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Tuesday, June 10, 2025

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Luigi Speranza -- Grice e Catone: Minore – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza  (Roma). Filosofo italiano.   Marco Porcio Catone Uticense  Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia Strumenti Aspetto nascondi Testo Piccolo Standard Grande Larghezza Standard Largo Niente fonti! Questa voce o sezione sugli argomenti politici romani e militari romani non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull'uso delle fonti. Marco Porcio Catone Uticense Pretore della Repubblica romana Jean-Baptiste Roman e François Rude (1832-1835), Catone Uticense legge il Fedone prima di togliersi la vita. Museo del Louvre, Parigi. Nome originale Marcus Porcius Cato Uticensis Nascita Roma Morte Utica Coniuge Atilia Marzia Figli Marco Porcia Gens Porcia Padre Marco Porcio Catone Saloniano il Giovane Madre Livia Drusa Tribuno militare Questura in Cipro Tribunato della plebe Pretura Propretura in Cipro in Sicilia 47 a.C. in Africa Marco Porcio Catone Uticense (in latino Marcus Porcius Cato Uticensis, detto anche Minor per distinguerlo dal suo avo Marco Porcio Catone, detto pertanto Maior; Roma, 95 a.C. – Utica, 12 aprile 46 a.C.) è stato un politico, militare, scrittore e triumvir monetalis romano. Se si eccettua l'accusa, non verificata, di ebrius (ubriacone) mossagli da Gaio Giulio Cesare, l'Uticense è descritto persino dalle fonti a lui ostili e dai suoi più aspri nemici come una figura di somma rettitudine, incorruttibile ed imparziale, molto scomodo per i suoi avversari. È mostrato come il campione delle prische virtù romane per antonomasia, uomo fuori del suo tempo, citato ogni qual volta si volevano lodare (o anche sbeffeggiare, come in Marziale) i Romani dei tempi eroici. Seguace della filosofia stoica e celebre oratore, Catone Uticense viene ricordato, oltre che per la sua caparbietà e tenacia, per essersi ribellato alla presa di potere da parte del suo rivale Cesare, preferendo il suicidio all'umiliazione di farsi graziare da Cesare e assistere alla fine dei valori repubblicani di Roma, che aveva sempre difeso. Fu pronipote di Catone il Censore. Biografia Origini familiari Il figlio di Marco Porcio Catone il Censore e di Salonina, Marco Porcio Catone Saloniano, ebbe due figli, il maggiore dei quali, Marco Saloniano il Giovane, sposò Livia, figlia di Marco Livio Druso, console nel 112 a.C. Da questo matrimonio nacque, oltre quel Marco, che sarà l'Uticense, Porcia. Da un precedente matrimonio di Livia con Quinto Servilio Cepione erano nati Servilia e Quinto Servilio Cepione. Quest'ultimo avrà una figlia anch'essa di nome Servilia. Pertanto Marco (il futuro Uticense) e Porcia, Servilia e Quinto Servilio Cepione, erano figli della stessa madre. Dal matrimonio di Servilia (sorellastra dell'Uticense e amante di Gaio Giulio Cesare) con il tribuno della plebe Marco Giunio Bruto, nascerà Marco Giunio Bruto il futuro cesaricida, che sposerà la cugina Porcia (figlia di Catone). L'altra Servilia, nipote dell'Uticense, andrà sposa a Lucio Licinio Lucullo e verrà da questi ripudiata per la sua scandalosa condotta. Una menzione a parte merita la moglie dell'Uticense, Marcia, ceduta dallo stesso al famoso oratore Ortensio, ricchissimo, e ripresa in casa dopo la morte di quest'ultimo. Giovinezza e studi Plutarco, nella sua raccolta di biografie intitolata Vite parallele, descrive il giovane Catone Uticense come un ragazzo molto composto e deciso, dal carattere imperturbabile, sia nel parlare che nelle attività fisiche. Data la sua modestia e il suo coraggio sviluppato nel corso degli anni, Catone stava lontano da chi tentava di adularlo e si dimostrava autoritario invece nei confronti di chi lo voleva intimidire; tuttavia non era un tipo violento e non si lasciava sopraffare dall'ira. Sempre secondo Plutarco, Catone non sorrideva quasi mai e si rilassava solo in determinate occasioni. Catone Uticense durante gli anni scolastici risultava essere molto più impacciato e duro di comprendonio rispetto ai suoi compagni, anche se aveva una grande capacità mnemonica. Nonostante le difficoltà negli studi, Catone li viveva molto seriamente e laboriosamente, ascoltando ed obbedendo sempre agli insegnamenti del suo saggio e comprensivo tutore, l'anziano Sarpedonte. Durante questo periodo, gli alleati italici di Roma facevano di tutto per ottenere la cittadinanza romana, il che preoccupava non poco i militari e i senatori romani. Il condottiero marso Quinto Poppedio Silone, che alloggiava allora nella casa di Livio Druso, incitava il piccolo e suo fratello a prendere parte, una volta diventati uomini, alla battaglia per la cittadinanza: "Orsù, fate in modo che in favore nostro preghiate lo zio ad adoperarsi per i nostri diritti." Il fratello di Catone, Cepione, accettò sorridendo, mentre Catone rimase in silenzio a guardare Silone e gli altri ospiti con disprezzo, quindi Silone lo afferrò da terra e lo avvicinò alla finestra, minacciando che l'avrebbe ucciso facendolo cadere da lì, ma Catone continuò a non dire niente. Silone, resosi conto che il ragazzo non aveva nessuna paura, lo rimise giù e disse: "Quale fortuna per l'Italia che questi è un fanciullo; poiché se fosse stato adulto credo che neppure un voto ci sarebbe stato per noi nell'assemblea popolare"[1]. Carriera politica Nel 72 a.C. Catone combatté come volontario nella terza guerra servile contro Spartaco. Nel 67 a.C. venne nominato tribuno militare in Macedonia e legato di Pompeo per la guerra contro i pirati. Fu questore nel 64 a.C. e tribuno della plebe nel 62 a.C. Essendo tribuno designato, nel 63 a.C. ottenne dal senato la condanna a morte per alcuni seguaci di Catilina (pena che sarà poi eseguita dall'allora console Cicerone), in opposizione a Cesare, che proponeva pene più miti. Quindi fu questore e propretore tra il 58 a.C. e il 56 a.C., con l'incarico di ridurre a provincia romana l'isola di Cipro sottratta all'Egitto, pretore nel 54 a.C.. Intorno al 49 a.C. lo troviamo in Sicilia, non si sa bene se col grado di questore o di propretore. Poco portato al compromesso e indifferente agli interessi dei compagni di partito, quello degli optimates, conobbe anche l'insuccesso elettorale, nel 55 a.C., anno in cui si era candidato per la carica di pretore. Oltre che da Seneca, questo particolare ci viene riferito da Petronio Arbitro che considera tale bocciatura cosa disonorevole non per Catone, ma per il popolo romano. Nell'esercizio delle sue funzioni, si oppose all'illegalità, dichiarandosi custode del mos maiorum e delle istituzioni repubblicane, attaccando chiunque non si muovesse entro quei limiti. Uniformò tutta la sua vita ai precetti dello Stoicismo, mostrando grande intransigenza nei confronti di potenti autocrati e dei più spregiudicati mestieranti della politica del tempo, non facendosi per nulla intimorire da minacce palesi contro la sua incolumità. Contro i futuri Triumviri Si scagliò, infatti, contro Gneo Pompeo Magno, il conquistatore della provincia d'Oriente, al quale, opponendosi coi suoi seguaci in senato, negò il trionfo, le terre che Pompeo stesso chiedeva per ricompensare i suoi veterani e il riconoscimento della sistemazione che egli aveva dato ai territori sottomessi. Pompeo infatti, nel conquistare i territori della suddetta nuova provincia era andato oltre il suo mandato, violando la legge che prevedeva l'intervento del senato ove un governatore di provincia si fosse spinto oltre i limiti territoriali di sua competenza: Pompeo, nelle intenzioni di Catone, avrebbe dovuto rispondere all'accusa di interesse privato nella sistemazione territoriale, nella nomina di suoi clienti in posti chiave della provincia e al mantenimento, ai confini, di re e governanti che molto probabilmente avevano sborsato ingenti somme per essere mantenuti o posti sul trono. Si oppose anche a Marco Licinio Crasso, (il vincitore della rivolta servile del 73 a.C., guidata da Spartaco e terminata, nel 71 a.C., con la crocifissione di 6000 schiavi lungo la via Appia) che chiedeva per i suoi amici, appartenenti all'ordine equestre, una parziale restituzione di somme, da costoro versate e già incamerate dall'erario, relative e conseguenti all'aggiudicazione delle gare d'appalto per la riscossione delle tasse nella provincia d'Oriente; anche in questo caso l'opposizione di Catone non lasciò spazio a ulteriori discussioni: le trattative si erano svolte regolarmente secondo contratti letti, accettati e sottoscritti dagli interessati; si accontentassero gli appaltatori delle imposte di guadagnare un po' meno. Coppe di propaganda politica di Catone e Catilina. Non meno violenta fu l'opposizione di Catone a Gaio Giulio Cesare, (rinfocolata da animosità personali, se vogliamo credere ai pettegolezzi riferiti da Sallustio) sia quando questi proponeva, contro i congiurati che avevano fiancheggiato Lucio Sergio Catilina, pene alternative a quella di morte, proposta invece con vigore da Marco Tullio Cicerone e dallo stesso Catone, sia quando chiedeva, contestualmente al trionfo per le imprese di Gallia, la rielezione a console per l'anno successivo. Prassi voleva, rispose Catone, che il consolato non si potesse chiedere in absentia e che il trionfo si potesse celebrare dopo che il comandante avesse congedato le proprie milizie: rimproverava inoltre a Cesare l'essersi arricchito in Gallia a tal punto da poter pagare ingenti somme per saldare i debiti dei suoi tanti amici e fiancheggiatori, residenti in Roma: Catone, inoltre, voleva che Cesare deponesse la carica che deteneva da otto anni illegalmente, rientrando in Roma da privato cittadino. Su quest'atteggiamento ostile verso Cesare non si sa se e quanto avrà potuto influire la lunghissima relazione extraconiugale tra il conquistatore delle Gallie e Servilia, sorellastra dell'Uticense: di certo almeno in un'occasione l'Uticense ne rimase irritatissimo. Con Cesare diventavano tre gli scontentati, rappresentanti della fazione dei populares: a questo punto i tre, Pompeo, Crasso e Cesare, umiliati da Catone, decidono di stringere un patto di mutua alleanza, il cosiddetto primo triumvirato, per impossessarsi del potere. In più di un'occasione Cicerone addebiterà all'Uticense la responsabilità d'aver rotto, col suo rigido atteggiamento, da stoico intransigente, la concordia ordinum, ossia quel delicato equilibrio su cui si reggeva, ma ancora per poco, il vecchio sistema repubblicano. La svolta pompeiana Soltanto quando, morto Crasso nella battaglia di Carre contro i Parti, tra Cesare e Pompeo cominciano a manifestarsi gelosie e reciproci sospetti, Catone, in un estremo tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, si avvicinò a Pompeo, che nel frattempo strizzava l'occhio agli optimates in funzione anticesariana: intanto Cesare, il conquistatore delle Gallie, varca il Rubicone, puntando con le sue legioni su Roma: Pompeo, il senato romano e i catoniani abbandonano la città, sperando di ricongiungersi alle legioni anticesariane delle province. Gli eventi precipitano, portando allo scontro tra Cesare e Pompeo, e quando quest'ultimo, in fuga, dopo la battaglia di Farsalo (48 a.C.), viene ucciso a tradimento in Egitto, per ordine del quattordicenne faraone Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra, per Catone e i suoi seguaci, incalzati dalle legioni di Cesare, non rimane che tentare un'estrema resistenza nelle Province. La più sicura di esse era la Numidia, governata all'epoca dal re Giuba I, anticesariano e protettore dei catoniani, già distintosi per aver inferto gravi sconfitte all'avversario, ma prossimo anche lui alla capitolazione, avvenuta nella battaglia di Tapso, e al suicidio (46 a.C.). Le milizie cesariane puntano ora su Utica, dove sono arroccati i Catoniani e dove si consuma l'estremo sacrificio di Catone. Vita privata Catone ebbe due mogli. La prima fu Atilia, figlia di Caio Atilio Serranus, sposata nel 73 a.C., da cui ebbe il figlio Marco, morto a Filippi nel 42 a.C., e la figlia Porcia, che sposò Bruto. Da Atilia, Catone divorziò nel 63 a.C. per adulterio. La seconda moglie di Catone fu Marzia, che venne da questo "data in prestito" a Quinto Ortensio. Dopo la scomparsa di questo secondo marito ella però tornò dal primo, divenendo un simbolo di fedeltà coniugale, citato da numerosi autori, da Lucano a Dante Alighieri. La fine La morte di Catone, nell'interpretazione dell'artista francese Bouillon. Morto Pompeo, Catone raggiunse Utica con un contingente forte di ben diecimila legionari, con i quali era riuscito a percorrere ben 2253 km (da Arsinoe in Cirenaica a Utica) in condizioni estreme e in poco meno di quattro mesi. A Utica i suoi fautori, in un primo tempo decisi a difendersi con il favore degli abitanti, si perdettero d'animo e cominciarono a parlare di arrendersi a Cesare. Catone non voleva abbassarsi a chiedere grazia; perciò diede a coloro che volevano partire i mezzi per il viaggio, pranzò con tranquillità, trascorse le ultime ore in discussioni filosofiche e nella lettura di alcuni passi del Fedone di Platone, ovvero il libro che parla della sopravvivenza dell'anima dopo la morte, poi si trafisse con la spada il ventre dopo aver letto il libro per l'intera nottata, esclamando: «Virtù, non sei che una parola». Accorsi, i suoi amici gli fasciarono la ferita, ma egli, strappate le bende, volle morire infierendo nervosamente contro i suoi visceri. Per lui, stoico, la morte non era un male ma uno strumento di liberazione, dal momento che ogni altra via era preclusa. È per questo che Dante nel Purgatorio lo sceglie, pur suicida, come esempio di libero arbitrio, dono di Dio. Si disse che Cesare avesse parole di ammirazione per questo suo ostinato avversario; ma quando Cicerone, Bruto e Fabio Gallo scrissero per esaltare la virtù e la preveggenza di Catone, Cesare rispose con gli Anticatones, due libelli polemici diretti a confutare l'esaltazione dell'Uticense, presentato dai suoi amici come martire della libertà repubblicana, dal tono volutamente denigratorio (anche in base a motivi di rancore personale poiché una figlia di Catone, Porcia, era appena diventata moglie di Bruto suscitando scandalo). Opere letterarie La morte di Catone l'Uticense, nell'opera di Guillaume Guillon Lethière, 1795, San Pietroburgo, Ermitage. Alla morte di Catone, vennero pubblicate parecchie opere commemorative, andate perdute, compreso il già citato Anticato (= Contro Catone), scritto da Cesare in chiave ironica, per svilirne l'operato e il ricordo. Del medesimo tenore, com'è dato capire da un passo di Svetonio, è verosimile che fossero i rescripta Bruto de Catone (=risposte a Bruto su Catone) dell'imperatore Augusto. Può quindi desumersi che la figura di Catone Uticense assunse, già fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte, le proporzioni di un simbolo, prima nazionale, poi universale[2]. Letteratura classica Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina. Fonte principale su Catone Uticense è la biografia di Plutarco nelle Vite parallele che accentua i caratteri politici della sua figura e che sarà il modello delle elaborazioni moderne del personaggio. Sulla sua azione politica abbiamo notizie, soprattutto da Cicerone (Epistolario) e da Sallustio (Bellum Catilinae), suoi contemporanei tra i più noti. L'azione politica e le imprese di Catone sono state anche oggetto di trasposizione poetica da parte di Lucano, nella sua Pharsalia o dir che si voglia Bellum civile che pone l'accento sulla sua integrità morale e sulla sua eroica fedeltà ad un ideale di libertà politica difesa fino alla morte. Lusinghieri i giudizi sulla onestà, dirittura morale, fermezza d'opinione e coraggio messi in atto per la difesa della legalità che si leggono in autori di ogni epoca, quali Livio, (com'è dato supporre dalle periochae, riassunto della sua monumentale opera), Valerio Massimo, Seneca, Tacito, Marziale, Quintiliano, Publio Papinio Stazio per parlare dei più noti. In particolare il nome di Catone ricorre spesso in un'opera storica, per certi aspetti singolare, meglio conosciuta come Historia Augusta (HA), serie di biografie imperiali da Adriano a Numeriano (dal 117 al 284): esso viene evocato per elogiare imperatori "liberali", sotto i quali, dice l'autore (o dicono gli autori, cf. il libro di S. Mazzarino appresso indicato) "sarebbe stato felice di vivere persino Catone"; era il massimo elogio che si potesse tributare ad un imperatore. Catone, di Giovanni Battista Langetti, 1660-1680, Ermitage, San Pietroburgo. Giudizi sull'Uticense si leggono anche in molti autori di letteratura latina cristiana: interessante è la posizione di Sant'Agostino che avanza più di un dubbio sulla coerenza dell'Uticense (cf. De civitate Dei), dandone un giudizio negativo. Fortuna letteraria e nell'arte L'Uticense viene comunemente considerato come un grande politico, molto capace, ma soprattutto, un uomo che non avrebbe mai abbandonato la propria libertà politica. Piuttosto di essere catturato e arrestato, preferiva la morte per mano propria, infierendo addirittura contro il suo corpo mentre moriva. È certamente il massimo simbolo della libertà sociale, di pensiero e politica in assoluto, fatto ripreso da Dante Alighieri nel Purgatorio, Canto I, ponendolo non fra i suicidi, ma a guardia del Purgatorio. «Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. Tu 'l sai, che non ti fu per lei amara in Utica la morte, ove lasciasti la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara» (Dante Alighieri, Purgatorio, Canto I vv 70-75) In epoca medioevale l'Uticense ha quindi una notevole importanza, come personaggio di primo piano, nella Divina Commedia; egli, simbolo di rettitudine morale e di martire per la libertà viene, infatti, posto, da Dante, a custodia del Purgatorio, dove giacciono le anime che devono espiare le proprie colpe prima di poter salire al cielo. Tuttavia, nella stessa epoca, influenzati dalla posizione già detta di Sant'Agostino, valutano, fra gli altri, negativamente l'estremo gesto di Catone: Tommaso d'Aquino, Remigio dei Girolami, fra' Tolomeo da Lucca, Enrico di Gand, Vincenzo di Beauvais e nella stessa scia si colloca anche Francesco Petrarca. La tragica fine dell'Uticense ha ispirato artisti di varie epoche, tra i quali vanno segnalati: Pietro Metastasio, per il suo melodramma Catone in Utica, i tragediografi Joseph Addison e Johann Gottsched, rispettivamente per Cato e Catone morente, i pittori Guercino, Guillaume Lethière, Giovan Battista Langetti. Di ottima fattura e inneggianti al tema della libertas si conservano monete, che circolarono in epoca romana, con la legenda M. P. Cato e la relativa indicazione della carica al momento ricoperta[senza fonte]. Statue e busti marmorei o di bronzo raffiguranti l'Uticense sono custoditi nei più importanti musei della romanità. Nel XVIII secolo, nei pressi di Frascati, sul versante di Monte Porzio Catone, sono stati rinvenuti ruderi di una villa romana che gli archeologi, confortati dall'autorevole parere del Winckelmann, sostengono essere appartenuta all'Uticense. La moralità di Catone e il suo atto estremo sono stati e continuano ad essere oggetto di appassionati studi e dibattiti. Note ^ Ciò accadde probabilmente nel 91 a.C., quando Catone aveva quattro anni; ad ogni modo, vista la sua educazione esemplare, è possibile che avesse già sviluppato la propria opinione politica. L'evento è stato descritto anche da Valerio Massimo in Factorum et dictorum memorabilium libri IX, III, 1.2. ^ Una rassegna di autori antichi, più o meno contemporanei che si occuparono dell'Uticense, trovasi ne "Il pensiero storico classico" di Santo Mazzarino (Laterza, Bari. Bibliografia Fonti primarie Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX. Plutarco, Catone il Giovane, Vite parallele. Fonti secondarie Badian, E. "M. PorciusC.and the Annexation and Early Administration of Cyprus", Journal of Roman Studies, Bellemore, J., "C. the Younger in the East in 66 BC", Historia Earl, D.C. The Political Thought of Sallust, Cambridge Fantham, E., "Three Wise Men and the End of the Roman Republic", "Caesar Against Liberty?", ARCA (43), 2003: 96-117. Fehrle, R. C.Uticensis, Darmstadt, Goar, R. The Legend of C.Uticensis from the First Century BC to the Fifth Century AD, Bruxelles, 1987. Goodman, Rob. Soni, Jimmy. Rome's Last Citizen: The Life and Legacy of Cato, Mortal Enemy of Caesar. Gordon, H. L. "The Eternal Triangle The Classical Journal Hughes-Hallett, Lucy. Heroes: A History of Hero Worship, Alfred A. Knopf, New York, New York, Marin, P. "Cato the Younger: Myth and Reality", Ph.D (unpublished), UCD, 2005 Marin, P. Blood in the Forum: The Struggle for the Roman Republic, London: Hambledon Continuum Marin, P. The Myth of C.from Cicero to the Enlightenment (forthcoming) Nadig, Peter. "Der jüngere C. und ambitus", in: Peter Nadig, Ardet Ambitus, Untersuchungen zum Phänomen der Wahlbestechungen in der römischen Republik, Peter Lang, Frankfurt am Main 1997 (Prismata VI), S. 85-94, ISBN 3-631-31295-4 Syme, R., "A Roman Post-Mortem", Roman Papers I, Oxford, 1979 Taylor, Lily Ross. Party Politics in the Age of Caesar, University of California Press, Berkeley, California. Catóne, Marco Porcio, detto Uticense, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Francesco Arnaldi e Massimo Lenchantin De Gubernatis -, CATONE, Marco Porcio, detto Uticense, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana C., Marco Porcio detto Uticense, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata Catóne, Marco Pòrcio, detto Uticénse, su sapere.it, De Agostini. Marcus Porcius Cato, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Marco Porcio Catone Uticense, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata (EN) Marco Porcio Catone Uticense, su Goodreads. Modifica su Wikidata (EN) Traduzione in inglese del capitolo delle Vite di Plutarco dedicato a Catone Uticense, su penelope.uchicago.edu. Catone Uticense nella Divina Commedia, su litterator.it. V · D · M Guerra civile romana (49-45 a.C.) V · D · M Gens Porcia C. V · D · M Stoicismo V · D · M Plutarco V · D · M Divina Commedia Portale Antica Roma Portale Biografie Portale Esercito romano Portale Filosofia Portale Letteratura Categorie: Politici romani del I secolo a.C.Militari romaniScrittori romaniMilitari del I secolo a.C.Scrittori del I secolo a.C.Nati nel 95 a.C.Morti nel 46 a.C.Morti il 12 aprileNati a Roma (città antica)Personaggi citati nella Divina Commedia (Purgatorio)Morti per suicidioPorciiRetori romaniStoiciTresviri monetalesMorti in Tunisia[altre]Marco Porcio C. -- M. Porcio C. il Giovane ha come maestri due stoici, Atenodoro Cordilione -- che si reca a visitare a Pergamo perchè lo seguisse a Roma ove lo tenne come ospite -- e Antipatro di Tiro. In Sicilia Catone Uticense conosce l’accademico Filostrato. Nei suoi ultimi giorni in Utica, Catone Uticense ha vicino a sè lo stoico Apollonide e il liceale Demetrio. Catone Uticense e questore e pretore.Catone Uticense i oppose ai triumviri e nella guerra civile si schiera con Pompeo. Dopo Tapso, Catone Uticense si reca a presidiare Utica, ove si uccide.Catone Uticense coltiva con molto successo l’eloquenza e si compiace di introdurre discussioni filosofiche nelle orazioni. Catone Uticense scrive anche giambi. Cicerone chiama Catone Uticense perfettissimo stoico e nel "De finibus" gli assegna l'esposizione delle dottrine etiche di quella scuola di cui aveva studiato intensamente le opere. A statesman and a philosopher, he studied the philosophy of the Porch. He was a pupil of Antipater of Tyre and later befriended Apollonides and Demetrius the Peripatetic, and looked after Athenodorus Cordylion. A staunch republican, he committed suicide when he believed the ultimate victory of Giulio Cesare in the civil war was inevitable. He was much admired by Cicerone and many regarded him as an embodiment of traditional Roman values, just as his great-grandfather, C. the Censor, had been before him. C. A TRAGEDY BY ADDISON. C. TRAGEDIA DEL SIGNORE ADDISON.. Addison, Salvini C. Ut xAGEDY BY ADDISON. C. TRAGEDIA DEL SIGNORE ADDISON TRADOTTA DA SALVINI GENTILUOMO FIORENTINO IN FIRENZE. Nella Stamperia di Michele Neftenus . Con \UM Stftr. A iattanza di Battiano Scaletti. Catoni autem quum ìncredibilem trihuijjet Na* tura gravitatevi, eamque ipfe perpetua con [tanna roboravìjjet, femperquc in propth Jtto fufceptoqut confili* permanfijfet, tnoriutidum potim, quam tyranni vultus afpiciendui fuit. Cic.de Officlib. x.cap.jn ALL' ILLUSTRISSIMO SIGNORE &c. Enrico Mylord Colerane. iBajtrifàm Signore E molte bbbligazioni, che io protetto alla gentilezza di VS. Illuftriflìma, e la fperienza avuta da' primi Letterati di emetta Città del fuo profondo fapere, già predicato dalla Fama, ed ammirato da i etti elfi per mezzo della fua dotta convenzione, mi fpirano un umile ardire di dedicarle la celebre Traduzione della infìgne Inglefe Tragedia del C., che addio efee di nuovo col fuo fteflò Originale alla luce; ficuro che Ella 1' accetterà di buon animo, come fuole, eftimatore giu- ftiifimo, doverofamente incontrare tutte le buone e belle opere degl' in- gegni più follevati, e come prove- niente da chi fi pregia d* effere Di VS. Illuftrifsima Ewotiffino e Obbligai iffmo Servitù? Baftiano Scaletti . BE- C 5 difperando il SigMuUin di poter venire felicemente a capo nella intra- prefa verfione, lafcio Ubero il campo ad altro fpirito 9 o più ardito o più attivo del fm > cui più agevolmente potejfe fot tire quefta nobile impre- fa . Frattanto pero > perche il Tubblico non re- ftajfe a fatto privo della lettura di qucfto inge- gnofiffimo componimento, il fiprannominato Sig. Boyer fi contento di pubblicare la fua verfione in in profa, impreffa . 10 Londra per Air. Giacomo Toh fon : della quale, quantunque fedele, perocché priva della fua naturale armo- nio/a bellezza, poffiamo dir giallamente, cta e/- /# è mancante del fuo più chiaro fpleudore. Quefle d'ufi citila pero di non esprimere felice- mente i [entimemi più vivaci e gagliardi degli fr ameri liuguàggi, in qualunque maniera fi fie- no rapprefentati, non le pruova certamente il no (irò Tofcano Idioma, // quale > giù a la f rafie del noftro celebraùjftmo Carlo Dati di dolcezza e di eleganza non cede al ftcuro ad alcuna delle lingue vive, e colle morte più cele- „ tri contende di parità, e forfè afpira alla 5 > maggioranza : fe pure non vogliamo dire af- filatamente col Cavaliere Lionardo Salvi ati $ che ficcome la lingua Latina ha dolcezza mino- re, che la Greca non ha; così nella nojlra, non ritrovando fi quella pronunzia difficultofa efpia- cevole, che nella Greca fi trova, accagionatagli dagli accoppiamenti multiplici delle confonanti, j quali comunemente rendono a/prezza; n£ no* Siri vocaboli, come in quella addiviene, quefta durezza non e che rade volte 0 non mai . Ala non efendo, queffo. luogo qppropofito per difcorr rere rere difufamente delle lodi del noftro volgare Idioma, e particolarmente per effere (lata que- fi a materia trattata con tanta aggiuflatezza, con tanto gufto e di fornimento non folo dà* fo- pr -accennati chiarirmi autori, ma inoltre cora dal Varchi, dal Bu orti watt ci, e da altri, che niente più; mi riftrignerò a dir brevemente quanto appartiene a quefla prefente Tragedia: cui fe non ha goduto la bella forte di e fere (la- ta trapiantata felicemente nel? Idioma Franze- fe> renduto per altro oramai qua fi che neceffa- rio air wtiverfale letteratura; la ha ben ritro- vata nel no Uro linguaggio per la fu a maravi- glia efpreffione y fecondità, e dolcezza. Vin* figne w flro e non mai abbaflanza lodato Abate \Anton Maria Salvini, quegli „ che d' alto fapere il petto pregno „ Scorre a fua voglia il dotto e bel paefe „ Dell' alma Grecia, e cui fon lievi imprefe ^Spogliarla d' ogni fuo più caro pegno; ( come di lui con aurea Tofana eloquenza can- to P inclito Segretario della Reale %A ce ad ernia di Frància, P cibate Regnier Des-31arais, ) tratto dalla fama di queflo nobiHfimo componi- vi eutO) e dejiderofo di contemplarne neff Origi+ 1 t naie naie le fue rare bel Uzze, (limo lene rivoltare tutto il fuo (ìndio a riajjumere P Inglefe Idioma, da e/lo può a quel tempo traforato : lo che nel breve giro di foli due mefi, non tanto per la fua pertinace fatica, quanto per lo metodo eti- mologico, fuo famigli ariffimo e quaft che natura* le, in tal maniera gli venne fatto, che franca* mente P attività penetrandone, poti con mae* jlofa franchezza tutte le difficuìta fuperare, che nel tradurre queir Opera altrui fi erano at* tr aver fate . Vedeva egli, come pratichi/fimo del tradurre [ avendo arricchito delle fue {limati^ lifjime traduzioni la noSlra favella di tutte le foavi, leggiadre, fièli mi, ed eleganti maniere, che negli immenfi tefori de' Greci Toeti fi /lavano chiufe, e per così dire nafcofe] quanto a tal fatto ella fia capaci fflma; maneggevole per fe medefima e fendo, e atta qual molle cera a rapprefentar fedelmente i concetti, le parole, e le ftefe efprefioni; anzi, ciò che ì più malage- vole, Paria ftejfa, il colore, e 7 carattere di tutte quelle fembianze, che dagli Autori, che fi prendono a tradurre, furono impreffe nette loro compofizioni . Contribuigli a queflo inoltre non poco la finora dolcezza del noftro maggior ver* fi fi Tofcanó, il quale, oltre al non ejfere in fimi- li componimenti inceppato, per così dire, e ri- ftretto dalP orpellato vincolo delle rime, rifpon- de il più delle volte in certo modo per la fua mi fura a una fpezie degli Jambici degli Anti- chi, i quali, come fi e detto di [opra, /limati furono tanto proprj della Dramatica, che di niuno altro mai non fi fervirono più facilmente tutti gli antichi Greci t Latini Poeti . Impe- gnatoli adunque il no/Ir o Salvini nella verfione di quefta eccellente Tragedia : e sì per la pafto- ftta della lingua y da effo tante volte in fimili congiunture fperimentata : e sì pel maeflofo con- certo de % ver fi, in cui la traduceva, a lei propriijfimi, quanto altri mai, felicemente venuto- ne a capo, vemie nelle mani degli Accademici Compatiti della Citta di Livorno, da' quali nel Carnovale dell* anno 1 7 1 4. recitata con bella maniera, e con maeflofo apparato; per la viva- ce efprejfione, e per la fedeltà fmcerijftma fu tanto ammirata da i Sig. Inglefi dimoranti in quel Torto, che (limolarono il medeftmo a per- metterne la pubblicazione, fuc ceduta /' anno ap- preso in Firenze per mezzo delle Stampe de 9 Guidacci e Franchi, con applaufo univerfale de* t * gli 3( sii )fr £/' Intendenti deW uno e dell' altro linguaggio, mot* //* atteflano i Sig. Giornalifti di Venezia nel loro Tomo XXll.pag.^/^. Ma per non de* rogare alP ingenua modeflia del no/Iro chiarij/t- ino Traduttore non ini pare fuor di propofito il ripetere in queflo luogo, e colle fue flejje parole, /' obbligazioni che egli profeta ad alcuni nobili /piriti Inglefi, che non poco gli conferirono a perfezionare quefta verfione; primizia, come egli la chiama, del fuo fiudio in queW Idioma : „ E perche ( dice egli nella Prefazione al Lettore » appo Sia alla prima edizione ) fecondo il famofo detto di Plinio eft plenum ingenui pudo- „ ris, fateri per quos profeceris; non debbo „ non confeflare, molto dovere al già Inviato J9 noftro d Inghilterra, genero fo ed ornato Ca- yy valsere y Sig. Giovanni Moles-Worth, fitto i „ cui aufpicj quefta mia traduzione nacque, e „ al dotto Sigi Lochart, ambedue delle finezze „ della noftra Lingua intendentifsimi . *Da quefta Verfione ne efcì toffo in Venezia un altra, ftampata peH Coletti, della quale non fa di meftieri il parlarne, per effere in efta in più parti travi fata la prima, troncando mol- to del r e cit amento, sì per fervire, come dice il fuo Imprefario, al gufto moderno del Teatro Ita- li ano, ricucendola a foli tre Atti; dovecch},come fono tutte le antiche, ella è compofla di cinque : sì ancora per lo continuo fnervamcnto della for- za e della energia, cagionatole dalla mutazione delle parole e de' ver fi, folo per piacere all' orecchio del comun Topolo, che pago e contento di quel femplice titillamento e prurito, non pe- netra addentro nel midollo e nella foftanza del- la materia . •Ma per ritornare alla nojlra, appena ella fu e f cita felicemente alla luce, che divenuta ra- rifjìma non fu poffibile ritrovarne ne pure m filo efemplare per foddisfare alle continue in- ftanze, che giornalmente da tutte le parti ne erano fatte; onde conofcendo io da gran tempo quanto gli amatori delle lettere fojjero defide- rofi di vederne una nuova impresone, final- mente mi fon rifoluto di farla comparire di nuo- vo alla luce, arricchita dello (lejfo fuo Originale lnglefe. Ne perocché fieno molti filmi quegli, che alla cognizione di quel nobil linguaggio non fi fono per anco affacciati, giudico io, che fia per efjere alt univerfale difaggradevole quei/o mio penfamento, potendolo almeno ciafcuno riputar- 3( xiv )fr C. A TRAGEDY C. TRAGEDIA /7^ the So»l by tender Strokes of Arp y fig| f;i r*//S? /Zrr G*///**, W / 7o Mankindtn cotifctous Virtue bold, Liwe oer eacb Scene, and Be isohat tbey he bold: Tot thts the Tragic>Mnfe firfi trod the Stage, Commanding Tears to Jlream thro euery Age; Tyrants no more the ir Savage Nature kept, And Foes to V trtue monderà how tbey ivcft. Our Atttbor shunt by *vulgjtr Springs to mwc The Heros Glory, or the Virgin s Love; In ptytng Love ive but our JVeaknefs show, And -wild Ambttton isoell deferves tts ÌVoe. Here Tears shall flo-w from a more genrons Caufe y Sucb Tears as Tatrtots shed f or dying Lawsi He bidsyour Breafts witb Ancient Ardor rife And PROLOGO Del Sig. POPE Alma fvegliar con madri tocchi d'arte, Erger Jo fpirto, ed emendare il cuore, Far l'uomo in fua virtù franco ed ardito, Ch'ogni feena fi a norma di Aia vita, E s' ingegni effer ciò eh' ivi fi mira ì Qucfto, quando da prima entrò in Teatro, Fu di Tragica Mufa il fin fublime; Per quefto comandò, che in ciafeun tempo Le lagrime a diluvj ne correderò. I Tiranni, non più fieri e felvaggi : E; nimici a virtù ftupiano, come Contra lor voglia disfaceanfi in pianto. Sdegna V Autor per volgar modi muovere Nelle femmine amor, gloria negli uomini. In donare all'amor la pietà nottra, Non facciam che moftrar noftra fiacchezza : E fiera ambizion metta fuoi guai. Da più nobil cagion qui feorreranno Le lagrime: tai lagrime, quai fpargono Di Patria amanti fu fpiranti leggi. Rcfpirin voftri petti antico ardore « Ai E flit Digitized by Google And calli forth Roman Drops from Brtthb Eyet. Vtrtue conferà in human Sbape be drawt, What Plato Tbougbt, and GodMe Caio Wat : No common Objetl to your Sigbt dtfplayt, Bnt wbat wttb Pleafure Heavn tt felf furueys > A brame Man ftrttggling tn the Stormi of Fate y And greatly falltng wttb a falli ng State ! li bile Caio giva bit little Settate Laws, IVbat Bojom beati not in bis Country i Caufe ? li bo feet btm aft, bnt crrviet enjry Deed t Wbobeart bim groan y and doei not witb to bleedt E*vn when proud Cafar 'midft triumpbal Cari, The Spaili of Nat ioni, and the Pomp of Wars,. Ignobly Vain, and impotently Great, Òbowd Rome ber C. t Figure drawn in State 5 Ai ber dead Fatbert revrend Image paft y The Pomp wat darkend, and tbe Day oercaft, The Trinmpb ceatd Teart gmb % d from enfry Eye; Tbe M r orl£t great Viclor paft unbeeded by; Her Latt good Man de] e eie d Rome adord, And bonottrd C&fart Ufi tban Catat Sword, Britaìnt attend : Be Wortb Itke tbif approdi d, And ibow yon bave tbe Virine to be mcwd. Wttb bonejl Scorn the firft favi d C. miewi Rome £ ftillln Roman pianto occhi Britanni. In forma umana è qui Virtù ritratta : Quel che Platon pensò, fu il divin Cato. Non oggetto comun fi fpiega in vifta; Ma ciò che il Gel con fuo piacer rimira. Un uom prode, che lotta del dettino Traile temperie, c grandemente cade Mifto a ruine di cadente Stato. Mentre dà leggi al fuo picciol Senato C., e qual mai fcn non batte allora Nella gran caufa della Patria fua ? Chi oprar lo mira, e non invidia l'opra? Chi miralo fpirar, nè morir brama ? Pure allora, che Cefarc fuperbo Tra i carri trionfali, e tra le fpoglie Delle nazioni, e pompa della guerra, Ignobil vano, e fattamente grande Moftrò a Roma del fuo Caton V imago j Del Padre fuo la reverenda imago, Mentre ch'ella pattava, era feurata La pompa, e'1 dì rannuvolato, e bruno: Il Trionfo ceflava :da ciafeuno Occhio fcn gian le lagrime fgorgando; Ed il sì grande Vincitor del Mondo Pattava fenza pur etter guardato : L* ultimo fuo prod' uom Roma adorava Abbattuta, dolente, e più la fpada Di Caton, che di Cefare onorava. Britanni, a un merto tal donate plaufo, E moftratevi d'efferne commoffi, Se tanto di valore ancor ci retta. Con bello sdegno il primo C. vide ìearning Arti from G ree ce, wbom $he fubdnd Our Scene frecarionfly fubjtfts too lovg On Frencb Transattoti y and Italtan Song. Dare to bave Senfe your fehes', AJfert tbe Stage \ Be jnttly ivartrìd isottb your ow» Native Kage. Sue b Plays alone sbonld pleafe a Brtttsb Ear, As Catos felf bad not dtjdaind to bear. V C. Roma da Grecia vinca apparar l'Arti. Troppo lunga ftagion la noftra Scena Di Francia da i teatri, e dell 1 Italia Ha mendicato V umil fuo foftegno. Voftre forze provate, ed al Teatro Voftro la fua ragion ne richiamate. Accefi fiate del nativo foco. A Britannico orecchio, folo quelle Opre deggion piacere, che Io (ledo C. d'afcolcar non sdegnerebbe. «3C 8 )S» L t Portius, Marcus. He Dawn isover-cafl 5 tbe Mornìng ìovSrs\ And bcavily in Clouds brings on tbe Day Tbe grcatjb* import ant Day\big r witb tbe Fate Of tato and of Rome. Our Fatbefs Deatb Wouldfill tip ali tbe Gtuìt ofCivil ÌVar, And clofe tbe Scene of Flood. Already C&far Has ravaged more tban balf ebe Globe 9 and fees Mankind grown tbin by bit definiti tue Sbordi Sbottld he go furtber > Humbcrs isoould be wanting To form new Battelt, and fupport bis Crimet. Te Gods, wbat Hawock does Ambition make Among your Works ! Marc. Tby fteddyTemper, Portiate Can look on Guilt, Rebellion, Fraud, and Gufar, In tbe cairn Ligbts of mild Fbìlofopby; Tm tortured^ e Greatìy unfortunate, he figbts the Caufe Of Honour, Virine, Liberty, and Rome. Hts S-word nc"er fili but oh tbeGutlty Head} Oppreffton, Tyranny, and Fowr tifar fi, Draw ali tbe Vengeanee of bis Àrm mponem. Marc. Wbo kn * Tofto che *J nome luo gìugne al mio orecchio 3 Farfalla al'a mia villa fi prcfenta : Veggio calcar V infultator tiranno II laitricato campo di Romani Cadaveri, e inzuppato in civil ftrage, E di fangue patrizio bagnate Degli orgogliofi fuoi cavalli V unghie. Scelta maledizion non avvi, o Porzio, Nelle armerie del CicI fulmin riporto Di non comune ira di Dio vermiglio, Ad abbattere, a ilruggere queir uomo, Che della Patria fua lui le ruine, Erge ( oh beati Iddii ! ) la fua grandezza? Por£ Certo, Marco, eh' è quefta empia grandezza, E ha troppo ortor per effere invidiata. Quanto del noftro Padre i fatti illuftri, De i mali, che *J circondan, tra le nubi, Spuntan brillanti di più chiara luce/ Di gloria 1* incorona il Tuo (offrire. Sfortunato, maggior di fua feiagura, Ei combatte collante per la caufa D 1 Onor, Virtute, Libertate, e Roma. Sovra rea teda foi cadde fua fpada: L* oppreffion, la tirannia fol traforo Sopra lor, del fuo braccio la vendetta. Marc. E chi noi *i fa ? ma che può far C. Contr' ad un Mondo, un vile e guado Mondo, Che a Cefar piega il collo, e corre al giogo? Di Romana grandezza ei forma indarno Pover compendio in Urica rifpinto: E da guardie Numidiche attorniato Una ficvol Armata, ed un Senato B 2 Voto Remnants of mìgbty Battei: fongbt tn matti. By Heavns, /ivi Virtues,jo/nd witb fucb Sttccefs } Diflratl wy very Soul : Our Fatber s Fontine Wond almoft tempt ut to renounce bis Frecepts. Por. Remember -wbat our Fatber oft bas told us : Tbe Ways of Heavn are dark and intricate ^ Fu^led in Ma^es, and perplext ivttb Errors > Our Under si andtv.g traces 'em in wain y Lofi and brwtlderd in tbe fruttlefs Searcb 5 Nor fees ikutb bow mucb Art tbe Wtnitngs run, Nor wbere tbe reguìar Confufion ends. Marc. Tbefe are Suggeftions of a Mind at Eafe: Ob r erti us, dtdft tbott tafle b«t balf tbe Griefs Tbat wrtng wy Soul, tbou coudfl not talk tbus coldly. Fajjìon unpttyd, and fuccefslefs Love, Flant Dagpers tn my Heart, and aggravate My otber Grtefs. Were but wy Lucia hnd! Por. Tbou feeft not tbat tby Brotber is tby Rivai: Bnt I wufl bidè ìt.for I know tby Tewper. [ afide Novj, Marcus y »0u>, tby Vtrtues on tbe Froof: Fut fortb tby tttwofl Strengtb, >work evry Nerve, And cali up ali thy Fatber tn tby Soul: To quell tbe Tyrant Love, and guard tby Heart On tbts iveak Side, nvbere moft our Nature fails, Would he a Conqucft isoortby Catos Son. Marc. Fort ìris, tbe Council wbicb I cannot taie y Ioftead of beali ng, but npbraids wy Weaknefs. Btd me for Honour pi unge into a iVar Of tbtchft Foety and Voto dirige, riraafuglio e avanzo D'afpre battaglie combattute invano. Oh Ciel ! tali virtù con tai fucceflì Confondon V Alma : la maligna forte Del noftro Padre, a' begli fuoi precetti Quafi di rinunziarci tenterebbe. For%. Del noftro Padre ti rammenta quello Ch' ei ci dicea fovente: che del Cielo Sono feure le vie, ed intrigate: Noftro intelletto le rintraccia indarno, Perfo e fmarrito nella vana inchiefta. Nè vede con quant'arte i giri vanno, Nè dell* ordin confufo il termin feorge. Marc. Pender fon quefti d' oziofa mente. Porzio, fe la metà guftato avefli Di quei dolor, che V alma mi trafiggono, Freddamente così non parlerefti. Paftìon non compatita, amor fgradito PafTanmi il cuore, e gli altri duoli aggravano. Oh fe a me fuffe Lucia pietofa ! Tor%. Non vede che '1 fratello è fuo rivale : Uopo è eh' io il celi : il genio tuo conofeo. a parte Or, Marco, ora al cimento è tua virtude. Prova tutta tua forza, opra ogn' ingegno, Spira nell* alma tua tutto il tuo Padre. Vincer Y amor tiranno, e *1 cuor guardare Da quella debol parte, ov* uom più manca, Conquida fia da figlio di C.. Marc. Porzio, il configlio, eh' io prender non poffò, Non fana, nò, rinfaccia mia fiacchezza. Fa che Y onor comandi di cacciarmi In guerra tra foltiflìmi nemici, E cor- D W r*/& ou certa/ n Dcatb } Then fbalt tbou fee that Marcus is not JIo jj To follali) Glory f and confefs bts Fathcr. Love is not to he reafond down y or lofi In htpb Amhttton, and a Tbtrfl of Greatnefs > 'Tss ficond Ltfc, tt grows into the Soni, Warms evry Vein y and beati in evry Fulfe y I feel it bere : My Refolutton meltt Por. Beboldyoung ]uba, the Numidi an Vrinceì Wtth bow mucb Care be forni s bimfelf to Glory, And breaks the Fiercenefs of bts Native Temper To copy out our Fatber s brigbt Examplt. He loves our Stfter Marcia, greatly lovet ber, Hts Eyes, bis Looks, bis Acltons ali betray it : But fidi the fmotherd Fondnefs burns wttbtn bìm y When moti tt fwells and lahours for a Veni, The Senfe of Honour and Dejire of Fame Drive the big FaJJìcn back into htt Heart, Wbat ì fball an Afrtcan, fiali Jubas Ueir Eeproacbgreat CatosSon, and fbo-jj the World A Virttte voantivg in a Roman Sotti f Ma re. Fortius, no more ìyonr Words leave Stings befana* em. lVben-e % rc did Juba, or dtd Fort in s, fhow A V ir tue that bat caji me at a Dtftance, And tbrown me out in the Furfnitt of Honoar ì Por. Marcus, I know tby generous Temper weli; Fling but tV Appe arance of Dtfbonour on it, Itftrait takes Fire, and mounts iato a Bla^e. Marc. A Brothers Suff rtngs clatm a Brothers Fity. Por. jitized E correr frettolofo a certa morte y Vedrefti alior, che Marco non è pigro A feguir gloria, ed a ritrar dal Padre. Amor non cede, nè a ragion, nè ad aita Ambizion, nè a fete di grandezza. Alma novella egli è della ftefs* Alma : Scalda ogni vena, e batte in ciafcun pollo. II Tento io qui : disfatto è il mio coraggio. for^. Mira il Giovine Giuba, di Numiviia Il Principe, con quanta cura ci forma Se medefmoalla gloria, e la natia Fierezza frena, a far vedere in lui Del noftro Padre il vivo illuftre efempio. La noftra fuora Marzia egli ama, e molto L* ama : il dicon fuoi fguardi, atti, e fembianti j Ma chiufo il fuoco pur gli arde nel petto. Quand* ei più crefce, ed a sfogarfi a (pira, Sentimento d' onor, defio di fama Spingon la fiamma a ritornare al cuore. Che! un Affricano, ed un di Giuba erede Rinfaccerà del gran C. al figlio, E potrà al Mondo tutto ancor moftrare Una Virtù, che in cuor Romano manca ? Marc. Porzio, non più : voflre parole lafciano Puntura dietro a lor : quando mai Giuba, O Porzio ancor, mi trapaflaro tanto Nella virtudc, e dell' onor nel corfo ? Tor^ Marco, la gencrofa indole tua Io ben ravvifo> che fe pur sù quella, Di difonor la minima favilla Cada, ella prende fuoco, e forge in fiamma. Marc. Vuol fraterno foffrir pietà fraterna. Por^. Il, Or muti at lengthgvvc up the World to Cafar. Sempr. Noi ali the Pomp and Majefly of Rome Can rat fa ber Senate more tban Catos f re fame % Hit Vtrtues render our Affcmbly awful, Tbey ftrike ntsth fometbmg Itke religioni Fear And make enfn Cafar trcmble at the Head OfArmies fin fa d witb Conqaeft : 0 my Portiti, Could I but cali tbat ivondrous Man my Fatber y Woùd but t'by Sifter Marcia he propitiont To tby Friend / Vowt : I migbt he blefad indeedi Por. Alas ! Sempronio, woud/i tbou talk of home To Marcia, wbitti ber Fatbert Lifes in Danger ? Tbou migbift at ivell court the pale trembling Veftal, Wben fbe beboldt the boly Fiume expiring. Sempr. The more Ifae the Wonders ofthy Race The more Tm charm d. Tbou maft takcòeed y my Portimi Tbe World bai ali its Eyet on Catos Som. Tby Fatbert Merit fan tbe* up to View, And fbowt tbee in tbe f aere ft poi ut of Ltgbt, To make tby Virenti ir tby Fomiti confatemi. Por. Welldoft tbou feem to check my Lìngring bere On tbit importuni Hour FU Jlruit avuay, And -nobile tbe Fatbert of the Semate meet In Quefta mattina il picciol fuo Senato [ Avanzi di Farfalia ] adunar vuole, A confuicar fe ancora ei puote opporfi Al torrente, che in giù precipitofo Roma porta e i fuoi Dei : o pure al fine Cedere il Mondo a Cefare. Sempr. Di C. La prefenza fol può Roman Senato Erger non men, che maeftà di Roma. Noltra affemblea fan reverenda Tue Virtudi, e infpiran un devoto orrore. E fanno ancora Cefare tremare Alla tefta d' altiere vincitrici Armate: Porzio mio, oh s' io potetti Padre appellar qucnV uom maravigliofo, E propizia la tua Sorella Marzia A i voti fu (Te dell* amico tuo; Veracemente io mi faria beato. ?or£. Ah Sempronio, vuoi tu parlar d' amore A Marzia, or che la vita di fuo Padre Sta in periglio ? tu puoi carezzar anco Una Veftale pallida tremante, Che già miri fpirar la fanta fiamma. Semfr. Quanto le meraviglie di tua ftirpe 10 feorgo, tanto più ne fon rapito. Prenditi guardia, Porzio : il Mondo tutto Tien gli occhi fuoi fui figlio di C.. 11 merito paterno ponti in vifta, E ti moftra di luce al più bel punto, A far più chiari tuoi vizj o virtudi. Por%. Incolpi con ragion la mia lentezza Su queft* ora importante... Or ora io parto : E mentre i Padri del Senato fono Ci In In clofe Belate, to iveigb tV Eventi ofJFar, TU ammcte the Soldtcrs drooptng Courage, Wttb Lowe of Freedom, and Contempt of Life. TU tbunder tn thetr Ears their Country s Caufe ? And try to rouje up ali tbais "Roman tn *cm. not tu Mori ah to command Succefs, But veli do more y Scmprontus noe II deferve it. [ Exit • Sempronius folus. Cnrfe on the Stripling ! bow be Ape's bis Sire ? Rmbitioufly fententious ! But I wonder Old Sypbax comes not j bis Numidtan Genius Is weli dtfpofed to Mtftbtef, were be prompt And eager on it > but be muft be fpurrd, And ciìry Moment qutckr.ed to the Courfe. C. bas ufed me 111 : He bas refufed Hts Daugbter Marcia to my ardent Vorws. Befides, bis baffled Arms and rutned Caufe Are Barrs to my Ambition. Cafars Favour, Tbat fboisSrs down Greatneff on bis Friends, wsll raife me To Kome's firft Honours. If 1 give up Cato, I clatm in my Reward bis Captine Daugbter. Bnt Sypbax comes ! Syphax, Sempronius. Syph. Q Empronius, ali it ready, O l v w founded my Numidi ans, Man ly Man, Ami Digitized by Google In ferrato contratto a bilanciare Gli eventi della guerra j V abbattuto E fcorrente coraggio de* foldati Ergerò coir amor di lìbertade, Col difprezzo di vita : al loro orecchio Intonerò la caufa della Patria, Ciò eh 1 è Romano in lor, dettar tentando. Non è dell* uomo i) comandar fortuna 3 Ma quel eh* è più, Sempronio, è il meritarlo, parte Sempronio filo. Maledetto Garzon ! come fuo Padre Contraffa egli, c 'I fentenziofo affetta ! Stupifco, che Siface ancor non viene. Il fuo genio Numidico è ben atto Alla cattività; fufs* egli pronto; Ma d' uopo a ogni momento egli ha dì fprone. Meco non ben Caton s* è diportato. Rifiutato ha la fua figliuola Marzia A gli ardenti miei voti : in oltre V armi Sue abbattute e rumata caufa Oftacol ranno all' ambizione mia. Il favore di Cefare, ed il fuo Piover grandezza fu gli amici fuoi Alzerà me di Roma a i primi onori. S* io tradifeo Caton, la figlia fua Sarà mio premio. Ma Siface viene. Ut Siface, e Sempronio* Sif. Q Empronio, tutto è prefto : ho io tentati O Tutti i Numidi miei ad uno ad uno : In And fini Vw ripe for a Remoli : Tbcy ali Complatn aloud of Catos Dtfcipltne, And watt but the Communi to clange their Majler. Sempr. Believe me, Sypbax, tberes no Time to wafie $ £ il vincitor s* accoda, £ campo fopra noi prende a momenti. L* attività di Celar non conofe?, Che con tremendo corfo Io precipita Di guerra in guerra : invan formò natura Montagne e mari a opporli a fuo paffaggio : Ei formonca in Tua marcia, e varca tutto; SpiananG avanti a lui Pirene ed Alpi : Per entro a i venti, e V onde, e le tempefte La via fi fa bramofo di battaglia. Un giorno più, porrallo a noftre porte. Ma dimmi; hai guadagnato il giovin Giuba? A Cefar ciò si ti farà più grato, E ti farà più vantaggiofo. Stf. Ohimè ! E* perduto, Sempronio, egli è perduto. Son tutti i fuoi pender delle virtuti Pieni di Caro... Ma io vo provare Anco una volta [ perciocch' io V attendo Qui a momenti ] s' ancor vincer poffo Quelle m aflìme dure ed infleflibili Di fe, d* onore, e di non so qu ai cofe, Che r indole Numidica hangli guada, E tutta 1* alma fua tinta ed infetta. Scmpr. Imprimigli ben ben ciafeun motivo. Se Giuba fi rcndeffe, poicrf è morto Il Padre fuo; darebbe nelle mani A Cefar Y Affrica, c farebbel Sire Della And mah btm Lord of balf tbe buruing Zone. Syph. Bup is it trae, Sempronius, tbat your Settate Is calfd togetber ? Gods ! Tbou musi b'e cauttous ! C. bas piercing Eyes, andivill dtfcern Oitr Brands, unles (bey re cover d tbtck isoitb Art. Scmpr. Let me alone, good Sypbax, TU conceal My Tbougbts in Fajjton ( *$$$ tbefureft *way > ) TU bello w cut for Rome and f or my Country, And moutb at Cafar ttll I fbake tbe Settate. Tour cold Hypocrtjjc's a ti ale Dewice y A wotm out Trick: Wonldsl tbou betbougbt in Farne ftì Cloatb tbyfetgnd Zeal in Rage, in Ftre, in Fury ! Syph. In trotb y tbotirt ablc to inftrutl Grey bairs, And teacb tbe wily African Deceit ! Scmpr Once more, Le fare to try tby Skill on Jnba. Mean *wbi!e FU baslcn to my Roman Soldiers, Infame tbe Muttny, and under band BlocJ »p tbeir Dijcontentt, tilt tbey break out Unlocìid for, and dtf ebarge tbemfehes on C.. Remembcr, Sypbax, we muft work in Hafle : O thrà wbat anxious Moment s pafs betwen Tbe Btrtb of Flots 3 and tbeir laft fatai Periods. Obi *tts a dreadful Internai of Time, Ftltd up isottb Horror ali, and big witb Deatb ! Deftrutlton bangs on c*vry Word we fpeak, On evry Tbougbt, *till tbe concludi ng Stroke Determtncs ali, and clofes our Dcfign. ( Exit • Syphaxfolus TU try ifyst I can reduce to Reafon Thit «3( Della metà dell'infocata Zona. Stf. E' egli ver, Sempronio, che 'J Senato Vollro s* adunerà ? Sii ben guardingo : C. ha occhi sì acuti e penetranti, Ch' egli fi accorgerà di noli re frodi, Se ben non fi ricuoprono con arte. Sempr. Lafciami far, Siface : afeonder voglio Dentro la paffione i miei penfieri. Quefla è la via la più ficura : io voglio Aito gridar per Roma e per mia Patria Contra Cefar, Anch' io fcuota il Senato. Le fredde ipocrifie fon moda antica, E ufato giuoco. Eflfer tu vuoi creduto Sincero ? vedi il fimulato zelo E di rabbia, e di fuoco, e di furore. Stf Inver tu puoi infimi r vecchi anco fcaltri, E infegnar frode all'Affocano ifteffo. Sempr, A Giuba guadagnar tue arti impiega, Mentre al Romano efercito m' affretto A incoraggiar gli ammutinati, e loro Odii infiammar, foffiando fottomano, Finché impenfati rompan fopra C., Vuolfi, Siface, qui celeritade. Quanto angofeiofi padano i momenti Fra '1 nafeer di Congiure, e '1 fin fatale ! Oh qua 1 dubbio intervallo, afpro, e tremendo, Colmo tutto d' orror, pregno di morte ! Da ogni voce pende la ruina, Da ogni penfier, finché P ultimo colpo Termine ponga a perigliofa imprefa. farte. Siface foìo. Tentar vo*, s' anco pofso alla ragione D Rad- TWj beadìlrong Youtb, andmake bìm fpurn at Cato. Tbe Ttme a Jbort, Csfar comes rufbtng on ut Bnt boldl young Julafeet me y and approdi bes.Juba, Syphax. Jub. O Tpbax, / joy to meet tbee thus alone. O ì ha*V* objemed of late tby Looks are falYn y Cfcrcaft "ysottb gloomy Cares 5 and Dtfcontent > 77>f » /f // wrf, Sypbax, / coniare tbee, w, Wbat are tbe T bonghi tbat hit tby Brow in Frownt y And turn tbtne Eye tbus coldly on tby Prènce ? Syph. Tèi not my Talent to conceal my Tbougbtt, • Nor carry Smtlet and Sun-fbtne in my Face, Wben Dtfcontent fits beany at my He art. I baue not yet fo mucb the Roman in me. Jub. Wby doji tbou caft ont facb ungenrout Termi Againft tbe Lordi and Swreigm of tbe World ? Doft tbou not fee Mankind fall down he f or e W, And 9 )» Il feroce deftriero, e Jo maneggia ? Chi meglio in truppe guida gli Elefanti A ramaelt rati, carichi di guerra? Quefte fon, Prence mio, quelle fon Farti, Per cui non cede Zama vofìra a Roma. Gtnb. Arti d'inferior ordine fon quefte, Forza e perfezion d' o da e di nervi. Più alto mira un'anima Romana; A formar rozzo e mal polito Mondo, E fottoporlo al freno delle leggi, E render l'uomo all'uom mite ed amico; Con fenno e difciplina e nobili arti Domefticar felvaggi, e ornar la vita. Tali arti fplender fan natura umana, Riforman l'alma, e i barbari fann' uomini. S/f. O Cieli, fofferenza / d' un uom vecchio Sia feufato il calor: quali fon quefte Mirabili arti, e Romana vernice, E pulito contegno, che cotanto Fan domeftico l'uomo, e civilizzalo? Buone non fon, che a mafeherar gli affetti, E dal volto feordar fare i penfieri, E frenar la natia voga dell'alma, E romper Aio commercio colla lingua, E in altre creature trasformarci Contra il difegno di Natura e Dio. Ciuk Perchè tu taccia, volgi gli occhi a Cato. In lui rimira, quanto predo a Dio Virtù Romana innalza un uom mortale. Per gli amici follecito, indulgente, A fe fteftb fevero, il fonno niega, Il ripofo, ed il comodo, ed il Col- He ftriues witb TbnJI and Hungcr, Toil and Heat; And wb:n bts Fortune fets before btm ali • Tbe Bomps and Bleafures tbat bis Sortì can wifb y Hts rtgtd Vtrtne wtll accept of none. Syph. Bcltcvc ine, Prtnce, theres not an Afri can Tbat tra'verfes our wafi Numtdtan Dejarts In qtteft of Prey, and Iwes upon bis Bow, Brtt better praclifes tbefe boafted Virtues. Coarje are bts Meals, tbe Fortune of tbe Cbafe, Amtdft tbe rttnmng Stream be Jlakes bts Tbtrfl, ToiFs ali tbe Day, and at tb' approacb of Ntgbt On tbe firft friendly Bank be tbrows btm down, Or rejìs bts Head upon a Boti "ttll Morn : Tben rifes frefb, pttrfues bis wonted Game, And tf tbe followtng Day be chance to fini A fiew Repafl y or an untafled Sprtng y Bleffes bts Start y and tbtnks tt Luxury. Jub. Tby Prejudices, Sypbax, wont dtf certi Wbat Vtrtues growfrom Ignorance and Cboice y Nor bow tbe Hero dtffers from tbe Brute. But gtant tbat Otbers coti d witb equal Glcry Look do cjn on Pleafuret and tbe Batts of Senfe 5 IV bere fiali we find tbe Man tbat bears Affiitlion, Great and Majefttck in bts Griefs, ìtke C. ? Heaiins y wttbwbat Strengtb, wbat Steadtnefs ofMind, He Triumpbs in tbe mtdft of ali bts Sujferings ì How does be rife againll a Load of Woes, And tbank tbe Gods tbat tbrow tbe IVetgbt upon btm \ Syph. T## Bnde y tank Bride y and Havgbttnefs of Soul; / tbink Colla fete combatte, e colla famcj Collo ftento, col caldo : e quando ancora Tutte le pompe ed i piacer del Mondo A contentargli l'alma s' offerì fsero, Sua rigida virtù rigctterebbegli. S/f. Credimi, Prence: non ci è Affricano, Che varchi noftre vafte erme contrade Di preda a inchieda, e di fuo arco viva, Che tai virtù meglio non metta in opra. Rozzo mangiar ciò che gii da la caccia : Nel corrente rufcel traflì la fete; Tutto il dì (tenta, e quando vien la notte Gettali filila prima amica ripa, O fopra rupe la fua tetta pofa Infino a giorno. Pofcia frefeo ci forge A profeguir fuo giuoco: e fe'l vegnente Giorno accade eh' ci trovi un nuovo pafto, O fcaturire un non guftaro fonte, Dio benedice, e crede effer ciò ludo. Ginb. La tua prevenzion quelle virtudi Da non faper prodotte, da queir altre, Che figlie fon d' elezione umana, Nè dal bruto diftinguer fa l'eroe. Ma porto che con egual gloria fprezzi Altri i piaceri e il lufinghevol fenfo, Dove fi troverà mai un C. Nel fuo dolore maeftofo e grande ? Dei ! con qual fermo e valorofo cuore Nel mezzo a i fuoi fofFriri egli trionfa, Sotto T incarco de* fuoi guai s' innalza, £ di quel pefo ne ringrazia i Numi / Sif. Orgoglio è quefto, e Romana alterigia, / ri/ffl the Romani cali tt Storci/m. Had aot your Royal Fatber tbougbt fi b/ghty Of Roman Virtù* y and of Catos Caufe y He had not fui In by a Slave'; Hand inglorious : Nor would bis slangbterd Army now baue lain On Africk's Sands, dtsfigurd iutth their Wounds, To gorge the IFohes and Vttltures of Numtdta. Jub. IV by doft tboa cali my Sorrows np afrejb ? My Fatber s Name brtngs Tears into my Eyes. Syph. Oh, tbat youd profit by your Fatber s tilt ! Jub. JVbat ivortd(i tbou baie me do ? Syph. Abandon tato. Jub. Sypbax, / fiori d be more tban twice art Orpban Byfucb a Lofi. Syph. Ay, tbere's the Tie tbat binds you ! Toh long to cali bim Fatber. Marctas Cbarms Work in your He art unfeen y and pie ad f or C.. No 'wonderyou are deafto ali I Jay. Jub. Sypbax,your Zeal becomes importunate; httherto permitted it to rame, And talk at large 5 but learn to keep it in, Leaft tt fio» Id take more Freedom tban VII gfae it. Syph. Sir, your great Fatber newer ujed me tbus. Alas, he s Dead ì But canyou eer forget The tender Sorrows, and the Pangs of Nature 3 The foud Embraces, and repeated Blvjjìngs, Wbtch you dreisofrom bim in your laìt Fareivel ? Sttll muft I chertfb the dear fad Remembrance, At once to torture and to plcafe my Seul. Chiamata da lor, credo,- Stoicifmo. Non avtfle il reale padre voftro Tanto avuto concetto del Romano Valore, e della caufa di C.; Non faria fenz'onor così caduto Per man fervile: nè Tarmata Tua Sconfitta giacerla fu gli arenofì Campi d'Affrica, caica di ferite A ingraffar gli avoltoi della Numidia. Giub. Perchè vuoi rinnovar mio cruccio atroce? Chiamami al pianto di mio padre il nome. Sif. Oh profittale delle fue fciagure / Gtub. Che vuoi eh' io faccia? S$f. Abbandonar C.. Giub. Orfano mi farei più di due volte. Sif. Oh, il vincolo è quefto che vi lega ! D l'aerare di chiamarlo padre. Di Marzia i vezzi opran fui voftro cuore Quelli fon gli avvocati di C., E a tutto quel ch'io dico vi fan fordo. Giub. Siface, voftro zelo efee importuno. Fin qui di vaneggiare io t' ho permeffo, E parlar largo; ora a frenarlo impara, Nè voler franco effer più eh* io non voglio. Sif. Sir; non sì meco usò voftro gran padre. Laflb/ egli è morto: ed obbliar potete I teneri dolori, e le trafitte Di natura, ed i cari abbracciamenti Le replicate benedizioni, Ch'egli vi diede nelf cftremo addio ? E' d' uopo eh* f accarezzi la foave Trifta rammemoranza, onde ne fente Tormento in uno, e compiacenza l'alma. E II Di Tbe good old King, at parting, wrung my Hand 9 ( Hts Eyes brim-full of Tears ) tbeu figbtng cryd, Prttbce be careful of my Som ! hts Grtcf Swelfd uf fo htgb be coudnot utter more. Jub. Alas, tby Story mclss away my Soni. Tbat beft of Fatbers ! Ixrw /ball I dtfebarge Tbe G rat nude and Duty, nsJbteb 1 o*we bim ! Syph. By ìaytng up bts Counctìs tn your He art. Jub. Hts Counctìs bade me yteld to tby Dtretltons; Tben, Sypbax, cbtde me tu jevercjl Terms, Vcnt ali tby Pajfton, and III fland tts fbock, Cairn and unruffled as a Summer-Sea, IV ben not a Breatb of IVtnd fltes oer its Sur face. Syph. Alas, my Prtnce, ld guide you to your Safety. Jub. I do beitele tbou ivoud/i i but teli me bovu ? Syph, Flyfrom tbe Fate tbat follorws Cdjars Foes. Jub. My Fatber feornd to dot. Syph. And tberefore dyd. Jub. Better to die ten tboufand tboufattd Deatbs y Tban isoound my Honour. Syph. Ratber fay your Lame. Jub. Sypbax y l ite promtsd to preferve my Temper. Wby wilt tbon urge me to confefs a Fiume y 1 long bave fitfled, and woud fatn conce al ? Syph. Beitele me, Prtnce > 'tts bard to conquer Love y But eafie to drvert and break tts Force : Abjence mtgbt cure tt, or a fecond Mtflrefs Ltpbt up anotber Flame, and fut out tbts. Tbe glowsng Dames of Zamds Royal Court Have Faces flu[bt -witb more exalted Cbarms. Tbe Sun, tbat rolls bis Cbariot oer tbeir Headt, Works up more Ftre ani Colour tn tbetr Cbcckt : Were Il buon vecchio al partir la man mi ftrinfe [ Gli occhi pieni di pianto ] c fofpirando Di ile; Deh cura abbi del mio figliuolo. E '1 gonfiato dolor così fe crollo, Ch* egli più non poteo formar parola. Gtub. Latto ! il racconto tuo mi ft r ugge 1* Alma. Ottimo Padre / come potre* io Adempir verfo lui i miei doveri ? Sif. Gli avvifi fuoi nel voftro cuor ferbaee. Gtub. Quefti tur di feguir gì* indrizzi tuoi. Co' termin più feveri adunque bravami, Siface : sfoga pur tutto il tuo sdegno; AH' impeto di lui ftarommi quieto £ tranquillo, qual mar di (late, in calma \ Quando nè pure un venticcl 1* increfpa. Sif. Prence, mia mira è fol voftra falvezza. Gtub. C redolo j ma qual via ad effer falvo ? Stf. De i nemici di Cefar fuggi il fato. Gtub. Mio Padre ciò sdegnò. Stf. Perciò morio. Gtub. Mille volte morrei, che fare oltraggio Al mi* onor. Stf. Dite pure, al voftro amore. Gtub. Data ho parola già di (tarmi quieto. Perchè forzarmi a palefar la fiamma Chiufa tenuta, e eh* io pur vo* celare? Stf. Prence, amor fuperare è forte cofa; Ma romperlo è leggiera, e divertirlo. Lontananza lo farà, od altro amore Accende un* altrafiamma, e eftingue quella. Le Dame alla Real Corte di Zama Splendono accefe d* un più bel vermiglio. Il Sol, che fu (or tette il cocchio gira, Le guance tinge in più vivace fuoco. E 2 Quc-Were yon ivìtb tbefe, my Prtnce,youd foonforget The pale unripend Beauttes of the Nortb. Jub. Tts not a Sett of Fatture:, or Compie xio» y The Ttnfiure of a Sktn, tbat I admire. Beauty [oon grows famtltar to the Louer, Fades in h/s Eye y and palls upon the Senfe. The nìtrtuous Marcia towrs abo*ve ber Sex : True y [he is fair, [ Ob 3 bow dtutnely fair ì ] But ftìll the ìcvely Matd improbe s ber Charmi Wilb inward Greatnefs, «naffctled Wtfdom, And Santltty of Manners. Catos Soul Shtnes out tn enery tbtng (he atls or fpeakf, Wbtle isoinning Mtldnefs and attrattive Smilcs Dwell in ber Lookf, and - with becoming Grace Soften the Rigour of ber Fatbers Vtrtues. Syph. How does yottr Tongtte gro-w u)anton in ber Praife § Bnt on my Knees I begyoa isooud confider Enter Marcia, and Lucia. Jub. Bah ! Sypbax 5 f/V not fbe ! - Sbe mowes tbis Way; And njttb ber Lucia, Lucius s fair Daughter, My Heart beats tbick • I prttbee Sypbax lea *o «yi Troops, «^«(/ /ir* ffo/r langutd Souls witb Catos Vtrtue; If e' re I Uad tbem io the Fteld y wben ali The lì ar Jball ftanà ranged m tts juft Array, And dreadful Fomp : 1 ben wtll I tbtnk on ti: se l 0 lowely Matd, Tben wtll I tbtnk on Tbee ! And, in tbe Jbock of cbarging Hcfts, remember U'bat glonous Deeds fboud grate tbe man, wbo bopes Ter Marcia s Leve. Lue. Marcia, you re too federe : Hgvd ccud you cbide te young goodnatured Prince, And drt*vc htm f rem you witb fo ftern an Air, A Prtnce tbat Icves and dotet on you to Deatb ? Mar. T/x tberefore, Lucia, tbat 1 cbtde htm front me Hit Air, bts Voice, bis Locks y and bonetl Sotti Speak ali fo mwingly in bis Bebalf, 1 dare not truft my felfto bear btm talk. Lue. IV ly ivi II you fighi agatnft fo fweet a Paffton y And fi rei yeur Heart to fucb a World of Cbarms ? Mar. Hciv, Lucìa, ivoudft tbou baie me fink away In fleajing Drcams, and lofe my felf in Leve y Wen enìry moment Catos Ltfes at Stake ? Cafar comes arnid witb Terror and E^venge, And atms bts Tbunder at my Fatbers Head : Sboud not tbe fad Occafion fwallow up My otber Cares, and draw tbem ali tnto it ? Lue. Wby baie not I tbts Conftancy ofMtnd y Wbo Nè tanti cari momenti perduto. Giub. Sono giudi i rimproveri, Donzella Valorofa : nV invio alle mie truppe Col valor di C. a infiammar V alme. Se mai ai campo condurrolle, quando La battaglia fchierata fi preferiti In fiera pompa; in te terrò il penfiero, Vaga Donzella, in te terrò il penfiero: £ nel più forte della dura zuffa Sovverrommi, quai fatti gloriofi Un* amante fregiar deggian, che afpira AH* amore di Marzia. fané Lue. Sete,o Marzia, Troppo fevera. Come il cuor fofTrio Di fgridar così buon giovine Prence, E fcacciarlo con aria così torva, Prence, che v' ama più della fua vita ? Marifr Per quello, Lucia, da me lo difeaccio. L' aria, la voce, il guardo, il gentil core Parlan per lui con tal podente incanto, Che d' udirlo parlare io pur non ofo. Lue. Perchè combattere un fi dolce affetto? Perchè indurare a tanti vezzi il core ? Mar^ Come mai, Lucia, vuoi eh* io mi disfaccia In piacevoli fogni e in folli amori, Orche in cimento èognor vita di Cato? Vien di vendetta e di terrore armato Cefare, e di Caton mira alla teda II fulmin fuo : la trifta congiuntura Impiega tutti quanti i miei penfieri, E sì gli unifee e rinconcentra in ella. tue. Se tanti ho io così gravofi affanni, F P Ih fond Compiami Have Perchè una tal fermezza non m' è data ? Fcmmi natura di più molle parta, Co' più teneri affetti infievoiimmi, £ caricò Copra il mio debol fedo: Pietà e Amor dittringommi a vicenda. Mar%. Lucia, le cure tue fopra me pofa; Mettimi a parte de* tuoi cupi affanni. Dimmi, chi detta in te quello conflitto? Lue. Non ho da aver rollar di nominare I tuoi fratelli, e figli di C.. Mar%- Coli' occhio di lor fuora ambi ti mirano, E il loro amor fovente hanmi fvelato. Ma dimmi, qual de i due più favorifei? Bramo faperlo, c pur temo d* udirlo. Lue. Qual 1 è quegli, che Marzia brameria ? Mar^. Niun de due, - e forfè anco amenduni - Di Marzia nelle brame hanno egual parte I giovani, e dividon la forella. Ma dimmi: Lucia qua* di loro elegge? Lue. Marzia, ambo fon nella mia (lima grandi, Ma nel mi* amor... perchè vuoi tu eh' io '1 nomini Ben tu fai, come è cieco amore e folle, II qual, ne fa perchè, vuole e difvuole. Mar%. Lucia, io fon perplcffa. O dimmi, quale Appellar deggia il mio fratel felice. Lue. Se foffe Porzio, me 'n da re (le biafmo ? O Porzio, m* hai involata Y alma mia. Con qual leggiadra tenerezza egli ama ! Spira i difii più fchictti, e più gentili. Verità, cortetla, mafehia dolcezza Pulifcon le parole ed i penfieri. Fervido è Marco, e impetuofi troppo F 2 Sono *3( 44 )fr /firw mncb Farr.ejìnefs and PcJJton in tbem\ 1 bcur bim ivitb a /cerei kind of Dread y And tremile at bis Vebemence of Temper Mar. Alas poor Tontb ! low cari fi tbou tbrow bim front the ? Li: :ìa, tbou knormB not balf tbe Love be bears tbee\ H benecr be jpeaks of ti ce, bis Hearfs in Flames, lls fendi ottt ali bis Soul in ewry Word, , 'mi tbixks, and talks, and looks like one tranfportcd. Vnbappy Tontb! boiu v/ill thy CoUnefs raife . i t v pijis and Stcrms in bis ajflicled Bojom ! I dread tbe Conjeqnence Lue. Toh feem to plead Agaìnfl your Bratber Tortius ~~ Mar. Heanin forbiti Hail Ter t iris btcn tbe unfuccefsful Lonjer y Tbe ft;;?;e Cofzpfffìofi ivoud baite falTn on bim. Lue. Wus ever Virgin Loie dì/ìre/l like mine! T ert ivi bimje.fcft falls in Tears before me y /it if be mournd hit Rival's ili Succefs. Tben liJs me bidè tbe Motions of my Heart, Nor fbow wbicb Way it turns. So mneb be fears The (ad Fjfetts, tbat it ^ould bame on Marcus. Mar. He knor&s tco xoell boisj eafly bc'sfired, And -xijorìd not plunge bis Brolber in Defpatr, But isjaits for bappier Times, and kinder Moments i Lue. Alas % tco late Ifindmy felf fn*vohed Ln endlefs Griefs and Labyrintbs of Woe y Eh» to affici my Marcia" s Family, And fow Diffention in tbe He art s of Brotbers. Tormentine Tbonght ! it cuts into my Soul. Mar. Lct us not y Lncia, aggravate our Sorrowt y But to tbe Gods permit tU Euent of Tbinps. Our Li'ves, difcolonrd witb our prefetti ìVoes, May flill gro-jj hrtgbt, and Sono anco i fuoì più teneri lamenti. Un fegreto timor provo in udirlo, £ tremo a) fiero fuo genio bollente. 2Aar%. Povero giovin / perchè sì cacciarlo? Lucia, non fai a mezzo, quanto ci t* ama. Quand* ei parla di te, fuo cuore avvampa : E in ciafcun detto, Y anima efce fuore : Ne i penfier, voci, fguardi, egli vaneggia. O fventurato ! quante a lui nel feno La tua freddezza fveglierà tempefte ! V efito io temo. Lue. Par, che voi facciate Contro 'I voftro fratel Porzio la caufa. Mar%. Tolgalo il Ciel, fe Porzio flato folTc Un* infelice amante, la msdefma Compadrone avrebbe avuta in forte. Lue. Fuvvi amor di donzella al mio limile? Porzio d' avanti a me dà fpeffo in pianti, Come di fuo rivai piangendo il fato. Poi vuol, eh* io celi del mio cuore i moti, E non moitri la via, end' ei fi porta. Tanto per Marco i tritìi effetti teme. Mar%. Sa quanto facilmente egli fi accenda, Nè vuol giammai, che il fuo fratel difperi, E i momenti più comodi egli afpetta. Lue. Tioppo tardi mi trovo inviluppata Di guai in labirinti, e immenfe doglie, La cafa a affligger di mia Marzia nata, E ne i cuor de i fratti difeordia porre. Tnfto pender, che V alma mi divide ! Mar^ Lucia, non aggraviamo i noftri duoli. Delle cofe gli eventi a i D i lafctacno. Le nolhe vite or torbide di guai Goder « ( 4* ) 8» • and fmile isSitb bappicr Hourt. So tbe pure limptd Stream y *wben foul 'wìtb Status Of rujbing Torrenti, and defeendivg Rains, Works ìt felfclear, and as it rum, refines \ Tilt by Degrees, tbe fioating Mirrour jbines, Rtfletts eacb Floisor that on tbe Border gro-ws, And a neuo Hca And cnvics us cvn Ubyas fultry Defarts. Fatbers, pronounce your Tbougbts, «tv,/?/// j£r* 7*0 £o/ Stili may you fi and bigb in yonr Country s Honours y Do but comply, and makeyour Peace ivitb Cafar. Rome isoill rejoict, and casi its Eyes on C., As on tbe Second of Mankind. Cito. No more ! I muft not tbink of Life on fucb Conditions. DtC. Cafar is well acquainted miri you* Virtues, And tberefore fets tbis Vaine on yonr Life : Let bim but know tbe Price of Catos Friendfbif, And nume yonr Terms. Cato. Bid bim disband bis Legions, Reflore tbe Common ive alth to Liberty, Submit bis Afcons to tbe Publick Cenfure, Da trattar non avete col Senato ? Dee. Mio negozio è con C. : vede Cefare V anguftie, nelle quai voi vi trovate : E come eh' ei V alto valor conofee Di C., gli cai della Tua vita. Cat. La mia vita è di Roma al fato unita » Vuol falvar C. ? la fua patria ei falvi. Al voftro dittator ditegli quefto: Ditegli, che Caton sdegna una vita, Cui egli in dono ha d' offerir la poffa. Dee. Roma e '1 Senato riconofeon Cefare. Più non fon già quei Generali c Confoli, Ch* arreftarfue conquifte, e fuoi trionfi. Perchè a un tal Cefar non è amico C. ? Cat. Quett* ifteffe ragion, che porti, il vietano. Dee. C., ordini ho io di fare inftanza, £ ragionar con voi, come da amico. Guardate alla borrafea, che s' aduna Sul voftro capo, e di fcopplar minaccia, Alti onori occupare in voftra Patria Potete ancor, purché cediate al tempo, £ fia pace tra Cefare e C.. Godranne Roma, e mirerà C., Come dell' uman genere il fecondo • Cat. Non più : vita non voglio a tal partito. Dee. A Cefar note fon voftre virtudi, Perciò tanto valuta voftra vita. Della voftra amiftà ditegli il prezzo E le condizioni. Cat. Che licenzi Le Legion, la libertà alla Patria Reftituifca, i fatti fuoi fommecta Alla Cenfura publica, e sì ftiafi H i the Jndgment of a Roman Settate. Bid bim do tbis, and Caso is bis Friend. Dee. C., the World talk's londly ofyour Wijdom C.. Afcy/, Catos Voice was ne\r employd To clear the Guilty, and io marnifb Crime:, My fa ffwill mount the Refi rum tn bis Fawour y And flrinje to gain bis Fai don from the Feofle. Dee. A Stile like tbis hecome's a Conqueror. C.. Decius, a Stile like tbis hecome's a Roman. Dee. What is a Roman, tbat is Cafars Foe ? C.. Greater than Cafar, bes a Friend to Virtne. Dee. Confider, C., yonre in U tic a s And at the Head ofyour own little Senate; Ton dont now ti under in the Capito!, Witb ali the Mouths of Rome to fecond you. C.. Let him confider Tbat wbo driues us bit ber : *Tis Cafars Sword bas made Rome's Senate little 9 And thinnd its Ranks. Alas, thy dasglcd Eye BeboltPs tbis Man in a falfe glaring Ligbt, Whicb Conqueft and Saccefs baie thrown ufon bim; D'vlft thon hut But y by the Gods I fwear, Millions of Worlds Shoud nenser bay me to he like tbat Cafar. Dee. Dos C. fend tbis Anfwer back to Cafar, For Alla fentenza d un Roman Senato : Ch' ei faccia quefto, ed è Tuo amico Cato. Dee. Caton decanta il Mondo il voitro ferino Cat. Ancor di più; benché non mai la voce Di Caton s* impiegale a purgar rei, O a colorir delitti > tuttavia Io dello monteronne fopra i roftri A ottenergli dal popolo il perdono. Dee. Quefto ftile convienfi a un vincitore. Cat. Decio, quefto convienfi ad un Romano. Dee. Che Roman? Chi è di Cefare nemico ? Cat. E' più che Cefar, chi è a virtute amico. Dee. Confiderà, Caton, che tu fei in Ucica, £ a tuo Senato picciolo prefiedi; Tu non fulmini aderto in Campidoglio Di Roma favorito dagli applaufi. Cat. Lo confideri quel, che ci ha qua fpinti; Spada di Cefar fe il Roman Senato Picciolo, ed il fuo numero ha feemato. Latto / Che gli abbagliati lumi tuoi Miran queft* uomo in una falfa luce, Onde i felici eventi circondaronlo ! Mirai diritto, e sì *1 vedrai tu nero Di tradigion, micidio, facrilegio, £ d' altri brutto ancor gravi delitti, Che percuoton d* orror 1* anima mia, Che fi fpaventa folo a nominargli. Io fo, che mi riguardi qual mefehino Cinto di mali, e colmo di feiagure; Ma giuro per gli Dii, milion di mondi Non mi farebber mai effer qual Cefare. Dee. Tal rifpofta C. a Cefar manda jftv *// bis genrous Care*, « nà profftrd Friend/hip ? Cato. tiis Caresfor me are infolent and uain : Prefumptuous Man ! The Gods tuie Care of C.. IVoud Cafar fbow tbe Greatnefs of bis Sorti y Bid bim cmploy bis Care for tbeje my Friends y And rnake good ufe of bis ili gotten FoitSr, By fbeltring Men mucb better tban bimfclf. Dee. Tour bigb unconquerd Heart makes you forget Tbatyoure a Man. Tou rufb on your Dejhutlion. But Ibave done. Wben I relate bereafter Tbe Tale of tb 'ts unbappy Embaflìe Ali Rome ivill be tu Te ars. [ exit Deci US Sempr. Cato, uve tbank tbee. Tbe migbty Genius of Immortai Rome Speak' s in tby V oice, tby Soul breatb's Liberty : C^far -will Jbrink to bear tbe ll 'ords tbou utterft, And fbudder in tbe miJft of ali bis Conquefts. Lue. Tbe Senate owns its Gratis ude to C., IVbo isoitb fo great a Soul confulis its Safety, And guarà* s ourLives, nobile be negletTs bis onson. Sempr. Sempronius giws no Tbanks on tbis Account. Lucius feemsfond ofLifcy but Per tutte lue sì generofc cure, E per fua amiflade a lui proferta ? Cat. Per me fue cure, ed infoienti, e vane: Prcfontuofo ! cura di C. Prendon gli Dei : vuol Cefare moftrare Del fuo cuor la grandezza? digli, che In quefti amici miei Tua cura impieghi y Ed il malprefo Tuo poter ben ufi In protegger migliori di fé fteflfo. Dee. V altiero voftro, ed indomabil core Obbliare vi fa, che voi fete uomo. A voftra certa diftruzion n* andate. Ho detto; ma quand' io narrerò pofeia D*efta Ambafciata V infelice evento, Diftruggeraffi tutta Roma in pianto. parte Decio . Sempronio, Lucio, e C... Sempr. Ato a te grazie noi tutti Parla in tua voce il Genio potente Di Roma eterna, e *i cor libertà fpira. Cefar sbigottirà la tua rifpofta, E tremerà in mezzo alle conquide. Lue. II Senato a C. il fuo buon grado Confetta; che con alma cosi grande Confulca del Senato la falvezza, E difende le noft re proprie vite, Mentre la propria fua mette in non cale. Sempr. Sempronio non ringraziati per qucfto. Lucio tenero fembra della vita 5 but wbat is Life ì % Tis not toftalk ahout, and drawfrefb Air From time to time, or ga^e upon tbe Sun 5 % Tis to he f ree. When Liberty is gotte, Life grorwt injipid, and bat loft its Relifb. O coud my dying Hand but lodge a Sisjord In C& fars Bofom, and reixnge my Country, By Heavns Icond enjoy tbe Pangs of Deatb y And Smile in Agony. Lue. Otk rs perbapt May ferve tbe ir Country witb at warm a Zeal, Tbo % tis not kindled imo fo ntucb Rage. Scmpr. Tbis fober Conduci ts a migbty Vertue In luke-warm Patriot s. C.. Come ! no more, Sem proni ut, Ali bere are Friends to Rome, and to eacb otber. Let ut not vveakcn ftill tbe weaker Side, By our Dnjìfions. Sempr. Cato, my Refentments Are facrificed to Rome 1 fi and reproved. Cato. Fatbers, >*# time you tome to a Refolve. Lue. C., isje ali go into your Opinion. Cafars Bebaiìiour bus convìneed tbe Senati Wc ougbt to bold it out tilt Terms arrive. Scmpr. We ougbt to bold it out till Deatb i but, Cato, My private Voice is drown d amid tbe Semate 's. Cato. Tben let ns rife, my Friends, and ftrive to fili Tbis little Internai, tbis Paufe of Life, [ IVbile yet our Liberty and Fates are doubtful ] IVitb Revolution, Frìendfbip f Roman Brani ry, Aad ali tbe Virtues isjc can crowd into it; Tbat *S )fr Ma che è vita? Non è in piede ftarfi^ E la frefea aria trar di mano in mano, O il Sol mirare; è libero efler, vita. Allorché Libertà è andata, viene Infipida la vita, e foiza gufto. Piantaffe pur mia moribonda mano Dentro il feno di Cefare una fpada 9 E così vendicaffi la mia Patria ! Per Io Ciel goderia della mia morte, E nella mia agonia io riderei. Lue. Per ventura altri può fervir fua Patria Con così caldo zel, bench' ei non Ca Da tanta rabbia e furia infiammato. Sempr. A i tiepidi amatori della Patria Sobria condotta è una virtù poflente. Cat. Non piò : Sempronio, tutti Cam qui amici A Roma, e Y uno all' altro; ah non volere Infiacchir la già troppo debol parte Per noftre divifion. Sempr. Caton de i miei Rifcntimenti un facrificio io faccio A Roma, e a voftri rimproveri io cedo. Cat. Padri, qui di rifolvere fia d' uopo. Lue. Tutti in voftro parer, qui fiam concordi. Cefare per fuoi modi fa rifolvere Al Senato, che attendanti 1' offerte. Sempr. Anzi la morte 5 ma, Caton, la mia Voce non è più udita. Cat. Andiamo, Amici E temiam riempir quefto intervallo Picciolo, quella paufa della vita [ Mentre libertà noftra, e faro pende ] Di coftanza, amicizia, e cuor Romano, E di tutte virtù, che entrar vi ponno; *( 66 )>• That Hearìn may Jay y U ougbt to le prolong i. Fatbcrs, fareweli Tbe young Numidian Trina Comes for-ward) and expetfs to know ottr Connetti. [ exit Sena to rs. cntcr Juba • C.. Juba 5 ibi Roman S enate bas reJoln)d y Till Time gi luba, il Roman Senato ha rifoluto \J Attender miglior tempo: e fguainata Contra Cefar tener Ja fpada intanto. Giub. Quefto conviene ad un Roman Senato. Soffri, C., e condifeendi alquanto Ad un giovane udir. Mio Padre, quando Alcuni giorni avanti la Tua morte Di marciare per Urica ordinommi, [ Laflo ! fua morte io non credea sì preflò ] Piangendo mi firingea in fue vecchie braccia. E come il duol gli permettea : mio figlio, Dille [ qual forte avvenga al Padre tuo ] Sii di C. amico; egli alle illuftri £ valorofe imprefe a Ile vera rt i : Tu ben Y oiferva; apprenderai da lui, O fchivar le (venture, o fopportarle. Cat. Giuba, era un degno Principe tuo Padre, E degno ( ahi Jaffo ! ) di miglior dettino > Ma altramente difegnaro i Cieli. Giub. Il deftin di mio Padre, ad onta ancora Di tutta la fortezza, che- rifplende Nel vivo e grande efempio di C., L'anima doma, e gli occhi empie di pianto. Cat. E' un onefto dolore, e ti ila bene. I i Giub. Fca- Jub. My Vatber drew Refpecl front forcìgn Climes : The Kings of Africk fought bim for tbsir Friend; Kittgsfar remote, that rule, as Fame r efori*, Behind the btdden Som ce s of the Nile, In diflant JVorlds, on iother fide the San: Oft bave the ir Hack Amhaffadors appeard y Loadett witb Gifts, and fiWi the Court s of Zama. Cato. / am no S franger to thy Fathers Greatnefs. Jub. Iwould Kot boaìi the Greatnefs of my Fatbcr, Bttt poÌKt out new Alliances to C.. Had we not better leave tbis Utica, To arm Numidia in our Caufe, and court Tb % Ajjtftancc of my Fathers powrful Friends t Did tbey know C., our remoteft Kings Woud pour embattled Multitudes about bim;. Their fwartby Hofts wottld darken ali our Flains y Doubling the native Horrour of the IVar 5 And making Deatb more grim. Cato. Andcanft thou thivk C. will fly before the Sword of C&far ? Reduced, like Hannibal, to feek Relief From Court to Court, and wander up and down y A Vagabond in Africk ! Jub. C., perbaps Tm too cjficious, bttt my forward Cares JVoud fatn preferxe a Life of fi mucb Vaine. My Heart is wounded, wlen I fee fucb Virtue Affiitled by the Weight of fueb Mhfortunes C.. Thy Hoblenefs of Soni obliget me. Gìtìb. Feano a mio Padre ftrani climi onore : Cercavan fua amiftà Regi Africani, Remotiflìmi Re, che come fama Rapporta, dietro alle nafcofe fonti Del Nilo regnano, in lontani Mondi, Di là dal Sol : fovenje fon comparii Lor negri Ambafciator, carchi di doni, Ed empiute di Zama hanno le Corti. Cat. Della grandezza di tuo Padre ignaro Non fon. Givi. Non la decanto; ma fol voglio Additare a Caton nuove allianze. Non è il miglior, quefV Utica Jafciare Per armare Numidia in noftra caufa, E cercar 1' aflìftenza de' potenti Amici di mio Padre? Se a ior noto Fotte C.; i più remoti Regi Turbe battaglierefche intorno ad eflo Verferian pronti : Ior morefche armate Ofcureriano tutti i noftri piani, Della guerra l'orror natio doppiando, E crefcendo alia morte lo fpavento. Cat. E puoi penfar che C. fuggir voglia Così di Cefar d'avanti alla fpada, Ridotto, come Annibale, a cercare Di Corte in Corte mendicando aita, E per T Affrica errare vagabondo ? Gìnb. Caton, forfè eh' io fon troppo officiofo > Ma P ultronee mie cure volentieri Prefervar voglion vita di tal pregio. Vien ferito il mio cuor, quand' io rimiro Un tal valor, di tai fventure afflitto. Cat. Tua nobiltà di cuor molto m* aggrada • Ma Digitized by Google Bnt faow, young Prince, /taf V atout foars alone Wbat the World calli Misfortune and Afflicìion. Tita/ff, I cortld piene myHcart, MjfooJifù He art ! Was ever Wretcb Vile Juba f Syph. Alas, tny Prince boisj are you ebanged of late ! Fve known young Juba rife, before tbe San y To beat tbe Tbicket vjhere tbe Tyuer flept, Or feek tbe Don in bis dreadfnl Haunts : Ho-w àid tbe Cclour mount into yo&r Cbecks, IV ben firfì you rotti d bim to tbe Cbace ! Tve feen you Eva in tbe Lybian Dog- day s bunt btm down, Tben ebarge btm clofe 3 protoke bim to tbe Rage Of Fangs and Claws, and ftooping from your Horfe liivet tbe panting Savage to tbe Ground, Frisbee y no more !. Syph. Hoc nuoti d tbe old King f mite To [ce you voùgh tbe Faws, vubcM tìffitsAtb Gold, Ani Non è tempo a parlar, che di catene : O di conquida, Jibertade, o morte. fmeCat) SCENA V. Sifacc, e Giaba. « Sif. Ty Rence, che è ciò ? perchè cosi confutò? Jt Par giudo, come fequedo Filofofo Rigido, or or v' a vede rampognato. Ciab. Ah Siface, fon morto. Sif. Io ben Io veggio.' Club. Difpregiami Caton. Sif Sì faran tutti. Ciub. Io aveva a lui feoperta la fiacchezza Di mi* alma, 1* amor eh* io porto a Marzia. Sif Bel perfonaggio certo quel di C. A confidargli un' iftoria d' amore ! Ciub. Oh potefs' io paffarmi il cuor, mio feiocco Cuore; fu feiagurato mai qual Giuba ? Sif Prence, oh quanto da quel di pria cangiato/ Da quel che fi levava avanti al Sole, Battea la macchia, ove dormia la tigre, £ cercava il lion nella fua tana. Come il color montava in vodre guance," Todochè di/cacciato ei fuor fcappava ! Io ho veduto voi ancor ne* giorni Canicolari d* Affrica sforzarlo, Caricarlo ferrato, provocarlo Alla rabbia de denti e delle zampe: £ dal veltro deftriero giù badandovi Al fuolo conficcar 1' anfante belva. Ciub. Deh non più. Sif Come forride va il vecchio Rege a vedervi delle gravi zampe K - Guar-And tbrow tbe jbnggy Spoils about your Shouìders /* Jub. Syfbax, fai/ o/i Afa» V Talk [ Honry fl May fuba ever live in Ignorarne ì Syph. Go, go> youreyotitjg. Jub. Coir, muft I tamely bear Ibis Arrogance unanfwerd ! Tbourt a Traitor 1 AfalfeoldTraitor.. Syph. / baie gone too far. ( Afide i Jub. C. fball know tbe Bafenefs of tby Soul. Syph. Imuft appeafe tbisStorm^orpcrìfbinit. ( Afide à Toung Prince, Moli tbefe Locks, tbat aregrown wbito Beneatb a Helmet in your Fatbers Battels. Jub. Tbofe Locks fball neer profeti tby Infoiente. Syph. Muft one rafb Word y tb y Infirmity ofAge y Tbrow down tbe Merit of my better T earsì Tbis tbe Reward of a wbole Life of Service ! Carfe on tbe Boy ! How fteadily be bcars me ! ( Afide, Jub. // it becattfe tbe Tbrone of my Fore-fatbers Stili (lands unfiird, and tbat Numidìas Crown Hangs doubtful yet, wbofe Head it fball enelofe, Tbou tbus prefumeft to treat tby Prince witb Scorn ? Syph. Wby isoill you rive my He art vjìtb fnch Exprefflons ? Do / not old Sypbax follow yon to War ? Wlat Digitized by *3( n)b Ed i Catoni ( queiY Iddìi terrcftri ) Di violate vergini, e rapite Sabine, tutti fon la fpuria razza. u Club. Temo, che in quefti tuoi capei canuti j S'appiattiairoppo TAfiFricane frodi. j \ Sif. Certo, mio Prence, non avete il Mondo Per anco apprefo, nèftudiato l'uomo. Giovane ammiri d* anima Romana Le dog] iole gonfiezze, e di C. Gli arditi voli, e di virtù ftranezza. Club. Senei fa pere il Mondo, l'uomofafli Disleal, viva ognor Giuba ignorante. Sif. Via via : giovin fete. Giub. Oh Cicl ! degg'io Cheto fofFrir queft' arroganza ? Sei Tradicor, falfo vecchio traditore. Sif. a fané. Troppo lungi fon corfo. Giub. Saprà C. La viltà del tuo cuor. Sif. Bi fogna eh' io Calmi quefta tempefta, o che perifeavi. a parte. Mira qucfti capei venuti bianchi Sotto l'elmetto là nelle battaglie Del Padre voftro, o Prence ? Giub. Quefti tuoi Capei non copriranti Y infolenza. Sif. Da un debol vecchio uno (cappato motto Porterà via de* migliori anni il meno? A ciò vengono i dì fpefi in fervizio? Maledetto fanciul / Com'duro afcoltami! a parte* Giub. Forfè perchè de' miei maggiori il trono E* voto ancora, e ancor dubbiofa pende La corona Numidica, pjefumi Di fchernire il tuo Prence ? Sif. Perchè vuoi Partirmi il cor con qqefti duri accenti ? Siface il vecchio non vi fegue in guerra ? Ch'è Wbat are bis Aims ì Wby dos be load witb Darts His trembling Hand y and crufb lene ai b a Cask His wrinkled Brows ? Wbat is it be afpires to ? Is it not (bis ? to fbedtbe jlow Remains, His laft poor Ebb of Blood in your De f enee 1 Jub. Sypbax y no more ! I wou d not bear you talk. Syph. Not bear me talk ! Wbat y wben my Fatto to ]t*ba y My royal Maflers Son y is eaWd in queftion f My P fine e may ftrike me dead, and TU be dumb : But wbìlft I li ve I mufi not bold my Tongue^ And languifb ont old Age in bis Difpleafure. Jub. Tbon knowfl tbe IVay too well into my He art, / do bclicve tbee loyal to tby Prince. Syph. Wbat greater hi fl ance can l girne ì Fwe offerd To do an Aftion wbub my Soni abbors y And gain you wbomyou love at any Priee. Jub. Was tbis tby Motive ? I bave been too bafty. Syph. And 'tis for tbis my Prince bas caWd me Traytor. Jub. Sure tbou miflakeft j I did not cali tbee fa. Syph. Ton did indeed y my Prince y you calN me Traytor : Nay y furtber y tbreatendyoud complain to C.. Of wbat, my Prince y wou d you complain to C. ? Tbat Sypbax lo r vesyoa, and woud facrifice His Life y nay more y bis Honour in your Service. Jub. Sypbax y 1 know tbou lowft me y but indted Tby Z e al for Juba carried tbee too far, Honottrs a facred Tie, tbe Law of Kings y Tbe noble Mintfs diflinguifbìng Perfeùìion y Tbat aià's and ftrengtbens Virtue y wbere it meets ber, And imitates ber Aclions y wbere fbe is not: It ougbt not to be fported witb. Syph. By Heavns Imrawfht wben you talk tbus y tbo yoa thide me Ch'è Aia mira? perchè di dardi carica La tremula fua mano, e forco Telmo Preme rugofa fronte ? a che afpir* egli, Altro che a ciò ? Spargere i pigri avanzi, E il fil di fangue eftreroo in tua difefa. Giub. Taci, Siface; udirti io più non voglio. Sif Non più udirmi ? allorché mia fede a Giuba Il figlio del mio Re, viene in contefa ? Può darmi morte il Prence, ed io fio quetoj Ma viver non G può tacendo, e trarre La mala età languendo in fua difgrazia. Giub. Ben conofei le vie dentro al mio cuore : Credo, che al Prence tuo tu fii leale. Sif Qual maggior prova io potea dar, che a tua Amata guadagnarti ad ogni prezzo, Cofa proporre, che'l mio cuore abborre? Ciub. Fu quefto il tuo motivo? Io corfi troppo. Sif. Perciò il mio Prence traditor chiamommi. Giub. T'inganni: così io non ti chiamai. Sif. Certo, o mio Prence, traditor chiamaftimi. Anzi più: minacciarti a C. dirlo: Che dir, mio Prence, fe non che Siface V'ama, e facrificar vuol la fua vita In fervizio di voi, anzi il fuo onore. Giub. Siface, so che ra' ami \ ma di vero Tuo zel per Giuba andava troppo innanzi. Santo vincolo è onor, legge de* Regi, Delle menti gentili illuftre impronta, Che virtude avvalora ove fi trova; Ed ove non fi trova, egli 1* imita. Non fi dee far beffe di lui. Sif. Oh Cieli ! Il tuo parlar, benché mi fgridi, incantami. Laffo: AUt y T*vc hìtberto been nfed to tbink A blind officious Zeal to ferve my King Tbe ruìing Principle, tbat ougbt to bum And qucncb ali otbers in a SubjetJs Heart. Happy tbe People iscbo f re ferve tbe ir Honour By tbe fame Duties tbat oblige tbeir Prince ! Jub. Sypbax y tbou uow beginfi to fpeak tby felf, Numidia s grown a Scorn among tbe Nations For Breacb of publick Vowt. Our Punici Faitb Is infamous > and branded to a Proverb. Sypbax, Tvclljo'm our Cares, topurge away Our Country t Crime t, and clear ber Reputatoti. Syph. Belirve me, Prince, you moke old Sypbax isjeef To bear you talk ■ but 7ix isoitb Teart offof. lfe*reyour Fatbers Crown adornyour Browt, Numidia voill be bleft by Catot Leèluret. Jub. Sypbax, tby Hand ! ve' Il mutuai ly forget Tbe IVarmtb ofToutb y and Frowardnefs of Age: Tby Prince etieems tby Wortb, and loiìct tby Perfon. // ere tbe Scepter comet into my Hand, Sypbax fball fi and tbe fecond in my Kingdom. Syph. IV bk v) di you owerwbelm my Age vSitb Kindnefsì My Joy grows burdeafome, I fba ut fupport it. Jub. Sypbax, farewell. 27/ beate, aad try to find Some bleft Occofioa tbat may fet me rigbt In Catos Tbougbtt. Td ratber bave tbat Man Apprwe my Deedt y tban Worldtfor my Admirert. [ Exit. Syphax folus. Toung Mea fooa gicd y and glorie s in its Htigè?. Sucb is tbat bawghty Man y bis fo-tv ring Soni 9 % Mìdft ali the Shock s and Injuries òfPorttfne- 9 Rifes fuperiòr, and looks downon Cafar. Syph. But *wbats tbis Meftengér* Sempr. Vwe praElisd vótlrblm, Andfound a Mèàns to let tbe Vitlor know Tbat Sypbax and Sempronio are bis- Fritnds. But Tradltor: quelle voci, temerario Garzon, chi sa? ti cofteran ben caro. Folle affetto per te finora avea; Ma via, è andato, io lo confegno a i venti, Cefar, fon tutto tuo S'tface, e Sempronio. Sif. Ob / ben venuto Sempronio; sì, che rifolvè il Senato Di Caro, d'afpcttare d' un' affedio Il furore più tofto, che di cedere. Semp. Siface, ambo del fato all'orlo fummo, Lucio volea la pace, e di trattarne A C. offriva il meflaggier di Ce fa re. Se il Senato ù folle fortomeffo Pria che i noftri difegni maturaffero, Nella comun ruina ambo rinvolti Perivamo indiftinti. Sif. Che fa C. ? Semp. Scorgerti il Monte Atlante: mentre in cima Fulminan le borrafche, e le temperie £ i mari al piede fuo rompono l' onde, Superbo di fua altezza, immobil ftaffii Tal quefto altier. Su' alma torreggiarne Tra i contratti e gli affronti di fortuna Sta fopra, e guarda Cefar giù nel fondo. Sif. Ma qual è quefto meffaggicr? Semp. Con lui Io praticai, e lo trovai buon mezzo A far fapcre al vincitor, che fìamo Ambi del fuo partito, or tu mi lafcia L a Efami- Bar Ut me now examine in my Tarn : Is Juba fixtì Syph. Tes, but U is to Caio. Fw tryd the Force of e^ry Reafon on bìm, Soottid and carrefsd y been angry, footUd agaia 9 Layd Safety, Life, and Ini refi in bis Sigbt, Bue ali are vain y be feorns tbem ali f or Caco. Sempr. Come y Uis no Matter, uve /ball do -witbout bim; Hill mate a p retry ligure in a Triumpb, And ferme to trip before tbe Viclois Cbariot. Syphax, I tio-w may bope tbou hafl forfook Thy Juba s Caufe, and "jjifbesl Marcia mine. Syph. May jbe be ibi ne as fafl as tbou ivo/i dsl bave ber! Sempr. Syphax, / loie tbat Woman\tbo Icnrfe Hcr and my felf \ yet flight ofme, I love ber. Syph. Make C. Jure, and gi> > - famttt :bet. / farri to tbhl hs not but witb Life. Marc. Fortius, tbou knowfi my Soul in ali hi Weahtefs Then pritbee fpare me on its tender Side, Indulge me but in Love, my otber Fajftons Sball ri [e and fall by Virtues niceft Kules. Porr. Wben Loves wcll t'irne à, *tis not a Fault tolove. Tbe Stro»? y the Brave, the Virtnons, anà the IVifc y Sink tu the foft Captìvity together. I wotid Marco, e Tornio. Mar. Razie alle flellc, ch'io non ho cercato _ Per T erme ftrade della vita amico. E per tempo infegnommi, per fegreta Forza d'amar, la tua perfona, avanti Che il gran merito tuo io conofceffi $ Finché quel ch'era inftinto, amiftà venne. Tor£. Marco, del Mondo l'amiftadi fpeffo Leghe di vizj fono e di piaceri. La noftra in bafe di virtù fondata Terminare non può, che colla vita. Mar. Porzio, tu fai tutte le mie fiacchezze : Rifparmia il cor dalla Tua debol parte : Solamente in amor fi imi indulgente. La virtù colle Tue più efatte norme Degli altri affetti miei farà alto e baffo." Por%. Allora quando è di ftagion l'amore, Non è fallo l'amare: il forte, il bravo, L' uom dabbene, e '1 prudente sì fi danno In una dolce fchiavitude infieme. Natura a me prima additò il mio Porzio; Non J u>o*V not urge tbee to difmifs tby Faffton ] [ / kuou) 'fwere *vain ] but to fupprefs iti Force l Till Inter Times may moke it look more graceful * Marc. Alasi tbou talìCft like one isolo ncvcr feh Tti imjatient Throbbs and Lottgittgs of a Sotti, Tbat panis, and reacbes after difiant Good. A Lcver dos not li And yet ivben 1 beboldibe cbarming Maid Tm tentimes more undonej isolile Hope, and Feafy And Grief, and Ragr, and Love, rife up at once, And isoitb Variety of Pain diftratl me. Port. Wbat can tby Portius do togiue tbee Help ? Marc. Forti us, tbou oft enjoyfi tbe Fair Qnc*s Frefeuctt Tben undcrtake my Cauje y and plead it to ber IVitb ali tbe Strengtb and Heats of Eloquence Fraternal Love and Friendjbip can infpire. Teli ber tby Brotber langttifbe's to Deatl, And f ade s aisoay, andwitbers in bis Bloom; Tbat be forgets bis Sleep y and loatìfs bis Food, Tbat Totttb, and Healtb, and War are joylefs to htm : Dejcribe bis anxious Days, and reftlefs Night, And ali tle Torments fiat tbou feefi me fuffer. Port. Marcus, I beg tleegive me net un Office Tbat fuits witb mefo ili. Tbou bnowft my Temper. Marc. IVilt tbou bebold me finking in my IVoes f And wilt tbou not reacb out a friendly Arm r To Di Non prefserom a cacciar tua paffione ( Sò che farebbe van ) ma a raffrenarla, Finché tempo miglior ne la ftagìoni. Mar. Eh che tu parli come uom, che non mai Provò Je dure e le cocenti cure D'un cor gì' impazienti afpri tlnghiozzì, Che ftiran I alma dietro a un ben lontano. Non è tempo comun quel dell'amante. Porzio, allorché mia Lucia era lontana, Ptfava e m' era a carico la vita; Ma quando poi rimiro la vezzoia Donzella, fua prefenza mi disface: Mentre fpeme, timor, dolor, furore, Ed amor fi follevano ad un tempo, Em'arrabbian con varj lor tormenti. Tor%. Qual può tuo Porzio a te donare aita? Mar. Porzio, tu godi fpeffo la prefenza Della bella: or tu prendi la mia caufa, E in mia difefa tutta quella forza, E vivo ardore d' eloquenza adopra, Che amor fraterno ed amiftade infpirì. Dille, che il tuo fratel languifce a morte, Ed appafsifce e feccafi in fuo flore s Tal ch'oblia il fon no, ed abborrifee il cibo» Gioventù, fanitade, e guerra fono A lui prive di gioja : sì, deferivi le Gli anfiofi giorni, e le inquiete notti, E ogni martir, che tu vedi eh' io fofTro. Tor. Marco, io ti priego non m* ingiugner carico Che mi torni sì mal : tu mi conofei. Mar. Voi tu mirarmi morto ne' miei guai? Negando porger amichevol braccio Mi A tr To raìfe me from amidft tbis Flange ofSorrows ? Port. Marcus, tbou tanfi notask wbat Vd refife. But bere beitele me Tue a tboufand Reafons Marc. / know tbou le Jay my Pafftons out of Seafon y Tbat Catosgreat Examfle and Misfortunes Sbould botb candire to drive itfrom my Tbougbtt. But ivlai* ali ibis to one *wbo love* like me ! Ob Portius y Portius, from my Soul I vuifb Tbou dìdfl but know tby felf wbat Vii to love i Tben woudfi tbou pity and ajjìft tby Brotber. Porr. Wbatfboud I do! If I difclofe my Fafson Our Friend/hip 1 s at an end: If I conceal ìt 9 Tbe World will cali me f alfe to a Friend and Brotber. Afide'. Mar. But Jee wbere Lucia at ber wonted Hor/r y Amid tbe tool ofyou bìgb Marble Arcb y Enjoyt tbe Noon-day Bree^e ! Obferve ber, Portius f Tbat Facejtbat Sbapejbofe Eyes, tbat Heavn of Beauty # Obferve ber wcll, and blame me if tbou tanfi. Port. Sbe fees tts, and advances Marc. TU witbdraw, And leaue you for a vjlile. Remember, Fortini \ Tby Brotber s Life depends upon tby Tongue. [ Exit » Entcr Lucia. Lue. Did notlfee yonr Brother Marcus bere? Wby did be fly tbe Place, and fbun my Prefence * Port. Ob, Lucia, Language is too faint to fbou> Hit Rage of Love j it preys upon bis Life > He pine*) be fickens, be defpairs, be dìes; Hit A trarmi fuor di quefto mar d' affanni? For%. Marco, chieder non puoi cofa, ch'io nieght; Ma qui, credimi, ho io mille ragioni... Mar. So, che fuor di ftagion tu dì, il mio affetto, Di C. il grand' efempio e le (venture Cofpirare a cacciar me '] dalla mente j Ma che è tutto ciò ad un amante, Qual io fon? Porzio, Porzio, che tu ftefso, Che cofa è amor, provafsi, adorerei : Pietade allor di tuo fratello a v retti. Tor%. Or che farò ? Se mia pafsion difeuopro, Noftr' amicizia è ita : s'io la celo, Falfo amico e fratel dirammi il Mondo, a [arte Mar. Ma vedi dove all' ufata ora Lucia Della marmorea loggia in mezzo al frefeo Sta godendo il meriggio ! Porzio, mirala. Che occhi, volto, vita! che bellezza ! Mirala bene : e fe tu puoi, mi biafma. tor%. Eliaci vede, e avanza. Mar. Io voglio andare £ per un poco di tempo lafciarti. Sovvienti, Porzio, che di tuo fratello Dalla tua lingua la vita dipende. [arte Lucìa, e Forgio * lue. V 7 Oo ho veduto qui voftro fratello ? lN Perchè fuggì, fchivo di mia prefenza ? lors>. O Lucia, troppo è debole la lingua A dimoftrar il fuo rabbiofo amore. StruggeG, langue, fidifpera, e more. Hit paffions ani bis Virtues He confaci, And mixt togetber in fo wild a Tumuli, Tbat tbe tubale Man is qu'ite disfiguri in bini, Heawnt ! njouà one tbink Uivcre pojjìble for Love To mah fftcb Ravage in a noble Soni ! Ob, Lucia, Vm diftrefsdì my Heart bleeis for bìm\ m Evn now, nobile tbus I ftand bleft in tby Prefenct, * A fecret Dump of Grief comes oer my Tbougts, And Vm unbappy > tbo tbou fmilesl upon me. Lue. How vuilt tbou guard tby Honour, in tbe Shock Of Love and Friendjbip ! tbsnk betimes, wy Porti us, Tbink bow tbe Nuptsal Tie, tbat migbt enfure Our mutuai Blijs, vvoud raife to fuch a Height Tby Brothers Grief s, us migbt perbaps deftroy bim. Porr. Aìas,poor Toutb! wbat dofi tbou tbink } my Lucia ? His genrous, open, undefigning Heart Has btgd bis Rivai to folliàt for him. Tben do not firike bim dead witb a Dentai, But bold bim ttp in Ltfe, and ebeer bis Seul Witb tbe faint glimm ring of a doubtful Hope: Perbafs, wben bave pafsd tbefe gloomy Hottrs, And weatber'd ora tbe Storm tbat beats erpon us Lue. No, Portius, no ! Ifee tby Sislers Tears, Tby Fathers Avguijb, and tby Brotbers Deatb, In the Purfuit of our illfated Loves. And, Portius, bere Ifwear, to Heavn I fwear, To Heavn, and ali tbe PoisSrs tbat judge Mankind ì Never to mix my flight ed Hands -witb thinc y Wbih Sì con un certo Incognito indiftinto Son virtudi ed affetti in un confufi, Che tutto Tuom dei tutto è in Jui disfatto. Cieli ! come è pofsibil, che cotanto Abbia guado V amor sì gentil' alma? O Lucia, fono in grande angofeia; è il cuore Per mio fratel trafìtto : anco in queft' ora, Che felice mi trovo at tuo cofpetto, Segreta nebbia di dolor mi grava : Mi fero io fon, benché da te gradito. Come vuoi tu il tuo onor guardare In contratto d'amore e d' amicizia? Penfa per tempo, caro Porzio, penfa, Che il vincol nuzial, che ri afsicura Noftri mutui contenti, a sì fublime Punto alzerà del tuo fratel le pene, Che di fua diftruzion fian la cagione. ?or%, Povero giovan / Che penfi, mia Lucia ? Suo generofo, aperto, e fchietto cuore Chiefc al rivai follecitar per lui. Dunque non dargli morte con un niego 5 Ma tienlo io vita, e V alma gli carezza Con fottil tremolar di dubbia fpeme. Forfè, quando i di fofchi avrem pafsati, £ alla tempefta, che ci batte 9 retto.... Z*r. Nò, Porzio: veggio di tua fuora il pianto, Del padre il duolo, e del fratel la morte Nel (eguir reo deflin di noftri amori. Io giuro, Porzio, per 11 cieli io giuro, Per li cieli, e per tutte le potenze, Che l'uman gener giudican, non mai Gon tue mifchiar le mie congiunte mani „ Men-h IVhìU faci a Ciotti of Mifcbicfs bangs ahut ttt l But to forgct onr Loves y and drive tbec cut From ali my Tbougbts y as far as I am abh Port. Wbat baft tbou Jaid ! Tm tbunder-JIruck !..Recali Tbofe bafìy IVords, or I am loft for ever. Lue. Has not tbe Vow already pafs'd my Lips ? Tbe Cods bave beard it y and Vii fcaCd in Heavn. May ali tbe Vengeance y tbat was cver pourd On perjurd Heads y o\r-j;belm me y if I break it ! [ After a Paufe, Port. Fixt in Aftonifbmcnt y I ga^e ujton tbe e; Like one jufi blafted by a Stroak from Hcavn, il bo pani s for Breatb y and fliffens y yet alive y In dr e ad fui Looks : A Montment of Wratb ! Lue. At lengtb Fve acled my fevereft Fart y Ifeel the IVoman breaking in vpon me y Jind mclt atout my Heartl my Tears utili flow. But oh VII tbìnk no more ! tbe Hand of Fate Has torn tbee from me y and I muft forge t the e. Port. Hard-bcartcd\ cruci Maidl Lue Ob ftop tbofe Sounds y Tbofe killing Sound: ! IV by doft tbou frorwn upon me t My Bloodmns cold, my Hcart forge fs to beave, And Life itt felf goes out at tby Difpleafure. Tbe Gods forbid as to indulge our Loves, But ob ! I cannot bear tby Hate and live ! Port. Talknot of Love y tbou nevcr kncwft Ut Force. Fve becn delti ded, led info a Dream Of fancied Blifs. 0 Lucia, cruci Maidl Tby dreaJful Vow y loaden isoitb Deatb y Jlill fottni s In my fiumi d E ars. IVbat [ball I fay or do? Qvick y /et r/s part ! Ferdìtìons in tby Frcfence, And Digitized by Google Mentre tal nube di feiagura pende Ma obbliar noftri amori, e fuor cacciarti De' miei penfier... si lungi... quant'io pofso. Tor^. Ch'ai detto? fulminato fon : richiama Le temerarie voci, och'io fon perfo. Lue. Pacate ha le mie labbra il giuramento: Dei l'anno udito, ed è firmato in cielo. Può tutta -la vendetta, che giammai Si versò fopra le fpergiure tede, Inondar me, fe '1 giuramento io rompo. apprejfo uvapaufo, Tor^. Fifso in ifmarrimento, io pur ti guato, Qua] divampato da celefte foco, Che anfanando intirizzati ancor vivo In fieri fguardi, monumento d' ira. Lue. Già fatta ho io la più fevera parte: Spuntare in me la femmina ornai fento, Ed ammollirti il cuor: verrammiH pianrrj Mai' non vo'più penfar. La man del Fato T ha da me fvelto, ed io debbo obbliarti. ?or%. Difpietata, crudel ! Lue. Ferma gli accenti I fieri accenti : a che sì corvo mirimi? S'agghiaccia il fangue, e più non batte il cuore, E pe *1 tuo difpiacer la vita manca. Ceflan gli Dei de' noftri amori il corfo; Ma da te odiata, ohimè, viver non poffo. For%. Taci d'amor: tu noi provarti mai. Stato fono ingannato con un fogno D'immaginato ben. Lucia crudele ! Tuo voto fier, carco di morte, ognora Mi rintruona l'orecchie 5 or che degg'io Dire o far? tolto > via : sì, fepariamoci : N Ster- HG/ror W/r 4fo*f / Hai, yj* f flPrtft £ I am ! what bas my Rafbnefs done ! Lucia, tbou injurd Innocencc / tbou beft Andlovclyft of tby Sex ! awake, my Lucia f Or Portins rnfbe's on bis Sword tojoin tbee. He r Imprecations reacb not to tbe Tomb, Tbey jbut not out Society in Dcath. But Hab ! Sbe monjes \ Life wandert up and down Tbrougb ali ber Face, and ligbt's uf enjry Cbarm. Lue. 0 Portius, was ibis vocìi I tofrown on ber Tbat lives upon tby Smiles ! to cali in Doubt Tbe Faitb ofone expiring at tby Feet, Tbat Ionie*! tbee more tban euer Woman lovd ! Wbat do I Jay ? My balf- recover d Senfe Forge? s tbe Vow in vjbicb my Soni is bound. Deftrutlion ftani s betwixt us\We muti part. Porr. Name not tbe IVord, my frigbted T bonghi t run back, And tlartle into Madnefs at tbe Sound. Lue. Wbat woudfi tbou baite me do ? Confider well Tbe Traìn of llls onr Love woud draw bebind it. Tbink, Portius ^ tbiuk, tbou [ce ft thydying Brotbet Stabb"d at bis He art, ani ali befmeard -witb Blood y Storming at Heavn and tbee ! Tby arwful Sire Sternly demani s tbe Caufe, tV aeeurfed Caufe, Tbat robb's bim of bis Son ! poor Marcia trembles % Tben tearet ber Hair, and frantici in ter Griefs CalFs out on Lucia ! Wbat Sterminio e orror t'attornia... Ah! Ella fviene. Sciagurato eh* io fon / Che feci mai ? Oltraggiata innocenza ! Oh tu, che fei La migliore e più amabil delle Donne ! Svegliati, Lucia mia; fe nò, il tuo Porzio Cade falla fua fpada a unirti teco. I tuoi giuri non flendonfi alla tomba, Nè vietan noftro unirci nella morte,.. Ma ecco ! ella refpira, ella fi muove; Già la fmarrita vita al fuo fembiante Ritorna, e accende quivi ogni fuo vezzo. Lue. O Porzio, parti fofse buona cofa Torvo guardar chi del tuo rifo vive? £ rivocare in dubbio di colei, Che fpira a' piedi tuoi la ferma fede ? Ch'ama più ch'altra femmina giammai?Ma che difsi ? il mio mezzo ricovrato • Senfo dell' alma obblia lo ftabil voto. Sta ruina fra noi / d'uopo è Earrjyc^ - Por%. Non dir ciò: miei penfier tremando arretrano, E fuggon delirando a quelli accenti. Lue, Che vuoi eh* io faccia ? be n rip enfa al treno De guai, che'l noftro amor portati dietro. Pcnfa, Porzio, deh pente, che tu vedi Tuo fratel moribondo effer trafitto Nel fuo cuore, e grondar tuttodì fangue, II Cielo e te fgridando: il venerando Signor, forte dimanda la cagione, La cagion maledetta, che il fuo figlio Gl'invola: Marzia cattivella trema» Quindi il crin (traccia, e in fuo gravofo duolo Farneticando, fi richiama a Lucia. N 2 Equal 4( *oo >jt Wfo* Lucia anfwerf Or bow ftand up in fucb a Scene of Sorrow ! Porr. To my Confufion, and Eternai Gricf, 1 mufl acrome the Sentence tbat deftroys me \ The Mijl tbat bung about my Msnd clears up > And now, atbwart tbe Terrori tbat tby Voiso Has flanted round tbee ^ tbou appearft more fair y More ami alle, andrifefl in tby Charmi, LoDÌyJl of\Vomen\ Heavn is in tby Soul. Beauty and Virtue fbìne for ever round tbee y Brighi ning eacb other ! Tbou art ali Divine ! Lue. Portius, no more ! tbyWordt fboot tbro my Usarti Melt my Rejohes, and turn me ali to Love. Wby are tbofe Tcars of Fondnefs in tby Eyet ? IVby bsavss tby Heart ? Wby fwells tby Soul witb Sorrtrwt It foftens me too mricb Farrwell, my Portius, Pareteli y tbo Deatb is in tbe Word, For-evcr ! Port. Stay, Lucia 5 ftay ! IVbat doft tbou fay ? For-cver ! Lue. Have I not feorn ? If, Portius, tU Succefs Muft tbrow tby Brotber on bis Fate, Farewell, Ob, bow fiali Irepeat tbe Wordì For-evcr ! Port. Tbus oer tbe dying Lamp tb % unfteady Piarne Hangs quivring on a Point y leap's off vy Fits y And fair s again y as loatb to quit itt Hold Tbou mufl not go } my Saul flill hovers oer tbse- And can V get loofe. Lue. If tbe firm Portius fbuke To bear of Parting, tbink wbat Lucia fiffers ! Port. Ti* true; unruffled and fcrene F{. A mia confufione, e eterno cruccia Ho da approvar Temenza, che m'atterrai Quella nebbia > che mia mente ingombrava y Schiarafi, ed a traverfo de* terrori, Che 'I giuramento tuo t' ha podi intorno > Tu più bella e più amabile apparila, £ ricrei ccndo fpiccano i tuoi vezzi. Obelliflima donna ! hai il ciel nell'alma. Beltà e virtù fplendeti ognora intorno, L' una altra ornando : fei tutta divina. la:. Porzio, non più : paffanmi il cuor tue voci y Dhhn la mia fermezza, e a amar mi sforzano. Perchè negli occhi tuoi coterie lacrime ? Perchè il cuor batte, c di duol s' empie V alma ? Troppo m* intenerito : addio, mio Porzio, Addio; benché morte fta in quel : Per Tempre. Tor%. Pian, Lucia, pian. Che detto hai tu : Per fernp Lue. Giurato non ha io ? Porzio > k tua Ventura al tuo- fratello effer fatale Dovefse, addio; oh come potrò ora Quella parola ripeter: Per fempre. For%. Così cade, e riforge in un fol punta Stretta, e mal volentier fuo pofto lafcia La tremolante e moribonda fiamma. ... Tu non hai da partir; l' alma mia fopra Te fi rigira, e non può mai lafciaru. ve Se ad udir di partenza, il fermo Porzia Trema, penfa che cofa foffre Lucia / Trovavanmi fereno e imperturbato r comuni accidenti della vita; Ma ♦J( 102 kfc Sucb an unlook % d for Storm of Uh fair s on me, It bcais down ali my Strengtb. I tannot bear it. We muft noi part. Lue. Wbat do fi thou fayf Not part ? Haft tbou forgot tbe Vow tbat I bave madef Are tbere not Heavns and Gods and Thunder oer us ! « Bu{ fee tby Brotber Marcus benàtt tbis way ! 1 ficken at tbe Sigbt. Once more, Farewell, Farewell, and know tbou wrongft me, if tbou tbinVfl Ever was Love, or ever Gnef, like mine • [ Exit. Enter Marcus. Marc. Fortius, wbat Hopes ? bow flands Sbe ì Ami doomd To Life or Deatb 1 Port. Wbat woudft tbou bave me fay t Marc. Wbat meant tbis penfive Fotturc t tbou appeaiH Like one ama^ed and terrified. Port. Ive Re a fon. Marc. Tby down-caft Looks, and tby diforderdTbougbtt Teli me my Fate. I a si not tbe Suctefs • My Cauje bas found. Port. Vm grievd l undertook it. Marc. Wbat ? dos tbe barVrous Maid infult my Heart, My ahtng He art ! and triumpb in my Paint? Tbat I coud casi ber from my Tbougbts for ever ! Port. Away ! youre too fujpicious in your Griefs > Lucia, tbougb fworn ttever to tbink of Love, Compajftonate s your Fains, and pitie s you. Marc. Compajftonate s my Fains, and pitie s me! Wbat is Com paffton when 'tis void of Love ! Fool i •!( *°i )h Ma quefta di fciagure non previdi Burrafca, batte giù tutta mia forza. Io non vaglio a (offrirla: ah non partiamo. Lue. Che cofa hai detto mai: Ah.non partiamo? Non thfovvien del giuramento fatto? Che Cieli, e Dei, e fulmin ci fon fopra ? ... Ma vedi il tuo fratcl Marco, che viene. Mi rincrefee il vederlo. Ancora addio, Addio : e fappi, che a torto crederai Altro amore o dolore eguale al mio- parte Lucìa.Marea y e Tornio. Mar. Ty Orzio, ci è fpeme? che fa ella? fono JL Detonato alla vita od alla morte? Fonr. Che vuoi ch'io dica? Mar. Che vuol dir cotefla Politura penfofa? tu mi fembri Spaventato e fmarrito. Por%. Honne ragione. Mar. Queft' occhi baffi, e confufi penCeri M'annunziano il mio fato: io più non chiedo, Qua! fia il fucceffo della caufa mia. Por^. D'averla prefa a far, forte mi pefa. Mar. Forfè la cruda ATI mio. cuore infulta? Su 1 cuor trafitto e nel mio duol trionfa ? Poteffila dal cuor cacciar per fempre ! Por%. Via: troppo fofpettofo il duol fi rende. Lucia, benché giurò di non penfare D'amor, pure ha pietà di voftre pene. Mar. Di mie pene ha pietà ? ma qual pietate Vota d' Amor ! folle eh' i' era a fcegliere Edi ( KM ) S» Tool tbat I mas to elafe fo colà a Friend To urge my Canfe ! Compafftonates my Paint] Tritbse niSbat Art, what Rbet'rick d'tdffi thou fife To gain tbis mighty Booti ? Sbe pitie s me ! To one tbat ask's tbe warm Return? of Love, Compaffions Crueky, Vw Scora 5 9 $it Death Porr. Marcus, no more! bave 1 deferì % d tbis Treatment ? Marc IVat bave I faidì O Fortius, 0 forgile me ! A Sotti exafprated in llls falls ont Wìth entry tbing, Ut Friend, its felf But bah, IV but means tbat Sbottt, big witb tbe Soands ofìVar? What new Alarm ? Porr. A fecond y louder yet, Swells in tbe Winds, and comes more fall npon ut. Marc. Ob, fcr fome glorio» s Caufe tofall in Battei ! Lucia, thou baffi undone me i tby Difdain Has Iroke my Heart : 'tis Death muffi giqje me Eafe, Porr. Quid, lei ut benec, wbo kno-ws ifCatos Life Stand furel 0 Marcus y I am vjarmd, my Heart Le api at tbe Trumpeft Voice y and burns fot Glory; [ Excunt: Enter Sempronius vvith the Lcadcrs of the Mutlny : Sempr. At lengtb tbe Winds are raisdfhe Storm blowshigb, Be ityonr Care, my Friends, to ieep it up In ii sfidi Fury, and direft it right, Ti// // has f pent it felf on Catos Head. Mean Tubile FU bird among bis Friends, and feem One of tbe Number, tbat isohateer arrive, My x r „ «?( »*J )&* Un così freddo amico a proccurare Mia caufa. Ella ha pietà de] le mie pene ? Deh qual'arte o rettorica impiegaci A procacciarmi quefta gran mercede ? Ella ha pietà di me? A un che chiede Vicendevole fiamma ncir amore, Pietate è crudeltade, è fdegno e morte For%. Marco, non più: ho io ciò meritato? Marc. Che mai ho detto ? Porzio, perdóno. Un'alma, eh' è inafprita ne'fuoi mali, D'ogni cofa s'annoja; degli amici, Di fe ftefla. Ma oh ! quefto rumore Che vuol dir, di guerrieri (boni pregno ? Qual nuovo all' arme? Por%. Un' altro ancor più alto * Gonfio dal vento, e vien più forte a noi ? 5 Marc. Oh per degna cagion cadeffi in Guerra I Lucia, tu tn hai feonfitto : il tuo difdegno * Spezzommi il cuor: fia morte il mio ripofo. Tor%. Pretto, leviamei: forfè è mal ficura Di C. la vita. O Marco, il cuore Alla tromba fvegliato arde di gloria. partoM SCENA IV. Eatra Sempronio co i Condottieri dell' Ammutinamento. Sempr. Q Offian già i venti, e la tempefta sbuffa : O Sia voftra cura, amici, mantenerla Nella fua piena furia, e dirizzarla A feoppiar fulla tefta di C.. Mentre tra' fuoi amici mi frammifehio, E rafsembro un di lor > comunque accaggia, O Miei Afy Friends and Fellow Soldiers may be /afe. i. Lcad. «// if# 7*/*, Sempronius is our Friend. Sem proni us is as brame a Man as Caio. But beark ! be Enters. Bear up boldly to bìm; Be fare you bear bim down, and bind bìm fa/i : This Day will end our Toils, and giwe as Refi j Fear notbing, for Semfronius is our Friend. En ter C., Semproni u s, Lucius, Por t ius, a n d Marcus. C.. Wbere are tbefe bold intrefid Sons of War y Tbat greatly tnrn tbeir Backs upon tbt Foe, And to tbeir General fend a brame Defiance ? Sempr. Carfe on tbeir Daflard Souls, tbey ftand aftonifb* d\ [ Afide. C.. Perfidious Men ! and willyou tbus difbonoar Tour pafi Exploit s, and fully ali yoar Warsì Doyou tonfefs 'twas not a Z e al for Rome, Nor Love of Liberty, nor Tbirtl of Houour, Dre-w you tbus far i but bopes to /bare tbe Spot! Of conquerd Towns, and pi under d Province s ? Fired witb fu eh Motives you do isoell to join Witb Catos Foes, andfollow Céfars Banner s. JVby did 1 fcape tbe invenomd Afpics Rage, And ali tbe fiery Monfiers of tbe Defart, To fee tbit Day ? JVby coud not C. fall Witboutyour Guilt ì Bebold, ungrateful Men, B e bold my Bofom naked to your Simrds, And let the Man tbafs injured flrike tbe Blorw • Wbub Miei amici, e compagni falverannofi. Tr. Cond. Siam tutti fai vi, e ci è Sempron io amico. Sempronio puote pareggiar C.. Ma piano! egli entra: Andate arditi incontro: Battetti giufo, ebenlegatel forte. Oggi avran fine i guai, e noi ripofo. Nulla temete: ci è Sempronio amico. Entra C., Sempronio, Lucio, Tornio, e Marco. Cat. T 7' Sono quefti intrepidi Guerrieri, vJ Che bravamente ali* inimico volgono Le fpalle, e al General mandan disfida ? Sempr. Codardi, maladetti ! ah, (tanno attoniti ! a parte Cat. Traditori, così vituperate Voftre prodezze, e le pattate guerre ? Chiaro non è, che non lo zel di Roma, Amor di libertà, defio d'onore Portovvi quà; ma fpeme di partire Di Città conquiftate e di Provincie Saccheggiate le fpoglie ? Da tai fini Spinti, ben vi giugnete co* nemici Miei, feguendo di Cefar le bandiere. Dunque fcappato io fono dalla rabbia D' afpidi velenofi e fieri moftri Del deferto, acciocch' io tal dì vedeffi ? Cader non potea C. fenza voftra Malvagità ? Or ecco, uomini ingrati, Ecco il mio feno a voftre fpade ignudo. Chi oltraggiato fi crede, il colpo faccia. O i Ma *?( io* )p Ritiri 0/ ^0*4// fttfpctTs that he is nsorongd, Or fuffers greater llls tban C. ? Am I dtftinguifV d from you but by Toils, Super ior Toils y and beavier Weigbt ofCares ! Tainful Pre-emincnce ! Sempr. By He ani m tbey drcop ! Confufion to the Villains ! Ali is loft. [ Afide. Cato. Have yo» forgotten Lyhta s bttrning Waft, /// barre» Rocks, par eh' J Eartb, and Hìlls of Sancì, Its tainted Air, and ali its Broods of Poi fon t Wbo iva; tbe firft to explore tV untrodden Fatò, Wben Life vuas ha^arded in eniry Step ? Or, fainting in tbe long laborious March, Wben on tbe Banks of an unlookdfor Stream Toufunk tbe River nsuith repeated Drangbts, Wbo -was tbe laft in allyour HoH tbat tbirfted ? Sempr. Iffome penurious Source by chance appeard, Scanty of IVaters, wben yon fcoop'd it dry, And offerd tbe fall Helmet up to C., Did not he dafb tb* untafted Moift are from bim } Did not he leadyon tbrougb tbe Midday Sun, And Clouds of uuft ? Did not bis Temples gloiu In the fame fultry Winds, and fcorcbing Heats ? C.. Hence -wortblefs Men ! Hence } and complain to Csfar Tou could not undergo the Toils of War, Nor bear tbe Hardfbips that yonr Leader bore. Lue. See, C., fee tti ttnhappy Men / tbey weep ! Fear, and Remorfe, and Sorrow for tbeir Crime, Appear in eniry Look, and pie ad for Mercy. C.. Learn to he boneft Men, give up yonr Leader s > And Pardon fball defeend on ali tbe reti. Sempr. Cato, Ma chi di voi può creder d' efler tale, O di (offrir più guai, che C. ideilo? Sol da voi mi diftinguon le fatiche, Affai maggior fatiche e più pefanti. Penofa diftinzione! Sempr. OhCiel, s'abbattono, Sconfondonfi i vallati / tutto è perduto. a parte Cat. I torridi deferti della Libia, Le ignude rupi, adotto fuol, montagne D'arena, ed aria infetta, e tutte fue Ragioni di venen v' ufcir di mente ? Chi fu il primo a fpiar vie non battute, Quando vita iva a rifchio ad ogni paflb ? O quando nella lunga fatico(a Marcia l'uom fianco fi veniva meno, Allorché di corrente pria non vifta Fiume afciugafte in replicati forfi, Chi dopo tutti la fua fere fpenfe? Sempr. Se qualche rivo per cafo appariva Povero d'acque, quando il pieno elmetto Offrirle a C., non rigettò egli Da fe lontano il non guftato umore ? Per nuvoli di fabbia ei non guidovvi ? E non furo infiammate le fue tempie Da arficci venti, e fieri ed afpri caldi? Cat. Via dunque indegni, via: e dite a Cefare, Che voi non potevate le fatiche Portar, che ben foffriva il voftro Duce. Lue. Mira,Caton, mira queft' infelici: Timor, rimorfo, e duol di lor delitto Son ne 1 lor fguardi, e gridano mercè. Cat Da qui avanti il dover voftro imparate. Dateci i Duci in man : perdono al retto. Semp. A Digitized by Google «8( no )S» Scmpr. C*/o, commit tbefe Wretcbes to my Cari. Firfi let f em eacb he broken on tbe Rack, Tben y witb wbat Life remata /, imfaled, and left To uoriibe at lei/are round the bloody Stake. \ Tbere Ut % em bang, and taint the Southern IVittd. Tbe T art neri of tbeir Crime iuill learn Obedience, ìVben tbey look up and (ee tbeir Fellow Trattori Stuck on a Fork, and blacVning in tbe Sun. Lue. Sempronius, wby, wby -wilt tbou urge tbe Fate Ofwretebed Meni Sempr. How ! woudft tbou clear Rebellion ! Lucius, [ good Man ] pitie s tbe foor Offenders Tbat woud imbrue tbeir Hands in Catos Blood. Cato. Forbeaty Sempronius! See tbey fuffer Deatb, But in tbeir Deatbs remember tbey are Men. Strain not tbe Larws to moke tbeir Tortures Lucius, tbe bafe degenerate Age requiret Sewity and Juftice in its Rigour j Ibis WW* an impious, bold y offenàing World, Commandos Obedience, andgiwes Force to Lau>s. Wben by jttft Vengeance guilty Mortals ferifb, Tbe Gods bebold tbeir Punisbment witb Pleafure, And lay tb % uplifted Tbunder-Bolt afide. Scmpr. CatOy L execute thy Wtll'witb Pleafure. Cato. Mcan-uobilc watt Jacrifice to Liberty. Remember, O my Frieuds, tbe Laws, tbe Rigbts y Tbe genrous Pian of Pouer deltuerd down, From Age to Age, by your renorwnd Forefathers, [ So dearly bougbt, tbe Price of fo mucb Blood ] O let it never perifb in your Hands ! But poufly tranfmit it to your Cbildren. Do tbou, great Liberty, infpire our Souls, And Digitized by Google Hs» &i0/r. A cura mia fien, Caco, etti fciaurati. Rotti fien fui martoro, e con gli avanzi Delia vita impalati: ivi Jafciati A (torcerli fui palo, ed infettare Gli auftrali venti; impareranno i complici Ubbidienza, quando mireranno Lor fozii traditori Tulle forche Starti confìtti ad annerir fi al Sole. Lue. Perchè a'mefchini caricare il fato? Sempr. Come! Vuoi tu fcufarquefti ribelli? Lucio il buon uom, compiange i poveretti, ChediC.l fangueardean bruttarti. Cut. Pian j Sempronio : guardate eh* effi muojano; Ma fov vengavi infieme, che fon uomini : Per lor penar le leggi non (lira ce. Lucio, il fecolo vile e tralignante Severa chiede e rigida giuftizia. Quella pon freno a un' empio ardito Mondo, Rifpetto imprime, e dà forza alle leggi. Quando puniti giuftamente i rei Qui perifeon, rimiran con piacere Gli Dei il gaftigo, e il fulmine rifparmiano. Sempr. C., volentieri io v* ubbidifeo. Cat. Facciam' or faenfìcio a libertade. Sovvengavi, o amici, delle leggi, Della nobi le forma di governo, £ di quei dritti, a voi di mano in mano Da'voftri Avoli illuftri confegnati. [Di fangue sì gentil comprati a prezzo] Oh non perifean mai in voftre mani ! Ma pi; a* voftri figli tramandateli. Tu, fama Libertade, i cuor e infpira; Facci Entcr Syphax. Syph. Ourfirft Dcjtgn, my Friend, Las proved abortive i Stili tbere remains art After-game to play : My Troops are mounted; tbeir Numidion Steeds Snuffup the IVind, and long to fcow'rtbc Defart : Le: but Sempronius bead us in our Flight, Well force the Gate wbere Marcus keeps bis Gttard, And bew down ali tbat would oppofe our Fajfage. A Day vili bring us info Cdfars Camp» Sempr. Confufion \ I bave faiU of half my Furpofe. Marcia, the ebarming Marcia s Uff bebind! Syph. How? will Sempronius turnaWomans Slave! Sempr. Tbitik not thy Friend can ever fcel the foft Unmany iVarmtb, and Tendcmcfs of Love. I long to claff that baughty Maid, And bend ber ftnbborn Virtue to my Faffion : Wben l bave game tbt/s far, Vd cafl ber off. Syph. WellfaUI thafs fpoken like tbyfclf, Sempronius. JVbat bindefs tben, but tbat tbou find ber out > And burry ber ansoay by manly Force ì Sempr. But boia to gain Admìffion ì for Accefs Is givn to none but ]uba, and ber Brothers. Syph Tbou sbare bave Jubas Drefs, andjubas Guardi : Tbe Doors will open, -wben Numidia sFnncc Seems to appear before the Slave*, that vatcb tbem. Sempr. Hcavns,what a Tbought is tbere! Marcia s my Siface, e Sempronio. Stf. \ Mico, a male andò '1 primo difegno; XjL Ma ancor ci retta un colpo di riferva. Prette mie truppe fono : i dettrier Numidi Sbuffano, e braman fcorrere il deferto. Sol fia Sempronio a noftra fuga capo. Le porte forzerem, che guarda Marco : Uccidercm, chi s' opporrà al paflaggio, Ed in un giorno noi faremo a Ceìare. Stmpr. Ciel! mi è fallito a mezzo i! mio difegno. Lafciata è indietro la vezzofa Marzia ! Sif. Come ? Sempronio è fchiavo d' una femmina Sempr. Non penfar, che '1 mio cuor poco virile S'infiammi e intenerita da IV amore. Stringere io bramo fol l'altiera donna, E piegar V inflelTibile al mio foco. Fatto ciò, la rigetto. Sif. Oh che ben detto ! Parlare da Sempronio ! Or perchè dunque Non la trovi, e la porti via per forza ? Sempr. Come trovarla? s'alia fua prefenza Non è ammefso che Giuba e i fuoi fratelli ? •Si/. Avrai di Giuba l'abito e le guardie: Apriranfi le porte a tua comparfa. Sempr, Cieli ! che bel penfier / Marzia è già mia. Di qual fia colmo anfiofa gioja, quando La terrò contrattante in le mie braccia, Con beltà accefa, e fcrrmigliate trecce, Mentre ch'ira c timor con vezzo alterno P 2 Ba 4g( Iltf )> jP Juba might moke tbe proudefi of our Sex y Any of IVomankind, bnt Marcia, bappy. Lue. And -wby not Marcia ? Come y yon flrinje in Ma chi ha di quelli, al par di Porzio, incanto ? Mar%. Fammi un piacer: non nominar Sempronio. Quel Tuo altiero Crepitar, m* è noja. A eroica bravura aggiugne Giuba Tenero amore, e kmminil dolcezza. La più fuperba ei può del no (ho fefso Feliciflima far, fuori che Marzia. Lue, E Marzia, perchè nò? via, in van tentate Celarvi ad una, che ben fa per prova GÌ* interni ardor d'innamorato cuore. Mari£ E' ragion, che la figlia di C., Non To ione or bcf, liti c » kUì direcls. Lue. But ficu. Ih Fi !.. ^rjeyou to Ssmpronius? Ma-c. tiare net; • -v v ìli : bai if be fboud Why issili tbort a ! d to ali theòriefs Ififfer . Imstginary llls > and fancyd Tot tur et ? I bear the Sound of Feet ! they march this IVay ! Let ut retire, and try if wc cai: droisjn E a eh fofter Tbougbt in Scufj of prefint'Danger, IVhen Love once fead's AdmJJton to our He arti ( In J fighi of ali the Virine ive ca'i boaft ) The II oman that Deliberata is lofi. ( Exeunt. Entcr Scmpronius, drefs'J likejuba, vvicli Numidiam Guards. Scmpr. TheDeertslodgd.tnetrach ber to ber Contri. Be fnreyou mini the Word, and wben Igine it y Bufi in at once, and fii^e uponyour Prey. Let not ber Cria or Te ars bane Force to mone yOM. • i FIow ivi II the yottn* Numidi an rane, to fi e Hit Miflrefs lofi ? If augbt coti d gì ai my Sotti, Beyond tb % Ettjoywent of fo brighi a Fri^e, ^Tisjoud be to torture that yonv.g, gay, Barbariatt. But bark, isùhat Nei fi ! Death to my Hopes ! % tis be y 'Tis fubas filfl there it but one Way le fi - He muft be murder V, anà a Fafiage cut Through thofe bis Guards ttfi, Daftardsjoyotttrcmblcl Or att lite Me ts > or by yon a^ure Heann Enter fc Non odii od ami alcun, ch- a al (no piacere. Lue. Ma fe'J tuo Padre defseci a Sempronio? Mar^. Io non ofo penta rio; ma fe pure... Perchè giugner vuoi tu a i guai, di' io fo&o Di finti mali immaginate larve ? Odo il fuono del piè: ei qua ne viene. Ritiriamci a veder, fe cacciar puotc Rifchio prefente i reneri penficri. Qiiando amor tenta entrar ne'noftri cuori, [ Malgrado del valor, che noi vantiamo] La donna, che delibera, è perduta. fartom. Entra Sempronio in Abito di Giuba con Guardie Numidicbe. Stmfr. T A Lepre è a covo : T ho fin qui tracciata. JL/ Attenti al cenno : e quando io dolio, a un Su correte, ghermite voftra preda. [ tratto Non vi muovan fue lagrime, nè (Irida. Qual Ha la rabbia del giovan Numidico, Di Tua dama alla perdita ! fe cofa Potefse rallegrarmi, oltre al godere D* un si bel premio, certo farla quella Di dar martoro a quel bel giovan barbaro. ... Ma zitto / che rumor ? morta è mia fpeme • Egli è, è Giuba ftefso : fol ci refta... D* ucciderlo, e far via tra le fue Guardie.,. Codardi! ah ! voi tremate ! o voi fiate uomini, O pur per quefto azzurro Ciel..., CL 'Entra Enterjuba. Jub. What do I fee ? Wbos tbis tbat daret ufurf Tbe Guards and Habits of Nnmidias Prènce f Sempr. One tbat was horn to fcourge tby Arrogane* > Prefumftuous Toutb! Jub. What can tbis mean 1 Sempronio! Scmpr. My Sword [ball anfwertbee. Have at tby Heart. Jub. Mai i tban to*>*r* *h (mn > P r0U(i > barbrous Man I ( Serr.pr. fai Is. His Guards furrender. Sempr. Curfe on my Stars I Am I tbcn doomd to fall By a Boys Hand? disfidar d in a vile Numidi an Drefs y and f or a wortblefs Woman ì Gods, Tm Diftratled ! Tbis my Clofe of Life ! O for a Peal of Tbnnder tbat wo*d make Eartb,Sea y and Air, and Hea& jE//rr* Giuba. Giub. Che vedo ! Chi è quel, ch'ofa ufurpar le Guardie e gli abiti Del Prence di Numidia ? Sempr. Uno, che nato A fruttar tua arroganza, audace giovane. Giub. Che è quello ? Sempronio / Sempr. La rifpo da Farà meglio mia fpada : ecco, al tuo cuore. Giub. Ah guarda bene il tuo, fuperbo, barbaro. Sempronio cade, e le fre Guardie fi rendono. Sempr. Maledetta deftin / dunque ho a cadere Per mano d' un garzon ? da ignobii Numido Mafcherato, e per vìi feraina? oh Cieli, Arrabbio, e cosi termino la vita. Scocchi fulmin, che faccia e Terra, c Mare, Ed Aria, e Cielo, e C. in un tremare. muore. Giub. Con qual furor la cruda alma fi fciolfe Dal corpo, che ancor fpringa in fieri guizzi/ Orsù rechiamo, quelli fchiavi a Caco. Ivi potremo a lungo di/coprire Quefto milleriofo e reo difegno. parte Giuba ci Prigionieri. Entra Lucia, e Marcia. Lue. S~>il era rumor di fpade: ho così l'alma VJ Abbattuta e fommerfa nel dolore, Singhiozza dal timore, e a ogni fuono trema. O Marzia, i tuoi fratelli a conto mio... )fr 1 die awdy 10 fvcngo dall' orrore al fol penfarlo. Jkfar^. Ve*, Lucia, ve': ci è fangue ed omicidio. Ah! un Numido ! oh Dei falvate il Prence. E* la faccia rinvolta nella vede. Ma, ah orrida vifta ! un diadema, Purpurea vefta! oh Dei / egli è, egli è. Giuba il giovin più bel, che mai 'nvaghifse Donzella, Giuba, ahi morto qui fi giace. Lue. Or, Marzia, ora richiama in tuo ioccorfo L* ufata forza, e del tuo cuor coftanza; Tu por non la puoi certo a maggior prova. Mar%. Lucia, qui mira, e ammira il mio foffcire. Non ho ragion di vaneggiar, di battermi 11 petto, e'l cuor fpezzare di dolore ? Lue. Che penfar pollo o dire a tuo conforto? Mar%. II conforto riferba a leggier mali: Ecco vifta, che uccide ogni conforto. Entra Giuba, ascoltando. Sfogar voglio il dolore, e fcior la briglia AI mio furor penofo e difperato. QuefVUom, quelVottim'uomo ben Io merita. Giuk Che afcolto? era ottim uomo, queir uomfalfo Di Sempronio ? Oh cadeffi io come lui ! Fofs* io pianto così, farei felice. Lue. Qui mi darò compagna ne* tuoi guai: T'aiterò col mio pianto. Qua od' io miro Perdita qual la tua, la mia dimentico. Mar%. Non può il dettino alleggerir mio duolo. Il van Mondo, ora a me trifto deferto, Nulla lafciò per far Marzia felice. Giub. Sto full* cculeo; er' ci da lei sì amato ? Mar% Oh Marc. Oi le was ali made up of Love and Cbarm, IVbatcvcr Maid coud But 'wben be talk V, tbe prondeft Roman bluftid To bear bis Virtues, and old Age grew isoije. Jub. 1 fiali run Mad Marc. O Juba ! Juba ! Juba ! Jub. Wbat means tbat Voice? did fie not cali onjuba ? Marc. Wby do I tbink 01* wbat be was! be's dead ! Hes dead, and nrver knew bow mneb I lonìd bim. Lucia, ivlo kmnsSs but bis poor bleeding Heart Amidjl its Aponics, rememberd Marcia y And tbe lafl Words be ut ter d calfd me Cruci / Alas, be kneiv not, baplefs Toutb, be kneuu not Mar ad t wbole Soni was full of Love and Juba ! Jub. IV bere am il do l live ! or am indeed Wbat Marcia tbink' 5 ! ali it Elifium round me f Marc. Te dear Remains of tbe mojl lonid of Men ! Nor Modefty nor Virtue bere forbid A loft Embrace tubile tbus - Jub. See y Marcia, fee, Tbe happy Juba lives ! be linxs to catcb % Tbat dear Embrace, ondo to return it too Witb mutuai Warmtb and Eagernefs of L Ciò che amar fa donzella, o ammirar uomo, Piacer degli occhi / Quand'egli apparia, Segreta gioja rallegrava tutti. Ma al Aio parlare s* arroffia il Romano Il più fuperbo in udir Tuo valore; £ i vecchi (tedi n'apprendeano fenno. Giub. Io verrò folle. Mar%. O Giuba I Giuba ! Giuba f Ciub. Che vuol tal voce? nonchiamonne Giuba ? Mar%. Perchè pcns' io a quel ch'eifu? è morto; E' morto, e non fapea quant' io l'amava. Lucia, chi fa, fe il fanguinante cuore Traile agonìe non raramentaffe Marzia, E crudel la chiamale in voci eftreme ? Non fapea, pover giovin, non fapea, Empier tutto il mio cuore Amore e Giuba. Ciub. Ove (od? vivo? o fono in fatti quello, Che Marzia penfa? io fon ne' Campi Elisj. Mar%, Cari avanzi di quel, eh* io tanto amai » Nè oneftà, nè modeftia qui ne vietano L'ultimo ampleffo, mentre... Giub. Marzia vedi, gettandofi alianti di Uh. Vedi, che vive Giuba; ei vive a accogliere Il caro ampleflfò, e a ritornarlo ancora Con reciproco ardordi vìvo amore. Mar%. Con piacere e ftupore io redo attonita. Certo, eh' è un fogno : morto e in vita a un tempo. Se tu fei Giuba, chi è quello ? Giub. Un mifero Mascherato da Giuba in reo difegno. Lungo è il racconto : parte fol n' ho udito. Tuo Padre tutto il fa : io non fofferfi Lafciarti in vicinanza della morte s Ma a 1 coud not bear To le ave tbee in tbe Neigbbourbood of Deatb, But flew y in ali tbe bafte of Love, to find tbcc. 1 forinà tbee ^eping, and confefs tbis once, Am wrafd witb Joy to fee my Marcia 's Tears. Marc. Tvebcen furpri^ed in anunguarded Hour 9 But mufi not now go back : Tbe Love, that lay lialf fmotbsrd in my Breafi, bai broke tbrougb ali Its weak Kefir aints, and burri $ in its full Luflrc y I cannot, if l woud, concedi it from tbee. J jb. Tm lofi in Extafìe \ and dofi tbou lowe, Thou cbarming Maidì Marc. And dofi tbott lime to ask it ? Jub. Tbis, tbis ss Life iudced ! Life isjortb preferving ! Srich Life as Jub a never felt till now ! Marc. Belicve me, Vrince, le f ore I tbougbt tbee dead, I d'nl not knrw my felf bow mach 1 lovd tbee. Jub. O fortunate Mifiake ! Marc. O happy Marcia! Jub. My Joy! mybeft Beloved! my only Wifb! How {ball I jpeak tbe Tranfport of my Soul ! Marc. Lucia, tbyArm! Ob let me refi *pon />/ Tbe Vi tal Blood, tbat badforfook my He art, Return s again in fucb tnmnltuous Tidet, It quite oercomes me. Lead to my Apartment. 0 Vrince! I blufb to tbink wbat I bave fatd, But Fate bas wrefted tbe Confejjìon from me; Go on, and profper in tbe Patbs of Honour, Tby Virtue will exenfe my Paffìon far tbee, And Make tbe Gods propitious to our Love. [ Ex.Mar.and Jub. lam Jo blefsd, I fear 'tis ali a Dream. [Lue. Tor- Ma a te Volai in amorofa frerra. Io ti trovai piangente : e ti confefso Che quefta volta io fui colmo di gtoja Nel rimirar della mia Marzia il pianto. Mar%. In mal guardata ora fon ftata prefa. flitrarfi non fi può: l'amor, che in mio Petto quafi affogato fi giacca, Diè fuor, rompendo i fuoi deboli freni, E rifplende or nella fua piena luce: Nè pofTo, s io voleffi, a te celarlo. Club. Io fon rapito in eftafi : e tu ami, Bella figlia r Mar%. E tu vivi a domandarlo ? Ciub. Quella di vero è vita : vita degna Di confervar, qual non fentì mai Giuba. Mar%. Pria, ch'io t'avelli, Principe, per morto,~ Io fletta non fapea quant' io t' amava. Ciub. O fortunato crror Mar^. Marzia felice ! Ciub. Mia gioja, mio amor, mia fola brama ! Come pofs* io ridir dell'alma l'cftafi? Mar^ Lucia, il braccio; oh di quel fammi foftegno. Quello, che il cuore avea abbandonato, Vital fangue, ritoma ancora indietro Tumultuofo, e in rapidi rifluffi, Che del tutto m' opprime. Or via conducimi A rìpofare al mio appartamento. Prencipe, arroflò di penfare a quello, Che ho detto, ma il deflin me '1 fece dire, E la confeflìon mi t rafie a forza. Va, et' avanza nelle vie d'onore. Tuo valore al mio amor farà ragione, E faragli proprizj anco gli Dei. pare. Marq% c Lue Ciub. Felice sì io fon, che il temo un fogno. R Di I Tortane, thou now bufi made amcnds for ali Tby faft Unkindnefs. / abfolve my Stars. What tho Numidi a add ber conquerd Tonuns And Prwinccs to fwell tbe Viilors Triumpb ? Juba will ncver at bis Fate repine, Let Csfar bave tbe World, if Marcia s mine. [exit. A March ata Diftance, Enter C. and Lucius. » Lue. I sland aflonijljt ! What, the hold Sempronius ! % Tbat (lill breke foremoft througb the Croud of Patriot*, As witb a Hurricane of Zeal tranfported, And virtttous cvn to Madnefs • Cato. Truft me, Lucius, Our civil Dìfcords bave froduced fucb Crimes, Sucb monftrous Crimes, I am furfrisred at notbing. - 0 Lucius, l am fick of this had World ! Tbe Day-ligbt and tbe Sun grow painful to me. , • Enter Portius, But fee e Cefar prenda il Mondo, parte Giuba* SCENA IV. Una Marcia in lontananza. Entra C. y e Lucio. r Loc. QTupifco: che? Sempronio V audace ? O Quel g ran campiondi libertadc, quello, Che da turbin di zelo era rapito, Di Patria amante sì, che n'era folle. Cut. Le civili difcordie tai delitti, Moltruofi delitti hanno prodotto, Che nulla ammiro. Io fon del viver fianco : Il giorno fteffo e '1 Sol mi fon penofi. Entra Tortilo. Ecco vien Porzio : perchè quefta fretta, E codefto ferobiante tuo cangiato ? Tor%. E' gravato il mio cuor; trifte novelle Al Padre mio io reco. Cat. Ha Cefar forfè Sparfo ancor più del Roman fangue ? For%. Nò II traditor Siface, le fu e truppe Mentre che nella Piazza efercitava, Dato il cenno, volò co' cavai Numidi AirAultral Porta, cui guardava Marco- R 2 Per- Totbc South Gate, wbere Marcus bolds th Watck. Ifaw y and calfd to ftop bim, but in vai» Ih tojsd bis Arm aloft, and proudly told me, He woud notftay and pertfb Uke Sempronius / Cato. Perfidious Men ! But bafte my Som, and fee Tby Brotber Marcus alTs a Roman s Pari. [exit Port. Lucius, the Torrent bears too hard upon me : Juftice gives Way to Force : tbe conquerd World Is Csjars : C. bus no Bufine fs in it. Lue. Wbile Pride, Opprejfion, and In juftice rtìgn Tbe World will ftill demand ber Catos Prefence. In Pity to Mankind, fubmit to Cd far, And reconcile tby Migbty Soul to Life. C.. Woud Lucius bave me live to f-well the Nnmber OfC&fars Slavet, or by a bafe Submiflion Give up tbe Caufe of Rome y andowna Tyrant ? Lue. Tbe VtBor ntver vaiti impofe on C. Ungcnrous Terms. His Enemies confefs. Tbe Virtues of Humanity are Cafars. Cato. Carfe on bis Virtues ! T bey ve tendone bit Country. Sucb Popular Humanity is Trcajon • But fee youngjubal tbe goodToutb appears Full of tbe Guilt ofbis perfidious Subjecls. Lue. Alas y pow Princel bis Fate deferves Compaffion. Enterjuba. Jub. / blufb, and am confounded to appear Before tby Prefence, Cato,. Cato. Wbat's tby Crime > Jubt I m a Numi di an, C.. And a brave one toa 9 Tbou bufi a Roman Soul. Jub. Haft tbou not he ani Ofmy falfe Countrymen t C.. Alas, young Prince, Falfbood and Fraud fboot up in evry Soli, Tbe P rodati of ali Climcs Rome bas iti Cafart. Jub. Ferma, io gridava: ohJà, ferma; ma indamo. Alzava il braccio, e mi dicea bravando: Non refto qui a perir, come Sempronio. Cat Traditori / ma via, mio figlio, e vedi, Che il fracel Marco faccia da Romano. parte Por^. O Lucio, come reggere al torrente ? Cede alla forza la Giustizia: il Mondo E' di Cefar: non ci ha che far C.. Lue. Finché orgoglio, oppreffione, c il torto regna, Al Mondo necefsario fia C.. Del Mondo per pietà, fopponti a Cefare. Di vita il tuo gran cuor rientri in grazia. Cat. Vuoi, eh* io con vii fommiffione il numero Di fchiavi a Cefar gonfi, e a Roma vinta Io dia la caufa, ed un Sovran confeffi? Lue. Il vincitor non porrà mai a C. Dure leggi. I nimici ancor ravvi fa no Virtù d* umanitade effer di Cefare. Cat. Maledetta virtù, di Patria pefte ! Tal popolaritade è sradigione. Ma ecco Giuba : il buon Giovane appare Qual reo di colpa de' malvagi fudditi. Lue. Povero Prence / è degno di pietate. Entra Giuba. Giub. Confufo, mi vergogno d' apparire D'avanti a Cato. Cat. Quai*è il tuo delitto ? Giub. Numido io fono, Cat. E valorofo Numido : Hai un'alma Romana. Giub. Non udifti De' miei perfidi Numidi [ Cat. Ohimè Prence! Perfidia e frode fpunta io ogni fuolo, Sotto ogni clima vien : Roma ha i Cuoi Cefari. Giub. E Jub. Tu gen rotti tbut to comfort the Diftrefsd. Cato. Tu juft (ogive Applaufe wbere V/j defervi; Thy Virtue, Prince, hat flood the Tefl of Fortune, Like pure fi Glod y that, torturi in the Fumate, Cowf/ o/i/ J»or* brighi, bringi forth ali iti IVcight Jub. ffia* yZw// I anfwer thee ? my raviftìd Heart O'crflowi witb fecret Joy : Vi rathsr gain Thy Praifc, O Cato, than Namidiat Empire. Entcr Portlus haftily. Porr. Miifortune on Mitfortutte] Criefon Griefl My Brother Marcut Caco. Hab ! what hai he ione ? Hat he forfook bit Pofl ? bai he givn way t Did he look tameìy on, and letern pafs f Porr. Scarce bad I left my Futber, but I met him Born on the Shieldi of hit furviving Soldiert, Breathleft and pale, and cover i oer witb ÌVounit. Long^ at the Head of bit few faitbful Friendt y He flood the Shock of a wbole Hoft of Foet, Till olftinately Brave, and bent on Deatb, Opprsft witb Multitudet, he greatly fell. Caro. Tm fatitfyd. Porr. Nor did he fallbefore Hit Sword bad piercd throrigb the f alfe Heart ofSyphax: Tonder he lie*t. I faw the hoary Traytor Grin in the Pungi of Death, and bite the Ground. Caro. Tbankt to the Godi ! my Boy hai ione hit Duty. - Portiut, when £ am dead y befure tbou place Hit Urne near mine. Porr. Long may tbey keep afunder! Lue. O Caio, arm tby Soni witb ali Ut Patience j Sec wbtrctbc Corp of thy dsad Son approachet ! The «3( hs )h Giub. E'generofo il confolargli afflitti.C. E* giufto dare applaufo al vero merto. Tua virtù è ftata a prova di fortuna, Come finiflìmo Or, che nel cruccjuolo Tormentato, più fplende, e ftanne al pefo, Giub, Che ti rifponderò ? mio cuor rapito Trabocca in gioja : pregio io, C., Tua lode più, che di Numidia il Regno. Entra Tornio frettolosamente. For%. Difgrazia trae difgrazia, e duolo duolo. Miofratel Marco... C. Ahimè! Ch'ha egli fatto' Ha abbandonato il pofto ? ha egli ceduto ? O freddamente gli ha paffar lafciati ? Torsfr Partii da voi appeua, che incontrailo Portato fopra feudi de 1 Soldati, Pallido, fmorto, efangue, ricoperto Di ferite : più tempo egli alla teda De'fuoi pochi fedeli amici, flette Delle fchiere nemiche incontr'all' urto, Ed oftinatamente bravo, e fermo Di morire, da folta turba oppreffo, Grandemente al fin cadde. Cat. Io fon contento. For%. Nè cadde pria, che la fuafpada il perfido Cuor di Siface trapalato aveflTe. Là giace. Vidi il traditor canuto Nella morte ringhiar, mordere il Aiolo. Cat. Grazie al Ciel ! fatto ha *1 fuo dover mio figlio. Porzio, quand' io morrò, fa che fia pofta Sua Urna alla mia accanto. Por%. Oh Ha ciò tardi! Lue C., arma tuo cuor di fofferenza: Ecco il corpo di tuo figlio s* appreffa, ICit. The Citizen: ani Senators, alami d, Rame gatberd round it 3 and attend it isjeeping. C. meeting theCorps. Cato. Welcome my Son ! Here lay htm down ^my Friends Full In my Sigbt, tbat I may wiew at lei/tre The bloody Coarfe, and counr iljofe glorious Womds. How beautiful is Death, tuberi earnd hy Vìrtue ! Wbo wond not he tbat Toutb ? ivbat Fity is ir Tbat we can die but once to Jerve our Country \ W by fifs tbis Sadnefs on your Brows, my Friends ì 1 fbotidhave blufb'd ifCatos Houfe bad flood Secure^andflourifb'd in a CìdìI War. Fortius, bebold tby Brotber y and remember Thy Life is not tby own, wben Rome demands ir. Jub. Was enxr Man like tbis ! [ afide. Cato. Alas my Friends ! Why monrn you tbus ? Let not a private Loft Afflici your Hearts. Tii Rome requires our Tears. The Mitfrcfs of tbe World, the Seat of Empire y The Nurfe of Heroes, tbe Deligbt ofGods, Tbat bumbled tbe proud Tyrants of tbe Eartb y Avd fet tbe Nations free, Rome is no more. 0 Liberty ! 0 Virtue ! 0 my Country ! Jub. Bebold tbat uprigbt Man ! Rome fills bis Eyes Witb Tears, tbat flowd not o % er bis own dead Son. [afide. C.. Wbateer tbe Roman Virtue bas fubdud, Tbe Sun s wbole Courfe, tbe Day and Tear, are Cafar V. For bim tbe fclf-dcvoted Decii dyd, The Fabii fell y and tbe great Scipio s tonquerd: Evn Fompey fougbt for Cafar. Ob my Friends ! How is tbe Toil of Fate, the Work of Ages, The Digitized by I Cittadini e' Senator dolenti Circondante, e accompagnante piangendo C. incontrando il Corpo. Cat. Benvenuto, o mio figlio : giù ponetelo Qui in mia vifta, acciocch* io con agio miri E conti T onorate fue ferite. ' Bella è la morte per valor fudata. Chi d' effer quefto Giovan non torrebbe ? Qual' è difgrazia, per la Patria fua II non poter morir ch'una fol volta/ Amici, perchè quefta in voi meftizia? Se cafa di C. in ci vii guerra Salda e profpera fufse, onta farebbemi. Mira, Porzio : e fovvengati, la vita Non effer tua, fe Roma l'addimanda. ( mici; Gikb.afart. Fu mai Uom come quefto ? Cat. PerchèJU Pianger così una privata perdita? Roma è quella, che chiede il noftro pianto « Donna del Mondo, fede dell' Impero, D'Eroi nutrice, degli Iddi; diletto, Che i tiranni abballava, ed affrancava Nazioni; quella Roma or non è più. Oh libertà / oh virtù ! oh Patria mia ! Oìuk Prod' uom ! Roma da lui fpreme le lagrima, Che trar non può del figlio fuo la morte, a {arte Cat, Tutto quel che domò Roman valore, Tutto il corfodel fole, il giorno, V anno Son di Cefar : per lui i votati Decti, I Fabii cadder, vinfer gliScipioni. Anco Pompeo pugnò per Cefar. Cieli! Fatica del deftin, lavor de' fecoli, S Gran- Tbe Roman Empire falVn ! O curfl Ambition! T alln into Cd/ars Hands ! Our great Fore-Fatbert Had left b'im nongbt to Conquer but bis Country. Jub. IVbile C. lives, Cafar voill blufb to fee Mankind cvflavcd, and be afbamed of Empire, C. Ce far ajbamed ! Has not bc fccn P bar fall a ! Lue. Cato, Vi/ Time tbou fave tby felf and us. Cat. Lofi not a Tbougbt on me. fm out of D anger. Heavn voill not leave me in tbe Viftors Hand. Cafar fball never fay Fve conquer d C.. But ob ! my Friends, your Safcty fillt my Heart Witb anxious Tbougbt s : A tbou f and fecret Terrors > Rife in my Soul : How fball I fave my Friends ì Ti/ now, O Cafar y I hegin to fear tbee. Lue. Cafar bas Mercy, if we ask it of bim. Cat. Tben ask it, l conjure you ! let bim know IVbate'er was done againft bim, C. did it. Aid, if you pleafe, tbat I requeft it of bim, Tbat l my felf \ vSitb Te ars, requeft it cf bim y Tbe Virtue of my Friends may pafs unpunifb'd, fui? a, my He art is trifbled for tby Sake. Sboud I advìfe tbte to regain Numidia, Or feek tbe Conqueror ì Jub. If Iforfah tbee 1 Whìlfc l bave Life, may Heavn chandon Juha ! Cat. Tby Virtues, Fri are, if If ore fee arìgbt, IVill ove Day make ibee Grece; at Rome, bereafter, *T vaili be no Crime to bave been C. s Friend. Vortius, drava near ! My Son, tbou oft baft feen Tby Sire engaged in ù corrttytcd State, IVreflling -witb Vice atsd Fatlion : N>w tbou fee fi me Spent 5 overpoisSrd, defpairing of Succefs; Let me advìfe tbee to retreat betimes U( 119 )S* J Grande Imperio Roman, com lei caduto ! , Oh maladetta ambizion ! caduto Nelle mani di Cefare. I Maggiori Non lafciargli altro a vincer, che fua patria. Club. Vivente C., arroffiraffi Cefare D' un Mondo fchiavo, e avrà V Impero ad onta. C. Ad onta Cefar ? non vide ei Farfalla ? Lue. Cato, egli è tempo te fai vare, e noi. Cat. Deh non penfare a me : fon fuor di rifehio; In man del vincitore io mai non fia : Ne Cefar mai dirà : vinto ho C.. Ma oh / Amici miei, voftra falute Stammi fui cuor : mille fegrete angofee Spaventar! l'Alma. Oh come falverò I miei amici / Or, Cefare, io ti temo. Lue. Cefar, fe a lui chieggiamla, avrà clemenza. Cat. Chiedila, te'n feongiuro: il tutto [ ei fappia ] Che contra lui fu fatto, il feo C.. Soggiungi, fe ti piace, eh* io '1 richiedo, ' Che il valor de* miei amici fia impunico. Giuba, per amor tuo turbato è il cuore. A Numidia tornar configlierotti, O andare a Cefar ? Club. Se giammai ti lafcio Finch' io vivo, abbandoni il Cielo Giuba. Cat. Tue virtù, Prence, s' io prevedo dritto > T esalteranno, c a Roma in avvenire Non fia delitto l'amirtà di Cato. Porzio, quà traggi : Figlio mio, tu hai vitto Sovente me impanato in guado Stato, Con vizj e con fazioni contrattante : Or fianco e difperante del {uccellò, Io ti configlio a ritirarti a tempo S 2 A tua To tby Patemal Seat, tbe Sabine Fieli, Wbere the great Cenfor toiN witb bis ow» Hands, And ali our frugai Anceftors -were bit fi i In bumble Vtrtues, and a Kural Life. There Uve retired, prayfor tbe Feace of Rome ^ Content thy felf to be Objcurely good. When Vice prevails, and impìous Men bear Sway, Tbe loft of Honour is a frisate Station. Port. 1 bope, my Fatber does not recommend A life to Forti as, tbat be feorns bimfelf. Cat. Farewcl, my Friends ! iftbere be any ofyotà Tbat dares not truft tbe Vitlort Clemency, Know tbere are Sbips prepared by my Command, [ Tbeir Saìls already ofning to tbe Winds ] Tbat f ball convey you to tbe wifbt-for Port. 2> tbere augbt elfe y my Friends, I can do f or you ? Tbe Conqueror draws ne or. Once more Fare-wel ! Ifeer we me et ber eafter, we fiali meet In bappter Climes, andona fafer Sbore, Wbere Capir never fiali approacb us more Tbere tbe brave Toutb, vitb Love ofVirtue fired, Pointing to the Body of his dead Son. Wbo greatly in bis Country s Caufe ex pire d, Sball ino-w be Conquerd. Tbe firm Patriot tbere l Wbo made tbe Welfare of Mankind bis Care ] Tho'ftill, by Fatlion, Vice, and Fortune, croft y Shall fmd the genrous Lahour was not lofi* «3( '4i )S* A tua fede paterna, al Sabin campo, Che 'J gran Cenforc a Tua mano facra. Là 've i frugali Avoli noftri in umili Virtudi, c in rurar vita eran beaci. Per la pace di Roma ivi tu prega, Celato ftando e in tua virtute involto.. Quando il vizio prevale, e gli empi regnano, Il più onorevol pofto è il più privato. ' Tor£ Spero, che il Padre mio non raccomandi A Porzio vfta, eh* ei medefmo fdegni. Cat. Addio, Amici : fc v' è alcun, che tema Del vincitor fidarfi alla clemenza > Sappia, che per mi ordine fon prede Navi, lor vele già fpiegandoai venti, Che condurranvi al deGato Porto. Altro c è, Amici, che per voi far debba ? S* appreffa il vincitor : di nuovo, addio. Se mai e incontrerem, e' incontreremo In più felici climi, e in miglior fpiaggia, U* Cefar non fia mai a noi vicino. additando il corpo del morto Tiglio Il prode Giovan di virtude accefo, Che fpirò nella cauta di fu a Patria, Vi faprà, eh* ei vincca. Il fermo amante Del fuo Paefe y eh' ha fatta Aia cura La falute del Mondo, ancorcri egli abbia Fazion, Vizio, Fortuna a lui contrarj, Non perderà fuoi generofi affanni. C. folus, fttttng in a thoughtful Po/Iure : hi bis Hand Tlato's Book on the Im- mortality of the Sotti. A dravvn Svvord on the Table by bim. IT T wuft he fo fiato, tbou reafonsl wett ! | Elfe uuhsnce tbis pleafing Hope, tbis fond De/ire, J Tbis Longing after lmmortality ? Or ivbence tbis fccret Dread, and inward Horror, Of falling info Nongbt ? IV by fbrinks the Soni Back on ber felf y and ftartles at Deftrvtlion ? *Tis tbe DWinity tbat flirt witbin us, Ti/ Heanìn its felf y tbat point's out an Hereafter, And intimate t Eternitj to Man. Eternit j ! tbon pleafing y dreadful, Tbotrgbt l Tbrougb wbat Variety of untryd Being, Tbrougb wbat nevu Scenes and Cbanges mnfl tue pafs ! Tbe ispide, tb % unbonnded Pro/peti y lie's before me > But Sbadows y Clouds } and Darbiefs, refi u$on it. Here C. folo, fedendo iti una pofoura penfierofa In mano il Libro di Platone dell' Immorta- lità delT Anima. Spada [gita mata folla Tavola vicino a Lui. E Lia è cosi; Platon, tu hai ragione. Se nò; donde vien quella lufinghevole Speranza : quel desìo e ardente brama Dell' immortalità ? e donde qucfto Tcrror fegreto, e naturale orrore Di cader nel niente ? Perchè V alma Ritirata in fé ftefla, e impaurita Alla diftru/ion s' aombra e fugge ? E* la Divinità, che muove dentro; Il Cielo è quel che 1' avvenire addita, E air Uom V eternitade accenna e moftra • Eternità ! pender grato, tremendo ! Per qual elTer diverfo, e non provato, E per qual mutazion di nuove feene Dobbiam pattar? la vafta (terminata Villa avanti fi (tende j ma in ombre, In nubi, in fcuiità fi da rinvolta. Mi ( M4 )8l Urti volli 1 lold. Jf tberes a Boisor ahove m j \ And tbat there is ali Nature cries alwd Through ali ber Works ] He mujl delight in Virine \ Ani tbat vvbicb be delight s in mufl he happy. But ivben ! or wbere ! Tbis World mas madefor Cafar. Vm weary of Conjeclures Tbis m ufi end 'em. ( Laying his Hand on his Svvord. Tbns am Idouhìy armd: my Deatb and life, My Barn and Antidote are botb before me : Ibis in a Moment brings me to an End : But tbis informs me I /ball newer die, The Sovl, fecurd in ber Exiftence 5 fmiWs At the drawn Dagger, and deficit iti Point. The Stars /ball fade v&ay, the Sun bimfelf Grow àim isSitb Age, and Nature fink in Tears > But thou fbalt flourifbin immortai Toutb, Unburt amidfi the War of Elemcnts, The Wrecks of Master, and tbe Crufb ofWorlds* Wbat means tbis Heavtnefs tbat bangs upon me t Tbis Letbargy tbat creeps through ali my Senfes t Nature ofprefs'd, and barrafsd out litb Care, Sinks down to "Refi. Tbis once Fllfauour ber. Tbat my awakend Soni may take ber Flight, Renrwd in ali ber Strengtb, and frefb witb Life An Ofringfitfor Heavn. LetGuiltor Fear Difiurb Mans Resi : C. knows neitber of f Indijfrenì in bis Cboice tojleep or die Eotcr Mi fermo io qui : fe ci è un Potei fovrano [ E eh* ei ci fia, alto Natura grida ] Dilettarfi egli dee nella virtude ; £ dee ciò che '1 diletta, efter felice. Ma quando, o dove ? Il Mondo è fol per Cefare. Ma/ che dubbi/.... Firmagli quefto. ponendo la fra mano alla Spada. Armato a doppio io fon: mia morte e vita, Mio veleno ed antidoto ho d' avanti. Quefto in un punto recami alla fine. M' infegna, quel, eh io non finirò mai. L* alma nel Aio Eller ficura, ride AI tratto ferro, e la fua punta sfida. Le fte/Je mancheranno, il Sole fteffo Fia abbacinato, e fu- voi la Natura Inveccherà sfi cirrata, ma tu frefea D* immortai gioventù /rcr/Vat* &mpre, Degli elementi infra le guerre illefa, Tra naufraga materia, urto di Mondi • Che è qu'éfta triftezza, che m' affale? Qual letargo ferpeggia entro a mici fenfi ? Natura oppreffa e faticata cafea, E vuol ripofo : contentarla or giovami. Dettata Y alma piglierà il fuo volo, Rinnovata in fua forza, e frefea in vita, Degna offerta pe '1 Ciel. Colpa o timore Sveglino altrui : Caton non gli conofee, A dormire o morire indifferente. Enter Portius. But labi hows tbtty my Son t Wby ibis Intrufoli ? Were not my Orders tbat 1 woud le private ? Wby am 1 difobeyd f Port. Alat y my Fatber ! Wbat Ì72GCWS tbis Swordì tbis Inflrument ofDcatbl Lct me convey it bence i C.. Rafb Toutb, forbear t Port. 0 let tbe Frayrs, tb* Entreatiss of your Friends, Tbeir Tears y tbeir common Danger vvre/t it from you. C.. Woudfft tboubetray meì Wou % d ti tbou giue me up A Slave, a Cattive, iato Cafars Hands l Retire, and learn Obedience to a Fatber, Or know, you*tg Man ! Port. 0 Sir, foi >give your Son, JVbofe Grief bangs beavy on bim\ O my Fatber ! How am I fare it it not tbe la/I Ttme t I c*er {ball cali you fo ! Be not difpleafcdy O be not angry vitb me isobilft I weep, And, in tbe Anguifb of my He art, befeeeb yon To quit tbe dreadfnl Furpofe of your Soul * Cato. Tbou bafi been ever good and dati fui. (Embracing him. JVeep not, my Son. Ali ivi II be -meli again. Tbe rigbt.ousGods y wbom I bave fougbt to pie afe ? Carne, e forgio. Gifc V ^ A, che è ciò, mio Figlio? Perchè quà? JlVJI Non avea detto, ch'io volea ttar foio? perchè cjifubbidire ? Pot%. Ohimè! mio Padre 1 . :Che fa efta fpada qui di morte arredo ? .-Via ^crterolla. Cat. Temerario, ferma. P0f£ Le infìanze, i preghi degli amici, il pianto, li comun lor periglio a voi la (veglione Cat. Vorrefti tu tradirmi ? e darmi fchiavo, Prigioniero, di Cefar nelle mani ? Va* via: e ad ubbidire un Padre impara, Ofappi, giovin... Por%. Non mirar sì torvo» Morrei più tofto, che difubbidirvì. Cat. Ben fia! Torno Padrone di me ftefso. AtTedi) r>r, Cefar, pur le noftre porte, Ed ogni adito chiudi: le tue Flotte CuopT*»no il mare, e ferrino ogni porto*, Carr^.'.Vv/rà a fe medefimo un patio, \ E li. *anr ;rà le tue fperanze... Por%. Al figlio Tritio /dolente tuo perdona. Oh Padre/ Ahi / forfè quefta ria V ultima volta, Ch' io ti chiami così! non difguftarti, Nè t' adirar con meco, mentr* io piango, E tra l'angofcia del mìo cuor ti prego A lafcìar tuo orribile pi n fiero. Cat. Tu hai fempre adempiuto! tuoi doveri, {abbrac- Non pianger, Figlio: il tutto anderà bene» (dandolo I giudi Dei, cui mi ftudiai piacere, ... T z Pre- Will fuccour C. f and preferve bit Cbildren. Port. Tour Wordt girne Comfort tù my droofing Heart. C. Portiut y tbou mayft rely upon my Conduci. Jby Fatber will not aQ wbat mtsbecomct bim. But go ymySotty and fee if augbt bc wantìng Among tby Fatber t Friendt ; fra tbem embarqued ; And teli me if tbe IVinds and Seat be friend tbem. My Soni it quite weigb'd down witb Care, and ash Tbefoft Refrefbment of a Moment' t Sleep. [ Exit. Port. My Tbongbtsare more at Eafe, my Heart rrvivet. Enter Marcia 0 Marcia, O my Sifler, fiill tbere't Hcfe ! Our Fatber wtll not caft away a Life. So needful to ut ali, and to bit Country. He it r air ed to Refi, and feemt to eberifb Tbougbtt full of Peate. He bat difpatcbt me benee Witb Ordert, tbat befpeak a Mind compofed, And fiudiout for tbe Safetby of bit Friendt. ' Marcia, tale tare tbat none difturb bit Slumbert. [ Exit Marc. 0 ye immortai Powert, tbat guard tbe Good y ìVatcb round bit Coucb 9 and foften bit Repof*, i \ Banijb bit Sorrowt, and becalm bit Sosti Witb eafie Dream s ; remember ali bit Virtuet ì And fbaw Mantind tbat Goodneft it your Care. Enter S» Prcfervcran C. c i figli fuoi. Tori» Voi conf° r " tc »• mio abbattuto cuore. Cat. Di me fidati, o Porzio : il Padre tuo Non farà cofa mai', che gli (convenga. 1 Or va, mio Figlio: e Ve*, che nulla manchi A i noftri amici : vedigli imbarcare ; Dimmi, fe venti e mar gli favorifcono. Tratta è giù P alma da pefanti cure, E d' un breve dormir follievo chiede. parte C. For£ Miei penficrfon più qucti, c'1 cor refpira. m % I Tornio, e Marcia. Fors?.f~\ Marzia, o mia Sorella, ci è ancor fpcrac. V_/ Il Padre, via non butterà una vita A noi sì neceffaria ed alla Patria . Ripofa, e fembra intrattener penfieri Di p?ce . Ei rn ha con ordini fpedito, Ch' una mente comporta ed anfiofa Della falvezza de gli amici moftrano . Marzia ; fa che niun (turbi i fuòi fonni . fatte Mar^ Numi immortali, che guardate il giudo. Vegliate intorno al letto, e '1 fuo ripofo Addolcite, bandire i fuoi dolori E con facili fogni gli calmate L'anima: rammentatevi di fue Virtudi : e a tutti gli uomini inoltrate, Che degP Iddi) è la bontà penfiero . •se w )i» and awf#l ss a, God y. He knows not bow to winì at bumnc Frail ty, Or pardon IVcaknefs, tbatbe ne*ver felt-. Marc. Tlwr/gb fieni and aufuì to tbc Foes ofRome y He is ali Goodncfs. i Lucìa,, jlways mìld, Compaffionate, and gentle to Vis Friends . F'i\ld n>itb Domtfl'tck Tendernefs, the b'eff 9 The ìùnJeft Fatììet t I bave c*vtr fpuud bim Eafie, and good, audfanfeoustojnylVifbes. Lue. Til bit Confent aloni tan male m blefid, Marc ta, we botb tre eQuallyivpol'V'd ; In tbe fame intricate >iFtff'*4i Difircfs . . r f - The cruci Handof Fata, ìbat fa- deflroyd T£y £ro*kr Man*; y infoia ta* botb- lamtnì Marc, -/W fwr lamenta unbappyToutb ! Lue. Ha/ /5r/ my Soul at largo, W uow Ifiand Loofe ofmyVowr £ut y tybo Jinows Catos Thugbts ? IVbo faow's bowyet b^ m^Afpofe ff Portiat e t Or bas determini fi \ of' tby felfì . * J Marc. Zs» Entcr Lucius '. Lue. Sweet are the Slumbers of the wìrtuous Man ! 0 Marcia, I bave Jeen thy Godlike Fatbcr : Some Tornir invsfible fupporis bis Soul^ And bears it up in ali its wonted Grcatnefs, A kittd refrefling Sleep isfalTnupon bini: 1 faw bìm ftretcbt at Eafc, bis Fancy loft In pleafeng Dream * as I drew near bis touch, He fmiUd, and cryd^ Cafar tbon canft not burt me . Marc. His Mind ftill labours witb fome dreadful Tbougbt Lue. Lucia, wby ali tbis Grief y tbefe Floods ofSorrow Dry up thy Tears, my Cbild, we ali are fafe Wbtle Caso iives His Prefence bile Rome furvived, Woud not bave match' d bis Daugbter witb a King , But Cafar s Arms bave tbrowndown ali Dijlinclion ; Whoe'er is Brave and Vìrtuous , is a Roman Vm ftck to Deatb O wben (ball I get loofe From tbis vain World , tV Abode ofGuilt and Sorrow ! And yet metbìnks a Beam of Ligbt breaks in On my departing Soul . Ala s , Ifear Tve beentoo bajly. Oye Powrs, tbat fearcb The Re art ofMan, and uteigb bis inmo/t Tbougbts , // I bave done amtfs , impute it not ì The beft may Erre , butyou are Good , and oh ! [Dics Lue. Tbere fled tbe greatefl Soul tbat ever ivarmd A Roman Brcaft . O C. ! 0 my Friend ! Thy WiU fiali be religionjly obfervd Bui Ut us bear tbis awful Corps to Cafar, Ani Ch’io pago al Padre gli ultimi doveri. Giuk Quefti i Trionfi fon , tue Imprefc , o Cefare ! Lue. Ora Roma è caduta daddovero / C., portato avanti nella fua feJia . C. Po fa temi qui giù. Porzio t'accoda. Son gli amici imbarcati ? Puoffi fare Alcuna cofa ancor per lorfcrvigio, Mentre ancor vìvo? ch'io non viva in vano/ O Lucio , fei tu qui? Sei troppo tenero! Tra i noftri figli V amicizia viva: Porzio felice fa nella tua Lucia. Pover' Uom / piange! Marzia , la mia Figlia. Oh/ mandatemi avanti. Giuba t'ama. Di Roma un Senaror, vivente Roma, Sposata non avrìa con Re fua Figlia; Ma tutto confuso han di Cesar V armi . Chi è bravo e valorofo , egli è Romano. Morir mi fento/ Oh ! quando farò fciolto Dal Mondo , di dolor di colpe albergo ! Pur parmi , che di luce un raggio fpunti All'alma che fi parte. Laffo / io temo D'aver troppo affrettato. Oh / Numi, voi, Che penetrate il cuor dell' uomo , e i fuoi Intimi movimenti ne pefate, Se fallit'ho , a me non l'imputate I migliori crran: buoni fiete , e .oh ! . . muore. Lue. La più bell'alma ora volò, che mai Un Roman petto rifcaldafle. O C.! Amico mio ! farà tua volontade Da noi con fomma religion fervata. Portianne il corpo venerando a Cefare : In « US )fc ^«J /ay U in bis Sigbt , that it may fi and A Fence betwixt ut and the Vittor i Wrath s Cato , thò dead, fiali ftill proteB bis Friend. Trom bence, le t farce contendìng Nations know what dire Effecls from Ci quai crudi effetti da civile Difcordia featurifeoo. Quefta è quella, Che le noftre contrade ne feompiglia, E Roma dà a Romane armi in preda : Crudeltà, Lite, Frode partorifee, £ invola al Mondo reo vita di Caco, Stante la relazione fatta dal M. R. Sie. Francefco Giufeppe Morelli Profefsore di lingua Inglcle concordare la pre- lente Traduzione col Tuo Originale in queir idioma ftam- pato, Si riftampi l'un, e V altra. Orazio Ma^ei Vicario Generale. Attefa la relazione del P. Ilario Flood Agoftiniano nativo di Scozia , Si (rampi. Maeftro Fr. Gio: Francefco Mefftni Mi». Covri). Vicario del S. Ufi^io della Città di Colle , e Provicario Generale del S.Ufiyo di Firenze. Filippo Buonarroti Sem , e Aud. di S. A. R. Catone. Keywords: portico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Catone.”

 

Luigi Speranza -- Grice e Cattaneo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale longobarda -- Vico e la sapienza italiana – il dialetto milanese e il sostratto latino – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Cattaneo; in fact, I LOVE Cattaneo; he is so much like me! I taught at Rossall, and he defended the the teaching in what the Italians (and indeed the ‘Dutch’) call the ‘gym’ not just of Grecian and Roman, but Hebrew – He famously claimed to know Hebrew when he interviewed for a job as a librarian! – From a semiotic point of view, he saw semiotics as the phenomenon the philosopher must consider when dealing with communication – he explored semantics, but also ‘sintassi’ in connection with ‘logic,’ and obviously, pragmatics – He was interested in comparing systems of communication in Homo sapiens sapiens and other species – and being an Italian, he was especially interested in how Roman became Latin – he opposed the Tuscany rule!” --  Grice: “Only a philosopher like Cattaneo is can understand Cattaneo’s contributions to semiotics!”. Figlio di Melchiorre, un orefice originario della Val Brembana, e di Maria Antonia Sangiorgio, trascorse gran parte della sua infanzia dividendosi tra la vita cittadina milanese e lunghi e frequenti soggiorni a Casorate, dove era spesso ospite di parenti. Fu proprio durante questi soggiorni che, approfittando della biblioteca del pro-zio, un sacerdote di campagna, si appassioa alla filosofia, soprattutto dei classici della filosofia romana.  Il suo amore per le lettere humanistiche classiche lo indusse a intraprendere gli studi nei seminari di Lecco prima e Monza poi, che avrebbero dovuto portarlo alla carriera ecclesiastica, ma già all'età di diciassette anni, abbandonò il seminario papista per continuare la sua formazione presso il Sant'Alessandro di Milano e in seguito al ginnasio e liceo classic di Porta Nuova dove si diploma. La sua formazione filosofica fu plasmata, durante gli studi superiori, da maestri quali Cristoforis e Gherardini, i quali gli aprirono le porte del mondo filosofico milanese. Grazie a queste opportunità, oltre alla passione per gli studi classici, Cattaneo inizia a nutrire interessi di carattere sstorico. Sempre in questo periodo furono fondamentali per la sua formazione filosofica le letture presso la Biblioteca di Brera e il contatto con il cugino paterno, direttore del gabinetto numismatico, era anche un importante esponente del mondo filosofico milanese. Altro punto chiave per il percorso formativo degli suoi interessi furono la frequentazione assidua dell’Ambrosiana, grazie alla sua parentela materna Sangiorgio con il prefetto Pietro Cighera, e della biblioteca personale dello zio. La Congregazione Municipale di Milano lo assunse come insegnante di latino e poi di umanita nel ginnasio comunale di Santa Marta. Approfondizza le sue frequentazioni con gli filosofi milanesi, entrando a far parte della cerchia di Monti. Di questi stessi anni sono le sue amicizie con Franscini e Montani. Dopo aver iniziato a frequentare le lezioni di Romagnosi nella sua villa, ne divenne presto amico e allievo. Si laurea Pavia con il massimo dei voti.  Risale il suo saggio dato alla stampa e apparso sull’antologia, si tratta di una recensione all'assunto primo del concetto di “giure naturale”. Saggio sulla Storia della Svizzera italiana. Convinto sostenitore di richieste di maggiore autonomia del regno lombardo-veneto dalla corte di Vienna, pensava di puntare su una politica non violenta per avanzare tali richieste. Il motivo del suo rifiuto nei confronti della violenza si può comprendere da questa affermazione poco conosciuta del filosofo milanese che al tempo stesso lascia trasparire cosa egli ne pensasse di un'annessione al Regno di Sardegna. Siamo i più ricchi dell'impero, non vedo perché dovremmo uscirne. Ottenne alcune concessioni dal vice-governatore austriaco, subito annullate dal generale austriaco Radetzky.  Purtroppo l'evoluzione tragica delle Cinque giornate di Milano, degenerate in violenza, fecero capire a C. che un dialogo tra la nobiltà lombarda e la corte di Vienna e effettivamente difficile, stessa impressione che curiosamente ebbe anche Radetzky che nel periodo del suo governo nel lombardo-veneto punta a cercare il favore del volgo. C.  e i suoi amici parteciparono quindi e contribuirono alle cinque giornate di Milano, senza agire con azioni di violenza gratuita. Ma dopo di esse, rifiuta l'intervento piemontese. Considera il Piemonte meno sviluppato della Lombardia e lontano dall'essere democratico. Presidente del Consiglio di guerra di Milano, che governa insieme al Governo provvisorio fino alla caduta di Milano al ritorno degli austriaci. Dopo una serie di moti popolari, nel frattempo, viene proclamata la repubblica romana, guidata da un triumvirato costituito da Mazzini, Saffi ed Armellini.  In seguito alla conclusione dei moti ripara nella ivizzera e si stabilì a Castagnola, nei pressi di Lugano, nella villa Peri. Qui ebbe modo di stringere maggiormente la sua amicizia con Franscini, potente filosofo ticinese, e di partecipare alla vita filosofica del Cantone e della città. Fonda il liceo di Lugano, che volle fortemente per creare un'istruzione pubblica laica libera dal giogo del papa, al fine di formare una generazione liberale e laica che era alla base dello sviluppo economico del resto della Svizzera. Amico di Manara, anda a Napoli per incontrare Garibaldi, ma poi tornò in Svizzera, perché deluso dall'impossibilità di formare una confederazione di repubbliche. Pur essendo più volte eletto in Italia come deputato del Parlamento dell'Italia unificata, rifiuta sempre di recarsi all'assemblea legislativa per non giurare fedeltà ai Savoia. Viene ricordato per le sue idee federaliste impostate su un forte pensiero liberale e laico. Acquista prospettive ideali vicine al nascente movimento operaio-socialista. Fautore di un sistema politico basato su una confederazione di stati italiani sullo stile della svizzera. Avendo stretto amicizia con filosofi ticinesi come Franscini, ammira nei suoi viaggi l'organizzazione e lo sviluppo economico della Svizzera interna che imputa proprio a questa forma di governo -- è più pragmatico del romantico Mazzini -- è un figlio dell'illuminismo, più legato a Verri che a Rousseau, e in lui è forte la fede nella ragione che si mette al servizio di una vasta opera di rinnovamento della communità. Pur essendogli state dedicate numerose logge massoniche e un monumento realizzato a Milano dal massone Ferrari, una sua lettera a Bozzoni, consente di escludere la sua appartenenza alla massoneria, per sua esplicita dichiarazione, sovente in quel periodo tenuta segreta e negata.  Per lui scienza e giustizia devono guidare il progresso della communità, tramite esse l'uomo ha compreso l'assoluto valore della libertà di pensiero. Il progresso umano non deve essere individuale ma collettivo, comunitario, attraverso un continuo confronto con l’altro. La partecipazione alla vita della communita à è un fattore fondamentale nella formazione dell'individuo. Il progresso può avvenire solo attraverso il confronto collettivo comunitario. Il progresso non deve avvenire per forza o autoritarismo, e, se avviene, avverrà compatibilmente con i tempi: sono gli uomini che scandiscono le tappe del progresso. Nega il concetto di “contratto” comunitario o sociale. Due uomini si sono associati per istinto. La comunita, la diada, la società è un fatto naturale, primitivo, necessario, permanente, universale -- è sempre esistito un federalismo delle intelligenze umane -- è sorto perché è un elemento necessario di due menti individuali.  Pur riconoscendo il valore della singola intelligenza monadica, afferma però, che più scambio, conversazione, dialettica, e confronto ci sono, più la singola intelligenza monadica diventa tollerante dell’altro nella diada. In questo modo anche la società e la comunita diadica e più tollerante. Le due sistemi cognitivi dei individui della diada devono essere sempre aperti, bisogna essere sempre pronti ad analizzare nuove verità.  Così come le due menti si devono federare, lo stesso devono fare gli stati europei che hanno interessi di fondo comuni. Attraverso il federalismo i popoli, le comunita, possono gestire meglio la loro partecipazione alla cosa pubblica. La communita, il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà. La comunita, il popolo non deve delegare la propria libertà ad un popolo lontano dalle proprie esigenze.  La libertà economica è fondamentale per C. -- è la prosecuzione della libertà di fare -- la libertà è una pianta dalle molte radici. Nessuna di queste radici va tagliata sennò la pianta muore. La libertà economica necessita di uguaglianza di condizioni. La disparità ci saranno ma solo dopo che tutti avranno avuto la possibilità di confrontarsi nella conversazione aperta. E un deciso repubblicano e una volta eletto addirittura rinuncia ad entrare in parlamento rifiutandosi di giurare dinanzi all'autorità e la forza del re. Viene richiamato quale iniziatore della corrente di pensiero federalista in Italia. Fonda il periodico Il Politecnico, rivista che divenne un punto di riferimento dei filosofi lombardi, avente come intento principale l'aggiornamento tecnico e scientifico della cultura nazionale. Guardando all'esempio della Svizzera cantonale (improntata alla democrazia diretta), define il federalismo come "teorica della libertà" in grado di coniugare indipendenza e pace, libertà e unità. Nota al riguardo che abiamo pace vera, quando abiamo gli stati uniti dell’Europa, alla svizzera. Cattaneo e Mazzini videro negli nella Svizzera l’unico esempio di vera attuazione dell'ideale repubblicano. Federalista repubblicano laico di orientamento radicale-anticlericale, fra i padri del Risorgimento, e alieno dall'impegno politico diretto, e punta piuttosto alla trasformazione culturale della società. La rivista Il Politecnico fu per lui il vero parlamento alternativo a quello dei Savoia.  In accordo con il Tuveri redattore del Corriere di Sardegna, intervenne in merito alla questione sarda in chiave autonomistica locale. In tal senso, denuncia l'incapacità ed incuranza del governo centrale nel trovare una nuova destinazione d'uso al mezzo milione di ettari (più di un quinto della superficie dell'isola) che avevano costituito i soppressi demani feudali, sui quali le popolazioni locali esercitavano il diritto di ademprivio, per usi civici.  A lui è dedicato l'omonimo istituto di ricerca. Altre saggi: “Scritti filosofici”; “Interdizioni israelitiche”; “Psicologia delle menti associate” – questo saggio – associazione -- non è stata completata e rimane allo stato di frammenti. Il tema de saggio sarebbe dovuto consistere nel cercare un'interpretazione sociale – diadica -- nello sviluppo dell'individuo o monada. La città – cittadino – cittadinanza -- considerata come principio ideale delle istorie italiane; Dell'India antica e moderna; Notizie naturali e civili su la Lombardia Vita di ALIGHIERI (si veda) di Cesare Balbo Il Politecnico, Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale e comunitaria; Dell'Insurrezione di Milano e della successiva guerra. Rapporto sulla bonificazione del piano di Magaldino a nome della società promotrice, In Lugano, Tipografia Chiusi. Le cinque giornate di Milano di Carlo Lizzani -- interpretato da Giannini. C. e le cinque giornate di Milano  Secondo una tesi, non comprovata e non accolta dai dizionari biografici, C. sarebbe nato a Villastanza, frazione del comune di Parabiago in provincia di Milano. Certamente più antica è la Villa prospiciente la Chiesa, sulla piazza ed attualmente in proprietà del signor Luigi Gagliardi, cui è giunta per eredità dagli avi. Un'insistente tradizione vuole che in questa casa, abbia avuto i natali nientemeno che C.. Ma C. deve aver passato qui soltanto alcuni anni della sua infanzia, ospite nei mesi estivi della famiglia amica ai propri genitori. Si veda, a tal riguardo, “Storia di Parabiago, vicende e sviluppi dalle origini ad oggi, Unione Tipografica di Milano. (Tortora), da Filosofico (Fusaro)  Arch. Fant Milano  Bertone, Camagni, Panara, La buone società: Milano industria. Almanacco istorico d'Italia, Battezzatti. C. genealogy project, su geni_family_tree. Il Famedio, su  del Comune di Milano; Lacaita, Gobbo, Turiel La biblioteca di C., Le riforme illuministiche in Lombardia, articolo dal saggio introduttivo a Notizie naturali e civili della Lombardia, come riportato da Pazzaglia in Antologia della letteratura italiana,  Il monumento milanese che lo raffigura reca l'iscrizione, A C.  -- La massoneria italiana, Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani. Fonte:// manfredi pomar.com/.  l'Enciclopedia, alla voce "Politecnico", in La Biblioteca di Repubblica, POMBA-DeAgostini; Petrone, Massoneria e identità, Taranto, Bucarest; Fiorentino, Non proprio un modello: gli Stati Uniti nel movimento risorgimentale italiano; Teodori, "C., Garibaldi, Cavallotti": i radicale anti-clericali, anti-papa, in Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull'Unità d'Italia, Rubbettino; M. Politi, D. Messina, G. Pasquino, Teodori, Dibattito "Risorgimento laico". Presentazione del saggio di Teodori, su Radio Radicale, Milano, Fondazione Corriere della Sera. Tuveri, in Rassegna storica del Risorgimento; Ambrosoli (scelta e introduz. di). C. e il federalismo, Roma, Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato, Archivi di Stato,  Bobbio, Una filosofia militante: studi su C., Einaudi, Torino; Campopiano, "C. e La città considerata come principio ideale delle istorie italiane", in "Dialoghi con il Presidente. Allievi ed ex-allievi delle Scuole d'eccellenza pisane a colloquio con Ciampi", M. CampopianoL. Gori; Martinico, E. Stradella, Pisa, La Normale. C. e Tenca di fronte alle teorie linguistiche di Manzoni, in «Giornale storico della letteratura italiana; Colombo, Montaleone, C. e il Politecnico, Angeli, Milano, Frigerio, dir. de Rougemont, Bruylant, Bruxelles, Fubini, Gli scritti letterari di C., in Romanticismo italiano, Laterza, Bari. Lacaita, L'opera e l'eredità di C., Feltrinelli, Milano. Puccio, Introduzione a Cattaneo, Einaudi, Torino); C. nel primo centenario della morte, antologia di scritti, edizioni Casagrande, Bellinzona, Antonio Gili, Pagine storiche luganesi, Arti grafiche già Veladini, Lugano; Lacaita, Economia e riforme in C., Ibidem; Cotti, C. in una lettera inedita di Lavizzari, C.: studio biografico dall'Epistolario»; opera di  Michelini (Milano, NED), C. scrittore, in Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli, Liguori, Cattaneo una biografia. Il padre del Federalismo italiano, Garzanti, Milano; Il ritratto carpito di C., Casagrande, Bellinzona; Cattaneo federalista europeo, in «Il Cantonetto, Lugano, Fontana Edizioni SA, Pregassona,  L'istruzione educante nel pensiero di C., Carlo Moos, Carlo Cattaneo: il federalismo e la Svizzera, Mariachiara Fugazza, Una lettera inedita di Cattaneo a De Boni. La Repubblica Romana, Ibidem, Moos, C.  in Ticino, Bollettino della Società Storica Locarnese, Tipografia Pedrazzini, Locarno, Michelin Salomon, C.. Una pedagogia socialmente impegnata, Messina, Samperi; Mario: C. Cenni. Cremona. Cantoni, Il sistema filosofico di C., Milano; Torino: Dumolard, Matteucci, Romagnosi Cinque giornate di Milano Federalismo in Italia, Ferrari (filosofo) Liceo di Lugano Stati Uniti d'Europa Sostrato (linguistica) Università Ca. C. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C. in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  C., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., su Enciclopedia Britannica, C. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., su siusa. archivi. beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.  Opere C., su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere C., su storia.camera, Camera dei deputati. Raffaelli, C., in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,  Colombo, C., in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere Scritti di C. in classicis; Scritti di C.: testi con concordanze e lista di frequenza Indice Carteggi di C. Altro Cronologia della vita di C. su storia dimilano. C. Il contemporaneo dei posteri a cura del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita  Filosofia Letteratura  Letteratura Politica  Politica Risorgimento  Risorgimento Categorie: Patrioti italiani Filosofi italiani Politici italiani Professore Milano Lugano Scrittori italiani Personalità del Risorgimento Positivisti Insegnanti italiani Filosofi della politica Repubblicanesimo Linguisti italiani Sepolti nel Cimitero Monumentale di MilanoPolitologi italiani Federalisti Deputati della VII legislatura del Regno di Sardegna Deputati dell'VIII legislatura del Regno d'Italia Deputati della IX legislatura del Regno d'Italia. Linguaggio e ideologia: la posizione di C., Comitato di Redazione matania edoardo ritratto di c.  xilografia, Matania, Ritratto di C., xilografia, di Prato  La centralità della figura di C. nell’ambito della cultura italiana  giustamente ricollegata al suo pensiero liberale e laico, agli studi giuridici che hanno contrassegnato l’intera sua formazione, all’interesse verso l’etnografia e la psicologia sociale. La sua personalità di studioso poliedrico e sfaccettato, fortemente influenzata dalla cultura classicista e dalla filosofia dell’illuminismo, si è concretizzata in varie forme tutte di grande rilevanza: il filosofo, l’economista, il critico, lo storico, lo scrittore politico, il fondatore della rivista Il Politecnico e, non da ultimo, il linguista.  Nel quadro di questa ricerca intellettuale così ricca e variegata un posto rilevante assumono i suoi studi etnico-linguistici di impianto storico-positivo e i suoi progetti politici orientati sul concetto di “nazionalità”. Con questo termine egli si riferiva allo stesso tempo sia alla più alta e unitaria aggregazione culturale, sia alla diretta partecipazione popolare allo sviluppo della società civile.  Proprio sugli interessi linguistici di C. concentreremo la nostra attenzione mettendo in evidenza l’impulso che egli ha dato alla costruzione dell’italiano come lingua comune che riflette il nesso tra la vitalità della lingua e la vitalità culturale della nazione di cui la lingua stessa è «il vincolo unitario in senso geografico e sociale» (Vitale), perché è da essa che dipende la possibilità per gli italiani di partecipare al progresso della cultura del proprio Paese. La forte coscienza del carattere comune della lingua faceva sì che C. potesse prescrivere la rinnovabilità della lingua – rifiutando quindi le angustie del purismo, i grecismi e i particolarismi provinciali – e sostenere anche un’opposizione recisa, basata su una coerente visione culturale di impronta europea, sia al neotoscanismo e al fiorentinismo manzoniano, sia all’accademismo della Crusca, in nome di un principio di unità di cultura e di vita civile nazionale.  Questa impostazione spiega poi la sua duplice posizione rispetto ai dialetti: da una parte riproponeva in termini nuovi, non antitetici,  i rapporti fra i dialetti e la lingua, riconoscendo la validità dei dialetti in quanto depositari di un patrimonio storico da preservare, apprezzando i valori riposti nelle culture popolari e sottolineando anche il valore della letteratura dialettale; dall’altra però considerava i dialetti come elementi superabili nel processo dialettico fondativo della lingua comune, essendo consapevole che il coinvolgimento dei parlanti nella lingua comune poteva avvenire nella misura in cui essi riuscivano progressivamente ad abbandonare l’uso esclusivo del dialetto.  Il primo scritto di linguistica di C. è quello sul Nesso della nazione e della lingua Valacca coll’italiana, pubblicato come parte di un lavoro più generale che riguardava l’influenza delle invasioni barbariche sulla lingua italiana e che non venne mai condotto a termine. Si tratta di uno studio sul passaggio dalla società tardo romana a quella feudale e poi comunale, condotto sulla scia dell’insegnamento di Romagnosi ma con una sostanziale differenza: mentre Romagnosi tendeva a ridurre la storia della civiltà in storia degli istituti giuridici e solo marginalmente si interessava di questioni linguistiche, C. già in questo primo scritto – il cui carattere storico generale è evidente – metteva al centro della sua trattazione il problema linguistico, considerando la lingua come espressione della nazionalità e testimonianza delle vicende della storia dei popoli.   La funzione sociale e in senso lato politica della lingua viene così enfatizzata con la finalità di studiare le interconnessioni tra le cose, cioè gli anelli che compongono le catene sociali che tengono uniti gli individui in quanto membri di una comunità: le parole, che sono ricche di sottili significati, possono essere comprese pienamente solo se situate in un contesto sociale più ampio di quello del loro svolgersi immediato (Lewis). Il nucleo che tiene insieme le memorie individuali e collettive è insomma costituito dalla lingua e l’esercizio della lingua rafforza tale nucleo dal quale poi dipende in buona parte l’identità di un popolo, la sua coscienza storica. In questo caso C. non si riferiva alla lingua solo come insieme di regole sintattiche e di etichette fonologiche, ma anche come modalità socialmente e regionalmente differenziata, dunque non la lingua come sistema, bensì come norma e istituzione: «è nelle parole della lingua che si condensano i path, i “sentieri” della memoria propri di ciascuna comunità» (Mauro).  Poli C. mostrò fin dagli anni giovanili grande interesse per l’opera di VICO, anche grazie all’influenza che ebbero su di lui le opere di Romagnosi e Ferrari che la interpretavano alla luce dell’antropologia laica dell’illuminismo. Proprio dal saggio di Ferrari, Vico e l’Italie uscito a Parigi, egli prese spunto per un saggio Sulla scienza nuova che pubblicò sul Politecnico nello stesso anno. L’interesse per le età primitive e per la vita collettiva dei popoli, il rapporto tra lingua e nazione denotano la presenza di motivi vichiani, con i quali C. corresse certi eccessi del razionalismo settecentesco, senza mai però rinunciare all’idea di progresso, e allo stesso tempo senza farsi influenzare dagli aspetti teologici della filosofia di Vico. La sua formazione illuminista lo portò a non condividere nessun mito del Risorgimento romantico e spiritualista, a celebrare come maestro Locke contrapponendolo alle fumosità dell’idealismo, ad avversare le posizioni di Rosmini, Gioberti e anche Mazzini.  L’illuminismo nella sua opera «si rivela sotto il carattere di una radicale antimitologia» (Alessio). Rispetto al Romanticismo la posizione di C. è contrassegnata da una sostanziale estraneità: giustamente Timpanaro osserva che parlare – come spesso si è fatto – di un romanticismo di Cattaneo può essere giusto se ci riferiamo al romanticismo come una categoria spirituale generale, definendo romantico ogni forma di interesse per le età primitive, per le tradizioni popolari e per il nesso lingua\nazione. Ma questo non ci deve far dimenticare che per il Romanticismo inteso come movimento culturale storicamente definito Cattaneo – come del resto anche Leopardi – mostrò sempre un atteggiamento critico e distante motivato dalla sua avversione al medievalismo, a quella concezione religiosa della vita che i romantici – sia pure con sfumature diverse – condividevano e al modo ambiguo con cui veniva da loro esaltato lo spirito popolare, inteso più come attaccamento alle tradizioni locali e forma di ingenuità, che come aspirazione democratica.  Sui rapporti tra romani e barbari e sulle origini della lingua italiana C. tornò diverse volte in altri scritti successivi quel saggio, sostenendo la derivazione dell’italiano dal latino volgare e limitando al massimo l’influsso delle lingue dei barbari sulla formazione dell’italiano, tanto più che secondo lui il numero dei barbari dominatori era stato assai esiguo contrariamente a quanto pensavano molti storici. Per valutare al meglio questa continuazione dell’italiano dal latino volgare per C. era necessario tener conto anche dell’influsso esercitato dalle antiche lingue dei popoli italici conquistati dai romani (etrusco, umbro, celtico ecc..).  Questa è l’importante teoria del sostrato senza la quale è difficile ad esempio spiegare la varietà dei dialetti italiani e che coinvolge soprattutto la fonetica piuttosto che il lessico: non si tratta quindi di una generale mescolanza di lingue, ma della stessa nuova lingua pronunciata in modo diverso in base ad abitudini fonetiche precedenti che rimanevano vive perché radicate dall’uso dei parlanti. Gli studi sull’origine dell’italiano sono importanti anche per spiegare la posizione che C. ha assunto nel dibattito sulla questione della lingua, che ha avuto del resto una grande rilevanza nella cultura italiana del tempo. C., infatti, non vedeva una scissione tra il suo impegno di linguista militante e i suoi studi di linguistica storica, al contrario riteneva lo studio storico delle lingue come la base, e dunque il fondamento, della linguistica normativa. Di fronte al problema di come la lingua italiana avrebbe dovuto essere formata e regolarizzata, egli sosteneva una rigorosa battaglia antitoscana, svolta su due fronti essenziali. Il primo era diretto – riprendendo una polemica che era stata inaugurata dagli illuministi lombardi del Caffè – contro il modello arcaico e passatista dell’Accademia della Crusca, che sosteneva una concezione immobilistica della lingua, estranea a ogni innovazione e fondata sulla netta scissione tra lingua e cultura. Il secondo fronte riguardava il modello certamente più moderno e funzionale del Manzoni, ma che ai suoi occhi risultava troppo accentrato e basato su un concetto di popolarità che egli non condivideva:  «la dottrina della popolarità da cui primamente si presero le mosse, oramai non significa più che si debba agevolare l’intendimento e l’arte della lingua agli indotti: ma bensì che si debbano raccogliere presso uno dei popoli d’Italia le forme che, più domestiche a quello, riescono più oscure a tutti li altri. Si intende un’angusta e inutile popolarità d’origine, non la vasta e benefica popolarità dell’uso e dei frutti» In alternativa, C. opponeva una forma di lingua che costituisse un punto d’incontro delle varie tradizioni dialettali italiane in maniera da poter svolgere veramente una funzione unificatrice della nazione. Una lingua, allo stesso tempo illustre, «insieme austera e moderna» (Timpanaro), adeguata non solo alla cultura letteraria, ma anche a quella scientifica e filosofica. Fin da quel primo articolo, cui abbiamo già fatto riferimento, C. dimostra inoltre di avere due maggiori capacità rispetto ad altri autori italiani suoi contemporanei. La prima era quella di saper andare al di là dei ristretti confini nazionali, interessandosi ad esempio delle lingue germaniche e del romeno. La seconda consisteva nell’avere ben presente il principio che la comunanza di origine tra due lingue è dimostrata dalla somiglianza delle strutture grammaticali, più che dei vocaboli – principio che ricavava dalla nuova linguistica comparata di Bopp e dei fratelli Schlegel che, proprio in quegli anni, erano diventati per lui importanti interlocutori anche polemici e avevano impresso nuovi sviluppi alle sue idee linguistiche. Biondelli pubblica sul Politecnico una serie di articoli sulla linguistica indeuropea, recensendo anche importanti opere dei comparatisti, informando così il pubblico italiano sui risultati scientifici da loro raggiunti. Questi articoli hanno indotto C. a prendere una posizione critica di fronte a questa corrente di studi e a scrivere il saggio Sul principio istorico delle lingue europee.  In questo saggio C. critica l’idea che dall’affinità delle lingue fosse possibile ricavare una comunanza d’origine dei popoli, perché era invece convinto che non ci fosse una connessione essenziale tra affinità linguistica e affinità razziale e che la linguistica e l’antropologia andassero attentamente distinte; inoltre credeva che si fosse troppo insistito sull’unità dell’indoeuropeo, trascurando le differenze tra le varie lingue dovute al sostrato. Guardava con sospetto l’esaltazione orientalizzante che costituiva forse la conseguenza più effimera e fuorviante del comparatismo indoeuropeo (Marazzini). Per Schlegel il sostrato svolgeva soprattutto una funzione negativa corrompendo la perfetta forma del sanscrito; per C., al contrario, la commistione del sanscrito con le lingue europee primitive ha dato luogo a un innesto fecondo perché il sostrato «rappresentava appunto il principio della varietà linguistica, non cancellata dall’azione unificatrice esercitata dal popolo colonizzatore» (Timpanaro). La parentela linguistica non è quindi nel sistema di C. identità di origine, bensì il risultato di un lento e progressivo avvicinamento delle popolazioni, dovuto all’istaurarsi fra di esse di rapporti politici, economici e culturali. Non si tratta, quindi, di un punto di partenza, ma di arrivo:  «Le lingue vive d’Europa non sono le divergenti emanazioni d’una primitiva lingua comune, che tende alla pluralità e alla dissoluzione; ma sono bensì l’innesto d’una lingua commune sopra i selvatici arbusti delle lingue aborigene, e tende all’associazione e all’unità. Se una volta in diverse parti d’Italia e delle isole si parlò il fenicio, il greco, l’osco, l’umbro, l’etrusco, il celtico, il carnico, e Dio sa quanti altri strani linguaggi, come tuttora avviene nella Caucasia, la sovraposizione d’una lingua commune avvicinò tanto tra loro i nostri vulghi, che ora agevolmente s’intendono tra loro. Il tempo che cangiò le lingue discordandi in dialetti d’una lingua, corrode ora sempre più le differenze dei dialetti; e lo sviluppo delle strade e la generale educazione promovono sempre più l’unificazione dei popoli.  Non è che una lingua madre si scomponga in molte figlie; ma bensì più lingue affatto diverse, assimilandosi ad una sola, divengono affini con essa e fra loro; e per poco che l’opera si continui, o a più riprese si rinovi, divengono suoi dialetti e infine mettono foce commune in lei. (C.) Sulla base di queste considerazioni, C., nell’ambito dell’acceso dibattito sulla monogenesi o poligenesi del linguaggio, sosteneva una posizione particolare: rifiutava evidentemente il primo, ma allo stesso tempo era anche distante da quel particolare tipo di poligenismo sostenuto da Schlegel, che consisteva nel separare nettamente pochi tipi linguistici originali dai quali sarebbero derivate tante lingue cosiddette “figlie”. Per lui invece esistevano tante lingue primitive originarie che si erano ridotte di numero, via via che le tribù avevano cominciato a unirsi in aggregati più ampi. Non esistevano quindi – come per Schlegel – delle lingue perfette fin dall’inizio (le lingue flessive); tutte le lingue avevano origini umili o, come scriveva lui stesso, “ferine”. I modelli di questo modo di intendere il poligenismo linguistico sono Epicuro, VICO e Cesarotti Sempre contro Schlegel, rivendica la giustezza della teoria agglutinante secondo la quale anche le forme flessionali più perfette e sofisticate derivavano dall’agglutinazione di monosillabi che all’origine avevano una funzione autonoma. E in quel articolo osserva infatti che le declinazioni della lingua latina e greca potevano derivare da semplici nomi con un articolo affisso (C.).  Psicologia delle menti associate carlocattaneoeditoririuniti La polemica con Schlegel riguardava anche la questione dell’origine del linguaggio: mentre per il primo la flessione indoeuropea era dovuta sostanzialmente a un intervento divino, per Cattaneo, l’origine del linguaggio non poteva che essere umana, e su questo avrebbe mantenuto una posizione coerente anche negli scritti successivi come le Lezioni di ideologia, dove, ad esempio, confutava il sofisma di Bonald che negava all’uomo la facoltà di costruirsi un linguaggio. Su questo tema come per tanti altri Cattaneo è vicino alla grande tradizione della linguistica illuminista che con Locke e Herder aveva respinto recisamente la concezione delle idee innate e l’origine divina del linguaggio (Prato) ed è del tutto immune dalla concezione misticheggiante della linguistica tanto cara ai romantici.  Proprio nel Saggio sul principio istorico delle lingue europee, C. si propone di verificare il rapporto tra fenomeni linguistici e tradizioni culturali, considerando la ricerca linguistica in stretta correlazione con una riflessione propriamente filosofica. L’analisi dei fenomeni linguistici non si riduceva per lui solo a una raccolta estemporanea di dati ma si traduceva in una vera e propria scienza sociale. Alla filosofia analitica degli Idèologues – che era rappresentata per gli scrittori italiani soprattutto da Condillac e Tracy – egli riconosceva senz’altro il merito di aver esaminato con acume e precisione i problemi del linguaggio, inserendoli in una prospettiva il più possibile concreta e razionale. Allo stesso tempo era tuttavia consapevole anche dei suoi limiti, che consistono nell’aver indicato come proprio oggetto di riflessione una figura di uomo dai caratteri astratti e indipendente dal rapporto con i suoi simili. Proprio «la famosa ipotesi della ‘statua’ condillachiana gli appariva emblematica di un concetto destorificato della natura umana» (Gensini). Non a caso alle conferenze tenute presso l’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, C.volle dare il titolo di Psicologia delle menti associate, dove il termine di “psicologia sociale” è inteso appunto in senso antropologico sia come riflessione sull’uomo a partire dai rapporti che lo legano agli altri suoi simili, sia come ricostruzione delle mentalità e dei sistemi simbolici quale risultato di mediazioni sociali. In queste lezioni Cattaneo osservava che il lievito che fa fermentare le idee non si svolge in una mente sola perché «la corrente del pensiero vuole una pila elettrica di più cuori e di più intelletti. (C.). La genesi delle idee, che Locke aveva dimostrato scaturire dal linguaggio, in questa nuova prospettiva aperta da C., non può che radicarsi nella pratica sociale: «Nel commercio degli intelletti, promosso da felici condizioni, si svolgono le idee, come nel mondo materiale, al contatto delli elementi, si svolgono le correnti elettriche e le chimiche affinità. (C.) Il linguaggio stesso è la società (C.), ed è proprio su questo terreno che l’ideologia – ovvero l’analisi delle idee – iincontra la linguistica. Ideologia è del resto il titolo di una parte del corso di Filosofia che C. aveva tenuto presso il liceo di Lugano.  Non a caso aveva scelto questo titolo se consideriamo che per la sua chiara derivazione illuminista, l’ideologia rappresentava la sola reale forma di opposizione al conformismo della cultura del suo tempo perché l’ideologia era «un’arma efficace per una filosofia democratica, atta ad opporsi alla marea montante della filosofia restaurata, allo spiritualismo eclettico in Francia, all’ontologismo cattolico in Italia» (Formigari). I principi che contrassegnano l’intera ricerca di C. e che spaziano dal riconoscimento del valore del pensiero scientifico, alla negazione della metafisica e alla difesa della laicità, la rendono insomma pienamente aderente ai problemi e alle esigenze del nostro tempo, oltre che aperta a ulteriori forme di sviluppo e approfondimento.    Dialoghi Mediterranei.  Per un ritratto complessivo di C. e dei rapporti con i suoi contemporanei rimandiamo a Alessio e Mazzali. Studiati in particolare da Timpanaro. Si veda anche Gensini; Benincà; Geymonat. Negli Annali universali di statistica, si leggono ora in C. Si trova in C. [Anche per Giordani la lingua è il vincolo di una comunità che si identifica con la nazione (Cecioni). Per esempio nella recensione alla Vita di Dante di Balbo pubblicata sempre sul Politecnico(ora in C.) di cui viene criticato il contenuto religioso e metafisico e la difesa del neo-guelfismo. Questa teoria del sostrato come è noto verrà ripresa da Ascoli nei suoi celebri scritti linguistici. Sul rapporto tra Cattaneo e Ascoli rimandiamo alle dense pagine di Timpanaro e Timpanaro. Qui lo scrittore lombardo riprendeva un’idea ben radicata nella cultura italiana e che risaliva al De vulgari eloquentia di Dante. Su questo si può cogliere l’eco della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca del Monti che Cattaneo del resto aveva letto fin da giovanissimo con passione e interesse. Sulla linguistica dei comparatisti si veda Morpurgo Davies.  Sulla funzione positiva svolta da Biondelli per lo sviluppo degli studi linguistici in Italia vedi De Mauro. Per esempio la Deutsche Grammatik di Jacob Grimm. Pubblicato sul Politecnico è certamente il suo scritto linguistico-etnografico più ampio e originale. Qui C. fa riferimento a Uber die Sprache und Weisheit der Indier, Sulle idee filosofico-linguistiche di Schlegel vedi Timpanaro; In particolare su Cesarotti e sul suo Saggio sulla filosofia delle lingue, che è stato per Cattaneo una lettura importante vedi Gensini. Pubblicate postume da Bertani nella raccolta di Opere edite e inedite, ora in C. Ideologia è del resto il titolo stesso di una parte del corso di Filosofia che aveva tenuto presso il liceo di Lugano: si trova ora in C.; Alessio, C. illuminista”, in C.; Benincà, “Linguistica e dialettologia italiana”, in Lepschy; Bobbio,  “Introduzione”, in C., Scritti filosofici, Firenze, La Monnier, C. Scritti letterari, artistici, linguistici e vari, a cura di Bertani, Firenze, Le Monnier. C. Scritti filosofici, letterari e vari, a cura di F. Alessio, Firenze, Sansoni; C., Scritti filosofici, a cura di N. Bobbio, Firenze, Le Monnier. C., Scritti su Milano e la Lombardia, a cura di E. Mazzali, Milano, Rizzoli. 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C., Epistolario, raccolto e annotato da Caddeo, Firenze, Barbèra. Id.; Gli antichi Messicani, in Id., Scritti storici e geografici, a cura di Salvemini e Sestan, Firenze, Le Monnier; Tipi del genere umano, in Id., Scritti storici e geografici, a cura di Salvemini e Sestan, Firenze, Le Monnier, Lezioni, in Id., Scritti filosofici, a cura di Bobbio, Firenze, Monnier; On the origin etc. Sulla origine delle specie con mezzi di scelta naturale, ossia la Conservazione delle razze favorite nella lotta per vivere, di Darwin, Londra, in Id., Scritti letterari, a cura di Treves, Firenze, Monnier; Id. Carteggi, serie I. Lettere di C., cur. Cancarini Petroboni e M. Fugazza, Firenze-Bellinzona, Monnier-Casagrande. Id.; Carteggi, sLettere dei corrispondenti, a cura di C. Agliati, G. Albergoni e R. Gobbo, Firenze-Bellinzona, Le Monnier- Mondadori-Casagrande. Cella, I gallicismi nei testi dell’italiano antico, Firenze, Crusca. Cortelazzo; Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli. Cotugno, «Rinascimento» e «Risorgimento», in “Lingua e stile”; Ancona; Carteggio,  D’Ancona-Mussafia, a cura di L. Curti, Pisa, Scuola Normale Superiore; Filippi, L’uomo e le scimie, in “Il Politecnico”; Forcellini E. Totius latinitatis Lexicon, Padova, Tipografia del Seminario, Bettinelli. Foscolo, Epoche della lingua italiana, in Id., Opere, a cura di Puppo, Milano, Mursia, Fugazza. C., Scienza e società, Milano, Angeli. Galton F., C., Osservazioni meteorologiche sincrone fatte in Inghilterra e ridutte in forma di mappa dal Sig. F. Galton di Londra, in “Il Politecnico”; Geymonat, C.  linguista, Roma, Carocci, C.  prepara le Lezioni di Ideologia a Lugano, in “Nuova informazione bibliografica”; Gherardini, Voci e maniere di dire italiane additate a’ futuri vocabolaristi, Milano; Bianchi. Id., Supplimento a’ vocabolari italiani, Milano, Bernardoni. Giovannetti, Nordiche superstizioni. La ballata romantica italiana, Venezia, Marsilio. Lacaita, Gobbo, Priano., Laforgia (a cura di), Il Politecnico” di C.. La vicenda editoriale, i collaboratori, gli indici, Lugano-Milano, Casagrande; Marazzini,  L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani, Bologna, il Mulino. Mussafia, Reihenfolge der Schriften Ferdinand Wolf’s, Wien, Hof- und Staatsdruckerei. Ramusio, Navigationi et viaggi, Venezia, Giunti, vol. III Ranalli, Vite di uomini illustri romani dal risorgimento della letteratura italiana, Firenze, Pagni. Romanini, Se fossero più ordinate, e meglio scritte. Ramusio correttore ed editore delle Navigationi et viaggi, Roma, Viella. Rusconi, Sopra i lai o canti degli anglo-normanni, in “Giornale dell’I. R. Istituto Lombardo di scienze, lettere ed arti o Biblioteca italiana”; Delle Lezioni tenute al Liceo di Lugano tra anni Cinquanta e Sessanta, si analizzano le versioni preparatorie di un paragrafo dedicato all’originarsi della poesia da canti e balli popolari, con particolare attenzione alla cosiddetta ballata. Ciò consente di riconoscere in C., che in quel periodo ha ripreso l’attività di studio e divulgazione, il perdurare d’interessi terminologici e il legame con dibattiti che avevano coinvolto suoi maestri, colleghi e amici. Curiosità e passioni s’intrecciano con letture, alcune delle quali avranno eco nella seconda serie de "Il Politecnico", altre rimarranno limitate alla pratica didattica e si possono in parte scoprire grazie agli appunti preparatori. Indice del saggio su C. linguista – recensione Resurggimento. Anche il latino è lingua di tutta Italia, ma gl'itali non sono tutti romani. I dialetti ne sono testimonianza. La serbata integrità nativa delle molteplici favelle del Caucaso di fronte alle indo-perse riflette l'imagine di quelle che popolano l'Italia innanzi che la copre LO STRATO LATINO. Ne invasioni armale, né importazioni di civiltà,  ne sovrapposizioni di  lingue alterarono i confini etno-grafici dei TUSCI, dei LIGURI, dei CISALPINI, dei  veneti e d'ogni altra. Non conosciamo ancora le svariate forme naturali del nostro paese, e nemmeno i nostri dialetti e le riposte  loro derivazioni. Non conosciamo i secreti nessi che collegano QUESTA LINGUA NOSTRA alla civiltà precoce della Persia e dell'India, e alla lunga barbarie dell'antico  settentrione. La filologia puo classificare le duemila lingue e dialetti morti e vivi in famiglie, come si costuma nelle faune e nelle flore – la botanica linguistica di H. P. Grice e J. L. Austin.  La scienza della lingua è luce aggiunta alla scienza dei luoghi, dei tempi e dei monumenti, a rischiarare il buio della storia. Per  lei si scoprono le cause onde i popoli comunicarono tra loro con certi modi peculiari i propri pensieri. Per lei si rileva, da lieve indizio di scrittura salvata, una gente ignota alla storia. Si sorprendono sorelle nazioni che l’idioma apparentemente diverso inimica e in un dialetto si palesano segni d’origine disforme e  di  ANTICHI ODII IN NAZIONE STIMATA OMOGENEA. Per lei si assiste al ritorno su straniere labbra d'un vocabolo esulato dalla patria in età remota. Per  ei si rintracciano in una valle le reliquia d’una lingua fuggita dalla pianura negl’attriti del commercio o della conquista. Per lei si contemplas il transito d'una favella celebrata d’una letteratura e l'ascensione d'oscuro  dialetto del Lazio a dignità  d’idioma  illustre  in  compagnia della  fortuna militare del popolo romano. Per lei  rilucono  le  affinità  e  le  diversità  delle  lingue  tutte. LA NOSTRA LINGUA ITALIANA ha una nota affinità  primamente col latino -- e  colla  altra  lingua  dal  latino derivata: il francese. Queste due lingue viventi  e  li  innumerevoli loro dialetti si classificano dai linguisti sotto  il  nome  commune di lingue romane o romanze o latine. Come una famiglia, si deduce che  i dialetti  e  pronuncie provinciali sono fili conduttori ad un’origine prima. Si deduce che la varietà dei dialetti, delle  pronuncie  e  dell'aspetto degl’italiani trova esplicazione e commento nella varietà delle stirpi e di quella lingua  dei romani. Si deduce che l'azione  cementatrice della  lingua dei romani  s’è compiuta soltanto sovra popoli  barbari, e tali sono gl’europei  alla  comparizione  delle caste asiatiche;  che  avendo raggiunto  un  certo  grado  di  coltura,  ì  baschi  RESISTENO alla  lingua  dei romani. Quando noi troviamo nel  tedesco  e  nel  gotico  la  radice  della  parola  latina iraesagus,  dobbiamo indurre che  qualche  antichissima  relazione vi  fu  tra  li  avi  dei romani  e  li  avi  de’goti. Nello  stesso  modo  in  cui  possiamo  riferire l'italiano ed il  francese – o lingua gallica, come preferisco (i franci sono piu barbari) -- alla  commune loro madre, la lingua latina, o dei romani, come preferisco,  possiamo riferire il  latino, il greco, il sanscrito, il zendo ad una commune origine celata nella notte dei tempi. Se si paragona la lingua dei romani alle due lingue  sue  figlie, l’italiano e il gallico, si  trova  che  queste,  cioè  le lingue  moderne,  hanno maggior copia di voci  astratte.  La lingua dei romani ha lavoce  “fortis” -- ma non ha la voce  “forza.” Da vir  abbiamo  della lingua dei romani la  “virtus”,  l'italiano  e  il  francese  virtù,  vertu. Ma l'italiano e il  francese hanno inoltre le  parole  derivate  “virtuoso”, “virtuosamente”,  vertueux,  vertueusement;  e  il  francese  ha  inoltre il  verbo  évei^tuer.  Le voci  italiane ente, entità,  essenza, essenziale,  essenzialmente,  se  vengono  ricondotte alla forma della lingua de romani: ens, entitas,  essentia, essentialis, essentialiter, non si trovano mai nei romani antichi,  ma  solo  in  quelli dei  bassi  tempi. L’'inglese,  che  per una  metà  de'suoi  vocaboli  deriva  dall'antica  lingua  anglo-sassone e  per  l'altra  metà  dalla lingua dei romani. Nelle  lingue  indo-europee la  radice è quasi sempre uni-sillaba. Una radice bi-sillaba  -- come  animo, columna, vidua, susurrus, titubare, vacillare,  oscillare tentennare,  dondolare --  si  puo  considerare  o  come raddoppiamento o come  derivazione  di una voce  semplici più  antiche. Nella lingua dei romani, un verbo  semplice  p. e.  mitto, fero, traho, colle  sue  inflessioni  di persona,  di numero,  di tempo,  di modo,  e  coi  diversi  casi  de’suoi    participj, produce, nella sola  forma  attiva, circa un centinaio  d’inflessioni  -- mitto,  mittis,  mittens,  missuriis  etc.  etc. -- coir  aggìuiìta  delle forme nella voce passiva  -- mittor,  mitteris,  missus,  mittendus -- e  dei  nomi  ed  aggettivi  verbali  -- missio,  missilis y missivus --  ne forma duecento. Questo numero può ripetersi tante  volte quanti sono i verbi derivati e composti,  p. e.  mittito, AD-mitto, A-mitto,  eie.  epperò dalla sola  radice  uni-sillaba  di  mitt-o  possono diramarsi tremila suoni piu o meno diversi, ciascuno  dei quali esprime  un'idea in qualche grado modificata e distinta. P.  e., nelle  tre  voci  mitto,  misi,  mitfam,  vi  è  per lo meno la differenza  del tempo. Nelle voci  missuris  e  mittendis sono espresse tutte  quelle idee  che  in  italiano  significhiamo  con  dire:  a  quelli  che  manderanno,  ovvero  a quelli che DEVONO ESSERE mandati. Cosicché qui tre sillabe della lingua dei romani equivalgono  da  sette  a  tredici  sillabe  nella lingua degl’italiani. Codesti tremila vocaboli  nell’idioma  primitivo sono  rappresentati da una sola sillaba:  “mit.”  È  come la  quercia  rappresentata d’una  ghianda.  Qualunque sia  dunque  la  dovizia delle  forme  nelle  lingue  derivate, abbiamo  questa  legge  di  linguistica  che  le lingue veramente  primitive  hanno  potuto consistere  in  poche  centinaia  di  radici  monosillabe. È  un fatto linguistico che  la lingua dei romani, la  lingua madre, nel propagarsi di paese in paese e nel venir  adottate  da  numerose  persone,  hanno perduto gran numero delle  loro  inflessioni. La lingua degl’italiani, paragonata alla lingua dei Romani, non ha più i verbi  passivi,  né i participi  futuri,  né i partecipali,    il genere   neutro, e  le  declinazioni dei  nomi  sono ridutte  a  due sole  desinenze: singolare  e  plurale.  Per rilevare le affinità non basta paragonare isolatamente  una  lingua  con un'altra. È necessario ravvicinarla a tutta la serie delle lingue della stessa  famiglia. A prima  vista  non  appare  similitudine  tra  il vocabolo dormire e il  tedesco  traumen,  che vuol  dire  sognare. Ma  appare  di  più  nell’inglese  “dream”,  che  ha le  stesse  consonanti  della lingua dei romani e lo stesso senso del  tedesco. Inoltre nelle due voci  della lingua dei romani, somniis  e  somnium,  e  nelle  italiane  “sonno”  e  “sogno” si trova il doppio senso di dormire -- e  sognare. La pronuncia della lingua dei romani e della lingua degl’italiani proviene dalle loro origini, ossia dal genio imitativo più  o  meno DELICATO,  dalli  organi  vocali  più  o meno  flessibili, e  dall’abitudini  passate  in  tradizione.  E più facile mutare il  VOCABOLARIO dagl’italiani, dargli  una  nuova  lingua, che mutare la sua pronuncia. Questa  pronuncia sopravvive nei  dialetti,anche  dopo che  le  lingua è mutata. Ancora  oggi,  la  pronuncia e  il  dialetto  segnano  in Italia precisamente i confini  antichi  della  Gallia  Cisalpina  e della  Carnia  con  la  Venezia,  la  Toscana  e  la  Liguria. In  Italia, due soli dialetti  hanno  aspirazione:  il toscano  e  il bergamasco.  I due  dialetti  PIÙ DOLCI (forse) sono  il  veneto  e  il  siciliano,  alle  opposte  estremità dell'Italia. VICO rinvenne  nelle  radici latine  le  vestigia  d'una  antica  sapienza italica e fa  essendo  a  quei  tempi  ignota  ancora  la  scienza  linguistica  e  non  osservata  la  consonanza  della lingua dei Romani col  zendo  e  col  sanscrito,  Vico  attribuì  quella  sapienza alli  aborigeni  dell'Italia,  e  perciò  scrive  il  De  antiqiiissima  Italorum  sapientia  et  latinae  linguae  originibus  emenda, e correttamente! Carlo Cattaneo. Keywords: cinque giornate, community, communita, diada, monada, associazione, contratto sociale, conversazione, psicologia filosofica, psicologia, sociologia filosofica, ego e alter ego, logica e linguaggio, il latino, l’italiano di lombardia, il natale di Cattaneo – regione Lombardia – provincia -- – Milano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cattaneo” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cattaneo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stratto --  scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I love Cattaneo, but then you would, wouldn’t you – He reminds me of H. L. A. Hart, and then *I* am reminded that Cattaneo translated Hart to Italian as a pastime! What I like about Cattaneo is that instead of focusing on “Roman law” and Cicero – he focuses on Pinocchio!”. Si laurea a Milano sotto Treves. Su consiglio di Treves e Bobbio ha soggiornato al St. Antony's, criticando Hart, professore di Giurisprudenza, di cui su suggerimento di Bobbio e Entreves ha tradotto “Il concetto di legge”. Insegna a Ferrara, Milano, Sassari, Treviso. Analizza l'evoluzione storica delle teorie della pena e le opere dei grandi giuristi italiani. Membro della Società Italiana di Filosofia Giuridica e Politica. Altre opere: Il concetto di rivoluzione nella scienza del diritto” (Milano); “Il positivismo giuridico” (Milano); “Il partito politico nel pensiero dell'Illuminismo e della Rivoluzione” (Milano); “Le dottrine politiche” (Milano); Illuminismo e legislazione” (Milano); “Filosofia della Rivoluzione” (Milano); “Diritto liberale” “Giurisprudenza liberale” (Ferrara); “Filosofia del diritto, Ferrara); La filosofia della pena” (Ferrara); Delitto e pena” (Milano); Il problema filosofico della pena, Ferrara); Stato di diritto e stato totalitario, Ferrara); Dignità umana e pena nella filosofia di Kant, Milano); “Metafisica del diritto e ragione pura, studi sul platonismo giuridico di Kant” (Milano); “Goldoni ed Manzoni: illuminismo e diritto penale, Milano); “Carrara e la filosofia del diritto penale, Torino); “Libertà e Virtù” (Milano); Pena, diritto e dignità umana” (Torino); Diritto e Stato nella filosofia della rivoluzione” (Milano); Suggestioni penalistiche”; “Persona e Stato di diritto Discorsi alla nazione europea, Torino); Critica della giustizia, Pisa); L'umanesimo giuridico penale” (Pisa); Pena di morte e civiltà del diritto” (Milano); Terrorismo ed arbitrio, Il problema giuridico del totalitarismo, Padova); Il liberalismo penale di Montesquieu” (Napoli); Dignità umana e pace perpetua, Kant e la critica della politica” (Padova); “L’idolatria sociale (Napoli); “L’umanesimo giuridico, Napoli); Kant e la filosofia del diritto” (Napoli); Diritto e forza. Un delicato rapporto, Padova); Giusnaturalismo e dignità umana, Napoli); Dotta ignoranza e umanesimo” (Napoli); La radice dell'Europa: la ragione, uno studio filosofico-giuridico (Napoli). “Analisi del linguaggio e scienza politica” (Filosofia del diritto); “Il concetto di rivoluzione nella scienza del diritto, Milano, Istituto editoriale Cisalpino); “Il positivismo giuridico e la separazione tra il diritto e la morale” (Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano. Richiamo a istituti di diritto privato per la risoluzione del problema dell'origine dello stato, in “La norma giuridica: diritto pubblico e diritto privato, Atti del IV Congresso di Filosofia del diritto, Pavia, Milano, Giuffre); “Il realismo giuridico” in »Rivista di Diritto Civile”; Alcune osservazioni sui concetto di giustizia in Hobbes, in Il problema della giustizia: diritto ed economia, diritto e politica, diritto e logica, Atti del V Congresso Nazionale di Filosofia del Diritto, Roma (Milano, Giuffre); “Hobbes e il pensiero democratico nella Rivoluzione inglese e nella Rivoluzione francese, in »Rivista critica di storia della filosofia”; “Il positivismo giuridico inglese: Hobbes, Bentham, Austin, Milano, Giuffre); Il partito politico nel pensiero dell'illuminismo e della Rivoluzione francese, Milano, Giuffre); Le dottrine politiche di Montesquieu e di Rousseau, Milano, La Goliardica Stampa); Il positivismo giuridico, in »Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto«, “Il concetto di diritto” (Milano, Einaudi); “Considerazioni sul ‘significato’ della proposizione, ‘I giudice crea diritto«, in »Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto«; Illuminismo e legislazione, Milano, Edizioni di Comunita); Leggi penali e liberta del cittadino, in »Comunita«, Montesquieu, Rousseau e la Rivoluzione francese, Milano, La Goliardica); dispense del corso di Storia delle dottrine politiche, Milano); Quattro Punti, in »Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto«, Liberta e virtu nel pensiero politico di Robespierre, Milano-Varese, Istituto Editoriale Cisalpino); Considerazioni sull'idea di repubblica federale nell'illuminismo francese, in »Studi Sassaresi”,Liberta e virtu nel pensiero politico di Robespierre, Milano, Istituto Editoriale Cisalpino); Filosofo e giurista liberale, Milano, Edizioni di Comunita); Filosofia politica e Filosofia della pena, in Tradizione e novita della filosofia della politica, Atti del Primo Simposio di Filosofia della Politica, Bari, Bari, Laterza); Pigliaru: La figura e l'opera, testo della commemorazione tenuta i125 giugno 1969 nell' Aula Magna dell'U niversita di Sassari, in »Studi sassaresi«, Milano); Le elezioni e il liberalismo. Autonomia dell'Universita e neo-corporativismo, in »La Rassegna Pugliese«, Anti-Hobbes, ovvero i limiti del potere supremo e il diritto co-attivo dei cittadini contro il sovrano (Milano, Giuffre); Anti-Hobbes o il diritto co-attivo dei cittadini --; Considerazioni suI diritto di resistenza e liberalismo, in »Studi Sassaresi«, Ill, Autonomia e diritto di resistenza, Milano); La dottrina penale nella filosofia giuridica del criticismo, in Materiali per una Storia della Cultura Giuridica, ICorso di filosofia del diritto, Ferrara, Editrice Universitaria); La filosofia della pena nei secoli XVII e XVII: corso di filosofia del diritto, Ferrara, De Salvia). Discutendo giurisprudenza con Treves, pone il problema che sarebbe stato al centro di tutta la sua vita di uomo impegnato nello studio, nell'insegnamento, nella vita civile. Interrogandosi suI rapporto fra “rivoluzione” e “ordine giuridico”, vale a dire fra “fatto” (de facto) e “diritto” (de iure), giunge alIa conclusione che da un punto di vista epistemico-doxastico-giudicativo-conoscitivo-descrittivo non e possibile distinguere tra ordine giuridico e regime di violenza, autoritatismo, perche il diritto non e giusto per sua intrinseca natura, ma soltanto se e concretamente rivolto ad attuare il valore del giusto e rispetto della persona umana. Il rapporto fra forza autoritaria e la forza della legge, che da il  titolo a uno suo saggio, e la relazione fra diritto o gius come valore, costituisce infatti la questione su cui non cessa mai di interrogarsi, nella prospettiva del fondamento metafisico (escatologico, propriamente) del concetto di ‘giure’ non e riducibile alla volizione o ragione pratica del legislatore propriamente adgiudicato (alla Aristotele). In questo modo, C. indica la ricerca del giusto come compito specifico della filosofia del diritto e  pre-annuncia il suo intero percorso filosofico caratterizzato da un assunto basilaro. La filosofia, come assere Socrate, ha il suo carattere precipuo nel porre un problema piuttosto che nel risolverlo o dissolverlo, e, come nel mito platonico della caverna, l’analisi concettuale si muove suI piano della trascendenza escatologica, diverso e superiore a quello della realta empirica o naturale. Anche la filosofia giuridica, in quanto filosofia, e aperta alla escatologia metafisica e, avendo come base la conoscenza del codice u ordine del diritto romano-italiano *positivo*, pone il problema della sua valutazione escatologica alIa luce del valore della dignita kantiana umana e del concetto di un “stato di diritto”. Compito del filosofo non e dunque *descrivere* il diritto positive fattico empirico esistente, ma conoscerlo per condurne una meta-analisi critica al fine del suo adeguamento al modello ideale platonico socratico di giustizia contro il neo-trasimaco di Hart. Il problema giuridico della rivoluzione.  Il concetto di rivoluzione nella scienza e nel diritto, Milano-Varese. Neokantismo nella filosofia del diritto di Treves, in Diritto, cultura e liberta. Diritto e forza. Un delicato rapporto, Paova. La filosofia del diritto: il problema della sua identita, in Filosofia del diritto. Identita scientifica e didattica oggi, Cattania. IL tema del rapporto tra Diritto e Letteratura è stato più volte trattato dal Prof. Mario Cattaneo che ha pubblicato i seguenti saggi: ”Riflessioni sul <De Monarchia> di Dante Alighieri”, “L’Illuminismo giuridico di Alessandro Manzoni” pubblicato nelle Memorie del Seminario della Facoltà di Magistero di Sassari., “Goldoni e Manzoni. illuminismo e diritto penale” e “Suggestioni penalistiche in testi letterari. Nella Introduzione del volume su Goldoni e Manzoni rileva che i rapporti tra diritto e letteratura e la discussione di problemi giuridici in opere letterarie non sono stati in generale molto studiati; non mancano tuttavia alcune ricerche concernenti soprattutto il diritto nel teatro  Sono stati compiuti degli studi sul significato giuridico di alcune opere di Shakespeare daJhering  e  Kohler ed è stato esaminato il pensiero di alcuni poeti tra cui in Italia soprattutto Dante del quale si sono occupati Carrara, Vaturi, Vecchio, Mossini  e lo stesso Cattaneo.  Vi sono importanti opere della letteratura europea che hanno affrontato problemi giuridici rilevanti come il “Kolhaas” pubblicato da H. von  Kleist  e “Delitto e Castigo” di Dostoevskijj,l’ Autore rileva peraltro che la presenza di temi giuridici nella letteratura è particolarmente rilevante nell’illuminismo data la sensibilità civile di questo movimento. Il volume è dedicato all’esame degli aspetti giuridici – soprattutto di diritto penale – di due grandi autori italiani: Goldoni ed Manzoni.  Cattaneo rileva l’accostamento tra i due grandi letterati deriva da alcuni elementi di contatto: Goldoni passò l’ultima parte della vita in Francia e vide il declino dell’ancien regime francese e Manzoni trascorse parte della giovinezza in Francia nel periodo napoleonico. Goldoni visse gli ultimi anni della sua vita a Parigi nei primi anni della Rivoluzione francese ma non sappiamo come abbia seguito le fasi della stessa mentre Manzoni li seguì e scrisse l’ode “Del trionfo della libertà” che manifesta le opinioni del suo Autore e verso la conclusione della vita scrisse “La rivoluzione francese e la rivoluzione italiana” un saggio che fu pubblicato postumo e che, secondo C.,  è ispirato a sentimenti di libertà  i due scrittori  hanno un orientamento differente Goldoni, bonario ed ottimista,  esamina gli aspetti gioiosi della vita pur con una punta di satira e critica della società mentre Manzoni esamina gli aspetti essenziali e drammatici  della esistenza umana, sotto il profilo religioso Goldoni risulta tiepido ed alquanto indifferente mentre Manzoni nelle sue opere affronta il problema religioso.  Cattaneo evidenzia che l’accostamento tra i due letterati è già stata istituita da alcuni studiosi e cita l’opinione espressa da Ferdinando Galanti che evidenzia che Goldoni diede all’ Italia la nuova commedia, il ritratto della vita sulla scena, Manzoni è importante per la nuova tragedia ed il romanzo lasciando un popolo di caratteri originali, vivi e che rimarranno nella memoria di tutti come figure casalinghe, parlanti, che saranno ereditate di generazione in generazione quale caro tesoro di famiglia. Galanti ritiene che Manzoni abbia continuato, nel cammino della verità, l’opera di Goldoni.  Questo giudizio è ripreso da Federico Pellegrini in uno scritto che indica come elemento comune <il rispetto della natura> e ricorda i giudizi favorevoli di Manzoni su Goldoni in materia di lingua. Pellegrini rileva che nelle Commedie di Goldoni come nei Promessi Sposi l’esuberanza della fantasia non offende la sobrietà dell’insieme e vi è una processione di personaggi buoni e cattivi al di sopra dei quali vi è una idealità: la vittoria del bene sul male, questo è la morale di tutti i drammi. Pellegrini raffronta ed accosta  i personaggi delle opere dei due letterati e conclude affermando che: i geni si incontrano. Il Mazzoleni ha istituito un confronto fra “I Promessi Sposi” e “La Putta onorata”  commedia in cui Bettina, fidanzata di Pasqualino, viene rapita dal marchese Ottavio. Le coincidenze tra le due opere peraltro escludono l’influsso di Goldoni su Manzoni, per cui vi è affinità non dipendenza.  Il Petronio nel suo libro ”Parini e l ‘illuminismo lombardo” mette in rilievo che. “ben quattro volte l’Italia ha tentato una letteratura realistica”: “Una prima volta con l’illuminismo, col Parini e Goldoni; una seconda con il romanticismo lombardo, i tentativi generosi del Berchet nel verso e i risultati luminosi del Manzoni nella prosa; una terza col verismo meridionale e la soluzione geniale ma singolare, senza seguito, del Verga; una quarta in questo secondo dopoguerra” Passarella ha associato Goldoni, Manzoni e Collodi nel suo studio “Goldoni filosofo” ed ha definito i tre letterati “i più grandi umoristi del mondo” scrivendo che “Mentre Manzoni narra di lotte intime di uomini travolti dalla malvagità e Collodi sorride delle cadute e degli sforzi di quel Pinocchio fatto di legno ed emotivo e vivo di tutti gli elementi dell’essere umano, sintesi di tutta l’umanità aggrappantesi sulla ripida china che conduce a essere degni di chiamarsi umani, il sorriso col quale Goldoni guarda i suoi attori dice che il suo problema è la socialità: scontri ed incontri, beffe e incomprensioni, cadute e risollevamento nelle opinioni altrui”   C. evidenzia anche che un breve cenno comparativo tra Goldoni e Manzoni sotto il profilo giuridico è svolto anche daJemolo  il quale scrive a riguardo che Goldoni, che aveva studiato giurisprudenza, cercò nella commedia “L’Avvocato veneziano” di darci una figurazione di avvocato virtuoso, per cui la toga è davvero una divisa di soldato: Manzoni nel mondo del diritto non ci ha lasciato che la immagine imperitura di Azzecca-garbugli, il ricordo caricaturale delle Gride dei Governatori e quello del conte-zio, alto burocrate del suo tempo, il quadro atroce dei giudici della Colonna infame.  Padoan ha rilevato in un suo scritto che anche oggi, e non senza qualche ragione, potremmo indicare in Goldoni una polemica contro l’ozio nobiliare, anteriore al Parini; un atteggiamento di interesse verso il mondo degli umili, che non fu senza influenza sul Manzoni. C. conclude l’introduzione al volume affermando che le citazioni prima esposte sono sufficienti a giustificare la trattazione dei due autori in un unico volume, la sua analisi prende in considerazione la visione del problema giuridico dei due scrittori ed analizza il pensiero giuridico nelle sue premesse di fondo.nelle sue fondazioni filosofiche, nella misura in cui fare questo è possibile; a tal fine ritiene che l’elemento unificatore dei due autori in relazione al diritto, indicato anche nel titolo è l’illuminismo   L’autore evidenzia che nel Goldoni avvocato, difensore della professione forense, che mette in rilievo diversi problemi giuridici in molte sue commedie, si risente, in modo non marcato, l’influenza dell’Illuminismo, che è la radice della sua satira sociale, della sua garbata critica della nobiltà e delle disuguaglianze sociali, come in Manzoni critico della giustizia umana e della incertezza giuridica, che satireggia i pubblici funzionari e  gli avvocati, raccogliendo l’eredità del grande nonno Beccaria. C. ritiene che, oltre le apparenti differenze,.<< sia rintracciabile, nel pensiero di Goldoni e di Manzoni, il filo conduttore dato dai principi fondamentali dell’illuminismo giuridico, principi che si possono individuare essenzialmente nella certezza del diritto e nella dignità della persona umana. L’autore riferisce degli Studi su Goldoni avvocato rilevando che la critica ha tenuto presente in modo primario del significato letterario delle sue opere  un breve cenno agli studi giuridici di Goldoni era stato fatto da un grande recensore contemporaneo al commediografo Schiller nelle due recensioni  alla traduzione tedesca dei “MÉMOIRES.”  nella letteratura italiana Zanardelli, importante esponente dell’Italia risorgimentale, cita Goldoni in alcuni passi del volume “L’Avvocatura”  soffermandosi sulla figura della commedia “L’Avvocato veneziano” delineato come il tipo ideale dell’avvocato. Gli scritti italiani più importanti dedicati a Goldoni avvocato, scarsamente  ricordati nelle bibliografie goldoniane, sono opere di due studiosi parenti di C. Il primo è l’articolo “Goldoni avvocato” di Pascolato il secondo è di Cevolotto, avvocato di Treviso  Pascolato rifiuta la tesi che Goldoni sia stato un dilettante della giurisprudenza ed afferma la reale e profonda cultura giuridica attestata dall’esercizio dell’attività forense a Pisa dove vinse persino tre cause in un mese e che evidenziano il carattere schietto e buono anche in mezzo ai volumi dei dottori; Cervolotto esamina gli studi giuridici di Goldoni di tre anni a Pavia, ad Udine, la sua attività di coadiutore del cancelliere criminale a Chioggia e la sua laurea in legge a Padova. Un capitolo è dedicato alla attività professionale a Pisa dove esercitò più nel criminale che nel civile. Il penultimo capitolo è dedicato all’esame degli aspetti giuridici delle commedie goldoniane specie la commedia “L’Avvocato veneziano” che costituisce una esaltazione del foro veneto e altre note commedie. Cervolotto ritiene che Goldoni fu senza dubbio giurista, oltre che avvocato di valore non certo mediocre o comune evidenziando i buoni studi benché saltuari da lui compiuti e la sua conoscenza di molte questioni giuridiche presenti nelle sue opere. Cattaneo cita anche gli studiCozzi  e di Zennaro  Il secondo capitolo è intitolato “Goldoni, la procedura criminale e Il problema penale”  e C. riporta un passo dei “Mémoires” di Goldoni che tratta il tema della procedura criminale ed è commentato dal Pascolato che rileva che <<quella procedura criminale, colla continua ricerca della verità, coll’assiduo studio dei caratteri, lo aveva ammaliato: è una lezione interessantissima per lo studio dell’uomo. Di verità e di caratteri Goldoni faceva allora provvisione per i giorni, ancora lontani, della sua gloria. E intanto voleva diventare cancelliere  Goldoni sottolinea la presenza nel diritto vigente di limiti posti all’inquisizione dell’imputato, a tutela di questi ma non appaiono nelle sue opere chiari intenti riformatori della procedura criminale. IL terzo capitolo è intitolato “L’Avvocato veneziano: Goldoni fra diritto civile e diritto naturale” C. rileva che Goldoni stesso mette in rilevo i due fondamentali temi della commedia: la difesa della onorabilità della professione forense mettendo in scena la figura di un avvocato onesto ed onorato e la contrapposizione di due sistemi giuridici e giudiziari, quello di diritto comune e quello veneto, dando a quest’ultimo la preferenza;  la commedia come è stato evidenziato da alcuni studiosi, rompe una tradizione letteraria e teatrale di derisione e messa in cattiva luce della figura dell’avvocato, dell’uomo di legge che troveremo invece nella figura completamente negativa del dottor Azzeccagarbugli ne “I Promessi sposi”   Il quarto capitolo si intitola “Il giusnaturalismo illuministico di Goldoni: La Pamela e altre opere”  C. rileva che le radici illuministiche e giusnaturalistiche  del Goldoni si manifestano in rapporto alla procedura penale, al diritto penale, al problema delle fonti del diritto, ai rapporti fra la funzione del giudice e le opinioni dei giuristi. Il giusnaturalismo e l’Illuminismo di Goldoni si manifestano soprattutto nelle opere teatrali aventi come oggetto, o come sottofondo, il tema fondamentale della uguaglianza fra gli uomini, al di là delle differenze fra le classi sociali. Tra le opere significative per questa prospettiva giuridica teatrali emergono “La Pamela”, “Il Cavaliere e la Dama”, “Il Feudatario” “Le femmine puntigliose” il dramma giocoso per musica “I portentosi effetti della Madre Natura” e la tragicommedia (così definita dall’autore stesso) in versi “La bella selvaggia” che trattano il contrasto tra natura e società, infine la commedia in versi “La peruviana” che vengono esaminate negli aspetti più essenzialmente rilevanti sotto il profilo filosofico-giuridico dall’autore   che conclude il capitolo affermando che: “Quando si trattava dei valori supremi, come la pace, anche Goldoni sapeva essere religioso e invocare la grazia del cielo”  La seconda parte del volume è dedicata all’analisi di Alessandro Manzoni.  Il primo capitolo si intitola “Studi su Manzoni e il diritto”  e Cattaneo passa in rassegna gli studi esistenti dedicati espressamente ed esclusivamente o all’idea di giustizia nel pensiero di Manzoni, o agli aspetti giuridici della sua opera. L ‘autore commenta il lungo articolo di Zino, “Il diritto privato nei “ Promessi Sposi”, esamina poi l’articolo di Alessandro Visconti “Il pensiero storico-giuridico di Alessandro Manzoni nelle sue opere”.. Il più importante e più completo studio sul pensiero giuridico di Manzoni è il volume di Roberto Lucifredi. “Manzoni e il diritto”. Tale volume si conclude con alcune considerazioni generali sulla mentalità giuridica di Manzoni e Lucifredi ritiene che Manzoni era molto dotato per lo studio del diritto e sarebbe divenuto un ottimo cultore delle discipline giuridiche, un ottimo magistrato, un ottimo avvocato nel senso più nobile della parola e della funzione.. Nel 1939 Fortunato Rizzi ha pubblicato il volume “Alessandro Manzoni. Il Dolore e la Giustizia”  di cui la terza parte è dedicata al problema della giustizia. Nel 1942 è uscito il saggio di Opocher “ Il problema della giustizia nei Promessi Sposi”  in cui ribadisce che tutto il capolavoro manzoniano è essenzialmente un poema sulla giustizia e conclude affermando: ”I Promessi Sposi non costituiscono soltanto la storia attraverso cui la Provvidenza sana le sofferenze del giusto, ma anche, e vorrei dire soprattutto, la storia attraverso cui la Provvidenza feconda queste sofferenze, facendone lo strumento della redenzione degli oppressori” Nel 1961 il Tanarda ha pubblicato uno scritto “Il diritto nell’opera di Alessandro Manzoni”  in cui ribadisce che Manzoni era cresciuto in una famiglia coperta da una grande aureola giuridica, nipote di Cesare Beccaria, familiare dei Verri, amico di Rosmini; per lo scrittore lombardo l’uso del diritto autentico non può mai contrastare con la morale. Concludo ricordando la  strenna natalizia dell’editore Giuffrè pubblicata in occasione del bicentenario manzoniano con il titolo “<Se  a minacciare un curato c’è penale>”Il diritto nei Promessi Sposi” con saggi di noti docenti quali E. Opocher e Cotta.  In “Valori morali, giustizia, diritto naturale” C. ritiene opportuno esaminare la concezione manzoniana della giustizia, anche nelle sue premesse teoriche sulla base sia di alcuni brani, di pensieri inediti e di scritti di sapore filosofico. Dalla analisi di due postille redatte da Manzoni e da un brano scritto dallo stesso C. deduce che il grande scrittore lombardo esalta la tesi della certezza delle verità morali, tra le quali l’idea del giusto istituendo un paragone tra verità morali e verità matematiche.  Secondo C. questo brano manzoniano è affine alla dottrina platonica delle idee espressa nel dialogo “Parmenide”, vi è inoltre una affinità con Kant che afferma che non è cosa assurda pretendere di far derivare il concetto di virtù dall’esperienza, perché ciò significherebbe fare della virtù qualcosa di ambiguo e di mutevole secondo le circostanza. In realtà è sulla base  della idea di virtù che si giudicano gli esempi empirici di virtù e di comportamento morale.  L’Autore richiama anche la filosofia di Rosmini, il più grande filosofo italiano, la cui filosofia si fonda sull’idea dell’essere e cita un brano del “Nuovo saggio sull’origine delle idee” .Va anche evidenziato che Manzoni ribadisce una sostanziale e piena identità fra morale e religione, come si rileva dalle “Osservazioni sulla morale cattolica “ dedicato alla critica della distinzione fra filosofia morale e teologica. Cattaneo sottolinea che per Manzoni le leggi umane non raggiungono mai la giustizia, viceversa, la religione conduce naturalmente alla giustizia, senza ostacoli, perché si appella alla coscienza, perché porta a dare volontariamente (in vista di un bene futuro), il che non provoca opposizioni, ma solo ringraziamenti e benedizioni.  In “Le gride e l’illuminismo giuridico ne < I Promessi sposi>”.  C. rileva che se il problema morale e religioso della giustizia pervade tutta l’opera di Manzoni, ed in particolare il suo celebre romanzo, Stampa, figliastro dello scrittore lombardo, narra che Manzoni dichiarò che la prima idea del suo romanzo gli venne dalla lettura della grida fatta vedere dal dottor Azzeccagarbugli a Renzo, nella quale sono minacciate pene contro coloro i quali <con tirannide> e con minacce costringono un prete a non celebrare un matrimonio.  Dall’esame dei brani di ”Fermo e Lucia”  e dei “I Promessi sposi” risulta che Manzoni muove una pesante critica al sistema, in quei tempi diffuso, di consorterie e di caste, inoltre, descrivendo criticamente la società e la situazione giuridica di Milano sotto la dominazione spagnola, indica chiaramente il modo in cui le leggi penali non dovrebbero essere e le caratteristiche che le stesse non dovrebbero avere  Il risultato pratico di quella legislazione è da un lato l’impunità del  colpevole e dall’altro la vessazione degli innocenti e dei privati indifesi da parte dell’autorità  Manzoni raccoglie l’eredità dell’Illuminismo giuridico nella critica alla proliferazioni delle leggi e dell’incertezza giuridica, che può sorgere sia dalla mancanza di determinazione precisa delle fattispecie penali, sia dalla enumerazione eccessivamente prolissa dei delitti, a questa critica è connessa la denuncia dell’arbitrio degli esecutori della legge, che possono aumentare a capriccio le pene delle gride ed ai quali è sottoposta ogni mossa dei cittadini  Lo scrittore lombardo critica anche la comminazione di pene sproporzionate, misura considerata ingiusta ed inefficace per la prevenzione dei crimini, l’impunità dei colpevoli è indicata dagli illuministi come il risultato pratico che spesso deriva dalla eccessiva severità o crudeltà delle pene.   Il quarto capitolo si intitola  “La critica dell’utilitarismo e della prevenzione sociale”. Cattaneo sottolinea che la sfiducia di Manzoni nella giustizia penale umana si traduce in un atteggiamento critico verso la prevenzione generale come compito e funzione della pena, che si riscontra in numerosi passi de “I Promessi Sposi”; l’autore cita a proposito il brano del capitolo V in cui è inserita la conversazione alla tavola di Don Rodrigo, a cui assiste Padre Cristoforo, relativa al tema della carestia. Il conte Attilio raccoglie la tesi che la carestia dipenda dagli intercettatori e dai fornai che nascondono il grano e ribadisce che bisogna impiccare senza misericordia tali delinquenti senza processi, in tal modo il grano sarebbe saltato fuori da tutte le parti.. Questo brano rappresenta la mentalità violenta ed aggressiva che sta alla base della teoria della pena come <esempio>, cioè una pena esemplare esorbitante rispetto alla effettiva colpevolezza del reo, mirata esclusivamente a <dare un esempio> agli altri, per uno scopo sociale ed utilitaristico; in tal modo viene peraltro giustificata  la punizione dell’innocente. In altri passi del celebre romanzo manzoniano si rileva un atteggiamento mirato ad indicare non solo l’ingiustizia ma anche l’inefficacia e l’inutilità della prevenzione generale, unitamene ad una condanna della moltiplicazione dei supplizi, che finisce per favorire l’impunità, come messo n evidenza dagli scritti di molti giuristi illuministi. Significativo è a riguardo la conversione dell’Innominato e le ragioni per cui il potere pubblico non intende procedere contro lo stesso per i suoi passati delitti, in al modo viene dimostrata l’inefficacia della punizione nel caso di una persona che ha cambiato vita perché questa potrebbe avere solo l’effetto opposto a quello voluto  Nel penultimo capitolo il commento di Manzoni sulla situazione del bando di Renzo dal Ducato di Milano dopo le vicende della giornata di San Martino denota la tesi dell’impunità come risultato dell’eccessiva proliferazione di minacce legislative e del carattere esorbitante, situazione che porta ad una frattura tra il comando legislativo e l’esecuzione della pena.  C. conclude istituendo un parallelo sostanziale ed oggettivo (se pure a qualcuno potrà apparire sforzato) tra Manzoni e Kant, dato che:  “la visione della morale, nonché del diritto, ed in particolare del diritto penale è svolta in una prospettiva anti-empiristica e ani-utilitaristica, ed è caratterizzata da un <liberalismo cristiano >, vòlto a difendere la persona umana da ogni prevenzione collettivistica e <sociale>”   Il quinto capitolo si intitola“ La storia della Colonna Infame”  L’autore ribadisce che il motivo fondamentale della critica conto la ragione di stato, contro l’utilitarismo sociale, contro il prevalere dell’interesse generale  e sociale sui diritti individuali sta alla base dello scritto “Storia della Colonna Infame” due anni dopo l’edizione definitiva de “I Promessi Sposi”.. Di recente tale opera ha sollevato critiche severe sotto il profilo storiografico e si è accusato il Manzoni di non essere uno storico, ma di guardare alla storia da moralista, sul modello del cosiddetto <astrattismo> illuministico settecentesco, e quindi di non studiare le vicende storiche con partecipazione e simpatia ma di giudicare i comportamenti umani secondo un codice morale superiore Tale critica è stata formalizzata da Benedetto Croce . Dopo una lunga ed attenta analisi dello scritto e di alcuni dei suoi maggiori studiosi C.conclude che i punti di vista in relazione ai quali il volume manzoniano ha dato un importante contributo sono tre:Manzoni ha dato un contributo alla comprensione della storia, affermandone la non inevitabilità e questo punto ha suscitato le maggiori discussioni interpretative e le reazioni negative dei seguaci dello storicismo. Tale scritto manzoniano, come ha sottolineato Rovani, <non è per nulla inferiore alle altre opere del Manzoni, anzi rivela il suo ingegno e la sua dottrina e la profonda sua acutezza anche nelle materie giuridiche>  Tale scritto è un’opera giuridica, è senza dubbio la più giuridica del Manzoni. Il significato più importante del saggio è quello morale, come rilevato da Tenca, Rovani e Passerin d’Entreves e consiste nella difesa del libero arbitrio, della libertà del volere e nella rivendicazione della responsabilità morale dell’uomo. Libertà interiore dell’uomo, responsabilità morale, dignità umana; questo è il trinomio in cui Manzoni fonda la sua lezione morale o, come potremmo dire, la sua lezione etico-giuridica   Il sesto capitolo si intitola “Manzoni e la criminologia”  L’autore evidenzia che l’analisi della “Storia della Colonna Infame” ha portato a mettere in rilievo l’idea del libero arbitrio dell’uomo quale elemento centrale dell’impostazione manzoniana dei problemi giuridico-penali, della sua condanna dell’operato dei giudici milanesi. Vi sono studiosi come Graf e Sergi  che hanno creduto di vedere in tale opera di Manzoni ed in alcune figure di criminali de “I Promessi Sposi” dei precorrimenti delle correnti criminologiche sviluppatesi nell’ambito della Scuola positiva di diritto penale, che, rileva Cattaneo, ha respinto l’idea del libero arbitrio dal problema dell’imputabilità penale ed ha seguito la strada del determinismo. L’autore esamina in particolare lo scritto di C Leggiadri Laura “Il delinquente ne <Promessi Sposi> rivolto ad interpretare il pensiero manzoniano in chiave naturalistico-deterministica   e lo scritto del Preve “Manzoni penalista” che segue l’interpretazione del Leggiadri Laura e delinea nelle figure dei criminali del romanzo i tipi classificati dalla scienza lombrosiana. Dopo un attento esame critico di numerosi passi delle opere dei due autori prima citati e di altri studiosi  C. conclude che non ritiene valida la concezione di Manzoni come precursore del positivismo penale e criminologico, dato che per i positivisti non è questione di giustizia e di libertà del volere, bensì di determinismo e di difesa sociale. In Manzoni teorico generale del diritto?, secondo C.,  la forma mentis giuridica di Manzoni appare evidente anche negli scritti storici e storico-giuridici, in particolare essa si manifesta in modo tipico nel “Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia”  oltre che nello scritto postumo sulla Rivoluzione francese. C. mette in evidenza un aspetto meno noto che è peraltro presente nel libro: le osservazioni concernenti il rapporto tra Romani e Longobardi e le leggi regolanti la loro convivenza, osservazioni che sono di natura di una teoria generale del diritto. Le osservazioni riguardano  in particolare la concessione data agli Italiani di vivere secondo la legge romana che fu considerata dal Muratori <un bel tratto di clemenza, e una prova, fra le mole, della dolcezza e saviezza dei conquistatori longobardi> Manzoni dimostra una sensibilità moderna perché si preoccupa secondo C. di rendersi conto di come fosse strutturato l’ordinamento giuridico sotto i Longobardi e evidenzia la <struttura a gradi> dell’ordinamento giuridico, per dirla come Kelsen  e definisce alcune norme <leggi costituzionali>, le leggi così designate sono le <norme di competenza> di Ross  e le norme secondarie di Hart, cioè le norme che conferiscono il potere di emanare, modificare, abrogare le altre norme, concernenti direttamente il comportamento dei cittadini. Manzoni si preoccupa di esaminare quali fossero le norme di statuto, di competenza o secondarie, espressione del potere longobardo, le quali regolavano la permanenza delle leggi romane, che regolavano il comportamento dei cittadini di origine romana.  L’ottavo capitola si intitola “Manzoni e la Rivoluzione francese”  Il rapporto tra Manzoni e la Rivoluzione francese durò in varie forme per tutta la vita del letterato lombardo. Questi visse molti anni in Francia nel periodo napoleonico, scrive il “Trionfo della Libertà“ un poemetto di sentimenti giacobini ed anti-monarchici  con la condanna delle spietate repressioni penali. Nel ”5 Maggio” Manzoni fornisce un giudizio equanime su Napoleone  dapprima glorioso e poi rapidamente caduto e rileva la caducità degli idoli umani  Nel dialogo “Dell’Invenzione” Manzoni  esamina la figura di Robespierre ed abbandona il cupo giudizio di <mostro> del politico francese pur non abbandonando la tesi di una responsabilità avuta da Robespierre nel Terrore ridimensionata dalle moderne storiografie  Lo studio che esprime nel modo più chiaro il rapporto di Manzoni con la Rivoluzione francese è il saggio pubblicato postumo a cura di Ruggero Bonghi “La rivoluzione francese  e la rivoluzione italiana”   I motivi su cui si basa La critica di Manzoni alla Rivoluzione francese sono  La mancanza di un giusto motivo per la distruzione del governo di Luigi XVI e di una autorità competente nei deputati del Terzo Stato che ne furono gli autori. Questa distruzione avvenne indirettamente ma effettivamente in conseguenza dei loro atti. Il nesso di queste cause con gli effetti indicati Le riforme legittime, sentite dal popolo francese, avrebbero potuto avvenire per vie pacifiche e legali;  Manzoni peraltro non si rende conto che la sua critica non tiene conto della situazione dell’ancien régime, in cui il potere trovava la legittimità dal diritto divino mentre la critica da lui avanzata è accettabile entro i presupposi giuridico-costituzionali creati dalla Rivoluzione francese  Il letterato lombardo sottolinea l’aumento del dispotismo  dal Terrore, al Direttorio, al bonapartismo come risultato immediato degli atti iniziali della Rivoluzione francese. Trattando della “Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo” Manzoni discute il suo rapporto con la precedente Dichiarazione americana sottolineando le differenze. Lo scritto di Manzoni ha senza dubbio il merito di evidenziare il contrasto fra gli ideali e le realizzazioni pratiche della Rivoluzione francese, nella sua critica lo scrittore lombardo critica, come in altre opere, il potere politico umano che riveste in forme giuridiche la sostanza dell’arbitrio e della prepotenza ed ad esso contrappone il valore assoluto dell’idea del diritto, che è <una verità>  Tale considerazione induce C. a proporre un altro parallelo fra la posizione di Manzoni e quelle di Kant e Robespierre. Kant ha negato il diritto di un popolo alla rivoluzione ed ha considerato l’esecuzione di Luigi XVI un crimine inespiabile ma nello stesso tempo è stato un convinto sostenitore della Rivoluzione francese; Robespierre <rivoluzionario legalitario, giudicato non equamente dal Manzoni, fu un uomo dal forte sentimento giuridico e, nel momento della sua caduta,pur  proscritto e ricercato all’Hotel de la Ville, benché fosse esortato dagli amici a redigere un appello all’insurrezione popolare esitò e si chiese <Au nom de qui?>   come è attestato dalla sorella Charlotte  Nella lunga ed articolata conclusione  C. ribadisce che il pensiero giuridico di due letterati ha numerosi elementi in comune e svolge alcune considerazioni sul metodo seguito. L’autore evidenzia che il suo saggio ha <un taglio diverso> dagli studi citati sull’attività forense di Goldoni, sul significato riformatore delle sue commedie e sulle implicazioni politiche del pensiero di  Manzoni. Il punto di vista seguito nel volume dal docente è quello della considerazione a un lato del diritto come <categoria autonoma>, dotato delle sue specifiche caratteristiche e dall’altro del diritto inteso come fondato filosoficamente, posto in relazione con problemi storici, politici e sociali. Lo studio degli aspetti giuridici e dei problema del diritto nl pensiero e nell’opera di Goldoni e Manzoni non è stato disgiunto all’esame dei temi della riforma sociale e della riflessione politica nella loro attività letteraria. Il punto di vista seguito sempre dall’autore, come da lui steso dichiarato, è stato quindi¨<quello dell’ autonomia del diritto, ma non inteso secondo una prospettiva meramente logico-formale, bensì basato su una fondazione filosofica, e dotato di rilevanza politica. . L’angolo visuale usato come punto di riferimento per i due letterati è l’illuminismo giuridico. L’illuminismo  è coevo di Goldoni, che anticipa Rousseau nella proclamazione del principio dell’uguaglianza naturale ed è aperto al problema della riforma sociale,come è riconosciuto da numerosi interpreti delle sue opere. I rapporti tra Goldoni e l’illuminismo giuridico sono più evidenti nel passo dei “Mémoires “ sulla procedura criminale e nelle commedie L’uomo prudente e L’Avvocato veneziano . Manzoni è posteriore all’illuminismo ma l’autore ha cercato di indicare la presenza di una eredità Illuministica, con riferimento ai problemi giuridici, ne “I Promessi sposi” e nella “Storia della Colonna infame” dove peraltro sono presenti degli elementi di superamento delle concezioni illuministiche.  Il docente ritiene di rifiutare la tesi diffusa di coloro che interpretano Manzoni esclusivamente dall’angolo visuale della linea agostiniana-pascaliana con venature giansenistiche negando il profondo legame con l’illuminismo, in realtà Manzoni si dimostra erede dell’illuminismo per l’habitus mentale razionalistico del suo pensiero, per la sua considerazione della ragione e per la sua ricerca delle radici razionali della fede; in tal modo il grande scrittore lombardo fa propria l’eredità migliore dell’illuminismo, il filone etico-religioso che si contrappone al filone ateo e materialistico  di alcune correnti.   Ragonese   e Caretti  hanno bene sottolineato i rapporti tra Manzoni  e l’illuminismo. C. conclude il suo saggio ribadendo che il motivo comune fondamentale di Goldoni e Manzoni è il principio cristiano ed illuministico (e kantiano) della dignità umana.  In Goldoni questo principio è meno evidente ma è legato soprattutto all’idea della comune natura umana, al di là delle differenze sociali, che appare in numerose commedie ed opere drammatiche, in Manzoni la difesa della dignità umana è svolta ad un livello di maggior profondità ed è connessa ad una prospettiva religiosa come traspare chiaramente dal testo recitato dal coro de “Il Conte di Carmagnola”   Nella Appendice  viene riproposto lo studio di Pascolato “ Goldoni Avvocato” pubblicato su “Nuova Antologia” Cattaneo pubblica “Suggestioni penalistiche in testi letterari”. Il libro, che  è dedicato alla memoria del Prof. Renato Treves, per molti anni ordinario di Filosofia del Diritto all’Università degli Studi di Milano, tratta le opere di numerosi letterati. Il libro, che si articola in 12 capitoli ed una appendice, tratta di  scrittori  che nelle loro opere hanno affrontato il  tema della pena o problemi di natura giuridica. Il lavoro, rileva l’Autore, non ha avuto una genesi unitaria  Il primo saggio scritto riguardava Parini, un “poeta civile” rappresentante di un Illuminismo cristiano ed equilibrato, è seguito il saggio su Collodi, l’uomo del Risorgimento che ha combattuto a Curtatone e che mostra nel suo aperto scetticismo nei confronti della legge e dell’autorità costituita una opinione diffusa di molti uomini dell’Italia post-unitaria tra cui il grande giurista liberale Carrara..Il terzo saggio è stato dedicato a Foscolo che nello scritto < L’orazione sulla giustizia> ed altri due scritti <La difesa del sergente Armani> ed <una lettera al “Monitore Italiano”> tratta problemi relativi alla pena  Il primo saggio del volume si intitola “Studi Dante e il diritto penale”  Lo studio riguarda il rapporto tra il grande poeta ALIGHIERI ed il diritto penale.. C. rileva che gli studi di storici e filosofi del diritto che hanno trattato il pensiero giuridico di Dante hanno trascurato l’aspetto penalistico. ALIGHIERI non si è occupato di diritto penale ma l’analisi del suo capolavoro mostra un elaborato sistema di rapporti tra colpa e pena. Numerosi studiosi hanno rilevato che le pene crudeli descritte nell’Inferno del poema dantesco sono molto lontane dalle prospettive della legislazione penale moderna anche se occorre distinguere tra la prospettiva morale e religiosa del poema dantesco e le finalità delle legislazioni penali attuali Dante peraltro opera una distinzione tra peccati puniti fuori e dentro la città di Dite che può corrispondere  ad una distinzione tra peccati e delitti, il più rilevante contributo indiretto dato da Dante al diritto penale è il criterio di graduazione delle gravità delle colpe e le corrispondenti pene come è stato evidenziato da Vecchio. Il maggior contributo diretto di  Dante alla cultura giuridica moderna sono l’affermazione del principio di uguaglianza e di personalità delle pene e l’affermazione della volontà del volere dell’uomo quale presupposto della conseguente valutazione del merito o del demerito delle sue azioni.  C. conclude che:” Certamente, fare apparire Dante come un grande giurista, un grande penalista, può risultare sforzato e retorico. Ma nello stesso tempo, non è assolutamente possibile e lecito ignorare il contributo, diretto o indiretto, che Dante ha dato anche al diritto penale; la Divina Commedia è un costante punto di riferimento per qualunque problema, religioso, filosofico, umano;  ricordo che mio Padre diceva che nella Commedia <<c’è tutto>>”  Nella introduzione ho accennato a due recenti approfonditi studi su Dante ed il diritto, un tema caro a molti studiosi  Il secondo saggio si intitola “Giuseppe Parini e L’Illuminismo giuridico”.   C. rileva che Parini, sacerdote non per vocazione ma uomo profondamente credente, fu sensibile a numerosi ideali illuministici di riforma civile ed attraverso una delle sue Odi  riprende le idee illuministiche sul diritto penale, che propugnavano il principio umanitario della doverosità della mitigazione delle pene considerando l’inefficacia di pene eccessive in determinati contesti sociali. Vi è dunque una continuità di principi da Parini, cattolico ed illuminista, a Manzoni e Rosmini, cattolici liberali, una continuità di principi ed ideali umanitari relativi al problema della pena e nell’ode Il bisogno è presente una concezione penale cristiana ed illuminista.  C. conclude il suo saggio affermando che Parini poeta civile e morale interpreta il momento migliore dell’Illuminismo e si fa portavoce dei suoi più significativi valori.  In “Foscolo e la giustizia come forza,” C. rileva che notoriamente Foscolo fu un poeta impegnato nelle vicende politiche del suo tempo segnato dalla rivoluzione francese e dall’epopea napoleonica. Negli scritti di natura penalistica  il poeta accoglie i principi della dottrina giuridica illuministica, come la difesa della certezza del diritto ed il rispetto delle garanzie processuali. Foscolo inoltre critica la teoria della retribuzione morale e quella della prevenzione generale. Il quarto capitolo è intitolato. “Le <veglie notturne> di Bonaventura e la critica dei giuristi”  un libro tedesco poco conosciuto in Italia, opera uscita anonima nel 1805 a Penig (Sassonia) presso il poco noto editore F Dienemann, che l’aveva pubblicata nel suo <Journal von neuen deutschen Original Romanen>. C. evidenzia che nelle pagine dedicate a temi giuridici viene messo in rilievo l’invito a rendere il diritto più umano ed a metterlo al servizio degli uomini. La descrizione del giudice freddo paragonato ad una macchina o ad una marionetta, il rimprovero ai giuristi che si assumono il compito di tormentare i corpi, come i teologhi tormentano le anime, l’uccisione della giustizia da parte dei tribunali, il richiamo al diritto naturale, che dovrebbe essere il vero diritto positivo, la critica di una giurisprudenza svincolata dalla morale  sono chiari segnali di una aspirazione ad umanizzare il diritto, specie quello penale. In “Heine e la satira delle teorie della pena”, C. analizza il breve scritto che Heine aveva aggiunto quale appendice al suo volume “ Lutezia”Lo scritto è dedicato  al problema della riforma delle prigioni ed alla legislazione penale e porta il titolo <Gefaengnisreform und Strafgesetzgebung>.  Il saggio, pur nella brevità, è un esame attento delle teorie fondamentali della pena. C. suggerisce  che l’analisi critica del poeta si traduce in una satira delle dottrine della retribuzione, dell’intimidazione e dell’emenda e coglie i punti centrali di tali concezioni. Heine sottolinea l’ingiustizia della teoria dell’intimidazione generale  ed evidenzia il carattere patriarcale e paternalistico delle teoria dell’emenda. Nell’esaminare il principio di una prevenzione dei delitti commessi con mezzi diversi dalla pena, Heine ritiene che bisogna agire con durezza, reclusione ed addirittura con la pena di morte concepite come prospettiva di difesa sociale. C. rileva che è sempre più chiara e più facile la parte negativa della filosofia penale, cioè la critica delle dottrine sulle pena che la parte costruttiva  cioè l’indicazione di un fine positivo nella funzione penale.  Heine critica inoltre il sistema carcerario filadelfiano e quello auburniano  In “Victor Hugo e la pena come fonte di delitti,” C. rileva che il problema giuridico penale è presente nell’opera letteraria di Hugo con una severa critica del sistema penale dell’epoca e la sua difesa della dignità dell’uomo. Il problema emerge chiaramente nel celebre romanzo “Les Miserables”  e nel suo protagonista l’ex-forzato Jean Valjean. Il romanzo affronta il problema di una pena sproporzionata ed inumana, che è causa di nuovi delitti e di una spirale indefinita di reati e pene successive. Il tema è sviluppato nella figura centrale di Valjean.  Tutte le tragiche vicende del protagonista nascono da un tentativo di furto dovuto alla miseria ed alla fame; a causa del furto di un pezzo di pane,che poi viene gettato via,Valjean è condannato a 5 anni di detenzione e, in seguito a tre successive evasioni di breve durata, la sua detenzione dura ben 19 anni.  Vi è una enorme sproporzione  tra il danno causato dal reato e la pena che trasforma ed indurisce Valjean, la cui psicologia viene analizzata in profondità da Hugo. La pena continua a gravare su Valjean anche dopo la liberazione per cui questi riesce a lavorare solo per una giornata data la sua qualità di ex-forzato. Hugo critica sia l’atteggiamento di diffida e di rifiuto di tutta la popolazione sia la macchia di infamia stabilita dalla legge. C. rileva che è ammirabile la battaglia combattuta da Hugo contro la pena di morte, la sua  denuncia della sproporzione tra la gravità dei delitti e le pene, la critica dell’assurdo criterio nel valutare la recidiva. Queste battaglie  sono importanti contributi all’evoluzione del diritto penale ed alla difesa della dignità umana.  In “Dostoevskij la coscienza e la pena,” C.  evidenzia la centralità del tema del delitto, della colpa e della pena nello scrittore russo, come è stato rilevato nel profondo scritto di Italo Mancini, che ha evidenziato sia la validità di una ricerca su Dostoevskij pensatore e filosofo sia  che per lo scrittore russo < la questione penale non rappresenta solo un contenuto ma il contenuto>. Gobetti a proposito dei personaggi dello scrittore russo ha rilevato che <I suoi personaggi non si sforzano mai di arrivare ad una verità, ma piuttosto di chiarire e capire sé stessi>>  Nel volume “I ricordi della casa dei morti “ lo scrittore russo ricorda l’esperienza personale della prigionia in Siberia e sottolinea chiaramente l’incapacità  del carcere di procurare l’emenda del reo dato che Dostoevskij rileva che nel corso di parecchi anni non ha visto tra quella gente il minimo segno di pentimento, il minimo rimorso per il delitto commesso; lo scrittore russo  indica anche nella solitudine e nella mancanza di privatezza un elemento di particolare tormento della prigione.  Il lavoro nella prigione, rileva lo scrittore russo,  non era faticoso ma era penoso perché obbligato sotto la minaccia di un bastone. Dostoevskij evidenzia anche l’ineguaglianza della pena per i medesimi delitti in relazione alla classe sociale, da cui deriva l’ingiustizia e l’inefficacia della pena. Radicale è la sua critica svolta nei confronti del regolamento carcerario e del comportamento ottuso e crudele delle guardie carcerarie, severo è il giudizio sulla prassi della fustigazione definita una piaga della società> Nel <L’idiota>  lo scrittore russo pone un giudizio duro e severo  sulla pena di morte in bocca al principe  Miskin nelle prime pagine del romanzo. Nel brano Dostoevskij sottolinea la svalutazione del carattere meno afflittivo della decapitazione rispetto ai supplizi accompagnati da tormenti e la sofferenza morale generata dalla attesa della esecuzione, che è peggiore della sofferenza fisica. Nel romanzo “Delitto e castigo”  Dostoevskij evidenzia la tesi della necessità della pena giuridica quale espiazione della colpa e come risultato del rimorso avvertito dal colpevole.  La trama del romanzo mette in luce la progressiva conversione, il rimorso e la ricerca di espiazione del colpevole. Cattaneo sottolinea che il Leitmotiv del celebre romanzo è la ricerca della espiazione sulla base di una spinta interiore e del rimorso e che  tale impostazione pone lo scrittore russo sulla linea del Platone del Gorgia e di BOEZIO nel <Consolatio philosophiae>. La conclusione giuridica processuale del romanzo rileva una sensibilità giuridica moderna che pende in considerazione le circostanze attenuanti, le cause sociali, psicologiche e morali del delitto ed il recupero morale e sociale del colpevole. Il finale giuridico evidenzia la complessità del problema penale e l’interesse di Dostoevskij, spirito umanitario e riformatore,  per la riforma del procedimento penale, d’altra parte, sul piano morale, rileva il  desiderio di espiazione che conduce all’emenda.  Dostoevskij  manifesta l’atteggiamento del cristiano che si sente corresponsabile delle colpe degli altri e riprende le parole di Cristo “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei” C. ribadisce che per Dostoevskij il punto che più conta è il rimorso per la colpa commessa e la auto-condanna da parte del delinquente. La pena giuridica non ha rilevanza, ciò che conta è il processo di autocondanna, di espiazione e di redenzione che avviene nella coscienza del colpevole. In “Tolstoj e la abolizione della pena,” C.  ribadisce che lo scrittore russo postula una radicale abolizione del diritto penale in una prospettiva di amore cristiano e di non violenza. I temi giuridici vengono affrontati da Tolstoj un due opere “Resurrezione” e la novella “Il racconto di Koni”.  Il romanzo Resurrezione  è fondato su una vicenda processuale, la condanna ad alcuni anni di deportazione in Siberia della protagonista Ekaterina Maslova, diventata prostituta a seguito di tristi vicende. Tolstoj analizza il processo e la successiva pena dei forzati deportati ed evidenzia che negli istituti di pena gli uomini erano sottoposti ad ogni genere di umiliazioni inutili, catene, teste rasate, divise infamanti per cui si inculcava l’idea che qualsiasi violenza, crudeltà e atrocità era autorizzata dal governo per chi si trovava in prigionia nella sventura. Lo scrittore sottolinea il distacco tra la condanna e la concreta esecuzione della pena con le sue brutalità. In Tolstoj il tema fondamentale è l’indicazione dell’ingiustizia dell’intero sistema repressivo-penale e la sottolineatura delle cause sociali dei delitti come Victor Hugo.  Lo scrittore  suggerisce anche la necessità di abolire la pena e sostituirla con il perdono, un ideale sublime ma difficile da realizzare in pratica e che indica tutta la complessità del problema, C. si chiede se si tratta “del sogno di un visionario, una utopia generosa o di un ideale verso cui la società deve tendere.”  In “Pinocchio e il diritto”, C. rileva che l’opera di Collodi è stata oggetto di numerose indagini . Le ricerche sulla natura pedagogica ed educativa sono state sviluppate da Bertacchini, Il testo di Collodi è stato esaminato sotto il profilo filosofico e teologico nei due volumi scritti da Frosini e Biffi . Frosini evidenzia che: << Il mito di Pinocchio si rivela come un mito  tipicamente risorgimentale,  al tramonto di un’epoca; e anzi proprio di un risorgimentalismo di stampo repubblicano e mazziniano>> basato su principi di umanitarismo positivistico. Biffi sottolinea che Pinocchio fu scritto quando l’Italia era unita politicamente ma non era una nazione consapevole di sé e concorde sui valori che danno senso alla vita. Il Collodi aveva un cuore più grande delle sue persuasioni, un carisma profetico più alto della sua militanza politica, così poté porsi in comunione forse ignara con la fede dei suoi padri e con la vera filosofia del suo popolo. . La lettura di Pinocchio evidenzia interessanti problemi e temi di natura giuridica e filosofico-giuridica e lo scritto di Cattaneo evidenzia soprattutto i temi più rilevanti dal punto di vista penalistico.  Cattaneo sottolinea che Lorenzini (ovvero Collodi) era un fine umorista  che sapeva cogliere il lato ridicolo ed insieme  doloroso della vita umana (opinione espressa anche da Lina Passarella nel suo scritto prima citato su Goldoni filosofo), e cita  ad esempio l’episodio dei pareri opposti dei medici al capezzale di Pinocchio in casa della Fata dal Corvo e dalla Civetta e quello della condanna del burattino derubato degli zecchini dal giudice-scimmione. Pinocchio scappa di casa ed è acciuffato da un carabiniere  per il naso (Cattaneo rileva in tal modo la naturale predisposizione dei cittadini ad essere oggetto delle interferenza da parte del potere); dopo la riconsegna di Pinocchio a Geppetto e le sue proteste il carabiniere, a seguito dei commenti della gente, rimette in libertà il burattino e conduce in prigione Geppetto che piange disperatamente. L’episodio mostra un membro dell’apparato giudiziario che arresta Geppetto sulla base delle opinioni della <voce pubblica> compiendo un atto arbitrario senza motivazioni precise e mostra un innocente debole ed inerme che non riesce a difendersi di fronte all’atto arbitrario del potere.  Un altro episodio interessante è narrato nel capitolo XXVII, dove si descrive la battaglia con i libri di testo fra Pinocchio ed i suoi compagni. Un grosso volume scagliato verso Pinocchio colpisce alla tesa un compagno che cade come morto. Tutti i ragazzi fuggono e rimane Pinocchio a soccorrere il compagno. Arrivano due carabinieri che,dopo un breve colloquio, arrestano Pinocchio malgrado le sue dichiarazioni di innocenza. Il burattino fugge inseguito dal cane Alidoro al quale salva la vita mentre stava per annegare. Cattaneo evidenzia a riguardo che la vittima del potere è l’innocente, l’unico trovato vicino ad Eugenio, che viene arrestato perché le circostanze sono contro di lui La frase dei carabinieri “Basta così” è commentata da Biffi che evidenzia che l’invito a ragionare insospettisce spesso l’autorità, la quale è incline a tagliar corto. In molte vicende giudiziarie si nota che una concatenazione di indizi sfavorevoli dà l’avvio a processi indiziari seguiti da condanne di persone innocenti.  Un altro episodio clamoroso di palese ingiustizia è la vicenda che conclude il rapporto tra Pinocchio ed il due truffatori La Volpe ed il Gatto.  Pinocchio incontra la Volpe ed il Gatto e viene convinto a seminare i 4 zecchini d’oro nel Campo dei miracoli vicino alla città di Acchiappacitrulli. Tale città descritta minuziosamente  da Collodi  è,secondo C., e il simbolo dell’ingiustizia e di un diritto positivo basato sul puro potere politico; tale città esprime in modo chiaro il pericolo del prevalere della politica sulla giustizia  nella amministrazione della giustizia, come dimostra l’episodio giudiziario che riguarda Pinocchio. Pinocchio accortosi di essere stato derubato delle monete d’oro torna in città e denunzia al giudice i due malandrini che lo avevano derubato, ma,invece di ottenere giustizia, è vittima di una tragica beffa.  Il giudice scimmione, al quale Pinocchio si era rivolto,  ordina che il burattino  venga messo in prigione. L’ordine viene eseguito da due mastini che tappano la bocca al burattino, il quale resta 4 mesi in prigione e viene liberato a seguito di una vittoria dell’imperatore della città di Acchiappacitrulli.  Per ottenere la libertà Pinocchio dichiara al carceriere di appartenere al numero dei malandrini e così viene salutato rispettosamente e può scappare. C. rileva che la figura dello scimmione sottolinea la miseria della giustizia umana ed il carattere insoddisfacente dei tribunali umani dove, come scrive Platone, si discute sulle “ombre della giustizia” Biffi nel suo volume rileva dapprima l’aspetto positivo della figura del giudice che è descritto come un personaggio rispettabile, benevolo, attento al racconto del burattino, successivamente Biffi sottolinea che la figura dello scimmione della razza dei gorilla rappresenta la caricaturalità della giustizia terrena rispetto a quella vera, per cui  il giudice finisce con applicare la legge umana che con i suoi meccanismi colpisce il debole anche se innocente. Cattaneo rileva che la situazione proposta da Collodi ricorda quella descritta da Manzoni ne I Promessi Sposi dove i violenti erano organizzati e protetti ed i deboli, non sorretti da consorterie, erano vittime dei soprusi del potere.   La lettura di Pinocchio di Collodi ed in particolare di alcuni brani può dar luogo a considerazioni di natura filosofico-giuridica e giuridico- penale, come suggerisce acutamente  C. nel suo volume. Merito indubbio di Collodi è descrivere alcune situazioni caratterizzate da abuso di potere, oppressione dei deboli e sfasamento dei corretti rapporti stabiliti dagli ordinamenti giuridici, come del resto è stato rilevato da numerosi importanti interpreti. E’ opportuno sottolineare che il capolavoro di Collodi, come molte altre opere letterarie, affronta importanti problemi giuridici tra i quali va segnalata l’importante e costante aspirazione perenne che la legge in essere non sia solo la volontà del gruppo sociale dominante, una forma di controllo sociale, e che inoltre l’ordinamento giuridico tuteli la dignità e le aspirazioni degli uomini come attesta la storia del diritto. Il capitolo decimo è intitolato “Wilde e le sofferenze del prigione”  Wilde in alcune sue opere ha descritto la sua penosa esperienza carceraria ed il clima del carcere., lo scrittore inglese fu condannato a due anni di carcere che scontò interamente.  C. evidenzia che <Wilde fu il tipico capro espiatorio dell’ipocrisia della società vittoriana Lo stesso letterato nel De Profundis,  redatto in carcere, attesta di essere passato dalla gloria all’infamia con un mutamento dell’opinione pubblica dalla esaltazione al disprezzo. Le osservazioni di Wilde sul problema della pena nel suo celebre <De Profundis> e nella accorata <The Ballad of Reading Gaol> hanno fornito un importante contributo alla battaglia per la riforma del sistema carcerario. Il volume <De profundis> fu redatto da Wilde negli ultimi anni carcere. L’opera è redatta sotto forma di lettera all’amico Alfred Douglas <Bosie> e contiene molti rimproveri all’amico per i suoi atteggiamenti durante il processo ed il successivo carcere. L’opera, dopo molte controversie, fu pubblicata definitivamente dal figlio di Wilde Vyvyan Holland. All’inizio dell’opera Wilde rimprovera l’amico Douglas   e soprattutto sé stesso e riflette sul suo stato di persona imprigionata e rovinata <a disgraced and ruined man>   lo angoscia dopo la sentenza e l’esperienza carceraria e e. Lo scrittore inglese rileva che per chi vive in carcere la sofferenza che lo domina è la misura stessa del tempo ed il fondamento del proprio continuare ad esistere  Wilde evidenzia che la terribile esperienza in prigione sia stata per lui più dolorosa che per altri e si e si lamenta per la perdita della patria potestà sui due figli e rimarca l’ingiustizia di tale procedimento che incrina il rapporto familiare. Lo scrittore rileva che per i poveri la prigione è un dramma che tuttavia suscita peraltro la simpatia delle altre persone mentre per gli uomini del suo ceto la prigione li rende dei <paria>, per cui i condannati di ceto abbiente non hanno più diritto all’aria ed al sole,la loro presenza infetta i piaceri degli altri e bisogna tagliare i legami con l’esterno dato che l’onore e la reputazione della persona condannata è leso.   Wilde evidenzia anche che molte persone,quando escono di prigione, nascondono il fatto di essere stati in carcere che considerano una sciagura e, rileva lo scrittore inglese,, è orribile che la società li costringa a tale comportamento. La società ha il diritto di punire i colpevoli ma non riesce a completare ciò che ha fatto e lascia l’uomo al termine della pena, quando dovrebbe iniziare la riabilitazione, sarebbe giusto invece che non ci fosse amarezza o rancore tra le parti (colpevoli e vittime). Cattaneo evidenzia l’ipocrisia che sta dietro l’idea della retribuzione morale  e cioè che subendo la pena il colpevole abbia pagato il suo debito verso la società, se si applicasse tale principio, dopo la fine della pena tutto dovrebbe cessare e non dovrebbero esservi più né fedine penali né casellari giudiziari. Nella realtà comune resta una macchia sulla persona che è stata in carcere, un pregiudizio che la società perpetua e l’onta non deriva dal delitto commesso ma dalla pena scontata. La società riconosce implicitamente l’inutilità della pena perché l’onta del colpevole incarcerato rimane. Analizzando la vita in carcere Wilde sottolinea che le privazioni e restrizioni del carcere rendono una persona ribelle ed impietrisce i cuori dei condannati. L’abito dei carcerati li rende grotteschi come clowns, oggetto di derisione e berlina della gente. Tali sofferenze ed umiliazioni dei condannati sono contrari al principio della dignità umana che Wilde riafferma come profonda esigenza morale della società. Lo scrittore afferma anche che tutti i processi sono processi per la propria vita e tutte le sentenze sono sentenze di morte; spesso anche una condanna alla prigione genera delle sofferenze che conducono alla morte e va rilevato che Wilde stesso morì pochi anni dopo il carcere in Francia . Wilde scrisse anche <The Ballad of Reading Goal>, l’anno del suo rilascio. in questa lunga ballata il poeta inglese descrive le  sofferenze e le crudeltà cui aveva assistito durante la prigionia e dalle sue considerazioni sulla triste sorte dei carcerati risulta un grande senso di pietà per i carcerati ed i condannati a morte. La poesia è pervasa da spirito religioso e Wilde mette in confronto il vero spirito cristiano, la pietà per i sofferenti ed i peccatori con l’atteggiamento chiuso, duro ed indifferente delle istituzioni religiose ufficiali e dei cappellani delle carceri . Cattaneo rileva che la tragica esperienza personale ha portato Wilde ad affrontare il tema della riforma delle prigioni e del sistema penale del quale si era occupato nello scritto “The soul of man under socialism” . Dalle riflessioni dello scrittore inglese redatte nelle opere dopo il carcere si ricava una denuncia della brutalità del trattamento carcerario e della inumanità nell’esecuzione della pena con critiche alla utilità sociale della stessa   In “Gide e il non giudicare,” il problema giuridico-penale è stato esaminato anche da un noto scrittore francese contemporaneo Gide, che lo ha affrontato in tre stimolanti scritti “Souvenir de la Cour d’Assise” che racchiude la sua esperienza quale giurato in alcuni processi penali, “L’affaire Redureau” e “La sequestrée de Poitiers” che poi sono stati pubblicati insieme in una raccolta dal titolo ”Ne jugez pas”  C. rileva che di tale scritto non si sono occupati molto i critici ed i commentatori, come sempre avviene quando si tratta di problemi giuridici in veste letteraria. L’analisi del volume di Gide è interessante perché il libro è molto rilevante per lo studio di rapporti tra diritto  penale  e letteratura e costituisce delle precise prese di posizione dirette su temi giuridico-penali, desunti dalla realtà della vita. C. mette in luce l’attenzione, la precisione, la serietà e la preparazione dimostrate dallo scrittore francese nel trattare i temi giuridici, soprattutto per la precisione del linguaggio giuridico. Gide dimostra competenza nel trattare problemi giuridico-penali e probabilmente “l’ indagine di certi casi criminali lo induce all’analisi di talune zone inesplorate della psiche umana”  L’atteggiamento dominante di Gide  è il “favor rei”  che si esprime in due modi o a due livelli: da un lato sul piano processuale lo scrittore volge l’attenzione al rispetto delle garanzie dell’imputato, ad una equilibrata ed equa conduzione dell’interrogatorio, alla escussione di tutti i testimoni, specie quelli della difesa. Lo scrittore francese solleva anche  nei suoi scritti l’esigenza di una riforma del modo di porre le domande ai giurati e di chiarire il loro contenuto. Gide si mostra sempre umano e compassionevole verso i colpevoli, mostra l’esigenza che la pena sia in generale ridotta e che si tenga conto degli elementi che valgono a titolo di difesa, quali motivi di giustificazioni e scuse. Lo scrittore francese si preoccupa che la pena possa causare mali peggiori e cerca di evitare risultati negativi della stessa. C. evidenzia che in sostanza nel libro di Gide “è primaria l’attenzione per l’uomo, la sua complessità e la sua imperscrutabilità psicologica, che porta al dubbio e alla perplessità circa il fatto che alcuni uomini possano giudicare altri uomini, queste pagine sono dunque dominate dal monito evangelico, per cui particolarmente adatto risulta il titolo complessivo della raccolta: Ne jugez pas.”  In “Franz Kafka, la legge e il totalitarismo”   C. ha discusso in molte opere il problema del totalitarismo che è stato analizzato soprattutto nel suo volume “Terrorismo ed arbitrio Il problema giuridico del totalitarismo”  Analizzando le opere di Kafka C. premette che è particolarmente rilevante il pericolo di un forte divario fra la letteratura critica ed interpretativa ed il testo originario dello scrittore per cui ritiene che siano legittime molte diverse interpretazioni dell’opera di Kafka, e molte <chiavi di lettura> ., certamente l’interpretazione più interessante dello scrittore ceco è quella data dall’amico Max Brod,  che evidenzia la religiosità ebraica presente nelle opere di Kafka ed in questa chiave interpreta i brani relativi al problema della legge, del processo e della colpa. Una interpretazione giuridica delle opere di Kafka è stata compiuta da Pernthaler.C. intende esaminare alcune opere di Kafka dalle quali il problema della legge emerge anche dal punto di vista filosofico-giuridico  In tali opere di Kafka ricorre il tema del difficile rapporto dell’uomo con la legge, che è interpretato in chiave religiosa o in chiave psicologica o psicoanalitica ma che può essere analizzato anche dal punto di vista filosofico-giuridico. C. esamina alcuni temi che emergono da “Il Processo”  dall’apologo “Vor dem gesetz”, dallo scritto ”Zur Frage der Gesetze” e dalla novella “In der Strafkolonie” e dall’analisi complessiva di tali opere interpreta Kafka come profeta e critico del totalitarismo che fu instaurato in alcune nazioni dopo la sua morte, lo scrittore ceco delinea situazioni di angoscia, di incertezza, di impossibilità di comunicazione, di errore e di ferocia tipiche del totalitarismo. Kafka collega la burocrazia e l’oppressione del potere sugli uomini caratteristica del nascente totalitarismo . PCitati rileva che <Nel Processo, l’immenso Dio sconosciuto, di cui non ascoltiamo mai pronunciare il nome, ha invece una vita così intensa e un potere così illimitato, come forse non ha ma avuto nei tempi> L’interpretazione di Citati è più psicanalitica che religiosa ma è priva di prospettiva giuridico-politica. Di impronta psicoanalitica è l’interpretazione data da Sgorlon del <Processo> di Kafka  ma la prospettiva giuridico politica, trascurata da questi studiosi, è presente e C.  evidenzia che proprio nel primo capitolo, in cui è narrato l’improvviso arresto mattutino di Joseph K esprime in modo preciso proprio la sensazione del passaggio graduale ed insensibile dallo Stato di diritto allo Stato totalitario .Di seguito le indicazioni che Joseph K riesce a ricevere da parte di vari personaggi connessi al Tribunale concernenti il meccanismo, il funzionamento, l’andamento del processo mettono in luce la totale assenza di garanzie giuridiche e processuali, di tutela dell’imputato, elementi che costituiscono l’esatta antitesi dello Stato di diritto Il tema della inconoscibilità e irragiugibilità delle leggi è ripreso da Kafka nello scritto <Zur Frage der Gesetze> In tale scritto Kafka delle <nostre leggi> che non sono conosciute da tutti, ma sono un segreto del piccolo gruppo della nobiltà che ci domina. Kafka dichiara di non avere in mente tanto gli svantaggi derivanti dalle diverse possibilità di interpretazione, quando questa è riservata ad alcuni e non all’intero popolo, questi svantaggi non sono poi molto grandi. Le leggi sono antiche, secoli hanno lavorato alla loro interpretazione, l’interpretazione è diventata essa stessa legge, e sussistono sempre, benché limitate, alcune libertà di scelta dell’interpretazione  Il motivo dominane l’intero scritto è il carattere inconoscibile della legge, dato che la legge è misteriosa e nessun membro del popolo è in grado di conoscerla per cui è comprensibile che vi sia qualcuno che arriva a negare l’esistenza delle leggi e riconosce peraltro il diritto all’esistenza della nobiltà  La fredda descrizione di uno strumento di supplizio, nell’ambito di un sistema processuale completamente privo delle fondamentali garanzie è il messaggio del racconto <In der Strafkolonie> (Nella colonia penale) e la conclusione della novella di Kafka riflette la logica del totalitarismo per cui quando il viaggiatore comunica all’ufficiale di essere avversario di questo sistema punitivo, l’ufficiale si rende conto di essere rimasto il solo difensore di tale sistema punitivo e libera il soldato dalla macchina del supplizio, si denuda e si pone lui stesso sul lettino al posto del condannato, la macchina del supplizio inizia a funzionare  e l’ufficiale muore senza aver capito il senso del supplizio   come ogni sistema totalitario si autodistrugge e divora i propri figli C. cita la fucilazione dei coniugi Ceausescu operata nell’ambito del totalitarismo comunista. L’Appendice del volume è intitolata “Vaclav Havel e la legge come <<alibi>> nel sistema post-totalitario” Havel, noto scrittore contemporaneo, che è stato Presidente della repubblica cecoslovacca, è autore di numerose opere letterarie e teatrali. C. ritiene che se Kafka rappresenta il tempo del pre-totalitarismo, Havel rappresenta il post-totalitarismo,al quale ha dedicato uno scritto bblicato che l’autore del volume esamina nella traduzione tedesca.  Havel delinea l’opposizione al comunismo, nel suo momento post-totalitario, come tentativo di vivere nella verità; la verità, intesa come opposizione ad un sistema che si fonda e si regge sulla menzogna. Lo scritto ha un carattere etico-politico ma contiene importanti pagine di natura giuridica e di critica dell’ordinamento giuridico proprio del regime totalitario e post-totalitario.  Tale sistema politico è caratterizzato, secondo lo scrittore ceco,  come una dittatura della burocrazia politica su una società livellata. Lo scrittore ceco  elenca le caratteristiche del sistema <post-totalitario> che lo distinguono dalla dittatura tradizionale ed evidenzia che  tale sistema non è delimitato territorialmente ma domina in un ampio blocco di forze ed è retto da una superpotenza  mentre le dittature classiche non hanno una solida radice storica, la radice di tale sistema dono i movimenti operai e socialisti. Tale sistema dispone di una ideologia strutturata ed elastica che ha i caratteri di una religione secolarizzata ed offre una risposta ad ogni domanda dell’uomo in una epoca di crisi delle certezze esistenziali. Alle dittature tradizionali spettano elementi di improvvisazione per quanto attiene alla tecnica del potere mentre lo sviluppo di anni nell’Unione sovietica e di anni nei paesi dell’Est europeo ha dimostrato la creazione di un meccanismo perfetto, che permette la manipolazione diretta ed indiretta della società. La forza di tale sistema è incrementata dalla proprietà statuale  e dalla amministrazione centralizzata dei <mezzi di produzione>  Nella dittatura classica vi è una atmosfera di entusiasmo rivoluzionario, di eroismo, di spirito di sacrificio che sono scomparsi nel blocco sovietico. Tale blocco sovietico, che è un elemento solido del nostro mondo, è caratterizzato dalla stessa gerarchia di valori presenti nei paesi occidentali sviluppati e  sono una forma di società consumistica ed  industriale. Il sistema sopra descritto è designato da Havel come <post-totalitario> perché è un sistema totalitario con caratteristiche diverse dalle dittature classiche e, rispetto al totalitarismo classico, è caratterizzato da una misura più attenuata di terrore ed arbitrio  Havel considera il sistema post-totalitario come caratterizzato dalla menzogna, ciò è un effetto del dominio della ideologia; gli uomini non devono credere alle mistificazioni totalitarie ma tollerarle in silenzio ed accetta, ciò è un vivere nella menzogna  e  lo scrittore insiste sul valore e sul significato morale ed esistenziale della dissidenza. Per quanto riguarda l’ordinamento giuridico nel sistema post-totalitario  lo scrittore rileva  che tale sistema sente la necessità di regolare tutto con una rete di prescrizioni, norme, istituzioni e regolamenti per cui gli uomini sono delle piccole viti di un meccanismo gigantesco.  Le professioni, le abitazioni ed i movimenti dei cittadini e le sue manifestazioni sociali e culturali sono controllate, ogni deviazione viene considerata un passo falso ed una manifestazione di egoismo ed anarchia. Havel rileva che non bisogna prendere alla lettera l’ordinamento giuridico e ciò che conta è come è la vita e se le leggi servono alla vita o la opprimono ¸la battaglia per la legalità deve vedere questa legalità sullo sfondo della vita come è realmente.  Analizzando il rapporto tra la società post-totalitaria e la moderna civiltà tecnologica, con riferimento anche agli scritti di Heidegger, Havel rileva che il sistema post-totalitario è solo un aspetto della generale incapacità dell’uomo contemporaneo di divenire <padrone della propria situazione> e la prospettiva giusta è quella di una rivoluzione esistenziale generalmente comprensiva  L’aspetto più interessane di Havel è la delineazione dei caratteri del sistema post-totalitario come fenomeno sorto dall’incontro della dittatura con la società industriale e consumistica.  Per quanto riguarda i problemi giuridici, Cattaneo rileva che Havel sottolinea il significato autentico del diritto, che deve avere coscienza dei propri limiti naturali, il diritto ha un significato esteriore, deve difendere alcune esigenze minime (tutela della convivenza civile dalla violenza e dalle invasioni nei diritti altrui ma non deve pretendere di adempiere a compiti per cui non è adatto  - In tal modo, sottolinea C., il letterato ceco riprende la migliore lezione del liberalismo classico per cui il diritto non è al servizio del potere, ma può essere un valore solo in quanto esso sia un mezzo di difesa e la garanzia della libertà e della dignità dell’uomo   Il grande insegnamento del letterato Havel è la tutela del valore più calpestato dal totalitarismo, la dignità umana che è lo scopo fondamentale ed essenziale del diritto,  dato che diritto e libertà sono collegati ed il diritto ha valore se garantisce e protegge la libertà. DISSERTAZIONE SULL’ORIGINE DELL’ANTICA IDOLATRIA E SULLA FORMA DE’PRIMI IDOLATRICI SIMULACRI COMPOSTA DALL'ABATE; Giuseppe luigi traversari H Patrizio Ravennate, Canonico Arciprete della Infigne Collegiata di Meldola, e tra gli Arcadi.LANIO' ATENIENSH. PRESSO GIOSEFFANTONIO ARCHI.  DISSERTAZIONE   SULL' ORIGINE   DELL’ ANTICA IDOLATRIA  E SULLA FORMA DE' PRIMI   IDOLATRICI SIMULACRI. AL NOBILISSIMO CAVALIERE,   E DOTTISSIMO LETTERATO IL SIGNOR CONTE AURELIO GUARNIERI   PATRIZIO OS1MANO  L’AUTORE. Veneratissimo Signor Conte  fi 'S T fi Aria, intralciata, difficile, e per nju-  /. X no, ch’io fappia, di proposto rifchia-   tt » rata fi è la Queftione, che mi vien pro-   OS A porta a trattare, veneratiffimo Sig. Conte ; cioè fe i Simulacri primieri delle pagane divinità fodero lemplici e rozze Pietre, o quadrate, o rotonde, lenza veruna umana, o animalelca ferabianza . Io ricevo con Ibmmo giubbilo per  una parte l’onore de’ voftri cenni, e vi fi) al maggior fegao buon grado per avermeli gentilmente  partecipati. E’ una degnazion Angolare la voftra il  credermi pur capace di l'oddisfarvi in materia di erudizione . Ma per l’ altra ben coaofcendo la pochezA 3 za del v/ 6 ' Dksert. sull* Origine   za del mio talento, e la fcartezza di mie cognizioni, provo un eftremo roflòre di non potervi ubbidire in quel modo, che ad un voftro pari, ed alla  qualità dell’ argomento fi converrebbe. Inclinato  per genio all’ amena Letteratura, ma Tempre da impieghi fagri, e da gravi Itudj recinto, e fommerlo in occupazioni tutte diverte, lenza tempo, lènza relpiro come potrò teftenere la qualità di Letterato innanzi a Voi, che in ogni maniera di colte  Lettere liete Maeflro ? E ben fapete quanto male incontrante a colui, che fu ardito parlar di guerra inT 4 nanzi ad Annibaie. Ciò non pertanto, fcnibrandomi più teoncia la taccia di malcreato, e di (conofcente, che non quella d’ignorante, e di mal efperto, a telo fine di tellimoniarvi per alcun modo la  mia oltervanza, mi farò lecito di comunicarvi i miei  penlamenti. Sarà quindi gentile impiego del voltro  bel cuore infieme, e della vofira dottrina il compatirli te rozzi, o il rigettarli fe erranti. Permettetemi però, gentilifitmo Sig. Conte, che io nel  diitenderli mi allontani alquanto dal metodo fecco  e digiuno, che per alcuni fi tiene, e che foltanto  confine nel produrre Autori a rifate, e inzeppar felli, e affafteflar citazioni. Comecché molto io lodi  la fatica e l’ induftria di chi procede fifFattamente,  la materia, che abbiamo tra mano, fe io non vò  lungi dal vero, brama di fpaziare in più aperto cammino, « di venir rintracciata da’ Tuoi vetulti principi.  In due parti perciò credo ben fatto il dividere la  prefente Dillèrtazione, che a Voi trafmetto, e coufacro. Ragionerò nella prima alcun poco della origine, delle maniere, e degli oggetti di quella fatale  Idolatria, che a poco a poco lopprimendo i lumi  della natura, della ragione, della Religione, della  lloria, coprì di tenebre, e manommite tutta la faccia  dell’ Univerfo . Difcenderò pofeia naturalmente nella feconda a rendere, per quanto io polla, probabile la opinione, che t primi Idolatrici Simulacri  tollero di quadrata, o rotonda forma, e non aventi figura alcuna o di Animale, o di Uomo . In   questa    dell'antica Idolatria 7   quella guila crederò di potere all* autorità voìtra,  ed alla mia ubbidienza per alcuna via foddisfare. Si laici a Maimonide ( i J, ed alla Scuola Rabinica il fidare lenza prove agli Antidiluviani tempi l’epoca della nafcente fuperftizione. Entrando  nell’argomento, quel che puolli da noi con certezza affermare fi è, che poco tempo dopo il Di*  luvio s’ intrulè il Politeifmo a pervertir le menti degli Uomini . Il libro di Giosuè f a ) ne avverte,  che Tare Padre di Abramo, e di Nachor aveva fervito a* Dei menzogneri . Óra la nalcita di Tare ?  fecondo i calcoli dell’ Uflerio, accadde non più di  22 1. anni dopo la generale inondazione del nofiro  Globo. Il libro poi di Giuditta ci fa lapere,  che non pur Tare, ma eli Antenati di Abramo feguivano gli empj riti della Caldea adoratrice di più  falle Divinità. Labano chiama Tuoi Dei gl’ Idoli *  che Rachele tua Figliuola gli avea involati , e  Giacobbe prima di offrire un facrificio all’ Altiifimo fa recarli da tutti quelli di fua comitiva gl’ Idoli, che ferbavano, e li nafconde (otterrà.   Molto, dagli Eruditi fi difputa qual folle dell*  Idolatria nafcente il primiero oggetto. Pretende  il Clerico ( 5 J elfère fiati gli Angeli adorati lenza  limitazione, e lenza relazione all* Onnipotente.  Volilo d* altra parte lòltiene, che il Dogma  de’ due Principi buono, e cattivo folle dell’ Idolatria più antica generatore. Noi non fiamo per dipartirci dalla fentenza più comune, e più comprovata, cioè che gli Altri, e quindi gli < Elementi  follerò i primi a rifcuoter l’ adorazione de’ tralignanti mortali. Fra un nembo di monumenti, e di autorità, che in conferma di tale fentenza recar po. A 4 * ' trei *   \ r »  De Idolat. curri Interpr. Dionyfi VoJJìi.  Cape 24. v. 2.  Cap. p. v. 8.   C4) Genef.cap. 31. v. 19. £?. 30., Cap. 3$. v. 2.   4 * (5 J Index Philolog. ad HiJÌ. Thil. Orienta  in voce Angelus, V Ajlra. ( 6 ) De idolat. lib. 1.8 Dissert. sull* Origine   trei 3 e che in Macrobio C i ), in Gerardo VofTio  già citato C 2 )> ne l Le Plucne ( 3 ), nel Bergero   lt polfòno agevolmente vedere, io trafcelgo il folo  Eufebio Cefarienlè, tanto più che in Lui rinvengo accennata non pur 1 ’ origine, ma V ingànnevol  motivo di quella umana depravazione.' Egli adunque colia (corta del gravilTìmo Diodoro Siciliano, parlando prima degli Egiziani, poi de’ Fenici, popoli, fra’ quali ebbe forfè 1 ’ Idolatria la fua  culla, e finalmente de’ Greci, dice, che,, i  „ primi Abitatori di Egitto, avendo volti gli occhi a contemplare il Mondo, e con alto ilupo„ re coixfiderando la natura di tutte le cole, ili3> marono, che il Sole, e la Luna follerò Dei lem3, piterni, e primarj, de’ quali per certo rapporto   „ chiamarono 1’ uno Ofiride, e 1’ altra Ilide,, infegnando eller quelli due Dei dell’ Univerfo  3, tutto moderatori. Rapporto poi ai Fenicj egli  afferma che •,, i primi fra loro datifi ( 7 ) a filo-,, fofare, tennero unicamente in luogo di Dei il,, Sole, e la Luna, e gli altri Pianeti, e gli Ele-,, men33. >   Saturnale lib. 1. C 2 ) De Idololat. Orig. lib ».  3. per totum.  Storia del Cielo Tom. I.   C 4 ) Trattat. Storie, della Relig.     Yraparat. Evang. lib. I. c. 9.   ( 6 ) Tot* owj xotr A lyuirrov Avd’p'jìTHS ro  7 rcchctiQt ywofJLtviss ccvccfihr^ccvrcce tov xo$[jlov, xou  rlw rctfr oKw xa.rcLT'Kccyv/rcts re xoui  rocrras UTTohccfìett/ uvea Osar otihas re xou irpuru$ vihiW) xou rlw <relwnv y w rov \xiv Osipiv;  rlw ’Be Kit ovoyxKOA rara? Sé.Tttf Ozag   u<pirrocvr<u rov $i[/,tccvtcc xospLw ì>ioixe*v.    HA/ok, xcu (reXlw/iv 5 xou r»? Tkoittxs  T rKetfY\rots ctrrepccs, xou rot sto%£cc } xta tvtoìs  nwoufiiy pLQvov lyivwsxov.    dell'antica Idolatria. 9   „ menti in oltre con quanto a !or fi congiunge,,  Finalmente paHando a far parola dei Greci, reca  il bel palio di Platone nel Cratilo, che in queite  note fi elprime ( i ):,, A me certamente ralfem-,,bra, che i primi ad abitare la Grecia quelli fol„ tanto per Dei riputalfero, che dalla maggior, pane de’ Barbari prefentemente fi adorano, il  ’, Sole cioè, la Luna, la Terra, gli Altri, il Cielo, quali vedendo e.fi con perpetuo corlb aggi-,, rarfi, dalla parola ra G«y correre, Aosi Dei li,, chiamarono.,, t   Il lèntimento di Eulebio, o di Diodoro, che  dee chiamarli il lèntimento di tutti gli Storici  più fenfati, potrebbe!! agevolmente con facra autorità comprovare. Mosè ( *J, Giobbe (i ), I* .Autore del libro della Sapienza ( 4 ) col profcrivere il culto fuperltiziofo degli Altri, e degli Elementi, il fuppongono tacitamente come il più antico, perchè il dipingono come il più lulinghiej>o, e capace a pervertire l'umano cuore.   Così fu veramente. Il cuore umano aggirato  da un fafeino teuebrofo di licenziole palliont, ammollito dal lbverchio amor del piacere, fcollò dal  natio genio d' indipendenza, languido, e indifferente negli efercizj della Religione, la quale già  inftillata nel primo Padre erafi poi tutta pura da  INoè trafmellà ne' difeeudenti, cominciò palio palio a    tyojyovTout tj.ot 01 t porrà ruv P 1 tìpuiruv rwv   Trìpi TW EAÀa^a J T 8 TKf ^JjOVtSi Stai «y«>' 6 cU,   • WiTTlp vuù T0XK01 TVV (locpQctpW, t{KlOV, XOU  xcu ylw, xou carpa, xou tspcaov. art   OVLU tWTOC OpWTK TTOO/TCO OMrl 10 VTCL, XOU   Piovra, j curo tojuths tìk <piKi'j>s rns tu Orir Qks  curasi (tovoijlkìou. Deuter. c. 4. v. ip.  Job. C. 31. V. 16.  1  Sap. c. 1 3.    Digitized by Google    io Dissert. sull'Origine  fo a perdere la giufta idea del vero Nfume, elio  gli brillava all’ intorno con tanta luce* Un guitto*  e terribil giudizio di Dio medeilmo, il quale, come  avverte S. Agostino, fparge penali tenebre (opra.  le illecite cupidigie, permife nell’ Domo un sì fatale dementamento. Chi fdegnava di rendere al  Facitore 1’ onor dovuto come a Sovrano, meritò  di perder colpevolmente lino le tracce per ravvifarlo. Abbandonato così alla stoltezza de' Tuoi penfieri, fcambiò la gloria sfolgoreggiarne, ed  immenia dell' incorruttibile Iddio co'’ limitati riverberi, che ne vedea nelle Creature. Gli Astri pri-.  ma di tutto a lui parvero contrallegnati co' maggiori caratteri della Divinità. Quel movimento .  loro non interrotto, que’ periodi tempre uniformi,  quello fplendore Tempre brillante, quegl' in Aulii:  sempre benefìci fermarono il corfo alla di lui ammirazione, e riconofcenza, quando pur dovevano  lervirgli di guida per falire ad amar la bontà, a riconofcere la potenza del Creatore. Egli lcioccamente impadulò ne’ rulcelli, e dimenticò la lòrgente, e invece di riguardarli come Ministri delle  divine beneficenze, li adorò come Dei. L’ amor  proprio, la fuperbia, la mollezza, il libertinaggio  trovarono il loro conto in fimil delirio. Gli Astri  comparivano Dei benigni, comodi, utili, che nul*  la eligevano, nulla vietavano, per nulla al più corrotto genio opponevanlì, nè mettean freno alle più  torte inclinazioni. Il culto degli Elementi, della  Terra, del Fuoco, dell’Aria, de’ Venti lì congiunte ben presto con quello degli Astri, perchè appoggiato fopra gli stelli principj, e come un palio mal  mifurato lud’un pendio fdrucciolevole cagiona precipizi Tempre maggiori, fi venne ad attribuire la  divinità alle inlenfibili cole, ed infieme agli utili,  e dannofi animali, agli uni per riconolceili de’ benefizi, che fanno agli Uomini \ agli altri per placarli, e distornarli dall’ infierire. L’ antichiflima   opmio- Afojì. ad Rom, c. x. dell' antica Idolatria. n  opinione de’ due Principj buono, e cattivo ebbe forfè gran parte in questi folleggiamenti, eia verace, ma poi alterata dottrina degli Angeli, de’ Demoni, delle Anime de’ trapalfati trovolfi molto opportuna per dilatarli. Si volle credere tutta la natura animata. Animati lì tennero gli Astri dagl’  Indiani, dai Caldei, dagli Egizj, dai Maghi, da  Pitagora, da Platone, da Cicerone, da Varrone.  Il mare, i fiumi, le fontane, la pioggia, il tuono, le rupi, le caverne, le pietre, i monti, gli  alberi, le piante, gli erbaggi, e tutti poi gli Animali li coniìderarono come alberghi d’ una infinità  di attive prelìdi Intelligenze producitrici di quelli  effetti or nocevoli,.or vantaggiolt, che feulcono il fenlo umano. Le Anime de’ Trapalfati o  dalla riconolcenza, o dall’ amor degli Uomini confecrate ricevettero ben prello 1’Apoteolì, ed accrebbero il numero delle Intelligenze motrici della natura. Come MACROBIO C i ), e Pluche,il primo in aria da FILOSOFO, il fecondo in aria da Storico, diffiifamente ci mollrano,  Oliride, Ifidè, Amone,Oro, Serapide degli Egizj;  Zeus, o Dios Giove, Marte, Saturno, Venere,  Mercurio, Giunone, Cibele de’ Greci, e de’ Romani; Dionilìo, Urotalt,e Alilat degli Arabi; Marnas  de’ Fililtei; Moloch degli Ammoniti; Adad de’ Sirj;  Adonai, Achad, Architi, Baelet, Belfamin, Melchet de’ Paleltini, non erano da principio che il  Sole, la Luna, o la Terra, e quindi in progredii  Anime di Principi o Principelle, d’ Eroi o Eroine ite a regnar nel Sole, nella Luna, negli Altri,  o a preledere alla Terra. Quindi la turba degl’ Iddj Confenti o maggiori, degl’ Iddj fecondar) o  minori; e 1’ altra infinita plebaglia di unte varie  Divinità regolatrici di tutti gli effetti, e di tutti  gli elleri naturali, quale non meno accuratamente, che leggiadramente ci viene dal grande Agostino Saturnal. lib. I. f a J Star, del Ciel. lib. I*  i2 Dissert. sull* Origine   ftino C 1 J accennata. In Quella guifa le due opinioni del Volito, e del Clerico amichevolmente  fi legano colla opinione comune, e tutte unite ci  additano la prima origine del più grande accecamento degli Uomini.,, Deplorabile acciecamen-,, to ! (" concluda quello paragrafo il facro Autore del  Libro della Sapienza ) vana illufione di quelli,  „ che non conolcono Dio ! Attorniati da’ Tuoi be-,, nefizj non hanno veduta la mano, che li dif„ fonde; dalla magnificenza delle opere della natura non ne hanuo faputo riconofcere 1’ Artefice. Si fono perfuafi, che il fuoco, 1’ aria, i,, venti, le llelle. Tacque, il Sole, la Luna fof fero i Dei, che reggono il' Mondo Più miferabili ancora, perchè ripongono la lor fìducia in simulacri morti, ed inanimati; elfi dan„ no il nome di Dei all’ opera della mano degli  „ Uomini, alT oro, all’ argento indullriofamente,, lavorati a figure d’ animali, a pietre modellate, fecondo il gulto di un Artefice L’Uomo,, fi forma un Dio d’ un tronco inutile, a cui dà  •la propria forma dia', oppur quella d’ un Ani„ male.,,   Qui però vuole avvertirli, che T ufo de’ Simulacri in figura d’ Uomini, e d’ Animali appartiene bensì a’ tempi della già groil'olana, ed  avanzata Idolatria, ma non a quelli della nalcente.,, Un Uom fa J, che dritto ragioni f pro fieeue    fi) De Civit. Dei lib..    AM' ort y.ev oi rpurrot } koa tMcuot« TOl TUV (XV&pWTUJV, «Té VOCUy O/XoBojWfOWf TpOtìx.o *, «Té hot# ccipttpufjLcuriv j «tu t ore ypot~  tylXJfc, «Sé xA.afT.XW J yi yAlTTtXW, » « vlpict rrOTQITLKH f rCKVYK tpiUpyifAWYIS, 8^£ fJ.IV QLKQÒOUt*W, B^é op^iTtKTOVtKVis o-vujKTurrg y ra.ru ry  o ifjca mfaoyityj.(vy ìiyiXov etra*dell'antica Idolatria;.   fiegue il noftro Eufebio, rapportandoli alle tellimonianze di tutti gli Autori gentili ) può facil„ mente rimanere perfuafo, che i primi ed an„ tichiffimi Uomini niuna fatica, o Audio ripofe„ ro nel fabbricare Templi, ed innalzar Simulacri, non etlèndo Aate per anco inventate le  „ Arti della Pittura, della Statuaria, della Scol„ tura, anzi neppure 1’ Architettonica. Quindi  dopo avere ripetuto il già detto circa la primigenia adorazione degli Astri conclude, che „ da  „ principio niuna menzione vi fu di greca, o di  yy babilonica Teogonia, niun ufo di Simulacri y  „ niuna ridevole vanità nella denominazione degli Dei parte mafchj, e parte femmine • fi)  È veramente lembra cofa aliai naturale, che la  fòrgente Idolatria ne' vetustiffimi tempi, comecché  avelie cangiato l’oggetto della Religion prima e  verace, non giungeiìè però sì tosto a cangiarne i  riti e le cerimonie. Porfirio fcortato da Teofrasto, e citato da Eufebio  J pretende delinearci il religiofo culto innocente degli antichi Politeisti. Ma in verità quell'impostore Filofofo nemico giurato del Cristianefimo nell’ adombrarci ì*  estrinseca religione de’ primi adoratori de’ falfi Dei,  non fa che prendere in prestito que’ colori, con  cui la Scrittura Santa ci adombra la Religione de’  Patriarchi adoratori del vero Dio. Nulla infatti di  più fèmplice e di più fchietto. Que' fanti IH mi v  Uomini negli efercizj di Religione poco curavanfi  dell’esteriore, e del fasto. Ellì la facev.an confistere in picciol numero di estrinfeche azioni, perfuafi, che il vero culto è quello del cuore. L’innalzamento de’ Templi non oltrepalla per avventura l’età di Mosè. Un femplice Altare in un luogo Oux tstpct ng Iw Qtoyoviccs EXXfuwX'f?, #  fiapGctpiKK rote TaXouTaTOtf f «^6/x »; tcw 7\oy<K y  • bhe &X.0VW ìlpustS y ìtìt Ó c. « Prjepar. Evang. lib, J,Djssert. sull’Origine   go mondo, e fpartato, lènza statue e lènza figure, lènza adornamenti e lènza ricchezze, in un  bofco, o fovra d’ una eminenza era il luogo dove  Abele, Noè, Abramo, Ifiacco, Giacobbe colle loro famiglie fi raunavano per tributare all* Altiflìmo  i loro voti ed omaggi. Ivi a Lui predavano le  primizie dell’ erbe e de’ frutti, ovvero il latte, i  «radumi, e le lane degli Animali, che dopo il Diluvio cominciarono ad immolarli. Ora fu quelle  medefime tracce di religiofa femplicità io tengo per  certo, che nella fua infanzia procedette la Idolatria. Intela a venerar come Dei il Sole, la Luna,  la milizia celefte, gli elementi, le prelidi Intelligenze non Teppe sì tofto ufare altra forma di culto,  fe non fe quella, con cui aveva intefo, e veduto  adorarli da’ Patriarchi fedeli il fommo Conditore  dell’ Univerfo. Niun ulo adunque per anco de’ Simulacri rapprelentanti fiotto animalefica, o umana  lembianza le pretelè Divinità. Niun ufo di quelle  datue, che rozzamente in feguito, e grottefcamente modellate dagli Egizj, ottennero poi e castigato difiegno, e fipiccata *. motta, ed energico atteggiamento lotto lo ficalpello indulìre di Dedalo. Anzi qui dee acconciamente fioggiungerfi, che anche  dopo la coftruzione de’ Templi fi tardò molto prefi*  fo le antiche Nazioni ad ergere in elfi le llatue figurate; come degli Egiziani parlando afièrma Luciano, il quale aggiunge ( i ) d’ aver nella Siria  veduti Templi dell’ antichità più remota lènza immagine, o rapprefientanza veruna. Che più? Roma detta, che in paragon degli Egizj, e de’ Greci  nacque sì tardi, per oltre anni 170. ( come ci atteda Varrone citato da S. Agofiino ) Simulacri  non ebbe ( 3 ) ne’ proprj Templi,, finché Tarquinia   Fri fico  De Dea Syria.  De Civit. Dei lib. 4. c. 3 1. Dicit eiiam Varrò, antiquos Rcmanos ylufi   quam annos 170. Deos fine Simulacro coluijje.   Qiiod fi adhuc, inquit, manfijjet y caflius Dii ob fervarcntur. S. Auguft. citat.    dell’antica Idolatria. t?   Prifco Uomo di Greco, e di Tofcano genio tutta  di Simulacri inondolla. Anzi più didimamente  aflerifce Zonara ellervi date leggi, forfè di NUMA (vedasi), £ roibitive a’ Romani di rapprelentare la immagine  livina fotto la forma di Uomo, ovvero di Animale.( i ) Ma l’ Idolatria finalmente è l’opera delle tenebre, e per poco crefciuta, non potea a meno di non addenfarle nel cuor dell’Uomo. L’Uomo divenuto più empio circa gli oggetti dell’interno fuo culto, non tardò guari a fard ridicolo circa  le maniere di elercitarlo. Egli avea degradata abballala la fua ragione, adorando come Dei le femplici Creature. Quello medelìmo fpirito di vertigine il tratte ben pretto ad avvilirli viemmaggiormenfe coll’ adorare 1’ opera fletta delle fue mani.  Ei volle oggetti fenfibili e materiali anche all’  •efterno fuo culto. Ei pretefe di circolcrivere li  fuoi Dei per converfarvi più da vicino, ed innalzò, e venerò.Simulacri. Or di qual forma erederem noi, che follerò in quello genere le prime invenzioni dell’ umana ttoltezza > Quali gli fcogli,  in cui da quella banda urtarono primamente gli  Uomini deliranti ? Eccomi alla feconda parte della  Dittertazione pervenuto, ed eccomi al punto di nianifeltare la mia opinione.   Io reputo adunque probabiliflìmo, che follerò  in primo luogo i Pilieri, o le grotte pietre quadrate, le quau chiamate furon Betilie, e che ori f linariamente non erano, che Are ferventi alle rcigiole adunanze. Sanconiatone, Scrittore antichitfimo delle tradizioni Fenicie, portato da Portino  fino alle ftelle, e da Lui creduto informatilfimo  della Storia Giudaica, come non molto dittante  dalla età di Mosè, nel celebre fuo frammento, là  dove narra le imprefe del Dio Urano, o Cielo,   affer ( i ) At'typvrou$v, xan tyofiop$ov nxwa. tu Sa  eariSTca Pvy.yjois aTe-r/wcoo'. / uuar. Tom. a. y. io I  T 6 DlSSEftf. sull* Ortgtné    afferma, che,, Egli trovò le Betilie ( i ) coftrtien„ do con inlolita mirabil arte Pietre animate.,,  Io non ho letto di tale Frammento fé non la verdone greca fatta già da Filone Biblico, e riportata diftefamente da Eufebio. ( 2 J So, che il Signor di Gebelin colla fpiegazione di quello antico  irjonumento ha fatto vedere, che il Traduttor grecò ne avea malamente recato il lenfo, e che riducendo i termini al vero loro fignificato, 1 ’ Autor  Fenicio trovali uniforme al Legislator degli Ebrei. Checché ne fia, dilHetto non vengami di leguir le tracce già legnate dal grande Uezio, e dall*  erudito Calmet, affermando, che Sanconiatone in  quell’ accennato ritrovamento delle Betilie, e costruzion di Pietre animate ci adombra, benché in  modo affai alterato, la vera Storia del celebre monumento, o Altare di Giacobbe. Quest’ottimo Patriarca (~ 4 J nel fuo viaggio da Berfabee in Melopotamia postoli in certo luogo a dormire fu di un  grande, e ruvido Saffo acconciatoli a forma di guanciale, ebbe la sì nota vifion della Scala corfeggiata dagli Angeli, fu la di cui lòmmità appoggiato  flava 1 ’ AltilTìmo, da cui lènti rinnovarli le grandi  promelfe fatte ad Abramo. Deftatofi egli, efclamò Quanto è mai terribile quello luogo / Veramente non è egli altro, che la Cafa di Dio, e la  porta del Cielo. Diede a quel luogo il nome di  Beth - el, che lignifica nell’ ebreo linguaggio Cafa.  di Dio Conlècrò il Saffo, che la notte lèrvUo  gli aveva di guanciale, verfandovi dell’ Olio, e in  monumento 1 * erefle. Quindi concependo un Voto, il conclufe col dire cs II Signore farà il mi®  Dio se e quella Pietra chiameraffì Cafa di Dio c 5    ( I ) Et/ miwe 0»? Oupcao?    ( 2 ) Pr*p. Evang. lib. I. c. 9. C 3 ) AUeg. Orientai. p. 22. e 9 5. Memor. de V Accad. des Infcrip*  T. 6 1. in 12. p, 24 3. (4) Cenef.. Dalla V* dell'antica Idolatria; Dalla Mefopotamia tornando nella Terra di Ca*  naan, giunto allo Stello luogo, e Soddisfar volendo al già fatto voto d’ offerire a Dio la decima  de’ Tuoi beni, innalzò fimil mente un Altare di  pietra, e replicò il nome di Beth - el, Cafìz di  Dio. Finalmente di bel nuovo in que’ contorni  felicitato dall’ apparizien del Signore, nove! monumento di pietra cortrulle, d’ olio, e di libazioni Spalmandolo, ed a lui pure comunicando la  denominazione di Beth - el. Io ammetterò, che  quello termine Beth - el dato agli Altari, ed ai monumenti facri, quanto all’ edema efprelfione, fofr  fe uri ritrovamento di Giacobbe; ma follerrò con  egual verità, che quanto all’ idea, ed all’interno . concetto degli Uomini ei difcendelfè dalla tradi'  zion più rimota. Beth - el, Caja di Dio, potea fimilmente confiderai, e chiamarli 1’ Altare nell*  ulcir dall’ Arca edificato dal buon Noè, perchè  ivi 1’ AltiSTimo a lui diede fegni fenfibili di fua  prelenza, e mifericordia. Beth-el per Somigliante ragione potea appellarli 1’ Altare edificato da  Abramo fui monte Moria per fagrificare il Figliuolo; éd egli infatti chiamò quel monte Dominus vi debit. Beth-el giuftamente nomar fi poteano tutti  gli Altari innalzati da’ Patriarchi fedeli per ufo antichilfimo, forle dagli antidiluviani fecoli procedente, perchè tutti onorati da qualche' Speciale commercio della Divinità, percnè diftinti da qualche  fuperna verfata beneficenza, perchè in certo modo  protetti, ed invertiti dal Nume, e destinati a tributargli culto, Sacrifizio, e riconofcenza dalle circostanti Generazioni.   Ora da quefti Altari, e monumenti di pietra,  chiamati da Giacobbe per la prima volta Beth - el,  cioè Caja di Dio, e già tenuti per tali fino da*  remotiSfimi tempi, chi non conofce ( entra qui  acconciamente Pluche) (i J etìerne derivate  le sì note Betilie, quelle grolle pietre quadrate,   B che   to Stor. del Cielo, 1 8 D r SSERT. SULL’ORIGINE  che con ol) preziofi, ed aromatiche eircnze irrigavano, e che poi furono in tanti luoghi oggetto di  veturtiffima adorazione, come da più Autori, e nominatamente da Fozio nella fua Biblioteca dintoftrafi ? Chi non conofce dal Bethel di Giacobbe  C foggiunge opportunamente il Voflìo ) derivato il famofò Betilos, quel (allo prelentato a Saturno invece di Giove, come per relazione favolofa Efichio ci narra, e che ottenne poi tanto culto dalla forfennata Gentilità ? Ed io al Vofiìo, ed al Le Pluche fottofcrivendomi, concludo:  Chi non conofce in quelti monumenti, ed Altari  il primo inciampo degl’ Idolatri, ed il primo oggetto fènfìbile, e materiale delle adorazioni fuperìtiziofe ? Mettiamci di grazia in varj punti di villa  naturalismi. Confideriamo il genere umano dopo  la confufion delle lingue, e la differitone delle .Nazioni già prefo da uno fpirito di vertigine, e  già declinante al Politeifmo. Malgrado le volontarie tenebre, che incominciano ad acciecarlo et  l'erba tuttora nel cuore il fème della religion primigenia; e nella memoria i fagri riti, e le religiofe cerimonie dal Patriarca Noè tramandate.  Egli perciò innalza, e confagra in ogni luogo pietre modellate a fòggia d’ Altare per onorarvi la  Divinità: ei vi ft proftra all’ intorno: ci vi celebra le religiofè adunanze: ei vi prefenta i Tuoi  Sagrifizj, comecché forfè non più al folo, e vero  Nume, nta agli altri ' ancora, agli elementi, agli  fpiriti. Ei fa però, ed una tradizione non rimota glielo rammenta, che il primo Riparatore degli Uomini dopo il Diluvio ergendo un limile Altare, il vide torto adombrato dalla fènfibil prelenza, e maeftà dell’ Altiflìmo difeefo in atto di  ricevere, e di gradire placabilmente i fuoi Olo caufti.   CO De PhU. ChriJIUn. C? Theol. Gent. Vib. 6. t.:p. BatTuho? «toj fjtocXe-fTO o AtGo; to>   K poeti) cari &ios, Dell* antica Idolatria;   taufti. Comecché la Scrittura noi dica, io noa  credo temerità 1* aderire, che limili degnazioni  compartifle talvolta il Signore anche ai Figliuoli,  o ai Nipoti di Noè, che fi mantenner fedeli prima d' Aoramo. Ben il vecchio Sacerdote, e Re  di Salem Melchifedecco ne avea tutto il merito.  Checché ne fia, certamente il genere umano  non può non confiderar quelle pietre, od Altari,  che qual cola rilpettabile, e (anta. Fi le vede  fèrbate ad un culto Speciale della Divinità, e ad  un peculiar commercio col Cielo: ei le vede in nalzate o per rinnovar la memoria d' alcun luperno ricevuto favore, o per invitar gli animi ad una  fedele riconofceitza: ei le vede anche ufate per   edere teftimonio, e monumento durevole delle alleanze, de' patti, delle folenni prometle, e de' giuramenti, ne’ quali s’ interpone il tremendo nome »  e la Maeftà Divina. Gli efempli, che fu di ciò  abbiamo nella Scrittura, non fanno, che dinotarci  una vetuftidìma poftumanza. A tutto quello s' aggiunga 1' opinione già di fopra accennata, e che fino dai primi tempi fi propagò fra i mortali, cioè  che tutto ripieno folle d’ Intelligenze regolatrici  degli elleri, e degli effetti della natura. Connettali pure l’altra opinione d’ antichità non minore da S. Agoffino rammentataci ( i J colle parole del celebre Mercurio Trifmegifto, cioè che  per certe conlecrazioni rimanellèro li Simulacri  non pure inveititi, ma realmente animati dalli  Dei venuti ad abitarvi, affin di nuocere, o d?  giovare più da vicino ai loro adoratori. Ciò, che  forfè adombrar volle Sanconiatone con quella ef preffione di 7 ^ 0 ^$ Pietre animate. Con siderando noi il genere umano in tali profpetti,  qual cola più probabile, e naturale a concluderli,  eh' egli, parte abufando delle antiche tradizioni  veraci, parte ingannato dalle nuove folli perlua B 2 fioni, C t J De Civit. Dei lib. 7. e. 23. e 24* f    2 o Dissert. sull* Origine   fioni j e già rilbluto di voler oggetti fenfibili al  proprio culto, cominciale ben pretto a venerare  quegli Altari, que’ monumenti di pietra, quelle  Eetilie,.riguardandole o come Alberghi della Divinità, o come fimboli della prefenza divina, e  finalmente, tempre più creteendo 1* accecamento, come tanti veraci Iddii ? Se il genere umano  è pure intefiato di adorare l’opera delle tee mani, qual cofa più reverenda, e più degna di culto  ai di lui occhi pretentali, che i mentovati Altari,  o monumenti, o Betilie ?   Qui vorrà alcuno per avventura obbjettarmi,  che quando trattali d’antichità olcurilfima, più che col raziocinio, voglionfi colla fioria, e co’ fatti  fiabilir le opinioni j ed io non fono per contenderlo. Forte però, che l’opinione da me proposta non li deduce naturalmente in gran parte dai  Libri Storici di Mosè, i quali ( lanciando anche  ftare quella ifpirazione divina, che li confacra, e  mirandoli tei con occhio di Filotefo non tumido  per alterezza, nè da paliioni alterato ) ben vagliono aliai più, che tutti li Vedam de’Bramini,  gli Zend di Zoroaftro, i Kinghi di Confucio, e  di Se-ma-fiien, ed i racconti favololi di Erodolo ? Pur i*on fi creda, che io voglia in quella materia lafciare affatto il mio Leggitore digiuno di  monumenti, e di autorità. Il Volilo C i ) rapportaci, che il Beth - el, o  Pietra di Giacobbe, di cui tanto abbiamo parlato,  fu a fomiglianza del Serpente di bronzo, per lunga età foggetto di fuperfiiziofa adorazione a molti  Giudei, finché da’ veri Ifraeliti prete giuftameute in abbominio, gli fu cambiato il nome di JBef/iel % Cafa di Dio, in quel di Beth - ave, cioè Cafa  della Menzogna. Quali poi furono i primi Simulacri degli Arabi, tra i quali i Moabiti, e gli Ammoniti fi comprendevano? Gli Autori antichi, a’ quali rapportali    i ) lai’, d. r. 2p.   dell’ antica Idolatria. 21'   tali il Calmet, e che ci parlano delle prime  Divinità di que’ Popoli, le defcrivono come fempjici Pietre informi, o fcalpellate, ma non con  umana forma.,, Voi ridete, dice Arnobio,  „ che ne’ vetufti tempi gli Arabi adoraflero una,, Pietra informe. „ Malììmo Tirio ( 3 ) o di que*  ito, o d’ altro Arabico Simulacro parlando il chiania Tfrrpxyjìm Pietra, quadrangolare. Ed Eu timio Zigabeno nella fua Panoplia ragionando  co’ Saraceni:,, Ed in tjual modo, efclama, voi ab-,, bracciate la Pietra di Brachthan, e la baciate ?,, Alcuni rilpondono: Perchè Abramo fopra di efc   „ fa eboe il fuo primo commercio con Agar. Altri poi: Perchè ad ella legò il fuo CameTo quan-,, do fu per lagrifìcare Ilàcco. f  „ Non penio di meritar la taccia di capricciofo, fe giudico  quelle Pietre adorate in feguito nell’ Arabia nuli*  altro elfere fiate da principio, che vetulte Betilie, o rozzi Altari fors’ anche al vero Dio confecrati. Certamente Mosè, ("5 J in ciò ieguendo S er avventura la tradizione, e il più vetullo coume, prefcrive, che di rozze Pietre dal ferro  non tocche, e informi fallì, ed impoliti follerò  gli Altari, che dopo il patlàggio del Giordano fi  volelfero al Dio d’ Ifraello innalzare; e nuli’ altro, che grandi Pietre fpalmate alquanto di calce  folfero i monumenti defiinati. a fcrivervi lòpra le  parole della legge. Temette forfè il grande LeB 3 gisla 7 efor. cP Antich. tratto dai Coment, del Calmet T. 2. ( 2 J Lib. 6. C 3 J Sermon. 3 8. Ili* VfJUHi TposrpiQtsrt toj ?u 9 u» t ts  Bpxyficxv j xou tpiKsirt raro»; kou tiiik j aa>  ewrw tpctti y %tQTi tir coki) aura s trasloca rn Ay cefi  0 Afipaont. AÀA01 ?>£ ori rpotilìiKur carro» thv  xxiju iXov, fJ.iKho»r (jusai rov I sotux..   C s ) Deuter. Dissert. sull’Origine   gislatore, che fé tali monumenti, ed Altari fi f 0 f.  fero con più eleganza collutti, divenilfero più facilmente al rozzo fuo Popolo, e vacillante pietra  d’inciampo, e fomento d’idolatrica fuperllizione.   E qui, giacché dell’ Arabica fuperllizione ho fatto  parola, voglio avvertire, che della per lungo tempo mantenne!! nella lua primigenia feniplicità. Giobbe Arabo, o Idumeo, forfè contemporaneo, lenon anteriore a Mosè, accenna lenza meno l’ Idolatria del fuo Pael'e. Or ei non parla nè di llatue, nè di figure. Indica fidamente 1’adorazione, ed il faluto del Sole, e della Luna, che poi Uroralt, ed Alilat furono nominati. Segno manifelto, che fra que’ popoli non fi era introdotto per anco quel lopraccarico di moftruole  follie, con cui dalle Scolture Egiziane rimale aggravata l’ Idolatria. Che fe non pertanto gli Arabi ab antico proltravanfi a Pietre informi, o quadrate, quali io reputo Betilie, ed Altari, ben concluder potrai!!, che quelli follerò il primo. fcoglio, e il primo fcandalo al/ materialifmo de’ più  antichi Politeilli. Teltiinonio ne facciano i primi Abitatori della Germania. Colloro finché rimaforo nella vernila loro rozzezza, finché la fuperllizione fra eli!  col commercio delle arti Greche, e Romane non  giunfe a farli più vaga infieme, e più llolta, altri Simulacri non ebbero, come Tacito ( a J avverte, che folli informi di legno, e di rozze pietre. Erano quelle le forme degl’ Iddii, che portavanocon elfo loro alla guerra, penlando, che  folle un offendere la Divinità il rapprelèntarla  fotto umana fembianza. Ciò, che pure da molti   altri  C. 31. v. 16. ( 2 J De Morìb. Germart. Sta tua ex stipitibus rudibus, i? impolito lapide effigi e s, CP Jìgna quxdam detracia luci s in prxlium  ferunt. Nec cohibere parietibus Deos, ncque in  ullam humani oris Jpeciem affimilare ex magnitudine cotlejìium arbitrantur. altri Popoli di non peranche ingentilito collume,  per quanto narrano gravi Autori, collantemente  penfolfi. Ma e dove lalcio la celebre Madre degl*  Iddìi, o fia Cibele di Frigia portata in Roma da  Pelìinunte col miniftero di Scipione Nafica, e da*  Romani ottenuta per mediazione del Re di Pergamo al tempo della feconda guerra Cartagine!? ? Livio le dà il nome di fagra Pietra„  Pietra informe la chiama Minuzio Felice. Arnobio la defcrive come una Selce non grande  di forco, ed atro colore, e per angoli prominenti  ineguale. Eravi fra quei Popoli tradizione, che  quella Pietra caduta folle dal Cielo, e che appunto da jrK&y cadere la Città Pelfinunte folle Hata  chiamata.   La Grecia ftefTa non fu priva di quelle foggie di Simulacri. Paufania ci attefta, che in una  loia parte d’ Acaja furono da trenta Pietre tagliate in quadro, aventi ciafcuna il nome di una qualche Divinità, e con fomma venerazione riguardate, fendo llato collume antico de’Greci il prellar  culto a limili Pietre, non meno di quello, che  pofcia faceflèro alle figure, e alle llatue. Mi farà egli difdetto il probabilmente congetturare per  le ragioni di fopra addotte, che quelle, ed altre*  limili Pietre di Grecia nuli’ altro da principio foffero, che Betilie ? Servirono un tempo a niun altro ufo, che agli efercizj delle facre adunanze. L’Idolatria col farli più tenebrola giunte a divinizzarle. Betilie ùmilmente, o imitazione fenza meno delle Betilie pollòno crederli gli Ermi, di cui  la Grecia, e Roma furono ripiene, e che pofcia  ad abellire fervirono fpecialmente le Biblioteche.  Bili non erano da principio, che tronchi informi di  legno, o di marmo, o di pietre tagliate in quadro  fenza mani, e fenza piedi: T runcoque fiinillimus Herinu?, dille Giovenale. Ne* quattro di loro lati  pretendeva!! dinotare o le quattro ltagioni, o le quat B 4 tro   ( 1 J Lib. 2$4 ( 2 J Lib. 6 • ("3 ) SiiU Dissert. sull* Origine. tro parti del Mondo. Si confiderarono poi come  ilatue degli Dei, e di Mercurio principalmente „  Il di lui capo, che vi fi aggiunfe, fu fenza meno  un poderiore ornamento. Anche il Dio Termine  non fu nell* età più vetude rapprefentato, che fotto la figura di grolfi Saffi quadrati, cubici, privi   di mano, e di piede: Ttrpctywoi, xuQoziìitls y   K'Xttp&y xou airone?; quantunque al Dio Termine pur s’aggiungere la teda umana ne’ fecoli confeguenti. E che non può in quella parte una matta perfuafione a poco a poco crelciuta fra i barlumi di  tradizioni parte vere* e parte mendaci? A tutti è  noto, che da molti Popoli fi giunte per fino a venerare le Montagne, quali grandilfimi Simulacri  della Divinità. Il monte Atlante era il Dio degli AfFricani. Occidentali: un monte il Dio de’Oappadoci per allerzione di Malfimo Tirio: Moni  a pud Cappadoces prò Deo ejl, prò jur amento, atquc   Simulacrum. Un monte, o fia rupe SxotéA© r y   xoputplw il chiama Stefano, rifcoire pure  adorazione dagli Arabi. Giove fi venerava nella  cima de’ più alti monti, come dell’ Olimpo, del  Callo, dell’ Ida; e il nome quindi ne rifcuotea di  Giove Oljmpico, di Giove Cafio, di Giove Ideo.  Gl’ Italiani ilelfi predarono al monte Appennino  venerazione, come apparifce da una Ifcrizione riferita dal Matfèi nel tuo Mufeo Veronefe, la quale comincia IOVI APENINO. Ora e per qual ragione crederemo noi, che adorati veniflero tal»  monti, te non per la della, che confecrate avea  le Betilie ? Ce la prelenta naturalmente il Bergero.  Fu fcelta la cima de’ monti per offrirvi   de’ facrihzj, perchè credevano gli Uomini d’ e fiere più vicini al Cielo, e conseguentemente agli  Dei, qualora fi adoravano gli Altri. Per tal motivo  In Avsccpq. Trattai, della vera Relig. ìf  tfvo <i feielfero le pili alte. Tali cime per eli .«lercizj della Religione confècrare ben predo dir  vennero rilpettabili Immaginoifi, che gli Dei vi  fodero difcefi^ p®* ricevervi T’ incenfo, e gli omaggi degli Uomini. Pài non vi volle. Riguardata  prima come abitazione de* Numi, fi confidcrarono  ben predo quai Simulacri immenfi animati dalla  Divinità, ed ottennero una fpecie d’Apoteofi. Gon quanto fi è da me finora ragionato, e che,  le il tempo lo permettelle, con altre notizie, e  cagioni facilmente potrebbe!* dilatare, io giudico  refa ormai probabile la opinione di chi accinger  vogliali a fo denere, che. i primi Simulacri delìq  Gentilefche Divinità fodero femplicl Pietre riquadrate, od informi, fenza alcuna umana, q anima• Jefca fembianza.  Reda ora, che alcuna cola ragionili de* Simu»  * a, cr * ° rot °ndi, o tendenti a rotondità, a cui preito fuo culto primiero la cieca' fuperdizione, pfi*  ma che folle ai figuri te Statue provveduta.   Io non fono per ripetere quanto di fapra ba*  ftevolmente ti £ detto intorno a| culto degli Adri*  e degli Elementi, degli Spiriti, e degli Eroi. Aggiungerò (blamente, che non sdendo per anche  giunto lo fcalpello Adirio, o. Egiziano a rapprefentar le figure degli Uomini, e degli Animali, e  per elprelfioni di Arnobio, ( i J avanti 1’ ufo, e U difciplina della fcoltura, già penfato avea 1*  Idolatria a procacciarli, oltre le Betilie, oggetti  temibili alle lue adorazioni. Gonfiitevano quelli  iti certi fimboli q dinotanti, la potenza, e dabihta de’ Numi, o adombranti in qualche modo alcuna or qualità, J Battoni, le Verghe, le Afte,  che al dir di Trago Pompeo furono la prima  “^gna.dei Re, lignificavano il fommo imperio . de Numi, Le colonne, i cilindri, le pur non erano una imitazione più ‘ ingrandita dei Badoni da comando, ne accennavano l’ eternità. Gli Obe B 5 Ufchi, '   fi) Lib, et (Lib % ultima   t6 Dissert. sull* Origine   lifchi, le Piramidi, i Coni efprimevano i »gg*  «}el • Sole, e delle Stelle, o la natura del fuoco,  che -in alto vibrava!! acuminato. Menianrto pur  buone a Porfirio le interpretazioni sì fatte.  Concediamogli ancora, fe piace, che tali monumenti alzati dalla pili vetulla gentilità non fi riguarda fiero da principio, che come fimboli, o  meri Pegni d’ onore. Il Volfio, e forfè con troppo impegno, è dello fleflo parere; ma poi di Porfirio più ragionevole, perchè non tanto foffifta,  nè così empio, s’ arrende a concludere, che ben  pretto divennero occafione di lcandalo alla materiale Idolatria, e oggetto furono di profane adorazioni. Elfi in una parola ne’ primi tempi fletterò in luogo di quelle ftatue figurate, che poi ottenner l’ incenfo dalle corrotte umane generazioni. E qui bramo s’ avverta ? che dove di fopra io  dilli, aver preffo molte nazioni tardato non poco  le ftatue ad innalzarfi ne’ Templi anche dopo la  erezione de’medefimi, io intefi favellar foltanto  delle Statue rapprefentanti le Teodie fotto la forma di Uomo, oppur d’ Animale; ma non volli  giammai includere i Simulacri, per così dire, fimEolici, e non aventi figura. Quelli fono anteriori, non pure alla ftabil mole de’ grandi Templi,  ma eziandio a quei Padiglioni, o Tabernacoli, o  Tempietti portatili, con cui gli antichi Idolatri ebbero in ul'o di condurre a patteggio i loro  Numi.   Ora di quelli non figurati Simulacri parlando,  m’aprirò il varco con l'autorità di Filone Biblico ( aj, il quale nel fuo proemio alla interpretazione di Sanconiatone, diftinguendo gli Dei immortali, come il Sole, e la Luna, dagli Dei mortali,  cioè da que’ Principi, ed Eroi, che per le loro  getta avevano confeguita l’ Apoteofi, ci avverte  «fiere flato vetullo immcmorabil collume, fpecialmente   (ij Apud Eufeb. Trap. Evang. lib, 3. c. 7. JW. lib. 1. e.. mente degli Egiziani, e Fenici, da’ quali preferì  norma le altre fazioni, d’ innalzare a quelle Chili  d’Iddii Colonnette, o Baftoni, o fia Scettri di le • J_ - -t fn..: ninmimpntl il nome di    (cerando. ,„   Sanconiatone poi nel fuo frammento raccontaci fa J, che molti fecoli prima della coftruzione  de’ Templi, e formazione delle Statue Ufoo primo  navigatore avea dedicate due Colonne %uo sTtfKxS   al fuoco, e al vento, e prellato ad entrambe culto, e facrificio col fangue degli Animali. Proiie:   f He indi a narrare, che dopo la morte de primi  roi già divinizzati la grata pofterita onorata avea  la lor memoria, lotto i loro nomi confecrando verghe, e colonne, e con feftivi giorni, e fagre cerimonie adorandole. Finalmente ci addita, che  dopo lunghiffima età fu innalzata al Dio Agro vera  effigiata Statua nella Fenicia.Giu Teppe Ebreo f non diubmigliantl notizie prefentaci, aderendo, che i Tir) da principio  a’ loro Dii fornirono Afte, e Baftoni, poi Colon*  ne, e finalmente le Statue..Certo nella primitiva Egiziana Scrittura fimbolica non in altra foggia, che d’ un Bafton da  comando con un occhio efiprimevafi Ofmde, il   S uale originariamente fu il Sole, fignificar voleno la fua regale potenza, ed il mirar ch’egli fa  dall’alto tutte le cole. Ed io ben credo efftre  agli Eruditi notiffime le Piramidi, gli Obelifchi,  ed i Coni dall’ Egitto al Sole innalzati, come per   imitar * i   'Tru'Xas rt, xcu pa&lti; aipitpoiw coopero? ccuTiM, xoa rocurot ju.yaAw?, kou   ioprrccs m/J.or carrots Taf pryisrccs.   fi) Apud Eufeb. ibi c. io. Cont. Apìon.  lib. I. (4J Macrok. SatumaL lib. I.c. ai. aS DisserY. ' suit* Ormine  imitarne I fuqi raggi. Da ciò forfè provennero  quelle corna, d* cui in fedito 1 Egizia bizzaria  li compiacque ornar gentilmente il capo del tuo  Giove Amone, del fpo Apollo d*Eliopoli,e della  fua Ifide. Ove à no\ piaccia di ftare * certe lezioni per altro antiche del tetto di Quinto Curzio, CO ammetter dovremo, che 1' Amone adorato da’ Trogloditi, e proceifionalmente a fpalle di  Uomini condotto in una dorata barchetta per averne eli Oracoli, altra forma non avea, che d un  Goiìò, ó d’ un Ombelico tutto di fmeratdi, e P rc ~  ziofe gemme fmaltato. Almeno rigettar non potralTi 1* autorità di Brodiano,f 2 J il quale ci delcrive il Simulacro del Sole (otto nome di   Elegalu, venerato iq Edeilfo della Siria Apamena •  Di tale Simulacro (e ne può vedere adombrata «.  forma in una medaglia pretto il Vaillant battuta  all’ùltimo e più pazzo degl’ Imperadori Antonini.  Or ecco la defcrizione di Erodiano, giufta la verfione latina fatta dal ^oliziarfo. „ In Edefla non   v’ ha Simulacro atta Greca, o alla Romana em” «iato fecondo P immagine di quel Dio -, ma un  latto grande rotondo da imo > e, a P oco a P oco  crefcente in punta quali a figura di Cono. Nero  V, è il color della pietra, cui facciano eflere ca V, data dal Cielo. ed affermano quella 1   ” fer 1* immagine del Sole no n da umano artificio  3y lavnrata Su tali parole fa una riflettìone op /.ante voi* citato G^>  del soie: uiciiuc, 7 -, -,   Tentare gl* Iddìi fotto umana fembianza fu de pofteriorf Greci, e Romani. Ma gli Afiatici più ve.,  tutti, ecl anche gli Egizj moltq divamente fi *i P ° rt Chi °fà pertanto, che, fe ci rimane^ro le merie delle più antiche orientali Divinità, ^noi^noi* mone Lib. s. Lih 5- CO Uh. 9. c. io >    dell'antica IdoiatrYa. 19   le trovaffimo quali tutte in figura di Colonne, d?  Obelifchi, di Piramidi, o di Coni rappreleutate ?  Certo non fenza ragione i Settanta hanno in co(ìu«  me di traslatar per Colonne la voce ebrea Matgaba,  che ordinariamente traduce!! per ljìatue; e come il  Calmet ( t J ci avverte, il nome di Colonne lembra meglio corrifpondere al lignificato del termine  originale. Forfè que’ dottilììmi Interpreti vollero  dinotare la forma antica, con cui 1’Oriente, e la  Terra di Canaan rapprefentar foleva i fuoi Numi;  E forfè Mosè coll’ imporre, che fi demolillèr tutte  le ftatue delle profane incontrate Divinità, nuli’  altro impofe nella maggior parte, che la demolizione di Piramidi, e di Colonne. Dilli nella maggior  parte, e non in univerfale, poiché quel Sacrificaverunt fiulptilibus Canaan, che abbiamo nel Salmo, mi lece ellèr più continente nelle parole. E  de’ famofi Serafini di Rachele, primo monumento  d’ Idolatria materiale, che s’ incontri nella Scrittura, e degli altri Idoletti elìdenti prellb la làmiglia  di Giacobbe dalla Melopotamia recati, che diremo  noi ? S’ io pretendelfi figurarmeli come piccioli Coni,  o colonnette, con quai monumenti, ed autorità potrei ellère contradetto? Per verità io miro Giacobbe, che intefo a ripurgare la fua Famiglia, prende, e (otterrà, non folo gl’ Idoli chiamati Dei ftranieri: Deos alienos, ma angora i pendenti, che fi  trovavano all’ orecchie de’ fuoi feguaci Io   non crederò già, che le Pedone della comitiva di  Giacobbe, e malTìme le piilfime Donne Lia, e  Rachele ardlllèro di portare sfacciatamente agli orecchi appefe le (lamette, od immagini d’ alcuna profana Divinità. Primieramente potrebbe!! con tutta ragione foftenere, che di que’ tempi non eranò   peranco T. 2. DiJJìrt. de' Templi degli Antichi.  Genef C. 25. Dederunt ergo ei omnes Dcos  alienos, quos habebant, IP inaures, qua: erant in  auribus eorum. At ille infodit eas subter Terebin -thum.30 Dissert. sull* Origine  perineo in ufo le dame figurate. Le Rabbiniche  tradizioni dell’ arte datuaria efercitata fuperdiziofamente da Tare Padre di Àbramo fono già (ereditate prellò degli Eruditi. La pretefa antichità della Statua di Nino alzata a Belo fuo Padre rella dai  calceli dell’UHèrio fmentita. Nino regnò in Affina parecchj fecoli dopo Giacobbe. All’etàdique^  fio Patriarca il Sole, gli Aflri, e malfime il fuoco  adorati nella Caldea, Affiria, e Mofopotamia probabiliffimamente non aveano che Simulacri fimbolici. Quando pure fenza fondamento ammetter fi  voleflèro le Statue figurate ai giorni dello ftefiò  Giacobbe, io non potrò perfuadermi giammai, che  1’Uom fanto permeili avelie in alcun tempo ne’  fuoi l’ irreligiol'a ollentazione di tenerle appele agli  orecchi, comecché per folo ornamento. Il motivo ideilo, oltre a varj altri, che addurre potrei,  mi trattiene dal fottolcrivermi all’ opinione del  Grazio, e del Wandale, i quali pretendono, che  tali orecchini follerò fuperdiziofi Amuleti. Quale  relazione adunque degli orecchini cogl’ Idoli per  dovere anch’ «Ili meritare il fotterramento ? Se avefi  fi luogo ad edernare un mio non inverifimil pendere, direi, che la relazione confidelle in una certa edrinfeca fomiglianza colla fimbolica figura degl’  Idoli. Forle l’ ornato di quegli orecchini potea  edere qualche gemma, o preziofo metallo cadente,  e travagliato a maniera di goccia, di cono, o vergherà, che molto raflòmiglialTe la forma appunto  degl’ Idolatrici Simulacri. Quindi Giacobbe volendo abolita per fempre di quedi ultimi la memoria  predo de’luoi, nalcolè unitamente fotterra tutti  quegli ornamenti, che per la loro forma, e lavoro  potuto avrebbero in alcun tempo rifvegliarne la rimembranza. Ma fi torni in carriera, e col Voffio ( i ) ornai  fi rammenti, che non in figura umana, ma bensì  in figura di colonne o piramidi acuminate furono   i Si Lib. g. c. 5.  i Simulacri, a cui nei primi, e più rimoti fuoi tempi l’ idolatrante Grecia prodrofli; che le per conientimentò di tutti gli Autori ebbe la Grecia dagli  Orientali, e dall' Egitto principalmente i fuoi Numi, e le cerimonie di Religione, farà quella una  riprova novella, che di cilindrica, piramidale, o  conica forma federo i Simulacri almen più vetulli  dall’Oriente, e dall' Egitto inventati.   Ora nuli’ altro appunto, che una Colonna fu  la Giunone Argiva. Ce lo atteda Clemente Aleffandrino  recando alcuni verlì di un vecchio  Poeta Greco in lode di Callitoe prima Sacerdotellà di quella Diva predò gli Argivi. Io mi farò  lecito di darne una mia Traduzione;  Della Donna del Ciel preliede al Tempio  Clavigera Callitoe, che intorno  Di ferti, e bende un dì già ornò primiera  Dell’ Argiva Giunon 1 ’ alta Colonna.   Non altro, che femplici acuminate Colonne, o  Piramidi furono i Simulacri podi ad Apollo, e a  Diana, come lo Scaligero (3 ) dalle antiche memorie deduce. Non altro, erte una rozza Colonna di legno la Statua di Pallade Attica.,, Quan„ to ( dicea perciò Tertulliano) ( aJ diltinguelt,, dallo dipite d' una croce la Pallade Attica, o  „ la Cerere Farrea, che lènza effigie coda d’ un  „ rozzo palo, e d’ un legno informe. Un legno  „ non dolato ( proliegue Arnobio )  adorodì,, da que’ di Caria in luogo di Diana: in luogo   di Giunone un Pluteo da que’ di Samo; un’ Atta  „ dai Romani in luogo di Marte, come le Mule   » ài   'Zrpuu.eerwv I  K «XfaQoti cXifjLTtcìbos BajiAtw   H/W fi pryutK W> {Tìia/axsi, XM buiOCVOKl  ripa irti tx.orjj.tKur rtpt tttwx jJMxpw curctsitK.   Ad an. Eufib. 377, f 4 ) AJverf. Cent.   C 5 J Lib. 6. 3 2 Dissert. suix’ Origine   „ di Vairone ci additano.,, E giacché Arnobio  un Romano Autore ha citato, qui giovi connetterne un altro, cioè Trogo Pompeo, o fia il Tuo  Compilatore Giurino, il quale d’ Amulio,~e  di Numitore parlando ultimi fra i Re d’ Alba, in  quella foggia h efprime.,, In que’ tempi tuttora,, dai Re invece di Diadema portavanfi 1 ’ alle »,, che lcettri dai Greci furon chiamate. Conciof-,, liachè dalla prima origine delle cofe furono ado-,, rate 1 ’ Alle in luogo de’Simulacri degl' Iddii im-,, mortali. Ed in memoria di tal religione ai Si„ mulacri degl’ Iddii tuttora 1' Alte s’ aggiungono. „  Finalmente non altro, che un rozzo malconcio  legno, e deforme» liccome Ateneo ne fa fede era il Simulacro di Latoua prello a quelli di Deio y  c per fitìfatta guilà ridevole, che al ibi vederlo  n’ ebbe a icoppiar dalle rifa quel Parmenilco di  Metaponto, che dopo 1 * ufeita dall’ antro di Triionio non avea rifo giammai. Quindi non ci ltupiremo altrimenti al fapere» che un breve defeo  attaccato ad una lunghi ifima pertica folle il Simu*  lacro del Sole venerato da que’ di Peonia; e che  informi tronchi, maltagliati, e fenz' arte fodero  1 Numi degli antichi Germani e de’ prilchi Galli, come ne allicura Lucano. Molto mena  furem meraviglia in vedere queiti primi idolatrici  monumenti di legno più tolto, che d’ altra materia lavorati. Per poco che fiali nell’ erudizione  verfato » non può ignorarli » che i Simulacri primieri dell’ ancor giovane Idolatria materiale, giulta il collume degli Orientali pattato nella Grecia »  e nel Lazio, furono quali comunemente d’ argilla, o di legno, a cui fuccedè ben prello il marmo quindi i metalli v e finalmente 1’avorio. Non lafcianci dubitarne i be' palli, che abbiamo   in C O Lib. 43.  Mb. Simulacraque moejla Deorum Arte careni, caefisque extant informia truficis.  in Ifiaia, in Geremia in Ofiea, e  nel Libro della Sapienza. Gli eleganti verfi  poi di Tibullo CìJ 1 non Ibi rapporto a quello  capo, ma tutta in generale confermano la mia presente opinione. Non di legno però - ma di pietra in figura di  gran piramide, al dir di Pautania, fi il Simulacro fiotto il nome di Apollo da’ Megarefi guardato, e Umilmente una pietra fu la sì celebre Venere Pafia, il di cui Santuario tanta venerazione  rifico Uè non pur dall’ Ifiola di Cipro, ma dalla  Grecia tutta, e dall’Alia minore. Venere Pafia,  che ha data occafione, e primo impullò al mio  fieri vere, quella fi a appunto, che ornai gli dia  compimento. Il di lei Simulacro viene da Maflimo Tirio ad una piramide bianca paragonato. Noi  però più efatta ne prenderemo la detenzione da TACITO (vedasi), le di cui parole nel fiuo nativo linguaggio mi fo lecito di produrre: Haud crtt longum initi a religionis, temyli fitum, formanti Dea 9  ncque alibi fic habetur, vaucis dijjerere. Simulacrum Dea non effigie fiumana continuus orbis, la tiore initio tenuem m ambitum, met a modo exurgens, C? ratio in obfcuro - Or di quefia Venere  Pafia noi coi noftri proprj occhi ne potremo facilmente rilevar Ja figura tutta appunto conforme alla   C o f. . I. f 3 ) 4. 12, co «$•   Eleg.) Nam veneror, jèu Jìiyes habet defertus in agris,  $eu vetits in trivio florida Certa lapis f  Eleg. io. lib. Sed yatrii fervute lares, coluiflis CP idem  Curfarem veflros cum tener ante lares;   Kec yudeat yrifios vos ejfe e fliyite faclos, Sic veteris JeJes incoluiflis evi. T unc melius tenuere fidem, cum ytniyere teSÌ 9  l Stabat in exigua ligneus ade Q$us Orat. Dissert. sull'Origine   alla defcrizione di Tacito. Balla oflervar tre Me**  daglie riportateci dal Patino. La prima battuta dalla Città di Paflo a Drulo Celare. La  feconda coniata da’Cipriotti a Vefpalìano  La terza da’ Cipriotti Umilmente dedicata a Tramano C4J • Anzi non l’ Itola lòia di Cipro, come di lòpra toccai, e come attella, e comprova P eruditiffimo incomparabile Spanemio,  adorò la Venere Pafia. Il di lei culto propagolfi  ancora in altre Nazioni, e Città, le «juali perciò  lì fecero vanto di ornare col di lei Simulacro, e  Tempio i rovefci di lor medaglie. Fede ne faccia la Medaglia di Adriano battuta da que’di Sardi  nell’ Afia minore, e riferita dal Sirmondo, e  Umilmente un’ altra coniata da Pergameni fpettante ad Euripilo prellò il citato Spanemio;  ed anche un’ antica Corniola prodotta dall’ Agoltini, fenza accennare però, le Greca, o Romana. Ed io lòn di parere, che dal tempo, e  dagli Eruditi altri limili monumenti o fcoperti lì  fieno, o (coprire lì pollano dinotanti la venerazione dilatata, in che lì ebbe quella folle Palla  divinità, e infieme comprovanti la veridica deferii  zione, che del di Lei Simulacro Tacito ci rapprefenta. Debbo però confettare, che quanto ne*  monumenti addotti io riconol'co per vera ed el'atta la delcrizione mentovata, mi lòrprende altrettanto il modo, con cui Tacito la conclude: Met.r modo exurgens, ei dice, i? ratio in olj'curo. Poffibile, che ad un Uom si erudito, quale fu Tacito, sì gran meraviglia facelle il mirar Venere Pafia  in figura di un cono, o di una piramide ? Non  dovea egli piuttollo da una tale figura defumere 1*  antichità di tal Simulacro, o almeno la derivazione di   C 1 J Imy. Roin. Numis. C De   Praeft., t? Ufìi Numism. Dijf. Colleg. delle Med. del Col. Chiaram. di Parigi. C»J DiaL. ne di una veturtilfima coltomanza ? Non dovea Tape re, che ne’ più rimoti tempi, e come Trogo dicea, ab origine rerum, altri Simulacri non ebbero  i Numi, che o pietre quadrate, o piramidi, od obelifchi, o coni, o colonne di legno, e di fallo ?  Come ignorar potea il conico Simulacro d’ Apollo  in Megara, e del Sole in Ed e Ila, e gli obelifchi,  è le piramidi al Sole ideilo alzate in Egitto ? Come  gli ufeiron di mente i furti, o colonnette rozze di  legno, e le impolite pietre, che per di lui alferzione rifeuoteano le adorazioni della Germania ?  Come sfuggirono alla di lui maflima erudizione le  due colonne porte a Giove nel Tempio d’ Ercole  in Tiro; come le altre molte collocate nel Tempio  di Gadi; come le due confecrate al Sole dal Re  Ferone nel di lui Tempio in Egitto? Tante colonne infine fi J, con cui adombrar (i folevano  e Giove, e Giunone, e Bacco chiamato perciò TUputiovios Colutnnarius, e Apollo detto Ayiftfs   Compitali, ed Ercole, e Marte, e Bellona, non dovevano farlo falire all’ origine delle cole, ai coltomi dell’antica, e primiera rozzezza, e deporre la  meraviglia circa la forma del Simulacro di Venere  Pafia ? Ma qual cofa Tacito fi penfaflè in quella Tua  fofpenfione, egli fel vegga, e noi non ce ne brigheremo altrimenti.   Raccoglieremo bensì le vele ad una Dillertazione, che in vallo pelago trafeorfe ornai troppo  lungi. Voi, o dottiamo Sig. Conte, farete telfimonio o del Tuo felice tragitto, o del Ilio infaufto  naufragio; e onorar dovrete o di compatimento i  fuoi rilicofi viaggi, o i luoi errori di correzione.  Se 1 amor proprio non mi fa velo al giudizio, ere.   c " e ^ della tratto avelie a qualche porto di  1 ufficiente probabilità 1 opinione da Voi propolla™ l. \ c }°£ che i Simulacri più vernili delle pagane  Divinità follerò di quadrata, o di rotonda figura, o al- C O Ue^io Aìnetan. Qjiejì. lib. 3<5 Dissert. SuliTdolatria; (  o almeno tendente a rotonditi. Un più ralente  Piloto e di forze, e di tempo, e di finimenti più  agiato faprà condurla felicemente ad un porto di  fìcurezza. Quanto a me, fe altro non averti potato ottenere, Tarò almeno contentiamo d avervi   f er alcun modo tellimoniata la mia. ubbidienza, alto pregio, in che tengo 1’ autorità voftra, e ij  voltro merito Angolare.   l'idi t prò lUtàe, ac Revino D. V. Domini co  Al archi one Mancinforte Epifcopo F aventino  Albertus Raccagni Farocbus Sanfli Antonini.  Fr. Angelus Maria Merenda Ordinis Predicatorum Sacra Scripturx LeElor, ac f^icartus Gg~  neralis SaaEli Offici* F aventi a.  In tale direzione, si riscontra la necessità di condurre la ricerca a un livello sem iotico-sem iosico, ricorrendo alla sem iotica di Peirce, e in particolare alla sua definizione di “interpretante iconico”, segno creativo capace di comprendere meglio ciò che è altro dall’identico, ciò che differisce dal segno “idolo”. Attraverso una semiotica dell’interpretazione, si cercherà quindi di spiegare teoricamente il funzionamento degli elementi che compongono un testo, per una comprensione del concetto di scrittura e le prospettive che questa propone per la costruzione di un approccio critico alla problematica della lettura del testo BACON, LE QUATTRO SPECIE DI IDOLI Bacon espone in queste pagine la sua teoria sugli idola (i pregiudizi) che occupano la mente umana e le rendono difficile “l’accesso alla verità”. Bacon, Novum Organon, Gli idoli e le false nozioni che penetrarono nell’intelletto umano fissandosi in profondità dentro di esso, non solo assediano le menti umane in modo da rendere difficile l’accesso alla verità, ma addirittura (una volta che quest’accesso sia dato e concesso) di nuovo risorgeranno e saranno causa di molestia nella stessa instaurazione delle scienze: almeno che gli uomini, preavvertiti, non si agguerriscano, per quanto è possibile contro di essi. Quattro sono le specie degli idoli che assediano le menti umane. Per farci intendere abbiamo imposto loro dei nomi: chiameremo la prima specie idoli della tribú; la seconda idoli della spelonca; la terza idoli del mercato; la quarta idoli del teatro. Gli idoli della tribú sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribú o razza umana. Pertanto si asserisce falsamente che il senso umano è la misura delle cose ché al contrario tutte le percezioni, sia del senso sia della mente, derivano dall’analogia con l’uomo, non dall’analogia con l’universo. Rispetto ai raggi delle cose l’intelletto umano è simile a uno specchio disuguale che mescola la sua propria natura a quella delle cose e la deforma e la travisa. Gli idoli della spelonca sono idoli dell’uomo in quanto individuo. Ciascuno infatti (oltre alle aberrazioni proprie della natura in generale) ha una specie di propria caverna o spelonca che rifrange e deforma la luce della natura: o a causa della natura propria e singolare di ciascuno, o a causa dell’educazione e della conservazione con gli altri, o della lettura di libri e dell’autorità di coloro che si onorano e si ammirano, o a causa della diversità delle impressioni a seconda che siano accolte da un animo preoccupato e prevenuto o calmo ed equilibrato. Cosicché lo spirito umano (come si presenta nei singoli individui) è cosa varia e grandemente mutevole e quasi soggetta al caso. Perciò giustamente affermò Eraclito che gli uomini cercano le scienze nei loro mondi particolari e non nel piú grande mondo a tutti comune. Vi sono poi gli idoli che derivano quasi da un contratto e dalle reciproche relazioni del genere umano: li chiamiamo idoli del mercato a causa del commercio e del consorzio degli uomini. Gli uomini infatti si associano per mezzo dei discorsi, ma i nomi vengono imposti secondo la comprensione del volgo e tale errata e inopportuna imposizione ingombra in molti modi l’intelletto. D’altra parte le definizioni o le spiegazioni, delle quali gli uomini dotti si provvidero e con le quali si protessero in certi casi, non sono in alcun modo servite di rimedio. Anzi le parole fanno violenza all’intelletto e confondono ogni cosa e trascinano gli uomini a controversie e a finzioni innumerevoli e vane.  XLIV Vi sono infine gli idoli che penetrano negli animi degli uomini dai vari sistemi filosofici e dalle errate leggi delle dimostrazioni. Li chiamiamo idoli del teatro perché consideriamo tutte le filosofie che sono state ricevute o create come tante favole presentate sulla scena e recitate che hanno prodotto mondi fittizi da palcoscenico. Non parliamo solo dei sistemi filosofici che già abbiamo o delle antiche filosofie e delle antiche sètte perché è sempre possibile comporre e combinare moltissime altre favole dello stesso tipo: le cause di errori diversissimi possono essere infatti quasi comuni. Né abbiamo queste opinioni solo intorno alle filosofie universali, ma anche intorno a molti princípi e assiomi delle scienze che sono invalsi per tradizione, credulità e trascuratezza. Il pensiero di F. Bacon, a cura di P. Rossi, Loescher, Torino. The idol fixes one's gaze on itself; the icon, for its part, demands that one go throughGrice: “Cattaneo’s philosophical background is much stronger than Hart’s! Hart always doubted his philosophical abilities – as he kept comparing himself to me! When Cattaneo was at St. Antony’s, Hart found that he had to play brilliant, since a ‘continental’ was watching! Cattaneo is especially good in the study of Roman-Italian giurisprudenza, from Cicero, Goldoni, Carrrara, and Manzoni, onwards! They don’t need no stinking Hart!” -- M. A. Cattaneo. Mario A. Cattaneo. Mario Alessandro Cattaneo. Mario Cattaneo. Keywords: eidolon, idolo, idol of the market place – bentham -- autorita, autoritarismo, positivismo di H. L. A. Hart, il concetto della legge, filosofia del linguaggio ordinario, scuola oxoniense di filosofia del linguaggio ordinario, il gruppo di giocco di Austin, il primo o vecchio gruppo di giocco di Austin al All Souls, giovedi notte; il nuovo gruppo di giocco di Austin sabato alla mattina. Hart, Hampshire, Grice. Grice, neo-Trasimaco, giustizia, fairness, valore legale, valore morale, le legge e la morale, priorita della moralita sulla legalita, concetti di priorita, priorita evaluativa, neo-trasimaco, neo-socrate, platonismo giuridico, positivismo pre-Kelsen: hobbes, bentham, autin. I giuristi italiani. Storia della giurisprudenza italiana. Goldoni, Carrara, Manzoni, Collodi, Lorenzini, Pinocchio, Foscolo, Perini, Beccaria, Colonna infame, letteratura italiana, fizione italiana, prosa italiana, giurisprudenza italiana, avvocatura ed implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cattaneo” – The Swimming-Pool Library. Cattaneo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Catucci: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’ego et alter, E ed A – i giocchi cooperativi – Meinong et al. teoria del valore -- l’altro – scuola di Roma –filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I love Catucci – Ogden and Richards, whom I’ve read profusely, expand on Husserl – and Catucci is “our man in Husserlian phenomenology of intersubjectivity!” – Grice: “As a typical Itaian philosopher, viz. eclectic, he has philosophised on Luckacs, and Foucault, too!” -Grice: “Catucci’s approach to Lukacks is via ‘poverty,’ which has little to do with my idea that the poorer the semantics the richer the pragmatics: ‘His semantics was poor, but it was honest!”. Altre opere: “La filosofia critica di Husserl, Milano, Guerini et Associati); Beethoven Opera Omnia. Le Opere. Fabbri Classica); Bach e la musica barocca, Roma, La Biblioteca); Introduzione a Foucault, Bari-Roma, Laterza); La storia della musica, Roma, La Biblioteca); Spazi e maschere, Roma, (a cura di, con Umberto Cao), Meltemi Editore); Per una filosofia povera, Torino, Bollati Boringhieri); Imparare dalla Luna, Macerata, Quodlibet. Si laurea a Roma sotto Garroni. Studia a Bologna. Legge Tugendhat e Tertulian. Insegna a Camerino e Roma. Pubblica il saggio La filosofia critica di Husserl (ed. Guerini e Associati) la cui preparazione ha richiesto un periodo di ricerca presso lo "Husserl-Archief” di Leuven, in Belgio. Il lavoro sui manoscritti di Husserl lo ha portato alla pubblicazione di diversi saggi di carattere fenomenologico, tra cui “Le cose stesse”; “Note su un’autocritica trascendentale della fenomenologia di Husserl”, basato sull’analisi di testi husserliani inediti. Pubblicato per Laterza un saggio su Foucault. Quindi è stata la volta del saggio “Per una filosofia povera”, uno studio ad ampio spettro sulla filosofia italiana nella Grande Guerra (ed. Bollati Boringhieri). Ha inoltre collaborato alla stesura del Dizionario di Estetica curato per Laterza da Gianni Carchia e Paolo D'Angelo. Ha numerosi saggi su Foucault (La linea del crimine) sull’estetica, sull’architettura e sulla musica, in particolare musicisti come Wagner e Stockhausen. Potere e visbilità (ed. Quodlibet). La sua ricerca Imparare dalla Luna (ed. Quodlibet) ha ottenuto ampia risonanza anche al di là del campo degli studi filosofici, portandolo fra l’altro a tenere conferenze al Festival delle Scienze di Roma, al Festival Wired di Milano,  e al Congresso Nazionale della Società Italiana di Fisica. Membro della Società Italiana di Estetica. Coordina “I Concerti del Quirinale”. “Tutto Wagner”. Collabora regolarmente con l’Accademia Nazionale di S. Cecilia, Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Regio di Torino, Festival Mi-To Settembre Musica) e ha organizzato manifestazioni di tipo filosofico-musicale per la Biennale Musica di Venezia e per il Festival Play.it di Firenze, L'arte è un progetto? C. Estetica Elementare - L'esperienza del coro fra etica e tecnica C.-Prefazione/Postfazione book: Insieme. Canto, relazione e musica in gruppo - La storia dell'estetica come critica e come filosofia C. -AESTHETICA. PRE-PRINT (Centro internazionale studi di estetica) - Di cosa parliamo quando parliamo di teoria C. Cinque temi del moderno contemporaneo. Memoria, natura, energia, comunicazione, catastrofe - Bellezza C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Parole.  Il Kitsch: ieri, oggi, domani C. Riga - Aesthetics and Architecture Facing a Changing Society C. International Yearbook of Aesthetics (JP Službeni glasnik, ) Introduzione a Foucault. Saggio, Trattato Scientifico  Imparare dalla Luna. Nuova edizione riveduta e ampliata C.  Il corpo e le forme. Note sul discorso spirituale nella filosofia e nell'arte C. Della materia spirituale dell'arte - On the spiritual matter of art - - Perché gli artisti nei luoghi del disastro C. -Terre in movimento - The Prison Beyond its Theory. Between Foucault's Militancy and Thought C.- Prison Architecture and Humans - Postfazione C. - Prefazione/Postfazione book: Qualcosa sull'architettura. Figure e pensieri nella composizione - Prefazione. Vite di architetture infami C. - Incompiute, o dei ruderi della contemporaneità - Potere e visibilità. Studi su Foucault C. Prefazione a L. Romagni, Strutture della composizione C. Strutture della composizione. Architettura e musica - - Presentazione. Leo Popper: l'etica e le forme C. Articolo in rivista paper: AESTHETICA. PRE-PRINT (Centro internazionale studi di estetica) L'angelo della matematica C.  La vetrata artistica della Scuola di Matematica. Disegno di Gio Ponti per Luigi Fontana - A roadmap toward the development of Sapienza Smart Campus Pagliaro; Mattoni; Gugliermetti; Bisegna, Fabio; Azzaro, Bartolomeo; Tomei, Francesco; Ca. Atto di convegno in volume conference: 16th International Conference on Environment and Electrical Engineering, EEEIC  (Florence Italy) book: EEEIC 2016 - International Conference on Environment and Electrical Engineering - Luce, Illuminazione, Illuminismo C. - I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di Pietro Montani - L'opera d'arte e la sua ombra C.  L'estetica e le arti. Studi in onore di Giuseppe Di Giacomo - (La linea del crimine. Foucault e la vita degli uomini infami C. AGALMA (-Roma: Meltemi -Roma: Castelvecchi, = Materia primordiale e Growing Design C.; Lucibello, ANANKE (Firenze: Alinea, Preliminari a un'estetica della plastica C.Plastic Days. Materiali e Design / Materials et Design - Antropomorfismo C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica - Arte C. - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica - Einfühlung Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica - Movimento Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica - (Sovrastruttura C. - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica - Strutturalismo Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica Il nome del presente. The name of the present C. DOMUS (Rozzano Milan Italy: Editoriale Domus) Imparare dalla Luna C.- 03a Saggio, Trattato Scientifico book: Imparare dalla Luna - Filosofia dell'eccedenza sensibile C. - 02a Capitolo o Articolo book: Vice Versa - La Gaia estetica C. - 02a Capitolo o Articolo book: Costellazioni estetiche: dalla storia alla neoestetica. Studi offerti in onore di Luigi Russo - - Conversazione con S. Gregory, Paola; C. - 02a Capitolo o Articolo book: Progetto e Rifiuti. Design and Waste. No-Waste - La contingenza impossibile: note su alcuni modelli espositivi dell'opera d'arte. C. - 02a Capitolo o Articolo book: Il museo contemporaneo. Storie, esperienze, competenze - Metamorfosi: un'architettura dopo il postmoderno C. - 02c Prefazione/Postfazione book: Autocostruzioni. O degli ultimi spazi del progetto - - Mission to Mars- C.- HORTUS (Roma: Facoltà di Architettura "Valle Giulia", universita' la "Sapienza" Direttore -Necessity and Beauty C. - 02c Prefazione/Postfazione book: Parks and territory: new perspective in planning and organization -  Eyes Wide Shut. Architecture without Philosophy C. - 04b Atto di convegno in volume conference: The Signifiance of Philosophy in Archtectural Education (Patrasso - Grecia - Dipartimento di Architettura dell'Università di Patrasso) book: The Signifiance of Philosophy in Archtectural Education - Estetica della speranza C. - 02c Prefazione/Postfazione book: Teoria critica del desiderio - "Reimparare a sognare". Note su sogno, immaginazione e politica in Foucault Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo book: La coscienza e il sogno. A partire da Valéry -Visione e dispersione. La regia architettonica Moretti Catucci, Stefano -  Atto di convegno in volume conference: Moretti architetto del Novecento (Facoltà di Architettura, Università di Roma "Sapienza") book: Moretti architetto del Novecento - Critica del contesto C. - 01a Articolo in rivista paper: PIANO PROGETTO CITTÀ (-Avezzano (AQ): LISt- Laboratorio Internazionale di Strategie editoriali,  -Avezzano (AQ): Ed'A- Editoriale d'Architettura -Pescara: Sala Editore Pescara Pescara: Clua) Essere giusti con Marx C. - 02a Capitolo o Articolo book: Foucault-Marx: paralleli e paradossi - La terza dimensione C. Articolo in rivista paper: VEDUTE (Roma-Macerata: Quodlibet, «Eine eigene fremde Welt»: le utopie terrestri di Karlheinz Stockhausen C. - 01a Articolo in rivista paper: ATENEO VENETO (Ateneo Veneto:Campo S. Fantin Venice Italy: "Des moustiques domestiques”: Notes on the Tautology of Visual Writing C. Atto di convegno in volume book: Beyond Media: Visions, catalogo della 9. Edizione dell’International Festival for Architecture and Media - Prolegomeni a un'architettura della relazione C. Capitolo o Articolo book: L'esplosione urbana - I generi musicali: una problematizzazione C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: (Enciclopedia Treccani Terzo Millennio), vol. II, Comunicare e rappresentare - Senso e progetto. Il contributo dell’estetica C. - Capitolo o Articolo book: Il progetto di architettura come sintesi di discipline - Il progetto di architettura come sintesi di discipline C.; Strappa, Giuseppe - 03a Saggio, Trattato Scientifico  Il lavoro della dispersione C.- Capitolo o Articolo book: L’idea e la differenza. Noi e gli altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo. - Introduzione a Foucault C. Tutto quello che "la musica può fare". Conversazione con Francesco e Max Gazzè. Magrelli, Valerio; Moretti, Giampiero; Piperno, Franco; Giuriati, Giovanni; C.; Scognamiglio, Renata; Caputo, Simone -  Capitolo o Articolo book: Parlare di musica  Costruire, abitare, patire C. - Capitolo o Articolo book: Arte, Scienza, Tecnica del Costruire - Elogio del parlare obliquo: la musica classica alla radio C. Parlare di musica - La proprietà intellettuale come problema estetico C. FORME DI VITA (Roma: DeriveApprodi) L’architettura al tempo di Nikolaj Rostov C. GOMORRA (Roma: Meltemi- Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, - Per una critica delle narrazioni urbane Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: PARAMETRO (Faenza Italy: Gruppo Editoriale Faenza Editrice) Foucault filosofo dell’urbanismo C. Lo sguardo di Foucault - La cura di scrivere C. Atto di convegno in volume book: Dopo Foucault. Genealogie del postmoderno -La via dialogica dell’arte: i nuovi linguaggi urbani C. Atto di comunicazione a congresso conference: Nel convivio delle differenze. Il dialogo nelle società del terzo millennio (Roma - Pontificia Università Urbaniana) book: Nel convivio delle differenze. Il dialogo nelle società del terzo millennio, a cura di E. Scognamiglio e A. Trevisiol - Spartacus: i dilemmi della libertà Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo book: Una strana rivista: «Gomorra» Dizionario di Estetica C.Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Il colosso senza immaginazione C. Osservatorio Nomade: immaginare Corviale. Pratiche ed estetiche per la città contemporanea Il visibile e l’invisibile. Riflessioni sul potere in Foucault C.- 02a Capitolo o Articolo book: Conoscenza e potere. Le illusioni della trasparenza - Un passato che non passa. Bachelard e la fine dell’abitare C. Simbolo, metafora, esistenza. Saggi in onore di Trevi - Corridoi Transeuropei C. - 01a Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma: Meltemi- Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, La “natura” della natura umana Catucci, Stefano - Prefazione/Postfazione book: Della Natura Umana. Invariante biologico e potere politico. - Estetica e Architettura C. Capitolo o Articolo book: Contaminazioni culturali. Materiali di studio del Dottorato di Ricerca in Riqualificazione e Recupero Insediativo - (Criticare l’estetica per criticare il presente C.Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma: Meltemi-2001 Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, Le Corbusier a Pessac: un paradigma moderno Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: SPAZIO RICERCA (CAMERINO:DIPARTIMENTO PROCAM DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI CAMERINO) Foucault: dalla novità storica all’estetica dell’esistenza C. Articolo in rivista paper: FORME DI VITA (Roma: DeriveApprodi La pensée picturale C.  Atto di convegno in volume conference: Colloque de Cerisy - Foucault: La littérature et les arts (Cerisy - Francia) book: Michel Foucault, la littérature, les arts - Attraverso Velázquez: Foucault, Las Meninas, la filosofia Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo book: Il classico violato. Per un museo letterario- Tre versioni del misurare C. SPAZIO RICERCA (CAMERINO:DIPARTIMENTO PROCAM DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI CAMERINO) Per una filosofia povera: la Grande Guerra, l'esperienza, il senso; a partire da Lukács C. - 03a Saggio, Trattato Scientifico book: Per una filosofia povera: la Grande Guerra, l'esperienza, il senso; a partire da Lukács - L'angelo dei rifiuti Catucci, Stefano Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma: Meltemi-Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, Estetica dell'abitare C. Capitolo o Articolo book: La nuova Estetica italiana - Spazi e maschere Catucci, Stefano - 06a Curatela  Ambiguità C. - 02d Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica Poetica Catucci, Stefano - Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Architettura, teorie della C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Censura Ca. -Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Distruzione delle opere d'arte C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Fenomenologica, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Fisiognomica C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Fotografia, teorie della C.  Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica Kitsch C.Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Marxista, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Musica, teorie della C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Opera d'arte C.Voce di Enciclopedia Dizionario Dizionario di Estetica - Originalità C/ Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Particolarità Catucci, Stefano Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Realismo C.-Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Retorica C. Voce di Enciclopedia  Dizionario book: Dizionario di Estetica - Rispecchiamento C.Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Ritmo C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Scientifica, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Sociologia dell'arte C.Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Storicità C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Struttura C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Strutturalista, estetica C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Terapie artistiche C. - Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Tipico C.Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Autenticità C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Oggetto estetico C. -Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Estetica e politica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica -  Fra tempo e spazio: rassegna sul vuoto in musica C. GOMORRA (Roma: Meltemi-Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan) - Estetica della censura C. Capitolo o Articolo book: La cortina invisibile - Figures de l’art, figures de la vie. Une idée de philosophie chez le jeune Lukács C. - 02a Capitolo o Articolo book: Life - L'etica e le forme C. Capitolo o Articolo book: Scritti di estetica - - Saggi di Estetica Catucci, Stefano - 06a Curatela  - Gli animali di Céline Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: RIVISTA DI ESTETICA (Rosenberg et Sellier:via Andrea Doria 1Turin Italy:: tina.cesaro rosenbergesellier.it, Dall’estetica all’ontologia. Lukács lettore della «Critica del Giudizio» C.  Senso e storia dell'estetica - La filosofia critica di Husserl C. Saggio, Trattato Scientifico book: La filosofia critica di Husserl - La fenomenologia negli Stati Uniti: metodo e fondazione C. Capitolo o Articolo book: Specchi americani. La filosofia europea nel Nuovo Mondo - La fenomenologia come teoria estetica. Note in margine a: Recensione a F. Fellmann, Phänomenologie als ästhetische Theorie Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: STUDI DI ESTETICA (Sesto San Giovanni MI: Mimesis,  Bologna: CLUEB)  LA TEORIA COOPERATIVA Come accennato in precedenza, l’idea di gioco cooperativo `e stata introdotta da von Neumann e Morgenstern. Il contributo del loro libro `e fonda- mentale per aver reso lo studio dei giochi una disciplina sistematica, e per aver proposto un cambiamento radicale nel modo di studiare i problemi dell’economia, delle scienze politiche e di quelle sociali. Il metodo proposto consiste nel tradurre i problemi in giochi opportuni, nel trovare le soluzioni di questi con le tecniche sviluppate dalla teoria, e nel ritradurre le soluzioni trovate in termini di comportamenti economici ottimali. L’idea di GIOCO COOPERATIVO dall’esigenza di analizzare il comportamento razionale di agenti che interagiscono in situazioni non strettamente competitive. In tal 15Strategia dominata invece `e quella tale che, ne esiste un’altra che procura al giocatore maggiore utilit`a, qualunque cosa faccia l’altro. Una strategia dominata non pu`o far parte di un equilibrio di Nash. caso `e ragionevole pensare che i giocatori possano fare alleanze, formare coalizioni ecc. Ogni coalizione sar`a in grado poi di garantire una certa distribuzione di utilit`a all’interno dei suoi membri. Che cosa distingue IL GIOCO COOPERATIVO da quello non cooperativo? Il fatto che si ipotizzi la nascita delle coalizioni non significa che si suppone che i giocatori siano diversi, meno egoisti; le coalizioni sono uno strumento possibile per ottenere migliori risultati individuali, come nel caso non cooperativo. La differenza nei due approcci sta in un’altra cosa: secondo Harsanyi, con Nash, per l’Economia, un gioco `e definito cooperativo se GL’ACCORDI TRA I DUE GIOCATORI SONO VINCOLANTI. In caso contrario, il gioco `e non cooperativo. All’interno dei giochi cooperativi, la teoria distingue fra quelli d’utilit`a trasferibile e quelli d’utilit`a non trasferibile. Qui ci limitiamo a qualche esempio di gioco d’utlita trasferibile gi`a sufficiente comunque a introdurre le idee principali di questo approccio. Per definire un gioco cooperativo abbiamo bisogno dell’insieme N = {1,. . ., n} dei giocatori, e dal dato, per ogni A N, di un numero reale, denotato con v(A). “A N” rappresenta una possibile coalizione; “v(A)” rappresenta l’utilit`a, o in altri casi un costo, che la stessa `e in grado di garantirsi se i giocatori di A si alleano. V `e detta la funzione caratteristica del gioco. Il modo migliore di capire l’idea sottostante questa definizione `e di illustrarla con qualche esempio. Due persone sono interessate ad un bene che `e in possesso di una terza persona. Il giocatore 1, che possiede il bene, lo valuta meno di chi lo vuole comprare (altrimenti non c’`e situazione di interazione tra i tre). Fissiamo per esempio a 100 il valore che il possessore assegna al bene. Gli altri due, che chiamiamo rispettivamente 2 e 3, valutano il bene 200 e 300. Possiamo allora definire il gioco come N = {1,2,3}, e le coalizioni sono otto: {φ, {1}, {2}, {3}, {1, 2}, {1, 3}, {2, 3}, {1, 2, 3} = N}16. Possiamo inoltre porre v({1}) = 100, v({2}) = v({3}) = v({2, 3}) = 0, v({1, 2}) = 200, v({1,3} = v(N) = 30017. Consideriamo invece il caso di un compratore (giocatore 1) e due venditori dello stesso bene; la situazione pu`o essere descritta efficacemente ponendo v(A) = 1 se A = {1, 2}, {1, 3}, {1, 2, 3}, zero altrimenti. In questo caso, quando la funzione caratteristica v assume solo valori zero e uno, il gioco si chiama semplice, e v assume piu` il significato di indice di forza della coalizione (A `e coalizione vincente se e solo se v(A) = 1). Il gioco non cambia se al posto di 1 mettiamo un altro numero positivo. 16φ rappresenta l’insieme vuoto, cio`e la coalizione che non contiene giocatori. Anche se pu`o sembrare inutile, `e invece opportuno tenerla in considerazione; qualunque sia v, si assume che v(φ) = 0. 17 Perch ́e abbiamo definito in questo modo il gioco? Vediamo un paio di casi. Ad esempio, v({2,3}) = 0 perch ́e la coalizione {2,3} non possiede il bene, v({1,3}) = 300 perch ́e la coalizione {1, 3} possiede il bene, che valuta 300 (infatti non se ne priva per meno).  Esempio: La pista dell’aeroporto, la bancarotta, la societ`a per azioni). Gli Esempi 4, 5 e 6 sono anch’essi descrivibili come giochi cooperativi. Nel caso della pista dell’aeroporto, v rappresenta un costo e non un’utilit`a. E` naturale pensare che a una coalizione venga assegnato il costo della pista piu` lunga necessaria per le compagnie che formano la coalizione. Dunque si ha v({1}) = c1, v({2}) = c2, v({3}) = c3, v({1,2}) = c2, v({1,3}) = v({2,3}) = v(N) = c3. Il caso della bancarotta, anche se si intuisce facilmente che `e un problema analogo a quello dell’areoporto, `e un pochino piu` complicato, perch ́e non `e chiaro a priori che cosa una coalizione possa garantire per s ́e. Una stima molto prudente potrebbe essere quello che rimane dopo che tutti gli altri creditori sono stati pagati. Nel caso della societ`a per azioni, siamo in presenza di un gioco semplice, e daremo valore 1 a quelle coalizioni in grado da avere la maggioranza dei voti necessaria nei vari tipi di votazioni (semplice, qualificata ecc). Una generica soluzione di un gioco cooperativo con N = {1, 2, . . ., n} come insieme di giocatori `e un vettore ad n componenti, ciascuna delle quali `e un numero reale. Il significato dovrebbe essere chiaro: se (x1, x2, . . ., xn) `e tale vettore, allora xi `e l’utilit`a assegnata (o il costo, se v rappresenta dei costi) al giocatore i. Tanto per fare un esempio, nel caso dei due compratori e un ven- ditore, se proponessimo come soluzione (100,100,100) ci`o significherebbe che l’esito del gioco prevede un’utilit`a di 100 a testa per i tre18. Un concetto di soluzione invece rappresenta un modo per trovare vettori che soddisfino particolari propriet`a. Ad un gioco una soluzione pu`o associare un insieme grande di vettori, ad un altro nessun vettore, ad altri ancora un solo vettore. E` bene osservare che la soluzione in genere non `e interessata a quanto viene assegnato alle coalizioni, ma solo a quel che viene dato ai giocatori. Ancora una volta va ricordato che le coalizioni sono solo un mezzo che gli individui utilizzano per ottenere il meglio per se. L’idea di gioco cooperativo `e cos`ı generale da rendere necessaria l’introduzione di molti concetti di soluzione: qui accenniamo rapidamente ad alcuni fra i piu` importanti. Una soluzione deve per prima cosa essere un’imputazione, cio`e un vettore (x1, . . ., xn) tale che: 1. xi ≥ v({i}) per ogni i; 2. x1 +x2 +···+xn =v(N)19. SI RICHIEDE CIOE AD OGNI SOLUZIONE DI GODERE DELLE PROPRIETA DI *RAZIONALITA* INDIVIDUALE E DI EFFICIENZA COLLECTIVE. Ogni giocatore deve ricavare almeno quel che `e in grado di garantirsi da solo (altrimenti esce dal gioco), e tutto l’utile disponibile. Per il momento, non ci poniamo il problema se la suddivisione di utili proposta sia ragionevole. Vogliamo semplicemente capire che cosa significa in questo modello soluzione. Ad esempio sono imputazioni i vettori (100,100,100) nel gioco dei due compratori e un venditore  ( 13, 13, 31 ) nel gioco dei due venditori e un compratore, mentre in quest’ultimo non lo sono (0, 0, 0) e (1, −1, 1). va distribuito (e ovviamente non di piu`). Questa richiesta `e quindi da ritenere minimale. In realt`a, visto che le coalizioni sono possibili, sembra naturale richiedere che esse stesse gradiscano una distribuzione di utilit`a, altrimenti una parte dei giocatori potrebbe ritirarsi. Si arriva cos`ı ad uno dei concetti fondamentali di soluzione: il nucleo del gioco v `e l’insieme di quelle distribuzioni di utilit`a che nessuna coalizione ha interesse a rifiutare. D’altra parte, la coalizione A rifiuta quel che le viene proposto se la somma delle utilit`a proposte ai suoi giocatori `e inferiore al valore v(A) che, come detto, rappresenta quel che lei `e complessivamente in grado di procurarsi. Per capire meglio l’idea vediamo di caratterizzare il nucleo in un esempio. Quello dei due venditori e un compratore. Un elemento del nucleo `e un vettore x fatto da tre elementi, scriviamo x = (x1, x2, x3). Ora scriviamo i vincoli che questo vettore deve soddisfare:  x1 ≥0,x2 ≥0,x3 ≥0   x 1 + x 2 ≥ 1 x1 + x3 ≥ 1 .     x 2 + x 3 ≥ 0 x1 + x2 + x3 = 1. La prima riga impone le disequazioni relative alle coalizioni fatte dai singoli individui. Essi non accettano meno di zero, evidentemente. La seconda riga riguarda il vincolo imposto dalla coalizione {1, 2}; essa `e in gradi di garantirsi 1, quindi la somma di quel che viene proposto ai giocatori 1 e 2, cio`e x1 +x2, deve essere maggiore o uguale a 1. E cos`ı via, fino all’ultima coalizione N = {1, 2, 3}. Ora, confrontando l’ultima equazione con la seconda si vede che deve essere x3 ≤ 0, ma la prima dice x3 ≥ 0, quindi x3 = 0. Analogamente x2 = 0. Poich ́e la somma delle utilit`a deve essere uno, allora x1 = 1. Quindi, il nucleo consiste del solo vettore (1, 0, 0). Vediamo ora che cosa ci propone il nucleo in alcuni dei giochi. Nel gioco dei due compratori e un venditore, la soluzione proposta dal nucleo `e che il primo vende l’oggetto al terzo (che lo valuta di piu` rispetto al secondo), ad un prezzo che pu`o variare fra 200 e i 300 Euro (quindi il nucleo propone in questo caso piu` spartizioni possibili). Nel gioco invece in cui ci sono un compratore e due venditori dello stesso bene, come abbiamo visto il nucleo consiste nell’unico vettore (1,0,0), il che significa che il compratore ottiene il bene per nulla. E` interessante notare che, nel primo esempio, il ruolo del secondo giocatore, che pure alla fine non fa nulla, `e messo in evidenza dal fatto che il prezzo di vendita `e influenzato dalla sua presenza. D’altra parte questo `e logico. Se il terzo facesse un’offerta minore di 200 Euro, allora il secondo potrebbe a sua volta fare un’offerta superiore, fino a un massimo di 200 Euro. 20Anche se non si assume esplicitamente, l’ipotesi che v(N) ≥ v(A) per ogni A N `e verificata in quasi tutti i giochi interessanti. Anzi, spesso i giochi verificano l’ipotesi detta di superadditivit`a, che cio`e v(A B) ≥ v(A) + v(B) se A ∩ B = , che stabilisce che l’unione fa la forza. Questo fa s`ı che sia ragionevole assumere che i giocatori si metteranno d’accordo per spartirsi tutta la quantit`a v(N).   In questo caso, il nucleo propone tante soluzioni possibili. Nel secondo caso ci`o che indica il nucleo `e un fatto ben noto in economia, anche se qui espresso in maniera brutale: l’eccesso di offerta mette i venditori in balia del compratore. Infatti nel nucleo sta solo il vettore che assegna tutto al compratore, nulla ai venditori. Altre soluzioni propongono una soluzione diversa, che tiene conto del fatto che in qualche modo i due venditori non sono del tutto inutili. Un esempio ancora piu` interessante di come il nucleo possa proporre soluzioni bizzarre `e il famoso gioco dei guanti, di cui esistono infinite varianti. Una versione che ne mette bene in luce la stranezza `e quando si hanno 4 giocatori; il primo ed il secondo possiedono uno e due guanti sinistri, rispettivamente, mentre il terzo e quarto un destro ciascuno. Naturalmente lo scopo del gioco consiste nel formare paia di guanti. In questo caso il nucleo `e costituito dal solo vettore (0, 0, 1, 1), il che significa che i possessori di un guanto sinistro (guanti che sono in eccedenza) devono cedere il loro per nulla. Risultato che appare ancora piu` bizzarro se si pensa che il giocatore due potrebbe cambiare la situazione semplicemente eliminando un guanto in suo possesso. A dispetto del fatto che a volte le soluzioni proposte dal nucleo sembrino controintuitive, esso rappresenta un concetto di soluzione molto importante, soprattutto in applicazioni economiche. Per`o il nucleo presenta ancora un altro problema: `e facile verificare che in molti casi pu`o essere vuoto! L’esempio piu` semplice `e quando siamo in presenza di tre giocatori che si devono spartire a maggioranza una somma fissata (possiamo porre l’utilit`a della stessa uguale a 1). In tal caso, le coalizioni di due giocatori risultano vincenti (v(A) = 1) se il numero dei componenti la coalizione A `e almeno due, 0 altrimenti-ancora un gioco semplice- ed un calcolo immediato mostra che il nucleo `e vuoto21. Il che rende indispensabile la definizione di altre soluzioni, che possano suggerire possibili spartizioni anche nel caso in cui almeno una coalizione non sia soddisfatta della spartizione proposta. Una soluzione, che qui illustro solo a parole, considera, per ogni possibile imputazione, il grado di insoddisfazione e(A, x) della xi. L’imputazione x sta nel nucleo, ad esempio, se e solo se e(A, x) ≤ 0 per ogni A, cio`e se nessuna coalizione si lamenta. Se per`o il nucleo `e vuoto, allora qualunque sia la distribuzione proposta c’`e almeno una coalizione che si lamenta. Che fare in questo caso? Un’idea intelligente `e di considerare, per ogni imputazione x, il lamento della coalizione piu` sfavorita (cio`e di quella che si lamenta maggiormen- te), e poi scegliere quella distribuzione di utilit`a efficiente che minimizza questo lamento massimo. Se poi sono molte le distribuzioni che hanno questa propriet`a, fra queste si pu`o scegliere quelle che minimizzano il secondo massimo lamento, e cos`ı via. Si dimostra che in questo modo si arriva ad un’unica distribuzione di utilit`a, che viene chiamata il nucleolo del gioco. Nel gioco precedente dei compratori, il prezzo di vendita `e 250, e cio`e il prezzo 21Supponiamo (x1, x2, x3) sia un vettore del nucleo. Le condizioni x1 + x2 ≥ 1, x1 + x3 ≥ 1, x2 + x3 ≥ 1, imposte dalle coalizioni formate da due giocatori implicano, prendendo la loro somma, 2(x1 + x2 + x3) ≥ 3, che `e in contraddizione con la condizione di efficienza x1 + x2 + x3 = 1. Quindi il nucleo `e vuoto. coalizione A per la distribuzione dell’imputazione x: e(A, x) = v(A) − 􏰙 iA   intermedio fra quello minimo e quello massimo proposti dal nucleo; nel gioco di maggioranza a tre giocatori, propone l’imputazione ( 13, 13, 31 ): in questo caso ogni coalizione di due giocatori si lamenta 13, e non `e difficile verificare che ogni distribuzione di utilit`a diversa farebbe lamentare di piu` una coalizione. I risul- tati precedenti non sono sorprendenti, dal momento che il nucleolo `e soluzione che gode di forti propriet`a di simmetria; purtroppo per`o anche il nucleolo pu`o dare risultati bizzarri: ad esempio, siccome appartiene al nucleo, purch ́e natu- ralmente questo non sia vuoto, nel gioco dei due venditori ed un compratore il nucleolo assegna tutto al compratore. Passiamo al terzo concetto di soluzione che qui consideriamo: si chiama indice di Shapley. La sua formula `e un po’ complicata, ad una prima lettura, ma non bisogna spaventarsi. Se poi non si capiscono i dettagli, come ha scritto Nash nella sua celebre tesi, questo non impedisce a chi vuole di capire lo stesso le idee. Dunque, intanto va osservato che questa soluzione, come il nucleolo, ha l’interessante propriet`a di assegnare un’unica distribuzione di utilit`a ad ogni giocatore. La indichiamo con S, in onore di Shapley. Risulta cos`ı definita, per un qualunque gioco v22: Si(v) = 􏰚 (a − 1)!(n − a)![v(A) − v(A \ {i})]. iAN n! L’indice di Shapley associa al giocatore i i contributi marginali23 che esso porta ad ogni coalizione, pesati secondo un certo coefficiente (per la coalizione A \ {i} esso `e (a−1)!(n−a)! ). Tale coefficiente ha un’interpretazione probabilistica inte- n!   ressante: supponendo che i giocatori decidano di trovarsi per giocare, in un certo luogo e ad una data ora, il coefficiente (a−1)!(n−a)! rappresenta la probabilit`a  n! 24 che i al suo arrivo trovi gli altri giocatori della coalizione A, e solo loro . Nel gioco di maggioranza semplice fra tre giocatori, l’indice di Shapley pro- pone ( 31, 13, 13 ), come il nucleolo. Nel gioco dei guanti, invece la soluzione `e ( 1, 7, 7, 7 ). Vettore che presenta caratteristiche interessanti: tiene conto del 4 12 12 12 fatto che c’`e un eccesso di offerta di guanti sinistri, il che rende un po’ piu` debole degli altri il giocatore uno; il secondo ne risente relativamente, perch ́e sfrutta il fatto di poter soddisfare da solo la domanda dei giocatori col guanto destro. Questo mostra che il valore tiene conto di altri aspetti, ignorati dal nucleo. L’indice di Shapley ha applicazioni importanti anche nei giochi semplici. Come esempio, si pu`o pensare all’analisi della composizione di un Parlamento, potrebbe essere il Parlamento Europeo, o il Congresso negli Stati Uniti. Il problema fondamentale in questi casi `e come ripartire i seggi fra i vari stati. Tutti i metodi di ripartizione dei seggi hanno dei difetti: esiste persino un celebre risultato che lo afferma: si tratta del teorema di Arrow. Data una coalizione A, indicheremo con a la sua cardinalit`a, cio`e il numero dei giocatori che formano la coalizione A. 23Il contributo marginale che il giocatore i porta alla coalizione C `e la quantit`a v(C {i}) − v(C). Chiaramente pu`o essere interpretato come l’apporto che il giocatore porta alla coalizione. 24Assumendo equiprobabile l’ordine d’arrivo dei giocatori. per l’Economia), forse il piu` celebre di tutte le Scienze Sociali. Il valore Shapley `e quindi uno dei modi possibili per valutare il potere dei giocatori in un gioco. Per concludere, ecco la risposta che d`a l’indice di Shapley al problema di come suddividere le spese per la costruzione della pista dell’aeroporto (Esempi 4 e 12): il primo paga 13c1, il secondo 12c2 − 16c1, il terzo c3 − 16c1 − 12c2. Detto cos`ı non sembra molto significativo ma, per prima cosa `e utile osservare che la somma dei tre pagamenti fa proprio c3, il che mostra su un esempio quel che `e vero sempre, e cio`e che l’indice `e efficiente; poi, e questo `e molto interessante, il risultato, ha la seguente interpretazione molto naturale: il primo, che da solo spenderebbe c1, divide questa spesa equamente con gli altri due, che usufrui- scono dello stesso servizio. Il secondo chilometro porta un costo aggiuntivo di c2 − c1: questa spesa viene equamente divisa tra gli altri due che utilizzano la pista. Il resto che manca (c3 − c2) infine `e pagato dall’unico utente che ha bisogno del terzo chilometro. Concludo questo paragrafo riprendendo un concetto gi`a espresso: il fatto che esistano tante soluzioni per i giochi cooperativi non deve essere considerato sintomo di confusione. La variet`a di situazioni che vengono descritti come gioco cooperativo impone, in un certo senso, che si considerino diverse soluzioni possibili. Sta a chi utilizza questi modelli scegliere la soluzione piu` adatta. E nessuna soluzione `e adatta ad ogni gioco: per esempio l’indice di Shapley per il gioco del venditore e dei due compratori `e ( 650, 50, 200 ), cui sembra difficile dare un 333 significato sensato. Per questo le varie soluzioni vengono caratterizzate da pro- priet`a che servono a descriverle: abbiamo ad esempio ricordato che l’indice di Shapley ed il nucleolo godono di propriet`a di simmetria, il che significa che non privilegiano alcuni giocatori rispetto ad altri.Stefano Catucci. Catucci. Keywords: la via conversazionale, l’originarieta della conversazione; estetica della conversazione, filosofia dell’eccedenza sensibilie, rispecchiamento, parlare obliquo, Lukacks, filosofia povera, filosofia ricca, Husserl, Husserl-Archief, Leuven, Belgio, “la cosa stessa”, “la linea del crimine”, potere, la luna, musica, estetica della musica, estetica dell’archittetura, critica fenomenologia, Foucault. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Catucci” – The Swimming-Pool Library. Catucci.

 

Luigi Speranza -- Grice e Catulo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Ccombatte a Numanzia sotto Scipione Emiliano l'Affricano minore e così fu accolto nel suo circolo. C. e console con Mario e partecipa con lui alla vittoria di Vercelli sui cimbri. Sorse allora fra loro una mutua gelosia che provoca l’implacabile inimicizia di Mario la quale costrinse C., che era stato dalla parte del Senato, a darsi la morte col veleno per sottrarsi alla condanna capitale che lo attende.  Compose epigrammi latini, un liber de consulatu et de rebus gestis suis, che CICERONE loda al pari dei suoi discorsi. Gaio Lutazio Catulo.Catulo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Catulo: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). A member of the Porch and a tutor of Antonino. Cinna Catulo. Catulo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cavalcanti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sìnolo degl’amanti – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Cavalcanti; he thinks he is an Aristotelian, but he is surely Platonic – therefore, obsessed with ‘eros,’ or ‘amore,’ as the Italians call it – Like Alighieri’s, his philosophy of ‘eros’ is confused, but interesting!” Come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne’ suo fiosofare non so che più degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nell’invenzione acutissimo, magnifico, ammirabile, gravissimo nelle sentenze, copioso e rilevato nell’ordine, composto, saggio e avveduto, le quali tutte sue beate virtù d'un vago, dolce stile, come di preziosa veste, sono adorne. Lorenzo il Magnifico, Opere). Alighieri e Virgilio incontrano all'Inferno. Ritratto di C., in Rime. Figlio di Cavalcante dei C., nacque in una nobile famiglia guelfa di parte bianca, che ha la sua villa vicina a Orsanmichele e che e tra le più potenti della regione. Il padre fu mandato in esilio in seguito alla sconfitta di Montaperti. In seguito alla disfatta dei ghibellini nella battaglia di Benevento, padre e figlio riacquistarono la preminente posizione sociale a Firenze. A lui e promessa in sposa la figlia di Farinata degli Uberti, capo della fazione ghibellina, dalla quale Guido ha i figli Andrea e Tancia. E tra i firmatari della pace tra guelfi e ghibellini nel Consiglio generale al Comune di Firenze insieme a Latini e Compagni. A questo punto avrebbe intrapreso un pellegrinaggio -- alquanto misterioso, se si considera la sua infamia di ateo e miscredente! Muscia, comunque, ne dà un'importante testimonianza attraverso un sonetto.  Alighieri, priore di Firenze, fu costretto a mandare in esilio l'amico, nonché maestro, con i capi delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Si reca allora a Sarzana. “Perch'i' no spero di tornar giammai” e composto durante l'esilio. La condanna e revocata per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute. Muore a causa della malaria contratta durante l'esilio forzato d’Alighieri.È ricordato oltre che per i suoi componimentiper essere stato citato da Dante (del quale fu amico assieme a Gianni) nel celebre nono sonetto delle Rime Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io (al quale Guido rispose con un altro, mirabile, ancorché meno conosciuto, sonetto, che ben esprime l'intenso e difficile rapporto tra i due amici, “S’io fosse quelli che d'amor fu degno”. Alighieri, remmorso, lo ricorda anche nella Divina Commedia (Inferno, canto X e Purgatorio, canto XI) e nel De vulgari eloquentia, mentre Boccaccio lo cita nel Commento alla Divina Commedia e in una novella del Decameron.  La sua personalità, aristocraticamente sdegnosa, emerge dal ricordo che ne hanno lasciato gli filosofi contemporanei, Compagni, Villani, Boccaccio e Sacchetti. Il gentile figlio di Cavalcante C., nobile cavaliere e cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario, e intento alla filosofia. La sua personalità è paragonabile a quella di Alighieri, con la importante differenza del carattere laico.  Noto per il suo ateismo, Alighieri l’incontra nell’Inferno (Inf. X, 63). Boccaccio (Decameron VI, 9: si dice tralla gente volgare che questa sua speculazione filosofica sull’amore e solo in cercare se puo trovarse che Iddio non e. Villani (De civitatis Florentie famosis civibus). La sua eterodossia è stata tra l'altro rilevata nella grande canzone dottrinale o manifesto “Me prega” -- certamente il testo più arduo e impegnato, anche sul piano filosofico -- di tutta la poesia stilnovistica, in cui s i rinvenge il carattere di correnti radicali dell'aristotelismo. Famoso e significativo l'episodio narrato dal Boccaccio di una specie di scherzoso assalto al filosofo da parte di due fiorentini a cavallo, di cui schivava la compagnia. L’episodio e ripreso da Italo Calvino in una lezione in cui il filosofo con l'agile salto da lui compiuto, diventa un emblema della leggerezza.  L'episodio figura anche nell'omonimo testo di France ne "Santa Chiara" dove, peraltro, i fatti risalienti della sua vita vengono riportati sotto una veste quasi mistica.  La opera di Cavalcanti consta di cinquantadue componimenti, di cui due canzoni, undici ballate, trentasei sonetti, un mottetto e due frammenti composti da una stanza ciascuno. Le forme maggiormente utilizzate sono la ballata ed il sonetto, seguite dalla canzone. La ballata appare congeniale alla sua poetica, poiché incarna la musicalità sfumata e il lessico delicato, che si risolvono poi in una costruzione armoniosa. Peculiare di C. è, nei sonetti, la presenza di rime retrogradate nelle terzine. Temi  Quadro di Johann Heinrich Füssli. Teodoro incontra nella foresta lo spettro del suo antenato C.. I temi della sua opera sono quelli cari al stilnovista; in particolare la sua canzone manifesto “Me prega” è incentrata sull’effetto prodotti dall'amato sull’amante. La concezione filosofica su cui si basa è l'aristotelismo radicale che sostene l’eternità e l'incorruttibilità dell'anima separata dal corpo e l'anima sensitiva come entelechia o perfezione del corpo. Va da sé che, avendo le varie parti dell'anima funzioni differenti, solo collaborando esse potevano raggiungere il sinolo, l’armonia perfetta – anima/corpo entelechia. Si deduce che, quando l'amore colpisce l’anima, la squarcia a e la devasta, compromettendo il sinolo e ne risente molto l’anima inferiore vegetativa – L’amante non mangia o non dorme). Da qui la sofferenza dell'animo che, destatasi per questa rottura del sinolo, rimane impotente spettatore della devastazione. È così che l'amante giunge alla morte. L’amato, avvolto come da un alone mistico, rimane così irraggiungibile. Il dramma si consuma nell'animo dell'amante.  Questa complessissima concezione filosofica permea la poesia ma senza comprometterne la raffinatezza o superfizialita letteraria. Uno dei temi fondamentali è l'incontro dell’amante e l’amato che conduce sempre, ed al contrario che in Guinizzelli, al dolore, all'angoscia kierkegaardiana, e al desiderio di morire. La opera dell’amore di Cavalcanti possiede un accento di vivo dolore riferio spesso al corpo dell’amante.  C. e un fine filosofo –  scrive Boccaccio: lo miglior loico che il mondo avesse -- ma non ci resta nulla di sue saggistica filosofica, ammesso che ne abbia effettivamente scritte.  Il poetare di C., dal ritmo soave e leggero è di una grande sapienza retorica.  I versi di C. possiedono una fluidità melodica, che nasce dal ritmo degli accenti, dai tratti fonici del lessico impiegato, dall'assenza di spezzettature, pause, inversioni sintattiche.  Cavalcanti: la poetica e lo Stilnovo, L’amico di Dante” (Roma-Bari: Laterza).  “Species intelligibilis”, C.laico e le origini della poesia italiana, Alessandria: Edizioni dell'Orso); C. auctoritas”; C. laico; La felicità: Nuove prospettive per Cavalcanti (Torino, Einaudi); C. (Torino, Einaudi); C.: poesia e filosofia, Alessandria, Edizioni Dell'Orso); C.: uno studio sul lessico lirico, Roma, Nuova Cultura); Per altezza d'ingegno: saggio su Cavalcanti, Napoli, Liguori); L'ombra di Cavalcanti; Roma, L'Asino d'Oro,. Guido Cavalcanti, Rime, Firenze, presso Niccolò Carli). Dizionario biografico degli italiani; Il controverso pellegrinaggio Cavalcanti”; “La Divina Commedia. Inferno, Mondadori, Milano); La società letteraria italiana. Dalla Magna Curia al primo Novecento. La fama o, meglio, l’habitus di filosofo C. lo deve essenzialmente ad una sua poesia: la canzone celeberrima e alquanto complessa, sia per la metrica che per i contenuti, Donna me prega. In essa il poeta parlerà di “amore” con gli strumenti della filosofia naturale (“natural dimostramento”), conducendo un’analisi razionale volta a spiegarne la natura e le cause. Una prima importante informazione circa l’essere dell’amore C. ce l’ha già fornita nell’incipit della canzone: egli, infatti, ci ha detto che l’amore è un accidente e che, di conseguenza, non è una sostanza. Questa definizione, tuttavia, ha un significato tecnico preciso, che il poeta mutua dalla filosofia di Aristotele. Occorre, pertanto, fare una premessa. La sostanza, secondo il grande filosofo greco, è ciò che ha vita propria, ciò che cioè esiste autonomamente, mentre gli accidenti esistono solo come qualità di essa; in altre parole, l’accidente si aggiunge alla sostanza esprimendone una caratteristica casuale o fortuita. Ad esempio, un certo uomo è una sostanza, mentre l’insieme delle qualità che esso può avere (alto, basso, pallido, paonazzo, ecc…) sono gli accidenti. Tornando dunque a C., egli afferma che l’amore non è una sostanza poiché non possiede un’esistenza autonoma come, ad esempio, gli uomini (l’amore, infatti, non ha né corpo né figura); esso esiste piuttosto come qualità della sostanza, ovvero come sentimento (qualità) dell’uomo (sostanza). Innanzitutto, C. ci dice che l’amore si insedia nella memoria. Anche qui, però, occorre richiamare per sommi capi la psicologia di Aristotele, poiché essa è indispensabile per intendere i versi del poeta. Nel De anima, Aristotele definisce l’anima forma del corpo; egli, tuttavia, per forma non intende l’aspetto esteriore di una cosa, ma la sua natura propria, la struttura che rende quella tale cosa ciò che è. L’anima, dunque, vivifica e dà al corpo la sua struttura essenziale. Essa, inoltre, secondo Aristotele, pur essendo unica, può essere divisa, a seconda delle funzioni che svolge, in tre parti: anima vegetativa, anima sensitiva e anima intellettiva. La prima riguarda le funzioni vitali minime (come, ad esempio, la nutrizione e la riproduzione) degli esseri viventi a cominciare dalle piante; la seconda, invece, comprende i sensi e il movimento ed è propria solamente degli animali e dell’uomo; la terza, infine, riguarda il pensiero, le funzioni intellettuali, ed propria solo dell’uomo. La memoria, per Aristotele e, quindi, anche per C., appartiene all’anima sensitiva; essa, cioè, è un prolungamento o estensione della sensazione. In altre parole, l’anima sensitiva non solo permette all’uomo di vedere, sentire, gustare gli altri corpi, ma gli permette anche di avere di questi ultimi delle immagini. La passione amorosa, dunque, è creata da una sensazione: il diletto per la vista della donna fa si che l’immagine di essa si imprima nella memoria; l’amore è il nome che si dà ad una operazione dell’anima sensitiva, poiché ad essa, come abbiamo visto, appartengono sia la funzione della vista che quella della memoria. Il poeta, tuttavia, ci dice che questa immagine trova “loco e dimoranza” anche nell’intelletto possibile. Che cosa intende con questi versi? Bisogna ritornare brevemente alla psicologia aristotelica. Abbiamo visto che l’anima, a seconda delle sue funzioni, può essere vegetativa, sensitiva e intellettiva. L’ultima delle tre riguarda il pensiero, le operazioni intellettuali proprie dell’uomo. Secondo Aristotele, dopo che un oggetto è stato percepito dai sensi e che l’immagine di esso si è impressa nella memoria, esso viene pensato dall’intelletto. In che modo? Una parte dell’anima sensitiva, che egli chiama intelletto possibile, riceve l’immagine dell’oggetto percepito dai sensi grazie all’azione di un’altra componente della stessa anima, che egli chiama intelletto agente. Per fare un esempio, si potrebbero paragonare l’intelletto possibile ad un quaderno ancora intonso e l’intelletto agente all’azione dello scrivere. Dunque, mentre i sensi producono nella memoria l’immagine della donna, l’intelletto agente imprime nell’intelletto possibile la forma astratta di questa immagine. Ricapitolando, nell’anima sensitiva si sviluppa la passione amorosa attraverso la vista della donna e la memoria della sua immagine, mentre niente di tutto questo avviene nell’anima intellettiva, la quale ha dell’amata soltanto un concetto astratto e disincarnato. L’amore non è una virtù morale (queste, infatti, sono un prodotto della ragione, dell’anima intellettiva), ma è una virtù sensibile, appartiene all’anima sensitiva. C. ci dice che non l’anima intellettiva, ma bensì l’anima sensitiva è perfezione dell’uomo, poiché essa attua tutte le potenzialità insite nell’individuo umano. Il poeta, infatti, seguendo l’interpretazione che di Aristotele aveva dato il filosofo arabo Averroè, ritiene che esista un unico intelletto sempre in atto ed eterno separato dagli uomini, con il quale le facoltà superiori dell’anima sensitiva di ciascun essere umano entrano in contatto ogni qual volta si sviluppa il pensiero. In altre parole, egli, affermando l’esistenza di un intelletto unico ed eterno, separa l’anima intellettiva, unica ed eterna, dalle anime sensitive concrete e mortali di ciascun uomo. Questa complessa psicologia che C. mutua da Averroè è la base del suo celebre pessimismo amoroso. La passione amorosa ottunde la capacità di giudizio poiché l’immagine della donna amata, ormai insediata nella memoria e desiderata dai sensi, determina il netto prevalere dell’anima sensitiva su quella intellettiva. Questo non vuol dire, però, che l’amore ottenebra l’intelletto; come abbiamo poc’anzi visto, infatti, le facoltà intellettuali sviluppano la conoscenza, non il desiderio; inoltre, il poeta, seguendo Averroè, ha appena sostenuto che l’anima intellettiva è separata dalle anime sensitive degli uomini. Quello che C. intende, dunque, è questo: la passione amorosa, “se forte”, impedisce all’uomo, dominato totalmente dai bisogni dell’anima sensitiva, di stabilire un contatto con l’intelletto e quindi di avere raziocinio. In questo senso egli parla dell’amore come di un vizio, che porta chi ne è colpito a non saper più distinguere il bene dal male (“discerne male”). Ciononostante, C. ci dice che l’amore non è cosa contraria alla natura (“non perché oppost’a naturale sia”); anzi, al pari degli altri bisogni naturali, la passione amorosa sviluppa una potenzialità propria dell’anima sensitiva e, pertanto, rinunciarvi sarebbe deleterio e controproducente. Come interpretare questa affermazione apparentemente contraddittoria? È necessario, anche in questo caso, richiamare Aristotele. Nell’Etica Nicomachea, il filosofo greco afferma che ognuno è felice quando realizza bene il proprio compito (ad esempio, il costruttore sarà felice quando realizzerà oggetti perfetti). Il compito dell’uomo, però, non potrà certo essere quello di assecondare l’anima vegetativa o quella sensitiva; egli dovrà piuttosto vivere secondo ragione; pertanto, secondo il filosofo greco, la felicità per l’uomo consiste nell’attività razionale, nella vita secondo ragione. C., dunque, seguendo Aristotele, ci dice che l’amore è deleterio e mortale solo quando ci allontana violentemente da questo tipo di vita; poiché una vita vissuta in preda ai bisogni a agli istinti dell’anima sensitiva è una non-vita, più adatta agli animali che agli uomini. Viceversa, l’amore che riesce ad essere temperante, e che cioè non allontana l’uomo dalla vita razionale, è espressione di un naturale bisogno della nostra sensualità.  sìnolo s. m. [dal gr. σύνολον, comp. di σύν«con» e ὅλος «tutto»]. – Nel linguaggio filos., termine aristotelico che designa la concreta sostanza (v. sostanza, n. 1 a), concepita come sintesi di materia (ciò che è mera potenza) e forma (ciò che porta all’atto la potenzialità della materia). Alighieri sends out among the best known Italian  poets a sonnet asking interpretation of a dream. The god of love,  so it seemed, had come carrying Beatrice asleep, and had fed her  with Dante's own heart, and had then departed weeping.   Several poets answered. One, Dante of Maiano, suggested as a  probable solution of this, and other such distressing visions, a dose  of salts ; the others fell in with Dante's mood and answered seri-  ously. Of their various interpretations that which best pleased  Dante, though not quite satisfied him, was C.’s  " And this," wrote Dante later in the New Life, " was, as it were,  the beginning of the friendship between him and me, when he knew  that I was he who had sent it (the sonnet) to him."   C.s interpretation was in an important particular ambiguous.  Love, he wrote, fed your heart to your lady, seeing that "vostra donna  la morte chedea" To understand this clause as meaning " Death  claimed your lady" is natural, and would make the interpretation  interestingly prophetic; but, whether or not this reading might be  justified symbolically, Dante himself forbids it. For, in spite of his  pleasure in his " first friend's " explanation of the dream, he added:  " The true meaning of this dream was not then seen by any one, but  now it is plain to the simplest." It was easy for him after the event  to read prophecy of Beatrice's death into the dream ; but he expressly  denies to Guido among the rest the prescience. We are bound,  therefore, to take as the interpreter's meaning that there was malice  prepense in the cannibal appetite of the sleeping lady, that she  claimed the death of her servant's heart. No wonder the love god  wept as he carried her off sated !   Irreverent though it be, one thinks of The Vampire of Kipling.  For Guido the gentle Beatrice was as "the woman who couldn't  understand," sucking, asleep, in a sort of diabolical innocence, the  life blood, literally eating the heart, out of her helpless victim. And  Dante, the lover, the victim, approves the picture !   Of course the gruesomeness of this symbolism may be explained  away as merely a conceitfully emphatic reassertion of the ancient  fancy that a lover's heart is no longer his own, but has passed into  the custody of his mistress. Only, the dream then and its interpre-  tation would indeed be a much ado about nothing. And why, at so  customary a happening, should love weep? In fact, Guido's thought  cuts deeper, and is, I venture to urge, not so remote, in a sense,  from the thought underlying The Vampire. It is The Vampire uplifted  into the more tenuous, yet.no less intense, atmosphere of mysticism.   Before attempting to let in light directly upon this dim utterance  it is expedient to recall certain facts in Guido's life and personality.   " Cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e intento alio studio "  so Guido is introduced into the Florentine Chronicle of Dino Compagni,  who knew him personally. Guido could not have been much over  twenty-five when, at the death of his father, his elder brother being  in orders, he became head and champion of one of the two or three  most powerful and aristocratic families in the republic. For gen-  erations the Cavalcanti had been leaders in the state, haughtily  contemptuous of the mere people, yet fierce partisans of civic inde-  pendence against those who were willing to sacrifice this for the  dream of a " Greater Italy " united under a revivified Emperor of the  West. To this great feud and to the lesser local feuds which grew  out of it Guido may be said to have been a predestined, yet mostly  a willing, sacrifice. He was born into the feud ; he lived his life  long in the heat of it ; it married him ; it perhaps lost him his best  friend ; it certainly killed him before his time.   It married him. In 1267, a vear a *ter the decisive battle of Bene-  vento, when the last hope of the Imperialists, the Ghibellines, fell  with Manfred, in Florence an attempt was made towards permanent  peace by marrying together certain sons and daughters of victors  and vanquished. Among the rest C. was wedded, or  then more likely betrothed,  for he could not have been more than  fifteen,  to Bice, daughter of the Ghibelline leader, the Florentine  " Coriolanus," Farinata degli Uberti. Seven years before Farinata  had "painted the Arbia red" with the blood of Florentine Guelphs  at Monteaperti; and it had been a kinsman of Guido who com-  manded the Guelphs on that disastrous day. We do not know how  this real " Capulet-Montague " match turned out,  only that Monna  Bice bore children to her husband and outlived him many years,  and that the peace which their union, among others, was intended to  effect did not come to pass.   On the contrary the great Guelph families, in secure  possession of the city, soon quarreled, even connived against each  other with the ever-ready Ghibelline exiles, or with popular dema-  gogues, so great was their common jealousy. Meanwhile, during  the distraction of the nobles, the middle classes had been prosper-  ing ; and coming at last to feel their strength and the weakness of  those above them, they rebelled and crushed the aristocrats.  In the first insolence of triumph they excluded the nobles abso-  lutely from public office, but two years later conceded eligibility to  such nobles as would join one of the Arti, or trades unions. This  virtual abdication of caste C. refused to make. In  vain good easy Dino pleaded with him. I am ever singing your  praises," he wrote in a kindly sonnet, " telling folks how wise you are,  and brave and strong, skilled to wield and ward the sword, and how  compact with sifted learning your mind is, and how you can run and  leap and outlast the best. Nor is there lacking you high birth  nor wealth ... in fine, the one thing wanting to give scope to all  these gifts and powers is a mere name.   " Ahi! com saresti stato om mercadiere! "   Now almost certainly some generations back the C. had  been in trade, and had made their fortune in trade, but latterly it had  pleased them to entertain a genealogy reaching royally back into  Germany and descending into Italy with Charlemagne's baronage.  To traverse this pleasing legend with the gross title "om merca-  diere," tradesman, was out of the question: Guido declared himself  irreconcilable.   Meanwhile Dante, unfettered by a legend or a temperament,  had accepted the situation even cordially, and was taking active  part in the councils of the new bourgeois regime. That Guido must  have regarded his friend's secession with disgust seems natural. It  was worse than an offense against party; it was an offense against  caste. " Uomo vertudioso in molte cose, se non ch'egli era troppo  tenero e stizzozo," writes Giovanni Villani of Guido. Fastidious,  exclusive, thin-skinned, choleric, Guido was just the man to feel this  consorting of his friend with vulgar political upstarts incompatible  with their own intimacy. And the matter was made worse by its  open denial of their poetic profession of faith in the " cor gentile."  This vulgar folk was that " fango," that human " mud " of which  Guinizelli had written :   Fere lo sole il fango tutto'l giorno,  Vile riman . . .   how might the " gentle heart " mix itself with this irredeemable  "mud" and be not defiled? So Guido addressed to his friend a  sonnet at once haughty and tender  like Guido himself: 1   lo vengo il giorno a te infinite volte  e trovoti pensar troppo vilmente :  allor mi dol de la gentil tua mente  e d'assai tue virtu che ti son tolte.   Solevanti spiacer persone molte,  tuttor fuggivi la noiosa gente,  di me parlavi si coralemente  che tutte le tue rime avei ricolte.   Or non ardisco per la vil tua vita,   far mostramento che tu' dir mi piaccia,  ne vengo 'n guisa a te che tu mi veggi.   Se '1 presente sonetto spesso leggi  lo spirito noioso che ti caccia  si partira da Panima invilita. 2   1 1 believe that Lamma, in his Questioni Dante sche, Bologna, is the  first to propose this construction of the famous " reproach." It seems to me the  best of all.   2 1 come to thee infinite times a day  And find thee thinking too unworthily :  Then for thy gentle mind it grieveth me,  And for thy talents all thus thrown away.  Whether the two friends again came together in life is not known.  The next situation in which we hear of them is tragic. Dante is sit-  ting among his " first friend's " judges ; Guido is condemned to exile,  and goes  in effect  to his death.   Under the new bourgeois rule civic disorders rather increased than  otherwise. Prime mover of discord was the Florentine " Catiline," as  Dino calls him, Corso Donati. Somewhat ineffectually opposing his  self-seeking machinations were the parvenu Cerchi, powerful only  through wealth and the popularity of their cause. With these also  stood Guido. Hatred, no less than misfortune, makes strange bed-  fellows ; and the hatred between Guido and Corso was intense. Each  had sought the other's life : Corso meanly, by hired assassins ; Guido  openly, in the public street, by his own hand. Violence followed  violence ; the number of factionaries increased, until at last the city Priors determined to expel the leaders of both parties. Guido  was conspicuous among these leaders ; Dante, as has been said, among  these Priors. The place of exile, Sarzana, proved to be pestilent with  fever ; and although Guido and the Cerchi, less culpable than Corso,  were recalled within the year, it was too late. A few months afterward, Guido died. " E fu gran  dommaggio" wrote Dino.  It was a strange preparation for "gentle and gracious rhymes  of love,"  this short, tumultuous, hate-driven career. Yet there is  but one direct echo of the feudist in all Guido's verse,  a sonnet  to a kinsman, Nerone C.i. Nerone had made Florence too To flee the vulgar herd was once thy way,  To bar the many from thine amity ;  Of me thou spakest then so cordially  When thou hadst set thy verse in full array.   But now I dare not, so thy life is base,   Make manifest that I approve thine art,  Nor come to thee so thou mayst see my face.   Yet if this sonnet thou wilt take to heart,   The perverse spirit leading thee this chase  Out of thy soul polluted shall depart. hot for the rival Buondelmonti, and Guido hails him with ironical  deprecation.   Novelle ti so dire, odi, Nerone,   che' Bondelmonti treman di paura,   e tutt* i fiorentin' no li assicura,   udendo dir che tu a* cor di leone.   E piu treman di te che d' un dragone  veggendo la tua faccia, ch* e si dura  che no la riterria ponte ne mura  se non la tomba del re faraone.   De ! com' tu fai grandissimo peccato  si alto sangue voler discacciare,  che tutti vanno via sanza ritegno.   Ma ben e ver che ti largar lo pegno,  di che potrai V anima salvare  se fossi paziente del mercato. Guido's disdainful temper both piqued and puzzled his townsfolk.  Sacchetti's anecdote of the Florentine small boy who, having slyly  nailed Guido's gown to his bench, then teased him until the irate  gentleman tried  naturally to his discomfiture  to chase him, has   1 News have I for thee, Nero, in thine ear.   They of the Buondelmonte quake with dread,  Nor by all Florence may be comforted,  For that thou hast a lion's heart they hear.   And more than any dragon thee they fear,   For looking on thy face they are as dead :  Bastion nor bridge against it stands in stead,  Nor less than Pharaoh's grave were barrier.   Marry ! but thou hast done a wicked thing,   Having the heart to scatter such high blood,  For without let now one and all they flee.   And 'sooth, a truce-bait too they proffered thee,  So that thy soul might still be with the Good,  Hadst but had stomach for the bargaining.   For the first quatrain of this sonnet I have slightly altered Rossetti's translation.  In the rest a mistaken understanding of the sonnet as if addressed to the pope  has misled him. 2 // aVm 53^     its point in a very human satisfaction at the scorner scorned. Boc-  caccio's novella 1 is more significant, illustrating vividly, if perhaps  by a fictitious occurrence only, the subtle mingling of awe and defi-  ance which Guido inspired. Boccaccio's " character " of Guido is a  eulogy. " He was one of the best thinkers (Joici) in the world and  an accomplished lay philosopher (filosofo naturale), . . . and withal a  most engaging, elegant, and affable gentleman, easily first in what-  ever he undertook, and in all that befitted his rank." This character,  together with the mood of tragic doubt upon which the point of Boccaccio's narrative turns, inevitably, if tritely, brings to mind Ophelia's  character of Hamlet :   The courtier's, soldier's, scholar's eye, tongue, sword ;  The expectancy and rose of the fair state,  The glass of fashion and the mould of form,  The observed of all observers. But, if we may still trust Boccaccio, " that noble and most sovereign  reason " of Guido was also " out of tune and harsh " with scrupulous  doubt ; " so that lost in speculation, he became abstracted from men.  And since he held somewhat to the opinion of the Epicureans, gossip  among the vulgar had it that these speculations of his only went to  establish, if established it might be, that there was no God."   BOCCACCIO (si veda) does not call Guido an atheist ; that was mere vulgar  gossip. He does not even declare him a convinced Epicurean, one  of those who with his own father    P anima col corpo morta fanno.   Boccaccio's charge is qualified : " he held somewhat to the opinion  of the Epicureans " {egli alquanto tmea della opinione degli Epicurj).  Dante's commentator, indeed, Benvenuto da Imola, is more cate-  gorical and extreme : " Errorem, quern pater habebat ex ignorantia,  ipse (Guido) conabatur defendere per scientiam." Benvenuto is even  remoter in time, however, than Boccaccio ; and his phrasing suggests  at least a mere perpetuation of that vulgar gossip which Boccaccio con-  temptuously records. But can we trust Boccaccio's own testimony?  At least there is no antecedent improbability. Skepticism was  common, especially in the highly educated class to which Guido (Decam.) belonged ; and it was not unnatural at any rate for him to weigh  carefully an opinion held by his own father. Again, there is noth-  ing in either his life or writings to indicate an active faith. Much  indeed has been made of his " pilgrimage " to the shrine of St. James  at Compostella; but the mood of this was so little serious that a  pretty face at Toulouse was enough to change his intention. The  ironical sonnet of Muscia of Siena is a hint that his contemporaries  could not take him very seriously as a pious pilgrim; and Muscia  stresses Guido's excuse for breaking his supposed vow that there was  no vow in the case " non v' era botio" Guido may have started in  a moment of reaction from his doubt  does not doubt itself imply  a wavering will ? He may have left Florence as a matter of prudence   Corso tried to have him assassinated on the way as it was. As  for his writings, these, considering the intimate theological associa-  tions of the school of Guinizelli, are noticeably barren of religious  feeling or phrase ; and he certainly scandalized the worthy, if narrow,  Orlandi by his jesting sonnet about the thaumaturgic shrine of "my  Lady." The hypothetical confirmation of Guido's skepticism, on the  other hand, in his "disdain for Virgil,,, mentioned by Dante in his  answer to the elder Cavalcanti's question 1 why Dante's "first friend "  had not accompanied him, has beendiscredited after twenty years of  support by its own proposer, D'Ovidio. The passage is, to be sure,  still a moot question ; and D'Ovidio, even in the zeal of his recanta-  tion, still admits the allegorical taking of it to be plausible as a sec-  ondary intention on Dante's part. In any case, even waiving the  confirmation, the tradition of Guido's skepticism is not impugned ; and  in view of the persistent tradition, and of the antecedent probability  in its favor, the burden of disproof would seem to rest on those who  reject the tradition. Meanwhile, I propose to test the credibility of  the tradition by assuming it. If the assumption proves to be a factor  in a coherent and credible interpretation of Guido's poetry, the credi-  bility of the assumption proportionately increases. The argument  is of course a circle, but I think not a vicious circle.   There is also another tradition, which happens likewise to be sub-  sidiary to the same end. As the one tradition charges Guido with  unfaith in religion, so the other charges him with faithlessness in love.   i Inf., X, 60.   Hewlett, in his Masque of Dead Florentines,  has seized upon this supposed fickleness of Guido as Guido's char-  acteristic trait. Guido is made to say :   My way was best.  From lip to lip I past, from grove to grove :  I am like Florence ; they call me Light o' Love.   I am dubious indeed about that literal criticism which surmises a  " family skeleton " in every locked sonnet. Heine assuredly reckoned  without his Scholar when he complained :   Diese Welt glaubt nicht an Flammen,  Und sie nimmt's fur Poesie.   When Guido writes a sonnet describing how Love had wounded him  with three arrows,  Beauty, Desire, Hope of Grace,  it is hardly fair  for Rossetti to entitle his own translation He speaks of a third love  of his. Rossetti the scholar should have known better. Of course  Guido is simply copying a conceit from the Romance of the Rose : the  three arrows are three arrows from the eyes of one lady, not of three  ladies. Again, it is almost worse when poor Guido essays a pretty  pastourelle, which is by definition a gallant adventure between a pass-  ing knight and a shepherdess, to discuss the " peccadillo " in a solemn  footnote ! Yet Rossetti, himself a poet, does so. Nay, Guido's latest  learned editor, Signor Rivalta, speaks 1 of his singing "anche i suoi  desideri meno puri e piu umani come nella ballata :   In un boschetto trovai pasturella    This ballata is the pastourelle in question. Stifl, waiving such pseudo-  revelations of a stethoscopic criticism, there are, considering the  meagerness of Guido\s poetical remains, hints enough besides the  mention of several ladies  Mandetta, Pinella, and by, inference her  whom Dante calls Giovanna  to accept with discretion sober Guido  Orlandi's perhaps malicious insinuation, when he inquires of C. concerning the nature, the effects, the virtues of Love :   Io ne domando voi, Guido, di lui :  odo che molto usate in la sua corte ;  Le Rime di C. Bologna. and even the cruder implication in Orlandi's boast of his chaster mind :   Io per lung' uso disusai lo primo  amor carnale : non tangio nel limo.   Reckless feudist, unbeliever, " light o' love," squire of dames, pro-  found thinker, gracious gentleman  a perplexing motley of a man;  it is no wonder that his poetry, reflecting himself, more easily with  its many-faceted light dazzles rather than illumines the understand-  ing. In addition, one has to contend in his more doctrinal pieces,  especially in the famous canzone of love, with a rigorous scholastic  terminology dovetailed into a most intricate metrical schema, and with  a text at the best corrupt. In spots Guido  as we have him  is  as hopeless as Persius; yet we may waive these and still venture  upon a general interpretation.   In general, Guido's love poems hinge upon two parallel but opposite  moods,  a radiant mood of worshipful admiration of his lady, a tragic  mood of despair wrought in him by his love of her. His sight of  her is a rapture, as in the most magnificent of his sonnets, beginning  " Chi e questa che ven ":   Chi e questa che ven ch' ogn' om la mira  e fa tremar di chiaritate V a're,  e mena seco amor si che parlare  null' omo pote, ma ciascun sospira?   O Deo, che sembra quando li occhi gira   dica '1 Amor, ch' i' no '1 savria contare :   cotanto d' umilta donna mi pare,   ch' ogn' altra ver di lei i' la chiam' ira.   Non si poria contar la sua piagenza,   ch' a lei s' inchina ogni gentil virtute,  e la beltate per sua dea la mostra.   * Non f u si alta gia la mente nostra   e non si pose in noi tanta salute,   che propriamente n' aviam canoscenza. 1   1 Lo! who is this which cometh in men's eyes  And maketh tremulously bright the air,  And with her bringeth love so that none there  Might speak aloud, albeit each one sighs ? The sonnet is a superb tribute ; but it is also more. It contains,  as I conceive, the pivotal idea in Guido's philosophy of love,   namely, in the lines describing his mistress as   Lady of Meekness such, that by compare  All others as of Wrath I recognize,  (cotanto d* umilta donna mi pare,  ch' ogn' altra ver di lei i' la chiam' ira.)   Ira . . . umilta : wrath . . . meekness  the antithesis dominates  Guido's thought. Wrath is in his vocabulary the concomitant of  imperfection, of desire ; meekness the concomitant of perfection, of  peace. He, the lover, is therefore in a state of wrath ; she, the  lovable, in a state of meekness,    Quiet she, he passion-rent.   The identification of passionate love with a state of wrath is fun-  damental in Guido's philosophy. It is the germinal idea of the  doctrinal canzone beginning " Donna mi prega." In answer to the  query as to the where and whence of the passion    La ove si posa e chi lo fa creare   he declares that   In quella parte dove sta memora   prende suo stato, si formato come  diaffan da lume,  d'una scuritate  la qual da Marte vene e fa dimora. 1   " In that part where memory is love has its being ; and, even as light  enters into an object to make it diaphanous, so there enters into the   Dear God, what seemeth if she turn her eyes  Let Love's self say, for I in no wise dare :  Lady of Meekness such, that by compare  All others as of Wrath I recognize.   Words might not body forth her excellence,  For unto her inclineth all sweet merit,  Beauty in her hath its divinity.   Nor was our understanding of degree,  Nor had abode in us so blest a spirit,  As might thereof have meet intelligence.  1 vv. 15-18. I use here as elsewhere the edition of Ercole Rival ta, Bologna, 1902.  constitution of love a dark ray from Mars, which abides." Now Dante  conceives love as an emanation from the star of the third heaven, Venus,  along a bright ray : " I say then that this spirit (i.e. of love) comes  upon the * rays of the star ' (i.e. of the third heaven, Venus), because  you are to know that the rays of each heaven are the path whereby  their virtue descends upon things that are here below. And inas-  much as rays are no other than the shining which cometh from the  source of the light through the air even to the thing enlightened, and  the light is only in that part where the star is, because the rest of the  heaven is diaphanous (that is transparent), I say not that this ' spirit/  to wit this thought, cometh from their heaven in its totality but from  their star. Which star, by reason of nobility in them who move it, is  of so great virtue that it has extreme power upon our souls and upon  other affairs of ours," etc. 1 So Dante. Guido, on the other hand,  while accepting the notion of love as an emanation, holds the emanation to be rather from the star of the fifth heaven, Mars, along a dark  ray. The power over the soul of this star is no less extreme than  that of Venus; only it is, in a sense, a power of darkness rather than  of light. It may strike at life itself    Di sua potenza segue spesso morte. The passion which its influence excites passes all normal bounds in  any case, destroying all healthful equilibrium :   L'esser e quando lo voler e tan to  ch' oltra misura di natura torna:  poi non s' adorna di riposo mai.  Move cangiando color riso e pianto  e la figura con paura stoma. Finally,  and here we reach the gist of the matter,  the influ-  ence of the choleric planet engenders sighs and fiery wrath in the  Conv.. (Wicksteed's translation.)   2 It has its being when the passionate will   Beyond all measure of natural pleasure goes :  Then with repose unblest forever, starts  Laughter and tears, aye changing color still,  And on the face leaves pallid trace of woes.  lover, impotent to reach the ever-receding goal of his desire (non   fermato loco):   La nova qualita move sospiri   e vol ch' om miri in non fermato loco   destandos' ira, la qual manda foco.This strangely pessimistic reading of love seems to have struck at  least one of Guido's contemporaries with indignant surprise, not only  at the apparent slight upon love, but also at the silence seeming to  give assent of other poets, especially of Dante. Cecco d'Ascoli, in his  Acerba, iii, 1, denies that so sweet a thing as love could emanate  from the planet Mars, seeing that from that planet rather " proceeds  violence with wrath " (procede Vimpeto con Fire) ; wherefore :   Errando scrisse C. . . .  qui ben mi sdegna lo tacer di Danti.   In fact, Dante, in the sonnet in the sixteenth chapter of the New Life,  apparently alludes sympathetically to Guido's dark rays of love    Spesse fiate vegnommi a la mente   l'oscure qualita ch' Amor mi dona    and proceeds to describe, though not by this name, just such a  " state of wrath " in himself as Guido believes inseparable from love.  With Dante, of course, the mood is but passing. For him love is  in its essence a beneficent power.   For Guido also it might seem that this tragic wrath of desire is  not incurable. There is a power in meekness to overcome wrath  and to subdue wrath also to meekness. And the meek one is  impelled to exercise this power, to confer this boon, by pity for the  one suffering in wrath. It is the failure to follow this blessed  impulse for which Guido reproaches his lady in the octave of the  sonnet beginning " Un amoroso sguardo," when he says that she is one  for whom availeth not  Nor grace nor pity nor the suffering state. (verso cui non vale  Merzede ne pieta ne star soffrente)   1 The novel state incites to sighs, and makes  Man to pursue an ever-shifting aim,  Till in him wrath is kindled, spitting flame.  Meekness, grace, pity, the suffering state of wrath  the terms have  a scriptural sound, and of right ; for they are actually scriptural anal-  ogies applied to love. Precisely this poetical analogy was the innova-  tion of Guinizelli, whom Dante called " father of me and of my  betters,"  of which last C. was in Dante's mind first,  if not alone. Before Guinizelli Italian poets had accepted the other  analogy of the troubadours of Provence, which applied to love the canon  of feudal homage. For these the lady of desire was as the haughty  baron to whom they owed servile fealty, and whose inaccessible mood  was not of gentle meekness but of cruel pride, claiming willfully of  her vassal perhaps life itself. But feudalism and its harsh canon  of service were alien to the Italian communes ; Italian poetry built  upon an analogy with it must needs be an affectation. These burgher  poets were only play knights; these frank Tuscan and Lombard girls  were only play barons. Affectation, the pen following not the dicta-  tion of the feelings but of hearsay feelings,  this is the precise charge  which Dante, from the standpoint of the " sweet new style," brings  against the older style. 1 But if as free burghers Italians could not  really feel the alien mood of feudal homage, yet as Christian gentle-  men they could, and should, sanctify their love of women with the  mood of religious awe. There need be no affectation in that. Free  burghers, they recognized no temporal overlord, no absolute baron ;  Catholics, they did believe in, and might with sincerity worship, min-  istering angels  "donne angelicate," the meek ones whom, as the  Psalmist had declared, the Lord has beautified with salvation.   Guido therefore can no more worthily praise his mistress than by  calling her his " Lady of Meekness." Indeed, by further analogy he  sets her above the angels themselves; for the Christ himself had said :  "Mitis sum et humilis corde  I am meek and lowly in heart." For him-  self, " passion-rent " in his love, the poet speaks as St. Paul,  " we . . .  had our conversation ... in the lusts of our flesh, fulfilling the desires  of the flesh and of the mind ; and were by nature the children of wrath  (filii irae)" And the merzede, the "grace," for which he sues  solu-  tion of wrath by the spirit of meekness  is again in accord with  Paul's promise to these very "children of wrath,"  "By grace are ye  saved through faith"  faith, that is, in loving and serving the one  divinity as the other.   i Purg. This is pious doctrine indeed for the righting cavalier, skeptic, Love-  lace I have in a measure assumed Guido to be. Is then his love creed  also a pose, worse than the apes of Provence whom Dante exposed,  because he thus adds hypocrisy to affectation ? Well, if so, the same  Dante would hardly have hailed him as "first friend" in life and  master after Guinizelli in poetry, nor have outraged the memory of  Beatrice by associating her in the New Life with Guido's lady Joan.   The solution of the apparent antinomy lies in the meaning for  Guido of that rnerzede, that " grace," the granting of which by ; the  lady, the meek one, might appease the lover, the one in "wrath."  The term itself  Italian merzede or English " grace "  has a fourfold  significance according as it is a function of the lady, of the lover, or  of the reciprocal relationship between them. "Grace" in her signifies  her beatitude, her "meekness"; in him, his "merit" which through  faith and loving service deserves the boon, or "grace," of her con-  descension to redeem him from his "state of wrath," for which  condescension it would be befitting him to render thanks, "yield  graces,  a phrase now obsolete in English but used by Dante,   render mercede. Of this fourfold intention of the term the one funda-  mentally doubtful is,the " grace " which is constituted by the act of  condescension of the lady : what then is the grace or boon that the  lover asks and hopes ? In other words, what is the end of desire ?   The answer is no mystery. The end of desire is always possession,  in one sense or another, of the thing desired. In the practical sense  possession of the loved one means union, physical or social, or both,  sacramentally recognized, in marriage ; but the sacrament of marriage  allows a more mystical sense, presenting the ideal, hardly realizable  on earth, of a spiritual union which is also a unity of two in one :   The single pure and perfect animal,   The two-cell'd heart beating with one full stroke,   Life.   So Tennyson modernly ; but more in accord with the metaphysical  mood of Guido is the old Elizabethan phrasing :   So they loved, as love in twain  Had the essence but in one ;  Two distincts, division one:  Number there in love was slain.   To the " gentle heart " there is no love but highest love ; there is  no union but perfect union, wherein two shall   Be one, and one another's all.   Until the "gentle heart " may attain to that perfect union its desire  is unappeased, its " wrath " unsubdued. Tennyson premises it for  the right marriage; but there is ever the doubter ready to remark  that if such marriages are really made in heaven, they certainly  are kept there. Human sympathy cannot quite bridge the span  between two souls: self remains self; and though hands meet and  lips touch and wills accord, there is always something deeper still,  inexpressible, unreachable.   Yes ! in the sea of life enisled,  With echoing straits between us thrown,  Dotting the shoreless watery wild,  We mortal millions live alone.   In vain, says Aristophanes in Plato's Banquet, in vain, "after the  division (of the primeval man-woman in one), the two parts of man,  each desiring his other half, came together, and threw their arms  about one another eager to grow into one. . . ." True, Aristophanes  in effect goes on, Zeus in pity consoled the loneliness of dissevered  " man-woman " by physical union ; but that consolation the " gentle  heart " must forever regard as of itself inadequate and unworthy.   There is indeed a solution. Guinizelli and Dante read further into  the Banquet of Plato  or into the Christian doctrine built upon that   to where the wise woman of Mantineia reveals the mysteries of a  love extending into a mystic otherworld  at least so Christians read  her teaching  where in the bosom of God all become as one. There  "wrath" is resolved into "meekness" perfectly.   The love of Guinizelli, and of Dante, was the love of happier men  of which Arnold speaks :   Of happier men  for they, at least,   Have dream '</ two human hearts might blend   In one, and were through faith released   From isolation without end   Prolong'd. But if Guido, even as Arnold, lacked this faith, doubted this mystic  otherworld whither therefore he might not accompany his first friend  to find his Giovanna, as Dante his Beatrice, perfect in meekness,  purged of all wrath, and to learn from her release hereafter from the  dividing flesh, union at last with her spirit at peace ?  if he was of  those, even uncertainly wavered with those, who    F anima col corpo morta f anno ?    then indeed for him, in degree as his desire was ideally exalted,  so its grace, its merzede, became an irony, a tragic paradox. His  must be a passionate loneliness forever teased by an illusion, a  phantom mate of its own conjuring. And I at least so understand  the concluding words of the canzone :   For di colore d'esser e diviso,   assiso mezzo scuro luce rade :   for d'onne fraude dice, degno in fede,   che solo di costui nasce mercede. That is, the only love of which grace is born, entire possession  granted, is love of the dim immaterial idea,  " la figlia della sua  tnente, Vamorosa idea" as Leopardi calls it. Ixion embraces his  Cloud. Guido's lady's desirable perfection, her " meekness," exists not  in her, but in his glorified ideal of her, " bereft " as that is " of color   1 Bereft is (love) of color of existence,   Seated half dark, it bars the light (i.e. which might make it visible).  Without deceit one saith, worthy of faith,  That born of such a love alone is grace.   Rivalta's reading without in would apparently make mezzo adverbial. The commoner reading, " assiso in mezzo oscuro luce rade' 1 more naturally gives mezzo as  a noun: " seated in a dark medium," etc. The meaning is not substantially  different. The reading in mezzo, however, is more suggestive, as implying not  only the immateriality of the mental fact but also the darkening of the " medium,"  i.e. the imagination, by the " Martian " ray of passion. The assertion of the  invisibility of love is in answer to Orlandi's question restated by C.  " s* omo per veder lo po y mostrare." Question and answer are alike  absurd, however, unless we understand "love" to mean the object loved, which it  may naturally do ; one's §l love " means both one's passion and one's lady.  of existence." Therefore Guido's mood is essentially one with Leo-  pardi's when the latter exclaims :   Solo il mio cor piaceami, e col mio core  In un perenne ragionar sepolto,  Alia guardia seder del mio dolore. 1   Guido has himself described with quaint " preraphaelite " symbol-  ism the process of progressive detachment of the ideal from the  real in the ballata beginning " Veggio ne gli occhi."   Cosa m* avien quand* i' le son presente  ch' i' no la posso a lo 'ntelletto dire :  veder mi par de la sua labbia uscire  una si belladonna, che la mente  comprender no la pu6 ; che 'nmantenente  ne nasce un* altra di bellezza nova,  da la qual par ch' una Stella si mova  e dica: la salute tua e apparita. 2   The imagery here is manifestly in accord with contemporary pictorial  symbolism, in which souls as living manikins issue forth from the  lips of the dead; but the significance of the passage is, I take it, at  one with that of the so-called Platonic " ladder of love " by which  through successive abstractions the pure idea, the intelligible virtue,  is reached. The following stanza in the same ballata again defines  this "virtue" as "meekness," and again declares it to be merely  " intelligible,"   for di colore d' esser . . . diviso,  assiso mezzo scuro luce rade ;   1 Only my heart pleased me, and with my heart  In a communing without cease absorbed,   Still to keep watch and ward o'er my own smart.   2 Something befalleth me when she is by   Which unto reason can I not make clear:   Meseems I see forth through her lips appear   Lady of fairness such that faculty   Man hath not to conceive ; and presently   Of this one springs another of new grace,   Who to a star then seemeth to give place,   Which saith: Thy blessedness hath been with thee. only instead of the metaphysical directness of the canzone, the poet  employs the theological tropes of the dolce stil.   La dove questa bella donna appare  s'ode una voce che le ven davanti,  e par che d' umilta '1 su' nome canti  si dolcemente, che s' P '1 vo' contare  sento che '1 su* valor mi fa tremare.  E movonsi ne 1' anima sospiri  che dicon : guarda, se tu costei miri  vedrai la sua vertu nel ciel salita. 1   And now the tragic note in Guido's is explained. It is neither  the polite fiction, the " pathetic fallacy " of the Sicilian school, nor  yet the quickly passing shadow of this life set between Dante and the  sun of his desire.   La tua magnificenza in me custodi,   SI che P anima mia che fatta hai sana,  Piacente a te dal corpo si disnodi.   Cosi orai "So I prayed," writes Dante, triumphant in expectation ; but for those  Che 1 'anima col corpo morta fanno,   there could be health of soul neither now nor hereafter. Wherefore  Guido's text in the analysis of his own passion is in all literalness  the words of the Preacher,  " All his days ... he eateth in dark-  ness, and he hath much sorrow and wrath in his sickness." Until   1 There where this gentle lady comes in sight   Is heard a voice which moveth her before  And, singing, seemeth that Meekness to adore  Which is her name, so sweetly, that aright  I may not tell for trembling at its might.  And then within my soul there gather sighs  Which say: Lo ! unto this one turn thine eyes:  Her virtue to heaven wingeth visibly.   2 Farad.Guido prays indeed for release in death, not triumphantly as Dante,  but piteously, in the spirit of Leopardi's words in Amore e Morte:   Nova, sola, infinita  Felicita il suo (the lover's) pensier figura :  Ma per cagion di lei grave procella  Presentendo in suo cor, brama quiete,  Brama raccorsi in porto  Dinanzi al fier disio,  Che gia, rugghiando, intorno intorno oscura. 1   Poi, quando tutto avvolge  La formidabil possa,  E fulmina nel cor Tinvitta cura,  Quante volte implorata  Con desiderio intenso,  Morte, sei tu dair affanoso amante ! 2   Precisely in this mood Guido invokes death :   Morte gientil, rimedio de' cattivi,   merze merze a man giunte ti cheggio :  vienmi a vedere e prendimi, che peggio  mi face amor : che mie' spiriti vivi   1 Not only are Guido and Leopardi saying the same thing in effect, but even  their figures of speech are in accord. There is evident similarity of symbolism  between the soul-darkening storm blast of the one and the soul-darkening Martian  ray of the other ; although doubtless the mediaeval poet may have conceived his  " dark ray " as a real phenomenon.   2 New, infinite, unique  Felicity ... he pictures to his mind :  And yet because of it the wrath of storm  Foreboding in his heart, he longs for calm,  Longs for the quiet haven  Far from that fierce desire,  Which even now, rumbling, darkens all around.Then, when o'erwhelmeth him  The fury of its might,   And in his heart thunders unconquerable care,  How many times he calls  In agony of need,  Death, upon thee in his extremity ! son consumati e spenti si, che quivi,  dov* i' stava gioioso, ora mi veggio  in parte, lasso, la dov' io posseggio  pena e dolor con pianto : e vuol ch' arrivi ancora in piu di mal s' esser piu puote ;  perche tu, morte, ora valer mi puoi  di trarmi de le man di tal nemico.   Aime ! lasso quante volte dico :   amor, perche fai mal pur sol a' tuoi  come quel de lo 'nferno che i percuote ? At other times Guido describes the combat to the death between  his " spirits " of life and love. He enlarges his canvas and, calling  to aid a whole dramatis personae of the various " souls " and "animal  spirits" of scholastic psychology, objectifies his mood into miniature  epic and drama. This mythology of the inner world arose naturally  enough to mind from the ambiguity of the term " spirits," meaning  at once bodily humors and bodiless but personal creatures ; and  in Guido's delicate handling the symbolism is singularly effective.  Only by exaggeration of imitation did it grow stale and ludicrous,  meriting the jibes of Onesto da Bologna at such " sporte piene di   1 Gentle death, refuge of th' unfortunate,   Mercy, mercy with clasp'd hands I implore :  Loo^ down upon me, take me, since more sore  Hath been love's dealing : in so evil state   Are brought the spirits of my life, that late   Where I stood joyous, now I stand no more,  But find me where, alas ! I have much store  Of pain and grief with weeping : and my fate   Yet wills more woe if more of woe might be;   Wherefore canst thou, death, now avail alone  To loose the clutch of such an enemy.   How many times I say, Ah woe is me 1   Love, wherefore only wrongest thou thine own,  As he of hell from his wrings misery ?     3spiriti." The following curiously rhymed sonnet may illustrate his  manner in this kind.   L' anima mia vilment' e sbigotita   de la battaglia ch* ell' ave dal core,  che, s T ella sente pur un poco amore  piu presso a lui che non sole, la more. Sta come quella che non a valore,   ch' e per temenza da lo cor partita :  e chi vedesse com' ell* e fuggita  diria per certo : questi non a vita.   Per gli occhi venne la battaglia in pria,  che ruppe ogni valore immantenente  si, che del colpo fu strutta la mente.   Qualunqu* e quei che piu allegrezza sente,  se vedesse li spirti fuggir via,  di grande sua pietate piangeria. 1   It transpires then for Guido as for Leopardi that the only grace,  the only boon of peace, to which love leads is death ; and so is verified   1 The spirit of my life is sore bested   By battle whereof at heart she heareth cry,   So, that if but a little closer by Love than his wont she feeleth, she must die.   She is as one dejected utterly ;   The heart she hath deserted in her dread :  And who perceiveth how that she is fled,  Saith of a certainty : This man is dead.   First through the eyes swept down the battle-tide,  Which broke incontinently all defense,  And by its wrath wrecked the intelligence.   Whoever he that most of joy hath sense,  Yet if he saw the spirits scattered wide,  In his excess of pity must have sighed.  %\   the warning of those who came to meet him when he first entered the  court of love :   Quando mi vider, tutti con pietanza  dissermi : fatto se' di tal servente  che mai non dei sperare altro che morte. 1   In reality, he knows the futility of any appeal to his lady for aid.  She is indeed the innocent occasion of his suffering, but of it she is  a mere passive spectator, hardly understanding it, and certainly help-  less to relieve it ; and so Guido himself describes her in the sonnet  beginning " S' io prego questa donna." In the midst of his agony,   Allora par che ne la mente piova  una figura di donna pensosa,  che vegna per veder morir lo core. 2   Here then at last we find the explanation of his interpretation of  Dante's sonnet, when he said that love fed Dante's heart to his lady,   vegendo  che vostra donna la morte chedea.   She claimed its death not willfully indeed, as the capricious mistress  of Ulrich von Lichtenstein " claimed " his mutilation, but innocently,  unwittingly, in that her beauty was as a firebrand, her perfection, her  " meekness," a goal of unavailing consuming desire. She is helpless  to relieve him, because  and here is the core of the matter  it is  not she, not the real woman, that he loves, but that idealization of  her which exists only in his own mind    for di colore d' esser e diviso,   assiso mezzo scuro luce rade.   Compared with this glorified phantom "nel ciel (that is, into the  intelligible world) salita," the real woman also is but "ira," wrath  and imperfection. So he pines for his lady of dreams, who thus a   1 When they beheld me, unto me all cried   Pitiful : bondman art thou made of one   Such that for nought else mayst thou look but death. Into my mind then seems it that there rays a figure of a pensive lady, com-  ing to behold my heart die." ghostly " vampire " feeds upon his human heart ; but the real woman,  " the woman who does not understand," is no longer of moment to  him. She is, as it were, but the nameless model to his artist mind.  When that has drawn from her all that is of fitness for its master-  piece, it straightway leaves her for another otherwise completing the  ideal type. Giovanna passes ; Mandetta arrives.   Una giovane donna di Tolosa   bell' e gentil, d' onesta leggiadria,   tant' e diritta e simigliante cosa,   ne' suoi dolci occhi, de la donna mia,   ch' e fatta dentro al cor desiderosa   P anima in guisa, che da lui si svia  e vanne a lei ; ma tant* e paurosa,  che no le dice di qual donna sia.   Quella la mira nel su* dolce sguardo,  ne lo qual face rallegrare amore,  perche v' e dentro la sua donna dritta.   Po' torna, piena di sospir, nel core,   ferita a morte d* un tagliente dardo,  che questa donna nel partir li gitta. 1   Plainly it is not of Giovanna, nor of any actual woman, but of his  ideal woman, of whom Giovanna herself was but a reminiscence, that   1 A lady of Toulouse, young and most fair,  Gentle, and of unwanton joyousness,  So is the very image and impress,  In her sweet eyes, of one I name in prayer,   That my soul's wish is more than it can bear :   Wherefore it 'scapeth from the heart's duress  And cometh unto her ; yet for distress  What lady it obeys may not declare.   She looketh on it with her gentle mien,   Whereunto by the will of love it yearns,  Because that lady there it may perceive.   Then to the heart it, full of sighs, returns,  Unto death wounded by an arrow keen,  The which this lady loosed when taking leave. Mandetta reminds him. In her turn Mandetta will pass also. Then  will come Pinella, or another  what does it matter? What cared  Zeuxis for any one of his five Crotonian maidens, once each in her  turn had supplied that particular trait of loveliness which only she,  perhaps, had to offer, but had to offer only ?   Mentre ch* alia belta, ch* i* viddi in prima  Apresso V alma, che per gli ochi vede,  L' inmagin dentro crescie, e quella cede  Quasi vilmente e senza alcuna stima. 1   The words are Michelangelo's, but the idea is in effect Guido's. And  it is an idea which, I think, renders perfectly compatible in him con-  stancy in ideal love with inconstancy in real loves. To keep faith  with perfection is to break faith with imperfection. The love of  Guido brooked no compromise. The perfect one might be unattain-  able in this life; perfect union with her, even if found, might be  impossible in this life; there might be no other life than this so  marred by the perpetual " state of wrath " to which his impossible  desire in its impotence doomed him ; yet nevertheless Guido was  willing to be damned for the greater glory of Love.   In conclusion, I would quote a passage from the elegy to Aspasia  of Leopardi, which puts into modern phrasing exactly what I con-  ceive to be Guido's intention, obscured as that is for us by its  scholastic terminology and its mixture of chivalric and obsolete  psychological imagery. Especially I would call attention to the  precisely similar way in which Leopardi, like Guido, combines in his  mood the loftiest idealization of Woman with the most contemptuous  conception of women. So Hamlet insults, even while he adores.  Dante too had his cynical time, to judge from Beatrice's immortal  rebuke, when he   . . . volse i passi suoi per via non vera,  Imagini di ben seguendo false.   1 While to the beauty, which first drew my gaze,   My soul I open, which looketh through the eyes,  The inward image grows, the outward dies  In scorn away, unworthy all of praise. But Dante was saved from ultimate cynicism, ultimate unfaith, by the  promise of perfect union with his ideal in paradise. That promise  Guido, like Leopardi, rejected.  Here is Leopardi's confession :   Raggio divino al mio pensiero apparve,  Donna, la tua belta. Simile effetto  Fan la bellezza e i musicali accordi,  Ch' alto mistero d’ignorati Elisi  Paion sovente rivelar. Vagheggia  II piagato mortal quindi la figlia  Delia sua mente, l'amorosa idea,  Che gran parte d* Olimpo in se racchiude,  Tutta al volto, ai costumi, alia favella  Pari alia donna che il rapito amante  Vagheggiare ed amar confuso estima.  Or questa egli non gia, ma quella, ancora  Nei corporali amplessi, inchina ed ama.  Alfin Perrore e gli scambiati oggetti  Conoscendo, s' adira .  (" Sadira /"  " is wrathful " — Leopardi's very words form a gloss  to Guido's. But as little as Guido's is Leopardi's wrath directed  against the real woman, innocent occasion of his illusion and disillu-  sion. Leopardi continues :)  e spesso incolpa  La donna a torto. A quella eccelsa imago  Sorge di rado il femminile ingegno;  E ci6 che inspira ai generosi amanti  La sua stessa belta, donna non pensa,  Ne comprender potria.  (" The woman who does not understand " !)  Non cape in quelle  Anguste fronti ugual concetto. E male  Al vivo sfolgorar di quegli sguardi  Spera V uomo ingannato, e mal richiede  Sensi profondi, sconosciuti, e molto  Piu che virili, in chi dell' uomo al tutto Da nature e minor. Che se piu molli  E piu tenui le membra, essa la mente  Men capace e men forte anco riceve. 1   So the idealist skeptic of the nineteenth century aligns himself  with the idealist skeptic of the thirteenth, even to that last truly  mediaeval touch — confusio hominis est femina. And, if I have not  somewhere gone off on a tangent, I have described my circle. Guido's  philosophy of love at least fits with the hypothesis of his skepticism,  and a practical consequence of both would be that actual fickleness  of heart to which tradition again bears witness.   1 A ray celestial to my thought appeared,  Lady, thy loveliness. Similar effects  Have beauty and those harmonies of music  Which the high mystery of unfathomed heavens  Seem ofttimes to illumine. Even so  Enamoured man upon the daughter broods  Of his own fancy, the amorous idea,  Which great part of Olympus comprehends,  In feature all, in manner, and in speech  Unto the woman like, whom, rapturous man,  In his false lights he seems to see and love.  Yet her he doth not, but that other, even  In corporal embracings, crave and love.  Until, his error and the intent transferred  Perceiving, he grows wrathful ; and oft blames  With wrong the woman. To that ideal height  Rarely indeed the wit of woman rises ;  And that which is in gentle hearts inspired  By her own beauty, woman dreams not of,  Nor yet might understand. No room have those  Too straitened foreheads for such thoughts. And fondly  Upon the spirited flashing of that glance  Builds the infatuate man, and fondly seeks  Meanings profound, undreamt-of, and much more  Than masculine, in one than man in all  By kind inferior. For if more tender,  More delicate of limb, so with a mind  Less broad, less vigorous is she endowed.Guido Cavalcanti. Keywords: lo sviluppo della teoria dell’amore in Aristotele – amore e morte, amore e anima vegetativa (l’amante non mangia, l’amante non dorme) – l’animo e il corpo come entelechia, sinolo perfetto, I due sinola, sinolo, Greco sinolon, da sin, co- e holos, tutto.  – l’amore come incontro disastroso di due entellechie. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cavalcanti” – The Swimming-Pool Library. Cavalcanti.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cavallo:  la ragione conversazionale el’implicatura conversazionale di Frankenstein, homo electricus – la morte di Fedro – fulminated by one of Giove’s lightnings -- elettrico – scuola i Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I love Cavallo, and so did most of the members of the Royal Society!” Grice: “Cavallo wasn’t strictly onto mythology, but the Italians on the whole are: the Elettridi are a couple of islands off the mouth of the shore where Fetonte fell – due to … electricity, as Cavallo called it – Cavallo is what at Oxford we would call a ‘natural philosoophy’ – for which there was once a chair – it’s very odd that it’s the chair in transnatural or ‘metaphysical’ philosophy that still sub-sists, as Heidegger would put it! By using ‘elettricita’ in the feminine abstract, Strawson criticsed Cavallo – but Strawson criticised most!” -- Autore di trattati di elettricità, magnetismo ed elettricità medicale, compe anche studi relativi ai gas e all'influenza dell'aria e della luce sulla biologia. Propone numerosi apparecchi elettrostatici di misura e di ricerca. Intue la possibilità di volare utilizzando palloni aerostatici. Costrue il primo elettroscopio. Altre opere: TreccaniEnciclopedie. Figlio di un medico. Si dedica alla filosofia e al commercio a giudicare da alcuni suoi studi. Si ritaglia un posto di rilievo come ideatore di esperimenti, inventore e realizzatore di strumenti di precisione e di apparati sperimentali, anche su commessa, e autore di trattati sistematici molto valutati per chiarezza, sistematicità e completezza.  Si lo ricorda in particolare per i suoi studi di aeronautica, legati alla possibilità di usare l’idrogeno come gas portante. E il primo a effettuare esperimenti sistematici sulle capacità ascensionali dell’idrogeno, gas che era stato scoperto quindici anni prima da Cavendish. Inizia con bolle di sapone riempite d’idrogeno, e che per questo salivano in verticale. Prova poi con involucri di carta, che però si rivelano inadatti perché permeabili al gas, e infine con vesciche di animali, troppo pesanti per sollevarsi ma in grado di far misurare una riduzione del peso. Non riusce a trovare un involucro abbastanza leggero da sollevarsi una volta riempito di gas. Fisico; recatosi per commercio in Inghilterra, ivi si dedicò a ricerche di fisica e di chimica. Ha intuito la possibilità del volo per via aerostatica, mediante un pallone ripieno di gas leggero; eseguì in proposito una serie di ingegnose esperienze servendosi di bolle di sapone gonfiate con idrogeno. Deve considerarsi il vero inventore dell'elettroscopio.  Fisico e filosofo naturale italiano. I suoi interessi includeno l’elettricità, lo sviluppo di strumenti scientifici, la natura delle "arie" e il volo in mongolfiera. Membro della Royal Academy of Sciences di Napoli. Presenta tredici volte di seguito la Lezione Bakeriana della Royal Society di Londra. Nacque a Napoli, Italia, dove suo padre era un medico. Apporta diversi ingegnosi miglioramenti agli strumenti scientifici. È spesso citato come l'inventore del “moltiplicatore di Cavallo”. Sviluppa anche un "elettrometro tascabile" che usa per amplificare piccole cariche elettriche per renderle osservabili e misurabili con un elettroscopio. Parti dello strumento e protetto dalle correnti d'aria da un involucro di vetro. Lavorato alla refrigerazione. In seguito al lavoro di Cullen e Black, fu il primo a condurre esperimenti sistematici sulla refrigerazione utilizzando l'evaporazione di liquidi volatile. Si interessa alle proprietà fisiche delle "arie" o dei gas e condusse esperimenti sull’aria infiammabile (idrogeno gassoso). Nel suo “Trattato sulla natura e le proprietà dell'aria” fece "un esame giudizioso del lavoro contemporaneo", discutendo sia la teoria del “flogisto” (citado da Grice in “Actions and events”) di Priestley che le opinioni contrastanti di Lavoisier. Alla Royal Society venne letto un articolo che descrive il primo tentativo di sollevare in aria un palloncino pieno di idrogeno. La sua “Storia e pratica dell'aerostazione” e considerata "una delle prime e migliori opere sull'aerostazione pubblicate nel diciottesimo secolo". In esso, discute sia i recenti esperimenti in mongolfiera, sia i suoi principi fondamentali. Si rivolge a un pubblico più generale in questo lavoro, evitando il gergo tecnico e le prove matematiche, ed era un efficace comunicatore scientifico sia per i suoi colleghi che per il pubblico in generale. Influenza i pionieri dell'aerostato Charles, i fratelli Blanchard. Storia e pratica dell'aerostazione, C. La piastra I, che illustra l'apparato chimico e i palloncini utilizzati per la generazione di idrogeno La piastra II, che illustra l'apparato chimico e i palloncini utilizzati per la generazione di idrogeno C. pubblicò anche sul temperamento musicale nel suo trattato “Del temperamento di quegli strumenti musicali, in cui sono fissati i toni, le chiavi o i tasti, come nel clavicembalo, nell'organo, nella chitarra, ecc. Il memoriale di Coutts, Old St. Pancras. Il nome di C. è verso il basso, ma mancano le lettere B e C. Secondo quanto riferito, fu sepolto nel cimitero di Old St. Pancras in una volta vicino a quella di Paoli. La tomba è perduta ma è elencato nel memoriale di Burdett Coutts alle molte persone importanti sepolte in essa. Altre opere: Pubblica numerosi lavori su diversi rami della fisic, tra cui: “Trattato completo di elettricità in teoria e pratica” (Firenze: Cambiagi); “Teoria e pratica dell'elettricità medica”; “Trattato sulla natura e le proprietà dell'aria e di altri fluidi permanentemente elastici”; “Trattato completo sull'elettricità in teoria e pratica”; “Storia e pratica dell'aerostazione”; “Trattato sul magnetismo”; “Proprietà mediche dell'aria fittizia”; “Elementi di filosofia naturale e sperimentale”. Per la Cyclopædia di Rees ha contribuito con articoli su Elettricità, Macchinari e Meccanica, ma gli argomenti non sono noti. Un resoconto di alcuni nuovi esperimenti elettrici di C. comunicato da Henley, FRS, Transazioni filosofiche della Royal Society di Londra. TRATTATO COMPLETO D'ELETTRICITÀ TEORICA E PRATICA CON SPERIMENTI ORIGINALI.  FIRENZE, CAMBIAGI STAMP. GRANDUCALE CON LICENZA DE SUPÈRIORI. 1 ' A SUA ALTEZZA I OR D NASSAU CLAVERING PRINCIPE E CONTE DICO W P E R PRINCIPE DEL S. ROM. IMP. E PARI DELLA GRAN BRETTAGNA ec. A voi solo Altezza e non ad altri dovea dedicarſi queſta verſione dall'origi nale ingleſe che ha l'onore di IV di renderſi pubblica colle preſenti ſtampe e di compa rire ſotto il Voſtro autore vole patrocinio. Ella è d'uno della vostra nazione, è ſtata intrapreſa per Voſtro comando, fatta ſotto i Voſtriocchi, e quafi tutti gli addotti ſperimenti reiterati nel Voſtro copioſo ed elegante Gabinetto, che avete voluto rendere quaſi pubblico a comune vantag gio di chi brama profittare delle ſcoperte fiſiche ſperi mentali. Proſeguite come fate in que queſta Voſtra generoſa in trapreſa; mentre ſotto i Vo ftri fortunatiſſimiauſpicjcol più profondo riſpetto mi glorio di poter paſſare a di chiararmi DI VOSTRA ALTEZZA Di Caſa Umiliſſimo Servo. Mi ſarei facilmente diſpenſato dal fare veruno avviſo a queſt' opera ſe non mi foffi creduto in dovere di rendere in teſo l'Autore della medeſima, della ſtampa che meditavo fare della preſente verſione, anco per ſentire da ello ſe avea niente da aggiugnere o mutare al ſuo lavoro. Avendogli dunque ſcritto il Sig. Ma gellan alle richieſte d'un mio amico ſu queſto propoſito, gradì molto queſta parte, e traſmeſſe alcune addizioni e cambiamenti che deſiderava che foſſerofatti, come èſtato eſeguito, accompagnati con una corteſe let tera del tenore ſeguente. Signore. Incluſa in queſta Ella riceverà una nota di alcune poche addizioni e cam bia 1 a 4 VIII A V VISO biamenti che bramerei foſſero inſeriti nella traduzione del mio Trattato ſull'E. lettricità. La prego fare intendere al Traduttore e al di Lei corriſpondente che ſono loro molto obbligato per aver mi dato parte di queſta intrapreſa, e che ſon pronto a ſervirgli in quel poco che poſſo. Suo C., Sig. Magellan Nevils Court Ferter Lane. 1 NEL TRATTATO DI C. SULL' ELETTRICITA'. In vece di è quaſi tutte le dure pietre prezioſe ſi legga ad alcune altre dure pietre prezioſe. Pag. 40. Il paragrafo che comincia fiz nalmente concluderemo e finiſce da un corpo ad un' altro ſi dee totalinente omertere. Pag. DEL TRADUTTORE } . Il paragrafo che comincia Le caufe e gli effetti ſono così intimamente, e termina nella pag. 100. colle parole cer tezza epreciſione fi dee omettere affatto. . Alla nota in cui ſi deſcrive l’Amalgama ſi poſſono aggiungere i fe guenti verſi: Higgins ha ultima mente inventato un Amalgama che è molto preferibile a quello di ſtagno, perchè una piccoliffima quantità di effo non solo fa agire il vetro più potentemente, ma dura anco più lungo tempo ſullo ſtrofinatore che quello di fagno. Queſt' amalgama è fatto d'un feſto di zinco e cinque ſefti di mer. curio meſcolati inſieme. v. 12. Si dice non ſarà at tratta del ec. ma più toſto recederà dal punto ſpecialmente ſe l' ago ſi preſenti velociſſimamente verſo ilmedeſimo: Ora leparole di queſto paſſocheſono interpun tate deono ometterſi, cioè dee dir così, non ſarà attratta dal medefino. a 5 Pag. X À VVISO 1 Pag. 335.v.8. Tra le parole poichè e l'e lettricità ſi dee aggiugnere in parità di circoſtanze. Pag. 393. v. ult. cioè della nota In ve ce di Vol. XLVIII. e LXVII. ſi legga Vol. LIV. e LXVII. Del reſto polo aſſicurare il mio Lettore che la maggior parte degli ſperimenti in queſto Trattato riferiti ſono ſtati ripetuti Sotto i miei occhi nel ricco e ſcelto Gabi netto di S. A. il Sig. PRINCIPE COWPER che ne ha dato tutto il comodo, ed ha colla sua autorità promoſſo queſto lavoro. In tanto vivi felice, e godi di queſta fatica. 1. HL diſegno di queſto Trattato è di pre ſentare al pubblico un proſpetto che comprenda lo ſtato preſente dell'elettri cità ridotto in quei limiti più riſtretti che la natura della ſcienza può tollerare. Eſſo è diviſo in quattro parti, in ciaſcuna delle quali ſono contenute certe particolarità che avevano anche minor conneſſione col rimanente, e la cui diſtinta veduta ſi è creduto, che poteſſe eſſere un mezzo da impedire la confuſione dell' idee nella mente di quei lettori che non fi erano prima refa molto familiare queſta materia. La prima parte tratta ſolamente delle leggi dell'elettricità; cioè di quelle leggi naturali relative all' elettricità che per mezzo d' innumerabili ſperimenti ſi ſono trovate coſtantemente vere, e che non dipendono da veruna ipoteſi. In queſta parte l'autore non è diſceſo a veruna par ticolarità, la quale non foſſe chiaramente ſicura, o la quale foſſe di poca conſeguen za; ma nel tempo medeſimo ha procu rato di non omettere coſa alcuna impor tante, o che ſembraſſe promettere ulte riori: ſcoperte La ſeconda parte è meramente ipote tica, non per rapporto ai fatti, ma in ri guardo all opinioni. La grande improba bilità della maggior parte di queſte ipo teſi ha deterininato l'autore a renderla più breve che foſſe poſſibile. La parte terza contiene la pratica dell' elettricità. Qui l'autore ha procurato d'in ferire una deſcrizione di tutti i nuovi mi glioramenti fatti nell'apparato, i quali nel tempo medeſimo ſervono a minorare la fpefa, e a facilitare l'eſecuzione degli eſperimenti. In riguardo agli eſperimenti medeſimi, egli ha principalmente inſiſtito ſu quei pochi primari che gli ſon parſi i più neceſſari a illuſtrare e confermare le leggi dell'elettricità, omettendo un gran numero d'altri che ha trovato non eflere altro che i primi in qualche coſa va rjati. Egli niente di meno ha dato un rag guaglio di alcuni altri che quantunque non affolutamente neceſſari, gli parvero però meritare che ſene defle notizia. La quarta ed ultima parte contiene un breve ragguaglio dei principali ſperi menti eſeguiti dall'autore medeſimo in conſeguenza di quanto gli è accaduto nel corſo dei ſuoi ſtudj in queſta parte di fi loſofia. Quì egli ha laſciato di far men zione non ſolo di quei tentativi che non hanno prodotto verun conſiderabile effet to, maancora d'innumerabili congetture che ha formato intorno a' medeſimi, e intorno ad altri non ancora ridotti alla ſicurezza dell'attuale oſſervazione. L'autore prende queſt' opportunità di dimoſtrare la ſua riconoſcenza a varj ſuoi ingegnoſi amici per diverſe eſperienze comunicategli, e particolarmente al Sig. Guglielmo Henly il quale ha fatto quel che per lui ſi poteva per informarlo di ciaſcuna particolarità che ha creduto po teſſe arricchire e abbellire l'opera. Non è ſembrato neceffario il nominare quei ſoggetti, le di cui eſperienze e of fervazioni recate in queſt' opera erano avanti ben cognite al mondo; per lo che l'autore ſi è riſtretto a far menzione di quelle perſone le cui eſperienze erano nuo ve, o non comunemente note agli ſcrit tori di queſta materia. Per rendere il trattato più intelligibile ed utile ſono ſtate aggiunte tre tavole in rame, e un copioſo indice delle materie che meritano maggiore attenzione. Neroduzione pag. Leggi fondamentali dell'elettricità. Contenente la spiegazione d ' alcuni termi ni che fono principalmente uſati nelle lettricità. Degli elettrici, e dei conduttori. Delle due elettricità. Dei differenti metodi di eccitare gli elet trici. Dell elettricità comunicata Dell' elettricità comunicata agli elettri ci. Degli elettrici caricati, ovvero della Boccia di Leida '. Dell elettricità atmosferica go. Vantaggi derivati dall elettricità.. Che contiene un proſpetto compendioſo del le proprietà principali dell elettrici tà. Teoria dell'elettricità, Ipoteſi dell' elettricità poſitiva, e negatiVa 126. Della natura del fluido elettrico Della natura degli elettrici, e dei con duttori... Del luogo occupato dal fluido elettrico. Elettricità pratica. Dell'apparato elettrico in generale. Deſcrizione d' alcune particolari macchine elettriche ze... Deſcrizioneparticolare di alcune altreparti neceſſarie dell'apparato elettrico. Regole pratiche riguardanti l'uſo dell' ap parato elettrico, ed il fare l'eſperien Sperimenti relativi all'attrazione, e re pulſione elettrica Sperimenti ſulla luce elettrica... Sperimenti colla bottiglia di Leida. Sperimenti con altri elettrici caricati. Sperimenti ſull' influenza delle punte, e ſull' utilità dei conduttori metallici ap puntati per difendere gli edifizj dagli effetti del fulmine Elettricità medica..Sperimenti fatti con la batteria elettri Sperimenti promiſcui Ulteriori proprietà della boccia di Leida ovvero degli elettrici caricati.  Nuovi ſperimenti dell' elettricità.. . Coſtruzione dell' aquilone elettrico, e di altri ſtrumenti uſati con ello Sperimenti fatti con l' aquilone elettri . co Sperimenti fatti coll.elettrometro atmosfe rico, e coll' elettrometro per la prog gia. Sperimenti fatti coll' elettroforo comune mente chiamato macchina per eſibire l'elettricità perpetua · Sperimenti ſu i colori. Sperimenti promiſcui L E arti e le ſcienze a guiſa dei re gni e delle nazioni, anno cia ſcuna alcuni fortunati periodi di gloria e di fplendore, in cui eſſe mag giormente attirano l'umana attenzione, e fpandendo una luce più viva che in qualunque altro tempo divengono l'oga getto favorito e la moda del ſecolo; ma queſti periodi terminan preſto, e pochi anni di luſtro e di fama reſtano ſpetto oſcurati da interi ſecoli d'oblivione. Da queſto faro infelice per altro alcune ſcien ze ſono riſervate ed elenti, le quali in grazia della vaſta e neceſſaria eilenſione del loro uſo e delle fruttuole produzioni che da loro ſi ricavano, ſono ſempre flo ride; e ſebbene una volta ſiano ſtate incognite, pure quando la fama ne ha fatto riionare il lor naſcimento o pubblicato i loro progreſli, giammai dopo declina no, e benchè divenute languenti per l'età in verun tempo periſcono. Di queſto ge nere è l’Elettricità la più dilettevole e la più ſorprendente tra tutte le parti della Filoſofia naturale, che mai ſia ſtata coltivata dall'uomo. Queſta ſcienza dopo aver fatto conocere l'eſtenſione e la ge neralità della ſua forza, dopo che ſi è conoſciuto eſſer uno dei più grandi agenti della natura, è ſtata ſempre in voga, è ſtata col maſſimo profitto coltivata, e ſenza interruzione alcuna ha fatto tali progreſſi, che ora è ridotta a uno ſtato in cui in vece di divenire ſterile, ſembra ulteriormente impegnare la generale at tenzione e ripromettere ai ſuoi ſeguaci le più degne e le più vaſte ricompenſe. Gli Ottici è vero, moſtrano molte in cantatrici ed utili proprietà, ma ſempre relative alla ſola viſione: il Magnetiſmo rappreſenta la forza d'attrazione, re pultione, e direzione verſo le parti po lari di quella ſoſtanza che ſi chiama ca lamita; la Chimica tratta delle varie compoſizioni e riſoluzionidei corpi: ma l ' Elettricità contenendo per così dire tutte queſte coſe dentro di ſe ſola eſibiſce gli effetti di molte ſcienze, combina in ſieme le diverſe energie e ferendo i ſenſi in una particolare e forprendente manie ra, dà piacere ed è di grand'uſo all'igno rante ugualmente che al FILOSOFO, all' opulento ugualmente che al povero. Nell' Elettricità ci divertiamo contem plando la ſua penetrante luce rappreſen tata in innumerabili diverſe forme, am. miriamo la ſua attrazione e repulſione che agiſce ſopra ciaſcun genere di corpi, reſtiamo ſorpreſi dall'urto, atterriti dall' eſploſione e forza della ſua batteria; ma quando la conſideriamo ed eſaminiamo A 2, Come cauſa del tuono, del fulmine, dell' aurora boreale, e di altri fenomeni na turali, i cui terribili effetti poliamo in parte imitare, ſpiegare, ed anche allon tanare, allora sì che reſtiamo attoniti per la maraviglia, la quale non ci per mette di contemplare altro che l'ineſpri mibile e permanente idea dell'aminira zione e della ſorpreſa. Il più remoto rag guaglio a noi cognito, che abbiamo di qualche effetto elettrico eſiſte nell ' opere del famoſo antico naturaliſta Teofraſto che fiori circa trecento anni avanti Cri ſto. Ei ci dice che l'ambra il cui nome greco è nextpor, e da cui il nome d'E lettricità è derivato, come pure il Lincurio poſſiede la qualità di attrarre i corpi leggieri. Questo solamente è tutto cio [E ftato in qualche maniera provato cbe il Lin curio di Teofraſto è la medeſima ſoſtanza che va ſotto il nome di Turmalina, di cui avremo occae fione di parlare nel corſo di queſto trattato. ciò che ſi conoſceva ſu tal ſoggetto per circa 19. ſecoli dopo Teofraſto, nel qual lungo periodo non troviamo nell'iſtoria fatta menzione di alcuna perſona che abbia fatto veruna ſcoperta, e ne pure ſperimento alcuno in queſta parte di Filoſofia, eſſendo rimaſta queſta ſcienza affatto nell'oſcurità fino al tempo di Guglielmo Gilbert medico Ingleſe, che viveva ful principio del decimo fertimo ſecolo; ed il quale a cagione delle ſue ſcoperte in queſto nuovo e inculto cam po può giuſtamente chiamarſi il padre della preſente Elettricità. Offerva egli che la proprietà d'attrarre i corpi leg gieri dopo la confricazione non è una proprietà particolare dell'ambra o del Lincurio, ma che molti altri corpi la poſſeggono egualmente. Rammenta un gran numero di queſti e nel medeſimo tempo varie particolarità, che conſide rando lo ſtato della ſcienza in quel ſe colo poſſono ſembrare veramente grandi ed intereſſanti. Dopo Gilbert la ſcienza avanzando benchè con piccoli progrefli, paſsò per così dire dall'infanzia alla puerilità, a vendo intrapreſo alcuni eccellenti filo ſofi ad eſaminare la natura in queſte ope razioni. Tale fu  Bacone, Boyle, Guericke, Newton, e più di tutti Hawkesbee ſoggetto a cui ſiamo molto obbligati per alcune importanti ſcoperte e per il reale avanzamento dell'Elettricità. Hawkesbee fu il primo che oſſervò la gran forza elettrica del vetro, ſoſtanza che fin da quel tempo fu generalmente uſata da tutti gli elettriciſti in preferenza di qualunque altro elettrico. Egli fu il primo che notaſie le varie apparenze della luce elettrica e il fragore accom pagnato con eſſa, inſieme con una varietà di fenomeni relativi all'attrazione e ri pulſione elettrica. Dopo il Sig. Hawkesbee la ſcienza dell' elettricità per quanto fin lì foſſe avanzata, rimaſe quaſi per venti anni in uno ſtato di quiete, eſſendo l'attenzione dei Filoſofi in quel tempo occupata in altri filoſofici ſoggetti, i quali in riguardo alle nuove ſcoperte dell'incomparabile Iſacco Newton erano allora grandemen. te in reputazione. Il Sig. Grey fu il primo dopo queſto periodo d' oblivione a portar la ſcienza di nuovo alla luce del mondo. Egli mediante le gran ſcoperte che fece la inſinuò di nuovo alla cogni zion dei Filoſofi e da lui ſi può dire che prenda la ſua data la vera e florida epoca dell' Elettricità. Il numero degli elettriciſti che ſi è giornalmente moltiplicato dal tempo del Sig. Grey, le ſcoperte fatte, e gli uſi che ne ſon derivati fino al tempo preſente, fono materia realmente degna d'atten zione e meritano l'ammirazione di qua lunqne amatore delle ſcienze ed amico dell'uman genere. Chiunque vuole informarſi dei parti colari progrelli fatti in queſta ſcienza, legga l'elaborata iſtoria dell'Elettricità compilata dall'eccellente D: Priestley, opera che lo può informare di tutto ciò che è ſtato fatto in rapporto a queſto ſoggetto fino alla ſua pubblicazione. Io per me mi diſpenſerò dal farre un lungo dettaglio iſtorico; queſto trattato eſſendo diretto a dare un ragguaglio dello ſtato preſente dell'Elettricità, e non a for marne un'iſtoria. Soltanto oſſerverò in generale, che quantunque la ſcienza ab bia, mediante l'indefella attenzione di molti ingegnoſi foggetti, e mediante le ſcoperte che furono giornalmente pro dotte, eccitata la curioſità dei Filoſofi e impegnata la loro attenzione; con tut to queſto ſiccome le cauſe di ciaſcuna cola piccola o grande, cognita o incognita, di rado ſono oſſervate con at tenzione, ſe i loro effetti non ſono sfol goranti e ſingolari; così l'Elettricità è ſtata fino all'anno 1746. ſtudiata da nel fun altro che da Filoſofi. La ſua attra zione può eſſere rappreſentata in parte dalla calamita, la ſua luce dal fosforo, e in una parola neſſuna coſa ha contria buito a rendere l'Elettricità il ſoggetto della pubblica attenzione, e ad eccitare una generale curioſità, fin che non fu. accidentalmente fatta la primaria ſco gran cumulo della ſua forza, in ciò che ſi chiama boccia di Leida in ventata da Muſchenbroeck. Allora lo ſtudio dell' Elettricità divenne generale, ſorpreſe ciaſcuno oſſervatore, e invitò alla caſa degli elettriciſti un più gran numero di ſpettatori di quello che avanti ſi foſſe mai unito inſieme per oſſervare qualunque altro filosofico ſpe rimento. Dal perta del Dal tempo di queſta ſcoperta il pro digioſo numero d'elettriciſti, di ſperi menti, e di fatti nuovi che ſono ſtati giornalmente prodotti da ciaſcun angolo dell'Europa e da altre parti del mondo, è quafi incredibile. Le ſcoperte ſi cumu larono ſopra altre ſcoperte, i megliora menti ſopra altri meglioramenti, e la ſcienza da quel tempo fece un così ra pido corſo, ed ora ſi eſtende con sì mi rabile velocità, che ſembra che il fog getto dovrebbe eſſere tutto eſaurito, e gli elettriciſti pervenuti al fine delle loro ricerche: per altro non è così. Il non plus ultra è con tutta probabilità ancora molto lontano, e il giovane elettriciſta ha avanti a ſe un vaſto campo che mé rita altamente la ſua attenzione e che gli promette ulteriori ſcoperte forſe o d' uguale o di maggiore importanza di quelle che ſono ſtate già fatte.Of Natural Philosophy;—~its Name;•—its Objeft —its Axioms; —and the Rules of Philofophizing. The word FILOSOFIA, though used by ancient authors in senses somewhat different, does, however, in its most usual acceptation, mean the love of general knowledge. It is divided into moral and natural. Moral philosophy treats of the manners, the duties, and the condud of man, considered as a rational and social beings but the business of natural philosophy, is to colled the history of the phenomena which take place amongst natural things, viz. among the bodies of the universes to investigate their causes and effects; and thence to deduce such natural laws, as may afterwards be applied to a variety of useful purposes. The word philosophy is of Greek origin. PITAGORA, a learned Greek, seems to have been the firfl who called himfelf philosopher j viz. a lover of knowledge, or of wifvol. r. b dom. 2 Of Philosophy in general. Natural things means all bodies; and the assemblage or fyftem of them all is called the universe. The word “phenomenon” signifies an appearance, or, in a more enlarged acceptation, whatever is perceived by our senses. Thus the fall of a stone, the evaporation of water, the folution of salt in water, a tlafh of lightning, and fo on; are all phenomena. As all phenomena depend on properties peculiar to different bodies; for it is a property of a ftone to fall towards the earth, of the water to be cvaporable, of the fait to be foluble in water, &c. therefore v/e fay that the bufinefs of natural philofophy is to examine the properties of the various bodies of the univerfe, to inveftigate their caufes, and thence to infer ufeful deductions. Agreeably dom, from the words piaoj, a lover or friend, and croplxi, of knowledge or wifdom. Moral philofophy is derived from the latin mos, or its plural mores, fignifying manners or behiyiour. It has been likewife called ethics, from the Greek r,ccs, mos, manner, behaviour. Natural philofophy has alfj been called p hylics, phyfology, and experimental phi Ifophy: The ftrft of thofe names is derived from nature, or gv-T.hr., natural; the fecond is derived from pvair, nature, and >. a dijeourfe; the laft deno nination, which was introduced not many years ego, is obvioufly derived from the juft method of experiment. ' inveftigation, which has been univerfally adopted ftnee the r P.vul of learnin-"- 'n Europe. “Phenomenon,” whose plural is “phenomena”, owes its origin to the Greek word pf.-.ai, to appear. and the Rules of Philofophizing. 3 Agreeably to this, the reader will find in the courfe of this work, an account of the principal properties of natural bodies, arranged under diftincft heads, with an explanation of their efFefts, and of the caufes on which they depend, as far as has been afeertained by means of reafoning and experience; he will be informed of the principal hypothefes that have been offered for the explanation of faffs, whofe caufes have not yet been demonflratively proved; he will find a flatement of the laws of nature, or of fuch rules as have been deduced from the concurrence of fimilar facts; and, laftly, he will be inftrudted in the management of philofophical inflruments, and in the mode of performing the experiments that may be thought neceffary either for the llluftration of what has been already afeertained, or for the farther inveftigation of the properties of natural bodies. We need not fay much with refpect to the end 01 defign of natural philofophy.—Its application and its ufes, or the advantages which mankind may deuve therefrom, will be eafily fuggefted by a very fuperficial examination of whatever takes place about us. The properties of the air we breathe; the action and power of our limbs; the light, the found, and other perceptions of our fenfes; the adcions of the engines that are ufed in hufoandry, navigation, &c.; the viciffitudes of the feafons, the movements of the celeflial bodies, and io forth; do all fall under the con fideration of b 2 the 4 Of Philosophy in general; the philofophcr. Our welfare, our very exiftenee-. depends upon them. A very flight acquaintance with the political ftate of the world, will be fufficient to fhew, that the cultivation of the various branches of natural philofophy has actually placed the Europeans and their colonies above the reft of mankind. Their. difcoveries and improvements in aftronomy, optics, navigation, chemiftry, magnetifm, mineralogy, and in the numerous arts which depend on thofe and other branches of philofophy, have fupplied them with innumerable articles of ufe and luxury, have multiplied their riches, and have extended their powers to a degree even beyond the expectations of our predeceffors. The various properties of matter may be divided into two claffes, viz. the general properties, which belong to all bodies, and the peculiar properties, or thofe which belong to certain bodies only, exclufively of others. In the firft part of this work we fhall examine the general properties of matter. Thofe which belong to certain bodies only, will be treated of in the l'econd. In the third part we fhall examine the properties of fuch fubftances as may be called hypothetical; their exiftenee having not yet been iatisfadtorily proved. In the fourth we fhall extend our views beyond the limits of our Earth, and fhall examine the number, the movements, and other properties of the celeltial bodies. The and the Rules of Philofophizing. 5 The fifth, or laft part, will contain feveral detached articles, fuch as the defeription of feveral additional experiments, machines, &c. which cannot conveniently be inferted in the preceding divilions. The axioms of philofophy, or the axioms which have been deduced from common and conftant experience, are fo evident and fo generally known> that it will be fufficient to mention a few of them only. I. Nothing has no property; hence, JI. No fubftance, or nothing, can be produced from nothing. III. Matter cannot be annihilated, or reduced to nothing. Some perfons may perhaps not readily admit, the propriety of this axiom; feeing that a great many things appear to be utterly deftroyed by the action of fire; alfo that water may be caufed to difappear by means of evaporation, and fo forth. But it mud be obferved, that in thofe cafes the lubftances are not annihilated; but they are only difperfed, or removed from one place to another, or they are divided into particles fo minute as to elude our fenfes. Thus when a piece of wood is placed upon the fire, the greateft part of it difappears, and a few afhes only remain, the weight and bulk of which does not amount to the hundredth part ot that of the original piece of wood. Now in this cafe the piece of wood is divided into b 3 its 6 O/Philosophy in general; its component fubdances, which the atdion of the fire drives different ways: the fluid part, for inftance, becomes fleam, the light coaly part either adheres to the chimney or is difperfed through the air, &c. And if, after the combuftion, the fcattered materials were collecded together, (which may in great meafure be done), the fum of their weights would equal the weight of the original piece of wood. Every effect has, or is produced by, a caufe, and is proportionate to it. It may in general be obferved with refpedt to. thofe axioms, that we only mean to affert what has been conflantly (hewn, and confirmed by experience, and is not cont rad idled either by reafon, or by any experiment. But we do not mean to affert that they are as evident as the axioms of geometry; nor do we in the lead prefume to preferibe limits to the agency of the Almighty Creator of every thing, wvhofe power and whofe ends are too far re- moved from the reach of our underBandings. Having dated the principal axioms of philolophy, it is in the next place neceffary to mention the rules of philofophizing, which have been formed after mature confideration, for the purpofe of preventing errors as much as poffible, and in order to lead the dudent of nature along the fhorted and fifed way, to the attainment of true and ufeful knowledge.—Thofe rules are not more than four; viz. I. We and the Rules of Philofophizing. We are to admit no more caufes of natural things, than fuch as are both true and fufHcient to e:g in the appearances. II. Therefore to the fame natural effects we muft, as far as poffible, affign the fame caufes. Such qualities of bodies as are not capable of increafe or decreafe, and which are found to belong to all bodies within the reach of our experiments, are to be efteemed the univerfal qualities ol all bodies whatfoever. IV. In experimental philofophy we are to look upon propofitions colledted by general induction from phenomena, as accurately or very nearly true, notwithftanding any contrary hypothefes that may be imagined, till fuch time as other phenomena occur, by which they either may be corrected, or may be fhewn to be liable to exceptions With refpeft to the degree of evidence which ought to be expected in natural philofophy, it is neceifary to remark, that phyficai matters cannot in general be capable of luch abfolute certainty as the branches of mathematics.—The propofitions of the latter fcience are clearly deduced from a fet of axioms fo very fimple and evident, as to convey perfect convi&ion to the mind; nor can any of them be denied without a manifeft: abfurdity. But in natural philofophy we can only fay, that becaufe lome particular effects have been conflantly produced under certain circumftances; therefore they will moft likely continue to bV produced as long E 4 as 8 Of Philosoph Y in general $ as the lame circumftances exifl; and likewife that they do, in all probability, depend upon thofe circumftances. And this is what vve mean by laias of nature \ as will be more particularly defined in the next chapter. We may, indeed, affume various phyfical princi[>ies, and by reafoning upon them, we may ftndtly demontliate the deduction of certain confequences. But as the demonftration goes no farther than to prove that luch confequences muft neceflarily follow the principles which have been afl'urned, the conlequences themfelves can have no greater degree of certainty than the principles are pofieftedof; fo that they are true, or falfe, or probable, according as the principles upon which they depend are true, or faife, or probable. It has been found, for inftance, that a magnet, when left at liberty, does always direct itfelf to certain parrs of the world; upon which property the mariner’s compafs has been conftructed; and it has been likewife obferved, that this directive property of a natural or artificial magnet, is not obftructed by the interpofition or proximity of gold, or filver, or glaft, or, in fhort, of any other fubftance, as far as has been tried, excepting iron and ferrugineous bodies. Now afluming this obfervation as a principle, it naturally follows, that, iron excepted, the box of the mariner’s compafs may be made of any fubftance that may be moft agreeable to the. workman, or that may beft anivver other purpofes. Yet it muft be confefted. and the Rules of Philofophizing. 9 confe fifed, that this proportion is by no means fo certain as a geometrical one; and (luctly lpeaking it may only be laid to be highly probable; for though all the bodies that have been tried with this view, iron excepted, have been found not to afifefl the directive property of the magnet or magnetic needle, yet we are not certain that a body, or fome combination of bodies, may not. hereafter be difcovered, which may obftrudt that property. Nqtwithftanding this obfervation, I am far from meaning to encourage fcepticilm; my only objedt being to fhew that juft and proper degree of conviction which ought to be annexed tophyfical knowledge; fo that the ftudent of this fcience may become neither a blind believer, nor a uielels fceDtic*. Befides a ftriCt adherence to the abovementioned rules, whoever withes to make any proficiency in the ftudy of nature, (liould make himfelf acquainted with the various branches of mathematics, at leaft with the elements of geometry, arithmetic, trigonometry, and the principal properties of the conic * Scepticifm or fkepticifm is the do&rine of the fceptics, an ancient let of philofopbers, whofe peculiar tenet was, that all things are uncertain and incomprehenlible; and that the mind is never to afient to any thing, but to remain in an absolute date of hefitation and. indifference. The word fceptic is derived from the Greek anc7flM®~y which fignifies confederate, and inquiftive. A General Idea of Matter, conic fedions; for fincc almoft every phyfical effed depends upon motion, magnitude, and figure, it is impofiible to calculate velocities, powers, weights, times, &c, without a competent degree of mathematical knowledge; which fcience may in truth be called the language of nature.  Mary Shelley Who put the spark in Frankenstein’s monster? On the 200th anniversary of Mary Shelley’s gothic horror, a new edition discusses its roots in experiments with electricity on the dead  Jamie Doward  It is one of the most famous novels of all time, often cited as the first work of science fiction, with a genesis almost as well known as its terrifying central character.  Mary Shelley’s Frankenstein: or the Modern Prometheus was published.  It was the result of a challenge laid down by Lord Byron, when Shelley and her lover – later her husband – Byron’s fellow poet Shelley were holidaying at Lake Geneva in Switzerland.  The party had hoped for good weather, but the eruption of a volcano in the East Indies, the greatest event of its kind in recorded history, had ushered in three years of bone-chilling cold that killed crops and cast a shadow across Europe. As they huddled for warmth around a fire one night, Byron suggested each of them should write a horror story.  For days Shelley suffered writer’s block until she came up with the idea of a scientist who reanimated a creature stitched together from body parts, only to be horrified by his success. Some believe Shelley was inspired by a trip to Germany, where she is thought to have learned the legend of Frankenstein Castle and one of its 17th-century inhabitants, an alchemist called Dippel, who was rumoured to have exhumed bodies for experimentation.  But it now appears Shelley’s true source of inspiration for Victor Frankenstein’s monster was considerably closer to home. In a foreword to a new edition of the classic, to be published by Oxford University Press next month, Nick Groom, of Exeter, sometimes referred to as the “Prof of Goth”, suggests it was her husband’s fascination with galvanism – chemically generated electricity – that sparked her imagination.  Shelley. Shelley. Photograph: Getty Images Percy Shelley, one of Britain’s most cherished Romantic poets and author of the celebrated sonnet Ozymandias, was fascinated by science, in particular the creation of electricity. “He was very excited by galvanic apparatus,” Groom explained. “His sister, Helen, would recall that he would, as she put it, ‘practise electricity upon us’. He used to make all the family sit around the dining room table holding hands, and he’d turn up with some brown paper, a bottle and a wire and they’d all get electrocuted.”  On one occasion Percy even threatened to electrocute the son of his scout at Oxford.  Mary and Percy enjoyed a symbiotic working relationship. She corrected his proofs and he helped edit Frankenstein. But Groom is clear that the book was, contrary to what some have argued, Mary’s creation. “The work is by her and should be attributed to her.”  Sent down from Oxford for co-authoring a pamphlet on atheism, Percy attended anatomy classes for a term at St Bartholomew’s hospital in London.. “One of the things she would have got from talking to her husband about laboratories was that they were really filthy places,” Groom said. “The cadavers would be in a state of advanced putrefaction when they arrived. These were not antiseptic places full of chaps in white coats. They were unpleasant. The word filthy turns up a lot in Frankenstein. There was something really disreputable about medical science, which Mary Shelley is fascinated in.”  She would have been aware of notorious public experiments involving galvanism. “There was a particularly chilling one in London when galvanism was used on the body of an executed criminal,” Groom said. “The very first thing that happened was that the corpse opened its eyes. A very Frankenstein moment.”  At the time Mary was writing, the rights of animals had become a concern for many of the intelligentsia. “The being that Victor creates knows he’s not human but still believes that he should have rights,” Groom said. “Part of the conundrum of the novel is, do you afford comparable rights to non-human sentient creatures?”  Two centuries on, the novel continues to shape contemporary thinking, Groom suggested, posing questions about matters such as artificial intelligence and genetic modification.  But Mary’s astonishing foresight has yet to be fully recognised.  “Her reputation has been overtaken by the films, which have oversimplified these questions in ways that don’t really reflect the sophistication of her novel,” Groom said. “Boris Karloff’s monster has none of the subtlety that the being has in the novel. He’s not a zombie, he’s intelligent and sentient.  “People need to see this as a novel for today. It’s very much entangled with the pressing questions of humanity, which still concern us.”Cavallo. Tiberius Cavallo. Tiberio Cavallo. Keywords: elettrico, filosofia naturale, filosofia trans-naturale, la rana ambigua. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cavallo” – The Swimming-Pool Library. Cavallo.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cavour: implicatura conversazionale e ragione conversazionale – scuola di Torino – filosofia torinese -- filosofia piemontese – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Camillo Benso, conte di C.  Voce Discussione Leggi Visualizza sorgente Cronologia  Strumenti Aspetto nascondi Testo  Piccolo  Standard  Grande Larghezza  Standard  Largo Questa pagina è semiprotetta. Può essere modificata solo da utenti registrati  Disambiguazione – "C." rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi C. (disambigua).  Disambiguazione – "Conte di C." rimanda qui. Se stai cercando la corazzata, vedi Conte di C. (nave da battaglia). Camillo Benso di C.  Antonio Ciseri, ritratto di Camillo Benso di C., olio su tela, 1859 ca. Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Ministro degli affari esteri Durata mandato MonarcaVittorio Emanuele II Predecessore carica creata Successore Bettino Ricasoli Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Predecessore Massimo d'Azeglio Successore Alfonso Ferrero La Marmora Durata mandato Predecessore Alfonso Ferrero La Marmora SuccessoreSé stesso come Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Ministro dell'agricoltura e commercio del Regno di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Capo del governo Massimo d'Azeglio Predecessore Pietro De Rossi Di Santarosa Ministro delle finanze del Regno di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Capo del governo Massimo d'Azeglio Predecessore Giovanni Nigra Successore Luigi Cibrario Sindaco di Grinzane Durata mandato Deputato del Regno di Sardegna Durata mandato Durata mandato Legislatura Sito istituzionale Deputato del Regno d'Italia Durata mandato Legislatura Sito istituzionale Dati generali Suffisso onorifico Conte di C. Partito politico Destra storica Professione Filosofo, Politico, imprenditore Firma Firma di Camillo Benso di C. Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di C., di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di C. o C. (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861), è stato un politico, patriota e imprenditore italiano.  Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato e morì ricoprendo tale carica.  Fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed economico, della separazione tra Stato e Chiesa, dei movimenti nazionali e dell'espansionismo del Regno di Sardegna ai danni dell'Austria e degli stati italiani preunitari.  In economia promosse il libero scambio, i grandi investimenti industriali (soprattutto in campo ferroviario) e la cooperazione fra pubblico e privato. In politica sostenne la promulgazione e la difesa dello Statuto albertino. Capo della cosiddetta Destra storica, siglò un accordo ("Connubio") con la Sinistra, con la quale realizzò diverse riforme. Contrastò apertamente le idee repubblicane di Giuseppe Mazzini e spesso si trovò in urto con Giuseppe Garibaldi, della cui azione temeva il potenziale rivoluzionario.  In politica estera coltivò con abilità l'alleanza con la Francia, grazie alla quale, con la seconda guerra di indipendenza, ottenne l'espansione territoriale del Regno di Sardegna in Lombardia. Riuscì a gestire gli eventi politici (sommosse nel Granducato di Toscana, nei ducati di Modena e Parma e nel Regno delle Due Sicilie) che, assieme all'impresa dei Mille, portarono alla formazione del Regno d'Italia.  Biografia La famiglia e la giovinezza (fino al 1843)  Lo stesso argomento in dettaglio: Benso (famiglia).  Michele Benso di C., padre di Camillo.  Il palazzo a Torino dove nacque C..  Adèle de Sellon (1780-1846), madre di Camillo.  Ritratto giovanile di C..[1] Camillo nacque il 10 agosto 1810 nella Torino napoleonica. Suo padre, il marchese Michele Benso di C., era collaboratore e amico del governatore principe Camillo Borghese (marito di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone I) che fu padrino di battesimo del piccolo Benso al quale trasmise il nome. La madre del piccolo Camillo, Adèle de Sellon (1780-1846), sorella del conte Jean-Jacques de Sellon, scrittore, filantropo, collezionista d'arte, mecenate e pacifista svizzero, apparteneva invece ad una ricca e nobile famiglia calvinista di Ginevra, che aveva raggiunto un'ottima posizione negli ambienti borghesi della città svizzera[2].  Aristocratico[N 1], C. in gioventù frequentò il 5º corso della Regia Accademia Militare di Torino (conclusosi nel 1825) e nell'inverno 1826-1827, grazie ai corsi della Scuola di Applicazione del Corpo Reale del Genio, diventò ufficiale del Genio[N 2].  Il giovane si dedicò ben presto, per interessi personali e per educazione familiare, alla causa del progresso europeo. Fra i suoi ispiratori fu il filosofo inglese Jeremy Bentham, alle cui dottrine si accostò per la prima volta nel 1829, nonché Jean-Jacques Rousseau[N 3]. Di Bentham quell'anno lesse il Traité de législation civile et pénale, in cui il filosofo inglese sostiene la dottrina dell'utilitarismo, espressa concisamente dal principio: «Misura del giusto e dell'ingiusto è soltanto la massima felicità del maggior numero». Un'altra tesi sostenuta da Bentham, secondo cui ogni problema poteva ricondursi a fatti misurabili, fornì al realismo del giovane C. una base teorica utile alla sua inclinazione all'analisi matematica[3].  Trasferito nel 1830 a Genova, l'ufficiale Camillo Benso ebbe modo di conoscere la marchesa Anna Giustiniani Schiaffino, con la quale avvierà un'importante amicizia intrattenendo con lei un lungo rapporto epistolare[4].  All'età di ventidue anni C. venne nominato sindaco di Grinzane, dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale carica fino al 1848[5]. Dal dicembre 1834 iniziò a viaggiare all'estero studiando lo sviluppo economico di paesi largamente industrializzati come Francia[6] e Gran Bretagna. In questo contesto culturale, già a ventidue anni, C. era influenzato dagli ideali risorgimentali e manifestava nelle sue lettere private il sogno di diventare "primo ministro del Regno d'Italia".[7]  I viaggi di formazione a Parigi e a Londra  Lo stesso argomento in dettaglio: Viaggi di formazione di Camillo Benso, conte di C.. Accompagnato dall'amico Pietro De Rossi di Santarosa, C. nel febbraio del 1835 raggiunse Parigi, dove si fermò per quasi due mesi e mezzo: visitò istituzioni pubbliche di ogni genere e frequentò gli ambienti politici della Monarchia di Luglio. Partito dalla capitale francese, il 14 maggio 1835 arrivò a Londra dove si interessò di questioni sociali.  Durante questo periodo il giovane Conte sviluppò quella propensione conservatrice che lo accompagnerà per tutta la vita, ma al tempo stesso sentì fortemente crescere l'interesse e l'entusiasmo per il progresso dell'industria, per l'economia politica e per il libero scambio.  Di nuovo a Parigi, fra il 1837 e il 1840 frequentò assiduamente la Sorbona e incontrò, oltre a vari intellettuali, gli esponenti della monarchia di Luigi Filippo della quale conservava una viva ammirazione.  Nel marzo 1841 fondò con degli amici la Società del Whist, club prestigioso costituito dalla più alta aristocrazia torinese[8].  Da proprietario terriero a deputato (1843-1850) Fra il ritorno dai viaggi all'estero nel giugno del 1843 e l'ingresso al governo nell'ottobre del 1850, C. si dedicò ad una nutrita serie di iniziative nel campo dell'agricoltura, dell'industria, della finanza e della politica.  Gli affari in agricoltura e nell'industria Importante possidente terriero, C. contribuì, già nel maggio 1842, alla costituzione dell'Associazione agraria che si proponeva di promuovere le migliori tecniche e politiche agrarie, per mezzo anche di una Gazzetta che fin dall'agosto 1843 pubblicava un articolo del Conte[9].  Impegnatissimo nell'attività di gestione soprattutto della sua tenuta di Leri, C. nell'autunno 1843, grazie alla collaborazione di Giacinto Corio, iniziò un'attività di miglioramenti nei settori dell'allevamento del bestiame, dei concimi e delle macchine agricole. In sette anni (dal 1843 al 1850) la sua produzione di riso, frumento e latte crebbe sensibilmente, e quella di mais addirittura risultò triplicata[10].  Ad integrare le innovazioni della produzione agricola, Camillo Benso intraprese anche delle iniziative di carattere industriale con risultati più o meno buoni. Fra le iniziative più importanti, la partecipazione alla costituzione della Società anonima dei molini anglo-americani di Collegno nel 1850, di cui il Conte divenne successivamente il maggiore azionista e che ebbe dopo l'unità d'Italiauna posizione di primo piano nel Paese[11].  Le estese relazioni d'affari a Torino, Chivasso e Genova e soprattutto l'amicizia dei banchieri De La Rüe[N 4], consentirono inoltre a C. di operare in un mercato più ampio rispetto a quello usuale degli agricoltori piemontesi cogliendo importanti opportunità di guadagno. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai cospicui approfittando del pessimo raccolto di cereali in tutta Europa che diede luogo ad un aumento della richiesta spingendo i prezzi a livelli inconsueti[12].  Lo sviluppo delle idee politiche  La linea ferroviaria Torino-Genova nel 1854. C. attribuì alle ferrovie un'importanza decisiva nello sviluppo del progresso civile e del movimento nazionale. Oltre ai suoi interventi sulla Gazzetta della Associazione agraria, C. in quegli anni si dedicò alla scrittura di alcuni saggi sui progressi dell'industrializzazione e del libero scambio in Gran Bretagna, e sugli effetti che ne sarebbero derivati sull'economia e sulla società italiana.  Principalmente C. esaltava le ferrovie come strumento di progresso civile al quale, piuttosto che alle sommosse, era affidata la causa nazionale. Egli a tale proposito mise in rilievo l'importanza che avrebbero avuto due linee ferroviarie: una Torino-Venezia e una Torino-Ancona[14].  Senza alcun bisogno di una rivoluzione, il progresso della civiltà cristiana e lo sviluppo dei lumisarebbero sfociati, secondo il conte, in una crisi politica che l'Italia era chiamata a sfruttare[15].  Camillo Benso aveva infatti fede nel progresso che era soprattutto intellettuale e morale, poiché risorsa della dignità e della capacità creativa dell'uomo. A tale convinzione si accompagnava l'altra che la libertà economica è causa di interesse generale, destinata a favorire tutte le classi sociali. Sullo sfondo di questi due principi emergeva il valore della nazionalità[16]:  «La storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado di intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità sia fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua nazionalità il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni più umili della sfera sociale hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità»  (C., Chemins de fer, 1846, da Romeo, pp. 137, 141)  .  A favore dello Statuto e della guerra del 1848  Lo stesso argomento in dettaglio: Statuto albertino e Prima guerra d'indipendenza italiana .  C. a 31 anni, nel 1841.  La battaglia di Pastrengo. Nel 1848 C. sostenne la guerra contro l'Austria come soluzione al pericolo rivoluzionario che minacciava il Piemonte. Nel 1847 C. fece la sua comparsa ufficiale sulla scena politica come fondatore, assieme al cattolico liberale Cesare Balbo, del periodico Il Risorgimento, di cui assunse la direzione. Il giornale, costituitosi grazie ad un ammorbidimento della censura di re Carlo Alberto, si schierò più apertamente di tutti gli altri, nel gennaio del 1848, a favore di una costituzione[18].  La presa di posizione, che era anche di C., si rimarcò con la caduta in Francia (24 febbraio 1848) della cosiddetta Monarchia di luglio, con la quale crollava il riferimento politico del Conte in Europa.  In questa atmosfera, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo Statuto albertino. Questa "costituzione breve" deluse gran parte dell'opinione pubblica liberale, ma non C. che annunciò un'importante legge elettorale per la quale era stata nominata una commissione, presieduta da Cesare Balbo, e della quale anche lui faceva parte. Tale legge, poi approvata, con qualche adeguamento rimase in vigore fino alla riforma elettorale del Regno d'Italia del 1882[19].  Con la repubblica in Francia, la rivoluzione a Viennae Berlino, l'insurrezione a Milano e il sollevamento del patriottismo in Piemonte e Liguria, C., temendo che il regime costituzionale potesse diventare vittima dei rivoluzionari se non avesse agito, si pose in testa al movimento interventista incitando il Re ad entrare in guerra contro l'Austria e ricompattare l'opinione pubblica[N 5][20].  Il 23 marzo 1848, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria. Dopo i successi iniziali, l'andamento del conflitto mutò e la vecchia aristocrazia militare del regno fu esposta a dure critiche. Alle prime sconfitte piemontesi C. chiese che si risalisse ai colpevoli che avevano tradito le prove di valore dei semplici soldati. La deprecata condotta della guerra spinse allora alla convinzione che il Piemonte non sarebbe stato al sicuro fino a quando i poteri dello Stato non fossero stati controllati da uomini di fede liberale[21][N 6].  Deputato al Parlamento Subalpino Il 27 aprile 1848 ci furono le prime elezioni del nuovo regime costituzionale. C., forte della sua attività di giornalista politico, si candidò alla Camera dei deputati e fu eletto nelle elezioni suppletive del 26 giugno. Fece il suo ingresso alla Camera (Palazzo Carignano) prendendo posto nei banchi di destra il 30 giugno 1848[22].  Fedele agli interessi piemontesi, che egli vedeva minacciati dalle forze radicali genovesi e lombarde, C. fu oppositore sia dell'esecutivo di Cesare Balbo, sia di quello successivo del milanese Gabrio Casati. Tuttavia, quando, a seguito della sconfitta di Custoza, il governo Casati chiese i pieni poteri, C. si pronunciò in suo favore. Ciò non evitò però l'abbandono di Milano agli austriaci e l'armistizio Salasco del 9 agosto 1848[23].  Al termine di questa prima fase della guerra, il governo di Cesare di Sostegno e il successivo di Ettore di San Martino imboccarono la strada della diplomazia. Entrambi furono appoggiati da C. che criticò aspramente Gioberti ancora risoluto a combattere l'Austria. Nel suo primo grande discorso parlamentare, Camillo Benso, il 20 ottobre 1848 si pronunciò infatti per il rinvio delle ostilità, confidando nella mediazione diplomatica della Gran Bretagna, gelosa della nascente potenza germanica e quindi favorevole alla causa italiana. Con l'appoggio di C. la linea moderata del governo San Martino passò, anche se il debole esecutivo su un argomento minore rassegnò le dimissioni il 3 dicembre 1848[24].  Nell'impossibilità di formare una diversa compagine ministeriale, re Carlo Alberto diede l'incarico a Gioberti, il cui governo (insediatosi il 15 dicembre 1848) C. considerò di "pura sinistra". A discapito del Conte arrivarono anche le elezioni del 22 gennaio 1849, al cui ballottaggio fu sconfitto da Giovanni Ignazio Pansoya. Lo schieramento politico vincitore era tuttavia troppo eterogeneo per affrontare la difficile situazione del Paese, sospeso ancora fra pace e guerra, e Gioberti dovette dimettersi il 21 febbraio 1849[25].  Cambiando radicalmente politica di fronte alla crisi rivoluzionaria di cui ravvisava ancora il pericolo, C. si pronunciò per una ripresa delle ostilità contro l'Austria. La sconfitta di Novara (23 marzo 1849) dovette precipitarlo nuovamente nello sconforto[26].  Capo della maggioranza parlamentare  Il re di Sardegna Vittorio Emanuele II, di cui C. condivise le prime iniziative politiche.  Massimo d'Azeglio fu presidente del Consiglio del ministro C..[27] La grave sconfitta piemontese portò, il 23 marzo 1849, all'abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele. Costui, aperto avversario della politica paterna di alleanze con la sinistra, sostituì il governo dei democratici (che chiedevano la guerra a oltranza) con un esecutivo presieduto dal generale Gabriele de Launay. Tale governo, che fu salutato con favore da C. e che riprese il controllo di Genova insorta contro la monarchia, fu sostituito (7 maggio 1849) dal primo governo di Massimo d'Azeglio. Di questo nuovo presidente del Consiglio Il Risorgimento fece sua la visione del Piemonte come roccaforte della libertà italiana[28].  Le elezioni del 15 luglio 1849 portarono, tuttavia, ad una nuova, benché debole, maggioranza dei democratici. C. fu rieletto, ma D'Azeglio convinse Vittorio Emanuele II a sciogliere la Camera dei deputati e il 20 novembre 1849 il Re emanò il proclama di Moncalieri, con cui invitava il suo popolo ad eleggere candidati moderati che non fossero a favore di una nuova guerra. Il 9 dicembre fu rieletta l'assemblea che, finalmente, espresse un voto schiacciante a favore della pace. Fra gli eletti figurava di nuovo C. che, nel collegio di Torino I, ottenne 307 voti contro i 98 dell'avversario[29][30].  In quel periodo Camillo Benso si mise in evidenza anche per le sue doti di abile operatore finanziario. Ebbe infatti una parte di primo piano nella fusione della Banca di Genova e della nascente Banca di Torino, che diede vita alla Banca Nazionale degli Stati Sardi.  Dopo il successo elettorale del dicembre 1849 C. divenne una delle figure dominanti dell'ambiente politico piemontese e gli venne riconosciuta la funzione di guida della maggioranza moderata che si era costituita.  Forte di questa posizione sostenne che fosse arrivato il tempo delle riforme, favorite dallo Statuto albertino che aveva creato reali prospettive di progresso. Si sarebbe potuto innanzitutto staccare il Piemonte dal fronte cattolico-reazionario che trionfava nel resto d'Italia[32]. A tale scopo il primo passo fu la promulgazione delle cosiddette leggi Siccardi (9 aprile e 5 giugno 1850) che abolirono vari privilegi del clero nel Regno di Sardegna e con le quali si aprì una fase di scontri con la Santa Sede, con episodi gravi sia da parte di D'Azeglio sia da parte di papa Pio IX. Fra questi ultimi ci fu il rifiuto di impartire l'estrema unzione all'amico di C., Pietro di Santarosa, morto il 5 agosto 1850. A seguito di questo rifiuto C. per reazione ottenne l'espulsione da Torino dell'Ordine dei Servi di Maria, nel quale militava il sacerdote che si era rifiutato di impartire il sacramento, influenzando probabilmente anche la decisione di arresto dell'arcivescovo di Torino Luigi Fransoni[33].  Ministro del Regno di Sardegna (1850-1852)  C. intorno al 1850.  L'Italia al tempo in cui C. ebbe il suo primo incarico governativo, nel 1850. Con la morte dell'amico Santarosa, che ricopriva la carica di ministro dell'Agricoltura e del Commercio, C., forte della parte di primo piano assunta nella battaglia anticlericale e della sua riconosciuta competenza tecnica, fu designato come naturale successore del ministro scomparso.  La decisione di nominare C. ministro dell'Agricoltura e del Commercio fu presa dal presidente del Consiglio D'Azeglio, convinto da alcuni deputati, assieme a Vittorio Emanuele II, che fu incoraggiato in tal senso da Alfonso La Marmora. Il Conte prestò così giuramento l'11 ottobre 1850[34].  Ministro dell'Agricoltura e del commercio Fra i primi incarichi sostenuti da Camillo Benso ci furono una circolare ai sindaci sulla graduale introduzione della libera panificazione [35] e il rinnovo del trattato commerciale con la Francia, improntato all'insegna del libero commercio[N 7][N 8].  L'accordo, che non fu particolarmente vantaggioso per il Piemonte, dovette essere sostenuto da motivazioni politiche per essere approvato, benché C. ribadisse che ogni riduzione doganale fosse di per sé un beneficio[36][N 9].  Affrontata la materia dei trattati di commercio, il Conte diede anche l'avvio ai negoziati con il Belgio e la Gran Bretagna. Con entrambi i Paesi ottenne e concesse estese facilitazioni doganali. I due trattati, conclusi il 24 gennaio e il 27 febbraio 1851rispettivamente, furono il primo atto di vero liberismo commerciale compiuto da C.[37][N 10].  Questi due accordi, per i quali il Conte ottenne un largo successo parlamentare, aprirono la strada ad una riforma generale dei dazi la cui legge fu promulgata il 14 luglio 1851. Intanto nuovi trattati commerciali erano stati firmati, fra marzo e giugno, con la Grecia, le città anseatiche, l'Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi. Con 114 voti favorevoli e 23 contrari, la Camera approvò perfino un trattato analogo con l'Austria, concludendo quella prima fase della politica doganale di C. che realizzava per il Piemonte il passaggio dal protezionismo al libero scambio[38].  Nello stesso periodo a C. fu affidato anche l'incarico di ministro della Marina e, come in situazioni analoghe, egli si distinse per le sue idee innovative entrando in contrasto con gli alti ufficiali di tendenze reazionarie che si opponevano finanche all'introduzione della navigazione a vapore. D'altro canto la truppa era molto indisciplinata e l'intenzione di C. sarebbe stata quella di far diventare la Marina sarda un corpo di professionisti come quella del Regno delle Due Sicilie[39].  Ministro delle Finanze Intanto, già dal 19 aprile 1851, C. aveva sostituito Giovanni Nigra al Ministero delle Finanze, conservando tutti gli altri incarichi. Il Conte, durante la delicata fase del dibattito parlamentare per l'approvazione dei trattati commerciali con Gran Bretagna e Belgio, aveva annunciato di lasciare il governo se non si fosse abbandonata l'abitudine di affidare ad un deputato (in questo caso Nigra) l'incarico delle Finanze. C'erano stati per questo gravi dissensi fra D'Azeglio e C. che, alla fine, aveva ottenuto il ministero[40].  D'altra parte il governo di Torino aveva disperato bisogno di liquidi, principalmente per pagare le indennità imposte dagli austriaci dopo la prima guerra di indipendenza e C., per la sua abilità e i suoi contatti sembrava l'uomo giusto per gestire la delicata situazione. Il Regno di Sardegna era già fortemente indebitato con i Rothschild dalla cui dipendenza il conte voleva sottrarre il Paese e, dopo alcuni tentativi falliti con la Bank of Baring, C. ottenne un importante prestito dalla più piccola Bank of Hambro[41].  Assieme a questo del prestito (3,6 milioni di sterline), Camillo Benso ottenne vari altri risultati. Riuscì a chiarire e sintetizzare la situazione effettiva del bilancio statale che, per quanto precaria, apparve migliore rispetto a quanto si pensasse; fece approvare su tutti gli enti morali laici ed ecclesiasticiun'unica imposta del 4% del reddito annuo; ottenne l'imposta delle successioni; dispose per l'aumento di capitale della Banca Nazionale degli Stati Sardiaumentandone l'obbligo delle anticipazioni allo Stato e avviò la collaborazione tra finanza pubblica e iniziativa privata[42].  A tale riguardo accolse, nell'agosto 1851, le proposte di aziende britanniche per la realizzazione delle linee ferroviarie Torino-Susa e Torino-Novara, i cui progetti divennero legge il 14 giugno e l'11 luglio 1852 rispettivamente. Concesse all'armatore Raffaele Rubattino la linea di navigazione sovvenzionata fra Genova e la Sardegna, e a gruppi genovesi l'esercizio di miniere e saline in Sardegna. Fino a promuovere grandi progetti come l'istituzione a Genova della Compagnia Transatlantica o come la fondazione della società Ansaldo, futura fabbrica di locomotive a vapore[43].  L'alleanza con il Centrosinistra  Lo stesso argomento in dettaglio: Connubio.  Urbano Rattazzi, alleato politico di C. nel cosiddetto “connubio”. Spinto ormai dal desiderio di raggiungere la carica di capo del governo e insofferente per la politica di d'Azeglio di alleanza con la destra clericale, C. all'inizio del 1852 ebbe l'idea di stringere un'intesa, il cosiddetto “connubio”, con il Centrosinistra di Urbano Rattazzi. Costui, con i voti convergenti dei deputati guidati da C. e di quelli del Centrosinistra, ottenne, l'11 maggio 1852, la presidenza della Camera del Parlamento Subalpino.  Il presidente del Consiglio D'Azeglio, contrario come Vittorio Emanuele II alla manovra politica di C., diede le dimissioni, ottenendo puntualmente il reincarico dal re. Il governo che ne scaturì il 21 maggio 1852, assai debole, non comprendeva più C. che D'Azeglio aveva sostituito con Luigi Cibrario.  Il Conte non si scoraggiò e, in preparazione della ripresa della lotta politica, partì per un viaggio in Europa. Al suo ritorno a Torino, appoggiato dagli uomini del "connubio" che rappresentavano ormai il più moderno liberalismo del Piemonte, forte di un ampio consenso, diveniva il 4 novembre 1852 per la prima volta Presidente del Consiglio dei ministri.  In Gran Bretagna e Francia  Prima della sua definitiva affermazione, come abbiamo visto, C. partì da Torino il 26 giugno 1852 per un periodo di esperienze all'estero. L'8 luglio era a Londra, dove si interessò ai più recenti progressi dell'industria prendendo contatti con uomini d'affari, agricoltori e industriali, e visitando impianti e arsenali. Rimase nella capitale britannica fino al 5 agosto[44] e partì poi per un viaggio nel Galles; nell'Inghilterra settentrionale, di cui visitò i distretti manifatturieri, e in Scozia[45]. A Londra e nelle loro residenze di campagna ebbe vari incontri con esponenti politici britannici. Vide il ministro degli Esteri Malmesbury, Palmerston, Clarendon, Disraeli, Cobden, Lansdowne e Gladstone[46].  Colpito dalla grandezza imperiale della Gran Bretagna, C. proseguì il viaggio e passò La Manica alla volta di Parigi, dove giunse il 29 agosto 1852. Nella capitale francese Luigi Napoleone era presidente della Seconda Repubblica, alla quale darà poi fine proclamandosi (2 dicembre 1852) imperatore.  L'attenzione del conte, raggiunto a Parigi dall'alleato Rattazzi, si concentrò sulla nuova classe dirigente francese, con la quale prese contatti. Entrambi si recarono dal nuovo ministro degli Esteri Drouyn de Lhuys e il 5 settembre pranzarono con il principe presidente Luigi Napoleone traendone già buone impressioni e grandi auspici per il futuro dell'Italia[47].  C. ripartì per Torino giungendovi il 16 ottobre 1852, dopo un'assenza di oltre tre mesi.  Il primo governo C. (1852-1855)  Lo stesso argomento in dettaglio: Governo C. I.  C. divenne per la prima volta presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.[48]  Il banchiere francese James Mayer de Rothschild con cui C. trattò diverse volte prestiti per il Piemonte. Dopo pochi giorni dal ritorno di C. a Torino, il 22 ottobre 1852, d'Azeglio, a capo di un debole esecutivo che aveva scelto di continuare una politica anticlericale, diede le dimissioni.  Vittorio Emanuele II, su suggerimento di La Marmora, chiese a C. di formare un nuovo governo, a condizione che il Conte negoziasse con lo Stato Pontificio le questioni rimaste aperte, prima fra tutte quella dell'introduzione in Piemonte del matrimonio civile. C. rispose che non avrebbe potuto cedere di fronte al Papa e indicò in Cesare Balbo il successore di D'Azeglio. Balbo non trovò l'accordo con l'esponente di destra Revel e il Re fu costretto a tornare da C.. Costui accettò allora di formare il nuovo governo il 2 novembre 1852, promettendo di far seguire alla legge del matrimonio civile il suo normale percorso parlamentare (senza porre cioè la fiducia)[N 11]  Costituito il suo primo governo due giorni dopo, C. si adoperò con passione a favore del matrimonio civile che però fu respinto al Senatocostringendo il Conte a rinunciarvi.  Intanto il movimento repubblicano che faceva capo a Giuseppe Mazzini non smetteva di preoccupare C.: il 6 febbraio 1853 una sommossa scoppiò contro gli austriaci a Milano e il conte, temendo l'allargarsi del fenomeno al Piemonte, fece arrestare diversi mazziniani (fra cui Francesco Crispi). Tale decisione gli attirò l'ostilità della Sinistra, specie quando gli austriaci lo ringraziarono per gli arresti[49].  Quando però, il 13 febbraio, il governo di Vienna stabilì la confisca delle proprietà dei rifugiati lombardi in Piemonte, C. protestò energicamente, richiamando l'ambasciatore sardo.  Le riforme della finanza e della giustizia Obiettivo principale del primo governo C. fu la restaurazione finanziaria del Paese. Per raggiungere il pareggio il conte prese varie iniziative: innanzi tutto fu costretto a ricorrere ai banchieri Rothschildpoi, richiamandosi al sistema francese, sostituì alla dichiarazione dei redditi l'accertamento giudiziario, fece massicci interventi nel settore delle concessioni demaniali e dei servizi pubblici, e riprese la politica dello sviluppo degli istituti di credito[50].  D'altro canto il governo effettuò grandi investimenti nel settore delle ferrovie, proprio quando, grazie alla riforma doganale, le esportazioni stavano avendo un aumento considerevole. Ci furono tuttavia notevoli resistenze ad introdurre nuove imposte fondiarie e, in generale, nuove tasse che colpissero il ceto di cui era composto il parlamento[51].  C., in effetti, non riuscì mai a realizzare le condizioni politiche che consentissero una base finanziaria adeguata alle sue iniziative[52].  Il 19 dicembre 1853, si parlò di "quasi restaurate finanze", benché la situazione fosse più seria di quanto annunciato, anche per la crisi internazionale che precedette la guerra di Crimea. C. di conseguenza si accordò ancora con i Rothschild per un prestito, ma riuscì anche a collocare presso il pubblico dei risparmiatori, con un netto successo politico e finanziario, una buona parte del debito contratto[53].  A Camillo Benso d'altronde non mancava il consenso politico. Alle elezioni dell'8 dicembre 1853 furono eletti 130 candidati dell'area governativa, 52 della Sinistra e 22 della Destra. Nonostante ciò, per replicare all'elezione di importanti politici avversari[54] il Conte sviluppò un'offensiva politica sull'ordinamento giudiziario che la crisi economica non gli permetteva di concentrare altrove. Fu deciso, anche per recuperare parte della Sinistra, di riprendere la politica anticlericale[55].  A tale riguardo il ministro della Giustizia Urbano Rattazzi, all'apertura della V legislatura presentò una proposta di legge sulla modifica del codice penale. Il nucleo della proposta consisteva in nuove pene previste per i sacerdoti che, abusando del loro ministero, avessero censurato le leggi e le istituzioni dello Stato. La norma fu approvata alla Camera a larga maggioranza (raccogliendo molti voti a Sinistra) e, con maggiore difficoltà, anche al Senato[56].  Furono successivamente adottate modifiche anche al codice di procedura penale e fu ultimato il percorso per l'approvazione del codice di procedura civile[57].  L'intervento nella guerra di Crimea  Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Crimea.  Con la Battaglia della Cernaia il corpo di spedizione piemontese, voluto da C., si distinse nella guerra di Crimea e consentì di porre la questione italiana a livello europeo. Nel 1853 si sviluppò una crisi europea scaturita da una disputa religiosa fra la Francia e la Russia sul controllo dei luoghi santi nel territorio dell'Impero ottomano. L'atteggiamento russo provocò l'ostilità anche del governo inglese che sospettava che lo Zar volesse conquistare Costantinopoli e interrompere la via terrestre per l'India britannica.  Il 1º novembre 1853 la Russia dichiarò guerra all'Impero ottomano, che aveva accettato la linea francese, aprendo quella che sarà chiamata la guerra di Crimea. Conseguentemente, il 28 marzo 1854 la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Russia. La questione, per le opportunità politiche che potevano presentarsi, cominciò ad interessare C.. Egli infatti, nell'aprile 1854, rispose alle richieste dell'ambasciatore inglese James Hudson affermando che il Regno di Sardegna sarebbe intervenuto nella guerra se anche l'Austria avesse attaccato la Russia, di modo da non esporre il Piemonte all'esercito asburgico[58].  La soddisfazione degli inglesi fu evidente, ma per tutta l'estate del 1854 l'Austria rimase neutrale. Infine, il 29 novembre 1854, il ministro degli Esteri britannico Clarendon scrisse ad Hudson chiedendogli di fare di tutto per assicurarsi un corpo di spedizione piemontese. Un incitamento superfluo, poiché C. era già arrivato alla conclusione che le richieste inglesi e quelle francesi, queste ultime fatte all'inizio della crisi a Vittorio Emanuele II, dovevano essere soddisfatte. Il Conte decise quindi per l'intervento sollevando le perplessità del ministro della Guerra La Marmora e del ministro degli Esteri Giuseppe Dabormida che si dimise[59].  Assumendo anche la carica di ministro degli Esteri, C., il 26 gennaio 1855, firmò l'adesione finale del Regno di Sardegna al trattato anglo-francese. Il Piemonte avrebbe fornito 15.000 uomini e le potenze alleate avrebbero garantito l'integrità del Regno di Sardegna da un eventuale attacco austriaco. Il 4 marzo 1855, C. dichiarò guerra alla Russia e il 25 aprile il contingente piemontese salpò da La Spezia per la Crimea dove arrivò ai primi di maggio. Il Piemonte avrebbe raccolto i benefici della spedizione con la seconda guerra di indipendenza, quattro anni dopo.  La legge sui conventi: la Crisi Calabiana  Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi Calabiana.  Papa Pio IX scomunicò C. dopo l'approvazione della Legge sui conventi.[60] Con l'intento di avvicinarsi alla Sinistra e ostacolare la Destra conservatrice che andava guadagnando terreno a causa della crisi economica, il governo C. il 28 novembre 1854 presentò alla Camera la legge sui conventi. La norma, nell'ottica del liberalismo anticlericale, prevedeva la soppressione degli ordini religiosi non dediti all'insegnamento o all'assistenza dei malati. Durante il dibattito parlamentare vennero attaccati, anche da C., soprattutto gli ordini mendicanti come nocivi alla moralità del Paese e contrari alla moderna etica del lavoro.  La forte maggioranza alla Camera del Conte dovette affrontare l'opposizione del clero, del Re e soprattutto del Senato che in prima istanza bocciò la legge. C. allora si dimise (27 aprile 1855) aprendo una crisi politica chiamata crisi Calabianadal nome del vescovo di Casale Luigi Nazari di Calabiana, senatore e avversario del progetto di legge.  Il secondo governo C. (1855-1859)  Lo stesso argomento in dettaglio: Governo C. II. La legge sui conventi: l'approvazione  Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi Calabiana. Dopo qualche giorno dalle dimissioni, vista l'impossibilità a formare un nuovo esecutivo, il 4 maggio 1855, C. fu reintegrato dal Re nella carica di presidente del Consiglio. Al termine di giorni di discussioni nei quali C. ribadì che «la società attuale ha per base economica il lavoro»[61], la legge fu approvata con un emendamento che lasciava i religiosi nei conventi fino all'estinzione naturale delle loro comunità. A seguito dell'approvazione della legge sui conventi, il 26 luglio 1855 papa Pio IX emanò la scomunica contro coloro che avevano proposto, approvato e ratificato il provvedimento, C. e Vittorio Emanuele II compresi.  Il Congresso di Parigi e la politica estera successiva  Lo stesso argomento in dettaglio: Congresso di Parigi.  Il Congresso di Parigi. Il primo delegato a sinistra è C.. L'ultimo a destra è l'ambasciatore piemontese Villamarina.[62]  L'uniforme che C. indossò al Congresso di Parigi.[N 13] La guerra di Crimea, vittoriosa per gli alleati, ebbe fine nel 1856 con il Congresso di Parigi al quale partecipò anche l'Austria.  C. non ottenne compensi territoriali per la partecipazione al conflitto, ma una seduta fu dedicata espressamente a discutere il problema italiano. In questa occasione, l'8 aprile, il ministro degli Esteri britannico Clarendon attaccò pesantemente la politica illiberale sia dello Stato Pontificio, sia del Regno delle due Sicilie, sollevando le proteste del ministro austriaco Buol.  Ben più moderato, lo stesso giorno, fu il successivo intervento di C., incentrato sulla denuncia della permanenza delle truppe austriache nella Romagna pontificia[63].  Fatto sta che per la prima volta la questione italiana venne considerata a livello europeo come una situazione che richiedeva modifiche a fronte di legittime rimostranze della popolazione.  Fra Gran Bretagna, Francia e Piemonte i rapporti si confermarono ottimi. Tornato a Torino, per l'esito ottenuto a Parigi, C., il 29 aprile 1856, ottenne la più alta onorificenza concessa da Casa Savoia: il collare dell'Annunziata[64]. Quello stesso congresso, tuttavia, avrebbe portato il Conte a prendere importanti decisioni, tali da dover fare una scelta: con la Francia o con la Gran Bretagna.  Si aprì infatti, a seguito delle decisioni di Parigi, la questione dei due Principati danubiani. La Moldaviae la Valacchia secondo Gran Bretagna, Austria e Turchia avrebbero dovuto rimanere divise e sotto il controllo ottomano. Per Francia, Prussia e Russia, invece, si sarebbero dovute unire (nella futura Romania) e costituirsi come Stato indipendente. Quest'ultimo particolare richiamò l'attenzione di C. e il Regno di Sardegna, con l'ambasciatore Villamarina, si schierò per l'unificazione[N 14][65].  La reazione della Gran Bretagna contro la posizione assunta dal Piemonte fu molto aspra. Ma C. aveva già deciso: fra il dinamismo della politica francese e il conservatorismo di quella britannica, il Conte aveva scelto la Francia.  D'altra parte l'Austria andava sempre più isolandosi[65][N 15] e a consolidare il fenomeno contribuì un episodio che il Conte seppe sfruttare. Il 10 febbraio 1857 il governo di Vienna accusò la stampa piemontese di fomentare la rivolta contro l'Austria e il governo C. di correità. Il conte respinse ogni accusa e il 22 marzo Buol richiamò il suo ambasciatore, seguito il giorno dopo da un'analoga misura del Piemonte. Accadde così che l'Austria elevò una questione di stampa a motivo della rottura delle relazioni con il piccolo Regno di Sardegna, esponendosi ai giudizi negativi di tutta la diplomazia europea, compresa quella inglese, mentre in Italia si animavano maggiormente le simpatie per il Piemonte[66].  Il miglioramento dell'economia e il calo dei consensi A partire dal 1855 si registrò un miglioramento delle condizioni economiche del Piemonte, grazie al buon raccolto cerealicolo e alla riduzione del deficit della bilancia commerciale. Incoraggiato da questi risultati, C. rilanciò la politica ferroviaria dando il via, tra l'altro, nel 1857, ai lavori del traforo del Fréjus[67].  Il 16 luglio 1857 venne dichiarata anticipatamente la chiusura della V Legislatura, in una situazione che, nonostante il miglioramento dell'economia, si presentava sfavorevole a C.. Si era diffuso, infatti, un malcontento generato dall'accresciuto carico fiscale, dai sacrifici fatti per la guerra di Crimea e dalla mobilitazione antigovernativa del mondo cattolico. Il risultato fu che alle elezioni del 15 novembre 1857 il centro liberale di C. conquistò 90 seggi (rispetto ai 130 della precedente legislatura), la destra 75 (rispetto ai 22) e la sinistra 21 (rispetto ai 52). Il successo clericale superò le più pessimistiche previsioni di area governativa. C. decise tuttavia di rimanere al suo posto, mentre la stampa liberale si scagliava contro la destra denunciando pressioni improprie del clerosugli elettori. Ci fu per questo una verifica parlamentare e per alcuni seggi assegnati vennero ripetute le elezioni. La tendenza si invertì: il centro liberale passò a 105 seggi e la destra a 60[68].  Lo scossone politico provocò comunque il sacrificio di Rattazzi, in precedenza passato agli Interni. Costui, soprattutto, era inviso alla Francia per non essere riuscito ad arrestare Mazzini giudicato pericoloso per la vita di Napoleone III. Rattazzi il 13 gennaio 1858 si dimise e C. assunse l'interimdell'Interno[69].  I piani contro l'Austria e l'annessione della Lombardia  Lo stesso argomento in dettaglio: Accordi di Plombières, Alleanza sardo-francese, Seconda guerra d'indipendenza italiana e Armistizio di Villafranca.  L'imperatore Napoleone III di Francia e C. provocarono l'Austria riuscendo a far scoppiare la guerra del 1859.  La satira piemontese riconosceva nella Francia un'antagonista del Piemonte nel controllo della penisola. In questa vignetta che si rifà a I promessi sposi Don Abbondio è C., Renzo è il Piemonte, Lucia è l'Italia e Don Rodrigo è Napoleone III.[71] Suscitata l'attenzione sull'Italia con il Congresso di Parigi, per sfruttarla a fini politici si rivelò necessario l'appoggio della Francia di Napoleone III. Costui, conservatore in politica interna, era sostenitore di una politica estera di grandezza.  Dopo una lunga serie di trattative, funestate dall'attentato di Felice Orsini allo stesso imperatore dei francesi, si arrivò, nel luglio 1858, agli accordi segreti di Plombières fra C. e Napoleone III.  Tale intesa verbale prevedeva che, dopo una guerra che si auspicava vittoriosa contro l'Austria, la penisola italiana sarebbe stata divisa in quattro stati principali legati in una confederazione presieduta dal papa: il Regno dell'Alta Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II; il Regno dell'Italia centrale; lo Stato Pontificio limitato a Roma e al territorio circostante; e il Regno delle Due Sicilie. Firenze e Napoli, avvenimenti locali permettendo, sarebbero passate nella sfera d'influenza francese.  Gli accordi di Plombières furono ratificati l'anno successivo dall'alleanza sardo-francese, secondo la quale in caso di attacco militare provocato da Vienna, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna con il compito di liberare dal dominio austriaco il Lombardo-Veneto e cederlo al Piemonte. In compenso la Francia avrebbe ricevuto i territori di Nizza e della Savoia, quest'ultima origine della dinastia sabauda e, come tale, cara a Vittorio Emanuele II.  Dopo la firma dell'alleanza, C. escogitò una serie di provocazioni militari al confine con l'Austria che, allarmata, gli lanciò un ultimatum chiedendogli di smobilitare l'esercito. Il Conte rifiutò e l'Austria aprì le ostilità contro il Piemonte il 26 aprile 1859, facendo scattare le condizioni dell'alleanza sardo-francese. Era la seconda guerra di indipendenza.  Ma i movimenti minacciosi dell'esercito prussianoconvinsero Napoleone III, quasi con un atto unilaterale, a firmare un armistizio con l'Austria a Villafranca l'11 luglio 1859, poi ratificato dalla Pace di Zurigo, stipulata l'11 novembre. Le clausole del trattato prevedevano che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola Lombardia e che per il resto tutto sarebbe tornato come prima.  C., deluso e amareggiato dalle condizioni dell'armistizio, dopo accese discussioni con Napoleone III e Vittorio Emanuele, decise di dare le dimissioni da presidente del Consiglio, provocando la caduta del governo da lui guidato il 12 luglio 1859[73].  Il terzo governo C. (1860-1861)  Lo stesso argomento in dettaglio: Governo C. III. Nizza e Savoia per Modena, Parma, Romagna e Toscana  Alfonso La Marmora non riuscì a risolvere la situazione di stallo internazionale del 1860 e il Re fu costretto a richiamare C.. Già durante la guerra i governi e le forze armate dei piccoli Stati italiani dell'Italia centro-settentrionale e della Romagna pontificia abbandonarono i loro posti e dovunque si installarono autorità provvisorie filo-sabaude. Dopo la Pace di Zurigo, tuttavia, si giunse ad una fase di stallo, poiché i governi provvisori si rifiutavano di restituire il potere ai vecchi regnanti (così come previsto dal trattato di pace) e il governo di La Marmora non aveva il coraggio di proclamare le annessioni dei territori al Regno di Sardegna. Il 22 dicembre 1859 Vittorio Emanuele II si rassegnò, così, a richiamare C. che nel frattempo aveva ispirato la creazione del partito di Unione Liberale.  Il Conte, rientrato alla presidenza del Consiglio dei Ministri il 21 gennaio 1860, si trovò in breve di fronte ad una proposta francese di soluzione della questione dei territori liberati: annessione al Piemonte dei ducati di Parma e Modena, controllo sabaudo della Romagna pontificia, regno separato in Toscana sotto la guida di un esponente di Casa Savoia e cessione di Nizza e Savoia alla Francia. In caso di rifiuto della proposta il Piemonte avrebbe dovuto affrontare da solo la situazione di fronte all'Austria, "a suo rischio e pericolo"[74].  Rispetto agli accordi dell'alleanza sardo-francesequesta proposta di soluzione sostituiva per il Piemonte l'annessione del Veneto che non si era potuto liberare dall'occupazione austriaca. Stabilita, di fatto, l'annessione di Parma, Modena e Romagna, C., forte dell'appoggio della Gran Bretagna, sfidò la Francia sulla Toscana, organizzando delle votazioni locali sull'alternativa fra l'unione al Piemonte e la formazione di un nuovo Stato. Il plebiscito si tenne l'11 e il 12 marzo 1860, con risultati che legittimarono l'annessione della Toscana al Regno di Sardegna[75].  Il governo francese reagì con grande irritazione sollecitando la cessione della Savoia e di Nizza che avvenne con la firma del Trattato di Torino il 24 marzo 1860. In cambio di queste due province il Regno di Sardegna acquisì, oltre alla Lombardia, anche l'attuale Emilia-Romagna e la Toscana trasformandosi in una nazione assai più omogenea.  Di fronte all'Impresa dei Mille  C. diffidò dell'Impresa dei Mille che considerava foriera di rivoluzione e dannosa per i rapporti con la Francia.[76] C. era al corrente che la Sinistra non aveva abbandonato l'idea di una spedizione in Italia meridionale e che Garibaldi, circondato da personaggi repubblicani e rivoluzionari, era in contatto a tale scopo con Vittorio Emanuele II. Il Conte considerava rischiosa l'iniziativa alla quale si sarebbe decisamente opposto, ma il suo prestigio era stato scosso dalla cessione di Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte[77].  C. riuscì, comunque, attraverso Giuseppe La Farina a seguire le fasi preparatorie dell'Impresa dei Mille, la cui partenza da Quarto fu meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi. Ad alcune voci sulle intenzioni di Garibaldi di sbarcare nello Stato Pontificio, il Conte, preoccupatissimo per la eventuale reazione della Francia, alleata del Papa, dispose il 10 maggio 1860 l'invio di una nave nelle acque della Toscana "per arrestarvi Garibaldi"[78].  Il generale invece puntò a Sud e dopo il suo sbarco a Marsala (11 maggio 1860) C. lo fece raggiungere e controllare (per quanto possibile) da La Farina. In campo internazionale, intanto, alcune potenze straniere, intuendo la complicità di Vittorio Emanuele II nell'impresa, protestarono con il governo di Torino che poté affrontare con una certa tranquillità la situazione data la grave crisi finanziaria dell'Austria, in cui era anche ripresa la rivoluzione ungherese[79].  Napoleone III, d'altra parte, si attivò subito nel ruolo di mediatore e, per la pace fra garibaldini ed esercito napoletano, propose a C. l'autonomia della Sicilia, la promulgazione della costituzione a Napoli e a Palermo e l'alleanza fra Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie. Immediatamente il regime borbonico si adeguò alla proposta francese instaurando un governo liberale e proclamando la costituzione. Tale situazione mise in grave difficoltà C. per il quale l'alleanza era irrealizzabile. Nello stesso tempo non poteva scontentare Francia e Gran Bretagna che premevano almeno per una tregua.  Il governo piemontese decise allora che il Re avrebbe inviato un messaggio a Garibaldi con il quale gli si intimava di non attraversare lo stretto di Messina. Il 22 luglio 1860 Vittorio Emanuele II inviò sì la lettera voluta da C., ma la fece seguire da un messaggio personale nel quale smentiva la lettera ufficiale[80].  Garibaldi a Napoli  L'arrivo di Giuseppe Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860). Evento che C. tentò di prevenire organizzando una sommossa filo piemontese che fallì. Il 6 agosto 1860 il conte di C. informò i delegati del Regno delle due Sicilie del rifiuto di Garibaldi di concedere la tregua dichiarando esauriti i mezzi di conciliazione e rinviando ad un futuro incerto i negoziati per l'alleanza.  Negli stessi giorni il Conte, nel timore di far precipitare i rapporti con la Francia, sventò una spedizione militare di Mazzini che dalla Toscana doveva muovere contro lo Stato Pontificio. A seguito di questi avvenimenti, C. si preparò a fare tutti i suoi sforzi per impedire che il movimento per l'unità d'Italia diventasse rivoluzionario. In questa ottica cercò, nonostante il parere sfavorevole del suo ambasciatore a Napoli Villamarina, di prevenire Garibaldi nella capitale borbonica organizzando una spedizione clandestina di armi per una rivolta filopiemontese che non si poté realizzare. Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli il 7 settembre 1860 fugando, per l'amicizia che serbava a Vittorio Emanuele II, i timori di C.[81].  L'invasione piemontese di Marche e Umbria  L'Italia alla morte di C., nel 1861. Fallito il progetto di un successo dei moderati a Napoli, il Conte per ridare a Casa Savoia una parte attiva nel movimento nazionale, decise l'invasione delle Marche e dell'Umbria pontificie. Ciò avrebbe allontanato il pericolo di un'avanzata di Garibaldi su Roma. Bisognava però preparare Napoleone III agli avvenimenti e convincerlo che l'invasione piemontese dello Stato Pontificio sarebbe stato il male minore. Per la delicata missione diplomatica il Conte scelse Farini e Cialdini. L'incontro fra costoro e l'imperatore francese avvenne a Chambéry il 28 agosto 1860, ma su ciò che in quel colloquio si disse resta molta incertezza e sul consenso francese, riportato dalla tesi italiana, è possibile che si sia determinato un equivoco. In buona sostanza Napoleone III tollerò l'invasione piemontese delle Marche e dell'Umbria cercando di rovesciare sul governo di Torino l'impopolarità di un'azione controrivoluzionaria. E appunto questo era ciò che C. voleva evitare. Le truppe piemontesi non si dovevano scontrare con Garibaldi in marcia su Roma, ma prevenirlo e fermarlo con un intervento giustificabile in nome della causa nazionale italiana. Anche il timore di un attacco austriaco al Piemonte, tuttavia, fece precipitare gli eventi e C. intimò allo Stato pontificio di licenziare i militari stranieri con un ultimatum a cui seguì l'11 settembre, prima ancora che giungesse la risposta negativa del cardinale Antonelli, la violazione dei confini dello Stato della Chiesa. La Francia ufficialmente reagì in difesa del Papa, e anche lo zar Alessandro II ritirò il suo rappresentante a Torino, ma non ci furono effetti pratici.  Intanto la crisi con Garibaldi si era improvvisamente aggravata, poiché quest'ultimo aveva proclamato il 10 che avrebbe consegnato al Re i territori da lui conquistati solo dopo aver occupato Roma. L'annuncio aveva anche ottenuto il plauso di Mazzini. Ma il successo piemontese nella battaglia di Castelfidardo contro i pontifici del 18 e il conferimento al governo di un prestito di 150 milioni per le spese militari, ridiedero forza e fiducia a C., mentre Garibaldi, pur vittorioso nella battaglia del Volturno, esauriva la sua spinta verso Roma[83].  L'annessione del Sud, delle Marche e dell'Umbria A questo punto, il "prodittatore" Giorgio Pallavicino Trivulzio, venendo incontro ai desideri del Conte, indisse a Napoli il plebiscito per l'annessione immediata al Regno sabaudo, seguito da una stessa iniziativa del suo omologo Antonio Mordini a Palermo. Le votazioni si tennero il 21 ottobre 1860, sancendo l'unione del Regno delle due Sicilie a quello di Sardegna.  All'inizio dello stesso mese di ottobre C. si era così espresso:   «Non sarà l'ultimo titolo di gloria per l'Italia d'aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all'indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali d'un Cromwell, ma svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario. Ritornare alle dittature rivoluzionarie d'uno o più, sarebbe uccidere sul nascere la libertà legale che vogliamo inseparabile dalla indipendenza della nazione»  (C., 2 ottobre 1860.Romeo, p. 489)  Il 4 e il 5 novembre 1860 anche in Umbria e nelle Marche si votava e si decideva per l'unione allo Stato sabaudo.  I rapporti fra Stato e Chiesa Fermati i disegni di Garibaldi su Roma, a C. restava ora il problema di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello Stato Pontificio (approssimativamente il Lazio attuale), tenendo conto che un attacco a Roma sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia.  Il progetto del Conte, avviato dal novembre 1860 e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la rinuncia al potere temporale in cambio della rinuncia da parte dello Stato al corrispettivo, ovvero il giurisdizionalismo. Si sarebbe perciò adottato il principio di "Libera Chiesa in libero Stato"[84][85], celebre motto pronunciato nel discorso del 27 marzo 1861 sebbene già coniato in precedenza da Charles de Montalembert[86], ma le trattative naufragarono sulla fondamentale intransigenza di Pio IX.  Il governo C. del Regno d'Italia (1861)  Lo stesso argomento in dettaglio: Governo C. IV.  C. nel 1861  Giuseppe Garibaldi ebbe uno scontro nel 1861 con C. per la decisione di quest'ultimo di sciogliere l'Esercito meridionale Dal 27 gennaio al 3 febbraio 1861 si tennero le elezioni per il primo Parlamento italiano unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova Camera andarono alla maggioranza governativa. L'opposizione ne conquistò un centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della Destra, poiché i clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice.  Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova sessione, nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi, lombardi, siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re.  Il 22 marzo C. veniva confermato alla guida del governo, dopo che il Re aveva dovuto rinunciare a Ricasoli. Il Conte, che tenne per sé anche gli Esteri e la Marina, il 25 affermò in parlamento che Roma sarebbe dovuta diventare capitale d'Italia.  Lo scontro con Garibaldi L'episodio più tumultuoso della vita politica di C., se si esclude l'incidente con Vittorio Emanuele II dopo l'armistizio di Villafranca, fu il suo scontro con Garibaldi dell'aprile 1861.  Oggetto del contendere: l'esercito di volontari garibaldini del Sud, del quale C. volle evitare il trasferimento al nord nel timore che venisse influenzato dai radicali. Il 16 gennaio 1861 fu quindi decretato lo scioglimento dell'Esercito meridionale. Su questa decisione, che provocò le vibrate proteste del comandante del Corpo Giuseppe Sirtori, C. fu irremovibile[88].  In difesa del suo esercito, il 18 aprile 1861 Garibaldi pronunciò un memorabile discorso alla Camera, accusando «la fredda e nemica mano di questo Ministero [C.]» di aver voluto provocare una «guerra fratricida». Il Conte reagì con violenza, chiedendo, invano, al presidente della Camera Rattazzi di richiamare all'ordine il generale. La seduta fu sospesa e Nino Bixio tentò nei giorni successivi una riconciliazione, che non si compì mai del tutto[88].  Gli ultimi giorni  I funerali di C. a Torino  Santena: tomba del conte di C. Il 29 maggio 1861 C. ebbe un malore, attribuito dal suo medico curante a una delle crisi malariche che lo colpivano periodicamente da quando - in gioventù - aveva contratto la malaria nelle risaie di famiglia del vercellese. In questa occasione tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno venne fatto chiamare un sacerdote francescano suo amico, padre Giacomo da Poirino[89], al secolo Luigi Marocco, parroco di Santa Maria degli Angeli, chiesa nella quale si sarebbero poi svolte le esequie[91][92]. Costui, come gli aveva promesso già da cinque anni, lo confessò e gli somministrò l'estrema unzione, ignorando sia la scomunica, che il conte aveva subito nel 1855, sia il fatto che C. non aveva ritrattato le sue scelte anticlericali[89]. Per questo motivo padre Giacomo, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose, fu richiamato a Roma, gli fu tolta la parrocchia e gli fu interdetto l'esercizio del ministero della confessione, al quale venne però riammesso nel 1881 da papa Leone XIII[93]. La nipote Giuseppina Alfieri di Sostegno ha tramandato che, sul letto di morte, alla vista del confessore, C. abbia pronunciato le parole: «Frate, frate, libera chiesa in libero Stato!»[94][95]  Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, C. chiese di parlare con Luigi Carlo Farini, al quale, come rivela la nipote Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e non ho mai fatto male a nessuno.  Nel 2011 è stata ritrovata una missiva di padre Giacomo a Pio IX, nella quale il frate racconta che C. aveva dichiarato che «intendeva di morire da vero e sincero cattolico». Per cui il confessore, «incalzato dalla gravità del male che a gran passi il portava a morte», la mattina del 5 giugno concesse il sacramento. Scrisse anche che «nel corso della sua gravissima malattia», C. «era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Il frate chiude quindi la lettera di scuse ribadendo di «aver fatto, quanto era in sé, il suo officio»[97].  Verso le nove giunse al suo capezzale il Re. Nonostante la febbre, il Conte riconobbe Vittorio Emanuele, ma tuttavia non riuscì ad articolare un discorso molto coerente: «Oh sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle: ma son troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitare la Vostra Maestà; ma io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare. Vostra Maestà ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore è molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi! Niente stato d'assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a governare con lo stato d'assedio [...] Garibaldi è un galantuomo, io non gli voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch'io: nessuno ne ha più fretta di noi. Quanto all'Istria e al Tirolo è un'altra cosa. Sarà il lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo fatto l'Italia, sì l'Italia, e la cosa va...»[98][99]  Secondo l'amico Michelangelo Castelli, le ultime parole del Conte furono: «L'Italia è fatta - tutto è salvo», così come le intese al capezzale Luigi Carlo Farini. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d'Italia, C. moriva così a Torino nel palazzo di famiglia. La sua fine suscitò immenso cordoglio, anche perché del tutto inattesa, e ai funerali vi fu straordinaria partecipazione[100].  A C. succedette come presidente del Consiglio Bettino Ricasoli.  In memoria di C.  La moneta da 2 euro commemorativa emessa in occasione del 200º anniversario della nascita  Banconota uruguayana del 1887 raffigurante C. e Garibaldi C. nell'agiografia postunitaria dall'anno della sua morte fu ritenuto il "Padre della Patria" da un illustre personaggio come Giuseppe Verdi, che lo definì "il vero padre della patria"[101] e dal politico liberale, senatore del Regno, Nicomede Bianchi, che lo definì "il buono e generoso padre della patria nascente"[102].  Il Conte è stato ricordato in vari modi. Due città italiane hanno aggiunto il suo nome a quello originario: Grinzane C., di cui Camillo Benso fu sindaco, e Sogliano C. per celebrare l'unità nazionale. Gli sono state dedicate innumerevoli vie e piazze e numerose statue.  Diverse le targhe ricordo, anche al di fuori dei confini italiani, come ad esempio quella posta a San Bernardino (frazione di Mesocco, nel Cantone dei Grigioni), che ricorda il passaggio dello statista il 27 luglio 1858, dopo gli accordi di Plombières con Napoleone III.  Nel 2010, in occasione del 200º anniversario della sua nascita, è stata coniata dalla zecca italiana una moneta da 2 euro commemorativa che lo raffigura.  La tomba di C. si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta sotto la cappella di famiglia nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si affaccia anche la facciata secondaria della Villa C.). Lo statista è sepolto per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di C., figlio di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.  La nave da battaglia Conte di C. e la portaerei C. (C 550) sono state così chiamate in suo onore.  A C. furono dedicate delle caramelle di liquirizia aromatizzate alla violetta: le cosiddette sénateurs.  Lo storico Caffè Confetteria Al Bicerin dal 1763ricorda C. come suo cliente fidato (uno dei tavolini al suo interno viene segnalato come abituale del conte).  Ancona Ancona Firenze Firenze Livorno Livorno Milano Milano Novara Novara Roma Roma Torino Torino Vercelli Vercelli Verona Verona Padova Padova Controversie Il conflitto con Mazzini  Giuseppe Mazzini, di cui C. combatteva le idee repubblicane. Giuseppe Mazzini, che dopo la sua attività cospirativa degli anni 1827-1830 fu esiliato dal governo piemontese a Ginevra, fu uno strenuo oppositore della guerra di Crimea, che costò un'ingente perdita di soldati. Egli rivolse un appello ai militari in partenza per il conflitto:  «Quindicimila tra voi stanno per essere deportati in Crimea. Non uno forse tra voi rivedrà la propria famiglia. Voi non avrete onore di battaglie. Morrete, senza gloria, senza aureola, di splendidi fatti da tramandarsi per voi, conforto ultimo ai vostri cari. Morrete per colpa di governi e capi stranieri. Per servire un falso disegno straniero, l'ossa vostre biancheggeranno calpestate dal cavallo del cosacco, su terre lontane, né alcuno dei vostri potrà raccoglierle e piangervi sopra. Per questo io vi chiamo, col dolore dell'anima, "deportati".»  (Giuseppe Mazzini[103])  Quando nel 1858, Napoleone III scampò all'attentato teso da Felice Orsini e Giovanni Andrea Pieri, il governo di Torino incolpò Mazzini (C. lo avrebbe definito «il capo di un'orda di fanatici assassini»[104] oltreché «un nemico pericoloso quanto l'Austria»[105]), poiché i due attentatori avevano militato nel suo Partito d'Azione.  Secondo Denis Mack Smith, C. aveva in passato finanziato i due rivoluzionari a causa della loro rottura con Mazzini e, dopo l'attentato a Napoleone III e la conseguente condanna dei due, alla vedova di Orsini fu assicurata una pensione[106]. C. al riguardo fece anche pressioni politiche sulla magistratura per far giudicare e condannare la stampa radicale[107].  Egli, inoltre, favorì l'agenzia Stefani con fondi segreti sebbene lo Statuto vietasse privilegi e monopoli ai privati[108]. Così l'agenzia Stefani, forte delle solide relazioni con C. divenne, secondo il saggista Gigi Di Fiore, un fondamentale strumento governativo per il controllo mediatico nel Regno di Sardegna[109].  Mazzini, intanto, oltre ad aver condannato il gesto di Orsini e Pieri, espose un attacco nei confronti del primo ministro, pubblicato sul giornale L'Italia del Popolo:  «Voi avete inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la nostra gioventù, sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena politica di colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci separa. Noi rappresentiamo l'Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione monarchica. Noi desideriamo soprattutto l'unità nazionale, voi l'ingrandimento territoriale»  (Giuseppe Mazzini[110])  Risorgimento Il ruolo di C. durante il Risorgimento ha suscitato varie dispute. Sebbene sia considerato uno dei padri della patria assieme a Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Mazzini, il Conte inizialmente non riteneva fosse possibile unire tutta l'Italia soprattutto per l'ostacolo rappresentato dallo Stato Pontificio e dunque puntava solamente ad allargare i confini del regno dei Savoia nel nord Italia (lo stesso Mazzini lo accusava di non promuovere una politica chiaramente volta all'unificazione di tutta la penisola).  Nella cultura di massa Nelo Risi, Patria mia. Camillo Benso di C., Rai, 1961, documentario (successivamente trasmesso da Rai Storia il 10 agosto 2010). Piero Schivazappa, Vita di C., sceneggiato su sceneggiatura di Giorgio Prosperi (1967). Maricla Boggio, C., l'amore e l'Opera Incompiuta, (2011, testo teatrale). Onorificenze Camillo Benso di C.  Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di C., di Cellarengo e di Isolabella Conte di Cellarengo e di Isolabella Conte dei marchesi di C. Stemma Nome completo Camillo Paolo Filippo Giulio Nascita Torino, 10 agosto 1810 Morte Torino, 6 giugno 1861 Luogo di sepoltura Castello C. di Santena Dinastia Benso Padre Michele Benso di C. Madre Adele di Sellon d'Allaman Religione Cattolicesimo C. ottenne numerose onorificenze, anche straniere. Si riportano quelle di cui si è a conoscenza da fonti attendibili:  Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata  Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro — 26 marzo 1853 Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr Nevskij (Russia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr Nevskij (Russia) Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) Cavaliere di grande stella dell'Ordine del leone e del sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di grande stella dell'Ordine del leone e del sole (Persia) Tavola genealogica di sintesi  Lo stesso argomento in dettaglio: Benso_(famiglia) § Armoriale.  Bernardino *? †?  Pompilio[112] 4 Silvio *? †1624 Michelantonio  Bernardino *? †? Zenobia *? †?  Maurizio Pompilio Conte di Cellarengo e Isolabella 1635 †? Paolo Giacinto Signore di C.  Ludovico Percivalle Giuseppe Filippo Signore di C.  Carlo Ottavio  Michele Antonio III Marchese di C.  Giuseppe Filippo IV Marchese di C.  Michele V Marchese di C.  Gustavo VI Marchese di C.  Camillo Paolo Conte di C. Augusto Giuseppina Carlo Alfieri di Sostegno  Ainardo VII Marchese di C.  Maria Luisa   Emilio Visconti Venosta  Adele  Paola  Carlo *1879†1942 Francesco  Enrico  Giovanni  Note Esplicative ^ Il titolo di conte attribuito al C. era un titolo di cortesia, all'uso francese. Questo sistema concedeva al primogenito il titolo immediatamente inferiore a quello del titolare capofamiglia, al secondogenito quello ancora inferiore e così via a scalare. In questo caso, quando morì il padre di Camillo (il marchese Michele) al suo primo figlio (Gustavo) andò il titolo di marchese e al suo secondogenito (Camillo) quello di conte. Alla morte del fratello Gustavo, Camillo avrebbe ereditato il titolo di marchese. Morì invece prima di Gustavo. Forum "I Nostri Avi", su iagiforum.info. ^ Al termine del suo tirocinio militare presentò una memoria dal titolo Esposizione compita dell'origine, teoria, pratica, ed effetti del tiro di rimbalzo tanto su terra che sull'acqua. Cfr. Dalle Regie scuole teoriche e pratiche di Artiglieria e Fortificazione alla Scola d'applicazione di Artiglieria e Genio, Scuola di applicazione delle armi di Artiglieria e Genio, Torino, 1939. ^ "Dal momento in cui mi trovai in condizione di poter leggere da me stesso i libri di Rousseau, ho sentito per lui la più viva ammirazione. È a mio giudizio l'uomo che più ha cercato di rialzare la dignità umana, spesso avvilita nella società dei secoli trascorsi. La sua voce eloquente ha più di ogni altra contribuito a fissarmi nel partito del progresso e della emancipazione sociale. L'Emilesoprattutto mi è sempre piaciuto per la giustezza delle idee e la forza della logica. (Citato in Italo de Feo, C.: l'uomo e l'opera, A. Mondadori) ^ I De La Rüe erano originari di Lessines ma appartenevano ad un'antica famiglia nobile di Ginevra dove occupavano una posizione eminente nell'aristocrazia locale già nel XVI e XVII secolo. Fra il XVIII e il XIX secolo due membri della famiglia, Antoine e Jean, si trasferirono a Genova. Ad essi si deve la fondazione della banca De La Rüe frères. C., arrivato a Genova nel 1830, strinse amicizia con i figli di Jean: David-Julien, Hippolyte ed Émile. Quest'ultimo dopo il 1850 fu l'unico a dirigere la banca (divenuta la De La Rüe C.) e fu il riferimento dell'imprenditore C.. Cfr. Romeo, p. 26. ^ C. in un articolo scrisse: «L'ora suprema per la monarchia sarda è suonata, l'ora delle forti deliberazioni, l'ora dalla quale dipendono i fati degli imperii, le sorti dei popoli» ^ La guerra colpì C. anche personalmente, poiché nella Battaglia di Goito il figlio del fratello Gustavo, il marchese Augusto di C., rimase ucciso a soli 21 anni. Il colpo fu molto duro per il Conte, che per il nipote nutriva un affetto paterno. Prova ne fu che conservò la sua divisa insanguinata per tutta la vita. Cfr. Hearder, C., Bari, 2000, pag. 67. ^ Furono accordati a Parigi riduzioni sui dazi per l'importazione in Piemonte di vini e articoli di moda; ottenendo in cambio il mantenimento dei vantaggi per l'esportazione in Francia del bestiame sardo, del riso e della frutta fresca. ^ Le trattative, iniziate già prima dell’avvento di C. al governo, furono difficili per i negoziatori piemontesi. Posti nell’alternativa tra l’accettazione di un trattato per vari rispetti poco favorevole e il ritorno al regime precedente a quello convenuto nel 1843, essi ammisero restrizioni alla reciprocità nei diritti di navigazione allora stabilita (e che ora veniva limitata alla navigazione diretta tra i porti dei due Stati), a Parigi accordarono riduzioni sui dazi che colpivano l’importazione francese di vini e acquaviti, porcellane e articoli di moda ottenendo in cambio il mantenimento del regime di favore per l’ingresso nel territorio francese del bestiame sardo (a eccezione della frontiera savoiarda, donde si temeva l’afflusso in Francia di bestiame svizzero), e riduzioni sul riso e la frutta fresca. Non riuscirono però a strappare alcuna concessione sull’olio d'oliva, di grande importanza soprattutto per le regioni produttrici ed esportatrici della Riviera di Ponente; e dovettero in pari tempo accettare una convenzione sulla proprietà letteraria che era nettamente favorevole a un paese esportatore di idee e di libri come la Francia. Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 206-207. ^ Le industrie esportatrici come la seta non ponevano alcun problema di protezione, mentre quelle della lana, della canapa e del lino sembravano abbastanza sviluppate da resistere anche con una protezione considerevolmente ridotta. Invece, si prevedevano reclami contro le riduzioni daziarie da parte della industria del cotone, la meno naturale di tutte in quanto dipendente tutta da materie prime provenienti dall'estero e si escludeva ogni competitività per la siderurgia, possibile in Piemonte solo con una protezione elevatissima. Per le lavorazioni meccaniche si prevedeva un dazio medio del 25%, giudicando inesistete qualunque settore non riuscisse a sopravvivere alla concorrenza con una tale protezione. Eliminati presso che interamente i dazi alla esportazione – anche in casi come quello degli stracci che l’industria della carta, sviluppata specialmente in Liguria, utilizzava come materia prima – il governo assunse un atteggiamento nettamente contrario alla protezione anche in fatto di industria zuccheriera, rifiutando di cedere alle insistenti richieste degli interessati per una riduzione ulteriore del dazio sugli zuccheri non raffinati, in vista di uno sviluppo della industria nazionale della raffinazione, che neppure il regime eccezionale di favore stabilito dopo il 1830 era riuscito ad attivare. In agricoltura ci si orientò verso il mantenimento della moderata protezione esistente sui cereali, godendo già di un vantaggio da valutarsi a non meno del 10% sovra le spese di trasporto, anticipazioni di fondi ecc. in confronto alle importazioni dall’estero. Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 207. ^ In cambio di estese facilitazioni a vantaggio dei prodotti agricoli, dei sali e dei marmi piemontesi, si concessero al Belgio importanti agevolazioni (parallelamente concesse all’Inghilterra) per le sue manifatture, esplicitamente rinunciando alla protezione degli zuccherifici e della siderurgia (soprattutto ligure, che per C. non aveva avvenire), e manifestando invece la fiducia che le industrie tessili, compresa quella del cotone, ricavassero nuovi impulsi al loro sviluppo e ammodernamento dalla più attiva concorrenza belga. Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 208. Il conte aveva previsto che, dopo i trattati con il Belgio e con l’Inghilterra, la Francia avrebbe chiesto il trattamento della nazione più favorita e per correndo il rischio di nuove concessioni senza corrispettivo alla potente vicina doveva valere il carattere oneroso, sia pure apparente, ch’egli aveva voluto dare alle concessioni fatte alla Gran Bretagna. Ma nei nuovi negoziati, richiesti da parte francese, la Sardegna riuscì solo a ottenere qualche concessione sulle esportazioni di bestiame minuto e di frutta e dovette anche concedere nuove agevolazioni sulle sete e sui libri. Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 209. ^ Secondo Chiala, quando La Marmora propose a Vittorio Emanuele la nomina di C. a Presidente del Consiglio, il Re avrebbe risposto in piemontese: «Ca guarda, General, che côl lì a j butarà tutii con't le congie a'nt l'aria» ("Guardi Generale, che quello lì butterà tutti con le gambe all'aria"). Secondo Ferdinando Martini, che lo seppe da Minghetti, la risposta del Sovrano sarebbe stata ancora più colorita: «E va bin, coma ch'aa veulo lor. Ma ch'aa stago sicur che col lì an poch temp an lo fica an't el prònio a tuti!» ("E va bene, come vogliono loro. Ma stiamo sicuri che quello lì in poco tempo lo mette nel culo a tutti!") cfr. Indro Montanelli, L'Italia unita, Bur, 2. ^ C. per l'apertura delle ostilità colse il pretesto che la Russia durante la prima guerra di indipendenza aveva rotto le relazioni con il Regno di Sardegna (al tempo la Russia intratteneva rapporti migliori con l'Austria) e che lo Zar Nicola I aveva rifiutato, nel 1849, di riconoscere l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II. Cfr. Hearder, C., Bari L'uniforme è esposta nel Museo del Risorgimento di Torino. Con spadino, feluca, placca e fascia da Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cotone, velluto, acciaio, madreperla, ottone, cuoio, piume di struzzo, argento, argento dorato, smalto e gros di seta. ^ Il Piemonte, assieme alla Francia, chiese anche l'annullamento delle elezioni tenutesi in Moldavia nel luglio 1857 che, con risultati definiti inattendibili, avevano avuto un esito sfavorevole all'unione dei due principati. ^ L'Austria con la guerra di Crimea aveva perso l'amicizia della Russia e vedeva allontanarsi la Prussia che era alla ricerca di maggiore autonomia, mentre la tiepida amicizia della Gran Bretagna non poteva bilanciare la situazione. Bibliografiche ^ Disegno dell'inglese William Brockedon. ^ Romeo Romeo. ^ Romeo. ^ Hearder, C., Bari, 2000, pag. 26. ^ Giuseppe Talamo, La formazione di C.: la rivoluzione di luglio e i primi anni Trenta, in Nuova antologia, APR - GIU, 2010 p=45. ^ AA. VV., C. nel 150° anniversario dell’Unità, Gangemi Editore SpA, . ^ Federico Navire, Torino come centro di sviluppo culturale: un contributo agli studi della civiltà italiana, Francoforte, Peter Lang, . ^ Romeo, pp. 102-103. ^ Romeo Romeo, pp. 118-121. ^ Romeo, p. 121. ^ Romeo, p. 131. ^ Romeo, p. 137. ^ Romeo, p. 139. ^ Romeo, pp. 140-141. ^ Dipinto di Paolo Bozzini (1815-1892). ^ Romeo, pp. 149-150. ^ Romeo. ^ Romeo, p. 159. ^ Romeo, pp. 160-162. ^ Romeo Romeo Romeo, pp. 167-168. ^ Romeo, pp. 171-172. ^ Romeo, pp. 172-173. ^ Ritratto di Francesco Hayez del 1860. ^ Romeo Hearder, C., Bari, 2000, pag. 69. ^ Romeo, pp. 175-176, 179. ^ Romeo, pp. 177-178. ^ Romeo, p. 186. ^ Romeo, pp. 186-187. ^ Romeo, pp. 188-189. ^ Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 204. ^ Romeo, p. 191. ^ Romeo, p. 192. ^ Romeo, pp. 193-194. ^ Hearder, C., Bari Romeo, pp. 195-196. ^ Hearder, C., Bari, 2000, pagg. 71-72. ^ Romeo, pp. 197, 201-202. ^ Romeo, pp. 202-203. ^ Da Londra effettuò escursioni a Oxford, Woolwich e Portsmouth. ^ Nel viaggio toccò Manchester, Liverpool, Sheffield, Hull, Edimburgo, Glasgow e le Highlands. ^ Romeo Romeo, pp. 224-225. ^ Dipinto di Michele Gordigiani ^ Hearder, C., Bari, 2000, pag. 81. ^ Romeo Romeo, pp. 240, 244-245, 252. ^ Romeo, p. 245. ^ Romeo, pp. 248-249. ^ Valerio, Brofferio, Pareto a Sinistra e Solaro della Margarita a Destra. ^ Romeo, p. 259. ^ Romeo, pp. 259-260. ^ Romeo, p. 261. ^ Hearder, C., Bari, 2000, pagg. 94-96. ^ Hearder, C., Bari Ritratto di George Peter Alexander Healy ^ Romeo, p. 300. ^ Dipinto di Édouard Louis Dubufe. ^ Romeo, p. 327. ^ Romeo, p. 337.  Romeo, pp. 347-348. ^ Romeo, pp. 352-354. ^ Romeo, pp. 360-362. ^ Romeo, pp. 366-368, 370. ^ Romeo, pp. 355, 371. ^ Dipinto di Adolphe Yvon. ^ Vignetta di Francesco Redenti (1820-1876) del gennaio 1857 apparsa sul giornale torinese Il Fischietto. ^ AA.VV, Storia delle relazioni internazionali, Monduzzi, Bologna, 2004, pagg. 45-46. ^ Romeo, pp. 431-432. ^ Romeo, p. 450. ^ Romeo, pp. 450-451. ^ Ritratto di Francesco Hayez. ^ Romeo, pp. 457-458. ^ Romeo, pp. 459-460. ^ Romeo, pp. 460, 462-463. ^ Romeo, pp. 464-465. ^ Romeo, pp. 468-469. ^ Romeo, pp. 470-473. ^ Romeo, pp. 474, 476. ^ C. e la famiglia, su Fondazione Camillo C. Santena. URL consultato il 28 giugno 2021. «Fa specie pensarlo, ma nelle vene di Camillo C., propugnatore della laicità dello Stato, scorreva lo stesso sangue di un campione della Controriforma cattolica!» ^ Camillo Benso, Discorso del 27 Marzo 1861 - Camillo Benso di C., su camilloC..com, 27 marzo  «noi siamo pronti a proclamare nell'Italia questo gran principio: Libera Chiesa in libero Stato. I vostri amici di buona fede riconoscono come noi l'evidenza, riconoscono cioè che il potere temporale quale è non può esistere.» ^ Libera Chiesa in libero Stato nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 28 giugno 2021. ^ Romeo, p. 508.  Romeo, p. 518.  Romeo, p. 524. ^ Marziano Bernardi, op. cit., p. 122 ^ Roberto Dinucci, Guida di Torino, Edizioni D'Aponte, p. 127 ^ Marziano Bernardi, Torino – Storia e arte, Torino, Editori Fratelli Pozzo, 1975, p. 122. ^ In Dizionario Biografico Treccani ^ Rino Fisichella, La confessione di uno scomunicato, in: L'Osservatore Romano, 6 novembre 2009 ^ Indro Montanelli, L'Italia dei notabili, Milano, Rizzoli, 1973, p. 15 ^ In In Gianni Gennari, Avvenire, 5 ^ "C. ultimo atto l'inferno può attendere", La Stampa ^ Indro Montanelli, L'Italia dei Notabili, Milano, Rizzoli, 1973. ^ La morte di C., su win.storiain.net.. ^ Romeo, p. 525. ^ Rita Belenghi, Giuseppe Verdi, Liguori Bianchi, Camillo di C., Torino, Unione Tipografico-Editrice Volantino pubblicato su "Italia del popolo", 5 ^ Giancarlo De Cataldo, Chi ha paura di Mazzini?, in lastampa.it.. ^ Denis Mack Smith, Mazzini, Rizzoli, Milano, Smith, Mazzini, Rizzoli, Milano Smith, Mazzini, Rizzoli, Milano, 1993, pag. 174 ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, 2007, pag. 64. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, 2007, pag. 62.  Alberto Cappa, C., G. Laterza et figli, 1932, pag. 249. ^ Calendario reale per l'anno 1861, Ceresole e Panizza, Torino  Pompilio Benso riceve l'investitura del feudo di Isolabella. Il 20 giugno 1618 il feudo fu eretto a contea. Cfr. Storia del Comune di Isolabella, su comune.isolabella.to.it. URL consultato il 6 novembre 2019. Bibliografia  Scritti di economia, 1962 Uno dei riferimenti principali della bibliografia relativa a C. è la Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti (Olschki, Firenze, nel cui primo volume, alle pp. 160–164, sono riportati, a cura di Giuseppe Talamo, gli scritti del Conte e la bibliografia su di lui fino al 1969. L'opera è stata aggiornata per il periodo 1970-2001 con altri 3 volumi più uno di indici nel 2003-2005. A C. sono dedicate le pp. 307–310 a cura di Sergio La Salvia.  Carteggio, scritti, discorsi Camillo Benso conte di C. (a cura della Commissione Nazionale per la pubblicazione dei carteggi del Conte di C.), Epistolario, 18 volumi, Olschki, Firenze (varie edizioni di alcuni volumi). Camillo Benso di C., Autoritratto. Lettere, diari, scritti e discorsi, a cura di Adriano Viarengo, prefazione di Giuseppe Galasso, Classici moderni Mondadori, Milano, 2010, Camillo C., Scritti di economia, Testi e documenti di storia moderna e contemporanea 5, Milano, Feltrinelli, Biografie di riferimento reperibili Luciano Cafagna C., Il Mulino, Bologna, 1999. Ristampa Arti. C.. L'uomo che fece l'Italia. Marsilio, Venezia 2011 William De La Rive, Il conte di C.: racconti e memorie, con tre lettere inedite del conte di C., prefazione di Emilio Visconti Venosta, Santena, Associazione Amici della Fondazione C., 2001 (ristampa dell'edizione italiana, Torino, Bocca, 1911, de Le comte de C.: recits et souvenirs, Paris, J. Hetzel, 1862). Harry Hearder, C.. Un europeo piemontese, Laterza, Bari, 2000. 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Storia controcorrente del Risorgimento, Piemme, Milano Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli, Milano Camilla Salvago Raggi, Donna di passione. Un amore giovanile di C., Viennepierre, Milano, 2007. Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale: unità e unificazione dell'Italia (1860-2000), Guida, Napoli, Staffieri, Il conte di C. nel Ticino e un discorso mai pronunciato, in Il Cantonetto, Lugano, agosto 2011, Fontana Edizioni SA, Pregassona 2011, pp. 75–82. Voci correlate Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna Risorgimento Unità d'Italia Famiglia Benso Tavola genealogica di sintesi della famiglia Benso Canale C.C., Camillo Benso conte di, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Francesco Lemmi, C., Camillo Benso, conte di, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931. 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Modifica su Wikidata (EN) Opere di Camillo Benso, conte di C., su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere riguardanti Camillo Benso, conte di C., su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Camillo Benso, conte di C., su Goodreads. Camillo C. (Benso Di), su storia.camera.it, Camera dei deputati. Modifica su Wikidata Camillo Benso, conte di C., in Archivio storico Ricordi, Ricordi et C.. Modifica su Wikidata Riccardo Faucci, C., Camillo Benso conte di, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. Fondazione C. di Santena, su fondazioneC..it. Associazione degli amici della Fondazione C., su camilloC..com. Portale Biografie  Portale Politica  Portale Risorgimento PAGINE CORRELATE Guerre d'indipendenza italiane insieme di tre conflitti tra il 1849 e il 1866 Alleanza sardo-francese alleanza tra Regno di Sardegna e Secondo Impero francese Benso (famiglia) famiglia nobiliare italiana Wikipedia Grice e Cavour. Cavour

 

Luigi Speranza -- Grice e Cazio – Roma – filosofia ialiana – Luigi Speranza (Roma). He is presented by Orazio as something of a philosophica dilettante obsessed with food.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cazio: l’orto a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Catius insuber. Member of the Garden. He wrote four books in which he set out the school’s teachings on the nature of the universe and the most important hings in life. The books were aimed at making the teachings available and accessible to a wide audience.

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