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Speranza -- Grice e Catone: Minore – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Marco Porcio
Catone Uticense Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia
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Largo Niente fonti! Questa voce o sezione sugli argomenti politici romani e
militari romani non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono
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attendibili secondo le linee guida sull'uso delle fonti. Marco Porcio Catone
Uticense Pretore della Repubblica romana Jean-Baptiste Roman e François Rude
(1832-1835), Catone Uticense legge il Fedone prima di togliersi la vita. Museo
del Louvre, Parigi. Nome originale Marcus Porcius Cato Uticensis Nascita Roma
Morte Utica Coniuge Atilia Marzia Figli Marco Porcia Gens Porcia Padre Marco
Porcio Catone Saloniano il Giovane Madre Livia Drusa Tribuno militare Questura
in Cipro Tribunato della plebe Pretura Propretura in Cipro in Sicilia 47 a.C.
in Africa Marco Porcio Catone Uticense (in latino Marcus Porcius Cato
Uticensis, detto anche Minor per distinguerlo dal suo avo Marco Porcio Catone,
detto pertanto Maior; Roma, 95 a.C. – Utica, 12 aprile 46 a.C.) è stato un
politico, militare, scrittore e triumvir monetalis romano. Se si eccettua
l'accusa, non verificata, di ebrius (ubriacone) mossagli da Gaio Giulio Cesare,
l'Uticense è descritto persino dalle fonti a lui ostili e dai suoi più aspri
nemici come una figura di somma rettitudine, incorruttibile ed imparziale,
molto scomodo per i suoi avversari. È mostrato come il campione delle prische
virtù romane per antonomasia, uomo fuori del suo tempo, citato ogni qual volta
si volevano lodare (o anche sbeffeggiare, come in Marziale) i Romani dei tempi
eroici. Seguace della filosofia stoica e celebre oratore, Catone Uticense viene
ricordato, oltre che per la sua caparbietà e tenacia, per essersi ribellato
alla presa di potere da parte del suo rivale Cesare, preferendo il suicidio
all'umiliazione di farsi graziare da Cesare e assistere alla fine dei valori
repubblicani di Roma, che aveva sempre difeso. Fu pronipote di Catone il
Censore. Biografia Origini familiari Il figlio di Marco Porcio Catone il
Censore e di Salonina, Marco Porcio Catone Saloniano, ebbe due figli, il
maggiore dei quali, Marco Saloniano il Giovane, sposò Livia, figlia di Marco
Livio Druso, console nel 112 a.C. Da questo matrimonio nacque, oltre quel
Marco, che sarà l'Uticense, Porcia. Da un precedente matrimonio di Livia con
Quinto Servilio Cepione erano nati Servilia e Quinto Servilio Cepione.
Quest'ultimo avrà una figlia anch'essa di nome Servilia. Pertanto Marco (il
futuro Uticense) e Porcia, Servilia e Quinto Servilio Cepione, erano figli
della stessa madre. Dal matrimonio di Servilia (sorellastra dell'Uticense e
amante di Gaio Giulio Cesare) con il tribuno della plebe Marco Giunio Bruto,
nascerà Marco Giunio Bruto il futuro cesaricida, che sposerà la cugina Porcia
(figlia di Catone). L'altra Servilia, nipote dell'Uticense, andrà sposa a Lucio
Licinio Lucullo e verrà da questi ripudiata per la sua scandalosa condotta. Una
menzione a parte merita la moglie dell'Uticense, Marcia, ceduta dallo stesso al
famoso oratore Ortensio, ricchissimo, e ripresa in casa dopo la morte di
quest'ultimo. Giovinezza e studi Plutarco, nella sua raccolta di biografie
intitolata Vite parallele, descrive il giovane Catone Uticense come un ragazzo
molto composto e deciso, dal carattere imperturbabile, sia nel parlare che
nelle attività fisiche. Data la sua modestia e il suo coraggio sviluppato nel
corso degli anni, Catone stava lontano da chi tentava di adularlo e si
dimostrava autoritario invece nei confronti di chi lo voleva intimidire;
tuttavia non era un tipo violento e non si lasciava sopraffare dall'ira. Sempre
secondo Plutarco, Catone non sorrideva quasi mai e si rilassava solo in
determinate occasioni. Catone Uticense durante gli anni scolastici risultava
essere molto più impacciato e duro di comprendonio rispetto ai suoi compagni,
anche se aveva una grande capacità mnemonica. Nonostante le difficoltà negli
studi, Catone li viveva molto seriamente e laboriosamente, ascoltando ed
obbedendo sempre agli insegnamenti del suo saggio e comprensivo tutore,
l'anziano Sarpedonte. Durante questo periodo, gli alleati italici di Roma
facevano di tutto per ottenere la cittadinanza romana, il che preoccupava non
poco i militari e i senatori romani. Il condottiero marso Quinto Poppedio
Silone, che alloggiava allora nella casa di Livio Druso, incitava il piccolo e
suo fratello a prendere parte, una volta diventati uomini, alla battaglia per
la cittadinanza: "Orsù, fate in modo che in favore nostro preghiate lo zio
ad adoperarsi per i nostri diritti." Il fratello di Catone, Cepione,
accettò sorridendo, mentre Catone rimase in silenzio a guardare Silone e gli
altri ospiti con disprezzo, quindi Silone lo afferrò da terra e lo avvicinò
alla finestra, minacciando che l'avrebbe ucciso facendolo cadere da lì, ma
Catone continuò a non dire niente. Silone, resosi conto che il ragazzo non
aveva nessuna paura, lo rimise giù e disse: "Quale fortuna per l'Italia
che questi è un fanciullo; poiché se fosse stato adulto credo che neppure un
voto ci sarebbe stato per noi nell'assemblea popolare"[1]. Carriera
politica Nel 72 a.C. Catone combatté come volontario nella terza guerra servile
contro Spartaco. Nel 67 a.C. venne nominato tribuno militare in Macedonia e
legato di Pompeo per la guerra contro i pirati. Fu questore nel 64 a.C. e
tribuno della plebe nel 62 a.C. Essendo tribuno designato, nel 63 a.C. ottenne
dal senato la condanna a morte per alcuni seguaci di Catilina (pena che sarà
poi eseguita dall'allora console Cicerone), in opposizione a Cesare, che
proponeva pene più miti. Quindi fu questore e propretore tra il 58 a.C. e il 56
a.C., con l'incarico di ridurre a provincia romana l'isola di Cipro sottratta
all'Egitto, pretore nel 54 a.C.. Intorno al 49 a.C. lo troviamo in Sicilia, non
si sa bene se col grado di questore o di propretore. Poco portato al
compromesso e indifferente agli interessi dei compagni di partito, quello degli
optimates, conobbe anche l'insuccesso elettorale, nel 55 a.C., anno in cui si
era candidato per la carica di pretore. Oltre che da Seneca, questo particolare
ci viene riferito da Petronio Arbitro che considera tale bocciatura cosa
disonorevole non per Catone, ma per il popolo romano. Nell'esercizio delle sue
funzioni, si oppose all'illegalità, dichiarandosi custode del mos maiorum e delle
istituzioni repubblicane, attaccando chiunque non si muovesse entro quei
limiti. Uniformò tutta la sua vita ai precetti dello Stoicismo, mostrando
grande intransigenza nei confronti di potenti autocrati e dei più spregiudicati
mestieranti della politica del tempo, non facendosi per nulla intimorire da
minacce palesi contro la sua incolumità. Contro i futuri Triumviri Si scagliò,
infatti, contro Gneo Pompeo Magno, il conquistatore della provincia d'Oriente,
al quale, opponendosi coi suoi seguaci in senato, negò il trionfo, le terre che
Pompeo stesso chiedeva per ricompensare i suoi veterani e il riconoscimento
della sistemazione che egli aveva dato ai territori sottomessi. Pompeo infatti,
nel conquistare i territori della suddetta nuova provincia era andato oltre il
suo mandato, violando la legge che prevedeva l'intervento del senato ove un
governatore di provincia si fosse spinto oltre i limiti territoriali di sua
competenza: Pompeo, nelle intenzioni di Catone, avrebbe dovuto rispondere
all'accusa di interesse privato nella sistemazione territoriale, nella nomina
di suoi clienti in posti chiave della provincia e al mantenimento, ai confini,
di re e governanti che molto probabilmente avevano sborsato ingenti somme per
essere mantenuti o posti sul trono. Si oppose anche a Marco Licinio Crasso, (il
vincitore della rivolta servile del 73 a.C., guidata da Spartaco e terminata,
nel 71 a.C., con la crocifissione di 6000 schiavi lungo la via Appia) che
chiedeva per i suoi amici, appartenenti all'ordine equestre, una parziale
restituzione di somme, da costoro versate e già incamerate dall'erario,
relative e conseguenti all'aggiudicazione delle gare d'appalto per la
riscossione delle tasse nella provincia d'Oriente; anche in questo caso
l'opposizione di Catone non lasciò spazio a ulteriori discussioni: le
trattative si erano svolte regolarmente secondo contratti letti, accettati e
sottoscritti dagli interessati; si accontentassero gli appaltatori delle
imposte di guadagnare un po' meno. Coppe di propaganda politica di Catone e
Catilina. Non meno violenta fu l'opposizione di Catone a Gaio Giulio Cesare,
(rinfocolata da animosità personali, se vogliamo credere ai pettegolezzi
riferiti da Sallustio) sia quando questi proponeva, contro i congiurati che
avevano fiancheggiato Lucio Sergio Catilina, pene alternative a quella di
morte, proposta invece con vigore da Marco Tullio Cicerone e dallo stesso
Catone, sia quando chiedeva, contestualmente al trionfo per le imprese di
Gallia, la rielezione a console per l'anno successivo. Prassi voleva, rispose
Catone, che il consolato non si potesse chiedere in absentia e che il trionfo
si potesse celebrare dopo che il comandante avesse congedato le proprie
milizie: rimproverava inoltre a Cesare l'essersi arricchito in Gallia a tal
punto da poter pagare ingenti somme per saldare i debiti dei suoi tanti amici e
fiancheggiatori, residenti in Roma: Catone, inoltre, voleva che Cesare
deponesse la carica che deteneva da otto anni illegalmente, rientrando in Roma
da privato cittadino. Su quest'atteggiamento ostile verso Cesare non si sa se e
quanto avrà potuto influire la lunghissima relazione extraconiugale tra il
conquistatore delle Gallie e Servilia, sorellastra dell'Uticense: di certo
almeno in un'occasione l'Uticense ne rimase irritatissimo. Con Cesare
diventavano tre gli scontentati, rappresentanti della fazione dei populares: a
questo punto i tre, Pompeo, Crasso e Cesare, umiliati da Catone, decidono di
stringere un patto di mutua alleanza, il cosiddetto primo triumvirato, per
impossessarsi del potere. In più di un'occasione Cicerone addebiterà
all'Uticense la responsabilità d'aver rotto, col suo rigido atteggiamento, da
stoico intransigente, la concordia ordinum, ossia quel delicato equilibrio su
cui si reggeva, ma ancora per poco, il vecchio sistema repubblicano. La svolta
pompeiana Soltanto quando, morto Crasso nella battaglia di Carre contro i
Parti, tra Cesare e Pompeo cominciano a manifestarsi gelosie e reciproci
sospetti, Catone, in un estremo tentativo di difendere le istituzioni repubblicane,
si avvicinò a Pompeo, che nel frattempo strizzava l'occhio agli optimates in
funzione anticesariana: intanto Cesare, il conquistatore delle Gallie, varca il
Rubicone, puntando con le sue legioni su Roma: Pompeo, il senato romano e i
catoniani abbandonano la città, sperando di ricongiungersi alle legioni
anticesariane delle province. Gli eventi precipitano, portando allo scontro tra
Cesare e Pompeo, e quando quest'ultimo, in fuga, dopo la battaglia di Farsalo
(48 a.C.), viene ucciso a tradimento in Egitto, per ordine del quattordicenne
faraone Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra, per Catone e i suoi seguaci,
incalzati dalle legioni di Cesare, non rimane che tentare un'estrema resistenza
nelle Province. La più sicura di esse era la Numidia, governata all'epoca dal
re Giuba I, anticesariano e protettore dei catoniani, già distintosi per aver
inferto gravi sconfitte all'avversario, ma prossimo anche lui alla
capitolazione, avvenuta nella battaglia di Tapso, e al suicidio (46 a.C.). Le
milizie cesariane puntano ora su Utica, dove sono arroccati i Catoniani e dove
si consuma l'estremo sacrificio di Catone. Vita privata Catone ebbe due mogli.
La prima fu Atilia, figlia di Caio Atilio Serranus, sposata nel 73 a.C., da cui
ebbe il figlio Marco, morto a Filippi nel 42 a.C., e la figlia Porcia, che
sposò Bruto. Da Atilia, Catone divorziò nel 63 a.C. per adulterio. La seconda
moglie di Catone fu Marzia, che venne da questo "data in prestito" a
Quinto Ortensio. Dopo la scomparsa di questo secondo marito ella però tornò dal
primo, divenendo un simbolo di fedeltà coniugale, citato da numerosi autori, da
Lucano a Dante Alighieri. La fine La morte di Catone, nell'interpretazione
dell'artista francese Bouillon. Morto Pompeo, Catone raggiunse Utica con un contingente
forte di ben diecimila legionari, con i quali era riuscito a percorrere ben
2253 km (da Arsinoe in Cirenaica a Utica) in condizioni estreme e in poco meno
di quattro mesi. A Utica i suoi fautori, in un primo tempo decisi a difendersi
con il favore degli abitanti, si perdettero d'animo e cominciarono a parlare di
arrendersi a Cesare. Catone non voleva abbassarsi a chiedere grazia; perciò
diede a coloro che volevano partire i mezzi per il viaggio, pranzò con
tranquillità, trascorse le ultime ore in discussioni filosofiche e nella
lettura di alcuni passi del Fedone di Platone, ovvero il libro che parla della
sopravvivenza dell'anima dopo la morte, poi si trafisse con la spada il ventre
dopo aver letto il libro per l'intera nottata, esclamando: «Virtù, non sei che una
parola». Accorsi, i suoi amici gli fasciarono la ferita, ma egli, strappate le
bende, volle morire infierendo nervosamente contro i suoi visceri. Per lui,
stoico, la morte non era un male ma uno strumento di liberazione, dal momento
che ogni altra via era preclusa. È per questo che Dante nel Purgatorio lo
sceglie, pur suicida, come esempio di libero arbitrio, dono di Dio. Si disse
che Cesare avesse parole di ammirazione per questo suo ostinato avversario; ma
quando Cicerone, Bruto e Fabio Gallo scrissero per esaltare la virtù e la
preveggenza di Catone, Cesare rispose con gli Anticatones, due libelli polemici
diretti a confutare l'esaltazione dell'Uticense, presentato dai suoi amici come
martire della libertà repubblicana, dal tono volutamente denigratorio (anche in
base a motivi di rancore personale poiché una figlia di Catone, Porcia, era
appena diventata moglie di Bruto suscitando scandalo). Opere letterarie La
morte di Catone l'Uticense, nell'opera di Guillaume Guillon Lethière, 1795, San
Pietroburgo, Ermitage. Alla morte di Catone, vennero pubblicate parecchie opere
commemorative, andate perdute, compreso il già citato Anticato (= Contro
Catone), scritto da Cesare in chiave ironica, per svilirne l'operato e il
ricordo. Del medesimo tenore, com'è dato capire da un passo di Svetonio, è
verosimile che fossero i rescripta Bruto de Catone (=risposte a Bruto su
Catone) dell'imperatore Augusto. Può quindi desumersi che la figura di Catone
Uticense assunse, già fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte,
le proporzioni di un simbolo, prima nazionale, poi universale[2]. Letteratura
classica Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina.
Fonte principale su Catone Uticense è la biografia di Plutarco nelle Vite
parallele che accentua i caratteri politici della sua figura e che sarà il
modello delle elaborazioni moderne del personaggio. Sulla sua azione politica
abbiamo notizie, soprattutto da Cicerone (Epistolario) e da Sallustio (Bellum
Catilinae), suoi contemporanei tra i più noti. L'azione politica e le imprese
di Catone sono state anche oggetto di trasposizione poetica da parte di Lucano,
nella sua Pharsalia o dir che si voglia Bellum civile che pone l'accento sulla
sua integrità morale e sulla sua eroica fedeltà ad un ideale di libertà
politica difesa fino alla morte. Lusinghieri i giudizi sulla onestà, dirittura
morale, fermezza d'opinione e coraggio messi in atto per la difesa della
legalità che si leggono in autori di ogni epoca, quali Livio, (com'è dato
supporre dalle periochae, riassunto della sua monumentale opera), Valerio
Massimo, Seneca, Tacito, Marziale, Quintiliano, Publio Papinio Stazio per
parlare dei più noti. In particolare il nome di Catone ricorre spesso in
un'opera storica, per certi aspetti singolare, meglio conosciuta come Historia
Augusta (HA), serie di biografie imperiali da Adriano a Numeriano (dal 117 al
284): esso viene evocato per elogiare imperatori "liberali", sotto i
quali, dice l'autore (o dicono gli autori, cf. il libro di S. Mazzarino appresso
indicato) "sarebbe stato felice di vivere persino Catone"; era il
massimo elogio che si potesse tributare ad un imperatore. Catone, di Giovanni
Battista Langetti, 1660-1680, Ermitage, San Pietroburgo. Giudizi sull'Uticense
si leggono anche in molti autori di letteratura latina cristiana: interessante
è la posizione di Sant'Agostino che avanza più di un dubbio sulla coerenza
dell'Uticense (cf. De civitate Dei), dandone un giudizio negativo. Fortuna
letteraria e nell'arte L'Uticense viene comunemente considerato come un grande
politico, molto capace, ma soprattutto, un uomo che non avrebbe mai abbandonato
la propria libertà politica. Piuttosto di essere catturato e arrestato,
preferiva la morte per mano propria, infierendo addirittura contro il suo corpo
mentre moriva. È certamente il massimo simbolo della libertà sociale, di
pensiero e politica in assoluto, fatto ripreso da Dante Alighieri nel
Purgatorio, Canto I, ponendolo non fra i suicidi, ma a guardia del Purgatorio.
«Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa
chi per lei vita rifiuta. Tu 'l sai, che non ti fu per lei amara in Utica la
morte, ove lasciasti la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara» (Dante Alighieri,
Purgatorio, Canto I vv 70-75) In epoca medioevale l'Uticense ha quindi una
notevole importanza, come personaggio di primo piano, nella Divina Commedia;
egli, simbolo di rettitudine morale e di martire per la libertà viene, infatti,
posto, da Dante, a custodia del Purgatorio, dove giacciono le anime che devono
espiare le proprie colpe prima di poter salire al cielo. Tuttavia, nella stessa
epoca, influenzati dalla posizione già detta di Sant'Agostino, valutano, fra
gli altri, negativamente l'estremo gesto di Catone: Tommaso d'Aquino, Remigio
dei Girolami, fra' Tolomeo da Lucca, Enrico di Gand, Vincenzo di Beauvais e
nella stessa scia si colloca anche Francesco Petrarca. La tragica fine
dell'Uticense ha ispirato artisti di varie epoche, tra i quali vanno segnalati:
Pietro Metastasio, per il suo melodramma Catone in Utica, i tragediografi
Joseph Addison e Johann Gottsched, rispettivamente per Cato e Catone morente, i
pittori Guercino, Guillaume Lethière, Giovan Battista Langetti. Di ottima
fattura e inneggianti al tema della libertas si conservano monete, che
circolarono in epoca romana, con la legenda M. P. Cato e la relativa
indicazione della carica al momento ricoperta[senza fonte]. Statue e busti
marmorei o di bronzo raffiguranti l'Uticense sono custoditi nei più importanti
musei della romanità. Nel XVIII secolo, nei pressi di Frascati, sul versante di
Monte Porzio Catone, sono stati rinvenuti ruderi di una villa romana che gli
archeologi, confortati dall'autorevole parere del Winckelmann, sostengono
essere appartenuta all'Uticense. La moralità di Catone e il suo atto estremo sono
stati e continuano ad essere oggetto di appassionati studi e dibattiti. Note ^
Ciò accadde probabilmente nel 91 a.C., quando Catone aveva quattro anni; ad
ogni modo, vista la sua educazione esemplare, è possibile che avesse già
sviluppato la propria opinione politica. L'evento è stato descritto anche da
Valerio Massimo in Factorum et dictorum memorabilium libri IX, III, 1.2. ^ Una
rassegna di autori antichi, più o meno contemporanei che si occuparono
dell'Uticense, trovasi ne "Il pensiero storico classico" di Santo
Mazzarino (Laterza, Bari. Bibliografia Fonti primarie Valerio Massimo, Factorum
et dictorum memorabilium libri IX. Plutarco, Catone il Giovane, Vite parallele.
Fonti secondarie Badian, E. "M. PorciusC.and the Annexation and Early Administration
of Cyprus", Journal of Roman Studies, Bellemore, J., "C. the Younger
in the East in 66 BC", Historia Earl, D.C. The Political Thought of
Sallust, Cambridge Fantham, E., "Three Wise Men and the End of the Roman
Republic", "Caesar Against Liberty?", ARCA (43), 2003: 96-117.
Fehrle, R. C.Uticensis, Darmstadt, Goar, R. The Legend of C.Uticensis from the
First Century BC to the Fifth Century AD, Bruxelles, 1987. Goodman, Rob. Soni,
Jimmy. Rome's Last Citizen: The Life and Legacy of Cato, Mortal Enemy of Caesar.
Gordon, H. L. "The Eternal Triangle The Classical Journal Hughes-Hallett,
Lucy. Heroes: A History of Hero Worship, Alfred A. Knopf, New York, New York,
Marin, P. "Cato the Younger: Myth and Reality", Ph.D (unpublished),
UCD, 2005 Marin, P. Blood in the Forum: The Struggle for the Roman Republic,
London: Hambledon Continuum Marin, P. The Myth of C.from Cicero to the
Enlightenment (forthcoming) Nadig, Peter. "Der jüngere C. und
ambitus", in: Peter Nadig, Ardet Ambitus, Untersuchungen zum Phänomen der
Wahlbestechungen in der römischen Republik, Peter Lang, Frankfurt am Main 1997
(Prismata VI), S. 85-94, ISBN 3-631-31295-4 Syme, R., "A Roman
Post-Mortem", Roman Papers I, Oxford, 1979 Taylor, Lily Ross. Party
Politics in the Age of Caesar, University of California Press, Berkeley,
California. Catóne, Marco Porcio, detto Uticense, su Treccani.it – Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Francesco
Arnaldi e Massimo Lenchantin De Gubernatis -, CATONE, Marco Porcio, detto Uticense,
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana C., Marco Porcio
detto Uticense, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
2010. Modifica su Wikidata Catóne, Marco Pòrcio, detto Uticénse, su sapere.it,
De Agostini. Marcus Porcius Cato, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di Marco Porcio Catone Uticense, su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata (EN) Marco Porcio Catone
Uticense, su Goodreads. Modifica su Wikidata (EN) Traduzione in inglese del
capitolo delle Vite di Plutarco dedicato a Catone Uticense, su
penelope.uchicago.edu. Catone Uticense nella Divina Commedia, su litterator.it.
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citati nella Divina Commedia (Purgatorio)Morti per suicidioPorciiRetori
romaniStoiciTresviri monetalesMorti in Tunisia[altre]Marco Porcio C. -- M.
Porcio C. il Giovane ha come maestri due stoici, Atenodoro Cordilione -- che si
reca a visitare a Pergamo perchè lo seguisse a Roma ove lo tenne come ospite --
e Antipatro di Tiro. In Sicilia Catone Uticense conosce l’accademico
Filostrato. Nei suoi ultimi giorni in Utica, Catone Uticense ha vicino a sè lo
stoico Apollonide e il liceale Demetrio. Catone Uticense e questore e
pretore.Catone Uticense i oppose ai triumviri e nella guerra civile si schiera
con Pompeo. Dopo Tapso, Catone Uticense si reca a presidiare Utica, ove si
uccide.Catone Uticense coltiva con molto successo l’eloquenza e si compiace di
introdurre discussioni filosofiche nelle orazioni. Catone Uticense scrive anche
giambi. Cicerone chiama Catone Uticense perfettissimo stoico e nel "De
finibus" gli assegna l'esposizione delle dottrine etiche di quella scuola
di cui aveva studiato intensamente le opere. A statesman and a philosopher, he
studied the philosophy of the Porch. He was a pupil of Antipater of Tyre and
later befriended Apollonides and Demetrius the Peripatetic, and looked after
Athenodorus Cordylion. A staunch republican, he committed suicide when he
believed the ultimate victory of Giulio Cesare in the civil war was inevitable.
He was much admired by Cicerone and many regarded him as an embodiment of
traditional Roman values, just as his great-grandfather, C. the Censor, had
been before him. C. A TRAGEDY BY ADDISON. C. TRAGEDIA DEL SIGNORE ADDISON..
Addison, Salvini C. Ut xAGEDY BY ADDISON. C. TRAGEDIA DEL SIGNORE ADDISON TRADOTTA
DA SALVINI GENTILUOMO FIORENTINO IN FIRENZE. Nella Stamperia di Michele
Neftenus . Con \UM Stftr. A iattanza di Battiano Scaletti. Catoni autem quum
ìncredibilem trihuijjet Na* tura gravitatevi, eamque ipfe perpetua con [tanna
roboravìjjet, femperquc in propth Jtto fufceptoqut confili* permanfijfet,
tnoriutidum potim, quam tyranni vultus afpiciendui fuit. Cic.de Officlib.
x.cap.jn ALL' ILLUSTRISSIMO SIGNORE &c. Enrico Mylord Colerane. iBajtrifàm
Signore E molte bbbligazioni, che io protetto alla gentilezza di VS.
Illuftriflìma, e la fperienza avuta da' primi Letterati di emetta Città del fuo
profondo fapere, già predicato dalla Fama, ed ammirato da i etti elfi per mezzo
della fua dotta convenzione, mi fpirano un umile ardire di dedicarle la celebre
Traduzione della infìgne Inglefe Tragedia del C., che addio efee di nuovo col
fuo fteflò Originale alla luce; ficuro che Ella 1' accetterà di buon animo,
come fuole, eftimatore giu- ftiifimo, doverofamente incontrare tutte le buone e
belle opere degl' in- gegni più follevati, e come prove- niente da chi fi
pregia d* effere Di VS. Illuftrifsima Ewotiffino e Obbligai iffmo Servitù?
Baftiano Scaletti . BE- C 5 difperando il SigMuUin di poter venire felicemente
a capo nella intra- prefa verfione, lafcio Ubero il campo ad altro fpirito 9 o
più ardito o più attivo del fm > cui più agevolmente potejfe fot tire quefta
nobile impre- fa . Frattanto pero > perche il Tubblico non re- ftajfe a
fatto privo della lettura di qucfto inge- gnofiffimo componimento, il fiprannominato
Sig. Boyer fi contento di pubblicare la fua verfione in in profa, impreffa . 10
Londra per Air. Giacomo Toh fon : della quale, quantunque fedele, perocché
priva della fua naturale armo- nio/a bellezza, poffiamo dir giallamente, cta
e/- /# è mancante del fuo più chiaro fpleudore. Quefle d'ufi citila pero di non
esprimere felice- mente i [entimemi più vivaci e gagliardi degli fr ameri
liuguàggi, in qualunque maniera fi fie- no rapprefentati, non le pruova
certamente il no (irò Tofcano Idioma, // quale > giù a la f rafie del noftro
celebraùjftmo Carlo Dati di dolcezza e di eleganza non cede al ftcuro ad alcuna
delle lingue vive, e colle morte più cele- „ tri contende di parità, e forfè
afpira alla 5 > maggioranza : fe pure non vogliamo dire af- filatamente col
Cavaliere Lionardo Salvi ati $ che ficcome la lingua Latina ha dolcezza mino-
re, che la Greca non ha; così nella nojlra, non ritrovando fi quella pronunzia
difficultofa efpia- cevole, che nella Greca fi trova, accagionatagli dagli
accoppiamenti multiplici delle confonanti, j quali comunemente rendono
a/prezza; n£ no* Siri vocaboli, come in quella addiviene, quefta durezza non e
che rade volte 0 non mai . Ala non efendo, queffo. luogo qppropofito per
difcorr rere rere difufamente delle lodi del noftro volgare Idioma, e
particolarmente per effere (lata que- fi a materia trattata con tanta
aggiuflatezza, con tanto gufto e di fornimento non folo dà* fo- pr -accennati
chiarirmi autori, ma inoltre cora dal Varchi, dal Bu orti watt ci, e da altri,
che niente più; mi riftrignerò a dir brevemente quanto appartiene a quefla
prefente Tragedia: cui fe non ha goduto la bella forte di e fere (la- ta
trapiantata felicemente nel? Idioma Franze- fe> renduto per altro oramai qua
fi che neceffa- rio air wtiverfale letteratura; la ha ben ritro- vata nel no
Uro linguaggio per la fu a maravi- glia efpreffione y fecondità, e dolcezza.
Vin* figne w flro e non mai abbaflanza lodato Abate \Anton Maria Salvini,
quegli „ che d' alto fapere il petto pregno „ Scorre a fua voglia il dotto e
bel paefe „ Dell' alma Grecia, e cui fon lievi imprefe ^Spogliarla d' ogni fuo
più caro pegno; ( come di lui con aurea Tofana eloquenza can- to P inclito
Segretario della Reale %A ce ad ernia di Frància, P cibate Regnier Des-31arais,
) tratto dalla fama di queflo nobiHfimo componi- vi eutO) e dejiderofo di
contemplarne neff Origi+ 1 t naie naie le fue rare bel Uzze, (limo lene
rivoltare tutto il fuo (ìndio a riajjumere P Inglefe Idioma, da e/lo può a quel
tempo traforato : lo che nel breve giro di foli due mefi, non tanto per la fua
pertinace fatica, quanto per lo metodo eti- mologico, fuo famigli ariffimo e
quaft che natura* le, in tal maniera gli venne fatto, che franca* mente P
attività penetrandone, poti con mae* jlofa franchezza tutte le difficuìta fuperare,
che nel tradurre queir Opera altrui fi erano at* tr aver fate . Vedeva egli,
come pratichi/fimo del tradurre [ avendo arricchito delle fue {limati^ lifjime
traduzioni la noSlra favella di tutte le foavi, leggiadre, fièli mi, ed
eleganti maniere, che negli immenfi tefori de' Greci Toeti fi /lavano chiufe, e
per così dire nafcofe] quanto a tal fatto ella fia capaci fflma; maneggevole
per fe medefima e fendo, e atta qual molle cera a rapprefentar fedelmente i
concetti, le parole, e le ftefe efprefioni; anzi, ciò che ì più malage- vole,
Paria ftejfa, il colore, e 7 carattere di tutte quelle fembianze, che dagli
Autori, che fi prendono a tradurre, furono impreffe nette loro compofizioni .
Contribuigli a queflo inoltre non poco la finora dolcezza del noftro maggior
ver* fi fi Tofcanó, il quale, oltre al non ejfere in fimi- li componimenti
inceppato, per così dire, e ri- ftretto dalP orpellato vincolo delle rime,
rifpon- de il più delle volte in certo modo per la fua mi fura a una fpezie
degli Jambici degli Anti- chi, i quali, come fi e detto di [opra, /limati
furono tanto proprj della Dramatica, che di niuno altro mai non fi fervirono
più facilmente tutti gli antichi Greci t Latini Poeti . Impe- gnatoli adunque
il no/Ir o Salvini nella verfione di quefta eccellente Tragedia : e sì per la
pafto- ftta della lingua y da effo tante volte in fimili congiunture
fperimentata : e sì pel maeflofo con- certo de % ver fi, in cui la traduceva, a
lei propriijfimi, quanto altri mai, felicemente venuto- ne a capo, vemie nelle
mani degli Accademici Compatiti della Citta di Livorno, da' quali nel Carnovale
dell* anno 1 7 1 4. recitata con bella maniera, e con maeflofo apparato; per la
viva- ce efprejfione, e per la fedeltà fmcerijftma fu tanto ammirata da i Sig.
Inglefi dimoranti in quel Torto, che (limolarono il medeftmo a per- metterne la
pubblicazione, fuc ceduta /' anno ap- preso in Firenze per mezzo delle Stampe
de 9 Guidacci e Franchi, con applaufo univerfale de* t * gli 3( sii )fr £/'
Intendenti deW uno e dell' altro linguaggio, mot* //* atteflano i Sig.
Giornalifti di Venezia nel loro Tomo XXll.pag.^/^. Ma per non de* rogare alP
ingenua modeflia del no/Iro chiarij/t- ino Traduttore non ini pare fuor di
propofito il ripetere in queflo luogo, e colle fue flejje parole, /' obbligazioni
che egli profeta ad alcuni nobili /piriti Inglefi, che non poco gli conferirono
a perfezionare quefta verfione; primizia, come egli la chiama, del fuo fiudio
in queW Idioma : „ E perche ( dice egli nella Prefazione al Lettore » appo Sia
alla prima edizione ) fecondo il famofo detto di Plinio eft plenum ingenui
pudo- „ ris, fateri per quos profeceris; non debbo „ non confeflare, molto
dovere al già Inviato J9 noftro d Inghilterra, genero fo ed ornato Ca- yy
valsere y Sig. Giovanni Moles-Worth, fitto i „ cui aufpicj quefta mia
traduzione nacque, e „ al dotto Sigi Lochart, ambedue delle finezze „ della
noftra Lingua intendentifsimi . *Da quefta Verfione ne efcì toffo in Venezia un
altra, ftampata peH Coletti, della quale non fa di meftieri il parlarne, per
effere in efta in più parti travi fata la prima, troncando mol- to del r e cit
amento, sì per fervire, come dice il fuo Imprefario, al gufto moderno del
Teatro Ita- li ano, ricucendola a foli tre Atti; dovecch},come fono tutte le
antiche, ella è compofla di cinque : sì ancora per lo continuo fnervamcnto
della for- za e della energia, cagionatole dalla mutazione delle parole e de'
ver fi, folo per piacere all' orecchio del comun Topolo, che pago e contento di
quel femplice titillamento e prurito, non pe- netra addentro nel midollo e
nella foftanza del- la materia . •Ma per ritornare alla nojlra, appena ella fu
e f cita felicemente alla luce, che divenuta ra- rifjìma non fu poffibile
ritrovarne ne pure m filo efemplare per foddisfare alle continue in- ftanze,
che giornalmente da tutte le parti ne erano fatte; onde conofcendo io da gran
tempo quanto gli amatori delle lettere fojjero defide- rofi di vederne una
nuova impresone, final- mente mi fon rifoluto di farla comparire di nuo- vo
alla luce, arricchita dello (lejfo fuo Originale lnglefe. Ne perocché fieno
molti filmi quegli, che alla cognizione di quel nobil linguaggio non fi fono
per anco affacciati, giudico io, che fia per efjere alt univerfale
difaggradevole quei/o mio penfamento, potendolo almeno ciafcuno riputar- 3( xiv
)fr C. A TRAGEDY C. TRAGEDIA /7^ the So»l by tender Strokes of Arp y fig| f;i
r*//S? /Zrr G*///**, W / 7o Mankindtn cotifctous Virtue bold, Liwe oer eacb
Scene, and Be isohat tbey he bold: Tot thts the Tragic>Mnfe firfi trod the
Stage, Commanding Tears to Jlream thro euery Age; Tyrants no more the ir Savage
Nature kept, And Foes to V trtue monderà how tbey ivcft. Our Atttbor shunt by
*vulgjtr Springs to mwc The Heros Glory, or the Virgin s Love; In ptytng Love
ive but our JVeaknefs show, And -wild Ambttton isoell deferves tts ÌVoe. Here
Tears shall flo-w from a more genrons Caufe y Sucb Tears as Tatrtots shed f or
dying Lawsi He bidsyour Breafts witb Ancient Ardor rife And PROLOGO Del Sig.
POPE Alma fvegliar con madri tocchi d'arte, Erger Jo fpirto, ed emendare il
cuore, Far l'uomo in fua virtù franco ed ardito, Ch'ogni feena fi a norma di
Aia vita, E s' ingegni effer ciò eh' ivi fi mira ì Qucfto, quando da prima
entrò in Teatro, Fu di Tragica Mufa il fin fublime; Per quefto comandò, che in
ciafeun tempo Le lagrime a diluvj ne correderò. I Tiranni, non più fieri e
felvaggi : E; nimici a virtù ftupiano, come Contra lor voglia disfaceanfi in
pianto. Sdegna V Autor per volgar modi muovere Nelle femmine amor, gloria negli
uomini. In donare all'amor la pietà nottra, Non facciam che moftrar noftra
fiacchezza : E fiera ambizion metta fuoi guai. Da più nobil cagion qui
feorreranno Le lagrime: tai lagrime, quai fpargono Di Patria amanti fu fpiranti
leggi. Rcfpirin voftri petti antico ardore « Ai E flit Digitized by Google And
calli forth Roman Drops from Brtthb Eyet. Vtrtue conferà in human Sbape be
drawt, What Plato Tbougbt, and GodMe Caio Wat : No common Objetl to your Sigbt
dtfplayt, Bnt wbat wttb Pleafure Heavn tt felf furueys > A brame Man
ftrttggling tn the Stormi of Fate y And greatly falltng wttb a falli ng State !
li bile Caio giva bit little Settate Laws, IVbat Bojom beati not in bis Country
i Caufe ? li bo feet btm aft, bnt crrviet enjry Deed t Wbobeart bim groan y and
doei not witb to bleedt E*vn when proud Cafar 'midft triumpbal Cari, The Spaili
of Nat ioni, and the Pomp of Wars,. Ignobly Vain, and impotently Great, Òbowd
Rome ber C. t Figure drawn in State 5 Ai ber dead Fatbert revrend Image paft y
The Pomp wat darkend, and tbe Day oercaft, The Trinmpb ceatd Teart gmb % d from
enfry Eye; Tbe M r orl£t great Viclor paft unbeeded by; Her Latt good Man de] e
eie d Rome adord, And bonottrd C&fart Ufi tban Catat Sword, Britaìnt attend
: Be Wortb Itke tbif approdi d, And ibow yon bave tbe Virine to be mcwd. Wttb
bonejl Scorn the firft favi d C. miewi Rome £ ftillln Roman pianto occhi
Britanni. In forma umana è qui Virtù ritratta : Quel che Platon pensò, fu il
divin Cato. Non oggetto comun fi fpiega in vifta; Ma ciò che il Gel con fuo
piacer rimira. Un uom prode, che lotta del dettino Traile temperie, c
grandemente cade Mifto a ruine di cadente Stato. Mentre dà leggi al fuo picciol
Senato C., e qual mai fcn non batte allora Nella gran caufa della Patria fua ?
Chi oprar lo mira, e non invidia l'opra? Chi miralo fpirar, nè morir brama ?
Pure allora, che Cefarc fuperbo Tra i carri trionfali, e tra le fpoglie Delle
nazioni, e pompa della guerra, Ignobil vano, e fattamente grande Moftrò a Roma
del fuo Caton V imago j Del Padre fuo la reverenda imago, Mentre ch'ella
pattava, era feurata La pompa, e'1 dì rannuvolato, e bruno: Il Trionfo ceflava
:da ciafeuno Occhio fcn gian le lagrime fgorgando; Ed il sì grande Vincitor del
Mondo Pattava fenza pur etter guardato : L* ultimo fuo prod' uom Roma adorava
Abbattuta, dolente, e più la fpada Di Caton, che di Cefare onorava. Britanni, a
un merto tal donate plaufo, E moftratevi d'efferne commoffi, Se tanto di valore
ancor ci retta. Con bello sdegno il primo C. vide ìearning Arti from G ree ce,
wbom $he fubdnd Our Scene frecarionfly fubjtfts too lovg On Frencb Transattoti
y and Italtan Song. Dare to bave Senfe your fehes', AJfert tbe Stage \ Be
jnttly ivartrìd isottb your ow» Native Kage. Sue b Plays alone sbonld pleafe a
Brtttsb Ear, As Catos felf bad not dtjdaind to bear. V C. Roma da Grecia vinca
apparar l'Arti. Troppo lunga ftagion la noftra Scena Di Francia da i teatri, e
dell 1 Italia Ha mendicato V umil fuo foftegno. Voftre forze provate, ed al
Teatro Voftro la fua ragion ne richiamate. Accefi fiate del nativo foco. A
Britannico orecchio, folo quelle Opre deggion piacere, che Io (ledo C.
d'afcolcar non sdegnerebbe. «3C 8 )S» L t Portius, Marcus. He Dawn isover-cafl
5 tbe Mornìng ìovSrs\ And bcavily in Clouds brings on tbe Day Tbe grcatjb*
import ant Day\big r witb tbe Fate Of tato and of Rome. Our Fatbefs Deatb
Wouldfill tip ali tbe Gtuìt ofCivil ÌVar, And clofe tbe Scene of Flood. Already
C&far Has ravaged more tban balf ebe Globe 9 and fees Mankind grown tbin by
bit definiti tue Sbordi Sbottld he go furtber > Humbcrs isoould be wanting
To form new Battelt, and fupport bis Crimet. Te Gods, wbat Hawock does Ambition
make Among your Works ! Marc. Tby fteddyTemper, Portiate Can look on Guilt,
Rebellion, Fraud, and Gufar, In tbe cairn Ligbts of mild Fbìlofopby; Tm tortured^
e Greatìy unfortunate, he figbts the Caufe Of Honour, Virine, Liberty, and
Rome. Hts S-word nc"er fili but oh tbeGutlty Head} Oppreffton, Tyranny,
and Fowr tifar fi, Draw ali tbe Vengeanee of bis Àrm mponem. Marc. Wbo kn *
Tofto che *J nome luo gìugne al mio orecchio 3 Farfalla al'a mia villa fi
prcfenta : Veggio calcar V infultator tiranno II laitricato campo di Romani
Cadaveri, e inzuppato in civil ftrage, E di fangue patrizio bagnate Degli
orgogliofi fuoi cavalli V unghie. Scelta maledizion non avvi, o Porzio, Nelle
armerie del CicI fulmin riporto Di non comune ira di Dio vermiglio, Ad
abbattere, a ilruggere queir uomo, Che della Patria fua lui le ruine, Erge ( oh
beati Iddii ! ) la fua grandezza? Por£ Certo, Marco, eh' è quefta empia
grandezza, E ha troppo ortor per effere invidiata. Quanto del noftro Padre i
fatti illuftri, De i mali, che *J circondan, tra le nubi, Spuntan brillanti di
più chiara luce/ Di gloria 1* incorona il Tuo (offrire. Sfortunato, maggior di
fua feiagura, Ei combatte collante per la caufa D 1 Onor, Virtute, Libertate, e
Roma. Sovra rea teda foi cadde fua fpada: L* oppreffion, la tirannia fol
traforo Sopra lor, del fuo braccio la vendetta. Marc. E chi noi *i fa ? ma che
può far C. Contr' ad un Mondo, un vile e guado Mondo, Che a Cefar piega il
collo, e corre al giogo? Di Romana grandezza ei forma indarno Pover compendio
in Urica rifpinto: E da guardie Numidiche attorniato Una ficvol Armata, ed un
Senato B 2 Voto Remnants of mìgbty Battei: fongbt tn matti. By Heavns, /ivi Virtues,jo/nd
witb fucb Sttccefs } Diflratl wy very Soul : Our Fatber s Fontine Wond almoft
tempt ut to renounce bis Frecepts. Por. Remember -wbat our Fatber oft bas told
us : Tbe Ways of Heavn are dark and intricate ^ Fu^led in Ma^es, and perplext
ivttb Errors > Our Under si andtv.g traces 'em in wain y Lofi and brwtlderd
in tbe fruttlefs Searcb 5 Nor fees ikutb bow mucb Art tbe Wtnitngs run, Nor
wbere tbe reguìar Confufion ends. Marc. Tbefe are Suggeftions of a Mind at
Eafe: Ob r erti us, dtdft tbott tafle b«t balf tbe Griefs Tbat wrtng wy Soul,
tbou coudfl not talk tbus coldly. Fajjìon unpttyd, and fuccefslefs Love, Flant
Dagpers tn my Heart, and aggravate My otber Grtefs. Were but wy Lucia hnd! Por.
Tbou feeft not tbat tby Brotber is tby Rivai: Bnt I wufl bidè ìt.for I know tby
Tewper. [ afide Novj, Marcus y »0u>, tby Vtrtues on tbe Froof: Fut fortb tby
tttwofl Strengtb, >work evry Nerve, And cali up ali thy Fatber tn tby Soul:
To quell tbe Tyrant Love, and guard tby Heart On tbts iveak Side, nvbere moft
our Nature fails, Would he a Conqucft isoortby Catos Son. Marc. Fort ìris, tbe
Council wbicb I cannot taie y Ioftead of beali ng, but npbraids wy Weaknefs.
Btd me for Honour pi unge into a iVar Of tbtchft Foety and Voto dirige,
riraafuglio e avanzo D'afpre battaglie combattute invano. Oh Ciel ! tali virtù
con tai fucceflì Confondon V Alma : la maligna forte Del noftro Padre, a' begli
fuoi precetti Quafi di rinunziarci tenterebbe. For%. Del noftro Padre ti
rammenta quello Ch' ei ci dicea fovente: che del Cielo Sono feure le vie, ed
intrigate: Noftro intelletto le rintraccia indarno, Perfo e fmarrito nella vana
inchiefta. Nè vede con quant'arte i giri vanno, Nè dell* ordin confufo il
termin feorge. Marc. Pender fon quefti d' oziofa mente. Porzio, fe la metà
guftato avefli Di quei dolor, che V alma mi trafiggono, Freddamente così non
parlerefti. Paftìon non compatita, amor fgradito PafTanmi il cuore, e gli altri
duoli aggravano. Oh fe a me fuffe Lucia pietofa ! Tor%. Non vede che '1
fratello è fuo rivale : Uopo è eh' io il celi : il genio tuo conofeo. a parte
Or, Marco, ora al cimento è tua virtude. Prova tutta tua forza, opra ogn'
ingegno, Spira nell* alma tua tutto il tuo Padre. Vincer Y amor tiranno, e *1
cuor guardare Da quella debol parte, ov* uom più manca, Conquida fia da figlio
di C.. Marc. Porzio, il configlio, eh' io prender non poffò, Non fana, nò,
rinfaccia mia fiacchezza. Fa che Y onor comandi di cacciarmi In guerra tra
foltiflìmi nemici, E cor- D W r*/& ou certa/ n Dcatb } Then fbalt tbou fee
that Marcus is not JIo jj To follali) Glory f and confefs bts Fathcr. Love is
not to he reafond down y or lofi In htpb Amhttton, and a Tbtrfl of Greatnefs
> 'Tss ficond Ltfc, tt grows into the Soni, Warms evry Vein y and beati in
evry Fulfe y I feel it bere : My Refolutton meltt Por. Beboldyoung ]uba, the
Numidi an Vrinceì Wtth bow mucb Care be forni s bimfelf to Glory, And breaks
the Fiercenefs of bts Native Temper To copy out our Fatber s brigbt Examplt. He
loves our Stfter Marcia, greatly lovet ber, Hts Eyes, bis Looks, bis Acltons
ali betray it : But fidi the fmotherd Fondnefs burns wttbtn bìm y When moti tt
fwells and lahours for a Veni, The Senfe of Honour and Dejire of Fame Drive the
big FaJJìcn back into htt Heart, Wbat ì fball an Afrtcan, fiali Jubas Ueir Eeproacbgreat
CatosSon, and fbo-jj the World A Virttte voantivg in a Roman Sotti f Ma re.
Fortius, no more ìyonr Words leave Stings befana* em. lVben-e % rc did Juba, or
dtd Fort in s, fhow A V ir tue that bat caji me at a Dtftance, And tbrown me
out in the Furfnitt of Honoar ì Por. Marcus, I know tby generous Temper weli;
Fling but tV Appe arance of Dtfbonour on it, Itftrait takes Fire, and mounts
iato a Bla^e. Marc. A Brothers Suff rtngs clatm a Brothers Fity. Por. jitized E
correr frettolofo a certa morte y Vedrefti alior, che Marco non è pigro A
feguir gloria, ed a ritrar dal Padre. Amor non cede, nè a ragion, nè ad aita
Ambizion, nè a fete di grandezza. Alma novella egli è della ftefs* Alma :
Scalda ogni vena, e batte in ciafcun pollo. II Tento io qui : disfatto è il mio
coraggio. for^. Mira il Giovine Giuba, di Numiviia Il Principe, con quanta cura
ci forma Se medefmoalla gloria, e la natia Fierezza frena, a far vedere in lui
Del noftro Padre il vivo illuftre efempio. La noftra fuora Marzia egli ama, e
molto L* ama : il dicon fuoi fguardi, atti, e fembianti j Ma chiufo il fuoco
pur gli arde nel petto. Quand* ei più crefce, ed a sfogarfi a (pira, Sentimento
d' onor, defio di fama Spingon la fiamma a ritornare al cuore. Che! un
Affricano, ed un di Giuba erede Rinfaccerà del gran C. al figlio, E potrà al
Mondo tutto ancor moftrare Una Virtù, che in cuor Romano manca ? Marc. Porzio,
non più : voflre parole lafciano Puntura dietro a lor : quando mai Giuba, O
Porzio ancor, mi trapaflaro tanto Nella virtudc, e dell' onor nel corfo ? Tor^
Marco, la gencrofa indole tua Io ben ravvifo> che fe pur sù quella, Di
difonor la minima favilla Cada, ella prende fuoco, e forge in fiamma. Marc.
Vuol fraterno foffrir pietà fraterna. Por^. Il, Or muti at lengthgvvc up the
World to Cafar. Sempr. Noi ali the Pomp and Majefly of Rome Can rat fa ber
Senate more tban Catos f re fame % Hit Vtrtues render our Affcmbly awful, Tbey
ftrike ntsth fometbmg Itke religioni Fear And make enfn Cafar trcmble at the
Head OfArmies fin fa d witb Conqaeft : 0 my Portiti, Could I but cali tbat
ivondrous Man my Fatber y Woùd but t'by Sifter Marcia he propitiont To tby
Friend / Vowt : I migbt he blefad indeedi Por. Alas ! Sempronio, woud/i tbou
talk of home To Marcia, wbitti ber Fatbert Lifes in Danger ? Tbou migbift at
ivell court the pale trembling Veftal, Wben fbe beboldt the boly Fiume
expiring. Sempr. The more Ifae the Wonders ofthy Race The more Tm charm d. Tbou
maft takcòeed y my Portimi Tbe World bai ali its Eyet on Catos Som. Tby Fatbert
Merit fan tbe* up to View, And fbowt tbee in tbe f aere ft poi ut of Ltgbt, To
make tby Virenti ir tby Fomiti confatemi. Por. Welldoft tbou feem to check my
Lìngring bere On tbit importuni Hour FU Jlruit avuay, And -nobile tbe Fatbert
of the Semate meet In Quefta mattina il picciol fuo Senato [ Avanzi di Farfalia
] adunar vuole, A confuicar fe ancora ei puote opporfi Al torrente, che in giù
precipitofo Roma porta e i fuoi Dei : o pure al fine Cedere il Mondo a Cefare.
Sempr. Di C. La prefenza fol può Roman Senato Erger non men, che maeftà di
Roma. Noltra affemblea fan reverenda Tue Virtudi, e infpiran un devoto orrore.
E fanno ancora Cefare tremare Alla tefta d' altiere vincitrici Armate: Porzio
mio, oh s' io potetti Padre appellar qucnV uom maravigliofo, E propizia la tua
Sorella Marzia A i voti fu (Te dell* amico tuo; Veracemente io mi faria beato.
?or£. Ah Sempronio, vuoi tu parlar d' amore A Marzia, or che la vita di fuo
Padre Sta in periglio ? tu puoi carezzar anco Una Veftale pallida tremante, Che
già miri fpirar la fanta fiamma. Semfr. Quanto le meraviglie di tua ftirpe 10
feorgo, tanto più ne fon rapito. Prenditi guardia, Porzio : il Mondo tutto Tien
gli occhi fuoi fui figlio di C.. 11 merito paterno ponti in vifta, E ti moftra
di luce al più bel punto, A far più chiari tuoi vizj o virtudi. Por%. Incolpi
con ragion la mia lentezza Su queft* ora importante... Or ora io parto : E
mentre i Padri del Senato fono Ci In In clofe Belate, to iveigb tV Eventi
ofJFar, TU ammcte the Soldtcrs drooptng Courage, Wttb Lowe of Freedom, and
Contempt of Life. TU tbunder tn thetr Ears their Country s Caufe ? And try to
rouje up ali tbais "Roman tn *cm. not tu Mori ah to command Succefs, But
veli do more y Scmprontus noe II deferve it. [ Exit • Sempronius folus. Cnrfe
on the Stripling ! bow be Ape's bis Sire ? Rmbitioufly fententious ! But I
wonder Old Sypbax comes not j bis Numidtan Genius Is weli dtfpofed to Mtftbtef,
were be prompt And eager on it > but be muft be fpurrd, And ciìry Moment
qutckr.ed to the Courfe. C. bas ufed me 111 : He bas refufed Hts Daugbter
Marcia to my ardent Vorws. Befides, bis baffled Arms and rutned Caufe Are Barrs
to my Ambition. Cafars Favour, Tbat fboisSrs down Greatneff on bis Friends,
wsll raife me To Kome's firft Honours. If 1 give up Cato, I clatm in my Reward
bis Captine Daugbter. Bnt Sypbax comes ! Syphax, Sempronius. Syph. Q Empronius,
ali it ready, O l v w founded my Numidi ans, Man ly Man, Ami Digitized by
Google In ferrato contratto a bilanciare Gli eventi della guerra j V abbattuto
E fcorrente coraggio de* foldati Ergerò coir amor di lìbertade, Col difprezzo
di vita : al loro orecchio Intonerò la caufa della Patria, Ciò eh 1 è Romano in
lor, dettar tentando. Non è dell* uomo i) comandar fortuna 3 Ma quel eh* è più,
Sempronio, è il meritarlo, parte Sempronio filo. Maledetto Garzon ! come fuo
Padre Contraffa egli, c 'I fentenziofo affetta ! Stupifco, che Siface ancor non
viene. Il fuo genio Numidico è ben atto Alla cattività; fufs* egli pronto; Ma
d' uopo a ogni momento egli ha dì fprone. Meco non ben Caton s* è diportato.
Rifiutato ha la fua figliuola Marzia A gli ardenti miei voti : in oltre V armi
Sue abbattute e rumata caufa Oftacol ranno all' ambizione mia. Il favore di
Cefare, ed il fuo Piover grandezza fu gli amici fuoi Alzerà me di Roma a i primi
onori. S* io tradifeo Caton, la figlia fua Sarà mio premio. Ma Siface viene. Ut
Siface, e Sempronio* Sif. Q Empronio, tutto è prefto : ho io tentati O Tutti i
Numidi miei ad uno ad uno : In And fini Vw ripe for a Remoli : Tbcy ali
Complatn aloud of Catos Dtfcipltne, And watt but the Communi to clange their
Majler. Sempr. Believe me, Sypbax, tberes no Time to wafie $ £ il vincitor s*
accoda, £ campo fopra noi prende a momenti. L* attività di Celar non conofe?,
Che con tremendo corfo Io precipita Di guerra in guerra : invan formò natura
Montagne e mari a opporli a fuo paffaggio : Ei formonca in Tua marcia, e varca
tutto; SpiananG avanti a lui Pirene ed Alpi : Per entro a i venti, e V onde, e
le tempefte La via fi fa bramofo di battaglia. Un giorno più, porrallo a noftre
porte. Ma dimmi; hai guadagnato il giovin Giuba? A Cefar ciò si ti farà più
grato, E ti farà più vantaggiofo. Stf. Ohimè ! E* perduto, Sempronio, egli è
perduto. Son tutti i fuoi pender delle virtuti Pieni di Caro... Ma io vo
provare Anco una volta [ perciocch' io V attendo Qui a momenti ] s' ancor
vincer poffo Quelle m aflìme dure ed infleflibili Di fe, d* onore, e di non so
qu ai cofe, Che r indole Numidica hangli guada, E tutta 1* alma fua tinta ed
infetta. Scmpr. Imprimigli ben ben ciafeun motivo. Se Giuba fi rcndeffe, poicrf
è morto Il Padre fuo; darebbe nelle mani A Cefar Y Affrica, c farebbel Sire
Della And mah btm Lord of balf tbe buruing Zone. Syph. Bup is it trae,
Sempronius, tbat your Settate Is calfd togetber ? Gods ! Tbou musi b'e cauttous
! C. bas piercing Eyes, andivill dtfcern Oitr Brands, unles (bey re cover d
tbtck isoitb Art. Scmpr. Let me alone, good Sypbax, TU conceal My Tbougbts in
Fajjton ( *$$$ tbefureft *way > ) TU bello w cut for Rome and f or my
Country, And moutb at Cafar ttll I fbake tbe Settate. Tour cold Hypocrtjjc's a
ti ale Dewice y A wotm out Trick: Wonldsl tbou betbougbt in Farne ftì Cloatb
tbyfetgnd Zeal in Rage, in Ftre, in Fury ! Syph. In trotb y tbotirt ablc to
inftrutl Grey bairs, And teacb tbe wily African Deceit ! Scmpr Once more, Le
fare to try tby Skill on Jnba. Mean *wbi!e FU baslcn to my Roman Soldiers,
Infame tbe Muttny, and under band BlocJ »p tbeir Dijcontentt, tilt tbey break
out Unlocìid for, and dtf ebarge tbemfehes on C.. Remembcr, Sypbax, we muft
work in Hafle : O thrà wbat anxious Moment s pafs betwen Tbe Btrtb of Flots 3
and tbeir laft fatai Periods. Obi *tts a dreadful Internai of Time, Ftltd up
isottb Horror ali, and big witb Deatb ! Deftrutlton bangs on c*vry Word we
fpeak, On evry Tbougbt, *till tbe concludi ng Stroke Determtncs ali, and clofes
our Dcfign. ( Exit • Syphaxfolus TU try ifyst I can reduce to Reafon Thit «3(
Della metà dell'infocata Zona. Stf. E' egli ver, Sempronio, che 'J Senato
Vollro s* adunerà ? Sii ben guardingo : C. ha occhi sì acuti e penetranti, Ch'
egli fi accorgerà di noli re frodi, Se ben non fi ricuoprono con arte. Sempr.
Lafciami far, Siface : afeonder voglio Dentro la paffione i miei penfieri.
Quefla è la via la più ficura : io voglio Aito gridar per Roma e per mia Patria
Contra Cefar, Anch' io fcuota il Senato. Le fredde ipocrifie fon moda antica, E
ufato giuoco. Eflfer tu vuoi creduto Sincero ? vedi il fimulato zelo E di
rabbia, e di fuoco, e di furore. Stf Inver tu puoi infimi r vecchi anco
fcaltri, E infegnar frode all'Affocano ifteffo. Sempr, A Giuba guadagnar tue
arti impiega, Mentre al Romano efercito m' affretto A incoraggiar gli
ammutinati, e loro Odii infiammar, foffiando fottomano, Finché impenfati rompan
fopra C., Vuolfi, Siface, qui celeritade. Quanto angofeiofi padano i momenti
Fra '1 nafeer di Congiure, e '1 fin fatale ! Oh qua 1 dubbio intervallo, afpro,
e tremendo, Colmo tutto d' orror, pregno di morte ! Da ogni voce pende la
ruina, Da ogni penfier, finché P ultimo colpo Termine ponga a perigliofa imprefa.
farte. Siface foìo. Tentar vo*, s' anco pofso alla ragione D Rad- TWj
beadìlrong Youtb, andmake bìm fpurn at Cato. Tbe Ttme a Jbort, Csfar comes
rufbtng on ut Bnt boldl young Julafeet me y and approdi bes.Juba, Syphax. Jub.
O Tpbax, / joy to meet tbee thus alone. O ì ha*V* objemed of late tby Looks are
falYn y Cfcrcaft "ysottb gloomy Cares 5 and Dtfcontent > 77>f » /f
// wrf, Sypbax, / coniare tbee, w, Wbat are tbe T bonghi tbat hit tby Brow in
Frownt y And turn tbtne Eye tbus coldly on tby Prènce ? Syph. Tèi not my Talent
to conceal my Tbougbtt, • Nor carry Smtlet and Sun-fbtne in my Face, Wben
Dtfcontent fits beany at my He art. I baue not yet fo mucb the Roman in me.
Jub. Wby doji tbou caft ont facb ungenrout Termi Againft tbe Lordi and Swreigm
of tbe World ? Doft tbou not fee Mankind fall down he f or e W, And 9 )» Il
feroce deftriero, e Jo maneggia ? Chi meglio in truppe guida gli Elefanti A
ramaelt rati, carichi di guerra? Quefte fon, Prence mio, quelle fon Farti, Per
cui non cede Zama vofìra a Roma. Gtnb. Arti d'inferior ordine fon quefte, Forza
e perfezion d' o da e di nervi. Più alto mira un'anima Romana; A formar rozzo e
mal polito Mondo, E fottoporlo al freno delle leggi, E render l'uomo all'uom
mite ed amico; Con fenno e difciplina e nobili arti Domefticar felvaggi, e
ornar la vita. Tali arti fplender fan natura umana, Riforman l'alma, e i
barbari fann' uomini. S/f. O Cieli, fofferenza / d' un uom vecchio Sia feufato
il calor: quali fon quefte Mirabili arti, e Romana vernice, E pulito contegno,
che cotanto Fan domeftico l'uomo, e civilizzalo? Buone non fon, che a mafeherar
gli affetti, E dal volto feordar fare i penfieri, E frenar la natia voga
dell'alma, E romper Aio commercio colla lingua, E in altre creature
trasformarci Contra il difegno di Natura e Dio. Ciuk Perchè tu taccia, volgi
gli occhi a Cato. In lui rimira, quanto predo a Dio Virtù Romana innalza un uom
mortale. Per gli amici follecito, indulgente, A fe fteftb fevero, il fonno
niega, Il ripofo, ed il comodo, ed il Col- He ftriues witb TbnJI and Hungcr,
Toil and Heat; And wb:n bts Fortune fets before btm ali • Tbe Bomps and
Bleafures tbat bis Sortì can wifb y Hts rtgtd Vtrtne wtll accept of none. Syph.
Bcltcvc ine, Prtnce, theres not an Afri can Tbat tra'verfes our wafi Numtdtan Dejarts
In qtteft of Prey, and Iwes upon bis Bow, Brtt better praclifes tbefe boafted
Virtues. Coarje are bts Meals, tbe Fortune of tbe Cbafe, Amtdft tbe rttnmng
Stream be Jlakes bts Tbtrfl, ToiFs ali tbe Day, and at tb' approacb of Ntgbt On
tbe firft friendly Bank be tbrows btm down, Or rejìs bts Head upon a Boti
"ttll Morn : Tben rifes frefb, pttrfues bis wonted Game, And tf tbe
followtng Day be chance to fini A fiew Repafl y or an untafled Sprtng y Bleffes
bts Start y and tbtnks tt Luxury. Jub. Tby Prejudices, Sypbax, wont dtf certi
Wbat Vtrtues growfrom Ignorance and Cboice y Nor bow tbe Hero dtffers from tbe
Brute. But gtant tbat Otbers coti d witb equal Glcry Look do cjn on Pleafuret
and tbe Batts of Senfe 5 IV bere fiali we find tbe Man tbat bears Affiitlion,
Great and Majefttck in bts Griefs, ìtke C. ? Heaiins y wttbwbat Strengtb, wbat
Steadtnefs ofMind, He Triumpbs in tbe mtdft of ali bts Sujferings ì How does be
rife againll a Load of Woes, And tbank tbe Gods tbat tbrow tbe IVetgbt upon btm
\ Syph. T## Bnde y tank Bride y and Havgbttnefs of Soul; / tbink Colla fete
combatte, e colla famcj Collo ftento, col caldo : e quando ancora Tutte le
pompe ed i piacer del Mondo A contentargli l'alma s' offerì fsero, Sua rigida
virtù rigctterebbegli. S/f. Credimi, Prence: non ci è Affricano, Che varchi
noftre vafte erme contrade Di preda a inchieda, e di fuo arco viva, Che tai
virtù meglio non metta in opra. Rozzo mangiar ciò che gii da la caccia : Nel
corrente rufcel traflì la fete; Tutto il dì (tenta, e quando vien la notte
Gettali filila prima amica ripa, O fopra rupe la fua tetta pofa Infino a
giorno. Pofcia frefeo ci forge A profeguir fuo giuoco: e fe'l vegnente Giorno
accade eh' ci trovi un nuovo pafto, O fcaturire un non guftaro fonte, Dio
benedice, e crede effer ciò ludo. Ginb. La tua prevenzion quelle virtudi Da non
faper prodotte, da queir altre, Che figlie fon d' elezione umana, Nè dal bruto
diftinguer fa l'eroe. Ma porto che con egual gloria fprezzi Altri i piaceri e
il lufinghevol fenfo, Dove fi troverà mai un C. Nel fuo dolore maeftofo e
grande ? Dei ! con qual fermo e valorofo cuore Nel mezzo a i fuoi fofFriri egli
trionfa, Sotto T incarco de* fuoi guai s' innalza, £ di quel pefo ne ringrazia
i Numi / Sif. Orgoglio è quefto, e Romana alterigia, / ri/ffl the Romani cali
tt Storci/m. Had aot your Royal Fatber tbougbt fi b/ghty Of Roman Virtù* y and
of Catos Caufe y He had not fui In by a Slave'; Hand inglorious : Nor would bis
slangbterd Army now baue lain On Africk's Sands, dtsfigurd iutth their Wounds,
To gorge the IFohes and Vttltures of Numtdta. Jub. IV by doft tboa cali my
Sorrows np afrejb ? My Fatber s Name brtngs Tears into my Eyes. Syph. Oh, tbat
youd profit by your Fatber s tilt ! Jub. JVbat ivortd(i tbou baie me do ? Syph.
Abandon tato. Jub. Sypbax, / fiori d be more tban twice art Orpban Byfucb a
Lofi. Syph. Ay, tbere's the Tie tbat binds you ! Toh long to cali bim Fatber.
Marctas Cbarms Work in your He art unfeen y and pie ad f or C.. No 'wonderyou
are deafto ali I Jay. Jub. Sypbax,your Zeal becomes importunate; httherto
permitted it to rame, And talk at large 5 but learn to keep it in, Leaft tt
fio» Id take more Freedom tban VII gfae it. Syph. Sir, your great Fatber newer
ujed me tbus. Alas, he s Dead ì But canyou eer forget The tender Sorrows, and
the Pangs of Nature 3 The foud Embraces, and repeated Blvjjìngs, Wbtch you
dreisofrom bim in your laìt Fareivel ? Sttll muft I chertfb the dear fad
Remembrance, At once to torture and to plcafe my Seul. Chiamata da lor, credo,-
Stoicifmo. Non avtfle il reale padre voftro Tanto avuto concetto del Romano
Valore, e della caufa di C.; Non faria fenz'onor così caduto Per man fervile:
nè Tarmata Tua Sconfitta giacerla fu gli arenofì Campi d'Affrica, caica di
ferite A ingraffar gli avoltoi della Numidia. Giub. Perchè vuoi rinnovar mio
cruccio atroce? Chiamami al pianto di mio padre il nome. Sif. Oh profittale
delle fue fciagure / Gtub. Che vuoi eh' io faccia? S$f. Abbandonar C.. Giub.
Orfano mi farei più di due volte. Sif. Oh, il vincolo è quefto che vi lega ! D
l'aerare di chiamarlo padre. Di Marzia i vezzi opran fui voftro cuore Quelli
fon gli avvocati di C., E a tutto quel ch'io dico vi fan fordo. Giub. Siface,
voftro zelo efee importuno. Fin qui di vaneggiare io t' ho permeffo, E parlar
largo; ora a frenarlo impara, Nè voler franco effer più eh* io non voglio. Sif.
Sir; non sì meco usò voftro gran padre. Laflb/ egli è morto: ed obbliar potete
I teneri dolori, e le trafitte Di natura, ed i cari abbracciamenti Le replicate
benedizioni, Ch'egli vi diede nelf cftremo addio ? E' d' uopo eh* f accarezzi
la foave Trifta rammemoranza, onde ne fente Tormento in uno, e compiacenza
l'alma. E II Di Tbe good old King, at parting, wrung my Hand 9 ( Hts Eyes
brim-full of Tears ) tbeu figbtng cryd, Prttbce be careful of my Som ! hts
Grtcf Swelfd uf fo htgb be coudnot utter more. Jub. Alas, tby Story mclss away
my Soni. Tbat beft of Fatbers ! Ixrw /ball I dtfebarge Tbe G rat nude and Duty,
nsJbteb 1 o*we bim ! Syph. By ìaytng up bts Counctìs tn your He art. Jub. Hts
Counctìs bade me yteld to tby Dtretltons; Tben, Sypbax, cbtde me tu jevercjl
Terms, Vcnt ali tby Pajfton, and III fland tts fbock, Cairn and unruffled as a
Summer-Sea, IV ben not a Breatb of IVtnd fltes oer its Sur face. Syph. Alas, my
Prtnce, ld guide you to your Safety. Jub. I do beitele tbou ivoud/i i but teli
me bovu ? Syph, Flyfrom tbe Fate tbat follorws Cdjars Foes. Jub. My Fatber
feornd to dot. Syph. And tberefore dyd. Jub. Better to die ten tboufand
tboufattd Deatbs y Tban isoound my Honour. Syph. Ratber fay your Lame. Jub.
Sypbax y l ite promtsd to preferve my Temper. Wby wilt tbon urge me to confefs
a Fiume y 1 long bave fitfled, and woud fatn conce al ? Syph. Beitele me,
Prtnce > 'tts bard to conquer Love y But eafie to drvert and break tts Force
: Abjence mtgbt cure tt, or a fecond Mtflrefs Ltpbt up anotber Flame, and fut
out tbts. Tbe glowsng Dames of Zamds Royal Court Have Faces flu[bt -witb more
exalted Cbarms. Tbe Sun, tbat rolls bis Cbariot oer tbeir Headt, Works up more
Ftre ani Colour tn tbetr Cbcckt : Were Il buon vecchio al partir la man mi
ftrinfe [ Gli occhi pieni di pianto ] c fofpirando Di ile; Deh cura abbi del
mio figliuolo. E '1 gonfiato dolor così fe crollo, Ch* egli più non poteo
formar parola. Gtub. Latto ! il racconto tuo mi ft r ugge 1* Alma. Ottimo Padre
/ come potre* io Adempir verfo lui i miei doveri ? Sif. Gli avvifi fuoi nel
voftro cuor ferbaee. Gtub. Quefti tur di feguir gì* indrizzi tuoi. Co' termin
più feveri adunque bravami, Siface : sfoga pur tutto il tuo sdegno; AH' impeto
di lui ftarommi quieto £ tranquillo, qual mar di (late, in calma \ Quando nè
pure un venticcl 1* increfpa. Sif. Prence, mia mira è fol voftra falvezza.
Gtub. C redolo j ma qual via ad effer falvo ? Stf. De i nemici di Cefar fuggi
il fato. Gtub. Mio Padre ciò sdegnò. Stf. Perciò morio. Gtub. Mille volte
morrei, che fare oltraggio Al mi* onor. Stf. Dite pure, al voftro amore. Gtub.
Data ho parola già di (tarmi quieto. Perchè forzarmi a palefar la fiamma Chiufa
tenuta, e eh* io pur vo* celare? Stf. Prence, amor fuperare è forte cofa; Ma
romperlo è leggiera, e divertirlo. Lontananza lo farà, od altro amore Accende
un* altrafiamma, e eftingue quella. Le Dame alla Real Corte di Zama Splendono
accefe d* un più bel vermiglio. Il Sol, che fu (or tette il cocchio gira, Le guance
tinge in più vivace fuoco. E 2 Quc-Were yon ivìtb tbefe, my Prtnce,youd
foonforget The pale unripend Beauttes of the Nortb. Jub. Tts not a Sett of
Fatture:, or Compie xio» y The Ttnfiure of a Sktn, tbat I admire. Beauty [oon
grows famtltar to the Louer, Fades in h/s Eye y and palls upon the Senfe. The
nìtrtuous Marcia towrs abo*ve ber Sex : True y [he is fair, [ Ob 3 bow dtutnely
fair ì ] But ftìll the ìcvely Matd improbe s ber Charmi Wilb inward Greatnefs,
«naffctled Wtfdom, And Santltty of Manners. Catos Soul Shtnes out tn enery
tbtng (he atls or fpeakf, Wbtle isoinning Mtldnefs and attrattive Smilcs Dwell
in ber Lookf, and - with becoming Grace Soften the Rigour of ber Fatbers
Vtrtues. Syph. How does yottr Tongtte gro-w u)anton in ber Praife § Bnt on my
Knees I begyoa isooud confider Enter Marcia, and Lucia. Jub. Bah ! Sypbax 5 f/V
not fbe ! - Sbe mowes tbis Way; And njttb ber Lucia, Lucius s fair Daughter, My
Heart beats tbick • I prttbee Sypbax lea *o «yi Troops, «^«(/ /ir* ffo/r
langutd Souls witb Catos Vtrtue; If e' re I Uad tbem io the Fteld y wben ali
The lì ar Jball ftanà ranged m tts juft Array, And dreadful Fomp : 1 ben wtll I
tbtnk on ti: se l 0 lowely Matd, Tben wtll I tbtnk on Tbee ! And, in tbe Jbock
of cbarging Hcfts, remember U'bat glonous Deeds fboud grate tbe man, wbo bopes
Ter Marcia s Leve. Lue. Marcia, you re too federe : Hgvd ccud you cbide te
young goodnatured Prince, And drt*vc htm f rem you witb fo ftern an Air, A
Prtnce tbat Icves and dotet on you to Deatb ? Mar. T/x tberefore, Lucia, tbat 1
cbtde htm front me Hit Air, bts Voice, bis Locks y and bonetl Sotti Speak ali
fo mwingly in bis Bebalf, 1 dare not truft my felfto bear btm talk. Lue. IV ly
ivi II you fighi agatnft fo fweet a Paffton y And fi rei yeur Heart to fucb a
World of Cbarms ? Mar. Hciv, Lucìa, ivoudft tbou baie me fink away In fleajing
Drcams, and lofe my felf in Leve y Wen enìry moment Catos Ltfes at Stake ?
Cafar comes arnid witb Terror and E^venge, And atms bts Tbunder at my Fatbers
Head : Sboud not tbe fad Occafion fwallow up My otber Cares, and draw tbem ali
tnto it ? Lue. Wby baie not I tbts Conftancy ofMtnd y Wbo Nè tanti cari momenti
perduto. Giub. Sono giudi i rimproveri, Donzella Valorofa : nV invio alle mie
truppe Col valor di C. a infiammar V alme. Se mai ai campo condurrolle, quando
La battaglia fchierata fi preferiti In fiera pompa; in te terrò il penfiero,
Vaga Donzella, in te terrò il penfiero: £ nel più forte della dura zuffa
Sovverrommi, quai fatti gloriofi Un* amante fregiar deggian, che afpira AH* amore
di Marzia. fané Lue. Sete,o Marzia, Troppo fevera. Come il cuor fofTrio Di
fgridar così buon giovine Prence, E fcacciarlo con aria così torva, Prence, che
v' ama più della fua vita ? Marifr Per quello, Lucia, da me lo difeaccio. L'
aria, la voce, il guardo, il gentil core Parlan per lui con tal podente
incanto, Che d' udirlo parlare io pur non ofo. Lue. Perchè combattere un fi
dolce affetto? Perchè indurare a tanti vezzi il core ? Mar^ Come mai, Lucia,
vuoi eh* io mi disfaccia In piacevoli fogni e in folli amori, Orche in cimento
èognor vita di Cato? Vien di vendetta e di terrore armato Cefare, e di Caton
mira alla teda II fulmin fuo : la trifta congiuntura Impiega tutti quanti i
miei penfieri, E sì gli unifee e rinconcentra in ella. tue. Se tanti ho io così
gravofi affanni, F P Ih fond Compiami Have Perchè una tal fermezza non m' è
data ? Fcmmi natura di più molle parta, Co' più teneri affetti infievoiimmi, £
caricò Copra il mio debol fedo: Pietà e Amor dittringommi a vicenda. Mar%.
Lucia, le cure tue fopra me pofa; Mettimi a parte de* tuoi cupi affanni. Dimmi,
chi detta in te quello conflitto? Lue. Non ho da aver rollar di nominare I tuoi
fratelli, e figli di C.. Mar%- Coli' occhio di lor fuora ambi ti mirano, E il
loro amor fovente hanmi fvelato. Ma dimmi, qual de i due più favorifei? Bramo
faperlo, c pur temo d* udirlo. Lue. Qual 1 è quegli, che Marzia brameria ?
Mar^. Niun de due, - e forfè anco amenduni - Di Marzia nelle brame hanno egual
parte I giovani, e dividon la forella. Ma dimmi: Lucia qua* di loro elegge?
Lue. Marzia, ambo fon nella mia (lima grandi, Ma nel mi* amor... perchè vuoi tu
eh' io '1 nomini Ben tu fai, come è cieco amore e folle, II qual, ne fa perchè,
vuole e difvuole. Mar%. Lucia, io fon perplcffa. O dimmi, quale Appellar deggia
il mio fratel felice. Lue. Se foffe Porzio, me 'n da re (le biafmo ? O Porzio,
m* hai involata Y alma mia. Con qual leggiadra tenerezza egli ama ! Spira i
difii più fchictti, e più gentili. Verità, cortetla, mafehia dolcezza Pulifcon
le parole ed i penfieri. Fervido è Marco, e impetuofi troppo F 2 Sono *3( 44
)fr /firw mncb Farr.ejìnefs and PcJJton in tbem\ 1 bcur bim ivitb a /cerei kind
of Dread y And tremile at bis Vebemence of Temper Mar. Alas poor Tontb ! low
cari fi tbou tbrow bim front the ? Li: :ìa, tbou knormB not balf tbe Love be
bears tbee\ H benecr be jpeaks of ti ce, bis Hearfs in Flames, lls fendi ottt
ali bis Soul in ewry Word, , 'mi tbixks, and talks, and looks like one
tranfportcd. Vnbappy Tontb! boiu v/ill thy CoUnefs raife . i t v pijis and Stcrms
in bis ajflicled Bojom ! I dread tbe Conjeqnence Lue. Toh feem to plead Agaìnfl
your Bratber Tortius ~~ Mar. Heanin forbiti Hail Ter t iris btcn tbe
unfuccefsful Lonjer y Tbe ft;;?;e Cofzpfffìofi ivoud baite falTn on bim. Lue.
Wus ever Virgin Loie dì/ìre/l like mine! T ert ivi bimje.fcft falls in Tears
before me y /it if be mournd hit Rival's ili Succefs. Tben liJs me bidè tbe
Motions of my Heart, Nor fbow wbicb Way it turns. So mneb be fears The (ad
Fjfetts, tbat it ^ould bame on Marcus. Mar. He knor&s tco xoell boisj eafly
bc'sfired, And -xijorìd not plunge bis Brolber in Defpatr, But isjaits for
bappier Times, and kinder Moments i Lue. Alas % tco late Ifindmy felf fn*vohed
Ln endlefs Griefs and Labyrintbs of Woe y Eh» to affici my Marcia" s
Family, And fow Diffention in tbe He art s of Brotbers. Tormentine Tbonght ! it
cuts into my Soul. Mar. Lct us not y Lncia, aggravate our Sorrowt y But to tbe
Gods permit tU Euent of Tbinps. Our Li'ves, difcolonrd witb our prefetti ìVoes,
May flill gro-jj hrtgbt, and Sono anco i fuoì più teneri lamenti. Un fegreto
timor provo in udirlo, £ tremo a) fiero fuo genio bollente. 2Aar%. Povero
giovin / perchè sì cacciarlo? Lucia, non fai a mezzo, quanto ci t* ama. Quand*
ei parla di te, fuo cuore avvampa : E in ciafcun detto, Y anima efce fuore : Ne
i penfier, voci, fguardi, egli vaneggia. O fventurato ! quante a lui nel feno
La tua freddezza fveglierà tempefte ! V efito io temo. Lue. Par, che voi
facciate Contro 'I voftro fratel Porzio la caufa. Mar%. Tolgalo il Ciel, fe Porzio
flato folTc Un* infelice amante, la msdefma Compadrone avrebbe avuta in forte.
Lue. Fuvvi amor di donzella al mio limile? Porzio d' avanti a me dà fpeffo in
pianti, Come di fuo rivai piangendo il fato. Poi vuol, eh* io celi del mio
cuore i moti, E non moitri la via, end' ei fi porta. Tanto per Marco i tritìi
effetti teme. Mar%. Sa quanto facilmente egli fi accenda, Nè vuol giammai, che
il fuo fratel difperi, E i momenti più comodi egli afpetta. Lue. Tioppo tardi
mi trovo inviluppata Di guai in labirinti, e immenfe doglie, La cafa a
affligger di mia Marzia nata, E ne i cuor de i fratti difeordia porre. Tnfto
pender, che V alma mi divide ! Mar^ Lucia, non aggraviamo i noftri duoli. Delle
cofe gli eventi a i D i lafctacno. Le nolhe vite or torbide di guai Goder « (
4* ) 8» • and fmile isSitb bappicr Hourt. So tbe pure limptd Stream y *wben
foul 'wìtb Status Of rujbing Torrenti, and defeendivg Rains, Works ìt
felfclear, and as it rum, refines \ Tilt by Degrees, tbe fioating Mirrour
jbines, Rtfletts eacb Floisor that on tbe Border gro-ws, And a neuo Hca And
cnvics us cvn Ubyas fultry Defarts. Fatbers, pronounce your Tbougbts, «tv,/?///
j£r* 7*0 £o/ Stili may you fi and bigb in yonr Country s Honours y Do but
comply, and makeyour Peace ivitb Cafar. Rome isoill rejoict, and casi its Eyes
on C., As on tbe Second of Mankind. Cito. No more ! I muft not tbink of Life on
fucb Conditions. DtC. Cafar is well acquainted miri you* Virtues, And tberefore
fets tbis Vaine on yonr Life : Let bim but know tbe Price of Catos Friendfbif,
And nume yonr Terms. Cato. Bid bim disband bis Legions, Reflore tbe Common ive
alth to Liberty, Submit bis Afcons to tbe Publick Cenfure, Da trattar non avete
col Senato ? Dee. Mio negozio è con C. : vede Cefare V anguftie, nelle quai voi
vi trovate : E come eh' ei V alto valor conofee Di C., gli cai della Tua vita.
Cat. La mia vita è di Roma al fato unita » Vuol falvar C. ? la fua patria ei
falvi. Al voftro dittator ditegli quefto: Ditegli, che Caton sdegna una vita,
Cui egli in dono ha d' offerir la poffa. Dee. Roma e '1 Senato riconofeon
Cefare. Più non fon già quei Generali c Confoli, Ch* arreftarfue conquifte, e
fuoi trionfi. Perchè a un tal Cefar non è amico C. ? Cat. Quett* ifteffe
ragion, che porti, il vietano. Dee. C., ordini ho io di fare inftanza, £
ragionar con voi, come da amico. Guardate alla borrafea, che s' aduna Sul
voftro capo, e di fcopplar minaccia, Alti onori occupare in voftra Patria
Potete ancor, purché cediate al tempo, £ fia pace tra Cefare e C.. Godranne
Roma, e mirerà C., Come dell' uman genere il fecondo • Cat. Non più : vita non
voglio a tal partito. Dee. A Cefar note fon voftre virtudi, Perciò tanto valuta
voftra vita. Della voftra amiftà ditegli il prezzo E le condizioni. Cat. Che
licenzi Le Legion, la libertà alla Patria Reftituifca, i fatti fuoi fommecta
Alla Cenfura publica, e sì ftiafi H i the Jndgment of a Roman Settate. Bid bim
do tbis, and Caso is bis Friend. Dee. C., the World talk's londly ofyour Wijdom
C.. Afcy/, Catos Voice was ne\r employd To clear the Guilty, and io marnifb
Crime:, My fa ffwill mount the Refi rum tn bis Fawour y And flrinje to gain bis
Fai don from the Feofle. Dee. A Stile like tbis hecome's a Conqueror. C..
Decius, a Stile like tbis hecome's a Roman. Dee. What is a Roman, tbat is
Cafars Foe ? C.. Greater than Cafar, bes a Friend to Virtne. Dee. Confider, C.,
yonre in U tic a s And at the Head ofyour own little Senate; Ton dont now ti
under in the Capito!, Witb ali the Mouths of Rome to fecond you. C.. Let him
confider Tbat wbo driues us bit ber : *Tis Cafars Sword bas made Rome's Senate
little 9 And thinnd its Ranks. Alas, thy dasglcd Eye BeboltPs tbis Man in a
falfe glaring Ligbt, Whicb Conqueft and Saccefs baie thrown ufon bim; D'vlft
thon hut But y by the Gods I fwear, Millions of Worlds Shoud nenser bay me to
he like tbat Cafar. Dee. Dos C. fend tbis Anfwer back to Cafar, For Alla
fentenza d un Roman Senato : Ch' ei faccia quefto, ed è Tuo amico Cato. Dee.
Caton decanta il Mondo il voitro ferino Cat. Ancor di più; benché non mai la
voce Di Caton s* impiegale a purgar rei, O a colorir delitti > tuttavia Io
dello monteronne fopra i roftri A ottenergli dal popolo il perdono. Dee. Quefto
ftile convienfi a un vincitore. Cat. Decio, quefto convienfi ad un Romano. Dee.
Che Roman? Chi è di Cefare nemico ? Cat. E' più che Cefar, chi è a virtute
amico. Dee. Confiderà, Caton, che tu fei in Ucica, £ a tuo Senato picciolo
prefiedi; Tu non fulmini aderto in Campidoglio Di Roma favorito dagli applaufi.
Cat. Lo confideri quel, che ci ha qua fpinti; Spada di Cefar fe il Roman Senato
Picciolo, ed il fuo numero ha feemato. Latto / Che gli abbagliati lumi tuoi
Miran queft* uomo in una falfa luce, Onde i felici eventi circondaronlo ! Mirai
diritto, e sì *1 vedrai tu nero Di tradigion, micidio, facrilegio, £ d' altri
brutto ancor gravi delitti, Che percuoton d* orror 1* anima mia, Che fi
fpaventa folo a nominargli. Io fo, che mi riguardi qual mefehino Cinto di mali,
e colmo di feiagure; Ma giuro per gli Dii, milion di mondi Non mi farebber mai
effer qual Cefare. Dee. Tal rifpofta C. a Cefar manda jftv *// bis genrous
Care*, « nà profftrd Friend/hip ? Cato. tiis Caresfor me are infolent and uain
: Prefumptuous Man ! The Gods tuie Care of C.. IVoud Cafar fbow tbe Greatnefs
of bis Sorti y Bid bim cmploy bis Care for tbeje my Friends y And rnake good
ufe of bis ili gotten FoitSr, By fbeltring Men mucb better tban bimfclf. Dee.
Tour bigb unconquerd Heart makes you forget Tbatyoure a Man. Tou rufb on your
Dejhutlion. But Ibave done. Wben I relate bereafter Tbe Tale of tb 'ts unbappy
Embaflìe Ali Rome ivill be tu Te ars. [ exit Deci US Sempr. Cato, uve tbank
tbee. Tbe migbty Genius of Immortai Rome Speak' s in tby V oice, tby Soul
breatb's Liberty : C^far -will Jbrink to bear tbe ll 'ords tbou utterft, And
fbudder in tbe miJft of ali bis Conquefts. Lue. Tbe Senate owns its Gratis ude
to C., IVbo isoitb fo great a Soul confulis its Safety, And guarà* s ourLives,
nobile be negletTs bis onson. Sempr. Sempronius giws no Tbanks on tbis Account.
Lucius feemsfond ofLifcy but Per tutte lue sì generofc cure, E per fua amiflade
a lui proferta ? Cat. Per me fue cure, ed infoienti, e vane: Prcfontuofo ! cura
di C. Prendon gli Dei : vuol Cefare moftrare Del fuo cuor la grandezza? digli,
che In quefti amici miei Tua cura impieghi y Ed il malprefo Tuo poter ben ufi
In protegger migliori di fé fteflfo. Dee. V altiero voftro, ed indomabil core
Obbliare vi fa, che voi fete uomo. A voftra certa diftruzion n* andate. Ho
detto; ma quand' io narrerò pofeia D*efta Ambafciata V infelice evento, Diftruggeraffi
tutta Roma in pianto. parte Decio . Sempronio, Lucio, e C... Sempr. Ato a te
grazie noi tutti Parla in tua voce il Genio potente Di Roma eterna, e *i cor
libertà fpira. Cefar sbigottirà la tua rifpofta, E tremerà in mezzo alle
conquide. Lue. II Senato a C. il fuo buon grado Confetta; che con alma cosi
grande Confulca del Senato la falvezza, E difende le noft re proprie vite,
Mentre la propria fua mette in non cale. Sempr. Sempronio non ringraziati per
qucfto. Lucio tenero fembra della vita 5 but wbat is Life ì % Tis not toftalk
ahout, and drawfrefb Air From time to time, or ga^e upon tbe Sun 5 % Tis to he
f ree. When Liberty is gotte, Life grorwt injipid, and bat loft its Relifb. O
coud my dying Hand but lodge a Sisjord In C& fars Bofom, and reixnge my
Country, By Heavns Icond enjoy tbe Pangs of Deatb y And Smile in Agony. Lue.
Otk rs perbapt May ferve tbe ir Country witb at warm a Zeal, Tbo % tis not
kindled imo fo ntucb Rage. Scmpr. Tbis fober Conduci ts a migbty Vertue In
luke-warm Patriot s. C.. Come ! no more, Sem proni ut, Ali bere are Friends to
Rome, and to eacb otber. Let ut not vveakcn ftill tbe weaker Side, By our
Dnjìfions. Sempr. Cato, my Refentments Are facrificed to Rome 1 fi and
reproved. Cato. Fatbers, >*# time you tome to a Refolve. Lue. C., isje ali
go into your Opinion. Cafars Bebaiìiour bus convìneed tbe Senati Wc ougbt to
bold it out tilt Terms arrive. Scmpr. We ougbt to bold it out till Deatb i but,
Cato, My private Voice is drown d amid tbe Semate 's. Cato. Tben let ns rife,
my Friends, and ftrive to fili Tbis little Internai, tbis Paufe of Life, [
IVbile yet our Liberty and Fates are doubtful ] IVitb Revolution, Frìendfbip f
Roman Brani ry, Aad ali tbe Virtues isjc can crowd into it; Tbat *S )fr Ma che
è vita? Non è in piede ftarfi^ E la frefea aria trar di mano in mano, O il Sol
mirare; è libero efler, vita. Allorché Libertà è andata, viene Infipida la
vita, e foiza gufto. Piantaffe pur mia moribonda mano Dentro il feno di Cefare
una fpada 9 E così vendicaffi la mia Patria ! Per Io Ciel goderia della mia
morte, E nella mia agonia io riderei. Lue. Per ventura altri può fervir fua
Patria Con così caldo zel, bench' ei non Ca Da tanta rabbia e furia infiammato.
Sempr. A i tiepidi amatori della Patria Sobria condotta è una virtù poflente.
Cat. Non piò : Sempronio, tutti Cam qui amici A Roma, e Y uno all' altro; ah
non volere Infiacchir la già troppo debol parte Per noftre divifion. Sempr.
Caton de i miei Rifcntimenti un facrificio io faccio A Roma, e a voftri
rimproveri io cedo. Cat. Padri, qui di rifolvere fia d' uopo. Lue. Tutti in
voftro parer, qui fiam concordi. Cefare per fuoi modi fa rifolvere Al Senato,
che attendanti 1' offerte. Sempr. Anzi la morte 5 ma, Caton, la mia Voce non è
più udita. Cat. Andiamo, Amici E temiam riempir quefto intervallo Picciolo,
quella paufa della vita [ Mentre libertà noftra, e faro pende ] Di coftanza,
amicizia, e cuor Romano, E di tutte virtù, che entrar vi ponno; *( 66 )>•
That Hearìn may Jay y U ougbt to le prolong i. Fatbcrs, fareweli Tbe young
Numidian Trina Comes for-ward) and expetfs to know ottr Connetti. [ exit Sena
to rs. cntcr Juba • C.. Juba 5 ibi Roman S enate bas reJoln)d y Till Time gi
luba, il Roman Senato ha rifoluto \J Attender miglior tempo: e fguainata Contra
Cefar tener Ja fpada intanto. Giub. Quefto conviene ad un Roman Senato. Soffri,
C., e condifeendi alquanto Ad un giovane udir. Mio Padre, quando Alcuni giorni
avanti la Tua morte Di marciare per Urica ordinommi, [ Laflo ! fua morte io non
credea sì preflò ] Piangendo mi firingea in fue vecchie braccia. E come il duol
gli permettea : mio figlio, Dille [ qual forte avvenga al Padre tuo ] Sii di C.
amico; egli alle illuftri £ valorofe imprefe a Ile vera rt i : Tu ben Y
oiferva; apprenderai da lui, O fchivar le (venture, o fopportarle. Cat. Giuba,
era un degno Principe tuo Padre, E degno ( ahi Jaffo ! ) di miglior dettino
> Ma altramente difegnaro i Cieli. Giub. Il deftin di mio Padre, ad onta
ancora Di tutta la fortezza, che- rifplende Nel vivo e grande efempio di C.,
L'anima doma, e gli occhi empie di pianto. Cat. E' un onefto dolore, e ti ila
bene. I i Giub. Fca- Jub. My Vatber drew Refpecl front forcìgn Climes : The
Kings of Africk fought bim for tbsir Friend; Kittgsfar remote, that rule, as
Fame r efori*, Behind the btdden Som ce s of the Nile, In diflant JVorlds, on
iother fide the San: Oft bave the ir Hack Amhaffadors appeard y Loadett witb
Gifts, and fiWi the Court s of Zama. Cato. / am no S franger to thy Fathers
Greatnefs. Jub. Iwould Kot boaìi the Greatnefs of my Fatbcr, Bttt poÌKt out new
Alliances to C.. Had we not better leave tbis Utica, To arm Numidia in our
Caufe, and court Tb % Ajjtftancc of my Fathers powrful Friends t Did tbey know
C., our remoteft Kings Woud pour embattled Multitudes about bim;. Their fwartby
Hofts wottld darken ali our Flains y Doubling the native Horrour of the IVar 5
And making Deatb more grim. Cato. Andcanft thou thivk C. will fly before the
Sword of C&far ? Reduced, like Hannibal, to feek Relief From Court to
Court, and wander up and down y A Vagabond in Africk ! Jub. C., perbaps Tm too
cjficious, bttt my forward Cares JVoud fatn preferxe a Life of fi mucb Vaine.
My Heart is wounded, wlen I fee fucb Virtue Affiitled by the Weight of fueb
Mhfortunes C.. Thy Hoblenefs of Soni obliget me. Gìtìb. Feano a mio Padre
ftrani climi onore : Cercavan fua amiftà Regi Africani, Remotiflìmi Re, che
come fama Rapporta, dietro alle nafcofe fonti Del Nilo regnano, in lontani
Mondi, Di là dal Sol : fovenje fon comparii Lor negri Ambafciator, carchi di
doni, Ed empiute di Zama hanno le Corti. Cat. Della grandezza di tuo Padre
ignaro Non fon. Givi. Non la decanto; ma fol voglio Additare a Caton nuove
allianze. Non è il miglior, quefV Utica Jafciare Per armare Numidia in noftra
caufa, E cercar 1' aflìftenza de' potenti Amici di mio Padre? Se a ior noto
Fotte C.; i più remoti Regi Turbe battaglierefche intorno ad eflo Verferian
pronti : Ior morefche armate Ofcureriano tutti i noftri piani, Della guerra
l'orror natio doppiando, E crefcendo alia morte lo fpavento. Cat. E puoi penfar
che C. fuggir voglia Così di Cefar d'avanti alla fpada, Ridotto, come Annibale,
a cercare Di Corte in Corte mendicando aita, E per T Affrica errare vagabondo ?
Gìnb. Caton, forfè eh' io fon troppo officiofo > Ma P ultronee mie cure
volentieri Prefervar voglion vita di tal pregio. Vien ferito il mio cuor,
quand' io rimiro Un tal valor, di tai fventure afflitto. Cat. Tua nobiltà di
cuor molto m* aggrada • Ma Digitized by Google Bnt faow, young Prince, /taf V
atout foars alone Wbat the World calli Misfortune and Afflicìion. Tita/ff, I
cortld piene myHcart, MjfooJifù He art ! Was ever Wretcb Vile Juba f Syph.
Alas, tny Prince boisj are you ebanged of late ! Fve known young Juba rife,
before tbe San y To beat tbe Tbicket vjhere tbe Tyuer flept, Or feek tbe Don in
bis dreadfnl Haunts : Ho-w àid tbe Cclour mount into yo&r Cbecks, IV ben
firfì you rotti d bim to tbe Cbace ! Tve feen you Eva in tbe Lybian Dog- day s
bunt btm down, Tben ebarge btm clofe 3 protoke bim to tbe Rage Of Fangs and
Claws, and ftooping from your Horfe liivet tbe panting Savage to tbe Ground,
Frisbee y no more !. Syph. Hoc nuoti d tbe old King f mite To [ce you voùgh tbe
Faws, vubcM tìffitsAtb Gold, Ani Non è tempo a parlar, che di catene : O di
conquida, Jibertade, o morte. fmeCat) SCENA V. Sifacc, e Giaba. « Sif. Ty
Rence, che è ciò ? perchè cosi confutò? Jt Par giudo, come fequedo Filofofo
Rigido, or or v' a vede rampognato. Ciab. Ah Siface, fon morto. Sif. Io ben Io
veggio.' Club. Difpregiami Caton. Sif Sì faran tutti. Ciub. Io aveva a lui
feoperta la fiacchezza Di mi* alma, 1* amor eh* io porto a Marzia. Sif Bel
perfonaggio certo quel di C. A confidargli un' iftoria d' amore ! Ciub. Oh
potefs' io paffarmi il cuor, mio feiocco Cuore; fu feiagurato mai qual Giuba ?
Sif Prence, oh quanto da quel di pria cangiato/ Da quel che fi levava avanti al
Sole, Battea la macchia, ove dormia la tigre, £ cercava il lion nella fua tana.
Come il color montava in vodre guance," Todochè di/cacciato ei fuor
fcappava ! Io ho veduto voi ancor ne* giorni Canicolari d* Affrica sforzarlo,
Caricarlo ferrato, provocarlo Alla rabbia de denti e delle zampe: £ dal veltro
deftriero giù badandovi Al fuolo conficcar 1' anfante belva. Ciub. Deh non più.
Sif Come forride va il vecchio Rege a vedervi delle gravi zampe K - Guar-And
tbrow tbe jbnggy Spoils about your Shouìders /* Jub. Syfbax, fai/ o/i Afa» V
Talk [ Honry fl May fuba ever live in Ignorarne ì Syph. Go, go>
youreyotitjg. Jub. Coir, muft I tamely bear Ibis Arrogance unanfwerd ! Tbourt a
Traitor 1 AfalfeoldTraitor.. Syph. / baie gone too far. ( Afide i Jub. C. fball
know tbe Bafenefs of tby Soul. Syph. Imuft appeafe tbisStorm^orpcrìfbinit. (
Afide à Toung Prince, Moli tbefe Locks, tbat aregrown wbito Beneatb a Helmet in
your Fatbers Battels. Jub. Tbofe Locks fball neer profeti tby Infoiente. Syph.
Muft one rafb Word y tb y Infirmity ofAge y Tbrow down tbe Merit of my better T
earsì Tbis tbe Reward of a wbole Life of Service ! Carfe on tbe Boy ! How
fteadily be bcars me ! ( Afide, Jub. // it becattfe tbe Tbrone of my
Fore-fatbers Stili (lands unfiird, and tbat Numidìas Crown Hangs doubtful yet,
wbofe Head it fball enelofe, Tbou tbus prefumeft to treat tby Prince witb Scorn
? Syph. Wby isoill you rive my He art vjìtb fnch Exprefflons ? Do / not old
Sypbax follow yon to War ? Wlat Digitized by *3( n)b Ed i Catoni ( queiY Iddìi
terrcftri ) Di violate vergini, e rapite Sabine, tutti fon la fpuria razza. u
Club. Temo, che in quefti tuoi capei canuti j S'appiattiairoppo TAfiFricane
frodi. j \ Sif. Certo, mio Prence, non avete il Mondo Per anco apprefo,
nèftudiato l'uomo. Giovane ammiri d* anima Romana Le dog] iole gonfiezze, e di
C. Gli arditi voli, e di virtù ftranezza. Club. Senei fa pere il Mondo,
l'uomofafli Disleal, viva ognor Giuba ignorante. Sif. Via via : giovin fete.
Giub. Oh Cicl ! degg'io Cheto fofFrir queft' arroganza ? Sei Tradicor, falfo
vecchio traditore. Sif. a fané. Troppo lungi fon corfo. Giub. Saprà C. La viltà
del tuo cuor. Sif. Bi fogna eh' io Calmi quefta tempefta, o che perifeavi. a
parte. Mira qucfti capei venuti bianchi Sotto l'elmetto là nelle battaglie Del
Padre voftro, o Prence ? Giub. Quefti tuoi Capei non copriranti Y infolenza.
Sif. Da un debol vecchio uno (cappato motto Porterà via de* migliori anni il
meno? A ciò vengono i dì fpefi in fervizio? Maledetto fanciul / Com'duro
afcoltami! a parte* Giub. Forfè perchè de' miei maggiori il trono E* voto
ancora, e ancor dubbiofa pende La corona Numidica, pjefumi Di fchernire il tuo
Prence ? Sif. Perchè vuoi Partirmi il cor con qqefti duri accenti ? Siface il
vecchio non vi fegue in guerra ? Ch'è Wbat are bis Aims ì Wby dos be load witb
Darts His trembling Hand y and crufb lene ai b a Cask His wrinkled Brows ? Wbat
is it be afpires to ? Is it not (bis ? to fbedtbe jlow Remains, His laft poor
Ebb of Blood in your De f enee 1 Jub. Sypbax y no more ! I wou d not bear you
talk. Syph. Not bear me talk ! Wbat y wben my Fatto to ]t*ba y My royal Maflers
Son y is eaWd in queftion f My P fine e may ftrike me dead, and TU be dumb :
But wbìlft I li ve I mufi not bold my Tongue^ And languifb ont old Age in bis
Difpleafure. Jub. Tbon knowfl tbe IVay too well into my He art, / do bclicve
tbee loyal to tby Prince. Syph. Wbat greater hi fl ance can l girne ì Fwe
offerd To do an Aftion wbub my Soni abbors y And gain you wbomyou love at any
Priee. Jub. Was tbis tby Motive ? I bave been too bafty. Syph. And 'tis for
tbis my Prince bas caWd me Traytor. Jub. Sure tbou miflakeft j I did not cali
tbee fa. Syph. Ton did indeed y my Prince y you calN me Traytor : Nay y furtber
y tbreatendyoud complain to C.. Of wbat, my Prince y wou d you complain to C. ?
Tbat Sypbax lo r vesyoa, and woud facrifice His Life y nay more y bis Honour in
your Service. Jub. Sypbax y 1 know tbou lowft me y but indted Tby Z e al for
Juba carried tbee too far, Honottrs a facred Tie, tbe Law of Kings y Tbe noble
Mintfs diflinguifbìng Perfeùìion y Tbat aià's and ftrengtbens Virtue y wbere it
meets ber, And imitates ber Aclions y wbere fbe is not: It ougbt not to be
fported witb. Syph. By Heavns Imrawfht wben you talk tbus y tbo yoa thide me
Ch'è Aia mira? perchè di dardi carica La tremula fua mano, e forco Telmo Preme
rugofa fronte ? a che afpir* egli, Altro che a ciò ? Spargere i pigri avanzi, E
il fil di fangue eftreroo in tua difefa. Giub. Taci, Siface; udirti io più non
voglio. Sif Non più udirmi ? allorché mia fede a Giuba Il figlio del mio Re,
viene in contefa ? Può darmi morte il Prence, ed io fio quetoj Ma viver non G
può tacendo, e trarre La mala età languendo in fua difgrazia. Giub. Ben conofei
le vie dentro al mio cuore : Credo, che al Prence tuo tu fii leale. Sif Qual
maggior prova io potea dar, che a tua Amata guadagnarti ad ogni prezzo, Cofa
proporre, che'l mio cuore abborre? Ciub. Fu quefto il tuo motivo? Io corfi
troppo. Sif. Perciò il mio Prence traditor chiamommi. Giub. T'inganni: così io
non ti chiamai. Sif. Certo, o mio Prence, traditor chiamaftimi. Anzi più:
minacciarti a C. dirlo: Che dir, mio Prence, fe non che Siface V'ama, e
facrificar vuol la fua vita In fervizio di voi, anzi il fuo onore. Giub.
Siface, so che ra' ami \ ma di vero Tuo zel per Giuba andava troppo innanzi.
Santo vincolo è onor, legge de* Regi, Delle menti gentili illuftre impronta,
Che virtude avvalora ove fi trova; Ed ove non fi trova, egli 1* imita. Non fi
dee far beffe di lui. Sif. Oh Cieli ! Il tuo parlar, benché mi fgridi,
incantami. Laffo: AUt y T*vc hìtberto been nfed to tbink A blind officious Zeal
to ferve my King Tbe ruìing Principle, tbat ougbt to bum And qucncb ali otbers
in a SubjetJs Heart. Happy tbe People iscbo f re ferve tbe ir Honour By tbe
fame Duties tbat oblige tbeir Prince ! Jub. Sypbax y tbou uow beginfi to fpeak
tby felf, Numidia s grown a Scorn among tbe Nations For Breacb of publick Vowt.
Our Punici Faitb Is infamous > and branded to a Proverb. Sypbax, Tvclljo'm
our Cares, topurge away Our Country t Crime t, and clear ber Reputatoti. Syph.
Belirve me, Prince, you moke old Sypbax isjeef To bear you talk ■ but 7ix
isoitb Teart offof. lfe*reyour Fatbers Crown adornyour Browt, Numidia voill be
bleft by Catot Leèluret. Jub. Sypbax, tby Hand ! ve' Il mutuai ly forget Tbe
IVarmtb ofToutb y and Frowardnefs of Age: Tby Prince etieems tby Wortb, and
loiìct tby Perfon. // ere tbe Scepter comet into my Hand, Sypbax fball fi and
tbe fecond in my Kingdom. Syph. IV bk v) di you owerwbelm my Age vSitb
Kindnefsì My Joy grows burdeafome, I fba ut fupport it. Jub. Sypbax, farewell.
27/ beate, aad try to find Some bleft Occofioa tbat may fet me rigbt In Catos
Tbougbtt. Td ratber bave tbat Man Apprwe my Deedt y tban Worldtfor my Admirert.
[ Exit. Syphax folus. Toung Mea fooa gicd y and glorie s in its Htigè?. Sucb is
tbat bawghty Man y bis fo-tv ring Soni 9 % Mìdft ali the Shock s and Injuries
òfPorttfne- 9 Rifes fuperiòr, and looks downon Cafar. Syph. But *wbats tbis
Meftengér* Sempr. Vwe praElisd vótlrblm, Andfound a Mèàns to let tbe Vitlor
know Tbat Sypbax and Sempronio are bis- Fritnds. But Tradltor: quelle voci,
temerario Garzon, chi sa? ti cofteran ben caro. Folle affetto per te finora
avea; Ma via, è andato, io lo confegno a i venti, Cefar, fon tutto tuo S'tface,
e Sempronio. Sif. Ob / ben venuto Sempronio; sì, che rifolvè il Senato Di Caro,
d'afpcttare d' un' affedio Il furore più tofto, che di cedere. Semp. Siface,
ambo del fato all'orlo fummo, Lucio volea la pace, e di trattarne A C. offriva
il meflaggier di Ce fa re. Se il Senato ù folle fortomeffo Pria che i noftri
difegni maturaffero, Nella comun ruina ambo rinvolti Perivamo indiftinti. Sif.
Che fa C. ? Semp. Scorgerti il Monte Atlante: mentre in cima Fulminan le borrafche,
e le temperie £ i mari al piede fuo rompono l' onde, Superbo di fua altezza,
immobil ftaffii Tal quefto altier. Su' alma torreggiarne Tra i contratti e gli
affronti di fortuna Sta fopra, e guarda Cefar giù nel fondo. Sif. Ma qual è
quefto meffaggicr? Semp. Con lui Io praticai, e lo trovai buon mezzo A far
fapcre al vincitor, che fìamo Ambi del fuo partito, or tu mi lafcia L a Efami-
Bar Ut me now examine in my Tarn : Is Juba fixtì Syph. Tes, but U is to Caio.
Fw tryd the Force of e^ry Reafon on bìm, Soottid and carrefsd y been angry,
footUd agaia 9 Layd Safety, Life, and Ini refi in bis Sigbt, Bue ali are vain y
be feorns tbem ali f or Caco. Sempr. Come y Uis no Matter, uve /ball do
-witbout bim; Hill mate a p retry ligure in a Triumpb, And ferme to trip before
tbe Viclois Cbariot. Syphax, I tio-w may bope tbou hafl forfook Thy Juba s
Caufe, and "jjifbesl Marcia mine. Syph. May jbe be ibi ne as fafl as tbou
ivo/i dsl bave ber! Sempr. Syphax, / loie tbat Woman\tbo Icnrfe Hcr and my felf
\ yet flight ofme, I love ber. Syph. Make C. Jure, and gi> > - famttt
:bet. / farri to tbhl hs not but witb Life. Marc. Fortius, tbou knowfi my Soul
in ali hi Weahtefs Then pritbee fpare me on its tender Side, Indulge me but in
Love, my otber Fajftons Sball ri [e and fall by Virtues niceft Kules. Porr.
Wben Loves wcll t'irne à, *tis not a Fault tolove. Tbe Stro»? y the Brave, the
Virtnons, anà the IVifc y Sink tu the foft Captìvity together. I wotid Marco, e
Tornio. Mar. Razie alle flellc, ch'io non ho cercato _ Per T erme ftrade della
vita amico. E per tempo infegnommi, per fegreta Forza d'amar, la tua perfona,
avanti Che il gran merito tuo io conofceffi $ Finché quel ch'era inftinto,
amiftà venne. Tor£. Marco, del Mondo l'amiftadi fpeffo Leghe di vizj fono e di
piaceri. La noftra in bafe di virtù fondata Terminare non può, che colla vita.
Mar. Porzio, tu fai tutte le mie fiacchezze : Rifparmia il cor dalla Tua debol
parte : Solamente in amor fi imi indulgente. La virtù colle Tue più efatte
norme Degli altri affetti miei farà alto e baffo." Por%. Allora quando è
di ftagion l'amore, Non è fallo l'amare: il forte, il bravo, L' uom dabbene, e
'1 prudente sì fi danno In una dolce fchiavitude infieme. Natura a me prima
additò il mio Porzio; Non J u>o*V not urge tbee to difmifs tby Faffton ] [ /
kuou) 'fwere *vain ] but to fupprefs iti Force l Till Inter Times may moke it
look more graceful * Marc. Alasi tbou talìCft like one isolo ncvcr feh Tti
imjatient Throbbs and Lottgittgs of a Sotti, Tbat panis, and reacbes after
difiant Good. A Lcver dos not li And yet ivben 1 beboldibe cbarming Maid Tm
tentimes more undonej isolile Hope, and Feafy And Grief, and Ragr, and Love,
rife up at once, And isoitb Variety of Pain diftratl me. Port. Wbat can tby
Portius do togiue tbee Help ? Marc. Forti us, tbou oft enjoyfi tbe Fair Qnc*s
Frefeuctt Tben undcrtake my Cauje y and plead it to ber IVitb ali tbe Strengtb
and Heats of Eloquence Fraternal Love and Friendjbip can infpire. Teli ber tby
Brotber langttifbe's to Deatl, And f ade s aisoay, andwitbers in bis Bloom;
Tbat be forgets bis Sleep y and loatìfs bis Food, Tbat Totttb, and Healtb, and
War are joylefs to htm : Dejcribe bis anxious Days, and reftlefs Night, And ali
tle Torments fiat tbou feefi me fuffer. Port. Marcus, I beg tleegive me net un
Office Tbat fuits witb mefo ili. Tbou bnowft my Temper. Marc. IVilt tbou bebold
me finking in my IVoes f And wilt tbou not reacb out a friendly Arm r To Di Non
prefserom a cacciar tua paffione ( Sò che farebbe van ) ma a raffrenarla,
Finché tempo miglior ne la ftagìoni. Mar. Eh che tu parli come uom, che non mai
Provò Je dure e le cocenti cure D'un cor gì' impazienti afpri tlnghiozzì, Che
ftiran I alma dietro a un ben lontano. Non è tempo comun quel dell'amante.
Porzio, allorché mia Lucia era lontana, Ptfava e m' era a carico la vita; Ma
quando poi rimiro la vezzoia Donzella, fua prefenza mi disface: Mentre fpeme,
timor, dolor, furore, Ed amor fi follevano ad un tempo, Em'arrabbian con varj
lor tormenti. Tor%. Qual può tuo Porzio a te donare aita? Mar. Porzio, tu godi
fpeffo la prefenza Della bella: or tu prendi la mia caufa, E in mia difefa
tutta quella forza, E vivo ardore d' eloquenza adopra, Che amor fraterno ed
amiftade infpirì. Dille, che il tuo fratel languifce a morte, Ed appafsifce e
feccafi in fuo flore s Tal ch'oblia il fon no, ed abborrifee il cibo» Gioventù,
fanitade, e guerra fono A lui prive di gioja : sì, deferivi le Gli anfiofi
giorni, e le inquiete notti, E ogni martir, che tu vedi eh' io fofTro. Tor.
Marco, io ti priego non m* ingiugner carico Che mi torni sì mal : tu mi
conofei. Mar. Voi tu mirarmi morto ne' miei guai? Negando porger amichevol
braccio Mi A tr To raìfe me from amidft tbis Flange ofSorrows ? Port. Marcus,
tbou tanfi notask wbat Vd refife. But bere beitele me Tue a tboufand Reafons
Marc. / know tbou le Jay my Pafftons out of Seafon y Tbat Catosgreat Examfle
and Misfortunes Sbould botb candire to drive itfrom my Tbougbtt. But ivlai* ali
ibis to one *wbo love* like me ! Ob Portius y Portius, from my Soul I vuifb
Tbou dìdfl but know tby felf wbat Vii to love i Tben woudfi tbou pity and
ajjìft tby Brotber. Porr. Wbatfboud I do! If I difclofe my Fafson Our
Friend/hip 1 s at an end: If I conceal ìt 9 Tbe World will cali me f alfe to a
Friend and Brotber. Afide'. Mar. But Jee wbere Lucia at ber wonted Hor/r y Amid
tbe tool ofyou bìgb Marble Arcb y Enjoyt tbe Noon-day Bree^e ! Obferve ber,
Portius f Tbat Facejtbat Sbapejbofe Eyes, tbat Heavn of Beauty # Obferve ber
wcll, and blame me if tbou tanfi. Port. Sbe fees tts, and advances Marc. TU
witbdraw, And leaue you for a vjlile. Remember, Fortini \ Tby Brotber s Life
depends upon tby Tongue. [ Exit » Entcr Lucia. Lue. Did notlfee yonr Brother
Marcus bere? Wby did be fly tbe Place, and fbun my Prefence * Port. Ob, Lucia,
Language is too faint to fbou> Hit Rage of Love j it preys upon bis Life
> He pine*) be fickens, be defpairs, be dìes; Hit A trarmi fuor di quefto
mar d' affanni? For%. Marco, chieder non puoi cofa, ch'io nieght; Ma qui,
credimi, ho io mille ragioni... Mar. So, che fuor di ftagion tu dì, il mio
affetto, Di C. il grand' efempio e le (venture Cofpirare a cacciar me '] dalla
mente j Ma che è tutto ciò ad un amante, Qual io fon? Porzio, Porzio, che tu
ftefso, Che cofa è amor, provafsi, adorerei : Pietade allor di tuo fratello a v
retti. Tor%. Or che farò ? Se mia pafsion difeuopro, Noftr' amicizia è ita :
s'io la celo, Falfo amico e fratel dirammi il Mondo, a [arte Mar. Ma vedi dove
all' ufata ora Lucia Della marmorea loggia in mezzo al frefeo Sta godendo il
meriggio ! Porzio, mirala. Che occhi, volto, vita! che bellezza ! Mirala bene :
e fe tu puoi, mi biafma. tor%. Eliaci vede, e avanza. Mar. Io voglio andare £
per un poco di tempo lafciarti. Sovvienti, Porzio, che di tuo fratello Dalla
tua lingua la vita dipende. [arte Lucìa, e Forgio * lue. V 7 Oo ho veduto qui
voftro fratello ? lN Perchè fuggì, fchivo di mia prefenza ? lors>. O Lucia,
troppo è debole la lingua A dimoftrar il fuo rabbiofo amore. StruggeG, langue,
fidifpera, e more. Hit paffions ani bis Virtues He confaci, And mixt togetber
in fo wild a Tumuli, Tbat tbe tubale Man is qu'ite disfiguri in bini, Heawnt !
njouà one tbink Uivcre pojjìble for Love To mah fftcb Ravage in a noble Soni !
Ob, Lucia, Vm diftrefsdì my Heart bleeis for bìm\ m Evn now, nobile tbus I
ftand bleft in tby Prefenct, * A fecret Dump of Grief comes oer my Tbougts, And
Vm unbappy > tbo tbou fmilesl upon me. Lue. How vuilt tbou guard tby Honour,
in tbe Shock Of Love and Friendjbip ! tbsnk betimes, wy Porti us, Tbink bow tbe
Nuptsal Tie, tbat migbt enfure Our mutuai Blijs, vvoud raife to fuch a Height
Tby Brothers Grief s, us migbt perbaps deftroy bim. Porr. Aìas,poor Toutb! wbat
dofi tbou tbink } my Lucia ? His genrous, open, undefigning Heart Has btgd bis
Rivai to folliàt for him. Tben do not firike bim dead witb a Dentai, But bold
bim ttp in Ltfe, and ebeer bis Seul Witb tbe faint glimm ring of a doubtful
Hope: Perbafs, wben bave pafsd tbefe gloomy Hottrs, And weatber'd ora tbe Storm
tbat beats erpon us Lue. No, Portius, no ! Ifee tby Sislers Tears, Tby Fathers
Avguijb, and tby Brotbers Deatb, In the Purfuit of our illfated Loves. And,
Portius, bere Ifwear, to Heavn I fwear, To Heavn, and ali tbe PoisSrs tbat
judge Mankind ì Never to mix my flight ed Hands -witb thinc y Wbih Sì con un
certo Incognito indiftinto Son virtudi ed affetti in un confufi, Che tutto Tuom
dei tutto è in Jui disfatto. Cieli ! come è pofsibil, che cotanto Abbia guado V
amor sì gentil' alma? O Lucia, fono in grande angofeia; è il cuore Per mio
fratel trafìtto : anco in queft' ora, Che felice mi trovo at tuo cofpetto,
Segreta nebbia di dolor mi grava : Mi fero io fon, benché da te gradito. Come
vuoi tu il tuo onor guardare In contratto d'amore e d' amicizia? Penfa per
tempo, caro Porzio, penfa, Che il vincol nuzial, che ri afsicura Noftri mutui
contenti, a sì fublime Punto alzerà del tuo fratel le pene, Che di fua
diftruzion fian la cagione. ?or%, Povero giovan / Che penfi, mia Lucia ? Suo
generofo, aperto, e fchietto cuore Chiefc al rivai follecitar per lui. Dunque
non dargli morte con un niego 5 Ma tienlo io vita, e V alma gli carezza Con
fottil tremolar di dubbia fpeme. Forfè, quando i di fofchi avrem pafsati, £
alla tempefta, che ci batte 9 retto.... Z*r. Nò, Porzio: veggio di tua fuora il
pianto, Del padre il duolo, e del fratel la morte Nel (eguir reo deflin di
noftri amori. Io giuro, Porzio, per 11 cieli io giuro, Per li cieli, e per
tutte le potenze, Che l'uman gener giudican, non mai Gon tue mifchiar le mie
congiunte mani „ Men-h IVhìU faci a Ciotti of Mifcbicfs bangs ahut ttt l But to
forgct onr Loves y and drive tbec cut From ali my Tbougbts y as far as I am abh
Port. Wbat baft tbou Jaid ! Tm tbunder-JIruck !..Recali Tbofe bafìy IVords, or
I am loft for ever. Lue. Has not tbe Vow already pafs'd my Lips ? Tbe Cods bave
beard it y and Vii fcaCd in Heavn. May ali tbe Vengeance y tbat was cver pourd
On perjurd Heads y o\r-j;belm me y if I break it ! [ After a Paufe, Port. Fixt
in Aftonifbmcnt y I ga^e ujton tbe e; Like one jufi blafted by a Stroak from
Hcavn, il bo pani s for Breatb y and fliffens y yet alive y In dr e ad fui
Looks : A Montment of Wratb ! Lue. At lengtb Fve acled my fevereft Fart y Ifeel
the IVoman breaking in vpon me y Jind mclt atout my Heartl my Tears utili flow.
But oh VII tbìnk no more ! tbe Hand of Fate Has torn tbee from me y and I muft
forge t the e. Port. Hard-bcartcd\ cruci Maidl Lue Ob ftop tbofe Sounds y Tbofe
killing Sound: ! IV by doft tbou frorwn upon me t My Bloodmns cold, my Hcart
forge fs to beave, And Life itt felf goes out at tby Difpleafure. Tbe Gods forbid
as to indulge our Loves, But ob ! I cannot bear tby Hate and live ! Port.
Talknot of Love y tbou nevcr kncwft Ut Force. Fve becn delti ded, led info a
Dream Of fancied Blifs. 0 Lucia, cruci Maidl Tby dreaJful Vow y loaden isoitb
Deatb y Jlill fottni s In my fiumi d E ars. IVbat [ball I fay or do? Qvick y
/et r/s part ! Ferdìtìons in tby Frcfence, And Digitized by Google Mentre tal
nube di feiagura pende Ma obbliar noftri amori, e fuor cacciarti De' miei
penfier... si lungi... quant'io pofso. Tor^. Ch'ai detto? fulminato fon :
richiama Le temerarie voci, och'io fon perfo. Lue. Pacate ha le mie labbra il
giuramento: Dei l'anno udito, ed è firmato in cielo. Può tutta -la vendetta,
che giammai Si versò fopra le fpergiure tede, Inondar me, fe '1 giuramento io
rompo. apprejfo uvapaufo, Tor^. Fifso in ifmarrimento, io pur ti guato, Qua]
divampato da celefte foco, Che anfanando intirizzati ancor vivo In fieri
fguardi, monumento d' ira. Lue. Già fatta ho io la più fevera parte: Spuntare
in me la femmina ornai fento, Ed ammollirti il cuor: verrammiH pianrrj Mai' non
vo'più penfar. La man del Fato T ha da me fvelto, ed io debbo obbliarti. ?or%.
Difpietata, crudel ! Lue. Ferma gli accenti I fieri accenti : a che sì corvo
mirimi? S'agghiaccia il fangue, e più non batte il cuore, E pe *1 tuo difpiacer
la vita manca. Ceflan gli Dei de' noftri amori il corfo; Ma da te odiata,
ohimè, viver non poffo. For%. Taci d'amor: tu noi provarti mai. Stato fono
ingannato con un fogno D'immaginato ben. Lucia crudele ! Tuo voto fier, carco
di morte, ognora Mi rintruona l'orecchie 5 or che degg'io Dire o far? tolto
> via : sì, fepariamoci : N Ster- HG/ror W/r 4fo*f / Hai, yj* f flPrtft £ I
am ! what bas my Rafbnefs done ! Lucia, tbou injurd Innocencc / tbou beft
Andlovclyft of tby Sex ! awake, my Lucia f Or Portins rnfbe's on bis Sword
tojoin tbee. He r Imprecations reacb not to tbe Tomb, Tbey jbut not out Society
in Dcath. But Hab ! Sbe monjes \ Life wandert up and down Tbrougb ali ber Face,
and ligbt's uf enjry Cbarm. Lue. 0 Portius, was ibis vocìi I tofrown on ber
Tbat lives upon tby Smiles ! to cali in Doubt Tbe Faitb ofone expiring at tby
Feet, Tbat Ionie*! tbee more tban euer Woman lovd ! Wbat do I Jay ? My balf-
recover d Senfe Forge? s tbe Vow in vjbicb my Soni is bound. Deftrutlion ftani
s betwixt us\We muti part. Porr. Name not tbe IVord, my frigbted T bonghi t run
back, And tlartle into Madnefs at tbe Sound. Lue. Wbat woudfi tbou baite me do
? Confider well Tbe Traìn of llls onr Love woud draw bebind it. Tbink, Portius
^ tbiuk, tbou [ce ft thydying Brotbet Stabb"d at bis He art, ani ali
befmeard -witb Blood y Storming at Heavn and tbee ! Tby arwful Sire Sternly
demani s tbe Caufe, tV aeeurfed Caufe, Tbat robb's bim of bis Son ! poor Marcia
trembles % Tben tearet ber Hair, and frantici in ter Griefs CalFs out on Lucia
! Wbat Sterminio e orror t'attornia... Ah! Ella fviene. Sciagurato eh* io fon /
Che feci mai ? Oltraggiata innocenza ! Oh tu, che fei La migliore e più amabil
delle Donne ! Svegliati, Lucia mia; fe nò, il tuo Porzio Cade falla fua fpada a
unirti teco. I tuoi giuri non flendonfi alla tomba, Nè vietan noftro unirci
nella morte,.. Ma ecco ! ella refpira, ella fi muove; Già la fmarrita vita al
fuo fembiante Ritorna, e accende quivi ogni fuo vezzo. Lue. O Porzio, parti fofse
buona cofa Torvo guardar chi del tuo rifo vive? £ rivocare in dubbio di colei,
Che fpira a' piedi tuoi la ferma fede ? Ch'ama più ch'altra femmina giammai?Ma
che difsi ? il mio mezzo ricovrato • Senfo dell' alma obblia lo ftabil voto.
Sta ruina fra noi / d'uopo è Earrjyc^ - Por%. Non dir ciò: miei penfier
tremando arretrano, E fuggon delirando a quelli accenti. Lue, Che vuoi eh* io
faccia ? be n rip enfa al treno De guai, che'l noftro amor portati dietro.
Pcnfa, Porzio, deh pente, che tu vedi Tuo fratel moribondo effer trafitto Nel
fuo cuore, e grondar tuttodì fangue, II Cielo e te fgridando: il venerando
Signor, forte dimanda la cagione, La cagion maledetta, che il fuo figlio
Gl'invola: Marzia cattivella trema» Quindi il crin (traccia, e in fuo gravofo duolo
Farneticando, fi richiama a Lucia. N 2 Equal 4( *oo >jt Wfo* Lucia anfwerf
Or bow ftand up in fucb a Scene of Sorrow ! Porr. To my Confufion, and Eternai
Gricf, 1 mufl acrome the Sentence tbat deftroys me \ The Mijl tbat bung about
my Msnd clears up > And now, atbwart tbe Terrori tbat tby Voiso Has flanted
round tbee ^ tbou appearft more fair y More ami alle, andrifefl in tby Charmi,
LoDÌyJl of\Vomen\ Heavn is in tby Soul. Beauty and Virtue fbìne for ever round
tbee y Brighi ning eacb other ! Tbou art ali Divine ! Lue. Portius, no more !
tbyWordt fboot tbro my Usarti Melt my Rejohes, and turn me ali to Love. Wby are
tbofe Tcars of Fondnefs in tby Eyet ? IVby bsavss tby Heart ? Wby fwells tby
Soul witb Sorrtrwt It foftens me too mricb Farrwell, my Portius, Pareteli y tbo
Deatb is in tbe Word, For-evcr ! Port. Stay, Lucia 5 ftay ! IVbat doft tbou fay
? For-cver ! Lue. Have I not feorn ? If, Portius, tU Succefs Muft tbrow tby
Brotber on bis Fate, Farewell, Ob, bow fiali Irepeat tbe Wordì For-evcr ! Port.
Tbus oer tbe dying Lamp tb % unfteady Piarne Hangs quivring on a Point y leap's
off vy Fits y And fair s again y as loatb to quit itt Hold Tbou mufl not go }
my Saul flill hovers oer tbse- And can V get loofe. Lue. If tbe firm Portius
fbuke To bear of Parting, tbink wbat Lucia fiffers ! Port. Ti* true; unruffled
and fcrene F{. A mia confufione, e eterno cruccia Ho da approvar Temenza, che
m'atterrai Quella nebbia > che mia mente ingombrava y Schiarafi, ed a
traverfo de* terrori, Che 'I giuramento tuo t' ha podi intorno > Tu più
bella e più amabile apparila, £ ricrei ccndo fpiccano i tuoi vezzi. Obelliflima
donna ! hai il ciel nell'alma. Beltà e virtù fplendeti ognora intorno, L' una
altra ornando : fei tutta divina. la:. Porzio, non più : paffanmi il cuor tue
voci y Dhhn la mia fermezza, e a amar mi sforzano. Perchè negli occhi tuoi
coterie lacrime ? Perchè il cuor batte, c di duol s' empie V alma ? Troppo m*
intenerito : addio, mio Porzio, Addio; benché morte fta in quel : Per Tempre.
Tor%. Pian, Lucia, pian. Che detto hai tu : Per fernp Lue. Giurato non ha io ?
Porzio > k tua Ventura al tuo- fratello effer fatale Dovefse, addio; oh come
potrò ora Quella parola ripeter: Per fempre. For%. Così cade, e riforge in un
fol punta Stretta, e mal volentier fuo pofto lafcia La tremolante e moribonda
fiamma. ... Tu non hai da partir; l' alma mia fopra Te fi rigira, e non può mai
lafciaru. ve Se ad udir di partenza, il fermo Porzia Trema, penfa che cofa
foffre Lucia / Trovavanmi fereno e imperturbato r comuni accidenti della vita;
Ma ♦J( 102 kfc Sucb an unlook % d for Storm of Uh fair s on me, It bcais down
ali my Strengtb. I tannot bear it. We muft noi part. Lue. Wbat do fi thou fayf
Not part ? Haft tbou forgot tbe Vow tbat I bave madef Are tbere not Heavns and
Gods and Thunder oer us ! « Bu{ fee tby Brotber Marcus benàtt tbis way ! 1
ficken at tbe Sigbt. Once more, Farewell, Farewell, and know tbou wrongft me,
if tbou tbinVfl Ever was Love, or ever Gnef, like mine • [ Exit. Enter Marcus.
Marc. Fortius, wbat Hopes ? bow flands Sbe ì Ami doomd To Life or Deatb 1 Port.
Wbat woudft tbou bave me fay t Marc. Wbat meant tbis penfive Fotturc t tbou
appeaiH Like one ama^ed and terrified. Port. Ive Re a fon. Marc. Tby down-caft
Looks, and tby diforderdTbougbtt Teli me my Fate. I a si not tbe Suctefs • My
Cauje bas found. Port. Vm grievd l undertook it. Marc. Wbat ? dos tbe barVrous
Maid infult my Heart, My ahtng He art ! and triumpb in my Paint? Tbat I coud
casi ber from my Tbougbts for ever ! Port. Away ! youre too fujpicious in your
Griefs > Lucia, tbougb fworn ttever to tbink of Love, Compajftonate s your
Fains, and pitie s you. Marc. Compajftonate s my Fains, and pitie s me! Wbat is
Com paffton when 'tis void of Love ! Fool i •!( *°i )h Ma quefta di fciagure
non previdi Burrafca, batte giù tutta mia forza. Io non vaglio a (offrirla: ah
non partiamo. Lue. Che cofa hai detto mai: Ah.non partiamo? Non thfovvien del
giuramento fatto? Che Cieli, e Dei, e fulmin ci fon fopra ? ... Ma vedi il tuo
fratcl Marco, che viene. Mi rincrefee il vederlo. Ancora addio, Addio : e
fappi, che a torto crederai Altro amore o dolore eguale al mio- parte
Lucìa.Marea y e Tornio. Mar. Ty Orzio, ci è fpeme? che fa ella? fono JL
Detonato alla vita od alla morte? Fonr. Che vuoi ch'io dica? Mar. Che vuol dir
cotefla Politura penfofa? tu mi fembri Spaventato e fmarrito. Por%. Honne
ragione. Mar. Queft' occhi baffi, e confufi penCeri M'annunziano il mio fato:
io più non chiedo, Qua! fia il fucceffo della caufa mia. Por^. D'averla prefa a
far, forte mi pefa. Mar. Forfè la cruda ATI mio. cuore infulta? Su 1 cuor
trafitto e nel mio duol trionfa ? Poteffila dal cuor cacciar per fempre ! Por%.
Via: troppo fofpettofo il duol fi rende. Lucia, benché giurò di non penfare
D'amor, pure ha pietà di voftre pene. Mar. Di mie pene ha pietà ? ma qual
pietate Vota d' Amor ! folle eh' i' era a fcegliere Edi ( KM ) S» Tool tbat I
mas to elafe fo colà a Friend To urge my Canfe ! Compafftonates my Paint]
Tritbse niSbat Art, what Rbet'rick d'tdffi thou fife To gain tbis mighty Booti
? Sbe pitie s me ! To one tbat ask's tbe warm Return? of Love, Compaffions
Crueky, Vw Scora 5 9 $it Death Porr. Marcus, no more! bave 1 deferì % d tbis
Treatment ? Marc IVat bave I faidì O Fortius, 0 forgile me ! A Sotti exafprated
in llls falls ont Wìth entry tbing, Ut Friend, its felf But bah, IV but means
tbat Sbottt, big witb tbe Soands ofìVar? What new Alarm ? Porr. A fecond y
louder yet, Swells in tbe Winds, and comes more fall npon ut. Marc. Ob, fcr
fome glorio» s Caufe tofall in Battei ! Lucia, thou baffi undone me i tby
Difdain Has Iroke my Heart : 'tis Death muffi giqje me Eafe, Porr. Quid, lei ut
benec, wbo kno-ws ifCatos Life Stand furel 0 Marcus y I am vjarmd, my Heart Le
api at tbe Trumpeft Voice y and burns fot Glory; [ Excunt: Enter Sempronius vvith
the Lcadcrs of the Mutlny : Sempr. At lengtb tbe Winds are raisdfhe Storm
blowshigb, Be ityonr Care, my Friends, to ieep it up In ii sfidi Fury, and
direft it right, Ti// // has f pent it felf on Catos Head. Mean Tubile FU bird
among bis Friends, and feem One of tbe Number, tbat isohateer arrive, My x r „
«?( »*J )&* Un così freddo amico a proccurare Mia caufa. Ella ha pietà de]
le mie pene ? Deh qual'arte o rettorica impiegaci A procacciarmi quefta gran
mercede ? Ella ha pietà di me? A un che chiede Vicendevole fiamma ncir amore,
Pietate è crudeltade, è fdegno e morte For%. Marco, non più: ho io ciò
meritato? Marc. Che mai ho detto ? Porzio, perdóno. Un'alma, eh' è inafprita
ne'fuoi mali, D'ogni cofa s'annoja; degli amici, Di fe ftefla. Ma oh ! quefto
rumore Che vuol dir, di guerrieri (boni pregno ? Qual nuovo all' arme? Por%.
Un' altro ancor più alto * Gonfio dal vento, e vien più forte a noi ? 5 Marc.
Oh per degna cagion cadeffi in Guerra I Lucia, tu tn hai feonfitto : il tuo
difdegno * Spezzommi il cuor: fia morte il mio ripofo. Tor%. Pretto, leviamei:
forfè è mal ficura Di C. la vita. O Marco, il cuore Alla tromba fvegliato arde
di gloria. partoM SCENA IV. Eatra Sempronio co i Condottieri dell'
Ammutinamento. Sempr. Q Offian già i venti, e la tempefta sbuffa : O Sia voftra
cura, amici, mantenerla Nella fua piena furia, e dirizzarla A feoppiar fulla
tefta di C.. Mentre tra' fuoi amici mi frammifehio, E rafsembro un di lor >
comunque accaggia, O Miei Afy Friends and Fellow Soldiers may be /afe. i. Lcad.
«// if# 7*/*, Sempronius is our Friend. Sem proni us is as brame a Man as Caio.
But beark ! be Enters. Bear up boldly to bìm; Be fare you bear bim down, and
bind bìm fa/i : This Day will end our Toils, and giwe as Refi j Fear notbing,
for Semfronius is our Friend. En ter C., Semproni u s, Lucius, Por t ius, a n d
Marcus. C.. Wbere are tbefe bold intrefid Sons of War y Tbat greatly tnrn tbeir
Backs upon tbt Foe, And to tbeir General fend a brame Defiance ? Sempr. Carfe
on tbeir Daflard Souls, tbey ftand aftonifb* d\ [ Afide. C.. Perfidious Men !
and willyou tbus difbonoar Tour pafi Exploit s, and fully ali yoar Warsì Doyou
tonfefs 'twas not a Z e al for Rome, Nor Love of Liberty, nor Tbirtl of Houour,
Dre-w you tbus far i but bopes to /bare tbe Spot! Of conquerd Towns, and pi
under d Province s ? Fired witb fu eh Motives you do isoell to join Witb Catos
Foes, andfollow Céfars Banner s. JVby did 1 fcape tbe invenomd Afpics Rage, And
ali tbe fiery Monfiers of tbe Defart, To fee tbit Day ? JVby coud not C. fall Witboutyour
Guilt ì Bebold, ungrateful Men, B e bold my Bofom naked to your Simrds, And let
the Man tbafs injured flrike tbe Blorw • Wbub Miei amici, e compagni
falverannofi. Tr. Cond. Siam tutti fai vi, e ci è Sempron io amico. Sempronio
puote pareggiar C.. Ma piano! egli entra: Andate arditi incontro: Battetti
giufo, ebenlegatel forte. Oggi avran fine i guai, e noi ripofo. Nulla temete:
ci è Sempronio amico. Entra C., Sempronio, Lucio, Tornio, e Marco. Cat. T 7'
Sono quefti intrepidi Guerrieri, vJ Che bravamente ali* inimico volgono Le
fpalle, e al General mandan disfida ? Sempr. Codardi, maladetti ! ah, (tanno
attoniti ! a parte Cat. Traditori, così vituperate Voftre prodezze, e le
pattate guerre ? Chiaro non è, che non lo zel di Roma, Amor di libertà, defio
d'onore Portovvi quà; ma fpeme di partire Di Città conquiftate e di Provincie
Saccheggiate le fpoglie ? Da tai fini Spinti, ben vi giugnete co* nemici Miei,
feguendo di Cefar le bandiere. Dunque fcappato io fono dalla rabbia D' afpidi
velenofi e fieri moftri Del deferto, acciocch' io tal dì vedeffi ? Cader non
potea C. fenza voftra Malvagità ? Or ecco, uomini ingrati, Ecco il mio feno a
voftre fpade ignudo. Chi oltraggiato fi crede, il colpo faccia. O i Ma *?( io*
)p Ritiri 0/ ^0*4// fttfpctTs that he is nsorongd, Or fuffers greater llls tban
C. ? Am I dtftinguifV d from you but by Toils, Super ior Toils y and beavier
Weigbt ofCares ! Tainful Pre-emincnce ! Sempr. By He ani m tbey drcop !
Confufion to the Villains ! Ali is loft. [ Afide. Cato. Have yo» forgotten
Lyhta s bttrning Waft, /// barre» Rocks, par eh' J Eartb, and Hìlls of Sancì,
Its tainted Air, and ali its Broods of Poi fon t Wbo iva; tbe firft to explore
tV untrodden Fatò, Wben Life vuas ha^arded in eniry Step ? Or, fainting in tbe
long laborious March, Wben on tbe Banks of an unlookdfor Stream Toufunk tbe
River nsuith repeated Drangbts, Wbo -was tbe laft in allyour HoH tbat tbirfted
? Sempr. Iffome penurious Source by chance appeard, Scanty of IVaters, wben yon
fcoop'd it dry, And offerd tbe fall Helmet up to C., Did not he dafb tb*
untafted Moift are from bim } Did not he leadyon tbrougb tbe Midday Sun, And
Clouds of uuft ? Did not bis Temples gloiu In the fame fultry Winds, and
fcorcbing Heats ? C.. Hence -wortblefs Men ! Hence } and complain to Csfar Tou
could not undergo the Toils of War, Nor bear tbe Hardfbips that yonr Leader
bore. Lue. See, C., fee tti ttnhappy Men / tbey weep ! Fear, and Remorfe, and
Sorrow for tbeir Crime, Appear in eniry Look, and pie ad for Mercy. C.. Learn
to he boneft Men, give up yonr Leader s > And Pardon fball defeend on ali
tbe reti. Sempr. Cato, Ma chi di voi può creder d' efler tale, O di (offrir più
guai, che C. ideilo? Sol da voi mi diftinguon le fatiche, Affai maggior fatiche
e più pefanti. Penofa diftinzione! Sempr. OhCiel, s'abbattono, Sconfondonfi i
vallati / tutto è perduto. a parte Cat. I torridi deferti della Libia, Le
ignude rupi, adotto fuol, montagne D'arena, ed aria infetta, e tutte fue
Ragioni di venen v' ufcir di mente ? Chi fu il primo a fpiar vie non battute,
Quando vita iva a rifchio ad ogni paflb ? O quando nella lunga fatico(a Marcia
l'uom fianco fi veniva meno, Allorché di corrente pria non vifta Fiume
afciugafte in replicati forfi, Chi dopo tutti la fua fere fpenfe? Sempr. Se
qualche rivo per cafo appariva Povero d'acque, quando il pieno elmetto Offrirle
a C., non rigettò egli Da fe lontano il non guftato umore ? Per nuvoli di
fabbia ei non guidovvi ? E non furo infiammate le fue tempie Da arficci venti,
e fieri ed afpri caldi? Cat. Via dunque indegni, via: e dite a Cefare, Che voi
non potevate le fatiche Portar, che ben foffriva il voftro Duce. Lue.
Mira,Caton, mira queft' infelici: Timor, rimorfo, e duol di lor delitto Son ne
1 lor fguardi, e gridano mercè. Cat Da qui avanti il dover voftro imparate.
Dateci i Duci in man : perdono al retto. Semp. A Digitized by Google «8( no )S»
Scmpr. C*/o, commit tbefe Wretcbes to my Cari. Firfi let f em eacb he broken on
tbe Rack, Tben y witb wbat Life remata /, imfaled, and left To uoriibe at
lei/are round the bloody Stake. \ Tbere Ut % em bang, and taint the Southern
IVittd. Tbe T art neri of tbeir Crime iuill learn Obedience, ìVben tbey look up
and (ee tbeir Fellow Trattori Stuck on a Fork, and blacVning in tbe Sun. Lue.
Sempronius, wby, wby -wilt tbou urge tbe Fate Ofwretebed Meni Sempr. How !
woudft tbou clear Rebellion ! Lucius, [ good Man ] pitie s tbe foor Offenders
Tbat woud imbrue tbeir Hands in Catos Blood. Cato. Forbeaty Sempronius! See
tbey fuffer Deatb, But in tbeir Deatbs remember tbey are Men. Strain not tbe
Larws to moke tbeir Tortures Lucius, tbe bafe degenerate Age requiret Sewity
and Juftice in its Rigour j Ibis WW* an impious, bold y offenàing World,
Commandos Obedience, andgiwes Force to Lau>s. Wben by jttft Vengeance guilty
Mortals ferifb, Tbe Gods bebold tbeir Punisbment witb Pleafure, And lay tb %
uplifted Tbunder-Bolt afide. Scmpr. CatOy L execute thy Wtll'witb Pleafure.
Cato. Mcan-uobilc watt Jacrifice to Liberty. Remember, O my Frieuds, tbe Laws,
tbe Rigbts y Tbe genrous Pian of Pouer deltuerd down, From Age to Age, by your
renorwnd Forefathers, [ So dearly bougbt, tbe Price of fo mucb Blood ] O let it
never perifb in your Hands ! But poufly tranfmit it to your Cbildren. Do tbou,
great Liberty, infpire our Souls, And Digitized by Google Hs» &i0/r. A cura
mia fien, Caco, etti fciaurati. Rotti fien fui martoro, e con gli avanzi Delia
vita impalati: ivi Jafciati A (torcerli fui palo, ed infettare Gli auftrali
venti; impareranno i complici Ubbidienza, quando mireranno Lor fozii traditori
Tulle forche Starti confìtti ad annerir fi al Sole. Lue. Perchè a'mefchini
caricare il fato? Sempr. Come! Vuoi tu fcufarquefti ribelli? Lucio il buon uom,
compiange i poveretti, ChediC.l fangueardean bruttarti. Cut. Pian j Sempronio :
guardate eh* effi muojano; Ma fov vengavi infieme, che fon uomini : Per lor
penar le leggi non (lira ce. Lucio, il fecolo vile e tralignante Severa chiede
e rigida giuftizia. Quella pon freno a un' empio ardito Mondo, Rifpetto
imprime, e dà forza alle leggi. Quando puniti giuftamente i rei Qui perifeon,
rimiran con piacere Gli Dei il gaftigo, e il fulmine rifparmiano. Sempr. C.,
volentieri io v* ubbidifeo. Cat. Facciam' or faenfìcio a libertade. Sovvengavi,
o amici, delle leggi, Della nobi le forma di governo, £ di quei dritti, a voi
di mano in mano Da'voftri Avoli illuftri confegnati. [Di fangue sì gentil
comprati a prezzo] Oh non perifean mai in voftre mani ! Ma pi; a* voftri figli
tramandateli. Tu, fama Libertade, i cuor e infpira; Facci Entcr Syphax. Syph.
Ourfirft Dcjtgn, my Friend, Las proved abortive i Stili tbere remains art
After-game to play : My Troops are mounted; tbeir Numidion Steeds Snuffup the
IVind, and long to fcow'rtbc Defart : Le: but Sempronius bead us in our Flight,
Well force the Gate wbere Marcus keeps bis Gttard, And bew down ali tbat would
oppofe our Fajfage. A Day vili bring us info Cdfars Camp» Sempr. Confufion \ I
bave faiU of half my Furpofe. Marcia, the ebarming Marcia s Uff bebind! Syph.
How? will Sempronius turnaWomans Slave! Sempr. Tbitik not thy Friend can ever
fcel the foft Unmany iVarmtb, and Tendcmcfs of Love. I long to claff that
baughty Maid, And bend ber ftnbborn Virtue to my Faffion : Wben l bave game
tbt/s far, Vd cafl ber off. Syph. WellfaUI thafs fpoken like tbyfclf,
Sempronius. JVbat bindefs tben, but tbat tbou find ber out > And burry ber
ansoay by manly Force ì Sempr. But boia to gain Admìffion ì for Accefs Is givn
to none but ]uba, and ber Brothers. Syph Tbou sbare bave Jubas Drefs, andjubas
Guardi : Tbe Doors will open, -wben Numidia sFnncc Seems to appear before the
Slave*, that vatcb tbem. Sempr. Hcavns,what a Tbought is tbere! Marcia s my
Siface, e Sempronio. Stf. \ Mico, a male andò '1 primo difegno; XjL Ma ancor ci
retta un colpo di riferva. Prette mie truppe fono : i dettrier Numidi Sbuffano,
e braman fcorrere il deferto. Sol fia Sempronio a noftra fuga capo. Le porte
forzerem, che guarda Marco : Uccidercm, chi s' opporrà al paflaggio, Ed in un
giorno noi faremo a Ceìare. Stmpr. Ciel! mi è fallito a mezzo i! mio difegno.
Lafciata è indietro la vezzofa Marzia ! Sif. Come ? Sempronio è fchiavo d' una
femmina Sempr. Non penfar, che '1 mio cuor poco virile S'infiammi e intenerita
da IV amore. Stringere io bramo fol l'altiera donna, E piegar V inflelTibile al
mio foco. Fatto ciò, la rigetto. Sif. Oh che ben detto ! Parlare da Sempronio !
Or perchè dunque Non la trovi, e la porti via per forza ? Sempr. Come trovarla?
s'alia fua prefenza Non è ammefso che Giuba e i fuoi fratelli ? •Si/. Avrai di
Giuba l'abito e le guardie: Apriranfi le porte a tua comparfa. Sempr, Cieli !
che bel penfier / Marzia è già mia. Di qual fia colmo anfiofa gioja, quando La
terrò contrattante in le mie braccia, Con beltà accefa, e fcrrmigliate trecce,
Mentre ch'ira c timor con vezzo alterno P 2 Ba 4g( Iltf )> jP Juba might
moke tbe proudefi of our Sex y Any of IVomankind, bnt Marcia, bappy. Lue. And
-wby not Marcia ? Come y yon flrinje in Ma chi ha di quelli, al par di Porzio,
incanto ? Mar%. Fammi un piacer: non nominar Sempronio. Quel Tuo altiero
Crepitar, m* è noja. A eroica bravura aggiugne Giuba Tenero amore, e kmminil
dolcezza. La più fuperba ei può del no (ho fefso Feliciflima far, fuori che
Marzia. Lue, E Marzia, perchè nò? via, in van tentate Celarvi ad una, che ben
fa per prova GÌ* interni ardor d'innamorato cuore. Mari£ E' ragion, che la
figlia di C., Non To ione or bcf, liti c » kUì direcls. Lue. But ficu. Ih Fi
!.. ^rjeyou to Ssmpronius? Ma-c. tiare net; • -v v ìli : bai if be fboud Why
issili tbort a ! d to ali theòriefs Ififfer . Imstginary llls > and fancyd
Tot tur et ? I bear the Sound of Feet ! they march this IVay ! Let ut retire,
and try if wc cai: droisjn E a eh fofter Tbougbt in Scufj of prefint'Danger,
IVhen Love once fead's AdmJJton to our He arti ( In J fighi of ali the Virine
ive ca'i boaft ) The II oman that Deliberata is lofi. ( Exeunt. Entcr
Scmpronius, drefs'J likejuba, vvicli Numidiam Guards. Scmpr.
TheDeertslodgd.tnetrach ber to ber Contri. Be fnreyou mini the Word, and wben
Igine it y Bufi in at once, and fii^e uponyour Prey. Let not ber Cria or Te ars
bane Force to mone yOM. • i FIow ivi II the yottn* Numidi an rane, to fi e Hit
Miflrefs lofi ? If augbt coti d gì ai my Sotti, Beyond tb % Ettjoywent of fo
brighi a Fri^e, ^Tisjoud be to torture that yonv.g, gay, Barbariatt. But bark,
isùhat Nei fi ! Death to my Hopes ! % tis be y 'Tis fubas filfl there it but
one Way le fi - He muft be murder V, anà a Fafiage cut Through thofe bis Guards
ttfi, Daftardsjoyotttrcmblcl Or att lite Me ts > or by yon a^ure Heann Enter
fc Non odii od ami alcun, ch- a al (no piacere. Lue. Ma fe'J tuo Padre defseci
a Sempronio? Mar^. Io non ofo penta rio; ma fe pure... Perchè giugner vuoi tu a
i guai, di' io fo&o Di finti mali immaginate larve ? Odo il fuono del piè:
ei qua ne viene. Ritiriamci a veder, fe cacciar puotc Rifchio prefente i reneri
penficri. Qiiando amor tenta entrar ne'noftri cuori, [ Malgrado del valor, che
noi vantiamo] La donna, che delibera, è perduta. fartom. Entra Sempronio in
Abito di Giuba con Guardie Numidicbe. Stmfr. T A Lepre è a covo : T ho fin qui
tracciata. JL/ Attenti al cenno : e quando io dolio, a un Su correte, ghermite
voftra preda. [ tratto Non vi muovan fue lagrime, nè (Irida. Qual Ha la rabbia
del giovan Numidico, Di Tua dama alla perdita ! fe cofa Potefse rallegrarmi,
oltre al godere D* un si bel premio, certo farla quella Di dar martoro a quel
bel giovan barbaro. ... Ma zitto / che rumor ? morta è mia fpeme • Egli è, è
Giuba ftefso : fol ci refta... D* ucciderlo, e far via tra le fue Guardie.,.
Codardi! ah ! voi tremate ! o voi fiate uomini, O pur per quefto azzurro
Ciel..., CL 'Entra Enterjuba. Jub. What do I fee ? Wbos tbis tbat daret ufurf
Tbe Guards and Habits of Nnmidias Prènce f Sempr. One tbat was horn to fcourge
tby Arrogane* > Prefumftuous Toutb! Jub. What can tbis mean 1 Sempronio!
Scmpr. My Sword [ball anfwertbee. Have at tby Heart. Jub. Mai i tban to*>*r*
*h (mn > P r0U(i > barbrous Man I ( Serr.pr. fai Is. His Guards
furrender. Sempr. Curfe on my Stars I Am I tbcn doomd to fall By a Boys Hand?
disfidar d in a vile Numidi an Drefs y and f or a wortblefs Woman ì Gods, Tm
Diftratled ! Tbis my Clofe of Life ! O for a Peal of Tbnnder tbat wo*d make
Eartb,Sea y and Air, and Hea& jE//rr* Giuba. Giub. Che vedo ! Chi è quel,
ch'ofa ufurpar le Guardie e gli abiti Del Prence di Numidia ? Sempr. Uno, che
nato A fruttar tua arroganza, audace giovane. Giub. Che è quello ? Sempronio /
Sempr. La rifpo da Farà meglio mia fpada : ecco, al tuo cuore. Giub. Ah guarda
bene il tuo, fuperbo, barbaro. Sempronio cade, e le fre Guardie fi rendono. Sempr.
Maledetta deftin / dunque ho a cadere Per mano d' un garzon ? da ignobii Numido
Mafcherato, e per vìi feraina? oh Cieli, Arrabbio, e cosi termino la vita.
Scocchi fulmin, che faccia e Terra, c Mare, Ed Aria, e Cielo, e C. in un
tremare. muore. Giub. Con qual furor la cruda alma fi fciolfe Dal corpo, che
ancor fpringa in fieri guizzi/ Orsù rechiamo, quelli fchiavi a Caco. Ivi
potremo a lungo di/coprire Quefto milleriofo e reo difegno. parte Giuba ci
Prigionieri. Entra Lucia, e Marcia. Lue. S~>il era rumor di fpade: ho così
l'alma VJ Abbattuta e fommerfa nel dolore, Singhiozza dal timore, e a ogni
fuono trema. O Marzia, i tuoi fratelli a conto mio... )fr 1 die awdy 10 fvcngo
dall' orrore al fol penfarlo. Jkfar^. Ve*, Lucia, ve': ci è fangue ed omicidio.
Ah! un Numido ! oh Dei falvate il Prence. E* la faccia rinvolta nella vede. Ma,
ah orrida vifta ! un diadema, Purpurea vefta! oh Dei / egli è, egli è. Giuba il
giovin più bel, che mai 'nvaghifse Donzella, Giuba, ahi morto qui fi giace.
Lue. Or, Marzia, ora richiama in tuo ioccorfo L* ufata forza, e del tuo cuor
coftanza; Tu por non la puoi certo a maggior prova. Mar%. Lucia, qui mira, e
ammira il mio foffcire. Non ho ragion di vaneggiar, di battermi 11 petto, e'l
cuor fpezzare di dolore ? Lue. Che penfar pollo o dire a tuo conforto? Mar%. II
conforto riferba a leggier mali: Ecco vifta, che uccide ogni conforto. Entra
Giuba, ascoltando. Sfogar voglio il dolore, e fcior la briglia AI mio furor
penofo e difperato. QuefVUom, quelVottim'uomo ben Io merita. Giuk Che afcolto?
era ottim uomo, queir uomfalfo Di Sempronio ? Oh cadeffi io come lui ! Fofs* io
pianto così, farei felice. Lue. Qui mi darò compagna ne* tuoi guai: T'aiterò
col mio pianto. Qua od' io miro Perdita qual la tua, la mia dimentico. Mar%.
Non può il dettino alleggerir mio duolo. Il van Mondo, ora a me trifto deferto,
Nulla lafciò per far Marzia felice. Giub. Sto full* cculeo; er' ci da lei sì
amato ? Mar% Oh Marc. Oi le was ali made up of Love and Cbarm, IVbatcvcr Maid
coud But 'wben be talk V, tbe prondeft Roman bluftid To bear bis Virtues, and
old Age grew isoije. Jub. 1 fiali run Mad Marc. O Juba ! Juba ! Juba ! Jub.
Wbat means tbat Voice? did fie not cali onjuba ? Marc. Wby do I tbink 01* wbat
be was! be's dead ! Hes dead, and nrver knew bow mneb I lonìd bim. Lucia, ivlo
kmnsSs but bis poor bleeding Heart Amidjl its Aponics, rememberd Marcia y And
tbe lafl Words be ut ter d calfd me Cruci / Alas, be kneiv not, baplefs Toutb,
be kneuu not Mar ad t wbole Soni was full of Love and Juba ! Jub. IV bere am il
do l live ! or am indeed Wbat Marcia tbink' 5 ! ali it Elifium round me f Marc.
Te dear Remains of tbe mojl lonid of Men ! Nor Modefty nor Virtue bere forbid A
loft Embrace tubile tbus - Jub. See y Marcia, fee, Tbe happy Juba lives ! be
linxs to catcb % Tbat dear Embrace, ondo to return it too Witb mutuai Warmtb
and Eagernefs of L Ciò che amar fa donzella, o ammirar uomo, Piacer degli occhi
/ Quand'egli apparia, Segreta gioja rallegrava tutti. Ma al Aio parlare s*
arroffia il Romano Il più fuperbo in udir Tuo valore; £ i vecchi (tedi
n'apprendeano fenno. Giub. Io verrò folle. Mar%. O Giuba I Giuba ! Giuba f
Ciub. Che vuol tal voce? nonchiamonne Giuba ? Mar%. Perchè pcns' io a quel
ch'eifu? è morto; E' morto, e non fapea quant' io l'amava. Lucia, chi fa, fe il
fanguinante cuore Traile agonìe non raramentaffe Marzia, E crudel la chiamale
in voci eftreme ? Non fapea, pover giovin, non fapea, Empier tutto il mio cuore
Amore e Giuba. Ciub. Ove (od? vivo? o fono in fatti quello, Che Marzia penfa?
io fon ne' Campi Elisj. Mar%, Cari avanzi di quel, eh* io tanto amai » Nè
oneftà, nè modeftia qui ne vietano L'ultimo ampleffo, mentre... Giub. Marzia
vedi, gettandofi alianti di Uh. Vedi, che vive Giuba; ei vive a accogliere Il
caro ampleflfò, e a ritornarlo ancora Con reciproco ardordi vìvo amore. Mar%.
Con piacere e ftupore io redo attonita. Certo, eh' è un fogno : morto e in vita
a un tempo. Se tu fei Giuba, chi è quello ? Giub. Un mifero Mascherato da Giuba
in reo difegno. Lungo è il racconto : parte fol n' ho udito. Tuo Padre tutto il
fa : io non fofferfi Lafciarti in vicinanza della morte s Ma a 1 coud not bear
To le ave tbee in tbe Neigbbourbood of Deatb, But flew y in ali tbe bafte of
Love, to find tbcc. 1 forinà tbee ^eping, and confefs tbis once, Am wrafd witb
Joy to fee my Marcia 's Tears. Marc. Tvebcen furpri^ed in anunguarded Hour 9
But mufi not now go back : Tbe Love, that lay lialf fmotbsrd in my Breafi, bai
broke tbrougb ali Its weak Kefir aints, and burri $ in its full Luflrc y I
cannot, if l woud, concedi it from tbee. J jb. Tm lofi in Extafìe \ and dofi
tbou lowe, Thou cbarming Maidì Marc. And dofi tbott lime to ask it ? Jub. Tbis,
tbis ss Life iudced ! Life isjortb preferving ! Srich Life as Jub a never felt
till now ! Marc. Belicve me, Vrince, le f ore I tbougbt tbee dead, I d'nl not
knrw my felf bow mach 1 lovd tbee. Jub. O fortunate Mifiake ! Marc. O happy
Marcia! Jub. My Joy! mybeft Beloved! my only Wifb! How {ball I jpeak tbe
Tranfport of my Soul ! Marc. Lucia, tbyArm! Ob let me refi *pon />/ Tbe Vi
tal Blood, tbat badforfook my He art, Return s again in fucb tnmnltuous Tidet,
It quite oercomes me. Lead to my Apartment. 0 Vrince! I blufb to tbink wbat I
bave fatd, But Fate bas wrefted tbe Confejjìon from me; Go on, and profper in
tbe Patbs of Honour, Tby Virtue will exenfe my Paffìon far tbee, And Make tbe
Gods propitious to our Love. [ Ex.Mar.and Jub. lam Jo blefsd, I fear 'tis ali a
Dream. [Lue. Tor- Ma a te Volai in amorofa frerra. Io ti trovai piangente : e
ti confefso Che quefta volta io fui colmo di gtoja Nel rimirar della mia Marzia
il pianto. Mar%. In mal guardata ora fon ftata prefa. flitrarfi non fi può:
l'amor, che in mio Petto quafi affogato fi giacca, Diè fuor, rompendo i fuoi
deboli freni, E rifplende or nella fua piena luce: Nè pofTo, s io voleffi, a te
celarlo. Club. Io fon rapito in eftafi : e tu ami, Bella figlia r Mar%. E tu
vivi a domandarlo ? Ciub. Quella di vero è vita : vita degna Di confervar, qual
non fentì mai Giuba. Mar%. Pria, ch'io t'avelli, Principe, per morto,~ Io fletta
non fapea quant' io t' amava. Ciub. O fortunato crror Mar^. Marzia felice !
Ciub. Mia gioja, mio amor, mia fola brama ! Come pofs* io ridir dell'alma
l'cftafi? Mar^ Lucia, il braccio; oh di quel fammi foftegno. Quello, che il
cuore avea abbandonato, Vital fangue, ritoma ancora indietro Tumultuofo, e in
rapidi rifluffi, Che del tutto m' opprime. Or via conducimi A rìpofare al mio
appartamento. Prencipe, arroflò di penfare a quello, Che ho detto, ma il deflin
me '1 fece dire, E la confeflìon mi t rafie a forza. Va, et' avanza nelle vie
d'onore. Tuo valore al mio amor farà ragione, E faragli proprizj anco gli Dei.
pare. Marq% c Lue Ciub. Felice sì io fon, che il temo un fogno. R Di I Tortane,
thou now bufi made amcnds for ali Tby faft Unkindnefs. / abfolve my Stars. What
tho Numidi a add ber conquerd Tonuns And Prwinccs to fwell tbe Viilors Triumpb
? Juba will ncver at bis Fate repine, Let Csfar bave tbe World, if Marcia s
mine. [exit. A March ata Diftance, Enter C. and Lucius. » Lue. I sland
aflonijljt ! What, the hold Sempronius ! % Tbat (lill breke foremoft througb
the Croud of Patriot*, As witb a Hurricane of Zeal tranfported, And virtttous
cvn to Madnefs • Cato. Truft me, Lucius, Our civil Dìfcords bave froduced fucb
Crimes, Sucb monftrous Crimes, I am furfrisred at notbing. - 0 Lucius, l am
fick of this had World ! Tbe Day-ligbt and tbe Sun grow painful to me. , •
Enter Portius, But fee e Cefar prenda il Mondo, parte Giuba* SCENA IV. Una
Marcia in lontananza. Entra C. y e Lucio. r Loc. QTupifco: che? Sempronio V
audace ? O Quel g ran campiondi libertadc, quello, Che da turbin di zelo era
rapito, Di Patria amante sì, che n'era folle. Cut. Le civili difcordie tai
delitti, Moltruofi delitti hanno prodotto, Che nulla ammiro. Io fon del viver
fianco : Il giorno fteffo e '1 Sol mi fon penofi. Entra Tortilo. Ecco vien
Porzio : perchè quefta fretta, E codefto ferobiante tuo cangiato ? Tor%. E'
gravato il mio cuor; trifte novelle Al Padre mio io reco. Cat. Ha Cefar forfè
Sparfo ancor più del Roman fangue ? For%. Nò II traditor Siface, le fu e truppe
Mentre che nella Piazza efercitava, Dato il cenno, volò co' cavai Numidi
AirAultral Porta, cui guardava Marco- R 2 Per- Totbc South Gate, wbere Marcus
bolds th Watck. Ifaw y and calfd to ftop bim, but in vai» Ih tojsd bis Arm
aloft, and proudly told me, He woud notftay and pertfb Uke Sempronius / Cato.
Perfidious Men ! But bafte my Som, and fee Tby Brotber Marcus alTs a Roman s
Pari. [exit Port. Lucius, the Torrent bears too hard upon me : Juftice gives
Way to Force : tbe conquerd World Is Csjars : C. bus no Bufine fs in it. Lue.
Wbile Pride, Opprejfion, and In juftice rtìgn Tbe World will ftill demand ber
Catos Prefence. In Pity to Mankind, fubmit to Cd far, And reconcile tby Migbty
Soul to Life. C.. Woud Lucius bave me live to f-well the Nnmber OfC&fars
Slavet, or by a bafe Submiflion Give up tbe Caufe of Rome y andowna Tyrant ?
Lue. Tbe VtBor ntver vaiti impofe on C. Ungcnrous Terms. His Enemies confefs.
Tbe Virtues of Humanity are Cafars. Cato. Carfe on bis Virtues ! T bey ve
tendone bit Country. Sucb Popular Humanity is Trcajon • But fee youngjubal tbe
goodToutb appears Full of tbe Guilt ofbis perfidious Subjecls. Lue. Alas y pow
Princel bis Fate deferves Compaffion. Enterjuba. Jub. / blufb, and am
confounded to appear Before tby Prefence, Cato,. Cato. Wbat's tby Crime >
Jubt I m a Numi di an, C.. And a brave one toa 9 Tbou bufi a Roman Soul. Jub.
Haft tbou not he ani Ofmy falfe Countrymen t C.. Alas, young Prince, Falfbood
and Fraud fboot up in evry Soli, Tbe P rodati of ali Climcs Rome bas iti
Cafart. Jub. Ferma, io gridava: ohJà, ferma; ma indamo. Alzava il braccio, e mi
dicea bravando: Non refto qui a perir, come Sempronio. Cat Traditori / ma via,
mio figlio, e vedi, Che il fracel Marco faccia da Romano. parte Por^. O Lucio,
come reggere al torrente ? Cede alla forza la Giustizia: il Mondo E' di Cefar:
non ci ha che far C.. Lue. Finché orgoglio, oppreffione, c il torto regna, Al
Mondo necefsario fia C.. Del Mondo per pietà, fopponti a Cefare. Di vita il tuo
gran cuor rientri in grazia. Cat. Vuoi, eh* io con vii fommiffione il numero Di
fchiavi a Cefar gonfi, e a Roma vinta Io dia la caufa, ed un Sovran confeffi?
Lue. Il vincitor non porrà mai a C. Dure leggi. I nimici ancor ravvi fa no
Virtù d* umanitade effer di Cefare. Cat. Maledetta virtù, di Patria pefte ! Tal
popolaritade è sradigione. Ma ecco Giuba : il buon Giovane appare Qual reo di
colpa de' malvagi fudditi. Lue. Povero Prence / è degno di pietate. Entra
Giuba. Giub. Confufo, mi vergogno d' apparire D'avanti a Cato. Cat. Quai*è il
tuo delitto ? Giub. Numido io fono, Cat. E valorofo Numido : Hai un'alma
Romana. Giub. Non udifti De' miei perfidi Numidi [ Cat. Ohimè Prence! Perfidia
e frode fpunta io ogni fuolo, Sotto ogni clima vien : Roma ha i Cuoi Cefari.
Giub. E Jub. Tu gen rotti tbut to comfort the Diftrefsd. Cato. Tu juft (ogive
Applaufe wbere V/j defervi; Thy Virtue, Prince, hat flood the Tefl of Fortune,
Like pure fi Glod y that, torturi in the Fumate, Cowf/ o/i/ J»or* brighi,
bringi forth ali iti IVcight Jub. ffia* yZw// I anfwer thee ? my raviftìd Heart
O'crflowi witb fecret Joy : Vi rathsr gain Thy Praifc, O Cato, than Namidiat
Empire. Entcr Portlus haftily. Porr. Miifortune on Mitfortutte] Criefon Griefl
My Brother Marcut Caco. Hab ! what hai he ione ? Hat he forfook bit Pofl ? bai
he givn way t Did he look tameìy on, and letern pafs f Porr. Scarce bad I left
my Futber, but I met him Born on the Shieldi of hit furviving Soldiert,
Breathleft and pale, and cover i oer witb ÌVounit. Long^ at the Head of bit few
faitbful Friendt y He flood the Shock of a wbole Hoft of Foet, Till olftinately
Brave, and bent on Deatb, Opprsft witb Multitudet, he greatly fell. Caro. Tm
fatitfyd. Porr. Nor did he fallbefore Hit Sword bad piercd throrigb the f alfe
Heart ofSyphax: Tonder he lie*t. I faw the hoary Traytor Grin in the Pungi of
Death, and bite the Ground. Caro. Tbankt to the Godi ! my Boy hai ione hit
Duty. - Portiut, when £ am dead y befure tbou place Hit Urne near mine. Porr.
Long may tbey keep afunder! Lue. O Caio, arm tby Soni witb ali Ut Patience j
Sec wbtrctbc Corp of thy dsad Son approachet ! The «3( hs )h Giub. E'generofo
il confolargli afflitti.C. E* giufto dare applaufo al vero merto. Tua virtù è
ftata a prova di fortuna, Come finiflìmo Or, che nel cruccjuolo Tormentato, più
fplende, e ftanne al pefo, Giub, Che ti rifponderò ? mio cuor rapito Trabocca
in gioja : pregio io, C., Tua lode più, che di Numidia il Regno. Entra Tornio
frettolosamente. For%. Difgrazia trae difgrazia, e duolo duolo. Miofratel
Marco... C. Ahimè! Ch'ha egli fatto' Ha abbandonato il pofto ? ha egli ceduto ?
O freddamente gli ha paffar lafciati ? Torsfr Partii da voi appeua, che
incontrailo Portato fopra feudi de 1 Soldati, Pallido, fmorto, efangue,
ricoperto Di ferite : più tempo egli alla teda De'fuoi pochi fedeli amici,
flette Delle fchiere nemiche incontr'all' urto, Ed oftinatamente bravo, e fermo
Di morire, da folta turba oppreffo, Grandemente al fin cadde. Cat. Io fon
contento. For%. Nè cadde pria, che la fuafpada il perfido Cuor di Siface trapalato
aveflTe. Là giace. Vidi il traditor canuto Nella morte ringhiar, mordere il
Aiolo. Cat. Grazie al Ciel ! fatto ha *1 fuo dover mio figlio. Porzio, quand'
io morrò, fa che fia pofta Sua Urna alla mia accanto. Por%. Oh Ha ciò tardi!
Lue C., arma tuo cuor di fofferenza: Ecco il corpo di tuo figlio s* appreffa,
ICit. The Citizen: ani Senators, alami d, Rame gatberd round it 3 and attend it
isjeeping. C. meeting theCorps. Cato. Welcome my Son ! Here lay htm down ^my
Friends Full In my Sigbt, tbat I may wiew at lei/tre The bloody Coarfe, and
counr iljofe glorious Womds. How beautiful is Death, tuberi earnd hy Vìrtue !
Wbo wond not he tbat Toutb ? ivbat Fity is ir Tbat we can die but once to Jerve
our Country \ W by fifs tbis Sadnefs on your Brows, my Friends ì 1 fbotidhave
blufb'd ifCatos Houfe bad flood Secure^andflourifb'd in a CìdìI War. Fortius,
bebold tby Brotber y and remember Thy Life is not tby own, wben Rome demands
ir. Jub. Was enxr Man like tbis ! [ afide. Cato. Alas my Friends ! Why monrn you
tbus ? Let not a private Loft Afflici your Hearts. Tii Rome requires our Tears.
The Mitfrcfs of tbe World, the Seat of Empire y The Nurfe of Heroes, tbe
Deligbt ofGods, Tbat bumbled tbe proud Tyrants of tbe Eartb y Avd fet tbe
Nations free, Rome is no more. 0 Liberty ! 0 Virtue ! 0 my Country ! Jub.
Bebold tbat uprigbt Man ! Rome fills bis Eyes Witb Tears, tbat flowd not o % er
bis own dead Son. [afide. C.. Wbateer tbe Roman Virtue bas fubdud, Tbe Sun s
wbole Courfe, tbe Day and Tear, are Cafar V. For bim tbe fclf-dcvoted Decii
dyd, The Fabii fell y and tbe great Scipio s tonquerd: Evn Fompey fougbt for
Cafar. Ob my Friends ! How is tbe Toil of Fate, the Work of Ages, The Digitized
by I Cittadini e' Senator dolenti Circondante, e accompagnante piangendo C. incontrando
il Corpo. Cat. Benvenuto, o mio figlio : giù ponetelo Qui in mia vifta,
acciocch* io con agio miri E conti T onorate fue ferite. ' Bella è la morte per
valor fudata. Chi d' effer quefto Giovan non torrebbe ? Qual' è difgrazia, per
la Patria fua II non poter morir ch'una fol volta/ Amici, perchè quefta in voi
meftizia? Se cafa di C. in ci vii guerra Salda e profpera fufse, onta
farebbemi. Mira, Porzio : e fovvengati, la vita Non effer tua, fe Roma
l'addimanda. ( mici; Gikb.afart. Fu mai Uom come quefto ? Cat. PerchèJU Pianger
così una privata perdita? Roma è quella, che chiede il noftro pianto « Donna
del Mondo, fede dell' Impero, D'Eroi nutrice, degli Iddi; diletto, Che i
tiranni abballava, ed affrancava Nazioni; quella Roma or non è più. Oh libertà
/ oh virtù ! oh Patria mia ! Oìuk Prod' uom ! Roma da lui fpreme le lagrima,
Che trar non può del figlio fuo la morte, a {arte Cat, Tutto quel che domò
Roman valore, Tutto il corfodel fole, il giorno, V anno Son di Cefar : per lui
i votati Decti, I Fabii cadder, vinfer gliScipioni. Anco Pompeo pugnò per
Cefar. Cieli! Fatica del deftin, lavor de' fecoli, S Gran- Tbe Roman Empire
falVn ! O curfl Ambition! T alln into Cd/ars Hands ! Our great Fore-Fatbert Had
left b'im nongbt to Conquer but bis Country. Jub. IVbile C. lives, Cafar voill
blufb to fee Mankind cvflavcd, and be afbamed of Empire, C. Ce far ajbamed !
Has not bc fccn P bar fall a ! Lue. Cato, Vi/ Time tbou fave tby felf and us.
Cat. Lofi not a Tbougbt on me. fm out of D anger. Heavn voill not leave me in
tbe Viftors Hand. Cafar fball never fay Fve conquer d C.. But ob ! my Friends,
your Safcty fillt my Heart Witb anxious Tbougbt s : A tbou f and fecret Terrors
> Rife in my Soul : How fball I fave my Friends ì Ti/ now, O Cafar y I hegin
to fear tbee. Lue. Cafar bas Mercy, if we ask it of bim. Cat. Tben ask it, l
conjure you ! let bim know IVbate'er was done againft bim, C. did it. Aid, if
you pleafe, tbat I requeft it of bim, Tbat l my felf \ vSitb Te ars, requeft it
cf bim y Tbe Virtue of my Friends may pafs unpunifb'd, fui? a, my He art is
trifbled for tby Sake. Sboud I advìfe tbte to regain Numidia, Or feek tbe
Conqueror ì Jub. If Iforfah tbee 1 Whìlfc l bave Life, may Heavn chandon Juha !
Cat. Tby Virtues, Fri are, if If ore fee arìgbt, IVill ove Day make ibee Grece;
at Rome, bereafter, *T vaili be no Crime to bave been C. s Friend. Vortius,
drava near ! My Son, tbou oft baft feen Tby Sire engaged in ù corrttytcd State,
IVreflling -witb Vice atsd Fatlion : N>w tbou fee fi me Spent 5 overpoisSrd,
defpairing of Succefs; Let me advìfe tbee to retreat betimes U( 119 )S* J
Grande Imperio Roman, com lei caduto ! , Oh maladetta ambizion ! caduto Nelle
mani di Cefare. I Maggiori Non lafciargli altro a vincer, che fua patria. Club.
Vivente C., arroffiraffi Cefare D' un Mondo fchiavo, e avrà V Impero ad onta.
C. Ad onta Cefar ? non vide ei Farfalla ? Lue. Cato, egli è tempo te fai vare,
e noi. Cat. Deh non penfare a me : fon fuor di rifehio; In man del vincitore io
mai non fia : Ne Cefar mai dirà : vinto ho C.. Ma oh / Amici miei, voftra
falute Stammi fui cuor : mille fegrete angofee Spaventar! l'Alma. Oh come
falverò I miei amici / Or, Cefare, io ti temo. Lue. Cefar, fe a lui
chieggiamla, avrà clemenza. Cat. Chiedila, te'n feongiuro: il tutto [ ei fappia
] Che contra lui fu fatto, il feo C.. Soggiungi, fe ti piace, eh* io '1
richiedo, ' Che il valor de* miei amici fia impunico. Giuba, per amor tuo
turbato è il cuore. A Numidia tornar configlierotti, O andare a Cefar ? Club.
Se giammai ti lafcio Finch' io vivo, abbandoni il Cielo Giuba. Cat. Tue virtù,
Prence, s' io prevedo dritto > T esalteranno, c a Roma in avvenire Non fia
delitto l'amirtà di Cato. Porzio, quà traggi : Figlio mio, tu hai vitto Sovente
me impanato in guado Stato, Con vizj e con fazioni contrattante : Or fianco e
difperante del {uccellò, Io ti configlio a ritirarti a tempo S 2 A tua To tby
Patemal Seat, tbe Sabine Fieli, Wbere the great Cenfor toiN witb bis ow» Hands,
And ali our frugai Anceftors -were bit fi i In bumble Vtrtues, and a Kural Life.
There Uve retired, prayfor tbe Feace of Rome ^ Content thy felf to be Objcurely
good. When Vice prevails, and impìous Men bear Sway, Tbe loft of Honour is a
frisate Station. Port. 1 bope, my Fatber does not recommend A life to Forti as,
tbat be feorns bimfelf. Cat. Farewcl, my Friends ! iftbere be any ofyotà Tbat
dares not truft tbe Vitlort Clemency, Know tbere are Sbips prepared by my
Command, [ Tbeir Saìls already ofning to tbe Winds ] Tbat f ball convey you to
tbe wifbt-for Port. 2> tbere augbt elfe y my Friends, I can do f or you ?
Tbe Conqueror draws ne or. Once more Fare-wel ! Ifeer we me et ber eafter, we
fiali meet In bappter Climes, andona fafer Sbore, Wbere Capir never fiali
approacb us more Tbere tbe brave Toutb, vitb Love ofVirtue fired, Pointing to
the Body of his dead Son. Wbo greatly in bis Country s Caufe ex pire d, Sball
ino-w be Conquerd. Tbe firm Patriot tbere l Wbo made tbe Welfare of Mankind bis
Care ] Tho'ftill, by Fatlion, Vice, and Fortune, croft y Shall fmd the genrous
Lahour was not lofi* «3( '4i )S* A tua fede paterna, al Sabin campo, Che 'J
gran Cenforc a Tua mano facra. Là 've i frugali Avoli noftri in umili Virtudi,
c in rurar vita eran beaci. Per la pace di Roma ivi tu prega, Celato ftando e
in tua virtute involto.. Quando il vizio prevale, e gli empi regnano, Il più
onorevol pofto è il più privato. ' Tor£ Spero, che il Padre mio non raccomandi
A Porzio vfta, eh* ei medefmo fdegni. Cat. Addio, Amici : fc v' è alcun, che
tema Del vincitor fidarfi alla clemenza > Sappia, che per mi ordine fon
prede Navi, lor vele già fpiegandoai venti, Che condurranvi al deGato Porto.
Altro c è, Amici, che per voi far debba ? S* appreffa il vincitor : di nuovo,
addio. Se mai e incontrerem, e' incontreremo In più felici climi, e in miglior
fpiaggia, U* Cefar non fia mai a noi vicino. additando il corpo del morto
Tiglio Il prode Giovan di virtude accefo, Che fpirò nella cauta di fu a Patria,
Vi faprà, eh* ei vincca. Il fermo amante Del fuo Paefe y eh' ha fatta Aia cura
La falute del Mondo, ancorcri egli abbia Fazion, Vizio, Fortuna a lui contrarj,
Non perderà fuoi generofi affanni. C. folus, fttttng in a thoughtful Po/Iure :
hi bis Hand Tlato's Book on the Im- mortality of the Sotti. A dravvn Svvord on
the Table by bim. IT T wuft he fo fiato, tbou reafonsl wett ! | Elfe uuhsnce
tbis pleafing Hope, tbis fond De/ire, J Tbis Longing after lmmortality ? Or
ivbence tbis fccret Dread, and inward Horror, Of falling info Nongbt ? IV by
fbrinks the Soni Back on ber felf y and ftartles at Deftrvtlion ? *Tis tbe DWinity
tbat flirt witbin us, Ti/ Heanìn its felf y tbat point's out an Hereafter, And
intimate t Eternitj to Man. Eternit j ! tbon pleafing y dreadful, Tbotrgbt l
Tbrougb wbat Variety of untryd Being, Tbrougb wbat nevu Scenes and Cbanges mnfl
tue pafs ! Tbe ispide, tb % unbonnded Pro/peti y lie's before me > But
Sbadows y Clouds } and Darbiefs, refi u$on it. Here C. folo, fedendo iti una
pofoura penfierofa In mano il Libro di Platone dell' Immorta- lità delT Anima.
Spada [gita mata folla Tavola vicino a Lui. E Lia è cosi; Platon, tu hai
ragione. Se nò; donde vien quella lufinghevole Speranza : quel desìo e ardente
brama Dell' immortalità ? e donde qucfto Tcrror fegreto, e naturale orrore Di
cader nel niente ? Perchè V alma Ritirata in fé ftefla, e impaurita Alla
diftru/ion s' aombra e fugge ? E* la Divinità, che muove dentro; Il Cielo è
quel che 1' avvenire addita, E air Uom V eternitade accenna e moftra • Eternità
! pender grato, tremendo ! Per qual elTer diverfo, e non provato, E per qual
mutazion di nuove feene Dobbiam pattar? la vafta (terminata Villa avanti fi
(tende j ma in ombre, In nubi, in fcuiità fi da rinvolta. Mi ( M4 )8l Urti
volli 1 lold. Jf tberes a Boisor ahove m j \ And tbat there is ali Nature cries
alwd Through ali ber Works ] He mujl delight in Virine \ Ani tbat vvbicb be
delight s in mufl he happy. But ivben ! or wbere ! Tbis World mas madefor
Cafar. Vm weary of Conjeclures Tbis m ufi end 'em. ( Laying his Hand on his
Svvord. Tbns am Idouhìy armd: my Deatb and life, My Barn and Antidote are botb
before me : Ibis in a Moment brings me to an End : But tbis informs me I /ball
newer die, The Sovl, fecurd in ber Exiftence 5 fmiWs At the drawn Dagger, and
deficit iti Point. The Stars /ball fade v&ay, the Sun bimfelf Grow àim
isSitb Age, and Nature fink in Tears > But thou fbalt flourifbin immortai
Toutb, Unburt amidfi the War of Elemcnts, The Wrecks of Master, and tbe Crufb
ofWorlds* Wbat means tbis Heavtnefs tbat bangs upon me t Tbis Letbargy tbat
creeps through ali my Senfes t Nature ofprefs'd, and barrafsd out litb Care,
Sinks down to "Refi. Tbis once Fllfauour ber. Tbat my awakend Soni may
take ber Flight, Renrwd in ali ber Strengtb, and frefb witb Life An
Ofringfitfor Heavn. LetGuiltor Fear Difiurb Mans Resi : C. knows neitber of f
Indijfrenì in bis Cboice tojleep or die Eotcr Mi fermo io qui : fe ci è un
Potei fovrano [ E eh* ei ci fia, alto Natura grida ] Dilettarfi egli dee nella
virtude ; £ dee ciò che '1 diletta, efter felice. Ma quando, o dove ? Il Mondo
è fol per Cefare. Ma/ che dubbi/.... Firmagli quefto. ponendo la fra mano alla
Spada. Armato a doppio io fon: mia morte e vita, Mio veleno ed antidoto ho d'
avanti. Quefto in un punto recami alla fine. M' infegna, quel, eh io non finirò
mai. L* alma nel Aio Eller ficura, ride AI tratto ferro, e la fua punta sfida.
Le fte/Je mancheranno, il Sole fteffo Fia abbacinato, e fu- voi la Natura
Inveccherà sfi cirrata, ma tu frefea D* immortai gioventù /rcr/Vat* &mpre,
Degli elementi infra le guerre illefa, Tra naufraga materia, urto di Mondi • Che
è qu'éfta triftezza, che m' affale? Qual letargo ferpeggia entro a mici fenfi ?
Natura oppreffa e faticata cafea, E vuol ripofo : contentarla or giovami.
Dettata Y alma piglierà il fuo volo, Rinnovata in fua forza, e frefea in vita,
Degna offerta pe '1 Ciel. Colpa o timore Sveglino altrui : Caton non gli
conofee, A dormire o morire indifferente. Enter Portius. But labi hows tbtty my
Son t Wby ibis Intrufoli ? Were not my Orders tbat 1 woud le private ? Wby am 1
difobeyd f Port. Alat y my Fatber ! Wbat Ì72GCWS tbis Swordì tbis Inflrument
ofDcatbl Lct me convey it bence i C.. Rafb Toutb, forbear t Port. 0 let tbe
Frayrs, tb* Entreatiss of your Friends, Tbeir Tears y tbeir common Danger
vvre/t it from you. C.. Woudfft tboubetray meì Wou % d ti tbou giue me up A Slave,
a Cattive, iato Cafars Hands l Retire, and learn Obedience to a Fatber, Or
know, you*tg Man ! Port. 0 Sir, foi >give your Son, JVbofe Grief bangs beavy
on bim\ O my Fatber ! How am I fare it it not tbe la/I Ttme t I c*er {ball cali
you fo ! Be not difpleafcdy O be not angry vitb me isobilft I weep, And, in tbe
Anguifb of my He art, befeeeb yon To quit tbe dreadfnl Furpofe of your Soul *
Cato. Tbou bafi been ever good and dati fui. (Embracing him. JVeep not, my Son.
Ali ivi II be -meli again. Tbe rigbt.ousGods y wbom I bave fougbt to pie afe ?
Carne, e forgio. Gifc V ^ A, che è ciò, mio Figlio? Perchè quà? JlVJI Non avea
detto, ch'io volea ttar foio? perchè cjifubbidire ? Pot%. Ohimè! mio Padre 1 .
:Che fa efta fpada qui di morte arredo ? .-Via ^crterolla. Cat. Temerario,
ferma. P0f£ Le infìanze, i preghi degli amici, il pianto, li comun lor periglio
a voi la (veglione Cat. Vorrefti tu tradirmi ? e darmi fchiavo, Prigioniero, di
Cefar nelle mani ? Va* via: e ad ubbidire un Padre impara, Ofappi, giovin... Por%.
Non mirar sì torvo» Morrei più tofto, che difubbidirvì. Cat. Ben fia! Torno
Padrone di me ftefso. AtTedi) r>r, Cefar, pur le noftre porte, Ed ogni adito
chiudi: le tue Flotte CuopT*»no il mare, e ferrino ogni porto*, Carr^.'.Vv/rà a
fe medefimo un patio, \ E li. *anr ;rà le tue fperanze... Por%. Al figlio
Tritio /dolente tuo perdona. Oh Padre/ Ahi / forfè quefta ria V ultima volta,
Ch' io ti chiami così! non difguftarti, Nè t' adirar con meco, mentr* io
piango, E tra l'angofcia del mìo cuor ti prego A lafcìar tuo orribile pi n
fiero. Cat. Tu hai fempre adempiuto! tuoi doveri, {abbrac- Non pianger, Figlio:
il tutto anderà bene» (dandolo I giudi Dei, cui mi ftudiai piacere, ... T z
Pre- Will fuccour C. f and preferve bit Cbildren. Port. Tour Wordt girne
Comfort tù my droofing Heart. C. Portiut y tbou mayft rely upon my Conduci. Jby
Fatber will not aQ wbat mtsbecomct bim. But go ymySotty and fee if augbt bc
wantìng Among tby Fatber t Friendt ; fra tbem embarqued ; And teli me if tbe
IVinds and Seat be friend tbem. My Soni it quite weigb'd down witb Care, and
ash Tbefoft Refrefbment of a Moment' t Sleep. [ Exit. Port. My Tbongbtsare more
at Eafe, my Heart rrvivet. Enter Marcia 0 Marcia, O my Sifler, fiill tbere't
Hcfe ! Our Fatber wtll not caft away a Life. So needful to ut ali, and to bit
Country. He it r air ed to Refi, and feemt to eberifb Tbougbtt full of Peate.
He bat difpatcbt me benee Witb Ordert, tbat befpeak a Mind compofed, And
fiudiout for tbe Safetby of bit Friendt. ' Marcia, tale tare tbat none difturb
bit Slumbert. [ Exit Marc. 0 ye immortai Powert, tbat guard tbe Good y ìVatcb
round bit Coucb 9 and foften bit Repof*, i \ Banijb bit Sorrowt, and becalm bit
Sosti Witb eafie Dream s ; remember ali bit Virtuet ì And fbaw Mantind tbat
Goodneft it your Care. Enter S» Prcfervcran C. c i figli fuoi. Tori» Voi conf°
r " tc »• mio abbattuto cuore. Cat. Di me fidati, o Porzio : il Padre tuo
Non farà cofa mai', che gli (convenga. 1 Or va, mio Figlio: e Ve*, che nulla
manchi A i noftri amici : vedigli imbarcare ; Dimmi, fe venti e mar gli
favorifcono. Tratta è giù P alma da pefanti cure, E d' un breve dormir follievo
chiede. parte C. For£ Miei penficrfon più qucti, c'1 cor refpira. m % I Tornio,
e Marcia. Fors?.f~\ Marzia, o mia Sorella, ci è ancor fpcrac. V_/ Il Padre, via
non butterà una vita A noi sì neceffaria ed alla Patria . Ripofa, e fembra
intrattener penfieri Di p?ce . Ei rn ha con ordini fpedito, Ch' una mente
comporta ed anfiofa Della falvezza de gli amici moftrano . Marzia ; fa che niun
(turbi i fuòi fonni . fatte Mar^ Numi immortali, che guardate il giudo.
Vegliate intorno al letto, e '1 fuo ripofo Addolcite, bandire i fuoi dolori E
con facili fogni gli calmate L'anima: rammentatevi di fue Virtudi : e a tutti
gli uomini inoltrate, Che degP Iddi) è la bontà penfiero . •se w )i» and awf#l
ss a, God y. He knows not bow to winì at bumnc Frail ty, Or pardon IVcaknefs,
tbatbe ne*ver felt-. Marc. Tlwr/gb fieni and aufuì to tbc Foes ofRome y He is
ali Goodncfs. i Lucìa,, jlways mìld, Compaffionate, and gentle to Vis Friends .
F'i\ld n>itb Domtfl'tck Tendernefs, the b'eff 9 The ìùnJeft Fatììet t I bave
c*vtr fpuud bim Eafie, and good, audfanfeoustojnylVifbes. Lue. Til bit Confent
aloni tan male m blefid, Marc ta, we botb tre eQuallyivpol'V'd ; In tbe fame
intricate >iFtff'*4i Difircfs . . r f - The cruci Handof Fata, ìbat fa-
deflroyd T£y £ro*kr Man*; y infoia ta* botb- lamtnì Marc, -/W fwr lamenta
unbappyToutb ! Lue. Ha/ /5r/ my Soul at largo, W uow Ifiand Loofe ofmyVowr £ut
y tybo Jinows Catos Thugbts ? IVbo faow's bowyet b^ m^Afpofe ff Portiat e t Or
bas determini fi \ of' tby felfì . * J Marc. Zs» Entcr Lucius '. Lue. Sweet are
the Slumbers of the wìrtuous Man ! 0 Marcia, I bave Jeen thy Godlike Fatbcr :
Some Tornir invsfible fupporis bis Soul^ And bears it up in ali its wonted
Grcatnefs, A kittd refrefling Sleep isfalTnupon bini: 1 faw bìm ftretcbt at
Eafc, bis Fancy loft In pleafeng Dream * as I drew near bis touch, He fmiUd,
and cryd^ Cafar tbon canft not burt me . Marc. His Mind ftill labours witb fome
dreadful Tbougbt Lue. Lucia, wby ali tbis Grief y tbefe Floods ofSorrow Dry up
thy Tears, my Cbild, we ali are fafe Wbtle Caso iives His Prefence bile Rome
furvived, Woud not bave match' d bis Daugbter witb a King , But Cafar s Arms
bave tbrowndown ali Dijlinclion ; Whoe'er is Brave and Vìrtuous , is a Roman Vm
ftck to Deatb O wben (ball I get loofe From tbis vain World , tV Abode ofGuilt
and Sorrow ! And yet metbìnks a Beam of Ligbt breaks in On my departing Soul .
Ala s , Ifear Tve beentoo bajly. Oye Powrs, tbat fearcb The Re art ofMan, and
uteigb bis inmo/t Tbougbts , // I bave done amtfs , impute it not ì The beft
may Erre , butyou are Good , and oh ! [Dics Lue. Tbere fled tbe greatefl Soul
tbat ever ivarmd A Roman Brcaft . O C. ! 0 my Friend ! Thy WiU fiali be
religionjly obfervd Bui Ut us bear tbis awful Corps to Cafar, Ani Ch’io pago al
Padre gli ultimi doveri. Giuk Quefti i Trionfi fon , tue Imprefc , o Cefare !
Lue. Ora Roma è caduta daddovero / C., portato avanti nella fua feJia . C. Po
fa temi qui giù. Porzio t'accoda. Son gli amici imbarcati ? Puoffi fare Alcuna
cofa ancor per lorfcrvigio, Mentre ancor vìvo? ch'io non viva in vano/ O Lucio
, fei tu qui? Sei troppo tenero! Tra i noftri figli V amicizia viva: Porzio
felice fa nella tua Lucia. Pover' Uom / piange! Marzia , la mia Figlia. Oh/
mandatemi avanti. Giuba t'ama. Di Roma un Senaror, vivente Roma, Sposata non
avrìa con Re fua Figlia; Ma tutto confuso han di Cesar V armi . Chi è bravo e
valorofo , egli è Romano. Morir mi fento/ Oh ! quando farò fciolto Dal Mondo ,
di dolor di colpe albergo ! Pur parmi , che di luce un raggio fpunti All'alma
che fi parte. Laffo / io temo D'aver troppo affrettato. Oh / Numi, voi, Che
penetrate il cuor dell' uomo , e i fuoi Intimi movimenti ne pefate, Se
fallit'ho , a me non l'imputate I migliori crran: buoni fiete , e .oh ! . .
muore. Lue. La più bell'alma ora volò, che mai Un Roman petto rifcaldafle. O
C.! Amico mio ! farà tua volontade Da noi con fomma religion fervata. Portianne
il corpo venerando a Cefare : In « US )fc ^«J /ay U in bis Sigbt , that it may
fi and A Fence betwixt ut and the Vittor i Wrath s Cato , thò dead, fiali ftill
proteB bis Friend. Trom bence, le t farce contendìng Nations know what dire
Effecls from Ci quai crudi effetti da civile Difcordia featurifeoo. Quefta è
quella, Che le noftre contrade ne feompiglia, E Roma dà a Romane armi in preda
: Crudeltà, Lite, Frode partorifee, £ invola al Mondo reo vita di Caco, Stante
la relazione fatta dal M. R. Sie. Francefco Giufeppe Morelli Profefsore di lingua
Inglcle concordare la pre- lente Traduzione col Tuo Originale in queir idioma
ftam- pato, Si riftampi l'un, e V altra. Orazio Ma^ei Vicario Generale. Attefa
la relazione del P. Ilario Flood Agoftiniano nativo di Scozia , Si (rampi.
Maeftro Fr. Gio: Francefco Mefftni Mi». Covri). Vicario del S. Ufi^io della
Città di Colle , e Provicario Generale del S.Ufiyo di Firenze. Filippo
Buonarroti Sem , e Aud. di S. A. R. Catone. Keywords: portico. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Catone.”
Luigi Speranza -- Grice e Cattaneo: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale longobarda -- Vico e la
sapienza italiana – il dialetto milanese e il sostratto latino – scuola di
Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano).
Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“I like Cattaneo; in fact, I LOVE Cattaneo; he is so much like me! I taught at
Rossall, and he defended the the teaching in what the Italians (and indeed the
‘Dutch’) call the ‘gym’ not just of Grecian and Roman, but Hebrew – He famously
claimed to know Hebrew when he interviewed for a job as a librarian! – From a
semiotic point of view, he saw semiotics as the phenomenon the philosopher must
consider when dealing with communication – he explored semantics, but also
‘sintassi’ in connection with ‘logic,’ and obviously, pragmatics – He was
interested in comparing systems of communication in Homo sapiens sapiens and
other species – and being an Italian, he was especially interested in how Roman
became Latin – he opposed the Tuscany rule!” -- Grice: “Only a philosopher like Cattaneo is
can understand Cattaneo’s contributions to semiotics!”. Figlio di Melchiorre,
un orefice originario della Val Brembana, e di Maria Antonia Sangiorgio, trascorse
gran parte della sua infanzia dividendosi tra la vita cittadina milanese e
lunghi e frequenti soggiorni a Casorate, dove era spesso ospite di parenti. Fu
proprio durante questi soggiorni che, approfittando della biblioteca del pro-zio,
un sacerdote di campagna, si appassioa alla filosofia, soprattutto dei classici
della filosofia romana. Il suo amore per le lettere humanistiche classiche
lo indusse a intraprendere gli studi nei seminari di Lecco prima e Monza poi,
che avrebbero dovuto portarlo alla carriera ecclesiastica, ma già all'età di
diciassette anni, abbandonò il seminario papista per continuare la sua
formazione presso il Sant'Alessandro di Milano e in seguito al ginnasio e liceo
classic di Porta Nuova dove si diploma. La sua formazione filosofica fu
plasmata, durante gli studi superiori, da maestri quali Cristoforis e Gherardini,
i quali gli aprirono le porte del mondo filosofico milanese. Grazie a queste opportunità,
oltre alla passione per gli studi classici, Cattaneo inizia a nutrire interessi
di carattere sstorico. Sempre in questo periodo furono fondamentali per la
sua formazione filosofica le letture presso la Biblioteca di Brera e il
contatto con il cugino paterno, direttore del gabinetto numismatico, era anche
un importante esponente del mondo filosofico milanese. Altro punto chiave per
il percorso formativo degli suoi interessi furono la frequentazione assidua
dell’Ambrosiana, grazie alla sua parentela materna Sangiorgio con il prefetto
Pietro Cighera, e della biblioteca personale dello zio. La Congregazione
Municipale di Milano lo assunse come insegnante di latino e poi di umanita nel
ginnasio comunale di Santa Marta. Approfondizza le sue frequentazioni con gli
filosofi milanesi, entrando a far parte della cerchia di Monti. Di questi
stessi anni sono le sue amicizie con Franscini e Montani. Dopo aver iniziato a
frequentare le lezioni di Romagnosi nella sua villa, ne divenne presto amico e
allievo. Si laurea Pavia con il massimo dei voti. Risale il suo saggio
dato alla stampa e apparso sull’antologia, si tratta di una recensione
all'assunto primo del concetto di “giure naturale”. Saggio sulla Storia della
Svizzera italiana. Convinto sostenitore di richieste di maggiore autonomia del
regno lombardo-veneto dalla corte di Vienna, pensava di puntare su una politica
non violenta per avanzare tali richieste. Il motivo del suo rifiuto nei
confronti della violenza si può comprendere da questa affermazione poco conosciuta
del filosofo milanese che al tempo stesso lascia trasparire cosa egli ne
pensasse di un'annessione al Regno di Sardegna. Siamo i più ricchi dell'impero,
non vedo perché dovremmo uscirne. Ottenne alcune concessioni dal vice-governatore
austriaco, subito annullate dal generale austriaco Radetzky. Purtroppo
l'evoluzione tragica delle Cinque giornate di Milano, degenerate in violenza,
fecero capire a C. che un dialogo tra la nobiltà lombarda e la corte di Vienna
e effettivamente difficile, stessa impressione che curiosamente ebbe anche Radetzky
che nel periodo del suo governo nel lombardo-veneto punta a cercare il favore
del volgo. C. e i suoi amici
parteciparono quindi e contribuirono alle cinque giornate di Milano, senza
agire con azioni di violenza gratuita. Ma dopo di esse, rifiuta l'intervento
piemontese. Considera il Piemonte meno sviluppato della Lombardia e lontano dall'essere
democratico. Presidente del Consiglio di guerra di Milano, che governa insieme
al Governo provvisorio fino alla caduta di Milano al ritorno degli austriaci.
Dopo una serie di moti popolari, nel frattempo, viene proclamata la repubblica
romana, guidata da un triumvirato costituito da Mazzini, Saffi ed Armellini.
In seguito alla conclusione dei moti ripara nella ivizzera e si stabilì a
Castagnola, nei pressi di Lugano, nella villa Peri. Qui ebbe modo di stringere
maggiormente la sua amicizia con Franscini, potente filosofo ticinese, e di
partecipare alla vita filosofica del Cantone e della città. Fonda il liceo di
Lugano, che volle fortemente per creare un'istruzione pubblica laica libera dal
giogo del papa, al fine di formare una generazione liberale e laica che era
alla base dello sviluppo economico del resto della Svizzera. Amico di Manara,
anda a Napoli per incontrare Garibaldi, ma poi tornò in Svizzera, perché deluso
dall'impossibilità di formare una confederazione di repubbliche. Pur
essendo più volte eletto in Italia come deputato del Parlamento dell'Italia
unificata, rifiuta sempre di recarsi all'assemblea legislativa per non giurare
fedeltà ai Savoia. Viene ricordato per le sue idee federaliste impostate
su un forte pensiero liberale e laico. Acquista prospettive ideali vicine al
nascente movimento operaio-socialista. Fautore di un sistema politico basato su
una confederazione di stati italiani sullo stile della svizzera. Avendo stretto
amicizia con filosofi ticinesi come Franscini, ammira nei suoi viaggi
l'organizzazione e lo sviluppo economico della Svizzera interna che imputa
proprio a questa forma di governo -- è più pragmatico del romantico Mazzini -- è
un figlio dell'illuminismo, più legato a Verri che a Rousseau, e in lui è forte
la fede nella ragione che si mette al servizio di una vasta opera di
rinnovamento della communità. Pur essendogli state dedicate numerose logge
massoniche e un monumento realizzato a Milano dal massone Ferrari, una sua
lettera a Bozzoni, consente di escludere la sua appartenenza alla massoneria,
per sua esplicita dichiarazione, sovente in quel periodo tenuta segreta e
negata. Per lui scienza e giustizia devono guidare il progresso della
communità, tramite esse l'uomo ha compreso l'assoluto valore della libertà di
pensiero. Il progresso umano non deve essere individuale ma collettivo,
comunitario, attraverso un continuo confronto con l’altro. La partecipazione
alla vita della communita à è un fattore fondamentale nella formazione
dell'individuo. Il progresso può avvenire solo attraverso il confronto
collettivo comunitario. Il progresso non deve avvenire per forza o
autoritarismo, e, se avviene, avverrà compatibilmente con i tempi: sono gli
uomini che scandiscono le tappe del progresso. Nega il concetto di
“contratto” comunitario o sociale. Due uomini si sono associati per istinto. La
comunita, la diada, la società è un fatto naturale, primitivo, necessario,
permanente, universale -- è sempre esistito un federalismo delle intelligenze
umane -- è sorto perché è un elemento necessario di due menti
individuali. Pur riconoscendo il valore della singola intelligenza
monadica, afferma però, che più scambio, conversazione, dialettica, e confronto
ci sono, più la singola intelligenza monadica diventa tollerante dell’altro
nella diada. In questo modo anche la società e la comunita diadica e più
tollerante. Le due sistemi cognitivi dei individui della diada devono essere
sempre aperti, bisogna essere sempre pronti ad analizzare nuove verità.
Così come le due menti si devono federare, lo stesso devono fare gli stati
europei che hanno interessi di fondo comuni. Attraverso il federalismo i popoli,
le comunita, possono gestire meglio la loro partecipazione alla cosa pubblica.
La communita, il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà. La comunita,
il popolo non deve delegare la propria libertà ad un popolo lontano dalle
proprie esigenze. La libertà economica è fondamentale per C. -- è la
prosecuzione della libertà di fare -- la libertà è una pianta dalle molte
radici. Nessuna di queste radici va tagliata sennò la pianta muore. La libertà
economica necessita di uguaglianza di condizioni. La disparità ci saranno ma
solo dopo che tutti avranno avuto la possibilità di confrontarsi nella
conversazione aperta. E un deciso repubblicano e una volta eletto
addirittura rinuncia ad entrare in parlamento rifiutandosi di giurare dinanzi
all'autorità e la forza del re. Viene richiamato quale iniziatore della
corrente di pensiero federalista in Italia. Fonda il periodico Il Politecnico,
rivista che divenne un punto di riferimento dei filosofi lombardi, avente come
intento principale l'aggiornamento tecnico e scientifico della cultura
nazionale. Guardando all'esempio della Svizzera cantonale (improntata alla
democrazia diretta), define il federalismo come "teorica della
libertà" in grado di coniugare indipendenza e pace, libertà e unità. Nota
al riguardo che abiamo pace vera, quando abiamo gli stati uniti dell’Europa,
alla svizzera. Cattaneo e Mazzini videro negli nella Svizzera l’unico esempio di
vera attuazione dell'ideale repubblicano. Federalista repubblicano laico di
orientamento radicale-anticlericale, fra i padri del Risorgimento, e alieno
dall'impegno politico diretto, e punta piuttosto alla trasformazione culturale
della società. La rivista Il Politecnico fu per lui il vero parlamento
alternativo a quello dei Savoia. In accordo con il Tuveri redattore del
Corriere di Sardegna, intervenne in merito alla questione sarda in chiave
autonomistica locale. In tal senso, denuncia l'incapacità ed incuranza del
governo centrale nel trovare una nuova destinazione d'uso al mezzo milione di
ettari (più di un quinto della superficie dell'isola) che avevano costituito i
soppressi demani feudali, sui quali le popolazioni locali esercitavano il
diritto di ademprivio, per usi civici. A lui è dedicato l'omonimo
istituto di ricerca. Altre saggi: “Scritti filosofici”; “Interdizioni
israelitiche”; “Psicologia delle menti associate” – questo saggio –
associazione -- non è stata completata e rimane allo stato di frammenti. Il
tema de saggio sarebbe dovuto consistere nel cercare un'interpretazione sociale
– diadica -- nello sviluppo dell'individuo o monada. La città – cittadino –
cittadinanza -- considerata come principio ideale delle istorie italiane;
Dell'India antica e moderna; Notizie naturali e civili su la Lombardia Vita di
ALIGHIERI (si veda) di Cesare Balbo Il Politecnico, Repertorio mensile di studi
applicati alla prosperità e coltura sociale e comunitaria; Dell'Insurrezione di
Milano e della successiva guerra. Rapporto sulla bonificazione del piano di
Magaldino a nome della società promotrice, In Lugano, Tipografia Chiusi. Le
cinque giornate di Milano di Carlo Lizzani -- interpretato da Giannini. C. e le
cinque giornate di Milano Secondo una
tesi, non comprovata e non accolta dai dizionari biografici, C. sarebbe nato a
Villastanza, frazione del comune di Parabiago in provincia di Milano. Certamente
più antica è la Villa prospiciente la Chiesa, sulla piazza ed attualmente in
proprietà del signor Luigi Gagliardi, cui è giunta per eredità dagli avi.
Un'insistente tradizione vuole che in questa casa, abbia avuto i natali
nientemeno che C.. Ma C. deve aver passato qui soltanto alcuni anni della sua
infanzia, ospite nei mesi estivi della famiglia amica ai propri genitori. Si
veda, a tal riguardo, “Storia di Parabiago, vicende e sviluppi dalle origini ad
oggi, Unione Tipografica di Milano. (Tortora), da Filosofico (Fusaro) Arch. Fant Milano Bertone, Camagni, Panara, La buone società:
Milano industria. Almanacco istorico d'Italia, Battezzatti. C. genealogy
project, su geni_family_tree. Il Famedio, su
del Comune di Milano; Lacaita, Gobbo, Turiel La biblioteca di C., Le
riforme illuministiche in Lombardia, articolo dal saggio introduttivo a Notizie
naturali e civili della Lombardia, come riportato da Pazzaglia in Antologia della
letteratura italiana, Il monumento
milanese che lo raffigura reca l'iscrizione, A C. -- La massoneria italiana, Mola, Storia della
Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani. Fonte:// manfredi
pomar.com/. l'Enciclopedia, alla voce
"Politecnico", in La Biblioteca di Repubblica, POMBA-DeAgostini; Petrone,
Massoneria e identità, Taranto, Bucarest; Fiorentino, Non proprio un modello:
gli Stati Uniti nel movimento risorgimentale italiano; Teodori, "C.,
Garibaldi, Cavallotti": i radicale anti-clericali, anti-papa, in
Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull'Unità d'Italia, Rubbettino; M.
Politi, D. Messina, G. Pasquino, Teodori, Dibattito "Risorgimento
laico". Presentazione del saggio di Teodori, su Radio Radicale, Milano,
Fondazione Corriere della Sera. Tuveri, in Rassegna storica del Risorgimento; Ambrosoli
(scelta e introduz. di). C. e il federalismo, Roma, Ist. Poligrafico e Zecca
dello Stato, Archivi di Stato, Bobbio,
Una filosofia militante: studi su C., Einaudi, Torino; Campopiano, "C. e
La città considerata come principio ideale delle istorie italiane", in
"Dialoghi con il Presidente. Allievi ed ex-allievi delle Scuole
d'eccellenza pisane a colloquio con Ciampi", M. CampopianoL. Gori; Martinico,
E. Stradella, Pisa, La Normale. C. e Tenca di fronte alle teorie linguistiche di
Manzoni, in «Giornale storico della letteratura italiana; Colombo, Montaleone,
C. e il Politecnico, Angeli, Milano, Frigerio, dir. de Rougemont, Bruylant,
Bruxelles, Fubini, Gli scritti letterari di C., in Romanticismo italiano,
Laterza, Bari. Lacaita, L'opera e l'eredità di C., Feltrinelli, Milano. Puccio,
Introduzione a Cattaneo, Einaudi, Torino); C. nel primo centenario della morte,
antologia di scritti, edizioni Casagrande, Bellinzona, Antonio Gili, Pagine
storiche luganesi, Arti grafiche già Veladini, Lugano; Lacaita, Economia e riforme
in C., Ibidem; Cotti, C. in una lettera inedita di Lavizzari, C.: studio
biografico dall'Epistolario»; opera di Michelini
(Milano, NED), C. scrittore, in Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli,
Liguori, Cattaneo una biografia. Il padre del Federalismo italiano, Garzanti,
Milano; Il ritratto carpito di C., Casagrande, Bellinzona; Cattaneo federalista
europeo, in «Il Cantonetto, Lugano, Fontana Edizioni SA, Pregassona, L'istruzione educante nel pensiero di C., Carlo
Moos, Carlo Cattaneo: il federalismo e la Svizzera, Mariachiara Fugazza, Una
lettera inedita di Cattaneo a De Boni. La Repubblica Romana, Ibidem, Moos, C. in Ticino, Bollettino della Società Storica
Locarnese, Tipografia Pedrazzini, Locarno, Michelin Salomon, C.. Una pedagogia
socialmente impegnata, Messina, Samperi; Mario: C. Cenni. Cremona. Cantoni, Il
sistema filosofico di C., Milano; Torino: Dumolard, Matteucci, Romagnosi Cinque
giornate di Milano Federalismo in Italia, Ferrari (filosofo) Liceo di Lugano
Stati Uniti d'Europa Sostrato (linguistica) Università Ca. C. su Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C. in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C.,
in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., su
Enciclopedia Britannica, C. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. C., su siusa. archivi. beniculturali, Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere C., su open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere C., su storia.camera, Camera dei deputati. Raffaelli, C., in Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Colombo, C.,
in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Opere Scritti di C. in classicis; Scritti di C.:
testi con concordanze e lista di frequenza Indice Carteggi di C. Altro
Cronologia della vita di C. su storia dimilano. C. Il contemporaneo dei posteri
a cura del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della
nascita Filosofia Letteratura Letteratura Politica Politica Risorgimento Risorgimento Categorie: Patrioti italiani
Filosofi italiani Politici italiani Professore Milano Lugano Scrittori italiani
Personalità del Risorgimento Positivisti Insegnanti italiani Filosofi della
politica Repubblicanesimo Linguisti italiani Sepolti nel Cimitero Monumentale
di MilanoPolitologi italiani Federalisti Deputati della VII legislatura del
Regno di Sardegna Deputati dell'VIII legislatura del Regno d'Italia Deputati
della IX legislatura del Regno d'Italia. Linguaggio e ideologia: la posizione
di C., Comitato di Redazione matania edoardo ritratto di c. xilografia, Matania, Ritratto di C.,
xilografia, di Prato La centralità della figura di C. nell’ambito della
cultura italiana giustamente ricollegata
al suo pensiero liberale e laico, agli studi giuridici che hanno contrassegnato
l’intera sua formazione, all’interesse verso l’etnografia e la psicologia
sociale. La sua personalità di studioso poliedrico e sfaccettato, fortemente
influenzata dalla cultura classicista e dalla filosofia dell’illuminismo, si è
concretizzata in varie forme tutte di grande rilevanza: il filosofo,
l’economista, il critico, lo storico, lo scrittore politico, il fondatore della
rivista Il Politecnico e, non da ultimo, il linguista. Nel quadro di
questa ricerca intellettuale così ricca e variegata un posto rilevante assumono
i suoi studi etnico-linguistici di impianto storico-positivo e i suoi progetti
politici orientati sul concetto di “nazionalità”. Con questo termine egli si
riferiva allo stesso tempo sia alla più alta e unitaria aggregazione culturale,
sia alla diretta partecipazione popolare allo sviluppo della società
civile. Proprio sugli interessi linguistici di C. concentreremo la nostra
attenzione mettendo in evidenza l’impulso che egli ha dato alla
costruzione dell’italiano come lingua comune che riflette il nesso tra la
vitalità della lingua e la vitalità culturale della nazione di cui la lingua
stessa è «il vincolo unitario in senso geografico e sociale» (Vitale), perché è
da essa che dipende la possibilità per gli italiani di partecipare al progresso
della cultura del proprio Paese. La forte coscienza del carattere comune della
lingua faceva sì che C. potesse prescrivere la rinnovabilità della lingua –
rifiutando quindi le angustie del purismo, i grecismi e i particolarismi
provinciali – e sostenere anche un’opposizione recisa, basata su una coerente
visione culturale di impronta europea, sia al neotoscanismo e al fiorentinismo
manzoniano, sia all’accademismo della Crusca, in nome di un principio di unità
di cultura e di vita civile nazionale. Questa impostazione spiega poi la
sua duplice posizione rispetto ai dialetti: da una parte riproponeva in termini
nuovi, non antitetici, i rapporti fra i dialetti e la lingua,
riconoscendo la validità dei dialetti in quanto depositari di un patrimonio
storico da preservare, apprezzando i valori riposti nelle culture popolari e
sottolineando anche il valore della letteratura dialettale; dall’altra però
considerava i dialetti come elementi superabili nel processo dialettico
fondativo della lingua comune, essendo consapevole che il coinvolgimento dei
parlanti nella lingua comune poteva avvenire nella misura in cui essi
riuscivano progressivamente ad abbandonare l’uso esclusivo del dialetto.
Il primo scritto di linguistica di C. è quello sul Nesso della nazione e della
lingua Valacca coll’italiana, pubblicato come parte di un lavoro più generale
che riguardava l’influenza delle invasioni barbariche sulla lingua italiana e
che non venne mai condotto a termine. Si tratta di uno studio sul passaggio
dalla società tardo romana a quella feudale e poi comunale, condotto sulla scia
dell’insegnamento di Romagnosi ma con una sostanziale differenza: mentre
Romagnosi tendeva a ridurre la storia della civiltà in storia degli istituti
giuridici e solo marginalmente si interessava di questioni linguistiche, C. già
in questo primo scritto – il cui carattere storico generale è evidente –
metteva al centro della sua trattazione il problema linguistico, considerando
la lingua come espressione della nazionalità e testimonianza delle vicende
della storia dei popoli. La funzione sociale e in senso lato
politica della lingua viene così enfatizzata con la finalità di studiare le
interconnessioni tra le cose, cioè gli anelli che compongono le catene sociali
che tengono uniti gli individui in quanto membri di una comunità: le parole,
che sono ricche di sottili significati, possono essere comprese pienamente solo
se situate in un contesto sociale più ampio di quello del loro svolgersi
immediato (Lewis). Il nucleo che tiene insieme le memorie individuali e
collettive è insomma costituito dalla lingua e l’esercizio della lingua
rafforza tale nucleo dal quale poi dipende in buona parte l’identità di un
popolo, la sua coscienza storica. In questo caso C. non si riferiva alla lingua
solo come insieme di regole sintattiche e di etichette fonologiche, ma anche come
modalità socialmente e regionalmente differenziata, dunque non la lingua come
sistema, bensì come norma e istituzione: «è nelle parole della lingua che si
condensano i path, i “sentieri” della memoria propri di ciascuna comunità»
(Mauro). Poli C. mostrò fin dagli anni giovanili grande interesse per
l’opera di VICO, anche grazie all’influenza che ebbero su di lui le opere di
Romagnosi e Ferrari che la interpretavano alla luce dell’antropologia laica
dell’illuminismo. Proprio dal saggio di Ferrari, Vico e l’Italie uscito a
Parigi, egli prese spunto per un saggio Sulla scienza nuova che pubblicò sul
Politecnico nello stesso anno. L’interesse per le età primitive e per la vita
collettiva dei popoli, il rapporto tra lingua e nazione denotano la presenza di
motivi vichiani, con i quali C. corresse certi eccessi del razionalismo
settecentesco, senza mai però rinunciare all’idea di progresso, e allo stesso
tempo senza farsi influenzare dagli aspetti teologici della filosofia di Vico.
La sua formazione illuminista lo portò a non condividere nessun mito del
Risorgimento romantico e spiritualista, a celebrare come maestro Locke
contrapponendolo alle fumosità dell’idealismo, ad avversare le posizioni di
Rosmini, Gioberti e anche Mazzini. L’illuminismo nella sua opera «si
rivela sotto il carattere di una radicale antimitologia» (Alessio). Rispetto al
Romanticismo la posizione di C. è contrassegnata da una sostanziale estraneità:
giustamente Timpanaro osserva che parlare – come spesso si è fatto – di un
romanticismo di Cattaneo può essere giusto se ci riferiamo al romanticismo come
una categoria spirituale generale, definendo romantico ogni forma di interesse
per le età primitive, per le tradizioni popolari e per il nesso lingua\nazione.
Ma questo non ci deve far dimenticare che per il Romanticismo inteso come
movimento culturale storicamente definito Cattaneo – come del resto anche
Leopardi – mostrò sempre un atteggiamento critico e distante motivato dalla sua
avversione al medievalismo, a quella concezione religiosa della vita che i
romantici – sia pure con sfumature diverse – condividevano e al modo ambiguo
con cui veniva da loro esaltato lo spirito popolare, inteso più come
attaccamento alle tradizioni locali e forma di ingenuità, che come aspirazione
democratica. Sui rapporti tra romani e barbari e sulle origini della
lingua italiana C. tornò diverse volte in altri scritti successivi quel saggio,
sostenendo la derivazione dell’italiano dal latino volgare e limitando al
massimo l’influsso delle lingue dei barbari sulla formazione dell’italiano,
tanto più che secondo lui il numero dei barbari dominatori era stato assai
esiguo contrariamente a quanto pensavano molti storici. Per valutare al meglio
questa continuazione dell’italiano dal latino volgare per C. era necessario
tener conto anche dell’influsso esercitato dalle antiche lingue dei popoli
italici conquistati dai romani (etrusco, umbro, celtico ecc..). Questa è
l’importante teoria del sostrato senza la quale è difficile ad esempio spiegare
la varietà dei dialetti italiani e che coinvolge soprattutto la fonetica
piuttosto che il lessico: non si tratta quindi di una generale mescolanza di
lingue, ma della stessa nuova lingua pronunciata in modo diverso in base ad
abitudini fonetiche precedenti che rimanevano vive perché radicate dall’uso dei
parlanti. Gli studi sull’origine dell’italiano sono importanti anche per
spiegare la posizione che C. ha assunto nel dibattito sulla questione della
lingua, che ha avuto del resto una grande rilevanza nella cultura italiana del
tempo. C., infatti, non vedeva una scissione tra il suo impegno di linguista
militante e i suoi studi di linguistica storica, al contrario riteneva lo
studio storico delle lingue come la base, e dunque il fondamento, della
linguistica normativa. Di fronte al problema di come la lingua italiana avrebbe
dovuto essere formata e regolarizzata, egli sosteneva una rigorosa battaglia
antitoscana, svolta su due fronti essenziali. Il primo era diretto –
riprendendo una polemica che era stata inaugurata dagli illuministi lombardi
del Caffè – contro il modello arcaico e passatista dell’Accademia della Crusca,
che sosteneva una concezione immobilistica della lingua, estranea a ogni
innovazione e fondata sulla netta scissione tra lingua e cultura. Il secondo
fronte riguardava il modello certamente più moderno e funzionale del Manzoni,
ma che ai suoi occhi risultava troppo accentrato e basato su un concetto di
popolarità che egli non condivideva: «la dottrina della popolarità da cui
primamente si presero le mosse, oramai non significa più che si debba agevolare
l’intendimento e l’arte della lingua agli indotti: ma bensì che si debbano
raccogliere presso uno dei popoli d’Italia le forme che, più domestiche a
quello, riescono più oscure a tutti li altri. Si intende un’angusta e inutile
popolarità d’origine, non la vasta e benefica popolarità dell’uso e dei frutti»
In alternativa, C. opponeva una forma di lingua che costituisse un punto
d’incontro delle varie tradizioni dialettali italiane in maniera da poter
svolgere veramente una funzione unificatrice della nazione. Una lingua, allo
stesso tempo illustre, «insieme austera e moderna» (Timpanaro), adeguata non
solo alla cultura letteraria, ma anche a quella scientifica e
filosofica. Fin da quel primo articolo, cui abbiamo già fatto riferimento,
C. dimostra inoltre di avere due maggiori capacità rispetto ad altri autori
italiani suoi contemporanei. La prima era quella di saper andare al di là dei
ristretti confini nazionali, interessandosi ad esempio delle lingue germaniche
e del romeno. La seconda consisteva nell’avere ben presente il principio che la
comunanza di origine tra due lingue è dimostrata dalla somiglianza delle
strutture grammaticali, più che dei vocaboli – principio che ricavava dalla
nuova linguistica comparata di Bopp e dei fratelli Schlegel che, proprio in
quegli anni, erano diventati per lui importanti interlocutori anche polemici e
avevano impresso nuovi sviluppi alle sue idee linguistiche. Biondelli pubblica sul
Politecnico una serie di articoli sulla linguistica indeuropea, recensendo
anche importanti opere dei comparatisti, informando così il pubblico italiano
sui risultati scientifici da loro raggiunti. Questi articoli hanno indotto C. a
prendere una posizione critica di fronte a questa corrente di studi e a
scrivere il saggio Sul principio istorico delle lingue europee. In questo
saggio C. critica l’idea che dall’affinità delle lingue fosse possibile
ricavare una comunanza d’origine dei popoli, perché era invece convinto che non
ci fosse una connessione essenziale tra affinità linguistica e affinità
razziale e che la linguistica e l’antropologia andassero attentamente distinte;
inoltre credeva che si fosse troppo insistito sull’unità dell’indoeuropeo,
trascurando le differenze tra le varie lingue dovute al sostrato. Guardava con
sospetto l’esaltazione orientalizzante che costituiva forse la conseguenza più
effimera e fuorviante del comparatismo indoeuropeo (Marazzini). Per Schlegel il
sostrato svolgeva soprattutto una funzione negativa corrompendo la perfetta forma
del sanscrito; per C., al contrario, la commistione del sanscrito con le lingue
europee primitive ha dato luogo a un innesto fecondo perché il sostrato
«rappresentava appunto il principio della varietà linguistica, non cancellata
dall’azione unificatrice esercitata dal popolo colonizzatore» (Timpanaro). La
parentela linguistica non è quindi nel sistema di C. identità di origine, bensì
il risultato di un lento e progressivo avvicinamento delle popolazioni, dovuto
all’istaurarsi fra di esse di rapporti politici, economici e culturali. Non si
tratta, quindi, di un punto di partenza, ma di arrivo: «Le lingue vive
d’Europa non sono le divergenti emanazioni d’una primitiva lingua comune, che
tende alla pluralità e alla dissoluzione; ma sono bensì l’innesto d’una lingua
commune sopra i selvatici arbusti delle lingue aborigene, e tende
all’associazione e all’unità. Se una volta in diverse parti d’Italia e delle
isole si parlò il fenicio, il greco, l’osco, l’umbro, l’etrusco, il celtico, il
carnico, e Dio sa quanti altri strani linguaggi, come tuttora avviene nella
Caucasia, la sovraposizione d’una lingua commune avvicinò tanto tra loro i
nostri vulghi, che ora agevolmente s’intendono tra loro. Il tempo che cangiò le
lingue discordandi in dialetti d’una lingua, corrode ora sempre più le
differenze dei dialetti; e lo sviluppo delle strade e la generale educazione
promovono sempre più l’unificazione dei popoli. Non è che una lingua
madre si scomponga in molte figlie; ma bensì più lingue affatto diverse, assimilandosi
ad una sola, divengono affini con essa e fra loro; e per poco che l’opera si
continui, o a più riprese si rinovi, divengono suoi dialetti e infine mettono
foce commune in lei. (C.) Sulla base di queste considerazioni, C., nell’ambito
dell’acceso dibattito sulla monogenesi o poligenesi del linguaggio, sosteneva
una posizione particolare: rifiutava evidentemente il primo, ma allo stesso
tempo era anche distante da quel particolare tipo di poligenismo sostenuto da
Schlegel, che consisteva nel separare nettamente pochi tipi linguistici
originali dai quali sarebbero derivate tante lingue cosiddette “figlie”. Per
lui invece esistevano tante lingue primitive originarie che si erano ridotte di
numero, via via che le tribù avevano cominciato a unirsi in aggregati più ampi.
Non esistevano quindi – come per Schlegel – delle lingue perfette fin
dall’inizio (le lingue flessive); tutte le lingue avevano origini umili o, come
scriveva lui stesso, “ferine”. I modelli di questo modo di intendere il
poligenismo linguistico sono Epicuro, VICO e Cesarotti Sempre contro Schlegel,
rivendica la giustezza della teoria agglutinante secondo la quale anche le
forme flessionali più perfette e sofisticate derivavano dall’agglutinazione di
monosillabi che all’origine avevano una funzione autonoma. E in quel articolo
osserva infatti che le declinazioni della lingua latina e greca potevano
derivare da semplici nomi con un articolo affisso (C.). Psicologia delle menti
associate carlocattaneoeditoririuniti La polemica con Schlegel riguardava anche
la questione dell’origine del linguaggio: mentre per il primo la flessione
indoeuropea era dovuta sostanzialmente a un intervento divino, per Cattaneo,
l’origine del linguaggio non poteva che essere umana, e su questo avrebbe
mantenuto una posizione coerente anche negli scritti successivi come le Lezioni
di ideologia, dove, ad esempio, confutava il sofisma di Bonald che negava
all’uomo la facoltà di costruirsi un linguaggio. Su questo tema come per tanti
altri Cattaneo è vicino alla grande tradizione della linguistica illuminista
che con Locke e Herder aveva respinto recisamente la concezione delle idee
innate e l’origine divina del linguaggio (Prato) ed è del tutto immune dalla
concezione misticheggiante della linguistica tanto cara ai romantici.
Proprio nel Saggio sul principio istorico delle lingue europee, C. si propone
di verificare il rapporto tra fenomeni linguistici e tradizioni culturali,
considerando la ricerca linguistica in stretta correlazione con una riflessione
propriamente filosofica. L’analisi dei fenomeni linguistici non si riduceva per
lui solo a una raccolta estemporanea di dati ma si traduceva in una vera e
propria scienza sociale. Alla filosofia analitica degli Idèologues – che era
rappresentata per gli scrittori italiani soprattutto da Condillac e Tracy –
egli riconosceva senz’altro il merito di aver esaminato con acume e precisione
i problemi del linguaggio, inserendoli in una prospettiva il più possibile
concreta e razionale. Allo stesso tempo era tuttavia consapevole anche dei suoi
limiti, che consistono nell’aver indicato come proprio oggetto di riflessione
una figura di uomo dai caratteri astratti e indipendente dal rapporto con i
suoi simili. Proprio «la famosa ipotesi della ‘statua’ condillachiana gli
appariva emblematica di un concetto destorificato della natura umana»
(Gensini). Non a caso alle conferenze tenute presso l’Istituto Lombardo di
Scienze e Lettere, C.volle dare il titolo di Psicologia delle menti associate,
dove il termine di “psicologia sociale” è inteso appunto in senso antropologico
sia come riflessione sull’uomo a partire dai rapporti che lo legano agli altri
suoi simili, sia come ricostruzione delle mentalità e dei sistemi simbolici
quale risultato di mediazioni sociali. In queste lezioni Cattaneo osservava che
il lievito che fa fermentare le idee non si svolge in una mente sola perché «la
corrente del pensiero vuole una pila elettrica di più cuori e di più intelletti.
(C.). La genesi delle idee, che Locke aveva dimostrato scaturire dal
linguaggio, in questa nuova prospettiva aperta da C., non può che radicarsi
nella pratica sociale: «Nel commercio degli intelletti, promosso da felici
condizioni, si svolgono le idee, come nel mondo materiale, al contatto delli
elementi, si svolgono le correnti elettriche e le chimiche affinità. (C.) Il
linguaggio stesso è la società (C.), ed è proprio su questo terreno che
l’ideologia – ovvero l’analisi delle idee – iincontra la linguistica. Ideologia
è del resto il titolo di una parte del corso di Filosofia che C. aveva tenuto
presso il liceo di Lugano. Non a caso aveva scelto questo titolo se
consideriamo che per la sua chiara derivazione illuminista, l’ideologia
rappresentava la sola reale forma di opposizione al conformismo della cultura
del suo tempo perché l’ideologia era «un’arma efficace per una filosofia
democratica, atta ad opporsi alla marea montante della filosofia restaurata,
allo spiritualismo eclettico in Francia, all’ontologismo cattolico in Italia»
(Formigari). I principi che contrassegnano l’intera ricerca di C. e che
spaziano dal riconoscimento del valore del pensiero scientifico, alla negazione
della metafisica e alla difesa della laicità, la rendono insomma pienamente
aderente ai problemi e alle esigenze del nostro tempo, oltre che aperta a
ulteriori forme di sviluppo e approfondimento. Dialoghi
Mediterranei. Per un ritratto
complessivo di C. e dei rapporti con i suoi contemporanei rimandiamo a Alessio e
Mazzali. Studiati in particolare da Timpanaro. Si veda anche Gensini; Benincà; Geymonat.
Negli Annali universali di statistica, si leggono ora in C. Si trova in C. [Anche
per Giordani la lingua è il vincolo di una comunità che si identifica con la
nazione (Cecioni). Per esempio nella recensione alla Vita di Dante di Balbo
pubblicata sempre sul Politecnico(ora in C.) di cui viene criticato il
contenuto religioso e metafisico e la difesa del neo-guelfismo. Questa teoria
del sostrato come è noto verrà ripresa da Ascoli nei suoi celebri scritti
linguistici. Sul rapporto tra Cattaneo e Ascoli rimandiamo alle dense pagine di
Timpanaro e Timpanaro. Qui lo scrittore lombardo riprendeva un’idea ben
radicata nella cultura italiana e che risaliva al De vulgari eloquentia di
Dante. Su questo si può cogliere l’eco della Proposta di alcune correzioni ed
aggiunte al Vocabolario della Crusca del Monti che Cattaneo del resto aveva
letto fin da giovanissimo con passione e interesse. Sulla linguistica dei
comparatisti si veda Morpurgo Davies. Sulla funzione positiva svolta da Biondelli
per lo sviluppo degli studi linguistici in Italia vedi De Mauro. Per esempio la
Deutsche Grammatik di Jacob Grimm. Pubblicato sul Politecnico è certamente il
suo scritto linguistico-etnografico più ampio e originale. Qui C. fa
riferimento a Uber die Sprache und Weisheit der Indier, Sulle idee
filosofico-linguistiche di Schlegel vedi Timpanaro; In particolare su Cesarotti
e sul suo Saggio sulla filosofia delle lingue, che è stato per Cattaneo una
lettura importante vedi Gensini. Pubblicate postume da Bertani nella raccolta
di Opere edite e inedite, ora in C. Ideologia è del resto il titolo stesso di
una parte del corso di Filosofia che aveva tenuto presso il liceo di Lugano: si
trova ora in C.; Alessio, C. illuminista”, in C.; Benincà, “Linguistica e
dialettologia italiana”, in Lepschy; Bobbio, “Introduzione”, in C., Scritti filosofici,
Firenze, La Monnier, C. Scritti letterari, artistici, linguistici e vari, a
cura di Bertani, Firenze, Le Monnier. C. Scritti filosofici, letterari e vari,
a cura di F. Alessio, Firenze, Sansoni; C., Scritti filosofici, a cura di N.
Bobbio, Firenze, Le Monnier. C., Scritti su Milano e la Lombardia, a cura di E.
Mazzali, Milano, Rizzoli. Cecioni, Lingua e cultura nel pensiero di Pietro
Giordani, Roma, Bulzoni. Mauro, Idee e ricerche linguistiche nella cultura
italiana, Bologna, Il Mulino. De Mauro, Il linguaggio tra natura e storia,
Milano, Mondadori Università. Formigari,L’esperienza e il segno. La filosofia
del linguaggio tra Illuminismo e Restaurazione, Roma, Editori Riuniti.
Formigari, L. e Lo Piparo, a cura di,
Prospettive di storia della linguistica. Lingua linguaggio comunicazione
sociale, Roma, Editori Riuniti. Gensini, Volgar favella. Percorsi del pensiero
linguistico leopardiano da Robortello a Manzoni, Firenze, La Nuova Italia.
Gensini, Cesarotti nei dibattiti linguistici del suo tempo”, in Roggia; Geymonat;
C. linguista. Dal “Politecnico” milanese alle lezioni svizzere, Roma, Carocci.
Lepschy, a cura di, Storia della linguistica, Bologna, Il Mulino; Lepschy,
“Presentazione”, in Timpanaro; Lewis, Prospettive di antropologia, Roma,
Bulzoni. Marazzini, Conoscenze e riflessioni di linguistica storica in Italia
nei primi vent’anni dell’Ottocento”, in Formigari e Lo Piparo, Mazzali,
Introduzione”, in C. Morpurgo Davies, La
linguistica, in Lepschy; Prato, Filosofia e linguaggio nell’età dei lumi. Da
Locke agli idéologues, Bologna, I libri di Emil. Roggia, a cura di Cesarotti.
Linguistica e antropologia nell’età dei lumi, Roma, Carocci. Timpanaro,
Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri-Lischi.
Timpanaro, Sulla linguistica dell’Ottocento, Bologna, Il Mulino. Vitale; La
questione della lingua, Palermo, Palumbo. Almagià, Anghiera, Pietro Martire d’,
in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia
italiana; Baldi, L’origine del significato romantico di ‘ballata’, in Id.,
Studi sulla poesia popolare d’Inghilterra e di Scozia, Roma, Edizioni di storia
e letteratura. Biondelli, Atlante linguistico d’Europa, Milano, Rusconi-Chiusi.
C., Epistolario, raccolto e annotato da Caddeo, Firenze, Barbèra. Id.; Gli
antichi Messicani, in Id., Scritti storici e geografici, a cura di Salvemini e
Sestan, Firenze, Le Monnier; Tipi del genere umano, in Id., Scritti storici e
geografici, a cura di Salvemini e Sestan, Firenze, Le Monnier, Lezioni, in Id.,
Scritti filosofici, a cura di Bobbio, Firenze, Monnier; On the origin etc.
Sulla origine delle specie con mezzi di scelta naturale, ossia la Conservazione
delle razze favorite nella lotta per vivere, di Darwin, Londra, in Id., Scritti
letterari, a cura di Treves, Firenze, Monnier; Id. Carteggi, serie I. Lettere
di C., cur. Cancarini Petroboni e M. Fugazza, Firenze-Bellinzona,
Monnier-Casagrande. Id.; Carteggi, sLettere dei corrispondenti, a cura di C.
Agliati, G. Albergoni e R. Gobbo, Firenze-Bellinzona, Le Monnier-
Mondadori-Casagrande. Cella, I gallicismi nei testi dell’italiano antico,
Firenze, Crusca. Cortelazzo; Zolli, Dizionario etimologico della lingua
italiana, Bologna, Zanichelli. Cotugno, «Rinascimento» e «Risorgimento», in
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D’Ancona-Mussafia, a cura di L. Curti, Pisa, Scuola Normale Superiore; Filippi,
L’uomo e le scimie, in “Il Politecnico”; Forcellini E. Totius latinitatis
Lexicon, Padova, Tipografia del Seminario, Bettinelli. Foscolo, Epoche della
lingua italiana, in Id., Opere, a cura di Puppo, Milano, Mursia, Fugazza. C., Scienza
e società, Milano, Angeli. Galton F., C., Osservazioni meteorologiche sincrone
fatte in Inghilterra e ridutte in forma di mappa dal Sig. F. Galton di Londra,
in “Il Politecnico”; Geymonat, C. linguista, Roma, Carocci, C. prepara le Lezioni di Ideologia a Lugano, in
“Nuova informazione bibliografica”; Gherardini, Voci e maniere di dire italiane
additate a’ futuri vocabolaristi, Milano; Bianchi. Id., Supplimento a’
vocabolari italiani, Milano, Bernardoni. Giovannetti, Nordiche superstizioni.
La ballata romantica italiana, Venezia, Marsilio. Lacaita, Gobbo, Priano.,
Laforgia (a cura di), Il Politecnico” di C.. La vicenda editoriale, i
collaboratori, gli indici, Lugano-Milano, Casagrande; Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari
italiani, Bologna, il Mulino. Mussafia, Reihenfolge der Schriften Ferdinand
Wolf’s, Wien, Hof- und Staatsdruckerei. Ramusio, Navigationi et viaggi,
Venezia, Giunti, vol. III Ranalli, Vite di uomini illustri romani dal
risorgimento della letteratura italiana, Firenze, Pagni. Romanini, Se fossero
più ordinate, e meglio scritte. Ramusio correttore ed editore delle Navigationi
et viaggi, Roma, Viella. Rusconi, Sopra i lai o canti degli anglo-normanni, in
“Giornale dell’I. R. Istituto Lombardo di scienze, lettere ed arti o Biblioteca
italiana”; Delle Lezioni tenute al Liceo di Lugano tra anni Cinquanta e
Sessanta, si analizzano le versioni preparatorie di un paragrafo dedicato
all’originarsi della poesia da canti e balli popolari, con particolare
attenzione alla cosiddetta ballata. Ciò consente di riconoscere in C., che in
quel periodo ha ripreso l’attività di studio e divulgazione, il perdurare
d’interessi terminologici e il legame con dibattiti che avevano coinvolto suoi
maestri, colleghi e amici. Curiosità e passioni s’intrecciano con letture,
alcune delle quali avranno eco nella seconda serie de "Il
Politecnico", altre rimarranno limitate alla pratica didattica e si
possono in parte scoprire grazie agli appunti preparatori. Indice del saggio su
C. linguista – recensione Resurggimento. Anche il latino è lingua di tutta
Italia, ma gl'itali non sono tutti romani. I dialetti ne sono testimonianza. La
serbata integrità nativa delle molteplici favelle del Caucaso di fronte alle
indo-perse riflette l'imagine di quelle che popolano l'Italia innanzi che la
copre LO STRATO LATINO. Ne invasioni armale, né importazioni di civiltà, ne sovrapposizioni di lingue alterarono i confini etno-grafici dei
TUSCI, dei LIGURI, dei CISALPINI, dei veneti
e d'ogni altra. Non conosciamo ancora le svariate forme naturali del nostro
paese, e nemmeno i nostri dialetti e le riposte
loro derivazioni. Non conosciamo i secreti nessi che collegano QUESTA
LINGUA NOSTRA alla civiltà precoce della Persia e dell'India, e alla lunga
barbarie dell'antico settentrione. La
filologia puo classificare le duemila lingue e dialetti morti e vivi in
famiglie, come si costuma nelle faune e nelle flore – la botanica linguistica
di H. P. Grice e J. L. Austin. La
scienza della lingua è luce aggiunta alla scienza dei luoghi, dei tempi e dei
monumenti, a rischiarare il buio della storia. Per lei si scoprono le cause onde i popoli
comunicarono tra loro con certi modi peculiari i propri pensieri. Per lei si
rileva, da lieve indizio di scrittura salvata, una gente ignota alla storia. Si
sorprendono sorelle nazioni che l’idioma apparentemente diverso inimica e in un
dialetto si palesano segni d’origine disforme e
di ANTICHI ODII IN NAZIONE
STIMATA OMOGENEA. Per lei si assiste al ritorno su straniere labbra d'un
vocabolo esulato dalla patria in età remota. Per ei si rintracciano in una valle le reliquia d’una
lingua fuggita dalla pianura negl’attriti del commercio o della conquista. Per
lei si contemplas il transito d'una favella celebrata d’una letteratura e
l'ascensione d'oscuro dialetto del Lazio
a dignità d’idioma illustre
in compagnia della fortuna militare del popolo romano. Per
lei rilucono le affinità e
le diversità delle
lingue tutte. LA NOSTRA LINGUA
ITALIANA ha una nota affinità primamente
col latino -- e colla altra lingua
dal latino derivata: il francese.
Queste due lingue viventi e li
innumerevoli loro dialetti si classificano dai linguisti sotto il
nome commune di lingue romane o
romanze o latine. Come una famiglia, si deduce che i dialetti
e pronuncie provinciali sono fili
conduttori ad un’origine prima. Si deduce che la varietà dei dialetti,
delle pronuncie e
dell'aspetto degl’italiani trova esplicazione e commento nella varietà
delle stirpi e di quella lingua dei
romani. Si deduce che l'azione
cementatrice della lingua dei romani s’è compiuta soltanto sovra popoli barbari, e tali sono gl’europei alla
comparizione delle caste
asiatiche; che avendo raggiunto un
certo grado di
coltura, ì baschi
RESISTENO alla lingua dei romani. Quando noi troviamo nel tedesco
e nel gotico
la radice della
parola latina iraesagus, dobbiamo indurre che qualche
antichissima relazione vi fu tra li
avi dei romani e
li avi de’goti. Nello stesso
modo in cui
possiamo riferire l'italiano ed
il francese – o lingua gallica, come
preferisco (i franci sono piu barbari) -- alla
commune loro madre, la lingua latina, o dei romani, come preferisco, possiamo riferire il latino, il greco, il sanscrito, il zendo ad
una commune origine celata nella notte dei tempi. Se si paragona la lingua dei
romani alle due lingue sue figlie, l’italiano e il gallico, si trova
che queste, cioè
le lingue moderne, hanno maggior copia di voci astratte.
La lingua dei romani ha lavoce “fortis”
-- ma non ha la voce “forza.” Da
vir abbiamo della lingua dei romani la “virtus”,
l'italiano e il
francese virtù, vertu. Ma l'italiano e il francese hanno inoltre le parole
derivate “virtuoso”, “virtuosamente”, vertueux,
vertueusement; e il
francese ha inoltre il
verbo évei^tuer. Le voci
italiane ente, entità, essenza,
essenziale, essenzialmente, se
vengono ricondotte alla forma della
lingua de romani: ens, entitas,
essentia, essentialis, essentialiter, non si trovano mai nei romani antichi, ma
solo in quelli dei
bassi tempi. L’'inglese, che
per una metà de'suoi
vocaboli deriva dall'antica
lingua anglo-sassone e per
l'altra metà dalla lingua dei romani. Nelle lingue
indo-europee la radice è quasi
sempre uni-sillaba. Una radice bi-sillaba
-- come animo, columna, vidua,
susurrus, titubare, vacillare, oscillare
tentennare, dondolare -- si puo considerare
o come raddoppiamento o come derivazione
di una voce semplici più antiche. Nella lingua dei romani, un
verbo semplice p. e.
mitto, fero, traho, colle
sue inflessioni di persona,
di numero, di tempo, di modo,
e coi diversi
casi de’suoi participj, produce, nella sola forma
attiva, circa un centinaio d’inflessioni -- mitto,
mittis, mittens, missuriis
etc. etc. -- coir aggìuiìta
delle forme nella voce passiva --
mittor, mitteris, missus,
mittendus -- e dei nomi
ed aggettivi verbali
-- missio, missilis y missivus -- ne forma duecento. Questo numero può
ripetersi tante volte quanti sono i
verbi derivati e composti, p. e. mittito, AD-mitto, A-mitto, eie.
epperò dalla sola radice uni-sillaba
di mitt-o possono diramarsi tremila suoni piu o meno
diversi, ciascuno dei quali esprime un'idea in qualche grado modificata e
distinta. P. e., nelle tre
voci mitto, misi,
mitfam, vi è per
lo meno la differenza del tempo. Nelle
voci missuris e
mittendis sono espresse tutte
quelle idee che in
italiano significhiamo con
dire: a quelli
che manderanno, ovvero
a quelli che DEVONO ESSERE mandati. Cosicché qui tre sillabe della
lingua dei romani equivalgono da sette
a tredici sillabe
nella lingua degl’italiani. Codesti tremila vocaboli nell’idioma
primitivo sono rappresentati da
una sola sillaba: “mit.” È come
la quercia rappresentata d’una ghianda.
Qualunque sia dunque la
dovizia delle forme nelle
lingue derivate, abbiamo questa
legge di linguistica
che le lingue veramente primitive
hanno potuto consistere in
poche centinaia di
radici monosillabe. È un fatto linguistico che la lingua dei romani, la lingua madre, nel propagarsi di paese in
paese e nel venir adottate da
numerose persone, hanno perduto gran numero delle loro
inflessioni. La lingua degl’italiani, paragonata alla lingua dei Romani,
non ha più i verbi passivi, né i participi futuri,
né i partecipali, né il genere
neutro, e le declinazioni dei nomi
sono ridutte a due sole
desinenze: singolare e plurale.
Per rilevare le affinità non basta paragonare isolatamente una
lingua con un'altra. È necessario
ravvicinarla a tutta la serie delle lingue della stessa famiglia. A prima vista
non appare similitudine
tra il vocabolo dormire e il tedesco
traumen, che vuol dire
sognare. Ma appare di
più nell’inglese “dream”,
che ha le stesse
consonanti della lingua dei romani
e lo stesso senso del tedesco. Inoltre
nelle due voci della lingua dei romani,
somniis e somnium, e
nelle italiane “sonno”
e “sogno” si trova il doppio
senso di dormire -- e sognare. La
pronuncia della lingua dei romani e della lingua degl’italiani proviene dalle
loro origini, ossia dal genio imitativo più
o meno DELICATO, dalli
organi vocali più o
meno flessibili, e dall’abitudini passate
in tradizione. E più facile mutare il VOCABOLARIO dagl’italiani, dargli una
nuova lingua, che mutare la sua
pronuncia. Questa pronuncia sopravvive
nei dialetti,anche dopo che
le lingua è mutata. Ancora oggi,
la pronuncia e il
dialetto segnano in Italia precisamente i confini antichi
della Gallia Cisalpina
e della Carnia con
la Venezia, la
Toscana e la
Liguria. In Italia, due soli
dialetti hanno aspirazione:
il toscano e il bergamasco. I due
dialetti PIÙ DOLCI (forse) sono il
veneto e il
siciliano, alle opposte
estremità dell'Italia. VICO rinvenne
nelle radici latine le
vestigia d'una antica
sapienza italica e fa
essendo a quei
tempi ignota ancora
la scienza linguistica
e non osservata
la consonanza della lingua dei Romani col zendo
e col sanscrito,
Vico attribuì quella
sapienza alli aborigeni dell'Italia,
e perciò scrive
il De antiqiiissima
Italorum sapientia et
latinae linguae originibus
emenda, e correttamente! Carlo Cattaneo. Keywords: cinque giornate,
community, communita, diada, monada, associazione, contratto sociale,
conversazione, psicologia filosofica, psicologia, sociologia filosofica, ego e
alter ego, logica e linguaggio, il latino, l’italiano di lombardia, il natale
di Cattaneo – regione Lombardia – provincia -- – Milano. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cattaneo” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cattaneo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stratto -- scuola di Roma – filosofia romana – filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo
lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I love Cattaneo, but then you
would, wouldn’t you – He reminds me of H. L. A. Hart, and then *I* am reminded
that Cattaneo translated Hart to Italian as a pastime! What I like about
Cattaneo is that instead of focusing on “Roman law” and Cicero – he focuses on
Pinocchio!”. Si laurea a Milano sotto Treves. Su consiglio di Treves e
Bobbio ha soggiornato al St. Antony's, criticando Hart, professore di
Giurisprudenza, di cui su suggerimento di Bobbio e Entreves ha tradotto “Il
concetto di legge”. Insegna a Ferrara, Milano, Sassari, Treviso. Analizza
l'evoluzione storica delle teorie della pena e le opere dei grandi giuristi
italiani. Membro della Società Italiana di Filosofia Giuridica e Politica. Altre
opere: Il concetto di rivoluzione nella scienza del diritto” (Milano); “Il
positivismo giuridico” (Milano); “Il partito politico nel pensiero dell'Illuminismo
e della Rivoluzione” (Milano); “Le dottrine politiche” (Milano); Illuminismo e
legislazione” (Milano); “Filosofia della Rivoluzione” (Milano); “Diritto
liberale” “Giurisprudenza liberale” (Ferrara); “Filosofia del diritto,
Ferrara); La filosofia della pena” (Ferrara); Delitto e pena” (Milano); Il
problema filosofico della pena, Ferrara); Stato di diritto e stato totalitario,
Ferrara); Dignità umana e pena nella filosofia di Kant, Milano); “Metafisica
del diritto e ragione pura, studi sul platonismo giuridico di Kant” (Milano);
“Goldoni ed Manzoni: illuminismo e diritto penale, Milano); “Carrara e la
filosofia del diritto penale, Torino); “Libertà e Virtù” (Milano); Pena,
diritto e dignità umana” (Torino); Diritto e Stato nella filosofia della
rivoluzione” (Milano); Suggestioni penalistiche”; “Persona e Stato di diritto
Discorsi alla nazione europea, Torino); Critica della giustizia, Pisa); L'umanesimo
giuridico penale” (Pisa); Pena di morte e civiltà del diritto” (Milano); Terrorismo
ed arbitrio, Il problema giuridico del totalitarismo, Padova); Il liberalismo
penale di Montesquieu” (Napoli); Dignità umana e pace perpetua, Kant e la
critica della politica” (Padova); “L’idolatria sociale (Napoli); “L’umanesimo
giuridico, Napoli); Kant e la filosofia del diritto” (Napoli); Diritto e forza.
Un delicato rapporto, Padova); Giusnaturalismo e dignità umana, Napoli); Dotta
ignoranza e umanesimo” (Napoli); La radice dell'Europa: la ragione, uno studio
filosofico-giuridico (Napoli). “Analisi del linguaggio e scienza politica”
(Filosofia del diritto); “Il concetto di rivoluzione nella scienza del diritto,
Milano, Istituto editoriale Cisalpino); “Il positivismo giuridico e la
separazione tra il diritto e la morale” (Istituto Lombardo di Scienze e
Lettere, Milano. Richiamo a istituti di diritto privato per la risoluzione del
problema dell'origine dello stato, in “La norma giuridica: diritto pubblico e
diritto privato, Atti del IV Congresso di Filosofia del diritto, Pavia, Milano,
Giuffre); “Il realismo giuridico” in »Rivista di Diritto Civile”; Alcune
osservazioni sui concetto di giustizia in Hobbes, in Il problema della
giustizia: diritto ed economia, diritto e politica, diritto e logica, Atti del
V Congresso Nazionale di Filosofia del Diritto, Roma (Milano, Giuffre); “Hobbes
e il pensiero democratico nella Rivoluzione inglese e nella Rivoluzione
francese, in »Rivista critica di storia della filosofia”; “Il positivismo
giuridico inglese: Hobbes, Bentham, Austin, Milano, Giuffre); Il partito
politico nel pensiero dell'illuminismo e della Rivoluzione francese, Milano,
Giuffre); Le dottrine politiche di Montesquieu e di Rousseau, Milano, La Goliardica
Stampa); Il positivismo giuridico, in »Rivista Internazionale di Filosofia del
Diritto«, “Il concetto di diritto” (Milano, Einaudi); “Considerazioni sul ‘significato’
della proposizione, ‘I giudice crea diritto«, in »Rivista Internazionale di
Filosofia del Diritto«; Illuminismo e legislazione, Milano, Edizioni di
Comunita); Leggi penali e liberta del cittadino, in »Comunita«, Montesquieu,
Rousseau e la Rivoluzione francese, Milano, La Goliardica); dispense del corso
di Storia delle dottrine politiche, Milano); Quattro Punti, in »Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto«, Liberta e virtu nel pensiero politico
di Robespierre, Milano-Varese, Istituto Editoriale Cisalpino); Considerazioni
sull'idea di repubblica federale nell'illuminismo francese, in »Studi
Sassaresi”,Liberta e virtu nel pensiero politico di Robespierre, Milano, Istituto
Editoriale Cisalpino); Filosofo e giurista liberale, Milano, Edizioni di
Comunita); Filosofia politica e Filosofia della pena, in Tradizione e novita
della filosofia della politica, Atti del Primo Simposio di Filosofia della
Politica, Bari, Bari, Laterza); Pigliaru: La figura e l'opera, testo della
commemorazione tenuta i125 giugno 1969 nell' Aula Magna dell'U niversita di Sassari,
in »Studi sassaresi«, Milano); Le elezioni e il liberalismo. Autonomia
dell'Universita e neo-corporativismo, in »La Rassegna Pugliese«, Anti-Hobbes,
ovvero i limiti del potere supremo e il diritto co-attivo dei cittadini contro
il sovrano (Milano, Giuffre); Anti-Hobbes o il diritto co-attivo dei cittadini
--; Considerazioni suI diritto di resistenza e liberalismo, in »Studi
Sassaresi«, Ill, Autonomia e diritto di resistenza, Milano); La dottrina penale
nella filosofia giuridica del criticismo, in Materiali per una Storia della
Cultura Giuridica, ICorso di filosofia del diritto, Ferrara, Editrice
Universitaria); La filosofia della pena nei secoli XVII e XVII: corso di
filosofia del diritto, Ferrara, De Salvia). Discutendo giurisprudenza con
Treves, pone il problema che sarebbe stato al centro di tutta la sua vita di
uomo impegnato nello studio, nell'insegnamento, nella vita civile. Interrogandosi
suI rapporto fra “rivoluzione” e “ordine giuridico”, vale a dire fra “fatto”
(de facto) e “diritto” (de iure), giunge alIa conclusione che da un punto di
vista epistemico-doxastico-giudicativo-conoscitivo-descrittivo non e possibile
distinguere tra ordine giuridico e regime di violenza, autoritatismo, perche il
diritto non e giusto per sua intrinseca natura, ma soltanto se e concretamente rivolto
ad attuare il valore del giusto e rispetto della persona umana. Il rapporto fra
forza autoritaria e la forza della legge, che da il titolo a uno suo
saggio, e la relazione fra diritto o gius come valore, costituisce infatti la
questione su cui non cessa mai di interrogarsi, nella prospettiva del
fondamento metafisico (escatologico, propriamente) del concetto di ‘giure’ non e
riducibile alla volizione o ragione pratica del legislatore propriamente
adgiudicato (alla Aristotele). In questo modo, C. indica la ricerca del giusto
come compito specifico della filosofia del diritto e pre-annuncia il suo
intero percorso filosofico caratterizzato da un assunto basilaro. La filosofia,
come assere Socrate, ha il suo carattere precipuo nel porre un problema
piuttosto che nel risolverlo o dissolverlo, e, come nel mito platonico della
caverna, l’analisi concettuale si muove suI piano della trascendenza
escatologica, diverso e superiore a quello della realta empirica o naturale. Anche
la filosofia giuridica, in quanto filosofia, e aperta alla escatologia metafisica
e, avendo come base la conoscenza del codice u ordine del diritto
romano-italiano *positivo*, pone il problema della sua valutazione escatologica
alIa luce del valore della dignita kantiana umana e del concetto di un “stato
di diritto”. Compito del filosofo non e dunque *descrivere* il diritto positive
fattico empirico esistente, ma conoscerlo per condurne una meta-analisi critica
al fine del suo adeguamento al modello ideale platonico socratico di giustizia
contro il neo-trasimaco di Hart. Il problema giuridico della rivoluzione. Il concetto di rivoluzione nella scienza e nel
diritto, Milano-Varese. Neokantismo nella filosofia del diritto di Treves, in
Diritto, cultura e liberta. Diritto e forza. Un delicato rapporto, Paova. La filosofia
del diritto: il problema della sua identita, in Filosofia del diritto. Identita
scientifica e didattica oggi, Cattania. IL tema del rapporto tra Diritto e
Letteratura è stato più volte trattato dal Prof. Mario Cattaneo che ha
pubblicato i seguenti saggi: ”Riflessioni sul <De Monarchia> di Dante
Alighieri”, “L’Illuminismo giuridico di Alessandro Manzoni” pubblicato nelle
Memorie del Seminario della Facoltà di Magistero di Sassari., “Goldoni e
Manzoni. illuminismo e diritto penale” e “Suggestioni penalistiche in testi
letterari. Nella Introduzione del volume su Goldoni e Manzoni rileva che i
rapporti tra diritto e letteratura e la discussione di problemi giuridici in
opere letterarie non sono stati in generale molto studiati; non mancano
tuttavia alcune ricerche concernenti soprattutto il diritto nel teatro
Sono stati compiuti degli studi sul significato giuridico di alcune opere di
Shakespeare daJhering e Kohler ed è stato esaminato il pensiero di
alcuni poeti tra cui in Italia soprattutto Dante del quale si sono occupati
Carrara, Vaturi, Vecchio, Mossini e lo stesso Cattaneo. Vi
sono importanti opere della letteratura europea che hanno affrontato problemi
giuridici rilevanti come il “Kolhaas” pubblicato da H. von Kleist e “Delitto e Castigo” di Dostoevskijj,l’
Autore rileva peraltro che la presenza di temi giuridici nella letteratura è
particolarmente rilevante nell’illuminismo data la sensibilità civile di questo
movimento. Il volume è dedicato all’esame degli aspetti giuridici – soprattutto
di diritto penale – di due grandi autori italiani: Goldoni ed Manzoni.
Cattaneo rileva l’accostamento tra i due grandi letterati deriva da alcuni
elementi di contatto: Goldoni passò l’ultima parte della vita in Francia e vide
il declino dell’ancien regime francese e Manzoni trascorse parte della
giovinezza in Francia nel periodo napoleonico. Goldoni visse gli ultimi anni
della sua vita a Parigi nei primi anni della Rivoluzione francese ma non
sappiamo come abbia seguito le fasi della stessa mentre Manzoni li seguì e
scrisse l’ode “Del trionfo della libertà” che manifesta le opinioni del suo
Autore e verso la conclusione della vita scrisse “La rivoluzione francese e la
rivoluzione italiana” un saggio che fu pubblicato postumo e che, secondo C.,
è ispirato a sentimenti di libertà i due scrittori hanno un
orientamento differente Goldoni, bonario ed ottimista, esamina gli
aspetti gioiosi della vita pur con una punta di satira e critica della società
mentre Manzoni esamina gli aspetti essenziali e drammatici della
esistenza umana, sotto il profilo religioso Goldoni risulta tiepido ed alquanto
indifferente mentre Manzoni nelle sue opere affronta il problema
religioso. Cattaneo evidenzia che l’accostamento tra i due letterati è
già stata istituita da alcuni studiosi e cita l’opinione espressa da Ferdinando
Galanti che evidenzia che Goldoni diede all’ Italia la nuova commedia, il
ritratto della vita sulla scena, Manzoni è importante per la nuova tragedia ed
il romanzo lasciando un popolo di caratteri originali, vivi e che rimarranno
nella memoria di tutti come figure casalinghe, parlanti, che saranno ereditate
di generazione in generazione quale caro tesoro di famiglia. Galanti ritiene
che Manzoni abbia continuato, nel cammino della verità, l’opera di
Goldoni. Questo giudizio è ripreso da Federico Pellegrini in uno scritto
che indica come elemento comune <il rispetto della natura> e ricorda i
giudizi favorevoli di Manzoni su Goldoni in materia di lingua. Pellegrini
rileva che nelle Commedie di Goldoni come nei Promessi Sposi l’esuberanza della
fantasia non offende la sobrietà dell’insieme e vi è una processione di
personaggi buoni e cattivi al di sopra dei quali vi è una idealità: la vittoria
del bene sul male, questo è la morale di tutti i drammi. Pellegrini raffronta
ed accosta i personaggi delle opere dei due letterati e conclude
affermando che: i geni si incontrano. Il Mazzoleni ha istituito un confronto
fra “I Promessi Sposi” e “La Putta onorata” commedia in cui Bettina,
fidanzata di Pasqualino, viene rapita dal marchese Ottavio. Le coincidenze tra
le due opere peraltro escludono l’influsso di Goldoni su Manzoni, per cui vi è
affinità non dipendenza. Il Petronio nel suo libro ”Parini e l
‘illuminismo lombardo” mette in rilievo che. “ben quattro volte l’Italia ha
tentato una letteratura realistica”: “Una prima volta con l’illuminismo, col
Parini e Goldoni; una seconda con il romanticismo lombardo, i tentativi
generosi del Berchet nel verso e i risultati luminosi del Manzoni nella prosa;
una terza col verismo meridionale e la soluzione geniale ma singolare, senza
seguito, del Verga; una quarta in questo secondo dopoguerra” Passarella ha
associato Goldoni, Manzoni e Collodi nel suo studio “Goldoni filosofo” ed ha
definito i tre letterati “i più grandi umoristi del mondo” scrivendo che
“Mentre Manzoni narra di lotte intime di uomini travolti dalla malvagità e
Collodi sorride delle cadute e degli sforzi di quel Pinocchio fatto di legno ed
emotivo e vivo di tutti gli elementi dell’essere umano, sintesi di tutta
l’umanità aggrappantesi sulla ripida china che conduce a essere degni di
chiamarsi umani, il sorriso col quale Goldoni guarda i suoi attori dice che il
suo problema è la socialità: scontri ed incontri, beffe e incomprensioni,
cadute e risollevamento nelle opinioni altrui” C. evidenzia anche
che un breve cenno comparativo tra Goldoni e Manzoni sotto il profilo giuridico
è svolto anche daJemolo il quale scrive a riguardo che Goldoni, che aveva
studiato giurisprudenza, cercò nella commedia “L’Avvocato veneziano” di darci una
figurazione di avvocato virtuoso, per cui la toga è davvero una divisa di
soldato: Manzoni nel mondo del diritto non ci ha lasciato che la immagine
imperitura di Azzecca-garbugli, il ricordo caricaturale delle Gride dei
Governatori e quello del conte-zio, alto burocrate del suo tempo, il quadro
atroce dei giudici della Colonna infame. Padoan ha rilevato in un suo
scritto che anche oggi, e non senza qualche ragione, potremmo indicare in
Goldoni una polemica contro l’ozio nobiliare, anteriore al Parini; un
atteggiamento di interesse verso il mondo degli umili, che non fu senza
influenza sul Manzoni. C. conclude l’introduzione al volume affermando che
le citazioni prima esposte sono sufficienti a giustificare la trattazione dei
due autori in un unico volume, la sua analisi prende in considerazione la
visione del problema giuridico dei due scrittori ed analizza il pensiero
giuridico nelle sue premesse di fondo.nelle sue fondazioni filosofiche, nella
misura in cui fare questo è possibile; a tal fine ritiene che l’elemento
unificatore dei due autori in relazione al diritto, indicato anche nel titolo è
l’illuminismo L’autore evidenzia che nel Goldoni avvocato, difensore
della professione forense, che mette in rilievo diversi problemi giuridici in
molte sue commedie, si risente, in modo non marcato, l’influenza
dell’Illuminismo, che è la radice della sua satira sociale, della sua garbata
critica della nobiltà e delle disuguaglianze sociali, come in Manzoni critico
della giustizia umana e della incertezza giuridica, che satireggia i pubblici
funzionari e gli avvocati, raccogliendo l’eredità del grande nonno
Beccaria. C. ritiene che, oltre le apparenti differenze,.<< sia
rintracciabile, nel pensiero di Goldoni e di Manzoni, il filo conduttore dato
dai principi fondamentali dell’illuminismo giuridico, principi che si possono
individuare essenzialmente nella certezza del diritto e nella dignità della
persona umana. L’autore riferisce degli Studi su Goldoni avvocato rilevando che
la critica ha tenuto presente in modo primario del significato letterario delle
sue opere un breve cenno agli studi giuridici di Goldoni era stato fatto
da un grande recensore contemporaneo al commediografo Schiller nelle due
recensioni alla traduzione tedesca dei “MÉMOIRES.” nella
letteratura italiana Zanardelli, importante esponente dell’Italia
risorgimentale, cita Goldoni in alcuni passi del volume “L’Avvocatura”
soffermandosi sulla figura della commedia “L’Avvocato veneziano” delineato come
il tipo ideale dell’avvocato. Gli scritti italiani più importanti dedicati
a Goldoni avvocato, scarsamente ricordati nelle bibliografie goldoniane,
sono opere di due studiosi parenti di C. Il primo è l’articolo “Goldoni
avvocato” di Pascolato il secondo è di Cevolotto, avvocato di Treviso
Pascolato rifiuta la tesi che Goldoni sia stato un dilettante della
giurisprudenza ed afferma la reale e profonda cultura giuridica attestata
dall’esercizio dell’attività forense a Pisa dove vinse persino tre cause in un
mese e che evidenziano il carattere schietto e buono anche in mezzo ai volumi
dei dottori; Cervolotto esamina gli studi giuridici di Goldoni di tre anni a
Pavia, ad Udine, la sua attività di coadiutore del cancelliere criminale a
Chioggia e la sua laurea in legge a Padova. Un capitolo è dedicato alla
attività professionale a Pisa dove esercitò più nel criminale che nel civile.
Il penultimo capitolo è dedicato all’esame degli aspetti giuridici delle
commedie goldoniane specie la commedia “L’Avvocato veneziano” che costituisce
una esaltazione del foro veneto e altre note commedie. Cervolotto ritiene che
Goldoni fu senza dubbio giurista, oltre che avvocato di valore non certo
mediocre o comune evidenziando i buoni studi benché saltuari da lui compiuti e
la sua conoscenza di molte questioni giuridiche presenti nelle sue opere.
Cattaneo cita anche gli studiCozzi e di Zennaro Il secondo capitolo
è intitolato “Goldoni, la procedura criminale e Il problema penale” e C.
riporta un passo dei “Mémoires” di Goldoni che tratta il tema della procedura
criminale ed è commentato dal Pascolato che rileva che <<quella procedura
criminale, colla continua ricerca della verità, coll’assiduo studio dei
caratteri, lo aveva ammaliato: è una lezione interessantissima per lo studio
dell’uomo. Di verità e di caratteri Goldoni faceva allora provvisione per i
giorni, ancora lontani, della sua gloria. E intanto voleva diventare
cancelliere Goldoni sottolinea la presenza nel diritto vigente di limiti
posti all’inquisizione dell’imputato, a tutela di questi ma non appaiono nelle
sue opere chiari intenti riformatori della procedura criminale. IL terzo
capitolo è intitolato “L’Avvocato veneziano: Goldoni fra diritto civile e
diritto naturale” C. rileva che Goldoni stesso mette in rilevo i due
fondamentali temi della commedia: la difesa della onorabilità della professione
forense mettendo in scena la figura di un avvocato onesto ed onorato e la
contrapposizione di due sistemi giuridici e giudiziari, quello di diritto
comune e quello veneto, dando a quest’ultimo la preferenza; la commedia
come è stato evidenziato da alcuni studiosi, rompe una tradizione letteraria e
teatrale di derisione e messa in cattiva luce della figura dell’avvocato, dell’uomo
di legge che troveremo invece nella figura completamente negativa del dottor
Azzeccagarbugli ne “I Promessi sposi” Il quarto capitolo si
intitola “Il giusnaturalismo illuministico di Goldoni: La Pamela e altre
opere” C. rileva che le radici illuministiche e giusnaturalistiche
del Goldoni si manifestano in rapporto alla procedura penale, al diritto
penale, al problema delle fonti del diritto, ai rapporti fra la funzione del
giudice e le opinioni dei giuristi. Il giusnaturalismo e l’Illuminismo di Goldoni
si manifestano soprattutto nelle opere teatrali aventi come oggetto, o come
sottofondo, il tema fondamentale della uguaglianza fra gli uomini, al di là
delle differenze fra le classi sociali. Tra le opere significative per questa
prospettiva giuridica teatrali emergono “La Pamela”, “Il Cavaliere e la Dama”,
“Il Feudatario” “Le femmine puntigliose” il dramma giocoso per musica “I
portentosi effetti della Madre Natura” e la tragicommedia (così definita
dall’autore stesso) in versi “La bella selvaggia” che trattano il contrasto tra
natura e società, infine la commedia in versi “La peruviana” che vengono
esaminate negli aspetti più essenzialmente rilevanti sotto il profilo
filosofico-giuridico dall’autore che conclude il capitolo
affermando che: “Quando si trattava dei valori supremi, come la pace, anche
Goldoni sapeva essere religioso e invocare la grazia del cielo” La
seconda parte del volume è dedicata all’analisi di Alessandro Manzoni. Il
primo capitolo si intitola “Studi su Manzoni e il diritto” e Cattaneo
passa in rassegna gli studi esistenti dedicati espressamente ed esclusivamente
o all’idea di giustizia nel pensiero di Manzoni, o agli aspetti giuridici della
sua opera. L ‘autore commenta il lungo articolo di Zino, “Il diritto privato
nei “ Promessi Sposi”, esamina poi l’articolo di Alessandro Visconti “Il
pensiero storico-giuridico di Alessandro Manzoni nelle sue opere”.. Il più
importante e più completo studio sul pensiero giuridico di Manzoni è il volume
di Roberto Lucifredi. “Manzoni e il diritto”. Tale volume si conclude con
alcune considerazioni generali sulla mentalità giuridica di Manzoni e Lucifredi
ritiene che Manzoni era molto dotato per lo studio del diritto e sarebbe
divenuto un ottimo cultore delle discipline giuridiche, un ottimo magistrato,
un ottimo avvocato nel senso più nobile della parola e della funzione.. Nel
1939 Fortunato Rizzi ha pubblicato il volume “Alessandro Manzoni. Il Dolore e
la Giustizia” di cui la terza parte è dedicata al problema della
giustizia. Nel 1942 è uscito il saggio di Opocher “ Il problema della giustizia
nei Promessi Sposi” in cui ribadisce che tutto il capolavoro manzoniano è
essenzialmente un poema sulla giustizia e conclude affermando: ”I Promessi
Sposi non costituiscono soltanto la storia attraverso cui la Provvidenza sana
le sofferenze del giusto, ma anche, e vorrei dire soprattutto, la storia
attraverso cui la Provvidenza feconda queste sofferenze, facendone lo strumento
della redenzione degli oppressori” Nel 1961 il Tanarda ha pubblicato uno
scritto “Il diritto nell’opera di Alessandro Manzoni” in cui ribadisce
che Manzoni era cresciuto in una famiglia coperta da una grande aureola
giuridica, nipote di Cesare Beccaria, familiare dei Verri, amico di Rosmini;
per lo scrittore lombardo l’uso del diritto autentico non può mai contrastare
con la morale. Concludo ricordando la strenna natalizia dell’editore
Giuffrè pubblicata in occasione del bicentenario manzoniano con il titolo
“<Se a minacciare un curato c’è penale>”Il diritto nei Promessi
Sposi” con saggi di noti docenti quali E. Opocher e Cotta. In “Valori morali, giustizia, diritto
naturale” C. ritiene opportuno esaminare la concezione manzoniana della
giustizia, anche nelle sue premesse teoriche sulla base sia di alcuni brani, di
pensieri inediti e di scritti di sapore filosofico. Dalla analisi di due
postille redatte da Manzoni e da un brano scritto dallo stesso C. deduce che il
grande scrittore lombardo esalta la tesi della certezza delle verità morali,
tra le quali l’idea del giusto istituendo un paragone tra verità morali e
verità matematiche. Secondo C. questo brano manzoniano è affine alla
dottrina platonica delle idee espressa nel dialogo “Parmenide”, vi è inoltre
una affinità con Kant che afferma che non è cosa assurda pretendere di far
derivare il concetto di virtù dall’esperienza, perché ciò significherebbe fare
della virtù qualcosa di ambiguo e di mutevole secondo le circostanza. In realtà
è sulla base della idea di virtù che si giudicano gli esempi empirici di
virtù e di comportamento morale. L’Autore richiama anche la filosofia di
Rosmini, il più grande filosofo italiano, la cui filosofia si fonda sull’idea
dell’essere e cita un brano del “Nuovo saggio sull’origine delle idee” .Va
anche evidenziato che Manzoni ribadisce una sostanziale e piena identità fra
morale e religione, come si rileva dalle “Osservazioni sulla morale cattolica “
dedicato alla critica della distinzione fra filosofia morale e teologica.
Cattaneo sottolinea che per Manzoni le leggi umane non raggiungono mai la
giustizia, viceversa, la religione conduce naturalmente alla giustizia, senza
ostacoli, perché si appella alla coscienza, perché porta a dare volontariamente
(in vista di un bene futuro), il che non provoca opposizioni, ma solo
ringraziamenti e benedizioni. In “Le gride e l’illuminismo giuridico ne
< I Promessi sposi>”. C. rileva che se il problema morale e
religioso della giustizia pervade tutta l’opera di Manzoni, ed in particolare
il suo celebre romanzo, Stampa, figliastro dello scrittore lombardo, narra che
Manzoni dichiarò che la prima idea del suo romanzo gli venne dalla lettura
della grida fatta vedere dal dottor Azzeccagarbugli a Renzo, nella quale sono
minacciate pene contro coloro i quali <con tirannide> e con minacce
costringono un prete a non celebrare un matrimonio. Dall’esame dei brani
di ”Fermo e Lucia” e dei “I Promessi sposi” risulta che Manzoni muove una
pesante critica al sistema, in quei tempi diffuso, di consorterie e di caste,
inoltre, descrivendo criticamente la società e la situazione giuridica di
Milano sotto la dominazione spagnola, indica chiaramente il modo in cui le
leggi penali non dovrebbero essere e le caratteristiche che le stesse non
dovrebbero avere Il risultato pratico di quella legislazione è da un lato
l’impunità del colpevole e dall’altro la vessazione degli innocenti e dei
privati indifesi da parte dell’autorità Manzoni raccoglie l’eredità
dell’Illuminismo giuridico nella critica alla proliferazioni delle leggi e
dell’incertezza giuridica, che può sorgere sia dalla mancanza di determinazione
precisa delle fattispecie penali, sia dalla enumerazione eccessivamente
prolissa dei delitti, a questa critica è connessa la denuncia dell’arbitrio
degli esecutori della legge, che possono aumentare a capriccio le pene delle
gride ed ai quali è sottoposta ogni mossa dei cittadini Lo scrittore lombardo
critica anche la comminazione di pene sproporzionate, misura considerata
ingiusta ed inefficace per la prevenzione dei crimini, l’impunità dei colpevoli
è indicata dagli illuministi come il risultato pratico che spesso deriva dalla
eccessiva severità o crudeltà delle pene. Il quarto capitolo si
intitola “La critica dell’utilitarismo e della prevenzione sociale”.
Cattaneo sottolinea che la sfiducia di Manzoni nella giustizia penale umana si
traduce in un atteggiamento critico verso la prevenzione generale come compito
e funzione della pena, che si riscontra in numerosi passi de “I Promessi Sposi”;
l’autore cita a proposito il brano del capitolo V in cui è inserita la
conversazione alla tavola di Don Rodrigo, a cui assiste Padre Cristoforo,
relativa al tema della carestia. Il conte Attilio raccoglie la tesi che la
carestia dipenda dagli intercettatori e dai fornai che nascondono il grano e
ribadisce che bisogna impiccare senza misericordia tali delinquenti senza
processi, in tal modo il grano sarebbe saltato fuori da tutte le parti.. Questo
brano rappresenta la mentalità violenta ed aggressiva che sta alla base della
teoria della pena come <esempio>, cioè una pena esemplare esorbitante
rispetto alla effettiva colpevolezza del reo, mirata esclusivamente a <dare
un esempio> agli altri, per uno scopo sociale ed utilitaristico; in tal modo
viene peraltro giustificata la punizione dell’innocente. In altri passi
del celebre romanzo manzoniano si rileva un atteggiamento mirato ad indicare
non solo l’ingiustizia ma anche l’inefficacia e l’inutilità della prevenzione
generale, unitamene ad una condanna della moltiplicazione dei supplizi, che finisce
per favorire l’impunità, come messo n evidenza dagli scritti di molti giuristi
illuministi. Significativo è a riguardo la conversione dell’Innominato e le
ragioni per cui il potere pubblico non intende procedere contro lo stesso per i
suoi passati delitti, in al modo viene dimostrata l’inefficacia della punizione
nel caso di una persona che ha cambiato vita perché questa potrebbe avere solo
l’effetto opposto a quello voluto Nel penultimo capitolo il commento di
Manzoni sulla situazione del bando di Renzo dal Ducato di Milano dopo le
vicende della giornata di San Martino denota la tesi dell’impunità come
risultato dell’eccessiva proliferazione di minacce legislative e del carattere
esorbitante, situazione che porta ad una frattura tra il comando legislativo e
l’esecuzione della pena. C. conclude istituendo un parallelo sostanziale
ed oggettivo (se pure a qualcuno potrà apparire sforzato) tra Manzoni e Kant,
dato che: “la visione della morale, nonché del diritto, ed in particolare
del diritto penale è svolta in una prospettiva anti-empiristica e
ani-utilitaristica, ed è caratterizzata da un <liberalismo cristiano >,
vòlto a difendere la persona umana da ogni prevenzione collettivistica e
<sociale>” Il quinto capitolo si intitola“ La storia della
Colonna Infame” L’autore ribadisce che il motivo fondamentale della
critica conto la ragione di stato, contro l’utilitarismo sociale, contro il
prevalere dell’interesse generale e sociale sui diritti individuali sta
alla base dello scritto “Storia della Colonna Infame” due anni dopo l’edizione
definitiva de “I Promessi Sposi”.. Di recente tale opera ha sollevato critiche
severe sotto il profilo storiografico e si è accusato il Manzoni di non essere
uno storico, ma di guardare alla storia da moralista, sul modello del
cosiddetto <astrattismo> illuministico settecentesco, e quindi di non
studiare le vicende storiche con partecipazione e simpatia ma di giudicare i
comportamenti umani secondo un codice morale superiore Tale critica è stata
formalizzata da Benedetto Croce . Dopo una lunga ed attenta analisi dello
scritto e di alcuni dei suoi maggiori studiosi C.conclude che i punti di vista
in relazione ai quali il volume manzoniano ha dato un importante contributo
sono tre:Manzoni ha dato un contributo alla comprensione della storia,
affermandone la non inevitabilità e questo punto ha suscitato le maggiori discussioni
interpretative e le reazioni negative dei seguaci dello storicismo. Tale
scritto manzoniano, come ha sottolineato Rovani, <non è per nulla inferiore alle
altre opere del Manzoni, anzi rivela il suo ingegno e la sua dottrina e la
profonda sua acutezza anche nelle materie giuridiche> Tale scritto è
un’opera giuridica, è senza dubbio la più giuridica del Manzoni. Il significato
più importante del saggio è quello morale, come rilevato da Tenca, Rovani e
Passerin d’Entreves e consiste nella difesa del libero arbitrio, della libertà
del volere e nella rivendicazione della responsabilità morale dell’uomo.
Libertà interiore dell’uomo, responsabilità morale, dignità umana; questo è il
trinomio in cui Manzoni fonda la sua lezione morale o, come potremmo dire, la
sua lezione etico-giuridica Il sesto capitolo si intitola “Manzoni
e la criminologia” L’autore evidenzia che l’analisi della “Storia della
Colonna Infame” ha portato a mettere in rilievo l’idea del libero arbitrio
dell’uomo quale elemento centrale dell’impostazione manzoniana dei problemi
giuridico-penali, della sua condanna dell’operato dei giudici milanesi. Vi sono
studiosi come Graf e Sergi che hanno creduto di vedere in tale opera di
Manzoni ed in alcune figure di criminali de “I Promessi Sposi” dei
precorrimenti delle correnti criminologiche sviluppatesi nell’ambito della
Scuola positiva di diritto penale, che, rileva Cattaneo, ha respinto l’idea del
libero arbitrio dal problema dell’imputabilità penale ed ha seguito la strada
del determinismo. L’autore esamina in particolare lo scritto di C Leggiadri
Laura “Il delinquente ne <Promessi Sposi> rivolto ad interpretare il
pensiero manzoniano in chiave naturalistico-deterministica e lo
scritto del Preve “Manzoni penalista” che segue l’interpretazione del Leggiadri
Laura e delinea nelle figure dei criminali del romanzo i tipi classificati
dalla scienza lombrosiana. Dopo un attento esame critico di numerosi passi
delle opere dei due autori prima citati e di altri studiosi C. conclude
che non ritiene valida la concezione di Manzoni come precursore del positivismo
penale e criminologico, dato che per i positivisti non è questione di giustizia
e di libertà del volere, bensì di determinismo e di difesa sociale. In Manzoni
teorico generale del diritto?, secondo C., la forma mentis giuridica di Manzoni appare
evidente anche negli scritti storici e storico-giuridici, in particolare essa
si manifesta in modo tipico nel “Discorso sur alcuni punti della storia
longobardica in Italia” oltre che nello scritto postumo sulla Rivoluzione
francese. C. mette in evidenza un aspetto meno noto che è peraltro presente nel
libro: le osservazioni concernenti il rapporto tra Romani e Longobardi e le
leggi regolanti la loro convivenza, osservazioni che sono di natura di una teoria
generale del diritto. Le osservazioni riguardano in particolare la
concessione data agli Italiani di vivere secondo la legge romana che fu
considerata dal Muratori <un bel tratto di clemenza, e una prova, fra le
mole, della dolcezza e saviezza dei conquistatori longobardi> Manzoni
dimostra una sensibilità moderna perché si preoccupa secondo C. di rendersi
conto di come fosse strutturato l’ordinamento giuridico sotto i Longobardi e
evidenzia la <struttura a gradi> dell’ordinamento giuridico, per dirla
come Kelsen e definisce alcune norme <leggi costituzionali>, le
leggi così designate sono le <norme di competenza> di Ross e le
norme secondarie di Hart, cioè le norme che conferiscono il potere di emanare,
modificare, abrogare le altre norme, concernenti direttamente il comportamento
dei cittadini. Manzoni si preoccupa di esaminare quali fossero le norme di
statuto, di competenza o secondarie, espressione del potere longobardo, le
quali regolavano la permanenza delle leggi romane, che regolavano il
comportamento dei cittadini di origine romana. L’ottavo capitola si
intitola “Manzoni e la Rivoluzione francese” Il rapporto tra Manzoni e la
Rivoluzione francese durò in varie forme per tutta la vita del letterato
lombardo. Questi visse molti anni in Francia nel periodo napoleonico, scrive il
“Trionfo della Libertà“ un poemetto di sentimenti giacobini ed
anti-monarchici con la condanna delle spietate repressioni penali. Nel ”5
Maggio” Manzoni fornisce un giudizio equanime su Napoleone dapprima
glorioso e poi rapidamente caduto e rileva la caducità degli idoli umani
Nel dialogo “Dell’Invenzione” Manzoni esamina la figura di Robespierre ed
abbandona il cupo giudizio di <mostro> del politico francese pur non
abbandonando la tesi di una responsabilità avuta da Robespierre nel Terrore
ridimensionata dalle moderne storiografie Lo studio che esprime nel modo
più chiaro il rapporto di Manzoni con la Rivoluzione francese è il saggio
pubblicato postumo a cura di Ruggero Bonghi “La rivoluzione francese e la rivoluzione italiana” I
motivi su cui si basa La critica di Manzoni alla Rivoluzione francese
sono La mancanza di un giusto motivo per la distruzione del governo di
Luigi XVI e di una autorità competente nei deputati del Terzo Stato che ne
furono gli autori. Questa distruzione avvenne indirettamente ma effettivamente
in conseguenza dei loro atti. Il nesso di queste cause con gli effetti indicati
Le riforme legittime, sentite dal popolo francese, avrebbero potuto avvenire
per vie pacifiche e legali; Manzoni peraltro non si rende conto che la
sua critica non tiene conto della situazione dell’ancien régime, in cui il
potere trovava la legittimità dal diritto divino mentre la critica da lui
avanzata è accettabile entro i presupposi giuridico-costituzionali creati dalla
Rivoluzione francese Il letterato lombardo sottolinea l’aumento del
dispotismo dal Terrore, al Direttorio, al bonapartismo come risultato
immediato degli atti iniziali della Rivoluzione francese. Trattando della
“Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo” Manzoni discute il suo rapporto
con la precedente Dichiarazione americana sottolineando le differenze. Lo
scritto di Manzoni ha senza dubbio il merito di evidenziare il contrasto fra
gli ideali e le realizzazioni pratiche della Rivoluzione francese, nella sua
critica lo scrittore lombardo critica, come in altre opere, il potere politico
umano che riveste in forme giuridiche la sostanza dell’arbitrio e della
prepotenza ed ad esso contrappone il valore assoluto dell’idea del diritto, che
è <una verità> Tale considerazione induce C. a proporre un altro
parallelo fra la posizione di Manzoni e quelle di Kant e Robespierre. Kant ha
negato il diritto di un popolo alla rivoluzione ed ha considerato l’esecuzione
di Luigi XVI un crimine inespiabile ma nello stesso tempo è stato un convinto
sostenitore della Rivoluzione francese; Robespierre <rivoluzionario
legalitario, giudicato non equamente dal Manzoni, fu un uomo dal forte
sentimento giuridico e, nel momento della sua caduta,pur proscritto e
ricercato all’Hotel de la Ville, benché fosse esortato dagli amici a redigere
un appello all’insurrezione popolare esitò e si chiese <Au nom de
qui?> come è attestato dalla sorella Charlotte Nella lunga
ed articolata conclusione C. ribadisce che il pensiero giuridico di due
letterati ha numerosi elementi in comune e svolge alcune considerazioni sul
metodo seguito. L’autore evidenzia che il suo saggio ha <un taglio
diverso> dagli studi citati sull’attività forense di Goldoni, sul
significato riformatore delle sue commedie e sulle implicazioni politiche del
pensiero di Manzoni. Il punto di vista seguito nel volume dal docente è
quello della considerazione a un lato del diritto come <categoria
autonoma>, dotato delle sue specifiche caratteristiche e dall’altro del
diritto inteso come fondato filosoficamente, posto in relazione con problemi
storici, politici e sociali. Lo studio degli aspetti giuridici e dei problema
del diritto nl pensiero e nell’opera di Goldoni e Manzoni non è stato disgiunto
all’esame dei temi della riforma sociale e della riflessione politica nella
loro attività letteraria. Il punto di vista seguito sempre dall’autore, come da
lui steso dichiarato, è stato quindi¨<quello dell’ autonomia del diritto, ma
non inteso secondo una prospettiva meramente logico-formale, bensì basato su
una fondazione filosofica, e dotato di rilevanza politica. . L’angolo visuale
usato come punto di riferimento per i due letterati è l’illuminismo giuridico.
L’illuminismo è coevo di Goldoni, che anticipa Rousseau nella
proclamazione del principio dell’uguaglianza naturale ed è aperto al problema
della riforma sociale,come è riconosciuto da numerosi interpreti delle sue
opere. I rapporti tra Goldoni e l’illuminismo giuridico sono più evidenti nel
passo dei “Mémoires “ sulla procedura criminale e nelle commedie L’uomo
prudente e L’Avvocato veneziano . Manzoni è posteriore all’illuminismo ma
l’autore ha cercato di indicare la presenza di una eredità Illuministica, con
riferimento ai problemi giuridici, ne “I Promessi sposi” e nella “Storia
della Colonna infame” dove peraltro sono presenti degli elementi di superamento
delle concezioni illuministiche. Il docente ritiene di rifiutare la tesi
diffusa di coloro che interpretano Manzoni esclusivamente dall’angolo visuale
della linea agostiniana-pascaliana con venature giansenistiche negando il
profondo legame con l’illuminismo, in realtà Manzoni si dimostra erede
dell’illuminismo per l’habitus mentale razionalistico del suo pensiero, per la
sua considerazione della ragione e per la sua ricerca delle radici razionali
della fede; in tal modo il grande scrittore lombardo fa propria l’eredità
migliore dell’illuminismo, il filone etico-religioso che si contrappone al
filone ateo e materialistico di alcune correnti.
Ragonese e Caretti hanno bene sottolineato i rapporti
tra Manzoni e l’illuminismo. C. conclude il suo saggio ribadendo che il
motivo comune fondamentale di Goldoni e Manzoni è il principio cristiano ed
illuministico (e kantiano) della dignità umana. In Goldoni questo
principio è meno evidente ma è legato soprattutto all’idea della comune natura
umana, al di là delle differenze sociali, che appare in numerose commedie ed
opere drammatiche, in Manzoni la difesa della dignità umana è svolta ad un
livello di maggior profondità ed è connessa ad una prospettiva religiosa come
traspare chiaramente dal testo recitato dal coro de “Il Conte di
Carmagnola” Nella Appendice viene riproposto lo studio di
Pascolato “ Goldoni Avvocato” pubblicato su “Nuova Antologia” Cattaneo pubblica
“Suggestioni penalistiche in testi letterari”. Il libro, che è dedicato
alla memoria del Prof. Renato Treves, per molti anni ordinario di Filosofia del
Diritto all’Università degli Studi di Milano, tratta le opere di numerosi
letterati. Il libro, che si articola in 12 capitoli ed una appendice, tratta
di scrittori che nelle loro opere hanno affrontato il tema
della pena o problemi di natura giuridica. Il lavoro, rileva l’Autore, non ha
avuto una genesi unitaria Il primo saggio scritto riguardava Parini, un
“poeta civile” rappresentante di un Illuminismo cristiano ed equilibrato, è
seguito il saggio su Collodi, l’uomo del Risorgimento che ha combattuto a
Curtatone e che mostra nel suo aperto scetticismo nei confronti della legge e
dell’autorità costituita una opinione diffusa di molti uomini dell’Italia
post-unitaria tra cui il grande giurista liberale Carrara..Il terzo saggio è
stato dedicato a Foscolo che nello scritto < L’orazione sulla giustizia>
ed altri due scritti <La difesa del sergente Armani> ed <una lettera
al “Monitore Italiano”> tratta problemi relativi alla pena Il primo saggio
del volume si intitola “Studi Dante e il diritto penale” Lo studio
riguarda il rapporto tra il grande poeta ALIGHIERI ed il diritto penale.. C.
rileva che gli studi di storici e filosofi del diritto che hanno trattato il
pensiero giuridico di Dante hanno trascurato l’aspetto penalistico. ALIGHIERI non
si è occupato di diritto penale ma l’analisi del suo capolavoro mostra un
elaborato sistema di rapporti tra colpa e pena. Numerosi studiosi hanno
rilevato che le pene crudeli descritte nell’Inferno del poema dantesco sono
molto lontane dalle prospettive della legislazione penale moderna anche se
occorre distinguere tra la prospettiva morale e religiosa del poema dantesco e
le finalità delle legislazioni penali attuali Dante peraltro opera una
distinzione tra peccati puniti fuori e dentro la città di Dite che può
corrispondere ad una distinzione tra peccati e delitti, il più rilevante
contributo indiretto dato da Dante al diritto penale è il criterio di
graduazione delle gravità delle colpe e le corrispondenti pene come è stato
evidenziato da Vecchio. Il maggior contributo diretto di Dante alla
cultura giuridica moderna sono l’affermazione del principio di uguaglianza e di
personalità delle pene e l’affermazione della volontà del volere dell’uomo
quale presupposto della conseguente valutazione del merito o del demerito delle
sue azioni. C. conclude che:” Certamente, fare apparire Dante come un
grande giurista, un grande penalista, può risultare sforzato e retorico. Ma
nello stesso tempo, non è assolutamente possibile e lecito ignorare il
contributo, diretto o indiretto, che Dante ha dato anche al diritto penale; la
Divina Commedia è un costante punto di riferimento per qualunque problema,
religioso, filosofico, umano; ricordo che mio Padre diceva che nella
Commedia <<c’è tutto>>” Nella introduzione ho accennato a due
recenti approfonditi studi su Dante ed il diritto, un tema caro a molti
studiosi Il secondo saggio si intitola “Giuseppe Parini e L’Illuminismo
giuridico”. C. rileva che Parini, sacerdote non per vocazione ma
uomo profondamente credente, fu sensibile a numerosi ideali illuministici di
riforma civile ed attraverso una delle sue Odi riprende le idee
illuministiche sul diritto penale, che propugnavano il principio umanitario
della doverosità della mitigazione delle pene considerando l’inefficacia di
pene eccessive in determinati contesti sociali. Vi è dunque una continuità di
principi da Parini, cattolico ed illuminista, a Manzoni e Rosmini, cattolici
liberali, una continuità di principi ed ideali umanitari relativi al problema
della pena e nell’ode Il bisogno è presente una concezione penale cristiana ed
illuminista. C. conclude il suo saggio affermando che Parini poeta civile
e morale interpreta il momento migliore dell’Illuminismo e si fa portavoce dei
suoi più significativi valori. In “Foscolo e la giustizia come forza,” C.
rileva che notoriamente Foscolo fu un poeta impegnato nelle vicende politiche
del suo tempo segnato dalla rivoluzione francese e dall’epopea napoleonica.
Negli scritti di natura penalistica il poeta accoglie i principi della
dottrina giuridica illuministica, come la difesa della certezza del diritto ed
il rispetto delle garanzie processuali. Foscolo inoltre critica la teoria della
retribuzione morale e quella della prevenzione generale. Il quarto capitolo è
intitolato. “Le <veglie notturne> di Bonaventura e la critica dei
giuristi” un libro tedesco poco conosciuto in Italia, opera uscita
anonima nel 1805 a Penig (Sassonia) presso il poco noto editore F Dienemann,
che l’aveva pubblicata nel suo <Journal von neuen deutschen Original
Romanen>. C. evidenzia che nelle pagine dedicate a temi giuridici viene
messo in rilievo l’invito a rendere il diritto più umano ed a metterlo al
servizio degli uomini. La descrizione del giudice freddo paragonato ad una
macchina o ad una marionetta, il rimprovero ai giuristi che si assumono il
compito di tormentare i corpi, come i teologhi tormentano le anime, l’uccisione
della giustizia da parte dei tribunali, il richiamo al diritto naturale, che
dovrebbe essere il vero diritto positivo, la critica di una giurisprudenza
svincolata dalla morale sono chiari segnali di una aspirazione ad
umanizzare il diritto, specie quello penale. In “Heine e la satira delle teorie
della pena”, C. analizza il breve scritto che Heine aveva aggiunto quale
appendice al suo volume “ Lutezia”Lo scritto è dedicato al problema della
riforma delle prigioni ed alla legislazione penale e porta il titolo
<Gefaengnisreform und Strafgesetzgebung>. Il saggio, pur nella
brevità, è un esame attento delle teorie fondamentali della pena. C.
suggerisce che l’analisi critica del poeta si traduce in una satira delle
dottrine della retribuzione, dell’intimidazione e dell’emenda e coglie i punti
centrali di tali concezioni. Heine sottolinea l’ingiustizia della teoria
dell’intimidazione generale ed evidenzia il carattere patriarcale e
paternalistico delle teoria dell’emenda. Nell’esaminare il principio di una
prevenzione dei delitti commessi con mezzi diversi dalla pena, Heine ritiene
che bisogna agire con durezza, reclusione ed addirittura con la pena di morte
concepite come prospettiva di difesa sociale. C. rileva che è sempre più chiara
e più facile la parte negativa della filosofia penale, cioè la critica delle
dottrine sulle pena che la parte costruttiva cioè l’indicazione di un
fine positivo nella funzione penale. Heine critica inoltre il sistema
carcerario filadelfiano e quello auburniano In “Victor Hugo e la pena
come fonte di delitti,” C. rileva che il problema giuridico penale è presente
nell’opera letteraria di Hugo con una severa critica del sistema penale
dell’epoca e la sua difesa della dignità dell’uomo. Il problema emerge
chiaramente nel celebre romanzo “Les Miserables” e nel suo protagonista
l’ex-forzato Jean Valjean. Il romanzo affronta il problema di una pena
sproporzionata ed inumana, che è causa di nuovi delitti e di una spirale
indefinita di reati e pene successive. Il tema è sviluppato nella figura
centrale di Valjean. Tutte le tragiche vicende del protagonista nascono
da un tentativo di furto dovuto alla miseria ed alla fame; a causa del furto di
un pezzo di pane,che poi viene gettato via,Valjean è condannato a 5 anni di
detenzione e, in seguito a tre successive evasioni di breve durata, la sua
detenzione dura ben 19 anni. Vi è una enorme sproporzione tra il
danno causato dal reato e la pena che trasforma ed indurisce Valjean, la cui
psicologia viene analizzata in profondità da Hugo. La pena continua a gravare
su Valjean anche dopo la liberazione per cui questi riesce a lavorare solo per
una giornata data la sua qualità di ex-forzato. Hugo critica sia
l’atteggiamento di diffida e di rifiuto di tutta la popolazione sia la macchia
di infamia stabilita dalla legge. C. rileva che è ammirabile la battaglia
combattuta da Hugo contro la pena di morte, la sua denuncia della
sproporzione tra la gravità dei delitti e le pene, la critica dell’assurdo
criterio nel valutare la recidiva. Queste battaglie sono importanti
contributi all’evoluzione del diritto penale ed alla difesa della dignità
umana. In “Dostoevskij la coscienza e la pena,” C. evidenzia la centralità del tema del delitto,
della colpa e della pena nello scrittore russo, come è stato rilevato nel
profondo scritto di Italo Mancini, che ha evidenziato sia la validità di una
ricerca su Dostoevskij pensatore e filosofo sia che per lo scrittore
russo < la questione penale non rappresenta solo un contenuto ma il
contenuto>. Gobetti a proposito dei personaggi dello scrittore russo ha
rilevato che <I suoi personaggi non si sforzano mai di arrivare ad una
verità, ma piuttosto di chiarire e capire sé stessi>> Nel volume “I
ricordi della casa dei morti “ lo scrittore russo ricorda l’esperienza
personale della prigionia in Siberia e sottolinea chiaramente
l’incapacità del carcere di procurare l’emenda del reo dato che Dostoevskij
rileva che nel corso di parecchi anni non ha visto tra quella gente il minimo
segno di pentimento, il minimo rimorso per il delitto commesso; lo scrittore
russo indica anche nella solitudine e nella mancanza di privatezza un
elemento di particolare tormento della prigione. Il lavoro nella
prigione, rileva lo scrittore russo, non era faticoso ma era penoso
perché obbligato sotto la minaccia di un bastone. Dostoevskij evidenzia anche
l’ineguaglianza della pena per i medesimi delitti in relazione alla classe
sociale, da cui deriva l’ingiustizia e l’inefficacia della pena. Radicale è la
sua critica svolta nei confronti del regolamento carcerario e del comportamento
ottuso e crudele delle guardie carcerarie, severo è il giudizio sulla prassi
della fustigazione definita una piaga della società> Nel
<L’idiota> lo scrittore russo pone un giudizio duro e severo
sulla pena di morte in bocca al principe Miskin nelle prime pagine del
romanzo. Nel brano Dostoevskij sottolinea la svalutazione del carattere meno
afflittivo della decapitazione rispetto ai supplizi accompagnati da tormenti e
la sofferenza morale generata dalla attesa della esecuzione, che è peggiore
della sofferenza fisica. Nel romanzo “Delitto e castigo” Dostoevskij
evidenzia la tesi della necessità della pena giuridica quale espiazione della
colpa e come risultato del rimorso avvertito dal colpevole. La trama del
romanzo mette in luce la progressiva conversione, il rimorso e la ricerca di
espiazione del colpevole. Cattaneo sottolinea che il Leitmotiv del celebre
romanzo è la ricerca della espiazione sulla base di una spinta interiore e del
rimorso e che tale impostazione pone lo scrittore russo sulla linea del
Platone del Gorgia e di BOEZIO nel <Consolatio philosophiae>. La
conclusione giuridica processuale del romanzo rileva una sensibilità giuridica
moderna che pende in considerazione le circostanze attenuanti, le cause
sociali, psicologiche e morali del delitto ed il recupero morale e sociale del
colpevole. Il finale giuridico evidenzia la complessità del problema penale e
l’interesse di Dostoevskij, spirito umanitario e riformatore, per la
riforma del procedimento penale, d’altra parte, sul piano morale, rileva
il desiderio di espiazione che conduce all’emenda.
Dostoevskij manifesta l’atteggiamento del cristiano che si sente
corresponsabile delle colpe degli altri e riprende le parole di Cristo “Chi di
voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei” C. ribadisce che per
Dostoevskij il punto che più conta è il rimorso per la colpa commessa e la
auto-condanna da parte del delinquente. La pena giuridica non ha rilevanza, ciò
che conta è il processo di autocondanna, di espiazione e di redenzione che
avviene nella coscienza del colpevole. In “Tolstoj e la abolizione della pena,”
C. ribadisce che lo scrittore russo
postula una radicale abolizione del diritto penale in una prospettiva di amore
cristiano e di non violenza. I temi giuridici vengono affrontati da Tolstoj un
due opere “Resurrezione” e la novella “Il racconto di Koni”. Il romanzo
Resurrezione è fondato su una vicenda processuale, la condanna ad alcuni
anni di deportazione in Siberia della protagonista Ekaterina Maslova, diventata
prostituta a seguito di tristi vicende. Tolstoj analizza il processo e la
successiva pena dei forzati deportati ed evidenzia che negli istituti di pena
gli uomini erano sottoposti ad ogni genere di umiliazioni inutili, catene,
teste rasate, divise infamanti per cui si inculcava l’idea che qualsiasi
violenza, crudeltà e atrocità era autorizzata dal governo per chi si trovava in
prigionia nella sventura. Lo scrittore sottolinea il distacco tra la condanna e
la concreta esecuzione della pena con le sue brutalità. In Tolstoj il tema
fondamentale è l’indicazione dell’ingiustizia dell’intero sistema
repressivo-penale e la sottolineatura delle cause sociali dei delitti come
Victor Hugo. Lo scrittore suggerisce anche la necessità di abolire
la pena e sostituirla con il perdono, un ideale sublime ma difficile da
realizzare in pratica e che indica tutta la complessità del problema, C. si
chiede se si tratta “del sogno di un visionario, una utopia generosa o di un
ideale verso cui la società deve tendere.” In “Pinocchio e il diritto”,
C. rileva che l’opera di Collodi è stata oggetto di numerose indagini . Le
ricerche sulla natura pedagogica ed educativa sono state sviluppate da
Bertacchini, Il testo di Collodi è stato esaminato sotto il profilo filosofico
e teologico nei due volumi scritti da Frosini e Biffi . Frosini evidenzia
che: << Il mito di Pinocchio si rivela come un mito tipicamente
risorgimentale, al tramonto di un’epoca; e anzi proprio di un
risorgimentalismo di stampo repubblicano e mazziniano>> basato su
principi di umanitarismo positivistico. Biffi sottolinea che Pinocchio fu
scritto quando l’Italia era unita politicamente ma non era una nazione
consapevole di sé e concorde sui valori che danno senso alla vita. Il Collodi
aveva un cuore più grande delle sue persuasioni, un carisma profetico più alto
della sua militanza politica, così poté porsi in comunione forse ignara con la
fede dei suoi padri e con la vera filosofia del suo popolo. . La lettura
di Pinocchio evidenzia interessanti problemi e temi di natura giuridica e
filosofico-giuridica e lo scritto di Cattaneo evidenzia soprattutto i temi più
rilevanti dal punto di vista penalistico. Cattaneo sottolinea che
Lorenzini (ovvero Collodi) era un fine umorista che sapeva cogliere il
lato ridicolo ed insieme doloroso della vita umana (opinione espressa
anche da Lina Passarella nel suo scritto prima citato su Goldoni filosofo), e
cita ad esempio l’episodio dei pareri opposti dei medici al capezzale di
Pinocchio in casa della Fata dal Corvo e dalla Civetta e quello della condanna
del burattino derubato degli zecchini dal giudice-scimmione. Pinocchio scappa
di casa ed è acciuffato da un carabiniere per il naso (Cattaneo rileva in
tal modo la naturale predisposizione dei cittadini ad essere oggetto delle
interferenza da parte del potere); dopo la riconsegna di Pinocchio a Geppetto e
le sue proteste il carabiniere, a seguito dei commenti della gente, rimette in
libertà il burattino e conduce in prigione Geppetto che piange disperatamente.
L’episodio mostra un membro dell’apparato giudiziario che arresta Geppetto
sulla base delle opinioni della <voce pubblica> compiendo un atto
arbitrario senza motivazioni precise e mostra un innocente debole ed inerme che
non riesce a difendersi di fronte all’atto arbitrario del potere. Un
altro episodio interessante è narrato nel capitolo XXVII, dove si descrive la
battaglia con i libri di testo fra Pinocchio ed i suoi compagni. Un grosso
volume scagliato verso Pinocchio colpisce alla tesa un compagno che cade come
morto. Tutti i ragazzi fuggono e rimane Pinocchio a soccorrere il compagno.
Arrivano due carabinieri che,dopo un breve colloquio, arrestano Pinocchio
malgrado le sue dichiarazioni di innocenza. Il burattino fugge inseguito dal
cane Alidoro al quale salva la vita mentre stava per annegare. Cattaneo
evidenzia a riguardo che la vittima del potere è l’innocente, l’unico trovato
vicino ad Eugenio, che viene arrestato perché le circostanze sono contro di lui
La frase dei carabinieri “Basta così” è commentata da Biffi che evidenzia che
l’invito a ragionare insospettisce spesso l’autorità, la quale è incline a tagliar
corto. In molte vicende giudiziarie si nota che una concatenazione di indizi
sfavorevoli dà l’avvio a processi indiziari seguiti da condanne di persone
innocenti. Un altro episodio clamoroso di palese ingiustizia è la vicenda
che conclude il rapporto tra Pinocchio ed il due truffatori La Volpe ed il
Gatto. Pinocchio incontra la Volpe ed il Gatto e viene convinto a
seminare i 4 zecchini d’oro nel Campo dei miracoli vicino alla città di
Acchiappacitrulli. Tale città descritta minuziosamente da Collodi è,secondo
C., e il simbolo dell’ingiustizia e di un diritto positivo basato sul puro
potere politico; tale città esprime in modo chiaro il pericolo del prevalere
della politica sulla giustizia nella amministrazione della giustizia,
come dimostra l’episodio giudiziario che riguarda Pinocchio. Pinocchio
accortosi di essere stato derubato delle monete d’oro torna in città e denunzia
al giudice i due malandrini che lo avevano derubato, ma,invece di ottenere
giustizia, è vittima di una tragica beffa. Il giudice scimmione, al quale
Pinocchio si era rivolto, ordina che il burattino venga messo in
prigione. L’ordine viene eseguito da due mastini che tappano la bocca al
burattino, il quale resta 4 mesi in prigione e viene liberato a seguito di una
vittoria dell’imperatore della città di Acchiappacitrulli. Per ottenere
la libertà Pinocchio dichiara al carceriere di appartenere al numero dei
malandrini e così viene salutato rispettosamente e può scappare. C. rileva che
la figura dello scimmione sottolinea la miseria della giustizia umana ed il
carattere insoddisfacente dei tribunali umani dove, come scrive Platone, si
discute sulle “ombre della giustizia” Biffi nel suo volume rileva dapprima
l’aspetto positivo della figura del giudice che è descritto come un personaggio
rispettabile, benevolo, attento al racconto del burattino, successivamente
Biffi sottolinea che la figura dello scimmione della razza dei gorilla
rappresenta la caricaturalità della giustizia terrena rispetto a quella vera,
per cui il giudice finisce con applicare la legge umana che con i suoi
meccanismi colpisce il debole anche se innocente. Cattaneo rileva che la
situazione proposta da Collodi ricorda quella descritta da Manzoni ne I
Promessi Sposi dove i violenti erano organizzati e protetti ed i deboli, non
sorretti da consorterie, erano vittime dei soprusi del potere. La
lettura di Pinocchio di Collodi ed in particolare di alcuni brani può dar luogo
a considerazioni di natura filosofico-giuridica e giuridico- penale, come
suggerisce acutamente C. nel suo volume. Merito indubbio di Collodi è
descrivere alcune situazioni caratterizzate da abuso di potere, oppressione dei
deboli e sfasamento dei corretti rapporti stabiliti dagli ordinamenti
giuridici, come del resto è stato rilevato da numerosi importanti interpreti.
E’ opportuno sottolineare che il capolavoro di Collodi, come molte altre opere
letterarie, affronta importanti problemi giuridici tra i quali va segnalata
l’importante e costante aspirazione perenne che la legge in essere non sia solo
la volontà del gruppo sociale dominante, una forma di controllo sociale, e che
inoltre l’ordinamento giuridico tuteli la dignità e le aspirazioni degli uomini
come attesta la storia del diritto. Il capitolo decimo è intitolato “Wilde e le
sofferenze del prigione” Wilde in alcune sue opere ha descritto la sua
penosa esperienza carceraria ed il clima del carcere., lo scrittore inglese fu
condannato a due anni di carcere che scontò interamente. C. evidenzia che
<Wilde fu il tipico capro espiatorio dell’ipocrisia della società vittoriana
Lo stesso letterato nel De Profundis, redatto in carcere, attesta di
essere passato dalla gloria all’infamia con un mutamento dell’opinione pubblica
dalla esaltazione al disprezzo. Le osservazioni di Wilde sul problema della
pena nel suo celebre <De Profundis> e nella accorata <The Ballad of
Reading Gaol> hanno fornito un importante contributo alla battaglia per la
riforma del sistema carcerario. Il volume <De profundis> fu redatto da
Wilde negli ultimi anni carcere. L’opera è redatta sotto forma di lettera
all’amico Alfred Douglas <Bosie> e contiene molti rimproveri all’amico
per i suoi atteggiamenti durante il processo ed il successivo carcere. L’opera,
dopo molte controversie, fu pubblicata definitivamente dal figlio di Wilde
Vyvyan Holland. All’inizio dell’opera Wilde rimprovera l’amico Douglas
e soprattutto sé stesso e riflette sul suo stato di persona imprigionata
e rovinata <a disgraced and ruined man> lo angoscia dopo la
sentenza e l’esperienza carceraria e e. Lo scrittore inglese rileva che per chi
vive in carcere la sofferenza che lo domina è la misura stessa del tempo ed il
fondamento del proprio continuare ad esistere Wilde evidenzia che la
terribile esperienza in prigione sia stata per lui più dolorosa che per altri e
si e si lamenta per la perdita della patria potestà sui due figli e rimarca
l’ingiustizia di tale procedimento che incrina il rapporto familiare. Lo
scrittore rileva che per i poveri la prigione è un dramma che tuttavia suscita
peraltro la simpatia delle altre persone mentre per gli uomini del suo ceto la
prigione li rende dei <paria>, per cui i condannati di ceto abbiente non
hanno più diritto all’aria ed al sole,la loro presenza infetta i piaceri degli
altri e bisogna tagliare i legami con l’esterno dato che l’onore e la
reputazione della persona condannata è leso. Wilde evidenzia anche
che molte persone,quando escono di prigione, nascondono il fatto di essere
stati in carcere che considerano una sciagura e, rileva lo scrittore inglese,,
è orribile che la società li costringa a tale comportamento. La società ha il
diritto di punire i colpevoli ma non riesce a completare ciò che ha fatto e
lascia l’uomo al termine della pena, quando dovrebbe iniziare la
riabilitazione, sarebbe giusto invece che non ci fosse amarezza o rancore tra
le parti (colpevoli e vittime). Cattaneo evidenzia l’ipocrisia che sta dietro
l’idea della retribuzione morale e cioè che subendo la pena il colpevole
abbia pagato il suo debito verso la società, se si applicasse tale principio,
dopo la fine della pena tutto dovrebbe cessare e non dovrebbero esservi più né
fedine penali né casellari giudiziari. Nella realtà comune resta una macchia
sulla persona che è stata in carcere, un pregiudizio che la società perpetua e
l’onta non deriva dal delitto commesso ma dalla pena scontata. La società
riconosce implicitamente l’inutilità della pena perché l’onta del colpevole
incarcerato rimane. Analizzando la vita in carcere Wilde sottolinea che le
privazioni e restrizioni del carcere rendono una persona ribelle ed impietrisce
i cuori dei condannati. L’abito dei carcerati li rende grotteschi come clowns,
oggetto di derisione e berlina della gente. Tali sofferenze ed umiliazioni dei
condannati sono contrari al principio della dignità umana che Wilde riafferma
come profonda esigenza morale della società. Lo scrittore afferma anche che
tutti i processi sono processi per la propria vita e tutte le sentenze sono
sentenze di morte; spesso anche una condanna alla prigione genera delle
sofferenze che conducono alla morte e va rilevato che Wilde stesso morì pochi
anni dopo il carcere in Francia . Wilde scrisse anche <The Ballad of
Reading Goal>, l’anno del suo rilascio. in questa lunga ballata il poeta
inglese descrive le sofferenze e le crudeltà cui aveva assistito durante
la prigionia e dalle sue considerazioni sulla triste sorte dei carcerati
risulta un grande senso di pietà per i carcerati ed i condannati a morte. La
poesia è pervasa da spirito religioso e Wilde mette in confronto il vero
spirito cristiano, la pietà per i sofferenti ed i peccatori con l’atteggiamento
chiuso, duro ed indifferente delle istituzioni religiose ufficiali e dei
cappellani delle carceri . Cattaneo rileva che la tragica esperienza
personale ha portato Wilde ad affrontare il tema della riforma delle prigioni e
del sistema penale del quale si era occupato nello scritto “The soul of man
under socialism” . Dalle riflessioni dello scrittore inglese redatte nelle
opere dopo il carcere si ricava una denuncia della brutalità del trattamento carcerario
e della inumanità nell’esecuzione della pena con critiche alla utilità sociale
della stessa In “Gide e il non giudicare,” il problema
giuridico-penale è stato esaminato anche da un noto scrittore francese
contemporaneo Gide, che lo ha affrontato in tre stimolanti scritti “Souvenir de
la Cour d’Assise” che racchiude la sua esperienza quale giurato in alcuni
processi penali, “L’affaire Redureau” e “La sequestrée de Poitiers” che poi
sono stati pubblicati insieme in una raccolta dal titolo ”Ne jugez pas” C.
rileva che di tale scritto non si sono occupati molto i critici ed i
commentatori, come sempre avviene quando si tratta di problemi giuridici in
veste letteraria. L’analisi del volume di Gide è interessante perché il libro è
molto rilevante per lo studio di rapporti tra diritto penale e
letteratura e costituisce delle precise prese di posizione dirette su temi
giuridico-penali, desunti dalla realtà della vita. C. mette in luce
l’attenzione, la precisione, la serietà e la preparazione dimostrate dallo
scrittore francese nel trattare i temi giuridici, soprattutto per la precisione
del linguaggio giuridico. Gide dimostra competenza nel trattare problemi
giuridico-penali e probabilmente “l’ indagine di certi casi criminali lo induce
all’analisi di talune zone inesplorate della psiche umana” L’atteggiamento
dominante di Gide è il “favor rei” che si esprime in due modi o a
due livelli: da un lato sul piano processuale lo scrittore volge l’attenzione
al rispetto delle garanzie dell’imputato, ad una equilibrata ed equa conduzione
dell’interrogatorio, alla escussione di tutti i testimoni, specie quelli della
difesa. Lo scrittore francese solleva anche nei suoi scritti l’esigenza
di una riforma del modo di porre le domande ai giurati e di chiarire il loro
contenuto. Gide si mostra sempre umano e compassionevole verso i colpevoli,
mostra l’esigenza che la pena sia in generale ridotta e che si tenga conto
degli elementi che valgono a titolo di difesa, quali motivi di giustificazioni
e scuse. Lo scrittore francese si preoccupa che la pena possa causare mali
peggiori e cerca di evitare risultati negativi della stessa. C. evidenzia che
in sostanza nel libro di Gide “è primaria l’attenzione per l’uomo, la sua
complessità e la sua imperscrutabilità psicologica, che porta al dubbio e alla
perplessità circa il fatto che alcuni uomini possano giudicare altri uomini,
queste pagine sono dunque dominate dal monito evangelico, per cui
particolarmente adatto risulta il titolo complessivo della raccolta: Ne jugez
pas.” In “Franz Kafka, la legge e il totalitarismo” C. ha
discusso in molte opere il problema del totalitarismo che è stato analizzato
soprattutto nel suo volume “Terrorismo ed arbitrio Il problema giuridico del
totalitarismo” Analizzando le opere di Kafka C. premette che è
particolarmente rilevante il pericolo di un forte divario fra la letteratura
critica ed interpretativa ed il testo originario dello scrittore per cui
ritiene che siano legittime molte diverse interpretazioni dell’opera di Kafka,
e molte <chiavi di lettura> ., certamente l’interpretazione più
interessante dello scrittore ceco è quella data dall’amico Max Brod, che
evidenzia la religiosità ebraica presente nelle opere di Kafka ed in questa
chiave interpreta i brani relativi al problema della legge, del processo e
della colpa. Una interpretazione giuridica delle opere di Kafka è stata
compiuta da Pernthaler.C. intende esaminare alcune opere di Kafka dalle quali
il problema della legge emerge anche dal punto di vista
filosofico-giuridico In tali opere di Kafka ricorre il tema del difficile
rapporto dell’uomo con la legge, che è interpretato in chiave religiosa o in
chiave psicologica o psicoanalitica ma che può essere analizzato anche dal
punto di vista filosofico-giuridico. C. esamina alcuni temi che emergono da “Il
Processo” dall’apologo “Vor dem gesetz”, dallo scritto ”Zur Frage der
Gesetze” e dalla novella “In der Strafkolonie” e dall’analisi complessiva di
tali opere interpreta Kafka come profeta e critico del totalitarismo che fu
instaurato in alcune nazioni dopo la sua morte, lo scrittore ceco delinea
situazioni di angoscia, di incertezza, di impossibilità di comunicazione, di
errore e di ferocia tipiche del totalitarismo. Kafka collega la burocrazia e
l’oppressione del potere sugli uomini caratteristica del nascente
totalitarismo . PCitati rileva che <Nel Processo, l’immenso Dio
sconosciuto, di cui non ascoltiamo mai pronunciare il nome, ha invece una vita
così intensa e un potere così illimitato, come forse non ha ma avuto nei
tempi> L’interpretazione di Citati è più psicanalitica che religiosa ma è
priva di prospettiva giuridico-politica. Di impronta psicoanalitica è
l’interpretazione data da Sgorlon del <Processo> di Kafka ma la
prospettiva giuridico politica, trascurata da questi studiosi, è presente e C. evidenzia che proprio nel primo capitolo, in
cui è narrato l’improvviso arresto mattutino di Joseph K esprime in modo
preciso proprio la sensazione del passaggio graduale ed insensibile dallo Stato
di diritto allo Stato totalitario .Di seguito le indicazioni che Joseph K
riesce a ricevere da parte di vari personaggi connessi al Tribunale concernenti
il meccanismo, il funzionamento, l’andamento del processo mettono in luce la
totale assenza di garanzie giuridiche e processuali, di tutela dell’imputato,
elementi che costituiscono l’esatta antitesi dello Stato di diritto Il tema
della inconoscibilità e irragiugibilità delle leggi è ripreso da Kafka nello
scritto <Zur Frage der Gesetze> In tale scritto Kafka delle <nostre
leggi> che non sono conosciute da tutti, ma sono un segreto del piccolo
gruppo della nobiltà che ci domina. Kafka dichiara di non avere in mente tanto
gli svantaggi derivanti dalle diverse possibilità di interpretazione, quando
questa è riservata ad alcuni e non all’intero popolo, questi svantaggi non sono
poi molto grandi. Le leggi sono antiche, secoli hanno lavorato alla loro
interpretazione, l’interpretazione è diventata essa stessa legge, e sussistono
sempre, benché limitate, alcune libertà di scelta dell’interpretazione Il
motivo dominane l’intero scritto è il carattere inconoscibile della legge, dato
che la legge è misteriosa e nessun membro del popolo è in grado di conoscerla
per cui è comprensibile che vi sia qualcuno che arriva a negare l’esistenza
delle leggi e riconosce peraltro il diritto all’esistenza della nobiltà
La fredda descrizione di uno strumento di supplizio, nell’ambito di un sistema
processuale completamente privo delle fondamentali garanzie è il messaggio del
racconto <In der Strafkolonie> (Nella colonia penale) e la conclusione
della novella di Kafka riflette la logica del totalitarismo per cui quando il
viaggiatore comunica all’ufficiale di essere avversario di questo sistema
punitivo, l’ufficiale si rende conto di essere rimasto il solo difensore di
tale sistema punitivo e libera il soldato dalla macchina del supplizio, si
denuda e si pone lui stesso sul lettino al posto del condannato, la macchina
del supplizio inizia a funzionare e l’ufficiale muore senza aver capito
il senso del supplizio come ogni sistema totalitario si
autodistrugge e divora i propri figli C. cita la fucilazione dei coniugi
Ceausescu operata nell’ambito del totalitarismo comunista. L’Appendice del
volume è intitolata “Vaclav Havel e la legge come <<alibi>> nel
sistema post-totalitario” Havel, noto scrittore contemporaneo, che è stato
Presidente della repubblica cecoslovacca, è autore di numerose opere letterarie
e teatrali. C. ritiene che se Kafka rappresenta il tempo del pre-totalitarismo,
Havel rappresenta il post-totalitarismo,al quale ha dedicato uno scritto
bblicato che l’autore del volume esamina nella traduzione tedesca. Havel
delinea l’opposizione al comunismo, nel suo momento post-totalitario, come
tentativo di vivere nella verità; la verità, intesa come opposizione ad un
sistema che si fonda e si regge sulla menzogna. Lo scritto ha un carattere
etico-politico ma contiene importanti pagine di natura giuridica e di critica
dell’ordinamento giuridico proprio del regime totalitario e
post-totalitario. Tale sistema politico è caratterizzato, secondo lo
scrittore ceco, come una dittatura della burocrazia politica su una
società livellata. Lo scrittore ceco elenca le caratteristiche del
sistema <post-totalitario> che lo distinguono dalla dittatura
tradizionale ed evidenzia che tale sistema non è delimitato
territorialmente ma domina in un ampio blocco di forze ed è retto da una
superpotenza mentre le dittature classiche non hanno una solida radice
storica, la radice di tale sistema dono i movimenti operai e socialisti. Tale
sistema dispone di una ideologia strutturata ed elastica che ha i caratteri di
una religione secolarizzata ed offre una risposta ad ogni domanda dell’uomo in
una epoca di crisi delle certezze esistenziali. Alle dittature tradizionali
spettano elementi di improvvisazione per quanto attiene alla tecnica del potere
mentre lo sviluppo di anni nell’Unione sovietica e di anni nei paesi dell’Est
europeo ha dimostrato la creazione di un meccanismo perfetto, che permette la
manipolazione diretta ed indiretta della società. La forza di tale sistema è
incrementata dalla proprietà statuale e dalla amministrazione
centralizzata dei <mezzi di produzione> Nella dittatura classica vi
è una atmosfera di entusiasmo rivoluzionario, di eroismo, di spirito di
sacrificio che sono scomparsi nel blocco sovietico. Tale blocco sovietico, che
è un elemento solido del nostro mondo, è caratterizzato dalla stessa gerarchia
di valori presenti nei paesi occidentali sviluppati e sono una forma di
società consumistica ed industriale. Il sistema sopra descritto è
designato da Havel come <post-totalitario> perché è un sistema
totalitario con caratteristiche diverse dalle dittature classiche e, rispetto
al totalitarismo classico, è caratterizzato da una misura più attenuata di
terrore ed arbitrio Havel considera il sistema post-totalitario come
caratterizzato dalla menzogna, ciò è un effetto del dominio della ideologia;
gli uomini non devono credere alle mistificazioni totalitarie ma tollerarle in
silenzio ed accetta, ciò è un vivere nella menzogna e lo scrittore
insiste sul valore e sul significato morale ed esistenziale della dissidenza.
Per quanto riguarda l’ordinamento giuridico nel sistema post-totalitario
lo scrittore rileva che tale sistema sente la necessità di regolare tutto
con una rete di prescrizioni, norme, istituzioni e regolamenti per cui gli
uomini sono delle piccole viti di un meccanismo gigantesco. Le
professioni, le abitazioni ed i movimenti dei cittadini e le sue manifestazioni
sociali e culturali sono controllate, ogni deviazione viene considerata un
passo falso ed una manifestazione di egoismo ed anarchia. Havel rileva che non
bisogna prendere alla lettera l’ordinamento giuridico e ciò che conta è come è
la vita e se le leggi servono alla vita o la opprimono ¸la battaglia per la
legalità deve vedere questa legalità sullo sfondo della vita come è
realmente. Analizzando il rapporto tra la società post-totalitaria e la
moderna civiltà tecnologica, con riferimento anche agli scritti di Heidegger,
Havel rileva che il sistema post-totalitario è solo un aspetto della generale
incapacità dell’uomo contemporaneo di divenire <padrone della propria
situazione> e la prospettiva giusta è quella di una rivoluzione esistenziale
generalmente comprensiva L’aspetto più interessane di Havel è la
delineazione dei caratteri del sistema post-totalitario come fenomeno sorto
dall’incontro della dittatura con la società industriale e consumistica.
Per quanto riguarda i problemi giuridici, Cattaneo rileva che Havel sottolinea
il significato autentico del diritto, che deve avere coscienza dei propri
limiti naturali, il diritto ha un significato esteriore, deve difendere alcune
esigenze minime (tutela della convivenza civile dalla violenza e dalle
invasioni nei diritti altrui ma non deve pretendere di adempiere a compiti per
cui non è adatto - In tal modo, sottolinea C., il letterato ceco riprende
la migliore lezione del liberalismo classico per cui il diritto non è al
servizio del potere, ma può essere un valore solo in quanto esso sia un mezzo
di difesa e la garanzia della libertà e della dignità dell’uomo Il
grande insegnamento del letterato Havel è la tutela del valore più calpestato
dal totalitarismo, la dignità umana che è lo scopo fondamentale ed essenziale
del diritto, dato che diritto e libertà sono collegati ed il diritto ha
valore se garantisce e protegge la libertà. DISSERTAZIONE SULL’ORIGINE DELL’ANTICA
IDOLATRIA E SULLA FORMA DE’PRIMI IDOLATRICI SIMULACRI COMPOSTA
DALL'ABATE; Giuseppe luigi traversari H Patrizio Ravennate, Canonico
Arciprete della Infigne Collegiata di Meldola, e tra gli Arcadi.LANIO'
ATENIENSH. PRESSO GIOSEFFANTONIO ARCHI. DISSERTAZIONE
SULL' ORIGINE DELL’ ANTICA IDOLATRIA E SULLA FORMA DE'
PRIMI IDOLATRICI SIMULACRI. AL NOBILISSIMO CAVALIERE, E
DOTTISSIMO LETTERATO IL SIGNOR CONTE AURELIO GUARNIERI
PATRIZIO OS1MANO L’AUTORE. Veneratissimo Signor
Conte fi 'S T fi Aria, intralciata, difficile, e per nju- /. X
no, ch’io fappia, di proposto rifchia- tt » rata fi è la Queftione,
che mi vien pro- OS A porta a trattare, veneratiffimo Sig. Conte ;
cioè fe i Simulacri primieri delle pagane divinità fodero lemplici e rozze
Pietre, o quadrate, o rotonde, lenza veruna umana, o animalelca ferabianza . Io
ricevo con Ibmmo giubbilo per una parte l’onore de’ voftri cenni, e vi
fi) al maggior fegao buon grado per avermeli gentilmente partecipati. E’
una degnazion Angolare la voftra il credermi pur capace di l'oddisfarvi
in materia di erudizione . Ma per l’ altra ben coaofcendo la pochezA 3 za
del v/ 6 ' Dksert. sull* Origine za del mio talento, e la
fcartezza di mie cognizioni, provo un eftremo roflòre di non potervi ubbidire
in quel modo, che ad un voftro pari, ed alla qualità dell’ argomento fi
converrebbe. Inclinato per genio all’ amena Letteratura, ma Tempre da
impieghi fagri, e da gravi Itudj recinto, e fommerlo in occupazioni tutte
diverte, lenza tempo, lènza relpiro come potrò teftenere la qualità di
Letterato innanzi a Voi, che in ogni maniera di colte Lettere liete
Maeflro ? E ben fapete quanto male incontrante a colui, che fu ardito parlar di
guerra inT 4 nanzi ad Annibaie. Ciò non pertanto, fcnibrandomi più teoncia la
taccia di malcreato, e di (conofcente, che non quella d’ignorante, e di mal
efperto, a telo fine di tellimoniarvi per alcun modo la mia oltervanza,
mi farò lecito di comunicarvi i miei penlamenti. Sarà quindi gentile
impiego del voltro bel cuore infieme, e della vofira dottrina il
compatirli te rozzi, o il rigettarli fe erranti. Permettetemi però,
gentilifitmo Sig. Conte, che io nel diitenderli mi allontani alquanto dal
metodo fecco e digiuno, che per alcuni fi tiene, e che foltanto
confine nel produrre Autori a rifate, e inzeppar felli, e affafteflar
citazioni. Comecché molto io lodi la fatica e l’ induftria di chi procede
fifFattamente, la materia, che abbiamo tra mano, fe io non vò lungi
dal vero, brama di fpaziare in più aperto cammino, « di venir rintracciata da’
Tuoi vetulti principi. In due parti perciò credo ben fatto il dividere
la prefente Dillèrtazione, che a Voi trafmetto, e coufacro. Ragionerò
nella prima alcun poco della origine, delle maniere, e degli oggetti di quella
fatale Idolatria, che a poco a poco lopprimendo i lumi della natura,
della ragione, della Religione, della lloria, coprì di tenebre, e
manommite tutta la faccia dell’ Univerfo . Difcenderò pofeia naturalmente
nella feconda a rendere, per quanto io polla, probabile la opinione, che t
primi Idolatrici Simulacri tollero di quadrata, o rotonda forma, e non
aventi figura alcuna o di Animale, o di Uomo . In questa
dell'antica Idolatria 7 quella guila crederò di potere all*
autorità voìtra, ed alla mia ubbidienza per alcuna via
foddisfare. Si laici a Maimonide ( i J, ed alla Scuola Rabinica il fidare
lenza prove agli Antidiluviani tempi l’epoca della nafcente fuperftizione.
Entrando nell’argomento, quel che puolli da noi con certezza affermare fi
è, che poco tempo dopo il Di* luvio s’ intrulè il Politeifmo a pervertir
le menti degli Uomini . Il libro di Giosuè f a ) ne avverte, che Tare
Padre di Abramo, e di Nachor aveva fervito a* Dei menzogneri . Óra la nalcita
di Tare ? fecondo i calcoli dell’ Uflerio, accadde non più di 22 1.
anni dopo la generale inondazione del nofiro Globo. Il libro poi di
Giuditta ci fa lapere, che non pur Tare, ma eli Antenati di Abramo
feguivano gli empj riti della Caldea adoratrice di più falle Divinità.
Labano chiama Tuoi Dei gl’ Idoli * che Rachele tua Figliuola gli avea
involati , e Giacobbe prima di offrire un facrificio all’ Altiifimo fa
recarli da tutti quelli di fua comitiva gl’ Idoli, che ferbavano, e li nafconde
(otterrà. Molto, dagli Eruditi fi difputa qual folle dell*
Idolatria nafcente il primiero oggetto. Pretende il Clerico ( 5 J elfère
fiati gli Angeli adorati lenza limitazione, e lenza relazione all*
Onnipotente. Volilo d* altra parte lòltiene, che il Dogma de’ due
Principi buono, e cattivo folle dell’ Idolatria più antica generatore. Noi non
fiamo per dipartirci dalla fentenza più comune, e più comprovata, cioè che gli
Altri, e quindi gli < Elementi follerò i primi a rifcuoter l’
adorazione de’ tralignanti mortali. Fra un nembo di monumenti, e di autorità,
che in conferma di tale fentenza recar po. A 4 * ' trei * \ r
» De Idolat. curri Interpr. Dionyfi VoJJìi. Cape 24. v. 2. Cap. p. v. 8. C4) Genef.cap. 31.
v. 19. £?. 30., Cap. 3$. v. 2. 4 * (5 J Index Philolog. ad HiJÌ.
Thil. Orienta in voce Angelus, V Ajlra. ( 6 ) De idolat. lib. 1.8
Dissert. sull* Origine trei 3 e che in Macrobio C i ), in Gerardo
VofTio già citato C 2 )> ne l Le Plucne ( 3 ), nel Bergero lt
polfòno agevolmente vedere, io trafcelgo il folo Eufebio Cefarienlè,
tanto più che in Lui rinvengo accennata non pur 1 ’ origine, ma V
ingànnevol motivo di quella umana depravazione.' Egli adunque colia
(corta del gravilTìmo Diodoro Siciliano, parlando prima degli Egiziani, poi de’
Fenici, popoli, fra’ quali ebbe forfè 1 ’ Idolatria la fua culla, e
finalmente de’ Greci, dice, che,, i „ primi Abitatori di Egitto, avendo
volti gli occhi a contemplare il Mondo, e con alto ilupo„ re coixfiderando la
natura di tutte le cole, ili3> marono, che il Sole, e la Luna follerò Dei
lem3, piterni, e primarj, de’ quali per certo rapporto „ chiamarono
1’ uno Ofiride, e 1’ altra Ilide,, infegnando eller quelli due Dei dell’ Univerfo
3, tutto moderatori. Rapporto poi ai Fenicj egli afferma che •,, i primi
fra loro datifi ( 7 ) a filo-,, fofare, tennero unicamente in luogo di Dei il,,
Sole, e la Luna, e gli altri Pianeti, e gli Ele-,, men33. >
Saturnale lib. 1. C 2 ) De Idololat. Orig. lib ». 3. per totum. Storia del Cielo Tom. I. C 4 )
Trattat. Storie, della Relig. Yraparat. Evang. lib. I. c.
9. ( 6 ) Tot* owj xotr A lyuirrov Avd’p'jìTHS ro 7 rcchctiQt
ywofJLtviss ccvccfihr^ccvrcce tov xo$[jlov, xou rlw rctfr oKw
xa.rcLT'Kccyv/rcts re xoui rocrras UTTohccfìett/ uvea Osar otihas re xou
irpuru$ vihiW) xou rlw <relwnv y w rov \xiv Osipiv; rlw ’Be Kit
ovoyxKOA rara? Sé.Tttf Ozag u<pirrocvr<u rov $i[/,tccvtcc
xospLw ì>ioixe*v. HA/ok, xcu (reXlw/iv 5 xou r»? Tkoittxs
T rKetfY\rots ctrrepccs, xou rot sto%£cc } xta tvtoìs nwoufiiy pLQvov
lyivwsxov. dell'antica Idolatria. 9 „ menti in oltre
con quanto a !or fi congiunge,, Finalmente paHando a far parola dei Greci,
reca il bel palio di Platone nel Cratilo, che in queite note fi
elprime ( i ):,, A me certamente ralfem-,,bra, che i primi ad abitare la Grecia
quelli fol„ tanto per Dei riputalfero, che dalla maggior, pane de’ Barbari
prefentemente fi adorano, il ’, Sole cioè, la Luna, la Terra, gli Altri,
il Cielo, quali vedendo e.fi con perpetuo corlb aggi-,, rarfi, dalla parola ra
G«y correre, Aosi Dei li,, chiamarono.,, t Il lèntimento di
Eulebio, o di Diodoro, che dee chiamarli il lèntimento di tutti gli
Storici più fenfati, potrebbe!! agevolmente con facra autorità
comprovare. Mosè ( *J, Giobbe (i ), I* .Autore del libro della Sapienza (
4 ) col profcrivere il culto fuperltiziofo degli Altri, e degli Elementi, il
fuppongono tacitamente come il più antico, perchè il dipingono come il più
lulinghiej>o, e capace a pervertire l'umano cuore. Così fu
veramente. Il cuore umano aggirato da un fafeino teuebrofo di licenziole
palliont, ammollito dal lbverchio amor del piacere, fcollò dal natio
genio d' indipendenza, languido, e indifferente negli efercizj della Religione,
la quale già inftillata nel primo Padre erafi poi tutta pura da
INoè trafmellà ne' difeeudenti, cominciò palio palio a tyojyovTout
tj.ot 01 t porrà ruv P 1 tìpuiruv rwv Trìpi TW EAÀa^a J T 8 TKf
^JjOVtSi Stai «y«>' 6 cU, • WiTTlp vuù T0XK01 TVV (locpQctpW,
t{KlOV, XOU xcu ylw, xou carpa, xou tspcaov. art OVLU tWTOC
OpWTK TTOO/TCO OMrl 10 VTCL, XOU Piovra, j curo tojuths tìk
<piKi'j>s rns tu Orir Qks curasi (tovoijlkìou. Deuter. c. 4. v.
ip. Job. C. 31. V. 16. 1 Sap. c. 1 3. Digitized by
Google io Dissert. sull'Origine fo a perdere la giufta idea
del vero Nfume, elio gli brillava all’ intorno con tanta luce* Un
guitto* e terribil giudizio di Dio medeilmo, il quale, come avverte
S. Agostino, fparge penali tenebre (opra. le illecite cupidigie, permife
nell’ Domo un sì fatale dementamento. Chi fdegnava di rendere al Facitore
1’ onor dovuto come a Sovrano, meritò di perder colpevolmente lino le
tracce per ravvifarlo. Abbandonato così alla stoltezza de' Tuoi penfieri,
fcambiò la gloria sfolgoreggiarne, ed immenia dell' incorruttibile Iddio
co'’ limitati riverberi, che ne vedea nelle Creature. Gli Astri pri-. ma
di tutto a lui parvero contrallegnati co' maggiori caratteri della Divinità.
Quel movimento . loro non interrotto, que’ periodi tempre uniformi,
quello fplendore Tempre brillante, quegl' in Aulii: sempre benefìci
fermarono il corfo alla di lui ammirazione, e riconofcenza, quando pur
dovevano lervirgli di guida per falire ad amar la bontà, a riconofcere la
potenza del Creatore. Egli lcioccamente impadulò ne’ rulcelli, e dimenticò la
lòrgente, e invece di riguardarli come Ministri delle divine beneficenze,
li adorò come Dei. L’ amor proprio, la fuperbia, la mollezza, il
libertinaggio trovarono il loro conto in fimil delirio. Gli Astri
comparivano Dei benigni, comodi, utili, che nul* la eligevano, nulla
vietavano, per nulla al più corrotto genio opponevanlì, nè mettean freno alle
più torte inclinazioni. Il culto degli Elementi, della Terra, del
Fuoco, dell’Aria, de’ Venti lì congiunte ben presto con quello degli Astri,
perchè appoggiato fopra gli stelli principj, e come un palio mal mifurato
lud’un pendio fdrucciolevole cagiona precipizi Tempre maggiori, fi venne ad
attribuire la divinità alle inlenfibili cole, ed infieme agli
utili, e dannofi animali, agli uni per riconolceili de’ benefizi, che
fanno agli Uomini \ agli altri per placarli, e distornarli dall’ infierire. L’
antichiflima opmio- Afojì. ad Rom, c. x. dell' antica
Idolatria. n opinione de’ due Principj buono, e cattivo ebbe forfè gran
parte in questi folleggiamenti, eia verace, ma poi alterata dottrina degli
Angeli, de’ Demoni, delle Anime de’ trapalfati trovolfi molto opportuna per
dilatarli. Si volle credere tutta la natura animata. Animati lì tennero gli
Astri dagl’ Indiani, dai Caldei, dagli Egizj, dai Maghi, da
Pitagora, da Platone, da Cicerone, da Varrone. Il mare, i fiumi, le
fontane, la pioggia, il tuono, le rupi, le caverne, le pietre, i monti,
gli alberi, le piante, gli erbaggi, e tutti poi gli Animali li
coniìderarono come alberghi d’ una infinità di attive prelìdi
Intelligenze producitrici di quelli effetti or nocevoli,.or vantaggiolt,
che feulcono il fenlo umano. Le Anime de’ Trapalfati o dalla riconolcenza,
o dall’ amor degli Uomini confecrate ricevettero ben prello 1’Apoteolì, ed
accrebbero il numero delle Intelligenze motrici della natura. Come MACROBIO C i
), e Pluche,il primo in aria da FILOSOFO, il fecondo in aria da Storico,
diffiifamente ci mollrano, Oliride, Ifidè, Amone,Oro, Serapide degli
Egizj; Zeus, o Dios Giove, Marte, Saturno, Venere, Mercurio,
Giunone, Cibele de’ Greci, e de’ Romani; Dionilìo, Urotalt,e Alilat degli
Arabi; Marnas de’ Fililtei; Moloch degli Ammoniti; Adad de’ Sirj;
Adonai, Achad, Architi, Baelet, Belfamin, Melchet de’ Paleltini, non erano da
principio che il Sole, la Luna, o la Terra, e quindi in progredii
Anime di Principi o Principelle, d’ Eroi o Eroine ite a regnar nel Sole, nella
Luna, negli Altri, o a preledere alla Terra. Quindi la turba degl’ Iddj
Confenti o maggiori, degl’ Iddj fecondar) o minori; e 1’ altra infinita
plebaglia di unte varie Divinità regolatrici di tutti gli effetti, e di
tutti gli elleri naturali, quale non meno accuratamente, che
leggiadramente ci viene dal grande Agostino Saturnal. lib. I. f a J Star,
del Ciel. lib. I* i2 Dissert. sull* Origine ftino C 1 J
accennata. In Quella guifa le due opinioni del Volito, e del Clerico
amichevolmente fi legano colla opinione comune, e tutte unite ci
additano la prima origine del più grande accecamento degli Uomini.,,
Deplorabile acciecamen-,, to ! (" concluda quello paragrafo il facro
Autore del Libro della Sapienza ) vana illufione di quelli, „ che
non conolcono Dio ! Attorniati da’ Tuoi be-,, nefizj non hanno veduta la mano,
che li dif„ fonde; dalla magnificenza delle opere della natura non ne hanuo
faputo riconofcere 1’ Artefice. Si fono perfuafi, che il fuoco, 1’ aria, i,,
venti, le llelle. Tacque, il Sole, la Luna fof fero i Dei, che reggono il'
Mondo Più miferabili ancora, perchè ripongono la lor fìducia in simulacri
morti, ed inanimati; elfi dan„ no il nome di Dei all’ opera della mano
degli „ Uomini, alT oro, all’ argento indullriofamente,, lavorati a
figure d’ animali, a pietre modellate, fecondo il gulto di un Artefice L’Uomo,,
fi forma un Dio d’ un tronco inutile, a cui dà •la propria forma dia',
oppur quella d’ un Ani„ male.,, Qui però vuole avvertirli, che T
ufo de’ Simulacri in figura d’ Uomini, e d’ Animali appartiene bensì a’ tempi
della già groil'olana, ed avanzata Idolatria, ma non a quelli della
nalcente.,, Un Uom fa J, che dritto ragioni f pro fieeue fi)
De Civit. Dei lib.. AM' ort y.ev oi rpurrot } koa tMcuot« TOl
TUV (XV&pWTUJV, «Té VOCUy O/XoBojWfOWf TpOtìx.o *, «Té hot#
ccipttpufjLcuriv j «tu t ore ypot~ tylXJfc, «Sé xA.afT.XW J yi yAlTTtXW,
» « vlpict rrOTQITLKH f rCKVYK tpiUpyifAWYIS, 8^£ fJ.IV QLKQÒOUt*W, B^é
op^iTtKTOVtKVis o-vujKTurrg y ra.ru ry o ifjca mfaoyityj.(vy ìiyiXov
etra*dell'antica Idolatria;. fiegue il noftro Eufebio,
rapportandoli alle tellimonianze di tutti gli Autori gentili ) può facil„ mente
rimanere perfuafo, che i primi ed an„ tichiffimi Uomini niuna fatica, o Audio
ripofe„ ro nel fabbricare Templi, ed innalzar Simulacri, non etlèndo Aate per
anco inventate le „ Arti della Pittura, della Statuaria, della Scol„
tura, anzi neppure 1’ Architettonica. Quindi dopo avere ripetuto il già
detto circa la primigenia adorazione degli Astri conclude, che „ da „
principio niuna menzione vi fu di greca, o di yy babilonica Teogonia,
niun ufo di Simulacri y „ niuna ridevole vanità nella denominazione degli
Dei parte mafchj, e parte femmine • fi) È veramente lembra cofa aliai
naturale, che la fòrgente Idolatria ne' vetustiffimi tempi,
comecché avelie cangiato l’oggetto della Religion prima e verace,
non giungeiìè però sì tosto a cangiarne i riti e le cerimonie. Porfirio
fcortato da Teofrasto, e citato da Eufebio
J pretende delinearci il religiofo culto innocente degli antichi
Politeisti. Ma in verità quell'impostore Filofofo nemico giurato del
Cristianefimo nell’ adombrarci ì* estrinseca religione de’ primi
adoratori de’ falfi Dei, non fa che prendere in prestito que’ colori,
con cui la Scrittura Santa ci adombra la Religione de’ Patriarchi
adoratori del vero Dio. Nulla infatti di più fèmplice e di più fchietto.
Que' fanti IH mi v Uomini negli efercizj di Religione poco
curavanfi dell’esteriore, e del fasto. Ellì la facev.an confistere in
picciol numero di estrinfeche azioni, perfuafi, che il vero culto è quello del
cuore. L’innalzamento de’ Templi non oltrepalla per avventura l’età di Mosè. Un
femplice Altare in un luogo Oux tstpct ng Iw Qtoyoviccs EXXfuwX'f?,
# fiapGctpiKK rote TaXouTaTOtf f «^6/x »; tcw 7\oy<K y • bhe
&X.0VW ìlpustS y ìtìt Ó c. « Prjepar. Evang. lib, J,Djssert.
sull’Origine go mondo, e fpartato, lènza statue e lènza figure,
lènza adornamenti e lènza ricchezze, in un bofco, o fovra d’ una eminenza
era il luogo dove Abele, Noè, Abramo, Ifiacco, Giacobbe colle loro
famiglie fi raunavano per tributare all* Altiflìmo i loro voti ed omaggi.
Ivi a Lui predavano le primizie dell’ erbe e de’ frutti, ovvero il latte,
i «radumi, e le lane degli Animali, che dopo il Diluvio cominciarono ad
immolarli. Ora fu quelle medefime tracce di religiofa femplicità io tengo
per certo, che nella fua infanzia procedette la Idolatria. Intela a
venerar come Dei il Sole, la Luna, la milizia celefte, gli elementi, le
prelidi Intelligenze non Teppe sì tofto ufare altra forma di culto, fe
non fe quella, con cui aveva intefo, e veduto adorarli da’ Patriarchi
fedeli il fommo Conditore dell’ Univerfo. Niun ulo adunque per anco de’
Simulacri rapprelentanti fiotto animalefica, o umana lembianza le pretelè
Divinità. Niun ufo di quelle datue, che rozzamente in feguito, e
grottefcamente modellate dagli Egizj, ottennero poi e castigato difiegno, e
fipiccata *. motta, ed energico atteggiamento lotto lo ficalpello indulìre di
Dedalo. Anzi qui dee acconciamente fioggiungerfi, che anche dopo la
coftruzione de’ Templi fi tardò molto prefi* fo le antiche Nazioni ad
ergere in elfi le llatue figurate; come degli Egiziani parlando afièrma Luciano,
il quale aggiunge ( i ) d’ aver nella Siria veduti Templi dell’ antichità
più remota lènza immagine, o rapprefientanza veruna. Che più? Roma detta, che
in paragon degli Egizj, e de’ Greci nacque sì tardi, per oltre anni 170.
( come ci atteda Varrone citato da S. Agofiino ) Simulacri non ebbe ( 3 )
ne’ proprj Templi,, finché Tarquinia Fri fico De Dea Syria. De Civit. Dei lib. 4. c. 3 1. Dicit
eiiam Varrò, antiquos Rcmanos ylufi quam annos 170. Deos fine
Simulacro coluijje. Qiiod fi adhuc, inquit, manfijjet y caflius Dii
ob fervarcntur. S. Auguft. citat. dell’antica Idolatria. t?
Prifco Uomo di Greco, e di Tofcano genio tutta di Simulacri
inondolla. Anzi più didimamente aflerifce Zonara ellervi date leggi,
forfè di NUMA (vedasi), £ roibitive a’ Romani di rapprelentare la
immagine livina fotto la forma di Uomo, ovvero di Animale.( i ) Ma l’
Idolatria finalmente è l’opera delle tenebre, e per poco crefciuta, non potea a
meno di non addenfarle nel cuor dell’Uomo. L’Uomo divenuto più empio circa gli
oggetti dell’interno fuo culto, non tardò guari a fard ridicolo circa le
maniere di elercitarlo. Egli avea degradata abballala la fua ragione, adorando
come Dei le femplici Creature. Quello medelìmo fpirito di vertigine il tratte
ben pretto ad avvilirli viemmaggiormenfe coll’ adorare 1’ opera fletta delle
fue mani. Ei volle oggetti fenfibili e materiali anche all’
•efterno fuo culto. Ei pretefe di circolcrivere li fuoi Dei per
converfarvi più da vicino, ed innalzò, e venerò.Simulacri. Or di qual forma
erederem noi, che follerò in quello genere le prime invenzioni dell’ umana
ttoltezza > Quali gli fcogli, in cui da quella banda urtarono
primamente gli Uomini deliranti ? Eccomi alla feconda parte della
Dittertazione pervenuto, ed eccomi al punto di nianifeltare la mia opinione.
Io reputo adunque probabiliflìmo, che follerò in primo luogo i
Pilieri, o le grotte pietre quadrate, le quau chiamate furon Betilie, e che
ori f linariamente non erano, che Are ferventi alle rcigiole adunanze.
Sanconiatone, Scrittore antichitfimo delle tradizioni Fenicie, portato da
Portino fino alle ftelle, e da Lui creduto informatilfimo della
Storia Giudaica, come non molto dittante dalla età di Mosè, nel celebre
fuo frammento, là dove narra le imprefe del Dio Urano, o Cielo,
affer ( i ) At'typvrou$v, xan tyofiop$ov nxwa. tu Sa eariSTca
Pvy.yjois aTe-r/wcoo'. / uuar. Tom. a. y. io I T 6 DlSSEftf. sull*
Ortgtné afferma, che,, Egli trovò le Betilie ( i ) coftrtien„ do
con inlolita mirabil arte Pietre animate.,, Io non ho letto di tale
Frammento fé non la verdone greca fatta già da Filone Biblico, e riportata
diftefamente da Eufebio. ( 2 J So, che il Signor di Gebelin colla fpiegazione
di quello antico irjonumento ha fatto vedere, che il Traduttor grecò ne
avea malamente recato il lenfo, e che riducendo i termini al vero loro
fignificato, 1 ’ Autor Fenicio trovali uniforme al Legislator degli
Ebrei. Checché ne fia, dilHetto non vengami di leguir le tracce già
legnate dal grande Uezio, e dall* erudito Calmet, affermando, che
Sanconiatone in quell’ accennato ritrovamento delle Betilie, e costruzion
di Pietre animate ci adombra, benché in modo affai alterato, la vera
Storia del celebre monumento, o Altare di Giacobbe. Quest’ottimo Patriarca (~ 4
J nel fuo viaggio da Berfabee in Melopotamia postoli in certo luogo a dormire
fu di un grande, e ruvido Saffo acconciatoli a forma di guanciale, ebbe
la sì nota vifion della Scala corfeggiata dagli Angeli, fu la di cui lòmmità
appoggiato flava 1 ’ AltilTìmo, da cui lènti rinnovarli le grandi
promelfe fatte ad Abramo. Deftatofi egli, efclamò Quanto è mai terribile quello
luogo / Veramente non è egli altro, che la Cafa di Dio, e la porta del
Cielo. Diede a quel luogo il nome di Beth - el, che lignifica nell’ ebreo
linguaggio Cafa. di Dio Conlècrò il Saffo, che la notte lèrvUo gli
aveva di guanciale, verfandovi dell’ Olio, e in monumento 1 * erefle.
Quindi concependo un Voto, il conclufe col dire cs II Signore farà il mi®
Dio se e quella Pietra chiameraffì Cafa di Dio c 5 ( I ) Et/ miwe
0»? Oupcao? ( 2 ) Pr*p. Evang. lib. I. c. 9. C 3 ) AUeg. Orientai.
p. 22. e 9 5. Memor. de V Accad. des Infcrip* T. 6 1. in 12. p, 24 3. (4)
Cenef.. Dalla V* dell'antica Idolatria; Dalla Mefopotamia
tornando nella Terra di Ca* naan, giunto allo Stello luogo, e Soddisfar
volendo al già fatto voto d’ offerire a Dio la decima de’ Tuoi beni,
innalzò fimil mente un Altare di pietra, e replicò il nome di Beth - el,
Cafìz di Dio. Finalmente di bel nuovo in que’ contorni felicitato
dall’ apparizien del Signore, nove! monumento di pietra cortrulle, d’ olio, e
di libazioni Spalmandolo, ed a lui pure comunicando la denominazione di
Beth - el. Io ammetterò, che quello termine Beth - el dato agli Altari,
ed ai monumenti facri, quanto all’ edema efprelfione, fofr fe uri
ritrovamento di Giacobbe; ma follerrò con egual verità, che quanto all’
idea, ed all’interno . concetto degli Uomini ei difcendelfè dalla
tradi' zion più rimota. Beth - el, Caja di Dio, potea fimilmente
confiderai, e chiamarli 1’ Altare nell* ulcir dall’ Arca edificato dal
buon Noè, perchè ivi 1’ AltiSTimo a lui diede fegni fenfibili di
fua prelenza, e mifericordia. Beth-el per Somigliante ragione potea
appellarli 1’ Altare edificato da Abramo fui monte Moria per fagrificare
il Figliuolo; éd egli infatti chiamò quel monte Dominus vi debit. Beth-el
giuftamente nomar fi poteano tutti gli Altari innalzati da’ Patriarchi
fedeli per ufo antichilfimo, forle dagli antidiluviani fecoli procedente,
perchè tutti onorati da qualche' Speciale commercio della Divinità, percnè
diftinti da qualche fuperna verfata beneficenza, perchè in certo
modo protetti, ed invertiti dal Nume, e destinati a tributargli culto,
Sacrifizio, e riconofcenza dalle circostanti Generazioni. Ora da
quefti Altari, e monumenti di pietra, chiamati da Giacobbe per la prima
volta Beth - el, cioè Caja di Dio, e già tenuti per tali fino da*
remotiSfimi tempi, chi non conofce ( entra qui acconciamente Pluche) (i J
etìerne derivate le sì note Betilie, quelle grolle pietre quadrate,
B che to Stor. del Cielo, 1 8 D r SSERT. SULL’ORIGINE
che con ol) preziofi, ed aromatiche eircnze irrigavano, e che poi furono in
tanti luoghi oggetto di veturtiffima adorazione, come da più Autori, e
nominatamente da Fozio nella fua Biblioteca dintoftrafi ? Chi non conofce dal
Bethel di Giacobbe C foggiunge opportunamente il Voflìo ) derivato il
famofò Betilos, quel (allo prelentato a Saturno invece di Giove, come per
relazione favolofa Efichio ci narra, e che ottenne poi tanto culto dalla
forfennata Gentilità ? Ed io al Vofiìo, ed al Le Pluche fottofcrivendomi,
concludo: Chi non conofce in quelti monumenti, ed Altari il primo
inciampo degl’ Idolatri, ed il primo oggetto fènfìbile, e materiale delle
adorazioni fuperìtiziofe ? Mettiamci di grazia in varj punti di villa
naturalismi. Confideriamo il genere umano dopo la confufion delle lingue,
e la differitone delle .Nazioni già prefo da uno fpirito di vertigine,
e già declinante al Politeifmo. Malgrado le volontarie tenebre, che
incominciano ad acciecarlo et l'erba tuttora nel cuore il fème della
religion primigenia; e nella memoria i fagri riti, e le religiofe cerimonie dal
Patriarca Noè tramandate. Egli perciò innalza, e confagra in ogni luogo
pietre modellate a fòggia d’ Altare per onorarvi la Divinità: ei vi ft
proftra all’ intorno: ci vi celebra le religiofè adunanze: ei vi prefenta i
Tuoi Sagrifizj, comecché forfè non più al folo, e vero Nume, nta
agli altri ' ancora, agli elementi, agli fpiriti. Ei fa però, ed una
tradizione non rimota glielo rammenta, che il primo Riparatore degli Uomini
dopo il Diluvio ergendo un limile Altare, il vide torto adombrato dalla
fènfibil prelenza, e maeftà dell’ Altiflìmo difeefo in atto di ricevere,
e di gradire placabilmente i fuoi Olo caufti. CO De PhU.
ChriJIUn. C? Theol. Gent. Vib. 6. t.:p. BatTuho? «toj fjtocXe-fTO o AtGo;
to> K poeti) cari &ios, Dell* antica Idolatria;
taufti. Comecché la Scrittura noi dica, io noa credo temerità 1*
aderire, che limili degnazioni compartifle talvolta il Signore anche ai
Figliuoli, o ai Nipoti di Noè, che fi mantenner fedeli prima d' Aoramo.
Ben il vecchio Sacerdote, e Re di Salem Melchifedecco ne avea tutto il
merito. Checché ne fia, certamente il genere umano non può non
confiderar quelle pietre, od Altari, che qual cola rilpettabile, e (anta.
Fi le vede fèrbate ad un culto Speciale della Divinità, e ad un peculiar
commercio col Cielo: ei le vede in nalzate o per rinnovar la memoria d'
alcun luperno ricevuto favore, o per invitar gli animi ad una fedele
riconofceitza: ei le vede anche ufate per edere teftimonio, e
monumento durevole delle alleanze, de' patti, delle folenni prometle, e de'
giuramenti, ne’ quali s’ interpone il tremendo nome » e la Maeftà Divina.
Gli efempli, che fu di ciò abbiamo nella Scrittura, non fanno, che
dinotarci una vetuftidìma poftumanza. A tutto quello s' aggiunga 1'
opinione già di fopra accennata, e che fino dai primi tempi fi propagò fra i
mortali, cioè che tutto ripieno folle d’ Intelligenze regolatrici
degli elleri, e degli effetti della natura. Connettali pure l’altra opinione d’
antichità non minore da S. Agoffino rammentataci ( i J colle parole del celebre
Mercurio Trifmegifto, cioè che per certe conlecrazioni rimanellèro li
Simulacri non pure inveititi, ma realmente animati dalli Dei venuti
ad abitarvi, affin di nuocere, o d? giovare più da vicino ai loro
adoratori. Ciò, che forfè adombrar volle Sanconiatone con quella
ef preffione di 7 ^ 0 ^$ Pietre animate. Con siderando noi il genere
umano in tali profpetti, qual cola più probabile, e naturale a
concluderli, eh' egli, parte abufando delle antiche tradizioni
veraci, parte ingannato dalle nuove folli perlua B 2 fioni, C t J De
Civit. Dei lib. 7. e. 23. e 24* f 2 o Dissert. sull* Origine
fioni j e già rilbluto di voler oggetti fenfibili al proprio culto,
cominciale ben pretto a venerare quegli Altari, que’ monumenti di pietra,
quelle Eetilie,.riguardandole o come Alberghi della Divinità, o come
fimboli della prefenza divina, e finalmente, tempre più creteendo 1*
accecamento, come tanti veraci Iddii ? Se il genere umano è pure
intefiato di adorare l’opera delle tee mani, qual cofa più reverenda, e più
degna di culto ai di lui occhi pretentali, che i mentovati Altari,
o monumenti, o Betilie ? Qui vorrà alcuno per avventura obbjettarmi,
che quando trattali d’antichità olcurilfima, più che col raziocinio, voglionfi
colla fioria, e co’ fatti fiabilir le opinioni j ed io non fono per
contenderlo. Forte però, che l’opinione da me proposta non li deduce
naturalmente in gran parte dai Libri Storici di Mosè, i quali ( lanciando
anche ftare quella ifpirazione divina, che li confacra, e mirandoli
tei con occhio di Filotefo non tumido per alterezza, nè da paliioni
alterato ) ben vagliono aliai più, che tutti li Vedam de’Bramini, gli
Zend di Zoroaftro, i Kinghi di Confucio, e di Se-ma-fiien, ed i racconti
favololi di Erodolo ? Pur i*on fi creda, che io voglia in quella materia
lafciare affatto il mio Leggitore digiuno di monumenti, e di autorità. Il
Volilo C i ) rapportaci, che il Beth - el, o Pietra di Giacobbe, di cui
tanto abbiamo parlato, fu a fomiglianza del Serpente di bronzo, per lunga
età foggetto di fuperfiiziofa adorazione a molti Giudei, finché da’ veri
Ifraeliti prete giuftameute in abbominio, gli fu cambiato il nome di JBef/iel %
Cafa di Dio, in quel di Beth - ave, cioè Cafa della Menzogna. Quali
poi furono i primi Simulacri degli Arabi, tra i quali i Moabiti, e gli Ammoniti
fi comprendevano? Gli Autori antichi, a’ quali rapportali i )
lai’, d. r. 2p. dell’ antica Idolatria. 21' tali il
Calmet, e che ci parlano delle prime Divinità di que’ Popoli, le
defcrivono come fempjici Pietre informi, o fcalpellate, ma non con umana
forma.,, Voi ridete, dice Arnobio, „ che
ne’ vetufti tempi gli Arabi adoraflero una,, Pietra informe. „ Malììmo Tirio (
3 ) o di que* ito, o d’ altro Arabico Simulacro parlando il chiania
Tfrrpxyjìm Pietra, quadrangolare. Ed Eu timio Zigabeno nella fua Panoplia
ragionando co’ Saraceni:,, Ed in tjual modo, efclama, voi ab-,, bracciate
la Pietra di Brachthan, e la baciate ?,, Alcuni rilpondono: Perchè Abramo fopra
di efc „ fa eboe il fuo primo commercio con Agar. Altri poi: Perchè
ad ella legò il fuo CameTo quan-,, do fu per lagrifìcare Ilàcco. f „ Non penio di meritar la taccia di
capricciofo, fe giudico quelle Pietre adorate in feguito nell’ Arabia
nuli* altro elfere fiate da principio, che vetulte Betilie, o rozzi
Altari fors’ anche al vero Dio confecrati. Certamente Mosè, ("5 J in ciò
ieguendo S er avventura la tradizione, e il più vetullo coume, prefcrive,
che di rozze Pietre dal ferro non tocche, e informi fallì, ed impoliti
follerò gli Altari, che dopo il patlàggio del Giordano fi volelfero
al Dio d’ Ifraello innalzare; e nuli’ altro, che grandi Pietre fpalmate
alquanto di calce folfero i monumenti defiinati. a fcrivervi lòpra
le parole della legge. Temette forfè il grande LeB 3 gisla 7 efor.
cP Antich. tratto dai Coment, del Calmet T. 2. ( 2 J Lib. 6. C 3 J Sermon. 3 8.
Ili* VfJUHi TposrpiQtsrt toj ?u 9 u» t ts Bpxyficxv j xou tpiKsirt raro»;
kou tiiik j aa> ewrw tpctti y %tQTi tir coki) aura s trasloca rn Ay
cefi 0 Afipaont. AÀA01 ?>£ ori rpotilìiKur carro» thv xxiju iXov,
fJ.iKho»r (jusai rov I sotux.. C s ) Deuter. Dissert.
sull’Origine gislatore, che fé tali monumenti, ed Altari fi f 0
f. fero con più eleganza collutti, divenilfero più facilmente al rozzo
fuo Popolo, e vacillante pietra d’inciampo, e fomento d’idolatrica
fuperllizione. E qui, giacché dell’ Arabica fuperllizione ho
fatto parola, voglio avvertire, che della per lungo tempo mantenne!!
nella lua primigenia feniplicità. Giobbe Arabo, o Idumeo, forfè
contemporaneo, lenon anteriore a Mosè, accenna lenza meno l’ Idolatria del fuo
Pael'e. Or ei non parla nè di llatue, nè di figure. Indica fidamente 1’adorazione,
ed il faluto del Sole, e della Luna, che poi Uroralt, ed Alilat furono nominati.
Segno manifelto, che fra que’ popoli non fi era introdotto per anco quel
lopraccarico di moftruole follie, con cui dalle Scolture Egiziane rimale
aggravata l’ Idolatria. Che fe non pertanto gli Arabi ab antico proltravanfi a
Pietre informi, o quadrate, quali io reputo Betilie, ed Altari, ben concluder
potrai!!, che quelli follerò il primo. fcoglio, e il primo fcandalo al/
materialifmo de’ più antichi Politeilli. Teltiinonio ne facciano i
primi Abitatori della Germania. Colloro finché rimaforo nella vernila loro
rozzezza, finché la fuperllizione fra eli! col commercio delle arti
Greche, e Romane non giunfe a farli più vaga infieme, e più llolta, altri
Simulacri non ebbero, come Tacito ( a J avverte, che folli informi di legno, e
di rozze pietre. Erano quelle le forme degl’ Iddii, che portavanocon elfo loro
alla guerra, penlando, che folle un offendere la Divinità il
rapprelèntarla fotto umana fembianza. Ciò, che pure da molti
altri C. 31. v. 16. ( 2 J De Morìb. Germart. Sta tua ex
stipitibus rudibus, i? impolito lapide effigi e s, CP Jìgna quxdam detracia
luci s in prxlium ferunt. Nec cohibere parietibus Deos, ncque in
ullam humani oris Jpeciem affimilare ex magnitudine cotlejìium
arbitrantur. altri Popoli di non peranche ingentilito collume, per
quanto narrano gravi Autori, collantemente penfolfi. Ma e dove lalcio la
celebre Madre degl* Iddìi, o fia Cibele di Frigia portata in Roma
da Pelìinunte col miniftero di Scipione Nafica, e da* Romani
ottenuta per mediazione del Re di Pergamo al tempo della feconda guerra
Cartagine!? ? Livio le dà il nome di fagra Pietra„ Pietra informe la
chiama Minuzio Felice. Arnobio la defcrive come una Selce non grande di
forco, ed atro colore, e per angoli prominenti ineguale. Eravi fra quei
Popoli tradizione, che quella Pietra caduta folle dal Cielo, e che
appunto da jrK&y cadere la Città Pelfinunte folle Hata chiamata.
La Grecia ftefTa non fu priva di quelle foggie di Simulacri. Paufania ci
attefta, che in una loia parte d’ Acaja furono da trenta Pietre tagliate
in quadro, aventi ciafcuna il nome di una qualche Divinità, e con fomma
venerazione riguardate, fendo llato collume antico de’Greci il prellar
culto a limili Pietre, non meno di quello, che pofcia faceflèro alle
figure, e alle llatue. Mi farà egli difdetto il probabilmente congetturare
per le ragioni di fopra addotte, che quelle, ed altre* limili
Pietre di Grecia nuli’ altro da principio foffero, che Betilie ? Servirono un
tempo a niun altro ufo, che agli efercizj delle facre adunanze. L’Idolatria col
farli più tenebrola giunte a divinizzarle. Betilie ùmilmente, o imitazione
fenza meno delle Betilie pollòno crederli gli Ermi, di cui la Grecia, e
Roma furono ripiene, e che pofcia ad abellire fervirono fpecialmente le
Biblioteche. Bili non erano da principio, che tronchi informi di
legno, o di marmo, o di pietre tagliate in quadro fenza mani, e fenza
piedi: T runcoque fiinillimus Herinu?, dille Giovenale. Ne* quattro di loro
lati pretendeva!! dinotare o le quattro ltagioni, o le quat B 4
tro ( 1 J Lib. 2$4 ( 2 J Lib. 6 • ("3 ) SiiU Dissert. sull*
Origine. tro parti del Mondo. Si confiderarono poi come ilatue degli
Dei, e di Mercurio principalmente „ Il di lui capo, che vi fi aggiunfe,
fu fenza meno un poderiore ornamento. Anche il Dio Termine non fu
nell* età più vetude rapprefentato, che fotto la figura di grolfi Saffi
quadrati, cubici, privi di mano, e di piede: Ttrpctywoi,
xuQoziìitls y K'Xttp&y xou airone?; quantunque al Dio
Termine pur s’aggiungere la teda umana ne’ fecoli confeguenti. E che non
può in quella parte una matta perfuafione a poco a poco crelciuta fra i barlumi
di tradizioni parte vere* e parte mendaci? A tutti è noto, che da
molti Popoli fi giunte per fino a venerare le Montagne, quali grandilfimi
Simulacri della Divinità. Il monte Atlante era il Dio degli AfFricani.
Occidentali: un monte il Dio de’Oappadoci per allerzione di Malfimo Tirio:
Moni a pud Cappadoces prò Deo ejl, prò jur amento, atquc
Simulacrum. Un monte, o fia rupe SxotéA© r y xoputplw il
chiama Stefano, rifcoire pure adorazione dagli Arabi. Giove fi venerava
nella cima de’ più alti monti, come dell’ Olimpo, del Callo, dell’
Ida; e il nome quindi ne rifcuotea di Giove Oljmpico, di Giove Cafio, di
Giove Ideo. Gl’ Italiani ilelfi predarono al monte Appennino
venerazione, come apparifce da una Ifcrizione riferita dal Matfèi nel tuo Mufeo
Veronefe, la quale comincia IOVI APENINO. Ora e per qual ragione crederemo noi,
che adorati veniflero tal» monti, te non per la della, che confecrate
avea le Betilie ? Ce la prelenta naturalmente il Bergero. Fu fcelta la cima de’ monti per
offrirvi de’ facrihzj, perchè credevano gli Uomini d’ e fiere più
vicini al Cielo, e conseguentemente agli Dei, qualora fi adoravano gli
Altri. Per tal motivo In Avsccpq. Trattai, della vera
Relig. ìf tfvo <i feielfero le pili alte. Tali cime per eli .«lercizj
della Religione confècrare ben predo dir vennero rilpettabili Immaginoifi,
che gli Dei vi fodero difcefi^ p®* ricevervi T’ incenfo, e gli omaggi
degli Uomini. Pài non vi volle. Riguardata prima come abitazione de* Numi,
fi confidcrarono ben predo quai Simulacri immenfi animati dalla
Divinità, ed ottennero una fpecie d’Apoteofi. Gon quanto fi è da me finora
ragionato, e che, le il tempo lo permettelle, con altre notizie, e
cagioni facilmente potrebbe!* dilatare, io giudico refa ormai probabile
la opinione di chi accinger vogliali a fo denere, che. i primi Simulacri
delìq Gentilefche Divinità fodero femplicl Pietre riquadrate, od informi,
fenza alcuna umana, q anima• Jefca fembianza. Reda ora, che alcuna cola
ragionili de* Simu» * a, cr * ° rot °ndi, o tendenti a rotondità, a cui
preito fuo culto primiero la cieca' fuperdizione, pfi* ma che folle ai
figuri te Statue provveduta. Io non fono per ripetere quanto di
fapra ba* ftevolmente ti £ detto intorno a| culto degli Adri* e
degli Elementi, degli Spiriti, e degli Eroi. Aggiungerò (blamente, che non
sdendo per anche giunto lo fcalpello Adirio, o. Egiziano a rapprefentar
le figure degli Uomini, e degli Animali, e per elprelfioni di Arnobio, (
i J avanti 1’ ufo, e U difciplina della fcoltura, già penfato avea
1* Idolatria a procacciarli, oltre le Betilie, oggetti temibili
alle lue adorazioni. Gonfiitevano quelli iti certi fimboli q dinotanti,
la potenza, e dabihta de’ Numi, o adombranti in qualche modo alcuna or qualità,
J Battoni, le Verghe, le Afte, che al dir di Trago Pompeo furono la
prima “^gna.dei Re, lignificavano il fommo imperio . de Numi, Le
colonne, i cilindri, le pur non erano una imitazione più ‘ ingrandita dei
Badoni da comando, ne accennavano l’ eternità. Gli Obe B 5 Ufchi,
' fi) Lib, et (Lib % ultima
t6 Dissert. sull* Origine lifchi, le Piramidi, i Coni
efprimevano i »gg* «}el • Sole, e delle Stelle, o la natura del fuoco,
che -in alto vibrava!! acuminato. Menianrto pur buone a Porfirio le
interpretazioni sì fatte. Concediamogli ancora, fe piace, che tali
monumenti alzati dalla pili vetulla gentilità non fi riguarda fiero da
principio, che come fimboli, o meri Pegni d’ onore. Il Volfio, e forfè
con troppo impegno, è dello fleflo parere; ma poi di Porfirio più ragionevole,
perchè non tanto foffifta, nè così empio, s’ arrende a concludere, che
ben pretto divennero occafione di lcandalo alla materiale Idolatria, e
oggetto furono di profane adorazioni. Elfi in una parola ne’ primi tempi
fletterò in luogo di quelle ftatue figurate, che poi ottenner l’ incenfo dalle
corrotte umane generazioni. E qui bramo s’ avverta ? che dove di fopra io
dilli, aver preffo molte nazioni tardato non poco le ftatue ad innalzarfi
ne’ Templi anche dopo la erezione de’medefimi, io intefi favellar
foltanto delle Statue rapprefentanti le Teodie fotto la forma di Uomo,
oppur d’ Animale; ma non volli giammai includere i Simulacri, per così
dire, fimEolici, e non aventi figura. Quelli fono anteriori, non pure alla
ftabil mole de’ grandi Templi, ma eziandio a quei Padiglioni, o
Tabernacoli, o Tempietti portatili, con cui gli antichi Idolatri ebbero
in ul'o di condurre a patteggio i loro Numi. Ora di quelli
non figurati Simulacri parlando, m’aprirò il varco con l'autorità di
Filone Biblico ( aj, il quale nel fuo proemio alla interpretazione di
Sanconiatone, diftinguendo gli Dei immortali, come il Sole, e la Luna, dagli
Dei mortali, cioè da que’ Principi, ed Eroi, che per le loro getta
avevano confeguita l’ Apoteofi, ci avverte «fiere flato vetullo
immcmorabil collume, fpecialmente (ij Apud Eufeb. Trap. Evang. lib,
3. c. 7. JW. lib. 1. e.. mente degli Egiziani, e Fenici, da’ quali
preferì norma le altre fazioni, d’ innalzare a quelle Chili d’Iddii
Colonnette, o Baftoni, o fia Scettri di le • J_ - -t fn..: ninmimpntl il
nome di (cerando. ,„ Sanconiatone poi nel fuo
frammento raccontaci fa J, che molti fecoli prima della coftruzione de’
Templi, e formazione delle Statue Ufoo primo navigatore avea dedicate due
Colonne %uo sTtfKxS al fuoco, e al vento, e prellato ad entrambe
culto, e facrificio col fangue degli Animali. Proiie: f He indi a
narrare, che dopo la morte de primi roi già divinizzati la grata
pofterita onorata avea la lor memoria, lotto i loro nomi confecrando
verghe, e colonne, e con feftivi giorni, e fagre cerimonie adorandole.
Finalmente ci addita, che dopo lunghiffima età fu innalzata al Dio Agro
vera effigiata Statua nella Fenicia.Giu Teppe Ebreo f non diubmigliantl
notizie prefentaci, aderendo, che i Tir) da principio a’ loro Dii
fornirono Afte, e Baftoni, poi Colon* ne, e finalmente le Statue..Certo
nella primitiva Egiziana Scrittura fimbolica non in altra foggia, che d’ un
Bafton da comando con un occhio efiprimevafi Ofmde, il S uale
originariamente fu il Sole, fignificar voleno la fua regale potenza, ed il
mirar ch’egli fa dall’alto tutte le cole. Ed io ben credo efftre
agli Eruditi notiffime le Piramidi, gli Obelifchi, ed i Coni dall’ Egitto
al Sole innalzati, come per imitar * i 'Tru'Xas rt,
xcu pa<i; aipitpoiw coopero? ccuTiM, xoa rocurot ju.yaAw?, kou
ioprrccs m/J.or carrots Taf pryisrccs. fi) Apud Eufeb. ibi c.
io. Cont. Apìon. lib. I. (4J Macrok. SatumaL lib. I.c. ai. aS
DisserY. ' suit* Ormine imitarne I fuqi raggi. Da ciò forfè
provennero quelle corna, d* cui in fedito 1 Egizia bizzaria li
compiacque ornar gentilmente il capo del tuo Giove Amone, del fpo Apollo
d*Eliopoli,e della fua Ifide. Ove à no\ piaccia di ftare * certe lezioni
per altro antiche del tetto di Quinto Curzio, CO ammetter dovremo, che 1' Amone
adorato da’ Trogloditi, e proceifionalmente a fpalle di Uomini condotto
in una dorata barchetta per averne eli Oracoli, altra forma non avea, che d
un Goiìò, ó d’ un Ombelico tutto di fmeratdi, e P rc ~ ziofe gemme
fmaltato. Almeno rigettar non potralTi 1* autorità di Brodiano,f 2 J il quale
ci delcrive il Simulacro del Sole (otto nome di Elegalu, venerato
iq Edeilfo della Siria Apamena • Di tale Simulacro (e ne può vedere
adombrata «. forma in una medaglia pretto il Vaillant battuta all’ùltimo
e più pazzo degl’ Imperadori Antonini. Or ecco la defcrizione di
Erodiano, giufta la verfione latina fatta dal ^oliziarfo. „ In Edefla non
v’ ha Simulacro atta Greca, o alla Romana em” «iato fecondo P immagine di
quel Dio -, ma un latto grande rotondo da imo > e, a P oco a P
oco crefcente in punta quali a figura di Cono. Nero V, è il color
della pietra, cui facciano eflere ca V, data dal Cielo. ed affermano
quella 1 ” fer 1* immagine del Sole no n da umano artificio
3y lavnrata Su tali parole fa una riflettìone op /.ante voi* citato
G^> del soie: uiciiuc, 7 -, -, Tentare gl* Iddìi fotto
umana fembianza fu de pofteriorf Greci, e Romani. Ma gli Afiatici più
ve., tutti, ecl anche gli Egizj moltq divamente fi *i P ° rt Chi °fà
pertanto, che, fe ci rimane^ro le merie delle più antiche orientali Divinità,
^noi^noi* mone Lib. s. Lih 5- CO Uh. 9. c. io >
dell'antica IdoiatrYa. 19 le trovaffimo quali tutte in figura di
Colonne, d? Obelifchi, di Piramidi, o di Coni rappreleutate ? Certo
non fenza ragione i Settanta hanno in co(ìu« me di traslatar per Colonne
la voce ebrea Matgaba, che ordinariamente traduce!! per ljìatue; e come
il Calmet ( t J ci avverte, il nome di Colonne lembra meglio
corrifpondere al lignificato del termine originale. Forfè que’ dottilììmi
Interpreti vollero dinotare la forma antica, con cui 1’Oriente, e
la Terra di Canaan rapprefentar foleva i fuoi Numi; E forfè Mosè
coll’ imporre, che fi demolillèr tutte le ftatue delle profane incontrate
Divinità, nuli’ altro impofe nella maggior parte, che la demolizione di
Piramidi, e di Colonne. Dilli nella maggior parte, e non in univerfale,
poiché quel Sacrificaverunt fiulptilibus Canaan, che abbiamo nel Salmo, mi lece
ellèr più continente nelle parole. E de’ famofi Serafini di Rachele,
primo monumento d’ Idolatria materiale, che s’ incontri nella Scrittura,
e degli altri Idoletti elìdenti prellb la làmiglia di Giacobbe dalla
Melopotamia recati, che diremo noi ? S’ io pretendelfi figurarmeli come
piccioli Coni, o colonnette, con quai monumenti, ed autorità potrei
ellère contradetto? Per verità io miro Giacobbe, che intefo a ripurgare la fua
Famiglia, prende, e (otterrà, non folo gl’ Idoli chiamati Dei ftranieri: Deos
alienos, ma angora i pendenti, che fi trovavano all’ orecchie de’ fuoi
feguaci Io non crederò già, che le Pedone della comitiva di
Giacobbe, e malTìme le piilfime Donne Lia, e Rachele ardlllèro di portare
sfacciatamente agli orecchi appefe le (lamette, od immagini d’ alcuna profana
Divinità. Primieramente potrebbe!! con tutta ragione foftenere, che di que’
tempi non eranò peranco T. 2. DiJJìrt. de' Templi degli
Antichi. Genef C. 25. Dederunt ergo ei omnes Dcos alienos, quos
habebant, IP inaures, qua: erant in auribus eorum. At ille infodit eas
subter Terebin -thum.30 Dissert. sull* Origine perineo in ufo le dame
figurate. Le Rabbiniche tradizioni dell’ arte datuaria efercitata
fuperdiziofamente da Tare Padre di Àbramo fono già (ereditate prellò degli
Eruditi. La pretefa antichità della Statua di Nino alzata a Belo fuo Padre
rella dai calceli dell’UHèrio fmentita. Nino regnò in Affina parecchj
fecoli dopo Giacobbe. All’etàdique^ fio Patriarca il Sole, gli Aflri, e
malfime il fuoco adorati nella Caldea, Affiria, e Mofopotamia
probabiliffimamente non aveano che Simulacri fimbolici. Quando pure fenza
fondamento ammetter fi voleflèro le Statue figurate ai giorni dello
ftefiò Giacobbe, io non potrò perfuadermi giammai, che 1’Uom fanto
permeili avelie in alcun tempo ne’ fuoi l’ irreligiol'a ollentazione di
tenerle appele agli orecchi, comecché per folo ornamento. Il motivo
ideilo, oltre a varj altri, che addurre potrei, mi trattiene dal
fottolcrivermi all’ opinione del Grazio, e del Wandale, i quali
pretendono, che tali orecchini follerò fuperdiziofi Amuleti. Quale
relazione adunque degli orecchini cogl’ Idoli per dovere anch’ «Ili
meritare il fotterramento ? Se avefi fi luogo ad edernare un mio non
inverifimil pendere, direi, che la relazione confidelle in una certa edrinfeca
fomiglianza colla fimbolica figura degl’ Idoli. Forle l’ ornato di quegli
orecchini potea edere qualche gemma, o preziofo metallo cadente, e
travagliato a maniera di goccia, di cono, o vergherà, che molto raflòmiglialTe
la forma appunto degl’ Idolatrici Simulacri. Quindi Giacobbe volendo
abolita per fempre di quedi ultimi la memoria predo de’luoi, nalcolè
unitamente fotterra tutti quegli ornamenti, che per la loro forma, e
lavoro potuto avrebbero in alcun tempo rifvegliarne la rimembranza. Ma
fi torni in carriera, e col Voffio ( i ) ornai fi rammenti, che non in
figura umana, ma bensì in figura di colonne o piramidi acuminate
furono i Si Lib. g. c. 5. i Simulacri, a cui nei
primi, e più rimoti fuoi tempi l’ idolatrante Grecia prodrofli; che le per
conientimentò di tutti gli Autori ebbe la Grecia dagli Orientali, e dall'
Egitto principalmente i fuoi Numi, e le cerimonie di Religione, farà quella
una riprova novella, che di cilindrica, piramidale, o conica forma
federo i Simulacri almen più vetulli dall’Oriente, e dall' Egitto
inventati. Ora nuli’ altro appunto, che una Colonna fu la
Giunone Argiva. Ce lo atteda Clemente Aleffandrino recando alcuni verlì di un vecchio
Poeta Greco in lode di Callitoe prima Sacerdotellà di quella Diva predò gli
Argivi. Io mi farò lecito di darne una mia Traduzione; Della Donna
del Ciel preliede al Tempio Clavigera Callitoe, che intorno Di
ferti, e bende un dì già ornò primiera Dell’ Argiva Giunon 1 ’ alta
Colonna. Non altro, che femplici acuminate Colonne, o
Piramidi furono i Simulacri podi ad Apollo, e a Diana, come lo Scaligero
(3 ) dalle antiche memorie deduce. Non altro, erte una rozza Colonna di legno
la Statua di Pallade Attica.,, Quan„ to ( dicea perciò Tertulliano) ( aJ
diltinguelt,, dallo dipite d' una croce la Pallade Attica, o „ la Cerere
Farrea, che lènza effigie coda d’ un „ rozzo palo, e d’ un legno informe.
Un legno „ non dolato ( proliegue Arnobio ) adorodì,, da que’ di Caria in luogo di Diana:
in luogo di Giunone un Pluteo da
que’ di Samo; un’ Atta „ dai Romani in luogo di Marte, come le Mule
» ài 'Zrpuu.eerwv I K «XfaQoti cXifjLTtcìbos
BajiAtw H/W fi pryutK W> {Tìia/axsi, XM buiOCVOKl ripa
irti tx.orjj.tKur rtpt tttwx jJMxpw curctsitK. Ad an. Eufib. 377, f
4 ) AJverf. Cent. C 5 J Lib. 6. 3 2 Dissert. suix’
Origine „ di Vairone ci additano.,, E giacché Arnobio un
Romano Autore ha citato, qui giovi connetterne un altro, cioè Trogo Pompeo, o
fia il Tuo Compilatore Giurino, il quale d’ Amulio,~e di Numitore
parlando ultimi fra i Re d’ Alba, in quella foggia h efprime.,, In que’
tempi tuttora,, dai Re invece di Diadema portavanfi 1 ’ alle »,, che lcettri
dai Greci furon chiamate. Conciof-,, liachè dalla prima origine delle cofe
furono ado-,, rate 1 ’ Alle in luogo de’Simulacri degl' Iddii im-,, mortali. Ed
in memoria di tal religione ai Si„ mulacri degl’ Iddii tuttora 1' Alte s’
aggiungono. „ Finalmente non altro, che un rozzo malconcio legno, e
deforme» liccome Ateneo ne fa fede era il Simulacro di Latoua prello a quelli
di Deio y c per fitìfatta guilà ridevole, che al ibi vederlo n’
ebbe a icoppiar dalle rifa quel Parmenilco di Metaponto, che dopo 1 *
ufeita dall’ antro di Triionio non avea rifo giammai. Quindi non ci ltupiremo
altrimenti al fapere» che un breve defeo attaccato ad una lunghi ifima
pertica folle il Simu* lacro del Sole venerato da que’ di Peonia; e
che informi tronchi, maltagliati, e fenz' arte fodero 1 Numi degli
antichi Germani e de’ prilchi Galli, come ne allicura Lucano. Molto mena
furem meraviglia in vedere queiti primi idolatrici monumenti di legno più
tolto, che d’ altra materia lavorati. Per poco che fiali nell’ erudizione
verfato » non può ignorarli » che i Simulacri primieri dell’ ancor giovane
Idolatria materiale, giulta il collume degli Orientali pattato nella Grecia
» e nel Lazio, furono quali comunemente d’ argilla, o di legno, a cui
fuccedè ben prello il marmo quindi i metalli v e finalmente 1’avorio. Non
lafcianci dubitarne i be' palli, che abbiamo in C O Lib.
43. Mb. Simulacraque moejla
Deorum Arte careni, caefisque extant informia truficis. in Ifiaia,
in Geremia in Ofiea, e nel Libro della Sapienza. Gli eleganti verfi
poi di Tibullo CìJ 1 non Ibi rapporto a quello capo, ma tutta in generale
confermano la mia presente opinione. Non di legno però - ma di pietra in
figura di gran piramide, al dir di Pautania, fi il Simulacro fiotto il
nome di Apollo da’ Megarefi guardato, e Umilmente una pietra fu la sì celebre
Venere Pafia, il di cui Santuario tanta venerazione rifico Uè non pur
dall’ Ifiola di Cipro, ma dalla Grecia tutta, e dall’Alia minore. Venere
Pafia, che ha data occafione, e primo impullò al mio fieri vere,
quella fi a appunto, che ornai gli dia compimento. Il di lei
Simulacro viene da Maflimo Tirio ad una piramide bianca paragonato.
Noi però più efatta ne prenderemo la detenzione da TACITO (vedasi), le di
cui parole nel fiuo nativo linguaggio mi fo lecito di produrre: Haud crtt
longum initi a religionis, temyli fitum, formanti Dea 9 ncque alibi fic
habetur, vaucis dijjerere. Simulacrum Dea non effigie fiumana continuus orbis,
la tiore initio tenuem m ambitum, met a modo exurgens, C? ratio in obfcuro - Or
di quefia Venere Pafia noi coi noftri proprj occhi ne potremo facilmente
rilevar Ja figura tutta appunto conforme alla C o f. . I. f 3
) 4. 12, co «$• Eleg.) Nam veneror, jèu Jìiyes habet defertus in
agris, $eu vetits in trivio florida Certa lapis f Eleg. io. lib.
Sed yatrii fervute lares, coluiflis CP idem Curfarem veflros cum tener
ante lares; Kec yudeat yrifios vos ejfe e fliyite faclos, Sic
veteris JeJes incoluiflis evi. T unc melius tenuere fidem, cum ytniyere
teSÌ 9 l Stabat in exigua ligneus ade Q$us Orat. Dissert.
sull'Origine alla defcrizione di Tacito. Balla oflervar tre
Me** daglie riportateci dal Patino. La prima battuta dalla Città di Paflo
a Drulo Celare. La feconda coniata da’Cipriotti a Vefpalìano La
terza da’ Cipriotti Umilmente dedicata a Tramano C4J • Anzi non l’ Itola lòia
di Cipro, come di lòpra toccai, e come attella, e comprova P eruditiffimo
incomparabile Spanemio, adorò la Venere Pafia. Il di lei culto
propagolfi ancora in altre Nazioni, e Città, le «juali perciò lì
fecero vanto di ornare col di lei Simulacro, e Tempio i rovefci di lor
medaglie. Fede ne faccia la Medaglia di Adriano battuta da que’di Sardi
nell’ Afia minore, e riferita dal Sirmondo, e Umilmente un’ altra coniata
da Pergameni fpettante ad Euripilo prellò il citato Spanemio; ed anche
un’ antica Corniola prodotta dall’ Agoltini, fenza accennare però, le Greca, o
Romana. Ed io lòn di parere, che dal tempo, e dagli Eruditi altri limili
monumenti o fcoperti lì fieno, o (coprire lì pollano dinotanti la
venerazione dilatata, in che lì ebbe quella folle Palla divinità, e
infieme comprovanti la veridica deferii zione, che del di Lei Simulacro
Tacito ci rapprefenta. Debbo però confettare, che quanto ne* monumenti
addotti io riconol'co per vera ed el'atta la delcrizione mentovata, mi
lòrprende altrettanto il modo, con cui Tacito la conclude: Met.r modo exurgens,
ei dice, i? ratio in olj'curo. Poffibile, che ad un Uom si erudito, quale fu
Tacito, sì gran meraviglia facelle il mirar Venere Pafia in figura di un
cono, o di una piramide ? Non dovea egli piuttollo da una tale figura
defumere 1* antichità di tal Simulacro, o almeno la derivazione di
C 1 J Imy. Roin. Numis. C De Praeft., t? Ufìi Numism.
Dijf. Colleg. delle Med. del Col. Chiaram. di Parigi. C»J DiaL. ne di una
veturtilfima coltomanza ? Non dovea Tape re, che ne’ più rimoti tempi, e come
Trogo dicea, ab origine rerum, altri Simulacri non ebbero i Numi, che o
pietre quadrate, o piramidi, od obelifchi, o coni, o colonne di legno, e di
fallo ? Come ignorar potea il conico Simulacro d’ Apollo in Megara,
e del Sole in Ed e Ila, e gli obelifchi, è le piramidi al Sole ideilo
alzate in Egitto ? Come gli ufeiron di mente i furti, o colonnette rozze
di legno, e le impolite pietre, che per di lui alferzione rifeuoteano le
adorazioni della Germania ? Come sfuggirono alla di lui maflima
erudizione le due colonne porte a Giove nel Tempio d’ Ercole in
Tiro; come le altre molte collocate nel Tempio di Gadi; come le due
confecrate al Sole dal Re Ferone nel di lui Tempio in Egitto? Tante
colonne infine fi J, con cui adombrar (i folevano e Giove, e Giunone, e
Bacco chiamato perciò TUputiovios Colutnnarius, e Apollo detto
Ayiftfs Compitali, ed Ercole, e Marte, e Bellona, non dovevano
farlo falire all’ origine delle cole, ai coltomi dell’antica, e primiera
rozzezza, e deporre la meraviglia circa la forma del Simulacro di
Venere Pafia ? Ma qual cofa Tacito fi penfaflè in quella Tua
fofpenfione, egli fel vegga, e noi non ce ne brigheremo altrimenti.
Raccoglieremo bensì le vele ad una Dillertazione, che in vallo pelago
trafeorfe ornai troppo lungi. Voi, o dottiamo Sig. Conte, farete
telfimonio o del Tuo felice tragitto, o del Ilio infaufto naufragio; e
onorar dovrete o di compatimento i fuoi rilicofi viaggi, o i luoi errori
di correzione. Se 1 amor proprio non mi fa velo al giudizio, ere.
c " e ^ della tratto avelie a qualche porto di 1 ufficiente
probabilità 1 opinione da Voi propolla™ l. \ c }°£ che i Simulacri più vernili
delle pagane Divinità follerò di quadrata, o di rotonda figura, o
al- C O Ue^io Aìnetan. Qjiejì. lib. 3<5 Dissert. SuliTdolatria;
( o almeno tendente a rotonditi. Un più ralente Piloto e di forze,
e di tempo, e di finimenti più agiato faprà condurla felicemente ad un
porto di fìcurezza. Quanto a me, fe altro non averti potato ottenere,
Tarò almeno contentiamo d avervi f er alcun modo tellimoniata la
mia. ubbidienza, alto pregio, in che tengo 1’ autorità voftra, e ij
voltro merito Angolare. l'idi t prò lUtàe, ac Revino D. V. Domini
co Al archi one Mancinforte Epifcopo F aventino Albertus Raccagni
Farocbus Sanfli Antonini. Fr. Angelus Maria Merenda Ordinis
Predicatorum Sacra Scripturx LeElor, ac f^icartus Gg~ neralis SaaEli
Offici* F aventi a. In tale direzione, si riscontra la necessità di
condurre la ricerca a un livello sem iotico-sem iosico, ricorrendo alla sem
iotica di Peirce, e in particolare alla sua definizione di “interpretante
iconico”, segno creativo capace di comprendere meglio ciò che è altro
dall’identico, ciò che differisce dal segno “idolo”. Attraverso una semiotica
dell’interpretazione, si cercherà quindi di spiegare teoricamente il
funzionamento degli elementi che compongono un testo, per una comprensione del
concetto di scrittura e le prospettive che questa propone per la costruzione di
un approccio critico alla problematica della lettura del testo BACON, LE
QUATTRO SPECIE DI IDOLI Bacon espone in queste pagine la sua teoria sugli idola
(i pregiudizi) che occupano la mente umana e le rendono difficile “l’accesso
alla verità”. Bacon, Novum Organon, Gli idoli e le false nozioni che
penetrarono nell’intelletto umano fissandosi in profondità dentro di esso, non
solo assediano le menti umane in modo da rendere difficile l’accesso alla
verità, ma addirittura (una volta che quest’accesso sia dato e concesso) di
nuovo risorgeranno e saranno causa di molestia nella stessa instaurazione delle
scienze: almeno che gli uomini, preavvertiti, non si agguerriscano, per quanto
è possibile contro di essi. Quattro sono le specie degli idoli che assediano le
menti umane. Per farci intendere abbiamo imposto loro dei nomi: chiameremo la
prima specie idoli della tribú; la seconda idoli della spelonca; la terza idoli
del mercato; la quarta idoli del teatro. Gli idoli della tribú sono
fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribú o razza umana. Pertanto
si asserisce falsamente che il senso umano è la misura delle cose ché al
contrario tutte le percezioni, sia del senso sia della mente, derivano
dall’analogia con l’uomo, non dall’analogia con l’universo. Rispetto ai raggi
delle cose l’intelletto umano è simile a uno specchio disuguale che mescola la
sua propria natura a quella delle cose e la deforma e la travisa. Gli
idoli della spelonca sono idoli dell’uomo in quanto individuo. Ciascuno infatti
(oltre alle aberrazioni proprie della natura in generale) ha una specie di
propria caverna o spelonca che rifrange e deforma la luce della natura: o a
causa della natura propria e singolare di ciascuno, o a causa dell’educazione e
della conservazione con gli altri, o della lettura di libri e dell’autorità di
coloro che si onorano e si ammirano, o a causa della diversità delle
impressioni a seconda che siano accolte da un animo preoccupato e prevenuto o
calmo ed equilibrato. Cosicché lo spirito umano (come si presenta nei singoli
individui) è cosa varia e grandemente mutevole e quasi soggetta al caso. Perciò
giustamente affermò Eraclito che gli uomini cercano le scienze nei loro mondi
particolari e non nel piú grande mondo a tutti comune. Vi sono poi gli
idoli che derivano quasi da un contratto e dalle reciproche relazioni del
genere umano: li chiamiamo idoli del mercato a causa del commercio e del
consorzio degli uomini. Gli uomini infatti si associano per mezzo dei discorsi,
ma i nomi vengono imposti secondo la comprensione del volgo e tale errata e
inopportuna imposizione ingombra in molti modi l’intelletto. D’altra parte le
definizioni o le spiegazioni, delle quali gli uomini dotti si provvidero e con
le quali si protessero in certi casi, non sono in alcun modo servite di
rimedio. Anzi le parole fanno violenza all’intelletto e confondono ogni cosa e
trascinano gli uomini a controversie e a finzioni innumerevoli e vane.
XLIV Vi sono infine gli idoli che penetrano negli animi degli uomini dai vari
sistemi filosofici e dalle errate leggi delle dimostrazioni. Li chiamiamo idoli
del teatro perché consideriamo tutte le filosofie che sono state ricevute o
create come tante favole presentate sulla scena e recitate che hanno prodotto
mondi fittizi da palcoscenico. Non parliamo solo dei sistemi filosofici che già
abbiamo o delle antiche filosofie e delle antiche sètte perché è sempre
possibile comporre e combinare moltissime altre favole dello stesso tipo: le
cause di errori diversissimi possono essere infatti quasi comuni. Né abbiamo
queste opinioni solo intorno alle filosofie universali, ma anche intorno a
molti princípi e assiomi delle scienze che sono invalsi per tradizione,
credulità e trascuratezza. Il pensiero di F. Bacon, a cura di P. Rossi,
Loescher, Torino. The idol fixes one's gaze on itself; the icon, for its part,
demands that one go throughGrice: “Cattaneo’s philosophical background is much
stronger than Hart’s! Hart always doubted his philosophical abilities – as he
kept comparing himself to me! When Cattaneo was at St. Antony’s, Hart found that
he had to play brilliant, since a ‘continental’ was watching! Cattaneo is
especially good in the study of Roman-Italian giurisprudenza, from Cicero,
Goldoni, Carrrara, and Manzoni, onwards! They don’t need no stinking Hart!” -- M.
A. Cattaneo. Mario A. Cattaneo. Mario Alessandro Cattaneo. Mario Cattaneo.
Keywords: eidolon, idolo, idol of the market place – bentham -- autorita,
autoritarismo, positivismo di H. L. A. Hart, il concetto della legge, filosofia
del linguaggio ordinario, scuola oxoniense di filosofia del linguaggio
ordinario, il gruppo di giocco di Austin, il primo o vecchio gruppo di giocco
di Austin al All Souls, giovedi notte; il nuovo gruppo di giocco di Austin
sabato alla mattina. Hart, Hampshire, Grice. Grice, neo-Trasimaco, giustizia, fairness,
valore legale, valore morale, le legge e la morale, priorita della moralita
sulla legalita, concetti di priorita, priorita evaluativa, neo-trasimaco,
neo-socrate, platonismo giuridico, positivismo pre-Kelsen: hobbes, bentham,
autin. I giuristi italiani. Storia della giurisprudenza italiana. Goldoni,
Carrara, Manzoni, Collodi, Lorenzini, Pinocchio, Foscolo, Perini, Beccaria,
Colonna infame, letteratura italiana, fizione italiana, prosa italiana,
giurisprudenza italiana, avvocatura ed implicatura. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cattaneo” – The Swimming-Pool Library. Cattaneo.
Luigi Speranza -- Grice e Catucci: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’ego et alter, E ed A
– i giocchi cooperativi – Meinong et al. teoria del valore -- l’altro – scuola
di Roma –filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo
lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I love Catucci – Ogden and
Richards, whom I’ve read profusely, expand on Husserl – and Catucci is “our man
in Husserlian phenomenology of intersubjectivity!” – Grice: “As a typical
Itaian philosopher, viz. eclectic, he has philosophised on Luckacs, and
Foucault, too!” -Grice: “Catucci’s approach to Lukacks is via ‘poverty,’ which
has little to do with my idea that the poorer the semantics the richer the
pragmatics: ‘His semantics was poor, but it was honest!”. Altre opere: “La
filosofia critica di Husserl, Milano, Guerini et Associati); Beethoven Opera
Omnia. Le Opere. Fabbri Classica); Bach e la musica barocca, Roma, La
Biblioteca); Introduzione a Foucault, Bari-Roma, Laterza); La storia della
musica, Roma, La Biblioteca); Spazi e maschere, Roma, (a cura di, con Umberto
Cao), Meltemi Editore); Per una filosofia povera, Torino, Bollati Boringhieri);
Imparare dalla Luna, Macerata, Quodlibet. Si laurea a Roma sotto Garroni.
Studia a Bologna. Legge Tugendhat e Tertulian. Insegna a Camerino e Roma. Pubblica
il saggio La filosofia critica di Husserl (ed. Guerini e Associati) la cui
preparazione ha richiesto un periodo di ricerca presso lo
"Husserl-Archief” di Leuven, in Belgio. Il lavoro sui manoscritti di
Husserl lo ha portato alla pubblicazione di diversi saggi di carattere
fenomenologico, tra cui “Le cose stesse”; “Note su un’autocritica
trascendentale della fenomenologia di Husserl”, basato sull’analisi di testi
husserliani inediti. Pubblicato per Laterza un saggio su Foucault. Quindi è
stata la volta del saggio “Per una filosofia povera”, uno studio ad ampio
spettro sulla filosofia italiana nella Grande Guerra (ed. Bollati Boringhieri).
Ha inoltre collaborato alla stesura del Dizionario di Estetica curato per
Laterza da Gianni Carchia e Paolo D'Angelo. Ha numerosi saggi su Foucault (La
linea del crimine) sull’estetica, sull’architettura e sulla musica, in
particolare musicisti come Wagner e Stockhausen. Potere e visbilità (ed.
Quodlibet). La sua ricerca Imparare dalla Luna (ed. Quodlibet) ha ottenuto
ampia risonanza anche al di là del campo degli studi filosofici, portandolo fra
l’altro a tenere conferenze al Festival delle Scienze di Roma, al Festival
Wired di Milano, e al Congresso
Nazionale della Società Italiana di Fisica. Membro della Società Italiana di
Estetica. Coordina “I Concerti del Quirinale”. “Tutto Wagner”. Collabora
regolarmente con l’Accademia Nazionale di S. Cecilia, Orchestra Sinfonica
Nazionale della Rai, Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Regio di Torino,
Festival Mi-To Settembre Musica) e ha organizzato manifestazioni di tipo
filosofico-musicale per la Biennale Musica di Venezia e per il Festival Play.it
di Firenze, L'arte è un progetto? C. Estetica Elementare - L'esperienza del
coro fra etica e tecnica C.-Prefazione/Postfazione book: Insieme. Canto,
relazione e musica in gruppo - La storia dell'estetica come critica e come
filosofia C. -AESTHETICA. PRE-PRINT (Centro internazionale studi di estetica) -
Di cosa parliamo quando parliamo di teoria C. Cinque temi del moderno
contemporaneo. Memoria, natura, energia, comunicazione, catastrofe - Bellezza C.
Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Parole. Il Kitsch: ieri, oggi, domani C. Riga - Aesthetics
and Architecture Facing a Changing Society C. International Yearbook of
Aesthetics (JP Službeni glasnik, ) Introduzione a Foucault. Saggio, Trattato
Scientifico Imparare dalla Luna. Nuova edizione riveduta e ampliata C. Il corpo e le forme. Note sul discorso
spirituale nella filosofia e nell'arte C. Della materia spirituale dell'arte -
On the spiritual matter of art - - Perché gli artisti nei luoghi del disastro C.
-Terre in movimento - The Prison Beyond its Theory. Between Foucault's
Militancy and Thought C.- Prison Architecture and Humans - Postfazione C. -
Prefazione/Postfazione book: Qualcosa sull'architettura. Figure e pensieri
nella composizione - Prefazione. Vite di architetture infami C. - Incompiute, o
dei ruderi della contemporaneità - Potere e visibilità. Studi su Foucault C.
Prefazione a L. Romagni, Strutture della composizione C. Strutture della
composizione. Architettura e musica - - Presentazione. Leo Popper: l'etica e le
forme C. Articolo in rivista paper: AESTHETICA. PRE-PRINT (Centro
internazionale studi di estetica) L'angelo della matematica C. La vetrata artistica della Scuola di
Matematica. Disegno di Gio Ponti per Luigi Fontana - A roadmap toward the
development of Sapienza Smart Campus Pagliaro; Mattoni; Gugliermetti; Bisegna,
Fabio; Azzaro, Bartolomeo; Tomei, Francesco; Ca. Atto di convegno in volume
conference: 16th International Conference on Environment and Electrical
Engineering, EEEIC (Florence Italy)
book: EEEIC 2016 - International Conference on Environment and Electrical
Engineering - Luce, Illuminazione, Illuminismo C. - I percorsi
dell'immaginazione. Studi in onore di Pietro Montani - L'opera d'arte e la sua
ombra C. L'estetica e le arti. Studi in
onore di Giuseppe Di Giacomo - (La linea del crimine. Foucault e la vita degli
uomini infami C. AGALMA (-Roma: Meltemi -Roma: Castelvecchi, = Materia
primordiale e Growing Design C.; Lucibello, ANANKE (Firenze: Alinea,
Preliminari a un'estetica della plastica C.Plastic Days. Materiali e Design /
Materials et Design - Antropomorfismo C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book:
Wikitecnica - Arte C. - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica -
Einfühlung Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book:
Wikitecnica - Movimento Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario
book: Wikitecnica - (Sovrastruttura C. - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario
book: Wikitecnica - Strutturalismo Catucci, Stefano - 02d Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica Il nome del presente. The name of the
present C. DOMUS (Rozzano Milan Italy: Editoriale Domus) Imparare dalla Luna C.-
03a Saggio, Trattato Scientifico book: Imparare dalla Luna - Filosofia
dell'eccedenza sensibile C. - 02a Capitolo o Articolo book: Vice Versa - La
Gaia estetica C. - 02a Capitolo o Articolo book: Costellazioni estetiche: dalla
storia alla neoestetica. Studi offerti in onore di Luigi Russo - -
Conversazione con S. Gregory, Paola; C. - 02a Capitolo o Articolo book:
Progetto e Rifiuti. Design and Waste. No-Waste - La contingenza impossibile:
note su alcuni modelli espositivi dell'opera d'arte. C. - 02a Capitolo o
Articolo book: Il museo contemporaneo. Storie, esperienze, competenze -
Metamorfosi: un'architettura dopo il postmoderno C. - 02c
Prefazione/Postfazione book: Autocostruzioni. O degli ultimi spazi del progetto
- - Mission to Mars- C.- HORTUS (Roma: Facoltà di Architettura "Valle
Giulia", universita' la "Sapienza" Direttore -Necessity and
Beauty C. - 02c Prefazione/Postfazione book: Parks and territory: new
perspective in planning and organization -
Eyes Wide Shut. Architecture without Philosophy C. - 04b Atto di
convegno in volume conference: The Signifiance of Philosophy in Archtectural
Education (Patrasso - Grecia - Dipartimento di Architettura dell'Università di
Patrasso) book: The Signifiance of Philosophy in Archtectural Education -
Estetica della speranza C. - 02c Prefazione/Postfazione book: Teoria critica
del desiderio - "Reimparare a sognare". Note su sogno, immaginazione
e politica in Foucault Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo book: La
coscienza e il sogno. A partire da Valéry -Visione e dispersione. La regia
architettonica Moretti Catucci, Stefano -
Atto di convegno in volume conference: Moretti architetto del Novecento
(Facoltà di Architettura, Università di Roma "Sapienza") book:
Moretti architetto del Novecento - Critica del contesto C. - 01a Articolo in
rivista paper: PIANO PROGETTO CITTÀ (-Avezzano (AQ): LISt- Laboratorio
Internazionale di Strategie editoriali,
-Avezzano (AQ): Ed'A- Editoriale d'Architettura -Pescara: Sala Editore
Pescara Pescara: Clua) Essere giusti con Marx C. - 02a Capitolo o Articolo
book: Foucault-Marx: paralleli e paradossi - La terza dimensione C. Articolo in
rivista paper: VEDUTE (Roma-Macerata: Quodlibet, «Eine eigene fremde Welt»: le
utopie terrestri di Karlheinz Stockhausen C. - 01a Articolo in rivista paper:
ATENEO VENETO (Ateneo Veneto:Campo S. Fantin Venice Italy: "Des moustiques
domestiques”: Notes on the Tautology of Visual Writing C. Atto di convegno in
volume book: Beyond Media: Visions, catalogo della 9. Edizione
dell’International Festival for Architecture and Media - Prolegomeni a
un'architettura della relazione C. Capitolo o Articolo book: L'esplosione
urbana - I generi musicali: una problematizzazione C. Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: (Enciclopedia Treccani Terzo Millennio), vol. II,
Comunicare e rappresentare - Senso e progetto. Il contributo dell’estetica C. -
Capitolo o Articolo book: Il progetto di architettura come sintesi di
discipline - Il progetto di architettura come sintesi di discipline C.;
Strappa, Giuseppe - 03a Saggio, Trattato Scientifico Il lavoro della
dispersione C.- Capitolo o Articolo book: L’idea e la differenza. Noi e gli
altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo. - Introduzione a
Foucault C. Tutto quello che "la musica può fare". Conversazione con
Francesco e Max Gazzè. Magrelli, Valerio; Moretti, Giampiero; Piperno, Franco;
Giuriati, Giovanni; C.; Scognamiglio, Renata; Caputo, Simone - Capitolo o Articolo book: Parlare di
musica Costruire, abitare, patire C. -
Capitolo o Articolo book: Arte, Scienza, Tecnica del Costruire - Elogio del
parlare obliquo: la musica classica alla radio C. Parlare di musica - La
proprietà intellettuale come problema estetico C. FORME DI VITA (Roma:
DeriveApprodi) L’architettura al tempo di Nikolaj Rostov C. GOMORRA (Roma:
Meltemi- Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, - Per una critica delle
narrazioni urbane Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: PARAMETRO
(Faenza Italy: Gruppo Editoriale Faenza Editrice) Foucault filosofo
dell’urbanismo C. Lo sguardo di Foucault - La cura di scrivere C. Atto di
convegno in volume book: Dopo Foucault. Genealogie del postmoderno -La via
dialogica dell’arte: i nuovi linguaggi urbani C. Atto di comunicazione a
congresso conference: Nel convivio delle differenze. Il dialogo nelle società
del terzo millennio (Roma - Pontificia Università Urbaniana) book: Nel convivio
delle differenze. Il dialogo nelle società del terzo millennio, a cura di E.
Scognamiglio e A. Trevisiol - Spartacus: i dilemmi della libertà Catucci,
Stefano - 02a Capitolo o Articolo book: Una strana rivista: «Gomorra»
Dizionario di Estetica C.Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di
Estetica - Il colosso senza immaginazione C. Osservatorio Nomade: immaginare
Corviale. Pratiche ed estetiche per la città contemporanea Il visibile e
l’invisibile. Riflessioni sul potere in Foucault C.- 02a Capitolo o Articolo
book: Conoscenza e potere. Le illusioni della trasparenza - Un passato che non
passa. Bachelard e la fine dell’abitare C. Simbolo, metafora, esistenza. Saggi
in onore di Trevi - Corridoi Transeuropei C. - 01a Articolo in rivista paper:
GOMORRA (Roma: Meltemi- Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, La “natura”
della natura umana Catucci, Stefano - Prefazione/Postfazione book: Della Natura
Umana. Invariante biologico e potere politico. - Estetica e Architettura C. Capitolo
o Articolo book: Contaminazioni culturali. Materiali di studio del Dottorato di
Ricerca in Riqualificazione e Recupero Insediativo - (Criticare l’estetica per
criticare il presente C.Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma: Meltemi-2001
Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, Le Corbusier a Pessac: un paradigma
moderno Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: SPAZIO RICERCA
(CAMERINO:DIPARTIMENTO PROCAM DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI CAMERINO)
Foucault: dalla novità storica all’estetica dell’esistenza C. Articolo in
rivista paper: FORME DI VITA (Roma: DeriveApprodi La pensée picturale C. Atto di convegno in volume conference:
Colloque de Cerisy - Foucault: La littérature et les arts (Cerisy - Francia)
book: Michel Foucault, la littérature, les arts - Attraverso Velázquez:
Foucault, Las Meninas, la filosofia Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo
book: Il classico violato. Per un museo letterario- Tre versioni del misurare C.
SPAZIO RICERCA (CAMERINO:DIPARTIMENTO PROCAM DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI
CAMERINO) Per una filosofia povera: la Grande Guerra, l'esperienza, il senso; a
partire da Lukács C. - 03a Saggio, Trattato Scientifico book: Per una filosofia
povera: la Grande Guerra, l'esperienza, il senso; a partire da Lukács -
L'angelo dei rifiuti Catucci, Stefano Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma:
Meltemi-Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, Estetica dell'abitare C.
Capitolo o Articolo book: La nuova Estetica italiana - Spazi e maschere
Catucci, Stefano - 06a Curatela Ambiguità C. - 02d Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica Poetica Catucci, Stefano - Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Architettura, teorie della C. Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Censura Ca. -Voce di
Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Distruzione delle opere
d'arte C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica -
Fenomenologica, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di
Estetica - Fisiognomica C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di
Estetica - Fotografia, teorie della C.
Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica Kitsch C.Voce
di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Marxista, estetica C.
Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Musica, teorie
della C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Opera
d'arte C.Voce di Enciclopedia Dizionario Dizionario di Estetica - Originalità C/
Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Particolarità
Catucci, Stefano Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica -
Realismo C.-Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - -
Retorica C. Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Rispecchiamento C.Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Ritmo C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book:
Dizionario di Estetica - - Scientifica, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Sociologia dell'arte C.Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Storicità C.Voce di Enciclopedia/Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Struttura C. Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Strutturalista, estetica C. Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Terapie artistiche C. -
Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Tipico C.Voce di
Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Autenticità C.Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Oggetto estetico C.
-Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Estetica e
politica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Fra tempo e spazio: rassegna sul vuoto in
musica C. GOMORRA (Roma: Meltemi-Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan) -
Estetica della censura C. Capitolo o Articolo book: La cortina invisibile -
Figures de l’art, figures de la vie. Une idée de philosophie chez le jeune
Lukács C. - 02a Capitolo o Articolo book: Life - L'etica e le forme C. Capitolo
o Articolo book: Scritti di estetica - - Saggi di Estetica Catucci, Stefano -
06a Curatela - Gli animali di Céline Catucci, Stefano - 01a Articolo in
rivista paper: RIVISTA DI ESTETICA (Rosenberg et Sellier:via Andrea Doria
1Turin Italy:: tina.cesaro rosenbergesellier.it, Dall’estetica all’ontologia.
Lukács lettore della «Critica del Giudizio» C. Senso e storia dell'estetica - La filosofia
critica di Husserl C. Saggio, Trattato Scientifico book: La filosofia critica
di Husserl - La fenomenologia negli Stati Uniti: metodo e fondazione C. Capitolo
o Articolo book: Specchi americani. La filosofia europea nel Nuovo Mondo - La
fenomenologia come teoria estetica. Note in margine a: Recensione a F.
Fellmann, Phänomenologie als ästhetische Theorie Catucci, Stefano - 01a
Articolo in rivista paper: STUDI DI ESTETICA (Sesto San Giovanni MI:
Mimesis, Bologna: CLUEB) LA TEORIA
COOPERATIVA Come accennato in precedenza, l’idea di gioco cooperativo `e stata
introdotta da von Neumann e Morgenstern. Il contributo del loro libro `e fonda-
mentale per aver reso lo studio dei giochi una disciplina sistematica, e per
aver proposto un cambiamento radicale nel modo di studiare i problemi
dell’economia, delle scienze politiche e di quelle sociali. Il metodo proposto
consiste nel tradurre i problemi in giochi opportuni, nel trovare le soluzioni
di questi con le tecniche sviluppate dalla teoria, e nel ritradurre le
soluzioni trovate in termini di comportamenti economici ottimali. L’idea di GIOCO
COOPERATIVO dall’esigenza di analizzare il comportamento razionale di agenti
che interagiscono in situazioni non strettamente competitive. In tal
15Strategia dominata invece `e quella tale che, ne esiste un’altra che procura
al giocatore maggiore utilit`a, qualunque cosa faccia l’altro. Una strategia
dominata non pu`o far parte di un equilibrio di Nash. caso `e ragionevole
pensare che i giocatori possano fare alleanze, formare coalizioni ecc. Ogni
coalizione sar`a in grado poi di garantire una certa distribuzione di utilit`a
all’interno dei suoi membri. Che cosa distingue IL GIOCO COOPERATIVO da quello
non cooperativo? Il fatto che si ipotizzi la nascita delle coalizioni non
significa che si suppone che i giocatori siano diversi, meno egoisti; le
coalizioni sono uno strumento possibile per ottenere migliori risultati
individuali, come nel caso non cooperativo. La differenza nei due approcci sta
in un’altra cosa: secondo Harsanyi, con Nash, per l’Economia, un gioco `e
definito cooperativo se GL’ACCORDI TRA I DUE GIOCATORI SONO VINCOLANTI. In caso
contrario, il gioco `e non cooperativo. All’interno dei giochi cooperativi, la
teoria distingue fra quelli d’utilit`a trasferibile e quelli d’utilit`a non
trasferibile. Qui ci limitiamo a qualche esempio di gioco d’utlita trasferibile
gi`a sufficiente comunque a introdurre le idee principali di questo approccio.
Per definire un gioco cooperativo abbiamo bisogno dell’insieme N = {1,. . ., n}
dei giocatori, e dal dato, per ogni A ⊂ N, di un
numero reale, denotato con v(A). “A ⊂ N” rappresenta
una possibile coalizione; “v(A)” rappresenta l’utilit`a, o in altri casi un
costo, che la stessa `e in grado di garantirsi se i giocatori di A si alleano. V
`e detta la funzione caratteristica del gioco. Il modo migliore di capire
l’idea sottostante questa definizione `e di illustrarla con qualche esempio.
Due persone sono interessate ad un bene che `e in possesso di una terza
persona. Il giocatore 1, che possiede il bene, lo valuta meno di chi lo vuole
comprare (altrimenti non c’`e situazione di interazione tra i tre). Fissiamo
per esempio a 100 il valore che il possessore assegna al bene. Gli altri due,
che chiamiamo rispettivamente 2 e 3, valutano il bene 200 e 300. Possiamo
allora definire il gioco come N = {1,2,3}, e le coalizioni sono otto: {φ, {1},
{2}, {3}, {1, 2}, {1, 3}, {2, 3}, {1, 2, 3} = N}16. Possiamo inoltre porre
v({1}) = 100, v({2}) = v({3}) = v({2, 3}) = 0, v({1, 2}) = 200, v({1,3} = v(N)
= 30017. Consideriamo invece il caso di un compratore (giocatore 1) e due
venditori dello stesso bene; la situazione pu`o essere descritta efficacemente
ponendo v(A) = 1 se A = {1, 2}, {1, 3}, {1, 2, 3}, zero altrimenti. In questo
caso, quando la funzione caratteristica v assume solo valori zero e uno, il
gioco si chiama semplice, e v assume piu` il significato di indice di forza
della coalizione (A `e coalizione vincente se e solo se v(A) = 1). Il gioco non
cambia se al posto di 1 mettiamo un altro numero positivo. 16φ rappresenta
l’insieme vuoto, cio`e la coalizione che non contiene giocatori. Anche se pu`o
sembrare inutile, `e invece opportuno tenerla in considerazione; qualunque sia
v, si assume che v(φ) = 0. 17 Perch ́e abbiamo definito in questo modo il
gioco? Vediamo un paio di casi. Ad esempio, v({2,3}) = 0 perch ́e la coalizione
{2,3} non possiede il bene, v({1,3}) = 300 perch ́e la coalizione {1, 3}
possiede il bene, che valuta 300 (infatti non se ne priva per meno).
Esempio: La pista dell’aeroporto, la bancarotta, la societ`a per azioni). Gli
Esempi 4, 5 e 6 sono anch’essi descrivibili come giochi cooperativi. Nel caso
della pista dell’aeroporto, v rappresenta un costo e non un’utilit`a. E`
naturale pensare che a una coalizione venga assegnato il costo della pista piu`
lunga necessaria per le compagnie che formano la coalizione. Dunque si ha v({1})
= c1, v({2}) = c2, v({3}) = c3, v({1,2}) = c2, v({1,3}) = v({2,3}) = v(N) = c3.
Il caso della bancarotta, anche se si intuisce facilmente che `e un problema
analogo a quello dell’areoporto, `e un pochino piu` complicato, perch ́e non `e
chiaro a priori che cosa una coalizione possa garantire per s ́e. Una stima
molto prudente potrebbe essere quello che rimane dopo che tutti gli altri
creditori sono stati pagati. Nel caso della societ`a per azioni, siamo in
presenza di un gioco semplice, e daremo valore 1 a quelle coalizioni in grado
da avere la maggioranza dei voti necessaria nei vari tipi di votazioni
(semplice, qualificata ecc). Una generica soluzione di un gioco cooperativo con
N = {1, 2, . . ., n} come insieme di giocatori `e un vettore ad n componenti,
ciascuna delle quali `e un numero reale. Il significato dovrebbe essere chiaro:
se (x1, x2, . . ., xn) `e tale vettore, allora xi `e l’utilit`a assegnata (o il
costo, se v rappresenta dei costi) al giocatore i. Tanto per fare un esempio,
nel caso dei due compratori e un ven- ditore, se proponessimo come soluzione
(100,100,100) ci`o significherebbe che l’esito del gioco prevede un’utilit`a di
100 a testa per i tre18. Un concetto di soluzione invece rappresenta un modo
per trovare vettori che soddisfino particolari propriet`a. Ad un gioco una
soluzione pu`o associare un insieme grande di vettori, ad un altro nessun
vettore, ad altri ancora un solo vettore. E` bene osservare che la soluzione in
genere non `e interessata a quanto viene assegnato alle coalizioni, ma solo a
quel che viene dato ai giocatori. Ancora una volta va ricordato che le
coalizioni sono solo un mezzo che gli individui utilizzano per ottenere il
meglio per se. L’idea di gioco cooperativo `e cos`ı generale da rendere
necessaria l’introduzione di molti concetti di soluzione: qui accenniamo
rapidamente ad alcuni fra i piu` importanti. Una soluzione deve per prima cosa
essere un’imputazione, cio`e un vettore (x1, . . ., xn) tale che: 1. xi ≥
v({i}) per ogni i; 2. x1 +x2 +···+xn =v(N)19. SI RICHIEDE CIOE AD OGNI
SOLUZIONE DI GODERE DELLE PROPRIETA DI *RAZIONALITA* INDIVIDUALE E DI
EFFICIENZA COLLECTIVE. Ogni giocatore deve ricavare almeno quel che `e in grado
di garantirsi da solo (altrimenti esce dal gioco), e tutto l’utile disponibile.
Per il momento, non ci poniamo il problema se la suddivisione di utili proposta
sia ragionevole. Vogliamo semplicemente capire che cosa significa in questo
modello soluzione. Ad esempio sono imputazioni i vettori (100,100,100) nel
gioco dei due compratori e un venditore
( 13, 13, 31 ) nel gioco dei due venditori e un compratore, mentre in
quest’ultimo non lo sono (0, 0, 0) e (1, −1, 1). va distribuito (e
ovviamente non di piu`). Questa richiesta `e quindi da ritenere minimale. In
realt`a, visto che le coalizioni sono possibili, sembra naturale richiedere che
esse stesse gradiscano una distribuzione di utilit`a, altrimenti una parte dei
giocatori potrebbe ritirarsi. Si arriva cos`ı ad uno dei concetti fondamentali
di soluzione: il nucleo del gioco v `e l’insieme di quelle distribuzioni di
utilit`a che nessuna coalizione ha interesse a rifiutare. D’altra parte, la
coalizione A rifiuta quel che le viene proposto se la somma delle utilit`a
proposte ai suoi giocatori `e inferiore al valore v(A) che, come detto, rappresenta
quel che lei `e complessivamente in grado di procurarsi. Per capire meglio
l’idea vediamo di caratterizzare il nucleo in un esempio. Quello dei due
venditori e un compratore. Un elemento del nucleo `e un vettore x fatto da tre
elementi, scriviamo x = (x1, x2, x3). Ora scriviamo i vincoli che questo
vettore deve soddisfare: x1 ≥0,x2 ≥0,x3 ≥0 x 1 + x 2 ≥ 1 x1 + x3 ≥ 1 .
x 2 + x 3 ≥ 0 x1 + x2 + x3 = 1. La prima riga impone le disequazioni
relative alle coalizioni fatte dai singoli individui. Essi non accettano meno
di zero, evidentemente. La seconda riga riguarda il vincolo imposto dalla
coalizione {1, 2}; essa `e in gradi di garantirsi 1, quindi la somma di quel
che viene proposto ai giocatori 1 e 2, cio`e x1 +x2, deve essere maggiore o
uguale a 1. E cos`ı via, fino all’ultima coalizione N = {1, 2, 3}. Ora,
confrontando l’ultima equazione con la seconda si vede che deve essere x3 ≤ 0,
ma la prima dice x3 ≥ 0, quindi x3 = 0. Analogamente x2 = 0. Poich ́e la somma
delle utilit`a deve essere uno, allora x1 = 1. Quindi, il nucleo consiste del
solo vettore (1, 0, 0). Vediamo ora che cosa ci propone il nucleo in alcuni dei
giochi. Nel gioco dei due compratori e un venditore, la soluzione proposta dal
nucleo `e che il primo vende l’oggetto al terzo (che lo valuta di piu` rispetto
al secondo), ad un prezzo che pu`o variare fra 200 e i 300 Euro (quindi il
nucleo propone in questo caso piu` spartizioni possibili). Nel gioco invece in
cui ci sono un compratore e due venditori dello stesso bene, come abbiamo visto
il nucleo consiste nell’unico vettore (1,0,0), il che significa che il
compratore ottiene il bene per nulla. E` interessante notare che, nel primo
esempio, il ruolo del secondo giocatore, che pure alla fine non fa nulla, `e
messo in evidenza dal fatto che il prezzo di vendita `e influenzato dalla sua
presenza. D’altra parte questo `e logico. Se il terzo facesse un’offerta minore
di 200 Euro, allora il secondo potrebbe a sua volta fare un’offerta superiore,
fino a un massimo di 200 Euro. 20Anche se non si assume esplicitamente,
l’ipotesi che v(N) ≥ v(A) per ogni A ⊂ N `e
verificata in quasi tutti i giochi interessanti. Anzi, spesso i giochi
verificano l’ipotesi detta di superadditivit`a, che cio`e v(A ∪
B) ≥ v(A) + v(B) se A ∩ B = ∅, che
stabilisce che l’unione fa la forza. Questo fa s`ı che sia ragionevole assumere
che i giocatori si metteranno d’accordo per spartirsi tutta la quantit`a
v(N). In questo caso, il nucleo propone tante soluzioni possibili.
Nel secondo caso ci`o che indica il nucleo `e un fatto ben noto in economia,
anche se qui espresso in maniera brutale: l’eccesso di offerta mette i
venditori in balia del compratore. Infatti nel nucleo sta solo il vettore che
assegna tutto al compratore, nulla ai venditori. Altre soluzioni propongono una
soluzione diversa, che tiene conto del fatto che in qualche modo i due
venditori non sono del tutto inutili. Un esempio ancora piu` interessante di
come il nucleo possa proporre soluzioni bizzarre `e il famoso gioco dei guanti,
di cui esistono infinite varianti. Una versione che ne mette bene in luce la
stranezza `e quando si hanno 4 giocatori; il primo ed il secondo possiedono uno
e due guanti sinistri, rispettivamente, mentre il terzo e quarto un destro
ciascuno. Naturalmente lo scopo del gioco consiste nel formare paia di guanti.
In questo caso il nucleo `e costituito dal solo vettore (0, 0, 1, 1), il che
significa che i possessori di un guanto sinistro (guanti che sono in eccedenza)
devono cedere il loro per nulla. Risultato che appare ancora piu` bizzarro se
si pensa che il giocatore due potrebbe cambiare la situazione semplicemente
eliminando un guanto in suo possesso. A dispetto del fatto che a volte le
soluzioni proposte dal nucleo sembrino controintuitive, esso rappresenta un
concetto di soluzione molto importante, soprattutto in applicazioni economiche.
Per`o il nucleo presenta ancora un altro problema: `e facile verificare che in
molti casi pu`o essere vuoto! L’esempio piu` semplice `e quando siamo in
presenza di tre giocatori che si devono spartire a maggioranza una somma
fissata (possiamo porre l’utilit`a della stessa uguale a 1). In tal caso, le
coalizioni di due giocatori risultano vincenti (v(A) = 1) se il numero dei
componenti la coalizione A `e almeno due, 0 altrimenti-ancora un gioco
semplice- ed un calcolo immediato mostra che il nucleo `e vuoto21. Il che rende
indispensabile la definizione di altre soluzioni, che possano suggerire
possibili spartizioni anche nel caso in cui almeno una coalizione non sia
soddisfatta della spartizione proposta. Una soluzione, che qui illustro solo a
parole, considera, per ogni possibile imputazione, il grado di insoddisfazione
e(A, x) della xi. L’imputazione x sta nel nucleo, ad esempio, se e solo se e(A,
x) ≤ 0 per ogni A, cio`e se nessuna coalizione si lamenta. Se per`o il nucleo
`e vuoto, allora qualunque sia la distribuzione proposta c’`e almeno una
coalizione che si lamenta. Che fare in questo caso? Un’idea intelligente `e di
considerare, per ogni imputazione x, il lamento della coalizione piu` sfavorita
(cio`e di quella che si lamenta maggiormen- te), e poi scegliere quella
distribuzione di utilit`a efficiente che minimizza questo lamento massimo. Se
poi sono molte le distribuzioni che hanno questa propriet`a, fra queste si pu`o
scegliere quelle che minimizzano il secondo massimo lamento, e cos`ı via. Si
dimostra che in questo modo si arriva ad un’unica distribuzione di utilit`a,
che viene chiamata il nucleolo del gioco. Nel gioco precedente dei compratori,
il prezzo di vendita `e 250, e cio`e il prezzo 21Supponiamo (x1, x2, x3) sia un
vettore del nucleo. Le condizioni x1 + x2 ≥ 1, x1 + x3 ≥ 1, x2 + x3 ≥ 1,
imposte dalle coalizioni formate da due giocatori implicano, prendendo la loro
somma, 2(x1 + x2 + x3) ≥ 3, che `e in contraddizione con la condizione di
efficienza x1 + x2 + x3 = 1. Quindi il nucleo `e vuoto. coalizione A per la
distribuzione dell’imputazione x: e(A, x) = v(A) − i∈A
intermedio fra quello minimo e quello massimo proposti dal nucleo; nel
gioco di maggioranza a tre giocatori, propone l’imputazione ( 13, 13, 31 ): in
questo caso ogni coalizione di due giocatori si lamenta 13, e non `e difficile
verificare che ogni distribuzione di utilit`a diversa farebbe lamentare di piu`
una coalizione. I risul- tati precedenti non sono sorprendenti, dal momento che
il nucleolo `e soluzione che gode di forti propriet`a di simmetria; purtroppo
per`o anche il nucleolo pu`o dare risultati bizzarri: ad esempio, siccome
appartiene al nucleo, purch ́e natu- ralmente questo non sia vuoto, nel gioco dei
due venditori ed un compratore il nucleolo assegna tutto al compratore.
Passiamo al terzo concetto di soluzione che qui consideriamo: si chiama indice
di Shapley. La sua formula `e un po’ complicata, ad una prima lettura, ma non
bisogna spaventarsi. Se poi non si capiscono i dettagli, come ha scritto Nash
nella sua celebre tesi, questo non impedisce a chi vuole di capire lo stesso le
idee. Dunque, intanto va osservato che questa soluzione, come il nucleolo, ha
l’interessante propriet`a di assegnare un’unica distribuzione di utilit`a ad
ogni giocatore. La indichiamo con S, in onore di Shapley. Risulta cos`ı
definita, per un qualunque gioco v22: Si(v) = (a − 1)!(n − a)![v(A) − v(A \ {i})]. i∈A⊂N
n! L’indice di Shapley associa al giocatore i i contributi marginali23 che esso
porta ad ogni coalizione, pesati secondo un certo coefficiente (per la
coalizione A \ {i} esso `e (a−1)!(n−a)! ). Tale coefficiente ha
un’interpretazione probabilistica inte- n! ressante: supponendo che
i giocatori decidano di trovarsi per giocare, in un certo luogo e ad una data
ora, il coefficiente (a−1)!(n−a)! rappresenta la probabilit`a n! 24 che i
al suo arrivo trovi gli altri giocatori della coalizione A, e solo loro . Nel
gioco di maggioranza semplice fra tre giocatori, l’indice di Shapley pro- pone
( 31, 13, 13 ), come il nucleolo. Nel gioco dei guanti, invece la soluzione `e
( 1, 7, 7, 7 ). Vettore che presenta caratteristiche interessanti: tiene conto
del 4 12 12 12 fatto che c’`e un eccesso di offerta di guanti sinistri, il che
rende un po’ piu` debole degli altri il giocatore uno; il secondo ne risente
relativamente, perch ́e sfrutta il fatto di poter soddisfare da solo la domanda
dei giocatori col guanto destro. Questo mostra che il valore tiene conto di
altri aspetti, ignorati dal nucleo. L’indice di Shapley ha applicazioni
importanti anche nei giochi semplici. Come esempio, si pu`o pensare all’analisi
della composizione di un Parlamento, potrebbe essere il Parlamento Europeo, o
il Congresso negli Stati Uniti. Il problema fondamentale in questi casi `e come
ripartire i seggi fra i vari stati. Tutti i metodi di ripartizione dei seggi
hanno dei difetti: esiste persino un celebre risultato che lo afferma: si
tratta del teorema di Arrow. Data una coalizione A, indicheremo con a la sua
cardinalit`a, cio`e il numero dei giocatori che formano la coalizione A. 23Il
contributo marginale che il giocatore i porta alla coalizione C `e la quantit`a
v(C ∪ {i}) − v(C). Chiaramente pu`o
essere interpretato come l’apporto che il giocatore porta alla coalizione.
24Assumendo equiprobabile l’ordine d’arrivo dei giocatori. per
l’Economia), forse il piu` celebre di tutte le Scienze Sociali. Il valore
Shapley `e quindi uno dei modi possibili per valutare il potere dei giocatori
in un gioco. Per concludere, ecco la risposta che d`a l’indice di Shapley al
problema di come suddividere le spese per la costruzione della pista
dell’aeroporto (Esempi 4 e 12): il primo paga 13c1, il secondo 12c2 − 16c1, il
terzo c3 − 16c1 − 12c2. Detto cos`ı non sembra molto significativo ma, per
prima cosa `e utile osservare che la somma dei tre pagamenti fa proprio c3, il
che mostra su un esempio quel che `e vero sempre, e cio`e che l’indice `e
efficiente; poi, e questo `e molto interessante, il risultato, ha la seguente
interpretazione molto naturale: il primo, che da solo spenderebbe c1, divide
questa spesa equamente con gli altri due, che usufrui- scono dello stesso
servizio. Il secondo chilometro porta un costo aggiuntivo di c2 − c1: questa
spesa viene equamente divisa tra gli altri due che utilizzano la pista. Il
resto che manca (c3 − c2) infine `e pagato dall’unico utente che ha bisogno del
terzo chilometro. Concludo questo paragrafo riprendendo un concetto gi`a
espresso: il fatto che esistano tante soluzioni per i giochi cooperativi non
deve essere considerato sintomo di confusione. La variet`a di situazioni che
vengono descritti come gioco cooperativo impone, in un certo senso, che si
considerino diverse soluzioni possibili. Sta a chi utilizza questi modelli scegliere
la soluzione piu` adatta. E nessuna soluzione `e adatta ad ogni gioco: per
esempio l’indice di Shapley per il gioco del venditore e dei due compratori `e
( 650, 50, 200 ), cui sembra difficile dare un 333 significato sensato. Per
questo le varie soluzioni vengono caratterizzate da pro- priet`a che servono a
descriverle: abbiamo ad esempio ricordato che l’indice di Shapley ed il
nucleolo godono di propriet`a di simmetria, il che significa che non
privilegiano alcuni giocatori rispetto ad altri.Stefano Catucci. Catucci. Keywords:
la via conversazionale, l’originarieta della conversazione; estetica della
conversazione, filosofia dell’eccedenza sensibilie, rispecchiamento, parlare
obliquo, Lukacks, filosofia povera, filosofia ricca, Husserl, Husserl-Archief,
Leuven, Belgio, “la cosa stessa”, “la linea del crimine”, potere, la luna,
musica, estetica della musica, estetica dell’archittetura, critica
fenomenologia, Foucault. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Catucci” – The
Swimming-Pool Library. Catucci.
Luigi
Speranza -- Grice e Catulo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Ccombatte
a Numanzia sotto Scipione Emiliano l'Affricano minore e così fu accolto nel suo
circolo. C. e console con Mario e partecipa con lui alla vittoria di Vercelli
sui cimbri. Sorse allora fra loro una mutua gelosia che provoca l’implacabile
inimicizia di Mario la quale costrinse C., che era stato dalla parte del
Senato, a darsi la morte col veleno per sottrarsi alla condanna capitale che lo
attende. Compose epigrammi latini, un liber de consulatu et de rebus
gestis suis, che CICERONE loda al pari dei suoi discorsi. Gaio Lutazio
Catulo.Catulo.
Luigi
Speranza -- Grice e Catulo: il portico a Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). A member of the Porch and a tutor of Antonino. Cinna
Catulo. Catulo.
Luigi Speranza -- Grice e Cavalcanti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sìnolo
degl’amanti – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Cavalcanti; he
thinks he is an Aristotelian, but he is surely Platonic – therefore, obsessed
with ‘eros,’ or ‘amore,’ as the Italians call it – Like Alighieri’s, his
philosophy of ‘eros’ is confused, but interesting!” Come del corpo fu bello e
leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne’ suo fiosofare non so che più
degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nell’invenzione acutissimo,
magnifico, ammirabile, gravissimo nelle sentenze, copioso e rilevato nell’ordine,
composto, saggio e avveduto, le quali tutte sue beate virtù d'un vago, dolce
stile, come di preziosa veste, sono adorne. Lorenzo il Magnifico, Opere).
Alighieri e Virgilio incontrano all'Inferno. Ritratto di C., in Rime. Figlio di
Cavalcante dei C., nacque in una nobile famiglia guelfa di parte bianca, che ha
la sua villa vicina a Orsanmichele e che e tra le più potenti della regione. Il
padre fu mandato in esilio in seguito alla sconfitta di Montaperti. In seguito
alla disfatta dei ghibellini nella battaglia di Benevento, padre e figlio
riacquistarono la preminente posizione sociale a Firenze. A lui e promessa in
sposa la figlia di Farinata degli Uberti, capo della fazione ghibellina, dalla
quale Guido ha i figli Andrea e Tancia. E tra i firmatari della pace tra guelfi
e ghibellini nel Consiglio generale al Comune di Firenze insieme a Latini e
Compagni. A questo punto avrebbe intrapreso un pellegrinaggio -- alquanto
misterioso, se si considera la sua infamia di ateo e miscredente! Muscia,
comunque, ne dà un'importante testimonianza attraverso un sonetto.
Alighieri, priore di Firenze, fu costretto a mandare in esilio l'amico, nonché
maestro, con i capi delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Si
reca allora a Sarzana. “Perch'i' no spero di tornar giammai” e composto durante
l'esilio. La condanna e revocata per l'aggravarsi delle sue condizioni di
salute. Muore a causa della malaria contratta durante l'esilio forzato
d’Alighieri.È ricordato oltre che per i suoi componimentiper essere stato
citato da Dante (del quale fu amico assieme a Gianni) nel celebre nono sonetto
delle Rime Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io (al quale Guido rispose con un
altro, mirabile, ancorché meno conosciuto, sonetto, che ben esprime l'intenso e
difficile rapporto tra i due amici, “S’io fosse quelli che d'amor fu degno”.
Alighieri, remmorso, lo ricorda anche nella Divina Commedia (Inferno, canto X e
Purgatorio, canto XI) e nel De vulgari eloquentia, mentre Boccaccio lo cita nel
Commento alla Divina Commedia e in una novella del Decameron. La sua
personalità, aristocraticamente sdegnosa, emerge dal ricordo che ne hanno
lasciato gli filosofi contemporanei, Compagni, Villani, Boccaccio e Sacchetti.
Il gentile figlio di Cavalcante C., nobile cavaliere e cortese e ardito, ma
sdegnoso e solitario, e intento alla filosofia. La sua personalità è
paragonabile a quella di Alighieri, con la importante differenza del carattere
laico. Noto per il suo ateismo, Alighieri l’incontra nell’Inferno (Inf.
X, 63). Boccaccio (Decameron VI, 9: si dice tralla gente volgare che questa sua
speculazione filosofica sull’amore e solo in cercare se puo trovarse che Iddio
non e. Villani (De civitatis Florentie famosis civibus). La sua eterodossia è
stata tra l'altro rilevata nella grande canzone dottrinale o manifesto “Me
prega” -- certamente il testo più arduo e impegnato, anche sul piano filosofico
-- di tutta la poesia stilnovistica, in cui s i rinvenge il carattere di
correnti radicali dell'aristotelismo. Famoso e significativo l'episodio narrato
dal Boccaccio di una specie di scherzoso assalto al filosofo da parte di due
fiorentini a cavallo, di cui schivava la compagnia. L’episodio e ripreso da
Italo Calvino in una lezione in cui il filosofo con l'agile salto da lui
compiuto, diventa un emblema della leggerezza. L'episodio figura anche
nell'omonimo testo di France ne "Santa Chiara" dove, peraltro, i
fatti risalienti della sua vita vengono riportati sotto una veste quasi
mistica. La opera di Cavalcanti consta di cinquantadue componimenti, di
cui due canzoni, undici ballate, trentasei sonetti, un mottetto e due frammenti
composti da una stanza ciascuno. Le forme maggiormente utilizzate sono la
ballata ed il sonetto, seguite dalla canzone. La ballata appare congeniale alla
sua poetica, poiché incarna la musicalità sfumata e il lessico delicato, che si
risolvono poi in una costruzione armoniosa. Peculiare di C. è, nei sonetti, la
presenza di rime retrogradate nelle terzine. Temi Quadro di Johann
Heinrich Füssli. Teodoro incontra nella foresta lo spettro del suo antenato C..
I temi della sua opera sono quelli cari al stilnovista; in particolare la sua
canzone manifesto “Me prega” è incentrata sull’effetto prodotti dall'amato
sull’amante. La concezione filosofica su cui si basa è l'aristotelismo radicale
che sostene l’eternità e l'incorruttibilità dell'anima separata dal corpo e
l'anima sensitiva come entelechia o perfezione del corpo. Va da sé che, avendo
le varie parti dell'anima funzioni differenti, solo collaborando esse potevano
raggiungere il sinolo, l’armonia perfetta – anima/corpo entelechia. Si deduce
che, quando l'amore colpisce l’anima, la squarcia a e la devasta,
compromettendo il sinolo e ne risente molto l’anima inferiore vegetativa –
L’amante non mangia o non dorme). Da qui la sofferenza dell'animo che,
destatasi per questa rottura del sinolo, rimane impotente spettatore della
devastazione. È così che l'amante giunge alla morte. L’amato, avvolto come da
un alone mistico, rimane così irraggiungibile. Il dramma si consuma nell'animo
dell'amante. Questa complessissima concezione filosofica permea la poesia
ma senza comprometterne la raffinatezza o superfizialita letteraria. Uno dei
temi fondamentali è l'incontro dell’amante e l’amato che conduce sempre, ed al
contrario che in Guinizzelli, al dolore, all'angoscia kierkegaardiana, e al
desiderio di morire. La opera dell’amore di Cavalcanti possiede un accento di
vivo dolore riferio spesso al corpo dell’amante. C. e un fine filosofo
– scrive Boccaccio: lo miglior loico che il mondo avesse -- ma non ci
resta nulla di sue saggistica filosofica, ammesso che ne abbia effettivamente
scritte. Il poetare di C., dal ritmo soave e leggero è di una grande
sapienza retorica. I versi di C. possiedono una fluidità melodica, che
nasce dal ritmo degli accenti, dai tratti fonici del lessico impiegato,
dall'assenza di spezzettature, pause, inversioni sintattiche. Cavalcanti:
la poetica e lo Stilnovo, L’amico di Dante” (Roma-Bari: Laterza).
“Species intelligibilis”, C.laico e le origini della poesia italiana,
Alessandria: Edizioni dell'Orso); C. auctoritas”; C. laico; La felicità: Nuove
prospettive per Cavalcanti (Torino, Einaudi); C. (Torino, Einaudi); C.: poesia
e filosofia, Alessandria, Edizioni Dell'Orso); C.: uno studio sul lessico
lirico, Roma, Nuova Cultura); Per altezza d'ingegno: saggio su Cavalcanti,
Napoli, Liguori); L'ombra di Cavalcanti; Roma, L'Asino d'Oro,. Guido
Cavalcanti, Rime, Firenze, presso Niccolò Carli). Dizionario biografico degli
italiani; Il controverso pellegrinaggio Cavalcanti”; “La Divina Commedia.
Inferno, Mondadori, Milano); La società letteraria italiana. Dalla Magna Curia
al primo Novecento. La fama o, meglio, l’habitus di filosofo C. lo deve
essenzialmente ad una sua poesia: la canzone celeberrima e alquanto complessa,
sia per la metrica che per i contenuti, Donna me prega. In essa il poeta
parlerà di “amore” con gli strumenti della filosofia naturale (“natural
dimostramento”), conducendo un’analisi razionale volta a spiegarne la natura e
le cause. Una prima importante informazione circa l’essere dell’amore C. ce
l’ha già fornita nell’incipit della canzone: egli, infatti, ci ha detto che
l’amore è un accidente e che, di conseguenza, non è una sostanza. Questa
definizione, tuttavia, ha un significato tecnico preciso, che il poeta mutua
dalla filosofia di Aristotele. Occorre, pertanto, fare una premessa. La
sostanza, secondo il grande filosofo greco, è ciò che ha vita propria, ciò che
cioè esiste autonomamente, mentre gli accidenti esistono solo come qualità di
essa; in altre parole, l’accidente si aggiunge alla sostanza esprimendone una
caratteristica casuale o fortuita. Ad esempio, un certo uomo è una sostanza,
mentre l’insieme delle qualità che esso può avere (alto, basso, pallido,
paonazzo, ecc…) sono gli accidenti. Tornando dunque a C., egli afferma che
l’amore non è una sostanza poiché non possiede un’esistenza autonoma come, ad
esempio, gli uomini (l’amore, infatti, non ha né corpo né figura); esso esiste
piuttosto come qualità della sostanza, ovvero come sentimento (qualità)
dell’uomo (sostanza). Innanzitutto, C. ci dice che l’amore si insedia nella
memoria. Anche qui, però, occorre richiamare per sommi capi la psicologia di
Aristotele, poiché essa è indispensabile per intendere i versi del poeta. Nel
De anima, Aristotele definisce l’anima forma del corpo; egli, tuttavia, per
forma non intende l’aspetto esteriore di una cosa, ma la sua natura propria, la
struttura che rende quella tale cosa ciò che è. L’anima, dunque, vivifica e dà
al corpo la sua struttura essenziale. Essa, inoltre, secondo Aristotele, pur
essendo unica, può essere divisa, a seconda delle funzioni che svolge, in tre
parti: anima vegetativa, anima sensitiva e anima intellettiva. La prima
riguarda le funzioni vitali minime (come, ad esempio, la nutrizione e la
riproduzione) degli esseri viventi a cominciare dalle piante; la seconda,
invece, comprende i sensi e il movimento ed è propria solamente degli animali e
dell’uomo; la terza, infine, riguarda il pensiero, le funzioni intellettuali,
ed propria solo dell’uomo. La memoria, per Aristotele e, quindi, anche per C.,
appartiene all’anima sensitiva; essa, cioè, è un prolungamento o estensione
della sensazione. In altre parole, l’anima sensitiva non solo permette all’uomo
di vedere, sentire, gustare gli altri corpi, ma gli permette anche di avere di
questi ultimi delle immagini. La passione amorosa, dunque, è creata da una
sensazione: il diletto per la vista della donna fa si che l’immagine di essa si
imprima nella memoria; l’amore è il nome che si dà ad una operazione dell’anima
sensitiva, poiché ad essa, come abbiamo visto, appartengono sia la funzione
della vista che quella della memoria. Il poeta, tuttavia, ci dice che questa
immagine trova “loco e dimoranza” anche nell’intelletto possibile. Che cosa
intende con questi versi? Bisogna ritornare brevemente alla psicologia
aristotelica. Abbiamo visto che l’anima, a seconda delle sue funzioni, può
essere vegetativa, sensitiva e intellettiva. L’ultima delle tre riguarda il
pensiero, le operazioni intellettuali proprie dell’uomo. Secondo Aristotele,
dopo che un oggetto è stato percepito dai sensi e che l’immagine di esso si è
impressa nella memoria, esso viene pensato dall’intelletto. In che modo? Una
parte dell’anima sensitiva, che egli chiama intelletto possibile, riceve
l’immagine dell’oggetto percepito dai sensi grazie all’azione di un’altra
componente della stessa anima, che egli chiama intelletto agente. Per fare un
esempio, si potrebbero paragonare l’intelletto possibile ad un quaderno ancora
intonso e l’intelletto agente all’azione dello scrivere. Dunque, mentre i sensi
producono nella memoria l’immagine della donna, l’intelletto agente imprime
nell’intelletto possibile la forma astratta di questa immagine. Ricapitolando,
nell’anima sensitiva si sviluppa la passione amorosa attraverso la vista della
donna e la memoria della sua immagine, mentre niente di tutto questo avviene
nell’anima intellettiva, la quale ha dell’amata soltanto un concetto astratto e
disincarnato. L’amore non è una virtù morale (queste, infatti, sono un prodotto
della ragione, dell’anima intellettiva), ma è una virtù sensibile, appartiene
all’anima sensitiva. C. ci dice che non l’anima intellettiva, ma bensì l’anima
sensitiva è perfezione dell’uomo, poiché essa attua tutte le potenzialità
insite nell’individuo umano. Il poeta, infatti, seguendo l’interpretazione che
di Aristotele aveva dato il filosofo arabo Averroè, ritiene che esista un unico
intelletto sempre in atto ed eterno separato dagli uomini, con il quale le
facoltà superiori dell’anima sensitiva di ciascun essere umano entrano in
contatto ogni qual volta si sviluppa il pensiero. In altre parole, egli,
affermando l’esistenza di un intelletto unico ed eterno, separa l’anima
intellettiva, unica ed eterna, dalle anime sensitive concrete e mortali di
ciascun uomo. Questa complessa psicologia che C. mutua da Averroè è la base del
suo celebre pessimismo amoroso. La passione amorosa ottunde la capacità di
giudizio poiché l’immagine della donna amata, ormai insediata nella memoria e
desiderata dai sensi, determina il netto prevalere dell’anima sensitiva su
quella intellettiva. Questo non vuol dire, però, che l’amore ottenebra
l’intelletto; come abbiamo poc’anzi visto, infatti, le facoltà intellettuali
sviluppano la conoscenza, non il desiderio; inoltre, il poeta, seguendo
Averroè, ha appena sostenuto che l’anima intellettiva è separata dalle anime
sensitive degli uomini. Quello che C. intende, dunque, è questo: la passione
amorosa, “se forte”, impedisce all’uomo, dominato totalmente dai bisogni
dell’anima sensitiva, di stabilire un contatto con l’intelletto e quindi di
avere raziocinio. In questo senso egli parla dell’amore come di un vizio, che
porta chi ne è colpito a non saper più distinguere il bene dal male (“discerne
male”). Ciononostante, C. ci dice che l’amore non è cosa contraria alla natura
(“non perché oppost’a naturale sia”); anzi, al pari degli altri bisogni
naturali, la passione amorosa sviluppa una potenzialità propria dell’anima
sensitiva e, pertanto, rinunciarvi sarebbe deleterio e controproducente. Come
interpretare questa affermazione apparentemente contraddittoria? È necessario,
anche in questo caso, richiamare Aristotele. Nell’Etica Nicomachea, il filosofo
greco afferma che ognuno è felice quando realizza bene il proprio compito (ad
esempio, il costruttore sarà felice quando realizzerà oggetti perfetti). Il
compito dell’uomo, però, non potrà certo essere quello di assecondare l’anima
vegetativa o quella sensitiva; egli dovrà piuttosto vivere secondo ragione;
pertanto, secondo il filosofo greco, la felicità per l’uomo consiste
nell’attività razionale, nella vita secondo ragione. C., dunque, seguendo
Aristotele, ci dice che l’amore è deleterio e mortale solo quando ci allontana
violentemente da questo tipo di vita; poiché una vita vissuta in preda ai
bisogni a agli istinti dell’anima sensitiva è una non-vita, più adatta agli
animali che agli uomini. Viceversa, l’amore che riesce ad essere temperante, e
che cioè non allontana l’uomo dalla vita razionale, è espressione di un
naturale bisogno della nostra sensualità. sìnolo s. m. [dal gr. σύνολον,
comp. di σύν«con» e ὅλος «tutto»]. – Nel linguaggio filos., termine
aristotelico che designa la concreta sostanza (v. sostanza, n. 1 a), concepita
come sintesi di materia (ciò che è mera potenza) e forma (ciò che porta
all’atto la potenzialità della materia). Alighieri sends out among the best
known Italian poets a sonnet asking interpretation of a dream. The god of
love, so it seemed, had come carrying Beatrice asleep, and had fed
her with Dante's own heart, and had then departed weeping.
Several poets answered. One, Dante of Maiano, suggested as a
probable solution of this, and other such distressing visions, a dose of
salts ; the others fell in with Dante's mood and answered seri- ously. Of
their various interpretations that which best pleased Dante, though not
quite satisfied him, was C.’s " And this," wrote Dante later in
the New Life, " was, as it were, the beginning of the friendship
between him and me, when he knew that I was he who had sent it (the
sonnet) to him." C.s interpretation was in an important
particular ambiguous. Love, he wrote, fed your heart to your lady, seeing
that "vostra donna la morte chedea" To understand this clause
as meaning " Death claimed your lady" is natural, and would
make the interpretation interestingly prophetic; but, whether or not this
reading might be justified symbolically, Dante himself forbids it. For,
in spite of his pleasure in his " first friend's " explanation
of the dream, he added: " The true meaning of this dream was not
then seen by any one, but now it is plain to the simplest." It was
easy for him after the event to read prophecy of Beatrice's death into
the dream ; but he expressly denies to Guido among the rest the
prescience. We are bound, therefore, to take as the interpreter's meaning
that there was malice prepense in the cannibal appetite of the sleeping
lady, that she claimed the death of her servant's heart. No wonder the
love god wept as he carried her off sated ! Irreverent though
it be, one thinks of The Vampire of Kipling. For Guido the gentle
Beatrice was as "the woman who couldn't understand," sucking,
asleep, in a sort of diabolical innocence, the life blood, literally
eating the heart, out of her helpless victim. And Dante, the lover, the
victim, approves the picture ! Of course the gruesomeness of this
symbolism may be explained away as merely a conceitfully emphatic
reassertion of the ancient fancy that a lover's heart is no longer his
own, but has passed into the custody of his mistress. Only, the dream then
and its interpre- tation would indeed be a much ado about nothing. And
why, at so customary a happening, should love weep? In fact, Guido's
thought cuts deeper, and is, I venture to urge, not so remote, in a
sense, from the thought underlying The Vampire. It is The Vampire
uplifted into the more tenuous, yet.no less intense, atmosphere of
mysticism. Before attempting to let in light directly upon this dim
utterance it is expedient to recall certain facts in Guido's life and
personality. " Cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e
intento alio studio " so Guido is introduced into the Florentine
Chronicle of Dino Compagni, who knew him personally. Guido could not have
been much over twenty-five when, at the death of his father, his elder
brother being in orders, he became head and champion of one of the two or
three most powerful and aristocratic families in the republic. For
gen- erations the Cavalcanti had been leaders in the state,
haughtily contemptuous of the mere people, yet fierce partisans of civic
inde- pendence against those who were willing to sacrifice this for
the dream of a " Greater Italy " united under a revivified
Emperor of the West. To this great feud and to the lesser local feuds
which grew out of it Guido may be said to have been a predestined, yet
mostly a willing, sacrifice. He was born into the feud ; he lived his
life long in the heat of it ; it married him ; it perhaps lost him his
best friend ; it certainly killed him before his time. It
married him. In 1267, a vear a *ter the decisive battle of Bene- vento,
when the last hope of the Imperialists, the Ghibellines, fell with
Manfred, in Florence an attempt was made towards permanent peace by
marrying together certain sons and daughters of victors and vanquished.
Among the rest C. was wedded, or then more likely betrothed, for he could not have been more than
fifteen, to Bice, daughter of the
Ghibelline leader, the Florentine " Coriolanus," Farinata degli
Uberti. Seven years before Farinata had "painted the Arbia red"
with the blood of Florentine Guelphs at Monteaperti; and it had been a
kinsman of Guido who com- manded the Guelphs on that disastrous day. We
do not know how this real " Capulet-Montague " match turned
out, only that Monna Bice bore
children to her husband and outlived him many years, and that the peace
which their union, among others, was intended to effect did not come to
pass. On the contrary the great Guelph families, in secure
possession of the city, soon quarreled, even connived against each other
with the ever-ready Ghibelline exiles, or with popular dema- gogues, so
great was their common jealousy. Meanwhile, during the distraction of the
nobles, the middle classes had been prosper- ing ; and coming at last to
feel their strength and the weakness of those above them, they rebelled
and crushed the aristocrats. In the first insolence of triumph they
excluded the nobles abso- lutely from public office, but two years later
conceded eligibility to such nobles as would join one of the Arti, or
trades unions. This virtual abdication of caste C. refused to make.
In vain good easy Dino pleaded with him. I am ever singing your
praises," he wrote in a kindly sonnet, " telling folks how wise you
are, and brave and strong, skilled to wield and ward the sword, and
how compact with sifted learning your mind is, and how you can run
and leap and outlast the best. Nor is there lacking you high birth
nor wealth ... in fine, the one thing wanting to give scope to all these gifts
and powers is a mere name. " Ahi! com saresti stato om
mercadiere! " Now almost certainly some generations back the C.
had been in trade, and had made their fortune in trade, but latterly it
had pleased them to entertain a genealogy reaching royally back
into Germany and descending into Italy with Charlemagne's baronage.
To traverse this pleasing legend with the gross title "om merca-
diere," tradesman, was out of the question: Guido declared himself
irreconcilable. Meanwhile Dante, unfettered by a legend or a
temperament, had accepted the situation even cordially, and was taking
active part in the councils of the new bourgeois regime. That Guido must
have regarded his friend's secession with disgust seems natural. It was
worse than an offense against party; it was an offense against caste. "
Uomo vertudioso in molte cose, se non ch'egli era troppo tenero e
stizzozo," writes Giovanni Villani of Guido. Fastidious, exclusive,
thin-skinned, choleric, Guido was just the man to feel this consorting of
his friend with vulgar political upstarts incompatible with their own
intimacy. And the matter was made worse by its open denial of their
poetic profession of faith in the " cor gentile." This vulgar
folk was that " fango," that human " mud " of which
Guinizelli had written : Fere lo sole il fango tutto'l
giorno, Vile riman . . . how might the " gentle heart
" mix itself with this irredeemable "mud" and be not
defiled? So Guido addressed to his friend a sonnet at once haughty and
tender like Guido himself: 1
lo vengo il giorno a te infinite volte e trovoti pensar troppo
vilmente : allor mi dol de la gentil tua mente e d'assai tue virtu
che ti son tolte. Solevanti spiacer persone molte, tuttor
fuggivi la noiosa gente, di me parlavi si coralemente che tutte le
tue rime avei ricolte. Or non ardisco per la vil tua vita,
far mostramento che tu' dir mi piaccia, ne vengo 'n guisa a te che
tu mi veggi. Se '1 presente sonetto spesso leggi lo spirito noioso
che ti caccia si partira da Panima invilita. 2 1 1 believe
that Lamma, in his Questioni Dante sche, Bologna, is the first to propose
this construction of the famous " reproach." It seems to me the
best of all. 2 1 come to thee infinite times a day And find
thee thinking too unworthily : Then for thy gentle mind it grieveth
me, And for thy talents all thus thrown away. Whether the two
friends again came together in life is not known. The next situation in
which we hear of them is tragic. Dante is sit- ting among his "
first friend's " judges ; Guido is condemned to exile, and goes in effect
to his death. Under the new bourgeois rule civic disorders
rather increased than otherwise. Prime mover of discord was the
Florentine " Catiline," as Dino calls him, Corso Donati.
Somewhat ineffectually opposing his self-seeking machinations were the
parvenu Cerchi, powerful only through wealth and the popularity of their
cause. With these also stood Guido. Hatred, no less than misfortune,
makes strange bed- fellows ; and the hatred between Guido and Corso was
intense. Each had sought the other's life : Corso meanly, by hired
assassins ; Guido openly, in the public street, by his own hand. Violence
followed violence ; the number of factionaries increased, until at last
the city Priors determined to expel the leaders of both parties. Guido
was conspicuous among these leaders ; Dante, as has been said, among
these Priors. The place of exile, Sarzana, proved to be pestilent with
fever ; and although Guido and the Cerchi, less culpable than Corso, were
recalled within the year, it was too late. A few months afterward, Guido died.
" E fu gran dommaggio" wrote Dino. It was a strange
preparation for "gentle and gracious rhymes of love," this short, tumultuous, hate-driven career.
Yet there is but one direct echo of the feudist in all Guido's
verse, a sonnet to a kinsman,
Nerone C.i. Nerone had made Florence too To flee the vulgar herd was once
thy way, To bar the many from thine amity ; Of me thou spakest then
so cordially When thou hadst set thy verse in full array. But
now I dare not, so thy life is base, Make manifest that I approve
thine art, Nor come to thee so thou mayst see my face. Yet if
this sonnet thou wilt take to heart, The perverse spirit leading
thee this chase Out of thy soul polluted shall depart. hot for the
rival Buondelmonti, and Guido hails him with ironical deprecation.
Novelle ti so dire, odi, Nerone, che' Bondelmonti treman di
paura, e tutt* i fiorentin' no li assicura, udendo dir
che tu a* cor di leone. E piu treman di te che d' un dragone
veggendo la tua faccia, ch* e si dura che no la riterria ponte ne
mura se non la tomba del re faraone. De ! com' tu fai
grandissimo peccato si alto sangue voler discacciare, che tutti
vanno via sanza ritegno. Ma ben e ver che ti largar lo pegno,
di che potrai V anima salvare se fossi paziente del mercato. Guido's
disdainful temper both piqued and puzzled his townsfolk. Sacchetti's
anecdote of the Florentine small boy who, having slyly nailed Guido's
gown to his bench, then teased him until the irate gentleman tried naturally to his discomfiture to chase him, has 1 News have I
for thee, Nero, in thine ear. They of the Buondelmonte quake with
dread, Nor by all Florence may be comforted, For that thou hast a
lion's heart they hear. And more than any dragon thee they
fear, For looking on thy face they are as dead : Bastion nor
bridge against it stands in stead, Nor less than Pharaoh's grave were
barrier. Marry ! but thou hast done a wicked thing,
Having the heart to scatter such high blood, For without let now
one and all they flee. And 'sooth, a truce-bait too they proffered
thee, So that thy soul might still be with the Good, Hadst but had
stomach for the bargaining. For the first quatrain of this sonnet I
have slightly altered Rossetti's translation. In the rest a mistaken
understanding of the sonnet as if addressed to the pope has misled him. 2
// aVm 53^ its point in a very human satisfaction at the
scorner scorned. Boc- caccio's novella 1 is more significant,
illustrating vividly, if perhaps by a fictitious occurrence only, the
subtle mingling of awe and defi- ance which Guido inspired. Boccaccio's
" character " of Guido is a eulogy. " He was one of the
best thinkers (Joici) in the world and an accomplished lay philosopher
(filosofo naturale), . . . and withal a most engaging, elegant, and
affable gentleman, easily first in what- ever he undertook, and in all
that befitted his rank." This character, together with the mood of
tragic doubt upon which the point of Boccaccio's narrative turns, inevitably,
if tritely, brings to mind Ophelia's character of Hamlet :
The courtier's, soldier's, scholar's eye, tongue, sword ; The
expectancy and rose of the fair state, The glass of fashion and the mould
of form, The observed of all observers. But, if we may still trust
Boccaccio, " that noble and most sovereign reason " of Guido
was also " out of tune and harsh " with scrupulous doubt ;
" so that lost in speculation, he became abstracted from men. And
since he held somewhat to the opinion of the Epicureans, gossip among the
vulgar had it that these speculations of his only went to establish, if
established it might be, that there was no God." BOCCACCIO (si
veda) does not call Guido an atheist ; that was mere vulgar gossip. He
does not even declare him a convinced Epicurean, one of those who with
his own father P anima col corpo morta fanno.
Boccaccio's charge is qualified : " he held somewhat to the
opinion of the Epicureans " {egli alquanto tmea della opinione degli
Epicurj). Dante's commentator, indeed, Benvenuto da Imola, is more
cate- gorical and extreme : " Errorem, quern pater habebat ex
ignorantia, ipse (Guido) conabatur defendere per scientiam."
Benvenuto is even remoter in time, however, than Boccaccio ; and his
phrasing suggests at least a mere perpetuation of that vulgar gossip
which Boccaccio con- temptuously records. But can we trust Boccaccio's
own testimony? At least there is no antecedent improbability. Skepticism
was common, especially in the highly educated class to which Guido (Decam.)
belonged ; and it was not unnatural at any rate for him to weigh
carefully an opinion held by his own father. Again, there is noth- ing in
either his life or writings to indicate an active faith. Much indeed has
been made of his " pilgrimage " to the shrine of St. James at
Compostella; but the mood of this was so little serious that a pretty
face at Toulouse was enough to change his intention. The ironical sonnet
of Muscia of Siena is a hint that his contemporaries could not take him
very seriously as a pious pilgrim; and Muscia stresses Guido's excuse for
breaking his supposed vow that there was no vow in the case " non v'
era botio" Guido may have started in a moment of reaction from his
doubt does not doubt itself imply
a wavering will ? He may have left Florence as a matter of prudence Corso tried to have him assassinated on the
way as it was. As for his writings, these, considering the intimate
theological associa- tions of the school of Guinizelli, are noticeably
barren of religious feeling or phrase ; and he certainly scandalized the
worthy, if narrow, Orlandi by his jesting sonnet about the thaumaturgic
shrine of "my Lady." The hypothetical confirmation of Guido's
skepticism, on the other hand, in his "disdain for Virgil,,,
mentioned by Dante in his answer to the elder Cavalcanti's question 1 why
Dante's "first friend " had not accompanied him, has
beendiscredited after twenty years of support by its own proposer,
D'Ovidio. The passage is, to be sure, still a moot question ; and
D'Ovidio, even in the zeal of his recanta- tion, still admits the
allegorical taking of it to be plausible as a sec- ondary intention on
Dante's part. In any case, even waiving the confirmation, the tradition
of Guido's skepticism is not impugned ; and in view of the persistent
tradition, and of the antecedent probability in its favor, the burden of
disproof would seem to rest on those who reject the tradition. Meanwhile,
I propose to test the credibility of the tradition by assuming it. If the
assumption proves to be a factor in a coherent and credible
interpretation of Guido's poetry, the credi- bility of the assumption
proportionately increases. The argument is of course a circle, but I
think not a vicious circle. There is also another tradition, which
happens likewise to be sub- sidiary to the same end. As the one tradition
charges Guido with unfaith in religion, so the other charges him with
faithlessness in love. i Inf., X, 60. Hewlett, in his
Masque of Dead Florentines, has seized upon this supposed fickleness of
Guido as Guido's char- acteristic trait. Guido is made to say :
My way was best. From lip to lip I past, from grove to grove
: I am like Florence ; they call me Light o' Love. I am
dubious indeed about that literal criticism which surmises a "
family skeleton " in every locked sonnet. Heine assuredly reckoned
without his Scholar when he complained : Diese Welt glaubt nicht an
Flammen, Und sie nimmt's fur Poesie. When Guido writes a
sonnet describing how Love had wounded him with three arrows, Beauty, Desire, Hope of Grace, it is hardly fair for Rossetti to
entitle his own translation He speaks of a third love of his. Rossetti
the scholar should have known better. Of course Guido is simply copying a
conceit from the Romance of the Rose : the three arrows are three arrows
from the eyes of one lady, not of three ladies. Again, it is almost worse
when poor Guido essays a pretty pastourelle, which is by definition a
gallant adventure between a pass- ing knight and a shepherdess, to
discuss the " peccadillo " in a solemn footnote ! Yet Rossetti,
himself a poet, does so. Nay, Guido's latest learned editor, Signor
Rivalta, speaks 1 of his singing "anche i suoi desideri meno puri e
piu umani come nella ballata : In un boschetto trovai pasturella
This ballata is the pastourelle in question. Stifl, waiving such
pseudo- revelations of a stethoscopic criticism, there are, considering
the meagerness of Guido\s poetical remains, hints enough besides
the mention of several ladies
Mandetta, Pinella, and by, inference her whom Dante calls
Giovanna to accept with discretion sober
Guido Orlandi's perhaps malicious insinuation, when he inquires of C.
concerning the nature, the effects, the virtues of Love : Io ne
domando voi, Guido, di lui : odo che molto usate in la sua corte ;
Le Rime di C. Bologna. and even the cruder implication in Orlandi's boast of
his chaster mind : Io per lung' uso disusai lo primo amor
carnale : non tangio nel limo. Reckless feudist, unbeliever, "
light o' love," squire of dames, pro- found thinker, gracious
gentleman a perplexing motley of a
man; it is no wonder that his poetry, reflecting himself, more easily
with its many-faceted light dazzles rather than illumines the understand-
ing. In addition, one has to contend in his more doctrinal pieces,
especially in the famous canzone of love, with a rigorous scholastic
terminology dovetailed into a most intricate metrical schema, and with a
text at the best corrupt. In spots Guido
as we have him is as
hopeless as Persius; yet we may waive these and still venture upon a
general interpretation. In general, Guido's love poems hinge upon
two parallel but opposite moods, a
radiant mood of worshipful admiration of his lady, a tragic mood of
despair wrought in him by his love of her. His sight of her is a rapture,
as in the most magnificent of his sonnets, beginning " Chi e questa
che ven ": Chi e questa che ven ch' ogn' om la mira e fa
tremar di chiaritate V a're, e mena seco amor si che parlare null'
omo pote, ma ciascun sospira? O Deo, che sembra quando li occhi
gira dica '1 Amor, ch' i' no '1 savria contare :
cotanto d' umilta donna mi pare, ch' ogn' altra ver di lei i'
la chiam' ira. Non si poria contar la sua piagenza, ch'
a lei s' inchina ogni gentil virtute, e la beltate per sua dea la
mostra. * Non f u si alta gia la mente nostra e non si
pose in noi tanta salute, che propriamente n' aviam canoscenza. 1
1 Lo! who is this which cometh in men's eyes And maketh tremulously
bright the air, And with her bringeth love so that none there Might
speak aloud, albeit each one sighs ? The sonnet is a superb tribute ; but
it is also more. It contains, as I conceive, the pivotal idea in Guido's
philosophy of love, namely, in the lines describing his mistress
as Lady of Meekness such, that by compare All others as of
Wrath I recognize, (cotanto d* umilta donna mi pare, ch' ogn' altra
ver di lei i' la chiam' ira.) Ira . . . umilta : wrath . . .
meekness the antithesis dominates
Guido's thought. Wrath is in his vocabulary the concomitant of
imperfection, of desire ; meekness the concomitant of perfection, of
peace. He, the lover, is therefore in a state of wrath ; she, the
lovable, in a state of meekness, Quiet she, he passion-rent.
The identification of passionate love with a state of wrath is fun-
damental in Guido's philosophy. It is the germinal idea of the doctrinal
canzone beginning " Donna mi prega." In answer to the query as
to the where and whence of the passion La ove si posa e chi lo fa
creare he declares that In quella parte dove sta
memora prende suo stato, si formato come diaffan da lume, d'una scuritate la qual da Marte vene e
fa dimora. 1 " In that part where memory is love has its being
; and, even as light enters into an object to make it diaphanous, so
there enters into the Dear God, what seemeth if she turn her
eyes Let Love's self say, for I in no wise dare : Lady of Meekness
such, that by compare All others as of Wrath I recognize.
Words might not body forth her excellence, For unto her inclineth
all sweet merit, Beauty in her hath its divinity. Nor was our
understanding of degree, Nor had abode in us so blest a spirit, As
might thereof have meet intelligence. 1 vv. 15-18. I use here as
elsewhere the edition of Ercole Rival ta, Bologna, 1902. constitution of
love a dark ray from Mars, which abides." Now Dante conceives love
as an emanation from the star of the third heaven, Venus, along a bright
ray : " I say then that this spirit (i.e. of love) comes upon the *
rays of the star ' (i.e. of the third heaven, Venus), because you are to
know that the rays of each heaven are the path whereby their virtue
descends upon things that are here below. And inas- much as rays are no
other than the shining which cometh from the source of the light through
the air even to the thing enlightened, and the light is only in that part
where the star is, because the rest of the heaven is diaphanous (that is
transparent), I say not that this ' spirit/ to wit this thought, cometh
from their heaven in its totality but from their star. Which star, by
reason of nobility in them who move it, is of so great virtue that it has
extreme power upon our souls and upon other affairs of ours," etc. 1
So Dante. Guido, on the other hand, while accepting the notion of love as
an emanation, holds the emanation to be rather from the star of the fifth
heaven, Mars, along a dark ray. The power over the soul of this star is
no less extreme than that of Venus; only it is, in a sense, a power of
darkness rather than of light. It may strike at life itself
Di sua potenza segue spesso morte. The passion which its influence
excites passes all normal bounds in any case, destroying all healthful
equilibrium : L'esser e quando lo voler e tan to ch' oltra misura
di natura torna: poi non s' adorna di riposo mai. Move cangiando
color riso e pianto e la figura con paura stoma. Finally, and here we reach the gist of the
matter, the influ- ence of the
choleric planet engenders sighs and fiery wrath in the Conv..
(Wicksteed's translation.) 2 It has its being when the passionate
will Beyond all measure of natural pleasure goes : Then with
repose unblest forever, starts Laughter and tears, aye changing color
still, And on the face leaves pallid trace of woes. lover, impotent
to reach the ever-receding goal of his desire (non fermato
loco): La nova qualita move sospiri e vol ch' om miri
in non fermato loco destandos' ira, la qual manda foco.This strangely
pessimistic reading of love seems to have struck at least one of Guido's
contemporaries with indignant surprise, not only at the apparent slight
upon love, but also at the silence seeming to give assent of other poets,
especially of Dante. Cecco d'Ascoli, in his Acerba, iii, 1, denies that
so sweet a thing as love could emanate from the planet Mars, seeing that
from that planet rather " proceeds violence with wrath "
(procede Vimpeto con Fire) ; wherefore : Errando scrisse C. . .
. qui ben mi sdegna lo tacer di Danti. In fact, Dante, in the
sonnet in the sixteenth chapter of the New Life, apparently alludes
sympathetically to Guido's dark rays of love Spesse fiate vegnommi
a la mente l'oscure qualita ch' Amor mi dona and
proceeds to describe, though not by this name, just such a " state
of wrath " in himself as Guido believes inseparable from love. With
Dante, of course, the mood is but passing. For him love is in its essence
a beneficent power. For Guido also it might seem that this tragic
wrath of desire is not incurable. There is a power in meekness to
overcome wrath and to subdue wrath also to meekness. And the meek one
is impelled to exercise this power, to confer this boon, by pity for
the one suffering in wrath. It is the failure to follow this
blessed impulse for which Guido reproaches his lady in the octave of
the sonnet beginning " Un amoroso sguardo," when he says that
she is one for whom availeth not Nor grace nor pity nor the
suffering state. (verso cui non vale Merzede ne pieta ne star
soffrente) 1 The novel state incites to sighs, and makes Man
to pursue an ever-shifting aim, Till in him wrath is kindled, spitting
flame. Meekness, grace, pity, the suffering state of wrath the terms have a scriptural sound, and
of right ; for they are actually scriptural anal- ogies applied to love.
Precisely this poetical analogy was the innova- tion of Guinizelli, whom
Dante called " father of me and of my betters," of which last C. was in Dante's mind
first, if not alone. Before Guinizelli Italian poets had accepted the
other analogy of the troubadours of Provence, which applied to love the
canon of feudal homage. For these the lady of desire was as the haughty
baron to whom they owed servile fealty, and whose inaccessible mood was
not of gentle meekness but of cruel pride, claiming willfully of her
vassal perhaps life itself. But feudalism and its harsh canon of service
were alien to the Italian communes ; Italian poetry built upon an analogy
with it must needs be an affectation. These burgher poets were only play
knights; these frank Tuscan and Lombard girls were only play barons.
Affectation, the pen following not the dicta- tion of the feelings but of
hearsay feelings, this is the precise
charge which Dante, from the standpoint of the " sweet new
style," brings against the older style. 1 But if as free burghers
Italians could not really feel the alien mood of feudal homage, yet as
Christian gentle- men they could, and should, sanctify their love of
women with the mood of religious awe. There need be no affectation in
that. Free burghers, they recognized no temporal overlord, no absolute
baron ; Catholics, they did believe in, and might with sincerity worship,
min- istering angels "donne
angelicate," the meek ones whom, as the Psalmist had declared, the
Lord has beautified with salvation. Guido therefore can no more
worthily praise his mistress than by calling her his " Lady of
Meekness." Indeed, by further analogy he sets her above the angels
themselves; for the Christ himself had said : "Mitis sum et humilis
corde I am meek and lowly in
heart." For him- self, " passion-rent " in his love, the
poet speaks as St. Paul, " we . .
. had our conversation ... in the lusts of our flesh, fulfilling the
desires of the flesh and of the mind ; and were by nature the children of
wrath (filii irae)" And the merzede, the "grace," for
which he sues solu- tion of wrath
by the spirit of meekness is again in
accord with Paul's promise to these very "children of
wrath," "By grace are ye
saved through faith" faith, that
is, in loving and serving the one divinity as the other. i
Purg. This is pious doctrine indeed for the righting cavalier, skeptic,
Love- lace I have in a measure assumed Guido to be. Is then his love
creed also a pose, worse than the apes of Provence whom Dante
exposed, because he thus adds hypocrisy to affectation ? Well, if so, the
same Dante would hardly have hailed him as "first friend" in
life and master after Guinizelli in poetry, nor have outraged the memory
of Beatrice by associating her in the New Life with Guido's lady
Joan. The solution of the apparent antinomy lies in the meaning
for Guido of that rnerzede, that " grace," the granting of
which by ; the lady, the meek one, might appease the lover, the one in
"wrath." The term itself
Italian merzede or English " grace " has a fourfold significance according
as it is a function of the lady, of the lover, or of the reciprocal
relationship between them. "Grace" in her signifies her
beatitude, her "meekness"; in him, his "merit" which
through faith and loving service deserves the boon, or "grace,"
of her con- descension to redeem him from his "state of wrath,"
for which condescension it would be befitting him to render thanks,
"yield graces, a phrase now
obsolete in English but used by Dante, render mercede. Of this fourfold
intention of the term the one funda- mentally doubtful is,the "
grace " which is constituted by the act of condescension of the lady
: what then is the grace or boon that the lover asks and hopes ? In other
words, what is the end of desire ? The answer is no mystery. The
end of desire is always possession, in one sense or another, of the thing
desired. In the practical sense possession of the loved one means union,
physical or social, or both, sacramentally recognized, in marriage ; but
the sacrament of marriage allows a more mystical sense, presenting
the ideal, hardly realizable on earth, of a spiritual union which is also
a unity of two in one : The single pure and perfect animal,
The two-cell'd heart beating with one full stroke,
Life. So Tennyson modernly ; but more in accord with the
metaphysical mood of Guido is the old Elizabethan phrasing :
So they loved, as love in twain Had the essence but in one ;
Two distincts, division one: Number there in love was slain.
To the " gentle heart " there is no love but highest love ;
there is no union but perfect union, wherein two shall Be
one, and one another's all. Until the "gentle heart " may
attain to that perfect union its desire is unappeased, its " wrath
" unsubdued. Tennyson premises it for the right marriage; but there
is ever the doubter ready to remark that if such marriages are really
made in heaven, they certainly are kept there. Human sympathy cannot
quite bridge the span between two souls: self remains self; and though
hands meet and lips touch and wills accord, there is always something
deeper still, inexpressible, unreachable. Yes ! in the sea of
life enisled, With echoing straits between us thrown, Dotting the
shoreless watery wild, We mortal millions live alone. In
vain, says Aristophanes in Plato's Banquet, in vain, "after the
division (of the primeval man-woman in one), the two parts of man, each
desiring his other half, came together, and threw their arms about one
another eager to grow into one. . . ." True, Aristophanes in effect
goes on, Zeus in pity consoled the loneliness of dissevered "
man-woman " by physical union ; but that consolation the "
gentle heart " must forever regard as of itself inadequate and
unworthy. There is indeed a solution. Guinizelli and Dante read
further into the Banquet of Plato
or into the Christian doctrine built upon that to where the wise woman of Mantineia reveals
the mysteries of a love extending into a mystic otherworld at least so Christians read her
teaching where in the bosom of God all
become as one. There "wrath" is resolved into
"meekness" perfectly. The love of Guinizelli, and of
Dante, was the love of happier men of which Arnold speaks :
Of happier men for they, at
least, Have dream '</ two human hearts might blend
In one, and were through faith released From isolation
without end Prolong'd. But if Guido, even as Arnold, lacked
this faith, doubted this mystic otherworld whither therefore he might not
accompany his first friend to find his Giovanna, as Dante his Beatrice,
perfect in meekness, purged of all wrath, and to learn from her release
hereafter from the dividing flesh, union at last with her spirit at peace
? if he was of those, even
uncertainly wavered with those, who F anima col corpo morta f anno
? then indeed for him, in degree as his desire was ideally
exalted, so its grace, its merzede, became an irony, a tragic paradox.
His must be a passionate loneliness forever teased by an illusion,
a phantom mate of its own conjuring. And I at least so understand
the concluding words of the canzone : For di colore d'esser e
diviso, assiso mezzo scuro luce rade : for d'onne
fraude dice, degno in fede, che solo di costui nasce mercede. That
is, the only love of which grace is born, entire possession granted, is
love of the dim immaterial idea, "
la figlia della sua tnente, Vamorosa idea" as Leopardi calls it.
Ixion embraces his Cloud. Guido's lady's desirable perfection, her "
meekness," exists not in her, but in his glorified ideal of her,
" bereft " as that is " of color 1 Bereft is (love)
of color of existence, Seated half dark, it bars the light (i.e.
which might make it visible). Without deceit one saith, worthy of
faith, That born of such a love alone is grace. Rivalta's
reading without in would apparently make mezzo adverbial. The commoner reading,
" assiso in mezzo oscuro luce rade' 1 more naturally gives mezzo as
a noun: " seated in a dark medium," etc. The meaning is not
substantially different. The reading in mezzo, however, is more
suggestive, as implying not only the immateriality of the mental fact but
also the darkening of the " medium," i.e. the imagination, by
the " Martian " ray of passion. The assertion of the
invisibility of love is in answer to Orlandi's question restated by C. " s* omo per veder lo po y
mostrare." Question and answer are alike absurd, however, unless we
understand "love" to mean the object loved, which it may
naturally do ; one's §l love " means both one's passion and one's
lady. of existence." Therefore Guido's mood is essentially one with
Leo- pardi's when the latter exclaims : Solo il mio cor
piaceami, e col mio core In un perenne ragionar sepolto, Alia
guardia seder del mio dolore. 1 Guido has himself described with
quaint " preraphaelite " symbol- ism the process of progressive
detachment of the ideal from the real in the ballata beginning "
Veggio ne gli occhi." Cosa m* avien quand* i' le son
presente ch' i' no la posso a lo 'ntelletto dire : veder mi par de
la sua labbia uscire una si belladonna, che la mente comprender no
la pu6 ; che 'nmantenente ne nasce un* altra di bellezza nova, da
la qual par ch' una Stella si mova e dica: la salute tua e apparita. 2
The imagery here is manifestly in accord with contemporary
pictorial symbolism, in which souls as living manikins issue forth from
the lips of the dead; but the significance of the passage is, I take it,
at one with that of the so-called Platonic " ladder of love "
by which through successive abstractions the pure idea, the intelligible
virtue, is reached. The following stanza in the same ballata again
defines this "virtue" as "meekness," and again
declares it to be merely " intelligible," for di
colore d' esser . . . diviso, assiso mezzo scuro luce rade ;
1 Only my heart pleased me, and with my heart In a communing
without cease absorbed, Still to keep watch and ward o'er my own
smart. 2 Something befalleth me when she is by Which
unto reason can I not make clear: Meseems I see forth through her
lips appear Lady of fairness such that faculty Man hath
not to conceive ; and presently Of this one springs another of new
grace, Who to a star then seemeth to give place, Which
saith: Thy blessedness hath been with thee. only instead of the
metaphysical directness of the canzone, the poet employs the theological
tropes of the dolce stil. La dove questa bella donna appare
s'ode una voce che le ven davanti, e par che d' umilta '1 su' nome
canti si dolcemente, che s' P '1 vo' contare sento che '1 su* valor
mi fa tremare. E movonsi ne 1' anima sospiri che dicon : guarda, se
tu costei miri vedrai la sua vertu nel ciel salita. 1 And now
the tragic note in Guido's is explained. It is neither the polite
fiction, the " pathetic fallacy " of the Sicilian school, nor
yet the quickly passing shadow of this life set between Dante and the sun
of his desire. La tua magnificenza in me custodi, SI
che P anima mia che fatta hai sana, Piacente a te dal corpo si
disnodi. Cosi orai "So I prayed," writes Dante,
triumphant in expectation ; but for those Che 1 'anima col corpo morta
fanno, there could be health of soul neither now nor hereafter.
Wherefore Guido's text in the analysis of his own passion is in all
literalness the words of the Preacher,
" All his days ... he eateth in dark- ness, and he hath much
sorrow and wrath in his sickness." Until 1 There where this
gentle lady comes in sight Is heard a voice which moveth her
before And, singing, seemeth that Meekness to adore Which is her
name, so sweetly, that aright I may not tell for trembling at its
might. And then within my soul there gather sighs Which say: Lo !
unto this one turn thine eyes: Her virtue to heaven wingeth
visibly. 2 Farad.Guido prays indeed for release in death, not
triumphantly as Dante, but piteously, in the spirit of Leopardi's words
in Amore e Morte: Nova, sola, infinita Felicita il suo (the lover's)
pensier figura : Ma per cagion di lei grave procella Presentendo in
suo cor, brama quiete, Brama raccorsi in porto Dinanzi al fier
disio, Che gia, rugghiando, intorno intorno oscura. 1 Poi,
quando tutto avvolge La formidabil possa, E fulmina nel cor
Tinvitta cura, Quante volte implorata Con desiderio intenso,
Morte, sei tu dair affanoso amante ! 2 Precisely in this mood Guido
invokes death : Morte gientil, rimedio de' cattivi,
merze merze a man giunte ti cheggio : vienmi a vedere e prendimi,
che peggio mi face amor : che mie' spiriti vivi 1 Not only
are Guido and Leopardi saying the same thing in effect, but even their
figures of speech are in accord. There is evident similarity of symbolism
between the soul-darkening storm blast of the one and the soul-darkening
Martian ray of the other ; although doubtless the mediaeval poet may have
conceived his " dark ray " as a real phenomenon. 2
New, infinite, unique Felicity ... he pictures to his mind : And
yet because of it the wrath of storm Foreboding in his heart, he longs
for calm, Longs for the quiet haven Far from that fierce
desire, Which even now, rumbling, darkens all around.Then, when
o'erwhelmeth him The fury of its might, And in his heart
thunders unconquerable care, How many times he calls In agony of
need, Death, upon thee in his extremity ! son consumati e spenti si,
che quivi, dov* i' stava gioioso, ora mi veggio in parte, lasso, la
dov' io posseggio pena e dolor con pianto : e vuol ch' arrivi ancora
in piu di mal s' esser piu puote ; perche tu, morte, ora valer mi
puoi di trarmi de le man di tal nemico. Aime ! lasso quante
volte dico : amor, perche fai mal pur sol a' tuoi come quel
de lo 'nferno che i percuote ? At other times Guido describes the combat to the
death between his " spirits " of life and love. He enlarges his
canvas and, calling to aid a whole dramatis personae of the various
" souls " and "animal spirits" of scholastic
psychology, objectifies his mood into miniature epic and drama. This
mythology of the inner world arose naturally enough to mind from the
ambiguity of the term " spirits," meaning at once bodily humors
and bodiless but personal creatures ; and in Guido's delicate handling
the symbolism is singularly effective. Only by exaggeration of imitation
did it grow stale and ludicrous, meriting the jibes of Onesto da Bologna
at such " sporte piene di 1 Gentle death, refuge of th'
unfortunate, Mercy, mercy with clasp'd hands I implore : Loo^
down upon me, take me, since more sore Hath been love's dealing : in so
evil state Are brought the spirits of my life, that late
Where I stood joyous, now I stand no more, But find me where, alas
! I have much store Of pain and grief with weeping : and my fate
Yet wills more woe if more of woe might be; Wherefore canst
thou, death, now avail alone To loose the clutch of such an enemy.
How many times I say, Ah woe is me 1 Love, wherefore only
wrongest thou thine own, As he of hell from his wrings misery ?
3spiriti." The following curiously rhymed sonnet may
illustrate his manner in this kind. L' anima mia vilment' e
sbigotita de la battaglia ch* ell' ave dal core, che, s T
ella sente pur un poco amore piu presso a lui che non sole, la
more. Sta come quella che non a valore, ch' e per temenza da
lo cor partita : e chi vedesse com' ell* e fuggita diria per certo
: questi non a vita. Per gli occhi venne la battaglia in
pria, che ruppe ogni valore immantenente si, che del colpo fu
strutta la mente. Qualunqu* e quei che piu allegrezza sente,
se vedesse li spirti fuggir via, di grande sua pietate piangeria. 1
It transpires then for Guido as for Leopardi that the only grace,
the only boon of peace, to which love leads is death ; and so is verified
1 The spirit of my life is sore bested By battle whereof at
heart she heareth cry, So, that if but a little closer by Love
than his wont she feeleth, she must die. She is as one dejected
utterly ; The heart she hath deserted in her dread : And who
perceiveth how that she is fled, Saith of a certainty : This man is
dead. First through the eyes swept down the battle-tide,
Which broke incontinently all defense, And by its wrath wrecked the
intelligence. Whoever he that most of joy hath sense, Yet if
he saw the spirits scattered wide, In his excess of pity must have
sighed. %\ the warning of those who came to meet him when he
first entered the court of love : Quando mi vider, tutti con
pietanza dissermi : fatto se' di tal servente che mai non dei
sperare altro che morte. 1 In reality, he knows the futility of any
appeal to his lady for aid. She is indeed the innocent occasion of his
suffering, but of it she is a mere passive spectator, hardly
understanding it, and certainly help- less to relieve it ; and so Guido
himself describes her in the sonnet beginning " S' io prego questa
donna." In the midst of his agony, Allora par che ne la mente
piova una figura di donna pensosa, che vegna per veder morir lo
core. 2 Here then at last we find the explanation of his
interpretation of Dante's sonnet, when he said that love fed Dante's
heart to his lady, vegendo che vostra donna la morte
chedea. She claimed its death not willfully indeed, as the capricious
mistress of Ulrich von Lichtenstein " claimed " his mutilation,
but innocently, unwittingly, in that her beauty was as a firebrand, her
perfection, her " meekness," a goal of unavailing consuming
desire. She is helpless to relieve him, because and here is the core of the matter it is not she, not the real woman, that
he loves, but that idealization of her which exists only in his own mind
for di colore d' esser e diviso, assiso mezzo scuro
luce rade. Compared with this glorified phantom "nel ciel
(that is, into the intelligible world) salita," the real woman also
is but "ira," wrath and imperfection. So he pines for his lady
of dreams, who thus a 1 When they beheld me, unto me all
cried Pitiful : bondman art thou made of one Such that
for nought else mayst thou look but death. Into my mind then seems it that
there rays a figure of a pensive lady, com- ing to behold my heart
die." ghostly " vampire " feeds upon his human heart ; but
the real woman, " the woman who does not understand," is no
longer of moment to him. She is, as it were, but the nameless model to
his artist mind. When that has drawn from her all that is of fitness for
its master- piece, it straightway leaves her for another otherwise
completing the ideal type. Giovanna passes ; Mandetta arrives.
Una giovane donna di Tolosa bell' e gentil, d' onesta
leggiadria, tant' e diritta e simigliante cosa, ne'
suoi dolci occhi, de la donna mia, ch' e fatta dentro al cor
desiderosa P anima in guisa, che da lui si svia e vanne a lei
; ma tant* e paurosa, che no le dice di qual donna sia.
Quella la mira nel su* dolce sguardo, ne lo qual face rallegrare
amore, perche v' e dentro la sua donna dritta. Po' torna,
piena di sospir, nel core, ferita a morte d* un tagliente
dardo, che questa donna nel partir li gitta. 1 Plainly it is
not of Giovanna, nor of any actual woman, but of his ideal woman, of whom
Giovanna herself was but a reminiscence, that 1 A lady of Toulouse,
young and most fair, Gentle, and of unwanton joyousness, So is the
very image and impress, In her sweet eyes, of one I name in prayer,
That my soul's wish is more than it can bear : Wherefore it
'scapeth from the heart's duress And cometh unto her ; yet for distress
What lady it obeys may not declare. She looketh on it with her
gentle mien, Whereunto by the will of love it yearns, Because
that lady there it may perceive. Then to the heart it, full of
sighs, returns, Unto death wounded by an arrow keen, The which this
lady loosed when taking leave. Mandetta reminds him. In her turn Mandetta
will pass also. Then will come Pinella, or another what does it matter? What cared Zeuxis
for any one of his five Crotonian maidens, once each in her turn had
supplied that particular trait of loveliness which only she, perhaps, had
to offer, but had to offer only ? Mentre ch* alia belta, ch* i*
viddi in prima Apresso V alma, che per gli ochi vede, L' inmagin
dentro crescie, e quella cede Quasi vilmente e senza alcuna stima. 1
The words are Michelangelo's, but the idea is in effect Guido's.
And it is an idea which, I think, renders perfectly compatible in him
con- stancy in ideal love with inconstancy in real loves. To keep
faith with perfection is to break faith with imperfection. The love
of Guido brooked no compromise. The perfect one might be unattain-
able in this life; perfect union with her, even if found, might be
impossible in this life; there might be no other life than this so marred
by the perpetual " state of wrath " to which his impossible
desire in its impotence doomed him ; yet nevertheless Guido was willing
to be damned for the greater glory of Love. In conclusion, I would
quote a passage from the elegy to Aspasia of Leopardi, which puts into
modern phrasing exactly what I con- ceive to be Guido's intention,
obscured as that is for us by its scholastic terminology and its mixture
of chivalric and obsolete psychological imagery. Especially I would call
attention to the precisely similar way in which Leopardi, like Guido,
combines in his mood the loftiest idealization of Woman with the most
contemptuous conception of women. So Hamlet insults, even while he
adores. Dante too had his cynical time, to judge from Beatrice's
immortal rebuke, when he . . . volse i passi suoi per via non
vera, Imagini di ben seguendo false. 1 While to the beauty,
which first drew my gaze, My soul I open, which looketh through the
eyes, The inward image grows, the outward dies In scorn away,
unworthy all of praise. But Dante was saved from ultimate cynicism,
ultimate unfaith, by the promise of perfect union with his ideal in
paradise. That promise Guido, like Leopardi, rejected. Here is
Leopardi's confession : Raggio divino al mio pensiero
apparve, Donna, la tua belta. Simile effetto Fan la bellezza e i
musicali accordi, Ch' alto mistero d’ignorati Elisi Paion sovente
rivelar. Vagheggia II piagato mortal quindi la figlia Delia sua
mente, l'amorosa idea, Che gran parte d* Olimpo in se racchiude,
Tutta al volto, ai costumi, alia favella Pari alia donna che il rapito
amante Vagheggiare ed amar confuso estima. Or questa egli non gia,
ma quella, ancora Nei corporali amplessi, inchina ed ama. Alfin
Perrore e gli scambiati oggetti Conoscendo, s' adira . ("
Sadira /" " is wrathful "
— Leopardi's very words form a gloss to Guido's. But as little as Guido's
is Leopardi's wrath directed against the real woman, innocent occasion of
his illusion and disillu- sion. Leopardi continues :) e spesso
incolpa La donna a torto. A quella eccelsa imago Sorge di rado il
femminile ingegno; E ci6 che inspira ai generosi amanti La sua
stessa belta, donna non pensa, Ne comprender potria. (" The
woman who does not understand " !) Non cape in quelle Anguste
fronti ugual concetto. E male Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
Spera V uomo ingannato, e mal richiede Sensi profondi, sconosciuti, e
molto Piu che virili, in chi dell' uomo al tutto Da nature e minor.
Che se piu molli E piu tenui le membra, essa la mente Men capace e
men forte anco riceve. 1 So the idealist skeptic of the nineteenth
century aligns himself with the idealist skeptic of the thirteenth, even
to that last truly mediaeval touch — confusio hominis est femina. And, if
I have not somewhere gone off on a tangent, I have described my circle.
Guido's philosophy of love at least fits with the hypothesis of his
skepticism, and a practical consequence of both would be that actual
fickleness of heart to which tradition again bears witness. 1
A ray celestial to my thought appeared, Lady, thy loveliness. Similar
effects Have beauty and those harmonies of music Which the high
mystery of unfathomed heavens Seem ofttimes to illumine. Even so
Enamoured man upon the daughter broods Of his own fancy, the amorous
idea, Which great part of Olympus comprehends, In feature all, in
manner, and in speech Unto the woman like, whom, rapturous man, In
his false lights he seems to see and love. Yet her he doth not, but that
other, even In corporal embracings, crave and love. Until, his
error and the intent transferred Perceiving, he grows wrathful ; and oft
blames With wrong the woman. To that ideal height Rarely indeed the
wit of woman rises ; And that which is in gentle hearts inspired By
her own beauty, woman dreams not of, Nor yet might understand. No room
have those Too straitened foreheads for such thoughts. And fondly
Upon the spirited flashing of that glance Builds the infatuate man, and
fondly seeks Meanings profound, undreamt-of, and much more Than
masculine, in one than man in all By kind inferior. For if more
tender, More delicate of limb, so with a mind Less broad, less
vigorous is she endowed.Guido Cavalcanti. Keywords: lo sviluppo della teoria
dell’amore in Aristotele – amore e morte, amore e anima vegetativa (l’amante
non mangia, l’amante non dorme) – l’animo e il corpo come entelechia, sinolo
perfetto, I due sinola, sinolo, Greco sinolon, da sin, co- e holos, tutto. – l’amore come incontro disastroso di due
entellechie. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cavalcanti” – The Swimming-Pool
Library. Cavalcanti.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cavallo: la ragione
conversazionale el’implicatura conversazionale di Frankenstein, homo electricus
– la morte di Fedro – fulminated by one of Giove’s lightnings -- elettrico –
scuola i Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I love Cavallo, and so
did most of the members of the Royal Society!” Grice: “Cavallo wasn’t strictly
onto mythology, but the Italians on the whole are: the Elettridi are a couple
of islands off the mouth of the shore where Fetonte fell – due to …
electricity, as Cavallo called it – Cavallo is what at Oxford we would call a
‘natural philosoophy’ – for which there was once a chair – it’s very odd that
it’s the chair in transnatural or ‘metaphysical’ philosophy that still
sub-sists, as Heidegger would put it! By using ‘elettricita’ in the feminine
abstract, Strawson criticsed Cavallo – but Strawson criticised most!” -- Autore
di trattati di elettricità, magnetismo ed elettricità medicale, compe anche
studi relativi ai gas e all'influenza dell'aria e della luce sulla biologia.
Propone numerosi apparecchi elettrostatici di misura e di ricerca. Intue la
possibilità di volare utilizzando palloni aerostatici. Costrue il primo
elettroscopio. Altre opere: TreccaniEnciclopedie. Figlio di un medico. Si
dedica alla filosofia e al commercio a giudicare da alcuni suoi studi. Si
ritaglia un posto di rilievo come ideatore di esperimenti, inventore e
realizzatore di strumenti di precisione e di apparati sperimentali, anche su
commessa, e autore di trattati sistematici molto valutati per chiarezza,
sistematicità e completezza. Si lo ricorda in particolare per i suoi
studi di aeronautica, legati alla possibilità di usare l’idrogeno come gas
portante. E il primo a effettuare esperimenti sistematici sulle capacità
ascensionali dell’idrogeno, gas che era stato scoperto quindici anni prima da
Cavendish. Inizia con bolle di sapone riempite d’idrogeno, e che per questo
salivano in verticale. Prova poi con involucri di carta, che però si rivelano
inadatti perché permeabili al gas, e infine con vesciche di animali, troppo
pesanti per sollevarsi ma in grado di far misurare una riduzione del peso. Non
riusce a trovare un involucro abbastanza leggero da sollevarsi una volta
riempito di gas. Fisico; recatosi per commercio in Inghilterra, ivi si dedicò a
ricerche di fisica e di chimica. Ha intuito la possibilità del volo per via
aerostatica, mediante un pallone ripieno di gas leggero; eseguì in proposito
una serie di ingegnose esperienze servendosi di bolle di sapone gonfiate con
idrogeno. Deve considerarsi il vero inventore dell'elettroscopio. Fisico e filosofo naturale italiano. I suoi
interessi includeno l’elettricità, lo sviluppo di strumenti scientifici, la
natura delle "arie" e il volo in mongolfiera. Membro della Royal Academy
of Sciences di Napoli. Presenta tredici volte di seguito la Lezione Bakeriana della
Royal Society di Londra. Nacque a Napoli, Italia, dove suo padre era un medico.
Apporta diversi ingegnosi miglioramenti agli strumenti scientifici. È spesso
citato come l'inventore del “moltiplicatore di Cavallo”. Sviluppa anche un "elettrometro
tascabile" che usa per amplificare piccole cariche elettriche per renderle
osservabili e misurabili con un elettroscopio. Parti dello strumento e protetto
dalle correnti d'aria da un involucro di vetro. Lavorato alla refrigerazione. In
seguito al lavoro di Cullen e Black, fu il primo a condurre esperimenti
sistematici sulla refrigerazione utilizzando l'evaporazione di liquidi
volatile. Si interessa alle proprietà fisiche delle "arie" o dei gas
e condusse esperimenti sull’aria infiammabile (idrogeno gassoso). Nel suo “Trattato
sulla natura e le proprietà dell'aria” fece "un esame giudizioso del
lavoro contemporaneo", discutendo sia la teoria del “flogisto” (citado da
Grice in “Actions and events”) di Priestley che le opinioni contrastanti di
Lavoisier. Alla Royal Society venne letto un articolo che descrive il primo
tentativo di sollevare in aria un palloncino pieno di idrogeno. La sua “Storia
e pratica dell'aerostazione” e considerata "una delle prime e migliori
opere sull'aerostazione pubblicate nel diciottesimo secolo". In esso, discute
sia i recenti esperimenti in mongolfiera, sia i suoi principi fondamentali. Si
rivolge a un pubblico più generale in questo lavoro, evitando il gergo tecnico
e le prove matematiche, ed era un efficace comunicatore scientifico sia per i
suoi colleghi che per il pubblico in generale. Influenza i pionieri
dell'aerostato Charles, i fratelli Blanchard. Storia e pratica dell'aerostazione,
C. La piastra I, che illustra l'apparato chimico e i palloncini utilizzati per
la generazione di idrogeno La piastra II, che illustra l'apparato chimico e i
palloncini utilizzati per la generazione di idrogeno C. pubblicò anche sul
temperamento musicale nel suo trattato “Del temperamento di quegli strumenti
musicali, in cui sono fissati i toni, le chiavi o i tasti, come nel
clavicembalo, nell'organo, nella chitarra, ecc. Il memoriale di Coutts, Old St.
Pancras. Il nome di C. è verso il basso, ma mancano le lettere B e C. Secondo
quanto riferito, fu sepolto nel cimitero di Old St. Pancras in una volta vicino
a quella di Paoli. La tomba è perduta ma è elencato nel memoriale di Burdett
Coutts alle molte persone importanti sepolte in essa. Altre opere:
Pubblica numerosi lavori su diversi rami della fisic, tra cui: “Trattato
completo di elettricità in teoria e pratica” (Firenze: Cambiagi); “Teoria e
pratica dell'elettricità medica”; “Trattato sulla natura e le proprietà
dell'aria e di altri fluidi permanentemente elastici”; “Trattato completo
sull'elettricità in teoria e pratica”; “Storia e pratica dell'aerostazione”; “Trattato
sul magnetismo”; “Proprietà mediche dell'aria fittizia”; “Elementi di filosofia
naturale e sperimentale”. Per la Cyclopædia di Rees ha contribuito con articoli
su Elettricità, Macchinari e Meccanica, ma gli argomenti non sono noti. Un
resoconto di alcuni nuovi esperimenti elettrici di C. comunicato da Henley,
FRS, Transazioni filosofiche della Royal Society di Londra. TRATTATO COMPLETO
D'ELETTRICITÀ TEORICA E PRATICA CON SPERIMENTI ORIGINALI. FIRENZE, CAMBIAGI STAMP. GRANDUCALE CON
LICENZA DE SUPÈRIORI. 1 ' A SUA ALTEZZA I OR D NASSAU CLAVERING PRINCIPE E
CONTE DICO W P E R PRINCIPE DEL S. ROM. IMP. E PARI DELLA GRAN BRETTAGNA ec. A voi
solo Altezza e non ad altri dovea dedicarſi queſta verſione dall'origi nale
ingleſe che ha l'onore di IV di renderſi pubblica colle preſenti ſtampe e di
compa rire ſotto il Voſtro autore vole patrocinio. Ella è d'uno della vostra nazione,
è ſtata intrapreſa per Voſtro comando, fatta ſotto i Voſtriocchi, e quafi tutti
gli addotti ſperimenti reiterati nel Voſtro copioſo ed elegante Gabinetto, che
avete voluto rendere quaſi pubblico a comune vantag gio di chi brama profittare
delle ſcoperte fiſiche ſperi mentali. Proſeguite come fate in que queſta Voſtra
generoſa in trapreſa; mentre ſotto i Vo ftri fortunatiſſimiauſpicjcol più
profondo riſpetto mi glorio di poter paſſare a di chiararmi DI VOSTRA ALTEZZA
Di Caſa Umiliſſimo Servo. Mi ſarei facilmente diſpenſato dal fare veruno avviſo
a queſt' opera ſe non mi foffi creduto in dovere di rendere in teſo l'Autore
della medeſima, della ſtampa che meditavo fare della preſente verſione, anco
per ſentire da ello ſe avea niente da aggiugnere o mutare al ſuo lavoro.
Avendogli dunque ſcritto il Sig. Ma gellan alle richieſte d'un mio amico ſu
queſto propoſito, gradì molto queſta parte, e traſmeſſe alcune addizioni e
cambiamenti che deſiderava che foſſerofatti, come èſtato eſeguito, accompagnati
con una corteſe let tera del tenore ſeguente. Signore. Incluſa in queſta Ella
riceverà una nota di alcune poche addizioni e cam bia 1 a 4 VIII A V VISO
biamenti che bramerei foſſero inſeriti nella traduzione del mio Trattato ſull'E.
lettricità. La prego fare intendere al Traduttore e al di Lei corriſpondente
che ſono loro molto obbligato per aver mi dato parte di queſta intrapreſa, e
che ſon pronto a ſervirgli in quel poco che poſſo. Suo C., Sig. Magellan Nevils
Court Ferter Lane. 1 NEL TRATTATO DI C. SULL' ELETTRICITA'. In vece di è quaſi
tutte le dure pietre prezioſe ſi legga ad alcune altre dure pietre prezioſe.
Pag. 40. Il paragrafo che comincia fiz nalmente concluderemo e finiſce da un
corpo ad un' altro ſi dee totalinente omertere. Pag. DEL TRADUTTORE } . Il
paragrafo che comincia Le caufe e gli effetti ſono così intimamente, e termina
nella pag. 100. colle parole cer tezza epreciſione fi dee omettere affatto. .
Alla nota in cui ſi deſcrive l’Amalgama ſi poſſono aggiungere i fe guenti verſi:
Higgins ha ultima mente inventato un Amalgama che è molto preferibile a quello
di ſtagno, perchè una piccoliffima quantità di effo non solo fa agire il vetro
più potentemente, ma dura anco più lungo tempo ſullo ſtrofinatore che quello di
fagno. Queſt' amalgama è fatto d'un feſto di zinco e cinque ſefti di mer. curio
meſcolati inſieme. v. 12. Si dice non ſarà at tratta del ec. ma più toſto
recederà dal punto ſpecialmente ſe l' ago ſi preſenti velociſſimamente verſo
ilmedeſimo: Ora leparole di queſto paſſocheſono interpun tate deono ometterſi,
cioè dee dir così, non ſarà attratta dal medefino. a 5 Pag. X À VVISO 1 Pag.
335.v.8. Tra le parole poichè e l'e lettricità ſi dee aggiugnere in parità di
circoſtanze. Pag. 393. v. ult. cioè della nota In ve ce di Vol. XLVIII. e
LXVII. ſi legga Vol. LIV. e LXVII. Del reſto polo aſſicurare il mio Lettore che
la maggior parte degli ſperimenti in queſto Trattato riferiti ſono ſtati
ripetuti Sotto i miei occhi nel ricco e ſcelto Gabi netto di S. A. il Sig.
PRINCIPE COWPER che ne ha dato tutto il comodo, ed ha colla sua autorità
promoſſo queſto lavoro. In tanto vivi felice, e godi di queſta fatica. 1. HL
diſegno di queſto Trattato è di pre ſentare al pubblico un proſpetto che
comprenda lo ſtato preſente dell'elettri cità ridotto in quei limiti più
riſtretti che la natura della ſcienza può tollerare. Eſſo è diviſo in quattro
parti, in ciaſcuna delle quali ſono contenute certe particolarità che avevano
anche minor conneſſione col rimanente, e la cui diſtinta veduta ſi è creduto,
che poteſſe eſſere un mezzo da impedire la confuſione dell' idee nella mente di
quei lettori che non fi erano prima refa molto familiare queſta materia. La
prima parte tratta ſolamente delle leggi dell'elettricità; cioè di quelle leggi
naturali relative all' elettricità che per mezzo d' innumerabili ſperimenti ſi
ſono trovate coſtantemente vere, e che non dipendono da veruna ipoteſi. In
queſta parte l'autore non è diſceſo a veruna par ticolarità, la quale non foſſe
chiaramente ſicura, o la quale foſſe di poca conſeguen za; ma nel tempo
medeſimo ha procu rato di non omettere coſa alcuna impor tante, o che ſembraſſe
promettere ulte riori: ſcoperte La ſeconda parte è meramente ipote tica, non
per rapporto ai fatti, ma in ri guardo all opinioni. La grande improba bilità
della maggior parte di queſte ipo teſi ha deterininato l'autore a renderla più
breve che foſſe poſſibile. La parte terza contiene la pratica dell' elettricità.
Qui l'autore ha procurato d'in ferire una deſcrizione di tutti i nuovi mi
glioramenti fatti nell'apparato, i quali nel tempo medeſimo ſervono a minorare
la fpefa, e a facilitare l'eſecuzione degli eſperimenti. In riguardo agli
eſperimenti medeſimi, egli ha principalmente inſiſtito ſu quei pochi primari
che gli ſon parſi i più neceſſari a illuſtrare e confermare le leggi
dell'elettricità, omettendo un gran numero d'altri che ha trovato non eflere
altro che i primi in qualche coſa va rjati. Egli niente di meno ha dato un rag
guaglio di alcuni altri che quantunque non affolutamente neceſſari, gli parvero
però meritare che ſene defle notizia. La quarta ed ultima parte contiene un
breve ragguaglio dei principali ſperi menti eſeguiti dall'autore medeſimo in
conſeguenza di quanto gli è accaduto nel corſo dei ſuoi ſtudj in queſta parte
di fi loſofia. Quì egli ha laſciato di far men zione non ſolo di quei tentativi
che non hanno prodotto verun conſiderabile effet to, maancora d'innumerabili
congetture che ha formato intorno a' medeſimi, e intorno ad altri non ancora
ridotti alla ſicurezza dell'attuale oſſervazione. L'autore prende queſt'
opportunità di dimoſtrare la ſua riconoſcenza a varj ſuoi ingegnoſi amici per
diverſe eſperienze comunicategli, e particolarmente al Sig. Guglielmo Henly il
quale ha fatto quel che per lui ſi poteva per informarlo di ciaſcuna
particolarità che ha creduto po teſſe arricchire e abbellire l'opera. Non è
ſembrato neceffario il nominare quei ſoggetti, le di cui eſperienze e of
fervazioni recate in queſt' opera erano avanti ben cognite al mondo; per lo che
l'autore ſi è riſtretto a far menzione di quelle perſone le cui eſperienze
erano nuo ve, o non comunemente note agli ſcrit tori di queſta materia. Per
rendere il trattato più intelligibile ed utile ſono ſtate aggiunte tre tavole
in rame, e un copioſo indice delle materie che meritano maggiore attenzione.
Neroduzione pag. Leggi fondamentali dell'elettricità. Contenente la spiegazione
d ' alcuni termi ni che fono principalmente uſati nelle lettricità. Degli
elettrici, e dei conduttori. Delle due elettricità. Dei differenti metodi di
eccitare gli elet trici. Dell elettricità comunicata Dell' elettricità
comunicata agli elettri ci. Degli elettrici caricati, ovvero della Boccia di
Leida '. Dell elettricità atmosferica go. Vantaggi derivati dall elettricità..
Che contiene un proſpetto compendioſo del le proprietà principali dell
elettrici tà. Teoria dell'elettricità, Ipoteſi dell' elettricità poſitiva, e
negatiVa 126. Della natura del fluido elettrico Della natura degli elettrici, e
dei con duttori... Del luogo occupato dal fluido elettrico. Elettricità pratica.
Dell'apparato elettrico in generale. Deſcrizione d' alcune particolari macchine
elettriche ze... Deſcrizioneparticolare di alcune altreparti neceſſarie
dell'apparato elettrico. Regole pratiche riguardanti l'uſo dell' ap parato
elettrico, ed il fare l'eſperien Sperimenti relativi all'attrazione, e re
pulſione elettrica Sperimenti ſulla luce elettrica... Sperimenti colla
bottiglia di Leida. Sperimenti con altri elettrici caricati. Sperimenti ſull'
influenza delle punte, e ſull' utilità dei conduttori metallici ap puntati per
difendere gli edifizj dagli effetti del fulmine Elettricità medica..Sperimenti
fatti con la batteria elettri Sperimenti promiſcui Ulteriori proprietà della
boccia di Leida ovvero degli elettrici caricati. Nuovi ſperimenti dell' elettricità.. .
Coſtruzione dell' aquilone elettrico, e di altri ſtrumenti uſati con ello
Sperimenti fatti con l' aquilone elettri . co Sperimenti fatti
coll.elettrometro atmosfe rico, e coll' elettrometro per la prog gia.
Sperimenti fatti coll' elettroforo comune mente chiamato macchina per eſibire
l'elettricità perpetua · Sperimenti ſu i colori. Sperimenti promiſcui L E arti
e le ſcienze a guiſa dei re gni e delle nazioni, anno cia ſcuna alcuni
fortunati periodi di gloria e di fplendore, in cui eſſe mag giormente attirano
l'umana attenzione, e fpandendo una luce più viva che in qualunque altro tempo
divengono l'oga getto favorito e la moda del ſecolo; ma queſti periodi terminan
preſto, e pochi anni di luſtro e di fama reſtano ſpetto oſcurati da interi
ſecoli d'oblivione. Da queſto faro infelice per altro alcune ſcien ze ſono
riſervate ed elenti, le quali in grazia della vaſta e neceſſaria eilenſione del
loro uſo e delle fruttuole produzioni che da loro ſi ricavano, ſono ſempre flo
ride; e ſebbene una volta ſiano ſtate incognite, pure quando la fama ne ha
fatto riionare il lor naſcimento o pubblicato i loro progreſli, giammai dopo
declina no, e benchè divenute languenti per l'età in verun tempo periſcono. Di
queſto ge nere è l’Elettricità la più dilettevole e la più ſorprendente tra
tutte le parti della Filoſofia naturale, che mai ſia ſtata coltivata dall'uomo.
Queſta ſcienza dopo aver fatto conocere l'eſtenſione e la ge neralità della ſua
forza, dopo che ſi è conoſciuto eſſer uno dei più grandi agenti della natura, è
ſtata ſempre in voga, è ſtata col maſſimo profitto coltivata, e ſenza
interruzione alcuna ha fatto tali progreſſi, che ora è ridotta a uno ſtato in
cui in vece di divenire ſterile, ſembra ulteriormente impegnare la generale at
tenzione e ripromettere ai ſuoi ſeguaci le più degne e le più vaſte ricompenſe.
Gli Ottici è vero, moſtrano molte in cantatrici ed utili proprietà, ma ſempre
relative alla ſola viſione: il Magnetiſmo rappreſenta la forza d'attrazione, re
pultione, e direzione verſo le parti po lari di quella ſoſtanza che ſi chiama
ca lamita; la Chimica tratta delle varie compoſizioni e riſoluzionidei corpi:
ma l ' Elettricità contenendo per così dire tutte queſte coſe dentro di ſe ſola
eſibiſce gli effetti di molte ſcienze, combina in ſieme le diverſe energie e
ferendo i ſenſi in una particolare e forprendente manie ra, dà piacere ed è di
grand'uſo all'igno rante ugualmente che al FILOSOFO, all' opulento ugualmente
che al povero. Nell' Elettricità ci divertiamo contem plando la ſua penetrante
luce rappreſen tata in innumerabili diverſe forme, am. miriamo la ſua
attrazione e repulſione che agiſce ſopra ciaſcun genere di corpi, reſtiamo
ſorpreſi dall'urto, atterriti dall' eſploſione e forza della ſua batteria; ma
quando la conſideriamo ed eſaminiamo A 2, Come cauſa del tuono, del fulmine,
dell' aurora boreale, e di altri fenomeni na turali, i cui terribili effetti
poliamo in parte imitare, ſpiegare, ed anche allon tanare, allora sì che
reſtiamo attoniti per la maraviglia, la quale non ci per mette di contemplare
altro che l'ineſpri mibile e permanente idea dell'aminira zione e della
ſorpreſa. Il più remoto rag guaglio a noi cognito, che abbiamo di qualche
effetto elettrico eſiſte nell ' opere del famoſo antico naturaliſta Teofraſto
che fiori circa trecento anni avanti Cri ſto. Ei ci dice che l'ambra il cui
nome greco è nextpor, e da cui il nome d'E lettricità è derivato, come pure il
Lincurio poſſiede la qualità di attrarre i corpi leggieri. Questo solamente è
tutto cio [E ftato in qualche maniera provato cbe il Lin curio di Teofraſto è
la medeſima ſoſtanza che va ſotto il nome di Turmalina, di cui avremo occae
fione di parlare nel corſo di queſto trattato. ciò che ſi conoſceva ſu tal
ſoggetto per circa 19. ſecoli dopo Teofraſto, nel qual lungo periodo non
troviamo nell'iſtoria fatta menzione di alcuna perſona che abbia fatto veruna
ſcoperta, e ne pure ſperimento alcuno in queſta parte di Filoſofia, eſſendo
rimaſta queſta ſcienza affatto nell'oſcurità fino al tempo di Guglielmo Gilbert
medico Ingleſe, che viveva ful principio del decimo fertimo ſecolo; ed il quale
a cagione delle ſue ſcoperte in queſto nuovo e inculto cam po può giuſtamente
chiamarſi il padre della preſente Elettricità. Offerva egli che la proprietà
d'attrarre i corpi leg gieri dopo la confricazione non è una proprietà
particolare dell'ambra o del Lincurio, ma che molti altri corpi la poſſeggono
egualmente. Rammenta un gran numero di queſti e nel medeſimo tempo varie
particolarità, che conſide rando lo ſtato della ſcienza in quel ſe colo poſſono
ſembrare veramente grandi ed intereſſanti. Dopo Gilbert la ſcienza avanzando
benchè con piccoli progrefli, paſsò per così dire dall'infanzia alla puerilità,
a vendo intrapreſo alcuni eccellenti filo ſofi ad eſaminare la natura in queſte
ope razioni. Tale fu Bacone, Boyle,
Guericke, Newton, e più di tutti Hawkesbee ſoggetto a cui ſiamo molto obbligati
per alcune importanti ſcoperte e per il reale avanzamento dell'Elettricità.
Hawkesbee fu il primo che oſſervò la gran forza elettrica del vetro, ſoſtanza
che fin da quel tempo fu generalmente uſata da tutti gli elettriciſti in
preferenza di qualunque altro elettrico. Egli fu il primo che notaſie le varie
apparenze della luce elettrica e il fragore accom pagnato con eſſa, inſieme con
una varietà di fenomeni relativi all'attrazione e ri pulſione elettrica. Dopo
il Sig. Hawkesbee la ſcienza dell' elettricità per quanto fin lì foſſe avanzata,
rimaſe quaſi per venti anni in uno ſtato di quiete, eſſendo l'attenzione dei
Filoſofi in quel tempo occupata in altri filoſofici ſoggetti, i quali in
riguardo alle nuove ſcoperte dell'incomparabile Iſacco Newton erano allora
grandemen. te in reputazione. Il Sig. Grey fu il primo dopo queſto periodo d'
oblivione a portar la ſcienza di nuovo alla luce del mondo. Egli mediante le
gran ſcoperte che fece la inſinuò di nuovo alla cogni zion dei Filoſofi e da
lui ſi può dire che prenda la ſua data la vera e florida epoca dell'
Elettricità. Il numero degli elettriciſti che ſi è giornalmente moltiplicato
dal tempo del Sig. Grey, le ſcoperte fatte, e gli uſi che ne ſon derivati fino
al tempo preſente, fono materia realmente degna d'atten zione e meritano
l'ammirazione di qua lunqne amatore delle ſcienze ed amico dell'uman genere.
Chiunque vuole informarſi dei parti colari progrelli fatti in queſta ſcienza,
legga l'elaborata iſtoria dell'Elettricità compilata dall'eccellente D: Priestley,
opera che lo può informare di tutto ciò che è ſtato fatto in rapporto a queſto
ſoggetto fino alla ſua pubblicazione. Io per me mi diſpenſerò dal farre un
lungo dettaglio iſtorico; queſto trattato eſſendo diretto a dare un ragguaglio
dello ſtato preſente dell'Elettricità, e non a for marne un'iſtoria. Soltanto
oſſerverò in generale, che quantunque la ſcienza ab bia, mediante l'indefella
attenzione di molti ingegnoſi foggetti, e mediante le ſcoperte che furono
giornalmente pro dotte, eccitata la curioſità dei Filoſofi e impegnata la loro
attenzione; con tut to queſto ſiccome le cauſe di ciaſcuna cola piccola o
grande, cognita o incognita, di rado ſono oſſervate con at tenzione, ſe i loro
effetti non ſono sfol goranti e ſingolari; così l'Elettricità è ſtata fino
all'anno 1746. ſtudiata da nel fun altro che da Filoſofi. La ſua attra zione
può eſſere rappreſentata in parte dalla calamita, la ſua luce dal fosforo, e in
una parola neſſuna coſa ha contria buito a rendere l'Elettricità il ſoggetto
della pubblica attenzione, e ad eccitare una generale curioſità, fin che non fu.
accidentalmente fatta la primaria ſco gran cumulo della ſua forza, in ciò che
ſi chiama boccia di Leida in ventata da Muſchenbroeck. Allora lo ſtudio dell'
Elettricità divenne generale, ſorpreſe ciaſcuno oſſervatore, e invitò alla caſa
degli elettriciſti un più gran numero di ſpettatori di quello che avanti ſi
foſſe mai unito inſieme per oſſervare qualunque altro filosofico ſpe rimento.
Dal perta del Dal tempo di queſta ſcoperta il pro digioſo numero d'elettriciſti,
di ſperi menti, e di fatti nuovi che ſono ſtati giornalmente prodotti da
ciaſcun angolo dell'Europa e da altre parti del mondo, è quafi incredibile. Le
ſcoperte ſi cumu larono ſopra altre ſcoperte, i megliora menti ſopra altri
meglioramenti, e la ſcienza da quel tempo fece un così ra pido corſo, ed ora ſi
eſtende con sì mi rabile velocità, che ſembra che il fog getto dovrebbe eſſere
tutto eſaurito, e gli elettriciſti pervenuti al fine delle loro ricerche: per
altro non è così. Il non plus ultra è con tutta probabilità ancora molto
lontano, e il giovane elettriciſta ha avanti a ſe un vaſto campo che mé rita
altamente la ſua attenzione e che gli promette ulteriori ſcoperte forſe o d'
uguale o di maggiore importanza di quelle che ſono ſtate già fatte.Of Natural
Philosophy;—~its Name;•—its Objeft —its Axioms; —and the Rules of
Philofophizing. The word FILOSOFIA, though used by ancient authors in senses somewhat
different, does, however, in its most usual acceptation, mean the love of
general knowledge. It is divided into moral and natural. Moral philosophy
treats of the manners, the duties, and the condud of man, considered as a
rational and social beings but the business of natural philosophy, is to colled
the history of the phenomena which take place amongst natural things, viz.
among the bodies of the universes to investigate their causes and effects; and
thence to deduce such natural laws, as may afterwards be applied to a variety
of useful purposes. The word philosophy is of Greek origin. PITAGORA, a learned
Greek, seems to have been the firfl who called himfelf philosopher j viz. a
lover of knowledge, or of wifvol. r. b dom. 2 Of Philosophy in general. Natural
things means all bodies; and the assemblage or fyftem of them all is called the
universe. The word “phenomenon” signifies an appearance, or, in a more enlarged
acceptation, whatever is perceived by our senses. Thus the fall of a stone, the
evaporation of water, the folution of salt in water, a tlafh of lightning, and
fo on; are all phenomena. As all phenomena depend on properties peculiar to
different bodies; for it is a property of a ftone to fall towards the earth, of
the water to be cvaporable, of the fait to be foluble in water, &c.
therefore v/e fay that the bufinefs of natural philofophy is to examine the
properties of the various bodies of the univerfe, to inveftigate their caufes,
and thence to infer ufeful deductions. Agreeably dom, from the words piaoj, a
lover or friend, and croplxi, of knowledge or wifdom. Moral philofophy is
derived from the latin mos, or its plural mores, fignifying manners or
behiyiour. It has been likewife called ethics, from the Greek r,ccs, mos,
manner, behaviour. Natural philofophy has alfj been called p hylics, phyfology,
and experimental phi Ifophy: The ftrft of thofe names is derived from nature,
or gv-T.hr., natural; the fecond is derived from pvair, nature, and >. a
dijeourfe; the laft deno nination, which was introduced not many years ego, is
obvioufly derived from the juft method of experiment. ' inveftigation, which
has been univerfally adopted ftnee the r P.vul of learnin-"- 'n Europe. “Phenomenon,”
whose plural is “phenomena”, owes its origin to the Greek word pf.-.ai, to
appear. and the Rules of Philofophizing. 3 Agreeably to this, the reader will
find in the courfe of this work, an account of the principal properties of
natural bodies, arranged under diftincft heads, with an explanation of their
efFefts, and of the caufes on which they depend, as far as has been afeertained
by means of reafoning and experience; he will be informed of the principal
hypothefes that have been offered for the explanation of faffs, whofe caufes
have not yet been demonflratively proved; he will find a flatement of the laws
of nature, or of fuch rules as have been deduced from the concurrence of
fimilar facts; and, laftly, he will be inftrudted in the management of
philofophical inflruments, and in the mode of performing the experiments that
may be thought neceffary either for the llluftration of what has been already
afeertained, or for the farther inveftigation of the properties of natural
bodies. We need not fay much with refpect to the end 01 defign of natural
philofophy.—Its application and its ufes, or the advantages which mankind may
deuve therefrom, will be eafily fuggefted by a very fuperficial examination of
whatever takes place about us. The properties of the air we breathe; the action
and power of our limbs; the light, the found, and other perceptions of our
fenfes; the adcions of the engines that are ufed in hufoandry, navigation,
&c.; the viciffitudes of the feafons, the movements of the celeflial
bodies, and io forth; do all fall under the con fideration of b 2 the 4 Of
Philosophy in general; the philofophcr. Our welfare, our very exiftenee-.
depends upon them. A very flight acquaintance with the political ftate of the
world, will be fufficient to fhew, that the cultivation of the various branches
of natural philofophy has actually placed the Europeans and their colonies
above the reft of mankind. Their. difcoveries and improvements in aftronomy,
optics, navigation, chemiftry, magnetifm, mineralogy, and in the numerous arts
which depend on thofe and other branches of philofophy, have fupplied them with
innumerable articles of ufe and luxury, have multiplied their riches, and have
extended their powers to a degree even beyond the expectations of our
predeceffors. The various properties of matter may be divided into two claffes,
viz. the general properties, which belong to all bodies, and the peculiar
properties, or thofe which belong to certain bodies only, exclufively of
others. In the firft part of this work we fhall examine the general properties
of matter. Thofe which belong to certain bodies only, will be treated of in the
l'econd. In the third part we fhall examine the properties of fuch fubftances
as may be called hypothetical; their exiftenee having not yet been
iatisfadtorily proved. In the fourth we fhall extend our views beyond the
limits of our Earth, and fhall examine the number, the movements, and other
properties of the celeltial bodies. The and the Rules of Philofophizing. 5 The
fifth, or laft part, will contain feveral detached articles, fuch as the
defeription of feveral additional experiments, machines, &c. which cannot
conveniently be inferted in the preceding divilions. The axioms of philofophy,
or the axioms which have been deduced from common and conftant experience, are
fo evident and fo generally known> that it will be fufficient to mention a
few of them only. I. Nothing has no property; hence, JI. No fubftance, or
nothing, can be produced from nothing. III. Matter cannot be annihilated, or
reduced to nothing. Some perfons may perhaps not readily admit, the propriety
of this axiom; feeing that a great many things appear to be utterly deftroyed
by the action of fire; alfo that water may be caufed to difappear by means of
evaporation, and fo forth. But it mud be obferved, that in thofe cafes the
lubftances are not annihilated; but they are only difperfed, or removed from
one place to another, or they are divided into particles fo minute as to elude
our fenfes. Thus when a piece of wood is placed upon the fire, the greateft
part of it difappears, and a few afhes only remain, the weight and bulk of
which does not amount to the hundredth part ot that of the original piece of
wood. Now in this cafe the piece of wood is divided into b 3 its 6 O/Philosophy
in general; its component fubdances, which the atdion of the fire drives
different ways: the fluid part, for inftance, becomes fleam, the light coaly
part either adheres to the chimney or is difperfed through the air, &c. And
if, after the combuftion, the fcattered materials were collecded together,
(which may in great meafure be done), the fum of their weights would equal the
weight of the original piece of wood. Every effect has, or is produced by, a
caufe, and is proportionate to it. It may in general be obferved with refpedt to.
thofe axioms, that we only mean to affert what has been conflantly (hewn, and
confirmed by experience, and is not cont rad idled either by reafon, or by any
experiment. But we do not mean to affert that they are as evident as the axioms
of geometry; nor do we in the lead prefume to preferibe limits to the agency of
the Almighty Creator of every thing, wvhofe power and whofe ends are too far
re- moved from the reach of our underBandings. Having dated the principal
axioms of philolophy, it is in the next place neceffary to mention the rules of
philofophizing, which have been formed after mature confideration, for the
purpofe of preventing errors as much as poffible, and in order to lead the
dudent of nature along the fhorted and fifed way, to the attainment of true and
ufeful knowledge.—Thofe rules are not more than four; viz. I. We and the Rules
of Philofophizing. We are to admit no more caufes of natural things, than fuch
as are both true and fufHcient to e:g in the appearances. II. Therefore to the
fame natural effects we muft, as far as poffible, affign the fame caufes. Such
qualities of bodies as are not capable of increafe or decreafe, and which are
found to belong to all bodies within the reach of our experiments, are to be
efteemed the univerfal qualities ol all bodies whatfoever. IV. In experimental
philofophy we are to look upon propofitions colledted by general induction from
phenomena, as accurately or very nearly true, notwithftanding any contrary
hypothefes that may be imagined, till fuch time as other phenomena occur, by
which they either may be corrected, or may be fhewn to be liable to exceptions
With refpeft to the degree of evidence which ought to be expected in natural
philofophy, it is neceifary to remark, that phyficai matters cannot in general
be capable of luch abfolute certainty as the branches of mathematics.—The
propofitions of the latter fcience are clearly deduced from a fet of axioms fo
very fimple and evident, as to convey perfect convi&ion to the mind; nor
can any of them be denied without a manifeft: abfurdity. But in natural
philofophy we can only fay, that becaufe lome particular effects have been
conflantly produced under certain circumftances; therefore they will moft
likely continue to bV produced as long E 4 as 8 Of Philosoph Y in general $ as
the lame circumftances exifl; and likewife that they do, in all probability,
depend upon thofe circumftances. And this is what vve mean by laias of nature \
as will be more particularly defined in the next chapter. We may, indeed, affume
various phyfical princi[>ies, and by reafoning upon them, we may ftndtly
demontliate the deduction of certain confequences. But as the demonftration
goes no farther than to prove that luch confequences muft neceflarily follow
the principles which have been afl'urned, the conlequences themfelves can have
no greater degree of certainty than the principles are pofieftedof; fo that
they are true, or falfe, or probable, according as the principles upon which
they depend are true, or faife, or probable. It has been found, for inftance,
that a magnet, when left at liberty, does always direct itfelf to certain parrs
of the world; upon which property the mariner’s compafs has been conftructed;
and it has been likewife obferved, that this directive property of a natural or
artificial magnet, is not obftructed by the interpofition or proximity of gold,
or filver, or glaft, or, in fhort, of any other fubftance, as far as has been
tried, excepting iron and ferrugineous bodies. Now afluming this obfervation as
a principle, it naturally follows, that, iron excepted, the box of the
mariner’s compafs may be made of any fubftance that may be moft agreeable to
the. workman, or that may beft anivver other purpofes. Yet it muft be
confefted. and the Rules of Philofophizing. 9 confe fifed, that this proportion
is by no means fo certain as a geometrical one; and (luctly lpeaking it may
only be laid to be highly probable; for though all the bodies that have been
tried with this view, iron excepted, have been found not to afifefl the
directive property of the magnet or magnetic needle, yet we are not certain
that a body, or fome combination of bodies, may not. hereafter be difcovered,
which may obftrudt that property. Nqtwithftanding this obfervation, I am far
from meaning to encourage fcepticilm; my only objedt being to fhew that juft
and proper degree of conviction which ought to be annexed tophyfical knowledge;
fo that the ftudent of this fcience may become neither a blind believer, nor a
uielels fceDtic*. Befides a ftriCt adherence to the abovementioned rules,
whoever withes to make any proficiency in the ftudy of nature, (liould make
himfelf acquainted with the various branches of mathematics, at leaft with the
elements of geometry, arithmetic, trigonometry, and the principal properties of
the conic * Scepticifm or fkepticifm is the do&rine of the fceptics, an
ancient let of philofopbers, whofe peculiar tenet was, that all things are
uncertain and incomprehenlible; and that the mind is never to afient to any
thing, but to remain in an absolute date of hefitation and. indifference. The
word fceptic is derived from the Greek anc7flM®~y which fignifies confederate,
and inquiftive. A General Idea of Matter, conic fedions; for fincc almoft every
phyfical effed depends upon motion, magnitude, and figure, it is impofiible to
calculate velocities, powers, weights, times, &c, without a competent
degree of mathematical knowledge; which fcience may in truth be called the
language of nature. Mary Shelley Who put the spark in Frankenstein’s
monster? On the 200th anniversary of Mary Shelley’s gothic horror, a new
edition discusses its roots in experiments with electricity on the dead
Jamie Doward It is one of the most
famous novels of all time, often cited as the first work of science fiction,
with a genesis almost as well known as its terrifying central character.
Mary Shelley’s Frankenstein: or the Modern Prometheus was published. It was the result of a challenge laid down by
Lord Byron, when Shelley and her lover – later her husband – Byron’s fellow
poet Shelley were holidaying at Lake Geneva in Switzerland. The party had
hoped for good weather, but the eruption of a volcano in the East Indies, the
greatest event of its kind in recorded history, had ushered in three years of
bone-chilling cold that killed crops and cast a shadow across Europe. As they
huddled for warmth around a fire one night, Byron suggested each of them should
write a horror story. For days Shelley suffered writer’s block until she
came up with the idea of a scientist who reanimated a creature stitched
together from body parts, only to be horrified by his success. Some believe
Shelley was inspired by a trip to Germany, where she is thought to have learned
the legend of Frankenstein Castle and one of its 17th-century inhabitants, an
alchemist called Dippel, who was rumoured to have exhumed bodies for
experimentation. But it now appears Shelley’s true source of inspiration
for Victor Frankenstein’s monster was considerably closer to home. In a
foreword to a new edition of the classic, to be published by Oxford University
Press next month, Nick Groom, of Exeter, sometimes referred to as the “Prof of
Goth”, suggests it was her husband’s fascination with galvanism – chemically
generated electricity – that sparked her imagination. Shelley. Shelley.
Photograph: Getty Images Percy Shelley, one of Britain’s most cherished
Romantic poets and author of the celebrated sonnet Ozymandias, was fascinated
by science, in particular the creation of electricity. “He was very excited by
galvanic apparatus,” Groom explained. “His sister, Helen, would recall that he
would, as she put it, ‘practise electricity upon us’. He used to make all the
family sit around the dining room table holding hands, and he’d turn up with
some brown paper, a bottle and a wire and they’d all get electrocuted.”
On one occasion Percy even threatened to electrocute the son of his scout at
Oxford. Mary and Percy enjoyed a symbiotic working relationship. She
corrected his proofs and he helped edit Frankenstein. But Groom is clear that
the book was, contrary to what some have argued, Mary’s creation. “The work is
by her and should be attributed to her.” Sent down from Oxford for
co-authoring a pamphlet on atheism, Percy attended anatomy classes for a term
at St Bartholomew’s hospital in London.. “One of the things she would have got
from talking to her husband about laboratories was that they were really filthy
places,” Groom said. “The cadavers would be in a state of advanced putrefaction
when they arrived. These were not antiseptic places full of chaps in white
coats. They were unpleasant. The word filthy turns up a lot in Frankenstein.
There was something really disreputable about medical science, which Mary
Shelley is fascinated in.” She would have been aware of notorious public
experiments involving galvanism. “There was a particularly chilling one in
London when galvanism was used on the body of an executed criminal,” Groom
said. “The very first thing that happened was that the corpse opened its eyes.
A very Frankenstein moment.” At the time Mary was writing, the rights of
animals had become a concern for many of the intelligentsia. “The being that
Victor creates knows he’s not human but still believes that he should have
rights,” Groom said. “Part of the conundrum of the novel is, do you afford
comparable rights to non-human sentient creatures?” Two centuries on, the
novel continues to shape contemporary thinking, Groom suggested, posing
questions about matters such as artificial intelligence and genetic
modification. But Mary’s astonishing foresight has yet to be fully
recognised. “Her reputation has been overtaken by the films, which have
oversimplified these questions in ways that don’t really reflect the
sophistication of her novel,” Groom said. “Boris Karloff’s monster has none of
the subtlety that the being has in the novel. He’s not a zombie, he’s
intelligent and sentient. “People need to see this as a novel for today.
It’s very much entangled with the pressing questions of humanity, which still
concern us.”Cavallo. Tiberius Cavallo. Tiberio Cavallo. Keywords: elettrico, filosofia
naturale, filosofia trans-naturale, la rana ambigua. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cavallo” – The Swimming-Pool Library. Cavallo.
Luigi
Speranza -- Grice e Cavour: implicatura conversazionale e ragione
conversazionale – scuola di Torino – filosofia torinese -- filosofia piemontese
– filosofia italiana -- Luigi Speranza (Torino). Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Camillo Benso, conte di
C. Voce Discussione Leggi Visualizza sorgente Cronologia Strumenti
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modificata solo da utenti registrati Disambiguazione – "C."
rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi C. (disambigua).
Disambiguazione – "Conte di C." rimanda qui. Se stai cercando la
corazzata, vedi Conte di C. (nave da battaglia). Camillo Benso di C.
Antonio Ciseri, ritratto di Camillo Benso di C., olio su tela, 1859 ca.
Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Ministro degli affari
esteri Durata mandato MonarcaVittorio Emanuele II Predecessore carica creata
Successore Bettino Ricasoli Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di
Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Predecessore Massimo
d'Azeglio Successore Alfonso Ferrero La Marmora Durata mandato Predecessore
Alfonso Ferrero La Marmora SuccessoreSé stesso come Presidente del Consiglio
dei ministri del Regno d'Italia Ministro dell'agricoltura e commercio del Regno
di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Capo del governo
Massimo d'Azeglio Predecessore Pietro De Rossi Di Santarosa Ministro delle
finanze del Regno di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Capo
del governo Massimo d'Azeglio Predecessore Giovanni Nigra Successore Luigi
Cibrario Sindaco di Grinzane Durata mandato Deputato del Regno di Sardegna
Durata mandato Durata mandato Legislatura Sito istituzionale Deputato del Regno
d'Italia Durata mandato Legislatura Sito istituzionale Dati generali Suffisso
onorifico Conte di C. Partito politico Destra storica Professione Filosofo,
Politico, imprenditore Firma Firma di Camillo Benso di C. Camillo Paolo Filippo
Giulio Benso, conte di C., di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente
come conte di C. o C. (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861), è stato
un politico, patriota e imprenditore italiano. Fu ministro del Regno di
Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al
1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno
d'Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo
Stato e morì ricoprendo tale carica. Fu protagonista del Risorgimento
come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed economico, della
separazione tra Stato e Chiesa, dei movimenti nazionali e dell'espansionismo
del Regno di Sardegna ai danni dell'Austria e degli stati italiani
preunitari. In economia promosse il libero scambio, i grandi investimenti
industriali (soprattutto in campo ferroviario) e la cooperazione fra pubblico e
privato. In politica sostenne la promulgazione e la difesa dello Statuto
albertino. Capo della cosiddetta Destra storica, siglò un accordo
("Connubio") con la Sinistra, con la quale realizzò diverse riforme.
Contrastò apertamente le idee repubblicane di Giuseppe Mazzini e spesso si
trovò in urto con Giuseppe Garibaldi, della cui azione temeva il potenziale
rivoluzionario. In politica estera coltivò con abilità l'alleanza con la
Francia, grazie alla quale, con la seconda guerra di indipendenza, ottenne
l'espansione territoriale del Regno di Sardegna in Lombardia. Riuscì a gestire
gli eventi politici (sommosse nel Granducato di Toscana, nei ducati di Modena e
Parma e nel Regno delle Due Sicilie) che, assieme all'impresa dei Mille,
portarono alla formazione del Regno d'Italia. Biografia La famiglia e la
giovinezza (fino al 1843) Lo stesso argomento in dettaglio: Benso
(famiglia). Michele Benso di C., padre di Camillo. Il palazzo a
Torino dove nacque C.. Adèle de Sellon (1780-1846), madre di
Camillo. Ritratto giovanile di C..[1] Camillo nacque il 10 agosto 1810
nella Torino napoleonica. Suo padre, il marchese Michele Benso di C., era
collaboratore e amico del governatore principe Camillo Borghese (marito di
Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone I) che fu padrino di battesimo del
piccolo Benso al quale trasmise il nome. La madre del piccolo Camillo, Adèle de
Sellon (1780-1846), sorella del conte Jean-Jacques de Sellon, scrittore,
filantropo, collezionista d'arte, mecenate e pacifista svizzero, apparteneva
invece ad una ricca e nobile famiglia calvinista di Ginevra, che aveva
raggiunto un'ottima posizione negli ambienti borghesi della città
svizzera[2]. Aristocratico[N 1], C. in gioventù frequentò il 5º corso
della Regia Accademia Militare di Torino (conclusosi nel 1825) e nell'inverno
1826-1827, grazie ai corsi della Scuola di Applicazione del Corpo Reale del
Genio, diventò ufficiale del Genio[N 2]. Il giovane si dedicò ben presto,
per interessi personali e per educazione familiare, alla causa del progresso
europeo. Fra i suoi ispiratori fu il filosofo inglese Jeremy Bentham, alle cui
dottrine si accostò per la prima volta nel 1829, nonché Jean-Jacques Rousseau[N
3]. Di Bentham quell'anno lesse il Traité de législation civile et pénale, in
cui il filosofo inglese sostiene la dottrina dell'utilitarismo, espressa
concisamente dal principio: «Misura del giusto e dell'ingiusto è soltanto la
massima felicità del maggior numero». Un'altra tesi sostenuta da Bentham,
secondo cui ogni problema poteva ricondursi a fatti misurabili, fornì al
realismo del giovane C. una base teorica utile alla sua inclinazione
all'analisi matematica[3]. Trasferito nel 1830 a Genova, l'ufficiale
Camillo Benso ebbe modo di conoscere la marchesa Anna Giustiniani Schiaffino,
con la quale avvierà un'importante amicizia intrattenendo con lei un lungo
rapporto epistolare[4]. All'età di ventidue anni C. venne nominato
sindaco di Grinzane, dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale
carica fino al 1848[5]. Dal dicembre 1834 iniziò a viaggiare all'estero
studiando lo sviluppo economico di paesi largamente industrializzati come
Francia[6] e Gran Bretagna. In questo contesto culturale, già a ventidue anni,
C. era influenzato dagli ideali risorgimentali e manifestava nelle sue lettere
private il sogno di diventare "primo ministro del Regno
d'Italia".[7] I viaggi di formazione a Parigi e a Londra Lo
stesso argomento in dettaglio: Viaggi di formazione di Camillo Benso, conte di
C.. Accompagnato dall'amico Pietro De Rossi di Santarosa, C. nel febbraio del
1835 raggiunse Parigi, dove si fermò per quasi due mesi e mezzo: visitò
istituzioni pubbliche di ogni genere e frequentò gli ambienti politici della
Monarchia di Luglio. Partito dalla capitale francese, il 14 maggio 1835 arrivò
a Londra dove si interessò di questioni sociali. Durante questo periodo
il giovane Conte sviluppò quella propensione conservatrice che lo accompagnerà
per tutta la vita, ma al tempo stesso sentì fortemente crescere l'interesse e
l'entusiasmo per il progresso dell'industria, per l'economia politica e per il
libero scambio. Di nuovo a Parigi, fra il 1837 e il 1840 frequentò assiduamente
la Sorbona e incontrò, oltre a vari intellettuali, gli esponenti della
monarchia di Luigi Filippo della quale conservava una viva ammirazione.
Nel marzo 1841 fondò con degli amici la Società del Whist, club prestigioso
costituito dalla più alta aristocrazia torinese[8]. Da proprietario
terriero a deputato (1843-1850) Fra il ritorno dai viaggi all'estero nel giugno
del 1843 e l'ingresso al governo nell'ottobre del 1850, C. si dedicò ad una
nutrita serie di iniziative nel campo dell'agricoltura, dell'industria, della
finanza e della politica. Gli affari in agricoltura e nell'industria
Importante possidente terriero, C. contribuì, già nel maggio 1842, alla
costituzione dell'Associazione agraria che si proponeva di promuovere le
migliori tecniche e politiche agrarie, per mezzo anche di una Gazzetta che fin
dall'agosto 1843 pubblicava un articolo del Conte[9]. Impegnatissimo
nell'attività di gestione soprattutto della sua tenuta di Leri, C. nell'autunno
1843, grazie alla collaborazione di Giacinto Corio, iniziò un'attività di
miglioramenti nei settori dell'allevamento del bestiame, dei concimi e delle
macchine agricole. In sette anni (dal 1843 al 1850) la sua produzione di riso,
frumento e latte crebbe sensibilmente, e quella di mais addirittura risultò
triplicata[10]. Ad integrare le
innovazioni della produzione agricola, Camillo Benso intraprese anche delle
iniziative di carattere industriale con risultati più o meno buoni. Fra le
iniziative più importanti, la partecipazione alla costituzione della Società
anonima dei molini anglo-americani di Collegno nel 1850, di cui il Conte
divenne successivamente il maggiore azionista e che ebbe dopo l'unità
d'Italiauna posizione di primo piano nel Paese[11]. Le estese relazioni d'affari a Torino,
Chivasso e Genova e soprattutto l'amicizia dei banchieri De La Rüe[N 4],
consentirono inoltre a C. di operare in un mercato più ampio rispetto a quello
usuale degli agricoltori piemontesi cogliendo importanti opportunità di
guadagno. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai cospicui
approfittando del pessimo raccolto di cereali in tutta Europa che diede luogo
ad un aumento della richiesta spingendo i prezzi a livelli inconsueti[12]. Lo sviluppo delle idee politiche La linea ferroviaria Torino-Genova nel 1854. C.
attribuì alle ferrovie un'importanza decisiva nello sviluppo del progresso
civile e del movimento nazionale. Oltre ai suoi interventi sulla Gazzetta della
Associazione agraria, C. in quegli anni si dedicò alla scrittura di alcuni
saggi sui progressi dell'industrializzazione e del libero scambio in Gran
Bretagna, e sugli effetti che ne sarebbero derivati sull'economia e sulla società
italiana. Principalmente C. esaltava le
ferrovie come strumento di progresso civile al quale, piuttosto che alle
sommosse, era affidata la causa nazionale. Egli a tale proposito mise in
rilievo l'importanza che avrebbero avuto due linee ferroviarie: una
Torino-Venezia e una Torino-Ancona[14].
Senza alcun bisogno di una rivoluzione, il progresso della civiltà
cristiana e lo sviluppo dei lumisarebbero sfociati, secondo il conte, in una
crisi politica che l'Italia era chiamata a sfruttare[15]. Camillo Benso aveva infatti fede nel
progresso che era soprattutto intellettuale e morale, poiché risorsa della
dignità e della capacità creativa dell'uomo. A tale convinzione si accompagnava
l'altra che la libertà economica è causa di interesse generale, destinata a
favorire tutte le classi sociali. Sullo sfondo di questi due principi emergeva
il valore della nazionalità[16]: «La
storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado
di intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità sia
fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua
nazionalità il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente
in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni
più umili della sfera sociale hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di
vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità» (C., Chemins de fer, 1846, da Romeo, pp. 137,
141) .
A favore dello Statuto e della guerra del 1848 Lo stesso argomento in dettaglio: Statuto
albertino e Prima guerra d'indipendenza italiana . C. a 31 anni, nel 1841. La battaglia di Pastrengo. Nel 1848 C.
sostenne la guerra contro l'Austria come soluzione al pericolo rivoluzionario
che minacciava il Piemonte. Nel 1847 C. fece la sua comparsa ufficiale sulla
scena politica come fondatore, assieme al cattolico liberale Cesare Balbo, del
periodico Il Risorgimento, di cui assunse la direzione. Il giornale,
costituitosi grazie ad un ammorbidimento della censura di re Carlo Alberto, si
schierò più apertamente di tutti gli altri, nel gennaio del 1848, a favore di
una costituzione[18]. La presa di
posizione, che era anche di C., si rimarcò con la caduta in Francia (24
febbraio 1848) della cosiddetta Monarchia di luglio, con la quale crollava il
riferimento politico del Conte in Europa.
In questa atmosfera, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo Statuto
albertino. Questa "costituzione breve" deluse gran parte
dell'opinione pubblica liberale, ma non C. che annunciò un'importante legge
elettorale per la quale era stata nominata una commissione, presieduta da
Cesare Balbo, e della quale anche lui faceva parte. Tale legge, poi approvata,
con qualche adeguamento rimase in vigore fino alla riforma elettorale del Regno
d'Italia del 1882[19]. Con la repubblica
in Francia, la rivoluzione a Viennae Berlino, l'insurrezione a Milano e il
sollevamento del patriottismo in Piemonte e Liguria, C., temendo che il regime
costituzionale potesse diventare vittima dei rivoluzionari se non avesse agito,
si pose in testa al movimento interventista incitando il Re ad entrare in
guerra contro l'Austria e ricompattare l'opinione pubblica[N 5][20]. Il 23 marzo 1848, Carlo Alberto dichiarò
guerra all'Austria. Dopo i successi iniziali, l'andamento del conflitto mutò e
la vecchia aristocrazia militare del regno fu esposta a dure critiche. Alle
prime sconfitte piemontesi C. chiese che si risalisse ai colpevoli che avevano
tradito le prove di valore dei semplici soldati. La deprecata condotta della
guerra spinse allora alla convinzione che il Piemonte non sarebbe stato al
sicuro fino a quando i poteri dello Stato non fossero stati controllati da
uomini di fede liberale[21][N 6].
Deputato al Parlamento Subalpino Il 27 aprile 1848 ci furono le prime
elezioni del nuovo regime costituzionale. C., forte della sua attività di
giornalista politico, si candidò alla Camera dei deputati e fu eletto nelle
elezioni suppletive del 26 giugno. Fece il suo ingresso alla Camera (Palazzo
Carignano) prendendo posto nei banchi di destra il 30 giugno 1848[22]. Fedele agli interessi piemontesi, che egli
vedeva minacciati dalle forze radicali genovesi e lombarde, C. fu oppositore
sia dell'esecutivo di Cesare Balbo, sia di quello successivo del milanese
Gabrio Casati. Tuttavia, quando, a seguito della sconfitta di Custoza, il
governo Casati chiese i pieni poteri, C. si pronunciò in suo favore. Ciò non
evitò però l'abbandono di Milano agli austriaci e l'armistizio Salasco del 9
agosto 1848[23]. Al termine di questa
prima fase della guerra, il governo di Cesare di Sostegno e il successivo di
Ettore di San Martino imboccarono la strada della diplomazia. Entrambi furono
appoggiati da C. che criticò aspramente Gioberti ancora risoluto a combattere
l'Austria. Nel suo primo grande discorso parlamentare, Camillo Benso, il 20
ottobre 1848 si pronunciò infatti per il rinvio delle ostilità, confidando
nella mediazione diplomatica della Gran Bretagna, gelosa della nascente potenza
germanica e quindi favorevole alla causa italiana. Con l'appoggio di C. la
linea moderata del governo San Martino passò, anche se il debole esecutivo su
un argomento minore rassegnò le dimissioni il 3 dicembre 1848[24]. Nell'impossibilità di formare una diversa
compagine ministeriale, re Carlo Alberto diede l'incarico a Gioberti, il cui
governo (insediatosi il 15 dicembre 1848) C. considerò di "pura
sinistra". A discapito del Conte arrivarono anche le elezioni del 22
gennaio 1849, al cui ballottaggio fu sconfitto da Giovanni Ignazio Pansoya. Lo
schieramento politico vincitore era tuttavia troppo eterogeneo per affrontare
la difficile situazione del Paese, sospeso ancora fra pace e guerra, e Gioberti
dovette dimettersi il 21 febbraio 1849[25].
Cambiando radicalmente politica di fronte alla crisi rivoluzionaria di
cui ravvisava ancora il pericolo, C. si pronunciò per una ripresa delle
ostilità contro l'Austria. La sconfitta di Novara (23 marzo 1849) dovette
precipitarlo nuovamente nello sconforto[26].
Capo della maggioranza parlamentare
Il re di Sardegna Vittorio Emanuele II, di cui C. condivise le prime
iniziative politiche. Massimo d'Azeglio
fu presidente del Consiglio del ministro C..[27] La grave sconfitta piemontese
portò, il 23 marzo 1849, all'abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio
Vittorio Emanuele. Costui, aperto avversario della politica paterna di alleanze
con la sinistra, sostituì il governo dei democratici (che chiedevano la guerra
a oltranza) con un esecutivo presieduto dal generale Gabriele de Launay. Tale
governo, che fu salutato con favore da C. e che riprese il controllo di Genova
insorta contro la monarchia, fu sostituito (7 maggio 1849) dal primo governo di
Massimo d'Azeglio. Di questo nuovo presidente del Consiglio Il Risorgimento
fece sua la visione del Piemonte come roccaforte della libertà
italiana[28]. Le elezioni del 15 luglio
1849 portarono, tuttavia, ad una nuova, benché debole, maggioranza dei
democratici. C. fu rieletto, ma D'Azeglio convinse Vittorio Emanuele II a
sciogliere la Camera dei deputati e il 20 novembre 1849 il Re emanò il proclama
di Moncalieri, con cui invitava il suo popolo ad eleggere candidati moderati
che non fossero a favore di una nuova guerra. Il 9 dicembre fu rieletta
l'assemblea che, finalmente, espresse un voto schiacciante a favore della pace.
Fra gli eletti figurava di nuovo C. che, nel collegio di Torino I, ottenne 307
voti contro i 98 dell'avversario[29][30].
In quel periodo Camillo Benso si mise in evidenza anche per le sue doti
di abile operatore finanziario. Ebbe infatti una parte di primo piano nella fusione
della Banca di Genova e della nascente Banca di Torino, che diede vita alla
Banca Nazionale degli Stati Sardi. Dopo
il successo elettorale del dicembre 1849 C. divenne una delle figure dominanti
dell'ambiente politico piemontese e gli venne riconosciuta la funzione di guida
della maggioranza moderata che si era costituita. Forte di questa posizione sostenne che fosse
arrivato il tempo delle riforme, favorite dallo Statuto albertino che aveva
creato reali prospettive di progresso. Si sarebbe potuto innanzitutto staccare
il Piemonte dal fronte cattolico-reazionario che trionfava nel resto
d'Italia[32]. A tale scopo il primo passo fu la promulgazione delle cosiddette
leggi Siccardi (9 aprile e 5 giugno 1850) che abolirono vari privilegi del
clero nel Regno di Sardegna e con le quali si aprì una fase di scontri con la
Santa Sede, con episodi gravi sia da parte di D'Azeglio sia da parte di papa
Pio IX. Fra questi ultimi ci fu il rifiuto di impartire l'estrema unzione
all'amico di C., Pietro di Santarosa, morto il 5 agosto 1850. A seguito di
questo rifiuto C. per reazione ottenne l'espulsione da Torino dell'Ordine dei
Servi di Maria, nel quale militava il sacerdote che si era rifiutato di
impartire il sacramento, influenzando probabilmente anche la decisione di
arresto dell'arcivescovo di Torino Luigi Fransoni[33]. Ministro del Regno di Sardegna
(1850-1852) C. intorno al 1850. L'Italia al tempo in cui C. ebbe il suo primo
incarico governativo, nel 1850. Con la morte dell'amico Santarosa, che
ricopriva la carica di ministro dell'Agricoltura e del Commercio, C., forte
della parte di primo piano assunta nella battaglia anticlericale e della sua
riconosciuta competenza tecnica, fu designato come naturale successore del
ministro scomparso. La decisione di
nominare C. ministro dell'Agricoltura e del Commercio fu presa dal presidente
del Consiglio D'Azeglio, convinto da alcuni deputati, assieme a Vittorio
Emanuele II, che fu incoraggiato in tal senso da Alfonso La Marmora. Il Conte
prestò così giuramento l'11 ottobre 1850[34].
Ministro dell'Agricoltura e del commercio Fra i primi incarichi
sostenuti da Camillo Benso ci furono una circolare ai sindaci sulla graduale
introduzione della libera panificazione [35] e il rinnovo del trattato
commerciale con la Francia, improntato all'insegna del libero commercio[N 7][N
8]. L'accordo, che non fu
particolarmente vantaggioso per il Piemonte, dovette essere sostenuto da
motivazioni politiche per essere approvato, benché C. ribadisse che ogni
riduzione doganale fosse di per sé un beneficio[36][N 9]. Affrontata la materia dei trattati di
commercio, il Conte diede anche l'avvio ai negoziati con il Belgio e la Gran
Bretagna. Con entrambi i Paesi ottenne e concesse estese facilitazioni doganali.
I due trattati, conclusi il 24 gennaio e il 27 febbraio 1851rispettivamente,
furono il primo atto di vero liberismo commerciale compiuto da C.[37][N
10]. Questi due accordi, per i quali il
Conte ottenne un largo successo parlamentare, aprirono la strada ad una riforma
generale dei dazi la cui legge fu promulgata il 14 luglio 1851. Intanto nuovi
trattati commerciali erano stati firmati, fra marzo e giugno, con la Grecia, le
città anseatiche, l'Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi. Con
114 voti favorevoli e 23 contrari, la Camera approvò perfino un trattato
analogo con l'Austria, concludendo quella prima fase della politica doganale di
C. che realizzava per il Piemonte il passaggio dal protezionismo al libero
scambio[38]. Nello stesso periodo a C.
fu affidato anche l'incarico di ministro della Marina e, come in situazioni
analoghe, egli si distinse per le sue idee innovative entrando in contrasto con
gli alti ufficiali di tendenze reazionarie che si opponevano finanche
all'introduzione della navigazione a vapore. D'altro canto la truppa era molto
indisciplinata e l'intenzione di C. sarebbe stata quella di far diventare la
Marina sarda un corpo di professionisti come quella del Regno delle Due
Sicilie[39]. Ministro delle Finanze
Intanto, già dal 19 aprile 1851, C. aveva sostituito Giovanni Nigra al
Ministero delle Finanze, conservando tutti gli altri incarichi. Il Conte,
durante la delicata fase del dibattito parlamentare per l'approvazione dei
trattati commerciali con Gran Bretagna e Belgio, aveva annunciato di lasciare
il governo se non si fosse abbandonata l'abitudine di affidare ad un deputato
(in questo caso Nigra) l'incarico delle Finanze. C'erano stati per questo gravi
dissensi fra D'Azeglio e C. che, alla fine, aveva ottenuto il
ministero[40]. D'altra parte il governo di
Torino aveva disperato bisogno di liquidi, principalmente per pagare le
indennità imposte dagli austriaci dopo la prima guerra di indipendenza e C.,
per la sua abilità e i suoi contatti sembrava l'uomo giusto per gestire la
delicata situazione. Il Regno di Sardegna era già fortemente indebitato con i
Rothschild dalla cui dipendenza il conte voleva sottrarre il Paese e, dopo
alcuni tentativi falliti con la Bank of Baring, C. ottenne un importante
prestito dalla più piccola Bank of Hambro[41].
Assieme a questo del prestito (3,6 milioni di sterline), Camillo Benso
ottenne vari altri risultati. Riuscì a chiarire e sintetizzare la situazione
effettiva del bilancio statale che, per quanto precaria, apparve migliore
rispetto a quanto si pensasse; fece approvare su tutti gli enti morali laici ed
ecclesiasticiun'unica imposta del 4% del reddito annuo; ottenne l'imposta delle
successioni; dispose per l'aumento di capitale della Banca Nazionale degli
Stati Sardiaumentandone l'obbligo delle anticipazioni allo Stato e avviò la
collaborazione tra finanza pubblica e iniziativa privata[42]. A tale riguardo accolse, nell'agosto 1851, le
proposte di aziende britanniche per la realizzazione delle linee ferroviarie
Torino-Susa e Torino-Novara, i cui progetti divennero legge il 14 giugno e l'11
luglio 1852 rispettivamente. Concesse all'armatore Raffaele Rubattino la linea
di navigazione sovvenzionata fra Genova e la Sardegna, e a gruppi genovesi
l'esercizio di miniere e saline in Sardegna. Fino a promuovere grandi progetti
come l'istituzione a Genova della Compagnia Transatlantica o come la fondazione
della società Ansaldo, futura fabbrica di locomotive a vapore[43]. L'alleanza con il Centrosinistra Lo stesso argomento in dettaglio:
Connubio. Urbano Rattazzi, alleato
politico di C. nel cosiddetto “connubio”. Spinto ormai dal desiderio di
raggiungere la carica di capo del governo e insofferente per la politica di
d'Azeglio di alleanza con la destra clericale, C. all'inizio del 1852 ebbe
l'idea di stringere un'intesa, il cosiddetto “connubio”, con il Centrosinistra
di Urbano Rattazzi. Costui, con i voti convergenti dei deputati guidati da C. e
di quelli del Centrosinistra, ottenne, l'11 maggio 1852, la presidenza della
Camera del Parlamento Subalpino. Il
presidente del Consiglio D'Azeglio, contrario come Vittorio Emanuele II alla
manovra politica di C., diede le dimissioni, ottenendo puntualmente il
reincarico dal re. Il governo che ne scaturì il 21 maggio 1852, assai debole,
non comprendeva più C. che D'Azeglio aveva sostituito con Luigi Cibrario. Il Conte non si scoraggiò e, in preparazione
della ripresa della lotta politica, partì per un viaggio in Europa. Al suo
ritorno a Torino, appoggiato dagli uomini del "connubio" che
rappresentavano ormai il più moderno liberalismo del Piemonte, forte di un
ampio consenso, diveniva il 4 novembre 1852 per la prima volta Presidente del
Consiglio dei ministri. In Gran Bretagna
e Francia Prima della sua definitiva
affermazione, come abbiamo visto, C. partì da Torino il 26 giugno 1852 per un
periodo di esperienze all'estero. L'8 luglio era a Londra, dove si interessò ai
più recenti progressi dell'industria prendendo contatti con uomini d'affari,
agricoltori e industriali, e visitando impianti e arsenali. Rimase nella
capitale britannica fino al 5 agosto[44] e partì poi per un viaggio nel Galles;
nell'Inghilterra settentrionale, di cui visitò i distretti manifatturieri, e in
Scozia[45]. A Londra e nelle loro residenze di campagna ebbe vari incontri con
esponenti politici britannici. Vide il ministro degli Esteri Malmesbury,
Palmerston, Clarendon, Disraeli, Cobden, Lansdowne e Gladstone[46]. Colpito dalla grandezza imperiale della Gran
Bretagna, C. proseguì il viaggio e passò La Manica alla volta di Parigi, dove
giunse il 29 agosto 1852. Nella capitale francese Luigi Napoleone era
presidente della Seconda Repubblica, alla quale darà poi fine proclamandosi (2
dicembre 1852) imperatore. L'attenzione
del conte, raggiunto a Parigi dall'alleato Rattazzi, si concentrò sulla nuova
classe dirigente francese, con la quale prese contatti. Entrambi si recarono
dal nuovo ministro degli Esteri Drouyn de Lhuys e il 5 settembre pranzarono con
il principe presidente Luigi Napoleone traendone già buone impressioni e grandi
auspici per il futuro dell'Italia[47]. C.
ripartì per Torino giungendovi il 16 ottobre 1852, dopo un'assenza di oltre tre
mesi. Il primo governo C.
(1852-1855) Lo stesso argomento in
dettaglio: Governo C. I. C. divenne per
la prima volta presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.[48] Il banchiere francese James Mayer de
Rothschild con cui C. trattò diverse volte prestiti per il Piemonte. Dopo pochi
giorni dal ritorno di C. a Torino, il 22 ottobre 1852, d'Azeglio, a capo di un
debole esecutivo che aveva scelto di continuare una politica anticlericale,
diede le dimissioni. Vittorio Emanuele
II, su suggerimento di La Marmora, chiese a C. di formare un nuovo governo, a
condizione che il Conte negoziasse con lo Stato Pontificio le questioni rimaste
aperte, prima fra tutte quella dell'introduzione in Piemonte del matrimonio
civile. C. rispose che non avrebbe potuto cedere di fronte al Papa e indicò in
Cesare Balbo il successore di D'Azeglio. Balbo non trovò l'accordo con
l'esponente di destra Revel e il Re fu costretto a tornare da C.. Costui
accettò allora di formare il nuovo governo il 2 novembre 1852, promettendo di
far seguire alla legge del matrimonio civile il suo normale percorso
parlamentare (senza porre cioè la fiducia)[N 11] Costituito il suo primo governo due giorni
dopo, C. si adoperò con passione a favore del matrimonio civile che però fu
respinto al Senatocostringendo il Conte a rinunciarvi. Intanto il movimento repubblicano che faceva
capo a Giuseppe Mazzini non smetteva di preoccupare C.: il 6 febbraio 1853 una
sommossa scoppiò contro gli austriaci a Milano e il conte, temendo l'allargarsi
del fenomeno al Piemonte, fece arrestare diversi mazziniani (fra cui Francesco
Crispi). Tale decisione gli attirò l'ostilità della Sinistra, specie quando gli
austriaci lo ringraziarono per gli arresti[49].
Quando però, il 13 febbraio, il governo di Vienna stabilì la confisca
delle proprietà dei rifugiati lombardi in Piemonte, C. protestò energicamente,
richiamando l'ambasciatore sardo. Le
riforme della finanza e della giustizia Obiettivo principale del primo governo C.
fu la restaurazione finanziaria del Paese. Per raggiungere il pareggio il conte
prese varie iniziative: innanzi tutto fu costretto a ricorrere ai banchieri
Rothschildpoi, richiamandosi al sistema francese, sostituì alla dichiarazione
dei redditi l'accertamento giudiziario, fece massicci interventi nel settore
delle concessioni demaniali e dei servizi pubblici, e riprese la politica dello
sviluppo degli istituti di credito[50].
D'altro canto il governo effettuò grandi investimenti nel settore delle
ferrovie, proprio quando, grazie alla riforma doganale, le esportazioni stavano
avendo un aumento considerevole. Ci furono tuttavia notevoli resistenze ad
introdurre nuove imposte fondiarie e, in generale, nuove tasse che colpissero
il ceto di cui era composto il parlamento[51].
C., in effetti, non riuscì mai a realizzare le condizioni politiche che
consentissero una base finanziaria adeguata alle sue iniziative[52]. Il 19 dicembre 1853, si parlò di "quasi
restaurate finanze", benché la situazione fosse più seria di quanto
annunciato, anche per la crisi internazionale che precedette la guerra di
Crimea. C. di conseguenza si accordò ancora con i Rothschild per un prestito,
ma riuscì anche a collocare presso il pubblico dei risparmiatori, con un netto
successo politico e finanziario, una buona parte del debito contratto[53]. A Camillo Benso d'altronde non mancava il
consenso politico. Alle elezioni dell'8 dicembre 1853 furono eletti 130
candidati dell'area governativa, 52 della Sinistra e 22 della Destra.
Nonostante ciò, per replicare all'elezione di importanti politici avversari[54]
il Conte sviluppò un'offensiva politica sull'ordinamento giudiziario che la
crisi economica non gli permetteva di concentrare altrove. Fu deciso, anche per
recuperare parte della Sinistra, di riprendere la politica
anticlericale[55]. A tale riguardo il
ministro della Giustizia Urbano Rattazzi, all'apertura della V legislatura
presentò una proposta di legge sulla modifica del codice penale. Il nucleo
della proposta consisteva in nuove pene previste per i sacerdoti che, abusando
del loro ministero, avessero censurato le leggi e le istituzioni dello Stato.
La norma fu approvata alla Camera a larga maggioranza (raccogliendo molti voti
a Sinistra) e, con maggiore difficoltà, anche al Senato[56]. Furono successivamente adottate modifiche
anche al codice di procedura penale e fu ultimato il percorso per
l'approvazione del codice di procedura civile[57]. L'intervento nella guerra di Crimea Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di
Crimea. Con la Battaglia della Cernaia
il corpo di spedizione piemontese, voluto da C., si distinse nella guerra di
Crimea e consentì di porre la questione italiana a livello europeo. Nel 1853 si
sviluppò una crisi europea scaturita da una disputa religiosa fra la Francia e
la Russia sul controllo dei luoghi santi nel territorio dell'Impero ottomano.
L'atteggiamento russo provocò l'ostilità anche del governo inglese che
sospettava che lo Zar volesse conquistare Costantinopoli e interrompere la via
terrestre per l'India britannica. Il 1º
novembre 1853 la Russia dichiarò guerra all'Impero ottomano, che aveva
accettato la linea francese, aprendo quella che sarà chiamata la guerra di
Crimea. Conseguentemente, il 28 marzo 1854 la Gran Bretagna e la Francia
dichiararono guerra alla Russia. La questione, per le opportunità politiche che
potevano presentarsi, cominciò ad interessare C.. Egli infatti, nell'aprile
1854, rispose alle richieste dell'ambasciatore inglese James Hudson affermando
che il Regno di Sardegna sarebbe intervenuto nella guerra se anche l'Austria
avesse attaccato la Russia, di modo da non esporre il Piemonte all'esercito
asburgico[58]. La soddisfazione degli
inglesi fu evidente, ma per tutta l'estate del 1854 l'Austria rimase neutrale.
Infine, il 29 novembre 1854, il ministro degli Esteri britannico Clarendon
scrisse ad Hudson chiedendogli di fare di tutto per assicurarsi un corpo di
spedizione piemontese. Un incitamento superfluo, poiché C. era già arrivato
alla conclusione che le richieste inglesi e quelle francesi, queste ultime
fatte all'inizio della crisi a Vittorio Emanuele II, dovevano essere
soddisfatte. Il Conte decise quindi per l'intervento sollevando le perplessità
del ministro della Guerra La Marmora e del ministro degli Esteri Giuseppe
Dabormida che si dimise[59]. Assumendo
anche la carica di ministro degli Esteri, C., il 26 gennaio 1855, firmò
l'adesione finale del Regno di Sardegna al trattato anglo-francese. Il Piemonte
avrebbe fornito 15.000 uomini e le potenze alleate avrebbero garantito
l'integrità del Regno di Sardegna da un eventuale attacco austriaco. Il 4 marzo
1855, C. dichiarò guerra alla Russia e il 25 aprile il contingente piemontese
salpò da La Spezia per la Crimea dove arrivò ai primi di maggio. Il Piemonte
avrebbe raccolto i benefici della spedizione con la seconda guerra di
indipendenza, quattro anni dopo. La
legge sui conventi: la Crisi Calabiana
Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi Calabiana. Papa Pio IX scomunicò C. dopo l'approvazione
della Legge sui conventi.[60] Con l'intento di avvicinarsi alla Sinistra e
ostacolare la Destra conservatrice che andava guadagnando terreno a causa della
crisi economica, il governo C. il 28 novembre 1854 presentò alla Camera la
legge sui conventi. La norma, nell'ottica del liberalismo anticlericale,
prevedeva la soppressione degli ordini religiosi non dediti all'insegnamento o
all'assistenza dei malati. Durante il dibattito parlamentare vennero attaccati,
anche da C., soprattutto gli ordini mendicanti come nocivi alla moralità del
Paese e contrari alla moderna etica del lavoro.
La forte maggioranza alla Camera del Conte dovette affrontare
l'opposizione del clero, del Re e soprattutto del Senato che in prima istanza
bocciò la legge. C. allora si dimise (27 aprile 1855) aprendo una crisi
politica chiamata crisi Calabianadal nome del vescovo di Casale Luigi Nazari di
Calabiana, senatore e avversario del progetto di legge. Il secondo governo C. (1855-1859) Lo stesso argomento in dettaglio: Governo C.
II. La legge sui conventi: l'approvazione
Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi Calabiana. Dopo qualche giorno
dalle dimissioni, vista l'impossibilità a formare un nuovo esecutivo, il 4
maggio 1855, C. fu reintegrato dal Re nella carica di presidente del Consiglio.
Al termine di giorni di discussioni nei quali C. ribadì che «la società attuale
ha per base economica il lavoro»[61], la legge fu approvata con un emendamento
che lasciava i religiosi nei conventi fino all'estinzione naturale delle loro
comunità. A seguito dell'approvazione della legge sui conventi, il 26 luglio
1855 papa Pio IX emanò la scomunica contro coloro che avevano proposto,
approvato e ratificato il provvedimento, C. e Vittorio Emanuele II
compresi. Il Congresso di Parigi e la
politica estera successiva Lo stesso
argomento in dettaglio: Congresso di Parigi.
Il Congresso di Parigi. Il primo delegato a sinistra è C.. L'ultimo a
destra è l'ambasciatore piemontese Villamarina.[62] L'uniforme che C. indossò al Congresso di
Parigi.[N 13] La guerra di Crimea, vittoriosa per gli alleati, ebbe fine nel
1856 con il Congresso di Parigi al quale partecipò anche l'Austria. C. non ottenne compensi territoriali per la
partecipazione al conflitto, ma una seduta fu dedicata espressamente a
discutere il problema italiano. In questa occasione, l'8 aprile, il ministro
degli Esteri britannico Clarendon attaccò pesantemente la politica illiberale
sia dello Stato Pontificio, sia del Regno delle due Sicilie, sollevando le
proteste del ministro austriaco Buol.
Ben più moderato, lo stesso giorno, fu il successivo intervento di C.,
incentrato sulla denuncia della permanenza delle truppe austriache nella
Romagna pontificia[63]. Fatto sta che
per la prima volta la questione italiana venne considerata a livello europeo
come una situazione che richiedeva modifiche a fronte di legittime rimostranze
della popolazione. Fra Gran Bretagna,
Francia e Piemonte i rapporti si confermarono ottimi. Tornato a Torino, per
l'esito ottenuto a Parigi, C., il 29 aprile 1856, ottenne la più alta onorificenza
concessa da Casa Savoia: il collare dell'Annunziata[64]. Quello stesso
congresso, tuttavia, avrebbe portato il Conte a prendere importanti decisioni,
tali da dover fare una scelta: con la Francia o con la Gran Bretagna. Si aprì infatti, a seguito delle decisioni di
Parigi, la questione dei due Principati danubiani. La Moldaviae la Valacchia
secondo Gran Bretagna, Austria e Turchia avrebbero dovuto rimanere divise e
sotto il controllo ottomano. Per Francia, Prussia e Russia, invece, si
sarebbero dovute unire (nella futura Romania) e costituirsi come Stato
indipendente. Quest'ultimo particolare richiamò l'attenzione di C. e il Regno
di Sardegna, con l'ambasciatore Villamarina, si schierò per l'unificazione[N
14][65]. La reazione della Gran Bretagna
contro la posizione assunta dal Piemonte fu molto aspra. Ma C. aveva già
deciso: fra il dinamismo della politica francese e il conservatorismo di quella
britannica, il Conte aveva scelto la Francia.
D'altra parte l'Austria andava sempre più isolandosi[65][N 15] e a
consolidare il fenomeno contribuì un episodio che il Conte seppe sfruttare. Il
10 febbraio 1857 il governo di Vienna accusò la stampa piemontese di fomentare
la rivolta contro l'Austria e il governo C. di correità. Il conte respinse ogni
accusa e il 22 marzo Buol richiamò il suo ambasciatore, seguito il giorno dopo
da un'analoga misura del Piemonte. Accadde così che l'Austria elevò una
questione di stampa a motivo della rottura delle relazioni con il piccolo Regno
di Sardegna, esponendosi ai giudizi negativi di tutta la diplomazia europea,
compresa quella inglese, mentre in Italia si animavano maggiormente le simpatie
per il Piemonte[66]. Il miglioramento
dell'economia e il calo dei consensi A partire dal 1855 si registrò un
miglioramento delle condizioni economiche del Piemonte, grazie al buon raccolto
cerealicolo e alla riduzione del deficit della bilancia commerciale.
Incoraggiato da questi risultati, C. rilanciò la politica ferroviaria dando il
via, tra l'altro, nel 1857, ai lavori del traforo del Fréjus[67]. Il 16 luglio 1857 venne dichiarata
anticipatamente la chiusura della V Legislatura, in una situazione che,
nonostante il miglioramento dell'economia, si presentava sfavorevole a C.. Si
era diffuso, infatti, un malcontento generato dall'accresciuto carico fiscale,
dai sacrifici fatti per la guerra di Crimea e dalla mobilitazione
antigovernativa del mondo cattolico. Il risultato fu che alle elezioni del 15
novembre 1857 il centro liberale di C. conquistò 90 seggi (rispetto ai 130
della precedente legislatura), la destra 75 (rispetto ai 22) e la sinistra 21
(rispetto ai 52). Il successo clericale superò le più pessimistiche previsioni
di area governativa. C. decise tuttavia di rimanere al suo posto, mentre la
stampa liberale si scagliava contro la destra denunciando pressioni improprie
del clerosugli elettori. Ci fu per questo una verifica parlamentare e per
alcuni seggi assegnati vennero ripetute le elezioni. La tendenza si invertì: il
centro liberale passò a 105 seggi e la destra a 60[68]. Lo scossone politico provocò comunque il
sacrificio di Rattazzi, in precedenza passato agli Interni. Costui,
soprattutto, era inviso alla Francia per non essere riuscito ad arrestare
Mazzini giudicato pericoloso per la vita di Napoleone III. Rattazzi il 13
gennaio 1858 si dimise e C. assunse l'interimdell'Interno[69]. I piani contro l'Austria e l'annessione della
Lombardia Lo stesso argomento in
dettaglio: Accordi di Plombières, Alleanza sardo-francese, Seconda guerra
d'indipendenza italiana e Armistizio di Villafranca. L'imperatore Napoleone III di Francia e C.
provocarono l'Austria riuscendo a far scoppiare la guerra del 1859. La satira piemontese riconosceva nella
Francia un'antagonista del Piemonte nel controllo della penisola. In questa
vignetta che si rifà a I promessi sposi Don Abbondio è C., Renzo è il Piemonte,
Lucia è l'Italia e Don Rodrigo è Napoleone III.[71] Suscitata l'attenzione
sull'Italia con il Congresso di Parigi, per sfruttarla a fini politici si
rivelò necessario l'appoggio della Francia di Napoleone III. Costui,
conservatore in politica interna, era sostenitore di una politica estera di
grandezza. Dopo una lunga serie di
trattative, funestate dall'attentato di Felice Orsini allo stesso imperatore
dei francesi, si arrivò, nel luglio 1858, agli accordi segreti di Plombières
fra C. e Napoleone III. Tale intesa
verbale prevedeva che, dopo una guerra che si auspicava vittoriosa contro
l'Austria, la penisola italiana sarebbe stata divisa in quattro stati
principali legati in una confederazione presieduta dal papa: il Regno dell'Alta
Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II; il Regno dell'Italia centrale;
lo Stato Pontificio limitato a Roma e al territorio circostante; e il Regno
delle Due Sicilie. Firenze e Napoli, avvenimenti locali permettendo, sarebbero
passate nella sfera d'influenza francese.
Gli accordi di Plombières furono ratificati l'anno successivo
dall'alleanza sardo-francese, secondo la quale in caso di attacco militare
provocato da Vienna, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di
Sardegna con il compito di liberare dal dominio austriaco il Lombardo-Veneto e
cederlo al Piemonte. In compenso la Francia avrebbe ricevuto i territori di
Nizza e della Savoia, quest'ultima origine della dinastia sabauda e, come tale,
cara a Vittorio Emanuele II. Dopo la
firma dell'alleanza, C. escogitò una serie di provocazioni militari al confine
con l'Austria che, allarmata, gli lanciò un ultimatum chiedendogli di
smobilitare l'esercito. Il Conte rifiutò e l'Austria aprì le ostilità contro il
Piemonte il 26 aprile 1859, facendo scattare le condizioni dell'alleanza
sardo-francese. Era la seconda guerra di indipendenza. Ma i movimenti minacciosi dell'esercito
prussianoconvinsero Napoleone III, quasi con un atto unilaterale, a firmare un
armistizio con l'Austria a Villafranca l'11 luglio 1859, poi ratificato dalla
Pace di Zurigo, stipulata l'11 novembre. Le clausole del trattato prevedevano
che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola Lombardia e che per il resto
tutto sarebbe tornato come prima. C.,
deluso e amareggiato dalle condizioni dell'armistizio, dopo accese discussioni
con Napoleone III e Vittorio Emanuele, decise di dare le dimissioni da
presidente del Consiglio, provocando la caduta del governo da lui guidato il 12
luglio 1859[73]. Il terzo governo C.
(1860-1861) Lo stesso argomento in
dettaglio: Governo C. III. Nizza e Savoia per Modena, Parma, Romagna e
Toscana Alfonso La Marmora non riuscì a
risolvere la situazione di stallo internazionale del 1860 e il Re fu costretto
a richiamare C.. Già durante la guerra i governi e le forze armate dei piccoli
Stati italiani dell'Italia centro-settentrionale e della Romagna pontificia
abbandonarono i loro posti e dovunque si installarono autorità provvisorie
filo-sabaude. Dopo la Pace di Zurigo, tuttavia, si giunse ad una fase di
stallo, poiché i governi provvisori si rifiutavano di restituire il potere ai
vecchi regnanti (così come previsto dal trattato di pace) e il governo di La
Marmora non aveva il coraggio di proclamare le annessioni dei territori al
Regno di Sardegna. Il 22 dicembre 1859 Vittorio Emanuele II si rassegnò, così,
a richiamare C. che nel frattempo aveva ispirato la creazione del partito di
Unione Liberale. Il Conte, rientrato
alla presidenza del Consiglio dei Ministri il 21 gennaio 1860, si trovò in
breve di fronte ad una proposta francese di soluzione della questione dei
territori liberati: annessione al Piemonte dei ducati di Parma e Modena,
controllo sabaudo della Romagna pontificia, regno separato in Toscana sotto la
guida di un esponente di Casa Savoia e cessione di Nizza e Savoia alla Francia.
In caso di rifiuto della proposta il Piemonte avrebbe dovuto affrontare da solo
la situazione di fronte all'Austria, "a suo rischio e
pericolo"[74]. Rispetto agli
accordi dell'alleanza sardo-francesequesta proposta di soluzione sostituiva per
il Piemonte l'annessione del Veneto che non si era potuto liberare
dall'occupazione austriaca. Stabilita, di fatto, l'annessione di Parma, Modena
e Romagna, C., forte dell'appoggio della Gran Bretagna, sfidò la Francia sulla
Toscana, organizzando delle votazioni locali sull'alternativa fra l'unione al
Piemonte e la formazione di un nuovo Stato. Il plebiscito si tenne l'11 e il 12
marzo 1860, con risultati che legittimarono l'annessione della Toscana al Regno
di Sardegna[75]. Il governo francese
reagì con grande irritazione sollecitando la cessione della Savoia e di Nizza
che avvenne con la firma del Trattato di Torino il 24 marzo 1860. In cambio di
queste due province il Regno di Sardegna acquisì, oltre alla Lombardia, anche
l'attuale Emilia-Romagna e la Toscana trasformandosi in una nazione assai più
omogenea. Di fronte all'Impresa dei
Mille C. diffidò dell'Impresa dei Mille
che considerava foriera di rivoluzione e dannosa per i rapporti con la
Francia.[76] C. era al corrente che la Sinistra non aveva abbandonato l'idea di
una spedizione in Italia meridionale e che Garibaldi, circondato da personaggi
repubblicani e rivoluzionari, era in contatto a tale scopo con Vittorio
Emanuele II. Il Conte considerava rischiosa l'iniziativa alla quale si sarebbe
decisamente opposto, ma il suo prestigio era stato scosso dalla cessione di
Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte[77]. C. riuscì, comunque, attraverso Giuseppe La
Farina a seguire le fasi preparatorie dell'Impresa dei Mille, la cui partenza
da Quarto fu meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi. Ad alcune
voci sulle intenzioni di Garibaldi di sbarcare nello Stato Pontificio, il
Conte, preoccupatissimo per la eventuale reazione della Francia, alleata del
Papa, dispose il 10 maggio 1860 l'invio di una nave nelle acque della Toscana
"per arrestarvi Garibaldi"[78].
Il generale invece puntò a Sud e dopo il suo sbarco a Marsala (11 maggio
1860) C. lo fece raggiungere e controllare (per quanto possibile) da La Farina.
In campo internazionale, intanto, alcune potenze straniere, intuendo la
complicità di Vittorio Emanuele II nell'impresa, protestarono con il governo di
Torino che poté affrontare con una certa tranquillità la situazione data la
grave crisi finanziaria dell'Austria, in cui era anche ripresa la rivoluzione
ungherese[79]. Napoleone III, d'altra
parte, si attivò subito nel ruolo di mediatore e, per la pace fra garibaldini
ed esercito napoletano, propose a C. l'autonomia della Sicilia, la
promulgazione della costituzione a Napoli e a Palermo e l'alleanza fra Regno di
Sardegna e Regno delle due Sicilie. Immediatamente il regime borbonico si
adeguò alla proposta francese instaurando un governo liberale e proclamando la
costituzione. Tale situazione mise in grave difficoltà C. per il quale
l'alleanza era irrealizzabile. Nello stesso tempo non poteva scontentare
Francia e Gran Bretagna che premevano almeno per una tregua. Il governo piemontese decise allora che il Re
avrebbe inviato un messaggio a Garibaldi con il quale gli si intimava di non
attraversare lo stretto di Messina. Il 22 luglio 1860 Vittorio Emanuele II
inviò sì la lettera voluta da C., ma la fece seguire da un messaggio personale
nel quale smentiva la lettera ufficiale[80].
Garibaldi a Napoli L'arrivo di
Giuseppe Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860). Evento che C. tentò di
prevenire organizzando una sommossa filo piemontese che fallì. Il 6 agosto 1860
il conte di C. informò i delegati del Regno delle due Sicilie del rifiuto di
Garibaldi di concedere la tregua dichiarando esauriti i mezzi di conciliazione
e rinviando ad un futuro incerto i negoziati per l'alleanza. Negli stessi giorni il Conte, nel timore di
far precipitare i rapporti con la Francia, sventò una spedizione militare di
Mazzini che dalla Toscana doveva muovere contro lo Stato Pontificio. A seguito
di questi avvenimenti, C. si preparò a fare tutti i suoi sforzi per impedire
che il movimento per l'unità d'Italia diventasse rivoluzionario. In questa
ottica cercò, nonostante il parere sfavorevole del suo ambasciatore a Napoli
Villamarina, di prevenire Garibaldi nella capitale borbonica organizzando una
spedizione clandestina di armi per una rivolta filopiemontese che non si poté
realizzare. Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli il 7 settembre 1860 fugando,
per l'amicizia che serbava a Vittorio Emanuele II, i timori di C.[81]. L'invasione piemontese di Marche e
Umbria L'Italia alla morte di C., nel
1861. Fallito il progetto di un successo dei moderati a Napoli, il Conte per
ridare a Casa Savoia una parte attiva nel movimento nazionale, decise
l'invasione delle Marche e dell'Umbria pontificie. Ciò avrebbe allontanato il
pericolo di un'avanzata di Garibaldi su Roma. Bisognava però preparare
Napoleone III agli avvenimenti e convincerlo che l'invasione piemontese dello
Stato Pontificio sarebbe stato il male minore. Per la delicata missione
diplomatica il Conte scelse Farini e Cialdini. L'incontro fra costoro e
l'imperatore francese avvenne a Chambéry il 28 agosto 1860, ma su ciò che in
quel colloquio si disse resta molta incertezza e sul consenso francese,
riportato dalla tesi italiana, è possibile che si sia determinato un equivoco.
In buona sostanza Napoleone III tollerò l'invasione piemontese delle Marche e
dell'Umbria cercando di rovesciare sul governo di Torino l'impopolarità di
un'azione controrivoluzionaria. E appunto questo era ciò che C. voleva evitare.
Le truppe piemontesi non si dovevano scontrare con Garibaldi in marcia su Roma,
ma prevenirlo e fermarlo con un intervento giustificabile in nome della causa
nazionale italiana. Anche il timore di un attacco austriaco al Piemonte, tuttavia,
fece precipitare gli eventi e C. intimò allo Stato pontificio di licenziare i
militari stranieri con un ultimatum a cui seguì l'11 settembre, prima ancora
che giungesse la risposta negativa del cardinale Antonelli, la violazione dei
confini dello Stato della Chiesa. La Francia ufficialmente reagì in difesa del
Papa, e anche lo zar Alessandro II ritirò il suo rappresentante a Torino, ma
non ci furono effetti pratici. Intanto
la crisi con Garibaldi si era improvvisamente aggravata, poiché quest'ultimo
aveva proclamato il 10 che avrebbe consegnato al Re i territori da lui
conquistati solo dopo aver occupato Roma. L'annuncio aveva anche ottenuto il
plauso di Mazzini. Ma il successo piemontese nella battaglia di Castelfidardo
contro i pontifici del 18 e il conferimento al governo di un prestito di 150
milioni per le spese militari, ridiedero forza e fiducia a C., mentre
Garibaldi, pur vittorioso nella battaglia del Volturno, esauriva la sua spinta
verso Roma[83]. L'annessione del Sud,
delle Marche e dell'Umbria A questo punto, il "prodittatore" Giorgio
Pallavicino Trivulzio, venendo incontro ai desideri del Conte, indisse a Napoli
il plebiscito per l'annessione immediata al Regno sabaudo, seguito da una
stessa iniziativa del suo omologo Antonio Mordini a Palermo. Le votazioni si
tennero il 21 ottobre 1860, sancendo l'unione del Regno delle due Sicilie a
quello di Sardegna. All'inizio dello
stesso mese di ottobre C. si era così espresso: «Non sarà l'ultimo titolo di gloria per
l'Italia d'aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà
all'indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali d'un Cromwell, ma
svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo
rivoluzionario. Ritornare alle dittature rivoluzionarie d'uno o più, sarebbe
uccidere sul nascere la libertà legale che vogliamo inseparabile dalla
indipendenza della nazione» (C., 2
ottobre 1860.Romeo, p. 489) Il 4 e il 5
novembre 1860 anche in Umbria e nelle Marche si votava e si decideva per
l'unione allo Stato sabaudo. I rapporti
fra Stato e Chiesa Fermati i disegni di Garibaldi su Roma, a C. restava ora il
problema di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello Stato Pontificio
(approssimativamente il Lazio attuale), tenendo conto che un attacco a Roma
sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia. Il progetto del Conte, avviato dal novembre
1860 e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la
rinuncia al potere temporale in cambio della rinuncia da parte dello Stato al
corrispettivo, ovvero il giurisdizionalismo. Si sarebbe perciò adottato il
principio di "Libera Chiesa in libero Stato"[84][85], celebre motto
pronunciato nel discorso del 27 marzo 1861 sebbene già coniato in precedenza da
Charles de Montalembert[86], ma le trattative naufragarono sulla fondamentale
intransigenza di Pio IX. Il governo C.
del Regno d'Italia (1861) Lo stesso
argomento in dettaglio: Governo C. IV. C.
nel 1861 Giuseppe Garibaldi ebbe uno
scontro nel 1861 con C. per la decisione di quest'ultimo di sciogliere
l'Esercito meridionale Dal 27 gennaio al 3 febbraio 1861 si tennero le elezioni
per il primo Parlamento italiano unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova
Camera andarono alla maggioranza governativa. L'opposizione ne conquistò un
centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della Destra, poiché i
clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non farsi eleggere in
un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice. Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova sessione,
nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi, lombardi,
siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il 17 marzo il
Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re. Il 22 marzo C. veniva confermato alla guida
del governo, dopo che il Re aveva dovuto rinunciare a Ricasoli. Il Conte, che
tenne per sé anche gli Esteri e la Marina, il 25 affermò in parlamento che Roma
sarebbe dovuta diventare capitale d'Italia.
Lo scontro con Garibaldi L'episodio più tumultuoso della vita politica
di C., se si esclude l'incidente con Vittorio Emanuele II dopo l'armistizio di
Villafranca, fu il suo scontro con Garibaldi dell'aprile 1861. Oggetto del contendere: l'esercito di
volontari garibaldini del Sud, del quale C. volle evitare il trasferimento al
nord nel timore che venisse influenzato dai radicali. Il 16 gennaio 1861 fu
quindi decretato lo scioglimento dell'Esercito meridionale. Su questa
decisione, che provocò le vibrate proteste del comandante del Corpo Giuseppe
Sirtori, C. fu irremovibile[88]. In
difesa del suo esercito, il 18 aprile 1861 Garibaldi pronunciò un memorabile
discorso alla Camera, accusando «la fredda e nemica mano di questo Ministero [C.]»
di aver voluto provocare una «guerra fratricida». Il Conte reagì con violenza,
chiedendo, invano, al presidente della Camera Rattazzi di richiamare all'ordine
il generale. La seduta fu sospesa e Nino Bixio tentò nei giorni successivi una
riconciliazione, che non si compì mai del tutto[88]. Gli ultimi giorni I funerali di C. a Torino Santena: tomba del conte di C. Il 29 maggio
1861 C. ebbe un malore, attribuito dal suo medico curante a una delle crisi
malariche che lo colpivano periodicamente da quando - in gioventù - aveva
contratto la malaria nelle risaie di famiglia del vercellese. In questa
occasione tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno
venne fatto chiamare un sacerdote francescano suo amico, padre Giacomo da
Poirino[89], al secolo Luigi Marocco, parroco di Santa Maria degli Angeli,
chiesa nella quale si sarebbero poi svolte le esequie[91][92]. Costui, come gli
aveva promesso già da cinque anni, lo confessò e gli somministrò l'estrema
unzione, ignorando sia la scomunica, che il conte aveva subito nel 1855, sia il
fatto che C. non aveva ritrattato le sue scelte anticlericali[89]. Per questo
motivo padre Giacomo, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose, fu
richiamato a Roma, gli fu tolta la parrocchia e gli fu interdetto l'esercizio
del ministero della confessione, al quale venne però riammesso nel 1881 da papa
Leone XIII[93]. La nipote Giuseppina Alfieri di Sostegno ha tramandato che, sul
letto di morte, alla vista del confessore, C. abbia pronunciato le parole:
«Frate, frate, libera chiesa in libero Stato!»[94][95] Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, C.
chiese di parlare con Luigi Carlo Farini, al quale, come rivela la nipote
Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto
l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il
buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e
non ho mai fatto male a nessuno. Nel
2011 è stata ritrovata una missiva di padre Giacomo a Pio IX, nella quale il
frate racconta che C. aveva dichiarato che «intendeva di morire da vero e
sincero cattolico». Per cui il confessore, «incalzato dalla gravità del male
che a gran passi il portava a morte», la mattina del 5 giugno concesse il
sacramento. Scrisse anche che «nel corso della sua gravissima malattia», C.
«era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Il frate chiude quindi la
lettera di scuse ribadendo di «aver fatto, quanto era in sé, il suo
officio»[97]. Verso le nove giunse al
suo capezzale il Re. Nonostante la febbre, il Conte riconobbe Vittorio Emanuele,
ma tuttavia non riuscì ad articolare un discorso molto coerente: «Oh sire! Io
ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle: ma son
troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitare la Vostra Maestà; ma
io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare. Vostra
Maestà ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore è
molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così
intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che
sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi!
Niente stato d'assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a
governare con lo stato d'assedio [...] Garibaldi è un galantuomo, io non gli
voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch'io: nessuno ne
ha più fretta di noi. Quanto all'Istria e al Tirolo è un'altra cosa. Sarà il
lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo
fatto l'Italia, sì l'Italia, e la cosa va...»[98][99] Secondo l'amico Michelangelo Castelli, le
ultime parole del Conte furono: «L'Italia è fatta - tutto è salvo», così come
le intese al capezzale Luigi Carlo Farini. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi
dalla proclamazione del Regno d'Italia, C. moriva così a Torino nel palazzo di
famiglia. La sua fine suscitò immenso cordoglio, anche perché del tutto
inattesa, e ai funerali vi fu straordinaria partecipazione[100]. A C. succedette come presidente del Consiglio
Bettino Ricasoli. In memoria di C. La moneta da 2 euro commemorativa emessa in
occasione del 200º anniversario della nascita
Banconota uruguayana del 1887 raffigurante C. e Garibaldi C.
nell'agiografia postunitaria dall'anno della sua morte fu ritenuto il
"Padre della Patria" da un illustre personaggio come Giuseppe Verdi,
che lo definì "il vero padre della patria"[101] e dal politico
liberale, senatore del Regno, Nicomede Bianchi, che lo definì "il buono e
generoso padre della patria nascente"[102]. Il Conte è stato ricordato in vari modi. Due
città italiane hanno aggiunto il suo nome a quello originario: Grinzane C., di
cui Camillo Benso fu sindaco, e Sogliano C. per celebrare l'unità nazionale.
Gli sono state dedicate innumerevoli vie e piazze e numerose statue. Diverse le targhe ricordo, anche al di fuori
dei confini italiani, come ad esempio quella posta a San Bernardino (frazione
di Mesocco, nel Cantone dei Grigioni), che ricorda il passaggio dello statista
il 27 luglio 1858, dopo gli accordi di Plombières con Napoleone III. Nel 2010, in occasione del 200º anniversario
della sua nascita, è stata coniata dalla zecca italiana una moneta da 2 euro
commemorativa che lo raffigura. La tomba
di C. si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta
sotto la cappella di famiglia nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso
avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si
affaccia anche la facciata secondaria della Villa C.). Lo statista è sepolto
per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di C., figlio
di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è
stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.
La nave da battaglia Conte di C. e la portaerei C. (C 550) sono state
così chiamate in suo onore. A C. furono
dedicate delle caramelle di liquirizia aromatizzate alla violetta: le
cosiddette sénateurs. Lo storico Caffè
Confetteria Al Bicerin dal 1763ricorda C. come suo cliente fidato (uno dei
tavolini al suo interno viene segnalato come abituale del conte). Ancona Ancona Firenze Firenze Livorno Livorno
Milano Milano Novara Novara Roma Roma Torino Torino Vercelli Vercelli Verona
Verona Padova Padova Controversie Il conflitto con Mazzini Giuseppe Mazzini, di cui C. combatteva le
idee repubblicane. Giuseppe Mazzini, che dopo la sua attività cospirativa degli
anni 1827-1830 fu esiliato dal governo piemontese a Ginevra, fu uno strenuo
oppositore della guerra di Crimea, che costò un'ingente perdita di soldati.
Egli rivolse un appello ai militari in partenza per il conflitto: «Quindicimila tra voi stanno per essere
deportati in Crimea. Non uno forse tra voi rivedrà la propria famiglia. Voi non
avrete onore di battaglie. Morrete, senza gloria, senza aureola, di splendidi
fatti da tramandarsi per voi, conforto ultimo ai vostri cari. Morrete per colpa
di governi e capi stranieri. Per servire un falso disegno straniero, l'ossa
vostre biancheggeranno calpestate dal cavallo del cosacco, su terre lontane, né
alcuno dei vostri potrà raccoglierle e piangervi sopra. Per questo io vi
chiamo, col dolore dell'anima, "deportati".» (Giuseppe Mazzini[103]) Quando nel 1858, Napoleone III scampò
all'attentato teso da Felice Orsini e Giovanni Andrea Pieri, il governo di
Torino incolpò Mazzini (C. lo avrebbe definito «il capo di un'orda di fanatici
assassini»[104] oltreché «un nemico pericoloso quanto l'Austria»[105]), poiché
i due attentatori avevano militato nel suo Partito d'Azione. Secondo Denis Mack Smith, C. aveva in passato
finanziato i due rivoluzionari a causa della loro rottura con Mazzini e, dopo
l'attentato a Napoleone III e la conseguente condanna dei due, alla vedova di
Orsini fu assicurata una pensione[106]. C. al riguardo fece anche pressioni
politiche sulla magistratura per far giudicare e condannare la stampa
radicale[107]. Egli, inoltre, favorì
l'agenzia Stefani con fondi segreti sebbene lo Statuto vietasse privilegi e
monopoli ai privati[108]. Così l'agenzia Stefani, forte delle solide relazioni
con C. divenne, secondo il saggista Gigi Di Fiore, un fondamentale strumento
governativo per il controllo mediatico nel Regno di Sardegna[109]. Mazzini, intanto, oltre ad aver condannato il
gesto di Orsini e Pieri, espose un attacco nei confronti del primo ministro,
pubblicato sul giornale L'Italia del Popolo:
«Voi avete inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la
nostra gioventù, sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena
politica di colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci
separa. Noi rappresentiamo l'Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione
monarchica. Noi desideriamo soprattutto l'unità nazionale, voi l'ingrandimento
territoriale» (Giuseppe Mazzini[110]) Risorgimento Il ruolo di C. durante il
Risorgimento ha suscitato varie dispute. Sebbene sia considerato uno dei padri
della patria assieme a Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Mazzini, il Conte
inizialmente non riteneva fosse possibile unire tutta l'Italia soprattutto per
l'ostacolo rappresentato dallo Stato Pontificio e dunque puntava solamente ad
allargare i confini del regno dei Savoia nel nord Italia (lo stesso Mazzini lo
accusava di non promuovere una politica chiaramente volta all'unificazione di
tutta la penisola). Nella cultura di
massa Nelo Risi, Patria mia. Camillo Benso di C., Rai, 1961, documentario
(successivamente trasmesso da Rai Storia il 10 agosto 2010). Piero Schivazappa,
Vita di C., sceneggiato su sceneggiatura di Giorgio Prosperi (1967). Maricla
Boggio, C., l'amore e l'Opera Incompiuta, (2011, testo teatrale). Onorificenze
Camillo Benso di C. Camillo Paolo
Filippo Giulio Benso, conte di C., di Cellarengo e di Isolabella Conte di
Cellarengo e di Isolabella Conte dei marchesi di C. Stemma Nome completo
Camillo Paolo Filippo Giulio Nascita Torino, 10 agosto 1810 Morte Torino, 6
giugno 1861 Luogo di sepoltura Castello C. di Santena Dinastia Benso Padre
Michele Benso di C. Madre Adele di Sellon d'Allaman Religione Cattolicesimo C.
ottenne numerose onorificenze, anche straniere. Si riportano quelle di cui si è
a conoscenza da fonti attendibili:
Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi
Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce
dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro — 26 marzo 1853 Cavaliere dell'Ordine
civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine civile
di Savoia Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr Nevskij (Russia) -
nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine imperiale di
Sant'Alessandr Nevskij (Russia) Cavaliere di gran croce dell'Ordine della
Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran
croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) Cavaliere dell'Ordine di Carlo
III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine di Carlo
III (Spagna) Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) -
nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo
(Belgio) Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino
per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore
(Grecia) Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) -
nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié
(Impero Ottomano) Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale Guelfo (Gran
Bretagna e Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce
dell'Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) Cavaliere di grande stella
dell'Ordine del leone e del sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria
Cavaliere di grande stella dell'Ordine del leone e del sole (Persia) Tavola
genealogica di sintesi Lo stesso
argomento in dettaglio: Benso_(famiglia) § Armoriale. Bernardino *? †? Pompilio[112] 4 Silvio *? †1624 Michelantonio
Bernardino *? †? Zenobia *? †? Maurizio Pompilio Conte di Cellarengo e
Isolabella 1635 †? Paolo Giacinto Signore di C. Ludovico Percivalle Giuseppe Filippo Signore
di C. Carlo Ottavio Michele Antonio III Marchese di C. Giuseppe Filippo IV Marchese di C. Michele V Marchese di C. Gustavo VI Marchese di C. Camillo Paolo Conte di C. Augusto Giuseppina
Carlo Alfieri di Sostegno Ainardo VII
Marchese di C. Maria Luisa Emilio Visconti Venosta Adele
Paola Carlo *1879†1942 Francesco Enrico Giovanni Note Esplicative ^ Il titolo di conte
attribuito al C. era un titolo di cortesia, all'uso francese. Questo sistema
concedeva al primogenito il titolo immediatamente inferiore a quello del
titolare capofamiglia, al secondogenito quello ancora inferiore e così via a
scalare. In questo caso, quando morì il padre di Camillo (il marchese Michele)
al suo primo figlio (Gustavo) andò il titolo di marchese e al suo secondogenito
(Camillo) quello di conte. Alla morte del fratello Gustavo, Camillo avrebbe
ereditato il titolo di marchese. Morì invece prima di Gustavo. Forum "I
Nostri Avi", su iagiforum.info. ^ Al termine del suo tirocinio militare
presentò una memoria dal titolo Esposizione compita dell'origine, teoria,
pratica, ed effetti del tiro di rimbalzo tanto su terra che sull'acqua. Cfr.
Dalle Regie scuole teoriche e pratiche di Artiglieria e Fortificazione alla
Scola d'applicazione di Artiglieria e Genio, Scuola di applicazione delle armi
di Artiglieria e Genio, Torino, 1939. ^ "Dal momento in cui mi trovai in
condizione di poter leggere da me stesso i libri di Rousseau, ho sentito per
lui la più viva ammirazione. È a mio giudizio l'uomo che più ha cercato di
rialzare la dignità umana, spesso avvilita nella società dei secoli trascorsi.
La sua voce eloquente ha più di ogni altra contribuito a fissarmi nel partito
del progresso e della emancipazione sociale. L'Emilesoprattutto mi è sempre
piaciuto per la giustezza delle idee e la forza della logica. (Citato in Italo
de Feo, C.: l'uomo e l'opera, A. Mondadori) ^ I De La Rüe erano originari di
Lessines ma appartenevano ad un'antica famiglia nobile di Ginevra dove
occupavano una posizione eminente nell'aristocrazia locale già nel XVI e XVII
secolo. Fra il XVIII e il XIX secolo due membri della famiglia, Antoine e Jean,
si trasferirono a Genova. Ad essi si deve la fondazione della banca De La Rüe
frères. C., arrivato a Genova nel 1830, strinse amicizia con i figli di Jean:
David-Julien, Hippolyte ed Émile. Quest'ultimo dopo il 1850 fu l'unico a
dirigere la banca (divenuta la De La Rüe C.) e fu il riferimento
dell'imprenditore C.. Cfr. Romeo, p. 26. ^ C. in un articolo scrisse: «L'ora
suprema per la monarchia sarda è suonata, l'ora delle forti deliberazioni,
l'ora dalla quale dipendono i fati degli imperii, le sorti dei popoli» ^ La
guerra colpì C. anche personalmente, poiché nella Battaglia di Goito il figlio
del fratello Gustavo, il marchese Augusto di C., rimase ucciso a soli 21 anni.
Il colpo fu molto duro per il Conte, che per il nipote nutriva un affetto
paterno. Prova ne fu che conservò la sua divisa insanguinata per tutta la vita.
Cfr. Hearder, C., Bari, 2000, pag. 67. ^ Furono accordati a Parigi riduzioni
sui dazi per l'importazione in Piemonte di vini e articoli di moda; ottenendo
in cambio il mantenimento dei vantaggi per l'esportazione in Francia del
bestiame sardo, del riso e della frutta fresca. ^ Le trattative, iniziate già
prima dell’avvento di C. al governo, furono difficili per i negoziatori
piemontesi. Posti nell’alternativa tra l’accettazione di un trattato per vari
rispetti poco favorevole e il ritorno al regime precedente a quello convenuto
nel 1843, essi ammisero restrizioni alla reciprocità nei diritti di navigazione
allora stabilita (e che ora veniva limitata alla navigazione diretta tra i
porti dei due Stati), a Parigi accordarono riduzioni sui dazi che colpivano
l’importazione francese di vini e acquaviti, porcellane e articoli di moda
ottenendo in cambio il mantenimento del regime di favore per l’ingresso nel
territorio francese del bestiame sardo (a eccezione della frontiera savoiarda,
donde si temeva l’afflusso in Francia di bestiame svizzero), e riduzioni sul
riso e la frutta fresca. Non riuscirono però a strappare alcuna concessione
sull’olio d'oliva, di grande importanza soprattutto per le regioni produttrici
ed esportatrici della Riviera di Ponente; e dovettero in pari tempo accettare
una convenzione sulla proprietà letteraria che era nettamente favorevole a un
paese esportatore di idee e di libri come la Francia. Rosario Romeo, C. e il
suo tempo 1842-1854, p. 206-207. ^ Le industrie esportatrici come la seta non
ponevano alcun problema di protezione, mentre quelle della lana, della canapa e
del lino sembravano abbastanza sviluppate da resistere anche con una protezione
considerevolmente ridotta. Invece, si prevedevano reclami contro le riduzioni
daziarie da parte della industria del cotone, la meno naturale di tutte in
quanto dipendente tutta da materie prime provenienti dall'estero e si escludeva
ogni competitività per la siderurgia, possibile in Piemonte solo con una
protezione elevatissima. Per le lavorazioni meccaniche si prevedeva un dazio
medio del 25%, giudicando inesistete qualunque settore non riuscisse a
sopravvivere alla concorrenza con una tale protezione. Eliminati presso che
interamente i dazi alla esportazione – anche in casi come quello degli stracci
che l’industria della carta, sviluppata specialmente in Liguria, utilizzava
come materia prima – il governo assunse un atteggiamento nettamente contrario
alla protezione anche in fatto di industria zuccheriera, rifiutando di cedere
alle insistenti richieste degli interessati per una riduzione ulteriore del
dazio sugli zuccheri non raffinati, in vista di uno sviluppo della industria
nazionale della raffinazione, che neppure il regime eccezionale di favore
stabilito dopo il 1830 era riuscito ad attivare. In agricoltura ci si orientò
verso il mantenimento della moderata protezione esistente sui cereali, godendo
già di un vantaggio da valutarsi a non meno del 10% sovra le spese di
trasporto, anticipazioni di fondi ecc. in confronto alle importazioni
dall’estero. Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 207. ^ In cambio di
estese facilitazioni a vantaggio dei prodotti agricoli, dei sali e dei marmi
piemontesi, si concessero al Belgio importanti agevolazioni (parallelamente
concesse all’Inghilterra) per le sue manifatture, esplicitamente rinunciando
alla protezione degli zuccherifici e della siderurgia (soprattutto ligure, che
per C. non aveva avvenire), e manifestando invece la fiducia che le industrie
tessili, compresa quella del cotone, ricavassero nuovi impulsi al loro sviluppo
e ammodernamento dalla più attiva concorrenza belga. Rosario Romeo, C. e il suo
tempo 1842-1854, p. 208. Il conte aveva previsto che, dopo i trattati con il
Belgio e con l’Inghilterra, la Francia avrebbe chiesto il trattamento della
nazione più favorita e per correndo il rischio di nuove concessioni senza
corrispettivo alla potente vicina doveva valere il carattere oneroso, sia pure
apparente, ch’egli aveva voluto dare alle concessioni fatte alla Gran Bretagna.
Ma nei nuovi negoziati, richiesti da parte francese, la Sardegna riuscì solo a
ottenere qualche concessione sulle esportazioni di bestiame minuto e di frutta
e dovette anche concedere nuove agevolazioni sulle sete e sui libri. Rosario
Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 209. ^ Secondo Chiala, quando La Marmora
propose a Vittorio Emanuele la nomina di C. a Presidente del Consiglio, il Re
avrebbe risposto in piemontese: «Ca guarda, General, che côl lì a j butarà
tutii con't le congie a'nt l'aria» ("Guardi Generale, che quello lì
butterà tutti con le gambe all'aria"). Secondo Ferdinando Martini, che lo
seppe da Minghetti, la risposta del Sovrano sarebbe stata ancora più colorita:
«E va bin, coma ch'aa veulo lor. Ma ch'aa stago sicur che col lì an poch temp
an lo fica an't el prònio a tuti!» ("E va bene, come vogliono loro. Ma
stiamo sicuri che quello lì in poco tempo lo mette nel culo a tutti!")
cfr. Indro Montanelli, L'Italia unita, Bur, 2. ^ C. per l'apertura delle
ostilità colse il pretesto che la Russia durante la prima guerra di
indipendenza aveva rotto le relazioni con il Regno di Sardegna (al tempo la
Russia intratteneva rapporti migliori con l'Austria) e che lo Zar Nicola I
aveva rifiutato, nel 1849, di riconoscere l'ascesa al trono di Vittorio
Emanuele II. Cfr. Hearder, C., Bari L'uniforme è esposta nel Museo del
Risorgimento di Torino. Con spadino, feluca, placca e fascia da Cavaliere
dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cotone, velluto, acciaio, madreperla,
ottone, cuoio, piume di struzzo, argento, argento dorato, smalto e gros di
seta. ^ Il Piemonte, assieme alla Francia, chiese anche l'annullamento delle
elezioni tenutesi in Moldavia nel luglio 1857 che, con risultati definiti
inattendibili, avevano avuto un esito sfavorevole all'unione dei due
principati. ^ L'Austria con la guerra di Crimea aveva perso l'amicizia della
Russia e vedeva allontanarsi la Prussia che era alla ricerca di maggiore
autonomia, mentre la tiepida amicizia della Gran Bretagna non poteva bilanciare
la situazione. Bibliografiche ^ Disegno dell'inglese William Brockedon. ^ Romeo
Romeo. ^ Romeo. ^ Hearder, C., Bari, 2000, pag. 26. ^ Giuseppe Talamo, La
formazione di C.: la rivoluzione di luglio e i primi anni Trenta, in Nuova
antologia, APR - GIU, 2010 p=45. ^ AA. VV., C. nel 150° anniversario
dell’Unità, Gangemi Editore SpA, . ^ Federico Navire, Torino come centro di
sviluppo culturale: un contributo agli studi della civiltà italiana,
Francoforte, Peter Lang, . ^ Romeo, pp. 102-103. ^ Romeo Romeo, pp. 118-121. ^
Romeo, p. 121. ^ Romeo, p. 131. ^ Romeo, p. 137. ^ Romeo, p. 139. ^ Romeo, pp.
140-141. ^ Dipinto di Paolo Bozzini (1815-1892). ^ Romeo, pp. 149-150. ^ Romeo.
^ Romeo, p. 159. ^ Romeo, pp. 160-162. ^ Romeo Romeo Romeo, pp. 167-168. ^
Romeo, pp. 171-172. ^ Romeo, pp. 172-173. ^ Ritratto di Francesco Hayez del
1860. ^ Romeo Hearder, C., Bari, 2000, pag. 69. ^ Romeo, pp. 175-176, 179. ^
Romeo, pp. 177-178. ^ Romeo, p. 186. ^ Romeo, pp. 186-187. ^ Romeo, pp.
188-189. ^ Rosario Romeo, C. e il suo tempo 1842-1854, p. 204. ^ Romeo, p. 191.
^ Romeo, p. 192. ^ Romeo, pp. 193-194. ^ Hearder, C., Bari Romeo, pp. 195-196.
^ Hearder, C., Bari, 2000, pagg. 71-72. ^ Romeo, pp. 197, 201-202. ^ Romeo, pp.
202-203. ^ Da Londra effettuò escursioni a Oxford, Woolwich e Portsmouth. ^ Nel
viaggio toccò Manchester, Liverpool, Sheffield, Hull, Edimburgo, Glasgow e le
Highlands. ^ Romeo Romeo, pp. 224-225. ^ Dipinto di Michele Gordigiani ^
Hearder, C., Bari, 2000, pag. 81. ^ Romeo Romeo, pp. 240, 244-245, 252. ^
Romeo, p. 245. ^ Romeo, pp. 248-249. ^ Valerio, Brofferio, Pareto a Sinistra e
Solaro della Margarita a Destra. ^ Romeo, p. 259. ^ Romeo, pp. 259-260. ^
Romeo, p. 261. ^ Hearder, C., Bari, 2000, pagg. 94-96. ^ Hearder, C., Bari Ritratto
di George Peter Alexander Healy ^ Romeo, p. 300. ^ Dipinto di Édouard Louis
Dubufe. ^ Romeo, p. 327. ^ Romeo, p. 337.
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nelle vene di Camillo C., propugnatore della laicità dello Stato, scorreva lo
stesso sangue di un campione della Controriforma cattolica!» ^ Camillo Benso,
Discorso del 27 Marzo 1861 - Camillo Benso di C., su camilloC..com, 27
marzo «noi siamo pronti a proclamare
nell'Italia questo gran principio: Libera Chiesa in libero Stato. I vostri
amici di buona fede riconoscono come noi l'evidenza, riconoscono cioè che il
potere temporale quale è non può esistere.» ^ Libera Chiesa in libero Stato
nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 28 giugno 2021. ^
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p. 122 ^ Roberto Dinucci, Guida di Torino, Edizioni D'Aponte, p. 127 ^ Marziano
Bernardi, Torino – Storia e arte, Torino, Editori Fratelli Pozzo, 1975, p. 122.
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scomunicato, in: L'Osservatore Romano, 6 novembre 2009 ^ Indro Montanelli,
L'Italia dei notabili, Milano, Rizzoli, 1973, p. 15 ^ In In Gianni Gennari,
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dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, 2007, pag.
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1932, pag. 249. ^ Calendario reale per l'anno 1861, Ceresole e Panizza, Torino Pompilio Benso riceve l'investitura del feudo
di Isolabella. Il 20 giugno 1618 il feudo fu eretto a contea. Cfr. Storia del
Comune di Isolabella, su comune.isolabella.to.it. URL consultato il 6 novembre
2019. Bibliografia Scritti di economia,
1962 Uno dei riferimenti principali della bibliografia relativa a C. è la
Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore di A.M. Ghisalberti (Olschki,
Firenze, nel cui primo volume, alle pp. 160–164, sono riportati, a cura di
Giuseppe Talamo, gli scritti del Conte e la bibliografia su di lui fino al
1969. L'opera è stata aggiornata per il periodo 1970-2001 con altri 3 volumi
più uno di indici nel 2003-2005. A C. sono dedicate le pp. 307–310 a cura di
Sergio La Salvia. Carteggio, scritti,
discorsi Camillo Benso conte di C. (a cura della Commissione Nazionale per la
pubblicazione dei carteggi del Conte di C.), Epistolario, 18 volumi, Olschki,
Firenze (varie edizioni di alcuni volumi). Camillo Benso di C., Autoritratto.
Lettere, diari, scritti e discorsi, a cura di Adriano Viarengo, prefazione di
Giuseppe Galasso, Classici moderni Mondadori, Milano, 2010, Camillo C., Scritti
di economia, Testi e documenti di storia moderna e contemporanea 5, Milano,
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Bologna, 1999. Ristampa Arti. C.. L'uomo che fece l'Italia. Marsilio, Venezia
2011 William De La Rive, Il conte di C.: racconti e memorie, con tre lettere
inedite del conte di C., prefazione di Emilio Visconti Venosta, Santena,
Associazione Amici della Fondazione C., 2001 (ristampa dell'edizione italiana,
Torino, Bocca, 1911, de Le comte de C.: recits et souvenirs, Paris, J. Hetzel,
1862). Harry Hearder, C.. Un europeo piemontese, Laterza, Bari, 2000. Edizione
originaria: C., Smith, C.. Il grande tessitore dell'unità d'Italia, Bompiani,
1984. Ristampa Omodeo, L'opera politica del conte di C., Firenze, La Nuova
Italia, 1941, 2 voll. Ristampa presso Riccardo Ricciardi, Milano-Napoli, 1968.
Ristampa presso Ugo Mursia, Milano, Romeo, C. e il suo tempo (3 voll. in 4
tomi: C. e il suo tempo C. e il suo tempo ; C. e il suo tempo Laterza, Bari,
1969-1984. Ristampa 2012. Rosario Romeo, Vita di C., Roma-Bari, Laterza,
Riassunto del precedente. Ristampa 2004. Giuseppe Talamo C., La Navicella,
Roma, 1992. Ristampa presso Gangemi, Roma Viarengo, C., Salerno editrice, Roma.
Altri testi Marziano Bernardi, Torino – Storia e arte, Torino, Editori Fratelli
Pozzo, 1975 Annabella Cabiati, C.. Fece l'Italia, visse con ragione, amò con
passione, Edizioni Anordest, Treviso Caddeo, Camillo di C.. In: Epistolario di
Carlo Cattaneo. Gaspero Barbèra Editore, Firenze Boca, Indietro Savoia! Storia
controcorrente del Risorgimento, Piemme, Milano Fiore, Controstoria dell'Unità
d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli, Milano Camilla Salvago
Raggi, Donna di passione. Un amore giovanile di C., Viennepierre, Milano, 2007.
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(1860-2000), Guida, Napoli, Staffieri, Il conte di C. nel Ticino e un discorso
mai pronunciato, in Il Cantonetto, Lugano, agosto 2011, Fontana Edizioni SA,
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ministri del Regno di Sardegna Risorgimento Unità d'Italia Famiglia Benso Tavola
genealogica di sintesi della famiglia Benso Canale C.C., Camillo Benso conte
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fondazioneC..it. Associazione degli amici della Fondazione C., su camilloC..com.
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Speranza -- Grice e Cazio – Roma – filosofia ialiana – Luigi Speranza (Roma). He
is presented by Orazio as something of a philosophica dilettante obsessed with
food.
Luigi
Speranza -- Grice e Cazio: l’orto a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Catius
insuber. Member of the Garden. He wrote four books in which he set out the
school’s teachings on the nature of the universe and the most important hings
in life. The books were aimed at making the teachings available and accessible
to a wide audience.


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