Luigi Speranza -- Grice e Caluso: la ragione conversazionale,
la grammatica universale e l’implicatura conversazionale degl’initiati e gl’initiante
– initians, initiatum – inizianti – scuola di Torino – filosofia torinese –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese.
Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Valperga: essential
italain philosopher. Grice: “Noble Italians love a long surname, so this is
Valperge-Di-Caluso,” and so Ryle had in under the “C””. Tommaso Valperga di Caluso. Discendente dai
Valperga, nobile famiglia piemontese, nei primi anni della giovinezza si sentì
attratto dalla carriera delle armi. A Malta, ospite del governatore dell'isola,
si addestra alla vita marinara imparando le dottrine nautiche e fu capitano
sulle galee del re di Sardegna. Entrato poi a Napoli nella congregazione dei
padri filippini fu professore di teologia.
Tornato a Torino studia fisica e matematica sotto la guida del BECCARIA,
con Lagrange, Saluzzo e Cigna. Frequentatore delle riunioni culturali
sampaoline nelle sale della casa di Gaetano Emanuele a di San Paolo ritrova
l'Alfieri, che aveva conosciuto a Lisbona. Scopre in lui il futuro poeta e tra
loro nacque una profonda amicizia.
Eccelse negli studi filosofici e apprese l'inglese, il francese, lo
spagnolo e l'arabo e conobbe con sicurezza il latino, il greco, il copto e
l'ebraico. Insegna a Torino. Fu direttore dell'osservatorio astronomico di
palazzo Madama, incarico che cede al Vassalli Eandi. Membro della Massoneria. "Le veglie di
Torino, Joseph de Maistre", in: Storia d'Italia, Annali, Esoterismo, Gian
Mario Cazzaniga, Einaudi, Torino. Fratello del viceré di Sardegna. Altre opere: “Literaturae
Copticae rudimentum” Parmae, Ex regio typographaeo); “La Cantica ed il Salmo
secondo il testo ebreo tradotti in versi” (Parma, tipi bodoniani); “Prime
lezioni di gramatica Ebraica” (Torino, Stamperia della corte d'Appello, Tommaso
Valperga di C., Thomae Valpergae inter Arcades Euphorbi Melesigenii latina
carmina cum specimine graecorum, Augustae Taurinorum, in typographaeo supremae
curiae appellationis; Principes de philosophie pour des initiés aux
mathématiques, Turin, Bianco. Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Renzo Rossotti, Le strade di Torino.L'‘Orlando
Innamorato' in «Giornale storico della letteratura italiana», Milena Contini,
La felicità del savio. Ricerche su Tommaso Valperga di C., Alessandria,
Edizioni dell'Orso. Traduttore in piemontese dell'incipit dell'Iliade, in
«Studi Piemontesi», Milena Contini, Le riflessioni di Tommaso Valperga di
Caluso sulla lingua italiana, in La letteratura degli italiani. Centri e
periferie, Atti del Congresso Adi, Pugnochiuso D. Cofano e S. Valerio, Foggia,
Edizione del Rosone. Ugolini mors. Traduzioni latine di Inferno XXXIII, in
«Dante. Rivista internazionale di studi su Alighieri», Poetica teatrale: traduzioni ed esperimenti,
in La letteratura degli italiani II. Rotte, confini, passaggi, Atti del
Congresso Adi, Genova A. Beniscelli, Q. Marini, L. Surdich, DIRAS, Università
degli Studi di Genova. Il corpo martoriato. L'interesse di Caluso per quattro
atroci fatti di sangue, in Metamorfosi dei lumi 7: il corpo, l'ombra, l'eco,
Clara Leri, Torino, aAccademia university press, Versione latina di Inferno, in
«Lo Stracciafoglio». Plagio dal Villebrune apposto al Petrarca: un'appassionata
confutazione di “meschine, arroganti e scortesi” calunnie sull’Africa, in «Sinestesie»,
Un maestro da ricordare, in «Rivista di Storia dell'Torino.” Principi di
Filosofia per gl' Iniziati nelle matematiche di Tommaso Valperga-C.
volgarizzati dal Conte con Annotazioni di Rosmini-Serbati (Turin). See also Cerruti's
La Ragione Felice e altri miti (Florence). C.: motivi prerosminiani del sentimento
fondamentale corporeo. demiurgo piemontese.
L’interesse del C. per l’omicidio e il “lato oscuro” non è mai stato
indagato, perché la critica, nella rappresentazione dell’abate, ha sempre
privilegiato l’immagine severa e inflessibile di maestro onnisciente e di
saggio imperturbabile, scolpita dai biografi ottocenteschi. Questo ritratto
idealizzato e deformato dell’abate ha generato non pochi equivoci
interpretativi: se si studia la sua vita attraverso i suoi diari e il suo ricco
epistolario e si analizzano con attenzione le sue opere tanto edite quanto
inedite, ci si accorge, infatti, che la sua personalità è tutt’altro che
granitica. Prima di accingersi a esaminare la sua figura è necessario quindi
liberarsi di questi stereotipi: il fatto che l’ottimista abate, come lo definì
il Foscolo, avesse dedicato molti scritti allo studio della ragione non esclude
affatto che egli fosse incuriosito anche dalla parte irrazionale dei uomini,
anzi le sue considerazioni sui “limiti della ragione” si collocano
perfettamente all’interno delle sue riflessioni sulle facoltà intellettive. L’inedito
Della felicità de’ governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della
Biblioteca Naziona. Gli studi calusiani sulla ragione, e in particolar modo sul
rapporto tra ragione e virtù, sono inseriti nelle opere dedicate alla felicità,
tema particolarmente caro a lui, che si impegnò nell’indagine di questo
complesso concetto dalla gioventù fino all’estrema vecchiaia: è possibile,
infatti, seguire l’evoluzione della riflessione del Caluso sulla felicità dalle
lettere al nipote degli anni Sessanta del Settecento fino al Della felicità de’
governati. Il tema della felicità pervade tutta la produzione dell’autore; esso
non è affrontato solo nella saggistica filosofica, nelle lettere intime ad
amici e parenti e nelle poesie, ma si ritrova anche nei trattati didattici e in
alcune opere erudite, perché e convinto che il fine di ogni studio fosse la
felicità, la quale puo essere conquistata solo attraverso una profonda passione
per le lettere e per le scienze. A proposito del concetto calusiano di “rassegnazione”
si legga il seguente passo, tratto della lette. Euforbo Melesigenio, Versi
italiani cit. Diderot constata che nella pratica quotidiana si incontravano
uomini felici, pur essendo tu… L’indagine sulla felicità porta inevitabilmente
il Caluso a scontrarsi con lo studio della ragione. Secondo C., la ragione ha
un duplice ruolo: da un lato ci fornisce gli strumenti adatti a conquistare la
felicità, dall’altro ci fa acquisire la coscienza di non avere sempre il
dominio su ciò che accade. La consapevolezza porta alla rassegnazione, questa
rassegnazione però aiuta sì a sopportare i casi della vita, ma non dona la
felicità, come teorizzavano gli stoici. C. pensa, quindi, che i poteri della
ragione siano limitati. Questa presa di coscienza però non lo porta a meditare
sul fatto che la felicità possa essere disgiunta dalla ragione. Infatti, se da
un lato ammette che anche il più saggio tra gli uomini è vittima della
sofferenza («né sognai che ad uom concesso viver fosse ognor lieto, o ne’
tormenti sdegnerò dir misero il Saggio stesso»), dall’altro non arriva a
constatare, come avevano fatto, per esempio, Diderot e Voltaire, che spesso
nella vita reale gli uomini privi di ragione e di virtù sono felici. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il fatto che le passioni fossero
necessarie all’uo... Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la
Biblioteca Reale di Torino (Varia). I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e
di Les aventures du Marquis de Bel. La ragione ha anche il fondamentale compito
di dominare le passioni. Ripropone la celebre esortazione platonica alla
misura, ripresa da molti autori, tra i quali Rousseau, che in più luoghi
sottolineò come la ragione avesse la funzione di equilibrare i moti violenti
dell’animo. E convinto che i sentimenti estremi causassero soltanto sofferenza.
Non invita certo ad anestetizzare gli affetti, anzi pensava che non vi fosse
nulla di peggio che una vita senza passioni ed emozioni («Che un dolce pianto è
più felice molto / Non delle noie sol, ma dell’inerte Ghiaccio d’un cor, cui
ogni affetto è tolto»), ma crede che la morbosità fosse una pericolosa
malattia. Nella Ragione felice egli porta l’esempio della follia amorosa di
Polifemo per Galatea. Il poeta descrive la corruzione del corpo del ciclope,
consumato dal desiderio ed incapace di dominarsi («Odil che fischia, livido
qual angue / Le spumeggianti labbra, e l’occhio in foco / Vedil cerchiato di
vermiglio sangue»). L’autore crede che solo i casti amori, congiunti a «l’arti
e gli studi, possano regalare la felicità. Questo riferimento all’amore
platonico è un omaggio alla principessa di Carignano, dedicataria del poemetto,
che teorizza come la felicità si fonda sulla rinuncia alla passione sia nel
saggio filosofico inedito Sur l’amour platonique sia nei due romanzi, anch’essi
inediti, L’Amour vaincu e Les nouveaux malheurs de l’amour. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani. La follia amorosa non è l’unica passione
condannata da C.. Infatti deplora ogni sentimento capace di far perdere il
controllo delle proprie azioni. Nel poemetto La Tigrina o sia la Gatta di S. E.
la madre donna Emilia, composto a Napoli, descrive le funeste conseguenze della
gelosia, mentre nei “Varia Philosophica” presenta l’esempio della
vendetta: L’inedito VARIA PHILOSOPHICA, ritrovato presso l’Archivio Peyron
della Biblioteca Nazionale Univers. Onde sono le passioni uno scaldamento di
fantasia, una specie di pazzia, che perverte il giudicio, e ne fa credere che
in quella tal cosa passionatamente voluta vi sia per noi un bene, un piacere,
una soddisfazione che veramente non vi è né la ragione per tanto ve la può
trovare. Tale è per esempio la vendetta. T. Valperga di C., Di Livia Colonna
del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie. La raccolta fu
pubblicata a Roma da Antonio Barre15 Id, Di Livia Colonna. Si dedicò allo
studio dei limiti della ragione in una serie di scritti e appunti su fatti di
sangue; nell’articolo Di Livia Colonna, per esempio, ricostruisce la tragica
fine della nobildonna romana basandosi sulla raccolta di poesie Rimedi diversi
autori, in vita, e in morte dell’ill. s. Livia Colonna («Da parecchi versi per
la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554, al più tardi, e certamente
non prima del 1550, fu Livia trucidata barbaramente» Quest’opera comprende
numerosi componimenti dedicati a Livia Colonna, scritti da trentuno poeti, tra
i quali anche il Caro e il Della Casa. In un brano del Della certezza
morale ed istorica sottolinea come sia importante esaminar. Cita le seguenti
fonti: G.B. Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani genti. Ricorda
che vari poeti avevano scritto «molte dolenti rime» su questo tema e cita un
pass. Sottolinea che la raccolta, non essendo dotata né di prefazione né di
note, non permette di contestualizzare i fatti ai quali si allude nelle rime,
ma aggiunge che, vista la notorietà del casato di Livia, non gli è stato
difficile identificare la donna e reperire informazioni in merito alla sua
vita17: Livia nacque da Marcantonio Colonna e Lucrezia della Rovere; è rapita
da Marzio Colonna duca di Zagarolo, che in questo modo riuscì a sposare la
bellissima e ricchissima giovinetta; qualche anno dopo perse, e di lì a poco
riacquistò, la vista 18, nel 1551 rimase vedova. Dopo aver elargito queste
informazioni, C. passa a parlare del tema che lo ha maggiormente
interessato: Valperga di C., Di Livia Colonna. Ma qui veniamo al punto,
che ha stimolata la mia curiosità, e richiede più diligenti ricerche. Da
parecchj versi per la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554 al più
tardi, e certamente non prima del 1550, e Livia trucidata barbaramente. L’abate
fa una precisazione sul nome della figlia di Livia: “la figliuola della nostra
Livia da Dom. Egli deduce da alcune evidenti allusioni presenti nelle rime
della raccolta che Livia fu uccisa dal proprio genero Pompeo Colonna, che aveva
sposato la figlia Orinzia20 poco tempo prima. Rivolta la carta 87 delle
mentovate rime si legge, che l’uccisore l’empio ferro tinse nel proprio sangue,
e alla carta si fa dire a Livia già ferita, che fai figliuol crudele? Pompeo
suo genero aveva tratto il sangue dallo stesso casato, non che da Camillo suo
padre, da Vittoria sua madre, anch’essa Colonna. E qual altro assassino, che un
genero, poteva chiamarsi figliuolo da una donna giovine, che non avea prole
maschile? Identificato l’assassino, passa a esaminare i possibili moventi
dell’omicidio: Pompeo fu spinto a uccidere la suocera dall’avidità, dall’ira o
dal senso dell’onore. L’autore sembra propendere per il primo movente:
nelle rime, infatti, si legge che la nobildonna fu uccisa «sol per far ricco un
uomo; l’abate riflette inoltre sul fatto che, con la morte di Livia, Orinzia
avrebbe ereditato numerosi poderi, sui quali avrebbe poi messo le mani Pompeo,
dato che «ognun sa quanto facilmente dell’aver della moglie sia più ch’essa
padrone un marito fiero e imperioso». Per quanto concerne invece il movente
dell’ira, suggerito dal fatto che «la mano del parricida vien detta forse di
sangue ingorda più che di vero onor, C. non si profonde in ipotesi specifiche,
ma si limita a osservare che i motivi di astio tra persone «che hanno a fare
insieme» sono innumerevoli. Questo movente può essere collegato con quello
dell’onore: la collera di Pompeo, infatti, potrebbe essere stata causata dalla
scoperta o dal sospetto che la suocera si fosse sposata segretamente con un
servo. L’autore trae questa idea da un verso del Dardano, nel quale si fa
riferimento alla mano mozzata di Livia -- E la recisa man, l’aperto lato -- l’abate
immagina che Pompeo avesse mutilato la suocera per punirla d’aver concesso la
propria mano a un servitore. C. riflette inoltre sul fatto che questo terzo
movente può essere collegato anche col primo, dato che il matrimonio di Livia
avrebbe ridotto l’eredità di Pompeo: ogni matrimonio della suocera dovea
spiacergli per lo pensiero che in conseguenza n’andrebbe ad altri gran parte di
quello che aspettava dover dalla suocera, quando che fosse, venir a lui. Zannini,
Livia Colonna tra storia e lettere in
Studi offerti a Giovanni. L’interpretazione calusiana del verso del Dardano è
criticata da Zannini nel saggio Livia Colonna tra storia e lettere, nel quale
egli fa numerosi riferimenti al “cittadino” Tommaso Valperga di C., che
centosettant’anni prima, «imbastì su fragilissime basi la trama di un
romanzetto che avrebbe potuto incontrare fortuna, come altri fatti di sangue
del secolo xvi, presso fantasiosi lettori. Archivio di Stato di Roma, Tribunale
del Governatore, Processi, I responsabili furono condannati grazie alle
deposizioni di testimoni oculari. La testimone oculare Beatrice di Petrella,
per esempio, dichiarò che Livia fu ferita due volte alla... Chiodo, Di alcune
curiose chiose a un esemplare delle “Rime” di Gandolfo Porrino custodito nel F.
Zannini ricava dai documenti processuali, trascritti in appendice al saggio,
che Livia fu uccisa da due sicari assoldati da Pompeo, che non partecipò
attivamente all’omicidio della suocera, ma si limitò ad assistere. I giudici
stabilirono che il movente del crimine fu il denaro; nelle carte del processo e
nel documento di condanna contro il mandante Pompeo Colonna e gli esecutori
Paciacca di Terni e Filippo di Metelica, non vi è alcun accenno né alla
mutilazione della mano né al matrimonio di Livia con un domestico. Lo studioso
riflette inoltre sul fatto che nel xvi secolo difficilmente sarebbero stati
scritti e pubblicati tutti quegli elogi» su Livia, se quest’ultima avesse
«abbandonato la castità vedovile per unirsi a un servitore. Egli quindi ritiene
che C. abbia mal inteso il verso del Dardano, che doveva invece essere
interpretato in un altro modo: «dando a “mano” il senso di “fianco”, avremmo
una plausibile spiegazione del sogno. Infatti Livia scopertosi il “lacero
petto” non poteva in tal guisa mostrare una “mano”, ma un fianco con una
profonda lacerazione». Contro questa interpretazione polemizza, giustamente,
Domenico Chiodo, che difende le ragioni del C.: «le sue [dell’abate] capacità
di lettura erano infinitamente superiori alle ‘ragionevoli’ supposizioni del
nostro contemporaneo. L’opera è scritta con inchiostro nero e grafia minuta su
5 carte scritte sia sul recto ... È bene
precisare che il Verani si rivolge a un anonimo amico che gli aveva chiesto di
commentare il ... Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni
del Cit. Tommaso Verani Ex-ago ... Anche ai tempi del C. era stata sollevata
una critica alla ricostruzione dell’abate; nel manoscritto inedito Di Livia
Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso Verani
Ex-agostiniano, conservato presso il Castello di Masino, Verani dichiara di non
fidarsi delle parole dei poeti della raccolta, perché: «la maggior parte di
essi soggiornavano lontano dalla Capitale del Mondo Cattolico e perciò soggetti
a ricevere da’ loro corrispondenti varie o false o almen dubbiose relazioni. Scrive
Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro uccisore di Livia,
non vi è a ... Egli spiegava diversamente il significato dei versi citati da C.
e in questo modo metteva in discussione sia la colpevolezza di Pompeo sia
l’interpretazione del verso del Dardano. Altrettanta fede merita il sogno del
Dardano, a cui non comparve Livia con la recisa man, l’aperto lato, sembrandomi
assai più probabile che al primo colpo ella cercasse di ripararsi colla mano,
ed anche al secondo, onde la mano venisse gravemente ferita, ma non recisa. L’articolo
di lettera è conservato presso gli Annali calusiani della Biblioteca Reale di
Torino (La sua spiegazione ha invece persuaso il Vice Bibliotecario di Mantova
Negri, che in una lettera scrive a Napione di aver trovato un epigramma latino
che confermava le ipotesi d’C.; nel componimento però non vi è un riferimento
esplicito alla mutilazione della mano. Il caso dell’assassinio della
Contessa Aureli aveva interessato anche A. Ferrero Ponziglione, che n ... Il
manoscritto è vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia sul ... C. si
occupa anche di un altro fatto di cronaca nera dai risvolti torbidi e brutali:
l’assassinio di una contessa da parte di un ufficiale francese40. Presso il
Fondo Peyron sono conservati due documenti, scritti da mani diverse41,
concernenti la vicenda del delitto della Contessa Aureli della Torricella; le
prime due carte contengono una raccolta di cinque testimonianze intorno a
Monsù, ovvero Monsieur, Bresse («Memorie intorno Monsù Bresse che uccise la
Contessa Aureli della Torricella, nata Colli, famiglia patrizia della Presente
Città di Cherasco»), mentre le successive quattro carte contengono un racconto
particolareggiato dei fatti. Il narratore formula varie ipotesi sulle
origini del Bresse che, a seconda dei diversi indizi, può ... Sotto il racconto
si legge la seguente nota: «La presente Relazione fu trovata trai Scritti
dell’al ... La vicenda esposta nel secondo documento è la seguente: l’ufficiale
francese Monsieur Bresse42 è follemente innamorato della Contessa Aureli della
Torricella che però, pur apprezzando la sua compagnia, non vuole concedersi
all’amico. Dopo un anno di incessanti nonché vani corteggiamenti, Bresse sale a
casa della donna e, approfittando di un momento di intimità, tenta per
l’ennesima volta di sedurla; la Contessa Aureli però si nega in modo risoluto e
la fermezza del suo rifiuto umilia a tal punto il Bresse da farlo cadere in
preda a un raptus omicida: egli brandisce la spada e sferra sei colpi nel petto
della donna. La vittima, nel tentativo di difendersi, si taglia di netto un
dito della mano e il suo disperato schermirsi eccita ancor più il furore sadico
del Bresse, che la colpisce sul volto con pugni e con l’elsa della spada.
Finito il massacro, l’assassino chiude la porta a chiave e torna a casa, dove,
colto dal rimorso e dall’orrore delle proprie azioni, si toglie la vita con un
colpo di baionetta in mezzo agli occhi. La Contessa intanto, non ancora
sopraffatta dalla morte, striscia in un lago di sangue e tenta di alzarsi
aggrappandosi alla tappezzeria, che cede per il peso del corpo e fa ricadere a
terra la donna ormai agonizzante. L’Aureli viene ritrovata qualche ora dopo col
volto tumefatto, il petto squarciato dalle ferite e un orecchio aperto in due.
Più tardi viene rinvenuto anche il cadavere del Bresse, che dopo essere stato
conservato tre giorni nella sabbia, viene seppellito, secondo un ordine giunto
da Torino, come si farebbe con «dei cani o degli asini morti». Il racconto si
conclude con una tirata moraleggiante contro la pratica del cicisbeismo, ormai
diffusasi anche presso le «petecchie di Cherasco» che fanno carte false per
procurarsi un «damerino». Il suo comment si trova nella parte inferiore del
recto dell’ultima carta. È da segnalare i ... C. scrisse alcune considerazioni
in merito al secondo documento del manoscritto. Questa non è relazione, ma
novella, a imitazione di quelle del Boccaccio, benché non molto felicemente
lavorata. Le ultime parole sono d’un impostore, che le ha aggiunte a disegno di
far credere che fosse questo un ragguaglio fatto a un Cardinale. Ma oltre che
vi stanno appiccicate collo sputo, e non sono dello stile del rimanente, non si
confanno in modo alcuno col titolo e cominciamento. Senza dubbio l’autore finì
ove ha posta la stelletta. È qui del rimanente questa novella molto mal concia
del suo copista. L’abate quindi commenta il manoscritto da due diversi punti di
vista: da un lato dimostra la falsità delle dichiarazioni che chiudono il
racconto e dall’altro critica i contenuti e lo stile della narrazione. Per
quanto concerne il primo aspetto, C. fa riferimento all’ultima frase del testo,
scritta dopo un asterisco: «E con questa scrizione sonomi ingegnato di
contentare l’eminenza vostra, alla quale contarlo profondissime riverenze
divotamente mi raccomando. Lo scritto ricalca la struttura tipica della
novella; il racconto infatti è preceduto da un breve r ... Le argomentazioni
addotte dall’abate per smascherare la contraffazione sono convincenti: lo stile
dell’ultima frase non si sposa con quello del racconto e anche il contenuto di
questa presunta aggiunta è svincolato dalle altre parti del testo. La nostra
analisi grafologica ha stabilito che l’ultima frase fu scritta dalla stessa
mano del resto del testo; questo dimostra che il documento posseduto dal Caluso
non è l’originale, ma è una trascrizione realizzata da un copista inesperto,
che non si era accorto della falsificazione. Per quanto riguarda invece il secondo
aspetto, l’abate sottolinea che il testo del secondo documento non possiede né
lo stile né la struttura di un resoconto rigoroso e oggettivo, ma somiglia a
una novella di poco valore47. Questo giudizio è dovuto allo stile lambiccato e
ridondante del narratore, che in diversi punti cade nel comico
involontario. 16Questo caso di omicidio-suicidio avvenuto nella provincia
cuneese del Settecento stimolò la curiosità del Caluso, che, come abbiamo
visto, si era già interessato al delitto di Livia Colonna. Molti sono i punti
di contatto tra i due fatti di cronaca: in entrambi i casi si ha una bellissima
nobildonna massacrata e mutilata (a Livia, secondo la ricostruzione dell’abate,
viene tagliata la mano, mentre alla Contessa vengono recisi un dito e parte di un
orecchio) da una persona apparentemente fidata e intima (Livia è trucidata dal
genero, mentre la Contessa è uccisa dal proprio cavalier servente). T. Valperga
di C., Versi italiani. Si veda a questo proposito D. Goldin Folena, Inês de
Castro e il melodramma ita-liano: un incontro. Si ricordi, per esempio, l’Inês
de Castro di Antoine Houdar de La Motte, che ebbe uno straor ... C. si era interessato
anche a un terzo caso riguardante una bella e sfortunata vittima di un efferato
omicidio dalle conseguenze raccapriccianti: il sonetto Agnese io son, che in
freddo marmo, e spenta dei Versi italiani, infatti, è dedicato a Inês de Castro,
che, come ricorda l’abate nell’intestazione, fu «fatta uccidere da Alfonso VI
re di Portogallo, perché sposa di Pietro suo figlio, poi successore, che la
fece dissotterrare e coronare». Le notizie indicate dall’autore sono corrette:
Inês de Castro è l’amante del principe Pietro di Portogallo al giorno nel quale
fu pugnalata barbaramente di fronte ai propri figlioletti da due sicari mandati
dal re Alfonso VI, che era stato indotto ad autorizzare questo gesto sanguinoso
da tre consiglieri, preoccupati dalla crescente prepotenza dei fratelli della
donna, che si erano conquistati la fiducia e l’appoggio del principe. Pedro
perdette il senno per lo shock e, raggruppate alcune milizie, mosse guerra
contro il proprio padre, con il quale stipulò una tregua solo grazie
all’intercessione della madre. Una volta divenuto re, Pedro diede sfogo alle
proprie vendette e ai propri deliri: condannò a morte due dei consiglieri del
padre, ai quali venne strappato il cuore di fronte ai cortigiani e ai militari
d’alto rango, costretti ad assistere a questa atroce punizione, e fece
disseppellire e ricomporre il cadavere di Inês, affinché la salma della propria
amata fosse incoronata dal vescovo “regina di Portogallo”. Questo fatto
sanguinoso ispirò molti autori, primo tra tutti Camões, che cantò le lacrime di
Inês nei Lusiadi; nel Settecento e nell’Ottocento la dolorosa vicenda di Inês
ebbe ampia fortuna sia nel mondo del teatro musicale sia in ambito tragico. Nel
sonetto calusiano, Inês ricorda la propria triste vicenda terrena e la propria
incoronazione post mortem e sottolinea la crudeltà del re e l’efferatezza
dell’omicidio: Agnese io son, che in freddo marmo, e spenta Ebbi scettro
e corona, in vita affanni; Benché pur di pensar foss’io contenta Fra gli
opposti furor di due tiranni. Amando me, cagion de’ nostri danni L’un, di
me privo Re crudel diventa; Sdegnando, credé l’altro i miei verd’anni Ragion di
Re troncar con man cruenta. Ahi suocero spietato! e in che t’offese Beltà
modesta, umil, se de’ suoi rai Perdutamente il tuo figliuol s’accese? C.,
Versi italiani. Io vinta, mal mio grado il riamai. E se incolpi Imeneo, che a
noi discese, Mio bel fallo sarà che non peccai. C. si dilungò nella descrizione
di un macabro fatto di cronaca anche nella lettera al nipote Giovanni
Alessandro Valperga marchese di Albery nella quale viene narrato
l’agghiacciante suicidio del giovane professore torinese Don Casasopra, che,
caduto in un profondissima depressione, si era tolto la vita in quella notte. Cipriani,
Le lettere inedite d’C. al nipote Giovanni Alessandro si trovò il letto
imbrattato copiosamente di sangue ed egli con un laccio al collo, soffocato
presso a una scanzia, ed era lacerato di colpi di temperino, che alcuni dicono
giungere al numero di vent’otto. Se ne poté conchiudere che egli cominciò per
tentar d’uccidersi sul letto con volersi tagliare i polsi alle mani e alle
tempia e poi si dié tre colpi di punta verso il cuore, e tardando forse la
morte, o che immediatamente egli siasi anche a ciò trasportato, egli passò a
impicarsi. La cagione si può credere una frenesia nata di malinconia e
d’accension di sangue. Se indaghiamo in modo approfondito i quattro casi che
attirarono la curiosità dell’abate, ci accorgiamo subito che l’elemento che li
accomuna è la brutalizzazione del corpo. Livia e la Contessa Aureli non sono
semplicemente uccise con violenza; i loro corpi sono massacrati in modo
gratuito, perché la maggior parte delle ferite inferte non sono funzionali alla
morte delle donne, ma sono frutto della rabbia e del sadismo degli assassini
(la criminologia contemporanea cataloga questi atti come overkilling,
considerandoli una importante aggravante in sede processuale). In questo modo
gli omicidi privano le donne non solo della vita, ma anche della bellezza e,
quel che è peggio, della dignità: lo spettacolo che si apre a coloro che
trovano i cadaveri infatti è indecente. L’insistere sull’avvenenza delle due
donne quindi è funzionale per creare il contrasto tra ante e post flagitium; il
potere deturpante della follia colpisce la sensibilità del lettore, che
inevitabilmente resta più impressionato di fronte al corpo straziato di due
belle e giovani donne rispetto a quello, per esempio, di uomini adulti.
L’assassino di Livia – anzi, stando alle carte processuali, i due killer
assoldati da Pompeo – mutila la donna per lanciare un messaggio, mentre Bresse
stacca un dito e parte di un orecchio alla Contessa perché non sa dominare la
propria furia. Tanto i primi quanto il secondo non portano con loro le parti
mozzate per farne un trofeo o una macabra reliquia, perché non sono mitomani o
psicopatici, i primi, infatti, lavorano “su commissione”, mentre il secondo agisce
in preda a un raptus. A. Favole, Resti di umanità: vita sociale del corpo
dopo la morte, Bari, Laterza. Nel terzo caso, quello di Inês, si assiste a un
ribaltamento di prospettiva: all’amputazione si sostituisce la ricomposizione
del cadavere; opposto è anche il tipo di follia che provoca il “gesto”, si
passa dal furore omicida al furore amoroso, che sembra essere ancora più
sconcertante. Anche in questo caso il contrasto tra la «beltà onesta, umil» di
Inês e la sua salma ricomposta – o meglio quello che resta della sua salma dopo
oltre due anni di decomposizione – è molto forte; l’incapacità di dominare il
desiderio di vedere riconosciuto il ruolo di regina all’amatissima defunta
porta Pedro a spalancarne la bara (la cui chiusura, ci insegnano gli antropologi,
segna «la fine di ogni possibilità di intervento sociale, culturale e affettivo
sul corpo») e a plasmare una creatura mostruosa. Nel quarto caso è
l’accumulo verticale di violenze autoinflitte a creare ribrezzo: la mente allo
stesso tempo si serve del corpo e lotta contro esso, che da un lato si fa
strumento di tortura e dall’altro si ribella, resistendo alla morte il più
possibile. Ciò che sconvolge è la frenetica impazienza del Casasopra, che
desidera a tal punto annullare la propria esistenza da suicidarsi, potremmo
dire, tre volte contemporaneamente. L’abate quindi osserva una terza tipologia
di follia, quella suicida. C.. si concentra tanto sul corpo mutilato delle
vittime quanto sul corpo mutilante dei carnefici, che possono trasformarsi a
loro volta in vittime di se stessi; in Don Casasopra carnefice e vittima
coesistono, mentre Bresse, spinto dal rimorso, decide di togliersi la vita in
modo razionale, per quanto è possibile, contrariamente al professore torinese
che cede invece alla «frenesia». Negli occhi di C. è assente la pietà
cristiana, non perché egli fosse insensibile alle sciagure, ma perché
l’interesse che lo spinge a osservare questi fatti di sangue è di tipo
scientifico; egli, in generale nei suoi scritti filosofici, evita di introdurre
considerazioni di carattere teologico o semplicemente religioso, perché non
sente l’esigenza, provata da molti suoi contemporanei, di conciliare il
cristianesimo con la filosofia dei lumi o con le correnti filosofiche antiche,
i concetti di virtù o di colpa vanno intesi sempre in senso laico. Lo sguardo
scientifico è evidente, per esempio, nella descrizione del terrificante
suicidio del professore torinese. L’abate non spende parole di pietà per il
Casasopra, ma presenta subito le proprie ipotesi in merito alle cause di un
gesto così estremo: egli suppone che la follia suicida sia stata scatenata
dalla combinazione di una causa psicologica («malinconia») e una organica
(«accension di sangue»). Senza la sentenza scientifica finale, la descrizione
del suicidio del Casasopra potrebbe avere anche un che di farsesco (un farsesco
funereo, ma pur sempre farsesco): l’immagine di un uomo che con ventotto
coltellate e i polsi tagliati tenta di impiccarsi però non fa sorridere
cinicamente, perché C. descrive il tutto come un caso clinico e non come una
scena, mi si passi il termine, splatter, anzi comic splatter. C. visse a
Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco. L’abate non sovrappone la fiction
agl’oggetti della propria RIFLESSIONE FILOSOFICA. La componente orrorifica, per
esempio, è molto presente nel Masino, poemetto popolato da mostri, diavoli,
folletti malvagi e morti resuscitati; questo testimonia che egli non fu immune
all’influenza dell’Arcadia lugubre, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con
i quattro casi dei quali ci stiamo occupando, che non sono trattati come
storie, come racconti, ma come fatti di cronaca, recente o lontana, da
esaminare. La terrificante incoronazione di Inês è sviluppata sì in un sonetto,
ma la prefazione in prosa che illustra la vicenda storica testimonia che
l’autore aveva compiuto studi approfonditi sull’episodio, forse durante il suo
soggiorno lusitano. Il corpo smembrato viene “osservato” non con compiacimento
morboso, ma con l’occhio attento del filosofo, che, studiando il potere della
ragione, è costretto a indagarne anche i limiti e le ombre. C. in verità non
censura in alcun modo i particolari più macabri delle vicende, come l’arto
mozzato di Livia, la pozza di sangue nella quale striscia la Contessa, il foro
in mezzo alle ciglia di Bresse (poi sotterrato come la carogna di un animale),
lo scettro ricevuto da Inês «in freddo marmo», le ventotto ferite del
Casasopra; questo sguardo fisso sui dettagli più agghiaccianti però non è fine
a se stesso, ma serve a “toccare con mano” quanto orrore generi la follia. Così
nella vicenda di Inês, ciò che disgusta maggiormente il lettore non è il
ripugnante cadavere ricomposto, ma la pazzia di Pedro: insomma il mostro non è
lo scheletro di Inês, ma Pedro stesso. L’interesse per i fatti di sangue
dimostra come sia fuorviante e falsa la rappresentazione di C. come saggio
rintanato nel proprio rassicurante romitorio, dal quale contempla con
indifferenza il mondo e le sue passioni; egli, al contrario, era attaccato alla
“vita reale” (ne è una riprova il fatto che nelle sue opere preferisce sempre
offrire esempi tangibili, senza abbandonarsi a teorie fumose o ad astratte
elucubrazioni) ed era desideroso di studiare l’uomo “vero” – quello che, a
volte, cede alla brutalità e alla follia più nera – e non l’uomo ideale. Il
Caluso crede che ogni progresso sia possibile solo partendo dall’analisi di
«ciò che esiste», egli non vuole proporre un modello utopistico di uomo
perfetto, ma desidera ragionare concretamente sulla natura umana, sulle sue
luci e sui suoi spettri. Sulla figura dell’abate di C. si vedano gli studi
del Calcaterra e, soprattutto, del Cerruti (M. Cerruti, La ragione felice e
altri miti del Settecento, Firenze, Olschki, Le buie tracce: intelligenza
subalpina al tramonto dei lumi; con tre lettere inedite di Tommaso Valperga di
C. a Bodoni, Torino, Centro studi piemontesi; Un inedito di Masino all’origine
dell’opuscolo dibremiano ‘Degli studi e delle virtù di C.’, «Studi piemontesi»,
Inoltre mi permetto di rinviare anche alla mia monografia:Contini, La felicità
del savio. Ricerche su C., Alessandria, Edizioni dell’Orso. Si legga il
seguente passo, tratto da una lettera del Foscolo alla Contessa d’Albany: «e io
lasciai l’ordine ch’ella, e il pittore egregio, e l’ottimista abate di Caluso
avessero l’edizione in carta velina» (Foscolo, Epistolario, a cura di Carli,
Firenze, Monnier). Questo appellativo si riferisce, ovviamente, alla più famosa
composizione dell’abate, il poemetto in terza rima La Ragione felice, composto
a Firenze, come precisa l’abate stesso nell’introduzione alla raccolta Versi
italiani (Euforbo Melesigenio, Versi italiani di Tommaso Valperga Caluso fra
gli Arcadi Euforbo Melesigenio, Torino, Barberis. L’inedito Della felicità de’
governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca di Torino, ora
pubblicato in Contini, La felicità. A proposito del concetto calusiano di
rassegnazione, si legga il seguente passo, tratto della lettera alla Contessa
d’Albany. De’ cardinali Doria lodo la rassegnazione, virtù troppo necessaria
alla felicità, o per parlare più esattamente a scemare l’infelicità nostra,
onde io ne fo uno de’ punti precipui della mia filosofia, d’acquetarsi alla
necessità» Pélissier, Le portefeuille de la comtesse d’Albany, Paris,
Fontemoing, Melesigenio, Versi italiani cit. Diderot aveva constatato che nella
pratica quotidiana si incontravano uomini felici, pur essendo tutt’altro che
virtuosi, e lo stesso ragionamento era stato presentato da Voltaire a proposito
della razionalità. Euforbo Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il
fatto che le passioni fossero necessarie all’uomo per sfuggire la noia era
stato sottolineato con forza dall’abate Du Bos nel primo capitolo delle
Réflexions critiques sur la poésie et la peinture (1718), opera che eserciterà
una grande influenza sull’estetica settecentesca. In questi versi il Caluso non
fa riferimento alla noia, ma descrive uno stato d’animo ancora peggiore:
l’apatia. Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la
Biblioteca Reale di Torino (Varia). 10 I manoscritti di L’Amour vaincu
(Varia) e di Les aventures du Marquis de Belmont écrites par lui même ou les
nouveaux malheurs de l’amour (Varia) sono conservati presso la Biblioteca Reale
di Torino. Euforbo Melesigenio, Versi italiani. L’inedito “Varia
Philosophica”, ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca Nazionale
Universitaria di Torino è riprodotto in CONTINI “L’attività filosofica di C.”, Mattioda,
Torino, C., Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de
l’Académie des sciences littérature et beaux-arts de Turin, X-XI, Torino,
Imprimerie des sciences et des arts. La raccolta fu pubblicata a Roma da
Antonio Barre nel 1555. 15 Id, Di Livia Colonna. C. in un brano del “DELLA
CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” sottolinea come sia importante esaminare le
notizie riferite dai poeti. Diciamone adunque partitamente vediamo prima qual
sia L’ESAME DEL FATTO per trarne i precetti per questa prima parte anche per la
critica degli avvenimenti che ci siano tramandati dagli scrittori di qualche
genere, e partitamente da’ Poeti. (“DELLA CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” Fondo
Peyron). L’abate cita le seguenti fonti. Adriani, Istoria de’ suoi tempi
di Giouambatista Adriani gentilhuomo fiorentino. Divisa in libri XXII, Firenze,
Giunti, e Santis, Columnensium procerum imagines, et memorias nonnullas
hactenus in vnum redactas, Roma, Bernabo. C. ricorda che vari poeti avevano
scritto molte dolenti rime su questo tema e cita un passo di un madrigale del
Caro. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana è conservato il manoscritto
Composizioni latine et volgari di diversi eccellenti authori sovra gli occhi
della Ill. Signora Livia Colonna (Capponi). C., Di Livia Colonna. L’abate
fa una precisazione sul nome della figlia di Livia: “la figliuola della nostra
Livia da Domenico Santi chiamata Orintia, Oritia, trovisi altrove chiamata
Ortenzia”. Zannini, Livia Colonna tra storia e lettere in Studi offerti a
Giovanni Incisa della Rocchetta, Roma, Società romana di storia patria, Archivio
di Stato di Roma, Tribunale del Governatore, Processi. I responsabili furono condannati grazie alle
deposizioni di testimoni oculari. La testimone oculare Beatrice di
Petrella, per esempio, dichiarò che Livia fu ferita due volte alla gola e
molteplici volte ai fianchi, ma non fece alcun riferimento alla mutilazione di
arti. Chiodo, Di alcune curiose chiose a un esemplare delle “Rime” di Porrino
custodito nel Fondo Cian, «Giornale storico della letteratura italiana», L’opera
è scritta con inchiostro nero e grafia minuta su V carte scritte sia sul recto
sia sul verso, a parte l’ultima, scritta solo sul recto. È bene precisare
che Verani si rivolge a un anonimo amico che gli aveva chiesto di commentare il
saggio del C.. Probabilmente questo anonimo amico aveva poi consegnato
all’abate lo scritto del Verani. Di Livia Colonna del cittadino Tommaso
Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-agostiniano (Fondo
Masino). Scrive Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il
barbaro uccisore di Livia, non vi è altro documento, ch’io sappia, se non la
semplice osservazione del Sansovino, di cui non possiamo fidarci, poiché non
Livia, ma Lucia donna di Marzio Colonna, la quale fu morta da Pompeo suo
genero. Quindi è che non so indurmi a credere Pompeo capace di sì orrido fatto,
e molto meno per un vile interesse o di eredità o di dote o di qualunque altro
motivo o di odio e vendetta a noi ignoto». Egli in un passo successivo
sottolinea anche che Livia chiamò “figliuolo” il proprio uccisore non perché
era suo genero, ma per intenerirlo e indurlo a desistere dal gesto delittuoso. L’articolo
di lettera è conservato presso gl’Annali calusiani della Biblioteca Reale di
Torino (St. Patria). Non si tratta della lettera originale del Negri al
Napione, ma di una copia dello stesso Napione, che, su richiesta del Balbo,
trascrisse la parte della lettera che riguardava C. Il caso
dell’assassinio della Contessa Aureli aveva interessato anche A. Ferrero
Ponziglione, che nell’adunanza della Patria Società letteraria propose la
composizione di una novella su questo argomento (C. Calcaterra, Le adunanze
della ‘Patria Società Letteraria’, Torino, SEI). Non era presente a questa
adunanza, in quanto entrerà nella Filopatria ; sappiamo però che egli
intervenne a qualche assemblea anche prima di questa data e che intrattenne
stretti rapporti coi Filopatridi. Probabilmente quindi l’abate si interessò
alla vicenda di Bresse grazie a qualche conversazione con gli amici e colleghi
torinesi. Il manoscritto è vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia
sul verso: le prime due sono scritte da una mano, mentre le altre 4 da
un’altra. Entrambe le grafie non sono riconducibili a quella di C.. Il
narratore formula varie ipotesi sulle origini di Bresse che, a seconda dei
diversi indizi, può essere identificato con un ugonotto, un massone o un ex
chierico. Sotto il racconto si legge la seguente nota: «La presente
Relazione fu trovata trai Scritti dell’allora profess. di Retorica D. Castellani,
ed è questa in data 9 giorni dopo l’avvenimento». Annotazione scritta dalla
stessa mano che aveva compilato il primo dei due documenti (Memoria intorno a Bresse;
Fondo Peyron). Il commento del C. si trova nella parte inferiore del recto
dell’ultima carta. È da segnalare inoltre che nel verso dell’ultima carta si
leggono alcune prove di firma del C. Lo scritto ricalca la struttura tipica
della novella; il racconto infatti è preceduto da un breve riassunto:
«Un’ufficiale di Francia ama una Donna Piemontese per lo spazio di più di un
anno, e perché da lei gli è vietato il venir ad ottenere qualche suo fine poco
onesto, la uccide, e ultimamente pentito di tanta atrocità usata, da se
medesimo si dà la morte. C., Versi italiani. Si veda a questo proposito D.
Goldin Folena, Inês de Castro e il melodramma italiano: un incontro obbligato,
in Inês de Castro: studi, a cura di P. Botta, Ravenna, Longo. Si ricordi, per
esempio, l’Inês de Castro di Antoine Houdar de La Motte, che ebbe uno
straordinario successo di pubblico e venne tradotta dall’Albergati (Albergati
Capacelli, Paradisi, Scelta di alcune eccellenti tragedie francesi tradotte in
verso sciolto italiano, Liegi ma Modena. C., Versi italiani. Cipriani, Le
lettere inedite di C.al nipote, marchese di Albery conservate nei fondi del
castello di Masino, tesi di laurea, relatore Marco Cerruti, Torino, Università
degli Studi, A. Favole, Resti di
umanità: vita sociale del corpo dopo la morte, Bari, Laterza. C. visse a
Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco, ambasciatore in Portogallo e
futuro viceré di Sardegna. In questo periodo venne a contatto con la cultura
portoghese, spagnola e inglese e, come tutti sanno, conobbe e “iniziò alla
poesia” l’amico Alfieri. Declension Edit First/second-declension
adjective. Number Singular Plural Case / Gender Masculine FeminineNeuter Masculine
Feminine Neuter Nominative initiātus initiāta initiātum initiātī initiātae initiāta
Genitive initiātī initiātae initiātī initiātōrum initiātārum initiātōrum Dative
initiātō initiātōinitiātīs Accusative initiātum initiātam initiātum initiātōs initiātās
initiāta Ablative initiātō initiātāinitiātō initiātīs Vocative initiate initiāta
initiātum initiātīinitiātae initiāta References Edit initiatus in Charles du
Fresne du Cange’s Glossarium Mediæ et Infimæ Latinitatis (augmented edition
with additions by D. P. Carpenterius, Adelungius and others, edited by Favre)
Warburton. DISSERTAZIONE SULL’INIZIAZIONE A’MISTERII ELEUSINI;
OVVERO, NUOVA SPIEGAZIONE DEL LIBRO VI DI VIRGILIO, tratta dalla sessione
della Divinici della Mistione di Mose MOSTI ATA DA WARBURTON
Stenda Sdiva VENEZIA Curii. Al NOBILE SIGNOR BARONE
GIROLAMO TREVISAN VICE-PRESIDENTE AL TRIBUNAL D'APPELLÒ
ìli VENEZIA bLÌ EDITORI, Non il paiavinó nobile sangue j che nelle
vene vi scorre, non l'antichità de’ vostr’avi 3 non gli onori e le cariche eh
tra gli altr’uomini vi distinguono j furonoj Egregio Signore le cagioni che
ci spinsero a umiliarvi rispettosi la presente dissertazione:
cerchino altri sì fatte cose o per vite adulazione bassissima, o per
mercarsi non mentati favori o per altr’indiretti fini del generoso animo
vostro onninamente indegni ma sì bene ci mossero e i rari vostri talenti
che fecervi un giorno brillare guai lucidissima stella nel veneto
foro, e il genio che nutrite verace per ogni sorta di letteratura. Possian
dunque dire che vi appartenga questa operetta come a quelt esimio personaggio
che di vera FILOSOFIA lo spirito fornito e di fino critico gusto le
bellezze ammirare sapete della veneranda antichità. Accogliete pertanto di buon
cuore quelh che offerir vi possiamo e siate certo che cm- ptiratorì
ognora de’ vostri pregii e delle virtù vostre conserveremo per voi
quella stima, venerazione e rispetto con cui di essere ci
protestiamo, là zs. X inalrtiente comparisce alla veduta del dotto
mondo il vero VIRGILIO: il suo poema veste le ingenue sembianze, di cui lo
adorna il suo autore: quello che finora hanno gl’amatori della sapienza,
i filosofi. In esso riconosciuto di bello ora di nuova luce rifulge; e
quanto a’ critici è parato di riscontrarvi dì assurdo e sconcio, e al rigore
dell’epiche leggi incoerente ad un tratto dileguasi. Cosi felici effetti ha
prodotti la presente dissertazione. Il giudizioso inglese che l'ha scritta
facendosi a contemplar di pie fermo quel filo segreto che l’Omero latino
condusse in questo divino poema, colpi nell'intimo sno spirito, scoperse le
ragioni, di tutto ciò, che introduce nell'ENEIDE VIRGILIO, e l'ipotesi
sua co quella vasta erudizione che possede, colle cose, costumi, e
opinioni dell'antichità raffrontando, comprese ch’ella regge con
mirabile armonia e alle idee dell'autore e alla natura dell' epica poesia
ed alla sapienza degl’antichi FILOSOFI. Se ciò sia vero, lo scorge il
leggitore leggendo l’opera presente, e dopo letta, a
rileggere ponendosi, e studiare VIRGILIO attentamente, L'Autore
della Disseriazione non ebbe in vista che d'illustrare il VI Libro dell'ENEIDE.
Ma la sua scoperta è di un uso universale per l’intero poema virgiliano,
che pell’intelligenza d’ogn’altro, e spezialmente di quello d' Omero .
Quindi è che noi creduto abbiamo di fare cosa graia alla letteraria
repubblica nel dare alla luce quest’opera dall’inglese nell’italico idioma
rrcala-, e vi- viamo colla fiducia, che i leggitori ci sajjra,n, po
grado di sì utile impresa. Per solo bene e vantaggio della società
letteraria ci siam noi mossi a riprodurre U presente Dissertazione; e
come sapevamo esser rarissima e ricercata, abbiamo tostamente procurato dì
ripiegarla e correggerla; di note fornirla e d'illustrare con alcuni
cenni la vita del suo Autor valoroso, e farne così al collo
pubblico un dono, Di quanto pregb ella sia, quanta contenga erudizione
non è a dire; sarebbe desiderabil cosa che tutti ì italiani delle lettere
amanti, i quali Unto vanno affaticandosi per isludiare l’epico latino,
prima attentamente leggessero questa dissertazione che porge la chiave a
bene, eziandio comprenderne tutto il poema. Non dubitiamo pertanto,
che gl’eruditi non ci appiani grado di questa, benché leggiera,
fatica j e il lor favore in adesso ci serve di sprone, onde farsi strada ad
imprese maggiori. Ha l’uomo collo ed erudito noniolo, ma piu audio
l'imperito e l'indotto un desiderio pressoché costante, una voglia direi
qnati innata di voler investigar n conoscere in azioni e le gesta,
di que' tra suoi simili, che sugli altri emersero t p er gebio peti
tiratore e sagace, o per talenti letterari e politici, o per dignità
ragguardevoli, o per onori non comuni, o per altra mai dote, la quale
tulio scioperato vulgo distinguere ne li faccia, fi da questo desiderio, è
da questa voglia che riconoscer debbe la repubblica letteraria e scientifica
quei lumi tutti, che (les- sa per opera de' suoi membri possiede in
riguar- do alla virtù, e al merito de' più chiari eroi, che ognora
illustre la resero. È perciò eh' ab- biamo creduto noi opportuno il dar
qui in ri- stretto (come la parvità del volume lo esige) alcuni
cenni sulla vita del chiarissimo autore della presente Dissertazione. Warburton
nacque nel Dicembre del ni Ì 11 effe ì ce n tono van torto il
vigesimoqnarto giorno a Nevarck sul fiume Trent nella gran
Brettagna, nella qual città occupava suo padre il posto di Procuratore.
Warburton di perspicace acume dotato e non vulgare talento nelle
principali Università l' ordinario corio degli stadi! a percorrer lì diede, e
riportatane laurea nelle teologiche discipline colla fama di
letterato ed erudito quegli sturili a ricominciar ritiro»;, che più alla
naturale sua inclinazione si confacevano ; ben persuaso che le scuole
non additino che i mezzi, onde fare di vera sapien- za l'acquisto.
Si applicò quindi alla erudizione sacra e profana, non che all' amena
letteratura, e ben presto mature fratta produsse . Tardi pe- rò
agli onori ed alle dignità elevato il volle for- long^-iaa jamfls
tardi altrettanto più sublime- mente innalzollo. Aveva egli trascorsi
cinquan- tasei anni dell'età sua, quando Giorgio II. che allor
l'Inghilterra reggeva con suo grazioso decreto il fece sno Cappellano., e in
breve forni- re di un canonicato in Durbatn ne lo volle. Proseguiva
frattanto le sue erudite fatiche iti nostro Guglielmo, quando l'anno
correndo niil- Jesettecen sessanta videsi egli al decanato di Bristol
inopinatamente eletto, la qual dignità non fece che servirgli di scala
all' onor vescovile, di cui tra non molto con soddisfazione e con-
tentamento di que' tutti, che le di lui virtù, conoscevano, fu
giustamente insignito. Fugli a sua sede destinata Gloceiter, che a
reggere cominciò con non ordinaria: moderazione e prudenza da meritarne de'
suoi connazionali gli applau- si . Ognor vigilante, sobrio, amico dì
tutti, vero filantropo degno stato sarebbe (se altronde 1* provvidenza
non avesse rettissim amente disposto) d'essere ortodosso, e di possedere
diocesi orto- dossa . Tra le cure però di suo vescovato tener
godeva in casa letteraria conrersazione e giocon- ila, onde il ma
affaticato spirito alquanto ri- crearsi potesse ; e come dotato era dal
Cielo di eccellente memoria, e per meno de' suoi travi., gli di
vasta erudizione, così sapea talmente a lempo con istradivi aneddoti la
compagnia rav. vivaio, ch'era egli della società chiamato l'ido- lo
e la delizia. Fra tante virtù aveva tuttavia il difetto a' suoi patrioti
universalmente comu- ne, quello cioè, di essere nell'odio terribile,
quanto nell'amicizia tenero e dolce: a sua lau- de per altro riflettali
die una legg'"^ «mpen- aazione, una minima protesta discuta era a
cai- marlo sufficiente. Sin qui il Warburton non ci i prelenta che
personaggio di rare qualità, di cariche e di onori fornito ; ma è tempo
che renda di pubblico diritto le immense fatiche, che per naturale suo
genio a sostenere ai accinse. Sempre amico delle lettere, e della gloria
de' auoi cittadini volle egli darne un saggio col pre- siedere all'
impressioni! delle opere del grande Shakespear, la quale più nitida rese
per nota- bili correzioni, ed illustrò con crìtiche note, dove
tutto it giudicio risplende, che tanto i ve- ri dai troppo creduli
critici distingue. L'amici- zia stretta .col Pope lo indusse pure a,
sopran ten- dere alla stampa de' di lui lavori, che colla usa- ta
sua diligenza presto trasse a line. Persuaso che allora camminarebbe
meglio la società, quan- do la religione e la politica si congi
ungessero insieme a formarne i reali vantaggi, diede alla luce
delle sode dissertazioni sulla unione appunto della Religione, della Morale, e
della Politi- ca, le quali poi trasportò in gallica lingua Stefano di
Silhouette, e in due voltimi di vite. Per porgere, dirà coi), pascolo
alla sua estcìis. «ima erudizione scrisse auche un discorso intorno al
terremoto, e all'eruzione ignea, che im- pedirono all' Apostata
Imperatore la restaurazio- ne del Tempio santo, Ma tntto questo
sapere diWarburton è nn nulla in paragone della critica, del genio, della
erudizione, che dispiegò in un'opera, la quale nei fasti delle
scienze renderlo doveva immortale, e cui, come osser- Vano
-d«» JrttWMti " ili maaturl delle rìcer- che antiche
leggeranno sempre con -piacere, ed anche con frutto e vale a dire la
di- vina legazione di Masè dimostrata in quattro volumi
distribuita. II filosofo di Farne/ cerco tosto di accreditare coli'
autorità di Warbnrton tutte le imposture, gli errori, le follie, le
men- zogne, che sacrilegamente «parie aveva nel Li- bro dei Libri;
quindi è che astenere non si potò dal non tributare in larga copia
all'Anglo Prelato gli encomii li più seducenti e lusinghieri . Guglielmo
pero che aveva nel petto nn fon- do di virtù bastante a far argine a
coteste vi- lissime adulazioni, e che l'empietà appieno conosceva dell'
autore della Pulcella d' Orleans, in una seconda edizione a provare si
fece che il aig. di Voltaire non solo non avea l'opera inte- sa, ma
che l' avea falsamente citata, peggio in- terpretata, e impudentemente
calunniato Tanto- re di essa. L'Oracolo della Francia allora canto Dóion.
degli Uom. Ili, v. gli nelle più amate invettive, nei sarcasmi più
«cuti, nelle ingiurie più maldicenti gli clogii che aveva al Vescovo di
Glocesttr prodigalizza- to, a cu! non degnò egli rispondere
mostrando colla sua grandetta d'animo di quelle ingiurie la
insussistenza, e procacciando così alla sua opera più durevole fama.
Osservan nullameno ì Critici che più perfetto ne sarebbe il lavora t
so ognor vi rispondesse il lucido ordine di Orazio, « se più
digerita la erudizione ne fosse. Chec- ché peto sia, resr eterno il nome
del celebre Inglese, e dì questo n'hanno un bel saggio i leggitori
nella presente disseriazione » di' è da quello ricavata - Una
vita sobria e morigerata fece trarre al Warborton pacifici giorni e
tranquilli da nessun malore sturbati ; sicché carico d'anni in Glocetcr
ai siile Gingno del niilles ettecen setlantanove compi sua mortale
carriera da tutti ì suoi, non monodie dalia letteraria repubblica
meritamente compianto, lira egli di statura alta, grosso e
corpulento anzicheno, di carnagione rubicondo, di temperamento forte e
robusto. Questo è quanto abbiamo di lui potuto rac- cogliere,
e succintamente esporli benevolo leg- gitore ; Vive ; Vali :
si quid navìitì reHiut istis Candidai imperli: li »m, bit Mere
memi». Virgilio nel libro Yl.;"cfi*r fl "Capo 3'opera
dell'Eneide, ha per dileguo di descrivere l'iniziazione del suo eroe ne'
misterii, e di mettere lotto l'occhio de' suoi leggitori almeno ima parte
dello Spettacolo Eleusino, in cui tutto face- vasi per mezzo di
decorazioni e macchine, e in cui la rappresentazione della storia di
Cerere da- va occasione di far comparire tal Teatro il Cielo, l'Inforno,
i Campi Élisii, il Purgatorio, tutto ciò che ha relazione eoa lo stato avvenire
degli uomini. Ma acciocché il lettore non si offenda di questta
proposizione che può sembrare nti paradosso, sarà cosa utile l'esaminare
qual sia il carattere dell' ENEIDE. Tutti e due i Poemi di Omero
contengono la narrazione di un'azione semplici; ed unica, de-
tonata ad insegnare un punto di morale egual- mente semplice, ed in
questo genere ammirasi con tutta la ragione questo filosofo. E
impossibile che in ciò VIRGILIO lo superasse. Il suo vero modello e
perfetto; niente mancatagli, ii maniera che i maggiori partitami del FILOSOFO
LATINO, senza eccettuarne Scalugero', ridotti si no a (allenare, eh' e FILOSOFO
LATINO, e lo Scaligero stessa ha sostenuta, clic lutto il vantaggia di Virgilio
aopra Ornerò consiste negli Episodi i j nelle descrizioni, comparazioni, nella
netiena, e purità dello stile, è nella aggiustateza dei pensieri ; ma ninno ha
conosciuto a mio credere il principal vantaggioeli' égli ha sopra
il Poeta Greco: Egli trovò il Poetila Epico mesto già nel primo ordine di tutte
l'opere dello spirito umano; ni* ciò non ancora soddisfaceva a'suoi
alti disegni. Non bastavagli | clip l' istrui- te gli uomini nella morale
fosse il fine del Poe- Ina Kpico; neppure l'insegnare la Fisica j
come ridi col oiam ente s'immaginarono alcuni antichi. Egli è vero,
ch'ei compiaceva^' di queste due •otta d» studii; ma voleva comporre un
Poema, che fosse un sistema di politica. In fatti ì ta- le la ina
Eneide in versi, come in prosi sono i sistemi politici, e le Repubbliche
di Platone, e di CICERONE; e quegli insegna con l'esempio e con le
azioni di un eroe ciò, che questi insegnano coi precetti . Cosi Virgilio portò
il poema epico ad nn nuovo grado di perfezione, e come di Menandio disse
Vellejo Pater colo inve- niebat, neque imitandum rclinquebat .
Benché possa ognun vedere facilmente t che sotto il carattere di ENEA
rappresenta: i OTTAVIANO; pure siccome credevasi^ che questi
ammaestramenti politici destinati veramente per utile di tutto il
genere umano riguardassero il solo principe; così niuno ha compresa la
natura dell' “Eneide”. la questa ignoranza i Poeti, che vennero
dopo, volendo imitare questo Poema, dì cai non conoscevano il vero genio,
riuscirono ancora peg- gio di quello,- che sarebbero riusciti, se si
fos- sero contentati di prendere per modello il semplice piano di Omero.
M. Pope gran Poeta de nostri tempi, é giudice competente in tali materie, dice
nella prefazione all' Ilìade spiegando- ne la cagione. Gli altri Poeti
Epici, dice egli, banco seguito Io stesso metodo ; ( ciò* quel di VIRGILIO,
che unisce due Favole insieme, n t jj- 'A una sola ) ma- in ciir st-som»
tanto avanzati, che hanno introdotta una inokipli- „ cita di favole,
con cui hanno interamente „ distratta l'unità dell'azione, e
l'iianprolungata in ana maniera del lotto irragionevole, cosicché i
lettori più non sanno dove sieno -, .Tale fu la rivoluzione, che cagiona
Virgilio in questo nobil genere dì poesia. Egli lo porto ad un
punto di perfezione, a cui non sarebbe mai giunti) con tutta la sublimità
del suo genio ira* za l'assistenza del più gran Poeta . Egli non
eb- be se non il soccorso della unione dell' Iliade e dell'Odissea,
che potesse fargli eseguire il bel progetto, che si aveva formato.
Imperciocchi pel dare un sistema di politica nella condotta di un
gran Principe bisogna fargli comparire ed osservare tutte le situazioni,
e tutte le circo- stanze, in cui no Principe come tale può ritrovarsi .
Quindi bisogno, che rappresentasse Enea in viaggio come Ulisse, in
battaglia come Achil- le ; ed in ciò non dubito * che questo grand*
ammirator di Virgilio di sopra citato, e che cosi bene ha imitata la purità del
suo itile si compiaccia di vede re, clic questi è la vera iti
gìone della condotta del suo Maestro, piuttosto che l'altra da lui
rapportata. VIRGILIO non avendo un genio ooil Tiro, e cosi feconda
j, come Omero, vi supplì con la «celta di ari oggetto più esteso, e di una
più lunga durata dì tempo, epilogando in un solo Poema il disegno dei due
poemi del Greco Poeta. Ma se avendo scelto lo «tesso soggetto di Oncia, fu
obbligato a trascrivere quella semplicità della favola, clic Aristotele,
ed il Bosiù di luì interprete trovano divina io Omero, questo stesso gli
ha prodotti altri considerabili vantaggi Dell' esecuzione del suo Poema;
poiché questi ornamenti, e queste decorazioni, di cui non han
saputo i Crìtici rendere altra ragione se non di sostenere la dignità del
Poema, diventano, secondo il fine del Poema, punti essenziali del suo
soggetto. Cosi i Principi e GL’EROI scelti per attori, che paiono a prima
vista un semplice ornamento, diventano la essenza medesima del Poema j e
i prodigi! e le interposizioni degli Dei destinati solo a produr maraviglie
diventano con questo nuovo disegno del Poeta una parte essenziale
dell'azione. Qui vedesi lo spi- rito medesimo degli antichi Legislatori,
i quali pensavano sopra tutto a riempire lo spìrito delle idee
della Provvidenza. Questa è dunque la vera ragione di tante maraviglie e
funzioni, che incontransi nell’ENEIDE, per cui alcuni Critici
moderni accusano il nostro Poeta di poco giu- dicio, imitando Omero di
una maniera troppo fervile nel suo Poema, composto nel secolo di ROMA
il più ili um'Bato e il pili polito . 11. Adis- >0D, di cui non devesi
parlare, se non con termini di estimazione, eoa) parla in proposito del
maraviglialo in VIRGILIO. Se qualche paisà dell' Eneide può
criticarti per questo titolo, egli è il principio del terzo libro,
in cui „ rappresentasi Enea, che lacera un mirto, da cui sgorga
sangue. Questa circostanza sembra,, avere il mirabile senza il probabile;
perch' è descritta come prodotta da cagion naturala senza J'
auìtóox* di, alcun» Dtilà., a. d' alcuna "sovrannaturale potenza capace di
produrla. Ma l'Autore non si è ricordato in que- sta osservazione delle
parole dette d’ENEA in questa occasione; Nympbas -ùtntTabaT
agrtsirt Gradi-vamquc Pattern, qui prieiidet Bruii Rite steundartnt
visus, omtnqut levarcnr. I presagii di questa specie poiché ve n' erana
di due sorta sono sempre considerati conte prodotti da una potenza
sovrannaturale. Cosi quando gli Storici ROMANI raccontano una piog-
gia di sangue, egli era un presagio simile a quello del nostro Poeta, il
quale si è certame»- te contenuto dentro i confini del probabile,
asserendo ciò che gii storici pia gravi riferiscono ad ogni pagina de'
loro annali . Questo prodigio non era destinato a sorprendere il lettore.
VIRGILIO, come si è detto, Teste i caratteri di un (0 lib. m.J+ »-
J<-i9 ledisi atore, e vuole eoi prodigi! e cui prestigi!
persuadere il popolo che iddio s'interpone negli affari di questo mondo;
e questo era il metodo degli Antichi . Plutarco adv. CoieC- c'
insegna, die Licurgo co) meno di divinazioni e di pre- «agii
santificò gli Spartani, NUMI I ROMANI, Solone gli Ateniesi, e Deucalione
tutti i Greci 10 generale, e col mezzo delta speranza e del timore
mantennero nello spirito di questi popoli 11 rispetto alla
Religione. Cosi molto a proposi- to colloca VIRGILIO U scena di
<)m-*to accidente tra i popoli barbari e grossolani della Tracia
per ispirare dell'orrore a'coslumi selvaggi e crudeli, e desiderio
di nno stato civile e polito. L'ignoranza del vero fine dell'Eneide
Ila fat- to cadere i Critici in diversi errori poco onore- voli a VIRGILIO,
non solo intorno al piano ed al lavoro del silo Poema, nia intorno al
carattere venerazione profonda agii Dei hanno tanto offe- so
r Ememont scrittore celebre Francese, che b& detto essere questo
Ero e più proprio a fondare una Religione, che uoa Monarchia, Ma non
ha saputo, che nel carattere di ENEA Ila voluto rappresentare
un perfetto legislatore ebbe saputo ancora che ufficio de'
legislatori era non meno stabilire una Religione, che
fondare uno Stato. E sott» qaeita doppia idea VIRGILIO rappresenta
ENEA InferTtttjue Dras Lalla Eoe"!- Uh I. veri. j>.
io. ti «ostro Critico egualmente li offende dell' umanità di ENEA,
dia della tua pietà. Elift consiile, secondo lui, in una grande facilità
piangere, ma egli non ha intesa la Ltlk-zzatì questa parte del suo
carattere. Per dare l'idea ài un legislatore perfetto, bisogna
rappresentarlo penetrato da sentimenti di umanità. Era tanto piil
necessario dare un simile «empio, quanto vediamo per isperienza, che i
politici del comune sono troppo spogliati .di qaciti untimi:!!- ti.
Questo punto di vista, lotto coi rappresentiamo L’ENEIDE serve a giustificare
gli altri caratteri, che metti! in iscena il Poeta. Il dotto Autor delle
ricerche sulla vita» e sugli acrlr- tì di Omero mi permetterà di avere
una opinion ne diversa dalla sua riguardo alla uniformità de caratteri,
che regna nell'ENEIDE. Io la tengo per effetto di un premeditato disegno,
non già di costume e di abito. VIRGILIO, dio' egli, era avvezzo allo
splendor della corte, alla magnificenza di un palazzo, alla pompa di un equi-,,
paggio reale .rizioni di que- „ ala aorte di vita io» più magnifiche e
più nobili di quelle di Omero. Egli osserva già la decenza, e
quelle maniere polite, che reit- „ dono un uomo tempre eguale a se stesso,
e „ rappresenta tutti i personaggi, che si rasromigliano nella loro
condotta, e nelle loro maniere. Ma poiché l'Eneide è un sistema di
politica, e che la dui azione eterna di uno Stato, la forma della magistratura,
ed il piano del governo erano, come lenimmo osserva questa
bi |9 giudicioso «rittore, con famigliari al fotta, niente più
conveniva al suo disegno, quanto descrivere costumi politici.
Imperciocché ufficio di un legislatore È rendere gli uomini dolci
ed umani i e se non pub obbligarli a rinunciare inera mente a' loro
selvaggi costumi, impiegarli al* nieno a coprirli. Questa chiave dell'
Eneide non solo serve 1 piegare molli passi, che pajono soggetti
alla Critica, ma a discoprir la bellezza di un gran numero
d'incidenti, che nel corso del Poema s'incontrano. Prima di finire questo
articolo mi si permetta di osservare, che questa è la seconda specie (Jet
Poema Ippico. Il nostro compatriota il gran Milton ha prodotta la terza,
perchè, come VIRGILIO tenta di sorpassare Omero, Milton volle sorpassar
tutti e due . Egli trovò Omero in pos- sesso della morale, e VIRGILIO
della politica. A (ui restava, solo la Religione . figli prese
questo oggetto, come se avesse voluto con (oro dividere il governo dei mondo poetico, e per mezzo
della dignità, e della eccellenza del suo soggetto si mise alla testa di questo
triumvirato, prr formare il quale vi vollero tanti secoli. Ecco Ì tre
°eneri del Poema epico il soggetto generalm-'te parlando è la condotta
dell'uomo, che si può considerare riguardo alla Morale, alla Politira, e
alla Religione. Omero, Virgilio, « Milton hanno ciascun di loro inventata
la specie . eh - è sua particolare e l'hanno portata dal primo saggio
alla perfezione, cosiceli* è irapoi. Il libile inventare altro
di nuoro nel genere Epico. Supposto adunque, die l'Eneide rappresenti la
condotta degli antichi legislatori, non può credersi che un maestro così
perito, corno VIRGILIO, potesse dimenticarsi un dogma, eli' era il
fondamento ed il sostegno della politica, Cioè il dogma de' premìi e
delle pene nell'altra Vita. Quindi veggiamo, eli' egli ce he ha dato
uh completo sistema ad imitazione di quelli, ch'egli h» presi per
esemplari i come Platone: nella »U alone di Ero, e CICERONE NEL SOGNO DI
SCIPIONE. E come il legislatore cercava di dar [teso a questo dogma con
una istituzione affatto straor- dinaria, in cui rappresentati lo stato
de' morti in uno spettacolo pieno di pompa; cosi la de- tenzione di
tale spettacolo poteva dare molta grazia e bellezza al Poema. La pompa e
la se lennità di queste rappresentazioni doveva natii* ralulente
invitare il Poeta a descrìverle, trovan* do in ciò occasione di mettere
in opera tut- ti gli ornamenti della poesia. Io dico dunque t
Senteii 1» spirilo di pitti» che pirli i un Iniiino non pu- tirebbe al Warburton
per buone rune quello proposi noni riguirl do al Milena ; direbbe egli
quindi, col cometuo de' piti meni fiati Critici, il rrtxo bega lil
immuriate suo Taiio, che n-olio primi del Milton prese a soggetto il
vcrti Religione ; ne dlipiiindo le posta rigore) intente il Poeta In^lett tra
gli Epici tlii- •ificarsi, iccorderebbegli di buon cuore il quarto luugu
come a quellu, il quale secondo che ilice Ugone Bliir " ha calcita
una «rida del culto nuova a straordinaria N. D. E. ch'egli la ha
fatto, « che la distesa di Ehm all' Inferno non e altro, che una
rappresenta- jione enigmatica della sua iniziazione a' miste-
ri» Eia disegno di VIRGILIO dare nella persona di ENEA l'
idea di un legislatore perfetto. L' iniziazioni' a' mUterij rendeva sacro il
carattere di un legislatore, e ne santificava le funzioni. Non è da
stupirli ebe dì proprio tuo esempio volete nobilitare una istituzione, di cui
egli stesso era l' autore i e perciò sono «tati iniziati tutti gli
antichi Eroi e Legislatori. Fintantoché i miiterìi non aveano
passato an- noia l'Egitto, dove erano nati, e che cola andavano per
essere iniziati i Greci legislatori, è cosa naturale, che di questa
cerimonia non li parlasse, se non in termini pomposi ed allegorici. A Ciò
contribuiva parte la natura dei costumi degli Egiziani, parte il
carattere dei viaggiatori j ma sopra tutto la politica de 1 legislativi,
i quali ritornando al paese volevano infivilii e un popolo selvatico, e
giudicavano per se «tessi vantaggioso, e necessario pel popolo
parlare della loro iniziazione, in cui lo stato de' morti era stato Joro
rappresentato in Spetta- tolo, come di una vera discesa all'Inferno. Cosi
fecero Orfeo, Bacco, ed altri. Continuò a praticarsi questa maniera di
parlare anche dap- poiché furono introdotti in Grecia i mìsterii»
come vedesi nelle /avole di Ercole, di Tese* discesi aiT Inferno . Ma
peli' allegoria eravi sem- pre qualche cosa, che discopriva ]a verità
na- ccsitt (otta gli emblemi. Così per esempio di. cerati di Orfeo,
che disceso era ali 1 Inferno pei meno della sua cetra:
Tbrticta frctus cythara, fidì&utJUI Cancri s Il clie moitra ad
evidenza, ch'era in qualità di legislatore, perchè si sa che li cetra È
il tirar bolo delle leggi, per meno delle quali rese cir lite un
popolo grossolano e barbaro . Nella fa- vola di Ercole reggiamo la storia
vera unita al- la favola nata da quella, e intendiamo ch'egli
veramente fu iniziato ne' mister» Eleusini im- mediata Diente prima della
sua undecima fatica, clic fu il levare Cerbero dall' inferno; e lo
Scoliate di Omero ci espone, che il fine di questa iniziazione era
preservarlo da disgrazia in questi impresa pericolosa. Pare, che Euripide
ed Aristofane confermino la nostra, opinione della di- scesa all' Inferno.
Euripide Bel suo Ercole Furioso rappresenta questo Eroe di ritorno
dall'In- ferno per soccorrere la sui famiglia : eslermina il
tiranno Leuco; Giunone per vendicarsi lo fi perseguitar dalle furie, e
nei suo furore egri uccide sua moglie, ed i suoi figliuoli presili
per nemici. Ritornato in se stesso, Tese suo amico lo consola, e lo scusa
cogli «empii scellera- ti degli Dei, il che incoraggi va gli uomini
a commettere i più gravi eccessi ; e questa opi- nioni: cercatati
di abolire ne' misteri), scoprendo la falsità del Politeismo. Ora egli è
chiaro Eoeiu. Lib. VI. vcrs.uo. 6 i abbastanza, eh'
Euripide ha rollilo farci sapere coia egli pensasse della favolosa
discesa all' In- ferno, quando fa risponder Ercole, come un nomo
die ritorna dalla celebrazione de' misteri!, a cai sicnsi confidati i
segreti. " Gl’esempii degli Dei, che voi mi citate, egli dice, niente
significano: io non saprei crederli rei delle 4> colpe, che loro
vengono imputate . Non potso intendere come un Dio sia sopra un altro Dio.
Rigettiamo adunque le favole ridicole, „ che ci raccontano i Poeti itegli
Dei „Aristofane nelle Rane apertamente palesa ciò, che intendeva per la
discesa degli antichi all' Infer- no nell'equipaggio, che da a Bacco,
quando lo introduce a ricercare della strada tenuta da Ercole: sul qnal
fatto lo Scoliaste c' insegna, che cel celebrarti i mister» Eleusini
usavasi di far portare dagli asini le cose bisognevoli per que- sta
cerimonia. Quindi nacqne il proverbio: dsi- nus portat mysteria. Il poeta
dunque introduce fiacco col suo bastone seguitato da Janzio mon-
tato sul!' asino con nn fardello ; e perche non si dubiti del suo disegno,
avendo Ercole a Bacco detto che gli abitatori dei campi Elisiì son
gli iniziati, Janzto risponde: " Io fono 1' asino, che porta i
misterii Ecco dunque come riguardo a molte favole antiche l'espressioni
sublimi e magnifiche nel parlar de' misteri! hanno persuaso alla
credula posterità, che là dentro vi fosse un non so che di
miracoloso . Nè dee maravigliarsi, che ne' tem- pi antichi n
compiacessero d'esprimere con uno stile il più straordinario le cose più.
ordinarie; a5 poiché un Autor moderno, come Apukjo,
6 per imitar gli antichi, o per accomodarsi allo itile solito de 1
misterii descrive nel fine del Li- tro II. la sua iniziazione: decessi
confittium mortis, t> calcato Proserpina limine per omnia veSus
dementa remeavi . NoSe media vidi So~ lem candido coruscantem lamine,
Dcos Inferos é> lieos supero:, accessi corani t> adoravi de
proLìmo. Enea non avrebbe potuto descrivere con altri termini il ino
viaggio notturno dopo che fu fatto uscire per la porta a Avorio. È
•tato dunque obbligato VIRGILIO a fare iniziare il suo Eroe," e la
favolosa, antichità gli sugge- riva di chiamare distesa all'Inferno
questa ini- ziazione . Di questo vantaggio ha saputo profit- tale
con molto giudicio, poiché questa funzione anima tutta la sua favola, che
seni» questa al- legoria sarebbe troppo fredda per un Poema
Epico. Se avessimo ancora un antico poema attribui- to ad Orfeo, e
intitolato discesa all' Inferno t forse vedremmo clic il soggetto di esso
era sem- plicemente l'iniziazione di Orfeo, e che il (let- to ha
somministrata a VIRGILIO l'idea del VI. libro della sua ENEIDE. Checchi;
ne sia, Servio ha ben compreso il fine di questo Poeta, osser-
vando contenti-visi molte cose prese dalla pro- fonda scienza de' Teologi
d'Egitto: Multa per altam scientiam Theologicorum jEgyptiorum j ì
quali hanno inventati i dogmi, die insegnavan- i ne' misterii . Con dire
che questo era il dise- gno principale del Poeta, io non pretendo
assi- curare, ch'egli abbia avuta altra guida, fuor che se
medesimo. Egli ha presi da Omero mot- ti ile' suoi Episodi!, t da
Piatane, «me ce- drassi. L' iniziato aveva un conduttore
chiamato Jc- tofanta Mistagogo, il quale uomo o donna che fosse,
gì' insegnava le ceremonie preparatorie, lo conduceva allo spettacolo
misterioso, e glie- ne spiegava le parti diverse. VIRGILIO ha data
ad ENEA la Sibilla per conduttrice, e la chiama Vatet, magna Sacerdos,
edoàa carnet; e sic. come il Mistagogo doveva viver celibe come Girolamo
ossei va de Monogamìa Sierophanta «pud Alkenas evitat i-irum, t>
sterna debilita- te fit costui ; cosi la Sibilla Cu man a non era
maritata . Il primo comando, che ad Enea dà la Pro- fetessa è
di cercare IL RAMO D’ORO: 1 Annui et folth, et lento vimini ramiti
Junanì ìnferne di&ut tactr. Di questa particolarità Servio non sa come
ren- dere ragione, c s'immagina che forse il poeta alluda ad un
albero, eh' era in mezzo al sacro bosco del Tempio dì Diana in Grecia.
Quando un fuggitivo si era colà ricoverato, e poteva svellere un
ramo di quel!' albero gelosamente cu- stodito da' Sacerdoti, egli aveva
l'onore di bat- tersi con un di loro a colpi di pugno, e le gli
riusciva di superarlo, veniva ad occupare il su* posto . Questa
spiegazione, quantunque troppo lontana dal soggetto, fu dopo Servio
ammessa di emìa Uh «Lvm.fj7.iit. 10 mancanza d'altra
migliora dall'Abate Banier 11 migliore interprete delle favole
antiche. Ma io penso che questo ramo rappresenti la corona di mirti,
di cui, secondo lo Scoliaste d' Aristo, fané nelle Rane, ornavansi gì'
iniziati nella celebraiion de' misteri!. Primieramente perchè di- ce, che
il ramo d'oro è consecrato a Proserpi» ni, «da lei era pure consecrato il
mirto. In tutta questa favola si parla solo di Proserpina, e niente
di Cerere, e perchè si descrive V iniziazione come un'attuale discesa
all'Inferno, e perchè quantunque nella celebrazione delle Cere*
uionie misteriose s'invocasse anzi Cerere, eh Proierpina, questa però
sola presiedeva agli spet- tacoli, ed il libro VI. dell' Eneide non
contie- ne, se non la descrizione degli spettacoli rap- presentati
ne' misterii . In secondo luogo la qua- lità pieghevole di questo ramo d
1 oro, lento vi- mine, rappresenta benissimo i teneri rami del
mirto. In terzo luogo sono le colombe di Venere quelle, che dirigono Enea verso
1' albero : dum maxima] ècroi Matctnas agnoicit avei .
. Esse volano verso l'albero, vi si fermano corner se fossero avvezzate.
L'albero apparteneva alla famiglia, questo era il sito, ove posavano
eoa piacere, perchè il mirto era consecrato a Venere :
Sedìbut optati s gemina mfer arbore sederti (r) Eneid. Lib. VI. veri. (») 1. e.
ver». *oj. Ma iti qtleHo passo trovasi ancor più di lellez- ?a e di
aggi urtai ez za di quello elle a prima vi- sta apparisca . Imperciocché
non solamente il mirto era sacro a Proserpina, come insegna Por- firio
lib. IV. de abstinentia, egualmente che a Venere; ma le colombe erano
sacre ancora a Proserpina . Preso eh' ebbe il ramo e
coronatosi di mir- to, Enea entra nella grotta della Sibilla : Et
vath portai sub nBa Syèìllé (t). E ciò dinotava l'iniziazione a 1
piccioli ttìttèruf poiché nella Orazione XII. insegna Dico Grisotomo, che
facevasi in una . piccioli e stretta cappella come può supporti la grotta
della Si- lilla. GH iniziati he' piccioli misteri! cViiamavansi
Misi ce . Poscia la Sibilla conduce linea al sito d'onde doveva scendere
all'Inferno: Hit iBìs propen extquhuT practpta SyBilla (ij.
Ciò significa l'iniziazione he' gran misteri i, pi" iniziati
de' quali chiamavansi Epopta . Questa iniziazione fassi di notte . Il
luogo simile a quel- lo, dove Dione dice, che celebravansi t gran
disteni, è un Duomo mistico di una grandez- za e di una magnificenza
maravigli osa : Spttttnca alia fuìt, vasloqut immotili blatH
Scrupia, tuia iecu nigre nmorkmqtu ttntbrit (j) Ecco come descrive)!
l'accoglimento fatto ai ENEA {Sub pedièus mugire niam, et fuga tapt*
moviji Silvarum, vistque canti ululare per umbram, Adottami* Dia .
Procul o procul M profani, Conclamai Vaiti, loloquc abiliti" 'uro
(l) . Claudiano fa un» descrizione semplice t senza artificio
del principio di queste formidabili ce-> remonie, da cui apparisce,
questa di Virgilio essere un'esatta descrizione dell'aprirti U
scena de' misteri! E-li sul principio del Libro I. del
rapimento di Proserpina imita la sorpresa e lo stordimento di nn
iniziato, e gettasi, per eoli dire, corno U Sibilla in mezzo alla
scena: furint aniro je imnhtit, aperto Grtssui ttmiruttt profani..
Egli sgrida come estatico ; Jam furor bumanos nostro de
pt8ere reiuut Expulit Jam mibi ctrminiur (rtpidit delubro
movirt Sedibts, O elaram dispergere fulmina tutti*, .y Adoemum
testala Dei.- fam maga*! ab imìi Auditur fremitus Irrris templumque
remugit Cecropidum; sanBasque faets extdlit Eleusu, pingue,
Triptotemi stridunt et squammea curva {il Enrid. lib. VI. mi». >5i>
e segg. <>) l «• »** <(J Cluni, lib. L vets. 4. Colla
kvma.. (l) Ecce frocul ternij Utente variata figuri? Ex»h*r
(1) Molto lene s* accordano queste dae descrizioni con
Je relazioni degli antichi Greci autori in tal propolito, se considerali
l'idea generale da- taci da Dione nell'orazione XII. cori queste
pa- role : " Coi) succede allorché conducesi un Gre*,, co od un
Barbaro per essere iniziato in un certo Duomo mistico di grandezza
e di mignificenza mirabile, dov' egli vede varii spettacoli mistici, e lente
nello stesso tempo una „ moltitudine di voci, dove la luce e le
tene- „ bre alternativamente appariscono ad eccitare vajii
movimenti ne' sensi di lui, c dove gli „ si presentano dinanzi mille
altre cose atraor- Quelle parole viso canes ululare per
umbram fono chiaramente spiegate da Platone ne' suoi acolii sopra
gli oracoli di Zoroaitro. Questo è „ l'uso, dic'egli, nella celebrazione
de' misterii, di presentare dinanzi gli Iniziati de' fati- „ tasmi sotto
la figura di cani e d' altre Torme e visioni mostruose. Le parole procul o
procul este profani della Sibilla sono una ietterai traduzione del
formolafio uiitàto dal Mlstagogo nell'apertura de'tniiterìi ;,'s-ti
Bt'faha e!«d. rie lUp. Prwnp. Hb. L Vm.
J. fte. (i) lo iteti, v. if. L* Sibilla dice ad ENEA, che «'armi di
tutto il suo coraggio per avere a muoversi a combat- tere contro i
più spaventevoli ©Igeili ; Tuqtu invidi vtam, -uagindqu,,rip t
fammi JVW aaìmh opus, Mm«, nunc pefore firmo (i). E infatti
troviamo ben presto l'Eroe impegnato in un combattimento: Carripit
bic tubila inpidus fm-mìdine firmm JEnts, tniSamque acitm wniintib** ofcn
(2). . Tale appunto ci rappresentano gli Anticlù l'ini- ziato nel
principio deJle ceremonie . " Entrando „ net Duomo mistico, dice
Témistio Oration. in. „ Pattern, si riempie di spavento e di
orrore, „ ed il suo animo ha occupato daila inquietu- „ dine e dal
timore. Egli non può avamara „ un sol passo, e non «a come entrare nel
di- „ ritto cammino che lo conduce al luogo, dc-i „ ve vuol
arrivare finoattantocliè il Profeta '(Vaies) 0 il condottiero apra il vestibolo
del „ Tempio,,. Proclo sovra Platone PhxA. libr. III. e XVIII. dice;
" Come ne* santissimi misterii „ prima che si apra la scena delle
mistiche fun- « lioni, l'anima déH'iniiiato I .orpreaa da spa- „
vento } eoil ec. t j Poco dopo si spiega la cagione dello spaven- to di
Enea, e lo vediamo involto fra tanti ma- li reali e immaginari» di questi
vita, e di tut- te le malattie dello spirito e del corpo e dì (>
E«i4 Lib. VL vtrs. >*•. Ut. (», L a *n. „ 0. «1. tutte le
terribile! visu forma de' Centauri, del* ]e Sciite, delle Chimere, delle
Gorgoni e delle Arpie- Ecco ciò che Platone chiama nel luogo eitato
c'Mo'kot* t»'( fiopeaV e«^t«V(/«t* forme e vi- (ioni mostruose, che
vedevansi peli' i egre sjo de* ju i steri i . Celso, come nel vero libro
IV. scrive pcntro di lui Origine, dice, che i fantasmi me- desimi
si presentavano nelle cerimonie di Bac- co. Secondo Virgilio
incontravansi nell'entrata Vestibulum ante ìpmm, e c'insegna
Temistio che il vestibolo del Tempio era il Teatro di fante visioni
orribili vi tì?*t* Teff ««off. Interrom- pe il Poeta la sua narrazione
nel)' aprirsi di que- sta scena, e quasi volesse fare solennemente
la propria apologia, grida; Di, quibus imperium est animrrum
umbraque siteniei Et ebani et pbiegetbon teca noEle liltntia tate,
Sh mibì fas nudità hquì, ih nuvnìnt vtitro Pandcre rei alta ttrra et rsligine
menai Egli sapeva d'impiegarsi in una impresa empia, poiché tale
credevasi la rivelazion de'misterìi. Ciaudiano nel «ovracìlato Poema dove
apertamen- te confessa di trattare de' mister» Eleusini in tempo,
in cui più non erano in venerazione, fegue perù l'uso antico, e cosi si
scusa; Di quib«, ìmmnm (*) Voi mibi sacrarum penetrati*
paudìte rerum, Et vestii secreta pali, qua lampade
Dìtem FU- (i) Elisili. Lib. VI. v«n. :Ó4. c segg, IO Ciani Lib.
J. veri. »g, Fitti t amor, quo duBa ftroV Prostrpina taptu Peiltdit
dolale cbaos, quantasqu* per oras Sollicito gtrtttrì» erraverit ansia
turiu, linde dai* papali s fruga, et glandi TtliSa Ceutrit invintii
Dodonia qusrcui ariitii (l) . Se in Roma con tanta severità si fosse
punita la rivelazion de' misteri!, come facevaai in Gre- cia, non
avrebbe oiato Virgilio scrivere questa portimi di Poema. Come per6
trattavasì da em- pio, al dir di Svetonìo nella vita di Augu- sto
C. xeni., quello ebe rivelava i misterii, Vir- gilio lo fa di nascosto e
nel tempo stesso si giù- sii Rea presso coloro che potessero penetrare
il suo disegno. Intanto l'Eroe e la guida conti- ptiano il loro
viaggio: l lbant obscuri sala sub naBt per umbram Perque demos
Ditis vacuas et inania regna; Quale per ìnctrtam luna-m sub luce
maligna Est iier in lilvis, ubi ectlum condidìt umbra Jupiier, et rebus
nox abslulit atra colorem (2). Questa descrizione mi fa sovvenire
dì un passo di Luciano nel suo dialogo n/pivw. e del Tiranno. Andando
insieme all' altro mondo una compagnia dì persone di condizioni diverse,
Mi- cillo grida: " Ah! come qui e oscuro I Dov'à il bel
Nagillo! Chi distingue adesso la belleiza di Simiche e di Prine? Tntto qui
ras- „ somigliasi: tutto è dello stesso colore, non li possono fare
confronti. Lo stesso mio vecchia Citai. 1, c veti. 1;. te. Eneìd. lib. VI.
veri. mantello, che si Imito tra a vedere, adesso „ è tanto bello,
quarto la porpora di sua Maetà, eh' è qui in nostra compagnia. In verità
„ 1" un e l'altra tono svaniti ai nostri occhi, e,, nascosi sotto lo
stesso velo. Ma amico Cinico dove sei? Dammi la mano. Tu che sei iniziato
ne' misterii Eleusini, dimmi un poco: non rassomiglia questo al viaggio,
che facesti all'oscuro? Cìnico: Oh affatto affatto . Guarda una delle
furie che -viene dal di lui seguito con le torcia accese in mano e col
suo terribile sguardo. Giunto linea in sulle rive di Cocito stupisco
in vedere tante ombre erranti intorno di questo £ume, è in atto d'
impazientarsi perchè non vengono tragittate, e intende dalla sua
condut- trice, esser quelle ombre di persone insepolte, e perciò
condannate a errar qua e là sulle spon- de del nume per lo spazio di
cent'anni prima di poterlo passare: H*C cmnis i guani cernili
inopi inhumataqul turba m Portitor Hit Ciana; hi, quo: tithit unda,
irpulii, Net rlpai dal tir horrtndas, ntc rauca fiutila
Transportart prius, quam ssdibui oisa quierunt; Ctmsm trranr annui,
volitantqui hxc litiora circitm, Tum demum admìiii stagna txopiata
revhunt. Ni crediamo, che quest'antica nozione sia sta- ta del volgo
superstizioso: ella è una delle in- venzioni più serie defili antichi
Legislatori dì W EneiA Lib, VL vus. jjj. « ssg^. «ver saputo
imprimere qnesta idea nello spirito dei popolo. Ma può dubitarli, .che
loro non debba attribuirsi, poiché viene dagli Egiziani. Questi gran
maestri di sapienza pensarono, dia mollo giovasse alla sicurezza de' loro
cittadini la pubblica e solenne sepoltura de' morti, senza di che
facilmente e impunemente si potevano rem' mettere mille secreti omioidii
. Quindi introdussero il costarne de' pubblici funerali e pomposi C'insegnano
Erodoto e Disdoro di Sicilia, che l'esequie si facevano presso gli
Egiziani con più ceremonie di quello che si masse da altri popoli. Ma per
più assicurarne l'usanza con un mo- tivo di Religione oltre quel del
costume, inse- gnavano al popolo, che i morti non potevano giungere
al luogo del loro riposo nel!' altro mon- do prima-che in questo non
fosseio. loro fatti gli onori del funerale j la qual condizione
deva per necessità aver portati gli uomini ad osser- vare
seriamente tutte le ceremonie dei funerali. Con che il legislatore
otteneva il- ano intento, ch'era la sicurezza del suo popolo. Questa
no- zione si sparse tanto e tanto profondamente s'im- presse nello
spirito degli uomini, che queJtoj che di essenziale vi era in questa
sop^tizione si conservato sino al presente nella maggior parte
delle genti colte . Se ben si ridette, ì) avvi una cosa, la quale ben dimostra
di quanta importanza credevano gli antichi che fosse ìa se- poltura
de'morti. Omero, 5ofocle ed Euripide sono senza dubbio i più gran Poeti
tra Greei. Ora, secondo l' osservazione de'C/itici, nell'Iliade, nell'
Ajace, e ne' Fonici I trovasi una viaio sa crjnlinnazion della favoli, e le
vien retta I' uniti dell'azione colla celebrazione dt' funerali ài
Patroclo, di Ajace, e di Polinice . Ma non rifl: -l'ino questi Critici
elle gli antichi risguar. davano l'isequie. come una parte
inseparabile delia tocidì, e della morte di un uomo. Quin- di
qu'.aii gran Maestri, dell'unità e del dovere non potevano erodere finita
l'azione, prima che non si l'ossero compiuti gli ultimi doveri
verso oVmnrti 11 legislatore degli Egiziani trovò un altra
vantaggio in questa opinione dtl popolo sulla, necessità de' funerali pel
riposo de' morti, ed era di dare un castigo a' debitori, che non
pa- gavano, da cui nasceva alla società un consi- derabile
vantaggio. Imperciorrhe invece di seppellir vivi i debitori che non pagavano,
come generalmente si usava tra barbari, gli Egizii, popolo colto ed
umano, fecero una legge, che comandava di lasciare insepolti i cadaveri
di questi debitori, Si noi sappiamo dalla storia che il terrore di
questo castigo produsse l'effetto, che bramavano. Pare elle siasi ingannato
il Mar- sliani nella sess. IV. §. III. del suo Catone Cronico, supponendo
che questo divieto di seppellire avesse dato luogo alla opinione de' Greci,
i quali credevano ch'errassero qua e là gli spiriti degli insepolti
mila terra. Laddove la natura stessa della cosa dimostra chiaramente la
legge essere fondata su questa opinione, ch'ebbe la sua origine
dall'Egitto, e non l'opinione sulla, legge, essendo questa opinione la
cosa sola, chej alla legge dai- potesse qualche autorità. Ché Se il
Poeta non avesse creduta la cosa tanto importante, egli non vi si sarebbe
coti lungo tempo fermato, non l'avrebbe di poi ri- petuta, non
l'avrebbe espressa con tanta fot**) nè avrebbe rappresentato il suo Eroe
pensoso « sommamente attento alla medesima: Cunstitit Aitcèisa
satuj, Gf vestigi» pressi: Multa putans, (aggiunge) sarttmquc animo
miseratiti iniquam. Il pass» è commentato da SERVIO: Iniqua enini
sors est puniri propter alteriut negligentiam ; nequé enim juìs culpa sua
caret sepulcto Qua 1 le ingiustizia-' dice qui Mr. Bayle. Jn una risposta
alle ricerche di un Provinciale toni. IV. Gap. KXir. Era forse colpa di
quelle anime ella non fossero sotterrati i loro corpi? Ma non sa'
pendo l'origine di questa opinione, non ne ba saputo l'uso, e perciò egli
attribuisce a super- stizione 1' effetto di una savia politica. VIRGILIO colle
pai-ole Sortem itllquatn intende, che in que-» sta civile istituzione,
come in molte altre, un bene generale sovente diventa un male per
un particolare. Alle rive di Cucilo vedevasi Carolile con la sua
barca. Sono persuasi tutti i dotti, che costui era veramente un Egiziano
esistente in car- ne ed ossa. Gli Egiziani non men degli altri
popoli nelle descrizioni delle cose . dell' altro mon- do prendevano
l'idea delle eose di questo fami. £0 Mi Lib. VI. TOt.|ii.jia. jlìari .
Nelle fero funebri ccteinonie, che pres- so loro erano *di maggiore
importanza che pres- so le altre nazioni, come osservammo, usavano
ai trasportare i corpi dall'altra parte del Nilo per la palude, ossia
lago Acberonzio, e niettevansi incerte, volte sotterranee. Nella loro
lin- gua il barcaiuolo chiamaTaii Caronte. Ora nel- le descrizioni
dell' altro mondo, clic facevano ne' loro miiterii, era cosa molto
naturale prender l'idea da ciò, che faceva*! nelle ceremonie fu-
nerali . Sarebbe facile il provare, quando bisognane, clie gli Egiziani
cambiarono in favole queste cose reali, e non già i Gxeci, come ta-
luni hanno pensato. Passato ch'ebbe il fiume, Enea si trova nel- la
regione de' morti : il primo incontro spaven-toso se e il Cerbero : Hit
ingens latrata regna tri tauri Personal, adversa ricuBans immani s in
entro. Questo veramente è \\ fantasma dei misteri!, che sotto il detto
del sovrastato Catane appari- va sotto la figura di un catte kWì* ; e
nella fa- vola di Ercole sceso all'Inferno, che altro non
significa, se non la tua iniziazione a' ni i steri i, si dice ch'egli
andò all'Inferno per di là con- durne Cerbero. La region dell'Inferno era
divi- sa in tre parti secondo Virgilio: il Purgatorio, l'Inferno, e
i Campi Eliti i . Dcifobo, ch'era nel Purgatorio dice ;
Ditcedam, txpltèo numeram ttddaraue ìimbris (l) . (i) Eneid lib.
VI. veri. 417. 4l 8. L e. T«t. j«- Di Teseo ch'i nel fecondo si
dice: itdit alirrji<mqiit stdtbit Infcl.x TitJtUt
(l). Nei misteri! queste regioni erano precisamente divise
nella stessa maniera. Platone nel Fedone parla delle anime, che sono
sepolte nel fango e nelle sozzure, e che devono stare nel fan-o e
nelle tenebre fino a che si purificano per un lungo corso di anni, come
qui insegna Virgilio . E Celso, come nel libro Vili, riferisce
Orio- ne, dice che ne' misterii inseguavasi la eternità delle
pene. Ciò, che qui merita osservazione e che mol- to serve al
disegno presente si È che le virtù e i vizj annoverati dal Poeta, e che
popolano que- ste tre regioni sona precisamente quelli, ch« hanno
più relazione alla società. Quindi bene scorgesi che Virgilio aveva le
stesse mire, eh' eh- bero ne' mìsterii gli institntorì. Il
Purgatorio, eh' è la prima, divisione è po- polato da quelli, che hanno
uccisi se «essi, dagli stravaganti innamorati, da' viziosi guerrie-
ri, in una parola da quelli, che lasciato libero il corso alle loro
violenti passioni erano piutto- sto infelici, che sfortunati. E notisi
che tra questi trovasi un iniziato. Ctrtrìqut sacrum Volybettn Insegnavasi
pubblicamente ne' misteri;, che sen- za la virtù, l'iniziazione a nulla
serviva; lad- EmiA lib. vL tot. t,j. <„ 1. e. dove gli
iniziati, che attaccatami alla pratica delle virtù avevano nell 1 altra
vita molti vantag- gi sopra gli altri. Di tutti i disordini, che li
puniscono nel Purgatorio, niuno più pernicioso alla società dell'omicidio
di se medesimo. Quindi la condizione infelice di tutti questi omicidi si
nota più distesamente di tutte le altre: Prima dande trneni matti
(net, qui liii Ittbum liticarti peperere menu, iucemqia pittisi
Projicirt animai . Quam vtllenc ctètre in alta Nunc et paupiriem, et dumi
per/erre- labore: Prosegue esattamente il Poeta cib, che insegna- tasi
ne' mister», dove -non solo proibì vasi il dar la morte a «e stesso, ma
spiegatasi ancora la cagione di questa colpa . I discorsi, che ci
ven- gono fatti continuamente nelle ceremonie, e uè 1 tuisterii,
dtCe Platone nel Fedone, che Iddio ci ha messi in questa vita, come in un
posto, che senza di fui permissione non dobbiamo giammai abbandonare,
possono essere troppo difficili per noi a sorpassare la nostra
capacità. Tutto va bene sin qui. Ma che diremo dei fanciulli
e degli uomini condannati ingiustamen- te, che il Poeta mette nel
Purgatorio T Non è così facile Io spiegare, perchè colà sieno
queste due sorta dì persone, e lì commentatori taciotio al solito
su questo soggetto. Se consideriamo il caso de' fanciulli vedremo
impossibile renderne la ragione, se non con questo sistema. Eneid. Lib.
VX Tcn, 414. e «gg- il Contìnua anditi vocei, vagilài et ingerii
Infamumque anime fieniej in limine primo ; Quqi dulcit vile exorlis, et ali
ubere rapini Abstulh atra dies, et funere menit acerba. Queste par
che {onero le grida e le lamentazio- ni che Procolo nel Litro X. della
Repubblica di Fiatone, dice che sentivansi ne' misteri! Bisogna solamente
indagare l'origine di una si straordinaria opinione. Io credo, che questa sia
un’altra institniione elei legislatore destinata alla conservazione de’ fanciulli,
come 1’institurioni de’ funerali è destinata alla conservazione de’ padri-
Niuna cosa poteva più impegnare i pa. dii nella cura della vita de* loro
figliuoli, <ju au- to questa terribile dottrina. Né si dica, che
l'amore de'padrì è per se stesso bastevolmente possente, e non ha bisogno
di nuovi motivi, che loro suggeriscano di conservare ì loro figliuoli. Si
sa che l'uso orribile e contro natura di esporre ì figliuoli era tra gli
antichi universalmente stabilito, ed aveva questo del tatto svelti dal
cuore i sentimenti di natura, e quel- li ancora della morale. Bisognava a
questo disordine opporre un forte riparo ed io nino persuaso che i magistrati
abbiano usato questo artificio di far credere nel Purgatorio i fanciulli
jnortì in tenera età per islabilire l' instiluto e ravvivare ì naturali
sentimenti, ch'erano quasi «tìnti . In fatti niuna cosa era più degna
della (ij Eneìi Lib. VL Ven, ^t, e Kg*. vigilanza de'
t»agistr*ti ; poiché, cerne saggia- jneuta dice Pericle della
gioventù " distruggere i fanciulli è lo stesso che togliere
dall'anno la primavera. Qui pure scandalezzas'i Mr. Bayle nel luogo
addotto di sopra La prima cosa, die* egli, die incontratasi
nell'ingresso dell'Inferno era il luogo de'fancinlli elle continuaniente
piangevano, e poi quello delle persone ingiustamente condannate a morte. Clic
liawi di più. irragionevole e scandaloso, s, quanto la pena di queste
picciole creature, che non avevano commesso ancora peccato alcuno, e la
pena di quelli, l'innocenza dei quali era stata oppressa dalla calunnia ?
Ab- biamo spiegato ciò die risguarda i fanciulli, esamineremo il.
restante dell'obbiezione . Ma non è da stupirsi che il Bayle non abbia
potuto digerire questa dottrina intorno a' fanciulli, imperciocché forse il
gran Platone medesimo se n'è scandaleizato. Riferendo *gli nel X.
della Repubblica la visione di Ero di Panfili* intorno la
distribuzione de' castighi e de' prernii dell'air tra vita, quando arriva
a parlare de'Ia condir zione de' fanciulli j s'esprime in questa
maniera ben degna da osservarsi : " Ma riguardo a quel?,, li, cha
rouojono in tenera età, Ero diceva cose che non meritavano d'essere
ricordale. Il racconto di quanto tiro vide nel]' altro mon- do è un
compendio di quanto gli Egiziani insegnano in questo proposito, a non
dui»'» punto che la dottrina de' fanciulli nel Purgatorio fosse ciò che
non meritasse essere ricordato . Piatone se ne offese, perchè non
riflettè sulla •ligio*, sull'uso «ti questa dottrina, come lo
abbiamo «piegato. Bisogna cercare un'altra soluzioni; per quelli
clic ingiustamente erano condannati, a questa k la Maggior difficolta
dall'Eneide.- lini juxia falso damnati crimine morti i . JW
viro bit line soni d*t*, irne judiee icdts : Quciitor Mimi uraam tnmet :
Me sihntum 'Concilittmque -uoeat, vitaique et elimina discìt. Sembra
queata essa una gran confusione ed una grande ingiustizia. Quelli che
sono ingiustamen- te condannati non solo trovatisi in un luogo di
pene, ma dopo essere tutti rappreientati «otto la medesima idea sono
poscia distinti in due classi, 1' una da' colpevoli e l'altra
d'innocen- ti. Per inviluppare questa difficoltà bisogna ri-
cordarsi la vecchia storia riportata da Platone nel Gorgia. Al tempo di
Saturno aravi una legge intorno agli nomini, e sempre osservata dagli Dei,
che quando un uomo fosse vissiuto secondo le regole della giustizia e della,,
pietà, era dopo morte trasportato nei!' isola de' Beati, dove godeva di
tutte le felicità,, senza una di que' mali, che tormentano gli „ uomini :
ma quegli eh' era ingiusto ed empio era gettato in un lago di pene,
prigione dcl-,, la divina giustizia chiamato il Tartaro. Ora „ al tempo
di Saturno e sul principio del regno di Giove, i giudici, cui era
commesso (»J Eneid. Lib. VI. veri. 43I. < ttgg.,, 1' eseguir
questa légge, erano semplice mente „ uomini, che giudicavano i vivi e
stabilìvan» „ a ciascuno il luogo e il giorno, in cui do-,, ve vano
morire. Quindi nascevano molti giu- tt dìcii ingrusti e mal fondati:
perciò Plutone, „ e quei ch'erano alla custodia delle Isole Bea-
te andarono a trovar Giove, e gli lappresen- „ taro no che gli
uomini discendevano ali' Inlev- „ no mal giudicati, non meno quando
venivano assolti, che condannali. Allora il padre M degli Dei rispose :
io liuiedierò a questo dìsordine. I falsi giurflciì nascono in parte dal corpo,
onde sono involti i giudicati, perchè ti giudicano ancor viventi.
Malti di essi sot- to una bella apparenza nascondono un cuora
„ corrotto, la lor nascita, le lor ricchezze in- „ gannano, e quando
vengono per essere giudi- cali, trovano facilmente i falsi
testimoni! della loro vita e de' loro costumi . Questo è
ciò, che rovescia la giustizia, ed accieca i „ giudici. Un' altra
cagione di questo disordine si è che i giudici medesimi sono
imbarazzati,, da questa massa corporea. L' intelletto na- „ scondesi
sotto il manto degli occhi e della I, orecchie, e sotto l'iutpenetrabil
velo della carne: ostacoli tutti, che impediscono ai giu-
dici di giudicar rettamente. In primo luogo,, adunque io farò, che i
giudici non sappiano H preventivamente il giorno della morte, e or-
dinerò a Prometeo di loro togliere questa prescienza. In secondo luogo
poi farò sì, che t, quelli, i quali verranno ad essere giudicati, „
flieno spogliali di tutto ciò che li cuopre, e t, in avvenire saranno
giudicati Bell' altro moa- do. fcl cnuie saranno eiii totalmente
spogliati è ben conveniente che tali sieno i loto gin» „ dici,
perchè all' arrivo di ogni novello abi- „ tante, che viene libero di
tutto ciò die circondollo sulla terra, e lascia addietro tutti 1 suoi
ornamenti, possa l'anima vedere ed ei« sere cosi in istato di pronunciare
nn giusto „ giudicio . Quindi comecché io non aveva pre-r t, veduto
tutte queste cose, prima ohe voi ve ne accorgeste, ho pensato di metter
per gìu-,, dici i miei proprii figliuoli . Due di questi „ Minoase e
Radamanto sono Asiatici, Europeo „ è il terzo Baco. Quando morranno
avranno i loro tribunali nell'Inferno, appunto nel mezzo del aito, che si
divide in due strade, 1’una delle quali conduce all' Isole Beate, l'altra
al Tartaro. Radamento giudichi gli,, Asiatici. ttaco gli Europei, ma a Minosse
io „ db una suprema autorità ; egli sarà giudice di appellazione,
quando gl’altri saranno dui»- Luisi in qualche caso oscuro e difficile,
affinehè con tutta equità possa a ciascuno assegnar- „ 9i il luogo dovuto
„ . La materia comincia cos'i a dilucidarsi. Egli e chiaro, che
parlando il Poeta dei falsamente condannati, allude * quest' antica
favola . Quindi per le parole falsa damnati crimine mortis Virgilio non
intende, come potrebbe immaginarsi, innocente! addirli ob infetta*
calumnias, ma homines indigne et perperam adjudicali, assolti o condannati
che fieno . imperciocché pronunciando i giudici più sovente
sentenza di condanna, ebe dì assoluzione mentii per figura la maggior parte pri
tutto . Forse Virgilio aveva scritto: Hos juxta fal- so damnati tempore
mortis; onde segue: tftc viro. h<e line sarte data, sìne /«die*
stdes (i), Vitaiqye et crimine discit. Accordandosi con questa
spiegazione { la qual suppone una mal data sentenza sia di assoluzione o
di condanna ) la conferma nel tempo stesi so, e tutto ciò è ben legato
con una serie con- tinuata. Resta una sola difficoltà, e,' per dire
il vero, ella nasce piuttosto ila una negligenza di Virgilio, die di chi
lo legge. Troviamo que- ste persone mal giudicate messe di g.à con
altri colpevoli in un luogo destinato per essi, vale a dire nel
Purgatorio. Ma per inavvertenza del Poeta sono mal collocati ; poiché
vedesi dalla favola, che dovrebbero essere messi sul confine delle tre
divisioni, dove la grande strada si par- te in duo l'una che conduce al
Tartaro e l'al- tra agli Elisir, che Virgilio descrive cosi:
Bit focus est, parti; ubi se via findir in améas, Desterà qua D
'ilis magni sub mania tendi! : lìec iter Elysium nobis : et ini*
mahrum Exercet panar, et ad ìmpia Tartara mietil Ricercando il principio
e l'origine della favola io penso così. C insegna Diodoro di Sicilia,
che usavano gli Egizii di stabilire alcuni giudici al- la sepoltura
di tutti i particolari, per esanima- to Eneid. Lib-VI. ras. 4 ;i. (.) j. c
. T er<-4!i- (j) t c. i4 a. t «g E . re la loro vita e condotta,
-onde sì assolvessero o co ad annaserò secóndo le favorevoli o toni
ra- ri u testimoniarne ctie. avessero. Questi giudici erano
Sacerdoti, e pretendevano che le loro sentente fossero ratificate nel soggiorno
delle om- bre. La parzialità e i regali forse ottennero col tempo
ingiuste sentenze, e il favore particolare vinse la giustizia. Di che
potendosi scandalezza- re il popolo, fu creduto a proposito dare ad
in- tendere ch'era riserbata al Tribunale dell'altro mondo la
sentenza, che doveva decidere della sorte di ciascuno, se io non
m'inganno; quin- di ebbe origine la favola generale . Havvi però
una circostanza, di cui norr si pub rendere pie- namente ragione, cioè
" de' giudici che in que-,, sto mondo pronuncian sentenza, predicono
il „ giorno della morte del colpevole, dell* ordine,1 dato a Prometeo di
abolire la loro giurisdizio-,> ne, e privarli di questa prescienza. Per
la che intendere, supponiamo ciò eh' è probabile, che il postume
riferito da Diodoro fosse nato da un altro mo più antico, cioè, che i
Sacer- doti giudicavano i colpevoli in vita per delitti, di cui il
tribunale civile non poteva rilevare la verità. Se cos'i è, ne nasceri
che per la predi- zione della morte del colpevole a' intenderà la
pena della morte, a cui veniva condannato; e Prometeo che toglie loro il
dono della prescien- za vorrà dire, che il magistrato civile abolì
la loro giurisdizione. Questo nome di Prometeo ben conviene al
magistrato, il quale forma lo spirito ed i costumi del popclo colie arti
neces- sarie alla pubblica felicità . Ecco secondo il mio 48
parete, l'orìgine della favola di Platone ; e pa- re infanti
ch'egli intendesse cosi, poiché facen- dola/accontare da Socrate, gli (a
dire : " Ascòl- „ late un famoso racconto, clic voi forse
tratterrete da favola; ma per me la chiamo una il vera storia. Io spero
di avere con questa spiegazione sod- disfatto, la quale era necessaria
per le osserva- lioni fatte in tal proposito da Mr. Addisson Voi.
II. in un discorso espressamente composto per ispiogare la discesa di
Enea all'Inferno. " Veggonsi, dice questo celebre autore, i
caratterì di tre sorta di persone situate a'eon- ni: ni saprei dire la
cagione, perchè cosi particolarmente collocate in questo aito: se „
non fosse, perchè non pare ch'alcun di loro „ dovesse essere collocato
tra morti, non aven- „ do ancora compiuto il corso degli anni asse-
D 8 nat 'S'> sulla terra . I primi sona le anime,i de' fanciulli levati dal
mondo con una morte „ immatura : i secondi sono gli uccisi
ingiusta- „ mente con una iniqua sentenza: in teno Ino- „ go quei,
che lassi dì vìvere, sì sono da se „ medesimi uccisi ma Trovami poscia due episodii 1' nn sopra
Didone, e l'altro sopra Deifobo, ad imitazione di Omero, ne' quali non
evvi alcuna cosa al mio proposito, se non fosse l' orribile descrizione
di Deifobo, il cui fantasma rappresentato mutilato ci dimostra,
secondo la filosofia di Platone,, che i morti non solo conservano tutte
le passioni dell' anima, ma i segni ancora e i difetti del corpo
.Passata eh' ebbe Enea la prima divisione, ar» riva si confini del
Tartaro, dove gli viene di- spiegato tutto ciò che riguarda le colpe e
le pene degli abitanti in questi luoghi terrìbili. La sua
conduttrice lo instruiice di tutto, e per fargli intendere l'ufficio del
Jerofanta» onta in- terprete dei misteri!, co»l gli dice i
«•' Dm intlytt Ttucrmn t . Nulli fai. casta tceltratum iati
litri .limta i Std mi, tura luci! Uicati prarfteit Avermi » Ipsa
Dtum panai datai t, perqm omnia duxìt (i) Osservisi che ENEA vien condotto per
le regioni del Purgatorio, e dei Campi filili!, ma che il Tartaro
gli ri fa vedere da lungi, e ne dice la cagione la sua condottrice
t Ti.m dimum borritone,tridtntei eardine iter*
Panduntstr porte . Cernii custodia qualij V estibulo stdeat?
fatiti que Unum* itrvtt? (i) Negli spettacoli e nelle
rappresentazioni de' mi- sterii non poteva essere difesamente . I colpevoli
condannati alle pene eterne iono primiera- mente coloro, che per ischi
vare il castigo de' ma- gistrati avevano peccato aegretamente:
Gnotsius htc Rhadamantui baiti durissima tigna, Cairigatqui,
aud'stqui dolci, tuéigitqui fami, Qua; quii «pud Superai farlo Ulatui
inani. Distaili in itram commina piacula mortem. Endd. lib. VI. re» jfc.
c"il^ {,) 1. £ . T(n . K . (3; L e. ma. j«. tt.
d Appunto per quelle colpe e«e»«o i legiilatori
d'inculcare il dogma delle pene dell'altra vita; In scendo luogo
fili Atei, che prendevano a icheruo la Religione e gli Dei :
Bit 8W **ti9**f urr*Titdnià fui" (i). Il die era conforme alle
leggi di Caronda, che al riferir di St-bro strili. XLU. dice; Il
disprez- zo degli Dei ita una, delle colpe pili grandi. Il Pu- ta
pailicolarnirnlv insiste, su quella specie d'empirti, perei gli uomini
pretendevo.» gli onori dovuti agli Dei t V 'idi et erudita dansim
Salmaaia panar, fìum Ji«mma,-Jbvii, et -tmitut imitttur Oìymfi (l) Sema
dubbiò egli voleva censurare l'Apoteosi, che già incorni oci ava ad
introdurli in Roma ; ed io credo che nella Ode III. del Libro!.,
del- la quale il «oggetto «.Virgilio, abbia voluto Orario
rimproverare questa MB* a' mai ..citta- dini: . Calum ipsxm pitimus
stùtiitìa Wtfw Tir nostrum paiimur stilili Iraconda Jbvtm
ponete fulmina (j) - In quarto luogo" i traditori, e -gli
adulteri, che duo perturbatori dell* salute pubblica e pri- vata
i Quiqut ab kMteriltm erti, quiqut arma secati Impia ; nec
viriti àomm-runi fallire Uixsr. s, M tntid. lìb vi- mi. s ao. u) L c wn.
jij. j«- (riHorit.ivivttnl.ee. lucimi panarti euptclant (i)
Vendidit hic aura patri ani, daminumquC pitentem ImpOfuit, fixit legai prstio a'tque
rtfixir, Hic thtlamum invaili.,., velitojqw hymenxos.(& .
È degna di osserva/ione non dirsi solamente gli adulteri, ma ancora gli
uccisi per cagion di. adulterio; per far intondere che dinanzi, al
tri- bunale della giustìzia divina -non bastano a punir questa
colpa i castighi umani anidra i jiiù -severi. La ijMott*-ed
uitira»-«p»cie tn-cqlpewiiii sano Vi intrusi ne' misteri!, e i violatori
di e ni, rappresentati tutti e due sotto il carattere di Teseo
:1 s Sedet <eftrnUmqùl
sed&iir \ ' " Infelix
Thtsexi, PblttyajqHe rniterrimus orma ' Mmonet et magna itstsiur
voce per umbra: ; Discile jitiiiiiam moniti, et non lemiere D/oe'j
(;).. Secondo la favola Teseo e Piritoo disegnarono di rapire
Proserpina dall' Inferno, ma colti sul latto, Piritoo fu gettato a
Cerbero, « T«eo incatenato, finche da Ercole fu liberato. Con che
ci s» diedi; ad intendere, che clandestina- mente si, erano, instrutli
dei misteri i, e puniti . A questo proposito mi sovviene una Storia
rac- contata da Livio nel Libro X.X.XI, Gli Ateniesi impegnarono in una
guerra, contra Filippo per un motivo dì poca importanza, in tempo,
in,cui altro non restava loro dell' antico splen- dore, che la. fierezza
. .JSV giorni dell' iuiziazio. (0 tfc'd. Lib. VI.' tu. <sij.
ftfe M L o. ttiMM. *«• *»!• (j» I. e. * 7 . e »fg. d i
„ da, glor.ni MT-i*«W. >«>• L,„.«:,., . ™»
.•p<«™ k Si ?™"* culto segreta, entrarono con 1. ™rb. nel
leu,- 2 di ferm. « —ita»—"•>"• «uri .1
Presidente de' miste,,,, e benché tale chiaro che innocentemente, e per
fello era», entrati nel tempio, furono '•"> m °""'
™" = rei di un enorme delitto . Forse per Fregi»
intendono i popoli deil. Beo-. a ì, dì cui riferisce Paosania, 1 queir
perrron tntt'i dal fulmine, dal terremoto e dalla peate. Quindi
generalmente Fregia »o» dire •£ e.pr. 3 i „crMe S M. L'officio dato qui •
Te.» i. ..orlare alla pietà, a nino megli», «M onmeni.a nello
spettacolo, de' mr.ter,,, rapp.e- ienl.ndo egli on. persona, che fjli«««
P™'« tìii. Co.1 l'idea noitr. intorno la drsces» d’ENEA all'Inferno
toglie un» difficolti non m», .piegai» da' Critici. Non et» .(* no
officio »~ «1, e r.r«r di propello gridar conimnamen . air orecchio
de' coodaun.ti, che Imparasse™ la pietà e la ri.ercnra »er,o gli Dei!
Qoantonqu. Lesta sentenza insegni una importanti,....» re. A.', era
peri inolile predicarla a peranno, eh. più n»n potevano sperare il perdono.
Scarrone, che ha impiegato il suo poco «lento per me*- fere in
ridicolo il pii util'Po. ma, che ma, st» .fato composto, non ha mancato
di far. guest» flessa obbietione : Li itnlmxn i eviene e btlla,
Ma all' Infima non Val *iU Infitti, secondo l’idea comune della discesa d’ENEA
all'Inferno, VIRGILIO fa rappresentare a Teseo un personaggio fuori di
proposito. Ma questo continuo avvertimento diviene il più ra-
gionevole ed il più utile, quando suppongasi (come è di fatto) die VIRGILIO
faccia nna rap- presentazione di cià die facevasi e dicevasi nel celebrare
gli spettacoli de' ìnisterii, poiché in questo caso serviva d'
avvertimento ad una mol- titudine di spettatori viventi Aristide negli
Bicaimi dice, che non mai cantavanii parole più proprie a spaventare,
qnanto in questi misterii^ perchè le voci e gli spettacoli insieme
uniti, dovevano fare una più profonda impressione sul- lo spirito
degli iniziati". Ma da un passo ili Pin- daro io conchiudo, elle ne'
spettacoli dei miste* rii (donde gli uomini han prese tutte le idee
delle regioni Infernali ) nsavasì, che ogni col- pevole rappresentato nel
ano attuale castigo fa-' cesse agli assistenti una esortazione contro
la colpa da lui commessa; " Volgendosi, son parole di Pindaro, a.
Pyth., volgendosi conti- n nuamente sulla sua rapida-ruota, grida a'
mor- ii 'ali ) che sempre situo disposti s confessare la loro
gratitudine verso a' benefattori per le », grazie da loro ricevute „ . La
parola mortali fa chiaramente «edere, che questo discorso fa*
«evali agli uomini di questo mondo. II Poeta cosi finisce il
catalogo de' dannati : Ami amati immane ntfns ausoqne patiti (l)
. «) Sncid. ta.VI. ver», fi*. d 3 Erìit"~~ a,s,i C,,
:,!',i •t™/a e dell' appro^aiione degli Un. ma era un traodo,
che sono estn.lmmt, "SS"". Punto il Tartaro g™to • «o» 1 "" "S" l
'" tìl, ENEA si purifica: - ... 0,, r J«« "*'». IW
'««"' Entra dopo nel soggiorno de' Beati: Dtvvttrt
Ivor «W» ^ fl "" r '''' T " Vff4 Fun'uw°r«'" nìmotvw,
irdtiqac itti al : Lvgì°* bic campo, etitr, O '«•»'»' " T U,purta:
lOÌemqM luam, s«n Wrr-r nonno" (a) . Cosi precisamente
Temistlo, Orolion. jnPniranj ocsc.iv. P Iniriato nel momento the i. apre
» ecena r " Essendosi purificato, scuopresi ali mi- „ ilato
una legione tutta illuminala e rtsplen- „ dente di una ohiareaaa divina.
Son dissipate „ in un tempo le nuvole e le false tenebre, e „
l'anima trovasi, per cosi dire, dalla piUter- „ libile oscuriti nel piii
chiaro e sereno g.or- „ no „ . Questo passaggio dal Tartaro agli
Elia* fa dire ad Aristide negli Eleusini, die da one- ste ceremonie
nasce nel tempo stesso ed onoro e piacer., che sorprende . Qui Virgilio
abban- l.jlasld. Lib.V».,.n. «i>. ijsì «>' "" '1*'
« '' IS ' donando Omero, eseguendo la dilettevole de- crÌzioDe« die
nella rappresentazione rie' niisterìi faceva»! ne'Cauìpi Elisii, schivi»
un gran 'difet- to, nel -quale era caduto il' ano mae>tro, che
Ila fatta una pittura sì poco gradevole de' to- schi fortunati, che non
faceva alcuna voglia di vivere in quel luogo : onde ha rovinato il
dise- gno de' legislatori, che mlrvano i popoli per- suaiì dell'
tsistcniS di quel felice soggiorno. Egli introduce il suo Eroe e
favorito, e gli fa aire ad Ulisse, eh' ei vorrebbe essere piuttosto
un semplice artigiano sulla terra, di quello che comandare nella regione
de' morti ; e tutti i suoi Eroi sono egualmente rappresentati in uno
stata infelice. Oltre di che per togliere agli uomini tutti gli
stimoli delle grandi e belle azioni, rap- presenta la Tama e la gloria,
come cose imperi, tinenti e ridicole r quando erano i più ponenti
motivi della virtù nel mondo Pagano, e di cui non mai bisogna privare gli
nomini interamen- te i laddove Virgilio, che nel tuo Poema non '
avea altro 'fine, che procurare il bene della -so- cietà, rappresenta
l'amore della fama e della gloria, come tini possente paciose ancora
Dell' altro mondo . La semplice promessa fatta dalla Sibilla a
Palinuro di eternare il suo nome, con- sola la di lui ombra, hanclrt ti tm>HM»!W
(?' infelici: Mtirnumqm lecui Pali nari nomtn èaèiéit . ììis diciis
cura tuoi», puhnsque'parump»r Corde dolor iriiti : gauJtt cognomini urrà (l) 0)
Enrid. llfc. VI, va*. H» !*»• ì*)- d 4 Queste dispiacevc-li
descrizioni dell'altro auindo, e le porie licenziose degli Dei, It une e
le al- tre tanto dannose alla società, persuasero Plato- ne a
bandire dalla Repubblica Omero. Io queste beate regioni il Poeta,
assegna, il primo luogo a' legislatori e a quei, che trassero gH
uomini dallo stato di semplice natura, « gli ridussero a vivere io
società: Magnanimi Hercu, natii mtliorièus annìs (i).
Capo di questi è Orfeo, il più celebre legislatori d’Europa, ma più
conosciuto in qualità di Poeta . Imperciocché essendo scritte in
versi le prime leggi, onde fossero più facili a rite- nersi a
memorie, la favola ci ha .supposto Or- .feo colla forza della sua armonìa
raddolcite i costumi selvaggi di Tracia: ; Tbrticius lunga
cum utìtr Sacndos Oil'/^uirur nxmtrii septem discrimina veeitm (i) .
Egli fu il primo, che dall'Egitto portò i mi- steri in quella
parte d' Europa. Il secondo luo- ^o è assegnato a' buoni cittadini e a
quei, che •i sono sacrificati per la patria: Hit nfanus ub
patriam pugnando vulnera passi (3). .Trovami in terzo luogo i
sacerdoti pieni di vir- tù e dì pietà; Quiqut Sucrrdmis casti, dum
vita mantbat ; Quiaut pìi vaifs, O" fiaia digna lucuti
(4>- (1) Eneid. Lib. VL ras. (i) 1 e. veri. f*s- «4<-
(j) L c. ra. Kb. (4, J. C vers. c fri. (tu *?
Essendo necessario il bene della società, ohe coloro i quali
presiedevano alla Religione vivi-s- iero santamente, e non insegnassero'
degli Dei, le non cose convenienti alta loro natura. L'ul- timo
luogo è assegnato agli inventori delle arti liberali e. meccaniche:
Inventai aut qui viram excoluere per ariti f Quiqut mi mimarti
alio! fecere merendo (l). In tntto questo Virgilio ha esattamente
spiegata quanto iniegnavasi nella celebrazione de' miste* rìi, ne'
quali continuamente i oca! cavasi, clic la VÌrtil sola pub rendere gli
uomini felici : le ce- remonie, le lustrazioni, i sacrifìci] niente
vale* yano senza della virtù . Passa trinami Enea uà gran numero di
persone dalle due parti di Stige : Malrei atque viri
defun&aque carperà vita Magnsnimum herount, patri inuptieqai parila'
(l). Sane circum innumere gemei papali qa; valabant (j ) Aristide
c'insegna, che negli spettacoli de' mi- aterii apparivano agli iniziati
truppe in numera, bili d'uomini e di donne. Per convincere
interamente . il lettore della verità drlla nostra interpretazione, VIRGILIO
nota una particolarità, malgrado questa conformità perfetta tra Io
spettacolo da lui rappresentato e qurllo dV mistcrii . Questo è il famoso
segreto àv misteriì, il quale era il domata della unità (i) E«id. LiU
VI. vtrt. Étfj. («4. tu L e. ver*. jo*. (jtJ.cvert.7c5. (**> fli
Dio, particolarità, clie se avesse tralasciala Virgili» bisognerebbe
confessare, che quantum quo avesse per fine di rappresentare V
iniziazio- ne a' misterri, non 1' avesse rappresentata perfet-
tamente- Ma egli era troppo eccellente pittore per non lasciare qualche
equivoco nel suo quadro. Quindi copchiucie l'iniziazione del -suo Eroe
con fida'n Jogli, come solevasi, i secreti e il dogma dell'unità. Senza
di questo l'iniziato non era arrivato ancora al grado più alto di
perfezione, -e non potevasi chiamarlo già Tf.iìhoths nel si-
gnificato tutto esteso di questa parola. Quindi -il Poeta- introduce
Museo', ch'era stato Jerofan- t» in Atene, e che qui conduce Enea verso
il luogo, -dove apparitagli l'ombra di sno Padre, * gii insegna'
la' secreta dottrina sublime della . perfelione con queste .sublimi
espressioni: Principiti cmlmn ac tèrra! eamposque liquentts, Lucintemque
glohiim Lunr Titnnìaqtte astra' 'Spirilui rteMrr ai'tt ; TÒtumqitr infitta p'rV
àrtui 'Mtnt agitai materni et magno s: forfore miictti Txtle bominum
ptcudùmqite gtitur vititqut velatlnn, Et qu/e marmoreo feri mostra sub
aquari pontus CO - Segue Anchise «piegando )a natura e l'uso del
Purgatorio, il elle non era» fatto -nel passare di Knea per quella
regione. Viene poi alla dot- Irina della Metempsicosi o trasmigrazione:
do^ trina che insegnavasi ne'niistem per gimlificare gli. attributi
morali della divinità. Quest' OSS* 1
Uf Eatid. Ub.VI. vtts.,714. e tegg. I J N:l'"J il':
L.l »9 (o sv^gwwce al Poeta l'episodio il più belio ci)*
immaginarsi potesse, facendogli passare 'dìnan-, come in rassegna la sua
posterità, e' cosi fi- Bisce lo spettacolo \-' '(' I» questo
viaggio che fa' l'Eroe per le tré regioni de' morti, abbiamo dimostrato
di uianò ' in mano con l'-atrtorift- di' qnalelfd 'autore' la
conformità de' suoi avvenimenti a quelli' degli iniziati. Ora tinnendo
in.urr putito' solò di vi- sta le cose' qua * là disperse, diverrà cosi
lu- minosa U nostra spiegazione, elle non potrà pifi dubitarsene;
perciò rapporterò un passo consere vatoci dallo Stobeo nel sermone CXIX.,
il qua- le contiene una descrizione degli spettacoli de' misterii,
che 'Si accorda affano cogli avvenimen- ti di Enca> L'anima prova'
nella morte' le pas- sioni medesime, «he sente nell' iniziazione a'
ini- iterii; ed osservisi che le parole corrispondono alle cose ;
Poiché rrttu;^ significa morire, e essere iniziato.- Nella prima scena
altro non vi è, «he errori, incertezze, viaggi fatico- si e penosi,
e spettacoli fra le tenebre folte nella notte. Arrivati a' confini della
morte, e della iniziazione tutto appariva sotto un terribi- le
aspetto ; " tutto * Órrortf, ' timore, ' tremore 'e spavento . Ma '
passati' questi' spaventi sopravvie- ne una luce miracolosa e divina:
vaglie piana- re e prati smaltati di fiori sì presentano loro da
ogni parte: inni e cori di musica dilettano le orecchie loro: sentono le
stìblimi dottrine della sacra scienza, ed hanno visioni sante e
veneran- de .. Cosi, veri,. perfetti, iniziati, dimeni*"»
ione- più ristretti; ma coronati e trionfanti pai- «o reggia?
per le regioni de'Beati, MmttHli con uomini canti e virtuosi, ed a loro
talento ede- Finito il viaggio torna ENEA con la condotw
trice rielle regioni superne per la porta d' avo- rio . C* insegna
esserci due porte, I 1 una di cor- no, per cui escono le vere visioni, V
altra di avorio, per cui escono le false : Sunigimine tornili pan*
: quorum altèri fenar ite. (i) E termina t Froiequiiur ditti
s (i) . A questo passo freddamente osserva Servio, stm- plice
grammatico, voler significare il Poeta, che il tutto da lui detto «falso,
e nenia fondamen- to: Vu.lt autem intelligi, falsa <«c omnia qua
dixìt. Questa pure è la spiegaiione di tatti i Critici. Il P. U Rue, che
per altro è uno de' valenti, dice quasi lo stesso; C.um
igiturFirgi- lius&nearn eburnea porta emiitit, indicai pro-
feSoj quidquid a se de ilio inferorum adita. diSum est, in fabulis esse
numerandum . PER SIGNIFICARE LA QUALE OPINIONE SI DICE CHE VIRGILIO ERA
EPICUREO, e che nelle sue Georgiche tratta da favola tutto ciò, che
dicesi Jdl' Inferno ! Felix, qui potui, rerum eognueert c«u !!as,
\ Atqut moi UI Bm „ fI et InnorìSift fatum Sabfidi ptdièut,
urephumqu! Mehcrenth nari (;). (0 E« c id. tib. Vi. veri. B,j. {1) I. e.
veri. tft. ti) Graie. lib.II. virilo, 491,49», Se li* vuol dar
fede a coloro, avrà dunque il divino Virgilio terminata la più Leila
delle sue opere in una maniera ridicola. Egli ha scritto Don per
dilettare l'orecchio, ed i fanciulli nel- le lunghe iceie dell'Inferno
con racconti simili alle favole Milrsiaue ; ma per ì ostruire degli no-
cini e de' cittadini, c per insegnar loro r do- veri della umanità c
delta società. Dunque do- veva essere il fine di questo VI. litro, in
pri- jno luogo d' insegnare la dotlrina di una vita avvenire, utile
in questo mondo ; e ciò ha fat- to il Poeta, rappresentando con qnal
regolato- no distribuiti i premi! e le pene : io secondo luogo
d'impegnare gli Eroi in imprese degna di loro. Ma le crediamo a questi
Critici, dopo' d' aver impiegate tutte le forze del sno spirito' in
questo libro per giungere a questo fine, arrivato alla conclusione, con un sol
tratto dì penna distrugge tutto, come *e avesse detto: Ascoltate,
miei cittadini, io ho procurato d’insinuarvi la virtù, dì allontanarvi dal
vizio per rendere felice tutta intera la società, e procurare il bene di
ognuno in particolare . li par imprimale nel vnslro spirito queste,j
verità, che voleva insegnarvi, vi ho proposto,, nn grand' esemplare, vi ho
descritti gli av- „ veni menti del famoso vostro antenato, del „
fondatore del vostro impero; e per maggior „ vostro onore l'ho
rappresentato, come un Eroe „ perfetto, gli ho fatta eseguire 1* azione
più „ ardita, ma insieme la più divina, vale a di- „ re lo
stabilimento della polizia civile : anzi t, per rendere il suo carattere
piti rispettabile! 6= e date alle sue ..leggi maggior- »m*irt,-
gli „ ho, fatto intraprendere, il viaggio^ di cui . c -, f dete la
relazione .- Ma. per paura,, elle toì ne „ riportiate qualche vantaggio,
ed il mio Emo „ qualche giuria, vi, avverto * che tutto questo
lunghissima discorso di uria vita, avvenire al- „ tio non\ è.,, che va*
Ridicola e puerile finrio- »> ? e » < d »' personaggio
rappresentato dei dd- „ sito Eroe è un, sogno vano. In somma tutto
„ c(ò che avete inteso, dovete riputarlo, come y scherzo, che niente
significa, e da cui non v dovete cavare conseguenza jlcunj., e» Boa, t
ch'il Poeta aveva, voglia dì ridere,, e di hur- g larsi delle vostrr;
superstizioni „ . Cosi, si fa- rebbe parlare Virgilio, seguitando Ja
interpreta- zione de' critici antichi e- moderni» La writàui è, che
non si potrebbe iciogliere .questa terribi- le difficoltà senza, questo,
nuovo aisteina, . secondo il quale aititi non intende VIRGILIO per.que-
?* *-?!!?.* della discesa all' Inferno, the . Ja ini- ziazione a'
misterii . Ciò spiega, l' enigma, PJ 1 as-solve, il Pj^taj.
Jaiperciocclià,.^tslf «M» dise- gno di descriyer.e,. qu L ^ta.
iniiiazioae., come è credibile, avrà senza, dubbio scoperta con.
qual- che segno, fa, «qa, interuiono. secreta) ma dovu poteva
palesarla, meglio,. c l>e » thiudemle il suo libro? Kgli f, a j uuque
^iv-pna bellissima invenzione migliorato ciò, «li*» Omero, racconta
delle due.porte, quella di corno destinata alle visioni vere, e. quella di
avorio, alie.fali. . Per la puma dimostra Virgilio la realità di una
vi- ta avvenire; ma in questo ciò ch'egli vide non era all' lni
eino, ( „, a, nel tempio di Cerere. O.,— sta rappresent.izionc
chiamasi MÙàoe, o la favo- la per eccellenza. Questo è secondo il staso
ve- lo ^ queste parole : Mitra canihali pnftBa nitet Eltphnnta ;
Sud Uba ad calum mìttum insomma mamffi. ÌA* quantunque non avessero
niente di reale i sogni, che uscivano per questa porti,So- non
dubito, di' ella ir» /atti, non vi- latte-. Questa era la. »tasni&cai
porta del tempio, onde usciva- no gl'iniziati, quando era compita la
ceremo- uia. Questo tempio era di una numeri-- gran-* dezia,. come
lo descrive Apulejo lilr. II. Senws duxit me protinus ad forcs adìs
amplissima. È» curiosa . la descrizione, che ne fa Vìrruvio da
antiquitate nella prefazione del lì tir. VII. Eleusince- Cereris, (a Praserpina
celiata immani ma- gnitudine.,. Dorico ordine, sine exterioribus
co- tumnii. ad laxamentum usui sacrificiorum per- r.exit. Eum autem
postea, cum Bememus Pha- lera-u? Athenis rerum potiretyr, • Philon.
mite templum. in. fronte columms constilutis Prosty- lum fecit-
auéìo vestibolo, laxnmentum initian- libus r . operisque Aummain adjecil
autloritatem • Eravi dunque- uno spazio assai lungo capace di tutti
questi ipettacoU* e, dì tutte le rappiesen- tazioni. K. poiché ne.
abbiamo tanto parlato, a riferitene alcune varie particolarità c/na e là:
di- sperse, non sarà cosa imitile, prima di finire, darne in poche
parole: una idea generale. M Intii^Ub. Vt. Ì9S, Ijrd.
To credo adunque, che la celebrazioni' Jé' tnl- sttrii
consi.ieise principalmente io una specie di rappresentazione drammatica
della stona dì Cerere, la quale dava occasione di esporre agli
occhi de*apettarori queste tre cose, che sopra tulio inspgnavansi ne'
murarli . I.", l'origine o l’istituzione della società : IT. la
dottrina do* pniiiii e delle pene di un'altra vita': ' fi f.' Ir
falsiti del Politeismo, e la dottrina della unità' di Dio. Apollodoro nel
Libr. I. Cap V. della sua Biblioteca c'insegna, che come Cerere avera stabilite
leggi nella Sicilia e nell'etica, e,,eCondo la tradizione, aveva incivHili gli
abt-' tanti di que'due paesi, e raddolciti i loro co- stumi
selvaggi, ciò diede luogo alla rappresen- tazione del primo degli
artìcoli' sopradetti . Bio» doro di Sicilia dice, che nel tempo della
festa di Cerere, che durava dieci giorni in Sicilia,
rappresentavano 1' antica maniera di vìvere, pri- ma die gli uomini
avessero imparato a lemìua- re, e a servirsi delle biade. 11 secondo
articolo nasceva dalla cara, ebe Cerere si prese di an- dare all'
Inferno a cercare sua figliuola Proser- pina, e finalmente il tino ' dal
rapimento della fgliuola . Queste sono le osservazioni, che
io ha fatte iti questo famoso viaggio di Enea, e (se non m'
inganno) questa mia idea non solo illustra e toglie molte difficoltà in
ogni altro sistema in- tollerabili; ma sparge copiosa grazia sopra
tutto il Poema. Imperciocché questo famoso Episodio Conviene
perfettamente bene al «oggetto genera- la dell' Banda, eh' è lo
stabilimento di onesta- to» «8 lo, e di nna
Religione, poiché, secondo ti co- t'Aiv.ic degli antichi, chiunque
intraprendeva un cosi difficile disegno era obbligato
nidisptnsabit- uiente di preparatisi colla iniziazione ai mifterii .
Multa eximia t dice M. Tullio, divinaque videntur Athence tua peperisse,
atque in vitaru Jiominum attutisse t tum nihilmelius illit myste-
fili, quibus ex. agresti immanique vita exculti, ad humanitqteni
istituti. et mingali sumus ; jnitiaque, ut appeilanlur, et vera principia
vi- fa> cognop'uns . Neque salum cum Imtitia vi- vendi rationem
occepimus, at alani cum sp$ mfiiiori moriendi (i). £] M- X.
Ci.tq. dci«gi. Ubi. II. Clf.KlV-. -=» JftllM qu*lt si
<t> U tptigt%ìw di Dkrìl ttìiSfznwi appwni***ti d'Miittrii
Sfattoti. I Sacerdoti primari! ne'mbterìi, che chiama- vansi
Hierophanta: } per conservare la castità i' ungevano di cicuta • Un
antico interprete A Senio, alla jatif* V. -dice: Cicuta colorem i*
notti frigorit sui vi extinguit} unde Sacerdòti» Cereri* Eleusina liquore
ejtu ùngebantur, ut concubiti* abstiner^nt. Altri vogliono che beve»
•ero la cicuta. S. Girolamo Lìbr. V. cont. Jovin. ba coti : Bierophantct
Athenìensium cicuta sor~ bilioni castrati, et pouquam in
Pontificatavi fuerìnt eleSi, viro* esse desivere. latitati
Inter mortuos honoratioret foie ere- debantur. Scholiattes Ariitophanii
in Ranis art: ConspeBiores mnf apud inferni initiati- Diogene» Lantius in
vita Diogeni* Cenici : Jpud ìn- fero! priori loco initiati honoratUur
. (Tantaìo all'inferita.) Né i Sacerdoti, né gli
assistenti nell'antico Egitto palesarono giammai ciò, che «veano
ve- duto nello spettacolo: né vi é esempio, eh* qnantunque ne] fine
d e ' sacrifici, le obbiezioni fossero portate da dieciottò femmine
figlinolo de' Sacerdoti, alcun mai siasi attutato di queito
spettacolo, Orfeo Ita espressa la riterva, ali* quale sopra quoto punto
erano obbligati dalla ttiaoti del loogo, «aito I 1 immagine di
Tantalo in meno alle acque senza poterne bevete. ' 1 Quelli j che
andarono per J' iniziazione ne'ino- ghi sotterrane» dell'Egitto,
sentirono ntl primo ingresso vagiti di bambini. Qtlelti erano i fi.
gliuoli de' Sacerdoti, che colà vanivano partoriti ed educati. Orfeo a questa
verità suppose ttaa dottrina, che i bambini di latte defunti
/ussero collocati nel]' mgreiso dell'Infero. Ne'soUeranei luoghi dell' Egitto
e.avi un luo- go chiamato il campp delle, lagrime ìugens som- pur.
Era uno spailo largo tre giugeii, ltrng» nove circondato da quattro
strade. Ivi si casti- gavano sopra il Sudicio di tre Sacerdoti gli
er- rori degli ufficiali di secondo ordine, con castighi proporzionati, i
più umani, come per aver mancato più volte «Haipontntlìtà de' loro
ufi» cii. Là castigavano gli uomini, facendo loro voltare un
cilindro di sasso nulla cima di oli collina, che andava dalla parte
opposta. Le donne attingevano, acqua da profondi pozzi per versarla in un canale,
che scorreva per questo earr£> po di lagrime. Quindi e facile
riconoscere l'ori- gine del sasso di Sisifo, del vaso delle Danaidi
presso Orfeo. In caso di viola zion di secreto, erano tanto i Sacerdoti,
che gl'iniziati e gli ufficiali destinali ad essere loro aperto il
petto, strappato il cuore, e dato a divorarlo agli il Celli di rapina .
Quindi Orfeo immagino la per» di, Prometeo e. di Tizio. Ami dalla
grandezza del campo è tram ia grandezza gigantesca di Tizio, che
steso a terra occupa ls spazio di no. « giugeri. Eravi pure' un giardino
chiamato Eliso . L( luce del iole, che si ammirava era indebolita,
.perchè cadeva dall'altezza di dieciotto piedi. Ciò fece nascere ad
Orfeo, il pensiero di dare all' Elifo un iole particolare ed astri
particola- ri. Nel fondo settentrionale' dell' eliso era vi il
Tartaro, in cai face vanii le rapprese stazio ci da Sacerdoti e dalle
Sacerdotesse. Facevar»i' vedere in lontananza grandissima molte persone,
cha per la distanza e per la poca luce, non potcva- no essere
distinte . In fatti gli iniziati e i con- sultanti credevano: veramente
rTedefe trasportati nel toggiòrfao dell'altra vita J e non
credevano veramente vivi, se non quelli, che gli accom» pago a vano
. Salendo per ima scala sontuosa all'Edificio del Teatro,
vedevano a traverso de' giardini, come in un vasto sotterraneo, un' canale
diacqUe spiritose e sulfuree accese, che parevano uri na- rne di
fiamme . Un uomo, che torni alla Ida elsa, dice il P. Bossù,
la contesa di due altri nori'ha' in w niente di grande; ma diventano
azióni illustri, quando è Ulisse, che ritorna in Itaca, Achille ed
Agamemnone, che contrastano. Vi sono del- le azioni per se stesse
importanti, come lo sta- bilimento ( o la rovina di ano Stato, o di
una Religione; e tutt'è l'azione dell’ENEIDE. Egli ha conosciuta la
gran differenza tra i Poemi di Omero e di VIRGILIO. È mirabile che da ciò
non abbia compreso di una specie differente essrre l'Eneide
dall'Odissea, e dallMliade. Una delle ragioni ancora per cui vieppiù
SÌ manifesta la falliti della glosa dì Servio e Jt" moi seguaci
nell' asserire, che Virgilio [scendo uscire dall' In Temo il im Eroe per
la porla di Avorio abbia voluto sigili (icari* mere stato simi- le
a un sogna tutto il precidente. racconto, udì delle ragioni, dico, è che
dentro il racconto VIRGILIO fa profetare Anchise di cose già succedute, ma
succedute di Catto. Dunque come poteva far passare per falso quello» oh'
«0, verissimo Quindi le sue descI Questo sapiente Dottor Inglese Warburton
e quegli) clic ha preso a difendere altamente nelle sue Dissertazioni, o
Lettere filosofiche e morali (tradotte in Francese, conte li
osservo nei cenni mila vita del Warburton premesti a questa
edizione, dal Sig. di Silhouette, e im- presse in Londra nel 1742 colla
traduzione de' aggi lulla Mitica e sull'uomo, e di-IP epistole
morali entro una raccolta intitolata Melange da Litteraiure. et de
Philotophieì Pope il quale fu acerbamente attaccato dal Sig. di Crousaz e
da molti altri scrittori, e fra questi dal Ratina, a cui rispose
addi aS Aprile 1741 il Sig. di Kamseais, cosi pure al Sig. Montesquieu
autore delle 'lettere Fiamminghe e delle Persiane. 10 Warburton
raccolse ed impresse in IX. volti- mi tutte le varie opere del Pape, che
ave va- gliene data l'incombenza col lasciargli tatti »
Cicerone parla de' mister» Eleusini, ne' quali pretende il Sig. di
Middeleton nella sua vita, essersi fatto egli iniziare nel primo suo
viaggio in Atene 1' anno di Roma 67Ì, e di sua et* XXVIII., ne
parla, dico, Tisi c. Quasi. i>3,, e 3 ed «pressa ni enti: ilice de Legìbus I.
sopracit; Initiaguc, ut appellatiti, (s vera principia uè- Ite
cognovimut : neque soliim cum Imiti» vivendi rationem ticcepimus, sed etiam cum
spe me- liori moriendi. Questi m uteri i si celebravano in
determinate stagioni dell'anno con inoltre solen- ni, e con una gran
pompa di macchine : il che tirava un concorso di popolo frequentissimo
da tutti i paesi. L. Crasso giunse per sorte in Ate- ne due giorni
dopo, ch'erano stati celebrali, ed avendo invano desiderato che si
replicassero, non si volle più fermare, e partì corrucciato da
quella città (CICERONE, DE OR. de Ora*. 5. io. ) . Ciò fa Tevere quanto i
magistrati Ateniesi fossero guar- dinghi nel rendere que' misterii troppo
familia- ri, » tu ire non vollero permetterne la vista fuo- ri di
i. mpo ad uno de' primi Oratori e Senato- ri di Roma. Stimati che nella
decorazione fol- lerò i appiè sentati il Cielo, l'Inferno, il
Purga- torio e tutto quello che -si riferiva allo «tato futuro de'
molti, a bella posta per inculcare sen- iibilmente, ed esemplificare le
iiotljine promul- gate ayli iniziati : e siccome erano un argomen-
to accomodato alla poesia però cosi frequente- mente vi alludono i poeti
antichi. Cicerone in una sua lettera ad Attico il prega a richiesto,
di Chilio poeta eccellente di quel secolo, che trasmettagli una relazione
de 1 riti Eleusini, che probabilmente destinatasi per un Episodio,
o abbellimento a qualche opera di Chilio. ' I miiterìì della
Dea Cerere, ossia le ceremo- nie religiose, che facevausi in di lei
onore, chiamavano Eleutinia dalia città dell' Attica det- ta da
alcuni Elettiti; ma da altri con più fon- daon-nto Eleusine, oggi
Leptiaa. Le ceremonio Eleusine piano presso i Citici le feste più
toJ leoni e sacrosante, onde per eccellenza furori dette i Misteri!
senz'altro aggiunto. La città di Eleusina era così gelosa di questo
privilegio di celebrare i misterii, che ridotta dagli Ateniesi agli
estremi, si arrese con questa sola condizio- ne, che non le si levassero
le feste Eleusine. Contuttociò le stesse feste divennero comuni a
tutta la Grecia. Le crremonie al dir di Arnobio, e di Late
lamio, erano una imitazione, o rappresentazio- ne di ciò, che i Mitologi
c'insegnano della Dea Cerere . Esce duravan più giorni, ne' quali
si correva con torcie accese in mano, si sacrificavano vittime a Cerere e
a Giove, ai facevano delle libazioni con due vasi, uno dei quali sì
versava air Oriente e l'altro all'Occidente. I festeggiami si portavano in
pompa alta città di Eleusi, e sulla strada di tratto in tratto si
fa- ceva alto, e ti cantavano inni, e l'immolava- no vìttime ; e
tutto questo face va lì non solo andando da Atene ìn Eleusi, ma nel
ritorno ancora. Del resto si era obbligato ad un invio- labil
secreto, e la legge condannava a morte chiunque aveste ardito di
pubblicare i misterii, Anzi la slessa pana incorrevano quelli ancora,
che avessero data retta a' violatori del segreto . I Candiotti erano i
soli, cui si potevano sco- prire . Le feste Eleusine nominavangi pure
EVi- xpuW cioè abscondita poste sotto chiave. Onde ebbe a dir
Sofocle aell' Edipo Coloneo, che la Nngtia de'Saeirdoti Ettmoìpidi era serrata con
chiavi d'oro. Non ostante un %\ severo decreto Tertulliano, Teddofeto,
Aruobio, Clemente Ale*, mandrino affermano, che nelle feste Eleusine
si mostrava una parte oicena. Ma questa impart- itone potrebbe
essere mal fondata; poiché ia tjuesti in iste ni nulla v'era di scritto,
v'era la Ifìtì grave di torte le pene per chi violava il Je- eretó
4 n* v'ha esempio ch'alcuno l'abbia mai violato, V erano due
sorta di feste Elusine le grandi e le picciole. Il detto fin ora riguarda
le gran- di . Le picciolo' erano state instìtuìte in grazia di
ErcoW. Qoesto Eroe avendo chiesto di essere iniziato a* mi iteri i Eleusini,
e gli Ateniesi non potendo compiacerlo, perchè la legge vietava che
't'ammettesse alcnn forastiere, ne volendo con- -tnttociò contristarlo,
initituirono altre fe*te; Elea* line, coi poteste egli assistere . Le
grandi si ce- lebravano nel radi e di Roedromìone, che corri-
(ponile al nostro Agosto, e le picciole nel me» /Intheucrione, che
corrisponde al mese di Gen- naio secondo Scaligero, al mese di Mano
secon- do Xilaadro . Non veniva alcuno ammesso alla
partecipazio- ni; di questi miiterii, se non per gradi. Prima
bisognava purificarsi: dipoi si era ricevuto agli Eleusini minori] in
fine li era ammesso ed ini- ziato ai grandi, o aia maggiori . Que' eh'
erano ascrini, a' piccioli, ehiamavanii Mysti, * que' ch'erano
iniziati ai grandi, Epopti ed Efori, TÀeh a dire Inspmori . Ed
ordinariamente dovc^ *ari sostenere una prova di cinque anni
per passare da* piccioli Eleo» ini 'a' grandi . Qualche volta un
anno bastava,' dopo il' quale- spaziò di tempo si era immediatamente
ammuso a quanta Véra di più secreto in quelle religione ceremo*
aiti. Giovanni Menrsio ha composto un trattata sugli Eleusini, nel quale
prora la maggior par- te de' fatti j che noi qui sopra abbiamo narrati La
cognizione e par coti dire, la chiara con- templazione de" miiterii
Eleusini, chiamossi Au- lópsto. In che consistesse non ai sa. Solo
si legge negli antichi scrittori, che un Sacrificato- re detto
Midranes immolava a Giove una troja, pregna ; : e dopo avere ite ta la di
lei pelle in terra, su quella li faceva stare chi doveva es- sere
purificato . Questa ceremonìa era accompa- gnata da preghiere, le quali
un austero digiuna doveva aver preceduto . Di poi dopo qualche
ablazione fatta coli' acque del mare, si corona? va l'iniziando con nn
cappello di fiori . Dopo queste prove il candidato poteva aspirare
alla qualità di Itiysta, o d' Infoiato a' misteri! . Quanto
raccontano gli antichi de' mostri e delle terribili apparizioni,
ch'avevano gì* inizia* ti ai misterii Eleusini si può provare . con
quan- -trizio, ch'è una grotta piccìola cavata nel sasso di
una isoletta del lago d'Erma nel li Contea di Pungali nell'Irlanda. Tutti
i pellegrini ch'an- davano a visitar il Purgatorio di S. Patrizio
non' potevano entrare, se prima non vi si erano pre- parati con
lunghe vigilie e con rigorosi digiuni j nel qnal tempo v'era chi loro
empiva la testa di terribili racconti? La prensione, i raccon-
ti, la deboteeza, le Miche operavano in guiia nella
immaginazione di qui;' malconci pellegrini, ch'entrati nella; picciola
caverna in meno a quelle angusìic, ove regnava, una osciiriiiini»
notxe, credevano divedere realmente lutto quel- lo, che avevano sentito
narrarli; onde usciti tutto ipacciavan per vero e reale, sebbene
non fosse rtato tale, che nella loro riicaldata e tur- bata
nfcntUt*; Seneca nelle questioni naturali Lìbr. Vili. Gap.
XXXI. fa menzione di qoeito proverbio; Eleusina servai, quod ostendai
revisentibus . Sì dice contro chi vuol dire, e inoltrare tutto ciò
che fa, od ha tenia frapponi dimora, tigli è preso di qui, che i ebbe ni
nel tempio di Cererà vi foriero molli ornamenti sacri, su' quali
cade- va r Auptosla, pure non li inoltravano ohe, *e- paraUmcnte,
ed in diversi tempi. Fine delle Osservotiorti . A. Cuti. The belief
in an underworld is very old, and most peoples imagine the dead as going
somewhere. Yet they each have their own elaboration of these beliefs, which can
run from extremely detailed, to a rather hazy idea. The Romans belong to the
latter category. They do not seem to have paid much attention to the afterlife.
Thus, Virgil, when working on his “Aeneid”, had a little problem. How should he
describe the underworld where Aeneas was going? To solve this problem, VIRGILIO
draws on three important sources, as Norden argues in his commentary: Homer’s
Nekuia, which is by far the most influential intertext, and two lost poems
about descents into the underworld by Heracles and Orpheus. Norden is fascinated
by the publication of the Apocalypse of Peter, but he is not the only one: this
intriguing text appeared in, immediately, three edition. Moreover, it also
inspires the still useful study of the underworld by Dieterich. When Norden
published his commentary on Aeneid, and he continued working on it, his essay
still impresses by its stupendous erudition, impressive feeling for style, [In general,
see Bremmer, The Rise and Fall of the Afterlife (London). 2 For Homer’s influence,
see Knauer, “Die Aeneis und Homer” (Göttingen). Norden, KleineSchriften zum klassischenAltertum
(Berlin), ‘Die Petrusapokalypse und ihre antiken Vorbilder’. In his monumental
commentary, Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6. A Commentary” (Berlin) mistakenly
states it was 1 Enoch. For the bibliography, see the most recent edition: Kraus
and T. Nicklas, “Das Petrusevangelium und die Petrusapokalypse (Berlin).
Dieterich, “Nekyia” (Leipzig and Berlin). For Dieterich, see most recently
H.-D. Betz, The “Mithras” Liturgy (Tübingen) Wessels, Ursprungszauber. Zur
Rezeption von Hermann Useners Lehre von der religiösen Begriffsbildung
(London); H. Treiber, ‘Der “Eranos” – Das Glanzstück im Heidelberger
Mythenkranz?’, in W. Schluchter and F.W. Graf (eds), Asketischer
Protestantismus und der ‘Geist’ des modernen Kapitalismus, Tübingen, many
interesting glimpses of Dieterich’s influence in Heidelberg; Tommasi, Albrecht
Dieterich’s Pulcinella: some considerations a century later, St. Class. e Or.
F. Graf, ‘Mithras Liturgy and Religionsgeschichtliche Schule, MHNH Norden, P.
Vergilius Maro AeneisVI (Leipzig) 5 (sources). ingenious reconstructions of
lost sources and all-encompassing mastery of Roman literature. It is, arguably,
the finest commentary of the golden age of German Classics.7 Norden’s
reconstructions of Virgil’s sources for the underworld in Aeneid VI have
largely gone unchallenged, and the next worthwhile commentary, that by Austin clearly
did not feel at home in this area. Now the past century has seen a number of
new papyri of literature as well as new Orphic texts, and, accordingly, a
renewed interest in Orphic traditions. Moreover, our understanding of Virgil as
a philosophical bricoleur or mosaicist, as Horsfall calls him, has much
increased in recent decades. It may therefore pay to take a fresh look at
Virgil’s underworld and try to determine to what extent these new discoveries
enrich and/or correct Norden’s picture. We will especially concentrate on the
Orphic, Eleusinian, and Hellenistic backgrounds of Aeneas’s descent. Yet a
Roman philosopher may hardly avoid his *own* Roman tradition, and, in a few
instances, we will also comment on these aspects. As Norden observes, Virgil
divides his picture of the underworld into six parts, and we will follow these
in our argument. For Norden, see most recently E. Mensching, Nugae zur
Philologie-Geschichte, 14 vols (Berlin). Rüpke, “Römische Religion” (Marburg);
B. Kytzler et al., Norden (Stuttgart); W.M. Calder III and B. Huss, “Sed serviendum
officio...” The Correspondence between Wilamowitz-Moellendorff and Eduard
Norden (Berlin); W.A. Schröder, Der Altertumswissenschaftler Eduard Norden. Das
Schicksal eines deutschen Gelehrten Abkunft (Hildesheim); A. Baumgarten,
‘Eduard Norden and His Students: a Contribution to a Portrait. Based on Three
Archival Finds’, Scripta Class. Israel; Horsfall, Virgil, “Aeneid”, with
additional bibliography, although overlooking Neuhausen, ‘Aus dem
wissenschaftlichen Nachlass Franz Bücheler’s (I): Eduard Nordens Briefe an
Bücheler’, in Clausen (ed.), Iubilet cum Bonna Rhenus. Festschrift zum 150 jährigen
Bestehen des Bonner Kreises (Berlin) (important for the early history of the
commentary) and -- Rüpke, ‘Dal seminario
all’esilio: Norden e Jaeger,’ Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia
(Siena). See now also O. Schlunke, ‘Der Geist der lateinischen
Literatursprache. Eduard Nordens verloren geglaubter Genfer Vortrag’, A&A 8
For a good survey of the status quo, seeA. Setaioli,‘Inferi’,inEVII, Austin, P.
Vergili Maronis Aeneidos liber sextus (Oxford, 1977). For Austin see, in his inimitable and hardly to be
imitated manner, J. Henderson, ‘Oxford Reds’ (London) Horsfall(ed.), A Companion
to the Study of Virgil (Leiden) See especiallyN. Horsfall, VIRGILIO: l’epopea in
alambicco (Napoli). Norden, AeneisVI,208 (sixparts). As Horsfall,Virgil,“Aeneid”6,
has used my previous articles for his commentary, I will refer Horsfall only in
cases of substantial disagreements or improvements of my analysis. I freely
make use of]. Before we start with the underworld proper, we have to note an
important verse. At the very moment that Hecate is approaching and Aeneas will
leave the Sybil’s cave to start his entry into the underworld, at this
emotionally charged moment, the Sibyl calls out. “Procul, o procul este,
profani.” Austin just notes: ‘a religious formula’, whereas Norden comments. “Der
Bannruf der Mysterien ἑκὰς ἑκάς.” However, such a cry is not attested for the
Mysteries in Greece but occurs only in Callimachus. In Eleusis it is *not* the
‘uninitiated’ but those who cannot speak proper Greek or had blood on their
hands that are excluded. But Norden is on the right track. The formula alludes
to the beginning of the, probably, oldest Orphic theogony which has now turned
up in the Derveni papyrus (Col, ed. Kouremenos et al.), but allusions to which
can already be found in Pindar, the Italic philosopher Empedocles of Girgenti
-- who was heavily influenced by the Orphics -- and Plato. “I will sing to
those who understand: close the doors, you uninitiated.” A further reference to
the Mysteries can probably be found in Virgil’s subsequent words. “Sit mihi fas
audita loqui” -- as it was forbidden to speak about the content of the
Mysteries to the non-initiated. my ‘The Roman
Tour of Hell’, in T. Nicklas et al. (eds), Other Worlds and their Relation to
this World (Leiden); ‘Roman Tours of Hell: in W. Ameling (ed.), Topographie des
Jenseits (Stuttgart) 13–34 (somewhat revised and abbreviated as ‘De katabasis
van Aeneas’ Lampas) and ‘Descents to Hell and Ascents to Heaven’, in Collins, Oxford
Handbook of Apocalyptic Literature (Oxford). For the entry, see H. Cancik,
Verse und Sachen (Würzbur) (‘Der Eingang in die Unterwelt. Ein
religionswissenschaftlicher Versuch zu Vergil, Aeneis VI, fi). For further
versions of this highly popular opening formula, see Weinreich, Ausgewählte
Schriften II (Amsterdam); Ried- weg, Hellenistische Imitation eines orphischen
Hieros Logos (Munich); A. Bernabé, ‘La fórmula órfica “Cerrad las puertas,
profanos”. Del profano religioso al profano en la materia’, ‘Ilu and on OF 1;
Beatrice, ‘On the Meaning of “Profane” in Antiquity. The Fathers,
Firmicus Maternus and Porphyry before the Orphic “Prorrhesis” (OF 245.1 Kern)’,
Ill. Class. Stud., who at p. 137 also observes the connection with Aen. 6.258. In
addition to the opening formula, see also Hom. H. Dem.; Eur. Ba.; Diod. Sic.;
Cat. - “orgia quae frustra cupiunt audire profane”; Philo, Somn.; Horsfall on
Aen. For the secrecy of the Mysteries, see Horsfall on Aen. The ritual cry,
then, is an important signal for our understanding of the text, as it suggests
the theme of the Orphic Mysteries and indicates that the Sibyl acts as a kind
of mystagogue for Aeneas. After a sacrifice to the chthonic powers and a
prayer, Aeneas walks in the ‘loneliness of the night’ to the very beginning of
the entrance of the underworld, which is described as “in faucibus Orci” -- an
expression that also occurs elsewhere in Virgil and other Latin philosophers. Similar
passages suggest that the Roman philosophers imagine the ‘underworld’ as a vast
hollow space with a comparatively narrow opening. “Orcus” can hardly be
separated from Latin “orca,” -- and we find here an ancient idea of the
underworld as an enormous pitcher with a narrow opening. This opening must have
been proverbial, as in Seneca’s Hercules Oetaeus. Alcmene refers to fauces only
as the entry of the underworld. All kinds of ‘haunting abstractions’ (Austin),
such as War, Illness and avenging Eumenides, live here. In its middle, there is
a dark elm of enormous size, which houses the dreams. The elm is a kind of
arbor infelix, as it does not bear fruit (Theophr. HP Norden), which partially
explains why Virgilio chose this tree, a typical arboreal Einzelgän- ger, for
the underworld. Another reason must have been its size, “ingens”, as the
enormous size of the underworld is frequently mentioned in Roman philosophy. In
the tree the empty dreams dwell. There is no equivalent for this idea, but
Homer (Od.) situates the dreams at the beginning of the underworld. Virgil
places here all kinds of hybrids and monsters, some of whom are also found in
the Greek underworld, such as Briareos (Il.). Others, though, are just
frightening figures from mythology, such as the often closely associated
Harpies and Gorgons, or hybrids like the Centaurs and Scyllae. According to
Norden ‘alles ist griechisch gedacht’,
For similar ‘signs’, see Horsfall,Virgilio (‘I segnali per strada’).
Verg. Aen. with Horsfall ad loc.; Val. Flacc.; Apul. Met. 7.7; Gellius; Arnob.;
Anth. Lat. Wagenvoort, Studies in Roman Philosophy (Leiden) 102–131 (‘Orcus’);
for a possibly, similar idea in ancient Greece, see West on Hes. Th. See also ThLL.
For a possible echo of the Italic philosopher Empedocles of Girgenti B121DK, see
Gallavotti,‘Empedocle’, EVII. For a possible source,see Horsfall, Virgilio. Most
important evidence: Macr. Sat., cf. J. André, ‘Arbor felix, arbor infelix’, in
Hommages à Jean Bayet (Brussels); J. Bayet, “Croyances et rites dans la Rome
antique” (Paris) Lucrezop; Verg.Aen. (ingens!); Sen.Tro. Horsfallon Aen.; Bernabéon
OF717 (=P. Bonon.4).33. but that is perhaps not quite true. The presence of
Geryon (“forma tricorporis umbrae”) with Persephone in an Etruscan tomb as
Cerun points to at least one Etruscan-Roman tradition. From this entry, Aeneas
proceeds along a road to the river that is clearly the border to the underworld.
In passing, we note here a certain tension between the Roman idea of “fauces”
and a conception of the underworld separated from the upperworld by a river.
Virgil keeps the traditional names of the rivers as known from Homer’s
underworld, such as Acheron, Cocytus, Styx, and Pyriphlegethon, but, in his
usual manner, changes their mutual relationship and importance. Not
surprisingly, we also find there the ferryman of the dead, Charon. Such a
ferryman is a traditional feature of many underworlds, but iCharon is mentioned
in the late archaic Minyas (fr. 1 Davies/Bernabé), a lost Boeotian epic. The
growing monetization of Athens also affects belief in the ferryman, and the
custom of burying a deceased with an obol, a small coin, for Charon becomes
visible on vases, just as it is mentioned first in Aristophanes’ Frogs. Austin
(ad loc.) thinks of a picture in the background of Virgil’s description, as is
perhaps possible. The date of Charon’s emergence probably precludes his appear-
[See Nisbet and Hubbard on Hor. C. 2.14.8; P. Brize, ‘Geryoneus’, in LIMC at
no. 25. 28 A. Henrichs, ‘Zur Perhorreszierung des Wassers der Styx bei
Aischylos und Vergil’, ZPE. Pelliccia, ‘Aeschylean ἀμέγαρτος and Virgilian
inamabilis’, ZPE. Horsfall on Aen. Note its mention also inOF717.42. 30 L.V.
Grinsell, ‘The Ferryman and His Fee: A Study in Ethnology, Archaeology, and
Tradition’, Folklore; Lincoln, ‘The Ferryman of the Dead’, J. Indo-European
Stud.; Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death to the End of the Classical
Period (Oxford); Oakley, Picturing Death (Cambridge); J. Boardman, ‘Charon I’,
in LIMC, Debiasi, ‘Orcomeno, Ascra e l’epopea regionale minore’, in E. Cingano
(ed.), Tra panellenismo e tradizioni locali: generi poetici e stroriografia
(Alessandria), Oakley, Picturing Death, with bibliography; add R. Schmitt,
‘Eine kleine persische Münze als Charonsgeld’, in Palaeograeca et Mycenaea
Antonino Bartonĕk quinque et sexagenario oblata (Brno); Gorecki, ‘Die
Münzbeigabe, eine mediterrane Grabsitte. Nur Fahrlohn für Charon?’, in M.
Witteger and P. Fasold, “Des Lichtes beraubt. Totenehrung in der römischen
Gräberstrasse von Mainz-Weisenau (Wiesbaden); G. Thüry, ‘Charon und die
Funktionen der Münzen in römischen Gräbern der Kaiserzeit’, in O. Dubuis and S.
Frey-Kupper, Fundmünzen aus Gräbern (Lausanne)] ance in the poem on Heracles’
descent, although he seems to have been present already in the poem on Orpheus’
descent. Finally, on the bank of the river, Aeneas sees a number of souls and
he asks the Sibyl who they are. The Sibyl, thus, is his ‘travel guide’. Such a
guide is not a fixed figure in Orphic descriptions of the underworld, but a
recurring feature of later tours of hell and going back to 1 Enoch. This was
already seen, and noted for Virgil, by Radermacher, who had collaborated on an
edition with translation of 1 Enoch. Moreover, another formal marker in later tours
of hell is that the visionary often asks: ‘Who are these?’, and is answered by
the guide of the vision with ‘these are those who...’, a phenomenon that can be
traced back equally to Enoch’s cosmic tour in 1 Enoch. Such demonstrative
pronouns also occur in the Aeneid, as Aeneas’ questions can be seen as
rhetorical variations on the question ‘who are these?’, and the Sibyl’s replies
contains “haec”, “ille” and “hi”. In other words, Virgil uses this tradition to
shape his narrative, and he may have used some other Hellenistic motifs as well.
Leaving aside Aeneas’s encounter with different souls and with Charon, we
continue our journey on the other side of the Styx. Here Aeneas; Contra Norden,
Aeneis; Stuckenbruck, ‘The Book of Enoch: Its Reception in Second Temple Jewish
and in Christian Tradition’, Early Christianity; Radermacher, Das Jenseits im
Mythos der Hellenen (Bonn) 14–15, overlooked by M. Himmelfarb, Tours of Hell, Philadelphia,
and wrongly disputed by H. Lloyd-Jones, Greek Epic, Lyric and Tragedy (Oxford)
183, cf. J. Flemming and L. Radermacher, Das Buch Henoch (Leipzig). For
Radermacher, see A. Lesky, Gesammelte Schriften (Munich); Wessels,
Ursprungszauber. As was first pointed out by Himmelfarb, Tours of Hell, Himmelfarb,
Tours of Hell; J. Lightfoot, The Sibylline Oracles (Oxford), who also notes the
passage “contains three instances each of “hic” as adverb and demonstrative
pronoun - a rhetorical question answered by the Sibyl herself, and several
relative clauses identifying individual sinners or groups’. Add Aeneas’s questions
in the Heldenschau especially, – “quis”, “pater”, “ille” -- ), and further
demonstrative pronouns. 39 Differently, Horsfallon Aen. and the Sibyl are immediately welcomed by
Cerberus who first occurs in Hesiod’s Theogony but must be a very old feature
of the underworld, as a dog already guards the road to the underworld in ancient
mythology. After Cerberus is drugged, Aeneas proceeds and hears the sounds of a
number of souls. Babies are the first category mentioned. The expression “ab
ubere raptos” suggests infanticide, which is also condemned in the Bologna
papyrus, a katabasis in a papyrus from Bologna, the text of which seems to date
from early imperial times and is generally accepted to be Orphic in character. This
papyrus, as has often been seen, contains several close parallels to Virgil,
and both must have used the same identifiably Orphic source. Now ‘blanket
condemnation of abortion and infanticide reflects a moral perspective. As we
have already noted moral influence, we may perhaps assume it here too, as
abortion and infanticide in fact occurs almost exclusively in ‘moralistic’ tours
of hell’. Indeed, the origin of the Bologna papyrus should probably be looked
for in Alexandria in a milieu that underwent moral influences. We may add that
the so-called Testament of Orpheus is a revision of an Orphic poem and thus
clear proof of the influence of Orphism on Egyptian (Alexandrian?) moralism. Yet
some of the Orphic material of Virgil’s and the papyrus’ source must be older
than the Hellenistic period. M.L. West, Indo-European Poetry and Myth (Oxford).
For the text, with extensive bibliography and commentary, see Bernabé,
Orphicorum et Orphicis similium testimonia et fragmenta. (OF), who notes: ‘omnia quae in papyro
leguntur cum Orphica doctrina recentioris aetatis congruunt’. This has been
established by N. Horsfall, ‘P. Bonon.4 and Virgil, Aen.6, yet again’, ZPE; See
also Horsfall on Aen. Lightfoot, Sibylline Oracles, 513 (quotes), who compares
1 Enoch 99.5; see also Himmelfarb, Tours of Hell; D. Schwartz, ‘Did People
Practice Infant Exposure and Infanticide in Antiquity?’, Studia Philonica
Annual; Stuckenbruck, 1 Enoch (Berlin and New York, Shanzer, ‘Voices and
Bodies: The Afterlife of the Unborn’, Numen, with a new discussion of the
beginning of the Bologna papyrus, in which she argues that the papyrus mentions
abortion, not infanticide. 44 A. Setaioli, ‘Nuove osservazioni sulla
“descrizione dell’oltretomba” nel papiro di Bologna’, Studi Ital. Filol. Class.
Riedweg, Hellenistische Imitation eines orphischen Hieros Logos and ‘Literatura
órfica’, in A. Bernabé and F. Casadesus (eds), Orfeo y la tradicion órfica
(Madrid); F. Jourdan, Poème judéo-hellénistique attribué à Orphée: production
juive et réception chrétienne (Paris). After the babies we hear of those who
were condemned innocently, suicides, famous mythological women such as Euadne,
Laodamia, and, hardly surprisingly, Dido, Aeneas’ abandoned beloved. In this
way Virgil follows the traditional combination of ahôroi and biaiothanatoi. The
last category that Aeneas meets at the furthest point of this region between
the Acheron and the Tartarus/Elysium are war heroes. When we compare these
categories with Virgil’s intertext, Odysseus’ meeting with ghosts in the
Odyssey, we note that, before crossing Acheron, Aeneas first meets the souls of
those recently departed and those unburied, just as in Homer Odysseus first
meets the unburied Elpenor. The last category enumerated in Homer are the
warriors, who here too appear last. Thus, Homeric inspiration is clear, even
though Virgil greatly elaborates his model, not least with material taken from
Orphic katabaseis. Aeneas then reaches a fork in the road, where the right-hand
way leads to Elysium, but the left one to Tartarus. The fork and the preference
for the right are standard elements in eschatological myths, which suggests a
traditional motif. Once again, we are led to the Orphic milieu, as the Orphic
Gold Leaves regularly instruct the soul ‘go to the right’ or ‘bear to the
right’ after its arrival in the underworld, thus varying Pythagorean usage for
the upper world. Virgil’s description of Tartarus is mostly taken from the Odyssey.
Grisé, Le suicide dans la Rome antique (Paris). These two heroines are popular
in funereal poetry in Hellenistic-Roman times: SEG 52.942, 1672. For the place
of Dido in Book VI and her connection with Heracles’ katabasis, see R. Nauta,
‘Dido en Aeneas in de onderwereld’, Lampas See, passim, S.I. Johnston, Restless
Dead (Berkeley, Los Angeles, London, 1999); Horsfall on Aen. 6.426–547. 50
Norden, AeneisVI,238–239. 51 Pl.Grg. 524a, Phd.108a; Resp.10.614cd; Porph.fr.
382;Corn.Labeofr. 7. 52 A. Bernabé and A.I. Jiménez San Cristóbal, Instructions
for the Netherworld (Leiden) 22–24 (who also connect 6.540–543 with Orphism);
F. Graf and S.I. Johnston, Ritual Texts for the Afterlife: Orpheus and the
Bacchic Gold Tablets (London) no. 3.2 (Thurii) = OF 487.2, 8.4 (Entella) = OF
475.4, 25.1 (Pharsalos) = OF 477.1. For the exceptions, preference for the left
in the Leaves from Petelia (no. 2.1 = OF 476.1) and Rhethymnon (no. 18.2 = OF
484a.2), see the discussion by Graf and Johnston, Ritual Texts. The two roads
also occur in the Bologna papyrus, cf. OF 717.77 with Setaioli, ‘Sulla
descrizione’. Smith,‘The Pythagorean Letter and Virgil’s GoldenBough’, Dionysius
-- but the picture is complemented by references to other descriptions of
Tartarus and to contemporary Roman villas. What does our visitor see? Under a
rock there are “moenia” encircled by a threefold wall. The idea of the mansion
is perhaps inspired by the Homeric expression ‘house of Hades’, which must be
very old as it has Hittite, Indian and Irish parallels, but in the oldest
Orphic Gold Leaf, the one from Hipponion, the soul also has to travel to the
‘well-built house of Hades’. On the other hand, Hesiod’s description of the
entry of Tartarus as surrounded three times by night seems to be the source of
the three-fold wall. Around Tartarus there flows the river Phlegethon, which
comes straight from the Odyssey, where, however, despite the name
Pyriphlegethon, the fiery character is not thematized. In fact, fire only later
became important in ancient underworlds. The size of the Tartarus is again
stressed by the mention of an “ingens” gate that is strengthened by columns of
adamant, the legendary, hardest metal of antiquity, and the use of special
metal in the architecture of the Tartarus is also mentioned in the Iliad (‘iron
gates and bronze threshold’) and Hesiod (‘bronze fence’). Finally, there is a
tall iron tower, which according to Norden and Austin is inspired by the
Pindaric ‘tower of Kronos’. However, although Kronos is traditionally locked up
in Tartarus, Pindar situates his tower on one of the Isles of the Blessed. As
the tower is also not associated with Kronos here, Pindar, whose influence on
Virgil was not very profound, will hardly be its source. Given that the
Tartarus is depicted like some kind of building with a gate, “vestibulum” and
threshold, it is perhaps better to think of the towers that form part of Roman
villas. The “turris aenea” in 54 Cf.A. Fo,‘Moenia’,in E VIII.557–558. 55 Il.
VII.131, XI.263, XIV.457, XX. 366; Emp. B 142 DK, cf. A. Martin, ‘Empédocle,
Fr. 142 D.-K. Nouveau regard sur un papyrus d’Herculaneum’, Cronache Ercolanesi
33 (2003) 43–52; M. Janda, Eleusis. Das indogermanische Erbe der Mysterien
(Innsbruck, 2000) 69–71; West, Indo-European Poetry, Note also Aen.: domos
Ditis. 56 Grafand Johnston, RitualTexts,no. 1.2=OF474.2. 57 For Hesiod’sinfluence
on Virgil, see A. LaPenna, ‘Esiodo’, in EVII,386–388;HorsfallonAen. 7.808. 58
Lightfoot, Sibylline Oracles, 514. 59 Lexikon des frühgriechischen Epos I
(Göttingen) s.v.; West on Hesiod, Th. 161; Lightfoot, Sibylline Oracles, 494f.
60 On Kronos and his Titans, see Bremmer, Greek Religion and Culture, the
Bible, and the Ancient Near East (Leiden). For rather different positions, see
Thomas, “Reading Virgil and His Texts” (Ann Arbor) and Horsfall on Aen.
3.570–587. 62 Norden, Aeneis VI, 274 rightly compares Aen. 2.460 (now with
Horsfall ad loc.), although 3 pages later he compares Pindar; E. Wistrand, ‘Om
romarnas hus’, Eranos 37 which Danae is locked up according to ORAZIO may be
another exam-ple, as before Virgil she is always locked up in a bronze chamber
(Nisbet and Rudd ad loc.). Traditionally, Tartarus was the deepest part of the
Greek underworld, and this is also the case in Virgil. Here, according to the
Sibyl, we find the famous sinners of mythology, especially those that revolted
against the gods, such as the Titans, the sons of Aloeus, Salmoneus, and Tityos.
However, Virgil concentrates not on the most famous cases but on some of the
lesser-known ones, such as the myth of Salmoneus, the king of Elis, who
pretended to be Zeus. His description is closely inspired by Hesiod, who in
turn is followed by later authors, although these seem to have some additional
details. Salmoneus drove around on a chariot with four horses, while
brandishing a torch and rattling bronze cauldrons on dried hides, pretending to
be Zeus with his thunder and lightning, and wanting to be worshipped like Zeus.
However, Zeus flung him headlong into Tartarus and destroyed his whole town. Receiving
nine lines, Salmoneus clearly is the focus of this catalogue, as the penalty of
Tityos, an “alumnus” of Terra, is related in 6 lines, and other sinners, such
as the Lapiths, Ixion, and Pirithous, are; Opera selecta (Stockholm). For
anachronisms in the Aeneid, see Horsfall, Virgilio, Il., 478; Hes. Th. 119 with
West ad loc.; G. Cerri, ‘Cosmologia dell’Ade in Omero, Esiodo e Parmenide’,
Parola del Passato; D.M. Johnson, ‘Hesiod’s Descriptions of Tartarus (Theogony
721–819)’, Phoenix; Except for Salmoneus, they are als opresent in ORAZIO’s s underworld:
Nisbet and Ruddon Hor. Compare Soph. fr10c6 (makingnoisewithhides, cf. Apollod.1.9.7,
to be read with Smith and Trzaskoma, ‘Apollodorus: Salmoneus’ Thunder-Machine’,
Philologus and Griffith, ‘Salmoneus’ Thunder-Machine again’); Man. (bronze
bridge); Greg. Naz. Or. 5.8; Servius and Horsfall on Aen. (bridge). 66 In line 591, aere, which is left
unexplained by Norden, hardly refers to a bronze bridge (previous note: so
Austin) but to the ‘bronze cauldrons’ of Hes. fr. 30.5, 7. 67 For the myth, see
Hes. fr. 15, 30; Soph. fr. 537–541a; Diod. Sic.; Hyg. Fab. 61, 250; Plut. Mor.
780f; Anth. Pal. 16.30; Eust. on Od. Hardie, Virgil’s Aeneid: cosmos and
imperium (Oxford); D. Curiazi, ‘Note a Virgilio’, Musem Criticum; A. Mestuzini,
‘Salmoneo’, in EV IV, 663–666; E. Simon, ‘Salmoneus’, in LIMC; Austint ranslates
‘son’, as Homer (Od.) calls him a son of Gaia, but Tityos being a foster son is
hardly ‘nach der jungen Sagenform’ (Norden), cf. Hes. fr. 78; Pherec. F 55
Fowler; Apoll. Rhod.; Apollod. 1.4.1. For alumnus meaning ‘son’, see ThLL s.v.
69 Ixion appears in the underworld as early as Ap. Rhod. 3.62, cf. Lightfoot,
Sibylline Oracles, 517] mentioned only in passing. It is rather striking, then,
that Virgil spends such great length on Salmoneus, but the reason for this
attention remains obscure. Moreover, the latter sinners are connected with
penalties, an overhanging rock and a feast that cannot be tasted, which in
mythology are normally connected with Tantalus We find the same ‘dissociation’
of traditional sinners and penalties in later works. Apparently, specific
punishments gradually stopped being linked to specific sinners. Finally, it is
noteworthy that the furniture of the feast with its golden beds points to the
luxury-loving rulers of the East rather than to contemporary Roman magnates. After
these mythological exempla there follow a series of mortal sinners against the
family and familia, then a brief list of their punishments, and then more
sinners, mythological and historical. In the Bologna papyrus, we find a list of
sinners, then the Erinyes and Harpies as agents of their punishments, and
subsequently again sinners. Both Virgil and the papyrus must therefore go back
here to their older source, which seems to have contained separate catalogues
of nameless sinners and their punishments. But what is this source and when was
it composed? Here we run into highly contested territory. Norden identifies
three katabaseis as important sources for Virgil, the ones by Odysseus in the
Homeric Nekuia, by Heracles, and by Orpheus. Unfortunately, Norden does not
date the last two katabaseis, but thanks to subsequent findings of 70 J.
Zetzel, ‘Romane Memento: Justice and Judgment in Aeneid 6’, Tr. Am. Philol.
Ass. Bremmer,‘Orphic,Roman, Jewish and ChristianToursofHell’. 72 Note also
Dido’s aurea sponda (Aen.); Sen. Thy. 909: purpurae atque auro incubat.
Originally, golden couches were a Persian feature, cf. Hdt.; Esther 1.6; Plut.
Luc. 37.5; Athenaeus 5.197a. 73 P. Salat, ‘Phlégyas et Tantale aux Enfers. À
propos des vers 601–627 du sixième livre de l’Énéide’, in Études de littérature
ancienne, Questions de sens (Paris, 1982) 13–29; F. Della Corte, ‘Il catalogo
dei grandi dannati’, Vichiana, Opuscula IX (Genova) Powell, ‘The Peopling of
the Underworld: Aeneid, in Stahl (ed.), Vergil’s Aeneid: Augustan Epic and
Political Context, London; Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes influence of
Heracles’ katabasis -- with Lloyd-Jones, Greek Epic, on Bacch. and F. Graf,
Eleusis und die orphische Dichtung Athens in vorhellenistischer Zeit (Berlin)
on Ar. Ra. 291, where Dionysus wants to attack Empusa), 309–312 (see also
Norden, Kleine Schriften, Horsfall on Aen. Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes
influence of Orpheus’ katabasis on lines 120 (see also Norden, Kleine
Schriften, Horsfall on Aen. 6.120. papyri we can make some progress here. On
the basis of a probable fragment of Pindar, Bacchylides, Aristophanes’ Frogs,
and the mythological handbook of Apollodorus, Hugh Lloyd-Jones reconstructs an
epic katabasis of Heracles, in which he was initiated by Eumolpus in Eleusis
before starting his descent at Laconian Taenarum. Lloyd- Jones dated this poem
to the middle of the sixth century, and the date is now supported by a shard in
the manner of Exekias that shows Heracles amidst Eleusinian gods and heroes. The
Eleusinian initiation makes Eleusinian or Athenian influence not implausible,
but as Parker comments, once the (Eleusinian) cult had achieved fame, a hero
could be sent to Eleusis by a non-Eleusinian poet, as to Delphi by a
non-Delphian. However, as we will see in a moment, Athenian influence on the
epic is certainly likely. Given the date of this epic we would still expect its
main emphasis to be on the more heroic inhabitants of the underworld, rather
than the nameless categories we find in Orphic poetry. And in fact, in none of
our literary sources for Heracles’s descent do we find any reference to
nameless humans or initiates seen by him in the underworld, but we hear of his
meeting with MELEAGRO and his liberation of Theseus. Given the prominence of
nameless, human sinners in this part of Virgil’s text, the main influence seems
to be the katabasis of Orpheus rather than the one of Heracles. There is
another argument as well to suppose here use of the katabasis of Orpheus.
Norden notes that both Rhadamanthys and Tisiphone recur in Lucian’s Cataplus in an Eleusinian
context. Similarly, he observed that the question of the Sibyl to Musaeus about
Anchises can be paralleled by the question of the Aristophanic Dionysos to the
Eleusinian initiated where Pluto lives [The commentary of W. Stanford on the Frogs (London) is more
helpful in detecting Orphic influence in the play than that by K.J. Dover
(Oxford). Lloyd-Jones, ‘Heracles at Eleusis: P. Oxy. 2622 and P.S.I. 1391’,
Maia = Greek Epic; see also R. Parker, Athenian Religion (Oxford) Boardman et al.,‘Herakles’,inLIMCIV. Parker, Athenian
Religion, Graf, Eleusis, 146 n. 22, who compares Apollod., cf. 1.5.3 (see also
Ov. Met.; P. Mich. Inv., re-edited by M. van Rossum-Steenbeek, Greek Readers’
Digests? (Leiden); Servius on Aen.), argues that the presence of the Eleusinian
Askalaphos in Apollodorus also suggests a larger Eleusinian influence. This may
well be true, but his earliest Eleusinian mention is Euphorion and he is absent
from Virgil. Did Apollodorus perhaps add him to his account of Heracles’s katabasis
from another source? Contra Graf, Eleusis, 145–146. Note also the doubts of R.
Parker, Polytheism and Society at Athens (Oxford, 2005) 363 n. 159. Meleager:
Bacch., with Cairns ad loc. Norden, AeneisVI, 274f. Frogs 161ff, 431ff). Norden
ascribes the first case to the katabasis of Orpheus and the second one to that
of Heracles. His first case seems unassailable, as the passage about Tisiphone
has strong connections with that of the Bologna papyrus, as do the sounds of
groans and floggings heard by Aeneas and the Sibyl (cf. OF 717.25; Luc. VH.).
Musaeus, however, is mentioned first in connection with Onomacritus’ forgery of
his oracles in the late sixth century and remained associated with oracles by
Herodotus, Sophocles and even Aristophanes in the Frogs. His connection with
Eleusis does not appear on vases before the end of the fifth century and in
texts before Plato. In other words, it seems likely that both these passages
ultimately derive from the katabasis of Orpheus, and that Aristophanes, like
Virgil, had made use of both the katabaseis of Heracles and Orpheus. To make
things even more complicated, the descent of both Heracles and Orpheus at
Laconian Taenarum shows that the author himself of Orpheus’s katabasis also
used the epic of Heracles’s katabasis. We have one more indication left for the
place of origin of the Heracles epic. After the nameless sinners we now see
more famous mythological ones. Theseus, as Virgil stresses, sedet aeternumque
sedebit. The passage deserves more attention than it has received in the
commentaries. In the Odyssey, Theseus and Pirithous are the last heroes seen by
Odysseus in the underworld, just as in Virgil Aeneas sees Theseus last in
Tartarus, even though Pirithous has been replaced by Phlegyas. Originally,
Theseus and Pirithous are condemned to an eternal stay in the underworld,
either fettered or grown to a rock. This is not only the picture in the
Odyssey, but seemingly also in the Minyas (Paus., cf. fr. dub. 7 = Hes. fr.
280), and certainly so on Polygnotos’ painting in the Cnidian lesche (Paus.)
and in Panyassis (fr. 9 Davies = fr. 14 Bernabé). This clearly is the older
situation, which is still referred to in the hypothesis of Critias’ Pirithous
(cf. fr. 6). The situation must have changed through the katabasis of Heracles,
in which Heracles liberates Theseus but, at least in some sources, left
Pirithous where he was.87 This liberation is most likely another testimony for
an Athenian connection of the katabasis of Heracles, as Theseus was Athens’ na-
[83 Norden, Aeneis; Hdt.7.6.3 (forgery: OF 1109 = Musaeus, fr. 68),8.96.2 (=OF69),
9.43.2 (=OF70); Soph.fr. 1116 (= OF 30); Ar. Ra. 1033 (= OF 63). 85 Pl. Prot.
316d = Musaeus fr. 52; Graf, Eleusis, 9–21; Lloyd-Jones, Greek Epic, 182–183;
A. Kauf- mann-Samaras, ‘Mousaios’, in LIMC, no. 3. 86 As is also observed by
Norden, Aeneis VI, 237 (on the basis of Servius on Aen. 6.392) and Kleine
Schriften, 508–509 nos 77 and 79. 87 Hypothesis Critias’ Pirithous (cf. fr. 6);
Philochoros FGr H 328 F 18; Diod. Sic. 4.26.1, 63.4; Hor. C.; Hyg. Fab. 79;
Apollod. 2.5.12, Ep. 1.23f. ] tional hero. The connection of Heracles, Eleusis
and Theseus points to the time of the Pisistratids, although we cannot be much
more precise than we have already been. In any case, the stress by Virgil on
Theseus’s eternal imprisonment in the underworld shows that he sometimes opts
for a version different from the katabaseis he in general followed. Rather
striking is the combination of the famous Theseus with the obscure Phlegyas who
warns everybody to be just and not to scorn the gods. Norden unconvincingly
tries to reconstruct Delphic influence here, but also, and perhaps rightly,
posits Orphic origins. His oldest testimony is Pindar’s Second Pythian Ode, where
Ixion warns people in the underworld. Now Strabo calls Phlegyas the brother of
Ixion, whereas Servius calls him Ixion’s father. Can it be that this
relationship plays a role in this wonderful confusion of sources,
relationships, crimes and punishments? We will probably never know, as Virgil
often selects and alters at random. After another series of nameless human
sinners, among whom the sin of incest is clearly shared with the Bologna
papyrus, the Sibyl urges Aeneas on and points to the mansion of the rulers of
the underworld, which is built by the Cyclopes – “Cyclopum educta caminis
moenia.” Norden calls the idea of an iron building ‘singulär’ but it fits other
descriptions of the underworld as containing iron or bronze elements. Austin
compares Callimachus, for the Cyclopes as smiths using bronze or iron, but it
has escaped him that Virgil combines here two traditional activities of the
Cyclopes. On the one hand, they are smiths and as such forged Zeus’s thunder,
flash and lightning-bolt, a helmet of invisibility for Hades, the trident for
Poseidon and a shield for Aeneas For this case, see also Horsfall,Virgilio,49.
89 D. Kuijper,‘Phlegyas admonitor’, Mnemosyne; Garbugino,‘Flegias’,in EV II,
539–540 notes his late appearance in our texts. Even though it is a different
Phlegyas, one may wonder whether Statius, Thebais 6.706 et casus Phlegyae monet
does not allude to his words here: admonet ... “discite iustitiam moniti...”?
The passage is not discussed by R. Ganiban, Statius and Virgil (Cambridge,
2007). 91 Norden, Aeneis, compares, in addition to Pindar (see the main text),
Pl. Grg. 525c, Phaedo 114a, Resp. 10.616a. 92 To be addedt o Austin. Berry, “Criminals
in Virgil’s Tartarus: Contemporary Allusions in Aeneid” – CQ; Cf.Horsfall,‘P.
Bonon.4andVirgil,Aen.6’. Aen. 8.447).95 Consequently, they were known as the
inventors of weapons in bronze and the first to make weapons in the Euboean
cave Teuchion. On the other hand, early traditions also ascribed imposing
constructions to the Cyclopes, such as the walls of Mycene and Tiryns, and as
builders they remained famous all through antiquity. Iron buildings thus
perfectly fit the Cyclopes. In front of the threshold of the building, Aeneas
sprinkles himself with fresh water and fixes the golden bough to the lintel
above the entrance. Norden and Austin understand the expression “ramumque
adverso in limine figit” as the laying of the bough on the threshold, but “figit”
seems to fit the lintel better. One may also wonder from where Aeneas suddenly
got his water. Had he carried it with him all along? Macrobius (Sat. 3.1.6)
tells us that washing is necessary when performing religious rites for the
heavenly gods, but that a sprinkling is enough for those of the underworld.
There certainly is some truth in this observation. However, as the chthonian
gods are especially important during magical rites, it is not surprising that
people did not go to a public bath first. It is thus a matter of convenience
rather than principle. But to properly understand its function here, we should
look at the golden bough first. The Sibyl tells Aeneas to find the golden bough
and to give it to Proserpina as her due tribute. The meaning of the golden bough
has gradually become clearer.Whereas Norden rightly rejects the interpretation
of Frazer’s Golden Bough, he clearly was still influenced by his Zeitgeist with
its fascination with fertility and death and thus spends much attention on the
comparison of the bough with mistletoe. Yet by pointing to the Mysteries he
already came close to an important aspect of the bough.103 95 Hes. Theog.;
Apollod. 1.1.2 and 2.1, 3.10.4 (which may well go back to an ancient
Titanomachy); see also Pindar fr. 266. 96 Istros FGrH 334 F 71 (inventors);
POxy. 10.1241, re-edited by Van Rossum-Steenbeek, Greek Readers’ Digests? (Teuchion).
97 Pin d. fr. 169a.7; Bacch. 11.77; Soph.; Hellanicus FGrH 4 F 87 = F 88
Fowler; Eur. HF 15, IA 1499; Eratosth. Cat. 39 (altar); Strabo; Apollod.;
Paus.; Anth. Pal. 7.748; schol. on Eur. Or. 965; Et. Magnum 213.29. 98 As is argued
by Wagenvoort, Pietas (Leiden) (‘TheGoldenBough’); Eitrem, Opferritus und
Voropfer der Griechen und Römer (Kristiania, 1915) 126–131; Pease on Verg. Aen.
4.635. 100 For Aeneas picking the bough on a mosaic, see D. Perring,
‘“Gnosticism” in Fourth-Century Britain: The Frampton Mosaics Reconsidered’,
Britannia -- Compare J.G. Frazer, Balder the Beautiful = The Golden Bough VII.2
(London) 284 n. 3 and Norden, Aeneis VI, 164 n. 1. 102 As observed by Wagenvoort,Pietas,
Norden,Aeneis. Combining three recent analyses, which have all contributed to a
better understanding, we may summarize our present knowledge as follows. When
searching for the golden bough, Aeneas is guided by two doves, the birds of his
*mother* Aphrodite. The motif of birds leading the way derives from
colonisation legends, as Norden and Horsfall have noted, and the fact that
there are two of them may well have been influenced by the age-old traditions
of two leaders of colonising groups. The doves, as Nelis has argued, can be
paralleled with the dove that led the Argonauts through the clashing rocks in
Apollonius of Rhodes’ epic. Moreover, as Nelis notes, the golden bough is part
of an oak tree, just like the golden fleece, both are located in a gloomy
forest and both shine in the darkness. In other words, it seems a plausible
idea that Virgil also had the golden fleece of the Argonautica in mind when
composing the episode of the golden bough. This is not wholly surprising. The
expedition of Jason and his Argonauts also was a kind of quest, in which the golden
fleece and the golden bough are clearly comparable. In addition, Colchis was
situated at the edge of Greek civilisation so that the journey to it might not
have been a katabasis but certainly had something of a Jenseitsfahrt. Admittedly,
the Argonautic epic does not contain a golden bough, but Michels points out
that in the introductory poem to his Garland MELEAGRO mentions ‘the ever golden
branch of divine Plato shining all round with virtue’ (Anth. Pal. = Meleager; Gow-Page,
West). Virgil certainly knows Meleager, as Horsfall notes, and he also observes
that the allusion to Plato prepares us for the use Virgil makes of
eschatological myths in his description of the underworld, those of the Phaedo,
Gorgias and Er in the Republic. In this section on the Golden Bough, I refer
just by name to West, ‘The Bough and the Gate’, in S.J. Harrison, Oxford
Readings in Vergil’s Aeneid (Oxford); Horsfall, Virgilio (with a detailed
commentary) and D. Nelis, Vergil’s Aeneid and the Argonautica of Apollonius
Rhodius (Leeds). The first two seem to have escaped Turcan, ‘Le laurier
d’Apollon (en marge de Porphyre)’, in A. Haltenhoff and F.-H. Mutschler (eds),
Hortus Litterarum Antiquarum. Festschrift H.A. Gärtner (Heidelberg), West, Indo-EuropeanPoetry;
Bremmer, Greek Religion and Culture. For the myth of the Golden Fleece, see
Bremmer, Religion and Culture. For the expedition of the Argonauts as
Jenseitsfahrt, see K. Meuli, Gesammelte Schriften (Basel); Hunter, The
Argonautica of Apollonius: literary studies (Cambridge) Michels, ‘The Golden
Bough of Plato’, Am. J. Philol. For Michels, see J. Linderski, ‘Agnes Kirsopp
Michels and the Religio’, Class. However, there is another, even more important
bough. SERVIO tells us that those who have written about the rites of
Proserpina assert that there is “quiddam mysticum” about the golden bough and
that people could not participate in the rites of Proserpina unless they
carried the golden bough. Now we know that the future initiates of Eleusis
carried a kind of pilgrim’s staff consisting of a single branch of myrtle or
several held together by rings. In other words, by carrying the bough and
offering it to Proserpina, queen of the underworld, Aeneas also acts as an
Eleusinian initiate, who of course had to bathe before initiation. Virgil will
have written this all with one eye on OTTAVIANO, who was an initiate himself of
the Eleusinian Mysteries. Yet it seems equally important that Heracles too had
to be initiated into the Eleusinian Mysteries before entering the underworld. In
the end, the golden bough is also an oblique reference to that elusive epic,
the Descent of Heracles. Having offered the golden bough to Proserpina, Aeneas may
now enter Elysium, where he now comes to “locos laetos” (cf. “laeta arva”) of “fortunatorum
nemorum.” The stress on joy is rather striking, but on a Orphic Gold Leaf from
Thurii we read, “Χαῖρε, χαῖρε.” Journey on the right-hand road to holy meadows
and groves of Persephone’. Moreover, we find joy also in prophecies of the Golden Age, which certainly
overlap in their motifs with life in Elysium. Once again Virgil’s description
taps Orphic poetry, as “lux perpetua” is also a typically Orphic motif, which
we already find in Pindar and which surely must [Servius, Aen. 6.136: licet de
hoc ramo hi qui de sacris Proserpinae scripsisse dicuntur, quiddam esse
mysticum adfirment ad sacra Proserpinae accedere nisi sublato ramo non poterat.
inferos autem subire hoc dicit, sacra celebrare Proserpinae. The connection
with Eleusis is also stressed by G. Luck, Ancient Pathways and Hidden Pursuits
(Ann Arbor) (‘Virgil and the Mystery Religions’. R. Parker,Miasma (Oxford,); Suet.
Aug.; Dio Cassius; Bowersock, “Augustus”
(Oxford) 68. 112 For woods in the underworld, see Od.; Graf and Johnston,
Ritual Texts for the Afterlife (Thurii) = OF 487.5–6; Verg. Aen.; Nonnos, D.
19.191. 113 GrafandJohnston, RitualTexts for the Afterlife, no. 3.5–6=OF487 Oracula
Sibyllina: ‘Rejoice, maiden’, cf. E. Norden, Die Geburt des Kindes (Stuttgart)
have had a place in the katabasis of Orpheus, just as the gymnastic activities,
dancing and singing almost certainly come from the same source, even though OTTAVIANO
must have been pleased with the athletics which he encouraged. The Orphic
character of these lines is confirmed by the mention of the Threicius sacerdos
(with Horsfall), obviously Orpheus himself. After this general view, we are
told about the individual inhabitants of Elysium, starting with genus antiquum
Teucri, which recalls, as Austin sees, “genus antiquum Terrae, Titania pubes” opening
the list of sinners in Tartarus. It is a wonderfully peaceful spectacle that we
see through the eyes of Aeneas. Some of the heroes are even “vescentis”, on the
grass, and we may wonder if this is not also a reference to the Orphic
‘symposium of the just’, as that also takes place on a meadow. Its importance
was already known from Orphic literary descriptions, but a meadow in the
underworld has also emerged on the Orphic Gold Leaves. The description of the
landscape is concluded with the picture of the river Eridanus that flows from a
forest, smelling of laurels. Neither Norden nor Austin explains the presence of
the laurels, but Virgil’s first readership will have had several associations
with these trees. Some may have remembered that the laurel is the highest level
of re-incarnation among plants in the Italic philosopher Empedocles of
Girgenti, whereas others will have realised the poetic and Apolline
connotations of the laurel. After Trojan and nameless Roman heroes, priests, and
poets, Aeneas sees those who found out knowledge and used it for the betterment
of life – “inventas aut qui vitam excoluere per artis” tr. 115 Pind. fr. 129; Ar. Ra.; Plut. frr. 178,211;
Visio Pauli21, cf.Graf, Eleusis, Horsfall, Virgilio, For the Titans being the ‘olden
gods’, see Bremmer, Greek Religion and Culture,78. 118 Graf, Eleusis, Pind. fr.
129; Ar. Ra.326; Pl. Grg. 524a, Resp.; Diod. Sic.; Bernabéon OF61. 120 Graf and
Johnston, Ritual Texts for the Afterlife, no. 3.5–6 (Thurii) = OF 487.5–6, no.
27.4 (Pherae) = OF. The Eridanus also appears in Apollonius Rhodius as a kind
of otherwordly river, but there it is connected with the myth of Phaethon and
the poplars, and resembles more Virgil’s Avernus with its sulphur smell than
the forest smelling of laurels in the underworld. For the name of the river,
see Delamarre, ‘ Ἠριδανός, le “fleuve de l’ouest”,’ Etudes Celtiques. Horsfall,
‘Odoratum lauris nemus – Aeneid” Scripta Class. Perhaps, readers may have also
thought of the laurel trees that stand in front of OTTAVIANO’s domus on the
Palatine, given the importance of OTTAVIANO in this book, cf. A. Alföldi, Die
zwei Lorbeerbäume des Augustus (Bonn); M. Flory, ‘The Symbolism of Laurel in
Cameo Portraits of Livia’, Mem. Am. Ac. Rel. Austin). As has long been seen,
this line closely corresponds to a line from a cultural-historical passage in
the Bologna papyrus where we find an enumeration of five groups in Elysium that
have made life livable. The first are mentioned in general as those who
embellish life with their skills – “αἱ δε βίον σ[οφί]ῃσιν ἐκόσμεον” -- to be
followed by the poets, ‘those who cut roots’ for medicinal purposes, and two
more groups which we cannot identify because of the bad state of the papyrus.
Inventions that both improve life and bring culture are typically sophistic
themes, and the mention of the archaic ‘root cutters’ instead of the more
modern ‘doctors’ implies an older stage in the sophistic movement. The
convergence between Virgil and the Bologna papyrus suggests that we have here a
category of people seen by Orpheus in his katabasis. How- ever, as Virgil
sometimes comes very close to the list of sinners in Aristophanes’ Frogs, both
poets must, directly or indirectly, go back to a common source, as must, by
implication, the Bologna papyrus. This Orphic source apparently was influenced
by the cultural theories of the Sophists. Now the poets occur in Aristophanes’
Frogs too in a passage that is heavily influenced by the cultural theories of
the Sophists, a passage that Graf
connects with Orphic influence. Are we going too far when we see here also the
shadow of Orpheus’s katabasis? Having seen part of the inhabitants of Elysium,
the Sibyl asks Musaeus where Anchises is. Norden persuasively compares the
question of Dionysus to the Eleusinian initiates where Pluto lives in
Aristophanes’ Frogs. In support of his argument Norden observes that, normally,
the Sibyl is omniscient, but only here asks for advice, which suggests a
different source rather than an intentional poetic variation. Naturally, Norden
infers from the comparison that both go back to the katabasis of Heracles. In
line with our investigation so far, however, we rather ascribe the question to
Orpheus’s katabasis, given the later prominence of Musaeus and the meeting with
Eleusinian initiates. Highly interesting is also another observation by Norden.
Norden notes that Musaeus shows them the valley where Anchises lives from a
height – “desuper ostentat” -- and compares a [Treu, ‘Die neue ‘Orphische’
Unterweltsbeschreibung und Vergil’, Hermes ‘die primitiven Wurzelsucher’. 124
Norden, Aeneis VI,287–288; Graf, Eleusis,146n. 21compares Aen.6.609 with Ar. Ra.149–150
(violence against parents), with Ra. (violence against strangers) and 6.612–613
with Ra. 150 (perjurers). Note also the resemblance of 6.608, OF 717.47 and Pl.
Resp. 10.615c regarding fratricides, which also points to an older Orphic
source, as Norden already saw, without knowing the Bologna papyrus.
Graf,Eleusis,34–37. 126 Neither Stanford nor Dover refers to Virgil. number of
Greek, Roman and Christian Apocalypses. Yet his comparison confuses two
different motifs, even though they are related. In the cases of Plato’s
Republic and Timaeus as well as in CICERONE’S “IL SOGNO DI SCIPIONE” (Mozart)
(Rep.) souls see the other world, but they do not have a proper tour of hell
(or heaven) in which a *supernatural* person (Musaeus, il divino, [arch]angel,
Devil) provides a view from a height or a mountain. That is what we find in 1
Enoch (17–18), Philo (SpecLeg 3.2), Matthew (4.8), Revelation (21.10), the
Testament of Abraham, the Apocalypse of Abraham (21), the Apocalypse of Peter, which
was still heavily influenced by traditions, and even the late Apocalypse of
Paul (13), which drew on earlier sources. In other words, it is hard to escape
the conclusion that Virgil draws here too, directly or indirectly, on this very
old sources. With this quest for Anchises we have reached the climax of LIBER VI.
It would take us much too far to present a detailed analysis of these lines
but, in line with our investigation, we will concentrate on Orphic and
Orphic-related (Orphoid) sources. Aeneas meets his father, when the latter has
just finished reviewing the souls of his line who are destined to ascend ‘to
the upper light’. They are in a valley, of which the secluded character is
heavily stressed, while the river Lethe gently streams through the woods. The
Romans paid much attention to this river. Those souls that are to be
reincarnated drink the water of forgetfulness. After Aeneas wonders why some
would want to return to the upper world, Anchises launches into a detailed
cosmology and anthropology drawn straight from The Porch – IL PORTICO -- before
we again find Orphic material. The soul locks up in the body as in a prison,
which Vergil derived almost certainly straight from Plato, just like the idea
of engrafted -- concreta – evil [Contra Horsfallon
Aen.6.792. 128 For the reference to metempsychosis, see Horsfallon Aen.6.724–751.129679–680
penitus convallevirenti inclusas animas; 703: vallereducta; 704: seclusumnemus.
Theognis 1216 (plain of Lethe); Simon. Anth.Pal.7.25.6(house of Lethe); Ar.Ra.186(plain
of Lethe); Pl. Resp. 10.621ac (plain and river); TrGF Adesp. fr. 372 (house of
Lethe); SEG (curse tablet: Lethe as a personal power). For its occurrence in
the Gold Leaves, see Riedweg, Mysterienterminologie, 40. 131 Soul: Pl. Crat.
400c (= OF 430), Phd. 62b (= OF 429), 67d, 81be, 92a; [Plato], Axioch.; G.
Rehrenbock, ‘Die orphische Seelenlehre in Platons Kratylos’, Wiener Stud. The
penalties the souls have to suffer to become pure may well derive from an
Orphic source too, as the Bologna papyrus mentions clouds and hail, but it is
too fragmentary to be of any use here.On the other hand, the idea that soul has
to pay a penalty for the deeds in the upperworld twice occurs in the Orphic
Gold Leaves. Orphic is also the idea of the “rota” through which the soul has
to pass during its Orphic reincarnation. But why does the cycle last a thousand
years before the soul can come back to life – “mille rotam volvere per annos --?
Unfortunately, we are badly informed by the relevant authors about the precise
length of the reincarnation. The Italic philosopher Empedocles of Girgenti mentions
‘thrice ten thousand seasons’ and Plato mentions ‘ten thousand years’ and, for
a PHILOSOPHICAL life, ‘three times thousand years’. But the myth of Er mentions
a period of thousand years. This will be Virgil’s source here, as also the idea
that the soul has to drink from the river Lethe is directly inspired by the
myth of Er where the soul drinks from the River of Forgetfulness and forgets
about their stay in the other world before returning to earth (Resp. 10.621a).
It will hardly be chance that with the references to the end of the myth of Er,
we have also reached the end of the main description of the underworld. In the
following Heldenschau, we find only one more intriguing reference to the
eschatological beliefs of Virgil’s time. At the end, father and son wander in
the wide fields of air – “aëris in campis latis” -- surveying everything. In
one of his characteristically wide-ranging and incisive discussions, Norden
argues that Virgil alludes here to the belief that the soul ascends to the moon
as their final abode. This belief is as old, as Norden argues, as the Homeric
Hymn to Demeter, where we already find ‘die Identifikation der Mondgöttin
Hekate mit Hekate als Königin der Geister und des Hades’. However, it must be
objected that verifiable associations between the two (i.e. Hecate and the moon)
do not survive from Bernabé, ‘Una etimología Platónica: Sôma – Sêma’,
Philologus -- For the afterlife of the idea, Courcelle, Connais-toi toi-même de
Socrate à Saint Bernard, 3 vols (Paris) 2.345–380. Engrafted evil: Pl. Phd.
81c, Resp., Tim. 42ac. Plato and Orphism: A. Masaracchia, ‘Orfeo e gli “Orfici”
in Platone’, in idem (ed.), Orfeo e l’Orfismo (Rome), reprinted in his
Riflessioni sull’antico (Pisa); Treu, ‘Die neue ‘Orphische’
Unterweltsbeschreibung’, 38 compares OF 717.130–132; see also Perrone, ‘Virgilio
Aen. VI 740–742’, Civ. Class.Crist.; Horsfall on Aen. 6.739. 133 Graf and
Johnston, Ritual Texts 6.4 (Thurii) = OF 490.4; Graf and Johnston 27.4 (Pherae)
= OF 493.4. 134 OF338,467,Graf and Johnston, Ritual Texts, 5. 5 (Thurii) = OF 488.5,
withBernabéadloc. 135 Pl. Resp. 10.615b, 621a. Curiously, Norden does not refer
to this passage in his commentary on this line, but at p. 10–11 of his
commentary. 136 Norden, AeneisVI,23–26, also comparing Servius; Ps. Probusp.
333–334. [Moreover, the identification of the moon with Hades, the Elysian
Fields or the Isles of the Blessed is relatively late. It is only later that we
start to find this tradition among pupils of Plato, such as, probably,
Xenocrates, Crantor and Heraclides Ponticus, who clearly want to elaborate
their master’s eschatological teachings in this respect. Consequently, the
reference does indeed allude to the soul’s ascent to the moon, but not to the
‘orphisch-pythagoreische Theologie’ (Norden). In fact, it is clearly part of
the Platonic framework of Virgil. In the same century Plato is the first to
mention Selene as the mother of the Eleusinian Musaeus, but he will hardly have
been the inventor of the idea. Did the officials of the Eleusinian Mysteries
want to keep up with contemporary eschatological developments, which
increasingly stressed that the soul goes up into the aether, not down into the
subterranean Hades? We do not have enough material to trace exactly the initial
developments of the idea, but it was already popular enough for Antonius
Diogenes to parody the belief in his “Wonders Beyond Thule”, a parody taken to
even greater length by Lucian in his True Histories. Virgil’s allusion,
therefore, must have been clear to his contemporaries. S.I. Johnston,Hekate Soteira
(Atlanta)31. 138 W. Burkert, LoreandSciencein AncientPythagoreanism (CambridgeMA,1972)
366–368,who also points out that there is no pre-Platonic Pythagorean evidence
for this belief; see also Cumont, Lux perpetua (Paris) Gottschalk, Heraclides
of Pontus, Oxford, Wilamowitz rejects the‘Mondgöttin Heleneoder Hekate’ already
in his letter thanking Norden for his commentary, cf. Calder III and Huss, “Sed
serviendum officio...”, 18–21 at 20. 140 Pl. Resp. 2.364e; Philochoros F Gr H328
F208, cf. Bernabéon Musaeus 10–14T. 141 A. Henrichs,‘ Zur Genealogiedes Musaios’,
ZPE 58(1985)1–8. 142 IG I3 1179.6–7; Eur. Erechth. fr. 370.71, Suppl., Hel.
1013–1016. Or. 1086–1087, frr. 839.10f, 908b, 971; P. Hansen, Carmina
epigraphica Graeca saeculi IV a. Chr. n. (Berlin and New York, 1989). For
Antonius’ date, see Bowersock, “Fiction as History: Nero to Julian” (London),
whose identification of the Faustinus addressed by Antonius with Martial’s
Faustinus is far from compelling, cf. R. Nauta, “Poetry for Patron”s (Leiden). Bowersock
has been overlooked by Möllendorff, Auf der Suche nach der verlogenen Wahrheit.
Lukians Wahre Geschichten (Tübingen) whose discussion also sup- ports an
earlier date for ANTONIO against the traditional one. When we now look back, we
can see that Virgil has divided his underworld into several compartments. His
division contaminates Homer with later developments. In Homer, virtually
everybody goes toHades, of which the Tartarus is the deepest part, reserved for
the greatest e Titans. A few special heroes, such as Menelaus and Rhadamanthys,
go to a separate place, the Elysian Fields, which is mentioned only once in
Homer. When the afterlife became more important, the idea of a special place
for the elite, which resembles the Hesiodic Isles of the Blessed, must have
looked attractive to a number of people. However, the notion of re-incarnation
poses a special problem. Where do those stay who have completed their cycle and
those who are still in process of doing so? It may now be seen that Virgil
follows a traditional Orphic solution in this respect, a solution that had
progressed beyond Homer in that MORAL criteria had become important. In his
Second Olympian Ode Pindar pictures a tripartite afterlife in which a sinner is
sentenced by a judge below the earth to endure terrible pains. He who is a good
man spends a pleasant time with ‘il divino.’ He who has completed the cycle of
reincarnation and has led a blameless life joins the heroes on the Isles of the
Blessed. A tripartite structure can also be noticed in the Italic philosopher Empedocles
of Girgenti, who speaks about the place where the great sinners are, a place
for those who are in the process of purificaton. For Hades, Elysium and the
Isles of the Blessed, see Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death, Mace,
‘Utopian and Erotic Fusion in a New Elegy by Simonides (West2)’, ZPE. For the
etymology of “Elysium”, see R. Beekes, ‘Hades and Elysion’, in J. Jasanoff
(ed.), Mír curad: studies in honor of Calvert Watkins (Innsbruck) 17–28 at
19–23. Stephanie West (on Od. 4.563) well observes that Elysium is not
mentioned again before Apollonius’ Argonautica. For good observations, see
Molyviati-Toptsis, ‘Vergil’s Elysium and the Orphic-Pythagor- ean Ideas of
After-Life’, Mnemosyne. However, some would now replaced Molyviati’s terminology
of ‘Orphic-Pythagorean’, which Molyviati inherits from Dieterich and Norden,
with ‘Orphic-Bacchic’, due to new discoveries of Orphic Gold Leaves. Moreover, Molyviati
overlooks the important discussion by Graf, Eleusis, 84–87; see also Graf and
Johnston, Ritual Texts, For the reflection of this scheme in Pindar’s threnos fr.
129–131a, see Graf, Eleusis, 84f. Given the absence of Mysteries in Pindar, O.
2 and Mysteries being out of place in Plutarch’s Consolatio one wonders with
Graf if τελετᾶν in fr. 131a should not be replaced by τελευτάν. 147 For the
identification of this place with Hades, see A. Martin and O. Primavesi,
L’Empédocle de Strasbourg (Berlin). Alfonso, ‘La Terra Desolata. Osservazioni
sul destino di Bellerofonte (Il.)’, MH
and a place for those who have led a virtuous life on earth: they will
join the tables of the gods. The same division between the effects of a good
and a bad life appears in Plato’s Jenseitsmythen. In the Republic the serious
sinners are hurled into Tartarus, as they are in the Phaedo, where the less
serious ones may be still saved, whereas those who seem to have lived exceptionally
into the direction of living virtuously pass upward to a pure abode. But those
who have purified themselves sufficiently with philosophy will reach an area
even more beautiful, presumably that of the gods. The upward movement for the
elite, pure souls, also occurs in the Phaedrus and the Republic whereas in the
Gorgias they go to the Isles of the Blessed. All these three dialogues display
the same tripartite structure, if with some variations, as the one of the
Phaedo, although the description in the Republic is greatly elaborated with all
kinds of details in the tale of Er. Finally, in the Orphic Gold Leaves the stay
in Tartarus is clearly presupposed but not mentioned, due to the function of
the Gold Leaves as passport to the underworld for the Orphic devotees. Yet the
fact that in a Leaf from Thurii the soul says: ‘I have flown out of the heavy,
difficult cycle of reincarnations’ suggests a second stage in which the souls
still have to return to life, and the same stage is presupposed by a Leaf from
Pharsalos where the soul says: ‘Tell Persephone that Bakchios himself has
released you from the cycle.’ The final stage will be like in Pindar, as the
soul, whose purity is regularly stressed, will rule among the other heroes or
has become a god instead of a mortal. When taking these tripartite structures
into account, we can also better understand Virgil’s Elysium. It is clear that
we have here also the same distinction between the good soul and the super-good
soul. The good soul has to return to earth. The super-good soul can stay
forever in Elysium. Moreover, the place of the super-good soul is higher than
the one of a soul who has to return. That is why a soul that will return is in
a valley BELOW the area where Musaeus is. Once again, Virgil looks at Plato for
the construction of his underworld. Graf and Johnston, Ritual Texts, 5.5 = OF
488.5; Graf and Johnston 26a.2 = OF .485.2. Dionysos Bakchios has now also
turned up on a Leaf from Amphipolis: Graf and Johnston, Ritual Texts, 30.1–2 =
OF 496n.1–2.5. 150 Graf and Johnston, Ritual Texts, (all Thurii), 9.1 (Rome) =
OF 488.1, 490.1, 489.1, 491.1. 151 Graf and Johnston, Ritual Texts (Petelia) = OF 476.11; Graf and Johnston,
Ritual Texts, 3.4 (Thurii) = OF 487.4 and ibidem 5.9 (Thurii) = OF 488.9,
respectively.This was also seen by Molyviati-Toptsis,‘Vergil’s Elysium’,43, ifnotveryclearly
explained. But as we have seen, it is not only Plato that is an important
source for Virgil. In addition to a few traditional autochtonous indigenous *Roman*
details, such as the fauces Orci, we have also called attention to Orphic and
Eleusinian beliefs. Moreover, and this is really new, we have pointed to
several possible borrowings from 1 Enoch. Norden rejects virtually all Jewish
influence on Virgil in his commentary, and one can only wonder to what extent
his own Jewish origin played a role in this judgement. More recent discussions
have been more generous in allowing the possibility of Jewish-Sibylline
influence on Virgil and Horace. And indeed, Alexander Polyhistor, who works in
Rome during Virgil’s lifetime and writes a book On the Jews, knows the Old
Testament and was demonstrably acquainted with Egyptian-Jewish Sibylline
literature. Thus it seems not impossible or even implausible that among the
Orphic literature that Virgil had read, there also were (Egyptian- Jewish?)
Orphic katabaseis with Enochic influence. Unfortunately, we have so little left
of that literature that all too certain conclusions would be misleading. In the
end, it is still not easy to see light in the darkness of Virgil’s underworld. For
the Orphic influence, see also the summary by Horsfall,Virgil,“Aeneid”
Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6, 2.650 is completely mistaken in mentioning
Norden’s ‘pressing and arguably misleading, belief in the importance of Jewish
texts for the understanding of Aen.6’: Norden, Aeneis Buch VI, 6 actually argued
that from the ‘jüdische Apokalyptik ... kaum ein Motiv angeführt werden kann,
das sich mit einem vergilischen berührte’.For Norden’s attitude towards
Judaism, see J.E. Bauer, ‘Eduard Norden: Wahrheitsliebe und Judentum’, in B.
Kytzler et al (eds), Norden (Stuttgart); Nisbet, Collected Papers on Latin
Literature (Oxford); Bremmer, ‘The Apocalypse of Peter: Greek or Jewish?’, in
idem and I. Czachesz (eds), The Apocalypse of Peter (Leuven) at 3f. 156 C. Macleod, Collected Essays (Oxford)
(on Horace’s Epode 16.2); Nisbet, Collected Papers, Watson, A Commentary on
Horace’s Epodes (Oxford) (on Horace’s Epode 16); L. Feldman, ‘Biblical
Influence on Vergil’, in S. Secunda and S. Fine (eds), Shoshannat Yaakov
(Leiden) Alexander Polyhistor FGr H 273 F 19ab (OT), F quotes Or. Sib., cf.
Norden, Kleine Schriften; Lightfoot, Sibylline Oracles; Horsfall, ‘Virgil and
the Jews’, Vergilius has contested my views in this respect, but his arguments
are partly demonstrably wrong and partly unpersuasive, see my ‘Vergil and Jewish
Literature’, Vergilius –Various parts of this paper profited from lectures in
Liège and Harvard in 2008. For comments and corrections of my English I am most
grateful to Annemarie Ambühl, Danuta Shanzer and, especially, Nicholas Horsfall
and Ruurd Nauta. Abt, J., American Egyptologist: The Life of James Henry
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eleusi destrutta da Alarico – iniziato, iniziante, aspirante, gl’aspiranti –
eneide, Virgilio, poema epico, la fonte
di Virgilio e un poema perduto sulla discesa d’Ercole all’inferno a lottare
contro Cerbero – fatica 10 – statuaria – statua di Antino a Eleusi. L’iniziazione
come contemplazne, il role dell’iniziato, iniziato e inizianti --. La radice
indo-germanica di Eleusi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Caluso” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Camilla: la
ragione conversazionale e l'literae Humaniores – in literabus humanioris -- dell’huomo
– opp. Lit. div. – scuola di Genova – filosofia gnovese – filosofia ligure -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo
ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “You gotta love Camilla; I
mean, if his name were not Camilla, I would call him Grice: he philosophised on
all that I’m into: mainly ‘uomo’ (since he was an ancient Italian, he used the
mute ‘h’ (dell’huomo’): his anima, the concetti dell’animma that he ‘dichara’
in il suo palare – la bellezza is without equal --.” De' misterii e
maravigliose cause della compositione del mondo Giovanni Camilla (scritto anche
Camilli o Camillo) (Genova), filosofo.
Opere Giovanni Camilla, De' misterii e maravigliose cause della
compositione del mondo, In Vinegia, Gabriele Giolito de Ferrari, 1564.
Note Camilla, Giovanni CERL cnp Filosofia
Matematica Matematica Categorie: Medici
italianiFilosofi italiani ProfessoreXVI Genova. Ma che dirassi parlar del della
lingua e diverso parlare cosi pronunciato distintamente, beneficio de i denti e
delle labra, il quale cosi bene DICHIARA I CONCETTI DELL’ANIMA? CAM. Pensate che
se piu l'huomo andasse considerando le cose maravigliose del divino, tanto piu se
gli infiammerebbe l'animo di riconoscerne altre e contemplarne, e quanto piu sta
involto e privo delle scienze e cognitione di tai cose tanto manco ne prende
maraviglia, e se ne in fiamma. Liv. Avanza, l'uomo tutti gl’altri animali di sottigliezza
di sangue, di memoria, bellezza di corpo, e larghezza di spalle. cresce sino a XXII
anni. Hora che veggiamo al trissino da piccioli atti e quasi instrutti benissiino
in diverse scienze oarti, è cosa manifesta. Onde quel Mercurio gran filosofo
Mercurio Trimegisto chiama l'huomo Tremigi - un grande miracolo. Oltre poi, che
con l'intelletto sto. intende, capisce e discorre sopra ogni cosa, e chiamato
un picciol mondo; e tantage, cosi bella dignità di eso ON Elle 80 E. =.. 0.
cica. la conoscevano benissimo quegli ans huomo viene tutta dall'anima. E questo
ui basti qudra to alla dichiaratione di quelle cose, che sono chiamate naturali,
veniamo hora alle Mathematiche. CAM; Se io debbia hauere queſto a caro,
laſciolo confiderda re a uoi: essendo, che tai ragionamenti sopra tante ecoſi
belle coſe, miſaranno aſſai facile uia ad intendea re poi eſſe scienze.
-- diverso parlare cosi pronunciato distintamente beneficio de i denti e
della labra, il quale cosi benedichiara i concetti dell'anima? AVO PRIMO,
OVERO Proemio. a carte; Della virtù; Dell'amicitia; Dell'amore; Del Cielo e
delle Stelle; De gl’elementi; Di quelle cose che fi generano nell'aere; Dell'anima;
Dell'anima dell'huomo; Delle Piante; De gli animali sensitiui, e prima di
quelli, che non hanno ſangue; Di quelli Animali, che hanno sangue primieramente
de pesci; De gli uccelli; De gl’animali quadrupedi; Dell’uomo; Della
Arithmetica, e fue parti; Della Muſica; Della Geometria, e ſue parti; Della
Coſmografia; Dell'arte del nauigare, e de' precetti, chi fi debbono ofleruare a
intender quella; Della fPerſpectiua, et inſiemedella Symetria dell'uomo; Dell'Aſtronomia;
Della Metafisica. DELLA PERSPESTTIVA, ET insieme della Simetria dell'huomo; Sole
pche Holl Utre, Duit 3 bel A PERSPETTIVA dunque, Perspetti - stando nel mezo
della Geometria 4a,. Aſtronomia, proua neceſſaridal incnte molte coſe, che in
eſſe ſi ri = * trouano. Onde che'l Sole illumini pru dela metà della terra, e
che lucendo non ſi poſſa illumini no ueder le stelle, lo proua il Perſpettivo:
dicendo,'piu della che ogni corpo luminoſosferico illumina una piu pica metà
della ciola sfera piu dela metà. Nella Geometria etiandio queſto è manifefto,
come nell'arte di rileuo, ſecondo*; ſi vedono in Romaalcủne statue, con tanto
artificio store fatte, che quantunque una ſia piu grande dell'altra, @unapoſta
in alto, l'altra a baſſo, paiono nondia 1: meno tutte diunamedeſima groſſezza e
grandezza. Effetti del la perſpect e cio come ſi faccid', diſſe il
Perſpettiuo', la comprena tiua, en fione della quantità della coſa urſibile
proceder dalla din comprenſione della piramideralioſa, e dalla compaa ratione
dellabafi alla quantità dell'angulo,o alla lun= ghezza della diſtanza. Perla
medeſima hanno detto gli Aſtrologile stelle effer corpi sferici'e tondi: pera
cioche daejja uien- lor"detto i corpi sferici da lunge ofind pri parere
piani; l'eſempio ſia di uno ouo: oltre di ciò Le ſtelle le stelle nell'Orizonte
apparere piu grandi, etiano, a ell'Ori dio l'iſteſſo Orizonte alla terra
contingente, e piu: zones apo lontano di qual ſi uoglia altro punto aßegnato
nel ciez iori, per lo. L'iſteſſo fàil naturale, il quale afferma, che l'oca
chio non baſterebbe a comprender la grandezza delle coſe,s'eglinon fuſſe tondo.
et etiandio ſenza luce 1. non uederſi niente. Per queſta ſi ſono ritrouati gli
fpecchi: imperoche il raggio dell'occhio cadente pera pendicularmenteſopra
delloſpecchio, ritorna adietro, e coſi fa, che l'imagine èueduta. Si danno
ancora le cagioni, perche nella piu parte de gli ſpecchiſi ueda stig als
t'imagine dalla banda dilà di ello ſpecchio, &in alcue ni dinanzi: o oltre
di ciò coſi diſcoſta e lontana dallo specchio, quanto é l'occhio lontano da
eſo, e di molte altre. si sà ancora la diuerſa compofitioneloro, coa me de'
tondi, concaui, colonnari, piramidalize triana Pianeri og ifcintilla. gulari.
Laſcioper hora, chela reuerberatione de nocome raggi faccia le stelle fille
ſcintillare: imperoche i pia = le ftefle fiłnetinon ſcintillano. Proua
ultimamente, perche nela l'acqua le coſe paiano piu grandi, e fuori dal ſuo
luos Perche le coſepaia. 80;imperochenon ſipuò diſcernere e giudicare la no
mag. grandezza di una coſa per raggio rotto: e per ciò le giori nel ſtelle
nell'orizonte appaiono piu uicine a noi, che nel l'acqua. Meridiano. Si danno
inſieme congnitioni di Iride, e molte altre; la enumeratione delle quali troppo
longa ſarebbe a dirle. CAM. Veramente tutte le ſcienze ſono di talforte tra
loro ordinate, che’n loro a punto ſi uede fe. COM Iron chat lan ED fi uede una
ciclopedia. Liv. Tal dunque è la pera ſpettiua, la cui conſideratione e di
raggio retto, rea feffo, erotto. nella quale non ui marauigliate che ſi
ueggiano coſi eccellenti e buoni Scultori: eſſendo che scultura ciò
ſiuedafacilmente nella Chimica,Ectypoſi, Celaa parci d tura, Plaſtica,
Proplaſtica, Paradigmatica, Tomia fa. ca., Colaptica, le quali ſonotutte parti
della Scultuz ra, o hanno della ſua cognitione bisogno. Hora di queſte non voglio
io parlare, eccetto ſe a voi pareſſe della simetria dell'huomo; dcció da eſſa
comprendiate ogn’hora piu le marauiglioſe opere di Dio. Cam. Queſto miſarebbe
di grandißimo contento, è maßime che per la intelligenza loro ſi potrebbono
etiandio conſiderar le parti de gli animali ſenza ragione.Liv. Queſta miſura
dunque, la quale Simetria chiamiamo, Simetria duenga che'n tutte le coſe create
da Dio ſia maraui: dell'huog glioſa, è però di marauiglia e stupore grandißimo
mo. nell'huomo. imperoche miſurate tutte le parti effatta = mente, dalle quali
è compoſto, iui non ſi uede altro, che ogni coſa piena di harmonia e
perfettißima in tuta ti i numeri. E perciò hanno diuiſo il corpo dell'huomo in
noue parti, le quali tutte ſi prendonodalla faccid;. hauendola coſi poſta
diſopra Iddio grandißimo,aca ciò tutte le altre pigliaſſero la miſura da eſſa,
come contenuta da tutto il corpo noue uolte: s'intende però queſto degli
huominifatti, e non de' fanciulli, i quaa li non ſono eccetto quattro. La
proportion poi de membri tra loroquanta fia, è coſa di grande contemplatione.
Quanto é dalle ciglia ſino alla fine del nära ſo, tanto dal mento fino alla
gola quanto dal labro di fopra ſino alla punta del naſo, tanto é la larghezza
del naſo di ſotto, è la concauità de gl'occhi, quanto dalla cima del fronte
fino alle ciglia, tanto ſino alla punta del naſo, o etiandio fino al mento.
Hora che tanto ſia la faccia, quant'è la mano, e dalle congiunz ture di eſa fi
ueggiano le proportioninella faccia,¿ coſa aſſai ben chiara. Della larghezza,
che ne dires di eſſo al naſo, tanto la larghezza della bocca, quanto la
longhezza del naſo, tanto é la larghezza delle anche, quanto ſono due faccie
inſieme. L'altezza poi, cioè quello, che uolge e circonda all'intorno, e mard
uigliosa. uolge la teſta, e in quella parte del fronte tre faccie, il petto
cinque, il uentre, paſſato però l'ombilico, quattro. Laſcio ultimamente, che
con tenga l'huomo la figura circolare, e quadrata, e che da eſſo ſia cauata la
proportione e miſura di far caſei, Fabriche Rocche, Caſtelli, e Chieſe. Hauete
hora viſto la dir moſtrate uifione del corpo del'huomo, quanto ſia artificioſa,
e dalla fime. tria del di quanta armonia e contemplatione. E di qui conſie
l'huomo. deriate qual Geometria,qual Muſico debbia eſſer l'aua tore e fattore
di tutto queſto, CA M. Veramente da tutte le coſe da D1o create
ſiamobenißimoinſegnati uiuer bene: imperoche hauendo ogni noſtra parte del
corpo con tal proportione diſpoſta, e fatta, ci mom che 3 stra, 1 C,. stra, che
ordiniamo i coſtuminoſtri; acciò in ſi bel corpo poſſa eſſere una bella anima.
Liv. E queſto ulbaſti in queſti ragionamenti, et andiamo alla Aſtro. nomia. Cam.
Come a uoi pare. His “Enthusiasm” has a brief section on ‘parlare humano’,
parabolize – wondering how men can ‘express’ the ‘conceptions’ of their ‘souls’
– via this ‘parlare’ – also philosophised on symmetry, which is like K. O.
Apel’s reciprocity. Literae humaniores, nicknamed classics, is an
undergraduate course focused on classics (Ancient Rome, Latin, and philosophy)
at Oxford. The name means literally "more human literature" and is in
contrast to the other main field of study when the Oxford began, i.e. res
divinae, or literae divine, “Lit. div.”. “Lit. Hum.” is concerned with *human*
learning; “Lit. div.” with learning treating of the divine. “Lit. Hum.”
originally encompassed mathematics and natural sciences as well. It is an
archetypal humanities course. Oxford's classics course, also known as
greats, is divided into two parts, lasting V terms and VII terms respectively,
the whole lasting IV years in total, which is one year more than most arts
degrees. The course of studies leads to a B. A. Lit. Hum. degree.
Throughout, there is a strong emphasis on first-hand study of primary sources
in Latin. In the first part -- honour moderations, “mods” – the pupil
concentrates on Latin; in the second part the pupil must choose VIII essays from
philosophy. The teaching style consists of a weekly tutorial in each of the two
main subjects chosen, supplemented by this or that lecture. The main teaching
mechanism is the weekly essay -- one on each of the two main chosen subjects,
to be read out at a 1-to-1 tutorial. This affords the pupil plenty of practice
at writing a short, clear, and well-researched essay. The emphasis is on the
study of an original text in Latin, assessed by gobbet, a short commentary on
an assigned primary source. In a typical ‘text’ essay, the pupil must comment
on an paragraph in Latin selected by the examiner -- from the set books. Marks
are awarded for recognising the context and the significance of the paragraph. The
course of moderation, – the exam
conducted by a moderator) runs for the initial V terms of the course. The aim
is for the pupil to develop an ability to read in Latin. Virgil is compulsory.
Other paragraphs are chosen from a given list. There are also unseen
translations from Latin, and compulsory translation into prose. The tutorial
fellow in philosophy is free to concentrate on teaching philosophy, not Latin.
The mods examination has a reputation as something of an ordeal.XII three-hour essays
across seven consecutive days. Pupils for Lit. Hum. mods face a much larger
number of exams than undergraduates reading for any other degrees at Oxford sit
for their mods, prelims or even, in many cases, finals. A pupil who
successfully passes his mods may then go on to study the full greats course in his
remaining VII terms. The traditional greats course consists of philosophy. The
philosophy includes Plato and Aristotle, and also modern philosophy, both logic
and ethics, with a critical reading of standard texts -- from Plato's Republic
and Aristotle's Nicomachean Ethics to more modern philosophers, such as Kant. The
regulations governing the combinations of essays are moderately simple. The
pupil must take at least four essays based on the study of ancient texts in the
original Latin. It is compulsory also to offer essays in unprepared translation
from Latin; these essays counted "below the line" — the pupil is
required to pass them, but they do not otherwise affect the overall class of
the degree. G. E. M. Anscombe, British analytic philosopher H. H. Asquith,
former Prime Minister of the United Kingdom J. L. Austin, philosopher of
language A. J. Ayer, British analytic philosopher Isaiah Berlin, historian of
ideas, Oxonian professor George Curzon, 1st Marquess Curzon of Kedleston,
Viceroy of India and Foreign Secretary Emma Dench, British ancient historian,
McLean Professor of Ancient and Modern History at Harvard University Peter Geach,
British analytic philosopher John Murray Gibbon, Canadian writer Barbara
Hammond, English social historian, first woman to take a double first R. M.
Hare, English moral philosopher, Oxonian professor H. L. A. Hart, British legal
philosopher Denis Healey, Labour politician Gerard Manley Hopkins, English poet
Alfred Edward Housman, English classical scholar and poet (failed in finals)
Boris Johnson, Prime Minister of the United Kingdom Knox, Catholic priest,
theologian, writer and apologist Anthony Leggett, theoretical physicist and
winner of Nobel Prize in Physics C. S. Lewis, novelist, poet, academic,
medievalist, literary critic, essayist, lay theologian, and Christian apologist
Harold Macmillan, Prime Minister of the United Kingdom, read mods (Latin and
Greek), the first half of the four-year Oxford greats course, at Balliol from
1912 to 1914, interrupted by service in the First World War Reginald Maudling,
Conservative politician Iris Murdoch DBE, novelist and philosopher Charles
Prestwich Scott, editor of the Manchester Guardian daily newspaper (now The
Guardian) Peter Snow CBE, British television and radio presenter, historian
Reginald Edward Stubbs, British colonial governor Ronald Syme, New Zealand-born
historian and classicist Oscar Wilde, Irish writer and poet, attained a double
first Bernard Williams, British moral philosopher, attained a double first with
formal congratulations in the second part Emily Wilson, British classicist,
first woman to publish a translation of Homer's Odyssey into English. N. T.
Wright, British Anglican bishop and academic Yang Xianyi, translator of Dream
of the Red Chamber into English See also Edit History
portal University of Oxford portal Philosophy, politics and economics
Quadrivium Trivium References: Standen, Naomi. "HIS 1023 Encounters: What
is a gobbet?" artsweb.bham.ac.uk. Retrieved 14 July 2018. External links
Edit Brown, Peter (2003). "Tempora mutantur". Oxford Today.. Cook.
Latin types. The Guardian. "The Classics Faculty at Oxford". The
Philosophy Faculty at Oxford".
RELATED ARTICLES Classics -- Study of the culture of (mainly) ancient
Greece and Ancient Rome; Honour Moderatons; Classical Tripos -- Degree course
at the University of Cambridge. Giovanni Camillo. Giovanni Camilli.
Giovanni Camilla. Keywords: dell’huomo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Camilla” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Camillo – scuola di Portogruaro – filosofia veneziana –
filosofia veneta – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Portogruaro).
Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Portogruaro, Venezia,
Veneto. Giulio Camillo. Giulio Camillo Delminio.
Giulio Camillo detto Delminio, m. Milano. è stato un umanista e filosofo
italiano. Letterato, erudito e insegnante, è famoso per il suo trattato
sull'imitazione nell'arte e per il vagheggiato progetto utopistico del Teatro
della Memoria o Teatro della Sapienza, edificio ligneo costruito secondo il
modello vitruviano in cui avrebbe dovuto essere archiviato, tramite un sistema
di associazioni mnemoniche per immagini, l'intero scibile umano, un progetto
culturale precursore delle moderne enciclopedie. Le fonti sulla sua vita
sono due biografie scritte da Altan e Liruti. È possibile che il suo nome
di battesimo fosse, in realtà, Bernardino, mentre Giulio Camillo sarebbe uno
pseudonimo di sapore latineggiante, adottato secondo il costume degli umanisti
dell'epoca. Studia a Padova e si dedica quindi all'insegnamento di
eloquenza e logica. Fonda con altri, a Pordenone, l'Accademia Liviana. Trasferitosi
a Venezia, conobbe tra gli altri Pietro Bembo, Pietro Aretino e Tiziano, e
strinse amicizia con Erasmo da Rotterdam, che lo ricorda nella sua opera
Dialogus Ciceronianus, attribuendogli eccellenti doti di oratore. Si trova
a Udine, quale maestro d'umanità. Qui tenta di ottenere l'officio di cancelliere
della comunità. Dedicatosi allo studio della lingua ebraica e delle
lingue orientali, della cabala, del pitagorismo e della filosofia neo-platonica
dell’ACCADEMIA, in occasione di un viaggio a Roma, ha probabilmente occasione
di confrontarsi con il cardinale Egidio da Viterbo, uno dei massimi cabalisti
cristiani. Il Teatro della memoria Lo stesso argomento in
dettaglio: Teatro della Memoria. C. anda sviluppando l'idea di rappresentare la
conoscenza come un teatro dove, a differenza del teatro tradizionale, in cui lo
spettatore si siede in platea e lo spettacolo si svolge sul palco, egli stesso
si trova al centro del palco e lo spettacolo gli si dispiega intorno. Dal
palco, infatti, si dipartivano sette gradini, ognuno dei quali era
contrassegnato con una diversa immagine (Primo grado, Convivio, Antro, Gorgoni,
Pasifae, Prometeo) e ciascuno era suddiviso in sette parti, corrispondenti ai
sette pianeti (Luna, Mercurio, Marte, Giove, Sole, Saturno, Venere). Ognuna
delle quarantanove intersezioni che risultavano è contrassegnata da un'altra
immagine mnemonica desunta dalla mitologia, immagine come simboli, che
rappresentava una parte dello scibile umano. In pratica, il suo Teatro era un
edificio della memoria, rappresentante l'ordine della verità eterna e i diversi
stadi della creazione, un'enciclopedia del sapere e insieme l'immagine del
cosmo. In questo progetto si avvertono la tensione tipicamente rinascimentale
verso il sapere universale e la conoscenza del creato, nonché gli influssi
della filosofia ermetica e cabalistica iniziata da Pico della Mirandola.
Il trattato sull'Idea del Theatro C. espone le sue teorie nel trattato Idea del
Theatro (Venezia) e nell'apologetico Discorso di C. in materia del suo theatro
(dedicato a Trifone Gabriel). Queste trovarono un sostenitore e mecenate nel
sovrano francese Francesco I, che il Delminio incontrò a Milano. È comunque
improbabile che un prototipo di tale teatro sia stato veramente costruito. La
sua figura non convenzionale e le sue idee particolarissime gli attirarono
l'ammirazione di molti ma anche l'ostilità di altri, ed egli venne definito sia
un genio sia un ciarlatano. La sua stessa persona era circondata da un alone di
mistero, e anche la morte avvenne in circostanze poco chiare. Opere
Discorso in materia del suo Theatro; Lettera del rivolgimento dell'huomo a Dio;
La Idea del Theatro; Trattato delle materie; Trattato dell’Imitatione; Due
orationi; Rime, et lettere diverse; La Topica, overo dell’Elocutione; Discorso
sopra l'Idee d’Hermogene; La grammatica; Espositione sopra'l primo et secondo
Sonetto del Petrarca. Yates, L'arte della memoria, Einaudi, Stabile, C., Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, C.,
L'idea del theatro con L'idea dell'eloquenza, il De Transmutatione e altri
testi inediti, a cura di Lina Bolzoni, Adelphi, Milano Corrado Bologna, El
teatro de la Mente. De Giulio Camillo a Aby Warburg, Siruela, Madrid, Turello,
Anima artificiale. Il teatro magico di C., Aviani, Voci correlate Anfiteatro
della Memoria. C. Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Bindo Chiurlo, C., Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giulio Camillo Delminio, in
Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti online, Istituto Pio Paschini
per la storia della Chiesa in Friuli. Modifica su Wikidata Opere di Giulio
Camillo Delminio, su Liber Liber. Opere di C. (altra versione), su MLOL,
Horizons Unlimited. Opere di C. Open Library, Internet Archive. Opere
riguardanti Giulio Camillo Delminio, su Open Library, Internet Archive. C., su
Goodreads. Frammento di orazione italiana in lode delle scienze in APUG
Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana Dell'imitazione
Archiviato il 27 agosto 2006 in Internet Archive., trattato sull'imitazione
nell'arte di Giulio Camillo detto Delminio Franco Pignatti, L'imitazione e la
retorica in Giulio Camillo, da Italica.RAI.it Floriana Calitti, Giulio Camillo
Delminio, L'idea del teatro, da Italica.RAI.it (IT, EN) Giulio Camillo e il
Teatro della Memoria da INFN.it Testo de L'idea del Theatro, su fluido.tv.
Giulio Camillo Delminio. Un'avventura intellettuale nel '500 europeo, su
delminio.info. URL consultato il 2 giugno 2019 (archiviato dall'url originale
il 17 maggio 2014). Portale Biografie Portale Filosofia
Portale Letteratura Categorie: Umanisti italiani Filosofi italiani Nati a
Portogruaro Morti a Milano [altre]. Giulio Camillo. Camillo. Keywords:
implicatura, chiave universale, deutero-esperanto, memoria ed identita
personale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Camillo.” Camillo.
Luigi Speranza -- Grice e Cammarata:
all’isola – FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del giusto – giussum giustum – giure – iure – giudico –
giudicare -- la giustizia – scuola di Catania – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grce, The Swimming-Pool
Library (Catania).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Caania, Sicilia. Grice: “You gotta love
Cammarata; for one, like Austin, he goes by initials, and indeed like me, A. E.
– he is the Italian Hart – he thinks legality comes first, justice second – and
he is possibly right – his example is Oreste’s murder and the institution of
justice in Athens – However, that’s because of his Magna Grecia background –
Speranza tells me that at Rome, things are different, since it’s all Brutus and
the beginning of the republic – ‘il ratto di Lucrezia,’ as he puts it.” -- Fu
uno dei più conosciuti rettori dell'Trieste per la difesa della quale ricevette
la medaglia d'oro della Cultura e dell'Arte, mentre all'Ateneo fu conferita nel
1962 la medaglia d'oro al valor civile. Biografia
Nel corso della sua carriera insegnò filosofia del diritto e altre materie
giuridiche nelle Messina, Macerata, Trieste, Napoli e Roma. Allievo di Giovanni
Gentile, aderì all'idealismo immanentista. Gli scritti principali di filosofia
del diritto sono inseriti, in massima parte, in Formalismo e sapere giuridico,
Giuffrè 1963. Buona parte degli scritti riguardanti invece la "questione
di Trieste" sono pubblicati in Fra la teoria del diritto e la questione di
TriesteScritti inediti e rari, Eut, Trieste. Fu anche un notevole fotografo,
come documentano le due mostre (Trieste Gorizia ) a lui dedicate. Cammarata, Angelo Ermanno, in Dizionario di
filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere di Angelo Ermanno Cammarata,. Filosofia
Università Università Filosofo Avvocati
italiani Insegnanti italiani Professore Catania RomaFilosofi del diritto. Il
secondo giorno sostenne tutto il contrario; onde gridano all'immoralità,
all’audacia e alla sfacciataggine del filosofo, che non si vergognò di
difendere contraddizione si anorme. Anche non tenendo conto che, se si
applicasse questo criterio, tutta la filosofia dei accademici sarebbe un'
immoralità, perchè il loro metodo e di difendere in ogni quistione le soluziori
opposte. Idue discorsi (tesi ed antitesi, positio e contra-positio, posizione e
contra-posizione), tenuti in giorni successivi, abbiano un'unità perfetta (la
sintesi, o com-posizione) e si propongano il medesimo fine: mostrare la falsità
della dottrina della tesi di Diogene intorno al giurato; e siccome costoro in
questa parte della filosofia, molto più che in altre, sono dipendenti da Platone
e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da questi. Leggiamo in Lattanzio.
Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac Platonem, justitiae patronos,
prima illa disputatione collegit ea omnia, quae pro justitia dicebantur, ut
posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades, quoniam erant infirma, quæ a
philosophis adserebantur, sumsit audaciam refellendi, quia refelli posse
intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al trove. Nec immerito extitit
Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui refelleret istorum (Platone e
Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ fundamentum stabile non habebat,
everteret, non quia vituperandam esse iustitiam sentiebat, sed ut illos
defensores eius ostenderet nihil certi, nihil firmi de iustitia disputare
(Epit. 55, 5-8). Di qui è evidente che la prima orazione non era che un
esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione, un'esposizione
delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare nel
vegnente giorno (Cic., de rep.); confutazione, la quale non aveva per iscopo di
vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o almeno la
loro teoria dommatica – il domma.Non è la virtù stoica, che Carneade demole, ma
il sapere. Su questo si dovrà tornare più innanzi. E caso a noi pervennero
frammenti solamente della seconda orazione. Questa sola offriva una filosofia
nuova, dava una scossa inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò
eam disputationem, qua iustitia evertitur, apud Ciceronem L. Furius recordatur
(Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire questo
singolare di scorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste una
giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso esistesse
le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone o
cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le
dolci e le amare. Invece chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una
grandissima diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra
il popolo romano e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al
Trastevere, da tempo a tempo. I cretesi e gli etoli reputano cosa onesta il
brigantaggio. I Lacedemoni dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano
toccare col giavellotto. Gli Ateniesi solevano annunciare pubblicamente che
loro apparteneva ogni terra che producesse olive e biade. I barbari galli
stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento col lavoro, invece che colle
armi. I romani vietano ai Transalpini la coltivazione dell'ulivo e della vite,
per impedire la concorrenza ai loro prodotti e dar a questi un valore più
elevato. Gli semitici egiziani, che hanno una storia di moltissimi secoli,
adorano come divinità il bue e belve di ogni genere. I semitici Persiani, disprezzano
gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i tempii, persuasi essere cosa illecita
che gli dei, i quali hanno per abitazione tutto il mondo, fossero rinchiusi tra
pareti. Filippo il Macedone idea e Alessandro manda ad esecuzione la guerra
contro i greci per punire quei numi. I Tauri, gli Egiziani, i barbari galli
(“Norma”) e i Fenici credeno che tornassero assai accetti alle loro deità il
sacrifizio umano. Si dice: E dovere dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum)
ubbidire alla legge. Quale legge? A la legge di ieri, o alla legge di oggi? A
quelle fatte in questo lato del Tevere, o nel Trastevere? Se una un imperativo
o una legge suprema, universale, trascendente, kantiana, costante s'impone alla
coscienza dell’uomo, come pretende Diogene, coteste variazioni non sarebbero
possibili. Perciò non esiste un diritto naturale, nè un uomo che per natura
arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (ius) è una invenzione dell’uomo a
scopo di utilità e didifesa; come prova anche il fatto che non raramente la
legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura a questo sesso un
particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’,
attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio
fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non
isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata
appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle
mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera,
per istinto di natura, gli animali e le altre nazione come istrumenti della
propria conservazione e felicità (Cic., de rep.). La storia insegna che ogni
popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui, ma
unicamente ai proprii. Voi stessi o Romani, disse Carneade parlando a un
Scipione Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a Lelio il
saggio, al letterato Furio Filo, a Scevola il futuro giureconsult, all'erudito
Sulpicio Gallo, algrande oratore Galba, al vecchio Catone, l'implacabile nemico
di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti
ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale
Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla
giustizia. Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agli altri,
ritornate alle vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il
criterio direttivo della vostra vita non e il
giurato (iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara;
poichè voi, coll'intimare la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie*
sotto un pretesto di legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per
venuti al possesso di tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che avesse
potuto produrre negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori della
loro grandezza politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri esempi,
che sono celebri e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota risposta data
dal pirata catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve tratto di mare
con una sola fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o Alessandro,
infesti tutto il mondo con grande esercito e flotta. Il patriottismo, questa
virtù somma e perfetta, che suole essere portata fino al cielo colle lodi, è la
negazione del giurato (iusiuratum), perchè si alimenta della discordia seminata
tra gli uomini e consiste nell'aumentare la prosperità del proprio paese,
naturalmente a danno di un altro, coll’nvadere violentemente il territorio
altrui, estendere il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è colui che
acquista dei beni alla patria colla distruzione di altre città e nazioni, colma
l'erario di denaro, rese più ricchi i concittadini. E, quel che è peggio, non
solo il popolo e la classe incolta, ma eziandio i filosofi esortano e
incoraggiano a commettere cotali atti ingiusti. Cosicchè alla malvagità non
manca neppure l'autorità della scienza. Ovunque regnano inganno e ingiustizia,
che invano si tentano di nascondere e legittimare. Tutti quelli che hanno
diritto di vita e di morte sul popolo sono tiranni. Ma essi preferiscono
chiamarsire per volontà divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o per
ischiatta, o per potenza, hanno nelle mani l'amministrazione di una città,
costituiscono una setta. Ma i membri prendono il nome di “ottimato”. Se il
popolo ha il sopravvento nel maneggio dei pubblici affari, la forma di governo
si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè gli uomini si temono l'un l'altro, e
una classe ha paura dell'altra, interviene una specie di *patto* o contratto
fra popolo e potenti e si costituisce una forma mista di governo, dove la
giustizia è un effetto non di natura o di volontà, ma di debolezza. Ed è
naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve scegliere tra le seguenti condizioni:
recare *in-giuria* e non riceverne; e farne e riceverne; nè farne, nè
riceverne, egli repute ottima la prima, perchè soddisfa meglio i suoi istinti.
Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza; ultima e più infelice la
condizione di chi sia costretto ad essere continuamente in armi, sia perchè
faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo stato naturale
dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la guerra, la
discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la negazione del
giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita per effetto di
debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo, considera il
giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che l’istituzione
del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi avversari e dei
filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si acquista, non si
allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre, le vittorie; le
quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la distruzione di
città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati nei tempi, ne
dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle rapine
i tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità nemiche,
quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i trionfi dei
generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma
ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente
colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è
prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene
osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale
dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la
critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente
tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo
quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha
chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione
teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie
utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza
politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della
patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con
nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere
senza danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di
risparmiare tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a
ciascuno il suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non
sminuire la felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non
ha mai l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il
popolo attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto;
bensì al sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il
‘scitum’ i generali di ROMA hanno il soprannome di grandi. La violenza, la
forza, la negazione del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma
per nascondere la propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato
(iusiuratum), il popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando
delle favole da sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna
un titolo di nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli
stati liberi o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il
comandare con la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del
giurato (iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e
soffocano il sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di
qualsiasi negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con
qualunque mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi,
la fine della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di
un individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche
desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo
l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della
gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa
guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum --
anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione
e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui
non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita.
Credeno, i Romani pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece
sommamente negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire
questa opposizione tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il
giurato (iusiuratum) (Cic., de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il
‘scitum’ dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente
l'uomo che sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede
quello degli altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e
assai chiari e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale
vuole vendere uno schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre.
Egli solo conosce questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si,
s'acquista fama di uomo onesto, perchè
non inganna, maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende
affatto; se no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma
malvagio, perchè inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro
per oricalco, o argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica
al venditore lo sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto vorrà
pagare a maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te recherebbe
vantaggio, sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe velenoso, e
tu il sai, dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai improbo, ma
accorto; se parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque qui pure si
presenta la contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente, è ingiusto.
Ma in questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di denaro e di
vantaggi più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento e felice della
povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto diventerebbe più
spiccato. Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano dall'affogare, vede un
altro più debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi a una tavola, che vale
a sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si fa sua la tavola e si
pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se, dopo che i suoi
furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che va sottraendosi
al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se stesso in
sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si salva a
qualunque costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà giusto, ma
stolto. Tale è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il uomo. Cosicchè il giure naturale, la giustizia
naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è lotta
d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso *contro* il
giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo essere un
fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse a uomo --
principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far conoscere
quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare alla sua tesi
una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più frammenti il
difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene svolgendo la tesi
opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a utilità del stesso
schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in maggiore sicurezza e
viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio comanda all'uomo,
l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive dell'anima, cosi il
conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale diventa tali appunto
perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe anche per farci
credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena, negando che fosse
un sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta che in questa
ipotesi il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono uno scaltro
(Cic. de leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della morale e del
diritto è l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la divinità,
inclinazione che ha radice nella natura, la quale sola offre la norma per
distinguere il giurato dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade,
generatrice del diritto è l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e
altrettanta opinione, la quale non deriva da un imperativo kantiano, o un
principio naturale fisso, come provano la loro varietà e il dissenso degli
uomini (Cic., de leg.). Alla teoria giuridica di Carneade non si deve
attribuire un significato di domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione
colle premesse teoretiche della sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo
proclamato da Carneade in opposizione all'idealismo morale di Diogene, non è
una dottrina *precettiva*, alla Kant (il sollen) ma l'investigazione e
l'esposizione di un fatto psicologico e sociale – come il principio cooperativo
di Grice. Carneade non pare credere all'effetto pratico della morale normativa
e si limita ad analizzare il cuore dell’uomo, la ragione pratica, saggezza,
prudential, il quale, per la sua tendenza nativa, è assai lontano dal
realizzare il precetto dommatico stoico. Ma da filosofo prudente s'astiene dal
proporne del proprio precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che si presenta
all'osservazione quotidiana con tutti i caratteri della verosimiglianza più
alta e sforzano a credere o ad operare; ma nè costruisce una teoria assoluta,
ne formula un domma. iusiuro: swear to a binding formula.Wundt. Wundt
Zeitungsausschnitte 100. Wundt. Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi Credaro an
Wilhelm Wundt. Grice: “Excellent philosopher, comparable with Hart – only not
Jewish and thus friendly with the Fascists!” A student of Gentile, more of an
idealist than a positivist, but still. Angelo Ermanno Cammarata. Keywords: la
giustizia, H. L. A. Hart, il giusto, -- giusto – la persecuzione dei Cristiana
fatta da Nerone e giusta in accordo con la legge romana – Tacito – Suetonio –
Claudio – I Cristiani e I giudei di Trastevere confessano il deilitto dell’incendio di Roma. Cfr. la
rivincita del paganesimo, I giudei erano esclusi dalla prattiche religiose
romane, ma la setta Cristiana no. montanismo,
moiaismo. I Cristiani si refusano
ad assistir al rituale religioso romano. Tacito giudica al Cristiano enemico del genero umano. Giustizia
divina, giusto legale – giusto morale –
la persecuzione dei eretici dalla chiesa, l’inquisizione, la contra-riforma,
l’inizio della filosofia romana come una ‘woke’ da parte dall’elite romana dei
scipione sulla relativita del concetto del giusto. Il primo discorso di
Carneade e un cliché deliberativo. Fu il secondo discorso di Carneade che
dimostra ai romani il potere dell’argumentazione – questo culto
all’argumentazione dialettica fino al lit. hum. Oxon e la Unione di Parla –
l’argumentazione scolastica – tesi, responsio, objection, ad p, contra p.
tractatus – il dialogo filosofico, eirenico, diagoge, epagoge. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cammarata” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Campa: la
ragioen conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’elogio della
stoltizia – scuola di Presicce – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Presicce).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Presicce, Lecce, Puglia. Grice: “You
gotta love Campa; he has a gift for unusual metaphors: la fantasmagoria della
parola, -- my favourite has to be his conjunct, ‘stupidity and unfaithfulness!’
-- Grice: “Philosophy runs out of names:
there are British philosophers G. R. Grice and H. P. Grice, and Itallian
philosophers R. Campa, and R. Campa.” Riccardo
Campa Nota disambigua.svg
DisambiguazioneSe stai cercando il sociologo, vedi Riccardo Campa
(sociologo). Riccardo Campa con il premio Nobel Eugenio Montale, Riccardo
Campa (Presicce), filosofo. Storico della filosofia italiano, la cui indagine
teorica si è incentrata sulla relazione fra la cultura umanistica e la cultura
scientifica, delineando il percorso storico della cultura occidentale, in
particolare nell'ambito europeo-latinoamericano. Negli anni
sessanta e settanta ha diretto la Biblioteca delle idee, sotto la presidenza
scientifica del premio Nobel Eugenio Montale e contemporaneamente è stato
condirettore responsabile del periodico Nuova Antologia, nel quale ha pubblicato
saggi di letteratura e filosofia sul pensiero del Novecento; vi ha inoltre
tradotto e pubblicato testi di Borges, Uscătescu, Segre, Chastel, Kaufmann,
Gasset. C.con Borges a Roma. ) «doctor honoris causa en las
ciudades de Atenas y Nueva York, alfa y omega del conocimiento de lo que
constituye Occidente [...] Asombra en su obra la recopilacion enciclopedica del
pensamiento europeo, cimentada en la razon que la describe.» «C. ha
ricevuto dottorati honoris causa nelle città di Atene e New York, l'alfa e
l'omega della conoscenza di ciò che costituisce l'Occidente Sorprende nella sua
opera la raccolta enciclopedica del pensiero europeo, fondata sulla ragione che
lo descrive.» (Domingo Barbolla Camarero, Prologo, in Riccardo Campa La
razon instrumental. El mesianismo nostalgico de la contemporaneidad, Madrid,
Biblioteca Nueva, ) Ha partecipato, a seguito di regolare concorso a livello
internazionale, al Forum Europeo di Alpbach, al Collège de France, e
all'Universidad Internacional Menéndez Pelayo, e ha insegnato presso diverse
università italiane e straniere (Bologna, Università degli Studi di Napoli
Federico II, Università per stranieri di Siena, Universidad de Morón), tenendo
corsi di storia delle dottrine politiche, storia della filosofia,,storia delle
Americhe e diritto politico. C. all'Università per Stranieri di Siena. Ha
diretto l'Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e successivamente ha
coordinato in Italia e nell'America Latina le attività celebrative del V
Centenario dell'America, per disposizione del Ministero degli Affari Esteri..
Vicepresidente della Commissione Nazionale per la promozione della cultura
italiana all'estero. Quale ormai consolidata personalità-ponte fra i due mondi,
geograficamente separati ma culturalmente legati dalle comuni radici, svolge le
funzioni di Direttore del Centro Studi, Documentazione e Biblioteca
dell'Istituto Italo-Latino Americano di Roma. Contemporaneamente è stato
Vicedirettore della Società Alighieri. Ha presieduto il Forum Internazionale
sulla Società Contemporanea di Madeira e, alla scadenza di questo mandato, è
stato eletto a Roma presidente della Federazione Internazionale di Studi
sull'America Latina e i Caraibi. In questo ambito, con il suo operato, ha
garantito l'interscambio delle figure intellettuali più significative fra la
cultura latinoamericana e quella europea, favorendone la reciproca
conoscenza. Riceve la nomina di Director Emeritus del Vico Chair of
Italian Studies en Dowling, Nueva York nel. Studioso di diverse
discipline: dalla linguistica teorica alla filosofia del linguaggio, dalla
filologia all'analisi letteraria alla storia della lingua; dalla filosofia
teoretica alla filosofia della scienza, nella gestione della complessa realtà
istituzionale, ha assunto l'incarico di Direttore del Centro di Eccellenza
della Ricerca dell'Siena. Già Ordinario del S.S.D SPS/2 (Storie delle
dottrine politiche) presso la Facoltà di Lingua e Cultura Italiana
dell'Università per Stranieri di Siena, gli è stato conferito il titolo di
"Professore emerito". Opere: Appartengono, fra gli altri, alla
produzione classica: Il potere politico nell'America Latina, Edizioni di
Comunità, Milano; Il riformismo rivoluzionario cileno, Marsilio, Padova;
Appunti per una storia del pensiero politico latino-americano, Lugano,
Pantarei; L'universo politico omogeneo, Istituto Editoriale Internazionale,
Milano; Las nuevas herejias, Biblioteca de Estudios Criticos, Madrid, Ediciones
Istmo; La visione e la prassi: profilo di Bolìvar (pref. diPignatti, intr. di
R. Medina Elorga, postfaz. di L. C. Camacho Leyva), Istituto Italo
Latino-Americano, Roma; A reta e a curvaReflexōes sobre nosso tempo
(Riflessioni con Oscar Niemeyer), São Paulo, Max Limonad, 1986; El estupor de
EpicuroEnsayo sobre Erwin Schrödinger, Buenos Aires-Madrid, Alianza; La
emocion: la filosofia de la infidelidad (prol. di R. H. Castagnino), Editorial
Sudamericana, Buenos Aires, La escritura y la etimologia del mundo (con un
saggio di Roland Barthes), Buenos Aires, Editorial Sudamericana; La malinconia
di EpicuroRiflessioni in penombra con Borges, Buenos Aires, Editorial
SudamericanaFondazione Internazionale Jorge Luis Borges, 1990; La primeva
unità: saggio sulla storia, Le Monnier, Firenze; La practica del dictamen: del
ius a la humanitas, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires, 1990; El sondeo
de la apariencia: el libro y la imagen, Gedisa, Buenos Aires; La trama del
tiempo: ensayo sobre Italo Calvino, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires,
L'avventura e la nostalgia: Omaggio al Portogallo, Presidenza dei Consiglio dei
Ministri, Roma 1994 La metarrealidad, Buenos Aires, Biblios, 1995; Le daimôn de
la persuasion, Toulouse Cedex, Éditions Universitaires du Sud; The Renaissance
and the invention of method, New York, Dowling College; La metafora
dell'irrealtà: saggio su "Le avventure di Pinocchio", M. Pacini
Fazzi, Lucca, 1999, L'esilio saggi di letteratura Latinoamericana, Il Mulino,
Bologna, 2000; Il sortilegio e la vanità: saggio su Louis-Ferdinand Céline,
Welland Ontario, Soleil; Caratterizzano la produzione più recente:
L'immediatezza e l'estemporaneità, New York, Dowling College PressBinghamton
University, 2000; L'età delle ombre, New York, Binghamton University, 2001;
Dismisura, Bologna, il Mulino; Le vestigia di Orfeo. Meditazioni in penombra
con Jorge Luis Borges, Bologna, Il Mulino, 2003; A modernidade, Lisboa, Fim de
século, 2005; Della comprensioneCompendio di mitografia contemporanea, Bologna,
il Mulino; Ontem. L'elegia del Brasile, Bologna, il Mulino; Vicinanze abissali.
L'approssimazione nell'epoca della scienza, Bologna, il Mulino, 2009; Langage
et stratégie de communication, Paris, L'Harmattan; El Inca Garcilaso de la
Vega, Madrid, Binghamton University, Ediciones ClasicasEdiciones del Orto,; I
Trattatisti spagnoli del diritto delle genti, Bologna, Il Mulino,; La place et
la pratique plébiscitaire, Paris, L'Harmattan,; El sortilegio de la palabra,
Madrid, Biblioteca Nueva,; Elegy. Essays on the Word and the Desert, University
Press Of The South,; L'America Latina. Un profilo, Bologna, Il Mulino,; La
filosofia de la crisis. Epicureismo y Estoicismo, Editorial Sindéresis, Madrid,;
El tiempo de la inedia. El invierno de Gunter, AntropiQa 2.0, Badajoz,; La
eventualidad y la inexorabilidad. El invierno de Gunter, Editorial Sindéresis,
Madrid,; La Destreza y el engano. Ensayo sobre Don Quijote de Miguel de
Cervantes Saavedra, Ediciones Clasicas, Madrid,; L'America Latina. Un
compendio, Bologna, Il Mulino,; Octavio Paz. El desconcierto de la modernidad,
Ediciones Clasicas, Madrid,; La parola, Bologna, Il Mulino,; Cervantes. La
linea del horizonte, Valencia, Albatros,, L'elegia del Nuovo Mondo, Bologna, Il
Mulino,. La mundializacion, Valencia, Albatros,. Il convivio linguisttico.
Riflessioni sul ruolo dell'italiano nel mondo contemporaneo, Roma,
Carocci, Note Anno di conseguimento del titolo di Professore. Ne ha diretto l'Istituto Storico-politico
della Facoltà di Scienze Politiche. Con
decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, vi è
stato nominato Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche. Dopo averne curato, il XII Congresso
Internazionale, designato dall'Accademia delle Scienze di Russia ed eletto
dall'Osaka. Luigi Trenti, Il viaggio
delle parole: scritti in onore di C., Perugia, Guerra, Antonio Requeni, Nueva
vision de la literatura argentina, "Les Andes", 16 settembre 1984, 3°
Seccion pag.1. Antonio Requeni, Presencia cultural de Italia en la Argentina,
"La Prensa"; Requeni, Los intelectuales del mundo: hoy, Riccardo
Campa: la Argentina, en el laberinto de Borges, "La Nacion", 20 Jesus
Francisco Sanchez, Crisis del neocapitalismo podria hacer renacer ideas del
socialismo y la izquierda: Ricardo Campa, "El Sol de Durango", 6/A Citazionio
su Riccardo Campa Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su Riccardo Campa Filosofia LetteraturaLetteratura Filosofo
del XX secoloFilosofi italiani del XXI secoloStorici della filosofia italiani; PresicceProfessori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. De oxgin^natalibns et patria
Jlultitia. StultitiamN dturd cffe atnicam et humantgeneris per co\
inuos mulieru partm coferuatricein. Pueritia fdelem ejfe affeclam.
i vNec mn. Adolescentia. Omni homini ejfs nccejfariam. Senibmmaximofo
Utio. Uec agrauibits& cordatisvi' malienam. vt 1 1 .
ttiam commenthiis Gentilium deaftrufamiliarem. ix. Inea
fouenda muliehem maximefexttmoccHpari.. %, Eandem amoris et amicitia
effe conciliatricem luu Con ; ugia et conctltare et fouere. Onmihominttm
atati &ordi~ } ttifuccurrere. Ammum homhvbi»addere. x i v» i n
b: llis mx» n-m vim habere. '
Vti A B6VMET, ytietiamtn regendis Rebm pu~ hllLU,.
Et commodifmum etfe ' tam conferuandaquam recuptra,-
di, iibertatu remedium. xvi i. Gloria 6 bonoris inflrumen-
tum. xvi n.Wferiarum vitahuman opti» tnumcondtmentum x
i x. Fontem.UtitU ac bUaritatu ap. L Duicem et dmakikm ejfe de qu4
msagimiu stultittam. 1 1. Faettsfimiltarem. uu Nu
nonlttstrarum&morum Miagiftris. i v. Maxtm^TadagogU.
j v. ltew<L Grammatick Vulgatibus. vi.
LibrorumScriptoribm. vi i . Aftrologis. VI 1 1
Magis-KccromAnticis et Diui- natofibus. ix. tuforibus,
x. Htigantibus x i Chymic sjeu Akbymiftis. 1*4; A'rg
vment Capit. Venatoribus. Attcupibus. Pifcatmbus. labricAntibus. Ambitiofo rvM. antibus. Amantibus
Hofientibus.Vriuilegiatts. iiiam Safritn Erasmo in Italia, Erasmo da Rotterdam.
Riccardo Campa. Campa. Keywords. la stoltizia. Stoltus, stoltizia, stolto,
stolto per Christo, pazzia, moria, enkoniom moirae ovvero laus stoltitiae. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Campa” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Campa: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della rivincita del
paganesimo romano – filosofia romana – scuola di Mantova – filosofia mantovana
– filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Mantova). Filosofo mantovano.
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “You gotta
love Campa – he is right that ‘artificial species’ is an oxymoron – as is
‘transhuman’ – but his philosophising about the heathens, which is how Nero
found the Christians, is very relevant!”
Conosciuto soprattutto per i suoi studi nel campo dell'etica della
scienza e del transumanesimo e, precisamente, per la sua difesa dell'idea di
evoluzione autodiretta. Svolge ricerche sia nella veste di Professore associato
di Sociologia della scienza e della tecnica all'Università Jagellonica di Cracovia,
sia nella veste di Presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti, della
quale è fondatore. Si laurea a Bologna.
Ha conseguito il titolo di Giornalista professionista presso l'Ordine dei
giornalisti di Roma, il dottorato in Epistemologia all'Università Copernicus di
Torun e l'abilitazione in Sociologia all'Università Jagellonica di Cracovia.
Nell'ambito della sociologia della scienza, è annoverato tra gli allievi di
Merton, fondatore di questa disciplina. A differenza di alcuni continuatori
della scuola costruttivista, Merton ha sempre mostrato un atteggiamento
positivo nei confronti delle scienze, e C. è rimasto fedele a questa
impostazione. A tal proposito, il filosofo argentino-canadese Bunge ha
rimarcato il fatto che «Campa è uno degli ultimi esemplari rimasti di una
specie in estinzione: lo studioso pro-scienza della comunità scientifica». I suoi studi hanno ricevuto una certa
attenzione da parte dei media dopo che Fukuyama, all'epoca consigliere per la
bioetica del presidente statunitense Bush, ha definito il transumanesimo
«l'idea più pericolosa del mondo». Secondo Fukuyama il transumanesimo è una
nuova forma di biopolitica che, pur essendo liberale e non coercitiva, rischia
di minare il concetto di uguaglianza tra gli uomini. Simili posizioni critiche
hanno assunto, in Italia, Veneziani, Ferrara, Rossi, e diversi opinionisti del
quotidiano cattolico Avvenire, che hanno criticato le idee di C. e di altri
filosofi e scienziati transumanisti (tra i quali, Bostrom, Hughes, Stock, e More),
stimolando un dibattito ad ampio raggio sulle prospettive aperte dalle nuove
tecnologie. Campa ha difeso le idee transumaniste in numerose pubblicazioni,
interviste e dibattiti pubblici, apparendo talvolta anche in televisione, e
sostenendo che le tecnologie emergenti e convergenti GRIN (un acronimo per
Genetica, Robotica, Informatica e Nanotecnologia) non rappresentano un rischio
inutile, come lasciano intendere i critici, ma un'opportunità di sviluppo in
linea con l'atteggiamento prometeico che caratterizza la storia della civiltà
occidentale. Le sue valutazioni, sull'opportunità di allungare la vita media e
potenziare le facoltà mentali e fisiche dell'uomo, sono soprattutto di ordine
etico e sociale. È autore di numerosi articoli e saggi, tra i quali spiccano
sette libri monografici. Il filosofo è nudo (Marszalek) Etica della scienza
pura (Sestante) Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante) Le armi
robotizzate del futuro. Il problema etico (CEMISS) Trattato di filosofia
futurista (Avanguardia 21 Edizioni, ) La specie artificiale. Saggio di bioetica
evolutiva (D) La rivincita del paganesimo. Una teoria della modernità (D)
Creatori e Creature. Anatomia dei movimenti pro e contro gli OGM (D Editore, )
La società degli automi. Studi sulla disoccupazione tecnologica e sul reddito
di cittadinanza (D) Credere nel futuro: Il lato mistico del transumanesimo
(Orbis Idearum Press, ) È inoltre curatore della serie "Divenire. Rassegna
di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano". Cerimonia di
abilitazione all'Cracovia C. Cipolla, Manuale di sociologia della salute,
Angeli, C., Epistemological Dimensions of Robert K. Merton's Sociology,
Copernicus University Press, quarta di copertina. Fukuyama, “Transhumanism: The
World's Most Dangerous Idea”, Foreign Policy, La versione italiana è apparsa
sul Corriere della Sera con il titolo “Biotecnologie: la fine dell'uomo”,. M. Veneziani, “Attenti l'uomo è fuori moda.
La scienza prepara “l'oltreuomo”, Libero, G. Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il
Foglio, Rossi, Speranze, Il Mulino,
Bologna A. Galli, “Nietzsche, profeta
dell'eugenetica”, Avvenire, Rassegna
stampa degli articoli pro e contro il transumanesimo. “Nascita del superuomo”, documentario di RAI
3, Archiviato in.; “Futuro in pillole”, puntata de Le
Invasioni Barbariche condotta da Daria Bignardi, LA7;“Musica maestro”, servizio
biografico di RAI 1, Sito della rivista Divenire, Mazzotti, Il Prof che suonava
il rock, Gazzetta di Mantova, Guerra, Futurismo per la nuova umanità, Armando,
Roma. Il transumanismo. Cronaca di una
rivoluzione annunciata, Lampi di Stampa, Milano C. biografia e nel sito "transumanisti". RIVINCERE.
Di nuovo vincere. Lat. De nuo vincere. G. V. II, 1. E l'uno gli rubello Alamagoa,
el'altro la Spagna, poi le rivinselor oper forza. Dant. Conv. 127. e
questo senso non si acconcia cogli esempi di cassa riversala, nè digente
riversata. Conveniva adunque portare la dichiarazione così: Riversatoda
Riversare SII; nel qual paragrafo Riversare sta per Voltare a rovescio o sotto sopra.
E inquesto significato dee si prendere la cassa riversata di Landolfo. Riversalo
poi vale Resupino, Colla faccia volta all'insù nell'esempio d’ALIGHIERI, e
richiede paragrafo separato. 414 OsseRVAZIONE Che Riversato venga da riversare siamo
d'accordo. Ma il senso genuino di riversare è Versar di Nilovo, notato di
Giudice non è metafora alcuna. Ei parla del terreno preparato per ricevere i
denti del dragone da cui dovevano germogliare i guerrieri. E terreno
rivesciato, cioè rivoltato, aralo è parlar proprio, non metaforico. Nè VIRGILIO
parla figurało allorchè disse: Georg. I, 64. Pingue solum fortes inverlant
tauri; Vomere terras invertere. esempio sopra RIVERSATO.Add. da Riversare. BOCCACCIO
(si veda) nov.14,10. Che riversata, per forza Landolfo andò sotto l'onde.
ALIGHIERI, Inf.: Noi passamm'oltre là'velagelata Ruvida mente un'altra gente
fascia, Non volta in giù, ma tutta riversata. RIVESCIARE. S1. Permetaf. Guid. G.
Il campo dunque è rivesciato; Iasone ardito, e tosiano al dragone si dirizza.
OSSERVAZIONE Nell'. Per lunga riposanza in laoghi scuri, e freddi, e con
affreddare lo corpo dell'occhio con acqua chiara, rivinsi la virtù disgregata,
che tornai nel primo buono stato della vista. Sust, verbal. Il rivincere. Lat .
Recuperatio. Introd. Virt. Della rivinta delle terre di quà da mare, che fa la
fede cristiana. Osservazione — Non avendo noi il positivo Vivare, il composto
Rivivare o è scorretta lezione in luogo di Ravvivare, o è voce pessimamente
creata e indegna di starsi nella famiglia delle buone. E che bisogno n'ha ella
la nostra lingua possedendo già Ravvivare? Almeno la Crusca l'avesse data per
v. A. RIVOCARE. Richiamare, Far ritornare. s Per Mutare, Slornare, e Annullare
il falto. AGGIUNTA, Rivocare in forse per Mettere in dubbio. Car. ENEIDE VIII, 620.
E ti con questi preghi cessa di rivocar la possa inforse cel tuo volere.VIRGILIO.
Ib.v.403. Absiste precando Viribus indubitare tuis. m OSSERVAZIONE Se gl’accademici
avessero fatta magogiore attenzione agli esempi che ponevano sotto il verbo “rivincere”,
si sarebbero accorti che nell'ano e nell'altro propriamente esso valeRicuperare,2
non già Vinceredi nuovo, in lat. Denuo vincere. Quindi non sarebbero an dati
nella contraddizione di spiegare il sostantivo verbale Rivinta, e l'esempio che
gli corrisponde, col latino Recuperatio, dandogli origine dal verbo Rivincere
(in lat. recuperare) in un senso dal Vocabolario non accettato. Milano,
Ibrjglii e Segati: Torino, E. Loesclier: Paris, A. Fontennoing).
L'opuscolo che qui ripresento agli studiosi ha suscitato dappertutto
discussioni vivaci, ed era naturale che le suscitasse. Era naturale,
infatti, che molti facessero discendere la questione in un terreno scabro
ed irto di passioni; e pur gli altri, avvezzi per abito della mente e per
austera severità di propositi, a non mirare se non alle ragioni
obbiettive, era naturale che molto s' interessassero dell' argomento,
vedendo qui posti quesiti altissimi non di storia soltanto, ma altresì di
psicologia popolare, e tentatane, come meglio si è potuto, la soluzione.
Ora, dopo si lungo dibatter di ragioni avversarie, è tempo che riprenda
la parola io. La mia tesi si fonda sopra alcune contingenze di
fatti, la cui evidenza non può sfuggire ad un esame impregiudicato. Si
riassumano, di grazia, le ragioni delle due parti tra le quali pende 1'
accusa dell' incendio di Roma. Se da una parte troviamo un uomo,
scelleratissimo quanto si vuole, dall'altra troviamo una comunità
segreta, della quale alcuni membri sono dediti al delitto per testimonianza
degli scrittori pagani, Questa prefazione fu pubblicata dinanzi alla
seconda edizione (Torino 1900), e dinanzi alla edizione francese (Paris). L’incendio
di roma e I PRIMI CRISTIANI e dagli stessi apostoli son dichiarati
indegni di predicare Cristo. Ma quell' uomo quando seppe che la sua casa
bruciava, torna a ROMA, tenta arrestare le fiamm e, si mescolò in
mezzo al popolo, girò di qua e di là senza guardie prese tutti i provvedimenti consigliati
dalla immanità del disastro ; e, mentr'ei cercava porre riparo, scoppiò
novello incendio; degli altri si sa che di tanto in tanto prorompevano
alla rivolta, che predicavano la conflagrazione del mondo, cui doveva
seguire il regno della giustizia; che tal regno essi aspettavano dopo quello
dell'Anticristo, che per essi l'Anti-Cristo è NERONE, che credevano, durante la
loro vita, essere riserbati al nuovo regno di luce e di bene; che a
ROMA augurarono ancora, pel corso di lunghi secoli, distruzione e
sterminio, che dopo la rovina della potenza romana aspettavano il loro
trionfo; qual meraviglia che tutto questo complesso di aspettazioni
e speranze abbia eccitato le menti incolte e fanatiche degli schiavi
miserrimi e li abbia spinti all' atto forsennato? Si aggiunga a tutto questo,
che gli arrestati furon confessi, secondochè mi pare avere ora
novellamente dimostrato. In ogni movimento di rivendicazione sociale che si
determina nelle masse, vediamo tosto scindersi due partiti: quello dei
più esaltati, pronti all' azione immediata, e quello delle menti
più calme, che mal giungono a tenere a freno i primi. Quei generosi
che, scorti dal raggio della loro fede, vennero a dare alle plebi la
coscienza dei diritti umani, mal poterono con tutti i loro consigli di
temperanza, reprimerne le turbolenze impetuose. Qual nuova concezione
sarebbe mai questa, che la plebe romana, la cui vita, da secoli, era
stata tutto un seguito di convulsioni e di fremiti, di sedizioni e rivolte,
proprio all' epoca di NERONE fosse diventata di tanti agnellini,
quando più ributtante era lo spettacolo delle umane ineguaglianze, e più
turbinavano nel suo seno le nuove correnti rivendicatrici! Tutt' altro!
Anche in quella moltitudine erano i falsi dottori, dei quali parla la
cosiddetta Secunda Petri, i quali promettendo agli altri la libertà erano
però essi stessi servi della corruzione, i quali dopo esser fuggiti dalle
contaminazioni del mondo per la conoscenza di Gesù., si erano di nuovo in
quelle avviluppati; e, secondo le brutali immagini che ivi troviamo,
erano come cani tornati al vomito loro, come porche lavate che di nuovo
si voltolano nel fango. Quando certi stati di aspettazione angosciosa si determinano
nelle masse, basta una scintilla per spingerle ad eccessi inopinati.
L'aununzio della distruzione ignea decretata da Dio per la loro
generazione, la credenza che il regno di Dio non verrebbe, se non fosse
distrutta la romana potenza, fu la scintilla delle fiamme che divamparono
sterminatrici. Essi credevano compire la volontà divina, essere gli
esecutori della divina vendetta. Vano è parlare qui di significati
allegorici. Quando pur si potesse provare che le allegorie che or si
vogliono vedere sotto l' idea del fuoco, si scorgessero pure dai primi
proseliti, e come tali si spiegassero (il che non è affatto), tutto
ciò sarebbe vano lo stesso. Il popolo interpreta le parole nel loro senso
materiale, e quando sente fuoco, intende fuoco e nuli' altro. Un'
obbiezione, a prima giunta grave, mi fu fatta da un chiaro critico: come
mai ninno degli scrittori, anche pagani, accusa di tale scempio i
cristiani ? Pure, la ragione di ciò credo poterla indicare. Il nodo
della questione credo che stia in ciò, che gii esecutori materiali furono
veramente i servi di NERONE, e che questi interrogati perchè scagliassero
le faci, dicevano di agire per istigazione altrui. La credenza nella
colpevolezza di NERONE si radicò quindi nelle coscienze, ed ancor più
crebbe dopo la morte di lui. Suole infatti avvenire che a quelli che si
rendono tristamente famosi per le turpitudini loro, tutte il popolo attribuisca
le altre scelleraggini, delle quali suoni incerta e dubbiosa la fama. E
l' accusa o il sospetto dovè nascere nel popolo per naturale reazione di pietà
verso i condannati, qualche tempo dopo il disastro e il processo; che
altrimenti non si spiegherebbe come Nerone non fosse stato ucciso dall' ira
popolare, quando si mescolò senza guardie in mezzo al popolo. E
dovè afforzarsi, quando Nerone o gli adulatori suoi espressero l'
intenzione di chiamar dal suo nome la rifatta città: che allora
l'ambizione parve al popolo sufficiente motivo, a spiegar lo sterminio. E
poiché NERONE dall'incendio di ROMA, che egli aveva visto, prese poi r
ispirazione per iscrivere il carme sulla rovina di Troia, carme che forse
cantò sul teatro della rinnovata sua casa, nacque più tardi in mezzo al popolo,
la fama che egli avesse cantato sulle rovine della patria. Del
resto, che vi fossero scrittori che esplicitamente accusassero i cristiani, non
credo sia da revocare in dubbio. Tacito stesso, direttamente o indirettamente,
deve averne usufruito qualcuno, come mi pare possa dimostrarsi. Perchè
tali scrittori non sieno stati conservati, è vano chiedere. Durò per
secoli la distruzione sistematica di tutto ciò che fosse avverso al
Cristianesimo. Gli scritti contro la nuova religione sono periti; le
accuse che al Cristianesimo si facevano, le conosciamo, salvo pochi
accenni qua e là, solo per bocca dei difensori. Or questi scritti
apologetici sono di alcuni secoli posteriori a Nerone e ciascuno di
essi parla delle dottrine e dei costumi dei cristiani del tempo suo;
non potremmo dunque aspettarci di trovare in essi alcun tentativo di difesa
contro un' accusa che ninno più muoveva, essendo ormai invalsa
anche tra i pagani 1' opinione che accusava Nerone. Ma se del fatto
determinato, e cioè dell' incendio Neroniano non si fa più parola, si fa
per contro parola molto spesso delle tendenze rivoluzionarie e
distruggitrici. Tali tendenze erano forse una di quelle scelleraggini
inerenti alla setta (flagitia cohaerentìa nomini), alle quali accenna PLINIO
(si veda), a proposito dei cristiani di Bitinia. L'accusatore dei
cristiani nell’Octavius di Minucio Felice narra che essi, raccolta
dalla peggior feccia i più ignoranti e le credule femminette, naturalmente
deboli per la debolezza del loro sesso, istituiscono una plebe di
sacrilega congiura; e più giù che essi alla terra e perfino all'universo
e alle stelle minacciano incendio (e cioè la conflagrazione cosmica), e
macchinano rovina. Ottavio ne li difende, e la sua difesa è pur
molto istruttiva per noi. E, secondo lui, un volgare errore il
credere che non possa venire improvviso l' incendio punitore; i saggi
stessi dell'antichità, egli dice, e i poeti han parlato della
conflagrazione cosmica, del fiume di fuoco e della Stigia palude, a
punizione dei perversi. Ma niuno, ei soggiunge che non sia
sacrilego, delibera che sieno puniti con tali tormenti, per quanto
meritati, coloro che non riconoscono Dio, come gli empii e gì' ingiusti.
Ahimè, mite filosofo antico, la storia posteriore ti ha dato torto! Non
è questa una risposta alle accuse e ai timori, che si nutrivano a
riguardo dei cristiani ? Se dunque dell' accusa particolare, quella riguardante
l' incendio neroniano, non si fa più motito, per le ragioni sopradette,
non si può dire che- ogni eco dell' accusa generica sia spenta per
sempre. Altra obbiezione mi fu fatta, circa il criterio informatore
di queste ricerche. Voi, mi si è detto, state al giudizio degli scrittori
pagani, per quanto riguarda la moralità dei primi cristiani. Ora per
lunghi secoli continuarono le accuse contro i cristiani, e furono
fra le più atroci e terribili. Gl’apologisti cristiani opposere ad esse
recise smentite. Perchè non si deve credere che sieno calunnie pur le accuse
scagliate contro i cristiani dei primi tempi? Senouchè, a proposito
di queste ultime, le accuse non partono solo da scrittori pagani, ma altresì da
cristiani, in passi dei quali r interpretazione non può esser dubbia. Ma
tal giudizio non riguarda tutta intera la comunità. Ohi nega che in
questa fossero spiriti superiori, ardenti dell' amore divino del bene ? Ma le
novità, e novità tali, quali eran quelle che nelF ordine sociale
annunziava il Cristianesimo, sogliono attrarre gli spiriti più
turbolenti, e più esaltati, cui non par vero di coprire con la nobiltà di
un vessillo la licenza degli atti proprii. E, se guardiani bene, pure
tutte quelle orrende accuse fatte in seguito ai cristiani, i riti dell'
uccisione del fanciullo, della Venere promiscua dopo la cena ed
altri simili, hanno tale spiegazione. Anche gli scrittori cattolici
riconoscono che tali calunnie si debbano a tutte quelle sette di
Carpocraziani, Nicolaiti, Gnostici, che tali orrendi riti praticavano, e
si arrogavano il nome di cristiani. Che la chiesa abbia potuto respingere
dal proprio seno questi sciagurati, e si sia andata man mano epurando, torna
certo ad alta sua gloria. Ma ciò stesso ne induce ad andar molto
cauti, quando vogliam negare a priori che nei primi tempi Si è
sostenuto da alcuni che la critica moderna riferisca a quistioui di dogma e di
gerarcliia i noti passi di Paolo, nei quali esorta i Cristiani di Roma
all' obbedienza e alla mansuetudine; e si è citato in proposito Renan. Ma Renan
dice di quei passi (Saint Pani). Il semble qu'à l'epoque où il
écrivait cette épitre aux Romains diverses eglises, surtout l'Église de
Rome comptaient dans leur sein soit des disciples de Juda le Gaulonite,
qui niaient la légitimité de l'impot et préchaient la róvolte contre l'autorité
romaine, soit des ébionites qui opposaient absolument i'un à l'autre le
régne de Satan et le régne du Messie, et identificient le monde présent
avec l'empire du Démon {Epiph. haer., XXX, 16; Honiél. pseudo-clém.). ldella
chiesa potesse esservi ima moltitudine di facinorosi, pronti ad interpretare a
lor modo le nuove dottrine e a trascendere ad ogni eccesso. E la
lettera di PLINIO si osserva, non è testimonio dell' innocenza cristiana?
Migriamo pure, se cosi vuoisi, da Roma in Bitiuia, dai tempi di NERONE
a quelli di Traiano. La lettera domanda all' imperatore se debba punirsi la
setta come tale o i delitti ad essa connessi, e riferisce che degli
interrogati alcuni dichiararono repiicatamente esser cristiani, e, senza
voler sapere che cosa ciò significasse, PLINIO, per la loro ostinazione,
li mandò al supplizio; altri negavano essere stati mai cristiani; altri
affermarono essere, e poi il negarono, dicendo essere stati, or più non
esserlo; tutti questi maledicevano Cristo, e veneravano l' immagine dell'
imperatore. Pur nel tempo in cui erano cristiani asserivano altro non
aver fatto se non raccogliersi, venerare Cristo come se fosse un Dio,
ed obbligarsi con giuramento non a commettere delitti, ma anzi a
non commetterne. Due ancelle messe ai tormenti, non rivelarono se non una
superstitio prava, ìmmodica. Se questi infelici erano così invasi
dalla paura, da indursi a sconfessare la loro fede e maledire Cristo, si
potrebbe mai aspettare da essi che rivelassero alcuna cosa che potesse
danneggiarli? Ma sieno stati pure innocentissimi i Cristiani di
Bitinia al tempo di Traiano; che cosa prova ciò per alcune fazioni
dei cristiani di Roma al tempo di Nerone? Questo credemmo opportuno
avvertire, circa le ragioni generali e di metodo. Alle osservazioni sui
singoli punti si risponderà nelle note o anche nel testo. Non era
possibile confutare partitamente ciascuno degli scritti venuti in luce. Quest'
opuscolo sarebbe diventato un volume, con poco frutto dei lettori e degli
studii. Ne del resto era decente sottoporre alla considerazione dei lettori,
scritti, nella maggior parte dei quali la forma irosa mal si dibatte fra
le scabrosità della materia, e dalle ambagi del ragionamento guizza
ed erompe il vituperio. I fatti e le ragioni apportate io ho tenuto in
conto; dei vituperii non mi curo, né di essi conservo rancore. Mi
conforta il consentimento pressoché unanime a me venuto da coloro che
rappresentano il più bel vanto degli studii italiani. In mezzo alle loro
voci o alle voci di quelli che, pur discordi, seppero tener la misura, suonò un
coro stridulo di voci insolenti. Persone rese fanatiche da
religioso ardore si scagliarono contro di me, a contaminare la
purità delle intenzioui mie. In tale impresa l' ignoranza e la malafede fecero
l'estrema lor possa. Io non perderò la calma per le intemperanze altrui.
Quel medesimo coro ha accompagnato sempre ogni opera di verità e di luce.
Mentre la procella batteva alla mia porta, io ripensavo mestamente che
cosa mai potesse suscitare in tanti animi impeti cosi vivaci contro
di me. Era là, in quei cuori angosciati, tutto lo schianto come di
una cara visione che si dilegui, come di una zona luminosa sulla quale
inopinatamente si effondano tenebre. Povere anime desolate, ebbre di
radiose speranze, io non ho offeso la vostra fede. Potreste voi mai
sostenere che, pur quando gran parte del mondo fu conquistata alla luce e
all'amore della vostra idea, il fanatismo e l'errore sieno tosto
dispariti dalla terra, e cieche cupidigie e biechi livori non abbiano
ancora agitato gli spiriti? Perchè dovrebbe dunque ripugnare alla
vostra fede, l'ammettere che ciò sia avvenuto pure agl'inizii della nuova
era umana, in mezzo a gente nei cui animi era 1' eredità di secolari
rancori ? Il primo quesito che si presenti alla mente di chi esamini
i racconti degli storici snll' incendio neroniano, è questo: l'incendio fu
ordinato da Nerone? Degli scrittori più antichi lo affermano Suetonio e
Dione Cassio, i quali ci hanno pure esposto le ragioni di tal loro
convinzione: sicché la notizia da essi data ha solo valore in quanto
possano averlo tali ragioni: di che tosto vedremo. Tacito si avvale di
fonti diverse, né sembra aver fatto studio per rendere coerente il
racconto suo; sicché prendendo or dall'uno autore or dall'altro, riesce ad
indurre nel lettore ora 1' una convinzione or l'altra. Si mostra in principio
esitante tra due autorità di fonti: quelle che attribuivano il
disastro al caso e quelle che lo attribuivano a Nerone; ma Si potrebbe obbiettare che uno
storico può narrar cosa vera, ma poi sbagliare nell' assegnare lo cause.
E ciò è appunto quello che penso io, e che dichiaro pure più sotto; le
particolarità dell'incendio, narrate dagli storici non sono certo
inventate da essi, e sono, secondo ogni legittima presunzione, vere; la
causa dell'incendio, cioè l'ordine di Nerone, dobbiamo giudicarla
alla stregua delle ragioni che essi apportano di tal loro
convinzione. Giacche 1' attribuire l' incendio o al caso o all' ordine
dell' uno dell'altro, è convinzione o apprezzamento, non è fatto.
Lo afierma anche PLINIO (si veda) il Veccbio; e il suo accenno. N. II.: ad
Neronis principis incendia, quihus cremava Urbem), prova che pochi anni dopo
l'incendio, l'opinione era già invalsa. Verisimilmente la medesima
convinzione espri ll' ipotesi del caso doveva cadere per lui, che
poco dopo narra come certo il fatto che nessuno osò opporsi alla
violenza del fuoco, poiché uomini minacciosi vietavano di estinguere le
fiamme, anzi le ravvivavano, dicendo di agire per consiglio altrui. E
bensì vero che Tacito aggiunge essere incerto se ciò facessero, per
potere senza freno abbandonarsi alle rapine o per vero comando: ma è
evidente che la prima ragione non regge. Giacché se essi giungevano a
imporsi tanto con le minacele da impedire ogni tentativo di estinzione,
potevano pure senz' altro esercitare liberamente il saccheggio. E
del resto il ripetersi della cosa, con i medesimi particolari, per tutta
Roma, non significa 1' obbedienza ad una parola d' ordine? Questa esclude
il caso. E lo esclude pure il fatto che, tosto allo spegnersi del
primo, si riaccese un secondo incendio, che proruppe dagli meva PLINIO
nelie Storie civili che furono fonte a Tacito. La narrazione di Sulpicio
Severo (II, 29) è presa interamente da Tacito, di cui riproduce molte
frasi. Quella di Orosio è derivata, con qualche esagerazione di notizia, da
Suetonio. L'iscrizione in C. I. L., VI, 826 ha qvando vrbs per
novem DIES — ARSIT NERONIANIS TKMPORIBVS. Importanti
monumenti sono pure le are site in ciascuna regione della città, sulle
quali nei tempi successivi si celebravano il 23 Agosto i sagritìzi incendiorum
arcendorum causa; alcune di tali are sono conservate; cfr. Lanciani,
Bull. com.; Hùlsen, Rom. Mitt.; Richter,
Top.j- Una minaccia d' incendio è attribuita a Nerone dall' autore dell'
Ottavia, v. 882, Stazio nella Silva dedicata alla vedova di Lucano ha
infandos domini nocentis ignes. In tutta la letteratura di opposizione a
Nerone l'accusa dovè essere accolta con fervore. Alcune di versità di
particolari dalla narrazione tacitiana sono nella corrispondenza apocrifa di
Seneca e S. Paolo (v. Ramorino, Vox Urbis). Tra i moderni, oltre Aubè,
Schiller ed altri, lo Herstlet negò con buone ragioni, l'attribuzione a Nerone
(Treppenwitz der Weltg.). Molti l'attribuiscono al caso (ad es. AUard,
Marucchi). I particolari dell' incendio sono contrari a tale ipotesi: per
ammetterla, bisognerebbe ritenere falsi tutti i particolari narrati dagli
antichi. orti di Tigellino e devastò un' altra parte della città.
Del resto Tacito sembra nou aver ridotto ad unità di pensiero questa
parte dell' opera sua: e aver piuttosto abbozzato appunti da fonti
discordi: vedremo infatti essere molto probabile che una delle sue fonti
accusasse esplicitamente i cristiani. Suetonio accusa Nerone. E l'accusa egli
fonda sopra tre fatti. In un banchetto, avrebbe un convitato detto
in greco: quando io sia morto, si mescoli la terra col fuoco, e
Nerone avrebbe soggiunto; auzi quando io sia vivo; di più, parecchi
consolari sorpresero nei loro possedimenti i servi imperiali, con stoppa
e faci; e per paura, neppur li molestarono; infine Nerone, de
'-> Altro indizio che Tacito non abbia riassunto in una concezione
unica il fatto storico, ma abbia solo unito notizie discordi da fonti diverse,
si trae anche da questo. Ei riferisce la voce che Nerone al tempo del
disastro cantasse l'incendio di Troia sul teatro domestico. Ma qual
teatro? Quando ei 'tornò da Anzio il palazzo imperiale bruciava ! Altra
contraddizione. Debbo notare a tal proposito come a me abbia prodotto ingrata
meraviglia, che del mio giudizio su Tacito altri abbia menato scalpore,
come di giudizio a bella posta indotto per iscemare l'autorità di lui ed
infirmarne la fede. Dopo tanti studii perseguiti da tanti anni, sul
materiale storico di Tacito, sul suo fosco vedere, sulle sinistre
interpretazioni sue, sulla sua costante avversione per alcuni personaggi,
si avrebbe il diritto di pretendere che tanta mole di lavoro non fosse
stata fatta invano. Il Fabia, Le sources de Tacite, osserva, contro
L. Von Ranke, che Tacito si astiene dall' accusare o dall' assolvere
Nerone, adoperando frasi come pervaserat rumor, videbatur, crederetnr. Ma
a me paiono giuste le seguenti considerazioni del Von Ranke,
Weltgeschichte, Leipzig: Es ware nun unsinnig zu denken, dass Nero, der
sich bei dern Brande wurdig betragen batte, jetzt, um eia durchaus
falsches Geriicht niederzuschlagen, zur Verfolgung \inschuldiger Lente
geschritten wàre. Man kann nicht anders als annehmen dass diese
Stelle aus des zweiten Nero anklagenden Ueberlieferung stammt.
Die Nichtswiirdigkeit des Kaisers liegt eben darin, dass er den
Brand selbst angelegt hat und auf anderen die Schuid schiebt. So die
zwejte Ueberlieferung.] siderando sul Palatino l'area di alcuni granai
costruiti con pietra, li fece prima abbattere e poi fece ad essi
appiccare il fuoco. Anche Cassio Dione è esplicito, e (juasi a riprova
della sua accusa apporta due fatti: die cioè Nerone aveva fatto voto di
vedere la distruzione di Roma e che egli chiamò felice Priamo, perchè
aveva visto perire la patria sua. [Or veramente, se questi sono i
fondamenti della secolare accusa, lo storico spassionato dovrà
rimanere ben perplesso prima di confermarla. Certo fu uomo di si
efferate nefandezze Nerone, che non è a temere gli si gravi troppo la
soma dei delitti con un altro misfatto; pure, giudicando senza
prevenzioni, è facile scorgere quanta sia la vacuità delle ragioni che
gli antichi apportano per incolparlo anche di questo. Quanto ai
servi di lui, sorpresi ad incendiare, il fatto ha ogni verosimiglianza,
ma ha ben altra spiegazione, come si dirà in seguito. Quanto ai granai
del Palatino, è naturale che, quando tutto intorno era distrutto, visti
superstiti quegl' informi ruderi, ei li facesse abbattere e incendiare, volendo
liberare l' area per la futura sontuosa sua casa. Quanto all'
aneddoto, raccontato da Dione Cassio, eh' egli avesse fatto voto di
veder distrutta la città, esso è infirmato dal fatto che, .saputo appena
che il fuoco s' approssimava al pa- [Questo passo di Suetonio (Ner.) ha
fatto uscire di careggiata non pochi. L'abbattimento e l'incendio dei
granai Suetonio lo apporta, perchè serve a dimostrare, secondo lui,
che Nerone non fece mistero dell' ordine d' incendiare {incendit
urbem tam palam ut bellicis machinis lahefactata atqiie
infiammata sint, ecc.). E chiaro che 1' argomentazione non è valida. Se
Nerone dette senza mistero 1' ordine di abbattere quei granai, dovè
dunque darlo quando tornò da Anzio; e allora tutto intorno era già
divorato dalle fiamme.] lazzo imperiale, egli rientrò in Roma, eppure non
si potè impedire (dice Tacito) che il Palatino e la reggia e tutti
i luoghi intorno fossero preda alle fiamme. Rimangono altri due aneddoti, e
quello di Priamo e quello del banchetto. E non è improbabile che
Nerone paragonasse sé stesso a Priamo, cui toccò di veder distrutta
la patria sua, e si chiamasse, ammettiamo pure, fortunato di veder cosa
unica al mondo: ma ciò non si può apportare qual prova a confermare
che l'ordine partisse da lui. Ne tale deduzione si può trarre dai motti
di spirito, che secondo Suetonio riferisce, avrebbe egli scambiato con un suo
convitato in un banchetto. Che anzi, chi ben guardi, l'interpretazione di
qu3Ì motti è ben altra. Giacché se il convitato disse: Ivj.oò Savóvro?
Y^ia at/Gr^uo ttd.oi egli voleva evidentemente significare: purché io sia morto, si mescoli la
terra col fuoco, e cioè, a un dipresso: purché io non abbia più a
correrne pericolo, caschi pure il mondo!
Ed è naturale quindi che Nerone rispondesse: anzi, purché io continui a vivere (immo inquit, i'j.o'j Cwvioc). Ci siamo
indugiati in siffatti particolari aneddotici, non per conchiudere da essi
soli, che fu ingiusta l'accusa, ma solo per affermare che non ci è
dato indagare la verità da siffatte fonti. Questi scrittori hanno poco
discernimento critico. Quando raccolgono fatti, ci offrono materiale
prezioso: quando li interpretano e ne tra^ggono deduzioni, scoprono tutto
il debole dell'arte loro. Noi dunque dobbiamo battere altra via. Dobbiamo
esaminare le par- [Ed era la casa sontuosa, eh' egli stesso aveva fatto
smisuratamente ingrandire, sicché comprendeva ormai tutta l'area dal
Palatino all'Esquilino. Il nome di Domus Transitoria (Suet. Nei') trasse
in uno strano errore il Renan, il quale credette vedere in quello
l'intenzione di Nerone di far, poi, una casa definitiva. Ma transitoria
significa solo che quella casa metteva in comunicazione, come dice Tacito
{Ann.) il Palatium con gli orti di Mecenate ! Pascal] ticolarità
tutte del disastro ìq relazione al carattere ed ai fatti di Nerone.
Dobbiamo vedere quale poteva essere per lui il movente ad emanare
l'ordine sciagurato, quali i mezzi per attuare l' immane disegno. La
capacità a delinquere di Nerone è fuori di ogni discussione; e veramente,
se solo ad essa noi dovessimo aver ricorso, la questione non sussisterebbe
più. Ma vi ha tempre e caratteri diversi di delinquenza: alcuni
sono nati alle audacie più forsennate, alle più temerarie scelleraggini:
altri praticano il delitto per coperte insidie e per nascosti raggiri.
Nerone, quale cÀ risulta da tutti gli atti della sua vita, fu insidioso e
vile; sospettoso di tutto e di tutti, sempre premuroso d' ingraziarsi il
popolo con feste e largizioni; assalito alcuna volta da crisi convulse, e
trepidante per divina vendetta, superstizioso come un fanciullo. Quando
scoppiò l' incendio, egli era ad Anzio. Scoppiò per ordine suo? Ma allora
il suo tristo segreto fu affidato non ad uno o due dei più intimi,
ma a centinaia, forse a migliaia di servi e pretoriani!" Giacché per
tutta Roma furono dissemi- [Mi si è mosso rimprovero che tali
particolarità io desuma da quegli stessi scrittori, dei quali ho cercato
infirmare la fede. Ma le dichiarazioni che qui precedono sono esplicite; i fatti non sono certo inventati dagli
scrittori: le deduzioni che essi ne traggono sono erronee. In tutte
le scelleratezze di Nerone si vede manifesto lo studio di coprire nel
segreto dei pochi fidati il misfatto. Il mandare l'ordine da Anzio a Roma a
centinaia di servi e soldati, e il tornare poi in mezzo al popolo,
suppone un coraggio che non possiamo davvero attribuirgli. Né è dato supporre
che Nerone abbia confidato l'ordine solo a qualche intimo. Questi non
avrebbe potuto fare se non trasmettere gli ordini imperiali; e Nerone capiva
che 1' ordine sarebbe stato quindi annunziato ai servi o soldati solo
come ordine suo. lnati coloro che impedivano ogni tentativo di estinzione,
ed erano come riferisce Dione Cassio, anche vigili e soldati che
ravvivavano il fuoco. E si supponga pure che costoro nell' ebbrezza forsennata
di quelle notti infernali, obbedissero, senza esitanza, ad un
ordine che si diceva lor mandato dall' imperatore lontano: ma quando poi
l'imperatore tornò, e tentò arrestare le fiamme, (Tac. Ann.), a chi
obbedivano coloro che dagli orti di Tigellino fecero prorompere novello
incendio? E, se avesse dato l' ordine, sarebbe tornato Nerone? Un ordine,
diffuso fra tanti servi e soldati, non poteva rimanere un segreto per il
popolo: avrebbe Si potrebbe osservare: Perchè dovevano essere centinaia ?
Non bastavano forse anche pochi per appiccare l'incendio, se questo cominciò
dalle bofteghe ripiene di merci accensibili, e fu alimentato dal vento?
Sennonché supposto pure che pochi abbiano appiccato l' incendio, moltissimi
dovevano pure essere quelli che ordirono il complotto. Ed infatti per
tutta Roma erano sparsi coloro che impedivano ogni tentativo di
estinzione. Questi dovevano essere a parte del segreto, e per essere
sparsi in tutta Roma dovevano essere moltissimi. La qual notizia della
impedita estinzione non può essere revocata in dubbio.- Se non v'era
forte mano organizzata ad impedire 1' estinzione, molto prima dei nove
giorni si sarebbero sedate le fiamme. Non potevano certo obbedire a
Nerone, poiché da lui ricevevano ormai l'ordine di arrestare le fiamme, non di
riaccenderle. Si è sospettato potesse essere una finzione di Nerone il
tentativo di arrestare le fiamme. Ma ad ogni modo questa finzione non poteva
avere efletto se non con opere di estinzione. E non è consentaneo al
carattere di Nerone che egli in mezzo alla disperazione del popolo si
fosse esposto al pericolo di rinnovare l'ordine incendiario. E Tigellino non
avrebbe fatto incominciare dalla casa sua, lasciando intatto il
Trastevere. Si può pensare: col non tornare, avrebbe accresciuto i
sospetti. Ma questi apprezzamenti e calcoli di mente fredda disdicono al
carattere di Nerone. Si esamini, di grazia, il suo contegno dopo 1'
uccisione della madre (Tac. Ann.). E cosi quando gli fu annunziata la defezione
degli eserciti, non osò presentarsi in pubblico, temendo esser fatto a
brani (Suet. Ner.). egli affrontato la plebe, pazza d' ira e di
terrore? E perchè l' avrebbe dato, quest' ordine ? Perchè, si risponde, non
soffriva le vie tortuose e irregolari, con le loro pestifere esalazioni,
e voleva il vanto d'essere chiamato fondatore di Roma; ojDpure, perchè
voleva godere lo spettacolo delle fiamme e cantare l'incendio. Ed
altri ancora risponde: dette l' ordine in un accesso di pazzia.
Or veramente, quanto alle vie tortuose e strette, la ragione non
regge. L' incendio fu appiccato a tutte le regioni più nobili e suntuose
di Roma; perirono i templi vetusti, i bagni, le passeggiate, i luoghi di
delizia, le case più ricche. Le regioni dei poveri, rot>curo
Trastevere, il centro della comunità giudaica e cristiana, furono rispettati.
Eppure anche nel Trastevere aveva Nerone i suoi orti Domiziani e il suo
circo, che poteva desiderare di vedere sgombri dalle casupole e dalle
viuzze che li circondavano. Voleva godere lo spettacolo delle fiamme? Ma
si sarebbe subito mosso da Anzio; il ritardo poteva togliergli l'occasione di
goderlo! Rimane dunque che egli avesse ordinato l' incendio in un accesso
di pazzia. Ma quando egli tornò a Roma, e, come riferisce Tacito {Ann.
XV, 39\ cercò di opporsi al fuoco, ed aprì per ristoro al popolo il campo
di Marte, i portici e le terme di Agrippa, Che Nerone sin dalla prima
notte del suo ritorno si aggirasse senza guardie per la città, è afìermato da
Tacito stesso, quando narra che Subrio Flavio aveva già prima della
congiura Pisoniana fatto il disegno di uccidere Nerone cum ardente
domo per noctem huc Ulne cursaret incustoditus! (Ann.) '' Non poteva
regolare, si può dire, la direzione delle fiamme. Ma certamente, se il suo
scopo era quello di togliere le viuzze stretto e le case luride non
sarebbe ricorso alle fiamme. Bastava che il suo disegno d' abbellire Roma
egli enunciasse, per essere esaltato da tutto il popolo, e avere il
concorso di tutti i cittadini. E quando anche alle fiamme avesse voluto
ricorrere, avrebbe cominciato dai quartieri luridi, non da quelli nobili
e sontuosi.] gli orti suoi, e fece costrnire provvisorie capanne, e
diminuì il prezzo del frumento, era certamente nel possesso delle facoltà
sue: e allora chi rinnovò l' incendio negli orti di Tigellino? Ed ancora, si ponga mente ad altre
osservazioni. Nerone voleva salvare la casa sua, ed infatti vi si adoperò,
tornato a Roma: avrebbe egli ordinato che si cominciasse ad
appiccare il fuoco proprio a quella parte del circo. che era contigua al
Palatino? Nerone amava credersi e farsi credere artista fine e di greco gusto.
Non avrebbe egli fatto mettere al sicuro le più belle opere di
scultura, i monumenti dei più chiari ingegni, i capilavori dell'arte greca?
Anche questi perirono tutti, e Nerone mandò gli emissarii suoi, per
l'Asia e per la Grecia, a depredarne dei nuovi. Quanto più si consideri
l'accusa fatta a Nerone, tanto più essa risulta incoerente e contradditoria.
Ma dunque, chi ordinò l'incendio? Quali furono gì' incendiarii? Quale
scopo ebbero? Chi incolpò i Cristiani? E quali erano i Cristiani
allora? Dobbiamo, per l' esposizione nostra, cominciare dall'ultimo
quesito, e poi a mano a mano, attraverso gli altri, giungere sino al
primo. Sulla prima comunità cristiana in Roma abbiamo E
opportuno pnre notare che J racconto riguardante Nerone, che sulle rovine
ii Roma canta i' incendio di Troia è ritenuto, per buone ragioni, una
leggenda. Y. Renan, JJ Aniichrist che prese probabilmente i suoi
argomenti dalla nota del Fabricio a Cassio Dione. Non vale il dire:
ricevuto il comando, non si badò più a nulla. Sta pur sempre, che se il
primo incendio cominciò dalla casa di Nerone, e il secondo dalla casa di
Tigellino, le fiaiume forono appiccate da nomini che erano nemici di tatto
l'ordine sociale, che era rappresentato da quei di; e. scarsissimi
documenti: pure ci viene da essi qualche lume. Chi immagina i Cristiani
al tempo di Nerone, e anche prima, tutti intenti a bizantineggiare su
questioni di dogma, non può spiegare l' aggregarsi di sempre nuovi
proseliti alla parola evangelica. Se Tacito dice che i cristiani erano
allora una immensa moltitudine,
ninna ragione v' ha per iscemare il valore a siffatta testimonianza. Ora
una immensa moltitudine non si poteva commuovere per controversie
riguardanti solo il, dogma giudaico. Ci vuole altro per muovere le turbe.
Se soltanto tali quesiti avessero formato oggetto della predicazione
evangelica, i gentili avrebbero probabilmente risposto come il proconsole
Corinzio rispose ai Giudei che accusavano Paolo: sono questioni di parole: pensateci voi.
Il cristianesimo dovè invece assumere ben presto in Roma un contenuto
sociale ed economico. Quel che importava era il complesso delle
aspirazioni e delle rivendicazioni messianiche, era la parola dolce,
che per prima affermava 1' eguaglianza umana, e prometteva lo sterminio
degli empii, e prossimo il regno della giustizia. Ora questa sete ardente
di rivendicazioni umane era comune tanto al giudaismo quanto al
cristianesimo. La differenza era in ciò, che per il cristianesimo il Messia era
già venuto, ma doveva tosto tornare a disperdere le potenze maleJBche
sulla terra; il giudaismo non sapeva accomodarsi all'idea di un
Messia, che non avesse levato sugli empi la sua spada di fuoco, e
assicurato la supremazia al suo popolo La testimonianza di Tacito è
i-insaldata da quella di Clem. Rom. Ad, Cor., I, 6 (nokò t:).YjOoc;), e
da quella dell' ^joocalisse, VII, 9 {o/'koc, t:oXù<;) e da quella di S.
Paolo che ai Filippesi dice, parlando dei cristiani di Roma: Molti dei miei fratelli nel Signore. Contro
siffatte testimonianze non v'è una sola prova di fatto. Nulla trovo in
proposito nel lavoro dell' Harnach, GescJdchte der Verbreitung des
Christenthuvis, in Sitzunysb. d. Akad. d. Wiss. zu Berlin. leletto
e feimato l' impero nella divina Gerusalemme, bella d'oro, di cipresso e
di cedro. Ma in sostanza r una aspettazione e l' altra di un prossimo rinnovamento
umano aveva un contenuto sociale; e a guardar l'una e l'altra dal di
fuori, era facile confonderle. Quindi è che Giuseppe Flavio e Giusto di
Tiberiade non distinguono i cristiani dai giudei; e Tacito in un
passo (Bist.) confonde gli uni e gli altri; cosi Suetonio, quando dice
{Claud.) Jndaeos imimlsore Chresto assidne tumultuantes Roma expnUf,
intende evidentemente (per quanto stranamente sia stato interpretato questo
passo) per Judaei i Cristiani, immaginando Cristo ancor vivo ai tempi di
Claudio,v anzi eccitatore dei Giudei nei loro tentativi di riscossa. Che
poi la coscienza umana si sia spostata non verso il giudaismo, ma verso
il cristianesimo, la ragione è manife Impulsore non può voler dire a cagione
bensi per eccitamento. È da
mettere a riscontro questo passo di Suetonio con un passo degli Atti degli
Apostoli, nel quale si ha questa notizia < [Paolo ^ trovato un certo
Giudeo, per nome Aquila, di nazione Pontico, da poco venuto in
Italia, insieme con Priscilla sua moglie (perciocché Claudio aveva
comandato che tutti i Giudei si partissero di Roma), si accostò a loro; e
poiché egli era della medesima arte, dimorava in casa loro. Ora è
importante il fatto che Aquila e Priscilla erano appunto cristiani: cfr.
Rom.; Corint.; Tim.; Ada, E che il fossero anche prima d'incontrarsi con
Paolo si può con qualche probabilità dedurre dal fatto che appunto in
casa loro andò ad abitare Paolo a Corinto. Paolo, Eom., li chiama
suoi cooperatori. Cfr. De Rossi Bnll.
ardi, crisi; Allard, Hist. des persécut.. E probabile dunque che Claudio
scacciasse dalla città i Giudei cristiani, non tutti i Giudei: tanto piìi
che dei Giudei Cassio Dione dice che Claudio ritenendo pericoloso a
cagione del loro numero scacciarli dalla città, si limitò a interdirne
le adunanze. E che 1' espulsione ordinata da Claudio non riguardasse
propriamente i Giudei viene indirettamente provato dal fatto che Giuseppe
Flavio, solitamente cosi bene informato di tutto ciò che riguardai suoi
compatrioti, non menziona di Claudio se non atti di favore per essi {Ant,
Ind.). sta. L'uno infatti rimaneva chiuso nel suo rigido particolarismo di
razza, l'altro abbracciava nell'amor suo l'universo. L'uno esaltava il
popolo eletto dal Signore e destinato al trionfo; l'altro predicando
l'eguaglianza umana volse la propaganda sua tra i Gentili. Di più
ancora, gli uni spostavano indefinitamente i termini della dolce
promessa, gli altri annunciando imminente il desiderato ritorno, parevano
soddisfare la impazienza di rinnovamento umano, che è cosi caratteristica
della società romana del primo secolo. È facile immaginare quanto
larga e immediata diffusione avesse il cristianesimo tra gli schiavi, i
quali sentivano più che mai prepotente la brama di rivendicazioni e da
secoli prorompevano di tratto in tratto alla rivolta. D' altra parte,
come avviene in tutti i movimenti umani, si aggregava alle idee nuove
quel sostrato tenebroso della società che spunta fuori solo nei
giorni più torbidi, giungendo ad ogni eccesso cui spingano le bieche
passioni e i rancori lungamente soffocati. Tali uomini gettavano fosca
luce su tutta intera la chiesa. Tacito dice: odiati pei loro delitti i
Cristiani, e meritevoli di ogni pena più
esemplare (Ann.); e Suetonio parla di essi come di gente malefica
(Ner.). Tacito e Suetonio hanno delle virtù e delle colpe umane
gli stessi concetti che ne abbiamo noi. Quando essi parlano di delitti e
malefizi, non è possibile assumere tali parole in significato men tristo
dell'usuale. La castità, la temperanza, la rinuncia ai piaceri, l'odio
per le turpitudini, erano pure per essi tali pregi, che ne avrebbero
commosso di ammirazione reverente l'animo. Si potrebbe pensare a calunnie
sparse ad arte nel popolo. Ma è pur l'incendio di eoma e r primi cristiani
vero che nelle stesse fonti cristiane abbiamo la prova che molti nelle
varie chiese fossero indegni di predicare la croce di Cristo. Paolo stesso,
nella lettera scritta da Roma ai Filippesi, così parla di alcuni, che
si erano aggregati alla nuova fede:
Molti dei fratelli nel Signore, rassicurati per i miei legami,
hanno preso vie maggiore ardire di proporre la parola di Dio senza
paura. Vero è che ve ne sono alcuni che predicano Cristo anche per
invidia e per contesa, ma pure anche altri che lo predicano per buona
affezione. Quelli certo annunziano Cristo per contesa, non puramente,
pensando aggiungere afflizione ai miei legami; ma questi lo fanno per
carità, sapendo ch'io son posto per la difesa dell' evangelo. A
quante interpretazioni han dato luogo queste parole! Eppure a
dichiarazione di esse mi pare che possano servire quelle che Paolo
aggiunge poco dopo:Siate miei imitatori, o fratelli, e considerate coloro
che camminano cosi Perciocché molti camminano, dei quali molte volte vi
ho detto, e ancora al presente vi dico piangendo, che sono i nemici della
croce di Cristo; il cui fine è perdizione, il cui Dio è il ventre, la
cui gloria è nella confusione loro; i quali hanno il pensiero e l'affetto
nelle cose terrene. Noi viviamo nei cieli, come nella città nostra, onde
ancora aspettiamo il Salvatore. E più giù: La vostra mansuetudine Tali parole
scritte ai Filippesi liHiiiio riscontro con quelle della lettera ai
Romani lo vi esorto, fratelli, che
vi guardiate da coloro che commettono dissensi e scandali, contro la dottrina
che avete imparato e vi ritragghiate da essi. Perciocché essi non servono
al nostro Signore Gesù Cristo, ma al proprio ventre, e con dolce e
lusinghevole parlare seducono il cuore dei semplici. Dunque quelli che non servono a Dio, ma al proprio ventre,
non si trovavano solo a Filippi, ma anche a Roma. Ingiusto è quindi l'appunto
mossomi dal sig. Fr. Cauer, in Beri, philol. Wock. Sulla recensione
del Cauer v. anche App. II, nota 1. Circa le varie questioni riguardanti la
lettera ai Filippesi, e propriamente la sua genuil' incendio di roma e i primi
cristiani sia nota a tutti gii uomini, il Signore è vicino. Non
siate con ansietà solleciti di cosa alcuna. Il Signore è vicino! Dunque,
egli dice, siate mansueti, e cioè non vi abbandonate a moti incomposti,
aspettate con calma e fiducia. Il seme gettato aveva fruttificato
dovunque; era seme di amore e fruttificò la rivolta. Ed in Roma quali
erano coloro che predicavano Cristo per invidia e contesa? Erano quelli
che avevano l'animo alle cose terrene, che avevano invidia dei beni
altrui, e prorompevano in contese e sommosse: questi, sì, aggiungevano
afflizione ai legami di Paolo. Egli infatti doveva essere giudicato da
Cesare e aveva tutto l'interesse che non apparisse perturbatrice
dello Stato la sua dottrina; sul puro campo religioso l'assoluzione era
sicura, giacche Roma in religione non conobbe mai l' intolleranza. La
nascente chiesa cristiana era già fin d' allora scissa in fazioni. AH' infuori
delle dispute dommatiche che tanto travagliarono a Paolo la nobile vita, era
vivo nel primitivo cristianesimo il dissenso tra quelli che cercavano
inculcare l'aspettazione fidente della divina giustizia, e quelli che
volgevano le nuove dottrine a scopi di immediate rivendicazioni
materiali. Dagli scrittori moderni è stato ampiamente studiato in che cosa
consi- nità e l'unicità della sua composizione, v. gli autori citati
presso Clemen, Proleqom. z. Chron. der Paulinischen Briefe,
Halle, Qualche scrittore ha accennato che tutti questi passi si
riferiscano a scismi e divisioni interne della nascente Chiesa, per
questioni di dogmi e di gerarchia. Quale relazione abbiano il dogma e la
gerarchia col ve>itre, di cui parla Paolo, col pensiero e V affetto volto ai
beni terreni, non so vedere. Che se poi invece si vuol parlare di scismi
e divisioni riguardanti veramente l'attaccamento ai beni terreni, si vuol
supporre cioè che avessero assunto il nome di Cristiani, uomini avidi ed
invidiosi dei beni altrui, allora siamo pienamente d'accordo; ed io
posso anche nutrire non vana speranza che i miei contraddittori
siano per venire nell' avviso mio. l stessero i dissensi
dommatici; ma non per questo dobbiamo noi credere che solo ad essi si
riducessero le divisioni della prima chiesa. Anzi, chi ben guardi,
a riprovare il partito delle rivendicazioni sociali si trovavan concordi
pur quelli che nel dogma eran dissenzienti; e se da una parte Paolo protesta
esservi nella Chiesa alcuni che sono nemici della croce di Cristo,
perchè il loro Dio è il ventre, il loro affetto è alle cose terrene,
Pietro parla a lungo di quelli tra i Cristiani che sono schiavi di lor
lascivia, che come animali senza ragione vanno dietro all' impeto della natura,
destinati a perire nella loro corruzione, essi che reputano tutto il loro
piacere consistere nelle giornaliere delizie, e non restano giammai di peccare,
adescando le anime deboli, ed avendo il cuore esercitato all'
avarizia (II Petrij 2). E, come Paolo, anche Pietro, nella P'' epistola
(la cui attribuzione è sicura) esorta i Cristiani alla soggezione verso
le autorità terrene, i sovrani e i governatori, e a ritenerli come inviati da
Dio stesso, per punire i malfattori e premiare quelli che fanno bene.
L'esortazione prova appunto che tra i Cristiani fosse una fazione turbolenta
(cfr.Tim.). È dato pensare col Eénan {Saint Paul) a quelle sette
cristiane che negavano la legittimità dell' imposta, che predicavano la rivolta
contro l' impero, e identificavano anzi l' impero al regno di Satana.
La maggior parte della prima chiesa sarà stata di persone invase
dall'amor del bene e da fraterna carità; ma la turbolenza fremeva in
quella massa disforme, e la parola apostolica mal giungeva a frenarla. Or
qui è da richiamare quel che abbiam sopra visto, riferito da
Suetonio, che cioè sotto Claudio i Cristiani tumultuassero e fossero espulsi da
Roma. Anche quel passo è stato soggetto a tante interpretazioni! Pure a
conferma della nostra, basta rammentare il passo di Tacito [Ann.) quella perniciosa superstizione soffocata per
il momento, prorompeva di nuovo, il quale passo ci lascia anche
comprendere che più d' uno dovettero essere i tentativi di soffocare il
cristianesimo nascente. -' Perchè soffocarlo, se non fosse stata in
esso una fazione rivoluzionaria? In Roma tutti i culti vivevano alla luce
del sole. E che tal fazione avesse in Roma il Cristianesimo, si deduce
dalia lettera stessa di Paolo ai Romani. Vi s' industria in ogni maniera
di incutere il rispetto all' autorità, tenta perfino di far credere
divina la potestà terrena: Ogni persona
sia sottoposta alle potestà superiori, perciocché non vi è potestà
se non da Dio; e le potestà che sono, sono da Dio ordinate. Talché chi
resiste alla podestà, resiste all'ordine di Dio, e quelli che vi
resistono riceveranno giudizio sopra di loro ecc. (7?o?., 13). Indi pure si spiega
perchè ai cristiani si facesse accusa di professare l'odio del genere
umano. Tacito anzi dice che 1' accusa fu provata (Ann.) odio humanis
generis conoictì sunt Si è tentato
d' interpretare il passo, adducendo Pih d" uno, ho detto.^Le parole
di Tacito sono: Auctor nominis eius Christus, Tiberio iviperitante, jyer
procuratorem P. Pilatum sujypiicio adfectus fuerat; represscique in
praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebnt. Se Tacito avesse
voluto dire che la repressione fu una sola, avrebbe detto eruperat;
invece eruinpebat è imperfetto iteratiro, in relazione con quelV in praesens. E
il significato è: ogni volta che era
repressa erompeva di nuovo. I provvedimenti repressivi presi in Roma
contro certi culti e cerimonie fui-ono determinati da ragioni di moralità
e di quiete pubblica; cfr. Aubé, Histoìre des pemécutionfs; De
Marchi, Rendiconti Istituto Lomb.; Ferrini, Esposizione storica e
dottrinale del diritto penale romano, Milano, Se il Cristianesimo avesse avuto
un solo carattere religioso sarebbe stato tollerato, come era tollerato
anzi qualche volta (Joseph. Ant. jud.), anche favorito il giudaismo, che
pur pretendeva all'esclusiva verità del suo unico Dio, e pure aveva
contrario il sentimento pubblico Di simili accuse parlano spesso più
tardi gli apologisti, Tertulliano, Apol.; hostes maluistis rocare generis
humani; sicché a me sembra vano il tentativo d'inla rinuncia, che i cristiani
professavano, ai beni e ai piaceri della vita. Vani sforzi! Il mondo
classico aveva visto in tal genere le aberrazioni estreme della
scuola cinica, la quale tuttora vigeva (A)tn.); ed aveva ancora,
fiorente nel suo seno, l'ideale della virtù stoica. Gli è elle ogni
rivendicazione di una classe sociale contro l'altra, diventa
necessariamente lotta e quindi odio di classe. Strana sorte! Cristo e i
suoi apostoli insegnavano 1' amore; gettata la loro parola nelle
moltitudini, era seme che fruttava 1' odio umano. Fra quelle turbe,
inasprite da secolari dolori, avide della agognata riscossa, passò la
figura dolce e confortatrice di Paolo. Persegui tenacemente e con fervore
divino, l'opera sua; diresse con la mansuetudine quei cuori tempestosi,
convertì quanti più potè tra i Pretoriani ed i servi di Nerone (Ai
Filipp.). Finito poi, con l'assoluzione, il processo a suo carico,
non è certo che egli sia rimasto in Roma. L' ajino seguente, proruppe
l'incendio. Il Signore è vicino ! aveva annunziato Paolo, e tutta la
letteratura evangelica contiene questo grido angoscioso di aspettazione: Io vi dico in verità che alcuni di
quelli che sono qui presenti, non proveranno la morte, primachè non
abbiano veduto il Figliuolo dell' uomo venire nel suo regno. Io vi dico
che terpretare: d' essere odiati dal genere umano. Come può essere
per alcuno un capo di accusa l'odio alti-ui? E si poteva asserir
seriamente che tutto il genere umano si unisse ad odiare quella Chiesa
segreta ed ignota? E ad ogni modo quando pur si volesse sforzare la frase
sino a tal senso, ci si guadagnerebbe ben poco. V. però su tutta la
cronologia di Paolo, Harnack A., Die Chronologie des altchristlichen
Litteratur. questa generazione non perirà, prima che tutto questo
avvenga. Cielo e terra periranno, ma non periranno le mie parole. Così
concordemente gli evangeli di Matteo, di Marco e di Luca. E la lettera di
Jacopo. Siate pazienti, fortificate i cuori vostri, la venuta del
Signore è vicina. E la lettera agli Ebrei. Ancora un breve tempo e
colui che deve venire, verrà e non tarderà. E Paolo stesso ai Romani. La notte è avanzata,
e il giorno è vicino. È noto che il dogma posteriore spostò
indefinitamente la speranza di questo avvento divino ma i cristiani di allora
l'aspettavano per la loro generazione. Paolo nella prima ai Tessalonicesi così
dice: Noi viventi siamo riserbati sino alla venuta del Signore. E gli
oppressi, i conculcati, i disprezzati, si estasiavano al prossimo
adempimento della dolce promessa. Ma quando, quando tornerà il liberatore, a
sollevare gli umili, a punire gli empi ?
Quando avrete veduto l'abbominio della desolazione, detta dal
profeta Daniele, posta dove non si conviene rispondevano gli evangelii {Marc.). In quei giorni vi sarà afflizione tale, qual
mai non fu dal principio della creazione delle cose finora, ed anche mai
non sarà! E se il Signore non avesse abbreviati quei giorni, ninna carne
scamperebbe; ma per gli eletti suoi, il Signore li ha abbreviati
Allora se alcuno vi dice: Ecco qua Cristo, ovvero: Eccolo là, noi
crediate Ma in quei giorni, dopo quell'afflizione, il sole
oscurerà, la luna non darà più il suo splendore. E le stelle dal cielo
cadranno, e le potenze nei cieli saranno scrollate. E allora gii uomini
vedranno il Figliuolo dell'uomo venir dalle nuvole, con gran potenza e
gloria. Così l'idea del prossimo ritorno di Cristo era congiunta con quella
della fine del mondo, cui doveva far seguito la rinnovazione delle
cose, e la rigenerata umanità. Cristo stesso indicando i superbi palagi
di Gerusalemme aveva detto: Vedi
tu questi grandi edifici ? Ei non sarà lasciata pietra sopra pietra. E
Griovanni aveva annunziato :. Figliuoli è l'ultima ora, (Giov.), e Pietro: È prossima la fine delle cose. È
prossima? ma non era r età di Nerone 1' abbominio della desolazione di
cui aveva parlato il profeta ? ^° E non aveva promesso il Signore,
che sarebbero brevi quei giorni, perchè altrimenti niuno si salverebbe ? E dopo
la distruzione, il rinnovamento: dopo le ingiustizie secolari, 1'
eguaglianza e la pace ! E il recente convertito trovava nel fondo oscuro
della sua coscienza le reliquie del paganesimo, che vi persistevano tenaci: dunque,
pensava, lo stoicismo non s'ingannava, e pure attraverso il mondo
nostro era penetrato un raggio del vero: era penetrato per gli oracoli
delle Sibille, per le predizioni etrusche, per le dottrine degli stoici: tutti
annunziavano la fine delle cose e la novella progenie umana; tutti
annunziavano il prossimo regno del Sole, cioè del fuoco, che
rigenererebbe l' universo, e Vergilio stesso lo aveva cantato {Ed.). Ma
sopratutto lo stoicismo pareva dare a queste anime turbate il cupo
consiglio, lo stoicismo, che essi sostanzialmente non distinguevano dal
Cristianesimo per il suo contenuto morale, e che come contenuto sociale
aveva le stesse aspettazioni di rinnovamento umano. Or lo stoicismo predicava
l'ecp^ros/V, combustione cosmica, come fine del mondo, e principio della
nuova era umana. Per alcuni stoici questa combustione cosmica do- Nerone
era veramente per i cristiani l'Anticristo, la bestia nera {-o OY,piov lo
chiama V Apocalisse), l'uomo del peccato, il figliuolo della perdizione,
di cui parla la II di Paolo ai Tessalonicesi. Il suo regno era dunque annunzio
dell' imminente regno di Dio (v. la citata lettera di Paolo, cap. II);
cfr. Renan, S. Paul, L' àvOpiD-o; T-r,v àv&[j.[a; è
personificazione della potenza mondana, che deve rivelarsi con impeto
prima della fine del mondo; cfr. Ferrar, The Life and Work of St. Paul, Sulla
genuinità della Seconda ai Tessalonicesi, V. Weizsàcker, Zeilschr. f. iciss.
TlievL; Briickner, Chronol. Reihenfolge, veva essere preceduta dal
diluvio, secondo l'idea antica di Eraclito (v. il framm. presso Clemente,
Strom.). Tale è pure l' idea di Seneca, nel quale è così ardente il
desiderio di rinnovamento, che alcune parole di lui sembrano uscite dalla
bocca di un apostolo [Nat. Qw.). Anch' egli cupamente anìiunzia: Non tarderà molto la distruzione !
E come il vecchio Eraclito, e dietro di Ini le scuole
stoiche, simboleggiando nel fuoco l'anima divina dell' universo, aveva detto
(presso Ippolito): il fuoco tutto
assalendo giudicherà ed invaderà, così nel dogma cristiano si assegnò
all'incendio del mondo l'ufficio di purificazione e giudizio finale. Gli
antichi profeti d'Israele erano t\itti pieni di fremiti sdegnosi, di
ansiose aspettazioni dell' ora punitrice. Neil' anima di Isaia pare
accogliersi tutta la protesta dei miseri, l'onta per la dominazione
assira, l'odio per chi procurava la rovina al popolo. Egli scatta e
minaccia: Voi sarete come una
quercia di cui son cascate le foglie, come un giardino senz' acqua. Il
forte diventerà stoppa, l'opera sua favilla; l'una e l'altra saranno arse
insieme: non vi sarà niuno che spenga il fuoco (I). Questi fremiti sdegnosi si
risentiranno più tardi nell'Apocalisse cristiana. E l'idea della combustione
del mondo fu pur congiunta, nel dogma cristiano, a quella del secondo avvento
di Cristo: I cieli e la terra del
tempo presente per la medesima parola son riposti, giacché sono riserbati
al fuoco, nel giorno del giudizio e della perdizione degli empi. Or
quest'unica cosa non vi sia celata, diletti, che per il Signore un giorno
è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda,
come alcuni reputano, la sua promessa, anzi è paziente verso di noi, non
volendo che alcuni periscano, ma che tutti vengano a penitenza. E il
giorno del Signore verrà come un ladro di notte; in quello i cieli
passeranno rapidamente, gli elementi divampati si dissolveranno; la terra
e le opere che sono in essa, saranno arse. Poiché tutte queste cose hanno da
dissolversi, quali vi conviene essere in sante conversazioni e pietà,
aspettando e affrettandovi all' av venirti ento del giorno di Dio, nel
quale i cieli infuocati si dissolveranno, gli elementi infiammati si
distruggeranno ! (Così la così detta Petri, V. anche Cai-m. sibyll.).E
certamente, questi apostoli della dottrina avranno fatto ogni sforzo
per provare che il fuoco era divino, non umano, e per esortare alla calma
e all'aspettazione fidente di Dio. Questo risulta dalle parole che
abbiamo citato, anzi risulta da tutta intera la letteratura apostolica,
che è piena di consigli miti. Ma risulta altresì l'impazienza di
alcuni. Gettate una dottrina come questa, dell'imminente fuoco,
punitore di tutti i gaudenti della terra, in mezzo ad una turba di
schiavi, di gladiatori, di oppressi; e voi vedrete a tale annunzio in
diversa guisa manifestarsi r animo di ognuno, altri raccogliersi nelle
trepidanze angosciose, altri, i più violenti, i tristi per natura,
correre a sfogare le ultime agognate vendette. Rotti i vincoli e i freni
umani, erompe l'animo dei tristi a soddisfare con facile ardire le passioni
prima represse o celate. Le vendette, le violenze e il saccheggio sono
le forme consuete cui irrompono, in tal condizione di spiriti, le turbe
forsennate. Altri forse, illusi o fanatici, avranno creduto trovare
giustificazione nella stessa parola divina. Cristo stesso aveva detto: io sono venuto a portare il fuoco sopra
la terra (Luca), Essi credevano essere
gli esecutori della divina vendetta, essi dovevano iniziare l'opera
redentrice. Le masse esaltate dal fanatismo sprezzano i consigli della
moderazione e della calma. Fermentano allora in quelle coscienze
commosse tutte le ire e tutti i rancori; perduti ritegni e timori umani e
divini, gli animi si spingono ad ogni eccesso. e Pasotil. 14r; l'lu
quale altra comunità romana in quel tempo potevano essere così vivaci gl'impulsi
all'atto forsennato? Certo, anche gii Ebrei auguravano a Roma
stermioio; ma non aspettavano fiamme vendicatrici per la loro
generazione; nella Corte di Nerone erano bene accetti; in lui non
vedevano l'Anticristo, il mostro, l'uomo del peccato, annunzio del
prossimo regno di Dio. Solo dunque 1' ultimo strato sociale, cui si era
portata la parola dell' eguaglianza e dell'amore, poteva erompere
all' opera distruttrice. QuelT ultimo strato sociale era abbeverato di
odio contro tutto 1' ordine presente. Gli apostoli davano bensì consigli
di obbedienza ai loro padroni; ma dalle loro stesse parole risulta che
alcuni andavan predicando dottrine ben diverse. Si ascolti Paolo a
Timoteo. Tutti i servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori
degni di ogni onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e
la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non manchino ai proprii
doveri verso di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano,
perchè son fedeli diletti e che partecipano del benefiziG^. Insegna
queste cose ed inculcale. /Se alcuno insegna/ diversa dottrina, e
non si attiene alle sane parole del signore Gesù Cristo, e alla dottrina
che è secondo pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra
dispute e logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi
sospyetti, conjiitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che
credono la pietà abbia ad essere un guadagno. Come scruta addentro
nelle latebre dell'anima lo sguardo profondo di Paolo! L' amore
universale, che egli aveva annunziato diventava naturalmente per il popolo
pretesa di rivendicazione: la pietà diventava guadagno. E non pure v'
erano quelli che agitavano la questione dello scuotere il giogo
secolare, come indubbiamente risulta dalle parole or citate di Paolo; ma
contro tutta la compagine e l'organizzazione sociale e l' imjjero stesso si
appuntavano gli odii loro. Anzi nel primitivo dogma era che allora
avverrebbe l' incendio del mondo e quindi il regno della giustizia,
(luaiido avvenisse la fine dell' impero. Certo, in tale forma noi
troviamo più tardi il dogma in Tertulliano.
Noi preghiamo, egli dice {Apolog.), per 1' impero e per lo stato romano,
noi i quali ben sappiamo che la massima rovina che sovrasta all'universo
intero, il chiudersi dell' èra nostra, che ci minaccia orrende
sciagure, di tanto sarà ritardata di quanto si prolungherà il romano
impero (così pure nel liher ad Scap
ulani). Qui 1' appressarsi del fato estremo è cagione di
trepidanza, come nel mille; nell'epoca neroniana era aspettata con
fervore di desiderio e si accusava Dio della ritardata promessa {Petri).
Molti passi della letteratura apostolica attestano il fermento
degli spiriti e la loro desiosa aspettazione dell'ora finale. A più
eccitarli si facevano perfino correre false apocalissi [li Tessal.). Si spiega
quindi come solo all' epoca neroniana, potè erompere l' impazienza all'
atto forsennato. E che anche nell'epoca neroniana si unissero i due
concetti della fine del mondo e della fine dell' impero, si deduce da
quel che sopra abbiamo visto, che il regno di Dio doveva esser preceduto
dal regno del mostro (11 Tessal.); il mostro era Nerone. Se
dunque la distruzione dell' impero, rauuientaraento dell'Anticristo era il
principio della divina giustizia, si richiederà, credo, una volontà ben salda
per negare ancora che questi poveri fanatici, forse indotti da
eccitamenti malvagi, abbiali voluto farla finita con r impero e con Roma.
11 fuoco, il fuoco devastatore avrebbe posto fine all'abbominio e
rigenerata l'umanità neir innocenza. Come la potenza della luce era
preceduta da quella delle tenebre, e il regno di Dio da quello del
mostro, cosi il fuoco divino doveva esser preceduto dal fuoco umano, che
avrebbe annientata la sede stessa dell' impero." Ed ora, dopo
aver esaminato quali passioni fremevano nel cuore, quali dottrine esaltavano le
menti di una parte di questa comunità cristiana, torniamo alla
narrazione dell'incendio. Di tante centinaia di soldati e servi incendiari, è
possibile che nessuno fosse riconosciuto ? Non è possibile, che anzi si
sapeva che erano i servi del cubicolo imperiese e i soldati del pretorio.
E quando furono riconosciuti ed arrestati, perchè non avrebbero addotto
1' ordine di Nerone ? E Nerone si sarebbe messo, dinanzi al popolo, allo
sbaraglio di questa terribile prova ? Invece i primi arrestati
confessarono. S' iniziò il processo
primamente, dice Tacito {Ann.), contro i rei confessi; dipoi moltissimi altri,
per denunzia di essi, non furono tanto convinti di avere appiccato il
fuoco, quanto di odiare il genere umano (o secondo altri: di essere
odiati !). Non come prova, ma come elemento di fatto che può avere
relazione col nostro argomento, crediamo far menzione di una curiosa
scoperta fatta a Pompei. Sopra una muraglia, tracciate col carbone, si
scopersero alcune lettere. Il Kiessling {Bull. Ist. corr. ardi.) che
primo, col Miuervini e col Fiorelli vide il documento, credette poter
leggere ignì gavdb CHRISTIANE. Le lettere al contatto dell' aria si
dileguarono. Due anni dopo il De Rossi non ne vide più nulla e dovette
contentarsi di un fac-simile tracciato dal Minervini. Sul fac-simile
credette dover leggere: avdi cukistianos; e con altri residui di lettere
sparsi qua e là per le muraglie, tentò tutta una ricostruzione, a dir vero un
po' romantica, contro la quale qualche buona osservazione fece i' Aubé, lILst.
des pers. I, pag. 418. •'Nell'interpretazione di questo passo
troppe volte la passione ha fatto velo all'intelligenza. Riportiamo tutto il
passo, ed esaminiamo le singole espressioni, avvalendoci, in parte,
delle prove già apportate da H. Schiller, in Commentationes in honorem
Th. Mommseni, per quanto noi non vogliamo giungere alle esagerate sue conclusioni. La
reità dunque fu provata solo in parte per la prima accusa; j)er tutti fu
provata la seconda accusa, quella Ergo, aholrndo rumori Nero subdidit
reos et quaesitiftsimis poenis affecit quos per flagitia invisos, vulgus
christianos appellabat. Auctor noìinnis e'ms Christus, ecc. Igitur
primiim. correpti qui fatebantur; deinde indicio eorum mnltitudo
ingens, haud perinde in crimine incenda quam odio humani generis
convicti sunt. Il subdidit reos si
vori-ebbe spiegare sostituì al vero
colpevole i falsi. Rimandiamo, per il valore della frase, all' app. Ili
di qnesto studio. Passiamo al primum correpti qui fatebantur. Corripere denota
l' inizio della procedura penale: cfr. Ann. II, ; III, , ; IV, , ; VI,
40; XII, 42. Se la procedura penale fu iniziata, dovè iniziarsi per il delitto
di cui si tratta, il crimen incenda; non potè essere per una causa
di religione, che del resto si sarebbe dovuto svolgere dinanzi al
Senato (cfr. Tac. Ann.; Suet. Tib.: Dione; Suet. Claudio). Nerone era
scelleratissimo, ma non era sciocco; e
una sciocchezza sarebbe stato accusare per il delitto d' incendio, e fare un
processo di religione. Pretendere che Nerone abbia fatto questo,
significa supporre senza prove che egli abbia introdotto nella legislazione
penale un delitto nuovo; e ciò proprio all'indomani dell'assoluzione di
Paolo, il quale aveva potuto per due anni predicare Cristo con ogni
franchezza e senza divieto {Atti upost.).
Furono dunque primamente processati d'incendio quelli che via via
confessavano. Confessavano che cosa ?
Quando fatevi o confiteri sono adoperati assolutamente in relazione a un
processo significano: dichiararsi reo di quello per cui si è accusati; cfr. Ili, 67; XI, 1; XI, 35; Cic.: Mil.
15; Lig. 10. Si vuole invece supplire se Christianos esse. Ma per tal
significato il verbo di Tacito sarebbe stato profiteri; cfr. Ilist, III, 51;
III, ; IV, ; IV, . Ann. I, 81; II, 10, 42. K dovendo giudicare dell'
incendio era assurdo il chiedere la confessione di altra colpa, dì cui
era competente a decidere solo il Senato. Altra colpa ? Si può proprio
seriamente affermare che si ritenesse allora dai Romani colpa il
professare una religione qualsiasi ? In ogni altro caso, trattandosi di
una accusa determinata, quella dell' incendio, a niuno mai sarebbe venuto
in mente che la confessione degli accusati potesse intendersi di altro
che di incendio; e il pre sentare tale ipotesi sarebbe parsa tale
enormità, qual sarebbe quella ad esempio di colui che nel passo di
Cicerone, Mil. 15 ni,si vidisset
posse absolvi eum. qui fateretur volesse
intendere il fateretur in un significato diverso da quello di essere reo confesso di omicidio. Ma la
passione spiega qualsiasi aberrazione. — Segue indicio eorum. Indicium è
la denuncia se più generica. E cioè: i primi, gli esecutori
materiali, confessarono e denunciarono i compagni (indicio
eorum): greta o la rivelazione fatta da accusati o da colpevoli contro
altri colpevoli (Ann.). E poiché l'accusa qui è delV incendio, anche indicium
si riferisce a tale accusa. Nella lettera di Plinio, X, 96 1' accusa
è invece deire.<fser cristiani; e index quindi significa denunziatore dei Cristiani e per questo anche nella medesima
lettera cuìifitentes vale quelli
che si confessavano cristiani : l'accusa era proprio questa! Si è
obiettato che i Cristiani non potevano denunziare i loro fratelli. Il che può
significare che questi non erano veri Cristiani, che erano povero volgo
ignai-o, aggregatosi al partito delle novità per ispirito di rivolta; ma
non ci potrà indurre a sostituire una interpretazione falsa ad una
vera. Anche i Cristiani di Bitinia, interrogati da Plinio, non potevano
maledire Cristo, sconfessare la fede e venerare l'immagine di Traiano; eppure omnes et imaginem. tiiam deorumque mnulacra
venerati suni et Christo male dixenmt
(Plinio). — Segue: haud, jìprinde
in crimine incenda quam odio Immani generis convicti sunt*. Haud perinde
quam, {haud proinde quam), non perinde quam significano: non tanto..., quanto; cfr. Ann. La seconda cosa si afferma dunque in
proporzioni maggiori della prima, ma tutte e due si affermano. E cioè,
nel caso nostro, la prova della partecipazione all' incendio si ebbe solo
per alcuni; tutti furono provati rei {convicti sunt) deW odio Immani
generis. Provati rei, da chi? mi si è detto. Dai ministri di Nerone. Non è
questo il significato del convicti sunt, che non denota la dichiarazione di
reità fatta da un giudice, bensi la prova inconfutabile e che non può
essere disconosciuta dallo stesso accusato. Qualcuno ha suggerito invece
del convicti coniuncti del Mediceo. Il coniuncti è stato forse indotto ilal
copista a cagione di quell' in crimine, che pareva non convenirsi alla
costruzione del convicti. E ad ogni modo non potrebbe significare se non: furono congiunti non tanto nell'accusa
d'incendio quanto. Il che tornerebbe a quel che dico io, indicherebbe cioè che
1' accusa di incendio non fu abbandonata: ma poiché non tutti furono trovati colpevoli
d' incendio, furono tutti coinvolti nell'accusa di odio contro il genere
umano. Debbo pure avvertire che le parole di Tacito [im): miseratio
oriebatur, tamquam non utilitate pnblica sed in saevifiam unius
absumerentur non significano già che Tacito credesse innocenti i Cristiani, e
non sono quindi in contraddizione con tutto ciò che precede Tacito non
dice nam, absumebantur; dice: nasceva compassione nel popolo quasiché
{tamquam) i Cristiani si facessero perire non per utilità pubblica, ma per
sod allora non si volle sapere altro, si fece l'arresto in
massa dei cristiani, e ninno di essi smenti la sua fede; solo questi
ultimi- dichiararono non aver preso parte all'incendio, come i primi; ma
era lo stesso, erano tutti rei di queir odio umano che aveva armato le
mani di fiaccole: furono tutti condannati. Come si vede.
Tacito prese questi particolari da una terza fonte, e credette doverli
registrare come fatti accertati, pure cercando di smorzare le tinte e
adoperare espressioni un poco oscure, per non nuocere all'intento suo di
gettare qualche sospetto su Nerone. Il che si rivela pure dalle
parole seguenti: nasceva compassione
(per i Cristiani condannati ai supplidisfare la crudeltà di un solo, il che si
riferisce alle voci che correvano nel popolo accusafcrici di Nerone.
Quando il popolo vide tra i condannati i servi di Nerone e i soldati del
pretorio, non potè non sospettare che essi avessero agito per ordine
dell'Imperatore. Tacito parla dei Cristiani come colpevoli, o convinti o
confessi, ma distinguendo evidentemente gli esecutori materiali da colui
che poteva aver dato 1' ordine, riferisce non senza qualche compiacimento
le voci popolari accusatrici di Nerone. Cosi in Ann.,gli fa volgere da
Subrio Flavio l'accusa di incendiai'iìis. In principio, egli presenta due
sole ipotesi: forte an dolo principis, parole alle quali si è attribuito
il senso che Tacito stesso escludesse ogni sospetto a riguardo dei Cristiani.
Ciò non è esatto. Bisogna distinguere gli esecutori materiali da colui
che poteva aver dato l' ordine. Quanto ai primi egli non ha alcun dubbio,
poiché li chiama sontes et novissima exempla meì'itos, parole che mal s'
intenderebbero, se non si riferissero ad un determinato ed unico delitto.
Quanto al secondo, egli esprime la convinzione che 1' ordine partisse da
Nerone. Convinzione che egli derivò forse dalle Storie Cimlt di Plinio, e
che ebbe del resto origine dal fatto che tra gli esecutori materiali
furono veramente gli schiavi di Nerone: ma appunto tra questi schiavi
erano numerosi i cristiani. Tacito riferisce pur l'ipotesi del caso: ma
la sua narrazione esclude l'ipotesi. Non altrimenti, ad esempio, ei
dichiara non potersi incolpare Tiberio per la morte di Druso, eppur getta su
lui anche per questo qualche ombra. Non vuol pronunziarsi se
Agricola sia morto di veleno per opera di Domiziano, ed ogni tanto
l' insinua. zii), benché si trattasse di uomini colpevoli e
meritevoli di ogni più inaudita pena esemplare. Ma perchè avrebbero confessato i primi
cristiani? Perchè avrebbero denunciato i compagni ? E qui,
oltre che può tornare in campo la ragione già detta del necessario
riconoscimento di alcuni, si può volgere la mente anche ad altro.
Neil' ardore del fanatismo, essi avranno creduto immediato il
miracolo. Iddio, Iddio ora tornerebbe, egli che aveva promesso di tornare
dopo la desolazione estrema: non finirebbe la loro vita prima che Iddio
tornasse. E confessavano, gloriosi, e denunciavano, per far partecipi alla
gloria. Immaginate questi esaltati a spiegare l'opera loro, la fede loro: l'eguaglianza
dei diritti umani voluta da Dio, la distruzione di tutto, necessaria per
1' avvento suo. I Romani primamente allora s' accorsero che quella fede aveva
un contenuto sociale, ed era un pericolo per lo Stato. E la
qualificarono dottrina di odio contro il genere umano. Era invece la
rivendicazione degli oppressi e degli schiavi: ma questi con erano
uomini. Ma c'è ancora di più: anche dopo, i cristiani non cessarono
di sperare ancora quelle fiamme vendicatrici, e di auspicarne il ritorno.
Alcuni anni dopo, il bagliore sinistro di quelle fiamme accende la
fantasia allo scrittore deìV Apocalisse. Si riconosce oramai da tutti,
anche dagli scrittori cattolici, che in questa, sotto il nome di
Babilonia, si cela quello di Roma, Ora ascoltate il grido di maledizione
e di vendetta su Roma, baccanale di Ripugna il pensiero che i livori
delle fazioni nella nascente chiesa, quei livori dei quali abbiamo visto
muovere lagnanza Paolo, li spingessero alle reciproche accuse. Clemente
Rom. (ad Cor.) dice che le sciagure dei Cristiani furono effetto della
gelosia (St^/ Cr,)vOv). Anche l'Arnold, Die neronische
Christenverfolgung, Leipz. crede che le denunzie contro i Cristiani sieno
state fatte da Cristiani dissidenti. Ogni turpitudine, che scaglia
il profeta dell' Apocalisse: Poi udii un' altra voce che diceva: uscite da
essa, o popolo, mio, acciocché non siate partecipi dei suoi peccati, e
non riceviate delle sue piaghe. I suoi peccati sono giunti l'uno dietro
all'altro insiuo al cielo, e Iddio si è ricordato delle sue iniquità.
Rendetele il cambio di quello che essa vi ha fatto; anzi rendetele
secondo le sue opere, al doppio: nella coppa nella quale ella ha
mesciuto a voi, mescetele il doppio. Quanto ella si è glorificata ed. ha
lu.<suriato, tanto datele tormento e cordoglio: perciocché ella dice
nel cuor suo: io seggo regina e non sono vedova, e non vedrò giaminai
duolo. Perciò in uno stesso giorno verranno le sue piaghe; morte e cordoglio e fame: e sarà arsa col
fuoco; perciocché possente è il Signore Iddio, il quale la giudicherà. E i re
della terra, i quali fornicavano e lussuriavano con lei, la piangeranno, o
faranno cordoglio di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio e
così di seguito che è un sol fremito di protesta, un sol grido di
vendetta contro la meretrice ebbra
del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. E nel capitolo
seguente si pregusta con voluttà frenetica la gioia della sua
rovina; Allelluia! la salute e la
potenza e la gloria e 1' onore al Signore Iddio nostro. Perciocché veraci e
giusti sono i suoi giudizii; e infatti egli ha giudicato la gran
meretrice che ha corrotto la terra con la sua fornicazione, e ha
vendicato il sangue dei servi suoi, dalla mano di lei.... Alleluia! e il,
fumo di essa sale nei secoli dei secoli. Come si vede, appena pochi
anni dopo l'incendio, si tornava ai folli eccitamenti. Ed il sogno di
Roma divenuta preda alle fiamme turbò anche in seguito le menti
cristiane. In quella strana e lugubre miscela di fantasie
giudaico-cristiane, non senza qualche elemento pagano, che é conosciuta
sotto il nome di Oracoli sil' incendio
di roma e i primi cristiani billini
esso ritorna con cupa insistenza: VII, 113-114; Vili, 37-47; XII,
32-40. Verrà dall'alto anche su
te, superba Roma, la celeste sciagura: tu piegherai prima la
cervice, tu sarai distrutta, il fuoco ti consumerà tutta, piegata sulle
fondamenta; la tua ricchezza perirà; il tuo suolo sarà occupato dai lupi
e dalle volpi; sarai allora tutta deserta, come se giammai fossi stata.
Dove sarà allora il tuo Palladio? Qual Dio ti salverà ? Un
Dio d'oro, di pietra o di bronzo? Dove saranno allora i decreti del
tuo Senato? Dove quelli di Rea o di Crono? E la schiatta di Giove e di
tutti gli Dei che tu adoravi? Per quanto la punizione qui sia immaginata
come celeste, non è possibile non sentirvi la voce di una umana vendetta. Quando potrò io vedere tal giorno? dice poco dopo il poeta. E pure il più
antico dei poeti latini cristiani, il pio Commodiano, ha il medesimo voto
{i'arm. ap.). Dov'è più la dottrina della mansuetudine e del perdono? La
disposizione d'animo dei primi cristiani era ben altra. Il loro grido di
vendetta sembra, come si vede dagli esempii apportati, quasi echeggiare
pure in tempi più lontani. A noi
basterebbe, dice Tertulliauo {Apol. 37), se volessimo vendicarci, una sola
notte e qualche fiaccola. E poi tosto soggiunge: Ma non sia che con umano fuoco si
vendichi la divina setta. Infine, notiamo che attribuendo a queste prime
turbe cristiane, fanatiche ed avide delle loro rivendi Non vorrei che tali
parole venissero tratte da critici benigni a peggior sentenza eh' io non
tenni. Nelle parole di Tertulliano echeggia un grido di vendetta, cui tosto
segue un consiglio di moderazione, non di perdono. La vendetta, la
punizione si aspetta ancora, si aspetta dal fuoco divino. Che cosa sia
questo fuoco divino, spiegano a lungo gli apologisti, ad- cazioni, l'
incendio, le particolarità di esso si spiegano tutte, che invece abbiamo
mostrato inesplicabili, secondo la tradizione comune. Anzi dalle notizie che
abbiamo, ci è dato discernere perfino il piano della sciagurata impresa.
Anzitutto, si proiittò della lontananza di Nerone da Roma; la vigilanza
era allora diminuita; i principali cittadini, le cui case erano sacrate
al fuoco devastatore, avevano seguito la corte imperiale. Tra i
pretoriani ed i servi di Cesare erano numerosi i cristiani (Paolo, Ai FilijJ.):
si stabilì che fossero questi ad appiccare 1' incendio e ad
impedire l'estinzione: così tutti avrebbero creduto trattarsi di
ordini imperiali e ninno avrebbe osato opporsi. Richiesti perchè scagliassero
le faci, risponderebbero che agivano per istigazione altrui, senza dir di
chi (Tacesse sihi mictorem vociferahantur); tutti avrebbero interpretato che essi
avevano il comando da Cesare e il divieto di nominarlo. Tutti i portici,
le passeggiate, le opere d'arte, che avevano allietatogli czii dei
potenti, i templi ove si adoravano gì' idoli della corruzione e
della menzogna, tutti andrebbero distrutti. Il Trastevere, ove era stata
primamente accolta l' idea redentrice, le case dell' umile plebe, sarebbero
salve. Si comincerebbe dai magazzini di materie infiammabili presso
il Palatino: la prima a bruciare sarebbe la casa del mostro. Questo fu il
piano attuato e riuscito. Finito il primo incendio, si doveva riappiccare
l'incendio alla casa del secondo mostro dell'impero, il ministro delle
turpitudini imperiali, Tigellino. E di là nuovamente proruppero le fiamme
devastatrici. Per questi fanatici illusi, Nerone, nel
parossismo della ferocia, escogitò incredibili tormenti. Li fé'
ero- ducendo i fulmini e i vulcani (Miuucio; Tertul. Apol.): ina la
distinzione sarà stata fatta sempre, o meglio ancora, sarà stata fatta
mai dalle infime turbe ? cifiggere, o sbranare dai cani, o dannare alle
fiamme. Grli orti suoi furono illuminati da quelle fiaccole umane,
in mezzo alle grida selvagge della turba briaca e plaudente. Ma da quelle
fiaccole spirò più gagliardo il soffio della idea cristiana. D' allora in
poi quella idea, inoculata nel sangue della umanità, ne resse le sorti.
Tutta la trama della storia umana si svolse intorno ad essa. Quella
idea fu gloria e bassezza, eroismo e viltà, amore e ferocia. Per essa
quanto altro sangue fu sparso, quante altre volte le turbe furono
trascinate ad impeti forsennati! Pure, una volta, tornò a risuonare tra gli
uomini la parola buona, ed aleggiò sugli spiriti l'amore, e sorrise alle
genti affaticate la pietà del Francescano. Quella volta Cristo re^nò
sulla terra. Ludis quos prò aeternitate imperii susceptos appellavi
Maxiinos voluìt ex utroqiie ordine et sexit plerique ludicras partes
sustinuerunt. Nntissimus eques romanus elephanto supersedens per
catadromum decucurrit. Inducta est et Afranii togata qiiae Incendium
inscribitur: concessumque ut scenici ardentis domus suppellectilem
diriperentj ac sihi haberent. Sparsa et popido missilla omnium
rerum per omnes dies; singida (/uot/die millia avium cuiusque generis^
multiplex 2)(^nus^ tesstrae frmnentarlae^ vestis, auruvi, argentum,
gemmae, mn.rgaritae. tabulae pictae mancipia, iumenta, atque etiam
maìistietae ferae; novissime naves, insulae, agri. Hos ludos
spectavit e proscenii fastigio. Così Snetonio in Nero. In quale
occasione celebra Nerone questi ludi Maximiì Suetouio in questa parte
dell' opera sua enumera disordinatamente gli spettacoli dati da Nerone.
Quello qui accennato è stato identificato con quello di cui fa menzione
Cassio Dione, o meglio il suo compendi atore Xifilino, in LXI, 17 e
18. La somiglianza infatti è grande: i nobili romani che si prestarono a far da
attori e giocatori, 1' elefante funambolo che portava sul dorso un
uomo; i doni gettati al popolo. Di più Cassio Dione rammenta le commedie
e tragedie rappresentate. Chiama la festa |j.£7'.atT| 1 TtrAnizlzozc/.rq:
ma l'unione dei due aggettivi parmi che mostri che [j.sYiatYj è una
semplice qualifica data dall' autore alla festa, non è il nome
proprio di essa, e non risponde perciò al Maximos di Suetonio. Così pure
gli altri punti di simiglianza noii souo co^i caratteristici clie ci
facciano concludere alla identità delle due feste. Elefanti camminanti
sulla fune {per catadromum) si vedevano in tali feste (cfr.
Siiet. Galb.); senatori e cavalieri lottanti nell' arena se ne
videro spesso sotto Nerone (cfr. Suet. Kero^ ); donazioni al popolo Nerone ne
fece immense, ne fece, secondo Tacito {Hist.) per più di due miliardi di
sesterzi. Se dunque le somiglianze sono grandi, non sono tali che ci
obblighino a credere all' identità tra i giuochi rammentati nel passo di
Suetonio e quelli rammentati nel passo di Dione. Il passo di Dione parla
di festività celebrate in onore della madre. Corrispondono queste ai
circensi, rammentati da Tacito, in Ann. E possibile che a tali
circensi alluda Suetonio nelle parole immediatamente precedenti a quelle da noi
riportate: circensihus loca equitl secreta a ceteris trihuit; di essi
infatti dice Tacito che furono liaud promiscuo speciacido. Noi crediamo
che il passo di Suetonio riguardi i ludi celebrati dopo V incendio 1 e
cioè, probabilmente, celebrati dopo È pur da notare che Cassio Dione
parlando dei giuoclii detti Neronéi, li dice istituiti da Nerone per la
incolumità e diuturnità del suo regno. Ma probabilmente confonde tali
giuochi con quelli prò aeternitate impern, secondocliè già da gran tempo
fu riconosciuto (Pauly, lì. Encycì. s. v. Nero). I giuochi Neronéi furono gare
quinquennali di arte e di foiza, istituite sul modello dei giuochi greci;
cfr. Tac. Ann.; Suetonio, Nero. che Roma era stata già in gran parte
riedificata, per propiziarla agli dei. Saetonio dice che Nerone volle
si chiamassero ludi maximi, e cioè, parmi, volle sostituire al
positivo magni il superlativo maxìmi. Ora i ludi magni si celebravano in
occasione di grandi [jericoli, da cui Roma fosse salva; in occasione cioè
di guerre rischiose (Liv.) o di tumulti (LIVIO). Si potrebbe pensare che
1' adulazione avesse suggerito tale idea, adulazione a Nerone, che si
diceva scampato dalle trame di Agrippina. Ma i ludi, menzionati da
Suetonio, furono 2^'''^ aeternitate imperii; e mi par che questo ci porti
ben lontano dall' ipotesi che si volesse alludere al preteso pericolo, da
cui Nerone era scampato; e i ludi menzionati da Dione neppur furono per
lo scampato pericolo di Nerone, ma anzi furono in onore della madre. Qual
sarà dunque il fatto, durante il regno di Nerone, che metta in dubbio l'
esistenza stessa dell' impero? Io credo che sia 1' incendio; e ciò
crederei pure, quando non fosse molto suggestiva quella rappresentazione
della togata di Afranio intitolata Incendinm. Che in questi ludi
solenni, destinati ad auspicare, dopo la riedificazione di Roma,
l'eternità dell'impero, sieno stati celebrati alcuni degli spettacoli che
avevano più stupito i romani durante i giuochi circensi fatti dopo
la morte di Agri])pina, quale ad esempio quello dell' elefante funambolo,
non può, credo, far meraviglia ad alcuno. Qualche altro indizio che
andremo ora raccogliendo conferma la nostra ipotesi circa l'occasione e
lo scopo di questi ludi maxìmi. Nerone, verista in arte, volle riprodurre
sul teatro la scena deli' incendio: la casa rappresentata in mezzo alle fiamme
(Suet. ardentis domiis) era probabilmente la casa sua, la domus
transitoria che era bruciata (cfr. Tac., ardente domo). Egli volle che la
scena dell' incendio fosse intera, che gli antori depredassero la casa e si
tenessero la preda: ut scenici ardentis doinus stopellectilem diripeI
ì^eiit ac sihi habevent; cfr. Tao. Ann. ut raptus licentiiis exercerent.
Se il carattere stesso dei ludi maximi deve connetterli con una grande pubblica
calamità, se la rappresentazione dell' Incendium è così suggestiva per
noi, ci si consenta ora di fermarci brevemente su quel che Suetonio
dice, che i ludi furono sUscepti prò aeternitate imiperii. Nella
ricostruzione, che noi tentammo, del processo, noi ponemmo che, dopo i primi
confessi, arrestati in massa i Cristiani, quando s' indagò più addentro la loro
dottrina, e si seppe che essi aspettavano la fine dell'impero e
l'imminente regno di Dio, la dottrina stessa dovè essere qualificata di odio contro il genere umano. Questa
parte della propaganda era stata certamente svolta solo nelle
predicazioni segrete: quindi il modo misterioso, e per noi
incomprensibile, con cui parla dell' Anticristo e del prossimo regno
di Dio Paolo ai Tessalonicesi, (Tess.). Fin da quando Caligola, con
sacrilega follia aveva voluto essere adorato come Dio, era cominciato il
fermento delle comunità cristiane che vedevano nell' imperatore
divinizzato l' immagine vera dell'Anticristo, ed aspettavano quindi
imminente la fine dell' impero ed il trionfo loro. A calmare tale
fermento è appunto diretta quella parte della lettera di Paolo. E la
dottrina sopravvisse pure all' eccidio; giacche ancora in Tertulliano {Apolog.;
Ad Scap.) coincidono i due termini; la fine dell'impero e l'inizio
del nuovo regno nel mondo. Se tal dottrina sentivano spiegare da quei
fanatici i Romani, è naturale che la qualificassero dottrina di odio
contro il genere umano, e cioè contro la civiltà romana, contro l' impero
romano, ' ed è pur naturale che, riedificata Roma, auspicassero l'eternità
dell'impero. Mi si consenta un' altra osservazione. Non fra
le sole turbe impazienti e insoddisfatte era 1' aspettazione della
prossima fine dell' impero. Era altresì negli alti gradi sociali, fra i
filosofi, specialmente stoici, fra gli aristocratici di antica tempra. La
congiura pisoniana mosse anzi, secondo Tacito, da questo principio:
(Ann. XV, 50) cium scelera princlpis et tìnem adesse imperii
deligendumque qui fessis rebus succurreret inter se aut inter amicos
iaciunt. Dopo tal congiura gran parte della città doveva essere già
riedificata; ed è naturale quindi che allora si celebrassero i ludi
maximi. E poiché i due gravi avvenimenti ultimi avevan dato la prova
di tante volontà decise ad aspettar la fine dell'impero, era
naturale pure che all' eternità dell' impero si dedicassero i ludi. Il racconto
dei quali doveva quindi cadere in una delle parti perdute di Tacito, dopo
il cap. 35 del lib. XVI degli Annali. Tutto questo, si dirà, è una
ricostruzione ipotetica. Ma v' è pure un documento che può dare a tale
ricostruzione non lieve conferma, documento che, ben Tac. Ann. odio Immani
generis. Genus humanian in Tacito ed in altri scrittori vfvle egli
abitanti dell'impero; cfr. Coen, Persecuz. neron. pag. 69 dell' estr. Un
mio illustre maestro, il prof. A. Ohiappelli {in Atti della R. Accademia
di Scienze Morali e Politiche di Napoli) sostiene che odiiim humani
generis debba essere interpretato per
misantropia. Che questo sia il significato della frase, quando sia
adoperato in senso filosofico, niuno nega. Ma il nostro caso è diverso.
La rinunzia ai piaceri, la vita ritirata e sdegnosa, la misantropia
insomma, o fosse cristiana, come forse per Pomponia Grecina (Ami.), o fosse
stoica, come per Rubellio Plauto {Ann.), Trasea Peto {Ann.) e tanti
altri, desta l'ammirazione di Tacito, gli commuove di reverenza il
C. Pascal. 11 che non riguardi i ludi maccimi, riguarda però cerimonie pur
dedicate all' eternità dell' impero. Questo documento è un frammento degli Atti
degli Arvali, che si riferisce all'anno 66 d. Cr. [Corp. Inscr. Lat.). Vi
si notano i sagrifizii stabiliti dagli Arvaii ob detecta nefariorum
Consilia, e tra gli altri quello aeternitati ìinperii (Un. 6). Così pure
alla linea 21: reddito sacrificio, quod fratves Arvcdes
voverant oh detecta nefariorum Consilia. Quali erano questi nefariorum
Consilia? Qu&Ui dei congiurati di Pisone, giacché anch' essi, come
abbiamo visto, aspettavano la fine dell' impero; ma pure quelli degl'
incendiarli; giacché il nesso tra le cerimonie dedicate all' eternità dell'
impero e l' incendio è stabilita dal fatto, che durante quelle cerimonie
si rappresentò la fabula Incendium. ' Né bisogna dimenticare un altro
fatto. Rimangono gli Atti degli Arvali del regno di Nerone, dall' anno 55 in
poi (C. I. L.); salvo quelli dell' anno 64, l' anno dell' incendio, e del
seguente. Ora gli Atti del 66 sono i primi nei quali alla serie di tutti
gli altri voti, fatti alle altre divinità si aggiungono quelli all'
Aeternitas imiMrii. Claudite rivos. Spero di non occuparmi più né
dell' incendio né di Nerone. Non fu forse vana questa lizza d' ingegni,
che ebbe origine, su tale speciale que petto, non è da lui
quaUficata fìagitmm, uon odium hìimoni generis. Non si possono dunque
spiegare né i fìagitia ne V odùim con ia misantropia. Neil' un caso e
nell'altro deve trattarsi, credo io, di ben altro. > È qui
importante il notare che per Nerone sono distinti i vota prò aeternìtate
imperii dai vota prò salute principis, che sono menzionati altrove (C. I.
L., lin. 2, 3 e 8: Tac. Ann. XVI, 22; Suet. NerOy 46). Per Domisciano
invece le cestione, dal romanzo del Sienkiewiecz; lizza nella quale
spiegarono armi poderose di critica e di dottrina uomini quali il Negri, il
Coen, il Ramorino, il Chiappelli, il Semeria, il Boissier; né dovrò tacere i
lavori, cosi corretti nella forma polemica, del Mapelli, dell' Abbatescianni
e del Profumo; ne quello, per più rispetti notevole, del Ferrara. *
Impulsi non nobili e ambizioncelle presuntuosette e piccine trassero
altri, impreparati, a scritture o invereconde o insensate, ma in una
questione siffatta, nella quale sembra esser così facile l' erudizione,
era naturale aspettarselo. rimonie si congiunsero (C /. L.).
Cosi pure per Settimio Severo (C /. L. II). V. De Ruggiero, Diz. epigraf.. A
Domiziano dunque allude Plinio il Giovane quando dice a Traiano
{Fanegyr.): Nuncupare vota et prò aetei'nitate impeni et prò salute
civium, immo prò salute principum ac pì'oj)ter illos prò aetermtate
imperii solebamus. Haec prò imperio nostro in qiiae sint verba suscepta,
ojjerae pretium est adnotare: si bene rem ]}ublicavi, et ex utilitate
omnium rexeris: digna vota quae semper suscìpiantur semperque solvantur.
Diversa naturalnjente àdiW aeternitas imperii è V aeternitas Augusta, titolo
che prima fu attribuito solo agli Augusti morti e consacrati (Boutkowski,
Dici), e poi anche agli Augusti viventi; cfr. Eckhel, Doctr.; Aeternitas
imperii non si trova, ch'io sappia, prima di Nerone, anzi prima dell'anno 66.
Si trova poi più tardi, per Domiziano. Settimio Severo, sulle monete di
Caracalla, di Geta, ecc.: cfr. Eckhel. Non lavori speciali, ma riassunti
o giudizii pubblicarono il Vaglieri, il Borsari, A. Avancini, D.
Avancini, il Ricci (Corrado), Thomas, Toatain, MARTINAZZOLI (vedasi), Dufourcq,
GRASSO (vedasi), FABIA (vedasi), Bouvier, Reville, Andresen, ed altri
moltissimi. Molti altri articoli ed opuscoli sbocciarono qua e là in
confutazione del mio: nella maggior parte il fervore dell'intenzione non
corrispose al valore. Chi ne vorrà sapere qualche cosa, potrà leggere i
miei articoli in Vox Urbis; in Cultura, e in Bollett. Filai, class,. Ma,
pur dopo, gli scritti continuarono; e vi fu perfino chi nascondendosi
sotto il nome di Vindex pubblicò un impudente volume. Fortunatamente si tratta
di cosa destituita di ogni valore; e disdice quindi alla dignità
della scienza farne parola. Coen pubblica nell’ “Atene e Roma” un
lungo studio sulla persecuzione neroniana. Crediamo opportuno informare i
lettori della parte che riguarda le obbiezioni mosse alla mia tesi;
e fare infine qualche breve osservazione circa l'ipotesi presentata dal
chiaro autore. Che l'una o l'altra delle opinioni che io mi
provai ad avvalorare di argomenti nel mio opuscolo. L' incendio di Roma e
i Cristiani e stata già addotta da altri, è cosa rimproveratami da più
d'uno. Ma, a dir vero, i lettori del mio opuscolo debbono
riconoscere che io esamino e discuto le sole fonti antiche, da ciascuna
delle quali cerco trarre qualche elemento, che mi giovi poi a
ricostituire in una concezione unica il fatto storico. Il fare una
rassegna, sia pur fugace, delle opinioni e interpretazioni moderne su
ciascun passo, mi pareva lavoro arido, lungo e pressoché vano, e
per giunta, di necessità monco e incompiuto (ad es., il Coen stesso
non fa menzione dello Cliirac, che va molto al di là dell' Havet, Rev.
Socialiste). Fondamento principale alla mia tesi io posi
nella credenza diffusa tra i cristiani del primo secolo, che fosse
imminente l'incendio del mondo decretato da Dio, che dopo tale incendio
verrebbe il regno della giustizia, che la distruzione del mondo presente
coinciderebbe con la distruzione dell' impero romano. Tutta la
letteratura apostolica mostra l'impazienza di alcune fazioni cristiane nell'
aspettare il regno divino. Se c'è ipotesi che esca alla luce fornita di
tutti i numeri delia probabilità, panni proprio questa, che tale
impazienza abbia trascinato le turbe al fanatismo. Di tutto ciò non fanno
quasi parola i miei contraddittori. Xel citare le antiche scritture cristiane,
nelle quali tali dottrine sono contenute, io non ho preteso che
proprio quelle i Cristiani di Roma leggessero. Ho addotto quei passi per
dichiarare qual fosse il dogma dei Cristiani del j^rimo secolo, dogma che
sarà stato spiegato principalmente mediante la predicazione orale,
come del lesfco il Coen stesso riconosce. Altra obbiezione mi muove il chiaro
autore: onde io sappia che, prima del 64, Nerone fosse per i Cristiani r
Anticristo. La seconda di Paolo ai Tessalonicesi, egli argomenta, è scritta,
secondo la data più discreta, nel primo anno dell' impero di Nerone, o
anche prima; dunque i contemporanei non potevano vedere allusione a lui nelle
parole dell'Apostolo. Senonchè nel mio opuscolo io non sostengo che
contro l'imperatore coìne persona si appuntassero gli odii di
alcune fazioni cristiane; bensì come imperatore e adorato con divini onori
(Tessal.). L'imperatore rappresenta l’ordine costituito, che era per
quelle fazioni il regno di Satana; come Roma rappresentava la forza
e la potenza centrale di tal regno. Che ninno degli scrittori pagani (all'
infuori di Tacito Ann.) parli dei Cristiani come colpevoli dell'incendio,
malgrado tutte le accuse volte contro di essi in seguito, io spiegai con
l'ipotesi che r accusa contro Nerone nascesse tra i Pagani stessi,
al vedere tra gì' incendiarli i servi di lui. Il Coen mi obietta: Non consta che l'opinione la quale
faceva Nerone autore dell' incendio sia invalsa in maniera così
definitiva da far cadere in oblìo ogni altra versione. Consta anzi, egli dice,
il contrario, se cinquant' anni dopo Tacito pone ancora l'ipotesi del
caso. Che r opinione prevalesse in modo definitivo, solo dopo molti
anni, credo probabile; ciò non è infirmato dall' accenno che Tacito fa al
caso. Tutta la narrazione che egli fa esclude 1' ipotesi del caso. Tacito
però 1' ha registrata, perchè, com' egli dice, 1' ha trovata in una delle sue
fonti. Ma nessuna fonte poteva contenere tale versione, obietta ancora il
Coen, se fosse vera la ricostruzione eh' io faccio degli avvenimenti.
Perchè nessuna f Una fonte trascurata o non informata di tutti i
particolari narrati da Tacito,^ Suetonio e Dione. Ed ora, il numero dei primi Cristiani in
Roma. Tacito, Clemente Romano e l'Apocalisse affermano che erano una gran
moltitudine o numero. I primi due, si dice, hanno esagerato; quanta all'
Apocalisse si elevano dubbii di natura diversa. Esagerato? E perchè?
Perchè altra volta Tacito esagera. E sarà vero; ma qual prova v' è che abbia
esagerato questa volta ì E perchè avrebbe esagerato anche Clemente
Romano? Sia lecito del resto rammentare che Paolo (^h* Filii), dice dei
cristiani di Roma: MOLTI dei
fratelli nel Signore e concludere
quindi ancora una volta che ad infirmare 1' autorità di tali fonti
non ?;'è una sola prova di fatto. Quanto ai Jìagitia, posso
dispensarmi per ora dal discutere i singoli passi, se l'Autore stesso
dichiara: flagitium contiene ordinariamente il duplice concetto di azione
turpe e colpevole ad un tempo y. Non sarà dunque errata nell' uso
italiano la parola delitto. E che nei due paesi di Tacito (XV, 44) e
di Plinio (X, 96) si tratti di veri e propri delitti, io confermo per la
seguente ragione: che nell'uno seguono le parole: colpevoli e meritevoli di ogni maggior pena, e nell' altro i flagitia son da mettere in
relazione con gli scelera, dei quali Plinio parla dopo (v. qui
appr. App. IH). Circa al fatebaiitur, io aspetterò dai miei
contraddittori la prova, che esso, detto a proposito di uà processo, possa
significare altro che la confessione di un reato. Per ora, rimangono le
prove opposte. Mi sia lecito ora fare qualche breve motto, anche
sull'ultima parte dell'articolo di Coen. Questa parte tende a ricercare la
ragione, per la quale gli occhi di Nerone si appuntarono sui
Cristiani. L'indicazione gli sarebbe dunque venuta non dagli Ebrei, ma
dal popolo stesso, che vedeva i Cristiani rifiutarsi alle cerimonie
propiziatorie, e concepì su di essi il tristo sospetto. Con ciò 1' A., nella
sua cauta riserva, rinunzia ad esprimere il suo avviso sugli autori veri
dell' incendio. Lascia cioè sussistere ancora le due ipotesi: o il caso o
l'ordine di Nerone. Io oso credere tuttora, che 1' una ipotesi e 1' altra
non resistano all'esame di tutti i particolari dell'incendio,
tramandatici dagli scrittori. Tale esame mi sono adoperato a fare nel mio
opuscolo; né credo sarebbe opportuno ripeterlo qui. Mi basti solo accennare:
per attribuire l'incendio o al caso o a Nerone bisognerebbe ritener falsi
tutti i fatti narratici dagli antichi: che 1' ipotesi del caso non
ispiega come mai vi fossero scagliatori notturni di faci; e l'ipotesi
dell'ordine nerouiano non ispiega (a tacer di altre ragioni minori) come
mai l' incendio prorompesse proprio accanto al palazzo imperiale; e come
mai, quando Nerone tornò a Roma, e cercò arrestare il fuoco, e prese
tutti i provvedimenti atti a lenire il disastro, le fiamme di nuovo
si rinnovassero dagli orti di Tigellino, il secondo mostro dell' impero. Nuovo
ordine anche questo? Tutto si può supporre; ma si può proprio credere
che si sarebbero fatte abbruciare le regioni più belle e più nobili
di Roma, lasciando intatto il lurido Trastevere, il ceutro della comunità
giudaica e cristiana? Si può proprio credere che un uomo, dopo sei
giorni d' incendio, mentre con tutte le sue forze si adopera a dar
ric^to e pane alla plebe furibonda, possa cimentarsi, in mezzo alla
disperazione del popolo, a rinnovare un ordine simile? Un uomo vile, e che
dinanzi all' ira popolare fuggiva tremebondo, come Nerone? Le due
ipotesi quindi, il caso e 1' ordine di Nerone, non possono, a mio parere,
sussistere. Tacito le enuncia, ma perchè utriimque auctores prodidere; ma la
narrazione stessa che egli fa, esclude 1' una ipotesi e l'altra. Egli evidentemente
distingue gli esecutori matericdi dell' incendio, da colui che poteva
aver dato 1' ordine; che i primi fossero i Cristiani non ha alcun
dubbio, giacché parla di essi come confessi; solo è in dubbio chi
fosse qiieìV auctor che essi dicevano averli incitati; e riferisce la
voce popolare che 1' auctor fosse Nerone. E perciò appunto alla fine del
cap. 44 aggiunge che i Cristiani benché colpevoli, e meritevoli delle
maggiori pene, muovevano a pietà, quasiché perissero non pel pubblico
bene, ma per la soddisfazione della crudeltà di un solo (in saevitiam unius), e
cioè per averne eseguito gli ordini crudeli, secondochè mi pare che
si debba interpretare questo passo. Ad ogni modo, l'ipotesi che il
Coen oppone alla mia, che cioè l'indicazione dei Cristiani venisse
fatta a Nerone dal popolo, sdegnato che essi si negassero di
partecipare alle cerimonie di espiazione, non urta, se ben veggo, contro
l' ipotesi mia. Per qualunque ragione tale indicazione sia stata fatta,
quel che importa è di vedere se 1' indicazione fu giusta o no. Io penso
pur sempre che l' indicazione fu fatta per il necessario riconoscimento
di molti. Non è jjossibile che non fossero riconosciuti, giacche anzi si
sapeva che erano stati i pretoriani ed i servi di Nerone. Li dovettero,
ad esempio, riconoscere quegli uomini consolari, i quali, come riferisce
Suetonio, li sorpresero nei loro fondi ad appiccar l'incendio; e certamente
anche molti altri. Riconosciuti, fu giuocoforza che essi confessassero, e che
quindi contro di loro s'iniziasse il processo (Tac. carrepti qui fatebantur). E
logico il supporre che nel furore di repressione che invase gli animi a tale
scoperta non si badasse più che tanto; non si distinguessero i
Cristiani innocenti dai colpevoli, i calmi e pii dai fanatici e dagli esaltati;
è logico, perchè è umano; e in ogni repressione violenta avviene sempre
cosi; si supponga dunque pure che, oltre al necessario riconoscimento di alcuni
veri colpevoli, e alle denunzie di questi, molte indicazioni di Cristiani venissero
fatte per la ragione supposta dal Coen; che cosa proverebbe ciò
contro l' ipotesi mia? Senonchè la congettura del Coen si fonda
sopra un presupposto, a proposito del quale pur mi tocca la mala
ventura di non trovarmi d' accordo con lui. Su questo presupposto, cioè,
che in momenti di furore, il popolo potesse aver tanta calma da ragionare
così: gli ebrei sono nel loro diritto, di non partecipare alle
nostre funzioni; i gentili noi sono. Sarebbero stati, credo io, ebrei e
cristiani coinvolti insieme nella medesima accusa; né i Cristiani erano allora
considerati altrimenti che come fazione dei giudei. Esce fuori dei
limiti della mia ricerca la seducente congettuì-a del Coen, sulle Banaidi
menzionate da Clemente Romano, e sulla probabile relazione che è tra il
passo di Clemente {ad Cor. I, 6) e il passo di Tacito: profittata lurio per matronas^ prhnum in
Capitolio, deinde apud proximum mare, vnde hausta aqua temphim et simulacrum
deae perspersiìm est. Poiché le cerimonie qui descritte sono, come il
Coen ben nota, singolari, mi piace richiamare a proposito di quella
lustrazione apud proximum mare, alcuni versi oraziani: Vel nos in inare
proximum Gemmas et lapides aurum et inutile, Summi materiem
mali, Mittamus, scelerum si bene paenitet. {Carm.). La cerimonia apud
proximum mare era adunque rituale per espiazione di delitti? Anche
Boissier ha voluto volgere al nostro argomento la sagacia del suo ingegno; e
gli studiosi saran certo grati al grande scrittore ed erudito francese
dello studio pubblicato nel Journal des Savants, Dopo una esposizione sommaria
della questione e della tesi da me sostenuta, il Boissier così dice: Assurément, tout cela n'est pas impossible:
quelques insensés, quelques anarchistes se seraient glissés parmi les
premiers disciples du Maitre, qu'il n'en faudrait pas étre trop surpris,
ni en l'endre le christianisme responsable. Remarquons pourtant qua la société
paienne n'avait pas encore manifeste sa baine implacable pour les chrétiens, et
n'ayant pas eu encore l'occasion de leur étre trop sevère, leur
devait étre moins odieuse. C est plus tard, quand'ils furent poursuivis
sans miséricorde qu'on rn'> s' étonnerait de trouver chez eux des fanatiques
capables de tous les excés. Or, nous voyons qn'à ce moment; méme, où
ils sont si durement traités par l'autorifcè et par le peuple, ils se
vantent d'étre des sujets soumis, irreprochables, d'accepter Jes persécutions
sans ré volte, de prier pour les princes qui les envoient au
supplice, et de ne répondre que par le bien au mal qu'on leur
faisait: il serait dono assez surprenant qu'ils eussent mis le feu à Rome
lorsqa'ils avaient moins à se venger d'elle. Se non m'inganno, questo che
il Boissier ha notato, è il corso fatale di ogni setta, è la
condizione stessa del suo vivere. Ogni setta cioè comincia per essere
rivoluzionaria, e, messa allo sbaraglio delle dure prove, delle
persecuzioni, dei tentativi di soppressione di ogni sorta, va perdendo a
poco a poco il suo carattere di opposizione e d' intransigenza, cerca
accomodarsi ai tempi, vivere nei suoi tempi, diventare, come oggi si
dice, legalitaria. È un processo naturale ed umano: che meraviglia è che
il vediamo riprodotta qui nella storia del cristianesimo? Non vediamo
noi un fatto che a prima giunta può parere più straordinario ancora: che
cioè quando le persecuzioni cessarono e il cristianesimo si fu affermato
vittorioso, allora appunto esso cominciò più tenacemente ad abbattere
istituzioni, monumenti, templi, cui gli editti imperiali mal giungevano a
salvare da quelle furie devastatrici? Non potrebbe qui pure il Boissier
domandarsi: perchè abbattere tutto, se ormai non avevano più da
odiare o da temere nulla, essi, i vittoriosi? li vero è che durante le
repressioni violente non scattano gl'impeti sovversivi; scattano prima,
quando ogni furia sembra ministra di giustizia contro un ordine di cose
odiato; scattano dopo, nell'irruenza dell'agognata vittoria: e
scattano nei più impulsivi e più fanatici, pur contro i consigli di
moderazione e di calma dei prudenti. Il Boissier continua: Tout ce qu'on peut dire c'est que M.
Pascal s'est fort habilement servi de son hj'^pothèse pour expliquer les
iacidents dont il vient d'étre question dans le récit de Suétone et de
Tacite. Si l'on crut recounaìtre, dans le gens qui jetaient sur les
maisons des étoupes eiiflamraées, des serviteurs de l'empereur, c'est qu'en effet
il y avait des chrétiens dans le palais de Néron; saint Paul nous le dit,
et M. Pascal pense que ce sout ceux-là qui ont allume l'inceudie.
Les consulaires, qui avaient l'occasion de les reuconIrer souvent au Palatin,
ne s'y sont pas trompés et l'on comprend que, saisis de frayeur à leur
aspect, et croyant qu'ils agissaient par l'ordre du prince, ils les
aient laissés faire. L'hypothèse est ingénieuse, mais ce n'est qu'uue
hypothèse; pour voir si elle est d'accord avec les faits, reprenons le récit de
Tacite. E qui il Boissier si fa ad esaminare il famoso passo di
Tacito, di che è discorso nel nostro studio nella nota 27 e qui appresso
in app. III. Egli riconferma la sua opinione, già altre volte espressa, sopra
il gran numero dei cristiani di Roma; ed in ciò ho la fortuna di trovarmi
d' accordo con lui. Ma tal fortuna non mi tocca per 1' interpretazione
del fatehantur tacitiano. Se il processo era d' incendio, avevo detto io,
la confessione dei cristiani non può intendersi se non per il
delitto d'incendio. E Boissier mi oppone:
La nouvelle a dù s'en repandre partout; si elle était aussi
sùre, aussi evidente que le texte de Tacite, interprete de cette manière,
semble le dire, Néron avait tout intérét àia propager; il est impossible
qu'il n'ait pas profité avec empressement de cet aveu, qu'il travaillait
à obtenir, pour se giustifier lui-méme. Quelque détesté qu'il pùt étre, il u'j'
avait pas moyen qu'on persistàt à l'accuser d'un crime dont
d'autres se reconnaissaient les auteurs. Comment se fait-il donc
que Tacite, presque au moment méme où il nous rapporte cet aveu, ait pu dire
qu'on ne sait s'il faut attribuer l'incendie au hasard ou à la
malveillance? Et Suétone, si bien informe d'ordinaire, comment
n'a-t-il rien su de cette procedure, qui, pourtaiit, dufc étre rendue
publique? Comment le peuple, qui perdait tout à ce désasfcre, a-t-il été touché
de pitie pcur des gens, qui en étaient la cause et a-t-il crii qu'on les
sacrifìait uniquement à la cruauté d'un homme? M. Coen fait remarquer
avec beaucoup de force qu'il est aussi fort étrange que dans la suite,
lorsqu'on poursuivait avec tant d'acharnement les chrétiens et pour
tant de crimes imaginaires, aucune allusion n' ait été faite à
celui dont ils ne pouvaient pas se défendre puisqu'ils l'avaient avoué. Ora
a ciascuna di queste ragioni le risposte furono da me qua e là date: e mi
converrà ripeterle ora, poiché quelle ragioni, messe cosi tutte insieme in fila
serrata, sembrano invitto manipolo. Nerone, dice il Boissier, aveva il
maggiore interesse a divulgare la confessione. Certo, ed anzi appunto per
questo forse egli diede la maggiore pubblicità alle pene nefande! —
Secondo quesito: se Tacito pone il
dubbio che l'incendio fosse dovuto al caso, come può parlare di rei
confessi d'incendio? A mia volta domanderò: se Tacito pone il dubbio che l'incendio fosse
dovuto al caso, come può dire che vi erano coloro che impedivano
ogni tentativo d'estinzione, aggiungendo l'ipotesi che ciò
facessero per comando altrui? Gli è che Tacito non sempre è conseguente;
prende da una fonte la ipotesi del caso, ma la sua narrazione tutta
esclude tale ipotesi. Terzo quesito: Suetonio – SVETONIO (vedasi), sì
bene informato, come non ha saputo niente di questo processo, che pur
dovette essere pubblico? O chi dice che non abbia saputo niente? Suetonio
accusa Nerone di avere ordinato l'incendio, non di averlo
appiccato: dice che gli esecutori materiali furono i servi di Nerone; e
del processo non fa menzione, forse appunto perchè si trattava di uomini
di infima condizione, che egli supponeva esecutori di ordini imperiali.
In altro luogo però pone tra le cose lodevoli del regno di Nerone i
supplizii inflitti ai Cristiani. — Quarto quesito: come il popolo, che
perdeva tanto, fu mosso da pietà per questi uomini, e credette che essi
fossero immolati alla crudeltà di un solo? Tacito dice che il popolo fu mosso a
pietà per l'inaudita crudeltà delle pene,
òeuchè si trattasse dì uomini colpevoli, e meritevoli delle lìinggiori
pene; si può esser più chiari? ed aggiunge; come se essi fossero immolati non al bene
pubblico, ma alla crudeltà di un solo, di quel solo cioè, che,
secondo egli presume, aveva ad essi dato 1' ordine. Erano poveri
schiavi esecutori di ordini: erano colpevoli, si, ma vittime della
crudeltà di chi aveva dato 1' ordine: questo il pensiero di Tacito. Ma
come potè spargersi la fama di quest' ordine dato da Nerone ? A me non
par difficile ravvisarlo. Dice Tacito, che durante l' incendio, gì'
incendiarli interrogati rispondevano agir per ordine. Probabilmente lo
stesso risposero al processo, né discoprirono il loro tristo
consigliere. E poiché tra quelli colti in flagrante e processati erano
pure i servi di Nerone, l' ordine fu interpretato da molti come ordine
dell' imperatore. Si potè credere che essi non volessero nominarlo
per paura di peggio, o jDerchè ne sperassero le ultime grazie. Ad
ogni modo, nato nel popolo il sospetto della colpa di Nerone, non era
possibile che si dileguasse: ne si dileguò. Ultimo quesito: ma come mai, dopo, furono accusati i
cristiani di tutti i delitti, ma non di questo? È facile rispondere : i
pagani stessi accusarono Nerone; la persecuzione contro i cristiani fu
messa come cosa affatto indipendente dall'incendio, e come tale è già in
Suetouio; chi più pensava che il fanatismo religioso fosse stato impulso
all'incendio ? Il popolo aveva ormai formato la leggenda sua: l'ordine
dato da Nerone ai propri! servi, per loro stessa confessione : chi
distingueva tra quei servi i cristiani dai non cristiani? I due fatti,
incendio e persecuzione, furono interamente disgiunti; e la leggenda di
Nerone incendiario tenne il campo incontrastato. Boissier aggiunge
due considerazioni d' indole filologica. Affinchè la frase famosa di
Tacito correpti qui fatebanhir, avesse il significato eh' io le
attribuisco, egli crede che dovrebbe suonare cosi: qui c07-repti erant
confessi sunt. Ma coìtìjjìo non ha il significato di arrestare, bensì quello di iniziare il procedimento penale; cfr.
nota 27 ; dunque corì-epti qui fatebantur ha precisamente il significato
di: si processarono quelli che erano rei confessi, e cioè di volta
in volta che alcuno confessava, veniva sottoposto a processo. Egli aggiunge che
nel significato da me voluto, si sarebbe aspettato confiteri, non
fatevi, trattandosi di delitto, e cita Cicerone, Pro Caecina^ IX:
ita libenter confitelur ut non solum fatevi sed etiam projìtevi videatur.
Faccio osservare prima di tutto che, secondo la ipotesi mia, i cristiani
confessi non dovevano pentirsi o vergognarsi di quel che avevano fatto ; e
poi, che, quando pure le norme dello stile ciceroniano potessero valere
per Tacito, questa che qui si j)one, non è costante neppure per Cicerone:
giacche Cicerone stesso adoperava /aferi per la confessione di omicidio
(Mil.). Ma, aggiunge Boissier, se Tacito avesse voluto dire
Cauer cosi sentenzia {Beri, philolog. Woch.): Tacitus sagt: Die Gestàndigen
wurden verhattet, nicht: die zuerst Verhafteten waren gestilndig. Das
Gesttlndnis ging also der Verhaftung vorheri-. Ma covrepti non designa la
cattura, bensì il processo; ed è naturale clie la confessione fosse
anteriore al processo. Bene dunque hanno fatto il Gerber e il Greef nel
loro Lexikon 2'aciteum, col sottintendere al fatebantur del nostro passo .se
incendisse urbeni. che i priini cristiani si vantavano nel confessare
l'incendio, si sarebbe servito di yrofiteri. O donde mai questa regola? Si
vuole un esempio di Tacito in qwì fatevi^ denota un delitto confessato e
di cui il colpevole si gloria? Eccolo qui: Ann.: praecipuum auctorem
Asiaticum interficiendi C. Caesaris non extimuisse in contiene populi Romani
fateri gloriamque facinoris ulfcro petere. Infine circa il capo di accusa
contro i Cristiani, la conclusione cui giunge Boissier è la seguente: L'expression
non tam in crimine incendii qtiam odio generis Immani coniunctì siint
(cosi egli legge), semble bien indiquer qua l'accusation d'incendie ne
fut pas abandonnée, mais que, comme ou n'esperait guère la faire
accepter du public, on la dissimula suos celle à^odium generis immani,
qu'on étendit à tout le monde. Il che mi
pare corrisponda all' opinione mia, che ho scritto apj)Uuto: i primi, gii esecutori materiali,
confessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum) : allora non si
volle sapere altro, si fece 1' arresto in massa dei ci'istiani, e ninno
di essi smentì la sua fede; solo questi ultimi dichiararono non aver
preso parte all'incendio, come i primi; ma era lo stesso, erano tutti rei
di queir odio umano che aveva armato le mani di fiaccole : furono tutti
condannati. Ed aggiungerò che la pena stessa del vivicomburio è un
indizio che l'accusa d'incendio rimase; giacché tal pena è appunto quella
che fino dal tempo delle XII Tavole era comminata per gì' incendi dolosi
(cfr. Ferrini, ESPOSIZIONE STORICA E DOTTRINALE DEL DIRITTO PENALE ROMANO). Osservazioni
sul passo di Tacito riguardante l'accusa contro i Cristiani. (Uallfi
Rivista di Filologia). Una delle molte qne.stioni scaturite dalla
trattazione di una tési, che è stata in questi ultimi tempi in vario
senso discussa, e che tuttora è oggetto di discussioni non poche, si è quella
relativa al significato della voce jlagitium. Può Jlagitiuvi equivalere
a delitto scelleraggine, oppur sempre si deve limitarne il
significato, si che esso designi un' azione che sia solo ignominiosa
o vergognosa? Affinchè tal
questione non sembri peccare di sottigliezza soverchia, e si ravvisi anzi
subito qual vantaggio ridondi dalla soluzione di essa all'intelligenza di
alcuni passi, ci si consenta richiamare qui il ricordo di quei
luoghi, dalla cui controversa interpretazione questo nostro piccolo
quesito si può dire sbocciato. Tacito in Ann. chiama i Cristiani jper fiagitia
invisos. Così PLINIO (vedasi) il Giovane, nella famosa lettera a Traiano
sui Cristiani di Bitinia parla, a proposito di essi, di fiagitia
cohaerentia nomini. Che cosa è dunque che si imputa ai e. l'ancal.
12 Cristiani con la -pavola, Jlagitia? Quelli che ne vogliono
limitare il significato entro i termini più angusti, rammentano come alla mente
dei pagani dovessero sembrare vergognosi i severi disdegni dei Cristiani
per tutto ciò che fosse piacere ed ambizione terrena; e come tutto
insomma il contegno loro di rinunzia e di avversione al mondo si avesse
tal taccia. Ma non pochi scrittori e traduttori vedono in quei Jiagitia
dei veri delitti, che i pagani, a
ragione o torto, attribuivano alla nascente sètta cristiana. Non istarò, per
ora, ad esaminare se sia giusto il concetto, che, agli occhi di
scrittori, quali Tacito e Plinio, potesse sembrar vergognoso il contegno
austero di rinunzia e di spregio per tutti i piaceri mondani, che si
suole attribuire ai Cristiani; scrittori i quali, anzi, pare che allora
solo si commuovano di ammirazione reverente, quando si trovino a
discorrere di uomini nei quali sia invitta l'energia del carattere, non
cedevole a lusinghe di ambizione e di potenza o a blandizie ed
allettamenti terreni. Keppur domanderò, se, qualora di semplice
rinunzia al mondo si voglia parlare, trovino spiegazione le persecuzioni
feroci delle quali PLINIO (vedasi) stesso si rese colpevole, condannando, senza
processo, i Cristiani; e trovi spiegazione la domanda che egli fa a
Traiano, quando, sgomento dal continuar la persecuzione, si ferma a
porre il quesito, se la sètta cristiana in sé stessa o i Jiagitia ad essa
inerenti egli debba imnire; era dunque passibile di pena, per un Plinio,
pure la rinunzia ai mondo? Gioverà però, all' infuori di tali
questioni, trattare l'argomento nostro; ed esaminati altri esempli
ed indagato il significato di fiagìtium in essi, tornare poi, col
risultato ottenuto, al quesito onde prendemmo le mosse.
L'opinione che il significato di Jlagitiuin debba restringersi in più
angusti confini rispetto a quello di malejìcium, scehis, e simili, trova
qualche consenso negli scrittori di siuouimie. Così Schmaifed,
Lateìnisclie Syìionymik: Flagitiwn heisst eine den, der sie
ausfiihrt, e n teli rende Haudluug, Schandthat und b) oft geradezu
Schande, infamia, dedecus, e il passo apportato a suffragare tal
significazione è quello noto della Germania di Tacito, 12: tamquam scelera estendi oporteat dum
puniuutur, fiagitia abscondi, passo nel quale la parola flagltia si
riferisce alle colpe degl' ignavi et imhelles. Con lo stesso esempio
tacitiano prova lo Schultz, Sinon. latini, trad. Germano-Serafini, la sua definizione: Flagitium
bruttura, è un delitto contro sé stesso, una violazione di sé stesso, non
già con azioni violente, ma con azioni moralmente turpi e vergognose.
Con lo stesso esempio infine il Coen, La persecuzione neroniana dei
Cristiani, pag. 13 dell' esbr., conferma che '^fiagitia significhi azioni
turpi piuttostochè crinunose »; e sulla scorta anche di altri passi,
determina il suo concetto cesi:
ftagitium contiene ordinariamente il duplice concetto di azione
turile e colpevole ad un tempo; però quello della turpitudine primeggia;
e primeggia tanto che qualche volta l'altro manca. Ora in quel passo di
Tacito, e in altri passi affini, è evidente che fagitium è adoperato in
significato ben ristretto. Ma quando tal significato si vuol porre
come costante in Jlagitium, ed applicarlo in tutti i casi, a me
pare che si vada troppo oltre. Un utile riscontro può esser dato dalla
nostra parola vergogna ». Certo se vergogna » è adoperato da solo, in
opposizione a parole di significato più grave, quali scelleratezze o delitti, ciascuno intenderà trattarsi, di
azioni moralmente, non penalmente condannabili. Ma una famiglia coperta di vergogna » si dirà
pur quella, nella Nulla trovo nello Schmidt, Handbuch des Lat. u.
Griech, Synonymik, Leipzig, quale il figlio sia ladro o la moglie
adultera; e del figlio, ad es., di un assassino si dirà che egli sente il
peso delle familiari vergogne. Gli è che tali parole hanno duplice
significato: l'uno specifico e l'altro generico; e per questo secondo significato
si trovano ad essere applicate a quelle medesime azioni, a denotare
le quali si richiederebbero nomi specifici ben più gravi. Ne segue che a
determinare di volta in volta il significato di tali parole, occorra anzi
tutto vedere a quali fatti si accenni, dei quali sia nei singoli
passi discorso. Non altrimenti io credo sia il caso per jlagitium. Credo
cioè che, quando jlagltnim sia adoperato in senso specifico, denoti
azione turpe e sol moralmente condannabile; ma che in senso più lato, e con
riferimenti a fatti concreti, possa applicarsi ad azioni ben più gravi, a
vere scelleratezze. A conferma del qual significato, ne sia lecito
apportare qualche esempio, che io sceglierò esclusivamente da Tacito:
Hist, an si ad moenia urbis Germani Gallique duxerint, avvia patriae
inferetisì horret animus tanti flagitiì imagine. Trattandosi qui del
portare le armi contro la patria, credo non si reputerà adatta a rendere
quel Jiagitium qualche parola come
turpitudine o bruttura; qui
si tratterà invece di vera e propria
scelleratezza o infamia o delitto; si tratta insou^ma di uno
scelìis; e scelus è infatti, immediatamente dopo, chiamata una tale azione:
quis deinde t^celeris exitus, cwn Romanae legiones se cantra derexerint)
» La medesima identità tv a Jiagitium e scelus si scorge pure
nel capitolo precedente, a proposito del giuramento fatto dai soldati romani
allo straniero. Ivi infatti si legge: {Hist.)
ut, flagitium incognitum Romani exercitus, in externa verba
iurarent, pignusquò tanti sceleris nece aut vinculis legatorum daretur ».
Pure utile al nostro intento è 1' altro passo {Ann.) leviore flagitio legatnm ìnterficietis, qnam
ab imperatore descìscitis », e 1' altro (Ann.) nel quale il liberto
Aerato, inviato nella Grecia e nell'Asia a commettere sacrilegi nei
templi, è chiamato
cuicum-queflagitioiyvomptus », e l'altro ancora (i4?in.), nel
quale si dice che Nerone imputava ad Agrippina tutti i flagìtia di
Claudio, ^a^tYm dai quali quindi non si potrebbero logicamente escludere le
uccisioni di Silano e di Statilio Tauro e delle ricche matrone e dei
molti cavalieri, procurate da Agrippina, dopo il matrimonio con Claudio. Non
sarebbe difficile addurre altri esempii: quelli addotti mi paiono per ora
sufficienti a provare questo: che fiagitium sia parola di
significato molto vario circa la gravità del fatto che con esso si
imputa; tanto vario, che da semplice azione
scandalosa » può di grado in grado discendere fino a denotare vera
e propria azione delittuosa e scellerata; ed essere, come abbiamo già
visto, sinonimo di scelns. Il che tanto più deve valere, se la parola è
adoperata in senso giudiziario: scelas, peccatnm, Jlagitùcm,
maleficium, ^jrohriim, facinus si usano, dice il Ferrini, [Esposizione
storica e dottrinale del diritto penale romano P^g- 18j, promiscuamente
nelle fonti medesime, per indicare gli stessi reati. Vuol dire che, a
determinare la gravità della colpa indicata da fiagitium, converrà
esaminare nei singoli passi a quali fatti esso alluda. E poiché nel
passo di Tacito, Ann. per fiagitia invisos » si tratta di tali tatti, per
i quali l'A. ritiene evideatemente non disdicevole ai Cristiani 1' accusa
di incendiarli, quell'accusa cioè per la
quale egli dice poco dopo i Cristiani colpevoli e meritevoli delle
maggiori pene; e poiché nel passo di PLINIO (vedasi) fiagitia
cohaerentia nomini non può esser dubbio che i fiagitia sieno gli scelera
dei quali l'A. parla poco dopo {/urta, latrocinia ecc.), deve rimaner
ferma la conclusione che anche in questi due -pàssi fiagitia denoti vere
e proprie scelleratezze o delitti. È stata oggetto di controversia la
frase sitbdere reum, che si ritrova tre volte adoperata da Tacito.
I passi sono i seguenti: Ann. metuens ne reus suhderetuv.
Ann.: mos vulgo esf quamvis falsis reum suhdere. Ann.
abolendo rumori Nero stihdidit reos qiios. La maggior battaglia si è
veramente addensata sul terzo passo, quello riguardante i Cristiani.
Che cosa vuol dire Tacito? Che Nerone accusò falsamente i
Cristiani? Che li sostituì a se quali colpevoli dello incendio? O
semplicemente che, per isviar la voci pubbliche che lo accusavano, fece
iniziare il processo contro di loro? Sull'opinione di molti ha avuto
certamente efficacia non poca la frase sìibdere testamentum far comparire un
altro testamento e cioè, evidentemente, falso), che si ritrova in Tacito
stesso, Ann.: Ma questo verbo siibdere ha sì svariati significati, che,
se dovesse valere questa ragione analogica, si potrebbe, con pari
diritto, giungere alle più avventate conclusioni. E per limitarci a
Tacito solo, si vegga di grazia quanti sono gli usi e i significati
diversi che può presentare tal verbo. Pugionem capiti subdere in Hist. è
certamente « nascondere il pugnale sotto al guanciale » ; facem subdere
in Hist. e Ann., 4 è accostar di sotto la face » ; amphitheatro
fundamenta subdere in Ann. e animalia aratro subdere in Aìdi. è sottoporre;
imj)erio aliquem subdere in Ann. è « assoggettare all' imperio » ; rumor
eni subdere in Hist. e Ann. è far circolare la voce; subditis qui
accusatorum nomina sustinerent m Ann. è « avendo subornato alcuni a
sostenere le parti di accusatori » e « subornare » è pure nel testo. Una
espressione poi che si accosta molto alla nostra è quella degli Ann. ne
qìds necessarionim iuvaret j^ericUtantem^ maiestatis crìmina suhdehantur.
Qui si tratterà probabilmente dell'» imbastire processi di maestà ». Che
sia pur questo il significato della frase subdere reos? Al passo nostro
Ann. « abolendo rumori Nero subdidit reos quos tal significato non
disconverrebbe. Da tutto il passo risulta anzi che il processo contro i
Cristiani fu raffazzonato o imbastito alla peggio; tanto è vero, che non
solo i rei confessi d' incendio furono condannati, ma altresì tutti
gli altri che essi denunciarono quali aggregati alla loro sètta, e che
quindi furono convinti delVodium humani generis. Ma v' è un altro passo
cui tal significato non s' attaglia ed è Ann. I, 39, 6 « utcjue mas vìdgo
qìiamvis falsis reum .subdere ». Qui evidentemente Tacito vuol dire che
il volgo suole delle sue disavventure incolpare sempre qualcuno, anche se colpa
in realtà non esista. Saremmo dunque qui a un semplice incolpare o
attribuir la colpa, ma è da notare che reus è qui adoperato in un senso
traslato, non nel senso giudiziario; negli altri due passi invece nei quali si
ritrova presso Tacito 1' espressione subdere reiim, si tratta di
vero e proprio processo, e reus ha quindi il suo significato proprio di
accusato. Qual sarà dunque in questi due passi il significato della frase? A me
pare che l'uno di essi sia molto chiaro, e ci dia pur modo di
scorgere il significato di quello cosi controverso. Questo uno è il passo
Ann., che narra della uccisione di Agrippa Postumo. Tacito dice probabile
che Tiberio e Livia abbian procurato la morte di quel giovane sospetto ed
odiato. Ma quando il centurione anda ad annunziare a Tiberio essere stato
eseguito l'ordine, Tiberio rispose non aver nulla ordinato, e che se ne doveva rendere
ragione al Senato, Allora comincia a temere Sallustio Crispo, il quale era
a parte del segreto, ed aveva mandato al tribuno il biglietto con l’ordine
della uccisione. Comincia a temere che non ci andasse di mezzo lui,
che non fosse incolpato lui, semplice mandabario: mefuens ne reus subderetnr.
Si tratta dunque qui di un mandante che rimane nell' ombra, e di un
mandatario, il quale agisce per ordine suo, e si compromette, e può essere
incolpato lui di tutto. Il caso del processo contro i Cristiani è
identico a questo. Tacito cioè fa capire ogni tanto che Nerone possa
essere il mandante quegli che ha dato 1' ordine (cfr. dolo jprincipis'.
mssum incendium): ma non ha dubbio che i Cristiani sieno gli esecutori^
giacché anzi li dice confessi; ^ quando dunque dice che Nerone suhdidit
reos i Cristiani, egli vuol solo dire che li mise sotto processo;
benché egli come mandante avesse la colpa maggiore. Questo il
pensiero di Tacito: altra questione è poi se sia attendibile la notizia, oppur
solo il sospetto, che l'ordine partisse realmente da Nerone. Intanto mi
preme ram- mentare come questa frase del suhdidit reos sia stata
addotta da moltissimi come lo scoglio contro cui sa- rebbe sempre andata
a infrangersi l' interpretazione ohe di tutto il passo Ann. XV, 44
presentai nell' opuscolo. L'incendio di Roma e i primi Cristiani ».
Questi rei erano dunque subditicii! si è detto. Sì, subditicìij a 2
Tac. Ann.: correpti qui fatehantur. Fatevi adope- rato assolutamente a
proposito di un processo può riguardare solo la confessione di quello
appunto, che forma materia di ac- cusa. V. V ine. di Roma, nota 27, in
questa ediz. Qui si tratta di un processo d'incendio; dunque la
confessione è d'incendio. Nella lettera di Plinio X, 96 [97J l' accusa è
« di esser cri- stiani » ; e confitentes sottintende se Christianos
esse. Tacito stima più colpevole chi ordina il male che chi lo
eseguisce per ordine. Cfr. An7i. XIV, 14 « et eius flagitium est, qui
jìecuniam oh delieta.... dedit » ; e poco dopo : < merces ab eo qui
iubere potest vim necessifatis affert. quello stesso modo che era
subditìcius Sallustio Crispo, che per comando di Tiberio aveva fatto
uccidere Postumo! Nell'uno caso e nell'altro il maggior colpevole per
Tacito è chi ha dato l’ordine, non chi 1' eseguisce. Questo passo, non che
dunque infirmi, conferma anzi tutta l' interpretazione mia; la quale fu,
sempre, appunto questa: che, nella mente di Tacito, i colpevoli di avere
appiccato le fiamme fossero i Cristiani, il colpevole di averlo ordinato fosse
Nerone. Riccardo Campa. Keywords: il concetto di rivincita – rivincita -- la rivincita del
paganesimo romano, filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Campa” –
The Swimming-Pool Library.


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