  significato di  arrestare, bensì quello di  iniziare  il procedimento penale; cfr. nota 27 ; dunque corì-epti qui fatebantur ha precisamente il significato di: si processarono quelli che erano rei confessi, e cioè  di volta in volta che alcuno confessava, veniva sottoposto a processo. Egli aggiunge che nel significato  da me voluto, si sarebbe aspettato confiteri, non fatevi,  trattandosi di delitto, e cita Cicerone, Pro Caecina^ IX:  ita libenter confitelur ut non solum fatevi sed etiam projìtevi  videatur. Faccio osservare prima di tutto che, secondo  la ipotesi mia, i cristiani confessi non dovevano pentirsi o vergognarsi di quel che avevano fatto ; e poi,  che, quando pure le norme dello stile ciceroniano potessero valere per Tacito, questa che qui si j)one, non è  costante neppure per Cicerone: giacche Cicerone stesso  adoperava /aferi per la confessione di omicidio (Mil.). Ma, aggiunge Boissier, se Tacito avesse voluto dire    Cauer cosi sentenzia {Beri, philolog. Woch.): Tacitus sagt: Die Gestàndigen wurden  verhattet, nicht: die zuerst Verhafteten waren gestilndig. Das  Gesttlndnis ging also der Verhaftung vorheri-. Ma covrepti  non designa la cattura, bensì il processo; ed è naturale clie la  confessione fosse anteriore al processo. Bene dunque hanno  fatto il Gerber e il Greef nel loro Lexikon 2'aciteum, col sottintendere al fatebantur del nostro passo .se incendisse urbeni. che i priini cristiani si vantavano nel confessare l'incendio, si sarebbe servito di yrofiteri. O donde mai questa regola? Si vuole un esempio di Tacito in qwì fatevi^  denota un delitto confessato e di cui il colpevole si gloria? Eccolo qui: Ann.: praecipuum auctorem  Asiaticum interficiendi C. Caesaris non extimuisse in  contiene populi Romani fateri gloriamque facinoris ulfcro petere. Infine circa il capo di accusa contro i Cristiani,  la conclusione cui giunge Boissier è la seguente: L'expression non tam in crimine incendii  qtiam odio generis Immani coniunctì siint (cosi egli legge),  semble bien indiquer qua l'accusation d'incendie ne fut  pas abandonnée, mais que, comme ou n'esperait guère  la faire accepter du public, on la dissimula suos celle  à^odium generis immani, qu'on étendit à tout le monde.  Il che mi pare corrisponda all' opinione mia, che ho  scritto apj)Uuto:  i primi, gii esecutori materiali, confessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum) :  allora non si volle sapere altro, si fece 1' arresto in  massa dei ci'istiani, e ninno di essi smentì la sua fede;  solo questi ultimi dichiararono non aver preso parte all'incendio, come i primi; ma era lo stesso, erano tutti  rei di queir odio umano che aveva armato le mani di  fiaccole : furono tutti condannati. Ed aggiungerò  che la pena stessa del vivicomburio è un indizio che  l'accusa d'incendio rimase; giacché tal pena è appunto quella che fino dal tempo delle XII Tavole era  comminata per gì' incendi dolosi (cfr. Ferrini, ESPOSIZIONE STORICA E DOTTRINALE DEL DIRITTO PENALE ROMANO). Osservazioni sul passo di Tacito  riguardante l'accusa contro i Cristiani. (Uallfi Rivista di Filologia). Una delle molte qne.stioni scaturite dalla trattazione di una tési, che è stata in questi ultimi tempi  in vario senso discussa, e che tuttora è oggetto di discussioni non poche, si è quella relativa al significato  della voce jlagitium. Può Jlagitiuvi equivalere a  delitto   scelleraggine,  oppur sempre si deve limitarne il significato, si che esso designi un' azione che  sia solo  ignominiosa  o  vergognosa? Affinchè  tal questione non sembri peccare di sottigliezza soverchia, e si ravvisi anzi subito qual vantaggio ridondi  dalla soluzione di essa all'intelligenza di alcuni passi,  ci si consenta richiamare qui il ricordo di quei luoghi,  dalla cui controversa interpretazione questo nostro piccolo quesito si può dire sbocciato. Tacito in Ann. chiama i Cristiani jper fiagitia invisos. Così PLINIO (vedasi) il Giovane, nella famosa lettera a Traiano sui Cristiani  di Bitinia parla, a proposito di essi, di fiagitia  cohaerentia nomini. Che cosa è dunque che si imputa ai   e. l'ancal. 12 Cristiani con la -pavola, Jlagitia? Quelli che ne vogliono  limitare il significato entro i termini più angusti, rammentano come alla mente dei pagani dovessero sembrare vergognosi i severi disdegni dei Cristiani per  tutto ciò che fosse piacere ed ambizione terrena; e  come tutto insomma il contegno loro di rinunzia e di  avversione al mondo si avesse tal taccia. Ma non pochi  scrittori e traduttori vedono in quei Jiagitia dei veri   delitti, che i pagani, a ragione o torto, attribuivano alla nascente sètta cristiana. Non istarò, per ora,  ad esaminare se sia giusto il concetto, che, agli occhi  di scrittori, quali Tacito e Plinio, potesse sembrar vergognoso il contegno austero di rinunzia e di spregio  per tutti i piaceri mondani, che si suole attribuire ai  Cristiani; scrittori i quali, anzi, pare che allora solo si  commuovano di ammirazione reverente, quando si trovino a discorrere di uomini nei quali sia invitta l'energia del carattere, non cedevole a lusinghe di ambizione  e di potenza o a blandizie ed allettamenti terreni.  Keppur domanderò, se, qualora di semplice rinunzia  al mondo si voglia parlare, trovino spiegazione le persecuzioni feroci delle quali PLINIO (vedasi) stesso si rese colpevole, condannando, senza processo, i Cristiani; e trovi  spiegazione la domanda che egli fa a Traiano, quando,  sgomento dal continuar la persecuzione, si ferma a  porre il quesito, se la sètta cristiana in sé stessa o i  Jiagitia ad essa inerenti egli debba imnire; era dunque  passibile di pena, per un Plinio, pure la rinunzia ai  mondo? Gioverà però, all' infuori di tali questioni,  trattare l'argomento nostro; ed esaminati altri esempli  ed indagato il significato di fiagìtium in essi, tornare  poi, col risultato ottenuto, al quesito onde prendemmo  le mosse.   L'opinione che il significato di Jlagitiuin debba restringersi in più angusti confini rispetto a quello di  malejìcium, scehis, e simili, trova qualche consenso negli scrittori di siuouimie. Così Schmaifed, Lateìnisclie  Syìionymik: Flagitiwn heisst eine den,  der sie ausfiihrt, e n teli rende Haudluug, Schandthat  und b) oft geradezu Schande, infamia, dedecus, e  il passo apportato a suffragare tal significazione è quello noto della Germania di Tacito, 12:   tamquam scelera estendi oporteat dum puniuutur, fiagitia abscondi, passo nel quale la parola flagltia  si riferisce alle colpe degl' ignavi et imhelles. Con lo  stesso esempio tacitiano prova lo Schultz, Sinon. latini, trad. Germano-Serafini, la sua definizione: Flagitium bruttura, è un delitto contro sé stesso, una  violazione di sé stesso, non già con azioni violente,  ma con azioni moralmente turpi e vergognose. Con  lo stesso esempio infine il Coen, La persecuzione neroniana dei Cristiani, pag. 13 dell' esbr., conferma che  '^fiagitia significhi azioni turpi piuttostochè crinunose »;  e sulla scorta anche di altri passi, determina  il suo concetto cesi:  ftagitium contiene ordinariamente  il duplice concetto di azione turile e colpevole ad un  tempo; però quello della turpitudine primeggia; e primeggia tanto che qualche volta l'altro manca. Ora in quel passo di Tacito, e in altri passi affini,  è evidente che fagitium è adoperato in significato ben  ristretto. Ma quando tal significato si vuol porre come  costante in Jlagitium, ed applicarlo in tutti i casi, a me  pare che si vada troppo oltre. Un utile riscontro può  esser dato dalla nostra parola  vergogna ». Certo se   vergogna » è adoperato da solo, in opposizione a parole di significato più grave, quali  scelleratezze o   delitti, ciascuno intenderà trattarsi, di azioni moralmente, non penalmente condannabili. Ma  una famiglia coperta di vergogna » si dirà pur quella, nella Nulla trovo nello Schmidt, Handbuch des Lat. u. Griech, Synonymik, Leipzig, quale il figlio sia ladro o la moglie adultera; e del  figlio, ad es., di un assassino si dirà che egli sente il  peso delle familiari vergogne. Gli è che tali parole  hanno duplice significato: l'uno specifico e l'altro generico; e per questo secondo significato si trovano ad  essere applicate a quelle medesime azioni, a denotare  le quali si richiederebbero nomi specifici ben più  gravi. Ne segue che a determinare di volta in volta  il significato di tali parole, occorra anzi tutto vedere  a quali fatti si accenni, dei quali sia nei singoli passi  discorso. Non altrimenti io credo sia il caso per jlagitium. Credo cioè che, quando jlagltnim sia adoperato  in senso specifico, denoti azione turpe e sol moralmente condannabile; ma che in senso più lato, e con  riferimenti a fatti concreti, possa applicarsi ad azioni  ben più gravi, a vere scelleratezze. A conferma del qual  significato, ne sia lecito apportare qualche esempio,  che io sceglierò esclusivamente da Tacito: Hist, an si ad moenia urbis Germani Gallique duxerint, avvia  patriae inferetisì horret animus tanti flagitiì imagine.  Trattandosi qui del portare le armi contro la patria,  credo non si reputerà adatta a rendere quel Jiagitium  qualche parola come  turpitudine o  bruttura; qui  si tratterà invece di vera e propria  scelleratezza o infamia o delitto; si tratta insou^ma di uno  scelìis; e scelus è infatti, immediatamente dopo, chiamata una tale azione: quis deinde t^celeris exitus, cwn  Romanae legiones se cantra derexerint) »   La medesima identità tv a Jiagitium e scelus si scorge  pure nel capitolo precedente, a proposito del giuramento fatto dai soldati romani allo straniero. Ivi infatti si legge: {Hist.)  ut, flagitium incognitum  Romani exercitus, in externa verba iurarent, pignusquò  tanti sceleris nece aut vinculis legatorum daretur ». Pure  utile al nostro intento è 1' altro passo {Ann.)   leviore flagitio legatnm ìnterficietis, qnam ab imperatore descìscitis », e 1' altro (Ann.) nel quale  il liberto Aerato, inviato nella Grecia e nell'Asia a  commettere sacrilegi nei templi, è chiamato  cuicum-queflagitioiyvomptus », e l'altro ancora (i4?in.),  nel quale si dice che Nerone imputava ad Agrippina  tutti i flagìtia di Claudio, ^a^tYm dai quali quindi non  si potrebbero logicamente escludere le uccisioni di Silano e di Statilio Tauro e delle ricche matrone e dei  molti cavalieri, procurate da Agrippina, dopo il matrimonio con Claudio. Non sarebbe difficile addurre altri  esempii: quelli addotti mi paiono per ora sufficienti a  provare questo: che fiagitium sia parola di significato  molto vario circa la gravità del fatto che con esso si  imputa; tanto vario, che da semplice azione  scandalosa » può di grado in grado discendere fino a denotare  vera e propria azione  delittuosa e  scellerata; ed  essere, come abbiamo già visto, sinonimo di scelns. Il  che tanto più deve valere, se la parola è adoperata in  senso giudiziario: scelas, peccatnm, Jlagitùcm, maleficium,  ^jrohriim, facinus si usano, dice il Ferrini, [Esposizione  storica e dottrinale del diritto penale romano P^g- 18j,  promiscuamente nelle fonti medesime, per indicare gli  stessi reati. Vuol dire che, a determinare la gravità  della colpa indicata da fiagitium, converrà esaminare  nei singoli passi a quali fatti esso alluda. E poiché  nel passo di Tacito, Ann. per fiagitia invisos »  si tratta di tali tatti, per i quali l'A. ritiene evideatemente non disdicevole ai Cristiani 1' accusa di  incendiarli, quell'accusa cioè per la quale egli dice poco  dopo i Cristiani colpevoli e meritevoli delle maggiori  pene; e poiché nel passo di PLINIO (vedasi) fiagitia  cohaerentia nomini non può esser dubbio che i fiagitia  sieno gli scelera dei quali l'A. parla poco dopo {/urta,  latrocinia ecc.), deve rimaner ferma la conclusione che  anche in questi due -pàssi fiagitia denoti vere e proprie scelleratezze o delitti. È stata oggetto di controversia la frase sitbdere  reum, che si ritrova tre volte adoperata da Tacito. I  passi sono i seguenti: Ann. metuens ne reus suhderetuv.   Ann.: mos vulgo esf quamvis falsis reum  suhdere.   Ann. abolendo rumori Nero stihdidit  reos qiios. La maggior battaglia si è veramente addensata  sul terzo passo, quello riguardante i Cristiani. Che  cosa vuol dire Tacito? Che Nerone accusò falsamente  i Cristiani? Che li sostituì a se quali colpevoli dello  incendio? O semplicemente che, per isviar la voci  pubbliche che lo accusavano, fece iniziare il processo  contro di loro? Sull'opinione di molti ha avuto certamente efficacia non poca la frase sìibdere testamentum far comparire un altro testamento e cioè, evidentemente, falso), che si ritrova in Tacito stesso,  Ann.: Ma questo verbo siibdere ha sì svariati significati, che, se dovesse valere questa ragione  analogica, si potrebbe, con pari diritto, giungere alle  più avventate conclusioni. E per limitarci a Tacito  solo, si vegga di grazia quanti sono gli usi e i significati diversi che può presentare tal verbo. Pugionem  capiti subdere in Hist. è certamente « nascondere il pugnale sotto al guanciale » ; facem subdere in  Hist. e Ann., 4 è accostar di sotto la  face » ; amphitheatro fundamenta subdere in Ann. e animalia aratro subdere in Aìdi. è sottoporre; imj)erio aliquem subdere in Ann.   è « assoggettare all' imperio » ; rumor eni subdere in  Hist. e Ann. è far circolare la  voce; subditis qui accusatorum nomina sustinerent m  Ann. è « avendo subornato alcuni a sostenere le parti di accusatori » e « subornare » è pure nel testo. Una espressione poi che si accosta molto  alla nostra è quella degli Ann. ne qìds  necessarionim iuvaret j^ericUtantem^ maiestatis crìmina suhdehantur. Qui si tratterà probabilmente dell'» imbastire  processi di maestà ». Che sia pur questo il significato  della frase subdere reos? Al passo nostro Ann. « abolendo rumori Nero subdidit reos quos tal significato non disconverrebbe. Da tutto il passo risulta  anzi che il processo contro i Cristiani fu raffazzonato  o imbastito alla peggio; tanto è vero, che non solo i  rei confessi d' incendio furono condannati, ma altresì  tutti gli altri che essi denunciarono quali aggregati  alla loro sètta, e che quindi furono convinti delVodium  humani generis. Ma v' è un altro passo cui tal significato non s' attaglia ed è Ann. I, 39, 6 « utcjue mas vìdgo  qìiamvis falsis reum .subdere ». Qui evidentemente Tacito  vuol dire che il volgo suole delle sue disavventure incolpare sempre qualcuno, anche se colpa in realtà non  esista. Saremmo dunque qui a un semplice incolpare o attribuir la colpa, ma è da notare che reus è qui  adoperato in un senso traslato, non nel senso giudiziario; negli altri due passi invece nei quali si ritrova  presso Tacito 1' espressione subdere reiim, si tratta di  vero e proprio processo, e reus ha quindi il suo significato proprio di accusato. Qual sarà dunque in questi due passi il significato della frase? A me pare che  l'uno di essi sia molto chiaro, e ci dia pur modo di  scorgere il significato di quello cosi controverso. Questo  uno è il passo Ann., che narra della uccisione  di Agrippa Postumo. Tacito dice probabile che Tiberio e Livia abbian procurato la morte di quel giovane sospetto ed odiato. Ma quando il centurione anda ad annunziare a Tiberio essere stato eseguito l'ordine, Tiberio rispose non aver nulla ordinato, e che se ne doveva rendere ragione al Senato, Allora comincia a temere Sallustio Crispo, il quale era a parte del segreto, ed aveva mandato al tribuno il biglietto con l’ordine della  uccisione. Comincia a temere che non ci andasse di  mezzo lui, che non fosse incolpato lui, semplice mandabario: mefuens ne reus subderetnr. Si tratta dunque qui  di un mandante che rimane nell' ombra, e di un mandatario, il quale agisce per ordine suo, e si compromette, e può essere incolpato lui di tutto. Il caso del  processo contro i Cristiani è identico a questo. Tacito  cioè fa capire ogni tanto che Nerone possa essere il  mandante quegli che ha dato 1' ordine (cfr. dolo jprincipis'. mssum incendium): ma non ha dubbio che i Cristiani  sieno gli esecutori^ giacché anzi li dice confessi; ^ quando  dunque dice che Nerone suhdidit reos i Cristiani, egli  vuol solo dire che li mise sotto processo; benché  egli come mandante avesse la colpa maggiore. Questo  il pensiero di Tacito: altra questione è poi se sia attendibile la notizia, oppur solo il sospetto, che l'ordine  partisse realmente da Nerone. Intanto mi preme ram-  mentare come questa frase del suhdidit reos sia stata  addotta da moltissimi come lo scoglio contro cui sa-  rebbe sempre andata a infrangersi l' interpretazione  ohe di tutto il passo Ann. XV, 44 presentai nell' opuscolo. L'incendio di Roma e i primi Cristiani ». Questi  rei erano dunque subditicii! si è detto. Sì, subditicìij a  2 Tac. Ann.: correpti qui fatehantur. Fatevi adope-  rato assolutamente a proposito di un processo può riguardare  solo la confessione di quello appunto, che forma materia di ac-  cusa. V. V ine. di Roma, nota 27, in questa ediz. Qui si tratta  di un processo d'incendio; dunque la confessione è d'incendio.  Nella lettera di Plinio X, 96 [97J l' accusa è « di esser cri-  stiani » ; e confitentes sottintende se Christianos esse. Tacito stima più colpevole chi ordina il male che chi  lo eseguisce per ordine. Cfr. An7i. XIV, 14 « et eius flagitium  est, qui jìecuniam oh delieta.... dedit » ; e poco dopo : < merces  ab eo qui iubere potest vim necessifatis affert. quello stesso modo che era subditìcius Sallustio Crispo,  che per comando di Tiberio aveva fatto uccidere Postumo! Nell'uno caso e nell'altro il maggior colpevole  per Tacito è chi ha dato l’ordine, non chi 1' eseguisce. Questo passo, non che dunque infirmi, conferma anzi tutta l' interpretazione mia; la quale fu, sempre, appunto questa: che, nella mente di Tacito, i colpevoli  di avere appiccato le fiamme fossero i Cristiani, il colpevole di averlo ordinato fosse Nerone. Riccardo Campa. Keywords: il concetto di  rivincita – rivincita -- la rivincita del paganesimo romano, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.

 

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