Powered By Blogger

Welcome to Villa Speranza.

Welcome to Villa Speranza.

Search This Blog

Translate

Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z F FE

 

Luigi Speranza -- Grice e Fedro: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Hardie, my tutor at Corpus, never displayed his philosophical views to me – which was a shame – but then he said he was following Fedro’s advice in teaching Cicero!” Keywords: pupil-tutor. Filosofo italiano. The philosophy teacher of Cicerone at Rome. F. follows the doctrines of The Garden, and succeeds Zenone as the head of the school.

 

Feliceto search.

 

Luigi Speranza -- Grice e Ferdinando: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dela masculinità, il maschio e la tarantella – scuola di Mesagne – filosofia brindisese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mesagne). Filosof italiano. Mesagne, Brindisi, Puglia. Grice: “I like Ferdinando; for one he describes himself as a ‘philosophus,’ which is good – second, he deals with ‘philosophia’ in terms of this or that ‘theorema,’ which is good, and third he follows Aristotle!” Definito dai suoi concittadini “Socrate Salentino”, studia grammatica, poetica, greco e latino sotto RICCIO (si veda), intimo amico di Paolo e Aldo MANUNZIO (si veda). Si trasfere successivamente a Napoli dove studia FILOSOFIA. Si laurea in filosofia. Ha dieci figli. Tra le saggi principali di F. grande rilievo assumono i “teoremi filosofici”, dedicati alla sua amata città natale; Morso della tarantola, che testimonia l'importanza del tarantismo e della tradizione salentina nel suo pensiero; Centum Historie o Casi Medici, raccolta di cento casi clinici più peculiari analizzati dal medico nella sua vita professionale; infine Antiqua Messapographia, attenta e appassionata analisi della storia di Mesagne. Dal punto di vista culturale, l'opera di riferimento per eccellenza del F. è fuor di dubbio Centum Historiæ, dedicata a Giulia Farnese, Marchesa di Mesagne, di cui l'autore è medico di fiducia, intimo amico e compagno di viaggio, come quello che li conduce a Roma dove F. conosce Clemente, medico di Paolo V ed è contattato, per la sua fama, da noti scienziati e medici romani dell'epoca tra cui Severino, con cui ebbe una disputa riguardo al metodo migliore di operare l'incisione della salvatella, la vena presente sul dorso della mano che parte dalla base del mignolo e si connette con la vena ulnare. Profondo conoscitore dei classici e seguace non solo delle teorie d’Ippocrate di Kos e Galeno, ma anche di quelle formulate da MERCURIALE (si veda), Eustachio, Falloppia e FRACASTORO (si veda), attento alle tradizioni della sua terra, propone un nuovo metodo di insegnamento con lezioni al letto del malato, in una perfetta sinergia tra lo studio teorico e la sua applicazione clinica. Per la sua grande cultura e competenza è richiesto non solo in tutta la provincia, ma anche a Bari, Napoli e Lecce. Noto fra i concittadini per la sua bontà d'animo, cura anche senza compenso somministrando farmaci costosi pure ai poveri. Nelle sue diagnosi si concentra sull'importanza delle analisi del sangue valutandone consistenza, opacità, densità e colore e ritene centrale per la terapia attenersi ad una adeguata dieta. Per curare i suoi pazienti si serve non solo di salassi, purghe e clisteri, secondo la prassi ordinaria, ma prepara anche dei farmaci di origine vegetale ottenuti miscelando quantità variabili d’erbe mediche a seconda della terapia. Nella sua vita si occupa anche di due casi di interesse neurologico e pediatrico, descritti nei particolari nelle Centum Historiæ, e nutre anche uno spiccato interesse nei confronti del tarantismo e della musica come terapia certissima. Grazie alle sue opere, in cui l'impostazione medico-scientifica si compenetra con quella storica, grazie ad uno stile tendente al genere narrativo, ed ai contatti che mantenne con i medici napoletani, è uno dei più importanti intermediari fra la cultura medica napoletana e quella di terra d'Otranto. Studiosi, soprattuto F., si sono interrogati sulla natura del tarantismo, o tarantolismo, dopo essere venuti a conoscenza delle cure previste dalla tradizione popolare per questo morbo, tra cui la più importante di tutte è senza dubbio la musico-terapia somministrata al malato da vere e proprie orchestre composte da violinisti, chitarristi e soprattutto tamburellisti a pagamento. Proprio il tamburello assume una funzione fondamentale in questo tipo di terapia poiché scandisce il tempo modificando via via il ritmo del brano che, divenuto frenetico, viene assecondato dai movimenti della danza del tarantato. La credenza vuole che il malato dopo essere stato morso dove espellere il veleno scatenandosi a ritmo di musica, ma non di una qualunque. Il tema musicale dove essere scelto in base al colore della tarantola responsabile del morso. Il primo documento che testimonia il legame tra musica e taranta è il Sertum Papale de Venenis redatto, presumibilmente da Marra da Padova, nel pontificato di Urbano V. Il secondo a documentare per esperienza diretta questa connessione è F.. Nelle sue Centum Historiæ analizza, tra gl’altri, il caso di un suo concittadino, tale Simeone, pizzicato mentre dorme di notte in un campo. Il medico crede fermamente nella musica come terapia certissima criticando chi sostene che il tarantismo non è necessariamente scatenato da un morso tanto reale quanto velenoso. Inoltre, è il primo a proporre come metodo di cura per i tarantati morsi da tarantole le malinconiche (nenie funebri).  Kircher riferisce nel suo Magnes un episodio accaduto ad Andria, nel barese, talmente singolare da destare ragionevoli sospetti su quanto sta alla base di questa terapia. Come il veleno stimolato dalla musica spinge l'uomo alla danza mediante continua eccitazione dei muscoli, lo stesso fa con la tarantola; il che non avrei mai creduto se non l'avessi appreso per testimonianza dei padri ricordati, che son degnissimi di fede. Essi infatti mi scrivono che in proposito è tenuto un esperimento nel palazzo ducale di Andria, in presenza di uno dei nostri padri, e di tutti i cortigiani. La duchessa infatti, per mostrare nel modo più adatto questo ammirabile prodigio della natura, ordina che si trovasse a bella posta una taranta, la si collocasse, librata su una piccola festuca, in un vasetto colmo d'acqua, e che fossero quindi chiamati i suonatori. In un primo momento la taranta non dette alcun segno di muoversi al suono della chitarra. Ma poi, allorché il suonatore dette inizio ad una musica proporzionata al suo umore, la bestiola non soltanto faceva le viste di eseguire una danza saltellando sulle zampe e agitando il corpo, ma addirittura danzava sul serio, rispettando il tempo. E se il suonatore cessa di suonare anche la bestiola sospendeva il ballo. I Padri vennero a sapere che ciò che in Andria ammirarono in quella circostanza come episodio straordinario, era a Taranto fato consueto. Infatti i suonatori di Taranto, i quali erano soliti curare con la musica questo morbo anche in qualità di pubblici funzionari retribuiti con regolari stipendi (e ciò per venire incontro ai più poveri, e sollevarli dalle spese), per accelerare la cura dei pazienti in modo più certo e più facile, sogliono chiedere ai colpiti il luogo dove la taranta li ha morsicati, e il suo colore. Dopo ciò i medici citaredi sogliono portarsi subito sul luogo indicato, dove in gran numero le diverse specie di tarante si adoperano a tessere le loro tele: e quivi tentano vari generi di armonie, a cui, cosa mirabile a dirsi, or queste or quelle saltano. E quando abbiano scorto saltare una taranta di quel colore indicata dal paziente, tengono per segno certissimo di aver trovato con ciò il modulo esattamente proporzionato all'umore velenoso del tarantato e adattissimo alla cura, eseguendo la quale essi dicono che ne deriva un sicuro effetto terapeutico. Altre opere: Theoremata philosophica (Venezia); “De vita proroganda seu iuventute conservanda et senectute retardanda” (Neapoli); “Centum Historiae seu Observationes et Casus medici” (Venezia); Aureus De Peste Libellus (Napoli); “Libellus de apibus”; “Tractatus de natura leporis”; “De coelo Messapiensi”; “De bonitate aquae cisternae”; “Libellus de morsu tarantolae.” Martino La terra del rimorso, Milano, Est, Magnes sive de arte magnetica opus tripartitum, Le notizie biografiche sono tratte da:  Mario Marti e Domenico Urgesi, F., medico e storico. Atti del convegno di studi, Besa, Nardò, Altre fonti:  Kircher, Magnes sive de arte magnetica opus tripartitum, Martino, La terra del rimorso, Est, Milano, Portulano Scoditti, Distante, Alfonsetti, Poci. Assessorato alla Cultura Città di Mesagne, Mesagne, Nicola Caputo, De tarantulae anatome et morsu, Lecce, Scoditti e Distante, La peste, traduzione del De peste aureus libellus, Scoditti e Distante, F. Le centum historiae e la medicina del suo tempo, Città di MesagnM. Luisa Portulano Scoditti e Amedeo Elio Distante, F., De Vita Proroganda, Città di Mesagne, traduzione del De Vita Proroganda seu juventute conservanda, Napoli, Scoditti e Distante,, Atti del Congresso della Società Italiana Storia della Medicina, Mesagne. Grice: “Ferdinando says that tarantella proves that the aspects of reason are not sufficient, since the dance is irrational – Churchill liked it though and he thought his bronze of the male dancer in his garde reminded him of his adventures in Southern Italy when he would dance nude in the hills!” Keywords: mito, taranta, tarantella, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferdinando” – The Swimming-Pool Library. Epifanio Ferdinando. Ferdinando.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Fergnani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del gesto e la passione – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Grice: “I love Fergnani; especially his “Il gesto e la passione,” which I apply to them extravagant Victorian male-only interactions!” Si laurea a Milano sotto BANFI (si veda). Insegna a Crema e Bergamo, Milano. Saggi in “Il pensiero critico”, “Rivista di filosofia”, “aut aut”, “Rivista critica di storia della filosofia” e “Nuova corrente”.  È figura di spicco nell’esistenzialismo. Si dedica a Sartre, Marx, Merleau-Ponty, Bloch, Lukács, Althusser, Heidegger, Lévinas, Bergson. Altre opere: “Marx” (Padus, Cremona); “Un critico di se stesso”; “More geometrico” (TET, Torino), “Prassi di GRAMSCI (si veda)” (Unicopli, Milano); “Materialismo” (il Saggiatore, Milano); “La dialettica dell’esistere” Feltrinelli, Milano);  L'essere e il nulla” (Il Saggiatore, Milano); “Da Heidegger a Sartre” (Farina, Milano), “Sartre sadico” (Farina Milano); “Esistire” (Farina, Milano); Kierkegaard (Farina, Milano); “Il gesto e la passione” Farina, Milano, “Merleau-Ponty”, Farina, Milano.  “L’Esistenzialismo” Farina, Milano, “Sartre” (Farina, Milano); “Jaspers, Farina, Milano);  Manzoni, “Il filosofo che ci “spiega” Sartre”, Corriere della Sera.  La lezione di F.", in Materiali di Estetica, Massimo Recalcati, L'ora di lezione, Einaudi, Torino, Papi.  Fisiognomica interpretazione del carattere di una persona sulla base del suo aspetto esteriore Lingua Segui disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'album di Battiato, vedi Fisiognomica (album). La fisiognomica o fisiognomonica è una disciplina pseudoscientifica che attraverso la  fisiognomia o fisiognomonia pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Il termine deriva dalle parole greche physis(natura) e gnosis (conoscenza). Questa disciplina godette di una certa considerazione tanto da essere insegnata nelle università. La parola fisiognomica o fisiognomia venne usata fra gli studiosi per distinguerla dal termine fisionomia (o fisonomia) che ha un significato simile ma più generico. Esempi di fisiognomica di criminali, secondo LOMBROSO (si veda): "Rivoluzionari e criminali politici, matti e folli". Tutto il sapere umano si basa infatti sulla fisio-gnomica derivata dalla fisio-nomia estetica della realtà. Ovverosia dal dedurre, attraverso i sensi e l'osservazione morfo-genetica della natura, la sua intrinseca legge del divenire in atto. La cosiddetta " fisio-gnosia " in cui rientrava pure l'uomo quale cosciente parte della legge naturale.  Descrizione Esistono due principali tipi di fisiognomica:  la fisiognomica predittiva assoluta, che sostiene una correlazione assoluta tra alcune caratteristiche fisiche (in particolare del viso) e i tratti caratteriali; queste teorie non godono più di credito scientifico. la fisiognomica scientifica, che sostiene una qualche correlazione statistica tra le caratteristiche fisiche (in particolare del viso) e i tratti caratteriali a causa delle preferenze fisiche di una persona dovute al comportamento corrispondente. La correlazione è dovuta al rimescolamento genetico. Questo tipo di fisiognomica trova fondamento nel determinismo genetico del carattere. La fisiognomica nell'antichità Riferimenti a relazioni tra l'aspetto di una persona e il suo carattere risalgono all'antichità e si possono rinvenire in alcune antiche poesie greche. Le prime indicazioni allo sviluppo di una teoria in questo senso risultano nell'Atene dove un certo Zopyrus si proclamava esperto di quest'arte.  I giovani che volevano entrare nella scuola pitagorica a CROTONE nella Calabria doveno dimostrare di essere già istruiti nella fisiognomica (ephysiognomonei). Il filosofo Aristotele del LIZIO si riferiva spesso a questo tipo di teorie anche con citazioni letterarie. Aristotele stesso è d'accordo con queste teorie come testimonia un passaggio di Analitici primi. È possibile inferire il carattere dalle sembianze, se si dà per assodato che il corpo e l'anima vengono cambiati assieme da influenze naturali. Dico naturali perché se forse, apprendendo la musica, un uomo fa qualche cambiamento alla sua anima, questa non è una di quelle influenze che sono per noi naturali. Piuttosto faccio riferimento a passioni e desideri quando parlo di emozioni naturali. Se quindi questo è accettato e anche il fatto che per ogni cambiamento c'è un segno corrispondente, e possiamo affermare l'influenza e il segno adeguati ad ogni specie di animale, saremmo in grado di inferire il carattere dalle sembianze. (Jenkinson) Il primo trattato sistematico sulla fisiognomica giunto fino ad oggi è il Physiognomica attribuito ad Aristotele ma più probabilmente frutto della sua scuola nel LIZIO. È diviso in due parti e quindi probabilmente in origine sono due saggi separati. La prima sezione tratta soprattutto del comportamento umano sorvolando su quello degl’animali. La seconda sezione è incentrata sul comportamento animale dividendo il regno animale in maschile e femminile. Da questo vengono dedotte corrispondenze tra l'aspetto umano e il comportamento.  Dopo Aristotele, i trattati più importanti sono:  Polemo di Laodicea, de Physiognomonia, in greco Adamanzio il Sofista, Physiognomica, in greco Anonimo LATINO, de Physiognomonia, La fisiognomica moderna. Tipica illustrazione di un libro ottocentesco sulla fisiognomica (a sinistra: profonda disperazione; a destra: collera mischiata con paura) La fisiognomica, in quanto studio delle particolarità del volto umano in grado di rivelare peculiarità caratteriali, è piuttosto diffusa nel Rinascimento ed è risaputo che VINCI (si veda) ne è appassionato, come pure BUONARROTI (si veda).  Nello stesso passo, Condivi accenna all'intenzione di BUONARROTI (si veda) di scrivere un trattato di anatomia con particolare riguardo ai moti e alle "apparenze" del corpo umano. Esso evidentemente non si fonda sui rapporti e sulla geometria, e nemmeno è strato empirico come quello che avrebbe potuto scrivere VINCI (si veda). I termini "moti" (che fa pensare alle "emozioni" oltre che ai "movimenti") e "apparenze" fanno invece ritenere che BUONARROTI (si veda) insiste sugl’effetti psicologici e visuali delle funzioni del corpo (Ackerman, L'architettura di BUONARROTI (si veda), Torino.Il trattato di GAURICO (si veda) intitolato De Sculptura, pubblicato a Firenze presenta questo tipo di conoscenza nei termini seguenti. La fisiognomica è un tipo di osservazione, grazie alla quale dalle caratteristiche del corpo rileviamo anche le qualità dell'animo. Se gl’occhi sono piuttosto grandi e con uno sguardo un po’umido, mostreranno un grande spirito, un'anima eccelsa e capace di grandissime cose, ma anche l'iracondo, l'amante del vino e il superbo senza misura: così dicono che è Alessandro il Macedone. Se vede un naso pieno, solido e tozzo, come quello dei leoni e dei molossi, lo considera segno di forza e arroganza.  La fronte quadrata, che ha la lunghezza quanto l'altezza, è indice evidentissimo di prudenza, saggezza, intelligenza, animo splendido (Estratti citati da Koshikawa, Individualità e concetto. Note sulla ritrattistica, in Rinascimento. Capolavori dei musei italiani. Roma catalogo della mostra di Roma, Scuderie Papali del Quirinale, Milano,Skira. Gli studi di fisiognomica influenzarono artisti come Anguissola (Fanciullo morso da un gambero) e Galizia (Ritratto di Paolo Morigia) nell'interpretazione dell'emotività del soggetto ritratto.  Il principale esponente della fisiognomica pre-positivista è stato il pastore svizzero Lavater che fu amico, per un breve periodo, di Goethe. Il saggio di Lavater sulla fisiognomica fu pubblicato per la prima volta in tedesco e divenne subito popolare. Venne poi tradotto in francese ed inglese influenzando molti lavori successivi. Le fonti principali dalle quali Lavater trasse conferma per le sue idee furono gli scritti di PORTA (si veda) e del fisico e filosofo Browne del quale lesse e apprezzò Religio medici. In questo lavoro Browne discute della possibilità di dedurre le qualità interne di un individuo dall'aspetto esteriore del viso:  nei tratti del nostro volto è scolpito il ritratto della nostra anima (...).»  (R.M.) In seguito Browne affermò le sue convinzioni sulla fisiognomica nella sua opera Christian Morals: Poiché il sopracciglio spesso dice il vero, poiché occhi e nasi hanno la lingua, e l'aspetto proclama il cuore e le inclinazioni basta l'osservazione ad istruirti sui fondamenti della fisiognomica....spesso osserviamo che persone con tratti simili compiono azioni simili. Su questo si basa la fisiognomica. A Browne è accreditato l'uso della parola caricatura in inglese, sulla quale si cercò di basare con fini illustrativi l'insegnamento della fisiognomica.  Browne possedeva alcuni scritti di PORTA (si veda0 tra cui Della celeste fisionomia nel quale egli sosteneva che non sono gli astri ma il temperamento ad influenzare sia l'aspetto che il carattere. In De humana physiognomia. Porta usò delle xilografie di animali per illustrare i tratti caratteristici dell'uomo. I lavori di Porta sono ben rappresentati nella libreria di Browne ed entrambi erano sostenitori della dottrina delle firme — cioè, le strutture fisiche in natura come le radici, i gambi e i fiori di una pianta, sono chiavi indicative o firme delle loro proprietà medicamentose.  La popolarità della fisiognomica, nonostante precursori come Chambre, crebbe. Trovò in particolare nuovo vigore negli studi del celebre antropologo e criminologo italiano LOMBROSO (si veda), il quale ne trasse ipotesi di applicazioni pratiche nella criminologia forense e nella prevenzione dei reati, giungendo a predicare la pena capitale come unica soluzione contro la tendenza criminale innata e pertanto non educabile con la sola pena detentiva.  La fisiognomica influenzò anche altri campi al di fuori della scienza, come molti romanzieri europei tra i quali Balzac; nel frattempo la Norwich connection' alla fisiognomica si sviluppò attraverso gli scritti di Opie e del viaggiatore e linguista Borrow, inoltre fra molti romanzieri si diffuse l'uso di passaggi molto descrittivi dei personaggi e del loro aspetto fisiognomico in particolare Dickens, Hardy e Brontë.  Questa dottrina è stata da più parti tirata in campo a supporto di ideologie xenofobe e pseudo-studi sulla razza.  La frenologia era pure considerata fisiognomica. È creata intorno dai fisici t Gall e Spurzheim e si diffuse in Europa e negli Stati Uniti.  In sostanza la fisiognomica moderna subisce nel tempo una serie di modificazioni strutturali che la specializzano in varie discipline (dai primi rudimenti di psicanalisi alla antropologia criminale di LOMBROSO (si veda))). Essa infatti è proporzionale alle conoscenze del periodo, ma ancor più alle metodologie impiegate. Parlando infatti di fisiognomica moderna, si invade un campo vastissimo fatto di congetture neo-aristoteliche, ma anche di mirabolanti imprese antropologiche, come la macchina che misura le capacità intellettive umane partendo dall'analisi della forma del cranio, inventata dai fratelli Fowler. Tuttavia, che si tratti di tentativi pseudo-scientifici, o di volontari indottrinamenti razzisti, questo spesso strato di ricerche resta un monumento alle buone e alle cattive intenzioni umane, in quanto mai ha concesso prove scientificamente insindacabili. Il recentissimo studio del naturalista David (La vera storia del cranio di PULCINELLA: le ragioni di LOMBROSO (si veda) e le verità della fisiognomica), ha messo in evidenza quanto effimero sia il piedistallo antropocentrico, e nel contempo come possa essere studiato il volto umano, in relazione al comportamento, utilizzando il solo grandangolo dell'etologia comparata e dell'ecologia. I tratti somatici sono infatti indicativi di una regione ben identificabile per cultura, religione, storia, tradizioni o magari isolamento geografico. Se quei tratti somatici (ammesso che siano effettivamente diversi) si associano quindi ad un comportamento, che magari sarà tipico o frequente nel luogo, allora ecco la fisiognomica, o per lo meno una sua versione scientificamente accessibile, in grado di relazionare comportamento e sembianza.  Per Lust questa scienza non ha nulla di pseudo-scientifico; egli osserva, per il rigoroso metodo naturopatico che sviluppava in quegli anni, che quando la gente guariva, cambia anche in volto. Eliminando le scorie e le tossine, il viso diventa più "snello": il doppio mento scompariva, torna a vedersi il collo in quei volti che prima lo avevano "sepolto" sotto strati di tessuto adiposo, anche i capelli in alcuni casi erano più folti.  Per tutto questo comincia a sviluppare un sistema di diagnosi all'inverso, ossia: se le modificazioni, una volta che la gente guariva da un determinato male sono costanti, allora significa anche che, quando e quanto più quelle caratteristiche facciali sintomatiche sono presenti in una persona, tanto più la persona è anche affetta da quel determinato male specifico di cui le alterazioni nel viso sono soltanto un sintomo.  Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Milano alla voce corrispondente. fisiognomonìa o fisiognomìa, in Enciclopedia generale Sapere.it De Agostini.Vocabolario Treccani alla voce "Fisiognomia" Aulo Gellio, Noctes Atticae Porta, Coelestis Physiognomonia, in Alfonso Paolella, Edizione Nazionale delle opere di Giovan Battista della Porta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane Paolella, Porta e l'astrologia: la Coelestis Physiognomonia, in Montanile, Atti del Convegno "L'Edizione nazionale del teatro e l'opera di Porta", Salerno, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici internazionali, Porta, Humana Physiognomonia / Della Fisionomia dell'uomo libri sei, in Paolella, Edizione Nazionale delle opere di Porta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane Paolella, L’autore delle illustrazioni delle Fisiognomiche di Della Porta e la ritrattistica. Esperienze filologiche, in "Atti del Convegno La “mirabile” Natura. Magia e scienza in Porta", Pisa-Roma, Serra Paolella, La fisiognomica di Porta e la sua influenza sulle ricerche posteriori, in "Atti del Convegno Porta, Piano di Sorrento, Roma, ed. Scienze e Lettere, Paolella, Die Physiognomonie von Della Porta und Lavater und die Phrenologie von Gall, in Morgen-Glantz Zeitschrift der Christian Knorr von Rosenroth-Gesellschaft Naturmagie und Deutungskunst. Wege und Motive der Rezeption von Porta in Europa - Akten der Tagung der Christian Knorr von Rosenroth-Gesellschaft" - Herausgegeben von Rosmarie Zeller und Laura Balbiani Voci correlate Lüdke, la più celebre vittima della Antropologia Criminale di Lombroso. Emanuel Felke, studioso di naturopatia, applica l'omeopatia, l'iridologia e la fisiognomica Benedict Lust, utilizza la Fisiognomica nella sua diagnosi medica e ne sviluppa una vertente tutta sua. DisciplineModifica Frenologia Patognomia Caratterologia Personologia Wikizionario contiene il lemma di dizionario «fisiognomica» Fisiognomica, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Antropologia   Portale Sociologia Frenologia teoria pseudoscientifica Lavater scrittore, filosofo e teologo svizzero  Porta filosofo, scienziato, alchimista e commediografo italiano  Wikipedia Il  Nudo eroico concetto dell'arte classica Lingua Segui Il nudo eroico o nudità ideale è un concetto dell'arte e della cultura classica che si propone di descrivere l'utilizzo del corpo umano nudo soprattutto, ma non solo, nella scultura greca; con esso si vuole indicare che il soggetto umano apparentemente mortale raffigurato nella scultura è in realtà un essere semi-divino, ossia un Eroe. L'Apollo del Belvedere attribuito a Leocare, esempio tipico di nudo eroico-divino dell'antichità, al Museo Pio-Clementino. Questa convenzione ha avuto il suo inizio durante il periodo della Grecia arcaica ed in seguito adottato anche dalla scultura ellenistica e dalla scultura romana. Il concetto ha operato sia per i ritratti di figure maschili che per quelli di figure femminili (nei ritratti di Venere e altre dee[1]). Particolarmente in alcuni esempi romani ci ha potuto portare alla strana giustapposizione tra un gusto iper-realistico (difetti fisici o elaborate acconciature femminili) con la visione idealizzata del "corpo divino" in perfetto stile greco.   Il Galata morente. Come concetto è stato modificato fin dalla sua nascita con altri tipologie di nudità appartenenti alla scultura classica, ad esempio la nudità (che richiama al pathos) dei valorosi combattenti sconfitti in battaglia dai nemici barbari, come il Galata morente.  Dopo essere scomparsa per quasi tutto il Medioevo[3]l'idea è stata reintegrata nell'arte moderna quale esempio di Virtù (il vero, il bello e il buono) incarnate dal corpo umano maschile nudo. Questa metafora ha rappresentato la perfetta raffigurazione di grandi uomini, coloro cioè le cui azioni potrebbero incarnare il più alto status esistenziale.  Riapparso con grande vigore soprattutto durante il Rinascimento e il Neoclassicismo, periodi in cui l'eredità classica ha potentemente influenzato tutte le forme di arte alta: molto famosi sono i nudi eroici di Michelangelo Buonarroti (esemplare è la figura del suo David) o quelli di Antonio Canova (con Perseo trionfante che tiene in mano la testa di Medusa e Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore, per fare solo due esempi tra i tanti). Un principe seleucide raffigurato in nudità eroica, Museo nazionale romano.   Statua eroica di un generale romano con la testa di Augusto, al museo del Louvre.   Statura romana con la testa di Marcello (da un prototipo greco). Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore di Canova, all'Apsley House a Londra.  StoriaModifica  Leonida alle Termopili di David Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della nudità.  Achille in assetto da battaglia, rilievo ateniese La nudità maschile era di norma socialmente accettata entro certi contesti sportivi e militari dell'antica Greciae ciò è divenuto col tempo un tratto distintivo della cultura ellenica. A quanto pare, come risulta da un passo di Tucidide, la nudità fu praticata per primi dagli Spartani nelle loro esercitazioni militari e da loro in seguito introdotta anche nei giochi olimpici antichi, ma altre fonti invece sostengono che l'usanza ebbe invece origine quando un atleta vinse la gara di corsa durante la V olimpiade il quale a metà percorso si liberò della fascia che aveva attorno ai fianchi e che lo intralciava nei movimenti.  La studiosa Larisse Bonfante pensa che la nudità potesse servire ad uno scopo magico-protettivo, così com'era comune a quel tempo il simbolismo fallico e l'uso dell'amuleto; ora, qualunque sia stata la forma della sua introduzione, la nudità è rapidamente adottata dalla società greca e dalle arti in una sua idealizzante formale e concettuale, generando una prolifica ed influente iconografia attestata fin dall'VIII secolo a.C. in dipinti di navi e numerosi kouroiarcaici.  Nel V secolo a.C., quando appaiono le prime palestre o ginnasio di atletica, la nudità atletica era già diffusa: la stessa parola ginnastica, per inciso, deriva dal greco gymnos che significa nudo. Trajanic woman as Venus (Capitoline Museums), su indiana.edu, Indiana University. Hallett Sorabella, "The Nude in Western Art and its Beginnings in Antiquity", su Heilbrunn Timeline of Art History, metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art Colton, Monuments to Men of Genius: a Study of Eighteenth Century English and French Sculptural Works, NewYork University Spivey, Greek Sculpture, Cambridge, Osborne, "Men Without Clothes: Heroic Nakedness and Greek Art", in Gender et History Stevenson, "The 'Problem' with Nude Honorific Statuary and Portrait in Late Republican and Augustan Rome", in Greece and Rome, Stevenson, "Nacktleben", in Dominic Montserrat (a cura di), Changing Bodies, Changing Meanings: Studies on the Human Body in Antiquity, Routledge, Bonfante, Etruscan Dress, The Johns Hopkins University, Hallett, The Roman Nude: Heroic Portrait Statuary Oxford, Casana, The Problem with Dexileos: Heroic and Other Nudities in Greek Art, in American Journal of Archaeology, vOsborne, Men Without Clothes: Heroic Nakedness and Greek Art, in Gender et History, Tom Stevenson, The 'Problem' with Nude Honorific Statuary and Portraits in Late Republican and Augustan Rome, in Greece et Rome, Nudo artistico Altri progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su nudo eroico   Portale Arte: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di arte Ultima modifica 6 mesi fa di InternetArchiveBot Storia della nudità Storia degli atteggiamenti sociali delle varie culture verso la nudità  Apollo di Piombino Perizonium Wikipedia Il contenutoGrice: “Napoleon, an Italian, thought he was French, but he was a Corsican – “No, I don’t know Corsica” – however he thought he was an emperor and as such, as every student at Milano laughs at, that he should convince Canova to go nudist! Nelson tries but Vivian Leigh opposed!” Keywords: il gesto e la passione, exist, Grice on ‘a is’ Grice on ‘a exists’ – E-committal – Peano on ‘existent’ – esistono – es gibt, there is/there are, some, or at least one, il y a, c’e, Warnock on ‘exist’ I gesti dei imperatori romani nudita eroica! Fisionomia – porta ---- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Fergnani” – The Swimming-Pool Library. Franco Fergnani. Fergnani.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia,  Grice e Ferrabino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della terza Roma – la base mitologica del latino – scuola di Cuneo – filosofia cuneana – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cuneo). Filosofo cuneano. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Cuneo, Piemonte. Grice: I like Ferrabino; if I were not into the unity of philosophy, I would say he is a philosophical historian  and a Roman historian, too! Strictly, a philosopher of Roman history, alla Gibbon! Si compie il mio ottantesimo anno. Declinano le stelle della sera sulla diuturna milizia di storia e di magistero che fu la mia vocazione, non tradita ma superata. Misticamente m'accoglie la dimora del Verbo dove l'Io s'incontra col suo Dio nascosto. Figlio di Angelica Toesca, donna sensibile e generosa e di Vincenzo Agostino, funzionario dello Stato, uomo dalla natura affettuosa e sobria e di idee agnostiche, che per questo motivo non volle far battezzare i figli. Compe il primo ciclo di studi dimostrandosi subito allievo modello e con rare doti di intelligenza. Prosegue gli studi classici a Cremona, e quando la famiglia dovette nuovamente trasferirsi in Alessandria, terminato il Liceo, si iscrive a Torino. Inizia a frequentare assiduamente l'ambiente universitario dedicandosi con il massimo impegno allo studio e dando lezioni private per non dover pesare troppo sulle finanze paterne. Il suo tutore  Graf. Verso il terzo anno inizi a seguire con crescente interesse la filosofia antica frequentando le lezioni di SANCTIS (si veda), sotto il quale si laurea con Kalypso. Insegna a a Torino, Palermo, Napoli, e Padova.  rettore dell'ateneo fino al anno in cui ottenne la cattedra di filosofia romana presso a Roma. Morta la moglie, F. conclude il suo periodo di avvicinamento alla religione cattolica facendosi battezzare. Sposa Paola Zancan, proveniente da agiata e cattolica famiglia, con la quale si stabil a Roma. Inizia in quel periodo a frequentare "La Cittadella dAssisi" diventando grande amico di ROSSI (si veda), fondatore di Pro Civitate Christiana e La Rocca. Ad Assisi, F. prende l'abitudine di trascorrere con la moglie e le nipoti lunghi periodi durante le vacanze estive alternate a quelle trascorse a Fregene. Venne eletto senatore per la democrazia cristiana e rimane al Senato. Divenne presidente dellENCICLOPEDIA ITALIANA, incarico che detenne, insieme a quello di direttore scientifico. stato intanto incaricato di presiedere al Consiglio Superiore dellAccademie e promosse il Centro nazionale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche diventandone il presidente. Divenne corrispondente dell'Accademia del LINCEI e corrispondente nazionale della stessa e presidente dell'Istituto italiano per la storia antica. Presidente della Societ Nazionale "Dante Alighieri" e insieme a Cappelletti (si veda), fonda "Il Veltro". Pubblica sull'Italia romana, l'et dei Cesari, la filosofia fatalistica della storia. Alter opere: Calisso: la storia di un mito (Bocca, Torino)  with a section on the myth among the Latins, and a later section on the treatment by Roman authors, Arato di Sicione e l'idea federale (Monnier, Firenze); L'impero ateniese  note that its Roman empire and impero ateniense, but BRITISH empire not London empire, and American empire, rather than Washington empire  La dissoluzione della libert nella Grecia antica (Milani, Padova); L'Italia romana (Mondadori, Milano); GIULIO (si veda) Cesare (Unione Tipografica, Torinese); La vocazione umana (Edizione Ivrea, Ivrea); L'esperienza Cristiana (Libreria Draghi, Padova); Le speranze immortali (Societ per Azioni, Padova); Trilogia del Cristo (Le tre venezie); Adamo (Morcelliana, Brescia); Le vie della storia romana (Sansoni, Firenze, Rivelazione e cultura (La Scuola, Brescia); Storia dell'uomo avanti e dopo Cristo (Pro Civitate Christiana, Assisi); L'essenza del Romanesimo (Tumminelli, Roma); L'inno del Simposio di S. Metodio Martire (Giappichelli, Torino); Storia di Roma (Tumminelli, Roma); La filosofia della storia (Sansoni); Trasfigurazioni (Martello, Milano); Pagine italiane, Il Veltro, Roma); Misticamente (Stamperia Valdonega, Verona); La bonifica benedettina (Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia dell'Arte Antica: Classica e Orientale, (presidente), Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Dizionario Enciclopedico Illustrato, Jannaccone, Sturzo, Istituto della Enciclopedia italiana fondata da Treccani, Roma, Nel Centenario Della Battaglia Del Volturno, Ente Autonomo Volturno, Napoli. Prefazione in Misticamente, Verona, L'Erma di Bretschneider, Il figlio dell'uomo (nella testimonianza di Matteo) II: Il figlio di Dio (nella testimonianza di Giovanni) III: Il risorto (nella testimonianza di Paolo), Lincei, Roma. Treccani, Dizionario biografico degli italiani. Roma  il sogno de' miei giovani anni, l'idea-madre nel concetto della mente, la religione dell'anima; Cv'entrai, la sera, a piedi, sui primi del marzo, trepido e quasi adorando. Per me, Roma  - ed  tuttavia malgrado le vergogne dell'oggi - il Tempio dell'umanit; da Roma escir quando che sia la trasformazione religiosa che dar, per la terza volta, uni- t morale all'Europa!. Cos, MAZZINI (si veda) ricorda il proprio ingresso nella citt poco dopo che vi era stata proclamata la repubblica; e, insieme a ci, ribadiva l'importanza che Roma aveva nella sua visione politica, secondo la quale l'unit e l'indipendenza d'Italia si collegavano a una missione universale di liberazione dei popoli e a una vera e pro- pria riforma religiosa. Dopo la Roma dei Cesari  GIULIO (si veda) Cesare -- e la Roma dei Papi, affermava in tono profetico Mazzini, sarebbe nata la Roma del Popolo, centro della nuova religione dell'umanit. Si trattava di una. concezione peculiare, in cui confluivano tuttavia vari elementi .dell!! cultura dell'epoca: dall'enfasi con cui il romanticismo aveva predi- cato l'idea della particolare missione di ciascun popolo, al posto che l'istruzione scolastica riservavaalla storia greco-romana, alimentan- do indirettamente la passione per le idee di libert e di repubblica.  indicativo che anche in un uomo dalla cultura piuttosto approssi- mativa come Garibaldi avesserolargo spazio concetti fon- dati su reminiscenze classiche, in primo luogo romane, da cui deri- torit moderatrice del pontefice; inoltre il primato italiano veni- va fatto dipendere proprio dalla presenza di quella Roma cattolica e poqtificale che Mazzini voleva invece distruggere. Tuttavia era anch'esso un modo di'legare inscindibilmente Roma all'Italia. Non era sempre stato cos. Nei primi decenni del secolo - ha scritto Chabod. Roma era stata relegata sullo sfondo e, in sua vece, entusiasmi e affetti s'eran riversati verso l'Italia medievale, l'Italia dei Comuni, di Pontida, della' Lega Lombarda e di Legnano, l'Italia di Gregorio VII e di Alessandro II!, o, ancor pi su, l'Italia di Arduino, nella quale s'eran visti gli albori della nazione italiana2.Dopo la Repubblica romana del 1849,invece, il richiamo a Roma divenne centrale nel processo di indipendenza nazionale, per l'aura di gloria che aveva accompagnato la sconfitta e anche per il particolare ruolo di traino che su questo argomento svolsero Mazzini e i democratici. Ma l'importanza di quel richiamo dipende, in fondo, dalle peculiarit stesse dell'idea nazionale italiana, che s'era fondata e costruita su richiami al passato e alla tradizione culturale che ben difficilmente avrebbero potuto prescindere da Roma. L  non V]sarebbero state molte delle tragedie che hanno segnato la storia dell'Italia unita; M- Z%!^-'^^J1'V, j^i;-' AL bO FLRRABI MO Kf\\ypso PIC BIBLIOTtCB S?254 bi SCIENZE nODLRME r"i'BOCCB EDIT. KALYPSO F. KALYPSO Saggio d'una Storia del Mito TORINO BOCCA. KALYPSO. STORIA. La storia del mito .  necessaria e legittima Il suo triplice valore. Caratteri. Il genio mitopeico. Kalypso. Andromeda. Prima di Euripide, Euripide, Dopo Euripide, La Demetra d'Enna Il mito siculo, Il mito greco. Il mito siracusano. Il mito contaminato. L'abigeato di Caco. Presso gli Indiani e i Greci. Presso i Latini. I poeti. Gli storici. I razionalisti. Cirene mitica 11 sostrato storico. L' " Eea, di Cirene e d'Aristeo. Cirene in Tessaglia. Cirene in Libia. Euripilo ed Eufemo. GlEufemidi e Batto. Kalypso. L'intuizione mitica. Le manifestazioni mitiche,. L'evoluzione della mitopeja letteraria, Il flusso e riflusso delle saghe, La fine, - INDAGINE. Andromeda  Il racconto di Ferecide Perseo. Acrisie, Preto, Polidette, Ditti. Atena e la Gorgone Medusa. Cefeo, Fineo e Cassiopea, 341  I miti etimologici presso Erodotoed EU ani co (frr. 159. 160), I frammenti dell'* Andromeda  di Euripide, Euripide nel 412 Il culto di Demetra inEnnajart. La questione. I caratteri del culto ennense nell'et storica. Il primitivo probabile nucleo siculo, Le versioni greche del nitto di Kora,L'abigeato di Caco . . 2>('l- 397-420 11 problema, Il valore del mito indiano. Vergilio e Ovidio ; Properzio. Livio e Dionisio. I particolari etiologici del culto. Gli eruditi, Cirene mitica Bibliografia e metodo, La ninfa Cirene, Apollo Carneo. Aristeo, La ricostruzione dell'Eea di Cirene. Euripilo ed Eu- femo, Gli Argonauti in Libia. Callimaco e il mito di Cirene. Esegesi novissima STORIA La Storia del Mito, nitto di Kora. L'abigeato di Caco . . 2>('l- 397-420 Il problema. Il valore del mito indiano. Vergilio e Ovidio. Properzio. Livio e Dionisio. I particolari etiologici del culto. Gli eruditi. Cirene mitica. Bibliografia e metodo. La ninfa Cirene. Apollo Carneo. Aristeo. La ricostruzione dell'Eea di Cirene. Euripilo ed Eufemo. Gli Argonauti in Libia. Callimaco e il mito di Cirene. Esegesi novissima, STORIA. F. Kalypso. La Storia del Mito.  necessaria e legittima. Non esatta, anzi pu dirsi fallace la nozione del mito che  pi diffusa. Andromeda, esposta sullo scoglio al mostro marino; la ninfa Cirene, domatrice di leoni ; Cora di Demetra, rapita da Aidoneo; Caco che, ladro di bovi, la forza dErcole pieg annientandolo. Tali persone e vicende, come l'altre il cui insieme assunse presso noi nome di MITOLOGIA greca e LATINA, inducono, ciascuna, al pensiero un racconto, non pur definito netermini e preciso neparticolari, ma costante nel contenuto, si da valere (usando espressioni proprie a fenomeni differenti) per E cosi rispettivamente ogni volta chC; Nel saggio si allude a uno fra questi quattro miti. classico o canonico, da apparire quel mito. N il prevalente costume, a pari di molti,  senza motivi: gi che si ricollega per un lato ai modi che, nel concepire ed esporre miti, tennero i compilatori alessandrini, quando miti non pi sinventavano, ma si raccoglievano in contesti dotti, e a scopo di conservazione erudita ciascuno si ordina secondo uno schema principale, nemargini sol tanto apposte discrepanze minori e facili a obliterarsi. Si ricollega esso costume per altro lato al vezzo, malo quanto diffuso, suffragato dall'ignoranza, pel quale la saga chiude in s una sostanza di verit, in ispecie storica; si che, la verit non potendo esser che singola, unico similmente sarebbe l'intreccio della FIABA onde  compresa. Ora, poich i criterii degramatici in nessun modo possono essere pi i nostri; e n meno  pi nostra, per ci che non sodisfa la riflessione n il senso storico, una tanto facile fede nella veridicit del RACCONTO MITOLOGICO. Bisogna risolutamente farsi a considerare qual via puo divenire la buona non che la nuova. Sbito sgombra la mente di assai equivoci e di troppe astrazioni il porre, con precisione storica, i materiali grezzi della mitologia. Ilmito di Cirene, dimostrano questi, non esiste. Meglio, esiste bens, ma soltanto dopo le odi pitioniche di Pindaro, i capitoli erodotei, l'inno di Callimaco, questa o quell'altra anfora, un'iscrizione di Rodi. Dopo ci, e dopo tutto che  andato perduto nell'esserci trasmesso dai secoli e che di conseguenza ignoriamo. In altre parole, l'indagine concreta non conosce se non un complesso di componimenti letterarii, manufatti artistici, riti cultuali; e sente entro ciascun componimento, ciascun manufatto, ciascun culto, in s e per s, IL MITO. All'infuori, questo pu tuttavia sussistere. E per vero in due modi risulta da quelli, sia per ordinata compilazione, sia per alterazion fantastica. Ma  allora diverso e nuovo, UN ALTRO MITO [cf. Grice on myth  Meaning Revisited] a pena affine a qualunque l'uno di quelli. pm-e rende conto dei varii componimenti manufatti culti e spiega i singoli stadii e i singoli trapassi. Ma in tal caso  divenuto, non la forma canonica o classica, bens LA STORIA DEL MITO. Lartista clie ci ripete una fra le molteplici fiabe pagane, prosegue, e non termina, una serie di vicende, cui sottost quella FIABA gi nel passato. Egli, insomma, elabora UNA FIABA NUOVA, la quale pu essere per certe analogie di casi e identit di nomi avvicinata a talune antiche meglio che ad altre, ma non diviene per questo la fiaba di quei nomi e di quei casi. Questa in qualclie modo ci d, solo, lo storico, comprendendo nel suo dire tutte le trascorse apparenze della FAVOLA e organandole geneticamente ed evolutivamente. Chi vuole IL MITO di Andromeda, ne legga LA STORIA. Se non che, ond' nato il concetto di racconti principi nella mitologia pagana? Da due radici: UN FATTO, e una tendenza. Riandando storie di miti accade di avvertire, chi anche sia grossolano osservatore, quale e quanta rete dinteressi politici, di orgogli civici, di odii regionali, di vanti principeschi, di rivalit religiose, ricopra, musco boschivo, il crescente tronco della LEGGENDA. Indi, la preferenza decisa vien concessa, in certo luogo e in certo momento, a quella tra le forme esprimenti LA SAGA, la qual contenga il particolare simpatico, LANEDDOTOfavorevole, o (che basta) si atteggi nella luce che pi appaga. Un fine pratico, per conseguenza, pu CANONIZZARE i miti altre volte, lala d' un poeta, la vigoria d'uno storico. O, infine, il pi fortuito caso. Sempre, tuttavia, a canto di questa preminenza d'una fra le forme mitiche, valse a traviare il pensiero, l'abito, ch' talora il vezzo, dell'astrazione, sovente inopportuna. E perch, comparati tra loro DIVERSI RACCONTI DUNA SAGA, parte coincideno, e pareva il pi, parte differano, e sembra il meno. Si ritenne lecito prescinder dalle differenze per insistere su le coincidenze, e di queste costituire la saga, e quelle giustaporre in guisa di varianti secondarie. Cosi le simiglianze riscontrate in cinque testi di cinque autori intorno alle vicende, poniamo, di Cora, legittimavano la creazione arbitraria d'un FITTIZIO MITO di Cora. Grossolano errore contrassegnato di superficialit. Difatti, oltre le minori discrepanze notate, pure sotto luguali apparenze slontanava l'un l'altro i varii testi alcunch, men ponderabile forse, ma altrettanto reale: LA COMPLESSIVA INTONAZIONE DEL RACCONTO. Il paesaggio medesimo, certo; ma incombente la luce di tramutati soli. L'artificio  cosi palese che stupisce potesse ingannare e diffondersi. E pure condusse pi oltre: a fngere, dopo IL MITO di ciascun personaggio  e. g. GANIMEDE, ENEA, EURIALO, NISO, ROMOLO, REMO, CORIOLANO --, IL MITO IN S, quasi ENTE SEPARATO, capace di influssi attivi e passivi; senza che diviene tosto palese, come cotesto ente non sussiste se non col suo predecessore logico; come quest'ultimo sorga duna contaminazione di varie forme letterarie artistiche cultuali; come quindi uniche esse forme costituiscano la realt da pensarsi e studiarsi. Alle quali noi ritorniamo con franchezza; per asserire, e lo asserimmo dianzi, che conoscerle significa giustificarne le vicende. Ossia: per affermare che SOLO STORICAMENTE SI PU CONOSCERE IL MITO. Ma dopo tale asserto, e dopo scoperti i motivi reconditi dellequivoco consueto, rimane ancor dubbio, se o no  legittima LA STORIA DEL MITO. Difatti chi sa daver innanzi espressioni multiformi, cui sono mezzo le pi disparate materie, DALLA PAROLA AL COLORE, DAL BRONZO AL GESTO SACERDOTALE, pu sospettare a ragione che trasceglier quelle espressioni, connetterle in serie, narrarle in istoria dove accadere per nessi, non intimi, ma estrinseci: per identit di nomi di figure dimprese; mentre tempi lontani, fibre tanto varie d'uomini, caratteri cosi mutati dambiente, sembrerebbero permettere, o comandare, la distinzion pi recisa. Sospetto lecito, questo -- ma specioso. Non importa che certa temperie (dico, ad esempio, l'epoca dOTTAVIANO, o il magistero di OVIDIO) accosti molto fra loro due saghe di soggetto diverso; l dove lontananza d'anni e di spazii separan spesso saghe dell'identico soggetto. Ci vale, o ci ajuta, a informarci dell'epoca augustea o di Ovidio, e del posto che LA MITOLOGIA prende in quella o presso questo. Ma  d'altra parte irrecusabile che ciascuna espressione di un mito, in qualsivoglia materia avvenga,  stretta alle precedenti da un vincolo pi profondo e pi intimo che largomento: le conosce, ci , e le ri-elabora. Disposte quindi in serie cronologica coteste espressioni, ciascuna  materia greggia rispetto alle successive, ed  sintesi originale (anche negativamente originale, si capisce) a confronto con le anteriori. Ne segue che la storia ha buon diritto di farle scaturire l'una dall'altra: essa, cosuoi criterii di tempi e di luoghi, con tutti i sussidii di cui pu valersi, riesce a costruirne quasi una genealogia; della quale i rami e i gradi son segnati da reciproci influssi pi o meno profondi, da modelli pi o meno diversi, sempre da caratteri intrinseci ed essenziali. Del resto, il resultato medesimo o, se piace di pi, il medesimo soggetto di questa, che diciamo, STORIA DEL MITO ne legittima, dopo glargomenti or ora esposti, la esistenza. Giunge essa a costruire sopra VARIANTI FORME FAVOLOSE un individuo organico e definito: individuo ch', come mostrammo, LA LEGGENDA. Ma quali sono per essere i modi di tale istoria? Il suo procedimento  chiaro. Raccolte, supponiamo, le espressioni del racconto su Cirene o su Cora, sia per notizie tramandate sia per industria di congetture ne , quasi sempre, presto determinato lordine cronologico, se non nelle sue minuzie, almeno in linee sufficienti. Solo di poi s'inizia un pi arduo lavoro. Il pensiero, insomma, prende a conoscere quelle espressioni. Di ciascuna distingue prima gli elementi costitutivi. Ci sono I PARTICOLARI DELLA SAGA, e quanti ne sieno espressi, e quali, che scene e che episodi!: in sguito, ne ravvisa la tempera, il punto di veduta onde i particolari le scene gli episodii furon guardati: per ultimo, discerne ove consiste o se esista la forza sintetica che i par- ticolari le scene gli episodii trascelse, aggrupp, fuse. Triplice processo: valevole come per un carme, cosi per una pittura e, checch sembri, per un culto. Giusta poi le risultanze di questa nostra fatica, le diverse espressioni mitiche in- torno a Cirene o a Cora, si raccolgono, quasi per s, secondo nessi ed influssi, sino a costruire lo schema delle lor geniture. Allora lo scopo  conseguito e l'indagine ha fine; mentre un'altra specie di conoscenza si avvia: non pi dubitosa, qual si conviene alla ricerca, e faticosa di controversie; ma conscia e sicura. Quel che rimane incerto  delimitato; quel che pu essere certo,  posseduto; si che le lacune e il ricolmo si distinguono nette. Altrui giudizii su la materia son superati con l'approvarli o respingerli o modificarli. E insomma stabilito l'ordine; pel quale lo schema ch'era conquista ultima dell'indagine, diviene poi quasi base; e sovr' esso si erige, pei suoi muri maestri nei suoi archi di commessione co' suoi travi intelajati, 1edificio definitivo. Il mito ha la propria storia. Il mito , da questo momento, vera ricchezza nello spirito nostro. Si obietta che  acquisto mal certo, per che sieno per pensarsi o seriversi ancora, nell'avvenire come nel passato, di quella stessa leggenda storie molto o poco di- verse con asserzioni contradittorie alle prece- denti e con intelletto nuovo. Il clie ridonda in parte al difetto delle nostre fonti, mal perve- nuteci frammentarie o lacunose, e in parte alla discordia dei pensieri individuali. Ma n l'una n l'altra verit scema l'importanza dell'acquisto. E in primo luogo : l'insufficienza delle fonti tra- mandate o  cosi fatta che impedisca la storia o pure solo qua e col la fiacca. Se l'impedisce (e son taluni casi), il danno  davvero grave. Ma, ove solo la fiacchi (e sonvi gradazioni mol- teplici che non perseguiamo qui), la jattura pu variare di entit ma si riduce tutta, in ultimo, al fenomeno comune della individuale memoria e, traverso questa, della memoria collettiva; si riduce, quindi, alla condizione imprescindibile della nostra conoscenza intorno al passato. In se- condo luogo, il differire degli storici intorno a una saga, se dimostra che nessuna storia deve a nes- suno parere domma, prova insieme che ciascuna  acquisizione viva a cui lo spirito muove libero per indursi ad accettarla, e poi difenderla, con agile freschezza e cura non intermessa ; attesta quindi di ciascuna l'importanza, assidua perch dinamica. Nell'uno e nell'altro luogo, poi: quello spirito che ha conosciuto la storia d'una leggenda, o di per se o con assimilare 1' opera altrui, ferma con ci duplice possesso; sia tra- mutando in organismo il tutto insieme inorga- nico delle fonti; sia impregnando della propria essenza quell'organismo. Ha, in somma, composto armonia del discorde, e reso personale l'alieno. Quindi, l'acquisto, come non dubbio, cosi  anche materiato della pi alta virt di pensiero. Dura come una fatica ; splende come una vittoria. Che se di poi mutazioni intervengano e pentimenti, non se ne scema, ma pi tosto se ne innalza, superando, il pregio insigne. H quale consiste, fi- nalmente, nell'aver provocato la sintesi, se non immutabile, certo personale, in tutta la serie co- nosciuta di determinate espressioni mitiche, lon- tane e disperse. Il mito , dunque, da quel punto viva ric- chezza nello spirito nostro. Se facile mostrare tal verit, sottile  per discernere i valori di- versi della conoscenza in quella guisa procurata. Ma  necessario, per farla pi conscia. Lo storico si , durante i successivi momenti della saga, uguagliato a' successivi artefici di essa. Un ignoto cantor popolare vi trasfuse il suo sogno? Io, per comprenderlo, debbo mirare con gli occhi di lui ; e dinanzi a me la visione ha da concre- tarsi in quelle fogge che f m-on di lui. Erodoto ? Pindaro? Claudio Claudiano? Uno appresso al- l'altro, s'immedesimano per l'istante con lo sto- rico e questi con loro, fin quando similmente a ciascuno la materia si sublimi in arte. Tuttavia, in si fatte individuazioni, o mischianze con gl'in- dividui creatori, la Storia avverte tosto il suo vantaggio. Nell'atto d'intuire la saga il poeta o il pittore muovono dalle sue forme anteriori, che conoscono, verso la nuova espressione, che igno- rano e producono; a quell'atto rifacendosi l'in- telligenza dello storico, deve muovere tanto dalla loro espressione quanto dall'altre precedenti, e quella conosce, e queste conosce del pari. Si che l dove l'artista si trova di fronte a un che di imprevisto, in cui l' impreveggibile  determinato dalla potenza della sua energia creativa ; per contro lo storico si trova sbito a conoscere, traverso l'opera compiuta, appunto quella potenza dell'artista e pu ponderarla e giudicarla. L'effetto  che non solo egli si  identificato con una delle espressioni nelle quali la saga visse, ma anche l'ha valutata. L'attimo di possesso si conclude in giudizio.  Di pi lo storico non si considera pago n pur di questo giudizio che gi di per s lo eleva sopra l'artista intuente : vi avverte un valor m omentaneo e, tenendo l'occhio a ben pi alto segno, vuole e pu assurgere a quell'intuizione sintetica della saga, da cui appajono giustificate le intuizioni singole degli stadii e delle forme come dallo scopo il mezzo. Tale pregio, che  della storia del mito, pu quindi esser detto pregio intuitivo. Ce n' un secondo: scientifico. Non poche discipline difatti van di continuo preparando al pensiero cognizioni che gli giovino nell' opera sua: attinenti ai linguaggi dell' antichit, agli scrittori co' lor caratteri e con la misura in cui sono attendibili, ai culti con le fogge che divennero consuetudinarie, ai popoli con le credenze e i pregiudizii, con le superbie le ire e le menzogne. Certo, non son leggi rigide e fisse, quelle che cotesto discipline ci offrono, n tanto meno impongono ceppi all'intelligenza. Sono, pi tosto, formule in cui l'esperienze vannosi condensando; consigli, che risparmino fatica individuale o suppliscano a irrimediabili ignoranze. Costituiscono il tesoro comune, cui possono tutti riferirsi, che  stolto trascurare, n si pu senza fallacia. Orbene ; anche le cognizioni cosi cumulate lungo gli anni da tanti sforzi concordi, convergono nella storia della leggenda; e quanto pi numerose, meglio l'afforzano, rassodandole l'ossatura, e permettendole o promettendole consenso pi vasto e interesse pi vario.Fra tutte, precipue quelle in cui s' tradotta la coscienza dell'antico e recente, vicino e lontano, favoleggiare : maraviglioso sempre, di rado inconsueto. Cento numi agresti si rinvengono fra cento popoli, dagli Urali alle Ande, dall'Islanda all'Equatore. E i riti, le danze, i canti, i vestimenti, le fiabe, si mischiano somigliandosi e differendo insieme, vario concento sopra un ritmo unico: che ogni gente reca il suo contributo. E cielo, monti, acque silvestri marine lacustri, paschi pingui di bovi opimi, biade che la golpe uccide, biade che la zolla e il Sole indorano, notti illuni, meriggi piovosi, silenzii delle cime, fragori delle spiagge e dei tuoni, fauci di caverne e fenditure del suolo : l'immenso respiro pnico, che penetra pei sensi ed abbacina l'anime, ritoma costante nelle voci e nei gesti di viventi in terre lontane. E ritornando erudisce l'uomo dell'uomo. Ond' che son opere in cui questa variet speciosa  ricercata con amore intento, disposta con cura e scrupolo in chiaro ordine . Ivi Cito ad esempio W. Makshardt Mythologische Forschungen (Strasburg); H. Usexer Sintfluthsagen (Bonn); J. G. Frazer The golden Bough ^ spec. parte V Spirits ofthe corn and of the wild (London 1912); W. v. Bau molte leggende sono narrate, molte cerimonie descritte, quelle che gli uomini dicono e compiono da quando sorge il lor Sole a quando tramonta, e quelle anche che la notte conosce. Ma ivi nessuna leggenda vale per s, nessun rito pel suo modo; anzi, non a pena ripetuta l'una, tracciato l'altro, si distrugge tosto l'individuazione, perch si vuole, badando al generale ed al comune, conseguire identit spirituali contro distanze di tempi di luoghi e differenze di forme. Vi si fa propedeutica; non storia. Cosi in altre opere, le quali scaltriscono su g' infingimenti obliqui di interessate invenzioni che non  lieve scoprire ; o vero su i traviamenti della intelligenza che tenta le cause del fenomeno ignoto, ma s'abbaglia di fantasmi. Avvertono, queste, come un nome frainteso generasse talvolta un popolare etimo errato, e l'etimo la fiaba: come Scaevola connesso con l'aggettivo che significa " mancino  determin il racconto dell'intrepido Muzio e della destra bruciata. Insegnano che per dar ragione al nome di una citt (Roma?) s'invent pari pari un eroe o un nume (Romolo?). Spiegano che un culto greco fra culti romani parve agli antichi giustificato col narrare qualmente al dio stesso fosse piaciuto recarsi da l'Eliade nel Lazio. Procurano, infine, di segnare in classi i fatti; e creano alle classi fin la denominazione discorrendo di " miti etimologici  per i primi casi ; di " miti etiologici  per l'ul DissiN Adonis und Esmun (Leipzig); E. S. Haktland The legend of Perseus (voli. 3, London 1894-6). timo . Tutti bisogna che lo storico sappia, per sviscerare gli stadii della sua saga, senza equivoco grande n troppe dubbiezze. Di tutti, quindi,  conscia la storia di una leggenda. La quale leggenda nel tempo stesso cbe ne riesce definita, si da impedir confusioni con altre pur simiglianti, si allaccia poi tutta, o quasi tutta, con le formule della propedeutica confermandole in presso che ogni sua vicenda. Non che in tal modo scemi la singolarit sua propria; e allora perch farne storia? N manco che non aggiunga tal volta materia alla propedeutica medesima; gi che questa non  mai conchiusa, e di continuo si accresce, per l'appunto come la esperienza dell'uomo in cui la contenemmo. Ma anzi la storia di un mito ha questo pregio scientifico: mentre  impregnata, come pi latamente pu, del sapere collettivo intorno alla propria materia; mentre  dissimile da quel sapere, ed esiste per la sua dissimiglianza ;  pronta a contribuirvi con tutta s medesima, per quanto contiene di insolito, e per quanto riafferma del consueto. Terzo pregio  un altro, fors' anche maggiore. Cfr. G. De Sanctis Per la scienza dell'antichit (Torino), ove in polemica  chiarito assai bene anche con esempii il contenuto di quelle due denominazioni. Chi poi voglia avere rapidamente un'idea su la vastit e gl'indirizzi dell'indagine mitologica pu per gli anni 1898-1905 consultare la intelligente rassegna di 0. Gruppeu " Jahresbericht tber die Fortschritte der klassischen Altertumswissenschaft  Supplementband. Filosofico, si riferisce a un' alta visione del jiassato e del presente. La saga  dell' uomo, nasce di lui, or come nebbia da piani pigri, or come da lago ninfea. Le vicende della luce la iridano durante un giorno, e le compongono varia bellezza, fin che la tenebra giunga. Ma il motivo delle trasfigurazioni luminose come del sopravvenir tenebroso,  secreto dello spirito umano. Secreto dell'uomo, che ha fermati i suoi saldi piedi sul suolo tenace, e vede intorno a s la meraviglia del cielo nel sole nelle nubi negli astri, purezze nivee e dentate di vette inviolabili, scompigli di chiome arboree nello squassar dei vnti, rigidit delle rupi cui arcana opera finge sembianze umane, mefiti di putizze dagli acri fumi ; vede, e conosce, mentre un empito indicibile gli urta su la fronte le tempie, illudendolo centro a quel mondo ; o mentre una forza ineffabile lo gitta prono nello stupore che paventa ed adora. Secreto, in fine, dell'uomo che con occhi incerti guata, fra il mento e i capelli, la maschera fosca del suo rivale, ad apprenderlo ed eluderlo ; e con occhi scaltri studia nel moto i muscoli e gli artigli della belva silvana, per farla sua preda o imitarne il destro miracolo ; e poi, con occhi ebbri di sogno, nelle improvvise forme che la natura plasma tra cielo e terra, nelle prepotenti energie che essa suscita ovunque, ammira il volto del suo nimico o la violenza della fiera. Appresso, su la prima trama esigua, quasi ragna d' oro fra due rami d' un mirto, si consuma la dolorosa fatica dei posteri ; che l'invenzione originaria non si perde, ma, serbata tal volta in reliquarii preziosi, salva altre volte per caso, regge su le sue fila tenui il trascorrer lento e difficile dei travagli clie martellano Fumanit nei secoli e le rodono il cuore invincibile. Ogni fiaba s'impregna cosi di sapori dolci e agri, forti ed amari : abbrividisce delle cose tremende, s'esalta delle cose salienti, supplica, spera, esorta, rampogna. Il suo intreccio si foggia su i meandri dello spirito. E nello spirito la sua virtii cerca le potenze dell' espressione ; stimola 1' energia onde si crea il diafano contesto verbale o si plasma nella dura materia il moto o si finge l'ansito nel colore; e con lei genera creature d'ale e di fiamma, o per lei si corrompe in miserevoli mostri e deformi. Far quindi la storia del mito significa spremerne cotesto succo occulto, il quale si mischia col nostro pi profondo pensiero su la vita e saggia le nostre idee sul bello sul buono sul vero, su l'uomo e la forza della sua visione, e la forza della sua espressione, e il suo lungo cammino. Idee che costituiscono d'altro lato lo scheletro stesso della storia d' un mito. Del quale il trapasso di forme pu venir concepito geneticamente, l'una determinando l'altra ; o staticamente, i nessi essendo privi di forza generatrice; o in rapporto all'evolversi complessivo dello spirito ; o in altre maniere, di cui ciascuna dipende da una teoria filosofica. Persino chi per orror metafisico mai abbia voluto impacciarsi di problemi si fatti, porter la sua avversione nella storia e ve ne lascer i segni, non giova dire di quale specie. Onde la conoscenza del mito di Caco o di Andromeda, pur contenendosi nei termini di un limitatissimo fenomeno, pur fermando nel pensiero una porzioncella minima del grande moto di cui tutto il passato  pieno nella memoria degli anni, tuttavia impegna con s un'idea di quel moto e del nostro pensiero: la stimola e la cimenta. FILOSOFIA: senza cui, il breve mito sarebbe assai poco ; con cui, diviene moltissimo. in. Caratteri. Che se a quest'ultimo i3regio filosofico pensiamo ora aggiunti in perfetta fusione di Storia gli altri due, intuitivo e scientifico, non appare sbito qual sia la lega comune onde tanto compatto  il resultato. Ma lega si rivela l'intelletto dello storico ; ove i concetti assimilati dalle discipline propedeutiche, e le idee elaborate dal pensiero meditante, s'illuminano di luce nuova nella vita dellintuizione, quando vengono esposti all'attrito della realt testimoniata. Di pi non pu dirsi: che ha da restare intatto il mistero creativo. Tuttavia, pur da questo si vede come larghissima parte della intelligenza vada a imprimere la storia d'una semplice saga; come quindi questa storia sia, anzi tutto, soggettiva. N forse  detto ci senza stupore di molti ; perch prevale oggi il principio della oggettivit storica, tanto che il riconoscimento del contrario nell'opera di chi che sia suona quasi a rampogna. Si avvezzano cosi i lettori d'istorie a cercarvi le parole della certezza assoluta, allettandoli con un equivoco ch' quasi una mistificazione. Si proclami dunque chiaro e alto. Nel racconto delle vicende storielle per cui un mito si svolse sono le stimmate d'una personalit; n solo, ma il valore di quel racconto  in queste stimmate ; in quanto la personalit, non pure assomma, si anche fonde e ritempra, com' necessario, quelle cognizioni dottrinali, quella teoria filosofica, quella geniale potenza intuitiva, che si riconoscono indispensabili alla costruzione d'una qual siasi storia; e in quanto, inoltre, dalla misura di esse cognizioni teoria potenza e del loro commettersi, dalla misura, in breve, della personalit medesima,  segnato il pregio del contesto narrativo. Dal qual evidentissimo principio si definisce anche l'atteggiamento di chi legge a fronte di chi ha scritto. Non accettazione sbita ; n reverenza ad autorit indiscussa : invece, ragionevole assenso, ora parziale ora totale, ora nei particolari ora nella sintesi. E sempre, al di l degli uni e dell'altra, valutazione del pensiero che  solo responsabile e che, scoprendosi con arditezza, accetta onestamente d'essere imputato. Compito arduo, adunque,  il leggere non meno che lo scrivere storie; si che pu ben dirsi, che quasi mai viene assolto integro. Ma, per lo pi, solo per il lato si adempie che costituisce l'interesse onde mosse la lettura ; e da quel lato soltanto sogliono originarsi le censure, le pi modeste e le pi burbanzose. E a volta a volta la storia della saga di Cirene deve soddisfare le pretese del filosofo, la dottrina dello scienziato, il gusto del contemplatore. Ora, affinch sia pi lieve a tutti costoro l'opera di critica rielaboratrice, lo storico mostra sempre (fra noi, almeno; non costumava cosi Tucidide, n Machiavelli ; con pena della moderna indagine) mostra, in una qualunque parte del suo lavoro, i mezzi di cui si  valso e le vie che ha seguite; onde ne  pronto il riscontro . Per che si giunge a scoprire l'opposto aspetto della soggettivit fin qui rilevata. Quando l'artefice medesimo scinde, pei lettori critici, l'opera propria ; allora, sopra le testimonianze e le formule e i giudizii, ch'egli cita e discute, si fan concrete ed esteriori le sue idee e intuizioni, si cristallizzano in materia nuova su la materia che vedemmo preesistere allo storico. Accade perci, da tal momento, che si possa misurare quanto ciascuna individuazione sia piena di realt, cimentandola con tutti gli elementi, divenuti esteriori e concreti, di cui nella intimit e fluidezza dello spirito creativo essa si era nutrita. Il critico, se  (fenomeno raro) compiuto, vaglia, in qualit di scienziato di filosofo di individuatore, tutti questi elementi, scissi prima, organati poi; e valuta il pregio dei singoli e della mischianza loro. Cosi, quel che fu gi emanazione viva d'una vivente persona; imponderabile, quindi, oltre la sfera di essa persona; e definito, per tanto, '' soggettivo  : diventa passibile di metro, di scandaglio e di analisi; definito, per tanto, " oggettivo . Sempre, per opera dello storico la leggenda assume la finitezza della persona e i caratteri dell'organismo. Si scevera da l'altre:  quella. In questo volume ci  fatto nel libro II: Indagine. una. Le sue vicende hanno, inoltre, un principio e un termine, per conseguenza un culmine ; v' quindi un nascimento e un corrompimento, fra cui si tocca la maturit. La storia d'una saga sarebbe dunque una ^ storia catastrofica,, e sul suo finire sonerebbe l'elegia, inetta a risuscitar la creatura morta, ma pretensiosa di balsamarla? . Si risponde:  catastrofica; gi che si chiude col dissolversi di quel che al suo inizio si compone : non  elegiaca ; per che, pur lamentando, se crede, la morte avvenuta, ne indaga i motivi e prociu-a comprenderli col pensiero senza stingerli col sentimento. Ma entrambe queste risposte esigono d'esser pi ampiamente delucidate. Qualche pagina innanzi fu provato (per quanto io credo) che non solo  necessaria la storia del mito per conoscer il mito, ma  in tutto legittima, perch opera sopra un individuo preciso il quale ha una reale e non disconoscibile esistenza. E. gi sappiamo del pari che quell'individuo risulta da una serie di stadii, e ciascun d'essi non pu star solo, ma  in intima attinenza coi precedenti e coi successivi. Ora possiamo specificare meglio : che ciascuno stadio rappresenta una creazione spirituale. Sia di poco o di molto momento, vi  immancabile l'attivit Contro le storie catastrofiche ed elegiache si pronuncia Benedetto Croce in Questioni storiografiche [" Atti dell'Acc. Pontaniana]. Egli muove, s' intende, dalla sua identificazione della storia con la filosofia. d'un artefice che ha segnato di s medesimo, con grande o con piccola impronta, la materia leggendaria. Ognuno di questi artefici apporta speciali energie e del mito sviluppa potenze che o vi giacevano celate o n'erano state mal svolte. Per conseguenza, astraendo si possono considerare, in un qual siasi stadio leggendario, tre elementi : la manifestazione, senza cui non sarebbe ; la sostanza del mito desunta dagli stadii anteriori ; l'energia innovatrice dell'artefice. Di qui, son possibili varie evenienze: o che a un certo momento ogni manifestazione cessi, per qual siasi motivo, sebbene ce ne fosse la potenza ancora negli spiriti e nel mito; o che la manifestazione appaja inadeguata alle precedenti e per ci monca e non bastevole ; o che, in fine, l'energie dell'artefice apportino alla sostanza della saga violenze che la rinneghino. Nel primo caso, la catastrofe  sbita e tronca un rigoglio; nel secondo  preceduta da uno scadimento, che la prepara; nel terzo, da una corrosione, che la vuole ; i quali due ultimi  evidente che debban spesso coincidere. Ma la catastrofe, la morte,  sempre. E la storia, in quanto storia, deve narrarla, come narr il nascimento ; ed essere, inevitabilmente, catastrofica. Non , dicemmo, elegiaca. Sarebbe, senza dubbio, se lo spegnersi d'una luce non significasse, fra gli uomini che hanno assiduo il fermentar delle forze nello spirito, l'accensione di un'altra, di pi altre, quasi pel ripetersi ardito di magie misteriose. Ma qui dove dai vecchi ceppi si spiccano a dieci i virgulti giovani, v' motivo a sconforto sol tanto per chi brami, come meglio, la distruzion del tutto. Rimane, per altro, legittimo, se non lo sconforto, il senso del danno. Lo stampo di Caco s'infranse, e qual egli era stato concepito, quale gli artefici l'avevano formato, ninna potenza terrena pu ricrearlo indipendentemente: un individuo insostituibile scompare. E^ scomparso, non lui solo perdiamo. Molte saghe venner create con bell'impeto dalla giovine mitopeja dei Pagani; molte, non tutte le nate, si svolsero traverso gl'inni dei poeti, i bronzi degli statuarii, i gesti sacerdotali; non molte, poche divennero nell'epoca del pili adulto pensiero classico, quando per contaminazioni la ricchezza del numero si fu assottigliata in bellezza della specie. E ogni nuova morte sminuisce quella dovizia di una unit, scema questa bellezza di grande efficacia : quel che sottentra  copia e grazia dello spirito umano, della mitopeja classica non pi... Una maggior individualit, dunque,  minacciata dalle morti di questi minori individui mitici. Un colpo di accetta, ognuna ; e la quercia si squassa. Il genio mitopeico.Quella individualit maggiore  oramai embrionalmente posseduta dal nostro pensiero. Quando siasi letta la saga di Andromeda, e poi di Cirene, e di Caco, e anche di Cora; appresso, non si conoscono pure quattro vite di saghe, come fossero di eroi o di santi o di statisti; ma  gi vivo, se anche non maturo, nell'intelletto un nuovo sapere. La ancor recente esperienza, rotti i termini entro cui si  formata, tenta di organarsi in altro stampo, infrange l'intuizione del singolo per disporsi, in che ? come ? Per la risposta, da principio ingannano due parvenze, contradittorie nella forma, entrambe erronee. La prima parvenza  brevemente questa. Con l'ajuto delle cognizioni acquisite nello studio di quattro miti si possono perseguire due compiti differenti. Uno, pi modesto, consiste nel raccogliere tutti i fatti constatati durante lo studio e nel disporli con altro criterio che il cronologico e genetico : nel guardare, in breve, il medesimo mondo, nei medesimi margini, ma da altro pimto di veduta. H secondo compito, in vece, costringe a trascendere i limiti segnati dalle quattro saghe, fino ad affermare di tutte le saghe qualcosa che per le quattro soltanto venne sperimentato : costringe a varcare verso l'ignoto l'esperienza acquisita, pregiudicando da questa quello. Entrambi i compiti hanno natura e scopo pratico ; come quelli che servono a concludere ordinatamente sotto la specie di leggi (nel secondo caso) o di formule (nel primo) esperienze compiute storicamente sotto la specie delFindividuo. E sono, perch pratici, utilissimi ; n giova, secondo piace a taluno, predicarli ridevoli o in altro modo spregiarli. Non mostrano, tuttavia, lo stremo di quanto possa e voglia il nostro pensiero, elaborato che abbia un certo numero di storie su fiabe. Non pu esistere un soggetto vivo cui attribuire quelle formule e quelle leggi, si cke gli aderiscano come i caratteri all'uomo ; ond' che ci appajono e le une e le altre, dopo che arbitrarie, insufficienti. Arbitrarie le formule, perch incardinate su criterii che non sono immanenti al loro soggetto, ignoto e irreale, ma che vengono dal di fuori imposti alla massa dei fatti storici ; e le leggi, perch temerariamente affermano pi del conosciuto, impegnando in s, insieme con il gi intuito, il non mai visto. Cosi le prime, avulse dalla realt viva onde germinano, incadaveriscono in freddo schema e, come schema, lasciano straripare oltre di s e sfuggire sotto di s la vita vera delle quattro saghe ; le seconde, pur danneggiando tal vita nella stessa guisa, non sodisfano i^oi affatto un intelletto veramente avido di sapere concreto : entrambe, quindi, definimmo or ora insufficienti. Fallita la prova di questa parvenza, l'altra vediamo qual sia, e ]Derch non appaghi. Dove fu avvertita mancanza d'un soggetto che sostituisca nella nuova opera i miti, soggetti delle singole storie, ci s'illude di coglierne uno ; se ne crea uno difatti, f)ur che si astragga un poco come suole il pensiero. Si crea un (diciamo) ente o spirito, cui competano tutti i caratteri dei varii intelletti che influirono, di stadio in stadio, su l'uno o su l'altro dei quattro miti storicamente appresi; cui, quindi, appartengano patriottismo e fede, scettico scherno e dubbio religioso, preoccupazione sociale, sensualit voluttuosa e i)regiudizio manchevole ; e che concilii inoltre ogni virt in una sintesi superiore alle contradizioni apparenti. Cotesto ente o spirito avrebbe, forse. esso pure una evoluzione, e certi stadii lungo i quali si disporrebbero le sue energie e i suoi attributi. Parrebbe, per tanto, assai bene passibile di storia. Ma l'artificio pi palese l'ha origina to. Difatti, mentre chi narra la storia di un mito opera (vedemmo) su stadii, che sono di per s congiunti, e che senza nesso non sono n pure compiutamente intelligibili ; i caratteri in vece e le energie di quel pseudo spirito vengono solo per caso delimitati, avvicinati e graduati : gi che unico motivo per cui quel falso ente si afferma con alcune qualit, e non altre, con alcune vicende, e non altre,  la scelta, precedentemente fatta con criteri! estranei, di quattro miti, e non d'altri. Che se dieci o diversi fossero, gli attributi muterebbero numero, specie e successione. Segue, che  necessario guardarsi dall'insistere sopra un soggetto cosi fittizio, se non si voglia ricadere negli stessi vantaggi pratici e svantaggi teorici in cui trascinano formule e leggi. Vinto l'errore, la salute appare spontanea. Basta che si trovi uno spirito, il qual sia vero e non artificiato, intuibile dallo storico e soggetto vivo delle nostre esperienze anteriori, limitate per qualit e per quantit. Ora, se  (come dicemmo) arbitrario determinare un individuo mitopeico valevole per quattro miti, perch  introdotto dal caso, ossia dalla nostra anterior ricerca, il numero di quattro : sopprimendo quel numero, ci troveremo dinanzi a un reale individuo, allo spirito greco-romano in quanto elabora saghe, o al genio mitopeico dei Pagani: dinanzi, ci , a un che di esistito effettivamente, di certamente vivifcabile, di indbitabilmente storico. Qui il pensiero si ritrova a suo agio e, intuendo, lotta a sottomettersi la realt proteiforme ; qui formule e leggi vanno a confluire nella materia ignea, rimettendo di lor rigidezza fino a liquefarsi nel flusso incandescente. E conquistato una volta questo certo soggetto, si comprende d'un tratto come tutto che si afferma nell'ambito delle quattro fiabe conosciute vale ed  esatto per il genio mitopeico, ne  la storia ; , sol tanto, incompiuto e insufficiente : perch lembo di un tutto ; lembo casuale di un tutto reale. Ma, appunto in forza di questo tutto, ha importanza, dev'essere affermato, e pu assumere, esprimendosi, un tono generale. La medesima sua incompiutezza poi  solo in parte insufficienza. E, in quanto oltre alle quattro fiabe cnte altre assai sarebbero a disposizione del pensiero che volesse conoscerle in istoria e attribuirle poi al genio mitopeico. Non , quando si avverta che, i)ur conoscendo tutte le fiabe, quel genio mitopeico risulterebbe per noi sempre, dalle fortune del caso e dal decorso del tempo, privo di qualche sua saga, e quindi scemo di talune energie, per guisa che dovr in ogni maniera venir intuito traverso molte si ma non tutte le sue manifestazioni ; non dissimilmente dall'indole degli uomini che la sorte ci pone su la via o dalle vicende degli istituti che remoti echi ci tramandano irregolari. Quattro miti son dunque poco i3er possedere, nei suoi confini e nelle sue virt, l'animo leggendario dei Pagani ; tuttavia il loro insegnamento  certo, se bene incompiuto; insufficiente, non arbitrario. Cosi le storie di quattro miti conducono alla storia della mitopeja. La quale pertanto non pu consistere nell'insieme inorganico di quelle quattro singole storie, se si mantenga incompiuta, n, se voglia integrarsi, nell'insieme inorganico delle storie su le varie saghe conosciute. Tale  l'uso dei manuali; ed  uso degno del nome e dei libri: che noi vedemmo dianzi la esigenza di quella pi larga istoria emergere a punto dal succedersi (che  stimolo, dunque, non sodisf acimento) di taluni racconti men larghi. Come, per analogia, le biografie di cento individui non souD la storia della nazione cui appartengono, e che li comprende in s e in s li distrugge. Flutti nel mare, le molteplici saghe non s'individuano che a patto di delimitar volta per volta il total genio mitopeico in margini che non sono i suoi proprii. E a quel modo che l'Uomo non attua le sue potenze tutte se non nella umanit ; il Mito non sviluppa tutte le sue virt se non se nella mitopeja. E tutte non si conoscono, che spezzando in un testo pi ampio i termini in cui si conchiusero le conoscenze dei singoli. Evidenza pari ha, o dovrebbe avere, un altro vero eh'  parallelo a questo. Dianzi, giustificandosi legittima la storia di un mito, nell'atto di mostrare come le molteplici manifestazioni leggendarie potessero aggrupparsi in tanti cespiti quanti sono i nomi e le fondamentali vicende che accomunano talune fra esse ; disegnavasi pure, come possibile, l'impresa di ridurre quelle manifestazioni molteplici pi tosto sotto le rubriche delle diverse epoche e dei differenti luoghi, per comporre, con criterio cronologico e geografico, la storia della mitopeja pagana lungo i secoli e traverso le regioni del mondo classico. Et per et si vedrebbero gli spiriti, informati da quella determinata temperie, intervenire su tutto il patrimonio favoloso; e ciascuna avrebbe le sue predilezioni nello scegliere i soggetti e le sue attitudini nel foggiarli. Or bene : dopo una tale opera, cosi se siasi estesa a intero l'ambito temporale e regionale dei Gentili, come se sia stata ristretta in taluni confini di paese o di momento,  tutto sodisfatto il desiderio di conoscenza? o pure, anche da essa deriva allo spirito un bisogno pi alto? Senza dubbio, un paragone con l'insieme inorganico delle singole storie di miti sarebbe a sproposito. In questo secondo caso difatti v' organicit : ogni epoca influendo su la susseguente dopo che la precedente su essa aveva operato ; ogni luogo fra i Glreco-romani riconnettendosi, quant'alla mitopeja, con qualcbe altro, o in senso negativo o in positivo. Ma, a parte tal rilievo,  certo che il bisogno sussiste tuttavia. Sopra le differenze pi o men notevoli fra regioni e tempi, colpisce in tutt'e due i casi la costanza con cui talune energie dell'anima nostra, e sol tanto quelle, e sempre quelle, influiscono su le saghe: siano la fede e Tamor patrio, il senso naturalistico e l'acume psicologico, lo scetticismo ragionevole ed il razionale. Colpisce che, come pi si risalga nei secoli, meno fra esse intervengono nella mitopeja, fin che alle scaturigini pochissime si ritrovano ; e che, come pi si discenda nei secoli, non solo si accrescono per numero ma quasi si succedono per dignit, tramandandosi tal volta nel corso la fiaccola, umanamente. Si comprende che son le potenze del genio pagano in officio di mitopeja ; s'indovina, entro la libert delle manifestazioni, cosi traverso l'epoche come sotto i cespiti nominativi, un'armonia ch' ancora imprecisa ma merita indagine; e si desidera cercare questa armonia e quelle potenze. Concetti empirici, dunque, tali potenze? arbitrio di astrazione a scopo pratico? Non cosi. Il tono generico  solo esteriore ; nell'intimo, chi ben guardi, ciascuna di quelle parole vuol indicare qualcosa di assai individuo e concreto : altr' e tante energie spirituali che, in certi momenti della storia, e in determinati punti della terra, hanno gittate singolari riflessi su la saga, ora iridandola di sfumature, ora riardendola fin nell'essenza : altr'e tanti fatti passibili di storia, e solo per storia conoscibili. Le carit patrie di Euripide e di Vergilio ; i razionalismi di Dionisio e di Luciano ; le religioni d'un esiodeo e d'un latino : fatta breccia nei confini onde storicamente son racchiusi entro un'opera e un temperamento, si compenetrano, ricalcano l'un l'altro i caratteri comuni, contraddistinguono le differenze, quelli e queste ordinano in sintesi: fino a divenire, in diverso contesto storico, la carit patria, il razionalismo, la religione del genio mitopeico pagano,con valore (si vide) bensi non compiuto, ma pm- sufficiente ; generale e individuato a un tempo. Generale, rispetto alle singole saghe: individuato, rispetto al genio mitopeico., Di che pu aversi riprova. A quel modo che durante la storia d'una specifi.ca fiaba, linteresse pi attento soverchia il cerchio breve del palco ove poche persone son mosse in non molte vicende, e tocca, al di l, la forza animatrice di quel moto ; del pari, per l'interesse pi attento, anche gli amor patrii di Vergilio e di Euripide, e i razionalismi di Dionisio e di Luciano, competono fin da principio, dopo che a Vergilio a Luciano a Dionisio ad Euripide, alla mentalit pagana di cui son pregni, alla vita de' Grrecoromani nella quale immersi son trascinati subendo e reagendo, come massi che il fiume ha composti e disgretola poi con la medesima forza. Si che, a rigor di discorso, gi i successivi stadii d'un mito superano il mito, e si proiettano, in altra serie, su lo sfondo comune, dove li dispone non pi affinit di nomi e di casi, ma di potenze spmtuali. Per a questa disposizione nuova manca tuttora l'ordine della successione : che , anche, l'ordine secondo cui la mitopeja si evolve. Non pu valerci pi, adesso, il criterio cronologico : atto bens a graduare strati di leggende ; inetto del tutto a decider, con certezza che non sia di pallida congettura o non nasca da arbitrio di pregiudizio, a decider se la fede versi la purezza delle sue acque nel mito prima che l' analisi psicologica vi gitti i suoi dati. Interrogata al proposito, ogni saga darebbe una propria risposta, diversa secondo vicende casuali o necessarie . Qualcuna persino mostrerebbe contemporanee le manifestazioni in apparenza pi Sul valore di queste es^pressioni LA STORIA DEL MITO disparate o in sostanza pi contradittorie. E, per tanto, necessario sceglier altro mezzo allo scopo di vedere il genio mitopeico vivere, com' d'ogni individuo definito, evolvendo le sue speciali energie. Ora, esso ha, tra i Pagani, alcune espressioni che ci richiamano senza dubbio alla sua origine ; altre, che ci riportano quasi con certezza al suo termine. Basta dunque, jier graduare ciascuna delle caratteristiche mitopeiche, compararle o alle qualit originarie o agl i ultimi corrompimenti. Ma perch pi certe appajono le prime, a esse la com[)arazione va riferita. E tanto pi si sente, allora, tarda (nell'essenza) quell'energia che, acquisita allo spirito mitopeico, pi lo distorna dai suoi primi sogni : per essa, in vero, lo spirito procede, nel tutto suo insieme, a una tappa nuova ; si che il momento della conquista  ben paragonabile all'oscillazione d'una lancetta sul quadrante : s'inizia l'ora. Una storia compiuta dovrebbe per seguire il mostrarsi di ciascuna energia, segnalando il punto in cui dopo la precedente essa confluisce nella saga a nutrirla e deformarla, e precisando il modo del deformare. Una storia, per contro, incompiuta e provvisoria dovrebbe, facendo i suoi raffronti, mantenersi entro gli argini della sua incompiutezza, col tratteggiare senza disegnarle le linee dell'opera propria. Tutt'e due vedrebbero, oltre l'assiduo rinnovellarsi delle forme e il disordine scapigliato in ciascuna saga introdotto dall'insita sorte, la vasta e chiara armonia del complessivo progresso geniale, le cui pietre miliari hanno nome dalle potenze dell'animo e dalle forze del pensiero. Legame, da ultimo, fra quel disordine e questa armonia, apparirebbe la constatazione che tutte quasi le saghe, le quali la storia pu scegliere a suo oggetto, fanno testimonianza di s di fronte a noi, in lavori di arte letteraria e manuale o in riti di culto, quando oramai o per intiero o in buona parte lo spirito onde sono elaborate ha acquisito le sue virt: pel che quest'ultime possono manifestarsi od occultarsi, secondo nessi stabiliti non dal loro reciproco grado, ma dalle vicende della fiaba. Succede, in somma, nei singoli miti, un perpetuo rinnovarsi di quei fenomeni che segnano, ciascuno, un diverso stadio del genio mitopeico ; rinnovarsi che non  senza evoluzione ma con evoluzione diversa dall'originaria. Condizioni di ambiente fanno si che in una sola et, l'augustea, la leggenda di Caco si manifesti infusa di x^atriottismo e zelo religioso presso Vergilio, incrinata di scettico dubbio e di saccente sofisticheria presso Dionisio ; ma, contro questa contemporaneit cronologica, non esitiamo a proclamare pi vetusta l'una forma a petto dell'altra nel riguardo della complessiva mitopeja. Tal certezza si conforta, in questo caso, dell'esame delle fonti, donde appare VergiKo attingere a pi antica sorgente che Dionisio ; certezza dovrebbe durar tuttavia anche quando il riscontro non fosse possibile per qual siasi motivo. Com' del mito di Andromeda, il quale  gi scaduto in un tentativo di travestimento storico allor che Euripide lo solleva al culmine della sua vita penetrandolo di passione patria e di pensiero religioso. Crii  che la mitopeja ha oramai il possesso sicuro di ciascuna tra quelle sue forze e di volta in volta ne fa uso secondo richieggano sorti diverse. Spetta all'occliio dello storico separare, caso per caso, dal suo rinnovarsi il primigenio acquisto: per decidere se lo stadio di una fiaba sia evolutivo solo rispetto agli stadii anteriori di quella fiaba; o sia in vece, insieme, evolutivo nel progresso del genio mitopeico. Va perduto cosi l'impetuoso rigoglio di forme, per cui le figure si moltiplicano disponendosi l'una a canto dell'altra, affini sorelle, non identiche aggeminazioni ; e i casi si ripetono e s'intrecciano simiglianti e differenti ; e si dispongono in racconti svariati, che ciascuno possiede, quasi nome personale, una peculiare orma, n confusioni son lecite, e taluno, fatto vivo dall'arte, ha destino qualche volta non perituro. La storia della mitopeja per contro diviene scaltra a scoprire, in luogo dell'abbondanza creativa, la limitatezza fondamentale della manifestazione : il sottostrato di potenza definita, di l dalla superficie delle creazioni che si tramutano lungo serie senza termine e fogge senza numero. E n meno qui, in quest'altro ufficio, essa si converte in scienza astraente e classificante. Quando vengono disegnate le vie che la mitopeja trov per le sue creature, si adoperano certo concetti empirici e partizioni; quali fra letteratura e arte pittorica, fra statuaria e culto, per cui il filosofo userebbe termini ben diversi. Ma i medesimi concetti intervengono nelle storie dei singoli miti, insieme con altri, e non impediscono che quelle storie concretino individui ben precisi e reali. Si che a ogni modo la loro presenza non pu decidere senz'altro contro la natura storica di un' opera. Difatti, ancor questa di cui parliamo lata storia mitopeica fonde leggi categorie e formule nello scoprire: in primo luogo, i confini entro cui tutte le manifestazioni favolose son racchiuse; in secondo luogo, i gradi secondo cui esse sono disposte; onde riesce a precisare una risposta a questo problema, ch' denso di realt storica : con che mezzi e con quale sodisfacimento lo spirito pagano mitopeico si manifesta ? Il badile ed il coltello han diritto alla loro epopea, dopo le pagine ove Tincruento travaglio campestre e la sanguinolenta strage hanno diffuso riflessi dolci e selvaggi. Ma poi che questa diversa istoria del genio mitopeico, nel suo nascere, nel succedersi delle sue potenze, nell'ordine dei suoi mezzi, siasi compiuta, e non ancora conchiusa, riapparir a sua volta catastrofica e non elegiaca : segnando, senza sconforto, la fine della mitopeja pagana. Non senza rimpianto per, ch' differente cosa. Non vediamo pili Centauri scender galoppando dai ventosi antri dei monti : n per noi ogni sera il Sole muove verso l'ombra a combattere mostri marini e piegare tracotanza di violenti. Quella cecit e questa negazione sono stati il prezzo con cui pagammo altri spettacoli ed altre certezze. Ma il prezzo duole, nel fondo del cuore, alla nostra avarizia di uomini, a questa cupidigia di opulenza spirituale. Sin qui tentammo della mitopeja e della sua storia il concetto compiuto. Ma un motivo, che si forma nella pratica degli studii e della vita, e si rafforza di esigenze, estranee bens alle fiabe e alle storie loro, ma non agli storici ; un motivo interviene spesso a ridurre le indagini e le ricostruzioni del mito nei confini di una sol tanto fra le maniere dell'espressione mitica: nei confini della letteratura. Certo, il genio letterario dei Grreci e dei Latini ha saputo rendere immortale il tessuto de' suoi sogni mitici con l'opera di non so qual spola d'oro. E anche sia concesso senz'altro esser la letteratura di gran lunga preminente rispetto e alle altre arti e ad ogni diversa forma del significare le saghe . Non cessa per che di queste ridurre la storia nell'ambito di pur una fra le loro espressioni  compiere una arbitraria amputazione. Lealmente riconoscendola, questa colpa  grave. N medicabile. Si pu palliarla: come suole lo storico dell'arte richiamarsi per accenni alla storia civile e alla letteraria ; e cosi in reciproca guisa. In ispecie quando, per le lacune che sono ampie e non rade nel pur ricco patrimonio trasmessoci dagli antichi, uno o pi stadii d'un mito sieno costituiti da nessuna forma di letteratura, bensi da prodotti scolpiti o dipinti o in altro modo artisticamente lavorati dall'attrezzo e dalla mano. Allora la storia monca deve a forza integrarsi di quella sua parte che un caso rende ben necessaria e come vitale. Con simile pensiero  fatto ricorso alle notizie cultuali, e le formule de' sacerdoti le litanie dei fedeli si cercano, farmachi preziosi, a supplire e lenire organiche deficienze. Ma la plenitudine non  se non nell'intreccio del tutto ; e i riferimenti, fngendola, tradiscono il vuoto. Mal colmato, il difetto permane, e si appaja con la incompiutezza cui limitate esperienze entro esiguo numero di miti costringono il ritratto del genio pagano facitore di saghe. Permane : la sua radice s'insinua fra stretto] e rupestri, si che non  pronto lo svellerla ; ineffettuabile tal volta. Onde avviene che dinanzi la storia insufficiente cosi della singola favola come della total mitopeja antica, la nostra insoddisfazione si cresce del diffcile sforzo per rimanerne sgombri. Tant': nell'isola ove piaceva a Kalypso di amarlo, con promessa di rendergli " senza vecchiezza n morte per sempre  la vita, Odisseo, da la rupe a fronte del mare, piangeva la patria lontana. L'anno avanti Cristo quattrocento dodici Euripide fece rappresentare in Atene una sua tragedia intitolata Andromeda^ alla quale forniva materia un episodio del mito di Perseo. Ma se l'opera dramatica aveva tratto dalla saga la sostanza a nutrire la sua compagine, nell'opera la saga viveva una vita altra da l'anteriore: per che lunga gi e complessa ne fosse stata, innanzi, l'evoluzione. Antichissimamente, negli anni cui corrispondono, eco affievolita, i pi vetusti canti della epopea e poche mal certe tracce, una assai uber ei) Cfr. per tutto questo cap. l'Indagine in libro II cap. I; di cui si citano i  nelle note successive. tosa terra di Grecia aveva fecondato di s un semplice racconto . Si narrava in Tessaglia, e in ispecie nella pianura pelasgia che fu detta Pelasgiotide poi, di un re, cui era regno in Ai'go (Pelasgico), molto potente ma triste. Vecchio, difatti, e non lontano da morte, egli era tuttora senza prole maschile, unica essendogli nata una figlia a nome Danae. Ansioso per l' avvenire di sua schiatta, si sarebbe recato a consultare in Delfi l'oracolo di Apollo, dal quale ebbe in risposta, non essergli per nascer maschi se non da Danae, ma dovergli il nipote togliere e trono e vita. Non fu vano il grave mnito; ed ogni cura fu posta a che la vergine restasse dal generare, contro la sorte. Ma Preto, fratello del re Acrisio, riusci occultamente a renderla madre d'un bimbo che fu chiamato Perseo. La nascita, che si volle tener celata, fu in vece scoperta e caus l'irosa vendetta del re impaurito, il quale decretava che la giovine e il neonato fossero, come Preto per altra parte fu, cacciati, e derelitti in bala della violenta natura e delle intemperie. Mossero Danae e Perseo verso l'oriente e pervennero in Magnesia: ove per loro fortuna li accolse un pescatore, Ditti, che li ospit di poi nella casa sua e del fratel Polidette. Il bambino crebbe fanciullo, giovane agile e vigoroso: tra i coetanei valente in giuochi ginnici ove nerbo di muscoli e destrezza di ginocchia d'occhi di braccia si rivelassero. Allora piacque al caso Cfr.  II e III. che il re di Larisa indicesse fra' giovani ima gara pubblica e che all'agone partecipasse l'adolescente Perseo e assistesse il vecchio Acrisio ospite del dinaste vicino. Accadde l'inevitabile, che la Pizia aveva predetto e a cui non si poteva sfuggire: il disco venne dalla mano di Perseo lanciato, opera d'un nume! contro le deboli membra del nonno, che ne fu morto. L'oracolo per tal modo compiendosi, il nepote riconosciuto si ebbe il trono e la dignit dell'avo. Una tal fiaba parrebbe germogliata, semplice e intiera, su dal suolo mitico d'una trib aria, frutto non insolito d'un seme a pi altri simigliante: ove la stessa sua trasparenza non ne scernesse, una ad una, le fibre. C', in quel breve racconto, lo spunto originario della morte inflitta dal giovine, che si rivendica l'avvenire, al vecchio progenitore, che il passato ha curvo e fiacco : dal Sole, ci sono, nascente circonfuso di purpureo sangue, per illuminare l'oggi, al Sole occidente verso il bujo, circonfuso di pm-pureo sangue, dopo aver rischiarato il jeri. Durante la notte, nell'ombre, il delitto si  compiuto ; e l'astro giovine regna in luogo dell'antico, nato da una Danae (donna di quei Danai che nella leggenda combattono i Liei o ^' Luminosi ) e sorto, oltre la linea dell'orizzonte, su dalle case sotterranee diPolidette ("l'accoglitoredi molti  sovrano dell'oltretomba). A cotesto schema rozzo, cui  il mal grato biancore di ossa a pena commesse, diedero nel principio veste di muscoli e colori i nomi locali, che tante reminiscenze di bellezza e di rigoglio traevano con s e richiamavano a tanti concreti particolari della realt : le pianure d'Argo Pelasgico ; Larisa ; il venerando oracolo di Delfi; le montagne della Magnesia in ispecie, nell'est, dalle cui giogaje ride prima la luce su i pascoli, e che dalle grotte temibili, disagiato ospizio di fuggiaschi, recavano al mito un brivido tra di paura e di piet. Di poi sul racconto naturalistico, come i3 venne foggiandosi in forme di plastica umana, s'innest una di quelle novelle, simili tra loro come tra essi i cristalli di medesima specie, nelle quali il popolo par condensare, con la propria esperienza, la propria filosofa della vita, i^erch vi fissa gli esempli tipici delle consuete vicende (per lo pi, familiari) e le sembianze caratteristiche delle figure che sospinge la sorte comune. Traverso la fantasia delle masse, come traverso un vaglio singolare, il complesso, per esempio, dei pastori o de' pescatori e l'insieme de' vizii e delle virt che in genere presso quelli si riscontrano, si affina in una selezione di cui  vano cercar le leggi, per comporsi nella sintesi d'un personaggio tradizionale con tradizionali e pregi e difetti : il pastore, dico, o il pescatore soccorrevole e onesto che come suo alleva, dopo averlo accolto ed ospitato, il figlio non suo. Analogo  lo schema della fanciulla cui nasce illegittimo un bimbo e che l'ira del padre discaccia per pena. Grracili virgulti quello e questo ; cosi fatti per che improvvisa linfa vi rifluisce non a pena s'immettano sopra una determinata leggenda : cui recano, per altro, non esiguo contributo in compiutezza e bellezza. Nella Pelasgiotide appunto impressero alla fiaba tutta una diversa vivacit romanzesca e forza dramatica. Non fu tuttavia sovrapporsi d'uno strato a un altro, cosi che il pi recente prevalesse sul pi antico fino a ridurlo in oblio: fu, come mi espressi, innesto; onde l'essenza solare di Perseo, la sede orientale del bujo Polidette, permasero a costituire il volto significativo del mito durante tutto questo primo stadio, tessalico, della sua formazione. Il che fu chiaro in sguito . L'Argo Pelasgico o v'erano re nella fiaba Acrisio prima e Perseo poi, venne confondendosi, nei canti dei poeti e per gli scambi! mitici fra i varii popoli della Grecia, con altro Argo, che sorgeva a offuscar in gloria e potenza il pi antico, ed era situato in un conchiuso piano del Peloponneso fra monti e mare, nell'oriente della penisola. I due Argo furon quindi, in realt, uno: prima il tessalico, poi il peloponnesiaco; per guisa che a questo si riportarono via via le leggende che a quello si erano dianzi riferite. Fra l'altre, anche la nostra di Perseo: il quale divenne adunque, se pm" nipote dello stesso nonno, rampollo di schiatta cresciuta sopra altro suolo. La popolazione argolica assimil ben presto la saga tessala con i suoi particolari e le sue figure: persino l'accenno a la Magnesia, che quanto mai disconveniva alle sedi mutate, si serb in solco profondo ; persino, e specialmente, la morte di Acrisio in Larisa, cui grande varco di terre e di mare separava dal Peloponneso, si mantenne non alterata. Al conservarsi contribuirono due motivi. La Magnesia era nel mito ricordata per mezzo del suo eponimo Magnete, che si fngeva padre di Polidette e Ditti: facile quindi sottrarre al nome della persona ogni valore di riferimento al luogo geografico e ripeterlo fuor d'ogni attinenza concreta, A Larisa poi dur alquanto un sacrario {heroon) dedicato ad Acrisie : sicuro perno adimque, che nemmeno la nuova leggenda poteva facilmente trascurare. Ma col proceder degli anni tutto che nel mito non fosse o compatibile senz'altro con la mutata sede o ineliminabile per cause intrinseche fini con l'alterarsi. Il ricetto, in particolare, ove Ditti figlio di Magnete avrebbe accolto Danae, e il padre di Perseo vennero corretti e adattati: n  a dirsi qual de' due ritocchi sia il pi antico ; ma si vede bene quale  per essere il pi importante. A Preto fu, nella seduzion furtiva, sostituito Zeus, il dio veneratissimo in Argo, da cui si faceva discendere anche l'eroe eponimo Argo : gi che forse piacque cosi adombrare quel Preto che in Argolide doveva riuscir meno noto, e che aveva, per quanto ci  dato supporre, contenuto naturalistico simile a Zeus. Ai monti poi della Magnesia, pur permanendo Magnete, fu sostituita l'isola di Serifo ch' di fronte all'orientai costa del Peloponneso nel mare del golfo argivo. Perch quell'isola fosse la prescelta, s'ignora; notevole a ogni modo  che per essa un lembo di territorio jonico sia tocco dalla leggenda nata fra Eoli e trapiantata in Argolide. Da Argo fra tanto il mito si diffonde: attinge Micene, penetra a Tirinto. Nella quale anzi cosi si radica, che s'invent come Perseo, ucciso il nonno, avesse onta di rientrare in Argo e preferissenceder questa, per riceverne Tirinto, a suo cugino Megapnte figlio di Preto. Se non che: con l'irradiarsi la saga, perno Argo, nel Peloponneso; e col pervenire essa in territorio jonico: si prepara all'evoluzione futura una base duplice in cui son contenuti potenzialmente due ulteriori sviluppi. Entrambi si devolvono nel fatto, simiglianti tra loro per sostrato e valore, e paralleli in modo che non  riuscibile lo stabilire la priorit dell'uno su l'altro. Era leggenda fra i Joni che la dea Atena, cui molto culto si tributava e particolar reverenza, recasse sopra il suo scudo la testa di un mostro pauroso e ricinto d'ombre : Medusa, una delle Grrgoni dimoranti al limite estremo dell'Oceano, oltre la terra, dove il Sole scompare e si profonda nel bujo. Su lo scudo quel capo significava trofeo d'una vittoria conseguita dall'iddia avverso la protervia nefasta di quella figlia di abissi marini. La leggenda era antica, traccia della natura xDrima ond'era informata Atena, divinit della luce solare, nume del temporale, in cui pi vivo  il contrasto fra le forze luminose e la potenza delle tenebre. E del Sole per vero un altro attributo si riferiva, tra i Joni, alla dea Pallade: il possesso d'una cappa, lavorata nella pelle canina, onde si dissimulava il suo splendoreogni qualvolta piacesse a lei di occultarsi : a quel modo che l'astro sparisce agli occhi umani per molte ore vestendosi di oscuro. C'erano adunque, in racconti embrionali tuttavia, spunti di gesta eroiche o divine: le quali, se si accoglievano bene nella figura di Atena, non formavano ancora intorno alla sua persona una veste cosi aderente, che non fosse possibile separamela in parte con lievi alterazioni. Si direbbe anzi che la vittoria contro la Grrgone e la propriet della cappa invisibile si riportavano assai meglio al sostrato naturalistico della Dea che non al suo individuo, alla folgorante luce che non alla sostanza corporea della effigie umanata. E perch Perseo quando pervenne in Serifo, e come in Serifo in Atene in Mileto nella Jonia, ancor traeva alimento al suo essere dall'energia naturale (la veemenza del Sole) di cui era forma e onde era nato, e poteva pertanto in facil guisa accostarsi, simile nume, a Pallade; accadde che a lui pure si attribuissero e l'impresa contro Medusa e il cappuccio canino : cosi che alla dea non rimase altro ufficio se non quello di ajutare e protegger l'eroe. Fu quasi una contaminazione delle due leggende in una; ma di due leggende non indipendenti n ciascuna distinta per s, si di due che si originavano da una medesima intuizione delle forze naturali, e aggeminate si erano dopo che aspetti simigliantissimi dell'unico Astro avevan tolto in luoghi distinti doppio nome di Atena e di Perseo. Il racconto che ne nacque, come prese a vivere d'una essenza propria, ebbe la sorte d'ogni materia vivente in organismo : si accrebbe. La fantasia che plasma le leggende ha certi suoi modi, quasi formule, quasi schemi, nei quali va foggiando analoghe le sue opere : essa imprime del suo segno terreno il racconto di quegli spettacoli della Natui'a cui aveva gi dato volti e gesti umani : prende una seconda volta possesso della sua materia. Cosi non concede essa all'eroe, e sia pur grande d'assai pi che l'uomo, e assistito da soccorrevoli iddii. facile e pronto il conquisto; vuole sia arduo: preparato con forza ed astuzia. Ecco imaginati talismani senza cui l'opera non pu compiersi e per i quali trovare si richiederanno altre fatiche : ecco pensata, prima dell'impresa, un'awentui'a preparatoria, ch' mezzo non fine, ma non  dispensabile : e all'avventura apparecchiati i personaggi. Qui, furono le figure in cui la novella fissa ed esagera la vecchiaia: le tre sorelle Graje, canute fin dalla nascita, veggenti, tre, per un occhio solo vicendevolmente, masticanti, tre, con un dente. Esse, si narr, sapevano la sede di certe Ninfe dai calzari alati, senza cui non era concesso ad uomo trasvolar fino al limite dell'Oceano presso le Grgni, e dalla bisaccia (xi^iaig) magica, che fosse atta a contenere, dopo spiccato, il capo di Medusa. Perseo vi si rec dunque ma non ottenne n quelli n questa se prima non ebbe con violenza privato le tre vecchiarde dell' occhio e del dente, esigendo a compenso della restituzione i due oggetti cui mirava. Gli fu agevole poi, auspice Atena, conseguire lo scopo. Arma gli venne attribuita la falce. Ermes glie l'avrebbe donata, nume in particolare diletto, se pur non quanto Atena, agli Ateniesi; il quale, avendo allora gi assunto rilievo di dio luminoso, era affine a Perseo e dicevole soccorritore contro i mostri bui. Cosi erasi d'assai allargata la saga. A concliiuder la quale non rimaneva oramai se non motivare l'impresa strana del fanciullo cacciato con la madre da Argo e accolto in Serifo. Cronologicamente essa non poteva cadere ciie nell'intervallo fra l'ordine iniquo di Acrisio e il ritorno del giovine sul trono avito. Logicamente la causa dell'avventura e del pericolo aveva a connettersi con gli ospiti di Danae : Ditti e Polidette. E poich non certo l'originalit  pi ricercata nella mitopeja, fu sfruttato ancor qui un comune motivo leggendario, stracco per quel che parrebbe a noi, non tuttavia si sterile da non riuscire ad arricchii'e la fiaba di quei tramiti episodici onde abbisognava. Come contro la Chimera fu spinto Bellerofonte da chi ne desider la morte; come Q-isone in Colchide venne inviato perch perdesse nell'arduo cimento la vita; cosi Perseo avrebbe assunto il rischio meduso per stimolo di Polidette, che innamorato di Danae bramava toglier di mezzo il giovine difensor della donna. Oramai il racconto era compiuto : armonico, organico, uno: vibrava d'una forza sintetica dalla quale eran fusi i diversi elementi confluitivi da parti lontane. 11 lavorio invisibile di penetrazione, lata e i)rofonda, nel suolo jonico a traverso strati naturalistici e nove] listici aveva dato alla fine il suo bel frutto maturo. Analogo al processo d'evoluzione mitica per cui il nucleo tessalo-argolico della saga s'era accresciuto d'un episodio e di due campeggianti figure, Atena e Medusa, fu l'altro che in diverso terreno prepar novella sixnigliante . Ma, a un tempo, incomparabilmente pi complesso ed inviluppato: tanto che l'indagine riesce a ricostruirlo non con la fondata probabilit ch' concessa all'esame del mito di Medusa, ma con incertezze non jDOclie, e con grande cautela. Se l'ipotesi non erra, due personaggi costituirono i X^erni fondamentali di quel processo: e l'uno  Perseo nella sua natura di eroe luminoso in lotta con i mostri tenebrosi ; l'altro  Cassiepa o, come il suo nome significa senza dubbio, la " millantatrice ; tipo popolaresco della donna orgogliosa troppo di sua bellezza che osa competere in gara ineguale con le Dee, e n' punita per fiere pene nella sua prole. Due perni adunque di essenza diversa, che l'uno  naturalistico, novellistico l'altro ; cui tuttavia compete un comune carattere precipuo: l'attitudine, cio, a commettersi con pi altri elementi, a raccoglierli intorno a s, quasi per energia magnetica; cosi da allacciare in maglia e in rete pi trame mitiche distinte. Per essi si formarono due compagini leggendarie che insieme li contenevano e n'erano quindi accostate fra loro. L'una. Si conosceva, fra i Peloponnesiaci in particolare, un re mitico Cfeo o, in altra forma, Cfeo, che sar x)i tardi venerato con carattere e attributi di divinit ctonia in Cafe, luogo dell'Arcadia ; e che veniva creduto signore di popoli abitanti all'orizzonte fra la luce e l'ombra. Quivi eran, secondo gi l'epopea omerica, gli Etiopi, arsi appunto dal Sol nascente e dal tramontante, tcchi dal bujo per un lato, immersi nella vampa per l'altro. Cfeo dunque re degli Etiopi reggeva il suo popolo in quelle stesse lontane regioni, o in tutt'affatto conformi, nelle quali ritrovammo aver sede le Grorgoni, e verso cui come a simili mete muovono in awentm'a i simili eroi solari. Che anche fra gli Etiopi nella terra di Cefeo fosse condotto Perseo,  a pena bisogno, quindi, di dire. Per scopo fu scelto non an mostro specifico, quale Medusa, ma una vagamente indicata belva che sorgesse da l'onde a esterminio e terrore: il ketos. Soccorrevole, nell'officio di Atena contro la preda gorgona, s'indusse un diffuso tipo di Vergine, strenua in combattere, ignara di mollezze feminee, il cui maschio nome istesso rendeva imagine di possanza non muliebre si virile: l'Andromeda. Qual motivo in fine si ritrovasse alla impresa ignoriamo; ma possiam senza errore fngercene uno non dissimile da quel che apprendemmo nell'altro episodio, cosi concorde con questo per contenuto forma e valore. Si ottiene un mito modellato sopra i medesimi schemi su cui  foggiata l'impresa fra i Joni ; nel quale i nomi a pena pajon mutati; ma tutte le tinte sarebber identiche se non fosser d'alquanto pi sbiadite, e tutti i particolari invariati se non apparissero scemi al paragone. Un arricchimento per venne ad esso mito quando Cassiepa vi fu introdotta. E consistette non nell' aggiungersi d'un personaggio all'azione. si pi tosto nel trasformarsi profondo del significato complessivo che quell'acquisto ebbe a preparare. Due avventure di Perseo contro mostri delle tenebre non potevano non venir avvicinate prima, e dissimilate i)oi. Si tramut Tuna, la minore e pi svigorita. E fu iDer un evolversi, si direbbe spontaneo, della sostanza eroica di Andromeda. La " Maschia v, si and raggentilendo fin che si transfuse del tutto nel tipo novellistico della fanciulla che l'eroe libera di prigionia, ama e sposa. Gli era stata al fianco nella lotta, in gara aveva lanciato i sassi contro il ketos avanzante dal mare, e un vaso del secolo sesto ce raffigura nell'atto sgraziato del lancio, constringendole e movendole le membra l'animo pugnace. Fu poi dinanzi al prode, premio insigne alla vittoria, bella non forte. Allora, divenne indispensabile giustificar la cattivit della fanciulla, motivar la lotta di Perseo contro il mostro a liberarla : e Cassiepea servi allo scopo. n vanto della " millantatrice , dalle Dee offese punito nella vita giovine e florida della figlia, Andromeda fu tramutata in sua figlia, sarebbe appunto stato la causa prima del pericolo orrendo e della pugna eroica. Per tal modo tutto l'aspetto originario dell'episodio  alterato, nel profondo. La seconda forma possiede la vita che non la prima. E individuata come non la prima. Da l'una a l'altra segna il passaggio Andromeda trasformantesi, e accanto a lei resta Cefeo che con lei si evolve. Ma se questi sono di tal mito i personaggi caratteristici, i fondamentali sono Perseo e Cassiepea. Cassiepea e Perseo prevalsero pure, sembra, in un'altra leggenda differente di origine. Protagonista  qui Fineo : divinit del fosco settentrione di cui le saghe lumeggiarono due aspetti opposti. Benefico e malefico egli pu esser difatti : secondo che dietro lui muova il rigente turbine del nord a offuscare le chiarit solatie ; o che la freschezza dei suoi vnti temperi l'afe estive ricacciando a mezzod gli affocati avversarli che il Sole suscita su l'equatore. Quest'ultimo carattere fu, in vero, la base del racconto, giusta cui egli sarebbe stato fin nelle sue sedi assalito dalle Arpie, mostruosi uccelli, mossegli contro da Elios ene sarebbe perito senza l'intervento de'fgli di Brea i quali respinsero le moleste e perseguitarono a ritroso fin l dond'erano venute. In tutto parallelo al formarsi di questo mito delle Arpie, ma mosso da principio diverso, fu il formarsi della nostra saga intorno a Fineo. Contro di lui il Sole non si sarebbe levato col maleficio deleterio de' suoi vnti meridionali, ma con la forza purificatrice dei suoi raggi chiari: per vincerlo, non per esserne sopraffatto. Non l'autunno sopravviene, nella nostra leggenda, a mitigare le ardenze della riarsa estate ; si la primavera a dissipar le brume e i geli foschi dello inverno. Ora l'eroe solare che trionfa del re nordico fu, sembra, appunto Perseo, in singoiar duello. E cotesto embrionale racconto, cerc, e trov, un motivo in Cassiepea : ancor una volta pare che il vanto di lei fosse addotto a spiegar la sorte inferiore di Fineo, suo figlio : figlio per vero alla donna ce lo testimonia l'epica che si dice da Esiodo. Col che si ottenne anche di fornire compiutezza romanzesca alla favola, quando il significato naturalistico ne andasse smarrito. C era dunque la materia, idonea a produrre, ove uno spirito creatore trovasse in s il levame opportuno, un mito pur esso dramatico n meno denso di bellezza poetica. In vece, prima ancora che riuscisse a comporsi in opera ben delimitata, fu travolta e assorbita in diverso complesso. Per che i due intrecci di Andromeda e di Fineo, ne' quali entrambi Perseo e Cassiepea apparivano non pure nell'identit de' nomi ma e nella analogia degli uffici, non potevano rimanere distinti: e tanto meno potevano se, come non  provato ma  forse da ritenere, un medesimo suolo li generava. Si com penetrarono difatti fin che divennero una narrazione sola in cui gli elementi delle due generatrici sussistevano tuttavia presso che integri, l sol tanto alterati ove fosse parso inevitabile alla logica della commessura. Rimase il duello fra Perseo e Fineo; rimase la discendenza di Andromeda da Cassiepea: ma, e fu il segno della connessione fra le 'due saghe indipendenti, la causa della lotta fra i due eroi, fu rintracciata non pi nel supposto vanto d'una madre, ma nella stessa precedente vittoria di Perseo contro il ketos e nelle successive nozze. Fineo, si disse, sarebbe stato il promesso sposo di Andromeda avanti la venuta del giovine liberatore: cosi ignavo prima a soccorrerla, come presuntuoso poi nell'accampare diritti di precedenza. Inascoltato ricorse, ancora si disse, al coperto agguato con l'armi. Fu abbattuto. Cosi si conchiuse questa fiaba di doppia scatuiigine : senza che nulla dei due miti che vi si fusero (su Cefeo l'uno e Andromeda, su rineo r altro) andasse perduto, tranne il nesso di maternit fra Cassiepea e Fineo. Chi confronti ora da un lato l'avventura medusa di Perseo con l'assistenza di Atena ed Ermes, e l'impresa d'altro lato avverso il ketos con il premio della vergine e il contrasto con Fineo ; e si fermi alla superfcie variopinta dei due episodii, senza indagarne il significato recondito ; non vi trova pili tracce di quella simigliali za che le saghe della "Maschia,, e della Gorgone rendeva pallide entrambe ; bens li avverte dramaticamente diversi, materiati entrambi di moti sentimentali ma or verso la madre Danae or verso la liberata Andromeda; di cimenti perigliosi ma ora contro Medusa spietata ora contro la famelica belva ora contro l'imbelle ostinato. La cosi ottenuta diversit formale, permise a chi volle aggruppare intorno al nome di Perseo tutte le vicende di lui, di comporre queste due in ordine insieme con la nascita dell'eroe e la uccisione del nonno Acrisio. Un'opera siffatta fu compiuta da Ferecide, il quale ci trasmise tutto il mito, nel suo insieme organico, e divenne per tanto la base prima d'ogni ricerca costruttrice . Ne possediamo un sunto per opera d'uno scoliaste; lacunoso, j)er, onde  necessario integrarlo col testo del ben pi tardo Apollodoro. Non ridaremo qui la trama disadorna. Essa non  pi per noi, nella forma con cui ci pervenne, il corpo, plasmatosi dopo la lunga gestazione per effetto della sintesi narrativa; ma , di quel corpo, lo scheletro. Dalla nascita misteriosa vediamo Perseo compiere, dopo l'infanzia trascorsa in Serifo, le sue avventure, la medusa e l'etiopica, per ritornarsene in Serifo a impietrar Polidette e in Larisa a uccidere per equivoco Acrisio, stabilendo poi in Tirinto il suo regno, che Argo gli era divenuta infesta. Ma effetto dell'esser stata raccolta in sintesi la serie delle gesta eroiche di Perseo non fu solo di fargli attribuire per arma contro Fineo il capo della Gorgone o di condurre sul trono di Argo Andromeda regina; ma fu, pi tosto e meglio, di sottraiTe all' episodio del ketos ogni vita autonoma : valse esso qual momento d'una complessiva azione ed ebbe valore di conseguenza da un lato, di premessa da l'altro. Parte d'un tutto, doveva dal tutto ricever sua norma e sua importanza: fin che al meno non ne fosse mutato il sostanziai contenuto; e l'essenza sua romanzesca, gradita a' novellatori, tanto pi quanto pi di fatti si 'arricchiva la trama, di particolari le vicende, di gesti le figure, non si trasformasse in essenza diversa. Nel molto che and perduto eran certo forme varie di cotesta indispensabile trasformazione. Una ne ravvisiamo tuttavia appresso gli storici del secolo quinto . Per essi la favola di Perseo e Andromeda acquista una importanza nuova di reliquia fededegna serbata a traverso gli anni. La cagione  un avvicinamento verbale : uno de' consueti di cui si compiacque la fantasia degli anticM nel conato e nella pretesa di farsi pensiero critico : fra Perseo e i Persiani. L' analogia non etimologica ma fonica indusse a ritener quello capostipite di questi: non direttamente per, si bene per mezzo d'un figlio suo di cui fu coniato il nome " Perse  per pi di verisimiglianza. A dar poi un aspetto anche meglio credibile alla congettm^a fu addotto il nome d'impronta ria di cui doveva esser memoria fra i Persiani, " Arti : questo ritenendosi epiteto primitivo ; quello, posteriore, tolto dall'eroe e dalla sua discendenza. Naturalmente si lasci, a tal fine, sbiadire fino alla scomparsa il ricordo degli Etiopi, sudditi di Cefeo nella pi antica saga: per che essi si riconoscessero, in quell'epoca, or mai identici a reali " Etiopi , situati al sud dell' Egitto. In luogo loro si coniarono i " Cefni  desumendoli, come traspare, dall'appellativo medesimo del re. E si pens che a Cefeo succedesse nel regno il nipote Perse, figlio di Andromeda e Perseo ; che Perse, guidando i Cefeni, li conducesse a sottometter gli Artei ; e il popolo fuso dei vincitori e vinti da lui si denominasse Persiano. La garbata ricostruzione critica non fini in questo : perch, difatti, i Cefeni con Perse sarebbero mossi a sottoporsi gli Artei? La risposta si trov combinando questa congettm:"a con un'altra. Oltre ai Caldi semiti che avevan sede intorno a Babilonia, eran noti altri Caldei abitanti lungo il Ponto, presso i Mariandini e i Paflgoni; e il gruppo esiguo di questi si riteneva un ramo da quelli staccatosi in et antichissime. Poich inoltre sul Ponto la leggenda delle Arpie affermava abitar Fineo fratello di Cefeo e principe per tanto dei Cefeni; fu facile dire che i Cefeni avevano abbandonato la regione loro, allor quando da Babilonia i Caldei eran mossi verso il nord. E costrurre quindi in un sol tutto la trasmigrazione totale cosi: da Babilonia si diparte una schiera di Caldei ad occupare la terra settentrionale dei Cefeni e scaccia questi ; che si spingono verso gli Allei, li sottomettono e insieme divengono il popolo de' Persiani. Se non che questa mitopeja di eruditi pur riuscendo a staccar l'episodio di Andromeda in singoiar guisa dalla leggenda di Perseo, infondendogli una essenza nuova dissonante dal resto della fiaba, finiva per in una soppressione dell'avventura. La venuta di Perseo fra i Cefeni, la lotta col ketos, le nozze con Andromeda, il duello con Fineo, sono un niente a petto della conseguenza precipua su cui ogni altro fatto s'impernia : la nascita di Perse. Le premesse non hanno pi vita artistica; le conseguenze, ne hanno una storica. Una pseudo realt nasce; ma la bellezza muore. Per tanto, se le gravi lacune del nostro patrimonio letterario troppo non ci traggono in inganno, l'episodio di Andromeda, che nacque dal combinarsi di esigui intrecci leggendarii emergenti a lor volta su da rigide abitudini mentali e in mezzo a consueti aspetti della fantasia mitopeica, non solo perde presto la sua autonomia col commettersi ad altre vicende, ma indugi a svincolarsi da F impaccio, e a circoscriversi in forma e colore : a bastanza, perch il senso critico lo adulterasse e, un poco, lo vituperasse. n. Euripide. Fu sorte della tragedia dare a esso episodio di Andromeda il contenuto nuovo : che non fu n romanzesco n storico ; ma psicologico. Di altri non ci rimase sufficiente notizia. Di Euripide possediamo i frammenti bastevoli a ricostruire il drama, se non ne' suoi particolari di arte e nelle sue forme di tecnica teatrale, certo nelle sue linee maestre . Era consuetudine ferrea che la tragedia nei suoi episodii svolgesse un mito. Ma in quale modo i tragedi pervenissero all' elezione del tema e alla scelta dell'argomento non  possibile dire, per la oscurit imperscrutabile de' processi artistici tal volta inconsci, e per la penui'ia I frammenti, naturalmente, son citati e tradotti su Nauck Fragmenta tragicorum graecorum^ (Lipsia 1889). delle notizie tradizionali. Sol tanto si pu con qualche chiarezza intendere come il problema di arte si presentasse al poeta allor quando si accinse a elaborare la fiaba di Perseo e Andromeda ; come, in somma, lo spirito di lui prendesse possesso, nell'impeto creatore, della materia leggendaria. Nel mito del ketos si trovavano fusi, come ai)pare dal testo di Ferecide, due elementi distinti : e l'uno era il divino, palese nel potere singolare della Gorgone e nel volo miracoloso traverso l'aria, segni d'una forza mossa da l'alto per consenso di Dei ; e l'altro era l'umano, sensibile nell'amore dell'eroe con la fanciulla, nel corruccio di Fineo, nel vanto di Cassieijea, nel patto nuziale di Cefeo. Entrambi cotesti elementi trovano la loro unit in un terzo, che , in somma, del mito il carattere eroico e la forma romanzesca. Euripide adunque ebbe, dinanzi al suo pensiero, l'umano, il divino, l'eroico. Di questi, uno suscitava spontaneamente il suo pi vivo interesse. Non solo difatti egli staccava nella tragedia l'episodio mitico dalla serie narrativa sua I)ropria; ma lo indirizzava al fine, eh'  di tutta la dramatica greca, di appassionare non la fantasia bens il sentimento degli sf)ettatori; e lo sottoponeva all'esigenza di \brare per pregio e forza intrinseci non per smaglianza esteriore di tinte. Le menti in cui il mito ora si accoglie, come sono ben lontane da quelle che l'hanno creato dinanzi la natura e complicato in novella, cosi son anche pi mature dell'altre che ne han goduto, con puerile compiacenza, lo straordinario e l'impossibile. Per certo le pi antiche e le moderne cerca van tutte nella saga una verit ; ma la verit naturalistica e la verit eroica non appagavano ora quei cittadini di Atene che vi desideravano una verit psichica. Ora, con si fatto spostarsi dell'interesse mitologico, il colorito romanzesco che un tempo riusciva opportuna o indispensabile commessione fra i due diversi elementi della fiaba, sopravviveva adesso, insieme col divino, quale materia in apparenza superflua. In qual maniera difatti allivellare sopra un piano medesimo una gesta miracolosa, un affetto terreno, un intervento di Dei? E ovvio per che il poeta non vide, come qui criticamente si espone, il suo problema; ma che lo intui da artista. A punto per questo egli non ebbe un modo costante di risolverlo in tutte le sue opere; ma il genio gli soccorse, or peggio or meglio, di volta in volta, e a seconda dei casi in guise diverse. Poich ci sono rimaste nella loro integrit V Elettra ch' del 413 e V Elena ch' di quel medesimo 412 da cui V Andromeda si data, intrawediamo a bastanza la vita dello spirito euripideo nel torno di tempo in cui la sua arte tentava il nodo mitico di Perseo. Il nucleo primo cosi dell'una come dell'altra tragedia  un contrasto di passioni. Elettra ed Oreste che, contro ogni vincolo di stirpe, per L'analisi, che segue, del pensiero religioso e sociale d'Euripide intorno al 412  fatta di sul testo (edizione Murray Oxford s. a.) di&WEletta e AqW Elettra ed emana da quello. Di pi cfr.  Vili. vendicare il padre uccidono la madre ; clie odiano fino a darle la morte la donna da cui nacquero, ma le sono tuttavia carnalmente congiunti, cosi che col sangue di lei scorre nelle lor vene una indicibile virt di amore e rispetto : protendono da la scena una dolorante maschera umana ; fraterna con la grande pallida faccia intenta dagli scanni del teatro. E quando Menelao reduce da Troja naufraga su le spiagge d'Egitto recando con s la riconquistata Elena ; e vi s'imbatte nell'Elena vera, quella che gli Dei recarono celatamente in Egitto, mentre un vuoto simulacro fuggiva con Paride e presedeva alla decennale guerra; e la gioja irrompente per la ritrovata sposa s'urta nello spirito del principe con lo sconforto per i travagli sopportati in vano e la vita gittata in vano da centina] a di prodi : allora con la sua s'agita la sorte di tutte le creature terrene, cui piacere e sofferenza giungono inseparabili per tramutarsi a vicenda l'uno nell'altra. E in queste situazioni palese l'immergersi dell'artista nella sostanza dei personaggi, nella correntia delle vicende, con un oblio completo di tutto l'estraneo : stolto cercarvi un sistema filosofico applicato, co' suoi postulati generali, ai casi particolari. Qui l'uomo  espresso, dal profondo, con la freschezza d'una polla cui s'apra nel terreno la via. Ma di qui non  possibile indurre riferimenti con l'ambiente storico del poeta o, peggio, conseguenze intorno allo stato psichico di lui in quegli anni; ma solo intorno al consueto modo della sua forza d'arte. L'animo di Euripide si rivela pi in l. In quello anzitutto che dalla tradizione egli accett. ANDROMEDA Giacch nei miti di Clitemestra uccisa e di Elena in Egitto erano affermati fatti ch'egli non poteva respingeren poteva non alterare. Tali l'oracolo delfico di Apollo, che avrebbe imposto a Oreste di compiere l'esecrando delitto ; e l'ordine di Zeus, che Ermes recasse di nascosto Elena in Egitto e un simulacro inviasse a Troja, permettendo sperpero immane di energie e valore. Cotali interventi divini eran la premessa indispensabile dell'azione ; divennero per Euripide radice di nuova tragicit : per che, tanto pi gli parve orribile il delitto di Elettra, in quanto era ineluttabile ; e in quanto voluto dal Dio sommo, tanto pi spaventoso il vacuo scempio di vite intorno ad Ilio. Sotto questo aspetto adunque le parti divine della tragedia si connettono per lui strettamente con il travaglio umano ; ma costituiscono una forza cieca e buja contro cui bisogna urtare : simile al peso corporeo che non s'evita con gli slanci dello spirito, all'aderenza col suolo che non si sopprime con i trovati dell'ingegno. Onde il poeta accett l'oracolo di Apollo ; ma chiese ' come pot il Dio saggio ordinar cose non savie ? ' ; rispose, per bocca dei Dioscuri, "Febo Febo... taccio: certo egli  saggio; ma vaticin cose non saggio  : o sia non rispose. E anche si domandava, e fece suo interprete il Coro, " perch o Dioscuri, essendo Dei e fratelli di questa ch' morta Clitemestra, non distornaste la sciagura dalla casa ?  ; per farsi Elett. vv. 1245-6. rispondere con una parola ch' poco o molto, vdyxr] " Necessit  . E chiaro : il suo spirito s'  formato un concetto alto della divinit : giusta, la pensa, e misericordiosa; da essa non pu concepire derivi il delitto ; n la stoltizia, n alcuna forma di male ; ma sol tanto il bene : e quel concetto urta contro le affermazioni del mito, contro l'eco che il passato gli manda. Urta; non supera. Il poeta, in quanto poeta, resta perplesso ; non decide, ma porge intatta la questione al pubblico, dopo averla agitata col prestigio dell'arte, e posta con lucidezza di intelligenza. Del iDari, se non forse in guisa pi a^Dcrta, si comporta nelVElena. Un capriccio di Afrodite ha voluto il ratto della bellissima per opera di Paride ; l'ambizione rivale di Era le toglie di conseguir il fine, e a Paride concede una parvenza di quel corpo che nella realt si cela appresso Proteo in Egitto. Non basta : la contesa delle feminette continua ; e mentre la dea amante vuol Elena sposa di Teoclmeno, successo a Proteo nel trono, la moglie di Zeus la vuol salva e casta per Menelao : indi volgare bisticcio. Su la terra fra tanto, uomini e donne, migliori che gli " abitatori delle case olimpie,,, procedono secondo purezza di virt : Elena si mantiene fedele al marito lontano e sopp ' come pot il Dio saggio ordinar cose non savie ? ' ; rispose, per bocca dei Dioscuri, "Febo Febo... taccio: certo egli  saggio; ma vaticin cose non saggio  : o sia non rispose. E anche si domandava, e fece suo interprete il Coro, " perch o Dioscuri, essendo Dei e fratelli di questa ch' morta Clitemestra, non distornaste la sciagura dalla casa ?  ; per farsi Elett. rispondere con una parola ch' poco o molto, vdyxr] " Necessit  . E chiaro : il suo spirito s'  formato un concetto alto della divinit : giusta, la pensa, e misericordiosa; da essa non pu concepire derivi il delitto ; n la stoltizia, n alcuna forma di male ; ma sol tanto il bene : e quel concetto urta contro le affermazioni del mito, contro l'eco che il passato gli manda. Urta; non supera. Il poeta, in quanto poeta, resta perplesso ; non decide, ma porge intatta la questione al pubblico, dopo averla agitata col prestigio dell'arte, e posta con lucidezza di intelligenza. Del iDari, se non forse in guisa pi a^Dcrta, si comporta nelVElena. Un capriccio di Afrodite ha voluto il ratto della bellissima per opera di Paride ; l'ambizione rivale di Era le toglie di conseguir il fine, e a Paride concede una parvenza di quel corpo che nella realt si cela appresso Proteo in Egitto. Non basta : la contesa delle feminette continua ; e mentre la dea amante vuol Elena sposa di Teoclmeno, successo a Proteo nel trono, la moglie di Zeus la vuol salva e casta per Menelao : indi volgare bisticcio. Su la terra fra tanto, uomini e donne, migliori che gli " abitatori delle case olimpie,,, procedono secondo purezza di virt : Elena si mantiene fedele al marito lontano e sopp orta paziente l'ignominia che cade sopra lei incolpevole, confusa con il simulacro ; Teonoe, sorella di Teoclimeno, ajuta lei nel proposito, non il fratello Elett. vv. 1298-1301. ne' suoi tentativi di coniugio ; Menelao  onesto, cortese e affettuoso. Che dunque ? Cotesti iddii sarebbero d'assai pi piccini, nell'animo, che i terreni ? risibili ? Eui'ipide non dice. Anche qui il problema si formula ; ma nulla lo risolve ; nessun raggio fende il cumulo nero nel cielo. Osserva il Coro : " Chi  dio, chi non dio, chi semidio? qual fra i mortali, anche spingendo molto lontano la sua ricerca, dir di saperlo? quale, dopo aver visto l'opere divine or qua or l balzare con contradittorie e inaspettate vicende?,,. Nessuno risponde. Questo silenzio  una tragedia a s. Non si svolge materialmente su la scena, accanto i personaggi s moventi, ma  nello spirito del poeta, ed  a noi non meno fraterna. Ben sua, la seconda tragedia, pi che la prima. Non di compassione, di simpatia geniale verso la sofferenza d'un'Elettra o d'un Menelao ; ma di spasimo e strazio interiore. E la tragedia del dubbio. La quale nasce ad Euripide nel seno medesimo della sua arte, lungi a ogni filosofa. Il suo pensiero di critico e filosofo, nel fatto, ha superato or mai la concezione omerica e infantile degli Dei, non vi crede ; l'ha sostituita con una pi matura. Ma, poeta, vi deve credere per rivivere il suo mito, che rivivere gli bisogna per crear il drama. Poeta, sente l'urto fra le due idee; se ne tormenta : ripete a chi l'ode la favola bella degli antichi, fa trasparire a chi l'intende la sua filo Elena tv. 1136 sgg. sofia ; questa e quella compone, senz'accordo logico, entro il suo affanno. Ma oltre agl'interventi divini, che la tradizione postulava nel mito, ed Euripide accetta travagliandosene ; sono neW Elettra e, di pi anche hqW Eena^ giunte che il poeta solo volle e in cui espresse il pili personale tra' suoi aneliti ; intrusioni sgorgate da un animo che, non pure assorbe in s per rielaborarla la saga, ma nella saga si profonda e si abbandona, anche con quelle forze e ricchezze che le sarebbero estranee. Tale s'origin nel drama di Clitemestra la figura del contadino, povero e rozzo, ma pur squisito di sentimenti e schietto di azioni : VaixovQyc,, a cui Elettra sarebbe stata costretta in sposa dalla madre, la qual ne temeva i figli se nati da nobile genitore. Egli, come apprese la condizione della fanciulla che gli veniva destinata e gli scopi della regina, fece rinunzia a' suoi diritti coniugali, pur continuando ad ospitare nell'umile sua capanna la donna e fngendo, per eluder la maligna, nozze felici. A lui, quando aijpare su la scena verso l'alba e l'ultime ombre son vinte da le prime luci, fanno sfondo i campi arati e le file degli alberi e i freschi pozzi : la Terra, la grande generatrice di frutti buoni e di forze sane. Dopo, ogni suo gesto  virile e sobrio, contenuto e cordiale ; il suo spirito si rivela semplice perch diritto : e mentre Elettra ed Oreste si laniano di x^assioni, di odii, di paure, egli va crescendo in valore fino a superarli nella sua persona salda e nel suo fermo polso. N basta. Il poeta, sottolineando s stesso, richiama gli sguardi su la sua creatura : e ad Oreste fa A. Feekabino, Kalypso. 5 esclamare con maraviglia un poco attonita: "Ahim! Non v' criterio alcuno a distinguere la nobilt : v' scompiglio nella natura degli uomini. Ecco io vidi esser da nulla il figlio di padre generoso; e rampolli onesti di genitori perversi ; la penuria nello spirito d'un ricco ; la magnanimit in un corpo povero. C'ome orientarsi ? secondo il danaro ? mal fido criterio questo sarebbe : secondo la povert ? ma la miseria  una malattia, cattivo maestro  il bisogno : secondo l'esercizio dell'armi ? ma cM risguardando a la lancia giudicherebbe qual sia il virtuoso ? Meglio sembra lasciare indecisi codesti problemi. Costui per esempio grande non  fra gli Argivi [VadTOVQyg], non insigne per rinomata schiatta :  uno dei molti : e pure si rivela ottimo . Ottimo si che la sua onesta figura divien quasi di maniera e par disegnata per dimostrar una tesi o attingere uno scopo. Quale tesi o quale scopo si propose Euripide nel concepirla e nello stagliarla? Non meno larga che neV Elettra  nelV Elena la novit introdotta. E anzitutto nella scelta medesima della favola : un mito secondario che risale a Stesicoro (2) e che, a lato della principal leggenda di Menelao e Paride a Troja, sembrava destinato a viversi gramo nell'oblio. Il tragico lo preferi per motivi ch' vano indagare; che forse si assommano nel desiderio di met Elett. vv. 367 sgg. (2) Cfr. Bethe Helene in Pauly-Wissowa " R. Encyclopdie, VII (1912) pag. 2833. terne in risalto il singoiar contenuto. La donna bellissima che, secondo la tradizione diffusa, sarebbe stata causa unica di ire e guerre per un decennio, di sventure ed errori per altri dieci anni di poi ; la donna su cui pittarono tutti gli strali dell'ironia del sarcasmo e fin dell'odio i poeti misogini ;  di colpo trasformata nella pi pura e casta moglie che fiaba conosca. Ella ha giurato a Menelao di " morire ma non mai violare il letto  ; n ha giurato in vano, che di morire  sul punto, e attiene la parola, ed  beata di cadere, dice al marito, " vicino a te  (2). E a lei fa degno riscontro (forse troppo) il coniugale amore di Menelao ; che le afferma " Privo di te, io finir la vita  (3). Onde sol pi li preoccupa di scomparir degnamente cosi " da acquistare gloria  (4). Ora tanta fedelt di affetti traverso anni e vicende acquista il suo pi vero significato quando venga contrapposta all'adulterio di Clitemestra verso Agamemnone, di cui era intessuta l' Elettra. Fra questa difatti e V Elena le attinenze sono indubbie, non pure cronologicamente, ma anche, e si direbbe pi, spiritualmente : su la fine difatti di quella prima viene annunziato e svolto in breve il tema della seconda (5). E le attinenze divengono palesi quando le due cognate si paragonino fra loro e le due sorti. Clitemestra non  presso Euripide se non la malvagia donna : tale la condanna Elettra che le rinfaccia il lusso e i Elena v. 836. (2) Ih. v. 837. (3) Ih. v. 840. (4) Ib. V. 841. (5) Elett. v. 1278 sgg. vezzi durante l'assenza del re. Si difende ella bens rimproverando ad Agamemnone l'uccisione di Ifigenia ; in vano : " la moglie bisogna che, s' savia, tutto consenta al marito  ; non  giustoj per una figlia, ammazzar lo sposo, uomo insigne nell'Eliade (2). No, osserva sdegnata Elettra, tu nascesti cattiva (3) : " tu, prima che fosse decisa l'uccisione della tua figlia, lontano appena da le sue case il marito, intrecciavi allo sj^ecchio le bionde trecce della tua chioma  (4) : e " la donna che, assente il marito, adorna la sua bellezza, si cancelli come cattiva  (5). Appropriato amico di cotesta non buona, figura Egisto, non prode, non nobile, ma ambizioso della sua grazia corporea e avventurato sol tanto fra mezzo alle donne. C' dunque nelle due tragedie il riscontro fra due coppie : riscontro a base morale, ma introdotto dall'arbitrio dell'artista in miti privi d'ogni cosi fatta preoccupazione. E perch introdotto? perch l'arbitrio? Alla domanda che per la seconda volta in breve esame ci si presenta non si deve rispondere se non dopo aver rilevato un altro particolare. Il Nunzio, veduto vanii*e in fumo il simulacro d'Elena e ridursi in nulla sforzi durissimi e sacrifzii immensi, si accende di sdegno contro gl'indovini che, prendendo parte all'impresa, non scorsero la verit, non svelarono il comune abbaglio, n evitarono vittime inutili. Dice al suo Signore : " Vedi quanto l' opere Elett. V. 1052. (2) Ih. vv. 1066 sgg. (3) ib. v. 1061. (4) Ib. vv. 1069-71. (5) Ib. vv. 1072-3. degli auguri sono stolte e menzognere!... Calcante non disse n rivel all'esercito vedendo gli amici morire per una nuvola ; e n pure Eleno : e la citt fu predata in vano. Dirai forse, che un Dio non volle. E perch allora ci rivolgiamo agli auguri ? agli Dei basta far sacrifizio invocando fortuna ; e non badar ai vaticinii : furono inventati ad allettamnto della vita, ma nessun ozioso divenne ricco per gl'ignispicii. Il senno e il buon consiglio sono l'augure migliore  . Per contro  nella tragedia personaggio, non pur dramaticamente notevole, ma anche moralmente insigne, Teonoe sorella di Teoclimeno, la quale dagli Dei possiede la virt di saper tutte quante cose avvengono ;  quindi invasa da una potenza profetica analoga alla magia d'un Calcante o d'un Eleno. Ma ella  buona, ella  giusta, ella  savia : sa, ove occorra, tacere al fratello gli avvenimenti pi vicini affinch trionfi la fede amorosa di Elena e Menelao. Perch aver creato questo contrasto ? Che non  fittizio n casuale : Euripide parla cosi per bocca del Nunzio come per bocca de' Dioscuri lodanti Teonoe : esprime in entrambi i casi il suo pi soggettivo pensiero. In questo suo pensiero sta di fatti la ragione e dell'esser stato concepito VadxovQyg, e della purezza di Elena, e del dissidio tra le due forme di vaticinio. Il poeta  percosso da un'unica ansia, di cui quelle son le forme momentanee ;  morso Elena vv. 744 da convinzioni contradittorie, di cui quelli sono gl'indizii occasionali. Egli appare un moralista. Ecco i personaggi per cui parteggia con simpatia : una moglie onesta, un marito fedele, un'indovina equa ; la figura che crea con compiacenza paterna : un lavoratore dignitoso e saggio ; gli esseri che avversa acre e violento : un bellimbusto galante, una feminetta vana, un augm'e stolto. Da un lato coloro che rientrano nel suo concetto del bene e del giusto ; dall'altro quelli che appartengono al suo concetto del male e dell'iniquo. Ed  dicevole : nessuno pu disconvenire sul principio che regola la sua morale ; solo la espressione pu venirne discussa. Ma quando gli si scruta pi dentro nell'animo ci s'accorge che quel bene e quel giusto egli vuole a pr dello Stato, che VavtovQyg egli reputa degno e capace di governare la pubblica cosa, che di mariti e di mogli simili ad Elcna e Menelao gli piace constituita la polis a scopo di fermezza e quiete politica. Ci s'accorge che il suo occhio mira pi in l d'una teoria morale: mira, fiso e intento, ad Atene, alla patria. Mentre scrive, navi e uomini ateniesi sono in pericolo in Sicilia : pericolo grave che si tramuter di K a poco in disastro immane. I Dioscuri si affrettano a conchiuder V Elettra perch debbon " salvare le prore nel mar siciliano . Il Peloponneso minaccia dal Sud. Negli altri territori! la sorte non volge migliore. E all'interno ? E peggio. La democrazia non d buoni frutti dopo la morte di Pericle. Il partito de' temperati si alterna nel potere con quello degli estremi : ed  tale la EURIPIDE 71 sfortuna di Atene che gli uni non attingono il governo se non quando le disfatte han dimostrato rinettitudine degli altri, e non son per per lasciarlo fin che disastri non li colpiscano a lor volta. Ogni mutamento  una esperienza; ed ogni esperienza, fruttifera di tosco . Sopra tutti, male comune nell'inettitudine comune, si stende la piovra della cupidigia, la sete del guadagno a ogni costo e in ogni modo. Corrono massime cui ciascuno informa l'opere se non le parole : ' beato chi  ricco ', ' la ricchezza  potenza ', ' il ricco  libero, anche se schiavo ; il povero  servo, anche se cittadino'; 'l'uomo  il danaro '. E la sete inesausta travolge ognuno in una lotta, ove il pregio morale non conta, la forza intellettiva non importa pi che il tesoro cumulato ; forse meno. Aspra e grovigliata situazione adunque ; difficile a risolversi. Che per risolverla bisognava superarla ; piegar la realt possedendola sino al fondo, conoscendola in ogni forma ed esigenza. E difatti voci di riforma e tentativi d'un rivolgimento costituzionale serpeggiavano e fermentavano all'oscuro : si preparava la rivoluzione dei Quattrocento. Il lievito che era in tutta la materia sociale tocc Euripide ; il suo spirito ne fu macerato e sconvolto : per che contro l'immediata e ineluttabile realt dello Stato, ineriva il suo ideale con i pallidi sogni. Egli non Cfr. su questi anni Beloch Attische Politik (Leipzig 1884). Naturalmente il rapido quadro che se ne d qui  veduto con gli occhi di Euripide. segui n l'uno n l'altro dei partiti. Fu in vece con la classe di mezzo. Ebbe il cuore con gli adxovgyoi della sua fantasia, con l'Elene e i Menelai del suo mito. Trasfuse l'esigenza politica, che il suo genio d'artista non poteva n doveva sodisfare, in esigenza morale: spostando i problemi dalla sfera pratica a quella etica. E divenne malinconico di speranze deluse e rinascenti. A canto alla tragedia religiosa sussistette nel suo spirito quest'altra: di patriota, di statista, che  a bastanza acuto per vedere i problemi, troppo poeta per saperli risolvere.Tragedia flebile, nella quale confluiscono, opportunamente, tutte quante le quistioni minori della vita sociale e familiare ; le contese minute su questa legge o quel decreto : le spine sparse lungo i sentieri del grande roveto. Tale l'invettiva contro gli auguri, secondaria piaga dello Stato ateniese e di tutte le poleis greche, che repugnava, ancor \)\\x che al suo intelletto di filosofo evoluto, alla sua coscienza di cittadino probo ; e il riscontro di Teonoe in cui il vero dono divino si rivela appunto pel modo del suo uso e la bont delle sue conseguenze. " Attuale  corruccio ancor questo: che favore di auguri aveva secondato l'infausta spedizione siciliana. Cosi tutta Atene pu entrare, ed entra, nell'animo del poeta per tal via: melanconico spiraglio alla pi intensa vita. Mirabile di intuito psicologico nell'elaborar la materia umana del mito ; pensoso su' dubbii della Tucidide VII 50; Vili 1.religione e della filosofia ; preoccupato dalle sorti politiclie e dalle condizioni sociali della sua patria Atene : Euripide crea i drami fra l'urto di due interiori tragedie. Crea, dopo V Elettra e con VElena^ V Andromeda. Il suo spirito si fece largo, sbito, di fra i particolari minori e grinciampanti aneddoti della saga ; e colse di questa il profondo cuore. Nel pensiero di chi imagin la lotta di Perseo col ketos la tragedia era nel combattimento delle due potenze avverse ; l'ansia, nell'esito incerto. Nel pensiero di cii raccolse, ordinando, tutta la leggenda dell'eroe argivo e ne divenne mitografo, la bellezza era constituita dal numero e dall'intreccio delle gesta. Nel pensiero, ora, del poeta di Atene, il pregio consistette nell'amore di Perseo e di Andromeda : il congiungersi dei due giovini fu ritmo fondamentale all'opera in cui novellamente l'antico mito viveva. Ogni altro elemento si dispose intorno a questo : dal quale ebbero tutti l'armonia di composizione. Era il primo flusso del nuovo sangue infuso nella vecchia compagine: fu vigoroso ancor pili che non sembri. Come dichiarano i frammenti, a l'inizio della tragedia appariva la fanciulla sospesa a una rupe, in abiti di cerimonia festiva, mestissima e piangente. I lamenti di lei Eco ripete da lungi; non lontano  il mare onde la belva vorace verr al selvaggio convito ; sono li presso, in Coro, fanciulle etiopi, le eguali di Andromeda, che tentano vani conforti a la tremenda sciagm-a. E notte. All'alba il ketos deve sopravvenire. E nell'animo degli astanti la deprecazione del male imminente lotta con la tormentosa ansia pel greve indugio : l'attesa gravita su i capi come un mostro informe. " sacra notte, qual lungo cammino con i cavalli percorri, reggendo il tuo cocchio su gli stellanti dorsi del divino etra, traverso il santissimo Olim^DO !  : tale parla nei silenzii l'aspettazione. E il cuore si ribella contro l'asprezza del fato e la trista disparit del dolore : " loerch pi larga parte di mali Andromeda s'ebbe^ che misera  presso alla morte ?  (2). Il Coro s'impietosisce e tenta il conforto dividendo il dolore : " perch chi soffre sente alleviato il suo male, se del pianto fa parte con altri  (3). La sofferenza che sta nel petto, senza sollievo, con la durezza della materia minerale, e non prorompe se non per voci d'ira e suoni di sdegno, non a pena ha inteso il moto compassionevole delle compagne, si discioglie nella rievocazione lacrimosa di tutta la vicenda : la vanit f eminea e il puntiglio divino onde la fanciulla fu addotta, incolpevole, alla pena. I presupj)osti dell'eiDisodio vibrano non di forza narrativa, si di spasimo lirico : che si assommano nel presente pianto della figlia punita, e di quel pianto s'impregnano. Ve su la scena, nell'ambiente creatovi dall'arte, un'amara volutt del dolore stesso onde si soffre, e una insistenza : non sposa a nozze, e delle nozze avrebbe diritto pel fiore della sua giovinezza, ma vittima a sacrifizio la fanciulla  recata; non fra i cori delle compagne, si avvinta in funi Fr. 114. (2) Fr. 115. (3) Fr. 119. e tra il compianto virgineo . Ma a rompere Tuniformit di questo tormento, giunge a traverso l'aria con l'alato piede Perseo, reduce dal rischio di morte incontro a Medusa: il capo ne reca in Argo (2). E radioso della sua recente gloria ; bello della sua giovinezza. Stupisce prima : "" Dei ! a qual terra di barbari col veloce sandalo siam giunti? (3) Che vedo? Timagine d'una vergine, come scolpita da mano sapiente tra i rupestri rilievi!  (4). Si fa poi sollecito. E richiede l'avvinta. Ma invano. " Tu taci  la persuade " ma il silenzio  inadeguato interprete del pensiero  (5). Non senza rancuna son le prime parole di quella : " ma tu chi sei ?  ; se non che la forza stessa del dolore la tradisce e senz'altro, per la veemenza del soffrire, non definisce audace colui che persiste nel voler sapere, si comx)assionevole : " ma tu chi sei, c'hai piet del mio male ?  (6). " vergine, ho piet di te che veggo sospesa  (7). Ogni freddezza si dissipa. Quel che d'ostile era ancora nelle parole della fanciulla si placa. Quel che di vago era nell'animo dell'eroe si concreta. Fr. 117, 121-122. Convengo col Bethe " Jahrb. des Arch. Inst.  XI (1896) pa^. 252 sgg. che questa scena, nei particolari esteriori,  rappresentata sul cratere del Beri. Mus. Inv. N. 3237. Lascio indiscussa la quistione, per, ntorno al coro che il Bethe riconoscerebbe nella figura a sinistra di Ermes. (2) Fr. 123. (3) Principio del fr. 124. Fr. 125, parafrasi. (5) Fr. 126. (6) Fr. 127. (7) ibid. Inverto l'ordine dei due versi ipoteticamente dato dal Nauck. La frase dell'uno accende quella dell'altra ; si susseguono rincalzandosi per armonizzarsi in un concento unico di vivace simpatia vicendevole. E alla fine la generosit dell'eroe, la quale si forma adesso assai pi nell'inconscio secreto del cuore desideroso che nella vigoria dei muscoli forti e pronti, erompe in promessa : " vergine! s'io ti salvi, mi sarai grata?,, , Egli si  traditela sua prodezza non vuole compenso per solito ; la gloria gli  premio valevole. Ma quel che ora chiede  pi che una gloria :  il possesso magnifico, Andromeda intende ; se non che il suo animo troppo  ancora tenuto dall'imminenza mortale per abbandonarsi alla fede: teme d'illudersi : e lo dice " Non m' esser cagione di pianto, inducendomi speranze! . La risposta, che nasce da l'immensit del suo soffrire, pu parer dura al generoso offertore; l'istinto femineo se ne avvede e la spinge a soggiungere : non per colpa di te " ma molto pu avvenire contro l'aspettazione...  (2), La speranza di campar la vita non  nata o almeno non  del tutto salda;  nata la fiducia in Perseo. Ma questi, in nome del suo passato di vittoria, della sua strenua energia, dell'animo bramoso che lo incende e gli moltiplica le forze, riesce finalmente a trascinarla con s nel sogno, a persuaderle certa la liberazione prossima. E Andromeda allora lascia ch'esca diritto dall'anima il grido di promessa onde  dato al giovane, oltre l'avanzante mostro oltre la minacciata morte, su la rupe triste sul Fr. 129. (2) Fr. 131. mare vicino, gaudio maraviglioso : " Straniero ! e tu conducimi, come tu vuoi, sia ancella, sia moglie, sia schiava ! Abbi piet di me che soffro tutto; mi sciogli dai vincoli! Perseo combatter difatti il ketos sorgente da " l'Atlantico mare . E gli s'affoller intorno " tutto il popolo dei pastori : a ristoro della fatica, chi recando una tazza d'edera colma di latte, chi succo di grappoli . I principi, " in casa, a torno la tavola del banchetto . Si vuoter il xsiog, la coppa del salvatore (2). Sbito profondo si manifesta, in questa ch' la fondamental intuizione psicologica della tragedia, il progresso rispetto al mito ferecideo. In quello Andromeda non  pi, nel suo intrinseco valore, che una fronda di alloro o un raro cammeo offerto da Cefeo al vincitore Perseo. La fanciulla  mezzo nelle loro mani ; come  vittima nelle mani di Cassiepea. L'anima le  sottratta: meglio, l'anima non le  data. Euripide per contro ne fa il centro della scena : plasmandola d'una sostanza indipendente, la costituisce di sensazioni affetti empiti ; e, conchiudendola in una persona non comparabile con altre, la crea fuor dalla materia ove si giaceva informe. Ella gitta nell'aria lo spirito sofferente; eia natura mesta le si accoglie d'intorno nel compianto di Eco. Ella contrappone il proprio forsennato desiderio di vivere alla sorte tremenda che la vuol morta ; e ogni volto, dal cielo dalla terra dal mare, la guarda. E quando il giovine eroe giunge, Frr. 132 e 128. (2) Dai frr. 145-148. la divinit di lui si menoma e si abbassa dinanzi la sventiu'a di lei: ella  chiusa in una corazza dura di dolore, ed egli supplica. Poi, tutto sembra invertirsi : nel riandar le sue glorie Perseo si accresce, nel narrar la sua doglia Andromeda si piega in lacrime, e il giovane venuto per l'aria pare alla fine attrarre sopra di s, ch' per affrontare il ketos, tutta la luce. Ma  parvenza fallace. La vergine lancia al fervido desiderio del prode il grido della sua dedizione, e si afferma per tanto di nuovo, vivace, nella sua libert che dalla passione forma il volere, del volere compone il proprio decreto. La " Maschia  che nel primitivo antichissimo mito ajutava d'opera e di consiglio Perseo contro la belva, era pi vigorosa corporalmente; non era cosi forte nell'interiore spirito. Certo, nella tragedia euripidea, una tanto geniale innovazione doveva sembrare anche anarchica urtando contro le consuetudini legali e morali della vita ateniese; e per ci senza dubbio si dovette velare e temiDcrare agli occhi dei cittadini. E chiaro che Cefeo interveniva in qualche modo, o prima o dopo, a simulare la sanzione paterna, e a ricomporre nello schema giuridico la mossa ardita della figlia. E fine si manifestava forse, in questo, l'arte del poeta. Ma s'ignora. L'intervento, tuttavia, di Cefeo non fu senza effetti. L'amore della vergine che prima della lotta trionfale era come offuscato di paura e di speranza egoistica se ben legittima, dopo si vel di malinconia contrastando con gli affetti filiali. " Conducimi con te  aveva esclamato : dove ? Lontano : in Ai'go, in Serif o. Ma ell'era unica al vecchio padre canuto : e la dipartita ne diveniva grave, aspra la lontananza : era svlta ancora (da un eroe, sia pure, non dalla morte) alla vecchiezza di lui. Accanto al padre, la madre : colpevole,  vero, del rischio; madre tuttavia. Nel doloroso contrasto levasi l'appello al dio che travaglia, a Eros, il quale dovrebbe soccorrere i mortali che affligge : " Ma tu, tiranno di uomini e Dei, Eros, o non mostrarci belle le cose belle o ajuta benigno gli amanti che penano pene di cui tu sei l'artefice ! E, per tal modo facendo, onorando sarai ai mortali ; non facendo, per lo stesso insegnare l'amore, tu perderai la grazia di che ti onorano  . Calda invocazione che tanto piacque al pubblico perch nella veemenza dell'amante incontro al Dio della sua passione traspare il profondo gaudio, onde, pur nel soffrire, non invoca la salute del morbo, ma un ajuto a tollerarlo. Eros soccorrer nel fatto : l'amore vince. Era ancor questa una giunta di Euripide al mito. Ma secondaria: un che di convenzionale la gravava ; non improntandola il segno del pensiero innovatore, ma parendo scaturir ovvia dalla situazione medesima. Per ci lo spirito dell'artista, inappagato, volle nutrir d'altro sangue quel dissidio sorto dalla piet e dall' affetto e dirizzarlo a scopi diversi, pi profondi o pi larghi. S'innestarono difatti sopra l'analisi psicologica queir ansia pregna di preoccupazione Fr. 136, leggendo dvjzots al v. 5. Cfr.  VII. politica, quel travaglio complesso di meditazione sociale, che vedemmo costituire Tuna delle due tragedie soggettive al poeta e tutta l'opera magnificamente arricchire. Quando l'ingegno di lui crede di aver esaurito per una via la materia psichica del dramma, una nuova senza indugio gli s'apre : cessa di toccare la pi schietta ma generica umanit del suo pubblico, per eccitarne peculiari moti e destarne i singolari interessi. Parlava all'uomo : parla all'ateniese. E, al solito, l'idealismo lo tradisce, conducendolo senz'altro alla difesa della giovinezza e della passione, da lui concette e atteggiate sotto la piti seducente specie: a Perseo e Andromeda fa esprimere il pensiero eh' egli dilige; a Cefeo e forse a Cassiepea spetta di combatterlo. Qualunque sia la quistione giuridica o sociale o politica di cui  per far cenno, dalla sola impostatura dei termini si comprende che Euripide, anche una volta, aspira a risolvere una difficolt empirica col criterio non dell' utile e del pratico ma del buono e del bello. La quistione poi non  sola, si consta pi veramente di due. I genitori della vergine s'armano oltre che dei proprii diritti sentimentali, di sofismi ed argomentazioni. Il congiungimento degli esseri si trasforma in un contratto economico: nel quale l'eroe detronizzato, e cresciuto da la piet ospitale, ha troppo palesemente la peggio di fronte a le ricchezze dell'unica figlia del fastoso re etiopico. Dice l'un parente : " Oro io voglio sovra tutto avere nelle mie case : anche se schiavo, onorabile  l'uomo ricco ; il libero, bisognoso, a nulla riesce : l'oro riconosci causa della felicit!  . Che importa forza di giovent, ardimento di cuore ? clie importa la gloria immortale, per cui " gi morto, gi sotto la terra, sii venerato ancora  ? Nulla : "  vano : fin ch'uno viva, l'agio gli giova  (2). N basta obiettargli, con l'esempio recente, che si pu per ricchezze fiorire, e tuttavia giacersi nella sventura (3). Risponde, al ricco anche la sventura esser pi lieve che al povero: gi che quello non soffre se non del presente ; questo " ogni giorno spaventa il futuro, che non sia dell' attuale il dolore avvenire pi grande  (4). Il dissidio fra la fiducia idealistica e il materialismo gretto si assomma in una sentenza : " questa delle ricchezze  la maggiore : nobili nozze contrarre  (5). Euripide ha torto ; la ragion pratica lo deve condannare, se pure lo asseconda il sentimento. Ha torto tanto pi quanto che egli ha lo sguardo non al singolo caso svolgentesi su la scena, ma alla plutocrazia d'Atene e alla cupidigia immorale dei suoi concittadini. Ma se il fine propostosi dal tragico non vien conseguito, un altro lo , pi dramatico : di far sorgere il dubbio, di irritare la piaga, di stimolare i cuori. La memoria  recente della sconfitta tcca in Sicilia ;  vivo il lutto de' numerosi uomini perduti ; dalle Latomie di Siracusa gli urli de' suppliziati giungono ancora in Atene ; ognuno interroga l' imminente destino; ma le risposte scavano inutili l'aria torbida d'ansie. Su questi spiriti Euripide lasciando Fr. 142. (2) Fr. 154. Cfr.  VII. (3) Fr. 143. (4) Fr. 135. (5) Fr. 137. A. Ferbabiko, Kalypso. cader la sua massima morale il suo rigido e teorico principio, se non insegna una via, disgusta del presente cammino. Nel male generico poi rocchio di lui scorge, e rileva, un difetto specifico. Nel 451 a. C, quarant'anni circa prima deVAndromeda^ Pericle aveva proposto e fatto votare un psfisma, secondo cui si ritenevano illegittimi (vd'Oi) i nati da genitori di cui l'uno fosse non cittadino. E tale legge era durata in vigore di poi fino ad attirarsi nel 414 gli strali sarcastici di Aristofane. In verit se si pensa agli scambii continui fra Aliene e gli alleati e gli stranieri, ci s'avvede subito in qual forte numero gli Ateniesi dovevano veder diseredati i x3roprii figli e decaduti a un grado inferiore, solo per aver contratto unioni con donne straniere. Pericle stesso fu colpito a causa di Aspasia da Mileto. N solo il sentimento coniugale e l'affetto paterno urtava quel decreto incresciosamente; ma tutte le esigenze politi clie gli eran contrarie. Se n pure la cittadinanza dello sposo poteva far ateniese, per esempio, una donna nata in citt della Lega marittima, dura e perigliosa barriera si rincalzava fra gli alleati ed Atene, la quale pur del loro ajuto di continuo abbisognava, e su la loro fedele assistenza doveva contare specie durante le guerre infelici. Onde il largo spirito euripideo, il qual tutto accoglieva che agitasse la societ de' suoi tempi, si giov dell'attributo etnico che la saga conferiva ad Andromeda per riproporre al suo pubblico il quesito scabro. Ad Andromeda difatti diceva il padre, o la madre : " Non voglio che tu n' abbia figli illegittimi ! che, ai legittimi in nulla essendo inferiori, soffrono per legge: da questo  necessario che ti guardi . L'accortezza artistica di un cosi fatto mnito  pari alla profondit del problema toccato. Perseo accoglie su di s le simpatie non pur dell'autore si del pubblico, per la sua generosa attitudine verso la vergine. Ch'egli proprio sia la eventual vittima della dura legge ; che la ragion giuridica stia con il cattivo genio della tragedia avverso il buono : trasporta l' uditorio intiero contro il decreto e gli strappa, non per raziocinio ma per sentimento, il solenne biasimo. Aristofane muove a riso se un suo cotale perde l'eredit a causa del psfisma periclo. Eurij^ide indigna se fnge Perseo offeso non nell' avere ma, dopo un estremo rischio, nel giusto compenso d' amore. All' architettura passionale la scenica doveva corrispondere per modo che non s'adombrasse alcuno n dell'anacronismo n dell'irrazionaUt (2), di cui qualche mediocre spirito potrebbe menare grande scalpore. Anacronismo e irrazionalit era difatti mostrare Perseo ed Andromeda sotto l'aspetto che so ? di Pericle e Aspasia : l'arte forse non se ne avvide, certo non li discoperse. Ma restano essi indizio d'un' alterazione del mito ben pi profonda ed esiziale di quella operata dalla genialit iDsicologica : ch'era tuttavia un modo di Fr. 141. Cfr.  VII. (2) Mi piace qui ricordare l'arguto e acuto studio di G. Fraccaroli su L'irrazionale nella letteratura (Torino 1903). rivivere il mito, di serrare e appalesare i tramiti fra la nostra essenza umana e le favolose vicende. Invece, una volta intrusi fini di riprensione politica e di biasimo sociale sopra la trama della sa^a, essa ne rimane soffocata e asservita. Eppure il poeta che, a proposito di Perseo e del ketos, affronta problemi proprii dello statista, non prosegue se non l'opera del mitologo che, al medesimo proposito, finse l'amore di Andromeda e il vanto di Cassiepea : quegli immette nel mito la societ, questi l'uomo ; e tutt'e due sviluppano r antropomorfismo contenuto nel primissimo germe. Si assiste cosi a una penetrazione successiva e graduale del fenomeno solare nella sostanza umana. Ma quanto pi l'assorbimento procede, tanto meno il mito serbasi, qual era, mito di maraviglia cui si presta la fede non razionale ma fantastica: tanto meglio si tramuta in paradigma d'una teoria logica, in schema di una tesi politica. In vero, dopo che Perseo  divenuto pretesto a un problema giuridico, egli  per diventare l'esempio aggraziato d'una fra le possibili soluzioni : segno che gi l'intelletto si preoccupa d'altro. Cosi la saga si avvince alla vita con nuovi sottili filamenti, che non valgono per le sue prime rigogliose radici. Mentre da questo lato la leggenda si profonda verso la terra, per l'altro richiama al cielo i pensieri. Il religioso spirito di Euripide non manc di agitare, anche per Andromeda e Perseo e le vicende loro, i dubbii e le incertezze della fede. Quanto e come,  impossibile dire: solo per barlumi s'intravvede alcunch : " Non vedi come la divinit sconvolge la sorte ? in un giorno ri EUKIPIDE 85 volge l'un qua l'altro l Quegli era felice ; lui, un dio oscur dell'antico splendore: piega la vita, piega la fortuna con lo spirar dei vnti  , " Non v'  mortale che nasca felice, senza che in molto l'assecondi il Divino  (2). E ancora: " La Giustizia si dice esser figlia di Zeus e seder presso ai falli degli uomini  (3). N manca un moto d'ira contro la divinit che ha voluto il sacrifizio di Andromeda ; ma  espresso in forma accorta e velata : non avverso a Posidone e alle Nereidi, si a Cefeo che ha ubbidito loro. " Spietato  quegli  dice ad Andromeda il Coro " che dopo averti generata, o afflittissima fra i mortali, ti concesse all'Ade in favor della patria !  (4). Di questi frammenti il principale, da cui traggono luce gli altri,  intorno a Dike, la Giustizia : e si compie esso con un suo analogo, rimastoci della Melanippe incatenata (5). " Pensate voi che le colpe balzino su con le ali presso gli Dei? e che poi qualcuno vi sia per inscriverle entro le tavolette di 'Zeus? che Zeus le vegga e ne renda giustizia ai mortali? L'intiero cielo non basterebbe, se Zeus volesse annotare i peccati degli uomini ; non basterebbe Egli stesso a tutti esaminarli e aggiudicare le pene. Aprite gli occhi : Dike [non  l su: ella]  qui basso, vicino a voi,,. Dunque Euripide ha un concetto di giustizia Fr. 152-3. Nel primo leggo (Aolgav al v. 2. Nel secondo, Tv al V. 1. (2) Fr. 150. (3) Fr. 151. Leggo f^aQziag, non TifioQlag. (4) Fr. 120. (5j Fr. 506. a cui non vede rispondere n l'opere n i decreti divini, a cui gli pare meglio s' addica la condotta degli uomini. Per lui v'  disaccordo fra Zeus eDike: questa non pu seder presso quello. Per lui v' incoerenza fra colpe e pene: queste mal rispondono a quelle n sempre presso al " fallo dei mortali  abita Griustizia. In verit: un re felice  tramutato in infelicissimo per l'ambizione di talune iddie ; un eroe vittorioso non ha la gioja del premio e deve superare nuovi contrasti; la figlia  punita per la madre. E pure tutto ci vogliono gli Dei dall'alto. Che cos' dio? che cosa non dio? che cosa semidio? La domanda angosciosa, l'eterna del dubbio tragico, - ritorna, e accompagna, in tono minore, il concerto delle passioni eroiche e dei problemi sociali. Ma cotesto non  pi mito. E critica del mito : in quanto esso contiene un ricco elemento religioso. Critica singolare per : che  insieme atto di negazione e atto di fede. Euripide accetta la leggenda, la narra senza alterarne il lineamento essenziale. Solo dopo si domanda s'essa riveli un legittimo procedere della divinit. E la sua risposta ha un sottinteso profondo. Egli potrebbe difatti negar di credere al racconto per le azioni che vi sono attribuite agli Dei. Al contrario, perch le sente, dopo averle psicologicamente vivificate, umane e, come umane, verisimili, se ne fa una base al suo dubbio di filosofo. E una maniera di sceverar, nella fiaba, la incorruttibile verit, il dolore l'amore la morte, dalla verit caduca, onde sorgono gli aspetti e le forme divine. Se non che essa verit caduca non  morta, ha vita in assai spiriti ancora: quindi la ribellione  difficile, faticosa; lo svilupparsi da' suoi impacci  un travaglio. E il tentativo di ripossedere totalmente il mito fallisce; una rocca resta inespugnata. Cosi fu adunque, dal genio artistico di Euripide investito il problema che la leggenda eroica di Perseo e Andromeda offriva al suo magistero. Della leggenda la sostanza umana fu la pi riccamente rielaborata : quella in cui lo spirito creatore si profond con la sua potenza d'intuito da un lato, con le sue preoccupazioni di politica da l'altro; quella per cui l'animo si compiacque della finzione antica, e la godette ricreandola. L'elemento divino fu contemplato con occhi di esitazione, accettato quasi rassegnatamente. Al di sopra si conservava intanto la patina eroica, lo splendore delle avventure, la maest delle figure e dei gesti. Perseo giunge a volo.; reca il capo di Medusa; trionfa di un mostro orrendo : v' quanto basta perch chi s' appaga dell' ap]3arenza lo senta d' un' altra specie, immensamente lontano. Non si sa se nella tragedia avesse luogo, come nel racconto di Ferecide, l'ostilit di Fineo e il duello fra i due rivali: certo questo fu, se mai, un fatto di pi, non un sentimento nuovo: rientr insomma nella sfera estrinseca eroica della tragedia. Ma sostanza umana, elemento divino, vernice romanzesca non trovarono la loro sintesi se non nell'unit dello spirito euripideo : sintesi che non  concordia logica, n armonia estetica ; si bene vita in angoscioso travaglio ; nel quale l'intuito psicologico e l'affanno politico e il dubbio religioso si fondono ; pel quale il personaggio di Perseo, la sorte di Perseo assommano in un solo vivo vertice le divergenti passioni dell' intera tragedia. Per comprender questa nella sua forma poliedrica, per ravvisarla una, oltre le superfcie molteplici, bisogna aver ricostruito l'animo del poeta e essersi immedesimati con lui. Con lui pot identificarsi anche il popolo d'Atene: una sola volta: quello stesso anno 412 onde nacque e in cui fu rappresentato il drama. Preoccupato del pari, aveva sotto gli occhi uguali spettacoli, sentimenti simili ne scaturivano. Agli spettatori come al poeta il fato travaglioso dell'eroe, audace generoso e mal soccorso dagli Dei, suscitando il dubbio d'una vera Dike, si tramutava a poco a poco in un'altra angoscia pi sorda di spavento : chi avrebbe retto e vigilato, da l'alto, le infortunate vicende della grande Atene ? Questo Perseo che la leggenda pretende argivo, si  quasi fatto cittadino ateniese dinanzi gl'inconsci risguardanti, da quando un psfsma di Pericle viene opposto al suo amore; si  quasi fatto simbolo concreto e doloroso di Atene, da quando il suo impulso ideale vien premuto dalla material cupidigia. L'incerto futuro che lo elude ha la maschera ambigua dell' avvenire che attende, lontano, la Citt confusa. A lui definisce la sorte Atena, apparendo a predirgli le nozze con Andromeda, il ritorno in Argo, l'assunzione in cielo con la sposa e Cefeo e Cassiepea tramutati in constellazioni. I problemi umani della sua vita sono tronchi da un intervento divino : non resoluti. Onde pi tragico ricade sugli ascoltanti il timore per le imminenti sorti della patria; s'accresce il senso vivace del mistero che regola le fortune terrene. Se non che Tessersi l'umano, il celeste e l'eroico del mito compaginati negli spiriti di Euripide e del primo suo pubblico, non significa che si fosser fusi nell'opera d'arte: perch la scissione pu, nello spirito, comporsi per il dolore medesimo di cui  causa; ma rende, senza dubbio, disarmonica la forma estetica che la esi^rimeQuindi l'unit  momentanea, non stabile. Le diverse materie della leggenda si serbano disgregate e inorganiche. E, non potendosi nel tempo, se non per via di critica, riprodurre identico l'ambiente spirituale del tragedo e dell'et che fu sua, le innovazioni che al mito ne erano derivate non accolgono simpatie e non trovan cultori. Ond'  che il drama nella storia della fiaba rappresent una pausa senza echi. Dopo Euripide. Si assiste, nell'ulteriore vicenda del mito, a un lento ma spiccato impoverirsi della sua vita. Fino ad Euripide, il processo era stato, in vece, di arricchimento; la tendenza verso una poliedrica complessit: onde naturalismo e novelHstica s'eran da prima complicati insieme, avevan avuto giunta dal romanzesco, per attingere il sommo della pienezza nel dramatico travaglio del pensiero religioso e politico, il vertice dell'altitudine nella fine intuizione psicologica. Dopo Euripide, la parabola discende sino ai confini d'una pi consueta mediocrit: si che par nel principio che fuor dalla corteccia non si sviluppi se non il midollo originario della fiaba, ma si mostra poi ch'esso medesimo  presso che inaridito. Che la saga non ritorna in sua vecchiezza alle fogge giovanili, acerbe pi che esigue; si bene lo spirito che negli inizii verso lei convergeva intiero, vie meglio alimentandola nel suo assiduo allargarsi, se ne distrae ora insensibilmente, e si immerge in altre creazioni. L'impoverirsi della leggenda di Andromeda  parallelo al formarsi del disinteresse mitico; ed  quindi preludio d'un nuovo stadio spirituale, in cui l'uomo, colmato a pena uno stampo, prende a foggiarsene e riempire un altro : maggiore. Il lamento ch' solito allo storico del mito si deve ripetere ancor qui: assai fu perduto che ci avrebbe di molto giovato nello studio di cosi fatta decadenza mitica. Non son pi che quattro gli autori, in cui ci ritorni il racconto del ketos; ma per fortuna rappresenta ciascuno una tappa caratteristica. Apollodoro, raccogliendo nella Biblioteca con l'altre ancor questa favola, si riconnette a Ferecide : muove ci , non dalle forme eh' essa aveva assunte nei pi vicini tempi, ma dalla sua origine. N vi aggiunge gran cosa ; al pi, pio ti) Dal numero  escluso Igino Fav., come quello che contiene varianti di particolari, ma non imprime d'un propi'io segno la fiaba. coli insignificanti particolari; qua e col, quasi in margine, ferma la notizia d' una tradizione alcun poco diversa dalla ferecidea. Chi legga distratto vi bada a pena. Vi s' indugia sol chi abbia intenti d'investigazione erudita : nel che si appalesa dunque la caratteristica di questo strato evolutivo. All'autore che la narra la leggenda  morta:  cadavere che egli ricompone fra bende, con qualche cautela, a fin che poco di quelle membra che furono organismo vada disperso. E vi sono ragioni pratiche per cui, nell'opera, si preferisca modello l'antichissimo compilatore ; presso il quale  gi armonia di contesto e compiutezza di termini. V', inoltre, una ragione pi alta, intima alla logica dello sviluppo storico, onde Euripide dev' essere taciuto : la singolare opera di lui non ha vinto, e la volgata con tutte le sue piccole e grandi varianti  oltre; pi sopra o pi sotto, non importa ;  distinta e prevale. Quindi ben fa chi compila a lasciar quella in oblio: le compete luogo fra le produzioni libere dell'arte, non fra le specifiche della mitopeja; gi che la distinzione deve valere, se mai per alcuno, per il mitografo tardo. Se non che tale aspetto non fu del solo Apollodoro. Anche di un poeta. Ovidio mosse del pari, se pure non nell'atto materiale del suo lavoro, certo nella sfera fantastica della sua mente, da Ferecide : o sia da quelle che in Ferecide erano le fondamentali intuizioni della saga. Ci sono : lo stupore simpatico verso il romanzesco ; la ricchezza dei gesti e dei movimenti nei personaggi ; il pathos sobrio dell' idillio fra i due giovini. Ciascuna di queste intuizioni  ripresa e svolta a costituire l'ordito del racconto; e sol tanto entro i loro limiti il poeta si concede di imitare altre fonti, sia pure Euripide. Il romanzesco imprenta tutto quanto il compatto manipolo degli esametri tra la fine del quarto e il principio del quinto libro nelle Metamorfosi. Sottinteso costante e necessario  il miracolo della potenza oltreumana: dal volo che conduce Perseo fra i Cefeni, alla virt del capo gorgoneo che termina l'episodio. In apparenza per Ovidio non se ne compiace con la maraviglia schietta di Ferecide ; si tenta di comprimerlo in termini di umanit. E fallacia. Certo, il ketos avanzante al feroce convito vien paragonato a nave rapida: onde n' ridotto il confine mostruoso. E Perseo gli piomba di sopra con l'empito discendente dell'aquila: non insolito spettacolo. Ed essa belva si dibatte a simiglianza di cignale fra cani in torma : scena cui  abitudine nella vita comune. E lo scoppiar degli applausi su la spiaggia dopo la vittoria dell'eroe richiama l'eco dei fragorosi anfiteatri. In realt, queste similitudini umane riescono una pi sicura esaltazione dello stupefacente: necessarie perch le intuizioni si concretino, escano dall'indefinito ferecideo, e conseguano una plasticit chiusa e viva, che non sarebbe senza il riscontro consueto e terreno : utili, di pi, per creare, di l del riscontro, il contrasto fra lo straordinario e il normale. Si compie qui, accanto a un magistero d' arte pi evoluto che vede i particolari e li esprime non li accenna, uno sforzo per accrescere la distanza di cui separasi la terra dal cielo, la creatura dal semidio. Gli corrisponde il rombo del verso. A che fine? Per la metamorfosi che conchiude, in due riprese, il racconto. In quella il romanzesco si dissolve, come in sua foce : il capo di Medusa che impietra in coralli le verghe del mare e converte lo stuolo dei congiurati in affoltata marmorea di statue danno una sanzione estrema a l'inverosimile che precede. Non in egual modo, a dir vero ; che ciascuna di quelle trasformazioni ha importanza speciale, n pu valere se non congiunta con la prima o la seconda delle scene in cui il racconto si divide. La prima  intorno alla venuta di Perseo, al duello con la fiera, alla vittoria . Novamente da l'una parte e da l'altra egli si avvince con le penne i piedi ; della curva spada s arma : e il limpido etra fende movendo i talari. D'intoi'no e di sotto innumeri genti lasciate, scorge le schiatte etiopiche e i campi cefi. Ivi l'ingiusto Ammone aveva ingiunto che l'incolpevole Andromeda della materna lingua scontasse le colpe. Lei come l'Abantade vide, avvinta le braccia su la dura rupe, se Paura lieve non avesse agitato i capelli n gh occhi stillato un tepido pianto, opera di marmo l'avrebbe creduta. Ignaro ne avvampa e stupisce, e rapito all'aspetto dell'apparsa IV vv. 665-752. Traduco sul testo di H. Magnus (Berlino 1914). bellezza dimentica quasi d'agitare le penne per l'aria. Si ferma. "0 tu dice degna non di queste catene, ma di quelle che serran fra loro i cupidi amanti, il nome a chi '1 chiede rivela della terra e di te, e perch porti legami . Si tace ella da prima n osa parlare, vergine, a un uomo : delle mani celerebbesi il volto pudico, se legata non fosse. Gli occhi, e poteva, di sgorgante pianto colmava. A lui, che insiste pi spesso, svela, perch celar non sembrasse delitti suoi proprii, il nome della terra e di s, e quanta fosse stata fiducia della materna bellezza. Ancor non compiuto il racconto, l'onda risuona : avanzando, la belva a l'immenso mare sovrasta, e molta sotto il petto acqua soggioga. Stride la vergine. Doloroso il padre, e insieme la madre  presente : miseri entrambi, pi giustamente questa. Non recano ajuto con s, ma, come vuole il momento, pianti e lamenti, e si serrano al corpo legato. Or cosi l'ospite parla : " Di lacrime molti giorni vi potranno restare ; a porger salvezza  breve l'ora. Questa s'io vi chiedessi, Perseo nato da Giove e da quella che rinchiusa Giove f' pregna d'oro fecondo; Perseo vincitor della Gorgone anguicoma, e per gli spazii etrei agitando le ali volatore ardito, sarei qual genero a tutti, per certo, anteposto. A tante doti io tento di aggiungere un benefizio, pur che m'assistan gli Dei. Che, dal mio valore salvata, sia mia, fo patto,. Accettano (chi avrebbe per vero esitato ?) e pregano, e promettono inoltre in dote il lor regno, i genitori. Ecco, quale nave veloce solca col prominente rostro le acque, da sudanti braccia di giovini condotta ; tale la fiera, spartendo con l'empito del petto le onde, tanto dalla rupe distava, quanto del cielo interposto possa Balearica fionda col piombo vibrato varcare : allorquando d'un sbito il giovane, da i piedi respinta la terra, alto si leva verso le nubi. Come alla sommit dell'acque fu vista l'ombra dell'uomo, s'infuria contro la vista ombra la belva. E come l'uccel di Giove, vedendo che nel campo sgombro un serpe al Sole le livide terga concede, da dietro lo afferra, perch la nefasta bocca non torca, e figge i bramosi artigli nella cervice squammea; cosi con volo rapido a piombo calando pel vuoto, della fiera fremente oppresse le terga, nel fianco destro l'Inachide le nascose il ferro, fin dove  ricurvo . Laniata da grave ferita, ora eretta si aderge nell'aria, ora si asconde nell'acque, ora voltando si avventa a guisa di fiero cignale cui la turba de' cani latranti d'intorno spaura. Egli causa con l'ale veloci gli avidi morsi ; adesso le terga soprasparse di cave conchiglie, adesso dei fianchi i margini, adesso dove la tenuissima coda si termina in pesce, ovunque si porga indifesa, flagella con la spada falcata. La belva da le fauci vome i fiotti misti con purpureo sangue. Le penne asperse s'appesantiron madide : n Perseo osando pi oltre affidarsi a' zuppi talari, scorse uno scoglio che col supremo vertice l'onde supera chete,  coperto da l'onde agitate. A quello poggiato, con la sinistra della rupe tenendo i gioghi estremi, tre quattro volte inferisce la spada nei fianchi colpiti. D'applausi il clamore riempie la spiaggia e le superne case de' Numi. S'allietano, lo salutano genero, ausilio della schiatta e salvator io proclamano, Cassope e Per avere una idea precisa della " spada ricurva, " falcata  di Perseo e per comprendere il v. 720 {curvo tenus hamo) si veda il disegno in Roscher Lexicon d. Gr. ti. R. Mythologie III 2 (Leipzig Cefeo padre. Sciolta da le catene s'avanza la vergine, della fatica e causa e premio. Egli in acqua attinta purifica le vincitrici mani : e perch dura non offenda l'arena il capo gorgoneo, f' molle di foglie il terreno, virgulti distese nati nel mare, e sopra vi pose la testa di Medusa Porcinide. Il recente virgulto, dal succoso midollo ancor vivo assorb la forza del mostro, al contatto di questo fu duro, nelle fronde e nei rami assunse rigidezza inusata. Ma sperimentan le ninfe del pelago il mu-abile fatto in pi verghe e con gaudio lo vedon ripetersi uguale. Poi che di quelle i semi sparser su l'acque, ancora ai coralli la stessa natura  rimasta, che dal tocco dell'aria ricevan durezza, e ci ch'era verga nel mare, sopra il mare sasso diventi. Seguono le scene di festoso tripudio cui s'abbandonano con Cefeo e Cassiepea i Cefeni tutti. E si termina, col libro quarto, il primo episodio, per s stante, del mito. Chi lo cerchi pi a fondo, deve soffermarsi sopra il dialogo fra Perseo e Andromeda, fra Perseo e Cefeo con Cassiepea. Vibra, ivi, il sentimento attorno cui Ferecide aveva trovato raccolta la fiaba del ketos. Ma, si direbbe, in sordina. Un che d'ignoto par che l'attenui come d'un velo. Cosa non senza maraviglia, giustificandosi tutto il successivo evento appunto dal sorger dell'amore in Perseo e dalla promessa del padre. Anzi, se l'origine dei coralli  il vertice avventuroso del racconto, questa scena a l'inizio dovrebbe esser il perno sentimentale o, meglio, umano. Ora in ci a punto  la causa del poco rilievo concessole dal poeta. Il suo senso d'arte l'avverti che questo poteva divenire "iin elemento disgregatore, una disarmonia nell'opera: e la passione tramut in accordo nuziale. I due protagonisti impiccioliscono visibilmente: ella s'induce a rivelare allo straniero il perch di sua xDOsitura " a fin clie non sembri celare colpe sue proprie , e accusa la madre: egli sciorina dinanzi ai piangenti genitori, mentre la belva avanza e il terror tragico martella i cuori, i proprii titoli, quelli per cui si ritiene onorevole genero al re. I pi generosi appajono, poveretti, quei due vecchi che di tutto cuore danno, con la figlia, il regno! Si che l'artista fu, in questo argomento, volubile ; n gli soccorse alcuno di quei fini tratti di psicologia di cui  capace in altri casi. I soli accenni pi appropriati toglie a Euripide: tali lo stupor del veniente Perseo per l'aria, e il pudore silenzioso della vergine. Ma deliba a pena il calice, e l'ampiezza numerica della forma cela l'esiguit della intuizione. Il romanzo gli ha, non pur scemato, ma un poco anche guasto la vita. Dopo che tra grande esultanza si sono raccolti a banchetto nuziale il re e la regina con la figlia e il genero nuovo, si fa innanzi Fineo. E l'uomo di Ferecide: il fratello di Cefeo gi fidanzato con Andromeda ; il quale non ha avuto il coraggio di liberarla col proprio rischio ; ma tenta ora di riaverla quando il ketos  ben morto. Mentre fra mezzo alla schiera cefena quell' imprese l'eroe danaejo racconta, gli atrii regali riempie Le precedenti sue avventure : le Graje, Medusa, ecc. una turba fremente ; sorge un clamore, non di canti alle feste nuziali, ma d'annunzio a feroce contesa. E i conviti mutati in sibiti tumulti potresti assomigliare a golfo che, quieto, sollevi in onde commosse la fervida rabbia dei vnti. Primo Fineo tra quelli, temerario autore della contesa, agitando un'asta di frassino con bronzea punta, " Ecco  dice * ecco, mi avanzo a vendetta della carpita sposa. N a me te le penne, n sottrarr Giove in falso oro converso  . A lui clie tentava scagliare, Cefeo opponeva " Che fai ? qual mente ti spinge infuriato al delitto ? tale grazia si rende a ineriti grandi ? con questa mercede compensi la vita di lei ch' salvata ? La quale ritolse, se tu cerchi il vero, non Perseo a te, ma l'aspro nume delle Nereidi, ma il corngero Ammone, ma quella belva del mare che veniva per farsi satolla delle viscere mie ! Allora rapita ti fu, quand'era a morire. Se non se, crudele, ci stesso tu brami, che muoja, e t'allieti del nostro dolore. non basta che nel tuo cospetto ella fu avvinta ? che nullo soccorso recasti, tu sposo, tu zio ? in oltre, ti duoli che fu da taluno salvata, e gli carpisci il premio ? Questo se a te grande paresse, da quegli scogli dov'era affisso l'avresti richiesto. Ora lascia che quegli il qual lo richiese, pel qual non  orba questa vecchiezza, si porti quanto con opre e parole pattu ; e comprendi come lui s'antepone non a te, ma a una morte sicui'a . Non cede Fineo a' consigli del fratello, anzi  forse inutile ricordare che, secondo il mito, Zeus avrebbe generato Perseo (sopra pag. 94) cadendo dal soffitto in forma di pioggia aurea nel grembo di Danae. comincia il combattere. E il racconto si distende lungo per circa due centinaja di versi : che la battaglia  seguita ne' suoi particolari con abbondanza di nomi di persone di gesti. Il tumulto  grande . " Le congiurate schiere d'ogni lato combatton per la causa che impugna inerito e fede. Per questi il vanamente pio suocero, e con la madre la nuova sposa, son favorevoli, e d'ululato riempiono gli atrii. Ma prevaleva il suon dell'armi e il gemito dei caduti . Per poco ancora dura la lotta. " Per quando alla turba soccombere vide il valore, Perseo : " Poi che mi costringete voi stessi, ausilio richieder al nemico. Rivolga il viso chi, propizio,  presente  : e trasse il capo della Gorgone. " Cerca un altro, che i tuoi vanti commuovano!  esclam Tscelo; ma, mentre con la mano apprestavasi a scagliare il dardo fatale, in tal gesto rimase statua di marmo,. All'ultimo  prostrato, dopo assai altri come Tescelo irrigiditi dal mostro meduseo, lo stesso Fineo. E implora : " Vinci, Perseo : allontana i fieri mostri, togli il capo impietrante della tua Medusa, qual che si sia. Togli, ti prego. Non odio ci spinse a contesa, n brama di regno ; per la sposa movemmo le armi ; migliore fu la tua causa per opre, pel tempo la mia. Non m' grave di cedere. Nulla, fortissimo, fuor che quest'anima concedi a me! tuo il resto ti sia . A lui, che cosi parlava, n risguardare ardiva quello cui con la voce pregava, rispose : " Ci che, o timidissimo Fineo, concederti posso, ed al vile  dono ben grande, lascia il timore. ; la parafrasi  dei vv. 150 sgg. ti conceder: da ferro non sarai violato. Che anzi vo' darti un monumento che duri perenne ; e sempre, nella casa del suocero nostro, sarai guardato si che la mia sposa da l'imagine del fidanzato abbia conforto . E lo impietra. Cosi la vasta e agitata folla che nel principio commoveva la scena si tramuta in un popolo rigido di statue, di cui ciascuna serba, nella fissit, un gesto di vita. Ed  qui a punto il cardine del secondo episodio mitico: efficace trapasso per il quale la compiacenza ferecidea verso la riccliezza del movimento e l'ampiezza dell'azione si sublima in motivo di armoniosa bellezza. Che  quasi esclusivamente merito di Ovidio; come di quello che, sviluppando a s tutta la seconda parte della leggenda, la equilibr con l'ampUarne, ai due estremi, il combatmento e la metamorfosi. Ma non fu pago a tanto. Inser nella sua materia anche la nobile fede di Cefeo che si oppone al fratello esortandolo a giusta pace, e l'ironia ultima di Perseo non priva di malignit n di un grossolano sale. Se bene gi questa non era una giunta che compiesse, si pi tosto una intrusione che alterava, il jDoeta volle perseguir fin nelle minuzie anche le vicende della contesa; e tradusse il duello in una battaglia omerica; cadendo nella pi stucchevole prolissit. Non fu ricco, ma pletorico : non diverso, si bene monotono. Nella scialba sostanza impresse poi, su l'inizio e su la fine, senza garbo n acume, tracce d' umane passioni. Della cui banale mediocrit s' intende quindi il motivo : fu necessario all'autore inspessirle per ottenerne un qualche rilievo da 1' immenso piano uniforme dello sfondo. Sola, or qui or l, la perizia tecnica foggia il verso con eleganza; e varia musicalmente il ritmo. Nell'insieme, sopra un ben intuito fondamental contrasto, lo sforzo d' esser profondo deforma e rigonfia gli elementi dell'opera. E ricordiamo. Contrario ci apparve il difetto nel primo episodio: volubile superficialit psicologica accanto a larghezza romanzesca. Ma analogo  nella sua radice. Nell'un caso e nell'altro il poeta non ha colto il cuore del mito, n ha, da quello, vissuto il mito. Altrimenti, egK non avrebbe errato : il suo respiro coinciderebbe con il respiro della fiaba. In vece, essa gli fu estranea : pagina fredda di volume svolto. Il suo interesse la tent con approcci successivi, e di ciascuno rimase una traccia: ora piacque l'analisi psichica, ora la smaglianza dell'avventura, ora l'agitazione bellicosa; in parte fu possibile imitare Euripide, Omero in parte. Mai per, in alcun punto, l'interesse divenne simpatia, tanto meno amore. Sembra che la leggenda uncini con tutte le molteplici sue bellezze uno spirito stanco, che reagisce pigramente se ben non dorma ancora. In realt lo spirito  distolto ; vive altrove. Un secolo e mezzo dopo, il pensiero umano  molto lungi. Ha nel trattare il mito una grazia nuova, '' lucianesca . Ecco il quattordicesimo dei Dialoghi marini di Luciano. Le nozze di Perseo e Andromeda si stan celebrando ; il ketos  a pena morto. In non si sa qual recesso del mare Tritone e le Nereidi cambian fra s quattro ciance.  un mormorio di donnicciuole con un rivenditore del mercato. L'uno d le notizie ; l'altre gli si fanno attorno, e ov' la bellezza dei volti? con moti curiosi: ora questa ora quella alza la voce ; le compagne in tanto ascoltano con stupor muto. Sono ignare de' pi recenti fatti, e l'amico li ha appresi origliando. L'eco della terra par muovere da una lontananza. Ma la terra  presente . Tritone e le Nereidi. Tbit. Quel vostro ketos, o Nereidi, che inviaste contro la figlia di Cefeo, Andromeda, non solo non f' danno alla fanciulla come credete, ma fu ucciso gi esso medesimo. Ner. Da chi, o Tritone ? forse Cefeo, esposta come sca la vergine, lo assalse ed uccise, attendendolo in agguato con molti guerrieri ? Trit. No. Ma voi conoscete, credo o Ifianassa Perseo, il bambino di Danae, che fu cacciato sul mare nell'arca insieme con la madre ad opera del nonno e che per compassione di loro voi avete salvato. Ifian. So di chi parli: suppongo che ora sia un giovine e molto prode e bello di aspetto. Trit. Egli uccise il ketos. If. E perch, o Tritone ? non questo compenso per vero egli ci doveva. Trit. Vi dir tutto, come avvenne. Egli fu mandato contro le Gorgoni per compiere al re quest'impresa ; dopo poi che fu pervenuto in Libia... If. Come, o Tritone ? solo ? o conduceva compagni? che altrimenti la via  difficile. Testo del Jacobitz (Lipsia, Teubner). Tbit. Traverso l'aria : Atena lo aveva fornito d'ali. Quando dunque fu pervenuto l dove dimoravano, esse dormivano, ritengo, ed egli pot tagliare il capo a Medusa e scapparsene a volo. If. Ma come le guardava ? sono difatti inguardabili : o pure chi le guardi, non vedr altro dopo di esse. Trit. Atena col porgli innanzi lo scudo (queste cose udii ch'egli raccontava di poi ad Andromeda e a Cefeo) Atena dunque gli diede a vedere l'imagine di Medusa su lo scudo risplendente, come sur uno specchio : allora egli aflPerrata con la sinistra la chioma, sempre riguardando nell'imagine, recise con la falce nella destra il capo di lei, e prima che le sorelle si destassero vol via. Come poi giunse a questa spiaggia d'Etiopia, gi basso su la terra volando scorge Andromeda esposta sopra una sporgente rupe, infissavi, bellissima, o di !, sciolta le chiome, seminuda assai sotto i seni : e da prima, compassionando la sorte di lei, dimandava la causa del supplizio, ma a poco a poco preso da amore (bisognava pure che uscisse salva la fanciulla) decise di soccorrerla. Fra tanto il ketos avanzava pauroso come per divorar Andromeda ; e il giovine, pendendogli di sopra, e brandendo la falce, con una mano lo colpi, con l'altra gli mostr la Gorgone e lo fece pietra: la belva tosto mori e divenne rigida in molte membra, quante avevan veduto Medusa : egli sciolse i vincoli della vergine, e porgendole la mano la sostenne mentre scendeva in punta de' piedi dalla rupe sdrucciolevole; e ora celebra le nozze nelle case di Cefeo e la condurr in Argo : cosi che in luogo della morte ella trov un marito, e non comune. Ir. Io gi dell'avvenuto non mi sdegno; che colpa di fatti aveva verso noi la figlia se la madre menava vanto e riteneva d'esser pi bella ? DoB. Ma in tal modo, come madre, avrebbe sofferto per la figlia sua. If. Non rammentiamo pi tali cose, o Doride, se una donna barbara ciarl un po' pi del giusto. Basti, a nostra vendetta, cbe fu spaventata per la figlia. Rallegriamoci dunque delle nozze. Certo, la terra  presente. E nei gesti che si sottintendono ; e, pi, nei confini mentali degli interlocutori. L'arte di Luciano li designa con perizia finissima nelle varie domande chemuovon a Tritone le Nereidi. Da principio, annunziata la morte del ketos, suppongono, com'era pi semplice, un agguato di Cef eo. No ; fu Perseo :  il primo ingresso dello stupefacente. Perseo s'era recato in Libia. E quelle pensano a una regolare spedizione con compagni, ^' che altrimenti la via  difficile . Ragionan bene; ma, per altro, Perseo volava : nuova maraviglia. Or egli aveva, prima, ucciso Medusa. " Ma come la guardava?! . L'inverosimile  al colmo. Da quel momento Tritone pu continuar ininterrotto. E continua; ma svela, in un suo breve inciso, improvvisamente, l'importanza di quelle interrogazioni. Perch Perseo fu " preso da amore  per Andromeda? Risponde: " bisognava salvar la fanciulla . Tal motivo non vale per l'animo dell'eroe, che in esso quella non  causa sufficiente e appropriata ; bens smaschera l'artificio del mitologo, e mostra la passione inventata a giustificare la salvezza della vergine. E una critica genetica, diremmo oggi. Ed  la stessa che avevan fatta, pi coperta, le figlie di Nereo. Il dono delle ali  rilevato come stromento mitopeico perch Perseo potesse recarsi in Libia ; l'astuzia dello scudo, come mezzo artefciato ad eliminar in Medusa quella medesima nefasta efficacia che le si soleva attribuire Dunque,  deduzione implicita, ci fu una interessata volont, la qual condusse con varie furberie il giovine in Libia e contro Medusa e fra gli Etiopi. Dunque il mito  favola che imagin taluno. Passo a passo i colpi son recati, fin che la leggenda non ha pi una base di fede, si una di scetticismo sorridente e maligno. Onde si appalesa fittizio lo stupore crescente delle Nereidi dinanzi all'avventura: per che il pensiero da cui sono animate , non cosi ristretto da non concepir l'insueto, ma largo a bastanza da negarlo. E nell'ultime parole la larghezza si accresce d'un contenuto morale, estrema vetta di cotesta saliente bellezza d'arte : non era giusto colpir la figlia per Terrore materno ; fu molto che Cassiepea avesse a temere tanta sventura ; n dovrebbe importare a Dee la gara in bellezza d'una donna barbara con loro. Son questi, si, ancor gli attacchi che al mito avrebbe mossi la coscienza etica di Euripide; ma la tragedia manca, n pu sussistere adesso. La fiaba  stata svlta da l'anima, e respinta al di fuori ; onde il biasimo tocca alcun che di esterno, non logora il cuore stesso dell'artista. Come un luogo comune dell'ornamentazione retorica l'aveva sfruttata Manilio per le sue Astronomiche^ a proposito delle costellazioni denominate da Perseo e da Andromeda. Ma senza vigoria originale. E difatti in cotesto uso (non importa se anteriore nel tempo) assai men vita leggendaria che nello stesso Luciano: nel quale l'intellettual sorriso della critica  tuttavia indizio di un sopravvissuto interesse, come a passato recente e sentito ancora. Manilio per contro segue l'andazzo letterario, e non illumina n pure con la luce della sfera pi alta le tenebre deir ormai superata. La conversione dei personaggi in astri, che presso Euripide era giunta a troncare ardui problemi dello spirito, diviene qui lo spunto, donde il raccnto si diparte : le  anzi asservito il racconto medesimo, il quale nella mente all'astrologo imbelletta la pseudo scienza celeste, che di Grecia aveva trovato favor di accoglienza fra i Latini . Si che qui si misura, con precisa esattezza, il regresso dell'efficacia leggendaria. N Luciano n Manilio accennano a Fineo. Se per ci si connettano con il tragico che, forse, non gli aveva trovato luogo nel drama, non  a dirsi. La natura del tema, in entrambi, giustifica il silenzio: che Fineo non divenne astro n ebbe attinenze col ketos. Per contro  notevole che non essi, come non Apollodoro n Ovidio, accettano la Andromeda euripidea. E per chiaro motivo. Creata quella nel momento del culminante interesse pel mito, scompare di Cfr. M. ScHANZ Geschichte der romischen Litteratur^ (Miinchen) II 2 pagg. 28 e 37. poi con lo scemarsi della simpatia traverso le posteriori vicende del pensiero. Nel sommo della parabola, che segna lo sviluppo di questa leggenda, sta adunque una singolare originalit ch' in contrapposto ad un tempo con gli stadii precedenti e con i successivi. E una singolare ricchezza psichica, che dell'originalit  la causa diretta. Enna: nell'interno della Sicilia, a presso che mille metri sul mare, non lungi a un lago cui oggi  il nome di Pergusa e di Pergo era nella antichit, sopra una larga groppa dei monti Erei (2), onde, traverso l'aria diafana delle aurore e dei tramonti settembrini, le pupille bevono, oltre le giogaje lungo le valli e i tortuosi solchi dei fiumi, la dorata luce dei piani. Demetra genitrice delle biade, Cora-Persef one figlia Per questo capitolo v. Vlndagine in libro II cap. II, di cui nelle note successive si citano i . La descrizione d'uno straniero : 0. Rossbach Castrogiovanni, das alte Henna in Sizilien (Leipzig LA DEMETRA d'bNNA di lei, Trittolemo dall'aratro, vi avevano negli anni di Cicerone templi statue culto. Le donne, cui talune cerimonie eran riservate, vi salivano forse dai paesi vicini; tutte fin da Panrmo da Drpano da Catana da Camarina da Siracusa da l'Etna vi lasciavano giungere certo il pensiero divoto, supplice per la famiglia ed i campi, timoroso dell'ire e delle vendette divine: per elle di l la Dea, la quale  nume ad un tempo del matrimonio e delle spighe, sembrasse vegliare su l'intiera isola, e proteggere l'isolane in casa, gl'isolani su le glebe. Di quella religione l'oratore romano vantava, nell'arringa scritta contro il mal governo di Verre, l'origine antichissima : ivi nate le Dee, ivi vissute e viventi ; ivi dall'et vetuste le case dei numi ed i riti sacri. E l'antichit asseriva riconosciuta da ogni popolo senza contrasto . Contrasto certo non sussisteva, in Sicilia, ove al santuario ennense si guardava, come a reliquia dei tempi, con un profondo rispetto, che le arcane leggende dei primordii rendevano pi intimo e sentito. N la memoria secreta del popolo o il suo pronto intuito di fedele s'ingannavano. Da poi che, forse, la Storia oggi, molti nessi ravvisando e molte trasformazioni che s'ignoravano allora, riesce a dare un pi saldo fondamento alla credenza di quei Siciliani, un contenuto meglio ampio al loro ricordo; se bene diffcilmente serbi la grata bellezza poetica di cui insieme erano pregnanti religione e mito. CicER. in Verr. IV 106. IL MITO SICULO.  probabile che gli avvenimenti seguissero cosi . Enna, nella sua forte positura montana,  da presumere fosse uno dei luoghi ove gl'Italici appartenenti alla trib dei Siculi ebbero a cercar rifugio sul finire dell'et micenea, nel sec. IX avanti l'ra. Le coste, pi agevole sede, eran divenute mal fide per l'incursione dall'Oriente di predatori troppo ben armati perch fosse riuscibile la resistenza. Sotto l'irrompere dei violenti s'era per alcun tempo spostato verso l'interno il processo evolutivo che, non senza influssi esterni e tal volta notevoli, durava fin dall'et eneolitica. E sulle vette dei monti si stratificava fino a cristallizzarsi la vita civile dei Siculi ; tra cui, com' ovvio, prendeva consistenza anche il pensiero religioso, con la leggenda divina che n', fra gli Arii, foggia consueta. Per disavventura, dagli scavi archeologici noi siamo assai meglio informati su gli oggetti delle pi vetuste necropoli e su gli stili loro, che non su la maturit mentale, su gli di, su le fiabe, di questa trib in quell'epoca. Ci manca, sovra tutto, qua! si sia testimonianza atta a fermare una caratteristica dell'intelletto siculo antichissimo la quale valga a contraddistinguerne, p. es., i miti da quelli dei popoli affini nel Lazio e nella Grrecia. L'affinit concede bens volontieri l'analogia; ma questa deve, sobria, fermarsi a linee sommarie e incompiute. Per ci la congettura ancor che acuta lascia intrawedere, se cauta, poco. Gl'incunabuli dell'arte e scienza che insieme ammaestra a sparger il seme nelle zolle e stringe i vincoli dell'istituto familiare, erano stati il tesoro comune che gl'Indoeuropei dividendosi recavano seco traverso le regioni dissimili. Agricoltura e famiglia, vie meglio possedute e costituite col cessar del nomadismo, avevano per s pi e pi secoli di trionfo nell'avvenire : costituivano, con la loro celata forza e importanza, due poli essenziali nella vita presente. Essenziali e magnetici tanto, da attrarre parecchie fra le medesime divinit della luce e del cielo, e sopra tutto fra le divinit delle tenebre e di quella morte, che la mente bambina dei primitivi, iDer non averne compreso il profondo valore e la non palese bellezza, circondava di ombra nelle celate viscere della terra ove scompajono i corpi di uomini'ed animali. Di questi due poli religiosi seguire a ritroso la progressiva formazione, conduce a origini tra s lontane. Il naturismo che venera l'albero e il sasso, il ruscello e la zolla, la spiga del grano ; l'animismo, che poi se ne evolve, e adora lo spirito del sasso e la potenza del seme ; il pi maturo pensiero che, in fine, riesce a foggiarsi di tutta la terra una divinit sola o di tutte le biade: ci riassumono, nei loro gradi pi recisi, e nelle loro sfumature assai meno formulabili, la storia sintetica del Nume agreste, il quale tutta la vita degli agricoltori accoglie e disciplina intorno al suo proprio culto.  un'ascesa dalla pianta al dio, dalla terra al cielo :  un germogliare della credenza su da quel suolo cui si richiama. Altra via tien la famiglia nel venerare i suoi iddii. Il vecchio padre, che  morto dopo aver in vita esercitata la suprema autorit su le mogli e i figli ; ed  morto lasciando nella dimora le cose tutte che gi furono segnate del suo possesso e cedendole ai successori insieme con le vendette da compiere e gli odii da esaurire; ed  morto spezzando con l'ultimo alito la compagine che si raccoglieva intorno a lui e sciogliendo i suoi nati dal vincolo che li legava per la sua difesa : rappresenta con la scomparsa un troppo profondo evento, j)erch l'ombra di lui non debba venir placata dai nepoti, e il suo nome di " Padre  ripetuto. E quando, anche qui, la intelligenza divien sensibile ai nessi, e i padri delle diverse famiglie si accostano si penetrano si fondono nella simiglianza della lor figura, la divinit del Padre  prossima a precisarsi. Prossima, j)ure, a influire su l'altre simili della Madre (ove anche il matriarcato le sia al tutto estraneo) del Figlio della Figlia; le quali presuppongono per sensi d'affetto di gran lunga pi svilupx3ati e squisiti tra i diversi membri della famiglia. Cosi l'uomo vivo, che s'era sminuito tra l'ombre, si addensa di luce: si scioglie dal suo proprio sepolcro; e, in sintesi, protegge per la sua parte la vita familiare. Ed  processo comparativamente recente, se si pensa all'istituto e agli affetti che lo precedono; ma  comparativamente vetusto se si pensa alla non piccola serie di alterazioni cui gi  andato soggetto in poemi antichi come gli omerici. Ma, se la formazione originaria degli iddii agresti su dalla natura  diversa da quella dei A. Febeabino, Kalypso. 8 familiari su dalla morte, non mancano, tra le due, attinenze. Che il culto dei morti e il culto de' divini influiscano l'uno su l'altro, vicendevolmente,  ben noto. Ma nel caso speciale anche pi efficace influenza vi doveva essere. Per che la terra sola faccia (se fecondata dal cielo) prosperare il gregge ed i figli, la famiglia, in somma. Il campo dell'erba e quel delle biade son la ricchezza; perch sono il nutrimento la salute la vigoria, de' buoi e delle capre l'uno, di uomini e donne l'altro. Il padre vivo ha gittato il seme e ha fatto che s'indorasse al sole la spiga; il Padre morto, perch protegga i suoi che lo placano e pregano, deve tener lontana dal grano la tempesta e la rubigine, e provveder che carestia non affami gli agricoltori. Antica accanto a questa, ma anche maggiore,  l'attinenza tra il concepimento e la nascita dei figli per opera delle madri, e il germogliar dei semi in seno alla terra ; riflessi a pena diversi d'un unico miracolo, cui i primi, se non i primissimi, uomini apersero gli occhi: la conservazione e la rinnovazione perenne di quel mistero ch' la vita. " Schiatta senza pi seme   in Omero la schiatta che muore. Dice, in Euripide, Febo a Lajo: " re, non seminare di figli il tuo solco : e intende il talamo maritale . E o pu sembrare un antropomorfismo capovolto : una figurazione dell'uomo a simiglianza della terra. Se non che, in realt, deve pi tosto dirsi una tra le forme dell'antropo- Biade I 303, Euripide Fenici 18. morfismo, per cui il fenomeno naturale assume, nel cielo o sulla terra o nella terra, l'aspetto dell'atto umano: cosi che Zeus, nell'alto delTaria,  padre della pioggia, e i campi hanno dopo il raccolto un abbandono puerperale. E tra le forme questa appare certo antichissima: perch, anche psicologicamente, sembra tosto suggerita alla fantasia dalla frequenza periodica e dalla importanza, tanto della generazione umana, quanto della produzione terrestre : e perch  contraddistinta da una elementare semplicit, che la rende compatibile con uno stadio civile ancor a bastanza involuto. E ad ogni modo, come principio ad effetto, forma anteriore a quella teogonia che figura gli Dei a s costituiti, come gli uomini, in famiglie composte da genitori e figli, da parenti ed affini. Or come per un lato le divinit dei campi e della famiglia si avvicinano e fan intimi i lor nessi, cosi per l'altro i Numi della terra feconda richiamano al pensiero quelli che sotto la terra regnano su i morti. Sotto la terra sta nascosto il seme per lunghi mesi; sotto la terra profondano le radici gli alberi, e ve le abbarbicano con tanta forza e tenacia che duro  abbattere una quercia; sotto terra scompaiono tal volta alcuni tra i fiumi; da la terra sgorgano polle, che l'uomo ignora dove abbiano origine, e dissetano del pari la bocca dei bimbi e i grumi inariditi del suolo. Nelle viscere che inghiottono il corpo dei morti si svolge un mistero tenebroso, di cui si scorgono al sole pochi segni : la vicenda della spiga, ad esempio, matura e granita, che s' indugiata prima tra i meandri terrosi, e ad essi deve in parte tornare di poi. La Dea che la protegge e ch'essa rappresenta forse sa ; gli Dei inferi forse sanno. Ed ecco l'attinenza fra i due, diversi. Quanto per sono facili rapporti fra la zolla feconda e l'invisibile profondit sotterranea, tanto, e pi, sono palesi tra il campo ed il cielo. La luce del Sole, la pioggia delle nubi danno forza e colore, spirano nella vegetazione la loro secreta virt. Dopo che il tralcio ha forato la crosta del suolo, e s' vestito di pampini, e s' onusto di grappoli, l'Astro sol tanto par dargli il verde per le frondi e il rosso per i frutti. Dopo che la spiga s' eretta a sommo del culmo perch l'aria l'impregni, da la calda aria pure essa sembra ricevere l'oro e il peso per che si flette. Per converso l'impeto rabido d'un vento, l'assalto cieco della gragnuola convertono in desolazione la speranza, in strage la messe. Le potenze della luce e della volta celeste reggono, per una grande lor parte, benigne o maligne, le vicende della terra ferace. A tale stadio di evoluzione religiosa eran assai probabilmente giunti i Siculi quando in Enna si elabor il mito. E tutti i concetti fondamentali, tutti i principali stami di questo incipiente tessuto sacro, nel mito appunto conversero. Quando delle figurazioni che si accennarono Una sintesi su la religione deglarii e sullantichissima romana, in SANCTIS (si veda), STORIA DEI ROMANI I (Torino) capp. Ili e Vili.  ormai ricca la mente, le fiabe che possono esserne conteste sono molteplici, e solo il caso o la preponderante importanza di taluno tra i fenomeni riesce a far prevalere qualunque l'una di esse. Le vicende del grano assalito dalla golpe o fecondato dalla pioggia o isterilito dalla siccit o squassato dai vnti ; il suo nascer e i primi fili gracili che il bestiame calpesta e tenta brucare; l'incurvarsi sotto il peso della spiga e l'abbondante capellatura delle arste ; la seminagione e il riposo invernale: posson del pari offrire contenuto alla leggenda, si prestano a foggiarsi sotto sembianza umana e familiare, si attengono per l'uno o per T altro modo agli Dei del cielo e delle tenebre. Ma principalissimo  senza dubbio, nel suo assiduo mistero, il miracolo, onde la pianta nasce, del soggiorno lungo che il seme, spiccato alla messe matura, compie sotto la terra. Tal miracolo il mito ennense venne ad elaborare. Richiam i riti degli uomini, tra cui avevan parte le nozze della figlia tolta alla madre; le nozze richiam in una delle forme consuete, il ratto. Fece salire su la terra la potenza delle sotteiTanee ombre, e il ratto le attribu. Disse il lamento della Madre biada cui la biada sua Figlia  rapita, simile al lamento delle madri umane. Alla scena disegn lo sfondo delle selve che circondavano il lago di Pergo, da cui, secondo l'ideazione usuale, sarebbe salito il Dio inferno. A questo poco si limita quel che nella probabilit storica la congettura pu affermare della originaria saga sicula. Per che troppo esigue tracce ella abbia lasciate di s, sopraffatta, pi tardi, da nuove vicende, e non fermata, quel che pi importa, in canti che il pregio dell'arte e la fortuna ci serbassero. Visse nel culto ; i sacerdoti ne ebbero e tramandarono forse memoria traverso gli anni; ma col suggello del segreto. E forse ancora nei primi secoli avanti e dopo Cristo, le donne, cui solo era l'accesso ai riti, conoscevano alcun particolare che ignoriamo : il nome delle Dee agresti, antichissimo; quel del rapitore; o le circostanze del ratto; o tutto il di pi ch' vano e impossibile supporre. Ma ogni rivelazione era celata tra veli mistici. Oggi , e rester, nelle tenebre. E certo tenebre graverebbero del pari sopra un altro consimile mito e culto in Grecia, ove l'arte non ce ne avesse serbato ampio e colorito ricordo. Gli stadii per cui in Grecia trapass la leggenda furono, secondo  verisimile, a un di presso quei medesimi che si possono tracciare in sintesi svelta pei Siculi: cosi che le due saghe sono strette, come i due popoli, da intima parentela. Rami e fiori dell'unico ceppo ario, dissimili certo ma certo anche analoghi fra loro. Se non che quando l'arte, almeno nella pi vetusta espressione a noi pervenuta, elabora il mito presso gli Elini, questo ha gi raggiunto uno sviluppo maggiore, che non toccasse i)robabilmente nell'antichissima Enna. Certo nelVlnno omerico a Demetra^ il quale  da attribuire, sembra, al secolo VII avanti l'ra , la leggenda si preoccupa, non pur di adombrare le vicende del seme durante l'inverno, ma ancbe di giustificar la periodicit costante con cui la seminagione la vegetazione e il raccolto si alternano nei mesi dell'anno : coglie in somma il fenomeno con uno sguardo pi ampio, oltre il singolo momento. La figlia pertanto  tolta prima, poi ricondotta alla madre; col patto per cbe abbia ad intervalli determinati a ritornare nel grembo della terra, soggiornando con vicenda alterna otto mesi nel sole e quattro nelle tenebre. La ragione del fatto  cercata, com' ovvio, nell'essersi ormai consumato tra la rapita e il dio rapitore il matrimonio : e, pi rettamente, nel simbolo di questo, il gustato frutto del melograno. Oltre poi a rivelare cotesta sostanziale maturit mitica, l'Inno a Demetra palesa anche divenuta pi ricca la leggenda. Un primo a bastanza antico innesto accrescitivo  da scorgersi nella presenza di Ecate " bendata di luce,, e di Elios " chdaro figlio di Iperione,. ; i quali, giusta l'Inno, rivelerebbero alla Dea delle biade il modo del ratto e, dopo nove giorni di vana e affannosa ricerca, la persona del rapitore. Ecate, sia la Luna che risplende su le notti della terra ; Elios, o sia il Sole, che fa chiari i giorni e vede tutto degli uomini: sono probabilmente Allen and Sikes The homeric hymns (London 1904) pag. 10 sgg. i pili arcaici personaggi entrati su la scena accanto ai protagonisti : per che essi fossero i pi adatti (ognun lo nota) a informare la " Madre  su la " Figlia  perduta, essi che son gli occhi diurni e notturni del cielo. N l'originario lor valore  al tutto obliterato nel carme; se bene non vi permanga senza alterazione. Di pi, altro segno di compiutosi progresso mitico, nell'Inno ogni figura  precisa perch risponde a un modulo sancito, e il poeta possiede con sicurezza una teologia e una teogonia. Ciascun Dio  figlio di un certo, padre di un altro e fratello, ha caratteristiche sue, un passato ben suo. Le due principali Dee del racconto, le divinit agresti, hanno assunto definito aspetto. La Madre, la Signora delle biade " Demetra , ha profondamente evoluto la sua duplice essenza agricola e familiare :  delirante nel suo dolore di madre cui l'unica figlia  tolta X3er tradimento ;  d'altra parte padrona della vita degli uomini, che pu prosperar per il dono gramiminaceo di lei ed esaurirsi senz'esse: porta in somma al supremo vertice la sua natura umana e la sua virt germinativa. La Figlia, in greco " Cora , spazia, vivente d'una vita che par s'alimenti da sangue nostro, su tutti i campi ov' vegetazione, e le grazie della sua feminea giovinezza cercan a preferenza fiori profumi e prati. Il suo valore naturalistico d seme che i primitivi trasfigurarono in lei) s' adombra :  dea,  bella,  ingenua, e le vergini Oceanine le fanno corteo. Presso agli agresti, con uguale individuata determinatezza appajono gli Dei sotterranei, addotti da quel vincolo di analogia che vedemmo pili sopra. L'infero Nume rapitore  " Ade  o " Aidneo  ; signoreggia su la vasta moltitudine degli estinti : fiero astuto atro ; non gradevole. Balza dalle tenebre alla luce per preda; ripiomba nel bujo: e i cavalli del suo cocchio sono caliginosi: e la corsa del suo cocchio  un vortice travolgente. Sul trono, al suo fianco, siede Persfone, regina fra i trapassati com'egli re; com'egli veneranda e truce fra le xDallide larve. Dal cielo le potenze luminose, gl'Iddii supremi, partecipano alle scene del dramma : Zeus, giusto in sue sentenze, x^adre di uomini e numi; Iride, messaggera di lui a Demetra per placarne il dolore, se bene vano le riesca il viaggio; Ermes, loquace ambasciatore ed accorto, che induce Ade a cedere la recente conquista. Fra tutti, agresti tenebrosi chiari Dei, si stringono attinenze come sogliono tra gli umani : Zeus, fecondatore dei campi con la pioggia di cui  padre, appar fratello di Demetra : Zeus, risplendente face della terra,  germano di Ade, come quegli che da l'alto ajuta il suolo nella secreta germinazione del grano. Uniche non potevano congiungersi in parentela, perch s'elidevano l'una con l'altra, Cora e Persfone : la rapita di Aidoneo e la moglie del He. E poich il contrasto non si poteva dalla fantasia superare in altro modo, il quale non offendesse l'una delle Dee, le due figure diverse si ridussero a differenti nomi dalla medesima persona scambievolmente usati, e la Figlia assunse alquanto il tono austero della Regina, di cui tuttavia mitigava la maschera accigliata. La creatura leggendaria e religiosa che ne scatur tenne delle due onde fu composta, ma risult armonica ed ebbe riso e vezzi su la terra i)resso la Madre, rigidezza e austerit fra i morti i^resso il marito. Il poeta adunque ricevette dalla tradizione una trama di leggenda ben pi ricca che la povera da noi ricostruita per Enna ; i^ersonaggi pi precisi e raccolti in gruppo organico. Vi apport in oltre la sua arte che addusse la saga a nuovo grado di progresso. La vagheggia egli difatti non senza raccoglimento religioso n senza coscienza, al meno complessiva, del suo significato riposto. Ma la vagheggia sovra tutto quale una creazione bella dello sph'ito : come il suo sguardo di greco avrebbe potuto carezzare il torso nudo di un efebo o le ginocchia del vincitore nella corsa. Insensibilmente per lui, sensibilmente per noi, la fiaba si stacca dalla sua origine; e le mani pajono comporla e plasmarla allora per la prima volta in un fervore pacato di concezione e di espressione. Tutto si ordina secondo un'architettura severa, dal respiro ampio e calmo. E il centro di quel mondo di Dei e di Dee disegnato sopra la tela dei secoli lontanissimi , pi che in ogni altro senso, in un tranquillo godimento. Segno non piccolo, di fronte all'oscuro mito siculo, dell'efficacia che all'arte compete qual balsamo delle belle creature mitiche. Intercalato per nel mito  un lungo racconto, diverso . Demetra, appreso da Elios il nome del rapitore, in preda alla sua folle sofferenza giunge neir Attica ad Eleusi e qui^d sosta sopra un sasso, " la pietra del pianto , assumendo l'aspetto d'una vecchia donna. L'incontrano le figlie del Re del luogo, Cleo, e l'intrattengono col chiederle e col darle notizie: attratte anzi dalla simpatia che spira il sembiante venerando, l'invitano nella casa della madre loro, Metanira, accennandole d'un bimbo di recente nato cui ella potrebbe prodigar sue cure. Nella reggia la Dea diviene infatti nutrice prov\dda e attenta al piccolo Demofnte. Al quale anzi l'Iddia vorrebbe donare il sacro dono dell'immortalit ; onde di notte lo pone, con certe sue arti magiche, tra le fiamme, fra cui, non combusto, si accresce di vigore e acquista la virt sovrumana. Se non che Metanira, destatasi d'improvviso e scorta Demetra nell'atto, se ne impaura, urla e distrugge l'incantesimo. Demofonte non sar libero di morte. Ma per compenso la Madre delle biade insegna a Celeo a ai principi eleusini! Trittlemo Eumlpo Diocle e Polissno i secreti del suo culto. A spiegare, appimto, il culto che in Eleusi con specialissima pompa si rendeva a Demetra  dunque indirizzata tutta questa ampia parte del carme ; la quale cosi nell'insieme come nei particolari costituisce dunque un complesso etiologico ben distinto dal complesso mitologico. E a quel modo che quest'ultimo ci mostrava quanto a\Tebber potuto maturit di pensiero e soffio d' artista svolgere e imbellire il nucleo rozzo e imperfetto del mito ennense ; quel primo fa intrawedere la guisa per cui, nel seno della vita religiosa che in Enna si svolgeva intorno alla Dea agreste innominata, la saga si sarebbe potuta complicare di personaggi e di episodii, rivestendo un venerando colore di antichit sacra. Ma anche per altro rispetto mito ed etiologie deirinno attraggono la nostra attenzione . All'uno e all'altre  sostrato un'idea r)rincipale che importa porre in tutto il suo risalto. Questa: nel momento in cui Cora  rapita da l'Ade, gli uomini conoscono gi l'uso del grano, come si semini e come cresca fra le zolle ; quel momento anzi cagiona un temporaneo danno ai campi : che " molti nei campi in vano trascinarono i bovi aratri ricurvi; molto su la gleba bianco orzo sterile cadde; ed ecco dei parlanti uomini tutta quanta la schiatta per fiera fame periva  (2). E solo dopo la sentenza di Zeus che ridona alla Madre la figlia per " due terzi del volgente anno  ritorna in terra la gloria del biondo cibo. Il soggiorno di Demetra in Eleusi  contemporaneo al danno, e la sua conseguenza si riduce intera all'iniziazione dei misteri sacri. In somma, appare qui a bastanza conservato il contenuto originario del mito naturalistico: se difatti Demetra  la biada il cui chicco scompar sotterra per germinare e risorgere culmo,  giusto che le biade esistano prima del ratto sotterraneo, scompaiano poi, riappajano col ritorno della rapita. E la sentenza di Zeus giova a rendere periodico, ma senza dolore, questo alternarsi agreste. Cosi, sebbene un nuovo senso di umanit siasi trasfuso nel racconto a velarne il significato primitivo, questo permase non corrotto; si che la leggenda dell'Inno merita il nome di prisca. E noi la diremo protoattica, in confronto con un'altra meno antica (del V secolo) che, per essere del pari eleusinia, pu dirsi neoattica. Questa seconda concepisce il mondo ignaro di messe prima che si compisse il ratto, esperto solo di poi : di maniera che la violenza di Ade  causa, oltre che de' Misteri e del giudizio di Zeus, anche dell'apprendere gli uomini la seminagione e l'aratura. E l'apprendono a opera di Trittolemo : nome che ricorre gi nell'Inno qual di principe in Eleusi a lato di Celeo re in una con altri (Eumolpo, Diocle, Polisseno); figura per contro che appare adesso la prima volta, e prevale, e si diffonde nell'arte letteraria plastica pittorica, col carattere di adolescente giovinezza e con l'officio di maestro nella fatica novissima e preziosa. Semi ed aratro definiscono il pregio del fanciullo prediletto alla Dea; e la triade recente spezza lo schema anteriore ricostituendone un altro. Nel quale, dunque, non si oblitera tutto il senso naturalistico del mito, ma acquista un valore riflesso : perch il rapimento di Cora diviene, meglio che la trasfigurazione umana della sorte graminacea, l'inizio storico, cronologicamente e geograficamente inteso, del grano coltivato su la terra. Tal diverso concetto non sostituisce soltanto con importanza maggiore Trittolemo al Demofonte deirinno per la magia del fuoco ; bensi sopprime anche la vendetta di Demetra, che in verit non avrebbe pi modo di attuarsi; e riduce Celeo e Metanira, genitori di Demofonte e or di Trittolemo, a quella condizione di misera vita, ch' acconcia a uomini privi della vera e primissima fonte di agio. Accetta permase questa leggenda. Nel suo largo diffondersi sub,  vero, non pochie, sviluppando a s tutta la seconda parte della leggenda, la equilibr con l'ampUarne, ai due estremi, il combatmento e la metamorfosi. Ma non fu pago a tanto. Inser nella sua materia anche la nobile fede di Cefeo che si oppone al fratello esortandolo a giusta pace, e l'ironia ultima di Perseo non priva di malignit n di un grossolano sale. Se bene gi questa non era una giunta che compiesse, si pi tosto una intrusione che alterava, il jDoeta volle perseguir fin nelle minuzie anche le vicende della contesa; e tradusse il duello in una battaglia omerica; cadendo nella pi stucchevole prolissit. Non fu ricco, ma pletorico : non diverso, si bene monotono. Nella scialba sostanza impresse poi, su l'inizio e su la fine, senza garbo n acume, tracce d' umane passioni. Della cui banale mediocrit s' intende quindi il motivo : fu necessario all'autore inspessirle per ottenerne un qualche rilievo da 1' immenso piano uniforme dello sfondo. Sola, or qui or l, la perizia tecnica foggia il verso con eleganza; e varia musicalmente il ritmo. Nell'insieme, sopra un ben intuito fondamental contrasto, lo sforzo d' esser profondo deforma e rigonfia gli elementi dell'opera. E ricordiamo. Contrario ci apparve il difetto nel primo episodio: volubile superficialit psicologica accanto a larghezza romanzesca. Ma analogo  nella sua radice. Nell'un caso e nell'altro il poeta non ha colto il cuore del mito, n ha, da quello, vissuto il mito. Altrimenti, egK non avrebbe errato : il suo respiro coinciderebbe con il respiro della fiaba. In vece, essa gli fu estranea : pagina fredda di volume svolto. Il suo interesse la tent con approcci successivi, e di ciascuno rimase una traccia: ora piacque l'analisi psichica, ora la smaglianza dell'avventura, ora l'agitazione bellicosa; in parte fu possibile imitare Euripide, Omero in parte. Mai per, in alcun punto, l'interesse divenne simpatia, tanto meno amore. Sembra che la leggenda uncini con tutte le molteplici sue bellezze uno spirito stanco, che reagisce pigramente se ben non dorma ancora. In realt lo spirito  distolto ; vive altrove. Un secolo e mezzo dopo, il pensiero umano  molto lungi. Ha nel trattare il mito una grazia nuova, '' lucianesca . Ecco il quattordicesimo dei Dialoghi marini di Luciano. Le nozze di Perseo e Andromeda si stan celebrando ; il ketos  a pena morto. In non si sa qual recesso del mare Tritone e le Nereidi cambian fra s quattro ciance.  un mormorio di donnicciuole con un rivenditore del mercato. L'uno d le notizie ; l'altre gli si fanno attorno, e ov' la bellezza dei volti? con moti curiosi: ora questa ora quella alza la voce ; le compagne in tanto ascoltano con stupor muto. Sono ignare de' pi recenti fatti, e l'amico li ha appresi origliando. L'eco della terra par muovere da una lontananza. Ma la terra  presente. Tritone e le Nereidi. Tbit. Quel vostro ketos, o Nereidi, che inviaste contro la figlia di Cefeo, Andromeda, non solo non f' danno alla fanciulla come credete, ma fu ucciso gi esso medesimo. Ner. Da chi, o Tritone ? forse Cefeo, esposta come sca la vergine, lo assalse ed uccise, attendendolo in agguato con molti guerrieri ? Trit. No. Ma voi conoscete, credo o Ifianassa Perseo, il bambino di Danae, che fu cacciato sul mare nell'arca insieme con la madre ad opera del nonno e che per compassione di loro voi avete salvato. Ifian. So di chi parli: suppongo che ora sia un giovine e molto prode e bello di aspetto. Trit. Egli uccise il ketos. If. E perch, o Tritone ? non questo compenso per vero egli ci doveva. Trit. Vi dir tutto, come avvenne. Egli fu mandato contro le Gorgoni per compiere al re quest'impresa ; dopo poi che fu pervenuto in Libia... If. Come, o Tritone ? solo ? o conduceva compagni? che altrimenti la via  difficile. Testo del Jacobitz (Lipsia, Teubner). Tbit. Traverso l'aria : Atena lo aveva fornito d'ali. Quando dunque fu pervenuto l dove dimoravano, esse dormivano, ritengo, ed egli pot tagliare il capo a Medusa e scapparsene a volo. If. Ma come le guardava ? sono difatti inguardabili : o pure chi le guardi, non vedr altro dopo di esse. Trit. Atena col porgli innanzi lo scudo (queste cose udii ch'egli raccontava di poi ad Andromeda e a Cefeo) Atena dunque gli diede a vedere l'imagine di Medusa su lo scudo risplendente, come sur uno specchio : allora egli aflPerrata con la sinistra la chioma, sempre riguardando nell'imagine, recise con la falce nella destra il capo di lei, e prima che le sorelle si destassero vol via. Come poi giunse a questa spiaggia d'Etiopia, gi basso su la terra volando scorge Andromeda esposta sopra una sporgente rupe, infissavi, bellissima, o di !, sciolta le chiome, seminuda assai sotto i seni : e da prima, compassionando la sorte di lei, dimandava la causa del supplizio, ma a poco a poco preso da amore (bisognava pure che uscisse salva la fanciulla) decise di soccorrerla. Fra tanto il ketos avanzava pauroso come per divorar Andromeda ; e il giovine, pendendogli di sopra, e brandendo la falce, con una mano lo colpi, con l'altra gli mostr la Gorgone e lo fece pietra: la belva tosto mori e divenne rigida in molte membra, quante avevan veduto Medusa : egli sciolse i vincoli della vergine, e porgendole la mano la sostenne mentre scendeva in punta de' piedi dalla rupe sdrucciolevole; e ora celebra le nozze nelle case di Cefeo e la condurr in Argo : cosi che in luogo della morte ella trov un marito, e non comune. Ir. Io gi dell'avvenuto non mi sdegno; che colpa di fatti aveva verso noi la figlia se la madre menava vanto e riteneva d'esser pi bella ? DoB. Ma in tal modo, come madre, avrebbe sofferto per la figlia sua. If. Non rammentiamo pi tali cose, o Doride, se una donna barbara ciarl un po' pi del giusto. Basti, a nostra vendetta, cbe fu spaventata per la figlia. Rallegriamoci dunque delle nozze. Certo, la terra  presente. E nei gesti che si sottintendono ; e, pi, nei confini mentali degli interlocutori. L'arte di Luciano li designa con perizia finissima nelle varie domande chemuovon a Tritone le Nereidi. Da principio, annunziata la morte del ketos, suppongono, com'era pi semplice, un agguato di Cef eo. No ; fu Perseo :  il primo ingresso dello stupefacente. Perseo s'era recato in Libia. E quelle pensano a una regolare spedizione con compagni, ^' che altrimenti la via  difficile . Ragionan bene; ma, per altro, Perseo volava : nuova maraviglia. Or egli aveva, prima, ucciso Medusa. " Ma come la guardava?! . L'inverosimile  al colmo. Da quel momento Tritone pu continuar ininterrotto. E continua; ma svela, in un suo breve inciso, improvvisamente, l'importanza di quelle interrogazioni. Perch Perseo fu " preso da amore  per Andromeda? Risponde: " bisognava salvar la fanciulla . Tal motivo non vale per l'animo dell'eroe, che in esso quella non  causa sufficiente e appropriata ; bens smaschera l'artificio del mitologo, e mostra la passione inventata a giustificare la salvezza della vergine. E una critica genetica, diremmo oggi. Ed  la stessa che avevan fatta, pi coperta, le figlie di Nereo. Il dono delle ali  rilevato come stromento mitopeico perch Perseo potesse recarsi in Libia ; l'astuzia dello scudo, come mezzo artefciato ad eliminar in Medusa quella medesima nefasta efficacia che le si soleva attribuire Dunque,  deduzione implicita, ci fu una interessata volont, la qual condusse con varie furberie il giovine in Libia e contro Medusa e fra gli Etiopi. Dunque il mito  favola che imagin taluno. Passo a passo i colpi son recati, fin che la leggenda non ha pi una base di fede, si una di scetticismo sorridente e maligno. Onde si appalesa fittizio lo stupore crescente delle Nereidi dinanzi all'avventura: per che il pensiero da cui sono animate , non cosi ristretto da non concepir l'insueto, ma largo a bastanza da negarlo. E nell'ultime parole la larghezza si accresce d'un contenuto morale, estrema vetta di cotesta saliente bellezza d'arte : non era giusto colpir la figlia per Terrore materno ; fu molto che Cassiepea avesse a temere tanta sventura ; n dovrebbe importare a Dee la gara in bellezza d'una donna barbara con loro. Son questi, si, ancor gli attacchi che al mito avrebbe mossi la coscienza etica di Euripide; ma la tragedia manca, n pu sussistere adesso. La fiaba  stata svlta da l'anima, e respinta al di fuori ; onde il biasimo tocca alcun che di esterno, non logora il cuore stesso dell'artista. Come un luogo comune dell'ornamentazione retorica l'aveva sfruttata Manilio per le sue Astronomiche^ a proposito delle costellazioni denominate da Perseo e da Andromeda. Ma senza vigoria originale. E difatti in cotesto uso (non importa se anteriore nel tempo) assai men vita leggendaria che nello stesso Luciano: nel quale l'intellettual sorriso della critica  tuttavia indizio di un sopravvissuto interesse, come a passato recente e sentito ancora. Manilio per contro segue l'andazzo letterario, e non illumina n pure con la luce della sfera pi alta le tenebre deir ormai superata. La conversione dei personaggi in astri, che presso Euripide era giunta a troncare ardui problemi dello spirito, diviene qui lo spunto, donde il raccnto si diparte : le  anzi asservito il racconto medesimo, il quale nella mente all'astrologo imbelletta la pseudo scienza celeste, che di Grecia aveva trovato favor di accoglienza fra i Latini . Si che qui si misura, con precisa esattezza, il regresso dell'efficacia leggendaria. N Luciano n Manilio accennano a Fineo. Se per ci si connettano con il tragico che, forse, non gli aveva trovato luogo nel drama, non  a dirsi. La natura del tema, in entrambi, giustifica il silenzio: che Fineo non divenne astro n ebbe attinenze col ketos. Per contro  notevole che non essi, come non Apollodoro n Ovidio, accettano la Andromeda euripidea. E per chiaro motivo. Creata quella nel momento del culminante interesse pel mito, scompare di Cfr. M. ScHANZ Geschichte der romischen Litteratur^ (Miinchen 1913) II 2 pagg. 28 e 37. poi con lo scemarsi della simpatia traverso le posteriori vicende del pensiero. Nel sommo della parabola, che segna lo sviluppo di questa leggenda, sta adunque una singolare originalit ch' in contrapposto ad un tempo con gli stadii precedenti e con i successivi. E una singolare ricchezza psichica, che dell'originalit  la causa diretta. Enna: nell'interno della Sicilia, a presso che mille metri sul mare, non lungi a un lago cui oggi  il nome di Pergusa e di Pergo era nella antichit, sopra una larga groppa dei monti Erei (2), onde, traverso l'aria diafana delle aurore e dei tramonti settembrini, le pupille bevono, oltre le giogaje lungo le valli e i tortuosi solchi dei fiumi, la dorata luce dei piani. Demetra genitrice delle biade, Cora-Persef one figlia Per questo capitolo v. Vlndagine in libro II cap. II, di cui nelle note successive si citano i . (2) La descrizione d'uno straniero : 0. Rossbach Castrogiovanni, das alte Henna in Sizilien (Leipzig LA DEMETRA d'bNNA di lei, Trittolemo dall'aratro, vi avevano negli anni di Cicerone templi statue culto. Le donne, cui talune cerimonie eran riservate, vi salivano forse dai paesi vicini; tutte fin da Panrmo da Drpano da Catana da Camarina da Siracusa da l'Etna vi lasciavano giungere certo il pensiero divoto, supplice per la famiglia ed i campi, timoroso dell'ire e delle vendette divine: per elle di l la Dea, la quale  nume ad un tempo del matrimonio e delle spighe, sembrasse vegliare su l'intiera isola, e proteggere l'isolane in casa, gl'isolani su le glebe. Di quella religione l'oratore romano vantava, nell'arringa scritta contro il mal governo di Verre, l'origine antichissima : ivi nate le Dee, ivi vissute e viventi ; ivi dall'et vetuste le case dei numi ed i riti sacri. E l'antichit asseriva riconosciuta da ogni popolo senza contrasto . Contrasto certo non sussisteva, in Sicilia, ove al santuario ennense si guardava, come a reliquia dei tempi, con un profondo rispetto, che le arcane leggende dei primordii rendevano pi intimo e sentito. N la memoria secreta del popolo o il suo pronto intuito di fedele s'ingannavano. Da poi che, forse, la Storia oggi, molti nessi ravvisando e molte trasformazioni che s'ignoravano allora, riesce a dare un pi saldo fondamento alla credenza di quei Siciliani, un contenuto meglio ampio al loro ricordo; se bene diffcilmente serbi la grata bellezza poetica di cui insieme erano pregnanti religione e mito. CICERONE (si veda) in Verr. IV 106.  probabile che gli avvenimenti seguissero cosi . Enna, nella sua forte positura montana,  da presumere fosse uno dei luoghi ove gl'Italici appartenenti alla trib dei Siculi ebbero a cercar rifugio sul finire dell'et micenea, nel sec. IX avanti l'ra. Le coste, pi agevole sede, eran divenute mal fide per l'incursione dall'Oriente di predatori troppo ben armati perch fosse riuscibile la resistenza. Sotto l'irrompere dei violenti s'era per alcun tempo spostato verso l'interno il processo evolutivo che, non senza influssi esterni e tal volta notevoli, durava fin dall'et eneolitica. E sulle vette dei monti si stratificava fino a cristallizzarsi la vita civile dei Siculi ; tra cui, com' ovvio, prendeva consistenza anche il pensiero religioso, con la leggenda divina che n', fra gli Arii, foggia consueta. Per disavventura, dagli scavi archeologici noi siamo assai meglio informati su gli oggetti delle pi vetuste necropoli e su gli stili loro, che non su la maturit mentale, su gli di, su le fiabe, di questa trib in quell'epoca. Ci manca, sovra tutto, qua! si sia testimonianza atta a fermare una caratteristica dell'intelletto siculo antichissimo la quale valga a contraddistinguerne, p. es., i miti da quelli dei popoli affini nel Lazio e nella Grrecia. L'affinit concede bens volontieri l'analogia; ma questa deve, sobria, fermarsi a linee sommarie e incompiute. Per ci la congettura ancor che acuta lascia (Ij Cfr.  1 e III. 112 III. - intrawedere, se cauta, poco. Gl'incunabuli dell'arte e scienza che insieme ammaestra a sparger il seme nelle zolle e stringe i vincoli dell'istituto familiare, erano stati il tesoro comune che gl'Indoeuropei dividendosi recavano seco traverso le regioni dissimili. Agricoltura e famiglia, vie meglio possedute e costituite col cessar del nomadismo, avevano per s pi e pi secoli di trionfo nell'avvenire : costituivano, con la loro celata forza e importanza, due poli essenziali nella vita presente. Essenziali e magnetici tanto, da attrarre parecchie fra le medesime divinit della luce e del cielo, e sopra tutto fra le divinit delle tenebre e di quella morte, che la mente bambina dei primitivi, iDer non averne compreso il profondo valore e la non palese bellezza, circondava di ombra nelle celate viscere della terra ove scompajono i corpi di uomini'ed animali. Di questi due poli religiosi seguire a ritroso la progressiva formazione, conduce a origini tra s lontane. Il naturismo che venera l'albero e il sasso, il ruscello e la zolla, la spiga del grano ; l'animismo, che poi se ne evolve, e adora lo spirito del sasso e la potenza del seme ; il pi maturo pensiero che, in fine, riesce a foggiarsi di tutta la terra una divinit sola o di tutte le biade: ci riassumono, nei loro gradi pi recisi, e nelle loro sfumature assai meno formulabili, la storia sintetica del Nume agreste, il quale tutta la vita degli agricoltori accoglie e disciplina intorno al suo proprio culto.  un'ascesa dalla pianta al dio, dalla terra al cielo :  un germogliare della credenza su da quel suolo cui si richiama. Altra via tien la famiglia nel venerare i suoi iddii. Il vecchio padre, che  morto dopo aver in vita esercitata la suprema autorit su le mogli e i figli ; ed  morto lasciando nella dimora le cose tutte che gi furono segnate del suo possesso e cedendole ai successori insieme con le vendette da compiere e gli odii da esaurire; ed  morto spezzando con l'ultimo alito la compagine che si raccoglieva intorno a lui e sciogliendo i suoi nati dal vincolo che li legava per la sua difesa : rappresenta con la scomparsa un troppo profondo evento, j)erch l'ombra di lui non debba venir placata dai nepoti, e il suo nome di " Padre  ripetuto. E quando, anche qui, la intelligenza divien sensibile ai nessi, e i padri delle diverse famiglie si accostano si penetrano si fondono nella simiglianza della lor figura, la divinit del Padre  prossima a precisarsi. Prossima, j)ure, a influire su l'altre simili della Madre (ove anche il matriarcato le sia al tutto estraneo) del Figlio della Figlia; le quali presuppongono per sensi d'affetto di gran lunga pi svilupx3ati e squisiti tra i diversi membri della famiglia. Cosi l'uomo vivo, che s'era sminuito tra l'ombre, si addensa di luce: si scioglie dal suo proprio sepolcro; e, in sintesi, protegge per la sua parte la vita familiare. Ed  processo comparativamente recente, se si pensa all'istituto e agli affetti che lo precedono; ma  comparativamente vetusto se si pensa alla non piccola serie di alterazioni cui gi  andato soggetto in poemi antichi come gli omerici. Ma, se la formazione originaria degli iddii agresti su dalla natura  diversa da quella dei familiari su dalla morte, non mancano, tra le due, attinenze. Che il culto dei morti e il culto de' divini influiscano l'uno su l'altro, vicendevolmente,  ben noto. Ma nel caso speciale anche pi efficace influenza vi doveva essere. Per che la terra sola faccia (se fecondata dal cielo) prosperare il gregge ed i figli, la famiglia, in somma. Il campo dell'erba e quel delle biade son la ricchezza; perch sono il nutrimento la salute la vigoria, de' buoi e delle capre l'uno, di uomini e donne l'altro. Il padre vivo ha gittato il seme e ha fatto che s'indorasse al sole la spiga; il Padre morto, perch protegga i suoi che lo placano e pregano, deve tener lontana dal grano la tempesta e la rubigine, e provveder che carestia non affami gli agricoltori. Antica accanto a questa, ma anche maggiore,  l'attinenza tra il concepimento e la nascita dei figli per opera delle madri, e il germogliar dei semi in seno alla terra ; riflessi a pena diversi d'un unico miracolo, cui i primi, se non i primissimi, uomini apersero gli occhi: la conservazione e la rinnovazione perenne di quel mistero ch' la vita. " Schiatta senza pi seme   in Omero la schiatta che muore. Dice, in Euripide, Febo a Lajo: " re, non seminare di figli il tuo solco : e intende il talamo maritale . E o pu sembrare un antropomorfismo capovolto : una figurazione dell'uomo a simiglianza della terra. Se non che, in realt, deve pi tosto dirsi una tra le forme dell'antropo- Biade I 303, Euripide Fenici 18. morfismo, per cui il fenomeno naturale assume, nel cielo o sulla terra o nella terra, l'aspetto dell'atto umano: cosi che Zeus, nell'alto delTaria,  padre della pioggia, e i campi hanno dopo il raccolto un abbandono puerperale. E tra le forme questa appare certo antichissima: perch, anche psicologicamente, sembra tosto suggerita alla fantasia dalla frequenza periodica e dalla importanza, tanto della generazione umana, quanto della produzione terrestre : e perch  contraddistinta da una elementare semplicit, che la rende compatibile con uno stadio civile ancor a bastanza involuto. E ad ogni modo, come principio ad effetto, forma anteriore a quella teogonia che figura gli Dei a s costituiti, come gli uomini, in famiglie composte da genitori e figli, da parenti ed affini. Or come per un lato le divinit dei campi e della famiglia si avvicinano e fan intimi i lor nessi, cosi per l'altro i Numi della terra feconda richiamano al pensiero quelli che sotto la terra regnano su i morti. Sotto la terra sta nascosto il seme per lunghi mesi; sotto la terra profondano le radici gli alberi, e ve le abbarbicano con tanta forza e tenacia che duro  abbattere una quercia; sotto terra scompaiono tal volta alcuni tra i fiumi; da la terra sgorgano polle, che l'uomo ignora dove abbiano origine, e dissetano del pari la bocca dei bimbi e i grumi inariditi del suolo. Nelle viscere che inghiottono il corpo dei morti si svolge un mistero tenebroso, di cui si scorgono al sole pochi segni : la vicenda della spiga, ad esempio, matura e granita, che s' indugiata prima tra i meandri terrosi, e ad essi deve in parte tornare di poi. La Dea che la protegge e ch'essa rappresenta forse sa ; gli Dei inferi forse sanno. Ed ecco l'attinenza fra i due, diversi. Quanto per sono facili rapporti fra la zolla feconda e l'invisibile profondit sotterranea, tanto, e pi, sono palesi tra il campo ed il cielo. La luce del Sole, la pioggia delle nubi danno forza e colore, spirano nella vegetazione la loro secreta virt. Dopo che il tralcio ha forato la crosta del suolo, e s' vestito di pampini, e s' onusto di grappoli, l'Astro sol tanto par dargli il verde per le frondi e il rosso per i frutti. Dopo che la spiga s' eretta a sommo del culmo perch l'aria l'impregni, da la calda aria pure essa sembra ricevere l'oro e il peso per che si flette. Per converso l'impeto rabido d'un vento, l'assalto cieco della gragnuola convertono in desolazione la speranza, in strage la messe. Le potenze della luce e della volta celeste reggono, per una grande lor parte, benigne o maligne, le vicende della terra ferace. A tale stadio di evoluzione religiosa eran assai probabilmente giunti i Siculi quando in Enna si elabor il mito. E tutti i concetti fondamentali, tutti i principali stami di questo incipiente tessuto sacro, nel mito appunto conversero. Quando delle figurazioni che si accennarono Una sintesi su la religione degli Indoeuropei e su Fantichissima romana, in De Sanctis Storia dei Romani I (Torino 1907) capp. Ili e Vili.  ormai ricca la mente, le fiabe che possono esserne conteste sono molteplici, e solo il caso o la preponderante importanza di taluno tra i fenomeni riesce a far prevalere qualunque l'una di esse. Le vicende del grano assalito dalla golpe o fecondato dalla pioggia o isterilito dalla siccit o squassato dai vnti ; il suo nascer e i primi fili gracili che il bestiame calpesta e tenta brucare; l'incurvarsi sotto il peso della spiga e l'abbondante capellatura delle arste ; la seminagione e il riposo invernale: posson del pari offrire contenuto alla leggenda, si prestano a foggiarsi sotto sembianza umana e familiare, si attengono per l'uno o per T altro modo agli Dei del cielo e delle tenebre. Ma principalissimo  senza dubbio, nel suo assiduo mistero, il miracolo, onde la pianta nasce, del soggiorno lungo che il seme, spiccato alla messe matura, compie sotto la terra. Tal miracolo il mito ennense venne ad elaborare. Richiam i riti degli uomini, tra cui avevan parte le nozze della figlia tolta alla madre; le nozze richiam in una delle forme consuete, il ratto. Fece salire su la terra la potenza delle sotteiTanee ombre, e il ratto le attribu. Disse il lamento della Madre biada cui la biada sua Figlia  rapita, simile al lamento delle madri umane. Alla scena disegn lo sfondo delle selve che circondavano il lago di Pergo, da cui, secondo l'ideazione usuale, sarebbe salito il Dio inferno. A questo poco si limita quel che nella probabilit storica la congettura pu affermare della originaria saga sicula. Per che troppo esigue tracce ella abbia lasciate di s, sopraffatta, pi tardi, da nuove vicende, e non fermata, quel che pi importa, in canti che il pregio dell'arte e la fortuna ci serbassero. Visse nel culto ; i sacerdoti ne ebbero e tramandarono forse memoria traverso gli anni; ma col suggello del segreto. E forse ancora nei primi secoli avanti e dopo Cristo, le donne, cui solo era l'accesso ai riti, conoscevano alcun particolare che ignoriamo : il nome delle Dee agresti, antichissimo; quel del rapitore; o le circostanze del ratto; o tutto il di pi ch' vano e impossibile supporre. Ma ogni rivelazione era celata tra veli mistici. Oggi , e rester, nelle tenebre. n. Il mito greco. E certo tenebre graverebbero del pari sopra un altro consimile mito e culto in Grecia, ove l'arte non ce ne avesse serbato ampio e colorito ricordo. Gli stadii per cui in Grecia trapass la leggenda furono, secondo  verisimile, a un di presso quei medesimi che si possono tracciare in sintesi svelta pei Siculi: cosi che le due saghe sono strette, come i due popoli, da intima parentela. Rami e fiori dell'unico ceppo ario, dissimili certo ma certo anche analoghi fra loro. Se non che quando l'arte, almeno nella pi vetusta espressione a noi pervenuta, elabora il mito presso gli Elini, questo ha gi raggiunto uno sviluppo maggiore, che non toccasse i)robabilmente nell'antichissima Enna. Certo nelVlnno omerico a Demetra^ il quale  da attribuire, sembra, al secolo VII avanti l'ra , la leggenda si preoccupa, non pur di adombrare le vicende del seme durante l'inverno, ma ancbe di giustificar la periodicit costante con cui la seminagione la vegetazione e il raccolto si alternano nei mesi dell'anno : coglie in somma il fenomeno con uno sguardo pi ampio, oltre il singolo momento. La figlia pertanto  tolta prima, poi ricondotta alla madre; col patto per cbe abbia ad intervalli determinati a ritornare nel grembo della terra, soggiornando con vicenda alterna otto mesi nel sole e quattro nelle tenebre. La ragione del fatto  cercata, com' ovvio, nell'essersi ormai consumato tra la rapita e il dio rapitore il matrimonio : e, pi rettamente, nel simbolo di questo, il gustato frutto del melograno. Oltre poi a rivelare cotesta sostanziale maturit mitica, l'Inno a Demetra palesa anche divenuta pi ricca la leggenda. Un primo a bastanza antico innesto accrescitivo  da scorgersi nella presenza di Ecate " bendata di luce,, e di Elios " chdaro figlio di Iperione,. ; i quali, giusta l'Inno, rivelerebbero alla Dea delle biade il modo del ratto e, dopo nove giorni di vana e affannosa ricerca, la persona del rapitore. Ecate, sia la Luna che risplende su le notti della terra ; Elios, o sia il Sole, che fa chiari i giorni e vede tutto degli uomini: sono probabilmente Allen and Sikes The homeric hymns (London LA DKMETRA d'eNNA i pili arcaici personaggi entrati su la scena accanto ai protagonisti : per che essi fossero i pi adatti (ognun lo nota) a informare la " Madre  su la " Figlia  perduta, essi che son gli occhi diurni e notturni del cielo. N l'originario lor valore  al tutto obliterato nel carme; se bene non vi permanga senza alterazione. Di pi, altro segno di compiutosi progresso mitico, nell'Inno ogni figura  precisa perch risponde a un modulo sancito, e il poeta possiede con sicurezza una teologia e una teogonia. Ciascun Dio  figlio di un certo, padre di un altro e fratello, ha caratteristiche sue, un passato ben suo. Le due principali Dee del racconto, le divinit agresti, hanno assunto definito aspetto. La Madre, la Signora delle biade " Demetra , ha profondamente evoluto la sua duplice essenza agricola e familiare :  delirante nel suo dolore di madre cui l'unica figlia  tolta X3er tradimento ;  d'altra parte padrona della vita degli uomini, che pu prosperar per il dono gramiminaceo di lei ed esaurirsi senz'esse: porta in somma al supremo vertice la sua natura umana e la sua virt germinativa. La Figlia, in greco " Cora , spazia, vivente d'una vita che par s'alimenti da sangue nostro, su tutti i campi ov' vegetazione, e le grazie della sua feminea giovinezza cercan a preferenza fiori profumi e prati. Il suo valore naturalistico d seme che i primitivi trasfigurarono in lei) s' adombra :  dea,  bella,  ingenua, e le vergini Oceanine le fanno corteo. Presso agli agresti, con uguale individuata determinatezza appajono gli Dei sotterranei, addotti da quel vincolo di analogia che vedemmo pili sopra . L'infero Nume rapitore  " Ade  o " Aidneo  ; signoreggia su la vasta moltitudine degli estinti : fiero astuto atro ; non gradevole. Balza dalle tenebre alla luce per preda; ripiomba nel bujo: e i cavalli del suo cocchio sono caliginosi: e la corsa del suo cocchio  un vortice travolgente. Sul trono, al suo fianco, siede Persfone, regina fra i trapassati com'egli re; com'egli veneranda e truce fra le xDallide larve. Dal cielo le potenze luminose, gl'Iddii supremi, partecipano alle scene del dramma : Zeus, giusto in sue sentenze, x^adre di uomini e numi; Iride, messaggera di lui a Demetra per placarne il dolore, se bene vano le riesca il viaggio; Ermes, loquace ambasciatore ed accorto, che induce Ade a cedere la recente conquista. Fra tutti, agresti tenebrosi chiari Dei, si stringono attinenze come sogliono tra gli umani : Zeus, fecondatore dei campi con la pioggia di cui  padre, appar fratello di Demetra : Zeus, risplendente face della terra,  germano di Ade, come quegli che da l'alto ajuta il suolo nella secreta germinazione del grano. Uniche non potevano congiungersi in parentela, perch s'elidevano l'una con l'altra, Cora e Persfone : la rapita di Aidoneo e la moglie del He. E poich il contrasto non si poteva dalla fantasia superare in altro modo, il quale non offendesse l'una delle Dee, le due figure diverse si ridussero a differenti nomi dalla medesima persona scambievolmente usati, e la Figlia assunse alquanto il tono austero della Regina, di cui tuttavia mitigava la maschera accigliata. La creatura leggendaria e religiosa che ne scatur tenne delle due onde fu composta, ma risult armonica ed ebbe riso e vezzi su la terra i)resso la Madre, rigidezza e austerit fra i morti i^resso il marito. Il poeta adunque ricevette dalla tradizione una trama di leggenda ben pi ricca che la povera da noi ricostruita per Enna ; i^ersonaggi pi precisi e raccolti in gruppo organico. Vi apport in oltre la sua arte che addusse la saga a nuovo grado di progresso. La vagheggia egli difatti non senza raccoglimento religioso n senza coscienza, al meno complessiva, del suo significato riposto. Ma la vagheggia sovra tutto quale una creazione bella dello sph'ito : come il suo sguardo di greco avrebbe potuto carezzare il torso nudo di un efebo o le ginocchia del vincitore nella corsa. Insensibilmente per lui, sensibilmente per noi, la fiaba si stacca dalla sua origine; e le mani pajono comporla e plasmarla allora per la prima volta in un fervore pacato di concezione e di espressione. Tutto si ordina secondo un'architettura severa, dal respiro ampio e calmo. E il centro di quel mondo di Dei e di Dee disegnato sopra la tela dei secoli lontanissimi , pi che in ogni altro senso, in un tranquillo godimento. Segno non piccolo, di fronte all'oscuro mito siculo, dell'efficacia che all'arte compete qual balsamo delle belle creature mitiche. Intercalato per nel mito  un lungo racconto, diverso . Demetra, appreso da Elios il nome del rapitore, in preda alla sua folle sofferenza giunge neir Attica ad Eleusi e qui^d sosta sopra un sasso, " la pietra del pianto , assumendo l'aspetto d'una vecchia donna. L'incontrano le figlie del Re del luogo, Cleo, e l'intrattengono col chiederle e col darle notizie: attratte anzi dalla simpatia che spira il sembiante venerando, l'invitano nella casa della madre loro, Metanira, accennandole d'un bimbo di recente nato cui ella potrebbe prodigar sue cure. Nella reggia la Dea diviene infatti nutrice prov\dda e attenta al piccolo Demofnte. Al quale anzi l'Iddia vorrebbe donare il sacro dono dell'immortalit ; onde di notte lo pone, con certe sue arti magiche, tra le fiamme, fra cui, non combusto, si accresce di vigore e acquista la virt sovrumana. Se non che Metanira, destatasi d'improvviso e scorta Demetra nell'atto, se ne impaura, urla e distrugge l'incantesimo. Demofonte non sar libero di morte. Ma per compenso la Madre delle biade insegna a Celeo a ai principi eleusini! Trittlemo Eumlpo Diocle e Polissno i secreti del suo culto. A spiegare, appimto, il culto che in Eleusi con specialissima pompa si rendeva a Demetra  dunque indirizzata tutta questa ampia parte del carme ; la quale cosi nell'insieme come nei particolari costituisce dunque un complesso etiologico ben distinto dal complesso mitologico. E a quel modo che quest'ultimo ci mostrava quanto a\Tebber potuto maturit di pensiero e Yv. 91-304. soffio d' artista svolgere e imbellire il nucleo rozzo e imperfetto del mito ennense ; quel primo fa intrawedere la guisa per cui, nel seno della vita religiosa che in Enna si svolgeva intorno alla Dea agreste innominata, la saga si sarebbe potuta complicare di personaggi e di episodii, rivestendo un venerando colore di antichit sacra. Ma anche per altro rispetto mito ed etiologie deirinno attraggono la nostra attenzione . All'uno e all'altre  sostrato un'idea r)rincipale che importa porre in tutto il suo risalto. Questa: nel momento in cui Cora  rapita da l'Ade, gli uomini conoscono gi l'uso del grano, come si semini e come cresca fra le zolle ; quel momento anzi cagiona un temporaneo danno ai campi : che " molti nei campi in vano trascinarono i bovi aratri ricurvi; molto su la gleba bianco orzo sterile cadde; ed ecco dei parlanti uomini tutta quanta la schiatta per fiera fame periva  (2). E solo dopo la sentenza di Zeus che ridona alla Madre la figlia per " due terzi del volgente anno  ritorna in terra la gloria del biondo cibo. Il soggiorno di Demetra in Eleusi  contemporaneo al danno, e la sua conseguenza si riduce intera all'iniziazione dei misteri sacri. In somma, appare qui a bastanza conservato il contenuto originario del mito naturalistico: se difatti Demetra  la biada il cui chicco scompar sotterra per germinare e risorgere culmo,  giusto che le biade esistano prima del ratto sotterraneo, scompaiano poi, riappajano col ritorno della rapita. E la sentenza di Zeus giova a rendere periodico, ma senza dolore, questo alternarsi agreste. Cosi, sebbene un nuovo senso di umanit siasi trasfuso nel racconto a velarne il significato primitivo, questo permase non corrotto; si che la leggenda dell'Inno merita il nome di prisca. E noi la diremo protoattica, in confronto con un'altra meno antica (del V secolo) che, per essere del pari eleusinia, pu dirsi neoattica. Questa seconda concepisce il mondo ignaro di messe prima che si compisse il ratto, esperto solo di poi : di maniera che la violenza di Ade  causa, oltre che de' Misteri e del giudizio di Zeus, anche dell'apprendere gli uomini la seminagione e l'aratura. E l'apprendono a opera di Trittolemo : nome che ricorre gi nell'Inno qual di principe in Eleusi a lato di Celeo re in una con altri (Eumolpo, Diocle, Polisseno); figura per contro che appare adesso la prima volta, e prevale, e si diffonde nell'arte letteraria plastica pittorica, col carattere di adolescente giovinezza e con l'officio di maestro nella fatica novissima e preziosa. Semi ed aratro definiscono il pregio del fanciullo prediletto alla Dea; e la triade recente spezza lo schema anteriore ricostituendone un altro. Nel quale, dunque, non si oblitera tutto il senso naturalistico del mito, ma acquista un valore riflesso : perch il rapimento di Cora diviene, meglio che la trasfigurazione umana della sorte graminacea, l'inizio storico, cronologicamente e geograficamente inteso, del grano coltivato su la terra. Tal diverso concetto non sostituisce soltanto con importanza maggiore Trittolemo al Demofonte deirinno per la magia del fuoco ; bensi sopprime anche la vendetta di Demetra, che in verit non avrebbe pi modo di attuarsi; e riduce Celeo e Metanira, genitori di Demofonte e or di Trittolemo, a quella condizione di misera vita, ch' acconcia a uomini privi della vera e primissima fonte di agio. Accetta permase questa leggenda. Nel suo largo diffondersi sub,  vero, non pochimutamenti, n tutti soltanto di particolari; giacch, dovunque a Demetra e Cora fosse culto, divenne costume lecito alterare la saga per adattarla alle esigenze e ai vanti locali. Ma sul xjullulare di coteste piccole invenzioni essa si ergeva con l'alto suo fusto, destinata a varcare i confini di un Comune per attingere gli estremi del mondo colto. Unica pu starle a paro, per intima vgoria di concepimento, e per potenza espansiva, la favola composta nell'ambito di quel moto filosofico e religioso onde il pensiero greco, e specie nell'Attica, fu travagliato al tempo dei Pisistratidi, moto che conosciamo col termine di " Orficismo . Serbandosi solo le due Dee e Trittolemo, nuova veste di nomi e nuovo intreccio di casi assunse il mito di Cora fra gli Orfici ; ma non tutti i suoi particolari ci importano qui : quelli soltanto che furono poi efficaci sul vetusto nucleo leggendario dei Siculi in Enna. Per che tutt'e tre, la proto e neoattica e l'orfica, s'incontrassero queste versioni greche con la siciliana, tenace per antichit, infantile per incompiutezza. E dall'incontro scaturiva un lungo moto di storia. in. Il mito siracusano. I Siculi, che si erano ritirati su i monti dell'interno perch incapaci di resistere ai predoni dell'Oriente venuti a loro traverso i mari, e che in Enna avevan con pi insistenza fissato il lor mito agreste, lasciarono nello scorcio dell'^TH secolo le coste dell'isola popolarsi di Greci, sonare dei nuovi linguaggi e dell'armi nnove, ornarsi di sedi le quali si trasformavano via via, divenendo sempre pi salde pi ampie pi belle, in citt ricche. E gli EUeni in quel secolo e nel VII e nel VI seguenti, trovando sgombro per s il terreno, o sgombro facendolo con distruggere e sottoporre gl'indigeni, s'insediarono nella teri'a siciliana con tutto agio, fino a giungere in breve a fiore civile intellettuale e artistico grandissimo in paragone di quelli, e a distendere sn tutte le portuose spiagge dell' isola un incancellabile smalto greco . Di miti templi cerimonie della loro mentalit religiosa si radicano ivi senza resistenza, e, nel trapiantamento fuor dalla patria, pajon rinascere con rinnovellata vigoria e bellezza. Certo la lor somma di progresso spirituale e Ampio racconto su la colonizzazione greca dell'Occidente, in HoLM Storia della Sicilia (trad. ital.) voi. I (Torino 1896) lib. Il; Freeman History of Sicihj voi. I (Oxford 1891); Pais Storia della Sicilia e Magna Grecia voi. I (Torino 1894). di culto civico, accopj)iandosi con la congenita irrequieta genialit e l'inconculcabile aspirazione ad accrescere il possesso, doveva spingerli presto a violare i segreti delle regioni pi interne e a portarvi il soffio della propria opera contro le resistenze dei Siculi, non restii ad evolversi si a sottomettersi. E forse, traverso anche i commerci di scambio, a Enna ebbero a pervenire folate di vento greco fin dal secolo VI. Eorse . Ma quante e quali nessuno direbbe ; percli non la minima traccia n'  rimasta ; n fino ad ora gli scavi archeologici e' illuminano alcun poco. La palese influenza dei Grreci su Enna comincia nel V secolo e per opera di Sii^acusa. Dopo che Gelone ebbe, con il sussidio del suo alleato Terone tiranno di Agrigento, sconftti ad Imera circa il 480 a. C. gli eserciti cartaginesi di Amilcare, Enna entr nella sfera siracusana e ne fu assorbita. Qual resistenza politica opponesse non importa qui sapere. Senza dubbio oppose una resistenza riguardo al suo culto e al suo mito, che non poterono venir eliminati, ma rispettati dovettero essere. La risultante di queste due forze (la siracusana che assorbiva e la ennense che non cedeva) fu una leggenda, la quale impropriamente si direbbe contaminata, perch  pi tosto un compromesso di politica religiosa, una formula felice per conciliare le pretese o, se piace, i diritti dei due centri diversi. In Siracusa Grelone fu un institutore e un propagatore zelante del culto delle greche iddie Demetra e Cora (-Persefone). Di queste il culto aveva, come fu visto poc' anzi, a base il mito del rapimento. E a quel modo che nelr Inno a Demetra la favola naturalistica, non spoglia della sua prisca indeterminatezza, vien ad arte connessa con un preciso e determinato centro religioso, Eleusi; cosi un' analoga tendenza doveva indurre i Siracusani, per mezzo dei loro sacerdoti e poeti (questi gli artefici delle saghe), a sostituire i nomi dei lor proprii luoglii alle indeterminate frasi del racconto mitico e a applicare quest'ultimo non senza artifcio su le cerimonie sacre vigenti nella loro citt. Era un moto religioso, tanto spontaneo e consueto fra Greci, quanto egoisticamente esclusivo, per la preferenza che cosi ciascun paese si attribuisce di fronte a un certo nume. Di qui nascono difatti sovente contese tra regioni ; in particolare se vi partecipa, com' per le dee agresti, il vanto della maggior fecondit d'un suolo a paragone d'un altro. N pare che Siracusa derogasse alla generale tendenza: per che ci sia rimasto indizio, se bene esiguo, d' una sua leggenda la quale vi s'informa per l'appunto. ^q\V Epitafo di Bione ch' del sec. I a. C. non che in altri testi il ratto di Cora  localizzato su l'Etna ; onde Ade sarebbe molto dicevolmente scaturito, come da una delle bocche dell'Erebo e del sotterraneo fuoco. Che se accanto a questo parti ci) V. 133. A. Ferrabino, Kalypao. colare si pone Taltro, secondo cui il Dio infernale si apre la via del ritorno presso lo stagno di Ciane ; si ottengono i due estremi punti topografici di una saga che adatta il vecchio mito greco agl'interessi di Siracusa: perch Ciane  una palude nelle vicinanze della citt ; e sulla zona dell'Etna l'influenza politica e militare dei Siracusani si  sempre estesa o nel fatto o nell'intenzioni. Ma come tale tentativo mitico prettamente libero da Enna dimostra qual fosse l'impulso originario del culto instituito da Gelone ; cosi la penombra in cui permane e la caducit che lo contraddistingue provano quanto diffcile fosse serbar nella leggenda di Demetra l'indipendenza contro i diritti di prima occupante che competevano alla fiaba dei Siculi. La quale s'imponeva difatti tanto pi quanto maggiormente s' era, traverso gli anni molti, radicata nelle coscienze degl'indigeni rifugiati su i monti, e quanto era pi stretta, nel nucleo essenziale per lo meno, la sua simiglianza con il mito ellenico. Il ratto, sul lago di Pergo potevasi rivestir di fogge e definire con nomi greci ; non asportare dal lago : ove del resto la feracit del luogo e la credenza, anche greca, che dai laghi o da vicine grotte sorgessero sovente i numi sotterranei, ne difendevan la vita. E difatti il ratto rimase. I Siracusani diedero alla divinit delle biade il nome di Demetra; ne chiamaron la figlia col duplice termine di Cora-Persef one ; il rapitore con quello V. sotto pag. 131. di Ade o Aidoneo. Colorirono i loro artisti tutto l'episodio con quei pennelli che gli Elleni ben sapevano, e con quei particolari che eran divenuti fissi e tradizionali. Ma sottostettero ai diritti di precedenza. Nel resto si valsero del campo libero : la palude siracusana di Ciane fu l'apertura per il ritorno, dopo che Ade sul cocchio vi aveva da Enna trascinata Cora-Persefone. A Siracusa, sembra, si poneva pure 1' " anagoge  di Cora dall' rebo alla terra su bianchi cavalli. E noi non sappiamo molto di pi; ma  facile che altri particolari della leggenda si connettessero al culto ai suoi riti ed ai sacerdoti. Suggello poi di questo compromesso religioso tra Enna e Siracusa  l' elaborazione caratteristica d'un motivo orfico attinente al ratto di Cora. Questa avrebbe avuto compagne durante la raccolta dei fiori (1' " antologia ), oltre le Oceanine, anche Artemide ed Atena, le dee vergini. Ora Artemide grandemente importava nel culto siracusano ; Atena in quello di Imera, citt a Siracusa amica durante le guerre del V secolo specie contro Atene. Per ci in uno dei suoi rami la leggenda, la quale ancor qui si vede costretta a riconoscere che a Demetra doveva esser spettata la signoria di Enna, attribuisce al meno quella di Imera ad Atena, di Siracusa ad Artemide ; introducendo pertanto questi due luoghi per obliqua via a lato di Enna e, quel che importava, al medesimo livello. Conchiuso in tal modo il compromesso tra l'esigenze dell'antichissima saga ennense e le pretese della pili recentemente sopraggiunta saga siracusana, i due centri dovettero trovarsi concordi nell'adattare a s la figura e gli uffici di Trittolemo. Non poteva esservi dubbio. A Enna Cora  rapita mentre coglie fiori mirabili per vaghezza e profumo ; presso Ciane Cora scende sotterra e in Siracusa risale alla luce; Demetra e la figlia prediligono l'isola e dal suo ombelico la proteggono; Atena ed Artemide, compagne alla violata, signoreggiano due citt siciliane ; il suolo  opulento di biade come non altrove : certo dunque che in Sicilia, non altrove, cadde il primo seme, e il primo culmo spunt da zolla sicana. Ma la leggenda neoattica, prevalente, diceva l'attico Trittolemo beneficato primo del grano. Bisognava dunque, da che respinger Trittolemo non era dicevole, adattarlo in Sii^acusa ed Enna. E l'adattamento avvenne non senza garbo . Si concedette che un eleusinio, Trittolemo, avesse avuto il favore di Demetra e comunicato alle terre il dono preziosissimo; si concedette che ci accadesse in occasione del ratto di Cora ; e fu lasciato cosi senza ritocco tutto il racconto. Ma, gli si premise, gi dianzi, avanti il ratto e avanti Trittolemo, la Sicilia produceva grano, prediletta alle due Dee per la sua fertilit e scelta a loro dimora. Quindi, si conchiuse, Trittolemo fu primo rispetto agli altri popoli; secondo dopo i Siciliani. Una separazione dunque della Sicilia dal restante paese, onde il ratto divenne il momento propizio per diffondere al mondo il privilegio siculo. Che era non poco orgoglio. Dopo ci esistevano in Sicilia oramai tutti senz'eccezione gli elementi per un ben contesto tessuto leggendario che un poeta potesse far suo tema : i luoghi pittoreschi fra Enna e Siracusa offrivano dicevole sfondo, il racconto mitico aveva i suoi punti topografici fssi e armonicamente collegati ; il culto preparava salda e e vasta base per un'accorta serie di invenzioni etiologiche ; gli stessi orgogli delle singole citt s'eran tradotti in accrescimenti della favola, la stessa gara con Eleusi le aveva tribuito qualche particolare non privo di attraenza. N mancarono forse i cantori che la materia non indegnamente lusingasse. E pure a noi non rimane se non il testo, povero non chiaro e senza vigoria espressiva, di Diodoro che attinge a Timeo. Perch tutto vivace si senta il contrasto fra la potenzialit artistica del mito e la mancata espressione di esso, eh'  a un tempo mancata intuizione, piace qui tradurre dalla Biblioteca istorica , lasciando il racconto nel suo disordinato svolgimento. I Sicelioti che abitano l' isola appresero dai loro progenitori la fama, tramandatasi traverso il tempo nelle generazioni, ch'essa fosse sacra a Demetra e Cora; e che le predette Dee in questa isola primamente apparvero ; e che questa per prima produsse il fi-utto del grano a cagione della feracit del suolo... (2). A riprova Cfr. Geffcken Timaios' Geographie des Westens in Phi lologische Untersuchungen, XIII (1892) pag. 103 sgg. (2) DioDORo V 2, 3. 4 passim. adducono il ratto di Cora che avvenne in quest'isola e che mostra chiarissimamente come in questa le Dee soggiornassero e di questa sovra tutto si compiacessero. Favoleggiano poi che il ratto di Cora accadde ne' prati intorno ad Enna. Questo luogo  vicino alla citt, per viole insigne e altri fiori d'ogni genere, e degno di vedersi. A causa del profumo di quei fiori si narra che i cani avvezzi a cacciare perdon le tracce ottundendosi loro la naturai virt.  il prato predetto piano e d'ogni parte ben irriguo; ai lati per scosceso e rotto tutt'intorno da burroni. Sembra giacere nel mezzo dell'isola : per che  detto anche da alcuni l'ombelico della Sicilia. Ha vicino boschi e, intorno a questi, paludi, e un grande speco con apertura sotterranea rivolta a settentrione; dal quale favoleggiano che balzasse col cocchio Plutone a rapire Cora. Le viole e gli altri fiori col odoranti rimangon fioriti miracolosamente per l'intero anno e rendono lo spettacolo pittoresco e gradito. Favoleggiano ancora che insieme con Cora crescessero Atena e Artemide, tutt'e tre vergini, e che insieme raccogliessero fioH e preparassero in comune il peplo al padre Zeus. Per l'intimit e la conversazione reciproca si compiacquero specialmente di quest'isola; e ciascuna si ebbe un territorio : Atena dalle parti di Imera..., cosi che gli indigeni consacrarono a lei la citt e il territorio chiamato fino ad oggi Ateno : Artemide ebbe in Siracusa dagli Iddii l'isola che per lei  da oracoli e uomini chiamata Ortigia: e, parimenti alle due predette dee, anche Cora ottenne i prati intorno a Enna. Favoleggiano poi che Plutone, compiuto il ratto, rec Cora sul cocchio presso Siracusa ; e che, spalancata la terra, scomparve con la rapita nell'Ade ; e che ivi fece sgorgare la fonte detta Ciane. Dopo il ratto di Cora favoleggiano che Demetra, non potendo ritrovare la figlia, accese fiaccole nei crateri dell'Etna, si rec in molte parti della terra abitata e benefic, donando il frutto del grano, gli uomini i quali meglio l'accolsero. Pi benignamente avendola accolta gli Ateniesi, a essi primi dopo i Sicelioti don il frutto del grano ; pel che questo popolo pi d'ogni altro onora la dea con splendidi sacrifzii e coi misteri eleusinii. Il mito siracusano  qui per intero : ogni linea ne viene accennata; pietra a pietra, chi nmeri, l'edifcio esiste. N mancano (che noi tralasciammo per brevit) cenni etiologici alle feste sacre. Fece difetto il genio architettonico: e il difetto si tradisce ogni volta che Diodoro ripete, ed  spesso, quel suo " favoleggiano . Altri; non egli: eh'  estraneo a quel che racconta. Modello insigne, questo, del come possano mascelle di erudito maciullare e rugumare il fiore della saga. Il mito contaminato. Il mito siracusano di Demetra e Cora, imperniato in Enna e Ciane, e nato dal compromesso dei due centri religiosi, venne accolto nell'ambiente poetico di Alessandria. E fu questo l'i- DioDOBo V 3-4:, 4 con qualche omissione. nizio d'una sua vita nuova. In Alessandria di fatti, oltre alla forma siracusana della favola, erano affluite, ed affluivano, la primitiva forma dell' Inno omerico, insieme con la variante di Trittolemo inventor dell'aratro : cosi che quella diveniva la fucina ove cotesti elementi, parte simili, parte dissimili, mossi da origini diverse, avevan da commettersi l'un l'altro e penetrarsi. E non pur cotesti elementi precipui ; bens anche alcuni altri secondarii, che per varie ragioni fossero riusciti a trascendere i limiti della mediocrit espressiva e della ristrettezza geografica, per intrudersi nella letteratura tradizionale. La mitopeja orfica in ispecie aveva trovato accoglienza favorevole nel colto ambiente alessandrino ; e a canto d'essa fiorivano ivi le differenti e notevoli saghe metamorfiche, che presso i pi antichi non erano se non una forma, fra l'altre, dell'intuizione naturalistica, e che il gusto posteriore, compiacendosene, moltiplic artefece. La storia per tanto del mito siculo fuor di Sicilia  la storia della sua seconda immersione nel flusso del pensiero e dell'arte greca;  la storia del successivo accogliersi intorno ad esso di giunte e di innovazioni via via pi complesse. Si sono smarrite per noi parecchie fra l'opere dell'arte letteraria in cui cotesto processo ci sarebbe stato trasparente: dei maggiori alessandrini medesimi. Sola di quelle ci  rimasta traccia Sul culto di Demetra e Cora in Alessandria cfr., p. es., Scolio a Callimaco Inni VI (Schneider I 133). e tal volta quasi copia in autori romani. Con questo valore, ci appare un ampio tratto del quinto delle Metamorfosi ovidiane , in cui appunto si rivela la contaminazione fra diverse correnti leggendarie. Vige l'indirizzo siracusano, senza dubbio. Anzi vi si manifesta con talun nuovo particolare ; cosi il poeta sembra seguire pi tosto una tradizione tutt'affatto sicula, che abbandonarsi a una variazion fantastica, quando nel luogo di Ecate fa dare a Demetra, durante la ricerca affannosa e dolorante di Cora, il primo indizio del ratto dalla fonte Ciane ; e in luogo di Elios introduce la ninfa del siracusano lago di Aretusa, nell'isola di Ortigia fra mezzo i due Porti. Se non che questi elementi siciliani, che al pari di Enna pajono saldati con il concetto duplice di una Sicilia esperta del grano prima del ratto e di una umanit esperta sol dopo (si ricordi Timeo), qui invece sono trasfusi in uno schema diverso. Quando Proserpina  rapita, la terra, se non tutta per buona parte, gi ha avuto il dono del seme ; e Cerere del suo dolore si vendica col privare gli uomini di aratri di bovi di spighe : dunque, come nel mito protoattico. Ma, come nel neoattico, Trittolemo, dopo il verdetto di Giove, sparge per segno di pace la semenza. E i due miti si conciliano nel pensiero che uguale bisogno del nuovo dono ha cosi la zolla mai colta come quella di cui per la vendetta divina fu pretermessa la coltura. In tale contaminazione Vv. 341-661. Cfr.  IV. dei due miti protoattico e neoattico la saga siciliana s'inquadra umiliandosi un poco, col porre la propria terra fra pi altre, prima nel godere le biade, i)oi nel riaverle. Resta il vanto di fertilit singolare e di fedelt a Demetra. D'altra parte il poeta asseconda, cosi per l'attitudine sua mentale come per la natura del suo tema, con particolar compiacenza l'impulso letterario delle metamorfosi. Sembra persino che ogni vicenda del mito in tanto g' importi in quanto si risolve in uno di cotesti travestimenti di forme. Ciane, ad esempio, che solo perch palude era sembrata luogo dicevole alla scomparsa di Ade come un lago alla comparsa, offre spunto a una d'esse, quale ninfa tramutata in acqua. E anche. L'episodio di Cora-Persefone che gusta la melagrana  sfruttato per immettervi un Ascalafo ; il quale scorge la Dea nell'atto, ne riferisce ed  converso in gufo. Sovra tutto per, l'efficacia della tradizione letteraria si risente in Ovidio per il tentativo di analisi psicologica nei personaggi: in Cora specialmente, per cui egli giunge sino a finezze troppo cerebrali per esser vere, sino a farla piangere, non che per il ratto, j)er lo smarrimento dei fiori raccolti. Anzi, passionale diventa tutto l' antefatto del mito : il ratto  voluto, non da un decreto di Zeus, bens da Afrodite cui  sdegno che tante dee si sottraggano al suo potere e che libero ne resti il medesimo Ade (latinamente Dite). Amore sostituisce cosi, quando psicologico diviene il racconto, un particolare che, allor che esso era naturalistico, valeva con tutt' altra importanza: la fecondante pioggia. Tuttavia lo spunto viene, non senza garbo, inserito sullo sfondo siciliano della fiaba : Afrodite difatti  l'Ericina, che i Siculi facevan oggetto di culto singolare. Cosi perch pili appaja la giustizia di Griove e ne risalti la umanit del mito, l'anno  pel doppio soggiorno di Proserpina con la madre e col marito diviso a mezzo non pi per terzi. Simile attenzione psicologica governa i discorsi di Aretusa a Demetra, di Demetra a Giove, materiati di accortezza feminea e l'uno e l'altro. Al qual carattere corrisponde poi lo studio dei gesti in ciascuna figura, per toccare di quelli che a ciascun momento dell'animo competono, l dove tecniche mitologiche pi elementari non cercano se non il consueto e costante attributo del Nume : cosi che Aretusa, e basti per tutti l' esempio solo, ritrae prima di parlare i capelli roridi via dalla fronte sino alle orecchie per lasciar nudi la bocca e il viso. Siam lontani dal cristallizzato epiteto omerico che s'addice alla Dea; il gesto si conviene alla donna. Siamo allo stremo dell' allegoria agreste. E su la soglia dell'umanit. Non lungi a le mura di Enna son le profonde aeque d'un lago: Pergo, di nome. Pi numerosi non spande canti di cigno Castro su l'onde scorrenti. L'acque corona una selva, d'ogni lato le cinge ; con le sue fronde  di schermo alla vampa solare. Frescura, i rami; purpurei fiori d l'umida terra. Primavera  perjDetua. Mentre nel bosco Proserpina gioca ed or viole or Vv. 885 sgg. Edizione H. Magnus (Berlino 1914). gigli candidi coglie, mentre con fanciullesca cura seno e canestri empie e nella raccolta studia superar le compagne ad un punto  veduta amata rapita da Dite. Tanto fu pronto amore! Atterrita la Diva con mesta voce madre e compagne chiamava; la madre pi spesso ; e poi che lacerata dal sommo s'era la veste, da r allentata tunica caddero i fiori raccolti. Ed ecco anche questa sventura, cosi fur ingenui gli anni puerili, il virgineo dolore commosse. Il rapitor regge il cocchio, e ciascuno chiamando per nome esorta i cavalli: scuote su colli e criniere le redini tinte di ferruggine persa .  nel mezzo fra Ciane ed Aretusa un golfo d'angusti bracci raccolto e chiuso. Quivi fu gi e dal suo nome lo stagno ha nome tra le siciliane ninfe notissima, Ciane. Ella fino a sommo il ventre sorse tra mezzo il gorgo, e riconobbe la Dea. " Non pi lungi andrete !  esclam " non puoi di Cerere essere il genero contra sua voglia: chiederla non rapirla dovevi. Che se m' lecito alle grandi le piccole cose accostare, me pure Anpi amava; ma pregata sposa mi addusse non, come questa, atterrita . Disse, e con aperte le braccia si oppose. Non pi non pi l'ira il Saturnio frenava: i cavalli terribile esortando, nel fondo del gorgo il vibrato scettro regale con forte braccio affond : la terra percossa una via pel Trtaro aperse ed i precipiti carri nel mezzo della voragine accolse. Ma Ciane, la rapita Dea piangendo ed i violati diritti della sua fonte, tacita soffri ferita inconsolabile e si consunse tutta di pianto. Neil' acque di cui grande nume gi era, or s'estenuava: molli le membra, flettevansi Omessi i vv. 405-8. l'ossa, la rigidezza perdevano l'unghie ; le tenerissime parti da prima si sciolser fra tutte, le cerulee chiome, le dita le gambe ed i piedi, che di delicate membra in acque gelide il trapasso  breve: gli omeri poi e le terga ed i fianchi vanescendo ed il petto in tenui si dissolvono rivi: nelle tramutate vene alla fine al vivo sangue la linfa subentra, e nulla rimane che prender si possa . Per quali terre la Dea, e per quali acque errasse, lungo indugio sarebbe narrare. A lei che cercava venne meno la ten'a. Ritorn in Sicilia ; e mentre ogni dove indaga vagando, a Ciane viene. Tutto le avrebbe narrato, se non fosse mutata; ma lei che voleva, non ajutavan la bocca e la lingua, n con altro poteva parlare. Ma segni palesi ella diede e indizio alla madre: di Persefone il cinto, in quel luogo per caso caduto nel gurgite sacro, a fiore dell'acqua mostrava. Come lo riconobbe, quasi il ratto appena allora apprendesse, i disadorni capelli si lacerava la Dea ed una e pi volte il petto con le sue mani percosse. Dove la figlia si sia ancora non sa ; ma le terre biasima tutte ed ingrate le chiama n degne del dono di biade: Trinacria su tutte, dove le tracce del danno aveva trovate. Ed ecco col di sua mano spezzava gli aratri che fendono duri le glebe, ed a pari morte nell'ira mandava e i coloni ed i bovi aratori, ed ai campi di sperdere il lor aflSdato tesoro ordin, ed i semi corruppe. La molto nota nel mondo fertilit del paese  fiaccata: senza far csto muojon le biade, ed ora le vizia l'eccesso di sole ed ora di piogge l'ec- Omessi i w. 438-461: errore di Cerere; metamorfosi di Ascalabo. cesso, le stelle ed i vnti fan danno, gli sparsi semi ingordi nccelli colgono, triboli e loglio fan guerra a le piante del grano e non estirpabil gramigna. Il capo allora da l'ele onde solleva Alfjade e dalla fronte le roride chiome a l'orecchie ritrae. Dice: " tu della vergine cercata nel mondo, o tu genitrice di biade, cessa da tue immense fatiche e da la violenta ira contro la teiTa a te fida. Non ha colpa la terra ; la rapina toller contro sua voglia. N per la pati'ia supplico : ospite son qui venuta. Pisa  mia patria, l'Elide diede i nataK. Sicania abito straniera, ma d'ogni suolo pili grata m' questa terra. Ai-etusa, questi ora ho per penati, questa per sede : e tu clementissima la salva ! Perch mi sia mossa per tanto spazio, e per tanto grande mare all'Ortigia mi rechi, tempo verr ch'io ti dica, opportuno, quando alleviato TatPanno e migliore il tuo volto sar. A me un sotterraneo varco offre il cammino e, traverso profonde caverne scendendo, qui il capo sollevo e a le stelle di nuovo mi avvezzo. Or mentre l sotto nel gurgite Stigio scorreva, l sotto dai nostri occhi veduta la tua Proserpina fu. Triste ella per vero, n per anco tranquilla nel volto; ma Regina, ma nell'oscuro mondo Signora, ma dell'inferno tiranno Sposa potente . La madre udendo le voci stupisce ed impietra, ed attonita a lungo rimane. Appena dal grave dolore la grave demenza  rimossa, a l'aure superne col cocchio ella ascende. Ivi tenebrosa il volto, scarmigliata i capelli, d'odio riarsa, sti innanzi a Giove. " Per il mio (dice) supplice a te venni o Giove e per il tuo sangue ! se nessuno gode favore la madre, la figlia il padre commuova; n meno cara preghiamo ti sia perch da nostro parto nata. La figlia che a lungo cercai ecco rinvenni: se rinvenire tu chiami il perder pi cex-to, se rinvenire tu chiami il saper dove sia. Rapita, sopporto : pur ch'egK la renda : che d'un marito predone degna non  la tua figlia..., se anche mia figlia non ,. E Giove obiettava : " Pegno comune e gravame a me con te  la figlia. Ma, se i veri nomi alle cose noi vogliam dare, non  questa un'offesa :  amore ! N ci sar quel genero a vergogna, sol che tu voglia o Dea. Se pur altri pregi non sieno, qua! pregio  fratello dirsi di Giove ! N mancano gli altri ; n fuor che per sorte mi cede. Ma se tanto di separarli hai desiderio, ritomi Proserpina al cielo, fermo il patto restando che con la bocca l gi cibo alcuno non abbia toccato: che delle Parche tal fu la legge . Avea detto. Ma Cerere  ferma di ricondur la figlia. Non cosi vogliono i fati ; la vergine aveva rotto il digiuno e, ingenua errando per gli adorni giardini, dal ricurvo albero dispiccato un pomo fenicio e fuor da la gialla corteccia sette chicchi fra i denti premuti . Ma, tra il fratello e la mesta sorella, imparziale, il volgente anno per mezzo Giove divide. Ora la Dea, di due regni nume comune, altrettanti mesi  con la madre, altrettanti  con lo sposo. D'animo si muta ella e di volto ; e la fronte che dianzi poteva allo stesso Dite mesta parere, lieta fronte diviene: simile a Sole che da gravide nubi coperto era gi e da le vinte nubi riappare (2). A coppia i serpenti la fertile Dea al cocchio aggioga, e costringe coi freni le bocche, e nel mezzo per l'aria fra il cielo e la terra coire e conduce il lieve Omessi i vv. 538-563: metamorfosi di Ascalafo e delle Sirene. (2j Omessi i vv. 572-641 : metamorfosi di Aretusa. SUO carro nella citt Tritonide, a Trittolemo : e parte dei semi donati comandava di sparger sul suolo mai colto, parte sul suolo dopo assai tempo rilavorato. Contaminato ma diversamente, ci appare il racconto appresso Ovidio medesimo, nei Fasti libro quarto . Occasione gli  offerta dai romani Ludi Cereri. E alle cerimonie rituali tien difatti rocchio alquanto il poeta (o il suo modello). La mente che ricorda il racconto delle Metamorfosi, pur riconoscendo nel principio del nuovo carme (2), con la mano del medesimo poeta, il I)aesaggio siculo del ratto, nota tuttavia un ritegno, quasi una schiva attenzione per evitar d'insistervi troppo. In Enna le Dee sono invitate da Aretusa; non quella  la lor sede: n nella palude Ciane si sprofonda Dite, o al meno non  detto. Il mito sorto dal compromesso tacito fra Enna e Siracusa  senza dubbio noto ; ma non usurpa da signore lo schema greco pi antico: vi s'insinua. E quando la ricerca affannosa della Madre comincia (" dai tuoi campi, o Enna ), Ciane l'Anapo Oela Ortigia Mgara Imera Agrigento Tauromnio Camarina ed altri luoghi ancora e i tre capi Peloro Pachino e Lilibeo, offrono bens materia alla fantasia del poeta non ignaro di geografa siciliana, ma sono per ci a punto introdotti dal suo solo arbitrio nella leggenda, onde costituiscono un elenco di Vv. 393-620. Edizione H. Peter* (Leipzig 1907). Confronta  IV. (2) Vv. 419-50. nomi regionali, non gi altr'e tanti addentellati mitici. C' dunque una cauta fedelt al mito siracusano : speciosa fedelt che  per risolversi sbito dopo in abbandono. Quel che oggi si chiama la Cereale Eleusi, questo del vecchio Cleo fu il campo. Egli in casa porta le ghiande e le more spiccate agli spini e le risecche legna pel focolare che l'arda. La figlia piccina riconduce due caprette dal monte ; e nella zana un tenero figlio giace malato. " Madre  la fanciulla dice e commossa  la Diva pel nome di madre " che fai in solitarii luoghi senza compagnia ?  . Si sofferma anche il vecchio, quantunque il peso lo spinga, e la prega, ella vada sotto il come che misero tetto della sua capanna. Si rifiuta. Assemprava una vecchia e d'una mitra i capelli avea cinti. A quello, che insiste, tali parole risponde : " Salvo tu stia ! e padre per sempre. A me fu rapita la figlia. Oh la tua sorte di quanto  migliore che la mia sorte!. Disse, e come di lacrima che non piangon gli Dei cadde sul tepido seno una lucida goccia. Piangon, del pari teneri in cuore, la fanciulla ed il vecchio ; e dopo, del giusto vecchio le parole son queste : " Se a te, che la piangi rapita, sia salva la figlia, levati, non disprezzare il tetto della misera casa . Cui la Dea " Conducimi  dice " come mi potessi costringer, hai ben saputo !  . E s'alza dal sasso ed al vecchio tien dietro. Alla compagna la guida racconta, come sia il figlio malato e sonni non prenda ma vegli pel male. Ella, pria di varcare la povera soglia, soporoso il papavero coglie lene nella terra agreste. Mentre raccoglie, si narra che ne gustasse con bocca obliosa, e involontaria rompesse A. Ferrabino, Kalypso. 10 la lunga fame: e perch della notte in principio ella finiva i digiuni, gl'iniziati ritengon per tempo del cibo l'apparir delle stelle. Come varc la soglia, piena di pianto vede ogni cosa : gi speranza alcuna non v'era di salvezza pel bimbo. Salutata la madre Metanra la madre si chiama alla sua congiunger degnava la bocca puerile. Fugge il pallore, sbite forze vengon nel corpo: tanto vigore viene da la celeste bocca. Tutta la casa  lieta : la madre il padre ci sono e la figlia : tutta la casa, quei tre. Pongon tosto le mense, e cagli stemprati nel latte e pomi e nei favi suoi proprii miele dorato. L'alma Cerere non mangia, ma a te, o bimbo, a bere con tiepido latte d i papaveri causa del sonno. Della notte era il mezzo, era nel placido sonno silenzio ; ed ella nel grembo Trittolemo prende, con la mano tre volte lo palpa, tre dice scongiuri : scongiuri, che non ripete parola mortale. E nel focolare il corpo del bimbo entro la calda cinigia nasconde, che l'ardore purghi l'umano incarco. Si scuote dal sonno la madre a torto pietosa, ed insensata esclama " che fai ?, e rapisce dal fuoco le membra. A lei la Dea : " Per non esser scellerata tal fosti  dice ; " vani i miei doni divengon pel timore materno. Questi sar bens mortale; ma primo e con aratro e con seme da le coltivate terre coglier premii . " Disse : uscendo d'una nube s'avvolse, su i serpenti sali, e con l'alato cocchio Cerere riparte  . Qui non  pi il racconto dell'Inno con il Vv. 507-562. mito protoattico ; non  n meno il racconto di Timeo con il mito siracusano : per che a differenza profonda dal primo la umanit  presentata ignara di biade e cibata di ghiande prima del ratto; e a differenza caratteristica dal secondo la Sicilia non ha privilegio alcuno rispetto all'altre terre. Qui dunque  il mito neoattico di cui dicemmo, che ha sostituito Trittolemo a Demofonte nella magia del fuoco, e ha tramutato il semplice istitutore di un rituale sacro nel giovinetto onde per favore della Dea un inestimabile benefizio si largiva agli umani. Celeo e Metanira recano identici i loro nomi, ma intorno ad essi il polito palazzo regale s' tramutato in povera capanna: sul desco stanno cagli; nei cuori  ingenua ignoranza. Cosi pertanto la versione siciliana, dianzi cautamente seguita,  soppiantata, senz'urti, da una seconda. Ma finisce apjjena questo brano, che un terzo influsso si rivela. Come nell' Inno, informatori di Cerere su la persona del rapitore sono due astri ; identico  il nome dell'uno, il Sole (EHos) ; analogo l'officio dell'altro. Elice, che  per non la Luna (Ecate), ma la stella dell'Orsa maggiore che mai non tramonta nel mare, e per ci tutto vede, di notte. D'altra parte, dopo il colloquio fra Cerere e Griove, questi decide di dividere l'anno in due parti perch Proserpina rimanga sei mesi col marito e sei con la madre . Ora, Elice sostituisce Ecate perch preferita nella consueta mitopoetica alessandrina; e l'anno diviso Vv. .575-614. pel mezzo gi ritrovammo nel gusto alessandrino delle Metamorfosi. E sotto la medesima luce posson venire considerati anche l'idilliaca scena in casa di Celeo, dal tono dolce dal colore delicato dall'insieme grazioso ; e il quadro del florilegio in Enna. L'arte per converte la triplice mischianza in armonia. Onde la vicenda si snoda men lenta che nelle Metamorfosi, s'indugia solo nel pastorale abbandono di Eleusi, e diviene rapida nel termine ove pi personaggi agiscono e parlano con una stringata prontezza che culmina forse nelle parole di Ermes " La rapita ruppe il digiuno con tre di quei grani che le melagrane ricopron con molle corteccia  . Le varie correnti mitiche son fuse ed  scomparsa ogni traccia di mosaico mitologico; una inspirazione centrale muove tutto il carme, lo ricollega con qualche sparso accenno a questo o a quel particolare del culto, su dal culto lo stacca elevandolo a ricordo solenne del benefzio divino, scaturito dal dolore d'una Madre e compiuto nella capanna d'un misero. La gratitudine verso la Dea si traduce bens in sacrifzii suini e in vestimenta candide, ma non  di origine religiosa, si pi tosto muove da una intima commozione umana, di simpatia per la sofferenza eterna, per la semplicit primeva, per la faticosa Terra. Nei Fasti quindi minor parte  fatta al mito siracusano; ma per compenso  conseguito pi alto pregio letterario che non nell'altro carme Vv. 606-7. ovidiano, ove il poeta con l'innesto delle frequenti trasformazioni deforma la sua materia, or riducendola a magrezza or distraendola a rimoti oggetti. Oltre che elementi siculi proto e neoattici, anche particolari orfici compose insieme con abbondanza Claudiano nel poemetto che al Ratto di Proserpina volle dedicare, senza per altro condurlo a termine. Grli spunti siciliani sono i ben noti: Enna sede del rapimento, Ciane oppressa dal rapitore e tramutata in fonte , le fiaccole notturne accese su l'Etna. Gli spunti protoattici dovevano esser copiosi nella parte del poemetto che non fu scritta e trattava del soggiorno della Madre in Eleusi, forse nella casa di Coleo e Metanira. Gli spunti neoattici in fine si assommano nella figura di Trittolemo a cui par probabile che venisse attribuito il dono delle biade (2). Su questa trama vennero innestati parecchi motivi che si dovevano all'orficismo. Leggevasi presso gli Orfici che Demetra aveva affidato la propria figlia alle Ninfe ai Coribanti e ai Cm-eti e che in loro custodia Cora trascorreva il tempo intenta a tessere un tessuto ove fossero affigurate le stelle del cielo. E ancora : che il ratto accadde si per volont del Fato {aifiovog aiarj) sotto cui traspare il favore di Zeus pluvio, ma con l' inganno delle sorelle {pvvfiaifio) : o sia Artemide ed Atena. Pi tardi cotesta circostanza fu alterata ; da chi, pare, non III 246 sgg. (2) I 12 sgg., Ili 51.s'accorse o non volle accorgersi che il concorso delle due Dee al ratto non era se non un assecondar le leggi fatali e irremovibili ; ma ritenne che pi nobile officio loro, nel punto in cui Cora, vergine com'esse erano vergini, soggiaceva a violenza, fosse la lotta contro il fosco Aidoneo : nelVElena di Euripide difatti elleno gli appajono ostili. Se non che scemato cosi al ratto il favore di Atena e d'Artemide, a compenso vi fu introdotto quello, che pareva pi dicevole, d'Afrodite, nume propizio agli amori (2). L'antico aneddoto orfico pertanto fu e rinnovato nel suo contenuto e ampliato nelle sue linee : rimase tuttavia, e Claudiano ne fece suo possesso. Molte altre fiabe erano nella poesia orfica attinenti a Demetra e a Persef one ; ma poi che vertono su quella parte la quale nel poemetto sul Ratto non  svolta sar qui da tacerne. Oramai difatti sono stati raccolti tutti i materiali che da triplice fonte il poeta adun per l'opera sua e che gli bastarono, con giunte e innovazioni, a narrare del ratto e i precedenti e le primissime conseguenze. Importa ora vedere come lo spirito del poeta investisse quella sostanza leggendaria e la elaborasse esprimendo. Il suo racconto si spezza spontaneamente in due parti: delle quali la prima ha termine col ratto. Plutone nell'Ade  infelice perch privo di moglie e ignaro delle dolcezze che la paternit concede. Tanto l'assilla il suo veemente Vv. 1301 sgg. (2) V. Igino Fav. 146 e cfr.  IV. desiderio, ch'egli giunge a minacciare lo stesso Zeus di sovvertirgli l'ordine dell'universo e liberare i Titani incatenati, ove non sia fatto pago. E Zeus, intimorito, cede e promette: solo  in dubbio intorno alla scelta della sposa, gi che nessuna volentieri accetterebbe marito il tenebroso Re dei morti. Contemporanea a cotesta scena per si svolge l'altra in cui Demetra, per sottrarre l'unica sua figlia Cora allo stuolo degli insistenti proci fra cui Apollo e Ares primeggiano, la reca in Sicilia ove l'affida alle cure della nutrice Elettra delle Ninfe e di Ciane (ritornano, come si vede, sott' altra specie, le orfiche Ninfe e i Coribanti e i Cureti) e la ritiene certa da ogni attentato sotto l'alta protezione celeste del padre Zeus : onde si ritorna ella poi in Frigia appresso Cibele. Si congiungono alla fine queste due linee narrative da quando il Signore degli Dei decide di maritare Cora appunto, profittando della lontananza materna, a Plutone, e j)repara le nozze. Connivente Afrodite, egli fa si che la vergine esca con le compagne e Artemide ed Atena e la stessa dea dell'amore a raccoglier fiori su i prati smaglianti di Enna e che su quelli, balzando improvviso dal suolo spalancato in voragine, la rapisca il sotterraneo Nume. Grande scompiglio ne sorge. Fuggono le giovani amiche. Atena e Artemide tentano opporsi con l'armi che sono lor proprie. Ma Zeus da l'alto tuona il suo assentimento. E presto Cora, trascinata dai cavalli dell'oltretomba, fa il suo solenne ingresso nelle sedi buje, ove l'accolgono, con festa ch' insueta col, gl'iddii torvi e le paurose iddie de' regni flegetonti. La seconda parte possiede quell'unit di struttura che manca a questa prima. Il centro naturale dell'azione  offerto da Demetra; intorno a cui ogni altra luce si deve comporre. La Madre non vive tranquilli i giorni presso i Frigi: un presentimento vago ma assiduo la turba con sogni atri che mal si dileguano nel risveglio. Alla fine, decide di abbandonar le terre di Cibele e recarsi a visitar la figlia fra i Siciliani. Parte, tutto temendo, nulla sperando. Da Imigi le appajono i luoghi ove s'aspetta di trovar Cora ; ma ben presto scorge deserta e sconvolta la casa. Entra, e vede incompiuta l'opera tessile della vergine, e lacrimante in profondo dolore la nutrice Elettra. Chiede con voce ch' gi di disperazione; e apprende il ratto. Lo schianto le  per quasi sbito superato dallo sdegno contro gli Dei tutti, e Zeus in ispecie, che permisero il delitto, lo lasciarono impune, non curando se per tal modo si sovvertissero leggi di giustizia e principii di morale. Giura che non cesser di percorrere, intenta alla ricerca, l'universo intero fin che non le sia ritrovata la figlia. E la ricerca inizia senz'altro, dopo aver fatto a s, per la notte, fiaccole di due pini recisi presso il fiume Aci in bosco sacro a Zeus. Il resto si desidera. Ne importa gran fatto, che poco pi apprenderemmo nel sguito. Il poeta si era assunto ben grave soma, chi guardi alla difficolt insita in ogni forma leggendaria, ove sempre la materia poetica  molta, ma sorda ad artefice che non sia di assai fermo polso; e ove la stessa potenziale bellezza contribuisce a rendere scabro l'officio dell'attuarla. Claudiano vi manc: non esito a dire che vi manc per intiero. Noi lo giudichiamo qui a fronte della sua saga, e possiamo farlo con pienezza di giudizio, che la sua saga  la nostra: abbiam appreso a conoscerla da l'origine lungo la vita complessa. Non c'illude quindi, e sarebbe facile errore, quella, che prima colpisce, bellezza formale di particolari, eleganza di scene, armonia di verso. Riconosciamo cotesti pregi ; ma come perfezion delle parti in un tutto su cui si volge il nostro interesse e l'esame pi vero. N la perfezione stessa  anche da concedersi intera : guasta per certa esuberanza, che assempra il vecchio pescatore teocriteo dalle vene gonfie sul collo, spiace dopo le prove d'un'arte pi cauta se bene gi troppo a s indulgente. Ma in ogni modo, sopra le singole pennellate riuscite e oltre le mancate, com' composto il grande affresco ? Claudiano avverti primi, e svolse gli spunti psichici di cui tutto il racconto  pregno: non diversamente operando, in ci, da Ovidio. Le sue dee per tanto divennero donne; uomini, i suoi numi. E suo grande compiacimento si fu narrare ora il cordoglio della madre, ora lo spavento della figlia; qua i coniugali rimpianti di Plutone, l le dolcezze filiali di Cora. Se non che in Ovidio tal via era tenuta con due pregi: la accorta profondit dell'investigazione intima; e, Giudizio opposto tenne W. Pater, nel suo garbato essay su Demeter and Persephone in " Greek Studies, (London LA DEMETRA d'eNNA inoltre, una grazia di tocco per cui, oltre la donna o l'uomo, figuravan sempre senza stridenza di contrasti la Dea e il Dio. Nel Ratto per contro cosi quello come questo pregio mancano del tutto. Nulla, che non sia vieto e grossolano richiamo di motivi abusati,  infuso nell'ordito passionale; le finezze di certi gesti, le sfumature di talune emozioni gli sono ignote ; i suoi personaggi, non pur non condensano la loro personalit per l'arte di lui, si scemano per la imperizia fin quel vigore e scancellano quella determinatezza ch'era lor impressa dalla tradizionale teologia. Una madre, una figlia, un marito recente, un giudice un po' pauroso e a bastanza ingiusto: ecco i protagonisti: non importano nomi, non colori, non linee. Basta, che per ciascun tipo sono applicati i luoghi comuni della retorica. Che se poi ci s'avvicina alla scena, colpisce la solennit jeratica dei paesaggi. Lungo periodo di versi circoscrive la Sicilia con un senso di sacro rispetto. Enna, poco prima che le Dee l'onorino di lor presenza, invoca da Zefiro splendor di fiori ; ed ha nell'atto una compostezza e un contenuto orgoglio matronali. La Frigia lontana riceve da Cibele, quasi un recondito balsamo religioso. Persino il bosco onde Demetra svelle i due pini a illuminare la notte  un lucus Jovis. Lo sfondo, pertanto, delle scene, se pur varia,  tuttavia sempre ampio alto e severo : non  in proporzione con la statura degli attori ; o meglio, non con la loro statura d'uomini, si con un'altra, fittizia, di Dei. Onde si a\^erte il primo contrasto, che par creato a posta dal poeta, IL MITO CONTAMINATO fra la diminuita materia divina della fiaba e l'accresciuta materia terrena: quasi fosse stato trasferito al paesaggio il decoro che avrebbe dovuto essere dei Numi. Primo contrasto ; non solo. Ben presto si nota che nessuno dei consueti attributi  stato tolto da Claudiano n a Demetra n a Cora n a Plutone n ad Atena n ad Artemide n ad alcun'altra figura celeste del poemetto. Il re dei morti Ila tutta la sua terrificante corte ; la vergine Figlia ha intero il suo sguito di bellissime ninfe; hanno l'armi Pallade e la Cacciatrice, quella lo scudo gorgono, questa l'arco e le frecce; la Madre corre per l'aria su cocchio trainato da draghi e doma leoni. Il meccanismo oltreumano resta inalterato, e il poeta v'insiste. Ond' che la vita umana e affettiva vi  poi spirata dentro senza che Fautore mostri di accorgersi del dissidio che ne risulta. Il quale , a volte, men grave. Ma a volte attinge a dirittura il grottesco e tramuta il poema in commedia. Quando, gli esempii potrebber essere moltissimi, desunti ogni cento versi ; basti l'uno pi notevole, quando Plutone ha rapito Cora e ne ha uditi i primi gemiti e poi gli urli e i lamenti pietosi e le invocazioni alla Madre, si commuove : " Da tali detti il feroce e dal pianto vezzoso  convinto, e sente i palpiti del primo amore. Le lacrime (le) deterge con ferruginea tunica, e con pacata voce consola il mesto dolore (di lei)  . E, questa, una innovazione di II 273-276. Claudiano : gi che le parole che seguono e che vantano di Plutone i pregi qual marito e re son le medesime che l' Inno attribuiva ad Elios e Ovidio a Giove, per consolar Demetra. Ma rinnovazione a punto svela a maraviglia a qual grado di risibile pervenga il poeta nel colorire pateticamente quello spauracchio " feroce  di Aidoneo che egli stesso ha poc'anzi dipinto mostro a tutte tremendo. Dai medesimi errori iniziali consegue l'essere artisticamente (non dico logicamente, che sarebbe inutile rilevarlo) mal connesso il mondo divino del breve poema. Tutti gli Dei balzano all'improvviso su dalla terra al cielo. Demetra ridiviene di colpo sorella di Zeus, dopo che il tono dei suoi lamenti e l'incertezza dell'angoscia ce l'avevano affigurata di Zeus suddita umile e meschina al pari d'una qualsiasi siracusana. Ciascun dio sembra supinamente soggetto a Zeus; ma Zeus a sua volta prende a impaurirsi e tremare non a pena Plutone lo minaccia di far liberi i Titani. Non c'ispirano quindi reverenza n timore cotesti numi ambigui. E l'invettiva che contr'essi scaglia la Madre nell'ira non  per nulla sacrilega : ci scende fredda nel pensiero, perch  vuota cosi di dolore materno come di ribellion religiosa. Se per poco fosse spinta in l la tendenza del poeta, i suoi di finirebbero con l'apparirci, nella loro scema sostanza um^ana, e tracotante pompa esteriore, marionette fngenti per gioco di fili occulti e virt di orpelli gravit olimpica, in un consesso di stolidi e in una famiglia disamorata. L'errore d'intuizione artistica in fine culmina in quel solenne decreto di Zeus con cui s'apre il libroni: il quale vorrebbe mostrare come, col decretar da Demetra il dono del seme, la suprema volont sapesse ritrarre un vantaggio agli uomini dalla vicenda di Cora; ma non prova nel fatto se non quanto Claudiano ha deformato il sommo Iddio. Conchiudendo, il poeta  giunto proprio al contrario di quel che era compito dell'arte: ha dissimilato in luogo di ordinare in armonia ; ha contrapposto, in vece di avvicinare senza contrasto. Ora, gli elementi del dissidio erano gi tutti nella primitiva saga di Cora, e avevan perdurato identici lungo il suo evolversi. E pure non gli avevamo avvertiti: non so che secreta forza li faceva coerire in unit e bellezza. Se adesso adunque si frangono e s'iu"tano, segno  che non pure s' svigorita l'arte, ma l'organismo del mito  moribondo, e si dissolve. Cosi n pur la contaminazione di motivi, desunti dalle pi diverse fonti, riesce a infondere ricchezza di contenuto alla leggenda agreste. Un pi profondo guasto la uccide, senza rimedio. Onde finisce l'ultima forma di quell'antichissimo racconto siculo, che una prima volta aveva sentito, per opera di Siracusa, vigoroso l'influsso greco, e trov una seconda volta, traverso gli AlessandiTni, arricchimento di bellezza poetica da iDrincipio, gravame in sguito di mal congesti elementi. Indra e Vritra si combattono. Nel profondo cielo dove il Sole si vela di ardore, Indra teneva le sue smaglianti mucche al pascolo e lasciava vagare leggre, qua e col, nell'azzurro. Non sfuggirono a Vritra, turpe figura di serx^e dalle tre teste, n tentarono in vano la sua maligna cupidigia. Le rapi, e trassele nell'antro che gli era dimora; e ve le tenne secrete. I ben colorati animali furono avvolti dalle tenebre, celati sotto un' incupita parvenza uniforme. Ma Indra corse alla vendetta. Dall'antro, ove segregato si stava il bottino, gli Per tutto questo capitolo v. Vlndagine, in libro II cap. Ili ; di cui si citano i  nelle note successive. giunse un profondo e rauco muggito che gli svel e il furto e il luogo. Vi si precipita, fende con la sua possente forza la grotta, di frecce e di clava colpisce pi e pi volte il mostro nemico, l'abbatte, lo uccide. E riconduce le mucche nel cielo, onde lasciano esse scorrere il latte fin sopra la terra. Cosi nel Rigveda indiano si adombra per noi la vicenda del temporale, i bianchi cirri sparsi per l'azzurro mutandosi in torvi cumuli, che dopo tuoni e lampi scatenano benefica la pioggia. L' odio, che un' anima paganamente infusa nella natura nutre acre contro il velame dal quale  tal volta celato il Sole agli sguardi, ha sentito nelle nubi gravide d'acqua e di fuoco la presenza di una forza attiva, e nemica cosi della luce benefica come della fiamma benefica, per che si compiaccia, in vece, di tenebrori e di vampe distruggitrici. Vampe escono dalla caverna di Vritra : fulmini percuotono 1' opere umane e le annientano. Il bujo della notte; l'ombra dei secreti abissi sotterranei, ove occhio non si spinge, e che, quando spiragli appajono traverso il suolo, atterriscono i cuori ; l'atra tinta del fumo, che g' incendii sprigionano, pregno di odori corrotti, su dai possessi degli uomini ; l'ambiguo rossastro delle lame di fuoco, che s'insinuano avide fra cosa e cosa, per far di tutte cenere uguale ; la negra cortina dei cumuli ; l'abbagliante incandescenza del baleno, che acceca le pupille: questi colori queste Cfr. fino a pag. 163  E. PRESSO gl'indiani E I GRECI 161 forme quest' energie si accostano nel pensiero primitivo, si compongono variamente e diversi si foggiano in figurazioni molte, ripetendo per con ritmo unico il malefcio costante e il duro danno, in antitesi violenta contro il dono, in cui  prodigo l'Astro, di luce e di calore. La fiammata che cuoce l'alimento  una scintilla tolta dal Sole per gli uomini : e, come il Sole, ha virt di respingere l'oscurit intomo a s. La fiammata in vece che rade una selva  nemica del Sole perch nemica dell'uomo: e, poi che teme la luce solare, s'avvolge di bujo. La mente bambina non sa che la tenebra  un modo della luce, e che il fuoco  un solo principio, distrugga o giovi. Contrappone le parvenze ; crea, dagli effetti, delle antinomie fallaci nelle cause. Cosi fatto l'atteggiamento fondamentale del pensiero. Che  comune, come si sa, agli Arii ; e comuni, se bene traverso le differenze a volte non piccole, sono le forme di cui si veste e le associazioni psichiche di cui si vale : l'antropomorfismo, ci sono, ed i nessi fra la notte e il sotterraneo mondo, fra il bujo e la fiamma malefica, fra gli ascosi meandri del suolo ed il cielo. E questo d'ogni singolo mito del fuoco, quale che sia per esserne il valore pi immediato, permane il riposto senso di allegoria naturalistica. Anzi, in grazia a punto di essa affinit di concetti, poco importa se la fiaba si connetta pi tosto con la freccia del fulmine che squarcia il perso involucro dei nuvoli, o pi tosto col dente infocato che appare impro\^iso e avido tra le sph'e di un fumo caliginoso, o altrimenti con altro. Griacch la fantasia primigenia, la quale ha narrato sotto la specie dell'uomo una spettacolosa vicenda della natura, deve esser stata indotta dalle medesime sue associazioni analogiclie a ripetere, nelle aridit della concezione, un solo racconto per fenomeni simili. Ci spiega perch, fuor del E-igveda, il mito ritorni bens presso assai popoli arii, ma presso pochi come l simboleggi il temporale. Presso gli Eranii tramutato si , pur serbando parecchie simiglianze, in una forma, per cui Tistrj^a e Apaosha si combattono ; e a dirittura rinnovato in altra forma, la quale, per il nesso che nel pensiero gi intercede fra tenebra e male, luce e bene, trasporta il mito a significare il contrasto tra Ormuzd il buono e il cattivo Ahriman. Che se, dopo averle spiegate, non grande conto  da farsi di queste trasposizioni della fiaba da uno ad altro fenomeno ; molto maggiore se ne deve attribuire in vece all'alterarsi o al persistere di taluni particolari significanti. In essi  il segno di qilanto si accosti o allontani dalla saga originaria il nuovo racconto : simili a quei tratti caratteristici che permangono a contraddistinguere il volto di una famiglia nei secoli. E quando del mito si  poi perduto tutto il senso riposto, restano testimoni veritieri ed irrefutabili dell'origine prima e dimostrano che in fondo scarsa fu la elaborazione innovatrice sul modello pi antico. Quando in vece un significato s'intrude sopra e contro l'originario e lo modifica o lo soffoca, si perdono insieme i primitivi particolari episodici, come un muro coinvolge nella sua caduta gli affreschi. o solo tanti se ne serbano quanti non disconvengono al nuovo dominante pensiero. Giaccli l'energia conservatrice insita in quei particolari  costituita, in somma, da una non pi cosciente memoria dell'importanza essenziale clie tutti, in vario modo, avevano, quando ancora la saga travestiva un reale fenomeno. E cessa pertanto, allorcli al ricordo incosciente sottentra nel racconto la coscienza d'un contenuto e d'un fine diverso. Un fine e un contenuto del tutto nuovi ha assunti il mito primitivo appresso i Greci. Ed ecco difatti tramutarsi anche la foggia esteriore e l'intreccio dei casi. Come il furto di buoi perpetrato a danno d'una divinit solare venisse narrato insieme con la successiva vendetta nelle saghe antichissime degli Elleni, ignoriamo : e ci sembra inutile pel nostro assunto la congettura. Certo che in secolo a bastanza antico la metamorfosi del racconto si rivela profondissima. L'omerico i Inno a Ermes  la nostra fonte in una sua ampia parte. Ed  pervaso tutto dalla minore anima greca: quella che baratta e commercia; che ruba con astuzia, e nega con impudenza ; che  scaltra in ben parlare, e avvolge di parole artificiate, di periodi fluenti, di frasi ambigue, d'esclamazioni infinte e do li) Tralascio tutte le quistioni su gli " strati,, la cronologia, ecc. dell'/nno, come estranee al tema. Confronta A. Gemoll Die homerischen Hymnen (Leipzig 1886) 181 sgg. e T. W. Allen and E. E. Sikes The homeric hymns (London 1904) 128 sgg. mande coperte, l'infelice derubato ; che giura invocando i men pericolosi di, nella speranza di averli meglio indulgenti ; che non ignora alcuna furberia, e si vanta di tutte ; e nessuno pi le crede, e ognuno le s'arma di sospetto, ma ne resta poco o molto gabbato. L'uomo il quale discorre a lungo e lascia i suoi detti vagare per l'aria, incurante se assai ne cadano a vuoto, certo che giungono in parte al brocco, e tiene fra tanto i suoi occhi, sotto le palpebre basse, fissi qua e l su oggetti che non guarda; il Grreco dei proverbi e dei motti ironici: vive intiero, per una fresca vivacit di dipintura, nel ladro di buoi. E lo ritrae la maggiore anima greca, la virile, cui la cupidigia di guadagno s' congiunta con la brama di gloria, cui il buono  anche bello, e forza indirizzata al suo fine  anche il bene. Ma fra questa maggiore e la minore anima greca i tramiti non sono affatto tronchi. Onde una celata coscienza della superiorit di quello spirito che pu, se voglia, rinchiudere in un labii"into di dubbii e di certezze, entrambi illusorii, l'intelligenza del suo interlocutore, serpeggia per il racconto. E un sorriso di compiacimento interno lo illumina : il sorriso mal palese degli aruspici, secondo Catone; il sorriso, dagli occhi assai pi che dalla bocca, con cui gli ambasciatori d'Atene dovevan accogliere, pacati d'indulgenza ironica, la dichiarazione frequente dei Peloponnesiaci : " Grli Ateniesi discorrono troppo bene perch si possa lor credere . C  un biasimo tacito del furto ; ma c' una lode sobria del ladro abile. E la commedia nasce. Comico, il racconto eh' era stato tragico allorquando Vritra cadeva sotto la invitta clava di Indra. Perno del mito diviene adunque l'astuzia clie elude la forza. I protagonisti sono mutati. Caduti taluni particolari, altri s'improvvisano dal largo patrimonio novellistico. Lo sfondo  diverso, perch alla furberia del mortale compete scena la terra, come alla violenza del mostruoso iddio sede il cielo. Resta la pascente mandra divina, di splendido aspetto ; e il secreto del furto ; e l'antro ove l'ombra accoglie i mugghianti. Apollo  il derubato, Ermes il ladro; Ermes, nella sera del giorno in cui nacque, piccolo bimbo di inverosimile forza e di mente gi dotta nelle oblique vie. Fra il neonato dalla tenera pelle ed esigua statura, e il Dio vigoroso e alto, si svolge la principal scena. Due altre la precedono. La prima narra il furto. Non  opera di violenza, ma di scaltrezza. I buoi, cinquanta, pascevano nella Pieria mentre " con il suo carro e i cavalli  il Sole spariva sotto la terra. Ermes, per celare ogni traccia dell' abigeato sul suolo sabbioso, condusse le bestie all'indietro, intrecciando per s accorti e leggeri sandali con vincastri e sarmenti. Giunto presso TAlfeo cela la refurtiva in una grotta " da la volta elevata . Poi, ritorna presso la madre, sul monte Cillne. E ha luogo la seconda scena . E di Cillene, tosto, egli ai divi gioghi toi'nava in sul mattino ; n per la lunga via alcuno scontrossi con Vv. 142 sgg. Edizione T. W. Allen (Oxford l'abigeato di caco lui o tra gli Dei beati o tra i mortali uomini; e non latravano i cani. Ermete, il benefico figlio di Zeus, obliquo per il serrarne della casa scomparve, simile a vento d'autunno o pure a la nebbia. Avanza dix-itto nell'antro fino al ricco recesso, piano coi piedi movendo : n cos fa rumore sul suolo. Subitamente entr nella zana l'inclito Ermes, le fasce a le spaUe avvolgendo, come d'un piccolo bimbo che in braccio alla balia i lini scompone coi piedi . Ma non sfuggiva l'Iddio alla sua madre Dea, che gli disse parole. " E perch mai tu, o ben furbo, e donde in ora di notte ne giungi, o cinto d'inverecondia ? Ed ecco te pi'eveggo, da indissolubili vincoli intorno allo sterno legato, uscir da queste soglie fra le mani di Apollo, o finir per recarti a predar nelle valli al pari di ladro. Prditi, stolto : che per grande sventura ti generava il Padre agli uomini mortali e agl'immortali Dei . Ed Ermete a lei scaltre parole rendeva : " Madre, perch queste cose tu m'ammonisci, come ad un piccolo bimbo, che malizie ben poche conosca nel cuore, e timido tema fin della madre i rimprocei ? Ma io un'arte apprendere voglio, ch' la pi bella (2). N fra gli Dei immortali spogli di doni e negletti, quivi restando, ci rimarremo come tu vuoi. Meglio  per sempre frequentar gl'immortali ricco ed agiato di beni e di messi che nella casa sederci, nell'oscura caverna. Quanto ad onore, il convenevole anch'io voglio ottenere, ben come Apollo. E se il mio padre non me lo dona, io stesso per certo tenter che posso dei rapinatori divenire il capo. Che se mi ricerchi il figlio dell'illustre Omesso il v. 153. Omesso il v. 167 ch' corrotto. Latna, altr'e tanto (io mi credo) avrebbe in ricambio e anche pi : mi reco in Pitne al saccheggio della grande sua casa, molto da quella rubando stupendi tripodi ed oro e lebti, molto sfavillante ferro, e vesti di molte. Tu certo vedrai se ti piaccia . n senso d'umanit e la sostanza greca che sono divenuti il nucleo nuovo del mito appaiono qui in tutta la loro vivace contrapiDOsizione alla forma indiana di cui fu veduto. Perch la difesa, che il poeta adorna cosi bene su le labbra bambine,  un breve mal represso anelito di simpatia per il ladro perspicace ed ardimentoso, simile a profondo brivido onde nelle fibre arcane della carne si ax)provi quel che la ragione condanna. Ben altro era l'odio atterrito per cui, nel Rigveda, il rapinatore trascinava la sua mole serpentina nel dimenio orrendo delle tre teste. L, freme il ribrezzo contro Vritra, l'ignobile, e l'ombra della sua caverna, dalla quale il mugghio bovino suscita un' eco di sgomento negli animi. Qui, noi abbiamo ormai preso parte in favor del breve Ermes fasciato, che si crogiola di caldo nella zana, orgoglioso senza pudore di quanto ha compiuto, pronto a difender s e la i)ropria opera, certo di saperla proseguire nel futuro. E non v'  dubbio che a Maja piacciano le vesti che l'arti del figlio le recheranno rapite! Le due spanne onde il corpicino si misura sono molto piccola cosa di fronte alle cinquanta terga di tori: e nella grazia furbesca del contrasto, che la onnipotenza divina giustifica e legittima, sta il motivo della simpatia e nostra e del poeta. l'abigeato di caco Come lui scorse di Zeus e di Mjade il figlio, adirato pel furto dei bovi l'arciero Apollo, dentro la fascia odorosa s'immerse : quale del legno la cenere molta brace di ceppi nasconde all'intorno, tale celava s stesso Ermes, il Lungisaettante vedendo : in breve raccolse il capo le mani ed i piedi, come se per bagno dolce sonno chiamasse a ristoro, sveglio restando per. Il figlio di Leto e di Zeus riconobbe, n gli sfugg, la montana bellissima ninfa con il suo figlio, bimbo piccino, avvolto dentro ingannevoli astuzie. Della grande casa i recessi mirando, con la splendida chiave tre ripostigli schiudeva, di nettare colmi e di gradita ambrosia : molto oro ed argento dentro giaceva, molte della Ninfa purpuree vesti e smaglianti : tutto che dei beati dentro sogliono avere le sacre dimore. Della grande casa i seni esplorati, il Latoide con detti parlava ad Ermes illustre. " bimbo che nella zana ti giaci, mostrami i bovi : presto, che tosto in disdicevole modo contenderemo fra noi. Ti piglier ti scaglier nel fosco Tartaro nella tenebra triste irreparabile ; n te la madre n il padre alla luce potr ritrarre ; ma' sotto terra errerai primeggiando fra i bimbi . Ed Ermete a lui scaltre parole rendeva : " Latoide, qual mai aspro discorso parlasti ? e perch ricercando agresti bovi qui sei venuto ? Non vidi, non so, n d'altri intesi parole, n mostrare potrei, n vprenderne premio, n somiglio ad un ladro di buoi, uomo possente. Non questo  da me, e prima altre cose mi piacciono : il sonno a me piace, ed il latte della mia madre, e attorno alle spalle le fasce, ed i tiepidi bagni. Vv. 235 sgg. Nessuno potrebbe sapere donde sorse tale contesa, che per vero gran maraviglia fra gl'immortali sarebbe che un bimbo nato da poco varcasse la soglia fra mezzo di bovi silvani. Oh male tu parli ! Ieri mi nacqui ; i piedi son molli ; scabra, di sotto, la teri'a. Ma se vuoi, su la testa del padre un grande giuramento far : n io affermo n io stesso fai causa, n vidi alcun altro ladro dei vostri buoi checch i bovi si sieno, poi che per fama sol tanto ne odo Cosi dunque parl, e di frequente con le palpebre ammiccava, inarcando le ciglia, e qua e l guardando . Ma a lui lene ridendo l'arciero Apollo rispose : " amico, in dolo scaltro e in inganni, io preveggo per vero che spesso per invader le ben abitate case durante la notte, pi c'uno stenderai sul suolo, senza rumore ripulendo la casa : tale tu parli. E molti nelle valli dei monti molesterai agresti pastori, allor che, bramoso di carne, t'imbatta in mandre di bovi o in pecore lanute. Ma via! l'ultimo ed estremo sonno se non vuoi dormire, scendi dalla zana, o compagno della nera notte. Questo per certo anche poi tra gl'immortali avi'ai officio, di esser per sempre chiamato capo dei ladri . Cosi disse adunque e il bimbo prendendo trasse Apolline Febo. Allora, il forte Argicida, tra le mani levato, tutto serio, un presagio emetteva, ardito servo del ventre, e messaggero impronto. Dopo esso, starnuti tosto : poi che Apollo l'udiva, da le mani sul suolo l'illustre Ermes gittava. Gli si mise dinanzi e, pur affrettando il cammino, Ermes gabbava ed a lui diceva Omesso il v. l'abigeato di oaco parole : * Coraggio, o fasciato, figlio di Majade e Zeus: con questi presagi trover pure, alla fine, i capi gagliardi dei buoi : tu, per altro, m'insegnerai la strada  . La contesa continua un po', fin che si decidono entrambi a recarsi nel cospetto del Cronio Zeus per aver giustizia. Li Ermete giura di nuovo solennemente il falso ; ma poco vale. Pur troppo Zeus conosce ogni cosa e anche dell' abigeato ben sa. Sorride, il gran Dio, e comanda ai due Dei di cercare insieme " con animo concorde  i buoi e ad Ermes ordina d'indicarne il rifugio. Ubbidiscono. E la commedia finisce come le commedie sogliono terminare: con una buona pace. Di essa rimangono cardini notevoli l'accortezza del trascinare le mucche all'indietro per disperderne l'orme e travolger gl'indizii ; e l'insistente ammiccante spergiui'o di Ermes dinanzi ad Apollo ed a Zeus : particolari che, pur appartenendo forse ad antiche trame novellistiche, sono tuttavia qui per il loro piglio maliziato probabilmente a bastanza tardi. Presso i Latini. Le fila s'intrecciano poi presso gl'Italici, e presso i Latini in ispecie . N della trasposizione, per cui il mito vien riportato da un fenomeno all'altro analogo ; n Cfr., di qui fino a pag. 182,  V e (in parte)  VI. dell'intrusione, per la quale un nuovo significato scaccia, d'entro lo schema leggendario, l'antico, e rinnova per conseguenza i particolari del racconto : si deve tener parola a proposito della saga romana di Caco. Altre vicende essa ha subite allor quando ci appare formata in et di storia. Non quelle. Segno certo, che rimase da prima ben radicata nella memoria delle generazioni, approfondita nel sangue della stirpe ; che vi si cristallizz in una foggia, la quale non aveva pi il contenuto cosciente della antica, ma dell'antica tutti serbava i tratti, anche i pi minuti, e dall'antica ripetendo il suo essere ne diveniva veneranda e intangibile. E per allora che r elaborazione artistica sopravvenne con voce pi sicura e lievito pi possente, non pot distruggere per ricreare ; dovette costringersi nella materia, n sorda n asx^ra, ma irrigidita dai secoli : sopravveniva difatto troppo tardi. Il rispetto, per vero, di tutti i particolari, che furono proprii della saga primordiale aria e che si rinvengono intatti nel Rigveda, contraddistingue, senza eccezione, la serie intiera delle vicende che il racconto attraversa di poi, tanto nei carmi dei poeti, quanto nelle storie e nelle interpretazioni dei dotti. La presentazione dei protagonisti. Per che forse la differenza pi notevole fra il racconto indiano e il probabile, d'una probabilit ottimamente fondata, i^rimitivo racconto latino, consista nei mutati nomi delle iDersone. N  da ammirare. Sono molteplici gli aspetti onde un qual siasi spettacolo naturale si presenta all'occhio ingenuo : e tanto pi quanto meno il pensiero scorge tra i varii il nesso unico e ha vigoria per riportare ciascun parvente alla sola sostanza. Ogni aspetto poi si presta a tramutarsi, da prima, assai pi che in una personale figura di Dio, in un nome cui risponde una sbiadita ombra divina. Spiccatisi pi tardi dal comune ceppo ario i rami diversi, l'evoluzione linguistica da un lato trasforma quei nomi per fenomeni fonetici appresso le differenti razze; dall'altro, il caso lascia smarrire taluni di essi, e taluno fa prevalere, addensando di questo il contenuto e concretando il valore . Cosi l'intuizione fondamentale della fiamma aveva certo moltissimi termini che le corrispondevano : ma uno ne trionfava l, ed un altro qui. Onde accade che un solo mito del fuoco possa rinvenirsi in fogge bens quasi identiche presso gl'Indiani e i Latini, ma non mai con identici nomi. La presentazione, adunque, dei protagonisti. Quando i Latini (e forse si potrebbe dii-e senz'altro gl'Italici ; ma, se bene intorno a ci le loro leggende ci appajono per barlumi, in fondo ne siamo all'oscuro, ed  quindi prudenza non affermare alcun che) ripeterono l'antichissimo mito indoeuropeo senza ancora averne dimenticato il valore naturalistico, s'indussero ad usare i nomi di Caco e di un non sappiamo se Garano o Recarano. Di fronte ai quali la storia si trova in ben diverse condizioni. Non solo il primo  Cfr. G. De Sanctis Storia dei Bomani I (Torino 1907) 88. ben certo, l dove il secondo non  n pur formalmente sicuro e varia nei due testi ove appare sol tanto ; ma quello  analizzabile con un etimo di cui riflessi si rinvengono pure fra i Grreci, e questo offre difficolt molto maggiori. Glie in Caco ritorni la radice che anche in xaio) (" brucio, ardo ) e nel prenestino Caeculus,  probabilissimo e consuona bene alla sua natura ed ai suoi offcii. Ma Garano-Recarano  restio a tentativi cosi fatti ; ed  preferibile comprenderlo fra gli di cui non  di certa analisi il nome. Inoltre a lui tocc di esser pi tardi soppiantato da un altro Iddio, ond' impossibile definire, quali sieno gli attributi suoi proprii, e quali al personaggio sieno stati aggiunti dal secondo attore. Unica certezza, cbe se fu prescelto a significare la forza della natm-a la quale nel Rigveda esprime Indra, da Indra non differ forse troppo. E difatti Caco non differisce n pure, nel tutt' insieme, molto da Vritra. Indubitata  la forma mostruosa ; certo  l'atto del vomitar fuoco da le fauci e nerissimo fumo ; congetturabile, l'orribile cervice tripartita. Un antro immane  sua dimora, fra le tenebre cupe. AlFintorno, egli rapisce e distrugge: n forza gli resiste, n ostacolo lo rattiene. Il terrore lo circonda. L'odio invano lo minaccia. Tale sua effgie ripugnante ed immonda per si deve riferire ad un secondo stadio del suo evolversi mitico, perch son tracce palesi d'una sua pi vasta comprensione. Egli dovette, ci , nell'inizio, valere come non pur malefico si anche fuoco benefico: e senza dubbio i due aspetti antitetici erano potenzialmente, pi che in lui, 174 IV. - l'abigeato di caco nel suo nome. Difatti sotto sembianze piacevoli ed amicali Cacu ritorna presso gli Etruschi in certi specclii dipinti che ne pervennero unica reliquia. E, sopra tutto, in Roma  attestato il culto d'una Caca^ cui vergini avrebbero con assidua cura vigilato un sacro focolare, non dissimilmente da Vesta. Eorse il termine non significava da principio se non il fuoco nell'atto dell'ardere e in quanto arde ; e solo poi le due contrapposte concezioni della fiamma confluirono in esso, e valsero a derivarne ben due figure divine. Il terzo stadio in fine della sua evoluzione Caco toccava quando nei posteriori tentativi di genealogie divine divenne figlio di Vulcano, che aveva a sua volta assunto il primo posto fra i Numi della fiamma. Dei due protagonisti, il furto e il duello si svolgeva quasi certamente in modo simile al racconto del Rigveda. Vi ritornavano il muggito bovino rivelatore dell'inganno; le frecce e la clava, forse ; con certezza, la distruzione violenta della caverna e l'abbattimento del mostro tra il fragore il fumo ed il fuoco. E tutto il mito latino si esauriva, per quanto ci  concesso sapere, dentro questi termini : senza n originalit sua propria di particolari e di figure n smaglianza singolare di colorito formale. Un primo arricchimento gli deriv dall'avere, in proceder di tempi, localizzato con pi esattezza la fiaba, topograficamente vaga nelle origini, come quasi ogni altra. Nello spazzo che s'apre su la riva sinistra del Tevere tra il Palatino a oriente, a sud l'Aventino, il Campidoglio a nord, e dove erano nell'et storica il Foro Boario e il Velabro, trov la sua fssa sede la saga. E fu pi vicina alla terra, e pi lontana come dal cielo cosi dal suo proprio senso naturalistico. Fra i colli romani essa divenne il racconto di avventure terrene, il ricordo di tempi lontanissimi, di cui testimoni unici restavano i monti ed il fiume. Prese a trasformarsi in una leggenda che la pretende a storia accampando una verit fallace e diversa dalla sua prima, ben j)u effettiva. Un particolare locale s'insinua : la caverna di Caco  pensata nel monte Aventino. E, assai pi di quanto possiamo scorgere nelle testimonianze, i luoghi ove poi saranno le scalae Caci e Vatrium Caci danno contributo di piccoli nuovi tocchi precisanti alla fiaba. La quale si forma pertanto col in uno stadio, che  il suo primo fra i Latini, e di cui il colle Aventino e i due numi Caco e Garano-Recarano costituiscono i iDerni. Acquistare una sede significa per per un mito, non pure raggiungere una consistenza e saldezza maggiori, bensi allargarsi via via per attinenze nuove, suggerite dai luoghi ove altri miti son radicati. E un contagio cui il suolo serve di conduttore: e che qui fu invero non presto, ma fu per compenso profondo. Quando il dio greco Eracle penetrasse nel patrimonio leggendario latino e sotto la veste di Ercole venisse definitivamente adottato  e sar del tutto incerto . Senza dubbio poi alquanto tempo dovette trascorrere innanzi ch'egli potesse fondersi con gli Cfr. De Sanctis St. d. R. l'abigeato di caco di latini a lui simiglianti o per qual si voglia modo contigui : prima, dovette divenire familiare, ottenere culto e insediarsi sugli altari, esser conosciuto anche nei suoi minori attributi, assimilarsi infine air ambiente. Non presto dunque dall' " Ara massima  ove nel Foro Boario gli si faceva sacrifizio, presso al Palatino, sopravvenne ad assorbire in s ed annientare la figura di Grarano-Recarano. La quale difatti non cade in cosi profondo oblio clie non se ne serbino tracce fra gli eruditi dell'et imperiale. Ma come l'ebbe assorbita. Ercole prevalse onninamente. Il dio solare poco noto che era di fronte al dio solare notissimo, impresso di grecit? A entrambi, sembra, competevano e le frecce e la clava: simboli dei raggi della Stella. E le lotte erculee avverso l'Ade o avverso Neleo non erano se non se i riscontri analoghi del duello fra Grarano-Recarano e Caco. Ma l dove l'uno apparteneva a una religione poco evoluta qual la latina, l'altre recavano con s grande maturit religiosa. Una poi di cotesto imprese di Eracle, la fatica con cui uccise il ^' ruggente Gerione e gli tolse la stux)enda mandra, offriva il pretesto per rinsaldare quel nesso fra Ercole e Caco, che circostanze di luogo e simiglianza di forma e contenuto tanto favorivano. Fra Eritia nell'occidente spagnolo, ove quella fatica avrebbe avuto luogo, e la Grecia, cui doveva ritornare l'eroe, l' Italia era ponte, e nell' Italia Roma. Della positura geografica approfittarono molti facitori di saghe per le loro combinazioni ; Per es. Stesicoeo nella sua Gerioneide: cfr. U. Man per nessuna forse cosi felicemente come per la latina di Caco. Giacch la vittoria conseguita in Eritia sul Ruggente giustificava, oltre che la presenza di Ercole su l'Aventino, il possesso della mandra che Caco rapisce. In progressione, quanto pi Ercole prevaleva su Recarano-Grarano, tanto pi s'allarg la leggenda. Vi si aggiunsero i particolari sul culto romano dell'eroe nel Foro Boario, e se ne fece tutto un paragrafo nuovo del racconto, contraddistinto per profondi caratteri dal resto. Non pi il mito della natura; ma l'impasto non sempre coerente di etiologie, con le quali si tenta di spiegare l'uno o l'altro aspetto del rituale, un costume, un gesto, projettando il tutto, senza prospettiva di tempo, sopra uno schermo unico. Del paragrafo che cosi accresce la leggenda, uno strato appare, se l'ipotesi non erra, di unica origine; rispetto a cui sussistono inserzioni pi tarde. Addette al culto di Ercole nell'Ara Massima erano in et storica, prima che il servizio vi fosse assunto da pubblici ufficiali (anno 312 a. C), le famiglie dei Potizii e dei Pinarii ; se non che a questi ultimi sembra che non spettasse come a quei primi di partecipare al banchetto in cui dopo il sacrifizio si consumavano i resti delle vittime. Era inoltre uso di offrire al Nume la decima, per consueto, d'un proprio guadagno o CUBO La Urica classica greca in Sicilia e nella Magna Grecia I (Pisa 1912) (" Annali della R. Scuola Normale Sup. di Pisa l'abigeato di caco d'un bottino conseguito in guerra : e l'offerta era lecita cosi a generali come a privati cittadini. Il primo fra questi fatti e forse anche il secondo costituiscono la trama originaria della leggenda etiologica. Per essa Ercole avrebbe instituito, subito dopo la sua vittoria su Caco, un altare, l'Ara Massima, e vi avrebbe sacrificato la decima del bottino strappato al mostro: sacrifizio cui sarebber stati partecipi membri dei Potizii e dei Pinarii, con zelo e per tempo quelli, con ritardo questi onde non poteron partecipare al banchetto delle viscere. Ercole decret allora che tale nei secoli restasse il costume fra le due famiglie. Se non che dal culto erculeo dell'Ara le donne erano escluse. Anche qui occorrendo un motivo, non si pens che in Roma Ercole  anche dio della generazione maschile ; ma si disse che le donne avevano offeso il Nume, in qualche maniera, durante quel primo sacrifizio. L'etiologia dev'essere a bastanza tarda, e discorda nei testi ov' riferita. Per gli uni Carmenta (e la Porta Carmentalis che ne ha il nome  prossima al Foro Boario) avrebbe respinto l'invito di assistere l'eroe presso l'ara ; o vi sarebbe pervenuta in ritardo : ancor pi che i Pinarii ! Per una redazione forse pi antica in vece, donne rinchiuse presso il Velabro pel culto della Bona Dea avrebbero, per mezzo della loro sacerdotessa, rifiutato al Dio sitibondo di concedergli un po' d'acqua, per non lasciar violare il sacrario da un uomo : onde la vendetta di lui. E anche recente , sembra, il nesso che si strinse fra Ercole e un'ara, esistente vicino alla Porta Trigemina non lungi al Foro Boario, dedicata Jovi inventori. Certo  secondario, e per ci non da tutti accolto, il particolare che essa fosse eretta da Ercole per ringraziare, col sacrifizio di un giovenco, il suo padre Giove. Ora, se tutti cotesti accrescimenti leggendarii, i quali si commettono con la figura di Ercole ed il culto di lui nell'Ara Massima, rappresentano, pur tenendo conto di talune interpolazioni pi tarde, nel complesso un secondo stadio del racconto; un terzo venne di poi a sovrapporsi. Entr nel mito la figura di Evandro. Le cause furono, come per Ercole, due. L'una  identica per entrambi : la contiguit delle sedi ; poich di Evandro era un altare presso la Porta Trigemina non lungi all'Aventino e al Foro Boario. L'altra  analoga, non uguale. Come per Ercole era valsa la simiglianza di lui con Garano-Recarano, cosi per Evandro influ la forma del suo nome. La mente non matura che cerca di motivarsi le tradizioni, quasi sem^^re ritiene d'aver tutto spiegato allor che ha supposto l'etimo d'un termine. Caco ad esempio venne, e forse da eruditi greci, accostato per omofonia all'aggettivo xaTt^ ^' cattivo ^ ; il quale parve del resto convenir bene al mostruoso ladrone. D'altra parte Euander che volto in greco divenne EdavQog, fu inteso " buon uomo . Indi fu facile il riscontro tra il " malvagio,, dell'Aventino e il ' buon uomo  della Porta Trigemina. Evandro era, in una leggenda che qui non l'abigeato di caco accade di analizzare, un signore di Arcadi dalla Grecia venuti a insediarsi sul Palatino, accanto agli Aborigeni retti da Fauno. La sua persona pareva dunque acconcia a esser legata per pi attinenze con quella di Ercole e Caco; e se il racconto lo avesse accolto in et pili antica senza dubbio troveremmo una volgata concorde intorno a ci. L'accoglimento in vece fu tardo, e la volgata non esiste. Esistono racconti cbe oscillano, dalla forma in cui egli  ostile ad Ercole, alla forma in cui egli ospita Feroe e gli rende culto. Ma evidentemente la natura stessa dei suoi ra^Dporti etimologici con Caco rende certo ch'egli dovette in prevalenza figurar contro di questo e a favore del greco figlio di Zeus. In questo medesimo terzo stadio venne a confluire, confondendovisi, e innestandosi con Evandro, un'altra tarda invenzione. Quella Carmenta, di cui era un anticbissimo sacrario presso la Porta Carmentalis e che gi vedevamo usufruita per una etiologia del racconto, fu in altra guisa sfruttata per accrescere di solennit la venuta di Ercole in Roma e immetterla nelle tradizioni pi propriamente indigene. Ella avrebbe, cio, predetto in un suo vaticinio l'avvento dell'eroe e la futura divinit di lui. Il fato cosi rendeva veneranda la gesta; e la favoletta serviva assai bene a vantare per antichissimo fra tutti il culto romano di Ercole. Tarda trovata, che si foggia tal volta coi nomi, in vece che di L'analisi v. in De Sanctis St. d. R. Carmenta, di Nicostrata, di Temide o, presso Greci, con quel dell'oracolo Delfico. Tarda, che si trov la maniera di unire all'altra di Evandro questo facendo figlio o amico della profetessa, e col ricordo del vaticinio giustificando l'accoglienza di lui al Tirinzio. Basti di coteste invenzioni, cosi povere e recenti che anche presso i poeti mal si collegano col restante racconto. E impossibile dire chi per primo abbia in un testo scritto accolto il nucleo leggendario pi antico, dai successivi stadi! delFet volgenti deformato in parte, in parte svolto e compiuto ; chi abbia, bene o male composto un organismo di quel che era opera, non del tutto compaginata, d' una lenta e libera evoluzione traverso slanci fantastici ed erudizieni grame. Sol tanto si pu congetturare che Ennio commettesse nel suo poema la materia come del primo (Caco), cosi anche del secondo stadio (Ercole), al meno nella sua pi vetusta parte. E di poi un annalista del II sec. a. C. desse adito al terzo stadio (Evandro) ed alle sue propaggini. La quale ipotesi potrebbe sussistere parallelamente ad un' altra che giustifica assai bene taluni aspetti del mito di Caco ax)presso gli scrittori dell'et augustea. E probabile difatti, la fiaba greca di, Ermes ed Apollo, che l' Inno omerico divulgava in degna veste d'arte e con autorevole efficacia, non rimanesse senza influsso su quel mito il quale tra i Latini riproduce, con fedelt maggiore, lo stesso unico spunto allegorico indoeuropeo. E se l'abigeato del figlio di l'abigeato di caco Maja fu nella mente di talun culto scrittore, come Ennio, non privo di analogie con l'abigeato di Caco, da quello questo ebbe forse a ripetere qualche particolare attinente pi tosto all'astuzia che alla forza. Tale lo scaltro accorgimento del condurre per la coda all'indietro i buoi fino all'antro per disperderne le tracce ; tale anche lo spergiuro del ladro che nega il furto : questi difatti ritrovammo nella G-recia tratti essenziali della saga rielaborata. Certamente per, quanto al di l di coteste innovazioni e giunte s' conservato intatto il primo profilo del mito, cosi che i particolari posteriori si sono aggregati ma non sostituiti ai precedenti ; tanto se ne son venute alterando la luce e la prospettiva e se n' obliterata la coscienza. Chi ricorda pi se la rapina e la vendetta narrino del temporale che il Sole vince o del fuoco malefico e tenebroso cui la luce  nemica ? Ora, il fenomeno naturale  lontano : la terra il cielo il fiume ^ sono intorno alla leggenda, non dentro ; la colorano, non la costituiscono. Ora, essa  duplice nella sua parvenza. Narrata con un certo abbandono della fantasia, con una cura precisa di non omettere le pi vivide tinte,  una fiaba, da ripetersi perch gradita, da ripetersi con arte per non guastarla, da apprezzarsi come l'eco di due cose venerande : il tempo e la bellezza. E i poeti la toccheranno con il loro tocco pi lieve e pi esperto. Tramandata in vece con un ritegno sobrio che la contenga dentro i margini dell'umano e dell'eroico, riman sospesa ambigua tra la realt e il sogno, che la fiaba muore e non  storia ancora; riempirebbe la lacuna dei tempi bui, ma non elimina ogni dubbio e non genera certezza di conoscenza. E gli storici dotati di senso d'arte la riprodurranno guardinghi e pur non spiacenti. Una fiaba, dunque, presso e il poeta e lo storico. Ma una, cui quello  pago di ammirare, questo  desideroso di credere. Noi non possediamo per n i versi degli artisti pi antichi n le prose dei pi antichi annalisti che in Roma accolsero il mito : solo li conosciamo riprodotti e compiuti nell'opere mature dell'et di Augusto. ni. I Poeti. Quando, dopo Ennio, l'arte incaston nel verso il fulgore della fiaba, gi la tecnica aveva polito r esametro e, temprandolo per la forza l'aveva reso agile per la grazia delle movenze. La parola regnava : scelta, limata, contesta, vigeva nel tono quanto nel significato; aveva un senso nel pensiero, e un ritmo nella frase. Esprimeva, e aggiungeva. E il mito visse nella parola, che gli divenne fine pi che mezzo. Valse in quella come la congiuntura nella vita: per gli effetti che produceva, scelto a pretesto o a tema di un carme; per i distici che l'infrenavano e gli esametri in cui adagiavasi; per gli aggettivi che esigeva e i sostantivi ove si distillava. Ond'  che raro il poeta innov, sempre quasi si attenne alla tradizione. L'arte era nell'abigeato di caco l'adattamento, che non fosse trito, della ribelle massa linguistica allo schema rigido e inviolabile : mentre la licenza facilitava l'opera, il merito splendeva nel difficile. Il gesto della mano che elegge e soppesa la parola, simboleggia, riguardo a Caco, l'opera e di Properzio e di Vergilio e di Ovidio: emblema cui sol tanto non si attennero l dove altro procedere esigesse il general tema dell'opera loro, il quarto libro delle Elegie^ l'ottavo dTEneide^ il primo dei Fasti. Properzio occupa rispetto agli altri due un posto singolare. La sua dipendenza da Vergilio, difficile cronologicamente a dimostrarsi,  anche artisticamente improbabile, cosi che gli sembra pi tosto parallelo. In tal caso, sia che egli attingesse a un modello diverso, sia che con Ennio non contaminasse altre fonti, sia che infine si ritenesse lecita una libert maggiore, il suo racconto non comprende Evandro, il terzo stadio della leggenda, ma, solo i due primi. Caco ed Ercole : per noi  quindi, qual che ne sia la causa, un esempio della forma che avrebbe potuto assumere la fiaba senza il mito etimologico sul " cattivo  ladro. Pel resto, il racconto  in tutto personale. I vero tema dell'elegia  Ercole Anfitrioniade, in qualit di Dio venerato nel foro boario con rito greco e senso romano. La sua sola figura campeggia in due quadri, che uniscono egli e il momento del tempo e la postura della scena. Nel primo combatte Caco in una lotta brevemente descritta, la quale sembra importare al poeta pi nel suo insieme cbe nei particolari. Nel secondo invoca dalle donne, raccolte nel mistico culto della Bona Dea, l'acqua che gli negano e ne trae vendetta. Sono dunque le due sole avversioni che Teroe abbia trovate innanzi a s sul suolo dell'Urbe, superate entrambe con un moto di violenza, concretate entrambe in prescrizione di rito. Una caverna dell'Aventino, e il riposto limitare sacro d'un bosco presso il Velabro, si fanno riscontro; le tre teste di Caco, e le chiome bianche d'una sacerdotessa. E l'antichissimo mito della natura si dispone allo stesso piano e nella medesima luce del recente mito etiologico. L'arte, serbata la bellezza di quello, ha creato la bellezza di questo ; svolgendone una fantasiosa scena cui rende grata e fresca il murmure d'un fonte. Quando l'Anfitriomade da le tue stalle, o Eritia, aveva stornato i giovenchi, vincitor venne agli alti pecorosi palatini monti, ed i bovi stanchi stanco egli stesso pos, l dove il Velbro con la sua propria corrente stagnava, dove su le urbane acque apriva le vele il nocchiero. Ma su la terra dell'infido Caco salvi non furono : quegli di furto Giove macchiava. Indigeno Caco si era, ladrone da l'antro pauroso, che suoni emetteva per tre bocche divisi. Egh, perch non fos-Properzio Elegie IV 9; edizione Phillimore^ (Oxford l'abigeato di caco sere indizi! certi di palese rapina, per la coda all'indietro trasse nell'antro i buoi ; ma non sfuggiva al Dio: i giovenchi muggirono il ladro, del ladro le tane spietate l'ira abbatt. Dalla Menalia clava le tre tempie percosso, giacque Caco, ed Alcide si parla : " bovi andate, o d'Ercole bovi andate, fatica estrema della clava nostra, due volte da me ricercati, due volte mia preda, o buoi, ed i campi Boarii con lungo muggito sacrate : il pascolo vostro sar nobile Foro di Eoma . Avea detto, e per la sete ond' secco il palato il volto  contratto ma nessun'acqua gli procacciava umida la terra. Il riso ode lungi di rinchiuse fanciulle. In ombrosa cerchia gli alberi un bosco avevan formato, clausura di feminea dea, con venerandi fonti e sacelli, a maschio nessuno impunemente aperti. Le riposte soglie purpuree bende velavano; nella vecchia dimora odoroso fuoco splendeva ; il tempio adornava con lunghe fronde un pioppo e cantanti uccelli densa ombra copriva. Quivi egli corre, con ammucchiata la polvere su l'arida barba, e parole non degne d'un Dio gitta dinanzi all'ingresso : " voij che nel sacro recesso del bosco giocate, aprite, vi prego, allo stanco eroe ospitale il santuario ! Erro una fonte cercando, e qui intorno  sonoro di acque ; del ruscello mi basta quanto nel concavo palmo si accoglie. Udiste di alcuno che il mondo con le spalle sostenne ? Quegli son io : Alcide la sostenuta terra mi chiama. Chi dell'Erculea clava le forti imjirese non ode ? e contro le immense fiere le non mai vane frecce ? e che ad un uomo solo si diradar le tenebre di Stige? E s'anche celebraste Omesso il v. [42J. sacrifizio all'avversa Giunone ? le sue acque non mi avrebbe negate la stessa matrigna. Ma se qualcuno il mio volto e del leone il vello e le chiome riarse dal libico Sole spaventano, io pure, in veste Sidonia, compii offici di schiava, e cotidiani pennecchi con Lida conocchia ; ed anche a me cinse una fascia morbida l'irsuto petto e fui con le dure mani garbata fanciulla,. Con tali detti Alcide ; ma con tali l'alma sacerdotessa, da purpureo nastro ricinta le chiome bianche : * Non riguardar, o straniero, e lascia l'inviolabil bosco; ritirati or su, abbandona, sicuro fuggendo, la soglia. Per temibile legge interdetta ai maschi, si venera un'ara che del rimoto sacello si fa riparo. Con gran danno scorse il vate Tiresia Pallade mentre, la Gorgone deposta, le forti membra lavava! Altre fonti gli Dei ti donino : quest'acqua scorre per le fanciulle solo, appartata dentro limitare secreto . Cosi la vecchia : quegli con le spalle scuote gli opachi battenti : n l'uscio chiuso all'adirata sete resiste. Ma poi che col ruscello bevuto aveva placato l'ardore, un triste giuro con le a pena rasciutte labbra pronuncia. " Quest'angolo del mondo ora me con i miei fati accoglie : questa terra a me stanco s'apre con pena. La massima ara  egli dice " che dai ritrovati greggi  consacrata, l'ara da queste mani Massima fatta, questa nessuna donna mai veneri, perch senza vendetta non resti la sete d'Ercole escluso . Padre santo salve! di cui si compiace oramai l'avversa Giunone ; o santo vogliti rivolgere benigno al libro mio. Cosi il breve carme assempra il magistero delle pause musicali, cui si affida pi espressione tal volta che al contesto delle note : giacch l'abigeato di caco quando il mito vive di forza verbale, la pausa lo costituisce non meno della parola. Dal complesso della leggenda volgata e nota, che rinchiude abbozzato nella mente di tutti il lavoro dell'arte, il poeta crea con pochi tocchi i rilievi e le luci, le ombre e gli sfondi lascia alla memoria comune ; e nel silenzio di lui vibra il ricordo di tutti. Noi non sappiamo oggi a pieno ci che tale ricordo potesse supplire; ma in parte l'abbiamo supposto, in parte ci verr mostrato da Vergilio ed Ovidio. Intendiamo per tanto quest'arte. E insieme ne scorgiamo il carattere profondo:  eulta. Il mito, nella sua squisitezza formale,  dottrina; e il compiacimento del poeta  di una garbata esumazione dinanzi a lettori cui la raffinatezza ha svigorito la forza delle sensazioni. Non il senso religiosa non l'idea nazionale anima quei distici, se bene dell'uno e dell'altra vi sieno echi. Li regola un senso fine dello stile e un gusto aristocratico dell'accenno sapiente, della misurata allusione mitologica. Nei limiti dell'arte, che non pu esser mai volgare, assai meno aristocratica, ma in compenso atta a una pi vasta cerchia di lettori,  la narrazione di Vergilio: perch l'informano quei caldi sensi trascendenti, i quali sono Tamor patrio e la santit della fede. Dentro la cornice del poema, che esalta la nazione nei suoi principi! primi, ed  percorso tutto dal rispetto alla leggenda, come a quella onde scaturisce l'orgoglio del nome romano e si giustifica la gloriosa istoria dei tempi pi vicini; accanto alla I POETI figura del pio eroe Enea, che opera per volere di Griove e abbassa la fronte sotto l'afflato degl'incombenti Numi : il mito, cbe narra Tinstituzione del culto erculeo, e celebra et anteriori alla venuta dei Trojani nel Lazio, non pu non essere circonfuso d'una luce due volte sacra, e ascoltato in atteggiamento inchinevole. Il libro ottavo dell'Eneide si equilibra su i due suoi estremi: comincia con le lotte cruente di Enea contro Turno; finisce con l'inno alle mirabili vittorie romane e alla battaglia d'Azio, significate da Vulcano su lo scudo dell'eroe. Dalle prime alle estreme gesta, balza il pensiero senza intervallo in un constante sentimento ; e, nella compagine salda degli esametri, appajono le divinit di tre Dei, Venere Ercole e Vulcano. La leggenda si affonda nella realt; la religione le penetra entrambe ; e il canto muove dalle radici profonde dei profondi sentimenti del popolo che diede la fantasia alle fiabe, i soldati forti alle imprese, al culto i divoti. Per ci, e il mito di Caco vien esposto durante un sacrifizio ad Ercole, e spazia abbondante di particolari. Qui  detto quel che Properzio accenna. Qui Ennio non si lchiama, ma si sostituisce. E la primordiale figura della saga, Caco, non  svolta meno della seconda, Ercole, n della terza, Evandro: per che rappresentino, in ordine, la divinit mostruosa e la divinit bella e un antichissimo assetto politico presso il colle Palatino. E tutt'e tre sono edizione Sabbadini' (Torino). l'abigeato di caco cosi collegate che Evandro, il quale d il segno dell'epoca,  il narratore, e nel racconto di lui le due forze divine si combattono. Il combatti- mento assume, difatti, la parte pi notevole perch il canto intiero suona d'armi e perch nella lotta si rivelano a pieno tutti gli aspetti dei due awersarii. Quindi, per l'esigenze del tema generale, il mito adombra quei particolari di astuzia che supponemmo dedotti dalla Grecia, e lumeggia bene ogni forma di violenza; riconducendoci per obliqua via alla sua probabile foggia originaria: breve in ispecie l'accenno allo spergiuro del ladro, che pi si accosta al furbo diniego di Ermes. Ma allora, quasi insensibilmente, il gravitar dell'importanza su questo duello ne accresce le conseguenze e, insieme col pretenzioso sfondo storico, le spinge al di l dell'origine di un culto. Poich il poeta vuol credere alla leggenda, e la pareggia alla storia, in Caco con la belva muore la vita selvaggia, e dalla sua fine principia non sol tanto il rito d'Ercole, con i Potizii e i Pinarii, ma la quiete per gli abitanti del Palatino. E il suo cadavere trascinato per i piedi empie d'un'avida curiosit le menti e non basta ad appagare i cuori, atterriti dal lor terrore morto; e i fuochi spenti su le fauci somigliano un simbolo. Le lotte saran poi di guerrieri con guerrieri. E sullAventino, ove ENEA contempla ancora le tracce del passato, i contemporanei d'OTTAVIANO (si veda) scorgono marmoree dimore. Parla Evandro ad ENEA: Guarda da prima questo masso tra le rupi sospeso: e come lungi son sparsi i macigni, e deserta  la dimora nel monte, e rovinarono le pietre in frana. Qui fu la spelonca, remota in suo immenso recesso, che il semiumano Caco di feroce aspetto abitava non tcca dai raggi del sole ; e sempre di strage recente era calda la terra ed affissi su la soglia violenta pendevano volti foschi di lurida tabe. A un tal mostro Vulcano era padre, del quale atri fuochi dalla bocca recendo trascinava la sua vasta mole. A noi bramanti il tempo alla fine recava soccorso, e l'avvento del Dio. Infatti vendicator supremo Alcide giunse, di Gerone ucciso e deUe spoglie superbo, e i tori ingenti qui vittorioso guidava, e la valle ed il fiume occupavano i buoi. Ma l'efferata mente bramosa di Caco a ci che nullo delitto ed inganno inosato o intentato restasse dal pascolo quattro di mirabile corpo tori distorna e altr'e tante di magnifiche forme giovenche. Poi, perch nessun'orma diretta vi sia, per la coda li trascina nell'antro, del cammino capovolgendo gl'indizii, e li occulta nell'opaca caverna. Traccia nessuna guidava chi cercasse allo speco. Fra tanto, quando gi dal pascolo il gregge pasciuto moveva l'Anfitrionade, e procacciava il partire, nella partenza mugghiano i buoi e tutta di lamenti riempion la selva e con clamore abbandonano i colli. Alle voci una delle giovenche rispose per l'enorme antro mugghiando, onde deluse le speranze di Caco la prigioniera. Allor per la rabbia il dolore d'Alcide d'atra bile riarse: con la mano afferra l'armi e la quercia gravata di nocchi, e a corsa raggiunge l'erta dell'aereo monte. Per la prima volta videro i nostri occhi Caco pauroso e turbato. Fugge senz'altro pi veloce dell'Euro, l'antro raggiunge : ai piedi il timore presta le l'abigeato di caco ali. A pena vi s'era rinchiuso, ed un immane macigno, che per ferro e per l'arte patema stava sospeso, avea fatto cadere le catene spezzando, e di quello munito le porte rinchiuse : ed ecco furente nel cuore incalza il Tirinzio, e ogni accesso indagava, ratto qua e l movendo, e digrignando i denti. Tre volte, d'ira fremente, tutto perlustra il monte Aventino : tre volte le pietrose soglie in vano tenta : tre volte, stanco, nella valle riposa. Vera, tra i diruti intorno macigni, acuminata una roccia, a la caverna sorgente sul dorso, altissima allo sguardo, sede opportuna a nidi d'inauspicati uccelli. Questa che, prona, dal giogo a sinistra incombeva sul fiume, verso destra all'incontro spingendo scrollava; da le profonde radici la strappa e la svelle ; indi d'un sbito la scaglia con impeto onde risuona l'etra grandissimo, sussultano le rive, e si ritira spaventato il fiume. E lo speco, e di Caco la reggia immane appar scoperta, e l'ombrosa caverna si mostr nel profondo, non diversa che se nel profondo spalancandosi per forza secreta la terra aprisse le inferne sedi e dischiudesse gl'invisi agli Dei pallidi regni, e dall'alto l'immenso bratro si scorgesse, e pel penetrato lucore tremassero i Mani. Lui, colto improvviso da la inattesa luce e nella cava rupe rinchiuso e per insolito modo ruggente, di sopra Alcide opprime di dardi, e si vale di tutte le armi, e con rami l'incalza e con enormi macigni. Quegli allora (non sopravanza difatti al pericolo scampo nessuno) da le fauci, mirabile a dirsi, moltissimo fumo vomita, ed avvolge la casa in caligine cieca, agli occhi togliendo il vedere, e nell'antro una fumosa notte aduna, tenebre miste con fuoco. Non sopporta Alcide 'nel cuore, e con precipite salto si scaglia nel fuoco, l dove pi fitto il fumo volge sua spira e nel grande speco fluttua atra la nebbia. Qui nelle tenebre afferra in stretto nodo Caco, che vani incendii rece, compresso schiacciato gli esorbitan occhi e la gola si ingorga di sangue. Si spalanca tosto, abbattute le porte, la nera casa: i buoi rubati, la spergiurata rapina, riappajono al cielo, e il deforme cadavere  trascinato pei piedi. Non possono placarsi i cuori mirando gli occhi tremendi, il volto, ed il petto della mezza fiera, villoso di ste, e su le fauci i fuochi spenti. Da allora gli si celebra onore, e i posteri lieti ricordarono il giorno ; e primo Potizio institutore ne fu con la schiatta Pinaria, custode del sacrifizio erculeo. Quest'ara Ercole eresse nel bosco, che massima sempre verr detta da noi, e massima sempre sar. AVIRGILIO (si veda) sembrerebbe di poter fare seguire senz'altro OVIDIO (si veda); che lo imita su questo punto assai strettamente e ne finge anche il senso religioso e patrio, non inoioportuni n l'uno n l'altro in quei Fasti ove si rassegnano le feste sacre e nazionali di Roma. In realt sotto una superficiale simiglianza si cela ben profonda differenza. La vita artistica del mito, pregnante in Properzio, rigogliosa in Vergilio, vi agonizza. Ce ne accorgiamo prima dalla parola; che s' esaurita, che non osa violare il modello i^er rinnovarne le linee e si sforza imj)otente di mutarne i suoni. Cosi che si perde nel vanto piccolo d'un nuovo vocabolo coniato, allor che -- edizione Petee (Lipsia). l'abigeato di caco claviger  detto con falsa audacia Ercole; si sminuisce nel gioco artificioso d'una frase, quando  eletta a costituire un verso cosi: Dira viro facies, vires pr corpore, corpus Grande; sorride bolsa nel bisticcio etimologico Cacus non leve malum Non  pi la finezza properziana e la ricca concisione:  il lezio ricercato a far un poco attonito chi legga. Ci spiega poi anche la freddezza riposta di tutto il racconto. Di esso l'occasione son le Carmentalia dell'll gennaio, e il legame che alla cerimonia sacra lo congiunge  rappresentato dal nesso ' Carmenta-Evandro-Ercole-Caco. Carmenta difatti, e perch madre di Evandro, e perch profetessa del culto erculeo, giustifica tutta la seconda parte del carme ovidiano. Ma il legame  sottile. Carmenta, numen p-aesens della poesia, ne  lontana dal verso; e la sua lontananza nell'essenza e nella forma (e nell'essenza persiste forse anche quando cessa nella forma) sottrae parte della forza reKgiosa al mito: il quale tutta l'avrebbe avuta, se raccontato a proposito der sacrifcio ad Ercole nel 12 agosto. E parte similmente della sua forza patria la fiaba smarrisce (inconscio il poeta) per il colore eh'  dato alla figura di Evandro. Questi non  pi, come in Vergilio, il re che, ormai latinizzato, ajuta Enea, e appare nell'atto di celebrar un sacro rito romano :  lo straniero, l'Arcade, giunto da poco, nuovo alla terra, foruscito dalla sua patria, il quale lia bisogno ad apprezzar il Lazio dell'incitamento e dello sprone materno. Indi, senza dubbio, la luce, per coerenza al tema, si addensa su la figura di Carmenta; ma il figlio di lei se ne menoma. E menomato, stronca il vigore nazionale del mito. Non solo : che ^ stabant nova tecta  quando Ercole giunse, straniero egli pure. Unico indigeno, Caco: ossia proprio il personaggio odioso del racconto ; Caco terrore ed infamia della selva aventina. Cosi una inezia apparente ha tramutato la situazione. Ma l'inezia non sarebbe sfuggita all'artista se il suo sentimento patrio fosse stato, nei riguardi di questo mito, reale ed efficace. In vece egli imit Vergilio nella superfcie; e all'artifizio di tale imitazione sospese il suo racconto. Pur nella facile vena del verso, nella sonorit scorrevole, nella fantasia corriva, l'artifizio s'eleva ad arte. Ecco i bovi d'Eritia conduce col il clavigero eroe che del lungo orbe ha misurato il percorso. Mentre lui ospita la casa d'Evandro, incustoditi vagano pei campi feraci i bovi. Il mattino sorgeva, e desto dal sonno il Tirinzio pastore dal novero avverte mancare due tori. Del tacito furto non vede, cercando, vestigia; le bestie airindietro aveva tratte Caco nell'antro ; Caco, terrore ed infamia della selva aventina, danno non lieve a l'abigeato di caco stranieri e a vicini. Spietato  del forte l'aspetto, le forze rispondono al corpo, il corpo ha grande. Del mostro, Mulcbero  padre : per casa, ingente di lunghi recessi ha una spelonca nascosta, che mal troverebbero fino le belve. Teste all'ingresso e braccia pendono infisse: la terra squallida d'umane ossa biancheggia. Con la mal serbata parte dei buoi, o nato da Giove, ne andavi : diedero un mugghio i nibati con rauco suono. " Accolgo il richiamo  dice e, seguendo la voce, vincitor per la selva all'empio antro perviene. L'adito quegli con un masso strappato dal monte aveva munito, che cinque a stento e cinque avrebbero smosso pariglie. Delle spalle questi si serve anche il cielo v'aveva posato e il peso immane smuove crollando. L'abbatte, e il fragore lo stesso etra spaventa ; da la pesante mole percossa cede la terra. Da prima, venuti alle mani, Caco combatte, e feroce con travi e con sassi sostien la difesa. Ma poscia che non n'ha vantaggio, ricorre, mal forte, alle arti del padre, e fiamme vomita da la sonora bocca. Le quali sempre che esala, crederesti che respiri Tifeo e che dal fuoco dell'Etna ratto baleno si scagli. Alcide, incalza, e la vibrata trinocchiuta mazza dell'avversario il capo tre quattro volte percuote. Egli cade, e misto col sangue vomita il fumo, e batte morendo col vasto petto la terra. Un toro fra quelli, o Giove, t'immola il vincitore, e chiama Evandro con gli agricoltoii. A s costituiva quell'ara che Massima  detta : qui, dove una parte dell'Urbe ha il nome dal bue. N tace la madre di Evandro, che prossimo  il tempo, in cui la terra abbia a bastanza goduto l'Ercole suo. Il gesto pi significante clie insieme compiano Livio e Dionisio (i due storici dell'et di Augusto, i quali riferirono la leggenda di Caco)  la dichiarazione con cui rifiutano di accettare responsabilit per quanto raccontano. Cosi si suol tramandare dice Livio; e richiama tacitamente le parole del suo prologo: n di affermare n di negare ho in animo. E Dionisio: " vi sono intorno al nume d'Eracle racconti pi favolosi, e altri pi credibili. Il pi favoloso  questo. E vero che, nel gesto comune, Livio crede pi di Dionisio ; tuttavia entrambi hanno accettato l'opinione che il mito abbia un contenuto storico (opinione la quale, come si disse dianzi, dovette prender radice col primo insediarsi laleggenda sull'Aventino) ed entrambi si pongono, e risolvono male, il problema della sua attendibilit. Anzi, per diminuire quasi l'importanza stessa del problema, giunsero ad accrescerla. Se avessero riferito il racconto com' in Vergilio, n pur Livio, con la scarsa perspicacia critica che lo segnala, avrebbe esitato a respingerlo tra le favole. In vece essi lo trovano attenuato presso i pi antichi annalisti: lo rinvengono sotto quella veste di fiaba si, ma umana, che vedemmo convenirgli alla fine delia sua evoluzione. Caco vale a dire,^non vome fiamma n  un mostro. E (Ij Su Livio e Dionisio l'abigeato di caco un uomo malvagio (xaxg), un violento, un ladro : uomo. La possibilit terrena informa la fiaba e non ammette sopra s che l'eroico, Ercole ; onde le due forze divine avverse si spogliano del soprannaturale e il valore del racconto pesa assai pi sul furto che su la vendetta. In questa difatti troppo palese appare la natura mostruosa di Caco, troppo il padre mitico di lui si rivela nelle armi ch'egli usa. Un cenno breve d, cosi in Livio come in Dionisio, notizia della vittoria d'Ercole. All'offesa serve la clava, arma d'eroe. Alla difesa dovrebbe valere l'ajuto dei vicini ; ma il malvagio lo invoca in vano. Resta, tuttavia, la fiaba. Il colore la tradisce, i buoi stupendi di Gerione la palesano. Fuor dai nitidi periodi di Livio appaiono, negl'incunaboli di Roma, il fiume Tevere cosparso le ripe di erbosi pascoli, ed Ercole dormiente nella queta ombra sotto il peso del cibo e del vino. Sorge l'aurora, si svolge la ricerca inutile, la vendetta ; poi una breve folla d'uomini vigorosi si accoglie intorno a un'ara, consuma il sacrificio fumante, il banchetto ; su tutto, il carme profetico di Carmenta. E l'aura favolosa si forma, oltre il preciso linguaggio prosastico, nel pensiero di chi legge. Resta la fiaba. E nella trama della storia si tinge d'una gravit un po' paludata, d'una seriet riflessiva, le quali non la soffocano affatto, si al contrario l'abbellano di un candore ingenuo. Ma solo la stessa arte di Livio pu dare quel senso secreto -- edizione Weissknbohn'^ (Lipsia). GLI STORICI Che Ercole in quei luoghi conducesse dopo l'uccisione di Gerione magnifici buoi e che presso il fiume Tevere, per dove aveva nuotando traghettato innanzi a s la mandra, in luogo erboso si giacesse, stanco egli stesso del viaggio e per ristorar con la quiete e con un buon pascolo i buoi, si suol tramandare. Ivi, come per la gravezza del cibo e del vino il sopore l'oppresse, un pastore di quei dintorni, a nome Caco e di violenta forza, allettato dalla bellezza dei buoi e volendo stornar quella preda, perch, se avesse spinto all'inuanzi la mandra verso la spelonca, le impronte medesime vi avrebbero addotto il padrone nella ricerca, trasse per le code all'indietro verso la spelonca i bovi, quelli insigni per bellezza. Ercole in sul far dell'aurora come, desto dal sonno, esamin con gli occhi il gregge e s'accorse che una parte ne mancava dal numero, si diresse alla vicina spelonca, se per caso col conducesser le impronte. Quando queste vide tutte rivolte al di fuori n altrove dirette, confuso e mal certo prese a condurre la mandra lungi dall'inospite luogo. Ma poi, avendo alcune delle giovenche sospinte muggito, come accade, per desiderio delle restanti, il risponder dalla spelonca dei buoi rinchiusi rivolse Ercole. Lui che assaltava la spelonca Caco tent di rattener con la forza, ma colpito dalla clava in vano invocando l'ajuto dei pastori cadde. Evandro allora reggeva quei luoghi. Quest'Evandro, turbato dall'accorrer dei pastori trepidanti pel forestiero reo di manifesta ucsione, dopo ch'ebbe udito il fatto e del fatto la causa, scorgendo l'aspetto e i modi dell'eroe alquanto maggiori e pi augusti degli umani, gli chiede chi mai Omesso in parte il l'abigeato di caco si sia. Quando il nome e la paternit e la patria ne apprese: nato da Giove, Ercole, disse salve! Che tu avresti accresciuto il numero dei celesti predisse a me la madre, veritiera interprete degli Dei, e che a te qui un'ara sarebbe stata dedicata, la quale un giorno il popolo pi opulento della terra chiamer massima e venerer secondo il tuo rito. Dando la destra Ercole dichiara di accoglier l'augurio e di adempiere i fati, instituita e dedicata a lui l'ara. Ivi allora per la prima volta con una stupenda giovenca della mandra il sacrifizio di Ercole, attendendo al ministero e al banchetto i Potizii e i Pinarii, che allora eran le famiglie pi insigni abitanti quei luoghi, fu celebrato. Ora accadde che i Potizii fosser pronti per tempo e ad essi venissero imbandite le interiora, i Pinarii giungessero per i restanti cibi ma gi consumate le interiora. Di qui rimase stabilito, finch la schiatta dei Pinarii visse, che non mangiassero le interiora del sacrifizio. I Potizii istruiti da Evandro furon i capi di quella cerimonia per molte et, fin quando trasferito a pubblici servi il ministero sacro della famiglia, tutta la schiatta dei Potizii peri. Tale, nell'insieme,  Dionisio: se se ne toglie che Caco  per lui non un pastor ma un predone dei luoglii; che Carmenta  mutata in Temide; che il ladro, interrogato, nega la sua rapina ; che Ercole, prima che a s, alza un altare a Giove Inventore; e pochi altri particolari minori su la cui natura e sul cui valore non  qui da dir nulla, poi che fiu'on sopra vagliati. Se non che in Dionisio , di pi, una stanchezza che Livio ignora. Si dilunga per due capitoli sopra un racconto cui non crede affatto; scrive ciascun particolare, ma reputa di vedervi adombrato un simbolo che riveler poi, con sicumera da erudito certo di s e del proprio sapere (povera certezza in vero!). Eppure non  nervoso; non sorvola n condensa: insiste e stanca. Il suo pensiero critico  estraneo: si afferma all'inizio, si ritrae poi, non ricompare se non alla fine : Intorno ad Ercole questo  il racconto favoloso che si tramanda. Alla fiaba manca l'amore. I Razionalisti. Quando alla fiaba manca l'amore, essa non pu che singhiozzare i suoi ultimi guizzi fra le stretto j e fatali del razionalismo. I don Ferrante dell'erudizione romana trovarono il fatto loro come i poeti in Ennio, gli storici negli antichi annalisti, negli annalisti dell'et dei Gracchi: Cassio Emina e Gneo Gelilo. Su la forma precisa del racconto che si trovava presso l'uno e l'altro siam tanto jdoco certi quanto non possiamo dubitare su la forma generale. Entrambi, abbandonandosi alla pi rigorosa critica razionalista, concordano nel ridurre il mito a un gramo cencio per tramutarlo in realt; ma si l'abigeato di caco direbbe che il primo abbia l'occhio pi tosto alla redazione poetica della favola siccome apparve poi in Vergilio ed era apparsa prima in Ennio, il secondo invece si parta pi tosto dalla redazione storica che con riserve riprodurranno Livio e Dionisio. Cassio Emina difatti narrava un preteso " racconto veritiero  ove Caco appariva in qualit di servo. Suo padrone sarebbe stato Evandro, il buono Evandro signore del cattivo servo. Cotesta concezione fondamentale ci ritorna in due testimonianze, ma un po' diversamente: presso il commentator di Vergilio Servio e il suo interpolatore ; e presso uno scritto L'origine del popolo romano^ opera probabile d'un erudito del IV secolo che compilava con grami intenti storici. Quest'ultimo solo cita Cassio per sua fonte; il primo sembra contaminarlo con altre informazioni, ma certo non l'ignora. Per Servio adunque (e chi l'interpola) Caco fu un uomo, soggetto al re degli Arcadi, che per l'abitudine malvagia di devastare i campi col fuoco fu detto vomitar fumo e fiamme dalla bocca. Il nome gli venne dal greco xang col ritiro dell'accento^ come fu di 'EMvtj in Hlena. Ercole lo abbatt ponendo fine al suo mal fare. Dunque: il racconto di Vergilio resta, ma, ridotto Ercole a uomo forte e il fuoco di Caco a simbolo,  travisato nella sua essenza. A tale effetto furono bastevoli tre interventi del razionalismo: l'uno a spiegar e ridurre la natura mostruosa del ladro, l'altro a legittimarne il nome, l'ultimo a giustificarne i rapporti con Evandro. Pi in l si spinge in vece L'origine nell' attinger forse pi compiutamente, certo in modo pi esclusivo, a Cassio Emina. Non solo Ercole  un uomo forte (il suo vero nome  Recarano), e Caco uno schiavo ribelle; ma il furto  punito per autorit di Evandro senza duello n lotta. I motivi razionali di questa notevole soppressione son due : lo scrittore non aveva spiegato allegoricamente il fuoco di Caco e doveva quindi sorvolare su la circostanza in cui pi il fuoco ha parte ; la qual necessit poi gli servi anche per metter in rilievo la buona figura di Evandro e la giustizia di lui. Ma in cosi fare egli si allontana dalla fiaba poetica molto pi che non appaja Servio, se bene come questo la tenga presente. Come per questa di Cassio Emina doveva essere, rispetto ad Ennio, una considerevole riduzione del mito fantastico nei termini della realt possibile, ma, rispetto al racconto degli annalisti pi antichi, non era se non se un lieve i tocco; cosi su questo racconto altri critici inrtervennero assai pi profondamente. Ridurre il mostro a servo: ecco una trovata buona. Ma m.utare l'uomo singolo in condottiero di eserciti: ecco uno spunto ottimo per inquadrare meglio nella storia dei popoli anche la breve favola. Quest'atteggiamento era assunto in Gelilo; e da un contemporaneo di lui, per qual si voglia via, la deriv a s Dionisio per il suo pi credibile racconto; edizione Jacoby (Lipsia). l'abigeato di caco Quale capitano fra tutti fortissimo nei tempi suoi e comandante d'un numeroso esercito, Eracle percorse tutta la terra compresa dall'Oceano; abbattendo, ove c'ei'ano, le tirannidi gravi ed aspre per i sudditi o le repubbliche violente e dannose ai vicini o i ridotti di uomini dalla condotta selvaggia ed iniqui uccisori di stranieri; instituendo in vece legittimi regni e savie repubbliche e costumanze socievoli e umanitarie; collegando inoltre gli Elleni con i barbari, i popoli marittimi con i continentali, che fin allora vivevano disuniti e diffidenti; eostruendo citt ne' luoghi deserti, deviando fiumi che inondavano i piani, aprendo strade nei monti inaccessibili; e l'altre opere compiendo, per modo che l'intiera terra ed il mare divenisse comune pel vantaggio di tutti. Venne dunque in Italia, non da solo n conducendo una mandra di buoi (n di fatti la regione  sulla via di chi si rechi ad Argo dall'Iberia, n per aver traversato la contrada avi'ebbe meritato tanto onore); ma guidando numeroso esercito per sottomettere e dominare questi abitanti dopo avere ormai soggiogato l'Iberia: e a col permanere pi a lungo fu costretto e dall'assenza della flotta phe avvenne pel sopraggiunger dell'inverno e dal non accettare tutti i popoli che occupavano l'Italia di sottoporsi a lui. Quindi  narrata la sottomissione armata dei LIGURI, non che d'altri ; per continuare: Fra costoro che furono superati in battaglia, si dice che anche il favoleggiato Caco dei Romani, un re affatto barbaro e signore di sudditi selvaggi avesse con Eracle contesa, perch occupando luoghi forti era di danno ai finitimi. Costui, tosto ch'ebbe appreso Eracle essersi accampato nella pianura vicina, con apparecchio da ladrone attacc in sbita mossa l'esercito dormiente, e quanto del bottino rinvenne incustodito caricandosene pred. Dopo per, stretto d'assedio dagli Elleni, vide i presidi! conquistati a forza e fu ucciso egli stesso nelle fortificazioni. Abbattuti i presidi! di lui, i territorii all'intorno presero per s i seguaci d'Eracle e alcuni Arcadi con Evandro. Quest'ultima asserzione rivela quanta libert il razionalista si arrogasse; fino a far giunger nel Lazio insieme con Ercole quell'Evandro signore degli Arcadi che la volgata afferma insediato sul Palatino al momento del duello. Libert intesa al servizio del vero " secondo i filosofi e gli storici come s'esprime Servio, ossia di quella critica, che conduce a creare, accanto alla favola pi propria una fiaba fittizia e grottesca : la fiaba dell'Ercole errante in awentm'e cavalleresche, a liberare gli oppressi, render civili i barbari, pacificar i nemici. N del resto sarebbe cosi risibile un tale sforzo verso il " vero , n cosi miserandi apparirebber i suoi risultati; se non gl'inquinasse una mal celata boria, un vanto sicuro di superiorit intellettiva che  solamente sterile miseria. Su queste rovine pochi poveri racconti si stremano ancora. Evandro richiama con s la figura di Fauno di cui era divenuto un equivalente sotto l'aspetto di buona mitezza: Fauno attira il nome di Latino, suo figlio : il sacrario di Caca suggerisce la storiella che la dea abbia otte- l'abigeato di caco nuto il culto sacro rivelando il furto di Caco, suo fratello. Poi,  il silenzio. Singolare sorte della saga, in verit. Ricca di densa materia; vissuta traverso il succedersi delle geniture in una propaggine del vigoroso ceppo ario; maturatasi lentamente tra il Palatino l'Aventino e il Tevere : ebbe nel II secolo a. C. non pur la sua forma poetica e la sua foggia istorica, si anclie soffri su quella e su questa lo spruzzo livido dei razionalisti : per modo, che sopra il quadruplice schema l'et pi possente del pensiero romano, l'augustea, non seppe se non disporre adorne trame di ben vagliate parole, ma di poco varii disegni. Onde il mito ebbe preclusa nel sguito ogni ulteriore vita : per che dovesse morire intero con l'estinguersi la potenza alla sua bellezza verbale. Cirene mitica t^roj; libera Ditti e la madre Danae; impietra Polidette e quei di Serifo : compie in somma parecchi fra i consueti atti degli eroi solari. Che il sole nascente sia considerato l'assassino del sole, suo padre, scomparso la sera innanzi : che al sole competa la perenne lotta contro le tenebre, nei paesi del Nord dell'estremo occidente, e contro i mostri tenebrosi che ivi abitano : e ormai cosf risaputo che pu esser per criteri soggettivi negato, ma non deve pi esser ribadito con argomenti. Cfr. Beloch Griech. Gesch. Absch. VI Mythos und Religion e SANCTIS (si veda), Storia dei Romani Religione primitiva dei Romani e GLINDO-EUROPEI IN ITALIA. GLARII IN ITALIA. Un eroe solare ritiene difatti Perseo, a. e., 0. Gruppe nella sua Griech. Mythologie. N sono sufficienti, anzi non sono valevoli, le argomentazioni in contrario di E. Kuhneet, in Roscher Lex.: giacch egli dimentica la differenza profonda A parte (e, secondo noi, insostenibile) sta la teoria di A. J. Reinach " Rev. de l'hist. d. relig.: Perseus 'le destructeur' n'est sans doute qu'un vocable qu'on donnait  son arme, la harp, adore comme Vakineks l'tait chez les Scythes e sensibile che intercede fra i motivi naturalistici e gli spunti novellistici, cui tutto il mito di Perseo vuol ridotto. A questo proposito sar anzi bene osservare che, per reagire agli eccessi di quegli studiosi che in ogni eroe videro un dio solare e un fenomeno meteorologico in ogni episodio dei miti, i recenti indagatori caddero nell'eccesso opposto di negare ogni sostrato o nucleo naturalistico e di ridurre ogni episodio a novella. Sintomo significativo di questo secondo eccesso  l'articolo di R. Sciava in " Atene e Roma. Assai equilibrato era in vece il saggio del Comparetti Edipo e la mitologia comparata Pisa. Ma  notevole che quest'ultimo autore deve lasciar nel bujo il significato e l'origine della Sfinge; e quel primo, trattando di BELLEROFONTE (si veda  H. P. Grice, Vacuous Names), non spiega la CHIMERA (Grice, Vacuous Names). Entrambi quindi appajono per ci stesso attenti a un aspetto del fenomeno mitologico non a tutti.  quindi metodo migliore, credo, far giusta parte nel mito cosi al naturalismo come alla novellistica. Il problema poi intorno alla priorit dell'uno o dell'altra entro le singole saghe va, in parte, resoluto caso per caso; in parte  d'indole generale e vien trattato in questo saggio. Qui diremo solo, in breve, che l'intuizione naturalistica suppone una grossolana conoscenza della natura e dell'uomo, mentre la novella  gi densa di pi larga e pi ricca esperienza umana. Comunque, procureremo, dopo queste premesse, di sceverare quei due elementi, naturalistico e novellistico, nei varii nuclei in cui abbiam veduto per s stesso spezzarsi il racconto di Perseo.  tesi vecchia: cfr. per es. il sennato art. diJ. RviLLK in " Rev. de l'hist. d. relig. Acrisie, Prete, Polidette e Ditti. Nel racconto Ferecideo, riassunto dallo scoliaste e ricostrutto dalla critica, attira fortemente l'attenzione il particolare della fuga di Acrisie re da Argo in Larisa, dal Peloponneso alla Pelasgiodide tessalica: fuga con cui  connessa la menzione del re pelasgico Teutamida e di un ijQipov in onore di Acrisie medesimo (Scoi. Apoll. R.). Si son sempre in ci vedute tracce d'un'influenza tessalica sul mito di Perseo (cfr. Kuhnert). Ma ben pi sembra che se ne possa dedurre ricordando quanto, dopo il Busolt e il Beloch, ha dimostrato P. Cauer Grandfragen der Homerkritik, intorno allo scambio fra Argo peloponnesiaca e Argo tessalica ["Aqyos JleaayiKv deVHiad. B 681). Se difatti si danno casi in cui l'Argo pelasgica dei Tessali s' potuta identificare con l'Argo del Peloponneso cosi che gli eroi di quella furono a questa attribuiti,  molto probabile che l'Argo di cui  re quell'Acrisio che la stessa leggenda peloponnesiaca fa pertinacemente morire in Larisa sia, in origine al meno, non quella pretesa dai mitografi antichi e critici moderni, si l'altra di Tessaglia. E si pu con probabilit scientifica ritenere che abbiamo in Perseo un nuovo caso d'un equivoco di cui altri casi furono gi constatati e che si ripresenta con i caratteri consueti. Da questa constatazione fondamentale traggono rilievo alcuni particolari, a cosi dire, laterali del mito, il cui valore era fin qui stato in gran parte misconosciuto; particolari i quali son pure, a un tempo, riprova della verit di essa ipotesi. Cosi fatti sono: 1. la discendenza di Ditti e Polidette da Magnete; di cui d notizia Apoll. I 88, in un luogo che non , come il v., sotto l'influsso di Ferecide ma rispecchia fonte diversa; 2. la nascita di Perseo non per opera di Zeus si di Preto fratello di Acrisie : sulla quale informano Apoll. II 34, che riferisce questa come una tradizione parallela alla ferecidea, e lo Scoi. A II. S, che fa risalir la notizia a Pindaro. 11 primo di questi particolari lascia chiaramente iutravvedere una forma della fiaba in cui i due salvatori di Perseo e Danae sono personaggi tessalici della Magnesia: se adunque Acrisie , in origine, re pelasgico, quella ha da essere la forma primitiva della fiaba. Onde e assicurato al nucleo originario del mito l'intervento di quelle due figure. 11 secondo particolare poi  d'importanza anche maggiore. Per esso noi dobbiamo di fatti scegliere fra la tradizione che dice Zeus padre di Perseo e quella che padre afferma Preto : e non possiamo non propendere a riconoscere carattere argolieo nella prima, ricordando quanto nei miti e nella vita dell'Argo peloponnesiaca Zeus abbia parte, cosi che fin Argo l'eponimo del luogo,  figlio di lui (Esiodo fr. RzACH^ = Paus. Il 26, 2; cfr. Feeec. fr., MLLER FHG). La tradizione pertanto che dice di Preto sarebbe da ritenersi, in contrapposto, tessalica, e quindi anteriore a quella su cui gl'influssi peloponnesiaci son gi palesissimi. E poich col delitto di Preto si riconnette bene la cacciata di lui per opera di Acrisie irato, allo strato tessalico appartiene, forse, anche quest'altro spunto: su cui vedi Apoll. Il 24 (diverso da Paus. Il 25, 7 e pili ancora da Ovidio Metani. versi; i quali riproducono una tradizione gi alterata da elementi estranei introdotti dalle genealogie peloponnesiache, per cui poteva interessare che Preto riuscisse pari ad Acrisie addirittura lo superasse). N contro l'ipotesi che Preto appartenga allo strato tessalico del mito crea ostacoli il rilievo ch'egli acquist poi nelle saghe tirinzie : che potrebbe essere, come riteniamo, posteriore al suo trasporto nell'Argolide insieme con Perseo e Acrisie. Anzi la nostra congettura, ove paja ragionevole, spiega forse anche il valore naturalistico di Prete, ritenendolo analogo a Zeus, e da Zeus sostituito in regioni ov'egli era poco noto in sul principio e ove pot localizzarsi solo obliterando il proprio valore. Che per, velatamente, appare anche nella connessione con i Liei C Luminosi) in cui egli  posto dtiVIliade Z. Tuttavia gli elementi cosi sceverati, che appartengono potrebbero appartenere a uno strato tessalico della leggenda, non sarebbero di per s sufficienti a provare di quello strato l'esistenza, ove accostati l'un l'altro non dessero modo di trarne un racconto organico e coerente, che potesse reggere al paragone di altri svolgimenti mitici e novellistici analoghi. Ora  notevole in vece che, tenendo conto dei materiali tessalici, espungendo le inserzioni argoliche, si giunge a ricostruire la trama compiuta d'un mito: serbate le due figure di Acrisio e di Preto di cui l'una ha avuto culto in Larisa, l'altra  anteriore a Zeus peloponnesiaco e ne sar sostituita; serbato l'oracolo delfico (Feeec. in Scol.ApoU. R.) che diviene anche pi dicevole per la vicinanza e le attinenze fra Delfi e la Tessaglia; serbati Ditti e Polidette figli di Magnete, onde si acquista anche sufficiente notizia del luogo ove trovarono asilo Perseo e Danae; serbata in fine l'uccisione di Acrisio a' giuochi larisei: ne nasce un racconto che  omogeneo e definito, e si raccomanda quindi tanto per la sua localizzazione geografica uniforme quanto per la sua coerenza interiore. Incerto potrebbe rimanere sol tanto se allo strato tessalico a quello peloponnesiaco abbia a farsi risalire il nome e la figura di Danae: giacch se il secondo caso fosse il vero bisognerebbe supporre che essa sostituisse un nome e una figura pi antichi. Ora se  certo che nell'Argo del Peloponneso Danao e le Danaidi, cui Danae si riconnette senza dubbio, costituiscono un vigoroso e caratteristico ceppo mitico; non  per man certa la presenza di Danaidi in Tessaglia, se si cfr. Scoi. Apoll. R. e Antonino Liberale. Va pertanto conchiuso che Danae pu appartenere assai bene allo strato tessalico del nostro mito; e che, se non  dicevole ai fini della ricerca presente il vagliare il problema mitico di Danao, in questo problema tuttavia la nostra ipotesi intorno alla primitiva sede della saga di Perseo s'inquadra ottimamente. Restano cosi delimitate a sufficienza le due stratificazioni distinte in cui si spezza quell'episodio del nostro mito ch' intorno ad Acrisio e alla sua morte. N  difficile stabilire l'epoca approssimativa in cui la seconda si sovrappone alla prima di esse. Se difatti Zeus , come congetturammo, la sostituzione peloponnesiaca del Prete tessalico, quando Vlliad. S 319 dice Perseo figlio appunto di Zeus, se ne deve dedurre che come l'et tarda del passo lascia buon margine alla leggenda tessalica di Prete, cosi la sua comparativa antichit, giacch anche le meno antiche interpolazioni dell'Iliade son certo abbastanza vetuste, fa risalire non poco nei tempi l'intervento del Peloponneso. Non rimane adunque che studiare partitamente l'uno e l'altro strato. Affermata una volta l'esistenza dello strato peloponnesiaco come posteriore al tessalico, il problema critico consiste non tanto nel cercar le cause singole dei singoli nessi instituiti fra il mito di Perseo e il Peloponneso, quanto nel graduarli cronologicamente per seguire passo passo, fin che  possibile, il processo di penetrazione di quel mito in quel territorio. (Le testimonianze si veggano raccolte dal Kuhnert in Roschee Lex.; cui mi richiamer volta a volta). Ora non v'ha dubbio che al complesso di piccole saghe esistenti in Micene in Tirinto in Lerna in Midea e nella stessa Argo non che in Elo e in Cinuria dev'esser andata innanzi la diffusione del culto a Perseo e alle figure che a lui si attengono miticamente. Ed  del pari certo che cotesta germinazione di miti secondari sul ceppo del principale dev'essere stata a bastanza tarda se nella trama vera e propria della leggenda le peculiarit locali non han potuto trovar posto adatto. Ma ben altro  da dirsi riguardo a Serifo: per cui  a priori possibile cosi che il culto abbia preceduto la leggenda onde ivi son localizzati Ditti e Polidette, come che sia avvenuto l'opposto. Nel primo caso sarebbe per da spiegare perch il culto di Perseo abbia toccato Serifo, a preferenza di ogni altra dell'isole vicine. Nel secondo caso in vece rimarrebbe senza risposta la domanda che chiedesse il motivo onde Serifo fu dai mitologi preferita ad altre isole, anche pili .vicine all'Argolide, come sede del salvator di Perseo. N l'esame della genealogia di Ditti e Polidette conduce ad alcun che (Febeo, fr. -= Scoi. Apoll. R.), come di quella la quale contiene bens riferimenti a Danao e all'Argolide, non a Serifo. Nel mito primitivo il luogo donde Perseo avea da venire per uccidere Acrisie era senza dubbio indicato, in modo vago s'intende, a oriente. Pi tardi la localizzazione dev'esser divenuta pi esplicita, e sappiamo che nella Magnesia s'era trovato il punto dicevole, di cui per altro ignoriamo il nome. E non e improbabile che questo fosse tale da determinar per analogia a dirittura omonimia la scelta di Serifo fra l'isole che sono ad oriente e non lontano da Argo peloponnesiaca. Pure accettabile sembra l'ipotesi che la scelta avesse un motivo unicamente geografico l'est; ma  ipotesi non sufficiente a spiegar tutti i fatti se si guarda all'isole che sono nella stessa giacitura di Serifo; ed ipotesi che dovrebbe, quindi, integrarsi con altra la quale supponesse un intervento di casualit. Il problema rimane ACBISIO, PBETO, POLIDETTE E DITTI 333 dunque senza soluzione recisa. A ogni modo Serifo deve essere entrata assai presto nel mito peloponnesiaco perch vi rimase nettamente e saldamente incastrata. E poich lo stesso  da dire di Zeus che prende il posto di Preto, bisogna ritenere che questi due punti fossero ben fissati gi quando il culto di Perseo prese a difiondersi per tutto il Peloponneso. Un momento successivo  occupato dalla saga di Tirinto (Apoll.). Questa saga non si sarebbe dovuta creare se il culto di Perseo non avesse in Tirinto assunto importanza ben maggiore che nell'Argo medesima, costringendo i mitologi a darne una giustificazione. D'altra parte se era plausibile che, come si disse da quelli, dopo aver ucciso il nonno i e d'Argo, Perseo si vergognasse sls "Aqyos nave&Elv, era facile legittimare la scelta di Tirinto ch'egli avrebbe fatta in cambio, se a Tirinto s'era radicato e svolto quel Preto che importato forse dall'Argo tessalica non aveva trovato favore nell'Argo peloponnesiaca. Onde i miti tirinzii di Preto e Bellerofonte e di Perseo e Megapente mostrano entrambi che i personaggi della saga tessala attecchirono assai meglio in Tirinto che in Argo. Seguono poi tutte l'altre saghe minori e meno importanti (quella di Micene p. e.: Pads.), che sfuggono al racconto dApollodoro, testimoniando per tal modo la loro recenziorit. La sanzione definitiva per dell'insediarsi nel Peloponneso, specialmente nell'Argolide, il mito di Perseo, i; data dai genealogisti. Combinando Apollodoro (con Ferec. fr. = Scoi. Ap. R.) risulta il seguente schema che pu valere come volgata su questo punto: Linceo Ipermestra Lacedemone Abante Euridice ACRISIO Prkto Zeus Danae Megapente PERSEO Andromeda Posidone Amimone Nauplio Damaatore Pericastore Peristene Androtoe Alceo Elettrione Stenelo Mestore Ditti Polidette Anfitrione Alcmene Euristeo Ippotoe ERACLE Tafio Poich  troppo chiaro che di questa genealogia i punti fermi sono Danao ed Eracle, il Kuhnert vi vedeva la riprova che Acrisio e Preto sono originarie divinit argive (predoriche) cui si vuol imparentare l'eroe dorico pi recente Eracle, non senza che nel contrasto fra questo ed Euristeo sussista traccia della diversit dei ceppi. Ma se a Kuhnert si pu concedere che tardo sia l'intervento di Eracle nei miti argolici, non gli si pu consentire in vece intorno ad Acrisio e Preto. Per vero il posto che essi occupano nello schema genealogico  ben motivato, ma da tutt'altre ragioni che la lor origine peloponnesiaca. Il nome di Danae doveva riportar sibito a Danao, cui sarebbe stato da avvicinare per quanto era possibile; ma due generazioni dovevano necessariamente intercedere: una, quella di Acrisio e Preto; l'altra, quella delle Danaidi. Pi oscura resta la presenza della terza generazione: di Abante. Ma non mancano elementi per la congettura. Abante  ritenuto l'eponimo di Abe in Focide (Stef. Biz. g. v. "Affai; Paus. X 35, 1); capo degli Abanti di Eubea (Stef. Biz. s. v. 'Affaviig, Scoi. B II. B 536, Scoi. Pind. FU. Vili 77). Su di lui Strabone 431 ha un luogo che merita comento : oc oh [r "AQyog t Ileaaytiv] o itiv [xovrai] ^ t zojv Qerza&v 7tiov oSrcog voiiuTtyiaig eyfievov, &ef.tvov zovvofia ''Aj^avTog, ^ "Agyovg Ssvq Tioixi^aavTog. Qui , sbito evidente, un giuoco di omonimia fra le due Argo; ma  del pari evidente che un motivo deve aver indotto a sceglier per l'appunto Abante per attribuirgli l'introduzione del nome Argo in Tessaglia. E il motivo non pu esser altro che il trovarsi come nel Peloponneso cosi nella Pelasgiotide tessalica tracce o di lui o del suo culto. La quale ipotesi concorda bene con la presenza di nomi affini a quello di lui in Eubea e nella Focide: territori miticamente affini alla Tessaglia. Ma se ci  probabile, ne deriva che Abante pot essere importato in Argolide in una con Acrisio e Preto da l'Argo pelasgica e si spiega in fine la presenza di lui, terzo, fra Danao e Danae. Per Ditti e Polidette non si trattava in vece che di porli nella medesima generazione di Perseo e Andromeda, di imparentarli con essi per meglio giustificarne l'accoglienza: e a ci valsero nomi come quello di Nauplio, eponimo di Nauplia, di Damastore, padre dell'argivo Tlepolemo in U., di Peristene, sposo d'una danaide Elettra in Apoll. Or come lo schema genealogico studiato fin qui mostra Acrisio e Danae innestati fra Danao (gi anticamente peloponnesiaco) ed Eracle (meno anticamente peloponnesiaco.', cosi i matrimonii fra i figli di Perseo e le Sglie di Pelope (le testimonianze presso Kuhnert) rivelano la analoga tendenza a collegar il nuovo venuto eroe con il pili vetusto. E l'opposto vale per Dioniso che la leggenda fa superar da Perseo [cfr. Edseb. Chron. II 44 Schone; Cirillo c. lui.; Agost. de Civ.; Scoi. Totr. IL. Questa dev'essere la leggenda pi antica; l'altra in cui il vinto  Perseo (cfr. Kthnert) dov nascere allor che Dioniso fu pi a fondo penetrato in Argolide]. Che se per lo strato argohco pu esser suddiviso in parti cronologicamente succedentisi, il tessalico offre occasione a diverso studio. Il personaggio di Danae serve a gittar, di fatti, molta luce su elementi che a tutta prima sfuggirebbero nel mito e che sono tutt'afFatto novellistici. Certo esso , originariamente, vivo di sostanza naturalistica ; si riconnette con Danao e, come esso, deve valere quale divinit del mare (Beloch Gr. G.) della nuvola nera o di alcun che di simile: e, se bene forse sia eccessivo precisare di pi, in ciascuno di questi casi  chiarissima la ragione per che Perseo, l'eroe solare, fu detto nato da lei. Tuttavia, sopra questo innegabile strato, nel mito tessalico Danae ci appare gi ricca di un nuovo contenuto. Il motivo invero della figlia o, pi latamente, della vergine che contro un esplicito divieto divien madre e paga il fio di questa sua colpa insieme con la sua piccola creatura  svolto in larga diffusione nel folk-lore. E non ha nulla in comune con lo spunto, che si fonda sopra una primitiva bambinesca intuizione del succedersi dei soli, intorno al delitto di Perseo contro il nonno. Ugual carattere novellistico si riscontra poi in Ditti: il cui nome non  se non il generico appellativo " pescatore, (cosi che  quasi vana postilla quella di Ferec. fr. iy.Tvi>) ievmv) e la cui natura  per tanto assimilabile a quella del consueto pastore agricoltore che rinviene la derelitta ed il figliolo abbandonati alla violenza delle forze naturali. Potrebbe bens pensarsi anche a una divinit pescatrice (cfr. la cretese Diktynna, su cui bene giudica Maass presso Wide Lahonische Kulte e il Gruppe Gr. Myth.). Ma il contesto della fiaba lo esclude, e al pili concede di supporre che il caso sia per Ditti analogo a quello di Danae: che cio l'indubitabile carattere novellistico offuschi un antico sostrato naturalistico. Certo in ogni modo che per quel primo carattere non per questo sostrato Ditti entr e rimase nel mito di Perseo. Altro  di Polidette: questa stessa forma verbale si rintraccia difatti in un attributo di Plutone-Ade, onde, tra altri, 0. Crusios Jbb. Phil. ha creduto di identitcar con Ade appunto anche l'ospite di Danae e Perseo. L'ipotesi ci par ragionevole, a patto che si facciano due restrizioni : anzi tutto non  da credere col Crusius che Ditti fosse epiteto primitivo di questa figura dell'Ade- Polidette, e da epiteto si trasformasse in fratello; ma tenendo conto del folk-lore e delle sue forme consuete,  da pensare invece che originario fosse Polidette, il cui significato trasparente fa intra vvedere un fondo naturalistico al suo episodio come a tutto il primo nucleo della saga, e posteriore Ditti. Inoltre altra  la interpretazione da darsi, io credo, ai rapporti fra Polidette-Ade e Perseo con Danae. Il Crusius difatti, col far gravitar tutta l'importanza del mito su questa, la riteneva simbolo dell'anima che il re sotterraneo rapisce e Perseo (= Ermes) libera. Se al contrario  vero che Danae  divinit del mare o del bujo e Polidette  nume sotterraneo, la spiegazione di entrambi esiste rispetto a Perseo in un concetto unico. Nel fatto l'eroe solore Perseo si pretendeva nato da Danae come il sole dall'ombra; ma poi, sopravvenuta per Danae la forma novellistica, fu concepito un doppione di lei m Polidette. per cui Perseo viene ad uccidere Acrisio non pur dall'onental Magnesia (v. sopra) si anche dall'ombra, dalla regione sotterranea, onde ogni mattina il sole emerge. La cattivit di Danae presso Ade-Polidette  dunque giustificata anche dalla affinit F., Kalypso. ANDROMEDA sostanziale dei due personaggi. In tal caso, ammettendo la diversit di Ditti e di Polidette, la tradizione ferecidea che li fa fratelli e figli di Magnete par che si debba spiegare come un atto unico di elaborazione mitologica per cui dalla Magnesia (per la sua positura astronomica rispetto ad Argo pelasgica) fu desunto il nome del padre, e dalla paternit dedotto il rapporto fraterno. Considerati nel loro insieme lo strato argolico, di cui vedemmo i successivi momenti, e il tessalico, di cui tentammo scernere gli elementi naturalistici e novellistici, costituiscono per un lato una fiaba di schema consueto e di per s bastevole, ma offrono per altro lato appiglio a giunte e svolgimenti mitici. L'indagine, continuando, ce ne dar conferma. Atena e la Gorgone Medusa. Glelementi che caratterizzano la prima avventura di Perseo in quell'intervallo di azione ch' compreso fra la sua cacciata da Argo e il suo ritorno, sono tutti a un tempo elementi jonici. La Dea che lo protegge  Atena, la quale ci riporta senz'altro ad Atene; il Dio che l'ajuta  Ermes, di cui in Atene  culto notevolissimo (cfr. p. e. Roscher nel suo Lex.); il mostro che combatte e vince  quel medesimo di cui il capo  sullo scudo di Pallade (Iliade); il luogo onde si muove  Serifo, colonia di Joni. A questi dati fanno buon riscontro le notizie che per altra via si posseggono intorno al culto di Perseo in Serifo (Paus., per le monete cfr. Head H. N), in Atene (Kchnert), in Mileto (Strab. cfr. Erod., Edrip. Elena, Kuhnert): in Mileto, specialmente, tali da risalire al VII sec. a. C. Da tutto ci, poich anche il mito di Perseo e Medusa non contiene altri elementi all'infuori di questi n favorevoli n contrarli,  lecito dedurre che quell'episodio dev'essersi formato in territorio jonico; e che per conseguenza la sua formazione  posteriore ai principii dello strato peloponnesiaco, del quale appare un effetto. Quanto  probabile questo risultato tanto par certo il contenuto naturalistico dell'impresa. Le Gorgoni abitano (presso [Esiodo] Teog.) nQrjv kvtov 'Qxeavoo oxa^tfl TCQg vvCTg, tv' 'EajtEQisg iy^cpcovoi ; sono pertanto evidenti mostri delle tenebre e della notte che dicevolmente si contrappongono all'eroe solare in aperto contrasto. L presso si devono ritrovare gli Etiopi che abitano dove sorge e dove tramonta il Sole {Odissea. A Nord, ma con egual significato tenebroso, stanno gli Iperborei (cfr. Pind. Pit. X 50 sgg. e SniiA di Rodi appr. Tzetze Chil.). Non  dunque dubbio, anzi tutto che l'avventura contro le Gorgoni si riconnette pel sostrato naturalistico e con l'uccisione di Acrisie e con quella del kjtos (v. sotto) ; in secondo luogo che quando in territorio jonico il mito di Perseo venne importato e diffuso, il suo valore era ancor a sufficienza noto e chiaro. E da origine rintracciabile con probabilit derivano anche i singoli elementi constitutivi della saga. Che Atena avesse sul suo scudo il capo di Medusa non  spunto vano: il suo valore di Dea nata dal cielo e in (Ij Su le Gorgoni v. Roschee Gorgonen u. Verwandtes (Leipzig 1879). Un recente lavoro (Berlin 1912) su lo stesso tema non merita d'esser citato. (2) Cfr. WiLAMOwiTZ Hom. TJnters. {= " Phil. Unt. Cfr. Knaack Hermes. Su gl'Iperborei v. 0. Schrder " Archiv f. Religionswiss., A. KoETE ibid. X (1907) 152 sgg.; Gruppe in Bubsian-Kroll ' Jahresb. particolar modo di Dea del temporale (Beloch Griech. Gesch} I 1, 154) d risalto a quello spunto, cosi che vi fa trasparire un'antica antitesi fra Pallade e le tenebrose Gorgoni. Antitesi invero che si serb sempre, accanto al mito di Perseo, se Eurip. Jone la ricorda e Apoll. II 46  costretto a farne menzione. E, ultima riprova di un fatto gi a bastanza palese, anche quando alla Dea si sottrae il merito della vittoria contro Medusa, a lei sempre si attribuisce l'ausilio in favor di Perseo (Ferec. fr. 26 e Apoll. ). Se non che il capo di Medusa  pure su lo scudo di Agamennone in //. A Pensando alla natura prima di lui (Beloch Griech. Gesch.) si potrebbe supporre per lui un'antitesi con Medusa analoga a quella che  fra Atena e la stessa Medusa. Ma bisogna rammentare che su lo scudo il capo della Gorgone divent ben presto un costante e diffuso ornamento senz'altro motivo che di estetica e di tradizione. Dalla medesima Atena  desunta la y.vvi\ ond' coperto, e reso invisibile, Perseo: si trova di fatti menzionata per lei in //. E 845 ("^'^os KvvrJ. Di natura diversa, e novellistica, sembrano in vece e i calzari alati e la Kifiiacg e l'episodio delle Graje. Queste non sono mostri analoghi alle Gorgoni bens tipi esagerati della vecchiaia, di cui la novella suol compiacersi; ma perch un aspetto mostruoso  in loro innegabile, per ci bene [Esiodo] Teog. 270 sgg.; Esch. Promet.; Apoll.; TzETZE a Licofr. 838. 846 fanno le une sorelle delle altre. Accadde per che la parentela con le Gorgoni e la paternit di Forco traviasse i critici; che vollero in gran numero ritener le Graje personaggi naturalistici (Rapp in RoscHER Lex.). Ma bisognava prima provare (e la prova manca) che la parentela e la paternit sono originarie nel mito, e non indotte dall'essersi nella fiaba le tre Graje e le tre Gorgoni (di diversa origine) trovate vicine. Di fatti delle Graje la novella approfitt per farne i personaggi di una pre-avventura, la quale trova moltissime analogie, e le depositarie di alcuni talismani, che ritornano sotto mutati aspetti con frequenza nelle fiabe. Ufficio analogo (e analoga origine per conseguenza compete al suo intervento) esercita Ermes e la falce di lui. Mentre per le Graje dovevano contrapporsi a Perseo, come quelle che la notte ricinge, Ermes dove essergli propizio, come quello che quando si scontr con Perseo aveva caratteri di dio della luce esso pure (Beloch Griech. Gesch. Mentre inoltre le Graje nel cammino dell'eroe si trovano solo per motivi novellistici; Ermes si trovava in vece anche nella real sfera della diffusione cui and soggetto il culto di Perseo. Riassumendo, dunque : l'episodio di Medusa nel mito di Perseo pare concepito in territorio jonico; , nel suo fondamento, senza dubbio naturalistico; ma coi personaggi naturalistici (le Gorgoni, Atena, Ermes) si mischiano gli elementi novellistici (le Graie, la Kt^iffig, i talari); e tutto il contesto  per tal modo novellistico che anche quei personaggi vi intervengono con offici proprii della novella. V. Cefeo Fineo e Cassiepea. Gli elementi onde  costituita la impresa di Perseo contro il x^roy sono di natura e origine assai pi incerta che quelli raccolti intorno a Medusa. Tuttavia, anche a prescindere dalla prima forma del racconto e a limitar l'indagine pur ai In quanto al valore originario di Ermes lascio qui intatto il problema e solo rimando a E. Metek G. d. A. IRicordo anche Roscher Heines der Windgott (Leipzig) (cfr. l'art, nel Lex.); e Siecke Hermes der Mondgott (Leipzig 1908) che determin una polemica appunto col Roscher. dati tardi delle genealogie e delle saghe secondarie, la diffusione di Cefeo nell'Arcadia e nell'Acaja (v. sotto), la constatata presenza di Fineo in quei luoghi (v. sotto), inducono a cercar di preferenza nel Peloponneso il territorio forse di formazione e probabilmente di diffusione di quell'episodio mitico. Molto pi deve dire un esame delle figure singole. La lotta di Perseo contro il v,f}zog , bisogna a pena osservarlo, parallela per significato all'impresa avverso Medusa. Sarebbe quindi gi a priori da attender notizia intomo a un Nume che in quell'avventura compiesse gli uffici i quali nell'altra esercita Atena; e un cosi fatto nume sarebbe anche, per pura indagine etimologica, da ravvisar in Andromeda, nel cui nome  non dubbia la radicale di vfjQ; se a conferma validissima non ci fosse serbato un cratere (" Mon. d. Inst.; KuNHERT) in cui Andromeda appare non legata, vittima prossima del n^Tog e premio futuro all'eroico liberatore, ma ritta presso l'eroe nell'atto di ajutarlo a respinger la belva col lanciar sassi, che sono raccolti in mucchio li presso. Ivi ella  senza dubbio queir " ajutatrice  che la congettura avrebbe per s supposta. N la comparativamente tarda et del vaso (VI sec.) deve stupire:  ovvio che la stilizzata tradizione artistica dei vasai deve aver serbato in anni posteriori, quando il mito s'era al tutto tramutato, memoria della forma che esso aveva pia anticamente assunta. Questa ipotesi per intorno al primitivo racconto sul x^rof, se  tanto evidente da indur meraviglia che il cratere possa esser stato prima non cosi interpretato (Kuhnert o, c. 2020), pone anche il problema su le cause del passaggio da quello stadio mitico a quello ch' in Ferecide. Ora  chiaro che l'episodio di Medusa e quel del tijTog non potevano, nella veste pi arcaica, venir raccontati l'uno appresso all'altro senza che se ne dovesse notare, sbito, la simiglianza strettissima: quindi il bisogno di dissimilarli. Inoltre, a sodisfar quel bisogno giovava il facile innesto su quella saga naturalistica di uno spunto novellistico : la fanciulla cattiva e liberata, premio al prode che la salva (si ricordino le epopee cavalleresche). Se non che alla medesima forma vetusta e primordiale dell'episodio non dovevano mancare gli Etiopi. Fu veduto dianzi come le sedi loro nella concezione mitica li raccostassero ai mostri tenebrosi. E tanto pi qui il loro ricordo era importante in quanto, mentre le Gorgoni richiamavano, sole, a sufficienza i luoghi di lor sede, il nrjTog per s non sarebbe stato indizio locale bastevole.  cosi preparato il terreno a giudicar di Cefeo. Le testimonianze intorno a lui (doricamente Cafeo) sono tali da non permettere dubbi sul luogo ove il mito lo ha pi a fondo radicato. I testi fondamentali di Apoll., di Paus., di Apoll. R. Argoti., che tutti lo fanno figlio di Aleo, eponimo di Alea in Arcadia, e re di Tegea; le monete di Tegea appunto, in cui abbondanti volte ritorna (cfr. Deexlek in Roschee Lex.: fissano in modo esplicito per l'et storica la sede prevalente del suo essere mitico presso gli Arcadi. In particolare poi Paus. asserisce che da Cafeo avrebbe preso nome la citt arcadica di Cafe. Il problema, che non in questo caso solo si presenta alla critica, fra le attinenze reciproche de' due nomi non pu esser risolto fin che manchino notizie sul culto di Cefeo, che solo risolverebbe la quistione col far deri- Cfr. Immerwahr Die Kulte u. Myihen Arkadiens; che mi sembra per superficiale. vare alla citt il nome dal Dio. Ma ad ogni modo quelle attinenze non sono da negare. E queste notizie sono non infirmate, ma consolidate da Licofkone Aless. ove Cefeo  n:' ^Qevov \ Avfii^ re BovQaiotoiv ijyef*)v OTQazov : perch nell'Acuja dobbiamo ravvisare uno dei punti tcchi dall' irradiarsi di lui fuor dell'Arcadia nel restante Peloponneso. Analogamente Cefeo fu, fuor dell'Arcadia, introdotto nel mito spartano degli Ippocoontidi, cacciati da Eracle, cui egli avrebbe recalo ajuto ottenendone in premio la perenne salvezza del suo dominio in Tegea: saga, pare, a bastanza antica, se gi Alcmane fr. Bgk. {^ax ztg audcpevg [Kaq>evs Nelmann] vdao)v) ne aveva sentore: cfr. inoltre Apoll. II 144, Stef. Biz. s. v. Kacpvai. Ma se eifetto d'una pi tosto tarda irradiazione sono coteste attinenze fra Cefeo e l'Acaja, fra Cefeo e Sparta, di gran lunga posteriore va ritenuto, sembra, il trasporto di lui in Beozia: scoi. B a lliad. B 498 QeaTCEiov zov Ki^q>ews ^ d-vyatQe^ ^aav v' . 11 TiMPEL Kephcus presso Roscher Lex. II 1, 1113 esclude, senza peraltro addur motivi, che queste parole derivino dal facile equivoco tra Cefeo e Cefiso, o da una combinazione tra le 50 figlie di Tespio e 60 figli di Cefeo ; e ne deduce, richiamandosi alle sue ipotesi su Cassiepea, che in Beozia va cercata la sede prima di Cefeo! Lasciando ora di discutere le asserzioni del Tumpel su Cassiepea (v. sotto), va qui solo rilevato che non  difficile chiarire la genesi, posto che equivoco di nome non siavi, della notizia serbata in quello scolio. Le genealogie che esamineremo pi tardi (v. sotto) uniscono Cefeo con Fenice e Cadmo, tebani e beoti per Queste genealogie sono studiate ampiamente, se non acutamente, da A. W. Gomme " Jour. of Hell. Stud.  XXXIII (1913) 53 sgg. eccellenza: con Fenice e Cadmo, tardi quindi, Cefeo dev'essere pertanto giunto in Beozia. Tra queste notizie, pi meno tarde, che ci riportano all'Acaja a Sparta alla Beozia, e quelle che ci richiamano all'Arcadia il criterio per scegliere in modo decisivo non manca. 11 Cefeo arcade  secondo Ellanico (fr. = scoi. Apoll. R. I 162 combinato col fr. senza numero = scoi. MTA a Eurip. Fenice; contro l'opinione del Tumpel a. e.) figlio di Posidone; e secondo Apoll. fratello di Licurgo (per contro di Licurgo  figlio presso Apoll.). Questi dati genealogici, come ci vengono riferiti solo per il Cefeo dell'Arcadia, cosi concordano del tutto e con il suo carattere di re degli Etiopi (v. sopra) e con la probabile etimologia del suo nome. Di fatti sia che vi si voglia riscontrare la radice kuF- sia che con gli antichi gramatici lo si riconnetta con ncjcpg (confr. x^go^f), sempre vi traspare la natura d'una divinit ctonica e tenebrosa: la quale in vero viene pensata o abitante nelle oscure cavit che sono oltre la linea donde sorge il sole, pure priva della voce. Se ne conclude che la localizzazione di Cefeo in Arcadia dev'essere la pi antica, come quella con cui va tuttavia connesso il ricordo di quell'essenza naturalistica di lui che mito e nome rivelano del pari. Mentre per il nesso fra Cefeo e gli Etiopi risulta in tal modo se non primordiale certo antichissimo, non si pu dire altrettanto del nesso con Andromeda. In vero se questa  sul principio 1' " ajutatrice, di Perseo, solo quando, ed , come si vide, assai per tempo, l'avventura dell'eroe contro il xijvos fu localizzata fra gli Etiopi, e solo a traverso questa localizzazione, pervenne a commettersi con Cefeo. Perseo, Andromeda, Cefeo, gli Etiopi, il x^roj, erano per tal modo sufficienti a costituire, per s soli, la trama di un episodio mitico; onde la presenza di Fineo e Gassiepea, per non sembrare un' intrusione superflua deve venir giustificata con l'indagare partitamente il valore di quelle due figure. Quanto a Cassiepea, lo stesso nome rende non dubbio che si tratta del tipo novellistico della " millantatrce  (cfr. TMPEL in Roschek Lex.) che compete in bellezza con le dee e ne  punita in s o nella prole. I luoghi per tanto dove vien fatto di rintracciarla non hanno attinenza alcuna con la sua natura e solo ella vi  indotta a traverso i miti in cui penetra. Cosi per esser stata congiunta (miticamente e genealogicamente) con Cefeo Fenice e Cadmo, viene sostituita a Memphis come moglie di Epafo presso Igino Fav. 149 e, altrove (Esiodo fr. Rz.), fatta discendere da Thronie, l'eponima d'un luogo Thronion della Locride : cfr. scoi. D a, II. B. Si sa difatti che con Epafo ed Egitto han nessi mitici e genealogici Fenice e Cadmo ; e che con la Beozia (e quindi con le regioni vicine) han nessi cultuali e geografici. Fu dunque abbagliato da localizzazioni, che son conseguenza d'una erudita elaborazione mitologica, il Tumpel quando su la fede dei luoghi citati asser Cassiepea esser beota. Ma se la Millantatrice  originariamente estranea a ogni luogo, essa anche con Andromeda e Cefeo si deve esser connessa non per contiguit di luoghi ma a compimento della trama novellistica che quelli comprendeva. Non  quindi dubbio che la sua presenza accanto Andromeda risalga a quel momento in cui la figura di questa viene appunto novellisticamente atteggiata nel tipo della vergine che un prode libera da prossima morte (v. sopra). Allora di fatti diventava necessario giustificare in qualche modo la cattivit della fanciulla; alla quale il vanto della Millantatrice, pot divenire argomento sufficiente (contro Tumpel). E solo a traverso Andromeda si strinse il legame di lei con Cefeo e gli Etiopi. La riprova di questa ipotesi sta nel non potersi rintracciare nella sua figura e in quella parte del mito ohe pi le attiene alcun indizio d'un'antica e diversa vita mitica. Quanto a Fineo, il Sittig in Fault- Wissowa R.-Encr . mette a sufficenza in luce il sostrato naturalistico del mito, che  pi propriamente suo, delle Arpie di Elios e de' Boreadi; ci  la lotta dei caldi venti del Sud, che il Sole suscita apportatori di nuvole e di danno, contro i venti del Nord, che insorgono a respinger quelli e a difendere il nume cieco del bujo settentrione. In questo sostrato per non si vede elemento alcuno onde possa giustificarsi l'intervento di Fineo nel mito di Andromeda, all'infuori del contrasto che  fra la sua figura e l'eroe solare Perseo : contrasto che rendeva anche dicevole la presenza sua fra gli Etiopi. Ma se le sedi mitiche di Fineo si potevano cercare senza contraddizione cosi al nord come a l'estremo oriente o a l'estremo occidente, la sede geografica di lui fu rintracciata sul Ponto quando divenne pei coloni Greci quello l'estremo punto settentrionale conosciuto (cfr. le testimonianze raccolte dalJESSEN sul Roscher Lex.). Col egli divenne l'eponimo della regione vicina e de' popoli : onde si commise con Fenice ritenuto l'eponimo dei Fenici (Bkloch Griech. Gesch.) e con Egitto e Libia. Di qui appare possibile anche l'ipotesi, contraddicente quella cui si pervenne pur ora, che il nesso fra Fineo e Perseo si sia stretto non per motivi di sostrato naturalistico ma traverso Cefeo, considerato re e rappresentante degli Etiopi in senso geografico.Senza dubbio per le tracce che si riscontrano intorno a un Fineo Arcade (presso Apoll. ove Fineo  figlio dell'arcade Licaone e presso Servio a Verg, Eneid. Ili 209 ove  rex Arcadiae) debbono ritenersi posteriori al nesso con Cefeo ANDROMEDA e determinate da questo. N giova a sostegno del contrario addurre l'analogia fra le Stinfalidi e le Arpie ; perch non  giusto che ci uniformiamo al sincretismo de' mitografi Greci, onde pi figure analoghe di numi erano unificati in un solo aspetto leggendario ; ma dobbiamo, giusta i pili savi e moderni concetti critici, ritenere che in luoghi diversi esistessero divinit analoghe parte simili parte dissimili, senza che la localit dell'una possa illuminarci su quella, probabile, delle altre. Restano ancra da indagare le attinenze tra Fineo e Cassiepea, prima che il problema critico si presenti in tutta la sua complessit. A tale scopo  necessario ricostruire lo schema genealogico la cui esistenza sia presumibile presso Tepica esiodea. Il Tmpel (negli articoli citi del RoscHER Lex.) ha considerati divisi e distinti i due frr. di 'ESiq-do {Rzach) 31 e 23. E ha pertanto ritenuto provata l'esistenza mitica di due Cassiepee, secondo questi due schemi: I (fr.): Tronie Ermes Arabo I Cassiepea (fr.): Agenore Cassiepea ~ Fenice I Fineo Il testo SU cui si fonda  Strab: che per vero egli interpreta male. Strabene sostiene che Erembi ed Arabi sono nomi diversi d'uno stesso popolo: TteQ  Che han per fondamento, insieme con l'altro art. del Lex., il voluminoso saggio dello stesso TMPEL in " Jahbb. Phil., Supplbnd. II concetto essenziale di questo saggio (che nella pi antica forma del mito la sede dell'episodio di Andromeda  Rodi)  stato, mi sembra a ragione, confutato dal KuHNERT 0- e.CEFEO FINEO E CASSIEPEA Tv 'EQf*p}v Tto fiv s'iQrizai, 7if&av)raT0t S elaiv ol voui^ovreg zovg "A^afiag yea&ai. Tuttavia nel verso omerico Aid-iOTidg '&' ly,fA,t]v koI Siovlovg nal 'EQefi^ovg {S 84) non ritiene dicevole il sostituire con Zenone "AQa^dg te : perch, dice, non v' corruttela di testo; v' bens mutazione di nome dalla pi antica all'et posteriore. Omero difatti ricorda gli E r e m b i ; Esiodo in vece v KaiaXyqj conosce Arabo: Kal xoijQ']v 'Aqc^oio ...KT [fr.]. Bisogna dunque dedurre (slad^eiv) che gi ai tempi di Esiodo il nome di Arabia esistesse, e non esistesse ancora ai tempi di Omero (aar tovg rJQcoag). Di questo passo l'interpretazione non pu essere, pare, che una : Esiodo faceva fCassiepea] figlia di Arabo, figlio a sua volta di Tronie ed Ermes. Il Tmpel in vece si lascia fuorviare dalla menzione, che quivi  fatta brevemente, degli Etiopi, e ritiene che per Strabene Arabia sia il nome esiodeo d'Etiopia e che quindi la KovQri ^Aqufioio sia la regina degli Etiopi moglie di Cefeo ; onde integra il fr. cosi: Tronie Ermes Arabo I Cassiepea Cefeo Andromeda. Se non che nel luogo di Strabene gli Etiopi non costi- Il nome si supplisce da Scoi. Apoll. R. e Anton. Lib. 40. tuiscono che un argomento a mo' di parentesi. \7t yQ xov elg zjv ^Qav /*fiavetv tog 'EQe/*fiovg zv(ji,ooyovat, oUvcg ol tiooI, ofig fieraafivzeg ol dareQov nl T aacpateQOv TQtyoviag ndeaav ' otoi S (ol 'E Q e fi fio i) e la IV ^A Qd fi wv olTcl&dzegov fiQog Tov 'Agafilov ktiov ksk i fivo i, t TiQg Aly7tx(fi v.a\ AI& ton la. E, continua, per tal motivo appunto questi Erembi son ricordati da Omero: in causa, ci , della lor vicinanza con gli Etiopi, citati nel verso medesimo : to-tov (twv 'E^efifi&v) elug fiefivja&ai Tv TioifjTjv xal TiQg vovTOvg (pl%d-aL Xyeiv Tv MevXaov, xad' hv tqtiov sQrjxai, xal TtQg zovg Ald'loTiag' zfj yQ Orjfiatdt nal odzoi TtTjaid^ovoi. E parimenti {/A.ol(og) son rammentati tov fn^aovg zi^g Tiorjfilag (xdQLv) y,al zov v^ov. Come si vede, gli Etiopi servono a dare un'idea della positura geografica degli Erembi {^Qg) e a fornire un motivo dell'averli Omero ricordati insieme. Ma si  ben lungi da una qual si voglia identificazione " Erembi = Etiopi  ! L'unico dato positivo adunque che dal luogo cit. di Strab. si ricava  la discendenza di Cassiepea da Arabo. La qual notizia spiega un'altra, poco appresso (I 43), da cui  a sua volta integrata. " Vi sono alcuni ot xal ttjv Al&ioniav elg Tjv Kad"' ^f*g ^otvlTirjv fA.Ezdyovai, nal za nsQ ztjv 'Av~ QOftSav v 'lTZ] avfifiy\val (paai ' oi> r'jnov xar' ayvoiav Tonimjv aal zovzcv eyofivcov, ^ v ^v&ov fiov a^'^fiazi " xad-dyie^ tial zwv Jiaq 'HaiSq) aul zog aoig  7tQ0(pQei  ' AnoXXoQog ...  Vi erano adunque alcuni che fondandosi su Esiodo portavano gli Cfr. Ps.-SciL. GGM. I 79, Stef. Biz. s. v. 'Unti, Eust. Cotnm. in GGM. II 375- Di questa localizzazione fenicia del mito non mi sono occupato, che ritengo essa possa e debba studiarsi e spiegarsi del tutto a parte. Etiopi fra i F enici. L'ipotesi pili semplice chespieghi questo fatto  che in Esiodo era moglie di Fenice (fr. 31 Rz.) quella Cassiopea che nel mito di Andromeda  regina degli Etiopi. Non  quindi in nessun modo lecito dedurre che in Esiodo la figlia di Arabo avesse ad essere moglie di Cefeo : n si vede a che condurrebbe, COSI fatta interpretazione, se non a confonder il testo altrimenti chiaro. Concludendo, da Strabene, ben letto; pu risultar soltanto: che Cassiopea era figlia di Arabo in Esiodo ; 2) che era moglie di Fenice. E quindi permesso unificare i fr. 23 e 31 Rz.' e costruire il seguente schema esiodeo: I-f II (fr. 23 + 31): Tronie - Ermes I Agenore Arabo j I I Cassiepea - Fenice I Fineo. Nel quale schema, analizzando si ravvisano svibito elementi secondari quali Arabo ed Agenore, ed elementi principali raccolti nei due nessi Cassiepea-Fineo e Fenice-Fineo. Quest'ultimo  senza alcun dubbio da spiegarsi al modo medesimo del nesso Arabo-Fenice, Fenice-Egitto; come, ci , un avvicinamento di numi eroi creduti eponimi o rappresentanti di popoli stranieri. Ma il primo di quei nessi non pu legittimarsi se non pensando a possibili analogie mitiche tra Fineo e Cassiepea (poich l'ipotesi d'un legame casuale non servirebbe che ove tutte le altre non fosser riuscibili). E difatti un'affinit si vede sbito tra le due figure invise agli di e dagli di punite : l'una come millantatrice; l'altra come dio tenebroso vinto dal Sole. Di pi poi permette di discernere l'esame dei motivi dalla tradizione addotti a spiegar la pena di Fineo. Tre sono : Fineo avrebbe preferito una lunga vita alla vista, offendendo Elios (Esiodo fr. 52 Rz^.); Fineo avrebbe additato la via a Frisso; Fineo avrebbe ajutato nel viaggio fra le Simplgadi gli Argonauti (Apollod. 1 124; Apoll. R. Il). Ora  ovvio che il terzo motivo  ricalcato sul secondo, e molto tardo ; che il secondo  posteriore alla localizzazione di Fineo sul Ponto, e quindi recente ; che il primo  il pii antico. Ma del pari  ovvio che di questo motivo si dove cominciar a sentir bisogno quando il sostrato naturalistico delle Arpie e di Fineo and inavvertito ; giacch prima era sufBciente a tutto legittimare la natura di lui e quella di Elios. Non  pertanto improbabile che in quell'et comparativamente non antica in cui si ebbero a cercar gli spunii novellistici a fin di motivare l'antitesi tra Fineo e la luce, come piacque l'aneddoto dell'offesa al prezioso dono del vedere, COSI piacesse (e forse per una pena analoga ma diversa) l'aneddoto del vanto di Cassiepea punito nel figlio, Dell'invenzione unica traccia ci rimarrebbe la genealogia esiodea. In somma, pu darsi sia che Cassiepea e Fineo si connettessero primamente per i motivi or ora supposti, sia che si connettessero poi, traverso Fenice, al par del quale Fineo era considerato eponimo di popoli stranieri. Riassumendo ora in breve i risultati delle singole indagini, veniamo a importanti ipotesi: Cassiepea offre al mito di Perseo -Cefeo Andromeda (Etiopi), uno spunto, ed entra in quella trama; Fineo si unisce a Cassiepea per lo spunto no- L'ipotesi  del mio maestro SANCTIS (si veda); la responsabilit dell'argomentazione  mia. vellistico che trova in questa la causa della pena di quello; o, in linea secondaria, col marito di Cassiepea (Fenice), come rappresentante di genti straniere; Fineo si unisce a Perseo come nume del bujo ad eroe solare; o, in linea secondaria, a Cefeo come rappresentante di genti straniere. Di questo triplice rapporto rimangono le tracce sensibili : a) nel racconto ferecideo del mito di Perseo; V nella genealogia esiodea di Fineo; e) in Ferecide e specie nel duello tra Perseo e Fineo. Se non che questa  una matassa confusa di cui bisogna sceverare le fila conduttrici. Un gruppo a s, e d'importanza minore,  costituito dalle attinenze a sostrato etnico-geografico (tra Fineo e Fenice; Fineo e Cefeo) la loro natura evidentemente tarda  tale, che ove accanto a una di esse se ne possa ravvisare un'altra a sostrato naturalistico o novellistico, a questa  da dar la preferenza su quella, in via d'ipotesi. Un secondo gruppo  costituito da questo racconto, coerente e conchiuso: Cassiepea si vanta e la divinit offesa la punisce nel figlio Fineo (h); questi  condannato a venir superato in duello da Perseo. Un terzo gruppo infine  costituito da quest'altro racconto, esso pure coerente e conchiuso; Cassiepea si vanta; la figlia Andromeda ne  punita 5 Perseo libera la fanciulla (a). Di questi gruppi il terzo  testimoniato in Ferecide (= Apollodoro) ; il pili ipotetico  il secondo : esso suppone in vero e una variante su la causa della pena di Fineo, e una variante su questa pena medesima : vale a dire tutto un mito parallelo a quel dell'Arpie. Ma come l'esistenza di coteste varianti non  affatto improbabile nella ricchezza di produzione mitica originaria, cosi esso gruppo spiega molto bene, e insieme, tanto la discendenza esiodea di Fineo da Cassiepea quanto il duello tra Perseo e Fineo; F., Kalypso. discendenza e duello che si potrebber bens giustificare pensando per l'una a un errore di genealogia, per l'altro a una tarda aggiunta novellistica; con due ipotesi per che non ci saprebbero render ragione n della singolarit per cui l'errore sopravviene appunto tra due nomi che uno spunto mitico pu ottimamente congiungere, n della preferenza data a Fineo su ogni altro per farne il protagonista dello spunto novellistico. Poich invece l'equivoco si pu ammettere solo ove sieno confusi elementi tra s inconciliabili e discrepanti; e la preferenza casuale si pu concedere solo quando la preferenza logica sia impossibile; dobbiam conchiudere che l'ipotesi nostra, pur non pretendendo di rispondere con esattezza alla verit n di essere perentoria, spiega almeno nel modo che pare pili semplice tutte le testimonianze che sono a noi conosciute. E, ultimo vantaggio, non piccolo, ci fa intendere come il secondo gruppo e il terzo, in entrambi i quali eran Cassiepea e Perseo, si fondessero, trasformandosi accanto ad Andromeda la figura di Fineo, in un racconto unico, in cui Cassiepea si vanta, la figlia di Andromeda ne  punita e Perseo la libera col tradimento di Fineo che  ucciso da Perseo. Dopo le quali conclusioni, non resta che da determinar conpid esattezza il valore di alcuni trai personaggi secondari cui la genealogia collega con Cefeo Cassiepea Fineo e Perseo. L'Egitto e la Libia son gi noti all'epopea omerica: Il; Od.; e sono trasparentissimi simboli di quelle regioni i personaggi delle genealogie. Ma pi oscura  la essenza di Agenore (cfr. Stoll in RoscHEK Lex). Se si prescinde da II. A 467 A 59 M 93 S'425 545-90 ove appare un Agenore figlio del trojano Antenore, con una non dubbia consistenza eroica, tutte l'altre testimonianze come son tarde cosi ci dan una scialba imagine di cotesta persona, senza attinenze chiare con miti, con alcuni dei quali a mala pena si collega per nessi insignificanti e punto caratteristici. Tranne la notizia ([Plut.] de fltiv.) singolare di un Agenore padre di Sipilo, la quale potrebbe riconnettersi con l'epopea in qualche modo, i testi su un Agenore argivo (Pads.; Apoll.; Igino Fav.; Ellan. app. scoi. A II. F) o un Agenore avo di Patreo eponimo di Patre in Acaia (Pads.) un Agenore figlio di Fegeo re di Psofide in Arcadia (Apollod.) un Agenore etolico figlio di Pleurone, genero di Calidone, zio di Meleagro (Apoll. 1 58 cfr. Igino fav.), se rendono non dubbia una larga diffusione di quel nome, non son tuttavia sufficienti a orientar con certezza sul centro onde quella ebbe a prender inizio. Poich non pu esser qui da discutere l'Agenore etolico, il problema consiste nel decidere se il peloponnesiaco siasi introdotto nella genealogia di Cefeo e Fenice per motivi di contiguit geografica con il primo d'essi e con Danao ; oppure se la presenza sporadica del nome di lui negli schemi del Peloponneso sia posteriore al nesso con Cefeo e con Danao. Ora, tenuto conto dell'esser la genealogia di Cefeo e Fineo contesta o sopra fondamento naturalistico-novellistico o sopra base etnicogeografica, sembra da preferirsi la congettura che in quest'ultimo caso rientri anche Agenore, in qualit di rappresentante dei popoli che abitavano la Troade, grossolanamente limitrofi di quei del Ponto, cui Fineo simboleggia : congettura che  confortata dal nesso di Agenore con le genealogie ove appajono Cadmo e Fenice (cfr. DuMMLER in Pauly-Wissowa R.-Encl.). L'indagine laboriosa che ora finisce conferma, secondo a noi pare, quel che affermammo nell'inizio. ANDROMEDA Il personaggio fondamentale di questo episodio mitico, Cefeo,  peloponnesiaco; l'altro personaggio che come Cefeo ha valore naturalistico, Fineo, nel Peloponneso si diiFon,de: dunque il Peloponneso  l'area dove s'informa il mito, se pure non  quella ove si crea. Fuori da quell'area, come fuori da ogni altra stanno, o possono stare. Cassiopea "millantatrice,, e Andromeda, "maschia  prima, in seguito vittima del n^rog: personaggi novellistici della fiaba. Per quale intreccio di casi e d'influssi poi la trama cosi si serrasse e cosi si connettessero quelle quattro figure tentammo di concepire, per ipotesi ; ma il risultato rimane,  d'uopo convenirne, opinabile. Tale, credemmo tuttavia di manifestarlo e sostenerlo : sia perch ci parve tesi rispondente, meglio dell'altre fin qui difese, a quei criteri! su la mitopeja che riteniamo validi; sia perch ci parve tesi, se non di per s probabile, molto possibile al meno, e dalla probabilit certo non lontana. I miti etimologici presso Erodoto ed Ellanico (frr.). Che il nome di Perseo sia stato a bastanza presto collegato con i Persiani, non pu far meraviglia ad alcuno. Importa solo precisare i particolari di quel collegamento. A tale scopo si confronti anzi tutto Erodoto: 'EKaovTO  ndai Ji [*hv 'E^viv Krjip^veg, vti fivroi. aq>(Ov atx&v nal T)v 7t(iiox)v ^ AQtaloi. 'Enel oh HeQaevg  Aavdt^g Te Kai A log nineio na^ K'^ifpa xv B^ov, nal 'aj^e aitov T]v d-vyatQa ^AvS^OfieS'Tjv, ylverai aUt^ nalg r^ oi!vo/A^a ed'ETO TlQarjVj tovtov  airov y^avasCnei ' vy^ave yQ naig v  Kt]rjvg,  XaSaloi. Il soggetto di voTrjaav qual ? Dev'essere Xaaoi. Noi sappiamo che esistevan dei Caldei sul Ponto (cfr. Baumstark in Pauly-Wissowa R-E.). L'omonimia con i Semiti di Babilonia non poteva non indurre gli eruditi antichi a connetter, senza alcun altro fondamento che verbale, i due popoli lontanissimi. E, come quei di Babilonia eran di gran lunga pi noti, da questi si fecero derivare gli abitanti sul Ponto. Se non che tutti i popoli (Tini Mariandini Paflagoni ecc.) che fino alla Colchide occupavano le rive di quel mare erano da alcuni supposti sotto il dominio di Fineo (cfr. Jessen in RoscHER Lex.); e da Fineo rappresentati. Se dunque i Caldei del Ponto venivan dal sud (Babilonia) e se quindi alla regione ch'essi migrando occuparono conveniva dare un anteriore nome ; questo si poteva scegliere dal mito di Fineo. Nel mito, Fineo  fratello di Cefeo: tra i Cefeni, adunque. Ed ecco che Cefenia e Cefeni vennero assunti a nomi pristini della regione e del popolo su cui si sarebbero insediati poi, fuor da Babilonia, i Caldei. I frammenti dell'Andromeda di Euripide. Su i framm. che di questa tragedia euripidea ci son pervenuti e che si trovan raccolti presso Nauck Su questo punto sono insufficienti cosi il cemento dello Stein come quello del Macan a Erodoto. FTG}. furon tentate piti di una volta ricostruzioni della tragedia : cfr. Matthiae Eurip. fragm., Wklckek Die Griechische Tragedie, Hartcng Eurip. restitutus, Wagner fragni. Eurip., Fr. Fedde De Perseo et Andromeda (diss.), P. Johne Die Andromeda des Euripidea in Elfter Jahresbericht des K. K. StaatsObergymnasiums zu Landskron in Bhmen, Wernicke Andromeda in Fault- Wissowa R-E.^ I 2156 sgg., E. Kuhxert Perseus in Roscher Lex., Wecklein in Sitz.-Ber. d. K. Bayr. Akad. d. Wiss. H.-Phil. Kl., Mller Die Andromeda des Euripides in '' Philologus (N. F.). Di tutte le trattazioni citate scopo  ricostruire la tragedia frammentaria per modo che ne riescan fissati i singoli episodi nel loro succedersi, la struttura complessiva nel suo organamento tecnico e scenico, le parti dei varii personaggi. Ma appunto perch tale  il loro fine, n pur una fra esse riesce a liberarsi da una duplice inevitabile contraddizione. Anzi tutto mentre  pacifico oramai che Euripide si deve essere pili o men liberamente allontanato dallo schema mitico tradizionale qual  riprodotto in Ferecide e che deve aver pi o men profondamente rielaborato non pur la trama tutta si anche le diverse figure, per contro si tende da tutti a far coincidere quanto pi e meglio  possibile i frammenti con il racconto ferecideo, ripugnandosi ad ammettere nei particolari quella libert che in generale si concede al poeta Pel rapporto coi vasi dipinti, cfr. Hcddilston Greek Trag. in the tight of vases painting (London); con le antichit sceniche, Engelmann Arch. Stud. zu den Trag. (Berlin tragico. Inoltre laddove riesce a chi che sia impossibile dar ai ditferenti attori del dramma un contenuto il qual non derivi dallo studio dei frammenti, i frammenti appunto si distribuiscono poi tra gli attori in armonia a quel contenuto che in questi avevan fatto pensare essi medesimi. Uscire da questi circoli viziosi, che sono i fondamentali e in cui altri minori si assommano, non si pu, io credo, se non ponendo alla ricerca un altro scopo: il raggruppare i frammenti intorno a ciascuno dei motivi e degli spunti di sentimento e di pensiero onde la tragedia doveva vibrare e onde sembra vibrasse dai pochi suoi avanzi. Non resta dunque che interpretare e scernere. I framm. debbono venir lasciati in disparte per l'ambiguit della loro interpretazione: giacch se b innegabile che in essi  asserita la instabilit delle umane vicende e l'incostanza della fortuna, non  men vero che tale asserzione pu colorire assai bene, cosi l'angoscia di Andromeda offerta preda al x^zog, come l'ansia di Perseo, cui Cefeo neghi la figlia in isposa, o Fineo tenda insidia sbito dopo l'esultanza pel trionfo. Del pari il 151 si conviene tanto a un discorso di ammonimento rivolto a Cefeo o a Fineo per distoglierli dall'^a^rm; quanto a uno indirizzato a Cassiepea, il cui vanto deve scontar la figlia. I framm. in vece lasciano trasparire una situazione di fatto piena di forza tragica, ma non tale da permetterci di dedurne conseguenze sul resto del dramma: debbono pertanto essi pure venire, al nostro scopo, omessi. E quasi lo stesso  da ripetersi per i frammenti, che tanto svelano in parte l'azione quanto 8on vuoti di contrasto passionale. n primo gruppo che attira la nostra attenzione  quello. Perseo giunge volando traverso l'aria a una terra di barbari; scorge sbito, su la riva del mare, TteQQQVTOv (pQ(p &ad(jat]g, una vergine, nag^vov eixo) riva, Andromeda. I versi che seguono non possono non appartenere, com' concorde giudizio, a un colloquio fra Perseo e Andromeda. Ora sembra chiaro che tra la situazione 124-125 e il colloquio 126-32 dev'essere troppo stretta attinenza perch sia possibile pensare tra l'una e l'altro un abboccamento tra Perseo e Cefeo. Il quale  pertanto da escludere prima del colloquio tra il giovine e la fanciulla. Del colloquio, ora, attirano lo sguardo due frammenti specialmente. Nel primo Perseo chiede ad Andromeda qual compenso egli potr avere dopo la sua vittoria contro la belva {eiofj ftoi ;ifa()tv/): e avere da lei. Nel secondo Andromeda si offre, ed  questo da ritener il compenso, ette riQaitoov &eig \ elY aoy^ov ehe f^coi'... Da entrambi risulta chiarissima, sgombra d'ogni possibile dubbio, l'intuizione artistica di Euripide: per cui da un lato Perseo chiedendo, in garbato modo, l'amore di Andromeda mostra di ritenere ch'ella gli si possa concedere; dall'altro lato la fanciulla promettendosi mostra di ritenersi libera nel disporre della propria persona. Onde, confrontando questi incontrovertibili risultati con Apoll. (= Febecide, V.  1) II 44 (TavTTiV ["AvQOftSav] d'eaaduevog  HeQaevg Kal gaad'elg, vai^i^asiv vna'x^szo Krjq>st T y.fjTog, el ^kXei a&etaav adtrjv aiz(p (asiv yvvatxa) appare, in tutta la sua profondit, la discrepanza tra le due forme del mito: la Euripidea, in cui il patto si stringe tra i due giovini; la Ferecidea, per la quale le nozze si promettono da Cefeo e su Cefeo grava l'importanza della deliberazione. Per conseguenza bisogna conchiudere che : o come non prima cosi non dopo il colloquio tra i due giovini, avesse luogo l'abboccamento tra Perseo e Cefeo; o pure, avvenendo, avesse esso tutt'altra importanza che presso Ferecide ed Apollodoro, tutt'altro contenuto, forma diversa. N si obietti che la tradizione posteriore  concorde nel serbar quell'abboccamento e nel serbarlo com' presso Ferecide ; poich tal fatto deve, di fronte alla logica argomentazione svolta or ora, indurre pili tosto ad affermare la genialit innovatrice di Euripide non esser stata imitata che a negar fede a conseguenze logiche di premesse certe. Un secondo grappo che dev'essere studiato nel suo insieme  costituito dai framm. Essi si dividono sbito in due serie, contrapponendosi l'una all'altra. La prima  un vanto del valore, degl'ideali, della nobilt spirituale, di tutto che s'origina per un ardimentoso slancio dell'animo {d'Qccaog Tov vov) : il fr. 134 e il 149 in particolare esaltano la fama conseguita con fatiche (svKeiav eXa^ov on avev noXXiv nvcav) e con rigoglio di giovinezza {vezrjg fi' jiTlQe..); il 137 e 138 contrappongono alle ricchezze un nobile amore {yevvalov X^og ... a&Jv Q}fiv(v) ; il 143 afferma il denaro insufficiente alla felicit. La seconda serie in vece  tutta una dichiarazione di preferenza del denaro a ogni altro bene : il povero non solo soffre ma teme di continuo il futuro, che non gli rechi dolore pili grave del presente (135"); il ricco anche se schiavo  stimato (ta dovog S)v yQ tC/Mog tiXovtGv vfiQ 142^ 2) laddove il libero bisognoso othv ad'vei: onde di tutta la serie pu esser conchiusione il verso ultimo del fr. 142 : XQvaov vfii^s aavzv e^vex' etvxeIv. Fra queste due serie pu trovar posto anche il fr. 154 : ove per venga letto non nella forma in cui lo d il Nadck 404, che  inintellegibile, ma nell'emendazione del Hkrwekden Exerc. crii. 35 t ^ijv cpvza ae Kaz yijs r/*d)ff' l'awg ; e del MnsGBAVE nsvv y' ' 5vav yQ ^fl tig sTvxtv XQ^^^- Cosi letto di fatti esso asI FBAMME^TI DELLANDROMEDA, DI EURIPIDE 3omma bene in s il contrasto delle due serie opposte che furono esaminate : tra l'idealismo che non trascura la fama la quale dopo morte conforta l'egregie opere ; e il materialismo gretto che nella vita vuole il godimento e aborre dal morire e non scorge pi oltre. Ora, se si pu questionare, ove si voglia, su l'attribuzione di tutti cotesti framm. ai singoli personaggi, non pu in vece dubitarsi su la realt del contrasto passionale che abbiamo delineato. Su questa certezza si deve dunque, a mio avviso, costruire una parte della trama del dramma ; tralasciando del tutto il litigio su quei punti troppo mal sicuri e fors'anche inutili. Terzo spunto ci  offerto il fr. 141 : y) Ss TiaSag oiy. cj v&ovg aiSetv' T)V yvrjaiitv yQ oiv vieg veelg vfKp voaovai ' S ae (pvXd^aad-at, yQEvia; KQu. Siibito, questa necessaria eliminazione di taluni elementi deVInno induce una conseguenza: se nellet probabile della composizione di esso, il mito era gi cosi maturo da poter e accogliere elementi nuovi e localizzarsi in un determinato centro di culto ; se inoltre non  probabile che a favor di questo centro appunto sia stato inventato, come quello il quale nel suo riposto senso  troppo intimamente connesso con i primordiali riti delia madre terra; si pu senz'altro affermare che doveva, prima di quell'epoca, aver vissuta oramai una, certo non molto breve, vita mitologica. E poco quindi importa che neV Iliade non appaja (v. le opinioni contrastanti del Forster Raiib und Rilckkehr d. Persephone; Welcker Griech. Gotterl.; Preller Griech. Mith}; Bloch; Malten Archiv. ftr Religionswiss.): soltanto significa che manc l'occasione o non fu colta per introdurvelo. Ora, nell'epopea omerica Persefone non ha alcun carattere (come fu notato) che l'avvicini, anche di poco, all'aspetto ch'ella assume, sotto la foggia "Persefone-Kora , noVInno om. citato, all'in fuori di questo: ella  la signora dell'Ade, regina dei morti accanto al re delle tenebre. Demetra per contro vi appare gi col suo aspetto di Dea campestre {E 500 JV 322 = iavd-QQios. Tal differenza acquista valore se la si contrappone alla concordia con cui due poeti indipendenti, VIRGILIO (si veda) e Properzio, raffigurano Caco sotto la specie del mostro. Gli  che in questi ritorna l'immutato concetto primordiale; negli storici in vece si rispecchiano razionalizzazioni, simili non identiche, dell'unico mito: non identiche, perch  dif. fcile raggiunger l'accordo nel travestir le fiabe : dell'unico mito, perch nel " ferox viribus, come nel yi^/oTTjj ri j traspare ugualmente il ' monstrum . (Contro MNZER). In Dionisio Caco ad Ercole che lo interroga risponde di non aver visto i buoi. Ci, fu notato, corrisponde a Vergilio (abiurat rapin). In Livio (e in Ovidio in Properzio) manca il particolare. Se non che cosi della presenza come dell'omissione  difficile far giudizio. Cotesta astuzia di Caco  da avvicinare all'altra di condurre " aversos  i buoi : ed entrambe ritornano nell'omer. Inno a Ermes. Nel quale, ove si narrano le astute imprese del Dio, son per vero dicevolissime e consuonano al tono burlesco di tutto il racconto; l dove sembra che la fiaba di Caco, che  contesta su la lotta violenta della luce contro il tenebroso fuoco, male armonizzi con scaltrezze COSI fatte. Si propenderebbe quindi a ritenere tutt'e due i particolari pi tosto ornamenti introdotti sotto l'influsso letterario greco che analogie originarie. La quale ipotesi spiegherebbe anche la brevit degli accenni in Vergilio e Dionisio. Mentre ben altra  la natura del muggire i buoi nell'antro di Caco: che  primitivo simbolo del tuono (Bkal 0. e. 93 sgg.). (Contro Mnzer). E anche sotto l'influsso greco di Polifemo {Odiss. i) pu essersi introdotta l'invocazione di Caco ai pastori vicini a quelli che solevano adz^ avvayQavslv : la quale difatti manca nel Rigveda, e non  intrinsecamente connessa con la forma prima del mito. N si erra forse di molto attribuendo a Ennio stesso queste imitazioni di fonti greche che si ritrovano poi, cosi nei poeti come negli storici; cosi, cio, nel mito come nei suoi travestimenti razionali. Risulta adunque che la fonte di Livio e, in parte, di Dionisio conteneva un racconto umanato rispetto a quello poetico che  fonte di Vergilio, di Ovidio e di Properzio; ma tale che lascia trasparire a sufficienza la forma primitiva, in ispecie negli episodii di astuzia. Ma comune agli storici e ai poeti  anche un'altra parte del mito: la etiologica, che attende ora il nostro esame. I particolari etiologici del culto. Quella parte del racconto, in VIRGILIO (si veda), OVIDIO (si veda), Properzio, LIVIO (si veda), Dionisio, che narra gli avvenimenti seguiti all'uccisione di Caco fu presto riconosciuta posteriore alla prima e intessuta di particolari etiologicamente desunti dal culto di Ercole. Ma se non  pi possibile questionare su ci, bisogna ancor discutere su i singoli particolari. A tal proposito il MNZEE (p. 88) asserisce: dassin der Tat Cacus l'abigeato di caco und Euander nichts miteinander zu tun haben; dass zwei ganz rerschiedene Erzhlungen, die nur die Persoti des Hercules als einen Trdger der Handlung gemeinsam haben, rein usserlich zusammengeschweisst worden sind. E anche: Der Einfluss der Verbindung mit Euander usserte sich am frubesten und am bedeutssamsten dadurch, dass der Scbauplatz des Cacusabenteuers naher bestimmt wurde. A questa concezione si contrappongono le parole del De Sanctis (S^^. d. jB. I 154): "hanno contribuito a suggerirne del mito i particolari l'Ara Massima dErcole vincitore nel foro boario e le vicine scale di Caco sul pendio del Palatino (Solino; Diod.). Tardo poi e dovuto soprattutto a un giuoco etimologico  il contrapposto fra l'uomo buono e benefico del Palatino, Evandro , e il cattivo ladrone (xax^) dell'Aventino (su questo punto ha giudicato rettamente A. Bormann ... Kritik der Sage vom Konige Evandros). La tesi del De Sanctis si pu dimostrare pi verisimile. Due son le figure principali del mito: Caco ed Ercole; e l'una d'esse certo latina o italica, l'altra certo, in quella forma, greca. Se v' dunque in Roma un luogo cui si attiene il nome di Caco (scal Caci) e uno ove si rende culto ad Ercole, il metodo e la logica vogliono che questi due servissero a localizzar il mito e il primo innanzi al secondo. Si potrebbe,  vero, pensare anche che l'Ara Massima sia stata la causa della localizzazione di Caco (quando a Recarano-Garano fu sostituito Ercole). Ma l'ipotesi sarebbe difficile da sostenere perch suppone, prima della comparativamente tarda intrusione di Ercole, Euander, che nella sua forma greca sonava -E'^av^^o^, e che era la mitica personificazione della eavQa, fu interpretato buon uomo per un lunghissimo lasso di tempo non localizzata la saga. L dove l' essersi anche topograficamente Garano-Recarano ed Ercole trovati vicini giova a spiegarne la fusione : se difatti l'uno era con Caco fissato presso il Palatino, l'altro si stabili all'Ara massima, la contiguit dei luoghi giov senza dubbio a fondere le due simiglianti figure. Se non che nel Thes. L. L. Suppl. {Nom. propr.) a proposito del Kdxiog diodoreo  osservato: hic perperam idem esse putatus est atque Cacus deus ; fuit re vera auctor gentis Caci. E il Mnzer accetta, pur ammettendo che il nome alle scale possa derivar anche da Cacus (non Cacius): " aber dann bleibt eben Cacus ein Name, der schon for die Romer ohne Tnhalt und Bedeutung war. Ora il testo di Diod. (che  : v xavtrj oh twv Tiicpavcv 'vreg v6Q>v Kamog xal HivaQiog ^avvo tv 'H^UKsa evcoig icoyoig Hai cQealg xsxccQiafivaig tifirjaav ' noi tovtcov tv vQcv TCOfiv^fiata ftxQi t&ve t>v KaiQiv iafivet Kor xiv 'PiLfiTjv.TJv yQ vvv eiiysvv vQwv z ziv UtvaQov vofia^o^vcv yvog ia^vei, nag zog 'Pcoftaloig, )^ vTiccQXov Q^aLzazov, zov  Kaxiov v z(p HaazCcj) /.azd^aalg aziv ey^ovaa i&lvrjv Kifiaaa zrjv vof*a^ofivt]v n y.evov KaKav, oiaav nrjaiov zfjg zve yevofAvrig oiniag zov Kaxiov.) mostra troppo chiara l'origine del suo contenuto. I dati certi che possiede sono: l'esistenza di scalae Caci, l'antichit dei Pinarii; le attinenze amichevoli, tradotte nel culto, tra Pinarii ed Ercole. Da questi dati sono desunti: per falsa etimologia il nome KaKtog; il nome Ilivd^tog) (per analogia) le attinenze amichevoli tra Ercole e Cacio, le cui scale son prossime a quell'Ara Massima (JoedanHuLSEN Topogr.) ove al culto erculeo i Pinarii partecipavano. Tale costruzione da erudito costringe ad l'abigeato di caco ammettere l'ignoranza, vera o pretesa, e della lotta fra Ercole e Caco, e dei Potizii (ignoranza, si badi, che anche il Miinzer deve presupporre, nella sua ipotesi). E poich i Potizii, estinti (Haug in Pauly-Wissowa R. E., VITI), avevan avuto di fronte ai Pinarii privilegio nel culto, non  arrischiato pensare che il racconto in cui di quelli si tace al tutto e si tace del mito ove quelli eran inevitabilmente da menzionarsi, sia dovuto a questi appunto (cfr. Pais STORIA CRITICA DI ROMA: contro WiNTER). A ogni modo le scalae Caci del Palatino derivano, se la nostra ipotesi  vera, da Cacus, come da esse fu tolto Kdxiog: e additano per tanto la prima naturai sede della lotta. E perch accanto alla menzione di esse va posto il dato tradizionale su la caverna dell'Aventino (VIRGILIO (si veda)En., OVIDIO (si veda) Fasti), se ne deve concludere: che la localizzazione di Caco  mossa dall'area piana ch' fra Palatino Aventino e Tevere, diffondendosi in un senso verso il Palatino {scalae: cfr. poi Evandro, sotto), nell'altro verso l'Aventino (caverna). La seconda sede, non lontana, fu l'Ara maxima la quale servi a fornire assai pi tratti al disegno: ci sono, tutti i particolari connessi con il culto romano d'Ercole. (Cfr. Peter). Che se il mito di Caco , come si vide, italico e vetustissimo, l dove Ercole  un, comparativamente, tardo travestimento dell'Eracle greco, si deve ritenere che tutto quanto si attiene solo alla figura di questo costituisca un secondo strato leggendario. Del quale le diverse derivazioni appajono in genere concordi nella sostanza : cfr. gli aneddoti sul sacrifizio di buoi, su i Potizii e i Pinarii, su la decima, ecc. In vece maggior discrepanza si presenta intorno all'esclusione delle donne dal culto di Eracle, su cui si danno tre versioni : da Properzio; dallo scritto OHgo geni. rom. 6; e daPtUTAECo Q. r. 60: tutte dififerenti, in ispecie la prima rispetto alle due altre. TI che significa come un unico fatto venisse travestito in almeno due forme diverse. Lo stesso si pu dire dell'ara lovi inventori che  ricordata in Dion., Solino, Origo geni. rom., OVIDIO (si veda), e taciuta dagli altri. Il qual silenzio dimostra, se non pi, che il nesso tra quell'altare e YAra maxima non era nel mito etiologico essenziale, e forse anche che v'era entrato tardi. Onde non  improbabile che il motivo ne vada cercato nella topografia: giacch secondo Dion. l. e. l'altare lovi inventori  naq tfj TQiifiq) IIvrj ov' un altro tempio d'Ercole (Cfr. Gilbert Gesch. u. Topogr. d. St. Rom. II 158). Ma ha certo ragione il Peter quando ritiene tarda invenzione il voto di Ercole per cui presso Solino I 7 l'eroe erige l'ara a Giove. Or se la discordia delle fonti giustifica l'ipotesi che il secondo strato leggendario si sia arricchito parzialmente per pi tarde aggiunte, la medesima discordia conferma l'asserzione del De Sanctis (nonch del Bormaim) intorno ad Evandro. Di fatti la presenza di lui, che  essenziale nei racconti di Strab. V 2 30, Veeg. l. e, Lrvio 1. e, Dion. l. e, OVIDIO (si veda) e, Solino, Serv. En. (= Myth. Vat.) e nello scritto Origo geni. rom. 7, e manca solo in Propeez. l. e. non si sa bene perch,  per narrata in fogge diverse. Mentre p. e. Livio e Dionisio attribuiscono a lui la instituzione dell'Ara Massima, in Vergilio in Ovidio in Solino Evandro non  che uno, e sia pur il principale, fra gli spettatori del primo sacrifizio: e secondo Servio egli  da prima ostile ad Ercole. D'altra parte la istituzione medesima dell'Ara  attribuita a un vaticinio ora di Nicostrato (Strab. e Solin.) ora di Carmenta (Liv. e Ovid.) ora di Temide (Dion.) ora dell'oracolo Delfico l'abigeato di caco (Myth. Vat.). Ma Carmenta partecipa al mito sol perch la Porta Carmentalis (a sud-ovest del Campidoglio)  a nord del Foro Boario ov' l'Ara Massima. E Nicostrato e Temide son sue variazioni di sapore greco. E parimenti  chiaro che il vaticinio di lei  un accessorio della leggenda, parallelo bens a quel di Evandro, per con una base topografica non pseudo-etimologica. Entrambi poi vennero fusi col far Carmenta madre di Evandro.Se non che tutto cotesto processo semierudito e semifantastico traspare ancora nelle fonti dell'et Augustea, in quelle medesime ove non  pi incerta la localizzazione della saga nel Foro boario ed  solidamente fissata la figura greca di Eracle-Ereole: e se ne deve pertanto dedurre che Evandro  rispetto a questo di gran lunga pi tardo. Rappresenta dunque il terzo strato leggendario, fuso con quel di Carmenta; e a cui un'aggiunta  introdotta col far da lui annimziare la venuta di Ercole a Fauno (Cfr. De Sanctis o. c. 192 su Fauno ed Evandro, e Origo geni. rom.). Di qui s'inizi poi una mitografia del tutto secondaria la quale combattente contro Ercole o introduce Fauno in luogo di Caco (se non parallelamente a questo) (DerCYLUS Italica fr. 6 appr. Mullee); o di Fauno il figlio, Latino (Conone Narr. appr. Fozio Bibl. cod.; cfr. anche Schweglee Rom. Gesch.). In breve, il complesso etiologico inseritosi nel mito , a prescinder da tarde superfetazioni, sceverabile in tre strati: Caco, con le scalae e la caverna (Palatino-Aventino) ; Ercole, con l'Ara Massima; Evandro, con taluni episodii mal fissati e fluttuanti. Anche su queste etiologie, come sul mito vero e proprio, si esercita il razionalismo degli eruditi. Gli eruditi. Il riscontro degli errori in cui GLI ERUDITI cade la dimostrazione del Munzer su Caco  offerto dal suo cap. VI die antike Forschung. Egli si trova di fatti costretto, dinanzi a due testimonianze che la nostra tesi spiega traendone a sua volta conforto, a dichiararsi incapace di chiarirle. Nell'Interpol, di Seev. En. Sane de Caco interempto ab Hercule tam Graeci quam Romani consentiunt: solus Verrius Flaccus dicit Garanum fuisse, pastorem magnarum virium, qui Cacum adflixit, omnes autem magnarum virium apud veteres Hercules dictos,) e nello scritto Or. gen. rom. Recaranus quidam, Graec originis, ingentis corporis et magnarum virium pastor, qui erat fortuna et virtute ceteris antecellens, Hercules appellatus) ritoma sotto due forme diverse un nome differente da quel di Ercole, nella lotta contro Caco: Garanus e Recaranus. Qual delle due forme sia da preferirsi  incerto (con Mukzee contro Peter o. c., Pais., Winter, Bohm in Pault-Wissowa R. E.). Ma non  incerta, a noi pare, la interpretazione di esse. Sappiamo che il mito di Caco  antichissimo, che Eracle non divenne Ercole se non pi tardi, che per tanto una figura indigena, latina o italica, lo deve aver preceduto. Troviamo ora un nome sotto due forme, che sembra prettamente italico ; troviamo che gli eruditi si son sforzati di conciliar esso nome (e non potevan quindi senz'altro eliminarlo) con quel di Ercole per mezzo dell'asserzione " omnes magnarum virium Hercules dictos,. Riteniamo per conseguenza legittimo attribuire tale nome appunto al personaggio italico il cui Cfr. H. Peter Die Schrift * Origo gentis romanae in Berichte der K. Schsischen Gesell. d. Wiss. zu Leipzig, Phil.-hist. Kl. l'abigeato di caco preesistere ad Eracle era a priori pensato. Quando in vece Mnzer deve asserire, giusta la sua tesi, che un cotal Garano (Recarano)  invenzione di eruditi (i quali dunque avrebber voluto, essendo Caco un pastore, dargli avversario un semplice pastore non un eroe famoso) contraddice in parte s stesso perch, se Caco  originariamente un pastore, un uomo anzi che un dio, sin dall'origine non doveva essere un dicevole avversario di Ercole; e non riesce poi a interpretare il nome Garano (Recarano) n a dire donde Verrio l'abbia ricavato. L dove per noi l'oscuro nome  conferma della natura del vetusto iddio. N giova, per questo secondo rispetto, l'ipotesi dello Schott (che il Pais St. crii. d. R. I 1, 200 n. e WiNTER accettano), Garano e Recarano esser " due forme errate di Karanos l'eroe argivo eraclide, fondatore della stirpe dei re Macedoni . Nulla di fatti pu esser addotto a conferma di tale ipotesi, che non ha per s se non un'approssimativa simiglianza formale dei nomi, e ha bisogno a sua volta d'esser spiegata, giacch sembra assai strana cotesta scelta degli eruditi latini. Il supporre, in fine, col Mnzee 95 che Garanus sia un obliterato epiteto di Ercole  pericoloso per la tesi di lui : giacch in quel caso diventa di nuovo probabile che l'epiteto obliteratosi non sia se non il nome stesso della divinit soppiantata da esso Ercole. In breve l'ostacolo non si supera bene se non da chi, come noi, abbia preso le mosse dal mito indiano e creda all'antichissimo mito latino. Altra testimonianza che il M. non spiega  quella su Caca. Servio En. (= Myth. Vai.) parla d'una sorella di Caco, Caca, la quale lo avrebbe denunziato: ed ivi pure  data notizia di un " sacellum Cacao,, e si aggiunge " in quo ei per virgines sacrificabatur (cod. Reginensis); per vir- GLI ERUDITI gines Vestae sacrificabatur {codd. rei.); pervigili igne sicut Vestae sacriflcabatur {cod. Floriacensis) . L'ultima lettura  la preferita; la prima sceglie il M. Ch'egli abbia torto dimostra la seconda: la quale nella sua concisa oscurit e nella confusione che contiene,  pili tosto il risultato d'un'amputazione dell'ultima che un ampliamento della prima. Comunque, lo stesso M. deve ridursi ad ammettere l'esistenza del sacellum a una dea Caca. Col che ha gi ammesso troppo contro la sua tesi : perch una dea di quel nome  il riscontro pili magnifico che si potesse sperare a un supposto dio Caco. Se poi si aggiunge che all'una si sacrifica sicut Vestae, e l'altro emette fiamme dalla bocca, la deduzione non pu esser che una. Verissimo tuttavia che lo spionaggio attribuito a Caca in Servio non le  da imputare, come quello ch' una erudita invenzione poco felice in contrasto con tutto il mito. Che Caca sia poi il travestimento di queir " una boum, che appresso VIRGILIO (si veda) rivela il furto n meno il M. osa sostenere. E se il sacellum Cac sia per il M. oscuro al pari dell'atrium Caci, e se entrambi oscuri non sono per la nostra tesi, par che non vi sia pi molto a discuter su gli argomenti dell'una e dell'altra parte. Due composizioni erudite meritano di esser qui ravvicinate, l'una pi compiuta che l'altra. Servio En. si esprime: Cacus secundum fabulam Vulcani filius fuit, ore ignem ac fumum vomens, qui vicina omnia populabatur. veritas tamen secundum philologos et historicos hoc habet, hunc fuisse Euandri nequissimum servum ac furem; ignem autem dictus est vomere, Cfr. su Caca, Giannelli II sacerdozio delle vestali romane (Firenze l'abigeato di caco quod agros igne populabatur; novimus autem malum a Graecis kuhv dici: quem ita ilio tempore Arcades appellabant. postea translato accentu Cacus dictua est ut 'Evi] Helena (Cfr. Myth. Vat.). Poi a En. si danno le notizie sull'Ara Massima i Potizii e i Pinarii ecc. in una forma non inconsueta, che qui non c'interessa pi. Il razionalismo si  qui dunque limitato: a ridurre a uomo il dio, a spiegar il fuoco che il poeta gli fa emettere, a interpretar il nome. Molto pi si permette il racconto che si trova in Origo gen. rom.: " Recaranus quidam, Graecae originis, ingentis corporis et magnarum virium pastor, qui erat forma et virtute ceteris antecellens, Hercules appellatus; Cacus Euandri servus, nequitiae versutus et praeter caetera furacissimus: tali i due avversarii. Caco ruba a Recarano i buoi e questi dopo vana ricerca  per partirsi quando Enander, excellentissimae iustitiae vir, postquam rem uti acta erat comperit, servum noxae dedit bovesque restitui fecit,. Allora Recarano dedica " inventori patri ^ un altare e lo chiama Ara Massima e vi sacrifica la decima parte dei proprii buoi. Carmenta, invitata, si rifiuta di parteciparvi e le donne son perci per sempre escluse dai sacrifizii in quel luogo. Cotesto racconto  di gran lunga pi finito e particolareggiato di quel ch' in Servio. L'interpretazione razionale qui si estende fin l, dove il primo non si dilungava da Vergilio. L'antico nome Recarano (Garano) l'autore concilia col pi noto dErcole, Ercole mutando in soprannome. Inoltre, poich non pu giustificar l'intervento d'Evandro come p. e. Livio, n valersi di vaticinio alcuno ; poich d'altra parte il giuoco etimologico ha fatto %aKs servo di EijavQos: omette il duello tra Recarano e Caco, ch'era ricchissimo di particolari mitici (fuoco fumo clava ecc.), GLI ERUDITI e attribuisce ad Evandro la scoperta del furto, senza dircene il modo, nel testo pervenuto almeno, che non si esclude in un testo piii ampio il muggito indiziale potesse ritornare. E di Carmenta in fine tralascia la profezia; ma si vale di essa per un mito etiologico. Allo stesso modo, non potendo l'Ara massima venir instituita da Ercole ch' qui soppresso, viene a ragion veduta confusa con l'ara lovi inventori, e la gratitudine basta a spiegarla. Tra Servio e il racconto della Origo v' simiglianza profonda in taluni punti: cfr. la figura di Caco; dissimiglianza in altri. Di questa si comprende il valore comparando la sicurezza con cui ixqW Origo si assevera che Ercole non  se non il soprannome di Recarano, alla prudenza con cui l'Interp. di Servio {En. Vili 203) oltre i concordi racconti su Caco nota la tesi di Verrio Fiacco su l'identit Garano = Ercole. Ci mostra che Servio ha presente con altre la fonte medesima oVOrigo; ma se ne vale solo saltuariamente rispettando molto pili il racconto di Vergilio che commenta. Qual fosse poi la fonte di cui, in vario modo, approfittano e Servio e l'autore eWOrigo,  detto quivi haec Cassius libro primo Ossia quasi certamente L. Cassio Emina. Mnzer a tal proposito suppone che a Cassio venisse attribuito tutto il racconto per esagerazione, in luogo di un solo passo. Di Cassio per abbiamo (Peter fr. 4) un frammento su Evandro e Fauno. Egli tratt verisimilmente tutta la saga di Evandro e quella di Caco. Non v' dunque ragione per negare che nella tradizione erudita si serbassero (anche e specie mediatamente) di lui estratti a bastanza ampii intorno a quel mito. Del resto, se anche un solo suo passo poteva addirsi al racconto dell'Orler, si pu sostenere che in lui era al mena assai simile la razionalizzazione del duello fra Ercole e F. Kalypso. l'abigeato di caco Caco. Ma poich questa appare neWOrigo organica e armonica in tutti i particolari,  difficile negare che, cosi definita, non si trovasse gi anche in Cassio. (Contro M.). Di natura opposta alle due testimonianze erudite che furon or ora discusse sono i racconti di Dion. e di Cn. Gellio appr. Solino = Peter fr. Difatti l dove in quelle la lotta pur umanandosi resta limitata a due soli personaggi; in queste in vece si allarga ad eserciti. Ma se Dion. non ofi"re grandi difficolt, quando si conoscano le fiabe degli eruditi latini su gli Arcadi di Evandro e gli Aborigeni di Fauno (De Sanctis St. d. Bom.); per contro Gellio  oscurissimo, Cacus, ut Gellius tradidit, cum a Tarchone Tyrrheno, ad quem legatus venerat missu Marsj'ae regis, socio Megale Phryge, custodiae foret datus, frustratus vincula et unde venerat redux, praesidiis amplioribus occupato circa Vulturnum et Campaniam regno oppressus est. Megalen Sabini receperunt, disciplinam augurandi ab eo docti. Il carattere che sbito appare pi evidente in tal racconto  il travestimento erudito razionalista; cosi che, se esso anche avesse a contenere forme ignorate del mito, le conterrebbe certo sotto un velame. Inoltre vi son tracce palesi di contaminazione : gli Etruschi difatti, i Marsi, i Sabini, i Campani sono compresi in queste poche righe, ed  difficile che una schietta e unica leggenda originaria accosti per tal modo tanti popoli. Ora fin che Gellio fa combattere Ercole contro un Caco insediato sul Volturno pi tosto che contro uno sul Palatino, possiamo intendere ch'egli preferisse foggiarsi il mito a imagine della reale storia e si valesse a ci p. e. della prima Sannitica inventandone un precedente; che non si scosterebbe in questo metodo gran che dalla fonte di Dionisio la quale di Caco crea un antecessore di Fauno ed Evandro. LI ERUDITI E non  rigorosa l'ipotesi che costretto egli vi fosse da un mito cumano o campano (il passo di Festo s. V. Romam  di lettura troppo mal sicura e nulla se ne trae). Cosi quando ricorda Megale Frigio e i Sabini, si ricava dalla " disciplina augurandi, trattarsi d'una secondaria e piccola leggenda etiologica o etimologica che qui viene inserita per ignoti motivi. Quando in vece  introdotto l'eponimo di Tarquinii (Tarchone) che avrebbe usato violenza contro Caco non si sa per qual modo, sembra tutt'altro che improbabile, vi sia qui un'elaborazione di quella leggenda istessa la quale  ritratta, sotto forma mutata, in alcuni specchi etruschi [KETE Etruskische Spiegel V tav., Rilievi delle tirne etnische; Petersen Jahr. D. Instituts; De Sanctis Elio; MuNZER 0. e. e Rhein. Mus.] e il cui nucleo dovrebbe consistere nell'assalto proditorio contro un Caco dal benigno aspetto. Ond' che difficilissimo resta, nell'attuali condizioni della scienza, decidere se anche per i Marsi si debba attribuire la loro presenza al desiderio di foggiar il mito su lo schema della storia, come ci parve probabile per i Campani; o alla contaminazione d'una terza leggenda con la latina e l'etrusca. Riassumendo adunque, Cassio Emina e Cn. Gelilo rappresentano bens un unico atteggiamento di fronte alla leggenda di Caco, come vuole il Mnzer, ma ciascuno ne esprime una forma diversa. Il primo si serba vicino alla poesia molto piii che il secondo. Quello par travestire la fiaba che sar poi seguita da VIRGILIO (si veda). Questo, il racconto che narra Livio. Per ci Dionisio dopo aver esposto il mito assai similmente a LIVIO (si veda), d il suo Ari- azeQos Myog come un'interpretazione del fiv&ty.g = liviano: d, in somma, il racconto razionale dell'anna- m. - l'abigeato di caco lista pili tardo come ermeneutica del racconto favoloso dell'annalista pi antico. Allo stesso modo che Servio appone la forma cassiana del mito per esegesi al testo vergiliano, desunto da Ennio. Tra le due teorie che (cme vedemmo in principio) si combattono intorno a Caco,  da preferire quella che crede ad un antico mito latino in quanto tien maggior conto di tutte le testimonianze ed  meglio in grado di spiegarle tutte insieme e coerentemente. La evoluzione letteraria poi del mito, contradicendo il Mnzer e compiendo il breve disegno del De Sanctis, va tratteggiata cosi: dopo che in tre strati (intorno a Caco prima, poi ad Ercole, poi ad Evandro) si  contesta la leggenda, la parte sostanziale di essa  elaborata con diversit di tono da un poeta (Ennio) e da un annalista; l'una e l'altra forma vengono, nell'et succescessiva, razionalizzate in Cassio Emina e Cn, Gellio. L'et augustea riproduce (con i poeti e Livio da un lato, Dionisio e Verrio Fiacco dall'altro) tutt'e quattro queste manifestazioni. Cirene mitica. Bibliografa e metodo. Il complesso dei miti raccolti attorno alla figura di Cirene  studiato gi da Theige Res Cyrenensium etc. (Bafniae) che raccolge i materiali e, in comparazion dei tempi, seppe vagliarli. Trova poi trattazione minuta ed accurata per opera di Studniczka Kyrene, eine altgriechische Gottin (Leipzig), che la stessa materia rielabor in RoscHER Lexicon; e di Malten Kyrene, sagengeschichtliche und historisehe Untersuchungen in Philologische Untersuchungen, del Kiessling e Wilamowitz ove  tenuto conto anche delle ipotesi brevemente enunciate da Geecke in Hermes. Nella sostanza identico e sol nella forma diverso si vegga questo capitolo neglAtti della R. Accademia delle Scienze di Torino. Qui appare con un'ampiezza pi dicevole, che lo spazio ora consente. Dopo i quali non si vuol citare che lo scritto di Vincenzo Costanzi Tradizioni Cirenaiche in Ausonia. Indipendentemente il Costanzi ed io abbiamo nel medesimo tempo assunto una stessa attitudine di fronte ai miti cirenaici, la quale si contrappone in modo reciso a quella dei nostri predecessori. A prescindere di fatti dalle particolari discrepanze che ci dividono, noi siamo concordi nel non " voler cercare un significato recondito nei miti (Costanzi) p, oom'io mi espressi (Atti), nel non volervi cercare la chiave delle pi antiche vicende greche in Tara e in Libia. L dove in vero lo Studniczka {Eyrene) nega di poter spiegare la leggenda di Cirene senz'ammettere una vetustissima colonizzazione tessalobeota in Tera; e Malten pure stimava necessaria l'ipotesi che, prima dei Dori, la Libia fosse stata abitata da un popolo misto tessalico e pelopico direttamente venuto dal Tenaro recando e figure divine e fogge linguistiche; mi assumo in vece di provare come le vicende storiche, ben note nell'insieme, tra cui sorse e visse la Pentapoli cirenaica, sieno sufficienti a spiegar del mito non pure Toriginarsi si anche, di stadio in stadio, l'evolversi. Determinato cosi il mio antitetico punto di veduta, passo ai particolari. La ninfa Cirene. Dopo che il Malten ebbe dimostrato contro lo Studniczka la natura libica di Cirene e la vera origine del nome e del suo essere mitico non avrei che da richiamarmi a lui su questo punto, se non dovessi rispondere alle obiezioni a me mosse, avverso tale tesi, privatamente da 0. Geuppe. Egli, nel permettermi di pubblicare questa sua let- Ich glaube nicht, dass Kyrene nach der libyschen Lokalbezeichnung einer Quelle (Kyra) genannt und erst nachtrglich mit Aristaios in Verbindung gesetzt ist. Die Kyrene von Abdera und Maroneia ist zwar, wie dies bei der Aehnlichkeit der Namen natrlich ist, friih mit der Pyrene von Kreston verwechselt worden, war aber gewiss ursprnglich von ihr verschieden, und es ist zum mindesten unstatthaft, ftr Kyrene, die Mutter des Diomedes bei Apollodor, Pyrene einzusetzen. Es kommt hinzu, dass eben hier, auf dem benachbarten Ismaros, auch von Orpheus, Eurydike und Aristaios die Rede ist, und von dieser Kste stammt der im Schiffskatalog erwhnte Kikonenkonig Euphemos, der Sohn des Troizenos. Nicht weniger als vier Namen der kyrenaischen Sage, Kyrene Aristaios Euphemos und Diomedes, kehren auf ganz engem Raum an der thrakischen Kste wieder. Dass die Verbindung dort eine ganz andere ist, beweist gerade dass wir es hier mit einer sehr alten, den bekannten Epen vorausliegenden Ueberlieferung zu tun haben  (Cfr. Malten; Studniczka). " Aber nicht genug damit. Auch in Kroton ist ein Kyrene (als Mutter des Lakinios) bezeugt, und dass auch hier Aristaios nicht fehlte ist aus demPersonennamen des krotoniaten Aristaios mit Wahrscheinlichkeit zu schliessen. Diomedes ist fr Kroton bisher, so viel mir bekannt, nicht bezeugt, tera, esprime il dubbio che le sue argomentazioni non potessero riuscire efficaci a bastanza, per la brevit con cui ebbe ad esprimermele. Del che ogni lettore intelligente gli terr, credo, il dovuto conto. Quanto a noi, manifestiamo l'augurio che l'illustre e dotto studioso sostenga presto in pubblico con tutta i'ampiezza la propria Jambl. vii. Pijth. (N. d. Gr.). CIRENE MITICA aber doch fr das benachbarte Thurioi. Aus alledem glaube ich entnehmen zu durfen: dass Kyrana und seine Kurzform Kyra griechischen, nicht libyschen, UrspruDgs sind, also die Quelle nach der Gttin heisst oder der Quellnamen selbst aus dem dann, aber wohl schon im griechischen Mutterland, eine Gottin oder Heroine geschopft sein msete von Griechen tbertragen wurde; dass die vier Namen Euphemos, Aristaios, Kyrene und Diomedes in einer ausserordentlich alten Sagenberlieferung zusammenstanden. Aus Grnden, die ich nicht in der Kurze entwickeln kann, bin ich berzeugt, dass die Verknpfung dieser vier Namen in Troizen erfolgte, das ein bedeutendes Kolonialreich besessen haben muss. Troizenische Kolonisten werden Diomedes Kyrene und Aristaios nach Sybaris mitgenommen haben, von wo jener nach Thurioi, diese nach Kroton ubernommen wurden. Dass Troizenier einst auch in Kyrene sassen, will ich nicht behaupten obwohl ich es glaube; aber dass diese Bruchstiicke troizenischer Sagen den ltesten Bestand der Ueberlieferung von Kyrene bilden, balte ich fiif gesichert. Ora, per dimostrare in modo esauriente che da Trezene il complesso mitico di Cirene Aristeo Diomede ed Eufemo s'irradi da vero in Tracia, a Crotone, in Libia; bisogna provare: l'esistenza di questo quadrinomio a Trezene; il ritorno costante di esso nei luoghi rassegnati or ora, e il ritorno non dubbio, scevro da possibili equivoci; l'insistente ripetersi, nelle forme e nei luoghi diversi, del perno o nucleo originario, ove il suo alterarsi non sia ben motivato. Il carattere spaziato  introdotto solo nella trascrizione. Sul primo punto il Gruppe si scusa di non insistere in der Kiirze: sorvoleremo noi pure. A CROTONE si sarebbero potute raccogliere tracce di due al meno fra le quattro figure la cui presenza  riscontrata in Cirenaica; Aristeo e Cirene. Tuttavia far sbito notare quanto sia debole il fondamento su cui si basa la supposta esistenza mitica di Aristeo in Crotone: il nome di un nume notissimo e diffusissimo dato a una persona non prova assolutamente nulla intorno al culto locale del nume. Inoltre  ben dubbio se sia veramente da mantenere la forma Cirene per la madre di Lacinio, non sia da correggersi in Pirene (Maltes; cfr. Serv. a VIRGILIO (si veda) Eneid. Localizzata di fatti Eritia in Spagna e prese a narrare le lotte di Ercole, reduce in Grecia, traverso la Campania (De Sanctis Storia dei Romani), non  improbabile che a Crotone si riprendesse il mito di Eracle contrastante con i figli di Pirene, solo al nome d'uno fra questi sostituendo l'eponimo del Lacinium promontorium li presso. Ma se mal sicure son le tracce di Aristeo e di Cirene in CROTONE, altr' e tanto incerte son quelle che Gruppe ne riscontra in Tracia. Si sa che nel testo di Apollodoro il Malten corregge il nome della madre di Diomede da Kvqi^vij in IIvQr^vrj. Per Gr. l'equivoco consisterebbe in vece nell'essersi permutato Cirene in Pirene. E poich pare molto improbabile che in paesi limitrofi sussistessero due tradizioni diverse, di cui l'una a Crestone facesse moglie di Ares Pirene con i figli Cieno e Licaone, l'altra in Abdera e Maronia facesse moglie di Ares Cirene col figlio Diomede; credo d'interpretar bene il Gruppe attribuendogli la supposizione che, corrottosi Cirene in Pirene, ne derivasse il nesso con Ares con Cicno e con Licaone. Ma n questa ipotesi  semplice, perch presuppone un originario nesso Cirene-Diomede una corruzione Pirene-Diomede un ampliamento Ares-Pirene-Diomede-Cicno-Licaone n  in alcun modo giustificata, perch, all'infuori di Apollodoro nessuna fonte accennando a Cirene in Tracia, nulla ci costringe a supporvela necessariamente ricorrendo persino a contorte vicende. Pi semplice e giustificata la supposizione del Malten : in territorio predominato da Pirene un'unica traccia di Cirene deve attribuirsi a testo corrotto, non ad altro. Del pari Aristeo in Maronia  troppo evidentemente introdotto da Chio per opera de' Chii che la colonizzarono (Malten 80); troppo vi  congiunto con Dioniso; perch non si debba ritenere ch'egli non fu importato insieme con Diomede e la supposta Cirene, da cui invece rimane col al tutto indipendente. In fine si resta molto perplessi su le profonde difi'erenze fra il tracio Eufemo re dei Cleoni, e il beota Eufemo figlio di Posidone, o il tenario figlio del Fai^oxog. Or come n in Crotone n in Tracia Cirene e Aristeo son di sicura esistenza, cosi si pu fondatamente asserire che in Libia Diomede non ha radici profonde: su quelle coste di fatti naufraga bens, a simiglianza di Euripilo di Protoo di Guneo tessalici e a simiglianza degli Argonauti; ma sol tanto perch quelle coste sono, nella tradizione poetica dei vaioi, il luogo tipico delle fortune di mare: in Argo quindi, sua patria e sede della sua pili elaborata leggenda,  probabile fosse foggiato anche quel particolare. In breve, Aristeo e Cirene son dubbii in CROTONE, dubbii in Tracia; in Tracia l'Eufemo non  con certezza identico all'avo dei Battiadi; in Libia Diomede non esiste. Per di pi, oltre ad essere incerta la presenza di tutt'e quattro i numi in CROTONE in Tracia in Libia, non si capisce, se, come vuole Grappe, tra quelli lin nesso s'era stabilito prima in Trezene e diffuso poi altrove, perch a CROTONE il perno del mito sia il APOLLO CARNEO nesso dell'ipotetica Cirene con Lacinio, in Tracia la linea fondamentale della leggenda sia la discendenza di Diomede da Cirene, mentre in Libia il nucleo  costituito dalla commessione Cirene-Aristeo. E n pure si capisce perch in Tracia resti indipendente, come forse a Crotone, Aristeo che in Cirenaica  figura essenziale; e per converso qui si scemi quasi al tutto la persona di Diomede, la quale l campeggia. Tutta la fisonomia della leggenda si distrugge e si trasforma: senza causa evidente. Non posso dunque finora accettare la teoria di Gruppe; e resto fermo, per Cirene, alla dimostrazione del Malten. Passiamo adesso a studiare la seconda figura fondamentale del mito. Apollo Carneo. Non cade dubbio che Apollo e Carneo fossero in origine distinti numi (cfr. gli artt. di Wide e Hofeb in Roscheb Lex. Ma per il mito di Cirene  di somma importanza il determinare se la fusione tra di essi fosse avvenuta gi in Tara prima che il VII sec. a. C. finisse, o vero si compiesse soltanto in Cirenaica (cfr. Malten). Ora tenendo conto dell'esser il culto di 'AnXov Kdgvecog diffusissimo non pure fra i Dori ma anche fuor del Peloponneso {scoi. Teocr. V 83: Tavzriv t{]v oQvriv... ol fievocy.i^aavTeg ex nsonovvfjaov elg z^ag nXsig ...neTovv : e cfr. gli articc. citt., quello spec. del Hofer), due ipotesi sono possibili : o che in tutti quei luoghi ove il culto appare di sufficiente antichit la figura di Apollo, separatamente, sorvenisse ad assimilare a s Carneo; o pure che l'assimilazione fosse vetustissima e si propaga dal centro originario nelle altre sedi del culto. E questa ipotesi com' pi verisimile e pi semplice cosi ritengo preferibile all'altra. CIRENE MITICA N offre difficolt nello special caso di Tera e Cirene, giacch l'iscrizione di Aglotele (Hilleb v. Gaektringen Thera) accertando pel VI sec. a. C. il culto teraico di Apollo-Carneo non  imprudente o arbitrario il supporlo gi sussistente nella seconda met del sec. anteriore. N a tale ipotesi  contrario Malten; il quale scrive: Gewiss ist die Verbindung ' ApollonKameios ' nicht zum erstenmal um Kyrenes willen oder erst in der Eoe vorgenommen worden; sie ist alter und hat sich auf griechischem Boden weit verbreitet. Se non che egli non trae da ci l'unica deduzione che  logicamente possibile. Poich difatti tutta llliade (prescindendo dai pi meno antichi strati) dimostra il carattere preminentemente delfico di Apollo; e poich l'antichit del santuario delfico e della sua preponderanza famosa  ben riconosciuta dal Beloch Griech. Gesch.; se si ammette che gi in Tera Apollo prepondera su Carneo, si da mutar questo in suo epiteto; si ammette a un tempo che i coloni dori pervenuti in Cirenaica avevano ormai alla loro principale divinit riconosciuto un rilevante carattere delfico. E diviene pertanto del tutto superflua la opinione che un tal carattere a quella non venisse attribuito se non neWEea di Ch'ene. La quale appar quindi non la causa del fondersi insieme i caratteri di Apollo e quei di Carneo, ma un effetto di esso, cui tengon dietro in proceder di tempo e per medesimo impulso Pindaro con le sue Pit. IV e IX, Erodoto IV 158 e Callimaco ad Apollo. Dove appaja la originalit della Eea ci verr mostrato, crediamo, dalla terza figura su cui  costituita la saga: Aristeo. Aristeo. Non  qui opportuno studiarne la diffusione: basteranno poche note. (Cfr. il materiale raccolto dal Malten e neglAtti dell'Accad. di Torino. Il culto di Aristeo in Cirenaica  attestato da scoi. Aristof. Cavalieri 894, Ititi. Anton., scoi. Pit. IV (rv 'A^iaraov, 8v Tia^ KvQrjvaioig )g oIklot^v i Ttfi^g dyead-at). Dinanzi a queste testimonianze tra due possibilit si pu scegliere : o Aristeo ha culto in Libia dopo il suo congiungimento con Cirene (avvenuto in Grecia) e a causa di esso; o pure perviene in Libia prima di quella connessione e la determina. Tra le due possibili ipotesi va scelta la seconda. Di fatti Aristeo ha una vasta area di diffusione, nella quale sono comprese isole dell'Egeo, quali Ceo Chic l'Eubea, e l'Arcadia: onde non  per nulla strano che o gi in Tera qualche strato della popolazione e qualche famiglia gli rendesse culto, vero in Libia pervenisse con quei coloni che nel principio del sec. VI, regnando Batto II, da l'isole e dal Peloponneso si recarono ad accrescere il primitivo manipolo di Dori. Contro la prima supposizione non si pu obiettare l'assenza di testimonianze da cui un culto teraico di Aristeo sia provato: che troppo poco conosciamo in proposito e molto in ogni caso, restando nei pi bassi strati, non emerse alla superficie storica. Contro la seconda non fa ostacolo la cronologia; gi che cui risale la Pitia IX di Pindaro resta spazio sufficiente per lEea di Cirene. Nessuno stupore poi che in Libia Aristeo si commettesse con Apollo (protettore della fonte) e con Cirene (vincitrice del leone); a quel modo che nessuno Cfr. Stobck Die dltesten Sagen der Insel Keos Diss. Giessen stupore v', se in Tracia si connette con Dioniso e con Zeus in Arcadia: cfr. Malten. L'analogia  sufficiente motivo. Stimo in fine inutile discutere se Aristeo sia da vero originario di Tessaglia. Basti che nel mito nostro egli  tessalo per eccellenza: segno sicuro che doveva avere un vivacissimo carattere tessalico allor quando del mito venne a far parte. N mi riesce di precisare il luogo ove potesse connettersi con Gea e le Ore. Ma questi punti riescono di minore rilievo a confronto con quelli che riteniamo di aver assodati su la libica Cirene, il delfico Apollo, e Aristeo : e l'averli assodati giova a ricostruire nelle sue linee principali il componimento da cui quelle tre figure vennero collegate in racconto: l'Eea. La ricostruzione dell'Eea di Cirene. Convengo col Malten che le fonti cui dobbiamo attingere pi direttamente per la ricostruzione dell'^'ea di Cirene sono : Pindaro Pit., Esiodo t'r. 128 Rzach^, Ferecide in scoi. Pit., Seiivio a VIRGILIO (si veda) Georg. = Esiodo fr. Rz., Apoll. Rodio cui vengono aggiunti se bene per la loro sommariet non sieno di grande valore, Timeo appr. Diod., Nonno Pan. Dionis. (Malten). Quanto poi al modo di usar cotesti sussidii, mi sono attenuto a due criterii fondamentali. Il primo  il piti Malten lascia in dubbio ob der Gott schon in der kyrenischen Lokalsage zum Sohne der Kjrene wurde; ma, per amor della sua tesi, asserisce quasi il contrario. In Thessalien erregte Kyrene das Gefallen des Gottes. hr Sohn ward Aristaios, elementare : ritenni originario tutto che ritornasse costantemente nelle diverse forme assunte dal mito e riflettenti, in vario modo, l'Eea. Il secondo criterio  pi complesso. Fu dimostrato poc'anzi che non pu venir attribuita all'Eea la mischianza de' caratteri proprii di Apollo Delfico con quelli del Carneo. Altra , chi ben guardi, l'essenza di quel carme. Per esso, com' noto, Cirene, ninfa e cacciatrice libica, vien trasportata in Tessaglia av'era ben radicato il culto di Aristeo. Aristeo dunque, non Apollo, dev'essere stato il motivo del trasferimento da l'una all'altra regione, l'impulso a trasformare in tessala la dea libica. Ma se l'Eea, con lo spunto del giovinetto iddio pastorale, atteggia per il mito cirenaico uno sfondo tessalico,  legittimo ritenere, ed  pure ovvio, che essa contenga pi propriamente tutti quei particolari i quali pi propriamente sono con Aristeo connessi. Di questo, nel fatto, meglio che della madre,  il carme : e lo dimostra anche il rilievo che, com' probabile, vi aveva la sua ulteriore vicenda Cea e il racconto sul figlio di lui Atteone. D'altra parte la figura di Apollo troppo era di per s notevole e preponderante perch traverso essa e per sua causa non dovessero penetrare nella favola personaggi ed episodii a lei aderenti: i quali per ci  dicevole attribuire meglio che al canne esiodeo alle sue pi tarde propaggini. Nei particolari i criterii esposti conducono a questi risultati; Cirene  figlia di Ipseo re dei Lapiti; Ipseo  nato da Creusa (una Najade) e dal fiume Peneo: cfr. Malten. Lo storico cirenaico Acesandeo {scoi. Pit. Cfr. sul mito di Atteone, che per l'economia del nostro lavoro qui si omette, Malten. Si vegga inoltre, Castiglioni Atteone e Artemis nella miscellanea di Studi critici offerti a C. Pascal, (Catania). CIRENE MITICA fa discendere Ipseo da Filira, madre di Chirone. Se non che questa variante  sospetta, come quella che tende a giustificare con la parentela l'intervento di Chirone nelle nozze tra Apollo e Cirene: intervento che spiace a Pindaro pure e Apollonio tace: l dove il centauro nell'Eea ha parte solo perch gi connesso con Aristeo prima che questo con Cirene. Apollo scorge la ninfa nell'atto di lottare con un leone, sul Pelio. La lotta col leone  ricordata da Pino. Pit., da Nonno; non da Apoll. R.: questi l'introduce nell'officio di pastorella. Il Malten resta per ci incerto su l'esistenza di essa lotta nell'Eea: mi risolvo pel si. L'esame del racconto di Apollonio, che si fa pi sopra, mostra come esso si allontani assai dall'originaria forma del mito a causa dell'influsso del razionalismo: al quale adunque si deve anche attribuire la soppressione della belva e della lotta che troppo male consentivano al paese tessalo. Chirone profta le nozze del dio e della fanciulla: cfr. Stddniczka. Col quale ove si ammetta che Pindaro tenti invano di ribellarsi all'Eea su questo punto, ne consegue che Apollonio, allor quando sopprime tutta la scena e induce il Centauro allevatore sol tanto di Aristeo, non compie se non la prosecuzione di quel tentativo. Ci  confermato dal doppione che ne risulta : Aristeo di fatti sarebbe in Apollonio allevato e da Chirone e dalle Muse: originarii essendo, se non nel nome nell'essenza, questi dmoni; inserto quello. Apollo trasporta la fanciulla in Libia sul suo carro (Malten). Cirene  accolta da Libia. Non v' di fatti differenza sostanziale tra le xd'viai vifA,q>ai e la eiQVeifiov nTvia Ai^vrj: cfr. Malten. Mi parrebbe quindi sofisticheria l'insistere su la lieve dissimiglianza. A ogni modo, se una forma fosse da preferire per antichit sceglierei Libia: giacch le xd-viai. vfifat sembrano ben proprie di un'epoca pi tarda in cui dal nome di Libia il concetto di persona, sostituito pili fermamente da quel di regione, si  al tutto ritirato; mentre se Libia era nella Eea si spiega meglio come mai Pindaro fosse indotto a raddoppiarla con Afrodite. La quale all'Eea non apparteneva certo; e fu introdotta a causa di quel KvQdvag yvy.vg nTiog 'AtpQoczag, che era al nostro poeta ben conosciuto {Pit.) e a cui si pu riportare un passo di Erodoto II 181 (cfr. Malten); giacch non trascurabile culto a essa dea si doveva rendere, se quando fu fondata Evesperide venne presso il lago Tritonio a lei eretto un tempio (Steabone). Aristeo  riportato in Tessaglia da Apollo. Cosi Apoll. R. Pindaro Pit. attribuisce quell'ufficio a Ermes: ma senza dubbio l'innovazione, a scopo esornativo,  favorita dalle attinenze fra i due di : cfr. l'omerico Inno a Ermes ed Esiodo fr. Rz. = Anton. LiBEB. XXIII. E se un'analogia giova, si ricordi che in Euripide Ione Ermes per ordine di Apollo reca Ione, colatamente, in Delfi. Aristeo  allevato dalle Ore e da Gea. Pare qui che il profilo primitivo meglio si serbi in Pixd. Pit. IX 60 che in Apollon.: per che tre sieno, principalmente, le varianti poetiche dell'unico fondamentale concetto; l'una Cea che narra di Bglaai (Aristot. fr. Rose); l'altra pindarica che introduce le Ore; la terza di Apollonio che ricorda le Muse; varianti delle quali la prima troppo strettamente Cea disdirebbe alla general intonazione tessalica del carme esiodeo, l'ultima traspare sbito come un'alterazione dovuta alla figura di Apollo Musagete (basti ricordare B. A); la mediana  pertanto preferibile. (Ci contro Malten 14). Da ultimo  forse da notare che le Ninfe di Timeo presso Diod. IV 81 sono pili un trascorso impreciso dell'autore che una vera e propria vaA. Fersabi>-o, Kalypso. CIBENE MITICA riante. Aristeo ha i nomi di Nomio Agreo Opaone ed  avvicinato a Zeus {Zevg 'Agiaiatos) e ad Apollo (cfr. Malten). Nel complesso adunque Pindaro pare, a mal grado delle due intrusioni di Ermes e di Afrodite, pili vicino all'Eea che Apollonio; questi pi razionalista di quello. Un confronto opportuno con l'Eea di Cirene (o di Aristeo) ci offre l'Eea di Coronide (oltre che quella di Eufemo su cui v. ): cfr. Malten che qui si combatte. Sappiamo che Asclepio (figlio di Coronide)  nume salutare di Tessaglia [cfr. M. G. Columba Le origini tessaliche del culto di Asklepios in Rassegna di Antichit classica contro Kjellberg Asklepios, mythologisch-archdologische Studien in Srtr. u. Sprakv. Sllsk. forhandl. Upsala Universitets Arsskrift,]. Apollo gli somiglia nell'aspetto di divinit salutare e sanatrice: cfr. Beloch Griech. Gesch} e Wilamowitz Isyloi. E bene: prima si congiunge Apollo ad Asclepio; poi A^jollo si trasporta in Tessaglia. A quel modo che, secondo crediamo, prima si congiunge Cirene con Aristeo e poi la si trasporta in Tessaglia. Riassumendo dunque in breve i risultati di queste ricerche, abbiamo: che Cirene  nome libio-greco della ninfa che protegge e abita la fonte dedicata ad Apollo Carneo; che Aristeo tessalo, pervenuto, durante il diffondersi del suo culto, in Libia, si accosta a Cirene; che questa  la causa per cui Cirene passa in Tessaglia; che su questi elementi si pu ricostruire l'Eea di Cirene ottenendo un'opera analoga per indirizzo all'Eea di Coronide, tale quindi da potersi ricondurre al medesimo centro delaborazione mitopoetica. Euripilo ed Eufemo. Le due principali figure del racconto di Pindaro Pit. han dato occasione alle pi diverse ipotesi: cfr. Studniczka e Malten. Il farne oggetto di minuto esame giover a preparare risultati atti a spiegare e ricostruire quel mito cirenaico dei Battiadi che fa riscontro al mito della ninfa Cirene. Euripilo si rinviene: in Tessaglia, figlio di Evemone; in Cos, figlio di Posidone; in Misia, figlio di Telefo e condottiero dei Cetei; in Acaja, Pads. Ora  probabile che l'Euripilo di Cos si possa far risalire a quello di Tessaglia: cfr. WilamowiTz Isyllos 52 e " Hermes  XLIV (1909) 474 sgg. Ma tutti gli altri sono indipendenti. L'Acaico viene bens da Pausania identificato con il Tessalico; ma  notevole che altri gi allora combattevano questa teoria: iy^aipav de i]Srj Tivg od tip Oeaaatp av^i^dvza E-QV7tv(p x siqrijtteVa, XX EdQVTcvov Aeafievov Ttatda xov v ^i2v(p PaoievaavTog d'sovai afia 'HQay.e aiQatevaavxa g "liov TiaQ Tov 'HQw^Aovs tjv Qvay,a nt. Evidentemente gli eruditi greci cercavan di precisare l'origine dell'eroe Euripilo cui si rendeva culto in Acaja; ed era ipotesi di taluno fra essi che egli fosse il medesimo Euripilo di Tessaglia. Il re dei Cetei  da Malten ricondotto in Arcadia. Ammesso che Keteig possa ricondursi in Arcadia e con lui Telefo;  arbitrario dedurne senz'altro un Euripilo arcadico : perch questi potrebbe esser stato connesso con quelli dopo il loro trasporto in Misia; il che par dimostrare la nessuna traccia da lui lasciata in Arcadia al contrario di Telefo e Ceteo. Sarebbe quindi da ritenere probabile l'esistenza indipendente di un Euripilo in Misia. Alla schiera adunque Cfr. IiiMEBWAHR Die Kulte und Mythen Arkadiens. di questi tre Euripili (in Tessaglia in Acaja in Misia) viene ad aggiungersi l'Euripilo della Cirenaica. Contro i tentativi di ridurre l'uno all'altro i quattro omonimi G. De Sanctis m'insegna a ritener questi manifestazione, varia nel tempo e nei luoghi, d'una medesima unica tendenza mitica; la quale ci  dall'etimologia facilmente chiarita, Euripilo essendo il dio dell' " ampia porta  infernale. Era ovvio che questo comune concetto, questo, meglio, fantasma venisse volta a volta applicato presso popoli di stirpe greca. In tal caso poich egli appare presso la i^vij Tgizovlg  legittimo credere che impulso alla sua localizzazione libica desse la grotta del Gioh [su cui MiNUTiLLi La Tripolitania (Torino)] che era ritenuta appunto apertura di Dite (cfr. Strab; Tolemeo Geog., 4, 8; PLINIO (si veda). In Cirenaica Euripilo  congiunto con altri numi da uno schema genealogico che si ritrova presso Acesandbo [scoi. Pind. Pit.) cfr. Malten: Atlante I PosiDONE ->- Celeno lios I I Tritone Euripilo Sterope Pasifae LicAONE Lbdcippo Se non che questo schema ci appare sbito una combinazione accorta di eruditi locali. Pasifae (Wide Lak. Kul.), Tritone {fiv^ TqitcovIs Strab. e Pind. Pit.), Lieeo = Zeus Liceo (Eeod. eSTUDNiczKA) souo accertati in Libia da altre fonti: elementi arcadici e cretesi la cui presenza non stupisce (cfr. Maass Hermes e Studniczka). A Liceo corrispondono, miticamente, Licaone  Lieo. Di Lieo in altre fonti (Ellan. in Scoi., Apoll. Bibl.)  padre Posidone e madre Celano, Atlantide. E il nostro erudito ha serbato la genealogia, inserendo per fra Licaone e Celeno-Posidone una generazione : Tritone e Euripilo, il dio della palude e il dio della grotta, l'una e l'altra vicina. Sorella di Celeno  Sterope (Apoll. Bibl. Ili 110): e questa offre all'erudito lo spunto per introdurre Pasifae e con lei Elios. Sia per questo o altro il procedimento seguito dall'autore dello schema, a ogni modo esso dimostra niilla pi che gi non sapessimo : l'influenza grande di Creta e dell'Arcadia su i miti libici, influenza che le attinenze commerciali e politiche spiegano senz'altra ipotesi : a quel modo istesso che Euripilo al Gioh non prova se non la costanza con cui un unico tipo di nume ctonio fissa la sua sede in luoghi diversi col favor delle condizioni geografiche. 2. Eufemo  nel mito cirenaico (Pind. Pit.) connesso con la Beozia con Lemno con il Tenaro con Tera con la Libia. La connessione con Lemno  una conseguenza della sua qualit di Argonauta: sta e cade con questa. A Tera non v' traccia di lui, e anche il mito vi fa giungere solo i suoi discendenti con Samo o Sesamo {scoi Pit., scoi. Apoll. R.). Resta adunque ch'egli sarebbe nato in Beozia, il Tenaro avrebbe per patria (Pind.: ol'aoi), i Battiadi di Cirene per vantati discendenti. Ora in Beozia v' traccia della sua supposta madre Mecionice (Tzetzk Chiliad.) : e non v', ch'io vegga, motivo alcuno per dubitare che, se non originario di quella regione, egli sia tuttavia caratteristicamente beota. Col che si connette la sua presenza in Lesbo (EsicH. s. v) che lo fa supporre anche in Tessaglia : a ognuno invero  nota l'attinenza stretta fra i miti beotici e tessalici. Ma perch i Battiadi ne avrebbero fatto il loro capostipite? Lo Studniczka pensa che i co[CIRENE MITICA] Ioni recassero quel nome con s daTera: il Malten che in Libia lo trovassero e che per legittimarsi ne facessero il proprio avo. Costanzi mi par ben pi vicino a una probabile ipotesi: I Battiadi stanno ad Eufemo come gli Agiadi di Sparta ad Euristene e gli Euripontidi a Prode; come, soggiungo, i dinasti Molossi ad Achille, i Pisistratidi a Nestore. E queste analogie ultime, a punto, possono lumeggiare il fenomeno cirenaico: Pisistrato  nome d'uno dei figli di Nestore; Neottolemo, che ricorre fra i Molossi,  figlio di Achille nell'epopea: e similmente ArcesLlao, appellativo di quattro re di Cirene,  un eroe beota nelVIliade (cfr. Pads.). E se  errato sostenere col Mller Orchomenos che di Beozia fu tratto il nome, non  per arrischiato l'asserire la possibilit che il nome beotico abbia attratto l'avo beotico. A ogni modo, quand'anche restasse oscuro il preciso motivo di tale genealogia, non sarebbero meno da respingere, com' ovvio, le due ipotesi dello Studniczka e del Malten: sproporzionate al fatto che vogliono spiegare. Non resta da vagliare che la sede al Tenaro. Col non  traccia di Eufemo che sia indipendente da questa leggenda : c' in vece, importantissimo, il culto di Posidone Geaoco (S. Wide Lak. Kulte). Non solo, ma i caratteri di Eufemo (si ricordi eicprjfielv, e il suo significato religioso) son pi vicini a quelli di Apollo (Stodniczka) e, in genere, del dio solare (cfr. Zsg Ecpiifiog, Esich. s. v.) che a quelli d'un nume sotterraneo. Nume sotterraneo ritennero Eufemo p. es. Studniczka e Maass (Gtt. Gel. Anz.; Orpheus) solo sul fondaBen altrimenti Gruppe Gr. Myth. I rapporti di un nume o eroe con Posidone non implicano senz'altro un carattere ctonio di quello: con Posidone difatti ha mento della sua localizzazione al Tenaro, bocca dell'Ade : fondamento per cui s'indussero anche a forzare il significato di eiiq>r,iA,og, spiegandolo come un epiteto, appunto, eufemistico in luogo del nome pauroso della divinit ctonia. Tutto ci cade, se la localizzazione al Tenaro risulta artificiosa, e dovuta a tutt'altri motivi che l'affinit fra Eufemo e l'Ade. Difatti, se tenendo presenti queste osservazioni, si legge la Pitia, vien fatto d'interpretarla nel seguente modo. Ai discendenti di Eufemo quattro punti si dovevano necessariamente far toccare, tre forniti dalla storia, uno dal mito: Lemno, il Peloponneso, Tera, la Libia. Or bene: a Lemno abbiam gi veduto Eufemo. Ma dopo ci occorrevano due motivi per spiegare il soggiorno nel Peloponneso e quello a Tera. Per Tera s'invent lo smarrimento della zolla; per il Peloponneso, lo si disse patria di Eufemo. E siccome Eufemo figlio, in Beozia, di Posidone, e al Tenaro v'era culto di Posidone Geaoco, Eufemo fu localizzato al Tenaro. Interpretando in tal modo tutto si spiega: ed  questa ipotesi molto pi semplice che non quella del Malten. Localizzato per tal guisa al Tenaro Eufemo, e ovvio che i tardi genealogisti si preoccupassero di introdurlo nelle genealogie laconiche; difatti lo troviamo nipote dell'Eurota (Tzetze Chil.); o figlio di una Doride [scoi. Pind. Pit.); o sposo di una Laonome sorella di Eracle (scoi. Pind. Pit.). Ma ha torto Malten di dar peso a tali genealogie, e in ispecie all'ultima: bisognerebbe ch'egli potesse dimostrarle indipendenti dalla localizzazione di Eufemo al Tenaro ; mentre  arbitraria anche la soppressione di Eracle fra Guneo attinenze cultuali anche Apollo (Gerhabd Abh. Beri. Akad. Wiss.). CIRENE MITICA e Eufemo nello schema che ci d il cit. scoi. Pind. Pif. Ora, al Tenaro Eufemo  localizzato, a quel che pare, gi nell'Eea di lui (fr. 143 Rzach ^): se lo si deve dedurre dall'epiteto di Fairioyos che vi si trova e che  quello con cui al Tenaro si venerava Posidone: fi oirj 'TQitj TtVKLVcpQv MrjKioviiri ^ zxev JEvq)f]fiov yairjxffi Evvoacyaiq) fieix&ela' v (ptTrjzc nov^Qvaov 'Aq)QodTi]g. Di li dipenderebbero: Pind. Pit. IV, Apoll. R.; Igino fav.; Acesandro e Teoceesto in scoi. Apoll. B.. Se dunque  vero che la localizzazione .al Tenaro  tutta a favor degli Eufemidi (= Battiadi), cotesta Eea non pu esser che sotto l'influsso cirenaico. La qual cosa spiega o pu spiegare per analogia anche il formarsi dell'Eea di Cirene o (pi propriamente) di Aristeo, che gi abbiamo accennato dianzi. E poich l'importanza che in entrambe le Eee ha Apollo  singolare (in quella di Aristeo come padre del fanciullo, in quella di Eufemo come ecistre), avremmo in esse un modello del come in Delfi si servissero gl'interessi d'altre regioni : togliendo p. e. lo spunto da Aristeo per trasportar Cirene in Tessaglia (v. sopra pag. 429); dagli Argonauti, per Eufemo in Lemno ; da Posidone per Eufemo al Tenaro, ecc. ecc. Cfr. in vece Malten Crediamo adunque di aver mostrato e che Euripilo in Libia non ci riporta ad alcuna regione ma solo a un comune concetto mitico dei Greci, e che Eufemo beota si connette forse per fiabe etimologiche ai Battiadi, certo  estraneo al Tenaro. Al Malten pertanto che afferma Euripilo ed Eufemo costituire eine Reihe, die ihre Endpunkte in der Kyrenaika und im sudlichen Thessalien hat, e con l'uno d'essi collegarsi intimamente [EUBIPILO ED EUFEMO] Atlante e Posidone, urpeloponnesisch, possiamo rispondere di aver troncato a quella " Reihe per Euripilo r Endpunkt, che sta in Tessaglia, per Eufemo l'estremit che si fissa in Libia e il centro che si posa sul Tenaro. Abbiamo in somma, se non c'inganniamo, reciso i nervi a quella teoria. Del pari cadono le analogie con cui la rincalza. In LicoFEONE naufragano su la costa libica Euri pilo (ma figlio di Evemone tessalico), Guneo perrebico e Proteo magnete. Onde Malten sostiene che il naufragio in Libia di Guneo e di Proteo  leggenda cirenaica (LicoFB., Apollod. a Wagner): e rintraccia poi quegli eroi a Creta e in Tessaglia. Noi per abbiamo gi osservato a proposito di Diomede che nei varoi la spiaggia libica appare il luogo tipico dei naufragi e che quindi tali leggende son da ritenere indipendenti affatto da Cirene. Il trovare ora che un mito secondario, attinente per contenuto all'epopea dei vazoi, fa naufragare in Libia un Euripilo senza avvertire l'esistenza in quei luoghi di un omonimo, rilevante figura locale, ci conferma nella nostra opinione, e prova contro il Malten che Guneo e Proteo non appartennero mai a saghe cirenaiche, se non, al pili, per molto tardo riflesso. Col che si spezza sin dall'inizio la feste Kette von Beziehungen zwischen Libyen und Kreta einerseits und Nordthessalien andererseits, die in Arkadien ihren Knotenpunkt hat, (Malten). Se non che, secondo il mito cirenaico dei Battiadi, Eufemo ed Euripilo ebbero attinenze in quanto quegli era Argonauta, e questi agli Argonauti fece dono di una zolla libica. A noi quindi, che analizzammo partitamente le due figure, non resta che studiare la trama narrativa in cui si accostano e agiscono: ossia il mito degli Argonauti in Libia. CIRENE MITICA Gli Argonauti in Libia. Poich su questo punto io profondamente mi allontano dal Malten terr pi minuto discorso. A quattro redazioni leggendarie dobbiamo por mente: Pindaro Pit.; Erodoto; Licofronk; Apoll. Rodio; e tutte bisogna esaminare. Pindaro racconta che gli Argonauti, ritornando con Medea dall' Oceano sopra lArgo, debbono per dodici giorni trasportare la loro nave su la terra deserta fino al lago Tritonio, ove nel punto della partenza appar loro Euripilo a donare all'eroe Eufemo, compagno di Giasone, una zolla: fatidico dono. In questo racconto non v' nulla che non si convenga ai desiderii dei Battiadi; nulla quindi che non paja inventato per il loro compiacimento; fuor che il particolare del Iago Tritonio, il quale  l'unico non indispensabile. Dev'essere difatti questo il lago, di cui Strab., presso Berenice (Bengasi) che esiste tuttora (i laghi salati). E non si vede bene, svibito, perch per l'appunto quel lago venisse scelto per il dono. N Euripilo poteva esser causa della preferenza; per che paja invece piti probabile il contrario: Euripilo esser intervenuto a cagione del lago. D'altra parte difficilmente, sembra, Eufemo, avo mitico dei Bat- tiadi, sarebbe stato fatto Argonauta, ove con tal mezzo a punto non lo si fosse potuto far giungere in Libia: il che lascia supporre che in Libia una leggenda pi antica recasse gi gli Argonauti. Per queste due possibilit adunque, nel racconto di Pindaro parrebbe che l'episodio della palude Tritonide debba risalire a un nucleo mitico pi antico : parvenza bisognosa d'altri suffragi. Sul valore che tal dono ha nelle leggende cfr. una interessante nota in Gebckk o. c. 455. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ora in Erodoto si narra che presso la minor Sirte esiste una MjAvri f^eydrj T^ubvig: ben lontano dunque da (Bengasi) Berenice; e ivi Giasone il quale tentava circumnavigare il Peloponneso avrebbe subito naufragio, per ci che una fortuna di mare ve lo avrebbe improvvisamente trasportato senza possibile uscita fuor dalle strette del lago. Ma Trtone apparso trasse di rischio la nave, dimostr la via, e ricevette in dono un tripode. Dopo le quali cose, profet agli Argonauti che un giomo presso quel lago i Greci avrebbero fondato cento citt: Taira ytovaavzag rovg 7tix<^Qovg twv Ai^vov KQV'kpat, Tv zQLJioa. Qui sono due particolari ben distinti : il dono del tripode per ottener lo scampo, e la profezia. Quest'ultima non si avver perch la piccola Sirte non ebbe colonie greche ; ed  da vedere in essa (cfr. tra gli altri CosTANzi 0) un riflesso del tentativo com- piuto nel Cinipe fra le due Sirti dallo spartano Dorieo. Ma il dono del tripode non  che fittisiiamente collegato con la profezia e il tentativo di Dorieo: suo vero e unico e primo scopo  ottenere da Tritone la via. Il resto  superfetazione pi tarda. Da ultimo  notevole che ritorna ancor qui il lago Tritonio, localizzato per non pili presso Berenice ma nella piccola Sirte. Esistono dunque nel breve racconto erodoteo due strati. L'uno  recente, e non risale pi in l della spedizione infelice di Dorieo: appartengono a questo la profezia di Tritone e il valore fatidico dato al tripode. L'altro  assai pi antico, e preesiste a Dorieo: gli appartengono i nomi degli Argonauti e del lago Tritonio e il dono di Giasone al dio. Ora, quest'ultimo strato assomiglia, grossolanamente, al nucleo che ci parve originario in Pindaro. Esaminiamo pertanto pivi da vicino questi elementi simili. Identico  il nome della palude; ma diversi sono i luoghi: tuttavia pi vetusta appare la identificazione C'IBENE MITICA con il lago dell'estremo occidente nella minor Sirte (cfr. RoscHER nel Lex. e Costanzio.). Identico l'apparire di un nume; ma i nomi differiscono: e non  dubbio che Tritone, aderente com' al lago stesso, risalga a pivi vetusta forma che Euripilo, figura recente dei nuovi coloni. Identica la circostanza d'un dono, ma la vicenda  mutata: ed  chiaro come al mito primo deglargonauti si convenga il dono che serve a favorire il viaggio, pi tosto che quello il quale prepara, a tutto vantaggio d'una regnante dinastia, una colonia. Lo strato adunque pi antico dErodoto appare alla nostra analisi come la forma su cui vennero foggiate: da un lato la leggenda cirenaica a pr dei Battiadi, con alcune alterazioni dicevoli; dall'altro la leggenda spartana in favor di Dorico, con altri mutamenti opportuni. Se questo  vero si spiegano facilmente Licofrone e Apollonio. Licofrone dice dei naufragi di Guneo Proteo ed Euripilo presso Tauchira (citt della Cirenaica non lungi a l'odierna Bengasi). Quivi (soggiunge) furon gi gli Argonauti, che ad Ausigda seppellirono Mopso (Ausigda giace fra Tauchira e Cirene). Quivi (insiste) scorre  Kivv(pEiog ^og (il Cinipe, cfr. Malten, che fluisce, in vece, fra le due Sirti, molto lontano di li). Agli Argonauti appare Tritone, e a lui dona Medea un cratere, per compenso del quale egli insegna loro la via, e profta che i Greci colonizzeranno quella regione, allorch riavranno il cratere. Onde gli Asbisti {= i Libii) impauriti lo celano. Ora  evidentissimo che, ove si muti il cratere in tripode, il colorito e l'andamento della scena son quelli medesimi erodotei. Mutati sono unicamente i luoghi: i quali, tranne il Cinipe, sono della Cirenaica. N il Cinipe turba gran che l'armonia: questa irrazionalit geografica  qui indotta dal ricordo, che tutto il mito del resto nella sua forma erodotea presuppone, di [GLI ARGONAUTI IN LIBIA] Dorieo sbarcato presso quel fiume : ricordo cosi vivo che in una fonte anche Guneo tessalo al Cinipe fa naufragio (Apollod. vi 15 a Wagner = scoi, a Licofr.) (contro Malten). In breve, Licofrone contamina; mischia insieme, di qui due localit cirenaiche, di l il contesto sirtico-spartano del mito. Ben pi contamina Apollonio. Dal Peloponneso gli Argonauti naufragano alla Sirte, dove le Eroine gli esortano a recare per dodici giorni le navi verso oriente. Giungono cosi al lago Tritonio, presso cui a loro impediti nel viaggio insegna la via Ti-itone: dona a Eufemo una zolla, riceve da Orfeo il tripode. Sono, ci , ravvicinati: il tripode erodoteo alla zolla pindarica; Eufemo ad Orfeo (= Giasone, in lieve vai-iante); la Sirte a Bengasi. E il poeta (o la sua fonte)  cosi conscio della contaminazione, che i due distanti luoghi (Sirte-Bengasi) congiunge con una fittizia marcia di dodici giorni da occidente a oriente : marcia il cui modello pu bene esser in quella, di cui Pindaro, fra l'Oceano e la palude Tritonia. N coteste contaminazioni erano puro effetto dell'arbitrio di poeti. DioD. narrando (qual che ne sia la fonte) c'ne gli abitanti di Evesperide pretendevano d'aver rinvenuto essi il tripode donato a Tritone, dimostra come la leggenda sirtico-erodotea, la quale nella piccola Sirte, dopo l'insuccesso di Dorieo, era spostata, avesse trovato terreno propizio, anche nella realt, presso l'altro lago Tritonio, a Bengasi. Conchiudiamo. La facilit con cui dalle nostre premesse furono spiegate le complesse narrazioni di Licofrone e Apollonio, insieme col loro sostrato reale, par buona conferma delle premesse medesime. Poche parole bastino dunque, ancra, sul posto che, nella complessiva spedizione, occupa l'episodio deglargonauti . Pindaro e Licofrone lo collocano dopo la CIRENE MITICA conquista del vello : Medea  presente. Apollonio ed Erodoto, prima. Anzi tutto va osservato che non bisogna dar troppo peso a Licofrone, in cui un equivoco  ben possibile e facile, da poi che non tratta egli esplicitamente, ma solo parenteticamente, deglargonauti. Inoltre la discrepanza dimostra a pena che il nucleo primitivo del mito non aveva carattere cronologico preciso: cosi che ogni poeta poteva tribuirgliene uno, secondo l'esigenze poetiche o l'estro dell'ispirazione. E possiamo finalmente raccogliere in breve i risultati delle ricerche sul mito dei Battiadi. A favore di questi ultimi l'Eea di Eufemo rielabor un antico motivo favoloso su gli Argonauti in Libia: conducendo quivi e a Lemno, e localizzando al Tenaro, il capostipite dei Battiadi Eufemo, in qualit di Argonauta; trasportando i suoi discendenti a Tera; e approfittando del nume di Euripilo, che fra i Greci di Libia vigoreggiava come altrove. In tutta l'Eea quindi , si, un complesso rifacimento di miti con scopo dinastico e religioso; ma tal rifacimento riflette sol tanto le condizioni storiche a noi note, non gi altre, anteriori e ignote. Questa Eea di Eufemo poi e quella di Cirene crediamo si possano mostrare contaminate parzialmente in Callimaco. Vili. Callimaco e il mito di Cirene. Malten vede nel nesso Cirene-Euripilo la forma pi antica della leggenda, quella che l'Eea adultera. Ora  bens verissimo che Callimaco, come AceSANDRO {scoi. Apoll. R.) e Filakco, storici, cirenaico l'uno, egizio forse l'altro, sente una pi viva eco e pi genuina della primitiva forma mitica allorquando fa combattere in Libia, non in Tessaglia, Cirene col leone. Ma  altr'e tanto' vero, e intui- [CALLIMACO E IL MITO DI CIRENE] tivo, che il nesso con Euripilo  tardo. Se difatti l'Eea avesse trovato questo nome congiunto, comunque, con quel di Cirene, non avrebbe omesso di trasportarlo, con Apollo e Aristeo, in Tessaglia: in Tessaglia  invero signore di Ormenio un Euripilo figlio di Evemone. Che se dunque il nesso  posteriore all'Eea e a Pindaro,  pur posteriore alla leggenda dinastica deglEufemidi, gi riflessa in quest'ultimo poeta, e in cui Euripilo ha preponderante azione. Par quindi legittimo pensare che Euripilo si commetta con Cirene, dopo che la sua figura ha assunto valore e rilievo indigeni nel mito deglargonauti su la Tquovc ifivrj. Callimaco pertanto rispecchia una posteriore forma indigena della leggenda che  oggetto del nostro studio; a quel modo che VIRGILIO (si veda) rispecchia una posteriore forma straniera. A parte bisogna considerare Filarco l. e. per la frase di lui fiev jieivv: Cirene di fatti sarebbe pervenuta in Libia non sola ma con molti. Analogo, se bene un po' diverso,  Giustino: mandati dal padre di Cirene, Ipseo re di Tessaglia, i Tessali si sarebbero fermati in Libia con la fanciulla, loci amoenitate capti. Ora, come Callimaco fa trasparire un mito ove la favola di Cirene ninfa e la leggenda dei Battiadi si compenetrano in parte; cosi i due passi or ora citati continuano lo stesso indirizzo, non pi solo col connettere Cirene ed Euripilo, bens anche col porre intorno a Cirene coloni tessali, che vengono imaginati ad analogia dei coloni dori. I gradi di questo processo mitopeico sono: Euripilo  in Libia quando Eufemo, capostipite dei Battiadi, vi giunge ; dunque molto prima di Batto; Cirene  in Libia rapita da Apollo, essa pure prima che vi pervenga Batto; Cirene ed Euripilo ebbero rapporti in Libia in quegli antichi tempi) con Cirene, che ha il trono da Euri- [OIBENE MITICA] pilo, eran Tessali suoi compatrioti. Lento (ma chiaro) processo, adunque, le cui forme non si debbon confondere con le primitive quali ci appajono nelle due Eee. Esegesi novissima. Storia e indagine su Civette mitica soo in questo volume gi per intero composte quando apparvero di Pasquali le Quaestiones Callimacheae (Gottingae) ove il mito di Cirene  di nuovo trattato. Ne pubblicheremo altrove una confutazione (" Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino). Torino, BOCCA, TORINO Piccola Biblioteca di Scienze Moderne Grice: Mussolini lacked a classical education  he was obsessed, if we are talking alla hymns, of the modern, not the ancient! Grice: Mussolini, who wasnt from Rome, called Rome the city of prostitutes. Hausmann suggested that he should build the third Rome somewhere in the Lazio. Keywords: la terza Roma, Mazzini. Una e unica Roma, one and only. Mussolinis dislike for ruins, Mussolinis use of modern versus ancient. Calypso. Refs.: Luigi Speranza, Grice e Ferrabino  The Swimming-Pool Library. Aldo Ferrabino. Ferrabino.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrando: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di CORIOLANO, ovvero, la filosofia – scuola di Roma -- filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “I like Ferarndo; for one, he is what I would call an Anglo-Italian – cf. Anglo-Argentine; so he philosophised on Otello, Coroliano, la creazione di Carpenter and the forces of Prentice Mulford; on Byron’s Manfredi, and more beyond!” Si laurea a Pisa. Insegna a Firenze. Direttore della Biblioteca Filosofica. In qualità di filosofo s’interessa a Bergson, il misticismo, il transcendentalism (saggi per L’Annuario Filosofico), come filosofo anglista s'interessa a Shakespeare (“Otello”, “Corolliano”), e Coleridge, Carpenter (“La creazione”), Coleridge, Byron (“Manfredi”), “Le forze che dormono in noi” (Prichard). dando di alcuni di questi anche delle versioni. È inoltre studioso di psicologia e redattore della rivista Psiche. Collabora con SALVEMINI (si veda) alla propaganda anti-fascista e firma il manifesto di Croce. Espatria a New York, dove continua la sua attività anti-fascista, insegna filosofia e sposa Wilhelmina Anieka Leggett, con cui adotta la figlia Vasanti. Contribue più a fondare la Besant Hill School di Ojai, California, praticandovi l'insegnamento more socratico. L’istruzione è un processo d'indagine dove l’studente impara dal tutore *come* pensare, non *cosa* pensare".  RootsWeb's World Connect Project: LEGGETT of ELY, CAMBRIDGESHIRE, ENGLAND. Fe.  appointed Chairman of italian dept. Vassar Miscellany News, Besanthill. Opere: Saggi, “La Voce” -- Coriolano politico e Generale dell'Antica Roma Lingua Segui Gneo Marcio Coriolano, in latino Gnaeus Marcius Coriolanus, generalmente conosciuto come Coriolano, membro dell'antica Gens Marcia, fu uomo politico e valoroso generale al tempo delle guerre contro i Volsci.   Veturia ai piedi di Coriolano di Nicolas Poussin. BiografiaModifica Il giovane Gneo Marcio, non ancora Coriolano, partecipò come semplice soldato alla decisiva battaglia del lago Regillo, distinguendosi per il proprio valore, tanto da meritare la Corona civica per aver salvato da solo in battaglia un altro cittadino romano. Secondo Livio e Plutarco a Gneo Marcio fu attribuito il cognome a seguito della vittoria di Roma contro i Volsci di Corioli, ottenuta anche grazie al valore del giovane patrizio; secondo altri storici il cognome indica che la sua famiglia fosse originaria della città stessa. Q. Marcius, dux Romanus, qui Coriolos ceperat, Volscorum civitatem, ad ipsos Volscos contendit iratus et auxilia contra Romanos accepit. Romanos saepe vicit, usque ad quintum miliarium urbis accessit, oppugnaturus etiam patriam suam, legatis qui pacem petebant, repudiatis, nisi ad eum mater Veturia et uxor Volumnia ex urbe venissent, quarum fletu et deprecatione superatus removit exercitum. Atque hic secundus post Tarquinium fuit, qui dux contra patriam suam esset. Q. Marcio, comandante romano, che aveva conquistato Corioli, città dei Volsci, accecato dall'ira si recò presso i Volsci e ottenne aiuti contro i Romani. Sconfisse spesso i Romani, arrivando fino a cinque miglia da Roma, pronto a combattere anche contro la sua patria, respinti i legati inviati per chiedere la pace, vinto solamente dal pianto e dalle suppliche della madre Veturia e della moglie Volumnia, andate a lui da Roma, ritirò l'esercito. E questo fu il secondo capo, dopo Tarquinio, ad essersi opposto alla propria patria.»  (Eutropio, Breviarium ab Urbe condita) L'Eroe della presa di Corioli Consoli Postumio Cominio Aurunco e Spurio Cassio Vecellino, a Roma, per quella che sarebbe stata ricordata come la prima secessione, la plebe si era ritirata sul Monte Sacro.  La situazione era poi resa oltremodo complicata dalla necessità di definire un nuovo trattato (Fœdus) con i Latini, compito che fu affidato al console Spurio Cassio, trattato che da lui prese di nome (Fœdus Cassianum), e dai preparativi bellici intrapresi dai Volsci, contro cui si decise di intraprendere l'ennesima azione militare, affidandola al console Postumio Cominio.  Postumio Cominio iniziò la campagna militare guidando l'esercito romano contro i Volsci di Antium, città che venne espugnata. Successivamente l'esercito romano marciò contro le città volsche di Longula, Polusca e Corioli, tutte e tre conquistate dai Romani, quest'ultima con l'apporto decisivo di Gneo Marcio, tanto che Livio annota:  L'impresa di Marcio eclissò la gloria del console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio combatté contro i Volsci  LIVIO Ab Urbe condita. Dai contrasti tra patrizi e plebei all'esilio. Intanto a Roma la prima secessio plebis e la conseguente mancata coltura dei campi aveva provocato un rincaro del grano e la necessità della sua importazione. Sotto il consolato di Marco Minucio Augurino e Aulo Sempronio Atratino, Coriolano si oppose fortemente alla riduzione del prezzo del grano alla plebe, che lo prese in forte odio.  In effetti la contesa non riguardava tanto il prezzo del grano, ma il conflitto tra plebei e patrizi, con questi ultimi che ancora non si erano rassegnati all'istituzione dei tribuni della plebe, e cercavano in tutti i modi di contrastarne l'azione. In un contesto di feroci attacchi politici, Coriolano rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che propugnava il ritorno alla situazione antecedente alla concessione del tribunato ai plebei, e per questo motivo era attaccato violentemente da questi. Durante una di queste infuocate assemblee mancò poco che Coriolano fosse mandato a morte, gettato dalla rupe Tarpea.  «...A questo punto Sicinnio, il più impudente dei tribuni, dopo una breve consultazione con i colleghi, proclamò davanti a tutti che Marcio era stato condannato a morte dai tribuni della plebe, e ordinò agli edili di portarlo immediatamente sulla rocca Tarpea e di gettarlo giù nella voragine.»  (Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade) Alla fine fu citato in giudizio dai tribuni della plebe, e a questo punto le versioni di Livio e Plutarco divergono. Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita. Invece per Plutarco[5] Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il tesoro di Anzio tra i commilitoni, invece di consegnarlo all'Erario. Anche per Plutarco, la condanna fu quella dell'esilio a vita.  La guerra contro RomaModifica Gneo Marcio scelse di recarsi in esilio nella città di Anzio, ospite di Attio Tullio, eminente personalità tra i Volsci. I due, animati da forti sentimenti di rivincita nei confronti di Roma, iniziarono a tramare affinché tra i Volsci, più volte battuti in scontri campali dall'esercito romano, si sviluppassero nuovamente motivi di risentimento contro i Romani, tali da far nascere in questi il desiderio di entrare in guerra contro il potente vicino. Marcio e Tullo discutevano di nascosto in Anzio con i più potenti e li spingevano a scatenare la guerra mentre i Romani si combattevano tra loro. Ma mentre i Volsci erano trattenuti dal pudore perché le due parti avevano concordato una tregua e un armistizio di due anni, e furono i Romani a fornire loro stessi il pretesto, annunziando durante certi spettacoli e giochi, sulla base di qualche sospetto o falsa accusa, che i Volsci dovevano lasciare la città prima del tramonto. Plutarco, Vite parallele, Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade) Alla fine i Volsci decisero per una nuova guerra contro Roma, ed affidarono a Coriolano e ad Attio Tullio il comando dell'esercito. Quindi i due comandanti si risolsero a dividersi le forze, rivolgendosi Attio ai territori dei Latini, per impedire che portassero soccorso a Roma, e Coriolano a saccheggiare la campagna romana, evitando però di attaccare le proprietà dei Patrizi, così da fomentare la discordia tra Plebei e Patrizi. L'espediente ebbe successo, tanto da permettere ai due eserciti Volsci, di tornare nel proprio territorio, carichi di bottino e senza aver subito alcun attacco dai Romani.  Successivamente, mentre Attio proteggeva con il proprio esercito la città, Coriolano volse il proprio esercito contro la colonia romana di Circei che fu presa, mentre Roma non reagiva per il montare della discordia tra i due ordini.  Alla fine a Roma si decise di arruolare un esercito, e si permise agli alleati Latini di prepararne uno per proprio conto, in quanto Roma non era in grado di difenderli dalle incursioni dei Volsci. Ai Volsci, che si preparavano alla guerra, si aggiunse poi la rivolta degli Equi. Coriolano, al comando del proprio esercito quindi prese Tolerium, Bola, Labicum, Corbione, Bovillae e pose l'assedio a Lavinium, senza che i Romani portassero aiuto a queste città.  Quindi Coriolano si accampò a sole cinque miglia dalle mura della città in località Cluvilie, dove fu raggiunto da un'ambasceria composta da cinque ambasciatori. Per tutti parlò Marco Minucio Augurino, senza però riuscire a far desistere Coriolano dal proprio intento; anzi i Volsci, sempre guidati dal condottiero romano, presero Longula, Satricum, Polusca, le città degli Albieti, Mugillae e vennero a patti con i Coriolani.  Leggermente diversa la versione di Livio:  Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città»  (LIVIO (si veda), Ab Urbe condita libri) Qui, alle porte dell'Urbe al IV miglio della Via Latina, dove si trovava il confine dell'Ager Romanus Antiquus (nei pressi dell'attuale Via del Quadraro), mentre i consoli, Spurio Nauzio e Sesto Furio, organizzano le difese della città, venne fermato dalle implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia, accorsa con i due figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal proprio proposito di distruggere Roma.  «....Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre.»  (LIVIO (si veda), Ab Urbe condita libri) Morte LIVIO (si veda) riporta come non ci è concordanza sulla morte di Coriolano. Secondo parte della tradizione, è ucciso dai Volsci, che lo considerarono un traditore per aver sciolto l'esercito sotto le mura di Roma. Secondo Fabio, muore di vecchiaia in esilio.  Plutarco e Dionigi di Alicarnasso raccontano come Coriolano è ucciso da una congiura, capitanata da Attio Tullio, mentre si sta difendendo in un pubblico processo ad Anzio, dove è stato messo sotto accusa dai Volsci per essersi ritirato, senza aver combattuto, da Roma.Poi, però, è dimostrato che l’azione non è affatto condivisa da tutti, sicché fu seppellito con grandi onori e il sepolcro di Coriolano, ornato con armi e spoglie, fu considerato dalla popolazione il sepolcro di un eroe e di un grande generale. I Romani, invece, non gli tributarono onori quando seppero della sua morte, né tuttavia gli serbarono rancore, tant'è vero che alle donne fu consentito portare il lutto fino a un massimo di 10 mesi. CICERONE (si veda), nel Brutus, nel paragonare Coriolano a Temistocle ne accomuna la sorte: si sarebbero entrambi tolti la vita una volta allontanati dalla patria.Critica storica Secondo parte della moderna storiografia Coriolano rappresenta un personaggio leggendario, creato per giustificare le sconfitte dei Romani nelle guerre contro i Volsci nella prima epoca repubblicana, guerre che arrivarono a minacciare l'esistenza stessa di Roma. I Romani trovarono giustificazione delle loro ripetute sconfitte, nella credenza che solo un condottiero romano avrebbe potuto sconfiggere un esercito romano. La circostanza che Coriolano non appaia tra i fasti consulares aumenta il dubbio che si sia trattato di un personaggio storico (cf. Grice, “Vacuous Names”). Plutarco, Vite parallele, Vita di Coriolano, Livio, Ab Urbe condita libri Plutarco, Vite parallele Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, Livio, Ab Urbe condita libri Plutarco, Vite parallele Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Livio, Ab Urbe condita libri Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Appiano, Storia romana, Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 40 ^ Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, V Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane CICERONE (si veda), Laelius de amicitia CICERONE (si veda), Brutus. Livio, Ab Urbe condita libri Plutarco, Vite parallele, Coriolano Eutropio, Breviarium ab Urbe condita (che lo chiama Quinto) Ispirata pure alla vicenda di Coriolano è un'ouverture di Beethoven (in do min.), composta per la tragedia teatrale omonima di Collin.  Gens Marcia Volumnia Veturia Coriolano, tragedia di Shakespeare Coriolano, Gneo Marcio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Coriolano, Gnèo Màrcio, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Gneo Marcio Coriolano Gneo Marcio Coriolano (altra versione), su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Guerra   Portale Politica Sesto Furio Medullino Fuso politico romano  Roma e le guerre con Equi e Volsci Attio Tullio Nobile volsco di Antium (le odierne Nettuno ed Anzio)  CORIOLANO Tragedia Note di Raponi. Il testo inglese adottato per la traduzione è quello d’Alexander (Shakespeare - “The complete Works”, Collins., London), con qualche variante suggerita da altri testi, specialmente quello prodotto dal Furnivall per la “Early English Text Society”, l’“Arden Shakespeare” e l’ultima edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Taylor e G. Wells per la Clarendon. Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente intesa. 3) All’inizio di ciascuna scena i personaggi sono introdotti con il rituale “Entra” o “Entrano”, che ripete l’“Enter” del testo; giova avvertire però che tale dizione non implica che i personaggi debbano “entrare” in scena al levarsi del sipario; è spesso possibile che essi vi si trovino già, in un qualunque atteggiamento. La reciproca vale per le dizioni “Exit” - “Exeunt”, “Esce”, “Escono”. 4) Il metro è l’endecasillabo sciolto, intercalato da settenari, come l’abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura. 5) Trattandosi della Roma di Coriolano, la forma del “tu” (i Romani non ne conoscevano altra) è sembrata imperativa, ad onta del dialogante alternarsi dello “you” e del “thou” dell’inglese. 6) La divisione in atti e scene, com’è noto, non si trova nell’in-folio; essa è stata elaborata, spesso anche con l’elenco dei personaggi, da vari curatori nel tempo, a cominciare da Rowe. Li si riproduce come figurano nella citata edizione dell’Alexander.  CORIOLANO Nota introduttiva Plutarco, dalle cui “Vite parallele” Shakespeare trae essenzialmente la trama della sua tragedia, associa Coriolano con Alcibiade, come esempio di due grandi condottieri e uomini politici venuti in contrasto con la loro patria e scesi contro di essa in guerra alla testa di eserciti nemici. I due sono contemporanei: Alcibiade vive nell’Atene di Pericle (V sec. a.C.), già matura repubblica demo- aristocratica; Coriolano nella giovane immatura repubblica di una Roma che si è appena liberata della tirannia dei re etruschi. Ma il parallelismo tra i due è per contrasto; perché Alcibiade cerca, contro l’aristocrazia di cui è parte (è il nipote di Pericle), e che gli dà l’ostracismo, il favore del popolo; Coriolano, all’opposto, nel suo orgoglio di aristocratico rozzo e impolitico, disprezza la massa plebea ed è da questa prima eletto poi privato del consolato e bandito da Roma. L’orgoglio di Coriolano e il suo conflitto con l’intima nobiltà dell’uomo è il “leitmotiv” del dramma shakespeariano; ad esso fa da sfondo una Roma la cui politica interna è caratterizzata dalle lotte di classe fra patrizi e plebei, quella esterna dalle prime guerre di espansione. I nemici più vicini sono i Volsci, che abitano le terre del sud del Lazio, comprese le città di Anzio e Corioli. La superbia è il peggiore dei vizi, il massimo dei peccati capitali della dottrina cristiana; tradotta nella persona di un eroe della Roma pagana essa acquista la dimensione di un vizio legato ad una virtù: nobiltà e onore. Le parole “nobility” e “honour”, come osserva il Melchiori, con i loro derivati nominali e verbali ricorrono ben 137 volte nel testo della tragedia. Questo conflitto, come una fatale condanna, nega a Coriolano la capacità di convivere con gli oppositori, l’inclinazione al possibilismo che è la massima dote del politico, e sarà, nel mondo politico nel quale egli si muove, la sua tragica fine. Il linguaggio di Coriolano, a differenza di quello raffinato e colto di Alcibiade, è sempre rude, quasi urlato, di rissa; e ad accentuarne la rudezza Shakespeare crea, in contrapposto, di sua fantasia, il personaggio di Menenio Agrippa, un modello di scaltrezza politica - questo sì - simile ad Alcibiade, che parla studiando l’avversario, per saggiarne i punti deboli e, prima assecondandolo poi demolendolo, averne ragione. Ma Coriolano non è solo questo. All’intolleranza faziosa egli aggiunge l’incostanza del carattere, l’ignoranza di sé. Questo lo porta ad ingannarsi non solo sulla realtà politica che lo circonda, ma sulla sua stessa immagine; si trova così, quasi senza volerlo, sottomesso alla volontà della madre, Volumnia. Questa è la figura di matrona romana nelle cui parole par quasi di sentire un’eco ante litteram del Machiavelli: “Chi diventa principe col favore dei grandi deve anzitutto guadagnarsi il favore del popolo, farsi “gran simulatore e dissimulatore”. Coriolano, a differenza di Alcibiade, è il contrario di tutto questo.  CAIO MARCIO, detto poi “Coriolano” TITO LARZIO COMINIO, generali romani nella guerra contro i Volsci MENENIO AGRIPPA, amico di Coriolano SICINIO VELUTO GIUNIO BRUTO, tribuni della plebe IL PICCOLO MARCIO, figliolo di Coriolano Un araldo romano NICANOR, romano al servizio dei Volsci TULLO AUFIDIO, generale dei Volsci Un luogotenente di Aufidio ADRIANO, volsco Un cittadino di Anzio Due sentinelle volsche VOLUMNIA, madre di Coriolano VIRGINIA, sposa di Coriolano VALERIA, amica di Virginia Una dama di compagnia di Virginia Senatori romani e volsci Patrizi, edili, littori, soldati, cittadini, messaggeri Servi di Aufidio ed altri dei vari seguiti Cospiratori del partito di Aufidio SCENA: parte a Roma e nei dintorni di Roma; parte a Corioli e dintorni; parte ad Anzio. PERSONAGGI  Roma, una strada Entra un gruppo di POPOLANI in rivolta, con mazze, randelli e altri ordigni PRIMO CITTADINO - (Agli altri) Prima d’andare avanti, m’ascoltate! TUTTI - Parla, parla. PRIMO CITT. - Decisi allora: morti, piuttosto che affamati! TUTTI - Decisi sì! - Decisi! PRIMO CITT. - Primo: ciascuno sa che Caio Marcio è il principale nemico del popolo. TUTTI – È Caio Marcio! Lo sappiamo tutti. PRIMO CITT. - Uccidiamolo, allora, e avremo il grano al prezzo nostro! Chiaro? TUTTI - Chiaro. Basta parole. Andiamo ai fatti! SECONDO CITT. - Una parola, buoni cittadini. PRIMO CITT. - “Buoni” dillo ai patrizi! Noi per loro non siamo che gentaccia! Il sovrappiù che avanza a lorsignori già ci procurerebbe alcun sollievo; quello che avanza dalla loro tavola, dico, che fosse appena digeribile; potremmo almeno farci l’illusione che ci aiutino per umanità; ma pensano che già costiamo troppo. La macilenza che ci affligge tutti, a specchio della nostra povertà, è per loro un inventario ad uomo per esibire la loro abbondanza. La nostra sofferenza è il lor guadagno. Vendichiamoci con le nostre picche prima che diventiamo dei rastrelli, ché se parlo così, sanno gli dèi ch’è per fame di pane, e non punto per sete di vendetta!  SECONDO CITT. - E vorresti che noi si procedesse prima di tutti contro Caio Marcio? PRIMO CITT. - Contro di lui per primo; è un vero cane, quello, per il popolo. SECONDO CITT. - Hai ben considerato, tuttavia, quali servigi egli ha reso alla patria? PRIMO CITT. - Certamente, e sarei anche contento di dargliene pubblicamente merito; ma di ciò lui si paga da se stesso con la sua boria. SECONDO CITT. - Via, non dirne male. PRIMO CITT. - Io ti dico che tutto che di buono ha fatto è stato per un solo fine; anche se a certe tenere animucce può piacere di dire che l’ha fatto pel suo paese, in verità l’ha fatto per piacere a sua madre, ed anche, in parte, per soddisfare la propria ambizione, ché ce n’ha tanta per quanto ha coraggio. SECONDO CITT. - Tu gli addebiti a colpa qualcosa contro cui lui non può niente, perché fa parte della sua natura. Non puoi dire però che sia corrotto. PRIMO CITT. - Questo no, ma di accuse su di lui ne posso partorire a volontà. Di difetti ce n’ha di sopravanzo, da stancare ad enumerarli tutti! (Clamori all’interno) Ma che son queste grida?... L’altra parte della città è in rivolta, e noi ce ne restiamo qui a cianciare? Al Campidoglio, tutti! TUTTI - Andiamo! Andiamo! PRIMO CITT. - Un momento! Chi è che viene qui? Entra MENENIO AGRIPPA SECONDO CITT. - Il buon Menenio Agrippa, un galantuomo, uno che sempre volle bene al popolo.  PRIMO CITT. - Una persona onesta. Fossero tutti gli altri come lui! MENENIO - Ehi, cittadini, che intendete fare, dove volete andare, così armati di mazze e di randelli? PRIMO CITT. - Il motivo lo sa bene il Senato. È da due settimane che sanno quello che vogliamo fare. Ora glielo mostriamo con i fatti. Loro dicono che noi postulanti abbiamo il fiato forte: ora sapranno che abbiamo forti pure mani e braccia. MENENIO - Evvia, signori, buoni amici miei, onesti miei concittadini, diamine!, volete rovinarvi? PRIMO CITT. - Rovinati già siamo, amico; più non è possibile. MENENIO - Ed io vi dico invece, brava gente, che i patrizi si curano di voi col più caritatevole riguardo. Quanto a quel che vi manca, ciò che soffrite in questa carestia, alzare contro lo Stato romano le vostre mazze, è come alzarle in aria con l’intenzione di colpire il cielo: esso seguiterà per la sua strada, spezzando mille, diecimila ostacoli più forti che non possa mai sembrare quello di questa vostra opposizione. Quanto alla carestia, sono gli dèi che l’han voluta, non punto i patrizi, e davanti agli dèi sono i ginocchi, non le braccia, che possono soccorrervi. Ahimè, che voi vi fate trascinare dalla disgrazia dove altri malanni v’aspettano, a calunniar così e maledir come nemici gli uomini che reggono il timone dello Stato e di voi son pensosi, come padri. PRIMO CITT. - Di noi pensosi, quelli? Figuriamoci! Mai se ne son curati fino ad oggi. Ecco, ci lasciano morir di fame, e i magazzini son pieni di grano; sfornano editti per punir l’usura e favoriscon solo gli strozzini;  abrogano ogni giorno sane leggi promulgate a suo tempo contro i ricchi ed ogni giorno sfornano decreti sempre più duri per impastoiare ed affamare la povera gente. Se non saran le guerre, saranno loro a sterminarci tutti. Ecco qual è l’amore che ci portano. MENENIO - Dovete ammettere che a dir così siete mostruosamente in malafede, o si dovrà accusarvi di follia. Vi voglio raccontare una storiella su misura. L’avrete già sentita, ma poiché ben s’adatta al mio proposito, m’avventuro a ridurla un po’ più trita. PRIMO CITT. - Beh, sentiamola un po’. Ma non pensare di far sparire con un raccontino il nostro obbrobrio. Dilla, se ti piace. MENENIO - Successe un tempo che tutte le membra del corpo si levarono in rivolta contro lo stomaco, così accusandolo: restarsene esso solo, in mezzo al corpo, a ingozzarsi di cibo tutto il tempo come un gorgo, infingardo ed inattivo, senza divider mai con l’altre parti il lavoro comune, mentre quelle eran continuamente ad esso intente, ad udire, a pensare, a impartir ordini, a camminare, a percepir coi sensi, sì che aiutandosi l’una con l’altra, provvedevano insieme agli appetiti e ai bisogni comuni a tutto il corpo. Lo stomaco rispose... PRIMO CITT. - Beh, sentiamo, quale fu la risposta dello stomaco? MENENIO - Stavo appunto per dirtelo. Lo stomaco, mostrando loro un certo sorrisetto che non gli venne affatto dai polmoni(9) ma proprio qui, così...(10) perché, vedete, se posso farlo parlare, lo stomaco, posso ben farlo egualmente sorridere, provocatoriamente replicò alle parti che s’eran ribellate invidiose ch’ei solo ricevesse, esattamente come adesso voi che criticate i nostri senatori  perché non sono quali siete voi. PRIMO CITT. - La risposta del tuo stomaco... Beh? La testa, sede di regal diadema, l’occhio, vigil guardiano, il cuore, consigliere, il braccio, nostro difensore armato, la gamba, nostro caval di battaglia, la lingua, nostro araldo trombettiere, con tutte l’altre nostre munizioni e piccoli ausiliari di difesa di questa nostra fabbrica, se questi, tutti insieme... MENENIO - Ebbene, che?... (Tra sé) Parola mia, costui si parla addosso! (Forte) Ebbene, allora? Avanti, su, che cosa? PRIMO CITT. - ... dovessero venir prevaricati dal cormorano stomaco, ch’è la fogna del corpo... MENENIO - Ebbene allora? PRIMO CITT. - Allora, insomma, se questi che ho detto si lamentavano, che mai rispondere poteva il ventre? MENENIO - Te lo dico io, se mi concedi un poco di pazienza, anche se, come vedo, ce n’hai poca. PRIMO CITT. - Eh, quanto la fai lunga! MENENIO - Stammi bene a sentire, buon amico... Dunque lo stomaco, con gran sussiego, pesando le parole, in tutta calma, al contrario dei suoi accusatori, dice: “Miei cari consociati, è vero ch’io ricevo per primo tutto il cibo da cui traete voi sostentamento; ma è giusto e logico che sia così dal momento ch’io sono il magazzino e l’officina di lavorazione di tutto il corpo. E se ci riflettete, io lo rimando poi regolarmente, pei canali del sangue, fino al palazzo della corte, al cuore, al suo trono, il cervello,  e, attraverso i tortuosi labirinti e le diverse stanze di servizio della persona, i più robusti muscoli, e le più capillari delle vene ricevono da me regolarmente la naturale dose d’alimento onde ciascuno trae la propria vita. Ed anche se voi tutti presi insieme...” - attenti, amici, adesso, attenti bene, a ciò che dice il ventre... PRIMO CITT. - Sì, ma sbrigati. MENENIO - “... anche se non potete, lì per lì, vedere ciò che fornisco a ciascuno, cionondimeno alla resa dei conti il mio bilancio è a posto, perché tutti ricevono da me il fior fiore di tutto, laddove a me non resta che la crusca”. Beh, che ne dite? PRIMO CITT. - Una risposta l’era, questa; ma come può adattarsi a noi? MENENIO - Fate conto che siano i senatori di Roma questo stomaco, e voialtri le membra ammutinate. Perché considerate in generale le lor delibere e le lor premure, digerite a dovere entro di voi quanto concerne il pubblico benessere, e troverete che dei benefici che tutti riceviamo dallo Stato non ce n’è che non vengano da loro, e nessuno da voi. (Al Primo Cittadino) Beh, che ne pensi, tu che sei, come mi sembri, l’alluce del piede di codesto assembramento? PRIMO CITT. - Io, alluce? Perché? MENENIO - Perché sei tra i più bassi, i più schifosi, i più morti di fame di codesta saggissima rivolta, e vai avanti a tutti, tu, cagnaccio che sei del peggior sangue quanto a correre, e ti dài arie da caporione sol per trarne vantaggio personale!  Impugnateli pure i vostri arnesi, i nodosi randelli ed i batacchi: Roma ed i sorci della sua cloaca stan per darsi battaglia, chi sa quale dei due avrà la peggio(15)! Entra CAIO MARCIO MENENIO - Salute a te, nobile Marcio. MARCIO - Grazie! (Al popolo) Che vi succede, torpida canaglia, che a furia di grattarvi notte e giorno la scabbia della vostra ostinazione siete ridotti a una putrida rogna? PRIMO CITT. - Sempre buone parole da te, Marcio! MARCIO - Buone parole, ad uno come te, chiunque le dice sse, sarebbe un basso e immondo adulatore. Che volete, cagnacci, cui non va bene né pace, né guerra, perché l’una vi fa tanti conigli, l’altra vi fa sfrontati e tracotanti? E a fidarsi di voi, non che scoprir che siete dei leoni, ci si accorge che siete solo lepri, oche, invece di volpi. No, si può far meno fiducia in voi che in un tizzone acceso in mezzo al ghiaccio, che in un granello di grandine al sole. Siete capaci d’innalzare al cielo chi è punito per qualche sua magagna, e insieme maledire la giustizia che l’ha punito. Chi merita onore, non può che meritare l’odio vostro; le vostre simpatie per questo o quello son come l’appetito di un malato che va desiderando soprattutto ciò che può solo peggiorargli il male. Chi dipendesse dal vostro favore è come se nuotasse avendo ai piedi pinne di piombo, o avesse l’illusione di segare una quercia con dei giunchi. Fidare in voi?... Impiccatevi! Voi mutate gabbana ogni minuto. Siete pronti a dir nobile chi poco prima coprivate d’odio, e vile chi era prima il vostro eroe.  E adesso che v’ha preso, d’andare urlando per le vie di Roma contro il Senato che, grazie agli dèi, riesce ancora a mantenervi a freno(17), se no vi sbranereste l’un con l’altro? (A Menenio) Che van cercando? MENENIO - Grano, al loro prezzo, perché sostengono che la città n’è ben fornita. MARCIO - Alla forca! “Sostengono”!... Siedono tutto il tempo accanto al fuoco, e pretendono di sapere loro tutto quel che succede in Campidoglio: chi può andare più in alto, chi ci sta con buone prospettive, chi declina; parteggiano or per uno or per un altro, s’inventano alleanze immaginarie, innalzano alle stelle una fazione e sotto le lor scarpe rattoppate calpestano chi non va loro a genio. Dicono che c’è grano in abbondanza! Se i nobili mettessero da parte per una volta la loro pietà e lasciassero a me d’usar la spada, ne farei un tal mucchio, fatti a pezzi, di migliaia di questi miserabili alto quanto gittar può la mia lancia(19). MENENIO - Non c’è bisogno. Quelli che son qui son già quasi convinti tutti quanti; perché se pur son largamente privi d’ogni criterio di moderatezza, sono pure abbondantemente vili. Dimmi piuttosto tu, che cosa dice il resto della mandria. MARCIO - Si son dissolti. Che crepino tutti! Dicevan d’aver fame, e davan fiato sospirando a sentenze come queste: “La fame fa crepare anche le mura”; “Pure i cani han diritto di mangiare”; “Gli dèi non hanno dato il grano agli uomini soltanto per i ricchi”... ed altre simili. E con questi cascami di saggezza esalavano il loro malcontento; finché han trovato chi gli ha dato retta ed ha esaudito una lor petizione...  una richiesta assurda, da spezzare il più generoso cuore, e spegnere sul volto del potere ogni baldanza. E quelli tutti a urlare, gettando i loro cappellacci in aria, come se li volessero appiccare ai corni della luna. MENENIO - E che cos’è ch’è stato lor concesso? MARCIO - Cinque tribuni, di lor propria scelta, a difesa della plebea saggezza. Uno dei cinque è Giunio Bruto, un altro è Sicinio Voluto... e non so più. Ma, sangue degli dèi, se stesse a me, questa canaglia, prima di spuntarla doveva scoperchiare tutta Roma! Questi col tempo prenderan la mano sul potere legittimo, e pian pian accamperanno sempre altre pretese come pretesto ad una insurrezione. MENENIO - Certo, la cosa è sconcertante assai. MARCIO - (Alla folla) A casa, a casa, avanti, spazzatura! Entra di corsa un MESSAGGERO MESSAGGERO - Caio Marcio dov’è? MARCIO - Qui. Che succede? MESSAGGERO - Marcio, è giunta notizia che i Volsci sono in armi. MARCIO - Ne ho piacere. Potremo sbarazzarci finalmente di tanto nostro ammuffito superfluo. Ma ecco i nostri più nobili anziani. Entrano COMINIO, TITO LARZIO, con altri SENATORI, poi GIUNIO BRUTO e SICINIO VOLUTO PRIMO SENATORE - Marcio, quel che ci hai detto ultimamente è confermato: i Volsci sono in armi. MARCIO - Ed hanno a capitano Tullo Aufidio, uno che vi darà filo da torcere. Peccherò, ma m’invidio il suo valore, e se fossi altro da quello che sono,  vorrei essere lui, e nessun altro. COMINIO - Vi siete già scontrati faccia a faccia. MARCIO - Se la metà del mondo si scontrasse con l’altra, e Tullo Aufidio si venisse a trovar dalla mia parte, io cambierei di fronte per guerreggiar con lui solo. È un leone a cui m’inorgoglisce dar la caccia(25). PRIMO SENAT. - E allora, degno Marcio, unisciti a Cominio in questa guerra. COMINIO - Me l’hai promesso, Marcio. MARCIO - E lo mantengo. E mi vedrai ancora, Tito Larzio, volteggiare la lama in faccia a Aufidio. Che hai? Ti vedo alquanto titubante. Ti tiri fuori? LARZIO - No, Marcio, che dici? Appoggiato magari a una stampella e brandendo quell’altra come un’arma, piuttosto che mancare a quest’impresa. MENENIO - Eh, buon sangue romano... PRIMO SENAT. - Allora tutti insieme in Campidoglio, dove so che si trovano ad attenderci i più degni ed illustri nostri amici. LARZIO - (A Cominio) Tu avanti a tutti. (A Marcio) E tu dopo di lui. Noi seguiremo. A voi la precedenza. COMINIO - (Prendendo sottobraccio Marcio e avviandosi) Nobile Marcio! (Alla folla) A casa, via, sparite! MARCIO - Ma no, lascia che vengano anche loro. I Volsci han molto grano. Portiamoli da loro, questi sorci, a rosicchiare i lor granai, perbacco! Ribelli rispettabili, il valor vostro ha buone prospettive. Seguiteci, vi prego.  (I popolani si disperdono) (Gli altri escono tutti, meno SICINIO e BRUTO) SICINIO - S’è visto mai un uomo più arrogante di questo Marcio? BRUTO - Non ce n’è l’uguale. SICINIO - Quando ci elessero tribuni... BRUTO - Già, notasti pure tu le labbra, gli occhi? SICINIO - No, notai solo le sue insolenze. BRUTO - Oh, quanto a quelle, se perde le staffe non esita ad insolentir gli dèi. SICINIO - O a schernire la vereconda luna. BRUTO - Se questa guerra se lo divorasse! È diventato troppo strafottente, per essere altrettanto valoroso. SICINIO - Uno con un carattere così, se il successo gli fa montar la testa, arriverà a sdegnare la sua ombra e pestarla coi piedi a mezzogiorno. Mi sorprende perciò che tanta boria giunga a piegarsi tanto docilmente da farsi comandare da Cominio. BRUTO - La fama, cui palesemente aspira, e che già gli ha concesso i suoi favori, non c’è mezzo migliore per serbarla intatta ed anche accrescerla che operare in un posto dopo il primo; così quando le cose vanno male, sarà colpa del comandante in capo, abbia pur egli fatto tutto il meglio ch’è possibile a un uomo; ed a quel punto gl’immancabili stupidi censori si daranno a gridar di Caio Marcio: “Ah, se l’avesse comandata lui quest’impresa!”. SICINIO - Se invece vanno bene, la voce della pubblica opinione, ch’è già così favorevole a Marcio, defrauderà Cominio d’ogni merito.  BRUTO - E così la metà di tutti i meriti che spettano a Cominio andranno a Marcio, senza che questo li abbia meritati. SICINIO - Ma muoviamoci. Andiamo un po’ a sentire che cosa si decide per la guerra e come intende lui, col suo carattere, avventurarsi in questa impresa. BRUTO - Andiamo. (Escono) SCENA Corioli, il Senato Entra TULLO AUFIDIO con alcuni SENATORI PRIMO SENATORE - Così, tu pensi, Aufidio, che quei di Roma siano a conoscenza dei nostri piani e delle nostre mosse? AUFIDIO - E voi non lo pensate? Ci fu mai decisione in questo Stato ch’abbia potuto mandarsi ad effetto prima che Roma se ne impadronisse? Ho notizie di là abbastanza fresche, meno di quattro giorni, che mi dicono... Credo d’aver con me il dispaccio... Eccolo (Legge) “Hanno ammassato un poderoso esercito, “ma non si sa per qual destinazione, “se ad est oppure ad ovest... “Nella città la carestia è grande, “e nel popolo c’è molto fermento. “Si dice che Cominio insieme a Marcio, “il vecchio tuo nemico, odiato a Roma “più che da te, e insieme a Tito Larzio, “un romano di altissimo valore, “saranno i comandanti designati “di quest’azione, dovunque diretta. “Molto probabilmente “essa è contro di voi. State in allarme”. PRIMO SENAT. - La nostra armata è in campo. Eravamo sicuri che da Roma ci sarebbe venuta la risposta)... AUFIDIO - ... a giudicar non certo una follia creder che i vostri piani di battaglia  avessero a tenersi sotto chiave finché non fosse proprio necessario ch’essi si rivelassero da soli(29); invece, a quanto pare, erano noti a Roma sin da quando si covavano. Questa brutta scoperta c’impone adesso d’abbassar la mira, ch’era di prendere molte città prima almeno che Roma sapesse ch’eravamo scesi in guerra. SECONDO SENAT. - Nobile Aufidio, assumi tu il comando, raggiungi le tue truppe, e lascia a noi di difender Corioli. Se s’accampasser qui davanti a noi, porta su le tue forze per cacciarli. Ma penso ch’essi, lo vedrai tu stesso, non si preparano contro di noi. AUFIDIO - Ah, su ciò non illuderti. Le mie notizie son di fonte certa. Dirò di più, già alcuni scaglioni del loro esercito stanno marciando, e soltanto per questa direzione. Mi congedo, signori. Se Marcio ed io dovessimo incontrarci, ci siamo già giurati di combattere fin che un non soccomba. TUTTI - Il ciel t’assista! AUFIDIO - E protegga le vostre signorie. PRIMO SENAT. - Addio! SECONDO SENAT. - Addio! TUTTI - Addio! (Escono tutti, i Senatori da una parte, Aufidio dall’altra) SCENA III - Roma, la casa di Caio Marcio VOLUMNIA e VIRGINIA siedono intente a cucire VOLUMNIA - Canta, figlia, ti prego, o almeno mostrati un po’ meno triste! Se Marcio invece d’essere mio figlio fosse mio sposo, sarei più felice di saperlo lontano a farsi onore,  che averlo a letto a gustarne gli amplessi, per quanto amore egli potesse effondere. Quand’era ancora un tenero fanciullo, e l’unico rampollo del mio ventre, e la sua fascinosa giovinezza gli attirava gli sguardi della gente; quando una madre, neppure se un re l’avesse scongiurata un giorno intero, se lo sarebbe fatto allontanare dalla vista nemmeno per un’ora, io, presaga da allora della gloria cui uno come lui era votato (ché se brama d’onor non lo animasse, sarebbe stato nulla più che un quadro da restare appiccato alla parete), ero felice di lasciarlo andare in cerca di pericolo, dovunque egli potesse incontrar fama. E lo mandai ad una cruda guerra, dalla quale però fece ritorno col capo cinto di foglie di quercia. Ti dico, figlia, che di tanta gioia non sussultai sentendo il primo annuncio che avevo partorito un figlio maschio, quanta fu a veder la prima volta qual uomo vero egli s’era mostrato. VIRGINIA - E se fosse caduto in quell’impresa, madre, che avreste fatto? VOLUMNIA - Avrei serbato al posto di mio figlio la gloria del suo nome, e in essa avrei ritrovato mio figlio. Senti quel che ti dico, cuore in mano: avessi pur dodici figli maschi, tutti egualmente amati, e nessuno di loro meno caro del tuo e mio buon Marcio, preferirei vederne morir undici nobilmente, in difesa della patria, che saperne uno solo dissipare la vita nei piaceri, lontano dalle fatiche di guerra. Entra un’ANCELLA ANCELLA - Padrona, è qui la nobile Valeria, per farti visita. VIRGINIA - Madre, ti supplico, dammi licenza, vorrei ritirarmi.  VOLUMNIA - Niente affatto, non devi. Mi par già di sentire qui, vicino, il rullo dei tamburi del tuo sposo, e di vederlo che trascina in terra, presolo pei capelli, quell’Aufidio, ed i Volsci fuggire innanzi a lui come bambini alla vista dell’orso... E vederlo che pesta i piedi a terra, così, e gridare: “Avanti, voi, vigliacchi! Figli della paura, e non di Roma!” e asciugarsi la fronte insanguinata con una mano inguantata di ferro, ed avanzar pel campo di battaglia simile a un mietitore che s’imponga di mieter tutto il campo per non perder la paga giornaliera. VIRGINIA - La fronte insanguinata?... Oh, Giove, no! VOLUMNIA - Via, sciocca! Il sangue s’addice ad un uomo meglio dell’oro sopra il suo trofeo(33). I seni d’Ecuba giovane sposa che allattavano Ettore bambino non erano più belli della fronte di lui quando, sprezzante, schizzava sangue per le greche spade. (All’ancella) Va’, di’ a Valeria che siamo qui pronte a darle il benvenuto in casa nostra. (Esce l’ancella) VIRGINIA - Proteggano gli dèi il mio signore dal terribile Aufidio. VOLUMNIA - Sarà lui, che schiaccerà del fero Aufidio il capo col suo ginocchio e il collo col suo piede. Rientra l’Ancella con VALERIA e un servo di questa VALERIA - Buongiorno a voi, mie donne! VOLUMNIA - Cara amica! VIRGINIA - Son lieta di vederti. VALERIA - Come state? Brave massaie, vedo. Un bel lavoro:  che ricamate?... E il bimbo come sta? VIRGINIA - Sta bene, buona amica, ti ringrazio. VOLUMNIA - Preferirebbe stare tutto il giorno a veder spade ed udire tamburi, piuttosto che star dietro al suo maestro. VALERIA - Parola mia, il figlio di suo padre! Un frugoletto stupendo, davvero. Vi dirò, sono stata ad osservarlo mercoledì scorso per una mezz’ora: che piglio risoluto! A un certo punto l’ho visto correr dietro a una farfalla dalle alucce dorate; l’acchiappò, poi la lasciò andar libera di nuovo, e lui di nuovo dietro, ruzzolando su e giù, e rialzandosi, finché riesce ad acchiapparla ancora; e là, o l’avesse urtato il ruzzolone, o che cos’altro, la serra tra i denti, così, e la sbrana. E come l’ha ridotta, non vi dico. VOLUMNIA - Gli scatti di suo padre! VALERIA – È così, vero, un bimbetto di razza. VIRGINIA - Un monello, mia cara. VALERIA - Via, mettete da parte quel ricamo. Vo’ farvi fare, questo pomeriggio con me la parte di massaie oziose. VIRGINIA - No, mi dispiace, non mi va uscire. VALERIA - Non vuoi uscire? VOLUMNIA - Uscirà, uscirà! VIRGINIA - Davvero, no, perdonami, Valeria, ma ho deciso di non varcar quell’uscio finché non sia tornato il mio signore dalla guerra. VALERIA - Ma via, è irragionevole. che tu t’imponga un simile confino. Su, devi pur deciderti a far visita a quell’amica che sta per sgravarsi. VIRGINIA - Le faccio voti d’un felice parto  e le sto accanto con le mie preghiere; ma visitarla, adesso, no, non posso. VOLUMNIA - Perché? VIRGINIA - Non per sottrarmi ad un fastidio, e tanto meno per poca affezione. VALERIA - Vuoi farti proprio una nuova Penelope. Dicon però che tutta quella lana ch’ella filò nell’assenza di Ulisse non servì che a riempir di tarme Itaca. Eh, vorrei tanto che questa tua tela fosse sensibile come il tuo dito, così potresti, almeno per pietà, smettere di bucarla con quell’ago! Su, devi uscir con noi. VIRGINIA - No, cara amica, perdonami, ma io non uscirò. VALERIA - Senti, se vieni, sulla mia parola, ti fornirò eccellenti notizie di tuo marito. VIRGINIA - Ah, mia buona amica, è troppo presto ancora per averne. VALERIA - T’assicuro, non scherzo. Ne abbiamo ricevute ieri sera. VIRGINIA - Parli sul serio? VALERIA - In sacra verità. Ne ho sentito parlare un senatore. Son queste: i Volsci sono scesi in campo, contro di loro è partito Cominio con una parte delle nostre forze. Con l’altra tuo marito e Tito Larzio sono accampati davanti a Corioli, la loro capitale. Son sicuri di prenderla, e concludere presto la campagna. La notizia è sicura, sul mio onore. E dunque avanti, non farti pregare, vieni con noi. VIRGINIA - Ti chiedo ancora scusa, mia cara. Un’altra volta, tutto quello che vuoi, te lo prometto.  VOLUMNIA - Evvia, lasciala stare! Con l’umore che adesso si ritrova non farebbe che rattristar noi pure. VALERIA - Lo penso anch’io. (A Virginia) Allora, arrivederci. (A Volumnia) Andiamo, cara amica. (Volgendosi di nuovo a Virginia) Evvia, ti prego, caccia la mutria, vieni via con noi. VIRGINIA - No, non insistere. Non esco e basta. V’auguro buon divertimento. VALERIA - Addio. (Escono Volumnia e Valeria. Virginia si richina sul ricamo) SCENA L’accampamento romano davanti a Corioli Entrano CAIO MARCIO e TITO LARZIO con un seguito di ufficiali e soldati con tamburi e vessilli. Un MESSAGGERO si fa loro incontro. MARCIO - Arrivano notizie. Scommetto che si sono già scontrati. LARZIO - Il mio cavallo contro il tuo che no. MARCIO - Accettato. LARZIO - D’accordo, affare fatto. MARCIO - (Al Messaggero) Di’, s’è scontrato il nostro generale col nemico? MESSAGGERO - Si trovano già in vista l’un dell’altro, ma scontro ancora niente. LARZIO - Il tuo cavallo è mio! MARCIO - Te lo ricompro. LARZIO - Nient’affatto, né te lo do in regalo. Te lo do in prestito per cinquant’anni. (Al Trombettiere) Appella a parlamento la città.  MARCIO - (Al Messaggero) Quanto distan da qui i due eserciti? MESSAGGERO - Un miglio e mezzo circa, non di più. MARCIO - Allora sentiremo il loro allarme d’inizio della mischia, ed essi il nostro. Ora, Marte, ti prego, facci concludere alla svelta qui, sì che da qui possiamo poi marciare, con le daghe di sangue ancor fumanti, in aiuto dei nostri amici in campo. (Al Trombettiere) Avanti, la tua squilla. (Tromba a parlamento. Sugli spalti delle mura di Corioli appaiono due SENATORI con altra gente) (Ai due Senatori volsci) Tullo Aufidio è in città? PRIMO SENATORE - No, né c’è uomo qui che men di lui vi tema: vale a dir meno che niente. (Rullo di tamburi in lontananza) Ecco i nostri tamburi che chiamano a battaglia i nostri giovani. E noi, piuttosto che lasciarci chiudere come in trappola dentro queste mura, le abbatteremo. Queste nostre porte che sembrano sbarrate fortemente, le abbiam fermate appena con dei giunchi. Si apriranno da sé. (Frastuono di carica guerresca in lontananza) Laggiù, sentite? Aufidio è là; potete immaginarlo il bel lavoro ch’egli sta facendo in mezzo al vostro dimezzato esercito(35). MARCIO - Oh, s’azzuffano! LARZIO - Questo lor clamore sia il nostro segnale. Qua le scale! (Soldati volsci escono improvvisamente dalle mura) MARCIO - Non ci temono, questi, anzi, vedete, ci fanno addirittura una sortita! Avanti allora, scudi avanti al cuore, e col cuore più saldo degli scudi,  all’assalto, mio valoroso Tito! Costoro mostrano d’averci a spregio più di quanto potessimo pensare; e ciò mi fa sudare dalla rabbia! All’assalto, all’assalto, miei soldati! Il primo che indietreggia, lo prenderò per un soldato volsco, e gli farò assaggiare la mia spada! (Allarme di battaglia. I Romani sono respinti sulle loro posizioni) (Marcio esce combattendo, poi rientra, infuriato, gridando) Ah, vergogna di Roma! Branco di... Vi s’attacchino addosso tutti i mali più pestilenti d’Africa! Carogne! Vi ricoprano pustole e bubboni, sì che ancor prima di guardarvi in faccia vi possiate infettar l’un con l’altro a un miglio di distanza controvento! Anime d’oca dentro umane forme! Come avete potuto indietreggiare davanti a un’accozzaglia di straccioni che perfino le scimmie sarebbero capaci di sconfiggere? Per Plutone e l’inferno siete feriti tutti nella schiena, con le facce slavate per la fuga e la paura che vi fa tremare! Pensate a riscattarvi, scellerati! Ricacciateli indietro, o, per il cielo, mollo il nemico e vi combatto contro! V’ho avvertiti. Tenete duro! Avanti! E li ricacceremo alle lor tane, in braccio alle lor mogli, così com’essi ci hanno ricacciati alle nostre trincee. Su, dietro a noi! (Altra carica. Questa volta i Romani hanno la meglio, i Volsci sono volti in fuga, e Marcio li insegue da solo fino alle porte della città) Ecco, le porte adesso sono aperte. Dimostratevi buoni inseguitori. A chi insegue le apre la Fortuna, le porte, non a chi se la dà a gambe! Guardate me, e fate come me. (Entra da solo in Corioli) PRIMO SOLDATO - (Arrestandosi cogli altri davanti alla porta ancora aperta) È prodezza da folle, io non lo seguo.  SECONDO SOLD. - E io nemmeno. (Improvvisamente la porta si chiude) Toh, guardalo là! L’han chiuso dentro. TUTTI – È in trappola, sicuro! Entra TITO LARZIO LARZIO - Che succede di Marcio? TUTTI - Ucciso, generale, non c’è dubbio. PRIMO SOLDATO - Stava inseguendo quelli che fuggivano, è entrato insieme a loro, e quelli, subito, gli hanno richiuso la porta alle spalle. È solo, contro tutta la città. LARZIO - Oh, nobile collega! Tu che sensibilmente(36) in audacia superi l’insensibile tua spada, e resisti, se pur essa si piega! Tu sei perduto, Marcio! Un diamante della più pura luce(37) e dello stesso peso del tuo corpo non sarebbe gioiello più prezioso! Tu eri, come nessun altro a Roma, il soldato voluto da Catone(38), fiero e tremendo non solo a colpire, ma cui bastava solo un truce sguardo e un grido della tua voce di tuono, per incuter tal tremito al nemico, come se tutto il mondo fosse preso subitamente da tremor febbrile. Entra MARCIO, sanguinante, inseguito da soldati volsci PRIMO SOLDATO - Oh, generale, guarda, guarda là! Ma quello è Marcio! Corriamo a salvarlo, o qui si muore tutti insieme a lui! (Zuffa. I Romani sopraffanno i Volsci ed entrano tutti in Corioli) SCENA V - Corioli, una strada Entrano alcuni legionari romani recando in mano delle spoglie di guerra PRIMO SOLDATO - (Mostrando un oggetto d’argento) Io questa roba me la porto a Roma.  SECONDO SOLD. - E io con quest’altra. TERZO SOLDATO - (Gettando via il proprio bottino) Accidentaccio!... Questo l’avevo preso per argento! (In lontananza, il fragore di cariche che continuano) Entra CAIO MARCIO, sanguinante, con TITO LARZIO e un trombettiere. Al vederli, i soldati con le spoglie di guerra escono. Marcio si ferma a seguirli con lo sguardo. MARCIO - Eccoli là, questi eroi da strapazzo! L’onore di soldato(40) per costoro non vale più d’una dracma crepata(41). Ferri vecchi, cuscini, cucchiaiacci, giaccacce lise che perfino il boia seppellirebbe con chi le portava(42), saccheggian tutto, questi manigoldi, tutto imballano, per portarlo a casa, prima ancora che cessi la battaglia! Che crepassero tutti!... Senti, senti che chiasso leva di là il generale(43)! A lui adesso! Là c’è un uomo, Aufidio, ch’io odio sovra ogni altra cosa al mondo, e sta facendo strage di Romani! Perciò, trattieniti, mio prode Tito, quanti soldati credi che ti servano per tener la città; io, nel frattempo, con quelli che hanno l’animo di farlo, accorro a dare man forte a Cominio. LARZIO - Ma tu sanguini, mio nobile Marcio. Già troppo dura prova hai sostenuto, per combattere ancora. MARCIO - Niente lodi. Quel che ho fatto non m’ha manco scaldato. Perdere un po’ di sangue, col mio fisico, fa più bene che male. Voglio apparir così davanti a Aufidio, e battermi con lui. LARZIO - Possa allora la bella dea Fortuna innamorarsi di te follemente, e con la forza dei suoi incantesimi sviar da te le spade dei nemici, ed il Successo diventar tuo paggio. MARCIO - E a te non meno sia il Successo amico di quanto l’è a coloro cui Fortuna  decide di portare in alto. Addio. (Esce) LARZIO - Nobile Marcio! (Al trombettiere) Va’, recati al Foro e chiama con la tromba a parlamento tutti i notabili della città: che s’adunino in piazza, per conoscere i nostri intendimenti. (Escono) SCENA VI -Il campo di Cominio Entra COMINIO alla testa di soldati romani in ritirata COMINIO - Alt, riprendete fiato, miei soldati! Vi siete ben battuti! Ne siamo usciti fuori da Romani, senza resistere spavaldamente, senza vigliaccamente ritirarci. Ci attaccheranno ancora, son sicuro. Mentre ci scontravamo, di quando in quando, portate dal vento, si sentivan le cariche dei nostri dall’altra parte. Che gli dèi di Roma li vogliano guidare alla vittoria, come speriamo vogliano con noi, così che al fine entrambi i nostri eserciti, incontrandosi col sorriso in fronte, possano offrirvi, o dèi, i sacrifici di ringraziamento! Entra un MESSAGGERO Che nuove porti? MESSAGGERO - Quelli di Corioli, han fatto all’imprevisto una sortita e hanno dato battaglia a Larzio e Marcio. Ho visto io stesso i nostri che venivano ricacciati indietro nelle loro trincee; e son partito. COMINIO - Sarà come tu dici, ma non mi pare sia proprio così. Da quanto tempo sei venuto via?  MESSAGGERO - Da più di un’ora. COMINIO - Ma da qui a Corioli non c’è nemmeno un miglio di distanza, e da poco si sono uditi qui i lor tamburi. Come hai tu potuto metterci un’ora a percorrere un miglio, e recar così tardi il tuo messaggio? MESSAGGERO - Sulle mie tracce alcune spie dei Volsci m’hanno dato la caccia, e m’ha costretto a fare un giro di tre o quattro miglia, per evitarle; se no, generale, t’avrei recato già mezz’ora fa il mio messaggio. Entra MARCIO dal fondo Ma chi è laggiù, che par come se l’abbian scorticato? O dèi! Dalla figura sembra Marcio! L’ho visto già altre volte in quello stato. MARCIO - (Da lontano) Arrivo troppo tardi? COMINIO – È la sua voce. Saprei distinguerla da altre mille, meglio di quanto non sappia il pastore il fragore di un tuono da un tamburo. MARCIO - (Avvicinandosi) Arrivo troppo tardi? COMINIO - Sì, se quel sangue che t’ammanta tutto, è sangue tuo, e non sangue nemico(45). MARCIO - Ah, lascia ch’io ti abbracci forte, Cominio, e con la stessa gioia con la quale abbracciai la mia ragazza al declinar del giorno delle nozze, quando ardenti bruciavano le fiaccole a farmi luce sulla via del talamo! COMINIO - Fior di tutti i guerrieri! E Tito Larzio, che mi dici di lui? MARCIO - Ch’è tutto preso ad emanar decreti di giustizia, chi condannando a morte, chi all’esilio, di chi accettando il prezzo del riscatto,  con chi indulgente, con chi rigoroso; tiene Corioli, nel nome di Roma, al guinzaglio, come un levriero docile da lasciar libero come si voglia. COMINIO - (Volgendosi intorno) Dov’è quel miserabile che poc’anzi è venuto ad annunciarmi che il nemico v’aveva ricacciati nelle vostre trincee?... Dov’è? Chiamatelo! MARCIO - Lascialo stare. T’ha informato bene. A parte i nobili, la bassa forza - peste li colga! E gli han dato i tribuni! - son fuggiti, come da gatto sorcio, davanti a scalcagnati più di loro. COMINIO - E come avete fatto a prevalere? MARCIO - C’è tempo per spiegartelo? Non credo. Ma il nemico dov’è? Siete rimasti, a quanto pare, padroni del campo. Se no, perché cessaste di combattere? COMINIO - Finora, Marcio, abbiamo combattuto in una posizione di svantaggio, e ci siam ritirati di proposito, per poi rifarci e vincerli. MARCIO - Sai com’hanno schierato il loro esercito? E dove han messo gli uomini migliori? COMINIO - Da quel che m’è dato indovinare, in prima linea son quelli di Anzio, che sono i combattenti più affidabili, e li comanda Aufidio, il vero cuore delle lor speranze. MARCIO - Ti supplico, Cominio, per le battaglie combattute insieme, per il sangue che insieme abbiam versato, pei giuramenti che ci siam fatti, fa’ in modo ch’io mi trovi faccia a faccia con Aufidio e con tutti i suoi Anziati, e non tardare ad attaccar battaglia; affrontiamoli subito, riempiamo di frecce l’aria, e di spade brandite. COMINIO - Sarebbe meglio, penso, nel tuo stato, ch’io ti faccia condurre ad un bel bagno e spalmarti d’unguenti le ferite;  ma non saprò giammai negarti nulla. Scegli tu stesso gli uomini più adatti a secondarti nell’azione. MARCIO - Saranno solo quelli che mi diranno d’esservi disposti. (Forte, ai soldati) Se c’è qualcuno qui - e sarebbe peccato dubitarlo - cui piaccia questa tinta ond’io, vedete, sono imbrattato dalla testa ai piedi; se c’è qualcuno che ha meno paura di rischiare la vita che il suo nome, che pensa che una morte valorosa vale più d’una vita senza onore; e che la patria val più che se stesso, egli solo, o quant’altri in mezzo a voi si trovino a pensarla come lui, levino in alto il lor gladio, così, per dir che sono pronti a seguir Marcio. (Tutti, con un grido, agitano in alto i gladii; alcuni sollevano Marcio sulle loro braccia, altri lanciano in aria i berretti) Di me solo, di me fate una spada(46)! Se queste vostre manifestazioni non son soltanto mostra, quale di voi non vale quattro Volsci? Non c’è nessuno che non sia capace d’opporre al grande Aufidio uno scudo robusto come il suo. Io vi ringrazio tutti, ma tra voi debbo scegliere solo un certo numero. Gli altri daranno prova in altra impresa, quando se ne presenti l’occasione. Ora vi piaccia di sfilarmi innanzi in bell’ordine, sì ch’io possa scegliere subito quelli più adatti a seguirmi. COMINIO - In marcia, miei soldati! Date prova d’avere quel coraggio che avete sì altamente proclamato, e ciascuno dividerà con noi la sua parte di rischi e di bottino. (Escono marciando) SCENA Davanti alle porte di Corioli  TITO LARZIO con un tamburino, un trombettiere e una guida è sul punto di partire per recare aiuto a Cominio e Caio Marcio; con lui è anche un LUOGOTENENTE con altri soldati LARZIO - (Al Luogotenente) Dunque, le porte siano ben guardate. Attenetevi agli ordini impartiti. Se lo richiederò, mandate subito quelle centurie in nostro aiuto. Il resto basterà a tenere per poco la città; per poco, sì, ché se perdiamo in campo, la città non potremo più tenerla. LUOGOTENENTE - Va bene, generale, sarà fatto(48). LARZIO - Muoviamo, dunque, e chiudete le porte dietro di noi. (Alla Guida) Andiamo, battistrada, scortaci fino al campo dei Romani. (Escono) SCENA - Il campo di battaglia. Allarme d’assalto Entrano da parti opposte, AUFIDIO e MARCIO MARCIO - Con te e con nessun altro voglio battermi, ché ti porto un odio quale nemmeno al peggiore spergiuro. AUFIDIO - Siamo pari. Non c’è serpente in Africa ch’io aborrisca più della tua fama e della tua rivalità. Difenditi(49)! MARCIO - Il primo che fa un solo passo indietro muoia schiavo dell’altro, e poi gli dèi lo dannino in eterno. AUFIDIO - Se mi vedi fuggire, urlami dietro, Marcio, come un cane corre abbaiando dietro ad una lepre. MARCIO - Tullo, da meno di tre ore, io, da solo ho combattuto contro tutti dentro le mura della tua Corioli, facendo tutto quello che ho voluto. Lo vedi questo sangue di cui sono imbrattato? Non è mio.  Chiama a raccolta tutte le tue forze, adesso, se vuoi farne tu vendetta. AUFIDIO - Fossi tu pure l’Ettore di Troia che della tua altezzosa progenie fu la frusta(50), stavolta non mi scappi. (Si battono. Soldati volsci accorrono in aiuto ad Aufidio, ma Marcio li ricaccia tutti indietro) (Ai suoi soldati) Gente zelante, ma non valorosa, con questo vostro maledetto aiuto m’avete sol coperto di vergogna! (Escono) SCENA Il campo romano Squilli di tromba come segnali di carica. Trambusto e cozzo d’armi all’interno. Poi, segnale di ritirata Entra da una parte COMINIO con l’esercito romano; dall’altra MARCIO con un braccio al collo COMINIO - Marcio, foss’io a raccontare a te quel che t’ho visto fare oggi in battaglia, tu stesso non mi presteresti fede. Ma lo riferirò dove saranno a udirlo senatori che mesceranno lacrime a sospiri ad ascoltarlo: dove grandi nobili ascolteranno, prima spallucciando tra loro increduli, infine ammirati; dove matrone, dapprima atterrite, poi trepidanti d’intimo piacere, vorranno udirmi raccontare ancora; dove gli ottusi, stupidi tribuni, che insieme alla lor plebe puzzolente t’hanno in odio, dovranno a malincuore pur esclamare: “Sien grazie agli dèi che Roma ha un tal soldato!”. Senza dire che tu, ad un tal banchetto sei venuto per dare solo un morso, avendo già mangiato a sazietà. Entra TITO LARZIO con l’esercito, di ritorno dall’aver inseguito i Volsci in rotta LARZIO - (A Cominio, indicando Marcio) Generale, il cavallo di battaglia è lui, noi siamo la sua bardatura. Lo avessi visto!...  MARCIO - Evvia, basta, ti prego! Anche mia madre, che pure ha il diritto di vantar con orgoglio il proprio sangue, se si mette ad elogiarmi, mi fa male. Ho fatto ciò che avete fatto tutti, cioè quanto ho potuto, come voi animato da un solo sentimento, l’amor della mia patria. Chiunque abbia operato con nient’altro che con la propria buona volontà, ha fatto esattamente come me. COMINIO - Non sarai tu la tomba dei tuoi meriti(53). Roma deve sapere quanto vali. Tener nascoste al mondo le tue gesta, sarebbe compiere un trafugamento peggior d’un furto; ammantar di silenzio qualcosa che quand’anche proclamata sui vertici più alti dell’elogio apparirebbe ancor ben più modesta della realtà, non è minor delitto d’una calunnia. Perciò ti scongiuro: per quello che tu sei, e non in premio di quello ch’hai fatto, ascoltami davanti al nostro esercito. MARCIO - Le ferite ch’ho addosso mi dolgono a sentirsi ricordare. COMINIO - Potrebbero, se non le ricordassimo, esulcerate dall’ingratitudine, curarsi da se stesse con la morte. Di tutti quei cavalli - e ne abbiam catturati d’assai buoni ed in gran numero - e del bottino conquistato sul campo ed in città, noi ti assegniamo la decima parte, che potrai scegliere liberamente prima che sia spartito tutto il resto. MARCIO - No, generale, grazie, ma non potrei convincere il mio cuore ad accettare un dono sottobanco per pagar la mia spada. Lo rifiuto, e reclamo per me semplicemente la parte che hanno avuto tutti gli altri ch’hanno partecipato alla battaglia. (Lunga fanfara(55). Tutti gridano: “Marcio!”, lanciando in aria i berretti e le lance. Cominio e Larzio restano a capo scoperto)  Questi strumenti che voi profanate non risuonino più così a sproposito! Quando tamburi e trombe son ridotti, sul campo di battaglia, a strumenti per adulare, allora si riempian le corti e le città di genti dalle facce false e ipocrite. Quando l’acciaio si fa così morbido come la seta addosso al parassita, s’elevi questo a simbolo di guerra(57)! Basta, basta, vi dico! Sol perch’io non mi son lavato il naso che sanguinava, sol ch’abbia abbattuto qualche misero scarto di natura - ciò che molti altri han fatto come me senza la minima nota di elogio - ecco che voi mi portate alle stelle con iperboliche acclamazioni, come s’io fossi un uomo che tenesse a vedere la pochezza ch’ei sa di essere alimentata dalle lodi con salsa di menzogne. COMINIO - Tu sei troppo modesto, e più spietato contro la tua fama che grato a noi che te la tributiamo con tutto il cuore. Con tua buona pace, però, se sei irritato con te stesso, ti metteremo le manette ai polsi come ad uno deciso a farsi male, così potremo ragionare insieme senza incorrere in chi sa quali rischi(58). Perciò sia proclamato a tutto il mondo, come a noi tutti qui, che Caio Marcio di questa guerra è il vero vincitore(59), ed io per questa sua benemerenza gli faccio dono del mio bel corsiero, animale famoso in tutto il campo, e della relativa bardatura. E d’ora in poi per quanto egli ha compiuto di valoroso davanti a Corioli, con unanime applauso ed un sol grido, si chiami Caio Marcio “Coriolano”. (A Coriolano) Di questo titolo sii sempre degno! TUTTI - (Con applausi e suon di trombe e tamburi) Sia gloria a Caio Marcio Coriolano! CORIOLANO - Ora vado a lavarmi, e sul mio viso  poi che l’avrò pulito, osserverete se me l’avrete fatto o no arrossire. Comunque vi ringrazio. (A Cominio) Intendo cavalcare il tuo destriero, ed il bel soprannome che m’hai dato porterò sempre, e nel modo più degno, in cima al mio cimiero. COMINIO - Ora torni ciascuno alla sua tenda: io, nella mia, prima di riposare, scriverò a Roma del nostro successo. Tu, però, Tito Larzio, è necessario che torni a Corioli, e mandi a Roma i loro più autorevoli, coi quali, per il bene loro e nostro, si possa negoziare. LARZIO - Lo farò. CORIOLANO - Gli dèi cominciano a prendermi a gioco: ho appena rifiutato d’accettare doni degni d’un principe, ed eccomi costretto a mendicare qualcosa dal mio comandante in capo. COMINIO - Già concessa, è tua. Di che si tratta? CORIOLANO - Io, a Corioli, più d’una volta fui ospite di un certo pover’uomo che mi si dimostrò molto cortese. L’ho visto adesso qui, tra i prigionieri, che mi gridava aiuto; in quell’istante però m’è apparso innanzi agli occhi Aufidio, e l’ira ha sopraffatto la pietà. Ecco, ti chiedo di lasciare libero quel mio buon ospite. COMINIO - E bene hai chiesto! Fosse pur l’assassino di mio figlio, libero se n’andrebbe, come l’aria. (A Larzio) Rilàsciaglielo, Tito. LARZIO - Il nome, Marcio? CORIOLANO - Per gli dèi, me lo son dimenticato! Sono stanco, ho la mente affaticata... Non avreste del vino? COMINIO - Alla mia tenda, Marcio, andiamo, vieni.  Il sangue sulla faccia ti si secca. Pensiamo intanto a questo, adesso. Vieni. (Escono) Il campo dei Volsci Fanfara di cornette. Entra AUFIDIO tutto coperto di sangue, con dei soldati AUFIDIO - La città è presa. PRIMO SOLDATO - Ce la renderanno a buone condizioni. AUFIDIO - Condizioni!... Romano vorrei essere, ché da volsco non sono più me stesso! Condizioni!... Che buone condizioni può portare una resa a discrezione alla parte ch’è alla mercé dell’altra? O Marcio, ho combattuto cinque volte con te, e cinque volte tu m’hai vinto; e faresti altrettanto, son sicuro, c’incontrassimo pure tante volte quante ogni giorno ci sediamo a mensa. Ma, pel cielo e la terra!, se accadrà ch’io mi trovi un’altra volta faccia a faccia con lui, o io o lui! Il mio spirito di rivalità ha perduto ogni scrupolo d’onore; ché, se prima pensavo di schiacciarlo ad armi pari, spada contro spada, ora, sia l’ira a darmelo o l’astuzia, non più, qualsiasi mezzo sarà buono a spacciarlo. PRIMO SOLDATO – È il diavolo in persona. AUFIDIO - Più ardito, anche, se pur meno furbo. Il mio valore è come avvelenato solo a soffrire d’essere oscurato per colpa sua; e per causa di lui sarà costretto a fuggir da se stesso(62). Non ci sarà né sonno né santuario(63), sia nudo o infermo, non ci sarà tempio né Campidoglio, non sacre preghiere né cerimonia d’offerta agli dèi, - tutti freni al furore scatenato - ad arginare l’odio mio per Marcio in forza del lor marcio privilegio e dell’usanza che ancor li sostiene.  Dovunque me lo trovi innanzi agli occhi, foss’anche a casa mia, pure là, l’avesse pur mio fratello in custodia, contro ogni legge d’ospitalità, laverò la mia mano inferocita nel suo cuore... Tu ora va’ in città, informati in che modo è presidiata e chi son quelli ch’essi hanno prescelto per inviarli a Roma come ostaggi. PRIMO SOLDATO - Tu non ti muovi? AUFIDIO - Sì, sono aspettato al bosco dei cipressi. Là, ti prego (è a sud della città, dopo i mulini) fammi sapere come stan le cose, ch’io possa regolarmi su quale corso muovere i miei passi. PRIMO SOLDATO - E così sarà fatto, comandante. (Escono) ATTO SCENA Roma, una piazza Entrano MENENIO e i tribuni SICINIO e BRUTO, incontrandosi MENENIO - L’augure dice che per questa sera avremo novità. BRUTO - Buone o cattive? MENENIO - Non certo tali da piacere al popolo, che non vuol bene a Marcio. SICINIO - Natura insegna pure agli animali a conoscere chi è loro amico. MENENIO - Già, guarda, infatti: a chi vuol bene il lupo? SICINIO - All’agnello. MENENIO - Sì, appunto: per sbranarselo; come vorrebbero fare con Marcio gli affamati plebei.  BRUTO - Quello è un agnello però che bela come un orso. MENENIO - Un orso, che vive tuttavia come un agnello. Beh, voi siete due uomini maturi, ditemi solo questo. I DUE TRIBUNI - Ossia, che cosa? MENENIO - Che vizi possono imputarsi a Marcio, che voi due non abbiate in abbondanza? BRUTO - Nessuno gliene manca; anzi, di tutti, si può dir che possieda ampia provvista. SICINIO - Specialmente di boria. BRUTO - E di alterigia come nessun altro. MENENIO - Ah, questo sì che è buffo! Lo sapete voi due come vi giudicano in città... Sì, qui, dico, in mezzo a noi della fila di destra(67)? Lo sapete? I DUE TRIBUNI - Ebbene, come siamo giudicati? MENENIO - Voi che parlate tanto d’alterigia... se ve lo dico non andrete in collera? I DUE TRIBUNI - Bene, allora?... MENENIO - Del resto, poco male, tanto si sa che a voi basta un’inezia per farvi uscire dai gangheri(68)... Ma sì, lasciate pur andar la briglia sciolta sul collo ai vostri permalosi umori, e andate in collera quanto vi pare, se ci provate gusto!... Proprio voi, accusar d’alterigia Caio Marcio? BRUTO - Non siamo i soli. MENENIO - Ah, questo lo so bene! Da soli voi sapete far ben poco; ed è perché son tanti ad aiutarvi che riuscite a fare anche quel poco: troppo infantili sono i vostri mezzi perché riusciate a far molto da soli. E venite a parlare d’alterigia!  Ah, poteste rivolger gli occhi in dentro, nei meandri dei vostri cervicali e fare un bell’esame di coscienza! Magari lo poteste! BRUTO - Ebbene, allora? MENENIO - Allora scoprireste un’accoppiata di magistrati scialbi, senza meriti, e tuttavia boriosi, prepotenti, lunatici, bizzosi, e insomma stolidi, come non ce n’è a Roma nessun altro. SICINIO - Va’ là, Menenio, che anche tu sei noto... MENENIO - Sì, lo so, sono noto per essere un patrizio un poco estroso, al quale piace un buon bicchier di vino(69) non annacquato nell’acqua del Tevere; uno di cui si dice che ha il difetto di dar ragione al primo che reclama; uno che prende fuoco facilmente; uno che bazzica più volentieri il nero deretano della notte che non la chiara fronte del mattino. Io quel che ho dentro ce l’ho sulla bocca e la malizia m’esce via col fiato. Se mi trovo con due politici (che non posso dir certo due Licurghi(70) ) come voi, e volete darmi a bere qualcosa ch’è sgradito al mio palato, fo boccacce. Non posso certo dire che le signorie vostre han detto bene una cosa, se in ogni vostra sillaba io trovo tutto un concentrato d’asino(71). E se sopporto con rassegnazione chi mi dice che siete uomini seri e rispettabili, dico ch’è un bugiardo chiunque dica che le vostre facce. son facce oneste. E ammesso che voi due riusciate a legger questo sulla mappa del microcosmo della mia persona, ne segue forse che possiate dire di conoscermi bene? E se pur fosse, qual difetto riescono a discernere le vostre miopi facoltà visive in questa mia natura? BRUTO - Via, Menenio, pensiamo di conoscerti abbastanza!  MENENIO - No, voi non conoscete né Menenio, né voi stessi, né niente! Siete solo ambiziosi di scappellate e inchini dalla parte di misere canaglie. Siete capaci di buttare ai cani il tempo d’una intera mattinata ad ascoltare la banale bega tra un’ortolana e un venditor di zaffi, per rinviare poi ad altra udienza quella controversiuccia da tre soldi. E se, mentre sedete ad ascoltare in una lite l’una e l’altra parte, v’accade d’esser colti dalla strizza d’andar di corpo, fate mille smorfie, da somigliare a delle marionette, innalzate bandiera rosso-sangue(74) contro chiunque non voglia aspettare, e, bofonchiando in cerca d’un pitale, lasciate lì la causa nel bel mezzo, a sanguinar più imbrogliata di prima; col risultato che la conclusione che sarete riusciti ad apportare alla vertenza sarà stata in tutto l’aver chiamato entrambi i litiganti “farabutti”. Che bella coppia, siete! BRUTO - E tu? Va’ là che tu sei meglio noto come un brillante pigliaingiro a tavola che come un altrettanto indispensabile occupante d’un seggio in Campidoglio! MENENIO - Perfino i nostri bravi sacerdoti devono diventar delle linguacce se son costretti ad aver a che fare con tipi della vostra bassa tacca. Quel che sapete dire di più acconcio non vale l’agitarsi che nel dirlo fanno le vostre barbe; quelle barbe che non meritan fine più onorata che d’andare a servir da imbottitura al cuscino di qualche tappezziere o d’esser chiuse dentro a un basto d’asino(79). E tuttavia dovete andar dicendo a destra e a manca che Marcio è superbo; lui, che a stimarlo poco, val più di tutti i vostri antecessori presi insieme, da Deucalione in giù(80); anche se casualmente, tra coloro, ci sia stato qualcuno, tra i migliori, col mestiere di boia ereditario. Ma buona sera alle eccellenze vostre;  ché a star ancora a discuter con voi, mandriani del plebeo bestiale armento, c’è rischio d’infettarsi le cervella. Fa per allontanarsi, quando vede arrivare VOLUMNIA, VIRGINIA e VALERIA. Bruto e Sicinio si fanno da parte mentre Menenio va loro incontro Oh, le mie belle e nobili matrone! Non sarebbe più nobile la Luna, se mai fosse terrena creatura. Dov’è che indirizzate in tanta fretta i vostri passi? VOLUMNIA - Nobile Menenio, sta per giungere qui mio figlio Marcio. Lasciaci andare, per Giove e Giunone! MENENIO - Ah, Marcio torna a casa? VOLUMNIA - Sì, Menenio, e accompagnato dal più vivo applauso, e dai migliori auspici. MENENIO - (Gettando in aria il berretto in segno di gioia) Oh allora, Giove, prenditi il mio berretto, e ti ringrazio! Dunque, Marcio ritorna? VIRGINIA E VALERIA - Sì, Menenio. VOLUMNIA - Guarda, ho qui una sua lettera; un’altra l’ha il Senato, una sua moglie; e ce n’è un’altra, credo, anche per te, a casa tua. MENENIO - Per me? Una sua lettera?... Uh, uh, stanotte, per tutti gli dèi, mi metto a far ballar tutta la casa! VIRGINIA - Proprio così, una lettera per te. L’ho vista con i miei occhi. MENENIO - Una sua lettera! Mi regala sette anni di salute! Per sette anni farò boccacce al medico! A fronte d’una tale medicina, la ricetta più eccelsa di Galeno è uno specifico da ciarlatano! Peggio d’un beverone da cavallo! Non è mica ferito?... Perché sempre tornò a casa ferito le altre volte.  VIRGINIA - Oh, no, no, no, no, no! VOLUMNIA - Ferito, sì, ed io di ciò rendo grazie agli dèi. MENENIO - Anch’io, se non lo sia di troppo grave... Le ferite stan bene a chi si porta la vittoria in tasca. VOLUMNIA - Lui se la porta in fronte, la vittoria, ed è la terza volta che mi torna col capo cinto di foglie di quercia! MENENIO - E Aufidio? L’ha sistemato a dovere? VOLUMNIA - Secondo quanto scrive Tito Larzio, si son scontrati, ma quello è scappato. MENENIO - E per fortuna sua, gliel’assicuro! Ché se fosse rimasto, io, al suo posto, non mi sarei voluto “aufidizzare” per tutto l’oro che sta custodito dentro le casseforti di Corioli. Il Senato è informato? VOLUMNIA - (A Virginia e Valeria) Andiamo, donne. VALERIA - Oh, sì, di lui si dicon meraviglie. MENENIO - Meraviglie! Ma certo! E tutte vere(83), garantito! VIRGINIA - Così voglion gli dèi! VOLUMNIA - Che siano vere? Toh, sentite questa! MENENIO - Che siano vere, son pronto a giurarlo. Dov’è ferito?... (S’interrompe vedendo avvicinarsi i due Tribuni) Vostre signorie, che Dio le salvi, Marcio sta tornando, ed ha ancor più ragioni, questa volta, d’esser superbo. (Alle due donne) Dov’è ch’è ferito? VOLUMNIA - Alla spalla ed al braccio, qui, a sinistra. Ce ne saran di belle cicatrici  da scodellare al popolo quando concorrerà per la sua carica! Sette ne ha ricevute per il corpo nel cacciare Tarquinio. MENENIO - Un’altra al collo, altre due alla coscia, e fanno nove, ch’io conosca. VOLUMNIA - Ne aveva venticinque quando è iniziata questa spedizione. MENENIO - Sicché con queste fanno ventisette: e ogni tacca la tomba d’un nemico. (Uno squillo di tromba, poi fanfara da dentro, con clamori di popolo) Ecco le trombe. VOLUMNIA - Sono i suoi araldi. Egli si porta innanzi a sé i clamori, dietro si lascia lacrime. Nel suo possente braccio sta di stanza il tenebroso spirito, la Morte. Esso avanza con lui, con lui colpisce, e gli uomini periscono(86). Fanfara. Entrano, in pompa, COMINIO e TITO LARZIO, in mezzo a loro CORIOLANO cinto il capo di foglie di quercia, indi ufficiali, soldati e un ARALDO ARALDO - Sappia Roma che Marcio ha combattuto, lui solo, tra le mura di Corioli, dove s’è guadagnato, con la gloria, un nome: Coriolano, che va aggiunto, quale segno d’onore, d’ora in poi, a quello suo. Sii benvenuto a Roma, illustre Caio Marcio Coriolano! TUTTI - Benvenuto, illustre Coriolano! CORIOLANO - Basta! M’offende l’anima. Vi prego! COMINIO - Guarda, Marcio, tua madre. CORIOLANO - Oh, tu, lo so, hai pregato gli dèi pel mio successo. (S’inginocchia) VOLUMNIA - No, mio bravo soldato, alzati, su! Marcio mio nobile, mio degno Caio...  ora che t’hanno dato un soprannome in onore delle tue grandi gesta, come debbo chiamarti... Coriolano? Mah, oh!, ecco tua moglie! CORIOLANO - (A Virginia) Mio grazioso silenzio(87), ti saluto! Piangi a vedermi tornar vittorioso, perché? Avresti atteso, per sorridere, ch’io ti fossi tornato in una bara? Occhi, mia cara, come questi tuoi hanno a Corioli le madri e le vedove rimaste senza i lor figli e mariti. MENENIO - E ora t’incoronino gli dèi! CORIOLANO - Anche tu qui, Menenio(88)? (A Valeria) Oh, mia gentile signora, perdonami. VOLUMNIA - Non so dove voltarmi... (A Cominio) Generale, ben tornato anche a te... ed a voi tutti! MENENIO - Bentornati, sì, centomila volte! Mi vien da piangere, mi vien da ridere, son triste e allegro insieme. (A Coriolano) Bentornato! Un cancro(90) morda il cuore alla radice a chi non è contento di vederti! Siete tre uomini che tutta Roma dovrebbe amare; e invece, guarda un po’(91), abbiamo in casa dei meli selvatici che non si vogliono far innestare al vostro gusto. Ma, a loro dispetto, bentornati guerrieri! Noi l’ortica chiamiamo ortica, e chiamiamo sciocchezza l’errore degli sciocchi. COMINIO - Sempre giusto, Menenio. CORIOLANO - Sempre, sempre. ARALDO - (Alla folla) Largo, largo! CORIOLANO - (A Volumnia e Virginia, prendendole per mano) La tua mano, e la tua. Prima di ritirarmi in casa nostra(92),  debbo rendere omaggio ai senatori dai quali insieme col loro saluto ho ricevuto anche nuovi onori. VOLUMNIA - Sarò vissuta fino a veder oggi realizzati i desideri miei ed avverate le mie fantasie. Manca solo una cosa, ma non dubito che la nostra Roma te la concederà. CORIOLANO - Ricordati, però, mia buona madre, che tuo figlio preferirà comunque d’essere loro servo a modo suo, piuttosto che padrone a modo loro. COMINIO - Avanti, al Campidoglio! (Trombe. Escono tutti in corteo, meno BRUTO e SICINIO) BRUTO - Tutte le lingue parlano di lui, ed anche quelli che han la vista debole si procurano occhiali per vederlo. La balia, per pettegolar di lui, lascia il proprio marmocchio a urlare e piangere fino a venirgli il convulso; la sguattera s’appunta attorno al suo bisunto collo la stola più vistosa e per vederlo s’arrampica sul muro per guardarlo; gremiti stalli, banchine, finestre; su i tetti, a cavalcioni sui comignoli gente d’ogni colore e d’ogni risma, tutti presi dall’ansia di vederlo. Persino i flàmini(96) (che raramente è dato di vedere per la via) si pigiano affannati tra la calca per conquistarsi un posto in mezzo a loro. Le matrone le delicate guance solitamente protette da un velo, sulle quali con sfida civettuola lottano il bianco e il rosa damaschino, espongon oggi al lascivo saccheggio degli infuocati baci del Dio Sole(98): un’atmosfera così surreale, da far pensar che un dio, per guidarlo, si sia insinuato furtivo nelle sue facoltà umane, e gli abbia dato una forma divina. SICINIO - Io, per me, già lo vedo fatto console.  BRUTO - Allora sì che il nostro tribunato potrà dormire i suoi sonni beati per tutto il suo mandato! SICINIO - Non è uomo capace di tenersi in quella carica fino al termine. Finirà col perderla. BRUTO - Ciò mi conforta. SICINIO - Puoi restarne certo. Il popolo, che noi rappresentiamo, non fosse che per antico rancore, si scorderà, alla minima occasione, di queste nuove sue benemerenze; e l’occasione l’offrirà lui stesso, cosa ch’io tengo altrettanto per certa come la sua superbia nell’offrirglielo. BRUTO - L’ho sentito giurare che se dovesse candidarsi a console, mai lo farebbe scendendo nel Foro, e nemmeno umiliandosi a indossare la lisa tunica dell’umiltà, né mostrando le sue ferite al popolo per mendicarne i puzzolenti voti(99). SICINIO - Bene. BRUTO - Son sue parole. Oh, lui piuttosto vi rinuncerebbe se lo dovesse chiedere altrimenti che per espressa richiesta dei nobili e per unanime loro volere. SICINIO - Per me, io non desidero di meglio: si tenga fermo in un tale proposito, e agisca in conseguenza. BRUTO – È assai probabile che lo farà. SICINIO - E sarà allora, come ci auguriamo, per lui andare a sicura rovina. BRUTO - Così dev’essere; se no, per noi sarà la fine del nostro potere. Perciò sta a noi di ricordare al popolo l’odio ch’egli nutrì sempre per loro; spiegar a tutti che, fosse per lui, avrebbe fatto di ciascun di loro bestia da soma, ridotto al silenzio  i loro difensori; conculcate le loro libertà: perché li stima, quanto alla lor capacità di fare, inferiori per facoltà d’intendere ed attitudine di stare al mondo, ai dromedari usati per la guerra, a cui si somministrano foraggi sol perché possano portare il carico, salvo ad ucciderli a bastonate quando sotto quel carico stramazzano. SICINIO - Sì, appunto, questo, come tu lo dici va ricordato al momento opportuno, quando la tracotante sua burbanza toccherà il colmo sì da urtare il popolo (e l’occasione non potrà mancare se saremo noi stessi a trascinarvelo, cosa altrettanto facile quanto aizzar dei cani contro un gregge); e sarà questa l’esca che d’un colpo accenderà le loro vecchie stoppie; e la loro fiammata l’oscurerà per sempre. Entra un MESSAGGERO BRUTO - (Al Messaggero) Che c’è adesso? MESSAGGERO - Vengo a dirvi di andare in Campidoglio. Sembra che Marcio sarà fatto console. Ho visto fare ressa, per vederlo, pure i muti, ed i ciechi per udirlo; le matrone gettargli i loro guanti mentre passava, e donne e giovinette le loro sciarpe, i loro fazzoletti; i nobili inchinarsi avanti a lui come davanti alla statua di Giove, e il popol tutto fare pioggia e tuono coi lor berretti in aria e i loro strilli... Cose mai viste! BRUTO - Andiamo in Campidoglio. Occhi e orecchi attenti, e cuore pronto a tutto. SICINIO - Eccomi, andiamo. (Escono)  SCENA II -Roma, il Campidoglio Due USCIERI stanno disponendo i cuscini sui seggi dei senatori PRIMO USCIERE - Su, su, sbrighiamoci. Son qui che arrivano. Quanti sono a concorrere per console? SECONDO USC. - Dicono tre, ma tutti son convinti che ad ottenerlo sarà Coriolano. PRIMO USCIERE - Un tipo valoroso, ma superbo come nessuno; e poi non ama il popolo. SECONDO USC. - Oh, quanto a questo se ne son ben visti uomini illustri che te l’han lisciato, e mai gli sono entrati in simpatia; così come altri ch’esso ha benvoluto senza saper perché. II popolo è così: vuol bene o male a questo o a quello senza una ragione. Perciò, dunque, riguardo a Coriolano, il fatto ch’egli non tenga alcun conto s’essi l’abbiano in odio o in simpatia prova solo che li conosce bene, e glielo lascia intendere ben chiaro con la sua signorile indifferenza. PRIMO USCIERE - Mah! Se davvero non gliene importasse ch’essi l’abbiano o no in lor favore, dovrebbe mantenersi in equilibrio, senza far loro né bene né male; invece va cercando il loro odio più che non faccian essi a ricambiarglielo, e non trascura nessuna occasione perch’essi possano scoprire in lui apertamente il loro gran nemico. SECONDO USC. - Ha bene meritato della patria, e va detto altresì che la sua ascesa non è stata per facili gradini come quella di chi, facendo mostra di sorrisi e premure per il popolo, è riverito a inchini e scappellate dallo stesso, senza aver fatto nulla per meritarsene stima e rispetto. Ma lui è riuscito così bene a imprimere nei lor occhi i suoi meriti e in tutti i loro cuori le sue gesta, che s’essi non volessero parlarne e rifiutassero di riconoscerli, si renderebbero certo colpevoli  di una forma di nera ingratitudine. Così come il parlar male di lui sarebbe veramente una malizia destinata a smentirsi da se stessa, perché chiunque si trovasse a udirla, la smentirebbe subito, con sdegno. PRIMO USCIERE - Insomma, è un uomo di tutto rispetto. Basta, facciamo luogo. Ecco che arrivano. Preceduti da squilli di tromba e da littori entrano i SENATORI, i TRIBUNI DELLA PLEBE, poi CORIOLANO, MENENIO, COMINIO. Siedono tutti sui loro scanni, i senatori da una parte, i tribuni dall’altra. Coriolano resta in piedi MENENIO - Dunque, poiché dei Volsci s’è deciso, ed altresì di richiamare in patria Tito Larzio, non resta che decidere in questa nostra coda di seduta come ed in che misura compensare i servigi di chi sì nobilmente ha combattuto per la propria patria. Perciò vi piaccia chiedere, reverendissimi e saggi maggiori, a colui che ha la carica di console ed è stato alla testa dell’esercito in questa nostra fortunata impresa, di farci una succinta esposizione dell’encomiabile comportamento di Caio Marcio Coriolano; al quale siamo qui riuniti per dar merito e decretare, in riconoscimento, onori che a tal merito sian pari. (Coriolano si siede) PRIMO SENATORE - Bene, a te la parola, buon Cominio. Non omettere alcun particolare per il timore d’apparir prolisso; dicci anzi cose da farci pensare che sia piuttosto la nostra repubblica a mancare dei mezzi convenienti a sdebitarsi, che l’animo nostro a voler ch’essi sian quanto più alti. (Ai tribuni) A voi, capi del popolo, chiediamo di prestar cortese orecchio, e di voler, dopo aver ascoltato, usar la vostra influenza col popolo, per ottenere ch’esso sia concorde con quanto sarà qui deliberato.  SICINIO - Siamo qui convocati per discutere sopra una materia che trova tutto il nostro gradimento; e siam di tutto cuore favorevoli ad onorare e innalzare l’uomo ch’è l’argomento di questa assemblea. BRUTO - E tanto più favorevoli a farlo saremo, s’egli si ricorderà di nutrir per il popolo una stima un poco più benevola di quella che ha finora dimostrato. MENENIO - Questo non c’entra! Non ci azzecca niente! Avresti fatto meglio a stare zitto! Volete compiacervi, sì o no, di ascoltare Cominio? BRUTO - Volentieri. Ma il mio avvertimento di poc’anzi era più pertinente all’argomento di quanto non sia ora il tuo rabbuffo! MENENIO - Coriolano vuol bene al vostro popolo; Ma non puoi obbligarlo fino al punto di diventar suo compagno di letto. Parla, degno Cominio, ti ascoltiamo(102). (Coriolano, a questo punto, s’alza e fa per lasciar la sala) Ehi, che fai?... Fermo là. Resta al tuo posto! PRIMO SENATORE - Sì, siedi, Coriolano. Non dev’esser motivo di vergogna per te ascoltare tutto ciò ch’hai fatto di nobile. CORIOLANO - Le vostre signorie mi scuseranno, ma preferirei vedermi riaperte e doloranti le ferite, che stare ad ascoltare come le ho ricevute... BRUTO - Non siano state le parole mie, voglio sperare, a farti alzar dal seggio. CORIOLANO - No, se pur siano state le parole spesso a farmi scappare anche da luoghi da cui nemmeno dure sciabolate sarebbero riuscite a trattenermi.  Tu non m’hai adulato, tuttavia, e le parole tue non m’han ferito. Quanto però al tuo popolo, gli voglio bene per quel ch’esso vale... MENENIO - Ti prego, avanti, siedi. CORIOLANO - Preferirei restare sotto il sole, in ozio, a farmi grattare la testa quando suonasse l’allarme di guerra, che starmene seduto qui, per niente, ad udir magnificare i miei nonnulla. (Esce) MENENIO - (Ai tribuni) Ecco, capi del popolo, ditemi adesso voi come un tal uomo potrebbe mai ridursi ad adulare il prolifico vostro canagliume - ché di buoni ce n’è uno su mille - quando voi stessi l’avete ora visto pronto a tutto rischiare per l’onore, piuttosto che prestare un solo orecchio a sentire esaltare le sue gesta... Parla, avanti, Cominio. COMINIO - Mi mancherà la voce. Troppo flebile è la mia per ridir di Coriolano le gesta(104). Se il valore militare è nell’uomo la massima virtù, che nobilita assai chi la possiede, l’uomo del quale mi accingo a parlare non ha chi possa stargli a pari al mondo. Aveva sedici anni quando Tarquinio mosse contro Roma, e combatteva già meglio di tutti; e il nostro dittatore di quel tempo che voglio ricordar con ogni lode, l’osservava, col suo mento d’Amazzone(106), battersi in armi e ricacciare in fuga avversari con baffi sulle labbra; e lo vide piantarsi a gambe larghe su un Romano caduto, e in quella posa affrontare ed uccider tre nemici. Poi si scontrò con lo stesso Tarquinio e, d’un sol colpo, lo forzò in ginocchio. Tra i fasti di quel dì, quel giovinetto che avrebbe ben potuto recitare una parte di donna sulle scene, si dimostrò il miglior soldato in campo  meritandosi, in degna ricompensa, una corona di foglie di quercia. Entrato poi dall’età minorile nella virilità, simile al mare quando ingrossa, è venuto su crescendo e in diciassette battaglie, da allora, ha rubato la palma a ogni altra spada. Quanto poi a quest’ultima sua gesta, fuori e dentro le mura di Corioli, devo dire che non ho parole adatte a riferirne come si conviene. Ha fermato i suoi legionari in fuga, e col suo raro esempio ha volto in gioco quella ch’era paura nei codardi. Davanti alla sua prua, come alghe sotto l’urto d’un vascello lanciato a tutto vento, obbedienti, si piegavano gli uomini e cadevano; la sua spada, come mortal sigillo lasciava il segno ovunque s’abbattesse, Era, da capo a piedi, tutto sangue ogni suo gesto essendo punteggiato dal grido dei morenti. Varcò da solo la fatale porta della città, segnandola così col crisma d’un destino inesorabile; poi senza alcun aiuto ne sortì, e, ricevuto un rapido rinforzo, piombò sopra Corioli con la forza d’un fatal pianeta. Da quel punto, tutto era in mano sua, quando, di nuovo, il lontano clamor della battaglia ferisce i suoi sempre vigili sensi: allora il suo coraggio, raddoppiato, ravviva subito nella sua carne quel che v’era di stanco e affaticato, e lì torna sul campo di battaglia, dove imperversa, fumante di sangue, sopra i nemici come in una strage che non dovesse avere mai più fine; e fino a che non potemmo dir nostro tutto il terreno e nostra la città, non si concesse un attimo di tregua, anche solo per dare alcun sollievo al respiro affannato. MENENIO - Degno uomo! PRIMO SENATORE - Sicuramente degno degli onori che abbiamo in animo di conferirgli.  COMINIO - Ha respinto con sdegno la parte di bottino a lui spettante guardando a quegli oggetti di valore come a vil spazzatura. Per se stesso desidera di meno di quello che la stessa povertà potrebbe dargli, unico compenso alle sue gesta essendo a lui il compierle; ed è contento di spendere il tempo della vita così, a lasciarlo scorrere(111). MENENIO - Animo nobile! Lo si richiami. PRIMO SENATORE - (Ad un ufficiale) Chiamate Coriolano. UFFICIALE - Sta venendo. Rientra CORIOLANO MENENIO - Il Senato altamente si compiace, Coriolano, di nominarti console. CORIOLANO - Son suoi la mia vita e i miei servigi. MENENIO - Rimane solo che tu parli al popolo. CORIOLANO - Vi supplico, vogliate dispensarmi da quell’usanza. Io, quella tunica, non me la sento di portarla addosso, d’espormi in piazza, nudo della mia, e pregarli di darmi il lor suffragio solo a cagione delle mie ferite... Esoneratemi da tutto questo. SICINIO - Il popolo dovrà pur dir la sua, né vorrà consentir che si tralasci un solo punto del cerimoniale. MENENIO - (A Coriolano) Non starli a contrastare, ora, ti prego. Confòrmati all’usanza nelle forme da questa stabilite, così come hanno fatto puntualmente tutti quelli che t’hanno preceduto. CORIOLANO – È una parte che mi farà arrossire a recitarla: un “diritto del popolo” che si farebbe bene ad abolire. BRUTO - (A parte, a Sicinio)  Hai sentito? CORIOLANO - ... Sbracarmi avanti a loro a vantarmi che ho fatto questo e quello, mettere in mostra le mie cicatrici ormai indolori, che dovrei nascondere, come chi se le fosse procurate solo per guadagnarsi i loro voti... MENENIO - E via, non farne un caso proprio adesso! (Ai due tribuni) Ed ora a voi, tribuni della plebe, raccomandiamo la nostra delibera perché la sosteniate presso il popolo; e al nostro nobile novello console auguriamo felicità ed onore. TUTTI - Felicità ed onore a Coriolano! (Squilli di tromba. Escono tutti nell’ordine in cui sono entrati, tranne i due tribuni) BRUTO - Ecco, hai sentito con quali intenzioni vuol trattar con il popolo. SICINIO - Ho sentito, e speriamo che il popolo capisca. Andrà a sollecitare il lor suffragio con l’aria d’uno che tenga a disdegno che siano loro a doverglielo dare. BRUTO - Andiamo, adesso. Bisogna informarli di quanto è stato qui deliberato. So che sono nel Foro ad aspettarci. (Escono) Entra un gruppo di CITTADINI SCENA Roma, il Foro PRIMO CITTADINO - Insomma, se ci chiede il nostro voto, rifiutarglielo certo non possiamo. SECONDO CITT. - E invece sì; basterà che vogliamo! TERZO CITTADINO - Il potere di farlo ce l’abbiamo: ci manca quello di tradurlo in atto. Perché se mette in mostra le ferite e ci spiattella tutto quel che ha fatto ci tocca cedere la nostra lingua  a quelle, e far che parlino per noi. Così se si presenta avanti a noi a raccontar le sue nobili gesta, come facciamo a non significargli la nostra generosa gratitudine? L’ingratitudine è cosa mostruosa, e per il popolo mostrarsi ingrato vuol dire farsi mostro da se stesso; e noi tutti, che ne facciamo parte, passeremo così per tanti mostri. PRIMO CITTADINO - E ci vuol poco a far ch’essi ci vedano non meglio di così. Quando insorgemmo per il grano, non esitò un istante proprio lui, Coriolano, a definirci “una plebaglia dalle molte teste”. TERZO CITTADINO - Oh, quanti ci chiamavano così! E non perché la testa fra tutti noi c’è chi la tiene grigia, chi castana, corvina e chi pelata, ma son le nostre idee che sono tutte di color diverso. Del resto penso anch’io, per parte mia, che se le idee di ciascuno di noi dovessero uscir tutte da un sol cranio, sciamerebbero in ogni direzione, a est, a ovest, a nord e a sud; e il solo punto su cui accordarsi circa la direzione dove andare, sarebbe di volarsene ciascuna per tutti i quattro punti cardinali. SECONDO CITT. - Così pensi? Ed in quale direzione volerebbe la mia, secondo te? TERZO CITTADINO - Beh, intanto non è facile, alla tua, di venirsene fuori come l’altre, chiusa com’è in una zucca di legno; ma direi che, se uscisse in libertà, tirerebbe filato verso sud. SECONDO CITT. - E perché proprio là? TERZO CITTADINO - Per andare a disfarsi nella nebbia; dove si scioglierebbe per tre quarti mischiata con vapori puzzolenti, mentre la quarta, presa dallo scrupolo, ritornerebbe a te, per aiutarti a sceglierti una moglie.  SECONDO CITT. - A te la voglia di sfottere il prossimo non manca mai. Ma fa’ pure, fa’ pure! TERZO CITTADINO - Allora, siete tutti risoluti a dargli il vostro voto? Anche se, poi, sì o no, non cambia niente. La maggioranza è quella che decide. Però se si mostrasse un po’ più incline al popolo, più degno uomo di lui non c’è mai stato. Eccolo che viene, e con la tunica dell’umiltà. Entra CORIOLANO. Ha indosso la “tunica dell’umiltà”. Con lui è MENENIO Stiamo a vedere come si comporta... Ma non restiamo qui tutti ammassati; avviciniamolo, pochi per volta, a uno, a due, a tre, dove si ferma... Deve rivolgere la sua richiesta a ciascuno di noi, singolarmente: perché ciascuno di noi ha diritto di dargli il voto con la propria voce. Perciò statemi dietro, vi mostrerò come dovete fare quando l’avvicinate. TUTTI - Ti seguiamo. (Escono tutti) MENENIO - No, hai torto, mio caro, a far così! Ma non hai mai saputo che persone degnissime l’han fatto, prima di te? CORIOLANO - Che cosa devo fare? “Ti prego, cittadino...”. Dannazione! Non me la sento proprio di forzare la lingua ad un tal passo! “Guarda le mie ferite, cittadino, le ho buscate al servizio della patria, quando non pochi dei compagni vostri se la davano a gambe schiamazzando al primo rullo dei nostri tamburi...”. MENENIO - O dèi, per carità, poveri noi! Non devi tirar fuori tutto questo! Tu non devi far altro che pregarli che si ricordino di te. CORIOLANO - Di me...  Loro!... Che s’impiccassero piuttosto! Di me magari si dimenticassero, invece, come fanno coi precetti di virtù che gli predicano i preti! MENENIO - Tu rischi di mandare tutto all’aria. Ti lascio adesso. Vedi di parlare a quella gente in maniera garbata. CORIOLANO - Sì, chieder loro di lavarsi il viso e di pulirsi i denti. (Esce Menenio) (Entrano il SECONDO e il TERZO CITTADINO) Eccone appunto un paio. (Al Terzo Cittadino) Cittadino, tu sai il motivo per cui io sto qui. TERZO CITTADINO - Già. Ma dicci che cosa ti ci porta. CORIOLANO - I miei meriti. SECONDO CITT. - I tuoi meriti? CORIOLANO - Già, non certo il mio volere personale. TERZO CITTADINO - Ah, non il tuo volere... CORIOLANO - Nossignore; non fu mai voler mio importunare la povera gente chiedendo io l’elemosina a loro. TERZO CITTADINO - Beh, devi pur pensare che se noi plebe ti diamo qualcosa speriamo d’ottener qualcosa in cambio. CORIOLANO - Bene, ditemi allora, per favore, qual è il prezzo che date al consolato. SECONDO CITT. - Che tu ce lo richieda gentilmente. CORIOLANO - E gentilmente, amico, io ti chiedo di farmelo ottenere. Ho qui delle ferite da mostrarti, che puoi vedere, se lo vuoi, in privato. (All’altro) Il tuo buon voto, amico. Che mi dici?  TERZO CITTADINO - Che l’avrai, degno Marcio. CORIOLANO - Affare fatto. Ecco già due magnifici suffragi mendicati. Ho intascato l’elemosina. Statevi bene! (Volta loro le spalle, come per andarsene) TERZO CITTADINO - Ma che strano modo! SECONDO CITT. - Mah, se dovessi darglielo di nuovo, chissà... Comunque, beh, lasciamo stare. (Escono i due cittadini) Entrano il QUARTO e il QUINTO CITTADINO CORIOLANO - (Andando loro incontro) Di grazia, amici, se mai s’accordasse col tono stesso dei vostri suffragi il fatto ch’io sia nominato console, eccomi qua vestito come richiesto dalla consuetudine. QUARTO CITT. - Hai meritato bene della patria, ma hai anche non bene meritato. CORIOLANO - Cos’è, un indovinello? QUARTO CITT. - Pei suoi nemici sei stato un flagello, ma per i suoi amici una tortura(115). Tu, la povera gente, in verità, non l’hai tenuta mai in simpatia. CORIOLANO - Tanto più meritevole per questo dovresti ritenermi, perché “povero” non sono stato nel volerle bene(116). Comunque, cittadino, d’ora in poi l’adulerò il mio grande fratello, il popolo, per conquistar da lui maggiore stima: ché questo per loro vuol dire “esser gentili con il popolo”. E dal momento che la lor saggezza preferisce guardare al mio cappello piuttosto che al mio cuore, d’ora innanzi li tratterò col più ipocrita inchino e con la più leccosa scappellata. Vale a dire che imiterò, brav’uomo, le smancerie di certi capipopolo,  che elargirò con generosità a quanti gradiranno di riceverne. Perciò, vi supplico, fatemi console. QUINTO CITTADINO - Noi speriamo poterti avere amico; perciò ti diamo di buon cuore il voto. QUARTO CITT. - Ti sei buscato un sacco di ferite per la tua patria... CORIOLANO - Non suggellerò col mostrarvele la lor conoscenza, che del resto già avete. Farò gran conto dei vostri suffragi, e così non vi disturberò più(117). I DUE CITTADINI - Gli dèi ti diano felicità, te l’auguriamo molto cordialmente. (Escono i due cittadini) CORIOLANO - Che dolcezza di voti!... Meglio morire, crepare di fame che andare accattonando una mercede che pur ci spetta, perché meritata. Ed io dovrei restarmene qui, fermo, in questa veste da sembrare un lupo, a questuar dal primo Tizio e Caio voti dei quali non c’è alcun bisogno? Dicono che così vuole l’usanza. Ma se dovessimo in tutte le cose far quel che vuol l’usanza, la polvere che copre il tempo andato mai non sarebbe più spazzata via, ed ammucchiando errore sopra errore si formerebbe tale una montagna di tutti errori, che la verità sarebbe poi impedita a sovrastarla. Ah, no! Piuttosto che starmene qui a recitar la parte del buffone, che l’alto ufficio e i relativi onori vadano ad altri, più di me disposto ad eseguire quel che vuol l’usanza. Ma son già a mezza strada... Ho sopportato la prima metà, farò anche l’altra...(118) Entrano il SESTO e SETTIMO CITTADINO Ma ecco altri voti. (Ai due)  I vostri voti, amici. Pei vostri voti io ho combattuto. Pei vostri voti ho vegliato la notte. Pei vostri voti porto su di me almeno due dozzine di ferite. Pei vostri voti ho visto e raccontato diciotto fatti d’arme. Pei vostri voti ho fatto tante cose qual più qual meno, ma tutte importanti. I vostri voti, sì, per esser console. SESTO CITTADINO - S’è ben portato, e non gli può mancare il voto d’ogni cittadino onesto. SETTIMO CITT. - Sia console, perciò. Gli diano gli dèi felicità e faccian ch’egli voglia bene al popolo. SESTO CITTADINO - E così sia! Che gli dèi ti proteggano, nobile console! (Escono) CORIOLANO - Che fior di voti! Entrano MENENIO, SICINIO e BRUTO MENENIO - Sei stato qui per il tempo prescritto, ed i Tribuni, col voto del popolo, ora ti conferiscono il potere. Resta che con le insegne della carica tu ti presenti subito al Senato. CORIOLANO - Allora è fatto? SICINIO - Hai fatto la richiesta secondo il rito: il popolo ti accetta ed è già convocato in assemblea per la ratifica. CORIOLANO - Dove, al Senato? SICINIO - Sì, Coriolano, là. CORIOLANO - Posso togliermi allora questa veste? SICINIO - Certo. CORIOLANO - Allora non esito un istante, così potrò riconoscer me stesso. Poi andrò al Senato.  MENENIO - T’accompagno. (Ai due tribuni) Voi che fate, venite via con noi? BRUTO - Restiamo qui ad attendere il popolo. SICINIO - Ci rivediamo dopo. (Escono Coriolano e Menenio) Ce l’ha fatta. È suo, e a giudicar dagli sguardi ha il cuore in festa. BRUTO - Ma con quale sdegno portava indosso quell’umile veste!... Che facciamo? Lo congediamo il popolo? (Entrano parecchi CITTADINI) SICINIO - Ebbene, miei compagni? Avete dunque preferito lui? PRIMO CITTADINO - Abbiamo dato a lui il nostro voto. BRUTO - Voglia il cielo che sappia meritarla la vostra preferenza. SECONDO CITT. – È quel che dico. Perché a mio povero, modesto avviso, quello mentre ci domandava il voto, si beffava di noi. TERZO CITTADINO - E come no! Ci ha preso pei fondelli a tutto spiano! PRIMO CITTADINO – È il suo modo di fare; quello. No, lui non s’è fatto gioco di nessuno. SECONDO CITT. - Qui non ci sei che tu a dir così, fra tutti noi. Ci doveva mostrare i segni delle sue benemerenze: le ferite buscate per la patria... SICINIO - Ma l’avrà fatto, spero, son sicuro. TUTTI - Niente affatto! Nessuno qui le ha viste. TERZO CITTADINO - Ha detto, sì, che aveva le ferite, ma che poteva mostrarle in privato;  e col berretto in mano, ecco, così, agitandolo in aria come a beffa, “Vorrei - dice - esser console; “e antica usanza senza i vostri voti “me l’impedisce. I vostri voti, dunque”. E quando glieli abbiamo assicurati, lui: “Vi ringrazio del vostro favore, “grazie dei vostri carissimi voti. “Ora che avete espresso i vostri voti, “con voi non ho più nulla da spartire”. Non è questa una beffa? SICINIO - Ma eravate incoscienti a non capirlo? O, avendolo capito, tanto ingenui da dargli il voto come dei bambocci? BRUTO - Eppure v’avevamo ammaestrati - e avreste ben potuto ricordarglielo - che quando non aveva alcun potere, piccolo servitore dello Stato, vi si mostrò nemico e parlò sempre contro i vostri diritti e privilegi di cui godete in seno alla repubblica; e adesso, giunto che fosse al potere e a governar lo Stato, se seguitasse ad essere lo stesso il nemico giurato dei plebei i vostri voti potrebbero essere per tutti voi tante maledizioni. E ancora questo dovevate dirgli: che come le sue gesta valorose gli meritavano una ricompensa non inferiore a quella cui aspira, così la sua generosa natura dovrebbe spingerlo a pensare a voi, che l’avete votato, e volgere in affetto il malvolere, facendolo patrono e amico vostro. SICINIO - A parlargli così, come, del resto, vi fu consigliato, avreste scosso le sue fibre all’intimo e saggiato il suo animo; e strappato gli avreste forse una bella promessa, da vincolarlo alla prima occasione; oppure, al peggio, avreste esasperato quel suo caratteraccio insofferente incapace di assumersi un impegno che lo leghi a qualsiasi adempimento; e, fattegli così perder le staffe, avreste poi potuto trar partito  dalla sua collera, per non eleggerlo. BRUTO - Ma come avete fatto a non vedere con che aria palese di disprezzo vi domandava il voto, mentre gli abbisognava il vostro appoggio? E come avete fatto a non pensare che quel disprezzo vi potrà recare chi sa quale malanno, ora ch’egli ha il potere di schiacciarci? Diamine! Solo corpi e nessun cuore tutti quanti? E avevate sol la lingua per sbraitare, come avete fatto, contro il buonsenso per cacciarlo via? SICINIO - E dire che altre volte, nel passato, avete pur rifiutato il consenso a postulanti in cerca di suffragi; ed ora regalate come niente i vostri voti tanto ricercati ad uno che nemmeno ve li ha chiesti in buona forma, e per di più schernendovi? TERZO CITTADINO - Comunque ancora non è confermato(121). Possiamo sempre revocargli il voto. SECONDO CITT. - E lo revocheremo! Io, per me, posso accordare cinquecento voci su questa nota. PRIMO CITTADINO - Ed io due volte tante. E tutti i loro amici in sovrappiù. BRUTO - Presto, allora muovetevi di qui e andate a dire a questi vostri amici che hanno scelto per diventare console uno che torrà loro ogni diritto, e non darà lor voce più che a quei cani bastonati apposta per abbaiare, e a questo mantenuti. SICINIO - Fateli riunire in assemblea, e unanimi, su più serio giudizio, revocate questo inconsulto voto. Battete sul suo orgoglio e sull’antico odio che ha per voi; e non dimenticatevi, per giunta, con quale aria sprezzante egli indossò l’umile veste, e si schernì di voi nell’atto stesso di chiedervi il voto. Dite loro che è stato il vostro affetto,  memore dei servigi da lui resi, a non farvi capire, in quel momento, il suo comportamento provocante, offensivo per voi, indecoroso, volutamente da lui conformato all’odio radicale che vi porta. BRUTO - Gettate su di noi, vostri Tribuni, tutta la colpa: che nulla abbiam fatto - dite - perché non sorgessero ostacoli alla sua elezione presso il popolo. SICINIO - E che l’avete eletto per conformarvi ad un nostro comando più che per vostra vera convinzione; che le vostre coscienze, in conseguenza, preoccupate più di conformarsi a ciò che ad esse era stato ordinato, che a ciò che esse avrebbero dovuto, v’hanno indotto ad esprimere quel voto contro la vostra propria inclinazione. Insomma, date a noi tutta la colpa. BRUTO - Sì, non vi fate scrupolo per noi. Dite che vi abbiam fatto su di lui, per istruirvi sulla sua persona, lunghi discorsi: come, ancora imberbe, abbia iniziato a servire la patria, e seguitato a farlo poi negli anni; da qual nobile stirpe egli discenda, la nobilissima gente “marciana”, da cui discese pur quell’Anco Marcio nipote di re Numa, che regnò a Roma dopo il grande Ostilio; donde provennero e Publio e Quinto che con la costruzione di acquedotti ci addussero la nostra acqua migliore; e suo grande avo fu quel Censorino, così meritamente nominato per esser stato due volte censore, per voto popolare. SICINIO - Ed un tal uomo discendente da sì nobile stirpe e onusto per di più di tanti meriti per ricoprire una sì alta carica, siamo stati noi stessi, noi tribuni, a segnalarlo alla vostra attenzione; ma voi, dopo aver bene soppesato il suo comportamento nel presente a confronto con quello del passato,  avete tutti in lui riconosciuto un vostro irriducibile nemico, e gli avete pertanto revocato un gradimento dato troppo in fretta. BRUTO - E non sareste giunti mai a tanto - battete sempre sopra questo tasto - se non vi avessimo incitato noi. TUTTI - Sì, sì, faremo come dite voi. Ormai qui quasi tutti si son pentiti della scelta fatta. (Escono i cittadini) BRUTO - Ora non c’è che da lasciarli fare. Meglio rischiare adesso una sommossa, piuttosto che tirarsi addosso il peggio, che certamente verrà, se aspettiamo. Se lui, per questo loro voltafaccia, si facesse, con quella sua natura, prendere dalla rabbia, attenti noi a saper profittar dell’occasione e trar vantaggio da questa sua collera. SICINIO - Al Campidoglio. Troviamoci là prima che vi affluisca tutto il popolo. Dovrà apparire - come in parte è - tutta e soltanto loro iniziativa, cui noi ci siamo solo limitati a fornire uno sprone dall’esterno. (Escono)  ATTO TERZO SCENA I -Roma, una strada Fanfara. Entrano CORIOLANO, MENENIO, COMINIO, TITO LARZIO e SENATORI CORIOLANO - (A Larzio) Tullo Aufidio sicché è riuscito a rimettere in piedi un nuovo esercito? LARZIO - Sì, Coriolano, ed è questo il motivo che ci ha deciso a negoziar l’accordo. CORIOLANO - I Volsci son lì, dunque, come prima, pronti a saltarci addosso appena s’offra loro l’occasione. COMINIO - Sono sfiancati, Console: è difficile che rivedremo, noi di nostre età, garrire ancora i lor vessilli al vento. CORIOLANO - (A Larzio) Tu Aufidio l’hai visto? LARZIO - Venne da me sotto salvacondotto, solo per dirmi peste e vituperio contro i Volsci, che avevano ceduto così vilmente la loro città. S’è ritirato ad Anzio. CORIOLANO - T’ha parlato di me? LARZIO - Sì, Coriolano. CORIOLANO - In che modo? Che ha detto? LARZIO - Ha ricordato come si sia spesso con te scontrato solo, spada a spada; che per la tua persona nutre un odio come per nessun altro al mondo; e inoltre che sarebbe disposto - ha dichiarato -, ad impegnarsi tutto che possiede, così, senza speranza di riscatto, pur di potersi dir tuo vincitore. CORIOLANO - E vive ad Anzio, adesso? LARZIO - Ad Anzio, sì.  CORIOLANO - Come vorrei che mi s’offrisse il destro d’andare là a scovarlo dove sta, e affrontare il suo odio faccia a faccia! Ma ben tornato, Larzio. Entrano i tribuni SICINIO e BRUTO Ecco, guardate: questi sono i Tribuni della plebe, le lingue della sua volgare bocca. Sento per loro un disprezzo istintivo perché si bardano d’autorità contro ogni nobile sopportazione. SICINIO - (A Coriolano) Fermo! Non andar oltre! CORIOLANO - Che vuol dire? BRUTO - Che è rischioso per te andar oltre. Fèrmati. CORIOLANO - Che diavolo di voltafaccia è questo! MENENIO - Che succede? COMINIO - Non ha forse il consenso dei nobili e del popolo? BRUTO - Del popolo, Cominio, proprio no. CORIOLANO - Son voti di fanciulli allora quelli ch’essi m’hanno dato? UN SENATORE - Tribuni, andiamo, fateci passare. Coriolano deve recarsi al Foro. BRUTO - Il popolo è in fermento. Non lo vuole. SICINIO - Fermi, o qui si finisce in un tumulto. CORIOLANO - Il vostro gregge, eh? E deve dunque questa gentaglia aver diritto al voto, se prima te lo danno, e poi, subito dopo, lo rinnegano? E voi, che state a fare? Voi che siete la loro stessa bocca, perché non governate i loro denti? O siete stati voi ad aizzarli? MENENIO - (A Coriolano) Calma, sta’ calmo!  CORIOLANO - (Ai Senatori) È tutta una manovra, una combutta preparata ad arte, per piegare la volontà dei nobili. Se li lasciate fare, rassegnatevi a vivere con gente incapace così di governare, come d’esser comunque governata. BRUTO - Non parlar di combutta. Il popolo vocifera di rabbia perché ha capito che l’hai preso in giro; e perché quando fu distribuito, ultimamente, a loro il grano gratis, fosti tu solo ad alzare la voce, e a coprire d’insulti e vituperi chiunque fosse dalla loro parte, tacciandolo di basso opportunista, adulatore, nemico dei nobili. CORIOLANO - Ebbene? Questa è cosa risaputa. BRUTO - Non tutti la sapevano, di loro. CORIOLANO - E così hai pensato ad informarli. BRUTO - Informarli, chi, io? CORIOLANO - Non sei tu il tipo ben tagliato per simili faccende? BRUTO - Non meno bene che per far le tue meglio che possa farle tu. CORIOLANO - Ma certo! Perché dovrei io diventare console? Per tutti i fulmini, datemi il tempo di diventare un nulla come te, e fatemi tribuno, tuo collega! SICINIO - Tu porti ancora addosso troppo di quello che dispiace al popolo; se ti preme raggiungere il tuo scopo, devi chieder la strada, che hai smarrita, con uno spirito più malleabile, o non sarai giammai tanto virtuoso da poter esser console, e nemmeno da stare accanto a lui (Indica Bruto) come tribuno.  MENENIO - Calmi, state calmi! COMINIO - Il popolo è ingannato, è subornato. Questo ondeggiare tra il sì e il no non è degno di Roma, e Coriolano non merita davvero un’ostruzione così disonorante posta ad arte lungo il piano cammino del suo merito. CORIOLANO - Venirmi adesso a parlare del grano! Quello che ho detto allora lo ripeto! MENENIO - Non adesso, però, per carità. UN SENATORE - No, Marcio, non in tanta eccitazione. CORIOLANO - Sì, invece, adesso! Sì, per la mia vita! I miei nobili amici mi perdonino; ma la fetida, bassa minuzzaglia voltagabbana s’ha da render conto ch’io non son uomo che sappia adulare, si specchi in me, piuttosto, e in ciò che dico. Lo ripeto: a cercar di assecondarla, noi non facciamo che dare alimento alla malerba della ribellione, dell’insolenza, della sedizione contro il Senato; per la qual zizzania noi stessi abbiamo arato, seminato e consentito che si propagasse mescolandosi a noi, gente d’onore, cui non manca virtù né autorità, salvo quella ceduta a dei pezzenti. MENENIO - Bene, ora basta. UN SENATORE - Basta, ti preghiamo. CORIOLANO - Basta? E perché? Com’io ho sparso sangue per la mia patria senza aver paura, così nessuna forza impedirà ai miei polmoni di coniar parole, fino a diventar marci, contro questi pestiferi miasmi di cui tutti temiamo d’infettarci avendo tuttavia fatto del tutto per buscarceli. BRUTO - Tu parli del popolo né più e né meno che se fossi un dio, che sia pronto a punirlo, e non un uomo  affetto dalle stesse debolezze. SICINIO - Ed è bene che il popolo lo sappia. MENENIO - Sappia che cosa? Questa sua sfuriata? CORIOLANO - Sfuriata!... Foss’io calmo, per Giove!, come il sonno a mezzanotte, sarei sempre di questa stessa idea! SICINIO – È un’idea velenosa che tale deve rimaner dov’è, senza infettare gli altri intorno a sé. CORIOLANO - “Deve”!... Sentitelo questo Tritone dei lattarini(124)! Avete preso nota di codesto suo “deve” perentorio? COMINIO – È contro regola, senz’altro. CORIOLANO - “Deve”! O buoni ma incautissimi patrizi, voi, gravi ed imprudenti Senatori, voi che avete permesso qui a quest’Idra di scegliersi un suo proprio magistrato che con questo suo “deve” perentorio, qual rumoroso corno di quel mostro non si fa scrupolo di minacciare d’esser capace di deviare altrove, entro altra fossa, la vostra corrente, e di far suo l’attuale suo letto! Se è vero ch’ei possiede un tal potere, s’inchini allora a lui la vostra ignavia; ma se non l’ha, svegliate dal suo sonno la vostra mite e rischiosa indulgenza. Se saggezza è in voi, non comportatevi come volgari sprovveduti sciocchi; se saggezza non v’è, fateli pur sedere accanto a voi. Sarete voi la plebe, ed essi i senatori; e tali sono, già ora se, quando le loro voci son mischiate alle vostre, il loro accento è il tono che prevale nell’insieme. Si scelgono il lor proprio magistrato, e questo è uno che sbatte in faccia il suo “deve”, quel suo “deve” plebeo, contro un’assise che nemmen la Grecia ebbe mai di più seria e veneranda. Ma, tutto questo, per il sommo Giove!, riduce i consoli a ben poca cosa!  E mi sanguina il cuore a pensare che quando due poteri sono in sella contemporaneamente, sì che nessun dei due può prevalere, nel loro vuoto può infilarsi il caos, e far che si distruggano a vicenda! COMINIO - Al Foro, dunque, andiamo. CORIOLANO - Chiunque siano ch’abbian consigliato di far distribuir gratuitamente il grano dei depositi statali, come s’è fatto qualche volta in Grecia... MENENIO - Via, via, non ne parliamo più. CORIOLANO - (Seguendo il suo discorso) (... ma in Grecia ben più ampi poteri aveva il popolo...), io dico che costoro, chi essi siano, hanno nutrito la disobbedienza, cibato la rovina dello Stato. BRUTO - E il popolo dovrebbe dare il voto ad uno che si esprime in questi termini? CORIOLANO - Al popolo dirò le mie ragioni, che valgono ben più dei loro voti. Essi sanno benissimo che il grano non doveva servir da ricompensa, essendo noto che per meritarlo nessun servizio avevano essi reso. Chiamati per la guerra, in un momento in cui il cuore stesso dello Stato correva gran pericolo, ricusaron perfino di varcare le porte di città; non si può dire che sia stato codesto un tal servizio da meritare loro il grano a ufo. Né, partiti che furon per la guerra, hanno parlato poi a lor favore le sedizioni e gli ammutinamenti in cui han fatto prova - oh, allora sì! - di tutto il lor valore di guerrieri. Così come plausibile motivo non potevano certamente offrire per così generosa elargizione le assurde accuse da loro lanciate contro il Senato, l’una dopo l’altra. E adesso? Come questo milleteste digerirà nel suo multiplo ventre  la cortesia che gli ha fatto il Senato? Dai fatti si può già pronosticare quali saranno le loro parole: “L’abbiamo chiesto, siamo maggioranza, e ci hanno accontentati, per paura”. Così noi degradiamo i nostri seggi, ed offriamo motivo alla marmaglia di dir che quanto facciamo per loro lo facciamo soltanto per paura; il qual ragionamento, con il tempo, scardinerà le porte del Senato, e allor v’irromperanno le cornacchie a dar di becco all’aquile. MENENIO - Via, basta! BRUTO - Basta ed avanza. CORIOLANO - No, ce n’è di più! E sia suggello a quanto sto per dire tutto quello che al mondo c’è d’umano e di divino sopra cui giurare. Questo nostro bicipite potere dove una delle teste, con ragione, disdegna l’altra che, senza ragione insulta, dove nobiltà di nascita e titoli e saggezza di governo non possono decidere un bel niente senza aver ottenuto il “sì” o il “no” dell’ignoranza di un’intera classe, è costretto per forza a trascurare i reali interessi dello Stato per dare spazio a fanfaluche inutili; talché, sbarrato qualsiasi proposito, ne vien che nulla è fatto più a proposito. Perciò vi supplico - se la paura non ha offuscato in voi ogni saggezza - voi, cui le fondamenta dello Stato stan troppo a cuore perché dubitiate della necessità di migliorarle; voi che a una vita lunga preferite una vita dignitosa, e siete pronti a medicine estreme per un corpo malato, destinato altrimenti a morte certa, strappate via di colpo, di violenza, questa lingua dal corpo dello Stato, ch’essa non abbia più a leccar quel dolce ch’è anche il suo veleno! La vostra indecorosa umiliazione rende monco ogni sano giudicare,  priva lo Stato di quell’unità che dovrebb’essere sempre la sua, rendendolo impotente ad operare, come vorrebbe, pel bene comune, per colpa di un tal male, che lo domina. BRUTO - Ha detto quanto basta(132). SICINIO - Ha parlato da vero traditore, e come tale ne dovrà rispondere. CORIOLANO - Miserabile! La tua stessa bile ti seppellisca!... Che può fare il popolo con queste zucche vuote di tribuni? Finché avranno costoro come guida, si sentiranno tutti esonerati dall’obbedire a maggior dignità. A quella carica li hanno eletti in un momento di piena rivolta, quando non la giustizia ma soltanto la forza era la legge. I tempi son cambiati, per fortuna: oggi si dica che dev’esser giusto quello che è giusto, e si getti alle ortiche il lor potere. BRUTO - Questo è tradimento! Flagrante! SICINIO - Console costui? Giammai! BRUTO - Gli Edili(134), oh! Venite! Entra un EDILE (Indicandogli Coriolano) Sia arrestato! SICINIO - (All’Edile) Va’ e riunisci il popolo in comizio. (Esce l’edile) (A Coriolano) Ed in nome del popolo, io qui t’arresto come traditore, sovvertitor di modi e di costumi, e nemico del popolo romano! T’ordino di obbedirmi e di venire subito con me, a risponder di quanto sei accusato. CORIOLANO - (Respingendo con forza Sicinio) Sta’ lontano da me, vecchio caprone!  SENATORI e PATRIZI - Ci facciamo garanti noi per lui. COMINIO - (A Sicinio, che cerca d’impadronirsi di Coriolano) Ehi, vecchio, giù le mani. CORIOLANO - Via, carogna, o ti sparpaglio l’ossa dai tuoi stracci! Entrano i due EDILI con una folla di PLEBEI SICINIO - Aiuto, cittadini! MENENIO - Cittadini, più rispetto, dall’una e l’altra parte! SICINIO - (Indicando alla folla Coriolano) Ecco colui che intende spodestarvi d’ogni potere! BRUTO - Arrestatelo, edili! PLEBEI - Abbasso! A morte! UN SENATORE - L’armi! L’armi! L’armi! (Zuffa generale attorno a Coriolano) TUTTI A VICENDA - Senatori! Patrizi! Cittadini! Sicinio! Bruto! Coriolano!... MENENIO - Pace!!!! Calmatevi un momento!... Che succede? Non ho più fiato... Ma qui si va diritti alla rovina!... Non posso più parlare... Voi, tribuni, parlate voi al popolo. (A Coriolano) Sta’ calmo. Sicinio, parla tu. SICINIO - Ascoltatemi, gente mia... Silenzio! PLEBEI - Udiamo il nostro tribuno. Silenzio! Fate silenzio! Parla, parla, parla!  SICINIO - Le vostre libertà sono in pericolo. Marcio, che avete appena eletto console, vuol togliervele tutte. MENENIO - No così! Ma tu invece di spegnere la fiamma, l’attizzi! UN SENATORE - Demolisci la città, in questo modo, tu la radi al suolo! SICINIO - Che cos’è la città, se non il popolo? PLEBEI - Giusto, Sicinio, la città è il popolo! SICINIO - E noi, per loro unanime consenso, siamo i loro legali difensori. PLEBEI - E tali resterete! MENENIO - Resteranno, sì, certo, resteranno. COMINIO - Questa è la via per demolirla al suolo, la città, e tirarne il tetto giù fino alle fondamenta, seppellendo tra ammassi di rovine tutto quello che ancora ci rimane d’ordinato. SICINIO - Costui merita morte. BRUTO - Qui è in gioco la nostra autorità, o la perdiamo. Ed in nome del popolo, nella cui potestà noi fummo eletti a suoi legittimi rappresentanti, noi dichiariamo qui che Caio Marcio è meritevole di morte, subito. SICINIO - (Agli Edili) Arrestatelo dunque; che aspettate! Lo si conduca alla Rupe Tarpea, e che sia di lassù precipitato, alla sua fine! BRUTO - Prendetelo, Edili! PLEBEI - Marcio, arrenditi! MENENIO - Ancora una parola, Tribuni, ve ne supplico.  EDILI - (Alla folla) Silenzio! MENENIO - (Ai Tribuni) Siate per una volta quelli che sempre volete apparire: sinceri amici della vostra patria; e procedete con ponderazione a ciò che invece con tanta violenza, a quanto vedo, intendete distruggere. BRUTO - Menenio, questi tuoi gelidi modi, che sembrano consigli di prudenza son un veleno pericolosissimo per un male violento come questo. (Agli Edili) Avanti, impadronitevi di lui, ho detto, e conducetelo alla Rupe! CORIOLANO - (Sguainando la daga) No, morirò qui stesso. Ci sarà pur qualcuno in mezzo a voi che m’ha visto combattere. Beh, avanti, venga a provare adesso su di sé quel che m’ha visto fare. MENENIO - Via quell’arma! Tribuni, allontanatevi un momento. BRUTO - (Agli Edili) Afferratelo! MENENIO - Aiuto a Marcio, aiuto! Nobili, giovani, vecchi, aiutatelo! PLEBEI - A morte! A morte! A morte! (Mischia. I tribuni, gli edili e i plebei sono respinti ed escono) MENENIO - (A Coriolano) Va’, torna a casa, presto! Via da qui. Altrimenti sarà rovina piena. UN SENATORE - (A Coriolano) Parti da qui. CORIOLANO - Dobbiamo tener duro! Siamo, amici e nemici, in pari numero.  MENENIO - S’ha da arrivare a questo? UN SENATORE - Gli dèi non vogliano! (A Coriolano) Nobile amico, ti prego, adesso tornatene a casa; lascia a noi di curar questa faccenda. MENENIO - Perché è una piaga che portiamo addosso tutti quanti, e che tu non puoi curare. Va’, ti scongiuro. COMINIO - Vieni via con noi. CORIOLANO - Come vorrei che fossero costoro barbari - come sono in realtà, se pure furono partoriti a Roma - e non Romani, come non lo sono, fossero pure stati partoriti di sotto al portico del Campidoglio!... MENENIO - Va’, va’, non affidare alla tua lingua la tua rabbia, per quanto giusta sia. Lasciamo tempo al tempo. CORIOLANO - (Senza ascoltarlo) Ne abbatterei quaranta, in campo aperto! MENENIO - Io pure saprei farne fuori un paio, tra i lor migliori: i tribuni, ad esempio. COMINIO - Ma qui la sproporzione è troppo grande, tra noi e loro, e il coraggio è follia quando pretende di tenere in piedi un edificio che sta per crollare. È meglio che tu vada via di qua, prima che ci ritorni la plebaglia. La sua furia oramai è come un fiume cui si sia posto un blocco, che, straripando fuor da tutti gli argini entro i quali scorreva normalmente, travolge e abbatte tutto quel che incontra. MENENIO - Sì, va’ via, te ne supplico... Vedrò io se il mio antico spirito potrà servire a qualcosa di buono con gente che sì poco ne possiede. Questo strappo dev’esser rattoppato con una pezza di qualsiasi tinta.  COMINIO - Sì, Marcio, andiamo via. (Escono Coriolano e Cominio) UN PATRIZIO - Quest’uomo ha danneggiato seriamente le sue fortune di uomo politico. MENENIO – È che la sua natura è troppo nobile per conformarsi alle cose del mondo. Mai s’indurrebbe ad adular Nettuno pel suo tridente, o Giove pel suo tuono. Ha in bocca quel che ha in cuore: la sua lingua deve dar fiato a ciò che detta il cuore; e se s’infuria, non ricorda più d’avere udito la parola “morte”. (Rumori da dentro) Eccoli. Qui l’affare s’ingarbuglia! UN PATRIZIO - Come vorrei saperli tutti a letto! MENENIO - Sì, nel letto del Tevere!... Che diamine, però! Che gli costava di parlar loro in modo più civile? Entrano BRUTO e SICINIO con la folla dei plebei SICINIO - Dove sta quella vipera cui piacerebbe di vedere Roma spopolata, per esser tutta lui? MENENIO - Tribuni... SICINIO - Giù dalla Rupe Tarpea merita d’essere precipitato con la forza di mani inesorabili! S’è messo contro la legge, e la legge altro giudizio non dovrà concedergli che la severa giustizia del popolo, da lui costantemente disprezzato. PRIMO CITTADINO - Imparerà così che i nobili Tribuni son la bocca del popolo, e noi siamo le sue mani. PLEBEI - Dovrà impararlo, certo! MENENIO - (A Sicinio) Amico, ascolta... SICINIO - (Alla folla)  Silenzio, olà! MENENIO - Non gridate “Sterminio!”, quando invece dovreste limitare la vostra caccia in modesti confini. SICINIO - Di’ piuttosto, Menenio, la ragione perché hai favorito la sua fuga. MENENIO - Sentimi bene: come so a memoria i meriti del Console, so dirti ad uno ad uno i suoi difetti. SICINIO - “Il Console”! Di che console parli? MENENIO - Di Coriolano, diamine! SICINIO - Lui, Console! PLEBEI - No, no, no, no, no, no! MENENIO - (Alla folla) Se, con licenza dei Tribuni e vostra, brava gente, mi si vorrà ascoltare, mi basta dirvi una parola o due: ad ascoltarla non vi costerà più d’una lieve perdita di tempo. SICINIO - Ebbene parla, ma senza lungaggini, perché qui siamo tutti ben decisi a sbarazzarci subito e per sempre di questo velenoso traditore. Esiliarlo sarebbe già rischioso per noi; ma trattenerlo vivo qui, sarebbe morte certa per noi tutti. Perciò s’è decretato in assemblea ch’egli sia messo a morte questa notte. MENENIO - Ahimè, non vogliano gli dèi benigni che la nostra famosa, illustre Roma, la cui riconoscenza verso i figli che d’essa han meritato è registrata nel grande libro dello stesso Giove, divori, come madre snaturata, le proprie creature! SICINIO - È un cancro che dev’essere estirpato! MENENIO - No, Sicinio, se mai è solo un arto, malato, ma è la morte ad amputarlo; curarlo, è facile. Che male ha fatto  egli, a Roma, per esser messo a morte? Il sangue che ha perduto a imperversare sui nostri nemici - e posso dire ch’è assai più di un’oncia di quello che gli scorre nelle vene - l’ha ben versato per il suo paese; che ora, ad opera della sua patria debba perdere quello che gli resta, sarebbe una vergogna per noi tutti, chi lo facesse e chi lo permettesse, una macchia che porteremmo addosso per sempre, fino alla fine del mondo. SICINIO - Questo vuol dir mistificare i fatti! BRUTO - Semplicemente il contrario del vero. Tutte le volte ch’egli ha dato prova di amare il suo paese, il suo paese l’ha ben onorato. SICINIO - Se un piede va in cancrena, non s’esita davvero ad amputarlo per i servizi resi in precedenza. BRUTO - Basta con le parole. (Agli Edili) Ricercatelo a casa, ed arrestatelo, ché la sua infezione è contagiosa, e può diffondersi tra l’altra gente. MENENIO - Ancora una parola! Una parola!... Questo vostro furore piè-di-tigre(140) quando vedrà qual danno avrà prodotto tanta precipitosa avventatezza, vorrà legarsi dei pesi di piombo ai calcagni, ma sarà troppo tardi! Processatelo per le vie legali, se volete evitar che le fazioni si scatenino, perché è molto amato, e che alla grande Roma tocchi in sorte d’essere messa a sacco dai Romani. BRUTO - Se così fosse... SICINIO - Ma che vieni a dirci! Non abbiam forse avuto un primo assaggio del suo rispetto per l’autorità? Non ha forse percosso i nostri Edili? Aggredito noi stessi?... Andiamo, via!  MENENIO - Considerate questo che vi dico: egli è uno cresciuto tra le guerre da quando seppe impugnare una spada, e non ha avuto mai chi gli insegnasse ad usare un linguaggio raffinato. Mischia farina e crusca, tutto insieme, senza badarci. Datemi licenza d’andar da lui, ed io ve lo conduco, parola mia, dove potrà rispondere in piena calma ed in forma legale, ad assoluto suo rischio e pericolo. PRIMO SENATORE – È questo il modo, nobili Tribuni, di trattare la cosa umanamente; l’altro sarebbe via troppo cruenta, e di sbocco imprevisto e imprevedibile. SICINIO - Ebbene, allora, nobile Menenio, sii tu il rappresentante della plebe. (Alla folla) Mastri, giù l’armi. BRUTO - Ma senza disperdervi. SICINIO - E radunatevi di nuovo al Foro. (A Menenio) Ti aspetteremo là; e se torni senza condurre Marcio, procederemo come stabilito. MENENIO - Ve lo conduco. (Ai Senatori) Mi sia consentito di chiedere la vostra compagnia. Dovrà venire, o ne seguirà il peggio. PRIMO SENATORE - Sì, vi prego, rechiamoci da lui. (Escono tutti) SCENA II -Roma, in casa di Coriolano Entra CORIOLANO con alcuni PATRIZI CORIOLANO - Mi facciano crollare il mondo addosso, mi minaccino morte sulla ruota, o trascinato da cavalli bradi, o accatastino l’una sopra l’altra  sulla Rupe Tarpea dieci colline, sì che non sia più manifesto agli occhi il fondo stesso di quel precipizio, io con loro, sarò sempre così! PRIMO PATRIZIO - E ciò ti rende di tanto più nobile. CORIOLANO - Quello che mi stupisce è che mia madre non approvi più questa mia condotta, lei che ha sempre chiamato quella gente servitoracci imbottiti di lana(143), cose fatte per essere comprate e rivendute poi per quattro soldi(144) o per mostrar nelle loro assemblee zucche pelate, bocche spalancate, ferme inchiodate lì, in ammirazione, se solamente alcuno del mio rango si levasse a parlar di pace o guerra. Entra VOLUMNIA Di te parlavo appunto: perché vuoi ch’io mi mostri più tenero? Dovrei tradir la mia vera natura? Dimmi piuttosto che ad agir così non faccio che mostrarmi quel che sono. VOLUMNIA - Ah, figliolo, figliolo, tu, il potere avrei voluto l’avessi indossato(145) prima di consumarlo, come hai fatto... CORIOLANO - Lascia andare. VOLUMNIA - ... e restare pur te stesso senza sforzarti tanto di ostentarlo. E ti saresti posto meno ostacoli ai tuoi fini, se non li avessi esposti così scopertamente agli occhi loro prima ch’essi perdessero il potere di frapporti essi stessi degli ostacoli. CORIOLANO - Vadano tutti quanti ad impiccarsi! VOLUMNIA - Ah, per me, vadano a bruciarsi vivi! Entra MENENIO, coi SENATORI MENENIO - Troppo rude sei stato, su, un po’ troppo! Ora devi ripresentarti a loro, e rimediare.  PRIMO SENATORE – È l’unico rimedio, o la città si spacca e va in rovina. VOLUMNIA - Segui il loro consiglio, te ne prego. Ho un cuore anch’io poco incline alla resa simile al tuo, ma ho pure un cervello che sa sfruttare a suo pro l’ira altrui. MENENIO - Ben detto, nobilissima matrona! Anch’io piuttosto che vederlo prono ad umiliarsi innanzi a questo gregge, se non fosse che il corso degli eventi lo rende necessario come un farmaco per la salute dell’intero Stato, indosserei la mia vecchia armatura, con tutto che ne regga appena il peso. CORIOLANO - Che devo fare? MENENIO - Tornar dai Tribuni. CORIOLANO - Va bene, e poi? MENENIO - Far finta di pentirti di tutto ciò che hai detto. CORIOLANO - Innanzi a loro? Non lo faccio nemmeno con gli dèi, devo farlo con loro? VOLUMNIA - Figlio mio(146), sei troppo altero, troppo distaccato, pur se questo non può mai dirsi troppo per un nobile; salvo che a parlare non siano le esigenze del momento. T’ho udito dire sovente che in guerra onore e astuzia crescon di conserta, da amici inseparabili. È così? Spiegami allora che cosa han da perdere i due dal seguitare quest’accordo anche in tempo di pace. CORIOLANO - Che discorsi! MENENIO - Una domanda pertinente, invece! VOLUMNIA - Se in guerra tu consideri onorevole sembrar quello che non sei, e fai di questo il mezzo per raggiungere i tuoi fini, perché dovrebbe questa tua politica perdere d’efficacia e di valore,  accoppiandosi in pace, come in guerra, all’onore, se d’ambedue le cose si presenti l’egual necessità? CORIOLANO - Perché insisti su questo? VOLUMNIA - Perché è questo per te il momento di parlare al popolo, non seguendo la tua ispirazione, o quello che ti suggerisca il cuore, ma con parole mandate a memoria sulla lingua, se pur solo bastarde e sillabate senza alcun rapporto con quella verità che hai nel petto. Ebbene, non c’è nulla in tutto questo che ti possa recare disonore; non più che conquistare una città col mezzo di gentili paroline, in un momento in cui ogni altro mezzo t’avrebbe esposto ai colpi di fortuna o al rischio di far correr molto sangue. Io non avrei alcuna esitazione a nasconder la mia vera natura, se mi fosse richiesto dall’onore essendo in gioco la mia stessa sorte, o quella degli amici. Ebbene, figlio, in tal frangente adesso ci troviamo io, tua moglie, tuo figlio, i senatori, i nobili; e tu stimi che sia meglio mostrare a questa turba di pagliacci come sei bravo a far la faccia dura, invece di sprecare una moina per guadagnarti le lor simpatie e per salvare ciò che, senza questo, può andar perduto. MENENIO - Nobile matrona! (A Coriolano) Vieni dunque con noi, e parla loro con parole acconce. Potrai così non soltanto salvare quel che oggi è in pericolo, ma rimediare alle passate perdite. VOLUMNIA - Sì, figlio mio, ti prego, ti scongiuro, va’ da loro con il cappello in mano(149), e, tesolo così, con largo gesto - perché così devi fare con loro - le tue ginocchia sfiorando le pietre - in certe cose il gesto è più eloquente delle parole, ché degli ignoranti  son più istruiti gli occhi che le orecchie - ed abbassando e rialzando il capo come a correggere, con questo gesto, l’altero cuore, divenuto docile per l’occasione come mora sfatta che si stacca dal rovo al primo tocco, di’ loro che tu sei il lor soldato, e che, cresciuto in mezzo alle battaglie, non hai quel tanto di buone maniere che - lo confesserai - sarebbe giusto per te di usare e per loro di esigere nel momento in cui chiedi il loro voto; ma che, d’ora in avanti, a giuramento, modellerai te stesso a lor talento, per quanto sarà in te e in tuo potere. MENENIO - Una volta che avrai fatto così, esattamente come lei ti dice, ebbene, i loro cuori saran tuoi: perché quelli, se uno glielo chiede, sono altrettanto facili al perdono che a sbraitare per cose da nulla. VOLUMNIA - Ti prego, va’ e riesci a dominarti; anche se so che con un tuo nemico preferiresti magari inseguirlo fin dentro una voragine di fuoco piuttosto che adularlo in un salotto. Entra COMINIO Ecco Cominio. COMINIO - Sono stato al Foro; bisognerà davvero, Coriolano, che tu ci vada bene accompagnato, e che sappi difenderti con calma, o non andarci affatto. È tutto furia. MENENIO - Basta parlare con un po’ di garbo. COMINIO - Sì, basterà, se saprà contenersi. VOLUMNIA - Si deve contenere, e lo farà. Ti prego, dimmi che sei pronto a farlo, e vacci. CORIOLANO - Debbo andare a mostrar loro la mia zucca scoperta(150)? Dare con vile lingua una smentita al mio nobile cuore, e comandargli  di sopportarla?... Bene, lo farò. Sebbene, si trattasse sol di perdere questo pugno di fango, per mio conto questa forma che porta nome Marcio la potrebbero macinare in polvere e disperderla al vento... Andiamo al Foro! Però la parte che m’avete imposta non saprò mai rappresentarla al vivo. COMINIO - Via, via, te la suggeriremo noi. VOLUMNIA - Figlio caro, ti prego, hai sempre detto che le mie lodi furono le prime a far di te un soldato, e questa volta per meritarle recita una parte mai fatta prima. CORIOLANO - Bene, devo farlo. Natura mia, abbandonami, e di me s’impossessi ora lo spirito d’una puttana! La voce di guerra che si fondeva con il mio tamburo si tramuti nell’esile falsetto da sottile cannuccia dell’eunuco e da vocina della verginella che culla i bimbi con la ninna-nanna! Sulle mie guance restino accampati i ghignosi sorrisi dei furfanti, le lacrimucce dello scolaretto m’inondino gli specchi della vista; tra le mie labbra venga ad agitarsi una lingua d’abbietto mendicante, ed i ginocchi che nell’armatura si piegavano solo sulla staffa, si flettan come quelli del pitocco ch’abbia pur mo’ buscato l’elemosina! Non lo farò, non voglio tralignare dal rimanere fedele a me stesso, e col comportamento del mio corpo indurmi ad insegnare alla mia anima una bassezza non più cancellabile. VOLUMNIA - Fa’ come credi. Sento più vergogna io a pregare te, che tu non senta a pregar loro. Vada tutto a male! E lascia che tua madre abbia a soffrire del tuo orgoglio, più di quanto tema per questa tua rischiosa ostinazione; perch’io so farmi beffa quanto te della morte. Ma fa’ a tuo talento. Il tuo coraggio è mio: tu l’hai succhiato  da me. Ma la superbia è solo tua. CORIOLANO - Non inquietarti, madre, te ne prego. Vado al Foro. Non farmi più rimbrotti. Farò sfoggio di ciarlataneria per conquistar le loro simpatie, riuscirò a scroccare i loro cuori, e mi vedrai tornare a casa amato da tutte le romane mestieranze. Guarda, sto andando. Saluta mia moglie. Tornerò console, o d’ora in poi non fidarti di quanto saprà fare la mia lingua nell’arte di adulare. VOLUMNIA - Fa’ come vuoi. Addio. (Esce) COMINIO - I Tribuni t’aspettano. Muoviamoci. Preparati a rispondere con calma, ché quelli, a quanto sento, hanno approntato contro di te accuse assai più gravi di quelle che già porti sulle spalle. CORIOLANO - “Con calma”, sì, è la parola d’ordine. Andiamo pure. Risponderò loro come mi detta il cuore,: per quante accuse vorranno inventarsi. MENENIO - Sì, ma garbatamente. CORIOLANO - E come no! Garbatamente, sì, garbatamente! (Escono) Entrano BRUTO e SICINIO SCENA III -Roma, il Foro BRUTO - Su questo punto attacchiamolo a fondo: che la sua mira è il potere assoluto. Se qui ci sfugge, dobbiamo incalzarlo sul suo comportamento ostile al popolo, e sul bottino tolto a quelli di Anzio, che non è stato mai distribuito. Entra un EDILE Allora, viene?  EDILE – È qui che sta arrivando. BRUTO - Chi l’accompagna? EDILE - Il solito Menenio e i patrizi che l’han sempre appoggiato. SICINIO - Hai la lista completa dei voti che gli abbiamo procurato, suddivisi per singoli comizi? EDILE - L’ho qui con me, completa. SICINIO - Per tribù(152)? EDILE - Sì. SICINIO - Convochiamo allora in assemblea la plebe, subito. E quando udranno da me queste parole: “Così sia, per il diritto e il potere del popolo”, o si tratti di condannarlo a morte, o a pagare un’ammenda, o all’esilio, s’io grido: “Ammenda!”, ripetano: “Ammenda!”, se grido: “Morte!”, ripetano: “Morte!”, riaffermando con questa procedura l’antico privilegio ed il potere di giudicare nella giusta causa. EDILE - Li informerò di queste tue istruzioni. BRUTO - E che non cessino più di gridare, ma reclamino, con maggior clamore la pronta ed immediata esecuzione di quanto sarà stato sentenziato. EDILE - Perfettamente. SICINIO - E vengano in gran numero, e siano tutti pronti all’imbeccata che noi daremo loro al punto giusto. BRUTO - Va’, provvedi che tutto ciò sia fatto. (Esce l’Edile) (A Sicinio) Portalo subito a perder la calma. È uso a vincere e s’avvampa subito se contraddetto: una volta scaldato,  non ha più freni alla moderazione, spiattella tutto ciò che tiene in petto; ed è a quel punto che ci porge il destro di farsi rompere l’osso del collo. Entrano CORIOLANO, MENENIO, COMINIO, con senatori e patrizi SICINIO - Bene, arriva. MENENIO - (Piano, a Coriolano) Mi raccomando, calma. CORIOLANO - Sì, calma, calma, come uno stalliere che per i quattro soldi della paga sopporta d’essere chiamato “bestia”! (Forte) Vogliano sempre i venerandi dèi serbar sicura Roma e provvedere che agli alti seggi della sua giustizia seggan uomini degni! Vogliano seminar tra noi l’amore, affollar di pacifici cortei i nostri templi, e non d’interne lotte le nostre strade. PRIMO SENATORE - Amèn. MENENIO - Nobile augurio. Rientra l’EDILE con la folla dei plebei SICINIO - Venite pure avanti, cittadini. EDILE - Ascoltate i Tribuni. Olà, silenzio! CORIOLANO - Prima ascoltate me. I DUE TRIBUNI - Va bene, parla. (Alla folla) Silenzio, voi, laggiù! CORIOLANO - Ci saranno altre accuse aggiunte a queste, oppure tutto si decide qui? SICINIO - Io ti chiedo se intendi sottostare a quel che il popolo andrà a votare, riconoscere i suoi rappresentanti, se accetterai di scontare la pena prevista dalla legge per le colpe che saranno a tuo carico provate.  CORIOLANO - Accetto. MENENIO - Lo sentite, cittadini? Ecco, dice che è pronto ad accettare! A voi di valutare giustamente tutti i servizi da lui resi in guerra; considerate pure le ferite che porta numerose sul suo corpo, come tombe in un santo cimitero. CORIOLANO - Solo graffi di spine, cicatrici da ridere, nient’altro. MENENIO - Considerate poi che nell’esprimersi, se non parla come uno di città, dovete in lui vedere il soldato. Non prendete l’asprezza del suo dire per malagrazia nei riguardi vostri, ma, come dico, lo dovete prendere come il parlare proprio d’un soldato e non già d’uno che vi vuole male. COMINIO - Bene, basta così. CORIOLANO - Per qual motivo, dopo che sono stato eletto console con voto unanime, devo sentirmi leso nell’onore a tal punto, che, dopo appena un’ora, volete ritrattare il vostro voto? SICINIO - Rispondi a noi, piuttosto. CORIOLANO - Già, tocca a me rispondere. Di’ pure. SICINIO - Noi t’accusiamo d’aver macchinato con l’intento di spazzar via da Roma tutte le cariche costituite, e di puntare, per traverse vie, al potere assoluto: onde tu sei traditore del popolo romano. CORIOLANO - Che! Traditore, io? MENENIO - No, no, sta’ calmo. Ricorda la promessa... CORIOLANO - Questo popolo, che se lo inghiotta il più profondo inferno! Io, traditore! Insolente tribuno! Avessi tu stampata nei tuoi occhi  la morte ventimila volte, e in mano ne avessi tu milioni, e ancora il doppio su quella tua linguaccia di bugiardo, ti griderò: “Tu menti!” con quella stessa mia voce dell’animo altrettanto spontanea come quella con cui prego gli dèi: SICINIO - (Alla folla) Lo senti, popolo? PLEBEI - Alla Rupe! Alla Rupe quello là! SICINIO - Basta così, non servono altre accuse! Avete visto tutti quel che ha fatto, udito che ha detto: ha malmenato i vostri delegati, v’ha insultati, ha resistito violento alla legge, ed ha sfidato qui l’alto potere di coloro che devon giudicarlo: tutto questo è delitto capitale, da meritar nient’altro che la morte. BRUTO - Tuttavia, poiché ha ben servito per il bene di Roma... CORIOLANO - Che vuoi cianciare tu di ben servire? BRUTO - Dico ciò che conosco. CORIOLANO - Proprio tu! MENENIO - (A Coriolano) È così che mantieni la promessa fatta a tua madre? COMINIO - Sappi, amico, che... CORIOLANO - Non voglio saper altro! Mi condannino pure come vogliono: ad essere buttato dalla Rupe, ad andare in esilio vagabondo, magari ad essere scuoiato vivo, o a languire di fame in una cella con un granello di frumento al giorno: mai m’indurrò a comprare la pietà al prezzo d’una sola parolina d’adulazione, mai mi s’indurrà a trattenere la mia repulsione dall’ottener da loro qualche cosa,  bastasse pure dir solo “buongiorno”! SICINIO - Attesoché in diverse occasioni ha fatto tutto ch’era in suo potere per mostrare il suo odio contro il popolo, cercando ogni possibile espediente per strappargli il potere; ed anche in questa s’è mostrato ostile non solo contro l’austera giustizia ma contro chi la deve amministrare, noi, in nome del popolo e nella nostra veste di tribuni, lo bandiamo da questo stesso istante dalla nostra città, sotto minaccia d’esser precipitato dalla Rupe, se ancor varcasse le porte di Roma. Così sentenzio, nel nome del popolo. PLEBEI - E così sia! E così sia! Cacciamolo! È bandito da Roma, e così sia! COMINIO - Ch’io vi parli, miei mastri, amici miei... Ascoltatemi. Sono stato console, e sul mio corpo porto le ferite che m’hanno fatto i nemici di Roma. Io di questa mia patria ho caro il bene con più tenero, più sacro rispetto, più profondo della mia stessa vita, dell’onore della mia cara sposa, dei frutti del suo grembo, e prezioso tesoro dei miei lombi. Perciò s’io vi dicessi... SICINIO - Che vuoi dire? Sappiamo già dove vuoi arrivare. BRUTO - Non c’è altro da dire, se non che questi è bandito da Roma, come nemico di Roma e del popolo. E così sia. PLEBEI - E così ha da essere! CORIOLANO - Branco di miserabili cagnacci, il cui fiato fetente io detesto come l’aria d’una palude infetta, i cui favori apprezzo quanto il lezzo ammorbante l’atmosfera delle carcasse d’uomini insepolti, son io che vi bandisco ora da me! E qui restate coi vostri orgasmi!  Che ogni minima voce metta a tutti in cuor la tremarella! Ed i nemici col solo scuotere delle lor piume, vi piombino nella disperazione. Tenetevelo stretto un tal potere di dare il bando a chi vi può difendere, finché alla lunga la vostra insipienza, che nulla impara finché non lo prova, non risparmiando nemmeno voi stessi, di voi stessi facendovi nemici, non vi consegni, come prigionieri i più disonorati, a una nazione, che vi avrà vinti senza un solo colpo! Così, sprezzando io la mia città per causa vostra, le volto le spalle. C’è un mondo pure altrove! (Esce con Cominio, Menenio e gli altri patrizi) EDILE - Il nemico del popolo è partito! PLEBEI - Via il nostro nemico! Al bando! Evviva! (Gridano tutti, gettando in aria i berretti) SICINIO - Ora andate a vederlo quand’esce dalla porta di città, e con lo sguardo lo segua ciascuno con lo stesso disprezzo col quale egli ha guardato sempre voi. Dategli la tortura che si merita. Che una guardia ci scorti, nel mentre attraversiamo la città. PLEBEI - Alla porta! Alla porta! Andiamo, andiamo! A vederlo mentre esce di città! Gli dèi proteggano i nostri Tribuni! Andiamo, andiamo tutti! (Escono)  ATTO QUARTO SCENA I -Roma, davanti a una porta della città(155) Entrano CORIOLANO, VOLUMNIA, VIRGINIA, MENENIO, COMINIO e giovani patrizi CORIOLANO - (Alla madre e alla moglie) Basta, via, con le lacrime. Un addio breve. Mi caccia a cornate la mala bestia dalle molte teste(156)... Madre, suvvia, fa’ cuore! Dov’è dunque l’antico tuo coraggio? M’hai sempre detto che gli estremi mali sono le grandi prove dello spirito; che le comuni avversità son cose che anche la gente bassa sa patire; che con calma di mare, ogni naviglio, qual che sia la stazza, si mostra in grado di tenere il mare; che quanto più in profondo si dirigono i colpi della sorte, tanto più nobilmente i nostri sensi devon sopportarne le ferite. M’hai sempre caricato di precetti che dovevano rendere invincibile il cuore che li avesse assimilati(157)... VIRGINIA - O cieli! O cieli! CORIOLANO - No, ti prego, donna... VOLUMNIA - La peste colga tutti i mestieranti di Roma, e muoiano tutti i mestieri! CORIOLANO - Via, via, che assente mi rimpiangeranno. Su, su, madre, ritrova il vecchio spirito di quando non facevi che ripetermi - ricordi? - che se fossi stata tu la moglie d’Ercole, avresti fatto sei delle sue fatiche, risparmiando metà dei suoi sudori a tuo marito... Cominio, non ti contristare. Adieu! Addio, mia sposa, addio, madre mia! Saprò cavarmela, malgrado tutto. E tu, mio vecchio e fedele Menenio, le tue lacrime sono più salate delle lacrime d’occhi giovanili, e son come veleno per i tuoi.  (A Cominio) Mio caro generale, t’ho visto spesso fermo ed impassibile davanti a viste da impietrire il cuore: fa’ tu capire a queste afflitte donne che piangere per colpi inevitabili è tanto stolto quanto è stolto il riderne. Madre, sai bene che per te i miei rischi sono stati la tua consolazione, e sta’ certa che s’anche me ne vado solo, solingo come un drago solitario che fa temibile la sua palude e del quale la gente parla tanto quanto meno lo vede, questo figlio farà qualcosa di straordinario; se non riusciranno a catturarlo col mezzo dell’inganno e dell’astuzia. VOLUMNIA - Ma dove te ne andrai, figliolo mio? Prendi almeno con te, per qualche tempo, il buon Cominio. Decidi che fare, non esporti alla cieca ad ogni evento che ti si possa offrire sul cammino. VIRGINIA - O dèi!... COMINIO - Vengo con te per tutto un mese; così potremo decidere insieme dove fermarti sì che poi di te possiamo aver notizia e tu di noi; così se con il tempo fiorirà l’occasione del tuo richiamo in patria, non dovremo mandare per un uomo alla ricerca in tutto il vasto mondo e perdere il vantaggio del momento, che sempre fatalmente si raffredda nell’assenza di chi deve giovarsene. CORIOLANO - Addio, Cominio. Sei carico d’anni, e pesano ancor troppo su di te le fatiche di guerra, per pensare d’andare alla ventura per il mondo con uno che ce la può far da sé. Accompagnami solo per un pezzo fuori le mura. Vieni, dolce sposa, madre amatissima, amici miei di nobil tempra; e appena sarò fuori ditemi tutti addio con un sorriso. Vi prego, andiamo. Avrete mie notizie fintanto che avrò i piedi sulla terra; e non saprete mai nulla di me  se non di quel che sono sempre stato. MENENIO - Questo parlare è quanto di più nobile può udire orecchio. Ebbene, niente lacrime! Potessi scuotermi solo sett’anni da queste stagionate braccia e gambe, ti seguirei, per gli dèi, passo passo! CORIOLANO - Qua la tua mano nella mia. Andiamo. (Escono) SCENA Roma, davanti a una porta della città Entrano i due TRIBUNI con un EDILE SICINIO - Rimandiamoli a casa. È andato via. È inutile che procediamo oltre. I nobili non l’han mandata giù. Tutti dalla sua parte, abbiamo visto. BRUTO - Ora, però, che abbiam mostrato i denti ci conviene mostrarci più dimessi di quando tutto questo era da fare. SICINIO - (All’Edile) Mandali a casa. Di’ che il gran nemico se n’è andato, e la loro antica forza è sempre intatta. BRUTO - (All’Edile) Sì, mandali a casa. Esce l’Edile Ecco sua madre. Entrano VOLUMNIA, VIRGINIA e MENENIO SICINIO - Evitiamola. È meglio. BRUTO - Perché? SICINIO - La dicon furibonda pazza. BRUTO - Ci hanno visti. Cammina, tira dritto. VOLUMNIA - Oh, v’incontro a buon punto! Tutte le più schifose pestilenze tenute in serbo dagli dèi per gli uomini  possano ripagare il vostro zelo! MENENIO - Non gridare così! VOLUMNIA - Ancor più forte mi sentiresti, se non fosse il pianto... Anzi, mi sentirai lo stesso, adesso... (A Bruto) Che! Te ne vai? VIRGINIA - (A Sicinio) Resta qui anche tu... Potessi dir lo stesso a mio marito! SICINIO - (A Volumnia) Diamine, siete diventate uomini? VOLUMNIA - Certo, imbecille, è forse una vergogna? Stammi a sentire, pezzo di babbeo: uomo non era forse il padre mio? Tu invece no, tu sei solo la volpe ch’è riuscita a cacciar via da Roma un uomo che per Roma ha dispensato più colpi che parole tu abbia detto. SICINIO - O dèi beati! VOLUMNIA - Sì, colpi più nobili che tu sagge parole, e dispensati per il bene di Roma. Sai che ti dico?... Ma va’, va’... No, invece, no, anzi resta... Vorrei che mio figlio si trovasse in Arabia, spada in pugno, a faccia a faccia con la tua tribù. SICINIO - Ebbene, allora? VIRGINIA - Allora sentiresti! Porrebbe fine a tutta la tua schiatta. VOLUMNIA - A tutta la tua razza di bastardi. Quel gagliardo, con tutte le ferite che si porta per Roma! MENENIO - Via, sta’ calma. SICINIO - Se avesse seguitato a comportarsi verso la patria come da principio, e non avesse spezzato lui stesso il generoso nodo da lui stretto...  BRUTO - Ah, sì, magari avesse... VOLUMNIA - “Ah, sì, magari”! Ma se vi siete dati proprio voi ad infiammar la folla! Voi, gattacci, che siete in grado di stimare i meriti non più di quanto io sappia scrutare i misteri insondabili del cielo! BRUTO - Andiamo, prego. VOLUMNIA - Prego, andate, andate. Avete fatto una bella prodezza. Prima, però, sentite che vi dico: di quanto s’erge in alto il Campidoglio sopra il più misero tetto di Roma, di tanto il figlio mio e di costei sposo - di questa donna qui, vedete? -, da voi bandito, vi sovrasta tutti. BRUTO - Bene, bene, ma adesso vi lasciamo. SICINIO - Perché star qui a sorbirci gli improperi d’una che ha perso chiaramente il senno? (Escono i due Tribuni) VOLUMNIA - E v’accompagnino le mie preghiere. Non avesser gli dèi altro da fare che confermar le mie maledizioni! Ah, potessi incontrarli, questi due, anche una volta al giorno: già basterebbe per sentirmi il cuore sollevato dal peso che l’opprime. MENENIO - Gli hai detto il fatto loro, e, francamente, ne avevi ragione. Non vorreste cenare insieme a me? VOLUMNIA - È la rabbia il mio cibo. La mia cena la farò su me stessa, divorandomi, così mangiando morirò di fame. (A Virginia) Andiamo, cessa di piagnucolare, e lamentati, come faccio io, di rabbia, alla maniera di Giunone. Andiamo. (Escono Volumnia e Virginia) MENENIO - Vituperio, vituperio!  (Esce) SCENA La strada fra Roma e Anzio Entrano NICANOR, soldato romano, e ADRIANO, soldato volsco, incontrandosi NICANOR - Io ti conosco, amico; ed anche tu devi conoscer me. Se non mi sbaglio, ti chiami Adriano. ADRIANO - Esattamente, amico; ma, in coscienza, di te non mi ricordo. NICANOR - Son romano, ma uno che lavora, come te, contro i Romani. Mi ravvisi adesso? ADRIANO - Nicanor?... NICANOR - Sì, amico, proprio lui. ADRIANO - Più barba avevi, quando t’ho incontrato l’ultima volta, ma la voce è quella. Bene, che novità ci sono a Roma? Ho qui un mandato del governo volsco di ricercarti là; ma adesso tu m’hai risparmiato un giorno di cammino. NICANOR - Ci sono state a Roma insurrezioni mai viste prima(163): il popolo in rivolta contro il Senato, i nobili, i patrizi. ADRIANO - “Ci sono state...”. Perché, son finite? I nostri governanti non lo credono; stanno facendo grandi apprestamenti per la guerra, sperando di sorprenderli nel pieno ardore delle lor discordie. NICANOR - Beh, la grande fiammata ormai è spenta; ma basta una scintilla a ravvivarla, perché i nobili han preso così male la cacciata del prode Coriolano, da ritener matura l’occasione per togliere alla plebe ogni potere e strapparle per sempre i suoi tribuni. C’è fuoco sotto cenere, ti dico, e sta lì lì per divampar di nuovo. ADRIANO - Coriolano bandito!  NICANOR - Sì, bandito. ADRIANO - A Corioli farà molto piacere, Nicanor, questa tua informazione. NICANOR - Lo credo; è un buon momento, ora, per loro. Ho sempre udito che il miglior momento per sedurre la moglie di qualcuno è quando ha litigato col marito. Il vostro valoroso Tullo Aufidio avrà modo di mettersi in gran luce in questa guerra, il suo grande avversario, Coriolano, trovandosi in disgrazia col suo paese. ADRIANO - Per forza di cose. È stata veramente una fortuna per me incontrarti, così, casualmente; hai concluso così la mia missione, e con piacere t’accompagno a casa. NICANOR - Fino all’ora di cena avrò da dirti molte cose stranissime da Roma, e tutte vantaggiose ai suoi nemici. Hai detto che hanno pronto già un esercito? ADRIANO - E che fiore d’esercito! Magnifico! I centurioni, con i loro uomini, già arruolati, al soldo dello Stato, equipaggiati e pronti a entrare in campo in termine di un’ora. NICANOR - Son contento di udire che son pronti, perché ritengo d’esser proprio io quello che li farà mettere in marcia con la massima urgenza. Bene incontrato, dunque, amico mio, e molto lieto della compagnia. ADRIANO - Tu mi rubi di bocca le parole, amico; sono io che ho più ragione di rallegrarmi. NICANOR - Bene, incamminiamoci. (Escono) SCENA IV - Anzio, davanti alla casa di Aufidio  Entra CORIOLANO in abito dimesso, travestito e imbacuccato CORIOLANO - Bella città quest’Anzio! E son io qui, Anzio, che le tue donne ha reso vedove. Ho udito gemere sotto i miei colpi molti eredi di queste tue magioni e cadere. Perciò non riconoscermi, che le tue donne con i loro spiedi ed i ragazzi con le lor sassate non m’uccidano in un puerile scontro. Entra un CITTADINO Salve, amico. CITTADINO - Salute a te. CORIOLANO - Di grazia, sapresti dirmi dove sta di casa il grande Aufidio? Si trova qui ad Anzio? CITTADINO - Sì, e banchetta a casa sua stasera con i notabili della città. CORIOLANO - Qual è la casa sua? CITTADINO - Ce l’hai davanti. CORIOLANO - Grazie, amico, salute. (Esce il Cittadino) O mondo, le tue scivolose curve! Amici uniti da antica affezione, da sembrare un sol cuore entro due petti, da trascorrere insieme tutti i giorni le ore, il letto, la mensa, il lavoro, inseparabili nel loro affetto come fossero stati due gemelli, basta uno screzio, un dissenso da niente per rompere in tremenda inimicizia. Così ugualmente nemici giurati cui l’ira e il furore dell’intrigo tolsero il sonno a forza di pensare come distruggersi l’uno con l’altro, ecco che per un caso, una sciocchezza che vale meno d’una coccia d’uovo, possono diventare grandi amici e unir le loro sorti. Così io: detesto il luogo dove sono nato e guardo con amore a una città  che mi è stata nemica... Beh, io entro. Se m’uccide, si sarà solo preso una giusta rivalsa. Se m’accetta, mi metterò a servire il suo paese. (Esce) Musica da dentro SCENA V - Anzio, l’interno della casa di Aufidio Entra un SERVO, gridando, affaccendato e traversando la scena PRIMO SERVO - Vino, vino!... Che razza di servizio! Qui mi paiono tutti addormentati! (Esce) Entra un altro SERVO SECONDO SERVO - (Chiamando) Coto!... Ma dove s’è cacciato?... Coto! Il padrone lo vuole. Entra CORIOLANO CORIOLANO - Bella casa... Dal banchetto promana un buon odore; ma io non sembro certo un convitato. Rientra il PRIMO SERVO PRIMO SERVO - Che vuoi, amico? Da che parte vieni? Qui per te non c’è posto. Fila, prego. (Esce) CORIOLANO - Essendo Coriolano, non mi merito da questa gente miglior trattamento(164). Rientra il SECONDO SERVO SECONDO SERVO - Da dove spunti, amico?... Ma il portiere ce l’ha gli occhi, che lascia entrare qui figuri come te? Va’ fuori, via! CORIOLANO - Via tu, piuttosto. SECONDO SERVO - Io? Aria, sparisci!  CORIOLANO - Ora cominci a infastidirmi. SECONDO SERVO - Ah! Ci fai pure il gradasso? Ora vedrai: ti faccio dire io due paroline. Entra un TERZO SERVO, insieme con il PRIMO TERZO SERVO - Chi è costui? PRIMO SERVO - Uno strano figuro quale mai m’è caduto sotto gli occhi. Non mi riesce di mandarlo via. Fammi il favore, chiama tu il padrone. TERZO SERVO - (A Coriolano) Che ci fai qui, compare? Su, va’ fuori. CORIOLANO - Lasciami solo starmene qui, in piedi. Non ti farò alcun danno al focolare. TERZO SERVO - Chi sei? CORIOLANO - Un nobile. TERZO SERVO - Sarai un nobile, ma sei meravigliosamente povero. CORIOLANO - È vero. TERZO SERVO - E dunque, nobile spiantato, ti prego, scegliti qualche altro posto. Questo non è per te. Sgombrare, via! CORIOLANO - Seguita pure a far le tue faccende, va’ ad ingozzarti con i loro avanzi. (Gli dà una spinta, mentre il Terzo Servo gli si avvicina) TERZO SERVO - Che! Non vuoi? (Al Secondo Servo) Per favore, di’ al padrone che strano convitato ha dentro casa. SECONDO SERVO - Vado subito. (Esce) TERZO SERVO - (A Coriolano) Dove stai di casa?  CORIOLANO - Sotto il gran baldacchino(165). TERZO SERVO - Il baldacchino? CORIOLANO - Sì. TERZO SERVO - E dov’è codesto baldacchino? CORIOLANO - Nella città dei nibbi e dei corbacchi. TERZO SERVO - Nella città dei nibbi e dei corbacchi? Che razza di somaro è mai costui! Allora alloggi pure con le taccole(167)? CORIOLANO - No, questo no: non mi trovo al servizio del tuo padrone. TERZO SERVO - Che vuoi dir, compare? Vuoi avere a che far col mio padrone? CORIOLANO - Certo, e sarebbe più onesto servizio dell’aver a che far con la tua ganza. Tu cianci troppo. Va’ a servir la tavola col tuo tagliere. Lèvati di mezzo! (Lo caccia via percuotendolo) Entra TULLO AUFIDIO col SECONDO SERVO AUFIDIO - Dov’è dunque quest’uomo? SECONDO SERVO - (Indicando Coriolano) È qui, padrone. L’avrei cacciato a calci come un cane; non l’ho fatto per non recar disturbo alle lor signorie che son di là. (Il Primo e Secondo Servo si fanno da parte) AUFIDIO - (A Coriolano) Da dove vieni? Che vuoi? Il tuo nome?... Perché non parli?... Avanti, di’ chi sei. CORIOLANO - (Scoprendosi il volto) Tullo, se ancor non m’hai riconosciuto, e se, a guardarmi, non sai ravvisarmi per quel che sono, ti dirò il mio nome. AUFIDIO - Cioè? CORIOLANO - Un nome che non suona musica  agli orecchi dei Volsci, e soprattutto deve suonar ben aspro a quelli tuoi. AUFIDIO - E dillo, questo nome! Hai l’aria fiera e impresso in faccia il segno del comando. Anche se il tuo sartiame va a brandelli, la struttura completa dello scafo rivela nobiltà. Qual è il tuo nome? CORIOLANO - Prepara la tua fronte ad aggrottarsi. Ancora dunque non mi riconosci? AUFIDIO - No, non ti riconosco. Dimmi il nome. CORIOLANO - Son Caio Marcio: l’uomo che ha procurato a te in particolare e a tutti i Volsci assai malanni e lutti. N’è testimone questo soprannome: Coriolano, che m’hanno dato a Roma. Il gravoso servizio militare, i pericoli estremi da me corsi e le gocce di sangue che ho versato per l’irriconoscente patria mia m’hanno fruttato, quale ricompensa, nulla di più che questo soprannome: un bel ricordo, una testimonianza per te di tutto l’odio ed il rancore che dovresti portarmi. Questo nome è però tutto ciò che mi rimane: le crudeltà, l’invidia della plebe secondata da nobili vigliacchi che m’han lasciato a lottare da solo, si sono divorate tutto il resto ed han permesso ch’io fossi cacciato da Roma per i voti degli schiavi. È stato questo estremo di sventura che m’ha portato qui, al tuo focolare; non già con la speranza - non fraintendermi - d’aver salva la vita, ché, se avessi paura della morte, e c’è un uomo da cui dovrei guardarmi, quello sei tu, ma per puro dispetto, e per rifarmi in pieno con coloro che m’han bandito. E son davanti a te. Se tu covi nel cuore una rivincita che ti ripaghi dei torti subiti, se brami cancellare la vergogna delle mutilazioni che si vedono in ogni angolo del tuo paese, non esitare a trarre beneficio dalla mia situazione di disgrazia:  usala in modo da trarre un vantaggio da quanto io possa far per vendicarmi. Perch’io ti dico che combatterò contro l’incancrenito mio paese con la rabbia dei diavoli d’inferno. Ma se di tanto osare non ti senti, e stanco sei di tentar nuove sorti, anch’io sono stanchissimo di vivere, e pronto a presentare la mia gola a te ed all’antico tuo rancore. E se ti rifiutassi di tagliarla, ti mostreresti soltanto uno stolto, perché il mio odio t’ha sempre inseguito, ha fatto correre botti di sangue dalla tua terra, ed io non potrei vivere se non che a tuo completo disonore, salvo che non vivessi per servirti. AUFIDIO - (Dopo un cenno al servo, che si ritira) Oh, Marcio, Marcio! Come ogni parola di queste tue m’ha strappato dal cuore una radice dell’antico odio! Se Giove stesso su da quella nuvola mi rivelasse divini misteri, e mi dicesse: “Questa è verità!” a lui non crederei più che ora a te, nobilissimo Marcio! Ch’io recinga in un abbraccio codesto tuo corpo contro il quale la mia forcuta lancia si spezzò cento volte, e le sue schegge sfregiarono la faccia della luna! E adesso invece stringo fra le braccia la stessa incudine della mia spada, e caldamente quanto nobilmente gareggio col tuo ardore, come prima, con ambiziosa forza, col tuo valore. Sappi solo questo: ho amato molto colei che ho sposato; mai uomo sospirò più lealmente. Ma ora, nel vederti avanti a me, nobilissimo uomo, con più gioia mi sobbalza rapito il cuore in petto di quando vidi per la prima volta la mia sposa varcare la mia soglia. Ebbene, dico a te, come al dio Marte, che abbiamo già un esercito allestito, pronto all’azione, ed ancora una volta m’ero proposto di falciarti via con la mia spada lo scudo dal braccio, o di perdere il mio; dodici volte, l’una dopo l’altra,  tu m’hai piegato, e da allora ogni notte non sogno che di scontri tra noi due: ci vedo tutti e due avvinti a terra, e lì, dopo esserci slacciati gli elmi, afferrarci l’un l’altro per la gola... per poi svegliarmi tutto tramortito, e perché?, per un nulla, solo un sogno. Degno Marcio, se pur altra querela non avessimo che la tua cacciata con Roma, chiameremmo tutti gli uomini alle armi, dai dodici ai settanta, e, rovesciando rivoli di guerra nelle viscere dell’ingrata Roma, strariperemmo su tutto il suo corpo con la violenza d’un torrente in piena. Ma entra, vieni a stringere la mano ai senatori amici qui venuti a salutarmi, poi che mi preparo ad attaccare i vostri territori, se non proprio la stessa Roma. CORIOLANO - O dèi, questa è una vostra benedizione! AUFIDIO - Perciò se vuoi, nobilissimo amico, prender la guida della tua vendetta, prenditi la metà delle mie forze e decidi il da fare, a tuo talento come ti detta meglio l’esperienza; ché tu conosci più di chiunque altro del tuo paese forza e debolezza, se sia meglio, cioè, picchiare d’impeto alle porte di Roma, o se investirli con violenza nella periferia, per spaventarli prima di distruggerli. Ma vieni dentro, ch’io per prima cosa ti presenti a coloro cui compete di secondare i tuoi desiderata. Sii dunque mille volte benvenuto, più amico oggi che nemico ieri (e lo sei stato, Marcio, e che nemico!). Qua la mano. Sii molto benvenuto. (Escono) Il PRIMO e il SECONDO SERVO si fanno avanti(169) PRIMO SERVO - Quale sbalorditiva metamorfosi! SECONDO SERVO - Per questa mano, avevo già pensato, ti giuro, di cacciarlo a bastonate...  Però dentro di me lo sentivo che il suo abito non diceva il vero... PRIMO SERVO - E che braccia!... M’ha fatto fare un giro con la presa del pollice e del medio, come se avesse avviato una trottola. SECONDO SERVO - Eh, l’ho capito subito dal viso che c’era in lui qualcosa; una tal faccia che mi pareva... non so come dire. PRIMO SERVO - Sì, sì, aveva un’aria, quasi fosse... Eh, m’impicchino se non ho capito che quello lì ci aveva qualche cosa in più di quanto potessi pensare. SECONDO SERVO - E io lo stesso, lo potrei giurare. Senz’altro è l’uomo più straordinario che ho visto al mondo. PRIMO SERVO - Penso anch’io così. Però, come soldato, c’è qualcuno di lui più grande, e tu lo sai chi è. SECONDO SERVO - Chi, il padrone? PRIMO SERVO - Non c’è discussione. SECONDO SERVO - Ne vale sei. PRIMO SERVO - No, non esageriamo. Però lo reputo miglior soldato. SECONDO SERVO - Guarda, in coscienza, non so come metterla: nella difesa d’una roccaforte il nostro generale è ineguagliabile. PRIMO SERVO - Certamente, ma pure nell’attacco. Entra il TERZO SERVO TERZO SERVO - Ehi, furfantacci! Ho notizie da darvi, e che notizie, figli di puttana! I DUE - Quali, quali, su, spùtale! TERZO SERVO - Fra tutte le nazioni della terra, non vorrei essere proprio un romano: sarebbe come una condanna a morte. I DUE - Perché, perché?  TERZO SERVO - Perché quel Caio Marcio che le ha suonate non so quante volte al nostro generale, è qui con noi. PRIMO SERVO - “Suonate al nostro generale” hai detto? TERZO SERVO - “Suonate” proprio no, non dico, via, però gli ha dato del filo da torcere. SECONDO SERVO - Ah, per questo, sia detto fra di noi, per lui è stato sempre un osso duro. L’ho udito spesso dirlo da lui stesso. PRIMO SERVO - Un osso troppo duro, sì, per lui, a dire il vero: davanti a Corioli l’ha tagliuzzato come una braciola. SECONDO SERVO - Se avesse avuto gusti da cannibale se lo sarebbe pur cotto e mangiato. PRIMO SERVO - Beh, tutte qui le tue grandi notizie? TERZO SERVO - No, lì dentro lo trattan tutti quanti che pare il figlio e l’erede di Marte: l’hanno fatto sedere a capotavola; e i senatori, per fargli domande, s’alzano in piedi e si scoprono il capo. Il nostro generale, poi, lo tratta come fosse la sua cara morosa: lo sfiora con la mano come un santo, e a sentirlo parlar strabuzza gli occhi. Ma il vero succo sapete qual è? Che il nostro generale è dimezzato rispetto a ieri, perché l’altro mezzo se l’è preso quell’altro, col consenso e le preghiere di tutta la tavola. Andrà, egli dice, a tirare le orecchie a chi sta a guardia delle porte di Roma, che falcerà ogni cosa avanti a sé, per far pulito e sgombro il suo passaggio. SECONDO SERVO - Ed è uomo capace di far questo, quant’altri al mondo. TERZO SERVO - Farlo, lo farà; perché, vedi, avrà, sì, tanti nemici, ma anche tanti amici; i quali amici non hanno avuto, diciamo, il coraggio, di mostrarsi, diciamo, amici suoi mentre lui è in discapito...  PRIMO SERVO - “Discapito”? E che cos’è? TERZO SERVO - ... ma quando lo vedranno con la cresta rialzata e bene in sangue salteran fuori dalle loro tane come conigli dopo l’acquazzone e tutti insieme a fargli grande festa. PRIMO SERVO - Ma quando ciò? TERZO SERVO - Domani, oggi, subito. Potresti sentir battere il tamburo addirittura questo pomeriggio, come se fosse l’ultima portata del lor banchetto, da tradurre in atto prima ch’essi s’asciughino la bocca. SECONDO SERVO - Così riavremo almeno intorno a noi un po’ di movimento. Questa pace serve solo ad arrugginire il ferro, ad accrescere il numero dei sarti e partorire autori di ballate. PRIMO SERVO - Ah, per me, dico, datemi la guerra! È meglio cento volte della pace, come il giorno è migliore della notte; la guerra è cosa viva, movimento, è vispa, ha voce, è piena di sorprese. La pace è apoplessia, è letargia: spenta, sorda, insensibile, assonnata, e fa mettere al mondo più bastardi che non uccida uomini la guerra. SECONDO SERVO - Proprio così. La guerra la puoi dire, per un verso, una grande scopatrice, così come la pace una grande fattrice di cornuti. PRIMO SERVO - Già, e fa odiare gli uomini tra loro. TERZO SERVO - Logico: perché quando sono in pace, hanno meno bisogno l’un dell’altro. Eh, sì, la guerra a me va proprio a genio! E spero che vedremo qui Romani a pochi soldi l’uno, come i Volsci. Si alzano da tavola! Si alzano! PRIMO e SEC. SERVO - Dentro, dentro, sbrighiamoci!  (Escono entrando nella sala da pranzo) SCENA VI -Roma, una piazza Entrano i tribuni SICINIO e BRUTO SICINIO - Di lui non s’è sentito più parlare, né c’è luogo a temerne: le sue armi sono spuntate... Il popolo sta quieto e in pace, la selvaggia agitazione è finita. Che tutto ora vada bene a Roma, grazie a noi, fa arrossire di rabbia i suoi amici, che avrebbero di certo preferito, a costo di soffrirne loro stessi, vedere moltitudini in rivolta per le strade di Roma anziché udire cantare i nostri nelle lor botteghe, serenamente intenti ai lor mestieri. BRUTO - Abbiam puntato i piedi al punto giusto. Entra MENENIO Non è Menenio, questo? SICINIO - È lui, è lui, s’è fatto gentilissimo con noi, da qualche tempo in qua. Salute, amico. MENENIO - Salute a voi. SICINIO - Il vostro Coriolano non sembra essere molto rimpianto, tranne che nella cerchia degli amici. La repubblica regge bene in piedi senza di lui, e reggerebbe sempre, foss’egli ancor più in collera con lei. MENENIO - Sì, tutto bene, infatti. Andrebbe meglio però, se avesse saputo aspettare. SICINIO - Hai notizie di lui? Dove si trova? MENENIO - Non ne so nulla. La madre e la moglie sono anch’esse sprovviste di notizie. Entrano alcuni POPOLANI I POPOLANI - (In coro)  Gli dèi v’assistano sempre, tribuni! SICINIO - Buona sera a voi tutti. BRUTO - Buona sera! PRIMO POPOLANO - Dovremmo stare sempre inginocchiati, noi, con le nostre mogli e i nostri figli, a pregare gli dèi per voi due! SICINIO - Vivete e prosperate, brava gente! BRUTO - Addio, buona salute, cari amici! Avesse avuto per voi Coriolano la premura che vi portiamo noi! I POPOLANI - (In coro) Il cielo vi protegga! I DUE TRIBUNI - State bene. (Escono i popolani) SICINIO - Grazie al cielo, son tempi più felici questi, rispetto a quando questa gente si riversava in massa per le strade urlando e seminando la rivolta. BRUTO - Marcio alla guerra è stato certamente un bravo condottiero, ma altezzoso, ambiziosissimo, pieno di sé... SICINIO - ... e quanto mai smanioso di diventare il padrone assoluto della repubblica, senza collega. MENENIO - No, questo non lo credo. SICINIO - Eh, a quest’ora ce lo saremmo ritrovato tale, a nostro gran rimpianto, s’egli fosse salito al consolato. BRUTO - Gli dèi l’hanno impedito, per fortuna; e Roma, lui assente, può viver tranquilla e in sicurezza. Entra un EDILE EDILE - Onorandi tribuni, c’è uno schiavo che abbiam messo in prigione, ch’era in giro spargendo dappertutto la notizia  che i Volsci, da due parti, con due eserciti, son penetrati nei nostri confini in armi, e van con furia micidiale, distruggendo ogni cosa che si para sulla loro avanzata. MENENIO - Questo è Aufidio, che, avendo appreso del bando di Marcio, tira fuori di nuovo ora le corna che ha mantenuto sempre dentro il guscio senza osar di mostrarle, finché per Roma combatteva Marcio. SICINIO - Evvia! Che c’entra tirar fuori Marcio! (All’Edile) Va’, fallo fustigare l’allarmista! Non può esser che i Volsci osino tanto da romperla con noi! MENENIO - Ah, può ben essere! Abbiamo precedenti che può essere. Però interrogatelo quest’uomo prima di castigarlo: che dica da che fonte ha la notizia, se non volete andar incontro al rischio di frustare la vostra informazione e bastonare chi vi mette in guardia contro qualcosa ch’è da far paura. SICINIO - Ma son fandonie. So che non può essere. BRUTO - No, no, non è possibile. Entra un MESSO MESSO - Tutti i patrizi, in grande agitazione, stanno andando al Senato. Ci son notizie che li hanno sconvolti. SICINIO - È tutto questo schiavo... (All’Edile) Va’, fallo fustigare avanti a tutti. L’allarme è suo; nient’altro che fandonie. MESSO - No, onorevole tribuno, no! Il suo racconto è tutto confermato. E c’è dell’altro, ancora più terribile! SICINIO - Ancora più terribile? Che cosa? MESSO - È tutto un dire, da bocche diverse  - quanto ci sia di vero non lo so - che Caio Marcio, unito a Tullo Aufidio, vien marciando alla testa d’un esercito contro Roma, e giurando una vendetta generale, così indiscriminata da includere i più giovani e i più vecchi. SICINIO - Per chi ci crede! BRUTO - Voci sparse ad arte, per ravvivar negli animi più fiacchi l’augurio che il “buon Marcio” torni a casa. SICINIO - Già, questo è il loro gioco. MENENIO - Anch’io ci credo poco. Aufidio e lui son due che possono andare d’accordo non più di quanto può l’acqua col fuoco. Entra un altro MESSO SECONDO MESSO - Siete attesi in Senato. Un grande esercito al comando di Marcio e Aufidio uniti, imperversa sui nostri territori, travolgendo, incendiando, distruggendo tutto quello che incontra avanti a sé. Entra COMINIO COMINIO - (Ai due tribuni) Che bel capolavoro avete fatto! MENENIO - Perché, che sai, che sai? COMINIO - (Come sopra) Non potevate meglio dare mano a farvi violentar le vostre figlie, a far piovere sulle vostre zucche il piombo fuso dai tetti di Roma, a vedervi stuprare sotto gli occhi le vostre mogli... MENENIO - Perché? Che succede? COMINIO - ... a vedervi bruciare, incenerire i vostri templi, e vedervi ridotte sì sottili le vostre guarentigie e poteri, cui tenevate tanto, da entrar nel forellino d’un succhiello! MENENIO - Insomma, che notizie sai? Ti prego!  (Ai due Tribuni) Avete fatto, ho paura, voi due un bel capolavoro... (A Cominio) Di’, ti prego. Che nuove porti? Se davvero Marcio s’è unito ai Volsci... COMINIO - Se? È il loro dio! Li guida come fosse un’entità non generata da madre Natura, da deità diversa, e più capace della Natura stessa a fare un uomo; e quelli là lo seguono contro di noi, mocciosi bamboccioni, con la stessa svagata sicurezza di ragazzi che inseguono farfalle sotto il sole d’estate, o di beccai che si trovino a macellare mosche. MENENIO - (Ai tribuni) Che bel lavoro avete combinato, voi ed i vostri grembiulati amici(174)! Voi, che tanto eravate infatuati del voto della vostra mestieranza e del fiato dei mangiatori d’aglio! COMINIO - Ve la farà crollare sulla testa, la vostra Roma! MENENIO - Come quando Ercole, scrollò le mele mature dall’albero!(175). Avete fatto proprio un bel lavoro! BRUTO - Insomma, è proprio vero? COMINIO - Tanto vero, che prima di scoprire che non l’è, dovrete divenir pallidi morti. Tutte le genti gli aprono le porte sorridendo, ed i pochi che resistono, derisi per il lor vano eroismo, periscono da stolidi lealisti. Chi può muovergli biasimo, del resto? Anche i nemici, i vostri come i suoi, riconoscono che c’è in lui qualcosa. MENENIO - Siete tutti spacciati, se quel nobile non avrà pietà. COMINIO - Pietà! Chi dovrà chiederla? I Tribuni?  Almeno per pudore, quelli no! Il popolo? Ma il popolo da lui merita tanta pietà quanto il lupo dai pastori. Chi altro? I suoi seguaci? Ma se costoro gli andassero a dire: “Sii pietoso con Roma”, la lor preghiera avrebbe l’accoglienza di quella di chi merita il suo odio, e cioè di chi fosse suo nemico. MENENIO - È vero. S’anche m’appiccasse fuoco alla casa e me l’incendiasse tutta, io non avrei la faccia di gridargli: “Fermati, ti scongiuro!”. Avete fatto proprio un bel lavoro, voi due, con tutto il vostro artigianume! COMINIO - Per colpa vostra Roma sta tremando, come non ha mai fatto nel passato. I DUE TRIBUNI - Non direte che questo è colpa nostra. MENENIO - Ah, no? Sarebbe dunque colpa nostra? Marcio noi l’amavamo, ma da nobili bestie, quanto vili, abbiam ceduto alla vostra ciurmaglia che urlando l’ha cacciato via da Roma. COMINIO - Ho paura però che questa volta dovranno urlando chiedergli pietà. Tullo Aufidio, il cui nome di soldato è secondo nel mondo, gli obbedisce come un qualunque suo subordinato. Ormai tutta la tattica di guerra tutta la forza, tutte le difese che Roma potrà opporre a questi due sarà solo la sua disperazione. Entra un gruppo di POPOLANI MENENIO - Arriva il branco... E Aufidio è insieme a lui? (Ai popolani) Voi siete quelli che gli avete reso irrespirabile l’aria di Roma, quando gettaste in aria quelle coppole vostre unte e fetenti per acclamare la sua messa al bando! Adesso egli ritorna, e non c’è pelo in testa a un suo soldato che non si farà sferza per voi tutti:  farà cadere a terra tante zucche quanti berretti voi gettaste in aria, e vi salderà il conto dei voti che gli avete ritrattato. E se poi ci mandasse tutti a fuoco, fino a ridurci un unico tizzone, tanto peggio! L’avremo meritato! I POPOLANI - Certo, udiamo terribili notizie. PRIMO POPOLANO - Per parte mia, quando gridai: “Al bando!” aggiunsi pure che mi dispiaceva... SECONDO POPOL. - E così io. TERZO POPOLANO - E io no?... In coscienza, fece così la gran parte di noi. Quel che abbiam fatto è stato a fin di bene; e se pur assentimmo volentieri a bandirlo, fu certo controvoglia. COMINIO - Bravissimi, voi tutti e i vostri voti! MENENIO - Avete combinato un bel lavoro, voi e i vostri schiamazzi! (A Cominio) Che facciamo, saliamo al Campidoglio? COMINIO - Mi pare non ci sia altro da fare. (Escono Cominio e Menenio) SICINIO - (Alla folla) A casa, amici; ma non vi allarmate. Quelli là appartengono a una parte cui farebbe davvero gran piacere se dovesse avverarsi quello che fanno finta di temere. A casa, e che nessuno dia a vedere d’aver paura. PRIMO POPOLANO - Gli dèi ci proteggano! Compagni, a casa!... Io l’ho sempre detto che facevamo male ad esiliarlo. SECONDO POPOL. - Tutti l’abbiamo detto, s’è per questo! Andiamo, andiamo a casa! (Escono i popolani)  BRUTO - Brutte notizie. Proprio non mi piacciono. SICINIO - Nemmeno a me. Darei metà del mio, se servisse a saper che sono false. BRUTO - Saliamo al Campidoglio. SICINIO - Prego, andiamo. (Escono) SCENA - Il campo dei Volsci presso Roma Entrano AUFIDIO e il suo LUOGOTENENTE AUFIDIO - Passano ancora molti col Romano(178)? LUOGOTENENTE - Non so quale magia egli abbia addosso ma i tuoi soldati l’hanno sempre in bocca manco fosse il “Signore benedicite” prima dei pasti, il lor discorso a tavola e il lor ringraziamento a fine pasto(179); e tu sei messo in ombra, generale, anche dai tuoi, in questa spedizione. AUFIDIO - Per il momento non ci posso nulla, a men di far ricorso a tali mezzi che finirebbero con l’azzoppare i nostri stessi piani. Anche con me si mostra assai più altero di quanto avessi mai immaginato, il giorno che lo accolsi a braccia aperte. Ma è sua natura, in ciò non si smentisce e io debbo per forza perdonare ciò che non è possibile correggere. LUOGOTENENTE - Avrei desiderato tuttavia - nel tuo stesso interesse, intendo dire - che non lo avessi associato al comando, ma che avessi da solo preso in mano la suprema condotta dell’impresa; o l’avessi lasciata solo a lui. AUFIDIO - Intendo quel che dici, ma sta’ certo, quando verrà che dovrà render conto, non sa quel che saprò tirare in ballo contro di lui. Sebbene in apparenza, come egli stesso crede - e come appare non meno bene agli occhi della gente - ei compia tutto in piena lealtà  e dimostri d’avere buona cura degli interessi dello Stato volsco, che si batta per esso come un drago e che tutto riesca ad ottenere col solo sguainar della sua spada, c’è una cosa però che ha trascurato, e sarà tale da spezzargli il collo, o a mettere il mio a pari rischio, quando verremo alla resa dei conti. LUOGOTENENTE - Che pensi, generale, sarà capace di prendere Roma? AUFIDIO - Ogni località s’arrende a lui, prima ch’egli s’appresti ad assediarla; la nobiltà di Roma è tutta sua: senatori, patrizi fanno a gara a chi più l’ama. I tribuni del popolo non son uomini d’arme, e il loro popolo sarà altrettanto pronto a richiamarlo quanto lo è stato a decretarne il bando. Penso ch’ei sia per Roma e pei Romani quel ch’è la procellaria per il pesce, che lo divora per suprema legge della natura. D’essi è stato prima nobile servitore, ma incapace in seguito di mantener le cariche con tutto l’equilibrio necessario. Sia stato orgoglio - che, con il successo, sempre contagia l’uomo che lo coglie - sia stata assenza di discernimento nel lasciarsi sfuggire le occasioni che pure aveva saldamente in pugno; sia stata pure la sua stessa indole che lo rende istintivamente inabile a mostrarsi diverso da se stesso quando passa dall’elmo del guerriero al cuscino del seggio consolare, e a concepire che non è possibile governare la pace col piglio e la durezza usati in guerra, sta che uno solo di questi difetti - ché in lui di tutti quanti c’è sentore, seppur nessuno ne possieda al massimo, ciò che finora me l’ha fatto assolvere - l’ha reso un uomo da tutti temuto, e così odiato, e così messo al bando. Ha certamente un merito che annulla ogni difetto al solo dirlo. Ma le virtù degli uomini, si sa, soggiacciono alla stima del momento;  e il potere, in se stesso pregiatissimo, non ha tomba più certa che lo scanno su cui siede a esaltare ciò che ha fatto. Così il fuoco divora un altro fuoco, e un chiodo scaccia l’altro; così cade un diritto per forza d’un diritto, la forza per la forza d’altra forza. Ma muoviamoci adesso... Caio Marcio, quando tua sarà Roma, tu sarai il più povero di tutti, ed allora sarai subito mio! (Escono)  SCENA Roma, una piazza Entrano MENENIO, COMINIO, SICINIO, BRUTO e altri MENENIO - No, non ci vado. Avete tutti udito come ha parlato a colui che fu un tempo suo comandante e ch’era a lui legato dal più tenero affetto. Mi chiamava suo padre. E che con ciò? Andate voi, che l’avete bandito, e prima d’arrivare alla sua tenda, un miglio prima cadete in ginocchio e implorate la sua misericordia. No, se s’è dimostrato indifferente a sentire Cominio, io resto a casa. COMINIO - Era come se non mi conoscesse... MENENIO - Ecco, sentite?... COMINIO - Eppure nel passato mi chiamò sempre per nome: Cominio. Gli ho richiamato la vecchia amicizia ed il sangue che abbiam versato insieme; ma a chiamarlo col nome “Coriolano” non rispondeva, e lo stesso con gli altri; come se fosse un nulla, un senza nome, fin quando non si fosse da se stesso forgiato un altro nome, un nome nuovo, nel braciere di Roma messa a fuoco. MENENIO - Addirittura! (Ai Tribuni) Ecco, ora vedete, che bel lavoro avete combinato? Una bella pariglia di tribuni che han fatto il necessario perché a Roma ci fosse del carbone a buon mercato. Che nobile epitaffio(182)! COMINIO - Non ho mancato poi di ricordargli come regale sia il perdonare specie se meno atteso. M’ha risposto. ch’era quella richiesta senza senso da parte di uno Stato a una persona ch’esso stesso aveva castigato. ATTO QUINTO  MENENIO - Benissimo! Poteva dir di meno? COMINIO - Ho cercato di risvegliare in lui l’attaccamento agli amici più cari: m’ha risposto che non poteva certo star lì a sceverarli uno per uno in un mucchio di pula infetta e putrida; e che sarebbe stato da imbecilli, per salvar qualche chicco di frumento in quel putrido ammasso, astenersi dall’appiccarvi il fuoco e seguitare ad annusarne il lezzo. MENENIO - “Per qualche chicco di frumento”, ha detto? Uno son io di quelli, e sua madre, e sua moglie, e il suo figliolo, ed anche questo valoroso amico, (Indica Cominio) siam tutti i granellini ch’egli dice... (Ai Tribuni) ... ma voi siete la lolla imputridita, che spande il suo fetore oltre la luna. E noi, per causa vostra, sarem forzati a farci abbrustolire! SICINIO - Evvia, ti prego, non t’imbestialire! Se ti rifiuti di prestarci aiuto, ora ch’esso ci occorre come mai, non rinfacciarci almeno la disgrazia! Certo, però, se tu fossi disposto ad intercedere presso di lui pel tuo paese, l’abile tua lingua sarebbe ben capace di fermarlo il nostro, come non potrebbe fare qualunque esercito che gli opponessimo. MENENIO - No, non voglio immischiarmi. SICINIO - Ti prego, va’ da lui. MENENIO - A far che cosa? SICINIO - Soltanto un tentativo, quale può fare a favore di Roma il tuo legame d’affetto con Marcio. MENENIO - Beh, mettiamo che mi rimandi indietro, senza ascoltarmi, come pure ha fatto con Cominio... Che cosa ne verrebbe?  Nient’altro che un amico disilluso, ferito dalla sua indifferenza. Non ti pare? SICINIO - Quand’anche così fosse, la tua prova di buona volontà non potrà non ricevere da Roma la gratitudine commisurata alla buona intenzione dimostrata. MENENIO - Bah, mi ci proverò. Chissà che non si degni d’ascoltarmi; sebbene quel suo mordersi le labbra, quell’inarticolato bofonchiare che ci ha detto Cominio, non son cose che m’incoraggino un gran che a tentare... Ma forse non fu colto il buon momento: non aveva pranzato, e il sangue è ancora freddo nelle vene quando queste non son ben riempite, al mattino, imbronciati come siamo, siamo sempre, si sa, poco disposti a dare o a perdonare; quando, invece, abbiamo riempito in abbondanza con vino e cibo queste condutture in cui si canalizza il nostro sangue abbiamo l’animo più disponibile che non nei nostri digiuni da preti. Perciò starò lì attento ad aspettare che sia sazio e disposto ad ascoltarmi, e allora cercherò di avvicinarlo. BRUTO - Tu conosci qual è la strada giusta per giungere alla sua arrendevolezza, e non ti puoi smarrire. MENENIO - Per mia buona coscienza, io ci provo; poi vada come vuole. Non ci sarà poi tanto da aspettare per constatare se sarò riuscito. (Esce) COMINIO - Non sarà mai che voglia dargli ascolto. SICINIO - No? COMINIO - Ve l’ho detto: se ne sta seduto in un seggio dorato(183), l’occhio rosso quasi a volere, col solo suo sguardo, incenerire Roma; e la sua offesa(184)  è il carceriere della sua pietà. Gli son caduto davanti in ginocchio, e lui m’ha detto appena, in un sussurro: “Rialzati”, e d’un gesto della mano in silenzio, così, m’ha congedato. M’ha fatto poi sapere per iscritto quel ch’è disposto a fare e quel che no: impegnato com’è da un giuramento ad osservare certe condizioni. È così; non c’è nulla da sperare, salvoché, come ho udito, la sua nobile madre e la sua sposa non vadano esse stesse a implorargli mercé per la sua patria. Perciò muoviamoci, andiamo a pregarle di recarsi da lui quanto più presto. (Escono) SCENA - Il campo volsco, davanti a Roma Entra MENENIO, e avanza verso due SENTINELLE 1a SENTINELLA - Alto là! Dove vai? 2a SENTINELLA - Fermati! Indietro! MENENIO - Voi fate buona guardia, e fate bene. Ma, con vostra licenza, io sono qui in veste di ufficiale dello Stato, e vengo per parlare a Coriolano. 1a SENTINELLA - E da dove? MENENIO - Da Roma. 1a SENTINELLA - Non si passa! Devi tornare indietro: il generale da lì non vuol ricevere nessuno. 2a SENTINELLA - Potrai vedere la tua Roma in fiamme prima di colloquiar con Coriolano. MENENIO - Miei buoni amici, se vi sia occorso d’udir parlare il vostro generale di Roma e degli amici ch’egli ha là, c’è da scommetter mille contro uno che il nome mio vi sia giunto all’orecchio: è Menenio.  1a SENTINELLA - Può darsi, ma va’ indietro, perché il tuo nome qua non conta niente. MENENIO - Ti dico, amico, ascolta, ch’io son uno al quale il generale tuo vuol bene, uno che è stato, vedi, in qualche modo il libro delle sue famose imprese, e dove gli uomini han potuto leggere le sue gesta. magari un po’ gonfiate, per via che degli amici (e lui è il primo) ho cercato di dire sempre bene ed in tutta l’ampiezza consentita da verità, senza toglierci un ette. Talvolta posso aver passato il segno, come accade a una boccia, tirata sopra un fondo diseguale; e nel far le sue lodi m’è accaduto quasi di fabbricar moneta falsa... Pertanto, amico, credo d’aver titolo e che tu debba lasciarmi passare. 1a SENTINELLA - Senti, amico, se pure avessi detto in favore di lui tante bugie per quante chiacchiere hai speso per te, di qui non passi; manco se fregare(185) fosse virtù come vivere casti. Perciò indietro. MENENIO - Ma per favore, amico, ricordati che il mio nome è Menenio, e sono sempre stato partigiano del partito del vostro generale. 2a SENTINELLA - Tu potrai essere, come tu dici, il suo bugiardo, quanto ti fa comodo, io son uno che sta sotto di lui e non dico bugie, perciò ti debbo dire che non passi. Avanti, sgombra! MENENIO - Puoi dirmi soltanto se ha già pranzato? Non vorrei parlargli prima ch’abbia mangiato. 1a SENTINELLA - Sei romano? MENENIO - Romano, come il vostro generale. 1a SENTINELLA - Allora tu dovresti odiare Roma né più né meno quanto l’odia lui. Come fate a pensare  che dopo aver cacciato dalle porte colui che era il loro difensore e dopo aver regalato al nemico il vostro scudo, possiate sperare ora di fronteggiar la sua vendetta con i facili piagnistei di vecchie o in virtù delle virginali palme giunte in preghiera delle vostre figlie, o per l’intercessione paralitica d’un vecchio rimbambito come te? Come puoi credere di poter spegnere con un debole fiato come il tuo le fiamme in cui fra poco dovrà ardere la tua città? Ti fai illusioni, vecchio, e perciò fila, tornatene a Roma, e prepàrati per l’esecuzione. Perché là siete tutti condannati; il generale non v’accorderà, l’ha giurato, né tregua né perdono. MENENIO - Stammi a sentire, amico: se il tuo capo fosse informato ch’io mi trovo qui, mi tratterebbe con ogni riguardo. 1a SENTINELLA - Il mio capo? Nemmeno sa chi sei. MENENIO - Volevo intendere il tuo generale. 1a SENTINELLA - Che vuoi che gliene importi, al generale, di uno come te! Va’ indietro, via, se non vuoi che ti faccia spillar fuori quel bicchiere di sangue che ti resta. Sloggiare, via, sloggiare! Via di qua! MENENIO - Eh, ma... amico, un momento! Entra CORIOLANO con AUFIDIO CORIOLANO - Che succede? MENENIO - (Alla sentinella) Oh, adesso, amico, te lo faccio io un bel rapporto col tuo superiore! Così saprai se m’ha riguardo o no. Vedrai se un bischero di sentinella si può permettere di trattenermi dall’incontrarmi col mio Coriolano. Già dal modo con cui mi tratterà potrai immaginare se per te c’è già pronta la forca o altra sorta di più lungo supplizio. Sta’ a guardare  e poi svieni, per quello che t’aspetta! (A Coriolano) Gli dèi gloriosi seggano in consesso ora per ora a conservarti prospero e non t’abbiano essi meno caro del tuo vecchio Menenio. Figlio mio tu ci stai preparando fuoco e fiamme. Guarda: ecco qui l’acqua per estinguerle. A stento hanno cercato di convincermi a venir qui da te; ma quando io stesso alla fine mi sono persuaso che nessun altro all’infuori di me potesse fare tanto da commuoverti, coi lor sospiri sono stato spinto fuor dalle porte della tua città ad implorarti il perdono per Roma e pei supplici tuoi compatrioti. Gli dèi benigni plachino il tuo sdegno e ne faccian cader l’ultima feccia sulla testa di questo manigoldo (Indica la 2a Sentinella) che s’è impuntato, duro come un ciocco, a sbarrarmi l’accesso a te... CORIOLANO - Va’ via! MENENIO - Come! Che dici? CORIOLANO - Moglie, madre, figlio, non li conosco. Tutte le mie cose son sottomesse ad altri. La vendetta è tutto quanto mi resta di mio; il mio perdono è nel cuore dei Volsci. Che un’amicizia sia stata fra noi, sia l’ingrata oblivione suo veleno piuttosto che venirci la pietà a ricordar quant’essa fosse grande. Perciò vattene. A queste vostre suppliche i miei orecchi son più resistenti che le porte di Roma alle mie armi. Tuttavia, per l’affetto che t’ho avuto, prendi questo con te: (Gli consegna una lettera) per te l’ho scritto, e te l’avrei mandato. Altro da te, Menenio, non starò ad ascoltare. (Ad Aufidio) Quest’uomo a Roma m’era molto caro fra tutti: eppure tu lo vedi, Aufidio.  AUFIDIO - Vedo: sei uomo di tempra costante. (Escono Coriolano e Aufidio) 1a SENTINELLA - Sicché, compare, il tuo nome è Menenio? 2a SENTINELLA - Caspita, un nome di molto potere. La via di casa la conosci. Va’. 1a SENTINELLA - Hai sentito che striglia abbiamo preso per aver bloccato Tua Eccellenza? 2° SENTINELLA - Che motivo ci avrei io di svenire, secondo te? MENENIO - Non me ne importa più né del tuo generale, né del mondo! Quanto ad arnesi della vostra specie faccio fatica soltanto a pensare che siete al mondo, tanto vi considero! Chi è deciso a morir di propria mano non teme di morir per mano altrui. Faccia pure quanto di peggio ha in mente, il vostro generale; quanto a voi, restate pure a lungo quel che siete, e vi cresca, cogli anni, la miseria! Dico a voi quel ch’è stato detto a me. (Esce) 1a SENTINELLA - Un brav’uomo, però, non c’è che dire. 2a SENTINELLA - Che tipo in gamba il nostro generale! Una roccia, una quercia che non crolla per quanti venti gli soffino contro. (Escono) SCENA -La tenda di Coriolano Entrano CORIOLANO, AUFIDIO e Ufficiali. Si siedono CORIOLANO - Accamperemo domani l’esercito proprio davanti alle mura di Roma. Tu, mio collega in questa spedizione, farai sapere ai senatori volsci con quanta lealtà verso di loro io l’ho portata avanti. AUFIDIO - Hai guardato soltanto ai loro fini  e sei rimasto pienamente sordo alle suppliche dell’intera Roma; non hai ammesso a privato colloquio nessuno, no, nemmeno quegli amici ch’eran sicuri di poterlo fare. CORIOLANO - Quest’ultimo venuto, quel vegliardo che ho rinviato con il cuore a pezzi a Roma, mi teneva ancor più caro che se fosse mio padre, ed io per lui ero un dio. Mandarlo ora da me è stata l’ultima loro risorsa; ed io, in nome dell’antico affetto, pur mostrandomi duro anche con lui, ho loro offerto una seconda volta per suo mezzo le prime condizioni, le stesse ch’essi avevan rifiutato e che ora non posson più accettare; e ciò solo per un riguardo a lui che pensava poter fare di più. Ho ceduto ben poco. Non presterò più orecchio, d’ora in poi, a suppliche o altre ambascerie, che vengan dallo Stato o dagli amici... (Grida dall’esterno) Che grida sono queste? Non dovrò mica vedermi tentato a ritrattare una promessa fatta appena adesso?... No, non lo farò. Entrano VIRGINIA, VOLUMNIA, VALERIA, il PICCOLO MARCIO e altri del seguito (Tra sé) Prima, davanti a tutti, la mia sposa; poi l’onorato grembo da cui forma prese questo mio tronco, ed in mano a lei il nipotino del suo stesso sangue... Ma via da me la piena degli affetti! Spezzatevi legami di natura e diritti del sangue! La caparbia sia virtù. Che valore ha quell’inchino? Che valgono per me gli sguardi di quegli occhi di colomba che spergiurar farebbero gli dèi?... Ma oh!, m’intenerisco, non son di terra più forte degli altri! Mia madre mi s’inchina... È come se l’Olimpo si curvasse ad implorare una tana di talpa; e il mio ragazzo ha un’aria così supplice  ha un’espressione così supplichevole che par sia la Natura che mi gridi a tutta voce: “Non dire di no!”. Ma passino coi loro aratri i Volsci sopra il suolo che vide eretta Roma, e rompano col vomere l’Italia! Non sarò così insulso da cedere alla forza dell’istinto, ma resterò deciso ed incrollabile come uomo padrone di se stesso ignorando qualsiasi parentela. VIRGINIA - Mio signore e marito!... CORIOLANO - Questi occhi non son più i miei di Roma. VIRGINIA - È la grande afflizione che ci fa sì mutate agli occhi tuoi. CORIOLANO - (A parte) Ecco che adesso, da cattivo attore, dimentico la parte, m’impappino fino a un fiasco completo!... (Alzandosi e andando verso la moglie) Tu, della carne mia la miglior parte, perdona la spietata mia durezza, ma non chiedermi in cambio di perdonar “questi nostri Romani”. (Virginia lo abbraccia e lo bacia) Oh, mia diletta, questo lungo bacio, lungo come l’esilio, un bacio dolce come la mia vendetta! Per la gelosa regina del cielo, quel tuo bacio d’addio io l’ho portato sempre con me e vergine il mio labbro da quell’istante l’ha serbato... O dèi, io sto lasciando senza il mio saluto la più nobile madre della terra! (S’inginocchia ai piedi di Volumnia) Già, mio ginocchio, affòndati per terra, lasciaci il calco d’una devozione, la più grande che figlio abbia sentito. VOLUMNIA - Oh, rialzati, figlio benedetto! (Coriolano si rialza) Son io che m’inginocchio avanti a te  su questo duro cuscino di pietra, mostrando in un tal gesto per se stesso irriguardoso di civil decoro, come finora mal sia stato inteso il rispetto fra figlio e genitore. (S’inginocchia) CORIOLANO - Che significa questo? Tu inginocchiata qui davanti a me? Davanti a questo figlio tante volte da te rimproverato? Oh, allora volino a punger le stelle anche le ghiaie dell’arida spiaggia! Allora scaglino i venti in rivolta gli alteri cedri contro il sole ardente, spazzando via dal mondo l’impossibile, sì che diventi all’uomo facil opra fare che ciò che non può esser sia. VOLUMNIA - Tu sei il mio guerriero e a farti tale io t’aiutai. Conosci questa donna? (Indica Valeria) CORIOLANO - La nobile sorella di Publicola, luna di Roma, casta come il ghiaccio che da neve purissima s’aggruma col gelo, e pende sul tempio di Diana... Cara Valeria!... VOLUMNIA - (Indicando il piccolo Marcio) Questo è la tua copia, un acerbo compendio di te stesso, che quando il tempo l’avrà maturato potrà essere tutto il tuo ritratto. CORIOLANO - (Carezzando il viso del piccolo Marcio) Possa il dio dei soldati, col consenso di Giove ottimo-massimo, informarti di nobiltà la mente sì da renderti immune al disonore e farti emergere nelle battaglie come un gran promontorio in mezzo al mare, che regge l’impeto delle burrasche e salva tutti quelli che lo vedono! VOLUMNIA - (Al piccolo Marcio) Giù, in ginocchio! CORIOLANO - Il mio bravo figlietto!  (Il piccolo Marcio s’inginocchia, ma il padre lo tira su) VOLUMNIA - Ecco, anche lui, tua moglie, questa donna(195) ed io, tua madre, siamo qui tuoi supplici. CORIOLANO - Ti scongiuro, non domandarmi nulla! O, se qualcosa devi domandarmi, prima di tutto tieni in mente questo: le cose che giurai di non concedere non siano mai da te considerate come rifiuti, se non le concedo. Non chiedermi di rimandare a casa i miei soldati, o di capitolare alla plebe di Roma un’altra volta. Non dirmi snaturato se ricuso non smorzare con più freddi argomenti la mia rabbiosa sete di vendetta. VOLUMNIA - Oh, basta, basta, hai detto: non sei disposto a concedere nulla... e noi qui non abbiamo che da chiedere quello che tu hai detto di negarci. E tuttavia te lo vogliamo chiedere, sì che, se ci fai vana la richiesta se ne possa dar colpa solo alla tua protervia. Perciò ascolta. CORIOLANO - Aufidio, ed anche voi, Volsci, sentite; perché in privato qui nulla da Roma s’ha da sentire. (Si siede) Che cos’hai da chiedere? VOLUMNIA - Quand’anche rimanessimo in silenzio, senza profferir verbo, il nostro aspetto e queste nostre vesti ti direbbero che genere di vita abbiam vissuto da quando sei partito per l’esilio. Considera che donne sventurate noi siamo, come nessun’altra al mondo, nel venir qui da te, se il sol vederti, che ci dovrebbe empir di gioia gli occhi e far danzare di conforto i cuori, li costringe al contrario a lacrimare e tremar di paura e di dolore, e far che madre, sposa e figlioletto vedano il loro figlio, sposo e padre che strappa i visceri alla propria terra. E l’esser tu di questa nostra terra divenuto nemico è più funesto per noi, povere donne, che per gli altri.  Ché almeno agli altri è concesso il conforto di pregare gli dèi, a noi per causa tua proibito. Come possiamo, ahimè, noi le tue donne, pregare il cielo per la nostra patria (come sarebbe pur nostro dovere) e nel contempo per la tua vittoria (come sarebbe pur nostro dovere)? Ahimè, tra dover perdere la patria, nostra cara nutrice, o perder te, che nella patria sei nostro conforto, andiamo incontro a una sciagura certa, qualunque sia la parte, delle due, che possiamo augurarci vittoriosa: ché o dovrem vederti tratto in ceppi come un nemico vinto attraversare le strade di Roma, oppur calcare da trionfatore le rovine di questa tua città con la palma d’aver sparso da eroe il sangue di tua moglie e dei tuoi figli(196). Quanto a me, figlio mio, non ho certo intenzione d’aspettare qual esito la sorte avrà voluto serbare a questa guerra. Se non potrò convincerti a far grazia con nobiltà di cuore alle due parti piuttosto che cercare la rovina d’una sola di esse, non potrai - credimi, tu non potrai! - muovere ad assaltare il tuo paese, figlio, senza aver prima calpestato il ventre di tua madre che t’ha portato al mondo. VIRGINIA - E quello mio che ha partorito a te questo ragazzo per far vivere il nome tuo nel tempo! IL PICCOLO MARCIO - A me, però, non mi calpesterai! Io scapperò finché non sarò grande, ma poi voglio combattere! CORIOLANO - Per non intenerirsi come femmine bisogna non vedere innanzi a sé facce di donne o di fanciulli... Basta, ho già troppo ascoltato. (Si alza dal seggio e fa per andarsene) VOLUMNIA - No, no, Marcio, non lasciarci così! Se il nostro chiedere  mirasse solo a salvare i Romani e a distruggere i Volsci che tu servi, ci potresti accusar d’esser venute come avvelenatrici del tuo onore. No, ti chiediamo di riconciliarli, sì che, da un lato i Volsci possan dire: “Ecco mostrata la nostra clemenza”, e i Romani: “L’abbiamo ricevuta”; e ciascuno ti acclami, da ogni parte, ed esclami: “Che tu sia benedetto, per aver combinato questa pace!”. Tu sai, nobile figlio, come incerte siano sempre le sorti della guerra; ma questo è certo: se conquisti Roma il beneficio che potrai raccoglierne sarà un nome che, appena menzionato, sarà inseguito da maledizioni come cervo da una canea latrante(197), e così d’esso scriverà la storia: “L’uomo fu certo di gran nobiltà, della quale però l’ultima impresa ha spazzato fin l’ultimo vestigio, ha distrutto la patria, ed il suo nome resta esecrato per le età future”. Parlami, figlio. Tu ch’hai sempre amato i generosi slanci dell’onore, tu ch’hai sempre aspirato ad imitar gli dèi nella clemenza, a lacerar col tuono l’ampio spazio, come puoi caricare la tua collera con un fulmine buono appena appena a buttar giù un querciolo... Perché taci? Credi sia degno d’un animo nobile non saper cancellar dalla memoria le offese ricevute? (A Virginia) Parla, figlia, parla anche tu, perché delle tue lacrime lui non si cura. (Al piccolo Marcio) Parla anche tu, piccolo. Forse la tenera tua fanciullezza più che i nostri argomenti può riuscire a dargli un briciolo di commozione. Non c’è uomo che debba più di lui a sua madre, e mi lascia qui a cianciare come una alla gogna... (A Coriolano) Per tua madre non hai avuto mai in vita tua  un tratto di filiale gentilezza; per lei che, invece, da povera chioccia, incurante d’aver altra covata, t’ha sempre accompagnato chiocciolando alla guerra, e t’ha ricondotto a casa felicemente e carico d’onori. Di’ che la mia richiesta non è giusta e respingimi pure con disprezzo; ma se tale non è, non sei onesto, e gli dèi ti faranno ripagare questo tuo rifiutare l’obbedienza che spetta di diritto ad una madre... (Coriolano guarda da un’altra parte) Ah, volge il viso altrove!... Donne, giù! (S’inginocchia, e gli altri la imitano) Ci veda inginocchiati, e si vergogni! Al soprannome suo di Coriolano meglio s’addice la boria proterva che la pietà per le nostre preghiere. Giù, sia finita, per l’ultima volta! Poi torneremo a Roma, e moriremo coi nostri vicini. No, no, devi guardarci! Questo bimbo, che non sa profferir ciò che vorrebbe ma s’inginocchia e ti tende le mani con noi, sostiene la nostra preghiera con più forza di quanto tu ne adoperi nel respingerla. Via, andiamo via! (Si alzano) Quest’uomo ha avuto per madre una Volsca, sua moglie sta a Corioli, e suo figlio somiglia a lui per caso. (A Coriolano) Parla, per dirci almeno “Andate via”! Io, da qui innanzi resterò in silenzio finché la nostra Roma non sia in fiamme; solo allora dirò qualche parola. CORIOLANO - (Prendendole la mano, dopo lungo silenzio) Ah, madre, madre mia che cosa hai fatto!... Guarda, s’aprono i cieli e di lassù irridono gli dèi a questa scena innaturale! Oh, madre, madre, hai vinto! Una felice vittoria per Roma; ma per tuo figlio - credilo, ah, credilo! - hai prevalso su lui, ma esponendolo  a un pericolo estremo, se non proprio alla morte. E così sia! (Ad Aufidio) Aufidio, io non potrò più condurre questa guerra in piena lealtà. Negozierò perciò una congrua pace. Ma dimmi, buon Aufidio, al posto mio, avresti dato tu ad una madre minore ascolto? O concesso di meno? AUFIDIO - Sono commosso anch’io. CORIOLANO - L’avrei giurato! Ché non è poco, Aufidio, che i miei occhi trasudino pietà. Ma dimmi tu, buon collega, che pace vuoi concludere. Per parte mia, non resterò a Roma; torno con te a Corioli e ti prego di darmi il tuo sostegno in questa contingenza. O madre! O moglie! AUFIDIO - (A parte) Godo a veder che ti sei messo dentro questo conflitto tra pietà ed onore; ed è proprio su questo che farò rifiorir la mia fortuna. CORIOLANO - (Alle donne) Subito, sì. Beviamo prima insieme. Ma voi dovete riportare a Roma miglior testimonianza della cosa che non sian le parole: un documento dalle due parti rato e sigillato. Venite, dunque, entrate insieme a noi. Donne, voi meritate a Roma un tempio: tutte le spade che sono in Italia e i suoi eserciti confederati non avrebbero fatto questa pace. (Escono) SCENA. Roma, una piazza Entrano MENENIO e SICINIO MENENIO - Lo vedi quello spigolo di pietra lassù sul Campidoglio? SICINIO - Ebbene, allora?  MENENIO - Ebbene allora se tu col tuo mignolo riesci a smuoverlo, qualche speranza vuol dir che c’è che le donne di Roma, soprattutto sua madre, lo convincano. Ma io ti dico che non c’è speranza. Le nostre gole sono condannate, si tratta solo d’aspettare il boia. SICINIO - Possibile che in così poco tempo possa cambiare l’animo di un uomo? MENENIO - Tra un bruco e una farfalla ce ne corre; eppure la farfalla è stata un bruco. Questo Marcio, da uomo ch’era prima s’è tramutato in drago. Ha messo l’ali. Non è più cosa che striscia per terra. SICINIO - A sua madre era molto affezionato. MENENIO - Ah, per questo anche a me; ma di sua madre adesso si ricorda non più che della sua uno stallone partorito da lei ott’anni fa. Porta sul viso i segni di un’asprezza da far inacidir l’uva matura. Quando cammina par né più e né meno che stia muovendosi una catapulta: la terra si raggrinza al suo passare. Ha uno sguardo che fora le corazze, parla rintocchi di campana a morto, e borbotta come una sparatoria. A vederlo seduto sul suo scanno pare la statua d’Alessandro Magno. Se dà un ordine, questo è già eseguito prima ch’abbia finito d’impartirlo. Gli manca solo, per essere un dio, l’eternità e un cielo in cui regnare. SICINIO - E la pietà, se è vero il tuo ritratto. MENENIO - Io lo dipingo per quello che è. Vedrai quanta pietà saprà ottenere da lui sua madre. Ce n’è meno in lui pietà, che latte in una tigre maschio. Se ne avvedrà questa povera Roma. SICINIO - N’abbian gli dèi misericordia! MENENIO - No, in questo caso gli dèi non ne avranno! Non avemmo per loro alcun rispetto  quando l’abbiam cacciato e messo al bando; ora che torna a fracassarci il collo, non possiamo dagli dèi rispetto. Entra un MESSO MESSO - (A Sicinio) Se vuoi salva la vita, corri a casa, i plebei hanno preso il tuo collega e lo trascinano di su e di giù, giurando in coro che se le matrone non dovessero riportare a casa qualcosa che dia loro alcun conforto, lo linceranno, lo faranno a pezzi. Entra un SECONDO MESSO SICINIO - Notizie? SECONDO MESSO - Buone! Buone! Le matrone ce l’hanno fatta: i Volsci hanno sloggiato e Marcio è andato via. Roma non salutò più fausto giorno, nemmeno alla cacciata dei Tarquinii. SICINIO - Amico, sei sicuro che sia vero? Proprio sicuro? SECONDO MESSO - Come il sole è fuoco. Ma tu dove sei stato fino ad ora che non ci credi? Mai un fiume in piena irruppe sotto l’arcata d’un ponte, con l’impeto con cui s’è riversata tutta la gente, ormai rassicurata, attraverso le porte. Ecco, li senti? (Frastuono all’interno di trombe, oboi, tamburi, voci, alla rinfusa) Trombe, sambuche, pifferi, salterii, cimbali, tamburelli(200), e tutta Roma urla da far ballare il sole. Senti? (Grida di gioia all’interno) MENENIO - Splendido! Vado incontro alle matrone. Questa Volumnia vale, solo lei, tanti consoli, senatori, nobili da popolare un’intera città; tribuni come te, poi, ce ne vogliono, appetto a lei, un mare, un continente. Oggi dovete aver pregato bene:  stamattina non avrei dato un soldo per diecimila delle vostre teste. Senti come si sgolano di gioia! (Altre voci e grida all’interno) SICINIO - (Al Messo) Prima, ti benedicano gli dèi per la bella notizia che hai portato; e poi accetta i miei ringraziamenti. SECONDO MESSO - Tribuno, qui di far ringraziamenti abbiamo tutti abbondanti ragioni. SICINIO - Son presso la città? SECONDO MESSO - Quasi alle porte. SICINIO - Allora andiamo tutti loro incontro, ad accrescer la gioia della festa. (Escono) SCENA V - Strada presso la porta della città Entrano, attraversando la scena, due SENATORI con VOLUMNIA, VIRGINIA, VALERIA, il PICCOLO MARCIO, seguiti da altri PRIMO SENATORE - Ecco, guardate, la nostra patrona, la salvezza di Roma! Chiamate ad adunata le tribù, innalzate agli dèi ringraziamenti, ed accendete fuochi trionfali! Spargete fiori sul loro cammino, e cancellate con gioiose grida il clamore che mise al bando Marcio; richiamatelo dando il benvenuto a sua madre, gridando tutti in coro: “Benvenute, matrone, benvenute!”. TUTTI - Benvenute, matrone, benvenute! (Fanfara con trombe e tamburi. Escono tutti) SCENA Corioli, una piazza Entra TULLO AUFIDIO con seguito AUFIDIO - Andate ad annunciare ai senatori  ch’io sono qui a Corioli, e consegnate loro questa carta. La leggano e poi vadano nel Foro dove dinanzi a loro e a tutto il popolo io fornirò le prove di tutto quanto v’han trovato scritto. L’uomo che in essa accuso a quest’ora si trova già in città e intende presentarsi avanti al popolo nella speranza che con un discorso riesca a scagionarsi. Fate presto. (Escono alcuni del seguito) Entrano alcuni CONGIURATI del partito di Aufidio Benvenuti! 1° CONGIURATO - Stai bene, generale? AUFIDIO - Come uno ch’è rimasto avvelenato dalle proprie elemosine ed ucciso dalla sua stessa generosità. 2° CONGIURATO - Aufidio nobilissimo, se ancora sei dello stesso proposito del quale ci hai voluto tuoi partecipi, noi siamo pronti a sbarazzarti subito di questo gran pericolo. AUFIDIO - Non so che dirti. Bisognerà agire come troviamo gli umori del popolo. 3° CONGIURATO - Il popolo non si saprà decidere, finché duri il contrasto fra voi due; ma una volta caduto l’uno o l’altro, sarà tutto per quello che rimane. AUFIDIO - Lo so, e il mio pretesto per colpirlo è basato su solidi argomenti. Io l’ho fatto salire, ed ho impegnato sulla sua lealtà l’onore mio; ma, giunto così in alto, egli ha innaffiato i suoi nuovi germogli con la rugiada dell’adulazione, seducendomi tutte le amicizie. Ed a questo ha piegato la sua indole, mai conosciuta prima altro che rude, indomabile, chiusa, indipendente. 3° CONGIURATO - Già, quella sua proterva ostinazione,  quando concorse per il consolato che perdette per non voler piegarsi... AUFIDIO - Stavo per dirlo. Bandito per questo, venne a cercar rifugio a casa mia, presentando la gola al mio coltello. Io l’accolsi, lo feci mio collega nel comando, gli detti aperta via a soddisfare ogni suo desiderio; anzi, gli feci sceglier da lui stesso tra le mie file gli uomini migliori per meglio perseguire i suoi disegni; mi misi io stesso a sua disposizione e l’ho aiutato a mieter quella fama che ha finito per fare tutta sua, al punto da sentirmi io stesso fiero di recare a me stesso questo torto. Ho fatto fino all’ultimo la parte d’un umile e modesto suo seguace, e non già quella d’un suo pari grado, ed egli me l’ha sempre ripagato con ostentata altera sufficienza, manco se fossi stato un mercenario... 1° CONGIURATO - È vero, generale; la truppa n’è rimasta sbalordita. E infine, quando aveva in mano Roma e ci arrideva a tutti un gran bottino, oltre alla gloria... AUFIDIO - Questo è proprio il punto su cui concentrerò contro di lui tutte le fibre; il sangue ed il sudore che ci è costata questa grande impresa egli li ha bassamente barattati per quattro lagrimucce di donnette, che non valgono più delle bugie. Perciò deve morire, ed io risorgerò dal suo tramonto. Ma eccolo, sentite queste grida? (Tamburi e trombe da dentro, fra grida di popolo) 1° CONGIURATO - Tu sei entrato nella tua città come un qualsiasi comune corriere: nessuno t’aspettava a salutarti; ed ecco che lui torna, e il lor clamore spacca l’arco del cielo! 2° CONGIURATO - E questi idioti avvezzi a ogni sopruso ai quali lui ha massacrato i figli  si spellano i lor vili gargarozzi ad osannarlo. 3° CONGIURATO - Tu, al momento giusto, prima che parli e che commuova il popolo, fagli sentir la lama della spada, noi ti daremo mano. Lui caduto, racconta lor la storia a modo tuo: avrai così seppellito per sempre le sue ragioni insieme al suo cadavere. AUFIDIO - Silenzio, i senatori. Entrano i SENATORI della città TUTTI I SENATORI - (Ad Aufidio) Un caldissimo bentornato a casa! AUFIDIO - Non lo merito... Nobili signori avete letto bene quanto ho scritto? TUTTI I SENATORI - Sì, certo. PRIMO SENATORE - E con non poco dispiacere. Perché quali che fossero le colpe da lui commesse prima di quest’ultima avrebbero trovato, a mio giudizio, facile ammenda; ma finire là dove avrebbe dovuto cominciare, gettando via l’indubbio beneficio d’avere nelle mani il nostro esercito con le spese di guerra a nostro carico, e stipulando un trattato di pace con un nemico che s’era già arreso... tutto questo non può presso di noi trovare alcuna giustificazione. AUFIDIO - È qui che viene. Potete ascoltarlo. Entra CORIOLANO, alla testa di soldati in marcia, con tamburi e vessilli; dietro una folla di popolo CORIOLANO - Salute a voi, signori! Ritorno a voi come vostro soldato, non più preso d’amor per la mia patria di quando son partito; e sempre sottomesso ed ossequiente alla vostra suprema autorità. Sappiate che ho condotto questa impresa con successo, e guidato i vostri eserciti attraverso passaggi sanguinosi  fino davanti alle porte di Roma. Il bottino che abbiamo riportato può compensare per almeno un terzo la spesa sostenuta per la guerra. Abbiam fatto una pace altrettanto onorevole pei Volsci quanto disonorevole per Roma; e qui vi consegniamo il documento col testo del trattato stipulato, sottoscritto da consoli e patrizi, munito del sigillo del Senato. AUFIDIO - Non leggetelo, nobili signori! Dite piuttosto a questo traditore ch’egli ha abusato fuor d’ogni misura dei poteri che voi gli avete dato. CORIOLANO - Io, traditore? AUFIDIO - Sì, tu, Marcio! CORIOLANO - Marcio... AUFIDIO - Sì Marcio, Marcio, dico: Caio Marcio! O credi forse ch’io ti faccia bello chiamandoti col tuo nome rubato, Coriolano, a Corioli?... Senatori, voi che sedete a capo dello Stato, costui s’è comportato con perfidia da traditore della vostra causa ed ha ceduto la vostra città, sì, dico, Roma, ch’era già vostra, per poche goccioline d’acqua salsa, alla madre e alla moglie, stracciando via giuramenti e propositi come una stringa di seta tarlata, senza curarsi mai di convocare un consiglio di guerra. Così alle lacrime della sua balia, egli, tra molti gemiti e guaiti ha dato ai cani la nostra vittoria, sì da far arrossire di vergogna perfino le ramazze dell’esercito(203) e costringere gli uomini di tempra a guardarsi in silenzio, sbalorditi. CORIOLANO - O Marte, ascolti? AUFIDIO - Non lo nominare quel dio, piagnucoloso ragazzotto!  CORIOLANO - Eh?... AUFIDIO - Non sei altro! CORIOLANO - Sfacciato bugiardo! Vil carogna, mi fai scoppiare il cuore! “Piagnucoloso ragazzotto”, a me! Signori, perdonatemi, questa è la prima volta in vita mia che mi vedo costretto ad insultare. Questo cane, signori venerandi, sarà smentito dal vostro giudizio; e tutto quanto potrà dir di me - lui, che porta stampati nella carne i segni dei miei colpi, lui, che deve portarsi nella tomba le cicatrici delle mie batoste - dovrà unirsi alla vostra verità per ricacciargli in gola la menzogna. 1° SENATORE - Calmatevi, voi due, ed ascoltatemi. CORIOLANO - Volsci, fatemi a pezzi! Grandi e piccini, uomini e ragazzi, intingete le lame nel mio sangue! “Ragazzotto”!... A me! Cane bastardo! Se nelle cronache in vostro possesso c’è scritto il vero, ci dev’esser scritto ch’io, come un’aquila in un colombaio, ho seminato tra i vostri, a Corioli, il putiferio. E l’ho fatto da solo! “Piagnucoloso ragazzotto”... Eh?! AUFIDIO - E voi, nobili padri, permettete a questo maledetto fanfarone di richiamare alla vostra memoria, innanzi agli occhi vostri, ai vostri orecchi, quello che fu un suo colpo di fortuna, e la vostra vergogna? TUTTI I COSPIRATORI - E per ciò, muoia! TUTTI I POPOLANI - Sì, facciamolo subito! Linciamolo! A me ha ucciso un figlio! A me una figlia! A me il cugino Marco! A me mio padre! 2° SENATORE - Calma, oh! Niente violenze! Calma! È un uomo di valore, ed il suo nome  abbraccia tutto l’orbe della terra. Il suo colpevole comportamento in questa guerra sarà giudicato secondo legge. Aufidio, tu non muoverti, e non turbare la pubblica quiete. CORIOLANO - Ah, se potessi usar contro di lui, contro sei altri Aufidi ed anche più, e tutta la sua razza, questa spada! La farei io la legge! AUFIDIO - Insolente canaglia! (A questo punto, d’improvviso i cospiratori traggono le spade e uccidono Coriolano, che crolla a terra. Aufidio gli mette un piede sopra) I COSPIRATORI - Ammazza! Ammazza! Ammazza! Ammazza! Ammazza! I SENATORI - Fermi! Fermi! Fermatevi! Fermatevi! AUFIDIO - Ascoltatemi, nobili signori! 1° SENATORE - Ah, Tullo, cos’hai fatto! 2° SENATORE - Tullo, ti sei macchiato di un’azione sulla quale il valore piangerà. 3° SENATORE - Togli quel piede da sopra il suo corpo! E voi tutti, silenzio! Via le spade! AUFIDIO - Signori, quando avrete conosciuto (ora non lo potete certamente, nello scompiglio da lui provocato) qual pericolo fosse per voi tutti quest’uomo, vi dovrete rallegrare che sia stato così eliminato. Piaccia alle vostre signorie onorevoli di convocarmi davanti al Senato: mi metterò, da fedel servitore, alla mercé della vostra giustizia, accetterò la più grave condanna. 1° SENATORE - Portate via il cadavere. Si prepari per lui un funerale  con la solennità che si conviene ad onorare la salma più nobile che mai araldo accompagnò alla tomba. 2° SENATORE - L’irruenza di lui libera Aufidio da gran parte di colpa. Ora ciascuno faccia tesoro di quel che è successo. AUFIDIO - La mia collera è, ora, tutta spenta, mi sento sol pervaso da tristezza. Solleviamolo. Diano qua una mano tre dei soldati di più alto grado. Io sarò il quarto. (Al tamburino) Tu, batti il tamburo, voi, voltate le picche, punta a terra. Pur se in questa città molte mogli egli abbia reso vedove e molte madri privato dei figli, s’abbia da noi la degna sepoltura che spetta a un grande cuore. Su, aiutatemi! (Escono portando a spalla il corpo di Coriolano, al rullo prolungato del tamburo). Sapeva, come nessun altro, l’arte di “flatter le peuple” e farsi da esso benvolere, ricorrendo senza scrupoli ad ogni sorta d’intrighi personali (Senofonte, “Memorabili”, citato da Romilly in “Alcibiade”, ed. De Fallois, Parigi, Melchiori, “Shakespeare”, Laterza, Bari “Il préférait l’opportunitè aux principes” (Romilly, “But they think we are too dear”: frase d’incerta interpretazione. Qualcuno (D’Agostino) intende: “Ma per loro stiamo bene così come siamo”, cioè magri.  “Ere we become rakes”: “rake”, era simbolo di magrezza; si diceva “magro come un rastrello” (“as lean as a rake”).  “I need not be barren of...” letteralm.: “Non c’è bisogno ch’io ne sia sterile...”. Il testo gioca sull’aggettivo “strong” che con “breath” ha il significato di “bad smelling”, “fiato che puzza”. “I shall tell you a pretty tale”: qui “pretty” ha il senso di “properly”, “shaperly formed”, “tagliato al caso”, “ben tagliato”. (9) Cioè non con la parola ma col gesto delle labbra. (10) Cioè sulle labbra. “Fore me, this fellow speaks!”: “Parola mia, questo compare ha la lingua sciolta!” Il primo cittadino fa anche il saputo, e Menenio esprime a se stesso la propria stizza. “... the cormorant belly”: il cormorano, vorace uccello dei mari australi, è simbolo dell’insaziabilità (cfr. “Riccardo II” “Light vanity, insatiate cormorant”). Simile immagine dello stomaco è in Dante, “Inferno”: “... il tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia”. “... and fit it is”: “is fit” ha qui valore imperativo di “is duty of...”, “is due to...”; e “and” ha valore avversativo. “The one side must have the bale”: la frase è ironica, per intendere che si sa bene chi avrà la peggio. È il gesto di scherno con cui Menenio chiude il suo apologo. Cominciato in tono amichevole, quasi sottomesso, questo è venuto man mano crescendo d’enfasi e di efficacia persuasiva, fino all’invettiva finale di Menenio contro il suo interlocutore principale, il Primo cittadino, e al sarcasmo per l’esito della sommossa. L’entrata in scena di Caio Marcio e il tono trionfale con cui Menenio lo saluta sono il suo magistrale coronamento. “The one affrights you”, letteralm.: “L’una vi terrorizza”; ma Coriolano è uno d’arme, e nel suo “affrights you” c’è il disprezzo di chi ha paura di andare a battersi in armi. (17) “Keep you in awe”: “to keep in awe” è espressione colloquiale per “trattenere qualcuno, se necessario, con la forza”. In realtà il Senato romano non si riuniva in Campidoglio, ma nella Curia Hostilia, al Foro, o nella Curia Pompeiana, presso il teatro di Pompeo, dove fu ucciso Cesare. Ma per Shakespeare il Campidoglio è il centro politico della Roma antica.  “... as high as I could pick my lance”: “pick”, nell’inglese del ’500 era sinonimo di “throw”, “lanciare (in ogni direzione)”. “Convinti”, cioè, a desistere dalla sommossa.  “What says the other troop?”: Marcio proviene da un’altra parte della città, dove - come ha detto prima il Primo cittadino - la plebe è già insorta. Il testo, come spesso in Shakespeare, ha la frase in astratto: “... da spezzare il cuore alla generosità”. Così dice Plutarco; in verità, quanti fossero i “tribuni plebis” nella prima repubblica, non si sa, le fonti si contraddicono. Con certezza si sa che furono dieci dopo il 448 a.C. Qui, per tutto il dramma, ne compaiono soltanto due, Bruto e Sicinio. Per Coriolano, rappresentante della classe guerriera, una guerra è rimedio sicuro per interrompere le lotte interne e, insieme, togliere di mezzo quello che egli chiama “ammuffito superfluo” (“musty superfluity”) negli uomini e nelle istituzioni. È il primo tratto, dopo le sprezzanti invettive alla plebe, che Coriolano fa da se stesso del suo carattere: orgoglioso, fazioso, intollerante; e il primo accenno alla sua rivalità con l’altro grande guerriero del dramma, il volsco Aufidio. “.. his lips and eyes”: boccacce e occhiatacce. La luna come divinità era impersonata da Diana, la dea della castità muliebre. Marcio, quando s’arrabbia, è sboccato anche in senso lubrico. “We never yet made doubt but Roma was ready to aswer us”: letteralm.: “Mai noi finora ponemmo in dubbio che Roma fosse pronta a risponderci”. Cioè al momento della loro messa in atto. Plutarco - ch’è la fonte di Shakespeare per questo dramma - così spiega la ragione per cui i Romani usavano incoronare di fronde di quercia la fronte dell’eroe: “... o perché riverissero sovra l’altre piante la quercia in onore degli Arcadi... o perché tosto e in ogni parte i soldati trovavano fronde di quercia... l’albero sacro a Giove, protettore della città” (“Vita di Coriolano”). La guerra cui accennava Volumnia è quella contro Tarquinio il Superbo, che tentava di rientrare a Roma dopo la vittoria del Lago Regillo sui Latini. Questa immagine nella mente esaltata della madre, che vede il figlio/eroe trascinar nella polvere, presolo pei capelli, il nemico ucciso, e, più sotto, quella di lui che schiaccia al nemico abbattuto la testa col ginocchio, si rivelerà un tragico presagio all’inverso del destino di Marcio. “You were got in fear, though you were born in Rome”: letteralm.: “Voi siete stati concepiti nella paura, sebbene siate nati a Roma”.“It more becomes a man than gilt his trophy”: il “trofeo” era il cumulo delle armi e delle spoglie del nemico vinto, che il vincitore appendeva ad un albero o ammucchiava sul luogo della battaglia, per offrirlo in voto di ringraziamento agli dèi: tanto più bello e prezioso se le armi luccicassero d’oro. Cioè conquistare la città di Corioli assediata. “Amongst your cloven army”: i Volsci sanno che quello che li assedia è metà dell’esercito romano, l’altra metà essendo impegnata a respingere il loro, capitanato da Tullo Aufidio. “Sensibilmente” (“sensibly”) ha qui valore di “con sensi vivi del tuo essere”, in opposto all’inerte materia della tua spada (cfr. in Dante, “Inferno”: “Tu dici che di Silvio lo parente / Corruttibile ancora, ad immortale / Secolo andò e fu sensibilmente”). “A carbuncle entire”: “entire” è qui nel suo significato di “perfect”, e la perfezione di un diamante si giudica dalla sua luce. In verità, Catone è vissuto 250 anni dopo Coriolano; ma Shakespeare segue pedissequamente Plutarco, e non si cura degli anacronismi. Questa didascalia, che figura in molte fonti, lascia intendere, se ce ne fosse bisogno, che il corso dell’azione scenica ha saltato quel che è successo a Marcio dopo che è rimasto chiuso da solo in Corioli. Lo si saprà dall’elogio che gli farà più sotto Cominio. “their honours”: si accetta la lezione “honours” dell’“Oxford Shakespeare”, in luogo di quella “... their hours” dell’Alexander (la cui traduzione sarebbe: “Un’ora di battaglia per costoro...”).  “A craked drachma”: le monete crepate hanno un suono fasullo e non valgono più. Ma la dracma era moneta greca. È un’altra prova che Shakespeare copia acriticamente il greco Plutarco. Il boia aveva il diritto di appropriarsi dei vestiti del condannato da lui giustiziato. “The general” è, s’intende, Aufidio, che si sta battendo con Cominio, a meno di un miglio e mezzo di distanza, come ha annunciato prima il Messaggero. La traduzione letterale di queste parole di Cominio sarebbe: “Non distingue il pastore il tuono da un tamburo/ più di quanto io distingua il suono della voce di Marcio da quello di qualsiasi altra”.  Cioè: “Arrivi tardi, se sei ferito (se fossi venuto prima non lo saresti stato). Ma se quello che hai addosso è sangue nemico, non sei affatto in ritardo”.  “O me alone, make you a sword of me”: è uno dei versi più discussi del dramma. La lezione è incerta. C’è chi lo fa seguire da un punto interrogativo (“Oxford Shakespeare”, cit.), come se Marcio dica ai soldati che lo sollevano in aria: “Povero me, volete fare di me una spada?”; chi ci mette un esclamativo (è la lezione qui adottata); chi addirittura (Brockbanck) l’attribuisce ai soldati. Secondo noi, Shakespeare fa esclamare Marcio con l’espressione massima del condottiero che incita i suoi alla battaglia: “Di me solo, fate la vostra spada!”; che è, tra le altre lezioni, anche la più poetica.  “... dispatch those centuries to our aid”: quali centurie intenda Larzio, non si capisce; forse egli accompagna la frase con un gesto ad indicare le truppe rimaste accampate fuori le mura di Corioli; o forse “quelle” vuol indicare “quelle sulle quali ci siamo già intesi che ci avreste mandato”. “Fear not out care, Sir”: letteralm.: “Non aver timori sulla nostra premura, signore”.  “Fix thy foot”: letteralm.: “Tienti saldo sui piedi”, espressione che nel gergo cavalleresco significava: “Sta’ in guardia!”. “Wert thou Hector/ That was the hip of your bragged progeny”: Aufidio chiama Ettore “frusta” dei suoi Troiani, dai quali i Romani, da Enea, discendevano, ad intendere che anche Marcio, come Ettore, è per i suoi esempio di virtù guerriera. Per i segnali musicali in tutto il teatro shakespeariano, v. la “Nota preliminare” alla mia traduzione del “Re Lear”. Senso: “Eppure a questo banchetto (l’orgia di sangue della battaglia) al quale tu sei venuto tardi, tu non hai mangiato che un boccone, rispetto al grande banchetto che avevi già fatto (a Corioli)”. Queste battute tra Marcio e Cominio danno un’altra forte pennellata al ritratto dell’eroe. Cominio - per la cui bocca è Shakespeare che parla - non crede alla modestia di Marcio: il suo rifiuto d’ogni lode per l’impresa di Corioli, che gli darà il trionfale soprannome di Coriolano, e di partecipare in forma privilegiata alla divisione del bottino di guerra è solo una manifestazione dell’egocentrismo dell’uomo e della sua smisurata superbia. E Cominio, elegantemente, con moderazione e senza offenderlo, ce lo fa intendere. “But cannot make my heart consent to take e bribe to pay my sword”: in quel “bribe” che vale, più che “mancia”, “compenso dato a qualcuno per corromperlo”, c’è tutto il carattere sdegnoso di Marcio. La didascalia ha “Flourish”, che è uno dei segnali musicali del teatro shakespeariano. Perché la loro funzione è quella di strumenti di guerra e non di adulazione. “Let him be made an ovator for th’ wars”: si accetta la lezione “ovator” in luogo di “ouverture” di altri testi, perché, pur nella relativa oscurità della frase, sembra la più pertinente, oltre che la più poetica. “Ovator” è termine creato da Shakespeare forse in derivazione da “ovate”, derivato a sua volta dal latino “vates”, “vate”, “bardo”, “profeta”; sì che il senso ci sembra essere: “Sia ormai il parassita, vestito di morbida seta, e non più il guerriero vestito di duro ferro, il simbolo della guerra”. Pertanto “him” sarebbe riferito a “parasite” del verso precedente. Il testo ha semplicemente: “safety”, che non è tanto “con calma” o “serenamente”, ma “in safety”, “in security” (che giustifica le manette). “... that Caius Marcius wears this war’s garland”: letteralm.: “... che Caio Marcio veste la ghirlanda (di trionfatore) di questa guerra”.  D’ora in poi, il personaggio sarà indicato col nome di Coriolano, non più con quello di Caio Marcio. Questo episodio del prigioniero di Corioli che l’aveva ospitato e del quale egli chiede la liberazione, ma non ne ricorda il nome, introduce un magistrale tocco psicologico sulla personalità dell’eroe. L’episodio è in Plutarco, dove però l’ospitante è “un ricco e onesto cittadino”: in Shakespeare diventa “a poor man”, senza nome, del quale nel dramma non si saprà più nulla; nemmeno se è stato liberato. “La magnanimità del condottiero non sa estendersi alla comune umanità, i poveri non hanno nome e perciò sono dimenticati” (Melchiori, “Shakespeare” Ripete, con altre parole, il concetto di prima: è sparito in lui ogni scrupolo d’onore; il suo valore - di cui l’onore è cospicuo componente - è avvelenato. Aufidio enumera qui tutte le situazioni che, secondo le leggi della cavalleria medioevale (ma agli anacronismi di Shakespeare siamo abituati) impedivano di perseguire un avversario: quando dormisse; quando trovasse asilo in un luogo sacro (“sanctuary”); quando assistesse in un tempio a funzioni religiose o sacrificali. A Corioli, occupata dai Romani. Questa scena, che chiude l’atto, chiude anche la serie di avvenimenti incentrati intorno all’impresa di Corioli, dalla quale Marcio ha tratto il suo soprannome. Il quadro è ormai completo: alla figura di guerriero violento e perfidamente machiavellico di Aufidio fa riscontro lo sfrenato orgoglio di Marcio, che disprezza e   insulta la soldataglia romana che pensa più a far bottino che a combattere, la saggezza politica di Cominio, il comportamento smargiasso dei notabili volsci che fanno tentare ai loro una sortita sotto gli occhi degli assedianti. “Will not you go”: è improbabile che il soldato dica ad Aufidio: “Tu non vieni?”, come intendono molti. Aufidio non può andare in una città occupata dai Romani, che sarebbe riconosciuto; e il soldato non può non saperlo. “In what enormity is Martius poor...”: “poor” non ha qui il senso di “povero”, “privo”, “difettoso”, ma di “contemptible”: altrimenti la frase non avrebbe senso. “... I mean of us of the right-hand file...”: solo al tempo di Shakespeare, nelle parate militari, la fila a destra del sovrano era riservata ai nobili. È uno dei soliti anacronismi shakespeariani. “... for a very little tief of occasion will rob you of great deal of patience”: letteralm: “... perché anche un piccolo furtarello d’occasione vi deruba di molta pazienza”. Senso: “A gente come voi basta il minimo pretesto per farla diventare sproporzionatamente irascibile e intollerante”. “One that loves a cup of hot wine”: “hot” sta qui per “generoso”, ma anche, secondo alcuni, proprio per “caldo”, il vino caldo (che però si diceva “mulled wine”) essendo molto in uso in Inghilterra al tempo di Shakespeare. Si legga come si vuole.  Licurgo, il grande uomo politico greco, divenuto esempio di saggezza politica. “... I find the ass in compound”: letteralm: “... trovo l’asino in amalgama”, “un concentrato d’asineria”. Il testo ha “an orange-wife”, “una venditrice di arance”. Menenio parla qui come se i tribuni della plebe avessero anche funzioni giurisdizionali; il che non è storicamente esatto. Plutarco parla di loro come “magistrati”, ma nel senso classico di persone investite di pubblica carica.  “...(you)... set up the bloody flag...”: la bandiera rossa era la bandiera di guerra, o di resistenza nelle città assediate, in contrapposto alla bandiera bianca della resa.  “... against all patience”: cioè non curandovi, o a dispetto di quelli che aspettano giustizia. Ma si può anche intendere: “Contro ogni limite di tolleranza”. Il testo ha: “... the more entangled by your hearing”, letteralm.: “... tanto più imbrogliata dalla vostra udienza”. “... such ridiculous subjects as you”: “ridiculous” ha qui il senso di “risibile”, “da poco”, “insignificante”, non quello di “che fa ridere”. Con capelli e crini s’usava imbottire cuscini, sellame per cavalcature e anche palle da tennis. Deucalione è il corrispondente pagano del biblico Noè, progenitore dell’umanità, dopo Adamo. Il suo mito è che quando Zeus, nell’età del bronzo, scatenò sulla terra il diluvio per punire gli uomini, Deucalione costruì un’arca e vi entrò insieme con la moglie Pirra. I due, rimasti gli unici scampati al diluvio, su consiglio di Temi ripopolarono il mondo, gettando sassi alle loro spalle all’uscita del tempio della dea: i sassi scagliati da Deucalione diventarono uomini, donne quelli scagliati da Pirra. Galeno, il padre della medicina greco-romana, soprannominato “principe dei medici”, autore di circa 500 trattati. Solo che Galeno è vissuto nel II secolo dopo Cristo, dunque almeno 600 anni dopo Coriolano! “... is but empiricutic”: “empiricutique” nell’in-folio è, verosimilmente una deformazione, in chiave comico- dispregiativa, di “empirical”.  “... and not without his true purchesing”: letteralm.: “... e non senza che egli l’abbia pagate di tasca sua”. Coriolano ha bisogno di “vere” ferite da mostrare al popolo, quando ne chiederà il favore per ottenere il consolato. Perciò s’insiste qui sulla “verità” delle sue ferite. “God save your worships!”: “God” al singolare è nel testo, e così lo si è tradotto. Ma è invocazione cristiana. I pagani di Coriolano invocavano gli dèi (“Gods”). Coriolano aveva partecipato alla cacciata dei Tarquini da Roma (provocata dallo stupro che Tarquinio Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, aveva fatto a Lucrezia) e alla instaurazione della Repubblica. Questa battuta di Volumnia, ritenuta di palese fattura non-shakespeariana, è omessa da molti testi; ma serve teatralmente a preparare l’ingresso in scena del corteo dei vincitori.  “My gracious silence, hail!”: questo saluto di Coriolano alla sua sposa contiene una tale carica di poetica tenerezza, che comunque tradotta diversamente dalla sua lettera, si perderebbe. Baldini traduce: “Mia tacita sposa”, altri “mia graziosa taciturna”, “mia bella silenziosa”... ma non è lo stesso!  “And live you yet?”: letteralm.: “E sei ancor vivo?”. Ma in italiano un saluto del genere è tutt’altro che un saluto. Si scusa con Valeria per non averla vista prima. “A curse... at very root on’s heart...”: “curse” qui non è “maledizione”, come intendono molti; il vocabolo, nell’inglese aveva lo stesso significato di “bane”, termine che esprime tutto ciò che distrugge fisicamente, fino a far morire; perciò “cancro”. “By faith of men...”: espressione da intendere non altro che come semplice esclamazione derivata dalla più usata “By my faith”, che riecheggia il francese “ma foi”. Non credo si possa intendere “Per la mia fiducia negli uomini” (Baldini e altri), che non sembra avere molto senso, specie in bocca a Menenio. “Ere in our own house I do shade my head”: “To shade his own’s head” significa “togliersi alla vista degli altri”, “to shade” avendo il senso di “screan”, “mask”, “recess”. “The good patricians must be visited”: qui, come altrove, Shakespeare chiama “patricians” i membri del Senato. Altro smaccato anacronismo: nella Roma di Coriolano gli occhiali non esistevano (furono inventati intorno al 1300 dopo Cristo!).  “... her richest lockram”: il “lockram” era un tipo di stoffa che prendeva il nome dall’omonimo villaggio della Britannia, dove si fabbricava. Qui deve trattarsi di una sciarpa o di una stola, se è indumento da “appuntarsi al collo” (“pins... about her neck”).  I Flàmini (“Flamines”) sono sacerdoti incaricati del culto di una singola divinità (per opposto a “pontefici”, sacerdoti del culto di tutti gli dèi). Erano così chiamati perché portavano attorno al capo scoperto, o intorno al berretto sacerdotale, un filo di lana (filamen). “... their nicely gawded cheeks”: si segue la lezione “gawded” in luogo della più corrente “guarded”, perché il termine esprime meglio - come verosimilmente Shakespeare abbia voluto - la civetteria femminile nella circostanza. “Gawded” è sinonimo di “gaudy”, “vistoso”, “sgargiante”. Nell’“Amleto” Polonio raccomanda al figlio Laerte, che va a vivere a Parigi, di vestire “rich, non gaudy”. Le matrone romane, in verità, non avevano la fobia del sole che avevano le dame inglesi, e non andavano velate per proteggere il viso dai raggi solari. Secondo Plutarco (“Vita di Coriolano”) era consuetudine che un generale romano che aspirasse al consolato dovesse presentarsi al popolo nel Foro, per chiederne il suffragio, indossando solo la “tunica dell’umiltà” (“the vesture of humility”), che era normalmente portata dalla povera gente e dagli schiavi; doveva inoltre mettere in mostra le cicatrici delle ferite riportate nelle guerre. La tunica era il capo di abbigliamento di uso generale; ma da sola la portava solo il popolo minuto e gli schiavi: i patrizi la coprivano con la toga; le matrone con la stola o la “palla”; i cavalieri con l’“angustus clavus”; i senatori col “laticlavio”. “Most reverend and grave elders”: “elders” è il corrispondente del latino “patres” con cui si chiamavano i membri del Senato, ritenuto esser composto tutto di uomini in età venerabile. “We are convented upon a pleasing treaty”: letteralm.: “Siamo qui convocati per una piacevole trattativa”. I due tribuni, si noti, si astengono dal nominare Coriolano: per loro è solo un “aderire a portare a buon esito la discussione su un ordine del giorno (“the theme of our assembly”)”.  “Ti ascoltiamo” non è nel testo. “I had rather one scratch my head in th’ sun / When alarum were struck...”: senso: “provo tanta smania di andarmene, per non star qui a sentir esaltare le mie gesta, quanto non ne proverei nemmeno se dovessi restare neghittoso a farmi massaggiare il capo da qualcuno, quando fosse squillato sul campo l’allarme di guerra”. Il che è tutto dire. “I shall lack voice. The deeds of Coriolanus / Should not be uttered feeby”: letteralm.: “Mi mancherà la voce. Le gesta di Coriolano non dovrebbero essere scandite da una voce flebile (come la mia)”. Nella Roma repubblicana il dittatore (“dictator”) era il magistrato investito dal Senato della suprema autorità civile e militare nei momenti difficili della nazione; l’incarico cessava col cessare delle condizioni che l’avevano reso necessario. “... with his Amazonian chin...”, cioè col suo mento ancora imberbe, da donna. Le Amazzoni erano le donne guerriere della mitologia greca, e il viso femmineo di Marcio giovinetto è messo in contrasto con le “baffute labbra” (“bristled lips”) dei nemici che egli batte. Al tempo di Shakespeare le parti femminili nel teatro erano sostenute da giovinetti imberbi, alle donne essendo vietato di far parte di compagnie drammatiche. Non così nella Roma di Coriolano. “... like a planet”: “planet” in senso figurativo indica vagamente un potere occulto che, come l’influsso d’una maligna stella, s’abbatte fatalmente su uomini e cose. “He cannot but with measure fit the honours which we devise him”: “Egli non può che essere adeguato agli onori che intendiamo decretagli”. “Fit with measure” è appunto “corrispondente”, “adeguato” (a qualcuno o a qualcosa) secondo il senso biblico di “measure” che include il concetto di paragone/contraccambio, come nel titolo della commedia “Measure for Measure”. “... and is content to spend the time to end it”: frase ambigua. L’interpretazione più comune è: “Usa il tempo senza ambizioni, senza pensar di trarne alcun vantaggio”. Qualcuno intende “it” come riferito idealmente al precedente “deeds” e traduce “è contento di spendere il tempo per compierle (le sue gesta)” (Lodovici). Questo racconto di Cominio ha una funzione fondamentale nella impalcatura della tragedia; quasi la prosecuzione della parola di Volumnia nella 3a scena del I atto, a completamento dell’immagine di Coriolano come forza cieca, per quanto nobile, della natura, alla quale immagine il poeta opporrà quella dell’uomo debole e indeciso, privo del tutto di senso politico: contrapposizione che è la ragione e il contrappunto teatrale di tutta la tragedia. Il candidato che chiedeva la carica di console doveva presentarsi al Foro, davanti al popolo e chiederne il suffragio. Roma, al tempo di Coriolano, è una repubblica aristocratica, cioè con il potere nelle mani dei nobili, ma il voto della plebe, per consuetudine non codificata, è necessario. “... to all the point of the compass”: “... per tutti i quattro punti della bussola (“compass”)”;... ma la bussola è stata inventata nel Medioevo!  “If it may stand with the tune of your voices...”: Coriolano gioca sul doppio significato di “voices”, che vale “voti” ma anche “voci”. S’è cercato di rendere il bisticcio alla meglio.  “... you have been a rod to her friends”: “rod”, “corda”, “nerbo”, “sferza”, era uno strumento di tortura. Altro bisticcio del testo inglese sul termine “common”. Il cittadino ha detto: “You have not indeed loved the common people”, dove “common” riferito a persone (“people”) ha il senso di “of inferior quality”, “of inferior value”; ma significa anche “comune”, “popolare”. Coriolano dice il suo amore per il popolo essere stato nei due sensi. “... and so trouble you no farther”: c’è chi intende qui: “E così vi tolgo il disturbo”, come se Coriolano stesse per andarsene; ma sono i due che se ne vanno, mentre Coriolano resta; sarebbe inoltre difficile, grammaticalmente, non vedere che quel “trouble” è retto dal precedente “will”. Questo monologo di Coriolano completa il ritratto che Shakespeare vuol fare dell’eroe; all’orgoglio si aggiunge e contrappone l’indecisione. Coriolano aborre il popolo, e la consuetudine che costringe a mendicare da esso il voto, ma alla fine l’accetta, ci si adegua, trovando un alibi al suo impulso a reagire a tale imposizione nel: “Sono ormai a mezza strada, meglio proseguire”. Sarà lo stesso conflitto interno a farlo cedere alle preghiere della madre e della sposa davanti alle mura di Roma. “... battles thrice six I have seen and heard of”: “Heard of” ha qui valore di “called to account for”: “Ho visto diciotto (tre volte sei) battaglie e altrettante volte ne ho riferito”. Il condottiero doveva riferire al Senato sullo svolgimento del fatto d’arme, come ha fatto Cominio qui per la battaglia di Corioli.  “... have you chose this man?”: si ricorderà che, come si son detti tra loro gli uscieri del Senato all’inizio della 2a scena del II atto, i candidati al consolato sono tre. Secondo una prescrizione d’allora, introdotta con l’istituzione del tribunato della plebe, il candidato alla carica di console, dopo che avesse ricevuto l’accettazione da parte del popolo, richiesta nella forma della vestizione della “tunica dell’umiltà”, doveva ricevere la conferma, con voto formale, dai “comitia tributa”, l’assemblea, appunto, di cui parla qui Sicinio. Il testo inglese gioca ancora sul doppio senso di “voices”. Questa genealogia della “gens” marcia, o marzia, è tratta di peso da Plutarco. Ma poiché Plutarco nomina questi personaggi senza datarli, Shakespeare mette qui in bocca a Bruto alcuni anacronismi: Bruto non poteva conoscere tutti i personaggi della “gens” che nomina, perché a lui posteriori, eccetto il primo, Anco Marzio, re di Roma. Caio Marcio Rutilio, detto il “Censorino”; Quinto è il Quinto Marcio costruttore dell’acquedotto dell’acqua detta appunto “marcia”, che è stato pretore. “... this Triton of the minnows”: si dice “a Triton of or among the minnows” di uno che appare grande solo grazie all’estrema piccolezza di quelli che gli stanno intorno. Tritone è il dio marino del mito classico; “minnows” è la minuzzaglia ittica. Il mitico serpente dalle molte teste che infestava le paludi di Lerna e le cui teste rinascevano appena tagliate. L’immagine della folla come “mostro dalle molte teste” è frequente in Shakespeare. “... being but the horn and the noise o’ th’ monster”: che l’Idra avesse un corno attraverso il quale diffondere il suo strepito, non sta scritto in nessun luogo, ma l’immagine serve a Shakespeare per designare il tribuno come “portavoce” del mostro. Questo discorso di Coriolano sulla distribuzione del grano alla plebe, come la seguente apostrofe ai senatori, sono tratti quasi di peso dal testo della “Vita di Coriolano” di Plutarco, nella traduzione inglese del North. È quasi un secondo monologo dell’eroe, che sbozza ancor meglio la sua immagine di rappresentante dell’aristocrazia al potere, e getta altra luce sulla lotta delle due classi, la patrizia e la plebea, nella Roma agli albori della repubblica.  “... by yea and no of general ignorance...”: “general” è qui da intendere come sinonimo di “common”, che equivale a “belonging to a given community” (“Oxford International Dictionary”).  “Therefore beseech you / You that will be less fearful than discreet...”: letteralm.: “Perciò vi supplico / Voi che volete avere in voi meno timore che discernimento...”; frase, in italiano, insopportabilmente artificiosa. “... dal corpo dello Stato...” non è nel testo. “Your dishonour”: “Il vostro disonore”, ma si capisce che è un disonore imposto dall’esterno a gente onorata. In italiano, “il vostro disonore” suonerebbe ambiguo. “Has said enough”: intendi: quanto basta a confermarlo nemico del popolo. “... when what’s not meet, but what must be, was law...”: letteralm.: “... quando era legge non ciò che era lecito fare, ma ciò che si doveva fare per imposizione”. Gli Edili erano magistrati con funzioni amministrative di custodia dei pubblici edifici (“aedes”, donde il nome), oltre che dei templi, e di organizzazione di pubblici spettacoli. Al tempo di Coriolano si chiamavano “aediles plebis”, e affiancavano i tribuni nella difesa degli interessi civili della plebe. Donde il loro intervento qui. Come i tribuni, erano due e duravano in carica un anno. Successivamente ad essi se ne aggiunsero due, detti “curuli”, dalla “sedia curule” (“sella curulis”) simbolo di tutte le magistrature dello Stato; questi potevano essere eletti anche tra i patrizi. “One time will owe another”: letteralm.: “Un momento sarà debitore all’altro”. S’è dovuto tradurre a senso. “When it stands against a falling fabric”: s’è reso “stands” con “pretende di tenere in piedi” e non come intendono molti, con “s’oppone”, per evitare l’immagine peregrina data dal “volersi opporre” ad un edificio che sta per crollare.   “His nature is too noble for the world”: “world” ha qui il senso di “interests of the present life” o anche “state of human affairs” (v. “Oxford International Dictionary”, alla voce). “Where you should but hunt with modeste warrant”. Senso: “Laddove dovreste esercitare i vostri poteri con maggior discrezione”. L’immagine è tolta dal linguaggio venatorio, dove “warrant” era il permesso di esercitare la caccia entro un certo raggio e in certi periodi dell’anno. Questa battuta è attribuita da molti, compreso l’autorevole “New Arden”, a Menenio, con il senso d’una interrogazione che questi rivolge a Sicinio a continuazione del suo traslato dell’arto infetto: “E se un piede va in cancrena, vuol dire forse che i servizi resi da esso quand’era sano non si debbano tenere in conto?”; ma m’è sembrato che la battuta, in bocca a Sicinio, s’attagli meglio al contesto. Il testo ha “This tiger-footed rage”, “Questo furore dalle zampe di tigre”, ossia violento, precipitoso e famelico. “Let them pull all about mine ears”: “to pull (something) about one’s ears” è frase idiomatica usata nel senso di provocare una pioggia di oggetti sul capo o il crollo di una casa su qualcuno, e simili. La ruota era uno strumento di tortura: il condannato veniva legato intorno al suo cerchio e dilaniato dai chiodi che essa incontrava girando.  “Wollen vassals”: le robe di lana erano la veste dei poveri. I ricchi invece vestivano di seta. “Vassal” è “umile servitore”, col senso di moralmente abbietto. “To buy and sell with groats”: “da comprare e rivendere a pochi soldi”. Il “groat” (dal latino medioev. “grossum”, italiano “grosso”) era una moneta di poco valore (circa 1/8 di oncia d’argento) in circolazione in Inghilterra al tempo di Shakespeare. Era il “soldino” senza valore per eccellenza (cfr. il titolo del pamphlet di Greene “A groatsworth of wit bought with a million of repentance”, uno dei rari scritti dell’epoca in cui si può scorgere un accenno alla persona di Shakespeare). “I would had you put your power well on / before you had worn it out”: Volumnia qui paragona la carica di console di suo figlio ad un vestito da indossare (“put on”) e che egli, prima ancora di indossare, ha ridotto liso (“worn out”). “Figlio mio” non è nel testo. “Not by your own instruction”: “instruction” è termine che contiene la nozione di intelletto affinato dall’istruzione - ispirazione raziocinante - per contrapposto al sentimento (“passion”), ispirato dal cuore. “Ispirazione” è piuttosto riduttivo, ma non si è trovato termine più proprio. Queste esclamazioni di Menenio - la prima e la seconda - punteggiano drammaticamente, come un applauso, la grande “tirata” di Volumnia, che dà lezione di politica al figlio riecheggiando sorprendentemente MACHIAVELLI (si veda) (che Shakespeare non risulta conoscesse). Il principe che, per regnare, deve guadagnarsi il favore del popolo, a costo di essere “gran simulatore e dissimulatore” (“Il Principe”); l’arte politica che richiede, in chi la esercita, d’essere ad un tempo leone e volpe, colomba e serpe, sono tra i massimi insegnamenti del grande Segretario fiorentino. Coriolano, uomo d’arme e di cuore, quest’arte non possiede; ne è tragico segno la sua domanda: “Che debbo fare?”, che corona, con l’immagine dell’uomo indeciso e votato ormai al suo destino, lo scontro verbale dell’eroe “too absolute” con la machiavellica e volitiva genitrice.  Il “cappello in mano” in segno di ossequio è immagine ed espressione del parlare del tempo di Shakespeare. I Romani non avevano altro copricapo all’infuori dell’elmo. “Must I go show them my unbarbed sconce?”. La frase è volutamente ambigua, perché può anche significare: “Devo andare a mostrar loro la mia fortezza indifesa?”. Perché “sconce” ha il doppio significato di “testa”, “zucca” e di “fortezza”, “roccaforte”; e “unbarbed” significa “senza peli”, “senza capelli”, ma anche “indifesa”. Il significato figurato si attaglia perfettamente al discorso. “I will not do’t lest I surcease to honour mine own truth”: letteralm.: “Non lo farò, almeno ch’io non voglia rinunciare ad onorare la mia intima verità”. Il senso di questa richiesta di Sicinio all’Edile è così spiegato da Plutarco (“Vita di Coriolano”): “Congregandosi dunque il popolo, tentarono i tribuni con ogni sforzo in prima che si rendessero i voti non a centurie, ma a tribù, perché in questo modo la turba vile dei poveri e saccenti, che non tien conto d’onore, veniva ad aver più forza nei voti, ciascuno porgendo il suo, di quanta non avessero gli abbienti e conosciuti, che andavano alla guerra”. Le “centurie” erano le 193 divisioni in cui Servio Tullio aveva ripartito i cittadini di Roma secondo il censo. “Every feeble rumour”: ogni voce di pericolo (per la presenza di nemici dall’esterno); si capisce da quel che dice dopo.  Le piume dei loro cimieri, s’intende. Di quale porta si tratti, non si sa. I testi non hanno alcuna didascalia per questa scena; si capisce, tuttavia, che essa si svolge presso una porta di Roma. La plebe: Coriolano l’ha chiamata così prima.  “... with precepts that would make invincible...”: il “would” è palesemente riferito alle intenzioni della madre nel dare al figlio i precetti; il che giustifica, nella traduzione, il “dovevano”. “Ti ricordi?” non è nel testo. Il testo ha “... with one / that is umbruised”,“... con uno che non è contuso”, e prosegue la metafora del corpo (di Cominio) sopraffatto (“too full”) dalle fatiche della guerra. Il testo ha “Ora che abbiam mostrato il nostro potere” (“Now we have shown our power”). “Are you mankind?”. C’è chi ha creduto di vedere in questa battuta di Sicinio una sottile intenzione di equivoco, perché la frase significherebbe anche “Siete matte?”. Ma il senso di “matto” in “mankind” non si trova in alcun testo; e del resto la risposta di Volumnia sarebbe diversa, perché la donna avrebbe capito l’allusione. Giunone è il simbolo dell’ira femminile vendicativa. Prese parte alla sommossa degli dèi contro lo stesso suo marito, Zeus (cfr. VIRGILIO (si veda), “Eneide”: “saeve memorem Junonis ob iram”). “Strange insurrections”: “strange” qui ha il valore di “abnormal”, “unknown”, “unfamiliar”. “I have deserved no better entertainement / in being Coriolanus”: “Non m’aspettavo miglior trattamento, essendo Coriolano”; ma mi pare grammaticalmente errata (“I would have...” sarebbe stato d’obbligo) e incongrua di senso (il servo non sa di trovarsi di fronte a Coriolano). “Under the canopy”: “canopy” è il baldacchino sospeso su un trono, un letto, un altare, tradizionale segno di regalità; ma in senso figurato vale “cielo”, “firmamento” (il baldacchino del cielo). Coriolano, giocando sul doppio senso, si attribuisce la regalità. Che cosa sia questa città, nella mente di Coriolano, è incerto; forse egli allude all’esilio o al campo di battaglia. È comunque, una figurazione sinistra: l’unico esempio - secondo iBradley - in tutto il dramma di accostamento della Natura a uno stato d’animo.  “Then thou dwells with daws too”. Doppio senso: “Daw”, “taccola” (uccello della famiglia dei corvacei) è usato familiarmente anche per “simpleton”, “sciocco”, “scemo”. “Che m’hanno dato a Roma” non è nel testo inglese. I servi sono introdotti qui quasi in funzione di coro; le loro battute preparano e, alla fine, commentano, quasi fosse uno spettacolo, lo “strano” incontro tra Coriolano e Aufidio. Nel loro dialogo rozzo e ironicamente dissacrante s’avverte la tragica impossibilità di un accordo tra i due grandi guerrieri, la cui cordialità presente nasconde, in Aufidio, l’invidia e il sordo quasi inconscio desiderio di rivalsa, e in Coriolano e nella sua forzata “voglia di servire” il nemico, l’intima debolezza che lo porterà a cedere alle preghiere della madre e della sposa.  “Whilst he’s in directitude”: sta verosimilmente per “in discredit”. È uno degli “humourous blunders”, strafalcioni lessicali che Shakespeare si compiace di mettere in bocca ai suoi personaggi minori, per l’ilarità del pubblico. “The wars for my money”: l’espressione colloquiale “for my money” in frasi come “this is for my money” equivale a “this is what I desire”, “this is my choice”, eccetera. “His remedies are tame”: frase di senso ambiguo, che si può intendere diversamente, a seconda del senso che si dia a “his”, “i suoi rimedi”, e cioè: “i rimedi che egli può adottare contro di noi”, oppure “i rimedi che noi abbiamo contro di lui”: s’è preferita la prima, intendendo “remedies” nella sua accezione di “means of counteracting an outward evil” (“Oxford Dictionary”), traducendo a senso.  “And affecting one sole throne without assistance”; letteralm.: “E aspirando ad esser solo in trono senza collega”. I consoli, nella Roma repubblicana, erano due. “You and your apron-men”: il grembiule, normalmente di pelle, era, in certo modo, il distintivo di chi esercitava a Roma un mestiere e che, non essendo né nobile né cavaliere, apparteneva alla plebe (cfr. “Giulio Cesare”: “Where is thy leather apron?”). Allusione alla leggenda dei pomi d’oro delle Esperidi che Ercole, per ordine di Euristeo, andò a rubare nel giardino di quelle, custodito dal drago Ladone.  “... and you’ll look pale before you find it other”. Senso: “Morirete di vecchiaia, prima di poter dimostrare che non è vero”. Si capisce che “quelli” (“these”) si riferisce a Cominio e Menenio testé usciti.  “Do they fly to th’ Roman?”. Qui “fly to” ha piuttosto il significato di “to flee from” che contiene l’idea di chi fugge da un luogo ad un altro, oppure “sfugge” ad una certa situazione; ed è l’idea insita nella domanda di Aufidio che vede i suoi soldati abbandonare sempre in maggior numero le sue file attratti dal fascino di Coriolano. È l’inizio del voltafaccia di Aufidio e la svolta del dramma. Tutta la scena sarà lo spiegamento di questo stato d’animo dell’eroe volsco, che verso Coriolano, poco prima amato ed ammirato, cova un odio mortale. Il suo colloquio col luogotenente ne farà risaltare il carattere torbido, ambiguo, tortuoso, teso quasi inconsciamente alla fine dell’avversario, che lo sovrasta. “... as the grace fore meat...”: è ancora Shakespeare che anacronisticamente attribuisce ai tempi di Coriolano un uso, come quello della preghiera di ringraziamento prima e dopo i pasti, tipico della civiltà del suo tempo. La frase è ambigua, come è oscuro il concetto del passo seguente, quasi sicuramente guasto. A quale “merito” di Coriolano si riferisca Aufidio non è chiaro, forse all’unico ch’egli possa apprezzare: quello di aver tradito Roma per venire da lui. Il testo ha: “A mile before his tent, fall down”: “un miglio prima della sua tenda, cadete in ginocchio”; a parte l’anacronismo del miglio, si tratta di un’esagerazione dialettica di Cominio per sottolineare la colpevolezza dei tribuni.“A noble memory!”: è come se Menenio dicesse: “Scriveremo sulle vostre tombe, come epitaffio, quando sarete morti: - Fecero il necessario perché Roma avesse il carbone a buon mercato -”; cioè fosse tutta ridotta a carbone. “He does sits in gold”. Coriolano che siede su un seggio d’oro come un trionfatore circonfuso di gloria poco prima della sua tragica fine: un magistrale espediente del drammaturgo ad accentuare il contrasto delle tinte del dramma. “And his injury / the gaoler to his pity”: “... e l’ingiuria (da lui sofferta ad opera dei Romani) a far da carceriere perché non esca da lui il minimo moto di pietà”.   “Thoug it were as virtuous to lie as to live chastely”: è il solito gioco di doppi sensi sulla parola “lie” che significa “mentire” e “giacersi” (nel senso sessuale).  “Nay, but fellow, fellow...”: la battuta lascia intendere che Menenio ha visto arrivare Coriolano.“Col tuo superiore” non è nel testo. È la scena culminante del dramma. Con l’ingresso, in silenzio, della madre e del figlioletto dell’eroe nella tenda di questi, Shakespeare ha bisogno di guardare, in un soliloquio che sarà l’ultimo, nell’animo di Coriolano e scavarne i più intimi sentimenti, suscitati dallo svolgersi fatale dell’azione. È la lotta dell’eroe contro il suo destino, che lo vedrà ineluttabilmente perdente. Si confronti questa esclamazione con quella di Antonio nell’“Antonio e Cleopatra”: “Let home in Tiber melt, and the wide arch/ of the ranged empire fall...”, che accomunano, nelle due tragedie, la catarsi dell’eroe.  Cioè “io ti vedo in una luce diversa da quando ero a Roma”. È l’ultima espressione di irrigidimento dell’eroe. La battuta seguente dirà che la piena degli affetti lo ha già vinto. È uno dei frequenti riferimenti di Shakespeare, uomo di teatro, a immagini del mondo del teatro. La gelosia di Giunone è proverbiale. Shakespeare la ricorda spesso nei suoi drammi.  “To your corrected son?”: frase ambigua, che si può intendere “(davanti) al tuo figlio punito (da Roma, col bando)”, oppure “(davanti) al tuo figlio da te rimproverato”. S’è scelta la seconda. Diana è la dea protettrice della castità virginale. Il suo tempio a Roma era stato eretto da Servio Tullio sull’Aventino. Secondo Plutarco, è Valeria che spinge Volumnia e Virginia a recarsi da Coriolano.  Indica Valeria. Così nel testo: “thy wife and children’s blood”; una evidente distrazione dell’Autore indotta dal fatto che in Plutarco (“Vita di Coriolano”) i figli di Coriolano sono due, laddove Shakespeare ha assegnato all’eroe solo il piccolo Marcio.  Testo: “... will be dogged with curses”: “... sarà inseguito da una canea di maledizioni”. Si è creduto di ampliare, nella traduzione, la bella immagine venatoria. Plutarco, unica fonte di Shakespeare per questo suo dramma, narra che, tornate a Roma, la madre e la moglie di Coriolano, insieme a Valeria furono salutate in Senato come salvatrici della patria e vennero loro offerti dallo stesso Senato onori e ricompense, che esse rifiutarono, solo chiedendo che fosse eretto un tempio alla “Fortuna muliebris”, sulla Via Latina. Sparatorie, al tempo di Coriolano, evidentemente, non ce n’erano, e Menenio non poteva pensare a un siffatto termine di paragone. È un altro dei frequenti anacronismi del poeta. Alcuni di questi strumenti - come la sambuca e il salterio - non esistevano al tempo di Coriolano: è un altro degli scusabili e, per certi versi, suggestivi, anacronismi di Shakespeare. Plutarco (“Vita di Coriolano”) pone questa scena e tutti gli eventi che seguono, fino alla morte di Coriolano, ad Anzio, dove l’eroe è tornato con l’esercito volsco. L’ubicazione della scena a Corioli sembra tuttavia giustificata dalle parole del 1° Congiurato: “Your native town you entered”, e da quelle dello stesso Aufidio: “Though this city he hath widowed...”. Il testo ha “una pace onorevole per Anzio”. “Pages”: il termine sta ad indicare, spesso in senso spregiativo, qualsiasi persona, di sesso maschile, addetta a mansioni umili e subordinate; nel gergo militare le “ramazze” sono gli uomini addetti alle pulizie delle caserme. thou has made my heart / too great for what contains it...”; letteralm.: “... m’hai fatto diventare il cuore troppo grosso per quello che lo contiene. Keywords: CORIOLIANO, ovvero, la filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferrando” – The Swimming-Pool Library. Guido Ferrando. Ferrando

 

Luigi Speranza -- Grice e Ferranti: implicatura conversazionale, ragione, deutero-Esperanto – e lingua universale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma. Collo pseudonimo d’“ingegnere Filopanton,” presenta il “simplo,” ispirato al progetto di PEANO (si veda), nel saggio “SIMPLO INTERNATIONALE LINGO: CONTRIBUTO AL STUDIOS DIL INTER-NATIONE LINGO PEM SIMPLIGITE FONETICE-GRAFICE SISTEMO”. Lo scopo è quello di creare un SISTEMA in grado di rendere l'apprendimento della lingua internazionale facile e veloce, tramite l'abolizione delle desinenze, dei suffissi e dei prefissi e un rapporto intuitivo tra idea e parola. Per F., idee tra loro collegate devono essere espresse da parole tra loro simili; per esempio, aventi la stessa radice. Keywords: system, sistemo, lingua, lingo. Refs.: Grice e Ferranti” Mario Ferranti. Ferranti.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrari: implicatura conversazionale e ragione nella lingua universale – la scuola di Modena – filosofia modenese – filosofia emiliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Modena). Filosofo modenese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Modena, Emilia-Romagna. Insegna etica. Sotto lo pseudonimo di Callicrate Aletiano, F. pubblica “Mono-glottica: considerazioni storico-critiche e FILOSOFICHE intorno alla ricerca d’una lingua universale,” Vincenzi, Modena, -- un contributo rilevante per la discussione intorno alla lingua universale, con le proprie considerazioni in materia, dedicando il saggio a un certo Aristodemo Euganeo. “Callicrate” ricalca il nome di un architetto della Grecia antica; Aletiano riconduce alla parola greca per 'rivelazione', 'verità'. Allora F. si configura come l'architetto – cf. Grice, engineer -- di un sistema linguistico che rispecchi la verità delle cose, che si rifà direttamente alle idee. Aristodemo invece è una figura della mitologia greca che sacrifica la propria figlia in nome della vittoria sulla città di Sparta; Euganeo deve essere ricondotto alle origini del dedicatario. Il modus di F. è del tutto simile a quello  di SOAVE (si veda).  Dopo una disamina del tipo d’alfabeto utilizzato dagl’italiani, F. dichiara che le tradizionali disformità della lingua e della scrittura accumularono ostacoli d'ogni sorta alle scambievoli comunicazioni delle genti, ed alla diffusione della generale socievolezza e coltura, arrivando perfino ad essere causa di incomprensioni sì grandi da condurre i popoli alla guerra, giacché: diversitas linguarum hominem alienat ab homine (AGOSTINO, De Civitate Dei, Venezia, Albizziano). Conscio degli studi dei suoi predecessori, tra cui nomina anche gl’italiani CESAROTTI (si veda), CERUTI (si veda), e SOAVE (si veda), F. espone e passa in rassegna i progetti, esprimendo elogi e  rimproveri per ciascun sistema. F. propone un indice dei sezioni che formano il nuovo saggio di studi e di proposte riguardanti l'istituzione di una lingua universale --di cui “Monoglottica” è un mero riassunto. In  nota, riporta: Premessi alcuni principi generali, seguiti da alquante norme direttive, lo schema espone l'alfabeto universale, che, da poche modificazioni in fuori, s'identifica con quello della favella aria italiana. Il comune alfabeto vocale ipotizzato da F. comprende le V vocali a, e, i, o, u poiché esse formano il sostrato primitivo ed essenziale de’varii sistemi FONETICI – FONEMICI – cf. Grice, disctinctive features -- di tutti i popoli da lui considerati. Per quanto riguarda le consonanti esse sono «b, c, d, f, g, h, j, k, 1, m, n, q, r, s, tv, w, X, y, z» e a ciascuna di esse è associato un suono e uno soltanto. Graficamente esso deve essere latino -- quel che l'autore intende è che la lingua non può essere simile a una lingua romanza come l’italiano --, poiché il meno appuntabile rispetto agl’altri, e corredato delle note tipografiche. La lingua proposta è - moderatamente - flettente e combinante, a stregua però di una calcolata ECONOMIA (cf. Grice, efficiency, cooperative efficiency), nello svolgimento del VERBO. Valendosi rispetto al NOME (e predicato – ‘shaggy’) --, a forma delle lingue analitiche, dell’ARTICOLO DETERMINATIVO. Salvo il differenziare con minima flessione la desinenza plurale dalla singolare – “irrelevant in logic” (Grice): “(Ex): “Some, at least one”. Per questo è evitata quanto più la FLESSIONE, la derivazion, l’agglutinamento e l'uso dell’accento non giustificato d’una reale esigenza. La lingua oxoniense in discorso non è ideografica, siccome quella concepita da Delgarno e da Wilkins, né semi-algebrica, come la caratteristica leibniziana, né tampoco tachigrafica o stenografica a mo’della pasigrafia di Taylor. È puramente alfabetica, e costituita con una base e un processo grammaticale, epperò con opportuno corredo dell’ARTICOLO (“the,” “a”) e il pronome (“I am hearing a sound”), della congiunzione (“and” – but cf. ‘or’ and ‘if’), la preposizione (cf. Grice on ‘to’ and ‘between’) ell’avverbo (cf. ‘not’). Essa discerne due generi nominali, l'uno maschile o concreto, l'altro femminile o astratto, lo che giova non meno alla perspicuità che all'armonica varietà del favellare. Adotta sei verbi di uso frequentissimo, come primi ed AUSILIARI (cf. Grice, “Actions and Events” on ‘do’), semplificandone le forme e gli svolgimenti, e rilevandone le funzioni rispetto agli altri verbi. Con somma parsimonia si vale dell'applicazione di lettere vocali e delle consonanti a denotare maniere e rapporti di senso nominale e verbale; tenendosi lungi anzichenò, dal sistema gallico d’OCHANDO. Segue un procedimento metodico per l’evoluzione delle parole primitive e radicali, allo scopo di ritrarre le molte parvenze e trapassi nell'esplicazione delle idee fondamentali. Poscia sono stabilite le norme relative alla SINTASSI, ed il regime sì diretto, che indiretto. Infine si traccia il disegno costitutivo della lessicografia. L'autore cura soprammodo, in tutte le parti dello schema, la semplicità, il collegamento e la regolarità, che debbono esser le doti primarie e congenite della lingua universale, perchè puo ella riescire perspicua, gradita, e  mirabile per esattezza ed energia. La lingua di F. deve anch'essa essere esente di sinonimi, neologismi, solecismi, irregolarità, e deve piuttosto fare ampio uso dell'analogia, che quindi deve essere assurta a regola;  tanto che F. sostiene «l'analogia è un giorno, quando che sia questo per ispuntare, l'oracolo e la salvaguardia della lingua universale, deve essere attuato un procedimento di logo=genesi, per il quale il suono ESPRIMENTE (SEGNANTE) un'idea o proposizione semplice deve in qualche modo essere presente anche in qualunque suono che compone la parole da esso derivate. La SINTASSI deve seguire quanto più l'ordine logico dei pensieri. Keywords: lingua universale, Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferrari”, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Gaetano Ferrari. Ferrari.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrari: la ragione conversazionale e FILOSOFIA della RIVOLVZIONE – la scuola di Milano – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Grice: Ferrari is important in at least two fronts: as a philosopher, he promotes what has been called a critical illuminism  and who but an Italian philosopher can have as a claim to fame a treatise on the philosophy of revolution? The second front is my proof of the latitudinal unity of philosophy; for Ferrari counts as the best interpreters, with his La strana sorte di Vico, of Vico! My pupil at Oxford  my first one, actually  Flew, once called Humpty Dumpty an anarchist  semantic anarchism, he called it.  But he was wrong. Humpty Dumpty cannot mean that by uttering Impenetrability, Alice will know that he means that a change of topic is required! Essential Italian philosopher. Federalista, repubblicano, di posizioni democratiche e socialiste, fu deputato della Sinistra nel Parlamento italiano per sei legislature e senatore del Regno. Nato da una famiglia borghese il padre era medico -- dopo la morte dei suoi genitori pot godere di una rendita grazie alla quale visse senza particolari problemi economici. Fece i suoi stud nel ginnasio S. Alessandro, fu poi alunno dell'Almo Collegio Borromeo. Si laurea a Pavia. Fu per pi interessato dalla filosofia, che coltiv nel cerchio di Romagnosi. Giunto a posizioni irreligiose e scettiche, nutre per la cultura filosofica, storica e politica francese un'ammirazione che lo porta a Parigi. Si laurea in filosofia alla Sorbona, con Sullerrore, ossia, De religiosis Campanellae opinionibus. Nella prima parte presenta positivamente la filosofia di Campanella. Nella seconda parte giunge ad una conclusione scettica a proposito dei giudiz. Un giudizio infatti non consente di giungere alla verit oggettiva. Grice: The problem with Ferraris analysis is etymological. For the Romans, indeed the Indo-Europeans  cf. German irren --, to err was to wander FROM THE TRUTH. Its a metaphor, a figure of speech. Un giudizio  indissolubilmente intrecciato a questo che Ferrari chiama un errore. F. define un errore come un vero  un vero relativo, non assoluto. Similarmente, il vero e un errore relativo  giudizio vero relativo al soggetto  errore intersoggetivo. -una vero relativo. Speaking of relative/absolute allows you to avoid objective and subjective, but we do want to use subjective and inter-subjective. An error can still be inter-subjective, for Ferrari, un vero relativo a S1-S2. Introdotto nei circoli intellettuali di Parigi da lettere di presentazione di Peyron e Valerio (due allievi piemontesi di Cattaneo) e di Ballanche, Ferrari frequenta Cousin, Thierry, Fauriel, Michelet e Quinet, come pure gli che si riunivano nel Palazzo Belgiojoso. Insegna a Rochefort-sur-mer e Strasburgo dove, attaccato da Roma per le affermazioni irreligiose e scettiche espresse nel suo corso sulla filosofia del Rinascimento e per la sua presentazione favorevole della Riforma luterana, fu anche accusato di insegnare dottrine atee e socialiste e sospeso dall'insegnamento, e, bench avesse ottenuto la cittazidanza francese e il titolo di "professore di filosofia che lo abilita ad insegnare non fu pi reintegrato nell'insegnamento, poich la raccomandazione di Quinet per una sua nomina a professor al Collge de France, bench accettata dalla Facolt, fu rifiutata dal ministero dell'Educazione. L'allontanamento di Strasburgo fu all'origine del suo rapporto con Proudhon che, avendo appreso il "caso F." dalla stampa, s'interess a lui e ai suoi scritti e dette inizio ad un'amicizia. Ferrari fu tra gli avversari repubblicani della monarchia orleanista, con Schoelcher. Durante il sollevamento delle cinque giornate di Milano contro il governo austriaco fu accanto a Cattaneo ma, deluso dai risultati della rivoluzione, fece rientro in Francia, dove fece un altro tentativo infruttuoso (per l'opposizione di Cousin) di ottenere una cattedra a Strasburgo. Insegna filosofia a Bourges. Divenne il colpo di Stato che mise fine alla repubblica e porta al trono Napoleone III.Ricercato come repubblicano, si rifugia  Bruxelles. Ritorna definitivamente a Milano per partecipare alle vicende che porteranno all'unificazione e alla nascita dello stato italiano. Fu eletto deputato al Parlamento del Regno di Sardegna nel collegio di Luino (elezioni suppletive), confermato nelle elezioni (eletto in secondo scrutinio nello stesso collegio di Luino, nel frattempo allargato a Gavirate). Sedette ala Camera dei deputati sui banchi della sinistra per sei legislature. Fu pure eletto nel primo collegio di Como, ma si mantenne fedele ai suoi primi elettori. Il suo programma politico pu essere riassunto nella formula: "irreligione e legge agraria", cio lotta contro Roma e il clericalismo e riforma della propriet terriera dei latifondi, con la distribuzione di terre coltivabili ai contadini. Roma e i proprietari terrieri, sostenendosi a vicenda sono i nemici naturali delluguaglianza. Per quel che concerne la forma dello stato italiano, F. domandava una costituzione federale, con un esercito, delle finanze e delle leggi federali comuni, ma anche con la pi ampia de-centralizzazione amministrativa possibile. Dopo essersi recato sul posto, scrisse una relazione parlamentare sul Massacro di Pontelandolfo e Casalduni. Fu nominato dal re Cavaliere Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, e rimanda immediatamente il decreto di nomina al ministro della Pubblica Istruzione, che glielo aveva inviato. Ma la nomina era irrevocabile, essendo stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale. Nominato professore di filosofia a Milano, bench non ci fosse a quel tempo nessuna indennit parlamentare e i parlamentari non godessero di nessun beneficio, rinuncia allo stipendio per poter rimanere in Parlamento pur continuando a insegnare. Prese posizione in sede di discussione sull'intitolazione degli atti del governo, contro la denominazione di secondo, e non primo re d'Italia, assunta da Vittorio Emanuele, a pi riprese contro uno stato unitario, in favore di una costituzione federale e dell'autonomia delle regioni, in particolare del Mezzogiorno. Nonostante riconoscesse nell'articolo che l'unit italiana non esiste che nelle regioni della filosofia. In una regione astratta come e la filosofia, non si trova un popolo, non si posse reclutare un esercito, non si pu organizzare nessun governo. Esprime l'auspicio che l'Unit Italiana si potesse prima o poi realizzare. LItalia tutta deve domandare alla libert. La liberta non ha leggi, n costumi politici, essa non appartiene a se medesima; essa non  n una n confederata; essa non progredir se non col cominciare a chiedere costituzioni, poi la confederazione, indi la guerra, da ultimo lUnit, se la fatalit lo permette. Nel Parlamento di Torino sconfessa queste sue parole dicendo. Io non muto d'avviso. Sono stato avversario dell'unit italiana. Credo lunita tragica nell'azione sua, destinata a creare immemorabili martirii e crudelissimi disinganni, bench necessaria come gli scandali alla storia, come i sacrifizi e gli olocausti alle religioni. Si  pure pronunciato contro la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, contro il trattato di commercio con la Francia e contro gli accordi con il governo francese per la ripartizione del debito gi pontificio (lui, "francese al peggiorativo", come ama definirlo il suo irriducibile avversario, Mazzini), in difesa di Garibaldi per i fatti d'Aspromonte in favore della Polonia e dello spostamento della capitale da Torino a Firenze, prese parte attiva ai dibattiti parlamentari sulla proclamazione di Roma capitale, sul brigantaggio, sulla situazione finanziaria del nuovo regno. E fatto senatore. Assolutamente solitario e totalmente estraneo ad ogni gruppo politico e ad ogni consorteria, non ebbe seguito.  una delle illustrazioni del parlamento, ma non esprime se non che le sue idee individuali. La sua azione parlamentare  stata cos caratterizzata e riassunta. Sedeva suo banco della Sinistra difendendo le opinioni liberali, combattendo gli arbitri e gli errori dell'amministrazione, denunciando nel piemontesismo l'indebita preminenza di una consorteria, vagheggiando la demolizione di ogni privilegio romano, e per tutto questo poteva sembrare d'accordo con i suoi colleghi dell'Estrema, anche se talvolta si divertiva a pungerli e sgomentarli con l'indisciplinata libert dei suoi atteggiamenti; ma intimamente non era con loro. Discorsi: Contro la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Contro le annessioni incondizionate. Sulla interpellanza del deputato Audinot intorno alla questione romana. Interpellanza relativa alle condizioni delle province meridionali. Il battesimo del Regno. Contro il prestito di 500 milioni, La questione romana e le condizioni delle province meridionali. La ferrovia da Gallarate al Lago Maggiore. Sull'esercizio provvisorio (bilancio, Interpellanza sul proclama del Re (Aspromonte) Interpellanza sugli affari di Roma. Sulla questione della Polonia. Contro il trattato di commercio con la Francia. Intorno al bilancio dell'Interno. Sulla situazione del Tesoro e sulle condizioni finanziarie del Regno. Il trasporto della capitale. sul giuramento politico. sulle giornate di Torino, Interpellanza al Ministero sulla crisi del Ministero Ricasoli. Contro la convenzione col governo francese per l'assunzione del debito pubblico degli ex Stati pontifici. Contro le trattative con Roma e la nomina dei vescovi da parte del Papa. Sulla violazione del diritto del non intervento, Interpellanza su Mentana. Inchiesta sul corso forzoso. Per la guardia nazionale. Legge sul macinato. Sulla sospensione dei professori all'Bologna. Sulla Regia cointeressata dei tabacchi. Sull'assassinio di Monti e Tognetti. Sui disordini per la legge sul macinato. Inchiesta sulla Regia. Sul bilancio dell'Interno. Sul consiglio Superiore d'Istruzione. I fatti di Francia. Contro la convalidazione del decreto di accettazione del plebiscito di Roma. Interpellanza per la pubblicazione del Libro verde. Contro la politica estera. Sulla nomina dei vescovi. Interpellanza intorno al divieto del comizio popolare al Colosseo, Sulla politica estera. Sul ripristinamento dell'appannaggio al principe Amedeo. La soppressione degli ordini religiosi in Roma. Gli arresti di Villa Ruffi.Carriera universitaria, Professore supplente di storia all'Strasburgo. Professore onorario dell'Napoli. Professore di Filosofia della storia all'Accademia scientifico-letteraria di Milano, Professore di Filosofia all'Torino. Professore di Filosofia della storia all'Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento di Firenze. Direttore e fondatore della rivista L'Ateneo. Membro corrispondente dell'Istituto lombardo di scienze e lettere di Milano.Membro ordinario della Societ reale di Napoli. Membro effettivo dell'Istituto lombardo di scienze e lettere di Milano. Membro straordinario del Consiglio superiore della pubblica istruzione. Membro ordinario del Consiglio superiore della pubblica istruzione. Socio corrispondente della Deputazione di storia patria per le antiche province modenesi. Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei di Roma. Onorificenze Cavaliere dell'Ordine al Merito Civile di Savoianastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine al Merito Civile di Savoia, Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaronastrino per uniforme ordinariaUfficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia. Come tutti i socialisti italiani, Ferrari  fortemente influenzato dall'Illuminismo e da Proudhon. Il suo socialismo si costituisce come una radicalizzazione del principio di uguaglianza affermato dalla rivoluzione francese. Riconosce come unico fondamento della propriet il lavoro. Propone quindi un socialismo che, non strettamente in opposizione al liberalismo, fosse fondato sul merito individuale e sul diritto di godere dei frutti del proprio lavoro. Pi che con la nascente borghesia, si pone dunque in contrasto con i residui feudali ancora presenti in Italia, e auspica uno sviluppo industriale e una rivoluzione borghese. Partecipa anche attivamente al dibattito risorgimentale. Contrario all'unificazione della penisola, propone come obiettivo la formazione di una federazione di repubbliche, in modo da tutelare le particolarit e l'unicit delle singole regioni. Questo progetto dove essere attuato attraverso un'insurrezione armata, aiutata dall'intervento francese. Al contrario della maggioranza dei teorici risorgimentali (in particolare Mazzini), i quali credevano che l'Italia avesse una missione storica, credeva abbastanza pragmaticamente che fosse necessario l'intervento di uno stato estero per sconfiggere gli eserciti organizzati dei diversi stati italiani. L'opinione pubblica dove essere preparata alla rivoluzione (che dove avvenire spontaneamente e non guidata da un gruppo di cospiratori) da un partito di stampo democratico, repubblicano, federalista e socialista. La questione sociale era infatti inscindibile da quella istituzionale. Il stato federale dei republiche regionali sarebbe stato gestito da un'assemblea nazionale e da tante assemblee regionali. Insieme a Pepe elabor il neo-guelfismo -- per sottolineare il carattere re-azionario di restaurare la presenza attiva di Roma nella vita politica dItalia. Critico verso la formula liberale Libera Chiesa in libero stato, e afferma la superiorit dello stato dItalia rispetto alla Roma, corrispondente alla superiorit della ragione rispetto alla credenza religiosa, un rapporto Stato-Roma che si riallaccia alla politica ecclesiastica di Giuseppe II in Lombardia e a quella di Leopoldo I di Toscana. Consta dai registri della Parrocchia di S. Satiro, che Giuseppe Michele Giovanni Francesco dei coniugi Giovanni e Rosalinda Ferrari nacque. Cenno su Giuseppe Ferrari e le sue dottrine", di Luigi Ferri. Altre opere: Romagnosi (O. Campa, Milano); Sulle opinioni religiose di Campanella (Milano, Franco Angeli); "La fede in Dio  l'ERRORE pi primitivo, pi NATURALE del genere umano. La religione  la pratica della servit. Roma presenta tutti i vizi della ri-velazione sopra-naturale. Roma conduce alla dominazione dell'uomo sull'uomo. Il romano c morto, l'uomo deve nascere,  nato, ha gi respinto dallo Stato gli apostoli e la Chiesa. Filosofia della rivoluzione, in: Scritti politici di Giuseppe Ferrari, Silvia Rota Ghibaudi, Torino, POMBA, Camera dei Deputati, Atti del Parlamento Italiano sessione, discussioni della Camera dei Deputati, Torino, Eredi Botta, Atti del parlamento italiano, Le pi belle pagine di Scrittori italiani scelte da scrittori viventi. F., Milano, Garzanti, Altre opere: Romagnosi; Vico; La Federazione repubblicana; Filosofia della rivoluzione; L'Italia dopo il colpo di Stato; Opuscoli politici e letterari; La mente di Vico, Corso sugli scrittori politici italiani, Corso sugli scrittori politici italiani; Il governo a Firenze, Giannone; Lettere chinesi sull'Italia, Storia delle Rivoluzioni d'Italia; Teoria dei periodi politici, L'aritmetica nella storia; Proudhon (Andrea Girardi, Napoli, Edizioni Immanenza);La Rivoluzione e i rivoluzionari in Italia, Il genio di Vico, I partiti politici italiani, Le pi belle pagine, Opere (Ernesto Sestan); Scritti politici, Ghibaudi, I filosofi salariati, L. La Puma, Scritti di filosofia e di politica, M. Martirano, Il genio di Vico, Sulle opinioni religiose di Campanella, Epistolario Peruta, "Contributo all'epistolario di F.", in: Franco Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana, Milano, Franco Della Peruta (ed.),"Contributo all'epistolario di Ferrari", Rivista storica del socialismo, Lettere a Proudhon, Annali dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, C. Lovett, "La Questione Meridionale con lettere inedite", Rassegna storica del Risorgimento; Milano e la Convenzione di Settembre dalla corrispondenza inedita di Ferrari", Nuova rivista storica, Lombardia dalla corrispondenza inedita di Ferrari", Nuova rivista storica, Lovett, "Il Secondo Impero, il Papato e la Questione Romana. Lettere inedite di Wallon a F.", Rassegna storica del Risorgimento e la politica interna della Destra. Con un carteggio inedito, Milano. Altro A. Agnelli, "Giuseppe Ferrari e la filosofia della rivoluzione", in: Per conoscere Romagnosi, Ghiringhelli e F. Invernici. La vita sociale e politica nel collegio di Gavirate-Luino", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Il nuovo stato italiano, Milano, Luigi Ambrosoli, "Cattaneo e Ferrari: l'edizione di Capolago delle opere di F.", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Il nuovo stato italiano, Milano, Paolo Bagnoli, "F. e Montanelli", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Bruno Barillari, "Ferrari critico di Mazzini", Pensiero mazziniano, Francesco Brancato, Ferrari e i Siciliani, Trapani, Bruno Brunello, Ferrari, Roma, Bruno Brunello, "Ferrari e Proudhon", Rivista internazionale di filosofia del diritto, Michele Cavaleri, Ferrari, Milano, Cosimo Ceccuti, "Ferrari e la Nuova antologia: il destino della Francia repubblicana", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano, Arturo Colombo, "Il F. del Corso", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Luigi Compagna, "Ferrari collaboratore della "Revue des deux mondes", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano, Corona, "Il filosofo "rivoluzionario" visto da Asproni", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, [a cura di], Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Carmelo D'Amato, Ideologia e politica in Giuseppe Ferrari", Studi storici, Amato, "La formazione di Giuseppe Ferrari e la cultura italiana della prima met dell'Ottocento", Studi storici, Peruta, "Il socialismo risorgimentale di F., Pisacane e Montanelli", Movimento operaio, Franco Della Peruta, Un capitolo di storia del socialismo risorgimentale: Proudhon e Ferrari", Studi storici, Franco della Peruta, "F.", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Aldo Ferrari, F., Saggio critico, Genova, Ferri, "Cenno su F. e le sue dottrine", in: Ferrari, La mente di G. D. Romagnosi, Milano. Gian Biagio Furiozzi, "Olivetti e F.", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano, Gastaldi, "Nella galassia dell'Estrema", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, [a cura di], Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Robertino Ghiringhelli, Robertino Ghiringhelli, "Romagnosi e F.", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Carlo G. Lacaita, "Il problema della storia in F.", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Eugenio Guccione, "Il laicismo politico di Ferrari", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano, Grosso, "Il Medioevo in F.", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Lovett, "Europa e Cina nell'opera di F.", Rassegna storica del Risorgimento, Maurizio Martirano, Ferrari, interprete di Vico. Maurizio Martirano, Filosofia, storia, rivoluzione. Saggio su F., Napoli, Liguori, Gilda Manganaro Favaretto, Angelo Mazzoleni, Ferrari. Il pensatore, lo storico, lo scrittore politico, Roma, Angelo Mazzoleni, F.. I suoi tempi e le sue opere, Milano, Antonio Monti, "La posizione di Ferrari nel primo Parlamento italiano", Critica politica, Giulio Panizza, L'illuminismo critico di Ferrari, Giulio Panizza, "La teoria della fatalit nell'Histoire de la Raison d'Etat", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Giacomo Perticone, "La concezione etico-politica di Ferrari", Rivista internazionale di filosofia del diritto, Luigi Polo Friz, "Ferrari e Frapolli: un rapporto di amore e odio tra due interpreti del Risorgimento Italiano", in: Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Il nuovo stato italiano, Milano, Nello Rosselli, "Italia e Francia in Ferrari", Il Ponte, Silvia Rota Ghibaudi, Ferrari, lFirenze, Silvia Rota Ghibaudi, "Ferrari e la Teoria fatalista dei periodi politici", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Luciano Russi, "Pisacane e Ferrari: esiti socialisti dopo una rivoluzione fallita", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, M. Schiattone, Alle origini del federalismo italiano, Ferrari, Nicola Tranfaglia, "Ferrari e la storia d'Italia", Belfagor, Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Luigi Zanzi, "un filosofo"militante", in:Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Stefano Carraro, "Alcuni aspetti del pensiero politico", BAUM, Venezia. Gian Domenico Romagnosi Carlo Cattaneo Cinque giornate di Milano Lodovico Frapolli Pierre-Joseph Proudhon Giuseppe Mazzini Carlo Pisacane Federalismo. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.F., su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere di Giuseppe F., su Liber Liber. Il primo radicalsocialista italiano, dal sito del Movimento RadicalSocialista. Concludiamo. Interrogala sotto ogni aspetto, la filosofia conduce a due inevitabili conseguenze, il regno della scienza, il regno dell'eguaglianza. Questo era l'intento dei primi filosofi, questo  l'intento della rivouzione. 'I primi filosofi ne furono i precursori: ma traditi dalla metafisica, sentivansi solitari, impotenti, inviluppati da ostacoli infiniti; e invocando i demoni, le favole, un artifizio estrinseco, un felice inganno, cadevano sotto il felicissimo inganno della chiesa; Socrate non poteva regnare se non sotto la protezione di Cristo. Ma la rivoluzione liber questo prigioniero delia teologia, ne divulg la parola, la trasmise a tutti gli uomini, e vuol costituire l'umanit sulla terra colla forza della scienza e con quella del diritto. Da mezzo secolo la metafisica tende un'ultima insidia alla rivoluzione trasportando il problema della scienza nelle antinomie dell'essere, e il problema dell'eguaglianza nelle antinomie del diritto. Ne consegue, che abbiamo il regno della scienza fatta astrazione dalla verit, il regno della libert falla astrazione dai dogmi, il regno dell'eguaglianza falla astrazione dal riparlo, il regno dell'industria fatta astrazione dal capitale: e s'incoraggiano le nazionalit senza badare all'umanit; si pensava perfino a fondare un impero meno l'impero, un papato meno il papato, quasi fosse proposito deliberalo di predicare la rivoluzione meno la rivoluzione, mantenendoci in eterno nel regno dell'impossibile. I miseri cavilli della metafisica sarebbero morti nel vuoto delle scuole, se leggi equivoche a disegno non li avessero tratti in piazza per stabilire una tregua tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Ma la tregua non regge; ad ogni momento vediamo avvicinarsi il giorno della guerra, e se ad alcuni pu parere lontano, e se altri possono consigliare di dare tempo al tempo, si ricordino gli uomini di poca fede che quando la scienza scopre un errore per quanto sia teorica, lo lascia smascherato per sempre, e chi lo difende pi non regna, e se s ostina cade sconfitto e accusato d'impostura. Si ricordino che la fede negli avvenimenti imprevisti non  cieca e viene autorizzala dalla forza del vero che oggi tradito si vendica domani col corso naturale degli affari, delle guerre, delle paci, della ricchezza, e perch ogni verit  un valore, chi la scorge se ne impossessa e la sconta, e tiranno o tribuno giova a lutti sotto le forme pi inaspettate. Si ricordino che non vi fu mai progresso che non toccasse alla propriet o alla religione che non venisse dalla scienza e dall'eguaglianza e che non si dovesse irnaginare con ardimento scandaloso quasi fosse una profanazione. Si ricordino da ultimo che il dato di Voltaire, di Rousseau, di Weisshaupt ferve in ogni cuore; e, tolto il velo dell'astrattezza, gi dairso al 93 quattro soli anni bastavano per passare dalla teoria alla pratica e per sostituire una generazione di tribuni, di generali, di insorgenti, di dittatori, di uomini d'azione all'inoffensiva generazione dei filosofi mandati alla bastiglia e qualche volta perfino protetti tanto sembravano lontani dalla realt. Quanto a noi figli del passato, discepoli degli stessi maestri da noi discussi, visto nella critica l'arme che ferma la metafisica e che ne scaccia le vane larve e gli inutili tormenti dal campo della rivelazione naturale, visto che rinchiusi nel fatto, legali alla terra ogni giorno, ci sottrae alla rivelazione sopranaturale comunque si gradui il progresso e possa prendere delle forme mostruose e talora nemiche, dal momento che sentimmo compiersi nella nostra mente la filosofia della rivoluzione secondo l'inflessibile suo disegno, la linea retta fiparve la migliore e il dissimulare ci parve tradimento. Per sette anni il F. tacque : non pia studi pubblicati sulle riviste francesi per far conoscere al mondo T Italia del passato e del preseme, non pi opuscoli politici per tracciare piani d'azione pamphlets violenti contro i suoi avversari: gli amici lo avrebbero potuto creder morto. EpIHjre la sua operosit si svolgeva occulta sotterranea silenziosa, tanto pi assidua quanto meno era visibile: abbandonato il campo del giornalismo dove le tracce del lavoro sono ben presto cancellate dall'incalzare di sempre nuovi problemi e dalle richieste di gusti sempre mutati, lasciato il tumulto della vita politica, U Ferrari si era dedicato totalmente alla pura scienza. Il presente Io affliggeva ed e^i si volgeva al passato; l'Italia pareva ricaduta nella schiavit e nell'abiezione, ed egli la volle studiare libera e regina, quando marciando a capo di tutte le nazioni trasmetteva l'urto delle sue continue rivoluzioni al mondo. Il Medio Evo italiano, il campo chiuso della sua attivit storica, era sempre stato il suo lavoro e il suo tormento: grande nell'insieme e nei suoi pi piccoli frammenti pareva che volesse sottrarsi ad ogni interpretazione razionale e organica, come se sotto il bel cielo d'Italia l'unica legge che governava le continue rivoluzioni di cento stati differenti gli uni da^i altri come posti agli antipodi fosse il caso, il capriccio della fornina, l'arbitrio dell'individuo. Tutte le altre nazioni presentavano uno svolgimento storico organico, una forma politica costante che le contradistingueva in ogni epoca : ai tempi di Ugo Capeto come a quelli di Napoleone III la Francia era sempre stata la nazione della monarchia unitaria; la Germania era ancora governata dalla Dieta federale, l'Inghilterra dalla Camera dei Lordi come ai tempi di Ottone I e di Guglielmo il Conquistatore. Ma l'Italia Qon poteva ridursi sotto nessuna categoria politica; u al principio della monarchia n a quello ddla repubblica, n all'Impero n al Papato : ftemmeno ad un sistema federale che raccogliesse in organismo la variet tumultuosa ed eslege dei ^uoi stati. Rivoluzioni d'Italia. Da molti anni queste considerazioni si svolgevano lentamente nel mio spirito, per rendermi enigmatiche e impenetrabili le vicessitudini di Milano di Firenze di Roma di Genova di Venezia, di tante citt unite dal suolo e separate da irreduttibili diiTerenze. Qualunque fosse lo splendore estemo dei fatti, eran pur sempre vittorie senza scopo, sconfitte senza causa, rivoluzioni senza idee, guerre senza soluzione. Le cronache degli Scriptores rerum Italicarum mi apparivano quasi statue rovesciate, quadri capovolti, medaglie sparse di un museo che una vandalica ignoranza avesse devastato. Tutte le serie, tutte le simmetrie essendo dissestate da una mano sconosciuta; potevasi dire che TAriosto solo colla noncurante sua ironia avesse il diritto di sognare liberamente in mezzo a questi cenci pomposi. Ma se la fecondit lussureggiante degli avvenimenti si rivoltava contro ogni unit imperiale o pontificia; se essa facevasi gioco delle repubbliche, delle signore, del candore dei cronisti e degli artifizi della retorica; se essa compiacevasi di sconcertare tutti i sentimenti e tutte le analogie: io vedevo tanta grandezza dell'insieme e una tal forza nel minimo frammento, da non potermi arrendere all'idea che la patria di Gregorio VII e della Divina Commedia ingannasse l'aspettativa destata dal sentimento del bello, .per non essere se non un cumulo di accidenti eslegi. n Ferrari volle scoprire il spreto di una cosi misteriosa apparenza, la legge vitale di un organismo cos complesso, lo scopo di una coA abbagliante fantasmagoria. Si tuff nella storia medievale fino agli occhi : senza fermarsi alle compilazioni volle risalire alle fonti originali, medit su tutte le pagine degli Scrptores rerum Italicarum, rsfogli le cronache, rivisse tra la polvere erudita coi vescovi e coi consoli coi settari e coi signori del buon tempo antico: e cosi mentre la turba degli gnomi, non comprendendo la sua solitaria libert superiore alle borie del nazionalismo miope e pettegolo, lo accusava di vilipendere la sua lingua e la sua patria, egli preparava in silenzio airitalia uno tra i pi bei monumenti di gloria che potessero inalzarle i suoi figli. Le Rivoluzioni d'Italia furono pubblicate la prima volta a Parigi in francese nel 1858, ripubblicate in italiano tradotte dell'autore: in questa seconda edizione, nonostante gli studi posteriori in seguito ai quali credette di avere scoperto la filosofia della storia e la legge periodica del movimento storico, guidato da un istinto fortunato, non la ritocc quasi affatto, non os guastarla per farla servire alla sua teoria; quindi noi terremo sott*occhio pel nostro studio Tedizione italiana, da cui son tolte le citazioni e a cui si riferiscono i rimandi. Per quel che gi conosciamo della costinizione intellettuale del Ferrari, possiamo fin d'ora giudicarlo 11 tipo dello storico perfetto, perch egli riunisce l'intelligenza artistica alla comprensione filosofica e al criterio di un sistema formato. Tutti  grandi storici sono artisti: artisti neil'interpretare gli uomini e i fatti, artisti nel rappresentarli e atteggiarli davanti al lettore in modo che sembrino attuali e spirino vita. Sono anche filosofi, in quanto hanno una WeUanschaung da cui traggono i criteri della interpretazione e del giudizio; ma di solito il loro sistema non  che implicito e irrflesso come quello di qualsiasi individuo che non si dedichi di proposito alla filosofia; qualche pi rara volta c', ma preso a prestito, non rielaborato n rivissuto individualmente, rimane estrinseco e astratto. Orbene la grandezza unica del F., la sua caratteristica qualit, consiste nell'avere a fondamento della sua interpretazione un vero formato originale sistema filosofico. Non solo. Questo suo sistema, che anche oggi  in gran parte vivo perch rientra nel corso delle grandi concezioni,  il pi adatto a dare una base filosofica all'interpretazione storica; perch considera la reah come movimento, ed  tutto pervaso dalla persuasione della razionalit che governa la realt e la storia. Cosicch per quanto il Ferrari come politico sia un uomo di partito militante e quanti altri mai fermo nelle sue idee, amante delle posizioni nette, insofferente degli equivoci; come storico noi possiamo essere sicuri che guarder la storia dall'alto, sapr giudicare libero totalmente dalle preoccupazioni politiche del momento, sapr rispettare la veneranda grandezza del passato senza querimonie per gli eroi mancanti e per le cause sconfitte, non far ddla narrazione dd passato un pamphlet  da una specie di lotta di cla|^e^arbaro che avrebbe imbrgliato la rivoluzione sodale, legato i gran centri romani nella rete delle citt militari in arretrato, sepellito sotto un'alluvione barbarica le reliquie della civilt romana conservate dal cattolicismo. E per impedire che potesse mai formarsi un regno su questa terra sacra alle rivoluzioni, destinata a spandere il fuoco della libert su tutta l'Europa, l'Italia trasport l'Impero in Occidente. Come rappresentanti del nuovo patto sociale che doveva essere la base del diritto pubblico dell'Occidente a loro sottoposto, il Papa e l'Imperatore si divisero la penisola destinata ad essere la custode del loro duplice potere europeo : l'Imperatore ebbe l'Italia superiore, il Papa Ravenna il centro occidentale e tutta l'Italia meridionale con le isole da conquistarsi ancora 3ui Bizantini. {Trasporto dell'Impero in Ocddente). L'Italia perde quindi l'indipendenza nazionale, ma acquistava la libert: e per tutti i domini del Papa e dell'Imperatore il progresso sociale migliorava le condizioni dei Romani, non pi sottomessi alla legge della spada barbarica, ma alla giurisdizione dei loro vescovi; rialzava la sorte delle citt dell'industria e del commercio a danno (dei centri militari; soffiava nelle ceneri calde della coltura romana ad attivarne nuove scintille .Solo le terre ancora escluse dal patto papaie-imperiale, Venezia, le repubbliche meridionali, la Sicilia, scontavano amaramente la loro indipendenza politica con una inferiorit sociale, prodotta dalla confusione bizantina dd potere temporale e del potere spirituale, la quale impediva la gran libert del pensiero. Intanto Tunit dell'Impero d'Occidente andava decomponendosi sotto gli inetti successori di Carlo Magno, e l'Italia marciava ancora alla testa delle nazioni insegnando loro a conquistarsi una libert federale. Ma poich da questa risorge lo spettro micidiale d'un regno barbaro interno, la rivoluzione papale e imperiale sempre regnante approfittando delle rivalit tra i feudatari rende impossibile il regno d'Italia, lo condanna a non essere che una lotta di pretendenti, offrendo sempre la corona a due rivali e rialzando sempre il vinto contro il vincitore (Lotta contro il regno barbaro interno) finch invocato dalle rivoluzioni italiane giunge Ottone I a rinnovare il patto papaieimperiale. Egli distrugge per sempre il regno, disorganizza le marche dei discendenti dei barbari, esalta il clero romano, protegge i comuni italiani. La rivoluzione italiana si propaga a tutte le nazioni europee e modifica al suo esempio anche la Chiesa. {Riv. d'Italia): L'Europa trovasi disposta come gli intervalli di no scacchiere, gli uni bianchi gli altri neri, gli um unitari gli altri federali; presso gli uni la religione prevale sulla legge, presso gli altri la legge primeggia sulla religione; i primi progrediscono con l'eguaglianza, i secondi con la libert. La necessit della guerra condanna tutti i popoli a svolgersi al rovescio gli uni degli altri; la stessa necessit della guerra li obbliga pure ad accettare coll'una o coiraltra delle due forme la rivoluzione italiana che si propaga. Cigni stato in ritardo, ogni popolo che dimentica s stesso che non prende la sua base d'operazione in opposizione ai suoi vicini, si trova debole impotente in contradizione con se stesso e soggiogato. Se si cerca Tinfluenza italiana in .una propaganda diretta uniforme, non si scopre e bisogna negarla; se invece si segue nell'urto delle azioni e delle reazioni che si estendono opposte le une alle altre.... si vede dappertutto la catastrofe del regno d'Italia riprodotta con esattezza similare, dappertutto l'antico stato carlovingio o pagano sparisce per cedere il posto ad un nuovo stato libero colle diete o popolare col re. Liberata cosi per sempre dalla tirannia unitaria di un re l'Italia pu abbandonarsi alla carrera magica delle sue rivoluzioni, che sembrano frantumare in moti individuali variati disordinati la sua ideale unit di nazione, e a prima vista ci appaiono refrattarie a qualsiasi principio organico di interpretazione (Riv. d'Italia): Fin qui noi abbiamo potuto sottomettere tutto all'azione dei principi; e la storia d'Italia si svolgeva una e logica, dominando i pi svariati avvenimenti con una specie di continuit drammatica un tempo vasta come il mondo. Odoacre abbraccia l'intera nazione col fatto unico del regno proclamato contro gli ultimi imperatori, che accampati da .banditi a Ravenna abbandonavano Milano ed Aquileia agli Unni e Roma ai Vandali. I Goti continuavano l'opera di Odoacre, fissando l'invasione unica del re in tutta l'Italia. Bdisaro e Narsele lottavano pure quali capitani dell'unit Imporde contro il ragno tondKo so Ravenna; e tutte le citt, scacciando i Goti, si rianimavano con un risorgimento quasi repubblicano. Pi tardi i due principi opposti dell'unit imperiale e dell'invasione regia si spartivano materialmente la penisola; e la terra, met romana, met longobarda, rimaneva una nella guerra dei popoli cattolici del Mezzod contro la dominazione ariana di Pavia; ancora una nel doppio slancio che estolleva le repubbliche cattoliche e il regno longobardo; sempre una nell'infallibile trionfo della religione delle repubbliche, che consegnava il regno a Carlo Magno per rifare l'Impero d'Occidente. L'unit sopravviveva nel patto di Carlo Magno esteso a tutta la vera Italia dipendente da Roma e da Pavia; continuava colla reazione dei Berengario degli Ugo e dei papi quasi bisantini, tutti egualmente nemici del Papato e dell'Impero; l'unit si mostrava di nuovo nelle rivoluzioni posteriori contro la falsa indipendenza dei dogi di Roma e dei re italiani. Ad onta dell'anarchia e dei rivolgimenti di quattordici rivoluzioni, noi abbiamo visto la terra ordinata nelle sue lotte, uniforme nel suo ultimo trionfo, unanime nel disegno che rinnovava il patto della Chiesa coli 'Impero. Costituendo fin dai primordi t due principi della rivoluzione cattolica e del regno nazionale, s'intendeva facilmente il senso di tutte le lotte; dal momento che una guerra scoppiava doveva essere la guerra dei due principi: ci bastava il seguire le due correnti, il nostro lavoro era eccezionale senza esser diffcile, l'unit delle idee suppliva all'unit materiale dei fatti. Noi avevamo il diritto di sottomettere ad una unit eccezionale il moto eccezionale del Papato e dell'Impero; Napoli, Venezia, Bari, la Sicilia, Amalfi, Gaeta si scostavano da se stesse per lasciare il posto alla geografa pontifcia imperiale; e queste repubbliche ordinate al rovescio della vera Italia ne confermavano l'unit rivoluzionaria, la sola che importava di seguire. M dai primi anni del XI secolo cambia la scena; il moto generale scioglie ^uestltalia che gi sconcertava la critica: o^i citt ha il suo eroe, le sue rivolttzioni, le sue guerre, il suo destino. I comuni non sembrano punto associati; nesstma federazione, nessuna lega, nessun' unione generale e apparente: Milano  straniera ad Ancona qtianto Arles Trever o Cambra!. I popoli si combattono, gli avvenimenti si incrocicchiano in tutti i sensi, gli episodi sono innumerevoli. Alcune citt fondano delle colonie, altre si estendono colle conquiste, giungono i Normanni, la Chiesa si rivolta contro Tlmpero: quanto piti c'inoltriamo, tanto pi le forze della guerra e della libert sembrano scatenarsi a caso. Lo spirito si turba; l'Italia cessa di comprendere se stessa; i suoi storici non abbracciano pi l'insieme della penisola: Giordanes, Paolo Diacono, Vamefrdo e Liutprando non hanno successori; pi non si scoprono se non dei frammenti di cronache, delle scene staccate. Pi tardi ogni citt ci presenta la sua biblioteca d scrittori, i suoi poeti della barbarie municipale, il suo Cimer che canta nuove Iliadi. Eccoci in presenza di cento storie distinte diverse contradittorie, senza legame palese: noi lo domandiamo, dove sar la storia d'Italia? Le nostre proprie idee ci danno il filo che ci guida attraverso il labirinto italiano. I comuni s'impadroniscono del suolo per interpretare la vittoria da essi riportata col Papato e coli 'Impero; essi proseguono la loro guerra contro il regno, combattendo ogni rimembranza, ogni istituzione che richiama la legge, la forza, l'aristocrazia, l'esercito, la dominazione dei re; questo  lo scopo loro; essi marciano contro il Papa e l'Imperatore per distruggere nell'uno e nell'altro ogni principio che conserva le tracce dei Goti, dei Longobardi, dei barbari dell'Italia o dell'Europa. La storia dei comuni non  dunque altro che la storia di una rivoluzione continua, lenta, fatale, e sempre trascinata dai suoi propri antecedenti a combattere il vecchio Papa e il vecchio Imperatore della barbarie, per creare un Papato, un Impero ideale, donde spariscano in modo cosmopolita tutte le traceie della dominazione delFuomo sull'uomo. Un grand 'errore ingombra la storia d'Italia, ne sconvolge i prncipi il moto le epoche il progresso, e snatura il senso di tutti gli avvenimenti: ed  l'errore che la considera come il racconto di una guerra continua contro il Papa e l'Imperatore per conquistare l'indipendenza politica del governo o, come si dice in oggi, per respingere l'invasione dello straniero. Sotto questo aspetto l'Italia non sarebbe mai stata, la prima delle nazioni, e la sua storia riuscirebbe a questa assurdit inammissibile: che dopo cinque secoli d guerra non avrebbe n raggiunto, n voluto lo scopo stesso della guerra. No! nacque l'Italia pontificia e imperiale contro i Goti, contro i Longobardi, contro i re italiani provenzali e burgundi; nacque creando e interpretando il gran patto della Chiesa coli 'Impero; domin le stesse conquiste carlovinge cogli incanti della religione e colla magia della consacrazione imperiale: fino dai tempi di Teodorico la Chiesa e l'Impero sono stati i simboli della sua libert, della sua redenzione, di ogni sua idea liberatrice sulla terra e nel cielo nel fatto e nel possibile; e con la costituzione dei due poteri essa ha organizzato una rivoluzione permanente, universale, indefinita nelle sue aspirazioni verso l'avvenire. Il primo dei suoi capi sotto l'aspetto politico  l'Imperatore, il pi debole il piii legale il piti federale dei re; il secondo suo capo  il Papa, cio il pi inerme tra i principi, il meno conquistatore dei sovrani: non avvi dunque conquista alcuna sul suolo italiano, ed al contrario il regno che era conquistatore venne schiantato con una guerra cos violenta che tutti gli stati dell'Europa ne rimasero scossi. Pertanto non vi ha, n vi sar mai guerra alcuna d'indipendenza; Il Pontefice e l'Imperatore non avranno se non pochissimi soldati, sempre costretti a fondarsi sulla forza stessa della terra. Che, ss sono assaliti, si  perch sono oltrepassati dagli Italiani che vogliono riformare il patto che chiedono sempre un miglior Papa che non esiste, un Imperatore che dev'essere rifatto: n punto reclamano una vuota indipendenza; ma sostengono una guerra costituzionale intima organica per trasformare le idee le istituzioni la religione, una guerra dove il principio di respingere gli stranieri  sempre posposto al principio di distruggere ogni istituzione regia o feudale. E se il Papa e Tlmperatore resistono, non combattono se non come conservatori quasi indigeni, sostenuti dalle reazioni inteme che la libert provoca e sormonta, imponendosi loro cosi d'epoca in epoca fino agli ultimi giorni del risorgimento italiano. La storia dei comuni, considerata in tutta la sua durata, non  dunque la storia di una guerra contro lo straniero, fatto unico materiale mille volte impotente; ma  la storia di un fatto ideale organico sempre crescente: e poich l dove le idee regnano il caso non pu regnare, l'oscurit del labirinto italiano deve sparire - e qualora restasse la colpa sarebbe nostra. La rivoluzione  la stessa in tutte le citt : da per tutto essa ha lo stesso punto di partenza la caduta del regno, lo stesso punto d'arrivo il risorgimento italiano; da per tutto si svolge colle medesime idee rette dalla medesima logica; lenta o rapida, squallida o splendida, vittoriosa o vinta, le sue fasi sono determinate anticipatamente dall'inflessbile destino che sforza i principi a generare le loro conseguenze. Che i mille accidenti della guerra turbino adunque l'Italia, essi saranno tutti travolti da una sola corrente; e vi sar sempre una storia ideale e uniforme, comune a tutte le citt da Ottone I alla flne del risorgimento. La storia ideale della citt italiana si ripete a un patto di Carlo Magno, che essa interpreta e che trasforma di continuo. Di fatto il Papa e l'Imperatore noli intendono che a mantenerlo nel senso il pih tardo, se ne dichiarano apertamente conservatori; la loro opera  sempre una restaurazione imperiale e pontificia. Ma hannovi forse restaurazioni nella storia? Noi non ne conosciamo: gli antichi poteri che diconsi ristabiliti si trovano sempre trasformati, e non trionfano se non accettando Topera del tempo, e non ricompaiono sulla scena se non alla condizione di rappresentare i principi che la fatale ignoranza del governo tradizionale lasciava ai loro nemici. Stessamente il Papa e l'Imperatore compiono 'le loro restaurazioni cos dette eterne, seguendo passo passo la storia delle citt italiane di cui amnistiano le ribellioni e accolgono le innovazioni. Egli  giusto che resistano; se non resistessero la rivoluzione non avrebbe nessuna ragione per manifestarsi e nel medesimo tempo la storia ideale si fermerebbe. Ma egli  altres giusto che, una volta sconfitti, si ristabiliscano, accettando il progresso che si  fatto strada e che passa allo stato di fatto compiuto o di fato ineluttabile; ed  cos che tutte le epoche della storia ideale si riproducono nel patto di Carlo Magno colla Chiesa. Una volta nel patto, esse si ripetono in tutti gli stati dell'Europa. Non sono forse il Papa e l'Imperatore i due grandi personaggi dell'Occidente? bisogna dunque che propaghino da per tutto le idee da essi rappresentate: d'altronde tutti gli stati non si svolgono forse simultaneamente gli uni contro gli altri? devono quindi accettare ogni progresso, non foss'altro per combatterlo. Ecco quindi la trama ideale su cui scorrono tutte le rivoluzioni italiane; la legge che ne governa la variet a prima vista irreducibile di forme, e le costringe ad essere incasellate entro il quadro di due reazioni imperiali e pontificie. E' questo il periodo storico che il Ferrari ha studiato con pi amore e trattato con pi larghezza i la storia an- t^rorc al 962 e posteriore al 1530  rispetdvamente conaiderata come imrochizione e come epilogo alla epopea di quel che egli chiama risorgimento italiano. Allontanato per sempre il percolo d'una tirainide regia colla rinnovazione del patto papaloimperale e col trasporto dell'Impero in Germania, r Italia che fln qui era stata l'alleata dd Papa e dell'Imperatore comincia a combatterli ma non per distruggerli, bens per riformarli, trascinata dagli antecedenti aUa lotta senza quartiere contro ogni rimembranza del regno. La rivoluzione dt Vescovi apre la serie. Nella citt sfuggita ormai all'incubo dd re^ gno ecco si trovano di fronte due poteri : il conte goto longobardo o franco di discendenza, che vorrebbe riprodurre in piccolo dentro la cerchia ddle mura cittadine la tinmnide regia, che governa cdla legge ddla spada il popolo di discendenza romana; e il vescovo romano di razza e di tradizione che protegge i deboli contro la prepotenza regia del conte barbaro, aprendo loro le porte del suo palazzo dove l'esenzione ottenuta da Ottone impedisce agli sgherri del tiranno di entrare. B. popolo si serra attorno al suo vescovo, vuol essere giudicato dalla sua giustizia superiore a quella del conte come la ragione alla spada, si appassiona per tutte le sup*stizioni dd cattolicismo voltandde come armi ideali contro le alabarde degli sgherri comitali^ finch un giorno scoppia improwisame&ie una sollevazione annata. Il conte si trova espulso, e nella citt si comincia a sbozzare colla formazione dd primo popolo raccolto dalla corte del conte e da quella del vescovo Torganismo comunale italiano, che non  una derivazione germanica o romana ma nasoe adesso oomh battendo contro le memorie del regno. La rivoluzione vescovile irraggiata dal focolare di ribelto> ne delle citt penetra nei feudi, ove sostituisce famiglie pie di tradizione romana e avversa al regtto (Canossa, Savoia, Este) alle famiglie discendenti dagli invasori; conquista il Mezzogiorno paralizzato dalla confusione bizantina dei due poteri, al seguito delie schiere avventurose dei Normasni; e in RomB trionfa coHa libera elezione popolare e clericale di Gregorio VI nemico dei conti e dei patrizi. Ma i centi espulsi daUe citt da un esercito d! straccicmi capitanati da un prete ricorrono all'autorit legale del loro supremo tutore, l'Imperatore, che vede oltraggiata la sua legge; e Corrado II di GebeHno comincia la reazione contro i vescovi. Invano : sconfitto da Eriberto di Milano, che oppone alla cavalleria feudale le picche dei popolani raccolti attorno al carroccio novdlamente creato, vede la sua reazione abortire nelle citt e nei feudi deiritaUa imperiale e in Roma, e deve legalizzare la rivoluzione. It sovrano ddritalia meridionale  il Papa, che l'ha avuta fai seguito al ^an patto carolingio: a lui quindi spetta di guidare la necessaria reazione contro i Normanni rappresentanti meridionali del principio vescovile, i quali dopo averto vinto sforzano S. Leone IX ad accettare la loro rivoluzione. E cosi Imperatore e Papa dopo avere ammistiata e legalizzata la rivoluzione italiana, come poteri europei la diffondono in tutta l'Europa; e perfino ndla Chiesa, la quale si appassiona per la verginit mistica in odio dei preti ammogliati, che profanano la sua repubblica immacolata con una specie di feudalit clericale. Appena ottenuta la legalizzazione della cacciata del conte, la rivoluzione entra in una seconda fase, continuando contro i vescovi nominati dall'Imperatore che li incarica di sostenere la parte dei conti, per strappare la libera elezione dei vescovi stessi e una volta vittoriosa vuole la libera elezione del pi grande dei vescovi, del Papa, che l'Imperatore si arrogava il diritto di imporre. Il monaco Ildebrando riunisce tutte le forze della rivoluzione per togliere Roma ai papi tedeschi, prima con l'elezione di Nicola II, poi con quella di Alessandro II contro l'antipapa Cadaloo; e infine salito lui stesso sul trono pontificio assale per la prima volta la supremazia imperiale, e trasporta nella Chiesa la rivoluzione vescovile compita predicando la crociata. Senonch l'utopia di Gregorio VII conteneva il germe d'una reazione pontificia contro la libera elezione dei vescovi, che si sarebbe voluto trasportare dalle mani dell'Imperatore a quelle del Papa: cosicch al suo avvento gli uomini della rivoluzione passano nel campo nemico; dichiarano che il Papa non  il padrone della Chiesa ma, sottoposto al Vangelo alla tradizione ai concili,  il servitore dei servitori, e pu essere deposto se manca alla sua missione. Ecco cosi la guerra delle investiture che  la reazione papaie-imperiale contro la libera elezione dei vescovi : i due capi sempre in ritardo si sforzano di rassicurarsi interpretando con mente retograda l'antica tradizione; ma i popoli al seguito dei loro vescovi, come avevano atterrato il vecchio Impero sotto 1 colpi di Gregorio VII, atterrano il nuovo Papato sotto quelli del nuovo Cesare rigenerato. Le citt dirigono il Papa e l'Imperatore: sono imperiali quando il Papa trionfa e pontificie quando l'Imperatore prepondera, e finiscono col seguire l'alleanza imperiale sulle terre della donazione e quella papale sulle terre dell'Imperatore. Roma determina l'azione di Gregorio VII sulla Germania; le citt lombarde decidono Arrigo IV a resistere e gli danno la vittoria nonostante la sua sciocca sottomissione di Canossa, ma quando la sua vittoria diventa minacciosa disertano il suo campo e rialzano il Papa; e continuano in questo gioco a rimbalzello Anche riescono ad ottenere la libera elezione dei vescovi, che il Papa e l'Imperatore diffondono al solito dopo concessa a tutta l'Europa. Anche la prima crociata cade sotto la legge della rivoluzione vescovile: costituita coi quattro elementi della citt italiana, la moltitudine il popolo i consoli e i vescovi, altro non  se non Te spetrazioae volontaria della feudalit che lascia libera la terra alla giuriadizion^ dei vescovi. Abbiamo dato un sunto diffuso di questo periodo per offrire un esempio pi chiaro del metodo interpretativo del Ferrari : ora potremo procedere pi rapidamente. Qi stati dell'Europa non avevano ancora compita la prima met della rivoluzione dei vescovi che nelle citt italiane dov'era nam essa era assalila da una nuova rivoluzione, nei principi oscura e indecisa, dopo cosi splendida e scandalosa c^ tuid i vescovi della cristiania ne erano scQS^ nelle loro sedi. La rivoluzione dei Couso^ 2ipassava anch'essa per due tesi: prima sostituiva il governo vescovUe ed governo consolare; poi scatenava le une contro le i|kre citt consolari, divise in due campi per conquistarsi con la guerra una pi larga libert dentro il patto papaie-imperiale. Nella citt vescovile il vescovo essere religiosa e u-asmondano si trovava a capo della moltitudine, agitata da tend^ize industriali e commerciali completamenie mondane ch'egli non poteva soddisfare n raffrenare. Dall'opposizione nasce rifisurrezione : la citt si muove prima conservando le apparenze dell'obbedienza, poi rinnova le sue istituzioni e crea un nuovo popolo pi allargato e democratico chiamato a legiferare nd parlamenti che, col tradizionale intervertimento di aUeanze nemico del Papa negli stati della Chiesa e nemico dell imperatore nellitalia imperiale, assale il diritto del regno a nome nel risorto diritto romano. La. immancabile reazione pontificia e imperiale procedeva questa volta unita : Innocenzo II e il suo alteato Lotario IH, capo dell'opposizione cattolica tedesca allora vittoriosa nellimpero, secondo la formula generale di tutte le reazioni opponevano il passato sempre vivo in essi al presente da cui erano assaliti; e combattevano i consoli fondandosi sui vescovi liberamente eletti ed altra volta si ardentemente invocati dai popoli, ma non riuscivano che ad ottenere la fatale sconfitta. Ed ecco che appena vittoriosi della duplice reazione i consoli spingono le citt le une contro le altre in quella guerra municipale, che fa la maraviglia e lo sdegno degli storici maldicenti con le lacrime agli occhi a tanto inesplicabile odio fratemo. E' questo uno dei misteri pi profondi della storia ditalia: la guerra municipale non si spiega n colla volont del Papa e dell imperatore, n colla lotta fra i due capi della cristianit, n colla duidit geografica di Roma e di Pavia, n colle vertenze fra i diversi distretti, n colla HbeDione dei castelli. (Riv. d'Italia): Guardiamo alla terra dove sorgono le citt libere : la sua geografla  anticipatamente determinata da una rivoluzione anteriore. La rivoluzione dei vescovi ha disorganizzato il regno, ne ha paralizzata la capitale, lia isolata, ha degradato le citt militari che l'assecondavano, le ha spodestate delle loro funzioni strategiche, ha soppiantato Pavia e i centri secondari che erano padroni delle vie dei fiumi del commercio di tutto. Le citt romane sono state rialzate, opposte alle citt militari; restituite all'importanza naturale che loro davano il conmiercio, la ricchezza, la facilit delle comunicazioni, le circoscrizioni diocesane stabilite dai Romani sotto l'impero della civilt. Ne nasce che la terra  dualizzata in ogni parte, la rivoluzione dei vescovi ha voltate tutte le citt le une contro le altre: ogni centro militare si trova in presenza di un centro romano a lui ostile; Tuno declina, l'altro s'inalza; l'uno immiserisce, l'altro prospera; l'uno langue, l'altro risorge. Nell'era dei vescovi la dualizzazione delle citt non  ancora apparente, la legge imperiale e pontificia regna ancora, la guerra si dissimula; e se i conti sono congedati, la met della gerarchia sussiste ancora col vescovo che supplisce al conte, nasconde la guerra - e non vedonsi che lotte momentanee. Eriberto di Milano non combatte le citt dei dintorni se non per ordine dell'Imperatore. Ma nel momento dei consoli la disorganizzazione vescovile del regno si fa laica, la dualizzazione delle citt diventa economica: pi non trattasi di reclamare precedenze, giurisdizioni ecclesiastiche o feudali; si reclamano la ricchezza, i fiumi, le strade, i transiti trasformati in istrumenti di prosperit o di miseria; il mercante, il fabbricante, il ricco si sostituiscono al vescovo; nessuna gerarchia, nessuna diplomazia superiore che raffreni le rivalit; non i giudici per decidere sulle vertenze, le citt devono giudicarsi da s. Esse sono in contatto immediato; il contatto diventa lotta, la rivoluzione dei consoli diventa guerra si potrebbe forse evitarla? Guardiamo sempre la terra. La rivoluzione dei consoli si sviluppa sul fondo stesso della prima rivoluzione dei vescovi, per raddoppiare la disorganizzazione del regno e la degradazione delle citt militari. Questa degradazione  fatta dal commercio, dall'industria; diventa la miseria dei centri regi, la prosperit dei centri commerciali : i primi son condannati a difendersi sotto pena di morire, i secondi combattono anche prima di dichiarare guerra perch basta loro il vivere il progredire per spegnere le citt dell'antico regno; esse assorbono t frutti il succo gli umori del suolo italiano, esse rifanno tutte le strade tutte le comunicazioni al rovescio del sistema militare, esse sostituiscono alla strategia regia quella del commercio che procede lenta sorda implacabile col libero spaccio di tutte le merci. Come resistere loro se non colle armi? Ecco l'ostilit dichiarata: ogni citt militare lotta colle armi, coll'astuzia, con tutti i mezzi della politica; tutti soa buoni, tutti giusti trattandosi di difendere la patria. Se occorre si rivolgeranno le forze stesse della libert e della civilt contro le citt pi libere, pi civili; si spingeranno alla ribellione i comuni intermediari promettendo loro l'indipendenza; si tenter di smembrare le citt romane, di attorniarle con borghi insorti, di disorganizzare questo centro di disorganizzazione e ne nascer l'aff razionamento dell'aff razionamento, la guerra della guerra. Fin qui abbiamo considerata solo la natura del suolo: e l'abbiamo trovato friabile, inconsistente, disposto alle frane, e dualizzato come se avesse subito in tutte le sue molecole una doppia polarizzazione sotto la pressione del Papato e dell'Impero. Prendiamo ora il compasso, misuriamolo; e noi vedremo che la guerra deve raddoppiare d'intensit. Qual' la circoscrizione della terra ove sorgono i consoli? La citt vescovile si ferma ai corpi santi; pivi oltre tutto  occupato dai feudatari dell'Impero, la campagna  cosa loro, l'irradiazione popolare della prima rivoluzione ha dovuto soffermarsi nei limiti determinati dall'ombra della cattedrale. Ma i consoli possono forse rimanere in questi limiti? Essi rappresentano un nuovo popolo, del doppio pi potente coll'avvenimento ddrinttstra e del commercio, due volte pi ricco grazie alla sua attivit che moltiplicandosi trabocca oltre il vecchio recinto delle nmra; quindi si rinnovano i bastioni, gli edilizi pubblici, il palazzo del conume, le fortezze, i cimiteri; la citt s*adoma, s'ingrandisce e pi non pu capire nel proprio territorio, e segue coll'occhio i suoi fiumi le sue strade i suoi sbocchi: dei pedaggi altre volte insignificanti intralciano il corso delle merci, dei villaggi un tempo inosservati le tagliano le comunicazioni; la citt smania di estendersi, di svincolarsi dalle sue pastoie, di rompere ogni ostacolo. Pisa e Genova, die si trovano dinanzi delle terre lontane sul mare, fondano delle colonie consolari; ma per le citt delFintemo non hannovi terre vacue, la campagna appartiene alla feudalit, tutte le giurisdizioni son armate, i confini sono spietati e le citt si gettano sull'unico spazio che sia vuoto, sullo spazio della rivoluzione consolare. Ogni citt che si governa coi consoli sfugge all'Impero o alla Chiesa nella misura stessa del consolato, e si presenta come la preda naturale del nemico che l'osserva; essa  res nuUius: 9 combattimento  permesso naturale inevitabile; ed ogni citt, ogni borgo aspira a diventare una capitale; la guerra deve durare fino alla liquidazione generale di tutte le pretensioni; l'Italia dev'essere rifatta per intero. Ora supponete il Papa e l'Imperatore animati da sentimenti patemi e da benefiche intenzioni; supponeteli sempre pronti a intervenire per predicare la pace l'unione la concordia; supponeteli abbastanza forti per ottenere innumerevoli conciliazioni,per riparare mille torti, per render giustizia agli oppressi; supponeteli protettori, conservatori come devono essere secondo il dato primo del Papato e dell'Impero: le citt riporteranno vittorie che non saranno vittorie; le-sconfitte non saranno sconfitte; nessuna guerra riuscir ad alcuna soluzione; tosto ottenuto un vantaggio bisogner rialzare le torri spianate, ricostruire le mura smantellate, riedificare le citt incendiate, restituire il territorio conquistato; e alla partenza del Papa deirimperatore e dei loro delegati, le cause della guerra sussistendo ricondurranno le citt al combattimento; si rimarr per secoli a battagliare in una casamatta, ai piedi di un bastione, sull'orlo di un fosso - per riportare mille vittorie inutili, per subire mille sconfitte sempre riparate. La guerra municipale che rimane dentro i confini della regione viene quindi ridotta al dualismo delle citt militari e delle citt romane costrutte le une a controsenso delle altre : di Milano e di Pavia la capitale di Alboino, di Mantova e di Verona la prediletta di Teodorico, di Bologna e di Ravenna la capitale di Odoacre, di Firenze e di Fiesole, di Pisa e di Lucca, di Roma e delle citt latine : anche il regno di Napoli si toglie all'analogia degli altri regni per seguire la legge delle citt italiane, funzionando come una gran citt cambattente con Palermo contro i rimasugli federali dei piccoli stati greco-longobardi. Questa guerra che oggi si considera come un disordine odioso era nel secolo XII un progresso, una rivoluzione, il primo passo delle citt per determinare i loro confini a nome della propria libert insultata e disconosciuta dalle vecchie giurisdizioni. Intanto Fed. Barbarossa,capo della rivoluzione vescovile in Germania, si propone di combattere in Italia la seconda fase della rivoluzione consolare, sopprimendo la libert della guerra municipale che insulta alla sovranit dell'Impero: e A. PrrraRI Giuseppa F. la sua reazione subisce vicende diverse secondo che si muove sulla terra delPantco regno o su quella del Papa o del regno normanno. Nell'Alta Italia diventa capitano municipale delle citt romane, manovrante da bandito con l'uniforme d* Imperatore, e invece di spegnere la guerra la conferma. Dopo i successi effmeri dovuti alle citt che lo secondavano nelle prime discese, vinto dalla Lega Veronese dalla Lega Lombarda e dalla fondazione d'Alessandria, accorda il diritto alla guerra sanzionando nel trattato di Costanza le due leghe di Pavia e di Milano. La battaglia di Legnano non  dunque una lotta repubblicana e nazionale dei liberi comuni contro l'Imperatore tedesco (1); ma una lotta fra le citt romane guidate da Milano  le citt militari guidate da Pavia, per ottenere dentro la gran giurisdizione dell'Impero la libert della guerra. La nuova rivoluzione, appena legalizzata dalla duplice repubblica europea del Papa e ddl' Imperatore, si diffonde dappertutto dando ad ogni nazione dei governi con missioni consolari : perfino nella Chiesa, che assalita da ogni parte prende al rovescio i suoi nemici colle creazioni consolari dei cardinali, dei concili, dei nuovi ordini francescani; e sostituisce la conquista vicina dell' Inquisizione alla conquista oltremarina della Crociata, e la scolastica di S. Tomaso e S. Bonaventura all'indisciplina dei Francesi e dei cappuccini. Cfr. J BRyCF. : lite Holy Roman Empire, London, Macmillan, Non si dichiaraTano prncipi repubblicani, n si faceva appello alla nazionalit italiana. La terza grande rivoluzione italica prende nome dai Cittadini e Concittadini e pa9sa per le fasi della guerra ai castelli e della guerra cittadina che provoca la creazione del podesta. La citt consolare, la quale non  altro se non un'oasi in mezzo alla foresta feudale del regno che copre ancora tutta la campagna inceppando il libero espandersi del commercio, una volta ottenuta la libert della guerra riflette che le citt rivali sono troppo radicate alla terra, mentre i nobili della campagna si presentano come vittime facili; e volta contro di loro l'impeto irresistibile della sua espansione economica e politica. Le citt romane specialmente combattono con furore contro la moltitudine dei feudatari che le accerchiano impedendo loro il respiro; e questa ultima rivoluzione che estende la libert alle campagne si presenta come la conclusione della gran guerra contro il regno, distrutto nelle sue sopravvivenze campagnole dei castelli. Nella Bassa Italia, che funziona come un gran municipio, la guerra ai castelli si confonde con la continuata guerra municipale di Palermo contro gli antichi centri, ultimi nidi di feudatari di sangue longobardo sognatori di sorpassate franchige aristocratiche. La soluzione della prima fase, vittoriosa della reazione, apre una nuova lotta. I castellani, naturalizzati e deportati per forza nel cuore della citt che loro impone l'odiosa legge dell'uguaglianza, si vendicano costruendo delle fortezze inteme, armando i loro servi, conquistandosi coil'oro la moltitudine che voltano contro il popolo e ricominciano un combattimento che come quello fra citt e citt non pu finire; perch il denaro  alle prese col denaro, la borsa colla borsa, la finanza colla finanza : i proprietari della terra (concittadini) sono almeno forti come i possessori deifabbriche (cittadini). La lotta fra il Papa e l'Imperatore si presenta ai cittadini e ai concittadini per riassumere ed eternizzare il loro combattimento: con la solita interversione d'alleanze i cittadini dell'Alta Italia seguono il Papa, quelli di Roma e delle Due Sicilie invocano l'Imperatore; al contrario i concittadini dell'Alta Italia seguono l'Imperatore, mentre quelli della Bassa Italia invocano il Papa contro Palermo. I torbidi continui, le prese d'armi improvvise, l'anarchia imperante, conducono alla creazione di un nuovo governo : i consoli nella loro qualit di capi dei cittadini come parti in causa non hanno quell'autorit imparziale che possa giudicare i due partiti, e lasciano il posto ad un nuovo magistrato nel tempo stesso giudice e capitano, ad una specie di dittatore annuale che si chiama podest. Preso all'estero e quindi superiore ai partiti egli stesso giudica e applica la sua legge con potere discrezionaro ma spirato il suo mandato  sottoposto a giudizio, e se trovato colpevole  condannato a multe a prigonia e talvolta alla morte. La reazione immancabile questa volta si semplifica. Il Papa  il protettore delle citt romane del Nord, T Imperatore  lui stesso il gran podest delle Due Sicilie : la reazione imperlale non opprime quindi che i sudditi diretti dell'Impero, mentre la reazione pontificia non percuote che i popoli della Chiesa. Federico II assale qua! console della Germania i podest della Lombardia, diventa capo dei concittadini delle citt romane e dei cittadini delle citt militari; ma dentro al laberinto incrociato delle inimicizie dualizzate si trova impegnato in un combattimento a cui l'equivalenza delle forze non permette nessuna soluzione ed  costretto a riconoscere col fatta della guerra interna la nuova rivoluzione. (Riv. d'ItaUa): Visto da lungi nella confusione del XIIl secolo, Federico inganna gli storici col suo doppio prestigio di console della Germania e di podest delle Due Sicilie, e vien considerato come un essere onnipoten-^ te che avrebbe potuto fare Tltalia come voleva; e la poesia, che segue le grandi figure della storia per trasportarvi di pianta i suoi sogni i suoi disegni le sue utopie le sue speranze o i suoi rimpianti, stende silenziosamente il dito sul gran Federico, quasi abbia seco perduto non si sa qual misterioso destino d'Italia. Ma ha perduto le tradizioni solo dei Gebelini, condannati alla demenza delle reazioni impossibili : il fatto della sua sconfitta non ammette n pentimenti n correzioni; egli resta qual' nel suo tempo nel suo giorno nell'ora sua, simile all'uno dei mille geroglifici che la stenografia della storia traccia con la rapidit del lampo per un'eterna immobilit. Utile al Mezzod, l'ultimo degli Hohenstauffen non poteva n essere il podest dell'alta Italia, n equilibrar runa coll'altra le due regioni del Mezzod e del Nord, n reggere tutta la penisola con un potere di screzionaro e profressivo; le nozioni stesse di compensi, di equit giudiziaria, di discrezione politica o di despotismo beneflco erano anticipatamente eliminate dal progresso dalla vita e dalle rivoluzioni delritalia, che si svolgevano diverse variate affrazionate da cento stati contradittori, la cui suprema felicit era di rovesciare il Papa o Tlmperatore. Il male fatto a Firenze non era compensato dal bene fatto a Lucca, un'umiliazione di Milano non toglievasi con alcuna indennit concessa a Pavia. Un podest unico regnante a Palermo a Roma ed a Milano; un regno unitario improvvisato ed esteso a tutta la penisola; una sola dominazione imposta d'un tratto all'antico regno ed alla donazione, ai conti, ai marchesi, ai cittadini, ai concittadini ed alla Santa Sede sarebbe stata come una montagna sovrapposta a tutte le montagne, una devastazione inaudita di tutte le libert, una esagerazione iperbolica del regno dei Longobardi, un cesariato neroniano che avrebbe d'un tratto fermata e inaridita la civilizzazione dell'Occidente. E come mai l'uomo che non poteva evitare la sua sconfitta decretata dai secoli avrebbe potuto riportare una simile vittoria? Dove avrebbe preso le sue frze? I suoi stessi pensieri partivano dal basso come la libert generale... Al certo l'elevazione non mancava a Federico; e fissando lo sguardo su lui, a traverso i delitti della corona, lo spettacolo dell'Impero e la commedia estema delle pompe, si scopre quell'irrefrenabile arditezza che si manifesta sempre m tutte le epoche della storia; nel momento delle grandi rivoluzioni, quando gli eroi nello spasimo Cfr. P. VlLLARi. L Italia da Carlo Magno alia morte di Arrigo F/Z-MUbo, HoepU* N*to in un secoio di disordini e di contradioDi le quali spesso in Ini si pCTSonJlicaroiM>, chiamato a Kovemare regioni cba come hi G^mania V lulia meridionale e U aellatttcieiiale avrebbero richiesto una politica diversa un indirizzo qualche veka addiritura opposto, pi volte egli disfece con una roano ci che aveva costruito con 1' altra. del dolore dimenticavano un istante di essere tribuni re imperatori, per chiedere alla natura e agli astri se pu darsi un esito ragionevole alle pazzie deirumanit. Egli si rivolge ai sapienti dell'Islamismo, per cercare delle verit che la sua religione gli vieta di conquistare; li turba colle sue orgogliose interrogazioni su Dio, sull'anima, sulla provvidenza, sulla vita futura. Qualche volta, stomacato dalla furberia dei miracoli cristiani, si direbbe che sogna un califato d'occidente, col quale la ragione gli renderebbe la met del potere ceduto da Carlo Magno alla Chiesa. La tradizione profana lo segue appassionatamente e, guerreggiando con le calunnie cattoliche, gli attribuisce confusamente il pensiero di voler regnare quale podest delle tre religioni che si contendono la terra; essa gli fa dire che Mos Ges Cristo e Maometto sono i tre grandi impostori dell'umanit, che ingannano i mortali, che seminano sulla terra il furore delle crociate, che bisogna domarli e dominarli; e che ci dev'essere qualche cosa ad essi superiore, non fosse altro un etemo sonno, per calmare la ragione oltraggiata dai pontefici dagli ebrei dai cristiani e dai musulmani. Porse, nel suo disprezzo per i commedianti di Roma, nel suo amore per i Romani e per i castellani minacciati dal fuoco della moltitudine e dell'inquisizione, pensava egli ad una rivoluzione religiosa; nel mentre che numerosi insensati si attendevano a vedere trasformato l'universo da un incanto che rovescerebbe la tirannia imperiale. Ma nelle alte regioni del potere il libero arbitrio del pensiero, che si fa strada in mezzo alle pi astratte possibilit, non serve che a rivelare di rimbalzo tutta la forza della fatalit. Sciagurati i Cesari che lottano coi pontefici! Essi sono obbligati di parere ancora pi religiosi degli altri; devono imporre il silenzio l'obbedienza la cecit, e farsi ipocriti impostori e persecutori di ogni filosofia; perch la moltitudine adora i suoi preti i suoi ierofanti i suoi mistificatori, essa si nutre di favole di iperboli di miracoli questo  il suo pasto; e non sacrifica i suoi capi pi assurdi se non agli uomini che le promettono con maggior energia di continuarne gli errori. Podest occulto di tre religioni, Federico IIgemeva sotto il peso occulto di una filosofia che lo condannava a dissimulare il suo pensiero, a dirsi cattolico, ad abbruciare gli eretici e a disprezzare lumanit. Viceversa nel regno delle Due Sicilie la reazione  guidata dal Papa, che come console dei concittadini del Mezzod assale con le armi della rivolta federale e della superstizione cattolica il suo vassallo Federico 11 supremo podest, ma  vinto nel momento stesso in cui trionfa nell'Alta Italia. E la sua sconfitta si ripet a Roma, che organizzata a forma repubblicana lo obbliga a cedere di fronte a Brancaleone dell' Andalo podest bolognese. La libert della democrazia della sedizione e delle battaglie si svolge in tutta l'Italia proclamando il grande interregno, e si diffonde per tutta l'Europa e anche nella Chiesa dove i dottori combattono come cittadini e concittadini prendendo al rovescio gli stati, finch il Papa diventa il giustiziere universale di tutte le dissidenze presenti passate e future come un podest mitriato. Ma nemmeno il podest poteva durare sulla Il possesso del regno di Sicilia lo metteva nella falsa posizione di un vassallo resistente al sno legittimo sovrano. BRyCE : Iloly Roman Empire, pag. 208. scena un tempo maggiore di quello concessogli dal fato della rivoluzione^ la quale entrava nella nuova fase dei Guelfi e Ghibellini che si divide in periodo delle sette e dei tiranni, al momento in cui la guerra civile straripava al disopra del governo pacificatore e i combattenti disprezzavano gli ordini del podest. Chi sono questi furibondi che si scannano a vicenda proprio adesso che il grande interregno li libera alle lofo tendenze, permette ai Lombardi di adorare il loro Papa, ai Meridionali di venerare il loro Imperatore? Essi non derivano dal Papa e dall'Imperatore non sono altro che le due sette dei cittadini e dei concittadini che rinascono con duplicato furore, per darsi delle sempre nuove battaglie al seguito della quale una met degli abitanti deve prendere la via dell'esilio. I cittadini delle citt romane sono guelfi, all'opposto dei cittadini delle citt militari di Roma e del Regno delle Due Sicilie : i concittadini delle citt romane sono ghibellini, mentre quelli delle citt militari di Roma e del regno sono guelfi. Con una guerra tutta sociale figli di una stessa citt, essi combattono per conquistarla non per distruggerla; riconoscendo per la prima volta l'unit i Cfr. Volpe : Pisa, Firenze e Impero in Studi storici. Pisa: I-e varie cagioni delle lotte interne ed esteme dei conuni sono al di fuori di Papi e di Imperatori, e indipendenti dalle cagioni che questi aggiungono di proprio quando si mescolano nelle gare dei comuni: quelle preetistono a queste e sono le vere arbitre della storia d' Italia del Medio Evo, a cui le due podest servono pur illudendosi di comandare. deale della nazione si stringono in alleanza coi settari del loro stesso colore, onde tutta la penisola  corsa come dalla rete di una circolazione di vene e di arterie moventisi a controsenso. Pari  la forza degli interessi, pari la forza delle idee; la lotta adunque nel complesso della nazione  eterna e senza soluzione come una antinomia metafisica; ma prende possesso delle contradtzioni della guerra municipale, secondo la legge che dopo una minore o maggiore alternativa di espulsioni fa inclinare sempre la vittoria a favore dei cittadini, del popolo : dei Guelfa quindi nelle citt romane, dei Ghibellini nelle citt militari. Essa allarga ancora la libert nazionale dentro il patto di Carlo Magno, istituisce un nuovo popolo pi numeroso dilatando la democrazia, e mira a creare secondo il tipo ideale formatosi con la generalizzazione delle sue due tendenze una nuova Chiesa democratica e un nuovo Impero legale. Minacciato dalle due sette che fanno traballare il suo ux)no, il Papa non pu regnare a Roma se non facendo un passo indietro per fermare la rivoluzione, chiamando Carlo d'Angi alla conquista della Sicilia affinch domini come un podest imparziale sulle sette italiane. Ma Carlo diventa guelfo prima d'aver visto l'Italia e la reazione papale  sconfitta. Questo orribile sconvolgimento  rivoluzionario, cio benefico e liberatore : dirocca innumerevoli castelli sfuggiti alla guerra consolare, estende la libert alle arti ai mestieri alla plebe, compensa il decadimento delle citt militari col fiorire delle citt romane arricchite dall'industria e dal commercio, rivela attraverso il collegamento antitetico delle sette Tunit nazionale, e d due linguaggi due poesie due nuove religioni all'Italia. Il francese, lingua guelfa adottata dall'aristocrazia popolare delle citt romane, bilancia l'italiano coltivato dalla corte ghibellina di Federico II e di Manfredi, artificiosamente scelto dai dialetti di tutte le citt; finch viene a trionfare la nuova lingua guelfa della democrazia di Firenze. Il periodo dei Guelfi e Ghibellini entra adesso nella seconda fase dei tiranni. Il tiranno  il capo di una delle due sette che gli concedono un potere dispotico sacrificando la loro libert quasi feudale nell'interesse della vittoria: esso compensa la violazione di tutli i diritti acquisiti coi favori prodigati alla moltitudine e colla condotta vittoriosa della guerra estema, e per la prima volta rappresenta la terra sotto una forma individuale. Ma, capo di un partito destinato dall'equilibrio delle forze ad alternare te sconfitte con le vittorie, si avvia anch'egli ad una catastrofe certissima. Le citt che non entrano nell'era dei tiranni si contorcono nelle angosce della guerra civile non ancora disciplinata imbrigliata e mitigata, e in ritardo di una generazione nel corso della civilt sono sorpassate dalle rivali come Firenze che rifiuta un tiranno guelfo in Gian della Bella, o son costrette a ricorrere a tiranni stranieri come Brescia o^ Piacenza fondate sul tiranno di Napoli. Bonihido Vili minaeciato tenta la reazione opponendo la guerra pura e semplice all'ordine nasceme delle tirannie, per suscitare attraverso alla penisola un ondulazione guelfa che distrugga le tirannie ghibelline; e ricorre a Carlo di Valois. Lo scaglia Contro la Sicilia ma uivano : in tutte le citt i Guelfi si trovano senza capi senza riputazione senza potere e disonorati dall'invettiva immortale della Dmna Commedia. Invocato da Ghibellini d'Italia arriva infine Arrigo VII, che in ritardo come la sua patria di due rvduzioni non vuole essere n guelfo n ghibeliino; e guida quindi una reazione opponendo ai furori delle tirannie la pacificazione sorpassata del podest. Ma appena messo il piede sul suolo fatale ditalia, come i suoi predessori vien preso nell'ingranaggio politico delle inimicizie, costretto a diventar ghibellino, e muore sconfitto e si dice avvelenato dall'ostia guelfa dei monaci di Buonconvento, dopo ruminazione di Roma e l'affronto di Roberto di Napoli. La rivoluzione dei tiranni penetra infine nel patto di Carlo Magno colle teorie antitetiche di S. Tomaso e di Colonna, di Tolomeo da Lucca e dALIGHIERI (vedasi), che propongono come stato modello gli uni la tirannia guelfa gli altri la tirannia ghibellina. La Divina Commedia  la grande epopea della tirannia ghibellina trasportata nell'universo soprannaturale, dove Dio sostiene la parte del tiranno supremo; Dante  il poeta del terrore, dell'odio, della rabbia, dell'esterminio sanzionato dalla necessit su^ prema di salvare il genere umano; che da per tutto immola sacrifica consacra i Guelfi del suo temp ad una eterna infamia, pur accettando tutta la democrazia guelfa del passato. La rivoluzione vittoriosa si diffonde per tutta l'Europa; si riproduce nella Chiesa grazie a Bonifacio Vili e ai suoi successori d'Avignone; penetra nei conventi colle esplosioni guelfe e ghibelline dei domenicani tomisti e dei francescani scottisti, nelle scuole coi realisti e nominalisti, e perfino nell'altro mondo dove si vogliono scacciar gli angeli dal cielo per ristabilirvi i demoni dell'inferno. A un certo momento il tiranno s'accorge che per regnare deve sfuggire alle ondulazioni guelfe e ghibelline, stabilendo il regno dell'imparzialit col disarmo colla corruzzione o con la distruzione dei settari nobili e repubblicani, nell'interesse dell'agricoltura dell'industria e del commercio che vogliono ora la pace. Il reggimento repubblicano gi compromesso dai tiranni viene quindi abolito dai Signori che regnano da despoti colla forza della intelligenza, sfuggendo di traverso al Papato e all'Impero senza prenderli mai di fronte; finiscono le guerre ai castelli e le guerre municipali fin qui insolute, dando predominio alle citt progressive romane; si estendono colla forza della necessit, migliorando la sorte delle citt conquistate trattate coll'imparzialit usata verso le due sette; e sempliflcando la geografia delle due Italie, utilizzano ormai direttamente il Papa nel Sud quasi guelfo e Tlmperatore nel Nord quasi ghibellino (Avvento dei Signori). Traviati derisi traditi dalla giurisprudenza che dimostrava in qual modo si poteva vivere nello stesso tempo nei due campi o passare sapientemente da un campo all'altro; i Guelfi e i Ghibellini non avevano altro mezzo che d'invocare ^ uni il tiranno d'Avignone gli altri il- gran tiranno dell'Impero, per disfare con una reazione generale le nuove costruzioni delle signorie imparziali. Ma la signoria definitivamente vittoriosa di tre reazioni, una papale una imperiale e una combinata, penetra nel patto di Carlomagno, mentre i giureconsulti proclamano per la prima volta la sovranit popolare di ogni nazione astrazion fatta dalla Chiesa e dall'Impero. Nella seconda fase della Prosperit dei Signori a regno dei furfanti benefci si propaga in tutte le citt : le terre pi timide, i centri pi disgraziati, i villaggi pi infelici vogliono crearsi dei capi al di fuori dei vecchi partiti: ogni citt prende definitivamente il posto che le era stato indicato dai vescovi durante la rivoluzione del 1000: indi l'importanza di Milano, la petulanza di Verona, l'inferiorit della Toscana e del Mezzod. La signoria di Milano era frattanto giunta a tanta potenza cfie provoc per contraccolpo la reazione di una federazione repubblicana pontificia e imperiale, in cui le citt minacciate dalla voracit dd Biscione si alleavano coi poteri retrogradi per difendersi. Ma Tltalia ben presto lasciava a s i suoi capi retrogradi e la reazione finiva colla catastrofe dell'Impero, sceso con Carlo IV alTimperdonabile bassezza di farsi mercante di dijplomi; e col gran scisma della Chiesa divisa fra Urbano VII quasi ghibellino e Roberto di Savoia, che coi loro vicendevoli anatemi liberavano la ragione individuale dalle catene della religione. La terza fase del periodo dei signori  dominata dal dualismo fra Milano e Firenze. Un nuovo progresso inalza Milano, dove per cancellare ogni rimembranza di atrocit tiranniche Galeazzo tradisce Barnab suo zio. L'ambizione illumina i cronisti milanesi e suggerisce al Mussi Tidea di sopprimere la dominazione temporale della Chiesa per sottomettere T Italia all'unica signoria dei Visconti. Ma quest'idea trasforma la signoria milanese benefica e rivoluzionaria lungo il suo raggio legittimo in un flagello per il resto della penisola, ed obbliga Firenze a difendere la liberta le leggi le tradizioni e le federazioni dei popoli italiani. Da quest'istante tutti i fenomeni della nazione si spiegano col contrasto fra Milano e Firenze, che si riflette nelle due rispettive scuole dei cronisti. Ma la vera Italia si trova superiore al contrasto, rappresentata dal Petrarca da Bartolo e da Boccaccio, che tradiscono il Medio Evo a profitto dei moderni e impersonano l'empiet del nuovo scisma: l'uno conciliando ogni contradizione col suo classicismo accademico feroce solo contro la Chiesa d'Avignone, l'altro liberando ' le nazioni dal gran patto papaie-imperiale per mezzo della romanit, il terzo sepelleiido le imposture del Medio Evo sotto le risate della sua novella federale. E* questo il momento in cui la bisantina Venezia esiliatasi fin dall'era dei vescovi toma nel sistema italiano. (Riv. d'Italia Dimenticata fino dalla caduta del regno, appena frammista qua e l alle battaglie lombarde e friulane come una terra secondaria e affatto straniera, quasi sconosciuta al Papa e all'Imperatore non meno che ai popoli e ai poeti d'Italia; si presenta d'un tratt ancorata a Rialto, carica di prede di ricchezze di simboli, simile ad una nave d'alta velatura che sarebbe entrata nel porto durante la notte, di ritomo da un lungo viaggio nelle regioni favolose d'Oriente. La signoria si propaga in tutta l'Europa, dove tutti gli stati capovolti dalla rivoluzione anteriore riprendono il loro atteggiamento naturale; e la Chiesa rinuncia alle lotte della scolastica fra i sostenitori dell'individuo e quelli del genere, per diventare ciceroniana ed eclettica ad imitazione del Petrarca. Le conquiste sociali e politiche della signora vengono adesso minacciate dalla Crisi militare. I signori avevano composto i loro eserciti di mercenari per disarmare i Guelfi e i Ghibellini e per tranquilizzare i cittadini tradizionalmente antimilitari; ma poich, affascinati dal demone della conquista vogliono mantenere eserciti superiori alla loro potenzialit economica, finiscono per fallire e per cadere in balia della plebe irritata e dei soldati insorti. La crisi si compie in tre tempi : prima la plebe insorgendo contro il flagello della miseria distrugge la signoria, risuscitando le forme politiche sorpassate della repubblica o della tirannia; poi vedendo che quella libert la ripiomba nelle demenze del passato accetta una nuova signoria, che limiti le sue ambizioni conquistatrici al raggio legittimo consentitole dai suoi mezzi finanziari. Il signore cosi ritemprato da una nuova consacrazione plebea si trova adesso di fronte al condotdere capo di una signoria volante di soldati su d'un territorio che non pu sostenerli tutti e due, bisogna che uno scompaia : ora  il condotdere che diventa signore come Francesco Sforza, ora  la signora che toglie di mezzo il condottiero come Venezia fa del Carmagnola. La garanzia dell'oro, l'unica che resiste ancora in mezzo alla derisione universale di tutti i principi, conserva tutto il lavorio dei secoli precedenti : la federazione italiana si semplifica colla vittorai dei gran centri romani sulle citt militari e le dualit invincibili; detronizzando diciassette dinastie e distruggendo diciassette indipendenze inutili, uccise dai poveri e dai plebei secondo la gran legge che da Carlomagno in poi sacrificava l'orgoglio della nazionalit alle necessit della democrazia, perch la fame  superiore all'ambizione delle monarchie e delle repubbliche. Indipendenti A. Ferrari Giuseppe Ferrari. nel fatto dal Papa e dall* Imperatore le signore secolarizzate si uniscono nella cdebre lega del 1484, in cui Milano Venezia Firenze Roma e Napoli, dichiarando di assoldare un condottiere a spese comuni, stabiliscono il principio di tutte le federazioni : di formare uno stato solo contro al nemico bench ogni stato resti distinto e sovrano nel proprio territorio. Le reazioni di questo periodo sono appena accennate e non servono che a confermare la rivoluzione flnanziaria. La quale si riflette nelle lettere, dove si ha prima la ricerca di tutti i valori, poi il rinascere delle opere originali con Lorenzo col Poliziano e col Pulci, che malizioso come un signore liquida il Papa e l'Imperatore senza contestare i principi del Papato e dell'Impero. E penetra inflne nella Chiesa la quale, assalita dalla ribellione federale del Concilio di Costanza, si rigenera all'imi tazione di tutti gli stati mostrandovi le scintille d'un incendio universale di democrazia, che presto avrebbe divorato tutti i re e i dottori protettori della libert e delle riforme; inventa la visione beatificata mettendo d'accordo l'Apocalisse e il purgatorio; e fa adorare un Dio che vende le indulgenze per rendersi visibile nei capolavori dell'arte. L'Italia aveva fin qui squassato la face ideale della rivoluzione; marciando alla testa della civUt essa creava man mano le nuove forme politiche. che diffondeva per mezzo del Papa e dell imperatore a tutte le nazioni d'Europa. Ma ecco che durante il periodo della Decadenza dei Signori la civilt trasporta i nuovi centri incendiari in un'altra nazione; e la Francia chiamata da Ludovico il Moro straripa improvvisamente con una espansione militare nellitalia, la quale sorpresa da questo imprevedibile progresso  costretta a difendersi restaurando il Papato e l'Impero che l'astuzia dei signori aveva quasi esiliato, e resuscitando le forze indigene delle sette guelfe e ghibelline che il tradimento dei signori aveva addormentato. Il meccanismo politico cosi adesso si rovescia : prima era l'Italia che trasmetteva all'Europa l'impulso delle sue sempre nuove forme politiche per mezzo dei poteri europei del Papa e dell'Imperatore; adesso  l'Euror pa che, mossa da un'altra nazione, per mezzo del Papa e dell'Imperatore trasmette il progresso allitalia. Succede un altro passo indietro quando l'Italia  costretta a mettere il Papa e l'Imperatore sotto la Spagna per difendersi dall'insurrezione germanica e federale di Lutero contro le sue rivoluzioni, contro la sua civilt passata attaccata nel Papa; che rappresentava tutto il suo lavorio religioso, la sua supremazia mondiale e che era pure uno dei due membri della federazione europea da essa creata (Riv. d'ItaUa) r Cfr. C. Balbo: Dciln stona d' Italia: Finiva V et del primato (qualunque fosse) d* Italia; iocominciava quella dei primati occidentali di Spagna, poi Francia, poi Inghilterra. L'eresia che aveva serpeggiato nel Nord fra le due patrie di Huss e di Wicleif reclamava anch'essa la sua espansione; le regioni che avevano respinto il giogo della centralizzazione dell'antica Roma si levano con nuovi Arminii, per respingere con le forze invisibili del pensiero l'unit pontifcia che era sottentrata all'unit conquistatrice dei Romani; i popoli la cui antica barbarie aveva imposto le sue federazioni nomadi ai Cesari, opponevano le nuove federazioni degli spiriti indipendenti ai demiurgo di Roma e al Cesare guelfo dell'Austria. II Nord dell'Europa sorgeva dunque alla voce di Lutero; ed 0gni individuo, diventato libero nel fro intemo della propria coscienza, formulava cento gravami contro la monarchia del . Pontefice e contro le rivoluzioni d'Italia che l'avevano creata. Si sorgeva dunque contro la prima rivoluzione, che in odio del re di Pavia aveva divinizzato i preti i vescovi e il loro capo; contro il prestigio magico che essi avevano messo negli antichi simboli dell'eucaristia, della messa e delle reliquie a confusione dei barbari; contro la santificazione dell'antica capitale con una gerarchia misteriosa che aveva umiliate tutte le citt regie; e contro la superstizione incendiaria che aveva dato all'ordalia, all'altare e all'acqua benedetta il potere di sottrarre i delinquenti ai tribunali ed i popoli ai re. Non si risparmi poi alcuna delle creazioni di Carlo Magno : n la separazione dei due poteri; n la donazione che faceva della Chiesa una potenza politica; n la penitenza che metteva i suoi giudici al di sopra di tutti i giudici, le sue sentenze al di sopra di tutte le sentenze; n la liturgia che propagava il culto col fascino dei canti, delle pitture, delle sculture sconosciute alla Chiesa primitiva; n il purgatorio che raddoppiava la distanza fra il cielo e l'inferno, per far luogo agli incanti delle preghiere clericali; n in una parola il pontefice che arrivava all'anno mille come un Dio fuori di Dio, vera ipostasi della giustizia divina e proconsole di tutti i proconsoli istituiti sotto il nome di primati. La devastazione luterana si estendeva a tutte le rivoluzioni posteriori : e proscrveva dell'era dei vescovi il celibato dei preti e tutte le riforme che fornivano armi spirituali temporali allunit pontifcia; dellera dei consoli gli ordini mendicanti, le feste imponenti, Tesaltazione dei cardinali, Timpostura regnante e rimplacabile inquisizione; delfera delle due sette i tomisti e gli scottasti, le ecceit, i flatus vocis, le dotte puerilit che profanavano Do trasformandolo in tiranno or guelfo e ora ghibeilino; del tempo dei signori il culto nell'atto stesso capriccioso, materiale, e abbandonato al despotismo della frase ai periodi ciceroniani e al pennello di artisti sostituiti alrinsegnamento degli apostoli; del tempo della crisi fnalmente si assaliva il delitto che riassumeva tutti i delitti e che consisteva nel vendere le preghiere le assoluzioni le indulgenze le dispense tutto, per far denaro con una religione gi materiale, e per moltiplicare cosi i capolavori che sostituivano ai miracoli di Crsto quelli delle nove Muse. Non si voleva pi ascoltare l'oracolo di Roma, le coscienze si rivoltavano contro la sua religione, le intelligenze contro i suoi dogmi, il pudore contro la sua morale. L'ira generale denunciava il sacerdote giudice confessore inquisitore funzionario e papista come un nemico del genere umano. Si chiedeva di vivere in una chiesa dove, ogni uomo diventato il proprio pontefice, la religione incatenata al senso letterale della Bibbia, tutto l'andamento divino ridotto alla stessa legalit di questo documento primitivo - l'opera arbitraria delle rivoluzioni italiane sarebbe definitivamente abolita come una epidemia satanica, e tutta la signoria di Roma maledetta come un sacrilegio commesso contro la libert del Vangelo. L'Italia non era mai stata pi violentemente oltraggiata : i Longobardi avevano rispettato la civilt romana, i Goti di Teodorico l'avevano protetta Lutero la fulminava; e se prima di lui si era declamato contro la nuova Babilonia, le si attribuivano adesso come delitti non solo i suoi vizi e le sue virt ma altres la sua grandezza e magnificenza. Gli Italiani difendono dunque il Papa e 1.Imperatore che rappresentano le loro rivoluzioni legalizzate, e questi si mettono sotto la protezione della Spagna per resistere al federalismo protestante dei luterani; mentre i signori rinunziano alla lega del 1484 che aveva congedato silenziosamente il Papa e l'Imperatore, e la nazione rinnova per un'ultima volta il patto di Carlo Magno colla Chiesa. La restaurazione di Cario V non era una reazione: delle rivoluzioni italiane rispettava nitto il lavorio geografico e sociale, ben differente dalle reazioni anteriori che pretendevano farlo ren*ogradare; essa venne quindi accettata. Leone X riassume e sviluppa la grandezza dei suoi predecessori, mentre gl'increduli del suo tempo si burlano della Chiesa e dell'Impero. L'arte e la scienza trasportano nel campo ideale la rivoluzione di quell'epoca. L'Ariosto ne riBette l'immagine nella sua poe^a dove nello stesso tempo deride ed ammira il Medio Evo, dove sono ammessi all'onore dell'arte tutti i contrari della politica e della religione ^uabnente ridicoli e venerabili, tutto il fantastico pagano e orientale non meno rispettabile delle favole della Chiesa e la sua arte che rappresenta ancora oggi l'indole italiana  imitata da tutta la letteratura. Il Machiavelli pu dirsi l'Ariosto in azione : volendo insegnare le norme della politica rimane vuoto e asirattOy mentre fonda la teora che determina le leggi secondo cui si svolgono tutte le rivoluzioni possibili. Cosi nella vita  malpratico improvido senza importanza, ma la sua fama si estende lentamente colle rivoluzioni ulteriori contro il patto di Carlo Magno colla Chiesa, man mano che l'umanit si svincola dalle credenze soprannaturali e si basa sul razionale. La nuova era politica della Rivoluzione protestante propagata dalla Germania consiste in un movimento che estende la fraternit umana oln*e assai la benedizione del Papa e la memoria di Roma e, conservando la distinzione dei due poteri che aveva inaugurato il regno del pensiero puro, la affida ad ogni individuo divenuto papa di se stesso una volta in regola colle leggi del suo stato. Essa si attua in forma opposta negli stati germanici e negli stati latini: nei primi individuale legale federale distrugge il potere di Roma confermando quello dei prncipi; nei secondi riforma le antiche dottrine della teocrazia romana, opponendo alla rvoluzione protestante la fraternit e la democrazia, le concentrazioni ispaniche e le centralizzazioni francesi. In Italia produce il tronfo degli stati ghibellini (Milano Genova Firenze Napoli) sui loro opponenti guelfi e francesi d'alleanza, e il sacrificio dei Ghibellini nella minoranza degli stati dove i Guelfi devon regnare (Venezia Savoia Roma). La rivolizione rinnova la letteratura col Tasso, il poeta della tenerezza che celebra la grande impresa cattolica della prima crociata; fonda la musica; e ringiovanisce la Chiesa coi Gesuiti e colle teorie della fraternit in opposizione alla libert protestante. La riforma appena vittoriosa  assalita da una reazione : cattolica e unitaria nei paesi protestanti, protestante e federale nei paesi cattolici, essa non fa che confermarla; sacrificando in Germania Wallenstein e in Francia gli Ugonotti; negli stati ghibeliini d'Italia i Guelfi francesi i Guisa i Vacchero, e negli stati guelfi i Ghibellini spagnoli d'alleanza come i 500 cospiratori annegati da Venezia. La letteratura nazionale sta per soccombere airinsurrezione dei dialetti; mentre che la ragion di stato liquida senza parere la religione e spegne il senso morale cogli scritti di mille mediocrit misteriose; e la filosofia d Bruno e T. Campanella : Tuno il martire del panteismo che afferma Punita della materia e la pluralit dei mondi; Taltro il rappresentante pi grande deiTutopia politica dei popoli latini esagerante alTinfihito la fraternit l'unit e il despotismo, contro l'utopia opposta che si svolge secondo Lutero colla forza della libert delle federazioni delle leggi. Il nuovo periodo storico che va dal 1648 al 1789 e che si potrebbe definire del Despotisma illuminato  guidato dalla Francia; la quale insegna a tutte le nazioni d'Europa l'indifferenza religiosa che secolarizza lo stato, la semplificazione del governo colla distruzione dell'indipendenza quasi feudale d'una nobilt costretta a modernizzarsi, l'impostura e la libert della ragion di stato nell'interesse delle moltitudini. Esso si attua in senso inverso negli stati monarchici e negli stati federali colla centralizzazione o colla legalit. In Italia la democratizzazione dell'aristocrazia viene diffusa negli stati ghibellini dall'Impero d'Austria, nei guelfi dall' imitazione della Francia. I politici della ragion di stato sospendono le loro cicalate, i poeti dei dialetti cessano dalle loro divagazioni, e le pompe dell'opera traducono il secolo di Luigi XIV nella lingua universale della musica diffusa dall'Italia a tutta l'Europa (Riv. d'Italia) : La nazione mantiene ormai la 3ua supremazia coirestatica inazione dei suoi cantanti. Non si affrettano mai : gli eroi si precipitano al combattimento colla misura dell'andante, il nemico fugge senza potersi staccare dalla scena dove l'incatenano i ritomeli, le tenebrose sorprese si svolgono con cavatine i cui accenti riempiono le pi vaste sale, si danno le pugnalate in battuta, le vittime cadono colle vibrazioni isocrone del trillo - e nessuno s'impazienta perch rartista coll'arco alla mano ha abolite tutte le leggi delle verosimiglianze. Ma contro la secolarizzazione d'Europa abbiamo l'immancabile reazione guidata dal cardinale Alberoni, che cupido di riconquistare alla Spagna i domini di Carlo V aiuta in ogni stato i vecchi partiti per distruggere il nuovo progresso. Ma il suo bieco disegno  distrutto in Francia dagli uomini della reggenza e dai filosofi delPenciclopedia, che diffondono in tutta l'Europa le idee del despotismo illuminato, mentre la Massoneria succede ai Gesuiti. In Italia l'Austria prende l'iniziativa delle riforme, il Regno di Napoli diventa indipendente, il Piemonte si ricostituisce e si estende; mentre le repubbliche rimangono indietro attardate dalla loro retrograda aristocrazia. La nazione rivela la sua grandezza nella filosofia con Vico, il quale colle idee del despotismo illuminato mette a livello tutte le societ e tutte le religioni; nella poesia con Metastasio il pi tenero nemico degli dei, e con Alfieri il tragico poeta della guerra che vuole tutte le idee alla altezza dei nuovi tempi {Riv. d'ItaliaDeliziosamente illusa da queste cantilene rimate [di Metastasio] che svegliavano gli echi di tutti i teatri d'Europa, la folla italiana fu un giorno sorpresa e si direbbe intimorita da un nuovo spettacolo che portava la sfida alle pompe asiatiche dell'orchestra. Senza musica, senza cori, senza strofe, senza rime, Alfieri fece salire i suoi attori su d'una scena squallida triste e nuda; e l quattro personaggi dalle figure astratte, impegnati in una azione unica stincata rapida, obbligata a giungere alla meta in ventiquattr'ore coli'orologio alla mano con un cadavere in terra e colla nuova moralit del vizio vittorioso e della virt sacrificata questi miserabili mezzi a controsenso di tutti i pregiudizi fecero Teffetto di un drappello d Spartani che fennassero Tannata di Serse. Il melodramma ne ricevette uno smacco irreparabile, i suoi pomposi personaggi furono scompigliati, i loro gemiti sospirosi si fermarono subito; nessun poeta succedette a Metastasio; i maestri rimasero soli con taluni poeti pagati, con libretti insignificanti, con parole vuote di senso che si chiamano ancora in oggi le parole e la poesia lasci per sempre le rime effeminate, le pugnalate fantastiche, le virti ridicolmente languide e i cantanti castrati delle cappelle principesche. Perch Alfieri faceva finalmente vibrare la corda della guerra, sconosciuta a tutti i drammaturghi dagli Arlecchini fino ai poeti cesarei. Pi nuovo di Dante, pi moderno di Shakespeare, egli inventava dei personaggi poetici per formarne dei veri; nuovo Orfeo voleva destare la libert nazionale, che nella sua immobilit secolare non sapevasi ornai come intendere. I cicisbei impallidirono, lo spasimante il patito il cavalier servente ed anche il signor marito si sentirono ridicoli, le civette si morsero le labbra, gli abbati si accigliarono, i patrizi dalle code impdverate si guardarono intomo, e i capitani capirono che si poteva morire alla guerra. Il fuoco sacro di Parnaso rendeva la scena inviolabile al cospetto del governo, la tragedia penetrava nei gabinetti, qualche volta esiliata dalle scene investiva il lettore a casa sua e i suoi spettri inattesi gli intimavano di spogliarsi del vecchio uomo, di levarsi, di pensare. L'ultimo perodo storco, non ancor chiuso quando il Ferrari scriveva,  quello della Rivoluzione francese. Il suo principio consiste nella divulgazione dei misteri del despotisir.o illuminato per modo che il razionalismo libero pensatore trionfi presso tutti i popoli, neiristimzione del codice che uguaglia politicamente tutti i cittadini, nell'avvento della propriet borghese figlia dell'industria e del commercio. La rivoluzione francese ricorre alla forma repubblicana antipatica alla nazione come a strumento di distruzione, finch Napoleone trasporta nella forma tradizionale dell'assolutismo il contenuto nuovo, l'ultimo progresso; e lo diffonde con le armi a nitta l'Europa dove l'esordio  quindi assolutistico e la conclusione libera. Cosi la Germania dal despotismo della conquista napoleonica necessaria per trasmetterle la rivoluzione torna alla sua federazione quasi repubblicana, alle speculazioni astratte, aUa libert della sua arte; 1 Austria ritorna alla patema democrazia e alla burocrazia meccanicamente esatta; l'Inghilterra aveva gi avuto nel suo territorio la esplosione che creava gH Stati Uniti anticipando le idee della rivoluzione francese; ma la Russia copia il progresso francese direttamente coli' assolutismo degli Czar. L*ltalia si volge alla Francia per distruggere Papato e Impero a Une di acquistare il nuovo progresso; e ad una prima tenue succede una seconda pi radicale trasformazione all'unitaria, Anche conquistati i principi nuovi ritoma con lavorio lento alla sua tradizionale federazione. Al solito la rivoluzione francese  assalita da una reazione, che impone alla Francia la libert costituzionale della dinastia borbonica, e viceversa air Europa il despotismo; ma essa si avviticchia alle forme stesse della reazione per combatterla e sconfiggerla, in Francia colla repubblica che conduce al governo assoluto di Napoleone III, presso i suoi avversari col ristabilimento delle libert costituzionali. In Italia abbiamo pure assolutismo al rovescio della Francia; ma assolutismo che  costretto a diffondere il contenuto della rivoluzione, a far riforme amministrative, ad appellarsi alla moltitudine che tenta di voltare contro i liberali. Per la nazione volle scuotere questo odioso giogo dell'assolutismo e alla rivoluzione di febbraio corrispose l'esplosione unitaria del Piemonte accettata per riformare il Papa e l'Imperatore; finch la religione e la politica federalista si volsero contro Carlo Alberto, che trasformava la guerra di libert in guerra di conquista interna non legittimata nemmeno dalla vittoria napoleonica, e da Villafranca a Novara si distrusse un regno immaginario a profitto della federazione italiana. Ma il progresso  richiesto tanto all'Austria costretta alle riforme e bilanciata dalla Francia, quanto al Papato compromesso politicamente dalla doppia occupazione dei due imperi rivali. Tutti i governi cedono ai principi deir89 per il rumore confuso delle nuove idee che attaccano la propriet. E dalla lotta fra la religione e la filosofia, fra i preti e i tribuni scaturisce il progresso; secondo che gli uni o gli altri, essendo detronizzati, trovansi nella necessit di proporre una pi vasta democrazia per risalire al potere. Il sunto a bella posta diffuso che noi abbiamo steso tessendolo spesso di frasi e perodi dell'autore baster a dare un'idea adeguata della importanza unica di quest'opera, in cui il Ferrar dispiega netta la sua incomparabile grandezza di storico. Per averne la misura paragonate la sua storia d'Italia, non dir con uno di quei manuali in cui i fatti e i personaggi sono infilzati l'uno dietro all'altro come una corona di nocciole, ma anche coi libri di coloro che vanno per la maggiore fra i moderni : con la voluminosa storia politica d'Italia pubblicata dal Vallardi, o con la storia del Villari, che passa per il migliore dei nostri storici viventi, in corso di pubblicazione adesso presso Hoepli). Anche per una persona di quelle cosidette colte che frequentano le societ di lettura e fondano le universit popolari la storia, secondo l'idea che ne ha portato dal liceo,  come una fantasmagoria irragionevole, che sarebbe comica se non stillasse il sangue di innumerevoli vittime. II capriccio la pazzia il caso sembrano movere questi innumerevoli fantocci di un dramma senza processo e senza scioglimento; dove si vedono degli individui che si scannano senza ragione, delle nazioni che si combattono senza sapere il perch, delle invasioni barbariche piovute dal cielo, e sopratutto una incessante lotta intema dei popoli Lf' /mvfsi'oni barba r'hf, Milano, Hoepli; L' Ita^ Ita da Carlo Magno ad Arrigo VJJy id., contro i governi che pare non proporsi mai uno scopo, fatta per para cattiveria. Pur troppo molti manuali di storia sembrano scritti da gente che la pensa cosi! Ma anche molti degli storici pi elevati, pi scientifici diciamo, mancano del metodo interpretativo in una maniera impressionante. La loro storia, costretta a rimanere attaccata ai personaggi ufficiali per avere almeno una unit apparente,  un seguito di biografie e di raccontini legati gli uni agli altri dalla meccanica successione cronologica o da metafore vuote. A quel modo che i letterati seguaci del cosi detto metodo storico che  per eccellenza il metodo antistorico credevano che la critica avesse esaurito il suo compito, una volta dimostrato che la tal canzone del Petrarca era stata scritta nella tale occasione per quel tal personaggio; cosi molti storici credono ancora che il lavoro della storia si limiti a mettere in sodo se un tal fatto pi o meno particolare  accaduto in quel dato modo, se quella data istituzione politica era costituita cos e non altrimenti. Ma come di fronte a quei pseudo-letterati la critica afferma la necessit di completare e integrare il loro lavoro da puri manuali della letteratura con la ricostruzione con l'interpretazione col giudizio; cosi contro questa specie di positivismo storico non sar mai abbastanza forte affermato che la storia non deve limitarsi alla descrizione estema dei fatti, ma li deve interpretare spiegare resuscitare, collocare in una lnea di sviluppo per cui si veda sotto alle apparenti fermate o alle parziali decadenze lo sviluppo continuo e progressivo della civiltil umana. Sta bene la ricerca del documento nuovo: noi non proclamiamo affatto inutile questo lavoro che  anzi la base necessaria su cui si deve svolgere il lavoro veramente storico, ma affermiamo che il documento di per s  inutile se non  usato, che  muto se non vien fatto parlare, che deve essere bruciato per rischiarare la storia; la quale non  soltanto, la Dio grazia, scovamento e pubblicazione della nota della lavandaia di Alessandro Manzoni o degli avvisi di fiere del comune di Simifonti, ma  narrazione dello sviluppo civile dell'umanit. Non basta raccontare un fatto come  avvenuto; bisogna penetrare al di sotto della sua superficie squallida o brillante per ritrovarne l'intima ragione; bisogna i fatti singoli sgranati collegarli colKunit d'un principio che  il loro motore e la loro spiegazione; bisogna il succedersi dei diversi principi, dei diversi sistemi sociali dimostrarlo dominato da una legge di continuo sviluppo, di progresso continuo. Or bene l'opera del Ferrari  un modello incomparabile di storia interpretativa, di storia cio vera. Di pi, il Ferrari  uno storico completo. Cfr. T. B. Macaulay: History in Miscellaneous WriiififTi Longmans, Green and Co.. London: Nella invenzione sono dati i principi per tro%'are i fatti, nella storia sono dati i fatti per trovare  principi; e lo scrittore che non sa spiegare i fenomeni ueualmente bene come li narra compie solo una met del suo ufficio. I fatti sono semplicecernente la scoria della storia.  dall' astratta verit che li penetra e sta latente fra essi come 1oro nel minerale che la massa deriva tutto il suo valore. Storia vera  la narrazione e interpretazione di tutta l'attivit umana, quindi non semplicemente della politica ma anche della artistica e della filosofica; perch l'uomo  uno in nitte le sue manifestazioni. Lo storico completo deve dunque dimostrare come tutta l'attivit umana di uno stesso periodo abbia unit di caratteri, come arte e filosofia e politica siano tutte dominate da uno stesso principio storico; questo, come abbiam visto, il Ferrari fa; giudicando inoltre senza pregiudizi di aorta l'arte dal puro punto di vista estetico, il pensiero dal puro punto di vista filosofico. Ma la sua dote migliore  quella di essere totalmente libero dai pregiudizi della morale miope dei buoni padri di famiglia, che vorrebbero ridurre la storia a qualche cosa come un dramma a fine morale, con l'obbligo del n*ionfo per personaggi dotati di tutte le sette virt cardinali e teologali. Nulla di pi noioso che gli scritti di certi signori, perpetuamente scandalizzati di fronte alla vitalit umana potente nei vizi come nelle virt, perpetuamente predicanti contro le orge di Nerone o le crudelt della Rivoluzione francese, ridotti alla disperazione di dover ricercare a forza dentro i fatti ribelli il trionfo della loro moralit di scomunicare il 90% della storia. (La Chine) : Non c' niente di meno storico che Io scopo morale perseguito s ostinatamente da certi storici, i quali trasformano la storia in una specie di catechismo. Essa al contrario ammette tutti gli scioglimenti : A. F, Giuseppa F.ora tragica, ora comica, a volta indulgente e crudele, non si incarica di punire di ricompensare alcun eroe; e domanda senza fine dei tiranni dei condottieri dei martiri degli stolti delle vittime. Perch si vorrebbe qui ch'essa s'inchinasse davanti a un innocente, l che s'irritasse contro un malvagio, e che si sostituisse a Dio per ricompensare gli uomini secondo il loro merito; che fosse in una parola edificante per le madri di famiglia e per i bambini poppanti! Che l'arte debba essere giudicata da! puro punto di vista artistico, la fliosofia dal fllosoflco, si  finalmente cominciato a capire : pare che non si sia invece capito ancora che, per intendere e giudicare la storia, bisogna mettersi da un punto di vista superiore a quello della propria moralit individuale e contingente. La storia  un tessuto di azioni pratiche, che io posso quindi giudicare sia dal punto di vista economico che dal punto di vista morale; posso cio determinare se l'azione di quel dato individuo fu prodotta puramente da fini individuali, da Ani universali. Devo ad ogni modo ricordarmi bene che la moralit  formale, che  morale quello che l'uomo crede e sente morale; devo quindi rinunziare alla mia rivelazione morale come direbbe F. per rimettermi nei panni dell'individuo che pretendo sottomettere al mio tribunale; e non portare le idee del secolo XX nel secolo V avanti Cristo, e non giudicare il Valentino coi criteri con cui si giudica un onesto impiegato municipale padre di numerosa prole. Ma lo storico non deve limitarsi a mettere in sodo seVisconti trad lo zio Barnab per pura libidine di regno o per beneflcare i suoi popoli, liberandoli dall'ultimo vestigio della tirannia a nome di una pi completa imparzialit; anche nel caso del resto piuttosto raro in cui fazione sia determinata dal solo interesse individuale, lo storico vero deve saperci discernere il bene, quel bene che l'individuo non cerca e non cura ma che il destino gli impone di compiere, e che solo permette alla sua azione di essere e le d un senso. Cosi si viene veramente a dimostrare che la storia  il trionfo della moralit, che non  quella degli storici pudibondi; della moralit che non esiste senza il vizio perch appunto  lotta contro il vizio; della moralit che si vale per i suoi fini di tutti gli istinti, di tutte le passioni, di tutte le colpe dell'uomo, condannato dal destino ad essere sempre e dovunque angelo e bruto. E veniamo ora a giudicare il valore della interpretazione concreta. Pensate che ai tempi del Ferrari la piti importante storia d'Italia era il Sommario di C. Balbo (1), il quale in fondo non  molto superiore ad un manuale scolastico, come del resto riconosceva l'autore stesso: Finch non avremo un grande e vero corpo d storia nazionale, da cui si faccia poi con pi facilit Ediz. definitiva: Firenze, Le Monnier, iS^n, ed esattezza uno di quei ristretti destinati ad andar per le mani di tutti, o come si dice un manuale; k> non so se mi ingannino le mie speranze di scrittore, ma tal mi pare possa esser questo e dove lo sguardo dello storico  velato dal pregiudizio deirindipendenza. Con le Rvolutions d'ItaUe di E. Quinet (2) l'opera del Ferrari non ha altro serio punto di contatto che l'identit del titolo, del resto ormai classico (3). Se qualche vaga somiglianza di concezione ci si trova (l'Italia spiega l'Europa la sua lotta  per la libert non per l'indipendenza Venezia  estranea alla vera Italia) si tratta di osservazioni ormai comuni fra gli storici, o gi anticipate dal Ferrari stesso nei suoi saggi sull'Italia anteriori al 1848 (4). Non parliamo degli storici anteriori di cui il Ferrari stesso mette in luce nella prefazione all'opera sua la deficenza interpretativa, per cui alcuni volevano spiegare l'Italia col principio dell'Impero (Dante, Mussato) e altri con quello della Chiesa (Baronio, Rajnal, Fleury), alcuni ridurla sotto la forma politica dei principati (Guicciardini) e altri sotto quella delle repubbliche (Sigjmondi). Ma chi ha mai ancora oggi sessant'anni dopo vistq con tanta giustezza e profondit, giudicato da tanta altezza, narrato con tanta ala di poesia e forza di rappresentazione la storia d'Italia? (i) e. Balbo : Della storia tf Italia, Bari, Laterza, Paris, Dagnerre Cfr. Le Rri*oluziom d" Italia di C. Denina Cfr. D. LiOV: G, Ferrari ^ Torino, Pomba 1864, pag. 88. Chi potrebbe oppugnare la scoperta da lui fatta del ststema politico italiano impiantato sulla gran repubblica papato-imperiale che ha fatto dell' Italia una nazione senza confini, perch possa diventare U centro d'Europa che irraggia le sue continuamente nuove creazioni politiche a tutti gli stati? Solo questa idea pu dominare e spiegare coU'unit d'una legge la esuberante variet delle forme politiche che prende lo spirito italiano, scisso nelle due eteme antitesi dei Guelfi e dei Ghibellini. E solo quando si parta dal concetto che gli Italiani lottano non per l'indipendenza che sottragga la nazione al patto papaie-imperiale, ma per la libert e per il progresso sociale, non per distruggere ma per riformare la repubblica dualizzata che  la loro franchigia; diventano intelligibili le innumerevoli battaglie che ebbero il loro campo fra le Alpi e il mare. Non contro il Papa e l'Imperatore che proteggono la sua libert dal pericolo d'un regno, che danno alla nazione la gloria di essere il centro politico di tutta l'Europa, combattono i suoi Guelfi e i suoi Ghibellini per conquistare il lustro vano di una gretta indipendenza chiusa nei suoi confini; ma per riformare il Papa e l'Imperatore e costringerli ad ammettere grado a grado nel loro patto il progresso sociale delle nuove forme politiche create dalla forza rivoluzionaria ddlitalia. Il po^ polo italiano  il gran protagonista che adopera i Papi e gli Imperatori, imponendo loro le parti che devono recitare sulla scena mobile ddla storia; che distrugge o chiama gii stranieri, sfrutta tutte le invasioni, maneggia Francesi e Tedeschi come strumenti per conquistare una sempre pi larga democrazia. Tutta la gran guerra delle rivoluzioni italiane si riduce, come per Vico la guerra intema della repubblica romana, a un contrasto sociale del popolo con l'aristocrazia; che diventa anche contrasto di razza perch il popolo  italico e romano, l'aristocrazia  formata dai Goti dai Longobardi dai Franchi da tutti gli invasori e dai loro discendenti. Ltt gran guerra contro il regno barbaro estemo dei Goti e Longobardi e contro il regno barbaro intemo dei Berengar e degli Arduini, la rivoluzione dei vescovi contro i conti sono nello stesso tempo lotte di classe e di razza; da una parte il popolo romano, dall'altra i conquistatori barbari. E poich i barbari hanno piantato pi profonde radici nelle citt militari da essi colonizzate; la lotta fra le citt romane e le militari si classifica pure sotto questa doppia antitesi; come la lotta ddle citt contro i CMtdH, dei Cittadini coatro i Coocttttdini, dei GQdfi contro i GUbdliiii. Se non che man mano che si procede nella fusione barbarica, la lotta attenua il suo carattere di razza per accentuare quello di classe; gi ncUt guorra cqmm 1 castelli i feudatari combtttoti daDe citt altari barbare di tendenza si romanizzano facendo amicizia colle citt romane; cosicch nell'era seguente noi vediamo la lotta incrociata in modo che nelle citt romane i Cittadini sono romani e i Concittadini barbari, mentre nelle citt militari  viceversa; e nel periodo ancora successivo il popolo  guelfo nelle citt romane e ghibellino nelle militari. E siccome la vittoria  data all'elemento romano e all'elemento popolare insieme uniti : noi vediamo trionfare le grandi citt dell'industria e del commercio; e il progresso della democrazia va di pari passo col risorgere dei grandi focolari della civilt romana; finch colla costituzione della lega federale il processo indigeno  compiuto e i nuovi progressi della democrazia vengono dall'esterno, trasmessi a noi dal Papa e dall'Impero per mezzo dei Guelfi e dei Ghibellini. Chi ha mai saputo disegnare con tanta chiarezza i lineamenti della storia italiana, decomposta cosi nei suoi fattori e spiegata nelle sue leggi? Il sistema papaie-imperiale e la lotta non nazionale ma democratica per riformarlo non per distruggerlo, rimangono sempre le due idee che ci danno la chiave della storia nostra. Ma non meno giusta  l'interpretazione che F. ci d dei particolari periodi storici. Alcuni periodi, come quelli dei vescovi, dei cittadmi e concittadini, dei tiranni sono da lui addirittura scoperti; ma anche quegli altri che erano gi conoscenza acquisita di qual luce non vengono da lui illuminati! Egli non usa le partizioni comuni che hanno il difetto di abbracciare troppo tempo e di sottomettere la nostra storia a un principio straniero che mai ebbe fra noi cittadinanza e fu sempre combattuto dall'espansione originaria nostra; per es. l'enorme periodo del feudalismo che va da Carlo Magno ai Comuni  da lui decompoSto nei due perodi della lotta contro il regno barbaro intemo e dei vescovi. Chi meglio di lui ha saputo spiegare la gran catastrofe dellimpero romano, che percuote di spavento come un miracolo dimostrando che fu rovesciato dai popoli irritati dalla sua fiscalit, i quali vollero piuttosto una invasione stabile che il continuamente rnnovantesi disastro delle invasioni maneggiate dall'Impero? Chi ha meglio di lui spiegato la lotta delle investiture, condotta non dal Papa e dall'Imperatore, ma dai popoli italiani che si giovavano dell'uno contro l'altro per modificarli a vicenda, e costringerli a lasciar penetrare nd patto di Carlo Magno la gran rivoluzione della libera elezione dei vescovi? Chi meglio di lui ha saputo ritrovare il filo del progresso logico in mezzo allo sconvolgimento vertiginoso della crisi militare; chi ha meglio di lui definito il periodo della decadenza dei signori come restaurazione papaie-imperiale non conquista, perch liberamente invocata e accettata dai popoli che non si difendodono nemmeno con una battaglia? Nella storia moderna F.  un po' meno preciso e la interpretazione in qualche punto  ancora soggetta a completamento e a correzione come egli stesso fa piti tardi, quando trasporta dalla Francia all'Inghilterra il vanto di essere il centro d'irradiazione politica deir Europa, e anticipa il periodo della Rivoluzione francese alla pace d'Aquisgrana. L'opera del di F.  in conclusione la messa in valore degli Scrptores rerum Italicarum del Muratori,  la riabilitazione del Medio Evo; che anche oggi  comunemente considerato dalla gente cosi detta di cultura, la quale giudica coU'occhio velato dal pregiudizio classicistico del Rinascimento, come un periodo di decadenza di barbarie di traviamento mistico. I romantici specialmente stranieri nella loro nostalgia mistica e nel loro orgoglio nazionale furono i primi a rivendicare il Medio Evo, per pi dal punto di vista del sentimento che della ragione, finendo col considerarlo come un territorio di sogno dove la fantasia urtata dalle volgarit del presente potesse ricoverarsi, in mezzo allo splendore magico di una societ fantastica in cui un cavaliere poteva col suo valore conquistarsi un regno. Poi vennero i cattolici che lo celebrarono come la loro et deiToro; il perodo di trionfo delle loro idee; l'et in cui tutta la terra, popolata di gente che passava come pellegrina cogli occhi fissi al cielo, era sottoposta all'alta sovranit del Papa, che poteva imporre agli imperatori l'umiliazione di Canossa. Questa  per es. la concezione di Gioberti che, combinando col sentimento cattolico l'orgoglio nazionale, celebr il Papato come la ragjone della grandezza medievale d'Italia, dominante il mondo colla religione come una volta coll'armi. Del primato civile e moraU degli Italiani BniaelUs. Adesso per converso, dove lui vedeva la luce e appunto per la stessa ragione la folla delle persone colte vede le tenebre; e il Medio Evo  ancora per loro come un enorme deserto di schiavit di barbarie di abiezione mistica, in cui fioriscono non si sa come le oasi dei liberi comuni a un certo punto distrutte dal simoun delle signmie. Nessuno ha saputo riabilitare con cos alta giustizia il Medio Evo come il Ferrari. Esso sfata l'assurda leggenda della decadenza, dimostrando come anche nei secoli pi bui il progresso sociale continui sotterraneo; come il popolo d'Italia non sia mai stato schiavo ma abbia, o accettato liberamente le invasioni perch gli portavano un progresso sociale, o lottato contro i conquistatori cos terrbilmente da distruggerli; come egli solo protagonista oscuro e possente abbia creato e atterrato Papi e Imperatori, invocandoli per distruggere il regno o combattendoli per riformarli. Non si tenti dunque di far passare per un popolo di puri mistici questo che, anche nelle epoche pi teocratiche volto alla terra, si giovava della religione come di un'arma spirituale pi terribile delle spade gotiche e delle aste longobarde, per raffrenare e dominare colla magia di tma superstizione terribile gli enormi bestioni vellosi e truculenti dei barbari tremanti dinanzi all'invisibile Dio dei Romani; che poi al tempo dei consoli, rigettando l'aiuto della Chiesa ormai inutile, si voltava con una energia meravigliosa alle opere dell'industria e del commercio e diventava il banchiere dei re dell'Europa,ritenendo la religione come una tradizione da cui gli artisti potessero evocare un popolo di capolavori che pass nove secoli in mezzo alle passioni forse pi forti della vita, quelle della politica, colla spada alla manp. La decadenza poUtica comincia proprio nel perodo del Rinascimento, quando la civilt trasporta altrove i suoi centri incendiari e V impulso viene dal di fuori. Ma decadenza sociale, civile non c' : come non c' alia caduta dell'Impero romano, come non c' all'avvento delle signorie sopra il comune: il gran processo sociale della democrazia aliargantesi continua, anche se non originario proviene dall'Europa pi avanti ormai nella scala storica; questo progresso sociale della democrazia si traduce in un continuo aumento di potenza dei centri romani, delle citt industriali e commerciali. Non c' salto come non c' decadenza, non si pu quindi accettare l'interpretazione del Rinascimento come di un movimento che prenda a rovescio il Medio Evo, di cui  invece la continuit ideale; anche qui F.  confermato dai resultati ultimi dell'investigazione particolare dei nostri storici: Si vede dunque come le radici dell 'Umanesimo siano profondamente penetrate e ramiflcate nel terreno dell'Italia comunale; come esso sia intimamente moderno e nuovo, sia uno, come statua liberata dal blocco di marmo. Volpe : Bizantinismo e Rinascenza in Critica, Bari, Laterza. Ma F. non  solo un interpretatore ih nico,  anche un artista di primissimo ordine, che il buon Cantoni non si peritava di paragonare per la sua potenza drammatica di rappresentazione a Shakespeare. Duno sguardo psicologico acuto e profondo, d'una mirabile facolt di ridar vita movimento e colore agli uomini e ai fatti della storia; egli aveva in ci le qualit pi difficili che fanno i grandi drammatici, e avrebbe potuto forse divenire il pi grande dei nostri se un*altra tendenza pi forte non lo avesse spinto alla filosofia : la tendenza cio precocissima in lui ad ascendere ai principi assoluti, ai principi supremi ed etemi che regolano la vita degli individui e delle nazioni (!) Le abbondanti e frequenti citazioni bastano a dare una idea della forza artistica con cui sa caratterizzare uomini e cose, descrivere citt, rappresentare movimenti politici. Un periodo ampio; una vivezza calda e mossa di rappresentazione; un sottile humour tenue come il sorriso dun uomo superiore che compatisce alle debolezze umane, e nei tempo stesso un'accensione lirica una foga d'entusiasmo che gii fa mettere in luce la grandezza epica della storia in ogni minimo fatto; la forza dell'immagini che, atteggiando come esseri viventi citt e stati, vi si piantano nel cervello senza abbandonarvi pi; formano le Cantons: (/. F., doti di questo scrittore che avrebbe potuto anche nel campo dell'arte pura lasciare un'orma immortale. Con una fecondit versatilit profondit veramente shakespeariana egli ha saputo creare una folla di personaggi e rappresentare una serie innumerevole di rivolgimenti senza mai ripetersi, perch sa colpire nella sua caratteristica la realt che mai si ripete. Per avere un'idea della sua forza drammatica leggete per esempio la narrazione della lotta di Milano contro il vescovo papista Grossolano {Riv. d'Italia) e delle imprese di Ezelno da Romano; per dare ancora un esempio della sua vivezza rappresentativa eccovi la descrizione di Genova che pare d'oggi: Genova  un magnifico anfiteatro gettato fra il mare e la montagna, e tale che  suoi abitanti non possono fare un passo senza salire sulle rupi o senza ondeggiare sull'acqua: sono montanari marittimi che riuniscono tutti gli estremi della miseria e della munificenza. Nei loro viottoli stretti neri fangosi inaccessibili alle carrozze si rizzano immensi palazzi, che disegnano le linee della loro abbagliante architettura sulle case piccole e misere che li accerchiano da ogni lato; le due riviere ci versano i loro marchesi, che vi si incontrano alla ventura colia moltitudine cenciosa dei marinai. Ad ogni rivoluzione la citt ondeggia dall'aristocrazia alla democrazia come una goletta di smisurata alberatura; e i suoi cronisti non possono dissimulare l'ondulazione dei consoli, specie di marea tumultuosa che monta a poco a poco fino a insabbiare il potere del vescovo. Superiore in questo al De Saiictis in cui D'Anunzio poteva notare tante manchevolezze artistiche e stilistiche da presagire a torto la sua dimenticanza, F. anche dovesse la sua interpretazione essere dimostrata falsa da una critica superiore rimarrebbe ancora immortale in questo capolavoro, che continuerebbe ad essere letto come uno dei pi bei romanzi storici dItalia. Eppure con tanto valore artistico e storico questa sua opera non ebbe fortuna, n nella prima edizione francese fatta per T Europa, n nella seconda edizione italiana. Quello che  il suo pregio caratteristico fu appunto la causa del suo insuccesso, la concezione filosofica cosi profonda che era a base del suo lavoro di interpretazione rese quest'opera inintelligibile in un periodo di barbarie, in cui il positivismo dominante ottundeva tutte le menti : la sua altezza cosi serena di giudizio Io fece trascurare da quegli uomini ancor tutti accesi delle passioni politiche dal cui cozzo usciva r Italia. Tipica a questo proposito  la recensione larghissima di Rosa; essa univa a qualcuna delle solite immancabili osservazioni di dettaglio la critica di uno che, irretito ancora nei pregiudizi comuni della nazionalit e del liberalismo astratto, pare spaventato che si possa refutare l'apologia dei Longobardi o giustificare l'azione dei Gesuiti; sebbene abbia una certa confusa sensazione che in ci consiste la grandezza di F. Per questa altezza nuova, per Tindipendenza dalle idee vecchie, per la vastit del concetto specialmente noi facciamo plauso alla storia del Ferrari. Che se non possiamo accettare tutte le di lui argomentazioni, se anche tutte le di lui teorie non reggeranno alla prova della scienza storica progrediente; egli avr prestato prezioso servigio agli studi italiani, avr educato a sollevarsi dalle angustie delle idee storiche, dalle tradizioni tiranniche dei partiti nazionali e scolastici. Per lui i giovani apprenderanno a contemplare la storia da un'altezza che la ragguaglia a quella della civilt, dove non giungono le ire delle passioni, dove il male parziale appare coordinato a pi vasto bene. Gli accade in piccolo e in breve come a quel Vico ch'egli venerava col nome di maestro: troppo alto per il suo tempo non venne compreso. Anche coloro fra i moderni che citano questa sua opera, come per es. Romano o Gianani, paiono non comprenderne affatto la terribile profondit il metodo l'interpretazione e somigliano un po' a fanciulli che giochino colla clava di Ercole. Solo uno straniero, che am e studi ritalia, J. A. Sysmonds, autore di quella Renaissance in Italy non meno importante del piiji noto lavoro del Burkardt, ebbe l'esatta percezione dell'importanza di questo libro. Infatti come nella prefazione del I voi. (L'era dei tiranni) ricor- Archivio storico italiano, Firenze.Le Invasioni barbariche. Milano, Vallardi. I Comuni, Milano, Vallardi. dava espressamente, nel cap. II {La storia italiana) ne ripete con parole diverse e con qualche ampliamento o dilucidazione tutte le grandi idee per da un punto di vista un p* meno alto e non del tutto superiore ai pregiudizi del senso comune, e nel seguito del volume non ne tiene molto conto. Nessuno tra gli storici moderni, tra cui ce ne sono diversi molto meritevoli per ricerche particolari,  riuscito a sollevarsi all'altezza del Ferrari che rimane ancora unico solitario gigante, per darci un'interpretazione completa della storia d'Italia. O meglio ci fu uno che tent sebbene con forze inferiori : Alfredo Oriani. Solo in mezzo a una folla di positivisti che abbassavano arte e storia alla portata dei loro intelletti piccini, Oriani ben comprese e l'aveva appreso in gran parte da F. come la storia sia interpretazione, spiegazione, visione dall'alto, resurrezione secondo la parola di Michelet. Non c' bisogno di abbassare l 'Oriani per innalzare il Ferrari : la condotta poco delicata di quello verso quest'ultimo, rammentato con citazioni che nascondono pi che rivelare la derivazione, non deve indurci a negare il valore storico all'autore della Lotta p-Sysmonds: // Rinascinunto in Italia; Cera dei tiranni (vcrs. it,). Torino, Roux e Viarciigo: Debbo anche manife&tare speciale gratitudine al Ferrari, del quale ho fatto miei non pochi {^iudirj nel capitolo sulla storia italiana scrtto per la seconda edizione di questo volume, Oriani: Fino a Dogali, - Bologna, Gherardi litica. Esso fu il solo degno continuatore di Ferrari; continuatore in quanto non propriamente storico del Medio Evo i libri I e II della Lotta politica come  stato dimostrato non sono altro se non un riassunto spesso colle stesse parole dal suo gran predecessore ma storico del Risorgimento italiano. Ad ogni modo, per quanto sia runico che possa tentare la prova del paragone, Oriani soccombe; come storico per l'ineguaglianza deirinterpretazione ora indovinata ora superficiale, come artista per la non rada enfatica esagerazione romagnola inferiore alla potente precisione lombarda. Oriani si trova inoltre in una posizione sentimentale un po' meno adatta che non quella del Ferrari. In questo il senso del sublime storico e l'entusiasmo di fronte alla grandezza va accompagnato a una calma serena, a una specie di fine bonario umorismo che sa trovare l'uomo magari contro il suo volere benefico anche sotto i cenci del mascalzone. Oriani ha della storia solo il senso tragico; brontola un po' troppo; troppo spesso va in collera col passato; non sa mantenersi cabno davanti agli errori dei suoi personaggi, errori spesso imposti dalla storia che qualche volta egli vorrebbe correggere. Questi difetti sono pi sensibili nei due primi libri per mancanza di quella conoscenza diretta che  necessaria alla storia. Dopo si va avanti meglio, ma anche qui c' da notare un po' di semplicismo e astrattismo, pi nelle forme che nel con ci) l. Ambrosini : La lotta politica di A, Oriani nella Voce, Prrrari Oimeppe F., cetto. Per es. egli d come ragione dello scacco delta rivoluzione del 48 la sua forma federale, mentre poi nell'esposizione fa vedere come fu l'equivoco del popolo e il tradimento dei prncipi. Ragionando a questa maniera vedrebbe pi giusto il Ferrari che pensa precisamente l'opposto. Certo qualche po' delle lodi che danno all'rani storico i crdci moderni, il Croce e il Borgfte- se, spetta di diritto a F., di cui sono tre fra le immagini che quello cita per dare un esempio della forza rappresentativa del suo autore (Venezia I Condottieri Pellico). Concludiamo. Sare6be un'impossibile pretesa l'affermare che l'opera del Ferrari sia definitiva, perch nulla c' al mondo di definitivo, n la vita n la filosofia n l'interpretazione storica. Ma come una filosofia  viva finch non  sorpassata e inverata, cos una storia. Orbene prima di buttare il saggio di F, fra le anticaglie bisogna averlo sorpassato, e finora nessuno non solo non Tha superato ma non si  nemmeno sollevato al suo livello. Noi consigliamo quindi a studiarlo: primo per imparare il metodo di Inter* pretare la storia; secondo per meditare la sua interpretazione concreta, anche oggi tanto vera che 1 moderni studi particolari la confermano invece di distruggerla. E non solo in Italia, ma in tutta l'Europa il Ferrari merita un posto a parte superiore ai pi famosi : a Macaulay  citato da Grice -- a Mommsen a Taine, per la stessa ragione che rende il De La Critica^ genn. i<)og. La vita e il libro. Torino, Bocca. Sanctis superiore a tutti i critici della letteratura^ per il senso filosofico che gli diresse la potenza interpretativa a risultati cos grandi. Per racchiudere in una frase il resultato di queste mie osservazioni, Ferrari  il De Sanctis della storia politica, lo storico dell'Italia medievale. Noi non esitiamo a considerarlo come il pi gran rappresentante della storiografia romantica (1), sorpassato nelle sue fisime di filosofo della storia, ma ancor degno come storico concreto di essere il gran maestro della nostra generazione. Grice: I use revolution occasionally  minor ones! --. Grice: Mussolini kept saying that Ferrari was talking of rivoluzione fascista  Garibaldi hardly used rivoluzione! Grice: Nothing pleased Mussolini more than the collocation rivoluzione fascista  almost as much as Washington did American revolution, and Cromwell, The Glorious Revolution! -- Giuseppe Ferrari. Giuseppe Michele Giovanni Francesco Ferrari. Ferrari. Keywords: FILOSOFIA della RIVOLVZIONE, A. Ferrari on storia dItalia  i rivoluzionarii italiani  Vico, Romagnosi. Luso del termine rivoluzione nella storia italiana  la rivoluzione dellunificazione, la rivoluzione fascista  il risorgimento dellunita hardly qualifies as a revolution. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Ferrari," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrari: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’anarchici di Mussolini – scuola della Spezia – scuola d’Arcola – filosofia speziana – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Arcola). Filosofo arcolese. Filosofo speziano. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Arcola, La Spezia, Liguria. Grice: I like Ferrari; he was a philosopher AND a poet  a combo we dont find too often at Oxford! -Ferrari (alias Novatore) Renzo Novatore. Oggi cerco un'ora sola di furibonda anarchia e per quell'ora darei tutti i miei sogni, tutti i miei amori, tutta la mia vita. Refrattario a ogni disciplina fin da giovanissimo, frequenta la scuola soltanto per alcuni mesi prima di abbandonarla definitivamente ed essere costretto dal padre a lavorare nei campi. Il suo profondo desiderio di conoscenza, unito ad una notevole forza di volont, lo spinse per ad un personalissimo studio da autodidatta che lo port a leggere Stirner, Nietzsche, Palante, Wilde, Ibsen, Schopenhauer, Baudelaire. Non rinunci comunque ad elaborare una visione autonoma, che costru giorno dopo giorno, come ricorda il suo amico Auro D'Arcola, attraverso una costante attivit meditativa. Si sposa con Emma Rolla e con lei ebbe tre figli, uno dei quali morto in tenera et. Gli altri due, Renzo e Stelio, proseguirono sulle orme paterne una personalissima riflessione esistenzialista che svilupparono nell'ambito della produzione artistica e letteraria. Questo nonostante fosse contrario alla famiglia tradizionale e alla visione idealizzata della donna: O ciniche prostitute, o espropriatrici audaci, ergetevi sopra la putredine ove il mondo sta immerso e fatelo impallidire sotto la luce perversa dei vostri grandi occhi profondi. Voi siete il sole pi bello che oggi il sole bacia. Voi siete di un'altra razza. E l'anima vostra  un canto, un sogno la vostra vita. Scardinate il mondo o libere prostitute, o espropriatrici audaci. Io canter per voi. Il resto  fango! (Le mie sentenze) L'anarchico disertore La prima volta in cui le cronache s'interessarono di lui fu nel 1910, quando un incendio distrusse la chiesa della Madonna degli Angeli nella notte: le indagini dei regi carabinieri portarono infatti a identificare i responsabili del gesto in un gruppo di giovani anarchici del posto, tra i quali anche Ferrari. Contrario alla guerra, venne richiamato sotto le armi ma si rese irreperibile. Venne dunque imputato di diserzione e condannato in contumacia alla pena di morte. Sar poi arrestato e scarcerato in seguito ad amnistia. E le rane partirono... Partirono verso il regno della suprema vilt umana. Partirono verso il fango di tutte le trincee. Partirono.... E la morte venne! Venne ebbra di sangue e danz macabramente sul mondo. Danz con piedi di folgore... Danz e rise... Rise e danz... Per cinque lunghi anni. Ah, Come  volgare la morte che danza senza avere sul dorso le ali di un'idea... Che cosa idiota morire senza sapere il perch. (Dal poema Verso il nulla creatore) Anarchico individualista, assunto lo pseudonimo di Renzo Novatore,  protagonista con i suoi compagni Dante Carnesecchi e Tintino Persio Rasi di alcuni dei pi importanti episodi della lotta operaia del biennio rosso nella Provincia della Spezia: episodi la cui importanza non si comprende se non tenendo conto che allora La Spezia era una delle pi importanti roccaforti militari italiane, circondata da una serie di forti e polveriere che ne dominavano il golfo, e caratterizzata dalla presenza di un arsenale militare e di alcune delle pi importanti industrie belliche. In quel periodo molti lavoratori anelavano a "fare come in Russia", tanto che era in molti anarchici, come Errico Malatesta, la convinzione che la rivoluzione fosse dietro l'angolo e bastasse dare solo una spallata decisa. L'antifascismo e la morte Coerente fino alla fine nella prima lotta al nascente fascismo, entr nel mirino delle camicie nere, coadiuvate dalla polizia di Stato, e dovette fuggire per garantirsi l'incolumit; per sopravvivere si un al bandito piemontese Sante Pollastri che era noto anche per proteggere e finanziare gli anarchici con la sua banda di rapinatori, data la simpatia politica che aveva per loro e il suo odio per il fascismo. Qualche tempo dopo la banda di Pollastri rapin un importante cassiere di una banca, che portava una borsa piena d'oro: durante la colluttazione il ragionier Achille Casalegno venne colpito da un proiettile e mor; sebbene probabilmente fu Pollastri, che aveva gi diversi omicidi di poliziotti e fascisti alle spalle, ad esplodere il colpo, al processo costui avrebbe accusato il defunto Novatore. Le forze dell'ordine, su incarico del governo Mussolini, intensificarono la caccia alla banda Pollastri. Un mezzogiorno, il maresciallo Lupano e i carabinieri Corbella e Marchetti entrarono in abiti civili nell'Osteria della Salute di Teglia, nel genovese, perch avevano individuato Pollastro ed intendevano arrestarlo. Novatore era seduto accanto al celebre bandito e ad un altro componente del gruppo, e probabilmente fu proprio lui il primo a sparare sui carabinieri, scatenando la risposta di quest'ultimi. Nello scontro a fuoco rimasero uccisi il maresciallo Lupano e un amico del bandito, il cui corpo crivellato di colpi si rivel essere quello dell'anarchico Ricieri Ferrari, noto come Renzo Novatore, ricercato per attivit sovversiva e antifascismo, mentre Pollastri e l'altro compagno riuscirono a scappare. Novatore, al momento della morte, aveva con s una pistola Browning, due caricatori di riserva, una bomba a mano ed un anello con spazio nascosto contenente una dose letale di cianuro, per suicidarsi se fosse caduto vivo nelle mani dei fascisti, oltre ad un documento falso recante il nome di Giovanni Governato. Si define anarchico individualista. Lotta per la libert e per i diritti delle masse, ma era anche sicuro, dopo il fallimento delle insurrezioni del 1919, che non si potesse fare affidamento sul popolo: Le masse che sembrano adoratrici di Errico Malatesta sono vili e impotenti. Il governo e la borghesia lo sanno e sogghignano. Io so, noi sappiamo, che cento uominidegni di questo nomepotrebbero fare quello che cinquecentomila "organizzati" incoscienti non sono e non saranno mai capaci di fare. Il suo pensiero nichilista, anticlericale, anarchico e iconoclasta si caratterizzava soprattutto per il fortissimo individualismo, un individualismo fine a s stesso che lo pose spesso in conflitto con altri membri del movimento anarchico di quegli anni, come Camillo Berneri (di ispirazione anarco-comunista). L'individualismo com'io lo sento, lo comprendo e lo intendo, non ha per fine n il Socialismo, n il Comunismo, n l'Umanit. L'individualismo ha per fine s stesso. (Dallo scritto Il mio individualismo iconoclasta in Iconoclasta!) L'anarchia  per me un mezzo per giungere alla realizzazione dell'individuo; e non l'individuo un mezzo per la realizzazione di quella. Se cos fosse anche l'anarchia sarebbe un fantasma. Se i deboli sognano l'anarchia per un fine sociale; i forti praticano l'anarchia come un mezzo d'individuazione. Nella vita io cerco la gioia dello spirito e la lussuriosa volutt dell'istinto. E non m'importa sapere se queste abbiano le loro radici perverse entro la caverna del bene o entro i vorticosi abissi del male. Nessun avvenire e nessuna umanit, nessun comunismo e nessuna anarchia valgono il sacrificio della mia vita. Dal giorno che mi sono scoperto ho considerato me stesso come meta suprema. Rimaneva salda nel suo pensiero la convinzione che agire e schierarsi fosse una necessit irrinunciabile tanto che di lui si disse che scriveva come un angelo, combatteva come un demonio. Su di lui rest sempre fortissima l'ispirazione di Max Stirner e di Nietzsche. Opere scritte Le opere e il ricordo del Novatore sono state in gran parte distrutte dal regime fascista e sostanzialmente a lungo dimenticate anche da alcune parti del movimento anarchico. Le sue firme compaiono con molti pseudonimi diversi (oltre al gi citato "Renzo Novatore", anche "Mario Ferrento", "Andrea Del Ferro", "Sibilla Vane", "Brunetta l'Incendiaria") su svariate pubblicazioni anarchiche dell'epoca, tra cui Il Libertario (pubblicato a La Spezia), Gli Scamiciati (Pegli), Cronaca Libertaria (Milano), Il Proletario (Pontremoli), Pagine Libertarie, Iconoclasta! (Pistoia), L'Avvenire Anarchico, Vertice (La Spezia), Nichilismo, L'Adunata dei Refrattari (New York) e Veglia (Parigi). Da ricordare inoltre due libri di pubblicazione postuma: "Verso il nulla creatore" e "Al di sopra dell'arco". Libri ed opuscoli Renzo Novatore, prefazione de Il figlio dell'Etna, Verso il nulla creatore, Siracusa, "Figli dell'Etna", Renzo Novatore, prefazione biografica di Auro d'Arcola, appendice di Tot Di Mauro, illustrazioni di G. Scaccia, Al di sopra dell'arco, Siracusa, "Figli dell'Etna", Renzo Novatore, prefazioni di Virginio De Martin e Il figlio dell'Etna, Verso il nulla creatore, New York, Renzo Novatore, prefazione di Auro d'Arcola, Il mio individualismo iconoclasta, Firenze, Pistoia, Albatros, Renzo Novatore, Camillo da Lodi [Camillo Berneri], Mario Senigallesi, Polemica, Firenze, Pistoia, Albatros, Renzo Novatore, prefazioni di Tot Di Mauro, Tito Eschini e Lato Latini, illustrazioni di G. Scaccia, Al di sopra dell'arco, Firenze, Pistoia, Albatros, Renzo Novatore, prefazione biografica di Auro d'Arcola, appendice di Tot Di Mauro, illustrazioni di G. Scaccia, Al di sopra dell'arco, Torino, Reprint Assandri, Verso il nulla creatore, Catania, Centrolibri, RAlberto Ciampi, Un fiore selvaggio. Scritti scelti e note biografiche, Pisa, BFS Edizioni, Renzo Novatore, Toward the Creative Nothing, Portland, Venomous Butterfly Publications, Renzo Novatore, introduzione di Alfredo M. Bonanno, Verso il nulla creatore, Trieste, Edizioni Anarchismo. Renzo Novatore, Novatore, Ardent Press,. Renzo Novatore, Le rose, dove sono le rose?, Gratis Edizioni,. Renzo Novatore, Flores silvestres, Lisbona, Textos Subterraneos. Novatore: una biografia Archiviato iRenzo NovatoreAnarchopedia, su ita.anarchopedia.org. dal personaggio di Sybil Vane, presente nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Wilde Maurizio Antonioli (diretto da), Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Franco Serantini, Massimo Novelli, La furibonda anarchia. Renzo Novatore poeta, Bra (CN), Araba Fenice, Scritti, citazioni e aforismi di Renzo Novatore Archivio di testi di Renzo Novatore. Ricerca Anarchismo filosofia politica Lingua Segui Modifica L'anarchismo  definito come la filosofia politicaapplicata o il metodo di lotta alla base dei movimenti libertari volti fattualmente gi dal XIX secolo al raggiungimento dell'anarchia come organizzazionesocietaria, teorizzante che lo Stato sia indesiderabile, non necessario e dannoso o in alternativa come la filosofia politica che si oppone all'autorit o all'organizzazione gerarchica nello svolgimento delle relazioni umane. La A cerchiata, il pi celebre simbolo anarchico I fautori dell'anarchismo, noti come anarchici, propongono societ senza Stato basate sulle associazioni volontarie e non gerarchiche. Il termine inteso in senso politico venne inizialmente utilizzato dal girondino Jacques Pierre Brissot nel 1793, definendo negativamente la corrente politica degli enrags o arrabbiati, gruppo rivoluzionario radicale critico di ogni forma d'autorit. Nel 1840 con Pierre-Joseph Proudhon e il suo saggio Che cos' la propriet? (Qu'est-ce que la proprit ?) i termini anarchia e anarchismo assumeranno una connotazione positiva. Ci sono alcune tradizioni di anarchismo e sulla base della storia del movimento transitata attraverso il dibattito fine-ottocentesco dell'anarchismo senza aggettivi. Le scuole di pensiero anarchico possono differire tra loro anche in modo sostanziale, spaziando dall'individualismo estremo al totale collettivismo. Le tipologie di anarchismo sono state suddivise in due categorie, ovvero anarchismo sociale e anarchismo individualista, tuttavia compaiono anche altre suddivisioni basate comunque su classificazioni dualiste simili. L'anarchismo in quanto movimento sociale ha registrato regolarmente fluttuazioni di popolarit. La tendenza centrale dell'anarchismo a coniugarsi come movimento sociale di massa si  avuta con l'anarco-comunismo e con l'anarco-sindacalismo mentre l'anarco-individualismo  principalmente un fenomeno letterario, che tuttavia ha avuto un impatto sulle correnti pi grandi. La maggior parte degli anarchici sostiene l'autodifesa o la nonviolenza(anarco-pacifismo) mentre alcuni anarchici hanno approvato l'uso di alcune misure coercitive, tra le quali la rivoluzione violenta e il terrorismo, per ottenere la societ anarchica. Chomsky descrive l'anarchismo, insieme al marxismo libertario, come "l'ala libertaria del socialismo". Come padre fondatore del pensiero anarchico in senso moderno, troviamo William Godwin, politico e filosofo britannico, che, con le sue riflessioni sulla caduta della Rivoluzione francese nella dittatura giacobina, precorrer e ispirer il pensiero anarchico dominante del XIX secolo. Abitualmente comunque ci si riferisce a Pierre-Joseph Proudhon, Michail Bakunin, Ptr Kropotkin e Johann Kaspar Schmidt, alias Max Stirner, come ai quattro principali teorici di questa corrente di pensiero. Per quanto riguarda Stirner, il suo pensiero rimane in ogni caso fino all'inizio del XX secolo praticamente sconosciuto fuori dalla Germania(L'Unico fu tradotto in inglese come The Ego and Its Own e tutte le traduzioni delle opere sono novecentesche) e totalmente estraneo alla nascita del movimento libertario propriamente detto, ma si inserisce in una corrente di pensiero individualista, estranea ai movimenti pi o meno di massa dell'epoca. Quanto a Proudhon, che pu essere considerato giustamente come il padre dell'anarchismo ottocentesco, il suo pensiero ha subito anche lunghi momenti di oblio ed  stato oggetto, in alcuni casi, di grossolane deformazioni derivanti dalla decontestualizzazione di molte asserzioni, prima fra tutte quella relativa alla propriet. Per quanto riguarda Bakunin, se la sua influenza  diretta e decisiva sul movimento libertario, almeno sotto gli aspetti pratici, se non sotto quelli teorici, questo prende il suo slancio ed assume le sue caratteristiche solamente dopo la morte. In realt, molte idee anarchiche sono conosciute essenzialmente attraverso l'opera di Ptr Kropotkinche non esita su punti importanti a modificare, precisare, allargare l'eredit bakuniniana approdando esplicitamente al comunismo libertario. Sul piano filosofico e delle idee, l'anarchismo pu essere considerato come la manifestazione estrema del processo di laicizzazione del pensiero occidentale che approda al rifiuto di ogni forma d'autorit esterna o superiore agli uomini, sia essa "divina" o umana, e al rifiuto di tutti i principi che, in tempi, forme e con modalit differenti, sono stati utilizzati dalle classi dominanti per giustificare la loro dominazione sul resto della popolazione. Sul piano politico e sociale, l'anarchismo si ritiene continuatore dell'opera della Rivoluzione francese, depurata dagli errori ad essa immediatamente successivi, attraverso la realizzazione, accanto all'eguaglianza politica, di una vera eguaglianza economica e sociale; eguaglianza che nella societ borghese si realizza attraverso la lotta contro il capitalismo e per l'abolizione del salariato. A questa visione  contrapposta quella dell'anarco-capitalismo che mette invece il diritto di propriet e il libero scambio come fondamenti di una societ in cui lo Stato non  pi necessario: qualsiasi limitazione alla propriet di s stessi e di ci che un individuo si procura con il lavoro o il libero scambio  vista come una lesione dei suoi inalienabili diritti naturali e della sua libert di scelta. Da questo punto di vista  considerato scorretto pensare di poter formare l'anarchia in un'unica ideologia: essa deve semplicemente costituire una cornice dentro la quale ogni individuo pu cercare liberamente di realizzare la propria volont ma senza mai cercare di imporla agli altri (principio di non aggressione). Il comunismo, allora, pu diventare una delle opzioni scelte da un gruppo di individui (che ad esempio decidono di investire in una cooperativa), ma mai un'imposizione su altri individui, in quanto con un'imposizione non si avrebbe pi un'anarchia. Etimologia I termini anarchia e anarchismo derivano dal greco , ovvero senza arch (principio regolatore). La parola anarchia per come  utilizzata dalla maggior parte degli anarchici non ha nulla a che fare con il caos o l'armonia e rappresenta piuttosto una forma egualitaria di relazioni umane stabilite ed effettuate intenzionalmente. Origini dell'anarchismo Modifica Storicamente, il movimento anarchico si  sviluppato in seno al movimento operaio in quanto espressione, al pari delle altre correnti socialiste, della protesta dei lavoratori contro lo sfruttamento moderno. Su questo punto, esso pu essere considerato come una reazione radicale alla condizione operaia del XIX secolo, caratterizzata dalla forte gerarchizzazione del salariato e dalla netta divisione in classi della societ. Dalla loro nascita, tuttavia le idee anarchiche entrano in conflitto sia con le concezioni riformiste del socialismo (che sostenevano la possibilit di cambiare "progressivamente" le basi inegualitarie della societ capitalista) che con le concezioni marxiste, in particolare per quanto riguarda l'uso dello stato come mezzo rivoluzionario. Specificit della dottrina anarchica L'obiettivo della teoria anarchica  la nascita di una societ di uomini e donne liberi e uguali dal punto di vista dei diritti. Libert ed eguaglianza dei diritti sono i due concetti chiave attorno ai quali si articolano tutti i progetti libertari. Differenze sorgono sull'interpretazione del concetto di eguaglianza: mentre infatti le correnti che si rifanno al comunismo considerano desiderabile e perseguono l'eguaglianza considerata come uniformit dal punto di vista dei mezzi a disposizione di ogni individuo per perseguire i propri scopi, le correnti che sostengono il libero mercato (i sostenitori del cosiddetto "socialismo di mercato") considerano l'uniformit come un'utopia che oltre ad essere indesiderabile , a causa della naturale diversit degli individui, irraggiungibile. In quanto socialisti, tutti gli anarchici sostengono il possesso collettivo dei mezzi di produzione e di distribuzione. In quanto libertari, essi pensano che la libert dispieghi il suo reale significato in quanto accompagnata dall'eguaglianza. Libert ed eguaglianza devono essere "concrete", cio sociali e fondate sul riconoscimento uguale e reciproco della libert di tutti. Mentre il pensiero borghese liberale aveva come motto "la mia libert finisce dove inizia la tua", per gli anarchici (a eccezione degli anarco-individualisti) la libert dell'individuo non  limitata ma confermata dalla libert altrui. "Sono partigiano convinto dell'eguaglianza economica e sociale  scrive Bakunin  perch so che al di fuori di questa eguaglianza, la libert, la giustizia, la dignit umana, la moralit e il benessere degli individui cos come la prosperit delle nazioni non saranno nient'altro che menzogne; ma, in quanto partigiano della libert, questa condizione primaria dell'umanit, penso che l'eguaglianza debba stabilirsi attraverso l'organizzazione spontanea del lavoro e della propriet collettiva delle associazioni dei produttori liberamente organizzate e federate nei comuni, non attraverso l'azione suprema e tutelare dello Stato". Per realizzare una tale societ, gli anarchici ritengono indispensabile combattere non solo le forme di sfruttamento economico ma anche quelle di dominazione politica, ideologica e religiosa. Per gli anarchici, tutti i governi, tutti i poteri statali, quale che sia la loro composizione, origine e legittimit, rendono materialmente possibile la dominazione e lo sfruttamento di una parte della societ sull'altra. Secondo Proudhon, lo Stato non  che un parassita della societ che la libera organizzazione dei produttori e dei consumatori deve e pu rendere inutile. Su questo punto le concezioni anarchiche sono totalmente divergenti dalle concezioni liberali che fanno dello Stato l'arbitro necessario ad assicurare la pace civile. Per la critica anarchica, il ricorso ad una dittatura, definita proletaria, non ha condotto al deperimento dello Stato (e alla sua "estinzione" in termini marxiani) ma allo sviluppo di una enorme burocrazia fonte di soffocamento della vita sociale e della libera iniziativa individuale. D'altra parte, fino alla sua caduta, proprio a tale burocrazia venivano imputate le ineguaglianze e i privilegi nei paesi dell'Est dove pure avevano abolito la propriet capitalista. Come gi aveva sottolineato Bakunin nella sua polemica con Marx "La libert senza eguaglianza  una malsana finzione. L'eguaglianza, senza libert,  il dispotismo dello Stato e lo Stato dispotico non potrebbe esistere per un solo giorno senza avere almeno una classe sfruttatrice e privilegiata: la burocrazia". Al modo di organizzazione della vita sociale governativo e centralizzatore, i libertari oppongono un modo di organizzazione federalista che permetta di sostituire lo Stato, e tutta la sua macchina amministrativa burocratica, attraverso la presa in carico collettiva da parte degli stessi interessati di tutte le funzioni inerenti alla vita sociale che si trovano precedentemente monopolizzate e gestite da organismi statali, posti al di sopra della societ. Il federalismo, in quanto modo di organizzazione, costituisce il punto di riferimento centrale dell'anarchismo, il fondamento e il metodo sul quale si costruisce il socialismo libertario. Il federalismo cos inteso ha ovviamente ben poco a che vedere con le forme conosciute di federalismo politico praticato da un buon numero di Stati. Per i libertari non si tratta di una semplice tecnica di governo ma di un principio di organizzazione sociale a s stante, capace cio di inglobare tutti gli aspetti della vita di una collettivit umana. Organizzazione anarchicaModifica Il pensiero anarchico  dunque ben lontano dal negare il problema dell'importanza dell'organizzazione, ma esso si pone come obiettivo un'altra forma di organizzazione con la quale rispondere agli imperativi collettivi. Gli uni e le altre si associano per garantirsi vicendevolmente e per provvedere ai bisogni individuali e collettivi. Cos, se l'autogestione nelle imprese rende possibile la sostituzione del salariato con la realizzazione del lavoro associato, l'organizzazione federativa dei produttori, delle comuni, delle regioni permette la sostituzione dello Stato. Essa intende presentarsi come il complemento indispensabile per la realizzazione del socialismo e la migliore garanzia della libert individuale. Il fondamento di tale organizzazione  il contratto, uguale e reciproco, volontario, non "teorico" ma effettivo, che si pu modificare per volont dei contraenti (associazioni dei produttori e dei consumatori, ecc.) e capace di riconoscere il diritto di iniziativa di tutti i componenti della societ. Cos definito, il contratto federativo permette di precisare anche i diritti e i doveri di ciascuno e di sviluppare i principi di un vero diritto sociale in grado di regolamentare gli eventuali conflitti che possono sorgere tra individui, gruppi o collettivit, o anche fra regioni, senza per altro rimettere in causa l'autonomia dei suoi componenti, il che permette all'organizzazione federalista di opporsi tanto al centralismo che al "lasciar fare" dell'individualismo liberale. Secondo gli anarchici tuttavia una tale organizzazione non pu pretendere di sopprimere tutti i conflitti ed essi potranno continuare a prodursi a tutti i livelli anche nella societ federalista. Tuttavia il federalismo costituisce un metodo per risolvere le questioni sociali nel rispetto della massima libert di ciascuno senza dar ricorso ad arbitraggi governativi possibili fonti di nuovi privilegi. Inoltre gli anarchici sostengono che i problemi sociali, nell'organizzazione socialista verrebbero affrontati e risolti nell'interesse di tutti, non semplicemente repressi come  solito fare lo Stato (quando addirittura non li favorisce per aumentare nei sottoposti il bisogno di un'autorit regolatrice). Azione anarchica Per gli anarchici esiste un legame indissolubile tra il fine perseguito e i metodi adoperati per raggiungerlo. Tuttavia essi pensano che il fine non giustifichi i mezzi e che questi ultimi devono sempre, nella misura del possibile, essere in accordo con il fine perseguito. Lo scopo dell'azione anarchica non vuole essere in alcun caso la "conquista" del potere o la gestione dell'esistente. Il Congresso di Saint-Imier, in Svizzera, dette ufficialmente vita alla branca antiautoritaria dell'Associazione internazionale dei lavoratori (AIL) in opposizione alle tesi marxiste. In quella sede si afferm che il primo dovere del proletariato non  la conquista del potere all'interno dello Stato ma la sua distruzione. L'approccio dei libertari  quello di opporre soluzioni sociali alle soluzioni politiche dimostrandosi con ci non politici ma antipolitici. D'altra parte, storicamente, i libertari hanno sempre considerato almeno con scetticismo l'idea di poter utilizzare l'arma elettorale o il parlamentarismo per mutare le condizioni di vita in seno alle democrazie borghesi. All'azione politica e parlamentare, tesa alla conquista del potere, essi preferiscono l'azione diretta di massa, vale a dire l'autogestione generalizzata e senza deleghe di potere. I libertari ritengono che per i lavoratori la pratica dell'azione diretta, e in particolare dello sciopero, sia anche il migliore e pi efficace mezzo di lotta. Essi propagandano inoltre l'autorganizzazione e l'azione collettiva e autonoma dei lavoratori. Gli anarchici non sono e non aspirano a divenire un'avanguardia o a svolgere un ruolo dirigente, poich ritengono che non esista nessuno che possa occuparsi dei propri affari meglio dell'interessato stesso. Ma perch ci sia possibile occorre che i lavoratori prendano coscienza di ci che Proudhon ha definito la "loro capacit politica". I lavoratori rappresentano la forza reale di una societ e solo da essi pu venire una sua trasformazione profonda. L'azione anarchica ha sempre mirato, prima di ogni altra cosa, alla difesa degli sfruttati e appoggia tutte le rivendicazioni che vanno nel senso di un miglioramento delle condizioni di vita e del progresso sociale. Numerosi libertari hanno visto nelle organizzazioni sindacali non soltanto degli organismi di difesa degli interessi dei salariati, ma anche una potenziale forza di trasformazione sociale. Da questo punto di vista, il federalismo libertario non pu essere realizzato senza il concorso attivo dei sindacati operai poich, da una parte, questi ultimi sono qualificati ad organizzare la produzione e, dall'altra, essi hanno il vantaggio di raggruppare i lavoratori in quanto produttori. Da un punto di vista libertario, un'organizzazione sindacale deve, nel suo funzionamento come nei suoi principi: cercare di mantenere la sua autonomia nei riguardi di tutte le organizzazioni politiche che vorrebbero controllarla e nei riguardi dello Stato; praticare il federalismo e una vera democrazia diretta dal basso, sole garanzie solide contro ogni forma di burocratizzazione; darsi contemporaneamente l'obiettivo di ottenere la soddisfazione delle rivendicazioni immediate, materiali, e di preparare i lavoratori ad assicurare la gestione della produzione nel futuro. Quest'ultimo punto  assai importante poich, per gli anarchici, il sindacato e l'azione sindacale non sono e non possono essere considerati come una finalit in s. La sua autonomia non deve significare "neutralit" nei riguardi del potere o dei partiti perch ci significherebbe perdere una gran parte delle sue potenzialit di cambiamento e di rottura. Gli anarchici ritengono che il sindacato, se non vuol cadere nel tradeunionismo, si doti di un programma di trasformazione sociale e di una pratica conseguente. L'azione sindacale non  tuttavia il solo mezzo di lotta di cui dispongono i lavoratori, che possono e devono, secondo le circostanze dotarsi delle forme organizzative e di resistenza che paiono loro utili e opportune. Dottrine di carattere libero-mercatista. Le teorie anarchiche di impronta individualistaamericane, come quelle di Benjamin Tucker, che in un'accezione lievemente differente da quella all'epoca egemone si definiva socialista[31], convergono sulla necessit di una prospettiva di eguaglianza sociale attraverso una redistribuzione delle risorse basata su un mercato libero[32] e non distorto, come mediatore degli impulsi egoistici[33], convergono con il concetto marxista della teoria del valore del lavoro e si distaccano da ipotesi come l'anarco-capitalismointese a giustificare la propriet privata del capitale. Queste sono dottrine di origine liberale che possono essere considerate come fautrici di un liberismo portato alle estreme conseguenze, cio alla scomparsa dello Stato. Sia i fautori di queste ultime che quelli dell'anarchismo classico vedono comunque le due dottrine come due corpus teorici distinti senza alcun punto di contatto tra loro. Cos' la propriet? La propriet  un furto (Pierre-Joseph Proudhon) Proudhon, noto per questa famosa espressione, era fautore del libero scambio tra lavoratori autonomi e/o cooperative autogestionarie e nella "Teoria della propriet" arriv ad affermare che "la propriet  libert". L'apparente contraddizione  dovuta al fatto che Proudhon intendeva come furto non la propriet individuale, ma quella propriet che seppur utilizzata da altri individui  fonte di profitto o rendita per il proprietario mentre come libert quella propriet, chiamata "propriet-possesso", frutto del proprio lavoro, che viene direttamente utilizzata dal proprietario senza determinare sfruttamento del lavoro altrui. Questi concetti rientrano nel mutualismo ed escludono il profitto, inteso nel senso economico di utile, come scopo. Anarchismo di ieri e di oggi. Anche se oggi viene trascurata, l'influenza che nel corso del XX secolo il movimento libertario ha esercitato sul movimento operaio  stata notevole. Gli anarchici rappresentano una parte a s stante del movimento sindacale e operaio internazionale, e la loro presenza si rintraccia in tutti i movimenti rivoluzionari, del XIX e del XX secolo, come la Comune di Parigi del 1871, la rivoluzione russa del 1917 e la guerra civile spagnola del 1936. L'influenza delle idee anarchiche si  soprattutto manifestata in maniera significativa in seno alle organizzazioni sindacali come la CGT in Francia, l'Unione Sindacale Italiana in Italia, la CNT in Spagna, ma anche la FORA in Argentina, le IWW negli Stati Uniti, la FAU in Germania o la SAC in Svezia. Basti pensare che nel 1922 l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT), che raggruppava le organizzazioni anarcosindacaliste che avevano rifiutato di aderire all'Internazionale bolscevica, contava pi di un milione di aderenti. L'anarchismo ha tuttavia conosciuto nel corso degli anni '20 e '30 un periodo di crisi. Se la rivoluzione russa apre in Europa e nel mondo una nuova fase rivoluzionaria, contemporaneamente in molte nazioni, anche in opposizione al bolscevismo, emergono e si affermano movimenti di tipo fascista. In particolare il movimento libertario si trova al centro di un doppio attacco. Eliminato in Russia dalla repressione prima leninista e poi staliniana, esso deve far fronte ai metodi staliniani in seno al movimento operaio e sindacale anche negli altri Paesi. Il mito della rivoluzione bolscevica e l'atteggiamento dei vari partiti comunisti occidentali provocano una crescente marginalizzazione dell'influenza anarchica. D'altra parte laddove le organizzazioni sono rimaste forti, esse vengono annientate dai governi nazionalisti. In Italia, in Germania, in Argentina, in Bulgaria e in altri paesi governati da regimi autoritari il movimento anarchico  ridotto al silenzio, e i suoi militanti spesso assassinati o costretti all'esilio. In generale si pu dire che gli anarchici si trovano in questo periodo sempre pi isolati, anche sul piano internazionale, potendo trovare al loro fianco solo alcuni settori socialisti e comunisti dissidenti. La rivoluzione di Spagna del luglio 1936 ha rappresentato l'ultima occasione per i lavoratori di rispondere al fascismo e alla guerra attraverso pratiche rivoluzionarie anarchiche. Gli avvenimenti di Spagna, con il ruolo determinante avutovi dalle organizzazioni anarchiche e anarcosindacaliste, sono stati forse l'espressione storica pi importante delle idee libertarie. Questo anche per le dimensioni del movimento anarchico nella Spagna di quel periodo. All'inizio della guerra civile infatti, nel fronte antifascista sono presenti la centrale anarcosindacalista, la Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT), che nel maggio 1936, nel suo Congresso di Saragozza, contava su 982 sindacati e 550.595 aderenti, la Federazione Anarchica Iberica e la Federazione Iberica delle Giovent Libertarie(FIJL). Dopo il 1946, la spartizione del mondo in due blocchi imperialisti contrapposti, la guerra fredda e le minacce atomiche hanno ridotto le possibilit di azione per i libertari. Il radicarsi del legame tra lavoratori da una parte e sindacati e partiti politici dall'altra ha marginalizzato sempre pi le correnti anarchiche. Dopo il Sessantotto, tuttavia, a seguito dell'esplodere della rivolta studentesca e giovanile, le idee libertarie hanno conosciuto un ritorno di vigore, anche all'interno del movimento sociale, con la generalizzazione di concetti come "autogestione" o "gestione diretta". A tutto questo occorre aggiungere la reazione sempre pi viva di vasti settori della popolazione contro la burocratizzazione delle societ sia del blocco "socialista" (in realt trattasi di Capitalismo di Stato) che di quello liberale. In Italia, anche all'interno della contestazione, queste idee non sono state appannaggio dei soli gruppi anarchici, ma anzi sono state fatte proprie in modo pi o meno coerente, anche dai gruppi che si rifacevano al trotskismo e al maoismo quando non addirittura al marxismo-leninismo. Oggi il movimento anarchico  ancora vitale in tutto il mondo. Tra la fine degli anni novanta e l'inizio del nuovo secolo il movimento contro la globalizzazione neoliberista (la cui nascita si fa coincidere con le proteste contro la riunione del WTO di Seattle nel novembre 1999) si  giovato del contributo delle analisi libertarie e dell'impegno dei militanti anarchici nelle tante organizzazioni specifiche, nelle strutture popolari di base e nei sindacati autonomi. Degno di nota anche il movimento anarchico greco, uno dei pi importanti in Europa, che si  visto protagonista delle grandi rivolte divampate nel paese nel dicembre 2008 (in seguito all'uccisione del quindicenne anarchico Alexandros Grigoropoulos) e nel maggio 2010, in cui sono insorte anche ampie fasce della popolazione greca. L'anarchismo pu ancora contare su un consistente patrimonio culturale in grado di rispondere, in un'ottica alternativa e radicale, alle sfide globali del nuovo millennio (guerra permanente, terrorismo internazionale, corsa agli armamenti, fanatismo religioso, involuzione autoritaria delle democrazie, inquinamento, devastazione ambientale, crisi della rappresentanza istituzionale, divario tra paesi ricchi e paesi poveri, precarizzazione del lavoro, ecc.) che sembrano riproporre in chiave postmoderna i tradizionali ambiti di intervento dell'anarchismo e delle sue istanze di uguaglianza e libert. L'anarchia  l'ideale che potrebbe anche non realizzarsi mai, cos come non si raggiunge mai la linea dell'orizzonte, l'anarchismo  il metodo di vita e di lotta e deve essere dagli anarchici praticato oggi e sempre, nei limiti delle possibilit, variabili secondo i tempi e le circostanze. Errico Malatesta, Repubblicanesimo sociale e anarchia, Umanit Nova, Roma, 1922. Siri Agrell, Working for The Man, in The Globe and Mail, 2007. URL consultato il 14 aprile 2012 (archiviato dall' url originale il 16 maggio 2007). Anarchism, su Encyclopdia Britannica, 2006. URL consultato il 14 aprile 2012. ^ ( EN ) Anarchism, in The Shorter Routledge Encyclopedia of Philosophy, 2005, p. 14. Anarchism is the view that a society without the state, or government, is both possible and desirable. ^ ( EN ) Paul Mclaughlin, Anarchism and Authority, Aldershot, Ashgate, 2007, p. 59, Johnston, The Dictionary of Human Geography, Cambridge, Blackwell Publishers, Slevin, Carl. "Anarchism." The Concise Oxford Dictionary of Politics. Ed. Iain McLean and Alistair McMillan. Oxford University Press, 2003 ^ a b L'Internazionale delle Federazioni Anarchiche lotta per: l'abolizione di ogni forma di autorit, sia essa economica, politica, sociale, religiosa, culturale o sessuale. Vedi: ( EN ) I principi dell'IFA, su iaf-ifa.org. URL consultato il 14 aprile 2012 (archiviato dall' url originale il 3 aprile 2012). ^ Anarchism, then, really stands for the liberation of the human mind from the dominion of religion; the liberation of the human body from the dominion of property; liberation from the shackles and restraint of government. Anarchism stands for a social order based on the free grouping of individuals for the purpose of producing real social wealth; an order that will guarantee to every human being free access to the earth and full enjoyment of the necessities of life, according to individual desires, tastes, and inclinations. Emma Goldman, "What it Really Stands for Anarchy" in Anarchism and Other Essays ^ L'anarco-individualista Benjamin Tucker ha definito l'anarchismo come opposizione all'autorit nel seguente modo: They found that they must turn either to the right or to the left, follow either the path of Authority or the path of Liberty. Marx went one way; Warren and Proudhon the other. Thus were born State Socialism and Anarchism...Authority, takes many shapes, but, broadly speaking, her enemies divide themselves into three classes: first, those who abhor her both as a means and as an end of progress, opposing her openly, avowedly, sincerely, consistently, universally; second, those who profess to believe in her as a means of progress, but who accept her only so far as they think she will subserve their own selfish interests, denying her and her blessings to the rest of the world; third, those who distrust her as a means of progress, believing in her only as an end to be obtained by first trampling upon, violating, and outraging her. These three phases of opposition to Liberty are met in almost every sphere of thought and human activity. Good representatives of the first are seen in the Catholic Church and the Russian autocracy; of the second, in the Protestant Church and the Manchester school of politics and political economy; of the third, in the atheism of Gambetta and the socialism of the socialism off Karl Marg. Benjamin Tucker, Individual Liberty, su theanarchistlibrary.Ward, Anarchism as a Theory of Organization, su panarchy.org, 1966. URL consultato il 14 aprile 2012. ^ Lo storico anarchico George Woodcockriferisce dell'anti-autoritarismo di Michail Bakunine mostra la sua opposizione alle forme di autorit statali e non statali nel seguente modo: All anarchists deny authority; many of them fight against it ... Bakunin did not convert the League's central committee to his full program, but he did persuade them to accept a remarkably radical recommendation to the Berne Congress of September 1868, demanding economic equality and implicitly attacking authority in both Church and State ^ citt Susan L. Brown, Anarchism as a Political Philosophy of Existential Individualism: Implications for Feminism, in The Politics of Individualism: Liberalism, Liberal Feminism and Anarchism, Black Rose Books Ltd. Publishing, 2002, p. 106. ^ ANARCHISM, a social philosophy that rejects authoritarian government and maintains that voluntary institutions are best suited to express man's natural social tendencies, George Woodcock, "Anarchism" in The Encyclopedia of Philosophy ^ In a society developed on these lines, the voluntary associations which already now begin to cover all the fields of human activity would take a still greater extension so as to substitute themselves for the state in all its functions. Ptr Alekseevi Kropotkin, "Anarchism" in Encyclopdia Britannica ^ That is why Anarchy, when it works to destroy authority in all its aspects, when it demands the abrogation of laws and the abolition of the mechanism that serves to impose them, when it refuses all hierarchical organization and preaches free agreement at the same time strives to maintain and enlarge the precious kernel of social customs without which no human or animal society can exist. Ptr Alekseevi Kropotkin, Anarchism: its philosophy and ideal, su theanarchistlibrary.. ^ anarchists are opposed to irrational (e.g., illegitimate) authority, in other words, hierarchy hierarchy being the institutionalisation of authority within a society. B.1 Why are anarchists against authority and hierarchy?, in An Anarchist FAQ. Ostergaard, Anarchism, in The Blackwell Dictionary of Modern Social Thought, Blackwell Publishing, p. 14. ^ Peter Kropotkin, Anarchism: A Collection of Revolutionary Writings, Courier Dover Publications, Fowler, The Anarchist Tradition of Political Thought, in Western Political Quarterly, Skirda, Facing the Enemy: A History of Anarchist Organization from Proudhon to May 1968, AK Press, Lo storico catalano Xavier Diez riporta che la stampa anarco-individualista spagnola fu ampiamente letta da membri di gruppi anarco-comunisti e da appartenenti al sindacato anarchico CNT. Ci furono anche casi di anarco-individualisti di spicco come Federico Urales e Miguel Gimenez Igualada che furono membri del CNT e come J. Elizalde che fu un membro fondatore e primo segretario della Federazione Anarchica Iberica. Vedi Xavier Diez, El anarquismo individualista en Espaa: Resisting the Nation State, the pacifist and anarchist tradition" by Geoffrey Ostergaard, su ppu. Woodcock, Anarchism: A History of Libertarian Ideas and Movements, 1962. ^ R. B Fowler, The Anarchist Tradition of Political Thought, in The Western Political Quarterly, Chomsky, On anarchism, Woodcock, L'anarchia: storia delle idee e dei movimenti libertari, Feltrinelli Editore, 1966. Max Stirner, trad. Steven Tracy Byington, The Ego and Its Own, 1st engl ed. New York, 1907 ^ Con l'esclusione della prima edizione, incompleta, francese del 1899: Max Stirner, trad. R.L. Reclaire L'Unique et sa proprit, P.V. Stock, diteur, 1899, ma riedito l'anno successivo, Max Stirner, Trad. Henri Lasvignes, L'Unique et sa proprit, ditions de La Revue Blanche, 1900 ^ Prima edizione, incompleta italiana, 1902: Max Stirner, trad. Ettore Zoccoli, l'Unico, f.lli Bocca, 1902 riedito completo per i tipi della Libreria Editrice Sociale ^ Peter Marshall, Demanding the Impossible: A History of Anarchism, PM Press, Tucker, State Socialism and Anarchism, su fair-use.org. ^ Brown. Susan Love. 1997. The Free Market as Salvation from Government. In Meanings of the Market: The Free Market in Western Culture. p. 107. Berg Publishers. Voci correlate: Anarchia Economia anarchica Anarcopunk Anarco-capitalismo Anarco-comunismo Anarco-individualismo Anarco-femminismo Anarco-pacifismo Anarco-sindacalismo Anarco-socialismo Bakunin Mutualismo (economia) Pananarchismo Possibilismo libertario FaSinPat (Fabbrica senza padroni) Christiania Stati per forma di governo Radio Libertaire Radio Blackout Radio Canut Radio Zinzine Radio Klara Radio Primitive Radicali Anarchici Umanit Nova A/Rivista Anarchica contiene il testo completo di alcuni canti sull'anarchismo Wikizionario contiene il lemma di dizionario anarchismo anarchismo, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, anarchismo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Anarchismo, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Anarchismo, su Enciclopedia Britannica. Opere riguardanti Anarchismo, su Open Library, Internet Archive. Portale Anarchia Portale Filosofia Portale Politica. Socialismo libertario Anarchismo sociale forma di socialismo anti-statalista e libertaria, che vede la libert individuale interconnessa all'aiuto reciproco e la cooperazione Scuole di pensiero anarchico correnti di pensiero riguardo l'anarchismo. BIBLIOTECA Luparini ANARCHICI DI MUSSOLINI rali vere SETTIMANALE ANARCHICO INTERVENTISTA Ta Pisetemenzar via Garibaldi A | assonimion i Ami 13] CRITNTEINTA]  o f= Niue] | Senesi Aia MILANO - Dc t9rs. | "iSToNIO su oi RIA | ore 2 Spina sovdrela jattonza, spogli. d'agnt fiomposit retorien, agli anici ed agli nvvornarl not ci presentiamo. iper ur Drrepprinsibile dinoziio det ilmo nostro di affermare ut; colla Nancics nel campo amrehve vi 20 rie site 1 commi. dl pectore i dia in questa vigilia d'armi, quello che y pi sai Mi iaia alli domantpquando vibrabte squiller Ia diana + ho gl chiamer al elmonto, riaffermeremo  Quatt nurca La cdl. fuetlo nelle, trincee o sulle barricate, 50 = Medea re pico  per no vogljamo formulare da queste colorin nt gle 1  ti romina. ch ancora non perufptione iocolieri della politica i probleini Nindaedi e) hibertari. ni per l'unit d'Itata  oggi dia sarei Mali netta rivolta " dicaro ciod'ad alta voce il nostro diritto  rd ? i is  ri to in i; k conferenza di De Ambris  riprodoti vin internazio: ; sto | . n sn commento di parte repubblicana, significativo in vista o ge So dellinterventismo rivoluzionario, si veda larticolo Una voce sindacalista, LInizia ; agosto 1914. Li H x) rs sian Belgio  n Francia ad opera dei tedeschi determin la 1 posizione a favore dellIntes i i Sr a da parte di alcuni degli ini pi rappresentativi dellanarchi qualiv iS chismo, non solo fi i i Pi Db? 9 10, rancese, tra i quali Piotr Fnac Jezn n James Guillaume e litaliano Amilcare ppi il rio colonnello della Com ichi o) e 1 une. Le loro dich ioni Poni a Cc  ichiarazioni, che a i la naturale e antica simpatia dei rivoluzionari europei verso di E ella Grande Rvolution e che, a distanza di un anno e mezzo, ag ubi espressione definitiva nel cosiddetto Manifesto dei  suscitarono polemiche e divisioni i dici ni anche tra gli anarchici italiani primo intervento eterodosso di ico i dia i 1 segno anarchico in materia di i neutralit fu opera proprio di io Gi Reit i io di Mario Gioda. Ad ui i i  fu o c i na settimana dal on \ suo articolo BIO Gioda, scrivendo per Volont (il principale periodico go ita iano), rilev il fallimento improvviso e devastante He age D sostenne la necessit che, in caso dinvasione austriaca, anche gli anarchici impu i i i } >, pugnassero le armi per difendere il  ici i il suolo azionale . La Folla, la rivista di Paolo Valera di cui Gioda era da tempo S 8 assiduo collaboratore li offr, a breve distanza, I Opportunit di precisare In i pieni torinese interpretando lo sbigottimento di molti  ello e troppo forse si  sognato. La guerra  il ri Wi Intanto, il fallimento dello) izi e A en i ILL pposizione socialista e democratica nepaesi I social esi dell FEFUIONIA imperiale e delle quadrate organizzazioni operaie [...] ci tone i prebiaia S : Ag its do FEDELI, Breve storia dell'Unione Sindacale Italiana. HI, in Rec ana ngi ni Vac i due volumi di FELICE Mussolini il nario,, Einaudi,, p. 235 ss., e Sindacalismo riv N zii i rig nel heidi; De Ambris-D'Annunzio, Brescia, Morcelliana, 196 19.35. ln si, per il valore della testimonianza, ARM o di (1398-1905) NIGOlIEREARAI pp v [BORGHI, Mezzo secolo di anarchia dat Psa reo) be fog la luce il 28 febbraio 1916, mentre ottenne il consenso di sti (cfr. Gli anarchici intelligenti son dichiarazione storica, LInternazion: linate j ale, 25 marzo 1915), fu i da parte del movimento anarchico itali i i GATE ROMEA taliano (si veda, in particol: arti i nba } _In particolare, larticolo di ERRICO ; governo, Le Rveil communiste- i i N g  uniste-anarchiste, 1 maggio 1915 si n arts rie sea Li n. ee della grande guerra, ai pagina a 14. 9 re di Valera, aveva contribuito alla ri; ita di e 1912, e vi scriveva regolarmente, i so imi ai 12,  per lo pi sotto pseudonimi (l Amico di Vautrin, i I torinese). Fondamentali, per capire il raj *anzi sat rese). mentali, per pporto tra lanziano scrittore e agitato! iali Porlinia gli articoli di questultimo Paolo Valera, e Ancora di Paolo Valera, nai Fa = inni i ll o 1911. Su questo punto v. altres Miano i LI, rchici italiani e la prima guerra mondial 1 ici interventisti (1914-1915), in Rivista Storica dell Anarchismo, 1995, TCA ig 14 di difendere domani la nostra casa da qualsiasi eventuale minaccia contro la integrit di essa, nel mentre a gran voce, dai nemici di dentro, dalla monarchia [...], reclamiamo e vigiliamo per la assoluta neutralit" Gli articoli di Gioda (che pure erano ancora lontani da una netta presa di posizione in senso interventista) scatenarono una polemica a distanza fra lautore, il direttore dell Avanti! Benito Mussolini e Nella Giacomelli, una delle voci pi autorevoli di Volont! In essa sinser ben presto anche lanarchico individualista Oberdan Gigli, coetaneo e amico di Gioda, recandovi nuove e pi profonde inquietudini". In una lettera aperta alla Giacomelli, Gigli prese senz'altro le difese del compagno. GIODA, Mentre trionfa la guerra, La Folla, 9 agosto 1914 U Sul numero di Volont dell8 agosto era apparso anche un contributo di Petit Jardin (pseudonimo di Nella Giacomelli), intitolato La pi grande mistificazione: da Herv a .. Mussolini. In esso, la Giacomelli, traendo spunto da alcuni articoli di Mussolini che lasciavano intravedere un possibile allontanamento dal neutralismo assoluto, aveva paragonato il dubbioso direttore dellAvanti! a Gustave Herv, laraldo dellantipatriottismo estremo, arruolatosi volontario nellesercito francese subito dopo la dichiarazione di guerra della Germania alla Francia. Mussolini aveva replicato con una lettera nella quale, rifacendosi a sua volta allarticolo di Mario Gioda, rimarcava lincoerenza di Volont, che, nel mentre accusava lui di aver tradito le sue idee internazionaliste, non aveva esitato a pubblicare una pagina di quel tenore. La replica di Mussolini trov spazio in un secondo articolo della Giacomelli (In pieno patriottismo!!! Da Herv a Mussolini: da Mario Gioda a Oberdan Gigli, Volont), molto critico nei riguardi di Gioda e degli altri sovversivi guerrafondai. Infine, il 29 agosto, il giornale ospit una lettera dello stesso Gioda, che, respingendo laccusa di patriottismo, affermava per il dovere degli anarchici, proprio in quanto tali, di difendere la causa della libert - rappresentata dalla Francia e dai popoli latini - dalla minaccia del pangermanesimo. In merito a questi avvenimenti v.ANTONIOLI, Gli anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di Luigi Fabbri e di Cesare Agostinelli a Giacomelli Rivista Storica dell Anarchismo. Il ragioniere Oberdan (in realt Oberdank) Gigli era nato a Gallarate nel 1883, ma si era formato a Genova, dove la famiglia Gigli si era trasferita dopo la nascita del figlio. Il carattere mite e la propensione per gli studi filosofici, che ne facevano pi il tipo dellintellettuale che delluomo d'azione, non gli avevano impedito di farsi strada con sicurezza negli ambienti anarchici del capoluogo ligure, con i quali era entrato in stretti rapporti ancora giovanissimo. La prefettura genovese ne aveva tracciato questo breve profilo: Individualista, professa con ardore i principi extralegali, riuscendo ad avere non poca influenza sui correligionari, non solo in Genova e Sanpierdarena, ma anche in provincia [sell instancabile nella propaganda delle teorie da lui con calore professate, esplicando tale propaganda con buon profitto, specialmente fra la classe operaia. ACS, CPC, Busta [Gigli]. 15 I problemi dello spirito affermava sono tramontati per ora: forza e della razza e della nazionalit ritornano a predominare coi ferocia. I valori sociali hanno subito un'inversione. Linternazion spezzato [...]. Chi doveva non ha fatto il suo dovere; neppure noi' i problemi della n raccapricciante alismo operaio  Agli anarchici - concludeva Gigli - restava da riscoprire la loro comune anima umana, non escludendo lopportunit di combattere gli invasori austriaci (quantunque, come suggeriva, in libere schiere non governative), il giorno in cui questi avessero minacciato lintegrit territoriale italiana! i Ai primi di settembre Volont pubblic una nuova lettera di Gi li Il concetto fondamentale espresso dal giovane anarchico era che il crohn della rivoluzione sociale non potesse.essere posto dove fossero ancora ai rt le questioni della libert e dellindipendenza nazionali. son Lanarchismo sosteneva lautore non rinnega, ma supera il concetto di patria: rinnega per il patriottismo, che  concezione perfettamente borghese e sibi la rivoluzione liberatrice anche contro i connazionali. Ma lanarchismo curdo me,  una filiazione della filosofia e delle istituzioni borghesi: perci esso Fon presupporre una societ borghese dove possa svilupparsi fino alla vittoria. La storia ela tradizione sono quindi progenitrici non ripudiate. Ritengo quindi che i roblemi essenziali della borghesia debbano essere risolti per poter liberamente clara verso sistemi libertari. E fra tali problemi v quello delle nazionali la risolvere libert: fr: I bi  Ilo dell pi Il lit, da risol A Tar n 1 Un eventuale Vittoriosa invasione delle armi austro-tedesche non solo cn lasciato drammaticamente irrisolta la questione nazionale, ma, sotto . TEC . . Z il profilo delle conquiste politiche e sociali, avrebbe altres determinato un Volont, un Pot in riferimento all'articolo di Mario Gioda dell8 agosto, era inserita insieme que a di Mussolini nel citato articolo di Nella Giacomelli, /n pieno patriottismo!!! dr parole di Gigli la redazione di Volont (retta allora da Cesare Agostinelli, trovandosi esu rilusi i fatti della settimana rossa, sia Errico Malatesta che Luigi Fabbri) fece seguire una de i aperto disappunto. A noi pare vi si leggeva che la situazione di quelli che, come io x e Gigli, si lasciano trasportare dal sentimento patriottico sia la medesima di quegli E rici che, tempo addietro, andarono volontari a combattere per le patrie dei greci, dei cubani, dei boeri, degli albanesi. Il fatto materiale potrebbe anche riuscire simpatico; ma esso esula dal compito specifico degli anarchici divi on questo incoerente se si arriv: i anarchici, e pu entare c P qi Incoe; si a regresso: l'avvento, anche in Italia, di un sistema feudale e militaristico sul modello di quello degli Imperi Centrali. Impedire che ci avvenisse aveva di per s un valore rivoluzionario; significava combattere per la causa anarchica e, allo stesso tempo, salvare lanarchismo dallisolamento, riportarlo a contatto con le masse, ravvivato alla fiamma dellumanit dolorante!?. La condanna fatta seguire dalla redazione di Volont alle parole di Gigli hiuse definitivamente la polemica, almeno per quel che riguardava il giornale di Ancona. Nondimeno, le defezioni di Gioda ed Oberdan Gigli, considerati fra i migliori giovani ingegni dellanarchismo italiano, segnarono un passaggio doloroso nella storia del movimento libertario. Rygier, intanto, gi paladina dellantimilitarismo e, in assoluto, una delle personalit pi stimate del campo rivoluzionario, aveva firmato un sorprendente articolo per Il Libertario di La Spezia, nel quale, richiamandosi alle tradizioni garibaldine del Risorgimento, aveva plaudito alla fine della Triplice Alleanza, il patto infame gi vincolante lItalia agli Imperi Centrali, auspicando la guerra liberatrice contro gli Asburgo, i carnefici di Oberdan? Rygier era da poco rientrata da un giro di conferenze in Francia, dove era stata sorpresa dallo scoppio della guerra, e dove pare avesse rinsaldato i suoi legami con i gruppi herveisti e soreliani e con la massoneria francese (con cui sembra fosse in rapporti gi dallanno precedente), legami comunemente ritenuti la ragione principale della sua invero repentina conversione |a stessa Giacomelli, nellarticolo del 22 agosto, li aveva definiti i nostri migliori uomini; mentre Errico Malatesta, nella su prima affermazione ufficiale contro la guerra (larticolo Anarchists have forgotten their principles, pubblicato sul numero di novembre della rivista londinese Freedom, poi ripreso dai principali giornali libertari italiani), si rammaricava che tra gli anarchici interventisti vi fossero dei compagni che amiamo:  rispettiamo profondamente. Rygier, nata a Firenze, aveva militato nelle fila del sindacalismo rivoluzionario. Nel 1907, con Corridoni, aveva dato vita al giornale antimilitarista Rompete le file!. La sua fervida propaganda (culminata, dopo la guerra di Libia, con la campagna in favore di Augusto Masetti, di cui era stata la principale agitatrice) le era valsa il carcere e numerosi processi, contribuendo ad accrescerne la fama negli ambienti sovversivi. Nel 1909 era passata al movimento anarchico. Cfr. ANDREUCCI, DETTI, // movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Vol. IV, Roma, Editori Riuniti, ad nomen. Per una breve storia de Il Libertario v. BIANCO, COSTANTINI, Per la storia dell'anarchismo. Il Libertario dalla fondazione alla prima guerra mondiale, in Movimento Operaio e Socialista in Liguria, RYGIER, La bancarotta della politica monarchica in Italia, Il Libertario, allinterventismo. Nei mesi che intercorrono tra la settimana rossa e il suo ritorno in Italia nelle vesti di propagandista dellintervento ha scritto a questo proposito uno storico dellanarchismo Maria Rygier trova la sua strada proprio con laiuto dei circoli herveisti parigini e del Grande Oriente di Francia, che laccoglie nelle sue logge istruendola nel compito che dovr assolvere nei confronti dei vecchi compagni e del direttore dell Avanti!?, A sua volta un altro autore, in uno dei rari studi dedicati al fenomeno dellanarco-interventismo, riferendosi ai motivi determinanti la svolta della Rygier e degli altri anarchici favorevoli alla guerra, ha scritto n pi n meno di tradimento nero, mercanteggiato, prezzolato?. In questottica, anche in considerazione del ruolo che molti anarchici interventisti ebbero nel fascismo, non  difficile capire il perch, a posteriori, si sia finito semplicemente per negare loro il diritto di cittadinanza nella storia dellanarchismo italiano. Senza dubbio, al di l delle durissime e CERRITO, L'antimilitarismo anarchico nel primo ventennio del secolo, Pistoia, RL, 1968, p. 34.  Quello dei finanziamenti, pi o meno occulti, della massoneria al movimento interventista, fu uno dei motivi dominanti della polemica che precedette lentrata in guerra dellItalia (e basti pensare alla nota questione dei fondi de Il Popolo dItalia). Nel caso di Maria Rygier, quel che  certo  che ella era da tempo in stretto contatto con gli ambienti dellemigrazione italiana in Francia, specialmente con i gruppi socialisti e anarchici di Marsiglia, citt dove la questione dei rapporti tra le frange interventiste di estrema sinistra e le logge massoniche era sentita in modo particolare. A Marsiglia, infatti, su iniziativa dellanarchico Raffaele Nerucci, si costitu un agguerrito Fascio rivoluzionario interventista italiano, accusato dagli avversari, fin dal suo apparire, di loschi connubi con la massoneria. Un anonimo articolista dellAvarti!, commentando la pubblicazione ad opera del Fascio di Marsiglia di un numero unico a sostegno dellintervento (La nostra guerra, 21 marzo 1915), rimprover a Nerucci e agli altri interventisti rivoluzionari marsigliesi dessersi serviti del denaro dei massoni, nonch del sostegno del Ministero degli Esteri italiano (cfr. Gli interventisti a Marsiglia, Avanti!). Personaggio ambiguo e contraddittorio, Nerucci era nato a Castelfranco di Sotto, in provincia di Firenze (oggi Pisa). A Marsiglia, dovera emigrato nellaprile del 1901 e dove gestiva un ristorante, Nerucci aveva a lungo esercitato una grande influenza, conseguenza di un carattere che lambasciata italiana aveva definito audace e pronto, ma anche della sua spregiudicatezza (pare, del resto, che egli fosse in qualche modo legato alla malavita locale). Nerucci era stato corrispondente da Marsiglia de La Protesta Umana, de Il Libertario e de L'Avvenire Anarchico. Nel dopoguerra fu tra i fondatori del Fascio di combattimento marsigliese, da cui fu tuttavia espulso nel 1927 per indegnit morale e politica. Condusse il resto della sua vita sotto lattenta sorveglianza delle autorit fasciste. ACS, CPC, Busta 3526 [Nerucci Raffaello]. MASINI, Gli anarchici italiani fra interventismo e disfattismo rivoluzionario, in Rivista Storica del Socialismo, comprensibili polemiche del momento, che hanno spesso sisi anche nel tono, i giudizi e le interpretazioni successive, la scelta i campo c Maria Rygier, per quello che il suo nome evocava nell immaginario simbolico dellestrema sinistra italiana, rappresent un trauma n pe riassorbito, cui pu essere paragonato (ma solo in minima parte) quello a fece seguito alla professione di fede interventista di un altro protagonis delle battaglie antimilitariste dinizio secolo: Antonio Moroni ; Lbatnn Circa le ragioni ideali, se non devono essere sottovalutati, ne i inire il mutato atteggiamento della Rygier che prima di aderire all anaro ismo e stata sindacalista rivoluzionaria, i debiti con il sorelismo e con 1 Giga 46he ad ogni modo costituivano un substrato culturale comune a molti rivoluzionari, non solo del campo interventista), ben pi rilevanti, come emerge dalla febbrile attivit propagandistica della stessa Nico vr precedenti e immediatamente successivi all entrata in guerra o alia, appaiono i riferimenti al mazzinianesimo. Non  certo un eri pe Pan veste della Rygier fosse particolarmente apprezzata dai repubblicani n lei medesima finisse vieppi per accostarsi al dpi . ni repubblicano, fino 2a n la confluenza di tutte le [ *interventismo rivoluzionario ne  i manifestazione ufficiale dellinterventismo della Rygier Li lettera di adesione alle tesi di Ambris, che ella pn 20 agosto, allindomani della discussa conferenza milanese del dirige i i i i i in Volont del 19 2 Basti, al riguardo, ci che della Rygier preti slo sini settembre 1914: Io trovo in te solo un merito: que  i i al tuo dnerottiio doccasione, rivelandoti femmina fino alla radice dei capelli per morbosit di i i; inti i spirito. NOILIA . sentimenti; per intima debolezza di spiri G i RG 27 Il caso del giovane militare di leva Antonio Moroni, nie su vela di pria i i impatie anarchiche, eri San Leo di Romagna a motivo delle sue simp: T i Ma i imilitari  inistra (battaglia che egli stesso avi battaglia antimilitarista dellestrema sinis negre i ie di l carcere, regolarmente pubblicat limentare con una lunga serie di lettere dal ere, ) d ssovveniivafi Sul suo nome, insieme a quello di Augusto Masetti, era sa DRSAATE campagna da cui ebbe origine la settimana rossa. Congedato il no A vs ci de i del sovversivismo; il che pu era stato accolto come un vero e proprio eroe de ) E i i vecchi compagni allorch egli, al   della sorpresa e dello sgomento dei suoi vec T di A E i i  tari garibaldini (a ti dove fin per arruolarsi fra i voloni I prese la via della Francia, i i $ I IN Arti i *arti i l'i LAvvenire Anarchico, 8 g 6 lempio v. larticolo Moroni l'ingrato, i Pulcino) Su Antonio Moroni v. FRANCO ANDREUCCI, TOMMASO DETTI, op. cit., Vol. III, ad Oltre i Iniziati i  ropria penna a 28 Oltre che allorgano nazionale del PRI, L Iniziativa, la Rygier 9 la pi sa pci molti altri giornali repubblicani, tra cui principalmente La Libert (Ravenna), Repubblicano (Roma) e Il Lucifero (Ancona). sindacalista Ma la Rygier fu anche i ratrice del Manifesto yg spirat le anife degli anarchici Interventisti ; redatto da Oberdan Gigl dietro invito di lei 3 gli di anifesto ne quale egli VI orma di programma, le manif riprende a, ordinandole in fi d prog! 8 Si 5) = 1 gia espresse nelle su ue lettere a Vo lont ppello, steso 1 tesi gi espresse nell ed Vol ); La Il t 120 sette re e diffuso alla fine de (ese, critto da alcuni noti e meno ne del mese, era sottosi ettembre e diff Ila f I tt tto d. 1 noti esponenti dell anarchismo italiano Insieme a sindac. I 1 ns d t tal ; sinda alisti, socialisti dissidenti e repubblicani, e non fu un caso ch Ve pressi In e vedesse la luce essoch contemporanea a un manifesto Intransigentemente neutralista diramato dalla e: s Quasi ad anticipare la nascita (; C lavi Direzione del PSI d I anche in chiave anti nu ista) del primo Fascio rivoluzionario d azione internazionalista. el testo di Gigli, accanto a Immagini e richiami della simbologia libertaria, SI trovavano, confusi in un unico disegno, concetti apertamente democratici e mazziniani (noi riteniamo che | Internazionalismo sar possibile solo q o nazioni saranno libere, P' ich l dove odio divide lIrredento uando le na: i, po l di lodio divid I eden dallo, ressore, ogni altro problema economico e politico no! pu trovare ppi p! P' liti n ti SO uzione), romantiche visioni camicie rosse (la ri Li I,  per mi isioni di camici (l I neutralit. 088 P' utti solamente un a 0 egoismo nazionale; essa (CISA azioni lett gO. ional p legazione tutti solamente ui bbie iazionale; essa  la recisa neg dello inter nazionalismo mater iato di solidariet e sacrificio, che ci ha spinto sui campi della Francia, della Grecia, del Messico, della Serbia) e roboanti ! p proclam di stampo roto-mussoliniano (I Inerzia  vigliaccheria e la neutralit, che ancora disconosce la volont po olare,  trad mento. E? lora ) pop:, ti 1 I 29  n E, n kia pon fn LInternazionale, Edizione Nazionale [dora innanzi Ed.Naz.], 12 4. La lettera si trova riprodotta anche in MARIA R soglia t i i YG ia di Lana nostra patria, Roma, Libreria Politica, 1915. pp. 19-24 drain questo scopo ella si era segretamente in  n Gigli pi di cre. ils ver ola pae i contrata con Gigli pi di una volta. Cfr. ACS, pi poi Hi RyGIER, Sulla soglia di un'epoca, cit., p.25 e firme apposte al manifesto erano i: e igli i 1 ap al m quelle di: Oberdan Gigli, Maria Rygi i pe que Paolinelli, Edoardo Malusardi, Gino Tenerani, ta elit Di i e di ss Sa ua Martello, Emanuele Carletti, Ugo Piermattei, Len } I asquali, Bruno Bernabei, Giovanni Provinciali, Ezi ? ini eni Ardisson, Gesualdo Grossi, Otriade Gigliucci, Francesco Sarti. Aigle 63 ai DIE i ese hi p articolo di poco successivo (Dedicato agli anarchici caiser, Inizi , 10 ottobre 1914), ebbe tuttavi; i 3 ii i sui intervenzionisti a suo tempo. Lo firmerei den ae6 ia AREA appello della Direzione socialista, opera prevalentemente di Mussolini, fu pubblicato dallAvanti! del 22 settembre 1914 i rivolazionario, ite pp, 250251, colato FELICE, Miasolini:1 L'invito finale, rivolto a tutti i sovversivi, era quello a mobilitarsi per la loro Francia, la Francia della libert e della rivoluzione**. Gigli, in verit, avrebbe voluto inserire nel testo almeno un accenno alle terre italiane Irredente, ma ne fu dissuaso dalla Rygier, convinta che non fosse ancora il momento per unesplicita dichiarazione in senso nazionale. In calce al manifesto degli anarchici interventisti figurava anche la firma di Tancredi, pseudonimo di Massimo Rocca. Se i casi di Gioda, di Gigli, di Rygier e di altri che ne sarebbero seguiti destarono lo stupore e il rammarico di molti, il fatto che Rocca si schierasse per l'intervento non sorprese quasi nessuno: fu visto, anzi, come una logica cofiseguenza degli atteggiamenti da lui presi in passato, specie in relazione alla guerra di Libia. Un giudizio di Berneri del 1924 (mentre volgeva al termine la parabola di Rocca come dirigente fascista) racchiude in poche parole il comune sentire degli anarchici italiani e si pu dire riassuma buona parte della successiva riflessione storiografica sul personaggio. Massimo Rocca scriveva Berneri non  mai stato anarchico. Fu individualista; il che non  la stessa cosa. Comunque si voglia vedere,  per indiscutibile che fu nel clima culturale e politico dellanarchismo V Per il testo completo del manifesto del 20 settembre v. RYGIER, Sulle soglie di un'epoca, cit., pp. 27-29. Il manifesto, intitolato Per la Francia e per la libert, fu pubblicato a stralci su Il Resto del Carlino del 21 settembre 1914 (Un manifesto di anarchici e di rivoluzionari a favore della guerra), su Il Corriere della Sera del 23 e su LIniziativa del 26. Eloquente il commento del quotidiano liberale bolognese: Oggi gli anarchici ed i rivoluzionari italiani si levano in piedi a respingere la neutralit e a richiamare il soccorso di tutti gli uomini di libert, per dar mano alla Francia, per schiacciare il blocco austro-tedesco, per riportare in Europa il soffio della rivoluzione. Quale rivoluzione? Quella francese, quella borghese, quella dellindividuo e della nazione: la nostra! Per le ripercussioni del documento in seno al movimento anarchico v. gli articoli / sovversivi guerrafondai, Avanti!, 23 settembre 1914 (cui fece seguito una risposta di Gigli a Mussolini, pubblicata dallorgano nazionale socialista quattro giorni dopo), e // manifesto dei falliti, Volont, 3 ottobre 1914. Sullintera vicenda v. altres FEDELI. Note su! 19141915. Gli anarchici e la guerra, in Volont, 1950, n. 10, pp. 622-628. 35 Cfr. RyGIER, Sulla soglia di un'epoca, cit., p.26 36 CAMILLO BERNERI, Uomini e idee. Libero Tancredi, La Rivoluzione Liberale, 18 marzo 1924. Il profilo tracciato da Berneri non nasceva unicamente da una valutazione di carattere personale, ma sinseriva in una lunga consuetudine di pensiero. A proposito della campagna interventista intrapresa da Rocca, Volont del 5 settembre 1914 lo definiva un anarchico che... non  mai stato dei nostri; e Luigi Molinari, uno dei padri dellanarchismo italiano, in suo intervento su L Avvenire Anarchico del 15 ottobre, gli contestava fermamente il diritto a dirsi anarchico, almeno nel senso scientifico della parola. Su Massimo Rocca si veda anche la voce corrispondente in ANDREUCCI, DETTI, gra n. che si formarono uomini come Massimo Rocca e che questi Icolare si pone come una delle fi i i x i igure pi controverse e a tuttoggi cin definite della storia politica italiana del Novecento. seal so n  fon il 26 ni 1884 da una famiglia di modeste condizioni, operaio tipografo come il compagno Mario Gi i i ; io Gioda, Rocca accostato allanarchismo agli inizi del   ole  lel 900, nel momento in cui, insi prime suggestioni nietzschiane e allinqui IRR  Inquieta poesia di Henrik Ibsen, si TARA ni nel nostro paese le idee di Johan C Schmidt mosciuto con lo pseudonimo di M i il fil ueglicicoa i ax Stirner), il filosofo de n x Attratto dalle teorie degli individualisti, che a quelle idee e a iaia i 5 apici Rocca si era contraddistinto per unintensa nferenziere, collaborando nel frattem i gi i ttivit d ere, collal po a numerosi giornali o anarcoindividualista, fra i quali Il Grido della Folla di ip ; Pi 1906 al 1911, con lamico Alfredo Consalvi, aveva dato vita PR lata rino del Novatore, rivista improntata a un marcato alismo intellettualistico; esperienza che gli d | istici e gli era valsa lunghe ed acri polemiche con gli ambienti dellanarchismo ufficiale, Agli eccessi  Pics E ; a Gipi ear opera di Max Stimer, L'Unico e le sue propriet, apparve nel P i Torino, a cura del tipografo modenese Ettore Z. i, gi i gruppi anarchici degli Stati Uniti e lo, i i ua FR pera di Max Stirner, una i i i del Geni met 1a d ner, prima introduzione al pensiero  $ ; pali divulgatori delle teorie individualiste i i libertario italiano furono - con i i an eri Nella Giacomelli - Ettore Molinari, Giuseppe Monanni e Leda Sulle fortune e le diverse correnti dellindivi i ellindividualismo anarchico nel nostri DA A  pu Pena piace alla settimana rossa. Per una storia dell Di. Italia (1881-, Firenze, 1977, p. 97 ss., e PIER CARLO M. i i ici vet csi; HRR degli attentati, Milano, Rizzoli, 1981, p. 193 i Vf perg rido della Folla fu il primo giornale a hico italia i Il ( fuvil narchico italiano di schietta int i HR ino acri ni sia del 1902 da Ettore Molinari e Nella Giacomelli cad i ovanni Gavilli, cess le pubblicazioni cinque anni pi tardi i i 7 Vai toi PIER. . ardi. T CAS ira din videro la luce in quegli anni, i pi Sposi frico  (Firenze, 5), La Protesta Umana (Mil: 3 1 i ire 1907-1908), Sciarpa Nera (Milano, 1910 veli Gil INIT A |, -) e La Rivolta (Milano, 1910 ueste pubblicazioni ebbero fra i | i assidui i si i 9 i loro pi assidui collaboratori Oberdan Gigli e Mario Gi i loda. V a ale a i. nel ve Anarchico individualista, stretto collaboratore oca, 1 protagonisti dellanarcointerventismo. Nel do)  convinzione al fascismo e nel 1929, anche in virt ' fottla chi paria ; i ; rt della stretta amici Rossoni, fu radiato dallelen i ivi Mir gira gs co dei sovversivi. Cfr. ACS, CPC, Busta 1441 [Consalvi 40 : . 13 Ra SS anni (poi semplicemente Novatore) usc in tre serie successive: la Lr n Pose A psi ottobre 1906; la seconda dopo che Rocca e Consalvi alia per gli Stati Uniti a New York, dal 15 ottobri i i a i 7 i } e 1910 al 4 de Wperzia di nuovo in Italia (prima a Milano, poi ancora a Roma), dal 29 luglio al Nel 1907 il giornale anarchico romano La Giovent Libertaria accus MRO PEPATE PITT TT ATER RPVOR polemici, che ne avrebbero segnato tutta la vita, lo spingevano daltra parte il carattere irrequieto ed un acceso orgoglio intellettuale, tipico della sua formazione di autodidatta. Lo scoppio della guerra libica lo aveva visto a fianco di Arturo Labriola e degli altri sindacalisti rivoluzionari sostenitori dell'impresa (ai quali si sentiva affine per vocazione ideale), su posizioni decisamente tripoline'. Con la sua propaganda a favore dellavventura coloniale, il solco che gi lo Alivideva dai suoi vecchi compagni si era fatto incolmabile. Nellestate del 1914, tuttavia, grazie anche allinteressamento di Mario Gioda, aveva tentato di riavvicinarsi al movimento anarchico, chiedendo, con qualche speranza, di poter prender parte al progettato - e presto abortito - congresso di Firenze. Con ostinazione, cui non era stata estranea una buona dose di autocompiacimento, e a dispetto dei suoi molti avversari, Rocca aveva continuato (e, in fondo, sempre avrebbe continuato) a considerarsi anarchico. Rocca e Consalvi dessersi appropriati dei fondi raccolti in Italia e allestero per finanziare la rivista. BETTINI, Bibliografia dell'anarchismo, Firenze, CP, ad indicem. dl Sul Tibicismo di Rocca v. soprattutto LiBERO TANCREDI, Una conquista rivoluzionaria. In pro e in contro la guerra di Libia, Napoli, Editrice Partenopea. Rocca era in stretti rapporti con gli ambienti del sindacalismo rivoluzionario. Tra il 1909 e il 1911 suoi scritti erano comparsi su Pagine Libere di Paolo Orano e Angelo Oliviero Olivetti e su La Lupa, la rivista fiorentina fondata da Orano che fu arena dincontro fra sindacalisti e nazionalisti (Orano, tra laltro, scrisse la prefazione al volume di Rocca La tragedia di Barcellona, pubblicato nel 1911). Quanto al nazionalismo, bisogna dire che Rocca ne aveva seguito con grande interesse lavventura politica, come anche testimoniato dallarticolo. // neo nazionalismo, scritto per il Novatore di New York nel dicembre del 1910, allapertura del congresso nazionalista di Firenze che decret la trasformazione del movimento in Associazione. E notevole aveva scritto Rocca in quelloccasione che nell'Italia democratica del presente, tutta piena di pacifisti e di umanitari, vi sia un Corradini abbastanza coraggioso per inneggiare alla guerra ed alle armi [...]. Certo, il nazionalismo in Italia  un fenomeno nuovo, che sconvolge molte teorie, ma che comincia ad imporsi e col quale bisogner confrontarsi. Bisogner, se non altro, considerarlo come unonda di sincerit lia, e che non manca dun lato che avvolge gli ultimi residui virili deila borghesia dItal onorevole e grandioso. #? Gioda (un intervento del quale figurava nel programma congressuale) av Gli anarchici di fronte agli altri partiti sovversivi eva accompagnato una nota di raccomandazione alla lettera indirizzata da Rocca al comitato ordinatore del congresso fiorentino. In quella lettera - che Volont rifiut di pubblicare Rocca aveva auspicato che il congresso potesse servire di spiegazione fra compagni e di mezzo di pacificazione e aveva chiesto desservi ammesso come relatore sul tema Guerra e militarismo, al riguardo assicurando che la sua tesi era meno eterodossa di quanto potesse sembrare  di essere in grado di spiegarsi fraternamente su Tripoli. Cfr. ANTONIOLI, Gli anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di anarchici interventisti Nelli 7 f 4 7 ellintroduzione a un suo libro di quel periodo, che possiamo leggere come La programmatico del suo modo di interpretare lanarchismo, aveva ritto: i Dal momento chio persisto a dichiararmi ed a sentirmi anarchico senza curarmi dellaltrui divieto o permesso [...], credo e persisto a credere che lanarchismo quale energia. critica di pensiero e di temperamento individuale, e le affermazione ribelle di valori etici nuovi, possa avere una vasta ed m Bi funzione da compiere, a lato dei movimenti pratici: credo anzi che dell'anfchismo ve ne sia molto oggid fuori degli anarchici ufficiali nelle minoranze ch formano la parte pi viva e suscitatrice della vita pubblica odierna i A ; questa visione concettuale, estetizzante e fortemente elitaria dell anarchismo, inteso pi come uno stato danimo che come un corpo certo di dottrine e di programmi, Rocca rest in definitiva sempre fedele, pur nel mutare delle esperienze politiche e personali, e ad essa si sarebbe fiheli richiamato, negli anni della sua adesione al fascismo, a motivare le posizioni assunte allinti del ito! interno del partito". E  n 5  RSA ott ; regni; contro l'anarchia. Studio critico-documentario, Pistoia, Il Punto focale della riflessione di Rocca era la contrapposizione fra la rigidit formale dell anarchia, intesa come dottrina politico-filosofica, e lenergia liberatoria dellanarchism Se lanarchia rappresentava il mito elevato a dogma, una concezione trascendente [ n superiore e padrona anche di chi vi crede; lanarchismo era invece pi propriamente 104 disposizione dello spirito leterna sete di progresso, di libert, di novit, incarnantesi nell: rivolta, nel senso pi puro ed etico del termine, al punto che tutte le rivolte passate  future, tutti glideali nel loro senso dinamico potevano considerarsi sue mai istazioni AI libro di Rocca era premessa una breve lettera di Arturo Labriola (a riprova dei legami esistenti ia individualista torinese e il mondo del sindacalismo rivoluzionario), che Gol da  ci Sia ammirazione per lautore, definendolo uno degli scrittori politici pi Nel 1924, in una lettera/dedica a Mario Gioda premessa ad una raccolta dei suoi articoli revisionisti sul fascismo, Rocca avrebbe scritto: Tu, Gioda, sei tra i pochi che mi furono compagni di spirito anche prima che il fascismo sorgesse: tra quel gruppo di sovversivi che volevano esser tali per disprezzo delle classi dirigenti autodemolitrici di se medesime e della nazione, ma che affermavano ereticamente la realt della patria fra le masse sovversive di allora. Orbene, io ho ripassato in questi giorni quel mio libro L'anarchismo contro l'anarchia [..] ein quelle cinquecento pagine, ho ritrovato, esplicito o in nuce, moltissimo di ci che  oggi il fascista che ti scrive. Vi ho ritrovato cio [...] il riconoscimento del sentimento nazionale quale dato integratore dellindividuo e quale spinta indispensabile al progres umano; l'immortalit dell stato e del diritto, pur attraverso le sue trasbordo fol organo necessario a consolidare e conservare le conquiste operate dalla societ su se stess concretandone la coscienza e selezionando, con la resistenza del potere politico, le Pisi veramente rivoluzionarie e rinnovatrici dalle irrequietudini dissolventi; il diritto alla libert Non mancher di stupire chi conosce qual sia la concezione politica per la quale io milito scriveva Rocca allesordio della sua campagna interventista - sebbene sia coerentissimo con ci che penso da dieci anni e che da tre anni sostengo apertamente, nella previsione dellattuale catastrofe. Fulero della nuova impresa polemica di Massimo Rocca era la rivendicazione, ribadita fra il settembre e lottobre in numerosi altri interventi, della natura sostanzialmente anarchica della lotta contro il militarismo e lespansionismo desco in difesa dei popoli latini, dal momento che Ia latinit aveva sempre rappresentato la libert, il progresso e la rivoluzione*. Alla maggioranza degli anarchici rimproverava perci di. aver tradito leredit e il messaggio ideale del vero anarchismo, quello che combatteva Mazzini per completarlo, pi che per negarlo'*, e di essersi messi al giogo dellopportunismo ministerialista e del complice teutonismo dei socialisti ufficiali. interiore per chi  capace di foggiarsi nel proprio spirito una legge, e la legittimit della coazione su chi non si eleva a tanto ROCCA, Idee sul fascismo, Firenze, La Voce, TANCREDI, // dovere della guerra, LIniziativa, 29 agosto 1914. Questo e altri scritti del periodo sono anche contenuti (ma spesso in forma incompleta o rimaneggiata) nel volume di Rocca, Dieci anni di nazionalismo fra i sovversivi d'Italia, Milano, Il Rinascimento, Oltre agli articoli direttamente citati v. anche L'accordo che commuove, LIniziativa, Gli eterni vinti, Il Resto del Carlino, 3 ottobre 1914, e Gli anarchici, i sindacalisti e la situazione internazionale, Il Lavoro, TANCREDI, // dovere della guerra, cit. 4" Ip., Gli anarchici del kaiser, LIniziativa, L'organo del PRI pubblic la seconda parte di quest'articolo il 26 settembre. La controversia che ne segu coinvolse soprattutto Ottorino Manni, indicato da Rocca fra gli anarchici favorevoli alla guerra contro gli Imperi Centrali (insieme ai fiorentini Lato Latini e Giovanni Canapa), per via di due suoi interventi apparsi su Il Libertario del 27 agosto e del 10 settembre (Gli eroi della guerra e Polemica sulla guerra). Manni, che aveva effettivamente ammesso di trovare realistiche e pi positiviste, rispetto alle astratte prese di posizione dell'ortodossia anarchica, le considerazioni di Mario Gioda e di Oberdan Gigli a proposito delleventualit della difesa in armi del territorio nazionale, respinse per ogni addebito Interventista, dapprima con un nuovo articolo su Il Libertario del 24 settembre (La guerra no!), poi con una lettera di poco successiva a Volont. A parte il caso di Manni, bisogna dire che gli esempi portati da Rocca nel suo celebre articolo non erano granch probanti. Infatti, se Giovanni Canapa (meglio conosciuto con lo pseudonimo Brunetto DAmbra) era un nome noto dellanarchismo italiano, altrettanto non si poteva dire di Lato Latini. Il Prefetto di Firenze - dove Latini, nativo della provincia di Arezzo, esercita il mestiere di tipografo - aveva informato la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza di non averne fino ad allora segnalato il caso, perch modestissimo gregario della setta anarchica. ACS, CPC, Busta 2729 [Latini Lato]. 4 Per un giudizio di Rocca sulla politica del Partito Socialista si veda la sua prefazione al volume di LASKINE, / socialisti del kaiser, Milano, Sonzogno,Lardente propaganda di Rocca per la guerra, propaganda che egli (come del resto gli altri anarchici interventisti) riteneva potesse indurre la base del movimento ad abbandonare la ferma pregiudiziale neutralista, contribu a esacerbare gli animi, mentre si moltiplicavano le provocazioni e le intemperanze, da una parte e dallaltra. La sera del 4 ottobre Rocca e Maria Rygier sincontrarono alla Societ Operaia di Bologna per una conferenza sulla Morale della guerra, ma la decisione non si rivel molto felice, vuoi per la sede prescelta il pubblico essendo costituito per lo pi da operai anarchici e socialisti vuoi per il momento poco propizio, e lannunciata discussione si concluse in un prevedibile tumulto, con tanto di lancio di sedie, nel quale i due oratori e le loro improvvisate guardie del corpo (fra cui il giovane romagnolo Leandro Arpinati) ebbero inevitabilmente la peggio. Si era tenuto a Bologna un comizio del deputato belga Lorand in Italia allo scopo di sensibilizzare lopinione pubblica alla causa del proprio paese in occasione del quale gli organizzatori avevano fatto circolare un volantino in cui si affermava che i repubblicani, i sindacalisti, gli anarchici pi colti e intelligenti erano per la guerra all'Austria. Il Fascio Libertario bolognese e il gruppo del foglio antimilitarista Rompete le file! avevano reagito con sdegno alla pretesa degli interventisti di ascrivere anche gli anarchici tra i fautori della guerra (una loro lettera di protesta era stata pubblicata dallAvanti! il 3 ottobre). ! Cfr. La conferenza di un anarchico sospesa con una sedia in testa, Il Secolo, 5 ottobre 1914, e Violenze e tumulti di socialisti ad un comizio di anarchici, Il Corriere della Sera, 6 ottobre 1914. Sul periodo anarchico di Leandro Arpinati, 0, meglio, sui legami tra lazione politica di Arpinati durante il fascismo e le sue radici anarcoindividualiste, v. WHITAKER, Arpinati anarcoindividualista, fascista, fascista pentito, in Italia Contemporanea. Per il resto, le poche notizie sulla formazione politica di Leandro Arpinati sono mediate dal vecchio volume di NANNI, Leandro Arpinati e il fascismo bolognese (Bologna, Edizioni Autarchia7), unopera agiografica, scritta nel pieno delle fortune politiche dellArpinati fascista, alla quale occorre guardare con molta cautela. A quel primo lavoro, ritirato dal commercio subito dopo la pubblicazione (sembra per volont dello stesso Arpinati) e mai pi ristampato, hanno attinto tutti i successivi biografi di Arpinati, da SUSMEL (Arpinati, in La Domenica del Corriere, 1967, n. 36 pp. 16-20) a IRACI (Arpinati l'oppositore di Mussolini, Roma, Bulzoni, 1970). Nato a Civitella di Romagna, in provincia di Forl, Arpinati si era trasferito a Torino giovanissimo, lavorando prima come sguattero dalbergo, poi come operaio alla fabbrica automobilistica Diatto. Di estrazione socialista (suo padre Sante era stato uno dei maggiori esponenti della sezione socialista di Civitella), il giovane Arpinati si era avvicinato allanarchismo intorno al 1910, restando affascinato dalle teorie degli individualisti e divenendo, a quanto pare, grande ammiratore di Massimo Rocca. Risalirebbe a questo periodo anche il primo contatto di Arpinati con Mussolini, allepoca direttore de La Lotta di Classe, chiamato a inaugurare il nuovo mercato coperto di Civitella intitolato ad Andrea Costa. Nell'occasione, gli anarchici locali, con alla testa Arpinati, avrebbero inscenato una dura contestazione, suscitando il risentimento di Mussolini (ma non v' traccia di questepisodio nelle pagine dellorgano socialista forlivese). Da quel momento - secondo gli autori sopra PPANTPP 777 VIP PRRPPIA Le seggiolate rimediate alla Societ Operaia bolognese non Fine Rei effetto che quello di confermare Rocca nella propria capar campo, n gli impedirono in alcun modo di proseguire, E: e n proselitismo, pur in un clima di sempre maggior tensione. % si g D i dopo lepisodio di Bologna e un momento prima di lasciare sn ia o ; Francia alla volta delle truppe garibaldine - Rocca, che era da an > rapporti con Mussolini e lAvanti!, ottenne anzi il suo per pi yritido e importante, firmando i celebri e controversi articoli su ua Carlino che forzarono il futuro duce del fascismo ad accelerare i temp: del suo strappo interventista". citati Arpinati e Mussolini sarebbero comunque rimasti in seria Fata sunt  E) ri . . A icizi  ipazione di Arpinati alla vita politica amicizia. Quel che  certo  che la partecipazi T a Fi i ico itali i ionale collaborazione con un giorn: ino, anarchico italiano, fatta eccezione per un'occasi x DE dpr arti i i Socialismo e anarchismo (L Alleanz ; che aveva fruttato larticolo in due parti 4 % nt gent i he rilevante, e che solo lintervei), era stata tutt'altro cl ] ) i re ) A it di i notare. Secondo la figlia, autrice anc! futuro gerarca lopportunit di farsi noi rice | na iscutibi i i lo prese parte attivissima ; i iscutibile biografia, lanarchico romagno i ima 4 a Fira dopo quello famoso della Societ Operaia, in papea RE incidenti, al punto da assumere un nome falso - Vittorio Neri -, da saga panda all'oscuro la madre delle sue disavventure (Oo Cari erinen eigen i r ittari ttera a firma  io padre, Roma, Il Sagittario, 1968. p. 37). Una lett O ( Civitella che si proclama al fianco di Mussolini per la A i verso sa rr, i i Italia del 25 novembre . Impiegato, comparve in effetti su Il Popolo d Ita i  | pi aopinti fu riformato dal servizio militare perch figlio maggiore di madre vedova, rese parte alla guerra. i iris fi ida A I} GI i 6 ottobre, la testa ancora fasciata per le ferite riportate due gio! se i gii artecip ad una conferenza, indetta dall Unione Repubblicana bolognese Ure SR ochist e macchinisti, con una relazione sulla Triplice Alleanza. Cfr. LInizi: n ail il i izioni Librarie Italiane, 1954), Rocca S In Come il fascismo divenne una dittatura (Milano, Edizioni Librarie  anni cbr scrisse di aver conosciuto Mussolini nellestate del 191 pra a pa dr n del fi i  i lini direttore dellAvanti!, Rocc: i  del futuro duce. Divenuto Musso!  V HAN gie zi ialista (firmandosi con gli pseudonimi a collaborazione con lorgano social 1 i i juidi il larticolo 4/ rimorchio dei ciechi., ve Guidi), conclusasi 18 agosto 1914 con colo i c Sligo soin isagli i P in Dieci anni di nazionalismo di ui 2g ( avvisaglia ricordava lautore in n eta A is la censura di Mussolini, allora fe; t d'interventismo, non aveva passato la cei h IR M Si i articoli // direttore dellAvanti! smascherato. 9 i Si tratta degli articoli /  ato. U xa aperta a Benito Mussolini, e La polemica fra Benito Mussolini e Libero patata ; ed del socialismo contro la guerra. Un uomo di bronzo, Il Resto del Carlino, 7 e sd Ai abissi . n,, o 9 s questa vicenda v. FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit, p. 255 ss.,  Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, I casi fin qui considerati (ai quali dev'essere senz'altro aggiunto quello del famoso pubblicista Roberto DAngi) 5 sono sicuramente i pi noti ed emblematici, ma lirrompere del conflitto europeo, lungi dal trovare gli anarchici tutti risolutamente ostili e impenetrabili ad ogni incanto guerresco, suscit anche nel movimento libertario non pochi dubbi e ripensamenti, che, se non sfociarono tutti in atteggiamenti positivi di sostegno allintervento, fermandosi a volte al limite dell eresia, o non andando oltre un generico - e del resto largamente condiviso - sentimento di simpatia per la causa dellIntesa, testimoniavano di unincertezza diffusa e sotto molti aspetti inevitabile, considerata lasprezza della prova, capace di segnare in modo indelebile la coscienza di molti. Cos, via via che gli eventi bellici maturavano e si modificava la situazione politica interna, numerosi altri anarchici (alcuni dei quali, allora semplici gregari - come Arpinati e un altro giovane romagnolo, Edmondo Mazzucato? -, si sarebbero fatti le ossa Angi, nato a Foggia, era stato redattore de Il Libertario. La sua attivit si era dispiegata per la maggior parte allestero: in Egitto, dove aveva soggiornato per quattro anni, dal 1902 al 1906, contribuendo, grazie soprattutto a due giornali da lui fondati e diretti (LOperaio e Lux), a rinsaldare la gi fertile comunit anarchica italo-egiziana; e a Montevideo, in Uruguay, dove era giunto nellaprile del 1906 e dove aveva dato vita al foglio La Giustizia. A differenza di Rocca e degli altri esponenti di punta dellanarcointerventismo, DAngi non ebbe un ruolo determinante nella propaganda per lintervento, ma le sue dichiarazioni pubbliche a favore della guerra contro gli Imperi Centrali destarono egualmente sconcerto. Nel dopoguerra - come vedremo -Angi avrebbe rivendicato con pervicacia la scelta interventista, tentando anche, senza successo, di raccogliere i superstiti dellanarcointerventismo intorno ad un progetto politico autonomo. Cfr. ACS, CPC, Busta 1612 [DAngi Roberto]. Sulla figura e lopera di Roberto DAngi v. altres BETTINI, op. cit., ad indicem. Il percorso politico di Mazzucato era stato sotto molti aspetti simile a quello di Leandro Arpinati. Nato a Forl nel 1887, il repubblicano Edmondo Mazzucato si era trasferito a Milano appena diciottenne, in cerca di miglior fortuna. Nel capoluogo lombardo aveva trovato dapprima lavoro nellufficio pubblicitario del giornale socialista Il Tempo, poi, come tipografo, presso la tipografia Politti e Galimberti, dove si stampava lanarchico Il Grido della Folla. Risalivano dunque a quel periodo i primi contatti di Mazzucato con lanarchismo, testimoniati dalla sua collaborazione ai fogli libertari milanesi, La Protesta Umana e LOperaio. Nel gennaio del 1906, il giovane anarchico era stato tratto in arresto per aver preso parte a una manifestazione commemorativa della domenica di sangue in Russia. Tre anni pi tardi, militare di leva, era stato condannato a un anno di reclusione per aver percosso un superiore e internato nel carcere napoletano di Sant'Elmo. Nell'ottobre del 1910 aveva assistito come osservatore al congresso milanese del PSI, durante il quale - come sembra - conobbe il conterraneo Mussolini. Nove anni dopo, scrivendo per lorgano dellAssociazione fra gli Arditi dItalia, Mazzucato avrebbe rievocato quellepisodio con queste parole: Lo ricordiamo fin dalle giornate del congresso socialista di Milano nel 1910, quando con la sua eloquenza incisiva e tagliente sferz tutto un sistema di obbrobrio, di patteggiamenti osceni, di volute rinunce della parte cosiddetta intellettuale del Partito Socialista. Fu una rivelazione MAZZUCATO, Governo di pigmei, L Ardito, proprio nella lotta interventista) si lasciarono attrarre dal fascino e dalle ragioni della guerra. Fra questi dovevano emergere due uomini, diversi per indole e per esperienze di vita (e ai quali il dopoguerra avrebbe riservato opposti destini), ma uniti allora nella comune battaglia interventista, nella quale avrebbero riversato tutte le loro energie. Erano Attilio Paolinelli, di Grottaferrata?, e il lodigiano Edoardo Malusardi, entrambi firmatari del manifesto del 20 settembre. Lo stuccatore Edoardo Malusardi, che allepoca dei fatti aveva appena venticinque anni (era nato il 30 agosto 1889), era poco conosciuto negli ambienti anarchici nazionali. La sua esperienza di maggior rilievo era stata la collaborazione con il foglio bolognese LAgitatore, per il quale aveva curato una rubrica di corrispondenze da Lodi, firmandosi con gli pseudonimi Turbolente e Odroade, e rivelando, gi allora, una naturale propensione per la polemica giornalistica. Attivo nella propaganda spicciola, specie in ambito sindacale, e noto alle autorit di Pubblica Sicurezza per lirruenza dei comportamenti, il contributo di Malusardi alla vita politica del movimento libertario era stato comunque limitato (sembra anzi che molti compagni lo tenessero in conto di buono a nulla) e la sua sola uscita pubblica di una certa importanza risaliva ad un comizio pro scioperanti di Piombino e Isola D'Elba, il 7 settembre del 1911, a Lodi; comizio durante il quale aveva avuto il compito dintrodurre loratore principale, che nelloccasione era stato Massimo Rocca. ; i Bench influenzato dalle teorie dei sindacalisti rivoluzionari, lanarchismo di Malusardi appariva intensamente venato dindividualismo. Lanarchia -). Allo scoppio della guerra europea Mazzucato segu dunque Mussolini nell'avventura interventista e si arruol volontario, combattendo negli arditi. Nel opoguerra wi rese protagonista nelle file del fascismo. Cfr. ACS, CPC, Busta [Mazzucato], e MAZZUCATO, Da anarchico a sansepolcrista, MRO EEgIeTE 1934 (per quanto edulcorata questa breve autobiografia di Mazzucato A si n; i rappresentazione significativa non solo ne av politico dellautore, ma anche del cl >) a il primo movimento fascista).   Matino iaia db nel 1882. Approdato allanarchismo dopo travagliate esperienze personali (nel 1898 era stato condannato a 11 anni e otto mesi di carcere per aver a la matrigna), fu uno dei grandi protagonisti dellanarcointerventismo. Cfr. ACS, CPC, Busi Paolinelli Attilio]. 7 liaison che Ho vita, con qualche interruzione, dal maggio 1910 al luglio E nta stato uno dei pi importanti periodici anarchici italiani, potendo contare sul contri uto di alcuni tra i nomi pi rappresentativi dellanarchismo, da Luigi Fabbri a Domenico Li da Armando Borghi alla stessa Maria Rygier. Oltre che al settimanale bolognese, Malusari i aveva occasionalmente collaborato a Il Grido della Folla, a LAvvenire Anarchico e alla sindacalista L'Internazionale, sempre occupandosi-di cronaca locale lodigiana. Cfr, ACS, CPC, Busta 2964 [Malusardi Edoardo]. aveva scritto in polemica con un foglio cattolico di Lodi ai tempi della sua collaborazione a LAgitatore -  un sublime Ideale di redenzione proletaria, avente per seguaci tutti gli spiriti ribelli delle innumerevoli nazioni e per compito quello di combattere ogni tirannia. Noi per aveva concluso Malusardi non ci illudiamo, lo sappiamo che la realizzazione di questIdeale  molto lontana, ed ecco perci che, basandoci sulla realt, bench siamo umanitari per eccellenza, giustifichiamo tutti gli atti di violenza diretti contro lautorit, le alte personalit e lordine costituito, poich fintantoch voi adoprerete la violenza per sopprimerci, e fintantoch vi cardio diseguaglianze, esisteranno sempre individui risoluti, i quali, facendo getto della propria vita, emergeranno dalle moltitudini belanti per vendicare la propria classe! La realt opposta alla dottrina, la violenza come forza sovvertitrice e pedagogica, la massa amorfa e, in antitesi, la figura del ribelle, l'individuo eroicamente consapevole, erano motivi ricorrenti nella simbologia e nella fraseologia dellindividualismo anarchico e gi contenevano, in potenza, il germe dellanarcointerventismo. Nel caso specifico di Edoardo Malusardi, si pu affermare che ne avrebbero accompagnato, segnandolo profondamente. lintero percorso politico. i Nella propaganda per lintervento Malusardi manifest unancor pi spiccata vis polemica e una notevole intraprendenza organizzativa rendendosi sin dallinizio protagonista di un vivace dibattito, nientemeno che con Luigi Molinari?. La contesa sollevata dal giovane anarchico lombardo. che investiva proprio la consistenza e la misura delladesione anarchica alle tesi interventiste, fin per coinvolgere il direttore de Il Libertario, Pasquale Binazzi. Malusardi, infatti, aveva citato alcuni articoli filo intesisti apparsi sul giornale spezzino (uno dei pi diffusi e autorevoli dellanarchismo italiano) come segno dellorientamento tuttaltro che univoco degli anarchici in merito alla guerra europea. Binazzi fu costretto a replicare che il condannare e disprezzare fatti odiosi compiuti dagli aggressori austro- TURBOLENTE, Buffe denigrazioni. Lettera aperta al direttore del giornale Il Cittadino di sal LAgitatore, La prima sortita interventista di Malusardi apparve su LIniziativa del 12 settembre 1914 (i articolo Anarchici per la guerra). Il 3 ottobre, sempre sulle pagine dellorgano nazionale repubblicano, Malusardi si scagli contro Luigi Molinari, il quale, sull Avanti! del 25 settembre, aveva definito bugiarda ed interessata lopinione, diffusa soprattutto negli ambienti borghesi e democratici, che gli anarchici italiani fossero per lo pi favorevoli all intervento. La polemica fra i due si trascin per diversi giomi. Molinari aveva conosciuto Malusardi tre anni prima, in occasione di una commemorazione di Francisco Ferrer avvenuta a Lodi il 26 ottobre 1911. Cfr. ACS, CPC, Busta 2964 [Malusardi]. tedeschi contro i serbi, i belgi e i francesi? era cosa assai diversa dal far attiva propaganda per lintervento, con ci riaffermando lindirizzo indiscutibilmente anarchico del suo giornale. In verit, la condotta de Il Libertario, improntata, rispetto a quella di Volont e de L'Avvenire Anarchico, a una maggiore elasticit, costituiva di per s la spia di un non trascurabile disagio. Non si pu negare, infatti, che il foglio di Binazzi che, come si  visto, aveva pubblicato il primo articolo revisionista di Maria Rygier concedesse ampio spazio ad enunciati e proposte che, agli occhi dellortodossia anarchica, dovevano apparire quanto meno discutibili. Negli scritti di Tanini, di Baldassarre e del socialista-anarchico Francia (collaboratori di lunga data del giornale e figure non marginali dellanarchismo italiano) ci, scritti ispirati ad un radicale filo-francesismo e intrisi di un odio altrettanto violento per 1 Austria e la Germania, non si esitava a parlare di nuove orde di Attila che mettevano a repentaglio la sopravvivenza stessa della civilt occidentale; del terribile pericolo rappresentato dal pangermanesimo delirante, negatore violento delle razze e del genio latini; di Francesco Giuseppe e Guglielmo II come di due semi umani [...] avvinazzati, due bruti appestati di grandezza imperialista e di delirio militare; e si evocava il tragico lievito rosso della guerra, da cui sarebbe dovuta scaturire, sulle rovine delle antiche tirannie, la palingenesi rivoluzionaria. Il fatto che, col passare del tempo, queste posizioni si andassero mitigando*  che Binazzi (come anche ebbe modo di chiarire nel dibattito a distanza con BINAZZI, Non equivochiamo, Il Libertario Tanini, in particolare, in virt della sua costante attivit politica e propagandistica  nonostante la giovane et (era del 1889), godeva di molta considerazione. Costretto a riparare In Svizzera per sottrarsi alle ricerche della polizia (da Losanna aveva regolarmente curato una rubrica per Il Libertario), era rientrato in Italia alla vigilia della settimana rossa. Cfr. ACS, CPC, Busta 5023 [Tanini Alighiero].  le citazioni sono tratte, nellordine, da: TANINI, La guerra dei titani, Il Libertario, 20 agosto 1914, e La triplice alleanza  morta per il bene del mondo,BALDASSARRE, /mperialismo barbaro, Ivi; FRANCIA, l.'apocalisse storica, Ivi.  Forse per non dar adito ad altre divisioni, Alighiero Tanini e Marino Baldassarre chiarirono che la loro manifesta simpatia per la Francia e per il Belgio non celava assolutamente il desiderio di vedere lItalia in guerra a fianco delle Democrazie, e riaffermarono in pi di una eircostanza la loro fede internazionalista. Tanini singegn anche a mostrare la via per una soluzione pacifica della questione nazionale: fare di Trieste una citt libera e del Trentino una provincia indipendente (si vedano, per quanto riguarda Tanini, gli articoli // nostro pensiero pacifista, La fine del teutonismo e Il nostro ideale pacifista, Il Libertario; e, per quel che attiene a Baldassarre, l'articolo / tocchi dell'agonia). Malusardi) fosse personalmente del tutto contrario al coinvolgimento degli anarchici nel nascente movimento interventista rivoluzionario, non toglie che il suo giornale, si consideri o no un segno di discutibile larghezza, rappresent, almeno sino alla fine del 1914, una tribuna affatto secondaria di confronto, anche estremo, sui temi della guerra. Fondamenti ideologici e riferimenti politici dellinterventismo anarchico Patrimonio di tutti (o di quasi tutti) gli anarchici interventisti era - come si  gi pi volte accennato - leredit dellindividualismo. Poich lindividualismo fu fenomeno complesso e variegato,  indispensabile cercare di definire i contorni di questa comune matrice dellinterventismo anarchico e, pi in generale, provare ad evidenziarne i tratti caratterizzanti. A tale proposito, considerata la sua influenza,  il caso di soffermarsi ancora una volta sul pensiero di Massimo Rocca, per il quale, nonostante liniziale infatuazione per Stirner, lindividualismo non sidentificava - e non si era mai del tutto identificato - con lo stirnerismo, quanto meno nella sua accezione pi diffusa, velleitaria e amoralistica. Alla volgarizzazione di Stirner e alle sue conseguenti degenerazioni metafisiche (di cui egli imputava la responsabilit a giornali come Il Grido della Folla e che non riteneva meno dannose per lanarchismo dellutopia comunista kropotkiniana) Rocca opponeva una valutazione storica e sentimentale dello stirnerismo, che sostanzialmente non avrebbe mai abbandonato e che costituir il substrato culturale dei suoi futuri approdi politici. AI contrario di Tanini e Baldassarre, l'avvocato Francia (che era nato nel 1869 a Minervino Murge, in provincia di Bari, e vantava una lunga militanza nelle file dellestrema sinistra pugliese) non torn affatto sui propri passi. Smessa la collaborazione con Il Libertario, si schier senza esitazioni per lintervento e si arruol volontario nei reparti garibaldini impegnati sulle Argonne. Nel dopoguerra ader al movimento fascista e prese parte, in rappresentanza dei Fasci di combattimento pugliesi, al primo congresso nazionale fascista (cfr. Il Popolo dItalia, 11 ottobre 1919). Rimasto fedele allidea socialista- anarchica, si distacc dal fascismo non appena questo ebbe assunto una marcata coloritura di destra. Pur senza mai assumere un atteggiamento di netta opposizione al regime (anche in virt di un carattere eccentrico e incline alla misantropia, che lo spingeva allisolamento) Francia visse il resto della sua vita sotto la stretta sorveglianza dellautorit di Pubblica Sicurezza. Cfr. ACS, CPC, Busta 2155 [Francia]. CERRITO, L 'antimilitarismo anarchico nel primo ventennio del secolo, cit., p.37. Sullatteggiamento de Il Libertario riguardo alla guerra europea v. anche COSTANTINI, Gli anarchici in Liguria durante la prima guerra mondiale, in Movimento operaio e socialista in Liguria, Egli aveva scritto di Stirner ai tempi del NOVATORE non predica il delitto pel delitto, la forza bruta per la forza bruta, ma le invoca perch nella Germania profondamente statica ne rappresentavano lo sfasciamento. La sua potenza, il suo sacrilegio, il suo egoismo hanno unintenzione, un significato, una portata non Individuale, ma sociale [...]. Lindividuo di Stirner non  dunque lo scialbo calcolatore egoistico del giorno per giorno o dei quattro soldi per truffare. E luomo che si erge di fronte al sole e al mondo, pieno di tutta lumanit che il passato gli ha trasmesso, ma innalzato a questa base di ereditariet, comune a tutti i suoi simili, dalla gigantesca statura della sua personalit individuale Rocca sottolineava pertanto la grandezza passionale della filosofia di Stirner, di cui intravedeva la forza trainante e rivoluzionaria nellesaltazione del sentimento e dellistinto. Ammettere questo significava riconoscere, accanto allindividuo, ogni entit collettiva, dalla famiglia, alla classe, alla nazione, cementate e fondate da una comunanza sentimentale; significava, in una parola, negare lastratto a favore del reale. Muovendo da queste premesse, Rocca era approdato a quello che definiva liberismo rivoluzionario o novatorismo, che era poi lindividualismo anarchico ampliato e confrontato con la realt. Noi sono ancora sue parole affermiamo altamente limportanza dellindividuo singolo, quale novatore, inventore e ribelle [...] Ma comprendiamo pure le folle che rovesciano impetuose un ostacolo al progresso dietro la spinta di una minoranza rivoluzionaria; comprendiamo la classe che si materia soggettivamente dellavversit sorda verso la classe opprimente; comprendiamo la nazione che si forma per lunga eredit storica e si afferma contro lo straniero o contro lo stato suo Interno che la sfrutta e la trascina alla vergogna. Comprendiamo insomma tutte le rivolte; comprendiamo tutte le volont di affermazione e di dominio e le esaltiamo quando sono sorrette da una fede sincera dentusiasmo che le innalza al di sopra del meschino determinismo quotidiano. Per noi gli statisti che tiranneggiano in nome di un principio confessato e francamente servito sono infinitamente pi nobili e rivoluzionariamente pi fecondi dei Giolitti che inaugurano laccordo delle classi corrompendole nella generale mangiatoia TANCREDI, Liberismo rivoluzionario o individualismo democratico, Novatore, New York, Ivi Ivi, "Ivi, A proposito dellindividualismo di Rocca si veda anche il lungo articolo auto-apologetico, Una difesa postuma (agli ex amici della Vir), in Quand-meme (un numero unico pubblicato a Parigi nel luglio del 1908 su interessamento di Alfredo Consalvi), articolo nel quale Rocca difendeva la propria interpretazione dello stirnerismo dallaccusa di morbosit Solo tenendo presente questo punto di vista  possibile comprendere i presupposti teorici dellinterventismo di segno anarchico-novatoriano (quanto meno nei suoi artefici pi consapevoli, come Gigli) e le ragioni profonde della successiva adesione al fascismo di molti dei suoi protagonisti. Quantunque il novatorismo fosse il tratto saliente dellinterventismo anarchico, pure questultimo non pu non esser considerato nellambito di quella vera e propria esperienza di sincretismo politico e ideologico che fu linterventismo rivoluzionario. Mentre il riaffiorare delle passioni risorgimentali e dellutopia garibaldina fece da ponte tra le forze dellestrema sinistra sindacalista e anarchica ed il Partito Repubblicano, i miti dellazione e della violenza rivoluzionaria, incarnati nel sorelismo, rimandavano a un linguaggio e a una simbologia noti tanto ai sindacalisti quanto ai discepoli di Massimo Rocca, Lo stesso individualismo, per la sua carica eversiva e iconoclasta, servi da punto d'incontro fra gli anarchici propugnatori della guerra e le correnti pi radicali della cultura italiana del tempo, in primo luogo le avanguardie futuriste, che ebbero una parte non trascurabile nella campagna interventista. mossagli dalla rivista fiorentina di Giuseppe Monanni e Leda Rafanelli (cfr. Per l individualismo, Vir). Fondamentali, per una testimonianza diretta a questo riguardo (prescindendo dagli inevitabili accenti propagandistici e agiografici), le pagine dellallora segretario del PRI Oliviero Zuccarini, Storia della vigilia. Il Partito Repubblicano e la guerra d'Italia, Roma, Edizioni de LIniziativa, 1916. ? Circa i legami fra il mondo anarchico italiano e le dottrine di Georges Sorel e, in senso pi ampio, lideologia e la prassi politica sindacalista v. FURIOZZI, Socialismo, anarchismo e sindacalismo rivoluzionario, Rimini, Maggioli, 1981. Sul nesso tra anarchismo e sindacalismo rivoluzionario, specie in relazione alla nascita e allattivit dellUSI, v. anche lintroduzione di Maurizio Antonioli a LEHNING, L'anarcosindacalismo. Scritti scelti, Pisa, BFS, 1994, pp. 11-27, e EMiLIo DE FALCO, Armando Borghi e gli anarchici italiani, Urbino, QuattroVenti, 1992, p. ll ss. A partire dal numero del 15 agosto 1914, la rivista fiorentina Lacerba, fondata lanno precedente da Giovanni Papini, assunse un contenuto esclusivamente politico, dando un appoggio incondizionato alla propaganda per lintervento. Nel quadro di un indirizzo sostanzialmente nazionalista, le pagine di Lacerba non disdegnarono di accogliere posizioni di segno rivoluzionario. Valga per tutti un articolo di Ardengo Soffici del primo settembre, Per la guerra, nel quale lartista sposava la tesi della guerra rivoluzionaria e tesseva lelogio di Herv. Sui rapporti tra anarchici e futuristi v. soprattutto CIAMPI, Futuristi e anarchici. Quali rapporti? Dal primo manifesto alla prima guerra mondiale e dintorni, Pistoia, Archivio famiglia Berneri, Le differenti impostazioni ideologiche, cui per sottostava una molteplicit di riferimenti culturali comuni, sintrecciavano dunque nella complessa trama dellinterventismo rivoluzionario, del quale gli anarchici novatoriani andarono a costituire uno degli elementi formanti. Guerra e Germinal (ovvero guerra e rivoluzione sociale, guerra come mezzo per labbattimento violento del militarismo e delle strutture politiche ed economiche borghesi), la meta additata da Ottavio Dinale ai sovversivi italiani in unintervista a Il Resto del Carlino, divenne il tema dominante della campagna interventista dei partiti estremi; e il mito della guerra rivoluzionaria - come lo ha chiamato Renzo De Felice - s'impadron anche dellinterventismo anarchico. Massimo Rocca firm il famoso appello ai lavoratori italiani, lanciato a Milano, per la costituzione di un Fascio rivoluzionario dazione internazionalista, punto dinizio di un movimento che, di l a pochi mesi, avrebbe messo radici in tutta lItalia centro-settentrionale?. Da quel L'intervista a Dinale (Ottavio Dinale dice guerra e germinal) si trova in Il Resto del Carlino. La biografia politica di Dinale offre un esempio emblematico del clima culturale nel quale prese forma e matur la corrente interventista rivoluzionaria. Inizialmente socialista, organizzatore e agitatore sindacale nella bassa modenese, Ottavio Dinale era stato tra i promotori del sindacalismo rivoluzionario in Italia e fondatore del primo giornale ufficialmente sindacalista, il settimanale La Lotta proletaria. Quattro anni pi tardi aveva Iniziato la pubblicazione prima a Nizza, poi a Milano del periodico La Demolizione, caratterizzato da unimpostazione marcatamente antilegalitaria e da frequenti richiami sia all'individualismo stirneriano, sia al nascente movimento futurista. Interventista, attivo collaboratore del mussoliniano Il Popolo dItalia, nel dopoguerra sostenitore dellimpresa fiumana e candidato repubblicano alle elezioni del 1921, Dinale si avvicin infine al fascismo, diventando amico intimo (e poi persino biografo) di Mussolini. Nel 1928 fu nominato Prefetto del Regno. Cfr. ANDREUCCI, DETTI, op. cit., Vol. II, ad nomen,  CIAMPI, op. cit., ad indicem. "3 11 manifesto/appello del Fascio Rivoluzionario (sottoscritto, oltre che da Massimo Rocca, da Decio Bacchi, Michele Bianchi, Ugo Clerici, Filippo Corridoni, Amilcare De Ambris, Attilio Deffenu, Aurelio Galassi, Angelo Oliviero Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli) fu edito in prima battuta da La Folla del 4 ottobre 1914, quindi, sei giorni dopo, dal primo numero della nuova serie di Pagine Libere (la rivista quindicinale di Olivetti, che si stampava a Lugano), contemporaneamente a un lungo articolo, Inchiesta sulla guerra europea, contenente i pareri, tra gli altri, di Massimo Rocca e di Maria Rygier. Sulla nascita, la diffusione e il significato politico dei Fasci Rivoluzionari v. in particolare il classico VIGEZZI, L'Italia di fronte alla prima guerra mondiale, Vol. 1, L'Italia neutrale, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966, p. 860 ss., e FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 305 ss. Di questultimo autore v. altres il breve saggio L 'interventismo rivoluzionario, in Il trauma dell'intervento, Firenze Vallecchi, Infine, per una riflessione sui primi giorni dellinterventismo rivoluzionario v. SERENI: alle origini dellinterventismo rivoluzionario, in Ricerche Storiche, 1981, nn. 2-3, pp. 525-574. momento gli anarchici interventisti furono parte integrante dei Fasci, collaborando attivamente ad essi e intensificando i rapporti con le testate dellinterventismo rivoluzionario. Nondimeno, essi avrebbero sempre conservato una loro specificit. Alla fine di ottobre Attilio Paolinelli, con Rocca, la Rygier, Antonio Agresti e Torquato Malagola, pubblic La Sfida, giornale di polemica anarchica, un numero unico che, se testimoniava dellorganicit del manipolo anarcointerventista in grembo al neonato movimento dei Fasci, voleva anche dar prova di una peculiarit ideologica rivendicata con fierezza e destinata, pi tardi, a trovare eco nelle pagine de La Guerra Sociale*. Poco dopo la nascita de Il Popolo dItalia, Paolinelli (che peraltro auspicava per il nuovo giornale di Mussolini il ruolo di portavoce ufficiale dellinterventismo rivoluzionario) scrisse al direttore dell'organo milanese di sentirsene, in un certo qual modo, addirittura un precursore Il fiorentino Agresti (1864-1926), incisore, anarchico vicino al sindacalismo rivoluzionario, collaboratore de La Lupa di Paolo Orano, fu autore di uno dei pochissimi contributi di parte anarcointerventista sul conflitto mondiale, il pamphlet Perch sono interventista. Risposta allopuscolo La guerra europea e gli anarchici, Roma, LAgave, 1917 (lopuscolo citato nel titolo era quello di Luigi Fabbri, pubblicato a Torino per la Tipografica Editrice). Nel corso della campagna interventista, come altri suoi compagni, a cominciare dalla Rygier, Agresti fin per accostarsi al mazzinianesimo (esemplare, a questo proposito, una sua lettera pubblicata da La Libert, organo del PRI ravennate). Nel dopoguerra, pur mostrando simpatia per il fascismo, si ritir sostanzialmente dalla vita politica. Da molti anni- annotava nel marzo del 1925 la Prefettura di Roma, proponendone la radiazione dal registro dei sovversivi si  allontanato dai compagni di fede e non professa pi principi anarchici. E un valoroso pubblicista, redattore de La Tribuna, uomo d'ordine. ACS, CPC, Busta 31 [Agresti Antonio]. 7 Il sarto Torquato Malagola, di S.Alberto in provincia di Ravenna, era nato nel 1876. Come Agresti, anchegli nel dopoguerra si allontan dallimpegno politico, rompendo i ponti con lanarchismo. /bidem, Busta 2946 [Malagola Torquato]. 7 La Sfida si apriva con una dichiarazione programmatica a .firma gli anarchici indipendenti dItalia - e si componeva di cinque articoli (PAOLINELLI, Comunismo e individualismo. Ideologie metafisiche e realt anarchiche; TANCREDI, Dellanarchismo; AGRESTI, Oggi e domani; RYGIER, Per la civilt contro la barbarie; MALAGOLA, Alle armi!), pi alcuni estratti da Lectres  un francais sur la crise actuelle, un testo di Bakunin del 1870 sulla guerra franco-prussiana (dal quale trasparivano le simpatie del vecchio cospiratore per la patria dell Ottantanove), comunemente citato dagli anarchici interventisti a sostegno delle loro posizioni filo-intesiste. Per le reazioni in campo anarchico ufficiale alliniziativa di Paolinelli v. Accettando La Sfida. Ritratto del grafomane pseudo-anarchico Libero Tancredi, L Avvenire Anarchico, 12 novembre 1914, e BERTONI, Agli sfidatori, Volont, 28 novembre 1914. ? Caro Mussolini scriveva Paolinelli noi ci conosciamo: io mi ti presento a traverso un foglio La Sfida, del quale ti mando alcune copie [...]. Il nostro numero unico di Roma, come vedi, precorre il tuo bel quotidiano (Il Popolo dItalia, 19 novembre 1914). Inesorabilmente, pi gli schieramenti si andavano definendo e pi laccanimento col quale il gruppo degli anarchici interventisti reclamava il diritto alla qualifica anarchica doveva destare scompiglio ed imbarazzo. La sera del primo novembre, al Teatro Garibaldi del Testaccio, a Roma, ebbe luogo un comizio dei Fasci, cui presero parte i redattori de La Sfida ed altri anarchici dissidenti. A proposito di questi ultimi commentava quasi divertito un quotidiano liberale occorre notare che essi sono invasati dallidea che la guerra si debba fare; il che desta alquanta meraviglia e stupore. Le reazioni degli ambienti anarchici ufficiali non si fecero attendere, mentre gi da tempo, nel fluire ininterrotto delle questioni di principio e delle polemiche verbali, il movimento libertario si trovava di fronte alla spinosa e assai pi concreta questione dei volontari. Anarchici o garibaldini? ] Errico Malatesta, pur riconoscendo a Garibaldi e ai patrioti del Risorgimento la nobilt dellispirazione e alla loro opera disinteressata il merito di aver educato le future schiere rivoluzionarie allo spirito di sacrificio, non nutriva per gran simpatia per il garibaldinismo. Nella definizione del celebre capo anarchico, che pure da giovane, come quasi tutti i protagonisti del primo internazionalismo italiano, aveva pagato il suo tributo di affetti al mazzinianesimo, lo spirito garibaldino era la malattia infantile dellestrema sinistra italiana, retaggio di unepoca lontana, sentimento generoso ma sterile, tanto pi pernicioso in quanto distoglieva i partiti popolari da quello che avrebbe dovuto essere il loro solo scopo, la rivoluzione sociale. Certo  che, come il patrimonio storico e ideale del pensiero democratico risorgimentale continu ad esercitare un forte ascendente anche sui pi 0 Un comizio al Testaccio in favore della guerra. Gli anarchici vogliono diventare soldati, Il Giornale dItalia, 2 novembre 1914. Alla fine di novembre si costitu anche a Roma un Fascio rivoluzionario dazione Internazionalista, che ebbe proprio in Attilio Paolinelli e Torquato Malagola due dei pi attivi propugnatori (cfr. LInternazionale, Ed.Naz., 28 novembre 1914). dal i ' Al riguardo v. Soprattutto TONIETTI, Alienazione mentale o mistificazione, L'Avvenire Anarchico, 5 novembre 1914, e la lettera di protesta del gruppo libertario romano Martiri di Chicago, pubblicata dall Avanti! del 7 novembre. "? Per l'opinione di Malatesta su Garibaldi e le forze della Democrazia risorgimentale se ne veda la prefazione a NETTLAU, Bakunin e l'Internazionale in Italia, Ginevra, Il Risveglio, accesi internazionalisti, che non di rado su di esso si erano formati, cos il garibaldinismo costitu, almeno sino al giro di boa impresso dalla prima guerra mondiale, lanima avventurosa, romantica e un po ingenua, del sovversivismo italiano. Se ci non sorprende affatto per i repubblicani, i quali, nonostante la sempre maggior attenzione posta alle questioni di politica sociale, non avevano mai abbandonato le idealit mazziniane, non deve del pari sorprendere per quel che riguarda il Partito Socialista, quanto meno in alcune sue correnti, quelle pi vicine al socialismo delle origini. Allo stesso modo, sebbene gli anarchici indulgessero assai meno alle suggestioni della camicia rossa, anche in seno al movimento libertario sopravviveva, qua e l, un residuo di mentalit risorgimentale, in cui - com stato scritto - libert dei singoli e libert dei popoli si intrecciavano e si confondevano e in cui la pianta dellinternazionalismo affondava le sue radici in un terreno impregnato pi del volontarismo mazziniano che del determinismo del socialismo scientifico. Lesempio pi noto e certamente pi suggestivo di questo modo di concepire lanarchismo  senz'altro quello di Cipriani; ma egli era, in fin dei conti, un uomo daltri tempi, di quellepoca di mezzo che aveva visto germogliare lidea internazionalista dal tronco del mazzinianesimo, sotto il pungolo della predicazione di Bakunin'. Quel medesimo clima ideale che aveva generato uomini come il romagnolo PCeccarelli, compagno di Cafiero e Malatesta nella cosiddetta banda del ANTONIOLI, Gli anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di anarchici interventisti Su LInternazionale del 5 dicembre 1914, per la rubrica Lettere dalla Francia in guerra - inaugurata il 21 novembre comparve un'intervista di Alceste De Ambris ad Amilcare Cipriani. In essa, che ebbe larga risonanza in tutto il campo dellinterventismo rivoluzionario (fu ripresa anche da Il Popolo dItalia), Cipriani ribadiva le ragioni del proprio filo- intesismo. Commentando le dichiarazioni di Cipriani, il sindacalista anarchico Boldrini tracci un acuto profilo del vecchio rivoluzionario. Cipriani scrisse Boldrini  luomo che sintetizza lavvenire, ma con sistemi e con emotivit passate. Non siamo feticisti: Amilcare Cipriani  dominato da quella psicologia da cui furono dominati tutti i grandi uomini del risorgimento italiano; il suo socialismo doggi, come il suo anarchismo del processo di Roma,  infarcito di repubblicanesimo e la sua rivoluzione sociale  la rivoluzione dellindipendenza italiana, che, con lidealit umana di Mazzini, fu prima del 70 come oggi, per gli uomini dazione repubblicana, la conquista per l'indipendenza e per la libert di tutti i popoli oppressi, al di fuori dogni preconcetto, sotto per qualunque forma di stato (BOLDRINI, A proposito di un'intervista di De Ambris a Cipriani, L Avvenire Anarchico ibdiaibbici. Matese (di cui era stato lideologo militare), un anarchico che aveva vestito la camicia rossa dei Mille, combattendo a Bezzecca e a Digione. Ma qui  pi che altro importante ricordare come giovani volontari anarchici, senza legami diretti con il garibaldinismo delle origini, non avevano esitato a seguire Cipriani sui campi di Grecia, nel 1897 (e allanarchico Filippo Troja, caduto a Zaverda durante quella campagna, sarebbe stato persino intitolato un circolo libertario della capitale, proprio comera nel costume e nella tradizione del martirologio repubblicano) , e poi di nuovo, nnon ancora spentasi leco per le agitazioni antimilitariste contro la guerra di Libia, a riprendere le armi contro i turchi! Sulla scelta di questi giovani, accanto alle memorie risorgimentali, aveva pesato in modo determinante la concezione (tipica, come si  visto, Sulla figura di Ceccarelli v. ANDREUCCI, DETTI, 0p. cit., Vol. II, ad nomen. In merito alla sua importanza quale teorico militare dellanarchismo v. PERUTA, Democrazia e socialismo nel risorgimento, Roma, Editori Riuniti, 1973, ad indicem.  Cfr. L Alleanza Libertaria, 27 luglio 1911. Per il rientro in Italia delle spoglie di Filippo Troja, alla fine di agosto del 1912, i gruppi libertari romani, riuniti in un apposito comitato, avevano addirittura organizzato solenni onoranze funebri. Il funerale dellanarchico garibaldino era stato motivo di gravi incidenti fra gli anarchici e gruppi di nazionalisti che manifestavano a favore della guerra libica. Il racconto che di quellepisodio aveva dato LAgitatore di Bologna  sintmatico del favore e del rispetto con i quali, anche in taluni ambienti dellestrema sinistra libertaria, si guardava al garibaldinismo. Cosa non pu aspettarsi aveva scritto lanonimo articolista de L'Agitatore - il buon pubblico italiano in questo quarto dora di solenne e malefica sbornia di fesso patriottardume poliziesco? Tutto. Anche l'impossibile. Infatti si piglia qualunque pretesto [...] per inscenare della manifestazioni nazionalistoidi [...]. La canaglia studentesca del nazionalismo da vedova allegra pretende dimpossessarsi dei resti mortali dun nostro eroico compagno, Filippo Troia, caduto gloriosamente a Zaverda, insieme ai suoi commilitoni della leggendaria camicia rossa, per lindipendenza del popolo ellenico oppresso dalla dominazione turca. Ma il generoso popolo di Roma [...] non  permesso una profanazione e violazione mostruosa. Ha gridato alto e forte che i resti del cittadino romano, cittadino del mondo, appartenevano al popolo, perch egli aveva combattuto, si era volontariamente sacrificato, per la libert e l'indipendenza del popolo [ A Zaverda, in Grecia, un idealista, un propugnatore dellidea anarchica, indossa la rossa divisa dei liberatori di popoli oppressi, e cade colpito da una palla [...] contento di aver fatto del suo meglio per donare la tanto desiata libert a quel popolo torturato dalla barbarie turca. Quel giovane  nato in Italia, a Roma. l'ornando le sue ceneri nella terra di nascita, dei falsi patrioti [...] pretendono di servirsi del ricordo terreno di chi per la libert mora, per dimostrare alla Turchia, da loro oggi combattuta, che anche uno di quelli odiatori di guerre e di qualsiasi forma di governo combatt contro di loro (SPARTACO, // caso Troja, LAgitatore). N Le insegne rosso-nere dellanarchia si erano levate anche nella lontana Cuba, per la guerra d'indipendenza cubana, cui aveva preso parte come volontario lanarchico napoletano Oreste Ferrara. Cfr. TAMBURINI, L'indipendenza di Cuba nella coscienza dell'estrema sinistra italiana, in Spagna Contemporanea, PROPONI PORNIA dellanarchismo individualista) dellazione anarchica anzitutto come ribellione istintiva: una concezione assai poco dogmatica ed anzi intrisa di spontaneismo, che ben si sposava, per questa via, con lepica del garibaldinismo. Pochi giorni dopo linizio della guerra, mentre prendevano corpo i primi confusi progetti di una spedizione garibaldina in Francia e si preparavano le infuocate polemiche dellautunno, sette giovani italiani, raccolto lappello di Ricciotti Garibaldi a mobilitarsi per la Serbia, si erano imbarcati alla volta della Grecia e avevano raggiunto il comando serbo di Salonicco*. Erano repubblicani? Erano anarchici? comment un foglio repubblicano qualche tempo dopo Non importa sapere: erano italiani e seguivano una tradizione che  gloria dItalia: quella garibaldina*. Con loro, tutti militanti del PRI, si trovava in effetti anche lanarchico Cesare Colizza, di Marino Laziale, un veterano della camicia rossa (aveva preso parte come ufficiale alla seconda spedizione garibaldina in Grecia, nel 1912, combattendo a Drisko). Cinque dei sette volontari, fra i quali lo stesso Cesare Colizza, erano caduti nello scontro di Babina Glava, presso Visegrad, il 20 agosto 1914. Era anarchico scrisse di Colizza lorgano romano del PRI il suo ideale muoveva verso l universalit, ma la sua anima ribelle sentiva la protesta contro ogni ingiustizia'. Molti anni dopo il repubblicano Aldo Spallicci, che lo aveva avuto compagno a Drisko, ne avrebbe tracciato un breve profilo ideale che merita di esser ricordato perch rivelatore del modo dintendere lanarchismo cui si  pi volte accennato. Il suo dio ricordava Spallicci era Max Stirner e sulla sua opera, L'Unico e le sue propriet, aveva fondato il suo credo. Essere in guerra contro tutto e contro tutti, in pace e sul campo di battaglia, era la sua divisa. Contro le ingiustizie sociali come contro le infamie nazionali. Contro il capitalismo sfruttatore, come contro il L'appello di Ricciotti Garibaldi [si veda], incitante la giovent italiana a prendere posizione di difesa e, in caso, di offesa, fu diffuso a mezzo stampa dal giornalista ed ex garibaldino Ravasini. Lo si veda in Il Fascio Repubblicano, 2 agosto 1914. Su tutta la vicenda v. MANNUCCI, Volontarismo garibaldino in Serbia nel 1914: nel solco della prima guerra mondiale, Roma, Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini, [s.d.]. MENEGHETTI, La Serbia bagnata dal sangue italiano, La Libert, 12 settembre 1914.  Gli altri membri della spedizione erano Ugo Colizza, fratello di Cesare, Nicola Goretti, Arturo Reali, Vincenzo Bucca, Marino Corvisieri e Francesco Conforti. Nella sostanza, la loro fu uniniziativa personale, priva di referenti politici veri e propri. Ricciotti Garibaldi, infatti, dopo aver inizialmente accarezzato lidea di una spedizione di camicie rosse in Serbia (e dopo aver preso contatti, a questo fine, con l'ambasciata serba a Roma tramite Ravasini), gi il 9 agosto aveva diffuso una nota, pubblicata da Il Fascio Repubblicano, con la quale sconsigliava apertamente linvio di volontari. ! Eroi italiani caduti in Serbia, Il Fascio Repubblicano, 6 settembre 1914. turco che aggrediva la Grecia e, come nellultima sua trincea, contro laustriaco che aggrediva la Serbia? La morte dei volontari italiani aveva offerto il destro agli interventisti rivoluzionari per una delle loro prime uscite pubbliche. Il 14 settembre i garibaldini caduti in Serbia erano stati commemorati alla Casa del Popolo di Roma, in via Capo dAfrica, su proposta della locale sezione del Partito Repubblicano. A quella celebrazione, che fu la prima manifestazione di un certo rilievo dellinterventismo di sinistra (anticipante, non solo sul piano simbolico e iconografico, ma anche su quello pi strettamente politico, le assemblee dei Fasci rivoluzionari), avevano preso parte anche alcuni anarchici, fra i quali Rygier e Paolinelli. E indice ulteriore delle incertezze e delle ambiguit di quel momento il fatto che la Rygier avesse il giorno innanzi presieduto a una riunione indetta dai gruppi anarchici capitolini, conclusasi con la votazione di un ordine del giorno nettamente contrario alliniziativa repubblicana, e che, ciononostante, ella fosse convinta di poter avere con s la maggior parte del movimento. I miei compagni aveva detto anzi nel suo applauditissimo discorso alla Casa del Popolo saranno ove occorra,  al fianco di quanti soffrono e gemono sotto le percosse di secolari violenze. Lepisodio aveva profondamente turbato lambiente anarchico della capitale, suscitando in particolare la dura reazione di Ceccarelli, personalit di spicco dellanarchismo romano, e la risposta non meno infuocata di Paolinelli. A Ceccarelli, che in una lettera a Il Giornale dItalia aveva affermato essere ormai la Rygier lontanissima dai suoi trascorsi anarchici e antimilitaristi, Paolinelli aveva replicat, in questo modo: n MANNUCCI " Cfr. Azione Socialista, e Il Fascio Repubblicano. I due soli superstiti della spedizione,Colizza e Reali, erano rientrati in Italia da ochi giorni. Cfr. Il Corriere della Sera, 5 settembre 1914 e Il Lavoro, Il Giornale dItalia del 15 settembre e Il Fascio Repubblicano del 20, nel riportare la cronaca della commemorazione, sostenevano essere presenti anche i gruppi anarchici Arganti, Salucci e Martiri di Chicago. Cfr. Volont, LIniziativa Ceccarelli era il fondatore del gruppo libertario Martiri di Chicago, operante nel rione Esquilino, gruppo che alcuni giornali avevano indicato tra gli aderenti alla commemorazione del 14 settembre " Polemiche fra anarchici, Il Giornale dItalia, 17 settembre 1914. In quanto [...] alla scomunica lanciata dal Ceccarelli pontificalmente contro l'atteggiamento di Maria Rygier e nostro di fronte alla realt della guerra, si convinca il Ceccarelli che la essa scomunica non ha valore maggiore di quelle che possono lanciare i papi veri. Lanarchismo non  disciplinato, interpretato e letto da alcun dittatore, n il Ceccarelli pu arrogarsi il diritto di parlare a nome di tutti gli anarchici, come se egli fosse lunico depositario della verit e della coerenza? Se la spedizione in Serbia di un pugno di giovani avventurosi aveva destato clamore e suscitato accesi dibattiti, ancor pi ne sollev quella in Francia, ben pi consistente e organizzata. Essa fu il definitivo canto del cigno della camicia rossa (che peraltro non venne nemmeno utilizzata), ultimo bagliore di utopie ottocentesche prima che la moderna guerra tecnologica e le mutate condizioni della lotta politica facessero piazza pulita dogni residuo romanticismo. Gi ai primi dagosto del 1914, mentre i figli di Ricciotti Garibaldi si ritrovavano a Parigi per discutere sul da farsi, diversi, fra anarchici, sindacalisti, socialisti e repubblicani [...] inclinavano a partire per la Francia, ad agire per loro conto, o a riprendere senz'altro la camicia rossa, magari con organizzazioni proprie', Dalla met di settembre, operanti in molte localit del centro nord dei comitati di arruolamento repubblicani, erano cominciate le prime partenze di volontari italiani per la Francia. L'indirizzo allimpresa, tanto sul piano militare quanto su quello politico vero e proprio, era dato dal Partito Repubblicano, il quale, sopravvalutando l'appoggio inizialmente ricevuto dalle autorit francesi, mirava ad organizzare una spedizione per la liberazione di Trento e Trieste, nonch a strappare liniziativa dalle mani della diplomazia sabauda, cos accelerando la formazione di un vasto moto insurrezionale allinterno del Paese e la caduta della monarchia'. Allintransigenza dei dirigenti repubblicani (soprattutto di Eugenio Chiesa, il pi risoluto sostenitore della spedizione adriatica, mentre il segretario del partito Oliviero Zuccarini si sarebbe dimostrato pi possibilista) ', avrebbe fatto da contraltare la disinvolta malleabilit di Peppino Garibaldi, il maggiore dei figli di Ricciotti, al quale, non senza perpiessit (legate pi che altro alle ambiguit ideologiche del personaggio), in molti riconoscevano il diritto a comandare la spedizione. Peppino VIGEZZI, A questo riguardo v. ZUCCARINI, Storia della vigilia, cit. 12 Per quanto attiene al ruolo e alla centralit del PRI nelle vicende descritte v. anche CAPRARIIS, Partiti ed opinione pubblica durante la Grande Guerra, in Atti del XLI Congresso di storia del Risorgimento Italiano, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, 1965, p. 86 ss. Garibaldi, di fronte alle resistenze opposte dal governo francese alla costituzione di un corpo franco di camicie rosse, aveva finito per accettare il semplice inquadramento dei volontari italiani nella Legione Straniera. Era dunque nata la Legione Italiana, composta di tre battaglioni, con sede a Montlimar e a Nimes (poi ricongiuntisi al campo di Mailly allinizio di novembre), mentre una compagnia Mazzini, di netto orientamento repubblicano, costituitasi a Nizza ai primi di settembre e forte di trecento uomini, era stata sciolta gi il 14 ottobre dietro una precisa disposizione del Comitato Centrale del PRI". La maggior parte dei suoi membri aveva fatto ritorno in Italia; altri, come Massimo Rocca (che aveva raggiunto la compagnia il giorno stesso del suo scioglimento) 104. si erano aggregati alla Legione Italiana di Peppino Garibaldi, in tempo per aver parte ai sanguinosi combattimenti delle Argonne nel dicembre-gennaio. Oltre a Rocca (che, a quanto risulta dalla carte di Zuccarini, fu tra coloro che pi si adoperarono perch la Legione fosse inviata al fronte) !%, facevano parte di quel corpo di volontari altri anarchici, fra i quali sono certi il veneto Gino Coletti, autore fra laltro di una breve storia della spedizione", i romagnoli Agostino Masetti, di Ravenna!, Pezzi Su tutti questi punti v. VIGEZZI La fine della compagnia Mazzini non signific solamente il tramonto del progetto politico repubblicano, ma fu, in un certo senso, la. dimostrazione dellimpossibilit, per l'interventismo rivoluzionario, di costituire un movimento davvero autonomo, in grado dinfluire in modo determinante sulle scelte del Governo. Mario Gioda, in un commento all'episodio, sostenne che, essendo venuti a mancare i presupposti per i quali molti sovversivi erano partiti volontari, quelli di loro che avevano scelto di rientrare in Italia avevano agito correttamente (cfr. GioDA, A proposito del battaglione Mazzini, La Folla). 104 |a data del 14 ottobre  sicura. A quel giorno, infatti, risale una nota (sottoscritta anche da Libero Tancredi) con la quale i volontari raccolti a Nizza, preso atto della comunicazione ufficiale del PRI, dichiaravano sciolta la compagnia. Cfr. ARCHIVIO DELLA DOMUS MAZZINIANA DI Pisa (dora innanzi ADM), Fondo Zuccarini, FI e 3/18. 08 La Legione Italiana lasci il campo di Mailly solo il 17 dicembre, dopo un lungo temporeggiamento, dovuto ai molti contrasti che dividevano il Comando francese da Peppino Garibaldi e questultimo dalla dirigenza repubblicana. Zuccarini riferiva di aver raggiunto un accordo con gli uomini a lui pi vicini (fra i quali citava Libero Tancredi) per partire al fonte da soli, qualora lordine di partenza non fosse giunto per la fine dellanno, V. ZUCCARINI, La missione a Parigi, i Garibaldi e il corpo volontari, ADM, Fondo Zuccarini, FI e 1/3. +  10 Si tratta di Peppino Garibaldi e la Legione Garibaldina, Bologna, Stabilimento Poligrafico Emiliano, 1915. Sulla figura di Gino Coletti (che nel dopoguerra assurse a breve fama come segretario dellAssociazione Nazionale fra gli Arditi dItalia) ci permettiamo di rimandare a LUPARINI, Gli anarchici interventisti e il fascismo. Il caso di Gino Coletti in una lettera a Mussolini, in Nuova Storia Contemporanea, e Panzavolta, di Faenza (ma entrambi da tempo residenti a Parigi)  e un certo Perati, descritto proprio da Coletti come anarchico romagnolo profugo della settimana rossa, che perde la vita nello scontro delle Argonne. A tal episodio partecip anche Rocca, che pare vi rimanesse ferito. Di sicuro egli si trovava ricoverato in un ospedale francese quando La Folla pubblica un suo articolo presentandolo quale eminente anarchico disilluso, andato in Francia coi garibaldini [...], ora in un ospedale Cfr. Il Resto del Carlino, 16 ottobre 1914 (recante una lettera di Masetti dalla Francia, nella quale lanarchico romagnolo si lamentava del trattamento al quale i volontari italiani erano sottoposti dalle autorit militari francesi e, in particolare, del fatto che la Legione Italiana fosse stata inquadrata nella Legione Straniera). Masetti era nato a Ravenna. Tra i rappresentanti pi in vista dellanarchismo ravennate dinizio secolo, collaboratore assiduo de LAgitatore, amico di Fabbri, di Zavattero e di Borghi, Masetti, gi prima della guerra, aveva avuto motivi di forte attrito con i suoi compagni di fede politica. Allepoca dellaspro conflitto per il possesso delle macchine trebbiatrici, che aveva a lungo insanguinato la Romagna mettendo gli uni contro gli altri lavoratori socialisti e lavoratori repubblicani (i rossi e i gialli, secondo la terminologia del tempo), Masetti, pur parteggiando per la causa dei primi, era stato contrario a un impegno diretto degli anarchici in quella lotta, temendo che ci potesse significare la compromissione dellanarchismo con il riformismo socialista, che egli detestava. Il dissenso con gli anarchici ravennati (alimentato dalle simpatie di Masetti per certo repubblicanesimo intransigente) si era spinto fino a indurre Masetti a dichiarare di non aver pi nulla in comune con loro (LAgitatore 21 agosto 1910). In realt, la separazione era stata di breve durata e Masetti era rientrato a pieno titolo nel movimento. Direttamente coinvolto nei tumulti della settimana rossa, e accusato di omicidio, Masetti si era rifugiato a Marsiglia, ospite di Domenico Zavattero. Terminata lesperienza nella Legione Italiana, pot far ritorno a Ravenna, dove fu tra i promotori del locale Fascio rivoluzionario dazione internazionalista (cfr. La Libert, Ravenna). Richiamato alle armi, cadde in battaglia. Cfr. ACS, CPC, Busta 3125 [Masetti]. 8 Cfr. Il Popolo dItalia, 12 febbraio 1915. Panzavolta e Pezzi militavano da anni nel movimento anarchico, allinterno del quale godevano di buona fama. Agostino Panzavolta era nato a Faenza. Era espatriato in Francia, da dove non avrebbe pi fatto ritorno e dove, almeno sino allinizio del conflitto mondiale, aveva mantenuto i contatti con gli ambienti anarchici romagnoli. Tenuto costantemente sotto controllo dalle autorit di Pubblica Sicurezza, nonostante avesse, dopo la guerra, progressivamente abbandonato limpegno politico dietro sua esplicita istanza fu cancellato dal registro dei sovversivi, per avere, fra le altre cose, dimostrato buoni sentimenti patriottici. ACS, CPC, Busta [Panzavolta]. Domenico Pezzi, al contrario del vecchio compagno, non avrebbe mai rinnegato le proprie origini, segnalandosi anzi per limpegno antifascista, sia pur modesto. Dalle informazioni della polizia doveva risultare iscritto alla loggia massonica Italia (nota come focolaio di opposizione al regime), sostenitore della Concentrazione antifascista nonch regolarmente abbonato a Giustizia e Libert. Cfr. /bidem, Busta [Pezzi Domenico]. Cfr. LInternazionale, 27 gennaio 1915. !! Cfr. LIniziativa, gravemente ferito. Intorno a questa vicenda si scatenarono in realt le ipotese e le illazioni pi svariate. Lepisodio aveva invero del misterioso, se le stesse autorit - come sembra - non erano in grado di far piena luce sull'accaduto. Il 5 febbraio 1915, in una nota indirizzata alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni, la Regia Ambasciata dItalia a Parigi segnalava Rocca tra i feriti nei combattimenti delle Argonne, salvo comunicare, dieci giorni dopo, che egli si trovava ricoverato perch ammalato di febbri!!?. Il nuovo caso legato al nome di Massimo Rocca trov eco sulle pagine della stampa anarchica italiana. Ancora a distanza di due mesi dallepisodio, scrivendo sotto pseudonimo (Dyali) per la milanese La Libert, la nota scrittrice e propagandista libertaria Leda Rafanelli neg che Rocca fosse stato ferito in battaglia e afferm trovarsi egli in ospedale vittima di una angina pectoris, non avendo preso parte ad alcuno scontro ed essendosi limitato a prestare servizio nella Croce Rossa. Libero Tancredi ironizza Dyali fino a oggi ha portato alla Francia un aiuto un po discutibile: ha occupato un letto che poteva servire a un ferito di guerra; a un francese!!?. A Leda Rafanelli, prima ancora del diretto interessato, replic Edoardo Malusardi sul foglio anarcointerventista La Guerra Sociale, sostenendo che, se effettivamente Rocca si trovava ricoverato per lacuirsi di una malattia respiratoria che da tempo lo tormentava, pure egli aveva combattuto negli scontri, restando ferito a una mano. Fu lo stesso Rocca, in una lettera da Parigi, a chiarire definitivamente la questione. Egli racconta - ammalato realmente di angina pectoris, cui in Francia si era aggiunta una stupidissima bronchite, era stato ricoverato per motivi di ll L'articolo, intitolato La rejetta, unaccorata difesa di Maria Rygier, sort come effetto di far nascere nuove discussioni. In risposta alle parole di Rocca, Ceccarelli serisse fra l'altro: Costoro [gli individualisti] hanno arrecato danno al nostro movimento pi di quanto non gliene abbiano fatto tutte le polizie del mondo messe insieme (CRCCARELLI, 4/ garibaldino ferito in Francia, La Folla, 31 gennaio 1915). !!? ACS, CPC, Busta 4362 [Rocca Massimo]. !!! La Libert, Milano. Il La Guerra Sociale. Il trafiletto di Malusardi era firmato con uno pseudonimo (Emme). ] La polemica tra Malusardi e la Rafanelli aveva avuto un prologo qualche tempo prima, rincora a proposito di Massimo Rocca e del suo ruolo nella campagna per la guerra. Ad un intervento della Rafanelli sul giornale milanese Il Ribelle, nel quale lautrice aveva riconosciuto la figura morale di Rocca, il babau dei pontificanti dellanarchismo, sostenendo per essersi egli, merc il suo acceso interventismo, del tutto isolato dal resto del movimento anarchico, Malusardi aveva replicato con sdegno, rivendicando al compagno e quindi a s stesso e a tutti gli altri anarchici interventisti il diritto a dirsi anarchico (cfr. EipoARDO MALUSARDI, Per la verit, LIniziativa). MA A A Ai salute il 9 gennaio. Non era dunque mai stato ferito sul campo, ma aveva nondimeno preso parte ai primi tre combattimenti sulle Argonne ed era anzi stato proposto per il grado di sergente'!. La lettera di Rocca precedette di poco il suo rientro in Italia, a Milano, il 18 marzo 1915"!9, Durante il soggiorno nella clinica militare di Guyon, Rocca aveva inviato a Il Resto del Carlino una lunga corrispondenza. In essa, prendendo a pretesto la propria esperienza come volontario garibaldino, era giunto, in mezzo a reminiscenze ed abusate affermazioni di sapore libico (per le quali il garibaldinismo era lespressione pi genuina e pi profonda del rinascente imperialismo italiano e questultimo altro non era che lesuberanza delle forze vitali) !!, ad evocare una sorta di sovversivismo nazionale permanente e, per cos dire, istituzionalizzato, di cui vedeva il modello proprio nel garibaldinismo e che avrebbe dovuto costituire, perfetta combinazione tra libert del singolo ed esigenze nazionali, lo spirito di una nuova Italia. Il fenomeno garibaldino aveva scritto, in questo modo definendo le coordinate del proprio anarco-nazionalismo  un egoismo intimo, perch lungi dimporsi collettivamente dalla nazione allindividuo, trova lorigine e la spinta nellindividuo singolo che sente, da solo, tutta la propria nazione!" E ancora: Io sogno ed io scorgo una nuova Italia [...]; una pi grande e consapevole Italia garibaldina, ove la sintesi squisitamente italiana del pensiero e dellazione, della disciplina e della libert, raggiunga la sua massima espressione di forza nella nazione interamente padrona desuoi destini [...], nellindividuo eternamente libero, pur nei limiti della compresa e voluta, perch necessaria, disciplina Una rettifica di Tancredi, La Guerra Sociale, Fatto rientro a Milano, dove come si affrettava a comunicare la Prefettura era convenientemente vigilato, Rocca riprese subito la sua propaganda interventista. Il 30 marzo era alle scuole comunali di via Circo per una conferenza sul tema Classe e nazione. ACS, CPC, Busta [Rocca]. TANCREDI, L'imperialismo garibaldino, Il Resto del Carlino. In questo stesso periodo la rinnovata collaborazione con il quotidiano di Filippo Naldi frutt a Rocca altri tre articoli, dedicati a questioni di politica internazionale. Il rapporto fra Rocca e Il'Resto del Carlino si nutriva evidentemente di stima reciproca. Poco tempo prima della pubblicazione di detti articoli, lautorevole quotidiano bolognese aveva favorevolmente recensito lultimo libro di Rocca, Dopo Tripoli e la guerra balcanica: appunti storici per Sono parole, quest'ultime, nelle quali si pu ragionevolmente cogliere unanticipazione delle future battaglie revisioniste condotte dal Rocca in seno al fascismo. Le vicende dei volontari italiani caduti in Francia ebbero larga eco in patria, destando anche a sinistra unondata di commozione (non si deve dimenticare che sulle Argonne persero la vita Bruno e Sante Garibaldi, nomi ancora in grado di risvegliare palpiti di entusiasmo nazionale). Cos, un foglio anarchico di Senigallia che si definiva giornale razionalista indirizzava ai volontari italiani caduti nelle Argonne per un Ideale di Libert, il saluto di tutti i militi di unIdea', mentre il segretario della Camera del Lavoro di Carrara Alberto Meschi, dindiscusso credo neutralista, pur non approvando le idee guerraiole di parecchi suoi amici e compagni, non si sentiva per questo di ritenerli dei rinnegati e dei venduti, e si augurava comunque la sconfitta degli Imperi Centrali, causa di tanti mali e di tanto danno!?!. Persino Volont, nel momento in cui ribadiva la propria totale avversione alla guerra, non pot evitare di esprimere simpatia e financo ammirazione sincera per quei sovversivi, pure anarchici, andati a morire sui campi di Francia'. Sono esempi importanti, che attestano di un malessere vero, a riprova che spesso, anche tra gli anarchici pi intransigenti, le posizioni erano ben pi sfumate e problematiche di quanto gi allora si volesse far credere. La conquista di uno spazio politico Quando si esuli dai casi pi noti, la diffusione delle idee e degli argomenti interventisti in seno al movimento anarchico, per le caratteristiche stesse di fissarne le responsabilit (Lugano, Rinascimento, 1914), lodandone i caratteri di originalit e di onest intellettuale (cfr. VALORI, Un volume di Libero Tancredi sulle due guerre della vigilia, Il Resto del Carlino). Il Resto del Carlino occup un posto di primo piano tanto nella direzione della campagna per lintervento, quanto nel dibattito politico del dopoguerra, seguendo con interesse il processo di ridefinizione in senso nazionale dell'estrema sinistra interventista (a cominciare dal caso Mussolini). A tale riguardo (in merito, soprattutto, al ruolo di Naldi) v. MALATESTA, Il Resto del Carlino: potere politico ed economico a Bologn, Milano, Guanda. Il Solco, 17 gennaio 1915. Il Solco era diretto da Ottorino Manni. !:! MESCHI, Contro la guerra, Il Cavatore, Il Cavatore era lorgano della USI carrarese. 12 Ancora dei volontari e la guerra, Volont quella corrente politica, in genere refrattaria a precise regole dinquadramento e di organizzazione,  difficilmente quantificabile. Un aiuto ci viene senz'altro dalle pagine dei giornali"? e soprattutto dalla rubrica Adesioni de Il Popolo dItalia, che ci offre uno spaccato significativo delle divisioni in atto nel campo libertario. In appena dieci giorni il nuovo organo socialista mussoliniano, che aveva iniziato le pubblicazioni il 10 novembre del 1914, riportava le adesioni di quattordici anarchici!, svelando una realt altrimenti destinata alloblio e aprendo uno scorcio su alcune realt locali particolarmente interessanti!. A titolo di esempio si considerino i casi degli anarchici interventisti toscani Duilio Lotti, di Fucecchio, al centro di unaccesa polemica con il gruppo libertario di Santa Croce sull Arno (cfr. Ad un emerito girella, L Avvenire Anarchico), e Baronti, di Firenze. In una lettera a un foglio liberale fiorentino, Baronti si dissoci peraltro dallanarchismo, dichiarandosi di idee nazionaliste (Una lettera significante, L Alfiere). Lindividualista Baronti, un violento con numerosi precedenti penali (e senza alcuna influenza nel partito, secondo quanto scriveva di lui la Questura fiorentina) si fa strada nel fascismo. Siscrisse al Fascio di combattimento di Bettolle, in provincia di Siena, dove si era trasferito alla fine della guerra, divenendo capo squadra della milizia.  addirittura chiamato alla segreteria dei sindacati fascisti di Sinalunga e lanno successivo, descritto ormai nelle carte della Pubblica Sicurezza come un puro fascista, venne radiato dal registro dei sovversivi. ACS, CPC, Busta [Baronti]. Nellordine: Pietro Battaglino, anarchico liberista milanese (19 novembre); Bernardo Pieraccini, anarchico individualista di Genova; Navacchio, operaio anarchico individualista di Pisa; Far e Franceschelli anarchici novatori di Milano (24 novembre); Pietro Rossi, Balilla Petrocchi, Alessandro Clelotti, Lorenzo e Torquato Pasquinelli, Amerigo Lodenzetti e Monaci, tutti piombinesi (25 novembre); Ferrari, anarchico non fossilizzato milanese; Facchini, del gruppo anarchico bresciano. Sfortunatamente, con leccezione di Battaglino, la sommaria testimonianza de Il Popolo dItalia  tutto ci che ci  stato tramandato di questi uomini. Battaglino, nato a Novara, di professione venditore ambulante, aveva collaborato a La Protesta Umana. Operoso nel campo dellorganizzazione sindacale aveva dato vita a una lega di miglioramento fra venditori ambulanti, aderente alla Camera del Lavoro di Milano, e nera stato eletto segretario. Nel dopoguerra Battaglino fu tra i primi ad iscriversi al Fascio di combattimento milanese, dal quale venne tuttavia espulso nel 1923. Cfr. ACS, CPC, Busta 407 [Battaglino]. 125 E? il caso di Piombino, citt a forte presenza operaia, dove lo scontro a sinistra tra neutralisti e interventisti fu molto acceso. Del gruppo di anarcointerventisti piombinesi citati da Il Popolo dItalia il pi conosciuto era senzaltro Edoardo Monaci. Nativo di Castel del Piano in provincia di Grosseto, era stato membro del gruppo giovanile anarchico LAlba dei liberi e si era guadagnato una certa notoriet grazie allintensa partecipazione agli imponenti scioperi siderurgici del 1910-1911. Fu quindi tra gli iniziatori del fascismo piombinese, ma venne allontanato dal Fascio nel marzo del 1923 perch iscritto alla massoneria. Cfr. ACS, CPC, Busta [Monaci]. Che le dimensioni e i termini del fenomeno e delle controversie ad esso legate fossero niente affatto marginali (pur non potendosi certo sostenere; come fece ad esempio lorgano del partito Social Riformista con chiaro intento provocatore, che la maggior parte degli anarchici italiani fosse per lintervento) lo dimostrano anche il rinfocolarsi delle polemiche e il fatto che i nomi pi autorevoli dellanarchismo italiano sentissero la necessit dintervenire personalmente nel dibattito. In particolare, prima con una vibrante lettera pubblicata su un numero unico dei sindacalisti parmensi!, poi con una serie di articoli su Volont, Luigi Fabbri dovette ribadire le motivazioni ideali e politiche dellopposizione anarchica al conflitto in corso, contestando una ad una le affermazioni degli anarcointerventisti, ai quali di volta in volta si rivolgeva, con allarmata puntigliosit'?8. Il protrarsi ininterrotto dello scontro tra fautori e detrattori dellintervento, laccanimento della lotta, non di rado alimentata da amarezze e da rancori personali, contribuivano del resto a tener alta la tensione!?. E in questo 10 Egli [I Avanti!] scrisse Azione Socialista- ci accusa di malafede perch abbiamo contato gli anarchici e i sindacalisti tra gli antineutralisti e porta in campo il deliberato dellUnione Sindacale. La met pi uno! E questa la norma valutatrice di questi rivoluzionari dellet della pietra! Noi invece, con buona pace dellorgano milanese, crediamo di non commettere un falso annoverando tra i nostri vicini in questo momento i sindacalisti e gli anarchici; quando tali si vogliono considerare quasi tutti coloro che rappresentano un pensiero e che a queste correnti didee danno importanza nella vita nazionale. ;  127 Si tratta di Contro la guerra!, edito a Parma il 6 febbraio 1915 a cura di un gruppo di sindacalisti, in aperta contrapposizione alla linea politica di De Ambris. 28 Si veda in particolare larticolo in cinque parti Le idee anarchiche e la guerra (Volont). Gli scritti di Fabbri, pubblicati in contemporanea con luscita de La Guerra Sociale, furono bersaglio di molte e appassionate repliche da parte della redazione del nuovo giornale anarcointerventista (nellordine: RYGIER, Coerenza verbale o azione liberatrice, La Guerra Sociale; POLEDRELLI, A guisa di risposta, Ivi; MARIO Giona, Contro una stupida speculazione; GIGLI, Anarchismo: concezione storica e concezione razionale, Ibidem, 20 marzo 1915, e Nella vita e nella teoria, Ibidem, 10 aprile 1915; MARIA RYGIER, Le idee anarchiche e la guerra, Ivi; TANCREDI, Chiusura: per finire con Luigi Fabbri, Ivi, e Per finire con Don Abbondio e c.,). ubi, Circa la posizione di Fabbri v. altres ANTONIOLI, Gli anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Il diario di Fabbri, in Rivista Storica dell Anarchismo, Un ulteriore motivo di contrasto fra le opposte tendenze scatur dalla diffusione di un manifesto anarchico contro la guerra, redatto da Libero Merlino, nel quale si affermava: Che ben vengano i tedeschi in Italia. O essi sono pi civili di noi e che vengano a portarci questa civilt, o sono pi barbari e che vengano a civilizzarsi. Mario Gioda lo defin un documento clima e su questo sfondo di passioni che devessere inquadrata la violenta aggressione subita da Oberdan Gigli il 24 gennaio 1915 a Massa Finalese, una frazione di Finale Emilia, nella provincia di Modena, dove lanarchico genovese risiedeva ormai da undici anni e dove era conosciutissimo, per avere tra laltro a lungo diretto la locale Camera del Lavoro! Il fatto, condannato dalla redazione di Volont!!, fu invece accolto con soddisfazione sia da Il Libertario, che anzi deplorava il buon cuore del foglio anconetano", sia da L'Avvenire Anarchico, che laconicamente commentava: Di fronte a tanto strazio di vite non ci debbono essere rispetti umani, Nel frattempo il processo di organizzazione dellinterventismo rivoluzionario e della sua frazione anarchica non aveva subito rallentamenti. Si era riunito a Milano il primo convegno nazionale dei Fasci rivoluzionari dazione internazionalista, al ipa avevano preso parte, applauditi protagonisti, la Rygier e Paolinelli. L'impegno penoso, esortando gli anarchici pi consapevoli - fra i quali annoverava lo stesso Luigi Fabbri, che infatti non aveva esitato a manifestare le proprie perplessit al riguardo - a non farsene complici con un ancor pi penosissimo silenzio (GIODA, Ben vengano?, Il Popolo dItalia. Per la cronaca degli avvenimenti v. Oberdan Gigli ferito da neutralisti, Il Popolo dItalia, e Argomenti neutralisti, LInternazionale. Il giornale di Mussolini pubblica una lettera aperta di Gigli al deputato socialista Gregorio Agnini, nel cui collegio elettorale si era verificata laggressione. In tale missiva, scritta allindomani dellinfelice episodio, Gigli contestava ai suoi assalitori, in maggioranza operai, il diritto a chiamarsi socialisti. In questa folla feroce scriveva non vi  pi, se mai v stata, lanima socialista. In conseguenza di questi fatti la maggioranza socialista al Consiglio Comunale della piccola cittadina emiliana fu indotta alle dimissioni (cfr. Crisi comunale a Finale Emilia per una conferenza intervenzionista, Il Resto del Carlino). Cfr. Volont Alla riprovazione per la manifestazione dintolleranza da parte degli irruenti neutralisti finalesi, Volont aggiunse comunque un commento significativo. Oberdan Gigli sostenne lorgano anconetano che  persona di cuore e ragionevole deve pure rendersi conto dei moventi pi intimi del fatto lamentato. Pensi egli allimpressione che deve fare nelle anime primitive e nelle menti incolte questo fenomeno, di vedere proprio uno che fino a ieri consideravano loro amico, patrocinatore dei loro interessi, avversario del militarismo e della guerra, esaltatore della massima libert individuale, cambiare di un tratto atteggiamento e mettersi a fare una propaganda che, se ascoltato, avr per risultato labdicazione dogni libert individuale nelle mani dello stato, la guerra e la chiamata sotto le armi per forza di tanta parte di operai. 12 LUoMO CHE RIDE, Tenerezze fuori posto, Il Libertario, CHELOTTI, Giuste argomentazioni, L Avvenire Anarchico, A questo riguardo v. FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., pp. 305-306. Per il resoconto del congresso si vedano principalmente Il Popolo dItalia e LInternazionale del 30 (ma anche gli articoli di Azione Socialista e de LIdea degli anarchici nella campagna a sostegno dellintervento italiano trov la definitiva consacrazione circa un mese dopo, con la pubblicazione de La Guerra Sociale. Il primo numero del nuovo settimanale anarchico interventista usc il 20 febbraio". Il nome rimandava esplicitamente a La Guerre Sociale, il noto foglio antimilitarista di Gustave Herv, mentre il motto, rubato a Giuseppe Garibaldi (E inutile sperar alustizia se non dall'anima di una carabina), testimoniava una volta di pi della commistione, in seno allinterventismo anarchico, di elementi eterogenei, tratti tanto dalla tradizione libertaria quanto da quella democratica e risorgimentale. Il compito nostro recitava larticolo di fondo della redazione  ben preciso: rivendicare cio ad alta voce il nostro diritto di cittadinanza nel campo anarchico che i teologhi dellanarchismo, in nome di non sappiamo quale sacro comandamento ci vogliono negare; prepararci ad incitare allazione la parte migliore degli anarchici dItalia: quegli anarchici cio che non sono infarciti di femmineo sentimentalismo, ma che bens son convinti che lumanit non pu camminare verso la civilt se non attraverso a lotte aspre e sanguinose. La Guerra Sociale dunque sar anarchica, prettamente anarchica" In prima pagina, Gigli riassumeva a titolo programmatico i fondamenti ideali e le giustificazioni storiche e politiche dellanarcointer- ventismo. Nazionale, organo ufficiale dellAssociazione Nazionalista). Si ricordi che, quasi contemporaneamente allassise degli interventisti rivoluzionari nel capoluogo lombardo, si era riunito il congresso nazionale anarchico di Pisa. Il Popolo dItalia del 10 febbraio 1915 forn la cronaca di una riunione degli anarchici interventisti milanesi, avvenuta la sera prima al circolo repubblicano Cattaneo di via Sala (che era sede del Fascio). Nel corso di quellincontro era stata decisa la pubblicazione di un giornale di segno anarcointerventista, che, oltre che propugnare le tesi dellintervento dal punto di vista anarchico, proponesse anche di iniziare una sana ed audace discussione d'idee nel campo stesso, onde salvarlo dallondata di ridicolo in cui l'avevano trascinato i pontificanti dellanarchismo ufficiale. NES Rui Herv era stato il simbolo stesso dellantimilitarismo e dell'antipatriottismo. Per anni, sulle pagine del La Guerre Sociale, aveva condotto una feroce battaglia contro le istituzioni militari. E singolare che gli anarcointerventisti italiani si richiamassero a quella storica testata dellestremismo antimilitarista (che aveva avuto un'inconcludente edizione italiana nel 1908), proprio nel momento in cui Herv, passato alla causa dellIntesa, labbandonava per dar vita a La Victoire, organo del nuovo Movimento Socialista Nazionale da lui fondato. Sulla diffusione e la fortuna dellherveismo nel nostro pnese v. GIACOMINI, Antimilitarismo e pacifismo nel primo novecento. Alfredo Bartalini e La Pace, Milano, Angeli, La Guerra Sociale, SI Vi sono guerre e rivoluzioni liberatrici scriveva e accettiamo la guerra per evitare una oppressione. Noi vediamo lanima anarchica in ogni rivolta liberatrice. Noi siamo gli eterni rvoltes, e nel secolo scorso avremmo cospirato con Mazzini per lunit dItalia e oggi, nellIndia, saremmo coi nazionalisti nella rivolta contro gli inglesi. Noi riteniamo che la vittoria degli Imperi Centrali sarebbe un enorme male per la civilt nostra. Sarebbero prevalenti i focolai dellautoritarismo cattolico pi inflessibile, dellimperialismo pi pazzesco, del militarismo pi prepotente: sarebbe rimandato di anni e anni il problema rivoluzionario nostro pel riaffacciarsi dei problemi democratici e nazionali. Noi vogliamo al contrario che tutti i nostri sforzi siano volti a preparare le basi storiche della rivoluzione proletaria. Noi manteniamo integro e purissimo il nostro ideale anarchico! Pi oltre, in una lettera indirizzata al direttore Edoardo Malusardi, lettera che esprimeva il comune sentire di tutti gli anarchici interventisti, Mario Poledrelli negava di sentirsi un revisionista dellanarchismo per il fatto dessere favorevole alla guerra, ritenendo anzi di pensare e di agire nel solco della migliore tradizione libertaria!. La Guerra Sociale, che usc con una discreta diffusione, compendiava quindi, per la prima volta in forma unitaria e immediatamente riconoscibile, tutti i motivi, le tematiche e le passioni proprie dellinterventismo anarchico. Molto importante, sotto questo profilo, la rubrica Dagli amici, dalla quale apparivano nitidamente, nelle varie coloriture, gli umori della base. Cos, fianco a fianco allanziano anarchico rivoluzionario Alfeo Davoli, gi garibaldino, che da Milano esortava alla guerra rivoluzionaria che abbattesse per sempre qualunque sia forma di governo"', si schieravano il maestro elementare GIGLI, Perch siamo interventisti, POLEDRELLI, Revisione?, Ivi. Poledrelli si era formato negli ambienti anarchici di Ferrara. Nellaprile del 1912 si era trasferito a Milano, entrando a far parte del locale Fascio libertario. A Milano aveva anche progettato la pubblicazione di un periodico, che avrebbe dovuto intitolarsi L Adunata, ma era stato fatto rimpatriare a Ferrara su ordine della Questura milanese, perch disoccupato. Arruolatosi volontario, cadde in combattimento il 3 giugno 1917. Cfr. ACS, CPC, Busta 4053 [Poledrelli Mario]. 10 Nellarco dei suoi due mesi di vita il giornale vendette 28 abbonamenti, di cui dieci a Milano, e benefici di 157 sottoscrizioni (la maggior parte provenienti dal capoluogo lombardo, fra le quali due a nome di Mussolini), per un totale di 251, 56 lire. Non erano grandi cifre tanto che il 10 aprile, in un trafiletto indirizzato ai compagni, la redazione invitava apertamente i lettori ad essere pi generosi, pena la sospensione delle pubblicazioni ma in linea con la media degli altri fogli anarchici editi nello stesso periodo (fatta ovviamente eccezione per le tre grandi testate a diffusione nazionale La Guerra Sociale, Salvadori, ammiratore delle teorie di Francisco Ferrer, che si dichiarava per lintervento, a dispetto dello slombato anarchismo menefreghista!!, e lanarchico individualista Costa, di Verona, il quale affermava di desiderare la guerra semplicemente in virt dei propri convincimenti catastrofici; mentre il genovese Ciotto chiama a fondamento del proprio interventismo entrambe le eredit del bakuninismo e del mazzinianesimo! Sulle pagine de La Guerra Sociale si avvicendarono dunque i principali portavoce della corrente anarcointerventista, da Rocca alla Rygier, da Paolinelli a Malusardi, e una serie di nomi minori, la cui testimonianza resta per non meno significativa. Non di tutti, purtroppo, ci  stato possibile ricostruire la biografia politica. Dalle informazioni raccolte emergono comunque alcune caratteristiche ricorrenti: lorigine proletaria, la cultura approssimativa, la fede individualista, il ribellismo, vissuto talvolta nelle sue manifestazioni pi eccessive (requisiti, questi, comuni del resto alla maggioranza dei semplici militanti del movimento anarchico), ma anche il valore successivamente dimostrato sui campi di battaglia. Quanto alladesione al fascismo di alcuni di tali uomini, essa fu conseguenza, non automatica n tanto meno ineluttabile, di scelte personali, diverse caso per caso. Ci a conferma che la semplicistica equazione anarcointerventisti prima-fascisti poi, non  motivo sufficiente - e daltronde nemmeno Davoli era nato a Reggio Emilia nel 1849. Mor nel 1918. Cfr. ACS, CPC, Busta 1630 Davoli Alfeo]. 4 La Guerra Sociale, 20 febbraio 1915. Alceste Salvadori, nato a Palaia, un piccolo borgo in provincia di Pisa, nel 1884, insegnava a Castelfiorentino, dove risiedeva dal 1905. Per le sue idee libertarie, antimilitariste e radicalmente anticlericali (era membro di un Associazione Razionalista), e in virt del suo ruolo di educatore, era dalle autorit considerato estremamente pericoloso in linea politica. Dopo la guerra (cui prese parte come volontario, congedandosi col grado di sottotenente) Salvadori vest la camicia nera del fascismo. Nellaprile del 1921 siscrisse infatti al Fascio di Castelfiorentino (del quale, per breve tempo, fu anche segretario), per giungere, qualche anno pi tardi, alla direzione della locale organizzazione sindacale fascista. ACS, CPC, Busta 4543 {Salvadori Alceste]. 4 La Guerra Sociale, Cfr. /bidem, 10 marzo 1915. Qualche tempo dopo, alla vigilia di arruolarsi volontario in fanteria, Dal Ciotto si disse persuaso che la divisa non avrebbe intaccato i suoi convincimenti rivoluzionari e manifest la speranza di tornare, un giorno, a fianco dei compagni in buona fede contro la guerra per combattere insieme le future battaglie (// saluto di un anarchico interventista, Il Popolo d'Italia, 5 luglio 1915). ragionevole. - per disconoscere lappartenenza allanarchismo degli interventisti di estrazione libertaria! Scrissero per La Guerra Sociale: Consalvi, Canapa (Ambra), Rivellini, Fraschini, M.Benedetti, Effebo Scaramelli, Armando Senigallia, Sabatino Di Loreto, Silvio Colla e Raffaele De Rango. Canapa, che di mestiere era rilegatore di libri, era nato a Firenze. La sua partecipazione alla vita del movimento anarchico era stata contrassegnata da numerose disavventure giudiziarie. La Prefettura fiorentina lo aveva dipinto tra i pi entusiasti seguaci delle dottrine libertarie a Firenze, assiduo a tutte le riunioni e manifestazioni proletari, ma privo di un ruolo di rilievo in seno ai circoli anarchici, attesa la sua scarsa intelligenza e la niuna cultura. In realt, Canapa aveva collaborato a numerosi fogli anarchici, specie dindirizzo individualista, celandosi dietro la maschera di Brunetto DAmbra. Nella campagna interventista lanarchico fiorentino che fu membro del Fascio rivoluzionario del capoluogo toscano dimostr un particolare accanimento, per lo pi ricorrendo al consueto pseudonimo e solo occasionalmente servendosi del suo vero nome (come nel caso del lungo articolo polemico Anime di fango, LIniziativa). Canapa si arruol volontario (cfr. Il Popolo dItalia) e cadde sul Carso. ACS, CPC, Busta 992 [Canapa Giovanni]. Edoardo Malusardi ne celebr la figura di eterodosso dellanarchismo, eretico impenitente, scomunicato del Santo Sinodo (ODROADE, Ricordi di un amico su Giovanni Canapa, LIniziativa); mentre Massimo Rocca, che gli era particolarmente legato, ne avrebbe richiamato il nome nellintroduzione al suo Dieci anni di nazionalismo. Rivellini era nato a Milano, da famiglia poverissima. Carattere fra i pi irrequieti e impulsivi - come scrive di lui la Prefettura milanese n -, Rivellini, nonostante la giovanissima et, era assai noto negli ambienti libertari del capoluogo lombardo e aveva subito gi numerosi arresti per attivit sovversive. Allo scoppio della guerra fece da subito lega con gli interventisti, ritenendo, comebbe a scrivere a Mussolini, di difendere cos i supremi interessi del proletariato di tutto il mondo (Il Popolo dItalia). Si arruol volontario nel giugno 1915 (nel 68 reggimento fanteria, lo stesso di Malusardi) e combatt valorosamente, guadagnandosi una medaglia di bronzo e un encomio solenne. Si conged con il grado di tenente degli arditi. Nel dopoguerra prese parte allimpresa di Fiume (e come delegato fiumano presenzi al congresso nazionale fascista), conclusasi la quale si ritir sostanzialmente dalla lotta politica. Risulta iscritto al PNF. Cfr. ACS, CPC, Busta 4348 [Rivellini Carlo]. Effebo Scaramelli, bracciante, era nato a Casciavola, una frazione di Cascina, provincia di Pisa, nel 1880. Legatissimo al noto pubblicista e propagandista anarchico Giovanni Gavilli, che spesso ebbe modo di accompagnare e di assistere nei suoi giri di conferenze (Gavilli era non vedente), Scaramelli aveva collaborato saltuariamente a Il Grido della Folla. Nel dicembre del 1906 aveva preso parte al congresso regionale anarchico di Pontedera. Volontario di guerra nel 1915, il suo Comando lo segnalava come un soldato disciplinato, rispettoso e contento della vita militare. Dismessa la divisa, lasci l'impegno politico e muore. /bidem, Busta 4662 [Scaramelli Effebo]. Armando Senigallia era nato ad Ancona nel 1883. Ritenuto anarchico molto pericoloso, Senigallia, pur senza mai abbandonare la professione di venditore ambulante, aveva collaborato assiduamente a Il Grido della Folla, a La Protesta Umana e al romano Il Pensiero Anarchico, subendo, in virt della sua prosa infuocata, numerose condanne per istigazione a delinquere. Attivo nel campo dellorganizzazione di partito, Senigallia aveva pPAT TEST PRIA TRRE PROT OTITEAPTETI VIRATA STUPITO PROP VOR. VIRA VPI ROTTO MIPPAPMPERPERERABE RIFPI BE 1177171777 Grazie a La Guerra Sociale, per un periodo di tempo tanto breve quanto decisivo, gli anarchici interventisti poterono dunque disporre di uno spazio autonomo ed ebbero modo di precisare, una volta per sempre, il proprio particolare punto di vista allinterno della multiforme realt dellinterventismo rivoluzionario. La partecipazione anarchica alla vita dei Fasci risult comunque assai intensa, specie l dove il movimento era pi forte. A Parma gli anarchici collaborarono fattivamente al quindicinale Guerra alla guerra (24 gennaio- I maggio 1915), edito a cura del Fascio locale, roccaforte della politica deambrisiana e fra i principali centri propulsivi dellinterventismo rivoluzionario. Allincirca nello stesso periodo in cui vedeva la luce il giornale di Malusardi, era anche degno di nota (vuoi per il rilievo dei protagonisti, vuoi perch Pisa era una delle citt italiane dove il movimento anarchico era maggiormente radicato) il contributo degli anarchici Alberto Fontana e Ruffo Sarti alla nascita e alla diffusione de La Guerra del Popolo, organo del Fascio rivoluzionario pisano!. preso parte al congresso interprovinciale anarchico di Ancona (gennaio 1910) e al convegno anarchico umbro-marchigiano di Fabriano (febbraio 1913), discutendo temi relativi alla struttura interna del movimento e ai rapporti con le altre forze operaie. Nel gennaio del 1914 la Prefettura di Ancona annotava sul suo conto: E sempre uno dei pi ferventi anarchici di Ancona, prende parte a tutte le riunioni del partito ed  iscritto al Circolo anarchico Studi Sociali. Nell'agosto del 1916, avendo fatta dichiarazione scritta dalla quale si rilevava la mitezza delle sue idee politiche e la completa adesione alla guerra, fu inviato al fronte con una squadra di lavoro. Richiamato alle armi nel luglio 1917, si comport coraggiosamente, finch non cadde prigioniero degli austriaci. Ader al fascismo e, nel gennaio del 1935, divenne membro e fiduciario del sindacato provinciale fascista dei venditori ambulanti. Ibidem, Busta 4746 [Senigallia Armando]. Silvio Colla, nato a Parma nel 1896, era assai noto negli ambienti dellestrema sinistra parmense, in quanto segretario di un Circolo socialista antimilitarista rivoluzionario intitolato ad Amilcare Cipriani. Divenuto interventista, Colla si arruol volontario, combattendo negli arditi ed ottenendo ben due medaglie al valore. Cfr. Ibidem, Busta [Colla]. Di Rango, nato a Rende in provincia di Cosenza nel 1888, sappiamo ben poco, se non che egli, dopo la parentesi interventista, che lo aveva visto magnificare la guerra come mezzo per far piazza pulita di tutti i rivoluzionari di carta e da comizio (Liquidazione di rivoluzionari, La Guerra Sociale, 10 marzo 1915), riallacci i rapporti col movimento libertario. Nel dopoguerra, De Rango emigr negli Stati Uniti (prima a Chicago, poi a Oakland in California), dove prese parte attiva alla vita della numerosa comunit anarchica italiana, collaborando al foglio di San Francisco LEmancipazione. Da oltre oceano l'anarchico calabrese mantenne regolari contatti con i compagni italiani, non escluso Errico Malatesta, col quale era anzi in amichevole corrispondenza. Cfr. ACS, CPC, Busta 1739 [Rango]. 14% 1] primo numero de La Guerra del Popolo usc. Liniziativa di Ruffo Sarti e Fontana fu contestatissima dai gruppi anarchici di Pisa (si veda in particolare D'altra parte, i Fasci compivano il massimo sforzo di coordinamento. Pur nella diversit di vedute, la preoccupazione principale di tutte le forze che componevano lo schieramento interventista rivoluzionario era allora quella di affrettare lingresso dellItalia nel conflitto europeo, anche a costo di dover accantonare le pregiudiziali ideologiche e di scendere a patti col Governo. Il 10 aprile LInternazionale pubblic una Dichiarazione, con la quale il gruppo dirigente dei Fasci smpegnava ad una tregua rivoluzionaria se la monarchia si fosse alfine decisa a dichiarare la guerra. Tra i firmatari di quel documento. figuravano anche la Rygier e Mario Poledrelli (il 24 aprile lorgano sindacalista ricevette le adesioni di Rocca e Malusardi) Commentando lo sciopero generale indetto a Milano il 14 aprile per protestare contro luccisione del giovane operaio elettricista Innocente Marcora - avvenuta tre giorni avanti ad opera della polizia durante una manifestazione contro la guerra'* -, sciopero al quale avevano aderito anche i Fasci interventisti (Alceste De Ambris fu tra gli oratori principali), Rocca auspica che non si verificassero pi simili episodi, temendo altrimenti chessi potessero trasformarsi in un pretesto per una manifestazione neutralista, comunque un tentativo per intimidire il Governo larticolo in tre parti di OTONIETTI, Aberrazione mentale collettiva, L'Avvenire Anarchico, 1, 8 e 16 aprile 1915), che tenevano soprattutto ad affermare la sostanziale estraneit dei due interessati alla vita del movimento libertario pisano. Quello di negare ai compagni passati allinterventismo ogni parentela, anche trascorsa, con lanarchismo era una delle scappatoie di cui gli anarchici si avvalevano con pi frequenza. Del pari, la storiografia ha sostanzialmente accolto questindirizzo, che potremmo definire negazionista. Cos, nel caso specifico di Sarti e Fontana,  stato scritto che i due rappresentavano poca cosa, politicamente e quantitativamente, nei confronti del vasto movimento cittadino SACCHETTI, Sovversivi in Toscana, 1900-1919, Todi, Altre Edizioni, 1983, p.88). In realt, Sarti e Fontana erano entrambi conosciutissimi ed entrambi - come ci ha lasciato scritto la Prefettura di Pisa - risultavano avere nel movimento molta influenza. Fontana era stato redattore de LAvvenire Anarchico. Cfr. ACS, CPC, Busta [Fontana]. Sarti era noto anche a livello nazionale, avendo collaborato a Il Libertario e al milanese Il Grido della Folla e potendo vantare, come sembra, stretti rapporti di amicizia col celebre avvocato anarchico Pietro Gori. Nell'ottobre del 1904 Sarti si era reso protagonista di un attentato a un brigadiere dei carabinieri, avvenimento che aveva messo in subbuglio lintero lambiente anarchico e che gli era costato lunghe disavventure giudiziarie e due mesi di carcere. Durante la detenzione annotava la Questura fu largamente aiutato dagli anarchici di qui, i quali sopportarono anche le spese occorrenti per la sua difesa. /bidem, Busta 4614 [Sarti Ruffo]. Il testo completo della Dichiarazione si trova in appendice a FELICE, Mussolini il rivoluzionario. Cfr. Un giovane ucciso da una bastonata durante le dimostrazioni dell'altra sera, Il Corriere della Sera, 13 aprile 1915. con disordini interni e farlo tentennare nella risoluzione di decidere la guerra; ed esortava gli interventisti rivoluzionari a tutto subordinare alleventualit del conflitto! Il periodo bellico A poco pi di un mese dalla proposta de LInternazionale per la tregua rivoluzionaria, la dichiarazione di guerra dellItalia all Austria realizz gli auspici di tutti gli interventisti. La partenza per il fronte dei principali esponenti dellinterventismo rivoluzionario e la situazione di eccitazione e di generale incertezza determinata dagli avvenimenti bellici, situazione non certo propizia al normale dispiegarsi dellattivit politica, contribuirono peraltro a sfaldare progressivamente il movimento dei Fasci. ua Anche Rocca, Gigli e Malusardi, si arruolarono volontari". L'altro grande protagonista dellanarcointerven- tismo, Gioda, che a suo tempo era stato riformato, part per il fronte soltanto nellestate del 1916". Prima di allora, incalzato dalle accuse dimboscamento, Gioda (che era membro del Gruppo di Azione Civile di Torino, avente lo scopo di assistere i combattenti e di svolgere propaganda a TANCREDI, A proposito di sciopero generale, La Guerra Sociale Rocca si arruol volontario ai primi di luglio del 1915, prest giuramento in una caserma milanese il giorno 11 (cfr. / volontari del 7 reggimento fanteria prestano giuramento, Il Corriere della Sera) e fu inviato al fronte alla fine del mese. Cfr. ACS, CPC, Busta 4362 [Rocca Massimo]. Oberdan Gigli, ammesso al corso ufficiali di complemento nel 2 reggimento artiglieria campale pesante di Modena, part per la zona di guerra il giorno 26 luglio. Cfr. Ibidem, Busta 2407 [Gigli Oberdan]. Edoardo Malusardi si arruol nel 68 reggimento fanteria il 12 agosto. Cfr. Ibidem, Busta 2964 [Malusardi Edoardo]. mia i o Mentre lesperienza di guerra di Rocca fu limitata, Gigli e Malusardi presero parte all intero svolgimento del conflitto. Da notare che un estratto del diario di guerra di Malusardi - un memoriale di un certo interesse, anche se, con tutta probabilit, rielaborato ad arte dall autore - si trova in EDOARDO MALUSARDI, Filippo Corridoni. Commemorazione tenuta in Parma, Torino, Druetto, Per l'esattezza, Gioda fu richiamato alle armi il giorno 21 luglio e destinato al 7 reggimento bersaglieri di Brescia (cfr. Il Popolo dItalia, e LIniziativa). Per le sue cattive condizioni di salute, tuttavia, Gioda rimase al fronte solo pochi mesi. favore della guerra)  si batt con passione, che non c motivo di non ritenere sincera, per la revisione dei riformati!, Insieme ai nomi pi celebri dellanarcointerventismo, partirono, volontariamente o perch richiamati alle armi, la maggior parte degli altri anarchici interventisti. In taluni casi la frenesia delle armi raggiunse livelli quasi parossistici. Lanarchico romagnolo Ghetti, ad esempio, riformato per evidenti questioni di salute, pass gli anni di guerra nellestenuante tentativo di farsi arruolare. Cosa c'entra la visita scrisse ad un periodico fiorentino labilit o linabilit, quando uno vuol sacrificare volontariamente, noncurante dei difetti organici, tutto s stesso nei campi di battaglia contro il pericolo che oggi minaccia pi che mai lintera umanit? Per la mia libert, che  la libert di un popolo, dellumanit, voglio dare il mio sangue, la mia vita contro loppressione e la prepotenza militaristica prussiana. Senza far sfoggio di coraggio, cos  il mio sentimento di libertario Qualche giorno dopo Ghetti si present in zona operativa vestito da bersagliere, ottenendo soltanto di essere arrestato Il Gruppo di Azione Civile si era costituito ad opera del tipografo mazziniano Grandi e di altri esponenti del repubblicanesimo torinese e rest in vita sino allagosto del 1917, quando conflu nella ricostituita Fratellanza Artigiana di Torino (cfr. LIniziativa, 1 settembre 1917). Come si desume da alcune lettere di Gioda a Grandi (pubblicate in Vita di Gioda narrata da Croce, cit.), i due si conoscevano da tempo ed erano in ottimi rapporti. In una lettera al giornale di Mussolini, Gioda respinse laccusa dessersi imboscato e spieg la propria intenzione dimpegnarsi affinch fosse al pi presto riconsiderata la posizione di tutti i riformati. Io poi scrisse prima categoria della classe 1883, sono stato riformato...per deficienza toracica! Ragione che mi fa oggi invocare, daccordo con gli amici del Popolo dItalia, la revisione dei riformati (Per /a revisione dei riformati, Il Popolo dItalia). In autunno, dopo che il Governo ebbe annunciato lintenzione di varare una tassa sui riformati, Gioda torn decisamente sullargomento. E unumiliazione afferm inflitta a tutti i cittadini che sono stati scartati alla leva militare,  quasi un bollo, che contrassegner, agli occhi di qualcuno, una deficienza umiliante e discutibile. Noi avremmo capito la revisione dei riformati da noi ardentemente sollecitata e poscia magari se necessit assoluta lavesse richiesta la tassa applicata ai veri riformati, a quelli cio che non potendo offrire alla patria tributo di sangue avrebbero rassegnatamente accolto limposta, onde contribuire in qualche modo per la salvezza nazionale GIODA, A proposito della tassa dei riformati. La revisione doveva avere la precedenza, Il Nuovo Giornale Ghetti era nato a Dovadola, nel forlivese, hel 1891. A sedici anni era emigrato in Germania, poi in Svizzera, cambiando pi volte residenza, e stabilendosi infine a Berna. In quella citt Ghetti aveva svolto unintensa propaganda anarchica, facendosi anche promotore D'altra parte, anche al di fuori della corrente anarcointerventista vera e propria, lentrata in guerra dellItalia provoc, in seno al movimento libertario italiano, reazioni emotive contrastanti. Ai primi di giugno del 1915, amplificata dal quotidiano romano Il Messaggero, si diffuse la notizia (parallelamente alla voce, subito smentita, di contatti segreti tra anarchici ed emissari degli Imperi Centrali a Villa Malta) che i gruppi libertari capitolini Sante Caserio e Francisco Ferrer avrebbero invitato i propri aderenti ad arruolarsi volontari nella Croce Rossa. In una cartolina riportata da L Avvenire Anarchico del 10 giugno 1915 (Gli anarchici non si corrompono), Ceccarelli condann senza mezzi termini quelliniziativa, negando lesistenza di un circolo anarchico intitolato a Francisco Ferrer. Ciononostante, il 24 giugno, il foglio pisano pubblic una dichiarazione degli anarchici Luigi Pallotta, Ettore Piattini e Giuseppe Frate, a nome dei gruppi Caserio e Ferrer, nella quale si affermava che il comunicato apparso su Il Messaggero, invitante gli anarchici a inscriversi nella Croce Rossa, doveva interpretarsi nel senso che i compagni soggetti al richiamo avrebbero dovuto scegliere, indossando la divisa del soldato, quella della suddetta istituzione, sempre umanitaria, per quanto militarista; e dunque chera erroneo il commento dei compagni che avevano creduto sottolineare tale invito come addirittura un reclutamento anarchico ced adesione di anarchici alla Croce Rossa. Sebbene rimasto senza seguito, questepisodio  a nostro avviso indicativo dellincertezza che colse parte degli anarchici all'indomani. i Nonostante il clima di eccezionalit seguito allo stato di guerra, la tnsione tra gli opposti schieramenti della vigilia non diminu che in minima parte (ed  significativo che persino larruolamento di Rocca, il cui nome bastava evidentemente ad evocare malumori e risentimenti, suscitasse una coda di di un Comitato di difesa sociale pro Masetti (ma pare che i suoi rapporti con la comunit anarchica italo-svizzera, e in particolare con Luigi Bertoni, fossero tempestosi). Un suo articolo violentemente antimilitarista (Cos' /a caserma?, L'Avvenire anarchico) gli era valso unincriminazione per istigazione a delinquere. Due mesi pi tardi Ghetti era rientrato in Italia, a Milano, ed era stato arrestato perch trovato in possesso di numerosi ordigni esplosivi. Condannato a dieci mesi di carcere, benefici dellamnistia concessa la momento dellentrata in guerra dellItalia. Non si hanno notizie di un suo coinvolgimento nella campagna interventista, ma sappiamo che egli fu di nuovo arrestato (questa volta a Torino) per aver causato gravi incidenti durante un comizio di Rygier. Ghetti riusc infine ad arruolarsi in fanteria. Cfr. ACS, CPC, Busta 2355 [Ghetti Domenico].  156 dea SPERO da 9 polemiche) . La verit  che la frattura tra neutralisti e interventisti non si sarebbe mai pi ricomposta, protraendosi anzi, come noto, ben oltre la fine delle ostilit. La crisi dei Fasci, seguita allentrata in guerra dellItalia, non valse affatto a rasserenare gli animi, aggravando semmai i motivi di attrito, dentro e fuori il movimento. Linvoluzione subita dallinterventismo rivoluzionario, daltronde, prima ancora che la sua capacit di sopravvivenza politica, in ogni caso compromessa (i Fasci, come tali, si sarebbero compiutamente ricostituiti solo alla fine del 1915) '5, investiva la sua stessa ragion dessere. Cos, lungo tutto larco della guerra, si assistette al tentativo (non sempre fruttuoso) da parte degli interventisti rivoluzionari, di ricompattare le proprie fila e, soprattutto, di non smarrire, in mezzo al divenire convulso degli avvenimenti, la propria specificit ideale. In questo senso, anche la morte in battaglia, il 23 ottobre 1915, di Filippo Corridoni, una delle figure pi carismatiche di tutto linterventismo rivoluzionario, acquist un significato che trascendeva lepisodio in s, per assumere una valenza quasi meta-storica. Il giovane milanese assurse a eroe- simbolo dellinterventismo rivoluzionario, che al nome dellarcangelo sindacalista si sarebbe pi volte richiamato, nel prosieguo della guerra, come a un monito di coerenza ideale. Vale la pena, a questo proposito, di ricordare le parole di Gioda, scritte immediatamente a ridosso del 23 ottobre, perch specchio di quella concezione volontaristica dellazione politica che ich questo riguardo, si veda larticolo // giuramento di managgia (Il Risveglio Comunista-Anarchico, Ginevra), nel quale il giuramento di Massimo Rocca era fatto oggetto di commenti particolarmente malevoli. Sullaltro versante, un ottimo esempio di questo stato danimo  rappresentato da un saggio di Nerucci, pubblicato su interessamento di Fontana e con prefazione di Malato (Da/ di l del Rubicone, Pisa, Tipografia Mariotti). In quelle pagine, Nerucci riprendeva i temi abituali della propaganda anarcointerventista (la contrapposizione fra anarchismo reale e anarchismo ideale, la necessit di difendere la civilt latina, culla della rivoluzione, dalla minaccia del pangermanesimo ecc.) e si scagliava violentemente contro gli avversari. Lapologia interventista di Nerucci, scritta in una prosa magniloquente infarcita di citazioni latine, appariva ancor pi incongrua in quanto giungeva a quasi un anno dallentrata in guerra dellItalia. In ogni caso, pochi mesi dopo la pubblicazione di Da/ di l del Rubicone, Nerucci abiur allanarchismo, e, in una lettera ad un settimanale italiano di Marsiglia, annunzi di aver preso la tessera del Partito Repubblicano (cfr. LEco dItalia). Nonostante la conclamata fede interventista, Nerucci fece di tutto per evitare la trincea, ottenendo di essere chiamato sotto le armi a guerra quasi conclusa. Cfr. ACS, CPC, Busta 3526 [Nerucci Raffaello]. !57 Per un quadro complessivo delle traversie dellinterventismo rivoluzionario negli anni della guerra, v. soprattutto FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 288 ss., al quale si rimanda per tutte le vicende qui sommariamente descritte. aveva animato la condotta degli interventisti rivoluzionari nellora della vigilia, e che pareva attuarsi, e come prendere corpo, nella vita e nella tragica sorte di Corridoni. Egli  scriv Gioda ricordando il compagno scomparso - la nostra giovent, tutta la nostra vagabonda, ardente giovent balzata fuori tra gli sterpi duna bassa politica e il dissolvimento departiti, tra l'impotenza dedogmatici e la ribalderia demercanti !5 AI combattimento che cost la vita a Corridoni prese parte anche Edoardo Malusardi. Il racconto di quellepisodio che lanarchico lombardo invi allorgano mussoliniano  interessante sia come esempio di autorappresentazione politica (linterventista rivoluzionario che, ricolmo di fede nelle proprie idee, combatte con grande sprezzo del pericolo), sia come prima elaborazione del mito corridoniano (Corridoni che cade eroicamente, intonando un canto patriottico), un mito destinato a crescere in breve tempo', e al quale avrebbe attinto anche il sindacalismo fascista, Malusardi in testa. Mi trovo degente in un ospedale da campo riferiva dunque Malusardi ferito in quattro parti del corpo, per fortuna non gravemente. Sono caduto in un assalto alla baionetta, in primissima fila; fui fatto prigioniero dagli austriaci perch impossibilitato a fuggire. Fuggii da questi attraverso a peripezie che hanno del romanzesco ed a torture inenarrabili [...]. Tra i morti si conta anche Filippo Corridoni, comportatosi da prode. Questultimo, anzi,  caduto vicino a me cantando linno dOberdan' 158 Il Popolo dItalia Sulla figura di Corridoni v. il contributo di MELOTTO, Corridoni fra sindacalismo e interventismo, in Storia in Lombardia, Gia pochi giorni dopo la morte di Corridoni, Il Popolo dItalia avvi una sottoscrizione er l'erezione di un ricordo marmoreo delleroe.  Il Popolo dItalia La battaglia detta della trincea delle frasche  fatale anche ad un anarchico interventista toscano di nome Contini. Egli era - scrive di lui Malusardi - un ANARCHICO NOVATORE. Un eretico su cui grava lanatema del Sinedrio Anarchista.. Il suo anarchismo, come il mio, non  la fronzuta elucubrazione di qualche sofista a spasso, ma bensi la teoria di tutte le libert e sintesi di ribellione fattiva controgni oppressione. I suoi precursori, come i nostri, erano due eroi: Troja, caduto per 1 indipendenza ellenica, e Colizza, la maschia figura di spartano, caduto sotto gli spalti di Seraievo in difesa della Serbia aggredita LIniziativa. RI VATTIRP PARO VERI PURI] VAT POV FOVGPRATA IMRE 97 RG "N Sul piano della concreta riorganizzazione dei Fasci, una delle iniziative pi interessanti fu la proposta - lanciata proprio dagli anarchici interventisti - di far confluire tutte le forze dellinterventismo rivoluzionario nel Partito Repubblicano. Rygier (che dallo scoppio della guerra era andata sempre pi accentuando la sua vicinanza al mazzinianesimo) ', reputando fondamentale anche in vista delle sfide politiche del dopoguerra rinsaldare lunit del fronte interventista rivoluzionario, propose apertamente che gli interventisti rivoluzionari, di ogni scuola e partito, siscrivessero al PRI!9. Linvito di Rygier fu raccolto da Malusardi. In una lettera inviata a LIniziativa lanarchico lodigiano si disse persuaso della necessit di unificare tutti i partiti della sinistra interventista e daccordo con Rygier nel ritenere che ci potesse concretamente realizzarsi nel segno dell  Edera, a condizione, per, che questo non significasse un appiattimento sui programmi repubblicani. Gli unici che potrebbero trovarsi a disagio notava a questo proposito Malusardi saremmo noi anarchici novatori: per quanto anche noi, non essendo degli impenitenti utopisti della societ paradisiaca, coi repubblicani ci troviamo molto daccordo. Noi siamo degli esaltatori dellindividuo, non nel senso esageratamente Zaratustriano, ma audace e cosciente, che sa imporsi in mezzo al falso ed imbelle umanesimo grettamente egoista della folla misoneista e dei suoi codardi capeggiatori. Mentre i repubblicani subordinano la volont individuale a quella collettiva, quella delle minoranze a quella delle maggioranze, noi anarchici, Il definitivo approdo di Rygier al mazzinianesimo era avvenuto con larticolo L'ombra sua ritorna ch'era dipartita (LInternazionale, 1 gennaio 1915), una lunga e sentita celebrazione di Mazzini. La svolta della Rygier aveva trovato consensi e destato speranze negli ambienti repubblicani. Si auspica che lesempio della Rygier aveva scritto Alfredo Poggiali sullorgano del Partito Mazziniano Italiano chera partita, nesuoi primordi, da premesse non esatte, possa far breccia anche fra gli altri anarchici (Lettera politica dalla Romagna, La Terza Italia, 15 gennaio 1915). Dopo lo scoppio della guerra, Maria Rygier, la cui opera di propaganda non conobbe soste, intensific, se possibile, la collaborazione con la stampa repubblicana, massime con LIniziativa. Linfatuazione della Rygier per Mazzini e il mazzinianesimo trovava del resto concordi numerosi altri interventisti rivoluzionari (a cominciare da Ambris) e anarcointerventisti. Mario Gioda, in particolare, il quale - come si  visto - nutriva gi una viva simpatia per le idee e per i programmi repubblicani (si veda, a titolo di esempio, larticolo Mazzini e l'ora storica, Il Popolo dItalia, 11 marzo 1915, in cui Gioda aveva tra laltro sostenuto che tutti i sovversivi, non schiavi dello sterile dogmatismo, non avvelenati dalle secche teorie tedesche o intedescate, avrebbero dovuto riconoscere la grandezza di Mazzini), rafforz negli anni di guerra il proprio filo-repubblicanesimo. " Cfr. RyGIER, / partiti di domani. Prepariamoci per le lotte future, LIniziativa, pur coadiuvando in tutte le contingenze lazione collettiva, non intendiamo che si  RA ERI F 16 debba tarpare le ali alle iniziative individuali e le minoranze Il rispetto delle minoranze e delle singole individualit era stato a fondamento dellazione dei Fasci interventisti: qualora il PARTITO REPUBBLICANO avesse offerto le stesse garanzie politiche, nulla - concludeva Malusardi - avrebbe potuto impedire il confluire in esso di tutte le forze dellinterventismo rivoluzionario, anarchici compresi'. Il progetto avanzato da Rygier rimase lettera morta, ma il problema dellunit tra le forze della sinistra interventista si sarebbe ripresentato pi volte, durante come dopo la guerra. In ogni caso, quale che fu lesito della sua proposta, il cammino personale di Maria Rygier verso le idealit nazionali non sub inversioni di rotta. Ella  al congresso nazionale repubblicano di Roma. Non ho ancora la tessera disse in mezzo agli applausi dei congressisti ma voglio confermare che la guerra ha fatto maturare in me, come in altri, una coscienza nuova, perch ha disvelato effetti deleteri duna propaganda basata sul determinismo economico pi gretto. E noi torneremo al vostro Mazzini Lex madrina dellantipatriottismo torn in effetti a Mazzini, e quella tessera che ancora non poteva esibire al Congresso romano lebbe in realt pochissimo tempo dopo!. Il prolungarsi oltre ogni previsione delle ostilit, il malumore ognora crescente delle masse e il conseguente, nuovo slancio assunto dalla propaganda neutralista, aumentarono il senso di smarrimento degli interventisti rivoluzionari. Lesigenza di opporsi alla presunta opera disgregatrice del neutralismo socialista-cattolico-giolittiano, un'esigenza molto spesso tracimante in vera e propria ossessione, fu allorigine della nascita e della diffusione, un po in tutta Italia, di leghe e di comitati per la resistenza interna. Nellambito di queste iniziative, tuttavia, gli interventisti rivoluzionari - o comunque di sinistra - si sarebbero ritrovati il e su AI congresso giunsero anche i saluti di Gioda, che diceva di seguire con vivissima simpatia il lavoro dellunico partito che la guerra e le rivendicazioni nazionali non avevano sconvolto; di Rocca, il quale auspica che lassise repubblicana potesse porre le basi per un sovversivismo nazionale, meno settario, pi serio, pi vasto didee e profondo di sentimento; e di Lotti. pi delle volte in minoranza (tipico il caso del Fronte Interno, costituitosi a Roma ad opera di forze prevalentemente democratiche, che fin assai presto per essere egemonizzato dalle destre). Linterventismo di destra, infatti, e in particolare quello estremo dei nazionalisti, aiutato dalla radicalizzazione delle prospettive politiche indotta dallo sforzo bellico, prese senz'altro il sopravvento, finendo per condizionare la stessa azione delle sinistre, ed aprendo, in questo modo, nuovi e imprevisti scenari. La preoccupazione di frenare la propaganda neutralista e quella, pi o meno consapevolmente avvertita, di salvaguardare la purezza dei propri ideali, dominarono il convegno nazionale dei Fasci rivoluzionari, che si riun a Milano. Pochi giorni prima dellinizio di quel congresso, Gioda si era fatto interprete dello stato danimo di grande perplessit che attanagliava linterventismo rivoluzionario. Prendendo spunto dalle agitazioni contro il caro-viveri scoppiate in Germania e Austria, agitazioni che i neutralisti italiani avevano portato a esempio dellinsofferenza popolare verso il protrarsi delle ostilit, Gioda si era augurato che lItalia rimanesse al di fuori dellondata di malcontento che stava attraversando gli altri paesi belligeranti e sera detto convinto del buon senso e delle virt patriottiche del popolo italiano. Malgrado ci, lanarchico torinese aveva avvertito la necessit di ribadire la ragionevolezza della guerra in atto. La guerra - aveva affermato Gioda - era giusta perch risolutiva e perch avrebbe schiuso la via per maggiori conquiste, in un ambiente europeo non pi accidentato da agguati tedeschi e da barbarie prussiana. Per la cronaca del convegno v. Il Popolo dItalia, 21, 22 e 23 maggio 1916. V. altres Le dichiarazioni del Congresso dei Fasci, LIniziativa, 27 maggio 1916, e La grande adunata di Milano e la parola dei nostri compagni, LInternazionale, GIODA, Perch questa guerra  giusta, Il Popolo dItalia, 17 maggio 1916. Qualche giorno prima, in occasione della festa del lavoro, Gioda aveva manifestato a chiare lettere quale fosse ormai il proprio pensiero riguardo alle questioni economiche. Mentre il mondo aveva scritto - si dibatte nella tragica convulsione duna rivoluzione decisiva per lavvenire dei popoli,  per lo meno fatuo il voler cianciare ancora di garofani rossi e di feste di primo maggio per quella ascensione economica di classe che il proletariato non conquister se non a condizione di essersi reso degno di rimanere libero entro libere nazioni (GIODA, / socialneutralisti industrializzano il primo di maggio, LIniziativa, 1 maggio 1916). Del resto, in un articolo intitolato Valori e limiti della lotta di classe, pubblicato da Il Popolo dItalia del 22 febbraio 1915, Gioda aveva sostenuto che il materialismo non avrebbe mai potuto offrire una chiave interpretativa univoca dei grandi fenomeni storici e che lo stesso socialismo, se avesse voluto mantenere la sua primigenia forza morale, non avrebbe dovuto risolversi, edonisticamente, in una mera questione economica. La lotta di classe, perci, non avrebbe dovuto porsi come fine del socialismo, ma come semplice mezzo, da valutare secondo le circostanze. Nel caso contrario, lorganizzazione di classe sarebbe diventata fine AI convegno milanese presero parte Maria Rygier, che vi svolse una relazione sul tema Neutralismo e neutralisti!, eRocca, in licenza dal fronte!. Proprio Rocca si fece portavoce di una convinzione che, in forma pi o meno velata, cominciava a circolare anche tra gli interventisti di sinistra: la convinzione, cio, che il Governo dovesse adottare dei provvedimenti, i pi severi possibili, per eliminare il pericolo neutralista. Lazione contro i neutralisti - sostenne Rocca - doveva essere di due tipi: positiva e negativa. Positiva, nel senso che gli interventisti avrebbero dovuto intensificare lopera di propaganda tra le masse, negativa, perch era giunto il momento, nellinteresse del Paese, di rispondere con misure energiche alle provocazioni dei nemici di dentro. Noi afferma Rocca dobbiamo avere il coraggio di dire: contro i neutralisti abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Noi dobbiamo avere il coraggio di domandare che il Governo faccia unopera che sia di repressione, che sia capace di porre un freno. La posizione di Rocca, per quanto radicale, era coerente con quanto da lui sostenuto alla vigilia della guerra in merito allopportunit di una condotta realmente unitaria della crisi bellica. Non per niente, in risposta a quanti, in a se stessa, e nessun alito di umanit e di generosit avrebbe animato il popolo, rinchiuso nelle sue ghilde, nelle sue fratellanze, nelle sue leghe. La classe - aveva concluso Gioda - non doveva considerarsi un semplice agglomerato di uomini economici, ma un insieme complesso di individui, formanti una comunit con pi alte e profonde aspirazioni; ed era pertanto inutile, sciocco e disonesto il ripetere al popolo che solo la lotta di classe lo avrebbe dovuto interessare, ogni altro problema essendo problema borghese. Questi  passaggi sono a nostro avviso di capitale importanza. E infatti in questa visione dei rapporti sociali, intrisa tanto di misticismo mazziniano quanto di elitarismo individualista, che deve rintracciarsi il motivo delladesione di Mario Gioda e di tanti anarcointerventisti alle ideologie del sindacalismo nazionale e del produttivismo fascista, nonch, per successive corruzioni dellimpostazione originaria, la ragione del passaggio di molti di loro dallantisocialismo allantioperaismo tout court. In Il Popolo dItalia sati !! Il Popolo dItalia riporta le adesioni al convegno di altri due anarcointerventisti: Fanelli e Ciotto. Il nome di Fanelli, che incontriamo qui per la prima volta, pu esser preso a simbolo degli anarchici interventisti dei quali non ci  giunta notizia. Il panettiere Fanelli  nato a La Spezia. Anarchico convinto, che prende parte a tutte le riunioni e manifestazioni del partito (come lo descrive un funzionario della Prefettura di Genova in un rapporto), Fanelli  gerente responsabile de Il Libertario. Divenuto interventista, fu membro del Comitato Esecutivo del Fascio dazione internazionalista di La Spezia. Nel dopoguerra adere al fascismo, iscrivendosi al PNF. ACS, CPC, Busta [Fanelli].Il Popolo dItalia sede di discussione, avevano affermato lopportunit di scindere nettamente loperato dei Fasci da quello di casa Savoia, Rocca (dimostrando maggiore realismo politico) sostenne che linterventismo rivoluzionario doveva assumersi per intero le proprie responsabilit riguardo alla monarchia, con la quale, e non contro la quale, la guerra era stata decisa!?. Nei restanti due anni di guerra Rocca , insieme alla Rygier, il pi attivo del gruppo degli originari anarchici interventisti. D'altronde egli venne ricoverato allospedale militare di Milano per una grave forma dipertrofia tonsillare, ottenendo cos una licenza di sei mesi (rinnovata nel marzo dellanno successivo) ! che gli consent di dedicarsi a pieno ritmo allopera di propaganda e di organizzazione politica. Vede altres la ripresa, da parte di Rocca, della sua antica predilezione per i grandi problemi di ordine internazionale, come attestato dalla pubblicazione - per la casa editrice Sonzogno - del libro // Mare Adriatico, volume nel quale lautore sposava le rivendicazioni dei nazionalisti sullIstria e la Dalmazia. Non si trattava di un interesse passeggero, visto che la questione adriatica, destinata a segnare in modo drammatico il dopoguerra italiano, sarebbe stata - insieme ai temi di politica economica. - la nota predominante dellattivit di Massimo Rocca nel biennio 1918-1920. Nel febbraio del 1918, del resto, Rocca entr nella redazione del quotidiano milanese La Perseveranza, avviando, sulle pagine di quel giornale, una serrata campagna a sostegno dellitalianit della Dalmazia, campagna che gli attir gli strali polemici di Salvemini. Cfr. ACS, CPC, Busta 4362, [Rocca]. Loperato di Rocca in questo periodo fu caratterizzato da un attivismo capillare che non disdegnava la propaganda spicciola (lo troviamo, ad esempio, oratore principale alla riunione indetta dal Fascio interventista milanese, per salutare i fascisti della classe 1897 in procinto di partire per il fronte. Cfr. Il Popolo dItalia). Ancora la Prefettura romana annota che Rocca, pur conservando le sue idee sovversive, continua a svolgere attiva propaganda a favore della guerra. ACS, CPC, Busta [Rocca]. La posizione di Salvemini (espressa a chiare lettere nel volume La questione dell'Adriatico, pubblicato allinizio del 1918), che si rifaceva a Mazzini e al principio di nazionalit, e che gli avversari bollavano come rinunciataria, e quella annessionista di Massimo Rocca erano diametralmente opposte. Sulle pagine della sua rivista settimanale, LUnit, Salvemini accus Rocca di essersi appiattito sulle tesi dei nazionalisti. Rocca, dal canto suo, non risparmi le critiche a Salvemini (si vedano, in particolare, gli articoli Per l'onest politica e la Dalmazia italiana, e Operai, libertari, Dalmazia e nazionalismo, La Perseveranza). Lapprodo di Rocca al giornale del conte Giangaleazzo Arrivabene, un foglio di chiaro orientamento conservatore, non deve sorprendere. Infatti, sebbene Rocca avesse gi in passato manifestato simpatie per la destra, fu in questo arco di tempo, compreso tra il congedo dalle armi e la fine della guerra, che si consum la sua definitiva trasformazione politica; fu allora, per meglio dire, che lex anarchico matur un completo distacco, non tanto dal movimento libertario, ormai del tutto abbandonato, quanto da ogni residuo sinistrismo. A conclusione di un lungo cammino umano e ideale, passando attraverso le decisive esperienze dellinterventismo e della guerra, Massimo Rocca fin dunque per virare decisamente a destra, verso posizioni che semplificando - potremmo definire di conservatorismo illuminato sul piano politico; di liberismo radicale, con forti inflessioni produttiviste, sul piano economico. In entrambi i casi, per, i legami con il fondo elitario del novatorismo restavano evidenti. Lindividualismo di Rocca, rafforzato dalla . sua personale convinzione di appartenere a un aristocrazia, alla parte nobile - pi meritevole perch pi capace - del popolo italiano (proprio in quegli anni, daltra parte, lex tipografo autodidatta compiva con successo il suo ciclo di studi) ', giunse in pratica al suo esito naturale. In questo passaggio era gi compreso, in potenza, tutto il futuro politico di Rocca, dalla riscoperta della Destra storica alla rivalutazione dellistituto monarchico, dal programma economico del 1922 ai Gruppi di Competenza, fino alla trincea revisionista. In ultima analisi, infatti, il fascismo di Rocca non fu mai, nella sostanza, granch diverso dal suo liberalismo. Rocca ader al Comitato dazione per la resistenza interna, sorto a Milano su iniziativa di Dinale allo scopo di coordinare tutte le forze interventiste e dinfondere nuovo vigore alla loro opera'??. In qualit di delegato di quellorganizzazione, Rocca partecip al secondo convegno nazionale dei Fasci dazione internazionalista, convocato a Roma allinizio di luglio, il quale si concluse con lapprovazione di una Rocca consegu la licenza tecnica superiore subito dopo la guerra, iscrivendosi quindi alla facolt dingegneria del Regio Politecnico di Milano. Quale fosse lo scopo principale di questa nuova associazione patriottica, bene lo illustrava un ordine del giorno votato a una riunione del Comitato: Reclamare dal. Governo provvedimenti immediati contro i troppi tedeschi, turchi, bulgari e austriaci che infestano il nostro Paese (Il Popolo dItalia). Alla fine del mese il Comitato invi un memoriale al Presidente del Consiglio, nel quale, dipinta a tinte fosche lazione destabilizzatrice del neutralismo disfattista, s'invocava unazione draconiana contro tutti i nemici di dentro. Il memoriale, pubblicato in parte anche da Il Popolo dItalia del 27 maggio, si trova in ACS, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI. GUERRA EUROPEA, Fascicolo [Movimento interventista]. sorta di documento programmatico dellinterventismo rivoluzionario!?. Nonostante il tentativo dimprimere allazione dei Fasci un indirizzo certo, tanto sul piano politico quanto su quello delle rivendicazioni sociali, le grandi questioni delineatesi nel corso dei due anni precedenti, quella delle misure da opporre alla ripresa del neutralismo, e quella (per cos dire relativa allindole stessa del movimento) della salvaguardia della propria identit rivoluzionaria, rimanevano, complice linasprirsi delle tensioni interne al Paese, pi che mai aperte!*. La tragedia di Caporetto, con ci che ne segu, a livello politico-militare come a livello emotivo, e la conseguente demonizzazione dei cosiddetti disfattisti, avrebbe contribuito non poco a mischiare le carte in tavola, spostando decisamente a destra lasse della politica interventista. Le divergenze tra le diverse forze dellinterventismo finirono per appianarsi, a tutto vantaggio della destra nazionalista, salvo poi riproporsi, ma in un contesto nel frattempo profondamente mutato, alla fine della guerra. V. Il Popolo dItalia e larticolo // Congresso Interventista di Roma in difesa degli operai e della pace giusta, LInternazionale (lorgano sindacalista parmense riprese le pubblicazioni dopo una sospensione di quasi un anno). E molto difficile, per lassoluta mancanza d'informazioni, sapere cosa gli anarcointerventisti pensassero riguardo a queste due tematiche, ma  ragionevole credere che la loro opinione non differisse da quella degli altri protagonisti dellinterventismo rivoluzionario, sempre pi orientati verso una linea di ferma intransigenza. Una testimonianza importante, anche per lestremismo del linguaggio usato,  quella di Edoardo Malusardi, il quale, prendendo le mosse dalla proposta di dimissioni generali avanzata ai sindaci e agli amministratori socialisti da Lazzari (un gesto che, nellopinione del segretario del Partito Socialista, si sarebbe rivelato un utile strumento di pressione sul Governo e avrebbe potuto accelerare luscita dellItalia dalla guerra), si appellava direttamente al popolo italiano perch facesse alfine giustizia di un cos ributtante fenomeno di perfidia e di vigliaccheria (EMME, Son purl.). FASCISMO Lanarcointerventismo alla prova della nuova Italia Ripercorrere le tracce dellanarcointerventismo nel caos del dopoguerra non  impresa facile. Gi nei mesi successivi allarmistizio, il blocco dellinterventismo rivoluzionario cess di esistere come un tutt'uno, per disperdersi e riaggregarsi in mille rivoli, mentre la nascita di nuove formazioni, che pure ad esso si richiamavano (fra tutte i Fasci di combattimento), aggiungeva imprevedibilit a unatmosfera politica di per s gi molto fluida. Lanarcointerventismo, che non aveva mai posseduto, per sua stessa natura, una rigidit organizzativa e ideologica, non sfugg a questo processo dissolutivo. Nondimeno, se non ha pi molto senso, dopo Vittorio Veneto, parlare di interventismo anarchico come corrente politica in s,  tuttavia possibile come si accennava nellintroduzione -, attraverso la vicenda personale dei suoi maggiori rappresentanti, provare a ritrovarne i segni nella politica italiana del dopoguerra. Dei /eaders anarcointerventisti, alcuni, come Gigli e Rygier, finirono per isolarsi progressivamente dal gioco politico e per non avere che una parte di secondo piano nella tormentata stagione del prefascismo'; altri, come Attilio Paolinelli, riallacciarono, sebbene a fatica, i legami con il movimento anarchico, rientrando a pieno titolo nell ortodossia. Altri ancora, infine, Nel caso di Gigli, si pu affermare che, con la partecipazione alla guerra, ebbe del tutto termine la sua militanza pubblica. Nel dopoguerra, infatti, egli abbandon la politica, tornando a dedicarsi ai suoi studi. Cfr. ANTONIOLI, Gli anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di anarchici interventisti. Pi complesso liter politico di Maria Rygier. Negli anni successivi alla guerra la Rygier si ivvicin allAssociazione Nazionalista, maturando, nei confronti del fascismo, un atteggiamento sostanzialmente ambiguo.  comunque costretta ad espatriare in Francia, dove rimase sino alla caduta del regime. Rientrata in Italia, concluse la sua travagliata milizia politica nelle file del Partito Liberale. Muore a Roma. (fr. FRANCO ANDREUCCI, DETTI, Paolinelli  arrestato con laccusa di aver preso parte al complotto di Pietralata, allorch un gruppo di anarchici, insieme a repubblicani e arditi, tent d'impadronirsi dell'omonimo forte militare. Amnistiato, ader poi - in rappresentanza degli anarchici individualisti - a un comitato romano di difesa proletaria in funzione antifascista. come Gioda, Malusardi e Rocca, si guadagnarono un posto di rilievo nel nascente movimento fascista, del quale divennero, quantunque in ambiti diversi, indiscussi protagonisti. La loro vicenda allinterno del fascismo (che appunto ci proponiamo di ricostruire nel prosieguo di questo lavoro) pu, a nostro giudizio, essere considerata in relazione ai loro precedenti anarchici; e infatti, se  arbitrario ricercare in essa un medesimo filo conduttore, immediatamente e coerentemente riconducibile alla doppia e complessa eredit dellindividualismo anarchico  riconoscervi, pur | nelleterogeneit delle esperienze e delle posizioni ideali e politiche, non | e dellanarcointerventismo,  per possibile pochi punti di contatto con quel pensiero e con quella tradizione. Nel valutare lapporto della cultura anarcointerventista al movimento mussoliniano (un contributo minoritario, ma non per questo trascurabile), occorre poi tener presente che il fascismo iniziale, lungi dal formare un | monolito impenetrabile, orbitante attorno alla tetragona figura di Mussolini, si distingueva piuttosto - come lucidamente nota Felice nellintroduzione al primo volume della sua biografia mussoliniana - per essere una serie di stratificazioni, un accumulo di passioni e didee diverse, non di rado in contrasto tra loro. Di questo multiforme e | contraddittorio universo che fu il primo fascismo, la vena. anarcointerventista, proprio in ragione della sua disorganicit evidente nei diversi orientamenti di Gioda, Rocca e Malusardi -, costituisce inoltre, per cos dire, un modello in scala ridotta. La storia dellanarcointerventismo nel dopoguerra (la si consideri o meno in ordine al fascismo) fu dunque, essenzialmente, storia dindividualit, anche se, ancora per qualche tempo, nei mesi successivi allarmistizio, si verificarono, qua e l, sporadici tentativi di raccogliere i superstiti della corrente anarcointerventista intorno a un progetto politico ben definito, in grado di misurarsi autonomamente con le forze nuove emerse dal rivolgimento bellico. A prescindere da alcune iniziative isolate, come quella | partita da Domenico Ghetti, l'esperimento di maggior sostanza in questa |  condannato a quattro anni di confino. Il secondo dopoguerra lo vide ancora attivo nelle fila del movimento libertario. Cfr. ACS, CPC, Busta 3711 [Paolinelli]. i FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. XXII. 4 Il 17 maggio 1919, sulle colonne de Il Popolo dItalia, apparve un appello di Ghetti agli anarchici interventisti milanesi perch facessero giungere la loro adesione alla nuova iniziativa patrocinata da Mussolini. Ghetti era un mussoliniano convinto (nel giugno del 1919 la Prefettura di Milano, citt nella quale lanarchico romagnolo si era trasferito alla fine del conflitto, lo segnalava tra i pi accesi propagandisti dei principi mussoliniani in seno al partito anarchico). ACS, CPC, Busta 2355 [Ghetti]. direzione fu quello tentato da Roberto DAngi. Nella primavera del 1919, gli ambienti anarchici liguri (DAngi si era trasferito a La Spezia a guerra in corso) furono messi in subbuglio da una circolare, firmata appunto dal noto propagandista, nella quale si dava per imminente la pubblicazione di un nuovo giornale anarchico dispirazione interventista. Le concezioni di DAngi sullanarchia annota il 31 marzo il Prefetto di Genova non collimano con quelle del Binazzi Pasquale, direttore e gerente del periodico anarchico Il Libertario che si pubblica a La Spezia, ed ha pertanto deciso di fare uscire prossimamente col un nuovo giornale anarchico intitolato La Protesta, che vorrebbe pubblicato quindicinalmente. Tale nuova pubblicazione avrebbe come programma lillustrazione del principio anarchico adattato ai nuovi tempi sortiti in seguito allopera di rivoluzione fatta dalla guerra Il prestigio che ancora ispirava il nome di DAngi e il ricordo, sempre vivo, delle dure polemiche danteguerra, indussero Il Libertario a prendere nettamente le distanze da quelliniziativa. Parecchi compagni da varie localit ammoniva il foglio di Binazzi - ci chiedono spiegazioni circa una circolare diramata da Roberto DAngi, colla quale si annunzia la pubblicazione di un nuovo giornale anarchico a Spezia. Rispondiamo in blocco ai compagni: da tempo il suddetto individuo non ha pi nulla di comune cogli anarchici di Spezia e tanto meno con noi del Libertario Alla fine di maggio, Il Popolo dItalia - ormai organo ufficioso dei nuovi Fasci mussoliniani - ospit un accorato appello di DAngi a tutti i libertari interventisti, affinch dessero il loro contributo, anche economico, alla realizzazione de La Protesta. Ci che io desidero scriveva DAngi, precisando il proprio punto di vista  che tutti gli anarchici dItalia, i quali si dichiararono contro il militarismo prussiano, abbiano il coraggio civile di affrontare la situazione da noi creata. Non  lecito star zitti quando ci definiscono ex anarchici, volta gabbana, rinnegati, ecc. Noi dobbiamo reagire, dobbiamo esprimere le nostre idee [...]. Dobbiamo esprimere ed esporre le nostre idee per snebbiare le menti, per fare viva luce, per dimostrare che noi, che ci opponemmo con la violenza alla violenza teutonica, fummo e rimaniamo i veri anarchici + Ibidem, Busta [Angi]. Il Libertario,Il Popolo dItalia IPO VRE PERI PRIOTOI VIVONO TT Pet POVIOA Il primo numero de La Protesta usc. Noi si afferma nelleditoriale facciamo qui una pubblicazione anarchica, n pi n meno. Come prima della guerra, dunque, obiettivo principale degli anarchici interventisti era quello di rivendicare la propria appartenenza alla famiglia anarchica, nella convinzione, semmai, che i tempi fossero pi che mai propizi per una riforma radicale dellanarchismo; riforma che doveva passare attraverso una selezione delle migliori energie rivoluzionarie. Lo sconvolgimento europeo sosteneva un anonimo articolista de La Protesta - ha insegnato qualche cosa alloperaio. Noi anarchici, che a costui predichiamo di emanciparsi, dobbiamo, come abbiamo fatto nel passato, non seguire il sistema del socialismo ufficiale, per il quale il numero, o meglio una somma di numeri,  tutto. Noi, nel rivolgerci alla massa, dobbiamo parlare allindividuo Nonostante liniziale sostegno di Mussolini, e nonostante i favori raccolti in ambito anarcointerventista', il giornale di Roberto DAngi non sopravvisse al secondo numero, e il suo fallimento convinse lo stessoAngi a ritirarsi a vita privata. Lo sforzo, tentato da Angi con La Protesta, di connettere gli anarchici interventisti, come entit politica autonoma, alla pi vasta corrente rinnovatrice del dopoguerra, rest un caso isolato, ma il contatto tra gli . narchici e le forze superstiti dellinterventismo rivoluzionario fu fecondo anche di altre esperienze, che, pur non avendo un nesso diretto con | lanarcointerventismo,  doveroso richiamare brevemente. E nota, ad esempio, lattenzione con la quale, nel confuso biennio, gli interventisti rivoluzionari - e in parte gli stessi Fasci di combattimento - guardavano al movimento libertario. D'altronde, se le divisioni tra i due schieramenti erano molte e insanabili, non mancavano tuttavia i motivi dincontro, particolarmente la comune ostilit nei confronti dei socialisti bolscevizzati e del loro inconcludente rivoluzionarismo, demagogico e parolaio (Malatesta manifesta a pi riprese le sue riserve nei confronti dellesperimento leninista) '. Sul piano puramente strategico non 8 La Protesta ? Le coscienze volitive, Dopo il numero saggio del 16 luglio, il giornale di DAngi raccolse oltre 30 sottoscrizioni - per un totale di 240,45 lire - e 28 abbonamenti. Tra gli entusiasti sostenitori de La Protesta ritroviamo alcuni dei nomi pi noti dellanarcointerventismo, da Gigli a Sarti, da Fontana ad Senigallia. Cfr. /bidem.  Angi muore a Milano. Cfr. ACS, CPC, Busta 1612 [D'Angi Roberto].  Liniziale cautela con cui Malatesta accolse le notizie provenienti dalla Russia lasci gradualmente - ma inesorabilmente - il posto a una condanna senza appello del comunismo era quindi irragionevole pensare, da entrambe le parti, ad unintesa dazione in chiave rivoluzionaria; e basti qui ricordare la vicenda del progettato tentativo insurrezionale che, auspice Alceste De Ambris, avrebbe dovuto estendersi da Fiume, occupata dai legionari di Gabriele D Annunzio, a tutta la Penisola. Il piano, che vide direttamente coinvolto Malatesta (rientrato in Italia nel dicembre 1919, grazie allinteresse del segretario della Federazione dei lavoratori del mare, il capitano Giuseppe Giulietti, e accolto favorevolmente dalla stampa filo-fiumana), fall, a quanto pare, solo per la ferma opposizione dei socialisti a dare un appoggio anche solo indiretto allimpresa'. La presenza anarchica nel nebuloso quadro politico del dopoguerra si manifest anche per altre vie e in altri modi, che, sebbene inconsueti, non devono per meravigliare pi di tanto, quando si tenga conto. della multiformit delle posizioni allinterno del mondo anarchico. Daltra parte, il processo di ridefinizione degli spazi politici si prestava a favorire la nascita di connubi apparentemente improbabili'. Tipico, in questo senso, il caso de autoritario e soprattutto della dottrina della dittatura del proletariato. Per valutare la posizione di Malatesta riguardo al bolscevismo  essenziale la lettura dei molti articoli da lui dedicati allargomento. Una scelta significativa di questi scritti (originariamente apparsi su Umanit Nova e Pensiero e Volont) si trova in MALATESTA, Individuo, societ, anarchia. La scelta del volontarismo etico, a cura di Nico Berti, Roma, Edizioni e/o, 1998. ! Il 27 dicembre, Il Popolo dItalia, che segu con simpatia e partecipazione il rimpatrio di Malatesta, rilev, a proposito dei rapporti di questi con linterventista Giulietti, chegli era forse meno intransigente dei tenenti idioti e nefandi del PUS. Gli apprezzamenti dellorgano mussoliniano, in verit, non piacquero a Malatesta, consapevole del loro valore strumentale (al riguardo v. BORGHI). Del resto, linfatuazione del fascismo per il vecchio capo anarchico fu di breve durata (a questo riguardo si veda il duro articolo Una leggenda che si sfata, in Il Fascio, 6 marzo 1920), e tuttavia, lantibolscevismo di Malatesta fu spesso opportunisticamente richiamato, dai iornali fascisti, in aperta polemica con i pussisti. Su questi fatti v. FELICE, Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio Ambris Annunzio. Tra gli esempi pi significativi di questa sorta di diaspora anarchica devessere ricordato quello degli anarchici triestini Andriani e Ukmar. Dopo il crollo della monarchia asburgica, Andriani e Ukmar (che sono membri di riguardo del gruppo libertario Germinal, il pi importante di Trieste) entrano nel Fascio Nazionale, costituito dalle forze politiche italiane allo scopo di garantire lunione della citt irredenta alla madrepatria. Dimentichi di ogni divergenza di programmi recitava il manifesto del Fascio Nazionale -, fusi nel grande amore di sentirci italiani, noi, uomini di tutti i ceti, ci siamo costituiti in Fascio Nazionale, sintesi ed espressione di quanti consentono ad ununione con la Patria [...], che ogni altro ideale comprende ed ammette (/taliani!, La Nazione). Su Andriani e Ukmar v. MASERATI, Gli anarchici a Trieste durante il dominio asburgico, Milano, Giuffr La Testa di Ferro, lorgano dei legionari fiumani diretto dallardito e futurista Mario Carli!, che fu, per circa un anno, luogo dincontro e di confronto tra le frange estreme del combattentismo e del futurismo politico e certo anarchismo violentemente individualista, gravitante attorno a riviste dal titolo emblematico, come Nichilismo e LIconoclasta!. Attraverso la rubrica Polemiche danarchismo, il giornale di Carli, che iniziava le Carli, nato in provincia di Foggia ma fiorentino dadozione,  uno dei protagonisti delle avanguardie futuriste. Verso la fine della guerra, Carli, con il gruppo del giornale Roma Futurista (Settimelli, Marinetti, Rocca, Bottai, ecc.)  tra i fondatori del Partito Politico Futurista. Il futurismo politico, al quale dettero un apporto considerevole gli ex-combattenti (lo stesso Carli, che era capitano degli arditi, si fece promotore dellAssociazione fra gli Arditi dItalia),  decisamente orientato a sinistra e costitu una delle assi portanti dei primi Fasci mussoliniani, contribuendo altres ad influenzarne gli orientamenti. Il programma dei Fasci di Combattimento creati da Mussolini commenta Roma Futurista -  sostanzialmente identico al programma del Partito Politico Futurista. Forse, le due istituzioni finiranno per fondersi. Lo spirito che le anima  uno. E lo spirito dellItalia nuova: lItalia dei combattenti. Sulla figura e lopera di Carli v. Dizionario biografico degli italiani, Vol. 20, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960-1997, ad nomen, nonch il contributo di SCARANTINO, L'Impero. Un quotidiano reazionario-futurista degli anni Venti, Milano, Guanda, 1978, p. 12 ss. Sul futurismo politico e i suoi rapporti col primo fascismo v. FELICE, Mussolini il rivoluzionario, GENTILE, Le origini dell'ideologia fascista, Bari, Laterza, 1975, p. 109 ss., e, con una particolare attenzione alla personalit e al ruolo di Marinetti, MicHEL OSTENC, Intellettuali e fascismo in Italia, Ravenna, Longo. Li Nichilismo, diretta da Molaschi, usc a Milano; LIconoclasta, fondata da Gozzoli, vide la luce a Pistoia. Cfr. BETTINI, op. cit., ad indicem. Per capire di quale tipo di idee fossero portavoce queste riviste, si veda larticolo // mio individualismo, a firma Enzo di Villafiore (Enzo Martucci), comparso su LIconoclasta (ma se ne potrebbero citare molti altri). Quale differenza vi si legge corre tra il fanatico che si lascia castrare per i suoi dei, il patriotta che si fa uccidere pel suo paese, e il sovversivo che cade evocando la redenzione collettiva? Nessuna! Nella stessa guisa han perduto la coscienza del proprio io, e perseguono un fantasma irraggiungibile. Sono dei deboli. Essi non sentono la propria individualit che vuole affermarsi, godere, vivere. E vorrebbero che io li seguissi. Io scettico, iconoclasta, cinico. Vorrebbero che mi sacrificassi per la plebe stupida, grossolana e volgare. Io che voglio bere il profumo della Vita e inebriarmi di Bellezza, che voglio aspirare laere della Libert sconfinata, per ricevere infine il bacio della Morte. Io tanto superiore alla mediocrit. Io lotto per me, unicamente per me. Sono al di la del Bene e del Male. In ogni caso, posizioni di questo tenore suscitarono critiche allinterno della stessa rivista di Gozzoli (che - come recitava il sottotitolo - era aperta a chiunque). In un articolo significativamente intitolato /ndividualismo o futurismo?, Berneri defin deliri letterari, prose pazze e vuote, gli scritti di Villafiore e compagni, e pazzoidi e megalomani i loro autori, pubblicazioni, si apr ai contributi di quegli anarchici individualisti, per lo pi molto giovani, che, suggestionati dalla retorica demolitrice e anticonformista del futurismo, vi scorgevano unarma potente di rinnovamento della societ e, allo stesso tempo, un mezzo di realizzazione personale"8. In polemica con Umanit Nova (il primo quotidiano del movimento anarchico italiano, fondato da SUCKERT Malatesta), che guardava con naturale diffidenza alla rivoluzione fiumana e alle velleit sovversive dei futuristi, Carli affermava recisamente il carattere proletario e progressista del futurismo e definiva in questo modo il proprio rapporto con lanarchismo. Tutti sanno quanta dose di anarchismo sia nella nostra concezione futurista del mondo, che vorrebbe abolire tutte le cose inutili ed ingiuste; le dinastie e i carceri, il papato e i tribunali, il parlamento e i privilegi, larcheologia e i corrieri della sera, E per questo che, non potendo pi accettare il dominio dellattuale classe dirigente, n avendo fiducia in quello avvenire delle altre classi, io mi sento assai vicino alla concezione anarchica, cio individualista, che vuol preparare un tipo di uomo libero e forte, unico e indiscusso arbitro dei propri destini A sua volta, Marinetti, rispondendo a un anarchico che, pur plaudendo allopera novatrice dei futuristi, rimproverava loro il sostegno dato alla causa fiumana e il loro sentimentalismo patriottico!, invitava gli anarchici a lasciarsi dietro le spalle il pessimismo vano, per aderire alla lotta propositiva del futurismo. Il punto era - secondo Marinetti - che, mentre gli anarchici erano tutti pi o meno dei futuristi antipratici, platonici e pessimisti, i futuristi erano degli anarchici pratici, fattivi, ottimisti, con un campo determinato per le Zoro demolizioni e bonifiche, cio la patria. Tra gli anarchici collaboratori de La Testa di Ferro si contava anche Ghetti, responsabile dellufficio di corrispondenza del giornale a La Spezia. !9 Si veda, in modo particolare, larticolo Con /a lenza, a firma Simplicio (Damiani), in Umanit Nova CARLI, Replica a un avversario ultra-rosso, La Testa di Ferro Cfr. BrUTNO. 22 Ivi. In quegli stessi giorni, Marinetti pubblicava, per le edizioni de La Testa di Ferro, l'opuscolo A/ di l del comunismo, che pu considerarsi il manifesto del suo sinistrismo. In esso, il poeta passava in rassegna, criticandole, tutte le incarnazioni, vecchie e nuove, della sinistra, e definiva le coordinate del suo individualismo futurista rivoluzionario. Vogliamo afferma tra laltro - l'abolizione degli eserciti permanenti, dei tribunali, delle polizie e dei carceri, perch la nostra razza di geniali possa sviluppare la maggior quantit possibile di individui liberissimi, forti, laboriosi, novatori, veloci. K } Sisonialitga al quale facevano riferimento Carli, Marinetti e u uristi de La Testa di Ferro era il medesimo c in lindividualista Abele Ricieri F. ov. o ETTARI FRI 3 atore, descriveva come agilit volitiva, poesia i gli altri he, in quello stesso meglio noto come Renzo violenza creatrice [ dl . _ x . O . uo: 4 ca di ei o minoritario, puramente concettuale, pio Ismo nietzschiano, che niente a 6 $ d F Veva a che veder il movimentismo malatesti  sconti stiano, cos pervaso di i  i mala umanesimo, n con il comunismo libertario di Umanit x i it Nova (col qual i, si i munism i i quale, anzi, si poneva in netta antitesi) , ma che era, innegabilmente, frutto di quel periodo storico I primi contatti col fascismo. Chiusa questa parentesi,  dunque il momento di tornare alle vicende dei protagonisti dellanarco-interventismo in procinto di vestire la cami ta nese di seguirne il cammino nellimmediato dopoguerra, a Jomiigii re di Rocca. i vandi. In questo periodo - come si accennava - linteresse di Rocca  per lo pi rivolto alla bruciante questione adriatica. In essa, allora al pui di sd dibattiti, egli rivers tutto il suo virtuosismo polemico e la sua abilit di propagandista, con il puntiglio e la caparbiet che gli erano propri Sebb Vicino ai nazionalisti, alla cui Associazione ader subito dopo la vera. Rocca non ne condivide le smodate mire imperialiste. Come si cilea dai MANTRA TORE: Oltre ogni confine, La Testa di Ferro. Bocea , pag Leni Nazi i tra i pi assidui collaboratori de LIconoclasta. sponenti della corrente anarco-individualist: i  Una raccolta dei suoi scritti si trova i Vila ae eri; va in F. UN FIORE SELVAGGIO, Pi A pr E; beds seal con una breve nota biografica e bibliografica a cura di Cimmii o ui fr vm Testa di Ferro, un certo Atomon ribade che i futuristi Ri nino ma sh individualisti, bollando come anti-anarchica l'Unione Anarchica a Malatesta, che, come le organizzazioni social- i i limi e  comuniste, si limita a fare della a, la vera anarchia non dove dare al i fattore economico dellesistenza, ma rici i FI nat) ; ercare la perfezione dellindividuo nella vi i sopra di ogni pregiudizio o di ogni do,  ITA a opr ] gma. Al contempo, per, lanonimo futuri distinguere il gruppo di Umanit Ni i pic ae a s ova dal Partito Socialista, mostrando di ire i primo al secondo, e define Malatesta, d i quaglie do, lel I morale, un agitatore e apostolo. - AE Rocca  membro del Fascio delle iazioni iotti 21 ro. dels associazioni patriottiche e del Comitat i L'ing irredente di Milano. Cfr. ACS, CPC, Busta [Rocca] Faggi Cfr. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura. suoi numerosi articoli per La Perseveranza, a cui continua a collaborare fino a quando il mutamento della linea editoriale, sopravvenuto a un cambio di propriet, gli consiglia labbandono), la sua posizione non anda oltre la rivendicazione dellIstria e della Dalmazia, che egli non dubitava essere geograficamente, culturalmente e politicamente italiane. Una certa moderazione, che pur gli va riconosciuta, non gli imped di attaccare violentemente i cosiddetti rinunciatari, a cominciare da Leonida Bissolati, sia dopo lintervista da questi rilasciata al Morning Post, sia dopo il suo celebre discorso alla Scala?. Rocca prende parte allimponente comizio milanese pro Fiume e Dalmazia italiana, che fu la risposta data dai dalmatofili alliniziativa del Zeader socialriformista, comizio nel quale - secondo Renzo De Felice - ebbe il compito di sostituire Mussolini, che prefer non intervenire per evitare incidenti8. Ai primi di marzo, Rocca intraprese un viaggio di studio lungo la costa orientale italiana, da Venezia a Brindisi, giungendo quindi a Spalato, sulla sponda opposta dell Adriatico. Dalla cittadina dalmata, dove si trattenne qualche giorno, fece pervenire al suo giornale un esteso reportage, nel quale si prodigava, con la consueta e un po pedante ricchezza di argomentazioni, a dimostrare l'italianit della Dalmazia. AI suo rientro in Italia fu protagonista di due nuove manifestazioni patriottiche, a Milano e Torino; quindi, allinizio di aprile, part per Parigi, inviato speciale de La Perseveranza, a seguire da vicino i lavori del congresso di pace. Dopo il messaggio di Wilson agli italiani e il conseguente ritiro della nostra delegazione dalla capitale francese, Rocca, che fino ad allora aveva tenuto, nei confronti del wilsonismo, un atteggiamento prudente e non del tutto ostile*, abbandona 7 A questo riguardo v. TANCREDI, // ministro della piccola Italia, La Perseveranza, e Una pace di menzogna per un nuovo giolittismo. FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p.491. Per la cronaca del congresso v. Il Popolo dItalia, 18 gennaio 1919. 29 Cfr. TANCREDI, La passione di Spalato, La Perseveranza, Cfr. Il Popolo dItalia, e La Perseveranza, ROCCA, Come il fascismo divenne una dittatura; cit., p. 77. 32 In occasione del viaggio di Wilson in Italia, Rocca, pur vagheggiando una sorta di lega latina, fondata sullalleanza Italia/Francia, che facesse da contraltare al nuovo imperialismo anglo-statunitense, aveva manifestato interesse per le tesi del presidente americano, dicendosi favorevole ad una partecipazione italiana alla Societ delle Nazioni. Essa sola scrisse - avrebbe potuto garantire giustizia per i vincitori come per i vinti: giustizia per gli italiani dell'Istria e della Dalmazia, per gli albanesi, per i romeni, per gli stessi tedeschi (LIBERO TANCREDI, L'Italia e la Societ delle Nazioni, La Perseveranza). ogni remora, schierandosi senza riserve con il partito dellannessione, ormai - a suo dire - lunica via percorribile. AI congresso per l'annessione di Fiume e della Dalmazia, che si tenne a Milano, su iniziativa del Fascio delle associazioni patriottiche, Rocca non lesina le accuse a Wilson, denunciando il torbido retroscena bancario internazionale che si nascondeva dietro la figura del presidente filosofo. Da questo momento i toni della propaganda estera di Rocca si fecero sempre pi intransigenti. In un fondo per lorgano torinese dellAssociazione Nazionalista, egli giunse addirittura a prefigurare la necessit di un imperialismo senza confini, qualora la crescente ostilit internazionale e Ia fantastica corsa allo sciopero allinterno del paese, con i suoi effetti negativi sul livello di produzione, avessero a tal punto danneggiato le esportazioni e fiaccato la ricchezza nazionale da impedire di provvedere pacificamente allacquisto delle materie prime indispensabili. Questi ultimi accenni alla situazione interna dellItalia ci consentono di soffermarci sugli aspetti pi propriamente economici del pensiero di Rocca. La sua visione economica, infatti, che rimarr pressoch inalterata negli anni a venire, si veniva proprio allora configurando come una mistura di liberismo, sindacalismo e produttivismo di stampo mussoliniano. Cos, a proposito della ventilata introduzione delle otto ore lavorative, Rocca esprimeva lesigenza che ad essa si accompagnasse tutto un sistema otganico di educazione ed istruzione professionale che accrescesse il rendimento degli operai; i quali operai, a loro volta, pena il tracollo economico della nazione, avrebbero dovuto prendere coscienza delle loro accresciute responsabilit. Ci presupponeva una matura collaborazione tra capitale e lavoro, dal momento che - secondo Rocca - lemancipazione dei lavoratori non si sarebbe mai realizzata tramite. lestraniarsi dalla storia e dal divenire sociale, dai problemi, dai doveri e dalla responsabilit chessi comportano, ma solo attraverso la piena compartecipazione al ciclo produttivo, secondo il modello del sindacalismo nazionale. Quanto alla borghesia industriale, suo compito doveva essere, da un lato quello di comprendere il cambiamento introdotto dalla guerra, ossia di prendere consapevolezza dellormai inscindibile legame tra politica ed economia; dallaltro, quello di dimostrarsi autentica classe dirigente, in grado sia di Audacia (appunti per l'On. Orlando), Il Popolo dItalia TANCREDI, Per il nazionalismo proletario. Un fenomeno d impotenza, La Riscossa Nazionale. Le otto ore internazionali di lavoro, La Perseveranza, ID., Assenteismo e collaborazione di operai e di industriali, opporsi con fermezza al bolscevismo dilagante, sia di provvedere allintegrazione e alleducazione del proletariato. Occorre che la classe dirigente - scrive Rocca - od almeno i suoi elementi migliori, comprendano che il loro ufficio non  solo di resistere o di concedere, ma di persuadere e di guidare. Questo modo di pensare era senz'altro condivisibile da Mussolini, il quale, nel frattempo, aveva ribattezzato il suo quotidiano giornale dei combattenti e dei produttori e promosso, con i Fasci di combattimento, una formazione che aveva, tra i suoi primi obiettivi, quello di contrastare la demagogia bolscevica. Rocca, del resto, ricordava di aver aderito ai Fasci di combattimento fin dal 1919, poco tempo dopo la loro nascita. Questa affermazione, con tutta probabilit rispondente al vero, non  per altrimenti accertabile; quel che  sicuro  che Rocca - almeno per tutto il 1919 - non dimostr, a differenza di molti suoi compagni, un grande interesse per liniziativa di Mussolini. Di Il Popolo dItalia lancia un invito per la costituzione di un nuovo movimento politico d'avanguardia. Tra le molte adesioni pervenute al giornale prima della data fatidica del 23 marzo, ritroviamo i nomi di alcuni anarchici interventisti: il vecchio anarchico Vittorio Boattini (che si dice toto corde con Mussolini, per le sante bastonature interventiste ed anti-bolsceviche) Rivellini e Ghetti. Gli anarchici coscienti scriveva questultimo al suo conterraneo Mussolini non potranno che aderire al vostro appello . i Alla riunione milanese di Piazza san Sepolcro fu senz'altro presente Mario Gioda, che aveva da subito aderito allappello di Mussolini i Secondo Mario Giampaoli (che peraltro, pur essendo stato testimone diretto dellaccaduto, fa riferimento alla cronaca de Il Popolo dItalia), vi avrebbe preso parte Cfr. Ip., Un po' di cannibalismo economico dopo la guerra, Ibidem, 18 febbraio 1919. sig In., La svalutazione sociale della vittoria, Ibidem, 2 aprile 1919. Cfr. Massimo Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, cit., p. 31. "i olo dItalia, 9 marzo 1919. SIAT i  nato a Meldola, nei pressi di Forl. Manifesta idee anarchiche. Si trasfere a Milano, dove aveva a Li collaborato a Il Grido della Folla. la Prefettura milanese scrive che, avendo egli, durante la guerra, militato nel campo interventista, si dimostra un fervente nazionalista, in tal senso svolgendo attiva propaganda. Il figlio di Boattini, pe  per qualche tempo segretario politico del PNF per la provincia di Milano. ACS,CPC, Busta 679 [Boattini]. #2 Il Popolo dItalia, anche Malusardi*, ma il fatto non  certo. Malusardi stesso, in un telegramma di adesione a Il Popolo dItalia, si era detto dispiaciuto, trovandosi ancora sotto le armi, di non poter partecipare personalmente, limitandosi a garantire la sua presenza in ispirito, per riaffermare recisamente il suo interventismo e la sua apostasia* - Il fatto che, anni dopo, Malusardi rivendicasse la patente di sansepolcrista, non  affatto probante, vista la tendenza di molti fascisti, anche della prima ora, a retrodatare il pi possibile il momento della loro presa di coscienza. GIAMPAOLI, Roma, Libreria del Littorio. In base alla ricostruzione di Giampaoli (che, in ogni caso, si limita a citare Il Popolo dItalia), Malusardi sarebbe stato presente in rappresentanza di Milano e di Bologna. Il Popolo dItalia Si vedano gli articoli di Malusardi Cose a posto e Commiato, in Audacia, 28 maggio e Degli anarchici interventisti che sposarono la causa fascista, uno fra i pi intraprendenti  Arpinati. Il futuro gerarca, peraltro, adere al Fascio di Bologna a pi di sei mesi dalla sua costituzione. Nel primo Fascio bolognese - nato nellaprile ad opera del repubblicano Pietro Nenni e di altri interventisti di parte democratica - Arpinati ebbe sempre, a quanto pare, un ruolo del tutto marginale, nonostante la notoriet conquistata, allorch un comizio elettorale fascista al Teatro Gaffurio di Lodi si concluse in un violento scontro con i socialisti ed egli, che faceva parte del servizio dordine, fu arrestato insieme ad altri cinquanta camerati (cfr. Il Popolo dItalia).  in parallelo con linvoluzione reazionaria del fascismo e la conseguente crisi del Fascio bolognese (culminata con la fuoriuscita degli elementi democratici e di sinistra), che Arpinati inizi una spregiudicata ascesa politica. L11 aprile, il Comitato Centrale dei Fasci di combattimento gli affid la responsabilit per lEmilia centrale; quindi, in occasione del congresso fascista di Milano, nel maggio, entr a far parte dello stesso organo direttivo del movimento (cfr. Il Popolo dItalia). Tra il settembre e lottobre successivi, Arpinati, complice il subbuglio seguito alloccupazione delle fabbriche, si fece promotore di una vera e propria riorganizzazione del fascismo bolognese, in senso marcatamente antipopolare, guadagnandosi il sostegno, anche finanziario, degli ambienti pi conservatori. Il Fascio di Bologna, cos ricostituito, accrebbe enormemente i propri effettivi, e, forte di una struttura militare di primo piano, divenne una delle centrali dello squadrismo emiliano-romagnolo, rendendosi protagonista di unimpressionante escalation di violenze, culminate il 21 novembre (dopo le elezioni amministrative vinte dai socialcomunisti) nel famigerato assalto a Palazzo DAccursio, che consegn il Comune di Bologna nelle mani dei fascisti. Su tutti questi punti v. TAROZZI, Dal primo al secondo Fascio di combattimento: note sulle origini del fascismo a Bologna, in Bologna Le origini del fascismo, a cura di Casali, Bologna, Cappelli, e ONOFRI, La strage di Palazzo Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese, Milano, Feltrinelli, Gioda: il difficile equilibrio tra reazione e operaismo A differenza di Massimo Rocca, che si avvicin al fascismo gradualmente e con un certo distacco, Gioda si gett anima e corpo nella nuova avventura. Due giorni dopo ladunanza di Piazza San Sepolcro, Gioda, con lex sindacalista rivoluzionario Attilio Longoni, fu tra i promotori del Fascio di combattimento torinese, del quale assunse la segreteria. Gli intervenuti a quella prima riunione erano pochi, e Gioda - come avrebbe ricordato molti anni dopo un testimone - appariva un ometto dalle grosse lenti e dalleloquenza inesperta, vestito con un inelegante abito marrone; piuttosto il tipo dellintellettuale - si direbbe - che quello del tribuno in camicia nera. Il Fascio, costituitosi ufficialmente prese sede nei locali della Lega dazione anti-tedesca, unassociazione patriottica di destra sorta ad opera del nazionalista Cian. Il fascismo torinese - al cui sviluppo iniziale contribuirono in misura notevole gli ex combattenti (Gioda cerc in ogni modo di venire incontro alle esigenze e alle richieste dei trinceristi, sforzandosi di far apparire il fascismo come il legittimo rappresentante dei loro interessi) nacque dunque con il concorso e sotto gli auspici della destra, distinguendosi da Secondo un biografo mussoliniano, la ritrosia di Rocca nellaccostarsi al fascismo fu dovuta anche ai non ottimi rapporti tra questultimo e Mussolini, il quale non avrebbe avuto granch in simpatia colui [Rocca] che lo aveva violentemente attaccato, obbligandolo, nei confronti dellintervento, ad una presa di posizione che egli avrebbe preferito assumere senza sollecitazioni esterne (YvoN DE BEGNAC, Palazzo Venezia. Storia di un regime, Roma, Editrice La Rocca). Cfr. Il Popolo dItalia. AVENATI, Dodici anni dopo. Com' nato il Fascio di Torino, La Stampa In seguito il Fascio si trasfer nei locali della Pro Torino, in Galleria Nazionale, un'associazione patriottica di stampo sabaudo presieduta dal CONTE BARBAVARA DI GRAVELLONA. Contemporaneamente al lavoro di organizzazione nel capoluogo, i fascisti torinesi iniziarono unopera di penetrazione nella provincia. In una delle primissime riunioni del Fascio, il 29 marzo, lanarchico trincerista Boario rec le adesioni dei gruppi fascisti del Canavese, di Ciri, di San Maurizio e di Caselle. Cfr.GIODA, Il fervido lavoro dei fascisti a Torino, Il Popolo dItalia) La coscienza combattentistica di Gioda, bench inevitabilmente ammantata di retorica, appariva sincera. Gi prima della nascita dei Fasci di combattimento, lanarchico torinese si era fatto promotore di una campagna per il pieno riconoscimento dellindennit di congedo agli smobilitati, rappresentanti lItalia pi vera e coraggiosa, quella in grigio verde (ID., Sino all'ultimo sussidio militare e l'indennit di congedo non viene, Ibidem, 16 marzo 1919). PORT PI CTPTPM PIO VT PERE RIVER PT ETTI IPPONI OPA REATO O TORRI O PRETE PAPPA PAPA subito per le forti venature non solo antisocialiste*, ma, spesso, antipopolari tout court. Ci divenne ancor pi evidente dopo lavvento di Vecchi, un tipico esponente della borghesia conservatrice piemontese (cattolico militante e monarchico senza riserve, secondo la definizione che egli da di se stesso) , il quale, entrato nel Fascio alla met di aprile, ne divenne in breve, a dispetto di Gioda, il vero deus ex machina. La convivenza tra i due uomini forti del fascismo torinese, cos diversi per indole, per estrazione sociale e per esperienze politiche, si rivel subito molto difficile. Emblematico, a questo riguardo, il giudizio, sospeso tra lironia e la commiserazione, che Vecchi, nella sua autobiografia, ci ha lasciato di Gioda: un povero diavolo dalle molte vicende. Il giovane Fascio torinese fu quindi immediatamente attorniato dalla simpatia e dalla complicit dei ceti pi tradizionalisti. Se Torino - come rimarcava lorgano del nazionalismo piemontese - era stanca di essere diffamata da chi voleva farla credere bolscevica e giolittiana*, allora il fascismo poteva segnarne la definitiva rinascita, poteva rivelarsi un elemento dordine, pi che mai indispensabile a svolgere una decisa azione di vigilanza e di controbatteria. Cos, gi alla fine di aprile, il Fascio di combattimento poteva vantare ladesione di ben 31 associazioni liberali torinesi, e non v' dubbio che, nonostante gli impedimenti inizialmente frapposti dallautorit prefettizia, lapporto delle destre valse a favorire la graduale espansione del fascismo nel capoluogo piemontese. Il lavoro Sul piano della stretta organizzazione antisocialista i fascisti torinesi si dimostrarono molto efficienti. In un telegramma del 22 maggio al Ministero degli Interni, il Prefetto di Torino riferiva dell'avvenuta costituzione, in seno al Fascio, di un ufficio [...] con mandato di seguire e segnalare le manifestazioni ed il movimento nel campo socialista ed anarchico, vale a dire di un vero e proprio apparato di spionaggio. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza (dora innanzi Dir. Gen. PS), Affari generali e riservati (dora innanzi Affari gen.e ris.), 1921, Busta 112 [Fascio di Torino]. Wp DE VECCHI, // quadrumviro scomodo, a cura di Luigi Romersa, Milano, Mursia, p.I/. Sulla figura di De Vecchi v. Dizionario biografico degli italiani, cit., Vol. 39, ad nomen. VECCHI, La Riscossa Nazionale Cf. Il Popolo dItalia, Al Fascio ader anche il comitato madri dei combattenti, presieduto dalla contessa Eleonora Contini di Castelseprio. Nei primi mesi di vita del Fascio Gioda ebbe a lamentarsi in pi di unoccasione, sulle pagine de Il Popolo dItalia (per il quale curava la cronaca di Torino), del trattamento riservato ai fascisti torinesi dalle autorit cittadine, nonch della presunta campagna diffamatoria della giolittiana La Stampa nei confronti del Fascio di combattimento. scriveva Gioda a Bianchi a un mese dallentrata in funzione del Fascio - procede benissimo e tra molto entusiasmo. Il Fascio si  imposto confermava di l a poco a Mussolini e se noi non ci lasciamo sfuggire il momento opportuno, otterremo risultati incalcolabili!. Ma qual era, in tutto questo, il vero ruolo di Gioda? Se egli era senz'altro consapevole dei vantaggi che potevano venire al Fascio di Torino dallaccordo con loligarchia conservatrice piemontese, ci sembra per scorretto affermare - com stato fatto - che egli ritenesse quella della reazione antipopolare lunica strada da battere. In realt, l'approccio dellex tipografo alla questione delle alleanze politiche, cos come a quella, pi complessa, dellorientamento generale del fascismo, era - e sempre sarebbe rimasto - ben pi problematico. Gioda, infatti, pur difendendo il carattere antibolscevico del Fascio torinese e pur desiderando che ad esso accorressero tutte le forze sane, giovani, italiane, senza distinzione di parte o di colore politico (perch il fascismo doveva essere anarchicamente - lantipartito), teneva comunque a distinguere tra antibolscevismo e antioperaismo e ribadiva che i fascisti non dovevano passare per dei nemici del proletariato. Questa stessa esigenza fu da lui espressa al primo convegno regionale dei Fasci piemontesi, allinizio del giugno 1919%, e a ACS, MOSTRA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA (dora innanzi MRF), Carte del Partito Nazionale Fascista, Adesione ai Fasci Italiani di Combattimento, Busta, Lettera di Gioda a Bianchi, Lettera di Gioda a Mussolini, MANA, Origini del fascismo a Torino, in Torino fra liberalismo e fascismo, a cura di Nicola Tranfaglia e Ugo Levra, Milano, Angeli, L'idea di antipartito era gi da tempo al centro della riflessione politica di Mario Gioda. Lavversione alle forme tradizionali di organizzazione politica, gi tipica dellanarchismo individualista, trovava del resto un corrispettivo nelle nuove tensioni antipartitiche e antiparlamentari del dopoguerra. Lantipartito aveva scritto Gioda vuol essere il sunto della nausea che in Italia nutrono combattenti e produttori verso i politicanti. Contro il feticcio partito, ormai incapace di conciliarsi collelettamente dinamica modernit civile (la nuova societ scaturita dalla guerra), occorreva suscitare lidea sovvertitrice dellantipartito, un'iniziativa iconoclasta e squisitamente anarchica, in grado di restituire dignit e centralit ai singoli individui (GIODA, L'antipartito, Il Popolo dItalia). AI di l dei riferimenti ai temi del reducismo e del produttivismo, tipici dellaumus del periodo e dai quali il trincerista e prossimo fascista Mario Gioda non poteva prescindere, la radice libertaria e individualista di una simile impostazione di pensiero appare comunque evidente (non a caso Gioda indicava in Henrik Ibsen uno dei padri spirituali dellantipartito). Sul concetto di antipartito nel primo fascismo v. GENTILE, Le origini dell'ideologia fascista, GIODA, Aspetti del fascismo torinese, Il Fascio Cfr, Il Popolo dItalia riaffermata poi in pi di un frangente. Ad esempio, Il Popolo dItalia riportava unintervista di Gioda al sindacalista Angelo Scalzotto, che lautore stesso definiva un saldo e vigoroso lottatore, ben noto nel campo dellorganizzazione e del socialismo italiano. Lintervista verteva sulla situazione dei ferrovieri italiani (in particolare sulla questione delle otto ore lavorative) e Gioda non esitava a dichiarare che lapprovazione, da parte del Governo, di concedere altre migliorie ai ferrovieri non poteva non destare un senso di legittima soddisfazione, dal momento che vedeva tutelati i sacrosanti diritti dei lavoratori. Il fatto che poi, in occasione dello scioperissimo, il Fascio di Torino assumesse, nei confronti degli scioperanti, una posizione di aperta sfida, non muta i termini del problema, in quanto liniziativa dei fascisti era ancora indirizzata contro la politica irresponsabile dei bolscevichi (ed era pienamente condivisa da tutti i partiti della sinistra interventista) e non contro la totalit dei lavoratori!. E per vero che, di fronte al primo programma fascista, fortemente sbilanciato a sinistra, Gioda - come ricorda Felice - espresse qualche perplessit, soprattutto, lui repubblicano, in merito alla cosiddetta pregiudiziale istituzionale. Qualcuno -- scriveva il 6 giugno ad Attilio Longoni -  rimasto male poich ha intravisto tra le riforme anche quella definitiva della monarchia. Forse  necessario mettere i puntini sugli i e Un manifesto, fatto circolare dal Fascio torinese in quelloccasione, faceva intendere senza mezzi termini che i fascisti, qualora fosse stato necessario, sarebbero intervenuti a tutela dellordine, onde salvare il paese dal tragico caos bolscevico. Allo stesso tempo, il manifesto ricordava ai lavoratori che nessun partito socialista ufficiale aveva scopi violentemente innovatori come i Fasci di combattimento, e di immediata attuazione. Sullo scioperissimo a Torino, che si concluse senza incidenti degni di rilievo, v. La Stampa. Latteggiamento dei fascisti nei confronti dello scioperissimo  ben rappresentato dalle lettere di due anarcointerventisti, entrambi operai. Edmondo Mazzucato, che lavorava alla redazione de LArdito, il giornale dellAssociazione fra gli arditi dItalia, scrisse a Mussolini (che ne defin la lettera un gesto di fierezza e di dignit) di non aver alcuna intenzione di subire supinamente le imposizioni della Federazione del libro, il sindacato a cui aderiva, e che si sarebbe recato come di consueto sul posto di lavoro (Il Popolo dItalia). Su Il Giornale del mattino del 30 luglio (organo ufficioso del Fascio bolognese, diretto da Pietro Nenni) comparve una lettera non meno polemica del ferroviere Arpinati. Secondo il suo primo biografo, Arpinati ricomparve sulla scena politica proprio in occasione dellassemblea generale dei ferrovieri del compartimento di Bologna, il 20 luglio, allorch si sarebbe scontrato duramente con i colleghi favorevoli allastensione dal lavoro (cfr. NANNI programma, elaborato da Agostino Lanzillo e intitolato / postulati dei Fasci. Per la rappresentanza integrale, fu reso noto da Il Popolo dItalia, chiarire i nostri rapporti coi fascisti monarchici. La preoccupazione di Gioda era dunque, innanzi tutto, quella di non spezzare i delicati equilibri interni del fascismo torinese, dove gli elementi monarchici erano in netta preminenza, e non  difficile leggere nel qualcuno della sua lettera a Longoni un esplicito riferimento a De Vecchi. Ma Gioda, come avrebbero dimostrato le vicende successive alle elezioni politiche, non aveva rinnegato il proprio repubblicanesimo. Le sue cautele erano quindi dettate da considerazioni di ordine strategico e in questo senso, piuttosto che in quello di un suo personale mutamento di rotta, devono essere interpretate le sue pur numerose concessioni alla destra. La questione delle alleanze, la questione, in particolare del rapporto con la sinistra interventista (repubblicani, sindacalisti della USI, socialisti riformisti), si present con sempre maggior forza in previsione delle elezioni politiche dellautunno. Si trattava di un problema che coinvolgeva tutto il movimento fascista (e basti pensare al travaglio che colse il fascismo romano a ridosso del voto) , ma che, a Torino, prendeva un significato particolare. Gi il primo agosto 1919, in una nuova lettera allamico Longoni, Gioda defin leventualit che si addivenisse a un blocco elettorale di tutto linterventismo di sinistra la soluzione preferita da Mussolini - una sterile palla di piombo!. E chiaro che Gioda pensava a salvaguardare lunit del Fascio da lui guidato, dove le forze di destra, che erano preponderanti, non avrebbero mai condiviso una piattaforma programmatica che ponesse tra i propri obiettivi quello della costituente. Non a caso il direttore de La Riscossa Nazionale espresse il proprio rammarico per le ripetute dichiarazioni di Mussolini in senso repubblicano, chiedendosi se anche i fascisti torinesi intendessero seguire il loro duce in quella china. Gioda, consapevole di doversi misurare con le ubbie monarchiche di De Vecchi, intervenne a dissipare le perplessit dei destri. Mussolini sostenne - esprimeva una posizione del tutto personale, che tale sarebbe rimasta, almeno sino alla convocazione del primo congresso nazionale fascista. Quanto al Fascio di Torino, esso non aveva, e non poteva avere, pregiudiziali di sorta. FELICE, Mussolini il rivoluzionario. A Roma, la sinistra futurista guidata da Enrico Rocca e Giuseppe Bottai si oppose alla decisione, votata dalla Giunta Esecutiva del Fascio capitolino, di aderire alla Alleanza Nazionale, lintesa elettorale promossa dai liberali di destra e dai nazionalisti (cfr. Dichiarazioni futuriste sulla situazione elettorale romana, Roma Futurista, 2 novembre FELICE, Mussolini il rivoluzionario RAVA, Posizione di battaglia, La Riscossa Nazionale, 3 agosto 1919. Se fuori dal Fascio affermava Gioda - stimo politicamente certi nazionalisti di indubbio valore e intelligenza, al Fascio io non ne conosco nessuno. Cos come ignoro repubblicani, monarchici, socialisti, radicali, anarchici e sindacalisti. AI Fascio, che non pu essere un partito, io conosco solo dei fascisti concordanti su un dato programma di realizzazione immediata. Tra parentesi, sono stato proprio io, anarchico, a proporre a suo tempo di includere [Angelo] Cavalli, nazionalista, e Vecchi, monarchico, nel Comitato Esecutivo del Fascio Ora, ci che queste parole mettevano in evidenza non era soltanto uno scrupolo elettoralistico, ma la fermezza di Gioda nel difendere il carattere antidogmatico dellidea fascista; una presa di posizione tipica della vocazione movimentista del primo fascismo, ma nella quale, nel caso specifico di Mario Gioda,  possibile scorgere (almeno in qualche misura) anche il retaggio dellanarcoindividualismo. Non  privo di significato, daltronde, che il fascista Gioda, consapevole della novit rappresentata dal fascismo rispetto alle categorie politiche danteguerra, richiamasse tuttavia la propria identit di anarchico, e non gi come semplice attitudine o abitudine mentale, ma come un dato di fatto politico. In ogni caso, chiarito che il fascismo, quanto meno in Piemonte, non nutriva propositi sovversivi, Gioda pot confermare che il Fascio di Torino avrebbe davvero costituito lasse per una grande intesa degli interventisti in vista delle elezioni; ma che questa. sarebbe appunto avvenuta fascisticamente, fuori dagli schemi destra-sinistra, ormai superati, astraendo dal colore della tessera di partito. La marcia di Ronchi e loccupazione militare di Fiume da parte di Gabriele. DAnnunzio parvero poter accelerare questo processo di unificazione. Il 30 settembre, infatti, il Fascio di Torino si fece promotore di in comitato pro Fiume (ne sorsero di analoghi un po in tutta Italia), nel quale erano rappresentate tutte le forze nazionali, di sinistra e di destra, dai repubblicani ai nazionalisti. Ma si trattava di un entusiasmo passeggero, che avrebbe ben presto ceduto il passo a una pi grande incertezza.GIODA, / nazionalisti e l'intesa di sinistra, tai Ip., Gli aspetti del fascismo torinese, cit. Nel corso di unadunata del Fascio torinese alla presenza del segretario politico generale del movimento Pasella, Gioda ribad che a Torino i fascisti si sarebbero battuti per unintesa elettorale degli interventisti di tutti i partiti. Cfr. Il Popolo dItalia Cfr. Il Fascio. Dal congresso fascista di Firenze non venne affatto, contrariamente alle aspettative del segretario del Fascio torinese (che vi ebbe peraltro un ruolo defilato), unindicazione univoca in senso elettorale. Alla relazione di Bianchi, fautore di una linea politica possibilista (la politica del caso per caso), fece da contraltare quella di Mussolini, che, quantunque in modo non esplicito, lasci per trasparire lintenzione di perseguire laccordo con le sinistre interventiste. Quel che ne usc fu un ordine del giorno compromissorio, che, di fatto, lasciava libert di azione ai singoli Fasci. Questa libert, venuta meno ogni possibilit di accordo a sinistra, fin per concretarsi nellalleanza con la destra liberal-nazionale (nella sola Milano, infatti, il fascismo riusc nellintento di presentare una lista autonoma) 7. I deliberati del congresso di Firenze, nella loro elasticit, andavano sostanzialmente nella direzione auspicata da Gioda, il quale, libero da condizionamenti di sorta, pot rivolgersi alle forze politiche torinesi con linvito ad abbandonare le fazioni e a dar corpo ad un potente fascio di energie, in funzione antibolscevica e antigiolittiana. Per questa via si addivenne infine alla costituzione di un Blocco della Vittoria, peraltro chiaramente orientato a destra, quanto meno nella sua composizione. Ne facevano parte, infatti, radicali, liberali di destra e antigiolittiani, tra i quali alcuni membri del disciolto Fascio Parlamentare (Daneo, Sulloccupazione di Fiume e le sue ripercussioni sul movimento fascista v. VIVARELLI, /! dopoguerra in Italia e l'avvento del fascismo Dalla fine della guerra all'impresa di Fiume, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, LEDEEN, D'Annunzio a Fiume, Bari, Laterza, PERFETTI, Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, Roma, Bonacci, e OSTENC, Si veda inoltre lintroduzione di Renzo De Felice a ANNUNZIO, La penultima ventura: scritti e discorsi fiumani, Milano, Mondadori, Cfr. FELICE, Mussolini il rivoluzionario, Il congresso ebbe luogo al Teatro Nazionale, in via dei Cimatori, nei giorni (per la cronaca v. Il Popolo dItalia). Vecchi entra a far parte del nuovo Comitato Centrale del movimento, in rappresentanza dei Fasci piemontesi. Di tale lista faceva parte Edmondo Mazzucato. Questi aveva aderito al Fascio di combattimento di Milano al momento della sua costituzione ed era stato tra gli assaltatori della sede dell Avanti!. La sua candidatura scriveva Il Popolo dItalia significa elevazione delle classi lavoratrici, lo sforzo per formare tra gli operai una aristocrazia di pensiero e di azione. Nella lista dei Fasci egli rappresenta loperaio onesto e che non usurpa il nome di lavoratore. Mazzucato risult 14, su un novero di 19 candidati, con 56 voti di preferenza. GIODA, La piattaforma elettorale piemontese, Il Popolo dItalia, 24 ottobre 1919, e Il Fascio, Bevione e lex Presidente del Consiglio Boselli), mentre il Fascio vi era rappresentato da quattro combattenti: De Vecchi, il generale Etna, gi comandante del corpo darmata di Torino (deposto su ordine di Nitti nel settembre), il maggiore degli alpini Garino e il capitano Revelli. LUnione Socialista Italiana, che in un primo momento sembr poter entrare nel Blocco, se ne tir fuori quasi subito, per far causa comune con i repubblicani nella Alleanza Elettorale. A questo punto, Mario Gioda parve rendersi conto di aver imboccato una strada a rischio. Si nota infatti, nella sua attivit politica prima delle elezioni, la preoccupazione ricorrente di non far apparire la lista del Blocco della Vittoria troppo sbilanciata a destra. Essa - sottolineava Gioda in un articolo illustrativo per Il Popolo dItalia - era la pi organica, la pi rappresentativa anche delle esigenze popolari, e il suo programma aveva un contenuto sociale notevolissimo? In particolare, egli rimarcava ancora una volta che il fascismo intendeva combattere il bolscevismo, non i lavoratori nel loro insieme, ed operava altres una netta distinzione tra pussisti e socialisti rivoluzionari. Un accenno alla lotta contro il bolscevismo scriveva Gioda a commento di un passo della piattaforma elettorale del Blocco - non  troppo felice. Si confuse, da Cfr. Il Popolo dItalia, 25 ottobre 1919. AI Blocco della vittoria non ader la sezione torinese dell Associazione Nazionale Combattenti, che si pronunci a favore dellastensione. Nel corso di un'assemblea del Fascio, Gioda critica duramente la scelta dei combattenti, non tanto perch non ne condividesse le ragioni ideali (la volont, cio, di non compromettersi nella lotta parlamentare), quanto, piuttosto, perch la riteneva controproducente sul piano tattico. I fascisti disse Gioda hanno accettato anche la lotta schedaiuola per rintuzzare, ovunque e comunque, la sfida dei giolittiani, dei clericali dei socialisti ufficiali. Si noti che, nel testo originale autografo del discorso di Gioda, la parola anche  sottolineata, a evidenziare il carattere strumentale attribuito dallo stesso Gioda alla battaglia elettorale fascista. ACS, MRF, Esposizione, Busta[Documenti]. Il Fascio commentava a questo riguardo Gioda non ha potuto far blocco con lUnione Socialista Italiana, cio con i bissolatiani, non tanto per divergenze programmatiche, quanto per la diffidenza di questi ultimi verso i nazionalisti ed anche perch la USI vorrebbe impostare la campagna elettorale prescindendo dallinterventismo e dal neutralismo. GIODA, /nsinuazioni gesuitiche dei socialisti rinunciatari contro i fascisti, Il Popolo dItalia). Il programma elettorale del Blocco della Vittoria. Tra i postulati del programma elettorale del Blocco della Vittoria figuravano: lintroduzione di una tassa sui sovraprofitti di guerra, la riforma scolastica, quella del sistema doganale (per abbattere parassitismi e monopoli) e della burocrazia, lassicurazione obbligatoria contro linvalidit, la vecchiaia e la disoccupazione, una riforma degli organi legislativi che garantisse alla classe lavoratrice [...] una diretta e specifica rappresentanza. nisticntiititnm parte dei redattori del programma, socialismo rivoluzionario e bolscevismo. Ora, i maggiori e migliori esponenti internazionali del socialismo rivoluzionario sono antibolscevichi per eccellenza. Gli interventisti italiani della prima ora, da Cipriani a Corridoni a De Ambris, sorsero appunto dalle file del socialismo rivoluzionario. Le elezioni del 16 novembre videro, come noto, la sonora sconfitta dei fascisti. A Torino risultarono eletti nelle file del Blocco della Vittoria i soli Bevione e Boselli; primo dei fascisti in ordine di preferenze riusc Vecchi, seguito da Etna, Revelli e Garino. Rispetto alla vera e propria dbacle registrata dal fascismo in altre parti dItalia, non si trattava di un esito disastroso, ma occorre tener presente che i fascisti in quanto tali non ottennero alcunch (Bevione e Boselli, anzi, finirono per entrare nel gruppo parlamentare giolittiano!). Gioda, commentando il responso delle urne, sottolineava il rovescio subito dalla lista giolittiana e scriveva di brillante risultato**, ma si trattava di un mero artificio tattico, 0, se vogliamo, di una ben magra consolazione . su In verit, la sconfitta bruciava e fu anzi loccasione per un chiarimento allinterno del Fascio di Torino. Si riun l'assemblea generale dei fascisti torinesi. Gli operai sindacalisti Umberto Lelli e Pilo Ruggeri, spalleggiati da Gioda, criticarono linvoluzione conservatrice del Fascio, sostenendo la necessit di un pi stretto rapporto con i lavoratori delle fabbriche??. Riguardo allalleanza con le destre, Gioda dichiara Per lesattezza, il Blocco della Vittoria riporta 23.321 voti, contro i 116.409 dei socialisti unitari, i 38.008 dei popolari, i 21.402 della lista giolittiana dellAratro, i 10.093 del Partito Economico, i 6.547 dellAlleanza Elettorale, e i 1.642 del Partito Agrario. Per un quadro esauriente dei risultati elettorali nel capoluogo piemontese v. La Stampa. GIODA, / risultati elettorali ottenuti dal Fascio di Torino, Il Popolo dItalia, 28 novembre 1919. #5 Cfr. Il Fascio, 20 dicembre 1919. Mi l Pilo Ruggeri, che aveva militato nelle file della USI, era un tipico rappresentante dell ala operaista del fascismo. Quali fossero le sue convinzioni  ben testimoniato da un suo discorso al Teatro di Pinerolo, innanzi a una platea composta per lo pi di socialisti. Nel suo intervento Ruggeri si era prodigato a illustrare l'essenza rivoluzionaria e proletaria del programma fascista, evidenziandone le differenze ma anche le affinit con quello socialista, in ci rivelando il timore comune anche a molti altri fascisti - che una troppo accentuata politica antisocialista potesse condurre allisolamento del movimento fascista dalle masse. E significativo del clima politico di quei giorni che, nonostante le aperture di Ruggeri agli avversari, il comizio si fosse concluso con gravi incidenti tra fascisti Io stesso propugnai i blocchi a larga base, ma credo che oggid occorra molta, ma molta circospezione prima di avventurarsi ancora in altri blocchi, se non vogliamo [...] negare sempre la nostra giovinezza didee e la nostra combattivit a beneficio dei vecchi partiti e dei vecchi loro rappresentanti. Nella nuova Commissione Esecutiva del Fascio, eletta subito dopo, entrarono quattro operai (oltre a Lelli e Ruggeri, Cantinetto e Giraudo) Lallargamento della base del Fascio - come auspicava Gioda (che fu riconfermato segretario politico) - avrebbe dovuto favorire la ripresa, in vista di nuovi cimenti e di pi gagliarde lotte politiche e sociali**. Tuttavia, la decisione di recuperare spazio e credibilit a sinistra rest senza seguito. Lassenza di una base reale tra i lavoratori (a fronte di un movimento operaio forte e, a Torino pi che altrove, schierato su posizioni di avanguardia), le irrisolte contraddizioni della politica fascista - rese ancor pi stridenti dalla nascita e dalla diffusione del fascismo agrario - e le resistenze della destra interna, determinarono la sconfitta (ma sarebbe pi opportuno parlare di mancata realizzazione) di questo progetto. Nella prima met del 1920 il fascismo torinese attravers quindi una fase di ristagno, per non dire di vera e propria crisi, che parve poterne compromettere le sorti, tanto che lunico successo ottenuto da Gioda in questi mesi fu la costituzione, accanto al Fascio, di una Avanguardia Studentesca, In occasione di una nuova assemblea generale dei fascisti torinesi, nel maggio, Gioda pronunzi un importante discorso, che, sebbene non si discostasse granch da quanto egli professava fin dal 1915, lasciava presagire un nuovo mutamento di prospettiva politica, nel senso di unattenuazione delle velleit operaiste. Linsuccesso della linea di sinistra propugnata da Gioda e il prevalere, in seno al movimento fascista nazionale, di un indirizzo e socialisti. Cfr. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., 1921, Busta 112 [Fascio di Torino]. 80 Il Fascio, cit. n Cfr. Il Popolo dItalia, 25 dicembre 1919. Di GiODA, Un appello ai fascisti torinesi, Ivi. AI riguardo v. EMMA MANA, op. cit., p. 251 ss. 2 bt Avanguardia Studentesca torinese, nata alla fine di aprile del 1920, era presieduta dallo studente dingegneria e mutilato di guerra Carmelo Cimino, gi membro della nuova Commissione Esecutiva del Fascio. Cfr. Il Fascio. Sul fenomeno delle avanguardie studentesche e, in generale, sui rapporti tra fascismo e associazionismo giovanile, lopera pi circostanziata rimane quella di NELLO, L'avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, Roma-Bari, Laterza marcatamente reazionario, limitavano del resto i margini di manovra del fascismo torinese. Ancora nellaprile, in risposta della grande agitazione dei metallurgici (il cosiddetto sciopero delle lancette), un manifestino del Fascio, vergato a mano da Gioda, invitava gli operai torinesi a rinnegare il bolscevismo - che aveva corrotto lidea socialista di giustizia e di libert -, per stringersi fiduciosi intorno ai fascisti, i quali erano per le pi ardite riforme e le pi audaci rivendicazioni dei lavoratori, purch queste non significassero la rovina e il sabotaggio degli interessi della Nazione?!. Nel discorso del maggio laccento si spost (mazzinianamente, potremmo dire) dal piano dei diritti a quello dei doveri del proletariato, con unaccentuazione dei temi pi strettamente produttivistici. I fascisti dice Gioda sono delle volont e delle capacit che seguono direttive senza dogmi e senza battesimi politici. Per questo sono, alloccorrenza, rivoluzionari e conservatori. Vogliamo tutti i diritti rivendicati al popolo lavoratore, se questo sa assolvere tutti i suoi doveri. Un proletariato educato solo al culto del bel vivere  una bestia da soma che qualsiasi governo o classe capitalistica o chiesa politica possono asservire. La questione del proletariato, invece,  un altra cosa. E una questione innanzitutto di capacit, allinfuori delle ciance rivoluzionarie e parlamentari. E una questione di volont superiori maturate attraverso lesperienza produttiva di tutte le energie nazionali? Gioda prese parte al secondo congresso nazionale fascista, che si riun a Milano, quello della svolta a destra e della ! ACS, MRF, Esposizione, Busta [Documenti]. Il Fascio, cit. Il dissidio tra la sua concezione del fascismo, derivante in parte dal suo passato anarchico e repubblicano, e le ragioni del compromesso (senza per tralasciare di considerare che la disinvoltura programmatica era un aspetto non secondario del cosiddetto problemismo fascista), accompagn tutta lopera di Gioda. Durante ladunata provinciale dei Fasci piemontesi, chebbe luogo a Torino il 27 febbraio 1921, Gioda, commentando la relazione di Umberto Pasella sulla questione sindacale, difese il principio, in essa affermato, della legittimit dello sciopero economico anche nei servizi pubblici, essendo lo Stato, molte volte, un cattivo padrone e un pessimo amministratore. 1 Fasci di combattimento, per Gioda, non dovevano essere organizzazioni di guardie bianche o comitati di difesa civile e avevano il dovere di battersi per qualsivoglia riforma, sia pur audace, quando essa avesse arrecato beneficio ai lavoratori, nel rispetto degli interessi generali. Riprendendo un concetto caro allala sindacalista del fascismo, il segretario del Fascio torinese auspic la trasformazione del movimento politico e sindacale fascista in un unico partito del lavoro. ACS, MRF, Esposizione, Busta [Documenti]. Sui presupposti ideologici del partito del lavoro, , pi in generale, sugli orientamenti laburisti allinterno del fascismo. GENTILE., e soprattutto NELLO, Dino Grandi: la formazione di un leader fascista, Bologna, Il Mulino, conseguente trasformazione del movimento. Daltro canto, lingresso di Gioda nel Comitato Centrale dei Fasci, in sostituzione di De Vecchi, rappresent - come ha sottolineato Felice - lunico successo dellala sinistra del fascismo. Al riconoscimento di Gioda sul piano nazionale non corrispose per il rafforzamento della sua leadership nellambito del fascismo torinese. Alla fine di luglio, anzi, le elezioni per il rinnovo della Commissione Esecutiva del Fascio videro la netta affermazione della destra. De Vecchi, chiamato a presiedere la Commissione, accrebbe sensibilmente il proprio prestigio e la propria influenza, mentre i primi sintomi di una grave malattia costringevano Gioda a forzati periodi di assenza dalla scena politica cittadina. Da questo momento, insieme al progressivo dilagare dello squadrismo, di cui Vecchi seppe essere un abile manovratore, il Fascio di Torino riprese la sua espansione. Gioda, dal canto suo, recuper il proprio ruolo soltanto a I nuovi Postulati programmatici del movimento fascista, approvati a Milano, modificavano radicalmente in senso conservatore - il programma fascista. Cadevano, tra le altre cose, la pregiudiziale antimonarchica e la richiesta dellassemblea costituente (lanarchico Ghetti, rappresentante del Fascio di La Spezia, fu tra i pochi a pronunciarsi per la repubblica). In polemica con il nuovo corso del fascismo, Marinetti e il gruppo dei futuristi abbandonano il movimento. Per il resoconto del congresso v. Il Popolo dItalia, e Il Fascio. Sullintera vicenda v. FELICE, Mussolini il rivoluzionario Cfr. Il Fascio. Il ritorno in auge di De Vecchi fu senz'altro favorito dalla nuova crisi che colse il fascismo torinese nella tarda primavera del 1920. Il 12 giugno si era riunita unassemblea straordinaria del Fascio per decidere circa latteggiamento da assumere di fronte alla crisi di governo. Caduto il secondo gabinetto Nitti, si prospettava infatti leventualit di un esecutivo affidato a Giolitti: una soluzione che trovava il pieno consenso di Mussolini. Nel corso dellassemblea, che raggiunse toni drammatici, Gioda si disse assolutamente contrario a ogni intesa con i giolittiani, definendo uningiuria alla nazione vittoriosa il rientro sulla scena nazionale delluomo politico di Dronero, e minacciando addirittura di dimettersi qualora i fascisti di Torino avessero dato il loro assenso alla linea mussoliniana (cfr. Movimentata assemblea generale del Fascio di Combattimento di Torino Un ordine del giorno contro Giolitti, Il Fascio). Di fronte alle resistenze incontrate allinterno del Fascio e, soprattutto, di froni. alla risolutezza dei vertici del movimento, decisi a perseguire laccordo con Giolitti, Gioda si rese conto che la sua posizione non aveva alcuna possibilit di affermarsi. Quindi, dietro sollecitazione di Umberto Pasella, si decise a convocare la nuova assemblea generale che avrebbe portato al rinnovo della Commissione Esecutiva. Su questi avvenimenti v. MANA. Con loccupazione delle fabbriche, che ebbe il suo epicentro proprio a Torino, le violenze fasciste si moltiplicarono. Le imponenti agitazioni operaie del settembre contribuirono a legare il fascismo torinese agli ambienti del grande capitale (che si erano visti minacciare nei setter cirrretricdatietnttittztt sac, allorch assunse la direzione del nuovo settimanale del fascismo torinese: Il Maglio. Rocca: il fascismo come nuova lite AI congresso fascista di Milano assistette anche Massimo Rocca. Le sue conclusioni non dovettero dispiacergli, se  vero - come ha lasciato scritto - che egli non si era entusiasmato alloriginario programma sansepolcrista, giudicandolo troppo impeciato di socialismo. Ma Rocca, sia pur attento osservatore delle traversie del fascismo, era ancora prevalentemente un giornalista. Inizia le pubblicazioni la rivista settimanale Il Risorgimento. Lintendimento della redazione, guidata dal conte Arrivabene, ex direttore de La Perseveranza, era chiaro: occupare lo spazio lasciato vuoto dal vecchio quotidiano milanese dopo la sua conversione al nittismo, fare un giornale che riflettesse le idee e le aspirazioni della borghesia conservatrice. Poich Rocca ne divenne uno dei pi continui e pi stimati collaboratori, le credenziali dellex novatore anarchico quale neofita del liberalismo ne uscirono senz'altro irrobustite. Sulle pagine de Il Risorgimento Rocca riprese la polemica adriatica. E indispensabile ritornare sullargomento, perch fu proprio su tale delicata questione che si venne realizzando lincontro definitivo tra Rocca e Mussolini. Inizialmente, Rocca parve non recedere dalla sua intransigenza, scagliandosi contro la Lissa diplomatica, cui, a suo parere, la politica dei rinunciatari avrebbe condotto il Paese. Quasi nello stesso tempo, tuttavia, prese ad emergere, dai suoi scritti, una posizione diversa, pi conciliante e realistica. Di fronte alle mille difficolt frapposte dagli Alleati e dalla Jugoslavia alle rivendicazioni italiane, Rocca si persuase che la sola via loro interessi e non si sentivano adeguatamente tutelati dal Governo), con ovvi benefici sul iano dei finanziamenti e del sostegno politico e organizzativo. Il Maglio, fondato dal capitano Pietro Gorgolini, aveva iniziato le pubblicazioni nel gennaio, evolvendo dal quotidiano La Patria, un foglio interventista vicino ai nazionalisti. Per lesattezza, Gioda ne eredit la direzione a partire dal sesto numero, inaugurando la rubrica Senza guanti (che usava firmare con il vecchio pseudonimo lAmico di Vautrin), una finestra polemica sulla realt nazionale e cittadina che lo vide impegnato in schermaglie a distanza con la stampa avversaria, in particolare con Ordine Nuovo, organo del PCdI torinese. 9 Massimo Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura TANCREDI, La lingua nostra, Il Risorgimento, Milano, duscita fosse quella dellapplicazione integrale del patto di Londra del 1915. Consapevole che ci sarebbe equivalso a rinunciare a Fiume, Rocca (che pure aveva avuto una breve esperienza come legionario dannunziano) ! si disse convinto che la citt, confinante con un'Italia signora del Carso, delle Alpi Giulie, dellIstria e dell Adriatico, si sarebbe sentita infinitamente pi forte, che se fosse stata abbandonata, senza continuit territoriale, ad una larva di sovranit italiana'. Dopo lavvenuta autoproclamazione di Fiume in stato indipendente, Rocca si rafforz nella convinzione che lItalia non dovesse legare i propri destini a quelli della citt martire. In un articolo gli elogi di prammatica al coraggio e alla fede della popolazione fiumana non bastavano a celare il disappunto per il colpo' di mano dAnnunzio. Noi - scrive Rocca - rimaniamo convinti e tenaci fautori dellannessione di Fiume allItalia. Ma non abbiamo mai nascosto ai fiumani che, oggi, lItalia non pu contemporaneamente annettere la citt del Quarnaro e realizzare il Patto di Londra: anzi, che nella nostra lotta diplomatica in difesa dell Adriatico e contro gli Alleati, leroica passione di Fiume  pi dimpaccio che daiuto. Il giudizio lusinghiero riservato da Rocca alla Carta del Carnaro (contemplante in effetti alcune delle soluzioni da lui stesso auspicate sul piano dellordinamento politico), non ne scalfiva lopinione che la reggenza dannunziana costituisse un serio ostacolo alle aspirazioni internazionali dellItalia. Lambizioso esperimento fiumano era, in ogni caso, votato al fallimento. Il Trattato di Rapallo, stipulato 100 a i d n sudo Hi Hi 6 u Pi Rocca, giunto a Fiume subito dopo la marcia di Ronchi, vi era rimasto per circa tre mesi, durante i quali aveva gestito lufficio di propaganda estera di DAnnunzio. A Fiume si erano ritrovati anche altri anarchici interventisti, fra i quali Mazzucato e Malusardi. !! LiBeRO TANCREDI, La sfda di Nitti, Il Risorgimento, 20 maggio 1920. !2 Ip., L'Adriatico e l'Europa. In particolare, Rocca disse di apprezzare che nella carta dannunziana (redatta dAmbris e messa in bello stile dAnnunzio) fosse sancito il dovere di produrre, quale requisito fondamentale per il godimento dei diritti politici. A parte questo, egli condivideva labolizione del Senato e listituzione di un camera tecnica, espressione delle diverse corporazioni professionali. Le corporazioni, secondo Rocca, erano l'istituto fondamentale, il solo in grado di raccogliere e disciplinare le masse e di dar loro una norma e unidea. (ID., La costituzione di Fiume). Nondimeno, al di l delle convergenze formali, il produttivismo meritocratico e sostanzialmente conservatore di Massimo Rocca differiva in modo profondo dal sindacalismo integrale deambrisiano. Sulla costituzione fiumana si veda La Carta del Carnaro nei testi dAmbris e d'Annunzio, a cura di Felice, Bologna, Il Mulino, eli ita tra lItalia e la Jugoslavia auspice il governo Giolitti, inflisse un duro colpo alle velleit indipendentiste del comandante. In due suoi interventi su Il Popolo dItalia, scritti a ridosso dellaccordo italo-jugoslavo, Mussolini mostr di accettare sostanzialmente lesito dei negoziati!. Si trattava di una mossa a sorpresa, spregiudicata, frutto di un preciso calcolo politico (in questo modo il duce avrebbe realizzato il suo inserimento nel gioco politico-parlamentare a livello nazionale) ', che disorient la maggior parte dei fascisti ma trov consenziente Massimo Rocca. Il Comitato Centrale dei Fasci di combattimento si riun per discutere della questione. Rocca, presente come semplice osservatore (e perci senza diritto di voto), si schier apertamente dalla parte di Mussolini, imitato dal solo Rossi. Il Trattato di Rapallo - dice Rocca - risolveva il problema adriatico dal lato di terra, mentre lasciava insoluta la questione dell Adriatico centrale e meridionale. Riguardo a questultimo punto, il suo parere era che i fascisti dovessero far buon viso a cattiva sorte, senza perdersi in uno sterile massimalismo e soprattutto senza assecondare improbabili disegni di sedizione militare. Non si trattava - sostenne ancora Rocca riecheggiando le tesi espresse negli articoli di Mussolini! - solo di una ragione di opportunit, in quanto il problema marittimo per lItalia non si fermava all Adriatico, ed era quindi uno sbaglio ostinarsi a considerare Fiume e la costa Dalmata come lunico obiettivo. Occorreva guardare oltre, avere una visione pi ampia dei problemi di politica estera. O noi concluse Rocca con una provocazione - riusciamo ad essere i padroni dItalia e facciamo la politica interna ed esterna che ci piace, oppure persuadiamoci che impiantare una politica estera armata accanto a quella ufficiale, senza essere capaci di annullare quella ufficiale, potrebbe forse essere un male gravissimo MuSSOLINI, L'accordo di Rapallo, Il Popolo dItalia, 12 novembre 1920, e Ci che rimane e ci che verr, . Su questi fatti v. FELICE, Mussolini il rivoluzionario. Gioda, che avrebbe dovuto rappresentare Torino, era assente in quanto ammalato e fu sostituito da De Vecchi. Cfr. La discussione e il voto dei Fasci italiani di combattimento. Il Fascismo innalza la bandiera della Dalmazia Italiana, Il Popolo dItalia, Gli italiani scrive Mussolini nel suo fondo non devono ipnotizzarsi sullAdriatico. C' anche se non ci inganniamo un vasto mare di cui l'Adriatico  un modesto golfo e che si chiama Mediterraneo, nel quale le possibilit vive dellespansione italiana sono fortissime. La discussione e il voto dei Fasci italiani di combattimento, cit. Dopo accese discussioni, la riunione termin con lapprovazione di un ordine del giorno unitario, largamente compromissorio, che, se snaturava completamente la primitiva mozione di Mussolini! apparendo come un successo della corrente filo-dannunziana, in realt non andava oltre una generica dichiarazione di solidariet a D'Annunzio e non comprometteva affatto la strategia del duce, come gli avvenimenti delle settimane successive, culminati con il non intervento fascista in occasione del Natale di sangue, avrebbero ampiamente dimostrato. Il giorno dopo la riunione del Comitato Centrale, Rocca scrisse a Mussolini di non aver votato contro lordine del giorno (come aveva fatto Rossi) solo in quanto non ne aveva legalmente diritto, riconfermando la propria solidariet al duce. Da quel giorno Rocca entra a pieno titolo nei ranghi del fascismo. Non soltanto, infatti, riprese la collaborazione con Il Popolo dItalia (per il momento continuando ad occuparsi del problema adriatico, sempre nellottica mussoliniana) !'?, ma inizi lascesa politica che, nel giro di pochi mesi, lo avrebbe portato ai vertici del movimento. D'altronde, le idee di Rocca si rispecchiavano ormai in gran parte nella nuova fisionomia assunta dal fascismo allindomani del congresso di Milano. Col tempo, infatti, egli era andato sviluppando posizioni sempre pi conservatrici. Nella sua riflessione, le ragioni immediate del difficile momento politico ed economico attraversato dallItalia andavano rintracciate, oltre che nellignavia e nellincapacit dei suoi governanti, nellirresponsabilit delle classi operaie. Queste, incapaci di assolvere ai propri doveri e dedite allo sperpero, erano schiave di un socialismo degenere, alfiere di un gaudentismo sfarzoso e gastronomico"!. Da qui - secondo Rocca - il dilagare degli scioperi, quasi sempre ingiustificati; subdole manovre politiche che mettevano a repentaglio lintegrit della produzione. A fronte di tutto questo, una borghesia laboriosa, avente il dovere di resistere e di FELICE, Mussolini il rivoluzionario 1 intesa italo-jugoslava - recita lordine del giorno ispirato dalla destra fascista (Pietro Marsich, De Vecchi, ecc.) - era insufficiente per Fiume, nonch deficiente ed inaccettabile per la Dalmazia. !!! Il Popolo dItalia !2 gi vedano, in modo particolare, gli articoli Dopo Rapallo. Il problema terrestre e quello marittimo, e Il trattato di Rapallo, pubblicati dal giornale di Mussolini il 18 e il 25 novembre 1920. Questi e altri scritti di analogo contenuto furono raccolti da Rocca in un volume dal titolo // trattato di Rapallo: una pagina di storia ancora aperta, stampato a Milano nellestate del 1921 per le edizioni de Il Popolo dItalia. !!3 Massimo Rocca, La crisi maggiore, Il Risorgimento Gli articoli citati facevano parte delle rubrica Pagine economiche, di cui Rocca  il principale curatore. vincere"!, ma troppo spesso paralizzata dalla bassezza dei ceti dirigenti, burocratici e parassitari, assolutamente non in grado di comprendere i fenomeni sociali ed economici del regime capitalistico industriale!!5. Il nodo ultimo della crisi italiana risiedeva pertanto, a detta di Rocca, nella perdurante e anacronistica separazione netta fra la casta burocratica e la classe borghese, e nella sopraffazione della prima sulla seconda, mentre leconomia andava sempre pi controllando la politica, fino ad imprimerle le sue necessit e direttive '!. A questo stato di cose occorreva rispondere con la rivoluzione della competenza: la rivoluzione della classe borghese. La borghesia produttiva, la sola capace di gestire con criteri tecnico- produttivi tanto il potere economico quanto il potere politico, aveva lobbligo morale di realizzare un rivolgimento aristocratico della societ italiana. Solo cos, contro ogni utopia egalitaria, le leve del comando effettivo sarebbero tornate in mano ai migliori, anzich ai molti, ai capaci e ai competenti. Alla borghesia, finalmente consapevole della propria autorit, sarebbe spettato il compito, altrettanto impegnativo, di cooptare in questo processo la parte migliore e pi responsabile del proletariato. In attesa che ci avvenisse, Rocca suggeriva una serie di provvedimenti che, a suo modo di vedere, avrebbero dovuto correggere le storture del sistema economico, a cominciare dalla privatizzazione dei servizi essenziali. Se si vuole che si lavori scriveva Rocca - bisogna tornare allo stimolo dellinteresse e del puntiglio individuale, alla precisione ed allaccrescimento delle responsabilit singole, a misura che i diritti e gli stipendi aumentano; allabolizione radicale dei privilegi di cui godono i funzionari pubblici!!8, Dopo loccupazione delle fabbriche, Rocca giunse a invocare ferree misure draconiane contro gli eccessi del bolscevismo!". Il primo obiettivo di un governo che avesse a cuore le sorti della nazione doveva essere quello di reintegrare il pieno dominio della legge, senza indulgere a pietismi TANCREDI, Scioperi politici. L'articolo in questione fu scritto da Rocca a seguito della vertenza dei metallurgici torinesi. ROCCA, La crisi maggiore, ID., La disperazione dei servizi pubblici, si In seguito, Rocca torn pi di una volta sulla convenienza di restituire ai privati lesercizio dei servizi essenziali (si veda, a titolo di esempio, larticolo / servizi che non servono il pubblico). La privatizzazione avrebbe costituito uno dei cardini del programma economico fascista, elaborato da Rocca con Corgini. Cfr, ID., La vertenza dei metallurgici, democratici. Come si rileva da un articolo Rocca pensa a una qualche forma di dittatura; a un uomo nuovo, che avesse gi fornito prova di volont e di giustizia, il quale avrebbe potuto far cessare lorgia di tutti i disordini. Non  chiaro se egli si riferisse direttamente a Mussolini, ma  molto probabile. E comunque significativo - come si evince da quello stesso articolo - che Rocca ritene lassunzione dei pieni poteri una soluzione eccezionale, destinata a rientrare una volta passata lemergenza bolscevica. Allo stesso modo egli giustificava lo squadrismo, ma solo in quanto strumento temporaneo dellazione politica fascista, utile a frenare le prepotenze e le intemperanze dei rossi, Quando la violenza fosse diventata la consuetudine, erigendosi a sistema, Rocca non avrebbe indugiato - come fece - nello schierarsi anche contro lestremismo squadristico, in difesa della legalit. Non riteniamo esservi contraddizione nel diverso atteggiamento - di legittimazione e di condanna - assunto da Rocca nei confronti dello squadrismo prima e dopo la marcia su Roma. Certamente, egli non seppe o non volle vedere la gratuit e la scelleratezza delle violenze fasciste del periodo eroico, e, in senso pi ampio, che quelle violenze erano il frutto di una visione totalitaria della lotta politica, visione connaturata allessenza stessa del fascismo, che nello squadrismo (e prima ancora nella mentalit squadristica, esprimente non soltanto un disegno rivoluzionario ma, spesso, un ri verso la vita in generale) aveva il proprio stile politico qualificante; ma occorre tener presente che Rocca si poneva, appunto, dallangolo visuale del fascismo, vale a dire da una prospettiva di parte, prigioniero di quella che potremmo definire sindrome da guerra civile. Da uomo di parte, Rocca riteneva che la violenza delle camicie nere fosse la risposta pi che legittima alla violenza antinazionale dei i Ip., Per una via d'uscita (0 reagire 0 abdicare), Ibidem, 21 ottobre 1920. In un commento a margine dellassalto a Palazzo DAccursio guidato dalla sua ex guardia del corpo Arpinati, Rocca espresse chiaramente il proprio punto di vista sullo squadrismo. I fascisti scrisse costituiscono oggi un comodo paravento per scusare alle masse linanit anche della violenza [...]. E costituiscono anche un pietoso alibi per giustificare, di fronte alla borghesia non morta ed al codice penale non ancora abolito, una propaganda ed unazione da veri delinquenti. Ma  troppo noto che, senza i fascisti, la violenza delle masse abbrutite ad arte si scatenerebbe pi indisturbata e non meno atroce (Ip., Bologna, Sulla violenza come aspetto caratterizzante della cultura e dellazione politica fascista v. il fascicolo n. 6, 1982, di Storia Contemporanea, per la maggior parte dedicato allargomento, particolarmente il saggio di NELLO, La violenza fascista ovvero dello squadrismo nazionalrivoluzionario, Dello stesso autore v. anche le riflessioni in merito contenute in L'avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, cit., e Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa, Pisa, Giardini, pussisti. Ci non toglie che egli, dopo lascesa al potere di Mussolini, reputando esser venute meno, con la sconfitta dei socialcomunisti, le ragioni dello squadrismo, fosse in buona fede nel denunciare il perdurare dellillegalit fascista. Rocca consolida la sua gi rilevante posizione allinterno del movimento fascista. Un suo articolo in difesa della monarchia, scritto sotto pseudonimo per il giornale di Mussolini, contribu a rinfocolare il dibattito circa lorientamento istituzionale del fascismo. I fascisti - sostenne Rocca - dovevano schierarsi a tutela dellistituto monarchico, non solo per motivi di opportunit strategica (una rivoluzione repubblicana avrebbe infatti rimesso in gioco le forze del sovversivismo, a tutto danno degli equilibri interni del Paese e del fascismo stesso), ma anche in ossequio a pi complesse valutazioni politiche (monarchico di ragionamento, si autodefine Rocca molti anni dopo) 1a, che investivano lintero assetto della realt nazionale. La societ economica e politica che va sotto lappellativo convenzionale di borghese - scrive Rocca - si  capovolta nel suo contenuto produttivo ed ideologico. Economicamente essa  sindacalista e non pi individualista: tanto che leconomia tende ad assorbire la politica, compresa quella estera. Se una rivoluzione  matura oggigiorno, nel senso di rinnovamento urgente e non di rissa da arena diurna,  quella che sostituisca, in tutto o in parte, con un colpo di forza se divenisse indispensabile, la tecnica e i tecnici, borghesi ed operai, e gli organismi sindacali e tecnici, alla burocrazia, ai politicanti, ai demagoghi. La funzione dei Parlamenti  oggi totalmente diversa da quella di cent'anni or sono. Allora essi erano le rappresentanze genuine, non ancora corrotte [...], di nuove /ites in cui il popolo rispecchiava se stesso. Oggi il Parlamento [...]  diventato pur esso una casta chiusa [...] non meno delle pi diffamate monarchie. E allora resta da chiedersi se alle minoranze giovani e volitive della Nazione convenga meglio aver di fronte una sola casta, quella parlamentare, o non sia meglio averne due, cio anche quella monarchica, per usare delluna qual mezzo di controllo e di pressione sull'altra. ROCCA, La realt italiana, ABC. ALTAVILLA, Repubblica e monarchia, Il Popolo dItalia (anche in ROCCA, /dee sul fascismo). L'articolo di Rocca, scritto in forma di lettera a Mussolini, fa parte della rubrica Orientamenti e discussioni, inaugurata da Il Popolo dItalia in previsione delle adunate regionali dei Fasci. Le adunate, convocate dal Comitato Centrale del movimento nel gennaio, avrebbero dovuto fare il punto sullo stato del fascismo nelle diverse regioni e dettare le linee orientative dellazione politica fascista per il nuovo anno. La questione istituzionale, su cui era incentrata una relazione introduttiva di Cesare Rossi (le altre, curate rispettivamente da Gaetano Polverelli, Pietro Marsich, Mussolini e Pasella, concernevano il problema agrario, i A prescindere dai cenni di natura tecnico-politica, ci che ancora una volta emergeva da queste frasi era il contenuto fortemente elitario della riflessione di Rocca. Non deve perci stupire pi di tanto il fatto che egli, dopo aver rivalutato il ruolo della borghesia produttiva come classe dirigente, riscoprisse il carattere esclusivo della tradizione monarchica (cos come, pi tardi, avrebbe riscoperto limportanza etica del cattolicesimo) Del resto, in un articolo dello stesso periodo, ricco dimplicazioni psicologiche e di riferimenti autobiografici pi o meno espliciti, Rocca espresse il convincimento che l'elevazione umana fosse sempre un fenomeno parziale, dindividui singoli o di piccoli gruppi, e che lascesa e l'emancipazione, come la istruzione, fossero sempre, e per nove decimi, unauto-ascesa, unauto-emancipazione, un auto-insegnamento. Era dunque necessario - chiude Rocca (con parole dalle quali traluceva in modo inequivocabile la matrice individualista della sua cultura politica) - tornare agli individui e farla finita una volta per sempre con il culto demagogico della massa. Malusardi: il mito del fascismo libertario Il 1921 vide inoltre lingresso nelle fila fasciste di Malusardi. Conclusa una breve militanza nell Associazione Nazionale Combattenti!?, rapporti con lo stato, la politica estera e il movimento sindacale), costituiva uno dei punti chiave del dibattito interno. La riunione dei Fasci lombardi, cui prese parte anche Rocca, ebbe luogo al Teatro Lirico di Milano il 20 febbraio (cfr. La grandiosa adunata lombarda dei Fasci  i combattimento, Il Popolo dItalia. ROCCA, Una questione da non risolvere, Il Risorgimento. La questione menzionata nel titolo era quella romana, che Rocca riteneva non dovesse essere risolta, nellinteresse dItalia e dello stesso papato, altrimenti destinato a smarrire il proprio carattere di universalit. Larticolo conteneva un giudizio altamente positivo della funzione storica e persino politica del cattolicesimo. L'attenzione di Rocca per la Chiesa e la dottrina cattolica crebbe notevolmente negli anni a venire. E probabile che questinteresse fosse da attribuirsi ad unautentica conversione personale; tuttavia, come vedremo meglio in seguito, Rocca pare interessato al cattolicesimo pi e altro come a un elemento di autorit e di disciplina interiore. te ID., Quarto e quinto stato. La seconda parte di questo lungo articolo comparve sul numero successivo della rivista, il 3 marzo. In esso Rocca ribadiva lidea che fosse doveroso, oltre che utile, educare il proletariato, cos da poterne estrarre un nucleo scelto, un/ite responsabile in grado di cooperare con la borghesia alla gestione della produzione. Spintovi dalla passione trincerista, Malusardi adere entusiasticamente all ANC (per qualche tempo ricoprendo la carica di redattore capo de L'Eco della Vittoria, organo della sezione monzese di quella organizzazione), salvo abbandonarla in margine al Congresso nazionale di Napoli perch contrario ai ventilati propositi di trasformazione Malusardi aveva intrapreso una saltuaria collaborazione con Il Fascio e (come si ricava dalle cronache di quello stesso giornale) una altrettanto frammentaria attivit di propagandista per conto del Comitato Centrale fascista, prima di partire alla volta di Fiume, dove era stato designato a dirigere la Camera del Lavoro dannunziana'*. Chiusa anche quellesperienza Malusardi giunse a Verona, chiamatovi da Italo Bresciani, segretario politico del locale Fascio di combattimento (nonch ex anarcointerventista) ', noto per rappresentare lala di estrema sinistra del fascismo veneto. Bresciani, che conosceva e apprezzava le doti di organizzatore di Malusardi, gli affid lincarico di segretario propagandista del Fascio. La scelta si rivel azzeccata, poich lanarchico lodigiano riusc ad imprimere al fascismo veronese non solo un maggior dinamismo, ma anche una maggior visibilit politica. Come prima cosa Malusardi dette vita a un giornale (Audacia), che doveva immediatamente segnalarsi per il carattere battagliero, contribuendo al graduale inserimento del Fascio nella realt scaligera. Egli, in particolare, vi affin le proprie qualit giornalistiche, rispolverando tra laltro una rubrica dei tempi de La Guerra Sociale (Foglie dortica), che divenne un punto di riferimento importante nella dialettica politica cittadina. Come si  detto, Malusardi proveniva da Fiume: tra i suoi valori di riferimento, accanto alla fede repubblicana e a confuse (ma autentiche e mai rinnegate) aspirazioni libertarie, retaggio della sua militanza anarchica, si trovavano dunque la Carta del Carnaro e il sindacalismo nazionale di Corridoni il suo compagno di trincea - e Alceste De Ambris. Nel Fascio veronese, dellAssociazione in partito. A parte i suoi articoli per LEco della Vittoria, per lo pi improntati al tema dellapoliticit del movimento combattentistico, lattivit di Malusardi in seno all ANC non  agevolmente documentabile. Anche sulle date dellarrivo e della permanenza di Malusardi a Fiume vi  incertezza. Il Fascio riporta un avviso ai Segretari e Fiduciari dei Fasci e delle Avanguardie e a tutti coloro che avevano occasione di corrispondere con la Segreteria Politica, annunciando che Malusardi non ricopriva pi lincarico di segretario propagandista del Comitato Centrale, in quanto, gi da qualche giorno, si trovava a Fiume. Nella citt olocausta Malusardi diresse altres il foglio sindacalista La Conquista, del quale non ci  stato possibile reperire una collezione (lo stesso Felice, dal cui Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D'Annunzio traiamo questa informazione, cita da fonte indiretta). n Bresciani, classe 1890, gi convinto militante anarchico,  fra i promotori del Fascio veronese di azione internazionalista. Cfr. ACS, CPC, Busta [Bresciani]. Cenni alla formazione sindacalista di Malusardi si trovano in MALUSARDI, Elementi di storia del sindacalismo fascista, Torino, Stabilimento Tipografico Artistico Commerciale, PIPTREIPPRRA \PPPTPOT VOTO PIPE PP PPIPT OP. POPRPOTTI TO RPPARE PP decisamente orientato a sinistra, Malusardi trov lambiente ideale per portare avanti le proprie idee. Si riun a Venezia ladunata regionale dei Fasci del Veneto". Alla presenza, tra gli altri, del segretario generale del movimento Umberto Pasella e del vecchio compagno Massimo Rocca, Malusardi ebbe modo di esporre il proprio programma. Riguardo alla controversia repubblica/monarchia, egli formul lauspicio che i fascisti si facessero portavoce di un fiero atteggiamento antimonarchico. La monarchia sabauda afferm aveva tradito in pi di unoccasione: prima della guerra perch favorevole al parecchio giolittiano, durante perch colpevolmente latitante, dopo perch sostenitrice della politica rinunciataria di Cagoja Nitti, a Fiume perch complice della repressione sanguinosa dellinsurrezione dannunziana'. Noi, che siamo repubblicani e libertari concluse Malusardi - in determinati momenti avremmo, quando il governo non agiva e lItalia sembrava essere gettata nel caos, accettata anche una dittatura monarchica [...]. Ma quando una monarchia esiste solo di nome ed avalla tutte le infamie che si commettono nel suo nome, non  per noi che un anacronismo inutile e ingombrante! AI termine della discussione, Malusardi e Bresciani presentarono un ordine del giorno repubblicano, che raccolse per soltanto nove voti (quanti erano i delegati del Fascio veronese), contro gli oltre venti ottenuti da una mozione Pasella, rivendicante il carattere antidogmatico e antipregiudiziale del fascismo in materia di regime.  sulla questione sindacale, cui egli era particolarmente sensibile, che Malusardi ottenne i maggiori riconoscimenti. In quei mesi il problema dellorganizzazione sindacale era oggetto delle preoccupazioni della dirigenza fascista. Nel novembre del 1920 era sorta infatti la Confederazione Italiana dei Sindacati Economici (CISE), che raccoglieva i piccoli sindacati autonomi, dispirazione fascista pi o meno accentuata, operanti - come si usava dire - sul terreno nazionale!*. Il nodo gordiano dellintera vicenda, Per Ja cronaca v. La grande adunata fascista di Venezia, Audacia Si noti la determinazione con cui Malusardi teneva a precisare lessenza libertaria del proprio fascismo Pi n toda re: 4 det H rado In occasione delle grandi agitazioni dei postelegrafonici e dei ferrovieri, il fascismo aveva assunto un atteggiamento decisamente anti-operaio. Poich la UIL, il sindacato interventista, aveva invece appoggiato gli scioperi, i fascisti ritennero giunto il che avrebbe a lungo condizionato gli sviluppi del sindacalismo fascista, era se lazione sindacale dovesse avere natura politica oppure apolitica, vale a dire se i Sindacati Economici dovessero agire in stretto accordo con i Fasci di combattimento, seguendone i programmi e le direttive; 0, al contrario, se dovessero essere svincolati dalla tutela del fascismo, liberi, perci, di agire nel campo delle rivendicazioni del lavoro con la pi ampia autonomia. Nel suo intervento al convegno veneziano, Pasella afferma che i fasci dovevano ostacolare con ogni mezzo gli scioperi nei servizi pubblici. Malusardi - facendo cos intendere quale fosse il proprio pensiero riguardo ai Sindacati Economici - gli oppose che le lotte del lavoro andavano valutate caso per caso. Infatti rileva -, se i fascisti avevano il dovere di contrastare gli scioperi dichiaratamente politici, non dovevano per opporsi alle legittime richieste dei lavoratori, quando questi reclamavano un pi ampio diritto alla vita, e quando le loro aspirazioni potevano essere armonizzate con gli interessi superiori della Nazione. Le preoccupazioni operaiste di Malusardi si rivelarono ancor pi manifestamente allorch egli dichiar che, quando i lavoratori avessero saputo dimostrare una capacit tecnica intellettuale ed una preparazione morale superiore agli attuali dirigenti delle fabbriche e delle officine, i fascisti (che non dovevano essere la guardia bianca di una classe, ma i difensori della Nazione) avrebbero dovuto riconoscere loro il diritto di gestire direttamente il frutto del proprio lavoro!. L'ordine del giorno votato dalladunata accolse le tesi di Malusardi, anche nella parte relativa agli scioperi nel pubblico impiego, riguardo ai quali recita - i fascisti, pur non condividendoli in linea di principio, si sarebbero riservati di prendere posizione volta per volta, in base alle circostanze. Anche in materia di politica estera, Malusardi prese nettamente le distanze dalla linea ufficiale del movimento. Egli, che era stato testimone del Natale di sangue, non poteva ammettere che i fascisti avessero abbandonato D'Annunzio al suo destino. Perci, pur dichiarando -la propria stima a Mussolini, Malusardi tenne a precisare di non indulgere ad alcuna forma di momento di misurarsi direttamente nel campo dellorganizzazione del lavoro. I nuclei sindacali fascisti trovarono il loro modello in quelle formazioni indipendenti, per lo pi di modeste dimensioni, che, sorte numerose dopo la guerra, si proclamavano apolitiche. Il primo sindacato autonomo di marca fascista, il Sindacato Economico Ferrovieri, si form a Roma il 16 febbraio, dalla fusione dell Associazione Movimentisti e del Fascio Ferrovieri. In ordine a questi argomenti v. principalmente CORDOVA, Le origini dei sindacati fascisti, Roma-Bari, Laterza, e ERFETTI, // sindacalismo fascista. Dalle origini alla vigilia dello stato corporativo, Roma, Bonacci, La grande adunata fascista di Venezia, feticismo e non esit a rimproverare al duce di aver ingiustamente sacrificato Fiume sullaltare della ragion di stato. Le prese di posizione di Malusardi alladunata di Venezia gli valsero severe critiche da parte sia di Pasella, sia di Freddi (il segretario generale delle Avanguardie studentesche), che gli rimproverarono di fare della demagogia. In un fondo per Audacia Malusardi, quasi lusingato di aver suscitato tanta apprensione nei piani alti del fascismo, replic ai suoi detrattori con queste parole: Freddi e Pasella hanno chiamato il mio discorso demagogico. E un aggettivo che non mi spaventa, quando penso poi che dai su citati  prodigalmente distribuito a tutti coloro che si permettono di pensare con la propria testa Riaffiora - come si pu notare - lo spirito polemico che aveva contraddistinto il giovane anarchico nei giorni dellinterventismo; riaffiora, soprattutto, lorgoglio individualista, la presunzione di sentirsi | fuori dal gregge, senza curarsi (ma anzi compiacendosi) di essere tacciato come eretico. Pochi giorni dopo le sue dichiarazioni su Audacia, Malusardi  comunque indotto a dimettersi dalla carica di segretario propagandista del Fascio di Verona. L'assemblea generale dei soci, tuttavia, riunitasi durgenza, respinse allunanimit le sue dimissioni". I fascisti veronesi apparivano compatti intorno a Malusardi, e non avrebbero mancato di dimostrarlo, gi in occasione dellappuntamento elettorale. Queste affermazioni di Malusardi sul feticcio Mussolini rimandano significativamente a quanto Rocca ebbe a scrivere sul rapporto tra gli anarchici interventisti e il fascismo. Per provare poi annota Rocca - che non tutti i primi fascisti erano mussoliniani, basta ricordare gli anarchici che entrarono nel movimento, quasi tutti, e che non furono pochi; io solo ne conosco una trentina. La maggior parte si dedic allorganizzazione operaia, come Malusardi ed altri. Degli anarchici di cui mi ricordo nessuno  stato squadrista, nessuno entr nel partito dopo la marcia su Roma, parecchi anzi si ritirarono prima o subito dopo il delitto Matteotti. Si trattava di gente disposta a servire la Patria o unidea, ma non ad incensare un uomo; la mentalit di questi anarchici era lantitesi di quella dei socialisti passati al fascismo. I primi non conoscevano lintransigenza settaria dei secondi: ma possedevano una coscienza morale solida e indipendente (MASSIMO, Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura MALUSARDI, /n margine alladunata, Audacia, cit. L'Assemblea generale del fascio Veronese. Una manifestazione di simpatia al nostro direttore. Dalle elezioni alla marcia su Roma Le consultazioni generali, merc linclusione dei Fasci di combattimento nei cosiddetti Blocchi Nazionali, realizzarono lingresso del fascismo nel cuore della vita politica e parlamentare italiana. Una riunione straordinaria del Comitato Centrale dei Fasci (presente anche Mario Gioda) ratific la decisione che Mussolini aveva preso gi da tempo - di dar corpo ad un'intesa elettorale con le altre forze nazionali. Il giorno successivo, a unassemblea del Fascio milanese, Massimo Rocca difese la legittimit di quella scelta. Non  colpa nostra dice se quei perfetti reazionari che sono i socialisti e i comunisti malgrado il rosso di cui sincipriano, ci hanno imposto di scegliere fra lItalia com, con certe sue caste dirigenti e le incapacit e le brutture che ne derivano, e la rovina completa della Nazione, sul tipo di quella toccata alla Russia. La nostra scelta  dunque doverosa, anche se non lieta: salvare ad ogni costo, in qualunque modo lItalia. Per sia ben chiaro con questo che noi non rinunciamo a nulla delle nostre idee e del nostro programma conservatore e rinnovatore nello stesso tempo. Soprattutto non rinunciamo alla nostra lotta contro la propriet e il capitale improduttivo, quando  tale veramente e non secondo le ciarle dei demagoghi, mentre rendiamo giustizia a tutte le forze produttive della Nazione. Non rinunciamo alla lotta contro la burocrazia parassitaria [...] n contro lo Stato a tipo puramente parlamentare-burocratico, incapace di adempiere le funzioni di cui sincarica, mentre lega le mani alle energie private, individuali e collettive, capaci di esercitarle con utilit e convenienza! Del pari, a Torino, Gioda acconsent a sostenere la politica bloccarda, giustificando lintesa elettorale tra fascismo e liberalismo con lesigenza di salvare lItalia dal pericolo bolscevico'. Nondimeno, la formazione del Cfr. / Fasci di Combattimento per la costituzione dei Blocchi Nazionali, Il Popolo dItalia Su questi punti v. soprattutto FELICE, Mussolini il fascista. La conquista del potere, Torino, Einaudi, 1! n Popolo dItalia, Rocca riprende questi concetti in un saggio per Il Maglio, intitolato Arrestare la dissoluzione. La decisione del Fascio milanese fu salutata con soddisfazione dalle forze liberali (cfr. Il programma dei fascisti e l'adesione al Blocco, Il Corriere della Sera. Cfr. Movimentata Assemblea del Fascio di Torino per i Blocchi Nazionali, Il Popolo d'Italia. Nel corso dell'assemblea generale dei soci del Fascio, riunitasi sabato 9 aprile, Gioda fatic a imporre la linea della collaborazione elettorale. Alle perplessit della sinistra interna che (Ai li A A ici Blocco Nazionale nel capoluogo piemontese si rivel tutt'altro che agevole. I fascisti torinesi inaugurano la campagna elettorale con un comizio di Rocca. Gioda annunci lavvenuto raggiungimento di un accordo di massima - sulla base di alcune condizioni poste dai fascisti!" - tra il Fascio di combattimento, l'Associazione Nazionalista, 1 Associazione Radicale, il Partito Socialriformista, 1 Associazione Arditi, il Sindacato Economico Ferrovieri e l'Associazione Nazionale dei Combattenti. Il segretario del Fascio lasci trapelare la possibilit che il Blocco comprendesse anche l'Associazione Liberale Democratica, tenendo per a sottolineare come la fermezza antigiolittiana dovesse rimanere il criterio orientativo dellazione politica fascista. Ora, era evidente che trattare con i giolittiani dell Associazione Liberale. Democratica e, contemporaneamente, pretendere di fare dellantigiolittismo, era un controsenso, tanto pi a Torino, dove un Blocco che prescindesse dal sostegno di Giolitti aveva scarse probabilit di affermarsi ed era perci nellinteresse dei fascisti non tirare troppo la corda. Il 21 aprile, a conclusione di un negoziato che lo stesso Gioda defin penoso e difficile, si giunse alla costituzione del Blocco, con linclusione dell Associazione Liberale Democratica. Cos, non soltanto i fascisti accantonarono ogni remora antigiolittiana, ma, nonostante Gioda lamentasse lingerenza immorale da parte del Governo, il Fascio accolse il veto imposto dal Presidente del Consiglio alla candidatura dellex parlamentare radicale Edoardo Giretti in favore del responsabile dellUfficio i egli personalmente condivide riguardo allopportunit di far blocco anche con gli odiati giolittiani, il segretario oppose la necessit di far fronte allavanzata delle forze antinazionali i e, riprendendo un concetto proprio dellimpostazione antidogmatica del fascismo, rivendic il carattere aperto del Fascio, che non doveva conoscere n radicali, n liberali, n anarchici, | ma solo fascisti, uniti nellinteresse del Paese (// Fascio di Torino prende posizione nella lotta elettorale, Il Maglio Cfr. ] Fascisti iniziano la lotta elettorale a Torino, Il Popolo dItalia, 15 aprile 1921, e Un poderoso discorso di Libero Tancredi, Il Maglio, 16 aprile 1921. Rocca si dimostr, come di consueto, un instancabile propagandista. Il giorno dopo lapparizione torinese fu infatti a Milano, tra i principali oratori al comizio inaugurale della campagna elettorale fascista (cfr. Il primo comizio elettorale a Milano, Il Popolo dItalia). Queste prevedevano: schede elettorali con il Fascio dei Littori; un programma che comprendesse la valorizzazione della guerra e della vittoria, lassistenza ai combattenti, la tutela dellitalianit allestero; il riconoscimento dellopera di salvamento nazionale compiuta dai Fasci di Combattimento; uomini nuovi e di fede per le candidature; la difesa e la valorizzazione dellimpresa fiumana e dalmata; la lista bloccata GIODA, Un primo accordo fra i vari partiti a Torino. Sar possibile il blocchissimo"? Trattative e moniti. Stampa presidenziale, Luigi Ambrosini". Nel Blocco erano compresi unici candidati fascisti Vecchi e Rocca, che fa cos il suo ingresso nella lotta elettorale. Dove la linea bloccarda incontra fortissime resistenze fu a Verona. Il 10 aprile, nel corso della prima riunione dei Fasci e dei Nuclei fascisti della provincia, Edoardo Malusardi fece intendere che i fascisti veronesi non avrebbero rinnegato le loro origini rivoluzionarie e non si sarebbero compromessi in unalleanza elettorale con le forze della borghesia moderata e monarchica". Nonostante i ripetuti inviti al dialogo da parte dello schieramento governativo (lorgano del liberalismo veronese, arriv a definire l'eventuale accordo con i fascisti una necessit sacra) , il Fascio di Verona si attenne alla linea indicata da Malusardi e disert il Blocco. Cos, unico caso in Italia, nel collegio Verona/Vicenza i fascisti presentarono una lista autonoma!. Va detto che Mussolini non neg il proprio assenso alloperazione e che anzi, in una lettera aperta ai fascisti di quel collegio, si congratul con loro per aver agito fascisticamente, giacch, ove mancavano certe elementari condizioni di probit politica, occorreva non bloccare ma sbloccare. Cfr. Ibidem. pl so Giretti fu costretto a rinunziare al suo posto in lista per non compromettere la formazione e Blocco (cfr. MARIO GIODA, Una nobile rinuncia dell'On. Giretti). la candidatura di Rocca  particolarmente spinta da Gioda. Rocca scrisse questultimo, presentando lamico agli elettori torinesi  stato un novatore e un divinatore. Ha veduto chiaramente il futuro quando tutti brancicavano nel buio. Per questo  Stato scomunicato quale eretico dai pontefici rivoluzionari (ID., Il Blocco Nazionale a Torino. I candidati fascisti).  Cfr. Audacia A questo proposito v. anche / fascisti veronesi lotteranno da soli, Il Popolo dItalia. I DTA 148 La costituzione del Blocco Nazionale raggiunta a Verona. Contro il comune nemico: fascisti a voi!, Arena, 24 aprile 1921. : i fo La composizione della lista appariva comunque nettamente orientata a destra. Eccezion fatta per Italo Bresciani e il ferroviere Michele Costantini, ne facevano parte il generale Umberto Zamboni, gli agrari conte Giuseppe Serenelli e Cesare Piovene, lex parlamentare Giberto Arrivabene (uno dei fondatori del Fascio Parlamentare del 1917) e il professor Alberto De Stefani (che risult lunico eletto). Cfr. Audacia i 150 11 Popolo dItalia, 3 maggio 1921 (la lettera di Mussolini, datata 29 aprile, si trova anche in MussoLINI, Opera omnia, a cura di SUSMEL (si veda) e SUSMEL (si veda) Susmel, Firenze, La Fenice). Mussolini si reca a Verona per la campagna elettorale e riconferm l'apprezzamento per la decisione dei fascisti veronesi di affrontare da soli il cimento delle urne. Cfr. Il Popolo dItalia. Rocca figura dunque candidato fascista a Torino. La Giunta Esecutiva del Blocco Nazionale per la circoscrizione Milano/Pavia decise di candidarlo anche in quel collegio", in quanto egli - come scrisse Il Popolo dItalia - conferiva un tono e un colore patriottico e passionale alla listay. Rocca espone le linee del suo programma elettorale a cavallo tra laprile e il maggio, in una serie di articoli per Il Risorgimento. Nel primo di essi (importante soprattutto alla luce di ci che sarebbero stati i Gruppi di Competenza) Rocca riprendeva unidea a lui cara: quella della riforma tecnocratica della rappresentanza parlamentare. Una riforma seria e duratura scrive - dovrebbe consistere nel riconoscere limpossibilit della politica astratta, limmoralit parassitaria dei politicanti puri, e nel sostituire loro i valori fondamentali che leconomia addita attraverso le sue organizzazioni, di ceto, di mestiere. Distinguere gli uomini per quello che fanno e non per quello che dicono; e quindi togliere alle mandrie elettorali lincarico di eleggere chi sa parlare, mentire e intrigare di pi, per affidarlo alle collettivit ed ai nuclei organizzati sulla base di unattivit specifica a profitto della vita sociale, attivit alla quale soltanto i veramente capaci possono eccellere. Sarebbe possibile allora che industriali e operai e scienziati e artisti autentici prendessero parte alla Vita pubblica, occupandosi ciascuno delle questioni in cui  competente: e i Parlamenti tecnici cos formati conoscerebbero meglio il lavoro fecondo e pratico e meno le disquisizioni politiche mascheranti i settarismi e i puntigli. A questo intervento ne seguirono altri, pi specifici (una sorta di vera e propria piattaforma elettorale in tre parti), nei quali Rocca suggellava i princpi fondanti del suo rinnovato credo politico: libert economica, decentramento, rispetto della legge. Leconomia liberista - argomentava Rocca nel primo di questi articoli programmatici - veniva accusata di essere caotica, anarchica, antisociale ed egoista, ma ci non rispondeva a verit, poich il vero liberismo non si risolveva nellindividualismo fine a se stesso. Esso, infatti, trascende e comprende tanto lindividualismo quanto il collettivismo; racchiudeva, cio, tutti i sistemi di vita, tutte le forme economiche (tranne le improduttive), di volta in volta selezionate e messe in atto dalla societ umana. In altri termini, il liberismo era l'economia spontanea di per se stessa. Per questo motivo, tornare al liberismo significava, n pi n meno, tornare all'economia naturale della vita Cir. / candidati per il Blocco, Il Corriere della Sera. ne Il Popolo dItalia ROCCA, La riforma fondamentale, Il Risorgimentosociale, al libero dispiegarsi di tutte le energie economiche!'. Le affermazioni di Rocca in materia economica, come del resto lintero suo pensiero, avevano ormai un evidente contenuto conservatore, e, in questo senso, non v dubbio che la sua propaganda contribuisse a rassicurare i ceti moderati sulle buone intenzioni del fascismo. E per interessante vedere quanto anche la concezione liberista di Massimo Rocca (soprattutto Ja definizione del liberismo come organizzazione spontanea della vita economica) discendesse almeno in parte dalla formazione anarco- individualista del suo ideatore. Del pari, la naturale ostilit anarchica verso lo stato e, in generale, verso ogni potere accentratore, pareva emergere l dove Rocca, nella seconda parte del suo manifesto elettorale, additava la necessit del decentramento amministrativo e politico quale condizione essenziale per una maggiore libert e una miglior gestione delle risorse nazionali. Nel terzo ed ultimo articolo, infine, Rocca affrontava la questione della legalit. La legalit scriveva - era requisito imprescindibile per un corretto esercizio della libert, la quale, se svincolata da regole e da limiti preordinati, si risolveva in un non senso, una negazione di se medesima, attraverso larbitrio individuale e il disordine generale. LItalia, quindi, non sarebbe stata realmente libera fintanto che non fosse stata restaurata la disciplina, in tutti i settori della vita civile e politica: disciplina di governo, di vita pubblica, di nazione, di vita privata. Disciplina era anche sinonimo di gerarchia; infatti - sosteneva Rocca - bisognava ripristinare Ia gerarchia in ogni campo, affinch il valore cosciente tornasse a primeggiare sul numero. Larticolo terminava con lauspicio che finalmente, in Italia, fosse ristabilita la legge contro tutti !59, i Simili affermazioni imponevano equanimit di giudizio; imponevano, in altre parole, che quella stessa legge che egli pretendeva applicata contro gli scioperanti socialcomunisti, valesse anche nei confronti delle camicie nere. In futuro - come si accenna - Rocca non avrebbe esitato a prendere posizione contro la perdurante illegalit fascista; ma allora anchegli riteneva che lo squadrismo fosse uno strumento pi che legittimo di lotta politica. Cos, ad appena due giorni di distanza dal suo articolo su Il Risorgimento, commentando un gravissimo episodio di Ritorno all'economia) y Tornare al liberalismo era anche il titolo di una conferenza tenuta da Rocca il 6 maggio nei locali dellAssociazione Commercianti Industriali Esercenti di Milano (cfr. Il Popolo d'Italia ROCCA, Ritorno alla semplicit, Il Risorgimento. Ritorno alla disciplina. a A mm PPTIPONI violenza fascista a Torino (lassalto e la devastazione della Casa del Popolo), Rocca lo defin una sacrosanta vendetta contro il dispotismo comunista, dopo mesi e mesi di longanimit!?. In circostanze misteriose, loperaio fascista Odone  assassinato da un militante comunista. Allalba del giorno seguente, bande armate di fascisti prendeno dassalto la Casa del Popolo. Nel terribile conflitto che ne segue restarono gravemente feriti tre comunisti e un studente fascista di Reggio Emilia, Maramotti, che muore poco dopo in ospedale. La Casa del Popolo e i locali annessi, invasi dai fascisti, sono prima completamente devastati, poi incendiati. Gli squadristi - riporta La Stampa - impedirono ai vigili del fuoco di avvicinarsi alle fiamme e gli edifici andarono quasi del tutto distrutti. I danni provocati dallassalto fascista sono stimati intorno ad un milione di lire!. Nei giorni successivi, lautorit giudiziaria ordina il fermo di nove fascisti, tra i quali il segretario della sezione torinese dellAssociazione Arditi, Bruno Ricolfi, mentre gli stessi Gioda e Vecchi sono denunciati con laccusa distigazione e complicit morale (senza peraltro che la denuncia sorte alcun effetto). Non  affatto chiaro se Gioda  coinvolto nella decisione di assaltare la Casa del Popolo (la spedizione - a quanto rifere il Prefetto di Torino Taddei al Ministero   organizzata prontamente e nel massimo riserbo), ma appare evidente dal suo comportamento di quei giorni come anch'egli, al pari di Rocca, fosse prigioniero di un equivoco di fondo: quello di considerare la violenza un ll Che cosa  gi il controllo operaio a Torino, Il Popolo dItalia. Cfr. Operaio fascista e mutilato di guerra ucciso da un comunista, La Stampa Per le versioni di parte fascista e comunista v. rispettivamente Giona, Un fascista mutilato di guerra assassinato da un comunista a Torino, Il Popolo dItalia, 27 aprile 1921, e Tragico epilogo di una rappresaglia fascista, L'Ordine Nuovo Cfr. La funesta notte e le sue conseguenze, La Stampa L'organo del PCdI torinese rifer che le guardie regie di presidio alla Casa del Popolo (quaranta, secondo i documenti di PS), non solo non avevano ostacolato gli assalitori, ma gli avevano persino assecondati (cfr. Come  stata incendiata e saccheggiata la Casa del Lavoro di Torino, L'Ordine Nuovo). Il comportamento delle guardie regie fu oggetto, nei mesi seguenti all'episodio, di una lunga polemica. Un'apposita inchiesta, voluta dallenergico Prefetto Paolo Taddei, escluse che i militari avessero preso le parti degli squadristi, ma accert altres - come lo stesso Taddei scrisse al Ministro in data 6 luglio - la deplorevole negligenza degli ufficiali preposti al servizio dordine, dimostratisi incapaci di fronteggiare adeguatamente e con fermezza danimo loffensiva fascista. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., Busta 112 [Fascio di Torino]. Cfr. Il Popolo dItalia. !0! ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., cit, aspetto importante ma tutto sommato transitorio (quindi, in un certo senso, accessorio) del fascismo, mentre essa ne era un elemento coessenziale imprescindibile, oltre che difficilmente addomesticabile. Un esempio di questo ambivalente stato danimo si trae da un articolo di Gioda di poco precedente ai fatti narrati. In esso, commentando l'aggressione subita da GRAMSCI (si veda) ad opera di alcuni squadristi, il segretario del Fascio torinese define sacrosante le ritorsioni fasciste contro le vili imboscate e la violenza liberticida dei pussisti, ma, al contempo, vivamente deplora quellepisodio, del quale non comprende la necessit. Nel caso poi della drammatica rappresaglia alla Casa del Popolo, Gioda mostr, almeno allapparenza, di non averne intesa la reale portata politica, allorch ebbe a dichiarare, contro levidenza dei fatti, che essa aveva avuto natura anticomunista ma non antiproletaria tout couri n Fino a che punto Gioda fosse consapevole della contraddittoriet della propria posizione non  dato sapere, ma  certo che egli non aveva la forza sufficiente per opporsi ad uno stato di cose che sfuggiva ormai al suo controllo, costringendolo ad improbabili equilibrismi. Allindomani della prova elettorale (che vide il fascismo conquistare 35 seggi alla Camera) 16, un quotidiano romano pubblic una lunga intervista a Mussolini. Alla domanda se i neo deputati fascisti avrebbero o no preso parte alla seduta inaugurale della XXVI Legislatura alla presenza di re Vittorio Emanuele III, il duce risponde. IL FASCISMO NON HA PREGIUDIZIALI MONARCHICHE O REPUBBLICANE -- ma  tendenzialmente repubblicano. In ci differenziandosi nettamente dai nazionalisti, che sono GRAMSCI (si veda)  aggredito alluscita dalla sede di one Nuovo. Il leader comunista non sube in realt alcuna violenza, mentre lardito del polo Torrero, accorso in suo aiuto, resta gravemente ferito. Cfr. Ibidem. GIODA, in tema di violenza, Il Popolo dItalia. E Che Gioda non nutre molta simpatia per gleccessi degli squadristi  me provato dallimpegno che egli mise nel cercare di frenarne le intemperanze nel pesi c pipa Lo recrudescenza dello squadrismo torinese, ossia nei mesi immediatamente precedenti i pe fo pacificazione. Alla fine di giugno, ad esempio, dopo un ennesimo cruento scontro i fascis e comunisti, Gioda, rivolgendosi direttamente alle camicie nere, rilev ! urgenza li ata fine una buona volta a quella fosca teoria di violenze, destinata ad attizzare MEA odio olitico (ID., Un monito opportuno dopo una lotta sanguinosa, Ibidem, ! luglio 1921). to Ip., Un rilievo opportuno dopo l'incendio vendicativo. Rocca non  eletto. Soltanto 18 su 28 candidati a Milano, con 5.897 voti di preferenza (cfr. Il Corriere della Sera, 24 maggio 1921), ottenne un miglior risultato in FERIRE 35,282 voti a Torino citt e 88.670 nellintera circoscrizione (cfr. La Stampa). pregiudizialmente e semplicemente monarchici. Il gruppo fascista si asterr ufficialmente dal prendere parte alla seduta reale!$ Le dichiarazioni filo repubblicane di Mussolini scossero profondamente tutto lambiente fascista. Dinanzi al putiferio da esse suscitato in molti Fasci,  stabilito di rimandare ogni decisione in merito a una riunione congiunta dei deputati fascisti, dei membri del Comitato Centrale e dei segretari delle Federazioni regionali, al Teatro Lirico di Milano. Tra i Fasci dove la questione ha un'eco maggiore vi sono quello di Verona e quello di Torino. Un editoriale di Audacia (poi rivendicato da Malusardi) fa giungere a Mussolini il consenso dei fascisti veronesi. Loriginario programma fascista - vi si legge - quello di piazza San Sepolcro, intransigentemente repubblicano,  stato purtroppo messo in disparte, mentre  giunto il momento di rinverdire lo spirito rivoluzionario del fascismo. Le dure apostrofi dellorgano fascista destano viva apprensione neglambienti moderati di Verona, al punto che, rispondendo allarticolo di Audacia, il liberale Carli lascia addirittura intendere che la borghesia veronese non esita a difendersi con le armi da uneventuale insurrezione repubblicana fascista. Lassemblea generale del Fascio si chiude con lunanime approvazione di un ordine del giorno Malusardi. Il Fascio Veronese di Combattimento recita il documento - richiamandosi alle origini eterodosse del fascismo, qui nel veronese mai smentite, dichiara la propria incondizionata solidariet con Mussolini nella tanto dibattuta questione della tendenzialit repubblicana e riafferma essere inconcepibile che i fascisti facciano parte anche di altri partiti. Dopo che la riunione milanese del 2 giugno, protrattasi fino al giorno successivo, si fu risolta in un nuovo compromesso (una soluzione molto confusa e contraddittoria, secondo la definizione di Felice Il Giornale dItalia, L'intervista a Mussolini fu riprodotta anche da Il Popolo dItalia Sulle conseguenze dellintervista di Mussolini v. FELICE, Mussolini il fascista, Cfr. NOI, Cose a posto, Audacia, CARLI, Difendo il Re, Arena, Audacia, FELICE, Mussolini il fascista, che eludeva lessenza del problema, Malusardi non nascose il proprio malumore e manifest la speranza che il prossimo congresso nazionale sciogliesse definitivamente il nodo dellindirizzo istituzionale del fascismo. E? ora di finirla scrisse tra laltro di vedere e liberaloni e nazionalisti e rancidi conservatori insinuarsi nelle nostre file collunico scopo di rimorchiare al loro partito il nostro movimento. Ed  ora di finirla anche con questi Fasci Agrari o dOrdine, che snaturano il nostro programma e mascherano gretti interessi individuali o di classe!?. La vicenda ebbe conseguenze assai pi traumatiche a Torino, dove port a un nuovo aspro scontro tra Gioda e De Vecchi. Quest'ultimo, infatti, in unintervista rilasciata a un quotidiano locale, dichiar che i deputati fascisti del Piemonte avrebbero senz'altro presenziato alla seduta reale. Per testimoniare il proprio dissenso da De Vecchi, Mario Gioda si dimise dalla carica di segretario politico del Fascio di Torino e dalla direzione de Il Maglio'. La Commissione Esecutiva del Fascio, riunitasi il giorno seguente, ne rigett tuttavia le dimissioni, inviando altres un voto di piena, assoluta solidariet al duce. In un articolo di commento alla vicenda, Gioda, rinfrancato dalle risoluzioni della Commissione Esecutiva, si lasci andare a valutazioni ottimistiche. Nessuno scrisse - aveva il diritto di meravigliarsi per la professione di fede repubblicana fatta da Mussolini. Ben pi strano, infatti, sarebbe stato se il fascismo, il giorno dopo le elezioni, fosse diventato tanto opportunista da velare, o tacere, o sorvolare su una delle sue principali caratteristiche; quella, cio, di essere un movimento tendenzialmente repubblicano. L'intervista del duce - secondo Gioda - era giunta a proposito, cos da smontare una volta per sempre la favola di un fascismo antiproletario e incatenato al servizio della borghesia agraria e Lordine del giorno approvava loperato di Mussolini e decretava la nascita del gruppo parlamentare fascista, riproponendo in sostanza la tesi della non partecipazione alla seduta reale, ma non faceva menzione della questione istituzionale. MALUSARDI, Vogliamo il congresso nazionale!, Audacia. Cfr. La Gazzetta del popolo. Nel corso di un comizio al teatro Trianon per la ricorrenza dellentrata in guerra dellItalia, il futuro quadrumviro riconferma quanto dichiarato il giorno prima al quotidiano torinese (cfr. Il Popolo dItalia). Nelle sue memorie, De Vecchi si compiacer di ricordare che Gioda, nellascoltarne il discorso, era diventato sempre pi pallido, finch, esasperato, aveva abbandonato anzitempo il teatro (cfr. VECCHI). Cfr. Il Popolo dItalia, cit. In conseguenza dellabbandono di Gioda Il Maglio sospese le pubblicazioni per quasi un mese. Cfr. Il Popolo dItalia, industriale', Tornava dunque a mostrarsi la vecchia anima repubblicana e libertaria di Mario Gioda, e non v dubbio che egli fosse in buona fede. Ciononostante, le sue posizioni non trovavano corrispondenza nella situazione generale del fascismo, sul piano locale come su quello nazionale, ed erano, perci, fatalmente destinate a soccombere. Il giorno prima della prevista riunione di Milano ebbe luogo lassemblea del Fascio di Torino. Essa - riferiva la cronaca, stranamente non edulcorata, de Il Popolo dItalia - si risolse in un duello personale tra Gioda e De Vecchi. Soltanto al termine di un affannoso dibattito fu licenziato un ordine del giorno anodino (sottolineante il carattere unitario del programma politico fascista) che, in definitiva, suonava come unattenuazione della linea intransigente sostenuta da Gioda'. La riunione al Teatro Lirico, nel corso del quale De Vecchi non manc di fare una manifestazione di fede monarchica!?8, conferm la vittoria dellindirizzo moderato. A distanza di pochi giorni De Vecchi prese liniziativa - del tutto personale - di convocare un vertice dei segretari dei Fasci piemontesi. Gioda non rispose allinvito e non si rec allincontro. Fu invece presente Umberto Pasella, che riusc a far passare una mozione rivendicante il pi assoluto agnosticismo in materia di regime. L'assemblea confer a De Vecchi lincarico di designare il nuovo direttore de Il Maglio e la scelta, comera logico, cadde su un uomo di sua fiducia, lavv. Ruella' Torna a riunirsi la Commissione Esecutiva del Fascio torinese. Gioda si dimise per la seconda volta, lasciando capire di non aver intenzione di recedere dalla propria decisione'*. Dieci giorni pi tardi, unennesima assemblea straordinaria dei soci del Fascio | provvide allinsediamento di una nuova Commissione Esecutiva'*, che a sua volta, riunitasi il 4 luglio, design segretario politico un altro fedelissimo di De Vecchi, il capitano Aurelio, di Novara, gi comandante della legione dalmata a Fiume Gioda appariva sconfitto su tutti fronti. Nel giro di un | la disciplina fascista, Allassemblea del Fascio torinese prese parte anche Massimo Rocca, senza tuttavia intervenire nella discussione. LOI imponente convegno fascista a Milano. Cfr. Il Maglio Cfr. Il Popolo dItalia La segreteria del Fascio di Torino fu assunta in via provvisoria dal capitano degli arditi Mario Gobbi. Cfr. Il Maglio, e Il Popolo dItalia, I membri della Commissione Esecutiva furono portati da cinque a sei. Cfr. Il Maglio, GIODA, Le dichiarazioni di Mussolini e la speculazione idiota degli avversari. Per mese, tuttavia, merc i contrasti suscitati dal patto di pacificazione nel frattempo stipulato con i socialisti, la situazione mut ancora una volta. Il 6 agosto, a riprova della gravit della crisi, Il Maglio interruppe nuovamente le pubblicazioni (le avrebbe riprese soltanto il 26 novembre). Trascorsa una settimana, Gioda fu richiamato alla segreteria del Fascio, quindi, lassemblea generale fascisti torinesi vot la nomina di unaltra Commissione Esecutiva. La sterzata a destra coinvolse, almeno in parte, anche Edoardo Malusardi. Si svolge unadunata provinciale straordinaria dei Fasci e dei Nuclei fascisti del veronese. Al centro del dibattito, una volta ancora, il tema dei Sindacati Economici. Alla tesi facente capo a Giuseppe Serenelli, contraria alla costituzione di detti sindacati, e a quella di Alessandro Melchiori, favorevole alla formazione di organizzazioni sindacali ad autonomia ridotta, si oppose lidea di Malusardi, per il quale, mentre la prima rivelava chiaramente la qualit di agrario del suo suggeritore, la seconda era troppo generica e parimenti inaccettabile. Secondo Malusardi, il fascismo doveva adottare il programma di sindacalismo integrale contenuto nel testamento politico di Filippo Corridoni". Ma la grande novit delladunata furono le dimissioni di Malusardi dal suo doppio incarico allinterno del Fascio veronese, per motivi di salute e non politici. Al riguardo mancano purtroppo notizie certe, ma non  da escludere che la sua decisione, anzich a ragioni contingenti, fosse dovuta a pressioni esterne, pi o meno indirette. Daltra parte, leggendo il saluto indirizzato da Malusardi ai suoi lettori, l'impressione che se ne trae  quella di un uomo tuttaltro che dimesso; un uomo che si sentiva ingiustamente messo da parte e che, persuaso della bont dei propri convincimenti, riaffermava la propria indipendenza di giudizio. Su tutta questa vicenda v. MANA. Melchiori (a lungo segretario politico del Fascio di Brescia) aveva gi espresso il proprio punto di vista in un precedente intervento su Audacia. I sindacati - aveva rilevato - dovevano mantenersi il pi possibile indipendenti, ma, al tempo. stesso, non potevano rinunciare al sostegno e alla protezione del fascismo, se necessario anche contro gli stessi interessi padronali. Come fino ad oggi aveva scritto Melchiori - i nostri camions sono serviti per punire i calunniatori del fascismo, essi serviranno per prelevare a domicilio quei proprietari che volessero ad ogni costo andare contro corrente. MELCHIORI, Costituiamo i Sindacati Economici, Audacia). Alla fine dei lavori ladunata approv un ordine del giorno, formulato da Italo Bresciani dintesa con il presidente dellassemblea Salvatore Stefanini (membro del Comitato Centrale), per la costituzione, anche nel veronese, di Sindacati Economici nazionali, aventi autonomia finanziaria e politica. Ho sempre pensato scriveva Malusardi - come meglio mi  parso. Non ho mai avuto alcun feticcio. Ho sempre preso il bello ed il buono da qualunque parte venissero. Perch io non sono di quelli che marciano sulle rotaie dellanchilosi cerebrale che i partiti e le chiesuole hanno portato su tutte le contrade. Sempre ho irriso, anzi, a tutte le botteghe multicori politiche che pretendono daver la privativa dellinfallibilit. E interessante, in questa lunga confessione di Malusardi, il modo in cui egli tornava ad illustrare la propria concezione sindacalista. Il tono e i contenuti - come si pu vedere - non erano granch mutati dai tempi de LAgitatore. Bench sono [sic] orgogliosamente individualista affermava - fui tra le masse lavoratrici e per esse lottai, pugnai di persona. Non perch io credessi o creda nella elevazione collettiva della massa [...], ma per staccare da essa delle individualit e delle minoranze intelligenti e volitive, capaci dinnalzarsi realmente ad un pi alto livello di comprendonio e di personalit. Poich io non dimentico che la storia  sempre stata scritta dagli individui e dalle minoranze. Il sindacalismo, quale io lo intendo  individualista ed  una realt avveniristica nella quale predomina il mito della singola responsabilit. Il sindacalismo  logicamente per un continuo superamento e per il massimo imborghesimento; il socialismo ed il comunismo statali rappresentano invece il livellamento e la massima proletarizzazione di tutti!8* Infine, Malusardi rilasciava una dichiarazione dallevidente sapore programmatico.lo non sar mai per il conservatorume rancido e vilissimo che, passata la bufera bolscevica, spazzata via dal salutare vento fascista, si  riverniciato a nuovo e pretende rimerchiare la nostra gagliarda giovinezza. Io sono orgoglioso, anzi, di aver molto contribuito a mantenere al fascismo veronese la sua caratteristica sbarazzina e ardita, tanto da essere chiamato la punta estrema del movimento fascista! n definitiva, lallontanamento di Malusardi da Verona - cui fece seguito il suo temporaneo esilio in provincia - pareva dettato, pi che da cattive condizioni di salute, da valutazioni di opportunit ambientale. Egli, del resto, non abbandon affatto lattivit politica. Al congresso provinciale MALUSARDI, Commiato A seguito delle dimissioni di Malusardi la direzione di Audacia fu ereditata da Grancelli. fascista, Malusardi  infatti presente in rappresentanza dei piccoli Fasci di Legnago e di Cologna Veneta, figurando altres quale segretario generale della Federazione fascista intermandamentale del basso veronese. In quel frangente egli si fece promotore di una mozione favorevole al patto di pacificazione, da poco stipulato con i socialisti, per ragioni di ordine nazionale'. L'ordine del giorno Malusardi fu approvato con 14 voti a favore, il doppio di quelli ottenuti da una proposta di Bernini, del Fascio di Verona, per laccettazione condizionata del patto. Ci sembra significativo che, proprio nel momento in cui il Fascio veronese manifestava al riguardo molte perplessit, Malusardi appoggiasse la strategia distensiva di Mussolini. Senz'altro, com anche possibile desumere dalle sue future prese di posizione in tema di violenza, Malusardi riconosceva il bisogno di una tregua darmi con le sinistre (la sua intransigenza sui principi non dev'essere confusa con lestremismo squadristico), ma  anche presumibile che egli mirasse in parte a recuperare credito agli occhi delle gerarchie!, Tra lagosto e il settembre, Malusardi simpegn in unintensa opera di propaganda a sostegno del patto di pacificazione, girando tutta la provincia di Verona, con esiti confortanti. Contemporaneamente riprese a collaborare con Audacia, di cui riassunse la direzione, poco tempo prima del III congresso nazionale fascista Favorevole alla tregua con i socialisti si era detto anche Massimo Rocca, bench, in un articolo di poco precedente alla firma del patto, egli avesse espresso forti dubbi circa la tenuta di un eventuale accordo, soprattutto nelle zone, come l'Emilia Romagna, dove la lotta politica aveva raggiunto la massima asprezza (cfr. Massimo Rocca, Per la pace interna, Il Risorgimento). Dopo che laccordo fu denunciato - in conseguenza dei gravi incidenti scoppiati al margine de! III congresso nazionale fascista -, Rocca attribu la responsabilit del suo fallimento ai socialcomunisti (cfr. Ip., La commedia di una pacificazione Su tutte le questioni connesse al patto di pacificazione v. FELICE, Mussolini il fascista. Audacia A questo proposito, il responsabile per la propaganda del Comitato Centrale, mentre rimproverava a Grancelli e agli altri dirigenti del Fascio di Verona, il loro semplicismo politico, si disse piacevolmente sorpreso che l'ex anarchico Malusardi condividesse liniziativa di Mussolini per la pacificazione (MARINONI, Dopo il Congresso Provinciale). In preparazione dellassise nazionale di Roma, i Fasci del veronese si radunano a congresso. Tra i temi dibattuti, oltre a quello dellannunciata trasformazione del movimento in partito (che avrebbe dominato i lavori dell Augusteo ), vi fu nuovamente quello dei Sindacati Economici. Infatti, dopo la nascita e la diffusione dei Gruppi dei ferrovieri fascisti, organismi di categoria dipendenti dai Fasci, che lasciavano intravedere la possibilit di un sindacalismo integralmente fascista, si andava vieppi riconsiderando la funzione dei Sindacati Economici, la cui pretesa apoliticit era ormai oggetto delle critiche di autorevoli Il congresso fascista, che si riun al Teatro Augusteo di Roma tra il 7 e il 10 novembre 1921, ebbe tra i suoi maggiori protagonisti Massimo Rocca. Questi si prepar allappuntamento con una serie di articoli dindubbio interesse, nei quali per la prima volta in modo compiuto - formul la sua proposta per un fascismo liberale. Nellopinione di Rocca, i Fasci avrebbero dovuto essere un movimento di lite, di avanguardia politica e ideale, come lo era stata la Destra storica cavouriana. La vita politica italiana, costretta in avvilenti compromessi, aveva bisogno di un eccesso di spiritualit, tale da bilanciare leccesso di politicantismo mercantile che la sommergeva; e solo una destra rinnovata, che avesse saputo riappropriarsi della cultura e dello spirito del vecchio liberalismo piemontese, avrebbe potuto svolgere questo compito di equilibrio e di correzione. In quella tradizione risiedeva del resto un grande insegnamento realistico e morale dal quale il fascismo non avrebbe potuto prescindere, vale a dire che non le masse, ma le minoranze rinnovavano il mondo e che il progresso consisteva nel succedersi di aristocrazie libere'. I fascisti - Rocca non ne dubitava - avevano le carte in regola per guidare quest'opera di rinnovamento della destra italiana, ma dovevano prima definirsi come forza politica. Il fascismo, infatti, era nato prevalentemente ad opera di sovversivi, alcuni dei quali non avevano mai del tutto rotto i ponti con il proprio passato. Erano coloro che difendevano la pregiudiziale repubblicana e i Sindacati Economici (forse Rocca pensava agli amici Gioda e Malusardi) e rappresentavano la tendenza filoproletaria del movimento: una tendenza, sia pur degna del massimo rispetto, che rischiava di ripetere gli errori storici della sinistra, plasmando una sorta di demagogia fascista, non meno deprecabile di quella socialcomunista. Sul versante contrario, Rocca poneva esponenti della gerarchia fascista, da Bianchi a Grandi, da Rocca allo stesso Mussolini (su questi punti v. CORDOVA). Al congresso veronese Malusardi si pronunci contro la costituzione di sindacati prettamente fascisti e difese il principio dellapoliticit dellazione sindacale (la tesi patrocinata a livello nazionale da Edmondo Rossoni). I sindacati di partito, rilev Malusardi, avrebbero ostacolato lunit di tutte le forze sindacali nazionali, ch'egli riteneva indispensabile, anche per contrastare il monopolio dei sindacati socialcomunisti. Se in politica afferm le divergenze son profonde, sul terreno economico son facilmente colmabili. Il lavoratore credente e quello miscredente, il monarchico ed il repubblicano sono tutti daccordo nel volere il proprio miglioramento economico e morale. Di concerto con Bresciani, Malusardi present dunque un ordine del giorno, sanzionato a larga maggioranza, affinch sorgesse, allinfuori dello stesso Partito Fascista, un forte organismo sindacale che raccogliesse sotto il suo vessillo di battaglia tutti i lavoratori che non rinnegavano la realt Nazione (Audacia ROCCA, Pr una nuova destra, Il Popolo dItalia, anche in Idee sul fascismo. la destra reazionaria, formata da certa borghesia, specialmente terriera, e da residui daristocrazia decaduta, che vedeva nel fascismo larma di difesa e di offesa da sfruttare al minor prezzo possibile, ed era responsabile del carattere offensivo e violento assunto dai Fasci in talune zone del Paese, Tra le due ali estreme del fascismo si situava tuttavia un folto centro moderatore, che Rocca riteneva essere il legittimo erede del primo nazionalismo, come questo lo era stato del primo liberalismo di destra, del liberalismo, cio, non ancora inquinato dallutopia demo-sociale. Una zona media del fascismo, dunque, fondata sulla disciplina verso la Nazione, al di sopra degli esclusivismi ideologici e degli interessi particolari, che Rocca confida sarebbe infine prevalsa sugli opposti estremismi, fino a costituire il perno della nuova destra di governo! Nel suo intervento al congresso di Roma Rocca riprese uno ad uno questi temi. Il fascismo disse - doveva innanzi tutto svolgere unopera di educazione sulle masse, per volgersi infine alla trasformazione degli organi legislativi, in quanto la crisi italiana era una crisi dincompetenza e le questioni economiche e amministrative, per le quali lo stato politico non era adatto, dovevano essere demandate ai tecnici. In quest'opera di riforma, le organizzazioni sindacali avrebbero potuto giocare un ruolo importante, a condizione che i sindacati divenissero strumento di selezione delle lites proletarie. Lassise dell Augusteo decret la nascita del Partito Nazionale Fascista. Sia Rocca (che a Roma rappresentava il piccolo Fascio lombardo di Castellanza) sia gli altri ex anarcointerventisti Malusardi e Gioda, presenti anchessi al Un neo liberalismo?, Il Risorgimento anche in Idee sul fascismo Su questo aspetto del pensiero politico di Massimo Rocca v. altres GENTILE, Le origini dell'ideologia fascista Il Popolo dItalia. L'intervento di Rocca al congresso dell Augusteo fu per la maggior parte incentrato sui problemi di ordine internazionale. A questo riguardo Rocca conferm la convinzione che lItalia dovesse avere una politica estera rettilinea e chiara, senza le incertezze del passato, e che spettasse al fascismo far s che ci avvenisse. Il discorso, con i suoi richiami alle glorie e alla potenza dItalia, vibrava di forti acc>nti nazionalistici e non fu un caso che l'organo dellAssociazione Nazionalista ne facesse l'elogio (cfr. /! discorso polemico di Massimo Rocca, LIdea Nazionale Cfr. Il popolo dItalia Il Fascio di Castellanza, un piccolo centro in provincia di Milano (oggi Varese), era stato inaugurato alla presenza di Rocca, che aveva fatto da padrino. Ne  segretario Schejola e conta 67 soci, in prevalenza operai e impiegati. L'assemblea generale dei soci designa Rocca a rappresentare il Fascio al congresso nazionale di Roma. Cfr. ACS, MRF, Carteggio politico e amministrativo del Comitato Centrale con i Fasci di combattimento,Busta [Castellanza]. congresso, votarono a favore della trasformazione del movimento in partito! Dal congresso scatur inoltre il nuovo organigramma fascista: Massimo Rocca entr a far parte della Commissione Esecutiva del PNF%, mentre De Vecchi, a testimoniare la definitiva virata a destra del fascismo, rilev Gioda nel Comitato Centrale? Le conclusioni del congresso furono esaltate da Rocca in un lungo articolo celebrativo, significativo per i numerosi richiami al problema dellorganizzazione sindacale e, soprattutto, per gli accenni ai Consigli ; A Errante " Si raduna lassemblea generale dei fascisti torinesi. Nella sua relazione Gioda si era pronunciato a favore del partito, sebbene - come aveva tenuto a precisare - la stessa parola partito gli ripugnasse istintivamente. Il fatto era - aveva sostenuto - che il movimento fascista era ormai un partito de facto e si trattava, perci, soltanto di ratificarne ufficialmente lesistenza. La creazione di un partito fascista era altres indispensabile per imprimere un carattere nazionale al fascismo, di per s troppo frammentato, troppo legato alle singole realt provinciali; e per porre un freno alle lotte infeconde tra le sue diverse correnti, espressione, nella maggior parte dei casi, dinteressi localistici o addirittura personali. Si noti, a questo proposito, la concordanza tra la posizione di Gioda e quella di Rocca (L'assemblea dei fascisti torinesi favorevole al Partito Fascista Italiano, Il Popolo dItalia. Anche Malusardi, in occasione del gi menzionato congresso provinciale veronese del 30 ottobre, si era detto favorevole alla trasformazione del movimento fascista in partito, a patto che la nuova compagine politica ereditasse il patrimonio ideale del vecchio partito dazione mazziniano, plasmandolo, con la concezione sindacalista della Costituzione Fiumana, alle esigenze della vita moderna (Audacia). In seguito, Rocca rifer che Vecchi, a nome di amici nazionalisti e sindacalisti, gli aveva offerto la segreteria del partito, da egli rifiutata, malgrado le insistenze, per non venirsi a trovare in una situazione difficilmente gestibile. Qualunque segretario del partito scrive Rocca ricordando lepisodio avrebbe dovuto scegliere fra il ritirarsi in un compito amministrativo e di adulatore, o diventare dopo qualche settimana il rivale e poi il nemico del Duce (Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, cit., p. 98). Segretario del PNF fu quindi nominato Michele Bianchi. Per la cronaca del congresso dellAugusteo v. Il Popolo dItalia. Sulle vicende legate a questa importante tappa della storia del fascismo v. FELICE, Mussolini il fascista. Stando al resoconto de Il Popolo dItalia del 10 novembre, al momento del voto pro 0 contro il partito Rocca manifest lintenzione di dimettersi dall Associazione Nazionalista. In base a quanto da lui stesso riferito anni dopo, pare invece ch'egli avrebbe conservato la doppia tessera (cfr. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura). Il tema dei rapporti col nazionalismo domina a lungo il dibattito interno fascista allindomani del congresso di Roma. In un'intervista concessa allorgano dellANI, Rocca, dopo aver sottolineato lo spirito aristocratico che animava il nuovo Partito Fascista, si disse convinto che il fascismo, il nazionalismo e il risorgente liberalismo di Destra stessero preparando qualcosa che, un giorno o laltro, li avrebbe compresi e li avrebbe trascesi, ed auspic la formazione di un unico partito nazionale (Il fascismo e la crisi italiana in una nostra intervista con Tancredi, LIdea Nazionale), Tecnici. Rispetto ai sindacati - rileva il neo dirigente fascista -, il partito poteva scegliere di prevalere aristocraticamente su di essi (come egli si augurava), oppure di farsene soggiogare, soccombendo a una visione demagogica della lotta sindacale. Alla necessit di delineare gli orientamenti sindacali del fascismo si accompagnava quella di riformare gli organi elettivi, in armonia con la economia sindacale moderna. Secondo Rocca, un primo passo verso questa riforma era rappresentato dalla decisione, presa in ambito congressuale, di dar vita a organismi professionali ristretti - i consigli tecnici appunto -, da affiancare ai Parlamenti generici e politici, inadatti per loro stessa natura a decidere su argomenti che richiedessero competenze tecniche specifiche. Chi, a differenza di Rocca, si disse insoddisfatto dei deliberati del congresso nazionale fu Malusardi. In primo luogo - comebbe a scrivere su Audacia - egli dissentiva da Mussolini in merito alla concezione statale. Il ritorno al liberismo e laccantonamento della Carta del Carnaro, sanciti a Roma, gli apparivano difatti come la negazione dello spirito originario del fascismo. Quando egli [Mussolini] rileva Malusardi - giustamente dice che vuol inserire, superando la vecchia concezione della lotta di classe, le classi lavoratrici nella vita della Nazione, ecco che viene ad ammettere che dalla Carta del Carnaro possiamo trarre non solo lo spirito, ma anche qualcosa di pi, poich appunto nella Carta del Carnaro vi  moltissimo di quella ideologia mazziniana che il fascismo, secondo lo stesso Mussolini, non deve ignorare ma integrare Quanto allannosa questione istituzionale, Malusardi ribad il proprio repubblicanesimo, solo in parte stemperato da considerazioni di opportunit politica. Rocca, Un congresso di vivi, Il Risorgimento (anche in cismo). DIE n prete anre ie del PNE, accolge le indicazioni del congresso circa lopportunit di dar vita a dei Consigli Tecnici (o Gruppi di Compare). Questi, che venivano al terzo posto nella struttura gerarchica del partito, subito dopo gli organi dirigenti (Consiglio Nazionale, Comitato Centrale, Direzione e Segreteria Generale) ei Fasci, avrebbero dovuto raccogliere tutti gli iscritti che avessero dimestichezza in materia di servizi pubblici, o in questioni attinenti alla vita economica ed amministrativa, tanto sul piano nazionale che su quello locale, in modo tale da rendere possibile ! analisi di ogni problema politico, economico e sociale secondo criteri di competenza professionale. Cfr. Programma e Statuti del Partito Nazionale Fascista, Roma, Stabilimento Tipografico Berlutti, (lo statuto/regolamento del partito  pubblicato in prima battuta da Ii Popolo dItalia MALUSARDI, /n margine al congresso, Audacia, Anche Mazzini scrive - pur mantenendo intatta la sua FEDE REPUBBLICANA, per raggiungere lunit dItalia, scrive la famosa lettera a Carignano e non ostacola di salire al trono Vittorio Emanuele SAVOIA (si veda). Ma il veggente ligure, per, mai si adatta a servilismi o incensamenti cortigianeschi. Cos, pure noi fascisti, pur riconoscendo inopportuno attualmente qualsiasi tentativo repubblicano, perch verrebbe sfruttato dagli elementi antinazionali, dovremmo riaffermare chiaramente la nostra originaria tendenzialit repubblicana? Infine, Malusardi deplor la scarsa attenzione volta dai congressisti ai problemi sindacali e alla questione agraria, attribuendo la ragione di questa grave lacuna programmatica alla presenza, in seno al fascismo, di agrari dalla mentalit antiquata. Per contro, egli afferm la necessit di combattere il latifondo, per giungere alla sproletarizzazione delle campagne, incrementando la piccola propriet e la cooperazione, L'ultimo atto pubblico di Malusardi a Verona  la partecipazione al congresso provinciale fascista. Anche in quella circostanza egli non tralasci di riaffermare la propria fede sindacalista e di celebrare il sindacalismo/corporativismo dannunziano genialmente dettato nella Carta di Fiume. Due giorni dopo, il congresso nazionale delle organizzazioni sindacali fasciste, riunitosi a Bologna, sanc la fine dei Sindacati Economici, aprendo la via, con la nascita della Confederazione Nazionale delle Corporazioni, a un modello sindacale fortemente ideologizzato. Il sindacalismo puro, nella tradizione corridoniana e Malusardi abbandon la direzione del giornale (che fu rilevata da Grancelli). Intorno a questi avvenimenti v. CORDOVA. AI congresso di Bologna, punto darrivo di un lungo e tortuoso dibattito, si scontrarono tre posizioni: quella di Rossoni, sostenitore della tesi autonomista (cui era propenso Malusardi), quella del neo segretario del PNF, Bianchi, per listituzione dei sindacati di partito, e quella, mediana, di Grandi e Rocca, a favore di unautonomia controllata, che fin per prevalere (a questo riguardo si veda NELLO, Grandi: la formazione di un leader fascista, Bologna, cit.). Nel corso della discussione Rocca sostenne che il sindacalismo apolitico avrebbe avuto senso solo dopo lentrata in funzione dei Gruppi di Competenza. Prima di allora - data limmaturit delle masse -, era vano sperare di sottrarre i lavoratori al controllo pervasivo dei socialcomunisti, semplicemente lasciando loro la facolt di organizzarsi in modo autonomo. Daltro canto, creare dei sindacati fascisti, come proponeva Bianchi, avrebbe esposto anche il PNF al rischio della demagogia. Per questi motivi Rocca si espresse - con Grandi - per l'istituzione di sindacati semplicemente deambrisiana, usce dunque dallorizzonte programmatico del fascismo, ma Malusardi pare non rendersene conto. Lasciata Verona per Brescia, dove rileva la direzione del locale organo fascista, Malusardi si presenta ai camerati bresciani con queste parole. Se noi dichiariamo senza indugi che, come nel passato, siamo contro a qualsiasi dittatura bolscevica, ci non significa che siamo dei conservatori e dei reazionari. Noi siamo, invece, profondamente NOVATORI. Se Malusardi si considera ancora e sempre un NOVATORE, Rocca, ch liniziatore e il maestro del NOVATORISMO ANARCHICO,  ormai un integerrimo conservatore. Nel suo cammino di riscoperta delle radici del liberalismo si spinse anzi sempre pi a fondo, giungendo, in un articolo carico di reminiscenze sonniniane, ad invocare la restaurazione di tutte le prerogative della corona, usurpate dal parlamento, secondo la lettera dello statuto albertino. Di pari passo con la maturazione conservatrice di Rocca crescevano le sue responsabilit politiche e organizzative allinterno del Partito Fascista e aumentavano, con esse, il suo prestigio e la sua influenza, come lesplosione, in marzo, del caso legato a PMarsich, avrebbe pienamente rivelato. A ridosso del drammatico colpo di mano fascista a Fiume?"!, un giornale vicino a Marsich, (che nel fascismo rappresentava la destra oltranzista e rivoluzionaria), rese nota una lettera di questultimo alla Segreteria del partito, nella quale egli lamentava la degenerazione parlamentarista del nazionali, guidati da fascisti e da uomini della cui fede patriottica non fosse possibile dubitare (Il Popolo dItalia. Rocca prende parte anche al congresso nazionale delle Corporazioni (Milano), durante il quale svolge una relazione sullemigrazione italiana allestero (cfr. Il Lavoro dItalia). Malusardi arriv a Brescia, dopo un breve soggiorno a Milano, nei primi giorni di febbraio. In origine il suo compito avrebbe dovuto limitarsi allorganizzazione del locale sindacato fascista postelegrafonici. A questo scopo, infatti, la segreteria del partito (rispondendo alle richieste che gi da due mesi giungevano dal Fascio bresciano) ne aveva sollecitato il trasferimento da Verona. Cfr. ACS, MRF, Carteggio politico e amministrativo del Comitato Centrale con i fasci di combattimento, Busta [Brescia]. MALUSARDI, A guisa di presentazione, Fiamma ROCCA, La pi grande crisi, Il Risorgimento, col pretesto di vendicare lassassinio del fascista ed ex legionario Alfredo Fontana, le camicie nere di Fiume, guidate da Francesco Giunta, rovesciarono il governo autonomista di Riccardo Zanella e presero possesso della citt. La nuova crisi fiumana si concluse dopo dieci giorni di trattative, con la nomina di un fascista, Giovanni Giurati, a capo provvisorio dellesecutivo. fascismo e si scagliava contro linfausta egemonia di Mussolini, contrapponendogli la figura incorruttibile di Gabriele DAnnunzio?!. Il duce, a sua volta, in una secca replica al suo censore, ne defin lo sfogo nientaltro che una tragicommedia, Lo scontro tra Marsich e Mussolini, che, ben lungi dallesaurirsi in un contrasto personale, concerneva lindirizzo politico del partito, innest una lunga serie di polemiche, a tutti i livelli (a Brescia, ad esempio, contrappose Malusardi al segretario provinciale uscente, Minniti) !*. Dei dirigenti del PNF, Rocca fu tra i primi a prendere posizione. Quella della presunta egemonia mussoliniana - scrisse in una lettera a Il Popolo dItalia -  una leggenda priva di fondamento. Quanto alla deriva legalitaria che negli ultimi tempi, secondo Marsich, si sarebbe venuta a creare nel fascismo (una situazione che Rocca si vantava di aver contribuito a determinare), essa era destinata a durare ancora a lungo, dal momento che lItalia stava attraversando una fase di assestamento e non aveva, perci, alcun bisogno di rivoluzioni. A che pro, inoltre - si domandava Rocca -, levare la bandiera dellantiparlamentarismo una volta SIRO Gebo a : Il fascismo nel giudizio di un fascista. Una lettera inedita di Marsich, La Riscossa dei legionari fiumani, (la lettera  ripresa anche dallAvanti! del giorno seguente). La filippica di Marsich, gi da tempo molto critico nei confronti dellorientamento politico del fascismo, fu originata da unintervista rilasciata da Mussolini (I! pensiero di Mussolini sulla crisi ministeriale, Il Resto del Carlino, 3 febbraio 1922), nella quale il duce, commentando la caduta del governo Bonomi, si era detto ben disposto verso un eventuale rientro in scena di Giolitti. Sul caso Marsich v. FELICE, Mussolini il fascista, cit., p. 197 ss. us Il Popolo dItalia. Nel corso di un convegno straordinario dei Fasci del bresciano, il 15 marzo, Malusardi prese le difese di Marsich, attaccato invece duramente da Minniti. Secondo Malusardi, tuttavia, il vero problema del fascismo non stava tanto nellessersi colpevolmente adeguato alle regole e ai sotterfugi del parlamentarismo, quanto nellassenza di un orientamento politico univoco; una lacuna grave, in ragione della quale in alcune zone i fascisti erano elementi novatori e, senza cadere nella demagogia, difendevano mirabilmente i diritti del lavoro; mentre in alcune altre diventavano instrumenti inconsci di reazione e di corruzione. Il dibattito di Brescia riveste unimportanza notevole, soprattutto perch la discussione intorno alla vicenda Marsich tocc anche il tema della violenza. Turati afferm che i rilievi contro il parlamentarismo potevano essere condivisi, a condizione che ci, soprattutto dopo il dilagare dello squadrismo fascista in talune zone del Veneto, notoriamente feudo di Marsich, non conducesse allapologia dei metodi extralegali. Il ricorso indiscriminato al manganello, afferm il futuro segretario del PNF con il consenso di Malusardi, avrebbe fatalmente condotto allisolamento politico. Il convegno si chiuse con lapprovazione di un ordine del giorno unitario, col quale i fascisti della provincia di Brescia, non riconoscendo nelle critiche contenute nella lettera di Marsich le vere ragioni del proprio dissenso, reclamavano la purificazione del fascismo e facevano auspicio che alla lotta politica fosse restituita la forma di un civile contrasto (Fiamma). entrati in Parlamento con ben 35 deputati? Il sistema rappresentativo, semmai, avrebbe potuto essere migliorato, e ci sarebbe senzaltro avvenuto, grazie al fascismo e allistituzione di parlamenti tecnici. Riguardo a Gabriele DAnnunzio - proseguiva Rocca - latteggiamento di Marsich era poi del tutto irragionevole: non solo perch, dopo le infinite vicissitudini dei legionari dannunziani, nessuno era in grado di dire quali fossero le idee politiche del comandante, ma anche, e soprattutto, perch era privo di senso attaccare Mussolini per poi smarrire ogni senso critico dinanzi alle seduzioni del dannunzianesimo. Il fascismo concludeva Rocca dev'essere anzitutto unaccolta di uomini liberi, sia pur disciplinato ad una causa ed unazione liberamente scelte: non un plotone di soldati al servizio di un uomo. La Direzione del partito vot una mozione di biasimo a Pietro Marsich!, poi riconfermata - su iniziativa proprio di Rocca - dal Consiglio Nazionale del fascismo. Rocca conosce forse il suo periodo di maggior popolarit come dirigente fascista. In quei mesi, che prepararono lascesa al potere di Mussolini, sembra per molti versi che le idee di Rocca potessero concretizzarsi in un progetto politico di ampio respiro. Parve, cio, che il fascismo (com'era nelle aspirazioni dellex anarchico) potesse davvero configurarsi come lite ROCCA, Chiarificazioni, Il Popolo dItalia. nonna Poco tempo dopo, ancora in riferimento alla vicenda Marsich, Edoardo Malusardi ge lo in politica non concepisco la disciplina cieca e inconsapevole alla militare, ma quella intelligente e consapevole che viene accettata dagli uomini liberi (MALUSARDI, Sincerit delle sincerit [cf. GRICE, APING COOPERATIVE PRINCIPLE], Fiamma, 1 aprile 1922). Lo spirito individualista di Rocca e Malusardi se cos si pu dire - era rimasto fondamentalmente intatto, anche se le nn politiche dei due ex anarcointerventisti erano ormai divergenti. Per Malusardi, infatti, ; fascismo non doveva trasformarsi in una riedizione pi o meno aggiornata del tiberalismo i destra (come appunto credeva Rocca), ma doveva provare a recuperare lispirazione i ionaria e i programmi del Partito d Azione mazziniano. una pr direzione del partito. L'On. Piero Marsich deplorato, Il Popolo "Italia).  dI Of La prima pra del Consiglio Nazionale Fascista; Il Consiglio, riunitosi a Milano, si protrasse per tre giorni, durante i quali furono Pv temi importanti, dalla vicenda di Fiume allindirizzo politico del partito. SNA lo a questultimo punto, Rocca si schier una volta ancora tra i moderati. Si poteva (miti cdi - afferm provocatoriamente - che alcuni fascisti i invocassero 1 azione. extra] lega " rivoluzionaria, ma in tal caso, pena la perdita della credibilit, si doveva avere il coraggio di fare la rivoluzione sul serio, non limitandosi ad adorarla (cfr. La seconda giornata del Consiglio Nazionale Fascista. Rocca dirige anche la Federazione provinciale fascista torinese. Cfr. ACS, CPC, Busta [Rocca]. PARETI RIE IPP IRT OT PIPPO TOT REP TO PITT DPR POP ANY PETIT dirigente, capace di raccogliere il testimone del vecchio liberalismo di destra e di guidare una riforma delle istituzioni in senso tecnocratico. Allinizio di luglio Rocca ricevette dalla Direzione del partito lincarico di procedere alla costituzione dei Gruppi di Competenza (che, sebbene contemplati dallo statuto/regolamento, erano rimasti sulla carta) !; quindi nel settembre, fu chiamato a presiedere un apposito Segretariato nazionale. Quest'ultimo, che aveva sede a Roma, doveva coordinare lopera dei singoli Gruppi di Competenza, locali o provinciali, in modo tale chessi servissero da legame e da organi dinformazione fra il Partito Nazionale Fascista e le Corporazioni sindacali, e facessero da punto di raccolta dei nuovi valori intellettuali e tecnici destinati a formare la classe dirigente del futuro - Per lex operaio tipografo, orgoglioso e tenace autodidatta, che da anni andava predicando lurgenza di una rivoluzione dei competenti, si tratta di un riconoscimento personale importantissimo e di una grande occasione politica. Anche per questa ragione, il fallimento dei Gruppi di Competenza (al quale dovevano contribuire le resistenze opposte dalla oligarchia fascista e dai capi locali pi ignoranti) ?, rappresent, per Rocca, una cocente delusione, che ebbe un peso non secondario nel definirne | il mutato atteggiamento riguardo al fascismo. A fine agosto Il Popolo dItalia rese noto un programma in due parti per il risanamento finanziario dello Stato e degli Enti Locali, Il documento, che doveva dettare le linee orientative della propaganda fascista in materia economica, era redatto da Massimo Rocca e dallon. Ottavio Corgini, ed era, in massima parte, ricalcato sui postulati della scuola liberista. Proprio a motivo della sua classicit, il programma Rocca/Corgini suscit commenti benevoli nel mondo borghese e imprenditoriale italiano? e valse, insieme Cfr. Il Popolo dItalia. Gli unici due Gruppi di Competenza operanti nei mesi successivi allentrata in vigore dello statuto risultavano essere quello degli ingegneri fascisti e quello degli assicuratori fascisti triestini (cfr. CORDOVA). Il Popolo dItalia Su tutti questi punti V. principalmente AQUARONE, Aspirazioni tecnocratiche del primo fascismo, in Nord e Sud, nonch CORDOVA, Ka cit., p. 101 ss. si Massimo Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura p Detto programma aveva avuto unanticipazione nellarticolo di Rocca Disavanzo cronico, pubblicato dallorgano mussoliniano il 18 luglio. Il Corriere della Sera, in un fondo del 6 settembre dal titolo Riabbeverarsi alla sorgente (senza firma, ma opera di Luigi Einaudi), formul un giudizio addirittura entusiasta sul programma economico fascista. Esso - osserv Einaudi - aveva il merito di risalire alle sorgenti liberali dell'economia classica, senza niente concedere alla facile demagogia alle rassicuranti dichiarazioni di Mussolini in tema di regime?4, a spazzar via le residue diffidenze dellopinione pubblica moderata nei confronti del fascismo, nel momento in cui esso si candidava scopertamente a forza di governo. AI centro della riflessione di Rocca e Corgini  lidea che il Parlamento italiano  ormai diventato un organo di sperpero, in balia di gruppi parlamentari irresponsabili, e che occorresse per questo abolire liniziativa parlamentare a proporre nuove spese. Tra i provvedimenti atti a risanare lerario, il programma annovera: la riforma della burocrazia (affinch gli uffici pubblici cessassero di essere un ricettacolo di tutti i vinti anticipati nella lotta per lesistenza e lelevazione); la cessione ai privati delle industrie di stato; lo smantellamento degli organi statali inutili; la soppressione dei sussidi - ferroviari e in denaro - ai funzionari pubblici, ai privati, alle cooperative e agli Enti Locali; la riduzione allessenziale dei lavori pubblici; la revisione delle leggi sociali che inceppavano la produzione; e, soprattutto, la ridefinizione dellintero sistema tributario, nel senso di una riduzione delle imposte dirette, le quali andavano a detrimento della produzione, e di un corrispondente aumento di quelle dirette, che, colpendo il consumo interno, lasciavano ampio margine alle esportazioni, La seconda parte del programma, dedicata alla situazione degli Enti Locali, era senz'altro molto pi politica. La responsabilit prima del dissesto dei Comuni e delle Province italiane - affermavano infatti gli estensori del socialistoide. Rocca stesso, riandando con la memoria agli avvenimenti di quellestate, scrisse che il programma incontr un successo rilevante, sebbene esso andasse oltre lideologia liberale. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura,). nellambito di un intervento al Teatro Sociale di Udine, Mussolini afferma che la rivoluzione fascista non insidia il trono dei Savoia. Lasceremo in disparte dice, fuori del nostro gioco, che ha altri bersagli visibilissimi e formidabili, listituto monarchico, anche perch pensiamo che la gran parte dellItalia vede con sospetto una trasformazione del regime che anda fino a quel punto (Un forte e chiaro discorso ammonitore di Mussolini su l'azione e la dottrina fascista dinanzi alle necessit storiche della Nazione, Il Popolo dItalia. Il discorso di Mussolini  molto apprezzato e non puo essere altrimenti da Rocca, che, in un telegramma al duce, dichiara di condividerne entusiasticamente ogni parola. Pi sfumata la reazione di Gioda. Le considerazioni di Mussolini in ordine alla questione istituzionale - scrive il segretario del Fascio torinese - doveno essere valutate serenamente. Dopo tutto, osserva Gioda, anche REPUBBLICANI INTRANSIGENTI come Mazzini e Crispi si sono piegati, nellinteresse dItalia, ad accettare la monarchia. (GIODA, Il discorso di Udine, Il Maglio. ROCCA, CORGINI, Pel risanamento finanziario dello stato italiano. Relazione per i comizi di propaganda del Partito Nazionale Fascista, Il Popolo dItalia, Ae documento - era delle amministrazioni di sinistra, socialiste e popolari dellazione immorale, disordinata e dilapidatrice dei sovversivi. Un rimedio poteva consistere nellobbligare gli amministratori rossi a preparare e fare approvare i bilanci comunali e provinciali nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge (a costo di agire fascisticamente, senza mezzi termini ed eufemismi), ma, ancora una volta, la soluzione vera del problema doveva passare attraverso la riforma tributaria, in attesa della quale Rocca e Corgini auspicavano la costituzione, in ogni capoluogo di provincia, di un comitato centrale di difesa dei contribuenti Dalla met di settembre sino alla vigilia del congresso fascista di Napoli Rocca  impegnato a dirigere la campagna di comizi per il risanamento finanziario, che attravers tutta lItalia. Quattro giorni prima dellinaugurazione del congresso partenopeo Il Popolo dItalia pubblica lo statuto/regolamento dei Gruppi di Competenza. Lo statuto (che possiamo a ragione considerare il maggior contributo di Rocca ai programmi del primo fascismo) era preceduto da una lunga relazione introduttiva, nella quale lautore esponeva in modo lineare la propria dottrina della competenza. Per prima cosa Rocca sottolineava la differenza tra i Gruppi appena costituiti e i sindacati nazionali corporativi. Infatti, mentre i secondi erano, a tutti gli effetti, formazioni di massa, allinterno delle quali i produttori restavano raggruppati pi con riguardo al numero che alle capacit singole, al fine di salvaguardare interessi particolari e soprattutto economici; i primi dovevano configurarsi come nuclei esigui di persone, le quali, in quanto partecipanti ai gruppi medesimi, non dovevano avere alcun interesse specifico, n personale n di classe da tutelare. Ai Gruppi doveva quindi competere una funzione eminentemente consultiva e di studio, ma anche una funzione, per cos dire, di armonizzazione dei diversi interessi, unopera il cui precipuo carattere spirituale fosse quello di favorire la concordia fra le diverse classi e categorie produttive, cos come fra il partito e le corporazioni. Poich, secondo Rocca, tutte queste caratteristiche non erano compatibili n col numero n con i metodi democratici di elezioni e i Lo (1g ARA ID., Pel risanamento finanziario degli Enti Locali. Relazione per i comizi di propaganda del Partito Nazionale Fascista, Ibidem, 30 agosto 1922. Entrambi i programmi furono in seguito pubblicati in PNF, Pe/ risanamento della finanza pubblica. Relazioni di Massimo Rocca e dell'On. Ottavio Corgini sulla situazione finanziaria dello Stato e degli Enti Locali, Roma, [s.i.t.], 1922. Rocca era a capo di una commissione finanziaria, incaricata di organizzare i comizi. Rocca  loratore principale a Genova, Livorno, Savona, Alba - dov previsto un suo contraddittorio con Sturzo, saltato allultimo momento (cfr. Il Popolo dItalia) - e Palermo. di discussioni, i Gruppi di Competenza dovevano essere posti sotto la diretta sorveglianza degli organi direttivi del partito. Nella sua relazione al congresso fascista di Napoli, ufficialmente convocato per discutere i problemi del Mezzogiorno, Rocca illustr dettagliatamente il progetto di statuto/regolamento, dicendosi altres convinto che i Gruppi di Competenza avrebbero recato un contributo alla soluzione della questione meridionale?. Sul meridionalismo di Rocca, che egli avrebbe in seguito rivendicato come un titolo di merito,  necessario aprire una parentesi. Gi da qualche tempo prima del congresso napoletano, il fascismo, che al sud mancava di una robusta struttura organizzativa, mirava a mettere radici nel meridione. Daltronde, lipotesi - ormai sempre pi concreta - di una marcia su Roma presupponeva, per la sua attuazione, una penetrazione politica e militare anche nei territori a sud della capitale. Si  riunita la Direzione del PNF, per studiare lorganizzazione fascista in rapporto ai bisogni delle regioni meridionali e delle isole, e definire lordine del giorno della prevista adunata partenopea. Nel corso della discussione Rocca si era mostrato scettico sullopportunit di considerare la questione meridionale anche in relazione alle tematiche riguardanti lordinamento del partito un problema a se stante, slegato dalla pi complessa realt nazionale, e aveva espresso il timore che il congresso potesse risolversi in una contrapposizione artificiosa tra nord e Il Popolo dItalia A norma dello statuto, che ottenne l'approvazione della Direzione del PNF nel dicembre, i Gruppi di Competenza (ripartiti in sette rami principali: industria, commercio, agricoltura, trasporti, amministrazione pubblica, scuola e difesa) si dividevano in locali, provinciali e nazionali, nominati rispettivamente dai Fasci, dalle Federazioni provinciali e dal Segretariato nazionale. Il numero dei componenti i singoli gruppi non doveva eccedere i venti elementi, scelti, secondo il criterio della capacit professionale, in tutte le classi sociali, e, in ogni caso, iscritti al Partito Fascista. Compito precipuo di tali gruppi doveva essere quello di offrire un sostegno tecnico qualificato agli organismi dirigenti del fascismo; e, a tal fine, di compiere indagini, raccogliere materiale di studio, emettere pareri, compilare proposte e relazioni, che servissero di guida al partito e ai sindacati. Ai Direttori fascisti dei capoluoghi di circondario e a quelli provinciali era fatto obbligo di richiedere il parere dei Gruppi ogni qual volta avessero dovuto assumere decisioni su problemi anche solo in parte tecnici, e quando si fosse trattato di dirimere eventuali vertenze sociali. In questo caso lo statuto prevedeva che i Gruppi, o parte di essi, potessero essere costituiti in apposite commissioni arbitrali, atte a comporre i conflitti tra capitale e lavoro. Lo statuto/regolamento dei Gruppi di Competenza, con lannessa relazione, si trova anche in Rocca, Relazione al Gran Consiglio Fascista sui Gruppi di Competenza. Relazione introduttiva e statuto/regolamento. I Gruppi di Competenza nella nuova vita nazionale. Discorso pronunciato alladunata di Napoli: vigilia della Marcia su Roma, Milano, Imperia, Cfr. Il Popolo dItalia, sud del Paese, o, peggio, in una guerra di frazione o di campanile tra le diverse regioni del Mezzogiorno. Nellinsieme, si pu dire che il torinese Rocca non manifesta una particolare sensibilit verso i problemi del meridione. Eppure, nei mesi che seguirono la nomina di Mussolini a capo del Governo, egli  uno dei dirigenti fascisti maggiormente presenti al sud. Rocca compe un viaggio di studio in Sicilia per conto della Direzione del partito, e ne rifere al Gran Consiglio. Sembra peraltro che nel corso delle sue frequentazioni siciliane egli rimane invischiato in affari torbidi (connessi alla gestione del consorzio zolfifero), che ne hanno in qualche misura condizionato il futuro politico. Il punto  oscuro, ma deve essere richiamato, dal momento che, tra le accuse mosse a Rocca da Farinacci e dagli altri ras provinciali nel pieno della polemica revisionista, quelle di corruzione hanno un peso non secondario. Stando a quanto ammesso dallo stesso Rocca al segretario del Fascio di Londra (dove Rocca si trova per seguire i negoziati in atto tra i produttori di zolfo italiani e nordamericani), egli ha i primi contatti con i responsabili del consorzio zolfifero siciliano alla vigilia del congresso di Napoli, in occasione di un suo comizio palermitano nellambito della campagna fascista per il risanamento finanziario? Il Governo Mussolini - dichiara Rocca al suo intervistatore - doveva impegnarsi a fondo per risollevare le sorti dellindustria zolfifera siciliana, da tempo alle prese con una grave crisi, anche attenuando il proprio intervento nelle faccende del Consorzio. Ora, a quanto risulta da un documento conservato nelle carte di PS (un dattiloscritto anonimo), alla sollecitudine dimostrata da Rocca verso le sorti dellindustria zolfifera sarebbe in realt corrisposta una ricca contropartita. I produttori di zolfo, riuniti in consorzio, avevano dato vita a un comitato di agitazione, allo scopo di esercitare pressioni sul Governo e di ottenerne provvedimenti a favore del settore. Trovandosi a corto di liquidi, detto comitato aveva prelevato Importante convegno a Roma della Direzione del PNF, Il Popolo dItalia Cfr. PNF, Il Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era fascista, Roma, Editrice Nuova Europa, Secondo quanto riferito dallo stesso Rocca, egli avrebbe individuato nella regolazione delle acque e nel miglioramento delle vie di comunicazione la misura immediata e necessaria, sebbene non sufficiente per attenuare i disagi delle popolazioni meridionali (Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura PELIZZI, La questione degli zolf e altre cose. Un'intervista con Massimo Rocca, Il Popolo dItalia arbitrariamente la somma di 25.000 lire dal fondo assicurazioni del sindacato zolfatari, senza farne menzione nellobbligo di rendiconto. La decisione, chiaramente illegale, aveva incontrato lopposizione tanto del Ministro del Lavoro del Governo Facta, quanto del suo successore nel nuovo esecutivo a guida fascista, il popolare Stefano Cavazzoni. A questo punto - secondo la medesima fonte -, sarebbe entrato in gioco Massimo Rocca, il quale, dietro adeguata ricompensa, avrebbe fatto valere il proprio peso politico, intercedendo con successo a favore del consorzio zolfifero. Le informazioni contenute nella relazione citata rispondevano probabilmente al vero, ma non  da escludere, tenuto conto del momento in cui il documento in questione vide la luce (al termine, cio, della seconda ondata revisionista), che esse fossero montate ad arte nel tentativo di screditare Massimo Rocca, divenuto nel frattempo un oppositore dichiarato del Governo. AI di l dei proclami ufficiali, lassise napoletana serv quale adunata generale in vista della marcia su Roma. Gi da tempo, e precisamente dopo la prova di forza offerta dalle camicie nere in occasione dello sciopero legalitario indetto dall Alleanza del Lavoro alla fine di luglio, molti capi fascisti meditavano il colpo a sorpresa. Gli stati maggiori del fascismo, riunitisi a Milano, a pochi giorni dalla conclusione dello sciopero, avevano discusso a lungo sulleventualit o meno di un'insurrezione armata. Insieme a Grandi, Rocca  il pi convinto fautore della via legalitaria, mentre la linea insurrezionale aveva trovato i suoi propugnatori soprattutto in Farinacci, Balbo e lo stesso segretario del partito Bianchi. Dopo la marcia Cfr. ACS, CPC, Busta [Rocca]. Limportante vertice romano (erano presenti i membri della Direzione, del Gruppo parlamentare, del Comitato Centrale e la segreteria della Confederazione delle Corporazioni) era stato dominato dalla relazione di Bianchi sulla situazione politica. Il segretario del PNF aveva chiaramente lasciato intendere che il fascismo, dopo la dimostrazione di forza offerta nei giorni dello sciopero legalitario, non era pi disposto a tollerare lo sfacelo del Paese e si sarebbe impadronito del potere con le buone o con le cattive. Rispetto alle due tendenze, la legalitaria e linsurrezionale, delineatesi nel corso della discussione intorno alla relazione Bianchi, Mussolini, come suo costume, si era tenuto a mezza via, e i due ordini del giorno votati il 13 agosto (il primo, per listituzione di un comitato militare ristretto; il secondo, firmato anche da Massimo Rocca, reclamante lo scioglimento anticipato della Camera e lindizione di nuove elezioni) rispecchiavano la posizione ambivalente del duce. Cfr. / lavori del Comitato Centrale del Partito Nazionale Fascista, Il Popolo dItalia Cfr. ANTONINO REPACI, La marcia su Roma, Milano, Rizzoli, su Roma (a cui egli non prese parte) e la nomina di Mussolini alla Presidenza del Consiglio, Rocca si convinse sempre pi che lascesa al potere del fascismo, con lassunzione di responsabilit chessa comportava, dovesse chiudere per sempre la fase eroica della rivoluzione e inaugurare quella della ricostruzione, in spirito di concordia nazionale, e soprattutto - nellassoluto rispetto della legalit. Lesigenza di porre un freno alle intemperanze dello squadrismo era del resto avvertita, oltre che dallo stesso Mussolini, da molti fascisti della prima ora, tra i quali Edoardo Malusardi. Nelle sue continue peregrinazioni (egli stesso amava definirsi un nomade), dopo aver retto per qualche tempo la Federazione Sindacale padovana??, Malusardi era giunto a Sestri Ponente, in provincia di Genova, dove aveva assunto il duplice incarico di segretario politico del Fascio e di direttore del locale organo fascista I fascisti di Sestri Ponente si radunarono in assemblea straordinaria.  in discussione il tema della violenza, reso scottante a motivo dei reiterati episodi di squadrismo verificatisi in molte zone del genovese Malusardi, secondo limpostazione cara anche a Rocca, a Gioda e ai fascisti pi moderati (una forma mentis di cui abbiamo gi rimarcato i limiti intrinseci), rilev che la violenza squadrista, utile e legittima fintantoch si manteneva chirurgica e cavalleresca, non era giustificabile quando assumeva i caratteri della prevaricazione. Inoltre, dopo lascesa al governo del fascismo, le camicie nere avevano lobbligo, insieme morale e politico, di essere disciplinate. Su questo punto di grande importanza v. altres CHIURGO, Storia della Rivoluzione fascista, Firenze, Vallecchi, e NELLO, Dino 4 Grandi: la formazione di un leader fascista Cfr. ACS, CPC, Busta [Malusardi]. Malusardi  chiamato a Padova e vi si  trattenuto, contribuendo, grazie alle sue capacit di organizzatore e di propagandista, e alla vena popolare del suo fascismo, alla rinascita del Fascio padovano. Il suo maggior successo  il raggiungimento di un concordato con la locale Associazione Agraria, alla fine di giugno. L'accordo  tendenzialmente favorevole ai lavoratori (prevedeva, tra le altre cose, le otto ore lavorative, limponibile di mano dopera e la creazione di commissioni paritetiche per dirimere i conflitti dinteresse), e Malusardi, ligio ai propri convincimenti sindacalisti, si era adoperato per imporne il rispetto agli agrari, anche i pi riottosi. Di fronte ai numerosi tentativi di boicottaggio da parte dellassociazione padronale, il congresso sindacale provinciale si conclude con un ordine del giorno molto duro, nel quale sinvocava unopera decisa ed inesorabile, per far piegare, innanzi al giusto ed unanime diritto del lavoratore, i [...] datori di lavoro (Il Lavoro dItalia. Malusardi rimase a Sestri Ponente sino alla fine di dicembre. Cfr. ACS, CPC, Busta 2964 [Malusardi Edoardo]. Noi non possiamo pi sostenne Malusardi a proposito dellautorit politica I scavalcarla ed esautorarla, bens la dobbiamo coadiuvare e vigilare perch applichi inflessibilmente lo imperio della legge. E conclude: Lasciate stare, dunque, o amici, il manganello, lolio di ricino, la gradassata inutile, e chiedete invece delle biblioteche e delle scuole di cultura Aspettative e delusioni Nonostante gli auspici di molti la nomina di Mussolini alla Presidenza del Consiglio non attenu affatto le brutalit fasciste, che anzi subirono unimpennata, culminando nella strage di Torino. L'episodio  fin troppo noto e costituisce una delle pagine pi fosche nella storia del fascismo, che qui giova rievocare soprattutto per le conseguenze che ebbe sulle sorti politiche di Gioda e di Rocca. Accampando come dabitudine il pretesto di vendicare l'uccisione di due camerati, gli squadristi torinesi, capeggiati da Brandimarte, scatenarono una sanguinosa rappresaglia contro le organizzazioni socialcomuniste. In quella che Salvemini define una vera orgia di sangue trovano la morte una ventina di persone, tra le quali lex anarchico Berruti, consigliere comunale comunista e noto L'assemblea straordinaria del Fascio, Giovinezza. sn i pa del dicembre  solo lapice di una lunga teoria di fatti di sangue. In un telegramma al Ministro Di Interni, il Prefetto di Torino mostrava di aver perfettamente compreso la situazione (Articoli comparsi su ultimi numeri del giornale fascista Il Maglio - O rivelano chiaramente intenzione riprendere atti violenza contro organizzazioni comuniste accendono rancori di parte che potranno esplodere in forma violenta ed improvvisa) e chiedeva linvio di rinforzi. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. gen. PS, Affari gen. e ris., Busta [Fascio di Torino]. : It i La ricostruzione pi accurata di questi drammatici avvenimenti si trova in FELICE, I fani di Torino in Studi Storici, SALVEMINI, Scritti sul fascismo, Milano, Feltrinelli, esponente del Sindacato Ferrovieri. Gioda, il cui potere effettivo allinterno del Fascio torinese era andato vieppi scemando (tanto che, negli ultimi mesi, la sua attivit si era limitata a curare le corrispondenze per Il Popolo dItalia), non ebbe alcuna responsabilit nellaccaduto?* ed anzi, al pari di Rocca, non si fece scrupolo di biasimare la ferocia degli squadristi. Vecchi, al contrario, sebbene egli stesso personalmente estraneo ai fatti, se ne attribu la paternit, a nessun altro scopo - come sembra - se non quello di riaffermare, ad onta di Gioda e dello stesso Mussolini (che aveva incaricato una commissione dinchiesta di far luce sullaccaduto), la sua | figura di ras di Torino e del Piemonte? Con una mossa a effetto, carica per di significati politici - e non solo per quanto atteneva agli equilibri interni del fascismo torinese -, Rocca e Gioda fecero giungere una corona di fiori sul feretro di Berruti, loro amico di giovent ?. Gli squadristi - nota Rocca a distanza - non gli avrebbero mai perdonato quel gesto. Episodi come quello di Torino contrastavano drammaticamente con la | necessit - posta in evidenza da Rocca e non da lui soltanto - di una | normalizzazione del fascismo. I primi mesi di vita del governo Mussolini Sulla figura di Berruti v. ANDREUCCI, DETTI, Gioda scrisse che la mobilitazione fascista era stata ordinata a sua completa insaputa. Cfr. FELICE, / fatti di Torino Popolo FELICE, / fatti di Torino del dicembre 1922, cit., p. 82. % Cfr. GIODA, Un nobile gesto fascista in morte del comunista Berruti, Il Popolo dItalia. Gioda scrive di Berruti chegli era indubbiamente un uomo in buona fede e dotato di qualit intellettuali non comuni. Cfr. MASSIMO Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura Linchiesta ordinata da Mussolini, affidata a Giunta e Gasti, accerta le gravissime responsabilit degli squadristi torinesi. Nonostante le risultanze delle indagini, il Gran Consiglio si limit a statuire lo scioglimento del Fascio di Torino, delegando lincarico della sua ricostruzione allo stesso De Vecchi, nominato fiduciario con pieni poteri, mentre Gorgolini e Gobbi (due dei pi stretti collaboratori di Mario Gioda), autori di un memoriale contro il quadrumviro, furono addirittura espulsi dal PNF, per esservi riammessi solo nel dicembre. Il deliberato del supremo organo fascista, chiaramente compromissorio, non significava che Mussolini avesse perdonato a Vecchi la sua indisciplina. Di l a pochi mesi, infatti, il quadrunviro fu dapprima allontanato dal Governo, ove ricopriva il ruolo di sottosegretario alle pensioni e allassistenza militare, quindi, dopo la sua nomina a governatore della Somalia, costretto a lasciare lItalia. In una vibrante lettera a Mussolini, poi allegata agli atti dellinchiesta, In un discorso al Teatro Ambrosiano, il quadrumviro difese loperato di | Brandimarte e si assunse la responsabilit politica e morale della strage. Cfr. La Gazzetta del | furono segnati da questa stridente contraddizione, in un difficilissimo equilibrio tra disordine e legalit, spinte eversive e propositi riformatori, ricerca del consenso e violenza indiscriminata. Sebbene funzionale agli interessi del partito, il dibattito sulla legge elettorale, che monopolizz la vita politico/parlamentare italiana  UNO DEI POCHI MOMENTI REALMENTE COSTRUTTIVI DEL FASCISMO. Rocca, gi da tempo schierato per il ritorno al sistema maggioritario, entr nella speciale commissione per la riforma elettorale nominata dal Gran Consiglio, primo passo verso quella che sarebbe diventata la legge Acerbo. Per un certo MITA] riguardo si veda larticolo // processo alla proporzionale, in Il Risorgimento. Sulla delicata questione del sistema elettorale Rocca ha un vivace scambio di vedute con Farinacci, fautore di un ripristino delluninominale puro. In una lettera a Farinacci, Rocca defin un passo indietro, anche rispetto al deprecato sistema proporzionale vigente (che se non altro aveva avuto il merito di immettere sangue nuovo nellasfittica vita parlamentare italiana), uneventuale reintegrazione del collegio uninominale; una formula dominata dalle aderenze, dalle amicizie, dalle clientele personali, coltivate non sempre con mezzi leciti ed onorevoli, e che per di pi aveva il difetto di acutizzare Io spirito campanilistico (La discussione sul sistema uninominale. Una lettera di Massimo Rocca all'on. Farinacci, Cremona Nuova). Nella sua pronta replica, Farinacci obietta che la rivoluzione fascista ha a tal punto innovato i costumi politici deglitaliani che il ristabilimento delluninominale non puo considerarsi un semplice ritorno al passato. Se allora, nel passato sosteneva Farinacci sono le clientele che decideno, adesso sarebbero da una parte il criterio e il giudizio della Federazione provinciale fascista e dallaltra la conoscenza personale del corpo elettorale e il suo giudizio, non pi formulato in virt della potenza della clientela, ma in forza del valore del candidato, facilmente apprezzabile dagli elettori per la loro educazione fascista. Quanto al problema del campanilismo questione niente affatto trascurabile, soprattutto qualora la si consideri alla luce delle future polemiche tra Rocca e Farinacci in merito al fascismo provinciale -, il ras di Cremona fu ancora pi esplicito. Tu rimprovera infatti a Rocca prescindi dallefficacia del nostro movimento, che ha allargato la visione dei singoli i quali sono inclinati, merc lopera nostra, a conciliare linteresse della provincia con quello della nazione, subordinando luno allaltro (FARINACCI, // perch del ritorno al collegio uninominale). a conclusione dei suoi lavori, la commissione (di cui facevano parte, oltre a Rocca, Michele Bianchi, Roberto Farinacci, Rossi, Maraviglia, Bastianini e Sansanelli) si pronuncia ufficialmente per il sistema maggioritario secondo uno schema elaborato da Bianchi e contro luninominale. Rocca, che si trova in Sicilia e non pot esser presente alla riunione, invia una lettera di piena adesione, di cui da conto lo stesso Bianchi (cfr. Il Popolo dItalia). Il Gran Consiglio accett le decisioni della commissione (il progetto Bianchi raccolse 21 voti a favore, contro i 2 ottenuti da Farinacci. Cfr. PNF, // Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era fascista), dopodich il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Giacomo Acerbo, fu incaricato di stendere il relativo disegno di legge. Questo, sottoposto allesame preventivo di una commissione parlamentare interpartitica (la cosiddetta commissione dei VIT PATTI VENI "TV ZO E TOPO VOTO VI VITTI E PP TI periodo, parve che alla riforma elettorale com'era negli auspici di Michele Bianchi e dello stesso Rocca - potesse accompagnarsi una pi ampia azione di rinnovamento istituzionale. Nellultima seduta della sessione di aprile il Gran Consiglio deliber la creazione di un Gruppo di Competenza per la riforma costituzionale, affidandone la presidenza proprio a Rocca?!. Dinanzi allallarme suscitato negli ambienti liberali da queste manovre Rocca si affrett ad assicurare ogni patriota in buona fede che n listituto monarchico, n i principi informatori dello Statuto sarebbero stati messi in discussione. In realt, proprio la diffidenza manifestata dagli altri partiti della maggioranza e il timore che essa potesse incidere negativamente sul cammino della legge elettorale, indussero Mussolini a lasciar cadere ogni velleit riformatrice. Rocca, che finalmente intravede la possibilit di legare il proprio nome - e la funzione stessa del fascismo - ad unopera propositiva di riforma, ne resta amareggiato. Questa volta scrive a distanza di tempo la delusione  profonda. Il movimento fascista, che da quattro anni parla senza tregua di rivoluzione e gi ne invocava i pretesi e illimitati diritti contro ogni critica, non osava intraprendere la pi modesta riforma, meno radicale di quella corporativa attuata dANNUNZIO (si veda) a Fiume; una riforma capace di giustificare, dinanzi ai contemporanei e ai posteri, le gesta passate del fascismo, il dominio presente, la chiara intenzione di prolungarlo nel futuro, la retorica sulla nuova era dischiusa al Paese, le eccessive intemperanze verbali e le violenze illegali. La sua rivoluzione si riduceva dunque ad un'etichetta, dal significato puramente negativo, comodo pretesto per trascurare la legalit | vigente, senza per curarsi di foggiarne unaltra qualsiasi. Mussolini trascurava diciotto) - che lo approv -, fu ratificato dalla Camera il 21 luglio, dopo una lunga discussione. Su tutti questi punti v. FELICE, Mussolini il fascista Cfr. PNF, I! Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era fascista Il Gruppo comprendeva anche: Bianchi (presidente), Costamagna (segretario), Corradini, Maraviglia, Casalini, Rossoni, Tamaro, Panunzio, Lolini, Gatti e Vecchio. Il Popolo dItalia, FELICE, Mussolini il fascista Fedele a una visione tecnocratica della politica, Rocca si apprestava a presentare uno schema di riforma i cui punti chiave erano: il riconoscimento giuridico dei sindacati dogni categoria e dogni classe; lelezione, da parte dei dirigenti e delle federazioni sindacali, di consigli tecnici dell'economia, comprendenti tre classi, a livello locale, provinciale e nazionale; il divieto di sciopero nei servizi pubblici; il passaggio automatico al Senato vitalizio dei presidenti del Consiglio uscenti, per togliere loro ogni preoccupazione elettorale ed assicurare il contributo dei migliori uomini agli affari pubblici; il divieto al Parlamento di proporre nuove spese; lapprovazione in blocco dei singoli bilanci (MASSIMO ROCCA, Come il fascismo divenne una dittatura, cit., p. 138). un'occasione unica di mostrarsi grande e dimporsi, col suo prestigio di riformatore, ai capi locali che cercavano di scimmiottarlo nei suoi atteggiamenti esteriori La delusione di Rocca fu tanto pi grande in quanto allaccantonamento dei disegni di riforma costituzionale si aggiunse il concomitante naufragio dei Gruppi di Competenza, liniziativa nella quale egli aveva riposto le maggiori speranze. In unintervista a un quotidiano romano (riprodotta in parte anche da Il Popolo dItalia), Rocca, pur ribadendo che i Gruppi di Competenza, nati da unidea prettamente aristocratica, rappresentavano la maggior novit del fascismo, riconobbe che la loro attuazione dipendeva dalla volont del Governo di utilizzarli?9. Dietro questa semplice constatazione si nascondeva lamara consapevolezza delle grandi difficolt fin l incontrate dai Gruppi allinterno stesso del fascismo (si tenga presente che, a quasi quattro mesi dallentrata in vigore dello statuto/regolamento, i soli due Gruppi realmente funzionanti erano quello per la pubblica amministrazione e quello per leducazione, questultimo, peraltro, in pessimi rapporti con il ministro Gentile) AI Gran Consiglio del 17 marzo, Rocca, dopo aver riferito sulla situazione generale dei Gruppi, afferm la necessit di riconoscere loro una franca autonomia, sola condizione per garantirne un'effettiva operativit. Nei mesi successivi qualcosa parve smuoversi, al punto che, al Gran Consiglio del 28 luglio, Rocca pot annunciare l'avvenuta costituzione di 178 Gruppi di Competenza provinciali, ottenendo lassicurazione che gli organi direttivi del partito avrebbero fatto il possibile per promuoverne lo sviluppo. Nonostante le apparenze, tuttavia, i Gruppi di Competenza conducevano unesistenza stentata, senza un reale collegamento gli uni con gli altri e con la segreteria nazionale, mal visti e spesso dichiaratamente osteggiati dai fiduciari del partito e dalle stesse corporazioni! Linsorgere della prima crisi revisionista, conclusasi con linsuccesso di Rocca, diede loro il definitivo NicoLA Pascazio, /l Gran Consiglio, i Gruppi di Competenza, la burocrazia, la scuola, l'Istituto delle Assicurazioni. Intervista con Rocca, Il Giornale dItalia. A questo riguardo v. CORDOVA, op. cit., pp. 166-167. 258 PIF, /l Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era fascista V. altres / gruppi di competenza e la riforma della scuola nella relazione di Rocca al Gran Consiglio Fascista, Il Popolo dItalia. Cfr. PNF, /l Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era fascista E? estremamente significativo, ad esempio, che il primo consiglio nazionale delle Corporazioni, riunitosi a Roma il 30 giugno 1923, non avesse minimamente affrontato il tema dei Gruppi di Competenza. Cfr. CORDOVA, op. cit., p. 164. colpo di grazia. Complessivamente, quindi, il primo anno di vita del governo Mussolini non rispose alle aspettative, personali e politiche, di Massimo Rocca e non v dubbio che fu proprio la disillusione a indurre l'ex anarchico alla sua ultima battaglia polemica. Fatale alle aspirazioni rinnovatrici di Rocca, mentre Mario Gioda tornava faticosamente alla vita politica (il Fascio di Torino, sciolto in conseguenza dei fatti del dicembre, fu ricostituito), il biennio vide la consacrazione di Malusardi come dirigente sindacale; e tuttavia non sembri un paradosso -, proprio nel 1924 la carriera dellex stuccatore rischi di spezzarsi per sempre. AI pari dei suoi vecchi compagni sebbene su un piano diverso -, anche Malusardi si trov a dover fare i conti con la trasformazione del fascismo in regime. Malusardi lasci Sestri Ponente, per dirigere la Federazione sindacale di Firenze. In pochi mesi egli seppe conferire allorganizzazione corporativa dellarea fiorentina maggiore stabilit ed efficienza. Nell'agosto, a coronamento dei suoi successi, Malusardi fu nominato segretario della Corporazione nazionale del vetro, da poco costituita, Quali fossero gli orientamenti generali del fascismo in materia sindacale e quanto essi si discostassero dalla concezione operaista di Malusardi, alimentata dai miti corridoniano e dannunziano, lo mostr chiaramente il cosiddetto patto di Palazzo Chigi, stipulato tra la Confederazione delle Corporazioni e la Confindustria, un accordo che segn il fallimento, almeno nellindustria e in quel momento, dellipotesi di In seguito alla sua sospensione per tre mesi da ogni attivit di partito, Rocca lascia la segreteria dei Gruppi di Competenza al suo vice Costamagna, che la assunse a titolo definitivo. Nel frattempo, il Gran Consiglio daveva disposto la trasformazione dei Gruppi in Consigli Tecnici nazionali, organismi ancor pi evanescenti, dei quali ben presto non sarebbe rimasta traccia. Cfr.AQUARONE al Teatro Scribe, ha luogo l'assemblea del Fascio per lelezione del nuovo Direttorio. Questo, radunatosi quattro giorni dopo, riconferm segretario politico Mario Gioda. Cfr. Il Maglio, 2 giugno 1924, e Il Popolo dItalia. Cfr. MALUSARDI, Elementi di storia del sindacalismo fascista, E A n past p In base alla relazione presentata da Malusardi al primo consiglio nazionale delle Corporazioni, le corporazioni operanti nella provincia di Firenze sei mesi dopo il suo arrivo a Firenze  erano XIV (I agricoltura, II commercio, III industria, IV impiego, V professioni intellettuali, VI scuola, VII sanit, VIII dipendenti monopoli e aziende statali, IX stampa, X teatro, XI trasporti e comunicazioni, XII ospitalit nazionale, XIII industrie artistiche, e XIV belle arti), per un totale di circa 50.000 iscritti. Cfr. Il Lavoro dItalia, Ctr. sindacalismo integrale. Lintesa, fondata sul principio della collaborazione e raggiunta grazie alla mediazione decisiva del governo, sollev tensioni e contrasti allinterno del sindacalismo fascista. Si riun a Roma il consiglio nazionale delle Corporazioni, nel corso del quale si manifestarono due tendenze: la prima (pi conciliante e che fin per prevalere) facente capo a PANUNZIO (si veda) e sostenuta dal segretario generale Rossoni, per il sindacato unico obbligatorio e il riconoscimento giuridico dei contratti collettivi di lavoro; la seconda, rappresentata da Bagnasco e Malusardi, a favore dellazione diretta contro glindustriali. Nel clima di confusione seguito al rapimento e allassassinio di Matteotti, Malusardi si dimise dalla segreteria dei sindacati fascisti fiorentini (dove  sostituito da Lusignoli) 2.  un primo atto di ribellione, al quale fa seguito la costituzione - con Galbiati (segretario della Corporazione nazionale dellarte bianca) e altri dirigenti sindacali milanesi - dun comitato dazione per rigenerare le Corporazioni, Nellordine del giorno diramato a mezzo stampa dal Comitato si denunciavano la debolezza, lincertezza programmatica e lautoritarismo che contraddistinguevano lopera delle Corporazioni fasciste, e sinvoca un totale revisionismo, nei metodi, nei programmi e nel gruppo dirigente. Le Corporazioni proseguiva il documento - dovevano agire in senso nettamente sindacalista, avendo presenti gli interessi effettivi della classe produttiva, senza lasciarsi condizionare da pregiudizi ideologici (di lotta di classe e di collaborazione aprioristica) e politici, ma anzi ricercando l'intesa con le masse e le organizzazioni che si muovevano sul terreno nazionale. Quanto ai rapporti con il Partito Fascista, questi dovevano essere fissati in forma di libera e consapevole alleanza? Pochi giorni dopo, PERFETTI, Il sindacalismo fascista. Su questi punti v. CORDOVA. PERFETTI, Il sindacalismo fascista. Per la cronaca del congresso v. Il Popolo dItalia, e Il Lavoro dItalia. Cfr. La crisi del fascismo fiorentino, La Giustizia. Cfr. Un sintomatico pronunciamento fra i dirigenti delle Corporazioni milanesi, La Voce Repubblicana. AEREI ; i i Dal 13 settembre il Comitato inizi le pubblicazioni di un proprio settimanale: LIdea Sindacalista. Jai Un sintomatico pronunciamento fra i dirigenti delle Corporazioni milanesi, cit. (La Voce Repubblicana, che, da sempre ferocemente critica nei confronti degli orientamenti sindacali del fascismo, segu con grande attenzione gli sviluppi della crisi, defin una diagnosi perfetta quella contenuta nellordine del giorno del Comitato milanese). Direttorio nazionale delle Corporazioni sanzion lallontanamento dal movimento sindacale fascista di Galbiati e Malusardi?!, il quale per, allinizio di ottobre, dette le dimissioni dal Comitato, ottenendo il ritiro del decreto di espulsione. Non  chiaro per quale motivo Malusardi si decise a quella mossa, ma  certo che, cos facendo, egli salvaguard la propria carriera politica. Pertanto, pur senza mai rinnegare del tutto le proprie radici anarcosindacaliste (si pu dire infatti che la sua azione nellambito del sindacalismo fascista continu a vivere di velleit operaiste) ??, Malusardi la cui fedelt al fascismo non fu comunque mai in discussione - rientr | disciplinatamente nei ranghi, adeguandosi sempre pi ai modelli imposti dal regime. Nell'autunno del 1924, preludio allavvento di una lunga dittatura, si concluse quindi almeno formalmente la vicenda libertaria di Malusardi: unuscita di scena meno appariscente di quella toccata in sorte a Massimo Rocca e a Mario Gioda, ma egualmente emblematica. Si riune a Roma il Direttorio nazionale delle Corporazioni. L'iniziativa di Malusardi e Galbiati fu liquidata come latto di quattro persone che non avevano alcuna autorit e alcun seguito. Cfr. Il Popolo dItalia Hi Provvedimenti del Direttorio delle Corporazioni. Sullintera vicenda v. CORDOVA 2a Dimissioni!, LIdea Sindacalista Un mese dopo Malusardi presenzia regolarmente al secondo congresso nazionale delle Corporazioni (Roma). Cfr. Il Popolo dItalia. Esemplare, a questo proposito, lesperienza di Malusardi come segretario dellUnione provinciale dei sindacati fascisti di Torino, segnata dai continui contrasti con l'Unione industriale fascista, e la FIAT in particolare (al riguardo v. SAPELLI, Fascismo, grande industria e sindacato. Il caso di Torino, Milano, Feltrinelli. Le aspirazioni libertarie di Malusardi trovano un ultimo rifugio nellutopie socializzatrici della Repubblica Sociale, nella quale egli ha comunque un ruolo defilato e la cui funesta parabola non gli risparmia dolori e amarezze (uno dei suoi figli, divenuto partigiano,  fatto prigioniero dai fascisti e condannato a morte, Malusardi si rivolge a Mussolini, il quale intervenne personalmente affinch al ribelle  risparmiata la vita. Cfr. ACS, REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, Segreteria particolare del duce. Nel dopoguerra, nonostante la non pi verde et, Malusardi partecipa attivamente alla vita politica e sindacale nelle file della CISNAL. Il suo approccio alle questioni del lavoro resta di fatto immutato, sentimentalmente ancorato alle memorie di Corridoni e Annunzio (a titolo di esempio si vedano i saggi Corridoni e Socialit di ANNUNZIO (si veda), pubblicati da Malusardi su una risorta edizione de Il Maglio. Muore a Torino. Sulla figura e lopera di Edoardo Malusardi, quale rappresentante dellala sinistra del fascismo, v. infine PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino, 2000, ad indicem. Linizio della polemica revisionista  giustamente fatto coincidere # L pubblicazione su Critica Fascista, dell articolo Rocca Fascismo e paese . Gi da qualche mese, tuttavia, dinanzi al protrarsi delle illegalit fasciste, i settori pi lungimiranti del PNF -e I ambienti ad essi vicini - avvertivano con crescente inquietudine l urgenza di un cambio di rotta, di una nuova fase che segnasse il definitivo inserimento del fascismo nellordine statutario. Intervenendo alla Camera, lon. Misuri, gi parlamentare fascista, anticipa, di fatto, alcuni dei temi poi sollevati da Rocca nel suo celebre articolo. In RT Misuri chiede la smobilitazione delle squadre e | inclusione le ; MVSN nellesercito regolare; la cessazione, da parte del segretario si Partito Fascista e dei responsabili dei singoli Fasci, d ogni ingerenza srt; i affari di competenza dellesecutivo e delle prefetture; ! allargamento va base del Governo a tutte le sane correnti nazionali. Il discorso kr deputato perugino, al quale si sarebbe associato Ottavio i Lee Di breve stagione del dissidentismo fascista (almeno di quello mo lerato, ch Di furono altri tipi di dissidentismo) , fenomeno parallelo e in un certo sen Larticolo usc simultaneamente anche sulle pagine de Il Giornale dItalia, che lo defin notevole. Lira : Epi ? Alfredo Misuri, di estrazione monarchico liberale, SE tra " n n pn i fasciste, dovette abbandonai Perugia. Eletto al Parlamento nelle file f, d a r i ua ito di duri i ltri maggiorenti del fascismo u Li 1922 a seguito di duri contrasti personali con al sa 1 di i P ta nel PNF rientr per bre i ismo, dopo la fusione deli Associazione Nazional is NF rientr | lst ferighi del fascismo, per esserne definitivamente espulso ai primi di a. MISURI, Rivolta morale: confessioni, esperienze e documenti di un uinquennio di vita italiana, Milano, Edizioni vana 1924. i i i 95-122. | testo completo del discorso v. /bidem, pp. ar  , h vira ore dalla conclusione del suo intervento, Misuri fu aggredito da alcuni sgherri fascisti, guidati dallufficiale della Milizia Arconovaldo Bonaccorsi, e malmenato Cs sullepisodio v. Per l'aggressione allon. Misuri, Il Giornale d Italia, 31 maggio 1 i ) Il dissidentismo conservatore di Alfredo Misuri e Ottavio Corgini trov lun pun concreta nel gennaio 1924, con la nascita dellassociazione Patria e Libert, evocante, gi: speculare = a quello del revisionismo. Nondimeno, a parte le riserve espresse dai dissidenti - e da Misuri in particolare sul revisionismo e su Massimo Rocca, tra le due eresie fasciste correva una differenza sostanziale. Come gi notava acutamente Giacomo Lumbroso nel 1925, mentre i dissidenti non nutrivano grandi speranze circa la capacit del fascismo di autoriformarsi (tant' che finirono per distaccarsene quasi subito), Rocca silludeva di far trionfare la propria idea da dentro il partito; credeva, in altri termini di poter cambiare il fascismo dal suo interno, nella convinzione - per dirla con le sue parole - che esso potesse realmente diventare lala marciante e riformatrice del liberalismo. In questo vizio dorigine, prima ancora che nei mutevoli umori di Mussolini e nella protervia di Roberto Farinacci e degli altri ras, in questa valutazione errata della vera essenza del fascismo (che avrebbe fatto della battaglia revisionista unestenuante e infruttuosa lotta di posizione) *, devono essere ricercate le ragioni ultime della sconfitta di Massimo Rocca. Come detto, larticolo di Rocca vide la luce su Critica Fascista, la nuova rivista di Giuseppe Bottai, che aveva iniziato le pubblicazioni il 15 giugno nel nome, taluni circoli monarchici piemontesi di fine Ottocento. Dopo il delitto Matteotti I associazione prese a pubblicare il settimanale Campane a stormo (poi riesumato da Misuri nellimmediato secondo dopoguerra). n Sul dissidentismo fascista, la sua complessa vicenda politica e le sue diverse coloriture e ramificazioni, v. principalmente LOMBARDI, Per le patrie libert: la dissidenza fascista tra mussolinismo e Aventino, Milano, Angeli, ma anche con pi esplicito riferimento alloperato di Misuri e Corgini, ZANI, L'Apsocio4iali costituzionale Patria e Libert, in Storia Contemporanea, ondamento delle loro critiche al revisionismo i dissidenti di Patria e Libert ponevano la considerazione che fosse ormai necessaria la liquidazione, non la revisione del fascismo. Pisi caotici costruttori di teorie, in quanto convinti di poter salvare qualcosa del ascismo, lavoravano inconsciamente per esso (Revisionismo, Campane), PSR A E e Cfr. LUMBRO050, La crisi del fascismo, Firenze, Vallecchi, Lumbroso (gi nella fiorentina Banda dello sgombero, una delle prime manifestazioni del dissidentismo fascista) era stato tra i promotori in Toscana dei Fasci Nazi nali, formazioni autonome che pretendevano riallacciarsi al fascismo puro delle origini. Fascista di animo e di azione sin dalla vigilia scriveva Lumbroso nelle pagine ug se suo da Ta sono rimasto tale perch non credo che la dottrina e lo spirito del cismo debbano confondersi collo scempio che ne  stato compi i inetti i f  iu indegni. RIA: dae Re) 2a  Massimo Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura. ZANI. Fin dai primi numeri, il periodico romano si era fatto interprete di una concezione legalitaria, costituzionale del fascismo. Sebbene muovendo da premesse culturali e politiche molto diverse, anche Bottai - come Rocca - riteneva finito il tempo della rivoluzione e chiedeva il rinnovamento del partito, la sostituzione del vecchio ceto dirigente fascista con una nuova lite che fosse in grado di guidare la ricostruzione del Paese. Un mese e mezzo prima che Rocca aprisse ufficialmente il fronte revisionista, un altro collaboratore di Bottai, lex sindacalista corridoniano Marsanich, chiara in modo inequivocabile lorientamento della rivista. Noi scrive Marsanich - diciamo che il nostro partito deve iniziare subito unopera di revisione, anzi di liquidazione, di certi suoi precetti e di certi suoi metodi, che se furono utili prima, oggi non servono pi, se non ad intorbidire le fonti della nostra forza ideale e politica. Intanto dobbiamo dire alto e forte che proprio uno dei nostri compiti necessari, in quanto lItalia  nata dal liberalismo e cresciuta nel parlamentarismo,  quello di ridonare al Parlamento il suo valore di massimo istituto storico e politico dellet nostra, di riconciliare insomma la Nazione col Parlamento. Il Partito Fascista dovrebbe ormai sentire la necessit di smobilitare e di proporsi nettamente, con un superiore obiettivo di sintesi nazionale, l'eventualit di avvicinarsi a molti, se non a tutti, i suoi nemici di ieri"! Essendo queste le premesse, era quasi inevitabile che Rocca, il quale da tempo esorta alla normalizzazione, trova in Bottai e nella redazione di Critica Fascista degli interlocutori attenti e ben disposti. Ma ? Sul ruolo avuto da Bottai e da Critica Fascista nel dibattito interno al fascismo durante il primo scorcio degli anni venti (con particolare riferimento al revisionismo) v. soprattutto MANGONI, L interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Bari, Laterza, GENTILE, GUERRI, Bottai fascista critico, Milano, Feltrinelli, BOTTAI, Disciplina, Critica Fascista. Che il fascismo, compiuta la sua rivoluzione e conquistate le leve del potere, dovesse por mano alla ricostruzione morale e materiale della Nazione, secondo un programma propositivo, era opinione largamente condivisa tra i fascisti pi politici. Lo stesso Mussolini, in una lettera a Bottai pubblicata sul secondo numero di Critica Fascista (e riprodotta anche da Il Popolo dItalia del 30 giugno), aveva scritto: Caro Bottai, prima ancora che il programma, mi piace il titolo della tua rivista, titolo che mi appare come un gesto di consapevole orgoglio e come un privilegio del nostro movimento. Il quale, raggiunto il suo secondo tempo costruttivo, deve affinare le sue capacit di controllo e di critica. !! Augusto DE MARSANICH, Revisione Su MARSANICH (si veda), figura di rilievo del regime mussoliniano e quindi, nel secondo dopoguerra, uno dei protagonisti del movimento neo-fascista, v. Dizionario biografico deglitaliani. cosa scrive Rocca che desta tanto clamore? La rivoluzione fascista questo in sintesi il suo pensiero aveva avuto il merito di strappare lItalia al baratro del bolscevismo, ma una rivoluzione aveva ragion dessere soltanto se finalizzata al bene della Nazione, di tutta la Nazione, e non alla propria autoconservazione. Il fascismo - spiega Rocca  dove servire il Paese e non viceversa, come preteso dai capi provinciali, i quali, interessati solo a perpetuare il loro piccolo potere, erano i primi responsabili del perdurare dellillegalit e del clima di tensione, da guerra civile permanente, che ancora dominava in certe regioni". Ora, nella battaglia intrapresa per la sprovincializzazione del fascismo, Rocca era convinto di trovare in Mussolini un alleato naturale, ma questopinione, se non mancava di riferimenti nella realt, non teneva nel dovuto conto la spregiudicatezza tipica del modus operandi del duce, ed era perci, in definitiva, frutto di una valutazione decisamente ottimistica. Scorrendo larticolo di Rocca si ha I impressione che lautore tendesse a sopravvalutare certe prese di posizione di Mussolini  che, pi o meno inconsapevolmente, finisse per attribuire al duce la propria personale visione del fascismo. I segni pi evidenti della volont conciliatrice del Presidente del Consiglio - scriveva Rocca - erano stati: la promessa, lanciata nel primo discorso in Parlamento, di utilizzare a servizio del Paese tutti gli elementi di valore, persino se provenissero dallestrema sinistra: lappoggio dato alle Corporazioni fasciste, fino a riconoscerle di fatto, se non di diritto, sebbene ospitassero nel loro seno vaste masse di non tesserati; I incoraggiamento ai Gruppi di Competenza, destinati a completare e correggere lopera sindacalista compiuta nei ceti proletari; la costituzione di un governo non esclusivamente fascista; l'immissione di ufficiali dellesercito nei quadri della Milizia, per maturarne la futura fusione con lesercito medesimo; il rifiuto ostinato, intelligente ed onesto, di soddisfare alle pretese dimpiegati e di favori da parte di troppi procaccianti in veste fascista, specie dellultima pes; Se pensiamo alla sorte ingloriosa che, complice proprio la caduta in disgrazia del loro mentore, sarebbe spettata di l a poco ai Gruppi di Competenza; alleffettivo strapotere della Milizia e, soprattutto, al vero e proprio esercito di profittatori, dintriganti e dincapaci che affollava lentourage di Mussolini (uno stato di cose a cui egli, forse per effetto della Cfr. MassIMo Rocca, Fascismo e paese, Critica Fascista. Larticolo, con altri due dello stesso periodo, si trova ri ilti i STE, con, prodotto sotto il titolo // l'Italia - anche in Idee sul fascismo. pan sua sfiducia negli uomini, trov sempre inutile opporsi), abbiamo la misura di quanto Rocca singannasse. In ogni caso, il suo articolo fu bene accolto da Il Popolo dItalia, che anzi ne fece pubblicamente l'elogio", e nel complesso, lungo tutta la durata della prima crisi revisionista, il giornale diretto dal fratello del duce, Arnaldo, ne incoraggi apertamente le fatiche. Mussolini stesso, del resto, sebbene senza mai esporsi in prima persona, dette una mano alla campagna revisionista, ma la ragione di questo suo favore non derivava tanto, come crede Rocca, da unintima convinzione ideale, bens - come ha ben sottolineato Felice (e com'era, daltronde, nel carattere del duce) - da considerazioni di opportunit politica. L'obiettivo allora perseguito da Mussolini, infatti,  quello di una graduale apertura verso le forze costituzionali (liberali, cattolici, ma anche socialisti riformisti), che consentisse un ampliamento e dunque un consolidamento della sua maggioranza. A questo progetto si opponevano scopertamente gli intransigenti alla Farinacci, ed ecco, perci, che lesistenza di una corrente revisionista, moderata, allinterno del fascismo, poteva servire a un duplice scopo: a rassicurare gli altri partiti e l'opinione pubblica sulle buone intenzioni del governo e a tenere a freno i ras, in vista di un possibile compromesso! Fu quindi grazie a Mussolini che il dibattito inaugurato da Rocca sulle pagine di Critica Fascista pot uscire dallambito piuttosto limitato della rivista di Bottai per diventare, grazie al coinvolgimento di altri organi di stampa, un fatto politico di portata nazionale'. Per rimanere allambito strettamente fascista, i giornali che pi degli altri si fecero carico di assecondare i disegni dei revisionisti furono tre: Il Corriere Italiano di Filippelli, L'Impero di Carli e Settimelli, e, inizialmente in misura pi sfumata, Il Nuovo Paese di Carlo Bazzi. Si trattava di fogli dalla linea editoriale incerta e contraddittoria e - ci che pi conta - legati a interessi equivoci'5; cos, se  innegabile che il loro sostegno Su questo aspetto non secondario della personalit mussoliniana v. RENZO DE FELICE, Mussolini il fascista. Cfr. FROMBOLIERE, Un monito fascista: basta con gli pseudo-Mussolini!, Il Popolo dItalia Cfr. Renzo DE FELICE, Mussolini il fascista. Il Corriere Italiano era sorto grazie a finanziamenti di origine imprecisata ed era, a ragione, considerato l'organo ufficioso del Governo, essendone diretti ispiratori due uomini molto vicini a Mussolini: Finzi, sottosegretario al Ministero degli Interni, e Rossi, capo dellufficio stampa del duce e membro del Gran Consiglio del fascismo. L'Impero aveva anch'esso iniziato le pubblicazioni e si distingueva per l'accento smaccatamente reazionario, spesso addirittura delirante, dei suoi articoli. I motivi dette a Rocca lopportunit di far giungere la propria voce a un pubblico pi vasto,  altrettanto fuor di dubbio che, a lungo andare, esso non giov affatto alla seriet della campagna revisionista, e che anzi, lessersi trovato Rocca anche solo indirettamente coinvolto in certe mene affaristiche, offr a suoi avversari il destro per muovergli accuse, pi o meno esplicite e motivate, di corruzione. Rocca rileva al riguardo Lumbroso puo ridersi di certe accuse poich la sua probit privata era inattaccabile; ma sta di fatto che i giornali di cui egli si serviva e anche taluni degli uomini che lo incoraggiavano nella sua campagna non erano certo i pi indicati a parlare di epurazione del Partito; ed  innegabile che certo fascismo provinciale, illegalista, dispotico e violento, in del sostegno offerto da Carli e Settimelli alla campagna revisionista, oltre che nei vincoli strettissimi con Filippelli e il suo giornale (LImpero apparteneva alla stessa cordata economico/finanziaria editrice de Il Corriere Italiano, la societ La vita dItalia, di cui Filippelli era amministratore delegato), andavano ricercati nel loro esasperato mussolinismo, nellammirazione, certo non disinteressata, per il duce, verso il quale i due | reduci del futurismo, un tempo cantori dellanticonformismo e dellindividualismo anarchico, tenevano un atteggiamento adulatorio, sconfinante nel ridicolo, che pi di una volta mise in imbarazzo lo stesso Mussolini. A riprova dellincostanza e dellopportunismo che caratterizzava la redazione de LImpero si ricordi che, nel corso della crisi Matteotti, il giornale, gi revisionista, sarebbe stato in prima linea nel chiedere il giro di vite e la soppressione violenta delle opposizioni; e che, a conclusione di quella dolorosa vicenda, Carli pubblica un saggio, con la prefazione di Farinacci, (Fascismo intransigente. Contributo alla fondazione di un regime, Firenze, Bemporad), che  tutto un panegirico del ras di Cremona e dei suoi epigoni. Il Nuovo Paese apre i battenti su iniziativa di Bazzi. Questi, che compagno di Rocca nelle Argonne, proveniva dal PRI ed apparteneva a quelle frange del movimento repubblicano che, in polemica con lorientamento antifascista prevals o in seno al partito dorigine, se n'erano staccate per dar corpo a formazioni autonome fiancheggiatrici del fascismo (lo stesso Bazzi si era fatto promotore di una Unione Mazziniana Nazionale). Anche Il Nuovo Paese non era al di fuori di loschi giri daffari, essendo legato a quel vasto ed equivoco mondo affaristico che subito dopo la marcia su Roma si annida ai margini del fascismo al governo; una lobby multiforme che aveva tutto linteresse che il fascismo rimanesse al potere e mirava, per questo motivo, a una normalizzazione che rafforzasse la situazione, da cui il contributo recato dal giornale di Bazzi alla causa del revisionismo FELICE, Mussolini il fascista. Su Il Nuovo Paese e Il Corriere Italiano si veda CANALI, Cesare Rossi: da rivoluzionario a eminenza grigia del fascismo, Bologna, Il Mulino. Il medesimo autore ha efficacemente ricostruito l'intreccio affaristico sottostante al primo esecutivo a guida fascista, in // Delitto Matteotti: affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Bologna, Il Mulino. Su Bazzi in particolare v.SALOTTI, Affarismo e politica intorno alla liquidazione dei residuati bellici, Storia Contemporanea.Infine, a proposito de LImpero, v. SCARANTINO. complesso si era mantenuto puro dalla piaga dellaffarismo, e non vi ha dubbio che ci erano dei ras, tipo Farinacci, persuasi in buona fede di giovare alla causa del fascismo e dellItalia, dominando nelle loro provincie come despoti incontrollati ed incontrollabili e riducendo a zero lautorit dei funzionari governativi"? Il giorno dopo la comparsa dellarticolo di Rocca su Critica Fascista, Il Corriere Italiano prese di petto la questione e, in un fondo che avrebbe sollevato lindignazione di Farinacci, si scagli senza mezzi termini contro larbitrio capriccioso e tirannico dei capi provinciali, arrivando a prospettare, neanche troppo velatamente, la possibilit di uno scioglimento del PNF, il quale, vivendo ormai di rendita alle spalle di Mussolini, costituiva linciampo pi grave allazione del Governo. Lipotesi insinuata dal quotidiano di Filippelli dest, comera prevedibile, un nugolo di polemiche. L'Impero, per tramite dei suoi condirettori, afferm che il feticismo ostinato nei confronti del partito non aveva pi alcuna giustificazione e che, essendosi chiuso il periodo eroico della rivoluzione fascista ed essendo stati lo spirito e la mentalit del fascismo gradualmente ma rapidamente assorbiti dallintera Nazione, non vi era pi ragione di conservare in vita il partito. Nel frattempo, Rocca non perde occasione per riaffermare il proprio punto di vista. Personalmente contrario, almeno nel breve periodo, allo scioglimento del PNF, il leader revisionista prosegue imperterrito lungo la via intrapresa. I problemi pi gravi del fascismo - insiste Rocca - consisteno nellequivoco perdurante tra partito e governo, vale a dire nellidentificazione del primo col i secondo; nellirresponsabilit e nella prepotenza dei fiduciari provinciali; nella LUMBRO50 Cfr. Governo e fascismo, Il Corriere Italiano. SETTIMELLI, L'ultima svolta del fascismo, L'ImperoCos, ad esempio, a Torino, in sede dinaugurazione dei nuovi locali dei Gruppi di Competenza. Nel suo discorso, che riceve il plauso dGioda, Rocca non tralascia di accennare alle controversie in atto nel fascismo, ribadendo le proprie critiche aglintransigenti (cfr. Il discorso di Rocca sulle funzioni dei Gruppi di Competenza, Il Piemonte). In una lettera pubblicata da L'Impero (Partito e Governo fascista), Rocca scrive non essere ancora giunto il momento in cui lItalia, pienamente e consapevolmente fascista, si sarebbe potuta sostituire al partito. Con questo egli non esclude che, in un futuro pi o meno prossimo, ci sarebbe potuto accadere, e indic nei Gruppi di Competenza e nei sindacati dogni ceto produttivo gli strumenti necessati di questa trasformazione. Il giorno seguente Rocca ribade i medesimi concetti in unintervista a Il Corriere Italiano, parodia duna disciplina formale senza norme n garanzia; nel predominio deglorgani esclusivamente politici di partito su tutto ci che pur rientrando nella vita corrente del fascismo, non  strettamente ulivo (ad esempio i Gruppi di Competenza) e che, per questa ragione, il partito ostacolava in ogni modo. Tutto ci - secondo Rocca - conduce ad una vera forma di nuovo bolscevismo, DISSOLVITRICE DELLO STATO E DELLITALIA, cui si dove assolutamente porre rimedio. Contro la campagna revisionista, che raccolge i favori dellopinione pubblica moderata variamente filo-fascista, insorsero invece glintransigenti. Nellambito di una riunione del Consiglio Provinciale di Cremona, Farinacci difende il principio dellintransigenza, si disse contrario all'inserimento della milizia nellesercito regolare e minacci una seconda ondata rivoluzionaria contro i falsi fascisti, profittatori senza fede che si servivano del fascismo per i loro maneggi affaristici, Pi avanti, in un editoriale per il suo giornale, il ras cremonese replic seccamente alle accuse dei revisionisti. Non era affatto vero scrisse - che Mussolini non dovesse niente al fascismo provinciale, il quale, al contrario. costituiva la vera forza, il fondamento del partito e aveva contribuito in modo schiacciante al trionfo. Se si distrugge il fascismo delle provincie si domanda Farinacci che cosa resterebbe del fascismo? Io non ho lacume di Massimo Rocca, ma come caffoncello di Provincia mi permetto di fare uno sforzo mentale pari a quello di he pero della terza elementare calcolando che Provincia pi Provincia fa azione! ROCCA, Partito e Governo fascista, cit. Tra gli organi indipendenti che offrirono spazio e considerazione alla campagna revisionista, oltre a Il Giornale dItalia, tradizionalmente vicino alla destra liberale, si segnalarono soprattutto La Tribuna, lautorevole quotidiano romano diretto da Olindo Malagodi, Il Corriere dItalia, organo ufficioso della destra cattolica ex popolare, e LEpoca, un giornale dispirazione combattentistica. Proprio LEpoca pubblic unintervista di Montalto a Rocca (Il momento attuale e il fascismo), dando modo allex anarchico di esporre le proprie idee revisioniste a un pubblico non strettamente fascista. di Un forte discorso dell'on. Farinacci, Cremona Nuova FARINACCI, /n difesa dei cafoni di provincia. Il giorno avanti, il quotidiano farinacciano aveva ospitato un intervento del bolognese Baroncini, membro del Comitato Centrale, una delle figure pi note del fascismo emiliano/romagnolo (su di lui v. NELLO, Grandi: la formazione di un leader fascista, cit, ad indicem). Larticolo (intitolato Evviva il Fascismo e pubblicato in contemporanea anche da La Scure di Piacenza e, naturalmente, dal bolognese L Assalto) era una difesa appassionata del fascismo di provincia contro il fascismo spurio, interessato e Il ragionamento di Farinacci, nella sua schematicit, non mancava di logica e di veridicit e coglieva un aspetto essenziale del problema, andando al cuore delle contraddizioni della politica revisionista. Il fascismo delle provincie, caotico, brutale e intimamente sovversivo, costituiva davvero, assai pi del fascismo addomesticato, costituzionale e legalitario di Roma e di Milano, lanima del movimento. Mussolini ne era ben consapevole, tant' vero chegli non pensava affatto, come Rocca avrebbe voluto, ad una liquidazione in tronco del rassismo, ma, casomai, ad un suo opportuno ridimensionamento, che lo svuotasse dei contenuti pi radicali e pi difficilmente gestibili; alla qual cosa, come gi si  detto, la propaganda senza anima, propagandato dai revisionisti. Di analogo tenore - e spesso ben pi sbrigative e violente - le reazioni degli altri fogli intransigenti. L'organo del fascismo trevigiano, per mano del suo direttore, lasci intendere che Rocca avrebbe meritato lo stesso trattamento riservato a Misuri, in quanto il suo larticolo su Critica Fascista era degno di far pari col famigerato discorso dellex deputato fascista (PEDRAZZA, Polemica fascista. Rispondiamo a Massimo Rocca, Camicia Nera. A Piacenza, IL CONTE BARBIELLINI (si veda) punta lindice contro le trame affaristiche sottostanti alla campagna revisionista. Per quali anonimi lestofanti tuona il ras piacentino - fate voi da agenti provocatori di torbidi nel fascismo? Vi secca la attivit fascista di provincia? Vi secca che dai ras provinciali si siano mandati allaria diversi grossi affari che gruppi capitalisti avevano qui realizzato ai danni dellErario Nazionale? (BARBIELLINI, Perch non molliamo, La Scure). Circa le radici e le ragioni culturali e politiche dellestremismo provinciale fascista con particolare riguardo a Farinacci v. GENTILE. E interessante, a questo riguardo, ricordare il giudizio di un esponente della cultura antifascista, Gobetti, secondo il quale non gi i revisionisti ma Farinacci e gli altri ras del suo stampo erano gli autentici e pi genuini rappresentanti del fascismo. In due articoli non certo teneri nei confronti di Rocca, definito un parvenu e un arrivista, Gobetti scrive di preferire la rozzezza degli intransigenti, non priva di senso di dignit e di spirito di sacrificio, al politicantismo senza pudore e al trasformismo, senza decoro e senza intransigenza dei vari Rocca, Bottai e Grandi, professionisti della politica il cui revisionismo era nato in mezzo alle mollezze romane, confortato da ricche prebende. A parte gli aspetti volutamente paradossali delle sue considerazioni (e a parte la predilezione, tipicamente gobettiana, per la categoria politico/morale dellintransigenza), lintellettuale torinese coglieva nel segno allorch metteva in risalto la maggior rappresentativit sociale - e culturale in senso antropologico - del fascismo provinciale, il quale si faceva portavoce di sentimenti reali, di sincere, per quanto confuse e primitive, aspirazioni palingenetiche, e godeva di un seguito che mancava invece completamente alle fredde teorie dei revisionisti. Dietro ai vari ras di provincia - notava lucidamente GOBETTI (si veda) - vi erano centomila giovani, che al fascismo non avevano chiesto di guadagnare o di risolvere il problema della propria disoccupazione, ma vi avevano portato la loro disperata aberrazione, la repugnanza per i compromessi e gli opportunismi (la prima citazione  tratta da Elogio di Farinacci, La Rivoluzione Liberale; le restanti da Secondo elogio di Farinacci. Anche in GOBETTI, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Torino, Einaudi. revisionista (anche attraverso il ricatto rappresentato dalla ventilata minaccia di scioglimento del partito) poteva servire in modo egregio. Queste considerazioni parevano sfuggire a Rocca, il quale, vittima forse anche della propria presunzione, era invece convinto di avere al suo arco pi frecce di quante non ne avesse in realt. Per niente intimorito dalla reazione di Farinacci, ma anzi, data la propria innata vena di polemista, perfettamente a proprio agio nel clima di roventi discussioni da lui stesso suscitato, Rocca alz il tiro delle sue accuse. Non ci si  ancora accorti, evidentemente scrisse in un nuovo articolo per Critica Fascista che oggi governa Mussolini in nome di una monarchia pi salda che mai; che i nostri antenati e noi abbiamo combattuto per creare e rafforzare e ingrandire unItalia unitaria, ove la forza armata, anche solo di manganello, dev'essere una sola e uno il Governo che ne dispone, e uno solo il governo che fa le leggi e le applica attraverso i prefetti, dando a questi ultimi il diritto di mettere in galera anche i pi autorevoli fascisti locali se contravvengono alla legge. Non si adattano ad essere cittadini pur essi come tutti gli altri, nella loro provincia? Ebbene, facciano essi i prefetti, e pongano nella legalit il loro dominio personale e continuino pure lopera meritoria compiuta nel fascismo. Ma questopera  indipendente dalla loro prepotenza personale nelle cose che il partito non riguardano; ma per continuare tale funzione non  necessario instaurare repubbliche dittatoriali o vicereami con feudi annessi o diarchie lillipuziane. Non basta federare degli staterelli autonomi, ove laugusto signore sentenzia qui comando io e fabbrica una legge speciale per lui, senza controllo; non basta federarli platonicamente sotto legida di Mussolini, sopporta col platonico omaggio di un alal. Bisogna disfarli.Tutto ci per la fronda fascista, nuova specie di sovversivismo autentico imbellettato di tricolore: unico sovversivismo attivo e ingombrante oggigiorno. Tutto ci per la Fronda insorta personalmente contro una mia tesi impersonale, a minacciare col seguito dei suoi vassalli un modestissimo, ma convinto pensiero individuale, che non riconosce altro ordine se non quello del Duce, n altra legge se non quella raccolta nel codice e applicabile dal procuratore del Re [...]. Ma la Fronda si piegher? La fronda non si pieg. A distanza di soli tre giorni dalla pubblicazione di questo articolo, la Giunta Esecutiva del PNF - istigata da Farinacci - decret lespulsione di Rocca dal partito per grave Rocca, Diciotto brumaio, Critica Fascista (anche in ID., Idee sul fascismo). Questo saggio di Rocca  preceduto da una significativa postilla della redazione. Siamo perfettamente solidali con lautore vi si legge - e con gli scopi altissimi della sua battaglia, che  anche la nostra battaglia. VIPATTTTRA VENTO ile A indisciplina e indegnit politica. MUSSOLINI RICEVE ROCCA in qualit di vicepresidente dellistituto nazionale dellassicurazioni, ufficialmente per trattare di questioni riguardanti l'ente ma in realt per aver modo di esprimergli la propria solidariet. La sortita del duce, da cui egli si aspettava le dimissioni dellintera Giunta Esecutiva, ebbe invece come effetto di provocare quelle della Segreteria Generale (cio di una parte soltanto della Giunta), il che rilevava prontamente Il Popolo dItalia - non risolveva affatto la questione. Era in atto, come ben notava Il Giornale dItalia, un vero e proprio regolamento di conti. Ora si domanda il quotidiano romano  per le espressioni crude ed aspre adoperate da Rocca, o per la tesi generale da lui sostenuta che la espulsione  dn stabilita? Se  vero che il Cremona Nuova di Farinacci sarebbe dalla Giunta Esecutiva considerato come giornale ufficioso del partito, sarebbe da dedurre che le lamentate tendenze, diremmo cos, provinciali, localistiche avrebbero prevalso? E prosegue: La lotta  precisamente tra i revisionisti tipo Rocca e gli ioni ono Farinacci, tra i politici e i selvaggi, tra i romani e i provinciali IRPROI Crisi i coscienza del Partito Fascista, questa, crisi per la lotta di due opposti elementi: quelli che vogliono avvicinare il fascismo allanima, del Paese e quelli che vogliono mantenerne la formazione chiusa e intransigente La Giunta Esecutiva del Partito Nazionale Fascista riafferma la necessit della manetta compattezza nell'interesse della Nazione ed a sostegno del Governo, Il Popolo dItalia. tif, side Hib: La Giunta Esecutiva del PNF, istituita in luogo della disciolta Direzione, sa composta da: Farinacci, Lantini, Bianchi, Marinelli, Sansanelli, Teruzzi, Bolzon, Bastianini, Maraviglia, Caprino, Dudan, Zimolo e Starace. La decisione contro Rocca  presa allunanimit. i i 31 Rocca ricopre la carica di vicepresidente dellINA. Cfr. Ibidem. TSI VII j; La Segreteria Generale era formata da Bianchi, Marinelli, Bastianini, Sansanelli, Teruzzi, Starace e Bolzon. bri Bata La Giunta esecutiva del PNF espelle Rocca il revisionista. Mussolini intende che tale decisione  ri-esaminata. La Segreteria Generale del partito presenta le dimissioni al duce, Il Giornale dItalia gii vl Nellinsieme, lespulsione di Rocca solleva unondata di sdegno Si scrive di procedimento sommario, di decisione grottesca che ha il sapore della rappresaglia, mentre anche il consiglio bazionale dei gruppi di competenza fa sentire la sua voce, votando un ordine del giorno di pieno sostegno al proprio segretario. A Torino, Gioda, che fin dallesordio della polemica revisionista aveva preso le parti di Rocca si dimise dalla segreteria del Fascio in segno di solidariet con il suo vecchio compagno. Fu un atto coraggioso, che, tenuto conto dei passati contrasti tra Gioda e De Vecchi (questultimo simpatizzante degli intransigenti) e delle mai sopite tensioni in seno al fascismo torinese, si colorava di un forte significato politico. Non  la prima volta riconosce a questo proposito lorgano mussoliniano che, durante clamorose polemiche, Gioda si schiera apertamente per la corrente temperata del Partito Nazionale Fascista, ed  ancora ricordato a Torino lomaggio di fiori che, unitamente al comm. Massimo Rocca, tribut al comunista Berruti, consigliere comunale, ucciso durante i fatti dello scorso dicembre' Qualche giorno dopo, nel dare lannuncio delle proprie dimissioni anche dalla direzione de Il Maglio, Gioda fu al proposito pi che esplicito, con parole che non lasciavano spazio a fraintendimenti. Li LEpoca L'Impero Cfr. Il Giornale dItalia. In un fondo per il nuovo quotidiano torinese Il Piemonte (Pap buon senso), Gioda define i saggi revisionisti di Rocca un meraviglioso, poderosissimo quanto ardito e coraggioso studio sul fascismo. In un articolo di poco successivo, il segretario del Fascio torinese chiar il proprio punto di vista, perfettamente in linea con gli assunti dei revisionisti. I fasci scrive tra laltro Gioda non sono sorti per soddisfare le ambizioni militari o politiche di TIZIO, CAIO, O SEMPRONIO, ma per lItalia, unicamente per la salvezza e le fortune dItalia (GIODA, Corf, Roma e il Fascismo, Il Maglio). Cfr. Il Popolo dItalia Gioda riassume la carica di segretario del fascio e la direzione de Il Maglio da pochi giorni, dopo essersene allontanato per qualche mese a seguito del riacutizzarsi della sua grave malattia. Il posto di Gioda, dopo le sue dimissioni,  rilevato da Bardanzellu, gi presidente della sezione torinese dell Associazione Nazionale Combattenti. Insieme a Gioda si dimise anche il segretario federale Pino Mongini, un suo fedelissimo, ufficialmente per ragioni di carattere famigliare (Il Maglio). Mongini  sostituito dal milanese Rossi. Il Popolo dItalia. Le polemiche de passati giorni scrisse - mi hanno trovato pienamente, apertamente, risolutamente favorevole alla corrente cosiddetta revisionista capeggiata da quella catapulta cerebrale di grande anarchico che  Rocca. Mi sono dimesso dalle cariche [...] perch mi parve inconcepibile che si potesse appartenere ancora un minuto ad un partito ridotto a defenestrare i suoi uomini pi formidabili [...], mentre nell'ombra prosperava e vivacchiava alquanta gramigna Mussolini convoca Bianchi a Palazzo Venezia. Questa volta Il duce richiede espressamente le dimissioni della giunta esecutiva, decide il rinvio del convegno dei Fiduciari provinciali e decreta la prossima convocazione del Gran Consiglio del fascismo. Di fronte alla precisa intimazione di Mussolini, ai membri della Giunta non rest altro da fare che obbedire. Rocca, dal canto suo, non aveva disarmato. Colto di sorpresa (cos almeno rivelava Il Giornale dItalia) dal provvedimento disciplinare comminato nei suoi confronti, era subito passato al contrattacco, dichiarando in unintervista che la Giunta, essendo parte in causa, non aveva diritto alcuno di decidere della sua espulsione e che, in ogni caso, egli non sarebbe indietreggiato di un millimetro. A primi di ottobre Rocca si ritir nella sua Torino" e l, accanto alla moglie (si era sposato da pochi mesi) e ai familiari, attese la pronuncia del Gran Consiglio. Dal suo ritiro torinese lex anarchico invi a Critica Fascista un nuovo articolo, dai toni fortemente retorici, col quale auspicava una ricomposizione dei contrasti in nome e in ossequio alla grandezza dItalia. MagriO Giona, Commiato, Il Maglio. L'articolo di Gioda usce accompagnato da una nota redazionale, opera probabilmente di Colisi Rossi, che definiva inopportune e intempestive le parole del direttore uscente. Cfr. Il Giornale dItalia, 30 settembre 1923. In un editoriale (/ncoscienza?) Il Popolo dItalia plaud alla richiesta di dimissioni avanzata da Mussolini alla giunta esecutiva. Quest'ultima - secondo lorgano milanese - manca di rispetto al duce, il quale, oltre a non esser stato messo al corrente del proposito di mettere fuori gioco Rocca,  allora interamente assorbito dimpellenti questioni dordine internazionale e non dove essere trascinato in polemiche artificiose. Egli scrive il giornale diretto da Mussolini (A) ha altro da fare. I capi fascisti delle provincie devono finalmente intenderlo. Se i fascisti locali non intendono ci, essi non capiscono nulla del Fascismo e sono indegni di appartenervi. La giunta esecutiva si dimise infatti. Cfr. Il Popolo dItalia. LEpoca, Cfr. Il Piemonte, Cfr. ACS, CPC, Busta 4362 [Rocca]. AI cospetto di un fatto cos grandioso scrive -, noi, uomini che alla nuova creazione abbiamo con devota umilt collaborato, dobbiamo sentire la nostra pochezza individuale al confronto con la creatura che non  soltanto nostra e ci sovrasta nello spazio e nel tempo; dobbiamo comprendere che nulla sarebbe pi folle, pi sterile del voler monopolizzare lItalia nuova per noi. Dobbiamo sentire che anche il Fascismo  una parte, certo la migliore, ma non il tutto del fenomeno storico di cui siamo propulsori e trascinati assieme: che la grandezza del ai  possibile solo in quanto sinquadra nella grandezza dItalia e le serve di ase Nelle intenzioni dellautore queste parole avrebbero dovuto placare ogni dissenso personale. In realt, trascinato dal suo temperamento, Rocca si era ormai invischiato in una fitta ragnatela di polemiche. Tipica, in questo senso, la controversia che lo oppose in quei giorni a LANTINI (si veda), uno dei maggiori esponenti del fascismo ligure. Sulle colonne del suo giornale Lantini chera membro della Giunta Esecutiva - aveva duramente attaccato Rocca, definendo la campagna revisionista denigratrice, svalorizzatrice ed offensiva, e denunciandone la ben meschina origine, di carattere prematuramente e comicamente elettorale. In una lettera di poco successiva, Rocca replica al suo detrattore con una serie di accuse minuziose, in particolare rinfacciandogli di aver disertato la battaglia fascista nei giorni infuocati dello sciopero legalitario, salvo poi ROCCA, L intangibile grandezza, Critica Fascista, 8 ottobre 1923 (anche in ID. Idee sul fascismo). f L'articolo in questione fu pubblicato nei giorni successivi anche da Il Piemonte (10 ottobre) e LImpero (11 ottobre). di ID., /dee sul fascismo, LANTINI, Dichiarazione, Il Giornale di Genova. AI breve editoriale di Lantini fa seguito una chiosa di Pala, il fiduciario provinciale per la Liguria (nonch condirettore del giornale), che si professa completamente solidale con lautore. Fin dal suo apparire Il Giornale di Genova suscita sospetti circa i suoi finanziamenti. In polemica con Il Messaggero, che in un articolo svela i legami esistenti tra il nuovo quotidiano fascista genovese e la Banca Commerciale, Pala smente [cf. GRICE DISIMPLICATURA] seccamente, dichiarando che la propriet del giornale appartene alla societ anonima Compagnia Editrice, di cui egli  presidente (cfr. Il Popolo dItalia). A Genova, tradizionale roccaforte del socialismo riformista, lo sciopero legalitario aveva avuto pesanti conseguenze. Subito dopo la proclamazione delle agitazioni, il Fascio genovese da corpo a un comitato d'azione, del quale fanno parte, tra gli altri, Lantini, gli onorevoli Torre e Stefani, e Rocca, il cui nome  per del tutto assente dalle dettagliatissime cronache de Il Popolo dItalia, la qual cosa fa pensare ad un coinvolgimento minimo del futuro isetitett fritti tti vu eten ida PP PIPPIOS servirsene, accampando benemerenze inesistenti, per farsi eleggere Consigliere Comunale. La diatriba Rocca/Lantini si trascina a lungo, in un intreccio di querele e cavalleresche quanto stucchevoli sfide a duello (peraltro sempre onorevolmente risolte, senza bisogno dincrociare le armi) *, a tutto scapito della credibilit complessiva della campagna revisionista. Come previsto, si riun il Gran Consiglio del Fascismo. Al termine di una lunga seduta fu votato un ordine del giorno che tramutava lespulsione di Rocca in una ben pi blanda sospensione di tre leader revisionista nei disordini di quei giorni. Al termine di una settimana di aspri scontri, i fascisti si erano ritrovati padroni del capoluogo ligure. Obiettivo principale della violenta offensiva fascista  stato il Consorzio autonomo portuario, cuore del potere socialista a Genova, che riuniva le cooperative portuarie rosse e aveva di fatto il controllo del porto. Dopo che i capi fascisti lanciano un manifesto contro la camorra portuaria dei vigliacchissimi socialisti (Il Popolo dItalia), le camicie nere genovesi, con il concorso di squadre giunte da Carrara, da Alessandria e da Torino, assaltano Palazzo San Giorgio, sede del consorzio (nellattacco, che fa numerose vittime, rimane ucciso lo squadrista carrarese Martini, poi entrato trionfalmente nel martirologio fascista. Il senatore Ronco, presidente del Consorzio autonomo,  stato costretto a firmare una dichiarazione capestro, con la quale si impegna a revocare le concessioni di lavoro alle cooperative socialiste. Per la versione di parte fascista, v. La cronaca delle giornate di Genova, Il Popolo dItalia. Su questi avvenimenti v. altres REPACI. La crisi del fascismo in Liguria documentata in una gravissima lettera di Massimo Rocca a Ferruccio Lantini, Il Secolo XIX (anche in Il Giornale dItalia). Il Secolo XIX segue con partecipazione le polemiche tra revisionisti e intransigenti, mostrando di parteggiare chiaramente per i primi. Nondimeno, Rocca si risente dellavvenuta pubblicazione della sua lettera a Lantini - a suo dire non destinata alla pubblicit - e ne chiese soddisfazione al direttore del quotidiano genovese, Mario Fantozzi (cfr. Vertenza cavalleresca, Il Secolo XIX. A un certo punto, come riferiva il 6 ottobre Il Giornale dItalia, la vicenda assunse i contorni di un vero e proprio torneo. Si aggiunga che anche il dissidio tra Rocca e Lantini cela un pi vasto conflitto dinteressi (di cui la vicenda dei finanziamenti a Il Giornale di Genova costituiva un risvolto), riguardante i grandi gruppi economico/finanziari che si contendevano il controllo di Genova: da una parte il trust formato dallAnsaldo, dai fratelli Perrone e dalla Banca di Sconto (allora in via di liquidazione), sostenuto dalla corrente del fascismo cittadino facente capo a Mastromattei, amico di Rocca; dallaltra la potente azienda armatoriale Odero (e, dietro di essa, la Banca Commerciale), che aveva lappoggio di Lantini e dei suoi (su questi punti v. LYTTELTON, La conquista del potere. Il fascismo, Bari, Laterza). Tale contrapposizione travagli a lungo il fascismo genovese, dando luogo a laceranti lotte intestine. Il primo atto della crisi fu il pestaggio, ad opera di alcuni squadristi, del segretario delle locali Corporazioni fasciste, Loiacono, di cui erano note le simpatie revisioniste (cfr. Il Giornale dItalia), +55 de i fee . mesi. Tutto, dunque, comera nella volont di Mussolini, si risolveva in un accomodamento, e bene rimarcava Il Giornale dItalia allorch scriveva che: Senza esaminare il merito delle polemiche da questi Rocca sollevate,  certo che tra la prima condanna allespulsione per indegnit politica e la sospensione per tre mesi inflittagli ieri sera troppo ci corre, tanto almeno da far credere allintervento di un compromesso. Ma appunto fra i tumulti della politica e le variabili contingenze che essa impone, i compromessi diventano non di rado inevitabili Il Gran Consiglio decret altres un vero e proprio riordinamento del partito, nonch la nomina di Cesare Maria De Vecchi a governatore della Somalia. Lallontanamento del futuro conte di Val Cismon dallItalia (un provvedimento ispirato da Mussolini, stanco di doversi misurare con le irrequietezze del quadrunviro), fu una grande vittoria di Mario Gioda, il quale - come si  visto - aveva avuto il coraggio di esporsi personalmente nel dibattito sul revisionismo e poteva ora, merc la messa in disparte del suo rivale, aspirare a recuperare credito allinterno del fascismo subalpino. Ai primi di dicembre, con la rielezione a segretario politico del Fascio di Torino, ebbe inizio lultima fase della sua vicenda politica. In un'intervista di quel periodo, Gioda espose il suo progetto per la normalizzazione. Occorre dichiara - puntare sullo sviluppo dei sindacati e delle cooperative, in modo da allargare la base effettiva del fascismo e porre le condizioni per una piena collaborazione con le altre forze sociali (al riguardo Gioda si disse convinto della possibilit di realizzare una federazione di cooperative di tutti i colori e di tutte le tinte politiche. Come a livello sindacale, cos anche sul piano politico i fascisti avrebbero dovuto ricercare un insieme di aperta, onesta, equilibrata concordia con Per lesattezza, il testo dellordine del giorno recita.Il gran consiglio prende atto delle dimissioni della giunta esecutiva, revoca lespulsione di Rocca e, per le degenerazioni polemiche alle quali il Rocca stesso ha contribuito, lo sospende per tre mesi da ogni attivit di partito a cominciare dalla seduta odierna (Il Popolo dItalia). Una nuova fase, Il Giornale dItalia. V. anche Le importanti deliberazioni del Gran Consiglio fascista, Il Nuovo Paesee larticolo di Carli Il palladio della rivoluzione, LImpero La Giunta Esecutiva  sostituita da un direttorio di IX membri, V con funzioni politiche e IV con funzioni amministrative. Giunta divenne il nuovo segretario generale del PNF. Cfr. Il Piemonte. Gioda non riassunse la direzione de Il Maglio, che resta a Rossi, tutti glelementi politici nazionali. Relativamente ai temi della violenza e del rassismo, Gioda  perentorio.  oggi doveroso per i fascisti afferma - orientarsi verso un'attivit pi Sa ai tempi. A tutelare lordine bastano le disciplinatissime forze della milizia a Fascio pu svolgere la pi intensa e doverosa attivit per il suo Caveta nie cli   rappresentato unicamente dal Prefetto. Essendo paladini le 1A ri fascisti sono e devono essere i primi a dare luminoso esempio. De n ci br grande partito moderno come il nostro non pu reggersi unicamente sulle Vi o qualit politiche suggestive e trascinatrici di Tizio 0 di Caio. I ngi vitali e poter operare fecondamente, non hanno bisogno del : divo DE Mussolini in sessantaquattresimo, ma piuttosto di coltivare una ferrea organizzazione che possa esprimere suna lite di dirigenti. Non dunque nu compagnia di guitti attorno allattore di cartello, ma un insieme di squisite cap: che troveranno tutte una dura parte da reggere Il programma illustrato da Gioda nella sua intervista fu in seguito sottoposto al giudizio del nuovo Direttorio del Fascio e approvato a voti unanimi. Oltre il fascismo La sospensione di Rocca attenua ma non pose fine alla poni revisionista, che, rimasta latente e come addomesticata nel tempo presse: Ha le elezioni politiche del 6 aprile 1924, esplose nuovamente ad pi c iosa per soccombere infine, una volta per sempre, nell arco di meno i un ie s Il fascismo, del resto (in ci davvero svelando lanima dinamica Hd decantata dai suoi ideologi), era un corpo in continua trasformazione e le circostanze che avevano reso possibile 1 pr delle teorie revisioniste e laffermarsi intorno ad esse di un intenso i %  n per quanto funzionale e condizionato -, non si sarebbero pi simonos e pel mesi successivi. Mutata la situazione politica, venuta meno, res me ma inesorabilmente, la benevolenza di Mussolini, i sostenitori di suse defilarono (chi per calcolo, chi come Bottai perch ormai persua i i i i itico GALETTO, Problemi e propositi del fascismo torinese. Intervista col segretario pol io Gioda, La Gazzetta del popolo, 12 dicembre 1923.  o ; ca parzialmente anche su Il Maglio) fu rilasciata da Gioda allospedale San Giovanni, durante una delle sue ormai abituali degenze. Il Direttorio era entrato in carica. IRE SRPORT TE VINTO VE NIV APRO VO SPTOOT TOT PVA VIRPPOI PITT dellinanit della lotta), mentre i giornali che glavevano dato man forte manifestarono tutta la propria ambiguit, dapprima servendosi della copertura revisionista nella logorante campagna diffamatoria contro il ministro Stefani, quindi, girato il vento, non esitando a passare dallaltra parte della barricata. Cos, quasi senza rendersene conto (e forse, come al solito, presumendo troppo da se stesso), Rocca sinfil in un cu/ de sac vittima di un gioco che trascendeva ormai le sue forze, in poco tempo mandando a rotoli la sua intera carriera politica. Oltre che a fattori esterni certo, la sua disfatta fu senz'altro dovuta anche gravi errori personali. Intrappolato nel vortice della polemica, compiaciuto della propria cultura, Rocca confer un tono sempre pi concettuale e filosofico al suo revisionismo e i suoi articoli si fecero vieppi cervellotici, colmi di citazioni libresche, in uno sfoggio di erudizione spesso fine a se stesso, con la conseguenza inevitabile - di distogliere il grande pubblico dal cuore del problema e di stancare anche gli osservatori pi benevoli, facendo apparire la polemica revisionista in confronto alle concrete argomentazioni di un Farinacci - poco pi che una bizzarria intellettuale. Scontato il provvedimento di sospensione, Rocca riprese - inizialmente con cautela lordito dei suoi disegni. In una sequenza di nuovi articoli, pressoch concomitanti, per Il Nuovo Paese, per Il Popolo dItalia e per Critica Fascista, lex anarchico torna sul tema della legalit. Sebbene paretianamente convinto che lindifferenza e la diffidenza nel Paese verso il Parlamento fossero opera del Parlamento medesimo (in virt della degenerazione dellistituto parlamentare) e dunque che la responsabilit della crisi sistemica non potesse essere imputata unicamente alla rivoluzione delle camicie nere, ma, semmai, ad un processo storico irreversibile di cui detta rivoluzione era stata un fattore accelerante, Rocca non cullava sogni palingenetici e restava assertore di un liberalismo restaurato, restituito dalla cura fascista alla sua forza originaria. Dai ripetuti episodi di squadrismo, e in particolare dallaggressione ad Amendola, Rocca trasse motivo per ribadire lurgenza di ristabilire il confronto politico entro i confini della normale dialettica costituzionale, e lobbligo, per il fascismo, di abbandonare le pratiche extralegali. Solo cos si sarebbe giunti ad una nuova e pi alta normalit, fondata sullimperio della legge, di cui il Governo a guida fascista avrebbe dovuto farsi garante Rocca, Fascismo e Costituzione, Il Popolo dItalia (anche in Idee sul Fascismo). Cfr. Il Nuovo Paese (anche in Idee sul Fascismo), nel suo stesso interesse. Il primo segnale che i rilievi critici di Rocca cominciavano ad esser mal tollerati, oltre che dagli irriducibili del manganello, anche dai suoi alleati di settembre, si ebbe dal dietrofront de LImpero. In un editoriale ispirato dagli articoli di Rocca, Settimelli si chiese se, alla luce delle sue pi recenti affermazioni, egli potesse ancora esser considerato un fascista o non, piuttosto, un liberale a tutti gli effetti. Nella sua replica, che non si fece attendere, Rocca non dissimul affatto il proprio filo-liberalismo. Il fascismo scrive -  un superatore pi che un negatore assoluto dei principi liberali. Infatti, fatto salvo il dogma della Nazione, la cui accettazione era il requisito essenziale per potersi dire fascisti, tutte le libert che non avessero minacciato quel dogma e che non si fossero risolte in una negazione della Patria, doveno essere rispettate. Sul piano strettamente politico, il torto maggiore del liberalismo  - secondo Rocca - quello di voler ancora comprendere da solo tutta la societ, assai pi complessa e articolata che in passato, cos come il difetto di fondo del parlamentarismo era quello di voler fare del Parlamento, un puro organo politico  generico, uno strumento tuttofare.  dunque necessaria uninversione di rotta e lesecutivo fascista ne possede i mezzi nei consigli tecnici, lunico proposito veramente rivoluzionario scaturito dal fascismo, la pietra angolare di ogni autentica riforma in senso tecnocratico. A parte l'enfasi posta sui Consigli Tecnici (quasi una sorta di compensazione psicologica a fronte del naufragio dei suoi Gruppi di Competenza, dei quali essi avrebbero dovuto raccogliere linfruttuosa eredit), lessenza delle considerazioni di Rocca non si discostava da quanto egli aveva pi volte sostenuto in passato, con la differenza che nel fascismo pareva non esservi pi posto per simili posizioni. Non a caso, in contemporanea alla s Ip., Tornare alla normalit, Il Nuovo Paese, (anche in Idee sul Fascismo,). SETTIMELLI, Fascista o liberale energico? (Risposta a Rocca), LImpero. Pi tardi, conclusasi la polemica revisionista con la definitiva espulsione di Massimo Rocca dal PNF, Settimelli, in risposta allaccusa di doppiogiochismo lanciatagli da parte socialista (cfr. La ritirata dell'Impero, Avanti!), avrebbe rievocato proprio quest'articolo quale prova della coerenza del suo giornale (cfr. L'Impero e Massimo Rocca , L'Impero). Ci non toglie che, nel giro di poco pi di tre mesi, lorgano romano avesse completamente mutato la propria linea editoriale riguardo al revisionismo, passando dalliniziale sostegno alla decisa ostilit. Rocca, Fascismo e liberalismo (anche in ID., Idee sul Fascismo). a i idee pubblicazione della risposta di Rocca a Settimelli, l'Ufficio Stampa del Partito Fascista diram un comunicato nel quale sinformava che il Direttorio Nazionale aveva inviato una lettera di deplorazione a Rocca a motivo dei suoi ultimi saggi. Forse per evitare altri inconvenienti, il testo di un discorso che Rocca pronuncia al Teatro Scribe di Torino  sottoposto alla preventiva approvazione del duce, Ci che colpiva nel lungo intervento torinese di Rocca (un vero e proprio compendio della sua dottrina dello STATO, quale anda formandosi negli anni)  lassenza - certo non casuale - di qualsiasi riferimento al partito fascista. Perci, nonostante il discorso dello Scribe non contene cenni al revisionismo, pure, in un certo senso, ne costituiva lo scheletro, il fondamento concettuale. Nella FILOSOFIA di Rocca, sintesi delle tre grandi direttive della sua esperienza politica, individualismo, liberal/nazionalismo e fascismo, non c pi spazio per la mediazione del partito. LO STATO, vertice della piramide,  il dogma intangibile e indiscutibile, superiore ad ogni temporanea formazione e vicissitudine partigiana, superiore, quindi, allo stesso fascismo. Il discorso  lultima uscita pubblica di Rocca prima dellappuntamento elettorale. Egli, tuttavia, non disarma affatto e anzi lavora ad un volume antologico dei suoi saggi revisionisti (il pi volte citato Idee sul fascismo), che vede la luce dopo le elezioni, nellambito della collana I problemi del Fascismo diretta da SUCKERT (si veda). Il saggio, significativamente dedicato a Gioda (un fratello che sa valutare e comprendere la testimonianza dun travaglio spirituale) contene anche due inediti di grande importanza. Nel primo di essi, intitolato Una legge aglitaliani, Rocca invoca lavvento di una legge che  inattaccabile nella sua imparzialit serena, amministrata da uno stato capace di farne sostanza della Il Nuovo Paese, Cfr. Il discorso di stasera del comm. Rocca, Il Piemonte. Il testo completo del discorso si trova anche in MAssIiMO Rocca, Idee sul Fascismo, come La ricostruzione morale della Nazione. Le considerazioni di Rocca riceveno commenti benevoli da La Stampa (Il discorso di Rocca), da Il Nuovo Paese (Il discorso di Rocca a Torino) e financo da Il Maglio, che ne defin lintervento un mezzo di lento riavvicinamento allanima del fascismo (Il discorso di Rocca). ROCCA, Idee sul Fascismo sua eternit, al di sopra degluomini e dei governi e dei partiti e delle classi. Il secondo inedito, Il Fascismo nel pensiero moderno, rivela pienamente i segni dellinvoluzione concettualistica che contraddistingue la ripresa della campagna revisionista. Perno di questa lunga e spesso contorta digressione storico-politico-FILOSOFICA  la condanna della modernit, di cui Rocca come altri anti-modernisti - individua lorigine nella riforma protestante e di cui segue le successive incarnazioni, dal razionalismo allo scientismo, per giungere, sul terreno politico, allastrazioni della democrazia demagogica e del socialismo. Contro la decadenza e la dissoluzione dogni gerarchia innestate dalla critica moderna, si leva, in passato, la rivolta isolata dalcuni spiriti liberi (Stirner, Bergson e Sorel), ma -  in Italia - prosegue Rocca - che la reazione anti-intellettuale da i frutti migliori e pi durevoli, generando prima la riscossa nazionalista, poi quella futurista e infine, nello sfacelo generale del dopoguerra, quella fascista. Ma il fascismo, pur nella sua grandezza,  ancora, per il teorico del revisionismo, una energia formidabile ma grezza, contenente i germi duna creazione grandiosa, ma solo abbozzata nelle linee principali. La pienezza restauratrice del fascismo - conclude Rocca - dove passare attraverso la riscoperta della centralit e della missione della chiesa cattolica romana, unica depositaria della certezza del dogma. Negli ultimi due paragrafi del suo saggio - Il valore del Cattolicesimo e Fascismo e religione -, Rocca immagina un ritorno al dogmatismo cattolico (un altro ritorno, dunque, dopo quello al liberalismo), prefigurando addirittura, quale approdo ultimo del fascismo, una sorta di nazional-cattolicesimo sotto legida della Chiesa. La critica di Rocca al moderno e la sua rivalutazione della tradizione mostrano non pochi nessi con la contemporanea riflessione di Suckert, senza tuttavia possederne n loriginalit, n tanto meno lanima romantica e sostanzialmente rivoluzionaria. Puramente e Il riconoscimento del cattolicesimo romano come base fondante dellunit nazionale e, pi in generale, della religione come elemento di disciplina, non solo morale ma politica,  al centro della riflessione di Rocca anche nel secondo dopoguerra. Sulle pagine di ABC, la rivista fondata da Bottai, Rocca ampiamente tratta questi temi, sia sotto unangolatura puramente storico-FILOSOFICA, sia in riferimento alla nuova situazione politica italiana, indicando nellautorit e nella dottrina della Chiesa cattolica lunico vero antidoto alla degenerazione partitocratica caratterizzante lItalia repubblicana. DA proposito dellantimodernismo quale componente dellideologia fascista e della sua centralit nella riflessione di Curzio Suckert, v. GENTILE,  MICHEL deliberatamente conservatrice, la concezione politica dell'ex anarchico lo fa dunque assomigliare pi a Maistre che a MAZZINI. AI di l di queste considerazioni,  ormai chiaro che Rocca esprime posizioni personali, che difficilmente, con leccezione di pochi intellettuali, trovano nel fascismo persone disposte a confrontarvisi (non a caso Farinacci, il genuino rappresentante della base fascista, non esita a farsi beffe degli scrupoli cattolici del suo avversario. Le elezioni e la crisi del fascismo torinese Rocca e Gioda parteciparono alle elezioni nelle file del listone governativo. La candidatura di Rocca incontra invero moltissime difficolt. Apertamente osteggiato daglintransigenti, il leader revisionista dove rinunciare a correre nel sicuro collegio di Torino (dove  invece candidato Gioda), per accontentarsi di un posto in 1 quello di Milano/Pavia, non senza incontrare le forti resistenze di Farinacci. Sembra, peraltro, che Gioda condiziona la propria candidatura alla presenza nel listone dellamico Rocca. Avendo Rocca rileva infatti un giornale torinese -, con cui Gioda  pienamente solidale, accettato la candidatura in Lombardia, OSTENC. Sul pensiero politico dellintellettuale toscano v. la monografia di PARDINI, SICKERT (si veda) Malaparte. Una biografia politica, Milano, Luni. Non solo Farinacci, a dire il vero. E singolare che quasi a voler rinverdire le polemiche danteguerra, la comunit anarchica di New York, gravitante attorno al giornale Il Martello (uno degli organi pi autorevoli dellanarchismo italiano allestero), da alle stampe un saggio intitolato Dio e patria nel pensiero dei rinnegati, che, accanto a vecchi scritti anti-clericali di Mussolini e di Herv, riproduce il testo di una conferenza tenuta da Rocca a Providence allo scopo di dimostrare che il mangiapreti dun tempo  in realt un voltagabbana. Due anni dopo, peraltro, il foglio anarchico italo/americano non si sarebbe peritato di dar spazio ad un articolo dello stesso Rocca (ormai un fuoruscito politico), violentemente critico nei confronti di Mussolini (cfr. Rocca, La verit su Mussolini, Il Martello). Su tutte le vicende legate alla decisiva consultazione elettorale v. FELICE, Mussolini il fascista. Cfr. Il Piemonte. Il ras di Cremona non fece mistero di non condividere la candidatura Rocca. Solo dopo la diramazione della lista ufficiale dei candidati, Farinacci si rassegna ad accettare il fatto compiuto. Ora che le liste sono approvate, col sigillo del duce e del PNF - scrive con evidente disappunto -, devessere bandita ogni discussione, anche se nel listone. V' qualcosa dindigesto; vi  il nome di qualcuno che credevamo che la rivoluzione nostra avesse sepolto per sempre (FARINACCI, Ora basta!, Cremona Nuova). il Segretario politico del fascio di Torino rimane candidato nella lista nazionale. Quella di Rocca , necessariamente, una campagna elettorale in tono minore, n molto diversa a causa della salute malferma  quella di Gioda; ciononostante, entrambi risultarono eletti alla Camera. Il dopo elezioni apre unennesima deflagrante crisi allinterno del fascismo sub-alpino; crisi significativa perch, a prescindere dai fattori di ordine ambientale, sinscrive nel pi generale contrasto tra revisionisti e intransigenti. La Stampa pone laccento sui contrasti tra la tendenza transigente filo-liberale del fascismo locale, rappresentata da Rocca, e lala pi, giottosa e ribelle, nostalgica dei metodi squadristici, arroccata in provincia. Come effetto di queste lacerazioni intestine, la formazione della lista nazionale era stata difficoltosa e, complessivamente, la percentuale di voti ottenuta.In Piemonte da tale schieramento era risultata la pi bassa dItalia (il 43 12%). A una settimana dalle votazioni si riun a Torino lassise dei Fasci provinciali. In unatmosfera satura di tensione (il discorso Il Piemonte. Io rinfaccia pi tardi Rocca a Farinacci -, per disciplina verso il duce, ho accettato di abbandonare Torino, ove riempio i teatri con le mie conferenze a pagamento; e in Lombardia, quando ho visto che i tuoi amici boicottavano la mia propaganda per farti piacere, me ne sono andato, infischiandomi dei voti (ROCCA, All'onorevole Farinacci despota e censore, Il Nuovo Paese. La propaganda elettorale fascista fu inaugurata domenica 2 marzo con una serie di comizi per la proclamazione dei candidati. Gioda non era presente al comizio torinese, chebbe luogo al Teatro Regio il marted successivo, ma fece giungere allassemblea una lettera programmatica, nella quale si augurava che il confronto elettorale in Piemonte si mantenesse nellambito della correttezza, come si conveniva ad una lotta didee e non di uomini, e professava disciplina e fedelt assoluta a Benito Mussolini (// messaggio di Mario Gioda ai fascisti torinesi, Il Popolo dItalia. Anche in Il Piemonte). Il segretario del fascio torinese ebbe modo di illustrare direttamente il proprio pensiero il 30 marzo, in un lungo intervento al Teatro Alfieri, che fu lunica sua uscita pubblica durante tutta la campagna elettorale (cfr. il forte discorso di Gioda al Teatro Alfieri, Il Maglio). Nelle 328 sezioni di Milano/citt Rocca raccolse appena 413 voti di preferenza. Miglior risultato ottenne in provincia, con 1.071 suffragi (cfr. Il Popolo dItalia). Di gran lunga pi cospicuo il bottino elettorale di Mario Gioda: 5.694 preferenze in Torino/citt, 10.439 in provincia (cfr. La Stampa). Posizioni politiche e questioni di uomini in tema elettorale. A confondere ulteriormente le acque, accanto alla lista ufficiale si era presentato anche un raggruppamento di fascisti dissidenti, guidato da Cesare Forni e Raimondo Sala, che vantava un largo seguito tra gli agrari e gli squadristi pi facinorosi e che pare godesse delle simpatie di De Vecchi. Su tutti questi punti v. MANA del segretario federale, Rossi, fu interrotto pi volte), il congresso si risolse in un tumulto generale, con violenti scontri tra i membri del Fascio del capoluogo e i rappresentanti delle province. Il punto era - come ancora evidenziava La Stampa - che, dopo lentrata in carica del nuovo Direttorio, allinizio di dicembre, e la svolta normalizzatrice avviata da Gioda, 1 margini per una ricomposizione fra le due anime del fascismo subalpino si erano definitivamente assottigliati. di fascismo nella provincia registra lorgano giolittiano - tende ad avere una Cuggino diversa da quella dellattuale Direttorio, un carattere, cio, legalitario ma rude, antidemocratico ma ossequente delle gerarchie, quasi intransigente, del tipo, insomma, che fu gi.  i L de,  gi ed  ancora definito coi i schiettamente piemontese st GR Nonostante da parte fascista si cercasse di minimizzare, la gravit della situazione era sotto gli occhi di tutti. Gioda, che non aveva preso parte alla concitata assemblea provinciale, fu convocato a Roma dalla Direzione del partito, per chiarire la vicenda di Torino. Le decisioni pi importanti, in realt, erano gi state prese, indipendentemente dalle valutazioni di Gioda Sabato 19 aprile, Colisi Rossi annunzi lo scioglimento del Direttorio del Fascio torinese e la nomina, in sua vece, di un triunvirato composto da Brandimarte, Orsi e Gorgolini. Il provvedimento colse di sorpresa Gioda, il quale, in unaccorata lettera a Il Popolo dItalia, lo defin un atto inconsulto e provocatore e dichiar di non riconoscere nel modo pi assoluto lo scioglimento del Direttorio del glorioso e laborioso Fascio di Torino. La Segreteria Federale, forte dellapprovazione dei vertici nazionali del partito, non si cur minimamente pie  si a Incidenti ad un convegno fascista. Qualche contuso, La Stampa. x tt n : In una lettera della Segreteria del Fascio di Torino al Prefetto (riportata da Il Popolo d Italia) lorgano giolittiano veniva accusato di subdole esagerazioni. Il Maglio attribu la responsabilit dellindegna gazzarra a misteriosi provocatori esterni, elementi incoscienti, operanti per conto terzi. Il Popolo dItalia, 18 aprile 1924, Rs; situazione del fascismo torinese. Una vivace lettera dell'On. GiodaIl giorno prima il segretario del fascio torinese invia un telegramma ancor pi duro a Mussolini, definendo lo scioglimento del direttorio un imbecillesco provocatore colpo di mano e chiedendo la nomina di un commissario avente pieni poteri che facesse piena luce su ; pasa na $ quanto accaduto a Torino. ACS, MIN/S7% DEGLINTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., Busta e delle rimostranze di Gioda ed anzi ne riprov la lettera come una manifestazione di deplorevole indisciplina. Giunge a Torino Starace, in qualit di supervisore, Su decisione di Starace il decreto di scioglimento del direttorio cittadino  esteso allintero fascio, la cui ricostituzione venne in seguito demandata a un commissario straordinario, nella persona del ras Lantini. La nomina dellintransigente Lantini, uno dei pi accaniti avversari del revisionismo, ad arbitro delle sorti del fascismo torinese aveva un evidente significato ammonitore. Gioda, ormai sfinito dalla lotta contro la malattia, usc definitivamente di scena, assistendo impotente alla rovina politica dellamico Rocca. Minato dalla leucemia, lex tipografo si spende in un ospedale torinese. Quale che sia il giudizio sulle sue idee e sulla sua azione (che avrebbe forse potuto essere pi incisiva ed influente, se le tortuosit programmatiche del fascismo, le difficolt incontrate nella gestione del Fascio di Torino - in particolare lannosa contrapposizione con Vecchi e le sue stesse esitazioni e insicurezze non lo avessero impedito), e sorvolando sulle celebrazioni postume delloleografia fascista,  certo che con Gioda Il Piemonte Cfr. La Stampa, e Il Piemonte. Cfr. La Stampa, e Il Piemonte. Non a caso, larrivo di Lantini a Torino fu salutato con soddisfazione da Il Maglio. In un precedente fondo, lorgano fascista - che significativamente non da spazio alla nuova crisi del Fascio torinese - aveva aspramente criticato i revisionisti, affermando di non credere alla utilit di mutamenti programmatici nei postulati fondamentali del partito e negando addirittura lesistenza del fenomeno rassismo (Rassismo, revisionismo e speculazioni avversarie. Sullintera vicenda v. anche MANA. Dopo lespulsione di Rocca dal PNF, l Avanti! sinterroga su quali sarebbero state le reazioni di Gioda, ipotizzandone le dimissioni, come gi avvenuto in occasione della prima crisi revisionista (cfr. Le ripercussioni a Torino per l'espulsione di Rocca. In realt, come rifer a Finzi il Prefetto di Torino dopo un colloquio con lo stesso Gioda, questi reag serenamente, ormai rassegnato, consapevole forse di non poter cambiare il corso degli avvenimenti. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Gabinetto Finzi, Busta. si Esemplare, a questo proposito (oltre agli articoli commemorativi de Il Popolo dItalia, de Ii Piemonte e de Il Maglio, pubblicati allindomani della sua morte), il gi citato volumetto La vita diGioda narrata da Croce. Nel secondo dopoguerra, la memoria di Gioda fu recuperata nella cerchia del sindacalismo di estrazione fascista (pi propriamente salodina), organizzato nella CISNAL. Fondatore Gioda campeggiava sul frontespizio della nuova serie de Il Maglio, come periodico del sindacalismo nazionale, In uno dei suoi primi numeri comparve un sentito ricordo di Gioda, firmato da siii. ef .1.} scompare un protagonista appassionato di una fase cruciale della storia politica italiana, una figura complessa e contraddittoria, in un certo senso simbolo dellirriducibilit del fenomeno fascismo ad un unico criterio interpretativo. Pa seconda campagna revisionista e la definitiva sconfitta di Rocca. Mentre si consuma la crisi del fascismo torinese. Rocca riapre formalmente il fronte revisionista, con lintenzione come confess pi tardi di giungere ad un risultato pratico di epurazione e di chiarificazione. In una lucida intervista a LEpoca, che riattizza immediatamente il fuoco delle polemiche, il neo-deputato ribad uno ad uno i capi-saldi del revisionismo. Di nuovo, Rocca aggiunse un esplicito attacco contro quelle classi industriali. che, prive dogni idea generale nobilitante, silludevano di assolvere ogni loro dovere verso la patria e la civilt foraggiando i vari capetti fascisti, in cambio di utili tranquilli. Alla domanda, conseguente, se egli ritenesse possibile e opportuno un orientamento verso sinistra del fascismo, Rocca replica. Verso una sinistra politica, democratica o liberale didee, no. Verso una democrazia di fatto, nel senso di appoggiarci su larghi strati di popolazione, si. Il governo fascista - osserva Rocca -, uscito rafforzato dalle consultazioni politiche, aveva il dovere, e insieme la necessit, di ampliare la propria base favorendo, a tal scopo, una profonda collaborazione tra le diverse componenti della societ civile e del mondo del lavoro. Una collaborazione Malusardi, che di quel giornale fu usuale collaboratore (cfr. MALUS, Ricordando Gioda, Il Maglio). a MAassIMO Rocca, A Farinacci despota e censore, cit. Il nuovo orientamento del fascismo. Intervista dell Epoca con l'on. Massimo Rocca, LEpoca. Rocca riprende questi concetti in un saggio su Il Nuovo Paese (// bolscevismo degli industriali). Il fascismo - scrisse in quella circostanza - non era nato per tutelare gli interessi delle cricche industriali/finanziarie. AI contrario, troppi nuovi e vecchi imprenditori vedevano nellItalia un paese di conquista economica, proprio come certi ducini pseudo-fascisti vedevano nelle citt e nelle provincie un terreno di conquista politica e militare. Tra i due deprecabili fenomeni - aggiunse Rocca vi era un nesso profondo, in quanto gli squadristi dellultima ora erano sovente finanziati da industriali e proprietari senza scrupoli. Il nuovo orientamento del fascismo. Intervista dell Epoca all'on. Massimo Rocca, cit, di questo tipo, fondata sulla solidariet nazionale e non isterilita da pure considerazioni economiche o da unopera di gendarmeria a favore di una classe sola, poteva darsi soltanto a condizione che il Partito Fascista abbandonasse ogni residuo settarismo per divenire finalmente parte integrante della Nazione. A queste considerazioni Rocca, incurante dellinvito alla prudenza fattogli pervenire dallo stesso Mussolini! fece seguire altri interventi - soprattutto su Il Nuovo Paese! -, ogni volta tornando sugli stessi concetti. In un articolo particolarmente duro per il giornale di Bazzi (una sferzante requisitoria contro le camarille locali fasciste), Rocca, quasi presentendo la resa dei conti finale, sostenne che la normalizzazione non poteva pi esser rimandata. Dopo le elezioni scrive -, il Paese ha diritto di pretendere un assetto definitivo del Fascismo. Il 1924 dovr assolutamente assistere allinquadramento completo del partito nella Nazione, Com lecito attendersi, le rinnovate accuse di Rocca destarono una pronta levata di scudi da parte del fascismo provinciale. Questa volta, per, Farinacci e gli altri ras trovarono un insperato alleato nel ministro delle Finanze Alberto De Stefani, una delle figure di maggior prestigio del governo Mussolini!?. E noto, infatti, che la seconda ondata revisionista LEpoca, diretta allora da Madia (subentrato a Falbo), dedic almeno inizialmente molta attenzione alla seconda fase della polemica revisionista. Pochi giorni dopo la pubblicazione dellintervista a Massimo Rocca, il quotidiano romano ne ospit unaltra, anch'essa molto importante, a Giuseppe Bottai (cfr. Le origini e le finalit del revisionismo. Intervista dell'Epoca con l'on. Bottai). Mussolini ricorda Rocca a questo proposito - mi fa pregare, da Paolucci deCalboli Barone, di abbandonare la polemica. Rifiutai qualsiasi impegno in merito, perch volevo giungere ad una chiarificazione definitiva (Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura). Il Nuovo Paese prende, di fatto, il posto che  stato de L'Impero e de Il Corriere Italiano. Il favore accordato dal giornale di Bazzi al revisionismo era per caratterizzato da unambivalenza di fondo. Tipico, sotto questo profilo, un editoriale del 7 maggio (Polemica revisionista), in cui, agli elogi a Massimo Rocca si accompagnavano critiche alleccessiva astrattezza filosofica delle sue tesi, il tutto in una cornice di disinvolta celebrazione mussoliniana. Fin dalle prime battute, dunque, apparve chiaro che Il Nuovo Paese mirava a garantirsi una via di fuga, nellipotesi, rivelatasi realt, che i revisionisti finissero per soccombere. 102 MassIMO ROCCA, Politica interna e disciplina nazionale, Questo articolo apparve nel contesto di una rubrica dal titolo programmatico di Mezzi per normalizzare veronese Stefani, deputato ( eletto - come si  visto - nellambito della lista fascista patrocinata da Malusardi), era entrato nel governo Mussolini come ministro delle Finanze, ereditando, dopo la morte del popolare Vincenzo sintrecci con la violenta campagna scatenata contro Stefani da Il Nuovo Paese nel tentativo di sottrarre i propri equivoci giri daffari alla temuta opera moralizzatrice del ministro'. Secondo Felice, il coinvolgimento di Rocca in quelle oscure - e mai del tutto chiarite - manovre fu probabilmente il prezzo che egli dovette pagare per conservare il sostegno di Bazzi, ma  certo, in ogni caso, che il leader revisionista ha in tutta quella vicenda una parte solo marginale. Rocca, del resto, nega sempre di esser sceso in polemica personale con Stefani; e in effetti, sfogliando i suoi articoli di quel periodo, non vi troviamo che sporadici accenni a questioni economico/finanziarie e mai un riferimento diretto al ministro!. E bens vero che Rocca (il quale era convinto che il programma elaborato con Corgini fosse il migliore possibile e non aveva mai digerito il suo accantonamento da parte di Mussolini) pubblic un intero volume contro la politica economica di De Stefani, ma  anche vero che il saggio usc quando della polemica montata da Il Nuovo Paese non resta che leco!?. D'altra parte, il discredito derivante a quel giornale Tangorra, anche il Dicastero del Tesoro. La sua azione di governo, sostanzialmente improntata ai postulati del liberismo classico, si articol lungo tre direttive principali: raggiungimento del pareggio (grazie soprattutto al taglio drastico della spesa pubblica e allintroduzione di nuove imposte); contenimento della dinamica salariale; ripresa di un liberismo doganale controllato. Cfr. Dizionario biografico deglitaliani, fe Su questi punti v. FELICE, Mussolini il fascista. Il Nuovo Paese rimproverava al ministro lostinazione nel voler perseguire a tutti i costi lequilibrio del bilancio, una politica definita esiziale per le risorse economiche della Nazione; ma questa era - per cos dire - laccusa nobile, di facciata, essendo ben altri, in realt, i motivi dellostilit del giornale nei confronti di Stefani. Tra le principali imputazioni mosse al ministro, la pi importante - perch pi strettamente connessa agli interessi della lobby sottostante alliniziativa editoriale di Bazzi - riguardava i suoi presunti favori alla potente Banca Commerciale (accusata di mirare al monopolio di tutte le attivit industriali, bancarie e finanziarie), a discapito soprattutto della Banca di Sconto, gi in via di liquidazione (ofr. Per gli uomini di buona fede, Il Nuovo Paese). si Cfr. Renzo DE FELICE, Mussolini il fascista. In una lettera successiva alla sua espulsione dal Partito Fascista (pubblicata da Il Corriere della Sera), Rocca si sarebbe detto amareggiato del fatto che il suo nome fosse stato collegato alla diatriba Nuovo Paese/De Stefani, sottolineando di non aver mai attaccato il ministro. 1? Una sola volta, con larticolo La tirannide finanziaria (pubblicato da Il Nuovo Paese il 14 maggio), Rocca prese ufficialmente posizione nella polemica contro la Banca Commerciale. Ra Cfr. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura. Si tratta di Fascismo e Finanza (Napoli, Ceccoli). Il saggio, che fa parte della collana Pagine Politiche diretta dAngiolillo, raccoglie il testo di un dai suoi ripetuti e spesso triviali attacchi a Stefani ha un riflesso del tutto negativo sullazione di Rocca. Se per i fascisti delle province lintegerrimo uomo di governo divenne un simbolo e uno strumento nella lotta contro glaffaristi romani, all'opinione pubblica moderata, che aveva accompagnato con simpatia la campagna a favore della normalizzazione del fascismo, le accuse di quello che veniva considerato il principale organo revisionista ad un conservatore come Stefani (il quale godeva, tra laltro, della stima di eminenti personalit del mondo politico ed economico liberale, come Einaudi) apparvero incomprensibili e gratuite!!!, mentre fu subito chiaro che Mussolini non avrebbe mai accondisceso a liquidare uno dei suoi pi validi collaboratori. discorso pronunciato da Rocca alla Camera dei Deputati (anch'esso, dunque, posteriore alla sua radiazione dal PNF) e una serie di note nelle quali lautore illustrava dettagliatamente i motivi del suo dissenso dalla linea politica di De Stefani, ribadendo peraltro la propria estraneit alla polemica tra il ministro e Il Nuovo Paese, e definendo una leggenda lopinione in base alla quale egli sarebbe stato espulso dal Partito Fascista a motivo di essa. Quanto alla sostanza delle sue critiche a Stefani, il punto di partenza di Rocca consisteva nellimputare al responsabile delle Finanze il suo economismo professorale - troppo legato allarida teoria e perci fine a se stesso - e la sua incapacit, per converso, di valutare levoluzione sindacalista della produzione, colta invece dal programma economico fascista. Per un economista di tal razza argomenta Rocca esiste soltanto la libert economica, cio della classe borghese, ma non la libert politica, cio delle altre classi, con la conseguenza di favorire il dominio della plutocrazia bancaria e affaristica, la quale rappresentava lapplicazione quotidiana, esagerata e unilaterale della scienza economica classica e borghese. Pi La lotta contro Stefani scrive Farinacci in tono minaccioso - deve cessare. Il Direttorio del Partito deve intervenire e sconfessare ancora una volta il Nuovo Paese e i suoi collaboratori fascisti. Un ministro fascista come lon. De Stefani non pu essere lasciato aggredire da chi  privo di ogni diritto e autorit morale (FARINACCI, Solidali con Stefani, Cremona Nuova). palla giolittiana La Stampa (CABIATI, Il ministro Stefani) ai filo-fascisti Il Giornale dItalia (Polemiche interfasciste sul revisionismo e pro 0 contro De Stefani) e Il Resto del Carlino (FLORA, Per l'onorevole Stefani), la stampa liberale prese, compatta, le difese delluomo di governo veronese, lenergico restauratore delle finanze pubbliche. Il commento di Flora per il quotidiano bolognese  forse il pi indicativo di questo comune sentire. Nulla di pi enigmatico e di pi doloroso per il pubblico italiano scrisse larticolista de Il Resto del Carlino della campagna ostile contro il ministro De Stefani, riuscito in soli due anni con una politica finanziaria coraggiosa e sapiente, che ricorda quella eroica di Quintino Sella, a salvare le finanze italiane dal fallimento e il credito della nazione dallestrema rovina. I revisionisti, complice la campagna de Il Nuovo Paese contro De Stefani, apparivano dunque, alla maggioranza degli osservatori liberali, per sostenitori della finanza allegra, al punto che tutti gli altri argomenti (la costituzionalizzazione del fascismo, il ripristino della legalit ecc.), che costituivano la vera essenza del revisionismo, finirono per passare in fe TE avitbicee In unatmosfera carica di equivoci e di tensioni, Massimo Rocca si avvi incontro alla sua fine politica. Le diverse posizioni, ancora incerte al momento della sua intervista a LEpoca, si andavano daltronde sempre pi definendo. LImpero, dopo un lungo silenzio, scese in campo a dar manforte a Farinacci. In un editoriale Il pugno e la biblioteca -, Settimelli prende le difese dei selvaggi delle province (il pugno), accusando i revisionisti (la biblioteca) di filosofare vanamente sui massimi sistemi, tradendo lanima guerriera del fascismo. A parte la disinvoltura dei suoi ex alleati,  per indiscutibile che Rocca si compiacesse troppo di se stesso, abbandonandosi sovente a virtuosismi da erudito (come testimoniato da scritti del tipo di La rivoluzione e le fonti del Fascismo, uscito su LEpoca in contemporanea allarticolo di Settimelli), col risultato come si diceva - di togliere mordente e immediatezza alla polemica revisionista, facendola apparire, appunto, uno sterile e noioso esercizio di critica filosofica. A strappare definitivamente Rocca alle sue speculazioni provvide Mussolini (A) con un fondo durissimo per Il Popolo dItalia. Gli onorevoli Rocca e Bottai scrive il fratello del duce -, ai quali non si pu negare perspicacia nello studio di grandi problemi, si sono dati a demolire, a precipitare ci che anda semplicemente attenuato. I patriarchi non si mettono a fare la boxe coi capi di provincia. Se non ci fossero stati gli squadristi, se non ci fosse stata la violenza, l'ordine, la disciplina, la ripresa di tutta la nazione italiana sarebbero lontano o lettera morta, e nemmeno i facili critici secondo piano e che la liquidazione di Rocca sembra infine un mezzo necessario per salvare lintegrit dei bilanci. Persino Il Mondo, lorgano dellopposizione costituzionale amendoliana, che pure precisa di non tenere per nessuna delle parti in causa e che, in ogni caso, non ha mai risparmiato critiche alloperato di Stefani, convenne sullinopportunit della campagna contro il ministro. Indifferenti come noi siamo a qualsiasi esito - scrive infatti il giornale diretto da Cianca di una cosa sola possiamo rallegrarci: che non ha vinto una campagna che appare troppo minata da rancori e da vendette duomini o di gruppi che si sono trovati in contrasto con le ragioni dellerario, ed hanno sferrato contro l'ostacolo Stefani attacchi di stile inusitato perfino nellattuale depressione del costume politico (Il caso Stefani. La logica del pugno in opposizione alla biblioteca - replica Rocca a Settimelli -, lesaltazione cieca della forza, il mito dellITALIANIT, conduce il fascismo alla dissoluzione morale (Rocca, Il problema morale del fascismo, LEpoca). Il problema deducare e quindi di responsabilizzare i quadri fascisti  avvertito dai dirigenti pi accorti. Dopo la marcia su Roma, nel pieno delle polemiche sullo squadrismo, Malusardi - allora a Sestri Ponente - si batte per lapertura, nei locali del fascio, di una biblioteca di cultura varia, in modo da offrire ai fascisti un'opportunit di crescita etica e intellettuale (cfr. Giovinezza). di oggi puo parlare da Roma, sprofondati su le buone piazze, col gesto ed il tono ieratico degleunuchi. Le brusche parole di Mussolini (A), in perfetto stile farinacciano, colsero di sorpresa Rocca. Posto dinanzi anche allimprovviso - ancorch non imprevedibile voltafaccia de Il Nuovo Paese, Rocca prova dapprima a parare il colpo con una dichiarazione nella quale precisa di non aver mai inteso offendere leroiche camicie nere. Quindi, di fronte aglinsistenti affondo di Farinacci, si decide a pubblicare una lettera aperta al proprio rivale. Bench traboccante di retorica, la lettera di Rocca  un fiero atto daccusa a Farinacci (il vicer spagnolesco di Cremona) e al fascismo provinciale che egli rappresenta, degenerante nella volgare brutalit del cazzotto o del randello.  stato scritto, molto suggestivamente, che in questo modo Rocca ridiventa lanarchico Libero Tancredi esi prepara a riprendere la via dellesilio. Non sembra, tuttavia, che Rocca si  del tutto reso conto desser giunto al capo-linea della sua avventura fascista, sebbene non  difficile prevedere, come riusc a un giornale MUSSOLINI, La Fronda, Il Popolo dItalia. Lo stesso giorno, con grande tempismo, L'Impero titola: Gridiamolo ancora: il fascismo ha fatto la rivoluzione per avere uno STATO FASCISTA, non per appuntellare lo stato liberale. 3 gu i i ni C' una fronda in giro? si chiede il giornale di Bazzi, riecheggiando il titolo del saggio dMussolini (A). Non ci riguarda. Noi chiediamo anzi che  spezzata. La dichiarazione di Rocca  pubblicata da Il Nuovo Paese e ripresa, il giorno seguente, anche da Il Popolo dItalia e da Il Giornale d'Italia. Farinacci, sul suo giornale, si dice indignato per quella che considera unautentica virata di bordo da parte del suo avversario (Cremona Nuova). In realt, Rocca si era DERER a esprimere il proprio apprezzamento per gli squadristi della vecchia guardia (come sO resto aveva sempre fatto), senza giustificare in alcun modo le violenze dei teppisti pc quelli di tutte le seste giornate, ma anzi sottolineando che egli continua a attersi per lepurazione allinterno del panic affinch questo puo realizzare il suo genuino di disciplina legale e materiale. Ne Masino i A Gale Farinacci despota e censore, cit. (la lettera si trova riprodotta anche in Come il fascismo divenne una dittatura). Contemporaneamente alla lettera a Farinacci, Rocca diffunde un comunicato con il cbr no notizia delle proprie dimissioni da vicepresidente dellINA, nonch da membro del consiglio damministrazione della Societ Anonima per le raffinerie petrolifere di Fiume, una carica che ricopriva da qualche mese (cfr. Il Giornale dItalia, e Il Nuovo Paese). BEGNAC,  ti 18 In. effetti, ancora dopo che il direttorio fascista ne sanziona il definitivo allontanamento dal PNF, Rocca nutre la speranza che il suo caso  ri-esaminato, come gi  avvenuto in occasione della sua precedente espulsione. Ed ora dichiara il dellopposizione, che la sua lettera a Farinacci ne ha con tutta probabilit determinato lespulsione dal partito. La sera stessa il direttorio fascista, riunito a Palazzo CHIGI alla presenza di Mussolini (precipitosamente rientrato da una visita ufficiale in Sicilia), DECRETA LESPULSIONE DI ROCCA dal PNF. Essa, commenta Il Popolo dItalia, non  solo: la punizione ad un sedizioso, ma un monito severo e una minaccia solenne a tutti quegli PSEUDO fascisti o FALSI fascisti che rinnegano la fede, offendendo la patria e turbano colla smania e la follia dellarrivismo quel che  il dovere fascista pi grande: la ricostruzione nazionale. Il direttorio decide altres lespulsione di Bottai, ma questi, grazie allintercessione di Marinelli (non si sa a quali eindizioni probabilmente la promessa di rientrare nei ranghi), ottenne la revoca del provvedimento, cosicch Rocca si trova, di fatto, a sostenere da solo il peso dellepurazione. Nel giro di pochi mesi, dunque, il revisionismo passa duna concreta, bench ingannevole, speranza di successo al pi cocente fallimento, mentre a Il Giornale dItalia pi fascista che mai, se il fascismo  legge statale e disciplina spirituale, non mi resta che tornare ad attendere un po di giustizia, non Importa se pi tardiva che nello scorso settembre. Avanti!: Cfr. Il Popolo dItalia. Ogni commento da parte nostra - rileva Farinacci trionfalmente  superfluo. Costui [Rocca], da noi,  considerato fuori del fascismo gi da un anno (FARINACCI Virando di bordo, Cremona Nuova. GUERRI. La marcia indietro di Bottai addolora Rocca, che ne attribu la ragione alle preoccupazioni carrieristiche del intellettuale fascista. Bottai scrive Rocca --, teme di veder spezzata per sempre la sua carriera. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura. Il punto  che il revisionismo di Rocca e quello di Bottai, sebbene concomitanti, muoveno da premesse culturali e ideologiche sostanzialmente diverse. Al contrario di Rocca, infatti, che vanta una militanza politica pre-fascista di tutto rispetto, Bottai, fatta eccezione per la sua breve stagione futurista, si e form politicamente col fascismo, al quale dedica tutto se stesso, e di cui se cos si pu dire - puo considerarsi lunico vero intellettuale organico. Nonostante lapproccio critico, quindi, la fedelt fascista di Bottai non  assolutamente in discussione.  cos come sottolinea efficacemente Guerri - che Bottai, il quale crede nel FASCISMO COME TEORIA POLITICA, non volle rinunciarvi sempre ripromettendosi di migliorarne la prassi, mentre Rocca, assai meno fascista e anebra molto anarchico, piuttosto che accettare la disciplina di un partito che considera irrimediabilmente marcio, prefere rinunciarvi del tutto (GUERRI. Rocca vienne abbandonato al proprio destino. Perch MUSSOLINI decide di sacrificare Rocca, di cui aveva personalmente preso le difese meno di un anno prima,  questione di non facile interpretazione. La risposta pu essere ancora una volta ricercata nella duttilit strategica del duce. Mussolini, infatti, coltiva ancora il disegno dun allargamento della maggioranza, da realizzarsi soprattutto grazie a unintesa con la CGL -- un progetto a cui il capo del fascismo tiene in modo particolare e che, se non  sopraggiunta la vicenda Matteotti, sarebbe probabilmente andato in porto. Un'operazione tanto importante scrive Felice dove essere realizzata con le minime possibili scosse interne. Glintransigenti dovevano essere convinti ad accettarla. Se il prezzo o una parte del prezzo da pagar loro  la fine del revisionismo e la testa di Rocca, Mussolini non puo certo esimersi da Rocca  quindi vittima dintricate manovre politiche, ma  giusto ripetere che egli sconta anche gravi errori personali. Con la sua definitiva espulsione | commenti della stampa italiana sono variamente ma unanimemente favorevoli alla decisione del direttorio. Settimelli, su L'Impero ha parole di stima per Farinacci (il suo programma semplice e schietto, energico e fiducioso,  il nostro programma) e di riprovazione per Rocca (Rocca non ha una visione chiara e sintetica della situazione.  farraginoso e analitico). Il Resto del Carlino, che vede con favore la battaglia per la legalizzazione del fascismo, rimarca la degenerazione personalistica della polemica revisionista concretatasi neglattacchi a Stefani - augurandosi che Rocca si convince dellopportunit di rientrare in un completo silenzio (Il provvedimento contro l'on. Rocca). Con argomenti simili, Il Giornale dItalia, pur riconoscendo la validit del revisionismo deglinizi, ne critica linvoluzione dottrinale (non si capisce quale  la meta, per quali vie concrete raggiungibile, che i nuovi San Paolo si proponeno) ed espressa soddisfazione per l'avvenuta risoluzione della crisi (Nube risolta). FELICE, Mussolini il fascista. A una successiva riunione del gran consiglio del fascismo (in piena crisi Matteotti), Mussolini si mostra ancora moderatamente ben disposto verso certe tematiche revisioniste. Dichiaro dice il duce -- che io non ho ben capito ancora dove i revisionisti vogliono andare a parare. Bisogna che questi nostri amici specificano. Si tratta di una ricaduta nello STATO democratico/liberale con tutti glannessi e connessi? Si vuole invece rivedere i quadri ed i gregari? O si vuole come  logico ri-vedere le posizioni morali e politiche del fascismo per adeguarle alla nuova realt, cio al possesso del potere politico? In questultimo caso, il revisionismo ha una reale utilit. E evidente che, assunto il potere, bisogna diventare dei legalitari e non continuare ad essere dei ribellisti. Oppure il revisionismo vuole condurci ad un ri-esame delle nostre posizioni programmatiche? Il revisionismo, insomma,  una porta sul futuro, o  un ritorno al passato? (PNF, Il Gran Consiglio nei primi danni dell'ERA FASCISTA). dal PNF, Rocca (che non si dimise da deputato e presenzia regolarmente alla seduta inaugurale della nuova Camera)  concluse la propria militanza politica. Senza mai sviluppare una precisa coscienza anti-fascista, per tutto il resto della sua vita Rocca mantenne, riguardo al fascismo, un atteggiamento ambivalente (potremmo dire di odio/amore), di cui  testimonianza il suo saggio, Come IL FASCISMO divenne una dittatura. Fatto segno a minacce e persecuzioni", in un primo momento Rocca - in accordo con altri dissidenti - tenta la via dellopposizione interna; quindi lascia lItalia per la Francia, dove vive a lungo come appartato in rapporti di reciproca diffidenza con la concentrazione anti-fascista e in ristrettezze economiche, scrivendo saltuariamente per Il Pungolo, il giornale diretto dal socialista Lemmi che raccoglie anche molti ex fascisti espatriati in seguito alla vicenda Matteotti (fra i quali Rossi e lo stesso Bazzi) !8. Dalla Francia Rocca passa in Belgio, proseguendo la sua collaborazione a 15 Cfr. Il Giornale dItalia. Rocca, PRIVATO DELLA CITTADINANZA ITALIANA dopo lespatrio in Francia,  dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Legislatura, Discussioni, Rocca  aggredito pi volte: le pi gravi a Roma, tre giorni dopo la sua espulsione, ad opera di Bonelli, Masini e Nardo (rispettivamente il segretario del fascio di Genova e i comandanti delle squadre dazione genovesi), indignati per i riferimenti contenuti nella lettera di Rocca a Farinacci circa i legami tra il fascismo genovese e i gruppi armatoriali liguri (cfr. La Tribuna,); e in Galleria a Milano da parte di alcuni facinorosi squadristi milanesi. Cfr. ACS, MINISTERO DEGLINTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., Busta 7 [Rocca comm. Massimo]. Un telegramma del prefetto di Verona al ministero deglinterni informa duna riunione in una trattoria di Peschiera, nel corso della quale Rocca, illustrando il programma revisionista, propugna la formazione di fasci autonomi, che avrebbero dovuto raccogliere tutti glelementi dissidenti degni di militare nel fascismo (a questo proposito Rocca lesse le adesioni di Forni, Padovani, Sala e Marsich) e ricercare la collaborazione dei combattenti e dei mutilate. Il progetto, caldeggiato da Rocca, di radunare tutte le diverse espressioni del dissidentismo fascista intorno a un programma e a deglobiettivi comuni, prende corpo nella Lega Italica, sorta su iniziativa del gruppo di Patria e Libert e sotto legida del poeta e drammaturgo BENELLI (si veda), figura, se possibile, politicamente ancor pi contraddittoria di ANNUNZIO (si veda). La Lega Italica, che avrebbe dovuto costituire lembrione di un vero e proprio partito dei dissidenti, si dissolve per nel giro di pochi mesi, vittima delleccessiva eterogeneit e della fumosit dei programmi. ZANI. Cfr. ACS, CPC, Busta [Rocca]. Per l'editore parigino Alcan, Rocca pubblica il saggio Le fascisme e l'antifascisme en Italie, anticipante molti dei temi da lui in seguito sviluppati in Come il fascismo divenne una dittatura. ci giornali e riviste soprattutto di lingua francese - e sempre mantenendo, nei confronti del regime, un contegno altalenante (lex anarchico approva pubblicamente limpresa dEtiopia, ma non ha esitazioni, in seguito, a prendere posizione contro le leggi razziali). Rientra in patria soltanto dopo un periodo di detenzione nelle carceri belghe, riprendendo a pieno ritmo la sua attivit di pubblicista. Muore a Sal. Tra questi spiccavano il settimanale Cassandre e il quotidiano Le manna entrambi editi a Bruxelles. I saggi di Rocca, per lo pi firmati con pseu toni il pi ricorrente), vertevano principalmente su questioni di politica RENO  RAT. Rocca  arrestato subito dopo la sesta di sg  tgp  so ta I  Il suo nome appare nella lista egl de ni iale. L'ex anarchico nega sempre di aver avuto a che fare con nig ela aa e, su ricorso del figlio, St cancellato dallelenco (al riguardo v. Rocca, Come il dae pri, i dittatura). Ciononostante a quanto i; a un FOA  documentatissimo studio (FRANZINELLI, I tentacoli dell OVRA. Seen co ADEN e viftime della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, ta pare ani Rocca fa effettivamente parte dei quadri dell OVRA, celato sotto il nome di Omero. Le battaglie perdute sono generalmente dimenticate, poich i vincitori non sentono alcun interesse a ricordarle, almeno quando si sono svolte entro uno stesso partito o una stessa nazione. Ci non toglie che, se non gluomini, almeno le cose e le verit sconfitte alla lunga si vendichino, attraverso le conseguenze del loro disconoscimento. Nulla  pi facile, ad esempio, che deridere e sopprimere certi valori spirituali, quando si dispone della forza sufficiente per impedirne la affermazione e persino il ricordo. Nei giorni della sventura tuttavia, cio quando la forza vien meno, si misura limportanza negativa della loro assenza, e meglio ancora la misureranno coloro che, pi tardi, cercheranno una spiegazione obiettiva agli avvenimenti (Rocca, Una battaglia perduta: il revisionismo, ABC). Con luscita di scena di Rocca, coincidente con il fallimento della linea revisionista, ha termine questo saggio. La caduta in disgrazia di Rocca (cui si accompagnarono, pressoch contemporaneamente, la scomparsa di Gioda e, prima ancora, la sua sconfitta politica - e il brusco ridimensionamento delle residue velleit libertarie di Malusardi), pu infatti essere assunta a limite cronologico della parabola storica dellanarco-interventismo, quanto meno di quella parte dellanarco-interventismo, qui presa in esame attraverso le vicende incrociate dei suoi principali esponenti, che conflu nel movimento fascista. Se infatti, come giova ripetere, sarebbe improprio, dal punto di vista della correttezza storiografica, considerare lanarchismo e il fascismo di Rocca, Gioda e Malusardi come fenomeni correlati, quasi in relazione di causa ed effetto (perch il conflitto mondiale comport uneffettiva trasformazione della societ italiana, contribuendo a ridisegnare le tradizionali categorie politiche prebelliche; e perch il fascismo, al di l delle sue molte anime, fu comunque un fatto nuovo, impensabile senza la svolta epocale della guerra), pure, come crediamo di aver illustrato, latteggiamento di fondo con cui questi personaggi si accostarono al fascismo pu in qualche modo esser ricondotto alla loro formazione anarcoindividualista. In questo senso, riteniamo si possa parlare della presenza, nel fascismo delle origini, di una piccola vena anarchica, che, innestatasi in esso tramite linterventismo, si esaur, progressivamente ma in modo inesorabile, con il consolidarsi al potere della rivoluzione fascista. Renzo Novatore (Arcola) filosofo. Renzo Novatore. Keywords: implicatura, lanarchismo di Humpty Dumpty, la scusa anarchista dei fascisti, I anarchici di Mussolini. Refs.: Luigi Speranza, Grice e Ferrari  The Swimming-Pool Library. Abele Ricieri Ferrari. Ferrari

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferraris: la ragione conversazionale e filosofia italiana – la scuola di Galatone -- Luigi Speranza (Galatone). Abstract. Grice: “At Oxford, conversazione is a term of art; not in Italy!” Keywords: conversazione. Filosofo italiano. Grice: I like Ferraris  he analyses all the implicata of The Lords Prayer  pretty complicated  my favourite is his excursus on the implicatum of thy will be done Figlio Pietro De Ferraris e Giovanna d'Alessandro. Studia a Nard. Passa quindi a Napoli. Molte sono le conoscenze che fa all'Accademia. Entra in contatto con Gareth detto il Chariteo, Attaldi, Pontano, Gaza, Caracciolo, Pardo, Lecce, Sannazaro. Si laurea a Ferrara, dove soggiorna. Si trasfer poi a Venezia per poi ritornare a Napoli ed entrare nel giro della reggia partenopea, nella corte di Ferdinando I. Si adatta a Gallipoli, dove si sposa Maria Lubelli dei baroni di Sanarica. La serenit della sua vita fu turbata dall'invasione di Otranto da parte dei Turchi. Cerca rifugio a Lecce annotando gli eventi drammatici che in seguito sarebbero stati il canovaccio per un'opera composta in latino. Si sposta ripetutamente fra Napoli, apprezzato dottore al servizio della corte aragonese, e la Puglia, sua zona d'origine e di residenza. Inizia anche a scrivere, inizialmente in forma epistolare. Manda i ringraziamenti a Barbaro per la dedica ricevuta;  seguente la redazione di Altilio Galateus   e Ad M. Antonium Lupiensem episcopum de distinctione humani generis et nobilitate; e una seconda epistola a Barbaro e il saggio Ad Pancratium de dignitate disciplinarum. Dopo la morte di Ferdinando e Alfonso II, abbandona Napoli non prima di avere composto Galateus medicus in Alphonsum regem epitaphium. Torna a Lecce dove forma assieme LAccademia dei lupiensi. Scrisse Ad Chrysostomum De villae incendio, per celebrare la propria villa di Trepuzzi che era andata distrutta dal fuoco. E a Napoli, convocato dal re Federico dAragona che lo volle con s, ma l'inasprimento del conflitto con Francia lo spinse a ritornare nella provincia salentina. Godette dell'ospitalit di Isabella dAragona, presso cui ebbe modo di comporre in latino lavori di filosofia, filosofici. Una delle pochissime trasferte dal Salento fu quella che effettu a Roma presso Giulio II, a cui offr una copia dell'atto di Donazione di Costantino, che era conservata nella biblioteca di Casole. Fu uno studioso che, come gli intellettuali suoi contemporanei, riusc a coniugare una vasta erudizione umanistica con nozioni scientifiche. Le sue conoscenze erano di ampio respire. Il suo bagaglio filosofico include la cultura classica di Aristotele, Platone ed Euclide. Considera che la filosofia classica era stata traviata dai filosofi come Alberto Magno e Duns Scoto, e dei filosofi dei secoli bui salv solo Boezio e la sua Consolatio philosophiae. Prediligeva la civilt classica e autori come Omero, Senofonte e Plutarco; Terenzio, Catullo, Ovidio, Seneca, Svetonio, Virgilio e Orazio; e insieme il mondo del volgare, con letture di Dante, Petrarca, il Morgante e Sannazaro fra i tanti. Si interessa anche delle opere di Strabone, Tolomeo e Plinio. A questo patrimonio di conoscenze associ Ippocrate e Galeno.Non trascur gli usi e i costumi della sua terra d'origine, e descrisse in termini molto particolareggiati le zone del salentino, illustrando con realismo Gallipoli ed esaltando uno stile di vita meditativo in alcune sue opere. Ma non sfugg a Ferraris il quadro generale della societ dei suoi tempi e della corruzione morale e politica che la attanagliava; e che fu anch'essa soggetto degli scritti di De Ferraris nei quali critic la diffusione delle cattive consuetudini. Il suo De Situ Japygiae e un autorevole trattato storico-geografico sul Salento. Mentre era a Bari ha notizia della "Disfida di Barletta" e ne narr per primo la storia nel suo De pugna tredecim equitum. Altre opere: Oltre a saggi e trattatelli, compose le seguenti epistole: Ad Accium Sincerum de inconstantia humani animi, Ad Accium Sincerum de villa Laurentii Vallae, Ad Franciscum Caracciolum de beneficio indignis collato, Marco Antonio Ptolomaeo Lupiensi episcopus, Antonio Ptolomaeo Lupiensi episcopo, De Heremita, De podagral, Ad Chrysostomum, suo salutem de nobilitate, Ad Chrysostomum de morte fratris, Ad illustrem comitem Potentiae, Ad comitem potentiarum, Ad Maramontium de pugna singulari veterani et tyronis militis Ad Belisarium Aquevivum marchionem Neritonorum Federico Aragonio regi Apuliae, Ad Chrysostomum de morte Lucii Pontani Ad Ferdinandum ducem Calabriae, ad Chrysostomum de pugna tredecim equitum, Ad Hieronymum Carbonem de morte Pontani, Ad Prosperum Columnam, ad Chrysostomum de Prospero Columna, phiilosophi praestantissimi de situ elementorum ad Accium Syncerum Sannazarium, Esposizione del Pater noster De educatione Ad illustrem dominam Bonam Sforciam, ad Antonium de Caris Neritinum episcopum, regem Ferdinandum, Beatissimo Iulio II pontifici maximo; philosophi epraestantissimi De situ Japigiae ad clarissimum virum Ioannem Baptistam Spinellum, comitem Choriati, Ad Nicolaum Leonicenum medicum, Petro Summontio De suo scribendi genere, Summontio suo bonam valetudinem Callipolis description, Pyrrum Castriotam, Illustri viro Belisario Aquevivo, (Vituperatio litterarum), Ad Ioannem et Alfonsum Castriotas, Ugoni Martello episcopo Lupiensi B. V. La Iapigia. Itinerari e luoghi dell'antico Salento (Lecce, Messapica Editrice), Gallipoli (Lecce, Messapica Editrice). Galatone, che ha una strada "Antonio Galateo", onorato il poeta nel marzo con lapposizione in Piazza Crocefisso di una lapide dedicata alla sua memoria. Dizionario biografico degli italiani, Treccani Enciclopedie, Galatone, in Treccani Enciclopedie. PULITEZZA SPECIALE, tifi' m CONVERSAZIONI, ' r Or^ne delle eatwersm Umi e specie. M AUoroh, dopo il IX -secdb, ff mase sciolto quasi ogni vincolo governativo in Europa, ciascun uomo, secondo le sue forz6% procur di rapire o distruggerot Dibbmar fortezze per difendersi o adonar prmi per assalire. Tra gli oggetti rapiti prpieggiavano le donne ragguardevoli per bellzz. I cavalieri o sia gli uomini a cavallOy che pi de* fanti erano anticamente pregiati alla gurra, spinti da avidit e da amore, da vanit e da gloria ^i assunsero il carico di difendere il bel sesso  come vedremo nlF articolo seguente.Quindi 8i uoiiODD in croecbi talora ne' ciiBSteUi de'feudatari, talora nelle corti de' principi i cavalieri per fare pompa delle loro lAiprese, le doniM/ per onorare i loro difensori e trarne vanto, i poeti pec cantare il valore degli uni e la bellezza delle altrer Le donne, i cavalier, rrme, gli aniiori., Ile cortesie, le audaci imprese io canto. Siccome le dame e le principesse l'oggetto sono della poesia, cos ne furono le sovrane in ' M giudizio e pr tribunali. Imperocch tenevano  nelle lor Corti e castella corte W amore o par lamentoi oy trattai^nsi i problemi^ le cause, le  liti amorose e cavalleresche; concorrendovi gen- iiluomini e dame dappresso e da lungi, e sopratutto poeti e cantori, quasi avvocati e giurisprudenti primarii a quel foro. Che se contenti non sono { litiganti. (kyUa sentenza de'{>ai:lamenti allora sorgevano le Tenzoni o sfide poetiche, eolle j> quali r un contra T altro scrivevano i trobadori a difesa dJoi^ eauT'e di lor belle onde sono sempre in giro messagi e proposte e risposte, e lamenti e disQde novelle d'^inore e di poesia Cresciuti in fom i Governi ne suasegnenti secoli, e cessati i pericoli delle belle, non fu pi necessario,, per ere ammesso in queste conversazioni, Taver rottopi lancia in onore d-ona prin* eipessa o d' una lama, ma bast Q^ie vi scendesse 1) BeUifiellf. j ^ oj by vmmztA: sfigxale 30& Per lungo )> pi magoanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste; per appriezz^re meglio i sentiBient del poeta e salire air origine degli usi, il lettore pu consultare la nota. Xe i Londra del dicono: Le pU^ni presentate alla carte dei rUelami nella circostanza dell'incofonazione delFattufide.re d* InghQterra), cofi tengono pretensioni singolarissime, e che ricordano usi antlchissimi. il conte d'Abergaf enny, come signore della cascina di Sculton, riclama l'uffizio di capo deUe dispense cl:edeta di farne il servizio sia personalmente, sia .col mezzo del sup deputato, e riclama per suo emolumento tutti gli avanzi deUe pietanze e delle carni dt^o il pranzo. Due petizioni furono presentale dal duca di Norfolck. Colla prima, nella sua qualit di conte maresciallo ereditario, egli chiede di compiere personalmente o col mezzo d'un deputato gli idficii di primo boUiqUm'e d'Inghilterra, e di ricevere perci la migitor coppa. d'oro con Q[M$relio, tp rimarranno sotto, il inezzule, e tutti gii orciuoll e coppe, eccetto quelli d'oro e d'argento che resteranno nel celliere dopo il pranzo. Colla seconda petizione li nobile duca dimanda, come signore della cascina di Workoop, di presentare al r^ un guaoto di mano destra, f'di soistoiieife il destro- liran^lo dei re nel menti ch'e tiene lo scettro reale. n duca di Montrose, grande scui^ere; dimanda di fare il servizio di sargente di lavatoio dell'argenteria, e di ricevere tutti i piatti e tondi d'argento serviti sulla mensa del re il giorno dell'incoronazione, e cogli emolumenti che ne dipendono, e di portare eziandio gli speroni del re dinanzi S..M. n 8lg^ CampbeU, come signore della cascina fi Lyston, reclama il diritto di fiir de cialde pel re, e d' imbandirle jsulla mensa reale al banchetto dell'incoronazione. Rimasero quindi a poco a poco e dovettero rimanere esclusi i poeti; giacch, se nello stato primitivo delle conversazioni, mentre il poeta si mostra ricco d'idee, vantavano i cavalieri destrezza e le donne pericoli^ nel seguente stato il poeta solo sarebbe rimaso oggetto degli astanti, quindi ne avrebbe sofferto la vanit degli altri. Muniti di privilegi reali ed onoriQci che dalle altre classi li separavano, facendo, principalmente in Francia, professione d'ignoranza, i nobili chiusero ad esse la loro conversazione, e avrebbero creduto di degradarsi, se alla loro confidenza avessero ammesso chi soltanto di talenti o d'altre abilit personali si fosse potuto dar vanto. Appena comparvero leprime scintille delle scienze, i pochi spiriti gentili che non rimanevano impaniati nelle sensazioni materiali del volgo, provarono il bisogno di unirsi, per fare acquisto delle altrui cognizioni e dare in cambio le proprie. Questo bisogno era tanto pi forte, quanto che prima della stampa altissimo era il prezzo de' libri, come tutti sanno; nacquero cosi le conversazioni letterarie od accademie, le quali da principi illustri vennero proli) Esistono scritture del XVH secolo, sulle quali persone dalto rango fecero la croce perch non sapevano scrivere. Nello stesso secolo parecchi parenti del celebre Cartesio si sforzavano di cancellarlo dalla loro memoria, i)ersuasi che la filosofia, di cui egli  il corifeo, fosse macchia alla loro schiatta. V. Thomas, Eloge de Dcartes. PUL1tBZZ4 SPBULE tette, giacch i principi illustri non temono le sciepze  sanno che degli Stati il principale pregio son MSe e lo splendore. Per consimili motivi sors^ eonvecsi^ioni di pit tori, di musei, e con maggiore coneorrenza, giae* b la capacit d' apprezzare le bellezze di questo, ti egregie  men rara di qa$Ua che per appresare le scienze richiedesi. Lo spirito di commercio svegliatosi dopo I." un decimo secolo in Itatta^ pisogfessivattiente 4)reseii|U> ne' susseguenti, fu larga fonte di ricchezze. Si vide allora che si poteva essere ricco e considerato senza essere nobile o possessore di fondi. Il desiderio di far pompa di ricchezze, unito al bisogno di conoscersi peraccrescere le relazioni commerciali, form le adunanze de' commercianti. La ricchezza de' mercanti cozz colla ricchezza de possidenti, e nette citt libere ottenne quegli o maggi che altrove si era riservati la nobilt. La classe direttrice de' lavori nieccanlci si diviso in altrettante masse quante sono le specie di essi. L'analogia de'lavorit il desiderio d'imporre legge ai lavoranti, la necessit di conoscersi per ripartire le imposte che i principi esigevano dall' industria, rkniirono i direttoli delle varie arti, o sia i fabbricatori, in altrettante compagnie o cow/rafernite che ebbero te loro regole e tennwo le loro Mssioni in gicrni determinati Le'ricebezze perdute ddia iiobiUyer ie ragimif ehe diremo, furono raccolte da persone' intelligenti e attive, che, senza appartenere al ceto de'commercianti o de'fabbrieatori, sepp ero farle. vafere. I (>er spacciare le loro idee nelle CONVERSAZIONI i^altri per non mostrarsi digiuni delle notizia pi triviali. La lettura cominciata per vnt, continuata per abitudirte, talvlta in passione si cambia, e i frivoli gusti tghoreggia o discaccia. Chi lggCi o per istruirsi o innocentemente intrattenersi, toglie sempre degli istanti alla covi^ ruzione, e talvolta le toglie de' capitali per la compra delibri di cui abbisogna. I gabinetti di lettura sono una conseguenza dello spirito socievole dello scorso secolo; si procura a tutti un mezzo distruzione con pochi soldi. Non tutti possono leggere tutti i libri; ciascuno  costretto a ristringersi nella sua sfera; ma NELLA CONVERSAZIONE i libri letti da uno, divengono mezzi d'istruzione per gli altri. In caso di bisogno egli vi d in UQ quarto d'ora il frutto di dieci ore di' lettura. Se nelle dispute che sogliona nascere NELLE CONVERSAZIONI, i due contendenti restano per la pi di loro parere, l'influenza delle dispute sulle opinioni non lascia d'essere reale, giacch. Gli spettatori disinteressati formano il loro giudizio sulle ragioni allegate pr e contra dai disputanti. La voce, il gesto, il tuono di essi rendono, per cos dire, pi acuti i tratti del loro spirito e pi profondamente neir altrui memoria gli imprimono. Quegli tra i contendenti che ha torto, e che nella disputa chiuse glocchi alla verit, non conserva questa ostinazione, allorch riflette poscia di sangue fredddo, e sovente s'accosta al sentimento, che aveva combattuto. In una CONVERSAZIONE GENERALE, quegli che parla, si vede cinto d'una specie d'uditorio che lo nima e lo sostiene. Questa circostanza da allo spirito maggiore attivit, alla memoria maggior fermezza, al giudizio maggior penetrazione, alla fantasia de LIMITI CHE NON GLI PERMETTONO DI DIVAGARE. IL BISSOGNO DI PARLAR CON CHIAREZZA lo sforza a dar qualche attenzione allo stile e ad ESPORRE CON QUALCHE ORDINE le sue idee. Il desiderio d'essere ascoltato favorevolmente gli suggerisce tutti I MEZZI DELOQUENZA DI CUI LA CONVERSAZIONE famigliare  capace.Quindi LA CONVERSAZIONE  la prima. Intendo qui di parlare delle persone di spirito e di buonafede; giacch gli spiriti falsi e vani, o gli uomini di parUto, pe quali LA CONVERSAZIONE E UNARENA OVE COMBATTANO DA GLADIADORI, non aspirando di giungere alla verit, ma di conseguire un' apparente VITTORIA, quesU non riescono nelle loro dispute che a raddoppiare il velo che ingombra il loro intelletto, e a vie pi nelle loro opinioni smarrirsi. e la migliore scuola per gli uomini che {tarlar ia pubblico si dispongono. Sj: f Air opposto un uomo che vve solitario nel suo gabjiettOr noD stimolato a farpas^re.le sue idee tjrii'Mtrui'anittio, noin^eriteiidosr'itvymffiairii a fronte non avendo obbie;{.ioni da combattere, non impr. ft^ gmm qiiest'acle delicata ebe convincere gli spiriti senza offender lamor proprio. 0D bel garbo costringe l'altrui inerzia airesame j^tt prgiuritzie^ pungndota con x^iche tmjU* piccante Altronde sempre solo con s stesso, e ^imsM aggeUi^^L^4xm/twitoi disposto a niguardmi x^iascuna 4rfeache gli si pcesdtay.came^una scoperta. Non mai esposto a queste piccole lotte di societ che danno si prontamente a tiascufiei. la misura delle sue forze, egli incliner a formarsi mt ppinione esagerata de' supL talenti e ad eBpone le ^nierdee con atsi fmpfariosa edoffenshra. Si pu dire delle CONVERSAZIONI ci che ALFIERI dice dei. vhiggi;.vY| s impara^ pi assai che in su le cartCi tH\ stimare o spregiar l'uomo^ ^^^j ;Ma a.cnoscer s stesso e gli altri jn parte v. ^i^Lo studio iaatti de'libri rie^oe ua mol languido . ddN)le^ che esercitai non agita!^ non riseaMa la mente come LA CONVERSAZIONE. S'io discorpo con CdbustO/ ragionatore, dicis Montaigne^, egli mi ein|[e e iB.Incalza da tulteie parti; l^sa$ fdee ri^egllaiio le umi la^^osia, la gloria, .la QQnte^ziQpe mi spingena, mi riali^aho sopra di me, e non diradortni presentano nuove combinazioni ideali. INFLUENZA DELLE CONVERSAZIONI. sfil costume U de6derio 4i piacere a^i atoi vaddoldsee ia pale mseefen dir mm^i nra questo Aderto si svolge, ci aDiina NELLE CONVERSAZIONI e l' abitudiM d!eq^ijmerlt forma J'abMdiBe di aeotirlo. DACCHE LE CONVERSAZIONI DIVENNERO COMUNI, nacq[iie fior /quell'eleganza di tratto. e quella non 9 80 quale gra^a^-d* urbanit^ quel Aresentorsi pl 9. disinvolto, quel pi leggiadro atteggiarsi, e quei n versatili modi e politi cbe. imlla sentano V ioatr titudiiie 6 TimbaMaso; quindi quel wism wtm u pi dilicato, e que' mutui riguardi e qua' molti* pliei uffieii di olviltt johe quaai ad egiH .ubante Ja vanit e LAMOR PROPRIO dona e riceve. Le passioni .medesinia c)ie erano prima iutratta* .iMtt'., Mnreggendo in pfttte la toc nafitf wtm^ i> biaoza, sonosi anch' esse, dir cos, incivilite. L'oigo^iosa superbia si  maaobei^ata sotto la spoglia d' doa finta modestia; T invdia siesta sa pronunciar delle lodi, e IL PUNTIGLIOSO E CALDO RISENTIMENTO V obe quasi ad ogni parola aveva li fuoco neglocchi e la mano sull'elsa, ha .tesBiperato. queir indole sua ferqee ; si  im parato a dissimulare un'offesa, a Dasedndelw tipata, a rispondere pacatamente; e bench questa re P if M lusinghiera, gradita e di realissimi vantaggi sociali /ecandq, ^jper-^^la.^[y&lio ostacolo a mali gravU-. Finalmente sogliono non pochi giudicare del mento 4' uoa pecfiona dalla sua maniera di caavMr* sare^' n, si eiitano di porre al vaglio sue buone 0 cattive qualit^, ma ue^ formailo giudizio dalle idfie cb'ella .presenta: B^ordeobi sociali; qoiadi 0^ forza entrare nelle societ, giacch le abitudini del ^eatil couversare aoit possooo in soUngo gabinetto aljgnistarsi. INFLUENZA DELLE CONVERSAZIONI SULLA MORALE. h AUotcfa gli uomini s'uniscono in CONVERSEVOLE ecMohior^ 49orge tea di' essi un' opinione la quale condanna glatti che riescono nocivi a tutti od a qualcuno deglj uniti: ciascuno  costretto a nascosi dere 1 eentimQti criminosi che per avventura cova neiranimp.  aiccMie. anche ci maqa i virt, vuole mostrarne almeno l'apparenza, quindi, se qualcuno d^li uniU d mentore di v^i, la van^ degli altri . si unise to6t pericaeeierlo dal loro imo, ae^ non corra voce che lo tollerano o f approvano. Dnn^e quanto {m. eresc lar bc^ma di PARTECIPARE AI PIACERI DELLE CONVERSAZIONI, tanto pi cresQono i. motivi per isciogli^sii dai vizii che esse ooodamiaiiD. 1 ref mordendo a lungo GIOCO,  d'uopo  Che r oprare al gridar conforme eqch^ggi )\ II; Screditando gli altrui vizii ciascuno si lusinga ^ iter provn di .contiaria virt; quindi NELLE CONVERSAZIONI cascuoo cbiSuna a indicato la riprover vole condotta degli estranei od assenti: ciascuno ride delle umiliazioni cui  condannato un leccazampe; ciascun parla con orrore d'un tradimento; ciascuno sviluppa le circostanze che aggravano un delitto ecc. Escono DALLE CONVERSAZIONI dalle de' gridi che chiamano gli sguardi del pubbblico sul magistrato corrotto, sul giudice venale, sull' amministratore infedele ecc. Allorch la condotta di qualche persona potente non  ben nota, ciascuno deglastanti comunica agli altri le sue viste; si mettono al vaglio i fatti e le congetture, si confrontano le realt e le apparenze; si richiamano le notizie anteriori e concomitanti, e dualmente si giunge a smascherar l'impostura. L'opinione pubblica va ad attingere ALLE CONVERSAZINI i documnti che giustificano i suoi decreti donore o d'infamia. LE CONVERSAZIONI sono come le sentinelle notturne che ad ogni ora si comunicano il grido di sorveglianza, onde reprimere ne' pubblici perturbatori il desiderio di far del male. LE CONVERSAZIONI offrono il destro di pronte benefiche soscrizioni a vantaggio dei poveri. L'interesse che la padrona di casa sa destare nellanimo de'suoi amici a favore d'una famiglia o d'una classe sventurata, il desiderio comune di dare prova di generosit, l'altrui esempio che fa forza anche ai pi renitenti, tutto concrre a far riuscire immediatamente un progetto generoso, che senza LE CONVERSAZIONI le resterebbe sventato o verrebbe troppo t^rdi. Quindi con piccolo incomodo deglastanti si raccoglie ia pi orocebi una-samiQil ragguai:de* vofi e safficieate ^1 Jbisoguo, INFLUENZI DELLE CONVERSAZIONI sulte crtL Le conversioni avviemando giornalmente uomini, e ciascuno bramando di comparire ricco e4 legaste, i:e5C0ifo i compratori dette merci 4^.e adornaao le persone e le case. Quindi si eslesero toi^amei^te l^.arti cos dette, di lusso. Il popolo firneese, "^tmi H quale, E MASSIMO IL BISOGNO DI CONVERSA  divenuto IL DOMINATORE DELLA MODA. JBari'addietrqi etmano scarsissime LE CONVERSAZIONI, e moltissimi globbriachi; ti capitale che ora si spende in abiti,. allora sj spendeva in bagordi. Quelii cbe ftnaot rimprovero ALLA FILOSOFIA d'avere esteso lo spirito di socievolezza, son costretti a dire cAteun uomo ubbriaco j preferibile ad,un nomo legante. Per disgrazia dell' umanit questi Ostrogoti sitrovano talvolta alla testa degli St^i, e con ottime A Verona, trovandomi un stat alla convetsadon'e  d^iHia signora che non soleva andare al teatro, ma univa nella sua^easi vaeii amici, ella ci dice: Signori : dimani a sera no^ qi vedremo, perch uadc A teatro, t t:ome al teatro t ^ Si, gbuseh la serata va avaatagato ^ povecL^Dunque ci vedremo, risposero tulli.. fiaatt' la ra. susseguente non solo ciascuno deglastanjti and' i -tealro, ma, conduce seco quattro o cinque amici cosicch il palco dUa signora fu un andirivieni continuo, ed una specie di goecr a Mdam V ini4$mt0 > la ^te si fonava neUa sua sconfitta. Beco la ^vOlz^adone : beaefioennt uoit^ alpia^. cerei onore al bel sesso cbe la proinoveiL intenzioni li rovinano. Pio IV, declamando contro l'uso delle carrozze, indusse i cardinali a cavalcare le mule; si moltiplicarono le mule in ragione de'capitali che non erano pi impiegati nelle carrozze cio le nule presero il posto deglartisti. Non vi par bella e sensata questa trasformazione? Andate avanti, beatissimo Padre, e, giusta le massime predicate da altri moralisti, induceteci a privarci del cappello, della giubba, delle calze, delle scarpe; e cos dopo d' aver fatto sparire gli artisti, se pur questi vorranno sparire senza cagionarvi qualche timore, venderete le vostre derrate agluccelli. Torniamo al fatto: IN FORZA DELLE CONVERSAZIONI si sono cambiate le abitudini economiche, e leleganza  sottentrata all'ubbriachezza. Quella massa di liquori che per Taddietro consumavasi da un solo con danno della salute e della ragione, ora sopra dieci innocuamente si distribuisce, cio sopra gli artisti che fabbricano cose comode ed eleganti. Dunque nell'aumento DELLE CONVERSAZIONI hanno guadagnato larti e la morale. II lettore che non fosse abbastanza persuaso de' vantaggi che ho attribuito ALLE CONVERSAZIONI ed in generale allo spirito di socievolezza,  pregato a sospendere il suo giudizio sino all'articolo secondo, ove esaminer gli usi e i costumi de'tempi barbari e semi-barbari, ne'quali di, socievolezza non v' era quasi traccia., Accennate nel Tranat del Inerito e ^elt KieomfitnUe.  Gli oMPOstt Oggetti V Rende pi chiaro il paragoo. Distngua,  Meglio ciascun di noi;  ic.i.n NeimalehegIiattnopprm4lb9A. Scelta deHe tantffsaatcni: r .f'/.v;r li Cki .vcdesgft sfogare il coosoitia di tutti f reprobi, correrebbe pericolo di viver solo. Pupi restare ia casa nfm ioKdarti kfijoarp^t ma restando in casa ti privi d'una passeggiata utile e 4^Uzio9a Dpnque non potendosi p^r noi crear uoniiiil perfetti, sar sempre miglior consiglio accrescere la forza della j[M*opria virti5 di quello che i'irrita^ biKt agli altrui vizi. Dire che aoa dobbiamo essere cestii a lordarci ^ le weqMi pi^ jurooucarci una buona passeggiiitaii nm  dire che dobbiamo innoitrarci nel fango sao agli occhi e con pericolo di spezzarci una gamba : per anpdoga dite lo stesso delle conversazioni. Adombrati gh' estremi, dir al giovine che nella soelta delle conversazioni, pi ctie gli adulti ed^ i veoohi egli debb' essere riservato; giacch, mancandogli la loro esperienza pu facilmente .restare tra queMaeei che essi spezzerebb^o.. Inoltre il credito degli adulti e de' vecchi  giformato; le loro buone qualit, sona note, un'ab. tudine provaUi da pi risponde ad ogni dub* bia apparenza. All'opposto il giovine dee tuttora ar nascere questa b|io)ML, opinione neir^ltrui animo "^4  di hidd^oi^eail giadhao ebe gU/a^ d noi, quando dalie persone che frquentiamo ci giudicano; e fa d' uopo osservare che la yafiit vieta loo di cambiare j&KitiAiDte h ptt opinione che di noi concepirono, vera o falsa che ella sia, Dun(]ue, beii|^ ^^iva Aacora molto istrutto, otterr il giovine pi gradi di stima se correr voce eh' egli conversa . spes$p.^^on parsone di merito e gode fa loro confidenza. LA CONVERSAZIONE colle ballerine, colle persne di dubbia fede, o p^leseqiente scellerat, macchia la riputazione di clrinncpie: i cm 'lodt insudiciano queUi tui ft^no maggiori carezze. Tutti consigliano ai giovani di non trovarsi NELLE CONVERSAZIONI bve s! tengono giucW d'at^ zardo; giacdi, quaiunqu: sia la lro risoluzione, ossi finiscokio peir tedere e rovinarsi; Essi cedono, alte suggestioni ed all' esempio altrui, al timore d'essere dichiarati' spilorci, paurosi, vili o schiavi d^e^voiiri patemi; essi cedono 1 defsiderlo di dlve* . nire prontamente ricchi, desiderio che prontamnte SI aperite, 'la brama azsata'dell'oro  i|tra caiH crena ciie rode l'animo del giuoeatore,  una sottile fiamma che lo consuma. Ommetto di parlare de' suicidi prodotti dalle perdite nel giuoco. Perdita della salute.  questa una conseguenza dell'accennato stato dell'animo. Infatti sotto razione ripetuta del giuoco si sviluppa un carattere irascibile ed una viziosa energa di sensibilit che alla macchina corporea riesce sommamente nociva; perci la massima parte de'giuocatori sono decrepiti a 40 anni. Perdita delle sostanze. Per un giuoeatore arricchito dal giuoco ne conterete cento rovinati. 4. Perdila delta fama. Cicerone, per iscreditare i giudici di Clodio, li paragona a quelli che frequentano le case di giuoco. Bench tutti i giocatori non siano persone infami, ci non ostante la massima parte non lasciano d'essere riprensibili perch si espongono al pericolo di divenir tali. Nissuno d la sua figlia per isposa ad un gioca^ tore; nissuno lo accetta per compagno in uh' intrapresa; nissuno lo vanta per amico; nissuno lo vorrebbe per padrone; ogni padre vieta a'suoi figli la di lui compagnia come la peste. Perdita della sensibilit ai piaceri intellettuali e morali. Siccome le persone abituate all'uso del pi acuto rap divengono insensibili ai soavi effluvii del garofano e della rosa, cos le persone abituate alle scosse gagliarde del giuoco rimangono insensibili ai piaceri della commedia, della trage-; dia, della pittura e delle altre arti belle; quindi 1* momenti che i giocatori non impiegano nel giuoco, sono occupati dalla noia. Il giuoco accresce il bisogno di sentire, e diminuisce il potere di soddisfarlo. Il giuocatore s'espone al pericolo di perdere, e perde talvolta quell'unico denaro che  necessario alla sussistenza de' figli e della moglie; la sorte infelice di questi fa dunque minor impressione sopra di lui che il bisogno di giuocare: in quale punto sar sensibile il di lui animo alle loro carezze ? Un giovine dedito al giuoco sfugge la compagnia de' suoi genitori, sdegna i loro innocenti piaceri, sprezza i loro consigli, amareggia i pochi istanti della loro vita, diviene ladro domestico, e talora i disonora con azioni che gli fruttano la prigionia 0 il capestro. 6. Perdita del senso comune. Ogni giocatore sragiona cosi come sragiona il volgo, allorch dai sogni deduce  futuri numeri del lotto. L' abitudine di prendere per norma a' suoi giudizi i rapporti fantastici delle cose distrugge l'abitudine di consultarne i rapporti reali, costanti e ragionevoli. Un giocatore non avr vergogna d'attribuire la sua perdita alla sua scatola; un altro alla presenza d'un nemico ecc.; alcuni non giocano che denaro tolto a prestito, quasi preservativo contro la sorte; altri destinano parte delle yincite ad opere pie, quasi pegno di vincita, ecc. L' idea del guadagno allorch soggiorna lungo tempo in una testa debole, ardente, soggiogata da; vane, combinazioni, converte il dubbio in certezza, e fa riguardare come infallibile ci che fervidamente desidera. L'illusione  s forte, che non  distrutta dall'esperienza delle perdite, e in onta di esse rinasce e si rinforza. Gli animi frtenfient agitati, dice Tacito, inclinano alla superstizione, cio la causa delle loro sventure riconoscono in cose o parole incapaci di produrle; quindi le invocano o le maledicono, ne sperano o ne temono. La fortuna^ nome vuoto di senso, agisce sull'animo de'giocatori cme se fosse un ente reale : a lei attribuiscono le vincite e le perdite. La fortuna  un concorso di cause ignote ove la temerit fa tutto y e la prudenza nulla. I selvaggi dell'America, dice il padre Lafiteau, si preparano al giuoco con austeri digiuni, quasi volendo interessare la Divinit al successo de'loro stolti e ingiusti desideri. Dop ^li antecedenti riflessi  quasi inutile l'osservare che nel giuoco ogni sentimento di decenza si perde e di gentil costume; si diviene rozzo, villano, grossiere, caustico, mordace: non si ha riguardo n alle qualit altrui n ai diritti; si offende l'altrui amor proprio, si tradiscono  sent-' menti del proprio animo, ecc. Dopo la fama di decenti ed oneste il giovine ' preferir quelle conversazioni ove  maggiore la libert. Siccome il piacere  d'indole s schizzinosa che non sempre apparisce ai cenni del desiderio'; e fugge rapidamente allorch vede un laccio, fosse anche tessuto di rose, ri di tempo serba regola n di luogo, ri a tutti i discorsi sorride; quindi dir al giovine: allontanati da que'crocchi ove devi rendere ragione perch non venisti a tal ora, perch ti parti pria del consueto, e t' forza al posto assiderti che non t'aggrada, e con tale foggia d'abito comparire che non ti conviene, e sulle altrui maniere irremissibilmente atteggiarti e deporre sulla soglia il tuo carattere originale per rivestirtene allorch n'esci. Fuggi pure, perch il rituale esat-" tissimo delle cerimonie, i complimenti, gli inchini, i baciamani si .frappongono ai cuori che corrono a contatto, e i sentimenti ora rispinti dall' altrui  orgoglio, qui umiliati dai titoli, l repressi dall'aria di comando, e tra imperiosi e inetti doveri allacciati, non possono scorrere rapidamente qual elettrica scintilla e propagarsi per tutta 1' assemblea; quindi l'allegrezza sfuma ed ilpiacere, e al loro posto va assidersi mortai tiranna la noia. Taccio il civile barbaro-bugiardo V Frasario urbano d'inurbani petti,^ t w Figlio di ratte labbra e sentir tardo.  iVs. k IV. Il giovine non fuggir la conversazione delle donne oneste, giacch solamente in loro compagnia imparer a rattemprare l'effervescenza dell'et, a ingentilire colla grazia le maniere, a piegare i movimenti a leggiadria, la placidezza del discorso senza vilt, la modestia senza timidezza, il coraggio senza impeto, il brio che sa rispettar la de, cnza, l'allegrezza che non diviene smodata, quelle fine attenzioni che prevengono i desiderii senza mostrar d'occuparsene, e quel conversare libero e cordiale che non degenera in confidenza temeraria e plebea. v Swift attribuisce LA DEDADENZA DELLA CONVERSAZIONE in Inghilterra all'esclusione delle donne; da ci nacque una famigliarit grossolana che porta il titolo d'allegrezza e libert innocente, abitudine dannosa, egli dice, ne' nostri climi del Nord^ i) ove la poca pulitezza e decenza che abbiamo s r DM. introdotta, per cos dire, d contrabbando e ^ contro la naturale inclinazione che ci spinge  continuamente verso la barbarie, ^e non si manfi-T tiene che per artifizio. SOGGETTO DELLE CONVERSAZIONI. Qualunque argomento frivolo o grave basso o sublime, lepido o serio, p^rcA piaccia agli astanti,  noi offenda la morale^ PUO ESSERE ARGOMENTO DI CONVERSAZIONE: qui pi che altrove debb'essere.  ragione e legge  Ci che il consenso universale elegge.  ytl poeti satirici hanno voluto ristringerci in pi angusti confini; quindi 1. Pongono in ridicolo le dimande relative alla salute quasi che la salute non fosse l'oggetto pi interessante per gluomini, e una buona digestione non valesse cento anni d'immortalit; r 2. Non vogliono che parliamo del tempo, quasi che le vicende delle stagioni sullo stato tsico e morale della specie umana, sui prodotti delle campagne, sul corso del commercio, e non di rado sui pensieri degluomini grandi e piccoli aon influissero ; c giornalmente non fossero occupati i fisici ad osservarne Tandamento progressivo, retrogrado, irregolare. Qualche poeta ci deride QUANDO NELLE CONVERSAZIONI PARLIAMO d'arti e di commercio, di pace e di guerra, di governa e di politica,  vuole poi x che ci occupiamo d'satelliti di Giove  dell'anello; di Saturno. Certamente che anche Giove e Saturno possono ESSERE OGGETTO DELLE NOSTRE CONVERSAZIONI, ed  cosa desiderabile che Io sieno, s perch pascono l'animo di idee sublimi, s perch servono di guida al nocchiero che va. errando sulP immensa superficie de' mari, ecc. Ma avreste voi vietato ai Romani di parlare quando Cesare ottenne dal Senato il diritto sopra tutte le mogli? Quando Vespasiano, che si mostrava s tenero pel bene del popolo, pose un'imposta sulle orine? Vi sono delle cose che ci toccano s dappresso, che  assai difficile di non tenerne discorso, come  difficile di non gridare ahi ! quando il fuoco ci scotta. Se poi, per opposta ragione, si riflette che LO SCOPO PRINCIPALE DI QUELLI CHE SUNISCONO IN CONVERSEVOLE CROCCHIO si  d'intrattenersi e ridere, si scorger che  quasi impossibile d'allontanarne glargo menti ridicoli, da qualunque sorgente provengano. I Romani non potevano contenere le risa allorch parlavano dell'imperatore Costanzo, perch costui, quand' era in pubblico non osava movere il capo, n fare un gesto, n tossire, n sputare, lusingandosi in tale guisa di rendere pi imponente la dignit imperiale. Il retore Temistlo, il quale era stato fatto senatore da Costanzo, trasform l'imperatore, che non sapeva sputare, nel pi gran filosofo dell'universo; avreste voi voluto che i Romani non ridessero n dell'impeiratore n del retore? Si pu parlare, senza cognizione, della pace e della guerra come delle zucche e dei ravanelli; dunque IL LIMITE DI FISSARI AI DISCORSI NELLE CONVERSAZIONI, rispettata la mral, come si disse di sopra non dalia qualit dell' argomeiita 8i-dU)e ildsomere, ma dalh'giioliiiza.di parla o dalla noia di chi ascolta. Dopo 4 avere eseldso dalle cQiiVi^sjtidid^l discorsi pi interessanti, si  fatto loro rimprovero perch spasso non s'occupano che di coseJrivoJes eoiti jfoal nsbra si d a divedere d^aver diinenticato che IL PRINCIPALE OGGETTO DELL CONVERSAZIONI si'  il piacere: Se il caippo in cui il piacer ap^ l^^cev  di gi anche troppo ristretto, per quale motivo vorrete voi ristringerlo d pi?. Vi furono* de' grand' iiinini che ridvan di cuore alle tlSt^ tezze di Pulcinella, vorrete voi condannarli? Pi l spirito  3tato avvolto in cose serie, pi assav\* por il contrasto delle'frfvolezze' Ne'momenti^'zia non vergognava Esopo di giuocare alle noci, Ca* tbfif alla pafla nel empo Mairzio; Pascal facevi delle scarpe, Malebranche cucina delle vivande^ di SCIPIONE e di LELIO dice CICERONE, che, ritirti alla esfipagna, non isdegnavano di bamboleggiare, incredibiliter repuescere. Queste frivolezze .offrono uni trastullo necessai^io, senza che lascino neil' a ttimo alcuna traccia da che sono svanite.  Rispettiam dunque la follia gradita l^.QWBe balsamo dolce dUa vita.  Cbesterfield dice che le frivolezze DELLE CONVERSAZIONI l^0B& tn ti compnso delie liiine piccole, eb neri pensano e non amano di pensare. Avrei fimyandatQ volontieri a questo scrittore s' 6|^i addljMMMte per pensare^ Le frivolezze DELLE CONVERSAZIONI, simili alle immagini scucite 4el sonno, servono a farci ridere e nulla pi. Io sono stanooc a segno che non mi reggo in piedi, e voi mi'con- sigliate di passeggiare? Che cosa direste d'un uomo che per sgombrarvi dall'animo la melanconia, viponesse tra le mani le Notti di Yung ?  Si devono ammirare quelli che dopo d'essersi occupati di studio 0 d' affari nel gabinetto, possono ritornare aglaffari o allo studio NELLE CONVERSAZIONI;. hna non si possono spregiar quelli che dopo avere eseguito il loro dovere, abbisognano di riposo. Sic, .come i pranzi non sono eccellenti se non quando possono soddisfare tutti i gusti, cos non sono, eccellenti LE CONVERSAZIONI se una variet di soggetti corrispondenti ai bisogni di ciascuno, non presentano. Generalmente parlando, i discorsi serii non possono piacere alla maggior parte deglastanti, giacch la maggior parte vanno a ricercare NELLE CONVERSAZIONI riposo alla riflessione e pascolo alla fantasia. Non si pu quindi approvare la condotta d Locke, il quale, mentre tre milordi, Hallifax, Anglesey., Shaftesbury, jgiocavano tra di- loro, egli ' occupaVasi a scrivere ie parole che uscivano loro ' di bocca. Per quale motivo ridete voi, gli disse nglesey? Perch nou perdo nulla di quanto voi dite, rispose il filosofo, e gli mostr la nota delle parole poco assennate che ciascun giocatore aveva detto. Questa censura era fuori di proposito, giacch da persone die giocano, e giocano per divertirsi, non si deve aspettare che argomentino in barbara o in baralipton. Quando prendiamo una medicina, dobbiamo noi osservare se  bianca o nera, leggiera o pesante, bella o brutta, graziosa 0 no alia visita, di qualche astante ? Ua ci ridona la salute,, e bastai Airincontro, dice Gozzi, certi Catoni vorrebbero che oca si uscisse mai dal malinconica e dal ^rave, come se gli uomiiri fossero d'aeciaio e non di carne. Questi tali ci, vorrebbero affo. gati nella noia.  quando Fanioio  kifastfdilOt  non  buono n per s n per altrui. Il meglio  un bocconcello colla salsa di tempo in tempo,  e poscia un grosso boccone delle vivand usuaK. La misura ne' passatempi  rimedio della vita; ed io jtanto ve^ magri sparati  disossati quelli V che non pensano ad altro che al sollazzo, quanto > queUi che tirano continuamente quella benedetta li carretta delle fecceade. Soggetti ge^ieralni^nte noiosi Sogliono essere soggetti noiosi ed opposti allo SCOPO DELLA CONVERSAZIONE i seguenti. Glincessanti lamenti sopir viali a cui non si pu opporre rimedio.. Talvolta LA CONVERSAZIONE in vette d'essere un tessuto di piacevoli discorsi e ameni,  un vero piangisteo, o, per dir meglio, un miserere. Se qualcuno riesce a dipenticare i Riali eomuni, T un o l'ailro degli astanti glieli rammenta con circostanze nuove, e il sentimento dolorosa ne aggrava colla prospettiva d'un avvenne peggiore. Che cosa direste di schiavi che per divertirsi parlassero delle loro catene.  questo up difetto de' veccM che non snm aprir l'animo alla speranza; degli ignoranti, incapaci di riguardare le cose da pi aspetti; delle menti deboli che ad ogni lotta succumbono. Alcuni velano questa incivile abitudine col sentimento di compassione pe'mali altrui, cio per mostrarsi compassionevoli verso glassenti tormentano glastanti. Pietro  morto improvvisamente; Paolo si  ammazzato; il pane  troppo caro; la tempesta ha distrutto la vendemmia ; le imposte sono eccessive; la guerra  imminente; la peste s'avvicina, ecc. Poco manca che non ci predicano la flne del mondo, come si usava negli scorsi secoli, idea che tuttora s' insinua ne' discorsi della plebe quando  afflitta da qualche calamit. Sarebbe pazzia il pretendere di non sentire i mali della vita, ma  pazzia maggiore il non sforzarsi di dimenticarli. Sarebbe imprudenza l'andare verso il futuro colle spalle indietro, ma  imprudenza maggiore il riguardare i mali futuri come successi e non distrarne lo sguardo. La novit della cosa pu qualche rara volta sciorre da incivilt lannunzio d'una trista novella. Ma richiamare continuamente r idea di mali che tutti conoscono,  l'eccesso deirinurbauit, giacch questa ricordanza, oltre d' essere dolorosa per se stessa, conturba e piega a melanconia i sentimenti deglastanti. In questa situazione deglanimi non osa spuntare sul labbro il sorriso. Cento detti spiritosi, pronti a ravvivare LA CONVERSAZIONE, tornano indietro. Ora rinunziare a cento piaceri per procacciarsi un dolore  un calcolo da matto. Si pu procurare agli spiriti de' momenti di distrazione fissandoli sopra oggetti diversi dagli abituali. S po 'Yntiizzare la sensazione 4el dolore riguardando le cose dal lato ridicolo. CasGuno^ pu cogliere de'jnoti?! d eoasolaaone paragonandosi con quelli che in pi tristo statoci trovano. Chi vuol viver tranquillo i giorni sui,  Kon conti quanti son di lui pi lieti, 'Ma gitanti sod pi miseri di lui.  Si pu innalzare lanimo alla speranza, mei]itre il volgo s'abbandona al timore, considerando tutta Festeosione delle eventualit possiinli Mentre, aeU' ulUmo assedio di Genova, i soldati ca? scanti (li fame facevano la guardia seduti, uno di essi disse: Ma^sna non voiT arrendersi inch non ci ha fatto mangiare i ud stivali. Questa facezia induce glastanti a dioie ai-^ tre, e intanto U sentimento deUa fame fa tr^;ua. Un generale francese, ferito in battaglia^ sta per far^ta-*. gliarc una ^aniba; il suo servo piange in un angolo della stanza: Meglio per te^  'l'n imbecille non crede che T innesto possa costringere r albero selvaggio a produrre de' fruin domestici e sa. porlti : le anime deboli non credono che possa lo spirito innalzarsi sul senthnento d^I dolore e dominarlo : tanto peggio per esse. Al contrarlo lo ho conosdiito m nomo di tempra ' forte, che, detenuto per opinioni politiche, non sog^^iacciue  che un giorno alla melanconia in quattordici mesi, bench gli fosse negato il conforto de* libri. Far r elogio della melanconia, come i^ero alcuni scrittori detti sentimentali,  fere F elogio delle nubi che f\ tolgonp la vista dil lriuaniento. In mezzo a tante forze die* tendono a dislrng^ insipide^ 6Mi gliezze allorch, divenute triviali affatto, da uq Iato si ripetono eoo pretensione di novit, con che si d -segno dignophza, daU'aUra riescono ofhn^ sive alfuno o all'altro degli astanti. Il poeta Despraiix^ che iioa eika^ dotate della pazienza di ncia^ daina reoffriti ^ se^tnde'^un giorno Bordaloue a rpetere le vaghe analogie sulla pretesa follia dei poeti^ gU dis9eHxi( pp^auslieanlellte: Io so, mio Caro padre, quanto si dice d'ingegnoso su questo  9fg0jQsento; se v^i y/lete venir meco aU'o spedate de'matti, io son pronto a mostrarvi dieci  predicatori per i^u poeta ^ e^roi vedrete a tutte lo 4(>ggb deUdjiaal he dividanp il loto dteooiso^ in ti;e punti.-' r^Uriaql^oedenti riiles^iiaioa condanaano Fuso dir propMie quistioofdligegncile^ le quali, rispondendo ciascuno a capriccio, servono di piacevole esercizio ag^fipiiNiti ^'^liti iNToiy^ e vivaci che sci^piana impftliisamente y -e talvlta a lode di qualche a 8ti^t(^ v.|ieUa mw^m^lkm^ della duchessa del MaifMVfei^liB^ a dar risalto alle pili sfuggevoli differnze tra i diversi oggetti pro^ ||9^iM^>^^ dis$A,Ma giorno ai cardinale di p4>)igw%]^Inatot^difi6ie^ passa tra me e il mio oralogio?  Il vostro orologio, rispose il cardi* nia^e ^ ($tliirieor4a(^/ Sopra le scene; e s'egli  ver che rieda  L'astuta Frine che ben cento folli  Milordi rimand nudi al Tamigi;  O se il brillante danzator IXarciso 9 Torner pure ad agghiacciare i petti  De' palpitsgoiti italici mariti. Ai vcrthfo dfititafidefai conto degli u^i eivlii, po*' litici, religiosi clie negli anui di sua giovent si costuinarona, onde . procurarti il piacere d! con* frontarli cogli attuali. Preparati per a sentire eccessive lodi dei passato; quindi avrai Tavvertenza ^di separare i f alti dal giudizio di chi "gli e^one. Spingerai anco con bel garbo il di lui animo verso l- piaceri che pi Tadescarono . ' Onde misero cor, che il ben p^dtita.  Non ha pi di goder speranza alcuna,,  Kesii il conforto stiinen d'aver goduto., Colle donne volgari Or di polii ragiona, or di bucato*  Colle donne galanti parla  Di veli e enfile e femminili arredi.  Colle donne gentili che uniscono ii bel costiime airistruzione, porrai sul tappeto le arti belle, e a norma del loro genio particolare proporrai quaiclie problema, acdocoh al piacere di discorrere umscano il piacere di soddisfare la tua curiosit. Ad una giovinetta ohe. occupa vasi a dipingere, chiese un giovine, se provava pi diletto nel ritrarre gli uomini o le donne ^ i giovani o i vecchi.  Sono indififerente a tutti.  Eppure?  Pre/e^ risco le fisonomie sensibili senza riguardo al sesso.   quali sono i segni fisionomici che caratterizzano la sensibilit? ^ Qui cominci un discorso che dur due ore, la giovine facendo pompa, di sentimento, il giovine di metafisica. Le letture, cui talvolta sono occupate le signore, Yf jfffft^mo U ctesbro di jebider loro ^ii^li f^m le colpiscano di pi, e quali autori in tale  tal altro ramo di letteratura preferiscano, e se avrete l'av mieuM proporr loro qualche obbiezione pet dimostrare che non vi sfuggono le loro idee^ pr* curerete ad e^ il diritto di pmlan^  lun^iit^ mmBM ^^nimm/^:e9lL mUoMi poesn Uteek^l d* incivilt y poich ciascuno ba diritto, di difen^ dflisi: e giusticare cl cbe dm*' Della fanciulla vorrai yedere i dis!^, i ricini, la scrittura, ecc. Chtederstt drifcaamom ohe ms w^ ^^IpM^ che brillano neH*azzurra volta del cielo. Per quaH ag4QiiLalciij|^i:sfiH>iB(^^ altri cambiarono. di MlOfe. D' oode. amnga che i pidi^ si n dano per trimestre, e per cai non di' rad^ Osan profoni e fetidi servacci Di libert mentire il nobil fuoco.  Quanti ancor ne veggiam d'animo incerto 1^ E di dottrina 5 in cui fondarsi, ignudr, Che quel clie sol mattino era lor Aoia, *  Chiaman perfetto al tramontar del sole ? A vicenda gli scorgi ora del vro Difensori, or del falso: ora baciarti 9 In fronte amici, or affrontarti infesti, Tanto che sotto a due stendardi e volti > A due partiti un d solo li yede. m  :}/ Le qifMate^ ripugnanze. Pi Qti gusto^ um aUbsrimf, wi senliflliefite '' tsemofie, pi :AigM alcuni d mostrarsene^ alieni. Cos adoperando, i^etnbr loro di tacears dalla massa volgare, e, collocatisi in alto, divjenire r oggetto degli altrui sguacdi. Essi contrasto- etern \ i. Fanno a ragion, per voler esser sempre \ P, Singolari dagli altri; e picca occulta  Hanno in s .d'esser d buon gusto soli/ ! Jton d'altri ppresse, e veder soli il vero;;; V I pi di quQSti incaputendo avvezzi Son del snno a c^rcpr, lontani ognoi^ Dalle profane popolari turbe. Onde se ayvjen-che il popolo par caso Dia pur nel segno, e ragiohevoi pnsi, Sci.nt.onan essi^ e mal pensano e a torto;. \ Perch purificate ecelse menti. Non seguan mai popolaresche teste. ' ISome vi sareste voi contenuto con Euripide, il quale assicbrava di non amare le donne, dopo4'essersi amtaogliato tre volte ? Seguendo i precetti sinora esposti, voi avreste dovuto, senza lasciar {scorgere dubbio sulla sua sinceriti^^avreste dovuto ^ c^tedrgli la storia di questi tre^esseri tatfto odiati, e con cui egli strinse, alie^inz^ forse, ad esercizio di sua pazienza. Gli sforzi della vanit per cui ciascuno tenta d* associare V idea delia propria persona aWida delle cose pregiate o delle persane il* lustri. Se taluno vanta un bel libro, un letterato yi accerter tosto che lo possiede, bench forse Odflii ahbia and' vodafe fi i^die pti^iAMii r''^ si tratta d'un grand'uotno, questi vuo! essere suo parente^ e qu^i ^la ^ide a Parigi .0 a Londra ^ o viaggi cn'lai tstXto ^iso meeilV e wd tm vanto come l'asino della favola, il quale portando delle reliquie, slnun^gmava d'sere adorato- Orasio si vantava d'urtare impulitamente chiunque incotrava per if^rada^ purch potesse giungere presto .^"^M^eeniib i^irefdete l'asMKia o aia il ettraito dieK* ^i'inclr proprio : egli vi d una parte della sua ri-piitai^we^^ cie ti concede d' essereimpulHo, af finch Io crediate in lega col ministro' d'AiagteMU in somma quatti .ad ogni istante si scorge che ^ ttMini iielle loro pretensioni sohcf p^ iirragione* voli di que'facchini che seqtendo a lodare le belle sonate d'un organista, si gloriane d'avere levato i mantici. A^'^Aeciocch i giovani non prendano abbaglio, far >dHervare ebe il vantarsi d'essere i'amioo di qiiid(die persona virtuosa od altrimenti stintiablle, qtiando 10 si  veramente V non  un vanto irsagtonevole oftie gli anteeedenti -, giaeeli le petiOfle YMMia^ le stimabili non concedono la loro amicizia^se non 11 persone eh' elle stimano.  >r . / pregiudizi comuni. QuSIft torgent^^i ri* dicolo non ti pu mancare se ti trovi in compagnia di donneeiuole; giaeeh ae pe)r ea. 'favai oggetto del discorso un male 0 l'altro, esseti spac^i^attno tosto de'rimedii simili a quelli del medico Quinto Sereno, il quale, per guarire t quatwia ' j^neva sotto il capo del febbricitante il quarto li%fo eir Ilade. Contnua tu la storia dellegaia* lattier ed fisa Mtttiiuieraiiil^ dei recale che ti farebbero ridere, fossi anche moribondof/ Mi  stato di^and^to se e come si pu iotrat* teimrsi e ridere eofievj^aeecherew yeramente il problema  un po'difflcile, ma se il'tettora premelte di noa tradisuii) gli affider il Le pinzochere chiamano chiunque al loro contoitton^e; e il. loro eootoi^ cresce in ragione delle persole eh eoodamano; ^ Quando adunque mi .tcp vo in compagnia d' una di queste signore, le em^to avioti ' una ventina di peccatori per te meno, e tutti colle loro colpe sulla fronte : qui si;iegge rnode^ ik ietfo^ pi Jungi pas^eggiy smmii "La vista di questi piaceri, a cui per motivi rispettabili, madama ha rinunziato, riscalda la sua bHe; quindi eceolar assisa pr tribunali, e scrivendo sentenze da Radiunante, colle mani e co'{icdi eac* la tPotw* filpifi poveri profiud. -Appunto perch so che la pinzochera  ineso-. rabitef io mi interpongo e chieggo piet ora per Vhi^. ora per rsAtro : tento Tapologia della moda; dimando qualche tolleranza pel teatro; il concerto dlie (Sfere mi serve ja difendere i ^oni, gli au gelli vengonoin soccorso de' canti ecc.; succede dunque una contesa tra il giudice e V oratore, e coi {a siession. criminale continua^ gicoh ie, ob* bieziofifi ragionevoli ed a proposito sohq uhq sti"molante DELLA CONVERSAZIONE. E eieoofm lo zelo di madama  . scevro di mallaia, quindi riscaldandosi ella facilmente, ini permette di i^ere n$l/wdo delsuo euHmof ravviso allora sotto tinte superstiziose quelle false idee che leggo in alcuni libri sotto tinte poetiche, ed imparo a stimarne profondamente gli autori! Crescendo il calore di madama, io diminuisco; l'opposizione, e le lascio assaporare il piacere d'avermi persuaso e vinto : in questo modo usciamo dalla conversazione soddisfattissimi entrambi, ella di me, ed io di lei. Gli sforzi per comparire ricchi; del che vedi un cenno alla pag. 89, .Baster qui il dire che il ridicolo in questi casi cresce in ragione della differenza che passa tra l'apparenza e la realt, sicch il massimo ridicolo ci verrebbe offerto da. colro che imitassero i comici di campagna, i quali, dopo d'avere rappresentato Cesare e Pompeo, muoiono di fame. La saccenteria la quale si  di due specie:), appartengono alla prima quelle persone che, non^ facendo mai uso del loro giudizio, spacciano le idee altrui senza discernimento e come proprie. Molti vedrai che proferir non sanno ^ \% '  Mai sentenza da s; corrono in gra'^ Per la cittade di pareri a caccia;, 1 Intendimento  in casa lor, da cant 3 Mobile disusato e inutil ciarpa. L'opinioni pi travolte e false  Succian avidamente, e a grande onore. Premon la spugna ad opportuno tempo, E fan lago d'umor sorbito altrove. La seconda specie di saccenti contiene que* cerretani che, forniti d'un capitale scientifico come 10, fanno pompa d'un capitale come 100, e otten-,gono facile credenza prineipalmeate presso le donnicciuole che pizzicano di letteratura. Non basta, dice Gozzi, l'aver buone merci V nella bottega; ma il saperle mostrare  di grande utilit. Succede a'ietteral, quando sanno acqui starsi l'opinione degli uomini, quello che accade > a qualche benestante o giocatore, che se il primo  ha tremila ducati d'entrata, si dice cinquemila;  e se il secondo ne vince cinquanta, corre la voce '^di cento. Cos se l'uomo di lettere avr buona V maniera d'insinuarsi nell'animo altrui, non vi sar cosa al mondo che non si creda eh' egli i^intenda. Una cos fatta avvertenza fu buona in  ogni tempo.  vero che secondo i costumi del> l'et e delle nazioni la fu anche diversamente  posta in opera. Ma che credete che fosse quella  ruvidezza d'Antistene? Che quel mantellaccio, quella valigia, quel bere con le giumelle, e la casa nella botte, e le altre poltronerie di quei  malcreato di Diogene? Non altro che un saper  vendere le sue mercanzie. Perch quando uno f a con una certa signoria d'animo quello che gli ^altri non usano di fare, tira gli occhi di tutti a * s, e a poco a poco la maraviglia. Aristofane V che intendeva le cose pel buon verso, e diceva " al pane pane, per aprire gli occhi agli Ateniesi, , volendo far conoscere l'artifizio di certi studianti,  li fece comparire sulla scena magri, smunti e ^ del colore della terra, che pareva che si fossero  distrutti a studiare; poi le loro dottrine erano,  quanto spazio salta una pulci, e se la zenzala  ha la tromba nella gola, o, con riverenza vostra, di sotto. Le industrie d'oggid non istanno V pi nelle goffaggini di Diogene, o nel colorito  della faccia che gialleggi. Non importa pi che '  i letterati siano magri o scoloriti, no; ch ce  ne pu essere d'ogni corpo e d'ogni colore; solamente  necessario un poco di baldanza per  dar cognizione di s al mondo.  vero che per  rendersi baldanzoso bisogner prima invaghirsi.^  del suo fare e del suo dire; e a forza di dare  ad intendere a s medesimo, che si sa, comin> fciare a crederlo finch la coscienza noi nega pi, e allora poi darlo ad intendere anche ad altrui.  Poi entrare in ogni ragionamento tanto animati,  e tanto a bandiera spiegata da far credere che quello che si dice abbia proprio la radice nel rintelletto, e sia studio di tutta la sua vita.'  Qualche picchiata agli autori pu ancora giovare, M Verbigrazia, se un dice : Come vi piace l'opera' '  del tale Non ho avuto pazienza di leggerla. ALIGHIERI (vedasi) .J  rancido. PETRARCA (vedasi)? Troppo lavorato;> poi malgrado gli so, perch ha fatti tanti Pe trarchisti che sono una noia. L'Ariosto? Divino;  ma molte volte d nel basso che m'uccide. Il  Tasso? Semper corda oberrat eadem. Insomma  eir come dice Leopardi: a Vuoi tu parere un' arca di' scienza ? Biasima sempre, e vedrai la brigata  Starti d' intorno con gran riverenza.   Un grand'uomo, un grand'uomo  costui, dir la brigata, che conosce dove sono difettivi gli  autori. Proviamolo. Si ragiona di questo mondo  e dell'altro. Su due piedi l'uomo ha da saper  rispondere tanto del corso de' pianeti, quanto sentenziare deiinitivamente delio arricciare ca pelli; e s'egli ha grande animo, sempre terminera col dire : In un mio Trattato spero di far  vedere al mondo eh'  goffo. Le signorie loro  tra poco vedranno l'opinione ch'io tengo sopra  ci in un libro che quasi ho terminato: per modo  che empiendo il capo de' circostanti di sentenze,  di libri e di simili abbondanze letterarie, egli   impossibile che quando prende licenza dalla com pagnia non si bisbigli : Oh che uomo ! Oh che profondo sapere ! Costui  una libreria che cam mina. Una stamperia che tira il fiato.  Ma se ti  permesso di ridere delle stoltezze degli uomini, come gli altri ridono delle tue, la pulitezza vuole che il tuo sorriso al loro guardo s'asconda, e che, d'ogni malizia spoglio, non sia diverso dal sentimento che eccitano in te due puU. Cini che vengono a contesa. /, giuochi di societ. Classificazione d*giuochi e vantaggi. Da un lato non  sempre possibile nelle lunghe sere iemali alimentare LA CONVERSAZIONE con soggetti nuovi e interessanti; dall'altro il discorso pende naturalmente alla satira. Ora  meglio giocare che annoiarsi,  meglio giocare che maledire  purch regola si serbi e misura. Le jeu ft de tout temps permis p9ur s'muser; Oh ne peut pas t^mjours travailler^ prier, lire; // vaut, nieux s'ccuper  jouer qii mdire. 1 giaoehi poksoAo esher indotti a cpiattro-elattf: La 1. esercita le forze corporee (per es., il orso, la lotta, il pigiato eec^. ) La 2.^ esercita le forze intellettuali ( per es. gli teaochif vari! giuochi colle carte; eec} La S.* lascia Inerti le fonie corporee e intrilel tuali (per es. i dadi e tutti i giuochi d'azzardo)^ La . 4 esercita coDtemporaoeaoieDte le forze fi siche e tntellettualf in diversi gradi,e In parte anco dipende dall'azzardo ( per es. il giuoco della palla  cavallo^ del pallMe.eo'piedi ecc.). I*r?{^ volanti divertono nel verno tutte le corti d'oriente: vi si appendono de' fuochi che seml^rano astri in mezeo al cielo. Quello del i di Stam^ smpre in aria ciascuna notte, e i mandarini ne tengono alternatvamente il cordone. In Itlia querto diiier^ timento  rimasto ai ragazzi ne'giorni festivi d'estate e nelle ore pomeridiane, e unisce il piacere deHa vista airesercizio delle membra (t). * L' opinione comune vuole ( ed io l'aveva segnita Bell0 antecedenti edizioni di questo scritto ) che Fuso delle carte da giuoco fosse ignoto pria del XV secolo, e che ne sia stato inventore Gi* cornino Crtn^nneur, pittore di Parigi, verso la fine dei secolo XIV. Pare che non si possa dubitare della (!) I cervl-volanU meritavano una menidone pnrtlcoIw?c, |H9cch la loro storia  unita a quatta deU' el^tlrieit. falsit di questa opinione allorch si legge il manoscritto italiano del 1295, citato dal Tiraboschi e dal Dizionario della Crusca, nel quale si parla del giuoco delle carte, come gi largamente diffuso in quelTepoca. Forse ella  questa un'invenzione asiatica come il giuoco degli scacchi. Che che per sia della sua origine, egli  certo che le carte, ugualmente che altri piaceri innocenti, censurate caldamente da' predicatori, proscrtte con pene rigorose dai governi, resistettero a tanti nemici potenti congiurati contro di esse. Dopo che l'esperienza e i progressi dell'economia politica hanno insegnato ai governi a trarre un partito flscale da ci che avevano inutilmente proibito, le carte da giuoco godono, per cos dire, d'un esistenza legale, impinguano il pubblico tesoro, occupano alcuni fabbricatori, e il piacere deglr uni diviene sorgente di lavoro per gli altri. Le carte formano parte de' divertimenti delle quattro parti del mondo. Le prime carte differivano dalle attuali nell'apparenza e nel prezzo; esse erano dorate, e le loro figure dipinte e alluminate, sicch la fabbricazione richiedeva talento e lavoro particolare; quindi ne era alto il prezzo, in conseguenza raro Tuso. L'invenzione delle carte introdusse de' cambiamenti ne'modi di divertirsi. I differenti giuochi a' quali esse aprirono il campo, costarono pi tempo che dertaro; quindi anche nel loro abuso furono meno fatali de' dadi. In generale i giuochi d'industria,  quali appartengono alla seconda classe, possono essere utile e innocente esercizio allo spirito di combinazione  ed io dir francamente alle madri: Se il vostro ligliuoio  stupido i inspirategli qualche gusto pe^ fuochi d'industria; k vanit punta ed aaiouAa ^Ue vaende delle pmlile a deHe Tioctto risyegl Tattenzione e d qualche iittivit allo spirito. Aggiungete che una persom ohe UM sa gioem^ costringe altre due o tre a rimanere oziose come eis^ in una coaversazione. r o: Additando i iWDtaggi det giooo tm paioob al bisogno d'intrattenersi, non intendo di vantarne la passioiie^ amo ehi addita i pragl4el vino, iolande di gkistifioare rubbriaebeeza.. : vi .v>iJE che dite dei degli scacchi?  Quello earia  mutile JiilfatteDHMBta ai kh  gegnoso (risponde il Castiglione); ma parmfebe  un sol difetto vi si trovi; e questo  che si pu  sapera^ troppo, di modo che a cui vuol ^ssaere  eccellente nel giuoco degli scacchi, credo bisogni  consumarvi molto tempo, e mettervi tanto studio 9 quanto ii^ vatsse^iiiiparar qoaiehe wbil aefeaza,  o far qual si voglia altra cosa ben d'importauiia;  e pu; d utolme^ etn tanta letica, non w altep  che un giuoco. GU^^fOiiiAi^gi^o^i qtiai eh' essi siwa^ purch noi! eseati 'dal liaMi . della deeema^ s$ao imta pi pregiabiUy quca^o maggiore esercizio offrono ^iifoftj%roei;iqipHfi^^ alU/0rze^istellet' tuali; quindi tra tutti i giuochi t meno pregiabiii e i pi^daiinoat aooo i giuochi d'azzardo.: ^ 'Regote di civilt nel giuoco. iVoti mQSif4Ue mal umore se vi. toccano cat' ibe coorte o se perdete; giaceb, altvimenli facendo, dareste a divedere che la vostra tranquilK pu essere turbata da un'inezia, e cte apprezzate WfmhiiaMnlle una pieeola niQneta . If Nm siate troppo fento nel giocare, sia per non dar prova d'inerzia intetlettpale, sia per non Se il vostra compagno commette degli ^rrorif &rreggetelo on gwbo^ iberna fare schiaiNMS^ 6 dar wgM 4t troppo dispidoere R che violerebbe la prima regola; d' altra parte dovete fiewdarvi di ^fuiatli %t eonunetlete steas. Se giocate con persone schizzinose, difendet il vostro diritto seaza riscaldarvi e soprattutto iiM paifo iSniiiKe; #^ Ae^po 'a?^ sposto }e vpstre ragiooi) cedete con beila maniera. Io gico per diletto e per conforto; chi vuol far quistion vada aila^guerr^ E giuochi ad ammazzare o ad essr morto. Non moxtrMe ecee$soa ^ili^rwsa fpumdo vincete, s percb Waii^prez maggiore dell impmtattca eila Msa t dtnot picooiMza di apicito s perch la vostra allegrezza produce nel perdente im (dispiacere pi sensibiie d^a perdita,. ed  riguardato cornai m prmo''gmb d'iMuttOk Infetti nissuno ama di perd^e a nissun giuoco, non tanto per h^resse guanto par amair propria; giaacb dalla perdita risultane idee umiliamli eeonlrarie aii/opinione abituale die ci3scuno arasi formata in mente della stia destrazza e della sua fortuna. Vod* taire, bench uomo di spirito, o perch uomo di . troppo spirito, non poteva tollerare il padre Adam, quando guasti lo vinceta agli scaccili o al t* ie;lardo. Un principe assiro uccise il Aglio di ^>o Jbyas alla i:accia, pereb quel giovine era riuscito a ferire un orso ed pn (ione, contro tsni il pnriiicipe aveva slanciate le sue freccie inutilmente. Un uomo probo non si permette la minima sperchieria nel giuoco; egli vuole poter dire io non ho fraudato giammai, senza che la coscienza Io smenta : egli tem che V abitudioe d' ingannare neHe cose piccole diminuisca la sua delicatezza nelle grandi. Ogni frode dovrebbe essere punita- clla perdita una, due o tre partite, secondo la sua impor* tanza, ed a giudico inappellabile d^gli astanti. La somma giocala deve essere tenuissiha e sempre inferiore alle finanze del men ricco tra i giuocatori; altrimenti alcuni non giocheranno per non resbr esposti a gravi perdit, altri giocheranno con grave loro daqoo per non comparire spilorci: Tono e l'altro caso annuUa il piacere delibi CONVERSAZIONE e lo deprava. Il prodotto delle vincite debb' essere mpSeguito 4Z vasutaggio tornirne; QUESTA REGOLA dimti)uisce il dispiacere delle perdite^ e neutralizza l'avidi del guadagno. Il tempo destinato al giuoco non deve superare i due terzi del tempo consecFato alla cw^ ireflsasione i e questa non deve succedere a ^ee 'de' doveri e degli affari di maggiore importanza. . X Jiton ai deve costringere con importunii ssamo a giocasi, come non ti deve oatriogere . jaissuno a bere. Non si devono accoppiare mi friwM >er* sos^ie nemiche o reciprocamente odiose. Egli  quf$ta un probienia tevoita dilGcile per la padrora iiratO TM di casa, e a scioglierlo beae ci vuole occhio Qao e pratica di aioDdo..  Lieto cos tra ramichevol turbai  L' ore dividi delle amene sere, )* E n'abbiao parte gli eruditi detti,   parte ancora al genial oe dona  Breve ommercio di piacevol gioco,  Cui mutua gioia e scarsa speme avvivi, > Ma sete d'oro non corrompa, o il renda '  Torbido e taciturno, e tal che dopo  Al vnto Insieme e al vincitore incresca. DOVERI NELLA CONVERSAZIONE. ATTENZIONE. Lattenzione ne' crocchi sociali si divide in doe rami distintisdmi* Il prim^ coDuprenda quatf a^ttnsa sansibiiil che immagina i bisogni deglastanti, li previene od asseconda; Il secondo oom|ltettde le affetftudini steHori dimostranti che Taitrui discorso occupa interamente il nostro anunob* L Supponiamo una signora, che, animata dal-, raoeenaata sensibilit dirige ufia CONVERSAZIONE, 0d serviaoMMie ^v%ibM^ La ptontezza era mii ella risponde alle dimande, vi fa supporre che la sua attenzione sia tutta ooeupata nelle risposte; V ingannate; ella si diiFd6, si moltiplica, ed  presente a tutti i pensieri degli astanti; non vi S&7 sfogge uno sguardo eh' ella noi vegga; non {orinate- tto degiderk) ch'elici non conosca} noa pfo^ ferite una proia eh' ella non ascolti; non v' ha individuo nella conversazioae eh' ella dimentichi iQ&tti ella vede l Ja un angola ehi wa paria per timidezza, 6 gh dirige con sorriso di confidenza una dimanda. Ella s'accofge^ che U discorso d;qualcuQ eomiaeiab ad annoiar la brigala, e gli . cambia cofx bel. garbo il soggetto tra le mani. Il vosl^ ^vvtirsacio vi stringeeoa afgomenti.iQealDt a segno che siete vicino succumbere; ella viene in ip(ra soccorro, con una celia. . Vi jsf ugg di bocca dna parola a cui sh d sinistro senso,? ella spiega la vostra intenzione e la presenta in beir aspetto. Cadeste per inavvertenza iiv uno sbaglio che pu divenirvi nocive ? ella vi trae d'imbarazzo colla sua presenza di spirito Uh Voi non ardite leggere una iatteira che vi viene pre^eotida/netta ewiversaziaiie; ella dimanda per. voi. il permesso agli astanti, pro^testando che ne conosce Timportan^a. Voi vorreste .partire e non osate; elja vi et rimprovero che 4ih 1 'Ferdinando VI re di Spagna, bench di carattere buono jed amano, era alquanto severo controquelli che facevano uso di tabacco proy[>ito. tJn gom in sua presenza un grande di Spagna trasse di tasca una scatola piena della polve proscritta. Il re slanci sopra di lui uno sguardo minaccioso. L' ambasciatore di Francia ( M.r di Duras ), accortosi della faccenda, s' avvicin alio Spaludo e gli disse: Ohi ecco la ndaia|iaocbierache V.E., per prenderai giuoco di me, mi aveva tolta. Questo felice espediente trasse d^ impaccio il reo 6 disarm il monarca. (NB. I membri del corpo diplomatico non erano soggelU alla legge della proibizione ). menrichiate i vostri affari pe'vostri amici, e v'ordina di partire sotto pena della sua disgrazia. Vinse ella,  vero, al giuoco, ma se la destrezza del suo compagno non avesse corretto i suoi errori, sarebbe rimasta succumbente. Quest'oggi ella  libera dalla sua emicrania e ne furono medicina i bei motti della scorsa sera. Osservate con quale compiacenza arresta di quando in quando il suo . sguardo sopra uu astante, e pare che la sua fisonomia s'animi e s'abbellisca : ne volete conoscere il motivo? Questi le present l'occasione d'essere utile ad un infelice. Senza pretendere dominio nella conversazione, sa dirigerla con destrezza, e quasi direi fa comparire sul palco i personaggi, restando essa tra le scene. Ella sa far valere ciascuno senz'aria di protezione, perch sa distribuire le parti secondo V abilit, il genio e i talenti di ciascuno. Voi avete fatta una bella azione, e non ne parlate per modestia; credete voi ch'ella non la conosca ? che l'abbia dimenticata? Aspettate che la conversazione sia piena, ed ella verr, per cos dire, a prendervi per la mano e vi presenter agli sguardi di tutti in mezzo ai raggi della vostra gloria. Parecchi scrittori che frequentarono i bordelli, hanno fatto la satira del bel sesso : essi avevano Nel testo ho abbozzato con lievi tinte il carattere d'una signora, la cui amara perdita lasci profonda sensazione nelr animo di quelli che ne ammirarono le vir : parlo della signora Marianna Morigi Rina. ragione : il primo dovere d' un viaggiatore si  d' essere esatto. A. chi ha conosciuta deile dooae che il flore delia gentilezza uDivana aHe fi- amabili virt, iocumbe l'obbligo d'esattew eguale. IL Mostrare che degli altrui discorsi nu ft dete una parola, e che le affezioni risentite che il parlante tende ad eccitare,  dovere si evidente, che. d' ulteriori schiarimenti non abbisogna dopo quanto  stato detto nel libro primo. Se npn mostra che il turbi o che il conforti Ci che sente chi ascolta, non dirai ' f O ch'egli  sordo o che poco gt' importi? Con somma attenzon dunque dovrai Ascoltar ehi proponga o chi risponda,, n Se avrai iuterrogato o se il sarai*  .se avversa al tuo genio o pur seconda Sar' la eosa iM^t di mei visito. Mostrare impressione aspra o gloa)vare la vitad  un uomo, mtre voi tentale di togliergliela : ignorate vo^  questa MASSIMA? La menzogna die frutta un bene, vale  pi della verit che produce un danno. Turenne avendo veduto nella sua armala un olBciale imesto ma povero, fornito. di cattivo cavallo, lo invitta pranzo, e dopo pranzo gii disse in disparte con speciale bont d'animo: io devo farvi una preghiera che forse voi troverete un poco ardila; ma spero che non vorrete ricali ltill alvostro generale, lo sono vecchio ed anemie malaticcio } i cavalli Uroppo vivaci mi ca^^ianano disagio e pena; voi ne avete' uno sol quale starei cmodissimo. Se non temessi di domandarvi un sacrifizio troppo grande, vi pregherei di cedermelo. L' officiale non rispose che con profonda. riverenza, and ^ pifendero il suo .cavallo e lo condusse nella cudfHriA di Turenne. ^ Questo generali^ gii sped il giorno appresso uno de* pi belli e migliori cavalli dell* acq^ta. gfO^re ch'egei si astiene dalle commi ^UHaipai a iBer di labbro^ no aeeompagnat A desieria d'eseguire^ e che si debbono chiamai'e r  YeiMi igafin in mmzognere offerte, r fissare sei^ro co' suoi simili  dtmenticare di quante qualit siamo sprovvisti, da quanti difetti funifflio lur^ervati dai solo azzardo, quanti oggetti, qpante circostanze sulle debolezze degli uomini influiscano. Ma per e^er buono non siate imprudente } e ricordatevi che la bont inclina naturalmente a giudicare gli uomini no quali som ma quali dovrebbero essere; la quale illusione se riesce.pia^ cevole, perch ci libera dalle spine della difliden^a, spesso di molti, e gravi sbagli  fonte.  8. Modestia^. Per Qiodsci inteiAlesi quella, virt, die si astiene dal prevalersi de' proprii talenti e della pr* pria abilit In modo spiacevole a^ j^ulli con cui viviamo. Ella  veramente una virt ^ gi^h riesce a reprimere la nittrale tendenza che spinge ciascuno ad esagerare i proprii pregi e farli sentire agli altri. ^ Io non credo ch'uom sia sotto la luna, Ch'il suo ingegno cambi^^e con PLATONE,  Quantui^ue egli non skppia cosa acuna. Perche a ciascun par esser Salomone,,   ui essenza^si giudica da tanto  Che meriti ogni onor da le persone. Quindi Timmodestia cresce in ragione dell'ign^^ . ranza, o per dir meglio del falso sapere; perci Digi vi,' la Bruyre dice : // vanaglorlosOy misto di sciocco e di petulante^ sta tra questi due estremi. Un giudizio troppo favorevole di noi stessi offende i nostri simili,  quali, volendo giudicare liberamente le nostre azioni, veggono con dispiacere che si assegni a se stesso nella loro opinione un rango o delle ricompense che essi non ci assegnarono. L'uomo modesto somiglia a que' fiori che umili steli tolgono all'altrui vista, e che solo il loro profumo fa conoscere. La modestia d ai talenti, alle virt, alle abilit quell'incanto che il pudore aggiunge alla bellezza. '  Ippolito, che si pi in l A\ tanti Fra lor che sanno, e di saper dan mostra, Mentre a te ignaro de' tuoi proprii vanti. Schietto pudor Tonesta guancfa inostra.   LaseianK), dice GOZZI, il commendarsi da se medesimi a coloro i quali, temendo di s e delle y> opere loro, tentano di sostenerle coi puntelli,  come gli edifizi vecchi e cadenti. Non sia disgiunta da noi giammai queir onorata modestia  che  condimento e grazia di tutte le virt, e ^> le rende pi care e pregiate. Qual baldanza, vi Lumilt, differente dalla modestia,  una qualit cha brama mostrarsi agli occtii altrui, perch, mostrandosi, In vece d' offendere la loro vanit, X adesca \ ella suppone per lo pi in quelli che la ostentano, un sentimento segreto d'amor proprio od anche d'orgoglio ch'ella si sforza di reprmiere, desiderando che le si sappia grado della sua vittoria. prego, sarebbe la nostra se volessimo privar le  genti della facolt di dare il proprio giudizio  sopra di noi ? Perch vorremo noi essere niae-^  stri a tutti coloro i quali ci ascoltano, e coniandare ad ognuno che a nostro modo favelli ? E se per avventura V intendessero altrimenti da  quello che andiamo noi vociferando di noi me desimi, che sarebbe allora ? Le nostre voci si  rimarrebbero offuscate nelP immensa furia delle  contrarie, e noi verremmo giudicati senza cervello. Quanto  a me, cos penso e tengo per  fermo, che far sempre inutile opera colui il  quale a dispetto di mare e di vento vorr essere  d'assai con la sola forza delle sue ciance.  r Giusta gli esposti principii, l'uso ha introdotto nel conversare socievole certi modi di dire che, lungi dal dare segno di confidenza eccessiva nel nostro giudizio, lasciano scorgere dubbio e diflldenz. Franklin ci dice che conserv T abitudine di non impiegare giammai nelle quistioni controverse le parole certamente, sicuramente^ indubitatamente^ od altre simili che il dimostrassero irremovibile nella sua opinione. Io diceva piuttosto, egli soggiunge i fo credo^ io suppongOy a me pare che la cosa sia cos, per tate a tale ragione: ovvero la cosa  cos, se non m'inganno. Prima di Franklin, aveva detto Monsignor Della Casa :  Bisogna che tu ti avvezzi ad usare le parole gentili e rao  deste, e dolci s, che ninno amaro sapore abbiano* e in nanzi dirai : Io non seppi dire, che Voi non m' intendete, j e Pensiamo un poco, se cos , come noi diciamo; pint:  tosto che dire: Voi errate, o E' non vero, o Voi non la Poich gli scopi della conversazione sono d'iVr^struirsi o d'istruire gli altri, di piacere o di per siiadere,  cosa desiderabile che gli uomini in- telligenti e ben intenzionati non diminuiscano n^vjl potere che hanno d'essere utili, affettando  d'esprimersi in modo positivo'^ presuntuoso che  vi|i9n lascia di spiacere a quelli che ascoltano,, e  non  proprio che ad eccitare delle opposizioni'  e prevenire gli effetti pe' quali fu concesso al . uomo Jl.s dono della favella/, tr r  Se volete istruire, ricordatevi che un tono af^, fejrmativo ^fidogmatico, proponendo la vostra -Ili sapete; perciocch cortese  amabile usanza  lo Incolpare M altrui, eziandio in quello che t intendi d'incolpaclo;^ anzi derlo. Noi errammo la via : e Noi non ci . ricordammo  ieri di cos fare* ^ome che lo smemorato sia pur colui A solo e non tu : e quello che Restatone disse ai suoi com  pagni non istette bene:  Foij se le vostre parole moi men' M lono n; perch non si deve recare ili dubbio la fede al > tmi: anzi, se alcuno U promise alcuna cosa/e non tela  attende, non ist bene che tu dica: Voi mi mancaste della ) vostra fede; salvo se tu non fossi costretto da alcuna necessiti, pr salvezza del tuo onore, a cos dire : ma se n egli ti avr ingannato, dirai : Voi non vi ricordaste di cos fare : e se egli non se ne ricord, dirai piuttosto : Voi non  poteste; o Non vi ritorn a mente; che Voi dimenUcastc,  o Voi non vi curaste d'attenermi la promessa: perciocch  queste s fatte parole hanno alcuna puntura e alcun ve  neno di doglianza e di villania; sicch coloro che costu  mano di spesse volte dire colali motU, sono ripulaU per  sone aspre e ruvide; e cosi  fuggito il loro consorzio M conie si fugge di rimescolarsi Ira' pruni e tra' triboli. S6ft  proposizione ^  sempre causa per cui si cerca di eontraddpvi'^ e pr non si^ aicoltato 1 con attenzione. Da un altro Iato se, desiderando  d'essere istruito, e di profittare delle coignizteiii  degli altri ^ to ti esprimete eooie pensona for temente ostinata nei suo modo di pensare, gli 9 MouNAt modesti e sensibiii che nm amane la H disputa, vi lasceranno tranquillamente in pos sesso de' vostri errori. Seguenda un metodo or- y> goglioso, raire volt potete speme, di piaeefs af  vostri uditori, di conciliarvi la loro benevolenza,  e di convincer quelli cui voi eravate vago di a9  aggradire i vostri pensieri La ragione non lia giammai maggiore impero che quaodo alla si presenta non come una legge che si deve seguire, ma come un'opinione che pu meritare d'essere esaminata; perci ne' crocchi di Filadelfia pagavasi un'ammenda tutte le volte die facciasi uso d'un' espressione decisiva.e dogmatica. Gli liQmini pii intrepidi' nella loro c^rtsasa 4^rano obbligati d'impiegare le formole del dubbio, e prendere nel loro linguaggio l'abitudine della modestia^ la quale, quand'anclie s*|uerestasse alle sete parole, L* abate Polignae sapava presedtave le ime Idee i^a aria s modesta e gentile, clieil Pontefice Alessandro VIU gli diceva: Voi sembrate sempre essere del mio parerei ma alla line de' conti  sempre il vostro che prevale. Luigi XIV, dopo d*avere ascoltato U suddetto abate sulla iegoziazkme Intrapresa  Boma per le celebri proposiztoid idei clero Oallleano, disse : R!l sono Inlratlenuto con un nomo, e glovre uomo, U quale mi ha sempre controddetUi c mi e smifte piaciuto, / ai* uno xiMa ^ * avrebbe gi il vantaggio di non offendere 1' altrui amor proj^io, ma che^ per rinfluenza delle i^aaroie MHe idee y m fiiialMefite etftfindent 4mU6 fltetse opkioai..Ii6 pmone gemili sapendo die ralttni wiit soffre allorch si vede convinta, sogliono terminare la contesa con una lepidezza, a fine di mostrare che mii forepo icrtet dall'oppoeisimd, eh0 Ellero offendere il loro antagoniata,. che non si, vantano 4Mla vktona.C&a^imazi(me dello stsso argomento. Siccome T ombra sola della pretensione offende Faltmi amor proprio, perci i titoli di vano, suIUrb, anrogantef tallita si regalane a tollo^ a torto si dichiarano offensive le giuste ragioni con cai l'Qinocenza e il nierito rivendicano i loro. diritti. Costretto non di rado Tuomo grande ad imporre silenzio air orgoglio soperchialore, a conoscere d di* egli , sbalza nella tua possa e torreggia dinanzi alla mediocrit impertinente che vorrebbe avvilirlo. a Di modestia  Tempo or non , voce d*oner n'appella.  Infatti la vera modestia  eome la vera bravura, J quale non oltraggia giammai, ma sa rispingere gli oltraggi y fuorch quelli che. li fa non sia vile  segno da non meritare che disprezzo. Chi avrebbe potuto tacciare d'arroganza Cicerone, allorch, totnato dall'esilio, pregiavasi d'avere salvato gli Dei del Campidoglio, il Senato dalla vendetta di CATILINA, il popolo dal giogo e dalla schiavit ? Non era egli giusto che mostrasse a'suoi nemici il suo Dome cancellato, i suoi, monumenti distrutti, la, sua casa demolita, e c6l peso della sua gloria gli opprimesse? I^aseiando da. banda il caso assai rara di CICERONE CiceronC) e consultando la giornaliera esperienza, vedremo che ^Uotdi.. l'esternare giusto sprezzo per gUr aUH e giusta sHtim pcts^  gittstij^ato, ^alr altrui insolenza. Gbe cesa dite di quelH ohe scrivono la propria vita? Il severo Tacito non ha osato fare rimprovero a parecchi' famosi ingegni dell' antichit, che le loro gesta pubblicarono, non per ostentazione e Un prelato cortigiano, il cui merito consisteva ne'suoi avi, ccedevasi disonorato vedendo in Flechier un confratello, che Dio aveva fatto eIoqu$inte, caritatevole, virtuoso, ma non gentiluomo : egli era ^sorpreso che Flchier fosse passato dalla bottega de* snoi paventi affa ^e tescovfle, ed Mie r impertinenza di dirglielo : Con questo modo di jwmare^ rispose il vescovo di Nmes, temo assai che se voi foste nolo f ai posto m cui io aono^ rum ne feski disceso far delle eandU Anche H lareseiall de la Feutde, tanto pi soper cliialore con quelli che credeva inferiori a s, quanto pi era vile alla Corte, disse al sullodato Flechier, eh' egli non' era a' suoi ocelli che un meschino borgliigilino di Nimes, e SQg^nset Gmmdt ehs vostro padre sarebbe 6m sr^ preso nei vedrvi d che voi siete. Forse men sorpreso che non vi sembra^ rispose il prelato, giacch non il figlio di mio padre^ ma io^ fui fatto vescovo.  Il diritto di difesa giustificava questa risposta; poich l' alta opinione che U buon vescovo mctetiava di s, oltre d' essere fondata sul veiO} ten deva a reprimere un ioigjusto 8pcegio arroganza ma pr quella tonfideasa the .la 'pvobit inspira. Alfieri che ci ha lasciato. la sua vita confessa candidamente che il parlare e molto pi lo scrivere ^.^i se sl^esso nasce da molto amor, di se stessa. '^kipo questa ingenua confessione rautece giustifica * la sua condotta nel modo segunte: '^-Avendo ia oramai scritto naolto, e troppo pi forse che non avrei dovuto ^  cosa assai nturate che alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie Opere ( e non tra' miei con^,  temporanei, tra quelli almeno che vivran dopo ), avranno qualche curiosit di sapere qlial iiano U medica in rrocato^ lo stampatore in consigliere, ll^canieiioe in arlecchino: raccontano fatti che l' opinione locale smentisce, citano libri di cui non conoscono il frontispizio, alterano le date per creare odiosit od affezione, censurano quelli che non li pagano, vendono le lodi a tre centesimi per jMigina, gindicano ^ af-* lui coir acume della stupidezza, parlano degH uomini come ne parlerebbe un Ourangoulangh, ecc. ecc. : speculazione libraria che n d, ne toglie riputazione, perch nissuno guarentisce n i fatti, n i giudizii, ma che pu far ridere sinceramente le persne di enno, giacch le persone di senno hanno diritto di ridere, quando veggono lin' impsta icfAi credulit^ sidV invidia e tuUo $pitii0 di fmrUio ^ affezioni tanto pi pronte a pagare quanto pi. goffe son le menzogne die lor $i vendono molto schizzinosa su questo punto: gli uomini,  non osando lodarsi in pubblico, si adulano pi  liberamente in segreto, e s credono in diritto  di risarcirsi della loro Onta modestia col detrarre'  alla fama degli altri. Cos non abbiamo guada-*  gnato che virt apparenti e vizi reali.  Eccettuati i casi di difesa accennati di sopra,' a me pare che il giudizio di Cesarotti dia in falso; giacch chi vanta i proprii meriti, in vece di far^ parlare gli altri a suo favore, li fa tacere; In vece di farsi degli ammiratori, si fa de'nemici; quindi il dignitoso silenzio della modestia sar sempre preferibile: II merito pi grande  il pi modesto. Se facesse d'uopo confermare questa idea popolare con autorit, sceglierei tra gli antichi CATONE, il quale, a detta di SALLUSTIO, faceva grandi cose senza menarne rumore, e avrebbe potuto dire : a Cedo a tutti in parole, a nullo in fatti. Tra i moderni v' additerei il poeta Despraux, il quale, eccitato da un incisore a far qualche verso pel suo ritratto : Io non sono s malaccorto, rispose, da dir bene di me, n s stolto da dirne male.  6. Rispetto ai pregiudizi. I giovani non conoscendo ancora per esperienza quante passioni vegliano alla conservazione degli errori, ignorando che tra gli errori v'  una fortissima lega, e tale che scotendone uno, gli altri si risentono e CQjrrono in difesa: i giovani, dissi, si danno a credere che ogni verit potssa essere, sRa- presenza di chiunque proclamata, e fanno le maraviglie se pi ostacoli le si oppongono. Come inafi ha (iNDlnto il sensate Bandi riguardare il rispetto ai pregiudizi come un legame inventato dai eapriccio e dalla moda? Se qualcuno, entrato in una moschea zeppa di adoratori di Maometto, grl-> classe ad altissinia voce che Maometto era un impostorcr credete voi. che farebbe HK>lti proseliti, e che non verreUe in pezzi dagli astanti? Ma senza anco voler calcolare i danni cui si espone ehi spaccia una verit imprudente, fa d'uopo con-f venire che, offendendo i pregiudizi contrarii, non le rende pi agevole la strada^ ma pi scabrosa. Ella  infatti cosa difficilissima il convincere un' uomo dopo che abbiamo offeso ilsuo an^or proprio, ' Se il -sole, dice d'Alembert, ^lene ad illuminare in un istante gli abitanti d'una caverna oscura, e dardeggia impetuosamente i suoi raggi &m loro occhi non anco disposti e preparati, e quindi gli irrita soverchiamente, render loro per sempre odioso lo splendore dei giorno, di cui non conoscono ancora i vantaggi, mentre sentono il dolore che loro cagiona. Se ai contrario introducesi in questa inverna un debole raggio che per insensibili gradi vada crescendo, si riuscir a dimostrare il pregio della luce, e gli abitanti stessi ne branieranno l'aumento. Per la medesima ragione conviene rattemprare la luce dei vero, ed aspettare che rintelletto a poco a poco si sciolga dalle false idee che l'ingombrano, divenga gradatamente pi forte. I s' abitui e s' addomestichi cpl nuovo ospite f^he non conosceva per anco. Pretendere che tutti gli intelletti ammettano tosto le stesse verit,  pretendere che tutti gli stomachi digeriscano egualmente le stesse vivande. La pulitezza vi fa dunque un dovere di conoscere il carattere personale e la situazione sociale delle persone che al solito crocchio concorrono, acci le vostre idee ed affezioni non vadano a dar di cozzo contro quelle degli astanti, e con reciproco risentimento rimbalzino. F'lo alle antipatie. Lo sprezzo che merita la vile adulazione ha in-, dotto a fare distinto elogio della franchezza, e come virt assoluta raccomandarla. La massima di velare le proprie antipatie, come quella di rispettare i pregiudizi,  stata riguardata qual legame inventato dal capriccio e dalla moda da pi scrittori. Si dice che dass prova d'integrit allorch la lingua ed il cuore essendo d'accordo, le parole rappresentano i sentimenti. Ciascuno per altro s' accorge, o sente almeno confusamente, che se merita sprezzo un cortigiano che ci protesta stima, affezione, amicizia, mentre nell'interno dell' animo egli si ride di noi, merita disprezzo maggiore un cinico, che senza necessit viene a dirci: Io v'abbomino e vi detesto. Dunque tra la menzognera adulazione e la frani chezza eccessiva vi debb'essere un mezzo. La necessit di questo mezzo  dimostrata da tre ragioni. f i. L'amor proprio di ciascuno, costantemente avido di farsi degli amici e degli ammiratori, agevolmente lusingasi di ritrovarne dappertutto, e sente in lui sorgere e crescere il dispiacere in ragione delle persone da cui si vede sprezzato. Il dispiacere risultante dallo sprezzo  copiosa fonte d'antipatie, animosit, odii, e perci di gravissimi danni sociali.-Noi c'inganniamo sovente nell'opinione che concepiamo degli altri, e pi volte siamo costretti a ritrattarla V senza riuscir sempre a giudicare pi sanamente. Laonde quando alcuno, giusta l'interno suo sentimento, dice ad un altro, Vi sprezzo,  sempre certo che gli cagiona un dolore, non  sempre^ certo se colpisce nel vero, -^y, Ora, escluso il caso di necessit, fa d'uopo essere 0 crudele  pazzo per cagionare ad altri un dolore' che pp essere ingiusto, e farci un nemico che pu riuscirci funesto. ^i^V'-Alcuni dicono: Da un lato v'  smpre piacre neir esprimere i sentimenti quali nascono nel nostro animo, mentre si prova pena nel reprimerli; dall'altro noi non abbiamo bisogno di nessuno*f^i Di questo raziocinio la prima parte  sempre vera, ma la seconda  sempre falsa, finch re^* stiamo nella societ. Voi non avete bisogno di Pietro, e forse senza danno presente o futuro potete dirgli : Ti disprezzo; ma la faccenda non va cos con tutti gli altri uomini. ntrate in una CONVERSAZIONE con quella franchezza encomiata da alcuni scrittori, e presentandovi successivamente a ciascuno, dite a questo : Voi pretendete di piacere a tutti, e tutti si ridono di voi;  a quello : Voi siete s sciocco che m'eccitate compassione;  a un terzo : Non saprei dirvi il motivo, ma sento ars avversifte Contro di voi, ecc. Se voi cos operate^ 'mi par certo che tutti s'alzeranno per cacciarvi' fuori della conversazione a ceffate; e vi succeder lo stesso in tutte le altr. ^^'o^mii ' La franchezza non consfete nell' offendere inu^ tilmente l'altrui amor proprio, ma nel difendere con coraggio i dirtti deWinnanit contro r orgoglio che li calpesta^ e nel convenire de'prqpri difetti ed emendarsene. ' / ^,iliisidu6m;2 In vece dunque di dire al giovine : Alza il vlo che copre il tuo animo e mostra a tutti Podio/ lo sprezzo, la noia, il dispiacre che in te producono le loro debolezze e i loro difetti; gli dir piuttosto :; Jpl^; Uflf' lato sii pronto a compatire le loro debolezze, dall'altro non crederti infallibile j ne'juoi giudizi. L'uomo franco pu conservare. il j suo sentimento senza offendere l'altrui amor pr =5 prio; non si deve offendere l'altrui amor proprio se non in vista d'un vantaggio maggiore, come nnr si taglia una gamba se non per salvare la vita. Mi spiegher meglio con un esempio: ^ Uno de'confratelli di Guettard lo ringraziava un giorno perch questi gli aveva dato il suo voto 4 allorch quegli fu accettato membro dell'accadenriia delle scienze, roi non mi dovete nulla, risponde il botanico : s'io non avessi creduto che era giusto it darvelo ^ non r avreste avuto ^ giacch io non v' amo. Questa risposta, bench lodata da Condorcet mi sembra riprensibile, perch gratuitamente offensiva. Per quale motivo cagionare un disgusto e dire, non v'amo^ a chi viene a protestarvi un sentimento di riconoscenza.^ Se Guettard. avesse,SW' d(^V Nl^ire tt 'mi^i^ te eoasult te gisUza e niente altro; non ringraziate ddnqii me^. ina voi stess, giiceb se nra avessi creduto cto lo meritaste^ ndw ?irfcM vto; sapr il giovine adescarla con garbo senza compromettere la dignit dell'uomo; ritrover il limite che separa la dissimulazione dalla simulazione, e idalla vile falsit si terr lungi ugualmente che ridalla sincerit gratuitamente offensiva. Dapprima, in vece di mostrarsi stupido e silenzioso alla vista dell'altrui nierito,, il giovine ne sar \ pronto encomiatore, esternando gradi di sti?nu proporzionati alle qualit utili e lodevoli, associando alla stima gradi di rispetto, se di particolari virt si tratti e di grandezza d'animo; in tulli i casi egli procurer che il sentimento rappresentato da' suol atti e dalle sue parole s'avvicini i quello che gli altri vogliono ritrovare in lui, non dimenticando che quando s tratta di riguardi; e men male peccar per eccesso che per difetto. Sta dunque attento nel passar del guado, ^jji?,.K cerca d'evitare li due scogli, Da cui scampano pochi, o almen di rado.  ft ben che in questo mar la nave sciogliCol rischio a destra ed a sinistra, ancora :^  Salvar ti puoi, se il mio consiglio accogli. . Va per la via di mezzo, e se pur fuora ^.;vDel relto calle fantasia li mena, . AH pilo, e non al basso tien la prora.  ' d'avvilirsi^ isostrndosi indulgente alle umane de^lez29e, aUor][i nmaa dmm ne risulta^* EUa^Mft isdegna A tendere agli altri tach d pi di quel,c^e hanno diritto d'esgere, sapendo ejie nel com* smercia Le aote anima ficoole^ jpqtttfe aidle iaM pretemttoi, speaae^ sospette jti guardando come furto fatto a se stesse lutto ci (^p c(NMdoiif^ figli aitai > Ungot gooliaf^^ l tfiiancia in mano per pesare a rigore ci che 4!^oiiq| fat^f^iiidaie o musare:  sg^s^ sotto pr^ testo di non degradarai, si imlmiio*iiliiv^tlaeif|i .(^io^Q usfmli e inferiori. I Lacedemoni, che- neri peccavano per eccesso di bassezza, hanno lasciato un beli' esempio dell' indulgenza che si debba alla folla de' grandi. 41e^s^^o piccolis^iiaio, qMlido pladava drenare figUo 4i Giove, e JHo egli stess, ^ireeheper Melo rieooosotaeiDo tutti gU 8ta(l.ella Grecia : in occasione d queste pretensioni i Lacedemoni fecero il eguente decreto, veramente laconico ~ Poich Alessaneto vuol essere Dio che lo sia. ' . Attai meao ladolgeiito si moslfl FilosseiMr een Dioiiigi fttotteo. Questo ttasniio, peidi era vtf laceva de*very, pre* tendeva al vanto di pela. Ef^li prff^ un giorno Filoss^ne a correggere una sua opera teatrale; e questi, avendola rappezzata e rifatta 4al primo verso air^Himp, il re lo condann alla lettere, ^acci- fi Imipamse a rispeltase ia regia pc^la. li gim sussegniYte^ tra(todi cacGasKe,^K>'amiiiis8 alla sua mensa, e liniio il pranzo, dopo avergli fettOfaleciDl versi, gli domand il suo parere. Il ponila, senza rispon iV?^ Raccomander finalmente ai giovani di non imitare la vile e perfida condotta di coloro che lodano alcuni collo scopo di denigrar altri. Ih ciascuna carriera alcuni personaggi distinti occupano gli sguardi del pubblico : cbe cosa fa V invidia per defraudarli ? Suscita loro de'rivali, colma di lode degli imbecilli che appena hanno il senso comune, e si sforza di ripeterne i nomi, acciocch il pubblico s'induca ad occuparsi di essi e dimen-,/tichi i primii -^^Nel corso della giornata si riproducono ad ogni vistante de' casi, ne' quali alla sola azioiie d'innocente lode si pu ricorrere per conseguire l'assenso di alcune volont, e diminuire la resistenza di altre; perci ad esercizio de' giovani soggiungo i seguenti problemi, ciascuno de'quali ammette, col dere, si rivolse alle guardie e disse loro: Riconducetemi in ctarcere. ^f-^u i Un uomo ^11 pirilo nel case di Fllossene sarebbe uscito d impaccio con una celia. Infatti la condotta di questo poeta sarebbe ammirabile, se si fosse trattalo d'una cattiva legge od alli-a operazione daivosa al pubblico; ma scegliete jl carcere pcrcli un Uranno vuol essere poeta,  paizrja. Maggiore imprudenza commise rarchitelto Apollodoro, il quale, sapendo quanti l' imperatore Adriano  avido d lodi, critica un di lui tempio in modo un po burlesco, osservando cbe se gli Dei e le Dee si fossero alzale in piedi, si sarebbero rotta la testa nel soffitto. Questo scherzo gli cost lii .vita. 11 quale fatto  dice che i coltivatori dozzinali delle belle arti hanno una vanit atraordinaria, superiore a qualunque sentimento^ e capace di sacrifico'c la slessa amicizia, mezzo della lode, soluzioni indefinite nelle varie circostanze sociali. Disarmare la collera. .Aureliano faceva rimprovero a Zenobia, perch non aveva riconosciuto glimperatori romani. La principessa lo calma, dicendogli. Io riconosco voi per imperatore, voi che sapete vncere. Galieno e i suoi pari non mi sembravano degni di questo nome. Addolcire l'amarezza d'uri rifiuto. ( il gran Cond, pregato dalle dame di lasciarle uscire da Vezel ch'egli assediava, prevedendo che Ja loro uscita ritarderebbe la resa della piazza, rispose che non poteva acconsentire ad una dimanda che del pi bel frutto del suo trionfo lo prive, rebbe., Accrescere pregio ad un favore. Luigi XIV nominando al vescovato di Lavaur Flechier, che predicava alla corte, gli dice: Vi ho fatto aspettare alcun poco un posto che meritavate da lungo tempo, ma non voleva privarmi cos presto del piacere d'ascoltarvi. ) ' elare il lato offensivo d'una verit. ( Despraux interrogato da Luigi XIV sopra alcuni versi da lui composti: Sire, rispose, nulla  impossibile a Vostra Maest : ella ha voluto fare de' cattivi versi, e vi  riuscita. ) Un soldato francese si faceva chiamare col nome d| Turenne, celebre maresciallo di Francia: quesU mostr d'esserne ofifso: il soldato rispose: Generale, io sono invaso dalla gloria denomi: se ne avessi conosciuto uno pi bello del vostro, l' avrei preso. L'uso della lode  ragionevole finch, fondato sul vero o verisimile,  stimolo o ricompensa ai talenti, all'industria, alla virt. L'uso della lode  riprensibile quando o fondasi sul falso, 0 di gran lunga oltrepassa la misura del merito encomiato, e allora dices adulazioil Vi sono de'Iodator eterni, i quali non vi danno una lode fuggiasca e dilicata, ma vi inondano e opprimono d'elogi; e ci per ogni inezia, ad ogni istante, alla presenza di qualunque persona; cosicch se non rispingete le loro lodi smodate, acquistate taccia di vanit ; e se le rispingete, essi '. le replicano con usura, e per cos dire non vi incensano, ma vi danno il turibolo nel naso. Tre caratteri distinguono l'adulazione dalla lode ragionevole 0 meritata: L'adulazione cambia i vostri vizi in virt; ^ m||||( Ella vanta in voi delle qualit che non avete; Ella innalza eccessivamente quelle che avete; .Nel mentire esperto,  Maestro in adulare, egli senz' onta V Chiama faconda indotta lingua, e bella I  Schifosa faccia; un sottil collo e lungo I )) Agguaglia a quello d'Ercole, che innalza I . Di terra Anteo; magnifica. una voce  Stridula e chioccia qual d'irato gallo Che alla mogliera sua morde la cresta. L'adulatore adunque  un ipocrita che finge &entimeoti c^^ptmru a qutli ohe cg^ ffi^U' animo; ^ Z m vile  Buffon, perpetao l^ioMM' di eaptf , die trama ai cenni del rccOf e Ib.ecQ ai detti deUd persgy|;iefiu viziose i % w soroccatore cl)e.)d .menzogne per fitleoi^rj; vantaggi personali;  un ladro che toglie alla virt r.eiicomio ehe profonde al vizio;  un infame che  io^i^^i^te ali' onore  non teme il pubblico disprezzo; L infamia delPadulazione cresce in ragione della pubblieU^ ddta aUe lodi menzognere. Pera colai che sa malnati fogli  Famelfto eerifter vende sue lodi,  E d'aura popolar Talme rigonfia.  Sid labbro a lai le venenate tazze  Vota menzogna, e Favvilito incenso  Onde frodonne di virt gli altari,  La lusinga vnal pria^nde a Itti;  Che col prestigio d'un error che piace 19 Cangia il ?izio in virt, traiforma in mmie  T Ignoranza, follia, viltade, e mira  Sorger Tersit emulator d'Achille  E nn Sfida infame in an Traian rivolto. Allorch Filippo di Macedonia divenne guercio, il cortigiano Clisofo usciva di casa con un empiastro sulF occbjo, e si traeva dietro una gamba allorch il re zoppicava per una lecita. Sono arcpochissim quelli che facciano sforzi per acquistare le qualit che loro mancano allorch vengono accertati che le posseggono; e meno sentono stimolila salire ad alto grado di gloria se quelli che li circondano dicono loro ad ogni istante che sono giunti alla cima. Si pu asserir anco che pi personaggi potenti non divennero tiranni se non perch fu fatto lor credere che tutto era loro dovuto, e che il loro rango scusava qualunque colpa potessero commettere. Da un lato essendo utile l'uso moderato e ragionevole della lode, dall' altro non essendo difficile d'essere tacciati d'adulazione, perci ricordec la regola d Montaigne, il quale, nel lodare le virt e i pregi reali de' suoi amici, compiacevasi bens d'esagerare alcun poco, ma limitavasi a cambiare un piede in un piede e mezzo : secondo Montaigne adunque il rapporto tra il merito e la lode che possiamo tributargli, non deve oltrepassare il rapporto di uno ad uno e mezzo. Quindi pria di profondere lodi dobbiamo esaminare le qualit delle ji^rsone; e se ci accade d'esserci per bont o generosit d'animo ingannati, non essere restii a ritrattarci. Squadra ben ben Tuom che commendi, ond'onta  De' falli altrui non ti rifletta in viso, w Diam talor nella ragna, e ottien l'indegno M Da noi favor; dunque la man delusa  Sottrai da chi va di sua colpa onusto.  Delicatezza animo. Si' dic0 delicato oa fiim aUovcb al ooniatto ' d'aur un po' pungente s'attrista, e al raggio meridiano piega ti capo suUo stelo. Pr drantMre quanto  dUiaiad r onora dette donne, lo parago;iiaDao a terso cristallo, i, :A debl canna y  Ch'ogn'aur9 mchina, ogni respiro appanna Si,ah)ai;pa animo dilicat quello che alle tnioime seai^kKon|,m&raUj^iK^ od a vanjia^o aly 4rui si risente. \\. pi^Q 4^, essere bont d'animo senza de. Rcatezzas ^ uoma ytino vi &r tosto il piae^ ^ebcgli domandate : un uomo dilicato far d pi;' egli Vif risparmier la peqa 41 domandare,, e a^r tenere segreto il beneficio. Vi pu essere giustim Sj^nza^ delicatezza : un uomo giusto difender con calore i vostri diritti nel consiglio: un uomo dilicato difender anco le vostre convenien^, e s' affiretter a .spedirvi la Booi^ del felice enccesso. La delicatez^ d'animo  un misto di speciali qni^it e'si manifesta coi caratteri di esse, ^esie.qualit sono le seguenti. Finissima sensibilit. 1 generali Ateniesi a ' Maratona, ecc^itati dall'esempio d*Ar9tide, cedettero intero a Milziade quel comando che gionialmmte^ed a vicenda toccava a dascuno* Milziade, acci la vittoria che lusingavasi di conseguire non fosse cagione di rincrescimento a qualcuno de'ge9erali, spinse la delicatezza al segno da non dare la faiOtagli^ che giorno ia cui gli dpparlBomirjeoinandd. iW^^h-T^ Cemdido disinteresse. Nelle cose di.seasibite vitloree boa hm^wYv^la^fe^ kk^eosa offerta e Ja cosa (zccettata. serve  misurare la' delicatez;uhi [wgio ir^ che  t^Qto  stero. Giunto > il duca co'suoi nobili, tutti riccar m^te vestiti,; avendo os^rvato che gli scandi erano oecopati,  die nissano rispondeva alle sue gen* . tilezze, si diresse, senza mostrare la minima sorp^^. jo II 4iiniQiO turbamento., veysp jl'una delle estremit della sala che rimaneva vuota, si lev il mantello, lo pieg con bel garbo, lo pose sul pa- imento e vi si assise sopra, nel che fa imitato dal suo seguito. Pranz in questa posizione colle vivande cl^e gli vennero polite, dando segno d^lla . pi frfetta soddis&zione. Finito i pranzo, il iw e i suoljaobli s' alzarono, presero congedo dalla ^mpagrai nel moda pi grasoso ed uaeiroao dalia sala colle loro giubbe, lasciando sul pavimento i mantelli che erano di gran valore. L'imperatore che ^y^Va ammirato b tro condtta, fa sorpreso da quest^^ul)imo tratto, e sped .upo de' suoi crtigani.jal sappUcare U dqcft iiA il sao. se^ guito a riprendere i loro mantelli. Andate, a dire al vostro padrone, rispose il duca, che i ]!>{ormann non usano portar via gli scanni di cui si servirono a pranzo.  "Questo rifiuto era delicato, nobile, convenevole e fiero nel tempo stesso.^ r*vi-Gentili sorprese. Il czar Pietro, che viaggiava in Europa per istruirsi nelle manifatture europee, si ferm alcuni giorni a Parigi, e tra gli altri stabilimenti visit quello della zecca. Si coniarono molte monete alla sua presenza: una di queste essendo caduta a'suoi piedi, egli la raccolse e vi vide da un lato II suo ritratto in busto, dalraltro una faRia appoggiata col piede sul globo, e questa leggenda : Fires acquirit eundo^ felice alIasione ai viaggi ed alla gloria di Pietro il Grande.; D( queste monete ne furono presentate a lui ed 'alla sua comitiva. Il czar non pot ritenersi dal dire : I soli francesi sono capaci di simili gentilezze (o.;2'!!C -^..rT.'^'' Dopo d'avere adombrati i quattro principali elementi che caratterizzano la delicatezza dellanimo, passiamo ad osservarne' qualche combinazione. Lo spirito vivace e la pronta sensibilit di questa nazione rendono luso delle sorprese gentili men raro che altrove, anche nelle basse classi sociali. Dopo la battaglia della Marsalte, vinta da CaUnat, egli pass la notte sotto la sua tenda alla testa delle truppe Trovavasi egli in mezzo alla gendarmera e dormiva inviluppato nel suo mantello. I gendarmi, che avevan presi ai nemici 28 stendardi, immaginarono di circondarlo di quesU trofei: gli altri reggimenti portarono essi pure gli stendardi conquistali. 11 giorno comparisce: Catinai si sveglia circondato dai trofei della sua vittoria, e salutato dalie acclamazioni dell' esercito. V%Mm Wanini diHcata sa mggeHrs de* vtm* sigli senza mortificare V altrui vanit y ad imitew zione di Livia, la quale gettava, per cos dire, a e^w nella convrsazione delle fdee trtlK ad Aogost senza che egli s'accorgesse ch'ella aveva pi spirito di lui. . Non suole offrire alta per rinfacciare penuria^ contento di mostrare la sua disposizione a chi volesse approfUtqme* Nelle poee d'Ossian^ mentre Gaulo viene circondato da Svarano, Fingal s'alza ma non si d fretta d'accorrere; egli non vude rapire a Gaulo l'onore di rimettersi e liberarsi dal nemico; troppa sollecitudine sarebbe stata un' offesa alfa sua gelosa delicatzza su* questo pnto. ' Egli sa coprire il soccorso con qualche p7 etesto plausibite^ e all'idea s mortificante della Kmosn sostituisce quella d'un credito, d' un compenso, d'un' indennizzazione, d'un onorario. Eccone alcani esempi: Un sigDoi! per mr 'eampd di benefleare un aVvooat miserabfle, ed aUonlanare dal suo animo l'idea umiliante del soccorjK), lo consultava $opra cause immagiaarie, e pagava largamente i consulti. AJCcesUao visitando il suo amico Ctesibio ammalato, e vista la sua Indigenza, trov modo di cacciargli destramente sotto II capeuftle U denarb che abbisognavagll. l signor Dubois all' epoca del terrorismo in Francia, essendo stato destituito dalia sua carica e rinchiuso in pri^one, il botanico (^ll^ei^t port ciascun mese, e finch dur Uk detenzione,. alla fl^posa dell' amico detenuto^ la met del proprio onocario, acclorcb', ella non sospettasse la destituzione del marito, e non iscoigesse tutto il pericolo cui rimaneva esposto. Facendo de' benefica, egli si guarda dal rammentarli s perch aspira al piacere delle belle anime, non a quello dei despoti; s perch sa che la ricordanza de'beneiizi riesce gravosa al beneficato. CiLstode deW altrui gloria y e quasi dimentico della propria y si trova infinitamente lontano dal pi vile di tutti i sentimenti, F Invidia Che d'altrui ben, quasi suo mal, si duole. Allorch Ulisse e Diomede ritornano dal campo troiano, conducendo i cavalli di Reso e riportando le spoglie di Dolone, Ulisse, che poteva dividere col suo amico la gloria di questa spedizione, si fa un dovere di lasciargliela intera : egli racconta minutamente tutto ci che fece Diomede, e nulla dice di se stesso. Dimenticando ch'egli ha dello spirito, sa far valere quello degli altri, ed incoraggiare il merito nascente talvolta timido, si perch non crede che possa essere offuscata la sua gloria, s perch si regola coll'idea del pubblico vantaggio. Apre r animo a tutti i sentimenti che ingrana discono la natura umana, e vorrebbe pur chiuderlo a quelli che la degradano. Egli sarebbe slato buon credente in Grecia ove si divinizzavano gli eroi, miscredente in Egitto ove si divinizzavano gli animali. Riceve con riconoscenza gli altrui avvertimenti anch quando offendono il suo amor proprio, e ne profitta, mentre le anime piccole e grossiere ingrognano e riguardano come nemici quelli che additano loro i mezzi per divenire raigliori. S#S buisce a virtt, collo scopo di ravvivarne l'imagioe e promoverne resecozione Ltmgi dal brigare sotta mano l carica del sm amico i egli  disposto a rinunziare ad una pen^ sione a vantaggio di chi la merita pi di lui ( Proporziona la riconoscenza non al beneficoy ma air intenzione di chi V esegu, n crede che cessino i suoi obblighi se  benefattore cKvihe sventurato. Egli  penuaso che la rottura deW amiditAa non Vautorizza a manifestare i segreti che furono affidati alla sua onoratezza, e non vuole screditare la sua causa con un tradimento, come fu detto a suo luogo. * Costretto a correggere qualcuno, egli nn lo fa alla prssenza di estranei, e quando pu ^ il fa a quattr'occhi; sa anco condire la correzione con lodi. che animano, in vece di ricorrere a Dopd Ta tn?6n dUa fertem di SoltneU'riainiflt, nid 4657,  primi soldati che entrarono nella piazza avendovi ritrovato una bellissima donna, la condussero al celebre maresciaUo di Turenne come la parie pi preziosa del bollino. U maresciallo, fingendo di credere che essi altro scopo non s'avessero proposto che di sottrarla alla brutalit de' loro compagni, il colm di lodi per si onesta condotta, fece quindi ricercare il di lei marito, e gli disse alla loro presenza: Voi dovete alla morigeratezza de' miei soldaU l'onore della vostra sposa. Dugnay Trouin, dopo una campagna gloriosa nel 1707, ricus una pensione che II ministro voleva dargli, ma la dimanda e lottenne per Saint-Auban, ^uo aiutante, ciie aveva perduto una coscia nella steslsa campagna. t  f4i. villanie che avviliscono. Egli procura di scemare la colpa attribuendone parte alle circostanze; e per eccitare la voglia del ravvedimento^ ne lascia intravedere la speranza. Egli dice, per esempio : . che certamente non  estinta; in somma Y er rore  indegno di voi. Come mai non vi cadde  in mente che esponevate i vostri genitori alla w taccia d' avervi istillato cattive massime ? Do vranno essi cogliere disdoro dove speravano lode  ed onore? I vostri amici che tentano di nascondere il vostro fallo, accertano che ne sentite w profondo rammarico : Vorrete voi smentirli ?  Dovr io accertarli che s' ingannano ? ecc. Vuomo dilicato^ nelle contese co^nemici sdegna le vie segrete, le quali, essendo favorevoli alla calunnia e alla frode, sono preferite dalle anime vili Non abusa della vittoria perch non v' merito neW abusar del potere^ e v'  vilt nell'insidtare i cadaveri. li Son frmvde ncque occuUis^ sed palam et armatum populiim romanum hostes suos vlcisci, diceva Io stesso Tiberio. Achille, che fu da Omero divinizzato, insulta Ettore moribondo, e gli protesta che, in vece d onorata sepoltura, Io far pasto de' cani. Dopo che Achille ha attaccato egli i /V fl sentimento della vendetta confondendoci coi bruti, egli si sforza sempre di reprimerlo, perch, ^ .ogniqualvolta il pu, vuole distinguersi da essi. Egli tenta quindi di soggiogare il nemico pi ^ colla generosit che colla /orsa i' pffl '> blandi. Lo chiama delicatanriente fratello d'Aganadeca, per destar in lui Sentimenti teneri ed amichevoli coll'imagine d una sorella amala non ij^rjf^^^no da lui che da Fingal. Mostra che sin dal ^  tempo di quella, egli avea concepita molta pro)) pensione per lui, e gli rammemora la prova sen/^h sibile che glie ne diede in quella occasione. Con  > ci gli induce Svarano a vergognarsi di conservar odio e rahcore con una persona che gi;s;3i;:da gran tempo 1* avea provocato in affetto e in ..p benevolenza. Finalmente mette in opera un tratto di generosit singolare che doveva espugnare l'a.:;t4.oimo il pi indomabile. Svarano era vinto : Fingal era padrone della sua vita e della sua libert. >^ questi si scorda della sua vittoria ? suppone ^,>) (:he Svarano sia libero come innanzi la battaglia, jfc)/^- propone, per soddisfarlo, un nuovo cimento personale, come se il passato non dovesse deci-jf^' dere. Svarano non  un nemico vinto, ma un ospite nobile a cui si desidera di far onore^ A;d tanta generosit Svarano s'ingentilisce, e la sua V ferocia si va cambiando in grandezza. Svaran, disse Fnga], nelle mie vene  Scorre il tuo sangue : le famiglie nostre,  Sitibonde d*onor, vaghe di pugne, jj w Pi volle s aCfronlr, ma pi volte anco W^iti n^^l^ cqnv.ersa:;>ioni .  1. Cohcorrenza superiore alla capacit " . y'^^ : 'del locale, *JL. ' j I  Invitare pi persone dl qiiel che possa compreu dere il locale,  invitarle ad essere soffocate dal ^ (ialore, a restare in piedi con sommo disagio, a i non i^ssere servite se h Tu sgorgasti valor; l'alta tua voce  Quella valea di mille duci e mille.  'Sciogli doman le biancheggianli velCj;' 'Pt^lu^'^w Fratel d* Aganadeca; ella sovente Viene all'anima mia per lei doglios /J^ Qual sole in sul merggio: io mi rammento. Quelle lagrime lue; vidi il tuo pianto. Nelle sale di Starno, e la mia spada t^  Ti rispett mentr' io volgeala a tondo Rosseggiante di sangue, e colmi avea  Gli occhi di pianto, e '1 cor rugga di sdegn^J > Che se pago non sei, scegli e combatti : \x ' Quell'aringo d'onor, che i padri tuoi > Diero a Tremmor, l'avrai da me: gioioso (; Vo' che tu parta, e rinomato e chiaro Siccome Sol che al tramontar sfavilla, n regna in Inghilterra ne' cos detti routs 0 GRANDI CONVERSAZIONI. Una signora sceglie una giornata in cui terr un rout. Ella spedisce de'biglietti d'in-;.,.-^vto a pi centinaia di persone, non perch sono suoi parenti, suoi amici, suoi conoscenti, ma per^, ch le ha vedute, e. perch la loro presenza acqui   ster credito alla sua assemblea.,  .un vano  Secreto genio femminil che gode > Di un numero maggior, non sceglie i buoni, Ma tutti accoglie, e popolando il foco. D'un incomodo stuol, cresce la turba. Minorando li piacer. Pria delle 11 ore della sera (il clie si chiama il momento dell'alta marea )^ la casa brulica di persone d'ogni rango e d'ogni sesso. Si pongono \ i tavolini da giuoco in tutti gli angoli della casay e tanti in ciascuno quanti ifc pu contenere, la-, sciando appena spazio bastante onde i giocatori possano passare o sedersi. Il caff, il t, la limo* na circolano negli appartamenti. La confusione  la vera essenza d'un rout. Una dama che tiene queste assemblee non consulta la capacit delle sue sale, ma la lista delle persone .. di buon tuono. Elia invita sempre pi persone di quel che possa ricevere; ella si compiace degl'in* convenienti della stanchezza, del rumore, del calore con tanta soddisfazione, con quanta un attore ' ascolta i gridi e il fracasso degli spettatori che assistono ad una scenica rappresentazione destinata a suo beneficio. Gli sbagli de' servi, la perdita di qualche gioiello, le ripetute esclamazioni buon Diot come fa caldo! sono vicino a svenire! riescono estremamente piacevoli alla padrona di casa. Non manca nulla alla sua felicit s'ella viene a sapere \ che v'ha tumulto nella strada, che I servi d'alcuni Pari si sono battuti^ che de' cocchi si sono spezzai j e che qualcuno della compagnia  stato derubato alla porta ecc.; giacch tutti questi accidenti romoreggiando per la citt porteranno il nome di madama da una estremit all'altra. Il giuoco  il solo piacere che vi si trovi : delle perdite considerabili procurano rinomanza ad un rut, e se un giovine erede vi resta rovinato, la celebrit della casa  sicura per sempre. Talvolta si .danza nei rowte, e il ballo  seguito da un^|;,gran cena; ma vi manca sempre ci che fa la delizia della danza, la grazia e l'allegrezza. Il locale destinato ad una conversazione  semM ' pre difettoso quando i concorrenti, atteso la situazione de' canap, non possono unirsi in linea ciri ^ colare, o stare a fronte gli uni degli altri. Allorch restano seduti in linea retta da una sola banda, la conversazione si spezza, e da generale diviene pa^^; tcolare., il che va soggetto a pi inconvenienti^ come vede nel seguente paragrafar CONVERSAZIONE PARTICOLARE SOSTITUITA. v.'^T alla CONVERSAZIONE GENERALE. LA CONVERSAZIONE  gehVat allorch ciascuno defili astant vi contribuisce come attore o spettatore. LA CONVERSAZIONE  particolare quando gli astanti si dividono in pi crocchi, stranieri per cos dire, j gli uni agli altrii bench riuniti nella stessa stanza. Supponiamo, a cagione d'esempio, UNA CONVERSAZIONE DI DODICI PERSONE - facile cosa Io scorgere che se esse restano unite in un solo crocchio '! ' conseguiranno maggior effetto con minore sforzo; d quello che se in quattro si dividessero. Infatti nel caso per intrattenere XII persone ne basta una; nel 2.o per intrattenere XII persone se ne richieggono tre. !' Nel 1.^caso una celia fa ridere XII persone; I ^ ngl2. s'arresta nel circolo di quattro. VAllorch LA CONVERSAZIONE  generale, un'idea vera ma inesalta annunziata da un'individuo, viene rettificata da un secondo, commentata da un terzo, dimostrata da un quarto, ecc., sicch alla fine del discorso si ha per prodotto una verit lampante. All'opposto separate in IV crocchi questi' contribuenti, e vedrete che in vece di quella verit penduta comune a XII teste, restano in ciascuna delle semi-idee, delle nozioni inconcIudenti, delle notizie qui inesatte, l false, e dalle quali nulla si pu dedurre. Succede NELLA PRODUZIONE DEL PIACERE NELLE CONVERSAZIONI ci che succede nella produzione delle ricchezze nellagricoltura o nelle arti. PIETRO possed l'aratro. PAOLO i buoi, GIOVANNI ra))llit t' arare. Se questi individui s'associano, ^ Taratura $\ leffetliia, non si effettua se restano di: sgiunti. Allorch dunque qualcuno trae a se due o tra / astanti, commette una specie di furto verso gli altri, poich li priva del piacere che produrrebbero in essi le persone spiritose e gioviali ch'egli ' b rapito. Egli stesso debb'essere riguardato come un disertore od un contribuente morso.  un fatto dimostrato dall' esperienza, che le scosse sensibili s'accrescono comunicandosi, atteso la forza sussidiaria che loro presta l'immaginazione degli astanti. Quindi una celia che fa ridere quattro persone in un grado come quattro, ne fa ridere dodici in un grado come cinque o sei.. Inoltre, se assistono XII persone al discorso del parlante, con maggior cura ed attenzione egli svolger le sue idee di quello che se assistessero quattro solamente. Allorch LA CONVERSAZIONE  generale, un fatto qualunque, esposto da chi parla, va ad agitare XII immaginazioni, nelle quali s trovano associate altri fatti e diversi in ciascuna. Dunque si deve sperare maggior movimento NELLE IDEE CHE ALIMENTANO LA CONVERSAZIONE e maggior variet. Se in vece di XII persone (numero preso per ipotesi), gli astanti fossero di pi, i crocchi a parte sarebbero meno condannevoli; giacch ammettendo gli accennati vantaggi della CONVERSAZIONE GENERALE, bisogna anche ammettere che in molti la voglia di parlare  vivissima: e che questa meno NELLA CONVERSAZIONE GENERALE resta soddisfatta che ne crocchi parziali. D'altra parte, QUANDO LA CONVERSAZIONE  troppo numerosa, scema in alcuni l'allegrezza, perch scema la confidenza.  cosa rara che LA CONVERSAZIONE resti generale, i allorch in XII concorrenti si trova pi d' una donna; giacch ciascuna diviene centro particolare, intorno al quale parte deglastanti naturalmente si unisce. Ho detto  cosa rara, poich non  certamente impossibile che una speciale gentilezza nelle donne si sforzi di prevenire la divisione. V % Z/parlare motti insieme^ ' V v ' ^ IMa lsto^^ idi tiite : ' ,'Vcr distordf e gareggianti iiisime  Pur, ua senso accoppiar? Tutti ad un tn^o;  VoglioB la boea aprire'  n^n^ i^/^ ^ " Affastelfano insieme. Quanti argomenti. Ad ua sol puQtot AKri di cuCQe ed. tiri failli ragiona: Qui i iMe;; L ^si contrasta^ e la quisti^ja si . cribra ' r-^ Con oikkt ttpljcre altertm ' v vf . r" ^ Di s e d no. Di trenta voci acutaV/f -Stridule,, rauche, reboanti e gravi,; V DIssoiiaQti tra ior odi lin eiifiise :  . Frastuono ingrato di parole e d'^rK, ' .1 fi. tumulto e di tiMa^^nde J T^ta *; Concava echeggia e riinbombahd &sorda,  L civile modestia ed il, buon senso i^ v / y> Li ift'iifi ngolo stringono le labbta E Storditi ai tarano gli wecchl . / f^iimando ii^Iti^fBirJdiio Jnsiemip i Yh9^wf' d'M^ . gara per superarsi a yie(ida, .tpro^\irii^^^ 4'a8sor49tffe:^gli ^istanti^ > A > ? : * /. Ili alcuni SI uniscono tr _d[i|etti ', 1 . La sfnania, di int^rrpmp^e glt alt^i^; jlk X'impazkiDza di seiitr Hitnrtii .m stessi; ' a. La pretensione che gli alJLr uoa siano 4istratti> lontre es^i li aiuioiaii. Alloreb iiHrfli parlano insieme . ' L Si . stancano i iK>liuoni f gli iBSofi^ d0' par-! istori'}'- V. \ ^ V t'O'V. \ I &i annoiano gii astanti con un fraatiMno in* intelligibile; Si  costretti a ripetere pi volte la stessa cosa; Si afferrano male le idee altrui. Si oonsuma tempo e fasica a combattere delie eliimre. Siccome poi si parla per piacere o istruire, non j)er fajr pompa, 4i cognizioni quindi allorch Taltrui impazienza ci interrompe,  miglior consiglio lasciarle libero il campo, e tacere, di quello che battere inutilmente gli orecchi di chi non vuole ascoltarci CO* Limp^iua e la vivacit che domDano mi carattere della Jiazlone francese r assoggettan al difetU accenaU: mi testo. Cornino^, riportaiado B Trattato di VERCELLI Vsegnato ft 40 oUobi^ 4495 tra Carlo VILI e gli Ualiani, osserva come un tratto caratteristico dello spirito francese la suania di paelare, per. cui molte (rsone parlando insieme ed alzando a vicenda la voce ^ nesana  realmen^ inte^. AH* opposto, egli aggiunge, deglitaliani nessuno parlava, 'ftiorh il duca Lodovico, il quale perci dice ai francesi : Gii I ad uno ad uno. le memorie dell* Accademia francese hanno conservato per IradlikHQ no moUirdI If^ miran, R quale,/oireso: pi d'ogni aHeo dell'aeeennato difetto, disse un giorno seriamente a' suoi confratelli: Signori, io vi propongo di decretare che non parleranno qui pi di quattro persone Insieme forse cos riusciremo ad intenderci 1 ! Un francese diceva a numel, vescovo di SaUsboiy/ oMe il fesi eei^Uisini eea stola cosa' molto mertosia per cjH'Imglfeaf)^ non potendo essi die difficilmente rinunziare ad un pezxo di manzo. Al che iiurnet mpo.se : Non  men. meritoria per voi altfi francesi, atteso la legge del silenzio. y .i^co L.Allegrezza clamorosa. Un grado moderato di sale rende l vivande gradite a tutti! palati : i gradi' maggiori, 1 quali non riescono piacevoli che a poeliissimi, estinguono Tappetito negli altri* L'allegrezza moderata nelle conversazioni passa facilmente d' animo In animo ed  accolta con lieta fronte da tutti. L'allegrezza clamorosa si comunica a pochi, e spesso muore sul labbro di chi Tolle eccitarla* Del quale fenomeno tre sono le cagioni. 1 . I caratteri freddi non essendo suscettivi d'aU legrezza clamorosa, s'armano contro di essa e le oppongono la reazione deirindifferenza. ' L allegrezza clamorosa dipendendo/ da un ino4o particolare d vedere le cose, alquanto strano, 6 spesso* da ^ccolezza di spirito, i ^'arett^ ragio* nevoli e sensati non possono approvarla. L'jiUegrezza moderata pi facilmente che la clamorosa si coniiunica agli ^stariti, perch dista meno dallo stato abituale degli spiriti. Qualunque sieaa te dause deli' accennale fono* meno, egli  fuori di dtfbbio che se V allegrezza moderata fopienta ta CONVERSAZIONE, l'allegrezza clamorosa tnde ad estinguerla, e la cosa non pu ^essere altrimenti; infatti, U Durairte lo scoppio dfille risa smodate ma potendosi comunicare agli animi i moti d' un aU legrezza piti mite, tutti quelli che non. parteoi|iane aHe prime, si veggono 'ditfraudaft de' secondi; quindi mentre alcuni ridono a piena gof, restano gli altri atteggiati a sprezzo o sbadigliano; essi provano quell'ingrata sensazione che prova chi attento al dolce suono dell'arpa viene im;rovvisainente assordato dal rumore delle campane. Dopo lo scoppio di risa smodate succede una seriet agghiacciata, come dopo un fuoco d'artifizio ci sembra loscurit pi profonda. Un'allegrezza clamorosa ci balza improvvisamente fuori di strada, e, per cos dire, sopra un'eminenza, ove non sappiamo d' onde siamo venuti, n dove dobbiamo andare; da ci poi la seriet, il silenzio, qualche esclamazione, e la difficolt di riprendere il filo di ameni discorsi. L' allegrezza clamorosa non comunicandosi agii altri, ed assai pochi essendo capaci di rianimarla, quegli che la eccita si trova nella necessit di farne tutta la spesa; quindi se vuole restare sulla scena  costretto a rappresentare il personaggio del, buffone. L' allegrezza moderata, figlia d' una buona coscienza, animata da un' immaginazione ridente, trova facilmente motivi d'innocente trastullo e dignitoso sorriso nelle scene morali esposte. L'allegrezza clamorosa, figlia talvolta dello stravizzo, talvolta d'un immaginazione irregolare, per lo pi d'una sensibilit ottusa e piccolezza di spirito, quasi sempre accompagnata dalla sgarbatezza, trova pascolo nella goffa derisione degli astanti o degli assenti, e nella rappresentazione d'atti sguaiati, plebei, vHlan. Loquacit eccessiva. LA CONVERSAZIONE  COME UNAZIENDA COMMERCIALE; ciascuno dee prvi il suo caratlo e ciascuno partecipare al prodotto. Luomo che tace sempre IN UNA CONVERSAZIONE  uomo che vuole essere a parte del prodotto senza essere carattista. Luomo che parla sempre  un jearattista che vuole tutti i prodotti dellazienda. In generale NELLE CONVERSAZIONI ciascuno ama meglio spacciare la propria mercanzia di quello che acquistare l altrui; e, in vece di formarsi giusta idea deglaltri, aspira a darla di s stesso. Agitati dalla smania di parlare, non pochi bramano di comparire sempre alla tribuna, senza volerne mai discendere. Quindi vi tengono discorso su di tutto, d' un libro nuovo dopo la. lettura di quattro  cinque pagine a salti, duna nuova macchina dopo d'averne veduto un pezzo, dun quadro dopo d'averne ammirata l cornice ccCm e decidono e sentenziano senza interruzione, simili al giudice d'Aristofane, che, chiuso in casa dai parenti vuole almeno dar sentenza tra due cani. GOZZI fa il seguente carattere dell'imperlerrito parlatore. SIgpor jS. N. y a penai la algaoria; vostra ente un cct stailo, un luteo, o un ebfeo a oomlnclaM uara^hmar  mento, eh' ella si scaglia ^ e glielo rompe a mezzo col dire. La non  cos. Io so l' ordine delle cose, e ve la D iUc lo; e dlie dlie dlie, non la finite pi, tornando Gir irteoiiTenienti a coi va incontro uu uomo che parla troppo, sono i seguenti: molte volle da capo, con molle cosette di mezzo, clje sono uno sfinimento, come sono, per esempio, que'vostri colori  r^ttorici : E dov' era io oca? Ah s. E toeno due passi indietro: e la fu da rdere, e verbi^eazlai ecceleira, tanto ohe mm lasciate pi tirare il fiato a poveri drcaslanti. Cos quando avele assassinali e ammazzati  primi a uno a uno, eccovi a volar via di l in qualche cerchio d'amici -o di patenti, clie cagionana de'fatU lorO| e piombate sopra que povereUi come un uccello di rapina, sbaragUandogli  e facendogli andare qua e col per paura della furia vostra. M' ha dello un certo maestro, che qualche volta andate al suo collegio, e che, appena entratovi, stornate i discepoli n dallo studio, e i maestri dall' insegnare, parlando di dot*  tftoe, di scienze-, d'armeggiare, di salire U cavallo, e di tutto quell che volete e potete, si che nessuno si pu salvare dalla furia vostra. Se un pover uomo prende U cenza da voi per andare a casa sua, e voi subito volete  accompagnarlo per forza come se foste lombra di lui, petseguitandoto fino In sali' nsco e sulle scale, e nette  stante ancoia. Se per caso si narra qualche novella per la  citt;i, voi slte come, ma rondine, ora qua, ora col a  dirla e ridirla a tulli quanti. N giova punto eh' altri vi  iaficsL intendere che la sa: perche voi volete cominciarla  a dispetto di ttUU, aggMtigendevi anche Im proemio. Parli late di predicatori, dlmiinoranenli, di battaglie, del vostro  servo, e delle fmestre di casa vostra con tanfo tedio di chi  v'ascolta, che, appena avele favellato, Tuno si dimentica  tutto, Taibro sbadiglia sonniferando, e c' chi vi pianta l  nel meo Aet ragionamehto. Siccli se vi trovato con uno  ch*ahliis '4a sedere .a un magistnito, a una predica, a  mensa, a una commedia, siete cagione che slede mezz'ora A dopo il bisogno alla sua faccenda. E credo che piuttosto  vi contentereste di morire, che di non superare il cicalat' mento delle gasze, de' pi^papHii delle rondini, e di quanto Egli affatica i suoi polmoni.  spesso costrtto a ripetere^ le stesse cose il che cagiona noia agli altri e svela i limiti del suo pirUo S'espone a dire degli spropositi vc^ndo parlare di cose che non gli sono familiari^, e dimostra di non saperne alenna, giacch quelli che sisinno una cosa bene si astengono dal parlare di quelle che ignorano. Offende quelli che vorrebbero parlare in vece di lui (2>;  bestie Gidiio, schiamaizo. Oh |^  puie un eraii peccato  a non aver (ante gole quante canne hd l'organo, da poter cavar fuori le parole da tutte 1 Basta cbe siete i^unto a Il tale, che non v Imporla pi che ciascheduno si fugga da  vqL cpme da un can guasto, e cbe fino i fanciulli di casa  vostra si ridano di voi: petcliquando la sera il snno comincia ad aggravarli, vi pregano a contar lo;o qualche i) cosa per dormire pi presto. Saggio e cauto ad un tempo j e spesse. voHe Timido un poco, lentanijenle sffgno . D di stia decisloa uom che ben vede, E in brevi detti ognor spiegarsi agogna^ Clii ragiona a proposito, di rado, S'allarga ragioiUMiKlo ma la folle . SupecUa ) che a scloe&bezza si cong^mge Si diffonde In loquela ^ e s^gue solo, I. suoi fantasmi ^ e a s paria e risponde. E alcuni altri tanta ingordigia hanno di parlare, che non lascian dire altrui. E come noi veggiamo taUolki su  per r aie de contadini X un pollo torre la spLca di becco % atf allvo; ^^osl cavano costoro i EagtonaoieiiU di bocca a colui. che li cominci, e dicono essi. E sicuramente che eglino fanno venir voglia altrui d'azzuffarsi con esso loro. Rende glaltri pi severi nel giudicarlo. Impedire la diffusione di idee migliori delle sue; ? Svela talvolta, per procurare alimento al dscorso, ^11 altrui segreti. Quindi si mostra indegno e si "pfw deirallrui confidenza. Dimentica spesso la convenienza, non ha riguardo al caratterie delle persone con cui i^rla, al luogo In cui si trova alla situazione degli animi. Per concentrare in s vimmargiormente gli altrui sguardi, balza in piedi, molti gesti facendo colle mani e col capo; e se qualcuno ardisce non di torre in dubbio la di lui infallibiUt, che verar mente la sarebbe un'impertinenza senzjj pari, nia perciocch e tu guardi bene, ninna cosa muove Y uomo piuttosto ad ira, die quando d' improvviso gli  guasta la sua. voglia e il suo piacere, eziandio minimo; siccome  (|umd0 i^ avrai aperto la bocca per isbadii^re, e alcuno !>' t la Cura con' mano,  quando tu liai alzato il braccio  per trarre fa pietra, e egli l'  sliitamente tenut da colui, che V  di dietro. Ecco l'origine del pedanlimo: quegli  pedante che, s(M*gendo io .piedi ed alzando una voce magnale e dura  detta le sue opinioni e pronuncia l& sue sentenze eoi tuono che adopera il maestro di scuola co' suoi scolari. Pedantfimo si dice anche rus troppo frequente e inopportune delle cognizioni tecniche pella conversazione ordiiiarte, e lapresunzione ebe ravvisa in esse importanza eccednte ; quindi i seni-dtll Geminano ^ppertutlo H lor6 .falso sapere, allegano Platone e S. Tommteo in eosii ebe ai accertarle bata Tasserzione d'un facchino. Pedantismo finalmente s'appella un' eccessiva severit ed uu^ndefssa affettazione nella scelta delie parole e delle frasL solo di fargli qualche obbiezione, esso gli volta gentilmente le spalle sorridendo tra s dell'altrui dabbenaggine, o gli risponde alla maniera della Pitia la quale furiosa mostravasi allorch non sapeva come sottrarsi ad una dimanda importuna. Questi eterni parlatori, per lo pi teste superficiali, e talvolta prive d senso comune, affettano di sapere ci che non sanno, d'intendere ci che  superiore alle loro cognizioni, di possedere ci che loro realmente manca. Si tratta egli d'una notizia? essi la sapevano; d'una scienza? Thanno studiata; d'un fatto straordinario ? ne sono stati testimoni; d' un giuoco ? i' hanno insegnato al loro nonno, ecc.: e per voglia di comparire istrutti, allontanano da essi l'istruzione. Chi ha poco senno e dovra starsi ignoto, Vuol far tutte le carte in compagnia :  In simile maniera un carro vuoto )' Fa il fracasso pi grande per la via . La loquacit presuntuosa de' giovani  una conseguenza necessaria. Della vanit generale comune a tutti gluomini. Dell'educazione particolare, supposta scientifica, e veramente insensata che ne primanni della loro giovinezza ricevettero. Siccome ciascuno procura di mostrare ricchezza collo sfoggio degli abiti, cos molti procurano di mostrare spirito collo sfoggio delle cognizioni. Essi crederebbero d'aver perduto tempo e fatica se aprisserola bocca senza aver detto qualche cosa spirit,.cT Volendo presentare tratti ingegnosi e superare laltrui aspettazione^ fanno degli sforzi che tormentano glastanti, e ad essi fruttano ridicolo. Presumer vanto di sagac, arguto E senza aver punto di sale in zucca, Imprudente mostrarsi e linguacciuto v. Rendere eunuco V intelletto e feconda limmaginazione tale era il problema che si proponevano grinstitutori nello scorso secolo. Un sonettino, una canzoncina, un po' di latino, uno sche-T* letro cronologico detto storia, un elenco dei nomi delie citt e de fiumi, chiamato geografa, ecc., in somma parole e poi parole, e non mai cose, *v,.^. stituivano il capitale intellettuale, l'immenso fogliame senza frutti che i giovani compravano s caro prezzo. Abituati ad accettare parole senza' conoscerne IL SIGNIFICATO nelle prime scuole, accettarono parole IN FILOSOFIA senza corrispondenti idee. Si pronunciando per es., le parole mistiche di KANT, redetterjo di essersi innoltrati nella scienza dell'uomo; e cos dite di tanti altri sistemi cui la sola maga delle parole e Tbitudine di ammetterle r'^ senza esame acquistarono rinomanza. Quindi LE CONVERSAZIONI brulicarono di cianciarelli, che, essendo verbosi, credevano d'essere eloquenti, e solleticando l'orecchio, di persuadere si lusingarono e d' istruire. Ma fatai cosa eli'  ch'ove pi abbond)a Un bel parlare, ivi la specie umana Sia seccatrice almen quaut'  faconda ti dono di parlare con facilit e prontezza  cosa pregevolissima, e. non pu essere Irascui'alo doq da chi PITAGORA, per reprmere ne* giovani I ' eccessrv'^ loquacit, esige da' suoi discepoli un assoluto silenzio ne V primi anni delle sue lezioni; il che era spingere le cose all' estremo opposto, e spezzare il ramo per raddrizzarlo. Pi saggia Tao-tca cavalleria diceva a' suoi seguaci: Siate semjore lultimo a parlare in mezzo agluomini che vi, superano in et e il primo a battervi alla guerra. Non arrogarti dunque il diritto d'eterno parlatore, ma  Solo i tuoi detti nel comun discorso  Ifitreccia a tempo, e in un civile e cauto  Le tue parole e il tuo silenzio alterna. Colui che- si finge dotato di cognizioni che non ha, perdi il diritto dessere creduto neglaffari sociali. Volendo mostrare troppo spirito, si resta caricati di TUTTO IL PESO DELLA CONVERSAZIONE, e si perd in affetto ci che si acquista in ammirazione; gidoo ^ ignora che, per convncere l spirilo, spesso  forza sedurre le passioni che gli fan siepe. Ma questo dono per se stesso ilion  sicuro indizio di profondo pensare. Parecchi buoni spiriti non riescono a svolgere le loro idee fuorch col mezzo della meditazione; ed  stato osservato che i filosofi non sono quelli che brillano di pi ne' crocchi sociali. Ne' discorsi di ROUSSEAU neppur lombra scorgevasi di quello stile che ne' suoi scritti si ammira. NICOLE, uno de' primi scrittori del XVn secolo, stanca quelli che lascoltano. Perci egli dice del sig. TREVILLE, U quale parla con facilit: Egli mi batte rulla camera : ma egli non  g^cora in fondo deHa^caa eh io V ho confuso, t 4t&l ch, generalmente parlando, gli uomini non amanq ' quelli che li offuscano. > -^pm > ^Allorch non avete argomento interessante da proporre, la civill vuole che vi astenate dal parlare, in vece di mettere alla tortura l'altrui pazienza con puerili e non gradite scempiaggini. Perci r abate S. PIERRE, il quale non discorre gran fatto NELLA CONVERSAZIONE, non per sterilit n per disprezzo, ma per tema d'infastidire i suoi ascoltanti, dice. Quando io scrivo, nissuno  obbligato a leggermi. Ma quelli ch'io vorrei costringere ad ascoltarmi si darebbero la pena d farne almeno le viste, ed io la risparmio loro per quanto, posso. Inoltre chi vuol parlare di ci che non intende, al quasi certo rischio si espone di guadagnarsi il titolo d'ignorante. Quindi l'abate Choisj', il quale non era dotto, ma lontanissimo dal volerlo comparire, scrivendo ad un suo amico sulle sue CONVERSAZIONI o sul suo silenzio coi dotti missionarii che nella sua ambascera egli aveva ritrovati a Siam, si esprime cos.ii^^ Io occupo un posto d' ascoltante nelle loro assemblee, e mi servo sempre del vostro metodo : una gran modestia e nissun prurto di parlare. Quando la palla mi viene naturalmente, e ch'io mi sento istrutto a fondo della cosa di cui si tratta, allora mi lascio v forzare, e parlo piano, modesto egualmente nei D sono della voce che nelle espressioni. Questo metodo fa un effetto mirabile, e sovente, quando non apro bocca, si crede ch'io non voglia parli lare, mentre la vera ragione del mio silenzio si  un'ignoranza profonda chegli  pur bene di nascondere agli occhi altrui. tjttl^ ^ Da qiiesta modesta confessione, soggiunge d^A^^. lembert, si raccoglie che l'abate Choisy non rassomiglia certi ciarlieri, i quali, presi dalla mana di parlare di quanto ignorano, meriterebbero la risposta che un artista greco fece nel suo laboratorio ai ridicoli sragionamenti d'un dilettante:,. Guardatevi dal farvi sentire da' miei scolari. Infatti parlano costoro con leggerezza tale, che spesso l'uomo pulito si astiene dal far loro un'obbiezione per tema di vederli ammutolire. I chiacchieroni si fanno tacere col non dar retta ai loro discorsi, come appunto un suonator di violino ferma i danzatori cessando di sonare. Co?itimcazione dello stesso argomento. La loquacit eccessiva  un difetto che i moralisti sogliono rimproverare al bel sesso. Quindi essi dicono, che mostrare molto spirito colle donne non  il miglior mezzo per conciliarsi, il loro animo. Una dama d'alto tono che si era; I, scelto per amico un uomo di beli' aspetto e di molto spirito, gli disse un giorno che poteva ritirarsi, perch ella non ama le persone che parlano troppo. . vFin dal pergamo fu rimproverato alle donne ' l'accennato difetto : un predicatore parlando avanti I UA consesso d monache nel giorno di Pasqua/ I diede loro ad intendere che Cristo risuscitato coin ' parve alle donne prima che ai discpoli, acci la nuova della sua risurrezione pi rapidamente si diffondesse. i 11 suddetto difetta potrebbe essere confermato dall'uso delle donne negre della riviera. di Qs^m d j tot. le ^uaH essendo applio^tisshne ai labori; glioBO, a fina ^'^fitace hi maldicdiusa 0 i diseoiti inutili, empirsi la bocca d'acqua mentre lavorano.. La leqoacit dette, domiet seoondo che io ne giu die, a due Ani d^lta fimportanzia* orridi^nde. L'uno si  che, essendo $$e. te prime educa-triei  faneiiilll') detona esiereltttfe te fero .tenere^ orecchie con un cicaleccio continuo, e imprimere b ^ue'db^li cernili oiolte tracce ideali, che senza,^ questo soccorso- diffleHmente Vi gioirebbero. ' .'1) seeogdq si,  . che, essendo esse destipate a Mi^iEnfel^ra aspra la vita airaomo,. dover* vano essere dotate d'una sensibilit squisita che a lotti  di lui affetti prontamente si risentisse, e della facolt d' insiniVs^ gqrbo nqf di li allibo, i|jtrattenerlo oaa sentimentale colloquio ed Heirtariit t pene: tton saprei ben dire se questo sia il motivo per cui generalmente le donne superbie gli n^minLoella gra^^ia della voce e del canto. GIOVENALE, come tanti altri poeti dopo di lui v ha eensurato la loquacit deUe donne letterate ne', segufati^'veirn: . SI tosto, ^ ' i> T'assidi a mensa, essa 1^ mensa in scuola^.  EcQO ti cangia ^  d sentenze e.-npr|Be, /  Loda il cantor d'Enea, s'intenerisce. Per la pQv.era Elisa ^ i due poeti ' '  Mette al paraggio; a ima bitaneia appende,  In un, gscio Maron, neir altro mero.  Orammatici, rettord, seolastiei .^ i> Ite a rfporvi : i convittor son muti PiissuQ fisponde; e chi tentar latria . s ;  D'arresUrue la foga? Un avvcatd, y B'altre donne uno stuol; tal dalla bocca ^'1^pondendo che con monosillabi, lasciavi^no scor^ '^gere un orgoglio offensivo.. Filippo re di Macedonia avendo scrtto agli Spartani che avrebbe fatto i le sue vendette se entrava nel loro territorio, que^ Bti aljro non risposero se non che Se. Gli stessi Spartani scrivevano lettere molto laconiche, cio H impertinenti; ma dacch furono compiutamente. 'i. i battuti a Leutre, cominciarono ad allungar loro frasi. Son io, diceva Epaminopda, che ho inse^ guato loro questa civilt. La taccia d'inurbana data alla tacilurnil  dun^ ''  que molto antica, e con ragione / principalmente i quando son le persone adulte che tacciono; giacch se  necessaria la riservatezza per non esporre pensieri che poscia si vorrebbe invano rivocare, non fa d'upo spingerla al punto da rendersi muto. Una persona taciturna nella conversazione  una persona che vuole entrare in teatro senza biglietto d'ingresso;  una persona che vuole godere senza contribuire. Una persona taciturna diviene incomoda per pi ragioni. Ella arresta la comunicazione de'sentimenti, i quali sogliono acquistar forza diffondendosi. Presenta l'idea d'un censore severo che semr br accusare gli astanti di frivolezza. Eccita una diffldenza non favorevole alla giovlalit. Una persona ch parla ci d, per cosi dire, la misura delle sue forze : le sue idee, i suoi sentimenti, i suoi gusti, i moli della sua fisonomia, \a qualit de' suoi gesti la palesano al nostro sguardo : noi sappiamo come fa d'uopo regolarsi con essa. All'opposto una persona che tace, inspira difUdenza, perch si diffida di tutto ci che non si conosce. D'altra parte non si sa che cosa 'possa piacerle o spiacerle: questa incertezza diviene un limite illegittimo alla facolt d'agire e di parlare, quindi  penosa. Finalmente, siccome nel i^commercio V amor proprio d' un negoziante resta offeso allorch vede rigettate 1^ sue cambiali, cosi nella conversazione spiace all' amor proprio degli astanti la vista d'una persona che non corrisponde alla loro allegrezza, e ricusa d' accomunarsi con essi; perci pi facilmente viene perdonata la frivolezza che la taciturnit. La taciturnit pu essere prodotta da cinque cause. Mancanza d'idee o stupidezza. In questo  caso  certamente miglior consiglio tacere qhe parlare; giacch parlando si procurerebbe spregio a se stesso e noia agli altri. Le persone taciturne che appartengono a questa classe sono tollerate "nelle conversazioni come si tollerano nella societ '^1 bisognosi impotenti : la pubblica beneficenza gli alimenta. Non potendo CONTRIBUIRE ALLA CONVERSAZIONE, esse devono rappresentare il personaggio dlia scimmia, cio atteggiarsi a norma de'seutimenti che si dimostrano dagli altri. Diffidenza eccessiva di se stesso. Questa qualit si trova talvolta anche nelle persone di carattere amabile, e proviene da mancanza d' educazione e di pratica:  una debolezza che merita Indulgenza, almeno sul principio, bench faccia torlo alla societ privandola di molte idee utili; dico almeno sul principio, giacch un po' d'esperienza dandoci la misura delle altrui forze e delle nostre, questa diffidenza deve sparire se non  unita a stupidezza, ii Scarsa scienza  molta vanit. Alcuni non osano di contraddire perch non soffrono d'essere contraddetti; la loro pazienza non  che un timido orgoglio; il loro silenzio  un mezzo di sicurezza; essi tacciono per non esporsi alla censura. /4. Stolto orgoglio. L'amor proprio raffinato e tronfio sdegna di prendere parte alle frivolezze della CONVERSAZIONE, e di comunicare agli altri i suoi pi che sublimi concetti. Si danno anche uditori disdegnosi che, per non accordare leggermente la loro ammirazione, ricusano l'approvazione pi meritata. Malizia. L'orgoglio va spesso unito a cattivo carattere; quindi il silenzio  non di rado effetto della malizia. Ritornando dalla CONVERSAZIONE, in cui non proferirono una parola, alcuni passano a rivista tutto ci che vi fu detto, con intenzione di censurare i discorsi pi indifferenti; osservatori malevoli, il silenzio de quali  uno spionaggio sempre pronto ad abusare del vantaggio che le anime false e fredde sulla franchezza e la veracit agevolmente ottengono. Fu dimandato a M.r Fontanes 9 celebre matematico, che cosa faceva nelle CONVERSAZIONI ove slava sovente taciturno: Sto osservando^ diss'egli, la vanit degli uomini per ferirla all'occasione. Bel mestiere per un filosofo! Alcuni finalmente non sono taciturni nelle CONVERSAZIONI, ma misteriosi: essi dicono alcune cose e poscia troncano il discorso con aria d'importanza e mistero. Questa condotta  doppiamente censurabile; giacch da un lato eccita una curiosit che non resta soddisfatta, dall'altro fa supporre che crede gli astanti inoapaci di silenzio o capaci di tradimento. EGOISMO # r ir Se alla loquacit s' unisce legoismo, cio se parliamo sempre di noi ste&i, denostri gusti, delle cose nostre, in somma di quanto ci appar.tiene, siamo certi d'annoiari gli astanti oltre misura.  difficile di ritrovare un viaggiatore che sia sobrio nel racconto de'suoi viaggi; un cliente delle sue liti; un*galante delle sue avventare ecc., . senza aspettare che l'analogia delle idee guidi il discorso ove essi vogliono, taluni parlano della loro moglie che  un'ottima creatura, de'loro figli cJiie hanno sortita ndole divina, de' loro maestri che sono altrettanti Socrati, de'loro affari che tutti vanno a maravigliai de' loro nemici che sono il fior de' birbanti, ecc. : u Di s, de' suoi pernier de' sogni suoi  Perpetuo citator, storia e giornale  Invasi da questa mana si mostrano spesso i gipvni poeti, perch lusipgandf^i facilmente d'avere composto sublimi versi, vogliono recitarli anche ai sordi. inedtartoir acerbo  In fuga volge e ignorante  1 dotto;  Se poi ne abbranchi alcunOf il ten, l'uccsMIe* 1 Leggendo ognor; mignatta, che la cute  Non. lascia pria che ae rilK)cchi ii saague. La stoUem e la vanit giungono talvolta a segno^ che non potendo far oggetto dell' altrui attenzione te nostre heUe qualit, le presentiamo i nostri incomodi^ lenostre . debolezze 9 la nostra pusillanimit, e talora que'raali che, essendo comuni, non meritano speciale riflesso.  i' A che lai lezzi, Schizzinoso mortai, e con qual dritto ' i> Pretender puoi d' esser tu solo esente ) Da la sorte comnn, come se fossi r> Il figliuolin della gallina bianca, 1 Moi vili polli e di vii uovo usciti ?  Cresee r impertinenza, se alla voglia di ptflmre sempre di s, si unisce la pretensione di superare in tutto gli altri. A sentire qualche stolto, i suoi cavalli ilono pi veloci di quelli d' Achille, i suoi jiervi pi avveduti di Ulisse, il suo cuoco pi sagace d'Apicio, ecc. Il sole comprimi ed ultimi raggi saluta il suo palazzo; l'aria non  pura fuorch nelle sue campagne; in nessun gianlino olezzano s soavemente i fiori come nel suo. Chi si move in una danza con maggior > garbo di lui? Al paragone della beHesza non potrebbe egli contendere il ponto alle tre Dee? ecc. Quindi ora pretende al sublime onore di passare prima degli altri ; ora si lagna, perch non pieghi sino a terra la fronte chi gli fa di cappello ecc. I suoi vanti giungono sempre alla menzogna quando parla con persone che non lo conescono. ! a E sei miglia lontan dal suo paese  Tal faceva il signor, barone o conte.Ch'ivi guardava i porci per le spese . f ^ Siccome gli uomini vogliono pi applausi die istruzione, inclinano pi a censurare che ad applaudire; perci comparir nelle conversazioni pi di s occupali che degli altri, voler primeggiare sopra tutti, pretendere di singolarizzarsi a spese altrui,  il pi sicuro mezzo per rendersi spregevole e ridicolo, /j/vj . La smania di rappresentare un personaggio distinto nella conversazione e rendersi lo scopo di tutti gli sguardi,  il difetto principale degli uomini di spirito ^ i quali perci amano meglio talvolta di conversare con persone di poca levata cui possono dar legge coloro discorsi, di quello che ritrovarsi in crocchio coloro simili, da cui temono di .riceverla; cio preferiscono d'essere re in una cattiva compagnia, alPessere sudditi in una buona. Ma solamente una vanit puerile pu compiacersi dell'omaggio di quelli ch'ella disprezza. Due donne di primo rango ti movevano querela^ pretendendo runa suir altra il passo in una chiesa y e assordavano colle loro dispute i tribunali. Carlo V, per impedire le cabale .cui poteva dar luogo questa s seria contesa, stim a proposito di farsene arbitro, e decise che 11 diritto d' andare avanU apparteneva alla pi stolta delle contendenti. L'abate Testu, dice d'Alembeit, dominava principalnieDte all' Hlel-Richelieu, ovo era l'oracolo e l'amico intimo ^iqitif L'amore disordinato di noi stessi tnehdoci fissa avanti lo spirito V idea delle nostre qualit, V ingrandisce snrisuratamente, come il sol eadente ingrandisce l'ombra del nostro corpo e la fa comparir gigantesca. Pu essere citato sotto questo articolo il difetto 4i coloro che la loro arte o professione innalzano ' sopra tutte, e vi mostrano i beni immensi di cui  fonte; e vi provano con cento argomjenti, che se sparissero tutte le altre, essa sola sosterrebbe la, societ cadente e le darebbe lustro. Da ci nasce una serie indefinita di sgarbi, di>spregi, di censure alle volte ingiuste, spesso false, sempre mpulit;e. Un buon prete cui confessavasi Despraux, gU dimand Qual era la sua professione. Io sono poeta, rispose il penitente. Cattivo mestiere, replic il prete : e poeta in qual genere ? Poeta satirico. Amora peggio; e contro chifate voi delle satire? Contro i compositori difxommedie e di romanzC '^^h ! per questo aggiunse il prete, alla buon' orix; e gli diede fassoluzione immediatamente. In conseguenza delPaccennata impulitissima pretensione Alcibiade diede uno schiaffo ad un maestro di rettorica, perch non aveva un esemplare delle poesie d'Omero; ed un altro adoratore di questo poeta fece voto di . della duchessa di quest nome, ^lceome egli non amava d'essere contraddello, ma molto di essere ammirato, perci gli andava poco a sangue il commercio degli uomini, pi conlenlo di brillare in un circolo di donne che talora col suo dir sorprendeva, talora adescava, secondo che meno o pi gli piacevano., t leggere Ogni giorno mille versi di esso a riparazione tarli gli venivano iattL \Irritabilit e ruvidezza. Lo spirito stizMso  ii flagello deH^^Nii^t'i come il carattere dolc ne  il ba)san(M),.Iiiriitbilit rende deeuplo-'il.fientmjeiito.ctolAh supposta offesa: e spesso ha fonte neir ntima p^sijasiooe di non meritare alcun riguardo. Quindi le* peiisMe pi ^irtilei)Ui sm' per lo fii4e? teste pi piccole, pi vuote, pi prive di qualit reati." Gcnvinte dqlla ..kro .BiiUft.> iMiinam amdenl scopo dell'altrui spre^?o, e si confermano in questa idea ad j^oi/miaima eerknoma che per ioavverf lnaa veng cdii ss traseurta.^ Uina parole eftig gita in un momento di calprCi- di vivacit, d'lle^ grezza, viene da ^se esaotlnata con tutto il rigor, non dico della logica, ma del puntiglio, staccata da quelle circostanze che se non la giostifican pienain6iite e fragili 4, che il viv.ere e dimorar con asdofo,  ninna altra cosa , che impacciarsi fra tanti   sottilissimi vetri; cos temono essi ogni leggier '^ercosis, e cos conviene trattargli e riguardar*  gli : 1 qijali cos si crucciano, se voi non foste 1* cos pronto ^ fioUeeto a sduladii a visitarli, a  riverirli, ed a risponder loro, come un altro*. farebbe d'un' ingiuria mortale; e se voi non dato  loro cos ogni titolo appunto, le querele aspris sime e le inimicizie mortali nascono di presente.  l^oi mi diceste messere^ e non signore. E per ch non mi dite voi S. ? Io chiamo pur  voi il signor^ tale. Ed anco non ebbi il mio  luogo a tamia ! E ieri non vi degnaste di  venire per me a casa, come io venni a trovar i^voi Valtr* ieri. Questi non sono mdi da tener con un mio pari. Costoro veramente recano le  persone^a tale, che non  chi, li possa patir di  vedere, perciocch troppo amano se medesimi  fuor di misura; ed in ci occupati, poco di  spazio avanza loro di poter amare altrui; senza  che gli uomini richieggono che nelle maniere di w coloro co' quali usano, sia quel piacere che pu  in cotale atto essere; ma il dimorare con s > fatte persone fastidiose, l'amicizia delle quali s )^ leggiermente, a guisa di sottilissimo velo, si w squarcia, non  usare ma servire, e perci non solo norf diletta, ma ella spiace sommamente.  Altri a nissuno mai fanno buon viso; e vo-~  lonlieri ad ogni cosa dicono di no; e hh prri dono in grado n onore n carezze che loro sf >i faccia, a guisa di gente straniera  '^barbara; non  sostengono d'essere visitati ed accompagnati; e  non si rallegrano de'motti n delle piacevolezze;  ^ tutte le profert rifiutano. Messr tale m*im pose dinanzi ch'io vi salutassi per parte sua. Che ho io a fare dei suoi saluti ? ^ E>l messer cotale mi dimand come voi stavate.^  Fenga, e s mi cerchi il polso  La naturale rozzezza dell' uomo, fa mancanza d^educazione, una stolta vanit, la piccolezza di spirito, talvolta dei risentimenti amari, talvolta Fimpossibilit di partecipare ai piaceri sociali, bastano a spiegare in generale gli accennati difetti. Una causa speciale d' irritabilit e ruvidezza si era per Taddietro uno stolto orgoglio di famiglia, per cui alcuni, persuasi d'essere vasi d'oro, e credendo tutti gli altri di fango, sfuggivano ogni contatto con essi, si mostravano alieni da ogni confidenza, s'atteggiavano a sprezzo abituale come queir Omberto ALDOBRANDESCHI a cui Dante ALIGHIERI fa dire,  L'antico sangue e l'opere leggiadre  De'miei maggior mi fro s arrogante,  Cbe non pensando alla comune madre,  Ogni uomo ebbi in dispetto tant*avante, ^ Cb' io ne morii  Finalmente vi  una irritabilit e una ruvidezza che  figlia di timori immaginarii. Un asino sta mangiando il suo fieno; voi gli passate a fianco senza pensare a lui; egli si volge e vi mostra i denti, temendo cbe vogliate rapirgli parte del suo pasto o tulio.  In questo stalo d'allarme si trovano non di rado alcuni, percb credono d'avere sempre qualche nemico a fronte; quindi stanno continuamente sulle ditese, pronti anche ad assalire chi non ha giammai pensato ad essi. Uno sguardo incerto, una parola dubbia, un atto che non sanno spiegare, eccita tosto il loro mal umore; quindi succedono degli sgarbi, parecchie amicizie cessano, delle nimist sottentrano, e l' allegrezza dalla conversazione sparisce. Contro i quali difetti . vatgpna i seguenti riflessi. La societ  una piazza di commercia, ove 8i d amor per amore  .stima per stima, odio per odio, sprezzo per sprezzo. Jn.qiesto camliia d'affetti ciascuno procura di non essere ingannato, e rieiisa } dar pi di quel ctie riQeve. L'orgoglioso vorrebbe violare queste due lef^i; egli d sprezzo, e vorrebbe ammirazione : egli d poco o nulla, e vorrebbe motto; quindi s' irrita non rfeevendo !n proporzione delle sue pretensioni; egli  irragionevole come colui che con pochi centesimi volesse eomprar delle gemme. Il tempo che perdete in lagnarvi inutilmente, in prepararvi a difese, in mulinare contro chi non pensa a voi, occupatelo a rendervi stimabile in qualche cosa, e coglierete rispetto e contentezza > mentre attualmente cogliete sprezzo e rammarico.  ottima cosa la sensibilit airopinione pubblica, perch  stimolo alla virt e ritegno ai vizi; ma  pazzia il far dipendere la propria felicit dairopinione eventuale di questo o di quello.   Brami invan d'esentarti alle punture,  Se ff d' A pelle infin Topre Immortali  D'un ciabatti Q soggette alle censure. Pretendere che la nostra condotta ottenga lapprovazione di tutti,  nretendere che a tutti piacciano le stesse vivande, i falsi giudi%i del volgo non tolgono pregio alle nostre azioni, come le nubi non tolgono pregio alla hice del sole. Chiama in Roma pi gente alla sua udlenea  L'arpa d'aoa Ucisca cantatrice^  Che la eampafia della Sapienaa.  Laseino omai> le dispute e i litgi  Il Portico e il Liceo, poich' et MllM   Pi di Talete un aarto di Parigi.  *i^ sono delle persone dalle quali essere lo4a(p sarebbe infamia, e lo sprezzo delle quali  segn 4| merito. $iate dunque sensibile air opinione pubblica^ e sordo alle yoci .p^rtioolari cbe da es^ discordano^ ricercate l'approvazione delle per som assennata 2;iV^2^o5e,^e ridetevL4f)U dpgli sciocchi e de'yiziosL *t Uq .vi^giatore, dice Boccalini, era importunato dal rumore delle cicale; egli yolle ucciderle, e s allontan dalla strada; egli doveva continuare quietatneate il suo viaggio, e le Qical^ sarebbero wprJje 4a se 9|M8e alla fiue di otto giomL. I lE fo come il villan, che, posto in mez^ ' r i V Al romor delle stridule cicale,  Semai eurare H fimeo strido toro D Segue traa^uUamente il suo lavoro.  III. Se avete qualche difetto fisico, siate il primo a riderne voi stesso; in questa maniera sfuggirete airaltrui motteggio : facendo altrimenti, mostran* dovi tenera da questo lato, ognuno si procurer il piacere di pungervi. Alfieri, costretto a portare la parrucca nella $ua giovent, allorch trovavasi in collegio, divenne iminediataBiente lo scherno di tutti i suoi compagni.  Da prima, egli dice, io m'era messo a pigliarne apertamente le parti;  ma vedendo poi ch'io non poteva a nisBua patto  salvar la parrucca mia da qaello sfrenato tor  rente che da ogni parte assaltavala, e ch'io ao dava i rischio di perdere anche con essa me  stesso, tosto mutai di bandiera, e presi il partito  pi disinvolto, che era di sparruccarmi da me  prima che mi venisse fatto quell'affronto, e di  palleggiare io stesso la mia infelice parrucca per D l'aria, facendone ogni titapero. E io fatti, dopo  alcuni giorni, sfogatasi Tira pubblica in tal guisa,  io rimasi poi la meno perseguitata, e dirci quasi v a pi' risj[lttta parroeca fira le due o tre altre  cb^ ve n'erano in quella stessa galleria. Allora  imparai che bisognava sempre parere di dare.  spontaneamente quello ebe non si potea impedire  d'esserci tolto. ; >^ Benedetto XIV fece di pi: un cattivo poeta aveva stampata una satira contro di lui: il Pontc09%^jBsamin, la corresse, la . rimand air autore, accertandolo che cosi corretta la venderebbe iV. (%esterfi0ld aggiunge:  IVon mostrate iriai  il pi piccolo segno di risentimento se non potete i in qualche maniera soddisfarlo: ma- sorridete^  sempre quando non potete punire. Non si po:  trebbe viver nel mondo se non si pocesserana^  scondere o almeno dissimulare i giusti motivi di  risentimento che incontrano ogni giorno in  un'attiva vita e affaccendata. Chi non^ padrone  di se stesso in tali occasioni, dovrebbe lasciare ilmondo e ritirarsi iu qualche romitaggio o de  serto. Mostrando m inutile e cupo risentimento^, LIMQ^EUO,  autorizzate quello di coloro che vi possono. of* 3 fendere, e oh/f voi olCeodigre aoa potete} porgete 1 loro quel pretesto eoa cui forse desiderano di . Komperla cop voi e d'iugiuriarvi, mentre un op pqsto coQtegBO li forzerebbe a star ae'liiniti delia  decenza almeno, e sconcerterebbe o farebbe pa lese la loro otalfgoit V * J ^ii^' In somnia^ sodo le deboli canne che si lasciano turbare da ogni soffio di vej^o, pentrj^ le alte gttpr0e rslstoiK) agli aquiioni. Finch dunque si tratta d'ingiurie lievi, la miglior^ risposta, si  il sorxiso del dispre^ui^o; ma Quando iti tratta d' ingiurie gravi ch offendano l'onorey chi le soffre le merita; il risentimento in 'questi casK  cosi jiusto come  giusta^lsi legge che le punisce. ^^l \ i 10. Curiosit degli affari altrui. > Non pu abbastanza censurarsi, perch contraria alla confidenza e quindi. all'allegrezza, la smania di eeloro che vogliono conoscere tutti gli affari altrui^ saperne le pi minute circostanze, e dei nomi chieggono notzia a de' luoghi, e, per trarvi di bocca qualche cosa di pi, pria fingono di non avere bea intesot poi vi dimandano schiarimento ad un dubbiti^ orarvi piantano avanti un sospetto come in* fallibile, e, vedendo che lo respingete, mostrano di ricieders passando al sospetto opposto, e dalla nuova vostra negativa o maraviglia fatti accorti si ripiegano aopra se stessi per ritornare airattacco; e 0 non gran pompa di tolleranza v' invitano ad aprir V animo, o con improvvisa ed isolata interrrogazione vi sorprendono : e tenendo gli occhi fissi sopra di voi, cercano di leggervi nel volto V impressione che fanno i loro discorsi, la quale, pav - ragonata e unita alla vostra risposta, serve loro di via per giungere al vero. Questa curiosit conduce -i ciarlieri, i parabolani, gli invidiosi, i tristi per tutte le case, i palchi, i caff, onde raccogliere e. raccontare i^.^^ > ' it ie vicende ascose: w Degli instabil amor, le cagion lievi Dei frequenti disgusti, i varii casi  Del d gi scorso, le gelose risse, Le illanguidite e le nascenti fiamme Le forzate costaiize e le sofferte. Con mutua pace infedelt segrete,   Dolci argomenti a feraminii bisbiglio. Questo prurito d'indagare le faccende altruf  tanto pi attivo, quanto pi si manca di idee e di sentimenti proprii; giacch il nostro animo volendo ^un continuo pascolo, se non ne trova in se stesso . va per le altrui case a questuarne. v  ^ Senbra che anco la vanit concorra a rendere il pungolo della curiosit pi attivo. Si crede acqui" *i ' ir L'Imperatore Claudio sarel)be morto di noia se noi) si fosse occupalo ad ascoltare tutte le cause che si agitavano nel foro, ed a conoscere tutti i segreti, gli accidcnU, le sventure,i piccoli odii, gli intrighi, i pelegolezzi delle famiglie. Gli avvocati, cui era nota questa sua debolezza, lo prendevano alle volte per i piedi e lo trattenevano in tribunale allorch egli voleva partirne. Le dimande inopportune, le rispostestolte, i riflessi ridicoli di qlieslo preteso giudice mei \ levano in tale evidenza la sua stupidezza, che un avvocato :,v.',.Starsi qualche grado di gloria nel poter dire lo^lo io l'ho veduto : infatti gli stolti e gli scioperati  amniirano queste notzie, e credono uom d'acuto e; perspicace ingegno colui che le spaccia; mentre tutto : il suo ingegno si riduce a prestare le sue orecchie ai discorsi degli altrui servi e nio;izi di stalla. >^ Siccome in tutte le classi sociali sta la realt all'apparenza come la grossezza della rana alla grossezza del bue; siccome ciascuno si sforza di coprire con color lusinghiero le proprie debolezze, quindi il curioso che vuole spingere lo sguardo /sotto al velo delle cose, offende sensibilmente l'altrui amor proprio, e tanto pi, quanto che da un lato si temono maligni commenti, dall'altro si vede minacciata pubblicit alle proprie miserie ed ai difetti, sapendosi da ciascuno che il curioso  indiscreto e ciarliero. Sarebbe desiderabile che i ^ curiosi venissero a scoprire nelle loro impulite ricerche ora un'azione virtuosa che la modestia voleva sottrarre agli altrui sguardi, ora qualche accidente che offendesse il loro amor proprio, come successe a Catone, il quale stimolando Cesare a mostrare una littera che questi ricevette in pien senato, e di cui faceva mistero, Catone, dissi, vide con sua sorpresa una lettera galante scritta i"di pugno di sua sorella. Allorch s tratta di cose alcun poco ragguardevoli, il curioso corre pericolo d'assicurarsi Tonoratissimo titolo di spia. Gozzi dipinge nel modo seguente la comune curiosit de' faUi altrui e i suoi ridicoli commenti. ( Sar uno nella sua slanza cheto, solitario; penser, Franklin ci d un metodo, se non per liberarci dai curiosi, almeno per troncarne Y importunit; 1 .v.  Jegc;er, scriver, o far qualche altra opera onorala :  uscir di casa, ander un poco inlorno a ricrearsi all'aria;  saluter due o tre amici, perch pochi pi ne avr voluti^  sapendo che di rado se ne trova anche uno che sia vero:  e appresso rientrer come prima a fare i falli suoi. Che  uccellaccio  questo ? diranno alcuni : non  possihile che ) un uomo sia fallo a questo modo. Si comincia ad inter prelare ogni suo atto, ogni parola. Sapete voi che ha voluto  dire quando alz le spalle ? quello che signific queir oc*, > chala? e quella parola tronca ch'egli ha proferito? Sicch il pover uomo, senza punto avvedersene, ha dietro il notaio  e Io strologo, e chi nota, chi indovina, chi fa commenU alla sua lingua, e a quante membra egli ha indosso. Vo  lete voi pi? Tanti sono i sospetU del fallo suo, che egli  avr fatto nell' opinione d' alcuni quello che non ha fatto mai, o che non avr sognato di fare. Le cose di questo mondo sono come una matassa di filo; chi non sa trovarne il capo, la lasci stare, perch s' impiglier sempre  pi. A me pare che quando s' ode a raccontare qualche  cosa d'uno, si dotesse prendere questa matassa, metterla  sull'arcolaio, come fanno le femmine appunto del filo, scio  gliere con accortezza il primo nodo, e preso il bandolo in  mano, cominciar a dipanare con diligenza, e, secondo che si trovano gli intrighi e i viluppi, tentare se col candore dell'animo e con la verit si possono sciogliere. Se non si H pu, buttisi via la matassa, ma quasi sempre credo che s potrebbe da chi non corresse troppo in furia, per vo^ H lont d'ingarbugliare piuttosto che di snodare. Questa u-^ r ganza  quasi comune. Bench la logica insegni in qual  forma s' abbia a fare per venir in chiaro di certe faccende incredibili o inviluppate, pochi se ne vagliono, e menasi il n basloie alla cieca, e suo danno a cui tocca. Quando il  capo  principalmente alteralo da sospetti o dal mal volere  contro una persona, si pu dire che questa sia una specie ivi 4Sfl umm tmM e . questo n^do cooste nel precisare il disMMio e limitame H soggetto in nde^ da 'Weliidero quai^lunque eventuale dimanda. Allorch questo filosofo ni 1 0 che dove prenderei sapendo quanto erano curiosi ^ kiterrogator gli Americani, usava dire alle persoAe cui dnrigevasi: 11 mionome .Franklm, staoH' patore di professione; io vengo da tale luogo, voglio andare a tal altro: quale strada devo tenere? Dichiarando impulita l'eccessiva curiosit, av-^ verto i giovani, che in molti casi la curiosit ; vin; perch lindifferenza, la non curiinza linsensibilit sono la massima offesa per lamor proprio x^he vuple occupare gU ititn ili S9 atpsso V  ^ conservare le apparenze della modestia. La pulitezza v' impioiie adunque dt chiedere frequenti aptfeief di mostrarvi inquieto suH' . altra! aorte ^ d esternar piacere o dolore alle altrui foi tnne o disgrazie. L'infelice, come  stato detto altrove ^\ sente alleviarsi il peso de' suoi mali allorch gli 4j^e^ al suo simile; ma q^olte volte temendo d'imv ^tf^unaito, si pasce di cordoglio in segreto, allora fa d'uopo che una tenera sensibilit gli faccia una dolce vio^enzaf e "versi il balsamo della eon ^ solazione sulle piaghe del suo animo: la curiosit de' superiori o degli amici in questi casi diviene imlesto rugiada.  Parimente, ccome II timore dV equistarsi la taccia di vani, consiglia alcuni a ve* lara le loro fortune ed onori : qindi la pulitezza^, y d'ubbriache/za, per la cui forzii l' uomo non vede, n sa pi quello che si dica o faccia, e appena coiX)sce pi s  medesimo 4Sr eome. attrai ai m ^ vgoto^ehe iiigtaM il di* scorso da questa banda, ma con destrezza e tale eanfeaiaQsa di parole, dm la congratulazione e l'elogio seovri 'adiilaamie si mostrino e di men^ 20goa. V In oMkia > Ja cnriofiit  ripronslbile qomdo minaccia pubblicit alle altrui debolezze e imperf zioni;  lodevole quando tende . a dare risalto al merito o porger aoeeors al bisogno. Burrasche delle CONVERSAZIONI i o dispute. 'I glardiAf de'iilosofi d'Atene si estendevano dalla rive deirillisso sino a quelle del Cefso. Gli Epicurei s erano stabiliti al centro, i discepoli di Piatone vrso il Nord, e quelli d^Aristotite al Sud. Non si videro giammai vicini men turbolenti n man gelosi: un sentiero d* ulivo ^ un boscbetto di mirto, una siepe di rose separava i sistemi e serviva di limite al regno dell'opinione. Le conver* sazioni non ono sempre ugualmente paciliche; la diversit delle idee apre il campo a lotte rumorose accompagnato e seguite da parecchi inconvenienti. Idea della personalit. Discutere  allegare le ragioni e gli argomenti cui due opposta opinioni si ' 0 sione degenera in disputa al momento che qualche personalit vi si frammischia. Per personalit non si intndono qui quelle patenti ingiurie che la buona compagnia interdice, ma quelle che, sebbene meno gravi, non lasciana d'essere nel tempo stesso pungenti per Taltrui amor proprio, ed estranee alla cosa. . Due specie di personalit sogliono per lo pi introdursi nella discussione, e le fanno degenerare in disputa.  > Colla 1.3 spede si fa rimprovero air avversario ch'egli parla per motivi particolari, d'interesse per se stesso, d'affezione pe'suoi amici o per la sua classe, d'odio contro i suoi nemici, ecc.  Voi  parlate cos perch siete militare; e voi negate  perch siete prete, ecc.  Ognun vede che queste non sono ragioni; e quanto  facile di farne uso ad uno, altrettanto riesce spedito all'altro il ribatterle. Colla 2.3 specie s dice all'avversario ch'egli non conosce la materia di cui si parla; ch'ella suppone cognizioni superiori alle sue; eh* ella  estranea alla sua professione. Anche questo modo d'argomentare tende bens a deprimere la persona dell'avversario, ma non scioglie i dubbi eh' egli proipove. Inoltre, senza essere, per es., giureconsulto, non  impossibile d'avere delle idee giuste e nuove sulla giurisprudenza. Cause delle dispute. Si direbbe che gli uomini inciviliti amano le dispute, come i selvaggi i combattimenti. Sono cause di dispute: I. // desiderio di conservare la propria libert. In parit di circostanze ciascuno preferisce all'ai'. litti^ Jaia 9iMm^ ppunto perah  sm ^ jqumdi siamo tanto pi resti! ad ammettere l'opinione altri, quanto  maggiore 13aria di epmaoido con om ei viene proposta, fiiif sottopond al nostro giudizio un'idea sotto le forme del dubbio, riesce fi,feibiimt0 a eonYtnemi. dr ^oello ^ ehi > senza produrre argomenti maggiori, nfH>stra di vo* ler dogmatizzare e vietarci ogni obbiazioiie L'uoma  ai geloso detta sua libert intellettuale, eoitae la . della ua libert civile e politica. Dopo molti acutissimi argomenti 1 E molte riflessioni pellegrine  E belle cose dtte da^taienti  S grandi, la questione ebbe qul fir v '\l.  Che soglion tutte le quistioni avere v " Cio ^est ciiscun,4el, mo parere . IL La vanU^^ee^ uaa apecie d'avvilimento^ tst sommettere la propria alF altrui opinione, percK' lo crede segno 4'iaferiorit intellettuale. Il dispia-, cere d questa supposta infricirit, sensibile in ttt^ cresce in ragione dell'alta idea che ci formiam di noi stessi, e pu ( tant'  la. debolezza umana j ) . giungere al plinto da cagionare la morte, come successe ad un filosofo dell'antichit detto Dodoro. Erano state fatte a questo sedicente filosofo alcune, obbiezioni, alle quali egli non seppe rispondere : lo sgraaiato .fu punto da s vivo malincuore e dispetto, perch il suo spilli to lo aveva tradito, tm spir air istante.  si ver4 die la. vanit  cavia di dispute^ che il silenzio d'uno de' disputanti che resta nella propria opinifma diviene offensivo;per Taitro. Il silenzio in questo caso sembra provare che si ha s basso concetto dell'antagonista, che qualunque ragione non basterebbe per convincerlo; quindi si risparmia la pena di parlare. Costui vede dunque che mentre egli si sfiata, il nemico sorride, e lo lascia abbaiare come i cani alla luna; e che quindi egli non ottiene lo scopo che si aveva proposto, cio la superiorit sul suo avversario. La Mothe aveva detto male d'Omero; il poeta Gacon pretese di vendicarlo; la Mothe non rispose]: roi non volete dunque rispondere al mio Omero vendicato'? gli disse il poeta, f'^oi temete la mia replicai Ebbene, voi non V evltet^ete; io pubblicher un libro che avr per titolo : Risposta al silenzio di la Mothe. Lo spirito di contraddizione. Alcuni par che non godano d'altro che d'essere molesti e fastidiosi a guisa di mosche,  fanno professione di.. contraddire dispettosamente ad ognuno senza riguardo.  Pria che tu parli, M Nega quel che vuoi dir, e se consenti .  Pur d'aver torto, Non  yero^ ei grida^^^"  vuol ch'abbi raglotii"/-' E siccome taluni si mostrano terribili nelle dispute per la forza e capacit de' polmoni, perci sembra che lo spirito di contraddizione si debba primieramente a stolto orgoglio attribuire, o sia indistinto bisogno di dominare. Lo fomenta fors'anche una causa fisica non ben nota, chiamata temperamento, quella causa per cui il can rosso dell' abate Casti neinilustre adunanza degli animali parlanti. Di petto Instancabile e di voce  Ringhia; con tutti ognor brontola e sbuffa,  Pronto con tutti ad attaccar baruffa. Le inimiczie sogliono essere una delle primarie ragioni per cui si rigettano le idee altrui; giacch all'odio sembrano vere e reali vittorie le mortificazioni alla vanit dell'odiato. Secondo che racconta il Castiglioni, trovandosi due nemici nel consiglio di Fiorenza, V uno di essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; l'altro che gli sedeva vicino, e che era di casa Alamanni, per ridere; toccandolo col cubito, lo risvegli e disse : Non odi tu ci che il tal dice ? rispondi, ch i signori dimandano del tuo parere. Allor TAltoviti, tutto sonnacchioso, e senza pensar altro, si lev in piedi e disse : Signori, io dico tulio il contrario di quello che ha detto T Alamanni. Rispose rAlaiiianni: Oh! 10 non ho detto nulla. Subito disse rAllovit: Di quello che tu dirai ! ! i V. V imperfezione inerente a qualunque cosa umana apre il campo a rinascenti dispute. Questa imperfezione risulta : Dagli oggetti che hanno molti lati, e de'quali ciascuno considera quello che pi gli piace; 2. Dalle persone che non hanno gli stessi occhi, gli stessi interessi, gli stessi principi!, le stesse cognizioni, gli slessi gusti. Petrarca parla iV un uomo, il gusto del quale era si depravato, che non poteva tollerare il dolce canto degl'usil^nuoli, e gongolava di piacere al crocidar delle rane. Dalie parole che non sono abbastanza moltiplicate ne abbastanza particolari per essere sempre esatte ^ e corrispondere ali^ varie modiGcazioni de' sentment!. Quindi tutto ci che si dice e si scrive essendo SQfi^ettfvo. di variet indefiaila^ non deve recare maraviglia se a costanti opposizioni va soggetto, ^1ra le eansa delle dApntei e sotta questo arti* colli fa d'uopo ace^nramia monto di spiegm^ i futti prima d'esserBi accertati della loro esistenza ^ e .per col si dispala con- taMd maggioi* calwes quanto che ciascuno parla y ccilne si dice, in aria, e M batte con strali di nebbia. Nel l>05 corse rumore elio essenilo caduU ideali ad qi faiciailo df sette anni nella Slesia, gUe.tt era sorlo uno d'drd al poslo d*tino de'ipollftri eadutt. HorsHus, professore di meileina mellf universit ^i ffelmaMftd, sf rsse nella storia di questo dente, e pretese ch'egli era in parte naturale, in parte niracoloso, e. che era stato spedito da Dio a questo fanciullo^ a fine di consolare i Cristiani afflitti per le vittorie de'Turhi. t^lguratvt quale consolazione poteva recare al cristiani tm dente d' oro, e quale rapporto poteva unire un dente e i Turchi. Nello stesso anno, attnch questo dente noB-manoasse di storici, RuUandtui ne diede una nuova storia con VMOvI cijmiDelitIt SuaUnni dopo ^ IngloBlerns ^ altro, dpU^ tedesco, scdsse contrq II sistema esposto da iWlandus^ W quale rispose cpn una pix)fonda arcihelllssima replica, come  ben naturale di supporre. Un altro dotto d'eguale calibro raccolse tutta ci i^ha era stato detto sopra questo dente maravtgliosOi e vi aggiunse i! suo parere* A tante bHe per aitro non mancava se non che la cosa fosse vera, do he II dente fosse d'oro. Onando un orefice Tebbe esaminato, risult che questo preleso dente d'oro era umi Incmvementi delle disput/ L'imn araltya elle sopraece&nate peirsonalit suole inacerbire gli animi nelle discute : Ordiiariamente ricorre pi spesso aite personalit chi pi scarseggia di ragioni, 3. Nel calore delia disputa ^li animi perdano di vista rargomento' primitivo^ 'e vanno divagando fra idee accidentali Tuno all'oriente, Taltro all' occidente, questi in >Ic; quello al bass ^ Dsicch dopo lungo alternare di s e di no, dopo un'ora di tempesta, dopo d'ayere perduto la voce e i polmoni, i conteodeati pi cbe pria trovansi lootn! dalla meta,, ]^fiMii0 di 4U08|ta dUpQsizione d^ loro che la decisione della disputa temono contraria alle lor viste; quindi s'arrestano sopra oa parola, contendono sopra una slhfifrtudine, scMainazzano sopra un'idea accessoria ecc.; il perch .talvolta/a cdlwosa i^ntesa sopra circoif^s^nze ac' cideitali potr smprirpi la dubbia, fede di lai uno da' coniendentL foglia d'oro destramente applicata al dente ma s cominci A disputale e aompprre de'libn, posd^ ^ consult l'oreiice. foMaeeademfeo A Seeliao, me^ibro d' altre accdeoUe, in vm giOg^Mti |Mdb1kta ael 4821, j^ailmdb deUa pcovinda Lodigiana, dice che ivi si fabbrica .iV- celebre formaggio deUo parmigiano; nel che ha ragione : ma il bello si v che ag. SiWgB cbe questo ((nrmaggio si fabhi:ie^ col latte di asina. Se quaala gcariaso M^ddoM>  oneduto, possiamo aspi^tacci uoa feoiioa di dissertazioni sui nostri formaggi ffasipati Dal riscaldameato contro le ragioni si passa al risealdtmeiiio Mnlro Je feraipei; e :i disputanti dimpslrano Negli occhi il fuoco e sulle labbra il tosco In somma dalla disputa s pass^ alle ingiurie, gentilissiiue ed edificanti ragipni degli eroi di Omero. Iqfatt^ Giove non parla mal a .Giunon .senza dirle molti improperi!, e Giunone non risponde che sullo stesso tonO. Dopo s npbiU esenipip figuratevi come dovevano parlare gli Dei minori. In forza di questo riscaldamento, o in, mezzo a questa lotta di vanit, ciascuno a'osti^ia nel pri (i) jF^ra i IraUi caratterisUci.degli awpcaU iligiil, 1 an'impudeitt. Que ;.Mia gloria non ripongo in ostinarmi,, i . torre, hai a fai*e con un greppo, e non ti riesce altro se  non ch tu medesimo t' induri, e a poco a poco senza *) avved s' appicca air altro, tanto sei tu ostinato e duro nella tua n opinione, quanto egli nella sua, e non c' pi verso, che  n l'uno n Taltro si creda d'avere il torto. Nella camera de'comuni d'Inghilterra, chi discute r altrui mozione o risponde ad un argomento, in vece di 'designarne l'autore col di lui nome individuale, ricorre a qualcuna delle seguenti circonlocuzioni : l'onorevole membro alla mia destra o sinistra, il gentiluomo dal cordone bleu, il nobile lord, il mio dotto amico (parlando d'un avvocato)* ecc., ovvero semplicemente il preopinante. La ragione di questa regola si che la specifi aOa libert delle opitueit  schermo contro le ingiuste accuse. Nei dibattimenti pplitieii com(9 HeUa^gju^rra^' ciascuna deve. asteneES da que' mezzi che ragjionevoitnente non yorrcbe Msati opntro di s.  ) ? 1 -Ma sQi^rirttutto poid'Memoata^^liegek tepiiliMr^ alla prudenza. Infatti, voi credete che il vostrb a^jta^aui^ 'apfiig^ al. torto^^ oi^. egli ummrk torse resto ad abbracciale l vostra opinimie* s gliela presentate nella sua nudezza scortata sold dagli argofwoti elM la dinioetiaadv Mealtn idee, o palpabilmente vere le vostre. La mAt 0 r^ppfovairtmi 'che 4wdrete sut nSMI'iBltM^'^ I me ii^KmM^ cAft ee^Hun^ Urist faecia ces\ queista me:&2;o gi iicceooato di sopra. Chi ael e. Qqanlo forte e psseote : e s dicendo, . ' v\ Prende capace coppa, e a lei con questa, ; Presentandosi innanzi : Ah soflri, o, .madre n SommessameotJ^lgllando a^unse'^, i $Qnrif iiie'yoH^^Impiinem^EHtftlei 9 N non vuole mtate-fiirta' in generosit. Quindi glanimi si acquietano. Lo spiritoso Voiture ha punto e nareeiNto un cor ^hHoi quetf vt)lva omingerlo a battersi in duello. La partita non  uguale, risponde il poeta. Siete grande io soa piceola; \voi siete bravo ed io poltrone. Voi volete uccidermi? ebbene, eccomi morto. gU dissirma il suo nemico facendM Quando i contndenti non la finiscono, e kt disputa  alquanto loalorom y pnM dvf^ degli astanti d'interromperla con suoni, cantij giuochi^ soniniinistraziani di Jiqwri o ifn|li. V Al suon {piacevole. D'arpe trniafitr,  Mescete, o vergini,  Mescete i canti Satira itran. t I. UtilH della satira urbana. Condannando come inurbane le villanie e le ngiuriC) non intendo di vietar Tusa savio ed op^ prttino deli' ironfa o idetta a^ttn eh flUt^ pregiU'* tifiao tElujO  volta giunge a porre sul trono il vero, )ridendo . J'amor pri^Mifo, che non ahbaadana uomini m aoQ qiiMd^,9m abtoodoiiwo la, vk; ii toi^ temere spra ogni altro male la dersione, e scuote Jovb d dos89 .r uidolenza, e daUe^ i^j^ cai^ feUe gir spoglia per non rimanere esposto ai frizzi del ridicolo^: i) che jpes^. non, ottime la pii l^mpaoti^ Tri 6d ligguerrta >raginir./$e Aristo&iie avelie dato agli Ateniensi In una concione quegli ani* ma^brameoti. etie died^.loro .aeU^ cooiniedie, l'avrebbero lagnato a pezzi; laddove in teatro ridevano smasc^llatamente e di^vaiio eh' egli, aveya vagioiie. Bi^ch i Geniti aTesaerc^ veduto CiaerOQe assalire Tedificio dellldolatra con armi prestategli dalla, filosofia V. poro iiea. aapavafio lodimi .ad abbandonarnei tempii. Comparve in mezzo d'essi Ladano, il ^uiQ fece la guerra al gentilesimi. doI .lotteggio, fi se non ne distrMse gli altari, ne d^ sperse in gran parte gli adoratori. Il buon senso ha {irseritte. la^ mz^ia cavallefescfae in fspagna, pria che nasces^ d^rvanfes;C m quella nazione non riusc a spogliarsene se non dopo ^'tgii abbe precutato al ptibbli^, 11 suo ridico* Kssimo Dpn Chisciotte. Tanto , vro ci che dice Orazio:  fPnoa graVf sstenza ottieB pi spesso  II desiato Cne arguta celia . Si deve adunque riguardare la satira come una apecia d'ammenda censoria che aerve a corriere quei difetti i quali, senza cessare d'esser molesti e talora 4muk)s alla aociatb non triy^Qsijaei codici, St inosservati dalio stesso colpevole seoza la caule mmo9lme della satira \ del an^tteg^;  dello scherzo. Il suo pungolo viva e leggiero, vibrato a tempo, pu divenire suppUmento alla le* i mtnvte azioiii' altrui ^lU&ee severa inquisizione, A fiiie t itywf qualche aeGateBa^ e;.coii wA^ gni >ep]or. adoaibrarla:  Di tutti invidioso dice malQ Snisa rispetto, e pretendi^vii ardito ' .  Piovra i costumi altrui far da fiscale Quindi suUe cose, sulle folle ^ sui pregiudizi, sulle |ti*itensi(^ai d^lj'aiuor proprio, ' sui vizi in generale evc H 'jmotteggit) pi spesso cadere che .non suiruomo particolare, ccioecb alpri, vo^ndo eedtar iH .rteOi non apra una piaga mortale mei4'altrui animo, e non s'esponga all^d^o delle per SOM emeste se la /SMira d in ialso, . FqItio chet-. tenerlo non debbe chi spargendo false maldicenze e ingiuste satire, dice d'averle intese da. Pietro a d9 Martino, io un caff o in un'osteria, enones^ i^ne egli rinventore^ '  SenCilor W raceontar, fti un trombe]^ Preso una volta da'nemici in campo r  Mentre stava sonando alla veletta: V \\ qiial, per ritrovar riparo o scampo/  Dicea che solamente egli sonava, Ma eoi stio frro mai non tinse il campq. Gli fu rispo$to allor, ch'ei meritava  Maggior iien^ pero; poich sonando^ > Alle stragi, al. furor gli altri irrita. Dopo (Tavere stabilita la legge generale, fa d' uqpo aggiungere le ecceziotU, le. qvali per lo piiij dall' e$am delle ragini w cut fondMli l 4lessa legge^ risultano. y url^nit jno! coBdaQQa ne nel convenar ab eiale n nella repubblica letteraria i modi satrici pi. 0 .iDeoo .piccanti, ma veri, contro gi indk^i^, dui t^ seguenti casi e pe' seguenti motivi: /, 1^ Rispingere m impertinente aggressore ^ jMtiasiiiio Oacier^ entuaiasta della eiMza ^digb' antichi, ascoltando un giorno una dama che non ne parlava Qon troppo rispetto, e prioiHpdknj^qt del divino Platone, le .disse con tatta la gentilezza degli eroi d'Omero: Certdment;^ madama non degnasi di leggete dtro Srittere antic che Petronio (ciascun sa che Petronio  rutore prediletta de' dissoluti^; Perdojiate^, replic ellat f aspetto, per leggerlo \ che voi fie abbiate Jatto un santo. Chi vorreje dare al {rizao di quella dama ia ttisoiii dimpulito? Un principe volendo divertirsi a spese d' un suo cortigiano I eli' egli avm impiegido ip divers amb^^ecie, lo Mendicar la ragione deglattentati duno stolto o d'un impostore. SOCRATE adoprava LIRONIA  cf. Grice -- colle persone presuntuose, con que' pretesi dotti universali che, non sapendo nulla, davano ad intendere al popolo di saper tutto, e pronti mostravansi a rispondere sopra qualunque argomento. Luciano smascher il celebre Peregrino, il quale profittando della dabbenaggine popolare, e facendo false predizioni, aveva aperta una bottega d'impostura nella Grecia e s'era arricchito a danno del senso comune e del pubblico costume. Mendicare i diritti del giustOy delVonesty .della patria dagli attentati demalvagi, per falsa opinione potenti o per forza' reale. Chi avrebbe potuto condannare Cicerone, allorch metteva in evidenza i vizi di Catilina e i suoi atr tentati cntro la Repubblica? Il giudice che espone un delinquente alla berlina con un cartello sul . pettOj ove t\ leggono i suoi delitti,  senza dubbio un maldicente; ma questa maldicenza personale  necessaria a scorno del delitto ed a fine;di prevenirlo' rassomigliava ad un barbagianni. Io non, so bene a obi mi ral^omlgli, rispose il cortigiano : tutto ci cb'io so si , che ho avuto l'onore di rappresentare molte volte vostra maest. ' Anche nel eguente madrigale il frizzo  giustilcato dal diritto di difesa:  D'un ponte al passo stretto. Stando sopra d'un carro Tommasetto y hicontrossl In due fraU zoccolanti -, n Che disser : Villanaccio, Ur avanU. Ed egli: Aspetto che passiate voi; ^  Non to' mettere 11 carro innanzi t* buoi . a.. m f-Il pdjdrone che, interrogato sulle qualit d'un servo licenziato, dietro la sua esperianza lo dchiara ladro,  senza fallo un maldicente; rna que* sta maldicenza o diffamazione  utile, giacche  meno male che resti senza padrone un ladro, di quello che vengano derubati pi innocenti. ChesterOeld non distinse con precisione i con* fini che la satira, la derisione, la maldicenza utile e necessaria separano dalla maldicenza inutile 0 ingiusta, nel. seguente paragrafo. La privata maldicenza non deve giammai es*^ sere accolta e divulgata volontariamente, perch  sebbene la diffamazione possa al presente ap pagar la malignit e Torgoglio de'nostri cuori, i> pure la fredda riflessione trarr da s fatta inclinazione conseguenze sfavorevolissime per noi.  In fatto di maldicenza, come di ruberia, chi la  raccoglie  sempre creduto colpevole quanto il ladro stesso . Distinguete la maldicenza che svela le altrui innocue debolezze per sola voglia di denigrare, dalla maldicenza che svela i vizj veri e i delitti reali che possono essere dannosi al prossimo. La prima  ingiusta e riprensibile, la seconda utile e necessaria. L'uomo cui siete per affidare la direzione della vostra cassa,  un truffatore, xxn giocatore, un dissoluto: mi farete voi rimprovero se ve ne avvertisco? Qualcuno vi imputa dei vizi e dei delitti falsi: vi lagnerete voi di me, se gli strappo dal volto la maschera, e Io dimostro bugiardo ed impostore?  giunto in citt un cavaliere d'industria che co' suoi ingegnosi stratta gemmi scrocca l'altrui denaro: vorrete voi che noR ne dia avviso a' miei amici, acci la loro jomoaa fede, non cada in laccio? AU^ corte; sevo] amate il gregge, darete la caccia ai lupi; e se gli uoiiiiali. accennerete loro i cani arrabbiati. Jieyole ^er V uso^ della satira. Tre sono le fegole che debonsi osservare motteggiatore, acciocch il motteggio riesca onesto e Jegittiibo, cio non offenda n la giusti^^ ij Yumanity n la convenienza. Il motteggio  ingiusto in due modi: 1^ quando t>un^e (^ersne esent! dal vizio niputato;' 2^ qMando cade su difetti che non possono ascri' versi a colpa, come le imperfezioni fisiche ^ ovvero le sventure accidentali. Lumanit rimane offesa quando il motteggio nialigno  acerbo. D segno d malignit chi mostrasi avido del male altrui y M si delizici^ e cn^piaep neirinsuJtare e nel nuocerer^$id segno d'acerbit, qualora il motteggio  sproporzionato alla jcolpat .e flagella a sangue chi ^on merita che un lieve colpo di stafile (I)., (\\ V itoth' SoMe m rattopprata .^iHn'^Mee delle sue maniere ^ dairameDi abituale de'suoi sguttdi, dal tiorriso d bonlA sempre pronto a Dc^cere sui suoi labbri, di modo che 4'icoDia cessa d'essere aiuara, e diveniva, per oqs dite, ua agro-dolce eondile dalle grazia. Cresce or ' t*inK>, or riiRro di ifustt due efemeiilt, secondo cbe il difeif Tdie Socrate voleva correggere, era amb nodfO. Voltaire dice, che volendo censurare Cornelio, imiterebbe iioid4> Il Quatoy nellA poomi^edl del Uakiouuto pet ior^a y .i.Lo u Si Tola la convenienza, quando i motteggi di' sconvengono al motteggiato o al motteggiatore Ha iveostanza di ioogo e* di tmf^; qrwto sono sconci o villani, quando si scialacquano senza misara^ e : se ne fa professione aperta  perpetn L'ingiustzia nel motteggiatore o  maliziosa o ' irriflessiva^ la prima nasce dal bisogno di umiliar PMtrtt merito ptat inoftlnorsi sulle f^tie deli" ftb^* battuto rivale: la seconda proviene da un errore d3iiteUetto originalo de rislielftesie di idee^ siste* mi esclusivi, rigidezza d carattere, tenacit d'opnoni. Da quesi^a causa derida j^e tal,Y9|ts^ l'aicer* Ut prodotta p*^ii spesso umor eausticei. etrabiUariqi^ JLi|i causticit  sovente figlia 4/  bailaalata a' Sganardio'w non previo un eoDipUmento rispeUoso, e colla protesta d'essere disperalo per essere caj[tr41o di Cario. Questo inpdo.di^ceosarareiMja debb' esjsere escluso dai croccili. sociaB , se ma cb0 in vece di porre in m&no al censore uh bastone j fa d* uopo drgfr un fltigeR di jNMe. Jl}m^ li6)Ia imwnms^h satira appoggiate al falso va mordendo lievemente i costumi degli assenU, non ta 99vero cepsore aggrotterai tosto ki eiglia, u tomi icon mano ardita qoeat tenoe piiiBere alla mediocrit che si consola della pr-! |lra batwzza sfoirmndosi4i4pcimi^V J'alte^^^ nerito V ma a condiscendenza atteggiato pi che ad a88.ei) .ammirerai lo spirito di ehi censura, e^ter^ modo dabbii mU'applicaaioQa. Sa poi U piacere di satireggiale gua4dgi]ia gj[i 9Staim al puntp,,(^e 'aQi;ga qwlcha ;vt.-(:;- Tewit et6lrti0 nr?atord^^ f'':: Motti protervi, onde a maligno riso V  Mover la dorma e la virt schernire ti sar permesso di. troncare em jdigail V altrui aiscorso, e assumere la difesa degli assenti; ma, per non scemar fede alle tue parole ^ non devi mostrare alterazione di spirito; giacch, altrinieriti operando, al piacere di satireggiare si assoeier, nell'animo .del satrico il, piacere di conturbarti, e gl} assenti verranno ad essere danneggiati dalla tua stessa apologia. L' e^peri^jdza dimostra infatti che il calare della difesa rend, tahotta gli assalitori pi feroci, e allora la conversazione rasso miglia i^ue'aiigrifizi sbarbar ne' quali immola vansi ijjttime omaiie. ' Lascia dunque qualche pascerlo .alla malignit, se vuoi ch'ella ti permetta un elo.go; MBt per prosare la. itiocei^it del, 4iio ttlo,> allorch tu stesso produrrai in mezzo le azioni di qualcuno, in cui siano difetti frammisti a vir^, userai la dstrzza di quel pittore che, dovendo ritrarreAntigono guercio, lo pins^ di profile. Facezie. Un discorso che inaspettotanieiile e contro JTapparanza caoibid il rimpjTovero in. lode, it male. in .tiene, il lisGMHre iO; sqi^exanza, lo spmzo iii istinni^ e talora anche ali'oppostcs si chiamai face za La facezia si divide in due. specie; La l> ^ un hrY raceoitto che fa passare IV nimo tra alcune d\Tenture, e dopo daverne alimentota la curiortt, ikiisce con iin sentimento non preveduto. Dionigi il tiranno avendo sapulo che una sua coni-' me^Ua^ dajui spedita. 4l: concorso in Atene, era^t^ta eorooata^ ne injpti rlleg)nem. CiH Ateniesi dissesn cbe^ise *avflh aero preveduta' questa tdaf^t^joti i vsu^hf^eio cronatQ.Dlou^ venti anni prima. in qiieslo caso la iode copre un vero disprezzo, e mmtesta la Viziosa compiacenza ct^e dovevano provare que' repubb|i^|AMr la moi>ti d'un tiranno tanto abbminato; Sorge^^fftiBrmo piaqvolissitna sorpeesa nel vedere etie glateniesi potevano liberar Siracusa onorando Dioniiii in Atenei Jjl. padre Le 'i'clier, che mentre era confessurti di Luigi XV, tenne il protocollo debeneticii ecclesiastici, dice ad uti abate: Yoi altri esitanti agli impieglil sile oost^ amfei' finch aVet, bisoerio di noi; 'ma qiaida siete saziati^ ci dimenticate. Ah, non temete nulla, rispose ridendo Tabate: io iK>n vi dimcoUciier giuiumai, giaccli solip iosa^ In questo cio tt timore si cambia in speranza^ e nel -tempo slesso i si pres^ta improvvisamenfe ni^ upa brama I  che con somma gelosia suol tenei:s nascosta., i, Eia  un semplice detto pronto, rnaspetttoi opportuno t un vivo ^^apidgiripo che vellica e' punge piaeevoimente. Con maggiore chiarezza e precisione di ter^ Quni>giusta il suo costume, spiega la cosa il dottissimo Gberardffil dksemkK. La giocondit delle lacezie par che nasca ordinariamente da un ing^ gIMMt' ed iroproiovlM 'aecoppiftiBentcr W die idee disparatCL tra loro e disconv^jiienti. l riso, semjira il prodotto 4i due sensai&ioni uiike, sorpresa e piacere, eccitate da Jien elitra-, st 0 da finissime analogie. L'impressione oagionata nel nostro animo da un oggetto nuovo o inaspettato sidsiiania sorpfesia. La sorpresa  maggiore quando T oggetto .coni0 la' eosa raeectea'  eonivira a/ qiiai^ suole comuneipente succedere. Quindi la aorptesa.  massiin allorch  massiio il contrasto tra il fatto ^pcaditio .eJa-Hft: stifi.jaspettazione* Ci posto: jChie el jtUo abbia: kmga la sorpresa^  di^ mostrato dai seguenti notissimi fatti: Ridono frt spe&so gli ignoranti che gli o^-, mini cotti, poich  primi nn conosGndo i rapporti die uniscftpo, ie cas.e, 9, WAggiori sorprese soggiacciono. 11 saggio appena sorride mentre lo sciocco t'abbandona a^ riso sgangherato, ^acch il sagg^o . EIcmonti peesla ad uso delle scuole. trava presto le idee intermedie che imisip>pi^jlor^ liuie' afeiluate. ddto se .col fi^ kq^if^^^ successo e che sembra smentirlo. ^ r "> a' r^r? II riso die ecdta .una facezia^ sentila la fush ma yoitai 'moltn pjore alte sead^a, e posbin diviene millo, perdi le cose note fioii lasciano Ittoga^^liia ijorp. IL Che a/ riso non basti una sorpresa q^it^*'^ limqu^f ma si riohicgga Vaggimla^i sensaziaue piacevole, seop^ira rieattare -dat ft^^fuenti ietti: Noi ridiamo ricordando le nostre passate fi^l^ Qv^j^m^ aUoiaOia annessa jd^a del .disi^nore, perch questa Vicordanxa d risalta al sen^ limentOc:4^4.;POSti;a #Utuaj|^e .saggezza  e!, quasi  dissi, le accresce piregio; t, evi^ rvjV/. 2.  Noi ridiamo aH'udire le altrui goffaggini; il,* cl\e fiorse d^riiui dairamor (HPQpriOr il qmlei gica-f, see nello scoprire in altii de'difetti de'quali egU ait crede esente. Koi rdiamo alle sveMure^dei ncNMvl^nemicti. allorch non sono s forti da interessare la nostra compassione; poich le accennate sventure ad^ scano piacevolmente il sentimento dell' inimicizia e della vendetta.,i^>>i -^^t^^fi r/Ji^U\p>y'4,i ^j'^Mip^i 4. I beffardi ridono nello scliernre quest o quello, giacch il loro orgoglio coglie tanti gradi di piacere, quanti gradi di depressione ed avvilimento fa subire agli altri co'suoi motteggi.  ^fi.p Noi ridiamo nello scoprire somiglianze tra oggetti che credevamo non ne serbassero alcuna, come rdiamo in generale sentendo ingegnosi tratti di spirito; perch il facile esercizio della nostra intelligenza nel rapido passaggio da un' idea dtf un'altra,  cui rapporti lontani non erano ben noti e distinti,  per se stesso piacevole, com'  piacevole un moderato passeggio, il respirare aria nuova, la comparsa d' un lume neiroscurit e simili; 2.0 perch quella cognizione diviene argomento della sagacit nostra^ la quale ha saputo cogliere un elemento che, i:esto all'analisi, al comun guardo ascondevasi* V. "4(^j*, III. j4cci la sorpresa e il piacere cagionino riso, vogliono essere prodotti da lievi contrasti 0 da finissime analoge; ecco qualche fatto:  1. Alla vista, per es. d'un bel quadro, all'udire una bella musica, noi proviamo sorpresa e pia- cere, ma non rdiamo; dite lo stesso allorch al' vostro occhio s presenta l'arcobaleno od altro simile grandioso ed innocente fenomeno. "i.^ Vi cagioner sorpresa e piacere senza farvi ridere la vista d'un animale selvaggio non mai veduto prima, per es. la grossa scimia chiamata Qurang-outang. Ma se la scimia vi si presenta con berretto da cardinale in testa, voi non potrete comprimere il riso: v' qui un' contrasto. Osservate bene che non tutti i contrasti fanno ridere^ ma solamente i contrasti lievi, e son quelli che escludono la compassione e l'orrore. Se un uomo millantandosi di poter saltare un fosso vi cade in mezzo come un animale, voi ridete sgangheratamente; ma se, cadendo si rompe una gamba od altro, voi non ridete pi; qui il riso  compresso dalla compassione. Dire con Aristotile, che il riso  prodotto da una deformit senza dolore^  ristringere di troppo, secondo che io ne giudico, il campo del ridicolo; poich spesso noi ridiamo saporitamente senza che alcuna ombra di deformit al nostro spirito si appresemi. Infatti ci fa ridere la scoperta di finissima analoga non prima supposta, l'unione di qualit che sogliono essere disgiunte, la disgiunzione di qualit che vanno ordinariamente unite insieme. TI rasllf^'lone raccoma come un dottore vedendo uno che per giusti/.a era frustato intorno alla piazza, e avendone compassione, perch 'I meschino, hench le spalle leramente gli sanguinassero, andava cos lentamente, come se avesse passeggiato a piacere per passar tempo, gli disse. Cammina, poveretto, ed esci presto di questo affanna Allora il luion uomo, rivolto, guardandolo quasi per maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse : Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo \ eh' io adesso voglio andar al mio. Vediamo in questo caso disgiunte due quail che sogliono essere unite; cio, sotto Fazione delle percosse, non scorgiamo n I SEGNI DEL DOLORE [cfr. Grice  frown], n lo sforzo a liberarsene. Abbiamo dunque dun lato una forte sorpresa, dallaltro Fonti 4ija0ezie Le numerose FONTI da cui s^possoikl tram et^cezie, vogliono esser ridotte a cinque capi generali. Deformit logiche, deformit morali, deformit fisiche; opposizione artifiziale tra lo stile  Grice: THE HOW -- e il soggetto (Grice: THE WHAT), e somigh'aoze e contrariet lontane o LATENTI (implicit  Grice) ed miprovvisamente svelate. Sono DEFORMITA LOGICHE le deviazioni dal retto raziocinare; e i gradi desse sono sempre maggiori quanto pi peccano  GRICE: flout, INFRINGE] contra le regole del giusto raziocinio. L'rghpranza quindi delle 1) pili facili combinazioni, la credulit soverchia, i> la scimunitaggine sono FONTI sicurissimi dia'qiiali emerge quella deformit logica che provoca il riso [man is a laughable animal  Grice on Aristotle] senza eccitare n rodjQ nla compassione. Quindi le parole o prive di senso o storpiate, le interrogazioni, le risposte fuor di proposito, e le incoerenze, la pertinacia negerrori evidenti, e quella abitudine che i goffi hanno d dir sempre e credere le cose a rovescio dei logici detr  tand . un sospett di quel padeiit o non gffrissC} il che fa tacere n denttinoto penoso della compassione o ituscisae a deoilnare il dplre il che d luogo ad anudirazione scevra d'invdia. Io non saprei come innesLire sulle azioni e sul discorso di quest'uomo Lidea della deformit mentre vi veggo cbiarrsslmo un bel contrasto con quanto succede comunemente. DUn esemplo di ^&r^giooaaieuto logico cagionato a ' bijina d^e d'irgotglia s vede nel discorsa 'die ALFIERI (vedasi) mette in bocca al suo conte, allorch costui viene a contrasto eoU'abate, futuro mae^a .de'suo] pgl^ sup'ofiiararto che gli vuol dare. Ora, venendo al sodo, .S. ^ Del salario parliamo. V do tre scudi; Che tutti in casa far star bene io godo. Ma, signor, le, par egli? a me TRE SCUDI? S Al cocchier ne da SEI. Che impertinenza? Mancan forse i maestri anco a DU'scudi? Ch' ella in somma poi vostra scienza? '^r% Chi siete^D somma voi, che al mi' cocchiere Veniat a contrastar la precedenza? l K GU  nato in casa, e d'un mi'cameriere: i i Mentre tu sei di padre contadino, e lavorano i tucti r/altrui podere^ H Compitar, senza intenderlo, il latino. Una zimarra, un mantello n tallare, i  rCn> coUaru^cia sudi-rcelestrino, Vaglion irse a natura in voi cangiare r. Poche parle: io p^go^ereibeiiissimo: C . u ' Se a lei non quadra ella  padron d'andare. Atteso una grata sorpresa sono parimente mate)ie di RISO (laughable animal  Grice on Aristotle) le imle^ intelligenze come allorch un discorso vien preso ih UN SENSO OPPOSTO  cf. Grice, IRONY -- a quello che gli  dato da chi. Jo pronunci; d'onde nasce una contrariet fra la dimanda  How is he getting on at his new job at the bank, Im out of gas -- e la risposta  He hasnt been to prison yet, theres a garage round the corner --, ed una sensibilissima divergenza. Per es., Pietro dimanda a Paolo  robbare a Pietro per pagare a Paolo  Dove va? Paolo risponde jparfii pesci. ij,.i^L.o i.Appartengono a questa tasse t ISu'tle contengono un certo inganno inaspettato, per cui nasce molestia ad alcuno senza dolore per e senza grave incomodo. Per DEFORMITA MORALE intendesi quella che NON E CONSONA ALLUSATA MANIERA CON CUI CONVERSANO GLUOMINI, ma s per che non turbi o funesti lordine socievole, poich allora questa deformit anda congiunta colla scelleratezza, e ingenererebbe ODIO  My lips are sealed --, NON RISO. Quindi fanno ridere lincongruenza decaratteri, perci sembrano piacevolmente assurde  alla Youre the cream in my coffee -- le millanterijs in bocca d'un vile, e LE GRAVI SENTENZE SUL LABBRO DUNA MERETRICE e simili. Tutti i caratteri e tutte lazioni che hanno l'aria di singolarit cio che si scostano dalle ricevute costumanze; la discordanza tra i mezzi e il fine (METIER) prpostosi  Grice: conversation as goal-directed rational discourse -- o le pretensioni maggiori delle forze. Le passioni gagliarde svegliate da lievi cagioni; talvolta per es., resta annullato un progetto di matrimonio, di commercio, od altra associazione, per contesa sui titoli de'contraenti da inserirsi nella carta di CONTRATTO  Grice: For a while, I was a quasi-contractualist, and my pupils suffered my seminars as a result!--; e le reciproche vanit rimbalzano come rimbalzano e retrocedono due palle elastiche che, moventisi in opposte direzioni, vengono ad urtarsi in mezzo al bigliardo. Allorch il cardinale Mazarino, ministro francese, e don Luigi di HarO) ministro spagnuolo, convennero nellisola deFaggianI (in mezzo alla Bidassoa sul confine dedue regni), per concertare tra laltre cose il matrimonio d'una S. Gli sforzi per attribuire aglaltri la colpa, de nostri sbagli.r A scanso di ripetizioni vedi il passagio. DEFORMITA FISICA si  quella che emerge dalle deformit visibili, corporee, naturali. Vastissimo campo di ridicolo  CYRANO dALFANO -- si  questo, poich infinite sono laberrazioni che notarsi possono nel regno della natura, e nell'uom principalmente, che per eccellenza  detto re della natura  Grice, natural/nonnatural -- medesima. Quante mai numerar si possono deformit corporali, sia nei membri, sia nel portamento, tutte sono GIOCONDISSIMA FONTE DI RIDICOLO  cf. Trump --, perch le deformit che prendonsi D per oggetto di scherzo non siano indecenti o col dolore congiunte, poich allora non riso, ma ecciterebbero di leggieri odio  O COMPASSIONE. Un uomo urbano per altro non fa MAI oggetto di scherzo quelle fisiche deformit che non si possono attribuire a colpa  cf. Grice on Strawson on Freedom and resentment --, come ho gi detto pi volte. Ito Linfante di Spagna, Maria d'Auslda, con Luigi XIV re di Francia, sono tante le reciproche pretensioni, sorgeno si gravi difficolt sul cerimoniale e letichetta, che trascoreno due mesi prima che i ministri possono accordarsi. Un ingegnere mezzo ul)briaco e barcollante prende a misurare un terreno, e commette: ercoli tali die glastanti ne fanno le maraviglie. Il buon uomo in vece di rendere giustizia a s stesso, se la prende col suo strumento, e dice balbetttUdo: Ehi ma il difetto  nella mia pertica: ora ella lia otto piedi, ora non ne ha quattroj e la getta sul fuoco. In questo esempio primeggia la deformit logica sulla deforniif morale. Ceretti. .j^ xxl i^\.^r Jife ctoi^ v ti. "'llr, il ridicolo nasce alle volte dal veder trattali con uno stile lepido e scherzevole glargomenti gravi e severi, il che vellica piacevolmente la malignit del cuore umano, il quale gode nel veder posti a livello glioggetti eminenti coi pi comuiif, ed  questo il copioso fonte delle parodie. Talvolta all'incontro s'induce riso col ragionar doggetti bassi e plebei in un tono grandioso ed elevato  cf. Grice, The theory of context --, dal che vengono essi a ricevere unaria comica e faceta, mentre sotto aspetto di lode son fatti ridicoli, e LA CRITICA RIESCE TANTO PIU SALSA QUANTO PIU E DISSIMULATA  cf. Grice: Miss X. executed a series of sounds that closely corresponded to the score of Home, Sweet Home. --. Senza alcuna specie di discorso si pu eccitare ridicolo con una lode apparente smentita dal fatto (A fine friend! +> a scoundrel  Grice). Batru, che ha motivo di lagnarsi del duca d'Epernon, fa un libro che ha per titolo, Le grandi imprese del duca d'Epernon  cf. H. P. Grice, Prejudices and predilections; which, become, The life and opinions of H. P. Grice -- ma tutti i fogli del libro sono bianchi. tt Debbono essere collocati sotto questo titolo queCONCETTI DAMBIGUO SIGNIFICATO, onde pu trarsene una grave sentenza ed una arguta fa) cezia. DAMN BY FAINT PRAISE  He has beautiful handwriting  Grice. Cos a dire d'un uomo liberale, che quello che ha non  suo pu divenir salso ove si V torca a biasimo d'un ladro: e salso riesce  cf. Grice on the philosophy tutor on Socratic midwifery: stranging error at birth -- per D non dissimil ragione quel motto citato da Tullio  CICERONE (vedasi), )i a proposito dun servo infedele, lui essere il y> solo, per cui mdla vha in casa disuggellato e di chiuso; il che a lode d'un servo LEALE po irebbe dirsi ugualmente. Se non che s fatti >p scherzi vengono commendati pi per ingegnosi .?>> che per festivi, essendo manifesto INDIZIO  DICTUM di Grice -- d'acuto ingegno il tor LA PAROLE IN ALTRA SIGNIFICAZIONE DA QUELLA IN CHE SOGLIONO ESSER USATE  Grice on Humpty Dumpty, Impenetrability. Ordinariamente questi scherzi riescono insipidi, perch per lo pi dun lato lasciano scorgere la voglia di scherzare e l'impotenza di riuscire. Dall'altro, non producono effetto sensibile sull'animo per mancanza d'acume. Tra tutte la maniere onde si perviene a movere RISO --- Grice on Aristotle: a laughable animal --, piacevoli senza fine riescono, tanto il torcere contro d'altrui quel frizzo che a farci ridicoli  proferito, a quel modo che CATULLO (vedasi), interrogato da Filippo perch abbaiasse. Perch vedo il ladro, risponde; quanto dal concedere argutamente all'avversario ci stesso con che ti morde, trarne appunto occasione di vituperarlo, siccome usa avvedutamente L. CELIO (vedasi), al quale essendo da taluno di bassi natali rimproverato che egli  indegno desuoi maggiori: Aff, ripiglia, che tu se' degno de' tuoi. In questi e simili casi il piacere risulta da doppia fonte. Primo, dalla depressione d'un impertinente, aggressore, o sia dalla cessazione d'un dolore; il che, quando succede rapidamente nelle cose mo-.^ fall, equivale a piacere. Secondo, daglimprovvisi rapporti di somiglianza tra la pro-posta e la ris-posta. Il ridicolo risultante dalla scoperta improvvisa di somiglianze o contrariet non comuni, non si Luigi XV dice un giorno al conte Eric di Sparre, che  due volte ambasciatore in Francia pel re di Svezia: SigfioF di Sparre, provo dispiacere vivissimo in pensando che voi non siete della mia religione. Un giorno o lallro io ander in cielo, e non vi trover. Perdonatemi, sire, risponde lambasciatore. Il mio padrone mha ordinato di seguirvi dappertutto. , f pu assolatamaote attribuis alia iiialigQil|iiMa, come si dovrebbe, se in queste indagini si preip (fesse peK gttid la ^ola teoria dAsistotete il che multer meglio dall'analisi del seguente fiattv. Un contadino, venuto a dolersi pon un podest perch gli  rubatali sto ino^ dopo d'aerare; parlato della. Sfla povert e dellinganno fattgH dal ladro, per. fine pj grave la perdita sua, dice. Messere, se voi aveste veduto il lio asioo^, aiio0r, fiitt riconoscereste quanto io ho ragion di dolermi; ch quandi veva il suo basto a^osiSiH f iHraa :f sopriam^iM^ *ii8^^i^hevci cagiona qiipste 4i8Cor^^ non n^sce dal vedere depresso TulHo a livello dellasino, ma DVoiedei^x sorz;aur dosi d'ingrandirne lidea, scappa &ori improvTl^ ^saQiente con un confronto nuovo, e si Insinga t^^r sowiigliaiwa.tra Basilio e TiilfiQ^r l tttele cose vi sono certi limiti che non si ebboo oltrepassare, certe condizioni alle qu^l jEa d'uopo sottomettersi -- largomento trascendentale debole di H. P. Grice. Altrimenti facendo, si va lungi, dalla meta  o METIER, GRICE -- cui si propone di giungere, non si consegue lo scopo che si vagheggia (Dont bite more than you can chew  Grice). Lo ^opo cui miriamo, i mezzi che possiamo porre m pera, servond a farci ricondscere quelle condizioni e quelimiti. Le faczie x) celie che teodono a rendere festiva a brigata, s possono considerare nella persona che le dice;. i.o Ifelia persona che m  l'oggetto;r3. Migli auuiti eh, le aseetbp^i' Persiona che^ celia . 1^*0 uomo geutila n ride n fa ridere aUa foggin de'pazzi^ degU seioeioliii id^IL iilriichif deglinetti, debuffoni, Fenelon non ischerza come arlecchino: u Xmsm 4 M8to eaft stanno allinferno). Una vecchia contessa assai ricca avendo sposato'un marchese malagiato, e nel contratto di matrimonio. Le celie, allorch il soggetto lo comporta devono richiamare gli spiriti alla morale. Non si deve cambiare il mezzo in fine (METIER  GRICE), cio non conviene consecrare alle celie quel tempo che  dovuto alle cose pi gravi. Da tale passione pe'combaltimenti di spirito o duelli di mot, leggi e di celie sono invasi i normanni, che anche nellardore d'un assedio i nemici sospendeno talvolta lostilit cf. Monty Python, THE HOY GRAIL -- per abbandonarsi ad una guerra meno dannosa, guerra di motti, di redarguziom, de'buffonerie. Allorch qualcuno dei due partiti,  preso da questa vaghezza, si mostra all'altro in abito bianco, il che  riconosciuto ed accettato come una sfida di celie. La qual cosa certamente non  riprensibile in tempo di guerra, giacche non distrugge citt guerra di lingue avendogli falla la donazione di luUi i suoi beni, lemelle, dopo molte infedelt, che il marito volesse disfarsi di lei, e un giorno sentendosi male, crede e dice d'essere avvelenata. Avvelenata?, risponde il marchese alla presenza di pi persone. E chi accusate voi di questo delitto? Voi, replica la dama. Ah, signori, nulla di pi falso, esclama il marito. Sventralela subito, e toccherete con mano la calunnia. Qui l'acerbit e la malignit vanno insieme. Si fa rimprovero ad una donna perch acconsente a sposare un uomo che urta di fronte glusi e le mode del suo tempo, un orUjinale in una parola. Ma la singolarit di quest'uomo non  che un vizio dello spirilo, e nessuno ha lanimo pi onesto di lui. Quindi la donna che lo conosce, risponde con finezza. Lacconsento a sposarlo perch spero che sar buon marito per singolarit ed  mee male dileggiarsi che iieoidev9; ma 6ao^ vafii di Salisbury rimprovera ai detti popoli quell'eccedente p^issiona aoebe ia tempo di pace. Kantagqi che si possono trarre dalle /ae^ie. Bench le celie s riducano a momentanei tratti di spirito^ i^e, ^imiU^alle sciatillc, jcoin|^ariscooo -e eessano m un utante Don segue pero che di grandi eventi non possano esser cagione. Infatti, alloich^ei tvatta di coscT mrali, gleffetti dipendono dalla determinazione della volont. Ora a determinarle la volont i pi frivoli MOTIVI (Grice/Baker) bastano, s quando mancano MOTIVI (Grice/Baker) pi gravi, s quandi questi si trovano in opposizione come una seinplice dramma basta per'&r traboccare la blaacta a mensa i il|Mi||0Q>Mm*vadaDdo ^mm di perdono/ 'ifM tutto II piatto sopra tjll'liii||lah cabile re. Nouchlrevan, pi sorpreso che sdegnalo, volle saperi la ragione di siffalta temerit. Prncipe, gli disse i( paggio, io desidero die te laia morte non rechi niacclia. 1 alia ofiiii Hplitazioiia; com ve de'moffiirehi, mavoi perdereste quello bel titolo se l po slertfi sapesse che per lievissima colpa condannaste a morie ano devostri sudditi; perci ho versalo tu Ito il piatto. Nouchirevan rientrato lo se stesso vergogp della sua collera, e gli f(?ce grazia. Il Mareles dAndrea tnristeva press Luvis ministro della guerra in Francia, onde ottenere una carica^ il ministro die aveva ricevute parecchie lagnanze contro questo officiale gliela ricusava. S io eoiniociassi a servire so. ben io ci ^he fael, ri8|Mstf roffieii|le un po^ emmosso; fi che fareste vd ? gli disse fl mli^stro con un tono risentila Regolerei s bene la mia coikloUa, replic l'officiale, che non vi trovereste nulla da ridire. Il ministro sorpreso plaeevollafDte da questa sposia, acl pcNlerl.-tin ii|le cl)e a fondo conosceva qitelmQlantaiofe  che sapea qaaiilk tasse povero in riim; non potendo pi contnersi a lal iattanze, gii inosse sobi. Grice: Ferrariss Galateo was so famous that, unlike Vico with his new science, a few philosophers cared to consider seriously a nuovo Galateo. Antonio De Ferraris, Antonio De Ferraris. Galateo. Ferraris. Keywords: conversazione, il Galateo, il nuovo Galateo. Refs.: Luigi Speranza, Ferraris e Grice  The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferraris: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della supercazzola – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Abstract. Grice: “I cared for the sceptic for too long – and then I discovered pirotology!”  The fact that in the introduction of expressions for specific prehensions a demand is imposed on a further theory to define functions mapping such pre-hensions on to physical situations might well prove fatal to a sceptic about the material world. How can such a sceptic, who is unsceptical about descriptions of sense-experience, combine the demand implicit in such descriptions with a refusal to assent to the existence of the physical situations which, it seems, the further theory would require in order to be in a position to meet the demand?Keywords: pirotology. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “Ferraris is what the in the Renaissance used to be called a ‘Renaissance man.’ My favourite of his essays is “La svolta testuale” – he is into Derrida and Yale, but I’m into Grice and Harvard, and I still connect!” Si laurea a TORINO sotto VATTIMO (si veda). Insegna a Macerata, Trieste, Torino al Laboratorio di Ontologia dal  Centro Inter-Dipartimentale d’Ontologia. Studiato a Torino. In ambito teorico, lega il suo nome al rilancio dell'estetica come teoria della “sensibilità” a un'ontologia sociale intesa come ontologia dei documenti (documentalità) e a un superamento del post-modernismo attraverso la proposta di un nuovo realismo. Centro inter-universitario d’Ontologia Teorica e Applicata. I primi interessi di F. si rivolgono alla filosofia post-strutturalista (“Differenze”; “Tracce” e “La svolta testuale”). Specificamente a Derrida, F. dedica: Postille a Derrida, Honoris causa a Derrida Introduzione a Derrida, Il gusto del segreto e, infine, Derrida. Ritratto a memoria. Lavorando invece a contatto con Gadamer, si rivolge all'ermeneutica, scrivendo: Aspetti dell'ermeneutica, Ermeneutica di Proust, Nietzsche e la filosofia, e soprattutto Storia dell'ermeneutica. F. sviluppa un'articolata critica alla tradizione heideggeriana e gadameriana (si veda in particolare Cronistoria di una svolta, postfazione alla conferenza di Heidegger La svolta), che fa valere, in particolare, l'apporto del post-strutturalismo come contestazione del retaggio romantico e idealistico che condiziona tale tradizione. La conclusione di questo percorso critico sfocia nella riconsiderazione del rapporto tra lo spirito e la lettera e in un ribaltamento della loro contrapposizione tradizionale. Spesso i filosofi e gl’uomini comuni disprezzano la letterale norme e i vincoli che sono istituiti attraverso documenti e iscrizioni di vario genere anteponendole lo spirito il pensiero e la volontà e riconoscendo la libera creatività del secondo rispetto alla prima. Per F. è la lettera a precedere e fondare lo spirito. Abbandona il relativismo ermeneutico e la decostruzione di Derrida per abbracciare una forma di oggettivismo realistico secondo cui l'oggettività e realtà, considerate dall'ermeneutica radicale come principi di violenza e di sopraffazione, sono di fatto e proprio in conseguenza della contrapposizione tra spirito e lettera di cui si è dettola sola tutela nei confronti dell'arbitrio. Questo principio, valido in ambito morale, ha nel riconoscimento di una sfera di realtà indipendente dalle interpretazioni il suo fondamento teorico. Il mondo esterno, riconosciuto come inemendabile, e il rapporto tra schemi concettuali ed esperienza sensibile (l'estetica, riportata al suo significato etimologico di “scienza della percezione sensibile”, acquisisce una rilevanza primaria si vedano, in particolare, Analogon rationis, Estetica (con altri autori), L'immaginazione, ed Estetica razionale sono temi dominant. Rilegge Kant attraverso la fisica ingenua del percettologo triestino BOZZI (si veda) (Il mondo esterno e Goodbye Kant! La “ontologia critica” ferrarisiana riconosce il mondo della vita quotidiana come largamente impenetrabile rispetto agli schemi concettuali. Il mancato riconoscimento di questo principio risale alla confusione tra ontologia (la sfera dell'essere) ed epistemologia (la sfera del sapere), di cui F. articola una tematizzazione critica fondata sulcarattere di inemendabilità che è proprio dell'essere rispetto al sapere (si vedano in particolare: Ontologia e Storia dell'ontologia.La sua riflessione sul realismo sfocia nell'elaborazione del Manifesto del New Realism.  L'esito naturale dell'ontologia critica è il riconoscimento accanto al mondo inemendabile di un dominio d’oggetti in cui la filosofia trascendentale kantiana trova la sua adeguata applicazione: gl’oggetti sociali, l’intersoggetivo (Dove sei? Ontologia del telefonino,  Babbo Natale, Gesù adulto, Sans Papier, La fidanzata automatic, Il tunnel delle multe. La tesi di fondo è che la distinzione tra ontologia ed epistemologia, unita al riconoscimento dell'autonomia ontologica dell’intersoggetivo, della sfera degli oggetti sociali (regolata dalla legge costitutiva “oggetto = atto iscritto”), consente di correggere la tesi derridiana secondo cui "nulla esiste al di fuori del testo" (letteralmente, e a-semanticamente, “non c'è fuori testo”) per teorizzare che “niente di sociale esiste fuori del testo”.  Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce.In seguito la sua  si arricchisce di piccole ma significative metafisiche dei costumi artistici e scritturalifin anche ultratecnologici con Piangere e ridere davvero e Filosofia per dame, vere e proprie grammatologies, insomma, ma ri-viste, e robustamente visionarie, oltre che re-visionate, come del resto tutti gli articoli di intervento culturale (si cfr. esemplarmente quelli per Alfabeta e Alfabeta).  La svolta realista compiuta da partire dalla formulazione dell'estetica non come filosofia dell'arte, ma come ontologia della percezione e dell'esperienza sensibile trova un'ulteriore declinazione nel Manifesto del nuovo realism. Il Nuovo realismo, i cui principi sono anticipati da Ferraris in un articolo uscito su Repubblica l'8 agosto  e che avvia un imponente dibattito, è in primo luogo un consuntivo di alcuni fenomeni storici, culturali, politici (l'analisi del postmoderno sino al suo deteriorarsi in populismo mediatico). Da queste considerazioni consegue la messa in chiaro degli esiti prodotti dalle derive del postmoderno nel pensiero contemporaneo (l'interpretazione dei realismi filosofici e delle “teorie della verità” che si sviluppano a partire dalla fine del secolo scorso come reazione a una devianza del rapporto tra individuo e realtà). Da questo scaturisce la proposta di un antidoto alla degenerazione dell'ideologia postmodernista, alla prassi degradata e mendace della relazione con il mondo che questa ha indotto.Il Nuovo Realismo si identifica infatti nell'azione sinergica di tre parole-chiave, Ontologia, Critica, Illuminismo. Il Nuovo Realismo è stato oggetto di discussioni e convegni nazionali e internazionali e ha sollecitato una serie di pubblicazioni che implicano il concetto di realtà come paradigma anche in ambiti extrafilosofici.  In effetti, il dibattito sul nuovo realismo, per quantità di contributi e media implicati, non ha equivalenti nella storia culturale recente, tanto da essere stato assunto 'case study' per analisi di sociologia della comunicazione e linguistica. Il nuovo realismo ha sollecitato una serie di pubblicazioni che ne discutono le tesi, a cominciare da Della realtà: fini della filosofia, Milano, Garzanti di Vattimo e Inattualità del pensiero debole, Udine, Forum, di Rovatti sino a Il senso dell'esistenza. Per un nuovo realismo ontologico, Roma, Carocci,, di Gabriel, Bentornata Realtà. Il nuovo realismo in discussione (Caro e F.), Torino, Einaudi,  e a Sociologia e nuovo realismo, Milano-Udine, Mimesis,  di Luca Martignani (che fa parte della collana “Nuovo Realismo” diretta da F. e De Caro, che conta numerose pubblicazioni).  Al Nuovo Realismo di Ferraris hanno aderito sia filosofi di formazione analitica, come Caro (cfr. Bentornata Realtà, a c. di Caro e F.), sia filosofi di formazione continentale, come Beuchot (Manifesto del realismo analogico, ), Taddio (Verso un nuovo realismo) e Gabriel (Campi di senso. Un'ontologia neo-realista), che ha raccolto il sostegno di filosofi come ECO (si veda), Putnam e Searle, e che si incrocia con altri movimenti realisti sorti in modo indipendente ma rispondendo a esigenze affini, come il realismo speculativo di Meillassoux e di Harman. Per il nuovo realismo, il fatto che sia sempre più evidente che la scienza non è sistematicamente la misura ultima della verità e della realtà non comporta che si debba dire addio alla realtà, alla verità o alla oggettività, come aveva concluso molta filosofia del secolo scorso.  Significa piuttosto che anche la filosofia, così come la giurisprudenza, la linguistica o la storia, ha qualcosa di importante e di vero da dirci a proposito del mondo. In questo quadro, il nuovo realismo si presenta anzitutto come un realismo negativo: la resistenza che il mondo esterno oppone ai nostri schemi concettuali non va considerata come uno scacco, ma come una risorsa, come una prova dell'esistenza di un mondo solido e indipendente. Se le cose stanno in questi termini, però, il realismo negativo si trasforma in un realismo positivo (Cfr. F., Realismo Positivo, Rosenber e Sellier ). Nella sua resistenza la realtà non costituisce soltanto un limite, ma offre anche delle possibilità e delle risorse, il che spiega come, nel mondo naturale, forme di vita differenti possano interagire nello stesso ambiente senza condividere alcuno schema concettuale; e come, nel mondo sociale, le intenzioni e i comportamenti umani siano resi possibili da una realtà che è anzitutto data, e che solo in un secondo momento potrà essere interpretata e, se necessario, trasformata. Esauritasi la stagione del postmoderno, il nuovo realismo ha intercettato un diffuso bisogno di rinnovamento in ambiti extradisciplinari come l'architettura, la letteratura, la pedagogia, la medicina.  L'ultima corrente filosofica inaugurata ha provocato resistenze e critiche da parte dei sostenitori del postmodernismo e del pensiero debole.  Altre saggi: “Differenze. La filosofia dopo lo strutturalismo” Milano: Multhipla); “Tracce. Nichilismo moderno postmoderno, Milano: Multhipla); Mimesis, La svolta testuale. Il decostruzionismo in Derrida, Lyotard, gli “Yale Critics”, Pavia: Cluep); L’ermeneutica (Genova: Marietti); Proust, Milano: Guerini e associati,  Storia dell'ermeneutica, Milano: Bompiani);Nietzsche (Milano: Bompiani; Cronistoria di una svolta, in Heidegger, La svolta, Genova: il Melangolo (traduzione e conclusione,  Postille a Derrida, Torino: Rosenberg et Sellier); La filosofia e lo spirito vivente, Roma: Laterza); Mimica. Lutto e autobiografia da Agostino a Heidegger, Milano: Bompiani); “Storia della volontà di potenza, Milano: Bompiani) Analogon rationis, Milano: Pratica filosofica,  1nterpretazione ed emancipazione. Milano: Cortina); L'immaginazione, Bologna: il Mulino); Estetica, (con altri autori), Torino: Pomba); Il gusto del segreto, con Derrida, Bari: Laterza); Estetica razionale, Milano: Cortina); Honoris causa a Derrida, Torino: Rosenberg e Sellier); Una Ikea di università, Milano: Cortina); Il mondo esterno, Milano: Bompiani); L'altra estetica, (con altri autori), Torino: Einaudi); Derrida, Roma: Laterza); Ontologia, Napoli: Guida); Goodbye Kant!, Milano: Bompiani); “Dove sei? Ontologia del telefonino, Milano: Bompiani); “Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede?, Milano: Bompiani); Sans papier. Ontologia dell'attualità, Castelvecchi: Roma); La fidanzata automatica, Milano: Bompiani); Il tunnel delle multe. Ontologia degl’oggetti quotidiani, Torino: Einaudi); Storia dell'ontologia, Milano: Bompiani,  Una Ikea di università. Alla prova dei fatti, nuova edizione, Milano: Raffaello Cortina; “Piangere e ridere davvero. Feuilleton, Genova: Il melangolo); Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari: Laterza); Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Derrida, Milano: Bompiani); Filosofia per dame, Parma: Guanda); Anima e iPad, Parma: Guanda); Manifesto del nuovo realismo, Roma-Bari: Laterza,  Bentornata Realtà. Il nuovo realismo in discussione, con Caro, Torino: Einaudi); Lasciar tracce: documentalità e architettura, Visconti e Capozzi, Milano: Mimesis); Filosofia Globalizzata, con Caffo, Milano: Mimesis); Realismo Positivo, Torino: Rosenberg e Sellier); Spettri di Nietzsche, Guanda: Parma); Mobilitazione Totale, Roma-Bari: Laterza); I modi dell'amicizia, con Varzi, Napoli-Salerno: Orthothes); Emergenza, Torino: Einaudi); L'imbecillità è una cosa seria, Bologna: il Mulino); Filosofia teoretica, con Terrone, Bologna: il Mulino,  Postverità e altri enigmi, Bologna: il Mulino); Il denaro e i suoi inganni, con Searle, Torino: Einaudi); Intorno agl’unicorni. Supercazzole, ornitorinchi, ircocervi, Bologna: il Mulino); Il capitale documediale. Prolegomeni, in Scienza Nuova. Ontologia della trasformazione digitale, Torino: Rosenberg e Sellier. Responsabile scientifico di "Pensiero in movimento", Pearson Libri in collana di quotidiani: Oltre che diverse curatele e interventi per il "Caffè Filosofico" del settimanale l'Espresso e la collana "Capire la Filosofia" de la Repubblica si segnalano:   "Felicità. Cos'è la ricerca della felicità?", Roma, la Repubblica,  "Libertà. Quando si è davvero liberi?", Roma, la Repubblica,  "Arte. Perché certe cose sono opere d'arte?", Roma, la Repubblica,  "Male. È possibile vivere senza il male?", Roma, la Repubblica,   "Uguaglianza. C'è qualcuno più uguale degli altri?", Roma, la Repubblica,   "Bellezza. C'è una regola del bello?", Roma, la Repubblica, s  "Mente. La mente è soltanto il cervello?", Roma, la Repubblica,  "Morale. C'è un solo modo giusto di vivere?", Roma, la Repubblica,   "Potere. Perché si lotta per il potere?", Roma, la Repubblica,  "Pensiero. Che cosa significa pensare?", Roma, la Repubblica,  "Violenza: La violenza è inevitabile?", Roma, la Repubblica,   "Passione: Chi decide, la ragione o la passione?", Roma, la Repubblica,  "Senso: Che cosa ci manca quando diciamo che la vita non ha senso?", Roma, la Repubblica,   "Linguaggio: Si può pensare senza parole", Roma, la Repubblica, s"Scienza: Che cosa sanno gli scienziati?", Roma, la Repubblica, v "Filosofia: A cosa servono i filosofi?", Roma, la Repubblica, ha curato, oltre a partecipare con singoli interventi, la seconda serie del "Caffè Filosofico" di Repubblica curandone gli epiloghi.  Nel biennio - ha diretto e condotto tre serie del programma televisivo Zettel Filosofia in movimento in onda su Rai Scuola. Nel  e nel  ha continuato tale lavoro nel programma televisivo "Lo stato dell'arte", in onda su RAI5. Conduce la rubrica di Rai cultura "Opera aperta", in onda sullo stesso canale.  “F.", in D. Antiseri e S. Tagliagambe, Filosofi italiani contemporanei, Milano: Bompiani,   "Maurizio Ferraris", la Repubblica,  Per una rassegna completa del dibattito sorto intorno al "Manifesto del New Realism" si veda Copia archiviata, su labont. Nuovo Realismo | Il sito ufficiale della rassegna nuovo realismo  R. Scarpa, Ilcaso Nuovo Realismo. La lingua del dibattito filosofico contemporaneo, Milano-Udine, Mimesis, Reperibileonline. Questi ealtri riferimenti, con resoconti e presentazioni degli incontri, sono quireperibili: nuovorealismo Si vedano ancora, tra gli altri, Bazzanella, La filosofia e il suo consumo. Il nuovo New Realism, Trieste, Asterios,; Perché essere realisti? Una sfida filosofica, Andrea Lavazza e Vittorio Possenti, Milano-Udine, Mimesis,; L. Somigli (a cura di), Negli archivi e per le strade. Il ritorno alla realtà nella narrativa di terzo millennio, Roma, Aracne,; Architettura e realismo, Milano Maggioli,  Il Caffè Filosofico. La filosofia raccontata dai filosofi  Lo stato dell`arteIl  di RAI Cultura dedicato alla filosofia, in Il  di RAI Cultura dedicato alla filosofia.  “F.", in Antiseri e Tagliagambe, Filosofi italiani contemporanei, Milano: Bompiani,  "Ontologia analitica e ontologie continentali: F. e i filosofi italiani di impostazione analitica", in Esposito e Porro, Filosofia contemporanea, Roma: Laterza,  dal  Rassegna Stampa Nuovo Realismo, sul sito del Labont: raccolta estesa di tutti gli interventi a proposito della proposta teorica sul realism. Documentalità Ontologia Ermeneutica Realismo. Treccani. CTAOCentro Interuniversitario di Ontologia Teoretica ed Applicata, Laboratorio di Ontologia, su labont. Il «questionario Proust» a F., su elapsus. F., il Nuovo Realismo, sul  RAI Filosofia, su filosofia.rai. Parsons sociologo Parsons. Sociologo. Parsons produsse una teoria generale per l'analisi della società chiamata "struttural-funzionalista", nella quale sono evidenti i richiami a Durkheim, Weber, all'antropologia culturale nonché all'etnologia. Cerca di combinare "azione sociale" e "struttura" in un'unica teoria non limitata al solo funzionalismo.  Il suo lavoro ha avuto grande influenza quando la ricerca era quasi solamente empirica) proponendo una visione delle scienze sociali più raffinata. Pur essendo un riferimento per sociologi contemporanei importanti come Habermas e Luhmann, il suo favore si è gradualmente ridotto nel tempo e il più importante tentativo di far rivivere il pensiero di Parsons, sotto l'etichetta di "neofunzionalismo", si deve ad Alexander. Parsons nasce a Colorado Springs. Frequenta l'università ad Amherst, Massachusetts, ed è orientato allo studio della biologia e alla medicina, ma s’interessa progressivamente all'economia e alle scienze sociali, anche grazie alle opere di Durkheim e Weber.  Dopo Amherst, Parsons si reca alla London School of Economics, dove subisce l'influenza dei lavori di economisti quale Laski e Tawney, gli antropologi culturali Malinowski e Radcliffe-Brown, e i sociologi Ginsberg e Hobhouse. Grazie ad una borsa di studio in Sociologia ed Economia, si trasferisce a Heidelberg, dove consegue il dottorato con una tesi sull'origine del capitalismo in Weber e Sombart.  Tornato negli Stati Uniti Parsons insegna a Harvard. Entra a far parte del Dipartimento di Sociologia (diretto da Sorokin, con il quale Parsons è in disaccordo) e successivamente presso il Dipartimento di Relazioni Sociali (diretto dallo stesso Parsons). Viene eletto presidente dell'American Sociological Association.  Muore a Monaco di Baviera.  Lo struttural-funzionalismo L'approccio di Parsons è definito struttural-funzionalismo, poiché si propone di individuare la struttura di fondo della società e di comprenderla mostrando le funzioni assolte dalle sue parti. Si riallaccia al funzionalismo di Durkheim, il quale riconduce ogni fenomeno alla funzione che esso ha all'interno dell'insieme di cui è parte, la società. Alcuni hanno proposto per la sociologia di Parsons il termine "approccio sistemico". Comunque, in linea di massima, ciò che Parsons si propone di fare è di integrare i due approcci opposti di Weber e Durkheim; il primo infatti pone l'accento sul ruolo dell'individuo, il secondo sul ruolo della società.  L'azione sociale In La struttura dell'azione sociale, Parsons afferma che l'azione (o atto) è l'unità elementare di cui si occupa la sociologia. L'atto richiede i seguenti elementi:  L'attore, colui che compie l'atto; Un fine verso cui è orientato l'atto; Una situazione di partenza da cui si sviluppano nuove linee d'azione e in cui vi sono le condizioniambientali, sulle quali l'attore non ha possibilità di controllo, e i mezzi che invece l'attore controlla e utilizza; Un orientamento normativo dell'azione, che porta l'attore a preferire certi mezzi ad altri e certe vie ad altre, tuttavia basandosi sul sistema morale vigente nella sua società. Si nota come Parsons si sforzasse in questa visione di contrastare da un lato il comportamentismo, la tendenza cioè a ridurre l'azione umana a mero meccanismo di risposta a stimoli, togliendo ogni ruolo alla volontà; dall'altro l'utilitarismo, che spiega tutte le azioni in base a un interesse eliminando il ruolo dell'orientamento normativo. Le norme collegano l'individuo alla società di cui è parte, il che in parte riduce il libero arbitrio umano: l'uomo nel suo comportamento è vincolato da queste norme sociali (se non le segue è sottoposto a sanzioni), e queste norme sono espressione dei valori di fondo di una cultura. Mostrando dunque come l'azione individuale vada ricollegata alla società nel suo insieme - tramite le norme - Parsons ha già in parte trovato un punto di congiunzione nella dicotomia individuo/società. Un successivo passo avanti è compiuto con la definizione del concetto di sistema.  Il concetto di sistemaModifica Ne Il sistema sociale Parsons definisce il sistema come un insieme interrelato di parti che è capace di autoregolazione e in cui ogni parte svolge una funzione necessaria alla riproduzione dell'intero sistema. Ogni sistema dev'essere in grado di svolgere almeno quattro funzioni (secondo il celebre schema AGIL). Parson applicò questo concetto teorico anche alla famiglia nucleare, nel suo caso quella americana, per giustificare i ruoli:  Adattamento all'ambiente; (Adaptation) il sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema economico. Nella famiglia ad occuparsi di questo ruolo era il padre, il quale attraverso il lavoro (l'economia) manteneva la famiglia, garantendone la sopravvivenza. Definizione dei propri obiettivi; (Goal attainment) il sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema politico. Nella famiglia a guidare i vari membri verso gli obiettivi e scopi precisi era il padre. Integrazione delle parti componenti; (Integration) il sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema giuridico e il sottosistema religioso. Nella famiglia, a regolare i conflitti interni, era il padre. Conservazione della propria organizzazione; (Latency pattern maintenance) i sottosistemi che svolgono questa funzione sono il sottosistema della famiglia e il sottosistema della scuola. Nella famiglia, ad insegnare, promuovere e mantenere i modelli (latenti) di comportamento su cui, all'epoca, si reggeva la società, era la madre. In realtà nella visione di Parsons gli individui non sono singole persone ma persone che svolgono dei ruolispecifici, modelli di comportamento regolati da norme ed orientati all'espletamento di una funzione: Parsons non tratta dei signori X e Y, ma dell'insegnante e del meccanico. Il sistema sociale è dunque un sistema di ruoli. Nell'ambito del proprio ruolo ogni individuo entra in relazione con gli altri e contribuisce alla riproduzione del sistema nel suo complesso. I ruoli fanno anche parte delle istituzioni, sottounità del sistema sociale che implicano più ruoli interagenti tra loro: la scuola, ad esempio (fatta dei ruoli di insegnante, studente, bidello, ecc.), la famiglia (padre, madre, figli).  Lo stesso argomento in dettaglio: AGIL. Famiglia e socializzazione Si è già detto che in pratica il congiungimento tra l'individuo e la società avviene tramite le norme. Ma in che modo le norme diventano parte dell'individuo? Parsons riprende da Freud il concetto di interiorizzazione (in Freud chiamato introiezione): ogni individuo impara a seguire certe norme e a vivere in società attraverso la formazione di un'istanza psichica (il “super-io”) che riproduce l'autorità inizialmente al di fuori di noi ma che poi noi interiorizziamo. Questa interiorizzazione delle norme e dei valori avviene nel corso del processo di socializzazione, che si realizza nell'infanzia grazie alla famiglia. Il ruolo della famiglia nell'ambito del sistema sociale è quello di educare i figli e socializzarli. La famiglia in Parsons è nucleare, composta cioè solo dai due genitori e dai figli, residente in un'abitazione indipendente mononucleare. All'interno della famiglia avviene una differenziazione di funzioni e ruoli: la moglie/madre assume il ruolo di casalinga che cura i figli e la casa; il padre/marito è il bread-winner, colui che porta il pane a casa, cioè che si procura di che da vivere, e il leader strumentale che si occupa dell'interazione tra famiglia e società. Questi due ruoli sono complementari, l'uno non esiste senza l'altro. I figli e le figlie svilupperanno una personalità che farà propri i valori dei genitori e la differenziazione dei ruoli tra i due genitori.  Variabili strutturali e universali evolutiviModifica Parsons definisce un insieme di parametri sulla base dei quali è possibile classificare società e culture diverse: sono le variabili strutturali (pattern variables). Esse sono scelte binarie di fondo compiute da una cultura nel corso della sua esistenza:  Particolarismo/universalismo. È la differenza tra il comportamento di un genitore e quello di un giudice. Il primo è ispirato a criteri particolaristici, che magari avvantaggiano il figlio ma non un altro individuo. Il secondo è ispirato a criteri universalistici, le regole che applica valgono per tutti indifferentemente ("la legge è uguale per tutti"). Diffusione/specificità. Nel primo caso l'azione è orientata a tener conto di tutti gli aspetti della personalità di chi mi sta davanti, nel secondo l'azione si basa sul ruolo: quando interagisco con un amico tengo conto dell'insieme della sua personalità; quando un commesso interagisce con un cliente tiene conto solo dell'aspetto "cliente" di quell'uomo. Ascrizione/acquisizione. È l'importanza che una società attribuisce a chi ha tratti derivatigli dalla nascita quali colore della pelle o famiglia di provenienza (ascrittivi), oppure per ciò che quell'individuo è stato capace di realizzare nel corso della sua esistenza (tratti acquisitivi). Affettività/neutralità affettiva. La differenza tra sistemi d'azione nei quali vi è una gratificazione affettiva (madre/figlio) o dove le relazioni si basano sul distacco affettivo (funzionario/cliente). Interessi collettivi/interessi privati. Il diverso orientamento nell'agire degli individui; il medico è orientato verso interessi collettivi, l'imprenditore verso interessi privati (il proprio utile). In Il sistema sociale Parsons afferma che le società moderne sono caratterizzate da azioni universalistiche e danno importanza ai tratti acquisitivi; le società tradizionali si basano su azioni particolaristiche e tratti ascrittivi.  Per universali evolutivi, invece, Parsons intende dei modelli organizzativi che emergono in una società nel corso della sua storia e che ne permettono l'adattamento all'ambiente ed il suo successo rispetto a società che ne sono prive. Nel corso dell'evoluzione umana, le società primitive hanno visto l'affermazione di universali evolutivi quali i concetti di linguaggio, religione, parentela (incentrata sul tabù dell'incesto), tecnologia (tecniche che portano l'uomo a controllare la natura). Nella rivoluzione neolitica diventano universali evolutivi i concetti di sistema di stratificazione sociale e di organizzazione politica. La società moderna è caratterizzata da quattro universali evolutivi: la burocrazia, il mercato, le norme universalistiche, la democrazia. In pratica solo quelle società che nel corso della loro evoluzione hanno sviluppato questi concetti, questi universali, hanno raggiunto la maturità, la modernità.  Parsons effettua una classificazione delle società, basandosi sul criterio secondo il quale la classificazione va redatta riconoscendo che una società è più avanzata nella misura in cui la sua organizzazione sociale può essere adattabile per tutti. Questo concetto fa parte delle sue teorie evoluzionistiche e neo evoluzionistiche. Abbiamo quindi 3 stadi di società:  - società primitive: dove la parentela è l'elemento principale e dove vi sono meno differenze tra gli individui - società intermedie: dove vi è la scoperta della scrittura come passo fondamentale e dove è presente più stabilità sociale - società moderne: dove abbiamo una maggiore autonomia delle persone grazie al diritto universalistico e dove la cultura ha un ruolo preponderante  L'evoluzionismo non è mai lineare, poiché nell'evoluzione umana c'è molta varietà. Parsons procede quindi all'analisi specifica delle società seguendo la loro evoluzione:  - Organizzazioni legate al Sacro: società antiche dove è forte l'influenza della mitologia e della religione e dove vi è uno stato di chiusura mentale che non dà spazio all'innovazione. - Società tradizionale: l'organizzazione sociale è divisa per parentela e per gruppi di età mentre l'economia è semplice e si utilizzano risorse date dalla terra - Società tecnologiche: l'ambiente tecnologico si frappone tra le persone e natura grazie ai macchinari, vi è una forte divisione del lavoro e una distinzione tra proprietari e consumatori che lottano per soddisfare i propri bisogni. Vi è quindi un'alienazione dell'uomo e una larga diffusione della burocrazia. - Società urbana: dove la città è il simbolo più evidente e dove le classi sociali assumono un ruolo dominante, esse sono divise in "élite" ovvero gruppi di persone che grazie alla loro influenza contribuiscono all'agire storico di una collettività. Abbiamo sei tipi di élite: tradizionali, tecnocratiche, proprietarie, carismatiche, ideologiche, simboliche.  Ulteriore sviluppo Le teorie di Parsons sono state sviluppate ulteriormente da Merton, Luhmann e DONATI (si veda). Critiche. L'opera di Parsons apparve a lungo isolata ed astratta, e come tale fu derisa, per esempio dai sociologi Pitirim Sorokin e da Mills, che ne indicava efficacemente anche le implicazioni sociologiche conservatrici.  Il pensiero di Parsons è stato spesso accusato di etnocentrismo per il fatto di aver assunto le società occidentali come il modello a cui tutte le altre società dovevano tendere e conformarsi. Egli vedeva infatti il processo di modernizzazione come un processo unilineare. L'etnocentrismo di Parsons è presente anche negli studi sulla trasformazione della famiglia, facendo riferimento soprattutto alla famiglia nordamericana bianca, appartenente al ceto medio. In questo senso poi le critiche sono venute soprattutto dai movimenti femministi che non hanno accettato la tendenza di Parsons a ratificare la subordinazione di fatto della donna a partire dalla tesi di complementarità dei ruoli dei coniugi.  Parsons viene criticato anche da Merton. Attribuendo a Parsons una valenza sempre positiva all'ordine sociale, Merton ritiene che quest'ultimo è anche fonte di disordine. Per Parsons tutte le istituzioni sono funzionali per la società, mentre Merton rileva l'esistenza di disfunzioni.  L'attore di Parsons sarebbe un over-socialized man, cioè un uomo iper socializzato ai valori, che ha un comportamento del tipo conformistico e che si comporta come la gente vorrebbe che egli si comportasse.  OpereModifica Ulteriori informazioni Questa sezione sull'argomento sociologia è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Elenco delle principali opere:  La struttura dell'azione sociale, Il sistema sociale, Toward a General Theory of Action (con Shils et alii), Working Papers in the Theory of Action (con Bales, Shils et alii), Saggi di teoria sociologica, Famiglia e socializzazione, Structure and Process in Modern Societies, Sociological Theory and Modern Society, Politics and Social Structure, Hamilton, Parsons, Bologna, il Mulino, Marinelli, Struttura dell'ordine e funzione del diritto. Saggio su Parsons, Milano, Angeli, Prandini, a cura di, Talcott Parsons, Milano, Bruno Mondadori, Gerhardt, Parsons. An Intellectual Biography, Cambridge, Marra, Parsons. Valori, norme, comportamento deviante, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», Segre, Parsons: un'introduzione, Roma, Carocci, Bortolini, L'immunità necessaria. Talcott Parsons e la sociologia della modernità, Roma, Meltemi, Hart (ed.), Parsons. A Collection of Essays in Honour of Parsons, Chester, Ruolo di genere Giddens Luhmann Dahrendorf Habermas Touraine A Parsons, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Parsons, su sapere.it, Agostini. Parsons, su Enciclopedia Britannica, Parsons, su Mathematics Genealogy Project, North Dakota State University. Opere di Talcott Parsons, su Open Library, Internet Archive.  Portale Biografie   Portale Sociologia Funzionalismo (sociologia) posizione dominante tra le teorie sociologiche contemporanee  Merton sociologo statunitense. Grice: “There is a big difference between ‘inter-subjective’ and ‘inter-personal’ – and then there’s inter-active, co-active, and shared – intenzionalita condivisa --. Subject applies to object, so inter-subjective should be used when a neutral common ground (the object that both subjects perceive) matters. Usually, this is not the case, since our focus is communication or psi-transfer. However, ‘interpersonal’ is too vague because we never know what a person is. Co-active and inter-active seem better, alla Parsons. The dyad or interpersonal or interactional unit, where A orientates his action towards B and reciprocally or mutually so does B. Co-operation.” Keywords: the ontology of the intersubjective – inter-soggetivo – a functionalist approach to the inter-subjective – Grice as an ‘intersubjectivist’ – Grice as a meta-theorist of the inter-subjective. The inter-subjective conditions for the understanding of pretty subjective utterances like, “That pillar-box seems red to me.” Collective intentionality, shared intentionality, and the inter-subjective – inter-subjective and inter-personal. ‘conversational’ as short for ‘inter-subjective’ and ‘inter-personal’. Grice’s definition of ‘implicature’ as relying on utterer AND addressee. Grice’s definition of communication as relying, obviously, on utterer and addressee. Ferraris reccognises the rhapsodies of Austin needed some systematization, and while Ferraris refers to Grice, he does so very superficially -- and more. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferraris” – The Swimming-Pool Library. Maurizio Ferraris. Ferraris.  

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrero: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale arimmetica – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Abstract. Grice: “My Oxonian pupils are often mesmerised by the interest the Italian philosophers place on Crotone, a little nothing in the middle of nothing. But then we only have Stonehenge that compares!” Keywords: Crotone. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “Just for having written on the influence of Pythagoras on the Roman world, Ferrero is highly commendable! Pythagoras is crucial for Plato; and Pythagoras taught of course at what would be a Roman cives, ‘Croto.’ So it all relates!” -- Italian philosopher, author of “Pigatorismo nel mondo romano.” La Storia del Pitagorismo nel mondo romano vide la luce grazie al contributo della Fondazione Parini-Chirio e della Facoltà di Lettere dell’Torino e rappresenta ancora oggi uno dei contributi più alti alla Storia della Filosofia Romana. Animato da uno spirito che potrebbe senza dubbio definirsi per mezzo del sentimento dell’importanza maggiore, nella storia delle idee dell’Antichità, di coloro che Aristotele chiamava “i filosofi italiani”, di coloro che hanno fatto fiorire sulla terra d’Italia uno dei rami più vigorosi del pensiero filosofico occidentale. Ricco di elementi ed agile nella prosa, il libro è uno dei più importanti, se non l’unico, contributo che rende ragione della relazione tra filosofia romana e  pitagorica, rinvenendo l’importanza del pensiero speculativo alla base della cultura romana classica.  Su questa base l’a. arriva a sostenere l’idea nuova ed originale dell’ideale che l’organizzazione pitagorica ha, in ogni tempo, proposto alla classe dirigente romana che l’accolto e realizzato, non dimenticando che il fine della filosofia pitagorica è la formazione del politico.  Il piano dell’opera è semplice e chiaro. Due parti e cinque capitoli solamente permettonodi abbracciare una storia che si estende sui secoli storici della Roma antica, arricchite da un’ampia consultazione delle fonti e da un indice analitico che ne facilita la consultazione.  Si laurea con Rostagni, a Torino. Insegna a Trieste.  Ferrero is not the first to claim Italianita and Romanita for Pythagoras. After all Pythagoras’s father was an Etruscan! Numa learned from him! CICERONE corrects here – it’s the tradition that counts – Livio also notes that a book by Numa was destroyed: by that time, the republic had an official religion and Pythagorianism was not part of it! The Cusano thought that the Holy Trinity is Pythagorean. Ficino claims Plato is Pythagorean via his tutor who was Pythagoras’s tutee – Pico asks Ficino for advice on these maters. Caparelli thinks it’s all Pythagoreian. The important bit is politic, and ethnic. Pythagoreanism became popular in the rest of Europe via Italy, that always showed more of an interest for ancient history than the Germanic peoples – perhaps because runes do not give so easily to history! ARISTOSSENO ('Αριστόξενος, Aristoxĕnus) di Taranto. Filosofo peripatetico, scolaro di Aristotele, della prima generazione che seguì a quella del maestro. È il più grande teorico greco di ritmica e di musica. Prima seguace del pitagorismo, sviluppò poi in seno alla scuola peripatetica la sua tendenza alla ricerca naturalistica. I suoi Elementi di armonia eccellono per l'esattezza della ricerca e della elaborazione teoretica, condotta non in base agli astratti presupposti aritmetici dei pitagorici, ma all'osservazione diretta dei fenomeni del suono (v. Grecia: musica). Tuttavia, egli continuò ad apprezzare nella musica l'elemento etico e l'efficacia di educazione spirituale. Col suo temperamento di studioso di musica è in accordo la sua dottrina dell'anima come armonia, che già doveva essere stata propugnata dal più antico pitagorismo, trovandosi pure ricordata e combattuta nel Fedone platonico. Egli si occupò, del resto, anche di altre questioni (di scienza naturale, psicologia, morale, politica, aritmetica) e compose narrazioni storiche, che non ci sono peraltro messe in troppo buona luce dai frammenti rimastici, in cui le notizie su Socrate e su Platone o sono inattendibili o rivelano troppo pertinace intento di svalutazione polemica.  Pei frammeriti degli 'Αρμονικά vedi le edizioni moderne di Marquard (con commento e versione tedesca, Berlino), di Westphal (A. v. Tarent, Melik und Rhytmik des Klassischen Hellenentums, versione e commento, Lipsia) e di H.S. Macran (The Harmonics of Aristox. ed. with transl., notes, introd. and index of words, Oxford). Bibl.: von Jan, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl. d. class. Altertumswis, che contiene ulteriori indicazioni bibliografiche, per cui cfr. anche Ueberweg, Grundriss d. Gsch. d. Philos., Berlino; L. Laloy, A. de Tarente, disciple d'A., et la musique dans l'antiquité, Parigi 1924.  La restituzione della Geometria Pitagorica Il teorema dei due retti – Il teorema di Pitagora Il Pentalfa – I Poliedri regolari Il simbolo dell'universo Dimostrazione del "postulato" di Euclide.  PREMESSE. Proclo, capo della Scuola d'Atene, ci ha lasciato un prezioso commento su Euclide, dal quale commento si traggono le più precise ed importanti notizie che i moderni posseggano sui risultati conseguiti e le scoperte fatte in geometria da Pi-tagora e dalla sua scuola. Secondo Proclo Pitagora trasforma questo studio e ne fece un insegnamento liberale; perché rimonta ai principi superiori e ricerca i teoremi astrattamente e con l'intelligenza pura; è a lui che si deve la scoperta degli irrazionali e la costruzione delle figure del cosmo (poliedri regolari). PROCLO, Com. in Euclidem, ediz. Teubner: la traduzione su riportata è quella del Tannery TANNERY, La Géométrie grecque; comment son histoire nous est parvenue et ce que nous en savons, Gauthier-Villars, Paris). Non è una traduzione alla lettera; e non per pedanteria, ma per fedeltà al pensiero pitagorico, notiamo che il testo greco non dice che Pitagora rimonta ai principi superiori della geometria, ma ἄνωθεν τὰς ἀρχὰς αὐτῆς ἐπισλοπούμενος, che significa: considerando dall'alto i principi della geometria. Anche Loria (Le scienze esatte nell'antica Grecia), riporta il passo con una traduzione analoga a quella del Tannery. Proclo ci attesta inoltre che Eudèmo, il peripatetico, attribuisce ai pitagorici la scoperta del teorema dei due retti (in un triangolo qualunque la somma degli angoli è eguale a due retti), ed asserisce che ne davano la dimostrazione che consiste (fig. 1) nel condurre per uno dei vertici A la parallela al lato opposto e nell'osservare che, essendo eguali gli an- goli alterni interni formati da una trasversale con due rette parallele, la somma dei tre angoli del triangolo è eguale a quella di tre angoli consecutivi formanti un angolo piatto. Questa, dice Proclo, è la dimostrazione dei pitagorici. b) «Sei triangoli equilateri riuniti per il vertice riempiono esattamente i quattro angoli retti, lo stesso tre esa- goni e quattro quadrati. Ogni altro poligono qualunque di cui si moltiplichi l'angolo darà più o meno di quattro retti; questa somma non è data esattamente che dai soli Cfr. TANNERY, Le Géométrie Grecque, PROCLO, ediz. Teubner MIELI riporta il passo nel testo greco in Le scuole ionica, pythagorica ed eleatica, Firenze 1Eudemo da Rodi, l'eminente discepolo di Aristotele. poligoni precitati, riuniti secondo i numeri dati. È un teorema pitagorico. Pitagora scoprì il teorema sul quadrato dell'ipote- nusa di un triangolo rettangolo. Se si ascoltano coloro che vogliono raccontare la storia dei vecchi tempi, se ne possono trovare che attribuiscono questo teorema a Pita- gora, e gli fanno sacrificare un bue dopo la scoperta. Secondo Eudemo (οἱ περὶ τὸν Εὔδημον) la parabola delle aree, la loro iperbole e la loro ellisse, sono scoperte dovute alla musa dei pitagorici». Con questa nomenclatura, classica dopo Euclide, ed oggi non più usata, Proclo designa i problemi dell'appli- cazione semplice, dell'applicazione in eccesso e di quel- la in difetto, ossia attribuisce ai pitagorici la costruzione geometrica, dell'incognita delle tre equazioni6: ax=b2; x(x+a)=b2; x(a – x)=b2 e) L'impiego del pentagono stellato, o pentagramma, o pentalfa, come segno di riconoscimento. f) La costruzione dei poliedri regolari, ed in particola- re l'inscrizione del dodecaedro (regolare) nella sfera7. 4 PROCLO, ediz. Teubner, PROCLO, ediz. Teubner Questo teorema è attribuito a Pitagora anche da DIOGENE LAERZIO, VIII, 12, da PLUTARCO, da VITRUVIO (De Architectura), e da ATENEO. 6 PROCLO, ediz. Teubner PROCLO, ediz. Teubner Per quest'ultimo punto vedi anche GIAMBLICO – De Vita Pythagorae Queste, insieme a poche altre che avremo occasio- ne di vedere in seguito, sono le scarse notizie che oggi si possiedono sulle scoperte geometriche dei pitagorici; le dobbiamo a Proclo che a sua volta le ha tratte dalla fon- te attendibile di Eudemo. Bisogna però notare che il Tannery, nel magnifico studio sopra citato, non solo condivide il punto unanimemente concesso che Proclo non ha conosciuto personalmente nessuna opera geome- trica anteriore ad Euclide, ma sostiene anche la tesi che Proclo non ha neppure utilizzato direttamente la storia geometrica composta anteriormente ad Euclide da Eudemo, quantunque lo citi assai spesso8, e che conosce e cita Eudemo solo di seconda mano, e precisamente attraverso Gemino, un greco, probabilmente, nonostante il nome latino. Quanto ad Eudemo, per spiegare l'origine delle indicazioni passabilmente numerose e circostanziate perve- nuteci per suo mezzo relative ai lavori della scuola pitagorica, Tannery sostiene che deve essere esistita un'o- pera di geometria, relativamente considerevole, che Eudemo deve avere avuto tra le mani, opera composta dopo la morte di Pitagora, approssimativamente verso la metà del V secolo. È forse l'opera che Giamblico designa come: la tradizione circa Pitagora. Osserva il Tan- nery10 che, in base al riassunto storico di Proclo, nel trat- tato di geometria greca di cui si può sospettare l'esisten- TANNERY, La Géom. gr., TANNERY, La Géom. gr. TANNERY, La Géom. gr.,  za, il quadro era già quello che riempiono gli «Elementi» di Euclide, dal I libro (teorema dei due retti), al 10o (scoperta degli incommensurabili), al 13o (costruzione dei poliedri regolari). Questo è il coronamento dell'uno e dell'altro; cioè del riassunto di Proclo e degli Elementi di Euclide. «Toute la Géométrie élémen- taire nous apparait ici, comme sortie brusquement de la tête de Pythagore, de même que Minerve du cerveau de Jupiter. Nulla però sappiamo circa le dimostrazioni dei teoremi, le risoluzioni dei problemi ed in generale la trattazione delle questioni riportate da Proclo – Gemino – Eudemo; nulla, all'infuori della dimostrazione del teorema dei due retti cui a prima vista non manca niente. La dimostrazione su riportata, ed attribuita da Eudemo ai pitagorici, non coincide con quella che si trova nel testo di Euclide (prop. 32) ma ne differisce di poco. Euclide dimostra prima che un angolo esterno di un triangolo è eguale alla somma dei due interni non adia- centi, basandosi sopra la proposizione 29, a sua volta basata sul V postulato, o postulato delle parallele o postulato di Euclide. Il passaggio al teorema sopra la som- ma dei tre angoli di un triangolo è immediato ed è effet- tuato da Euclide nella proposizione stessa. Teorema e dimostrazione sono però, come osserva Vacca, anteriori ad Euclide; perché, come è stato osser- TANNERY, La Géom. gr., VACCA Euclide – Il primo libro degli elementi, Testo greco, versione italiana e note, Firenze vato da Heiberg, Aristotele in un passo della Metafisica si riferisce non solo a questo teore- ma ma a questa stessa dimostrazione di Eudemo. A questo punto dobbiamo sollevare una questione im- portante dal duplice punto di vista storico e teorico. La dimostrazione cui si riferisce Aristotele, e che è quella stessa che Eudemo attribuisce ai pitagorici, si basava anche essa come quella di Euclide, sopra un postulato equivalente a quello posteriormente ammesso e formu- lato da Euclide? Proclo si serve nel passo che riporta da Eudemo del termine di parallela, dice anzi: παράλληλος ἠ, la parallela; fa lo stesso anche Eudemo, e fanno lo stesso anche i pitagorici di cui parla Eudemo? Ed in tal caso quale era l'accezione e la definizione, per loro, della parola: parallela? Ed in relazione a questa questione di ordine storico si presenta l'altra di ordine teorico: per dimostrare il teorema dei due retti, è necessario basarsi sopra il famoso postulato di Euclide, o sopra un postulato equivalente? Possiamo rispondere che il postulato di Euclide non è necessario per poter dimostrare il teorema dei due retti; non solo, ma anche la dimostrazione cui si riferisce Aristotele, e che è secondo Eudemo quella stessa dei pita- gorici, si può fare senza ammettere o premettere il V postulato, o, ciò che è equivalente, senza ammettere o pre- mettere la unicità della non secante una retta data passante per un punto assegnato. Se infatti si ammette, per esempio come fa il Severi, il postulato che: in un piano il luogo dei punti situati da una parte di una retta ed aventi da questa una data distanza, è ancora una retta, si può osservare: che tale retta è unica; che per poter dimostrare come questa retta, cioè l'unica equidistante dalla retta data passan- te per il punto assegnato, è anche l'unica non secante della retta data, Severi ricorre al postulato di Archimede, il che prova che il postulato ammesso dal Severi non è equivalente al postulato di Euclide; che la dimostrazione data dal Severi del teorema dell'angolo esterno, e del teorema sopra la somma degli angoli di un triangolo (e che è quella di Euclide), si basa in realtà sopra le sole proprietà della equidistante (la parallela del Severi), e, sebbene nel testo ne sia preceduta, non si basa sulla proprietà formulata dal postulato di Euclide. Basta condurre per il vertice la equidistante dal lato op- posto ed applicare la proprietà degli angoli alterni interni, ossia basta basarsi sul postulato del Severi e non su quello di Euclide. SEVERI, Elementi di Geometria, Firenze, È l'edizione non ridotta. SEVERI, Elem. di Geom.,SEVERI, Elem. di Geom. Vedremo in seguito come se ne possa fare a meno, occorre però sempre ricorrere ad un postulato. SEVERI, Elem. di Geom., ISEVERI, Elem. di Geom. Ne segue che la dimostrazione cui si riferisce Aristotele può benissimo sussistere sulla base di un postulato come quello del Severi o di un postulato ad esso equiva- lente, e che è legittimo sollevare la questione di ordine storico sopra esposta. Ma noi la lasceremo per il mo- mento da parte, perché per quanto riguarda gli antichi pitagorici essa appare in un certo senso oziosa. Infatti, anche questo unico dato che sembrava acquisito circa le dimostrazioni dei pitagorici viene a mancare, essendo certo che gli antichi pitagorici non dimostravano il teo- rema dei due retti per questa via, ma in altro modo affat- to diverso e d'altronde anche affatto ignoto. Avverte infatti giustamente Loria. Una sola cosa bisogna notare a questo proposito, ed è che i pitagorici ai quali si deve la scoperta di questo teorema non sono per fermo gli stessi che inventarono questo ragionamento, ché altrimenti non si saprebbe comprendere come Eutocio, in un passo del commento al 1o libro delle Coniche di Apollonio (Apollonio – ed. Heiberg, Lipsiae) dica: Similmente gli antichi di- mostrarono il teorema dei due retti a parte per ogni specie di triangolo, prima per l'equilatero, poi per l'isoscele e finalmente per lo scaleno, mentre quelli che vennero dopo dimostrarono il teorema in generale: i tre angoli LORIA, Le scienze esatte nell'antica Grecia, Hoepli interni di un triangolo sono eguali a due retti». «E» con- tinua Eutocio, «chi dice questo è Gemino». In conclusione anche questo dato viene a mancare, e sappiamo solo che la proprietà sopra la somma degli an- goli interni di un triangolo non era ammessa, ma bensì dimostrata dagli antichi; e che inoltre tale dimostrazione era suddivisa in tre parti; particolare importante perché induce a ritenere quasi per certo che la dimostrazione non dipendeva dalla teoria delle parallele o da quella af- fine delle rette equidistanti. «Ai pitagorici» scrive ancora il Loria, «era noto il valore della somma degli angoli di qualunque triangolo rettilineo e sapevano dimostrare [come?] il relativo teorema; ad essi per universale consenso viene attribuita la scoperta e la dimostrazione [quale?] della proprietà ca- ratteristica del triangolo rettangolo». Siamo dunque costretti, tanto per l'uno quanto per l'altro teorema a fare delle congetture; tenendo presente che per il primo bisogna escludere la teoria delle paral- lele, e per il secondo bisogna escludere la dimostrazione contenuta nel testo di Euclide (dipendente anche essa dal postulato di Euclide), perché Proclo attesta formal- mente che tale dimostrazione del teorema di Pitagora non è di Pitagora ma di Euclide, dicendo: «per conto Cfr. MIELI, Le scuole jonica, pythagorica ed eleatica, Firenze; ivi è riportato il testo greco di Eutocio. Il LORIA riporta tutto il passo nelle «Scienze esatte. LORIA, Storia delle matematiche, Torino mio ammiro coloro che per primi investigarono la verità di questo teorema; ma ammiro ancor più l'autore degli Elementi, perché non solo lo ha assicurato con una di- mostrazione evidente, ma perché lo ha ridotto ad un teo- rema molto più generale nel suo sesto libro con stretto ragionamento. Non è noto quale fosse la dimostrazione data da Pi- tagora al suo teorema; però possiamo affermare, ci sem- bra, che Pitagora non si serva a tale scopo della proprie- tà enunciata dal postulato delle rette parallele. Altrimenti gli antichi pitagorici, che per quanto antichi erano po- steriori a Pitagora, ne avrebbero fatto uso già ed anche per il teorema dei due retti, mentre sappiamo da Euto- cio-Gemino, che solo quelli che vennero dopo dettero tale sbrigativa dimostrazione. L'Allman ha indicato come gli antichi possano essere giunti al teorema dei due retti, che egli propende ad at- tribuire a Talete. Osserva l'Allman22 che nel caso dei sei triangoli equilateri congruenti attorno ad un vertice co- mune, essendo la somma dei sei angoli eguale a quattro retti, ciascuno risulta eguale ad un terzo di due retti, e quindi i tre angoli di un triangolo hanno per somma due retti. Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non può essere la buona, perché presuppone il riconoscimento 21 Il Mieli a pag. 266 dell'opera citata riporta il testo greco di Proclo. ALLMAN, Greek Geometry from Thales to Euclid, Dublin, 1necessariamente empirico che sei triangoli equilateri (di cui si ammette l'esistenza implicitamente e così pure che siano anche equiangoli) si possano effettivamente di- sporre nella maniera indicata; mentre Proclo afferma nettamente che questo terzo punto costituiva un teorema pitagorico, il che, a meno di sofisticare sul senso preciso attribuito alla parola teorema da Proclo, indica che que- sto era il punto di arrivo e non quello di partenza. Dal caso del triangolo equilatero l'Allman passa age- volmente al caso del triangolo rettangolo particolare che se ne ottiene abbassando l'altezza. Nel caso poi del triangolo rettangolo qualunque, egli completa il rettangolo (di cui si presuppone così l'esistenza) e dice che: «he (Talete) could easily (empiricamente?) see that the diagonals are equal and bisect each other». Il triangolo rettangolo è così decomposto in due triangoli isosceli cogli angoli alla base eguali, e siccome si sa che i due consecutivi di vertice A hanno per somma un retto, lo stesso accade per la coppia degli altri due angoli ad essi rispettivamente eguali, e quindi ne deriva che la somma dei tre angoli di un triangolo rettangolo qualun- que è eguale a due retti. Di qui il teorema si estende agevolmente, sebbene Allman si dimentichi di dirlo, al triangolo isoscele, e da questo ad un triangolo qualunque. Tannery riconosce esplicitamente che dal teorema dei due retti deriva logicamente la proprietà relativa alla possibilità di disporre attorno ad un vertice comune i sei triangoli equilateri, i quattro quadrati ed i tre esagoni; ciò nonostante anche egli inverte l'ordine dicendo: «È anche molto possibile che sia stato il riconoscimento empirico della proprietà dei triangoli equilateri riuniti attorno ad un vertice comune, che abbia condotto alla scoperta della eguaglianza a due retti della somma degli angoli di ciascuno di questi triangoli; si sarà passati in seguito, secondo la testimonianza di Gemino, prima al triangolo isoscele ed infine allo scaleno». Abbiamo ve- duto che, seguendo la via tracciata dall'Allman, si passa solo invece ad un caso particolare del triangolo rettan- golo, e che poi occorre fare un nuovo appello all'empiri- smo per passare al caso del triangolo rettangolo qualun- que, soltanto dopo si passa finalmente al triangolo iso- scele ed a quello scaleno. Non pare dunque che il punto di partenza indicato dal Tannery e dall'Allman sia quello adoperato dagli antichi. Occorre trovarne un altro, che conduca ai risultati nel- TANNERY, La Géom. gr., l'ordine indicato da Gemino, e che faccia appello all'in- tuizione in modo più semplice. 4. Quanto al teorema sul quadrato dell'ipotenusa «tut- to sembra indicare», scrive Tannery, «che se non l'ha presa in prestito dagli egiziani, questa proposizione fu una delle prime che egli incontrò, ed affatto il corona- mento delle ricerche», come invece è nel testo del primo libro di Euclide. Perfettamente d'accordo; ed appunto per questa ragio- ne la dimostrazione pitagorica del teorema di Pitagora non solo non può essere la coda e la conseguenza di altri teoremi sull'equivalenza, ma deve essere indipendente dalla teoria della similitudine, da quella delle proporzioni, nonché dai postulati di Euclide e di Archimede. D'al- tra parte, se è noto e certo che gli egiziani conoscevano particolari triangoli rettangoli aventi per misura dei lati numeri interi, tra questi il triangolo detto appunto trian- golo egizio, non risulta però affatto che conoscessero il teorema generale sul quadrato dell'ipotenusa, e se la scoperta di Pitagora si fosse ridotta ad un semplice pre- levamento si spiegherebbero male gli osanna, i peana ed i sacrifici agli Dei. Ricercando quale possa essere stata la dimostrazione, Tannery, dopo avere detto che «i greci introducevano il più tardi possibile la nozione di similitudine (VI di Euclide)», afferma poco dopo che Pitagora deve essersi TANNERY, La Géom. gr., TANNERY, La Géom. gr., servito della similitudine, il cui impiego si dovette in se- guito restringere a causa della scoperta della incommen- surabilità. Il principio di similitudine si dimostra impie- gando il postulato delle parallele; «inversamente ammettendolo a priori se ne potrebbe ricavare il postulato delle parallele. Ora, a parte il fatto che si tratta di una semplice ipotesi non suffragata da alcun elemento, biso- gna notare come sia ben vero che ammettendo questo postulato della similitudine se ne potrebbero ricavare il postulato delle parallele, il teorema dei due retti, la no- zione e le proprietà dei rettangoli e dei quadrati, la teo- ria delle proporzioni e la dimostrazione del teorema di Pitagora mediante i triangoli simili, ma non si spieghe- rebbe allora la preesistenza dell'antica dimostrazione del teorema dei due retti menzionata da Eutocio-Gemino. Anche secondo Loria la dimostrazione che presenta il massimo di verisimiglianza è quella basata sulla similitudine di un triangolo rettangolo coi due che nascono abbassando la perpendicolare dal vertice dell'angolo retto sull'ipotenusa. Con una agevole metamorfosi essa diviene quella stessa che leggesi negli elementi di Euclide. Questa possibilità di ridurre questa dimostra- zione a quella di Euclide sembra a noi che provi proprio l'opposto, e cioè che la dimostrazione accennata da Loria e da Tannery, la quale conduce infatti al così detto primo teorema di Euclide, da cui si trae poi il teorema di TANNERY, La Géom. gr., LORIA, Storia delle Matematiche. Pitagora, non sia affatto quella originale; senza contare che, se così fosse, sotto la denominazione di teorema di Pitagora dovrebbe trovarsi designato un altro teorema, e precisamente il teorema sopra il quadrato di un cateto (il primo così detto di Euclide). Molto più felicemente osserva Allman che sebbene Pitagora possa averlo scoperto come una conseguenza del teorema sulla proporzionalità dei lati dei triangoli equiangoli, manca qualsiasi indizio che egli vi sia giunto in tale maniera deduttiva, e dopo avere ricordato che sappiamo, grazie a Prodo, che Pitagora tenne una via che non è quella te- nuta da Euclide, riconosce che «la maniera più semplice e naturale di arrivare al teorema è la seguente come è suggerito da Bretschneider. Questa è una dimostrazione di cui gli storici moderni ignorano l'autore; ma si sa però che essa è antica. Per essa occorrono solo le nozioni di triangolo rettangolo e di quadrato, le proprietà delle rette perpendicolari e, come vedremo, occorre conoscere il teorema dei due ALLMAN, Greek Geometry BRETSCHNEIDER Die Geometrie und die Geometer vor Euklides, Leipsig,  retti; ed è invece, come vedremo, indipendente dalla teoria delle parallele. Se non che, continua l'Allman, l'Hankel nel citare questa dimostrazione da Bretschneider dice che «si può obiettare che essa non presenta affatto un colorito speci- ficamente greco, ma ricorda i metodi indiani. Questa ipotesi circa l'origine orientale del teorema mi sembra ben fondata; io attribuirei pertanto la scoperta agli egiziani, da cui poi Pitagora lo avrebbe tratto. Indiani od egiziani pare che sia la stessa cosa, pur di togliere ogni merito a Pitagora! Ad ogni modo, sia pure derivandolo dall'India, dall'Egitto o dalla civiltà minoi- ca, questa sarebbe, secondo l'Allman ed il Bretschnei- der, la dimostrazione data da Pitagora; si vorrà almeno ammettere che, pure inspirandosi alla via suggerita dalla figura, la dimostrazione logica gli appartenga; altrimenti dove sarebbe il merito che Proclo e tutta l'antichità han- no riconosciuto in proposito a Pitagora? Del resto l'apprezzamento sul carattere più o meno indiano od egizia- no della dimostrazione non ci sembra abbastanza sicuro ed impersonale, ed applicando codesto criterio è probabile che si dovrebbe assegnare una provenienza orienta- le anche ad altri teoremi che invece sono sicuramente greci. Noi mostreremo come una dimostrazione del teorema basata sopra questa figura si ottenga molto semplice- ALLMAN, Greek Geometry, HANKEL H., Zur Geschichte der Mathematik in Alterthum und mittel-Alter, Leipsig. mente usufruendo del teorema dei due retti e delle sue immediate conseguenze. Ed, anticipando, notiamo subi- to che in tale dimostrazione ci serviremo degli stessi cri- teri di composizione e decomposizione delle figure di cui Platone fa uso nel Timeo e nel Menone32, e che in conseguenza tale dimostrazione non soltanto ha colorito greco, ma ha il colorito pitagorico della dimostrazione del Menone.  32 PLATONE, Timeo, XX; Menone, Da quanto precede risulta che occorre risolvere questa questione essenziale e preliminare: Trovare in qual modo gli antichi pitagorici dimostravano il teorema dei due retti. Noi sappiamo soltanto che essi ne davano una dimo- strazione che non era quella basata sopra il postulato delle parallele; e questo porta con una certa sicurezza a concludere che non ammettevano tale postulato. Questa prova indiretta, per altro, trova conferma nel fatto che non soltanto il postulato, ma il concetto stesso di rette parallele, definite almeno con Euclide come ret- te che prolungate all'infinito non si incontrano mai, doveva apparire particolarmente ripugnante alla mentalità pitagorica per la quale il finito, il limitato era il compiuto e perfetto mentre l'infinito, l'illimitato era l'imperfet- to. D'altra parte, escludendo il V postulato, e facendo uso solamente di quanto precede la 29a proposizione del libro primo di Euclide, non è possibile, crediamo, di per- venire allo scopo; e bisogna supporre quindi che gli an- tichi pitagorici dovevano ammettere qualche altra sem- plice proprietà che permetteva di dimostrare il teorema. Nulla di strano che ciò avvenisse; dice infatti il Tannery che al tempo di Pitagora il numero delle verità ammesse come primordiali era, senza dubbio, molto più consi- derevole; ed il progresso deve essere consistito più che altro nella riduzione degli assiomi». Abbiamo vedu- to che tra queste verità primordiali ammesse dagli anti- chi pitagorici il Tannery propende a ritenere figurasse un postulato della similitudine; ma se questo può servire per giungere alla dimostrazione del teorema di Pitagora non serve per quello dei due retti, perché conduce alla dimostrazione ordinaria di questo teorema e non a quella arcaica, ignota, ma di cui conosciamo la esistenza e la indipendenza dal postulato di Euclide. Per la stessa ra- gione ed anche per la sua relativa complessità bisogna escludere che i pitagorici ricorressero ad un postulato come quello enunciato dal Severi e che abbiamo riporta- to in principio. Queste considerazioni di carattere razionale permetto- no di escludere che si debba ricorrere a simili postulati; ma con sole considerazioni razionali non è sperabile di afferrare quale possa essere il postulato cui ricorrere; possiamo soltanto aggiungere che deve trattarsi di qual- che proprietà che seguitò naturalmente a sussistere dopo l'adozione del postulato delle parallele e dopo l'assetto dato da Euclide alla geometria, ma che disparve in se- guito dal numero delle proprietà primordiali, divenendo probabilmente una ovvia conseguenza del nuovo postu- lato. Determinare quale fosse è questione di inspirazione piuttosto che di ragionamento; diciamo inspirazione e 25  non capriccio o fantasia, ed aggiungiamo che dovremo sottoporla ad ogni possibile controllo, esaminare se ar- monizza con la mentalità pitagorica e se consente uno sviluppo pari allo sviluppo effettivamente raggiunto dai pitagorici e capace di condurre ai risultati conseguiti da essi, quali Proclo ci ha tramandati. Ben inteso poi, e lo diciamo esplicitamente a scanso di equivoci e per precisione, che per necessità e per bre- vità noi presupponiamo ed ammettiamo accettato o di- mostrato dai pitagorici il contenuto delle prime 28 pro- posizioni di Euclide; ossia quanto precede il postulato delle parallele e la teoria delle parallele; in quanto che a noi interessa ed occorre indagare come si possano dimo- strare le proposizioni nelle quali la geometria pitagorica sappiamo che differiva da quella euclidea. Sostanzial- mente ammettiamo e supponiamo che i pitagorici (espli- citamente o no) ammettessero: i postulati di deter- minazione e appartenenza; i postulati relativi alla divisione in parti della retta e del piano (riferiti se si vuole a rette finite e piani finiti); i postulati della congruenza o del movimento. E riteniamo dimostrate e note ai pitagorici le proprie- tà che cogli ordinarii procedimenti se ne ricavano, e cioè:  i criteri ordinari di eguaglianza dei triangoli; le relazioni tra gli elementi di uno stesso triangolo; i teoremi sopra i triangoli isosceli, equilateri ed a lati di- suguali; il teorema dell'angolo esterno (maggiore di ciascuno degli interni non adiacenti), il teorema sopra un lato e la somma degli altri due. l'unicità della perpendicolare per un punto ad una retta, la proprietà delle perpendicolari ad una stessa ret- ta, le proprietà delle perpendicolari e delle oblique, del- l'asse di un segmento... ossia quanto si ottiene in sostan- za con gli ordinari postulati e procedimenti e senza il postulato di Euclide. Adoperando il linguaggio moderno, abbiamo detto che occorre introdurre un nuovo postulato, ossia ritrovare l'antico postulato, per poter dimostrare il teorema dei due retti. Ma non sappiamo con quale termine gli antichi designassero le verità primordiali da cui traevano logi- camente le altre proposizioni della geometria. La parola postulatum, in cui è trasparente il carattere di esigenza logica attribuito al concetto così designato, corrisponde al greco αἴτημα ed al medio latino petitio, ed appare come termine matematico nell'edizione latina di Euclide del Commandino, e come termine filosofico nella versione latina della Reth. ad Alexan. del Philelphus. La distinzione in ipotesi, assiomi e postulati è di Aristotele; ed Euclide, naturalmente, fa uso del termine αἴτημα. Nell'edificio geometrico logico degli antichi figurava- no necessariamente delle verità primordiali ammesse senza dimostrazione, ma non è detto che questo avvenisse per pura necessità logica, per dare al ragionamento il necessario punto di partenza; né è detto che venissero  scelte e stabilite avendo riguardo unicamente all'intui- zione ed all'esperienza sensibili ordinarie. Occorre tenere presente che la mentalità geometrica dei pitagorici era ben diversa dalla mentalità moderna che ha per ideale una geometria pura, astratta, esistente unicamente nel mondo della logica. Al contrario, osserva Rostagni, «Religione, morale, politica, scienze matematiche non rappresentavano per i pitagorici materie separate; o veramente si individuarono in progresso di tempo ma non cessarono mai di essere emanazioni e dipendenze della cosmologia... Lo spirito cosmologico, ch'è insito nella filosofia pitagorica, sta al di sopra di quelle specifica- zioni, e le domina tutte, indifferentemente. Archita, il pitagorico amico di Platone, in un frammento riportato da Nicomaco ed in un altro riportato da Porfirio, dice che la geometria, l'aritmetica, la sferica (l'astronomia sferica), e la musica sono delle scienze che sembrano sorelle. La geometria non era per essi una disciplina esclusi- vamente logica, fatta dall'uomo e per l'uomo, indipen- dente della realtà cosmica, come potrebbe essere il gioco degli scacchi; era la scienza che ha oggetto di studio il cosmo sotto l'aspetto della posizione e dell'estensione. L'aritmetica è la scienza del ritmo, ῥυθμός, ἀριθμός, del numero, del tempo, dell'intervallo; ed Archita distin- ROSTAGNI, Il verbo di Pitagora, ed. Bocca, Torino Cfr. A. ED. CHAIGNET, Pythagore et la philosophie pythagoricienne; Paris, gueva inoltre un tempo fisico ed un tempo psichico. Ed è evidente il nesso che con queste due scienze ancor oggi sorelle avevano le altre due, la astronomia sferica e la musica. Inoltre occorre ricordare che questa visione sintetica che legava tra di loro le varie scienze non era presumibilmente basata sopra la sola intuizione ed esperienza sensibile umana ordinaria e non aveva per oggetto soltanto la φύσις, la natura, il mondo dell'ἄλλο, dell'alterazione, del divenire; ma anche l'eterna ed olimpicamente inalterabile ἐστὼ τῶν πραγμάτον, l'essenza delle cose, l'al di là del περιέχον, della fascia cosmica, che avvolge il mondo dei quattro elementi e dei dieci corpi celesti. Dieci secoli dopo Pitagora, Proclo assegna ancora all'intelligibile e non al sensibile gli oggetti della geometria. Tenuto conto di tutto questo, la verità primordiale che introduciamo, e che riteniamo ammessa dai pitagorici è la seguente, che chiameremo: Postulato pitagorico della rotazione: se un piano ruota rigidamente sopra se stesso in un verso assegnato attorno ad un suo punto fisso (centro di rotazione) di un angolo (convesso) assegnato, ogni retta situata nel piano si muove anche essa, e le posizioni iniziale e finale della retta (orientata), se si incontrano, formano un angolo eguale a quello di cui ha ruotato il piano. Questa verità primordiale dal punto di vista moderno è innegabilmente un semplice dato dell'intuizione, dell'osservazione e dell'esperienza. Quando una ruota gira, un segmento qualunque, giacente e rigidamente connesso con il piano della ruota, si muove anche esso, e gira sempre in un verso se la ruota fa altrettanto, e gira più o meno a seconda che più o meno gira la ruota; e l'intuizione e l'osservazione dicono che la rotazione del segmento è eguale alla rotazione del raggio vettore. D'altra parte la capacità di confrontare fra loro gli angoli non poteva fare difetto ai pitagorici; giacché, secondo Eudemo, il problema, un poco più arduo, di costruire un angolo eguale ad un angolo assegnato, dato il vertice ed un lato dell'angolo da costruire, è una invenzione piuttosto di Oinopide da Chio che di Euclide; ed Oinopide è forse un pitagorico. All'adozione di questo postulato parte dei moderni obbietterà che esso non prescinde dal movimento; ma occorre osservare che non si tratta qui di discutere le questioni teoriche del movimento e della congruenza, si tratta di giudicare se questo postulato possa essere stato una delle verità primordiali ammesse dai pitagorici, ed il fatto che esso si basa sul movimento, anzi sulla rotazio- ne, non porta in proposito nessun pregiudizio. Il movimento, ed in particolare il movimento di rotazione, si presentava come aspetto saliente e caratteristico della vita cosmica, e perciò non solo poteva ma doveva pita- goricamente avere la sua funzione anche nella geometria. La tendenza a fare a meno per quanto è possibile del movimento è una tendenza di Euclide, e questa sua antipatia ha forse contribuito alla sua grande innovazio- ne, alla teoria delle rette che prolungate all'infinito non si incontrano mai. Sono rette di cui nessuno ha mai potuto procurarsi l'esperienza sensibile e nemmeno quella intelligibile, ma Euclide non era un pitagorico e gli basta che la definizione delle parallele ed il relativo po- stulato gli dessero il mezzo necessario per procedere nella sua via. Il postulato pitagorico della rotazione non coincide, naturalmente, con l'ordinario postulato della rotazione. Il postulato ordinario della rotazione ci dice che quan- do un piano ruota intorno ad un suo punto fisso O di un certo angolo α, tutti i punti di una retta qualunque AB del piano ruotano intorno ad O, in modo che due raggi vettori qualunque OA, OB vanno rispettiva- mente in OA', OB' tali che ^AOA' = ̂BOB' = α, e la retta AB va in A'B' ed ogni altro punto C della AB va in un punto C' di A'B' disposto rispetto ai pûnti A' e B' come C è disposto rispetto ad Ae B, ed è COC' = α. Ogni punto della AB ruota dunque di α. Il postulato pi- tagorico della rotazione afferma che inoltre tutta la retta AB, con tale rotazione, se incontra la A'B', forma con essa l'angolo α. Nel caso di un raggio vettore OA la so- vrapposizione ad OA' si ottiene con la semplice rotazio- ne intorno ad un suo punto O, nel caso di una retta qua- lunque AB la sovrapposizione si ottiene con una rota- zione eguale intorno ad un punto esterno O, oppure con una rotazione eguale attorno al punto di intersezione (se esiste) delle AB ed A'B' seguita da una opportuna traslazione. Il postulato afferma l'eguaglianza di queste due rotazioni; e, se ogni punto della AB ruota di α, non era naturale affermare che l'insieme di tali punti, ossia la AB, ruotava anche esso di α? Dal postulato segue poi immediatamente che se la ret- ta r con due rotazioni consecutive nello stesso senso si portaprimainr1epoidar1inr2,l'angolo r̂r2 èegua- le alla somma r̂ r 1+ ̂r1 r 2 . Perciò la proprietà si estende subito al caso dell'angolo concavo e dell'angolo giro. Nel caso della rotazione di mezzo giro, condotta dal centro di rotazione la perpendicolare OH alla AB, il raggio vettore OH si porta sul prolungamento OH', la AB si porta sulla perpendicolare ad OH' per H', ed il postulato pitagorico ci dice che se essa incontrasse la AB forme- rebbe con essa un angolo piatto. Ma siccome è noto che due rette perpendicolari in punti diversi H, H' ad una stessa retta non si incontrano, ci si limita a riconoscere che in questo caso le posizioni iniziale e finale della ret- ta non si incontrano. Naturalmente non ne segue affatto che per ogni altra rotazione esse debbano incontrarsi. Notiamo infine come il postulato si potrebbe anche enunciare sotto forma diversa. Per esempio: Se il piano ruota sopra se stesso in un certo senso intorno ad un punto fisso l'angolo formato da una retta qualunque del piano con la sua posizione finale è costante; oppure: se il piano compie due rotazioni consecutive nello stesso senso con le quali la r va prima in r1 e poi in r2 allora r̂r2=̂rr1+̂r1r2 . Ma ci sembra che la forma che abbiamo prescelto aderisca in modo più immediato alla osservazione ed abbia quindi maggiore probabilità di coincidere con la verità primordiale ammessa dai pitagorici. Con l'aiuto di questo postulato il teorema dei due retti nel caso del triangolo equilatero si dimostra imme- diatamente. Naturalmente ciò presuppone che esistano dei trian- goli equilateri e che si sappia costruire un triangolo equilatero di lato assegnato. La considerazione del triangolo equilatero doveva comparire molto presto nella geometria pitagorica, per la corrispondenza che essi scorgevano tra i primi quattro numeri, ed il punto, la retta (individuata e limitata da due punti), il piano ed il triangolo individuato da tre, e lo spazio o il volume indi- viduato da quattro punti. Non è forse un caso se anche in Euclide la prima proposizione del primo libro ha ap- punto per oggetto il triangolo equilatero. E giacché se ne presenta l'occasione notiamo che in essa Euclide am- mette tacitamente ed implicitamente il postulato che se una circonferenza ha il centro su di un'altra circonferenza ed un punto interno ad essa, la taglia. Così pure del resto è ammesso tacitamente in Euclide l'altro caso par- ticolare del postulato di continuità, e cioè che il segmen- to congiungente due punti situati da parte opposta di una retta è tagliato da essa. Posto ciò, per dimostrare il nostro teorema basta conoscere il 1o e 2o criterio di eguaglianza dei triangoli con i loro corollari sul triangolo isoscele e sul triangolo equilatero, ed applicare il postulato pitagorico della ro- tazione. Dimostriamo dunque il TEOREMA: La somma degli angoli di un triangolo equilatero è eguale a due retti. Sia ABC il triangolo equilatero (fig. 5), e quindi equiangolo. 34   La bisettrice dell'angolo ̂CAB incontra il lato opposto in un punto D interno ad esso, e poiché i due punti A e D si trovano da parte opposta della bisettrice di ^ACB, le due bisettrici si tagliano in un punto O inter- no al triangolo dato. Gli angoli ̂OAC ,̂OCA sono eguali perché metà di angoli eguali, e quindi OAC è isoscele ed OA = OC. I triangoli ACO, BCO sono eguali per il 1o criterio, e perciò OB = OA = OC e ^OBC=^OAC; e perciò OB è bisettrice dell'angolo ^ABC. I tre triangoli isosceli OAB, OBC, OAC sono quindi eguali (2o o 3o criterio) e gli angoli al vertice ̂AOC,̂COB,̂BOA sono eguali. Facendo ruotare la figura attorno ad O dell'angolo ^COB, ilverticeCvainB,BinA,edAinC,laCBsi porta sul̂la BA e l'angolo da esse formato, cioè l'angolo esterno CBE è eguale per postulato all'angolo ̂COB. Proseguendo nella rotazione, con due altre rotazioni eguali, la figura si sovrappone a se stessa; e la somma dei tre angoli di rotazione, ossia dei tre angoli esterni del triangolo dato, è eguale ad un angolo giro, ossia a quattro retti. D'altra parte ogni angolo interno di ABC è supple- mentare dell'angolo esterno; perciò la loro somma sarà eguale a sei retti meno la somma degli angoli esterni, ossia a sei retti meno quattro retti: ossia a due retti. c. d. d. 35  5. La verità del teorema nel primo caso, secondo Eu- tocio e Gemino, dimostrato dai pitagorici è dunque una conseguenza immediata del postulato pitagorico della rotazione. Dimostrato il teorema agevolmente in questo caso particolare, era naturale che gli antichi si chiedes- sero cosa avveniva in generale, ed era naturale che pri- ma del caso generale essi studiassero l'altro caso parti- colare del triangolo isoscele. In questo secondo caso la dimostrazione non è così immediata; occorre premettere parecchie altre proposi- zioni tutte dimostrabili con una certa facilità e senza bi- sogno del postulato di Euclide, come del resto si trovano in Euclide stesso e nei testi moderni. Ad essi rimandia- mo per le dimostrazioni e ci limitiamo a ricordare queste proprietà, che sono del resto comprese tra quelle indicate innanzi: La bisettrice dell'angolo al vertice di tal triangolo isoscele è anche mediana ed altezza. Esistenza, unicità e determinazione del punto medio di un segmento. Teorema dell'angolo esterno di un triangolo. La somma di due angoli interni di un triangolo è sempre minore di due retti. Se un angolo di un triangolo è maggiore od eguale ad un retto gli altri due sono acuti. Se in un triangolo un lato a è corrispondentemente maggiore eguale o minore di un secondo lato b, l'angolo ̂A opposto ad a è corrispondentemente 36  maggiore, eguale o minore dell'angolo B̂ opposto a b; e viceversa. Se un triangolo ha un angolo ottuso o retto, il lato opposto ad esso è il maggiore. In un triangolo un lato è minore della somma degli altri due.  Definizione, esistenza, unicità della perpendicolare ad una retta per un punto. Teoremi inversi sopra la mediana e l'altezza del triangolo isoscele. Teoremi sull'asse di un segmento e sulle bisettrici degli angoli formati da due rette concorrenti. Premesso questo dimostriamo il TEOREMA: La somma degli angoli interni di un triangolo isoscele è eguale a due retti. Sia ABC il triangolo isoscele e sia AB = AC e quindi ^ABC=^ACB; sia AH la bisettrice, mediana ed altezza del triangolo isoscele. Si dimostra come nê l caso precedente che la bisettrice dell'angolo alla base ABC incontra la AH in un punto O interno, e congiunto O con C dall'eguaglianza (1o criterio) dei triangoli BAO, CAO segue che OB = OC e perciò ^OBC=^OCB, e perciò CO è la bisettrice di ^ACB. D'altra parte, essendo BC < AB + AC sarà la metà BH < AB = AC; e presi allora sui lati BK = CL = BH i punti K ed L risultano interni rispettivamente ad AB ed AC. Congiunto O con K e con L, i triangoli OKB, OHB, OHC, OLC risultano eguali per il 1o criterio, e perciò OH = OK = OL, e le AB, AC rispettivamente perpendi- colari ad OK ed OL. Facciamo adesso ruotare la figura intorno ad O, in modo che OH ruota in OK, la BC per- pendicolare ad OH si porta sulla retta BA perpendicolare alla OK in K, e per il postulato della rotazione l'ango- lo esterno ̂VBA del triangolo dato risulta eguale all'angolo di rotazione ^HOK. Continuandolarotazionenel- lo stesso verso OK va su OL, la AB perpendicolare ad OK va su CA perpendicolare ad OL e l'angolo esterno ^BAT è eguale a ^KOL. Proseguendo la rotazione e portando OL sopra OH la figura ritorna, dopo un giro completo, sopra se stessa, ed ^ACS=^LOH . La somma dei tre angoli esterni è eguale all'intera ro- tazione di quattro retti; ed anche questa volta, essendo i tre angoli del triangolo dato rispettivamente supplemen- tari degli angoli esterni adiacenti, la loro somma sarà eguale a sei retti meno la somma degli angoli esterni, ossia a sei retti meno quattro retti, ossia a due retti c. d. d. 6. Passiamo al caso generale. Occorre solo premettere i seguenti teoremi, che si di- mostrano agevolmente per assurdo, e che per brevità ci limitiamo ad enunciare. In un triangolo acutangolo i piedi delle tre altezze sono interni ai lati. b) In un triangolo ottusangolo o rettangolo il piede dell'altezza relativa al lato maggiore è interno al lato. Basta questo per dimostrare che: TEOREMA. In un triangolo qualunque la somma dei tre angoli è eguale a due retti. Sia A il vertice dell'eventuale angolo retto od ottuso del triangolo qualunque ABC. Abbassata l'altezza AH, il piede H è interno a BC e l'angolo ^BAC è diviso in due parti dalla AH. Sul prolungamento di AH prendiamo HA' = AH e congiungiamo A con B e con C. I triangoli rettangoli AHB, A'HB sono eguali per il lo criterio, quindi BA = BA' e ^BAH=^BA'H; analoga- mente ^CAH=^CA'H. 39  Per il teorema precedente applicato ai due triangoli isosceli BAA', CAA' si ha: ̂ABA '+ ̂BAA '+ ̂BA ' A=due retti ed, essendo BH bisettrice del triangolo isoscele BAA', si ha: Analogamente e sommando ossia ^ACH+^CAA '=un retto, ^ABH+^BAA '=un retto . ^ABH+^ACH+^BA ' A+^CAA '=due retti, ^ABC+^ACB+^BAC=due retti. Il teorema è così dimostrato in generale. 7. La dimostrazione si è presentata immediata nel pri- mo caso menzionato da Eutocio-Gemino, e poi ordinata- mente per gli altri due casi da essi menzionati. Occorre però osservare: 1o che la dimostrazione del primo caso è, da un punto di vista moderno, superflua, perché il secondo caso include il primo; 2o che il caso generale si può anche dimostrare direttamente in modo da includere gli altri due. Per ottenere questa dimostrazione generale occorre solo premettere due teoremi, che sono i seguenti: TEOREMA: Due triangoli rettangoli aventi l'ipote- nusa eguale ed un angolo acuto eguale sono eguali. Sia (fig. 8) ̂A=̂A' = 90°; a=a'; B^=^B'. 40   Se BA = B'A' il teorema è dimostrato; se fosse invece ad esempio B'A'>BA, preso B'D'=BA, il triangolo B'D'C' risulta per il 1o criterio eguale al triangolo BAC; quindi C'D' perpendicolare a B'A', e questo non può ac- cadere perché da C non si può condurre che una sola perpendicolare alla B'A'. L'altro teorema che occorre premettere è il seguente. TEOREMA: Due triangoli rettangoli aventi le ipote- nuse eguali ed un cateto eguali sono eguali. Siano (fig. 9) BAC, B'A'C' i due triangoli, ^A=^A '=90°, BC=B'C', CA= CA'. Preso A'B''=AB il triangolo rettangolo C'A'B'' è egua- le a CAB, C'B"=CB=CB', e nel triangolo isoscele 41   B'C'B'' l'altezza è anche mediana, quindi B'A'=A'B''=AB. Premesso questo si ottiene la seguente dimostrazione generale del teorema fondamentale: Sia A (fig. 10) il vertice dell'eventuale angolo retto od ottuso del triangolo ABC; e conduciamo le bisettrici de- gli angoli ^BAC, ^ABC . Si dimostra al solito che esse si incontrano in un punto O interno al triangolo ABC. Gli angoli ^ABO, ^BAO metà di angoli convessi sono acuti, dimodoché nel triangolo OAB l'eventuale angolo non acuto è quello di vertice O, e perciò in tutti i casi, abbassando da O la perpendicolare OH ad AB il piede H è̂interno ad AB. Congiunto O con C l'angolo acuto ACB è diviso in due angoli acuti, dimodoché anche nei triangoli AOC, BOC l'eventuale angolo non acuto è quello di vertice O, ed anche in essi i piedi L e K delle perpendicolari abbassate da O sopra AC e BC sono in tutti i casi rispettivamente interni ad AC e BC. I triangoli rettangoli OBK, OBH hanno l'ipotenusa eguale ed un angolo acuto eguale; perciò sono eguali, ed 42   OK=OH. Analogamente sono eguali i triangoli OAH, OAL e quindi OH=OL. Ma allora i triangoli rettangoli OLC, OKC hanno l'ipotenusa in comune, il cateto OL=OK, sono quindi eguali e perciò OC è bisettrice di ^ACB. Si ha dunque che le tre bisettrici degli angoli interni di un triangolo qualunque si incontrano in un punto interno al triangolo, tale che, abbassando da esso le perpendicolari ai lati i tre piedi H, L, K sono interni ai tre lati, e si ha: OH=OK=OL. Non resta adesso che fare ruotare la figura attorno ad O, portando successivamente OK su OH, OL, OK e la retta BC andrà successivamente sulla AB, CA, BC; gli angoli esterni del triangolo ABC per il postulato pitago- rico della rotazione risulteranno rispettivamente eguali ai tre angoli ^KOH, ^HOL, ^LOK; la loro somma sarà quattro retti, e quella degli angoli interni sarà due retti. 8. Questa dimostrazione rende dunque superflue le due precedenti; ed in ogni caso la dimostrazione nel caso del triangolo isoscele include quella del triangolo equilatero. Se ne deve concludere che non è questa la dimostrazione in tre tappe degli antichi pitagorici, menzionata da Eutocio e Gemino? Concludere in questo senso equivarrebbe ad attribuire agli antichi la tendenza e l'abitudine moderna alla gene- ralizzazione, ossia significherebbe giudicare alla stregua della nostra mentalità. Per obbedire alle nostre norme avrebbero dovuto rinunziare a dimostrare subito il teorema nel primo e semplice caso ed attendere (e perché mai?) di avere trovato il modo di dimostrarlo nel secon- do e nel terzo caso. Non va dimenticato inoltre che essi scoprirono il teorema; ed è probabile che la scoperta sia avvenuta per il caso del triangolo equilatero; soltanto dopo ed in conseguenza sarà sorto il dubbio se il teore- ma valesse in generale, e solo dopo e con ben altra fati- ca saranno giunti a dimostrarlo negli altri due casi; quin- di il passo di Eutocio si può riferire non soltanto all'ordi- ne dell'esposizione pitagorica del teorema ma all'ordine cronologico, storico delle loro scoperte. Perciò, a meno che si riesca a dedurre ed in modo ab- bastanza semplice il secondo caso dal primo, siamo con- vinti che le nostre dimostrazioni sono proprio quelle de- gli antichi, e quasi quasi riteniamo che anche nel terzo caso essi non dedussero la dimostrazione dal secondo caso, ma preferirono per analogia di dimostrazione ri- correre ancora al postulato della rotazione. Si tenga presente ad ogni modo quanto scriveva il Tannery35: «credo inutile insistere sulla difficoltà che sembrano avere trovato i primi geometri ad elevarsi alle generalizzazioni più semplici», citando ad esempio proprio il caso del teorema dei due retti. Comunque siamo giunti a questo risultato: Abbiamo dimostrato il teorema fondamentale sopra la somma de- gli angoli di un triangolo senza fare uso del postulato e del concetto delle rette parallele. È un risultato di una TANNERY, La Géom. gr. certa importanza se il postulato pitagorico della rotazio- ne non equivale al postulato di Euclide. 9. Effettivamente il postulato pitagorico della rotazio- ne non è equivalente al postulato dì Euclide. Ed ecco perché. Abbiamo veduto che dal postulato pitagorico della ro- tazione se ne deduce il teorema dei due retti. Viceversa, ammettendo che la somma degli angoli di un triangolo sia una costante, se ne deduce il nostro postulato. Sia, infatti (fig. 4), O il centro di rotazione ed S il punto d'incontro della posizione iniziale e finale della retta r. Prendiamo sulla r un punto A situato rispetto alla r' dalla parte di O, ed uno B da parte opposta; la r' taglia in un punto T il segmento OB. La rotazione che porta r in r' porta il punto A in un punto A' e B in un punto B' ed è ̂AOA '=̂BOB ' l'angolo di rotazione. I triangoli AOB, A'OB' sono eguali, quindi B^=^B'. I triangoli OTB', STB hanno dunque gli angoli B^ = ^B ', ^OTB'=^STB; e, se ammettiamo che la somma degli angoli di un triangolo qualunque sia costante, il terzo angolo ̂TSB r̂isulterà eguale al terzo angolo ^B ' OB ; ossia l'angolo rr ' eguale all'angolo di rotazione, come dovevasi dimostrare. Dunque il postulato pitagorico del- la rotazione e la proposizione sopra la costanza della somma degli angoli di un triangolo si equivalgono come postulati. Ammettendo quindi la costanza della somma degli angoli di un triangolo si potrebbe dedurne il nostro postulato della rotazione, ed applicandolo al caso del trian- golo equilatero, si troverebbe subito che la quantità di cui si è ammessa la costanza è eguale a due retti. Girolamo Saccheri propose, come è noto, la nozione che la somma degli angoli di un triangolo è eguale a due retti in sostituzione del postulato di Euclide, ed il Le- gendre ha dimostrato che, se si ammette anche il postu- lato di Archimede, la proposizione Saccheri equivale ef- fettivamente al postulato di Euclide. Ne segue immedia- tamente che se oltre al postulato pitagorico della rota- zione ammettessimo anche quello di Archimede esso equivarrebbe a quello di Euclide. Se non si ammette altro, esso non equivale al postula- to di Euclide. Infatti Dehn dimostra che l'ipotesi del Saccheri è compatibile non solo con l'ordinaria geometria elementare, ma anche con una nuova geometria, necessariamente non archimedea, dove non vale il V postulato, ed in cui per un punto passano infinite non secanti rispetto ad una retta data. Math. Ann., B. 53, Die Legendre'schen Sätze über die Winkelsumme in Dreieck; cfr. BONOLA, Sulla teo- ria delle parallele e sulle Geometrie non euclidee, in ENRIQUEZ, Questioni riguardanti le Matematiche elementari. Dehn chiama questa geometria: geometria semi-euclidea.  Lo stesso vale senz'altro per il nostro postulato. Una volta ammessa la proposizione Saccheri o l'equivalente postulato pitagorico della rotazione, si può: ammettere il postulato di Archimede, ed allora ne risulta dimostrato quello di Euclide; e si ottiene l'ordina- ria geometria euclidea ed archimedea. negare quello di Euclide, e quindi necessaria- mente anche quello di Archimede; e si ottiene la geome- tria semieuclidea del Dehn. ignorare completamente i due postulati d’Euclide e d’Archimede e le questioni relative, e sviluppare una geometria più generale, indipendente dalla loro accettazione o negazione (e valevole quindi nei due casi), come conseguenza del teorema dei due retti oramai otte- nuto. Gli antichi pitagorici ignoravano quasi certamente il postulato di Archimede38, ed avevano ottenuto la dimo- strazione del teorema dei due retti con un procedimento indipendente dalla teoria delle parallele. Non introducendo il postulato di Archimede noi veniamo a trovarci esattamente nella stessa posizione. Se i pitagorici antichi non hanno fatto uso del concetto di pa- La proposizione 1a del libro X di Euclide equivale all'assio- ma di Archimede. Da alcuni passi di Archimede, risulta che, prima ancora, Eudosso aveva fatto uso di questo «lemma»; ed Loria ritiene che l'origine di questo lemma debba farsi risalire ad Ip- pocrate da Chio (cfr. LORIA, Le scienze esatte nell'antica Grecia). Comunque gli antichi pitagorici dovevano ignorare il postulato di Archimede. rallela, deve essere possibile adesso, dal teorema dei due retti, sempre senza ricorrere al postulato di Euclide ed a quello di Archimede, dedurre una dopo l'altra tutte le scoperte attribuite da Proclo ai pitagorici. Se questo ac- cade questa geometria più generale concorderà o coinci- derà con la geometria della Scuola Italica. 10. Prima di proseguire vogliamo però esporre una via più rapida per dedurre dal postulato pitagorico della rotazione il teorema dei due retti.  Dal vertice A dell'angolo retto (fig. 11) di un triango- lo rettangolo qualunque OAS conduciamo la perpendi- colare AH all'ipotenusa, e sul prolungamento prendiamo HA'=AH. Sappiamo che H è interno ad OS; congiunto A' con O e con S, i triangoli rettangoli OHA', SHA' ri- sultano rispettivamente eguali ai due OAH, SHA; e quindi OA=OA', SA=SA', ^OAH=^OA'H, ̂SAH=̂SA'H ed ̂SA'O=̂SA'H+̂OA'H =   ^SAH+^OAH=unretto. Perciò, facendo ruotare intor- no ad O dell'angolo ^AOA', la AS va sopra la perpen- dicolare in A' ad OA', ossia sulla A'S, e perciò per il po- stulato della rotazione ^AOA '=^A ' ST . Ne segue che ^AOA ' ed ^ASA ' sono quadrilatero AOA'S si ha: supplementari, e quindi nel ^SAO + ^AOA ' + ^OA ' S + ^A ' SA = 4 retti . E siccome le altezze SH, OH dei triangoli isosceli SAA', OAA' bisecano gli angoli al vertice la somma ̂HSA + ̂SAO+ ̂AOH è la metà della precedente, ossia abbiamo il teorema: In un triangolo rettangolo qualun- que la somma degli angoli è eguale a due retti. Dal triangolo rettangolo qualunque si passa a quello isoscele (ed in particolare a quello equilatero), condu- cendo la bisettrice dell'angolo al vertice che è anche l'altezza; ed essendo oramai complementari gli angoli acuti di un triangolo rettangolo qualunque, la somma degli angoli acuti dei due triangoli rettangoli in cui è decomposto il triangolo isoscele risulta eguale a due retti. Dal caso del triangolo isoscele si passa a quello generale nel modo già visto. La via tenuta, passando per le tre tappe menzionate da Gemino, è quella probabilmente tenuta dagli scopritori della proprietà; oggi, a scoperta fatta, è più speditivo procedere nel modo ora indicato. Abbiamo avuto bisogno del postulato pitagorico della rotazione per dimostrare il teorema dei due retti. Da ora in poi, in tutto quanto segue, non ne avremo più bisogno, perché ci basta il teorema dei due retti ad esso, come sappiamo, equivalente. E, siccome sappiamo39 che i pitagorici conoscevano il teorema dei due retti perché lo dimostravano, la restituzione della geometria pitago- rica procede da ora in poi partendo da questa loro sicura conoscenza, comunque ottenuta, ma senza il postulato delle parallele. Anche se la via tenuta per ottenere il teorema dei due retti fosse stata un'altra, sempre però indi- pendentemente dal postulato di Euclide, ci troveremmo sempre nella medesima situazione di fronte al problema della restituzione della geometria pitagorica, come sviluppo e conseguenza del teorema dei due retti. Limiteremo la nostra indagine a quanto occorre per ottenere i risultati attribuiti da Proclo ai pitagorici, La testimonianza di Eutocio, pur essendo Eutocio posteriore anche a Proclo, è attendibile. Dice LORIA (Le scienze esatte) che Eutocio, di mediocrissimo ingegno, è però assai diligente, accurato e coscienzioso. È difficile d'altra parte inventare una notizia così precisa e circostanziata. omettendo spesso le dimostrazioni quando coincidono con quelle a tutti note. E per prima cosa vediamo come il teorema dei due retti consenta immediatamente la costruzione e la consi- derazione del quadrato e del rettangolo e la dimostrazione del teorema di Pitagora. E notiamo come dal teorema dei due retti discendano subito, tra le altre, le seguenti conseguenze: Gli angoli acuti di un triangolo rettangolo sono complementari; ed in quello rettangolo isoscele sono eguali a mezzo retto. L'angolo del triangolo equilatero è eguale ad un terzo di due retti. L'angolo esterno di un triangolo qualunque è egua- le alla somma dei due interni non adiacenti. Passando ai quadrilateri, osserviamo subito che Euclide ne distingue, nelle sue definizioni, cinque: il qua- drato, il rettangolo, il rombo, il romboide, e tutti gli al- tri. Essi sono definiti e distinti da Euclide in base alla eguaglianza dei lati e degli angoli, e la definizione di rette parallele viene subito dopo; mentre invece nel testo la costruzione del quadrato si basa sulle parallele e com- pare alla fine del primo libro. Definito il quadrato come un quadrilatero con tutti i lati eguali e tutti gli angoli retti, la costruzione di un quadrato di lato assegnato AB, e quindi la sua esistenza, discendono invece dal teorema dei due retti e da esso soltanto. Condotto AC eguale e perpendicolare ad AB, i due angoli alla base del triangolo rettangolo iso- scele ABC sono eguali a mezzo retto. Conduciamo per B la semiretta perpendicolare ad AB dalla parte di C, e prendiamô su essa BD = AB = AC; la BC divide l'ango- lo retto ABC in due parti eguali; A e D stanno da parti opposte rispetto a CB, e quindi la CB divide l'an- 40 Adoperiamo il termine: semiretta per brevità di elocuzione; ma il concetto di rette e semirette prolungate all'infinito non puo, ci sembra, essere condiviso dai pitagorici. Effettivamente del resto la 2a, 3a e 4a definizione di Euclide si riferiscono alla linea ed alla retta limitata, cioè al nostro segmento; ed il postulato se- condo di Euclide ammette solo che la retta, cioè il segmento, si può prolungare κατὰ τὸ συνεχές. Bisognerebbe dunque dire: da B si conduca dalla parte di C rispetto a D un segmento perpendico- lare ad AB, e su esso convenientemente prolungato se occorre, si prenda il segmento BD = AC... La definizione 23a di Euclide ed il postulato V introducono il concetto di rette infinite. Si tratta dun- que di un'aggiunta non conforme allo spirito dell'antica geometria e che male si adatta alle altre definizioni dell'elenco stesso che precede il testo di Euclide. golo ^ACD. I triangoli ABC, DBC risultano eguali per il 1o criterio, quindi CD = AC, e ̂DCB=̂ACB, ̂CDB=̂CAB. Il quadrilatero ABCD ha dunque tutti i lati eguali e tutti gli angoli retti; è dunque, per definizio- ne, un quadrato. La diagonale BC lo divide in due trian- goli rettangoli isosceli eguali. Si dimostra facilmente che AD = BC e che le due diagonali si tagliano nel pun- to medio e sono perpendicolari tra loro. 3. Definizione, esistenza, costruzione e proprietà del rettangolo. Prendiamo la seguente definizione: Rettangolo è un quadrilatero con tutti gli angoli retti. Sia ABD (fig. 13) un triangolo rettangolo qualunque ed A il vertice dell'an- golo retto. Condotta per B la semiretta perpendicolare ad AB dalla parte di D rispetto ad AB, e preso su di essa BC = AD, C ed A rimangono da parti opposte rispetto a BD perché, essendo ̂ABD acuto ed ̂ABC retto la BD divide l'angolo retto ^ABC. Congiunto C con D, i triangoli ABD, CBD sono eguali per il 1o criterio, e quindi DC=AB, ^DCB=^DAB=unretto, 53   ^CDB=^ABD; e ̂ siccome sappiamo che ̂ABD è complemento di ADB anche CDB sarà comple- mento di ^ADB, ossia anche il quarto angolo ̂ADC del quadrilatero ABCD è retto; esso è dunque un rettan- golo. I lati opposti sono eguali ed i loro prolungamenti non si possono incontrare perché sono perpendicolari ad una stessa retta; si dimostra facilmente che la diagonale AC è eguale a BD e che esse si tagliano per metà. Viceversa se ABCD è un rettangolo, si osserva per principiare che i vertici C e D debbono stare da una stessa parte rispetto ad AB, perché altrimenti la CD sa- rebbe tagliata in un punto M dalla AB, e dai triangoli rettangoli ADM, CBM risulterebbe che gli angoli non potrebbero essere retti. Sia dun- ^ADC, ̂DCB que ABCD un rettangolo; la BD determina i due trian- goli rettangoli ABD, CBD, ed essendo in entrambi acuti gli angoli adiacenti all'ipotenusa, la BD divide i due an- goli retti di vertici B e D del rettangolo, e lascia A e C da parti opposte; inoltre ̂CBD è complemento di ^ABD, e quindi ^CBD=^ADB; similmente ^CDB=^ABD, ed i due triangoli rettangoli ABD, CBD sono eguali, e CD = AB, BC = AD ecc. Per costruire il rettangolo di lati eguali ad AB ed AD, si prendono a partire dal vertice A di un angolo retto so- pra i due lati i segmenti AB, AD; si conduce per B la perpendicolare ad AB, e su di essa dalla parte di D si prende BC = AD, si unisce C con D ed ABCD è il ret- tangolo richiesto. Il teorema dei due retti con le conseguenti proprietà del triangolo rettangolo assicurava dunque immediata- mente ai pitagorici l'effettiva esistenza dei quadrati e dei rettangoli, ne permetteva la costruzione, e ne dava le proprietà fondamentali. Per dimostrare adesso la proprietà relativa ai poligoni regolari congruenti attorno ad un vertice comune, biso- gnerebbe passare alla considerazione dei poligoni qua- lunque; ma, siccome per dimostrare il teorema di Pita- gora non abbiamo bisogno di altro, passiamo senz'altro alla dimostrazione di questo teorema fondamentale. TEOREMA DI PITAGORA. In un triangolo ret- tangolo qualunque il quadrato costruito sull'ipotenusa è eguale alla somma dei quadrati costruiti sopra i cateti. Adoperiamo l'antica espressione: eguale, invece della moderna equivalente, anche perché nella dimostrazione ci serviremo (come fa Euclide nella sua) della «nozione comune» di eguaglianza per differenza, e non della no- zione di eguaglianza additiva che sola conduce al con- cetto di equivalenza (Duhamel) o di equicomposizione (Severi). Nel caso particolare del triangolo rettangolo isoscele, Platone dà nel Menone la seguente dimostrazione: pre- PLATONE, Menone. Una traduzione corretta e completa del passo di Platone trovasi nelle Scienze esatte nell'antica Grecia di LORIA. Platone conosceva la validità so un quadrato ABCD e riunitine altri tre eguali congruenti in un vertice come è indicato in figura si ot- tiene un quadrato quadruplo del dato. Dividendo poi ciascuno di quei quattro quadrati con la diagonale si ot- tiene un quadrato che è doppio del quadrato dato, perché composto di quattro triangoli eguali ad ABC, mentre il quadrato dato lo è di due. Passando al caso generale, tra le settanta ed oltre di- mostrazioni conosciute, le più semplici sono: 1o quella suggerita dal Bretschneider, il cui autore è ignoto ai moderni, ma di cui si sa che è antica; 2o quella ideata da Abu'l Hasan Tabit (morto nel 901 d.C.) e di cui ci ha serbato memoria Anarizio; 3o quella di Baskara posteriore a Tabit. La prima, sia perché non si sa a chi vada attribuita, sia per la sua del teorema nel caso del triangolo rettangolo che ha l'ipotenusa doppia del cateto minore; risulta dal Timeo. Cfr. G. LORIA, Storia delle Matematiche.Cfr. G. LORIA, Storia delle Matematiche.grande semplicità, può darsi benissimo, e noi ne siamo convinti, che sia quella di Pitagora. Vediamo come questa dimostrazione si possa fare senza il postulato delle parallele. Supponiamo che nel triangolo rettangolo ABC sia  l'angolo retto ed AC il cateto maggiore. Sul prolungamento del cateto AC prendiamo CD = AB e sul prolungamento di AB prendiamo BE = AC. Ne segue AE = AD. Per C e per D conduciamo dalla parte di B ri- spetto ad AD le semirette perpendicolari alla AD e pren- diamo su esse DP = CK = AB; e congiungiamo K con P e con B. I due quadrilateri ABKC, CKPD risultano per costruzione rispettivamente un rettangolo ed un quadra- to; e precisamente il rettangolo è eguale al doppio del triangolo rettangolo dato, ed il quadrato ha per lato un segmento eguale al cateto AB del triangolo dato. Essi sono separati e situati da parti opposte del lato comune CK, perché le tre semirette AB, CK, DP perpendicolari ad una stessa retta AD non si incontrano due a due, e siccome C è compreso tra A e D, la DP e la AB stanno da parti opposte della CK. Essendo poi retti gli angoli di vertice K del rettangolo e del quadrato la loro somma è un angolo piatto, e quindi i punti P, K, B risultano alli- neati sopra una perpendicolare comune alle rette DP, CK, AB. Sui prolungamenti delle DP e CK dalla parte opposta alla AD prendiamo i segmenti PF = KM = BE = AC, e congiungiamo M con F e con E. Il quadrilatero PKMF risulta un rettangolo per costruzione ed anche esso è il doppio del triangolo dato ABC; KMBE risulta un qua- drato che ha per lato un segmento eguale al cateto AC del triangolo dato; ed anche i tre punti F, M, E risultano allineati sopra una perpendicolare comune alle tre rette AB, CK, DP. Si riconosce subito che il quadrilatero AEFD ha tutti gli angoli retti e tutti i lati eguali e quindi è un quadrato. La terna delle tre rette AB, CK, DP e la terna delle tre rette AD, BP, EF sono tra loro perpendicolari, e poiché K è compreso tra C ed M, e tra B e P, CM e BP dividono il quadrato AEFD in quattro parti. Esso è quindi eguale alla loro somma. Il quadrato AEFD è dunque eguale alla somma del quadrato costruito sul cateto AB, del quadrato costruito sul cateto AC, e di quattro triangoli rettangoli eguali al dato. Prendiamo ora sopra DF ed FE i segmenti DG = FH = AC e congiungiamo C con G, G con H ed H con B. I triangoli rettangoli ABC, DCG, FGH, EHB risultano eguali per il 1o criterio e perciò il quadrilatero CGHB ha 58  tutti i lati eguali. Inoltre siccome le semirette GC e GH stanno da una stessa parte rispetto alla DF e gli angoli DGC, FGH sono acuti e complementari (perché ^FGH=^DCG ) l'angolo ̂CGH che si ottiene toglien- do dall'angolo piatto i due angoli ^DGC, ̂FGH risul- ta retto; in modo analogo si dimostrano retti gli altri an- goli del quadrilatero CGHB, il quale dunque è il quadra- to costruito sull'ipotenusa BC del triangolo dato. Siccome poi ̂DCG è acuto e ̂DCM retto, il trian- golo CGD ed il quadrilatero CGFM stanno da parti op- poste rispetto a CG. CG divide dunque l'intero quadrato in due parti e cioè il triangolo CDG ed il poligono CGFEA. E poiché ̂CGF è ottuso e ̂CGH retto, il po- ligono precedente è diviso da GH in due parti e cioè il triangolo GFH ed il poligono CGHEA; questo a sua vol- ta è diviso dalla HB in due parti e cioè il triangolo HBE ed il poligono CGHBA, il quale finalmente è diviso dal- la BC nel triangolo ABC e nel quadrato CGHB. Il quadrato CGHB si ottiene dunque dal quadrato ADFE togliendone quattro triangoli rettangoli eguali ad ABC. Ma togliendo dal quadrato ADFE i due rettangoli ABKC, KMFB, ossia quattro triangoli eguali al dato, si ottiene la somma dei quadrati costruiti sui cateti AB ed AC, e siccome la seconda nozione euclidea (che si trova però già in Aristotele) dice che togliendo da cose eguali cose eguali si ottengono cose eguali. Così il quadrato costruito sull'ipotenusa è eguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. Ammettendo il postulato pitagorico della rotazione ed ignorando i due postulati d’Euclide e d’Archimede, abbiamo così ottenuto subito i due teoremi fondamentali della geometria: il teorema dei due retti, e da questo il teorema di Pitagora. Essi sono validi entrambi tanto nella ordinaria geometria euclidea ed archimedea quanto nella geometria più generale che ammette il postulato pitagorico della rotazione e prescinde dai postulati di Euclide e di Archimede. Il teorema di Pitagora si presenta così come primo teorema nella teoria dell'equivalenza; precisamente come, secondo il Tannery, avveniva coi pitagorici. Esso sta alla base di questa teoria e non alla fine. La dimostrazione che ne abbiamo dato dipende unicamente dal teorema dei due retti, noto agli antichi pitagorici, e dalle sue conseguenze immediate. Si sa che una dimostrazio- ne basata sulla figura che abbiamo adoperato esisteva, è antica, ed il suo autore non è noto agli storici moderni della matematica. Noi non abbiamo fatto altro che ren- derla indipendente dal postulato di Euclide, di cui i pitagorici non si servivano per dimostrare il teorema dei due retti e che diventa perciò superfluo anche per il teorema di Pitagora. Tutto sommato, non ci sembra affatto improbabile che questa sia proprio la dimostrazione che il fondatore della «Scuola Italica» scoprì e dette venticinque secoli fa. Con essa il teorema è valido nel senso di eguaglianza per differenza in una geometria che ignora od anche che nega i postulati di Euclide e di Archimede. La dimostrazione del testo d’Euclide prova la validità del teorema di Pitagora sempre nel senso di eguaglianza per differenza se ed anche se si ammette il postulato delle parallele e nulla si dice di quello d’Archimede. Le dimostrazioni moderne ne provano la validità nel senso di eguaglianza addittiva (Duhamel), equivalenza od equicomposizione (Severi), se ed anche se si ammette insieme al postulato d’Euclide anche quello d’Archimede. Dalla dimostrazione che abbiamo dato del teorema di Pitagora si traggono subito, e con la massima sempli- cità, i tre importanti teoremi espressi con le notazioni moderne dalle formule: (a+ b)2=a2+ 2ab+ b2 (a–b)2=a2 –2ab+b2 (a+b)(a–b)=a2 –b2 Quanto al primo basta semplicemente osservare la figura per riconoscere che: TEOREMA: Il quadrato che ha per lato la somma di due segmenti (AB e BE) è eguale alla somma del qua- drato (CKPD) costruito sul primo segmento, del qua- drato (BEMK) costruito sul secondo segmento e di due rettangoli aventi i lati eguali ai segmenti dati. Nel caso che i due segmenti siano eguali il teorema diventa: il quadrato che ha il lato doppio del lato di un quadrato dato è quadruplo di questo44. Premessi i seguenti teoremi: 44 PLATONE, Menone, XVII. 61   am+bm=(a+b)m am–bm=(a–b)m di immediata dimostrazione, dalla figura, ponendo AE=a, AB=b si ha BE=a – b, e (BE)2 =quad. ED + quad. DK – 2 rett. ABDP ossia (a – b)2=a2+ b2 –2ab cioè il TEOREMA: Se un segmento è eguale alla differenza di due segmenti il quadrato costruito su di esso è eguale alla somma dei quadrati costruiti sui due segmenti di- minuita di due volte il rettangolo che ha per lati i due segmenti. Ponendo poi AE=a, BE=b e AB=d dalla fig. 15 si ha: la differenza dei quadrati costruiti su AE e BE è data dallo gnomone ADFMKB; ossia: e quindi: a2 – b2 – ad + bd=(a+ b)d a 2 – b 2 =( a + b ) ( a – b ) ossia il TEOREMA: La differenza di due quadrati è eguale al rettangolo che ha per lati la somma e la differenza dei due segmenti. Questo gnomone non è altro che la squadra dei muratori; e nel caso in cui a sia l'ipotenusa e b un cateto di un triangolo rettangolo, lo gnomone è eguale al quadrato costruito sull'altro cateto. I tre teoremi inversi si possono dimostrare facilmente; così pure il 62  TEOREMA INVERSO DI PITAGORA: Se il quadrato costruito sopra un lato di un triangolo è eguale alla somma dei quadrati costruiti sugli altri due, il triangolo è rettangolo ed il primo lato è l'ipotenusa. Usando per brevità le notazioni moderne supponiamo che tra i lati a, b, c di un triangolo sussista la relazione: a2=b2+c2. Costruitoiltriangolorettangolodicatetib e c, e chiamandone a1 l'ipotenusa, si ha per il teorema di Pitagora: a12=b2 +c2, e supponendo ad esempio a>a1, si ha sottraendo: e quindi: a 2 – a 12 = ( b 2 + c 2 ) – ( b 2 + c 2 ) (a+ a1)(a – a1)=0 Questo può accadere solo se a=a1; ma allora i due triangoli sono eguali, e quindi il triangolo dato è rettan- golo, come volevasi dimostrare. 7. Altri due importanti teoremi che si deducono im- mediatamente sono i due così detti teoremi di Euclide. 63   TEOREMA: Il quadrato costruito sopra l'altezza di un triangolo rettangolo è eguale al rettangolo avente per lati le proiezioni dei cateti sopra l'ipotenusa. Sia AH (fig. 16) l'altezza del triangolo rettangolo ABC. E siano m, n le proiezioni CH, HB dei due cateti. Indicando per comodità, rettangoli e quadrati con le no- tazioni moderne (ma senza introdurre con questo i con- cetti di proporzione e di misura), dal triangolo rettango- lo ABC si ha: e perciò: D'altra parte quindi: ma quindi anche: m2+ h2=b2 m2+ h2+ c2=b2+ c2 a=m+ n m2+n2+2mn=a2 b2+ c2=a2 m2+h2+c2=m2+n2+2mn e per la seconda nozione comune: [α] ma e quindi: e h2+ c2=n2+ 2 mn c2=h2+ n2 h2+ c2=2h2+ n2 2h2+n2=n2+2mn; 2h2=2mn 64  [β] h2=mn Dimostrato questo teorema, osserviamo che il secon- do membro della [α] è la somma di due rettangoli aventi la medesima altezza n e le basi n e 2m; esso è quindi eguale al rettangolo di base n + 2m, ed altezza n, ossia: n2+ 2mn=n(n+ 2m)=h2+ c2 n(n+ m)+ nm=h2+ c2 n(n+ m)=c2 na=c2 Si ha dunque il teorema: TEOREMA: Il quadrato costruito sopra un cateto di un triangolo rettangolo è uguale al rettangolo che ha per lati l'ipotenusa e la proiezione del cateto sopra l'i- potenusa. Questo è il così detto primo teorema di Euclide. Ricordiamo che Proclo ci attesta che il teorema non è do- vuto ad Euclide e che ad Euclide appartiene solo la dimostrazione che si trova nel testo degli Elementi (Libro). In Euclide la dimostrazione si basa sopra il postu- lato delle parallele; da essa poi si ottiene il teorema di Pitagora, e dai due l'altro teorema così detto di Euclide. Da questo teorema segue immediatamente il seguente corollario. COROLLARIO: Se due triangoli rettangoli sono tra loro equiangoli ed un cateto di uno di essi è eguale all'i- 65 od anche: e per la [β] ossia  potenusa dell'altro, il quadrato costruito sul cateto del primo è eguale al rettangolo che ha per lati l'ipotenusa del primo ed il cateto omologo del secondo. Siano i triangoli rettangoli ABC, A'B'C e sia Ĉ =Ĉ ed AC = B'C' = b. Si ha allora, abbassando l'altezza AH del primo trian- golo, c. d. d. b2=(AC)2 –BC·HC=ab'  Di questo corollario ci serviremo in seguito. Tra le conseguenze del teorema di Pitagora ha massima importanza la scoperta delle grandezze incommen- surabili, che sorge dall'applicazione del teorema ad un triangolo rettangolo isoscele. Ma ciò non rientra nel nostro tema; così pure non ci occuperemo dei metodi attribuiti a Pitagora per la formazione dei triangoli rettangoli aventi per misura dei lati dei numeri interi45. 8. Dallo studio dei rettangoli dobbiamo ora passare a quello dei quadrilateri e dei poligoni in generale. Dal TANNERY, La Géom. gr., triangolo rettangolo isoscele e dal triangolo rettangolo qualunque abbiamo ottenuto quadrato e rettangolo e le loro proprietà. In modo simile, partendo dal triangolo isoscele e dallo scaleno, si ottiene il rombo ed il romboide. Rombo, secondo la definizione che si trova in Euclide, è il quadrilatero equilatero ma non rettangolo (perché in tal caso si chiama “quadrato” [GRICE, IMPLICATURE: A square is a quadrilatero rettangolo]. Sia ABD un triangolo isoscele non rettangolo, e dal vertice B della base BD conduciamo la semiret- ta BC da parte opposta di A rispetto alla BD, formante con la BD un angolo ^DBC=^ABD, e prendiamo BC = BA. Siccome ̂ABD è acuto, sarà ̂ABC convesso; e quindi C e D stanno dalla stessa parte rispetto ad AB, mentre C ed A sono da parti opposte rispetto a BD. Uniamo C con D: i due triangoli ABD, CBD risulteran- no eguali per il 1o criterio e quindi i quattro lati del qua- drilatero ABCD sono eguali. Esso è dunque un rombo. Gl’angoli  e Ĉ sono eguali, e si riconosce subito che anche ^ADC=^ABC; la diagonale BD biseca gli angoli del rombo; l'asse di BD passa per A e per C; quindi anche l'altra diagonale biseca gli angoli, è perpendicolare alla prima ed il loro punto d'intersezione è il loro punto medio. Viceversa se il quadrilatero ABCD è un rombo, se cioè AB = BC = CD = DA (supponendo i vertici ordinati), osserviamo prima di tutto che i vertici B e C non possono trovarsi da parti opposte rispetto ad AD. Supposto infatti che ciò accada, il vertice C non può trovarsi rispetto alla BD dalla stessa parte di A, perché i due triangoli isosceli ABD, CBD con la base in comune ed eguali per il 3o criterio coinciderebbero e C coinciderebbe con A. Ma neppure può accadere che il vertice C stia da parte opposta di A rispetto a BD e di B rispetto ad AD, perché l'asse della base comune BD dei due trian- goli isosceli deve passare per A, per C e per il punto medio di BD, e quindi la semiretta AC sta tutta rispetto ad AD dalla parte di B. Dunque se un quadrilatero ha i quattro lati eguali due vertici consecutivi sono situati dalla stessa parte della congiungente gli altri due vertici. Essendo poi A e C da parti opposte di BD questa diago- nale divide il rombo in due triangoli isosceli eguali e di- vide per metà i due angoli B^ e ^D del rombo; l'altra diagonale AC non è che l'asse di BD; le due diagonali si tagliano dunque internamente, nel loro punto medio, sono perpendicolari tra loro, e bisecano gli angoli del rombo. La definizione di romboide data dagl’elementi d’Euclide è la seguente. Romboide è il quadrilatero che ha i lati e gli angoli opposti eguali tra loro, ma non è né equilatero (ossia rombo), né eteromeco (ossia un rettan- golo). Euclide chiama poi trapezii tutti gli altri quadrilateri. Subito dopo compare, in Euclide, la definizione di rette parallele, e manca invece completamente, sia tra le definizioni, sia nel testo, la definizione di parallelogrammo; mancanza sensibile anche per il fatto che sappiamo da Proclo che la locuzione parallelogrammo è una invenzione d’Euclide. Abbiamo già osservato che la definizione euclidea di rette parallele, che è la 23a ed ultima, come il postulato delle parallele è l'ultimo nell'elenco dei postulati, non va troppo d'accordo con le definizioni 2a, 3a e 4a per le quali la retta è sempre finita; ora troviamo che la definizione dei quadrilateri precede e fa astrazione dal concetto di parallele e che manca in conseguenza la definizione di parallelogrammo. Si ha l'impressione che l'elenco delle definizioni a noi giunte insieme al testo di Euclide sia l'antico o più antico, e che la classificazione dei quadrilateri ivi contenuta sia la classificazione antica, con appiccicata a guisa di coda la 23a ed ultima definizione, come il postulato delle parallele è appiccicato in fondo all'elenco degli altri postulati. Questa classificazione dei quadrilateri è più conforme ad una geometria come quella che stiamo ricostruendo che non alla geometria euclidea, basata sul V postulato; PROCLO, ed. Teubner. Cfr. ALLMAN, Greek Geometry, e si spiega con il fatto che i quattro quadrilateri: quadrato, rettangolo, rombo e romboide si ottengono operando in modo assolutamente identico sopra il triangolo rettan- golo isoscele, il triangolo rettangolo qualunque, il triangolo isoscele e, come vedremo, il triangolo scaleno (non rettangolo). Anche il romboide, infatti, si ottiene con questo procedimento. Sia, infatti, ABD un triangolo qua- lunque. Condotta da B la semiretta BC dalla parte oppo- sta ad A rispetto a BD e formante l'angolo ^DBC=^ADB, e preso su essa BC = AD, si unisca C con D. Sarà ̂ABC=̂ABD+̂ADB e quindi minore di due retti; la BC sta dunque insieme a D dalla stessa parte rispetto ad AB. I triangoli DBC ed ABD sono eguali per il 1o criterio; quindi CD = ̂AB, ^CDB=^ABD; e, poiché la BD divide l’angolo ABC e quindi anche ^ADC, si ha anche ^ABC=^ADC. Abbiamo dunque costruito un quadrilatero ABCD coi lati opposti eguali e gli angoli opposti eguali, ossia un romboide. Unito ora il punto medio M di BD con A e con C, i triangoli ADM, CBM risultano eguali per il 1o criterio; quindi ̂DMA=̂CMB e perciò i tre punti A, M, C sono allineati; MA = MC. Le diagonali del romboide si tagliano dunque per metà. Ognuna delle due diagonali di- vide il romboide in due triangoli eguali, la somma degli angoli del romboide è conseguentemente eguale a quat- tro retti (il che vale anche per il rombo), e poiché gli angoli opposti sono eguali quelli consecutivi sono supple- mentari. Viceversa, se si escludono dalle nostre considerazioni i poligoni intrecciati e quelli non convessi, si dimostra che se un quadrilatero ABCD ha i lati opposti eguali esso è un romboide. Con tale ipotesi gli angoli del qua- drilatero debbono essere tutti convessi; se fosse infatti ̂DAB un angolo concavo il vertice C dovrebbe stare rispetto a BD dalla stessa parte di A ed essere esterno al triangolo BDA e così pure dovrebbe essere A esterno al triangolo BCD, perché, se fosse p.e. A interno al triangolo DCB, sarebbe, come si può dimostrare, la somma di AD ed AB minore della somma di CD e CB, mentre con l'ipotesi fatta le due somme devono essere eguali. Ma se A è esterno a BCD, e C è esterno a ABD, ed A e C stanno da una stessa parte di BD il quadrilatero ABCD viene intrecciato. Ne segue che il quadrilatero ABCD ha gli angoli convessi. Essendo DAB convesso il vertice C sta rispetto a BD da parte opposta di A, perché se stesse dalla stessa parte il quadrilatero sarebbe intrecciato oppure avrebbe con- cavo l'angolo C^ . Il quadrilatero ABCD, allora, è diviso dalla diagonale BD in due triangoli eguali per il 3o criterio, e gli angoli opposti risultano eguali; avendo quindi lati opposti ed angoli opposti eguali esso è un romboide. Così pure si dimostra che se un quadrilatero convesso ha gli angoli opposti eguali, esso è un romboide. Anche in questo caso A e C non possono stare dalla stessa parte rispetto a BD, perché essendo eguali gli angoli ^A e C^ il vertice C non può stare dentro il triangolo DAB, né il vertice A dentro il triangolo DCB, e perché se A è ester- no a DCB e C a DBA, ed A e C stanno dalla stessa parte di BD, il quadrilatero ABCD risulta intrecciato contro la ipotesi. Stando dunque A e C da parte opposta di BD la BD divide il quadrilatero in due triangoli, e perciò la somma dei quattro angoli del quadrilatero viene eguale a quattro retti. Essendo eguali le coppie di angoli opposti si avrà allora ^CDA+^DAB=due retti; e quindi ̂CDB = due ret- ti meno la somma di ̂BDA e ^DAB. Ma per il teorema dei due retti questa somma ha per supplemento l'angolo ^ABD, e perciò ^CDB=^ADB. Analogamente ^DBC=^ADB, e quindi i due triangoli ABD, DBC sono eguali per il secondo criterio, ed è AB = DC e AD = BC, ed il quadrilatero ABCD è un romboide. Si vede poi facilmente, riconducendosi al primo caso che se un quadrilatero ha le diagonali che si tagliano per metà, esso è un romboide47. 10. Abbiamo veduto così, senza neppure parlare di rette parallele, come si possono definire quadrato, rettangolo, rombo e romboide, e riconoscere le loro pro- prietà caratteristiche. Si può dimostrare facilmente che il punto d'incontro delle diagonali nel romboide (e quindi anche negli altri tre quadrilateri) è un centro di figura, e che le perpendi- colari condotte da esso ai lati opposti sono per diritto. Facendo ruotare allora la figura intorno a questo punto, nel caso del quadrato, un lato si porta successivamente sopra gli altri ed ogni vertice sul consecutivo, e la figura si sovrappone a se stessa con ogni rotazione di un ango- lo retto; nel caso del rombo la retta di un lato si sovrap- 47 Non ignoriamo che per soddisfare l'esigenza moderna della generalizzazione avremmo dovuto trattare subito il caso generale dei romboidi e dedurne poi le proprietà nei casi particolari del rombo, del rettangolo e del quadrato. Ma il nostro scopo non è quello di fare una nuova geometria, al contrario è quello di resti- tuire l'antica geometria pitagorica, quale verisimilmente e probabilmente era; e riteniamo che per riuscirvi convenga, se non ne- cessita, rifarsi una mentalitità pitagorica, pre-euclidea, senza ec- cessivi ossequii per le abitudini e le esigenze moderne. L'ordine cui ci siamo attenuti è quello della classificazione dei quadrilateri nelle «definizioni di Euclide», e siamo persuasi che questo ordine risponde all'ordine cronologico di scoperta ed a quello espositivo della trattazione dei quadrilateri da parte dei pitagorici.  pone successivamente alla retta degli altri lati, e nel caso del rettangolo e del romboide ciò accade solo per la ro- tazione di mezzo giro. Il rombo gode dunque della stessa proprietà di cui gode un triangolo qualunque quando ruota intorno al punto d'incontro delle tre bisettrici, ed il quadrato si comporta come il triangolo equilatero sovrapponendosi a se stesso quattro volte in un giro completo come quel- lo tre volte. Se facciamo queste considerazioni è perché il nome stesso del rombo e quindi anche quello del romboide ci pare legato ad esse. In greco, infatti, dicono i dizionari, ῥόμβος (da ῥέμβω) designa ogni corpo di figura circola- re o mosso in giro. Anticamente era il nome del fuso, e nel funzionamento del fuso le fila tessute prendevano la forma del rombo. Rimase poi il nome di rombo al rom- bo di bronzo di cui è menzione nei misteri di Rea, la madre frigia presso i greci, ed uno scoliaste alle Argonautiche d’Apollonio dice che il rombo è un rocchetto che vien fatto girare battendolo con delle striscie di latta. Archita pitagorico parla in un suo frammento di questi rombi magici che si fanno girare nei misteri. Apollonio, Argonautiche. In OMERO (Iliade) sono chiamati anche στρόμβοι. Anche Proclo (Teubner) dice che sembra che anche il nome sia venuto al rombo dal movimento. MIELI (si veda) che riporta il testo greco di Archita traduce ῥόμβοι in tamburi (MIELI – Le scuole jonica, pythagorica) e lo CHAIGNET traduce: les toupies magi- Cosicché la classificazione dei quadrilateri che si trova negli Elementi di Euclide, non solamente è indipendente dal concetto di parallele, ed ha tutta l'aria di essere pre- euclidea, ma nella terminologia sembra riconnettersi al postulato della rotazione pitagorica, ed alle proprietà dei triangoli che vi si riferiscono. La proprietà riscontrata per il triangolo equilatero e per il quadrato sussiste per ogni poligono convesso equilatero ed equiangolo, inscritto in una circonferenza. Supposto diviso l'angolo giro, od una circonferenza, in n parti eguali, e presi a partire dal centro sopra i raggi n segmenti eguali, riunendone consecutivamente gli estre- mi si ottiene un poligono regolare, decomposto in n triangoli isosceli eguali tra loro e di eguale altezza (apo- tema del poligono). Facendo ruotare la figura intorno al centro di un 1n di angolo giro il poligono si sovrappo- ne a se stesso; e quindi in un giro completo si sovrappo- ne n volte su se stesso. Per il postulato della rotazione l'angolo esterno risulta 1n di quattro retti, e quello interno il suo supplemento. Aumentando n, l'angolo interno va crescendo e si può calcolarne il valore per n = 5, 6, ...  ques. Siamo ora in grado di occuparci della scoperta pitago- rica dei poligoni regolari congruenti attorno ad un vertice che riempiono il piano. I poligoni debbono essere almeno tre, ed occorre che l'angolo del poligono sia contenuto esattamente nell'angolo giro. Questo accade con il triangolo equilatero il cui angolo è la sesta parte di quattro retti; con il quadra- to il cui angolo è la quarta parte di quattro retti, non si verifica con il pentagono regolare, si verifica con l'esa- gono il cui angolo è un terzo di giro; e non può verificarsi con altri poligoni regolari perché se il numero dei lati supera il sei l'angolo interno supera il terzo di giro. Questa scoperta è dunque una conseguenza del teorema dei due retti; risulta cioè da una dimostrazione, come Proclo ci ha riferito, e non è affatto un dato empirico che ha servito a dedurre il teoremi dei due retti come Tannery e Allman vorrebbero, malgrado l'esplicita asserzione di Proclo che della proprietà dei poligoni regolari congruenti attorno ad un vertice fa un teorema pitagorico.  La divisione della circonferenza in 2, 3, 4, 6, 8, ... parti eguali ed il problema relativo della inscrizione in essa dei poligoni regolari di 3, 4, 6, 8, ... lati non presenta difficoltà per i pitagorici. Occorre appena osservare che dalla riunione di sei triangoli congruenti attorno ad un vertice comune si ottiene appunto l'esagono regolare il cui lato risulta eguale al raggio della circonferenza circoscritta. Più difficile invece si presenta il problema della divisione della circonferenza in 5, 10 parti eguali e della in- scrizione in essa del pentagono e del decagono regolari; problema che doveva destare nei pitagorici speciale interesse perché l'arco sotteso dal lato del decagono stava nell'intera circonferenza come l'unità nella decade. Essi hanno certamente risolto questo problema, perché altrimenti non avrebbero potuto costruire l'icosaedro ed il dodecaedro regolare come invece sappiamo hanno fatto. Vediamo come possono aver fatto, sempre prescindendo dalla teoria delle parallele, della similitudine, delle proporzioni e dai due postulati di Euclide ed Archimede. Il problema dell'applicazione semplice, che Euclide risolve dopo avere dimostrato il teorema sopra i paralle- logrammi complementari (parapleromi) si può risolvere, in un caso particolare, anche senza ammettere il postulato delle parallele. Il problema si può enunciare così: Costruire un rettangolo di base data ed eguale ad un rettangolo od un quadrato assegnato; problema che corrisponde alla determinazione della soluzione dell'equazione di primo grado: oppure: ax=bc ax=b2 Se a > b oppure a > c, il problema è risolubile anche nella nostra geometria. Sia, per esempio, a > b e sia HBCK il rettangolo dato con HB = b e BC = c. Preso sopra la BH a partire da B e dalla parte di H il segmento BA = a, completiamo il rettangolo ABCD. Poiché H è compreso tra A e B, questi punti restano da parti opposte di HK, e così pure i punti C e D; perciò la HK taglia in un punto P interno la diagonale AC. Conduciamo infine per P la MN perpendicolare alle AD, HK, BC. Per l'eguaglianza delle coppie di triangoli ABC, ADC; PNC, PKC; AHP e AMP, risulta sottraendo che il rettangolo HBNP è eguale (in estensione) al rettangolo MPKD, ed aggiungendo ad entrambi il rettango- lo PNCK si ha che il rettangolo MNCD è eguale al rettangolo dato HBCK. Il segmento CN è dunque l'incognito x dell'equazione. Se invece a è minore tanto di b che di c, ossia se H è esterno al segmento BA, non si ha più la certezza che la AC prolungata incontri in un punto P il prolungamento del lato HK. Tale certezza si ottiene solo con la proposi- zione che costituisce il postulato di Euclide. Ora vale la pena di notare in proposito che Proclo nel commento ad Euclide (teorema dello gnomone) dice che i tre problemi dell'applicazione sono scoperte dovute alla musa dei pitagorici secondo οἷ περὶ τὸν Εὔδημον, e non dice come in tutti gli altri casi che quan- to afferma è basato sopra l'autorità d’Eudemo. La testimonianza non è questa volta quella personale di Eudemo, ed a questa indeterminazione nella testimonianza corrisponde il fatto che gli antichi pitagorici, senza la teoria delle parallele, potevano risolvere il problema solo nel caso ora veduto. Esso è del resto quello che ci interessa, perché per- mette di risolvere le questioni che ci si presenteranno in seguito. Per risolvere, dopo quello dell'applicazione semplice (parabola), gli altri due problemi dell'applicazione, dob- biamo premettere il seguente teorema ed il suo inverso: TEOREMA: Il punto medio dell'ipotenusa di un triangolo rettangolo è equidistante dai tre vertici, ed in- versamente se in un triangolo il punto medio di un lato è equidistante dai tre vertici esso è rettangolo. Sia ABC il triangolo rettangolo (fig. 21), ed A il verti- ce dell'angolo retto. Conduciamo per A dalla parte di C rispetto ad AB la semiretta che forma con AB un angolo eguale all'angolo (acuto) ^ABC. Essa è interna all'an- golo retto ^CAB, sega quindi l'ipotenusa BC in un pun- to O interno, formando due triangoli isosceli OAB, OAC (il secondo ha gli angoli alla base complementari di angoli eguali); quindi O, punto medio dell'ipotenusa, è equidistante dai tre vertici. Viceversa, se nel triangolo ABC è O il punto medio di BC ed è OA = OB = OC, risulta ^OAC=^OCA; ^OAB=^OBA,, siccome per il teorema dei due retti la 80  somma di questi quattro angoli è eguale a due retti si avrà: ^OAC+^OAB=unretto. Notiamo che le due altezze dei triangoli isosceli li suddividono in triangoli rettangoli eguali e si ha: OM=12AC; ON=12AB 3. Passiamo agli altri due problemi dell'applicazione. Il problema dell'applicazione in difetto (ellissi) si può enunciare così: Costruire un rettangolo di area data b2 e tale che la differenza tra il rettangolo di eguale altezza e base assegnata ed esso sia un quadrato. Più moderna- mente e più chiaramente: costruire un rettangolo di data area b2, conoscendo la somma dei lati a. Si tratta cioè di risolvere l'equazione di secondo gra- do: x (a – x)=b2 Sia ABCD il quadrato di lato AB = b. Preso sulla AB dalla parte di A il punto O tale che DO sia eguale alla metà di a, si determinano sulla AB i punti E ed F tali che OE = OD = OF. Per il teorema precedente il triangolo EDF è rettangolo; e quindi il quadrato co- struito sull'altezza AD è eguale al rettangolo di lati AF, AE. Costruito il rettangolo EKGF, con EK = AE, se da esso si toglie il rettangolo AHGF ossia il quadrato ABCD, la differenza AEKH è appunto un quadrato. Il rettangolo AHGF risolve dunque il problema, ed è EA la 81  x dell'equazione data. Affinché il problema ammetta so- luzione reale occorre che sia a>2b. Il problema dell'applicazione in eccesso (iperbole) si può enunciare così: costruire un rettangolo di area data b2 e tale che la differenza tra di esso ed il rettangolo di eguale altezza e base assegnata a sia un quadrato. Il pro- blema equivale a costruire un rettangolo conoscendone l'area e la differenza dei lati, ossia corrisponde alla riso- luzione dell'equazione: x(a+ x)=b2 ed ammette sempre soluzione. Sia ABCD il quadrato di lato b, e prendiamo dalla parte di B sulla AB il segmento AF'=a. Sia O il punto medio di AF'; e prendiamo sulla AB i segmenti OE = OD = OF. Il triangolo EDF è rettangolo, ed il qua- drato dell'altezza ABCD è eguale al rettangolo che ha per lati le proiezioni EA = EK, ed AF = EF' dei cateti. 82   Se da questo rettangolo si toglie il rettangolo AHL'F' di eguale altezza e base assegnata AF'= a, si ottiene ap- punto un quadrato EKHA. Il rettangolo EKL'F' risolve dunque il problema, ed EA è la x dell'equazione. PROBLEMA. Determinare la parte aurea di un segmento; ossia dividere un segmento in modo che il quadrato avente per lato la parte maggiore (parte aurea) sia eguale al rettangolo avente per lati l'intero segmento e la parte rimanente. Questo problema è un caso particolare del problema dell'applicazione in eccesso; e precisamente il caso in cui a = b. Costruiamo il quadrato ABCD sul segmento assegnato AD. Sia O il punto medio di AD, e prendiamo su AD i segmenti OE = OF = OC. Il triangolo ECF è rettangolo, quindi il quadrato che ha per lato CD è eguale al rettan- golo EHKD che ha per lati DK = DF ed ED. 83   Siccome OC e quindi OF è minore di OD + DC, ri- sulta DF e quindi DK minore di DC; l'altezza del rettan- golo EHDK è dunque minore del lato AB del quadrato dato mentre la base ED ne è evidentemente maggiore; perciò la HK divide il quadrato in due parti, e togliendo dal rettangolo EHKD e dal quadrato ABCD la parte comune AGDK si ha che il quadrato EHGA è eguale al rettangolo BGKC, che ha per lati il segmento assegnato BC ed il segmento BG, che è quanto resta del lato AB = BC quando se ne toglie AG, ossia il lato del quadrato EHGA. Il punto G divide dunque il segmento AB nel modo richiesto, ossia è AG = EA la parte aurea di AB. Dalla figura risulta che AD è la parte aurea di ED, mentre la parte rimanente EA è la parte aurea della parte aurea AD; similmente BG è la parte aurea di AG ecc. L'unicità della parte aurea di un segmento si dimostra per assurdo. Sia per esempio AS < AG un'altra soluzio- ne; ossia, con le notazioni moderne: sia: (AS)2 = AB BS Per l'ipotesi fatta si ha: AG =AS+SG e BG=BS-SG e quindi (AS)2 + (SG)2 + 2AS SG = (AG)2 ma (AG)2 = AB BG = AB BS – AB SG e quindi (AS)2 + (SG)2 + 2AS SG = AB BS – AB SG e (AS)2 + (SG)2 + 2AS SG + AB SG = AB BS 84  dalla quale, togliendone la prima (SG)2 + 2AS SG + AB SG = 0 ossia SG (SG + 2AS + AB) = 0 Questo rettangolo dovrebbe essere nullo; e ciò può accadere solo se SG = 0, ossia se S coincide con G. 5 TEOREMA: La base di un triangolo isoscele aven- te l'angolo al vertice eguale alla quinta parte di due ret- ti è la parte aurea del lato. Un triangolo isoscele VAB che abbia l'ango- lo al vertice di 36° e quindi quelli alla base di 72°, è diviso dalla bisettrice di uno degli angoli alla base in due triangoli isosceli CAV, ACB ed i tre segmenti VC, AC, AB risultano eguali. Il triangolo VAB e il triangolo ACB risultano inoltre equiangoli tra loro. Abbassando le altezze VH ed AM, e conducendo da H l'altezza HN del triangolo isoscele AHM, si ha NH=12 BM – 14 BC I triangoli rettangoli VAH, AHN hanno gli angoli eguali, ed il cateto AH del primo è l'ipotenusa del se- condo; perciò per un corollario del capitolo precedente si ha: rett. (VA, NH) = quad. (AH) e quindi: 4 rett. (VA, NH) = 4 quad. (AH) rett. (VA, 4 NH) = quad. (AB) rett. (VA, BC) = quad. (VC) Dunque VC, ossia AB è la parte aurea di VB; c.d.d. Si dimostra, per assurdo, il teorema inverso: Se un triangolo isoscele ha la base che è parte aurea del lato, esso ha l'angolo al vertice eguale alla quinta parte di due retti. Sia V'A'B' il triangolo dato e la base A'B' parte aurea del lato V'A'. Costruito il triangolo isoscele VAB con VA = VB = V'A' e l'angolo al vertice un quinto di due retti, sarà per il teorema precedente AB parte aurea di VA ossia di V'A'; e per l'unicità della parte aurea sarà AB = A'B' e quindi i due triangoli eguali c.d.d.50 50  LORIA (Scienze esatte) attribuisce a Pitagora la costruzione del triangolo isoscele con l'angolo al vertice metà di quello della base, riportandola alla costruzione della parte aurea; ma per dimostrare che la base è la parte aurea del lato ricorre alla similitudine dei triangoli VAB, ABC (fig. 24), e sembra che in- Per costruire un triangolo isoscele con l'angolo al vertice metà di quello alla base, ossia per costruire un angolo eguale ad un quinto di due retti od a un decimo dell'angolo giro, basta prendere per lato un segmento qualunque, e per base la sua parte aurea. Facendo com- piere a tale triangolo 10 rotazioni attorno al vertice eguali all'angolo al vertice, si viene a riempire il piano attorno al vertice e si ottiene un decagono regolare. Viceversa se una circonferenza è divisa in 10 parti eguali, il lato del decagono regolare inscritto è la parte aurea del raggio. Siamo dunque in grado di risolvere il PROBLEMA. Dividere una circonferenza in dieci parti eguali. Uniamo il punto medio C del raggio OA con l'estremo B del raggio perpendicolare ad OA, e prendia- mo dalla parte di A il segmento CD sulla OA eguale a CB; AD è la parte aurea del raggio. Essendo AD minore di OA la circonferenza di centro A e raggio AD taglia in due punti E, P la circonferenza di centro O e raggio OA. Questo accade, naturalmente, ammettendo tacitamente (come Euclide ha fatto ancora, due secoli dopo Pitago- ra) il postulato della continuità in un caso particolare, ammettendo cioè che se un circolo ha il centro A sopra una circonferenza di centro O e passa per un punto D tenda significare che tale via fu tenuta anche da Pitagora. Lo svi- luppo che abbiamo mostrato parte, invece, dal teorema di Pitagora, ed utilizza soltanto conseguenze di questo teorema, in particolare il corollario ed i problemi dell'applicazione che sappiamo erano stati risolti dai pitagorici. esterno ed uno interno a tale circonferenza le due circonferenze si tagliano. Questa proprietà talmente assiomatica che Euclide non ha sentito il bisogno di postularla, per i pitagorici doveva costituire un dato di fatto, una verità primordiale. Gli archi AE, AP sono dunque un decimo della intera circonferenza. Facendo centro successivamente in E ed in P ecc. con il medesimo raggio si determinano gli altri punti di divisione, due a due diametralmente opposti es- sendo 10 un numero pari. Riunendoli successivamente si ottiene il decagono regolare inscritto; riunendo il primo con il terzo, il terzo con il quinto ecc. si ottiene il pentagono regolare inscritto. Si vede dunque come partendo dal teorema di Pitagora, e con i semplici procedi- menti esposti, i pitagorici erano in grado di dividere la circonferenza in 5 e 10 parti eguali, e di inscrivere in essa il decagono ed il pentagono regolari. Il pentagono stellato o pentalfa (o pentagramma) si ottiene pure im- mediatamente conducendo le cinque diagonali del pentagono; e poiché il pentalfa era il simbolo del sodalizio pitagorico, la scoperta della divisione della circonferenza in 10 e 5 parti eguali e la costruzione del decagono regolare, del pentagono regolare e del pentalfa, vanno attribuite senz'altro a Pitagora. 7. Le ragioni per le quali il pentalfa fu prescelto come simbolo dalla nostra Scuola non sono tutte di natura geometrica. Cosa naturale, data la connessione tra la geometria, le altre scienze e la cosmologia pitagorica. Ma le proprietà geometriche che legano tra loro il rag- gio della circonferenza, i lati del pentagono e del deca- gono regolari inscritti, e quelli del pentalfa e del decago- no stellato o decalfa, sono tante e così semplici e belle da avere indubbiamente suscitato l'ammirazione dei pitagorici e da avere contribuito a determinare od a giusti- ficare la scelta del pentalfa a simbolo della Scuola ed a segno di riconoscimento tra gli appartenenti all'Ordine. Vediamone ordinatamente una parte. Congiungendo successivamente i punti di divisione A, B, C,... della circonferenza in 10 parti eguali si ha il decagono regolare ABCDEFGHIL, di cui indi- cheremo il lato con l10. Esso è la parte aurea del raggio. Congiungendo A con C, C con E ecc., si ha il pentagono regolare ACEGI di cui indicheremo il lato AC con l5; congiungendo A con D, D con G ecc., si ha il decagono stellato ADGLCFIBEH oppure AA'BB'CC'... LL' o decalfa di cui indicheremo il lato con s10; congiungendo A con E, E con I ecc. si ha il pentalfa AEICG oppure ANCN1EN2GN3IN4 di cui indicheremo il lato con s5. Congiungendo A con F si ottiene il diametro, e tiran- do da A le corde AG, AH... degli archi sestuplo ecc. dell'arco AB si riottengono in ordine inverso i poligoni re- golari già ottenuti. I poligoni regolari e stellati inscritti nella circonferenza, e che si ottengono mediante la sua suddivisione in 10 parti eguali, sono quattro e solo quat- tro. Il pentalfa deve evidentemente il suo nome ai cinque α (A dell'alfabeto greco) come quello formato dai tratti AE, AG, NN4 della figura. Il nome è adoperato da Kircher nella sua Aritmetica. Siamo però convinti che questa è la denominazione originale pitagorica, e che analogamente decalfa è la denominazione origina- le del decagono stellato. Abbiamo già veduto che riportando 10 volte successivamente l'arco AB sulla circonferenza si esaurisce la circonferenza, come la somma di dieci unità esaurisce l'intera decade. E come gli elementi della geometria: il punto, la linea (retta o segmento determinato da due punti), la superficie (piano, triangolo determinato da tre punti), il volume (tetraedro, determinato da quattro pun- ti) riempiono ed esauriscono lo spazio (tridimensionale), corrispondentemente la somma dei primi quattro numeri interi dà la decade, relazione pitagorica fondamentale che dall'unità attraverso la sacra tetractis conduce alla decade. Altrettanto, naturalmente, succede nella nostra figura dove l'arco AB sommato con il suo doppio BD, con il triplo DG e con il quadruplo GA dà per somma la intera circonferenza. 51 Cfr. G. LORIA, Storia delle Matematiche, vol. I, pag. 66. 91   Il quadrilatero ABDG che ha per lati l10, l5, s10, s5 e per diagonali AD = s10 e BG = 2r, è diviso dalla diago- nale BG in due triangoli rettangoli, e quindi si ha:  l2+s2=4r2 10 5 l2+s2 =4r2 5 10 dalle quali l2+l2+s2+s2=8r2 5 10 5 10 relazione che lega il raggio della circonferenza ed i lati dei quattro poligoni, che si enuncia con il TEOREMA: La somma dei quadrati costruiti sopra il lato del decagono regolare, del pentagono regolare, del pentalfa e decalfa inscritti in una circonferenza è eguale ad otto volte il quadrato costruito sul raggio. Si riconosce facilmente che il diametro AOF è perpendicolare al lato EG del pentagono ed al lato CI del pentalfa, ed essendo l'angolo ̂EOF di 36° ed il trian- golo EOA isoscele l'angolo ̂EAF risulta di 18° e quindi ̂EAG di 36°. Ne segue il TEOREMA: La somma dei cinque angoli del pental- fa è eguale a due retti, che si dimostra facilmente vero per qualunque pentagono intrecciato. I triangoli isosceli AEG, ANN4 avendo l'angolo al vertice di 36° hanno la base parte aurea del lato. Dunque il lato del pentagono regolare inscritto è la parte aurea del lato del pentalfa; ed NN è parte aurea di AN. ̂ ̂1 Essendo DOF di 72° DAO viene di 36°; simil- mente si riconosce che ̂CAO è di 54° e ̂BAO di 72°; ossia che la perpendicolare per A al diametro AF e le congiungenti A cogli altri punti di divisione in 10 parti eguali della circonferenza dividono l'angolo piatto attorno ad A in 10 parti eguali; ed analogamente per gli altri vertici. Se ne trae che AN = NC = CN1 = N1E ecc. Il triangolo ECN avendo i due angoli alla base CN eguali e di 72° è isoscele; perciò EN è eguale al lato l5 del pentagono, il quadrilatero NEGI è un rombo, le dia- gonali del pentagono regolare ossia i lati del pentalfa si dividono in parti corrispondenti eguali, di cui la mag- giore è eguale al lato del pentagono. Nel lato AE del pentalfa, NE = EG = l5 è la parte aurea di AE, quindi N1E = AN è la parte aurea di EN; ed NN1 la parte aurea di AN. Naturalmente NN1N2N3N4 è un pentagono rego- lare. Notiamo infine che l'apotema del pentagono regolare è la metà del lato del decalfa, come si ottiene dal trian- golo rettangolo ACF. Altre proprietà avremo occasione di riconoscerle in seguito. Dobbiamo ora stabilire un'altra importante relazio- ne che si presenta nella costruzione dell'icosaedro, e che i pitagorici debbono quindi aver conosciuto. Ammettendo che ogni retta passante per un punto in- terno ad una circonferenza è una secante, si dimostra che la perpendicolare al raggio nel suo estremo è la tangente in quel punto alla circonferenza. E siccome sappiamo che il luogo geometrico dei vertici dei triangoli rettangoli di data ipotenusa è la circonferenza che ha per diametro l'ipotenusa, si è anche in grado di condurre le tangenti ad una circonferenza da un punto assegnato. Conduciamo allora da un punto P esterno ad una circonferenza la tangente PN, il diametro PO ed una secante qualunque PCD. La mediana del triangolo isoscele OCD è perpendico- lare alla base CD, ed il rettangolo che ha per lati PD e PC ossia PM + CM e PM – CM è eguale come sappia- mo alla differenza dei quadrati costruiti su PM e su MC. Si ha: PC · PD = (PM + MC) (PM – MC)= = (PM)2 – (MC)2 = = (PM)2 + (OM)2 – [(OM)2 + (MC)2]= = (PO)2 – (OC)2 = (PO)2 – (ON)2 = = (PN)2. Prendiamo allora nella figura sulla AB a partire da A il segmento AS = OA: i triangoli isosceli OAC, ASO, avendo il lato eguale e l'angolo al vertice eguale sono eguali, e quindi OS = AC = l3; e siccome in questi trian- goli l'angolo al vertice supera quello alla base, la base 94   OS è maggiore del lato OA ed il punto S è esterno alla circonferenza. Condotta da S la tangente ST, sarà per il teorema ora dimostrato: (ST)2 = SA · SB e, siccome AB è il lato del decagono regolare, esso è la parte aurea di AS, ossia: (AB)2 = SA · SB quindi ST = AB = l10 Dal triangolo rettangolo OST si ha allora: (ST)2 + (OT)2 = (OS)2 ossia la relazione: [4] l2 +r2=l2 10 5 che si enuncia così: TEOREMA: Il lato del pentagono inscritto è l'ipote- nusa di un triangolo rettangolo che ha per cateti il rag- gio ed il lato del decagono regolare inscritto. 9. Nella figura 26 i segmenti OC ed AD si tagliano in un punto V e risulta ^AVO=^DCV=72°. Dai triangoli isosceli AVO, DCV con l'angolo al ver- tice di 36° si ha VO = VD = DC = l10, ed AV = OA = r; quindi VD è la parte aurea di AV ossia di r ed AV è la parte aurea di AD. Il raggio è dunque la parte aurea del lato del decalfa, e si ha la semplice relazione: [5] r+ l10=s10 95  Da questa relazione e dalle altre ottenute si deducono geometricamente le seguenti, che scriviamo per brevità con le solite notazioni: s2 +r2=s2 +l2–l2 =4r2–l2 =s2 10 10510 105 [6] s2 +r2=s2 e sostituendo nella [1] [7] s2 +r2+l2 =4r2 e s2 +l2 =3r2 1010 1010 e perciò dalla [3]52 [8] s25+ l25=5r2 Si ha inoltre: r2=(s –l )2=s2 +l2 –2s l quindi [9] 10 10 10 10 1010 r2=3r2 –2s10l10 e s10l10=r2 (s l )2=s2 +l2 +2s l =3r2+2r2=5r2 10 10 10 10 10 10 e quindi 10 5 (s10 l10)2=s25+ l52 [10] Prendiamo adesso il triangolo rettangolo ABC (fig. 28) coi cateti AB = l10 ed AC = r; l'ipotenusa è BC = l5, e prendendo sui prolungamenti dei cateti BD = r e CF = l10 si ha AD=AF=s10; CD=s5. Preso AM=s10 +l10,e 52 La relazione s52+ l25=r2 si trova (cfr. LORIA, Scienze esatte) nel libro di Euclide (che è di Ipsicle), e così pure l'altra: a5=r+l10 . 2 Ma ciò non prova che fossero sconosciute prima di lui. Ipsicle, infatti, dimostra anche che l'apotema del triangolo equilatero è la metà del raggio, proprietà nota certamente molto prima. sulla perpendicolare alla AM il segmento ML = r anche BL = s5; ed il triangolo CBL risulta rettangolo, perché CL = AM = s10 + l10. In questo triangolo rettangolo compaiono gli stessi cinque elementi che comparivano nella formula [3]. Esso ha per cateti il lato del pentagono regolare inscritto e quello del pentalfa, ha per altezza il raggio del cerchio circoscritto, e le due proiezioni dei cateti sull'ipotenusa sono eguali rispettivamente al lato del decagono regola- re inscritto ed a quello del decalfa; la proiezione del ca- teto minore è parte aurea dell'altezza e l'altezza è parte  aurea della proiezione del cateto maggiore. Il cateto mi- nore è parte aurea di quello maggiore, e la somma dei quadrati costruiti sopra i tre lati è eguale a dieci volte il quadrato costruito sopra l'altezza, ossia sul raggio della circonferenza circoscritta a quei poligoni regolari. Inoltre, poiché i rettangoli ABKC, BMLK sono divisi per metà dalle diagonali BC, BL, il triangolo rettangolo CBL è la metà tanto del rettangolo di lati CB e BL quan- to del rettangolo di lati CA ed AM; si ha quindi una terza relazione tra quei cinque elementi: l5·s5=r(s10+l10) indicando con a5 l'apotema del pentagono e con a10 l'a- potema del decagono, aggiungiamo alle precedenti anche le relazioni:  2a5=s10=r+l10  2a10=s5 Vedremo in seguito le relazioni che legano questi ele- menti ai vari elementi del dodecaedro regolare. Il pentalfa era il simbolo del sodalizio pitagorico. Si disegna, con la punta in alto scrivendo in corrispondenza dei vertici le lettere componenti la parola ὑγίεια, latino salus, da intendere nel duplice senso che ha la parola salute in Dante e nei «Fedeli d'Amore», ossia nel senso di quella salvezza o sopravvivenza privilegiata indicata alla fine dei Versi d'oro. Questo antico simbolo pitagorico riappare qua e là nella tradizione esoterica occidentale, designato di solito come la figura di Pitagora. Talora al centro si trova scritta la lettera G, iniziale di Geometria, come ad esem- pio nella flaming Star di un noto Ordine Occidentale avente per scopo il perfezionamento dell'uomo, ossia alla lettera, la teleté dei misteri. Ma non è ora il caso di fare la storia della sua trasmissione sino a divenire il fatidico stellone d'ITALIA. Diremo soltanto, che il pentalfa ed IL FASCIO LITTORIO (tra i quali passa più di un legame) sono i soli importanti simboli spirituali veramente occidentali. Il resto, buono o cattivo che sia, vien dall'Oriente. Per vedere in quale modo Pitagora pervenne alla costruzione dei poliedri regolari ed alla loro inscrizione nella sfera occorrerebbe fare per lo spazio quel che ab- biamo fatto, in parte, per il piano. Ossia ricostruire la geometria pitagorica dello spazio senza introdurre i con- cetti di rette parallele, di rette e piani paralleli, di piani paralleli, e mostrare come si possa egualmente pervenire ai risultati che Eudemo attraverso Proclo ci tramanda come conseguiti da Pitagora. Ma per non allungare troppo questo nostro studio ci limiteremo ad indicare per sommi capi la via da tenere, o una delle vie da seguire, tralasciando in generale le dimostrazioni che ognuno può trovare da sé. Perciò, ammettendo che un piano divida lo spazio in due semispazii, ammettiamo anche il postulato del semi- spazio: Il segmento congiungente due punti situati da parti opposte rispetto ad un piano è tagliato in un suo punto dal piano. Può darsi che anche questo caso parti- colare del postulato di continuità fosse ammesso tacita- mente come una verità primordiale. Si dimostra poi nel modo ordinario che: Una retta non giacente in un piano e che abbia con esso un punto comune è divisa da esso in due semi- rette situate da parti opposte rispetto a quel piano. Se due piani hanno un punto in comune la loro in- tersezione è una retta passante per quel punto; uno qualunque dei due piani è diviso dalla comune in- tersezione in due semipiani situati da parti opposte rispetto all'altro. Se per un punto H di una retta m si conducono ad essa in piani diversi due perpendicolari a e b, ogni altra retta del piano ab passante per H è perpendi- colare alla m, e viceversa ogni perpendicolare alla m per H giace nel piano ab. Il piano ab dicesi per- pendicolare alla retta m in H; e la retta perpendico- lare m al piano ab in H. d) Per un punto A appartenente o no ad una retta passa un piano ed uno solo perpendicolare ad essa. Teorema delle tre normali: Se una retta m è perpen- dicolare ad un piano α e dal piede H esce nel piano una retta a perpendicolare ad una retta r di α (passante o no per il piede H), la terza retta r è perpen- dicolare al piano am delle prime due. f) Due piani che si intersecano dividono lo spazio in quattro parti (diedri). Seguono le definizioni di die- dro convesso, piatto e concavo. Sia β  un piano perpendicolare ad una retta a e sia H il suo piede. Conduciamo per a un piano qualunque α, e sia r la αβ; e conduciamo per H in β  la bb' perpendicolare alla r. Per il teorema delle tre normali la b è perpendicolare al piano α e quindi ad a; i due angoli ^bHa, ^aHb' risultano retti. Facendo ruotare il piano ab intorno ad H su se stesso esso rimane perpendicolare alla r e quando la semiretta b va sulla a e la a sulla b', il semipiano β vasul semipiano α ed α su β'.I due diedri β̂α e ̂αβ ' si sovrappongono, sono quindi eguali; il semipiano α biseca dunque il diedro piatto ^βrβ'. Ogni altro semipiano per r è interno all'uno od al- l'altro dei diedri α̂βe^αβ'; quindi per una retta r del piano β si può condurre uno ed un solo piano α che bisechi il diedro piatto ^β r β ' . Il piano α dicesi perpendicolare al piano β; l'angolo ^a H b dicesi sezione normale di αβ, ed è retto. Se per un punto P di α si conduce la perpendicolare a' alla r dal piede e la c in β perpendicolare alla r, anche il piano a'c è perpendicolare alla r; facendo ruotare attorno alla r il semipiano β va in α ed α in β', la semiretta c va sulla a', e la a' sulla c'; dunque ĉ a =̂a ' c ' = un retto, e quindi a' risulta p̂erpendi- colare anche a β e la sezione normale a ' c del ̂^ diedro αβ risulta eguale all'altra ab . h) Retta perpendicolare ad un piano per un punto. Sia H un punto di un piano β, e si conduca per H in β una retta b qualunque, e per H il piano α ^ Se poi il punto dato fosse P esterno al piano β, condotta in β una retta b qualunque e per P il piano α perpendicolare alla b, esso interseca la b e quindi il piano β secondo una retta r. Da P in α si conduca la PH' perpendicolare alla r e per il teorema delle tre normali risulta PH' perpendicolare a β. Per assurdo se ne dimostra subito la unicità. I piani passanti per una retta perpendicolare ad un piano sono perpendicolari ad esso. 103 perpendicolare alla b; sia r la αβ. Per H condu- ciamo nel piano α la perpendicolare a alla r; per il teorema delle tre normali risulta a perpendicolare a β. La unicità della perpendicolare a β per H si di- mostra per assurdo.  k) Se i piani α e β sono tra loro perpendicolari, la per- pendicolare PH' alla intersezione abbiamo veduto che è perpendicolare a β. Viceversa, per l'unicità della perpendicolare ad un piano, se due piani α e β sono perpendicolari, e da un punto P di α si condu- ce la perpendicolare a β essa giace in α. l) Sezione normale di un diedro qualunque. Per due punti A e B (fig. 31) della costola r di un diedro α̂β conduciamonellafacciaαleperpendicolari a, a' alla r, e nella faccia β le perpendicolari b, b' alla r. Chiameremo sezioni normali del diedro ̂^^ αβ gli angoli ab, a'b'. Essi sono eguali. Presi infatti su α AC = BD e su β AE = BF i qua- drilateri ACDB, ABFE sono dei rettangoli e quindi CD = AB = EF. La r è perpendicolare ai piani ab ed a'b'; quindi il piano α è perpendicolare ai piani ab ed a'b', la CD che è perpendicolare alla interse- zione a dei due piani α ed ab risulta perpendicolare al piano ab e perciò anche alla CE; analogamente risulta perpendicolare alla DF; ed analogamente la EF risulta perpendicolare alle CE ed FD. Inoltre, essendo CD perpendicolare al piano ACE, il piano CDE è perpendicolare al piano ACE, e la EF, per- pendicolare anche essa al piano ACE, giace nel piano CDE; perciò il quadrilatero CDEF è un qua- drilatero piano cogli angoli retti, ossia è un rettangolo. I triangoli ACE e BDF risultano quindi eguali per il terzo criterio, e gli angoli ^CAE e ^DBF 104  sono eguali. Le sezioni normali di un diedro qua- lunque sono dunque eguali. Se due piani α e β sono perpendicolari ad un terzo γ la loro intersezione è perpendicolare a γ. Due piani perpendicolari ad una retta non si incontrano. Definizione di piano assiale di un segmento. Si dimostra che esso è il luogo geometrico dei pun- ti equidistanti dagli estremi del segmento. Distanza di un punto da un piano; e luogo geome- trico dei punti del piano aventi distanza assegnata da un punto esterno. Corollario: Dato un poligono regolare inscritto in una circonferenza, un punto qualunque della per- pendicolare al piano del poligono condotta per il centro è equidistante dai vertici del poligono. q) Piano bisettore di un diedro e sue proprietà. Per un punto P del piano γ bisettore del diedro  α̂ β si conduca il piano δ perpendicolare allo spigolo r. I tre piani α, β, γ sono perpendicolari a δ; condotte da P le perpendicolari PH e PK ad α e β esse giacciono in δ; ed unendo il punto M di inter- sezione della r e di δ con H, P, K, i triangoli rettangoli PHM, PKM sono eguali per avere l'ipotenusa PM in comune e gli angoli ^HMP, ^KMP eguali perchéγèbisettoredi α̂β efacendoruotareat- torno alla r, quando γ va su β, α va su γ ed i due an- goli si sovrappongono. Viceversa si dimostra che se un punto P interno ad α̂β è equidistante da α ed a β,esso appartiene al Si dimostra nel solito modo, e si estende all'angoloide. TEOREMA. La somma delle facce di un triedro è minore di quattro retti. Si dimostra nel solito modo e si estende all'ango- loide convesso. Definizione degli angoloidi regolari. Hanno tutte le facce eguali, ed eguali i diedri for- mati da due facce consecutive. Definizione di poliedro. Il poliedro si dice regolare quando tutte le facce sono poligoni regolari eguali e gli angoloidi sono regolari eguali. Possono esistere al massimo cinque poliedri rego- lari, uno con tre, uno con quattro ed uno con cinpiano γ bisettore del diedro αβ.  Definizione di triedro e di angoloide convesso. TEOREMA: In un triedro una faccia è minore del- la somma delle altre due.  que facce congruenti in un vertice eguali a dei triangoli equilateri; uno con tre quadrati congruenti in un vertice, ed uno con tre pentagoni regolari congruenti in un vertice. Questa possibilità si dimostra nel solito modo. Costruzione del tetraedro regolare. Dimostrata la possibilità dell'esistenza dei cinque po- liedri regolari passiamo alla loro effettiva costruzione. La proprietà del baricentro di un triangolo qualunque si può riconoscere valida anche nella nostra geometria pitagorica indipendentemente dal postulato di Euclide; nel caso del triangolo equilatero è poi facilissimo rico- noscere che il baricentro è anche centro delle due circonferenze circoscritta ed inscritta e che il raggio della prima è doppio di quello della seconda. Per il centro H di un triangolo equilatero ABC si condurrà la perpendicolare h al piano ABC, e siccome AH è minore di AB si determina nel piano Ah l'intersezione di h con la circonferenza di centro A e rag- gio AB. Si unisce questo punto D con A, B, C; e si ha DA = DB = DC = AB. Il tetraedro DABC ha per facce quattro triangoli equilateri eguali; gli angoloidi sono dei triedri a facce eguali; ed i diedri sono pure eguali, per- ché il ̂diedro di spigolo AC ha per sezione normale l'an- golo DKB del triangolo isoscele KDB che ha per lato l'altezza della faccia e per base lo spigolo, ed è quindi lo stesso per tutti i diedri. Esiste dunque un tetraedro rego- lare di dato spigolo AB. 107   Chiamando l4 lo spigolo, con il teorema di Pitagora si ha: (BK )2= 34 l24 e quindi (BH )2= 49 · 34 l 24 (BH)2=13 l24 e (DH)2=23 l24 Il centro della sfera circoscritta sta sulla h che è il luogo dei punti equidistanti da A, B, C; quindi se D' è l'altro estremo del diametro OD, il piano ADD' è diame- trale, il triangolo ADD' è rettangolo perché il punto me- dio di DD' è equidistante dai vertici, AH è l'altezza di questo triangolo rettangolo e quindi si ha: (AD)2=2r·DH e 32 ·(DH)2=2r·DH; 3(DH)2=4r·DH; 3DH=4r; DH=43r e OH=13r Ne segue la regola per la Inscrizione del tetraedro regolare nella sfera di raggio r. 108  Preso OD = r e da parte opposta OH = 13 r si ha in DH l'altezza. Si conduce una circonferenza di diametro DD' = 2r, e per H la perpendicolare al diametro; la sua intersezione con la circonferenza sia il vertice B del tetraedro. Condotto infine il piano passante per HB e perpendicolare al diametro DD', si descrive in esso la circonferenza di raggio HB ed in essa si inscrive il triangolo equilatero ABC. Il tetraedro ABCD è il tetrae- dro regolare inscritto. Esistenza e costruzione dell'esaedro regolare. Sia ABCD un quadrato. Conduciamo per i vertici le perpendicolari al piano del quadrato ABCD da una stessa parte del piano, e prendiamo su esse i seg- menti AE, BF, CH, DG eguali al lato AB. I piani EAB, EAD risultano perpendicolari al piano α del quadrato ABCD; e le perpendicolari BF e DG al piano ABCD giacciono rispettivamente nei piani EAB, EAD, dimo- doché ABFE e ADGE sono due quadrati eguali al dato. Analogamente la CH coincide con la intersezione dei piani FBC e GDC perpendicolari ad α, e quindi anche FBCH e CDGH sono dei quadrati. Perciò CH è perpen- dicolare al piano FHG; CD è perpendicolare a CB e CH, quindi anche al piano BCHF; il piano CDGH è perpen- dicolare al piano BCHF e la GH perpendicolare all'intersezione CH risulta perpendicolare anche al piano BCHF, e quindi alla HF. Quindi ̂FHG = un retto. La FH è quindi perpendicolare al piano CDGH. D'altra parte la DG è perpendicolare al piano HGE, i piani HGD, HGE sono perpendicolari tra loro e quindi la FH perpendicolare al primo di essi appartiene al se- condo. Il quadrilatero FHGE è dunque un quadrilatero piano coi lati tutti eguali ed un angolo retto e perciò è un quadrato. Le sei facce dell'esaedro ABCDEFGH sono dei quadrati; le tre facce congruenti in ogni vertice sono dei quadrati ed i diedri son tutti retti; l'esaedro regolare è costruito. EA ed HC sono perpendicolari ad AC ed EH, e il pia- no EAC è perpendicolare ad ABCD, la CH pure e per- ciò giace in AEC, quindi EACH è un quadrilatero piano con gli angoli retti, ossia è un rettangolo, quindi le due diagonali del cubo CE, AH sono eguali e si tagliano per metà. In simil modo EF e CD risultano perpendicolari a FC ed ED, EFCD risulta un rettangolo, e la diagonale FD è eguale alle altre due ed è tagliata per metà dal loro punto medio; lo stesso per la BG. Le quattro diagonali sono eguali, e si incontrano in un medesimo punto O 110  che le biseca, quindi O è equidistante da tutti i vertici ed è centro della sfera circoscritta. Si ha poi (EC)2=(EA)2+(AB)2+(BC)2 e quindi 4R2=3l26 ed l26=34R2. Condotta OM perpendicolare ad EH e quindi alla fac- cia EFHG, il segmento OM, che è la metà dello spigolo 2 R2 è eguale all'apotema del cubo, e a6 =3 . D'altra parte si riconosce facilmente che il quadrato costruito sopra il lato del triangolo equilatero inscritto in una circonferenza di raggio R è triplo del quadrato del raggio (ossia il lato del triangolo equilatero è R √ 3 e si ha quindi il TEOREMA. L'apotema del cubo inscritto nella sfera di raggio R è 13 del lato del triangolo equilatero in- scritto nella circonferenza di raggio R; e lo spigolo del cubo è i 23 di tale lato (l6=32 R √3) Dopo ciò per risolvere il problema della inscrizione del cubo nella sfera di raggio dato, occorre sapere divi- dere un segmento assegnato in n (nel nostro caso 3) par- ti eguali. Il problema, indipendentemente dalla teoria delle parallele, è sempre risolubile grazie al seguente LEMMA. Se l'ipotenusa di un triangolo rettangolo è divisa in n parti eguali e per i punti di divisione si conducono le perpendicolari ad uno dei cateti esse lo divi- dono in n parti eguali. Sia ABC un triangolo rettangolo, e sia l'ipotenusa BC divisa in n (5) parti eguali; per i punti di divi- sione D, E, F, G conduciamo le perpendicolari ai cateti AC e AB. Si riconosce facilmente che DMAL, ENAK, EPLK ecc. sono dei rettangoli e che essendo EDM=DMB+DBM è pure EDP=DBM; quindi i triangoli rettangoli EDP, DBM sono eguali, e EP = DM e perciò AL = LK. Analogamente LK = KI = HI = HC. Viceversa, per l'unicità del sottomultiplo di un seg- mento dato, se ipotenusa e cateto sono divisi in un me- desimo numero di parti eguali, le congiungenti i punti di divisione corrispondenti LD, KE... risultano perpendicolari al cateto. Vedremo nel capitolo ultimo come si possa sempre, indipendentemente dalla teoria delle rette parallele, ri- solvere il problema di dividere un segmento in un numero assegnato di parti eguali. Frattanto per il caso di n = 5 il problema si risolve così: Preso un segmento tale che il suo quintuplo sia maggiore del segmento dato  (per esempio riportando cinque volte consecutivamente la quarta parte del segmento assegnato), si descrive sopra di esso come diametro la circonferenza, e poi con centro in uno degli estremi del diametro e raggio eguale al segmento assegnato si descrive un'altra circonferenza; il punto di intersezione delle due circonferenze è vertice di un triangolo rettangolo che ha per ipotenusa il diame- tro della prima circonferenza, e conducendo per i punti di divisione del diametro le perpendicolari al cateto esso viene diviso in cinque parti eguali. In modo analogo si risolve il problema della divisione di un segmento in tre parti eguali. Risolviamo adesso il problema della Iscrizione del cubo nella sfera di raggio R: si costruisce il triangolo equilatero inscritto nella cir- conferenza di raggio R, e se ne divide il lato in 3 parti eguali. Per un diametro CE della sfera si conduce un piano, ed in esso si costruisce il triangolo ret- tangolo di ipotenusa CE e cateto CH=32 del lato del triangolo equilatero costruito. Per il punto medio O di CE (centro della sfera) si conduce la perpendicolare MN al cateto EH; OM = ON è l'apotema. Per M e per N si conducono i piani perpendicolari alla MN, e nel primo di essi si costruisce il quadrato che ha EH per diagonale. Esso è una faccia del cubo; i simmetrici dei quattro ver- tici rispetto ad O danno gli altri quattro vertici del cubo. Inscrizione dell'ottaedro regolare nella sfera di raggio dato. Condotto per il centro della sfera il piano perpendicolare al diametro EF, sia ABCD un quadrato inscritto nel cerchio sezione. Unendo gli estremi del diametro EF con A, B, C, D si ha l'ottaedro regolare inscrit- to. Infatti le otto facce sono dei triangoli equilateri, gli angoloidi sono eguali ed i diedri pure, essendo angoli al vertice di triangoli isosceli aventi il lato eguale all'altez- za della faccia e la base eguale al diametro della sfera. Si dimostra facilmente che l'ottaedro che ha per verti- ci i centri delle sei facce del cubo è regolare, e che il tetraedro che ha per vertice un vertice del cubo ed i tre vertici opposti delle tre facce ivi congruenti è regolare. L'icosaedro regolare. Divisa una circonferenza di centro V e raggio qualunque in 10 parti eguali si inscriva in essa il decagono regolare A1B1A2B2A3B3A4B4A5B5 ed i due penta- goni regolari A1A2A3A4A5 e B1B2B3B4B5. Per i vertici A del primo pentagono si conducano le perpendicolari al piano α della circonferenza, e si prendano su di esse i segmenti A1C1 = A2C2 = A3C3 = A4C4 = A5C5 = VA1. Il piano C2A2A3 è perpendicolare al piano α, quindi la A3C3 giace in esso, il quadrilatero piano C2A2A3C3 è un rettangolo e C2C3 = A2A3. Analogamente A4C4 giace nel piano C3A3A4, il quadrilatero piano C3A3A4C4 è un rettangolo e C3C4 = A3A4. E così proseguendo i lati del pentagono C1C2C3C4C5 risultano tutti eguali a A1A2. Esso è inoltre un poligono piano. Infatti la C2A2 è per- pendicolare al piano α ed al piano C1C2C3; il piano C2A2A4 è perpendicolare al piano α e quindi la A4C4 perpendicolare al piano α giace nel piano C2A2A4; quindi C2A2A4C4 è un rettangolo, e C2C4 è perpendicolare a C2A2 e perciò C4 giace nel piano C1C2C3; analogamente C5 giace nel piano C2C3C4; quindi il poligono C1C2C3C4- C5 è un pentagono piano coi lati tutti eguali. Il suo angolo C1 C2 C3 è eguale all'angolo A1 A 2 A3 perché sono entrambi sezioni normali dello stesso diedro, analogamente per gli altri angoli; e quindi C1C2C3C4C5 è un pen- tagono regolare piano eguale ai due pentagoni inscritti nella circonferenza del piano α. Condotta per il centro V la perpendicolare al piano α, essa giace nel piano C2A2V, e, preso su essa dalla parte di C2 il segmento VQ = VA2 = A2C2, la C2Q sta nel piano del pentagono C1C2C3C4C5, ed è QC2 = VA2, e C2A2- VQ è un quadrato. Analogamente QC1 = VA2, ecc., e quindi Q è il centro della circonferenza circoscritta al 116  pentagono regolare C1C2C3C4C5 ed eguale alla circonferenza del piano α. Essendo poi C1A1 perpendicolare ad A1B5 si ha: (C1 B5)2=(C1 A1)2+ (A1 B5)2 e poiché C1A1 è eguale al raggio della circonferenza V ed A1B5 è il lato del decagono regolare inscritto in essa, sarà C1B5 il lato del pentagono regolare, cioè CB5 = B1B5 = C1C5 = ... Analogamente dai triangoli rettangoli C1A1B1, C5A5- B5... si ottiene C1B1 = B1B5, C5B5 = B5B4... quindi i trian- goli C1B1C5, C1B5C5 sono equilateri, e così proseguendo si riconosce che i dieci triangoli C1C2B4, C2B4B2, C2C3- B2, C3B2B3... che si ottengono unendo ordinatamente i vertici del pentagono C1C2C3C4C5 a quelli del pentagono B1B2B3B4B5 sono equilateri. Sia O il punto medio di VQ; si vede subito che esso equidista dai vertici C e dai vertici B. Prendiamo allora sulla VQ i segmenti OD = CE = OC1 = OB1; confrontan- do con la fig. 23 si riconosce che i segmenti QD e VE sono la parte aurea di QV ossia del raggio delle due cir- conferenze di centro V e centro Q. Uniamo D coi vertici del pentagono C1C2C3C4C5 e E con quelli del pentagono B1B2B3B4B5. Dal triangolo rettangolo DQC2 risulta: (DC2)2 = (QC2)2 + (QD)2, e quindi anche DC2 è eguale al lato del pentagono. Analogamente per DC1, DC3, DC4, DC5; quindi anche i triangoli aventi il vertice in D e per lati opposti i lati del pentagono C1C2C3C4C5 sono equila- teri. E lo stesso naturalmente per i triangoli di vertice E aventi per lati opposti i lati del pentagono B1B2B3B4B5. Abbiamo così ottenuto un icosaedro avente per vertici i punti D ed E ed i dieci vertici dei due pentagoni C1C2C3- C4C5 e B1B2B3B4B5; esso ha per facce dei triangoli equi- lateri, ed è inscritto nella sfera di centro O e raggio OD. Poiché O equidista da D, C2, B2 e così pure C3 equidi- sta dagli stessi punti, i piani assiali degli spigoli C2DC2B2 si tagliano sicuramente, e la loro intersezione OC3 risulta perpendicolare al piano DC2B2 e lo interse- ca, in un punto F equidistante da D, C2, B2. D'altra parte i triangoli DC2O, C3C2O hanno OC2 in comune, OD = OC3, DC2 = C2C3 e sono perciò eguali; l'altezza C2Q del- l'uno è eguale alla C2F dell'altro, ed è F interno a OC3 ed OF = OQ e FC3 = QD. I triangoli isosceli OC3D, OC3C4 hanno per lato il rag- gio della sfera circoscritta e per base lo spigolo dell'ico- saedro quindi sono eguali. E, poiché OQ = OF, anche i triangoli OC Q, OC F risultano eguali per il primo crite- 3̂4̂ rio, ed essendo OQC3 = un retto anche OFC4 = un retto; FC4 è dunque perpendicolare ad OC3 e giace quin- di nel piano DC2B2; ossia C4 sta in questo piano. Analo- gamente si dimostra che anche B3 sta in questo piano; e si ha: FB3 = FC4 = FD = FC2 = FB2. Perciò il pentagono DC2B2B3C4 è un pentagono piano equilatero inscritto nella circonferenza di centro F e raggio FD, ossia è un pentagono piano regolare ed è base della piramide pentagonale regolare di vertice C3. Analogamente si dimostra che ogni vertice dell'icosaedro è vertice di una piramide pentagonale regolare eguale. La sezione normale del diedro di spigolo DC3 si ottie- ne congiungendo il suo punto medio con i punti C2 e C4. Quest'angolo è quindi l'angolo al vertice di un triangolo isoscele che ha per lato l'altezza della faccia e per base la diagonale del pentagono di base; quindi la sezione normale è la stessa per ogni diedro di ogni angoloide dell'icosaedro. L'icosaedro costruito è dunque un icosaedro regolare. Per costruire l'icosaedro regolare di dato spigolo C1C2 si può dunque procedere nel modo seguente: si determina il segmento C1C4 di cui C1C2 è la parte aurea. si determina il centro Q della circonferenza circoscritta al triangolo isoscele di lato C1C4 e base C1C2, e si descrive la circonferenza di centro Q e raggio QC1. si inscrive in questa circonferenza il pentagono regolare C1C2C3C4C5. si conduce per il centro Q la perpendicolare al piano del pentagono e si prende QV eguale al raggio della circonferenza, e si ha nel punto medio O di QV il centro della sfera circoscritta ed in OC1 il raggio. si prendono sul diametro QV i seg- menti OD = OE eguali ad OC1. si conduce per V il piano perpendicolare al diametro DE. si abbassa dal vertice C1 la perpendicolare al piano condotto per V, il suo piede A1 appartiene alla circonferenza di centro V e raggio eguale a VQ. si abbassa da C2 la perpendicolare a questo piano ed anche il suo piede A2 appartiene alla circonferenza di centro V. si prende il punto medio B1 dell'arco A1A2 e si inscrive nella circonferenza di centro V il pentagono regolare che ha questo punto medio per uno dei suoi vertici, ossia, il pentagono B1B2- B3B4B5. si unisce D ai punti C1, C2, C3, C4, C5 ed E aipuntiB1,B2,B3,B4,B5;siuniscepoiB1 aC2,C2 aB2 ecc., e si ha l'icosaedro. 6. Inscrizione dell'icosaedro regolare nella sfera di raggio R. Il triangolo DC2E della fig. è rettangolo in C2 per- ché i suoi vertici equidistano da O centro della sfera. In esso l'altezza C2Q = r, raggio del pentagono C1C2C3C4- C5;DQ=l10;C2D=l5;QE=QV+VE=r+l10 =s10,e quindi C2E = s5; perciò per la [8] (C2D)2 + (C2E1)2 = 5r2 ma per il teorema di Pitagora si ha: (C2D)2 + (C2E)2 = (DE)2 = 4R2 e perciò 5r2 = 4R2. ossia si ha il TEOREMA: Il quintuplo del quadrato che ha per lato il lato del pentagono di base è eguale al quadruplo del quadrato del raggio della sfera circoscritta. Premesso questo teorema, prendiamo (fig. 36) DE = 2R, e dividiamo DE in cinque parti eguali. Preso DG eguale ad un quinto di DE, si conduca per G la perpen- dicolare a DE sino ad incontrare in H la circonferenza di diametro DE. Si ha: (DH)2 = DE · DG ossia (DH)2=2R·25 R=54 R2 120  DH è dunque eguale al raggio r della circonferenza circoscritta al pentagono. Si determina allora il lato del decagono regolare in- scritto nella circonferenza di raggio r, e si toglie da OD e da OE, in modo da ottenere i segmenti OQ ed OV. Si conducono per Q e per V i piani perpendicolari al dia- metro DE, e con centri Q e V e raggio r si descrivono in essi due circonferenze. In queste si inscrivono opportu- namente i pentagoni regolari di vertici A, di vertici B e di vertici C; ed unendo il vertice D coi vertici C, il verti- ce E coi vertici B, i cinque vertici C tra loro consecuti- vamente, i cinque B tra loro ed i vertici C opportuna- mente ai vertici B si ha l'icosaedro regolare inscritto. Chiamando con R il raggio della sfera circoscritta, con a l'apotema dell'icosaedro, con l5 lo spigolo, con r il raggio della circonferenza circoscritta al pentagono di lato l5, con l10 la parte aurea di r, con s5 e s10 i lati del pentalfa e del decalfa inscritti in questa circonferenza, con R' il raggio della sfera tangente agli spigoli dell'ico- saedro nei loro punti medii, con a5 l'apotema del penta- gono di lato l5 e con a10 l'apotema del decagono di lato l10, si hanno le seguenti relazioni: 5r2=4R2 2R=r+ 2l10=s10+ l10 e quindi, dal triangolo rettangolo DC2E si ricava: R '=12 s5a10 121  cioè: il raggio della sfera tangente agli spigoli dell'icosaedro è eguale alla metà del lato del pentalfa inscritto nella circonferenza di raggio r, oppure è eguale all'apotema del decagono inscritto in questa circonferenza. Il raggio della sfera inscritta od apotema a è cateto di un triangolo rettangolo ON5K6 che ha per ipotenusa R' e per altro cateto la terza parte dell'altezza della faccia; quindi: 2 2 l52 12 l52 1 2 2 a=R' –12=4s5–12=12(3s5–l5) e per la [2] e la [6]: a2= 1 (3s2 –4r2+s2 )= 1 (3s2 –r2+s2 )= 125 101210 10 = 1 (4s2 –4r2)= 1 (2s +r)+(2s −r)= 12 10 12 10 10 = 1 (s10+l10+r+r)(s10+s10–r)= 12 = 1 (2R+2r)(s10+l10)=(R+r)·R 12 3 ossia: il quadrato che ha per lato l'apotema dell'icosae- dro è eguale alla terza parte del rettangolo che ha per lati il raggio della sfera circoscritta, e questo raggio R au- mentato del raggio r della circonferenza circoscritta al pentagono. La relazione si può anche scrivere sotto la forma Rr = 3a2–R2.53 53 Dal triangolo ON5D si ha invece: l2 l2 a2=R2 –(2 5 √3)=R2 – 5 323 Si può riconoscere infine che il piano diametrale pas- sante per i vertici D, B2, E sega l'icosaedro secondo un esagono che ha due lati opposti eguali allo spigolo del- l'icosaedro e gli altri quattro eguali all'altezza della faccia, e si può dimostrare geometricamente che questo esagono ha la stessa estensione del rettangolo che ha per lati s10 e R + a5. Tagliando invece l'icosaedro con un piano diametrale perpendicolare al diametro DE si ottiene per sezione un decagono regolare che ha il lato eguale alla metà dello spigolo dell'icosaedro ed è inscritto in una circonferenza di raggio R', da cui risulta che la metà di l5 è la parte au- rea di R'; che risulta anche dalla formula: R '= 12 s5 . 7. Costruzione del dodecaedro regolare.  e e quindi e Si ha pure: ossia Si ha inoltre geometricamente dalla figura: l 25= 2R · l 10; s52=2R · s10 123 3a2=3R2 –l25 3 R 2 – l 25 = R r + R 2 2R2=l52+Rr; l52=R(2R–r) s 52 + l 52 = 4 R 2 l2 a2 +(5)=R2 10 2  Consideriamo nella fig. 36 la piramide pentagonale di vertice C3 e base DC2B2B3C4. I punti medi K1, K2, K3, K4, K5 dei lati della base sono alla loro volta vertici di un pentagono regolare di centro F che è base di un'altra piramide di vertice C3 e spigoli C3K1 = C3K2 = C3K3 = C3K4 = C3K5. I centri N1, N2, N3, N4,N5 delle facce late- rali della prima piramide stanno sugli spigoli della se- conda e si ha: C N =C N =C N =C N =C N =2C K 3 1 ̂3 2 3̂3 3 4 3 5 3 3 1 Siccome K1 C3 K2=K2C3 K3=... i triangoli isosceli N1C3N2, N2C3N3... sono eguali per il primo criterio e quindi N1N2 = N2N3 = N3N4 = N4N5 = N5N1. Siccome il triangolo C3FK1 è rettangolo in F ed N1K1 è un terzo dell'ipotenusa, la perpendicolare al cateto C3F condotta da N1 incontra il cateto C3F in un punto L tale che FL è un terzo di C3F. Lo stesso accade per gli altri punti N2, N3, N4, N5; e quindi N1N2N3N4N5 è un pentagono piano equilatero in- scritto nella circonferenza di centro L e raggio LN1; os- sia è un pentagono piano che ha per vertici i centri delle facce dell'icosaedro congruenti in C3. Analogamente prendendo i centri delle facce laterali della piramide di vertice D e base C1C2C3C4C5, essi sono i vertici di un altro pentagono piano regolare ed eguale al precedente ed avente in comune con esso il lato N5N1; e prendendo i centri delle facce laterali della piramide di vertice C4 e base DC3B3B4C5 si ottiene un terzo pentago- 124  no piano regolare eguale ai precedenti ed avente un lato in comune con il primo ed uno in comune con il secon- do in modo che il vertice N1 è comune ai tre pentagoni. Operando in modo consimile con ciascuno dei dodici vertici dell'icosaedro si ottiene un dodecaedro che ha per facce dei pentagoni regolari eguali a N1N2N3N4N5, e per angoloidi dei triedri a facce eguali. Il vertice C3 ed il centro L della base sono equidistanti dai vertici della base N1N2N3N4N5 e quindi anche il cen- tro O della sfera circoscritta all'icosaedro è equidistante da tutti i vertici dei pentagoni come N1N2N3N4N5; quindi il dodecaedro che abbiamo costruito è inscritto nella sfe- ra di raggio ON1. Preso allora il punto medio M dello spigolo del dode- caedro comune alle facce ̂adiacenti di centri L1 e L2 ed unitolo con essi, l'angolo L1 ML2 è la sezione normale di tale diedro; ed è angolo al vertice di un triangolo iso- scele che ha per lati gli apotemi delle facce L1M e L2M e per base il segmento L1L2 che unisce i centri delle due facce. Ma OL1 ed OL2 sono eguali perché cateti dei triangoli rettangoli ON1L1, ON1L2 aventi l'ipotenusa ON1 in comune ed i cateti L1N1, L2N1 eguali; quindi il segmento L1L2 è base di un triangolo isoscele che ha per lati OL1 = OL2 e l'angolo al vertice in comune con il triangolo isoscele che ha per lati i raggi OD, OC4 della sfera e per base lo spigolo DC4 dell'icosaedro. Tali elementi restano dunque gli stessi se si prende la sezione normale di un altro diedro del dodecaedro; quindi questi 125  diedri son tutti eguali, e possiamo concludere che il dodecaedro costruito è regolare, è inscritto nella sfera di raggio ON1 ed ha per apotema OL1. Vedremo più oltre la costruzione del dodecaedro di dato spigolo. 8. Inscrizione del dodecaedro regolare nella sfera di raggio R. Sia ABCD... UV (fig. 37) un dodecaedro regolare. In esso si può inscrivere un cubo avente per vertici dei vertici del dodecaedro e per spigoli delle diagonali delle facce del dodecaedro. Preso infatti il vertice A, e nelle tre facce congruenti in A i vertici G, C, P; e presi i quattro vertici U, M, S, K, del dodecaedro ad essi diametralmente opposti, questi otto punti sono vertici di una figura i cui spigoli sono tutti eguali alle diagonali delle facce del dodecaedro, os- sia al lato del pentalfa inscritto nella faccia. Dimostria- mo che i triedri aventi per vertici i vertici e per spigoli gli spigoli di questa figura ivi concorrenti sono trirettan- goli; basterà dimostrare che ad esempio il triedo di vertice A è trirettangolo, e per esempio che AG è perpendi- colare ad AC. Tornando per un momento alla figura, osserviamo che se dai vertici C ed I del pentagono regolare ACEGI si abbassano le perpendicolari CP, IQ al lato EG i trian- goli rettangoli CPE, IQG, avendo l'ipotenusa ed un an- golo acuto eguali sono eguali e si ha CP = IQ; quindi il quadrilatero PQIC è per costruzione un rettangolo di base PQ ed altezza CP = QI. Esso si ottiene anche ripor- tando a partire dal punto medio M di EG i due segmenti MP=MQ=12 CI, ed unendo P con C e Q con I. Preso allora (fig. 37) il punto medio M' dello spigolo HB del dodecaedro, e presi M'P'=M'Q'=12 AG=12 CK, i quadrilateri GP'Q'A, KP'Q'C sono dei rettangoli; e perciò la P'Q' è perpendi- 127   colare alle Q'A e Q'C ed al loro piano AQ'C, e così pure è perpendicolare alle P'G e P'K ed al loro piano GP'K. Il piano ABH che passa per P'Q' risulta perpendicolare al piano AQ'C ed al piano GP'K, e la retta GA di questo piano essendo perpendicolare alla intersezione AQ', come pure alla GP', è perpendicolare anche al piano AQ'C come pure al piano GP'K; e quindi è perpendico- lare alla AC ed alla GK. Quindi il quadrilatero AGKC, che ha tutti i lati eguali ha due angoli retti; e siccome lo stesso discorso si ripete per la KC e la KC è perpendico- lare al piano Q'CA in un punto C della sua intersezione AC con il piano GAC ad esso perpendicolare la CK sta nel piano GAC, e GACK è un quadrato. Analogamente si dimostra che sono dei quadrati le altre due facce ACMP e AGSP. Operando in simil modo coi triedri di vertici G, S, P, K, U, M, C, gli spigoli GK, SU, PM, AC si dimostrano perpendicolari al piano del quadrato AGSP ed eguali tra loro ed al lato AP di questo quadrato; quindi AGSPCKUM è effettivamente un cubo, inscritto nel do- decaedro, e tutti e due sono inscritti nella sfera che ha per diametro la diagonale del cubo. Dalla fig. risulta che i centri di due facce opposte del dodecaedro come L1 e L3 stanno sul diametro DE e sono equidistanti dal centro O della sfera circoscritta al dodecaedro; perciò la congiungente i centri di due facce opposte del dodecaedro è perpendicolare ad esse. Con- giunti dunque nella fig. 37 i centri O1 ed O2, di due facce opposte la O1O2 passi per il centro O ed è O1O – O2O l'apotema del dodecaedro. Esso è cateto del triangolo OAO1, avente per ipotenusa il raggio OA = R e per altro cateto il raggio O1A = r della circonferenza circoscritta al pentagono AEPQF. Questo raggio non è che l'altezza del triangolo rettangolo che ha per cateti l5 ed s5 ossia AE ed AP. Ma AP è lo spigolo del cubo inscritto e sap- piamo che il triplo del quadrato dello spigolo è eguale al quadrato della diagonale; abbiamo quindi: 3(AP)2=2R2 ossia [14] 3s52=4R2 e siccome il quadrato che ha per lato il lato del triangolo equilatero inscritto nella circonferenza di raggio R è il triplo del quadrato del raggio, mentre il quadrato di s5 è i quattro terzi di questo quadrato, ne segue che il quadrato di s5 è i quattro noni del quadrato del lato del triangolo equilatero inscritto, e perciò lo spigolo del cubo inscrit- to, che è anche il lato del pentalfa inscritto nella faccia del dodecaedro, è i due terzi del lato del triangolo rego- lare inscritto nella circonferenza di raggio R. Perciò per costruire il dodecaedro regolare inscritto nella sfera di raggio OA = R si può procedere così. Si inscrive il triangolo equilatero nella circonferenza di raggio R, e si prende i due terzi del lato. Si ha così lo spigolo del cubo inscritto ed il lato AP = s5 del pentalfa inscritto nella faccia. Si determina la parte aurea di questo spigolo e si ha così AE = l5. Si costruisce il triangolo rettangolo di cateti s5 ed l5; l'altezza di questo triangolo rettangolo è il raggio r della circonferenza circoscritta alla faccia del dodecaedro. Si costruisce il triangolo rettangolo di ipotenusa R e cateto r, l'altro cateto è l'apotema OO1 del dodecaedro. Preso un segmento O1O2 eguale al doppio dell'apotema si conducono per O1 ed O2 i piani perpendicolari ad esso, si descrivono in questi piani le circonferenze di raggio r e centri O1 ed O2 e si inscrivono in esse i pentagoni regolari AEPQF, UVKIL dove U è simmetrico di A rispetto ad O punto medio di O1O2. I punti A, P, K, U sono quattro vertici del cubo inscritto. Si conducono per A e per P i piani perpendicolari ad AP. Nel primo di questi piani si costruisce il quadrato che ha per diagonale AK e nel secondo il quadrato PSUM che ha per diagonale PU; si hanno così gli altri quattro vertici del cubo. Nel piano AFG si completa il pentagono regolare AFGHB, e poi nel piano EAB si completa il pentagono ABCDE, e poi HBCIK ecc. 9. Relazioni tra gli elementi del dodecaedro ed altra soluzione del problema della sua inscrizione nella sfera di raggio R. Nella figura i triangoli AVO, CΘO, DOZ, EVO... sono isosceli con il lato eguale al raggio OA della cir- conferenza e la base eguale al lato del decagono regola- re inscritto, quindi la circonferenza di centro O e raggio eguale al lato AB del decagono passa per Θ, V, Y, Z...; il suo raggio è parte aurea di quello della circonferenza di raggio OA. I triangoli isosceli CΘY, OCA sono eguali 130  perché hanno il lato eguale e l'angolo al vertice eguale, quindi il lato ΘY del pentalfa inscritto nella minore è eguale al lato del pentagono inscritto nella maggiore ed è quindi parte aurea del lato del pentalfa inscritto nella maggiore: e quindi ΘV lato del pentagono inscritto nella minore è parte aurea del lato del pentagono inscritto nel- la maggiore. I triangoli isosceli BCV e OYZ sono eguali perché hanno il lato eguale e l'angolo al vertice eguale e quindi il lato del decagono inscritto nella minore è parte aurea del lato del decagono inscritto nella maggiore; ed il lato del decalfa inscritto nella minore, essendo eguale al raggio della minore aumentato del lato del decagono inscritto, è eguale al raggio della maggiore. Viceversa, data la circonferenza di centro O e raggio OV e descritta la circonferenza concentrica che ha per raggio il lato VZ del decalfa si ottiene la circonferenza di raggio OC e sussistono le relazioni ora vedute, ed in particolare il lato del pentagono regolare inscritto nella maggiore è eguale al lato del pentalfa inscritto nella minore. Consideriamo ora le facce opposte (fig. 37) AEPQF, KILUV del dodecaedro, e siano O1 ed O2 i centri delle rispettive circonferenze circoscritte ed r il loro raggio O1A = O2K. Sappiamo che O1O2 è perpendicolare alle due facce e quindi anche il piano O1AO2 è perpendicolare a queste due facce; esso coincide con il piano DEN5 della figura 36, passa per il punto K6 di questa figura ed è perpendi- colare allo spigolo C2C3 perché anche K6Q è perpendi- 131  colare a questo spigolo, e quindi taglia il piano della faccia C2C3B2 secondo la K6B2 perpendicolare allo spi- golo C2C3, e passa quindi per N4 ossia per il vertice B della figura 37; e siccome questo piano O1AO2 passa an- che per il vertice U opposto al vertice A interseca la fac- cia inferiore KILUV secondo la O2U e quindi lo spigolo KI nel suo punto medio B1; quindi il pentagono O1AB- B1O2 è un pentagono piano. Analogamente è un penta- gono piano O1O2UTT1; ed il piano O1OA sega il dode- caedro secondo l'esagono ABB1UTT1. Analogamente è piano il pentagono O1O2D1DE ed i due pentagoni hanno i lati ordinatamente eguali, gli angoli di vertice O1 ed O2 retti, gli angoli di vertice B1 e D1 eguali perché sezioni normali del dodecaedro; e si riconosce facilmente che anche gli angoli di vertice A e B del primo pentagono sono rispettivamente eguali a quelli di vertice E e D del secondo. I due pentagoni O1ABB1O2, O1EDD1O2 sono dunque eguali; perciò conducendo da B e D le perpendi- colari al lato comune O1O2 i loro piedi coincidono in un punto Θ e ΘB = ΘD. Così pure ΘN, ΘS, ΘG risultano eguali a ΘB e perpendicolari ad O1O2,; insomma Θ è il centro di una circonferenza di raggio ΘB situata in un piano perpendicolare a O1O2, nella quale è inscritto il pentagono piano regolare BDNSG. Analogamente conducendo da C la perpendicolare Cη ad O1O2 si dimostra che η è centro di una circonferenza (situata in un piano perpendicolare ad O1O2) nella quale è inscritto il pentagono piano regolare CMTRH. 132  Siccome AE spigolo del dodecaedro è parte aurea di AP e quindi di BD, troviamo che il lato del pentagono inscritto nella circonferenza di raggio r è parte aurea del lato del pentagono inscritto in quella di centro Θ e rag- gio ΘB; ne segue che il raggio r è parte aurea del raggio ΘB ossia, che questo raggio è eguale al lato s10 del de- calfa inscritto nella faccia del dodecaedro. Preso ora su BΘ il segmento Θλ, eguale ad r il seg- mento Bλ, sarà eguale ad l10, e poiché O1AλΘ è un rettangolo per costruzione il triangolo ABλ è rettangolo. La sua ipotenusa è l5, il cateto Bλ, è l10, l'altro cateto è quindi eguale ad r. Il rettangolo O1AλΘ è dunque un quadrato ed i piani delle due circonferenze di centri O1 e Θ hanno una distanza eguale ad r. D'altra parte essendo l'apotema O2B1 della faccia eguale alla metà di BΘ = s10, B1 è il punto medio del segmento O2μ preso eguale a s10, e quindi BΘO2μ è un rettangolo, e BμB1 è un triangolo rettangolo di cui l'ipotenusa è eguale ad r+a5, il cateto μB1 è eguale a a5 e quindi. Ma perciò (Bμ)2 = (r+a5)2–a25=r2+2ra5 r=s10 –l10 ed a5=s10 e siccome 10 10 10 10 10 10 r2=s10 ·l10 133 2 (Bμ)2 = r2+s (s –l )=r2+s2 –l s  si ottiene quindi ossia (Bμ)2 = s2 10 Bμ = s10 Bμ=O2Θ=BΘ = s10. Quindi anche BμO2Θ è un quadrato; e la distanza tra il piano dei vertici BDNSG e la faccia inferiore KILUV è eguale ad s10. Analogamente preso il punto η sopra O1O2 tale che O2η = O1Θ = r esso è il centro della circonferenza di raggio s10 passante per CMTRH. NeseguecheΘη=ΘO2 –O2η=s10 –r=l10.Dunque la distanza tra i piani dei vertici BDNSG e CMTRH è eguale a l10, lato del decagono regolare inscritto nella faccia del dodecaedro. La distanza tra le due facce opposte del dodecaedro AEPQF e KILUV è eguale a 2a; e si ha: [15] 2a=2r+l10=s10+r ed a = 2 r + l 10 = r + s 10 = r + a 5 . 222 Dai triangoli rettangoli AO1η e BΘO1 che hanno per cateti r ed s10 si trae che le ipotenuse Aη e BO1 sono eguali a s5. Siccome poi r è la parte aurea di s10, s10 a sua volta è la parte aurea di O1O2; dunque la distanza 2a tra le due facce opposte del dodecaedro è divisa dai piani degli al- 134    triverticiinduepuntiΘedηtalicheηO1 =O2Θèla parte aurea di 2a, la parte rimanente O1Θ = O2η è eguale alla parte aurea r di s10 e la parte intermedia è la parte aurea di r ossia è il lato del decagono inscritto nella fac- cia del dodecaedro. Riassumendo, le due circonferenze di centri Θ ed η hanno il raggio eguale al doppio dell'apotema della fac- cia del dodecaedro, hanno dalle due facce ad esse pros- sime distanza eguale al raggio della faccia e dalle altre due facce distanza eguale al loro raggio ossia al lato del decalfa inscritto nella faccia del dodecaedro. Nella figura 28 è disegnata nel suo piano la sezione ABB1 UTT1 del dodecaedro ed è costituita dall'esagono PFQP'F'Q'. I punti N e D corrispondono ai centri O1 e O2 delle facce della figura 37. I lati PF e P'F' sono quelli eguali allo spigolo l5 del dodecaedro. BD e PN sono eguali al raggio r della fac- cia; O punto medio di ND è il centro della sfera ed OB = OF = OP è il raggio R della sfera circoscritta, DH è eguale ad s10. Completando il quadrato ADHF ed il ret- tangolo ADNV, risulta AB eguale ad l10. Preso sopra PB il punto K tale che PK = s10 sarà BK = r; condotta per K la perpendicolare a PD essa taglia AV in C e DN in E tali che AC = DE = r e BC = AK = l5: preso poi KL = BM = s10 i triangoli rettangoli KBL, KPNsonoegualiequindiKN=BL=s e ̂̂̂̂ 5 PKN=KLB=ACB=AKB quindi i punti A, K, N sono allineati, e la diagonale AN è divisa da K in due 135  parti, AK eguale ad l5 e KN eguale a s5, dimodoché AN è eguale a l5 + s5. AD è eguale ad s10; preso allora il pun- to medio Q di AD sarà DQ l'apotema a5 della faccia ed OQ il raggio R' della sfera tangente agli spigoli del do- decaedro nei loro punti medii. E siccome OQ è la metà di AN si ha la semplice relazione: [16] R'=l5+s5 2 Nella figura 28 FN e CD sono eguali ad s5. Dalla fi- gura risulta che il rettangolo BDNP è eguale alla somma del rettangolo BDHG e del quadrato GHNP e quindi si ha:  2a·r=r·s +r2=r·s +s ·l =s (r+l )=s2 Dunque [17] 10 10 10 10 10 10 10 2a·r=s2 10 od anche [18] a·r=2a25 Nella figura 28 la diagonale AN, e gli assi di AD e DN si incontrano nel punto medio di AN ed il rettangolo di base AQ = a ed altezza a è diviso dalle BP e CE in modo che il rettangolo di base AB = l10 ed altezza a è eguale in estensione al rettangolo di base AQ = a5 ed al- tezza r. Si ha dunque: [19] a·l10=r·a5 od anche [19'] 2a·l10=r·s10 Dai triangoli OBD ed OQD della fig. 28 si trae: 136  [20] R2=a2+r2 [21] R 2=a 2+ a25 e da queste od anche dalla figura l2 [22] R2=R2+r2 – a25 R '2+(25 ) L'esagono ABB1UTT1 sezione del dodecaedro è egua- le al rettangolo di lati 2s10 e 2a, diminuito dei rettangoli di lati r ed l10 e a5 ed s10. Si ha dunque: 2 s10 · 2 a – rl10 – a5 s10=4 a5 · 2 a – r (s10 – r) – 2 a52 = 4a5(s10+r)–r·s10+r2–2a25=8a52+4a5r–2a5r+r2–2a52 = 6a25+2a5(s10–l10)+r2=6a52+4a25–s10l10+r2=10a25 Dunque la sezione fatta nel dodecaedro con il piano passante per i centri di due facce opposte ed il vertice di una di queste facce è il decuplo del quadrato che ha per lato l'apotema della faccia. Nell'esagono PFQP'F'Q' le diagonali PP' ed FF' sono eguali a 2R e siccome si bisecano in O ne segue che PFP'F' è un rettangolo; e quindi i triangoli isosceli PQ'F' e FQP' che hanno il lato eguale hanno eguali anche le basi PF' ed FP' e sono eguali. Queste basi sono eguali a 2R'. ̂̂ Gli angoli Q'PF' e QFP' alla base dei due trian- goli isosceli precedenti sono eguali; e quindi sono eguali anche gli angoli ̂Q ' PF e ^PFQ ; quindi i triangoli 137  PFQ' e PFQ sono eguali per il primo criterio e perciò le due diagonali dell'esagono PQ e FQ' sono eguali. Que- st'ultima è ipotenusa del triangolo FQ'T' e perciò il qua- drato costruito sopra di essa è dato da 9a25+r2 : e se ne possono trovare anche altre espressioni. Dopo avere trovato l'espressione delle tre diagonali dell'esagono PFQP'F'Q' si può trovare che la sua area è anche espressa da R'(2l5 +s5) od anche da R'(2R' + l5), che si possono dimostrare identicamente eguali a 1 0 a 25 . In base alle proprietà che abbiamo trovato si può dare la seguente soluzione al problema di inscrivere il dodecaedro regolare nella sfera di raggio dato, soluzione pre- feribile alla prima e che presumiamo collimi con quella data dai pitagorici. Dato R si determina come nell'altro procedimento lo spigolo AP del cubo inscritto che è anche eguale ad s5, lato del pentalfa inscritto nella faccia del dodecaedro. Si determina la parte aurea di questo spigolo del cubo e si ha in essa lo spigolo del dodecaedro.  L'altezza del triangolo rettangolo che ha per cateti s5 ed l5 ossia gli spigoli del cubo e del dodecaedro inscritti è eguale ad r, raggio della circonferenza, circoscritta alla faccia del dodecaedro. Le proiezioni dei cateti di questo triangolo sono l10 e s10, ossia il lato del decagono regolare ed il lato del decalfa inscritti nella circonferenza circoscritta alla faccia. Si prende un segmento Θη = l10 lato del decagono e parte aurea del raggio r, e se ne prendono i prolungamenti ΘO1 = ηO2 = 138  r. Il punto medio O dei segmenti Θη e O1O2 è il centro della sfera inscritta, ed i segmenti OO1 = OO2 = a sono eguali all'apotema del dodecaedro. Per i punti O1, Θ, η, O2 si conducono i piani perpendicolari ad O1O2; in questi piani si descrivono le circonferenze di centri O1 e O2 eraggiorequelledicentriΘeηeraggios10 =lato del decalfa, e si inscrivono in esse i pentagoni regolari AEPQF, KILUV, BDNSG, CMTRH in modo che i verti- ci A e B stiano in uno stesso piano OO1AB ed i vertici I, C in uno stesso piano OO2IC e che questi due piani for- mino un angolo di 36°. Si hanno così tutti i vertici del dodecaedro. Si tira AB, ED, PN, QS, FG, IC, LM, UT, VR, KH; e poi si uniscono successivamente i punti B, C, D, M, N, T, S, R, G, H, B ed il dodecaedro è co- struito. Il problema di costruire il dodecaedro circoscritto alla sfera di raggio a, si risolve immediatamente. Basta pren- dere la parte aurea del diametro 2a, e la parte rimanente è r, la differenza tra 2a ed r è s10; e la differenza fra s10 ed r è l10; e ora si prosegue come nel caso precedente. Il problema di costruire il dodecaedro regolare di dato spigolo l5, si risolve costruendo prima (fig. 23) il seg- mento s5 di cui lo spigolo assegnato è la parte aurea; poi costruito il triangolo rettangolo di cateti s5 ed l5, la figura fornisce successivamente r, l10, s10, a, a5, R, ed R'. 139  Ipsicle e prima di lui Aristeo54 han dimostrato che i circoli circoscritti al pentagono del dodecaedro ed alla faccia dell'icosaedro inscritti nella stessa sfera hanno lo stesso raggio. La dimostrazione si può fare così: nella fig. 36 si ha: ON5 – R > OL1. Sugli apotemi OL, OL1, OL2 ... prendo OL' = OL'1 = OL'2 = ... = R. Questi punti sono vertici dell'icosaedro inscritto nella sfera di raggio R. Infatti, 1o – L'L'1 = L'L'2 = L'1L'2 = ... perché basi di triangoli iso- sceli di lato ed angolo al vertice eguale; 2o – Il triangolo equilatero L'L'1L'2 ha il centro sull'asse ON1 equidistante da essi: questo centro X è il piede delle altezze di vertici L', L'1, L'2 dei triangoli eguali ON1L, ON1L'1, ON1L'2; 3o – Il triangolo rettangolo OXL'1 = ON1L1 perché l'ipote- nusa OL'1 = ON1 ed un angolo acuto è in comune; quin- di XL'1 = L1N1; ma XL'1 è il raggio della circonferenza circoscritta alla faccia dell'icosaedro, ed L1N1 è il raggio di quella circoscritta al pentagono del dodecaedro; e quindi la proprietà è dimostrata geometricamente. LORIA – Le scienze esatte nell'antica Grecia. IL SIMBOLO DELL'UNIVERSO. In relazione ai poliedri regolari e specialmente al dodecaedro regolare dobbiamo ora soffermarci alquanto a considerare le tre medie considerate anche dai pitagorici, ossia la media aritmetica, la media geometrica e la media armonica. Nicomaco attesta che Pitagora conosceva le tre proporzioni aritmetica, geometrica ed armonica; e Giamblico attesta che nella sua scuola si consideravano le tre me- die aritmetica, geometrica ed armonica. Si ha proporzione aritmetica tra quattro numeri a, b, c, d quando a – b = c – d; la proporzione è continua se b = c; ed in tal caso b è il medio aritmetico o la media aritmetica di a e d e si ha: b=a+d . 2 Se si tratta di tre segmenti in proporzione aritmetica, la definizione è la stessa ed il segmento b semisomma dei due segmenti a e d è la loro media aritmetica. Cfr. NICOMACO, ed. Teubner; e JAMBLICHI, Nicomachi Arith. introd., ed. Teubner, pag. 100. Cfr. anche G. LORIA, Le scienze esatte. Si ha proporzione geometrica tra quattro numeri a, b, c, d quando a : b = c : d, e per i segmenti quando il ret- tangolo dei medi è eguale al rettangolo degli estremi. Con questa definizione non vi è bisogno della teoria del- le parallele e della similitudine, non si considera il rap- porto di due segmenti e non si sbatte nella questione della incommensurabilità. Abbiamo veduto inoltre che i pitagorici erano in grado di risolvere il problema dell'ap- plicazione semplice, ossia di costruire il segmento quar- to proporzionale dopo tre segmenti assegnati a, b, c, nel caso in cui il primo segmento era maggiore di uno alme- no degli altri due, sempre s'intende senza bisogno di pa- rallele. Se b è eguale a c, la proporzione è continua e b è il medio geometrico tra a e d; la media geometrica di due segmenti è dunque il lato del quadrato eguale al rettangolo degli altri due; ed abbiamo visto che i pitagorici erano sempre in grado, come applicazione del teorema di Pitagora, di costruire tale media geometrica. Quanto alla proporzione armonica e alla media armo- nica, si dirà che quattro numeri a, b, c, d sono in propor- zione armonica quando i loro inversi sono in proporzio- ne aritmetica, ossia quando 1a – 1b = 1c – d1 ; e conseguentemente b è medio armonico tra a e d quando l'in- verso di b è eguale alla media aritmetica degli inversi degli altri due. Archita in un suo frammento ci ha tramandato le defi- nizioni pitagoriche nel caso della proporzione continua 142  di tre termini; le definizioni antiche coincidono con le moderne nel caso della media aritmetica e della geome- trica, la definizione della media armonica è invece diversa. Riportiamo il frammento di Archita, inserendo per chiarezza gli esempi numerici. La media è aritmetica quando i tre termini sono in un rapporto analogo di eccedente, vale a dire tali che la quantità di cui il primo sorpassa il secondo è precisa- mente quella di cui il secondo sorpassa il terzo; in que- sta proporzione si trova che il rapporto dei termini più grandi è più piccolo, ed il rapporto dei più piccoli è più grande (esempio: 12, 9 e 6 sono in proporzione aritmetica perché 12 – 9 = 9 – 6. Il rapporto dei termini più grandi cioè il rapporto di 12 e di 9 è uguale a 1+13, il rapporto dei più piccoli, cioè di 9 e di 6 è eguale 1+ 12, ed 13 è minore di 12 ). Si ha media geometrica, continua Archita, quando il primo termine sta al secondo come il secondo sta al ter- zo, ed in questo caso il rapporto dei più grandi è eguale al rapporto dei più piccoli (esempio: 6 è la media geometrica di 9 e 4 perché 9 : 6 = 6 : 4); il medio subcontra- rio che noi [Archita] chiamiamo armonico esiste quando [Cfr. DIELS, Die Fragmente der Vorsokratiker, ed. Berlin; fr. 2o. Il frammento d’ARCHITA DA TARANTO (si veda) è riportato nel testo greco dal Mieli a pag. 251 dell'opera più volte citata. Lo Chaignet (A. Ed. CHAIGNET – Pythagore et la philosophie pythagoricienne) ne dà la traduzione. 143   il primo termine passa il secondo di una frazione di se stesso, identica alla frazione del terzo di cui il secondo passa il terzo; in questa proporzione il rapporto dei ter- mini più grandi è il più grande ed il rapporto dei più pic- coli il più piccolo (esempio: 8 è la media aritmetica di 12 e di 6, perché 12=8+13 di 12; ed 8=6+13 di 6; il rapporto di 12 ad 8 è eguale a 1+12, quellodi8a6èegualea 1+13, e 12 èmag- giore di 13 )». Prima di Archita di TARANTO (si veda) (o dei pitagorici?) questa proporzione è chiamata ὑπεναντία tradotto con subcontraria anche da LORIA (si veda), perché secondo la definizione che abbiamo riportato, in questo caso succede il contrario che nel primo. Da questa definizione si può trarre con operazioni aritmetiche semplici la definizione moderna. Difatti se a, b, c, formano proporzione armonica, ciò significa secondo Archita di TARANTO che a=b+ 1na e b=c+1nc; ;dalle quali si deduce facilmente: n=a:(a–b)=c:(b–c) a(b–c)=c(a–b); ab–ac=ac–bc; 2ac=ab+bc; 57 Cfr. JAMBLICHI, Nicomachi Arith., ed Teubner, pag. 100; e NICOMACO, ed. Teubner, pag. 135. 144 e quindi:   2ac=b(a+c); b=2ac ; 1=1(1+1). a+c b 2 a c Si può anche scrivere: b(a+ c)=a·c 2 Si ha quindi la proporzione numerica: a : a + c = 2 ac : c 2 a+c che, secondo quanto attesta Nicomaco di Gerasa, Pitagora trasporta da Babilonia in Grecia. In questa importantissima proporzione geometrica gli estremi sono due numeri (o grandezze) qualunque, i medii sono ordinata- mente la loro media aritmetica e la loro media armonica. Nel caso di segmenti, dalla penultima relazione risulta la presumibile definizione geometrica della media armo- nica: la media armonica b di due segmenti a e c è l'altez- za di un rettangolo avente per base la media aritmetica dei due segmenti ed eguale al rettangolo che ha per lati i due segmenti, ossia eguale anche al quadrato che ha per lato la media geometrica dei due segmenti. E poiché la media aritmetica di due segmenti a e c è maggiore del più piccolo di questi segmenti, ne segue che dati i due segmenti a e c, costruita geometricamente la loro media aritmetica, per determinare geometrica- mente anche la media armonica bastava risolvere il pro- blema dell'applicazione semplice, in questo caso risolu- La testimonianza è di Giamblico, cfr. LORIA, Le scienze esatte ecc. bile sicuramente (anche senza la teoria delle parallele); ed abbiamo così trovato anche la relazione geometrica tra le tre medie. L'esempio di media armonica che abbiamo addotto (8 media armonica tra 12 e 6) fa comprendere il perché Ar- chita od i pitagorici dettero il nome di armonica alla media sub-contraria. Questi numeri infatti esprimono ri- spettivamente le lunghezze della prima, terza e quarta (ed ultima) corda del tetracordo greco (la lira di Orfeo); ossia in termini moderni le lunghezze rispettive delle corde (che a parità di tensione, di diametro ecc.) danno la nota fondamentale, la quinta e l'ottava59; e questo tanto nella scala pitagorica, quanto anche nella scala natu- rale maggiore e minore. Questo conduce a vedere le relazioni che i pitagorici hanno scoperto (o stabilito) tra le corde del tetracordo, e così pure dell'ottava (chiamata in greco armonia). Ce lo dice, in parte, FILOLAO (si veda) in un suo frammento. Dice Filolao: L'estensione dell'armonia è una QUARTA più una QUINTA [adoperiamo i termini moderni di quarta e quinta per chiarezza]; la quinta è più forte della quarta di nove ottavi. Il che significa: presa una corda, e presa la corda che ne dia il suono primo armonico, ossia la corda che dà l'ottava, ed avute in questo modo le due corde estreme del tetracordo, l'armonia ossia l'ottava si I termini di quarta, quinta ed ottava si trovano già in NICOMACO, ed. Teubner. Cfr. CHAIGNET, Pythagore etc., che riporta il frammento; estende mediante l'aggiunta di due corde intermedie che sono la nostra quarta e quinta. Si ha così il tetracordo composto di quattro corde che sono (per noi) ordinata- mente quelle del do, del fa, del sol e del do superiore (la corda intermedia nel doppio tetracordo). Considerando le lunghezze di queste corde, invece delle frequenze od altezze dei suoni emessi come oggi si usa, frequenze che sono le inverse delle lunghezze, è noto come Pitagora abbia trovato sperimentalmente le lunghezze di queste corde. Egli trovò che la lunghezza dell'ultima corda era la metà di quella della prima, e che la lunghezza della seconda, cioè del fa era semplicemente la media aritmetica delle lunghezze di queste due corde estreme. Quan- to alla corda del sol, il cui suono dà all'orecchio la sensazione di un intervallo rispetto al do inferiore eguale Questo tetracordo non è altro che la lira d’Orfeo, strumento con il quale si accompagnava la recitazione ed anche il canto. Osserva TACCHINARDI nella sua Acustica musicale (Hoepli), che è notevole che il tetracordo contiene gli intervalli più caratteristici della voce nella declamazione. Infatti, INTERROGANDO (cf. Grice, ?p – interrogative mode, indicative mode, imperative mode), la voce sale di UNA QUARTA; rinforzando, cresce ancora di un grado; ed infine, concludendo, ridiscende di una quinta. Occorre anche tener presente che l'ACCENTO dell'indo-europeo è un accento di altezza. La vocale tonica è caratterizzata, non da un rinforzo della voce, come in tedesco ed in inglese, ma d’una ELEVAZIONE. Il TONO greco antico consiste in una ELEVAZIONE DELLA VOCE, la VOCALE TONICA è una VOCALE PIÙ ACUTA delle vocali atone. L'intervallo è dato da Dionigi di Alicarnasso come un INTERVALLO D’UNA QUINTA (MEILLET, Aperçu d'une histoire de la langue grecque, Paris). all'intervallo del do superiore a quello del fa, ha una lunghezza tale che le quattro lunghezze nel loro ordine formano una proporzione geometrica. Queste lun- ghezze sono infatti espresse rispettivamente da 1, 34, 23, 12 ; od in numeri interi, prendendo eguale a 12 la lunghezza della prima corda, sono espresse dai nume- ri 12, 9, 8, 6; ed essendo 9 maggiore di 6 la lunghezza della corda del sol si poteva sempre determinare con il metodo dell'applicazione semplice. La lunghezza della terza corda è dunque 8, ossia la media sub-contraria di 12 e di 6; ed ecco perché Archita dà il nome di armonica a questa media. In conclusione le quattro corde del tetracordo hanno lunghezze che si stabiliscono semplicemente così: l'ulti- ma corda è lunga la metà della prima, la seconda ha per lunghezza la semi-somma delle lunghezze delle corde estreme; e la terza corda ha per lunghezza la media armonica delle lunghezze delle corde estreme. Tutte que- ste lunghezze si costruiscono geometricamente. Se invece delle lunghezze si prendessero le frequenze si trove- rebbe che la quinta ha per frequenza la media aritmetica delle frequenze delle corde estreme, e la quarta la media armonica. In molti testi di fisica e di matematica si trova detto che la media armonica deve il suo nome al fatto che le tre note dell'ac- cordo maggiore do, mi, sol formano una progressione armonica in cui la lunghezza della corda del mi è la media armonica delle lunghezze delle altre due. Quest'affermazione è errata, quantunque Vediamo ora quali medie aritmetiche, geometriche ed armoniche si presentino considerando gli elementi dei poliedri regolari. Per il cubo la cosa è immediata. Il cubo ha 12 spigoli, 8 vertici e 6 facce; sono proprio i numeri che danno le lunghezze della prima, della terza e dell'ultima corda del sia vero che nella scala naturale la lunghezza della corda del mi sia la media armonica delle lunghezze del do e del sol. Ma ciò non accade nella scala pitagorica. Nella scala naturale gli intervalli sono basati sopra la legge dei rapporti semplici, e la media armonica delle lunghezze 1, 23 del do e del sol è 45 = lunghezza del mi; come quella del re = 89 è la media armonica di quelle del do e del mi. La scala pitagorica di Filolao, invece, si impernia sul tetracordo; in esso la lunghezza della terza corda (sol) è la media armonica delle lunghezze delle corde estreme; la sua elevazione rispetto alla prima corda è la stessa di quella dell'ultima corda rispetto alla seconda, ed è la stessa elevazione che nel greco parlato si verificava secondo Dio- nigi di Alicarnasso per la vocale su cui cadeva l'accento tonico. E la denominazione di media armonica introdotta da Archita deriva dalla proprietà della corda del sol nel tetracordo greco, e non dal- la proprietà del mi nell'accordo maggiore della scala naturale, al- lora inesistente. Filolao ci dice come venivano stabiliti gli intervalli nella scala pitagorica. Si prendeva l'intervallo 23 : 34 =89 tra le due corde medie del tetracordo (sol e fa); e con esso, partendo dal do e dal sol si determinavano le lunghezze delle altre corde. Si ottenevano cosìlelunghezze:do=1,re= 8, mi= 64, fa= 3, sol= 9 81 4 149   tetracordo. Inoltre 8 è il primo cubo, è il cubo del primo numero dopo l'unità. Per questa ragione Filolao chiama il cubo armonia geometrica. I numeri dei suoi elementi presentano la stessa relazione che presentano le tre cor- de prima, terza e quarta del tetracordo. La stessa cosa, naturalmente potrebbe dirsi per l'ot- taedro regolare che ha 12 spigoli, 8 facce e 6 vertici. Nell'icosaedro regolare, indicando con R il raggio della sfera circoscritta, con r quello della circonferenza circoscritta alla base pentagonale di ogni angoloide e con l10 e s10 i lati del decagono regolare e del decalfa in 2, la = 16 . Nella scala naturale, invece, la lunghezza del 3 27 mi è 4=64 con una differenza di circa 1 dalla lunghezza 5 80 100 del mi pitagorico. Nella scala pitagorica, quindi, il mi non è la media armonica tra il do ed il sol. Ed è invece la terza corda del tetracordo (la quinta della nostra ottava) che per le sue proprietà suggerisce ad Archita il termine di media armonica per designare la media aritmetica delle inverse. Così, e soltanto così, si può comprendere l'importanza che i pitagorici dovevano attribuire a questa media armonica, che con identica legge matematica si presenta nella musica, nella lingua, e nel dodecaedro, simbolo dell'universo. Naturalmente quest'errore si ripresenta nei testi di filosofia. Robin, p.e., (ROBIN, La pensée grecque, Paris) prende per le quattro corde della lira la bassa, la terza, la media e la alta rappresentate (dice lui) dai numeri interi 6, 8, 9, 12; e commette così il doppio errore di sostituire la terza alla quarta, e di invertire l'ordine delle lunghezze delle corde. Cfr. NICOMACO, ed. Teubner] essa inscritti, abbiamo trovato che: s10 + l10 = 2R. La media aritmetica tra s10 e l10 è dunque R, mentre per la [9] la media geometrica è r. Si può dunque costruire la me- dia armonica; indicandola con M si avrà: (s10+l10)·M=2s10l10 e sostituendo e siccome si ha: M · R = 45 R 2 ed infine M = 45 R Così pure, considerando il raggio R e la somma R + r dei due raggi, abbiamo trovato che la loro media geometrica è (R + r) · r = 3a2, dove a indica l'apotema dell'ico- saedro. E quindi, indicando con M la media armonica si ha: e poiché si avrà: (2R+r)·M=6a2 2R=s10+l10 2R·M=2r2 r 2 = 45 R 2 2s10·M=6a2; s10·M=3a2 sfera circoscritta all'icosaedro con il raggio della circon- 151 ossia la media armonica tra la somma del raggio della  ferenza circoscritta al pentagono base ed il raggio della sfera, è l'altezza di un rettangolo che ha per base il lato del decalfa inscritto in questa circonferenza ed è eguale al triplo del quadrato che ha per lato l'apotema dell'icosaedro. Venendo a considerare gli elementi del dodecaedro regolare e della sua faccia, osserviamo innanzi tutto la presenza di due quaterne: la prima costituita dalle di- stanze 2a, s10, r, l10 tra i piani di due facce opposte, tra i piani contenenti gli altri vertici dalle due facce, e tra loro; la seconda dal lato del pentalfa e dai segmenti de- terminati sopra di esso dai due lati del pentalfa che lo intersecano, cioè dai segmenti AE = s5, AN1 = EN = l5, AN = EN1, NN, della fig. 26. In ambedue queste quater- ne di segmenti, ognuno di essi è la parte aurea di quello che lo precede. Ora, se indichiamo con a, b, c, d quattro segmenti consecutivi della successione che si ottiene prendendo come segmento consecutivo di un segmento la sua parte aurea, si ha: a=b+c b=c+d e quindi a + d = 2b; dunque: il secondo termine della successione è la media aritmetica degli estremi. Si ha poi: b2=ac; c2=bd bc=(a – c)c=ac – c2=b2 – c2=(b+ c)(b – c)=ad 152 quindi  D'altra parte, indicando con M la media armonica de- gli estremi a, d, essa è tale che: ad=a+d ·M 2 ossia sostituendo, che: bc=b·M dunque essa non è altro che il terzo segmento c. Possia- mo perciò enunciare la proprietà che, se quattro seg- menti sono segmenti consecutivi di una successione tale che ogni segmento è seguito dalla sua parte aurea, accade che il secondo segmento ed il terzo sono rispettivamente la media aritmetica e la media armonica degli estremi. Esattamente la stessa cosa accade per le lunghezze della seconda e terza corda del tetracordo rispetto alle lunghezze delle corde estreme. Considerando allora la quaterna 2a, s10, r, l10 dei segmenti determinati sopra la congiungente i vertici di due facce opposte del dodecaedro dai piani delle facce e dai piani contenenti gli altri vertici si ha: 1o – la distanza s10, (ossia il lato del decalfa inscritto nella faccia) è la parte aurea del doppio dell'apotema ed è la media aritmetica tra il doppio dell'apotema ed il lato l10 del decagono in- scritto nella faccia (ossia la distanza tra i piani conte- nenti i vertici intermedi); 2o – La distanza tra uno di questi piani e la faccia più vicina, ossia il raggio r della circonferenza circoscritta alla faccia, è la media armoni- ca tra 2a ed l10. [Analogamente il lato l5 del pentagono regolare in- scritto è la parte aurea del lato s5 del pentalfa, ed è la media aritmetica tra il lato del pentalfa ed il lato del pentagono NN1N2N3N4; mentre il lato AN della punta del pentalfa è la media armonica tra il lato del pentalfa ed il lato del pentagono NN1N2N3N4. Nel dodecaedro la distanza 2a delle facce opposte, e nella faccia il lato del pentalfa, sono così suddivisi in modo da costituire due quaterne di segmenti, tali che i segmenti medii si ottengono dagli estremi prendendone la media aritmetica e quella armonica, esattamente come le due corde medie del tetracordo si ottengono da quelle estreme. Prendendo come segmenti estremi s10 ed r si trova per media aritmetica a [15]; e per la media armonica M si ha: a·M=rs =(s –l )s =s2 –s l 10 10 10 10 10 10 10 e per la [9] a·M=s2 –r2=(s +r)(s –r)=2al 10 10 10 10 ed infine M = 2l10 Così pure la media aritmetica tra s5 ed l5 è R' [16], e la media armonica è data da 2 (s5 – l5), che equivale a 4 (s5 – R') ed a 4 (R' – l5), ed è il doppio del lato AN della punta del pentalfa. In queste due quaterne il quarto segmento è la parte aurea del primo, ed i due segmenti intermedi la media aritmetica e la media armonica degli estremi. Si ha infine, indicando con M la media armonica di 2a ed s10: 154  (2a+s )·M=4a·s =2(s +r)·s =2s2 +2s ·r 10 10 10 10 10 10 e per la [17] (2a+s10)·M=4ar+2s10 ·r=2r·(2a+s10) e quindi la media armonica tra 2a ed s10 è eguale al dia- metro della circonferenza circoscritta alla faccia. L'esistenza di queste medie armoniche, e di queste specie di tetracordi costituiti dagli elementi del dodecae- dro e della sua faccia non deve esser sfuggita ai pitago- rici (almeno a quelli posteriori), e specialmente il tetra- cordo formato dagli elementi 2a, s10, r ed deve avere costituito ai loro occhi una conferma significativa delle ragioni simboliche che facevano del dodecaedro regolare il simbolo geometrico dell'universo; diciamo confer- ma in quanto questa corrispondenza tra il dodecaedro e l'universo si basa sopra altre ragioni ancora. 3. I cinque poliedri regolari erano chiamati figure co- smiche perché erano considerati come simboli dei quat- tro elementi e dell'universo. II dodecaedro era il simbolo dell'universo. Se vogliamo vederne il perché non vi è che da leggere alcune pagine del Timeo di Platone. Riassumiamo servendoci della versione dell'Acri64. Ti- meo osserva che ogni specie di corpo ha profondità ogni profondità deve avere il piano, e un diritto piano è fatto di triangoli, in altri termini ogni superficie piana poligonale è composta di triangoli e corrispondentemen- [PLATONE, I dialoghi, volgarizzati da ACRI, Milano]  te ogni poliedro si decompone in tetraedri: dimodoché il piano corrisponde al numero tre dei vertici determinanti il triangolo ed il quattro al numero dei vertici che deter- minano il tetraedro. Il due, come è noto, corrisponde a una retta che è individuata da due punti. Il punto, la retta, il piano o triangolo ed il tetraedro sono gli elementi della geometria, come i numeri: uno, due, tre e quattro sono i numeri il cui insieme dà l'intera decade. Per il fatto che ogni poligono è composto di triangoli, i pitagorici dicevano che il triangolo è il principio della generazione. I triangoli, prosegue Timeo, nascono poi da due specie di triangoli, il triangolo rettangolo isoscele ed il triangolo rettangolo scaleno. Questi vengono posti come principii del fuoco e degli altri corpi [elementi]; e con essi si compongono i quattro corpi [i quattro elementi, ossia le superfici dei poliedri simboli dei quattro elementi]. Siccome di triangoli rettangoli scaleni ve ne sono in- numerevoli (distinti per la forma), Timeo sceglie quello «bellissimo» avente le seguenti proprietà: 1o – con due di essi si compone un triangolo equilatero; 2o – l'ipotenusa doppia del cateto minore; 3o – il quadrato del cate- to maggiore è triplo di quello del minore. Con sei di questi triangoli si forma un triangolo equilatero (o vice- 65 Cfr. PROCLO, ed. Teubner. Per altre fonti cfr. lo CHAIGNET. Quanto si trova entro le parentesi è stato aggiunto da noi per chiarimento.] versa, preso un triangolo equilatero i diametri della cir- conferenza circoscritta passanti per i suoi vertici lo de- compongono in sei di tali triangoli), e con quattro di questi triangoli equilateri si ottiene il tetraedro regolare, «per mezzo del quale può essere compartita una sfera in parti simili [di forma] ed eguali [di volume] in numero di ventiquattro». Con otto di tali triangoli equilateri si ottiene l'ottaedro (composto dunque di 48 di tali triango- li); il terzo corpo, l'icosaedro, ha venti facce triangolari ed equilatere, e quindi due volte sessanta di tali triangoli elementari. Altri poliedri regolari con facce triangolari non vi sono. Con il triangolo rettangolo isoscele si genera il cubo; perché quattro triangoli isosceli formano un quadrato (od anche, il quadrato è diviso dai diametri passanti per i vertici in quattro triangoli rettangoli isosceli), e con sei quadrati si forma il cubo che consta così di ventiquattro triangoli rettangoli isosceli. Rimane così, dice Timeo, ancora una forma di composizione che è la quinta, di quella si è giovato Iddio per lo disegno dell'universo. Timeo sembra proprio sicuro del fatto. Mieli esclude assolutamente che i pitagorici fossero arrivati a riconoscere la impossibilità dell'esistenza di sei poliedri regolari, e riporta in nota, non dice se a sostegno di questa sua esclusione ma così pare, la dimostrazione d’Euclide nel suo testo greco. A noi sembra che i pitagorici potevano benissimo pervenirvi; ad ogni modo è certo che essi conoscevano i cinque poliedri che effettivamente esistono. A questo punto Platone fa tacere Timeo, forse per riserva forse perché nel caso del dodecaedro vi è qual- che differenza. Ma applicando il medesimo metodo di decomposizione in triangoli alle facce del dodecaedro, il pentagono con le sue diagonali dà il pentalfa, e la figura è divisa in trenta triangoli rettangoli dai diametri passan- ti per i dieci vertici del pentalfa. La superficie del dodecaedro viene perciò decomposta in 30×12 = 360 triangoli rettangoli, i quali però questa volta non sono di quelli «bellissimi» cari a Timeo. Ora il numero XII (che compare anche negli altri poliedri) ha già per conto suo un carattere sacro ed universale.  XII è il numero delle divisioni zodiacali e XII in ROMA è il numero degli Dei consenti, XII è il NUMERO DELLE VERGHE DEL FASCIO ROMANO, ed un dodecaedro etrusco e molti dodecaedri celtici pervenutici stanno ad indicare l'importanza del numero XII e del dodecaedro. Il numero CCCLX è poi il numero delle divisioni dello zodiaco caldeo, ed il numero dei giorni dell'anno egizio, fatti presumibilmente noti a Pitagora. Per queste ragioni il dodecaedro si presentava natural- mente come il simbolo dell'universo. Il silenzio di Platone in proposito ha dato nell'occhio anche a Robin, il quale dice (ROBIN, La pensée grecque, Paris) che «au sujet du cinquième polyèdre regulier, le dodécaedre... Platon est très mysterieux. Robin non prospetta alcuna ragione di tanto mistero. REGHINI, Il fascio littorio, nella rivista «DOCENS»] La cosa è pienamente confermata da quanto dicono due antichi scrittori. Alcinoo70 dopo avere spiegato la natura dei primi quattro poliedri, dice che il quinto ha dodici facce come lo zodiaco ha dodici segni, ed ag- giunge che ogni faccia è composta di cinque triangoli (con il centro della faccia per vertice comune) di cui cia- scuno è composto di altri sei. In totale 360 triangoli. Plutarco71, dopo avere constatato che ognuna delle dodi- ci facce pentagonali del dodecaedro consta di trenta triangoli rettangoli scaleni, aggiunge che questo mostra che il dodecaedro rappresenta tanto lo zodiaco che l'an- no poiché si suddivide nel medesimo numero di parti di essi. E come l'universo contiene in sé e consta dei quattro elementi, fuoco, aria, acqua, terra, così il dodecaedro, inscritto nella sfera come il cosmo nella fascia (il περιέχον), contiene i quattro poliedri regolari che li rappresentano. Abbiamo veduto infatti come si possa in- scrivere in esso e nella sfera l'esaedro regolare; si può mostrare poi facilmente che l'icosaedro avente per vertici i centri delle facce del dodecaedro è regolare; così pure si ottiene un ottaedro regolare prendendone come vertici i centri delle facce del cubo; ed unendo un vertice del cubo con quelli opposti delle facce ivi congruenti ALCINOO, De doctrina Platonis, Parigi; Cfr. an- che l'opera di MARTIN – Études sur le Timée de Platon, Paris, PLUTARCO, Questioni platoniche. Naturalmente si tratta dell'anno egizio quantunque Plutarco si dimentichi di precisarlo. e questi tre fra loro si dimostra che si ottiene un tetrae- dro regolare. La tetrade dei quattro elementi è contenuta nell'uni- verso, il κόσμος, e questo nella fascia, come i quattro poliedri nel quinto e nella sfera circoscritta. Così la te- trade dei punti, delle linee rette, dei piani e dei corpi è contenuta nello spazio e lo costituisce; e quattro punti individuano il poliedro con il minimo numero di facce ed individuano una sfera; così la somma dei primi quat- tro numeri interi dà l'unità e totalità della decade (nume- ro che appartiene tanto ai numeri lineari della serie natu- rale, quanto ai numeri triangolari, quanto ai numeri pira- midali, e questo indipendentemente dal fatto di assume- re il dieci come base del sistema di numerazione); così le quattro note del tetracordo costituiscono l'armonia. Il tetraedro, la tetrade dei quattro elementi, la tetractis dei quattro numeri, ed il tetracordo sono così intimamente legati tra loro, ed ai quattro elementi del dodecaedro 2a, s10, r, l10 di cui ciascuno ha per parte aurea quello che lo segue, e di cui i medii hanno rispetto agli estremi esattamente la stessa relazione delle corde medie alle estreme del tetracordo, e che individuano i quattro piani conte- nenti i vertici del dodecaedro. E si comprende perché il catechismo degli Acusmatici identifichi l'oracolo di Delfi (l'ombelico del mondo) alla tetractis ed all'armonia. La parte aurea ha grandissima importanza nella strut- tura del pentalfa ed in quella del dodecaedro simbolo [ROBIN, La pensée grecque, Paris dell'universo. Si comprende quindi anche perché la parte aurea abbia tanta importanza nell'architettura pre-periclea; e molte altre cose vi sarebbero da dire circa l'in- fluenza ed i rapporti tra la geometria pitagorica, la co- smologia, l'architettura e le varie arti. La digressione sarebbe però troppo lunga. Ci limitere- mo ad osservare che in questo modo lo sviluppo della geometria pitagorica ha per fine (nei due sensi della pa- rola) la inscrizione del dodecaedro nella sfera ed il riconoscimento delle sue proprietà, come sappiamo che ac- cadeva effettivamente. Anche Euclide, secondo l'attestazione di Proclo75, pose per scopo finale dei suoi elementi la costruzione delle figure platoniche (poliedri regolari); e forse dal tempo di Pitagora a quello di Euclide questo scopo fina- le si mantenne tradizionalmente lo stesso; ma mentre in Euclide l'intento era puramente geometrico, in Pitagora invece le proprietà del dodecaedro mostravano, se non dimostravano, l'esistenza nel cosmo di quella stessa ar- monia che l'orecchio e l'esperienza scoprivano nelle note del tetracordo. Questo era, riteniamo, il legame profondo che univa la geometria alla cosmologia, e forniva la base e l'impul- [CANTOR, Vorlesungen über Geschichte der Mathematik] Alla considerazione della media armonica si connette, invece, il canone della statuaria di Polycleto; ROBIN, La pensée grecque; LORIA, Le scienze esatte ecc.] so anche all'ascesi pitagorica; e si comprende ora con una certa precisione, e non più vagamente, come Platone potesse scrivere che «la geometria è un metodo per dirigere l'anima verso l'essere eterno, una scuola preparatoria per una mente scientifica, capace di rivolgere le attività dell'anima verso le cose sovrumane», e che «è perfino impossibile arrivare a una vera fede in Dio se non si conosce la matematica e l'intimo legame di que- st'ultima con la musica». Per i pitagorici e per Platone la geometria era dunque una scienza sacra, ossia esote- rica, mentre la geometria euclidea, spezzando tutti i contatti e divenendo fine a se stessa, degenerò in una ma- gnifica scienza profana. Di questo particolare legame della cosmologia con la musica, percepibile nel tetracordo formato dagl’elementi costitutivi del dodecaedro, non è rimasta traccia, ma in questo caso riteniamo che l'assenza di ogni traccia materiale non sia casuale, perché questo doveva costituire uno degli insegnamenti segreti della nostra scuola; ed un indizio del fatto è fornito dalla subita riserva di Timeo nel dialogo platonico omonimo appena giunge a parlare del dodecaedro. Così possiamo presumere di avere fatto un passo abbastanza importante per la restituzione della geometria pitagorica, non soltanto dal punto di vista moderno di restituzione dell'edificio geometrico puro, ma dal punto di vista pitagorico inteso a studiare il cosmo per scoprire LORIA, Le scienze esatte ecc.] le connessioni tra la geometria e le altre scienze e discipline. Altre cose si potrebbero aggiungere in proposito, ma anche noi dobbiamo pitagoricamente tener presente: μὴ εἶναι πρὸς πάντας πάντα ῥητά. Partendo dal teorema dei due retti, e con l'aiuto del conseguente teorema di Pitagora, ma senza ricorrere alla teoria delle parallele, della similitudine e della propor- zione, è dunque possibile pervenire a tutte le scoperte dei pitagorici menzionate da Proclo, con l'unica restri- zione che il problema dell'applicazione semplice (para- bola) non si può risolvere in tutti i casi, ma solo in un caso speciale, per quanto importante e sufficiente a con- sentire il pieno sviluppo della geometria pitagorica pia- na e solida come la abbiamo potuta restituire sin qui. Ed abbiamo notato il fatto eloquente che per i problemi del- l'applicazione la testimonianza addotta da Proclo non è quella autorevole di Eudemo, ma soltanto quella di co- loro che stavano attorno ad Eudemo. Si obbietterà che questo non basta a dimostrare con assoluta certezza che effettivamente quella che abbiamo ricostituito sia tale e quale la geometria pitagorica. Lo sappiamo perfettamente, ma sappiamo anche che, data la assoluta mancanza di ogni documento diretto, del quale avremmo del resto dovuto tener conto come elemento per la restituzione e non come documento di prova, non era possibile fare di più; e sappiamo che in questa circostanza anche le prove indirette, che abbiamo raccolto per via, hanno il loro valore a favore della nostra tesi. Nello sviluppo della geometria pitagorica ci siamo limitati a quanto occorreva per poter raggiungere i risultati menzionati da Proclo; ma si possono raggiungere altri risultati ancora; ed una parte di essi li dovremo premettere per trattare l'importante questione del «postulato» delle parallele. Il problema dell'applicazione semplice, corrispondente alla risoluzione dell'equazione ax = bc o ax = b2, si può risolvere nel caso in cui a sia maggiore di b o di c. Nel caso che ciò non avvenga la certezza dell'esistenza della soluzione si può avere solo quando si disponga della proprietà postulata da Euclide con il suo V postu- lato. Una difficoltà analoga si incontra in altre importanti questioni. Così, dati tre punti di una circonferenza, si dimostra che gli assi delle tre corde passano per il centro; ma non si può dimostrare in generale che per tre punti non allineati passa sempre una circonferenza. Ora, di fronte a questo ostacolo che sbarra la strada all'ulteriore sviluppo della geometria, come potevano comportarsi i pitagorici? Abbiamo veduto quali ragioni importanti fanno ritenere che essi non hanno ammesso il postulato delle parallele e nemmeno il concetto di paral- lele quale è definito da Euclide; ci proponiamo adesso di mostrare come potevano, egualmente, superare la dif- ficoltà. Osserviamo anzi tutto come sia noto come, conoscen- do comunque il teorema dei due retti (proposizione Sac- cheri), si può, ammettendo il postulato di Archimede, dimostrare con Legendre la unicità della non secante una retta data passante per un punto assegnato (proprietà equivalente al postulato delle parallele); e così pure osserviamo come il Severi, ammesso il suo postulato delle parallele, dimostri, sempre con l'aiuto del postulato d’Archimede, la unicità della non secante. La cosa è dunque possibile servendosi del postulato d’Archimede; se non che, non possiamo pensare a ricorrere a questo postulato perché Archimede è posteriore persino ad Euclide, e non è verosimile che i pitagorici abbiano ammesso un postulato come quello di Archimede. D'altra parte, è vero che il postulato d’Archimede basta per permettere di raggiungere il risultato; ma è anche necessario ricorrere ad esso? E se non è necessario, potevano i pitagorici, senza di esso ed in modo più sempli- ce, raggiungere il risultato, dimostrare cioè la unicità della non secante una retta data passante per un punto assegnato? BONOLA in ENRIQUEZ, Questioni riguardanti etc., SEVERI, Elementi di Geometria, Firenze. Vedremo di sì, e vedremo come; ma ci è necessario per far questo premettere ancora altre proposizioni che si deducono da quelle già viste. TEOREMA: Se due rette a e b sono perpendicolari entrambe ad una stessa retta AB, ogni altra perpendicolare ad una di esse incontra anche l'altra ed è ad essa perpendicolare. Siano le due rette a e b perpendicolari alla AB; e da un punto P della a conduciamo la perpendicolare alla b. Il suo piede Q è necessariamente distinto da B, perché altrimenti da B uscirebbero due perpendicolari alla b. E siccome la AB e la PQ perpendicolari in pun- ti diversi ad una stessa retta non possono incontrarsi, i punti P e Q devono stare da una stessa parte rispetto ad AB. Unendo A con Q il triangolo ABQ è rettangolo, e quindi ̂AQB è minore dell'angolo retto ^PQB; la QA divide quindi in due parti quest'angolo retto, e siccome sappiamo che i due angoli acuti del triangolo rettangolo sono complementari, i due angoli ̂AQP e ̂QAB risul- ta^no eguali perché complementari di uno stesso angolo AQB. I due triangoli ABQ, QPA, avendo inoltre eguali gli angoli ̂AQB e ̂QAP perché entrambi com- plementari dello stesso angolo ^BAQ, risultano eguali per il secondo criterio; e quindi l'angolo ̂APQ è retto, c.d.d. D'altra parte essendo unica la perpendicolare per P alla a essa coincide con la PQ, ossia la perpendicolare PQ alla a incontra la b ed è ad essa perpendicolare. Osservazione: Un punto qualunque P o Q di una delle due rette a o b ha dall'altra distanza costante. Infatti, essendo ABPQ un rettangolo il lato PQ è eguale al lato opposto AB. Perciò due rette perpendicolari ad una ter- za sono tra loro equidistanti. Viceversa, se un punto P situato nel piano dalla parte di A rispetto alla b ha dalla b una distanza PQ = AB, allora diciamo che questo punto P appartiene alla perpendicolare alla AB condotta per A ossia sta sulla a. Supponiamo infatti che i due punti A e P situati dalla stessa parte della b abbiano dalla b distanze eguali tra loro AB, PQ. Il punto P non può naturalmente appartenere alla AB, altrimenti Q coinciderebbe con B e quindi P con A; allora anche Q e B sono distinti. Uniamo A con Q; l'angolo ̂AQB del triangolo rettangolo AQB è acuto e complementare di ^BAQ; la QA divide quindi ^BQP, ed ̂AQB è complemento di ^AQP; perciò i due triangoli ABQ, QPA hanno AQ in comune, AB = PQ e l'angolo compreso eguale e sono perciò eguali; l'angolo ̂PAQ è dunque eguale al complemento ̂AQB di ̂BAQ e perciò l'angolo ̂BAP=̂BAQ+ ̂QAP 168  è eguale ad un retto. Il punto P sta dunque sulla a perpendicolare alla AB per A. Ne segue che ogni altra retta passante per a non può essere tale che i suoi punti abbiano distanza costante dalla b; si ha dunque la unicità della retta equidistante; cioè il TEOREMA: Per un punto passa una ed una sola ret- ta equidistante da una retta data. Il problema di condurre per un punto A la retta equi- distante da una retta data b, si risolve immediatamente. Basta da A abbassare la perpendicolare alla b; e poi da A la perpendicolare a questa. Abbiamo visto che tutti i punti della a e soltanto essi hanno dalla b la distanza costante AB. Questo si esprime con il TEOREMA: Il luogo geometrico dei punti del piano situati da una stessa parte rispetto ad una retta data ed aventi da essa una distanza costante assegnata è una retta. Questa proposizione è quella che il Severi assume come postulato, chiamandolo il postulato delle parallele. Per noi è un teorema conseguenza del teorema dei due retti e quindi del postulato pitagorico della rotazione. Queste tre proposizioni sono tali che ognuna di esse porta per conseguenza le altre due; vedremo infatti tra breve che dalla proposizione ora stabilita si può dedurre il teorema dei due retti. Osserviamo finalmente che l'aver dimostrato l'unicità della equidistante da una retta b passante per un punto 169  assegnato A, non dice affatto che ogni altra retta passante per A debba secare la b; possiamo soltanto dire che, se vi sono altre rette passanti per A non secanti la b, esse non sono equidistanti dalla b: ossia per ora abbiamo dimostrato la unicità della retta equidistante; e nulla sappiamo della unicità della non secante. 3. Valgono per le rette equidistanti alcuni teoremi analoghi a quelli valevoli per le rette parallele di Eucli- de. TEOREMA: Se una retta ne incontra altre due e forma con esse angoli alterni interni eguali esse sono equidistanti.  Siano a e b le due rette incontrate dalla trasversale AB, e siano gli angoli alterni interni eguali. Ne segue che gli angoli coniugati interni sono supplementari. Se questi angoli sono anche eguali, ossia se sono retti, le a e b sono perpendicolari entrambe alla AB, e per il teorema precedente sono equidistanti. Se i due angoli sono diseguali ed è per esempio ^DAB>^ABC, sarà ̂DAB un angolo ottuso ed ̂ABC acuto. Abbassando da A la perpendicolare AH alla b, il piede H è situato ri- 170  spetto a B dalla parte dell'angolo acuto perché un trian- golo non può avere più di un angolo retto od ottuso, e, siccome anche l'altro angolo ̂BAH del triangolo ret- tangolo ABH è acuto, ne segue che la AH divide l'angolo ottuso ̂BAD in due parti. Si ha per ipotesi: ^ABH+^BAD=2 retti e quindi: ^ABH+^BAH+^HAD=2 retti ma ^ABH+^BAH=un retto per il teorema dei due retti: quindi ^HAD=un retto; e le a e b perpendicolari alla AH sono due rette equidistanti. Lo stesso accade se la AB forma con le a e b an- goli corrispondenti eguali, angoli alterni esterni eguali ecc. TEOREMA INVERSO: Se una trasversale seca due rette equidistanti, forma con esse angoli alterni interni eguali, angoli alterni esterni eguali, ecc. Supponiamo che la AB (fig. 39) tagli le due rette equidistanti a e b. Se fosse perpendicolare ad una di esse sappiamo che lo sarebbe anche all'altra ed il teore- ma sussisterebbe. Se non lo ̂è formerà con la a angoli adiacenti diseguali; sia p.e. BAD ottuso. Condotta da A la perpendicolare comune alle due rette a, b essa divi- de BAD, e nel triangolo rettangolo BAH l'angolo ̂ABH risulta complementare di ^BAH; e quindi e ^HBA+^BAH=un retto ̂HBA+ ̂BAH+ ̂HAD=2 retti 171  ̂HBA+ ̂BAD=2 retti I due angoli coniugati interni sono dunque supplementari; e quindi gli alterni interni sono eguali ecc. Non è però dimostrato che se due rette sono equidistanti ogni secante della prima deve secare anche la seconda; perciò non si può ancora risolvere p.e. il problema dell'applicazione semplice nel caso generale. Diventa ora possibile la dimostrazione del teorema dei due retti attribuita d’Eudemo ai pitagorici, dimostrazione alla quale si riferisce il passo della Metafisica d’Aristotele. Condotta per il vertice A di un triangolo ABC (fig. 1) la equidistante dal lato opposto BC, per l'eguaglianza degli angoli alterni interni di vertici A e B, ed A e C il teorema si dimostra nel modo ben noto. Naturalmente questa semplice dimostrazione è per noi un cavallo di ritorno. Lo era anche per i pitagorici cui Eudemo attribuisce la dimostrazione? Lo era anche per Aristotele? Se non lo era, ossia se non si basa sopra il teorema delle rette equidistanti, derivante dal teorema dei due retti, doveva necessariamente basarsi sopra questa proprietà delle rette equidistanti ammessa per po- stulato o dedotta da un postulato equivalente; ma rimar- rebbe con ciò inesplicabile la esistenza dell'antica dimostrazione del teorema dei due retti menzionata da Eutocio. Comunque questa dimostrazione si basa sopra le proprietà delle rette equidistanti, e vale quindi sia che si accetti o non si accetti o non si usi il postulato d’Euclide. La equidistante è una non secante, che a differenza delle altre eventuali non secanti (o parallele secondo la definizione di Euclide) gode delle proprietà vedute, e consente perciò la dimostrazione del teorema dei due retti. I pitagorici antichi, per le ragioni che abbiamo vedu- to, non ammettevano né il postulato di Euclide né un postulato sopra le rette equidistanti come quello di SEVERI (si veda). Se, come crediamo, pervennero al concetto delle rette equidistanti, si fu come conseguenza del teorema dei due retti da essi dimostrato con la ignota dimostra- zione in tre tempi, e non viceversa. A meno che non si voglia supporre che in un certo momento una parte dei pitagorici abbia creduto di poter prendere come punto di partenza il concetto delle rette equidistanti, e di trarne la dimostrazione del teorema dei due retti al posto dell'an- tica dimostrazione. Dopo Euclide, ricorsero al concetto delle rette equidi- stanti Poseidonio e Gemino con lo scopo di eliminare il postulato di Euclide; ed altri tentativi furono fatti come è noto in seguito, ma sempre in modo non rigoroso, perché, come SACCHERI dimostra, l'ammettere che delle rette equidistanti esistano effettivamente è da con- siderare come un nuovo postulato. Esso è il postulato del Severi, equivalente alla proposizione SACCHERI, ed al nostro postulato pitagorico della rotazione. VAILATI, Di un'opera dimenticata di SACCHERI, in Scritti.] Per noi è un teorema perché è conseguenza del teore- ma dei due retti, a sua volta conseguenza del postulato della rotazione. Per le ragioni vedute è certo che gli antichi pitagorici non ammettevano, ma dimostravano, la proposizione Saccheri, e la dimostravano in un modo che non è verosimile derivi da un postulato delle rette equidistanti o dal concetto stesso di rette equidistanti; mentre è per lo meno possibile che la dimostrazione si basasse sopra un postulato come quello della rotazione. Se ammettevano questo postulato, non solo ne pote- van dedurre il teorema dei due retti, e quello di Pitagora, ma anche tutte le scoperte loro attribuite da Proclo-Eudemo, ed inoltre la teoria delle equidistanti e, di rimando, la dimostrazione del teorema dei due retti attribuita ad essi da Eudemo.Se una trasversale incontra due rette equidistanti e da un punto di una di esse si conduce la retta equidistante dalla trasversale, essa incontra anche l'altra. Sia m la trasversale delle due rette equidistanti a e b (fig. 40), e sia P il punto assegnato sopra la a. Congiun- giamo B con P, e prendiamo sulla b il segmento BQ = AP situato rispetto alla m dalla parte di P. La BP forma con le a e b angoli alterni interni eguali; quindi i trian- goli APB, QBP vengono eguali per il 1o criterio; perciò anche ̂APB=̂BPQ e la m e la PQ risultano equidistanti. E siccome sappiamo che per P passa una sola retta 174  equidistante dalla m, essa coincide con la PQ; dunque la equidistante dalla m condotta per P punto della a incon- tra anche la b nel punto Q. Osservazione: il quadrilatero ABQP è un romboide. Viceversa, se ABPQ è un romboide, siccome una diago- nale fa coi lati opposti angoli alterni interni eguali, essi sono equidistanti. Dunque nel romboide e nel rombo i lati opposti sono equidistanti. Questa distanza costante si chiama altezza del romboide. TEOREMA: Se per il punto medio di un lato di un triangolo si conduce la retta equidistante da uno degli altri due lati essa incontra il terzo lato nel suo punto medio. Per il punto medio M del lato AB (fig. 41) del trian- golo ABC conduciamo la retta equidistante dalla BC. Tutti i punti della BC stanno da una stessa parte rispetto ad essa; i punti A e B stanno da parte opposta rispetto ad essa, e quindi anche i punti A e C stanno da parte oppo- sta, e quindi il segmento AC è tagliato in un suo punto N da questa retta. Completiamo il romboide che ha per 175   lati consecutivi MN, MB; il lato NP di questo romboide è equidistante dalla AB e lascia, il punto C e la AB da parti opposte; quindi il vertice P compreso tra B e C. Siccome PN = BM = AM, ed è ̂MAN=̂PNC perché corrispondenti rispetto alle equidistanti AB, PN, e ̂AMN=̂NPC per ragione analoga, i triangoli AMN, NPC risultano eguali e quindi AN = NC, ossia N è il punto medio di AC. Naturalmente per la stessa ragione P è il punto medio di BC e si ha MN=BP=PC=12BC TEOREMA INVERSO: La congiungente i punti me- dii di due lati di un triangolo è equidistante dal terzo lato ed è eguale alla metà di esso. Si dimostra per assurdo, come conseguenza della unicità della equidistante dalla BC passante per M, e della unicità del punto medio M. Come conseguenza di questi teoremi se ne possono dimostrare degli altri sul fascio delle rette equidistanti, sul trapezio, ecc.; si può risolvere il problema della divi- sione di un segmento in un numero assegnato di parti eguali; si può dimostrare che le tre mediane di un trian- golo si incontrano in un unico punto ecc.80 Ci limiteremo al seguente teorema di cui abbiamo bisogno. TEOREMA: Se sul prolungamento di un lato di un triangolo si prende un segmento eguale al lato, e per l’estremo del segmento si conduce la retta equidistante da uno degli altri due lati essa incontra il prolungamen- to del terzo lato. Sia AMN il triangolo dato; prendiamo sul prolunga- mento di AM il segmento MB = AM; e sul prolunga- mento di AN il segmento NC = AN. Uniamo B con C. Per il teorema precedente la MN e la BC sono equidi- stanti. Dunque la equidistante dalla MN passante per B incontra il prolungamento della AN nel punto C. Vogliamo ora dimostrare la proprietà, fondamentale che per un punto assegnato A esterno ad una retta data b si può condurre una sola retta che non la seca. In modo simile a questo si può sviluppare la teoria delle rette e dei piani equidistanti e la teoria dei piani equidistanti. Avremmo potuto premettere questi sviluppi, ottenendo poi con il loro sussidio molte semplificazioni in varie questioni che abbiamo trattato, ma con un po' di pazienza si è potuto fare a meno anche di essi. Dal punto A conduciamo la perpendicolare alla b e sia B il piede; e dal punto A conduciamo la a perpendicolare alla AB. Sappiamo che la a e la b entrambi perpendicolari alla AB non si possono incontrare. Si tratta di dimostrare che ogni altra retta passante per A e distinta dalla a è una secante della b. Supponiamo se è possibile che ciò non accada. Vi sarà allora, oltre alla a, almeno un'altra retta m che passa per A e non incontra la b. Il punto A divide la m in due semirette situate da parti opposte della a; consideriamo la semiretta m che rispetto alla a è situata dalla parte del punto B, ossia della b, ossia della striscia di lati a e b. E consideriamo le semirette a e b situate ri- spetto alla AB dalla stessa parte della semiretta m. La m è una delle semirette di origine A e comprese nell'angolo ^B A a delle semirette AB ed a, la quale per ipotesi non incontra la b. Oltre a questa semiretta ve ne possono essere altre di origine A che non incontrano la semiretta 179  b; anzi ve ne sono di sicuro e sono tutte le semirette di origine A e comprese nell'angolo m^a, perché se una di esse p.e. la n incontrasse la b in un punto N, siccome la semiretta m sarebbe interna all'angolo ̂BAN del trian- golo ABN e lascerebbe quindi i punti B ed N da parti opposte dovrebbe segare il segmento BN contrariamente alla ipotesi fatta sulla m. Perciò ogni retta n, interna all'angolo ^mAa,, è dunque una non secante se la m è una non secante. D'altra parte, dall'origine A escono sicuramente oltre alla AB delle semirette comprese in ^B A a e secanti la b. Una di queste è ad esempio quella che forma con la AB l'angolo di 60° e con la a quello di 30°; preso, infatti, a partire da A su questa semiretta il segmento AC = 2AB, e congiunto B con C e con il punto medio M di BC, il triangolo isoscele BAM avendo l'angolo al verti- ce ̂BAM di 60° è equilatero; quindi il triangolo MBC è isoscele e l'angolo ̂ABC è retto, il che significa che il punto C della AM sta sulla b, ossia che la AM è una se- cante della b. Naturalmente tutte le semirette per A in- terne a ̂BAC sono delle secanti della semiretta b. D'altra parte, le semirette del fascio di centro A comprese tra la semiretta AB e la semiretta a o sono secanti della semiretta b oppure sono non secanti della b. Alla classe delle secanti appartiene la AB, la AC e tutte le se- mirette comprese entro l'angolo ^BAC; e vi apparten- gono inoltre certamente anche una p^arte delle semirette di origine A ed interne all'angolo C A a ; basta infatti 180  prendere un punto S qualunque sul prolungamento del segmento BC dalla parte di C, e la semiretta di origine A, passante per S, è compresa nell'angolo ^C A a ed è una secante della semiretta b. Alla classe delle non se- canti appartiene la a di sicuro, la m per ipotesi, e come abbiamo ve^duto anche tutte le semirette di origine A ed interne ad m A a . La classe delle semirette di origine A e secanti la se- miretta b costituisce un insieme ordinabile, perché è in corrispondenza biunivoca con l'insieme dei punti della semiretta b. Ordinandole effettivamente in corrispon- denza sarà la AB la prima semiretta secante seguita ordinatamente dalle altre; e poiché non esiste l'ultimo pun- to della semiretta b così non esiste l'ultima semiretta di origine A secante della b; ossia dopo una secante qualunque della b nel fascio ordinato delle semirette di cen- tro A ve ne sono delle altre. Premesse queste considerazioni, conduciamo dal pun- to C la perpendicolare comune alle rette a e b. Le semi- rette di origine A che seguono la AB e precedono la AC sono in corrispondenza biunivoca con punti del segmento BC; le semirette che seguono la AC analogamente sono in corrispondenza biunivoca con i punti del seg- mento CD, dimodoché le semirette del fascio di centro A comprese tra la AB e la a sono in corrispondenza biu- nivoca con i punti della spezzata ortogonale ABC, estremi compresi. La AB è la prima delle semirette secanti, la a l'ultima delle non secanti la b. Facciamo a questo punto una osservazione: La corrispondenza biunivoca tra i punti del segmento BC e le semirette dell'angolo convesso ̂BAC che proietta il segmento da un punto A fuori della retta BC, permette di ordinare l'insieme delle semirette dell'angolo ^BAC. Per dedurre dalla ordinabilità della retta la possibilità di ordinare le semirette di un fascio, il Severi nota che occorre prima introdurre il postulato delle parallele, e poi nella corrispondenza escludere dal fascio una delle semirette. Tale duplice necessità scompare se, invece di ordinare le semirette in corrispondenza con i punti di una retta, si può ordinare le semirette in corrispondenza con i punti del perimetro di un rettangolo le cui diagona- li passino per A, e la corrispondenza è completa, nessuna semiretta esclusa. Naturalmente per fare questo bisogna conoscere i ret- tangoli indipendentemente dal postulato delle parallele, cosa che si verifica appunto nello sviluppo di questa no- stra geometria pitagorica. Stabilita in questo modo la ordinabilità dell'insieme delle semirette del fascio di centro A comprese tra la AB e la AD, e stabilito il verso di tale ordine; ed osservato che tali semirette sono necessariamente secanti o non secanti della semiretta b, che ogni semiretta che precede una secante è anche essa una secante ed ogni semiretta che segue una non secante è anche essa una non secante, osserviamo ancora che come non esiste l'ultima delle se- [SEVERI, Elementi di geometria] mirette secanti la b così da un punto di vista puramente logico si potrebbe pensare che non esista o possa non esistere la prima delle semirette non secanti la b; ossia che data una semiretta qualunque non secante la b se ne possano sempre trovare delle altre pure non secanti le quali la precedano. L'intuizione però osserva che partendo dalla posizione iniziale AB, od anche AC, e girando intorno ad A sino ad arrivare alla posizione finale a, la semiretta che era una secante è divenuta alla fine una non secante. Se la metamorfosi non si è verificata proprio al momento finale per la semiretta a, dovrà essersi verificata ad un certo momento per una posizione intermedia, prima del- la quale la semiretta si era mantenuta sempre ancora se- cante e dopo la quale si è mantenuta sempre ancora non secante. Insomma è intuitivamente evidente che esiste una ed una sola semiretta che è la prima delle non se- canti; e tutto si riduce a mostrare che tale prima non se- cante non è altro che la a. Da un punto di vista logico si presenta corrisponden- temente la necessità di ricorrere ad un postulato; ed era naturale e prevedibile che questo dovesse accadere, al- trimenti il postulato della rotazione pitagorica (o l'equivalente proposizione Saccheri) sarebbe stato equivalente al postulato di Euclide; soltanto che non si tratta del postulato d’Archimede ma di un caso assai più semplice del postulato di continuità. Bisogna ammettere come postulato la esistenza di una semiretta di separazione delle due classi di semirette secanti e non secanti la b; verità talmente evidente all'intuizione da presumere che agli occhi degli antichi dovesse costituire un dato di fatto, una verità primordiale tanto assiomatica da non sentire neppure il bisogno di postularla esplicitamente. Invero, se Euclide non ha sentito il bisogno di postulare il postulato di continuità nei due casi che abbiamo a suo tempo espressamente notato, sarebbe strano credere o pre- tendere che ciò sia o debba essere avvenuto in un caso perfettamente analogo, e questo due secoli prima d’Euclide quando Pitagora per primo faceva della geometria una scienza liberale. Ammettiamo dunque esplicitamente il postulato che vi è almeno una semiretta di origine A che separa le semirette di origine A e secanti la b da quelle non secan- ti la b. Sappiamo che non può essere una secante quindi sarà necessariamente una non secante. Inoltre si riconosce subito, per assurdo, la sua unicità. Essa è dunque la pri- ma non secante. Noi intendiamo mostrare che nessuna semiretta del fascio A distinta dalla a può essere la pri- ma non secante, dimodoché la a è come sappiamo non secante, ed è la prima e l'unica. Premettiamo un'osservazione: se per il punto medio H di AB (fig. 42) si conduce la perpendicolare h ad AB (asse di AB ed equidistante dal- la a e dalla b), ogni semiretta per A che sega la h sega anche la b. Se infatti la r sega la h in R, essendo HB eguale ad AH la b equidistante dalla HR sega come sappiamo la r, perciò una semiretta per A che non seghi la b non può segare neppure la h; in particolare la prima se- miretta che non sega la b non può segare la h ed è quindi contenuta nella striscia ah. Dimostriamo adesso il TEOREMA FONDAMENTALE: Per un punto non appartenente ad una retta data passa una ed una sola retta che non la seca. Sia A il punto dato e b la retta data. Si con- duce da A la perpendicolare AB alla retta data, e sia B il piede. Poi da A la semiretta a perpendicolare alla AB dalla stessa parte della semiretta b e per il punto medio H di AB la semiretta h perpendicolare ad AB sempre dalla stessa parte delle a e b. Supponiamo se è possibile che la semiretta r che forma con la semiretta a un certo angolo δ (con δ ≠ 0) sia una non secante qualunque della b (eventualmente anche la prima). Allora la prima non secante, ossia la se- miretta di separazione delle secanti dalle non secanti di cui abbiamo ammessa l'esistenza, non può seguire la r, e perciò o coincide con la r o precede la r, ossia la semi- retta di separazione deve formare con la a un angolo ε≥δ dove per altro è certamente ε < 30°. Sia essa la s. Condotta allora per A la semiretta che forma con la semiretta a l'angolo 2ε essa sega la b in un punto C. Conduciamo per B la perpendicolarê alla s e sia H il pie- de. Dovendo essere acuto l'angolo HAB del triangolo 185  rettangolo AHB, il piede H sta sulla semiretta s, e l'an- golo ̂ABH = ε. Siccome la BH fa con la BA un angolo ε 30° e quindi anche minore di 60°, essa incontra certamente la semi- retta a in un punto D. Ciò risulta anche dal fatto che la s è tutta compresa nella striscia ha, perché la s non incon- trando la b non incontra neppure la h, quindi B ed H sono da parti opposte della h, BH incontra la h, e quindi anche la a. Si ha subito: BD > BA > BH. Preso perciò BK eguale a BA, sarà il punto K com- preso tra H e D. Facendo ruotare la figura intorno a B dell'angolo ε in modo che A vada su K, BA va su BK e la a, perpendicolare alla BA in A, va sulla a' perpendi- colare alla BK in K. La a' e la s, perpendicolari entrambi alla BD sono equidistanti, e poiché K è compreso tra H e D, D e la s stanno da parti opposte rispetto alla a', e quindi anche D 186   e A; perciò il segmento AD è tagliato in un suo punto E dalla a'. Con la rotazione la s va sulla s' che passa per K e for- ma con a' l'angolo ε penetrando perciò nell'angolo retto ^EKD ed incontrando il segmento ED in un punto L. La DA forma con le rette equidistanti a' ed s angoli corrispondenti ^DEK, ̂DAH eguali; quindi ^DEK=ε, il triangolo LEK è isoscele e perciò l'angolo esterno ^DLK=2ε. Prendiamo ora sul prolungamento di BC il segmento CP = AL, ed uniamo P con L. I triangoli ALC, PCL han- no LC in comune, AL = CP e l'angolo compreso eguale perché la trasversale CL forma con le due rette equidi- stanti a e b angoli alterni interni eguali; perciò ^ALP=^ACP, e quindi ^PLD=^ACB=2ε. Dunque tanto la PL come KL formano con la AD un angolo eguale a 2ε; perciò le semirette LK ed LP coincidono, ossia i tre punti L, K, P sono allineati, ossia la s' incontra la b. Il triangolo PBK è isoscele avendo gli angoli alla base complementari di ε, il suo vertice P sta quindi sul- l'asse di BK. Facendo ruotare tale triangolo intorno a B di E in modo da riportare la base BK su BA, il suo asse va sulla h, la s' torna sopra la s, ed il punto P della s' va sopra la h. La s incontra dunque la h in un punto T. Pre- so ora sul prolungamento di AT un segmento TV = AT il punto V della s appartiene alla b. Dunque la s è una secante della b. La prima non secante s non può formare con la a un angolo ε≥δ; ma abbiamo veduto che non può formare con la a neppure un angolo minore di δ; quindi se esistesse una prima non secante la b distinta dalla a dovrebbe soddisfare alla condizione di formare con la a un angolo che non dovrebbe esser né maggiore, né eguale né minore dell'angolo S formato con la a da una non secante qualunque r. Ne segue che, essendo impos- sibile soddisfare tali condizioni, tale prima non secante distinta dalla a non esiste; e quindi la a è una non secan- te della b, è la prima ed è l'unica tra tutte le semirette di origine A e comprese tra la AB e la a, che non seca la b. Questa dimostrazione si può facilmente trasformare in modo da fare a meno del movimento di rotazione at- torno al punto B. Concludiamo che, ammettendo il postulato pitagorico della rotazione, o l'equivalente teorema dei due retti (proposizione SACCHERI (si veda)) o l'equivalente postulato di SEVERI (si veda) opra le rette equidistanti, si può dimostrare il po- stulato di Euclide, sia ricorrendo al postulato di Archi- mede, sia facendo a meno di ricorrere al postulato di Ar- chimede, ed ammettendo soltanto la esistenza di quella semiretta di separazione delle secanti dalle non secanti che alla intuizione degli antichi doveva apparire indi- scutibile. Dimostrato il postulato d’Euclide si rientra naturalmente nell'alveo della geometria euclidea non archi- medea; ed il nostro compito è finito. A noi interessava difatti la restituzione della geome- tria pitagorica, non in quanto collimava con la geometria euclidea, ma in quanto ne differiva. Che ne differisse sostanzialmente lo prova la esistenza di quella arcaica dimostrazione del teorema dei due retti che non poteva essere basata sopra le proprietà degli angoli alterni inter- ni. Per ottenere questa dimostrazione abbiamo ricorso alla supposizione che i pitagorici ammettessero il postu- lato pitagorico della rotazione che abbiamo enunciato, ed abbiamo veduto che ne segue immediatamente il teo- rema dei due retti nel primo caso particolare menzionato da Eutocio, poi negli altri casi, ed abbiamo veduto che di lì si trae senz'altro il teorema di Pitagora, e si può con successivi sviluppi arrivare a tutte le scoperte attribuite ai Pitagorici. Fatto questo, e sempre senza introdurre il concetto di parallele e il relativo postulato, abbiamo po- tuto pervenire alla teoria delle rette equidistanti, la quale consente da sola la più recente dimostrazione del teorema dei due retti riportata da Aristotele ed attribuita da Eudemo ai pitagorici. Sappiamo bene quali obbiezioni si possono sollevare all'adozione del postulato pitagorico della rotazione, che presuppone il concetto di movimento rigido del piano, e la capacità di riconoscere l'eguaglianza delle figure per sovrapposizione. Ma questo è un problema teorico del quale non ci interessiamo; a noi interessa invece vedere se i pitagorici possono avere adottato esplicitamente o no questo postulato della rotazione. Come riprova del fatto che essi non ammettevano il postulato delle parallele, definite come in Euclide, abbiamo addotto la ragione che per i pitagorici il concetto di infinito si identifica con quello di imperfetto. Ora, per una ragione analoga, da un punto di vista pitagorico, si potrebbe obbiettare che essi non potevano accettare o basarsi neppure sopra il concetto di movimento. Infatti nella serie delle opposizioni pitagoriche, come il concetto di finito e perfetto si oppone al concetto di infinito ed imperfetto, così, corrispondentemente, il concetto di immobilità si oppone a quello di movimento. Questa è per noi una obbiezione assai più seria dell'altra. Seguendo una pura norma di coerenza schematica, sia il concetto di infinito sia quello di movimento avrebbero dovuto essere banditi. Ma dobbiamo tenere presenti i legami che avvincevano le concezioni geometriche dei pitagorici a quelle cosmologiche; e se nessuno ha mai veduto due rette parallele nel senso anzi detto, due rette cioè che prolungate indefinitamente non si incontrano mai, viceversa chiunque vede e sa per esperienza che il movimento è un carattere essenziale della vita umana ed universale. Gl’astri, ossia gli dei, si movevano eternamente nelle loro danze celesti. E secondo i pitagorici, il movimento circolare era quello perfetto, forse non soltanto per la sua regolarità e semplicità, ma anche per il fatto che il centro e l'asse di rotazione restavano im- [VERONESE, Appendice agli elementi di geometria, Padova] mobili e partecipi della perfezione. L'ammettere dunque che una retta del piano situata ad una qualsiasi distanza finita dal centro di rotazione ruotasse anche essa, era ammettere quanto sembrava verificarsi nell'universo con la rotazione intorno alla terra od al fuoco centrale od al sole (Aristarco di Samo), ed ammettere che l'angolo del raggio vettore iniziale con la sua posizione finale fosse eguale all'angolo delle posizioni iniziale e finale della retta, era ammettere un fatto conforme alla intuizione e verificato dalla esperienza nel campo raggiungibile dalla nostra osservazione. Dice il Veronese83 «che fa veramente onore ad Euclide di avere fatto senza del movimento dove ha potuto, poiché nei suoi elementi è chiara la tendenza di evitarlo per quanto gli è stato possibile. Se dunque Euclide, pur reluttante, fa uso del movimento, prima di lui se ne do- veva fare uso ancora maggiore, ed abbiamo così una riprova che i pitagorici ne fanno uso senza tanti scrupoli e che quindi potevano benissimo anche servirsi di un postulato relativo al movimento di rotazione come quello che abbiamo enunciato. Con il tempo il punto di vista pitagorico che legava intimamente tra loro le varie scienze venne tenuto sempre meno presente, accentuan- dosi la tendenza a fare della geometria una scienza sepa- rata, puramente logica; ed Euclide, ammettendo il suo postulato, raggiungeva il doppio scopo di liberarsi sem- pre più dal concetto di movimento e di procurarsi un 83 G. VERONESE, Appendice agli elementi etc.] mezzo comodo e rapido per risolvere difficoltà che altri- menti si possono superare solo con molto maggiore pa- zienza e lavoro. In compenso introdusse il suo postulato che non ha mai soddisfatto nessuno e che Alembert chiama lo scoglio e lo scandalo della geometria. Ricapitolando, consideriamo due semirette a e b perpendicolari da una stessa parte in due punti A e B ad una stessa retta AB. Esse non si incontrano; e ciò risulta dal solo fatto che da un punto qualunque del piano si può condurre una sola perpendicolare ad una retta data. In secondo luogo, se si ammette il postulato pitagorico della rotazione o la proposizione Saccheri, si ha che queste rette sono anche equidistanti84. In terzo luogo, se si ammette anche il postulato di Archimede oppure il caso particolare del postulato di con- 84 In precedenza, supponendo noto che due rette perpendicolari in punti distinti ad una stessa retta non possono incontrarsi, ne abbiamo dedotto che una retta r con una rotazione di mezzo giro intorno ad un punto O esterno ad essa prende una posizione tale che la r ed r' non si incontrano. Questo fatto, per altro, non è che una conseguenza del postulato pitagorico della rotazione. Di fatti, con tale rotazione un punto A della r va sul simmetrico A' di A rispetto ad O; ed A' non appartiene alla r perché altrimenti anche O dovrebbe appartenere alla r. D'altra parte, se le r ed r' avessero in comune un punto P, dovrebbero per il postulato pitagorico forma- re un angolo di 180°, ossia coincidere, e questo non può accadere perché A' della r' non appartiene alla r: quindi esse non si incon- trano.] tinuità che noi abbiamo adoperato, si ha che la semiretta a è l'unica semiretta di origine A che non seca la b. Torniamo dopo ciò ad esaminare la questione della seconda dimostrazione pitagorica del teorema dei due retti. Secondo Proclo, Eudemo direbbe testualmente così. Sia il triangolo αβγ e si conduca per α la parallela alla βγ καὶ ἤθω διὰ τοῦ ᾶ τῇ βγ παράλληλος ἡ. Qui appare il termine parallela e l'articolo determinativo ἡ ne implica la riconosciuta unicità. Ma, anche ammettendo che Proclo riporta di peso la dizione usata d’Eudemo, resta a vedere se Eudemo adopera il termine parallela nella accezione attribuita ad esso dalla posteriore definizione di Euclide, e resta a vedere se la nozione della unicità di questa retta proveniva anche in Eudemo dall'accettazione di un postulato come quello ammesso poi d’Euclide. Aristotele nel passo della Metafisica in cui si riferisce a questa stessa dimostrazione conduce anche lui per il vertice α la retta che serve alla dimostrazione, ma non la chiama né parallela, né equidistante, né non secante. Egli dice semplicemente: εἰ οὖν ἀνῆκτω ἡ παρὰ τὴν πλευράν, ossia: se si conduce la retta di fianco o di fronte al lato. Anche in questo passo l'articolo ἡ mostra che tale retta è ritenuta unica, ma anche qui non è definita in nessun modo e non si sa di dove derivi questa sua unicità. L'etimologia evidente della parola parallela non dà in proposito nessuna luce. Il termine è adoperato in astronomia per i paralleli della sfera celeste; ed è usato nel linguaggio ordinario d’Aristotele, come poi ad esempio da Plutarco nelle vite parallele. Dal linguaggio ordinario è passato poi al linguaggio geometrico, ma quando e con quale precisazione non risulta. Aristotele lo usa tre volte nella Analitica, come termine geometrico, e sentenzia che coloro i quali si sforzano di descrivere le parallele commettono una petizione di principio. Così come stanno le cose il passo di’Eudemo e quello del suo maestro Aristotele non provano affatto che la dimostrazione posteriore dei pitagorici si basasse sopra una definizione delle parallele e sopra un relativo postu- lato eguali alla definizione ed al postulato d’Euclide. E non è da escludere che questa retta fosse la equidistante, e fosse chiamata la parallela, e fosse ritenuta unica non secante semplicemente per non essere ancora sorto il dubbio che oltre alla equidistante vi potessero essere anche altre rette non secanti. In tal caso il dubbio sarebbe sorto dopo, ed Euclide lo avrebbe eliminato d'autorità introducendo il suo postulato. In tal caso la dimostrazio- ne di Aristotele sarebbe corretta se quella tal retta con- dotta per il vertice del triangolo si intende che sia equi- distante, e sarebbe scorretta se concepita come parallela ne fosse supposta senza base la unicità; mentre invece quella di Eudemo sarebbe corretta se con il termine di parallela si intende la equidistante (la cui unicità e le cui proprietà i pitagorici potevano desumere dal teorema dei due retti) e sarebbe scorretta se designasse una parallela nel senso euclideo e non si fosse ammesso o dimostrato il postulato di Euclide. Comunque i due passi, d’Aristotele e d’Eudemo, non provano che i pitagorici posteriori dessero del teorema dei due retti una dimostrazione identica a quella d’Euclide. Se, come ci sembra, questa dimostrazione pitagorica posteriore si basava sopra le proprietà delle rette equidistanti, sia pure chiamandole parallele, anche questa dimostrazione era indipendente da quel concetto di rette che prolungate all'infinito non si incontrano mai e da quel postulato di Euclide, che vanno così poco d'accordo con la concezione pitagorica. Notiamo in fine che nella dimostrazione che abbiamo dato della unicità della non secante non si presenta la necessità di prolungare la retta all'infinito e quindi anche essa quadra con la concezione pitagorica. E notiamo ancora che, anche se non si vuole accordare che la geometria pitagorica si basasse sopra il nostro postulato pitagorico della rotazione, la dimostrazione del postulato d’Euclide che abbiamo esposto si può fare egualmente, se si ammette la proposizione SACCHERI od il postulato del SEVERI. E siccome i pitagorici conoscevano certamente il teorema dei due retti indipendentemente dal po- stulato delle parallele, risulta così manifesto che essi potevano dal teorema dei due retti e senza postulato d’Archimede arrivare a dimostrare la unicità della non secante. La questione non trascendeva i loro mezzi, né certamente l'intelligenza di quei così detti primitivi. La trasformazione del postulato di Euclide in teorema è un risultato secondario di questo nostro studio. Ed esula dal carattere di questo studio, né ci presumia- mo da tanto, il giudicare se l'assetto euclideo della geo- metria sia, da un punto di vista teorico moderno, preferi- bile all'antico assetto che abbiamo cercato di ricostituire. Naturalmente tutti i postulati sono comodi; e, tagliando il nodo gordiano delle parallele con la spada del postula- to di Euclide, le cose si semplificano. Ma dovendo scegliere tra il V postulato ed il postulato pitagorico della rotazione quale dei due è meno ostico? Quale dei due è meno restrittivo? L'apprezzamento in queste cose è anche un po' personale, e noi lasciamo che ognuno scelga secondo i suoi gusti. A noi interessa constatare che il postulato pitagorico della rotazione consente di dimostrare il teorema dei due retti e quello di Pitagora indipendentemente dal postula- to e dalla teoria delle parallele in un modo che ha tutta l'aria di essere l'antico, e consente da solo di ottenere tutto lo sviluppo della geometria pitagorica; e non ci consta che sinora si sia trovato un modo, non soltanto più soddisfacente, ma un modo qualunque, di raggiungere lo stesso risultato. Il postulato di continuità al quale abbiamo ricorso è servito soltanto per risolvere l'ultima questione, quella di dimostrare il postulato d’Euclide in modo non trascendente le possibilità dei pitagorici. Una volta introdotto, come postulato, il V postulato d’Euclide, la proprietà enunciata dal postulato pitagorico della rotazione viene a perdere ogni importanza. Non meraviglia quindi il non trovarne alcuna traccia su- perstite. Sarebbe strano che fosse accaduto diversamente quando ogni traccia di dimostrazione pitagorica si è perduta ad eccezione della tarda dimostrazione del teo- rema dei due retti. Se la nostra ricostruzione corrisponde al vero, la introduzione del postulato d’Euclide dovette sconvolgere profondamente l'assetto della geometria; ed anche que- sto è conforme alle notizie che abbiamo in proposito, poiché sappiamo che Euclide cambiò l'ordine e le dimostrazioni ed in generale alterò tutto l'assetto della geo- metria, sicché ad esempio il teorema di Pitagora divenne l'ultimo e ricevette un'altra dimostrazione. Il favore quasi incontrastato di cui hanno goduto per oltre venti secoli gl’elementi di Euclide, aggiungendosi a queste condizioni sfavorevoli alla trasmissione della geometria pitagorica, ha portato alla esaltazione della scuola greco-alessandrina, a tutto scapito della gloria della scuola italica. Della scuola greca tutto o quasi ci è pervenuto; della nostra scuola, della scuola che aveva creato dalle fondamenta, nulla si è salvato. Un destino avverso sembra essersi accanito contro l'opera vasta ed ardita del grande filosofo. Abbattuto, ad opera della democrazia, il regime pitagorico in CROTONE Cotrone; disperso l'ordine e la scuola, le scoperte e le conoscenze vennero combattute, miscono- sciute, derise e dimenticate. Aristotele, con la sua auto- rità messa poi al servizio di pregiudizi di altra natura, impede l'accettazione delle teorie cosmologiche pitagoriche, assicurando per venti secoli il trionfo dell'errata teoria geocentrica; la filosofia, intesa nel senso etimologico e pitagorico della parola, venne occultata nel dila- gare delle speculazioni, dei sistemi, delle credenze, del moralismo e del feticismo; e persino l'opera geometrica, che pur doveva avere salde basi, si è perduta a tutto beneficio della scuola greca posteriore. Per quanto arduo il compito, era, dopo venticinque secoli, l'ora di fare qualche cosa a favore della nostra scuola, riparando per quanto è possibile alla funesta azione del tempo e delle contingenze. Cercare di restituire l'opera geometrica della scuola itala è stato per noi non soltanto un importante argomento di studio, ma è anche un gradito compito di rivendicazione. Nel terminare, vogliamo esplicitamente dichiarare che siamo perfettamente coscienti di quanto le nostre modestissime forze siano state inferiori all'impresa ed all'ardire. Vengano quindi altri, facciano di più e meglio, e saremo i primi a rallegrarcene. E così pure, ben inteso, sappiamo benissimo quale rapporto intercede tra noi e Pitagora. Perciò è naturale imputare a noi, e solo a noi, gli errori e le manchevolezze di queste pagine; ma, se vi sono dei meriti, preghiamo i lettori di ascriverli, non no- bis, ma all'immortale fondatore della nostra scuola. Αὑτὸς ἔφα. Unico nostro merito, se mai, è l'avere saputo prendere direttamente da lui l'inspirazione. ΤΕΛΟΣ. Keywords: implicature arimmetica, pitagorismo romano. Cf. uomo, scuola pitagorica, filosofia italiana, filosofia italica, il pitagorismo comparato con altri scuole, aristosseno e pitagora – crotone – crotona – Taranto – metaponto, aristosseno, prima seguace del pitagorismo, reghini, massoneria, esoterico, numeri sacri. Cf. Luigi Ferri, L’interpretazione dei filosofi italiani sull’origine del pitagorismo.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferrero” – The Swimming-Pool Library. Leonardo Ferrero. Ferrero

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferretti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inter-soggetivo – scuola di Brusasco – filosofia torinese – scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brusasco). Abstract. Grice: “When I lectured at Bielefeld, I had to be careful with the language. They use Objekt very seriously – much more seriously than Subjkekt – and they usually ignore the Inter-Subjektiv!” Keywords: inter-soggetivo. Filosofo italiano. Brusasco, Torino, Piemonte. Grice: “I like Ferretti, for one, he wrote on intersubjectivity which is a problem for Husserl: cogitamus; nobody speaks of ‘cogitamus --; one has to distinguish between my favoured –‘inter-subjectivity’ and ‘alterity’!” – Grice: “Ferretti has also philosophised on the infinite, which poses a problem to my principle of conversational helpfulness.” Si laurea a Milano. Insegna a Milano, Torino, Macerata. Altre opere: Persona (Milano). Storia della filosofia romana (SEI, Torino), “L’ntersoggettivo (Macerata); “L’ontologia di Kant” (Rosenberg et Sellier, Torino). Ricerca Soggetto (filosofia) termine Lingua Segui Modifica (LA)  «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.»  («Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità.»  (da La vera religione di Sant'Agostino) Il termine soggetto che deriva dal latino subiectus(participio passato di subicere, composto da sub, sotto e iacere gettare, quindi assoggettare) letteralmente significa "quello posto sotto", "ciò che sta sotto".  Nella speculazione filosofica il termine ha assunto una varietà di significati:  un essere, sostrato sostanziale di qualità che lo configurano particolarmente e accidentalmente; elemento soggettivo che determina una data sostanza nella sua singolare peculiarità; termine che, in età moderna, viene riferito alla coscienza individuale e all'autocoscienza intesa come attività consapevole dell'io. Il ribaltamento di significato nella storia del concettoModifica In filosofia il concetto di soggetto ha subito un ribaltamento del suo significato originario. Inizialmente il termine si riferisce a un concetto di essenzialità immutabile, ad una "oggettività" ben determinata e certa. Successivamente il significato si capovolge assumendo il valore di ciò che è apparentemente vero nell'ambito della soggettività individuale. Il termine latino infatti traduce l'originario greco ὑποκείμενον(hypokeimenon), che vuol dire appunto "ciò che sta sotto", ciò che secondo il pensiero antico è nascosto all'interno della cosa sensibile come suo fondamento ontologico.  Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Calogero. La teoria sul pensiero greco arcaico. Quindi soggetto (ὑποκείμενον/subiectus) è la sostanza (sub stantia), ciò che di un ente non muta mai, ciò che propriamente e primariamente è inteso come elemento ineliminabile, costitutivo di ogni cosa per cui lo si distingue da ciò che è accessorio, contingente, e che Aristotele chiama "accidente": anzi, è proprio la sostanza che sorregge gli accidenti rappresentati da quelle qualità sensibili che mutano la loro apparenza nel tempo e nello spazio.  Sempre in Aristotele, poi, il soggetto assume anche una funzione sul piano logico-linguistico che corrisponde al piano del soggetto nella sua realtà: il soggetto nel giudizio è il punto di partenza, la base a cui viene attribuito, affermativamente o negativamente, il predicato mutevole. E sostanza è il sostrato, il quale, in un senso, significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto, ma un alcunché di determinato solo in potenza), in un secondo senso significa l'essenza e la forma (la quale, essendo un alcunché di determinato, può essere separata con il pensiero), e, in un terzo senso, significa il composto di materia e di forma.»  Un terzo aspetto particolare del soggetto in Aristotele è che questi non è soltanto sostanza, il sostrato materiale delle cose ma poiché ad ogni materia è inevitabilmente connessa una forma, il soggetto-sostanza è "sinolo" (synolon), unione indissolubile di materia e forma: «Questo primo sostrato suole essere identificato in primo luogo con la materia, in secondo luogo con la forma e in terzo luogo con il composto di entrambe».  Il ribaltamento soggetto-oggetto inizia con Cartesioche pure mantiene una realtà sostanziale al pensiero soggettivo che definisca res cogitans, sostanza pensante. Ma poiché l'attività senziente viene concepita inizialmente come attributo del soggetto corporeo cui inerisce, «il termine soggetto è adoperato per designare, in genere, la coscienza e il pensiero, mentre il suo opposto passa a indicare la realtà che esiste in sé e che quindi è il termine cui il pensiero deve adeguarsi. Di conseguenza, nella stessa realtà si presenta come soggetto ciò che non si può pensare esistente se non in funzione del pensiero, e come oggettivo ciò che invece sussiste in sé indipendentemente dal suo essere conosciuto.» Nel lessico moderno, allora, "soggetto" fa coppia con "oggetto": da una parte c'è qualcuno che pensa, vuole, accetta, respinge, desidera, teme, ecc. (soggetto); dall'altra, necessariamente, c'è qualcosa che è pensato, voluto, accettato, respinto, desiderato, temuto, ecc. (oggetto). Soggetto assume una serie di nuovi significati come "interiorità", "libertà" o anche "umanità", in quanto contrapposte alla Natura ed alla cieca materia. Dualismi come libertà/necessità, Spirito/Materia, Uomo/Natura, si possono ricondurre a quello fondamentale soggetto/oggetto. Questo insieme di significati è relativamente recente. Oggi si potrebbe meglio parlare di "autocoscienza" o anche "mente" contrapposta a "realtà esterna".  Gli antichiModifica Nel pensiero antico, almeno tra i presocratici, l'interiorità come già accennato non viene contrapposta alla "realtà esterna": uomo e cosmosono concepiti in stretta unità. Pertanto il primo pensiero greco non tematizza il soggetto. Il primo concetto filosofico, archè, indica il fondamento della legge naturale e di quella umana. Eraclito vede un'unica legge, un'armonia generale, operante nella natura e nella mente umana, il Lògos. Parmenide afferma che lo stesso è pensare ed essere, ed «è necessario che il dire ed il pensare siano essere. Per Anassagora il Noùs è l'intelletto che governa il cosmo e che, a livello umano, pensa ed agisce. In tutti questi casi non si ha una chiara distinzione tra soggetto ed oggetto.  I Sofisti occupano un posto a parte: essi rifiutano in generale il concetto di realtà, verso la quale ostentano uno scetticismo o un relativismo che è la loro caratteristica peculiare, per concentrarsi sul mondo umano. Socrate prosegue con il suo celebre "so di non sapere" al quale viene riportata l'autocoscienza. La Natura è inconoscibile, ed il compito proprio del filosofo diventa: conosci te stesso». La ricerca si orienta verso l'interiorità dove troviamo il concetto universale di bene e male, virtù e vizio, giusto ed ingiusto, ecc.  Con Platone il concetto diventa Idea, da sempre presente nell'Iperuranio, mondo trascendente eterno e divino. Platone afferma la separazione tra pensiero (le Idee) e materia (le loro copie sensibili), ma attribuisce realtà oggettiva solo alle Idee: viene confermata l'unità tra soggetto ed oggetto, tra pensiero e realtà, ma tale unità viene sottratta alla sfera propriamente umana. La vita individuale è sede della dòxa, apparenza ed errore, mentre solo l'anamnesi, ovvero la visione dell'essere ideale, porta alla Verità. Così la filosofia, dal punto di vista della dòxa, si presenta come "fuga dal mondo" ed "esercizio di morte". Aristotele elabora un'ampia teoria sul soggetto, che coincide appunto con l'upo-kéimenon: è il substrato, il fondamento su cui poggiano le qualità accidentali (soggetto metafisico); è il soggetto grammaticale, di cui si dicono i vari predicati (soggetto logico). Aristotele afferma che la sostanza pare che sia in primo luogo il soggetto di ogni cosa. Alla sostanza competono numerosi altri aspetti (potenza, atto, materia, forma, entelechia ecc.), a seconda del contesto; ma tutti questi aspetti o significati afferiscono a quello fondamentale, che è la sostanza come soggetto. Perciò il soggetto umano, nel senso moderno, è solo un caso particolare di sostanza e di soggetto.  Riassumendo la posizione greca: con l'eccezione dei Sofisti, si riteneva che nella realtà del Cosmo l'Uomo e la Natura costituissero una unità o un'armonìa, o un rapporto di tensione, dove un principio unico (arché) li univa, e dove in ogni caso la sostanza (ciò che è esterno alla nostra mente) prevale ontologicamente sul soggetto (la mente).  Con il Neoplatonismo la coppia soggetto/oggetto si presenta a livello cosmico, dove il polo soggettivo della realtà (che si manifesta ovunque, dall'Uomo al mondo divino) è unito a quello oggettivo (Essere), ma sono entrambi subordinati al Principio unico o Uno, anzi sono derivati da esso per emanazione. L'autocoscienza umana, il «so di esistere» non è che un riflesso, una manifestazione particolare dell'autocoscienza dell'Uno, che anche Plotino chiama Noùs (Intelletto). Si ha di nuovo la coincidenza tra soggetto e oggetto e l'"assorbimento" dell'intelletto umano in una dimensione intellettiva universale.  Sulla scorta di Aristotele, nel Medioevo il soggetto assume un significato oggettivo: il soggetto del discorso, l'argomento di cui si parla. Questo uso è corrente nel mondo anglosassone (subject, sinonimo di matter). Nonostante le apparenze, nemmeno Agostino si oppone al realismo filosofico: il suo protagonista è sì l'anima, l'interiorità; ma, come per Platone, l'anima vive e pensa grazie all'illuminazionedivina: il soggetto umano dipende in tutto da una Verità che lo trascende.  Col Cristianesimo si ha comunque ad una nuova concezione di Dio rispetto a quella greca: non più come entità impersonale, o semplice fondamento oggettivo della natura, ma come Soggetto vivo e pensante, di cui l'uomo è immagine e somiglianza. Nella disputa sugli universali, Aquino prende posizione a favore del realismo, nel contesto tuttavia di un'autocoscienza del soggetto ricondotta alla trascendenza divina. Su questa strada anche il Rinascimento descrive variamente l'interiorità come contatto con l'universale che si riflette nell'umano. Anima mundi (Ficino), Mens insita omnibus (Bruno), Intelletto (Cusano), sono espressioni e dottrine che esprimono quest'adesione del soggetto umano alla dimensione cosmica del Soggetto assoluto: l'uomo è un microcosmo che contiene in sé gli estremi opposti dell'universo, in quanto specchio dell'Uno dal quale proviene tutta la realtà. La natura partecipa di questa soggettività universale, essendo tutta viva e animata, non un meccanismo automatizzato ma abitata da forze e presenze nascoste. Si verificano due processi paralleli: con Galilei si inaugura la visione scientifico-matematica della Natura; con Cartesio viene inaugurata la visione moderna del soggetto. Questo duplice processo costituisce la base del dualismosoggetto/oggetto, e riflette la nuova consapevolezza da parte dell'uomo europeo del proprio potere sulla Natura. Cartesio parte dall'evidenza che nella mia mente vi sono molteplici Idee, di varia natura (il significato cartesiano è differente da quello platonico: esse sono solo nella mia mente). Io non posso essere sicuro che a queste Idee corrisponda una realtà esterna al mio pensiero. Nel rapporto tra il mio pensiero e le Idee spesso l'oggetto (di cui l'idea è la mia rappresentazione mentale) non esiste materialmente: esso può essere immaginato, inventato, anticipato, ecc. Ma vi è soprattutto l'errore, ovvero la non-esistenza reale dell'oggetto pensato come reale. Quindi si può esercitare un costante dubbio circa la esistenza reale dell'oggetto, ma non si può mai dubitare della presenza delle Idee nella mente né dell'esistenza dell'io che dubita. Cartesio ha fortemente sbilanciato la coppia soggetto/oggetto a favore del primo termine. La celebre proposizione del "Cogito, ergo sum" riassume un lungo ragionamento che si può esprimere così: Posso dubitare di essere ingannato riguardo qualunque verità (dubbio iperbolico), ma non posso ingannarmi sul fatto di essere io il soggetto ingannato; Se sto dubitando e ponendomi queste domande è necessario che io esista almeno quando me le pongo; Poiché infatti posso liberamente dubitare di tutto, non posso invece dubitare del mio libero atto del dubitare, di essere un pensiero che dubita; L'attributo necessario alla mia sostanza è il pensiero, poiché non sono in grado di concepirmi distinto da esso. Su questa base Cartesio costruisce un prototipo di quella che si può definire "metafisica del soggetto", dove l'io individuale diventa la prima sostanza, in ordine logico, e l'unica che possa costituire il fondamento dell'esistenza di tutte le altre. Determinante per la successiva elaborazione sul soggetto è il dualismo res cogitans/res extensa. Il pensiero è contrapposto alla Natura ed alla materia, che Cartesio identifica con l'estensione spaziale degli oggetti. Dal dualismo res cogitans/res extensa si svilupperà il meccanicismo come visione matematica e deterministica della Natura. Dopo Cartesio restano alcuni punti fermi:  L'autocoscienza umana non si aggiunge alla coscienza delle altre cose, ma è, per definizione, antecedente ad esse (Kant dirà: a priori) poiché soltanto nell'autocoscienza si manifesta tutto il resto; Le cose, che il senso comune vuole esistenti di per sé, esistono anzitutto nella coscienza; la loro esistenza indipendente come sostanze va invece dimostrata; L'autocoscienza è perciò il sub-iectum delle altre cose, poiché mi viene data preliminarmente rispetto ad esse ed è capace di interrogarsi sulla loro esistenza. Anzi, la sostanza vera diviene la sostanza che si interroga sulla Verità. Con Leibniz tuttavia si ha una nuova metafisica del soggetto, più complessa del semplice dualismo cartesiano, basata sulla pluralità delle sostanze, che torna a riunificare la dimensione del pensiero con quella dell'essere secondo l'ottica platonico-aristotelica; le idee, vere e proprie realtà pensanti che si esprimono nel soggetto metafisico (la monade, corrispondente nell'uomo alla sua mente) hanno di nuovo il ruolo di fondamento della verità. Infatti il giudizio, nella sua forma logica “S è P”, è vero quando il predicato è già contenuto nel soggetto, che è la sua causa o, per dirla con Leibniz, la sua ragion sufficiente. Il soggetto logico S esprime la sostanza reale o monade, che quindi è la causa della verità, sia in senso logico (come soggetto del giudizio), che ontologico (come ragion sufficiente del predicato). Se è vero che «Colombo scoprì l'America» (nel celebre esempio di Leibniz), la ragione di tale scoperta risiede nel soggetto, cioè in Colombo stesso. Leibniz descrive un soggetto già simile all'uomo moderno, come individuo indipendente dagli altri («la monade non ha porte né finestre»), dotato di una sua energia vitale (appetitus) e di una libertà e finalità sua propria (l'entelechiaaristotelica), ma inserendolo entro un quadro organico d'insieme, fondato sul concetto scolastico di armonia prestabilita.  L'empirismo inglese, prima con John Locke e poi più decisamente con Hume, reagisce a questa sostanzializzazione del soggetto criticando sia la nozione di sostanza (Locke), che poi quella stessa di soggetto (Hume). Ma in tal modo l'empirismo perviene allo scetticismo, all'impossibilità di poggiare la concordanza tra soggetto e predicato su solide basi: ne va di mezzo la possibilità della conoscenza scientifica. Come in Cartesio, seppur partendo da una prospettiva opposta, gli empiristi giungono così a un dualismo, ad una frattura tra la dimensione soggettiva dell'esperienza, e quella oggettiva della realtà esterna.Questa frattura tra la realtà e le sue rappresentazioni soggettive derivanti dall'esperienza verrà radicalizzata da Kant come opposizione tra fenomeno e cosa in sé (vedi oltre).  Concludendo sul pensiero moderno: all'opposto di quello antico, ora è il soggetto a prevalere sull'oggetto esterno, fino a diventare esso stesso un'entità metafisica autonoma (Cartesio), generando per reazione la negazione della sostanza (empirismo).  Kant e l'IdealismoModifica Con Kant si ha la "rivoluzione copernicana" che mette il soggetto al centro del sistema della conoscenza, facendo ruotare gli oggetti intorno alle sue forme a priori (quelle sensibili, cioè spazio e tempo, e le dodici categorie dell'intelletto). Il soggetto da individuo si fa soggetto trascendentale o puro: l'Io penso. Le forme a priori, infatti, su cui si fonda l'oggettività delle conoscenze empiriche, a loro volta poggiano su una forma universale, che è appunto il soggetto puro. Scrive Kant: «L'Io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni, poiché altrimenti in me verrebbe rappresentato qualcosa che non potrebbe affatto venir pensato. Il pensare dunque è un atto originario dell'io puro. Scrive ancora Kant. La chiamo originaria, poiché essa è quella autocoscienza che, col produrre la rappresentazione "Io penso", non può essere preceduta da nessun'altra rappresentazione, poiché condizione a priori di tutte le altre rappresentazioni». Il soggetto empirico, l'io in carne ed ossa, deve la sua stessa identità (per cui io so di essere io) alla forma preesistente dell'io penso, che è la medesima per tutti i soggetti empirici. L'Io penso kantiano non ha però un carattere sostanziale o metafisico come quello cartesiano, poiché è soltanto una forma, un contenitore: mentre i suoi contenuti sono i pensieri che i singoli soggetti empirici costruiscono sulla realtà fenomenica, ben distinta dalla cosa-in-sé; quest'ultima sussiste indipendentemente e al di fuori del soggetto, ed è pertanto inconoscibile. In questo limite conoscitivo del soggetto si manifestano il criticismo e l'avversione di Kant per la metafisica razionalistica. In Kant non abbiamo una metafisica del soggetto vera e propria, ma piuttosto una visione antropocentrica della Natura, in cui i nessi (logici e fisici) tra gli oggetti naturali non valgono di per sé, ma solo in relazione ad un soggetto generale, generico. La Natura è tale in relazione all'Uomo.  Da Kant all'idealismo il passo è breve: è sufficiente rimuovere la cosa-in-sé. Avremo così un soggetto trascendentale dotato di forma e contenuto, principio metafisico della realtà, sia di quella del soggetto (libertà, conoscenza) sia di quella dell'oggetto (Natura, materia). Così in Fichte e Schelling l'Ioassoluto è l'origine non solo dell'autocoscienza umana ma anche del non-io o Natura: l'identità di questi due termini è un'unione "immediata", attingibile solo al di là dell'opera mediatrice della ragione, tramite intuizione. Veniva perciò ripristinata l'unità indissolubile di soggetto e oggetto tipica della metafisica neoplatonica.  La dialettica soggetto/oggetto Soggetto e oggetto, pensiero ed essere, vengono unificati secondo Hegel nel momento in cui la ragioneprende coscienza che l'uno non può esistere senza l'altro, che un oggetto è tale solo in rapporto a un soggetto, e viceversa. A differenza di Schelling e delle filosofie precedenti, che pure ben conoscevano una tale dialettica soggetto/oggetto, nel sistema hegeliano è la ragione stessa che opera quest'unificazione, via via che ne prende coscienza, mentre nella metafisica tradizionale si trattava di un'unità già data a priori, sin dall'inizio, che la ragione si limitava a riconoscere, non a costruire da sola. Ne consegue in Hegel un'identità composita, non più immediata, dei due termini contrapposti.  Hegel identifica esplicitamente il soggetto con l'Assoluto, ed infine col divino cristiano, ma diversamente dai suoi predecessori li congiunge in forma "mediata", generando quindi nuovamente un dualismo. Secondo Hegel, «che la sostanza sia essenzialmente Soggetto, ciò è espresso nell'enunciazione dell'Assoluto come Spirito», ma quel che ancora mancava al soggetto puro era la concretezza dello svolgersi della vita umana nella dimensione storico-culturale, sociale, politica. Così egli elabora la nozione di "Spirito" (Geist) come soggetto unico ed assoluto che però inizialmente non sa di esserlo, per cui tutta la storia umana consiste in un progressivo prendere coscienza di sé da parte dello Spirito, proprio attraverso le vicende (politiche, culturali, religiose) degli uomini e dei popoli. Le diverse figure attraverso cui lo Spirito si autoconosce sono narrate nella Fenomenologia dello spirito, che è una sorta di storia romanzata della autocoscienza: essa inizia come semplice io empirico (certezza sensibile), ma poi attraverso numerosi passaggi dialettici diviene sempre più universale. Infine Hegel identifica lo Spirito con la stessa filosofia, che è l'autocoscienza dell'intera umanità e dove forma e contenuto coincidono, grazie all'opera mediatrice della razionalità; così Hegel si ritiene colui che ha dato alla Ragione illuministica il suo significato più pieno. Il successivo "sistema filosofico" dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, basato sulla "dialettica" e suddiviso in Idea, Natura e Spirito, descrive le forme, progressivamente più vere e concrete, attraverso cui la realtà (o Idea, che Hegel definisce classicamente come "i pensieri di Dio") viene pensata e diviene così contenuto dell'autocoscienza universale o Spirito.  Dallo Spirito hegeliano all'uomo concreto, sociale, storico, economico, il passo è di nuovo breve. La sinistra hegeliana e soprattutto Marx traducono l'idealismo in materialismo storico. Se per l'idealismo il soggetto è l'origine dell'autocoscienza e della Natura, per Marx il soggetto della storia è la classe sociale, ovvero un'autocoscienza collettiva costituita dalla sua dimensione economica, dalla sua posizione nel sistema produttivo. Marx traduce in forma consapevole il dominio dell'uomo sulla Natura ed infine sulla società, ovvero su sé stesso. I suoi strumenti non sono più (o non solo) il puro pensiero e la "scienza" newtoniana, ma piuttosto il lavoro e la tecnica come forme di umanizzazione della Natura. Il Progresso è il destino inevitabile del soggetto umano e storico. Il soggetto si lega inestricabilmente alla dimensione della tecnica, cosa non certo priva di significato. Heidegger rileva lo stretto legame tra l'affermarsi del dominio filosofico del soggetto e l'affermarsi della tecnica come orizzonte esistenziale dell'uomo moderno.  Il soggetto oggi La filosofia già da un secolo va annunciando in varie forme la "morte del soggetto". Il soggetto ha fatto da supporto alla Rivoluzione scientifica e poi all'Illuminismo ed in generale al periodo storico in cui l'Europa è stata (e si è messa) al centro del mondo. La rivoluzione copernicana esprime un ottimismo della ragione che oggi per molti aspetti è entrato in crisi. La filosofia e l'epistemologia contemporanee hanno in vari modi portato oltre la relazione soggetto/oggetto quale unico fondamento della conoscenza della Natura. Secondo Aristotele costituito da una materialità informe, originaria e primitiva, pura potenza priva di atto. Aristotele, Metafisica,  Aristotele, Enciclopedia Treccani, Dizionario di filosofia Parmenide, Perì Phýseos (Sulla natura), Platone, Fedone, Aristotele, Metafisica, Salatiello, L'autocoscienza come riflessione originaria del soggetto su di sé in san Tommaso d'Aquino, Pontificia Università Gregoriana, Roma. Ad esempio Paracelso nel suo Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus parla apertamente di entità spirituali responsabili di ogni legge e avvenimento di natura. Piro, Spontaneità e ragion sufficiente. Determinismo e filosofia dell'azione in Leibniz, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma Homo Laicus: Berkeley. Kant, Critica della Ragion pura, Hegel, Fenomenologia dello spirito, introduzione Vedere introduzione alla Scienza della Logica. Boulnois, Généalogies du sujet. De saint Anselme AOSTA (si veda) à Malebranche, Parigi, Vrin, Alain de Libera, Naissance du Sujet (Archéologie du Sujet I), Parigi, Vrin, Libera, La quête de l'identité (Archéologie du Sujet), Parigi, Vrin, Alain de Libera, La double révolution. L'acte de penser I (Archéologie du Sujet), Parigi, Vrin. MONDOLFO, La comprensione del soggetto umano nella cultura antica La Nuova Italia, Milano, Bompiani. Parisoli, Il soggetto e la sua identità. Mente e norma, Medioevo e Modernità, Palermo, Officina di Studi Medievali, Salatiello, Il soggetto religioso. Introduzione alla ricerca fenomenologico-filosofica, Roma, Pontificia Università Gregoriana, Thiel, The Early Modern Subject. Self-Consciousness and Personal Identity from Descartes to Hume, New York, Oxford Individuo Oggetto (filosofia) Portale Filosofia: accedi alle voci che trattano di filosofia  Idealismo corrente filosofica che nega la realtà al di fuori del pensiero  Autocoscienza Appercezione l’atto riflessivo attraverso cui l’uomo diviene consapevole delle proprie percezioni (coscienza, io)  Il contenuto. While subjectivity and objectivity are pompous, intersubjectivity seems fine, only that it can always be replaced by the Italian ‘l’intersoggetivo’. “The inter-subjective” sounds Butlerian in English! Keywords: ‘l’intersoggetivo’, I soggetti, soggetto e oggeto, inter soggetti – la questione dell’oggetto nell’intersoggetivo – ‘the common ground’  -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferretti” – The Swimming-Pool Library. Giovanni Ferretti. Ferretti.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Bologna – filosofia bolognese – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Abstract. “My Oxford pupil, Strawson, thought that ‘to karulise’ was to make love! But he couldn’t figure out why pirots would do that ELATICALLY!” -- Keywords: love. Filosofo bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Bologna, Emilia. Grice: “I love Ferri; for one, he wrote on Ficino’s ‘dottrina dell’amore,’ which is of course Plato’s – and which I may call the most complicated philosophical doctrine of love ever conceived!” Insegna a Firenze e Roma. Linceo. Discusse in tre lettere le “Confessioni di un metafisico” di ROVERE Mamiani ed elabora in tre memorie le sue concezioni.  Pubblica la “Rivista italiana di filosofia.” La filosofia platonica poggia su due basi: cioè sulla dottrina dell’idea e sulla dottrina dell'amore. Da esse provengono le teoria del vero e del bene, l'ordine dialettico e l'ordine morale in ogni sistema che accolga i principii e il metodo di Platone o della sua scuola. Ne segue che per conoscere in modo sufficientemente esatto la dottrina dell’amore di Ficino, non basta di esaminare la sua dottrina delle idee e dell'intelletto; conviene eziandio studiare i suoi pensieri sull'amore. Consideriamone adunque con lui la natura, l'oggetto, il fine, le specie, gli effetti, le attinenze coll'uomo, col mondo e con Dio; osserviamolo o immaginiamolo, com' egli fa, in se stesso e nei varii ordini degli enti; seguiamo rapidamente sulle sue traccie la splendore del bello e l'efficacia dell'amore nell'Antropologia, nella Cosmologia, nella Teologia, cioè nell'intera enciclopedia filosofica da lui percorsa nel suo Commento al Simposio platonico. (v. il fascicolo preceden to  Conf. La Dottrina dell'amore secondo Platone, lezione e note,  questa Rivista. Questa esposizione Firenze. Dopo d'allora fu pubblicata da Giovanni. L'amore generalmente considerato è desiderio del corpo bello, e il bello è una grazia che risulta da corrispondenza delle parti del corpo o da unità.  Questa corrispondenza delle parti o unità del corpo bello è di tre specie; o è affatto spirituale e consiste nell'armonia delle virtù interiori dell'animo, o è percettibile mediante li sensi ed è composto di una forma corporea o di voci. Dal che segue che il bello, non essendo riferibile se non ai sensi, altra facoltà e esclusa dal privilegio di conseguir e di goder il bello, e quindi che l'amore non ha altri strumenti da applicare. Grato è a noi, dice Ficino, il vero e ottimo costume dell'animo; grata è la speziosa figura del corpo bello. E perchè queste tre cose, l'animo  Università di Palermo un'analisi accurata del Commento di Ficino sul Simposio platonico. Il lettore la troverà nelle sue Lezione di Filosofia (Palermo). Di questo Commento che è unito alla traduzione romana e italiana delle opere di Platone si hanno tre edizioni in toscano. Due sono del medesimo anno, delle quali una fatta in Venezia senza nome di stampatore: “Il Commento di Ficino sopra il Convito di Platone e il esso Convito tradotlo in lingua toscana per BARBARASA da Terni con dedica al maguifico messer Grimaldi”. Il Convito platonico vi è effettivamente tradotto in toscano ed unito al Commento. Un'altra è di Firenze, per Neri DORTELATA con dedica di un Bartoli al Duca Cosimo de' Medici. La terza è pure di Firenze e dovuta a GIUNTI. Entrambe queste ultime hanno per titolo “Sopra lo Amore ouver Convito di Platone”. Vi è premessa una dedica di Ficino a Vero, cad Manetti, da cui risulta che la versione in lingua toscana del Commento edito a Firenze dal Dortelata e riprodotto dal Giunti è opera propria di Ficino. Le citazioni fatte in questa esposizione come gli estratti dati nell'appendice sono tolti da essa.  « come a lui accomodate e quasi incorporali di più prezzo « assai stima che l'altre tre, però è conveniente che egli più avidamente queste ricerchi, con più ardore abbracci, con più veemenza si maravigli. E questa grazia di virtù, figura o voce che chiama l'animo a sè e rapisce per mezzo della ragione, viso e udito, rettamente si chiama il bello (pulchrum, to kalon). Se si vuole conoscere la vera natura d'amore occorre, secondo Ficino, formarsi un giusto concetto del suo oggetto. I ragionamenti di Ficino su questo punto meritano di essere riferiti.  Trovandosi il bello nella forma del corpo bello, è mestieri che il bello sia una essenza comune. Non sarà dunque corporea, altrimenti non converrebbe agli animi; anzi tanto manca che il bello possa dirsi corporeo, che il bello da noi ammirato in una ‘forma’ non procede dalla ‘materia’, ma da un principio diverso ed è esso pure incorporale.  Difatto, il corpo puo perdere il suo bello. Quantunque, la ‘materia’ del corpo sostanzialmente non cambi, e può conservaro la stessa grandezza o la stessa piccolezza diventando brutto. La condizione del bello non corrisponde alla condizione della quantità e dell'estensione. Il bello e le sue vicende non dipendono punto dalla natura corporea e dai suoi più essenziali attributi. Nè si dica come fanno alcuni, che il bello è una certa posizione di tutti i membri del corpo o veramente commisurazione – simmetria -- e proporzione “pro portione” – portio cognate with Greek parao, to divide in parts --– analogia -- con qualche soavità di colori.  [ocr errors] ("). Objectum placitum res piacere Oggetti e piaceri del gusto, dell'odorato e del tatto relativi alla nutrizione, conservazione e generazione. Questa opinione non è ammissibile, imperocchè essendo  questa disposizione delle parti solo nell’organismo o cosa o corpo composto, nessuna cosa semplice sarebbe speciosa. Ma noi veggiamo « i puri colori, i lumi, una voce, un fulgor d'oro, il candor « dell'argento, la scienza, l'anima, la mente e Dio, le quali « cose sono semplici, esser belle. (bello naso romano) --. Il bello pue dunque esser in un composto, ma non s'anifica col composto, può essere nella pro-porzione, ma non s'identifica con essa. Avviene che stando ferma la medesima proporzione e misura della membra, un corpo non piace quanto prima. Certamente oggi nel corpo bello è la figura medesima che l'anno passato e non la medesima  “grazia” – non genera il medisimo gratitudo -- Nessuna cosa più tardi invecchia che la figura, nesssuna più tosto invecchia che la grazia. E per questo è manifesto non essere tutt'uno figura e il pulcro. E ancora spesso veggiamo essere in alcuno più retta disposizione di una parte e misura che in un altro; l'altro nondimeno non sappiamo per che cagione si giudica più “formoso” e più ardentemente si ama. E questo ci ammonisce che dobbiamo  stimare la forma bella essere qualche altra cosa, oltre alla disposizione de' membri. La medesima ragione ci ammae stra che noi non sospettiamo il pulcro essere soavità di colori: perchè spesse volte il colore in Socrate è « più chiaro, e in un giovane Alcibidiade è maggior grazia. E negli  uguali di età alcuna volta accade che quello che supera l'altro di colore è superato di grazia e di bellezza. Il bello non è dunque nè mistione di figure e colori, nè proporzione di parti, nè materia, nè quantità, e quantunque apparisca in un corpo bello, non ne risulta come da sua causa; il bello si conferma ancora considerando le condizioni del suo conoscimento nell’amante; imperocchè cid che piace, ciò che desta il senso della grazia è la specie o immagine dell’amato accolta nell'animo; e questa specie è incorporale poichè è dentro allo spirito; essa è una similitudine di un corpo bello – una statua --, non il corpo bello stesso, dal suo concorso o forma proviene il sentimento estetico di piacere e non dalla materia incapace di conferircelo fintantochè la sua forma non e posta in relazione con noi mediante li sensi. Infinita è la differenza fra la piccolezza della pupilla e l'ampiezza del cielo, ma in un punto solo lo spirito ne accoglie l'immagine e l'ammira. Finalmente mentre l’istinto corporali si acquietano e soddisfano mediante un determinato conseguimento del loro fine (l’orgasmo mistico), l'amore è insaziabile, e il suo andamento ci prova che havvi qualche cosa di superiore al corpo bello e al finito in lui stesso e nel suo oggetto. Difatto in che guisa si genera l'amore? In che modo commossi dal bello ne ammiriamo lo splendore? Eccolo. L'animo porta come impresse nel segreto di sua sostanza le ragioni delle cose; quivi sono le primitive idea del vero, del bello, dell'onesto, dell' utile: quivi le cause più profonde di nostro desiderio, le norme universali e spontanee che guidano il giudizio degli incolti, e formano di verità il senno naturale e istintivo dell' uomo. Se l'immagine di una persona passando nell' animo concorda con quella figura dell'uomo che l'animo porta in sè stampata come un sigillo, subito piace, e come bello si ama. Per  a qual cosa accade che alcuni scontrandosi in noi, subito ci piacciono, benchè « noi non sappiamo la cagione di tale effetto. Perchè l'animo « impedito dal ministerio del corpo, non riguarda le forme « che sono per natura dentro a lui, ma per la naturale e « occulta sconvenienza o convenienza, seguita che la forma della cosa esteriore, con la immagine sua pulsando la forma della cosa medesima, che è dipinta nell'animo consuona, e da questa occulta offensione, ovpero allettamento, 'l'animo commosso, la detta cosa ama. Il bello è dunque corrispondenza di un corpo alle loro idea, e quella eziandio che risplende nel corpo bello è un certo atlo di vivacità e di grazia che dipende dal loro influsso. Poichè ordine. modo e specie, cioè distanza commisurata di parti, debita grandezza di membri, conveniente qualità di linee e di colori concorrono ad abbellire la figura umana, quando convengono fra loro e nella unità del suo tipo, quando concordano con le ragioni di ciascuna parto e con quella del tutto. L'amore osservato in noi è dunque rivolto a un oggetto intelligibile; il bello che egli ricerca è cosa spirituale; l'idea, la verità, a cui si riferisce la sua più profonda inclinazione tende a separarlo dal corpo bello, a innalzarlo sopra gli enti sensibili, a trasportarlo sulle ali della mente fra gli oggetti divini e immutabili. Ma che cosa è adunque allora l'ainore in sè, l'amore come principio di tutti gli amori; è egli dunque un Dio, è egli perfetto e beato, felice, ricco, virtuoso, bastante a se stesso? Ovyero continuando a rappresentarlo sotto la forma del mito, dobbiamo figurarcelo, secondo il Convito di Platone, come un “demone”, cioè sotto la specie di un ente imperfetto, di un genio tramezzante il divino e l'umano, bello e brutto, ricco e povero, sapiente e ignorante, felice e infelice, nato dalla povertà e dall’abbondanza il giorno che i celesti celebravano i natali di Venere? Ficino ammette l'uno e l'altro concetto, ma dà più importanza al primo che al secondo e quest'ordine è conforme allo spirito generale del suo sistema. Mentre Platone nel Convito lasciando l'amore nel punto della sfera del finito che tocca l'infinito, ne fa soltanto un “demone” che aspira alla perfezione, ma che non giunge a conseguirla, Ficino, unendo il demiurgo del Timeo all'amore del convito, ravvisa in lui un demone e un dio, e più spesso il secondo che il primo, anzi egli attribuisce positivamente l'amore all'essere infinito. Il Dio del Timeo, che non ha invidia, mentre vuole il mondo perchè ne ama l'idea; il Dio di Filone e per Ficino il vero Dio, il suo Dio è come quello di Aligheri un amore infinito che spande la bellezza nell' uni  verso.  Ma prima di salire con lui alla regione più alta in cui possa recarsi la filosofia dell'amore, rimaniamo per qualche tempo ancora in terra e rendiamoci conto della sua vera natura nell'uomo.  A malgrado della tendenza mistica che distingue tutta la dottrina di Ficino ed era profondamente radicata nelle sue abitudini e nel suo carattere, a malgrado dell'indirizzo spirituale e religioso che in tutto il suo commento al Convito platonico egli si sforza di dare all' amore, è per altro ben costretto di confessare che oltre al desiderio della verità e di quell bello che si attiene alla mente, un'altra inclinazione l'accompagna, un altro istinto e un altro fine ne determina nell' uomo le fasi e lo svolgimento. Cosicchè dopo averlo definito semplicemente “desiderio del bello”, corregge con Platone l’analissi quando si tratta di applicarla all’amante e ammette che è “appetito – cupido -- di generare nel subbietto bello, per conservare vita perpetua nelle cose mortali. Questo è il fine del nostro amore, questo è l'amore degli uomini viventi in terra.  Ne segue che egli pure debba con Socrate distinguere i due influssi di Venere celeste o urania e di Venere volgare (sub-lunary), dividere fra esse l'attività umana; le nostre aspirazioni e i nostri bisogni; che debba attribuire all’amore volgare o sub-lunare la tendenza alla generazione e al godimento materiale, all'amore celestial il desiderio della contemplazione e dei piacere virtuoso, e che congiungendo questa doppia direzione dell' amore con la triplice forma della vita sensibile, attiva e contemplativa di cui l'uomo è capace, egli ravvisi nell'uva delle due Veneri la causa che ci innalza dalla voluttà al godimento della virtù e della scienza, nell'altra la cagione che ci abbassa dalla scienza e dalla virtù al piacere materiale; in quella la forza che ci fa salire per gli ordini della perfezione, in questa l'impulso che ci fa discendere i gradi della decadenza morale. Ficino svolge con compiacenza il concetto di questa opposizione e insiste lungamente sulla superiorità dell'amore celestiale; il sentimento cho lo guida, la qualità del suo carattere, l'indole stessa della sua filosofia, i fini che egli si propone scrivendo dell'amore, gliene ne fanno per così dire una legge. E per fermo nella sua filosofia lo spirito signoreggia talmente che il corpo (soma) bello diventa una sua creazione, che l'anima dimora nella materia come ospite e prigioniera, finchè ne abbia infranto per così dire i cancelli e sia tornata nella regione sopra-celeste (non sub-lunare) fra le anime beate. Immensa è la catena degli spiriti che Ficino, guidato dalla mistica, stende fra la terra e il cielo, e come ce ne convinceremo fra poco, l'Angelologia non è meno connessa presso di lui con la dialettica dell' amore che con quella dell'intelletto.  Inoltre il sentimento religioso e l'onestà della coscienza lo spinsero a combattere la scostumatezza dei contemporanei, a portare l'amore verso la meta più alta, a sollevarlo dal fango delle passioni epicuree. Difatto, sogliono i mortali,   quelle cose che generalmente o spesso fanno, dopo lungo uso, farle bene, e quanto più le frequentano farle meglio. Questo per la  nostra stoltiza falla in amore. Tutti continuamente amiamo in qualche modo, tutti quasi amiamo *male*, e quanto più amiamo, tanto peggio amiamo e cid avviene perchè entriamo in questo faticoso viaggio d'amore, senza conoscer ne il termine e i passi. È dunque nella cognizione di questo termine che si travaglia la sua filosofia. Trasmessa da Socrate a Platone essa viene significata da Ficino ai suoi concittadini per innalzare la loro mente al vero fine della vita. Ed egli è talmente persuaso della importanza della sua missione che l'insegnamento platonico su questo soggetto è per lui l'effetto d'un decreto della provvidenza, una vera rivelazione dello Spirito divino, un mezzo onde l'amore infinito riduce a sè gli amori erranti dei mortali, e li guida al godimento della bellezza assoluta. E così in questa coine nelle altro  parti della sua filosofia si ritrova quel miscuglio entusiastico di Platonismo e di Cristianesimo indefinito e largo che senza dubbio era frutto dei tempi, ma forse più ancora si atteneva al suo intelletto e a un'indole ondeggiante fra i dogmi alquanto incerti di una erudizione non sempre ben coordinata e precisa. Ma prima di giudicare la dottrina di Ficino sull'amore e di additare la causa dei suoi pregi e dei suoi difetti, facciamo di esporla il più completamente possibile.  Arriviamo con lui al termine della dialettica e prima vediamo che via convien tenere per conseguirlo. È quella medesimá che Platone insegnò nel Convito sotto il nome di Diotima, mostrando come l'animo nostro dai vestigii esteriori della bellezza sparsa nei corpi di una medesima specie, raccolga l'idea di uno bello solo e limitato, poi come delle bellezze distinte e coordinate delle specie corporee formi la bellezza più estesa di un solo genere; poscia in che guisa passando dall'ordine fisico allo spirituale, dalle bellezze visibili alle invisibili, componga le specie, poi il genere del bello intellettuale e morale sparso nelle virtù, nelle scienze, nelle facoltà e doti tutte dell'essere spirituale, fintantochè accorgendosi che i due ordini partecipano a una medesima idea di perfezione e beltà infinita, sciolta da ogni limitazione, superiore ad ogni genere e specie, la mente si riposi nell'assoluta unità, e quella ami senza modo e misura. Tale è finalmente il termine della salita d'amore, tale è la fonte in cui si appaga la sua sete inestinguibile. « Bi« sogna, dice Ficino, cercarla altrove che nel fiume della ma« teria, e nei rivoli della quantità, figura e colori. O miseri « amanti in che luogo vi volgerete voi? Chi fu quello che  [ocr errors][ocr errors] « accese l'ardentissima fiamma nei vostri cuori? Qui è la « grande opera, qui è la fatica. Io ve lo dirò, ma attendete. La divina potenza superiormente allo universo, agli « angeli, e agli animi da lei creati, clementemente infonde, « siccome a suoi figliuoli, quel suo raggio, nel quale è virtù « feconda a qualunque cosa creare. Questo raggio divino in « questi, como più propinqui a Dio, dipinge l'ordine di « tutto il mondo, molto più espressamente che nella materia « mondana. Per la qnal cosa questa pittura del mondo, la « quale noi veggiamo tutta, negli angeli e negli animi è più « espressa che innanzi agli occhi. In quella è la figura di « qualunque specie, del sole, luna, stelle, degli elementi, « pietre, alberi e animali. Queste pitture si chiamano negli « angeli esemplari e idee, negli animi ragioni e notizie, nella « materia del mondo immagini e forme. Queste pitture son « chiare nel mondo, più chiare nell'animo e chiarissime sono « nell'angelo. Adunque un medesimo volto di Dio riluce in « tre specchi posti per ordine nell'angelo, nell'animo e nel « corpo mondano. Così Ficino congiunge la sua dottrina degli enti con quella dell'amore, la sua Angelologia con la sua Estetica; così egli unisce il suo dogmatismo mistico con le belle osservazioni e i profondi concetti che ha ricavati da Platone e dalla scuola d’Alessandria; così egli varia gli aspetti della filosofia dell'amore, non senza dilettare o abbagliare l'immaginazione e fornire all'animo poetico e religioso un pascolo dilettevole quantunque non sempre con uguale profitto per la so da scienza.  Di tre simboli si serve principalmente Ficino per espri  mere la relazione della bellezza divina colle bellezze create e la sua diffusione nel mondo; il lume, lo specchio e il cerchio. Ora seguendo le traccie di Platone egli ci rappresenta Dio come un sole intelligibile che non diversamente dal sole sensibile produce un lume universale, crea colle forze fecondate dal suo calore l'occhio e la facoltà di vedere, suscita e rende visibili nella materia le forme che l'adornano; ora volgendosi a considerare l'idealità delle cose mondane e a significarne l'origine, ce la rappresenta come un raggio che uscito dalla mente divina accende l'intelletto puro degli angeli, vi produce come in ispecchio gli esemplari degli enti, e di là si ripercuote come in altro specchio nei corpi, per giungere così riflesso all'animo nostro ed unirsi con quello che ci viene direttamente da Dio. Ora finalmente ci figura Dio come un centro posto in mezzo ai quattro cerchi concentrici della mente, dell'anima, della natura e della materia, ce lo dipinge come una forza infinita che da un punto solo raggia a tutti i punti delle circonferenze l'essere e la verità, il bene e la bellezza. Unità assoluta Dio penetra per tutto senza dividersi, proroca e regola il moto senza muoversi, produce il multiplo e il vario senza uscire di sua perfetta semplicità. Con un medesimo lume con una medesima efficacia egli raggia nel cerchio delle menti angeliche le idee o verità, in quello delle anime le ragioni o pensieri; nel cerchio della natura i semi; in quello della materia le forme.  In questi cerchi sono tre mondi che mediante la divina virtù passano dal nulla all'essere, dal caos all'ordine, dall'ordine alla perfezione; i mondi cioè della mente, delle anime e dei corpi. Ciascuno di essi è creato, attratto e perfezionato da Dio, il quale come fattore è principio, come perfezionatore è fine, come potenza attrattiva è mezzo universale degli enti. E il ternario della vita universale, mentre si manifesta nel ritmo cosmico della creazione, attrazione, e perfeziono delle cose, si palesa eziandio nella sostanza dei tre mondi della mente, dell'anima e della materia, e più alto ancora nel triplice attributo di Dio: Bontà, il bello e Giustizia. La Bontà crea, la Bellezza attrae, la Giustizia consuma l'opera dell'una e dell'altra. Cosicchè per ultimo tutto procede fontalmente da Dio, tutto è a Dio rapito e in lui tutto ritorna e consiste per atto terminativo o perfetto; tutto viene dall'unità e all'unità si riduce; e la causa principale di questo movimento è la bellezza, l'atto per così dire centrale di questa circolazione della vita è l'amore, amore perfetto e pieno possessore del bello in Dio, amore imperfetto e ricettore meno ampio del suo splendore nel mondo e nell'uomo, nell'angelo, nell'anima e nel corpo.  « Con essa (bellezza) dice Ficino, Dio rapisce a se il mondo « e il mondo è rapito da lui; un certo continuo attraimento è « tra Dio e il mondo; che da Dio comincia e nel mondo « trapassa, e finalmente in Dio termina, e come per un « certo cerchio, d'onde si ripartì, ritorna. Sicchè un cerchio « solo è quel medesimo da Dio nel mondo, e dal mondo in « Dio, e in tre modi si chiama. In quanto ei comincia in « Dio o alletta, Bellezza; in quanto ei passa nel mondo o « quel rapisce, Amore; in quanto, mentre che ei ritorna nello « autore, a lui congiunge l'opera sua, dilettazione. Lo amore « adunque cominciando dalla bellezza, termina in dilettazione».  Egli è a questa dilettazione o beatitudine che Ficino ci chiama, facendosi interprete della religione che suol chiamarsi  naturale, del Cristianesimo e del Platonismo; egli ce la promette nella vita sopramondana; in quell' Iperuranio che Platone da sublime poeta dipinge nel Fedro, in quel Cielo che il genio d’ALIGHIERI sparge di luce e letizia crescente di sfera in sfera fino alla bellezza sfolgorante dell'Empireo e alla maestà del trono divino. Nella sua immaginazione, riscaldata dal misticismo, i due concetti si fondono, i due cieli si unificano, le due religioni si mescolano in una essenza comune, e la intuizione poetica guida e signoreggia la mente del filosofo. Il linguaggio di Dante e di Platone viene successivamente e promiscuamente sulle sue labbra; poichè ora egli vede l'amor divino menar gli animi alla mensa dei celesti abbondante di ambrosia e di nettare, ora contempla l'ordine in cui il medesimo amore dispone per così dire i loro scanni, e la distribuzione con cui li rende quieti e beati. Ficino ammira la perenne effusione e letizia di un affetto che sempre si rinnova e si bea nella sua fonte eterna; congiungendo la terra al cielo, la vita mondana alla celeste, egli ravvisa nell'amore il vincolo dell'una e dell'altra, una medesima forza che si svolge e si perfeziona e quasi un medesimo dramma che s'inizia nella prigione del corpo e si compie in una esistenza pienamente libera e spirituale. Imperocchè i gradi di quelli che seggono nel convito celeste, dice Ficino, seguitano i gradi degli amanti; quelli che più eccellentemente Dio amarono, di più eccellenti vivande quivi si pascono. Ciascuno lo göde sotto un aspetto, e cioè sotto quel medesimo che più amd e imitd sulla terra; in lui la giustizia, la fortezza, la temperanza contempla il beato e fruisce secondo la virtù che lo distinse, secondo il mezzo onde il suo amore si sublimo, e l'idea onde la sua mente fu più inva  ghita. Ma qualunque sia il principio che informa la beatitudine di ciascun'anima, esso è sempre un aspetto di Dio, e per così dire uno splendore del suo volto; cosicchè la gerarchia delle idee divine costituisce i gradi della beatitudine e la medesimezza della divina natura ne forma l'unità.  Ecco ora spiegato l'enigma dell'amore secondo Marsilio Ficino; nell'ultima parte di questa dottrina voi ravvisate un predominio del sentimento religioso e dell'intuizione poetica sulla ragione filosofica, un'abitudine di dogmatizzare che si sostituisce all'atto schietto dell'osservare e del ragionare, o nondimeno una sintesi di concetti e di rappresentazioni che formano un tutt'insieme elevato e degno della nostra ponderata considerazione; sopratutto per le sue attinenze coi fini che Marsilio si proponeva, colla causa della religione allora cosi decaduta nei costumi e nelle credenze, e alla quale ogli si consacrava; colla poesia pazionale che mercè do'suoi commenti si ricongiungera all'Estetica di Platone; finalmente coll'arte che nella patria di Giotto e del Beato Angelico conseguira, mediante i suoi lavori, una coscienza più piena della propria idealità, e una spiegazione più compiuta delle sue inspirazioni.  Grau differenza certo è fra Platone c colui che volle essere suo schietto discepolo, ma non vi riuscì, nè poteva impedito dal suo proposito di conciliare la dottrina del filosofo Atoniese col Neoplatonismo degli Alessandrini e l'uno e l'altro col Cristianesimo. Platone avera bensì additato all'anima umana la bellezza incrcata e perfetta como termino supremo della sua contemplazione; aveva egli detto veramente che il corpo è una prigione per essa, e che la sua vita comincia colla morte corporeil; aveva insegnato como un sublime do  [ocr errors] vere la fuga dalle cose sensibili alle intelligibili, dai fenomeni alle idee, e qualche altro pronunciato si troverebbe ancora nelle sue opere che divenne pei posteri germe prolifico di dottrine mistiche ed esclusive. Ma egli aveva pure fatto dell'amore un demone, e come un mediatore fra l'uomo e Dio, una sintesi dei contrarii, un misto di perfezione e d'imperfezione; per cui innalzandolo al cielo non lo separava dalla terra, rendendogli le ali non lo dividera dalle passioni e dagli istinti che nei suoi miti stupendi sono rappresentati dai cavalli del cocchio dell'anima e si connettono con le necessità, i fini e le vicende della vita terrena. Egli definisce 'propriamente l'amore il desiderio di generare nella bellezza, e dividendo questa generazione in materiale e spirituale, egli vede soggiacere all'impero e al connubio fecondo dell'amore e del bello la vita filosofica, religiosa, morale artistica e fisica dell'umanità; per lui le opere belle e buone provengono tutte dall'idea e dall'amore, e la unione e fecondità di entrambi si scorgono nella vita dei grandi poeti, dei fondatori della religione, dei legislatori più sapienti, dei filosofi più sublimi, come nelle leggi secrete che astringono la vita del mondo al mantenimento dell'ordine universale e nei moti istintivi che portano gli animali all'accoppiamento e alla perpetuazione della specie.  Così è, Platone, a malgrado della tendenza profondamente idealistica della sua filosofia, non separa l'amore dalla realtà, e anzi talvolta lo lascia cosiffattamente errare fra gli scogli dei costumi e della società greca, che vi rompe spesso e perde le penne leggiere che debbono volgerlo all' alto e portarlo dalla terra al cielo.  Nella dottrina platonica il carattere religioso dell'amore  si fondava sul razionale, rimaneva dialettico e non si tramutava in un processo mistico. Sotto la guida dell'intelletto saliva dall'umano al divino per ricongiunger questo a quello, benchè i due termini non vi fossero uniti in quella intimità profonda che la trascendenza delle idee platoniche non poteva ammettere. La separazione originaria dell'intelligibile dal sensibile vi apriva bensì un adito al misticismo, come un mezzo di supplire alla insufficienza speculativa della metessi o partecipazione, ma non l'introduceva se non accessoriamente col mito e la immaginazione, chiamati a simboleggiare i misteri dell'oltretomba e a rappresentare artisticamente concetti scientifici sulle attinenze dell'anima col corpo e sulla produzione del mondo. Ma la dialettica ontologica di Ficino foggiata su quella di Proclo non poteva mantenersi in questi confini.  Presso di lui l'amore sembra non avere altr'ufficio sulla terra che di indirizzarci al cielo, i suoi ministerii antropologici, sociali, artistici, scientifici non valere che a rispetto della sua meta suprema. Era questi mezzi Ficino ne distingue principalmente quattro, la poesia, la religione, la divinazione o dono profetico e l'amor divino, e, nel suo modo di vedere, l'opera del sentimento predomina in essi talmente sulla ragione che dilatando il concetto attribuito dal Socrate platonico nel Fedro a Stesicoro e applicato nello Jone specialmente alla facoltà poetica, egli chiama furori gli affetti dai quali dipendono e misura i loro pregi dall'impulso entusiastico col quale concorrono ad unificar l'animo, toglierlo all'agitazione e al moto, accostarlo all'immobilità dell'angelo, e finalmente rapirlo in estasi sopra la moltitudine delle cose mondane fino all'essenza e unità divina. A conferma del carattere mistico del Commento di FICINO si aggiunga che nell'orazione quarta detta dal Landino il grazioso mito. In Platone l'amore collegandosi colle simpatie naturali e colle tendenze ideali nobilitava gli istinti, stendeva un velo di bontà morale sulla passione, rendeva gli amanti intenti al reciproco, perfezionamento, desiderosi della vicendevole felicità, ammiratori di una comune bellezza; di guisa che in forza della efficacia ideale, dell' amore, un raggio di poesia e di virtù si stendeva sulle sue condizioni reali, ne purificava le funzioni e i fini, ne connetteva i' risultamenti col bene dell'individuo e della società. Questo aspetto stupendo dell'affetto umano in cui risplende il bene pratico e civile, che si connette con l'eroismo e la gloria, con le virtù operative e feconde, o è stato trascurato o almeno non ha ricevuto il necessario srolgimento nella dottrina di Marsilio. Egli ci ammonisce per vero che dobbiamo, amar Dio in tutte le cose, e tutte le cose in Dio, e che per gịungere a questa purificazione dell'amore ci è mestieri di contemplare la pura essenza delle cose nella luce dei loro tipi ideali, che sono il raggio immediato della Verità e Bontà divina. Là noi troveremo il vero uomo, là vedremo la natura e il fine degli enti, il vero oggetto di tutti i nostri ufficii. Ma in che modo questi bei precetti possono essi applicarsi alla vita? Ficino non ce lo dice; Ficino non discende da quest'altezza. Mentre Platone segue l'amore nelle sue fatiche e nelle sue ansie, mentre abbracciando con ardore il doppio ordine della  degli Androgini esposto da Aristofane nel Convito platonico è nel commentu di Ficino trasportato dalla integrità e divisione dell'uomo alla integrità o divisione delle relazioni della conoscenza o attività psichica col lume sopranaturale e naturale. Separata. da Dio e aflidata al solo lame ingenito l'anima è come ridotta alla metà di se stessa, frutto della sua superbia. Essa non ritrova l'altra sua metà e non si reintegra che ritrovando il lume sopranaturale.  vita attiva e contemplativa lo conduce di grado in grado ad ammirare le bellezze del mondo ideale per farne penetrare la luce nelle operazioni e nelle forme del mondo reale, Ficino si contenta d'allontanarlo il più possibile dal corpo e dai suoi piaceri, di persuaderlo che la vista, l'udito e l'intelletto sono i soli mezzi di cui possa giovarsi al suo vero scopo. Ottimi intendimenti, eccellenti consigli, e certamente efficaci sugli animi ben naturati, quando vadano congiunti a due importanti condizioni, e cioè 1° di non dimezzare la natura umana dimenticandone gli imperiosi bisogni, gl' istinti e i fini provvidenziali, e 2o d'aprire all'umana attività una carriera in cui le sue passioni abbiano sfogo regolandosi colle norme della scienza della virtù. No, le idee non son fatte soltanto per essere vagheggiate da solitarii ed egoisti contemplativi, ma eziandio per essere recate all'atto, e sposate per così dire al mondo con fecondo connubio. L'idealismo non può essere la guida della umanità senza l'appoggio del realismo; l'uno e l'altro presi isolatamente sono esclusivi; la loro unione soltanto è vera e feconda. Invano Ficino rapito dalla idea della bellezza assoluta e vedendola scaturire dall'unità divina, mi traccia la via d'amare e mi consiglia di cercarne l'oggetto nell'unità degli enti spirituali, salendo dal corpo (forma) all'anima, dall'anima all'angelo, dall'angelo a Dio; in questa salita in cui la scienza gli rimprovera di realizzare l'astratto, separando la mente dall'anima per crear l'angelo, e di trasportare le tradizioni religiose nelle dottrine filosofiche, il cuore umano separato dalla realtà gli domanda imperiosamente di far ritorno alle sue vere condizioni; egli vuol essere innalzato, ma al patto di riportar tosto dalle sue peregrinazioni celesti, e, per cosi dire dal convito dei beati,  [ocr errors][ocr errors][merged small] quel nettare e quell' ambrosia che spargono di giustizia e bellezza le relazioni della vita, che pascono lo spirito di verità ideale per renderlo efficace operatore di beni e di virtù reali. Invano Ficino conforta i suoi contemporanei a contentarsi, nell'amore, degli atti della vita contemplativa; inutilmente egli deplora i corrotti costumi di una società scettica e dimentica del dovere. La baldanza trionfante dei sensi e della materia resiste alla sua voce come a quella del Savonarola. Lorenzo il magnifico non si distoglie dal suo epicureismo, e la gioventù fiorentina concorre avida e frequente a crescere il numero dei suoi imitatori. L'ascetismo del frate riformatore e il misticismo del sacerdote filosofo sono rimedii troppo superiori alle abitudini della società contemporanea. Essi sarebbero insufficienti a ricondurre qualunque altra società a quelle virtù che rampollando dalle nostre relazioni colla famiglia, colla patria e coll'umanità, innalzano l'amore pei gradi di una gerarchia disposta dalla natura fra l'individuo e l'autore del mondo morale. In questo ordine non bene apprezzato dall'idealismo stesso di Platone, consiste la vera salita d'amore; in queste sfere egli pud essere ad un tempo divino e umano, religioso e civile; egli pud diventar sublime senza cessare di essere pratico, prender per guida l'idea senza perdere di vista la realtà; in esse può spiegarsi la sua forza dal modesto affetto che nudrisce e veglia la vita infante delle mortali generazioni fino all'eroismo che rapito dalla bellezza della giustizia sacra e immola se stesso al trionfo della libertà e del diritto.  A questo segno aveva mestieri di essere condotta Firenze, a questa meta avrebbe dovuto rivolgersi l'Italia sulla fine del 400, per rifare le proprie convinzioni, per correggere  i  suoi costumi, per dare alla forza materiale un fondamento incrollabile nella forza morale.  In questo modo essa avrebbe dovuto provvedere per tempo a se medesima, e opporre l'usbergo della virtù e del coraggio allo straniero che sta per immergerle il ferro nel seno. Egli venne attratto dalla sua bellezza. La trova mal difesa, la vinse e se ne insignor. Videro i sapienti di quel tempo lo strazio ch'egli ne fa schernendo la sua debole resistenza, e Ficino è fra essi. Lagrima il pio sacerdote su tanto male, ricordd agl’uomini i loro trascorsi e i segni del cielo forieri di punizione; gl'invita a rassegnarsi e a pentirsi. Un altro conforto egli porse a Firenze afflitta, interponendosi fra essa e Carlo VIII, e con orazione più informata a carità che a fermezza, si sforza di volgere l'animo di lui a miti e clementi consigli. Cristiane intenzioni, pietosi ufficii! Ma altri aiuti, altri difensori richiedevano i tempi, e l'energia di Capponi mostra di che tempra sono gl’animi da cui dipende la salvezza dei popoli. Il saggio-dialogo di Ficino sopra l'Amore consta di orazioni che espongono e commentano con indirizzo neoplatonico, quelle che sono contenute nel convito di Platone. Ficino stesso narra l'origine e lo scopo del suo lavoro. Platone spira (secondo la tradizione) in un convito nell'ottantunesimo anno di sua età il giorno anniversario della sua nascita, cosicchè gli antichi platonici, ogni. anno, celebrano cotesto giorno in un convito. Abbandonato per mille e dugento anni da Porfirio in poi il rito solenne, è restaurato con regale apparato per ordine di MEDICI (si veda) nella villa di Caregri, sotto la direzione di Bandini che ne è costituito Architriclino. I convitati sono IX, pari cioè al numero delle muse. VII figuransi le orazioni dette e corrispondono a quelle che sono contenute nel convito dell’Accademia. Si trassero a sorte le parti da sostenersi e la sorto presaga dell'intenzione del vero commentatore le distribui precisamente nel modo più conveniente alle qualità dei personaggi del nuovo Simposio. Cosicchè le orazioni. La I, di Fedro, retore, tocca a  CAVALCANTI (si veda), che per virtù e nobiltà di animo  è chiamato l'eroe del convito; la II, detta da Pausania, tocca ad Antonio degl’AGLI (si veda), vescovo di Fiesole, la III d’Erissimaco a SPERANZA, medico a Ficino; la IV, d’Aristofane, a LANDINO; la V, d’Agatone, a MARSUPPINI, la VI, di Socrate, a BENCI (si veda), la VII, di Alcibiade, a MARSUPPINI (si veda). Ma il vescovo e il medico debbono partire per la cura delle anime e dei corpi e commettono le loro disputazioni a CAVALCANI. FICINO non puo essere più cortese coi suoi discepoli e amici platonici. In questo banchetto reale la cui fatica ideale e commemorativa è tutta sua egli si è ecclissato. Anche Nuti e Bandini che insieme cogli oratori compiono il numero sacro delle nove muse non sono da lui dimenticati. A Bandini, ordinatore del banchetto, non ha bisogno di attribuire altra parte che quella assegnatagli da MEDICI. Nuti suppone fatta la lettura del simposio platonico premessa ai commentarii. Secondo Bandini è Cavalcanti che persuade Ficino a scrivere il dialogo dell’amore per invogliare i fiorentini del celeste bello. La versione toscana del commento di Ficino al convito essendo divenuta ziuttosto rara, e desiderando far conoscere con qualche particolarità le speculazioni del filosofo fiorentino sull'amore, stimo opportuno di aggiungere alcuni estratti alle citazioni contenute nel testo. Definizione della Bellezza e dell' Amore.  Il bello è una certa grazia, la quale massimamente e il più delle volte nasce dalla corrispondenza di più cose; la quale corrispondenza è di tre ragioni. Il perchè la grazia che è negli animi è per la corrispondenza di più virtù. Quella che è nei corpi, nasce per la concordia di più colori e linee. È ancora grazia grandissima ne' suoni, per la consonanza di più voçi. Adunque di tre ragioni è la bellezza; cioè degli animi, de' corpi e delle voci. Quella dell'animo con la mente sola si conosce: quella de' corpi con gli occhi; quella delle voci non con altro che con gli oreochi si comprende. Considerato adunque che la mente e il vedere e lo udire son quelle cose, con le quali sole noi possiamo fruiro essa bellezza; e lo amore di fruire la bellezza desiderio sia; bo. Amore sempre della mente, occhi è orecchi é contento. Lo appetito che gli altri sensi seguita, non amore, ma piuttosto libidine o rabbia si chiama.  Finalmente che cosa è un corpo bello? Certamente è un certo atto, vivacità e grazia, che risplende nel corpo. Questo splendore con discende nella materia, s' ella non è prima attissimamente preparata. E la preparazione del corpo vivente in tre cose s'adempie, ordine, modo e specie. L'ordine significa la distanza delle parti, il modo significa la quantità, la specie significa lincamenti e colori. Perchè in prima bisogna che ciascuni membri del corpo abbino il sito naturale, e questo è che li orecchi, li occhi, il naso e. gli altri membri siano ne' luoghi loro, e che gli orecchi" 'amendoi egualmente sieno discosti dagli occhi. E questa parità di distanza che s'appartiene all'ordine, ancora non basta, se non vi s'aggiunge il modo delle parti: il quale attribuisce a qualunque membro la grandezza debita, attendendo alla proporzione di tutto il corpo. E questo è che tre nasi posti per lungo adempino la lunghezza d'un volto; e ancora li due mezzi cerchi delli orecchi insieme congiunti, faccino il cerchio della bocca aperta: e questo medesimo faccino le ciglia se 1222, me si congiungono. La lunghezza del naso ragguagli la lunghezza del labbro e similmente dello orecchio: e i due tondi degli occhi, ragguaglino l' apertura della bocca, otto capi faccino la lunghezza di tutto il corpo: c similmente le braccia distese per lato e le gambe distese faccino l' altozza del corpo. Oltre a questo stimiamo essere necessaria la spezie; acciocchè li “artificiosi” tratti delle linee e le crespe, e lo splendore degli occhi adornino l'ordine e modo delle parti. Queste tre cose benchè nella materia siano, nientedimeno parte alcuna del corpo essere non possono. L'ordine de'membri, non è membro alcuno: perchè lo ordine è in tatti. i membri, o nessun membro in tutti i membri si ritrova. Aggiugnesi che lo ordine non è altro che conveniente distanza delle parti; e la distanza ė o nulla, o vacuo,  o un tratto di lince. Ma chi dirà le linee essere corpo? Conciossinchè manchino di latitudine, e di profondità, necessarie al corpo. Oltre a questo il modo non è quantità, ma è termine di quantità. I termini sono superficie, linee, punti, le quali cose non avendo profondità non si debbono corpi chiamare. Collochiamo ancora la spezio non nella materia, ma nella gioconda concordia di lumi, ombre e linee. Per questa ragione si mostra essere il bello dalla materia corporale tanto discosto, che non si comunica a essa materia, se non è disposta con quelle tre preparazioni incorporali, le quali abbiamo narrate. Tre mondi pongono (i Platonici): tre ancora saranno i caos. Prima che tutte le cose è Iddio autore di tutto, il quale noi esso Bene chiamiamo. Iddio prima crea la mente angelica: dipoi l'anima del mondo come vuole Platone: ultimamente il corpo dell' Universo. Esso sonimo Iddio non si chiama mondo, perchè il mondo significa ornamento di molte cose composto: ed cgli al tutto semplice intendere si debbe. M:: esso Iddio affermiamo essere di tutti i mondi principio e fine. La mente angelica è il primo mondo fatto da Dio; il secondo è l'anima dell'universo, il terzo è tutto questo edifizio che noi veggiamo. Certamente in questi tre mondi, ancora tre caos si considerano. In principio Iddio creò la sostanza della mente angelica, la quale ancora noi essenza nominiamo. Questa nel primo momento della sua creazione è senza forme e tenebrosa: ma perchè ella è nata da Dio, per un certo appetito innato, a Dio suo principio si rivolge: voltandosi a Dio, dal suo raggio è illustrata, e, per lo splendor di quel raggio, s'accende l'appetito suo. Acceso tatto a Dio si accosta; 'accostandosi piglia le forme; imperocchè Iddio che tutto può, nella mente che a lui si accosta, scolpisce la natura di tutte le cose, che si creano. In quella adunque spiritalmente si dipingono tutte le cose che in questo mondo sono. Quivi le spere de' cieli, e degli elementi, quivi le stelle, quivi la natura de' vapori, le forme delle pietre, de' metalli, delle piante, e degli animali si generano. Queste spezie di tutte le cose, da divino aiuto, in quella superna mente concepute, essere le idee non dubitiamo; e quella forma e idea de' cieli, spesse volte Iddio cielo chiamiamo; e la forma del primo pianeta Saturno, e del secondo Giove, e similmente si procede ne' pianeti che seguitano. Ancora quella idea di questo elemento del fuoco si chiama Iddio Vulcano, quella dell'aria Junone, e dell'acqua Nettuno, e della terra Plutone; per la qual cosa, tutti gli dei assegnati a certe parti del mondo inferiore, sono le idee di queste parti in quella superna mente adunate. Ma innanzi che la mente angelica da Dio perfettamente ricevesse le idee, a lui si accostò; e prima che a lui si accostasse, era già di accostarsi acceso lo appetito suo; e prima che il suo appetito si accendesse, aveva il divino raggio ricevuto: e prima che di tale splendore fosse capace, lo appetito suo naturale a Dio suo principio già si era rivolto  E il suo primo voltamento a Dio è il nascimento d'amore; la infusione del raggio, il nutrimento d'amore, e lo incendio che ne seguita, crescimento d'amore si chiama. Lo accostarsi a Dio è lo impeto d'amore;  [ocr errors] la sua formazione è formazione d'amore, e lo adunamento di tutte le forme e idee i latini chiamano Mondo, e i greci Cosmo, che ornamento significa. La grazia di questo mondo e di questo ornamento è la bellezza alla quale subitamente che quello amore fu nato, tirò e condusse la mente angelica, la quale essendo brutta (caos) per suo mezzo bella divenne. Però tale è la condizione di amore che egli rapisce le cose alla bellezza, e le brutte alle belle aggiugne. Amore legame universale.  Secondo che mostrammo, questo desiderio di amplificare la propria perfezione, che in tutti è infuso, spiega la nascosta e implicata fecondità di ciascuno, mentre che costringe germinare fuori i semi: e le forze di ciascheduno trae fuori: concepe i parti, e quasi con chiave apre i concetti e produce in luce. Per la qual cosii, tutte le parti del mondo, perchè sono opera di uno artefice, e membri di una medesima macchina, tri se in essere e vivere simili, per una scambievole caritii insieme si legano. In modo che meritamente si può dire lo Amore nodo perpetuo, e legaine del mondo, e delle parti sue immobile sostegno, e della universa macchina primo fondameuto. Bonghi ha intrapreso sino dalla sua giovinezza il convito. Le implicature di Bonghi non valgono solo per lo sforzo quasi sempre felice di rendere i pregi mirabili del convito, segnatamente di quelli che si distinguono maggiormente per la forma arguta, agile e briosa del conversare, ma ben anco per gli studi profondi che da ellenista consumato e da pensatore acuto e vigoroso, egli ha compiuti sul testo e sulla dottrina del grande filosofo, e che in varia maniera e intento diverso di scritti, allargano la sua pubblicazione alle proporzioni di un commento filologico e filosofico, nonché di una illustrazione storica della dottrina dell’amore. L'erudizione di cui Bonghi dispone e a cui non isfugge nulla delle letterature straniere che risguardi l’Ellenismo in generale e particolarmente la filosofia romana, gli permette di trattar il soggetto in guisa da abbracciare i risultati delle ullime ricerche e della critica più recente. La distribuzione di questo volume, che è il sesto pubblicato, benchè porti la cifra IX e tale debba esser il suo posto nell'intera versione dei Dialoghi, può dare un'idea del modo di procedere in questi lavori. BONGHI apre il convito con un messagio ad un ignoto in cui si discorre con quello spirito arguto e vivace e veramente romano che tutti riconoscono nel Bonghi, dell'amore che, nonstante un titolo diverso, forma veramente la sostanza del convito, non senza toccare lo scabroso argomento degli amori greci e far intendere con delicatezza perchè la dedica di un tal dialogo non potesse rivolgersi ad un ignore, ma dovesse, per così dire, farsi in petto e rimanere misteriosa. Non possiamo trattenerci sulla rapida scorsa data da Bonghi in questa prefazione alla storia della dottrina dell’amore, ovveramente sugli accenni ch'egli fornisce a chi vorrà intraprenderla. Ci basti rilevarne queto tratto che, a suo avviso, la dottrina dell'amore assai probabilmente non sarebbe nata senza la depravazione del bisogno e del sentimento che ha spinto l'animo di Socrate a sublimare tanto l'amore, quanto nei costumi romani, era divenuto basso e turpe; congettura suggerita certamente da un fatto storico e dalla sua connessione con una grande filosofia, ma che può parere soverchia considerando che la dialettica romana eleva lo spirito dal finito all'infinito per le due vie unite del pensiero e dell'amore, il cui oggetto comune è l'idea. Non v'ha dubbio che il vizio dell’amore ‘volgare’ combattuto da Socrate porse un'occasione e una forma particolare allo svolgimeno e sopratutto alla esposizione di questa dialettica. Ma essa è talmente connaturata all'intero corpo della dottrina dell’amore e e penetra del suo influsso talmente la psicologia filosofica, da permettere di vedere nella salita dell'amore in dio una parte della su’essenza. Anche senza gli amori cosi detti romani, il sentimento umano avrebbe sempre offerto nelle sue inevitabili deviazioni qualche altra occasione a questa dottrina. Dopo la prefazione anzidetta viene nel volume un proemio nei quali si tratta successivamente del convito di Senofonte, del convito di Platone, del paragone dei due conviti, della dottrina esposta nel convito di Platone, poi della storia della dottrina dell’amore affini in Aristotele (amore del amico, amicizia, l’aporia dell’amicizia), negli Stoici e negli Epicurei, e nel Paganesimo rinascimentale. Seguono copiose ed erudite note alla prefazione ed al proemio, poi il Convito platonico e il convito di Senofonte, ugualmente accompagnate da note e commenti. Con molta acuratezza ed analisi finissima, si espone il soggetto e l'ordito del convito senofonteo mostrando come bensi l'arte non vi sia estranea, ma come anche vi si ritragga un fatto realmente avvenuto coi personaggi che vi presero parte. Senofonte può avere abbellito o modificato in qualche parte i discorsi che vi furono tenuti, ma egli ne ha, senza dubbio, riferita la sostanza e conservato il carattere. Callia, Autolico, Antistene, Socrate e gli altri vi assistettero e vi presero la parola e doveltero farlo in modo conforme all'indole nota di ciascuno. Inducono tanto più a crederlo il modo, il soggetto e l'ordine vario dei discorsi di questo Convito. Ciascuno dei convitati parla di ciò di cui più si tiene, di guisa che se la relazione di Callia col giovane Autolico porge occasione a discorrere dell'amore, e l'amore ne diventa tanta parte, ognuno peraltro loda ciò che è più conforme al suo gusto e gli pare più degno. Il vero scopo del convito senofonteo è di mostrare uno degli aspetti molteplici della personalità di Socrate e precisamente di dipingerla quale era in una allegra brigata fra amici che si ricambiano piacevolmente lo scherzo. E difatto Socrate vi è chiamato ruffiano, ed egli stesso accetta e si piace di essere chiamato cosi e si tiene del suo ruffianesimo più che di ogni altra cosa, ma la sua arte di mezzano è altamente morale e civile. Essa intende a mettere ciascuno in relazione col proprio spirito, e gl'individui che meritano le sue premure in relazione gli uni cogli altri in modo da porre concordia di virtù e d'amore fra i cittadini, amicandoli con sè stessi e rendendoli utili alla patria. Essa è ben più ri-formatrice dei costumi romane relativi all'amore, e tale appare negli atti e nei discorsi di Socrate riferiti in questo convito, poichè egli, olre allo insegnare il modo di volgere al  bene intellettuale e civile l'amore pei fanciulli spiritualizzandolo, per cosi dire, mostra chiaramente di condannarlo nella sua parte materiale coll'additare la legittima via segnata dalla natura alla passione amorosa. Il convito di Platone deve essere succeduto al convito del suo con-discepolo Senofonte. I personaggi non sono i medesimi che quelli del convito senofonteo. L'ordine dei discorsi non è libero come in quello, nè il soggetto loro vario e a scelta, ma l'uno e l'altro sono prestabiliti secondo il disegno di svolgere nei suoi vari aspetti l'argomento filosofico sull’amore; il quale successivamente da Fedro, da Pausania, da Erissimaco, da Aristofane, da Agatone e da Socrate -- che riferisce un altro dialogo -- è considerato, descritto e lodato come un dio e come un sentimento, un simbolo mitico e un fatto fra l’amante e l’amato, ora come forza cosmica e funzione essenziale della vita universale, principio della generazione e della perpetuità delle specie, ora nel mito festevolmente inventato da Aristofane come mezzo di completare la nostra imperfetta natura mediante l'unione delle facoltà e delle attitudini che ci mancano e il cui complesso si trova in origine fuso nella unità della essenza umana primitiva, finalmente come mezzo d'innalzarsi, dietro la scorta delle idee, dal bello individuale o particolare alla unità di sua specie e di suo genero. Noi non possiamo riprodurre dalla dotta e particolareggiata esposizione del Bonghi questi discorsi. Ci limiteremo a riferire i gradi della scala dialettica segnati, nel discorso Socrate per salire all'ultimo oggetto dell'amore. La corpo bello è il primo scalino. Ma in questo primo passo è un singolo corpo bello quello a che muove l'amante. Un secondo gradino consiď ste nel distaccarsi dal corpo bello singolare, considerando il bello che splende nel singolo corpo. C’e un genero del corpo bello. Questo fatto ha occasione di montare un terzo gradino. Questo e la comparazione generale e superior di una multitudine di corpi belli singolari. Il quarto gradino e l’orgasmo mistico dell’amante altre il singolare corpo bello iniziale dell’amato. L'azione ch'egli esercita su questa, intrattenendola con ragionamenti adatti a renderla migliore e ricercandone di tali, gli è motivo a riconoscere che v'ha un genero del bello, il quale irraggia del pari (ogni condotta di vita e ogni prescrizione di legge. Questo e il quinto gradino. Dal quale l'ascensione prossima è alla contemplazione del bellissimo, ch'è sesto gradino. A questo punto egli ha già contemplate molte corpi belli; s'è già distaccato da ogni corpo bello singolo; si ha già liberato da ogni attaccamento particolare; sicchè è già in grado di contemplare un bello, che su tutte tal bello s' elevi e tutto le raduni, e acquistarne scienza. Questo è il gradino settimo. Ma v'ha ancora più in su di quea sto, un bello, in cui ogni molteciplità o differenza si consuma e spira. Dal bello di cui vi ha scienza, vi s'ascende, (e colla contemplazione di esso si giunge al sommo della scala. Che natura ha questo bello supremo? Perenne, immutabile, perfetto, senza principio nè fine, sovrasensia bile inaccessibile a ragionamento o a scienza, comuni cabile a ogni cosa integro sempre e  non accresciuto (nè scemato mai. Qui è il fine e la beatitudine della vita, qui è la fonte d'ogni virtù vera. Nella contemplazione di questo bello si a raggiunge la maggiore intrinsichezza col divino, e si diventa davvero immortali. Prima di giungere a tanta altezza di pensiero e di esporre il processo dialettico di Socrate e servendosi del suo metodo, tratteggia un'analisi di psicologia filosofica sull’amore che s’inizia con la percezione dell’AMANTE del corpo bello dell’AMATO -- in due modi e cioè in termini concettuale e sotto i colori del mito giungendo col primo alla definizione o concetto che ‘amore’ e ‘desiderio’ – ma un desiderio specifico: di generare nel corpo bello. Questo concetto e simbolizzato nel mito che representa l’amore come partorito dalla povertà unita al Dio Poro (Acquisto) nel giorno in cui gli dei celebravano il natalizio di Venere. Quindi la natura dell’amore: demone e non dio. Ma di tramezzante fra l’AMANTE e l’AMATO sempre povero e ricco insieme, pel bisogno che soddisfatto rinasce e si perpetua nella vita perenne della specie dell’uomo. Il mito suddetto fa credere a parecchi interpreti e critici che l’ACCADEMIA quivi, come in altri luoghi, ricorre a invenzioni poetiche, quasi per nascondere la sua impotenza di arrivare coll’analissi concettuale la perfezione espositiva delle parti più astruse delle sue dottrina dell’amore. Ma a BONGHI sembra, e secondo noi con ragione, che la spiegazione si trovi nel doppio aspetto dell'ingegno tutt'insieme concettuale e figurative di lui. Questo e per esporre sotto forma di iniziazione una dottrina esistente ancora allo stato di intuizione e non sviluppata. Lo spazio ci manca per seguire l'autore nelle vicende dottrinali subite dal concetto dell'amore nelle scuole sopra enumerate che BONGHI conduce colla sua solita perizia ed erudizione fino agli ultimi tempi del paganesimo rinascimentale di FICINO. Altre opere:  Il genio del LIZIO. Discorso, Muse, Firenze, Stato e relazioni della volontà, della coscienza e della personalità nel sonno, «Il Cimento», Della filosofia e del metodo di SERBATI Rosmini, Il Cimento, Della filosofia del DIRITTO presso il LIZIO, «Il Cimento», Estr.: Franco, Torino, Intorno alla filosofia esposta nelle Confessioni di ROVERE Mamiani e alle dottrine platoniche, Riv. cont., Sulle dottrine dell’ACCADEMIA e sulla loro conciliazione colle del LIZIO. Lettera a ROVERE Mamiani, Riv. cont., Estr.: Torino, Sulle attinenze della filosofia e sua storia colla libertà e coll'incivilimento. Prolusione a un corso di storia della filosofia, Niccolai, Firenze, Ciò che possa la filosofia per l'istituzione civile dei popoli. Discorso per la riapertura del R. Istituto di Studi Superiore di Firenze, Firenze, Rec. Di SAVIGLIANO (si veda), La filosofia di Bossuet; di TURBIGLIO (si veda), Storia della filosofia; di CANTONI (si veda), VICO (si veda), NA, La libertà del pensiero e la filosofia nell’università italiane, NA, L’epicureismo L’ORTO e l’atomismo. Considerazioni storico-critiche a proposito di un saggio recente, FSI, IEstr.: Cellini, Firenze, Le Meditazioni cartesiane rinnovate da ROVERE Mamiani, NA, L'arte della rinascenza e i suoi recenti critici, NA, Il materialismo e la scienza moderna, NA, Rec. di Sesto Empirico, Delle istituzioni pirroniane. tradotti da BISSOLATI (si veda), Imola, Anassagora e la filosofia greca prima di Socrate, Polemica contro il materialismo, FSI,  Rec. di R. Bobba, La protologia di PINI (si veda), Torino, FSI, VICO (si veda) e la filosofia della storia [Rec. di CANTONI (si veda), Studi critici e comparativi; SICILIANI (si veda), Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia; ROVERE (si veda), Principii di cosmologia (Teorica del progresso), FS, VINCI e la filosofia dell'Arte. Discorso, Unione tipogr., Torino, Rec. Di FIORENTINO, POMPONAZZI. Studi storici su la scuola bolognese e padovana con molti documenti inediti, Firenze, ASI, Estr.: Cellini, Firenze, Niccolò di Cusa e la filosofia della religione, NA, Le forme del pensiero filosofico o il metodo, FSI, Il senso comune nella filosofia e sua storia, FSI, Estr.: Bernabei, Roma, Dei giudizi sintetici a priori nelle dottrine italiane, FSI, Rec. di Kirchmann, La teorica del sapere, FSI, Filosofia della Religione. Sull’attinenze della religione e della filosofia e sulla incomprensibilità divina. Lettera a ROVERE, Conte Mamiani, FSI, Rec. di FIORENTINO, La filosofia della natura e le dottrine di TELESIO (si veda), Firenze, FSI, Estr.: Paravia, Torino Del principio e concetto di causa nella scuola di Herbart, FSI, VINCI (si veda) filosofo. Vita e scritti secondo nuovi documenti, NA, Vinci e l'idea del mondo nella Rinascenza, NA, L'ultimo saggio di Strauss e i suoi critici, La forma del pensiero filosofico e l'ideale platonico della filosofia, FSI, Janet, La dottrina dell'amore secondo l’Accademia, FSI, Estr.: Paravia, Roma, L'evoluzione storica dell'idea dell'anima e i sistemi filosofici, NA, Importanza della psicologia nella filosofia moderna, FSI, La coscienza. Studio psicologico e storico, FSI, L’avvenire, Herbart, NA, Sulle vicende della filosofia in Roma. Discorso, Civelli, Roma, Il metodo psicologico e lo studio della coscienza, FSI, Cenni biografici su Ferrari, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, La psicologia di Pomponazzi, secondo un manoscritto della Biblioteca Angelica di Roma, intitolato: Pomponatius in libros de anima. Memoria, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, Sulle vicende della fìlosofia in Roma. Discorso per la inaugurazione degli studi nell’università di Roma, Annuario Univ. di Roma. Estr.: Civelli, Roma, La questione dell'anima in Pomponazzi, FSI,  Estr.: Opinione, Roma, “L'io e la coscienza di sé”, (Grice’s “The I”), FSI,  L’ORTO -- L’epicureismo, Firenze, NA,I Limiti dell'idealismo, FSI, L'Idea, FSI, Sulla dottrina psicologica dell'associazione considerata nelle sue attinenze colla genesi delle cognizioni. Saggio storico critico, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, La psicologia dell'associazione da Hobbes ai nostri giorni, Bocca, Roma, Rec. d’ALLIEVO (si veda), Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a BRUNO (si veda), Acc. Scienze Torino. Memorie,  FSI, “L'assoluto”, FSI, CICERONE (si veda) sui doveri. Conferenza, FSI, Rec. di CONTI (si veda) e ROSSI (si veda), Esame della filosofia epicurea dell’ORTO nelle sue fonti e nella storia, Firenze, FSI, L’Accademia platonica fondata in Firenze dai MEDICI. «Acc. Lincei. Transunti, FSI, Helmholtz sulla percezione, FSI, Dell’idee e propriamente della loro natura, classificazione e relazione,  FSI, Il Positivismo e la Metafisica (L'essenza delle cose), Estr.: Salviucci, Roma, ROVERE Mamiani sulla religione, NA, L'Accademia romana d’Aquino e l'istruzione filosofica del clero, NA, Sulla recente restaurazione della filosofia scolastica e tomistica d’AQUINO considerata in ordine ai metodi degli studi ed all’attinenze dei sistemi colla scienza e colla storia, Acc. Lincei. Transunti», Vera, Acc. Lincei. Transunti, Sulla percezione esteriore e sul fenomeno sensibile, Acc. Lincei. Transunti», Rec. di Documenti intorno a BRUNO (si veda), a cur. di BERTI (si veda), Roma, FSI, La filosofia d’AQUINO (si veda), FSI, PETRARCA (si veda) e il suo influsso sulla filosofia del Rinascimento FSI, Estr.: Salviucci, Roma, FSI,  ZANOTTI (si veda), La filosofia morale di Aristotele. Compendio. Con note e passi scelti dell'Etica Nicomachea per cura di F. e Zambaldi, Paravia, Torino, Dottrina aristotelica del bene e sue attinenze colla civiltà greca e italiana, FSI, Spaventa, «Acc. Lincei. Transunti, Relazione sul concorso al premio reale per LE SCIENZE FILOSOFICHE, Acc. Lincei. Transunti, Il fenomeno nelle sue relazioni con la sensazione, la percezione e l'oggetto, FSI, Ficino e la causa della rinascenza del platonismo nel quattrocento [unita longitudinale della filosofia – la struttura delle revoluzione filosofiche] FSI, VINCI, NA, Il concetto di sostanza e sue relazioni coi concetti di essenza, di causa e di forza. Come contributo al dinamismo filosofico, Acc. Lincei. Memorie, Acc. Lincei. Rendiconti, Estr.: Salviucci, Roma, Il platonismo di FICINO (si veda), FSI, La dottrina dell’amore di FICINO (si veda), Una lezione elementare di psicologia. Fatti psichici e fatti fisici, FSI, La GIUSTIZIA (cf. Grice) nella repubblica utopica dell’Accademia. A proposito di recenti pubblicazioni, Storia della filosofia. Il platonismo di FICINO (si veda). Le idee e la dialettica. La dottrina dell'AMORE, FSI, Estr.: Salviucci, Roma, Le malattie della memoria e la sostanzialità dell'anima, FSI, Psicologia. I fatti psichici e i fatti fisici, Ercole, Acc. Lincei. Rendiconti, Conti, «Acc. Lincei. Rendiconti, Vera, Acc. Lincei. Rendiconti, “Il concetto di sostanza e sue relazioni coi concetti di essenza, di causa e di forza. Contributi al dinamismo filosofico. Memoria, Salviucci, Roma, Di alcuni uffici della filosofia nelle condizioni morali del nostro tempo, FSI, La psicofisiologia dell’ipnotismo, FSI, Il concetto di persona [cf. person and personality – Grice’s transubstantiation], FSI, Rec. di CHIAPPELLI (si veda), Del suicidio nei dialoghi dell’ACCADEMIA, FSI,  ROVERE (si veda) Mamiani, Lincei,  Acc. Lincei. Rendiconti, Estr.: Tip. R. Accademia dei Lincei, Roma, Delle condizioni del sistema filosofico nel nostro tempo, Acc. Lincei. Rendiconti, ROVERE (si veda) Mamiani, RIF, Il fenomeno sensibile e la percezione esteriore, ossia i fondamenti del realismo, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Acc. Lincei, Roma, Il monismo filosofico, RIF, Rec. di CHIAPPELLI (si veda), La cultura storica e il rinnovamento della filosofia, RIF, Lettera a PENNISI (si veda) -Mauro, RIF, Rec. di Levi, BRUNO (si veda) o la Religione del pensiero. L'uomo, l'Apostolo e il martire, RIF, Acc. Lincei. Rendiconti, Rec. Pozzo di MOMBELLO (si veda), L'evoluzione geologica inorganica animale ed umana, RIF, Le lauree in filosofia, RIF, Dell’idea del vero e sua relazione coll’idea dell'essere, Acc. Lincei. Rendiconti, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, La filosofia politica nel LIZIO, RIF, Rec. di PANIZZA (si veda), La fisiologia del sistema nervoso e i fatti psichici, Roma, RIF, La definizione del concetto, RIF, SERBATI (si veda) e il decreto del Sant'Uffizio, Il Convito dell’ACCADEMIA tradotto da BONGHI (si veda), Roma, RIF, Della idea dell'essere, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Acc. Lincei, Roma, Berti, Acc. Lincei. Rendiconti, Benzoni, Acc. Lincei. Rendiconti, La psicologia fisiologica e l'origine dei fatti psichici, NA, Franchi, NA, La dottrina della cognizione nell’hegelianismo secondo SPAVENTA (si veda), RIF, La dottrina della conoscenza nell'Hegelianismo, RIF, Rec. di COLINI (si veda), ROVERE (si veda) Mamiani, JESI (si veda) RIF, Rec. Di BERTI (si veda), BRUNO (si veda) da Nola, sua vita e sue dottrine. Nuova edizione riveduta e notabilmente accresciuta, Torino, RIF, Rec. CREDARO (si veda), Lo scetticismo degl’accademici, Le fonti - la storia esterna - la dottrina fondamentale, Roma, RIF, Iordani BRUNO (si veda) Nolani Opera inedita, manu propria scripta, RIF, Sui sistemi unitario e trinitario dell'essere, RIF, Cenni bibliografici di pubblicazioni filosofiche di TOCCO (si veda), Acc. Lincei. Rendiconti,  - F. Cicchitti-Suriani, Della dottrina degl’affetti e delle passioni secondo la filosofia del PORTICO: saggio storico di psicologia morale con prefazione di  F., Aternina, Aquila,Intorno al pitagorismo de CROTONE in Italia, Acc. Lincei. Rendiconti, Estr.: Roma, Il problema della coscienza divina in ‘Esperienza e metafisica’ di SPAVENTA (si veda), RIF, Rec. di LESSONA (si veda), Elementi di Morale Sociale ad uso dei licei e degl’istituti Tecnici, compilati secondo gl’ultimi programmi, RIF, L'accademia platonica di Firenze e le sue vicende, NA, Estr.: Roma, Carle, Acc. Lincei. Rendiconti, Della conoscenza sensitiva, RIF, Alcune considerazioni sull’eclettismo, RIF, Alcune considerazioni sulle categorie, Acc. Lincei. Rendiconti,  Il Teeteto, tradotto da BONGHI (si veda), Roma NA, La percezione intellettiva e il concetto, Acc. Lincei. Rendiconti, Rec. di ZUCCANTE (si veda), Saggi filosofici, Renan, Acc. Lincei. Rendiconti, Taine, Acc. Lincei. Rendiconti, La percezione intellettiva e il concetto, Taine, RIF, Moleschott, RIF, Il carattere dello spirito italiano nella storia della filosofia, NA, La psicologia dell'associazione da Hobbes ai nostri giorni, Bocca, Roma; Estr.: Balbi, Roma; “Il carattere nazionale e il classicismo nell’etica degl’italiani, NA, Estr.: Forzani, Roma, Rec. di MALTESE (si veda) Socialismo, RIF, “L'evoluzione filosofica dell'idea dell'anima e i sistemi filosofici” RIF; Cenno su FERRARI (si veda) e le sue dottrine, in FERRARI (si veda), La mente di G. ROMAGNOSI (si veda), Milanese, Milano, a cur. di Campa, La Voce, Firenze. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “Ferri is obsessed with Bonghi’s Convito. The dialogues of love by Plato are four: Carmide, Licide, Convito, and Fedro. Fedro is subtitled by Diogenes Laertius as being ‘about eros’ (peri erotes) – but it was translated as ‘o vero del bello’ – Convito is so obvious about eros that Plato didn’t care. As for Carmide and Licide, Ferri dedicates little attention. Keywords: fisiologia dell’amore come desiderio – psicologia filosofica dell’amore – l’amore e una specie di desiderio – con relazione alla percezione dell’amante del corpo bello dell’amato --. il convito di Platone nella traduzione di Bonghi ‘’ “Il convito di platone tradotto da R. Bonghi” RIF,  il dialogo dell’amore di Platone come sub-genere: “I dialoghi dell’amore di Platone” (Rizzoli): sono quattro: Convito, Fedro, Liside, Carmide. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferri” – The Swimming-Pool Library. Luigi Ferri. Ferri.

 

No comments:

Post a Comment