Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Fracastoro:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’anima – scuola
di Verone – filosofia veronese – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Verona). Abstract. Gricre: “I use ‘soul’ rarely, but then I
went to Clifton so psyche sounds more natural to me!” Keywords: soul. Filosofo
veronese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Verona,
Veneto. Grice: “I love Fracastoro; for one, I love a physician, since I came to
know quite a few – at Richmond!” “Grice: “I love Fracastoro; he philosophised
on mainly three topics: the ‘soul’ – in a philosophical dialogue entitled after
him, Fracastoro; on poetics, in a dialogue which he named after his poet friend
Navagero; and third, on ‘intellezione,’ in a dialogue which he named after
another friend, one Torre, “Torrius,” – Grice: “The fact that Gerolamo, or Girolamo,
is still at Verona, is fascinatingly charming!” Considerato uno dei più grandi
filosofi di tutti i tempi. Insegna logica a Padova. Fu archiatra di Paolo III,
al quale dedica “Homocentrica”. A lui è dedicato il cratere F. presente sulla
Luna. Fondatori della patologia (teoria del patire). È il primo ad ipotizzare e
verificare che una infezione e dovuta a un germe portatore di una malattia, con
la capacità di moltiplicarsi nel corpo dell’organismo e di contagiare altri
attraverso la respirazione o altre forme di contatto. “Sifilide, ossia sul “mal
francese,” sotto forma di poemetto in esametri e il trattato "Sul contagio
e sulle malattie contagiose.” Il trattato è all'origine della patologia, o
teoria del patire. Fu il primo a scoprire che le code cometarie si presentano
sempre lungo la direzione del Sole, ma in verso opposto ad esso. Descrisse uno
strumento in funzione astronomica, poi realizzato da Galilei: il cannocchiale. Scrive
III dialoghi filosofici: Naugerius sive de Poetica (dialogo di estetica),
Turrius sive de Intellectione e l'incompiuto Fracastorius sive de Anima. F., con il nome di Giroldano, viene
incontrato da Dago, personaggio di un fumetto argentino creato da Robin Wood e
Alberto Salinas, in una delle sue avventure, per la precisione nel n. 10 anno
XIV del mensile, proprio mentre Girolamo interroga una prostituta in cerca di
informazioni per il suo poema sulla sifilide.
Una leggenda sul Fracastoro fa parte della storia popolare veronese. Una
sua statua è posta su un arco alla fine di via Fogge, che da nord si innesta in
Piazza dei Signori (comunemente detta anche Piazza Dante). La statua
rappresenta la sua figura intera con in mano il mondo, che il popolo del tempo
ha ribattezzato la bala de F., dove bala è il termine dialettale che indica
palla. In quella strada vi era il passaggio per il vecchio tribunale da parte
di giudici e avvocati ed era vicina a tutti i palazzi del potere di quel tempo.
La bala è legata ad una profezia: cadrà sulla testa del primo galantuomo che
passerà sotto. Finora non è mai successo. Il popolo di Verona usa questa storia
per sbeffeggiare gli uomini del potere. Enrico Peruzzi, Dizionario Biografico
degli Italiani, Ettore Bonora, Il "Naugerius" del F.,
Milano,Garzanti, Storia della Letteratura italiana, Dal Piaz Giorgio, Padova e
la Scuola Veneta nello sviluppo e nel progresso delle Scienze geologiche. Mem.
R. Ist. Geologia Univ. Padova, Dal Piaz Giorgio, Cenni sulla vita e le opere di
carattere geologico di Valleri senior. In: “Il metodo sperimentale in Biologia
da Valleri ad oggi”, Simposio nel III Centenario della nascita di Valleri,
Univ. Studi Padova e Acc. Patavina Sci. Lett. Arti, Questo testo proviene in
parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera
del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, F., Patavii,
excudebat Josephus Cominus, Opere, Venetiis, apud Iuntas, Homocentrica,
Venetiis, Sifilide Tiziano, Ritratto di Girolamo Fracastoro. Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enrico Peruzzi, F.,
Girolamo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vita condizione propria della materia vivente Lingua Segui
Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri
significati, vedi Vita (disambigua). La vita è l'insieme delle caratteristiche
degli esseri viventi che manifestano processi biologici come l'omeostasi, il
metabolismo, la riproduzione e l'evoluzione. Alberi in una foresta (Muir Woods
National Monument, California, USA). La biologia, ovvero la scienza che studia
la vita, ha portato a riconoscerla come proprietà emergente di un sistema
complesso che è l'organismo vivente. L'idea che essa sia supportata da una
«forza vitale» è stato argomento di dibattito filosofico, che ha visto
contrapporsi i sostenitori del meccanicismo da un lato e dell'olismo
dall'altro, circa l'esistenza di un principio metafisico in grado di
organizzare e strutturare la materia inanimata. La comunità scientifica non
concorda ancora su una definizione di vita universalmente accettata, evitando
ad esempio di qualificare come organismo vivente i sistemi come virus o
viroidi. Gli scienziati concordano comunque sul fatto che ogni
essere vivente ha un proprio ciclo vitale durante il quale si riproduce,
adattandosi all'ambiente mediante un processo di evoluzione, ma ciò non implica
la vita perché qualunque caratteristica che hanno i viventi può essere
ritrovata in altre situazioni non considerate viventi, ad esempio alcuni virus
software che hanno un ciclo vitale e di riproduzione nel loro ambiente
informatico ma non sono vivi, o alcuni cristalli che crescono e si riproducono,
e molti altri esempi. Una più basica serie di caratteristiche della Vita sono
state avanzate, come ad esempio un sistema composto da molecole omochirali che
si mantiene in omeostasi e capace di reazioni autocatalitiche (Tour). Le
forme di vita che sono o sono state presenti sulla Terra vengono classificate
in animali, cromisti, piante, funghi, protisti, archaea e batteri. Definizione
Mayr Riguardo alla definizione di cosa sia la vita c'è ancora dibattito tra
scienziati e tra filosofi. Secondo il biologo Mayr sarebbe sufficiente
individuare le caratteristiche fondamentali della vita da un punto di vista
materiale: «Il definire la natura dell'entità chiamata vita è stato
uno dei maggiori obiettivi della biologia. La questione è che vita suggerisce
qualcosa come una sostanza o forza, e per secoli filosofi e biologi hanno
provato ad identificare questa sostanza o forza vitale senza alcun risultato.
In realtà, il termine vita, è puramente la reificazione del processo vitale.
Non esiste come realtà indipendente» (Mayr) Il biologo Driesch sosteneva
invece che la vita non potesse essere compresa con gli strumenti delle scienze
meccaniche, come la fisica, le quali si occupano esclusivamente dei fenomeni
non biologici, ragion per cui la biologia andrebbe separata da queste
discipline:[5] «La vita non è [...] una connessione speciale di eventi
inorganici; la biologia, pertanto, non è un'applicazione della chimica e della
fisica. La vita è qualcosa di diverso, e la biologia è una scienza
indipendente.» (Hans Driesch, The science and philosophy of the organism,
trad. ingl., Londra) Uno studio approfondito in merito è stato fatto dal fisico
Erwin Schrödinger. Nella sua dissertazione Schrödinger nota per prima cosa la
contrapposizione tra la tendenza dei sistemi microscopici a comportarsi in
maniera "disordinata", e la capacità dei sistemi viventi di
conservare e trasmettere grandi quantità di informazione utilizzando un piccolo
numero di molecole, come dimostrato da Mendel, che richiede necessariamente una
struttura ordinata. In natura una disposizione molecolare ordinata si trova nei
cristalli, ma queste formazioni ripetono sempre la stessa struttura, e sono
quindi inadatte a contenere grandi quantità di informazione. Schrödinger
postulò quindi che l'unico modo in cui il gene può mantenere l'informazione è
una molecola di un "cristallo aperiodico" cioè una molecola di grandi
dimensioni con una struttura non ripetitiva, capace quindi di sufficiente
stabilità strutturale e sufficiente capacità di contenere informazioni. In
seguito questo darà l'avvio alla scoperta della struttura del DNA da parte di
Franklin, Watson e Crick; oggi sappiamo che il DNA è proprio quel cristallo
aperiodico teorizzato da Schrödinger. Seguendo questo ragionamento
Schrödinger arrivò ad un apparente paradosso: tutti i fenomeni fisici seguono
il secondo principio della termodinamica, quindi tutti i sistemi vanno incontro
ad una distribuzione omogenea dell'energia, verso lo stato energetico più
basso, cioè subiscono un costante aumento di entropia. Questo apparentemente
non corrisponde ai sistemi viventi, i quali si trovano sempre in uno stato ad
alta energia (quindi un disequilibrio). Il disequilibrio è stazionario, perché
i sistemi viventi mantengono il loro ordine interno fino alla morte. Questo,
secondo Schrödinger, significa che i sistemi viventi contrastano l'aumento di
entropia interno nutrendosi di entropia negativa, cioè aumentando a loro favore
l'entropia dell'ambiente esterno. In altre parole gli organismi viventi devono
essere in grado di prelevare energia dall'ambiente per ricompensare l'energia
che perdono, e quindi mantenere il disequilibrio stazionario. Questo è ciò che
in biologia è stato riconosciuto nei fenomeni di metabolismo e omeostasi.
Secondo Mayr, è un'entità viva, quindi con peculiarità che la distinguono dalle
entità non viventi, l'organismo vivente, soggetto alle leggi naturali, le
stesse che controllano il resto del mondo fisico. Ma ogni organismo vivente e
le sue parti viene controllato anche da una seconda fonte di causalità, i
programmi genetici. L'assenza o la presenza di programmi genetici indica il
confine netto tra l'inanimato e il mondo vivente. Unendo il concetto del
disequilibrio con quello della riproduzione (cioè della trasmissione ordinata
delle informazioni), come espressi da Schrödinger, si ottiene quello che può
essere definito vivente: un sistema termodinamico aperto, in grado di
mantenersi autonomamente in uno stato energetico di disequilibrio stazionario e
in grado di dirigere una serie di reazioni chimiche verso la sintesi di sé
stesso. Questa definizione è largamente accettata nell'ambito della biologia,
nonostante ci sia ancora dibattito in merito. Basandosi su questa definizione
un virus non sarebbe un organismo vivente, perché può arrivare a riprodursi ma
non può farlo autonomamente, in quanto si deve appoggiare al metabolismo di una
cellula ospite, così come non sono esseri viventi le semplici molecole
autoreplicanti, in quanto sottoposte all'entropia come tutti i sistemi non
viventi. La ricerca sui Grandi virus nucleo-citoplasmatici a DNA, ed in
particolare la scoperte dei mimivirus, quindi l'eventualità che costituiscano
anello di congiunzione tra i virus, definiti qui non viventi, e i più semplici
viventi comunemente accettati, ha contribuito ad estendere il dibattito e a
rendere più sfumata la linea di confine tra viventi e non, ed alcune ipotesi
minoritarie, suggeriscono che i domini Archaea, Bacteria, ed Eukarya possano
originare da tre differenti ceppi virali e i plasmidi possono essere visti come
forme di transizione tra virus a DNA e cromosomi cellulari. Oltre la
definizione di Schrödinger, vari studiosi hanno proposto diverse
caratteristiche che nel loro insieme dovrebbero essere considerate sinonimo di
vita: Omeostasi: regolazione dell'ambiente interno al fine di mantenerlo
costante anche a fronte di cambiamenti dell'ambiente esterno. Metabolismo:
conversione di materiali chimici in energia da sfruttare, trasformazione di
diverse forme di energia e sfruttamento dell'energia per il funzionamento
dell'organismo o per la produzione di suoi componenti. Crescita: mantenimento
di un tasso di anabolismopiù alto del catabolismo, sfruttando energia e
materiali per la biosintesi e non solo accumulando. Interazione con l'ambiente:
risposta appropriata agli stimoli provenienti dall'esterno. Riproduzione:
l'abilità di produrre nuovi esseri simili a sé stesso. Adattamento: applicato
lungo le generazioni costituisce il fondamento dell'evoluzione. Queste
caratteristiche sono, per la loro peculiarità, comunque passibili di critiche e
di parzialità. Un ibrido non riproducentesi non può considerarsi come non vivo,
così pure un organismo che ne abbia perduto la capacità nel corso del tempo.
Parimenti un'ipotetica situazione che obblighi la dipendenza da strutture
estranee per mantenere l'omeostasi, un organismo strutturalmente non in grado
di adattarsi ulteriormente all'ambiente e altre singole deficienze,
difficilmente, se prese singolarmente, possono far escludere di avere a che
fare con un vivente. Organismi viventi Magnifying glass icon mgx2.svg Lo
stesso argomento in dettaglio: Organismo vivente. La vita è caratteristica
degli organismi viventi. In generale la vita si considera una proprietà
emergentedegli esseri viventi. Questo significa che si tratta di una
caratteristica posseduta dal sistema, ma non posseduta dai suoi singoli
componenti. Un organismo vivente, quindi, è vivo, mentre non sono vive le sue
singole parti. Condizioni necessarie alla vitaModifica L'esistenza della vita,
così come la conosciamo,necessita di particolari condizioni ambientali. I primi
organismi comparsi sulla Terra si sono per necessità sviluppati in base alle
condizioni preesistenti, ma in seguito a volte sono stati gli organismi stessi
a modificare l'ambiente, a vantaggio proprio o di altri organismi. È il caso
della produzione di ossigeno da parte dei cianobatteri, che ha modificato
profondamente l'atmosfera terrestre causando un'estinzione di massa (detta
catastrofe dell'ossigeno) e rendendo possibile la colonizzazione dell'ambiente
terrestre. Inoltre col tempo si sono determinate sempre più interazioni
complesse tra i diversi organismi, facendo sì che nella maggior parte degli
ambienti la vita di determinate specie sia possibile grazie alla presenza di
altri organismi che creano le condizioni necessarie (spesso si tratta di
microorganismi, come nel caso dei batteri azotofissatori, che trasformano
l'azoto molecolare presente nell'aria in molecole utilizzabili per le
piante). Ogni essere vivente può sopravvivere all'interno di determinati
limiti relativi ai fattori fisici dell'ambiente (temperatura, umidità,
radiazione solare, ecc.). Al di fuori di questi limiti la vita è possibile solo
per brevi periodi, se non impossibile del tutto. Queste condizioni, che sono diverse
per ogni specie, sono definite range di tolleranza. Per esempio una cellula
batterica ad una temperatura troppo alta subirà la denaturazione delle sue
proteine, mentre ad una temperatura troppo bassa subirà il
congelamentodell'acqua che contiene. In entrambi i casi morirà. Anche le
caratteristiche chimiche costituiscono fattore limitante; pH, concentrazioni
estreme di forti ossidanti, elementi chimici in concentrazione tossiche,
eccetera, costituiscono spesso un muro quasi invalicabile allo sviluppo della
vita. Lo studio di organismi estremofili, ha contribuito enormemente
all'individuazione delle condizioni ritenute minime per lo sviluppo della vita,
nonostante risulti chiaro che la definizione di ambiente "estremo" è
comunque relativa e diversa per ogni organismo. Determinate esigenze sono
comuni a tutti gli organismi viventi. Affinché ci sia vita è necessario che si
disponga di energia, al fine di mantenere il disequilibrio energetico del
sistema (vedi sopra). La maggior parte degli organismi autotrofi sfrutta
l'energia solare, attraverso la quale compie la fotosintesi, ottenendo i
nutrienti dalla materia inorganica. Questi organismi, che comprendono piante,
alghe e cianobatteri, si dicono fotoautotrofi. Altri autotrofi più rari
sfruttano invece l'energia derivante da processi chimici, e si definiscono
chemioautotrofi. Le altre specie, dette eterotrofi, sfruttano l'energia chimica
dai composti organici prodotti da altri organismi, nutrendosi dell'organismo
stesso, di una sua parte o dei suoi scarti. È necessario inoltre affinché
ci sia vita che ci sia disponibilità dei principali costituenti biologici, cioè
carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, fosforo, e zolfo, nell'insieme detti anche
CHNOPS. Gli organismi autotrofi li ricavano principalmente in forma inorganica
dall'ambiente, mentre quelli eterotrofi sfruttano principalmente i composti
organici di cui si nutrono. Tutte le forme di vita conosciute, infine,
necessitano di abbondanza d'acqua, anche se alcuni organismi hanno sviluppato
adattamenti che permettono loro di conservare le proprie riserve di liquidi a
lungo, così da potersi allontanare notevolmente dalle fonti d'acqua.
Queste condizioni sono condivise dalla quasi totalità delle forme di vita
conosciute, tuttavia non è possibile escludere l'esistenza, sulla terra o su
altri pianeti, di organismi in grado di vivere in condizioni completamente
diverse. Per esempio è stato trovato nel Mono Lake in California un batterio,
Halomonas sp., ceppo GFAJ-1, in grado di sostituire il fosforo nelle proprie molecole
con l'arsenico, che proprio per la sua similitudine col fosforo e per la sua
tendenza a sostituirlo nelle molecole biologiche, è tossico per la maggior
parte degli organismi conosciuti, escludendo quelli che lo utilizzano come
ossidante nella respirazione, al pari di numerosi composti utilizzati a tale
scopo da differenti organismi. In seguito questa scoperta è stata messa in
dubbio, e sono in corso verifiche per accertare l'eventuale eccezionalità della
scoperta. Gli esobiologi ipotizzano una vita basata sulla chimica del silicio
anziché del carbonio. Origine della vita Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Origine della vita ed Evoluzione della vita.
Secondo i modelli attualmente accettati la vita sulla terra è comparsa grazie
alle condizioni presenti tra 4,4 e 2,7 miliardi di anni fa, che hanno permesso
lo sviluppo di macromolecole come gli amminoacidi e gli acidi nucleici, come
dimostrato dall'esperimento di Miller-Urey, dalle quali in seguito si sono
originati polimeri come i peptidi e i ribozimi. Il passaggio dalle
macromolecole alle protocellule è l'aspetto più controverso della questione,
sul quale sono state avanzate diverse ipotesi, come quella del mondo ad RNA,
quella del mondo a ferro-zolfo e la teoria delle bolle. A partire dalle
protocellule gli organismi hanno poi raggiunto lo stadio attuale in cui li
conosciamo tramite processi, spiegati dalla teoria dell'evoluzione, lungo un
ramificato processo di evoluzione della vita. Vita extraterrestr glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Esobiologia ed Extraterrestre.
Qualunque forma di vita non propria del pianeta Terra viene detta
"extraterrestre". Questo termine può riferirsi, in maniera più ampia,
a qualunque oggetto al di fuori della stessa realtà terrestre. Tutt'oggi l'uomo
non conosce alcun esempio di essere vivente extraterrestre e il dibattito tra
scettici e sostenitori della probabile esistenza di forme di vita aliene a
quelle terrestri è molto acceso. Nella cultura umanisticaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vita
(filosofia) e Filosofia della vita. Prima che la scienza fornisse spiegazioni
scientifiche sulla vita, l'uomo tentò di fornire risposte riguardo ai fenomeni
dei viventi tramite la mitologia, la religione e la filosofia. Nella
cultura letteraria e filosofica, l'esistenza umana è stata associata alle
emozioni, alle passioni e in generale alla storia di ciascuna persona. Poeti,
letterati, filosofi e pensatori hanno associato alla vita significati diversi e
presentando una personale concezione di vita umana. Alcune posizioni hanno dato
vita a vere e proprie correnti di pensiero, come il vitalismo, il pessimismo, o
il nichilismo. Diritto e questioni etiche sulla vita umana Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Diritti umani e
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Nelle società organizzate, la
vita umana rappresenta un valore che richiede attenzione in termini di diritto.
Questioni di tipo etico determinano le scelte circa la difesa e la salvaguardia
della vita, quando questa è messa in discussione da altri tipi di scelte, come
la pena di morte, l'aborto o l'eutanasia. Secondo attente analisi e ricerche la
maggior parte delle persone possiede una vita infelice per cause di tipo
affettive, morali, sociali, personali e cause derivate dalle relazioni amorose,
da ciò le persone possono evidenziare idee suicide o entrare in fasi
depressive. A titolo esemplificativo può essere appropriato riportare le
seguenti riflessioni che bene descrivono lo stato d'animo della Bovary, travolta
dalle devastanti vicende passionali, che la indurranno infatti al suicidio: Da
che dipendeva quella insufficienza della vita, quell'istantaneo imputridirsi
delle cose alle quali essa si appoggiava? Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio
di noia, ogni gioia una maledizione, ogni piacere il suo disgusto. Vita
sintetica Dalla ricerca delle proprietà oggettive che definiscano il concetto
di vita si è sviluppato un ramo della biologia chiamato biologia sintetica che
utilizza conoscenze di biologia molecolare, biologia dei sistemi, biologia
evoluzionistica e biotecnologie con l'idea di progettare sistemi biologici in
maniera artificiale in laboratorio. NASA Life's Working Definition: Does
It Work?, su nasa.gov.Biase, I saperi della vita: biologia, analogia e sapere
storico, Giannini Five Kingdom Classification System, su ruf.rice Mayr, What is
tha meaning of "life" The nature of life, Cleland, University of
Colorado, Cambridge University press, Driesch, Philosophie des Organischen,
Leipzig, Engelmann, Ed. originale: Philosophie des Organischen, Engelmann,
Leipzig Schrödinger, What is Life? The Physical Aspect of the Living Cell,
Cambridge. Che cos´è la vita?: la cellula vivente dal punto di vista fisico, su
disf.org. Defining Life: Astrobiology Magazine - earth science - evolution
distribution Origin of life universe - life beyond, su astrobio.net. Cos'è la
vita?, su torinoscienza.it, Torino scienza Forterre, Three RNA cells for
ribosomal lineages and three DNA viruses to replicate their genomes: A
hypothesis for the origin of cellular domain, in Proceedings of the National
Academy of Sciences, How to Define Life -points to ponder for comprehensive
questions on final exam, su una.edu. McKay
Chris P., What Is Life—and How Do We Search for It in Other Worlds?, in PLoS
Biology, Defining Life, Explaining Emergence, su nbi.dk, Center for the
Philosophy of Nature and Science Studies, Niels Bohr Institute; Understand the
evolutionary mechanisms and environmental limits of life, su
astrobiology.arc.nasa.gov, NASA Argano et al., Zoologia generale e sistematica,
Zanichelli, Townsend et al., L'essenziale di ecologia, Zanichelli, Chiras,
Environmental Science – Creating a Sustainable Future, Jones et Bartlett
Learning, 2Essential requirements for life, su cmapsnasacmex.ihmc.us, NASA.
Wolfe-Simon, Blum, Kulp, Gordon, Hoeft, Pett-Ridge, Stolz, Webb, Weber, Davies,
Anbar, Oremland RS, A Bacterium That Can Grow by Using Arsenic Instead of
Phosphorus, in Science, Santini, Streimann Illo C. A., Hoven Rachel N. vanden,
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Australian gold mine, in Int J Syst Evol Microbiol, Vita all'arsenico? Probabilmente
no, su Le Scienze, Reaves, Rabinowitz, Kruglyak, Redfield, Absence of arsenate
in DNA from arsenate-grown GFAJ-1 cells, Flaubert, Madame Bovary, BUR, Voci
correlate Biologia Evoluzione Biodiversità Morte AWikizionario contiene il
lemma di dizionario «vita» vita, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. vita, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Vita, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Origine della vita, su minerva.unito.it.
La vita e l'evoluzione, su vita-morte-evoluzione.bravehost.com. Vita, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Portale Biologia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Biologia
Biologia scienza che studia la vita Organismo vivente entità dotata di
vita Che cos'è la vita? Wikipedia Il contenuto Vita (filosofia). Il
concetto di vita in senso biologico non coincide con quello filosofico.
Genericamente possiamo riferirci alla biologia nel definire la vita come la
condizione di esseri che, caratterizzati da una forma precisa e da una
struttura chimica particolare, hanno la capacità di conservare, sviluppare e
trasmettere forma e costituzione chimica ad altri organismi. In filosofia
la definizione del concetto di vita è diversa e più complessa poiché risente
della scarsità lessicale presente nella lingua italiana che usa un unico
termine per una diversità di significati: in senso generale si adopera il lemma
"vita" per indicare la vita animale, quella umana, quella oltreumana
e, nei riguardi dell'uomo in particolare: la vita corporea, quella psichica,
quella spirituale. Pensiero antico Nel pensiero greco antico vengono usati
invece tre termini a seconda del loro specifico significato: ζωή: il
principio, l'essenza della vita che appartiene in comune, indistintamente,
all'universalità di tutti gli esseri viventi e che ha come concetto contrario
la non-vita e non, come si potrebbe pensare, la morte poiché questa riguarda il
singolo essere che cessa, lui e soltanto lui, di vivere; βίος: indica le
condizioni, i modi in cui si svolge la nostra vita. Zoé è dunque la vita che è
in noi e per mezzo della quale viviamo (qua vivimus), bios allude al modo in
cui viviamo (quam vivimus), cioè le modalità che caratterizzano ad esempio la
vita contemplativa, la vita politica ecc. per le quali la lingua greca usa
appunto il termine bios accompagnato da un aggettivo qualificante; ψυχή: nella
lingua greca del Nuovo Testamento ricorre nel significato di anima-respiro, il
soffio" vitale: ὁ φιλῶν τὴν ψυχὴν αὐτοῦ ἀπολλύει αὐτήν, καὶ ὁ μισῶν τὴν
ψυχὴν αὐτοῦ ἐν τῷ κόσμῳ τούτῳ εἰς ζωὴν αἰώνιον φυλάξει αὐτήν. Chi ama la sua
vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita
eterna» Nella filosofia greca antica tutto il reale è concepito come
vivente secondo la teoria dell'ilozoismo che nella ricerca del principio
introduce considerazioni di argomento biologico per cui: Diogene di
Apolloniaconsidera l'aria come vita, Empedocle fa risultare la vita dalla
armonica fusione dei quattro elementi primigeni, Anassagora intuisce l'origine
di tutti gli esseri viventi nell'aggregazione dei σπέρματα. Tutti questi sono
elementi materiali viventi che vengono connessi con il concetto di psyché, come
nel Timeo di Platone dove l'intero mondo è un organismo vivente. Un concetto di
anima del mondo, che risale probabilmente a tradizioni orientali, orfichee
pitagoriche. Secondo Platone il mondo è infatti una sorta di grande animale, la
cui vitalità generale è supportata da quest'anima, infusagli dal demiurgo, che
lo plasma a partire dai quattro elementifondamentali: fuoco, terra, aria,
acqua. Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo mondo
nacque come un essere vivente davvero dotato di anima e intelligenza grazie
alla Provvidenza divina. Anche per Aristotele la vita s'identifica con l'anima,
ἐντελέχεια, sia essa vegetativa, sensitiva o intellettiva, che è nel sinolo
causa e principio del corpo vivente. Con Aristotele il primato della forma
sulla materia porta alla contrapposizione del βίος ϑεωρητικός al βίος
πρακτικός, al primato della vita contemplativa sulla vita attiva, come diranno
i filosofi medioevali, vale a dire la superiorità della conoscenza teoretica,
che permette all'uomo di cogliere la verità di per se stessa mentre quella pratica
cerca anch'essa la verità ma come mezzo in vista dell'azione, al fine di
cambiare la realtà: è giusto anche chiamare la filosofia scienza della verità.
Infatti della filosofia teoretica è fine la verità, di quella pratica l'opera,
poiché i filosofi pratici, anche se indagano il modo in cui stanno le cose, non
studiano la causa di per se stessa, ma in relazione a qualcosa ed ora. La
visione aristotelica sarà fatta propria anche dal neoplatonismo, che nella sua
dottrina emanatistica e nella concezione dell'anima come psiche cosmica,
stabilirà la connessione tra il mondo ideale, della generazione delle diverse
dimensioni della realtà appartenenti alla stessa sostanza divina, e quello
materiale delle realtà empiriche. Il pensiero cristiano e
medioevaleModifica Nella concezione cristiana nel Vecchio Testamento la vita
umana è strettamente collegata alla volontà benefica di Dio mentre la morte è
rapportata al peccato. Nel Nuovo Testamento la connessione vita-divino si
consolida nel messaggio di Gesù che assicura la resurrezione, una vita futura a
chi crede in lui. Ego sum resurrectio et vita: qui credit in me, etiam si
mortuus fuerit, vivet: et omnis qui vivit et credit in me, non morietur in
aeternum. Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore,
vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. La filosofia
medioevale accoglie l'eredità neoplatonica dell'importanza del βίος ϑεωρητικός
per una vita vissuta religiosamente e misticamente come strumento per giungere
alla vita oltremondana e riprende la concezione aristotelica della vita
biologica adattando la sua definizione dell'anima come l'atto puro di un corpo
che ha la vita in potenza alla teoria dell'immortalità dell'anima:
Filosofia moderna La vita viene concepita come appartenente a un essere vivente
che deve essere studiato come se fosse una macchina distinguendo nettamente ciò
che riguarda gli elementi fisici da quelli psichici. Questa tesi, dove si
cimentano in particolare Cartesio e Hobbes viene contrastata da Leibniz che
definendo la monade la riferisce al principio aristotelico dell’ἐντελέχεια intesa
come la tensione di un organismo che mira a realizzare se stesso secondo leggi
proprie, passando dalla potenza all'atto. Queste concezioni vengono superate
dal vitalismo che eredita dal 1600 i motivi neoplatonici e magici-alchemici dei
filosofi rinascimentali FICINO (si veda) e PICO (si veda). I pensatori
dell'età romantica, Herder, Hölderlin, Schiller, Jacobi, nel filone segnato
dalla Critica della ragion pratica e dalla Critica del giudizio kantiane, concepiscono
la vita inserendola nella nuova visione della filosofia della natura sviluppata
da Goethe, Schelling e Hegel il quale in particolare vuole contrastare sia la
teoria intellettualistica che vede la vita come qualcosa di incomprensibile sia
quella romantica che contrappone l'energia della vita al freddo sapere,
riportando la vita nell'ambito dello sviluppo dialettico dell'Idea (tesi) che
si oggettiva come natura (antitesi) per approdare alla sintesi dell'Idea che
torna su se stessa colma di realtà. Si costituisce la Lebensphilosophie,
la filosofia della vita che rifacendosi all'opera di Lukács La distruzione
della ragione, si esprime in una varietà di autori che elaborano una dottrina
variegata e non unitaria tenuta assieme dall'antinomia vita-ragione. Così
Dilthey, Rickert, Simmel, Scheler, Klages, e specialmente Unamuno, Gasset,
Eugeni d'Ors e altri, si rifanno a elementi del romanticismo, di Arthur
Schopenhauer, di Nietzsche oppure riconducono la razionalità a qualcosa di
immanentealle stesse strutture materiali della vita. Una «vitalizzazione della
ragione» che porta all'irrazionalismo, al misticismo, all'amoralismo: La
ragione tende a razionalizzare la vita, nemica della ragione; qualora essa
conseguisse il suo intento, si avrebbe la morte e la negazione della vita.
Nello stesso tempo la vita tende a vitalizzare la ragione. Su queste basi
speculative la filosofia francese con Deleuze ha sviluppato una filosofia della
vita che in questo autore, attingendo agli studi storico-epistemologici di
Canguilhem, porta alla fondazione di una visione immanentistica della vita che
ha come fulcro il concetto di differenza-ripetizione tutte le identità
non sono che simulate, prodotte come un effetto ottico, attraverso un gioco più
profondo che è quello della differenza e della ripetizione. Sulla scia del
pensiero di Nietzsche, la differenza è concepita come affermazione pura, come
atto creativo e l'identità come un che di selettivo, che torna solo per
affermare la differenza. Attingendo alla filosofia della vita Foucault
avanza la teoria del "biopotere" cioè le pratiche con le quali la
rete di poteri gestisce la gestione del corpo umano nella società
dell'economia e finanza capitalista, la sua utilizzazione e il suo controllo la
gestione del corpo umano come specie, base dei processi biologici da
controllare per una biopoliticadelle popolazioni. Ove non indicato
diversamente, le informazioni contenute nel testo della voce hanno come fonte:
Dizionario di filosofia Treccani alla voce corrispondente Possenti, La
questione della vita Internet Archive. Heidegger, Concetti fondamentali della
filosofia aristotelica, Milano, Adelphi, Possenti, Internet Archive. ^ Richard
Broxton Onians, The Origins of European Thought, Cambridge, N. T. Gv. Platone,
Timeo, Aristotele, De anima, Aristotele,
II libro della Metafisica, Gv. Lunardi, Attualità di Unamuno, Padova : Liviana
Deleuze, Differenza e ripetizione, Il Mulino; Foucault, La volontà di sapere,
Feltrinelli, Voci correlate Modifica Esistenza Naturalismo (filosofia)
Filosofia della natura Vitalismo Portale Filosofia: Psiche termine
della psicologia Vitalismo corrente di pensiero che esalta la vita
Panpsichismo teoria Vitalismo corrente di pensiero che esalta la vita. Il
vitalismo è una corrente di pensiero che esalta la vita intesa principalmente
come forza vitaleenergetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto
biologico materiale. Raffigurazione di Venere, principio della vita e
della fertilità che nasce dall'acqua PrincipiModifica Il vitalismo ritiene che
i fenomeni della vita, costituiti da una "forza" particolare, non
siano riconducibili interamente a fenomeni chimici, ed in particolare che vi è
una netta demarcazione tra l'organico e l'inorganico, che la vita sulla terra
ha avuto un'origine divina e non solo da un'evoluzione risalente a circa 3800
milioni di anni fa, come sostengono i biologicontemporanei. Il vitalismo
può essere anche inteso, nell'ottica nietzschiana e dannunziana, come
l'esaltazione della vita senza limiti né freni ideologici o morali, come la
ricerca del godimento (dionisiaco), come la celebrazione dell'istinto e di
quella volontà di potenzache apparterrebbe solo a pochi eletti, i quali sanno
imporre il proprio comando sui più deboli. Questa forza può così rigenerare un
mondo che Nietzsche e D'Annunzio ritengono esausto. In una tale ottica
l'evoluzionismo non sarebbe in contrasto col vitalismo, ma darebbe anzi la
conferma che la natura si serve della selezione naturale al fine di perpetuare
la propria volontà di vivere attraverso la sopravvivenza dei migliori. A
differenza del vitalismo dannunziano, che nelle sue manifestazioni racchiude
molti degli elementi tipici dell'estetismo decadente, il vitalismo nietzschiano
va considerato anche nella sua accezione dionisiaca di accettazione tragica
della vita, di un'accettazione tout court della vita, finanche nei suoi aspetti
più truci e sofferenti. StoriaModifica Bambino nel grembo materno
disegnato da Vinci. Pur con radici antiche, il vitalismo si è sviluppato come
sistema teorico tra la metà del Settecento e la metà dell'Ottocento. Si tratta
di una concezione ereditata in gran parte dal neoplatonismo e dalla filosofia
rinascimentale, secondo cui le idee platoniche, oltre a trascendere il mondo,
sono anche immanenti alla natura, diventando la ragione costitutiva dei singoli
organismi e di tutto ciò che esiste. Il cosmo, in quest'ottica, risulta animato
da un principio intelligente, veicolato in esso da una comune e universale
Anima del mondo. Se Leibniz proseguì sulla stessa lunghezza d'onda, attribuendo
vita e capacità di pensiero anche alla materia inerte, e schierandosi contro il
meccanicismo di Cartesio e degli empiristi,[4] Schelling vedeva invece nel
vitalismo una concezione irrazionale e perciò da scartare, in quanto affine al
noumeno kantiano, preferendo piuttosto parlare di evoluzionismo finalistico:
questo era da lui concepito agli antipodi sia del vitalismo, ma anche del
determinismo meccanico, che è incapace di cogliere la profonda unità che
pervade la natura, riducendola ad un assemblaggio di singole parti. Dopo aver
trovato espressione anche nella poetica di Giacomo Leopardi,[6] il vitalismo
riemerse nel Novecento con Bergson, il quale, in una rinnovata polemica contro
il determinismo e il materialismo, torna ad affermare che la vita biologica,
come del resto la coscienza, non è un semplice aggregato di elementi composti
che si riproduce in maniera sempre uguale a se stessa. La vita invece è una
continua e incessante creazione che nasce da un principio assolutamente
semplice, non rieseguibile deliberatamente, né componibile a partire da
nient'altro. Tentativi di spiegazione in laboratorio Wer will was Lebendiges
erkennen und beschreiben, Sucht erst den Geist heraus zu treiben, Dann hat er
die Teile in seiner Hand, Fehlt, leider! nur das geistige Band. Encheiresin
naturaenennt's die Chemie, Spottet ihrer selbst und weiß nicht wie. Per capire
e descrivere una realtà vivente, si cerca sempre innanzitutto di cavarne la
vita; allora si ha la mano piena di frammenti inerti, a cui manca solo -
purtroppo - il nesso della vita. La chimica le dà il nome di encheiresin
naturae. Si burla di se stessa e nemmeno se ne avvede. Mefistofele rivolto a
una giovane matricola universitaria, nel Faust di Goethe. Figure di omuncoli
disegnate da Vallisnieri, ritenuti i semi in grado di operare la generazione
dell'uomo Dal punto di vista biologico ci sono stati diversi tentativi di
costruire la vita in laboratorio partendo da basi il più possibile
scientifiche, per cercare di ridurre gli aspetti maggiormente irrazionali della
concezione della vita, o per poterne dare delle spiegazioni quantomeno
plausibili. I più importanti sviluppi della biochimica e dell'ingegneria
genetica sono stati i seguenti: il chimico tedesco Wöhler, in
collaborazione con Liebig, effettua la prima sintesi organica, la sintesi
dell'urea. Viene pubblicata la teoria dell'evoluzione di Darwin. Buchner
dimostra che la fermentazione può avvenire anche senza cellule di lievito vive
ma solo con loro estratti. Stanley cristallizza il primo virus, il virus del
mosaico del tabacco. Urey prepara i primi composti organici deuterati. Miller
ottiene per sintesi le prime molecole organiche. Si tratta però, allo stato, di
procedimenti meramente meccanici, che nulla dicono sul perché un certo composto
dovrebbe dare la vita a differenza di un altro. Tali esperimenti si limitano a
rieseguire in laboratorio i procedimenti naturali di generazione della vita,
senza che questi siano compresi a fondo; proprio perché ne sono un'imitazione,
tali procedimenti sembrano non differire qualitativamente da quelli operanti in
natura. Secondo il paleontologo Teilhard de Chardin, che studiando la
storia dell'evoluzione della Terra elaborò la cosiddetta legge di complessità e
coscienza, esiste all'interno della materia una tendenza a diventare
maggiormente complessa e al tempo stesso ad accrescere una propria coscienza,
passando dallo stato inanimato a quello via via più evoluto. La coscienza
sarebbe dunque il fine nascosto a cui tendono le leggi della natura, e che
potrebbe essere in grado di spiegarle. Il biologo e filosofo Driesch ricorse al
termine del LIZIO entelechia per designare questa forza vitale in grado di
strutturare la materia organica secondo leggi immateriali. Il desiderio di
costruire la vita totalmente al di fuori delle vie naturali ricorre invece
soprattutto nella fantascienza; a questo filone appartiene ad esempio il
romanzo Frankenstein di Wollstonecraft. L'esaltazione della vita
nell'opera di Nietzsche ed Annunzio, cit. in bibliografia. Dettaglio dal codice Windsor sugli studi
sugli embrioni. ^ Concetto già espresso da Platone, il quale, richiamandosi
alla tradizione dell'ilozoismoarcaico, sosteneva che il mondo è una sorta di
grande animale, supportato da una «Grande Anima» infusagli dal Demiurgo, che
impregna il cosmo e gli dà vitalità generale (Timeo). Leibniz, Monadologia, Schelling,
BRUNO (si veda), ovvero il principio divino e naturale delle cose, dove egli
recupera il concetto neoplatonico di Weltseele o «Anima del mondo». Macchiaroli, Leopardi, Napoli, Biblioteca
Nazionale, Bergson, L'Evolution créatrice. Espressione composta da un termine
greco all'accusativo, encheiresin, ed uno latino, che significa letteralmente
«manipolazione della natura», con cui in ambito accademico si indica
l'assemblaggio di componenti biologiche nel tentativo di formare un organismo
vivente (Hofmannsthal, The Whole Difference: Selected Writings, a cur. McClatchy, Princeton). ^ Chardin,
L'avvenire dell'uomo, Il Saggiatore, Milano; Dizionario di filosofia Treccani.
BibliografiaModifica Luigino Zarmati, Il vitalismo. L'esaltazione della vita
nell'opera di Nietzsche ed Annunzio, Vinci editore, Hvidberg-hansen, The Spirit
of Vitalism, Intl Specialized Book Service Inc, Amico, Medicina e metafisica,
Nuovi Autori, Marabini, La singolarità dei sistemi animati. Riflessioni e
confutazioni sul problema del neovitalismo, Il Pavone, Canguilhem, La
conoscenza della vita, prefazione di Antonio Santucci, Il Mulino; Scott Lash,
Life (Vitalism), Theory, Culture and Society. Voci correlate Modifica Animismo
Evoluzionismo (scienze etno-antropologiche) Bergson Collegamenti esterni vitalismo,
in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, vitalìsmo, su
sapere.it, De Agostini. Portale Filosofia: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di filosofia Ultima modifica 1 anno fa di Trottapiano Chardin gesuita,
filosofo e paleontologo francese Pensiero di Teilhard de Chardin
Dannunzianes l'anima. L' ultimo libretto del nostro filosofo, che
dal suo stesso nome ci pervenne intitolato Fracastorius sive de Anima,
dovrebbe essere quasi la sintesi de' precedenti ragionamenti da lui
tenuti intorno all'intellezione. Ed invero fu a suo luogo notato
come intendimento del nostro Autore era di risalire daile estrinsecazioni
del pensiero alla sua stessa sorgente, e dalle facoltà dell'anima,
prima fra le quali la intellettiva, e dagli atti loro, alla stessa
propria natura dell'anima razionale. Cammino inverso a quello che si era
tenuto e si tiene comunemente nelle scuole, dove, da definizioni astratte
dell'anima. come dall' entelecheia d'Aristotele, si fa discendere e si
credeva di potere spiegare i singoli fenomeni. Ma appunto perciò abbiamo
annoverato F. fra i primi filosofi del rinascimento, avendo egli
avuto chiara coscienza della necessità di procedere a posteriori anche
ne' più ardui problemi della filosofia, della quale in tal guisa
preannunziò il rinnovamento . Nel suo libro dell' Anima adunque si
dovevano raccogliere i supremi sforzi dell'acume filosofico di F., e
tuttavia per talune ragioni che or verremo esponendo, questo libretto rimane
inferiore all' aspettazione del lettore, e forse al concetto stesso
che aveva guidato l'autore nel comporlo. In primo luogo il dialogo è
rimasto incompiuto perchè l’autore, che da tanti anni vi medita sopra, è
prevenuto dalla morte. E per quanto si possa credere che in confronto dell’ampio
svolgimento dato al libro dell' Intellezione questo sull' Anima avrebbe dovuto
avere un corrispondente e proporzionato sviluppo, in ragione della
più alta gravità e difficoltà della materia, è tuttavia un libretto di
non molte pagine quello clie ci è pervenuto, e che si trova
impresso nella raccolta delle opere Fracastoriane. In secondo luogo la
dottrina dell'anima è in questo dialogo trattata limitatamente, e
quasi esclusivamente rispetto alla controversia dell' immortalità. E' ben
vero che F. cerca sin dal principio di sollevarsi sino ad afferrare la quiddità
dell' anima, però assai brevemente, e di leggieri si scorge che non
è questo, almeno in tal luogo, il fine principale a cui mira.
Notissima è la contesa suscitata a quel tempo dal POMPONAZZI intorno alla
immortalità, da lui filosoficamente negata, cristianamente creduta, non diremmo
tanto per la consapevolezza del pericolo, quanto per quello strano
contrasto che accompagna le più ardite ribellioni di uomini usciti allora
dal dominio della teologia. Il che tuttavia non tolse che al
Pomponazzi stesso da taluno si facesse intendere eh' egli, ammessa per
buona la sua credenza come cristiano,, poteva essere arso soltanto
come filosofo. La dottrina del maestro ebbe contradditori fra i suoi
stessi discepoli. Primo fra questi il Contarini, uomo di chiesa, la
confutò, dicendola sospetta di ateismo; nè alcuno si attenderebbe
che F., uomo religioso, e medico del Concilio di Trento, avesse a
difenderla. Ciò non ostcante è errata l'opinione di coloro i quali
credettero, come riferisce pure l'anonimo scrittore della vita di F., che
questi componesse il suo dialogo adversus insana non minufi quam impia
Pomponatii praeceptoris placita. Queste parole ci fanno sentire r
acrimonia dell' animo nei contradditori del Pomponazzi, ma tale non è
verso di lui l'animo di F., il quale si sforza bensì di confermare
l'immortalità, ma senza parola di ran- core contro di alcuno, anzi senza
mai nominare il Pomponazzi, e senza quasi mostrar di cono- scere le
obiezioni da esso addotte. Il dialogo poi fu pubblicato soltanto molti
anni dopo la morte del filosofo mantovano, onde anche per questo
rimane del tutto escluso che 1' opera fracastoriana potesse avere un fine
personale e polemico. Con tutto ciò egli è certo che il fine
apologetico della difesa del dogma la vince, nel nostro autore, sulla
discussione schiettamente filosofica; e l'aver egli ristretto un
argomento sì vasto pressoché a questa sola questione, toglie oggi
naturalmente al dialogo originalità ed efficacia. In terzo luogo, ed
è logica e necessaria conseguenza di quanto finora si è osservato, la
forma stessa del dialogo diviene piuttosto letterapia che filosofica e si
abbandona a poetiche concezioni, invece di conservarsi strettamente
raziocinativa e dialettica, quale appariva nel dialogo dell’intellezione.Sente
il nostro autore che la quistione dell' immortalità sfugge
propriamente all'indagine della ragione, ond' egli vi sostituisce la poesia e
il sentimento, per quanto siano questi pure lati assai ragguar-
devoli dell' animo e del pensiero umano. Nondimeno quello che nel caso nostro
più importa notare, si è che ciò facendo F. non pretende ancora
assoggettare la ragione al dogma, siccome era avvenuto per tutto il medio
evo, ma francamente riconosce che in quistioni di tal natura non si
può procedere col rigore del ragionamento filosofico, in guisa che non
s'abbia ad accettare se non quello che sia stato rigoro- samente
dimostrato, come volevano le antiche scuole degli stoici e dei
peripatetici: Deinde et duritiem severitatemque illam vel stoicam vel
etiam peripateticam exuamus, ut nihil velimus admittere nisi quod iis
rationihus assertum comprohatumque fuerit quas comprobativas consuevimus
appellare. In omnibus enim illas expetere iniustum profecto est. Queste
parole ci sembrano per vero molto notevoli. Se le prendiamo alla lettera,
in esse F. ci apparisce, come FILOSOFO, inferiore a sè stesso, e
verrà il Descartes a ristabilire come legge essenziale del metodo quel
medesimo rigore dimostrativo che stoici e peripapetici avevano
voluto. Tuttavia conviene ben rilevare come anche in cotesto il nostro
Autore, pur soste- nendo una tesi opposta a quella del Pomponazzi, sa ben
distinguere, come questi aveva insegnato a fare, ciò che può esser
soggetto di razionali dimostrazioni, e ciò che, non potendo
esserlo, va piuttosto confidato al sentimento ed alla fede. Non v' è più
qui la formula medioevale intellectus quaerens fidem; e nemmeno Taltra «
/ides quaerens intellectum, ed in cotesta distinzione che assegna un campo
separato alla filosofia e alla fede, pur entrambe necessarie a soddisfare
un'imperiosa esigenza psicologica, tutti sanno che fu il principio di un
salutare rinnovamento oltreché scientifico, altresì morale e
civile. Del rimanente non è a dimenticare che al tempo di F. quasi
tutte le speculazioni e discussioni che si fanno intorno all' anima,
aggiravansi principalmente intorno all'immortalità. Ogni secolo discute
quei problemi che più lo interessano, e non è a meravigliarsi che in un' epoca
in cui ridestavansi i nomi e i ricordi gloriosi di antiche scuole
filosofiche, in cui si rinnovellavano le forme letterarie ed artistiche
dell' antica civiltà greca e romana, si cercasse con ansia profonda
in quei ricordi, presso quei letterati, nei libri di quei filosofi,
la conferma o la liberazione da quei dogmi che per secoli avevano
occupato le menti di ognuno. Così avviene che di tutta la psicologia
di Aristotele, la sua dottrina intorno alla doppia natura del Noo, da cui
sembrava potersi conchiudere, rispetto all'anima, ora che ella è, ora che
non è mortale, era stata fra le altre parti della sua dottrina la più
dibattuta da commentatori e filosofi; è i nomi stessi di aristotelismo e
di platonismo si prendeno ormai come insegne di guerra, secondochè si mirava ad
oppugnare o a difendere i dogmi del LIZIO. Indi le guerre tra
aristotelici ed antiaristotelici; e tra gli aristotelici stessi gli uni
si sforzavano ancora di tirare le dottrine del maestro, come avea fatto
la scolastica, a razionale dimostrazione di rispettate credenze, gli altri
invece francamente vi si ribellavano, ma tutti facevano segno de' loro
studi più assidui quei luoghi d'Aristotele che più da presso si
riferivano alle supreme quistioni del loro tempo. Ed ecco perchè
anche la psicologia del POMPONAZZI si svolge principalissimamente intorno
all'immortalità, come pure intorno alla stessa quistione si agitano,
pressoché esclusivamente, tutti i suoi contraddittori o sostenitori, come
NIFO (si veda), CONTARINI (si veda), F., ACHILLINI, PORZIO, ZABARELLA, infìno
a CREMONINI e a CESALPINO; e in generale tutti coloro che più o meno
partecipando al moto impresso da Pomponazzi, svolsero o rifecero, sulle
tracce d' Aristotele, la psicologia del rinascimento. Premesse le
quali cose, veniamo ora a più particolareggiato esame di questo dialogo di
F. Sono i medesimi personaggi che avevano si dottamente ragionato
dell'intellezione, i quali ora prendono parte alia nuova
discussione intorno all' anima, ed incomincia a parlare F., protagonista
del dialogo. Pel cui svolgimento, quasi dramma intellettivo, l'autore non
IS manca in prima di
tratteggiare la mirabile scena naturale ove egli e i su oi compagni si
trovano, al cospetto di tante bellezze naturali di acque, di monti, di
luoghi boscosi; e tutto ciò risuscita in loro l' immagine degli antichi
filosofi greci, che contemplando la viva natura s'ispirano alle sublimi
loro speculazioni. Talché pieno dei ricordi e delle idee greche, F. che sin dal
principio cita Teofrasto per la somiglianza del luogo ove egli ed i suol
amici erano radunati con altro luogo da quello de- scritto
nell'Arcadia, così soggiunge. De anima nostra cum sinais haUturi sermonem in
qiiam videtur musica latentem nescio quam vim et consensum habere,
apte quidem fiet si aliquantis per nunc ecccitetur in noUs. Ed alcuni
carmi cantati dal solito garzonetto, accompagnati dal suono della
cetra, danno l’ispirazione e l'intonazione del dialogo. Perocché in tali
versi si canta del felice giovine che rapito da Giove e dato per
compagno ad Ebe, cambia la terrena dimora con l’eterna giovinezza dell'
Olimpo. Questo congiungere insieme la poesia e la filosofia (pur
tenuto fermo quanto sopra abbiam detto sulle diverse e talora opposte
ragioni della scienza e dell ' arte ) è uno dei fenomeni a mio giudizio più
ragguardevoli che si manifestano in taluni dei più grandi inge- gni
dei Rinascimento, compreso BRUNO (si veda) stesso che sì altamente e
filosoficamente poetava. In vero r Italia era allora tutto un popolo di
artisti ; e dell' arte si facevano ben sovente ispiratori e maestri i
filosofi. Tal fenomeno merita un più lungo studio, che qui non è il luogo
nemmen di accennare, perchè troppo ci allontanerebbe dal nostro fine
principale; però piacemi almeno di riferire un saggio della poesia
filosofica di F., osservando che se allora ì' arte e l' ispirazione del
sentimento tenevano il luogo delle dimostrazioni filosofiche, ben
potremmo augurarci che oggi all'inverso, di tanto mutati i tempi, la
filosofia e la scienza valessero a dar vita ad un' arte e ad una
poesia nuova, quando tutti oggi sono concordi a lamen- tare la
decadenza della poesia e dell'arte. Eceo ora la poetica finzione di F. Ne
timeas, Troiane fiier, quod in ardua tantum Tolleris a terra: quod rostro
atque unguihus uncis Te complexa ferox volncris per inania
portai. Audisti ne unquam sublimis nomen Olympi? Audisti ne Jovis,
tonitru, qui fulmina torquet? nie ego sum, non haee te volucris, sed Juppiter
est, qui Haud praeda captus, diari sed amore nepotis In summum
amplexu innocuo te portai Oìympum. Astra ubi tot spedare soìes, uhi
pulcher oUt Sol Oitusque occasusque siios, ubi candida noctes
Currit Luna nitens, auroram Lucifer anteit. Hic ego te in numero superum
domibusque Deorum, Ver ubi perpetuum, felix ubi degitur aetas
Aeterna et semper viridis floreìisriiie iuventa, Consistam, aequalemque
annis pubcntibus ITeben Officioque dabo comitem. Pone metum, dilecte
Jovi, melioraque longe Frospiciens, charam pucr obliviscere
Troiani; Neve Deim te iam et divorum regna petentem lilla canum,
aut Idae nemorosae cum sequatur. Tale dunque è la poetica introduzione
al trattato dell' anima. Ma l' autore entra subito in materia, e
ricerca intorno all'anima due cose -- quale ella sia qualis nam sit, cioè s'
ella sia eterna ed immortale o no; e che cosa sia « quid sit, »
cioè la stessa sua natura. Con rapida analisi egli raccoglie tutti gli
elementi che la riflessione filosofica scorge nel concetto che
tutti possiedono dell' anima, intesa come principio della vita, e che da
Aristotele erano stati cosi ampiamente dibattuti e ventilati. Percorre
tutti i gradi della vita, e non si ferma all' antica distinzione delle
specie di anime che corrispondono alle celebri facoltà aristoteliche di
nutrizione, sensibilità, locomozione, intelligenza, pur fra loro concatenate
in modo che non sia possibile la funzione superiore se non siano
state prima attuate le funzioni inferiori; ma sviluppa inoltre il principio
stesso della vita, separandolo, più distintamente forse che non
avesse fatto lo stesso Aristotele, dalle varie operazioni, procedenti da
altre cause, che concorrono a manifestarlo. In ciò la sua esperienza di
medico e 1’erudizione eh' egli possede delle dottrine vitalistiche e
animistiche emesse da fisici e medici insigni, come Andronico e Galeno,
ch'egli ricorda, lo pongono in grado di meglio determinare il principio
stesso della vita, procedendo per eliminazione di tutto quanto
apparisca insufficiente a spiegare una forza o potenza di tanto mirabile
efficacia. Così egli esclude che bastino a dar ragione della vita
la naturai complessione delle parti d'un corpo organico, considerando
quelle piuttosto come strumenti indispensabili che come vera ed intima
causa; esclude quella temperatura o mescolanza di umori e queir armonia o
consenso delle membra su cui pur tanto si erano fermati gli antichi,
scorgendo in tutto ciò piuttosto un rapporto da cosa a cosa, che un principio
unico ed attivo delle operazioni esclude infine quegli Spiriti che
eia altri fiiron cliiamati vitali, o il calor naturale, parendogli questi
cosa ben differente da ciò che è propriamente forza vivente e pensante.
Ma allora che cosa è 1'anima, come principio della vita, sia vegetativa,
sia sensitiva sia intellettiva? E qui F. torna esattamente ad Aristotele,
la cui celebre definizione dell' anima, fu ripetuta per tutto il medio
evo, ed in tutto il periodo del rinascimento, nè ancora, al dire di
FIORENTINO (si veda), se n' è potuta escogitare una migliore (Pomponazzi). A dir vero, quella stessa
definizione aristotelica, essere cioè l’anima l’entelechia prima di
un corpo fisico, organico, che ha la vita in potenza, non era forse
la più persuasiva, a cagione dell' oscurità di queir entelecheia che ha dato
luogo a tante discussioni e interpretazioni ; tuttavia il Fracastoro
si adopera per illustrarla, e la esplica coi concetti di forma
sostanziale e di atto motore, e poi di forza organizzatrice; dei quali i
primi due erano il risultato delle teorie aristoteliche, il terzo dovea essere
il punto di partenza delle nuove speculazioni che si vennero
svolgendo per tutta la filosofia moderna, dallo spirito puro cartesiano
sino alla monade leibniziana. Aristoteles quidem volens animae naturam et
rationem eocplicare entelechiam vocavit, quam alii agitationem continuam,
alii actum transtulere est ennn anima propria forma corporis
organici, naturalis, viventis sed QUATENUS INFLUIT VIM ET AGITATIONEM IN
TOTUM prìmuin enim tum esse dat, tum conservationem continuam; per
ipsam deinde fiunt attractiones similiiim, aggenerationes, et alimenta qualitates
in virtute illius alterant, miscent, collocante formant, figttrant et
tandem progressiones animalium, generationes semìnum, et demum
similium organizationes : quae omnia fiunt in virtute animae et formae
per eam vim quam a mundi anima ed a Beo certam et nunquam errantem
recepit. Non si poteva concepire in una forma più elevata e universale
questa forza effettrice della vita, qualunque essa siasi (dacché la sua
essenza ci sfugge, come ci sfuggono tutte le ultime ragioni delle
cose); ne la dottrina di Aristotele poteva avere un più chiaro e sincero
interprete. Ancora è da notare come F., da buon naturalista eh'
egli era, presente qui l' unità della vita nell' universo, ma riferendo 1’anima
dell' uomo all' anima del mondo ed a
Dio, non conclude in favore di un assoluto panteismo, ideale o materiale,
eh' era pure stato il retaggio di alcune scuole antiche, ne partecipa a
quelle fantastiche animazioni che si riscontrano, come altrove
notammo, in alcuni filosofi del rinascimento; bensì la stessa sua sobrietà e
temperanza che anche altrove abbiamo avuto occasione di porre in rilievo
lo trattiene dal trascendere ad affermare quanto non fosse il semplice
bisogno di concepire la natura come un tutto organizzato e vivente.
Il quale bisogno fu pure altamente sentito in tutto il rinascimento. Ma
se si con- fronti questa semplicità e diremmo quasi buon senso di
F., con le stravaganze che intorno all'anima del mondo ebbe
dichiarato Agrippa nei libri De Occulta Philosophia; con le cose astruse e
sottili che sì leggono nella Pampsychia del Patrizzi, nel De SuUitilite; CARDANO
(si veda, nel Messaggero di TASSO (si veda); e in fine con le idee
trascendenti enunciate nei libri De Causa
e nella Cena delle Ceneri del BRUNO (si veda) e nel De sensu rerum
et Magia di CAMPANELLA (si veda), si vedrà quanto l'azione moderatrice di
F. fosse opportuna per volgere senza scosse la filosofia del suo tempo
dal formalismo d'Aristotele al naturalismo de'nuovi tempi. Però la
definizione aristotelica dell'anima abbracciata di F. non risolve una difficoltà,
anzi una contraddizione sostanziale che qui sorge improvvisa. L'anima,
essendo per Aristotele forma sostanziale del corpo è indisgiungibile
da questo, come egli ebbe risolutamente affermato in più luoghi, e
segnatamente in quello notissimo del De Anima. Ne perciò Aristotele ebbe
anco il pensiero di voler indagare la possibilità di un' esistenza
separata dell' anima. In tutto il suo sistema materia e forma
costituiscono nella realtà una sola cosa, entrambe sono egualmente
necessarie ed inse- parabili, essendo la materia la potenza della
forma, e la forma atto della materia, talché dove è materia è forma, e
dove è forma è altresì materia. Tuttavia questa unione e
compattezza della materia e della forma, che costituisce uno dei
cardini del sistema aristotelico, vien rotta allorché dalla realtà
applicata al conoscimento, deve la teorica d' Aristotele adattarsi a
spiegare il modo con cui si effettua in noi la cognizione, mediante
la stessa materia e la stessa forma. Invero la materia, secondo la teoria
ereditata dall’ACCADEMIA, e che non pertanto torna meno sostenibile nel
sistema aristotelico, è indefinita 0 indeterminatissima, perciò ella è
inconoscibile in sè stessa, come vlen dichiarato nella metafisica. La
cognizione invece è data dalla forma; vi è però in questo una intrinseca
difiìcoltà, perchè la forma educendosi dalla potenza della materia, parrebbe
che la inconoscibilità di questa dovesse rendere meno accettevole
la conoscibilità di questa. La difficoltà si aggrava quando la materia e la
forma si considerino in quei due termini estremi di tutta la nostra
conoscenza che sono l' individuo e r universale. Questi due termini
rimangono inconciliabili nel sistema d' Aristotele, e dì qua la
prima sorgente di tutte le opposte direzioni date alle varie parti della
sua dottrina, alle quali questo primo principio, per la stessa
compattezza del sistema, generalmente si distende. Invero l' individuo è
sensibile, l’universale è intelligibile, secondo la teorica
fondamentale d'Aristotele che pure altrove abbiamo richiamata ; intanto
l'individuo che dovrebbe partecipare della inconoscibilità della materia,
è tuttavia per lui il sinolo di una materia e di una forma, ma
partecipa di più della inconoscibilità della materia a cui è più vicino;
l'universale invece nella sua massima forma rimane assoluta conoscenza,
ossia pura forma, senza mistione alcuna di materia, cioè Dio. Li
tal guisa si viene a separare per la prima volta la materia dalla
forma, dappoiché è manifesto che mentre tutte le altre forme^ eccetto la
massima si compenetrano nella materia, rispetto alla nostra conoscenza si
ammette una forma pura che viene ad essere per così dire divorziata
dalla materia. E' questa veramente una contraddizione del sistema del
LIZIO, la quale chi ben consideri non va attribuita a difetto del genio
smisurato di lui, ma accusa piuttosto una di quelle intime
ripugnanze che si ritrovano in fondo a tutte le analisi più profonde del
pensiero metafisico, e che avrebbe dato luogo più tardi alla negazione
del principio di causa per parte dell'Hume, e al riconoscimento di quelle
intrinseche antinomie le quali dovevano essere messe in evidenza dall'
acutissima mente del Kant nella critica della ragion pura. Ora questa
stessa cotraddizione trasportata per necessaria conseguenza di sistema nella
investigazione della natura dell'anima, dà luogo alla strana ambiguità del
LIZIO intorno alla immortalità ed alle controversie infinite che ne
derivarono. Perocché mentre dalla definizione sopra riferita dell'anima
dovea dedursi che questa non essendo disgiungibile dal corpo non potesse
avere una esistenza separata, e perciò dovesse dileguarsi e perire,
clie dir si voglia, al morire o disfarsi del corpo, ecco invece che vien
dicliiarata ad un tratto capace di separata esistenza, e perciò
immortale. Ciò è chiaramente detto dal LIZIO in altro luogo pur celeberrimo del
IT. libro De Anima ove è detto che
/' intelletto e la potenza pensante senibra essere un altro genere
di aniìna e questa sola potersi dare che sia separata, come l’eterno dal
perituro. Adunque, stando alla antecedente definizione dell' anima
(che pare dovea comprendere tutti i generi di anime) anche l'intellettiva
avrebbe dovuto concludersi mortale; ma giunto a questo il LIZIO si
arresta, e ripigliando il cammino dalla teorica della conoscenza e dalla
forma pura, come sovra V abbiamo esposta, che si può concepire
separata dalla materia, conclude che si può dare, èvSéxexat, anche
un'intelligenza separata, e perciò immortale. Questa conclusione sembra
tanto più inaspettata inquantochè egli aveva fatto scaturire 1' anima
intellettiva dalle potenze inferiori; allo stesso modo che tutte le
forme erano implicate nella materia; e tuttavia non ostante l'antinomia
delle parti, egli è in fondo coerente all' insieme del suo sistema,
perchè l'intelletto che si dice ora separato vien fuori in forza di quel
medesimo ragionamento che, nel processo conoscitivo dall' individuo
all'universale, gli avea fatto concepire la possibilità di una forma pura
separata da ogni materia che spiegasse 1' universale. Tale per sommi
capi è la teorica di Aristotele che qui ci siamo sforzati di ridurre alla
suprema possibile chiarezza traendola fuori dal viluppo delle ragioni
opposte, specialmente de' commentatori, e mostrandola come un
prodotto logico del suo sistema. Nè bisogna dimenticare inoltre che in
tutta cotesta controversia Aristotele stesso non è
abbastanza esplicito, e ciò diede luogo ai commenti infiniti degli
espositori. IL LIZIO ha dunque un bel dibattersi fra queste due opposte
conclusioni. Il problema è insolubile. Invero tanto potevano aver
ragione coloro che avrebbero voluto sforzare Aristotele ad esser logico fino in
fondo, traendo dall' inseparabilità dell' anima dal corpo la prova
della mortalità della medesima, tanto coloro che dalla forma e dall'
intelletto separato concludevano per l' immortalità. Ed è cosa nota
nella storia che mentre i Dottori delle scuole stavano per questa
sentenza, quasi tutti i commentatori non scolastici, e Alessandristi e
Averroisti, conchiudevano per la prima opinione, anche prescindendo dalla
dottrina dell'intelletto separato come contraria alla definizione
generale dell' anima. Il vero si è che cotesti erano soltanto
ragionamenti a priori nè la natura dell'argomento ammetteva la possibilità di
quella esperienza che ormai da tante parti, e da F. stesso, si
contrapponeva alle astratte speculazioni. Bisognava dunque contentarsi
di queste o abbandonare la controversia. Tuttavia notammo già che
il problema s' impone, alla umana coscienza e non è di quelli che
specialmente in un tempo in cui sì gran parte dell'edificio morale e
civile e religioso riposava su di esso, avrebbero potuto evitarsi. Se il
sistema del LIZIO è impotente a risolvere un siffatto problema bisognava
sciogliersi dal sistema, ed allora a che affidarsi? La quistione, come
altrove notammo, era stata ben posta da POMPONAZZI, la cui dottrina
ci piace qui riassumere con le cospicue parole del Ferri nella altre
volte citata sua Opera. Se volete, dice essa, una dimostrazione
dell' immortalità, la filosofia non ve la dà, nè ve la può dare ; ammessa
invece la verità rivelata, la religione ve la fornisce, domane! alela ad
essa. Ora, F. come si comporta ? Egli è, a nostro avviso seguace
giudizioso del suo Maestro, perchè è ben vero che egli difende l’immortalità
la quale POMPONAZZI fllosoflcamente impugna, ma sentendo r insufiScenza
de' ragionamenti filosofici, francamente ricorre a quella religione stessa che
pure POMPONAZZI (si veda) addita. Infatti, oltre a quanto fu già
rilevato in principio, ch'egli non prometteva dimostrazioni
filosoficamente rigorose; qui, dopo percorse e ripetute le ragi oni
d'Aristotele secondo la interpretazione scolastica, assai modestamente e
quasi dubitativamente conchiude esser là tutto quella che
sembravagli potersi addurre in favore della sua tesi: atque haec
quidem sicnt quae de perìpateticorwn penu ediici posse videntur. Di più confessa ancora per bocca del suo
interlocutore, che non poche cose potrebbero tuttavia revocarsi in
dubbio. Non panca certe sunt quae si contentiosi esse velimus possint adirne in
diihium verti. Ond' egli da questo punto abbandona addirittura il
campo della filosofia per entrare in quello della teologia, e
quando viene a parlare, pur tentando di risolvere quei dubbi, di Dio
e dei fini della creazione, così dell' uomo, come di questa meravigliosa
macchina mondana; e di poi della beatitudine degli angeli, della
generazione del Cristo, della vita e dello spirito dei santiegli
manifestamente non parla più come filosofo ma soltanto secondo religione,
e non fa nè può far altro che ripetere le argomentazioni dei
teologanti; nelle quali, come è giusto, noi incompetenti non lo
seguiremo. Non di meno l' interpretazione che Fracastoro dà alle dottrine
del LIZIO, ci porge argomento di esaminare alcun' altra cosa che
non è senza importanza per rispetto alla storia della filosofia e in
particolare dell'Aristotelismo nel rinascimento. L'ENTELECHEIA del LIZIO,
oltre alle altre discussioni, aveva dato luogo a dubbi intorno
all'unità dell'anima e del corpo umano ; perocché, si diceva, se 1' anima
è 1' atto e la forma del corpo organico, naturale, vivente, secondo
le parole del LIZIO, essendo cotesto corpo organico non vera unità,
riunione di più membra tanto diverse quanto sono le ossa dai
muscoli, dai nervi, dalle vene, e così di seguito, come può l'anima
essere una forma unica applicandosi a forme tanto diverse? E qui
l'acume de'commentatori del LIZIO si era assai ingegnato di trar fuori 1'
unità dell' anima, incolume, e quale è attestata dalla coscienza, dalla
molteplice varietà delle forme corporee di cui doveva essere l'atto e la
vita. Gli uni avean detto che l' unità dell' anima dee intendersi
soltanto w genere, pur differendo le membra nelle specie; come più
animali, ad esempio r uomo, il cavallo, il bue, costituiscono un
ge- nere unico, differenti ssimi rimanendo nella specie : dove ognun vede
che, se così fosse, l'unità dell' anima sarebbe fondata soltanto sopra
un concetto mentale; ma realmente nient' altro sarebbe che un'
astrazione eduna chimera. Altri poi dicevano che in ogni corpo organico
vi è sempre una parte che è principale rispetto alle altre, anzi
queste son fatte per quella e governate da quella, onde 1' anima non è
necessario che si intenda esser una rispetto a tutte le parti del
corpo, ma soltanto rispetto a quella che è la principale, e così 1' anima
è unico atto od unica forma di un' unica organica potenza, la quale
ha virtù di dare la vita al tutto. Questa risoluzione sembra a F. più
vicina alla verità del nesso fisiologico che è fra le membrane Clelia loro
subordinazione: tuttavia non lo ai) paga compiutamente e ci sembra
notevole ii principio che egli ora introduce per definire la
controversia. Anche le parti principali, die' egli con profonda dottrina
e con acuto spirito di osservazione, sono parecchie, onde 1' unità
non può risultare dal solo fatto che una di esse è la principale.
Ma da che cosa risulterà dunque? Balla loro continuità, egli rlice,
perchè ogni xmità non sì può altrimenti intendere che come
continuità. Principale» siquidem partes, quamquam plures sint, fiuntper
continuationem unum: OMNE ENIM CONTINUUM EST UNUM. Questo principio
ci pare notevole perchè fa presentire V analisi profonda che del
concetto di unità fu fatto da filosofi posteriori sino allo
Spencer, il quale ne'primi principi sviluppando il concetto che è già cosi
chiaro nel F., dimostra che (.gni unità è continuità di parti, perchè
1'assolutamente uno è impensabile. E se F. ha sostituito alla continuità
delle parti del corpo organico la continuità degli stati di coscienza (e ognun
sente il nesso . logico che dovea condurre da quella a questa)
avrebbe posto una delle pietre angolari della psicologia moderna. La quale,
come ognun sa, si è costituito per proprio oggetto appunto r esame
della successione di quegli stati, di cui il processo cerebrale e le
parti organiche sono la causa occasionale, mentre la coscienza n'è il legame
indispensabile; e dall'analisi descrittiva di tali stati di coscienza,
dal più semplice al più complesso, fa scaturire quella grande unità
che è la nota più caratteristica nella natura e nella vita dello
spirito. Altro punto importante della psicologia fra- eastoriana ci
sembra quello ove, pur mantenendo assoluta la diversità dell'intelletto
dalla materia, riaccosta tuttavia l'uno all'altra, per dimostrare come l'
incorruttibilità del primo non dee intendersi altrimenti che quale
conservazione di una energia sostanziale, allo stesso titolo per
cmì si ammette indistruttibile ed eterna la materia. Nulla si crea e nulla si
distrugge, è il principio antico, cui ritorna F., dopo le negazioni alle
quali per il falso concetto dell'atto creativo erano venute la scolastica
e la teologia medioevale. Ma tale principio rimesso in Qnore anche da
altri filosofi e scienziati del rinascimento, manifestamente segna un
grande progresso, e già accenna a quella legge univer- sale e
feconda della conservazione e trasforma- zione dell' energia, che tanta
importanza ha assunto nell'indirizzo e nelle scoperte della scienza
moderna. Non diremo che nelle dottrine di F. si giunga sino a questo, e
che ciò possa avere virtù risolutiva rispetto alla quistione dell'
immortalità; nondimeno ci par nuovo, bello e fllosoflco il pensiero da
cui egli è guidato, e ci piace rilevarlo. Procul dubio, die' egli,
idem de intellectu dicendum erit quod de materia, et utrumque
incorruptibile et aeternum esse. E ripete poco stante. Quare et
incorruptibilem ponere intellectum debemus, et parem habere cum materia
conditionem. Ed infine ci pare manifesto che rispetto alla tesi ultima che
F. voleva sostenere, vale a dire l’immortalità, egli abbia inteso
come non dall' astrazione o separazione dell'intelletto dalla materia,
(su cui si fondavano quasi tutti gli altri aristotelici sostenitori
dell'immortalità stessa) ma dal loro accomunamento era lecito dedurre
quanto di più filosofico si poteva dire suir argomento. Onde anche in ciò
F. da prova così di grande acume d'ingegno come di retto criterio filosofico;
ed è forse questo il solo punto in cui egli, contrapponendosi alla
dottrina del Pomponazzi, ben si appone, perocché se non riesce a dare una
dimostrazione della immortalità, che egli stesso abbastanza
esplicitamente ha confessato la filosofia non pòter dare; toglie almeno quella
rude contraddizione che non avea dubitato di accogliere Pomponazzi, ammettendo
potersi credere cristianamente quello che filosoficamente avea negato.
Questa massima strana, è tanto inconcepibile, che fra gli stessi storici
della filosofia vi fu chi stimò non sincero Pomponazzi come
cristiano, ad esempio il Brucker, il quale scriveva che ha una fede
eroica chi crede sincero l' osse- quio onde fa mostra POMPONAZZI (si
veda) verso la religione cristiana; mentre altri invece, come
Bitter, stima Pomponazzi non sincero o almeno non coerente o non convinto
come filosofo. Tale incoerenza non sarebbe stata pos- sibile a F.,
la cui temperanza e il retto criterio filosofico aveano fatto
scorgere il giusto punto fin dove filosofia e religione sarebbero
andate d'accordo, e al di là del quale alla religione, non alla
filosofia, sarebbe stato lecito procedere sola. Sola ma non
avversa; perchè quello che la filosofia avesse dimostrato assurdo,
ninna religione potrebbe mai dare a credere, e ciò che si stima verità
religiosa (leve non poter esser dimostrato falso in filosofia. Ecco
perchè BONAIUTI (si veda) Galilei, impigliato egli pure in quistioni
religiose, doveva affermare più tardi che « due verità non possono mai
contrariarsi ; intendendo per tali la verità filosofica e la religiosa ; e fii
pure BONAIUTI (si veda) Galilei quegli che riuscì a rivendicare
totalmente alla filosofia ed alla scienza la sua autonomia contro le antiche
invasioni religiose e teologiche. F. adunque, seguace del
Pomponazzi nello sceverare il criterio filosofico dal religioso, è più logico e
più accorto di lui nel non mettere in contraddizione F uno coir
altro, ma piuttosto nel segnare il confine d’ambedue. E poiché in
filosofia come in religione e in morale e in politica, tutte le
quistioni più gravi sono principalmente qui- stioni dì confini, così ci
pare notevole che F. Ha colto precisamente quei punto, in cui
trovandosi la religione non contraddetta dalla filosofia, e offrendo questa
ben largo campo ad altre ricerche, potevasi attendere ben altro sviluppo
da un concetto alta- mente filosofico, quale era quello dell'
energia sostanziale e della forza, il quale sviluppo si ebbe di
fatto in tutta la filosofia posteriore fino a Spinoza e a Kant ed a Hegel.
Senza caddentrarci più oltre in questo speciale iirgomento, che
eccederebbe i limiti del nostro studio ed il nostro bisogno, stimiamo
opportuno confortare la nostra opinione con le belle parole del
Ferri, da lui poste come conclusione del suo sapiente esame intorno alle
dottrine psicologiche del Pomponazzi, e che a noi pare convengano
pienamente anche a quelle du F. Accomunati nella energia, manifestazione
della forza, r anima e il corpo, l' interno e 1' esterno non sono
più estranei 1' uno all' altro. Intesa secondo questo rapporto la
materia, può essere sede e condizione perpetua della vita e dello
spirito senza contraddizione, e 1' anima umana può aspirare all'
immortalità senza che il fenomeno sensibile, falsamente trasformato in
cosa sostanziale ed esistente per sè, opponga a questa aspirazione un
ostacolo insuperabile. La Psicologia di Pomponazzi. Molte altre
cose avremmo ad aggiungere intorno a questo Dialogo di F. se volessimo
per disteso riferirne tutto il contenuto; ma avvertimmo già che nell'
esame degli autori ed in argonìento come quello che stiamo trat-
tando, è da cogliere la sostanza delle dottrine, e in quella parte
soltanto che, vivificata da studi posteriori, poteva esser cagione di
nuovi avvia- menti, e render ragione dei progressi ulte- riori
della scienza. Tutto il resto può essere abbandonato all' oblio. In F.,
se non ci inganniamo, è manifesta ormai abbastanza, per quanto si è
detto fin qui, la somma delle sue dottrine sull’anima. L'intelletto
umano, come complesso di tutta quella varietà di operazioni che sono state
da lui dichiarate nel dialogo precedente, è qui raccolto e
sintetizzato, per così dire, in un'entità separata, che ha qualche
cosa di divino, perchè fornita di quella virtù di pensare che è la
suprema manifestazione della vita e dell'ordine dell'universo. Talché in
certo modo tutto è intelletto e tutto si compendia neir intelletto: intellectus
omnia quodammodo fieri potest Si igitur omnia fieri dehet intelledus,
et in potentia esse ad omnia susceptiUlia, separatimi et aUtractum
necesse est. Tale intelletto separato, che è come l' essenza stessa dell'
anima umana a cui è peculiare, a differenza delle anime belluine o
semplicemente vegetative che ne sono sfornite, fa sì che la stessa anima
umana sia dotata delle virtù che a quello som proprie, onde L’ANIMA, come
l'intelletto, può essere concepita qual forma separata dal corpo, ed
essere pertanto una, non ostante la moltiplicità delle sue
funzioni, ed immortale non ostante il suo legame col corpo corruttibile.
Belle sono inoltre le parole e le imagini che in F. qua e là ricorrono
per armonizzare in un tutto questi elementi discrepanti che convergono a
spiegare r intelletto e l’anima umana; e quando, ad esempio,
esamina, secondo un paragone allora divulgato, se l’animo si congiunga
col corpo come il nocchiero colla sua nave. Ovvero se sia tal parte
di noi che solo da esso dipenda tutto r esser nostro: utrum ille assistat
nohis, quemadmodum nauta, ut aiunt, navi; an magis nostri sit ita pars,
ut esse illud, quod quisque hahet ab ilio detur. Quando discute in
che modo possano stare insieme e formare un tutto solo, un atto o forma
indi- visibile quale è l'intelletto, e una materia divisibile quale è il
corpo: quiomodo unum fieri posse ex indivisibili actii et divisibili
materia verso Quando ricerca con grande sottigliezza il moto proprio
dell'anima, e se questo a lei sia sostanziale o accidentale
secondo le distinzioni aristoteliche, collegando il moto di essa e di
tutte le cose, coll’immagine della catena omerica che tutto abiuracela e
stringe al primo motore. In tutto ciò, dico, il nostro autore dà
prova di grande vigore speculativo, e se non tutte nuove sono le
cose ch'ei dice, tutte però rivelano in lui una mente analizzatrice
e ricostruttrice, tale da poter stare al confronto cogl' ingegni più
acuti e coi filosofi metafisici più profondi del rinascimento. Da ultimo
singolarmente importante dovea essere quella parte del suo dialogo in cui
dalle altezze sin qui contemplate dell' anima e dell'intelletto umano,
partecipazione dell’intelligenza divina, e attività originata dal primo
motore, egli intende discendere a dimostrare il naturai principio di tutte
le cose, la loro produzione, origine e perfezione. Ancorcliè involto nel
preconcetto antropomorfico che pone l'uomo quasi centro di tutte le cose
cuius grafia, egli dice, reliqua alia facta et ordinata fiiere non può
disconoscersi che con mirabile sintesi filosofica egli si prova a
riannoda- re in un solo ordine tutte le cause dei fenomeni
naturali, e descrive la formazione delle cose. Argomento bellissimo che tentò
sempre l’intelligenza e la fantasia de'più grandi naturalisti e
filosofi. Certo, non abbracceremmo oggi le idee di F. su tutte le
formazioni naturali; ma, quello che è per noi più importante a notare,
qui di nuovo vediamo come accanto al filosofo risorge in lui lo
scienziato. Invero F. intraprende a descrivere la formazione del
sistema celeste, il numero e la distribuzione delle sfere, il soffio
divino che animò il tutto, e poi man mano le generazioni e le varietà
delle piante degli animali, e da ultimo degli uomini, per mezzo degli
elementi naturali, quali il caldo il freddo, le attrazioni e ripulsioni
delle cose. In tutto ciò F., per quanto pare a noi, non ragiona come
que’filosofi che avevano più volte architettato a priori, e secondo certe
loro idee preconcette, il sistema della natura, ma sebbene non
alieno egli pure dalle tradizioni bibliche, fa chiaramente sentire che l’ordine
dell’universo da lui intuito è semplicemente il risultato delle
cognizioni eh' egli mercè F esperienza e con lo studio e l’osservazione
di tutta la sua vita, si era formato in astronomia, in matematica,
in fisica; ed egli in ciò procede come filosofo. Dalle quali cose si ha
ancora una volta confermato come nel rinascimento la parte vitale
delle speculazioni e dei sistemi filosofici fu quella eh' ebbe a sostegno
lo studio (lei fatti sperimentati nella natura, dai quali soltanto gl’ingegni
più illuminati credevano oramai esser possibile tentar di spiegare il
passaggio dalla materia informe alle più alte manifestazioni della vita e
dello spirito. Problema immenso, tanto alto e tanto complesso clie nemmeno
ai dì nostri si può dire di esser vicini al suo scioglimento; non
pertanto se fu almeno, fin dal Rinascimento, dimostrato qual dovesse
essere la via vera per incamminarvisi, questo è dovuto a coloro
che vollero ritemprata la filosofìa nelle scienze. Ma questa parte del
Dialogo del F., che promette essere la sintesi sublime delle
sue cognizioni e delle sue idee filosofiche intorno alla natura,
all'intelletto ed all’anima, non può se non accendere in noi un desiderio
il quale non può essere soddisfatto, percliè a questo punto il dialogo
stesso è rimasto tronco e interrotto per la morte dell' autore. Keywords:
dialogo sull’anima, ovvero, il Fracastoro, di Fracastoro. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Fracastoro” – The Swimming-Pool Library. Girolamo
Fracastoro. Fracastoro.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Francesco:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei corpi – la scuola
di Diano Marina – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Diano Marina). Abstract. Grice: “If there is an Italian philosopher who
mirrors my conception of vacuous names and referring, that’s Francesco!” Keywords:
vacuous name, referring, dossier. Filosofo dianese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Diano Marina,
Imperia, Liguria. Grice: “I like Francesco; for one, he philosoophised, like I
do, on “I” and “We” – ‘first person’, ‘personal identity,’ and so on!” Insegna
a Milano e Pavia. Collabora alla pagina culturale del Sole 24 Ore, è stato
presidente della società italiana di filosofia analitica e presidente della
European Society for Analytic Philosophy. Altre opere: “La mente” (Mondadori,
Milano. Che fine ha fatto l'io?” (San Raffaele, Milano); “La mente” (Carocci,
Roma); “La coscienza” (Laterza, Roma Bar); “L'io e i suoi sé: identità della
persona e smente” (Cortina, Milano); “La mente” (Nuova Italia, Roma); “Il realismo
analitico” (Guerini, Milano); “Russell” (Laterza, RomaBari); “Il soggeto
communica al altro soggeto di un oggetto: senso e riferimento” (Edizioni
Unicopli, Milano); “Sgnificato e riferimento” (Edizioni Unicopli, Milano). Rettore
dello Iuss di Pavia. Corpo (filosofia) concetto filosofico. Il termine corpo in
filosofia ripropone il significato del linguaggio comune intendendo per corpo
ogni essere esteso nello spazio e percepibile attraverso i sensi. Le
caratteristiche fisiche, biologiche, meccaniche del corpo di cui si è
interessata la filosofia ai suoi inizi, sono state poi oggetto dello specifico
pensiero scientifico, mentre la storia della filosofia nella sua totalità si è
occupata in particolare del rapporto tra anima e corpo. Nella filosofia antica
e medioevale possiamo rintracciare due concezioni di questa relazione
anima-corpo: la prima risale alla interpretazione orfico-pitagorica secondo la
quale il corpo è un'entità di natura completamente diversa e separata rispetto
all'anima; teoria questa ripresa da Platone che afferma che il corpo è la
"tomba" dell'anima. L'anima, infatti, decaduta dalla sua condizione
iniziale di perfezione ideale ed eternità si trova prigioniera in un'entità
corruttibile e mortale. Al pensiero platonico si connettono sia la
patristica sia la prima fase della scolastica. La seconda concezione del
rapporto anima-corpo si ritrova in Aristotele che sostiene che le due entità
non sono separate ma costituiscono elementi separabili di un'unica sostanza: il
corpo è la materia intesa come potenzialità, quella che offre possibilità di
sviluppo, l'anima è la forma, la realizzazione di quelle possibilità materiali
tramutatesi in attuali. L'anima è la vita che possiede in potenza un corpo. Il
corpo cioè è un puro e semplice strumento dell'anima: ma non uno strumento
inerte ma tale che possiede «in se stesso il principio del movimento e della
quiete. Filosofia medioevale Il corpo inteso come strumento dell'anima si
ritrova nello stoicismo, nell'epicureismo e nella scolastica: per Aquino il
corpo si dirige a realizzare l'anima e le sue attività razionali allo stesso
modo che la materia aspira a realizzare la forma.[5], fino a tendere a
diventare parte del Corpo Mistico[6]. Questa concezione del corpo come
strumento rispetto all'anima non fu condivisa, nell'ambito della scolastica,
dall'agostinismo che vede nel corpo la forma corporeitatis per cui in questo,
indipendente dall'anima, vi è sia potenza che atto e l'anima è un'ulteriore
sostanza che si aggiunge ad esso. La filosofia modernaModifica La
dipendenza strumentale del corpo rispetto all'anima finisce con Cartesio per il
quale corpo e anima sono due sostanze, il primo res extensa, sostanza estesa e
non pensante, la seconda, res cogitans, sostanza pensante e non estesa. Tra le
due sostanze non vi è alcun nesso causale: il corpo è «come un orologio, o un
altro automa (ossia una macchina che si muove da sé).» La separazione del corpo
dall'anima diede origine a dottrine dualistiche e monistiche che cercavano di
risolvere il problema del rapporto tra eventi incorporei e corporei. Tra
le concezioni dualistiche la prima è quella cartesiana dell'interazionismo che
teorizza uno stretto scambio di azioni tra le due sostanze riducendo così la
diversità tra fatti corporei e incorporei fin quasi ad annullarla. In
opposizione a questo dualismo per le dottrine dell'occasionalismo di
Malebranche e di Arnold Geulincx l'anima e il corpo sono unite dalla esistenza
di Dio. Nell'ambito del monismo va inserita la soluzione di Leibniz che
vide un parallelismo tra eventi corporei e incorporei connessi non da un
rapporto causale ma da un regolare e continuo legame per cui ad ogni evento
materiale ne corrisponde uno immateriale secondo un'"armonia prestabilita"
tale per cui «i corpi agiscono come se, per impossibile, non esistessero anime;
le anime agiscono come se non esistessero i corpi; ed entrambi agiscono come se
le une influissero sugli altri. Tra monismo e pluralismo si colloca la
filosofia di Spinoza che concepisce «la mente e il corpo come un solo identico
individuo, che è concepito ora sotto l'attributo del pensiero, ora sotto quello
dell'estensione. Nell'unica sostanza divina infatti coincidono corpo e anima
ossia i due attributi dell'estensione e del pensiero che mantengono però la
loro diversità in quanto coincidenti solo in Dio. Un rigoroso monismo
caratterizza invece la filosofia illuministica con le teorie materialiste
dell'uomo-macchina di Julien Offray de La Mettrie e Paul Henri Thiry d'Holbach
secondo le quali le attività mentali dell'uomo dipendono meccanicamente dal
corpo. Collegato al materialismo settecentesco è in parte la filosofia di
Karl Marx secondo il quale i pensieri e i sentimenti dell'uomo scaturiscono dai
suoi comportamenti corporei. Intendendo il materialismo in senso diverso
da quello marxiano, Friedrich Nietzsche imposta una dottrina esaltante la
corporeità in contrapposizione alla metafisica idealistica La concezione
monistica che intende il corpo in senso idealistico annovera: George Berkeley
che vede il corpo e ogni realtà materiale come una produzione mentale poiché
solo la mente e le sue percezioni sono reali; Schopenhauer, per cui il corpo è
nella sua essenza "volontà di vivere" e gli oggetti materiali
semplici oggettivazioni della volontà; Bergson che considera il corpo un
semplice strumento dell'azione pratica di una coscienza spirituale.
Filosofia contemporanea Da Schopenhauer e Bergson derivano le concezioni del
corpo della fenomenologia e dell'esistenzialismo: per Edmund Husserl attraverso
una molteplicità di riduzioni fenomenologiche il corpo viene isolato come
esperienza vivente. Concezione condivisa secondo diversi modi da Sartre e
Merleau-Ponty. Platone, Fedone Origene, De principiis Scoto Eriugena, De
divisione naturae, Aristotele LIZIO, L'anima, AQUINO, Summa Theologiae, Summa
Theologiae, nei tre possibili gradi della fede, carita' sulla terra e
beatitudine del Cielo. Cartesio, Meditazioni metafisiche, Cartesio, Le passioni
dell'anima, Malebranche, Dialoghi sulla metafisica e sulla religione, Leibniz,
Monadologia, Spinoza, Ethica, Marx, Ideologia tedesca Nietzsche, Così parlò
Zarathustra, I, «Gli odiatori del corpo» Berkeley, Trattato sui principi della
conoscenza umana, Schopenhauer, Mondo, Bergson, Materia e memoria, Husserl,
Meditazioni cartesiane, Sartre, L'essere e il nulla, Merleau-Ponty, Fenomenologia
della percezione, Abbagnano Fornero, Protagonisti e testi della filosofia,
Paravia, Torino F. Cioffi et al.,
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“Phenomenal Consciousness and Self-awareness. A Phenomenological Critique of Representational
Theory”, Journal of Consciousness Studies. Of those who are approximately my contemporaries,
Professor W. V. Quine is one of the very few to whom I feel I owe the
deepest of professional debts, the debt which is owed to someone from whom one
has learned something very important about how philosophy should be done, and
who has, in consequence, helped to shape one's own mode of thinking. I
hope that he will not think it inappropriate that my offering on this occasion
should take the form not of a direct discussion of some part of Word and
Object, but rather of an attempt to explore an alternative to one of his
central positions, namely his advocacy of the idea of the general eliminability
of singular terms, including names. I hope, also, that he will not be too
shocked by my temerity in venturing into areas where my lack of expertise in
formal logic is only too likely to be exposed. I have done my best to protect
myself by consulting those who are in a position to advise me; they have
suggested ideas for me to work on and have corrected some of my mistakes, but
it would be too much to hope that none remain." I. THE PROBLEM
It seems to me that there are certain quite natural inclinations which have an
obvious bearing on the construction of a predicate calculus. They are as
follows: (I) To admit individual constants; that is to admit names or
their representations. To allow that sometimes a
name, like "Pegasus", is not the name of any existent object; names
are sometimes 'vacuous. In the light of (2), to allow
individual constants to lack designata, so that sentences about Pegasus may be
represented in the system. To regard Fa and ~ Fa as
'strong' contradictories; to suppose, that is, that one must be true and the
other false in any conceivable state of the world. To hold that, if
Pegasus does not exist, then "Pegasus does not fly" (or "It is
not the case that Pegasus flies") will be true, while "Pegasus
flies" will be false. To allow the inference rules
U.I. and E.G. to hold generally, without special restriction, with respect to
formulae containing individual constants. To admit the law
of identity ((Vx) x=*) as a theorem. To suppose that, if is
derivable from , then any statement represented by $ entails a corresponding
statement represented by f. It is obviously difficult to accommodate all of
these inclinations. Given [by (7)] (x)x=x we can,
given given derive first a =a by U.I. and then (3x)x=a by E.G. It is natural to
take (3x)x=a as a representation of 'a exists'. So given (2) and (3), a
representation of a false existential statement ("Pegasus exists') will be
a theorem. Given (6), we may derive, by E.G., Sx) ~ Ex from ~ Fa.
Given (3), this seemingly licenses an inference from "Pegasus does not
fly" to "Something does not fly". But such an inference seems
illegitimate if, by (5), "Pegasus does not fly" is true if Pegasus
does not exist (as (2) allows). One should not be able, it seems, to assert
that something does not fly on the basis of the truth of a statement to the
effect that a certain admittedly non-existent object does not fly. To
meet such difficulties as these, various manoeuvres are available, which
include the following: To insist that a
grammatically proper name N is only admissible as a substituend for an
individual constant (is only classifiable as a name, in a certain appropriate
sense of 'name') if N has a bearer. So "Pegasus" is eliminated as a
substituend, and inclination (3) is rejected. To say that a
statement of the form Fa, and again one of the form ~ Fa, presupposes the
existence of an object named by a, and lacks a truth-value if there is no such
object. [Inclinations (4) and (5) are rejected.] To exclude
individual constants from the system, treating ordinary names as being
reducible to definite descriptions. [Inclination (I) is rejected.] To hold that "Pegasus" does have a bearer, a bearer which has
being though it does not exist, and to regard (3.x) Fx as entailing not
theexistence but only the being of something which is F. [Inclination (2) is
rejected.] To allow U.I. and E.G. only in conjunction with an
additional premise, such as Ela, which represents a statement to the effect
that a exists. [Inclination (6) is rejected.] To admit
individual constants, to allow them to lack designata, and to retain normal
U.I. and E.G.; but hold that inferences made in natural discourse in accordance
with the inference-licences provided by the system are made subject to the
'marginal' (extra-systematic) assumption that all names which occur in the
expression of such inferences have bearers. This amounts, I think, to the
substitution of the concept of *entailing subject to assumption A' for the
simple concept of entailment in one's account of the logical relation between
the premises and the conclusions of such inferences. [Inclination (8) is
rejected.] I do not, in this paper, intend to discuss the merits or
demerits of any of the proposals which I have just listed. Instead, I wish to
investigate the possibility of adhering to all of the inclinations mentioned at
the outset; of, after all, at least in a certain sense keeping everything. I
should emphasize that I do not regard myself as committed to the suggestion
which I shall endeavour to develop; my purpose is exploratory. II. SYSTEM
Q: OBJECTIVES The suggestion with which I am concerned will involve the
presentation and discussion of a first-order predicate calculus (which I shall
call Q), the construction of which is based on a desire to achieve two
goals: (i) to distinguish two readings of the sentence "Pegasus does
not fly" (and of other sentences containing the name "Pegasus"
which do not explicitly involve any negation-device), and to provide a formal
representation of these readings. The projected readings of "Pegasus does
not fly" (S,) are such that on one of them an utterance of S, cannot be
true, given that Pegasus does not exist and never has existed, while on the
other an utterance of S, will be true just because Pegasus does not exist. ii)
to allow the unqualified validity, on either reading, of a step from the
assertion of S, to the assertion (suitably interpreted) of "Something
[viz., Pegasus] does not fly" (S2).More fully, Q is designed to have the
following properties. U.I. and E.G. will hold
without restriction with respect to any formula & containing an individual
constant « [Ф(c)]; no additional premise is to be required, and the
steps licensed by U.I. and E.G. will not be subject to a marginal assumption or
pretence that names occurring in such steps have bearers. For some (a), $
will be true on interpretations of Q which assign no designatum to a, and some
such (a) will be theorems of Q. It will be possible, with
respect to any @ (a), to decide on formal grounds whether or not its truth
requires that a should have a designatun. It will be
possible to find, in Q, a representation of sentences such as "Pegasus
exists". There will be an extension of Q in which identity is
represented. III. SCOPE The double interpretation of S, may be informally
clarified as follows: if S, is taken to say that Pegasus has the property of
being something which does not fly, then S, is false (since it cannot be true
that a nonexistent object has a property); but if S, is taken to deny that
Pegasus has the property of being something which flies, then S, is true (for
the reason given in explaining why, on the first interpretation, $, is
false). It seems to be natural to regard this distinction as a distinction
between differing possible scopes of the name "Pegasus". In the case
of connec-tives, scope-differences mirror the order in which the connectives
are introduced in the building up of a formula [the application of formation
rules; and the difference between the two interpretations of S, can be
represented as the difference between regarding S, as being (i) the result of
substituting "Pegasus" for "x" in "x does not
fly" (negation having already been introduced), or ii) the result of
denying the result of substituting "Pegasus" for "x" in
"x flies" (the name being introduced before negation)J. To deal
with this distinction, and to preserve the unrestricted application of U.I. and
E.G., Q incorporates the following features: (1) Normal parentheses are
replaced by numerical subscripts which are appended to logical constants and to
quantifiers, and which indicatescope-precedence (the higher the subscript, the
larger the scope). Subscripts are attached also to individual constants and to
bound variables as scope-indicators. For convenience subscripts are also
attached to predicate-constants and to propositional letters. There will be a
distinction between (a) and (b) ~, F,a,. (a) will
represent the reading of S, in which S, is false if Pegasus does not exist; in
(a) "a" has maximal scope. In (b) "a" has minimal scope,
and the non-existence of a will be a sufficient condition for the truth of
(b). So (b) may be taken to represent the second reading of S,. To give
further illustration of the working of the subscript notation, in the formula
Faz→, Gava H,bs 'v' takes precedence over*→*, and while the scope of each
occurrence of "a" is the atomic sub-formula containing that
occurrence, the scope of "b" is the whole formula. (2) The
effect of extending scope-indicators to individual constants is to provide for
a new formational operation, viz., the substitution of an individual constant
for a free variable. The formation rules ensure that quantification takes place
only after this new operation has been per-formed; bound variables will then
retain the subscripts attaching to the individual constants which
quantification eliminates. The following formational stages will be, for
example, involved in the building of a simple quantificational formula:
There will be, then, a distinction between 3x4 ~ 2 Fixa, and (a) will, in
Q, be derivable from ~, F,a,, but not from ~ , F,az; (b) will be derivable
directly (by E.G.) only from ~, Faz, though it will bederivable indirectly from
~, Fag. This distinction will be further dis-cussed. (3) Though it was
not essential to do so, I have in fact adapted a feature of the system set out
in Mates' Elementary Logic; free variables do not occur in derivations, and
U.I. always involves the replacement of one or more subscripted occurrences of
a bound variable by one or more correspondingly subscripted occurrences of an
individual constant. Indeed, such expressions as Fix and G,xzV, are not
formulae of Q (though to refer to them I shall define the expression
"segment"). F,x and G,xy are formulae, but the sole function of free
variables is to allow the introduction of an individual constant at different
formational stages. Faz→, G,agV 4 H, is admitted as a formula so that one
may obtain from it a formula giving maximal scope to "b", viz., the
formula (4) Closed formulae of a predicate calculus may be looked upon in
two different ways. The symbols of the system may be thought of as lexical
items in an artificial language. Actual lexical entries (lexical rules) are
provided only for the logical constants and quantifiers; on this view an atomic
formula in a normal calculus, for example Fa, will be a categorical
subject-predicate sentence in that language. Alternatively, formulae may be
thought of as structures underlying, and exemplified by, sentences in a
language (or in languages) the actual lexical items of which are left
unidentified. On this view the formula Fav Gb will be a structure exemplified
by a sub-class of the sentences which exemplify the structure Fa. The method of
subscripting adopted in Q reflects the first of these approaches; in an atomic
formula the subscripts on individual constants are always higher than that on
the predicate-constant, in consonance with the fact that affirmative
categorical subject-predicate sentences, like "Socrates is wise" or
"Bellerophon rode Pegasus", imply the non-vacuousness of the names
which they contain. Had I adopted the second approach, I should have had to
allow not only F,az, etc., but also Fa,, etc., as formulae; I should have had
to provide atomic formulae which would have substitution instances, e.g., F,a,→
G,b, in which the scope of the individual constants does not embrace the whole
formula. The second approach, however, could be accommodated with
appropriate changes.(5) The significance of numerical subscripts is purely
ordinal; so, for example, ~ Fa, and ~17 Fa, will be equivalent. More generally,
any pair of "isomorphs" will be equivalent, and Q contains a rule
providing for the interderivability of isomorphs. and & will be isomorphs
iff (1) subscripts apart, @ and ( are identical, and (2) relations of magnitude
(=, <,>) holding between any pair of subscripts in @ are preserved
between the corresponding pair of subscripts in & [the subscripts in &
mirror those in @ in respect of relative magnitudes]. Professor C. D.
Parsons has suggested to me a notation in which I would avoid the necessity for
such a rule, and has provided me with an axiom-set for a system embodying it
which appears to be equivalent to Q (Mr. George Myro has made a similar proposal).
The idea is to adopt the notation employed in Principia Mathematica for
indicating the scope of definite descriptions. Instead of subscripts, normal
parentheses are retained and the scope of an individual constant or bound
variable is indicated by an occurrence of the constant or variable in square
brackets, followed by parentheses which mark the scope boundaries. So the
distinction between ~, F,a, and ~, Fa, is replaced by the distinction between
~[a] (Fa) and [a] (~Fa); and the distinction between Jxy~,F,x2 and 3xa~,F,x, is
replaced by the distinction between (x) (~ [x] (Ex)) and (3x) ([x] (~
Fx)). Parson's notation may well be found more perspicuous than mine, and it
may be that I should have adopted it for the purposes of this paper, though I
must confess to liking the obviousness of the link between subscripts and
formation-rules. The notion of scope may now be precisely defined for
Q. If y be a logical constant or quantifier occurring in
a closed formula , the scope of an occurrence of y is the largest formula in @
which (a) contains the occurrence of n, (b) does not contain an occurrence a
logical constant or quantifier bearing a higher subscript than that which
attaches to the occurrence of „. If , be a term (individual
constant or bound variable), the scope of , is the largest segment of @ which
(a) contains the occurrence of n, (b) does not contain an occurrence of a
logical constant bearing a higher subscript than that which attaches to the
occurrence of n. (3) A segment is a sequence of symbols which is either
(a) a formula or (b) the result of substituting subscript-preserving
occurrences ofvariables for one or more occurrences of individual constants in
a formula. We may now define the important related notion of
"dominance". A term 0 dominates a segment @ ift @ falls within the
scope of at least one of the occurrences, in , of 0. In other words, 0
dominates @ if at least one occurrence of 0 in @ bears a subscript higher than
that attaching to any logical constant in @. Dominance is intimately connected
with existential commitment, as will be explained. IV. NATURAL DEDUCTION
SYSTEM Q A. Glossary If "n" denotes a
symbol of Q, "y." denotes the result of attaching, to that symbol, a
subscript denoting n. "Ф(c, a)"= a formula @ containing occurrences of an individual
constant a, each such occurrence being either an occurrence of aj, or of..., or
of o'. [Similarly, if desired, for "$(ap,...w,)", where "o"
('omega') denotes a variable.] "Ф" ="a formula, the highest subscript within which denotes
n". If 0, and 0, are terms (individual constants or bound
variables). *(02/0,) -the result of replacing each occurrence of 0, in d by an
occurrence of 0z, while preserving subscripts at substitution-points'. •
[The upper symbol indicates the substituend.] B. Provisional Set of Rules
for Q 1. Symbols (a) Predicate-constants (*F",
"fl" ,... "G .) (b) Individual constants
("a", 'a'* '.... "b" .( ... (c) Variables
(*x", ... "y"...). (d) Logical constants
("~" , "&", "v", "→").
(e) Quantification-symbols (V, 9"). [A quantification-symbol followed by a
subscripted variable is a quantifier.] Numerical
subscripts (denoting natural numbers). Propositional letters
(*p", "q",....). 2. Formulae A subscripted
n-ary predicate constant followed by n unsubscripted variables; a subscripted
propositional letter. If i is a formula, $(*,+m/∞)
is a formula. If is a formula, Vo+Ф(∞/«) is a formula. [NB: Substitutions are to preserve subscripts.] If m is a formula, 3c, +Ф (∞/x) is a formula. [NB:
Substitutions are to preserve subscripts.] If » is a
formula, ~+m is a formula. If i-m and to-n are formulae,
ф 8,4, ф. 4, ф→, 4 are for- mulae. is a formula only if it can
be shown, by application of (1)-(6), that p is a formula. 3. Inference-Rules
(1) [Ass] Any formula may be assumed at any point. ....中トリャー」&』~コース♥ローキーは。then ,... ф*+~+ ф'. 「「ゆく。♥[m-n (6 [v+]
etnml)-*-nYa 0 (7) [v -] 1f(1) 4[-m)»Ф (2) Хра- 17+ ф₴ ・がトら、 (3) ф° then (4) ф' (8) [→ +, CP] If Ф(п-и]- 41 -…・・ロートスin-ns then o (10) [V+] If v* ,... w*F then v'.... v*+V@n+m $
(w/∞), provided that a does not occur in ' (I1) [V-]V,Ф+ф(x∞), provided that Vo, is the scope of Va. (*+) +30,+mV, where v is like except that, if a occurs in ф, at least one such occurrence is replaced in & by an occurrence of
. (В-)Зо„Ф, x'... x*Hy if (a/0), x'... x*H/, provided that 3c,ф is the scope of 3o, that a does not
occur in any of , x',.... x*, v. [NB. All substitutions referred to in
(10)-(13) will preserve sub-scripts.] Rules (I) (13) are not peculiar to
Q, except insofar as they provide for the use of numerical subscripts as
substitutes for parentheses. The role of term-subscripts has so far been
ignored. The following three rules do not ignore the role of term-subscripts,
and are special to Q. (14) [Dom +]If(1) a dominates , (2)
p,x,Rtw(a)0), then (3) ф, x). x'+* ((2, +m/c,),... (Фк+п/ок)) [m. п> 0]. [NB. v, thus altered, must remain a formula; for example,
a must not acquire a subscript already attaching to a symbol other than
x.] (14) provides for the raising of subscripts on a in 4, including the
case in which initially non-dominant a comes to dominate f. [A subscript
on an occurrence of a may always be lowered.] (16) [Iso] If @ and y are
isomorphs, @+v. V. EXISTENCE A. Closed Formulae Containing an
Individual Constant & (i) If a dominates @ then, for any
interpretation Z, @ will be true on Z only if a is non-vacuous (only if
Ta+exists? is true, where '+' is a concatenation-symbol). If a does not
dominate , it may still be the case that @ is true only if a is non-vacuous
(for example if @="~, ~3 F,az" or ="FazV, G,az", though not
if ="F,a→,G,az"). Whether or not it is the case will be
formally decidable. Let us abbreviate " is true only if a is
non-vacuous" as "ф is E-committal for
&". The conditions in which ф is E-committal for a can be
specified recursively: (1) If a dominates , is E-committal for
a. (2) If =~,~=-mV, and is E-committal for a, then @ is E-committal
for a. (3) If =v&,x, and either or x is E-committal for a, then
$ is E-committal for a. (4) If =v.x, and both y and & are
E-committal for a, then ф is E-committal for a.
(5) If =→x, and both ~_* and z are E-committal for a, then ф is E-committal for a [in being greater than the number denoted by any
non-term-subscript in 4]. (6) If =Vo, or 3o,v, and (B/∞) is
E-committal for x, then ф is E-committal for a.
(ii) Since Fja, → ,F,a, is true whether or not "a" is vacuous, the
truth of F,a,→, Fa, (in which "a" has become dominant) requires only
that a exists, and so the latter formula may be taken as one representation
of "a exists". More generally, if (for some n) a is the only
individual constant in » (x) and =→n-m then @ may be taken as a representation
of Ta + exists? B. 3-quantified Formulae An 3-quantified formula
3o,ф will represent a claim that there exists an object
which satisfied the condition specified in ¢ iff (a/∞) is E-com-mittal for o.
To illustrate this point, compare (i) 3x4~, Fix, and (ii) ヨxュ~3Fix2. Since ~, Fa, is
E-committal for "a" (is true only if a exists) while ~, F,a, is
not E-committal for "a", (i) can, and ii) cannot, be read as a claim
that there exists something which is not F. The idea which lies behind the
treatment of quantification in Q is that while i) and ii) may be taken as
representing different senses or different interpretations of
"something is not F" or of "there is something which is not
F", these locutions must be distinguished from "there exists
something which is not F"', which is represented only by (i). The degree
of appeal which Q will have, as a model for natural discourse, will depend on
one's willingness to distinguish, for example, "There is
something such that it is not the case that it flies" from "There is something such that it is something which does not
fly", and to hold that (a) is justified by its being false that Pegasus
flies, while (b) can be justified only by its being true of some actual object
that it does not fly. This distinction will be further discussed in the next
section. Immediately, however, it must be made clear that to accept Q as
a model for natural discourse is not to accept a Meinongian viewpoint; it is
not to subscribe to the idea of a duality, or plurality, of 'modes of being'.
Acceptance of Q as a model might be expected to lead one to hold that while
some sentences of the form "Bertrand Russell _" will be interpretable
in such a way as i) to be true, and (ii) to entail not merely "there is
something which _ " but also "there exists something
which __", sentences of the form "Pegasus _ " will, if
interpreted so as to be true, entail only "there is something which
_ -". But from this it would be quite illegitimate to conclude
that while Bertrand Russell both exists and is (or has being), Pegasus merely
is (or has being). "Exists" has a licensed occurrence both in the
form of expression "there exists something which " and in the form of
expression "a exists"; "is" has a licensed occurrence in
the form of expression "there is something which ___", but not in the
form "a is". Q creates no ontological jungle. VI. OBJECTION
CONSIDERED It would not be surprising if the combination of the
admissibility, according to the natural interpretation of Q, of appropriate
readings of the inference-patterns a does not exist a is not
F and (2) a is (not) F something is (not) F have to be
regarded as Q's most counter-intuitive feature. Consider the following
dialogue between A and B at a cocktail party: Al) Is Marmaduke Bloggs
here tonight? B(1) Marmaduke Bloggs? A(2) You know, the Merseyside
stock-broker who last month climbed Mt. Everest on hands and knees.
B(2) Oh! Well no, he isn't here. A(3) How do you know he isn't
here? B(3) That Marmaduke Bloggs doesn't exist; he was invented by
the journalists. A(4) So someone isn't at this party. B(4)
Didn't you hear me say that Marmaduke Bloggs does not exist? A(5) I heard
you quite distinctly; are you under the impression that you heard me say that
there exists a person who isn't at this party? B, in his remarks (3) and
(4), seemingly accepts not only inference-pattern (I) but also
inference-pattern (2). The ludicrous aspects of this dialogue need to be
accounted for. The obvious explanation is, of course, that the step on which B
relies is at best dubious, while the step which A adds to it is patently
illegitimate; if we accept pattern (I) we should not also accept pattern (2).
But there is another possible explanation, namely that (i given (P)
"a does not exist and so a is not F" the putative conclusion from
(P), "Something is not F" (C), is strictly speaking (on one reading)
true, but il) given that (P) is true there will be something wrong, odd,
or misleading about saying or asserting (C). In relation to this
alternative explanation, there are two cases to con- (a) that in which
the utterer of (C) knows or thinks that a does not exist, and advances
(C) on the strength of this knowledge or belief; but the non-existence of a is
not public knowledge, at least so far as the speaker's audience is concerned;
(b) that which differs from (a) in that all parties to the talk-exchange are
aware, or think, that a does not exist. Case (a) will not, perhaps, present too
great difficulties; if there is a sense of "Something is not F" such
that for this to be true some real thing must fail to be F, the knowledge that
in this sense something is not F will be much more useful than the knowledge
that something is not F in the other (weaker) sense; and ceteris paribus one
would suppose the more useful sense of (C) to be the more popular, and so, in
the absence of counter-indications, to be the one employed by someone who
utters (C). Which being the case, to utter (C) on the strength of the
non-existence of a will be misleading. Case (b) is less easy for the
alternative explanation to handle, and my dialogue was designed to be an
example of case (b). There is a general consideration to be borne in mind,
namely that it will be very unplausible to hold both that there exists a
particular interpretation or sense of an expression E, and that to use E in
this sense or interpretation is always to do something which is
conversationally objectionable. So the alternative explanation will have (l) to
say why such a case (b) example as that provided by the dialogue is
conversationally objectionable, (2) to offer some examples, which should
presumably be case (b) examples, in which the utterance of (C), bearing the
putative weaker interpretation would be conversationally innocuous. These tasks
might be attempted as follows. (I) To say "Something is (not) such-and-such"
might be expected to have one or other of two conversational purposes; either
to show that it is possible (not) to be such-and-such, countering (perhaps in
anticipation) the thesis that nothing is even (not) such-and-such, or to
provide a prelude to the specification (perhaps after a query) of an item which
is (not) such-and-such. A's remark (4) "So someone is not at this
party" cannot have either of these purposes. First, M.B. has already been
agreed by A and B not to exist, and so cannot provide a counter-example to any
envisaged thesis that every member of a certain set (c.g. leading local
business men) is at the party. M.B., being non-existent, is not a member of any
set. Second, it is clear that A's remark (4) was advanced on the strength of
the belief that M.B. does not exist; so whatever specification is relevant has
already been given. (2) The following example might provide a
conversationally innocuous use of (C) bearing the weaker interpretation. The
cocktail party is a special one given by the Merseyside Geographical Society
for its members in honour of M.B., who was at the last meeting elected a member
as a recognition of his reputed exploit. A and B have been, before the party,
discussing those who are expected to attend it; C has been listening, and is in
the know about M.B. C Well, someone won't be at this party A, B
Who? C Marmaduke Bloggs A, B But it's in his honour C That's
as may be, but he doesn't exist; he was invented by the journalists.
Here C makes his initial remark (bearing putative weak interpretation),
intending to cite M.B. in specification and to disclose his
non-existence. It should be made clear that I am not trying to prove the
existence or admissibility of a weaker interpretation for (C); I am merely trying
to show that the prima facie case for it is strong enough to make investigation
worth-while; if the matter is worth investigation, then the formulation of Q is
one direction in which such investigation should proceed, in order to see
whether a systematic formal representation of such a reading of "Something
is (not) F" can be constructed. As a further consideration in favour
of the acceptability of the weaker interpretation of "Something is (not)
F", let me present the following "slide": To say "M.B. is at this party" would be to say something which
is not true. To say "It is not true that M.B. is at this
party" would be to say something which is true. To say "M.B.
is not at this party" would be to say something which is true. M.B. is not at this party. M.B. can be truly said not to
be at this party. Someone (viz. M.B.) can be truly said not to be at
this party. Someone is not at this party (viz. M.B.).It seems to
me plausible to suppose that remark (I) could have been uttered with truth and
propriety, though with some inelegance, by B in the circumstances of the first
dialogue. It also seems to me that there is sufficient difficulty in drawing a
line before any one of remarks (2) to (7), and claiming that to make that
remark would be to make an illegitimate transition from its legitimate
predecessor, for it to be worth considering whether one should not, given the
non-existence of M.B., accept all seven as being (strictly speaking) true.
Slides are dangerous instruments of proof, but it may be legitimate to use them
to back up a theoretical proposal. VIL. IDENTITY So far as I can see,
there will be no difficulty in formulating a system Q', as an extension of Q
which includes an identity theory. In a classical second-order predicate
calculus one would expect to find that the formula (VF) (Fa→Fb) (or the formula
(VF) (Fa-›Fb)) is a definitional sub-stituend for, or at least is equivalent
to, the formula a =b. Now in Q the sequence Fa→Fb will be incomplete, since
subscripts are lacking, and there will be two significantly different ways of
introducing subscripts, (i F,as→2F,be and (ii) Faz→, F,b,. In (i "a"
and "b" are dominant, and the existence of a and of b is
implied; in ii) this is not the case. This difference of subscripting will
reappear within a second-order predicate calculus which is an extension of Q;
we shall find both (i) (a) VF,F,a,→, F,b, and (ii) (a) VE,F,a2→4 F,b,. If we
introduce the symbol * into Q, we shall also find iii) VF, F,a,,F,ba and
(iv) VF,F,a,**F,b,. We may now ask whether we want to link the identity of a
and b with the truth of (iii) or with the truth of (iv), or with both. If identity
is linked with (iii) then any affirmative identity-formula involving a vacuous
individual constant will be false; if identity is linked with (iv) any
affirmative identity formula involving two vacuous individual constants
will be true. A natural course in this situation seems to be to admit to
Q' two types of identity formula, one linked with (iii) and one with (iv),
particularly if one is willing to allow two interpretations of (for example)
the sentence "Pegasus is identical with Pegasus", on one of
which the sentence is false because Pegasus does not exist, and on the other of
which the sentence is true because Pegasus does not exist (just as
"Pegasus is identical withBellerophon" will be true because neither
Pegasus nor Bellerophon exist). We cannot mark this distinction in Q simply by
introducing two different identity-signs, and distinguishing between (say)
a,=,b, and a,=, b3. Since in both these formulae "a" and
"b" are dominant, the formulae will be true only if a and b exist. Just
as the difference between (iii) and (iv) lies in whether "a" and
"b" are dominant or non-dominant, so must the difference between the
two classes of identity formulae which we are endeavouring to express in Q'. So
Q' must contain both such formulae as az=,b, (strong' identity formulae) and
such formulae as aj=,b2 ('weak' identity formulae). To allow individual
constants to be non-dominant in a formula which is not molecular will be a
temporary departure from the practice so far adopted in Q; but in view of the
possibility of eventually defining "=" in a second-order calculus
which is an extension of Q one may perhaps regard this departure as
justified. Q' then might add to Q one new symbol,
"="; two new formation rules; (1) ' =,? is a formula,
(2) If aj+ =, Bj+, is a formula, &,+ =-Bj+, is a formula, where m>
j+k and m> j+ 1. (c) two new inference-rules (I) (2)
A-Vo,+,C0,-,-,0,-, [a weak identity law], a, - Be. ф+ф(Ba). [There is substitutivity both on strong and on
weak identity.] I hope that these additions would be adequate, though I
have not taken steps to assure myself that they are. I might add that to
develop a representation of an interesting weak notion of identity, one such
that Pegasus will be identical with Pegasus but not with Bellerophon, I think
that one would need a system within which such psychological notions as
"it is believed that" were represented. VIII. SEMANTICS FOR
Q The task of providing a semantics for Q might, I think, be discharged
inmore than one way; the procedure which I shall suggest will, I hope, continue
the following features: (a) it will be reasonably intuitive, (b) it will not
contravene the philosophical ideas underlying the construction of Q by, for
example, invoking imaginary or non-real entities, (c) it will offer reasonable
prospects for the provision of proofs of the soundness and completeness of Q
(though I must defer the discussion of these prospects to another
occasion). A. Interpretation The provision of an interpretation Z
for Q will involve the following steps: The specification
of a non-empty domain D, within which two sub-domains are to be distinguished:
the special sub-domain (which may be empty), the elements of which will be each
unit set in D whose element is also in D; and the residual sub-domain, consisting
of all elements of D which do not belong to the special sub-domain. The assignment of each propositional letter either to 1 or to 0. The assignment of each -ary predicate constant y to a set (the E-set of
y) of ordered n-tuples, each of which has, as its elements, elements of D. An
E-set may be empty. The assignment of each
individual constant a to a single clement of D (the correlatum of a). If the
correlatum of a belongs to the special sub-domain, it will be a unit-set whose
element is also in D, and that element will be the designatum of a. If the correlatum
of a is not in the special sub-domain, then & will have no designatum. [I
have in mind a special case of the fulfilment of step (4), in which every
individual constant has as its correlatum either an element of the special
sub-domain or the null-set. Such a method of assignment seems particularly
intuitive.] If an individual constant a is, in Z, assigned to a correlatum
belonging to the special sub-domain, I shall say that the assignment of a is
efficient. If, in Z, all individual constants are efficiently assigned, I shall
say that Z is an efficient interpretation of Q It will be noted that, as
I envisage them, interpretations of Q will be of a non-standard type, in that a
distinction is made between the correlation of an individual constant and its
description. All individual constants are given correlata, but only those which
on a given interpretation are non-vacuous have, on that interpretation,
designata. Interpretations of this kind may be called Q-type interpretations.I
shall use the expressions "Corr (1)" and "Corr (O)" as
abbreviations, respectively, for "correlated with 1" and
"correlated with 0" *. By "atomic formula" I
shall mean a formula consisting of a subscripted n-ary predicate constant
followed by a subscripted individual constant. I shall, initially, in
defining "Corr(1) on Z" ignore quantificational formulae. If ф is atomic, @ is CorrI) on Z iff i) each individual
constant in has in Z a designatum (i.e. its correlatum is a unit set in D whose
element is also in D), and ii) the designata of the individual constants in ,
taken in the order in which the individual constants which designate them occur
in , form an ordered n-tuple which is in the E-set assigned in Z to the
predicate constant in ф. If no individual
constant dominates , is Corr(1) on Z ifl (i If =~,V, y is Corr(0) on Z;
(ii) If =v&,x. v and z are each Corr(1) on Z; (ili) If ф=wv. X, either or y is Corr(1) on Z; (iv) If =/→,x, either
is Corr(0) on Z or x is Corr(1) on Z. If (x) is a
closed formula in which & is non-dominant, and if is like « except that
& dominates $, then is Corr(1) on Z iff i) v is Corr(1) on Z and (ii) a is
efficiently assigned in Z. If a closed formula is not
Corr(1) on Z, then it is Corr(0) on Z. To provide for quantificational
formulae, some further notions are required. An interpretation
Z' is an i.c.-variant of Z iff Z' differs from Z (if at all) only in that, for
at least one individual constant a, the correlatum of a in Z' is different from
the correlatum of a in Z. Z' is an
efficiency-preserving i.c.-variant of Z iff Z' is an i.c.-variant of Z and, for
any a, if a is efficiently assigned in Z a is also efficiently assigned in Z'. Z' is an efficiency-quota-preserving i.c.-variant of Z iff Z' is an
i.c.-variant of Z and the number of individual constants efficiently assigned
in Z' is not less than the number efficiently assigned in Z.' Let us approach
the treatment of quantificational formulae by considering the 3-quantifier.
Suppose that, closely following Mates's procedure in Elementary Logic, we
stipulate that Jw,ф is CorrI) on Z iff $ (a'/∞)is Corr (1) on at least
one i.c.-variant of Z, where a is the first individual constant in Q. (We
assume that the individual constants of Q can be ordered, and that some
principle of ordering has been selected). In other words, 3w,ф will be Corr(I) on Z iff, without altering the assignment in Z of any
predicate constant, there is some way of assigning &' so that ф (a/∞) is Corr(l) on that assignment. Let us also suppose that we shall
define validity in Q by stipulating that @ is valid in Q iff, for any
interpretation Z, ф is Corr(1) on Z. We are now faced with a
problem. Consider the "weak existential" formula 3x2~, F,x,. If we
proceed as we have just suggested, we shall be forced to admit this formula as
valid; if "a" is the first individual constant in Q, we have only to
provide a non-efficient assignment for "a" to ensure that on
that assignment ~, Fa, is Corr(1); for any interpretation Z, some i.c.-variant
of Z will provide such an assignment for "a", and so 3x4~3 F,x2 will
be CorrI) on Z. But do we want to have to admit this formula as valid? First,
if it is valid then I am reasonably sure that Q, as it stands, is incomplete,
for I see no way in which this formula can be proved. Second, if in so far as
we are inclined to regard the natural language counterparts of valid formulae
as expressing conceptual truths, we shall have to say that e.g. "Someone
won't be at this party", if given the 'weak' interpretation which it was
supposed to bear in the conversations imagined in Section VI, will express a
conceptual truth; while my argument in that section does not demand that the
sentence in question express an exciting truth, I am not sure that I welcome
quite the degree of triviality which is now threatened. It is possible,
however, to avoid the admission of 3x,~,F,x2 as a valid formula by adopting a
slightly different semantical rule for the 3-quantifier. We stipulate
that 3o,$ is Corr(I) on Z iff @ (c'/co) is Corr(I) on at least one
efficiency-preserving i.c.-variant of Z. Some interpretations of Q will be efficient
interpretations, in which "a" will be efficiently assigned; and in
any efficiency-preserving i.c.-variant of such an interpretation "a"
will remain efficiently assigned; moreover among these efficient
interpretations there will be some in which the E-set assigned to
"F" contains (to speak with a slight looseness) the member of each
unit-set belonging to the special sub-domain. For any efficient interpretation
in which "p" is thus assigned, F,a, will be Corr(1), and ~ , F,a,
will be Corr(0), on all efficiency-preserving i.c. -variants.So 3x4~gF,xz will
not be Corr(1) on all interpretations, i.e. will not be valid. A similar
result may be achieved by using the notion of an efficiency-quota-preserving
i.c.-variant instead of that of an efficiency-preserving i.c.-variant; and the
use of the former notion must be preferred for the following reason.
Suppose that we use the latter notion; (ii) (iii) that
"a?" is non-efficiently assigned in Z; that "a" is
the first individual constant, and is efficiently assigned in Z;
(iv) that "F" includes in its extension the member of each
unit-set in the special sub-domain. Then ~, Faz is Corr(1) on Z, and so
(by E.G.) 3x2~, Fix, is Corr(1) on Z. But "a" is efficiently assigned
in Z, so ~g F,a, is Corr(0) on every efficiency-preserving i.c.-variant of Z
(since "F" includes in its extension every designable object). So x~,
F,*z is Corr(0) on Z. This contradiction is avoided if we use the notion
of efficiency-quota-preserving i.c.-variant, since such a variant of Z may
provide a non-efficient assignment for an individual constant which is
efficiently assigned in Z itself; and so 3xz~, F,x, may be Corr(I) on Z even
though "a" is efficiently assigned in Z. So I add to the
definition of "Cort(I) on Z", the following clauses: (5) If
=Vo,k, is CorrI) on Z, iff V(a'/a) is Corr(1) on every
efficiency-quota-preserving i.c.-variant of Z. (6) If ф =3o,/, is Corr(1) on Z iff y (x'/c) is Corr(1) on at least one
efficiency-quota-preserving i.c.-variant of Z. [In each clause, "a
is to be taken as denoting the first individual constant in Q.] Validity
may be defined as follows: ф is valid in Q iff, for any
interpretation Z, ф is Corr(1) on Z. Finally, we may, if we like,
say that p is true on Z iff p is CorrI) on Z. IX. NAMES AND
DESCRIPTIONS It might be objected that, in setting up Q in such a way as
to allow for the representation of vacuous names, I have ensured the
abandonment, at least in spirit, of one of the desiderata which I have had in
mind; for(it might be suggested) if Q is extended so as to include a Theory of
Descriptions, its individual constants will be seen to be indistinguishable,
both syntactically and semantically, from unanalysed definite descrip-tions;
they will be related to representations of descriptions in very much the same
way as propositional letters are related to formulae, having lost the feature
which is needed to distinguish them from representations of descriptions,
namely that of being interpretable only by the assignment of a
designatum. I do not propose to prolong this paper by including the
actual presentation of an extension of Q which includes the representation of
descrip-tions, but I hope to be able to say enough about how I envisage such an
extension to make it clear that there will be a formal difference between the
individual constants of Q and definite descriptions. It is a familiar fact that
there are at least two ways in which a notation for representing definite
descriptions may be developed within a classical system; one may represent
"The haberdasher of Mr. Spurgeon is bald" either by (1) G(1x. Ex) or
by (2) (9x. Fx) Gx; one may, that is, treat "ix. Fx" either as a term
or as being analogous to a (restricted) quantifier. The first method does not
allow for the representation of scope-differences, so a general decision will
have to be taken with regard to the scope of definite de-scriptions, for
example that they are to have maximal scope. The second method does provide for
scope-distinctions; there will be a distinction between, for example, (ix. Fx)
~ Gx and ~(1x. Fx) Gx. The apparatus of Q, however, will allow us, if we wish,
to combine the first method, that of representing definite descriptions by
terms, with the representation of differences of scope; we can, if we like,
distinguish between c.g., ~,G,ax,F,x, and ~,G,1xgF,xz, and ensure that from the
first formula we may, and from the second we may not, derive E!, 1x, F,*2. We
might, alternatively, treat descriptions as syntactically analogous to
restricted quantifiers, if we so desire. Let us assume (arbitrarily) that the
first method is adopted, the scope-boundaries of a descriptive term being, in
each direction, the first operator with a higher subscript than that borne by
the iota-operator or the first sentential boundary, whichever is nearer.
Let us further assume (perhaps no less arbitrarily) that the iota-operator is
introduced as a defined expression, so that such a formula as nitional
substitution for the right-hand side of the formulaG, xgF,x2→4G,x,F,x2,
together with applications of the rules for subscript-adjustment. Now, as
I envisage the appropriate extension of Q, the formal difference between
individual constants and descriptive terms will lie in there being a legitimate
step (by E. G.) from a formula containing a non-dominant individual constant to
the related "weak' existential form, e.g.. from ~, Faz to 3x4~, F,x2,
while there will, for example, be no analogous step from ~ G, 1x, Fxz to 3x4~,
G,x2. Such a distinction between individual constants and descriptive terms
seems to me to have, at least prima facie, a basis in intuition; I have at
least some inclination to say that, if Mr. Spurgeon has no haberdasher, then it
would be true (though no doubt conversationally odd) to say "It is not the
case that Mr. Spurgeon's haberdasher is bald" (S), even though no one has
even suggested or imagined that Mr. Spurgeon has a haberdasher; even though,
that is, there is no answer to the question who Mr. Spurgeon's haberdasher is
or has been supposed to be, or to the question whom the speaker means by the
phrase "Mr. Spurgeon's haberdasher." If that inclination is
admissible, then it will naturally be accompanied by a reluctance to allow a
step from S to "Someone is not bald" (S,) even when S, is given its
'weak' interpretation. I have, however, already suggested that an utterance of
the sentence "It is not the case that Mr. Spurgeon is bald" (S') is
not assessable for truth or falsity unless something can be said about who Mr.
Spurgeon is or is supposed to be; in which case the step from S' to S, (weakly
interpreted) seems less un-justifiable. I can, nevertheless, conceive of
this argument's failing to produce conviction. The following reply might be
made: "If one is given the truth of S, on the basis of there being no one
who is haberdasher to Mr. Spur-geon, all one has to do is first to introduce a
name, say 'Bill', laying down that 'Bill' is to designate whoever is haberdasher
to Mr. Spurgeon, then to state (truly) that it is not the case that Bill is
bald (since there is no such person), and finally to draw the conclusion (now
legitimate) that someone is not bald (on the 'weak' reading of that sentence).
If only a stroke of the pen, so to speak, is required to legitimize the step
from S to S, (weakly interpreted), why not legitimize the step directly, in
which case the formal distinction in Q" between individual constants and
descriptive terms must either disappear or else become wholly arbitrary?"A
full treatment of this reply would, I suspect, be possible only within the
framework of a discussion of reference too elaborate for the present occasion;
I can hope only to give an indication of one of the directions in which I should
have some inclination to proceed. It has been observed? that a distinction may
be drawn between at least two ways in which descriptive phrases may be
employed. (I) A group of men is discussing the situation arising from the
death of a business acquaintance, of whose private life they know nothing,
except that (as they think) he lived extravagantly, with a household staff
which included a butler. One of them says "Well, Jones' butler will be
seeking a new position". (2) Earlier, another group has just
attended a party at Jones' house, at which their hats and coats were looked
after by a dignified individual in dark clothes and a wing-collar, a portly man
with protruding ears, whom they heard Jones addressing as "Old Boy",
and who at one point was discussing with an old lady the cultivation of
vegetable marrows. One of the group says "Jones' butler got the hats
and coats mixed up". i The speaker in example (1) could, without
impropriety, have inserted after the descriptive phrase "Jones'
butler" the clause "whoever he may be". It would require special
circumstances to make a corresponding insertion appropriate in the case of
example (2). On the other hand we may say, with respect to example (2), that
some particular individual has been 'described as', 'referred to as', or
'called' Jones' butler by the speaker; furthermore, any one who was in a
position to point out that Jones has no butler, and that the man with the
protruding ears was Jones gardener, or someone hired for the occasion, would
also be in a position to claim that the speaker had misdescribed that
individual as Jones' butler. No such comments are in place with respect to
example (I). (ii) A schematic generalized account of the difference of type
between examples (I) and (2) might proceed along the following lines. Let us
say that X has a dossier for a definite description & if there is a set of
definite descriptions which includes &, all the members of which X supposes
(in one or other of the possible sense of 'suppose") to be satisfied by
one and the same item. In a type (2) case, unlike a type (I) case, the speaker
intends the hearer to think (via the recognition that he is so intended) (a)
that the speaker has a dossier for the definite description & which he has
used, and (b) that the speaker has selected from this dossier at least partlyin
the hope that the hearer has a dossier for & which 'overlaps' the speaker's
dossier for & (that is, shares a substantial, or in some way specially
favoured, subset with the speaker's dossier). In so far as the speaker expects
the hearer to recognize this intention, he must expect the hearer to think that
in certain circumstances the speaker will be prepared to replace the remark
which he has made (which contains 8) by a further remark in which some element
in the speaker's dossier for & is substituted for d. The standard
circumstances in which it is to be supposed that the speaker would make such a
replacement will be (a) if the speaker comes to think that the hearer either
has no dossier for &, or has one which does not overlap the speaker's
dossier for & (i.e., if the hearer appears not to have identified the item
which the speaker means or is talking about), (b) if the speaker comes to think
that & is a misfit in the speaker's dossier for , i.e., that & is not,
after all, satisfied by the same item as that which satisfies the majority of,
or each member of a specially favoured subset of, the descriptions in the
dossier. In example (2) the speaker might come to think that Jones has no
butler, or that though he has, it is not the butler who is the portly man with
the protruding ears, etc., and whom the speaker thinks to have mixed up the
hats and coats. (iii) If in a type (2) case the speaker has used a descriptive
phrase (e.g., "Jones' butler") which in fact has no
application, then what the speaker has said will, strictly speaking, be false;
the truth-conditions for a type (2) statement, no less than for a type (I)
statement, can be thought of as being given by a Russellian account of definite
descriptions (with suitable provision for unexpressed restrictions, to cover
cases in which, example, someone uses the phrase "the table" meaning
thereby "the table in this room"). But though what, in such a case, a
speaker has said may be false, what he meant may be true (for example, that a
certain particular individual [who is in fact Jones' gardener] mixed up the
hats and coats). Let us introduce two auxiliary devices, italics and
small capital let-ters, to indicate to which of the two specified modes of
employment a reported use of a descriptive phrase is to be assigned. If I write
"S said 'The Fis G'," I shall indicate that S was using "the
F" in a type (1), non-identificatory way, whereas if I write "S
said "THE F is G",' I shall indicate that S was using "the
F" in a type (2), identificatory way. It is important to bear in
mind that I am not suggesting that the differencebetween these devices
represents a difference in the meaning or sense which a descriptive phrase may
have on different occasions; on the con-trary, I am suggesting that descriptive
phrases have no relevant systematic duplicity of meaning; their meaning is
given by a Russellian account. We may now turn to names. In my type (1)
example, it might be that in view of the prospect of repeated conversational
occurrences of the expression "Jones' butler," one of the group would
find it convenient to say "Let us call Jones' butler 'Bill'." Using
the proposed supplementa-tion, I can represent him as having remarked "Let
us call Jones' butler 'Bill'." Any subsequent remark containing
"Bill" will have the same truth-value as would have a corresponding
remark in which "Jones' butler" replaces "Bill". If Jones
has no butler, and if in consequence it is false that Jones' butler will be
seeking a new position, then it will be false that Bill will be seeking a new
position. In the type (2) example, also, one of the group might have
found it convenient to say "Let us call Jones' butler 'Bill'," and
his intentions might have been such as to make it a correct representation of
his remark for me to write that he said "Let us call JONES' BUTLER
'Bill'." If his remark is correctly thus represented, then it will nor be
true that, in all conceivable circumstances, a subsequent remark containing
"Bill" will have the same truth-value as would have a corresponding
remark in which "Bill" is replaced by "Jones's butler". For
the person whom the speaker proposes to call "Bill" will be the
person whom he meant when he said "Let us call JONES'S BUTLER
'Bill'," viz., the person who looked after the hats and coats, who was
addressed by Jones as "Old Boy", and so on; and if this person turns
out to have been Jones's gardener and not Jones's butler, then it may be true
that Bill mixed up the hats and coats and false that Jones's butler mixed up
the hats and coats. Remarks of the form "Bill is such-and-such" will
be inflexibly tied, as regards truth-value, not to possible remarks of the form
"Jones's butler is such-and-such", but to possible remarks of the
form "The person whom X meant when he said 'Let us call Jones's
butler "Bill"' is such-and-such". It is important to note
that, for a definite description used in the explanation of a name to be
employed in an identificatory way, it is not required that the item which the
explainer means (is referring to) when he uses the description should actually
exist. A person may establish or explain a use for a name & by saying
"Let us call THE F &" or "THE F iscalled &" even
though every definite description in his dossier for "the F" is vacuous;
he may mistakenly think, or merely deceitfully intend his hearer to think, that
the elements in the dossier are non-vacuous and are satisfied by a single item;
and in secondary or 'parasitic' types of case, as in the narration of or
commentary upon fiction, that this is so may be something which the speaker
non-deceitfully pretends or feigns. So names introduced or explained in
this way may be vacuous. I may now propound the following argument in
answer to the objection that any distinction in Q between individual constants
and descriptive terms will be arbitrary. (1) For a given definite
description 6, the difference between a type and type (2)
employment is not to be construed as the employment of o in one rather than
another of two systematically different senses of . A name a may be
introduced either so as to be inflexibly tied, as regards the truth-value of
utterances containing it, to a given definite description ô, or so as to be not
so tied (6 being univocally employed); so the difference between the two ways
of introducing a may reasonably be regarded as involving a difference of sense
or meaning for a; a sense in which a may be said to be equivalent to a definite
description and a sense in which it may not. It is, then, not
arbitrary so to design Q that its individual constants are to be regarded as
representing, among other linguistic items, names used with one of their
possible kinds of meaning, namely that in which a name is not equivalent to a
definite description. X. CONCLUDING REMARKS I do not propose to attempt
the important task of extending Q so as to include the representation of
psychological verb-phrases, but I should like to point out a notational
advantage which any such extension could be counted on to possess. There are
clearly at least two possible readings of such a sentence as "John wants
someone to marry him", one in which it might be paraphrased by "John
wants someone or other to marry him" and another in which it might be
paraphrased by "John wants a particular person to marry him" or by
"There is someone whom John wants to marry him". Symbolizing "a
wants that p" by Wap, and using the apparatus of classical predicate
logic, we might hope to represent reading (1)by W°(3x) (Fxa) and reading (2) by
(x) (WªFxa). But suppose that John wants Martha to marry him, having been
deceived into thinking that his friend William has a highly delectable sister
called Martha, though in fact William is an only child. In these circumstances
one is inclined to say that "John wants someone to marry him" is true
on reading (2), but we cannot now represent reading (2) by (3x) (WªFxa), since
Martha does not exist. The apparatus of Q should provide us with distinct
representations for two familiar readings of "John wants Martha to marry
him" , VIZ., (a) Wy F,ba, and (b) W9*F,b,a,. Given that Martha
does not exist only (b) can be true. We should have available to us also
three distinct 3-quantificational forms (together with their isomorphs):
(i) W93x,F,xzas; (ii) (iii) Since in (iii)
"x" does not dominate the segment following the 3-quantifier, (iii)
does not have existential force, and is suitable therefore for representing
"John wants a particular person to marry him" if we have to allow for
the possibility that the particular person does not actually exist. [ and (ili)
will be derivable from each of (a) and (b): (ii) will be derivable only from
(a).] I have in this paper developed as strong a case as I can in support
of the method of treatment of vacuous names which I have been expounding.
Whether in the end I should wish to espouse it would depend on the outcome of
further work on the notion of reference. REFERENCES 1 Iam
particularly indebted to Charles Parsons and George Boolos for some extremely
helpful correspondence, to George Myro for countless illuminating suggestions
and criticisms, and to Benson Mates for assistance provided both by word of
mouth and via his book Elementary Logic, on which I have drawn a good
deal. • I owe the idea of this type of variant to George Myro, whose
invaluable help was essential to the writing of this section. 9 c.g. by K. S. Donnellan, 'Reference and Definite
Descriptions', Philosophical Review 75 (1966) 281-304; as may perhaps be
seen from what follows, I am not sure that L am wholly sympathetic towards the
conclusions which he draws from the existence of the distinction. h. P. GriceKeywords:
corpi, unicorno, unicornis, adj. later noun, nome sostantivo, nome aggetivo,
nome proprio, nome commune – unicorn – Meinong, Grice, “Vacuous Names”, vacuous
descriptions, vacuous description – identificatoria e non-identificatoria -- Priest,
Read, persona, an Etruscan concept, the grammar of ‘referring’ – the grammar of
‘senso’, the grammar of ‘significato’ -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Francesco” – The Swimming-Pool Library. Michele Di Francesco. Francesco.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Franchini:
l’arguzia della ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nell’età
degl’eroi – prespettico, spettico, prospettico -- la gloria d’Enea– la scuola
di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Abstract: “At Oxford we say
that Greek was the most plastic of languages, until the Turk got over! But
Italian can be pretty plastic too: witness spettico, prospettico, prespettico –
which would sound pompous in the lips of anyone but me!” -- Keywords: spettico,
prospettico, prespettico. Filosofo italiano. Grice: “I like Franchini; for one, he wrote on the
‘metaphysics of love;’ for another, he wrote on ‘historical reason’: I collect
reasons, pure reason, practical reason, communicative reason, historical
reason…” Figlio di Vincenzo e Anna Scalera, si laurea sotto le armi. Vive una
drammatica esperienza bellica che lascia un segno per la vita. Studia all’istituto
italiano di studi storici, fondato da Croce a Napoli, dove tenne in seguito
conferenze e lezioni. Insegna a Messina e Napoli. Fonda la Hegel-Internationale
Vereinigung, è stato socio dell’accademie napoletane nella Società nazionale di
Scienze, Lettere e Arti e dell’istituto lombardo di Milano. Intensa è la sua
attività di pubblicista e di scrittore. Collabora nell’immediato dopoguerra a
giornali come “La Voce”, “L’Azione”, “Il Giornale”, e in seguito al “Mattino”
di Napoli, al “Tempo” di Roma e alla “Gazzetta di Parma”. Scrive sul “Mondo” di
PANNUNZIO (si veda), contribuì assiduamente alla rivista di studi crociani. Dirige
la nuova serie filosofica della rivista “Criterio”, fondata a Firenze da RAGGHIANTI
(si veda). Frequenta la casa di Croce, scoprendone via via la lezione di alta
umanità e di profondo significato etico-politico. Une alla vocazione filosofica
la militanza politica in nome dei valori della liberal-democrazia. Partecipa
attivamente a “Nord e Sud” di Compagna e alla “Realtà del Mezzogiorno” di Macera.
Cultore delle arti visive, di cinema e di teatro, di musica e di poesia, si
cimenta tra l’altro nella scrittura di Aforismi, antologizzati nel volume degli
“Scrittori italiani d’aforismi”. Redatta nel preziose “Note biografiche di
Croce”, raccolte dalla viva voce del filosofo, che sono oggetto di alcune
trasmissioni radio-foniche. La sua vasta biblioteca è a Napoli. Il nocciolo
della sua filosofia sta nel tema del giudizio, storico, politico, prospettico.
Alla lezione di Croce, che considera un classico della storia delle idee, si e
costantemente ispirato, riconoscendogli il merito, per lo più sottaciuto, di
aver calato il pensiero nel vivo dell’esperienza storica. In “Esperienza dello
storicismo” distingue, in continuità ideale con gli studi d’ANTONI (si veda),
lo storicismo di matrice vichiano-crociana dal “Historismus” tedesco,
prevalentemente filologico, nella convinzione peraltro che la filosofia dello spirito
non è una pura e semplice ripresa dell’idealismo hegeliano. Indaga il nucleo
logico della filosofia di Croce individuando, nel nesso delle categorie
conoscitive (teoretica, aletica) e pratiche (buletica, volitiva), l’*uni*-cità or
‘aequi-vocalita’ della dialettica, di opposti e distinti. È tra i primi a
confrontarsi con le correnti della fenomenologia, dell’esistenzialismo, del neo-positivismo
e la filosofia analica del linguaggio ordinario, segnalando nel tema del nulla lo
scacco definitivo del sistema, insieme con il bisogno di qualificare l’irrazionale
(il pre-razionale), che è il vasto mondo della non filosofia. Elabora una
esaustiva storia del concetto di “dia-lettica” dai greco-romani ai
contemporanei (Le origini della dialettica – DA LEONZIO A NOI), approdando
infine alla forma moderna della filosofia nel passaggio dalla metafisica
teologica alla metodologia della storia. Apprende da Hegel che la dialettica *è*
la logica della filosofia, distinta dalla scienza. Alla tradizione del
criticismo kantiano collega il concetto di giudizio, in special modo nella
forma della riflessione estetico-teleologica della terza Critica. Gli si
aprirono nel frattempo squarci significativi sul fattore esistenziale e storico
del non essere ancora (il potenziale, l’attuale, il divenire) che lo induce ad
analizare il concetto di progresso tra la crisi del ideale dell’illuminismo e
la dimensione etico-politica del giudizio prospettico – il pre-spettico, lo
spettico, il prospettico -- tra passato, divenire, e avvenire. Il futuro è in
qualche modo pre-vedibile nella prospettiva individuale di chi è chiamato ad
agire in una situazione in sviluppo. Altra cosa sono l’astratta profezia,
l’oracolo, le prassi scientifica, la scommessa (the bet), il “caso” -- che sono
forme di pre-visioni utili, finanche necessarie, ma non trascendentale (pre-visione).
Proclama il diritto alla filosofia, la lotta per il diritto all’esercizio della
ragione contro il sofisma che limita la libertà, per ridare dignità alla ri-vendicazione
dei diritti umani (Il diritto alla filosofia). Tratta sul rapporto di filosofia
e scienza, riconoscendo a ogni sapere una funzione paritaria nella differenza
della materia e della forma. Non ha punti di partenza né approdi finali, ma
poggia sulla spontaneità creatrice del vitale nel quale Croce, in perenne confronto
critico con Hegel, indica l’origine della dialettica e una scoperta di alta eticità.
Nell’utile, da Croce elevato al livello dello spirito, indaga gl’aspetti
ineludibili di buona parte della vita umana (la volontà, la passione, la
classificazione), per una comprensione ad ampio raggio del senso del terrestre. Altre
opere: “Critica della ragione storica” (Giannini, Napoli); “Storicismo”
(Giannini, Napoli); “Metafisica e storia” (Giannini, Napoli); “La linea ed il
circolo -- Il progresso: storia di un’idea – storia lineale, storia ciclica --
La Nuova Accademia, Milano; L’idea di progresso. Teoria e storia, Giannini,
Napoli, “La dia-lettica e la co-loquenza”, Giannini, Napoli, La materia della filosofia,
Giannini, Napoli, Teoria della previsione, ESI, Napoli; seconda Giannini,
Napoli, “Croce interprete di Hegel” Giannini, Napoli); “Il concetto di storia
in Croce, Morano, Napoli; E.S.I., Napoli, Renata Viti Cavaliere La logica della
filosofia, Giannini, Napoli); “Il sofisma e la libertà” Giannini, Napoli, “Autobiografia
minima, Bulzoni, Roma, Interpretazioni. Da BRUNO (si veda) a Jaspers, Giannini,
Napoli “Consenso e dissenso” (Sansoni, Firenze); Intervista su Croce, A.
Fratta, SEN, Napoli, Il diritto alla filosofia, SEN, Napoli, Critica delle
crisi: filosofia, scienze, rivoluzioni” (Cadmo, Roma); “Il progresso della
filosofia, Storia della filosofia con testi e ricerche, Ferraro Napoli, Eutanasia
dei principii logici, Loffredo, Napoli); “Il potere e l’ipotesi. Tappe di una
filosofia delle funzioni, Morano, Napoli, Pensieri sul “Mondo”, Cavaliere,
Gily,Melillo, presentazione di Cotroneo,
Luciano, Napoli); “Teoria della previsione, G. Cotroneo e G. Gembillo, Armando
Siciliano, Messina, Le origini della dialettica, F. Rizzo, Rubbettino, Soveria
Mannelli, Scritti su “Criterio”, Introduzione, testi e indici R. Viti Cavaliere
e Peluso, Scripta Web, Napoli. "Dizionario Biografico", su
treccani. quartotempoblog, Biografia di
Carmen Moscariello Quarto Tempo, altervista.org. critica M. Biscione,
Interpreti di Croce, Giannini, Napoli G. Gembillo, Un itinerario filosofico, La
Nuova Cultura, Napoli Coppolino, La “scuola” crociana, La Nuova Cultura,
Napoli, V. Mathieu, Storia della filosofia: La filosofia del Novecento, Le
Monnier, Firenze, G. M. Pagano, “Storicismo e azione” (Cadmo, Roma); G.
Cantillo, Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti, Napoli, E. Paolozzi, il
valore dei dettagli, in L'identità liberale di una società in trasformazione,
Napoli, La tradizione critica della filosofia. G. Cantillo e R. Viti Cavaliere,
Loffredo, Napoli, R. Viti Cavaliere, Postfazione, La teoria della storia di Croce,
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Viti Cavaliere, Profilo in Ead., “Il
giudizio e la regola” (Loffredo, Napoli); “Il diritto alla filosofia, Cotroneo
e R. Viti Cavaliere, Rubbettino, Soveria Mannelli R. Viti Cavaliere, Una scelta di lettere d’Antoni
in "Logos", Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. //store.rubbettinoeditorei/ Fondo F., Università
“L’Orientale” di Napoli. Una scelta di lettere di Carlo Antoni a
Raffaello Franchini a cura di Renata Viti Cavaliere Nota
introduttiva Si offre al lettore una scelta di lettere di Carlo Antoni a
Raffaello Franchini, tra le cui carte chi scrive ha rinvenuto una custodia, di
colore verde sbiadito, contenente la preziosa raccolta Sul risvolto di
copertina F. così annota. Sono lettere d’Antoni. Pubblicabili solo dopo molto
tempo: mutilarle sarebbe un grave errore. Poco più avanti aggiunge a mo’
di postilla: «+ 3 reperite in seguito. Sul non mutilarle farei riserve. +
1 reperita. In spirito di fedeltà, dunque, alla palese intenzione del mio
maestro di vedere un giorno stampate le lettere d’Antoni, e consapevole della
difficoltà a pubblicare ancor oggi integralmente il lascito epistolare,
preservo intatte alcune lettere ora destinate all’attenzione degli
studiosi, mantenendo la massima discrezione su quei contenuti riservati a cui
si allude nell’appunto manoscritto. Si è fatto in modo che non si perdesse -
nella scelta operata- il filo “logico” di uno scambio epistolare
intenso, che purtroppo conosciamo solo unilateralmente 3, riguardante pensieri
e dottrine che in quegli anni avevano impegnato molto Antoni incidendo
non poco su F., che per tanti versi si considerò sempre idealmente
suo allievo. Proprio allo scopo di non interrompere il dialogo sotteso al
carteggio, non sono ovviamente state escluse, solo per il fatto di essere state
già edite, le 6 lettere di Antoni che Franchini riportò quasi per intero
all’interno del sag gio in memoriam, scritto nel ‘69 nel decimo
anniversario della morte dello studioso 1 Un sentito ringraziamento
ai figli Laura e Vincenzo per avermi messo a disposizione i materiali
dell’Archivio F. Su alcune buste compare l’indirizzo vomerese di Via
Michetti, ma per lo più le lettere sono indirizzate a «Il Giornale» in
via Roma, e poi in Via Nardones, nel cuore dei Quartieri spagnoli a
Napoli. 3 Non è stato in alcun modo possibile reperire le lettere
di Franchini. Esse non sono presenti nel Fondo Antoni conservato a Roma a Villa
Mirafiori, e si deve seriamente ritenere che siano andate perdutetriestino,
costruendo intorno ad esse per buona parte l’affettuoso ricordo di una
magistrale lezione 4 . Dieci anni addietro infatti, nel corso del 1959,
Franchini si era trovato ad intervenire sul pensiero e l’opera di Carlo
Antoni a distanza di appena un mese: nel mese di luglio aveva recensito
il volume La restaurazione del diritto di natura, edito con Neri
Pozza, in una lunga nota sul «Mondo» dal titolo Le leggi di
Antigone, e nell’agosto fu chiamato purtroppo a scrivere nel giro di
poche ore, con sincero rammarico, In morte di Antoni. Amico
della verità 5, un corposo necrologio rivolto a celebrare la maestrìa del
grande discepolo di Croce, così fedele e al tempo stesso del tutto originale.
Le lettere qui pubblicate aiutano a focalizzare, per rapidi lampi di luce, quel
tratto di strada relativo ai precedenti anni Cinquanta, vissuti da
entrambi per lo più all’in terno della tradizione crociana, dalla quale
sentirono di non dover prescindere, a partire dagli ultimi anni di vita del
filosofo sino alla prematura scomparsa di Antoni. Sorprende per certi
aspetti l’ incipit della lettera di Antoni: «È da tempo che seguo
con vivo interesse la Sua attività di studioso, se si considera l’età di
F.. E’ pur vero però ch’egli puo già vantare una significativa
produzione scientifica, tra articoli di giornale e saggi, non soltanto di
esordio, e che i primi scritti risalgono già. F. infatti pubblicq una serie di saggi
su quotidiani napoletani come Il Corriere e «La Voce», e su riviste di pregio
come «Ethos» diretta da Pepe e «Lo Spettatore italiano» curato da Elena Croce e
Craveri Non credo si sbagli ad indicare nella recensione al volume di
Antoni Considerazioni su Il saggio dal titolo Antoni, lo
storicismo e la dialettica è nel volume F.,
Interpretazioni. Da BRUNO (si veda) a Jaspers, Napoli, Giannini. È
già uscito, con titolo diverso, nella miscellanea, Umanità e Storia. Scritti in
onore di Attisani, Napoli, Giannini. Il testo di F. su Antoni appartiene ad un
legato non agevolmente reperibi le, per cui le lettere in esso contenute
risultano per i lettori d’oggi come se inedite. F. racconta nelle sue note
autobiografiche di aver redatto in breve tempo, rinunciando ad andare ai
funerali, l’ampio articolo commemorativo per Il Mondo. Cfr. R. F., Autobiografia
minima, Roma, Bulzoni, Sulla prima produzione di F. si veda il volumetto di
Pagano, Storicismo e azione. Gli scritti di F., Roma, Cadmo. Il periodo è
di formazione e di studio tra le difficoltà della guerra, privo però di
documentazione a stampa Hegel e Marx (pubblicata nella rivista
«Ethos») l’atto d’inizio di un dialogo filosofico che anda via via
intensificandosi. Si può presumere infatti che Antoni, nella prima delle
lettere da me rinvenute, esprimesse un giudizio assai positivo sul lavoro dello
studioso avendo anche chiaro il ricordo di quell’articolo di due anni
addietro, nel quale si traccia di lui un bel profilo con riferimento ai
precedenti volumi Dallo storicismo alla sociologia e La lotta contro la ragione. In
realtà F. da allora in poi, e in più d’una occasione, ebbe
sempre gran cura di rievocare i pensieri di Antoni sia in segno di
consenso sia comunque per un doveroso riconoscimento dei suoi meriti
d’interprete. Valga ad esempio la recensione allo Hegel
di De Ruggiero (in «Lo Spettatore Italiano») dove compare un significativo
riferimento alla lettura che Antoni aveva proposto circa il carattere
intellettualistico e astrattivo della dialettica hegeliana nella prima triade
della Scienza della logica . In quella occasione, peraltro, F. non si
limitò ad illustrare i termini di una questione dai risvolti complessi,
ma suggeriva d’intendere il rapporto dell’essere col nulla, reali solo
nel divenire, come la prova evidente dell’uscita dalla immobilità
tautologica della vecchia identit à senza vita. In altre parole egli non
mostrò di approvare del tutto l’idea di un “tradimento” della dialettica
operato da Hegel nei confronti della sua creatura più preziosa, perché
l’essere e il nulla in quanto opposti, o contrari, animano il movimento d ella
realtà lungi dal fissarlo per dir così in uno schema triadico posticcio. Non
per caso, nell’esaminare i saggi raccolti da Antoni, F. mirò subito al
problema -Hegel che per il filosofo triestino rappresentò a lungo un cruccio
insuperabile, anche negli anni a venire. Tra critiche all’illuminismo e
all’irrazionalismo romantico si può dire che Hegel abbia redatto la
magna charta della speculazione moderna che è la dialettica, quasi un
segreto di difficile decriptazione. Mentre, però, Antoni si arrovellava
sul “rompicapo” che è l’essere da cui sprizza la scintilla del divenire
vitale, cogliendo in Hegel il restauratore della metafisica tradizionale, F.
Ristampato nel volume Esperienza dello storicismo, Napoli, Giannini. Il
ricordo di Ruggiero: lo studioso e l’uomo sta nel
volumetto Dalla filosofia della storia alla ragione storica, Napoli,
Giannini] mostrava maggiore apertura alla nuova logica che di fatto assorbe la
metafisica in una logica non più matematizzante. Molto acuta gli era pertanto
sembrata la critica di Antoni al ritmo dialettico hegeliano come risultante da
una sorta di contaminazione tra sillogistica e dialettica degli opposti, perché
in tal caso cominciava ad emergere il problema di una preferenza del filosofo
di Stoccarda rivolta in ogni modo al sillogismo piuttosto che al giudizio. Il
tema della dialettica si trova al centro dello scambio epistolare. Croce,
nonostante l’età avanzata e gli acciacchi che lo assillavano, aveva scritto
nuove e profonde analisi intorno all’origine della dialettica in Hegel e sul
tema della vitalità che per un verso complicava il sistema, mentre,
peraltro, lo arricchiva ulteriormente dall’interno. Nella recensione
all’ultimo libro di Croce Indagini su Hegel e schiarimenti
filosofici Franchini aveva chiamato ancora una volta in causa Antoni,
attribuendogli finanche il merito di aver suscitato nel maestro il bisogno di
un ripensamento della questione della dialettica. Antoni ne è lusingato ma al
tempo stesso si preoccupa dell’opinione del filosofo. Scrive a Croce un
biglietto di scuse per avere impropriamente adoperato l’espressione dialettica
dei distinti, e a F. una lunga lettera in cui chiarisce forse anche a se
stesso che la differenza da lui messa in luce tra la dialettica hegeliana
della contraddizione e la crociana dialettica dell’opposizione, comunicata
a Croce pur con molta discrezione, ha forse finito per condurre il
filosofo proprio là dove egli non avrebbe voluto e dove per la verità non si
sentì mai di seguirlo: vale a Cfr. F., Il razionalismo
hegeliano, in Id., Dalla filosofia della storia alla RAGIONE
STORICA Vedi F., La crudele dialettica, Il Mondo. Si chiede F.: che cosa è
accaduto nei quarantasei anni che intercorrono tra il Saggio sullo
Hegel e gli ultimi scritti crociani su Hegel? Cosa ha spinto Croce a
tornare sul tema della dialettica in Hegel? Certo non la pubblicazione degli
scritti di Hegel, neppure il cosiddetto rinascimento
esistenzialistico-fenomenologico del filosofo di Stoccarda, e neppure i
brillanti saggi di Negri. Semmai è stato Antoni a sottolineare l’aporia
intellettualistica nella hegeliana formulazione del movimento dialettico.
Croce, pur non rispondendo direttamente alla questione posta d’Antoni,
aveva voluto infine includere l’opposizione nella logica dei distinti in
modo che non si perde di vista la drammaticità dell’atto generativo del
prodursi del reale nel suo significato logico-spirituale dire ad una
sorta di primato della vitalità nel suo dialettico rapporto con la vita morale.
Come si legge nelle lettere, l’intreccio di varie vicende offre snodi teorici,
e non solo teorici, particolarmente interessanti. Direi che tre possono
essere considerate le questioni più significative, che di necessità
coinvolgono filosoficamente il lettore al di là dell’apparenza di alcune
diatribe contingenti. In primo luogo si deve collocare il fatto importante
della pubblicazione del saggio di Antoni Commento a Croce, coevo al
Congresso di filosofia che si svolse a Napoli (con la relazione introduttiva d’Antoni)
sul tema della “conoscenza storica”. Connessa alla stampa del saggio d’Antoni è
la vicenda relativa al caso Fiore, che com’è evidente molto amareggiò
l’Antoni, e, infine, la questione, aperta da Croce molti anni addietro
(che per ovvi motivi torna in queste lettere), intorno al significato
dell’insegnamento della filosofia della storia nelle università italiane.
Gustosa, infine, l’osservazione ironica di Antoni a proposito del libro
di S prigge dedicato a Croce, relativa al celebre saggio Perché non
possiamo non dirci cristiani. Val la pena, quando ancor oggi si torna
spesso a discettare sul senso e sul ruolo di questo scritto, commentare la
strana insinuazione sui motivi prettamen te politici, benché anacronistici, che
l’avrebbero, secondo lo studioso inglese, ispirato. La recensione di
Franchini al Commento a Croce uscì dunque sulla Nuova Antologia.
Non so se furono pochi i lettori che ne presero visione, come
ipotizzava Antoni; certo è che ampia fu l’analisi di quel libro all’interno
del puntuale racconto (non però un esaustivo resoconto) scritto da
Franchini sul congresso napoletano di Filosofia, racconto-resoconto che uscì
negl’Atti dell’Accademia Pontaniana.. L’illustre interprete di Croce
dichiarò poi onestamente, con l’umiltà dello studioso intelligente, di
aver potuto vedere con Rimando alla monografia di Sasso,
L’illusione della dialettica . Profilo di Antoni, Roma,
Edizioni dell’Ateneo. Si veda anche l’esauriente saggi o di Biscione, Antoni
interprete di Hegel, in «Filosofia, con particolare riferimento al volume
postumo di Antoni, Lezioni su Hegel, Napoli, Bibliopolis, F.,
La conoscenza storica, in «Att i» dell’Accademia pontaniana, N.S., V,
Napoli (rist. in Metafisica e Storia, Napoli, Giannini, da cui si
cita) maggiore chiarezza i suoi pensieri, quasi in virtù del diradarsi di
una sorta di nebbia, attraverso l’illustrazione che ne aveva fatta
il giovane discepolo. Che posto ebbe dunque il Commento a Croce
nella discussione svoltasi durante il XVII Congresso di filosofia intorno al
cruciale problema della conoscenza storica? Anzitutto F. pone una questione di
politica culturale, assegnando alla relazione introduttiva di Antoni il
significato di un “riscatto” del valore filosofico dello storicismo
crociano rispetto alle posizioni sistematiche o, che è lo stesso,
problematicistiche, di coloro cioè che comunque presuppongono un
assoluto, sia esso raggiungibile oppure no. F. vide in Antoni una voce laica in
grado di contrastare dogmatismi annosi e quelle forze culturali poco sensibili
alle inquietudini dello spirito liberale anche nell’organizzazione degli
studi. La scelta di chiamare Antoni ad aprire i lavori del Congresso era stata
“politicamente” rilevante e teoreticamente acuta, perché si trattò del
riconoscimento di una linea di ricerca filosofica, tutt’uno c on la ricerca
storiografica, che appunto Antoni – così scrive F. - ha
spinto alle estreme conseguenze nei capitoli dedicati all’origine storica
della distinzione e ai RAPPORTI TRA L’ASSOLUTO E LA STORIA Il Commento a
Croce fu in quell’occa sione lo strumento di una militanza
filosofica di tenore essenzialmente etico-politico. Solo un filosofo
della storia, nel senso metodologico e non metafisico dell’espressione, puo
in piena consapevolezza gridare alto e forte il no dell’etica contro
le usurpazioni del politicismo comunista. Così F., forse con enfasi
eccessiva ma correttamente, collocava Antoni dalla parte dell’anti-totalitarismo,
anche memore degli studi da lui fatti sulla tragedia totalitaria della
Germania nazista. Sull’ibridazione di socialismo e liberalismo Antoni non è
d’accordo, come si sa, pur tuttavia mai egli nega il carattere
solidaristico di una politica economica curvata sul sociale, come infatti
emerge in alcuni tratti delle lettere a F.. Il Congresso affianca al tema
della conoscenza storica quello su Arte e linguaggio. È organizzato da
Battaglia e dalla SFI napoletana, e vide partecipi i principali esponenti degli
schieramenti filosofici del tempo, come Stefanini (si veda), Bontadini (si
veda), Spirito (si veda), Calogero (si veda), Fazio (si veda) Allmayer, Paci
(si veda), Filiasi-Carcano (si veda), e tra gl’organizzatori Carbonara (si
veda). Antoni è primo relatore e animatore, con numerosi interventi, delle
accese discussioni sino alla fine dei lavori. Antoni fu l ieto d’aver
partecipato al Congresso napoletano, sì da trarne soddisfazione morale e
politica, benché anche in seguito continuò a vedere nella cultura italiana
sempre e solo schiere di combattenti non proprio ad armi pari, specie là dove
le idee “confessionali” tornavano per lo più a compattarsi in vista
di un certo potere. La presenza di Antoni aveva ottenuto un esito importante:
aveva consentito agli esponenti di una tradizione storicistica sui
generis, alla quale Franchini si univa seguendo il cammino già di Ciardo,
Attisani, Parente, di testimoniare la volontà di un confronto con le
altre correnti della filosofia italiana e straniera. D’altronde, al
solito pregiudizio che tendeva a stanziare gli studi crociani nel
Sud dell’Italia, era stato p roprio l’Antoni, nel discorso di chiusura
delle sessioni del Congresso, ad opporre la realtà del pensiero di Croce, per
eccellenza europeo e mondiale nell’ispirazione e nei suoi fecondi risultati. F.
non si fa tuttavia sfuggire l’occasione di denu nciare i limiti di
presunte filosofie d’avanguardia. Tra l’altro lo stesso problema della
conoscenza storica, così posto nella sua purezza, poteva indurre nell’errore di
non considerarne il rapporto con la volontà e la vita morale, di
trascurare cioè il ruolo dell’individuo umano, che è un nulla se si vuole
rispetto all’infinito, ma è quel tutto che si realizza nell’opera singola e si
trasmette storicamente alle generazioni future in nome di una tradizione
critica. Non ha forse Croce detto chiaramente che storicismo è creare la
propria azione, il proprio pensiero, la propria poesia, muovendo dalla
coscienza presente del passato»? Chi, se non un individuo concreto e
responsabile, potrebbe essere mai l’artefice di tanta proprietà? Cos’è
lo storicismo se non il vero umanismo dei nostri giorni? Ad Antoni F.
tributa in definitiva il migliore degli omaggi sottolineando la teoreticità del
saggio su Croce, di quel “commento” messo lì a dissimulare forse con un
eccesso di pudore la nuova filosofia che nasceva dalla lettura intrinseca
del grande pensatore. I capitoli sulla Distinzione e sul Giudizio sono cruciali
nel libro di Antoni, profondi e utili quelli sull’individuo nella Storia
e sull’idea di progresso. Più d’ogni altro principio quello In
particolar modo Calogero e Attisani avevano messo in discussione la concezione
dell’individuo in Croce e Antoni. Croce, La storia come
pensiero e come azione, Bari, Laterza: Storicismo e umanismo, della distinzione
è appartenuto allo spirito italiano, da MACHIAVELLI (si veda) a BONAITUI (si
veda) Galilei, da VICO (si veda) a CROCE (si veda) attraverso LABRIOLA (si
veda) e SANCTIS (si veda). Nella logica crociana poi la distinzione correggeva,
secondo Antoni, gli effetti indebiti di una contraddizione perenne pur
nell’unità che ne è lo sfondo. L’identità allora diventa non già l’accordo
presupposto dei contrari ma il reale incontro dell’universale col concreto
nella forma conoscitiva del giudizio storico. Croce restaura così
– secondo Antoni - il principio d’identità,
rigenerandolo tuttavia nella nuova vita di un rapporto asimmetrico
racchiudibile nella formula a=A. E tra le categorie non passa spazio come per
un salto dall ’ uno all ’ altro contesto. «In realtà il sistema, scrive Antoni,
è quello di un’unica categoria reale e attiva, che è l’Io, di cui
le categorie sono articolazioni. Lo stesso trapasso della conoscenza
nell’azione non può essere inteso come un passaggio radicale da una categoria
all’altra, quasi che la conoscenza d’una situazione storica non fosse già
guida ta da una volontà e da un interesse e l’azione non fosse guidata, lungo
l’intero suo svolgimento, dalla conoscenza» La lettera è davvero
illuminante a tal proposito: Antoni, platonicamente, indicava nell’Idea
del Bene l’idea -guida dello spirito umano, incisa in noi per definirsi
nel tempo in quella che felicemente chiamiamo “storia della
civiltà”. Profonda fu l’amarezza di Antoni dopo aver letto la
recensione di Fiore al suo “Commento” nel Ponte. Il suo dispiacere nasceva
anche dal fatto che i direttori, succeduti al Calamandrei nella gestione della
rivista, erano almeno dichiaratamente suoi amici. Nella recensione non si
sottolineavano, com’è pur giusto fa re, eventuali spunti critici per una
filosofica discussione, ma si assumeva nei confronti dell’Autore un
atteggiamento ostile in partenza, probabilmente per motivi che non si
direbbero solo di carattere teorico. E difatti si accusava Antoni,
«l’unico supe rstite del crocianesimo in un mondo che crociano non è» (come se
il mondo aspettasse di assumere un colore politico o una preferenza culturale
per decreto della Storia) di aver discettato di problemi morali e F. cita
da Antoni, Commento a Croce, Venezia, Neri Pozza, Vedi T. Fiore, rec. a
C. Antoni, Commento a Croce, in «Il Ponte, Tumiati assunse la
direzione della rivista fondata da Calamandrei, in un primo tempo, dinsieme con
Agnoletti politici in maniera distaccata dalla realtà, realtà che pure in
gioventù lo aveva attratto e animato. Le “infedeltà” o presunte tali
riscontrate dal recensore nei riguardi di Croce venivano prima denunciate
in nome di un crocianesimo fossilizzato, quasi che lo si volesse difendere a
tutti i costi, e poi segnalate come devianze, talvolta vere e proprie
concessioni a un larvato gentilianesimo. Inutile dire che questo avveniva, e
poteva esser fatto, solo sminuzzando il discorso di Antoni e calcando la mano
su alcune frasi o concetti che risultavano distorti nel loro effettivo
significato. Date le premesse, non stupisce la conclusione cui giungeva il
recensore quando si chiedeva: “ ma quale crocianesimo è questo? ”
se, difatti, Antoni si era permesso di seminare dubbi, di rivelare incertezze e
contraddizioni nel sistema. La peggior cattiveria nello scritto del Fiore
consistette però nell’attribuire ad Antoni una sorta di astenia emotiva,
ben altra cosa rispetto alla passione democratica del Ruggiero e al
civismo mazziniano d’OMODEO (si veda), entrambi già scomparsi . Eppure Tommaso
Fiore era andato da amico e sodale ad accogliere Antoni a Bari in una
precedente visita dello studioso nella città pugliese; Fiore era un antifascita
convinto e aveva fatto parte del movimento democratico meridionale con Martino,
Dorso, in continuità con Salvemini, Gobetti e Rosselli. Un po’ d’anni addietro,
Calogero e Fiore, si videro rifiutare e aspramente criticare il manifesto
liberalsocialista da Croce, il quale tendeva a separare il concetto di
libertà, per lui superiore, dall’idea di giustizia. Dissonanze
politiche pesarono probabilmente più del dovuto sulla “scombinata” e
certo solo velatamente scientifica recensione che Fiore redatta sul libro di
Antoni. Per una curiosa ironia della sorte sia Antoni che Franchini hanno
ricoperto, a distanza di un decennio, incarichi universitari nell’ambito
del settore filosofico sulla disciplina della Filosofia della storia, tanto
avversata da Croce. Pur tra molte difficoltà burocratico-isti tuzionali Antoni
riusciva nel ’54 a cambiare titolarità (adempiendo ad un impegno preso
col filosofo), chiamato infine sulla cattedra di A Fiore è stato dedicato
un intero fascicolo della «Rivista Pugliese» di Bari, comprensivo del
carteggio con Rosselli e con Dorso. Antoni aveva precedentemente insegnato
Letteratura tedesca a Padova politici in
maniera distaccata dalla realtà, realtà che pure in gioventù lo aveva
attratto e animato. Le “infedeltà” o presunte tali riscontrate dal
recensore nei riguardi di Croce venivano prima denunciate in nome di un
crocianesimo fossilizzato, quasi che lo si volesse difendere a tutti i costi, e
poi segnalate come devianze, talvolta vere e proprie concessioni a un larvato
gentilianesimo. Inutile dire che questo avveniva, e poteva esser fatto, solo
sminuzzando il discorso di Antoni e calcando la mano su alcune frasi o concetti
che risultavano distorti nel loro effettivo significato. Date le premesse, non
stupisce la conclusione cui giungeva il recensore quando si chiedeva: ma
quale crocianesimo è questo? se, difatti, Antoni si era permesso di
seminare dubbi, di rivelare incertezze e contraddizioni nel sistema. La peggior
cattiveria nello scritto del Fiore consistette però nell’attribuire ad
Antoni una sorta di astenia emotiva, ben altra cosa rispetto alla
passione democratica del De Ruggiero e al civismo mazziniano dell’Omodeo,
entrambi già scomparsi . Eppure Fiore era andato da amico e sodale ad
accogliere Antoni a Bari in una precedente visita dello studioso nella città
pugliese; Fiore era un antifascita convinto e aveva fatto parte del movimento
democratico meridionale con De Martino, Dorso, in continuità con Salvemini,
Gobetti e Rosselli. Un po’ d’anni addietro, Calogero e Fiore, si videro
rifiutare e aspramente criticare il manifesto liberalsocialista da Croce, il
quale tendeva a separare il concetto di libertà, per lui superiore,
dall’idea di giustizia. Dissonanze politiche pesarono probabilmente più
del dovuto sulla “scombinata” e certo solo velatamente scientifica recensione
che Fiore redatta sul libro di Antoni. Per una curiosa ironia della sorte
sia Antoni che F. hanno ricoperto, a distanza di un decennio, incarichi
universitari nell’ambito del settore filosofico sulla disciplina della filosofia
della storia, tanto avversata da Croce. Pur tra molte difficoltà
burocratico-isti tuzionali Antoni riusciva nel ’54 a cambiare titolarità
(adempiendo ad un impegno preso col filosofo), chiamato infine sulla cattedra
di A Fiore è stato dedicato un intero fascicolo della «Rivista Pugliese»
di Bari, comprensivo del carteggio con Rosselli e con Dorso. Antoni
aveva precedentemente insegnato Letteratura tedesca a Padova Storia della
filosofia moderna e contemporanea nell’Università di Roma. Franchini ottenne
l’incarico didattico nell’Uni versità di Napoli dopo aver conseguito la
libera docenza, inaugurando il corso con una prolusione sulla
Filosofia della storia, materia che si accingeva ad insegnare. Antoni non
riuscì a recarsi a Napoli per assistervi, ma poté leggerne il testo su
«Criterio» con sincero compiacimento F. traccia in quell’occasione il profilo
storico della questione, dai pensatori cristiani fino a Hegel, a Spengler e
Toynbee, difendendo l’insegnabilità di una disciplina che mira a
conoscere un secolare bisogno dell’animo umano»rivolto a dare un senso generale
alle epoche storiche. S’intende che la filosofia della storia, in quanto
caso particolare della metafisica, anda svecchiata e in un certo senso
riformulata attraverso la metodologia storica non disgiunta dalle sempre
essenziali ricerche di storia della storiografia. Egli si appellava alla
tradizione “locale” ma europea di Vico, Sanctis, Spaventa, Omodeo. Non fa
però il nome di Labriola, ricordato invece da Antoni (lettera) insieme al caso
Ferrero e alla oramai lontana, nel tempo, battaglia contro la filosofia della
storia in un celebre discorso che Croce tenne al Senato del Regno. La
prolusione di F. si chiudeva con un omaggio «al primo docente ufficiale
che di questa materia l’Italia abbia avuto, il nostro Maestro ed Amico Antoni.
La recensione al libro di Sprigge merita qualche nota in margine, anche a
difesa dell’interprete inglese sul quale potrebbe pesare fin troppo
l’icastica osservazione di Antoni che gli attribuisce una lettura del
rapporto di Croce col cristianesimo sulla base di mere considerazioni
politicistiche. Franchini cercò allora La Prolusione uscì in due puntate
su «Criterio», la rivista diretta a Firenze da Ragghianti. «Criterio» fu poi
ripresa da F. nella Nuova Serie Filosofica, e da lui diretta Il discorso in
Senato non conteneva, contrariamente a quanto talvolta si è lasciato intendere,
alcun riferimento a Ferrero (per il quale si veda invece la nota di Croce
in Conversazioni critiche, serie I, Bari, Laterza. Il testo del discorso
in Senato si può leggere in Discorsi parlamentari, con un saggio di
M. Maggi, Bologna, Il Mulino. Su Croce e Ferrero si veda la nota di
F. Tessitore in «Rivista di Studi crociani. Sulla riconciliazione di Croce e
Ferrero, in nome di un comune sentire negli anni bui del fascismo, rimando a A.
Parente, Croce per lumi sparsi, Firenze, La Nuova Italia, La Prolusione è
poi ristampata in F., Metafisica e Storia, di dipanare la
controversa materia, riconoscendo allo Sprigge la buona fede pur nella
ripetizione del luogo comune per il quale si attribuivano a Croce inclinazioni
e spirito conservatori. In effetti Croce aveva mostrato sempre
“comprensione” per la Chiesa cattolica, ciò non pertanto lo scritto, che pure
piacque molto per evidenti ragioni a taluni cattolici, fu una risposta
alla sfida dei fatti sulla base di principi teorici che in ogni modo ispirarono
il filosofo, il cui sguardo per necessità mirava ad assumere connotati
universali “oltre” la mera contingenza delle circostanze politiche. E
tuttavia il contenuto di quel testo è sempre “presente” nel suo
significato inequivocabile. La figura di Gesù, al centro del
cristianesimo, ha rappresentato un messaggio ancora fermamente iscritto nel
cuore della modernità e dentro la storia del mondo contemporaneo, sia per gli
appartenenti ad una chiesa sia per i laici credenti e non credenti. Non
in poco conto pertanto dev’essere tenuto il plurale espresso in quel
“noi” ( Perché [noi] non possiamo non dirci cristiani ), che
difatti esclude il discorso in prima persona, ed esclude che si tratti della
confessione di un sentimento segreto. Parimenti estranee all’argomento
crociano furon o le polemiche anticlericali, del tutto fuori luogo in un
contesto che, come può verificare ogni attento lettore, fu di carattere
teoretico e storiografico. Il cristianesimo non è stato un miracolo, ma un
processo storico; anche se proprio il fatto di aver intersecato profondamente
le vicende storiche di una così vasta parte del mondo lo rende una sorta di
evento straordinario, non però diversamente, in chiave ontologica, dal
miracolo che ogni ente è, e dall’eccezione che noi tutti siamo. Le
lettere, fatt esi più rare, raccontano di vicende accademiche e di fatti
quotidiani, di brevi viaggi e di alcuni malanni che affliggevano Antoni già da
qualche tempo. Al centro peraltro sta la figura di Scaravelli, scomparso
tragicamente. Nella Commemorazione pisana Antoni aveva tracciato dello
Scaravelli, a pochi mesi dalla morte, un profilo davvero La recensione al
saggio di Sprigge, Croce, l’uomo e il pensatore (Napoli, Ricciardi)
apparve su Criterio con il titolo Un profilo del Croce, ed è ristampata
nel volume L’oggetto della filosofia, Napoli, Giannini, La
commemorazione letta nella Sala degli Stemmi della Scuola Normale Superiore è
nel volume di Antoni, Gratitudine,
Milano-Napoli, Ricciardi, Caro F., ho letto la recensione, che Le restituisco.
Mi rallegro con Lei per il fatto che il Suo libro sia stato recensito dalla
«Historische Zeitschrift», che resta tuttora la migliore rivista tedesca di
studi storici. È un onore per Lei. In quanto alla recensione stessa, essa ha il
consueto carattere informativo delle recensioni tedesche, nelle quali di rado
si prende posizione. Naturalmente noi, abituati allo stile delle recensioni
crociane, ci impazientiamo dinanzi a tanta acriticità. Ignoro chi sia questo
Funke. Con i più cordiali saluti Suo Antoni Ha visto il mio Tramonto
delle ideologie sul «Mondo»? Roma Mio caro F., Si tratta della
recensione di Funke al saggio di F. Esperienza dello storicismo, in
«Historische Zeitschrift», Antoni aveva
scritto sul «Mondo» un lungo e denso articolo sul volume di F., che si può
leggere nella raccolta Il tempo e le idee, a cura di M. Biscione,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, Vedi «Il Mondo», in Il
Tempo e le idee, cpartecipe, in spirito di amicizia e di stima per un uomo
schivo e assai colto, conversatore brillante che sapeva «passare dalla musica
classica al romanzo francese, dalla pittura alla fisica nucleare». Giunto alla
filosofia da studi scientifici, di matematica e di medicina, Scaravelli si era
infatti misurato con i grandi della tradizione filosofica specie su temi di
logica pura per certi versi, ma in virtù dell’intento di far pre
valere il capire sull’esistere. A Croce e Gentile dedica con acume le sue
fatiche d’interprete, non meno che a Platone, Cartesio, Kant, Heidegger,
Heisenberg. In ogni modo egli aveva cercato di risolvere un suo problema
teoretico. Antoni scrive a F. (lettera): «Il problema di Scaravelli era
quello di dedurre il molteplice dall’identico, cioè di scoprire o capire come
la grande madre genera i suoi figli. Problema insolubile perché pur
muovendo dal principio d’identità indispensabile per la comprensione dei
significati, Scaravelli dovette infine arrendersi alla sua dissolvenza
aprendosi piuttosto al giudizio delle forme concrete dell’esistere
storico. Si trattava del problema della creazione del mondo, concludeva
Antoni, riassumendo così in una formula efficace le puntuali analisi contenute
nella Critica del capire, ch’ebbero il merito di rompere il
silenzio con cui il libro fu accolto, nonostante il parere molto
positivo espresso dallo stesso Croce. Manca, infine, il tempo
per discutere tra amici intorno all’ultimo libro di Antoni La
restaurazione del diritto di natura . F. ne aveva parlato nel numero di luglio
del «Mondo», accogliendo senza riserve la proposta, in apparenza assai
poco storicistica, di un “ritorno” al principio dell’etica universalmente
umana, la sola capace però «di evitare le pericolose conseguenze del
predominio della tecnica e della civiltà di massa». Egli ebbe forse bene a
mente le parole adoperate da Antoni in una lettera di qualche anno prima: alla
base del giudizio storico e dell’azione morale e politica sta la luce di
un concetto universale dello spirito umano che tuttavia, proprio nella forma di
un umanesimo rinnovato, non contrasta affatto con la visione Si veda la
lunga recensione di Antoni a Scaravelli, Critica del capire, Giornale
critico della filosofia italiana, Vedi lettera, più avanti riportata storicistica
e dialettica della vita con tutte le sue imprevedibili e particolarissime
circostanze. Roma Caro dott. F., è da tempo che seguo con vivo interesse la Sua
attività di studioso. Così ho letto la Sua bella recensione del libro del
Ciardo e il Suo articolo su GRAMSCI (si veda), comparso sullo «Spettatore. Ho
ricevuto oggi la sua memoria su Storicismo e relativismo, che
ho letto subito. Penso che il suo esame del rapporto e la differenza tra
“storicismo” e “istorismo” ossia relativismo storicistico sia molto opportuno
oltre che acuto. Ella mi muove un lieve appunto: quello di aver
attribuito al Troeltsch il merito di aver introdotto nell’uso comune il
termine di “storicismo”. Mi sembra però di aver detto una verità
incontestabile: anche se al termine il Troeltsch continuava a dare un
significato deteriore, tuttav ia egli ha introdotto l’uso del termine stesso
nel dominio della storiografia e della riflessione sui metodi della
storiografia. Soltanto dopo di lui si parla di storicismo moderno, di problemi,
crisi ecc. dello storicismo. Se Ella ha occasione di venire a Roma, sarò assai
lieto di vederla e di conversare con lei. Con cordiali saluti La
recensione al libro di Ciardo, Le quattro epoche dello storicismo,
era uscita in «La parola del passato»,
(rist. nel volume F., Esperienza dello storicismo, Napoli,
Giannini, Si tratta dell’articolo La “metodologia dell’azione” di
A. Gramsci, uscito in Lo Spettatore italiano La rivista si pubblica a Roma per
iniziativa di Elena Croce, figlia maggiore del filosofo, e del marito Raimondo
Craveri. Cfr. R. Franchini, Storicismo e relativismo, in «Atti»
dell’Accademia Pontaniana (rist. in Esperienza dello storicismo) Roma,
Caro F., di ritorno da Bari, dove sono stato a tenere una conferenza agli
“Amici della cultura”, trovo la sua lettera e mi affretto a rispondere, ossia a
rilasciarle il “certificato” che desidera. Con cordialissimi auguri Suo Carlo
Antoni Roma, È da qualche anno che seguo con molta attenzione gli scritti che F.
va pubblicando nelle riviste. Alcuni di essi, infatti, hanno già recato un
contributo di chiarificazione e di critica assai notevole nel campo degli studi
storico- filosofici: Tutti, poi, indistintamente sono la testimonianza d’un
ingegno assai vivace, fine, sensibile ai più urgenti problemi della
filosofia e della vita. Oltre a rivelare una preparazione culturale
assai ricca e sostanziosa, essi indicano anche un raro senso di umanità.
Tra i giovani dell’ultima generazione il Franchini è certamente uno dei
più promettenti. Per le sue doti intellettuali e morali ritengo anche che
possa 32 Segue la lusinghiera lettera di presentazione di
Antoni sull’operosità di F., i l quale di lì a poco entra a far parte del corpo
docente del liceo classico della scuola militare napoletana essere un magnifico
insegnante, tale da mantenere alto il prestigio di cui ha sempre goduto
il collegio della Nunziatella. Carlo Antoni Roma Mio caro F., ho letto
con grande interesse il Suo saggio 33 e soprattutto la parte che mi
riguarda. Ella ha afferrato perfettamente il mio pensiero (La ringrazio anche
per averne messo in rilievo la novità), tanto perfettamente da trarne le
conseguenze, che io non avevo voluto trarne, malgrado che mi avvedessi
che c’erano. In effetti Le confesso che ho i miei dubbi intorno ad una
“dialettica” dei distinti. Di questo dubbio Lei trova traccia del resto
nella recensione che feci allo “Hegel” di Ruggiero. In ogni caso
sono assai lieto della penetrante attenzione che Ella dedica ai miei scritti.
Suo Carlo Antoni Roma, Mio caro F., Il saggio è: Morte e
resurrezione della dialettica da Hegel a Croce, in «Letterature moderne (rist.
in Esperienza dello storicismo, cit.) il Suo articolo mi ha
fatto, com’è naturale, un immenso piacere. Attribuirmi il merito di aver
provocato in Croce il bisogno di riesaminare la questione della dialettica è,
non occorre dirlo, rendermi il massimo degli onori. Ma Croce stesso che ne
dice? Vorrei sapere se approva il Suo articolo. Con saluti cordialissimi Suo
Carlo Antoni Roma, Mio caro F., La ringrazio per la Sua lettera e per le
notizie che mi dà. Come Ella può comprendere, la questione, da Lei sollevata
nel Suo articolo, ha per me una grande importanza. Le dirò come io veda
la cosa. Quando pubblicai il mio saggio sulla Dialettica di Hegel, in cui
ne denunciavo il carattere intellettualistico, saggio ri stampato nel ’46 nelle
mie “Considerazioni, Croce ne prese conoscenza, tanto che mi segnalò il Suo
articolo in proposito, ma non si propose il problema. Sono tempi in cui
Croce, tutto preso dall’attività politica, non ha probabilmente l’agio di
ritornare sulle sue idee intorno alla dialettica. Il mio saggio suscita
l’interesse di RUGGIERO (si veda), che lo cita con molta lode nel suo “Hegel”,
ma senza prender posizione. Per quanto riguarda questa mia prima
osservazione, penso che Croce abbia ragione nel negare che la sua revisione sia
stata provocata da me. 34 Il riferimento è al saggio:
La crudele dialettica, uscito su «Il Mondo. Tutti gli scritti di
Franchini che uscirono nella rivista di PANNUNZIO (si veda) sono raccolti nel
volume Pensieri sul “Mondo”, a cura di Cavaliere, Gily, e Melillo,
con una Presentazione di Cotroneo, Napoli, Luciano; Antoni, La dialettica
di Hegel, Poesia e verità; rist. in Id., Considerazioni su Hegel e
Marx, Napoli. Si ricorda che F. recensì le Considerazioni nella
rivista Ethos. Ma io giunsi all’altra osservazione e cioè alla netta
distinzione tra la hegeliana dialettica della contraddizione e la crociana
dialettica dell’opposizione. Essa si connetteva alla mia prece dente
attribuzione a Croce della restaurazione
del principio d’identità. Ero molto incerto se comunicare o no a Croce
questa mia osservazione, che avevo svolto nel corso universitario di
quell’anno. Mi rendevo conto, cioè, che essa avrebbe provocato un grave
turbamento ed un bisogno di una radicale revisione del pensiero crociano nei
confronti di Hegel e della dialettica in generale. Mi consultai con parecchi
amici. Tra costoro Bacchelli, al quale ricorsi e per la sua sensibilità umana e
psicologica e per la devozione che aveva per la persona di Croce, mi dissuase
dal farlo, dicendo che oramai era meglio lasciare tranquillo il glorioso
vegliardo e non costringerlo alla sua età a un siffatto sforzo. Tuttavia la
cosa mi tormentava, dato che ritenevo che Croce avesse attribuito a Hegel la
sua propria gloria e mi dispiaceva che potesse morire senza essersi reso conto
della propria originalità nei confronti di quel suo maestro. Dopo che si fu
ripreso dalla grave malattia, che lo colpì, mi feci coraggio e gli scrissi.
Croce mi rispose con una lettera che era un’accettazione di massima, ma
contenuta in termini un po’ generici. Si vedeva che si riservava di meditare
per suo conto l’intera questione. E infatti poco dopo cominciarono a
uscire i suoi nuovi scritti intorno alla vitalità e al suo carattere dialettico,
e in genere intorno a Hegel e alla origine della dialettica hegeliana. Il punto
di partenza di questi scritti, però, è fornito dal momento della vitalità, al
quale Croce riporta tutta la dialettica: sia la teoria hegeliana per sé stessa,
sia la dialettica della vita e dello spirito in sé. In questo modo Croce
andava, in certo senso, più in là della mia osservazione, scavalcandola e
prendendo tutt’altra direzione. Le dirò che, invece, per mio conto
ho proseguito in direzione ben diversa. Nel corso di quest’anno ho svolto un
esame dell’intera questione, che mi ha portato a risultati che
contrastano con le tesi recentissime espresse da Croce.Per concludere
penso che Croce, pur essendo stimolato dalla mia seconda osservazione, a
riproporsi lo studio della natura della dialettica, è stato condotto alle
sue nuove idee dal senso più accentuato dell’importanza della vitalità.
Con cordialissimi saluti Suo Carlo Antoni Roma, Mio caro F., La ringrazio di
aver pensato a me in questi giorni. Come sempre succede, nei primi momenti dopo
la scomparsa di persona cara, non ci si rende conto del tutto della perdita. Il
senso di vuoto viene dopo. Così accadrà per noi tutti: ma dovremmo anche
cercare di restare uniti. Il Suo articolo comparso nel «Mondo» mi è molto
piaciuto. Vorrei vedere il fondo del «Times»: non potrebbe spedirmelo in
prestito? Glielo restituirei subito. Arrivederci tra breve Suo Carlo Antoni
Roma, F., Croce, Il Mondo Caro F., ho ancora sul mio tavolo la
lettera, che ho ritrovato al mio ritorno dalle vacanze. Vorrei che Lei mi desse
qualche notizia sul concorso, di modo che io possa eventualmente intervenire
presso i commissari. Ho letto con piacere i Suoi due articoli: quello su Mann
37 e quello sul libro del Sainati 38 . Sulla personalità di Mann faccio
molte riserve. Si parlò di lui con Croce, l’ultima volta che lo vidi, ed
in fondo Croce era d’accordo, quando dicevo che dagli scritti di Mann
veniva su un certo lezzo di frollo, se non addirittura di marcio. Attendo il
Suo volume. Suo Carlo Antoni Roma, 11 aprile 1954 Caro F., con l’editore
Pozza, che era qui in questi giorni, ho esaminato la questione della traduzione
d’una scelta di lettere di Hegel I due volumi della nuova edizione Su Mann
è uscito il saggio Nobiltà dello spirito sia in «Il Giornale»
sia in «Il Gi ornale di Trieste». Di Sainati si parlava a lungo
nell’articolo Studi crociani, apparso su Il Mondo. Il progetto di
curatela dell’epistolario hegeliano presenta più d’una difficoltà. La nuova
edizione dell’Hoffmeister avrebbe dovuto far fede, assai più dell’edizione
curata dal figlio del filosofo, ma è al momento incompleta. L’idea allora di
rifarsi alla precedente edizione, da integrare eventualmente con le
lettere ritenute significative, si mostrò impraticabile. F. avrebbe dovuto
occuparsi della traduzione di una scelta di lettere e della stesura
dell’introduzione storico -critica. Non se ne fece nulla, nonostante la
buona disposizione di Pozza e l’interessamento di Ragghianti del Meiner,
curata da Hoffmeister, arrivano. Sono previsti altri due volumi. La nuova
edizione reca il copyright con espressa riserva dei diritti di traduzione. Per
mia esperienza prevedo che le pretese di Meiner sarebbero esose. Da un
rapido confronto con la vecchia edizione curata dal figlio, ho tratto l’impressione
che la nuova non rechi molto di nuovo. In ogni caso, se ci si volesse attenere
a quest’ultima, si dovrebbe attendere l’uscita dei due ultimi volumi, che
chi sa quando si attuerà. Con Pozza sono quindi giunto alla conclusione
che ci conviene rifarci alla prima edizione, che reca anche sufficienti note.
Ove risultasse qualche nuova lettera molto importante nella nuova edizione, il
Pozza chiederebbe il diritto di traduzione per essa. Ella dovrebbe quindi
cominciare il lavoro di scelta. Non le nascondo che dalla lettura delle lettere
il compito della traduzione mi è apparso molto arduo. Con cordiali saluti Suo
Carlo Antoni Roma Caro F., grazie per le Sue parole. Si tratta in fondo
d’un semplice cambiamento del titolo della mia cattedra, che era poi una sorta
d’impegno che avevo assunto con Croce. Ancora l’ultima volta che lo vidi, Croce
mi raccomandò di fare cambiare quel titolo di “filosofia della
storia”, che proprio non gli andava giù
. Gli spiegai allora Alla notizia dell’ottenuto conferimento della
cattedra di filosofia della storia nella facoltà di lettere di Roma, Croce nel
congratularsi con l’Antoni, così gli scriveva: «Se la parola
sociologia è screditata per la sua volgare origine positivistica, quella
di filosofia della storia è del pari screditata per la sua origine
teologica e metafisica. Lei si deve subito dar da fare per cangiarlo». Cfr.
Lettera di Croce ad che la procedura non era facile, ed infatti ci sono
voluti parecchi anni, con modifiche allo statuto, per raggiungere il risultato
41 . Sono ansioso di leggere sulla Nuova Antologia la Sua recensione: peccato
che sarà letta da pochi! L’intervento di Tagliacozzo mi ha sorpreso: è un
esempio del cattivo modo in cui un discepolo può seguire un maestro, cui
è affezionato. Con cordialissimi saluti, Suo Carlo Antoni Roma, Mio Caro F.,
bellissima la Sua recensione, per cui Le sono molto grato Mi dispiace soltanto che essa compaia nella
Nuova Antologia, dove sarà letta da pochi. La Sua osservazione o previsione
sulla sorpresa di molti che scopriranno quanto complessa sia la filosofia
crociana, mi ha divertito e fatto ricordare come spesso mi sia toccato di
sentire che quella filosofia non è interessante, perché non è problematica.
Mi è piaciuto anche il modo, assai fine, con cui Ella sa definire la mia
posizione verso le dottrine del Maestro. Antoni, in Carteggio
Croce-Antoni, a cura di Musté, introduzione di Sasso, Bologna, Mulino, Antoni e chiamato alla cattedra di Storia
della filosofia moderna e contemporanea. La recensione al libro di
Antoni Commento a Croce uscì con questo titolo sulla rivista
Nuova Antologia. Ottimo pure l’articolo sulla Storia e conomica del
Kulischer, anche dal punto di vista giornalistico. Sarà bene che ci vediamo
prima della scadenza dei termini per la presentazione delle domande di libera
docenza. Mi reco a Firenze per incontrarmi con Ragghianti e Pozza, e sarò di
ritorno soltanto il 30. Cordialmente Suo Carlo Antoni Roma, Mio caro F., una
bronchite con i fiocchi – si direbbe ch e quest’anno sono
iettato – mi ha tenuto a letto per una settimana e ancora non so
quando potrò uscire di casa. Prevedo che dovrò rinunciare al progetto di venire
a Napoli per la Sua prolusione: è un vero dispiacere per me, perché ci tenevo
ad essere presente. Il primo insegnante di “filosofia della storia” è
stato, a quanto mi consta, ROVERE (si veda), poi a Roma LABRIOLA (si
veda) tenne tale insegnamento per incarico, con Antoni si rifere al
saggio dal titolo Una storia del progresso uscito su Il Giornale (rist.
in F., L’oggetto della filosofia, cit.). Antoni si era
prodigato l’anno prima per l’inserimento della Filosofia della storia
nell’elenco delle libere docenze. F. sostenne gli esami di abilitazione
alla libera docenza in Filosofia della storia superandoli brillantemente. Tra i
commissari Battaglia, Attisani e
Falco. F. inaugura il suo corso di filosofia della storia a Napoli
con una prolusione dal titolo La Filosofia della
storia, il cui testo uscì poi sulla rivista «Criterio» diretta da Ragghianti,
in due puntate. Il testo della lezione inaugurale venne infine ristampato nel
volume Metafisica e Storia, molto successo. Nella mia prolusione tenni ad
accennare alla continuità ideale, tramite Croce. La proposta di attribuire la
cattedra a Ferrero, provocata da un clamoroso intervento del presidente Teodoro
Roosevelt, fu bocciata dal Senato. Croce tenne allora un famoso discorso, che
valse a far cadere la proposta, del resto poco gradita dal mondo accademico di
allora. Suo Carlo Antoni Roma Mio caro F., Ella può ben immaginare con quanto
piacere ho letto e riletto la Sua memoria alla Pontaniana. Anzitutto essa mi ha
confortato confermando l’utilità del mio intervento al Congresso di Napoli. Ma
anche la parte che più propriamente riguarda il mio “Commento” mi è stata
di grande vantaggio. In fondo, si guardano i propri scritti sempre un po’
attraverso una nebbia: un osservatore acuto ed esperto, come Lei, è di grande
aiuto a discernere le linee principali del proprio pensiero. La ringrazio,
dunque, con molto affetto La Prolusione dal titolo La dottrina
dialettica della storia è nel volume postumo Storicismo e antistoricismo,
a cura di M. Biscione, introduzione di A. Pagliaro, Napoli, Morano, nella
Collana di Filosofia diretta da E.P. Lamanna e P. Piovani. Antoni si
rifere al celebre discorso di Croce al Senato del Regno, nella seduta,
Sul disegno di legge “Istituzione di una cattedra di Filosofia della
storia presso la Università di Roma”, che ora è possibile leggere nel
volume Benedetto Croce. Discorsi parlamentari, con un saggio di
Maggi, La memoria accademica di cui si parla riguardava l’ampio resoconto
critico che Franchini scrisse intorno al Congresso di Filosofia che si è
tenuto a Napoli, dove Antoni è stato invitato a tenere la relazione
introduttiva sul tema della conoscenza storica. Aliotta sul «Giornale
d’Italia» sottolinea l’importanza di una tradizione di storicismo crociano. La
memoria di F., dal titolo La conoscenza storica, uscì negli Atti dell’Accademia
Pontaniana, (rist. in Metafisica e Storia Roma Mio caro F., la Sua
osservazione tocca un punto, che aveva già suscitato le perplessità del mio
amico Attisani. Nel mio articolo esso era trattato troppo sommariamente.
Bisognerà che ci ritorni sopra. In ogni caso voglio subito avvertirla che non
penso a qualcosa di medio tra conoscenza storica e azione, ma al semplice fatto
che noi pensiamo e giudichiamo la storia alla luce di quel concetto
universale dell’uomo o dello spirito umano, che è il medesimo che orienta
la nostra azione morale e politica. Questo concetto, in quanto principio
dell’azione morale, è l’idea del Bene. Essa è vera, anzi è la verità che
abita in noi, ma si va definendo e chiarendo attraverso la storia, che per
questo è storia della civiltà. Aggiungo che non vi è distinzione tra categoria
e coscienza della categoria, anche se la prima appare eterna e
l’altra storicamente relativa: la categoria è sempre coscienza di sé, ma
si va rendendo sempre più cosciente, come, mi sembra, sia insegnato da Croce
nelle parti storiche dei suoi trattati. Ha fatto bene ad accettare
l’invito al “Simposio” laterziano. Sono curioso di sapere quali sono gli
altri invitati. Ella non manca di combattività, sicché sono tranquilli per la
buona causa. Non sono sicuro di resistere al caldo fino alla fine del mese.
Tuttavia la prego di telefonare a casa mia al Suo passaggio da Romagrazie per
la Sua lettera di consenso al mio articolo sul socialismo. È una
conferenza, che tenni a Zurigo e che poi fu raccolta in un volume pubblicato in
Svizzera. Avendo avuto una certa eco in Svizzera e Germania, pensai che era
utile farla conoscere, anche in relazione alla situazione dei radicali. In
effetti mi sembra di aver ottenuto qualcos a: un socialista come Silone
ha sentito il bisogno di telefonarmi per dirmi che era d’accordo. Come Ella si
sarà accorto, la parte più importante è l’ultima, dove io cerco di venire
incontro alle “istanze” sociali senza cadere nelle confusioni del liberal
-socialismo calogeriano. Mi sembra che proprio avendo attribuito al liberismo
un carattere etico-politico, si possa dargli anche un nuovo carattere
positivo, liberatore, sociale. In quanto all’indirizzo del Mondo, alcuni
amici mi hanno fatto osservare c he da alcune settimane era piuttosto
moderato. Poiché le critiche, che io Le esposi nella nostra conversazione
per strada, le vado facendo a Pannunzio appunto da alcune settimane, forse non
è presunzione la mia, se suppongo di aver ottenuto qualcosa anche in questo
senso. Va benissimo per la recensione a Sprigge, dove c’è da obiettare ad una
sorta d’insinuazione (Croce avrebbe scritto l’articolo sul perché non possiamo
non dirci cristiani, che sappiamo aver avuto carattere anti-nazista, perché
prevedeva l’alleanza con la Dem. Cristiana!) Suo Antoni Roma, Le
convinzioni di Antoni sul socialismo, sul liberalismo e sulla incongruità di un
liberalsocialismo furono sempre chiare e lineari. Franchini concordava. Qui
esse emergono nella concretezza del dibattito politico che coinvolse gli
intellettuali del «Mondo». La recensione di F. alla traduzione italiana
del saggio di Sprigge,
Croce, l’uomo e il pensatore (Napoli, Ricciardi) usce
su Criterio con il titolo Un profilo del Croce (rist. nel volume
L’oggetto della filosofia Caro F., l’infiammazione agli occhi, che
mi aveva impedito di venire a Napoli e che sembrava scomparsa, mi dà
nuovamente fastidio, sicché devo riguardarmi. Penso che Ella dovrebbe
scrivere l’articolo sul primo decennio dell’Istituto. Come forse Ella sa, nei
tempi in cui Croce stava progettandolo, io insistetti presso Mattioli,
affinché scoraggiasse l’iniziativa. Infatti non avevo nessuna fiducia
nella utilità dell’istituzione. Devo riconoscere che mi ero sbagliato,
anche se difatti, errori, inconvenienti non sono mancati. In complesso,
mi sembra, il nostro giudizio deve essere positivo. Anche se ne hanno
profittato alcuni furfante lli, se, cioè, l’eterogenesi dei fini o l’astuzia
della ragione hanno operato in senso negativo, parecchi bravi hanno avuto modo di studiare e lavorare. In
quanto all’indirizzo “storico” dell’Istituto, esso non soltanto corrisponde al
nome, ma al preciso pensiero di Croce. Con i più cordiali saluti Suo Carlo
Antoni Roma, Mio caro F., purtroppo devo rinunciare definitivamente alla mia
gita a Napoli: non sono ancora completamente ristabilito e devo riguardarmi da
una ennesima ricaduta. Non [È pubblicato infatti sul Mondo il saggio di F.
Dieci anni nell’anniversario della fondazione dell’Istituto
Italiano di Studi Storici avvenuta nella s ede di Palazzo Filomarino in
Napoli ho ancora ripreso ad uscire di casa. Le faccio quindi per lettera
gli affettuosi auguri che avrei voluto farle a voce. Spero di leggere la Sua
prolusione in Criterio. Le sono grato per il Suo proposito di propormi per
la “Pontaniana”: onore che accetto e che mi è molto gradito. Eccole i miei
dati biografici: nato a Senosecchia (Trieste); volontario nella guerra, ferito,
medaglia di bronzo e croce di guerra; LAUREATO IN FILOSOFIA A FIRENZE;
professore nei Licei scientifici a Messina e a Roma; assistente
dell’Istituto Italiano di studi germanici. Libero docente di Storia della
filosofia; professore di Letteratura tedesca a Padova; membro della Giunta del
Partito Liberale, Consultore nazionale, Commissario dell’IRCE; chiamato
alla cattedra di Filosofia della storia di Roma. Premio Einaudi per la
filosofia; socio corr. dell’Accademia dei Lincei, dell’Arcadia, dell’Acc.
Peloritana, socio della Mont- Pelagia Society e dell’Archäologische
Institut. Chiamato alla cattedra di Storia della filosofia moderna e
contemporanea. Suo Carlo Antoni Roma, Cosa che avvenne. F. è diventato socio
ordinario dell’Accademia Pontaniana di Napoli
su proposta di Nicolini. Rinvio per queste ed altre notizie
biografiche al volumetto R. F., Autobiografia minima, Roma, Bulzoni.
Antoni è socio della prestigiosa Accademia Caro F., sono lieto per
la notizia che ella mi dà: così ella potrà assumere l’incarico, che, mi
auguro, sia anche compensato. Lessi con piacere le notizie della Sua
prolusione. Esse mi diedero qualche conforto in un momento di amarezza, quando
cioè mi capitò di leggere sul «Ponte» la cattiva e balorda recensione di
Tommaso Fiore al mio Commento. E dire che costui, appena letto il
libro, mi scrisse una lettera entusiastica! Tumiati, al quale avevo espresso la
mia sorpresa per la pubblicazione di siffatta sconcezza, mi scrisse una lettera
piena di deplorazioni o scuse. Ma chi mi ha recato la serenità è stato
Ragghianti, che, dopo aver fatto un breve ritratto del Fiore, mi ha suggerit o
di seguire l’aurea massima di Flaubert: «Mon cul vous contemple». Ottimo
il Suo articolo in Criterio. Suo Carlo Antoni Roma, Caro F., non ho voluto che ella
attendesse il mio libro dalla ERI e Le ho spedito oggi una delle copie a mia
disposizione. Pannunzio accoglierà volentieri la Sua recensione La recensione
di Fiore al Commento a Croce di Antoni era uscita in «Il Ponte»,
Rivista mensile di politica e letteratura. Tumiati assunse la direzione del Ponte,
fondata da Calamandrei, direzione che condivide per un certo periodo con
Agnoletti. Antoni si riferisce all’artic olo di Franchini sul libro di Sprigge.
Si tratta del libro di Antoni Lo storicismo,
pubblicato dalle edizioni ERI, in cui sono raccolte le conferenze da lui tenute
nell’estate dell’anno precedente per il Terzo Programma della Radio italiana;
la Mio caro Franchini, è da un pezzo che non mi faccio vivo con Lei. Non
Le scrissi quando Ella mi annunciò la fine del «Giornale», ultimo quotidiano
liberale, che, oltre a tutto, era un bel giornale, assai bene redatto. Faceva
onore a Napoli. Per Lei, forse, l’esser costretto ad abbandonare una
continuata attività giornalistica è stato un vantaggio. Ella è ad un punto in
cui deve concentrare i suoi spazi. Non le ho neppure scritto che la prefazione
al Suo nuovo libro mi ha dato molta soddisfazione e mi ha trovato pienamente
consenziente. Attendo ora il libro, di cui voglio occuparmi in un articolo sul
«Mondo» oppure in «Criterio» (che, dopo un intervallo dovuto a indisposizioni
di Ragghianti, riprende ora ad uscire). Sono d’accordo con Lei anche per
quanto riguarda i collaboratori del «Mondo», tra i quali la qualità non
corrisponde spesso alla quantità. Tornato dalla villeggiatura
– sono stato sul lago di Como e in Svizzera -, ho avuto
la sessione d’esami e una sessione del Consiglio Superiore. Altra sessione
di detto Consiglio è prevista per il 23 c.m. Alla fine del mese sarò a
Marburgo, invitato dai filosofi tedeschi a partecipare ad un loro congresso e a
intervenirvi con una conferenza. Cercherò d’istruirli. Con
affettuosi saluti Suo recensione di Franchini dal titolo Una storia
dello storicismo uscì puntualmente su «Il Mondo» nel giugno del ’57
(rist. in Metafisica e Storia, cit.). Il Giornale, quotidiano
liberale come ben sottolineava Antoni, uscì a Napoli. E fondato da Quintieri e
Astarita. F. lavora nella redazione del Giornale: vi è entrato su pressione e
interessamento dello stesso Croce. 61 Il libro di Franchini in
uscita era Metafisica e Storia, edito poi presso l’editore Giannini
di Napoli. Caro F., La ringrazio per aver pensato a me per una conferenza alla
Società filosofica di Napoli e ringrazio pure l’amico Carbonara e gli
altri componenti del Consiglio. La prego, anzi, di esprimere loro la mia
più viva gratitudine per un invito che mi lusinga. Ma è da un pezzo che non
accetto di tenere conferenze. Esse mi recano, infatti, molta tensione e fatica:
non amo leggere, ma il parlare richiede uno sforzo, che mi lascia prostrato. La
prego quindi di scusarmi presso la Società filosofica. Mi auguro di vederla tra
breve qui a Roma. Con saluti affettuosi Suo Antoni Roma. Caro F., ho una certa
intenzione di muovermi per Pasqua, anche per togliermi di dosso una certa
malinconia e irritazione, ma penso che sarò a Roma per l’assemblea dell’associazione.
In caso contrario La avvertirei in tempo. Ho un vivo desiderio di parlare a
lungo con Lei di molte cose, anche perché mi vado sempre più isolando: ciò che
non fa bene alla salute. Con cordialissimi saluti Suo Carlo Antoni Roma,
Caro F., La ringrazio anzitutto per il Suo interessamento al caso del ragazzo,
che Le avevo raccomandato. Ella ha fatto più di quanto potessi sperare. Il
trafiletto mi sembra andare benissimo: contiene alcune frecciate brillanti.
Naturalmente recherà un dispiacere al nostro Battaglia. Il quale potrà
sempre rispondere che l’organizzazione del congresso è stata diretta da
un comitato, che conteneva fior di laici e che costoro sono stati sempre
consenzienti. A mio avviso il difetto sta nell’assurdo di un congresso
filosofico, dove i filosofi laici, se decidono di intervenire, si presentano
necessariamente in ordine sparso, ciascuno con idee proprie, mentre le chiese
vi inviano schiere compatte e disciplinate. Ho pure qualche riserva da
fare sulle parole dell’amico Calogero, che hanno un significato che non
condivido: dialogare sta bene, ma bisogna guardarsi dal ridurre la filosofia a
mero dialogo, ché si rischia di ridurla ad un attualismo del dialogare, dove il
dialogo stesso diventa fine a sé stesso. Ma questo è un altro discorso. Con
cordialità Trovano in un certo modo conferma le consideraz ioni sulla
nobile solitudine tipica di uno studioso schivo e riservato come e Antoni.
Rinvio alla Introduzione di G. Sasso al carteggio Croce-Antoni. Ancora
strascichi polemici sui Congressi di filosofia in Italia. Mio caro F., in
effetti quella mia frase sull’insolubilità del problema di Scaravelli è p
iuttosto sibillina e può sembrare campata in aria. Mi piace molto che Ella me
ne faccia quasi un rimprovero. Tuttavia in una commemorazione non potevo
passare ad una critica e soprattutto non potevo affrontare per mio conto
l’intera questione. Il problema di Scaravelli era quello di dedurre il
molteplice dall’identico, cioè di scoprire o “capire” come la grande madre
genera i suoi figli. Era, insomma, il problema della creazione del mondo.
Se vogliamo, era anche il problema di derivare l’estetica dalla logica,
l’individuale esistenza dall’universale categoria. Questo, se non erro, era per
lui il problema del “capire”, che, come Ella ben vede, era insolubile. Ma
Ella vede anche che se avessi dovuto spiegare perché il problema era mal posto,
avrei dovuto tenere una vera e propria lezione. Con saluti cordialissimi Suo
Antoni Roma. Antoni aveva tenuto una splendida commemorazione di Scaravelli
nella Sala degli Stemmi alla Scuola Normale di Pisa Scaravelli è scomparso
tragicamente nella primavera di quell’anno. Così Antoni scrive a F.. Ella sa
della tragica morte del mio carissimo amico Scaravelli. Sono stato a Firenze ai
suoi funerali. È uno spirito amabile, brillante, fine, buono e un galantuomo
anche nelle cose filosofiche: è uno dei nostri ed io contavo su di lui. Per me
è una perdita dolorosissima. Caro F., eccellente il suo articolo su Weber. Ella
ha indubbiamente ragione nel trovare un presupposto kantiano o neo-kantiano
nella sua teoria del tipo ideale. Io ne avevo avvertito la presenza, ma non vi
avevo insistito. Assai utile il suo articolo per quei fessi in mala fede che
pretendono di scoprire Weber e di utilizzarlo, assieme a Dilthey, contro CROCE
(si veda). Raramente il rancore, l’arrivismo, la petulanza hanno messo
insieme tanta stupidità. Ma che cosa credono di concludere con questa impresa
sballata? Suo Antoni Roma. Caro F., penso anch’io che la Sua appartenenza
alla Nunziatella possa essere d’ostacolo ad un alleggerimento dei suoi
incarichi scolastici, reso urgente dai suoi incarichi universitari. Ho ricevuto
il suo Kant, ma Le devo confessare che non ho trovato il tempo per
leggerlo. Lo farò nei prossimi giorni. Alla fine di gennaio sono stato a
Zurigo, dove ho tenuto una conferenza e ho parlato alla radio: è stata una gita
splendida, un tempo magnifico, nella Svizzera coperta di neve. Suo Antoni. L’articolo
di F. su Weber e il “regresso” è uscito su Il Mondo. Si
tratta del volume: I. Kant, Critica della ragion pratica, a cura di F.,
Bari, Laterza. Not to be confused with F., author of ‘I gladiatori. genza
di far rientrare nella teoria del giudizio storico, insieme alla dimensione del
passato e del presente, anche quella del futuro. Ma ciò poteva avvenire,
proprio grazie alla ormai matura acquisizione di quello che potremmo definire
l'asse portante dello storicismo prospettico di Franchi-ni: la concezione della
storia come "realtà incompiuta". La storia non è mai riducibile alla
storicità del dato, né è racchiudibile soltanto nell'oggetto della
storiografia. Questo aspetto è solo una parte della verità, ma certamente non
la esaurisce. Aveva ragione Croce, quando, osserva Franchini, sosteneva che il
giudizio storico fosse da intendere come sintesi di intuizione e concetto. Ma
ciò che Croce non aveva debitamente messo in luce è il fatto che «il giudizio
storico, proprio perché guarda agli eventi in pro-spettiva, cioè frontalmente,
anche se la fronte è assai distanziata, finisca col capovolgere in senso
metodologico e scientifico la corrente concezione della storia come mero
accadimento, come ciò che è "superato" perché, ormai, è "alle
nostre spalle". La storia non è mai alle nostre spalle, al contrario essa
ci sta dinanzi e siamo noi come storici a rettificarne continuamente la
prospettiva, cioè la distanza non solo cronologica ma ideale e politica, da
quelli che comunemente si chiamano i nostri tempi ([...]. Il giudizio storico,
insomma, solo per una vecchia illusione ottica, di ottica sto-
riografica, sembra cercare il passato [...], mentre in realtà esso lo afferra e
sospinge dinanzi a noi, lo proietta verso ciò che non è ancora, verso il
futuro»!1. Stanno qui le premesse - come fondatamente osserva ancora
Cotroneo - di quella autonoma ed originale svolta della riflessione di
Franchini verso una teoria del "giudizio storico-prospettico" che si
richiamava esplicitamente al giudizio riflettente kantiano e che, dunque,
entrava in consapevole rotta di collisione verso i principi logici tradizionali
2 e verso le forme assolute del sapere. Insomma lo storicismo come
"principio logico" aveva ormai abbandonato ogni residuo tratto che
potesse accomunarlo allo storicismo idealistico. Ciò in cui Franchini finiva
coll'imbattersi - e che da lui veniva originalmente ripensato - è
quell'universale senza concetto di cui parlava - come ricorda Cotroneo - Kant
nella Critica del giudizio, ma è anche, mi sentirei di aggiungere, quel
giudizio senza riflessione di cui parlava Vico nella Scienza nuova. Insomma è
quel giudizio adeguato ad una visione aperta e non prescrittiva della storia e
che si affida ad una razionalità flessibile che nasce nella storia e con la
storia continuamente si trasforma. " Cfr. R. FRANCHINI, Teoria della
previsione, cit., pp. 30-31. 12 Su ciò resta fondamentale tutta
l'argomentazione svolta in R. FRANCHINI, Eutanasia dei principii logici, Napoli
1989.Keywords: I gladiatori. vitale, avvenire, divenire, storia, historismus, historicismus,
mecanismus, mechanismus, mechanicismus, ragione storica, spirito, dialettica,
opposti, l’opposto, il distinto, aequi-vocalita della dialettica – dialettica
come metodo della filosofia, non della scienza; prospettico, prespetico, spettico,
giudizio, l’utile, storia ciclica, storia lineale, filosofia analitica,
historimus philologicus, critica della ragione storica; Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Franchini” – The Swimming-Pool Library. Raffaello Franchini. Franchini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Franci:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’ostrogoti – la scuola
di Ferara – filosofia ferraese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Ferrara). Abstract: Grice: “In Italy, I’m
described as Goth – since I speak the Gothick language!” Abstract: goth. Filosofo
ferrarese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Ferrara,
Emilia Romagna. Grice: “I like Franci; for one, he philosophises and calls his
thing ‘studi linguistici,’ for another, he teaches in a varsity older than
mine!” Insegna a Bologna. i suoi interessi si sono concentrati principalmente
sullo studio delle molteplici manifestazioni della spiritualità. Dopo essersi
laureato a Bologna con Heilmann, ha poi compiuto studi di perfezionamento a
Roma sotto la supervisione di Tucci. Direttore del Dipartimento di Studi
Linguistici, presidente dell'Accademia delle Scienze e direttore della
Biblioteca di Discipline Umanistiche presso l'Bologna. È stato inoltre Accademico
effettivo dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna; Socio
ordinario dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, Roma; Membro
dell'European Society for Asian Philosophy, Nottingham, Socio Onorario e membro
del Comitato Scientifico dell'Associazione Italia-India; Consigliere
dell'Associazione Italiana di Studi Sanscriti; Vicepresidente del Centro di
Documentazione e Iniziativa per la Pace «Giovanni Favilli»; Membro del Comitato
Direttivo del Centro Studi, Iniziative e Informazioni «Amilcar Cabral»; Membro
del Coordinamento nazionale per l'insegnamento delle culture afro-asiatiche
nella scuola secondaria; Direttore della collana «Studi e testi orientali». Ha
inoltre insegnato presso le Calcutta per tre anni nei primi anni sessanta e di
Firenze. Insegna: Sanscrito Lingue Arie Moderne dell'India Storia dell'India
Moderna e Contemporanea Filosofie, Religioni e Storia dell'India e dell'Asia
Centrale. Gli interessi di Franci si rivolgano principalmente all'India
classica e, in particolare, allo studio del pensiero mistico (bhakti) e
dell'Advaita Vedānta shankariano. Egli non ha mancato comunque di approfondirne
anche gli aspetti moderni e contemporanei:
il ruolo dell'induismo nell'India d'oggi; problematiche relative alla
questione linguistica, con particolare attenzione alle letterature in bengali e
in inglese; studi sul pensiero classico nell'India d'oggi e i pensatori moderni
in generale come Aurobindo. Altre opere: L'Upadesasahasri (Gadyabhaga) di
Sankara: contributo allo studio del Kevaladvaita” (Bologna); “Recenti sviluppi
delle questioni linguistiche indiane, Bologna); “Alcuni problemi e tendenze
della filosofia comparata” (Bologna); “Yoga ed esicasmo, Trapani, “Saggi
indologici, Bologna, La Bhakti: l'amore di Dio nell'induismo, Fossano); “Studi
sul pensiero indiano, Bologna, Piero Martinetti e "Il sistema
Sankhya", Contributi alla storia dell'orientalismo, Giorgio Renato Franci,
Bologna, Luigi Heilmann linguista, indologo, umanista, Bologna, La benedizione
di Babele: contributi alla storia degli studi orientali e linguistici, e delle
presenze orientali, a Bologna, Bologna, L'induismo, Bologna, Il Mulino, Induismo,
prefazione di Gianfranco Ravasifotografie di Andrea Pistolesi, Milano, Touring
Club Italiano, Il Buddhismo, Bologna, Il Mulino, Yoga, Bologna, Il Mulino,
Filosofia indiana Induismo, Treccani L'Enciclopedia italiana".Ostrogoti
antico popolo germanico. Gl’ostrogoti (in latino Ostrogothi o Austrogothi) sono
il ramo orientale dei goti, una tribù germanica che influenza gl’eventi
politici dell’impero romano. Palazzo di Teodorico a Ravenna,
mosaico nella basilica di Sant'Apollinare Nuovo. Sconfissero Odoacre, che ha
deposto Romolo Augusto, ultimo Imperatore Romano d'Occidente, e si insediarono
in Italia. Sono poi sconfitti dai Bizantini. Identità con i Grutungi.
Fibula ostrogota a forma di aquila. La tribù degl’ostrogoti, o austrogothi,
viene citata per la prima volta all'interno della biografia dell'imperatore
CLAUDIO IL GOTICO, attribuita a Trebellius Pollio, appartenente alla raccolta
Historia Augusta. Essi sono ricordati fra le tribù della Scizia che invadeno e
devastarono allora l'impero (all'interno della biografia gl’ostrogoti sono
citati insieme con i grutungi, i tervingi e i visigoti. Secondo Wolfram
le fonti primarie parlano di Tervingi/Grutungi o di Vesi/Ostrogoti senza mai
mischiare le coppie. I quattro nomi vienneno usati contemporaneamente, ma
sempre rispettando le coppie, come in gruthungi, austrogothi, tervingi, e visi.
Wolfram e Burns concludono che il termine "grutungi" è un identificativo
geografico usato dai tervingi per descrivere un popolo che si autodefine ostrogoti.[
Questa terminologia spare dopo che i goti vennero fatti scappare dall'invasione
unnica. A suo supporto, Wolfram cita Zosimo che parla di un gruppo di sciti a
nord del Danubio chiamati grutungi dai barbari dell'Ister. Wolfram conclude che
questo popolo sono i tervingi rimasti dopo la conquista degli Unni. Secondo
questa concezione grutungi ed ostrogoti sono più o meno LO STESSO POPOLO. Che i
grutungi sono gl’ostrogoti è anche il parere di Giordane. Egli identifica i re ostrogoti
da Teodorico il Grande a Teodato come gl’eredi del re Grutungio Ermanarico.
Questa interpretazione, nonostante sia condivisa da molti studiosi, non è
universalmente condivisa. La nomenclatura di grutungi e tervingi cadde in
disuso. In generale, la terminologia di una tribù gotica divisa dagli altri
scomparve gradatamente dopo l'assorbimento fatto dall'impero romano. Heather
ritiene invece che l'identificazione tradizionale degl’istrogoti con i greutungi
è errata. Secondo Heather gl’ostrogoti nasceno dalla coalizione tra i goti Amal
in Pannonia, ex sudditi degl’unni, e i goti foederati dell'Impero in Tracia. I grutungi
che si stanziarono all'interno dell'impero come foederati, secondo Heather, non
sono lo stesso popolo che fonda un regno romano-barbarico in Italia sotto
Teodorico il Grande, ma i progenitori, insieme con i tervingi e i goti
superstiti dell'armata di Radagaiso, dei visigoti. Secondo Heather, i visigoti
nasceno dalla coalizione, sotto Alarico, di TRE gruppi gotici: i tervingi, stanziati
come foederati nei Balcani e poi uniti sotto la guida di Alarico, i grutungi, stanziati
come foederati nei Balcani e poi uniti sotto la guida di Alarico, ed i goti di
Radagaiso. INVASA L’ITALIA, vennero sconfitti da Stilicone e arruolati
nell'esercito romano; dopo l'uccisione di Stilicone, vi fu un'ondata repressiva
da parte dell'Impero contro i soldati di origine barbarica, che decisero dunque
di unirsi ad Alarico) Secondo Heather, dunque, i Grutungi sono i progenitori
dei visigoti, non ostrogoti. Genealogia mitologica e storica Þjelvar
(secondo la Gutasaga) Hafþi = Huítastjerna Graipr Guti ovvero
Gapt (o Gautr o Gautar) (anche Gaut, Goto, etc.) (cfr. Giordane) Hulmul
Gautrekr leggendario re dei Geati, Augis "Amala", capostipite
degl’amali, Hisarnis Ostrogota, primo re degl’ostrogoti Hunuil Athal Achiulf
Oduulf Ansila Edilf Vultuuf Hermanaric,
re della tribù gotica dei Grutungi; Valaravans Hunimund Vinitharius Thorismund
Vandalarius Beremund Thiudimer Valamir Vidimer Veteric = Erelieva Eutaric =
Amalasunta Teodorico Amalafrida = N.N.; Audofleda (o Audefleda) Atalarico
Matasunta = Vitige; Germano
Giustino Teodegota = Alarico II; Amalasunta = Eutaric Germano Stor; Posizionamento
degli Ostrogoti in Sarmazia. Il regno gotico in Dacia (Gutthiuda). Secondo
le loro stesse tradizioni erano originari dell'attuale isola svedese di Gotland
e la regione di Götaland. Nel 250 si divisero dai visigoti e nacque
appunto il regno ostrogoto. Il primo re si chiamava Ostrogota ed era della
stirpe degli Amali. Gl’ostrogoti uccideno l'imperatore Decio, più tardi
saccheggiarono alcune isole dell'Egeo e conquistarono la Tracia e la
Mesia. La prima menzione di Ostrogoti si ha nel 269, quando l'imperatore
Claudio II li riconobbe fra i barbari sciti. In quell'anno Claudio II riuscì a
fermare l'avanzata degli Ostrogoti. Nelle prime fasi della loro
migrazione dalla Scandinavia, gli Ostrogoti, o goti d'Oriente fondarono un
regno a nord del Mar Nero (Cultura di Černjachov). Ma ricominciarono le
scorrerie e conquistarono il regno vandalo (che prima della conquista del Nord
Africa si trovava in Dacia) e presero questa popolosa regione. Dopo
queste vittorie assoggettarono popoli slavi(sklaveni) e arrivarono fino al Mar
Baltico, e alcuni storici paragonarono le loro imprese a quelle di Alessandro
Magno, perché avevano creato un regno che partiva dalla Grecia e arrivava fino
al mar Baltico. Invasioni degli UnniModifica Incalzati dagli Unni che li
avevano scacciati dalla loro regione d'insediamento tra il Danubio e il Mar
Nero, gl’ostrogoti chiesero pressantemente asilo a Valente, accalcandosi ai
confini dell'Impero, precisamente lungo il Danubio. L'imperatore Valente accetta
di accogliere le popolazioni barbare come foederati, allo scopo di rafforzare
il proprio esercito e per aumentare la base imponibile del fisco. Gl’ostrogoti
si stabilirono così nel territorio della Mesia e della Dacia. Dopo le
invasioni degli Unni Travolti dall'invasione unna, numerosi nuclei d’ostrogoti
entrano a far parte dell'orda d’Attila. Dopo la morte del condottiero unno, il
popolo ostrogoto si ricostituì e si stanzia lungo il medio corso del Danubio,
in un territorio corrispondente grosso modo all'odierna Serbia. Dopo il
collasso dell'Impero degl’unni, molti ostrogoti vennero spostati
dall'imperatore Marciano in Pannonia con la qualifica di foederati. Durante il
regno di Leone I, dal momento che l'impero romano smise di pagare la quota
annuale, devastano l'Illiria. Venne firmata la pace in seguito alla quale
Teodorico Amalo, figlio di Teodemiro della dinastia Amali, venne mandato a
Costantinopoli come ostaggio, dove riceve un'educazione romana. Regno in Italia
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regno ostrogoto
e Teodorico il Grande. Teodorico sconfigge Odoacre (Antica
pergamena). Estensione del Regno degli Ostrogoti. In Italia, il barbaro
Odoacre DEPONE L’ULTIMO IMPERATORE ROMANO ROMOLO AUGUSTO, DETTO AUGUSTOLO, e
non osando proclamarsi imperatore si proclama RE di un misto di popoli barbari:
eruli, sciri, rugi, gepidi, e turcilingi. Egli riscatta dai vandali con un
tributo la Sicilia, che rimane dunque unita all'Italia e ne segue le sorti.
Caduto l'Impero romano d'Occidente, è rimasto in piedi quello d'Oriente, il cui
imperatore Zenone intende riconquistare l'Occidente, in mano ai barbari.
L'imperatore è preoccupato dall'intraprendenza di Odoacre, che sa governare in
modo da non urtare la suscettibilità dei latini e da estendere i confini del
suo regno. Il periodo vide una lotta a tre tra Teodorico, che successe al
padre, Teodorico Strabone e l'imperatore bizantino Zenone. Nel corso di questo
conflitto le alleanze cambiarono più volte, e buona parte dei Balcani venne
devastata. Alla fine, dopo la morte di Strabone, Zenone scese a patti con
Teodorico. Parte della Mesiae della Dacia vennero cedute ai Goti, e Teodorico
venne nominato magister militum praesentalis e Console. Solo un anno dopo
Teodorico e Zenone ripresero il loro conflitto, e di nuovo Teodorico invase la
Tracia saccheggiandola. Fu allora che Zenone siglò un accordo con Teodorico,
invitandolo a invadere l'Italia in suo nome per scacciare il re degli Eruli
Odoacre che, dopo aver deposto l'ultimo imperatore romano d'Occidente Romolo
Augusto ed essersi proclamato rex Italiæ, amministra la penisola in totale
autonomia. In numero forse di 250.000 tra uomini, donne e bambini, da
Nouae risalirono la Sava condotti da Teodorico loro re, si scontrarono con
Odoacre ad Aquileia e lo batterono a Verona. Odoacre scese invano nell'Italia
centrale per ottenere aiuti da Roma. Riguadagnata Ravenna riuscì a battere
l'avversario e a chiuderlo in Pavia: ma i Visigoti, giunti dalla Spagna in
aiuto dei loro consanguinei, ruppero il blocco. La guerra continuò un altro
anno finché Odoacre fu sconfitto definitivamente sull'Adda e venne costretto a
rifugiarsi a Ravenna. Dopo un lungo assedio a Ravenna, Odoacre si arrese a
Teodorico con la promessa di aver salva la vita. Ma Teodorico, violando i
patti, uccise Odoacre a tradimento durante un banchetto, con le proprie mani, e
ne fece uccidere i parenti e i seguaci. Secondo altri, Odoacre fu invece
giustiziato dopo rapido processo condotto dallo stesso Teodorico, in quanto stava
tentando di indurre alcuni generali ostrogoti alla rivolta per riconquistare il
trono. Gl’ostrogoti costituirono un nuovo regno romano-barbarico in
Italia, che si estendeva fino alla Pannonia a nord est e alla Provincia, l'odierna
Provenza, a nord ovest. Come Odoacre, anche Teodorico poteva vantare il titolo
di patrizio e rispondeva all'imperatore di Costantinopoli con la qualifica di
viceré d'Italia, titolo riconosciuto dall'imperatore Anastasio. Il suo regno è
caratterizzato da un relativo ordine interno, anche se i luogotenenti reali
violano sovente le disposizioni di Teodorico di rispettare la popolazione
latina. Molti proprietari terrieri ancora fedeli al paganesimo sono eliminati
con l'accusa di schiavismo, ma in molte circostanze è un pretesto per
consentire ai possidenti barbari e collaborazionisti (tra cui Quinto Aurelio
Memmio Simmaco) di ingrandire le loro proprietà. Il regno sopravvive fino
all'intervento diretto in Italia dell'imperatore d'Oriente Giustiniano e alla
susseguente guerra goto-bizantina. La caduta Magnifying glass icon
mgx2.svg Guerra gotica. Impero di Teodorico - La mappa mostra i regni
germanici nel 526, l'anno in cui morì Teodorico. Oltre all'Italia, la Dalmazia
e la Provenza, regnò anche sui Visigoti. Dopo la morte di Teodorico del 30
agosto 526, le sue conquiste incominciarono a collassare. Successore di
Teodorico fu il neonato nipote Atalarico, tutelato dalla madre Amalasunta come
reggente. La mancanza di un erede forte portò a una rete di alleanze che
condussero lo stato ostrogoto alla disintegrazione: il regno visigoto
riconquista la propria autonomia sotto Amalarico, i rapporti con i vandali
divennero ostili, e i franchi incominciarono una nuova campagna espansionistica
sottomettendo i turingi, i burgundi e quasi sfrattando i visi-goti dalla loro
patria, la gallia meridionale. La posizione di predominanza che il regno
ostrogoto acquisì grazie a Teodorico in Europa occidentale passa ora ai franchi.
Non sopportando la reggenza di una donna, né l'educazione romana impartita al
ragazzo, né i rapporti ossequiosi d’Amalasunta verso Bisanzio e neppure il suo
spirito conciliante verso i Romanici, la nobiltà gota riusce a strapparle il figlio
e a educarlo secondo le usanze del suo popolo. Tuttavia Atalarico si da a una
vita di sperperi ed eccessi trovando una morte prematura. Allora Amalasunta,
che vuole mantenere il potere, sposa suo cugino Teodato, duca di Tuscia.
Costui, però, la relega in un'isola del lago di Bolsena, dove poi la fa
uccidere da un suo sicario. L'esilio e l'assassino d’Amalasunta è il casus
belli che permitte a Giustiniano di invadere l'Italia. Teodato tenta d’evitare
la guerra, spedendo messaggeri a Costantinopoli, ma Giustiniano è già pronto a
reclamare l'Italia. Solo la rinuncia al trono di Teodato, e la consegna del suo
regno all'impero, avrebbero evitato la guerra. Il generale incaricato di
dirigere le operazioni è BELISARIO (melodramma), che da poco aveva combattuto
con successo contro i vandali, a cui furono affidati 10.000 uomini tra
comitatensi, foederati e buccellarii. Il generale bizantino conquista
velocemente la Sicilia, per poi occupare Reggio Calabria e Napoliprima. È a
Roma, costringendo alla fuga il nuovo re dei goti Vitige che da poco è stato
chiamato a sostituire Teodato. Rimase fermo a lungo a Roma poi, grazie a
rinforzi giunti da Costantinopoli, il generale spedì Narsete a liberare
Ariminum (Rimini), e Mundila (che battè i Goti a Pavia) a conquistare
Mediolanum (Milano). I conflitti interni fra Narsete e Belisario fecero sì che
Milano, assediata, dovette capitolare per fame venendo saccheggiata da 30.000 goti
che, guidati da Uraia, trucidarono gli abitanti. Ritratto di
Teodato su una sua moneta. Nel frattempo erano arrivati in Italia anche i
Franchi e i Burgundi, discesi nella Pianura Padana al comando di Teodeberto.
Belisario riuscì a espugnare Ravenna, capitale degli Ostrogoti, e a catturare
Vitige, grazie a un'astuzia: finse di accettare l'offerta da parte dei Goti di
diventare loro re per farsi aprire le porte e conquistarla. In seguito alla
caduta di Ravenna, il tesoro regio e la corte furono trasferite a Pavia, dove
già Teodorico aveva fatto realizzare un Palazzo reale.Giustiniano, spaventato,
richiamò in patria Belisario lasciando campo libero ai Goti. Sale al potere
Totila, che ottenne l'appoggio della popolazione italica grazie a una politica
agraria di eguaglianza, in base alla quale i servi, affrancati, si arruolavano
in massa nell'esercito di Totila. Grazie a questo e ad altri fattori,
riconquistò l'Italia settentrionale. Totila arrivò fino a Roma assediandola e
conquistandola; per la sua difesa venne richiamato Belisario che la riprese.
Giustiniano, dopo aver richiamato Belisario, lanciò una nuova campagna di
conquista dell'Italia, con a capo Germano. Durante la riconquista di Roma
guidata da Narsete, Totila venne ferito e morì poco dopo. Il successore di
Totila fu Teia che, sconfitto velocemente, fu anche l'ultimo re dei Goti. La
sua sconfitta non determinò però l'automatica sottomissione delle guarnigioni
ostrogote, che, pur non eleggendo un nuovo re, continuarono avanti una lotta
disorganizzata, chiamando in loro aiuto i Franchi-Alamanni condotti da Butilino
e Leutari: Narsete, comunque, riuscì a sconfiggere i franco-alamanni,
spingendoli al ritiro e nello stesso tempo ottenne la sottomissione delle
ultime fortezze ostrogote della Tuscia, di Cuma e di Conza. Rimaneva però
ancora da conquistare la regione transpadana, in cui i goti, condotti da Widin,
non avevano intenzione di arrendersi e avevano ottenuto inoltre l'appoggio del
comandante franco Amingo: la loro resistenza durò fino a quando Narsete
sconfisse sia Widin sia Amingo e sottomise Verona, Pavia e Brescia, le ultime
sacche di resistenza. La Prammatica Sanzione del 554 ricondusse tutti i
territori dell'Italia sotto la legislazione dell'Impero bizantino, e reintegrò
tutti i proprietari terrieri delle terre alienate dall'"immondo" Totila
a favore dei contadini. Gli Ostrogoti, in seguito alla vittoria bizantina,
scomparvero praticamente come componente demica, venendo dispersi o arruolati
come mercenari per servire in Oriente nell'esercito bizantino, mentre pochi
rimasero in Italia; la Chiesa ariana venne perseguitata e molti Ostrogoti
vennero convertiti al cattolicesimo, salvo poi essere riassorbiti dai
Longobardi. CulturaOrecchini ostrogoti in stile policromo, Metropolitan
Museum of Art, New York. Architettura A causa della breve storia del regno,
l'arte d’ostrogoti e romani non sube una fusione. Sotto il patrocinio di
Teodorico e Amalasunta, comunque, vennero svolti numerosi restauri di edifici
dell'antica Roma. A Ravenna vennero costruite nuove chiese ed edifici
monumentali, molti dei quali sono tuttora in piedi. La Basilica di
Sant'Apollinare Nuovo, il suo battistero, e la Cappella Arcivescovile seguono
uno stile architettonico tardo romano, mentre il Mausoleo di Teodorico mostra
elementi puramente gotici, tipo il mancato uso di mattoni a cui vennero
preferiti blocchi di calcare istriano, o il tetto in monoblocco di pietra da
300 tonnellate. Buona parte dei lavori di letteratura gotica (redatti
durante il regno ostrogoto) sono IN LINGUA LATINA, nonostante alcuni dei più
vecchi siano stati tradotti in greco e IN GOTICO (ad esempio il Codex
Argenteus). Cassiodoro, provenendo da un contesto diverso, ed esso stesso
incaricato di compiti importanti nelle istituzioni (console e magister
officiorum), rappresenta la classe dirigente romana. Come molti altri con le
stesse origini, serve lealmente Teodorico e i suoi eredi, come descritto nelle
sue opere del tempo. Il suo Chronica, usato in seguito da Giordane per il
proprio Getica, e altri panegirici scritti da lui e da altri romani per i re goti
del tempo, vennero redatti sotto la protezione dei signori goti stessi. La sua
posizione privilegiata gli permise di compilare il Variae Epistolae, un
epistolario di comunicazioni di stato, che ci permette un'ottima conoscenza
della diplomazia gotica del tempo. Fibbia di cintura ostrogota da
Torre del Mangano, VI secolo, Pavia, Musei Civici BOEZIO (si veda) è un'altra
importante figura del tempo. Ben educato e proveniente da una famiglia
aristocratica, scrive di matematica, musica e filosofia. Il suo lavoro più
famoso, il De consolatione philosophiæ, venne scritto mentre si trovava
imprigionato con l'accusa di tradimento. Re ostrogoti Magnifying glass
icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sovrani ostrogoti. Dinastia
degli Amali Valamiro Teodemiro Teodorico AtalaricoTeodato Re successivi Vitige
Ildibaldo Erarico Totila (anche conosciuto come Baduela) Teia. Picotti,
Ostrogoti in Enciclopedia Italiana Treccani Trebellius Pollio, Historia Augusta
- Divus Claudius Wolfram, Storia dei Goti, Roma, Salerno Herwig Wolfram, Burns,
A History of the Ostrogoths (Bloomington: Indiana Wolfram Heather, Peter, The
Goths, Blackwell, Malden, Heather Heather Wolfram Giordane, Getica, Bury; AA.VV.,
Dall'impero romano a Carlo Magno, in La Storia, Milano, Mondadori, Settia, Il
fiume in guerra. L'Adda come ostacolo militare (V-XIV secolo)", Studi
storici, Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia. Torino: Einaudi Bury Bury
History of the Later Roman Empire, Procopio di Cesarea, De Bello Gothico
Brandolini, Pavia: Vestigia di una Civitas altomedievale. Majocchi, Sviluppo e
affermazione di una capitale altomedievale: Pavia in età gota e longobarda,
"Reti Medievali – Rivista, rmojs.unina.it index.php/rm/article Reti
Medievali Fonti primarie Procopio di Cesarea, De bello Gothico, Giordane, De
origine actibusque Getarum ("Origine e azioni dei Goti"). traduzione
di Mierow Cassiodoro, Chronica Cassiodoro, Varia epistolae
("Lettere"), presso il Progetto Gutenberg Anonymus Valesianus,
Excerpta, Par. II Fonti secondarieModifica In inglese Gibbon, History of the
Decline and Fall of the Roman Empire Internet Archive. Burns, A History of the
Ostrogoths, Boomington, Bury, History of the Later Roman Empire Macmillan Heather,
The Goths, Oxford, Blackwell Publishers, Wolfram, Storia dei Goti, Roma,
Salerno, Amory, People and Identity in Ostrogothic Italy, Cambridge Azzara,
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Einaudi I Goti. Catalogo della mostra, Milano, Electa, Pepe, Il Medio Evo barbarico
d'Italia. Torino, Giulio Einaudi, Tabacco, La Storia politica e sociale, dal
tramonto dell'Impero romano alle prime formazioni di Stati regionali, in:
Storia d'Italia, vol. I, Torino, Einaudi, Tamassia, Storia del regno dei Goti e
dei Longobardi in Italia, Heather, La caduta dell'Impero romano, Milano,
Garzanti. Fonti su Teodorico, Teoderico il grande e i Goti d'Italia. Atti del
XIII Congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo (Milano Spoleto,
CISAM, Garollo, Teoderico re dei Goti e degl'Italiani, Firenze, Tip. Gazzetta
d'Italia. Ensslin, Theoderich der Grosse, München, Bruckmann Lamma, Teoderico,
Brescia, La Scuola Editrice, Moorhead, Theoderic in Italy, Oxford, Oxford
Amory, People and identity in Ostrogothic Italy, Cambridge, Giovanditto,
Teodorico e i suoi goti in Italia, Jaca Book, Milano; Saitta, La «civilitas» di
Teoderico: rigore amministrativo, «tolleranza» religiosa e recupero dell'antico
nell'Italia ostrogota, Roma, L'Erma di Bretschneider Goti Sovrani ostrogoti
Regno ostrogoto Lingua gotica Teodorico il Grande Grutungi Ostrogoti, su
hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Ostrogoti, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica; Ostrogoti, in Catholic Encyclopedia,
Appleton Portale Antica Roma Portale Medioevo Regno ostrogoto regno
ostrogoto in Italia; Tervingi Grutungi. Keywords: i ostrogoti, Staal, Grice on Indian
Philosophy – ‘the Indian philosophical culture” “The Western-European
philosophical culture” -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Franci” – The
Swimming-Pool Library. Giorgio Reato
Franci. Franci.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Francia:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei centauri – la scuola
di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “For my use of
‘objective’—not as in ‘conversational objective’ – I recommend my first Carus
Lecture!” Keywords: oggetivo-suggetivo. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Fireze,
Toscana. Grice: “Francia is a good one; for one, he philosophised on ‘not’: “il
rifiuto.”” Grice: “Italians use rifiute and confute – as we do!” – Grice: “Ryle
used to say, to provoke Popper, that ‘to refute’ is pretentious, when “to deny”
does!” Figlio del generale e geografo Orazio e di Gina Mazzoni, dopo gli studi liceali
si laurea Firenze con Carrara, di cui diviene. Insegna a Firenze. Al contempo,
svolse attività di ricerca all'Istituto Nazionale d’Ottica di Arcetri, diretto
da Vasco Ronchi. Lavora presso il centro di ricerca ottica della Ducati di
Bologna fino a quando divennne professore straordinario di onde
elettromagnetiche a Firenze, quindi ordinario della stessa disciplina all'istituto
nazionale d’Ottica (Arcetri), dopo anni di ricerca e di insegnamento
all'Rochester. Passa a Firenze, come ordinario di ottica su una cattedra
appositamente creata per lui. Contemporaneamente, collabora con l'Istituto di
ricerca sulle microonde del CNR di Firenze, fondato da Nello Carrara. Fonda e
diresse sia l'Istituto di ricerca sulle onde elettromagnetiche, oggi Istituto
di Fisica Applicata del CNR, che l'Istituto di Elettronica Quantistica (sempre
del CNR). Ordinario di fisica a Firenze. Altresì presidente della Società
italiana di fisica, della International Commission for Optics della Società
italiana di logica e filosofia della scienza, del Forum per i problemi della
pace e della guerra e della Scuola di musica di Fiesole, oltre l'ambito
scientifico F. ha vasti interessi culturali, occupandosi approfonditamente tra
l'altro di filosofia della scienza. Socio nazionale dell'Accademia Nazionale
dei Lincei, è anche un appassionato dantista. È padre dell'architetto
Cristiano F.. Si occupa variamente di fisica matematica, di ottica, di
microonde, di laser, di meccanica quantistica, di elettrodinamica, di
fondamenti della fisica, di epistemologia, di informatica. Tra i suoi
contributi principali sono da ricordare, nel campo dell'ottica, la formulazione
del concetto di super-risoluzione (Toraldo filters) e del principio
dell'interferenza inversa (prodromico alla nozione di olografia), nonché la
dimostrazione sperimentale dell'esistenza delle onde evanescenti (evanescent
waves). I suoi contributi più recenti hanno riguardato la didattica della
fisica, la divulgazione della filosofia della scienza e i rapporti tra scienza
e società nonché tra cultura scientifica e cultura umanistica. Tra l'altro, in
collaborazione ha curato e tradotto in italiano il noto trattato La fisica di
Feynman, opera didattica di Feynman. Altre opere: Fisica per architetti,
Edizioni Universitarie, Firenze); “Onde elettromagnetiche, Zanichelli,
Bologna); “Radiazione, Istituto di Fisica, Università degli Studi di Firenze,
Firenze, “Diffrazione” (Einaudi, Torino); “Il fotone e l’elettrone”; Istituto
di Fisica, Università degli Studi di Firenze, Firenze, “L’accelerazione della
particella” Istituto di Fisica, Università degli Studi di Firenze, Firenze);
“Elettrodinamica e radiazione” Istituto di Fisica, Università degli Studi di
Firenze, Firenze. “Il metodo geometrico ed il metodo aritmetico della fisica” Istituto
di Fisica, Università degli Studi di Firenze, Firenze, “Radiazione”, Istituto
di Fisica, Università degli Studi di Firenze, Firenze, “Il fisico (Einaudi,
Torino); “Il fisico” (Guaraldi, Firenze-Rimini, Il rifiuto. Considerazioni
semiserie di un fisico sul mondo di oggi e di domani, Einaudi, Torino, Problemi
dei fondamenti della fisica, Scuola Internazionale di Fisica, Varenna sul Lago
di Como, Società Italiana di Fisica, Editrice Compositori, Bologna, Le teorie
fisiche. Un'analisi formale (Bollati Boringhieri, Torino); “L'amico di Platone.
L'uomo nell'era scientifica” (Vallecchi, Firenze); “Le cose e i loro nomi” (Laterza,
Roma-Bari); Fisica per il licei” (La
Nuova Italia, Firenze); “La grande avventura della scienza, Istituto di Fisica,
Università degli Studi di Firenze, Firenze, “La scimmia allo specchio.
Osservarsi per conoscere” (Laterza, Roma-Bari); “Un universo troppo semplice.
La visione storica e la visione scientifica del mondo, Feltrinelli, Milano); “Tempo,
cambiamento, invarianza” (Einaudi, Torino, Dialoghi di fine secolo.
Ragionamenti sulla scienza e dintorni” (Giunti, Firenze); -- EX ABSURDO “Ex
absurdo. Riflessioni di un fisico, Feltrinelli, Milano); “In fin dei conti, Di
Renzo Editore, Roma); “Il pianeta assediato. Conversazione di fine millennio” Le
lettere, Firenze, Nascita di un uomo moderno, Edizioni CNSL, Recanati, Introduzione
alla filosofia della scienza” (Laterza, Roma-Bari, Metodi matematici della fisica,
Edizioni IFAC, Firenze,. Elettrodinamica e teoria della radiazione (Renzo
Vallauri e Daniela Mugnai), Edizioni IFAC, Firenze. Per le notizie biografiche
qui riportate, ci si riferisce a R. Pratesi, L. Ronchi Abbozzo, "Breve
nota sul contributo scientifico di Giuliano Toraldo di Francia", Quaderni
della Società Italiana di Elettromagnetismo, cfr. anche aif/ fisico/biografia-f./ Elenco dei Professori di Firenze Archiviato, Florence, Italian
Physical Society, Editrice Compositori, Bologna, R. Pratesi, L. Ronchi Abbozzo,
Breve nota sul contributo, Quaderni della Società Italiana di Elettromagnetismo,
E. Castellani, "Nodi d'invarianti:
l'eredità", scienziato umanista, Le Scienze, E. Agazzi, "Ricordo", Epistemologia,
Breve nota sul contributo, su elettromagnetismo. Angela, Dialoghi di fine
secolo: ragionamenti sulla scienza e dintorni, Giunti, In ricordo, Riccardo Pratesi, Società italiana
di fisica. Teatro dell'assurdo Lingua Segui Storia del teatro occidentale
Teatro greco Tragedia greca Commedia greca Dramma satiresco Autori classici
greci Teatro latino Atellana Cothurnata Fescennino Praetexta Palliata Satira
latina Togata Autori classici latini Teatro medievale Sacra rappresentazione
Mistero Moralità Masque Dumbshow Commedia elegiaca Teatro moderno Commedia
umanistica Teatro erudito Dramma pastorale Teatro rinascimentale Teatro
elisabettiano Commedia dell'arte Commedia ridicolosa Comédie larmoyante Dramma
romantico Dramma borghese Dramma politico Teatro contemporaneo Regia teatrale
Teorici del teatro Teatro epico Teatro dell'assurdo Varietà Storia della danza
Storia del mimo e della pantomima Storia del circo Visita il Portale del Teatro
Teatro dell'assurdo è la denominazione di un particolare tipo di opere scritte
da alcuni drammaturghi, soprattutto europei, tra gli anni quaranta e gli anni
sessanta, a volte prolungato agli anni settanta per quel che riguarda poi il
lavoro di alcuni autori particolari. Con lo stesso termine si identifica anche
tutto lo stile teatrale nato dall'evoluzione dei loro lavori. Etimologia Il
termine venne coniato dal critico Esslin, che ne fece il titolo di una sua
pubblicazione, The Theatre of the Absurd. Per Esslin il lavoro di questi autori
consiste in una articolazione artistica del concetto filosofico di ASSURDITÀ dell'esistenza,
elaborato dagli autori dell'esistenzialismo (si vedano ad esempio le tesi di
Sartre e quelle successive di Camus, esposte anche nelle proprie produzioni
narrative e appunto TEATRALE, oltre a quella consueta saggistica). Le
caratteristiche peculiari del teatro dell'assurdo sono il deliberato abbandono
di un costrutto drammaturgico razionale e il rifiuto del linguaggio
logico-consequenziale. La struttura tradizionale (trama di eventi,
concatenazione, scioglimento) viene pertanto rigettata e sostituita da una
successione di eventi priva di logica apparente, legati fra loro da una labile
ed effimera traccia (uno stato d'animo o un'emozione), apparentemente senza
alcun significato. Il teatro dell'assurdo si caratterizza per dialoghi
volutamente senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il
sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i
personaggi. Tra i maggiori esponenti del teatro dell'assurdo (che
potrebbe avere come "padre" letterario Jarry) vanno ricordati
Beckett, Tardieu, Ionesco, Valentin, Adamov e Schehadé. Una seconda generazione
ha avuto come protagonisti Pinter, Pinget, Vian e Mrożek. Anche Genet, autore
di Le serve, era stato inizialmente inserito da Esslin nel gruppo
originario. Fra gl’autori italiani, è spesso accostato al teatro
dell'assurdo CAMPANILE (si veda), indicandolo come un precursore. Esslin, The
Theatre of the Absurd, Garden City, Doubleday et Company, Assurdo
Esistenzialismo Generi teatrali Patafisica Teatro dell'assurdo, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Voce Teatro dell'assurdo nel
Dizionario dello Spettacolo del '900, su Delteatro Portale Letteratura
Portale Teatro Esistenzialismo corrente di pensiero Ionesco scrittore
e drammaturgo francese Camus et la
Parole manquante Langue Suivre Camus et la Parole manquante est un essai de Costes
consacré à Camus et publié. Le cheminement intellectuel de l'écrivain est
étudié sous un angle psychanalytique, et décomposé en trois cycles: le cycle de
l'absurde, le cycle de la révolte et le cycle de la culpabilité. Camus et
la Parole manquante Costes France Essai Payot Science de l'Homme Série Étude
psychanalytique modifier Consultez la documentation du modèle Camus parole.jpg
Cadre conceptuel Costes se propose de saisir le cheminement intellectuel d'un
des écrivains français les plus lus, aussi bien dans son pays que dans le
monde. C'est à dessein qu'il a placé cette citation de Camus en tête de son
ouvrage: Comme les grandes œuvres, les sentiments profonds signifient
toujours plus qu'ils n'ont conscience de le dire. Le Mythe de Sisyphe. Costes
fonde son étude sur une double approche, à la fois textuelle sur l'analyse des
textes de Camus -la plus exhaustive possible- et sur une approche biographique
de l'homme. Pour lui, les deux approches sont complémentaires pour rendre
compte le plus exactement possible de ce qui a fondé la démarche camusienne.
Son objectif est de rechercher ce qui fait le désir de création d'un écrivain
comme lui et de s'attacher à expliquer les modes de sublimation littéraire :
pourquoi est-il devenu écrivain, où puise-t-il son énergie créatrice? Il est
certain que dans son cas le fait parental est un élément évident. D'une part,
il n'a pas suffisamment connu son père, mort pendant la guerre, un an après la
naissance d'Albert, pour en garder la moindre image. D'autre part, sa mère,
douce et peu loquace, s'est toujours effacée derrière la figure autoritaire de
la grand-mère. L'enfant est donc rapidement confronté à une forte absence
parentale. Pour combler ce manque, il va rechercher en particulier des
substituts de père, qu'il va trouver chez son instituteur Germain puis chez
Grenier, son professeur de FILOSOFIA au LICEO LIZIO d'Alger (ce qu'Alain Costes
appelle des imagos). Il leur impute son amour pour le football, dont son
instituteur était particulièrement féru, de la nage et de la mer, qui lui
viendrait de son oncle tonnelier qui vivait avec eux chez la grand-mère, et de
l'écriture qu'il tiendrait du professeur Grenier. Son amour du théâtre en
découle largement. Le théâtre transportait Camus dans le monde qui était
exactement le sien du fait de ses identifications paternelles littéraires.
Cycle de l'absurdeModifier Sisyphe. L'homme que je serais si je n'avais
été l'enfant que je fus. Carnets. Apparemment, La mort heureuse son premier
roman, s'inscrit dans un cadre œdipien banal: Mersault entretient une liaison
avec Marthe qui va de temps en temps voir Zagreus, son ancien amant. Mais
Mersault tue Zagreus dans une crise de jalousie. Tout se complique cependant:
Mersault a surtout tué Zagreus pour le voler, Zagreus l'estropié, (comme
l'oncle de Camus) infirmité qu'il a rapportée de la guerre, cette guerre où son
père est mort. Voilà la raison essentielle du meurtre de Zagreus par Mersault,
cet homme silencieux qui rappelle à Camus cette mère absente et murée dans son
silence. L'analyse d'Alain Costes est confortée par un article où les
difficultés de Meursault se traduisent ainsi: échec du travail de deuil, perte
de contact avec la réalité et rupture des relations objectale. C'est en quelque
sorte le fantasme de Camus qui a pour titre L'Étranger. L’ambivalence de
Camus, le côté positif qu’il investit dans la Nature idéalisée et le côté
négatif d’une perte de contact avec la réalité, c’est d’abord son premier
recueil de nouvelles où l’on retrouve dans le titre cette dualité: l’endroit »
qu’il projette sur la Nature, sur l’amour et l’envers qui représente le monde
absurde et angoissant. Face à cette angoisse, à ses tentations suicidaires – le
suicide est « le seul problème philosophique - Camus veut exprimer son pari
pour la vie, par-delà l’absurde à travers l’analyse qu’il livre dans Le Mythe
de Sisyphe. Quoi qu’il en soit, écrit Costes, la pierre angulaire de la
pensée de Camus réside dans les silences de sa mère. Comme les mythes, les
silences sont faits pour que l’imagination les anime. Il rêve d’une philosophie
du minéral, à force d’indifférence et d’insensibilité, il arrive qu’un visage
rejoigne la grandeur minérale d’un paysage. C’est la bonne mère Nature
qui réapparaît mais sous une forme dénudée, hiératique, celle où il est souvent
question de pierre ou de désert. Le Malentenduaussi est une tragédie du
mutisme, de la non communication, comme toutes les œuvres du cycle de l’absurde.
Quand Camus termine Le Malentendu, il note dans ses carnets. C’est le goût de
la pierre qui m’attire peut-être tant vers la sculpture. Elle redonne à la
forme humaine le poids et l’indifférence sans lesquels je ne lui vois de vraie
grandeur. Comme le sculpteur qui fait parler la pierre, Camus peuple le silence
maternel de ses fantasmes ». C’est le mythe de Niobé, réduite au silence pour
avoir provoqué la mort de ses enfants. Ce silence qui fascine tant Camus et lui
renvoie l’image de sa mère, il va le vaincre par l’écriture, oralité du
langage, qui tient aussi à son père mort et à son oncle muet. Cycle de la
révolte La révolte selon Delacroix La conception de La Peste est difficile,
laborieuse, trois versions se succèdent pour composer, recomposer, peaufiner
son texte. Pour Alain Costes, ce long et pénible travail exprime la «
restructuration progressive du moi physique camusien. Camus précise ainsi son
objectif: Faire ainsi du thème de la séparation le grand thème du roman; c’est le
thème de la mère qui doit tout dominer. C’est un Camus recomposé en 4
personnages, expression de la restructuration de son Moi: le docteur Rieux est
le résistant Camus, Tarrou est le fils dont le père (comme celui de Camus)
assista à une exécution capitale, Rambert le journaliste que la peste sépare de
sa femme et Grand le long travail de création. Est jouée la première de
L’État de siège. Dans cette pièce, les habitants de Cadix vivent une vie
insouciante quand survient le tyran Peste et sa secrétaire. Seul Diego s’oppose
au tyran et se sacrifiera pour qu’il parte. Mais ici c’est l’image paternelle
du tyran qui est maléfique, alors que l’imago maternel est valorisé et Diego va
engager une lutte victorieuse contre le Père. Cette évolution indique selon Alain
Costes, que Diego-Camus « aborde très clairement la situation œdipienne
». Les Justes, cette pièce ou des révolutionnaires russes doivent tuer le
Grand-duc, représentant du tsar (donc le Père) repose sur l’histoire du meurtre
du père et l’histoire d’une passion avec Dora-Kaliayev. Les amants se
rejoignent enfin au-delà de la mort dans un acte qui transcende leur amour
contrairement à l’histoire de Victoria et de Diego dans L'État de siège. C’est
pourquoi Costes peut soutenir que pour la première fois, on y trouve une
problématique authentiquement œdipienne. Lors de la gestation de L'Homme
révolté, Camus prend ses distances vis-à-vis de ses premiers maîtres, André de
Richaud, André Gide, André Malraux, les philosophes allemand et même Grenier
dont il dit : rencontrer cet homme a été un grand bonheur. Le suivre aurait été
mauvais, ne jamais l’abandonner sera bien. L’Homme révolté, c’est la recherche
de la mesure, ce qu’il appelle la pensée de Midi. Camus veut dépasser le thème
de l’absurde en repartant du mythe de Sisyphe, je crie que je ne crois à rien
et que tout est absurde, mais je ne puis douter de mon cri et il me faut au
moins croire à ma protestation. C’est ce dépassement qui devient révolte.
Touche après touche, Camus trace à partir des faits accumulés (le recours au
rationnel) ce qu’il appelle la mesure, qui doit permettre de concilier
dimensions personnelle et collective, justice et liberté. On assiste selon
Alain Costes au « passage d’une pensée antithétique à une pensée dialectique,
La Pensée du Midi, synthèse de liberté et de justice, de culpabilité et
d’innocence, d’individuel et de collectif, de personnel et de
lucide. Cycle de la culpabilité Schéma de la culpabilité Dans L'Exil et le
Royaume, aussi bien Janine La Femme infidèle dépressive qui, dans le Sahel loin
de chez elle, perd ses repères et sa confiance en elle-même que dans Le
Renégat, cet « esprit confus qui cherche une rédemption masochiste jusque dans
le désert saharien, ces deux héros dépressifs se vivent en tant qu’objet, « en
état de totale dépendance », en quête d’un objet perdu (le mari pour elle et le
père pour lui). On retrouve cette tendance dans la nouvelle Retour à
Tipasa où Camus est effectivement retourné, mais en hiver cette fois, contraste
marquant avec le Tipasa de Noces écrasé de soleil. Il y trouve un temps de
mélancolie et la frustration du retour à Paris car « il y a la beauté et il y a
les humiliés ». Il emportera « une petite pièce de monnaie, beau visage femme
côté pile et face rongée de l’autre côté. La dépression latente,
l’extrême difficulté à écrire s’inscrit dans les deux Jonas. La nouvelle conte
l’histoire –très autobiographique- d’un peintre qui laisse envahir sa vie et ne
parvient plus à exercer son art. Il en arrive à vivre dans la gêne, à se réfugier
dans une espèce de cagibi dans lequel Costes voit comme un rappel de l’utérus,
régression ultime de la dissolution du Moi. Dans la seconde version plus
optimiste, un mimodrame, Jonas se reconstruit en peignant une immense toile
mais sa prise de conscience sera fatale à son 'objet', à sa femme qui dépérit
et finit par mourir. Dans la seconde version, Camus est dans son élément, la
réalité théâtrale où il va désormais se réfugier pour quelques années,
échappant dans l’adaptation théâtrale au contenu, au fond qu’il emprunte aux
auteurs qu’il adapte. La seule nouvelle de L'Exil et le Royaume qui soit
plus « optimisme (porte ouverte au Royaume) s’intitule La Pierre qui pousse.
Cette pierre rappelle bien sûr le rocher de Sisyphe mais ici le héros d’Arrast
va se débarrasser de sa pierre en la déposant chez son ami le coq. Selon Alain
Costes, ce n’est qu’en retrouvant la parole par sa discussion avec le coq que
d’Arrast va pouvoir « évacuer son objet persécuteur (jeter sa pierre) et clore
son travail de deuil. Dans La Chute, son héros Clamence va s’infliger un
châtiment radical pour apaiser sa culpabilité, devenir sourd à ce cri, ce corps
qui tombe à l’eau et le poursuit depuis si longtemps. Il s’installe dans cette
ville de canaux et de brume, lui qui n’aime que le soleil de la Méditerranée,
dans le « malconfort », « cette cellule de basse-fosse », comme Jonas va
s’isoler dans sa soupente. De là, il va pouvoir prendre à témoin le monde
entier, s’auto accuser, « projeter son surmoi sur le monde extérieur », se
réfugier dans ce personnage double de juge-pénitent. Ces années cinquante
sont les années où Camus se lance dans l’adaptation et la direction théâtrale.
Il y a, comme le note Quilliot, des raisons objectives, le décès de Marcel
Herrand, la crise physique et morale confinant à la dépression qui mobilise une
partie importante de ses forces. Mais Costes y voit surtout l’omnipotence des
images du père, retour au théâtre, retour aux grandes admirations adolescentes,
retour au Père. Camus tourne une nouvelle page. C’est en janvier, la première
des possédés qui lui a coûté tant de temps et d’efforts, en novembre il
commence à écrire Le premier homme, double quête de la mère et du père où Camus
avait retrouvé sa créativité à travers la sublimation par l’écriture. Références
psychanalytiques Camus aborde plusieurs concepts psychanalytiques dans son
œuvre: Surmoi: phase postérieure à la liquidation de l'Œdipe, trouvant sa
source dans l'intériorisation des interdits parentaux et constitue le
représentant psychique de la réalité extérieure ; Désintrication: arrêt d'une
situation entremêlée; Parents combinés: fantasme très archaïque, précédant la
scène primitive, défini par Mélanie Klein où les parents apparaissent confondus
dans une relation sexuelle ininterrompue; Processus primaire : Ensemble des
mécanismes de l'appareil psychique de l'inconscient, produisant rêve et
symptôme, lapsus et œuvre d'art. Les processus principaux sont le déplacement,
la condensation et le retournement dans le contraire; Processus secondaire:
Mécanisme qui joue sur le pré conscient et l'inconscient avec révision du désir
après examen de la réalité extérieure. Germain à qui il dédiera ses Discours de
Suède, donc d'une certaine façon son prix Nobel de littérature. Image
fantasmatique des représentations des deux sexes avec qui le sujet a vécu une
relation affective durable. On peut ainsi discerner d'une façon très générale:
l'imago de la bonne mère ou l'imago de la mauvaise mère (même chose pour le
père. Camus sera d'abord un gardien de buts accompli au Racing club d'Alger
puis un supporter assidu à Paris. Pour un portrait de cet oncle qui vivait avec
eux à Alger, voir la nouvelle Les Muets dans le recueil L'Exil et le Royaume.
Voir ses nouvelles autobiographiques dans L'Envers et l'Endroit. Pichon-Rivière
et Baranger, Répression du deuil et intensification des mécanismes et des
angoisses schizo-paranoïques, Revue française de psychanalise. Ne pas confondre
Mersault héros de La Mort heureuse et Meursault héros de L'Étranger. Perte du
réel qui finit par une stupeur catatonique. Dont le fantasme se focalise sur un
objet. La pièce de Ben Jonson qu’il donne avec sa troupe du Théâtre du
travails’intitule La Femme silencieuse. Carnets, édition de la Pléiade. Voir
les nouvelles La Halte d’Oran ou le Minotaure et Le Désert. La tragédie
n’est-elle pas toujours “malentendu” au sens propre du terme, stupeur et pour
tout dire, surdité » commente Quillot dans son essai sur Camus La Mer et les
Prisons. Morvan Lebesque écrivait déjà dans son essai sur Camus: En Rieux, en
Tarrou, voire en Joseph Grand ou en Rambert, c’est Camus lui-même qui se
rassemble. Carnets. Costes résume ainsi ces nouvelles : « Janine en quête d’un
homme, le Renégat courant de père en père, les muets réduits (eux aussi) au
silence par leur patron, Daru dans L’Hôte rendu étranger à son pays du fait de
la loi, d’Arrast, Jonas et Clamence ulcérés par les exigences de leur surmoi,
tous sont torturés par une problématique dont la plaque tournante est l’imago
paternelle Nouvelle intégrée au recueil L'Été. Cette disparition prématurée
oblige Camus à prendre la direction du festival d’Angers. Camus recherchera la
tombe de son père avant d’aller s’y recueillir à Saint-Brieuc.
Chasseguet-Smirgel, Dépersonnalisation, phase paranoïque et scène primitive,
Revue française de psychanalyse, Camus et la Parole manquante. Pichon-Rivière
et Baranger, Notes sur l'Étranger de Camus, Revue française de psychanalyse; Durand,
Le Cas Camus, Fischbacher, Luppé, Camus, Universitaires, Simon, Présence de
Camus, Nizet, Grenier, Les Îles, Gallimard, Onimus, Camus, Desclée de Brouwer /
Fayard, Ginestier, Pour connaître la pensée de Camus, Gallimard, Boone, Camus,
coll. La Plume du temps, éd. Henri Veyrier, Liens internes Société des études
camusiennes Culpabilité (psychanalyse) icône décorative Portail de la
littérature française Le Mythe de Sisyphe ouvrage d'Albert Camus Cycle de
l'absurde La Mort heureuse livre de Camus. The title which I have chosen for these lectures
embodies, as I am sure you will have noticed, an ambiguity of a familiar type,
an act-object ambiguity. The title-phrase [The Conception of Value] might refer
to the item, whatever it may be, which one conceives, or conceives of, when one
entertains the notion of value; again, it might refer to the act, operation, or
undertaking in which the entertainment of that notion consists, and of which
the conception (or concept) of value, in the first sense, is the distinctive
object. My introduction of this
ambiguity was not accidental: for the precise nature of the connection between,
on the one hand, the kind of thinking or mental state which is found, at least
in primary instances, when we make attributions of value, and, on the other,
the kind of item (if any) which serves as the characteristic object of such
thinking is a matter which I regard as quite central to a proper study of the
notion of value; my concern with it, moreover, is not an idiosyncracy, but has been
shared by very many of the philosophers who, throughout the ages, have devoted
themselves to this topic. Indeed a full understanding of the relationship
between this or that fundamental form of thinking and the item, or class of
items, which is, or at least might claim to be, a counterpart in extra-mental
reality of that form of thinking seems to me a characteristic end of
metaphysical enquiry. So it will not, perhaps, surprise you when I suggest,
first that one should be ready to payattention not merely to the special
(peculiar) character of the central questions about value but also to their
general character, that is, to their place on the map of philosophical studies
and their connection with other questions which are also represented in that
map; and second that we should be ready, or even eager, if we can, to provide
any answers which may initially find favour in our eyes with a suitable
metaphysical backing. To do this might be a way, and might even be the only
way, to remove the bafflement of certain people (of whom I know several) who
are extremely able and highly sophisticated philosophers, particularly in the
region of metaphysics, but who say, nevertheless, that they 'really just don't understand ethics'. I
suspect that what they are lacking is not (of course) any competence in
practical decision-making, but rather a clear picture (if one can be found) of
the nature of ethical theorizing and of its proper place in the taxonomy of the
enquiries which make up philosophy. To
decide whether and to what extent the kind of global approach which I have in
mind would be appropriate in a treatment of fundamental problems about the
nature of value, it is obviously desirable to have a reasonably well-defined
identification of those problems. To judge from the philosophical literature,
prominent among such issues are questions about the objectivity of value (or of
values) and questions about the possibility of defending or rebutting
scepticism about value (or values); and no sooner has so much been said than it
becomes evident that methodological uncertainties arise at the very outset of
our investigations. For it is far from clear whether the two sets of questions
to which I have just alluded are identical with one another or distinct; are
questions about objectivity the same as, or different from, questions about the
possible range of scepticism? And if the questions are the same, which way do
the identities run? Is the case for scepticism to be equated with the case for
objectivity, or with the case against objectivity?I myself, in these lectures,
plan to pursue my investigation of the conception of value by addressing
myself, in the first instance, to questions about objectivity in this region
and to the relation of such questions to questions about scepticism. And since
my own pre-reflective leanings are in the direction of some form or other of
objectivism, I shall, with at least a faint hope of determining whether these
leanings are defensible and (indeed) whether they are coherently expressible,
begin (but I hope not end) by considering the ideas of two recent
anti-objectivists. Today it is the turn of the late J. L. Mackie;' tomorrow I
shall turn to Philippa Foot.? 'There are
no objective values' says Mackie (p. 15). Let us try to outline the steps which
he takes in order to elucidate and defend this 'bald statement' (as he calls
it) of his central thesis concerning the status of Ethics. First of all, he
makes it clear that in denying objectivity to values he is not just talking
about moral goodness, or moral value (in the strictest sense of that phrase),
but it referring to a considerable range of items which could be called
"values"; to items which could be 'more loosely called moral values
or disvalues, like 'rightness and wrongness, duty, obliga-tion, an action being
rotten and contemptible, and so on'; also to an unspecified range of non-moral
values, 'notably aesthetic ones, beauty and various kinds of artistic
merit. He suggests that, so far as objectivity
is concerned, 'much the same considerations apply to aesthetic and to moral
values, and there would be at least some initial implausibility in a view which
gave the one a different status from the other'. I find myself in some
uncertainty at this point about the extent of the range of values with the
status of ' U. L. Mackie, Ethics:
Inventing Right and Wrong (Harmondsworth, Middlesex, and New York: Penguin
Books, 1977), esp. ch. 1. All the quotations from this book were taken without
change, with one exception: when quoting from Mackie's p. 17 (p. 31 below),
Grice underlined 'not'.) 2 [Especially
'Morality as a System of Hypothetical Imperatives' in Philippa Foot, Virtues
and Vices and Other Essays in Moral Philosoph:
Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 1978).which
Mackie is concerned, and perhaps partly in consequence of this uncertainty I am
not sure whether his suggestion is that, so far as relates to objectivity, it
is implausible not to assign the same status to moral and to aesthetic values,
or whether it is the seemingly much stronger suggestion that, so far as relates
to objectivity, plausibility calls for the assignment of the same status to all
values. I shall return to this question.
Mackie envisages three very different reactions to his initial 'bald
statement': that of those who see it as false, pernicious, and a threat to
morality; that of those who see it as a trivial truth hardly worth mentioning
or arguing for; and finally that of those who regard it as meaningless or
empty', as raising no real issue. Before going further into his elaboration and
defence of his anti-objectivist thesis, I shall find it convenient to touch
briefly on his treatment of the last of these reactions. Mackie (pp. 21-2)
associates this reaction with R. M. Hare, who claimed not to understand what is
meant by "the objectivity of values" and not to have met anyone who
does. Hare's position is (or was) that there is a perfectly familiar activity
or state called "thinking that some act is wrong" to which
subjectivists and objectivists are both alluding, though the subjectivist calls
this state "an attitude of disapproval" while the objectivist calls
it "a moral intuition"; these are just different names for the same
kind of thing and neither can be shown to be preferable to the other. As I
understand Mackie's understanding of Hare, this stand-off is ensured by the
fact that the subjectivist has at his disposal a counterpart move within his
own theory for every move which the objectivist may try to make in order to
provide a distinguishing, and justifying, mark for his view of values as
objective. The objectivist, for example, may urge that if one person declares
eating meat to be wrong and another declares it to be not wrong, they are, both
in reality and on his theory, contradicting each other: to which the
subjectivist may retort that though on some subjectivist accountsthey cannot,
perhaps, be said to be contradicting each other, they can be said to be
negating (or disagreeing with) one another: if, for example, one (A) is
expressing or reporting the presence of disapproval of meat-eating in himself
(A), and the other (B) its absence in himself (B), this would be a case of
disagreement or negation; and who is to say that contradiction rather than
"negation" is what the facts demand? Again, suppose the objectivist
claims, with respect to the persons A and B, one of whom thinks meat-eating
wrong and the other of whom thinks it not wrong, that he alone (not the
subjectivist) is in a position to assert (as we should wish to be able to
assert) that one of them has to be wrong; Hare's subjectivist, it seems,
replies as follows: Someone (x) thinks that A
judges wrongly that meat-eating is wrong = x disapproves A's judgement that
meat-eating is wrong = x disapproves A's disapproval of meat-eating = x
non-disapproves meat-eating (→3 Someone x thinks that B judges wrongly that
meat-eating is not wrong = x disapproves B's judgement that meat-eating is not
wrong = x disapproves B's non-disapproval of meat-eating = x disapproves of
meat-eating (→) Any person x must either
disapprove or non-disapprove of meat-eating [disapproval might be either
present or absent in him]. So, 3 [The arrow appears to be Grice's shorthand way
of saying that Hare's subjectivist could hold all the above assertions to have
the same force, or that some are successively weaker than their predecessors.
No matter what the subjectivist holds on this point, the move from (1), (2),
(3), to (4) is invalid.] * [Grice took
full advantage of the convention of parentheses and apparently used square
brackets for his more important parenthetical remarks.]4. Any person x must
judge that either A or B judges wrongly.
Hare adds the following further consideration (quoted by Mackie): Think of one world into whose fabric values
are objectively built, and think of another in which those values have been
annihilated. And remember that in both worlds the people ir hem go on being
concerned about the same things—there is no difference in the 'subjective'
concern which people have for things, only in their 'objective' value. Now I
ask 'what is the difference between the states of affairs in these two
worlds?" Can any answer be given except 'None whatever'? Mackie seems to me not to handle very well
this attempt at the dissolution of debates about objectivity. He concentrates
on the final invocation of the indistinguishability of the two worlds, the one
with and the one without objective values; and he makes three points against
Hare. His first comment is that Hare's appeal to the two allegedly indistinguishable
worlds does not prove what Hare wants it to prove; all that it does is to
underline the point (made by Mackie himself) that it is necessary to
distinguish between first-order and second-order ethics, and that the
judgements or other deliverances which fall within first-order ethics may be
maintained quite independently of any judgement for or against the objectivity
of values, which will fall within second-order ethics; it does not show, as
Hare would like it to, the emptiness or undecidability of such questions about
objectivity. That such questions are not empty is, according to Mackie,
indicated by his two further comments; first, that were beliefs in the
objectivity of values admissible, they would provide us with a justificatory
backing for our valuations, which we shall otherwise be without; and second,
that were the world stocked with objective values, we would have available to
us a seemingly simple way of acquiring or changing our directions of concern;
one could simply let the realities of the realm of values influence one's
attitudes, by 'lettingone's thinking be controlled by how things were'. Hare's
failure to allow for such considerations as these is laid by Mackie at the door
of Hare's "positivism", which is comparable with that of a Berkeleian
who insists that appearances might be just as they are whether or not a
material world lies behind them (or under them). I am unimpressed. Mackie's first point relies
crucially on a deployment of a distinction between first- and second-order
ethics which is a central part of this theoretical armament, but whose nature
and range of legitimate employment I find exceedingly obscure. I shall postpone
further comment until I return to this element in Mackie's apparatus. As for
Mackie's other points, "positivism" is, I agree, a bad word, and
accusatory applications of it are good for an unreflective giggle. But I
suspect that many would regard an unverifiable backing for the propriety of our
concerns as being little better than no backing at all. And while it might be held that objective
values, should they exist, might exercise an influence on our subjective
states, it is by no means clear to me that this is an idea which an objectivist
would, or even should, regard with favour. Mackie seems to me, moreover, to
have missed the real weakness in Hare's argument (at least, as presented by
Mackie). The execution of the second stage of Hare's "duplication procedure' relies
essentially, but not quite explicitly, on the idea that with regard to any
particular "content" , anyone
must either disapprove @ or not disapprove . This is indeed, as Hare says, a
tautology, but unfortunately it does not entail the premiss which he needs so
that his argument will go through; that premiss is that for any @, anyone
either has an attitude of disapproval with respect to @ or an attitude of
non- disapproval with respect to . This
is not a tautology, since absence of disapproval only amounts to an attitude of
non-disapproval if some further condition is also fulfilled, e.g. that the
person concerned has considered the matter.The upshot of this discussion is
that I am prepared to concede that Mackie is right, though not for the right
reasons, when he claims that Hare's attempt to establish that there is no real
issue between objectivists and their opponents fails. To make this concession,
however, is to condemn only Hare's attempt to show that there is no real issue;
I remain perfectly free, should further argument point that way, to revive a
"dissolutionist" position in a new or modified form. I turn now to
the task of trying to identify more precisely the thesis about which
objectivists and anti-objectivists are to be supposed to disagree; and I shall
start by trying to get clear about what Mackie regards as the thesis which, as
an anti-objectivist, he is concerned to maintain. First of all, it is an
important part of Mackie's position to uphold the existence of a distinction
between first-order and second-order topics (questions, ethical judgements) and
to claim that, though both first-order and second-order questions may fall
within the province of ethics, his anti-objectivist thesis, like all questions
about the status of ethics, is of a second-order rather than a first-order
kind. First-order ethical judgements are said to include both such items as
evaluative comments about particular actions, and also broad general
principles, like the principle that everyone should strive for the general
happiness or that everyone should look after himself. By contrast, 'a second-order
statement would say what is going on when someone makes a first-order
statement, in particular whether such a statement expresses a discovery or a
decision, or it may make some point about how we think and reason about moral
matters, or put forward a view about the meanings of various ethical terms' (p.
9). Mackie holds there to be a
considerable measure of independence between the two realms (first-order and
second-order); in particular, "moral scepticism" may belong to either
of the two realms and 'one could be a second-order moral sceptic without being
a first-order one, or again the other way round. A man could hold
strongmoral views, and indeed ones whose
content was thoroughly conventional, while believing that they were simply
attitudes and policies with regard to conduct that he and other people held.
Conversely, a man could reject all established morality while believing it to
be an objective truth that it was evil and corrupt' (p. 16). A second salient feature of Mackie's version
of anti-objectivism (or moral scepticism) is that it is a negative thesis. 'It
says that there do not exist entities or relations of a certain kind, objective
values or requirements, which many people have believed to exist' (p. 17). On
some views which have been called objectivist, an objectivist position, despite
its positive guise, would turn out to be intelligible only as the denial of
some position which would bear the label of "subjectivist" , e.g. as
the denial of the contention that value
statements are reducible to, or really amount to, the expression of certain
attitudes like approval or disapproval.
On such an interpretation, of the pair of terms, "objectivism" and "subjectivism" (or "non-
objectivism", if you like), it would be the latter term which would
be, perhaps despite a negative garb, what used to be called in Oxford (with
typical artless sexism) the "trouser-word". But, for Mackie,
"objectivist" is not a crypto-negative term. A third salient feature
is closely related to the foregoing; the assertion or denial of objectivism is
not, like some second-order ethical theses, a semantic thesis (about the
meaning of value terms or the character of value concepts), nor is it a logical
thesis (e.g. about the structure of certain types of argument), but it is an
ontological thesis; it asserts (or denies) the existence of certain items in
the world of reality. Fourth and last, since Mackie's moral scepticism is
proclaimed by him not to be a thesis about the meaning of what moral judgements
or value statements assert, but rather about the non-presence of certain items
in the real world, it seems to be open to him to hold that the real existence
of values is implied by, or claimed in, what ordinary people think and say, but
is nevertheless notin fact a feature of the world, with the result that the
valuations spoken or thought by ordinary people are systematically and
comprehensively false. This is in fact Mackie's position; his view is what he
calls an "error-view": 'I conclude, then, that ordinary moral
judgements include a claim to objectivity, an assumption that there are
objective values in just the sense in which I am concerned to deny this' (p.
35). He compares his position with regard to values with that adopted by Boyle
and Locke with regard to colours. The suggestion is (I take it) that Boyle and
Locke regarded it as a false, vulgar belief that things in the real world
possess such qualities as colour; real things do indeed possess certain
dispositions to give us sensations of colour, and also possess certain primary
qualities (of shape, size, etc.) which are the foundations of these
dispositions. But neither of these types of item, which provide explanations
for our sensations of colour, is to be identified with particular colours, or
colour; indeed, nothing is to be identified with a particular colour. And the
situation with values is analogous. This
leaves us with two questions calling for answers: (1) Why does Mackie hold that claims to
objectivity are incorporated in ordinary value judgements? (2) Why does he hold
that these claims are false? With regard to the first question, one should
perhaps first produce a bit of preliminary nit-picking. Mackie himself wants to
hold that a claim to objectivity is incorporated in the ordinary value
judgement; such a claim is therefore presumably part of the meaning of such
value judgements (or the sentences in which they are expressed); and it does
not seem to be, or to be regarded by Mackie as being, a platitude that such a
claim is included. Mackie cannot therefore consistently assert that his
anti-objectivism is not a thesis about the meaning of value averrals; the most
he can claim is that though it contains a thesis about meaning, it is not
restricted to a thesis about meaning. More importantly, his view that a claim
to objectivity is incorporated in anordinary value judgement seems to rest,
perhaps somewhat insecurely, on his suggestion (pp. 32-4) that there are two
leading alternatives to the supposition that it is the function of ordinary
value judgements to introduce objective values into discourse about conduct and
action: non-cognitivism, which (broadly speaking) characterizes value averrals
not as statements but rather as expressions of feelings, wishes, decisions, or
attitudes; and naturalism, which treats them as making statements about
features which are objects of actual or possible desires. Both analyses leave
out, and are thought by the ordinary user of moral language to leave out, in
one way or another 'the apparent authority of ethics'. The ordinary man's
discomfort is relieved only if he is allowed to raise such questions as
'whether this course of action would be wrong in itself. Something like this is
the everyday objectivist concept of which talk about non-natural qualities is a
philosopher's reconstruction' (p. 34).
Mackie has two arguments, or bundles of argument, on which he relies to
support his thesis that the objectivist elements, which according to him are
embedded in ordinary value judgements, and in consequence the value judgements
which embed them, are false. He calls these arguments the argument from
relativity and the argument from queerness, and considers the second more
important than the first. The premiss of the argument from relativity is the
familiar range of differences between moral codes from one society to another,
from one period to another, and from one group or class to another within a
complex community. That there exist these divergences is, according to Mackie,
just a fact of anthropology which does not directly support any ethical
conclusion, either first-order or second-order. But it may provide indirect
support for such conclusions; Mackie suggests that it is more plausible to
suppose that moral beliefs reflect ways of life than the other way around:
people (in general) approve of monogamy because they live monogamously, rather
thanlive monogamously because they approve of monogamy. This makes it easier to explain the
divergences actually found as being the product of different ways of life than
as being in one way or another distorted perceptions of objective values. The
counter-suggestion that it is open to the objectivist to regard the divergent
beliefs as derivative, as the outcome of the operation of a single set of
agreed-upon, very general principles on diverse circumstantial assumptions, is
dismissed on the grounds that often the divergent beliefs do not seem to be
arrived at by derivation from general principles, but seem rather to arise
from 'moral sense' or 'intuition'. The second argument, the 'argument from queerness'
consists in an elaboration, along not wholly unfamiliar lines, of the
contention that the objectivist, in order to sustain his position, is committed
to 'postulating value-entities and value-features of quite a different order
from anything with which we are acquainted' and also to attributing to
ourselves, in order to render these entities and features accessible to
knowledge, a special faculty of moral intuition, a faculty utterly different
from our ordinary ways of knowing anything else. In this connection he focuses
particularly on the so-called relation of supervenience, which has to be
invoked in order to account for the connection of non-natural features with
natural features, and the dependence of non-natural features upon natural
features. The presence of super-venience in particular cases involves the
application of a special sort of "because"; 'but just what in the
world is signified by this "because"?' Before I try to estimate the merits and
demerits of Mackie's position and of the arguments by which he seeks to support
it, there seem to me to be two directions of enquiry which are important in
themselves, and which could be conveniently attended to at this point,
particularly as consideration of them might help to give shape to an evaluation
of Mackie. First of all, there are (as Mackieobserves) several different
possible interpretations of the notion of objectivity, most of them mentioned
by him at least in passing, but not all of them ideas which he is concerned to
develop or apply. I think it might be useful to enquire what kind or degree of
unity, if any, exists between these different readings of the notion of
objectivity. Second, I find myself in
considerable uncertainty about the connection or lack of connection between
attributions (or denials) of objectivity and the adoption (or rejection) of
scepticism in one or other of its forms. Does scepticism reside in the camp of
the non-objectivist (e.g. Mackie) or in that of the objectivist, or (perhaps)
sometimes in one and sometimes in the other?
As regards the notion of objectivity, we have first the interpretation
which seems to be the one singled out by Mackie, according to which to ascribe
objectivity to a class or category of items is to assert their membership in
the company of things which make up reality, their presence in the furniture of
the world. We might call this sort of objectivity, metaphysical objectivity,
and it is the kind of objectivity most commonly supposed to be claimed by
realists for whatever it may be that they are realists about. A main trouble with this kind of objectivity
is the difficulty in seeing what it is that the objectivist could be claiming;
whether, for example, in attributing objectivity to numbers or to material
things he is doing anything more than shouting and banging the table as he says
'numbers exist' or 'material things are real' If the proposition that numbers
exist is a consequence of the proposition that there is a number between three
and five, what is the objectivist asserting that anyone would care to deny?
That numbers (or values) do not just exist, they really exist? And what does that mean? To escape this
quandary, it is not uncommon to take the course which Mackie rejects, namely,
to understand 'values (or numbers) are objective' as really negative in
character, as a denial of the suggestion that values (or numbers) are
reducible, by means of one oranother of the possible varieties of reduction, to
members of some class of items which are not values (or numbers), to (for
example) natural features which find favour, or to classes. Or, maybe, not any
and every form of reducibility would be incompatible with objectivity, but only
the kind of reducibility whose direction is to states of mind, attitudes, or
appearances, to subjective items like approvals or seeming valuable. An
objectivist would now be a resister, an "anti-dissolutionist", one
who seeks to block certain moves to reach a theoretical simplification or
economy with regard to the constituents of the world. The objectivist's prime
opponent may however be a dissolu-tionist not in this commodious sense, but in
a different and perhaps even more commodious sense. This opponent may be one
who seeks not to dissolve the target notion (value, number, material thing, or
whatever) into some one or more different and favoured items or categories of
item, but rather, in one or other of a multitude of diverse ways, to dissolve
the target notion altogether, to dissolve it into nothing; he may be a
nihilistic dissolutionist. He may suggest that belief in the application of the
target notion is a mistake, one which characteristically or inevitably grips
the unschooled mind; or that such beliefs can claim only some relativized
version of truth (like truth relative to a set of assumptions, or to a set of
standards), not absolute truth. Mackie himself allows to some value
judgements 'truth relative to
standards', even though by implication he seems to deny to them
"absolute" truth [whatever the ordinary man may think]. Again, the
anti-objectivists may wish to suggest not that attributions of the target
notion are mistakes but rather that they are inventions, or perhaps myths (that
is to say, inventions which are backed by practical motivation, perhaps derived
from the utility of such inventions towards the organization of some body of
material; in the case of values (perhaps) the body of material might be rules
or principles of conduct). As myths (or as the stuff of which myths are made)
they might havefictive reality, or be "as if" real, without possessing
reality proper. Or again, the target notion might be held by the
anti-objectivist to be a construct (or a construction: though possessing (or belonging to) reality,
values might be held to lack (or fail to inhabit) primary or original reality;
they would belong to an extension of reality provided by us. By contrast, an
objectivist about values would attribute to them primary or original reality.
[I should say at this point that in my view such ideas as are now being raised,
that is, distinctions between "as if" or fictive entities, real but
constructed entities, and primary or original reality, are among the most
important and also the most difficult problems of metaphysics. The obscurity in
this area is evidenced by the fact that constructed (non-original) reality
might be conceived by some as possessing objectivity and by others as failing
to possess objectivity; for some, deficiency in objectivity precludes truth (at
least unqualified truth); for others, value claims might be true (in some
cases) even though values (as constructed items) lack objectivity.] It might seem that the wheel, in turning, has
now reached the point from which its turning began; for the notion of primitive
(unconstructed) reality might be regarded as the same notion as the hazy notion
of "out-thereness" or of "being really real" which typified
the metaphysical objectivist. It might also seem that the new 'interpretation' of objectivity is scarcely
if at all less hazy than the earlier one. In an attempt to dispel the mists a little,
one might offer the notion of causal efficacy as an index of metaphysical
objectivity. Items might be accorded the ribbon of metaphysical objectivity
just in case they were capable of acting upon other items, and attributes or
features might be regarded as objective just in so far as they were attributes
or features in virtue of the possession of which one item would causally
influence another, in so far as they helped to explain or account for the
operation of such causal influences. A special case of the fulfilment ofthis
condition for objectivity would, in my view, be the capacity, possessed by some
objects and some of their attributes, for being perceived, or exercising causal
influence on a percipient qua percipient. Now the idea of connecting
objectivity with causal efficacy seems to me one which has considerable
intuitive appeal, indeed much the same kind of appeal as that which may have
sustained Dr Johnson in his violent and protracted, though vicarious, assault
on Bishop Berkeley. The adequacy, however, of this criterion of objectivity
would be seriously, if not fatally, impaired should it turn out that the
distinction between what is primitive and what is constructed applies within
the scope of causal efficacy—if, that is to say, causal efficacy itself were to
be sometimes primitive and sometimes constructed. It is my suspicion that this
would indeed turn out to be the case. There would then, perhaps, be no quick
recognition-test for objectivity; there would be no substitute for getting down
to work and building the theory or system within which the target notion would
have to be represented, and seeing whether it, or its representation, does or
does not occupy in that theory an appropriate position which will qualify it as
objective. On the approach just
considered, then, decisions about the objectivity of a given notion would
involve the examination and, if necessary, a partial construction of a theory
or system in which that notion (or a counterpart thereof) appears, to see
whether within such a system the notion in question (or its counterpart)
satisfies a certain condition. The operation of such a decision-procedure would
be torpedoed if the requisite theory or system could not be constructed, if the
target concept were not theory-amenable. The merits of an allegation that a
given notion was not theory-amenable might depend a good deal on what kind of a
theory or system was deemed to be appropriate; it would be improper (taking
heed of Aristotle) to expect a moralist to furnish a system which allowed for
the kind of demonstration appropriate to mathematics.But one kind of
anti-objectivist (who might also be a sceptic) might claim that for some
notions no kind of systematization was available; in this sense, perhaps,
values might not be objective. It may be (as I think my colleague Hans Sluga
has argued) that Wittgenstein was both sceptical and anti-objectivist with
regard to sensa-tions. In this sense of objectivist, an objectivist would only
have to believe in theory-amenability; he would not have to believe in the
satisfaction, by his target notion, of any further condition within the
appropriate systematization. One further
interpretation of objectivity noted by Mackie is one which I shall not pursue
today. It connects objectivity with (so-called) categorical imperatives as
distinct from hypothetical imperatives, and with the (alleged) automatic
reason-giving force of some valuations.
Since this idea is closely related to Miss Foot's theories, I shall
defer consideration of it. I have listed
a number of different versions of the idea of objectivity, and have tried to do
so in a way which exhibits connections between them, so that the different
versions look somewhat tidier than a mere heap. But many of the connections
seem to me fairly loose [*such-and-such a notion might be taken as an
interpretation of so-and-so'], and I see little reason to suppose many tight,
logical connections between one and another version of objec-tivity. So much for the panoply of possible
interpretations of the notion of objectivity. I turn now to the second of the
general directions of enquiry with regard to which I expressed a desire for
enlightenment. How is objectivity related to scepticism? Speaking generally, I
would incline towards the idea that scepticism consists in doubting or denying
something which either is a received opinion, or else, at least on the face of
it, to some degree deserves to be a received opinion. In the present context we
are of course concerned only with philosophical scepticism; and, without any
claim to originality, I would suggest that philosophicalsceptics
characteristically call in question some highly general class of entity,
attribute, or kind of proposition; what they question are categories, or what,
if we took ordinary language as our guide, would be categories. To adduce more
seeming platitudes, the objectivist is, compared with the anti-objectivist, a
metaphysical infla-tionist; there are more things in his heaven and earth than
an anti-objectivist Horatio would allow himself to dream of. And so, it is
standardly thought, it is Horatio who is the sceptic and the objectivist who is
the target of scepticism; and (often Horatio remedies his own initial
scepticism by 'reducing' the suspect
items to their appearances or semblances: he takes the phenomenalist cure. But
here the issue becomes more complex than is ordinarily supposed: for there are
to my mind not less than two forms of scepticism, which I will call
"Whether?" scepticism and
"Why?" scepticism. It may be true that the run-of-the-mill
objectivist, on account of his inflationary tendencies, provokes
"Whether?" scepticism, and that the sceptic who seeks to remedy his
own initial scepticism by taking a dose of phenomenalism is not himself open to
"Whether?" scepticism. But it may also be true that the phenomenalist
is a proper target for "Why?" scepticism; for he, has left himself
with no way of explaining the phenomena into which he has dissolved the
entities or attributes dear to the objectivist. And it may be that the objectivist,
if only his favoured entities or attributes were admissible and accessible to
knowledge, would be in a position to explain the phenomena; and, further, that
this capability would be unaffected by the question whether the phenomena are
related to possible states of the world (like sensible appearances) or to
possible action (like approvals). If only he could be allowed to start, the
objectivist could (under one or another interpretation) 'explain' in the one
area why it seems that so and so is the case, and in the other why do so and so
(eg. why pay debts). The foregoing
message, that both the true-blue, con-servative, and inflationary objectivist
and the red, radical, and deflationary phenomenalist or subjectivist run into a
pack of sceptical trouble, of one kind or another, and that more delicate and
refined footwork is needed seems to me to be the front-page news in the work of
Kant. It also seems to me that Mackie, by being wedded to if not rooted in the
apparatus of empiricism, has cut himself off from this lesson. Which is a
pity. However, I must move to somewhat
less impressionistic comments on Mackie's position. These comments will fall
under three heads: The alleged commitment of
'vulgar valuers', in their valuations, to claims to objectivity. The separation of value
judgements into orders, with the assignment to the second order of questions or
claims about the status of ethics; and the remedi-ability of an apparent
incoherence in Mackie. The alleged falsity of claims of objectivity. I should say at once that
though I think that the considerations which I am about to mention show that
something has gone wrong (perhaps that more than one thing has gone wrong) in
Mackie's account, the issues raised are so intricate, and so much bound up with
(so far as I know) unsolved problems in metaphysics and semantics, that I
simply do not know what prospects there might be for refurbishing Mackie's
position. 1. It seems to me to be by no
means as easy as Mackie seems to think to establish that the 'vulgar valuer',
in his valuations, is committed to the objectivity of value(s). It is not even
clear to me what kind of fact would be needed to establish such a commitment.
Perhaps if the vulgar valuer, when making a valuation, (say) that stealing is
wrong, were to say to himself "and by "wrong" I mean objectively
wrong', that would be sufficient (at least if he added a specification of the
meaning of "objective"). But nobody, not even Mackie would suppose
the vulgar valuer to dothat. Mackie relies, in fact, on the alleged repugnance
to the valuer of the two main rivals to an objectivist thesis about value. But
even if this were sufficient to show that the vulgar valuer believes in an
objectivist thesis about value, it would not be sufficient to show that an
objectivist interpretation is built into what he means when he judges that
stealing is wrong. There are other ways of arguing that a speaker is committed
to an interpretation, for example, that he has it subconsciously (or
unconsciously) in mind, or that what he says is only defensible on that
interpretation. But the first direction seems not to be plausible in the
present context, and Mackie is debarred from the second by the fact that he
holds that what the vulgar valuer says or thinks is not defensible anyway. To illustrate the fiendish difficulties which
may arise in this region, I shall give, in relation to the valuation that
stealing is wrong, four different interpretative supposi-tions-each of which
would, I think, have some degree of philosophical appeal-and I shall add in
each case an estimate of the impact of the supposition on the assignment of
truth value to the valuation. There is a feature W which is
objective but provably vacuous of application; a vulgar valuer, when he uses
"wrong", is ascribing W. Conclusion: vulgar valuation 'stealing is
wrong' invariably false. A vulgar valuer thinks (wrongly) that there is a
particular feature W which is objective, and when he uses "wrong" he
intends to ascribe this feature, even though in fact there is no such feature.
Conclusion: obscure, with choice lying between false, neither true nor false
but a miscue, and meaningless (non-significant). A vulgar valuer is uncommitted
about what feature "wrong" signifies; he is ascribing whatever
feature it should in the end turn out to be that "wrong" signifies.
Conclusion: assignment of truth value must await the researches of the semantic
analyst.(d) A vulgar valuer is uncommitted about what feature "wrong"
signifies; truth value is assigned in advance of analysis by vulgar methods,
and such assignment limits the freedom of the semantic analyst. Conclusion:
truth value assigned (as stated) by vulgar methods. 2. The idea, to which Mackie subscribes, of
separating valuations into orders as a step towards the elucidation of an
intuitive distinction between "substantive" and "formal"
questions and theses in ethics plainly has considerable appeal; it seems by no
means unpromising to regard
"substantive" theses about values as being first-order
valuations (statements), and to regard "formal" theses in ethics,
like theses about the logic of value, or the meaning of value terms, as being a
sub-class of second-order theses, and to regard theses about the status of
ethics as also falling within this subclass—to treat them, that is to say, as
theses about first-order valuations. [Such second-order theses, of course,
though necessarily about valuations, may or again may not themselves be
valuations.] But Mackie's deployment of this idea plainly runs into trouble.
For according to Mackie, vulgar valuations incorporate or entail claims to
objectivity; claims to objectivity, according to him, since they fall within, or
imply theses belonging to, the class of claims about the status of ethics, are
second-order claims; and so, since (presumably) what incorporates or entails a
second-order thesis is itself a thesis of not lower than second-order, vulgar
valuations are of at least second-order. But vulgar valuations, as paradigmatic
examples of substantive value theses, cannot but belong to the first order,
which is absurd. Now I can suggest an explanation for the appearance on the
scene of this incoherence. As I mentioned earlier, among the possible versions
of the notion of objectivity are what I called a positive version and a
negative version. The positive version, that to attribute objectivity to some
item is to proclaim that itemto 'belong to the furniture of the world', is
firmly declared by Mackie to be his version; and it is, as I have remarked,
obscure enough for it to be possible (who knows?) for attributions of
objectivity to belong to the first order. The negative version, that to
attribute objectivity to something is to deny that statements about that thing
are in this or that way eliminable or "reducible", , is plainly of second (or higher) order; and despite his forthright assurances,
Mackie may have wobbled between these two versions. But to explain is neither to justify nor to
remedy: and I have the uneasy feeling that Mackie's troubles have a deeper
source than unclarities about application of the notion of order. His
"error-view" about value has an Epimenidean ring; it looks a bit as
if he may be supposing vulgar valuations to say of themselves that the value
which they attribute to some item or items is objective; and I feel that it may
be that such self-reference, though less dramatic, is no less vitiating than
would be saying of themselves that they are false. It is true that Mackie
regards vulgar valuations as being, in fact, comprehensively false; but it is
evident that he expects and wants that falsity to spring from the general
inapplicability of the attribute being ascribed by such valuations to themselves,
not from a special illegitimacy attending a valuation's ascription of the
attribute to itself. 3. I find myself
quite unconvinced (indeed unmoved) by the arguments which Mackie offers to
support his claim that values are not objective or (should one rather say?)
that there are no objective values. The first argument from relativity he
regards as of lesser importance than, and indeed as ultimately having to appeal
to, the second argument, the argument from queerness. This argument (so it
seems to me) seeks to make mileage out of two bits of queerness: first, the
queerness of the supposition that there are certain "non-natural"
value-properties which are in some mysterious way "supervenient upon"
more familiar natural features; and second, the queerness of the supposi-tion
that the recognition of the presence of these non-natural properties motivates
us, or can motivate us, without assistance from any desire or interest which we
happen to have. What strikes me as queer is that the queernesses referred to by
Mackie are not darkly concealed skeletons in objectivist closets which are
cunningly dragged to light by him; they are, rather, conditions proclaimed by
objectivists as ones which must be accommodated if we are to have a
satisfactory theoretical account of conduct, or of other items qua things to
which value may be properly attributed. So while these queernesses can be used
to specify tasks which an objectivist could be called upon, and very likely
would call on himself, to perform, and while it is not in advance certain that
these tasks can be successfully performed, they cannot be used as bricks to
bombard an objectivist with even before he has started to try to fulfil those
tasks. It is perhaps as if someone
were to say, 'I seriously doubt whether arithmetic is possible; for if it were
possible it would have to be about numbers, and numbers would be very queer
things indeed, quite inaccessible to any observation'; or even as if someone
were to say, 'I don't see how there can be such a thing as matrimony; if there
were, people would have to be bound to one another in marriage, and everything
we see in real life and on the cinema-screen goes to suggest that the only way
that people can be bound to one another is with ropes.Keywords: i centauri, ex
absurdo; scientific realism, philosophy of physics, foundations of physics;
geometry and arithmetics as the methods in physics; observation and perception,
‘what the eye no longer sees’ – ‘we see with our eyes”; Eddington’s two tables
– teoria relativistica, theory of relativity – theory of the absolute, particella,
relativita, assoluto/relativo – relative-assoluto – Galilei BONAIUTO – H. P.
Grice’s discussion of the ‘relative-absolute’ distinction vis-à-vis R. M. Hare
(‘there are no absolute values’) as cited by colonial philosopher J. L. Mackie
in ‘Inventing right and wrong’ ‘absolute value’ ‘relative value’, Lemarchand,
theatre, not Esslin. -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Francia” – The Swimming-Pool Library. Giuliano Toraldo di
Francia. Francia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Franzini:
la ragione conversazionae e l’implicatura conversazionale dell’espressione – scuola
di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice: “If there is
a word that Italian philosophers love, that is ‘espressione. I guess the most
technical I get about this is in my Method in Philosophical Psychology. Let me
abbreviate "x judges that x judges that p" by "x judges that
p", and "x judges that x judges that x judges that p" by "x
judges? that p". Let us suppose that we make the not implausible
assumption that there will be no way of finding non-linguistic manifestational
behaviour which distinguishes judging? that p from judging that p. There
will now be two options: we may suppose that "judge that p" is an
inadmissible locution, which one has no basis for applying; or we may suppose
that "x judges' that p" and "x judges? that p" are
manifestationally equivalent, just because there can be no distinguishing
behavioural manifestation. The second option is preferable, if (a) we
want to allow for the construction of a (possibly later) type, a talking pirot,
which can express that it judges? that p; and (b) to maintain as a general
(though probably derivative) law that ceteris paribus if x expresses that then
x judges that ф.Keywords: espressione. Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano,
Lombardia. Grice: “I like Franzini; for one, he philosophised on aesthetics and
passions (‘passioni’). Sir Geoffrey [Warnock] and I philosophised on the
former, if not the latter!” Si laurea con Giovanni Piana e Dino Formaggio.
Insegna a Milano e l'Udine. Studia Husserl e la fenomenologia, nonché della
filosofia francese, ha indagato sul fronte storico e teoretico alcuni temi
cruciali dell'estetica, quali la “creazione”; “simbolo” (‘to throw two things
together, so that the recipient compares them!); “immagine”; “experienza estetica inter-soggetiva”. Sulla
scorta di una ricognizione della genesi settecentesca dell' “estetica”, vista
quest'ultima come punto di incontro tra doxa ed episteme, fra sentimento e
ragione, fra il noetico e l’estetico, -- “La noetica di Grice” -- indaga lo
statuto dell’estetica e della noetica, approfondendo il valore
volitivo/giudicativo (noetico, contenuto, p) della dimensione pre-categoriale
dell'esperienza (l’estetico). Questo percorso trovato una sintesi che mira alla
definizione di una "fenomenologia del noetico”, no dell’estetico; ossia di
una ‘noesi’ che sappia de-cifrare la ricchezza simbolica dell’estetico –
rappresentazione, immagine. Altre opere: “Dall’estetico al noetico” (Milano,
Unicopli); “Sul bello naturale” (Milano, Guanda); “Il bello naturale creato di
Dio (phusei); il bello ART-ificiale creato dall’ART-ista Vinci (thesei – ex
positione)” (Milano, Unicopli); La figura del diavolo, il discorso del diavolo”
(Milano, Mimesis); “In principio erat verbum” Favola: dal mito al logos
(Milano, Guerini); “In-scriptum, De-scriptum, ex-criptum – (Milano, Cuem); “Le
leggi del cielo, l’estetico e il patico (Milano, Guerini); “Metafora, mimesi,
morfo-genesi, progetto. Architettitura filosofica (Milano, Guerini). La
Fenomenologia” (Milano); “Differenze nello spirito romano” (Milano, Edizioni
dell'Arco); “Mondo possibile: l’interpretazione dell’espressione comunicativa
(Milano, Guerini); “Il senso, il sensibile, il sentimentale, l’ingenuo”
(Milano, Mondadori); “Il senso, sentire, sentimento” (Milano, Bruno Mondadori);
“Percezione e immagine” (Milano, Il Castoro), “Piacere, dispiacere, Gusto e
disgusto” (Milano, Nike); “Fenomenologia pura, fenomenologia impura,
fenomenologia mista – il misto, il puro, l’impuro (Einaudi, Torino); “Cezanne a
Liguria”; “Fenomenologia del noetico: Al di là dell'immagine” (Milano,
Cortina); “Il teatro, la festa e la rivoluzione. Su Rousseau e gli
enciclopedisti, Palermo, Aesthetica; "Estetica del bello, noetica del brutto,
Palermo, Aesthetica, Immagine e verita: e vero che il sole si ferma) (Milano,
Il Castoro); “L’estetico dell’espressione comunicativa” (Firenze, Monnier);
“L’unicita della ragione; La cosedetta “altra ragione” – il buletico e il
creditum: sensibilità, immaginazione, forma naturale, forma artificiale, forma
create dall’art-ista, Milano, Il Castoro); Il simbolico e il noetico (to throw
to things to be compared, say an Italian flag, and the love of country); Simbolo: figura, materia, e
forma – simbolo materiale – forma noetica – hyle-morphismo” (Milano, Il
Saggiatore); “La lume dell’altre ragione” (Milano, Bruno Mondadori); La
rappresentazione dello spazio – spatium (Milano, Mimesis); ntroduzione
all'estetica, Bologna, Mulino); “Arte, bello e interpretazione della natura”
(Milano, Mimesis); Non sparate sull'umanista. La sfida della valutazione (Milano,
Guerini e Associati); “Filosofia della crisi” (Milano, Guerini e
Associati, pre-moderno, Moderno e
postmoderno. Un bilancio, Milano, Raffaello Cortina Editore, ti dà il
benvenuto, su eliofranzini. L'estetica aujourd'hui. Conversazione» Il rasoio di
Occam MicroMega Estetica, filosofia,
vita quotidiana. Conversazione in MicroMega, su unimi Entra in carica oggi, il
rettore su unimi, contiene l'articolo Il
nuovo rettore della Università Statale di Milano prevede di mantenere a Città
Studi un polo di dipartimenti scientifici Husserl Fenomenologia Scuola di Milano SOCRATE: Caro Fedro, dove vai e da dove
vieni? Platone FEDRO FEDRO: Dalla casa di Lisia, Socrate, il figlio di Cefalo,
e vado a fare una passeggiata fuori dalle mura. Ho passato parecchio tempo là
seduto, fin dal mattino; e ora, seguendo il consiglio di Acumeno,(2) compagno
mio e tuo, faccio delle passeggiate per le strade, poiché, a quanto dice, tolgono
la stanchezza più di quelle sotto i portici. SOCRATE: E dice bene, amico mio.
Dunque Lisia era in città, a quanto pare. FEDRO: Sì, alloggia da Epicrate,
nella casa di Monco, quella vicino al tempio di Zeus Olimpio. SOCRATE: E come
avete trascorso il tempo? Lisia non vi ha forse imbandito, è chiaro, i suoi
discorsi? FEDRO: Lo saprai, se hai tempo di ascoltarmi mentre cammino. SOCRATE:
Ma come? Credi che io, per dirla con Pindaro, non faccia del sentire come avete
trascorso il tempo tu e Lisia una faccenda «superiore a ogni negozio»? FEDRO:
Muoviti, allora! SOCRATE: Se vuoi parlare. FEDRO: Senza dubbio, Socrate,
l'ascolto ti si addice, poiché il discorso su cui ci siamo intrattenuti era,
non so in che modo, sull'amore. Lisia ha scritto di un bel giovane che viene
tentato, ma non da un amante, e ha comunque trattato anche questo argomento in
modo davvero elegante: sostiene infatti che bisogna compiacere chi non ama
piuttosto che chi ama. SOCRATE: E bravo! Avesse scritto che bisogna compiacere
un povero piuttosto che un ricco, un vecchio piuttosto che un giovane, e tutte
quelle cose che vanno bene a me e alla maggior parte di voi! Allora sì che i
suoi discorsi sarebbero urbani e utili al popolo! Io ora ho tanto desiderio di
ascoltare, che se facessi a piedi la tua passeggiata fino a Megara e, seguendo
Erodico,(5) arrivato alle mura tornassi di nuovo, non rimarrei dietro a te.
FEDRO: Cosa dici, ottimo Socrate? Credi che io, da profano quale sono,
ricorderò in modo degno di lui quello che Lisia, il più bravo a scrivere dei
nostri contemporanei, ha composto in molto tempo e a suo agio? Ne sono ben
lungi! Eppure vorrei avere questo più che molto oro. SOCRATE: Fedro, se io non
conosco Fedro, mi sono scordato anche di me stesso! Ma non è vera né l'una né
l'altra cosa: so bene che lui, ascoltando un discorso di Lisia, non l'ha
ascoltato una volta sola, ma ritornandovi più volte sopra lo ha pregato di
ripeterlo, e quello si è lasciato convincere volentieri. Poi però neppure
questo gli è bastato, ma alla fine, ricevuto il libro, ha esaminato i passi che
più di tutti bramava; e poiché ha fatto questo standosene seduto fin dal
mattino, si è stancato ed è andato a fare una passeggiata, conoscendo, corpo
d'un cane!, il discorso ormai a memoria, credo, a meno che non fosse troppo
lungo. E così si è avviato fuori dalle mura per recitarlo. Imbattutosi poi in
uno che ha la malattia di ascoltare discorsi, lo ha visto, e nel vederlo si è
rallegrato di avere chi potesse coribanteggiare con lui (6) e lo ha invitato ad
accompagnarlo. Ma quando l'amante dei discorsi lo ha pregato di declamarlo, si
è schermito come se non desiderasse parlare: ma alla fine avrebbe parlato anche
a viva forza, se non lo si fosse ascoltato volentieri. Tu dunque, Fedro,
pregalo di fare adesso quello che comunque farà molto presto. FEDRO: Per me,
veramente, la cosa di gran lunga migliore è parlare così come sono capace,
poiché mi sembra che non mi lascerai assolutamente andare prima che abbia
parlato, in qualunque modo. SOCRATE: Ti sembra davvero bene. FEDRO: Allora farò
così . In realtà, Socrate, non l'ho proprio imparato tutto parola per parola:
ti esporrò tuttavia il concetto più o meno di tutti gli argomenti con i quali
lui ha sostenuto che la condizione di chi ama differisce da quella di chi non
ama, uno per uno e per sommi capi, cominciando dal primo. SOCRATE: Prima però,
carissì mo, mostrami che cos'hai nella sinistra sotto il mantello; ho
l'impressione che tu abbia proprio il discorso. Se è così, tieni presente che
io ti voglio molto bene, ma se c'è anche Lisia non ho assolutamente intenzione
di offrirmi alle tue esercitazioni retoriche. Via, mostramelo! FEDRO: Smettila!
Mi hai tolto, Socrate, la speranza che riponevo in te di esercitarmi. Ma dove
vuoi che ci sediamo a leggere? SOCRATE: Giriamo di qui e andiamo lungo
l'Ilisso, poi ci sederemo dove ci sembrerà un posto tranquillo. FEDRO: A quanto
pare, mi trovo a essere scalzo al momento giusto; tu infatti lo sei sempre.
Perciò sarà per noi facilissimo camminare bagnandoci i piedi nell'acqua, e non
spiacevole, tanto più in questa stagione e a quest'ora. SOCRATE: Fa' da guida
dunque, e intanto guarda dove ci potremo sedere. FEDRO: Vedi quell'altissimo
platano? SOCRATE: E allora? FEDRO: Là c'è ombra, una brezza moderata ed erba su
cui sederci o anche sdraiarci, se vogliamo. SOCRATE: Puoi pure guidarmici. FEDRO:
Dimmi, Socrate: non è proprio da qui, da qualche parte dell'Ilisso, che a
quanto si dice Borea ha rapito Orizia? SOCRATE: Così si dice. FEDRO: Proprio da
qui dunque? Le acque appaiono davvero dolci, pure e limpide, adatte alle
fanciulle per giocarvi vicino. SOCRATE: No, circa due o tre stadi più in giù,
dove si attraversa il fiume per andare al tempio di Agra: appunto là c'è un
altare di Borea. 2 Platone Fedro FEDRO: Non ci ho mai fatto caso.
Ma dimmi, per Zeus: tu, Socrate, sei convinto che questo racconto sia vero?
SOCRATE: Ma se non ci credessi, come fanno i sapienti, non sarei una persona
strana; e allora, facendo il sapiente, potrei dire che un soffio di Borea la
spinse giù dalle rupi vicine mentre giocava con Farmacea, ed essendo morta così
si è sparsa la voce che è stata rapita da Borea (oppure dall'Areopago, poiché
c'è anche questa leggenda, che fu rapita da là e non da qui). Io però, Fedro,
considero queste spiegazioni sì ingegnose, ma proprie di un uomo fin troppo
valente e impegnato, e non del tutto fortunato, se non altro perché dopo questo
gli è giocoforza raddrizzare la forma degli Ippocentauri, e poi della Chimera;
quindi gli si riversa addosso una folla di tali Gorgoni e Pegasi e un gran numero
di altri esseri straordinari dalla natura strana e portentosa. E se uno, non
credendoci, vorrà ridurre ciascuno di questi esseri al verosimile, dato che fa
uso di una sapienza rozza, avrà bisogno di molto tempo libero. Ma io non ho
proprio tempo per queste cose; e il motivo, caro amico, è il seguente. Non sono
ancora in grado, secondo l'iscrizione delfica, di conoscere me stesso; quindi
mi sembra ridicolo esaminare le cose che mi sono estranee quando ignoro ancora
questo. Perciò mando tanti saluti a queste storie, standomene di quanto
comunemente si crede riguardo a esse, come ho detto poco fa, ed esamino non
queste cose ma me stesso, per vedere se per caso non sia una bestia più
intricata e che getta fiamme più di Tifone, oppure un essere più mite e più
semplice, partecipe per natura di una sorte divina e priva di vanità fumosa. Ma
cambiando discorso, amico, non era forse questo l'albero a cui volevi guidarci?
FEDRO: Proprio questo. SOCRATE: Per Era, è un bel luogo per sostare! Questo
platano è molto frondoso e imponente, l'alto agnocasto è bellissimo con la sua
ombra, ed essendo nel pieno della fioritura rende il luogo assai profumato.
Sotto il platano poi scorre la graziosissima fonte di acqua molto fresca, come
si può sentire col piede. Dalle immagini di fanciulle e dalle statue sembra
essere un luogo sacro ad alcune Ninfe e ad Acheloo.(15) E se vuoi ancora, com'è
amabile e molto dolce il venticello del luogo! Una melodiosa eco estiva
risponde al coro delle cicale. Ma la cosa più leggiadra di tutte è l'erba,
poiché, disposta in dolce declivio, sembra fatta apposta per distendersi e
appoggiarvi perfettamente la testa. Insomma, hai fatto da guida a un forestiero
in modo eccellente, caro Fedro! FEDRO: Mirabile amico, sembri una persona
davvero strana: assomigli proprio, come dici, a un forestiero condotto da una
guida e non a un abitante del luogo. Non lasci la città per recarti oltre
confine, e mi sembra che tu non esca affatto dalle mura. SOCRATE: Perdonami,
carissimo. Io sono uno che ama imparare; la terra e gli alberi non vogliono
insegnarmi nulla, gli uomini in città invece sì . Mi sembra però che tu abbia
trovato la medicina per farmi uscire. Come infatti quelli che conducono gli
animali affamati agitano davanti a loro un ramoscello verde o qualche frutto,
così tu, tendendomi davanti al viso discorsi scritti sui libri, sembra che mi
porterai in giro per tutta l'Attica e in qualsiasi altro luogo vorrai. Ma per ì
l momento, ora che sono giunto qui io intendo sdraiarmi, tu scegli la posizione
in cui pensi di poter leggere più comodamente e leggi. FEDRO: Ascolta, dunque.
«Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia per noi
utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che
chiedo perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono dei
benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro passione, mentre per gli
altri non viene mai un tempo in cui conviene cambiare parere. Infatti fanno
benefici secondo le loro possibilità non per costrizione, ma spontaneamente,
per provvedere nel migliore dei modi alle proprie cose. Inoltre coloro che
amano considerano sia ciò che è andato loro male a causa dell'amore, sia i
benefici che hanno fatto, e aggiungendo a questo l'affanno che provavano
pensano di aver reso già da tempo la degna ricompensa ai loro amati. Invece
coloro che non amano non possono addurre come scusa la scarsa cura delle
proprie cose per questo motivo, né mettere in conto gli affanni trascorsi, né
incolpare gli amati delle discordie con i familiari; sicché, tolti di mezzo
tanti mali, non resta loro altro se non fare con premura ciò che pensano sarà
loro gradito quando l'avranno fatto. Inoltre, se vale la pena di tenere in
grande considerazione gli amanti perché dicono di essere amici al sommo grado
di coloro che amano e sono pronti sia a parole sia coi fatti a rendersi odiosi
agli altri pur di compiacere gli amati, è facile comprendere che, se dicono il
vero, terranno in maggior conto quelli di cui si innamoreranno in seguito, ed è
chiaro che, se parrà loro il caso, ai primi faranno persino del male.
D'altronde come può essere conveniente concedere una cosa del genere a chi ha
una disgrazia tale che nessuno, per quanto esperto, potrebbe tentare di
allontanare? Essi stessi, infatti, ammettono di essere malati più che
assennati, e di sapere che sragionano, ma non sanno dominarsi; di conseguenza,
una volta tornati in senno, come potranno credere che vada bene ciò di cui
decidono in questa disposizione d'animo? E ancora, se scegliessi il migliore degli
amanti, la tua scelta sarebbe tra pochi, se invece scegliessi quello più adatto
a te tra gli altri, sarebbe tra molti; perciò c'è molta più speranza che quello
degno della tua amicizia si trovi tra i molti. Se poi, secondo l'usanza
corrente, temi di guadagnarti del biasimo nel caso la gente lo venga a sapere,
è naturale che gli amanti, credendo di essere invidiati dagli altri così come
si invidiano tra loro, si inorgogliscano parlandone e per ambizione mostrino a
tutti che non hanno faticato invano; mentre coloro che non amano, essendo più
padroni di sé, scelgono ciò che è meglio in luogo della fama presso gli uomini.
Inoltre è inevitabile che molti vengano a sapere o vedano gli amanti
accompagnare i loro amati e darsi un gran da fare, cosicché, quando li vedono
discorrere tra loro credono che essi stiano insieme o perché il loro desiderio
si è realizzato o perché sta per realizzarsi; ma non provano affatto ad
accusare coloro che non amano perché stanno assieme, sapendo che è necessario
parlare con qualcuno per amicizia o per qualche altro piacere. E se poi hai
paura perché credi sia difficile che un'amicizia perduri, e temi che se
sorgesse un dissidio per un altro motivo la sventura sarebbe comune ad
entrambi, mentre in questo caso verrebbe un gran danno a te, perché hai gettato
via ciò che più di tutto tieni in conto, a maggior ragione dovresti temere
coloro che 3 Platone Fedro amano: molte sono le cose che li
affliggono, e credono che tutto accada a loro danno. Per questo allontanano gli
amati anche dalla compagnia con gli altri, per timore che quelli provvisti di
sostanze li superino in ricchezza, e quelli forniti dì cultura li vincano in
intelligenza; in somma, stanno in guardia contro il potere di tutti quelli che
possiedono un qualsiasi altro bene. Così, dopo averti indotto a inimicarti
queste persone, ti riducono privo di amici, e se badando al tuo interesse sarai
più assennato di loro, verrai in discordia con essi. Chi invece non si è
trovato a essere nella condizione di amante, ma ha ottenuto grazie alle sue
doti ciò che chiedeva, non sarebbe geloso di chi si accompagna a te, anzi
odierebbe coloro che rifiutano la tua compagnia, pensando che da costoro sei
disprezzato, ma trai beneficio da chi sta assieme a te. Perciò c'è molta più
speranza che dalla cosa nasca tra loro amicizia piuttosto che inimicizia. Per
di più molti degli amanti hanno desiderio del corpo prima di aver conosciuto il
carattere e aver avuto esperienza delle altre qualità individue dell'amato,
così che non è loro chiaro se vorranno ancora essere amici quando la loro
passione sarà finita; per quanto riguarda invece coloro che non amano, dal
momento che erano tra loro amici anche prima di fare questo, non è verosimile
che la loro amicizia risulti sminuita dal bene che hanno ricevuto, anzi esso
rimane come ricordo di ciò che sarà in futuro. Inoltre ti si addice diventare
migliore dando retta a me piuttosto che a un amante. Essi lodano le parole e le
azioni dell'amato anche al di là di quanto è bene, da un lato per timore di
diventare odiosi, dall'altro perché essi stessi danno giudizi meno retti per
via del loro desiderio. Infatti l'amore produce tali effetti: a coloro che non
hanno fortuna fa ritenere molesto ciò che agli altri non arreca dolore, mentre
spinge coloro che hanno fortuna a elogiare anche ciò che non è degno di
piacere, tanto che agli amati si addice più la compassione che l'invidia. Se
dai retta a me, innanzitutto starò assieme a te prendendomi cura non solo del
piacere presente, ma anche dell'utilità futura, non vinto dall'amore ma padrone
di me stesso, senza suscitare una violenta inimicizia per futili motivi, ma
irritandomi poco e non all'improvviso per motivi gravi, perdonando le colpe
involontarie e cercando di distogliere da quelle volontarie: queste sono prove
di un'amicizia che durerà a lungo. Se invece ti sei messo in mente che non
possa esistere amicizia salda se non si ama, conviene pensare che non potremmo
tenere in gran conto né i figli né i genitori, e non potremmo neanche
acquistarci amici fidati, poiché i vincoli con essi ci sono venuti non da una
tale passione, ma da altri rapporti. Inoltre, se si deve compiacere più di
tutti chi ne ha bisogno, anche nelle altre cì rcostanze conviene fare benefici
non ai migliori, ma ai più indigenti, poiché, liberati da grandissimi mali,
serberanno la massima gratitudine ai loro benefattori. E allora anche nelle
feste private è il caso di invitare non gli amici ma chi chiede l'elemosina e
ha bisogno di essere sfamato, poiché costoro ameranno i loro benefattori, li
seguiranno, verranno alla loro porta, proveranno grandissima gioia, serberanno
non poca gratitudine e augureranno loro ogni bene. Ma forse conviene compiacere
non chi è molto bisognoso, ma chi soprattutto è in grado di rendere il favore;
non solo chi chiede, ma chi è degno della cosa; non quanti godranno del fiore
della tua giovinezza, ma coloro che anche quando sarai diventato vecchio ti
faranno partecipe dei loro beni; non coloro che, ottenuto ciò che desideravano,
se ne vanteranno con gli altri, ma coloro che per pudore ne taceranno con
tutti; non coloro che hanno cura di te per poco tempo, ma coloro che ti saranno
amici allo stesso modo per tutta la vita; non coloro che, cessato il desiderio,
cercheranno il pretesto per un'inimicizia, ma coloro che daranno prova della
loro virtù quando la tua bellezza sarà sfiorita. Dunque tu ricordati di quanto
ti ho detto e considera questo, che gli amici riprendono gli amanti perché sono
convinti che questa pratica sia cattiva, mentre nessuno dei familiari ha mai
rimproverato a coloro che non amano di provvedere male ai propri affari per
questo motivo. Forse ora mi domanderai se ti esorto a compiacere tutti quelli
che non amano. Ebbene, io credo che neanche chi ama ti inviti ad avere questo
atteggiamento con tutti quelli che amano. Infatti né per chi riceve benefici la
cosa è degna di un'uguale ricompensa, né, se anche lo volessi, ti sarebbe
possibile tenerlo nascosto allo stesso modo agli altri; bisogna invece che da
ciò non venga alcun danno, ma un vantaggio a entrambi. Io penso che quanto è
stato detto sia sufficiente: se tu desideri ancora qualcosa e pensi che sia
stata tralasciata, interroga. FEDRO: Che te ne pare del discorso, Socrate? Non
è stato pronunciato in maniera straordinaria, in particolare per la scelta dei
vocaboli? SOCRATE: In maniera davvero divina, amico, al punto che ne sono
rimasto colpito! E questa impressione l'ho avuta per causa tua, Fedro,
guardando te, perché mi sembrava che esultassi per il discorso intanto che lo
leggevi. E dato che credo che in queste cose tu ne sappia più di me ti seguivo,
e nel seguirti ho partecipato al tuo furore bacchico, o testa divina! FEDRO: Ma
dai! Ti pare il caso di scherzare così ? SOCRATE: Ti sembra che io scherzi e
che non abbia fatto sul serio? FEDRO: Nient'affatto, Socrate, ma dimmi
veramente, per Zeus protettore degli amici: credi che ci sia un altro tra i
Greci in grado di parlare sullo stesso argomento in modo più grande e copioso
di lui? SOCRATE: Ma come? Bisogna che il discorso sia lodato da me e da te
anche sotto questo aspetto, ossia perché il suo autore ha detto ciò che
bisognava dire, e non solo perché ha tornito ciascun termine in modo chiaro,
forbito e puntuale? Se proprio bisogna, devo convenirne per amor tuo, dal
momento che mi è sfuggito a causa della mia nullità. Infatti ho posto mente
soltanto all'aspetto retorico del discorso; quanto all'altro, credevo che
neppure Lisia lo ritenesse sufficiente. A meno che tu, Fedro, non abbia
un'opinione diversa, mi è parso che abbia ripetuto due o tre volte gli stessi
concetti, come se non avesse a disposizione grandi risorse per dire molte cose
sullo stesso argomento, o forse come se non gliene importasse nulla; e mi
sembrava pieno di baldanza giovanile quando mostrava com'era bravo, dicendo le
stesse cose prima in un modo e poi in un altro, a parlarne in tutti e due i
casi nella maniera migliore. 4 Platone Fedro FEDRO: Ti sbagli,
Socrate: precisamente in questo consiste il discorso. Infatti non ha
tralasciato nulla di ciò che meritava d'esser detto in argomento, tanto che nessuno
mai saprebbe dire cose diverse e di maggior pregio rispetto a quelle dette.
SOCRATE: In questo non potrò più darti retta: uomini e donne antichi e
sapienti, che hanno parlato e scritto di queste cose, mi confuteranno, se per
farti piacere convengo con te. FEDRO: Chi sono costoro? E dove hai ascoltato
cose migliori di queste? SOCRATE: Ora, lì per lì, non so dirlo; ma è chiaro che
le ho udite da qualcuno, dalla bella Saffo o dal saggio Anacreonte o da qualche
scrittore in prosa. Da cosa lo arguisco per affermare ciò? In qualche modo,
divino fanciullo, sento di avere il petto pieno e di poter dire cose diverse
dalle sue, e non peggiori. So bene che non ho concepito da me niente di tutto
ciò, dato che riconosco la mia ignoranza; allora resta, credo, che da qualche
altra fonte io sia stato riempito attraverso l'ascolto come un vaso. Ma per
indolenza ho scordato proprio questo, come e da chi le ho udite. FEDRO: Ma hai
detto cose bellissime, nobile amico! Neanche se te lo ordino devi riferirmi da
chi e come le hai udite, ma metti in atto esattamente il tuo proposito. Hai
promesso di dire cose diverse, in maniera migliore e non meno diffusa rispetto
a quelle contenute nel libro, astenendoti da queste ultime; quanto a me, io ti
prometto che come i nove arconti innalzerò a Delfi una statua d'oro a grandezza
naturale, non solo mia ma anche tua.(18) SOCRATE: Sei carissimo e veramente
d'oro, Fedro, se pensi che io affermi che Lisia ha sbagliato tutto e che è
possibile dire cose diverse da tutte queste; ciò, credo, non potrebbe capitare
neanche allo scrittore più scarso. Tanto per incominciare, riguardo
all'argomento del discorso, chi credi che, sostenendo che bisogna compiacere
coloro che non amano piuttosto che coloro che amano, abbia ancora altro da dire
quando abbia tralasciato di lodare l'assennatezza degli uni e biasimare la
dissennatezza degli altri, il che appunto è necessario? Ma credo che si debbano
concedere e perdonare simili argomenti a chi ne parla; e di tali argomenti è da
lodare non l'invenzione, ma la disposizione, mentre degli argomenti non
necessari e difficili da trovare è da lodare, oltre alla disposizione, anche
l'invenzione. FEDRO: Concordo con ciò che dici: mi sembri aver parlato in modo
opportuno. Pertanto farò anch'io così: ti concederò di stabilire come principio
che chi ama è più ammalato di chi non ama, e quanto al resto, se avrai detto altre
cose in maggior quantità e di maggior pregio di queste, ergiti pure come statua
lavorata a martello a Olimpia, presso l'offerta votiva dei Cipselidi! SOCRATE:
L'hai presa sul serio, Fedro, perché io, scherzando con te, ho attaccato il tuo
amato, e credi che io proverò veramente a dire qualcosa di diverso e di più
vario a confronto dell'abilità di lui? FEDRO: A questo proposito, caro, mi hai
dato l'occasione per un'uguale presa.(20) Ora tu devi parlare assolutamente,
così come sei capace, in modo da non essere obbligati a fare quella cosa
volgare da commedianti che si rimbeccano a vicenda, e non volermi costringere a
tirar fuori quella frase: «Socrate, se io non conosco Socrate, mi sono
dimenticato anche di me stesso», o quell'altra: «Desiderava dire, ma si
schermiva»; ma tieni bene in mente che non ce ne andremo di qui prima che tu
abbia esposto ciò che sostenevi di avere nel petto. Siamo noi due soli, in un
luogo appartato, io sono più forte e più giovane. Da tutto ciò, dunque,
«intendi quel che ti dico»,(21) e vedi di non parlare a forza piuttosto che
spontaneamente. SOCRATE: Ma beato Fedro, mi coprirò di ridicolo improvvisando
un discorso sui medesimi argomenti, da profano che sono a confronto di un
autore bravo come lui! FEDRO: Sai com'è la questione? Smettila di fare il
ritroso con me; poiché penso di avere una cosa che, se te la dico, ti
costringerà a parlare. SOCRATE: Allora non dirmela! FEDRO: No, invece te la
dico proprio! E le mie parole saranno un giuramento. Ti giuro... ma su chi, su
quale dio? Vuoi forse su questo platano qui? Ebbene, ti giuro che se non
pronuncerai il tuo discorso proprio davanti a questo platano, non ti mostrerò e
non ti riferirò più nessun altro discorso di nessuno. SOCRATE: Ahi, birbante!
Come hai trovato bene il modo di costringere un uomo amante dei discorsi a fare
ciò che tu ordini! FEDRO: Perché allora fai tanti giri? SOCRATE: Niente più
indugi, dal momento che hai proferito questo giuramento. Come potrei astenermi
da un tale banchetto? FEDRO: Allora parla! SOCRATE: Sai dunque come farò?
FEDRO: Riguardo a cosa? SOCRATE: Parlerò dopo essermi coperto il capo, per
svolgere il discorso il più velocemente possibile e non trovarmi in imbarazzo
per la vergogna, guardando verso di te. FEDRO: Purché tu parli; quanto al
resto, fa' come vuoi. SOCRATE: Orsù, o Muse dalla voce melodiosa, vuoi per
l'aspetto del canto vuoi perché siete state così chiamate dalla stirpe dei
Liguri amante della musica,(22) narrate assieme a me il racconto che questo
bellissimo giovane mi costringe a dire, così che il suo compagno, che già prima
gli sembrava sapiente, ora gli sembri tale ancora di più. C'era una volta un
fanciullo, o meglio un giovanetto assai bello, di cui molti erano innamorati.
Uno di loro, che era astuto, pur non essendo innamorato meno degli altri aveva
convinto il fanciullo che non lo amava. E un giorno, saggiandolo, cercava di
persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che
chi ama, e gli parlava così : «Innanzi tutto, fanciulfo, uno solo è l'inizio
per chi deve prendere decisioni nel modo giusto: bisogna sapere su cosa verte
la decisione, o è destino che si sbagli tutto. Ai più sfugge che non conoscono
l'essenza di ciascuna 5 Platone Fedro cosa. Perciò, nella
convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo all'inizio della ricerca e
proseguendo ne pagano le naturali conseguenze, poiché non si accordano né con
se stessi né tra loro. Che non capiti dunque a me e a te ciò che rimproveriamo
agli altri, ma dal momento che ci sta dinanzi la questione se si debba entrare
in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo di comune
accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale forza abbia; poi, tenendo
presente questa definizione e facendovi riferimento, esaminiamo se esso
apporta un vantaggio o un danno. Che l'amore sia appunto un desiderio, è chiaro
a tutti; che inoltre anche chi non ama desideri le cose belle, lo sappiamo. Da
che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama? Occorre poi tenere
presente che in ciascuno di noi ci sono due princì pi che ci governano e ci
guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l'uno, innato, è il desiderio
dei piaceri, l'altro è un'opinione acquisita che aspira al sommo bene. Talvolta
questi due princì pi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta invece sono
in disaccordo; talvolta prevale l'uno, talvolta l'altro. Pertanto, quando
l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria
ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione
verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La
dissolutezza ha molti nomi, dato che è composta di molte membra e molte parti;
e quella che tra queste forme si distingue conferisce a chi la possiede il
soprannome derivato da essa, che non è né bello né meritevole da acquistarsi.
Il desiderio relativo al cibo, che prevale sulla ragione del bene migliore e
sugli altri desideri, è chiamato ingordigia e farà sì che chi lo possiede venga
chiamato con lo stesso nome; quello che tiranneggia nell'ubriachezza e conduce
in tale stato chi lo possiede, è chiaro quale epiteto gli toccherà; così, anche
per gli altri nomi fratelli di questi che designano desideri fratelli, a
seconda di quello che via via signoreggia, è ben evidente come conviene
chiamarli. Il desiderio a motivo del quale è stato fatto tutto il discorso
precedente ormai è pressoché manifesto, ma è assolutamente più chiaro una volta
detto che se non viene detto; ebbene, il desiderio irrazionale che ha il
sopravvento sull'opinione incline a ciò che è retto, una volta che, tratto
verso il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a esso
congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto prendendo nome
dal suo stesso vigore, è chiamato eros». Ma caro Fedro, non sembra anche a te,
come a me, che mi trovi in uno stato divino? FEDRO: Certamente, Socrate! Ti ha
preso una certa facilità di parola, contrariamente al solito! SOCRATE:
Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente divino, percio non
meravigliarti se nel prosieguo del discorso sarò spesso invasato dalle Ninfe:
le parole che proferisco adesso non sono lontane dai ditirambi.(24) FEDRO: Dici
cose verissime. SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poiché
forse quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene via. A questo
provvederà un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro discorso al
fanciullo. «Dunque, carissimo: cosa sia ciò su cui bisogna prendere decisioni,
è stato detto e definito; ora, tenendo presente questo, dobbiamo dire il resto,
ossia quale vantaggio o quale danno presumibilmente verrà da uno che ama e da
uno che non ama a chi concede i suoi favori. Per chi è soggetto al desiderio ed
è schiavo del piacere è inevitabile rendere l'amato il più possibile gradito a
sé; ma per chi è malato tutto ciò che non oppone resistenza è piacevole, mentre
tutto ciò che è più forte o pari a lui è odioso. Così un amante non sopporterà
di buon grado un amato superiore o pari a lui, ma vuole sempre renderlo
inferiore e più debole: e inferiore è l'ignorante rispetto al saggio, il vile
rispetto al coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha abilità oratorie,
chi è tardo di mente rispetto a chi è d'ingegno acuto. è inevitabile che, se
nell'animo dell'amato nascono o ci sono per natura tanti difetti, o anche di
più, l'amante ne goda e ne procuri altri, piuttosto che essere privato del
piacere del momento. Ed è altresì inevitabile che sia geloso e causa di grande
danno, poiché distoglie l'amato da molte altre compagnie vantaggiose grazie
alle quali diverrebbe veramente uomo, danno che diventa grandissimo quando lo
allontana da quella compagnia grazie alla quale diventerebbe una persona molto
assennata. Essa è la divina filosofia, da cui inevitabilmente l'amante tiene
lontano l'amato per paura di essere disprezzato, così come ricorrerà alle altre
macchinazioni per fare in modo che sia ignorante di tutto e guardi solo al suo
amante; e in questa condizione l'amato sarebbe fonte di grandissimo piacere per
lui, ma del massimo danno per se stesso. Quindi, per quanto riguarda
l'intelletto, l'uomo che prova amore non è in nessun modo utile come guida e
come compagno. Poi si deve considerare la costituzione del corpo, e quale cura
ne avrà colui che ne diventerà padrone, dato che si trova costretto a inseguire
il piacere anziché il bene. Lo si vedrà seguire una persona molle e non
vigorosa, non cresciuta alla pura luce del sole ma nella fitta ombra, inesperta
di fatiche virili e di secchi sudori, esperta invece di una vita delicata ed
effeminata, ornata di colori e abbellimenti altrui per mancanza dei propri,
intenta a tutte quelle attività conseguenti a ciò, che sono evidenti e non
meritano ulteriori discussioni. Ma stabiliamo un punto essenziale, e poi
passiamo ad altro: per un corpo del genere, in guerra come in tutte le altre
occupazioni importanti, i nemici prendono coraggio, gli amici e gli stessi
amanti provano timore. Perciò questo punto è da lasciar perdere, dato che è
evidente, e bisogna passare invece a quello successivo, cioè quale vantaggio o
quale danno arrecherà ai nostri beni la compagnia e la protezione di chi ama. è
chiaro a chiunque, ma soprattutto all'amante, che egli si augurerebbe più
d'ogni altra cosa che l'amato fosse orbo dei beni più cari, più preziosi e più
divini; accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre, parenti e amici,
ritenendoli causa d'impedimento e biasimo della dolcissima compagnia che ha con
lui. E se possiede sostanze in oro o altri beni, egli penserà che non sia
facile da conquistare né, una volta conquistato, trattabile; ne consegue
inevitabilmente che l'amante provi gelosia se l'oggetto del suo amore possiede
delle sostanze, e gioisca se le perde. Inoltre l'amante si augurerà che l'amato
sia senza moglie, senza figli e senza casa il più a lungo possibile, poiché
brama di cogliere il più a lungo possibile il frutto della 6 Platone
Fedro sua dolcezza. Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato
alla maggior parte di essi un piacere momentaneo; per esempio all'adulatore,
bestia terribile e fonte di grande danno, la natura ha comunque mescolato un
piacere non privo di gusto. E così qualcuno può biasimare come rovinosa
un'etera o molte altre creature e attività del genere, che almeno per un giorno
possono essere occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia
quotidiana dell'amante, oltre al danno che arreca, è la cosa di tutte più
spiacevole. Infatti, come recita l'antico proverbio, il coetaneo si diletta del
coetaneo (credo infatti che l'avere gli stessi anni conduca agli stessi piaceri
e procuri amicizia in virtù della somiglianza); tuttavia anche il loro stare
insieme genera sazietà. Inoltre si dice che la costrizione è pesante per
chiunque in qualsiasi circostanza: ed è proprio questo il rapporto che, oltre
alla differenza d'età, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno più
vecchio sta assieme a uno più giovane, non lo lascia volentieri né di giorno né
di notte, ma è tormentato da una necessità e da un pungolo che lo conduce a
destra e a manca procurandogli di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare
l'amato e a provare tutto ciò che lui prova, sì da mettersi strettamente e con
piacere al suo servizio. Ma quale conforto o quali piaceri darà all'amato per
evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di tempo, arrivi al
colmo del disgusto? Quando quello vedrà un volto invecchiato e non più in
fiore, con tutte le conseguenze già spiacevoli da udire a parole, per non
parlare poi se ci si trova nella necessità di avere a che fare con esse; quando
dovrà guardarsi in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentirà
elogi inopportuni ed esagerati, come anche insulti già insopportabili se
l'amante è sobrio, vergognosi oltre ogni sopportazione se è ubriaco e indulge a
una libertà di linguaggio stucchevole e assoluta? E se quando è innamorato e
dannoso e spiacevole, una volta che l'amore è finito sarà inaffidabile per il
tempo a venire, in prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte
promesse condite di infiniti giuramenti e preghiere e in virtù della speranza
di beni futuri, a mantenere il legame già allora faticoso da sopportare. E
allora, quando bisogna pagare il debito, dato che dentro di sé ha cambiato
padrone e signore, e assennatezza e temperanza hanno preso il posto di amore e
follia, è divenuto un altro senza che il suo amato se ne sia accorto. Questi,
ricordandosi di quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con
la stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora; quello
per la vergogna non ha il coraggio di dire che è diventato un altro, né sa come
mantenere i giuramenti e le promesse fatte sotto la dissennata signoria
precedente, dato che ormai ha riacquistato il senno e la temperanza, per non
ridiventare simile a quello che era prima, se non addirittura lo stesso di
prima, facendo le stesse cose. Perciò diventa un fuggiasco, e poiché l'amante
di prima ora è di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il suo stato
e si dà alla fuga.(25) L'altro è costretto a inseguire tra lo sdegno e le
imprecazioni, poiché non ha capito tutto fin dal principio, cioè che non
avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di necessità è privo di senno, ma ben
più chi non ama ed è assennato; altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una
persona infida, difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno sa per le
proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo più
assoluto per l'educazione dell'anima, della quale in tutta verità non c'è e mai
ci sarà cosa di maggior valore né per gli uomini né per gli dèi. Pertanto, ragazzo,
bisogna intendere bene questo, e sapere che l'amicizia di un amante non nasce
assieme alla benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi; come i lupi
amano gli agnelli, così gli amanti hanno caro un fanciullo». Questo è quanto,
Fedro. Non mi sentirai dire di più, ma considera ormai finito il discorso.
FEDRO: Eppure io credevo che fosse a metà, e che tu avresti speso uguali parole
per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto compiacere lui e indicando
quanti beni ne derivano; ma ora perché smetti, Socrate? SOCRATE: Non ti sei
accorto, beato, che ormai pronuncio versi epici e non più ditirambi, proprio
mentre muovo questi rimproveri? Se comincerò a elogiare l'altro, cosa credi che
farò? Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle quali tu mi
hai gettato deliberatamente in balia? Perciò in una parola ti dico che quanti
sono i mali che abbiamo biasimato nell'uno tanti sono i beni, ad essi opposti,
che si trovano nell'altro. E che bisogno c'è di un lungo discorso? Di entrambi
si è detto abbastanza. Così il racconto avrà la sorte che gli spetta; e io,
attraversato questo fiume, me ne torno indietro prima di essere costretto da te
a qualcosa di più grande. FEDRO: Non ancora, Socrate, non prima che sia passata
la calura. Non vedi che è all'incirca mezzogiorno, l'ora che viene chiamata
immota? Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo detto; non appena farà
più fresco, ce ne andremo. SOCRATE: Quanto ai discorsi sei divino, Fedro, e
semplicemente straordinario. Io penso che di tutti i discorsi prodotti durante
la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere più di te, o perché li pronunci di
persona o perché costringi in qualche modo altri a pronunciarli (faccio
eccezione per Simmia il Tebano, (26) ma gli altri li vinci di gran lunga). E
ora mi sembra che tu sia stato la causa di un mio nuovo discorso. FEDRO: Allora
non mi dichiari guerra! Ma come, e qual è questo discorso? SOCRATE: Quando
stavo per attraversare il fiume, caro amico, si è manifestato quel segno divino
che è solito manifestarsi a me e che mi trattiene sempre da ciò che sto per
fare. E mi è parso di udire proprio da lì una certa voce che non mi permette di
andare via prima d'essermi purificato, come se avessi commesso qualche colpa
verso la divinità. In effetti sono un indovino, per la verità non molto bravo,
ma, come chi sa a malapena scrivere, valido solo per me stesso; perciò
comprendo chiaramente qual è la colpa. Perché anche l'anima, caro amico, ha un
che di divinatorio; infatti mi ha turbato anche prima, mentre pronunciavo il discorso,
e in qualche modo temevo, come dice Ibico, che «commesso un fallo» nei
confronti degli dèi «consegua fama invece tra gli umani». Ma ora mi sono reso
conto della colpa. FEDRO: Che cosa dici? Platone Fedro SOCRATE:
Terribile, Fedro, terribile è il discorso che tu hai portato, come quello che
poi mi hai costretto a dire! FEDRO: E perché? SOCRATE: è sciocco e sotto un
certo aspetto empio. Quale discorso potrebbe essere più terribile di questo?
FEDRO: Nessuno, se tu dici il vero. SOCRATE: E allora? Non credi che Eros sia
figlio di Afrodite e sia una creatura divina? FEDRO: Così almeno si dice.
SOCRATE: Ma non è detto da Lisia, né dal tuo discorso, che è stato pronunciato
tramite la mia bocca ammaliata da te. E se Eros è, come appunto è, un dio o un
che di divino, non sarebbe affatto un male, e invece i due discorsi pronunciati
ora su di lui ne parlavano come se fosse un male; in questo dunque hanno
commesso una colpa nei confronti dì Eros. Inoltre la loro semplicità è proprio
graziosa, poiché senza dire niente di sano né di vero si danno delle arie come
se fossero chissà cosa, se ingannando alcuni omiciattoli troveranno fama presso
di loro. Pertanto io, caro amico, ho la necessità di purificarmi; per coloro
che commettono delle colpe nei confronti del mito c'è un antico rito
purificatorio, che Omero non conobbe, ma Stesicoro sì . Costui infatti, privato
della vista per aver diffamato Elena, non ne ignorò la causa come Omero, ma da
amante alle Muse quale era la capì e subito compose questi versi: Questo discorso
non è veritiero, non navigasti sulle navi ben costrutte, non arrivasti alla
troiana Pergamo.(28) E dopo aver composto l'intero carme chiamato Palinodia gli
tornò immediatamente la vista. Io pertanto sarò più saggio di loro almeno sotto
questo aspetto: prima di incorrere in un male per aver diffamato Eros tenterò
di offrirgli in cambio la mia palinodia, col capo scoperto e non velato come
allora per la vergogna. FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose più dolci di
queste, Socrate. SOCRATE: Veramente, caro Fedro, tu intendi con quale impudenza
siano stati pronunciati i due discorsi, il mio e quello ricavato dal libro. Se
un uomo dall'indole nobile e affabile, che fosse innamorato di uno come lui o
lo fosse stato in precedenza, ci ascoltasse mentre diciamo che gli amanti
sollevano grandi inimicizie per futili motivi e sono gelosi e dannosi nei
confronti dei loro amati, non credi che avrebbe l'impressione di ascoltare
persone allevate in mezzo ai marinai e che non hanno mai visto un amore libero,
e sarebbe ben lungi dal convenire con noi sui rimproveri che muoviamo ad Eros?
FEDRO: Per Zeus, forse sì, Socrate. SOCRATE: Io dunque, per vergogna nei suoi
confronti e per timore dello stesso Eros, desidero sciacquarmi dalla salsedine
che impregna il mio udito con un discorso d'acqua dolce; e consiglio anche a
Lisia di scrivere il più in fretta possibile che, a parità di condizioni,
conviene compiacere più un amante che chi non ama. FEDRO: Ma sappi bene che
sarà così : quando avrai pronunciato l'elogio dell'amante, sarà inevitabile che
Lisia venga costretto da me a scrivere un altro discorso sullo stesso
argomento. SOCRATE: Confido in ciò, finché sarai quello che sei. FEDRO: Fatti
coraggio, dunque, e parla. SOCRATE: Dov'è il ragazzo a cui parlavo? Faccia in
modo di ascoltare anche questo discorso e non conceda con troppa fretta i suoi
favori a chi non ama per non aver udito le mie parole. FEDRO: Questo ragazzo è
accanto a te, molto vicino, ogni qualvolta tu voglia. SOCRATE: Allora, mio bel
ragazzo, tieni presente che il discorso di prima era di Fedro figlio di
Pitocle, del demo di Mirrinunte, mentre quello che mi accingo a dire è di
Stesicoro di Imera, figlio di Eufemo. Bisogna dunque parlare così : «Non è
veritiero il discorso secondo il quale anche in presenza di un amante si deve
piuttosto compiacere chi non ama, per il fatto che l'uno è in preda a
"mania", l'altro è assennato. Se infatti l'essere in preda a mania
fosse un male puro e semplice, sarebbe ben detto; ora però i beni più grandi ci
vengono dalla mania, appunto in virtù di un dono divino. Infatti la profetessa
di Delfi e le sacerdotesse di Dodona,(29) quando erano prese da mania,
procurarono alla Grecia molti e grandi vantaggi pubblici e privati, mentre
quando erano assennate giovarono poco o nulla. E se parlassimo della Sibilla
(30) e di tutti gli altri che, avvalendosi dell'arte mantica ispirata da un
dio, con le loro predizioni in molti casi indirizzarono bene molte persone
verso il futuro, ci dilungheremmo dicendo cose note a tutti. Merita certamente
di essere addotto come testimonianza il fatto che tra gli antichi coloro che
coniavano i nomi non ritenevano la mania una cosa vergognosa o riprovevole;
altrimenti non avrebbero chiamato "manica" l'arte più bella, con la
quale si discerne il futuro, applicandovi proprio questo nome. Ma
considerandola una cosa bella quando nasca per sorte divina, le imposero questo
nome, mentre gli uomini d'oggi, inesperti del bello, aggiungendo la
"t" l'hanno chiamata "mantica". Così anche la ricerca del
futuro che fanno gli uomini assennati mediante il volo degli uccelli e gli
altri segni del cielo, dal momento che tramite l'intelletto procurano
assennatezza e cognizione alla "oiesi", cioè alla credenza umana, la
denominarono "oionoistica", mentre i contemporanei, volendola
nobilitare con la "o" lunga, la chiamano oionistica. Perciò, quanto
più l'arte mantica è perfetta e onorata della oionistica, e il nome e l'opera
dell'una rispetto al nome e all'opera dell'altra, tanto più bella, secondo la
testimonianza degli antichi, è la mania che viene da un dio rispetto
all'assennatezza che viene dagli uomini. Ma la mania, sorgendo e profetando in
coloro in cui doveva manifestarsi, trovò una via di scampo anche dalle malattie
e dalle pene più gravi, che da qualche parte si abbattono su alcune stirpi a
causa di antiche colpe, ricorrendo alle preghiere e al culto degli dèi; quindi,
attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il
tempo presente e futuro, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per
chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto. Al terzo posto
vengono l'invasamento e la mania provenienti dalle Muse, che impossessandosi di
un'anima tenera e pura la destano e la colmano di furore bacchico in canti e
altri componimenti poetici, e celebrando innumerevoli opere degli antichi
educano i posteri. Chi invece giunge alle porte della poesia senza 8
Platone Fedro la mania delle Muse, convinto che sarà un poeta valente
grazie all'arte, resta incompiuto e la poesia di chi è in senno è oscurata da
quella di chi si trova in preda a mania. Queste, e altre ancora, sono le belle
opere di una mania proveniente dagli dèi che ti posso elencare. Pertanto non
dobbiamo aver paura di ciò, né deve sconvolgerci un discorso che cerchi di
intimorirci asserendo che si deve preferire come amico l'uomo assennato a
quello in stato di eccitazione; ma il mio discorso dovrà riportare la vittoria
dimostrando, oltre a quanto detto prima, che l'amore non è inviato dagli dèi
all'amante e all'amato perché ne traggano giovamento. Noi dobbiamo invece
dimostrare il contrario, cioè che tale mania è concessa dagli dèi per la nostra
più grande felicità; e la dimostrazione non sarà persuasiva per i
valent'uomini, ma lo sarà per i sapienti. Prima di tutto dunque bisogna intendere
la verità riguardo alla natura dell'anima divina e umana, considerando le sue
condizioni e le sue opere. L'inizio della dimostrazione è il seguente. Ogni
anima è immortale. Infatti ciò che sempre si muove è immortale, mentre ciò che
muove altro e da altro è mosso termina la sua vita quando termina il suo
movimento. Soltanto ciò che muove se stesso, dal momento che non lascia se
stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di movimento anche
per tutte le altre cose dotate di movimento. Il principio però non è generato.
Infatti è necessario che tutto ciò che nasce si generi da un principio, ma
quest'ultimo non abbia origine da qualcosa, poiché se un principio nascesse da
qualcosa non sarebbe più un principio. E poiché non è generato, è necessario
che sia anche incorrotto; infatti, se un principio perisce, né esso nascerà da
qualcosa né altra cosa da esso, dato che ogni cosa deve nascere da un
principio. Così principio di movimento è ciò che muove se stesso. Esso non può
né perire né nascere, altrimenti tutto il cielo e tutta la terra, riuniti in
corpo unico, resterebbero immobili e non avrebbero più ciò da cui ricevere di
nuovo nascita e movimento. Una volta stabilito che ciò che si muove da sé è
immortale, non si proverà vergogna a dire che proprio questa è l'essenza e la
definizione dell'anima. Infatti ogni corpo a cui l'essere in movimento proviene
dall'esterno è inanimato, mentre quello cui tale facoltà proviene dall'interno,
cioè da se stesso, è animato, poiché la natura dell'anima è questa; ma se è
così, ovvero se ciò che muove se stesso non può essere altro che l'anima, di
necessità l'anima sarà ingenerata e immortale. Sulla sua immortalità si è detto
a sufficienza; sulla sua idea bisogna dire quanto segue. Spiegare quale sia,
sarebbe proprio di un'esposizione divina sotto ogni aspetto e lunga, dire
invece a che cosa assomigli, è proprio di un'esposizione umana e più breve;
parliamone dunque in questa maniera. Si immagini l'anima simile a una forza
costituita per sua natura da una biga alata e da un auriga.(32) I cavalli e gli
aurighi degli dèi sono tutti buoni e nati da buoni, quelli degli altri sono
misti. E innanzitutto l'auriga che è in noi guida un carro a due, poi dei due
cavalli uno è bello, buono e nato da cavalli d'ugual specie, l'altro è
contrario e nato da stirpe contraria; perciò la guida, per quanto ci riguarda,
è di necessità difficile e molesta. Quindi bisogna cercare di definire in che
senso il vivente è stato chiamato mortale e immortale. Ogni anima si prende
cura di tutto ciò che è inanimato e gira tutto il cielo ora in una forma, ora
nell'altra. Se è perfetta e alata, essa vola in alto e governa tutto il mondo,
se invece ha perduto le ali viene trascinata giù finché non s'aggrappa a
qualcosa di solido; qui stabilisce la sua dimora e assume un corpo terreno, che
per la forza derivata da essa sembra muoversi da sé. Questo insieme, composto
di anima e corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il soprannome di mortale.
Viceversa ciò che è immortale non può essere spiegato con un solo discorso
razionale, ma senza averlo visto e inteso in maniera adeguata ci figuriamo un
dio, un essere vivente e immortale, fornito di un'anima e di un corpo
eternamente connaturati. Ma di queste cose si pensi e si dica così come piace
al dio; noi cerchiamo di cogliere la causa della perdita delle ali, per la
quale esse si staccano dall'anima. E la causa è all'incirca questa. La potenza
dell'ala tende per sua natura a portare in alto ciò che è pesante, sollevandolo
dove abita la stirpe degli dèi, e in certo modo partecipa del divino più di
tutte le cose inerenti il corpo. Il divino è bello, sapiente, buono, e tutto
ciò che è tale; da queste qualità l'ala dell'anima e nutrita e accresciuta in
sommo grado, mentre viene consunta e rovinata da ciò che è brutto, cattivo e
contrario ad esse. Zeus, il grande sovrano che è in cielo, procede per primo
alla guida del carro alato, dà ordine a tutto e di tutto si prende cura; lo
segue un esercito di dèi e di demoni, ordinato in undici schiere. La sola Estia
resta nella dimora degli dèi; quanto agli altri dèi, quelli che in numero di
dodici sono stati posti come capi guidano ciascuno la propria schiera secondo
l'ordine assegnato.(33) Molte e beate sono le visioni e i percorsi entro il
cielo, per i quali si volge la stirpe degli dèi eternamente felici, adempiendo
ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro chi sempre lo vuole e lo
può; infatti l'invidia sta fuori del coro divino. Quando poi vanno a banchetto
per nutrirsi, procedono in ardua salita verso la sommità della volta celeste,
dove i carri degli dèi, ben equilibrati e agili da guidare, procedono
facilmente, gli altri invece a fatica; infatti il cavallo che partecipa del
male si inclina, e piegando verso terra grava col suo peso l'auriga che non
l'ha allevato bene. Qui all'anima si presenta la fatica e la prova suprema.
Infatti quelle che sono chiamate immortali, una volta giunte alla sommità,
procedono al di fuori posandosi sul dorso del cielo, la cui rotazione le
trasporta in questa posa, mentre esse contemplano ciò che sta fuori del cielo.
Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai cantato né mai canterà in modo degno il
luogo iperuranio.(34) La cosa sta in questo modo (bisogna infatti avere il
coraggio di dire il vero, tanto più se si parla della verità): l'essere che realmente
è, senza colore, senza forma e invisibile, che può essere contemplato solo
dall'intelletto timoniere dell'anima e intorno al quale verte il genere della
vera conoscenza, occupa questo luogo. Poiché dunque la mente di un dio è
nutrita da un intelletto e da una scienza pura, anche quella di ogni anima cui
preme di ricevere ciò che conviene si appaga di vedere dopo un certo tempo
l'essere, e contemplando il vero se ne nutre e ne gode, finché la rotazione
ciclica del cielo non l'abbia riportata allo stesso punto. Nel giro che essa
compie vede la giustizia stessa, vede la temperanza, vede la scienza, 9
Platone Fedro non quella cui è connesso il divenire, e neppure quella che
in certo modo è altra perché si fonda su altre cose da quelle che ora noi
chiamiamo esseri, ma quella scienza che si fonda su ciò che è realmente essere;
e dopo che ha contemplato allo stesso modo gli altri esseri che realmente sono
e se ne è saziata, si immerge nuovamente all'interno del cielo e fa ritorno
alla sua dimora. Una volta arrivata l'auriga, condotti i cavalli alla
mangiatoia, mette innanzi a loro ambrosia e in più dà loro da bere del nettare.
Questa è la vita degli dèi. Quanto alle altre anime, l'una, seguendo nel
migliore dei modi il dio e rendendosi simile a lui, solleva il capo dell'auriga
verso il luogo fuori del cielo e viene trasportata nella sua rotazione, ma
essendo turbata dai cavalli vede a fatica gli esseri; l'altra ora solleva il
capo, ora piega verso il basso, e poiché i cavalli la costringono a forza
riesce a vedere alcuni esseri, altri no. Seguono le altre anime, che aspirano
tutte quante a salire in alto, ma non essendone capaci vengono sommerse e
trasportate tutt'intorno, calpestandosi tra loro, accalcandosi e cercando di
arrivare una prima dell'altra. Nasce così una confusione e una lotta condita
del massimo sudore, nella quale per lo scarso valore degli aurighi molte anime
restano azzoppate, e a molte altre si spezzano molte penne; tutte, data la
grande fatica, se ne partono senza aver raggiunto la contemplazione dell'essere
e una volta tornate indietro si nutrono del cibo dell'opinione. La ragione per
cui esse mettono tanto impegno per vedere dov'è sita la pianura della verità è
questa: il cibo adatto alla parte migliore dell'anima viene dal prato che si
trova là, e di esso si nutre la natura dell'ala con cui l'anima si solleva in
volo. Questa è la legge di Adrastea.(35) L'anima che, divenuta seguace del dio,
abbia visto qualcuna delle verità, non subisce danno fino al giro successivo, e
se riesce a fare ciò ogni volta, resta intatta per sempre; qualora invece, non
riuscendo a tenere dietro al dio, non abbia visto, e per qualche accidente,
riempitasi di oblio e di ignavia, sia appesantita e a causa del suo peso perda
le ali e cada sulla terra, allora è legge che essa non si trapianti in alcuna
natura animale nella prima generazione. Invece l'anima che ha visto il maggior
numero di esseri si trapianterà nel seme di un uomo destinato a diventare
filosofo o amante del bello o seguace delle Muse o incline all'amore. L'anima
che viene per seconda si trapianterà in un re rispettoso delle leggi o in un
uomo atto alla guerra e al comando, quella che viene per terza in un uomo atto
ad amministrare lo Stato o la casa o le ricchezze, la quarta in un uomo che
sarà amante delle fatiche o degli esercizi ginnici o esperto nella cura del
corpo, la quinta è destinata ad avere la vita di un indovino o di un iniziatore
ai misteri. Alla sesta sarà confacente la vita di un poeta o di qualcun altro
di coloro che si occupano dell'imitazione, alla settima la vita di un artigiano
o di un contadino, all'ottava la vita di un sofista o di un seduttore del
popolo, alla nona quella di un tiranno. Tra tutti questi, chi ha condotto la
vita secondo giustizia partecipa di una sorte migliore, chi invece è vissuto
contro giustizia, di una peggiore; infatti ciascuna anima non torna nel luogo
donde è venuta per diecimila anni, poiché non rimette le ali prima di questo
periodo di tempo, tranne quella di colui che ha coltivato la filosofia senza
inganno o ha amato i fanciulli secondo filosofia. Queste anime, al terzo giro
di mille anni, se hanno scelto per tre volte di seguito una tale vita,
rimettono in questo modo le ali e al compiere dei tremila anni tornano
indietro. Quanto alle altre, quando giungono al termine della prima vita tocca
loro un giudizio, e dopo essere state giudicate le une vanno nei luoghi di
espiazione sotto terra a scontare la loro pena, le altre, innalzate dalla
Giustizia in un luogo del cielo, trascorrono il tempo in modo corrispondente
alla vita che vissero in forma d'uomo. Al millesimo anno le une e le altre,
giunte al sorteggio e alla scelta della seconda vita, scelgono quella che
ciascuna vuole: qui un'anima umana può anche finire in una vita animale, e chi
una volta era stato uomo può ritornare da bestia uomo, poiché l'anima che non
ha mai visto la verità non giungerà mai a tale forma. L'uomo infatti deve
comprendere in funzione di ciò che viene detto idea, e che muovendo da una
molteplicità di sensazioni viene raccolto dal pensiero in unità; questa è la
reminiscenza delle cose che un tempo la nostra anima vide nel suo procedere
assieme al dio, quando guardò dall'alto ciò che ora definiamo essere e levò il
capo verso ciò che realmente è. Perciò giustamente solo l'anima del filosofo
mette le ali, poiché grazie al ricordo, secondo le sue facoltà, la sua mente è
sempre rivolta alle entità in virtù delle quali un dio è divino. Quindi l'uomo
che si avvale rettamente di tali reminiscenze, essendo sempre iniziato a
misteri perfetti, diventa lui solo realmente perfetto; dato però che si
distacca dalle occupazioni degli uomini e si fa accosto al divino, è ripreso
dai più come se delirasse, ma sfugge ai più che è invasato da un dio. Questo
dunque è il punto d'arrivo di tutto il discorso sulla quarta forma di mania,
quella per cui uno, al vedere la bellezza di quaggiù, ricordandosi della vera
bellezza mette nuove ali e desidera levarsi in volo, ma non essendone capace
guarda in alto come un uccello, senza curarsi di ciò che sta in basso, e così subisce
l'accusa di trovarsi in istato di mania: di tutte le ispirazioni divine questa,
per chi la possiede e ha comunanza con essa, è la migliore e deriva dalle cose
migliori, e chi ama le persone belle e partecipa di tale mania è chiamato
amante. Infatti, come si è detto, ogni anima d'uomo per natura ha contemplato
gli esseri, altrimenti non si sarebbe incarnata in un tale vivente. Ma
ricordarsi di quegli esseri procedendo dalle cose di quaggiù non è alla portata
di ogni anima, né di quelle che allora videro gli esseri di lassù per breve
tempo, né di quelle che, cadute qui, hanno avuto una cattiva sorte, al punto
che, volte da cattive compagnie all'ingiustizia, obliano le sacre realtà che
videro allora. Ne restano poche nelle quali il ricordo si conserva in misura
sufficiente: queste, qualora vedano una copia degli esseri di lassù, restano
sbigottite e non sono più in sé, ma non sanno cosa sia ciò che provano, perché
non ne hanno percezione sufficiente. Così della giustizia, della temperanza e
di tutte le altre cose che hanno valore per le anime non c'è splendore alcuno
nelle copie di quaggiù, ma soltanto pochi, accostandosi alle immagini,
contemplano a fatica, attraverso i loro organi ottusi, la matrice del modello
riprodotto. Allora invece si poteva vedere la bellezza nel suo splendore,
quando in un coro felice, noi al seguito di Zeus, altri di un altro dio,
godemmo di una visione e di una contemplazione beata ed eravamo iniziati a
quello che è lecito chiamare il più beato dei misteri, che celebravamo in perfetta
integrità e immuni dalla prova di tutti quei mali che dovevano attenderci nel
tempo a venire, contemplando nella nostra iniziazione mistica visioni perfette,
semplici, immutabili e 10 Platone Fedro beate in una luce pura,
poiché eravamo purì e non rinchiusi in questo che ora chiamiamo corpo e
portiamo in giro con noi, incatenati dentro ad esso come un'ostrica. Queste
parole siano un omaggio al ricordo, in virtù del quale, per il desiderio delle
cose d'allora, ora si è parlato piuttosto a lungo. Quanto alla bellezza, come
si è detto, essa brillava tra le cose di lassù come essere, e noi, tornati qui
sulla terra, l'abbiamo colta con la più vivida delle nostre sensazioni, in
quanto risplende nel modo più vivido. Per noi infatti la vista è la più acuta
delle sensazioni che riceviamo attraverso il corpo, ma essa non ci permette di
vedere la saggezza (poiché susciterebbe terribili amori, se giungendo alla
nostra vista le offrisse un'immagine di sé così splendente) e le altre realtà
degne d'amore. Ora invece soltanto la bellezza ebbe questa sorte, di essere ciò
che più di tutto è manifesto e amabile. Chi dunque non è iniziato di recente, o
è corrotto, non si innalza con pronto acume da qui a lassù, verso la bellezza
in sé, quando contempla ciò che quaggiù porta il suo nome; di conseguenza
quando guarda ad essa non la venera, ma consegnandosi al piacere imprende a
montare e a generare figli a mo' di quadrupede, e comportandosi con tracotanza
non ha timore né vergogna di inseguire un piacere contro natura. Invece chi è
iniziato di recente e ha contemplato molto le realtà di allora, quando vede un
volto d'aspetto divino che ha ben imitato la bellezza o una qualche forma
ideale di corpo, dapprima sente dei brividi e gli sottentra qualcuna delle
paure di allora, poi, guardandolo, lo venera come un dio, e se non temesse di
acquistarsi fama di eccessiva mania farebbe sacrifici al suo amato come a una
statua o a un dio. Al vederlo, lo afferra come una mutazione provocata dai
brividi, un sudore e un calore insolito; e ricevuto attraverso gli occhi il
flusso della bellezza, prende calore là dove la natura dell'ala si abbevera.
Una volta che si è riscaldato si liquefano le parti attorno al punto donde
l'ala germoglia, che essendo da tempo tappate a causa della secchezza le
impedivano di fiorire. Così, grazie all'afflusso del nutrimento, lo stelo
dell'ala si gonfia e prende a crescere dalla radice per tutta la forma
dell'anima; un tempo infatti era tutta alata. A questo punto essa ribolle tutta
quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi mette i denti nel
momento in cui essi spuntano, ossia prurito e irritazione alle gengive, la
prova anche l'anima di chi comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano
ribolle e prova un senso di irritazione e solletico. Dunque, quando l'anima,
mirando la bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e
fluiscono (e che appunto per questo sono chiamate flusso d'amore) (36) e ne
viene irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece
ne è separata e inaridisce, le bocche dei condotti donde spunta fuori l'ala si
disseccano e si serrano, impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso
dentro assieme al flusso d'amore, pulsando come le arterie pizzica nei
condotti, ciascun germoglio nel proprio, tanto che l'anima, pungolata
tutt'intorno, è presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo della
bellezza si allieta. In seguito alla mescolanza di entrambe le cose, l'anima è
turbata per la stranezza di ciò che prova e trovandosi senza via d'uscita
comincia a smaniare; ed essendo in stato di mania non può né dormire di notte
né di giorno restare ferma dov'è, ma corre in preda al desiderio dove crede di
poter vedere colui che possiede la bellezza: e una volta che l'ha visto e si è
imbevuta del flusso d'amore, libera i condotti che allora si erano ostruiti,
riprende fiato e cessa di avere pungoli e dolore, e allora coglie, nel momento
presente, il frutto di questo dolcissimo piacere. Perciò non se ne distacca di
sua volontà e non tiene in conto nessuno più del suo bello, ma si dimentica di
madri, fratelli e di tutti i compagni, e non gli importa nulla se le sue
sostanze vanno in rovina perché non se ne cura, anzi disprezza tutte le
consuetudini e le convenienze di cui si ornava prima d'allora ed è disposta a
servire l'amato e a giacere con lui ovunque gli sia concesso di stare il più
vicino possibile al suo desiderio; infatti, oltre a venerarlo, ha trovato in
colui che possiede la bellezza l'unico medico dei suoi più grandi travagli. A
questa passione cui si rivolge il mio discorso, o bel fanciullo, gli uomini
danno il nome di eros, gli dèi invece la chiamano in un modo che a sentirlo,
data la tua giovane età, ti metterai ragionevolmente a ridere. Alcuni Omeridi
citano due versi, credo presi da poemi segreti, riguardanti Eros, uno dei quali
è piuttosto insolente e non del tutto corretto come metro; essi suonano così :
I mortali lo chiamano Eros alato, gli immortali Pteros, ché fa crescere
l'ali.(37) A questi versi si può credere oppure non credere; non di meno la
causa e la sensazione di chi ama è proprio questa. Ora, se chi è stato colto da
Eros era uno dei seguaci di Zeus, riesce a sopportare con più fermezza il peso
del dio che trae il nome dalle ali; quelli che erano al servizio di Ares e
giravano il cielo assieme a lui, quando sono presi da Eros e pensano di subire
qualche torto dall'amato, sono sanguinari e pronti a sacrificare se stessi e il
proprio amore. Così ciascuno conduce la sua vita in base al dio del cui coro
era seguace, onorandolo e imitandolo per quanto gli è possibile, finché resta
incorrotto e vive la prima esistenza quaggiù, e in questo modo si accompagna e
ha relazione con gli amati e con le altre persone. Quindi ciascuno sceglie tra
i belli il suo Eros secondo il proprio carattere, e come fosse un dio gli
edifica una specie di statua e l'abbellisce per onorarla e tributarle riti. I
seguaci di Zeus cercano il loro amato in chi ha l'anima conforme al loro
dio:(38) pertanto guardano se per natura sia filosofo e atto al comando, e
quando l'hanno trovato e ne se sono innamorati, fanno di tutto affinché sia
effettivamente tale. E se prima non si erano impegnati in un'occupazione del
genere, da quel momento vi mettono mano e imparano da dove è loro possibile,
continuando poi anche da soli, e seguendo le tracce riescono a trovare per loro
conto la natura del proprio dio, perché sono stati intensamente costretti a
volgere lo sguardo verso di lui; e quando entrano in contatto con lui sono
presi da invasamento e tramite il ricordo ne assumono le abitudini e le
occupazioni, per quanto è possibile a un uomo partecipare della natura di un
dio. E poiché ne attribuiscono la causa all'amato, lo tengono ancora più caro,
e sebbene attingano da Zeus come le Baccanti,(39) riversando ciò che attingono
nell'anima dell'amato lo rendono il più possibile simile al loro dio. Coloro
che invece erano al seguito di Era cercano un'anima regale, e trovatala fanno
per lei esattamente le stesse cose. Quelli del seguito di Apollo e di ciascuno
degli altri dèi, procedendo secondo il loro dio, bramano che il proprio
fanciullo abbia un'uguale natura, e una volta che se lo sono procurato imitano
essi stessi il dio e con la persuasione e 11 Platone Fedro
l'ammaestramento portano l'amato ad assumere l'attività e la forma di quello,
ciascuno per quanto può; e lo fanno senza comportarsi nei confronti dell'amato
con gelosia o con rozza malevolenza, ma cercando di indurlo alla somiglianza
più completa possibile con se stessi e con il dio che onorano. Dunque l'ardore
e l'iniziazione di coloro che veramente amano, se ottengono ciò che desiderano
nel modo che dico, diventano così belle e felici per chi è amato, qualora venga
conquistato dall'amico che si trova in stato di mania per amore; e chi è
conquistato cede all'amore in questo modo. Come all'inizio dì questa narrazione
in forma di mito abbiamo diviso ciascuna anima in tre parti, due con forma di
cavallo, la terza con forma di auriga, questa distinzione resti per noi un
punto fermo anche adesso. Uno dei cavalli diciamo che è buono, l'altro no:
quale sia però la virtù di quello buono e il vizio di quello cattivo, non
l'abbiamo precisato, e ora bisogna dirlo. Dunque, quello tra i due che si trova
nella disposizione migliore è di forma eretta e ben strutturata, di collo alto
e narici adunche, bianco a vedersi, con gli occhi neri, amante dell'onore unito
a temperanza e pudore e compagno della fama veritiera, non ha bisogno di frusta
e si lascia guidare solo con lo stimolo e la parola; l'altro invece è storto,
grosso, mal conformato, di collo massiccio e corto, col naso schiacciato, il
pelo nero, gli occhi chiari e iniettati di sangue, compagno di tracotanza e
vanteria, dalle orecchie pelose, sordo, e cede a fatica alla frusta e agli
speroni. Quando dunque l'auriga, scorgendo la visione amorosa, prende calore in
tutta l'anima per la sensazione che prova ed è ricolmo di solletico e dei
pungoli del desiderio, il cavallo che obbedisce docilmente all'auriga, tenuto a
freno, allora come sempre, dal pudore, si trattiene dal balzare addosso all'amato;
l'altro invece non cura più né i pungoli dell'auriga né la frusta, ma
imbizzarrisce e si lancia al galoppo con violenza, e procurando ogni sorta di
molestie al compagno di giogo e all'auriga li costringe a dirigersi verso
l'amato e a rammentare la dolcezza dei piaceri d'amore. All'inizio essi si
oppongono sdegnati, al pensiero dì essere costretti ad azioni terribili e
inique; ma alla fine, quando non c'è più alcun limite al male, si lasciano
trascinare nel loro percorso, cedendo e acconsentendo a fare quanto viene loro
ordinato. Allora si fanno presso a lui e hanno la visione folgorante
dell'amato. Scorgendolo, la memoria dell'auriga è ricondotta alla natura della
bellezza, che vede di nuovo collocata su un casto piedistallo assieme alla
temperanza; a tale vista è colta da paura e per la reverenza che le porta cade
supina, e nello stesso tempo è costretta a tirare indietro le redini così forte
che entrambi i cavalli si piegano sulle cosce, l'uno, spontaneamente perché non
recalcitra, quello protervo decisamente contro voglia. Ritiratisi più lontano,
l'uno per vergogna e sbigottimento bagna tutta l'anima di sudore, l'altro,
cessato il dolore che gli veniva dal morso e dalla caduta, a fatica riprende
fiato e incomincia, pieno d'ira com'è, a ingiuriare, coprendo di male parole
l'auriga e il compagno di giogo perché per viltà e debolezza hanno abbandonato
il posto e l'accordo convenuto. E costringendoli di nuovo ad avanzare contro la
loro volontà a stento cede alle loro preghiere di rimandare a un'altra volta.
Quando poi è giunto il tempo stabilito ed essi fingono di non ricordarsene, lo
rammenta a loro con la forza, nitrendo e trascinandoli con sé, e li obbliga ad
accostarsi di nuovo all'amato per fare i medesimi discorsi; e quando sono
vicini tende la testa in avanti e rizza la coda, mordendo il freno, e li
trascina con impudenza. L'auriga, sentendo ancora più intensamente la stessa
impressione di prima, come respinto dalla fune al cancello di partenza, tira
indietro ancora più forte il morso dai denti del cavallo protervo, insanguina
la lingua maldicente e le mascelle e piegandogli a terra le gambe e le cosce lo
dà in preda ai dolori. Quando poi il cavallo malvagio, subendo la medesima cosa
più volte, desiste dalla sua tracotanza, umiliato segue ormai il proposito
dell'auriga, e quando vede il bel fanciullo, muore dalla paura; di conseguenza
accade che a questo punto l'anima dell'amante segua l'amato con pudicizia e
timore. Poiché dunque l'amato, come un essere pari agli dèi, è oggetto di ogni
venerazione da parte dell'amante che non simula, ma prova veramente questo
sentimento, ed è egli stesso per natura amico di chi lo venera, se anche in
precedenza fosse stato ingannato dalle persone che frequentava o da altre, le
quali sostenevano che è cosa turpe accostarsi a chi ama, e per questo motivo
avesse respinto l'amante, ora, col passare del tempo, l'età e la necessità lo
inducono ad ammetterlo alla sua compagnia; infatti non accade mai che un
malvagio sia amico di un malvagio, né che un buono non sia amico di un buono. E
dopo averlo ammesso presso di sé e avere accettato di parlare con lui e stare
in sua compagnia, la benevolenza dell'amante, manifestandosi da vicino,
colpisce l'amato, il quale si avvede che tutti gli altri amici e parenti non
offrono neppure una parte di amicizia a confronto dell'amico ispirato da un
dio. Quando poi questi continua a fare ciò nel tempo e si accompagna all'amato
incontrandolo nei ginnasi e negli altri luoghi di ritrovo, allora la fonte di
quei flusso che Zeus, innamorato di Ganimede, (40) chiamò flusso d'amore,
scorrendo in abbondanza verso l'amante dapprima penetra in lui, poi, quando ne
è ricolmo, scorre fuori; e come un soffio di vento o un'eco, rimbalzando da
corpi lisci e solidi, ritornano là dov'erano partiti, così il flusso della
bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso gli occhi, e di qui per sua natura
arriva all'anima. Quando vi è giunto la incoraggia a volare, quindi irriga i
condotti delle ali e comincia a farle crescere, e così riempie d'amore anche
l'anima dell'amato. Pertanto egli ama, ma non sa che cosa; e neppure è a
conoscenza di cosa prova né è in grado di dirlo, ma come chi ha contratto una
malattia agli occhi da un altro non è in grado di spiegarne la causa, così egli
non si accorge di vedere se stesso nell'amante come in uno specchio. E in
presenza di questi, il suo dolore cessa esattamente come a lui, se invece è
assente allo stesso modo di lui desidera ed è desiderato, perché reca in sé una
sembianza d'amore che dell'amore è sostituto: però non lo chiama e non lo crede
amore, bensì amicizia. Più o meno come l'amante, ma in misura più debole,
desidera vederlo, toccarlo, baciarlo, giacere con lui; e com'è naturale, in
seguito non tarda a fare cio. Quando dunque giacciono insieme, il cavallo
sfrenato dell'amante ha di che dire all'auriga, e pretende di trarre un piccolo
guadagno in cambio di tante fatiche; invece quello dell'amato non ha nulla da
dire, ma, gonfio di desiderio e ancora incerto abbraccia e bacia l'amante,
manifestandogli affetto per la sua grande benevolenza. Così, nel momento in cui
si congiungono, non è più tale da rifiutare di compiacere da parte sua
l'amante, se viene pregato di soddisfare; ma il compagno di giogo assieme
all'auriga 12 Platone Fedro si oppone a ciò, obbedendo al pudore e
alla ragione. Se dunque prevalgono le parti migliori dell'animo, quelle che
guidano a un'esistenza ordinata e alla filosofia, essi trascorrono la vita di
quaggiù in modo beato e concorde, poiché sono padroni di sé e ben regolati,
avendo sottomesso ciò in cui nasce il male dell'anima e liberato ciò in cui
nasce la virtù; e alla fine, divenuti alati e leggeri, hanno vinto una delle
tre gare veramente olimpiche, di cui né la temperanza umana né la mania divina
possono fornire all'uomo un bene più grande.(41) Se invece seguono un genere di
vita piuttosto grossolano e privo di filosofia, ma ambizioso, forse, in stato
di ubriachezza o in qualche altro momento di negligenza, i loro due compagni di
giogo sfrenati, cogliendo le anime alla sprovvista e portandole nella stessa direzione,
possono compiere la scelta che tanti considerano la più beata e mandarla ad
effetto; e una volta che l'hanno mandata ad effetto, se ne avvalgono anche in
futuro, ma raramente, poiché fanno cose che non sono approvate da tutta
l'anima. Anche costoro vivono in amicizia reciproca, ma meno di quelli, sia
durante l'amore sia quando ne sono usciti, credendo di essersi dati l'un
l'altro e di aver ricevuto i più grandi pegni, che non è lecito sciogliere
perché ciò condurrebbe all'inimicizia. Al termine della vita escono dal corpo
senz'ali, ma col desiderio di metterle, cosicché riportano un premio non
piccolo della loro mania amorosa; infatti non è legge che coloro i quali hanno
già iniziato il cammino sotto la volta del cielo scendano di nuovo nella tenebra
e camminino sotto terra, bensì che trascorrano una vita luminosa e felice
compiendo il viaggio in compagnia reciproca, e che una volta rinati rimettano
le ali assieme per grazia dell'amore. Questi doni così grandi e così divini, o
fanciullo, ti darà l'amicizia da parte di un amante. Invece la compagnia di chi
non ama, mescolata con temperanza mortale, capace di amministrare cose mortali
e misere, dopo aver generato nell'anima amata una bassezza lodata dal volgo
come virtù, la farà girare priva di senno attorno alla terra e sotto terra per
novemila anni. Questa, caro Eros, per le nostre facoltà, è la più bella e
virtuosa palinodia che abbiamo potuto offrirti in dono e in espiazione,
costretta a causa di Fedro a essere pronunciata, oltre al resto, anche con
alcune parole poetiche. Ma tu concedi il perdono per le cose di prima e serba
gratitudine per queste, e, benevolo e propizio, non togliermi e non storpiarmì
per la collera l'arte amorosa che mi hai dato, anzi concedimi di essere in
onore tra i bei fanciulli ancor più di adesso. E se nel discorso precedente io
e Fedro abbiamo detto qualcosa che a te suona stonata, attribuiscine la colpa a
Lisia, che del discorso è padre, e fallo desistere da simili prolusioni,
volgendolo alla filosofia come si è volto suo fratello Polemarco,(42) affinché
anche questo suo amante non sia nel dubbio come ora, ma dedichi senz'altro la
sua vita ad Eros in compagnia di discorsi filosofici. FEDRO: Mi unisco alla tua
preghiera, Socrate: se questo è meglio per noi, che avvenga. Da un pezzo ho
ammirato il tuo discorso per quanto l'hai reso più bello del precedente; quindi
temo che Lisia mi appaia misero, quand'anche voglia opporre ad esso un altro
discorso. Recentemente infatti, mirabile amico, un politico lo biasimava
criticandolo proprio per questo, e in tutta la sua critica lo chiamava
logografo;(43) perciò forse si tratterrà per ambizione dallo scrivercene un
altro. SOCRATE: Ragazzo, la tua opinione è ridicola, e quanto al tuo compagno
sbagli di grosso, se credi che si spaventi così al minimo rumore. Ma forse
pensi che chi lo biasimava dicesse quello che ha detto proprio per criticarlo.
FEDRO: Così pareva, Socrate; del resto sei anche tu conscio che coloro che
nelle città hanno il massimo potere e la massima reverenza si vergognano a
scrivere discorsi e a lasciare propri scritti, temendo l'opinione dei posteri,
cioè di essere chiamati sofisti. SOCRATE: Ti sei scordato, Fedro, che la dolce
ansa ha preso il nome dalla lunga ansa del Nilo (44) e oltre all'ansa
dimentichi che gli uomini di governo piu assennati amano tantissimo comporre
discorsi e lasciare propri scritti, almeno quelli che, quando scrivono un
discorso, apprezzano a tal punto chi li loda da aggiungere in testa per primi i
nomi di quelli che li devono lodare in ogni singola occasione. FEDRO: In che
senso dici ciò? Non capisco. SOCRATE: Non capisci che all'inizio del discorso
di un uomo politico per primo viene scritto il nome di chi lo loda! FEDRO: E
come? SOCRATE: «Il consiglio ha deciso», dice più o meno, ovvero «il popolo ha
deciso», o entrambi, e ancora «il tale e il tal altro ha detto» (e qui lo
scrittore cita se stesso con grande reverenza e si fa l'elogio). Poi si mette a
parlare, mostrando a chi lo loda la sua abilità, talvolta dopo aver composto
uno scritto assai lungo. O ti pare che una cosa del genere sia altro che un
discorso scritto? FEDRO: Non mi pare proprio. SOCRATE: Quindi, se il discorso
regge, l'autore esce di scena tutto lieto; se invece viene escluso e radiato
dallo scrivere discorsi e dall'essere degno di scriverli, piangono lui e i suoi
compagni. FEDRO: E anche molto! SOCRATE: è chiaro dunque che non disprezzano
questa attività, ma l'ammirano. FEDRO: Sicuro! SOCRATE: E allora? Quando un
retore o un re è in grado di raggiungere la potenza di Licurgo, di Solone o di
Dario (45) e di diventare un logografo immortale nella sua città, non si crede
forse egli stesso pari agli dèi mentre ancora vive, e i posteri non pensano di
lui la stessa cosa, contemplando i suoi scritti? FEDRO: Certamente! SOCRATE:
Credi allora che uno di costoro, chiunque sia e in qualunque modo sia ostile a
Lisia, lo biasimi proprio perché scrive discorsi? 13 Platone Fedro
FEDRO: Non è verosimile, da ciò che dici, poiché a quanto pare criticherebbe
anche il proprio desiderio. SOCRATE: Allora è chiaro a tutti che non è cosa
turpe in sé lo scrivere discorsi. FEDRO: Ma certo. SOCRATE: Ora però io ritengo
turpe questo, il pronunciarli e scriverli in modo non bello, ma riprovevole e
disonesto. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: E allora qual è il modo di scriverli bene
e quale il modo contrario? Abbiamo bisogno, Fedro, di esaminare a questo
proposito Lisia e chiunque altro abbia mai composto o comporrà uno scritto sia
pubblico sia privato, in versi come un poeta o non in versi come un prosatore?
FEDRO: Chiedi se ne abbiamo bisogno? E per quale ragione uno, oserei dire,
vivrebbe, se non per i piaceri di questo tipo? Non certo per quelli per cui
bisogna prima soffrire, altrimenti non si prova godimento, come sono quasi
tutti i piaceri del corpo, che per questo motivo sono stati giustamente
chiamati servili. SOCRATE: Tempo ne abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che
in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra testa e
discorrendo tra loro, guardino anche noi. Se dunque vedessero che anche noi
due, come fanno i più a mezzogiorno, non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci
lasciamo incantare da loro per pigrizia della mente, giustamente ci
deriderebbero, considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in
questo luogo di sosta come delle pecore che passano il pomeriggio presso la
fonte; se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto a loro come alle
Sirene senza essere ammaliati, forse, prese da ammirazione, ci daranno quel
dono che per concessione degli dèi possono dare agli uomini. FEDRO: E qual è
questo dono che hanno? A quanto pare, non l'ho mai sentito. SOCRATE: Non si
addice davvero a un uomo amante delle Muse non averne mai sentito parlare.(46)
Si dice che un tempo le cicale erano uomini, di quelli vissuti prima che
nascessero le Muse; quando poi nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni di
loro restarono così colpiti dal piacere che cantando non si curarono più di
cibo e bevanda e senza accorgersene morirono. Da loro in seguito ebbe origine
la stirpe delle cicale, che ricevette dalle Muse questo dono, di non aver
bisogno di nutrimento fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare
senza cibo né bevanda fino alla morte, e di andare quindi dalle Muse a riferire
chi tra gli uomini di quaggiù le onora, e quale di esse onora. A Tersicore
riferiscono di quelli che l'hanno onorata nei cori, rendendoli a lei più
graditi, a Erato di chi l'ha onorata nei carmi d'amore, e così per le altre,
secondo l'onore che ha ciascuna. A Calliope, la più anziana, e a Urania, che
viene dopo di lei, riferiscono di quelli che trascorrono la vita nella
filosofia e onorano la loro musica, poiché esse, avendo cura del cielo e dei
discorsi divini e umani, emettono tra tutte le Muse la voce più bella.(47) Per
molte ragioni, quindi, a mezzogiorno bisogna parlare e non dormire. FEDRO: E
allora bisogna parlare. SOCRATE: Dobbiamo dunque esaminare quello che ora ci
siamo proposti, ossia come è bene pronunciare e scrivere un discorso e come non
lo è. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: I discorsi che saranno pronunciati in modo
bello e decoroso non devono forse implicare che l'animo di chi parla conosca il
vero riguardo a ciò di cui intende parlare? FEDRO: A tal proposito, caro
Socrate, ho sentito dire questo: per chi vuole essere un retore non c'è la
necessità di apprendere ciò che è realmente giusto, ma ciò che sembra giusto
alla moltitudine che giudicherà, non ciò che è veramente buono o bello, ma che
sembrerà tale, poiché il convincere il prossimo viene da questo, non dalla
verità. SOCRATE: «Non parola da buttare»(48) dev'essere, Fedro, ciò che dicono
i sapienti, ma si deve esaminare se le loro affermazioni sono valide. Anche per
questo non bisogna lasciar cadere quanto ora è stato detto. FEDRO: Hai ragione.
SOCRATE: Esaminiamolo dunque in questo modo. FEDRO: Come? SOCRATE: Se volessi
persuaderti a difenderti dai nemici acquistando un cavallo, ed entrambi non
conoscessimo un cavallo, ma io per caso sapessi di te solo questo, che Fedro
reputa sia un cavallo quell'animale domestico che a orecchie assai grandi...
FEDRO: Sarebbe ridicolo, Socrate. SOCRATE: Non ancora. Ma lo sarebbe nel caso
che, per convincerti sul serio, componessi un discorso di elogio dell'asino
chiamandolo cavallo e sostenendo che tale bestia è assolutamente degna di
essere acquistata sia per uso domestico sia per le spedizioni militari, utile
per il combattimento in groppa, valente a portare bagagli e vantaggiosa in
molte altre cose. FEDRO: Allora sarebbe davvero ridicolo. SOCRATE: E non è
forse meglio essere ridicolo e amico piuttosto che esperto e nemico? FEDRO:
Così pare. SOCRATE: Pertanto, quando il retore che non conosce il bene e il
male inizia a persuadere una città che si trova nelle sue stesse condizioni,
facendo non l'elogio dell'ombra dell'asino come se fosse del cavallo, ma
l'elogio del male come se fosse il bene, e presa dimestichezza con le opinioni
della gente la persuade a operare il male anziché il bene, quale frutto credi
che mieterà in seguito la retorica da quello che ha seminato? FEDRO:
Sicuramente non buono. 14 Platone Fedro SOCRATE: Ma buon amico,
abbiamo forse svillaneggiato l'arte dei discorsi in modo più rozzo del dovuto?
Essa forse dirà: «Cosa mai andate cianciando, o mirabili uomini? Io non
costringo nessuno che non conosca il vero a imparare a parlare, ma, se il mio
consiglio vale qualcosa, a prendere me solo dopo aver acquisito quello. Questa
dunque è la cosa importante che vi voglio dire: senza di me, anche chi conosce
le cose come sono in realtà non saprà essere più persuasivo secondo arte».
FEDRO: E non dirà cose giuste, se parlasse così ? SOCRATE: Sì, se i discorsi
che si presentano le rendono testimonianza che è un'arte. In effetti mi sembra
di udire alcuni discorsi che vengono a testimoniare che essa mente e non è
un'arte, ma una pratica priva di arte. Un'autentica arte del dire senza il
tocco della verità, afferma lo Spartano,(49) non esiste né esisterà mai. FEDRO:
C'è bisogno di questi discorsi, Socrate: su, portali qui ed esamina cosa dicono
e in che modo. SOCRATE: Venite avanti, nobili rampolli, e persuadete Fedro dai
bei figli (50) che se non praticherà la filosofia in modo adeguato, non sarà
mai in grado di parlare di nulla. Fedro dunque risponda. FEDRO: Chiedete.
SOCRATE: La retorica, in generale, non è l'arte di guidare le anime per mezzo
di discorsi, non solo nei tribunali e in tutte le altre riunioni pubbliche, ma
anche in quelle private, la stessa sia nelle questioni piccole sia in quelle
grandi, e non è affatto di maggior pregio, almeno quando è retta, nelle cose
serie che in quelle di poco conto? O come hai sentito parlare in proposito?
FEDRO: No, per Zeus, assolutamente non così, ma soprattutto nei processi si
parla e si scrive con arte, come pure nelle assemblee pubbliche. Non possiedo
informazioni più ampie. SOCRATE: Ma allora, a proposito dei discorsi, hai
sentito parlare solo delle arti di Nestore e Odisseo, che hanno messo per
iscritto a Ilio nei periodi di tregua, e non di quelle di Palamede? (51) FEDRO:
Per Zeus, neanche di quelle di Nestore, a meno che tu non faccia di Gorgia un
Nestore, o di Trasimaco e Teodoro un Odisseo.(52) SOCRATE: Forse. Ma lasciamo
perdere costoro. Tu dimmi piuttosto: nei tribunali gli avversari cosa fanno?
Non fanno affermazioni tra loro contrastanti? O cosa diremo? FEDRO: Proprio
questo. SOCRATE: Riguardo al giusto e all'ingiusto? FEDRO: Sì . SOCRATE:
Allora, chi opera in questo modo con arte, farà apparire la stessa cosa alle
stesse persone ora giusta, ora, quando lo voglia, ingiusta? FEDRO: Come no?
SOCRATE: E in un'assemblea popolare farà sembrare alla città le stesse cose ora
buone, ora, al contrario, cattive? FEDRO: è così . SOCRATE: E non sappiamo che
il Palamede di Elea (53) parlava con un'arte tale da far apparire agli
ascoltatori le stesse cose simili e dissimili, una e molte, ferme e in
movimento? FEDRO: Ma certo! SOCRATE: Dunque l'arte del contraddire non si trova
solo nei tribunali e nell'assemblea popolare, ma a quanto pare in tutto ciò che
si dice ci sarebbe questa sola arte, se mai la è veramente, con la quale uno
sarà capace di rendere ogni cosa simile a ogni altra in tutti i casi possibili
e per quanto è possibile, e di mettere in luce quando un altro fa la stessa
cosa e lo nasconde. FEDRO: In che senso dici una cosa del genere? 5OCRATE Se
cerchiamo in questo modo credo che ci apparirà evidente. L'inganno si verifica
di più nelle cose che differiscono di molto o in quelle che differiscono di
pOco? FEDRO: In quelle che differiscono di poco. SOCRATE: Ma è più facile che
non ti accorga di essere arrivato all'opposto se ti sposti poco per volta che
se ti sposti a grandi passi. FEDRO: Come no? SOCRATE: Dunque chi ha intenzione
di ingannare un altro senza essere ingannato a sua volta deve distinguere con
precisione la somiglianza e la dissomiglianza degli esseri. FEDRO: è
necessario. SOCRATE: Ma se ignora la verità di ciascuna cosa, sarà mai in grado
di discernere la somiglianza dì ciò che ignora, piccola o grande che sia, con
le altre cose? FEDRO: Impossibile. SOCRATE: Dunque, in coloro che hanno
opinioni contrarie alla realtà degli esseri e si ingannano, è chiaro che questa
impressione si insinua attraverso certe somiglianze. FEDRO: Accade proprio così
. SOCRATE: è possibile allora che uno possieda l'arte di spostare poco a poco
la realtà di un essere attraverso le somiglianze, conducendolo ogni volta da
ciò che è al suo contrario, o viceversa di evitare questo, se non ha cognizione
di cosa sia ciascun essere? FEDRO: Non sarà mai possibile. SOCRATE: Dunque,
amico, colui che non conosce la verità, ma è andato a caccia di opinioni, ci
offrirà un'arte dei discorsi ridicola, a quanto pare, e priva di arte. FEDRO:
Pare di sì . 15 Platone Fedro SOCRATE: Vuoi dunque vedere, nel
discorso di Lisia che porti e in quelli che noi abbiamo fatto, qualcuna delle
cose che definiamo prive di arte e conformi all'arte? FEDRO: Più d'ogni altra
cosa, poiché ora noi parliamo in certo qual modo a vuoto, non avendo esempi
adeguati. SOCRATE: E per un caso fortunato, a quanto pare, sono stati
pronunciati due discorsi che recano un esempio di come chi conosce il vero,
giocando con le parole, possa condurre fuori strada gli ascoltatori. Ed io,
Fedro, ne attribuisco la causa agli dèi del luogo; ma forse anche le profetesse
delle Muse, che cantano sopra la nostra testa, possono averci ispirato questo
dono, poiché io non sono certo partecipe di una qualche arte del dire. FEDRO:
Sia come dici tu. Solo spiega ciò che affermi. SOCRATE: Su, leggimi l'inizio
del discorso di Lisia. FEDRO: «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai
udito che ritengo sia per noi utile che queste cose accadano; ma non stimo
giusto non poter ottenere ciò che chiedo perché non mi trovo a essere tuo
amante. Gli innamorati si pentono...» SOCRATE: Fermati. Bisogna dire in che
cosa costui sbaglia e opera senz'arte, non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Non è
forse evidente per chiunque almeno questo, che siamo d'accordo su alcune di
queste cose, in disaccordo su altre? FEDRO: Mi sembra di capire il tuo
pensiero, ma esprimilo ancora più chiaramente. SOCRATE: Quando uno dice la
parola "ferro" o "argento", non intendiamo forse tutti la
stessa cosa? FEDRO: Certo! SOCRATE: E quando si tratta dei termini
"giusto" e "bene"? Non siamo portati chi in una direzione,
chi in un'altra, e siamo in conflitto gli uni con gli altri e persino con noi
stessi? FEDRO: Proprio così ! SOCRATE: Dunque concordiamo su alcune cose, su
altre no. FEDRO: è così . SOCRATE: In quale dei due campi siamo più facilmente
ingannabili e la retorica ha maggior potere? FEDRO: Quello in cui vaghiamo
nell'incertezza, è evidente. SOCRATE: Pertanto chi si accinge a praticare la
retorica deve innanzitutto aver distinto con metodo queste cose e aver colto un
carattere peculiare di entrambe le forme, quella in cui è inevitabile che la
gente vaghi nell'incertezza e quella in cui non lo è. FEDRO: Chi avesse colto
questo, Socrate, avrebbe compreso un'idea davvero bella. SOCRATE: Inoltre credo
che, nell'occuparsi di ciascuna cosa, non debba lasciarsi sfuggire, ma debba
percepire con acutezza a quale delle due specie appartiene ciò di cui intende
parlare. FEDRO: Come no? SOCRATE: E allora? Dobbiamo dire che l'amore
appartiene alle questioni controverse oppure no? FEDRO: Alle questioni
controverse, non c'è dubbio. O credi che ti sarebbe stato possibile dire quello
che poco fa hai detto su di lui, ossia che è un danno sia per l'amato sia
l'amante, e al contrario che è il più grande dei beni? SOCRATE: Parli in modo
eccellente; ma dimmi anche questo, giacché io a causa dell'invasamento non lo
ricordo troppo bene: se all'inizio del discorso ho dato una definizione
dell'amore. FEDRO: Sì, per Zeus, in modo davvero insuperabile. SOCRATE: Ahimè,
quanto sono più esperte nei discorsi, a quel che dici, dici, le Ninfe
dell'Acheloo e Pan figlio di Ermes rispetto a Lisia figlio di Cefalo! Può darsi
che dica una sciocchezza, ma Lisia, cominciando il suo discorso sull'amore, non
ci ha costretto a concepire Eros come una certa realtà unica che voleva lui, e
in relazione a questo ha composto e condotto a termine tutto il discorso
seguente? Vuoi che rileggiamo il suo inizio? FEDRO: Se ti sembra il caso.
Tuttavia ciò che cerchi non è lì . SOCRATE: Parla, in modo che ascolti proprio
lui. FEDRO: «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia
utile per noi che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere
ciò che chiedo, perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si
pentono dei benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro passione...».
SOCRATE: Sembra che costui sia ben lungi dal fare ciò che cerchiamo, se mette
mano al discorso non dall'inizio ma dalle fine, nuotando supino all'indietro, e
prende le mosse da ciò che l'amante direbbe al suo amato quando ormai ha smesso
di amarlo. Oppure ho detto una sciocchezza, Fedro, mia testa cara? FEDRO: è
certamente la fine, Socrate, quella intorno a cui compone il discorso. SOCRATE:
E il resto? Non ti pare che le parti del discorso siano state buttate lì alla
rinfusa? O ciò che è stato detto per secondo risulta che per una qualche
necessità doveva essere messo per secondo piuttosto che un altro degli
argomenti trattati? A me, che non so nulla, è sembrato che lo scrittore abbia
detto in maniera non rozza ciò che gli veniva in mente; e tu sei a conoscenza
di una qualche arte di scrivere discorsi, in base alla quale lui ha disposto
questi argomenti così di seguito, uno dopo l'altro? FEDRO: Sei troppo buono, se
credi che io sia in grado di vedere nelle sue parole in modo così preciso!
SOCRATE: Ma penso che tu possa dire almeno questo, che ogni discorso dev'essere
costituito come un essere vivente e avere un corpo suo proprio, così da non essere
senza testa e senza piedi, ma da avere le parti di mezzo e quelle estreme
scritte in modo che si adattino le une alle altre e al tutto. FEDRO: Come no?
SOCRATE: Esamina dunque il discorso del tuo compagno, se è composto così o in
altro modo, e troverai che non differisce in nulla dall'epigramma che secondo
alcuni è stato scritto sulla tomba di Mida il Frigio. FEDRO: Qual è questo
epigramma, e cos'ha di particolare? SOCRATE: è questo qui: Vergine bronzea
sono, e sto sull'avello di Mida. Fin che l'acqua scorra e alberi grandi
verdeggino, stando qui sulla tomba di molte lacrime aspersa, annuncerò a chi
passa che Mida qui è sepolto. Capisci senz'altro, come credo, che non c'è
alcuna differenza se un verso viene recitato per primo o per ultimo. FEDRO: Tu
ti fai beffe del nostro discorso, Socrate! SOCRATE: Allora lasciamolo perdere,
così non ti crucci (eppure mi sembra che contenga parecchi esempi ai quali
gioverebbe porre attenzione, cercando di non imitarli in alcun modo); e
passiamo agli altri due discorsi. In essi, mi sembra, c'era qualcosa che per
chi vuole fare indagini sui discorsi è conveniente esaminare. FEDRO: A che cosa
alludi? SOCRATE: In qualche modo erano opposti: uno diceva che si deve
compiacere chi ama, l'altro chi non ama. FEDRO: E con molto vigore! SOCRATE:
Pensavo che tu avresti detto il vero, cioè con mania: ciò che cercavo è appunto
questo. Abbiamo detto infatti che l'amore è una forma di mania. O no? FEDRO: Sì
. SOCRATE: E che ci sono due forme di mania, una che nasce da malattie umane,
l'altra che nasce da un mutamento divino delle consuete abitudini. FEDRO:
Giusto. SOCRATE: Distinguendo quattro parti di quella divina in relazione a
quattro dèi, abbiamo attribuito l'ispirazione mantica ad Apollo, quella
iniziatica a Dioniso, quella poetica alle Muse, la quarta ad Afrodite ed Eros,
e abbiamo detto che la mania amorosa è la migliore. E non so come,
rappresentando con immagini la passione amorosa, forse toccando da un lato un
che di vero, dall'altro uscendo un po' di strada, abbiamo composto un discorso
non del tutto incapace di persuadere e abbiamo levato quasi per gioco, con
parole misurate e pie, un inno in forma di mito in onore di Eros, mio e tuo
signore, Fedro, e protettore dei bei giovani. FEDRO: E almeno per me, un
discorso davvero non spiacevole da ascoltare! SOCRATE: Prendiamo dunque in
esame solo questo, come il discorso sia potuto passare dal biasimo alla lode.
FEDRO: Cosa intendi dire con ciò? SOCRATE: A me pare che il resto sia stato
fatto realmente per gioco; ma in alcune di queste cose dette a caso ci sono due
procedimenti di cui non sarebbe spiacevole se si riuscisse a coglierne con arte
la potenza. FEDRO: Quali? SOCRATE: Il primo consiste nel ricondurre le cose
disperse in molteplici modi a un'unica idea cogliendole in uno sguardo d'insieme,
così da definirle una per una e da chiarire ciò su cui si vuole di volta in
volta insegnare. Per esempio, nel discorso fatto poco fa su Eros, una volta
definito ciò che è, a prescindere se sia stato detto bene o male, è appunto
grazie a questa definizione che il discorso ha acquistato chiarezza e coerenza
interna. FEDRO: E dell'altro procedimento cosa dici, SOcrate? SOCRATE: Esso
consiste, al contrario, nel saper dividere secondo le idee in base alle loro
articolazioni naturali, senza cercar di spezzare alcuna parte, alla maniera di
un cattivo macellaio; ma come i due discorsi di poco fa concepivano la
dissennatezza dell'animo come un'idea unica in comune, e come da un corpo unico
hanno origine membra doppie dallo stesso nome, chiamate destra e sinistra, così
i due discorsi hanno considerato anche la componente della follia come un'idea
per sua natura unica in noi: il primo discorso, tagliando la parte di sinistra,
e poi tagliandola ancora, non ha smesso prima di aver trovato in queste
divisioni un certo qual amore chiamato sinistro e di averlo a buon diritto
biasimato; l'altro discorso invece ci ha condotto nella parte destra della
mania e vi ha trovato un amore che ha lo stesso nome dell'altro, ma è divino, e
dopo aavercelo posto innanzi lo ha elogiato come la causa dei nostri più grandi
beni. FEDRO: Dici cose verissime. SOCRATE: Io, Fedro, sono amante di questi
procedimenti, delle divisioni e delle unificazioni, al fine di essere in grado
di parlare e di pensare; e se ritengo che qualcun altro sia per sua natura
capace di guardare all'uno e ai molti, lo seguo «tenendo dietro alle sue orme
come a quelle di un dio». E quelli che appunto sono in grado di fare ciò, lo sa
un dio se la mia definizione è giusta o meno, fino a questo momento li chiamo
dialettici. Quelli che invece hanno appreso da te e da Lisia ciò di cui si è
discusso ora, dimmi tu come conviene chiamarli: o è proprio questa l'arte dei
discorsi, grazie alla quale Trasimaco e gli altri sono diventati abili a
parlare essi stessi e rendono tali gli altri, che vogliono coprirli di doni
come dei re? FEDRO: Sono uomini regali, sì, ma non esperti delle cose che
chiedi. Ma mi pare che tu dia il nome giusto a questo metodo, chiamandolo
dialettico; quello della retorica invece pare ci sfugga ancora. SOCRATE: Come
dici? Potrebbe forse esserci qualcosa di bello, che anche senza questi
procedimenti si apprende lo stesso con arte? Né io né tu dobbiamo assolutamente
disprezzarlo, ma dobbiamo appunto precisare che cos'è ciò che rimane della
retorica. FEDRO: Rimangono moltissime cose, Socrate, almeno quelle che si
trovano nei libri scritti sull'arte del dire. 17 Platone Fedro
SOCRATE: Hai fatto bene a ricordarmelo. Per primo, credo, all'inizio del
discorso dev'essere pronunciato il proemio; sono queste che chiami le finezze
dell'arte, non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Al secondo posto viene una
narrazione seguita da testimonianze, al terzo le argomentazioni, al quarto le
verosimiglianze. Poi vengono la conferma e la riconferma, così almeno credo che
dica l'eccellente uomo di Bisanzio, il Dedalo dei discorsi. FEDRO: Vuoi dire il
valente Teodoro? SOCRATE: Come no? E poi sia nell'accusa sia nella difesa vanno
fatte una confutazione e una controconfutazione. E non tiriamo in ballo il
bellissimo Eveno di Paro, che per primo trovò l'insinuazione e gli elogi
indiretti; alcuni sostengono che pronunciasse persino dei biasimi indiretti in
poesia per esercitare la memoria (in effetti era un uomo abile). E lasceremo
riposare Tisia e Gorgì a,(56) i quali videro come il verosimile sia da tenere
in conto più del vero e con la forza del discorso fanno apparire grande ciò che
è piccolo e piccolo ciò che è grande, vecchio ciò che è nuovo e al contrario
nuovo ciò che è vecchio, e scoprirono la brevità dei discorsi e le prolissità
infinite su ogni sorta di argomento? Una volta Prodico,(57) sentendo da me
queste cose, scoppiò a ridere, e sostenne di aver scoperto lui solo i discorsi
di cui l'arte abbisogna: né lunghi né brevi, ma misurati. FEDRO: Parole molto
sagge, o Prodico. SOCRATE: E non menzioniamo Ippia? Credo che anche l'ospite
eleo voterebbe con lui.(58) FEDRO: Perché no? SOCRATE: E come parleremo dei
Templi alle Muse dei discorsi innalzati da Polo, ad esempio la ripetizione o il
parlare per sentenze e per immagini, e dei Templi alle Muse dei nomi di cui
Licimnio gli fece dono per la composizione del bello stile?(59) FEDRO: E le
opere di Protagora,(60) Socrate, non erano più o meno di questo tipo? SOCRATE:
Una certa Correttezza dello stile, ragazzo, e molte altre belle cose. Ma quanto
ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e la povertà, mi pare che
l'abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio, uomo d'altronde straordinario
nel suscitare la collera nella gente e poi nell'ammansire chi aveva fatto
adirare incantandolo, come soleva dire, e potentissimo nel lanciare e
sciogliere calunnie in ogni modo. Sembra poi che ci sia comune accordo tra
tutti sulla conclusione dei discorsi, alla quale alcuni danno il nome di
riepilogo, altri un altro nome. FEDRO: Intendi il ricordare per sommi capi agli
ascoltatori, alla fine del discorso, ciascuno degli argomenti trattati?
SOCRATE: Intendo questo, e se tu hai qualcos'altro da aggiungere sull'arte dei
discorsi... FEDRO: Cose da poco, che non vale la pena di dire. SOCRATE: Lasciamo
perdere le cose di poco conto, e vediamo piuttosto in piena luce quale potenza
dell'arte hanno le cose di cui abbiamo parlato, e quando. FEDRO: Una potenza
davvero forte, SOcrate, almeno nelle adunanze del popolo. SOCRATE: Infatti
l'hanno. Ma guarda anche tu, o esimio, se la loro trama non sembra anche te,
come a me, slegata. FEDRO: Purché tu lo dimostri. SOCRATE: Allora dimmi: se uno
si presentasse al tuo compagno Erissimaco o a suo padre Acumeno e dicesse loro:
«Io so somministrare ai corpi farmaci tali da riscaldarli e raffreddarli, se lo
voglio, e se mi pare il caso tali da farli vomitare e persino evacuare, e
moltissime altre cose del genere. E dal momento che ho queste conoscenze sono
convinto di essere un medico e di far diventare medico un altro a cui comunico
la scienza di queste cose», cosa credi che direbbero dopo averlo ascoltato?
FEDRO: Cos'altro se non chiedergli se sa anche a chi e quando bisogna fare
ciascuna di queste cose, e in quale misura? SOCRATE: E se allora rispondesse:
«Non lo so affatto: ma sono convinto che chi ha appreso queste conoscenze da me
sia a sua volta in grado di fare ciò che chiedi»? FEDRO: Direbbero, credo, che
quell'uomo è pazzo, e che crede di essere diventato un medico per aver sentito
qualcosa da qualche libro o per aver usato casualmente dei farmaci, senza avere
alcuna conoscenza dell'arte. SOCRATE: E se uno si presentasse a Sofocle e ad
Euripide dicendo che sa comporre discorsi lunghissimi su un argomento piccolo e
piccolissimi su un argomento grande, commoventi, quando lo vuole, e al
contrario spaventevoli e minacciosi, e tante altre cose del genere, e che
insegnando ciò crede di trasmettere il modo di comporre una tragedia? FEDRO:
Credo che anche costoro, Socrate, riderebbero se uno pensa che la tragedia sia
altra cosa che l'unione di questi elementi ben connessi tra loro e accordati
con il tutto. SOCRATE: Però non lo rimprovererebbero con villania, credo, ma
come un musico, se incontrasse un uomo che crede di essere esperto
nell'armonia, perché il caso vuole che sappia come si fa a produrre il suono
più acuto e quello più grave, non gli direbbe villanamente: «Disgraziato, tu
sei pazzo!», ma in quanto musico gli direbbe, in modo più affabile: «Carissimo,
chi vuole essere un esperto di armonia è necessario che conosca anche questo,
tuttavia nulla vieta che chi ha le tue capacità non sappia neppure un poco di
armonia; tu infatti conosci le nozioni necessarie e preliminari dell'armonia,
non come si produce l'armonia». FEDRO: Giustissimo. SOCRATE: Allora anche
Sofocle direbbe a chi si esibisse di fronte a loro che conosce i preliminari
dell'arte tragica ma non il modo di comporre una tragedia, e Acumeno direbbe
all'altro che conosce i preliminari della medicina, non la scienza medica.
FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: E cosa pensiamo che direbbero Adrasto voce di
miele o Pericle, (61) se sentissero parlare degli accorgimenti che abbiamo
elencato poco fa, cioè parlare conciso, parlare per immagini e tutte le altre
cose che abbiamo 18 Platone Fedro scorso affermando che erano da
esaminare in piena luce? Forse per villania, come abbiamo fatto io e te, si
rivolgerebbero con parole aspre e rudi a chi ha scritto queste cose e le
insegna spacciandole per retorica, oppure, essendo più saggi di noi, ci
lascerebbero di stucco dicendo: «Fedro e Socrate, non bisogna essere aspri, ma
indulgenti, se alcuni, non essendo a conoscenza della dialettica, non hanno
saputo definire cosa mai sia la retorica e in conseguenza di questa condizione,
possedendo le nozioni necessarie e preliminari dell'arte, hanno creduto di
averla scoperta; e impartendo queste nozioni ad altri ritengono di averli
istruiti compiutamente nella retorica e presumono che i loro discepoli debbano
procurarsi da sé nei discorsi la capacità di esporre ciascuna di queste cose in
maniera convincente e di collegare tutto l'insieme, come se fosse opera da
nulla!». FEDRO: Ma può anche darsi, Socrate, che sia proprio un qualcosa del
genere cio che concerne l'arte che questi uomini insegnano e presentano per
iscritto come retorica, e mi sembra che tu abbia detto il vero; ma allora come
e dove ci si può procurare l'arte di colui che è veramente esperto di retorica
e persuasivo? SOCRATE: Riuscire a diventare un perfetto campione della
retorica, è naturale, Fedro, e forse anche necessario, che sia come negli altri
campi: se per natura sei portato alla retorica, sarai un retore famoso, a patto
d'aggiungervi scienza ed esercizio; ma se manchi di una di queste qualità,
resterai imperfetto. Quanto poi all'arte connessa a ciò, non mi sembra che il
metodo proceda nella direzione in cui vanno Lisia e Trasimaco. FEDRO: Qual è il
metodo, allora? SOCRATE: Si dà il caso, carissimo, che Pericle sia stato
probabilmente il più perfetto di tutti nella retorica. FEDRO: Perché? SOCRATE:
Tutte le grandi arti hanno bisogno di sottigliezza e di discorsi celesti sulla
natura, poiché questa elevatezza di pensiero e questa capacità di condurre
tutto ad effetto sembrano provenire in qualche modo da qui. E Pericle, oltre
alla buona disposizione naturale, si acquistò anche questo: imbattutosi, credo,
in Anassagora, uomo di tal fatta, si riempì di discorsi celesti e giunse alla
natura dell'intelletto e della ragione, argomenti intorno ai quali Anassagora
si diffondeva ampiamente, e da qui ricavò quello che era utile per l'arte dei
discorsi. FEDRO: In che senso dici ciò? SOCRATE: Il modo di procedere dell'arte
medica è lo stesso della retorica. FEDRO: E come? SOCRATE: In entrambe bisogna
dividere una natura, in una quella del corpo, nell'altra quella dell'anima, se
tu, non solo per esercizio e in modo empirico, ma con arte, vuoi procurare
all'uno salute e vigore somministrandogli medicine e nutrimento, e trasmettere
all'altra la convinzione che desidera e la virtù offrendole discorsi e
occupazioni rispettose delle leggi. FEDRO: è verosimile che sia così, Socrate.
SOCRATE: Ritieni dunque che sia possibile comprendere la natura dell'anima in
modo degno di menzione senza conoscere la natura dell'insieme? FEDRO: Se si
deve dare qualche credito a Ippocrate, che è degli Asclepiadi,(63) senza questo
metodo non è possibile neanche comprendere la natura del corpo. SOCRATE: E dice
bene, amico; tuttavia bisogna confrontare il discorso con quanto afferma
Ippocrate ed esaminare se si accorda. FEDRO: Certamente. SOCRATE: Allora
esamina cosa dicono sulla natura Ippocrate e il discorso vero. Non bisogna
forse ragionare così riguardo alla natura di qualsiasi cosa? Innanzitutto si
deve considerare se ciò in cui vorremo essere esperti noi stessi e in grado di
rendere tale un altro sia semplice o multiforme; poi, se è semplice, si deve
esaminare quale potenza ha per sua natura nell'agire e su che cosa la esercita,
o quale potenza ha nel subire e da che cosa la subisce, se invece ha più forme
bisogna enumerarle e vedere per ciascuna di esse ciò che si vede per un'unità,
cioè in virtù di che cosa è portata per sua natura ad agire e su che cosa, o in
virtù di che cosa a subire, che cosa e da che cosa. FEDRO: Può essere, Socrate.
SOCRATE: Dunque il metodo privo di questi procedimenti somiglierebbe all'andare
di un cieco. Chi invece persegue con arte una qualsiasi cosa non è da
rassomigliare a un cieco o a un sordo, ma è chiaro che, se uno vuol trasmettere
ad altri discorsi fatti con arte, dimostrerà puntualmente l'essenza della
natura di ciò a cui rivolgerà i suoi discorsi; e questo sarà in qualche modo
l'anima. FEDRO: Come no? SOCRATE: Perciò tutto il suo sforzo è teso a questo,
poiché in questo cerca di produrre persuasione. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: è
chiaro dunque che Trasimaco e chiunque altro offra seriamente l'arte della
retorica, innanzitutto descriverà e farà vedere con la massima precisione
l'anima, se per sua natura è una e tutta uguale o multiforme come l'aspetto del
corpo; diciamo infatti che questo è dimostrare la natura di una cosa. FEDRO:
Assolutamente. SOCRATE: In secondo luogo, in virtù di che cosa è per sua natura
portata ad agire, e su cosa, o in virtù di che cosa è portata a subire, e da
che cosa. FEDRO: Come no? SOCRATE: In terzo luogo, classificati i generi dei
discorsi e dell'anima e le loro proprietà, passerà in rassegna tutte le cause,
adattando ciascun genere di discorso a ciascun genere di anima e insegnando
quale anima, da quali discorsi e per quale causa viene di necessità persuasa,
quale invece non viene persuasa. FEDRO: Sarebbe bellissimo se fosse così, a
quanto pare! SOCRATE: Pertanto, caro, ciò che verrà dimostrato o detto in altro
modo non sarà mai detto o scritto con arte, né su questo né su un altro
argomento. Ma quelli che oggi scrivono le arti dei discorsi che tu hai ascoltato
sono scaltri, e pur conoscendo molto bene l'anima sono portati a dissimulare;
perciò, prima che parlino e scrivano in questo modo, non lasciamoci convincere
da loro, credendo che scrivano con arte. FEDRO: Qual è questo modo? SOCRATE:
Già usare le espressioni appropriate non è cosa facile; ma per quanto mi è
possibile voglio dirti come bisogna scrivere, se si intende farlo con arte.
FEDRO: Dillo dunque. SOCRATE: Poiché la forza del discorso sta nella guida
delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia
quante forme ha l'anima. Esse sono tantissime e di svariate qualità, e di
conseguenza alcuni uomini sono di un certo tipo, altri di un altro; e dato che
le forme dell'anima risultano così divise, a loro volta sono tantissime anche
le forme dei discorsi, ciascuna di tipo diverso. Per questo motivo gli uomini
di un certo tipo si lasciano facilmente persuadere da discorsi di un certo tipo
su determinati argomenti, mentre gli uomini di un altro tipo, sempre per questo
motivo, sono difficili da persuadere. Perciò chi vuole diventare retore deve
innanzitutto tenere in adeguata considerazione queste cose, poi, osservando il
loro modo di essere e di operare all'atto pratico, dev'essere in grado di
seguirle acutamente con le sue facoltà intellettive, altrimenti non avrà mai
niente più dei discorsi che ascoltava quando frequentava un maestro. E quando
sappia dire in modo adeguato quale genere di uomo viene persuaso e da quali
discorsi, e sia in grado di accorgersi della sua presenza e di provare a se
stesso che si tratta di quell'uomo e di quella natura sulla quale vertevano a
suo tempo i discorsi, e poiché ora è di fatto presente deve riferirle questi
discorsi nella maniera prevista, per persuaderla di determinate cose, una volta
che dunque sia in possesso di tutti questi requisiti, sappia cogliere i momenti
giusti in cui bisogna parlare e quelli in cui bisogna trattenersi e sappia
discernere l'opportunità e l'inopportunità del parlare conciso, commovente o
indignato e di tutte le altre forme di discorso che ha appreso, allora l'arte è
realizzata in modo bello e compiuto, prima no. Ma se uno manca di una qualsiasi
di queste cose quando parla, insegna o scrive, e afferma di parlare con arte,
vince chi non si lascia persuadere. «E allora?», dirà forse il nostro
scrittore. «Fedro e Socrate, la pensate così? Dobbiamo forse definire in altro
modo l'arte che è detta dei discorsi?». FEDRO: è impossibile in altro modo,
Socrate; eppure sembra un lavoro non da poco. SOCRATE: Hai ragione. Proprio per
questo bisogna rivoltare tutti i discorsi sottosopra ed esaminare se da qualche
parte appare una via più facile e più breve per giungere ad essa, così da non
procedere inutilmente per una via lunga e aspra, quando è possibile percorrerne
una corta e liscia. Ma se hai da qualche parte un aiuto, per averlo ascoltato
da Lisia o da qualcun altro, cerca di richiamarlo alla memoria e di dirlo.
FEDRO: Così, per fare una prova, potrei, ma non me la sento, almeno adesso.
SOCRATE: Vuoi dunque che io riferisca un discorso che ho ascoltato da alcuni
che si occupano di queste cose? FEDRO: Perché no? SOCRATE: D'altronde, Fedro,
si dice che è giusto riferire anche le ragioni del lupo. FEDRO: Allora fa' così
anche tu. SOCRATE: Dunque, essi sostengono che non si devono magnificare e
levare così in alto queste cose, con tanti giri di parole; infatti, come
abbiamo detto anche all'inizio del discorso, chi intende essere
sufficientemente esperto nella retorica non deve certo partecipare della verità
circa questioni giuste e buone, o uomini tali per natura o per educazione,
poiché nei tribunali non importa proprio niente a nessuno della verità su
queste cose, ma importa solo ciò ch'è atto a persuadere: è il verosimile, a cui
si deve applicare chi intende parlare con arte. Talvolta infatti non bisogna
neanche esporre i fatti, a meno che non si siano svolti in maniera verosimile,
ma solo quelli verosimili, sia nell'accusa sia nella difesa, e in genere chi
parla deve seguire il verosimile, dopo aver detto tanti saluti alla verità; poiché
è appunto questo che, se percorre l'intero discorso, procura tutta quanta
l'arte. FEDRO: Hai esposto, Socrate, proprio le ragioni che adducono quelli che
danno a vedere di essere esperti nell'arte dei discorsi; mi sono ricordato che
già in precedenza abbiamo toccato brevemente tale argomento, e sembra che ciò
sia di enorme importanza per chi si occupa di queste cose. SOCRATE: Sicuramente
hai studiato con precisione proprio Tisia: quindi Tisia ci dica anche questo,
se per verosimile intende qualcosa di diverso da ciò che sembra ai più. FEDRO:
E che altro? SOCRATE: E avendo fatto questa scoperta, a quanto pare, di
saggezza e d'arte insieme, ha scritto che se un uomo debole e coraggioso, che
ha percosso un uomo forte e vile e gli ha portato via il mantello o
qualcos'altro, viene condotto in tribunale, nessuno dei due deve dire la
verità, ma il vile deve asserire di non essere stato percosso dal solo uomo
coraggioso, questi deve confutare ciò ribattendo che erano loro due soli, e
servirsi del seguente argomento: «Come avrei potuto io, data la mia condizione,
mettere le mani addosso a una persona come lui?». L'altro non ammetterà la
propria viltà, ma cercando di dire qualche altra menzogna offrirà subito
materia di confutazione all'avversario. E anche negli altri campi le cose dette
con arte sono più o meno di questo genere. Non è così, Fedro? FEDRO: Come no?
SOCRATE: Ahimè, sembra che abbia fatto la scoperta davvero sensazionale di
un'arte nascosta, Tisia o chiunque altro sia e da qualunque luogo si compiaccia
di trarre il nome! Ma a costui, amico, dobbiamo dire o no... FEDRO: Cosa?
SOCRATE: Questo: «O Tisia, da tempo noi, prima ancora che tu venissi qui, ci
trovavamo a dire che questo verosimile viene a nascere nei più per somiglianza
col vero; e poco fa abbiamo spiegato che chi conosce la verità sa scoprire
benissimo le somiglianze. Perciò, se hai qualcos'altro da dire sull'arte dei
discorsi, lo ascolteremo; altrimenti daremo credito a ciò che abbiamo esposto
or ora, cioè che se uno non enumererà le nature di coloro che lo ascolteranno,
e non sarà in grado di dividere gli esseri secondo le forme e di raccoglierli
uno per uno in un'idea, non sarà mai esperto nell'arte dei discorsi, per quanto
è possibile a un uomo. E non potrà mai acquisire queste capacità senza molta
applicazione; ad essa il sapiente dovrà indirizzare i suoi sforzi non per
parlare e agire con gli uomini, ma per poter dire cose che siano gradite agli
dèi e fare ogni cosa in modo a loro gradito, per quanto è nelle sue facoltà.
Infatti i più saggi tra noi, Tisia, dicono che chi ha intelletto deve prendersi
cura di compiacere non i compagni di schiavitù, se non in modo accessorio, ma i
padroni buoni e che discendono da uomini buoni. Perciò, se la strada è lunga,
non meravigliartene, in quanto per raggiungere grandi traguardi bisogna
percorrerla, non come credi tu. D'altronde, come dice il nostro discorso, anche
queste fatiche diventeranno bellissime grazie a quei traguardi, se uno lo
vuole». FEDRO: Mi pare che si stia parlando in modo bellissimo, Socrate, se
davvero qualcuno ne è capace. SOCRATE: Ma per chi intraprende azioni belle è
bello anche soffrire, qualunque cosa gli tocchi di soffrire. FEDRO: Sicuro.
SOCRATE: Quanto si è detto a proposito dell'arte e della mancanza di arte nel
fare discorsi sia dunque sufficiente. FEDRO: Come no? SOCRATE: Rimane la
questione della convenienza e della non convenienza della scrittura, quando
essa vada bene e quando invece sia sconveniente. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: Sai
allora come, nell'ambito dei discorsi, potrai acquistarti il massimo favore di
un dio con le tue azioni e le tue parole? FEDRO: Per niente. E tu? SOCRATE: Io
posso raccontarti una storia tramandata dagli antichi; il vero essi lo sanno. E
se noi lo trovassimo da soli, ci importerebbe ancora qualcosa delle opinioni
degli uomini? FEDRO: Hai fatto una domanda ridicola! Ma racconta ciò che dici
di aver udito. SOCRATE: Ho sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in
Egitto, c'era uno degli antichi dèi del
luogo, al quale era sacro l'uccello che chiamano ibis; il nome della divinità
era Theuth. Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e
l'astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la
scrittura. Re di tutto l'Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città
della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il
suo dio Ammone. Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che
dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse
l'utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a
seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava.
Molti, a quanto si racconta, furono i pareri che Thamus espresse nell'uno e
nell'altro senso a Theuth su ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo
ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza,
o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa
è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza». Allora il re
rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c'è chi sa partorire le arti e chi sa
giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi
intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il
contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di
esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la
dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori
mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai
scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della
sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: ascoltando
per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte
cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché
sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti». FEDRO: Socrate, tu
pronunci con facilità discorsi egizi e di qualsiasi paese tu voglia! SOCRATE: E
pensa che alcuni, mio caro, hanno asserito che i primi discorsi profetici nel
tempio di Zeus a Dodona venivano da una quercia! Agli uomini di allora, dato
che non erano sapienti come voi giovani, bastava, nella loro semplicità,
ascoltare una quercia o una roccia, purché dicessero il vero; ma forse per te
fa differenza chi è colui che parla e da dove viene. Non miri infatti solamente
a questo, se le cose stanno così o diversamente? FEDRO: Hai colto nel segno, e
mi sembra che riguardo alla scrittura le cose stiano come dice il re di Tebe.
SOCRATE: Allora chi crede di tramandare un'arte con la scrittura, e chi a sua
volta la riceve nella convinzione che dalla scrittura deriverà qualcosa di
chiaro e di saldo, dev'essere ricolmo di molta ingenuità e ignorare realmente
il vaticinio di Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano qualcosa in più
del riportare alla memoria di chi già sa ciò su cui verte lo scritto. FEDRO:
Giustissimo. SOCRATE: Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per
la verità, di simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di
fronte come cose vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in
venerando silenzio. La medesima cosa vale anche per i discorsi: tu potresti
anche credere che parlino come se avessero qualche pensiero loro proprio, ma se
domandi loro qualcosa di ciò che dicono coll'intenzione di apprenderla, questo
qualcosa suona sempre e 21 Platone Fedro solo identico. E, una
volta che è scritto, tutto quanto il discorso rotola per ogni dove, finendo tra
le mani di chi è competente così come tra quelle di chi non ha niente da
spartire con esso, e non sa a chi deve parlare e a chi no. Se poi viene offeso
e oltraggiato ingiustamente ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, poiché non
è capace né di difendersi da sé né di venire in aiuto a se stesso. FEDRO: Anche
queste tue parole sono giustissime. SOCRATE: E allora? Vogliamo considerare un
altro discorso, fratello legittimo di questo, in che modo nasce e quanto è per
sua natura migliore e più potente di questo? FEDRO: Qual è questo discorso e
come, secondo te, nasce? SOCRATE: è quello che viene scritto mediante la
conoscenza nell'anima di chi apprende; esso è in grado di difendersi da sé, e
sa con chi bisogna parlare e con chi tacere. FEDRO: Intendi il discorso vivente
e animato di chi sa, del quale quello scritto si può a buon diritto definire
un'immagine. SOCRATE: Per l'appunto. Ora dimmi questo: l'agricoltore che ha
senno pianterebbe seriamente d'estate nei giardini di Adone i semi che gli
stessero a cuore e da cui volesse ricavare frutti; e gioirebbe a vederli
crescere belli in otto giorni, o farebbe ciò per gioco e per la festa,
quand'anche lo facesse? E riguardo invece a quelli di cui si è preso cura sul
serio servendosi dell'arte dell'agricoltura e seminandoli nel luogo adatto,
sarebbe contento che quanto ha seminato giungesse a compimento in otto mesi?
FEDRO: Farebbe così, Socrate: sul serio per gli uni, diversamente per gli
altri, come tu dici. SOCRATE: Dovremo dire che chi possiede la scienza delle
cose giuste, belle e buone abbia meno senno dell'agricoltore con le sue
sementi? FEDRO: Nient'affatto. SOCRATE: Allora non le scriverà seriamente
nell'acqua nera, seminandole attraverso la canna assieme a discorsi incapaci di
difendersi da sé con la parola, e incapaci di insegnare in modo adeguato la
verità. FEDRO: No, almeno non è verosimile. SOCRATE: Infatti non lo è. Ma a
quanto pare seminerà e scriverà i giardini di scrittura per gioco, quando li
scriverà, serbando un tesoro da richiamare alla memoria per se stesso, nel caso
giunga «alla vecchiaia dell'oblio», e per chiunque segua la sua stessa orma, e
gioirà a vederli crescere teneri. E quando gli altri faranno altri giochi,
ristorandosi nei simposi e in tutti i divertimenti fratelli di questi, egli
allora, a quanto pare, invece che in essi passerà la vita a dilettarsi in ciò
di cui parlo. FEDRO: è un gioco molto bello quello che dici, Socrate, rispetto
all'altro che è insulso: il gioco di chi sa divertirsi coi discorsi, narrando
storie sulla giustizia e sulle altre cose di cui parli. SOCRATE: Così è in effetti,
caro Fedro: ma l'impegno in queste cose diventa, credo, molto più bello quando
uno, facendo uso dell'arte dialettica, prende un'anima adatta, vi pianta e vi
semina discorsi accompagnati da conoscenza, che siano in grado di venire in
aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non siano infruttiferi, ma abbiano
una semenza dalla quale nascano nell'indole di altri uomini altri discorsi
capaci di rendere questa semenza immortale, facendo sì che chi la possiede sia
felice quanto più è possibile per un uomo. FEDRO: Ciò che dici è molto più
bello. SOCRATE: Ora che siamo d'accordo su questo, Fedro, possiamo giudicare
quelle altre questioni. FEDRO: Quali? SOCRATE: Quelle che volevamo indagare e
per le quali siamo arrivati a questo punto, ossia esaminare il rimprovero
rivolto a Lisia circa lo scrivere i discorsi e i discorsi stessi, quali fossero
scritti con arte e quali senz'arte. Ciò che è conforme all'arte e ciò che non
lo è mi sembra che sia stato chiarito opportunamente. FEDRO: Così almeno mi è
parso: ma ricordami ancora una volta come abbiamo detto. SOCRATE: Se prima uno
non conosce il vero riguardo a ciascun argomento su cui parla o scrive e non è
in grado di definire ogni cosa in se stessa, e una volta che l'ha definita non
sa dividerla secondo le sue specie fino ad arrivare a ciò che non è più
divisibile, quindi, dopo aver scrutato a fondo allo stesso modo la natura
dell'anima, trovando la specie adatta a ciascuna natura non dispone e regola il
discorso secondo questo procedimento, offrendo discorsi variegati a un'anima
variegata e dalla piena armonia, discorsi semplici a un'anima semplice, non
sarà possibile, per quanto è conforme a natura, maneggiare con arte la stirpe
dei discorsi né per insegnare né per persuadere, come il discorso fatto in
precedenza ci ha chiaramente indicato. FEDRO: Risulta in tutto e per tutto così
. SOCRATE: Riguardo poi alla questione se sia bello o turpe pronunciare e
scrivere discorsi, e quando un rimprovero sia rivolto giustamente oppure no,
non ha forse chiarito ciò che abbiamo detto poco fa... FEDRO: Cosa abbiamo
detto? SOCRATE: Che se Lisia o altri ha mai scritto o scriverà su argomenti
d'interesse privato o pubblico, proponendo leggi o scrivendo un'opera politica,
nella convinzione che in ciò vi sia una grande solidità e chiarezza, allora il
biasimo ricade su chi scrive, che lo si dica o meno: poiché il non distinguere
realtà e sogno in ciò che è giusto e ingiusto, male e bene, non può davvero
evitare di essere riprovevole, quand'anche tutta la gente lo apprezzasse. FEDRO:
No di certo. SOCRATE: Chi invece ritiene che nel discorso scritto su qualsiasi
argomento vi sia necessariamente molto gioco e che nessun discorso con pregio
di grande serietà sia mai stato scritto né in versi né in prosa (e neanche
pronunciato, come i discorsi dei rapsodi che sono recitati senza essere
sottoposti a vaglio e non mirano a insegnare, ma a persuadere), 22
Platone Fedro ma che i migliori di essi siano realmente un mezzo per
aiutare la memoria di chi già conosce l'argomento, e ritiene che solo nei
discorsi sul giusto, sul bello e sul bene, pronunciati come insegnamento allo
scopo di far apprendere e scritti realmente nell'anima, vi sia chiarezza,
compiutezza e pregio di serietà; e inoltre è convinto che discorsi tali debbano
essere detti suoi come se fossero figli legittimi, innanzitutto quello che reca
in sé, nel caso si trovi che lo possiede, poi quelli che discendenti e fratelli
di questo, sono nati allo stesso modo nell'anima di altri uomini secondo il
loro valore, e ai rimanenti manda tanti saluti; bene, un uomo siffatto, Fedro,
è probabile che sia tale quale tu e io ci augureremmo di diventare. FEDRO: Io
voglio e mi auguro in tutto e per tutto ciò che dici. SOCRATE: Dunque, per
quanto riguarda i discorsi, ormai abbiamo scherzato abbastanza: tu ora va' da
Lisia e digli che noi due siamo discesi alla fonte e al santuario delle Ninfe e
abbiamo ascoltato dei discorsi che ci ordinavano di riferire a Lisia e a chi
altri componga discorsi, a Omero e a chi altri abbia composto poesia epica o
lirica, e in terzo luogo a Solone e a chiunque nei discorsi politici abbia
scritto dei testi con il nome di leggi, quanto segue: se ha composto queste
opere sapendo com'è il vero e può soccorrerle quando ciò che ha scritto viene
messo alla prova, e quando parla è in grado egli stesso di dimostrare la
debolezza di quanto è stato scritto, una persona del genere non deve essere
chiamato col nome di costoro, ma con un nome derivato da ciò a cui si è
dedicato con serietà. FEDRO: Quale nome gli assegni dunque? SOCRATE: Chiamarlo
sapiente, Fedro, mi sembra che sia cosa troppo grande e che si addica solo a un
dio; chiamarlo invece filosofo o con un nome del genere sarebbe a lui più
adatto e conveniente. FEDRO: E niente affatto fuori luogo. SOCRATE: Chi invece
non possiede cose di maggior pregio di quelle che ha composto e ha scritto,
rivoltandole su e giù per lungo tempo, incollandole l'una con l'altra o
separandole, non lo dirai a buon diritto poeta o autore di discorsi o scrittore
di leggi? FEDRO: Come no? SOCRATE: Riferisci dunque questo al tuo compagno!
FEDRO: E tu? Cosa farai? Non bisogna lasciare da parte neanche il tuo compagno.
SOCRATE: Chi è costui? FEDRO: Isocrate il bello. Cosa riferirai a lui, Socrate?
Come lo definiremo? SOCRATE: Isocrate è ancora giovane, Fedro: tuttavia voglio
dire ciò che prevedo di lui. FEDRO: Che cosa? SOCRATE: Mi sembra che per doti
naturali sia migliore a confronto dei discorsi di Lisia, e che inoltre sia
temperato di un'indole più nobile. Perciò non ci sarebbe affatto da
meravigliarsi se, col procedere dell'età, proprio grazie ai discorsi cui ora
pone mano superasse più che se fossero fanciulli quanti mai si sono dedicati ai
discorsi, e se inoltre questo non gli bastasse, ma uno slancio divino lo
spingesse a cose ancora più grandi; giacché nell'animo di quell'uomo, caro
amico, c'è una forma naturale di filosofia. Pertanto io riferisco queste cose
da parte di questi dèi al mio amato Isocrate, tu fa' sapere quelle altre al tuo
Lisia. FEDRO: Sarà così . Ma andiamo, poiché anche la calura si è fatta più
mite. SOCRATE: Non conviene rivolgere una preghiera a questi dèi prima di
metterci in cammino? FEDRO: Come no? SOCRATE: O caro Pan e voi altri dèi di
questo luogo, concedetemi di diventare bello dentro, e che tutto ciò che ho di
fuori sia in accordo con ciò che ho nell'intimo. Che io consideri ricco il
sapiente e possegga tanto oro quanto nessun altro, se non chi è temperante,
possa prendersi e portar via.Abbiamo bisogno di qualcos'altro, Fedro? Da parte
mia si è pregato in giusta misura. FEDRO: Fa' questo augurio anche per me; le
cose degli amici sono comuni. SOCRATE: Andiamo! Platone Fedro. Celebre oratore ateniese
vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., di cui restano orazioni
giudiziarie. Il discorso sull'amore che gli viene attribuito nel dialogo è
probabilmente fittizio. Il padre Cefalo, originario della Sicilia, aveva una
fabbrica d'armi al Pireo; nella sua casa è ambientata la Repubblica. Noto
medico dell'epoca. Epicrate era un oratore democratico; Morico, forse il
proprietario precedente della casa, era un cittadino ateniese che per le sue
ricchezze e il suo lusso divenne frequente bersaglio dei poeti comici. 4)
Pindaro, Isthmia. Erodico di Megara, divenuto poi cittadino di Selimbria, era
un medico famoso per il suo regime di vita "salutistico"; Platone lo
menziona anche nella Repubblica e nel Protagora. I Coribanti erano i sacerdoti
della dea Cibele, i cui culti erano caratterizzati da una forte valenza
orgiastica. Piccolo fiume che scorre vicino ad Atene. Il dialogo è immaginato
in piena estate, a mezzogiorno. Borea, vento del nord, rapì Orizia, figlia di
Eretteo, re di Atene; in cambio concesse agli Ateniesi il suo favore nelle
battaglie navali. Farmacea, citata poco sotto, era una ninfa cui era sacra la
fonte dell'Ilisso. 10) Demo dell'Attica. Letteralmente 'colle di Ares', era
un'altura in Atene dove aveva sede il più antico tribunale della città, formato
dagli arconti usciti di carica. Sono tutti esseri mitologici. Gli Ippocentauri
o Centauri, nati dall'unione di Issione con una nube, erano metà uomo e metà
cavallo. La Chimera era un mostro con tre teste, una di leone, una di capra
spirante fuoco, una di serpente. Le Gorgoni, mostri marini, erano Steno,
Euriale e Medusa; le prime due erano immortali, mentre Medusa, che aveva il potere
di pietrificare con lo sguardo, era mortale e fu uccisa da Perseo. Pegaso era
il cavallo alato nato dal sangue della testa di Medusa tagliata da Perseo; con
il suo aiuto Bellerofonte uccise la Chimera. Conosci te stesso è appunto il
precetto scritto nel tempio di Apollo a Delfi. Tifone o Tifeo, figlio di Gea e
del Tartaro, era un drago dalle molte teste che emettevano fumo e fiamme; al
termine di una dura lotta Zeus lo fulminò e lo scagliò sotto l'Etna. Il suo
mito è ricordato in Esiodo, Theogonia 820 seguenti. Da Tifone ha avuto origine
il nome comune indicante un vento caldo portatore di tempeste. Nel testo greco
c'è un gioco di parole, intraducibile in italiano, con il quale Tifone viene
paretimologicamente accostato al participio di "túpho" ('fumare', 'bruciare')
e, tramite l'aggettivo privativo "atuphos" a "tuphos"
('vanità', 'orgoglio', superbia'). Nel dialogo Platone fa uso più volte di
simili giochi verbali, impossibili da mantenere nella traduzione, per creare
paretimologie.Alle Ninfe, divinità dei boschi e dei fiumi, Socrate in seguito
attribuirà il dono dell'ispirazione. Acheloo, oltre ad essere un fiume della
Grecia centrale, era anche dio dei fiumi. 16) Una locuzione simile ricorre in
Omero, Iliade. Saffo è la famosa poetessa lirica di Lesbo vissuta tra il
settimo e il sesto secolo a.C., autrice di carmi soprattutto d'amore
omoerotico, divisi dagli Alessandrini in nove libri; di essi ci sono pervenuti
un'ode intera, una quasi completa e parecchi frammenti di varia lunghezza.
Anacreonte di Teo, lirico monodico del sesto secolo, fu autore tra l'altro di
poesie amorose dal tono leggero, di cui restano pochi frammenti. Non è invece
possibile sapere a quali autori in prosa si allude nel passo. Gli arconti
ateniesi, al momento di entrare in carica, giuravano che se avessero
trasgredito le leggi di Solone avrebbero innalzato a Delfi una statua d'oro
della loro grandezza e peso. Cipselo fu tiranno di Corinto nel sesto secolo e
fondò una dinastia di tiranni. L'offerta votiva cui si allude era forse una statua.
Immagine derivata dalla lotta: Fedro intende che Socrate a sua volta ha offerto
il fianco a una critica. Pindaro, frammento Snell-Maehler (citato anche in
Meno). Il testo greco gioca sull'assonanza tra ligús, dalla voce melodiosa, e
ligús, Ligure, con lambda maiuscolo. Questo gioco paretimologico è
probabilmente alla base della leggenda secondo cui i Liguri erano amanti del
canto. Socrate istituisce un nesso paretimologico tra "èros" e
"róme, forza. Il ditirambo, componimento lirico corale associato al culto
di Dioniso, ai tempi di Platone era in piena decadenza. Qui il termine ha una
connotazione negativa, indicando una forma di invasamento non ispirata da
"mania" divina, e quindi non mediata dal logos. L'immagine è ricavata da un gioco fatto con
un coccio (óstrakon), nero da una parte e bianco dall'altra; i giocatori,
divisi in due squadre, sceglievano un colore e a seconda di quello che
risultava lanciando il coccio dovevano fuggire o inseguire. La metafora
significa che l'amante, prima inseguitore, ora fugge l'amato. Simmia, prima
pitagorico, poi discepolo di Socrate, è uno degli interlocutori del Fedone.
Ibico, frammnto, Page. Poeta lirico corale del sesto secolo a.C., di lui
restano un'ode e pochi frammenti. Stesicoro, poeta lirico corale, visse nel
sesto secolo a.C. Secondo una leggenda perse la vista per aver accusato Elena
di infedeltà in un carme omonimo e la riacquistò per aver scritto la Palinodia
(la 'Ritrattazione'), in cui sosteneva che Paride non aveva portato a Troia la
vera Elena, ma un fantasma con le sue sembianze; questa versione del mito fu
ripresa da Euripide nell'Elena. Omero invece, non avendo fatto la stessa cosa,
rimase cieco. Allo stesso modo Socrate pronuncerà una ritrattazione del
discorso precedente su Eros, nella quale solleverà il dio dalle accuse che gli
aveva mosso. ACCADEMIA Platone Fedro A Delfi, in Beozia, c'era il più
famoso santuario di Apollo, che dava i responsi per bocca della sua
sacerdotessa, la Pizia; a Dodona, nell'Epiro, c'era un santuario di Zeus.
Questo nome designava in origine una, in seguito più sacerdotesse di Apollo, di
cui era nota l'ambiguità dei responsi; la più celebre era la Sibilla di Cuma,
in Campania. L'arte divinatoria, in greco "mantike", viene fatta
derivare da "manikos" cioè 'affetto da mania'; il composto
"oionoistike", di invenzione platonica, viene ricondotto a
"oieris,” opinione, credenza, e accostato a "oionistike", ovvero
l'"arte di trarre gli auspici" dal volo degli uccelli. Il gioco
paretimologico, di cui si è provato a rendere ragione nella traduzione, è
importante in quanto è funzionale al rovesciamento della tesi sostenuta da
Lisia. È il celebre mito dell'anima come una biga alata, metafora complessa e
non facile da interpretare. Se infatti l'auriga rappresenta palesemente la ragione,
non è del tutto chiaro il significato dei due cavalli; è poco soddisfacente
l'interpretazione tradizionale, secondo cui il cavallo nero rappresenterebbe
l'anima concupiscibile, quello bianco l'anima impulsiva, e l'intera immagine
sarebbe da intendere come la tripartizione dell'anima che Platone teorizza
nella Repubblica. Infatti nel Timeo si dice che anima concupiscibile e anima
impulsiva sono mortali, mentre qui i due cavalli fanno parte proprio della
struttura dell'anima immortale, come prova anche il fatto che essi si nutrono
di nettare e ambrosia, cibo e bevanda degli dèi, e che tale struttura è comune
sia all'anima umana sia a quella divina. è preferibile pensare che i cavalli
indichino due componenti opposte connaturate comunque all'anima immortale, che
l'auriga ha la funzione di conciliare per trovare un equilibrio. Estia, dea del
focolare, nella cosmologia antica veniva identificata col centro dell'universo,
che era immobile; per questo essa, unica tra gli dèi, non viaggia per il cielo.
Le divinità che guidano le dodici schiere sono probabilmente quelle olimpiche.
L'Iperuranio, il luogo 'oltre il cielo', è il mondo delle Idee. Luogo
metafisico, immagine della sfera dell'intelligibile che nella sua immutabilità
trascende la realtà sensibile, esso è raggiungibile solo dell'anima. Adrastea,
letteralmente 'l'inevitabile', in questo caso è una personificazione del
destino; in Repubblica impersonifica invece la vendetta. Viene qui esposto il
destino escatologico delle anime e la teoria della metempsicosi, argomento che
ha una più ampia trattazione con il mito di Er nel libro decimo della
Repubblica. Nel Fedro l'assegnazione della vita futura è strettamente
determinata dalla misura in cui le anime hanno contemplato la pianura della
verità prima di tornare sulla terra, poiché ad esso corrisponde il grado di
verità connesso alla vita in cui si reincarnano. Altro gioco verbale basato su
una paretimologia il termine "imeros" ('desiderio'), collegato per
assonanza ad Eros, viene fatto derivare da i-, radice di "eiri"
('andare'), "mer-" radice di "méros" ('parte'),
"ro-", radice di "roé" ('flusso'). 37. Gli Omeridi erano
una scuola di aedi nell'isola di Chio che la tradizione voleva fondata dallo
stesso Omero. Invenzione platonica sono sia i poemi segreti cui si allude
ironicamente sia i due versi citati, nei quali c'è un gioco di parole tra
"Eros" e Ptéros" (epiteto scherzosamente coniato da "pterós,”
alato, probabilmente suggerito da quei passi omerici (Iliade) in cui si dice
che gli dèi chiamano le cose in modo diverso dagli uomini. È impossibile
conservare nella traduzione il gioco tra il genitivo "Diós" ('di
Zeus') e l'aggettivo "dios", solitamente reso con 'splendente' o
'divino'. Le Baccanti o Menadi erano le sacerdotesse di Dioniso. Zeus,
innamorato di GANIMEDE, bellissimo fanciullo frigio, in forma di aquila lo rapì
sull'Olimpo, e ne fa il coppiere degli dèi. Per il gioco linguistico su
"imeros", la nota 36. L'espressione significa che né la temperanza
umana esaltata da Lisia, né la follia divina di per sé bastano a costruire una
scienza nel senso pieno del termine, ma occorre una giusta mescolanza delle due
cose; questo, in ultima analisi, può essere il senso del mito della biga alata.
L'immagine agonistica, più che a tre differenti gare, allude probabilmente al
fatto che per vincere nella lotta bisognava atterrare l'avversario tre volte.
Figlio di Cefalo e fratello di Lisia, fu vittima delle persecuzioni politiche
sotto i Trenta tiranni. Ad Atene la frequenza dei processi e l'assenza del
patrocinio legale, che obbligava l'accusatore o l'accusato a parlare
personalmente in giudizio, avevano fatto nascere la professione del logografo
('scrittore di discorsi'), che preparava su commissione i testi da pronunciare
in tribunale; le orazioni di Lisia sono appunto la testimonianza della sua
attività di logografo. Il termine ha nel contesto una connotazione negativa,
tanto da essere poco sotto equiparato a sofista. Il parallelo ritorna più
avanti, dove si allude ai compensi che i sofisti chiedevano per i loro insegnamenti.
L'espressine, un po' enigmatica, significa probabilmente che da una cosa
semplice ne è derivata una difficile. Figura storicamente indeterminata,
Licurgo è, secondo la tradizione, il legislatore di Sparta. Uomo politico e
poeta, annoverato tra i sette saggi, Solone attua, durante il suo arcontato,
una riforma dello stato ateniese che prevedeva la divisione dei cittadini in
classi in base al censo. Dario primo, re di Persia, fu il promotore della prima
guerra greco-persiana) Il mito che segue è probabilmente creazione platonica.
Il canto delle cicale è metafora dell'ispirazione a comporre discorsi ma anche
del rischio, da parte dell'ascoltatore, di lasciarsene ammaliare senza
sottoporli a vaglio critico, un atteggiamento passivo che le cicale stesse,
intermediarie tra gli uomini e le Muse, non approvano) Sulla scia del catalogo
esiodeo (Theogonia 75 seguenti), le Muse qui citate hanno nomi parlanti
Tersicore è 'colei che gioisce dei cori', Erato è connessa con Eros, Calliope è
'dalla bella voce', Urania 'la celeste'. ACCADEMIA Fedro Omero, Iliade)
Per Spartano qui si intende semplicemente una persona che dice la verità in
modo franco e lapidario. I
"figli" di Fedro sono i discorsi che ha indotto gli altri a fare. 51)
Nestore, il più vecchio dei guerrieri greci a Ilio, era famoso per la sua
eloquenza persuasiva. Abile, e soprattutto astuto parlatore era notoriamente
Odisseo. Anche Palamede, l'eroe che smascherò un tentativo di Odisseo di non
partecipare alla guerra di Troia, era fornito di capacità oratorie) Gorgia di
Lentini, nato tra il 485 e il 480 a.C. e morto vecchissimo dopo il 380 a.C., fu
uno dei principali esponenti della sofistica; a lui è dedicato l'omonimo
dialogo di Platone. Delle sue numerose opere restano pochi ma significativi
frammenti. Il sofista Trasimaco di Calcedonia, vissuto nel quinto secolo a.C.,
è uno dei personaggi della Repubblica, dove difende in modo combattivo la sua
idea della giustizia come diritto del più forte. Teodoro di Bisanzio, attivo
nella seconda metà del quinto secolo a.C., scrisse un trattato di retorica)
Allusione ironica a Zenone di VELIA (si veda) e ai paradossi con i quali
cercava di confutare dialetticamente i concetti di molteplicità e movimento;
famosi sono i paradossi della freccia e di Achille e la tartaruga) Mida era il
leggendario re della Frigia che per avidità di ricchezze chiese e ottenne da
Dioniso di poter trasformare in oro tutto ciò che toccava; ma poiché anche
tutto ciò che voleva mangiare o bere diventava oro, pregò il dio di liberarlo
da questo dono funesto. L'epigramma citato è attribuito a Cleobulo di Lindo,
uno dei sette saggi. Poeta e sofista
contemporaneo di Socrate. Tisia è maestro di Gorgia da LEONZIO (si veda) e
iniziatore, assieme a Corace, della scuola retorica siciliana. Prodico di Ceo,
uno dei più importanti esponenti della sofistica, discepolo di Protagora e
maestro di Socrate. Ippia di Elide, il celebre sofista da cui prendono il
titolo due dialoghi di Platone. Polo di Agrigento e Licimnio di Chio furono
discepoli di Gorgia; il primo è uno dei protagonisti del Gorgia di LEONZIO (si
veda) di Platone. Nel passo si allude probabilmente a opere di retorica dei due
sofisti, come poco sotto a proposito di Protagora. Protagora di Abdera,
protagonista dell'omonimo dialogo Platonico, visse ad Atene nell'età periclea.
Considerato il principale esponente della sofistica, è ricordato soprattutto
per il suo agnosticismo religioso, che gli valse una condanna per empietà, e il
suo relativismo, sintetizzato nella massima l'uomo è misura di tutte le cose.
Nulla ci rimane delle sue numerose opere. Adrasto, il re di Argo che guidò la
spedizione dei sette contro Tebe, è rappresentato da Eschilo nelle Supplici
come abile oratore; l'epiteto voce di miele gli è già riferito da Tirteo
(frammento, Gentili-Prato). Adrasto è qui usato come eteronimo di un
personaggio contemporaneo, forse un sofista. Anche Pericle, lo statista
ateniese del quinto secolo che radicalizzò il processo democratico della polis
portandola al massimo splendore, è qui ricordato, con un tocco d'ironia, per le
sue capacità oratorie. Anassagora di Clazomene (quinto secolo a.C.) visse per
molti anni ad Atene, dove ebbe come discepoli Pericle e lo stesso Socrate.
Punto cardinale del suo pensiero è l'esistenza di un principio razionale che dà
ordine al mondo, da lui chiamato "nous" ('intelletto'). Ippocrate di
Cos, vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., fu il fondatore della
medicina antica; l'epiteto di Asclepiade deriva da Asclepio, dio della
medicina. Di lui e dei suoi discepoli resta un considerevole numero di scritti
riuniti nel cosiddetto corpus Hippocraticum. Città sul delta del Nilo, sede di
un emporio commerciale greco. Theuth o Thoth era il dio egizio dell'invenzione,
che i Greci identificavano con Ermes; rappresentato con la testa di ibis, era
scriba nel tribunale dei morti. Con questo mito Platone assegna alla scrittura
un valore puramente "ipomnematico", ovvero la considera un mero
supporto alla memoria, e non veicolo di sapienza; la trasmissione del vero
sapere resta per lui affidata all'oralità dialettica. «La regione superiore» è l'alto corso del
Nilo. Thamus, leggendario re dell'Egitto, viene considerato un eteronimo dello
stesso Ammone, una delle principali divinità egizie, venerata da una potente
casta sacerdotale e identificata dai Greci con Zeus; poco sotto infatti, la
risposta da lui data a Theuth è chiamata «vaticinio di Ammone». I giardini d’Adone sono recipienti in cui
d'estate si piantavano semi che nascevano entro otto giorni e subito morivano;
il rito simboleggiava la morte prematura di Adone, il bellissimo giovane amato
d’Afrodite. Allo stesso modo i giardini di scrittura, ovvero i discorsi
scritti, devono essere intesi come una forma di gioco, poiché i veri discorsi
latori di verità sono affidati alla dimensione orale) Citazione poetica di
autore ignoto.Il retore Isocrate fondò ad Atene una scuola in competizione con
l'Accademia platonica; di lui restano orazioni. Isocrate è fautore di
un'alleanza di tutte le città greche sotto la guida di Filippo di Macedonia, in
vista di una spedizione contro i Persiani. Pan, figlio d’Ermes, era la
principale divinità agreste del pantheon greco, venerata soprattutto in
Arcadia; presiedeva alla pastorizia e per questo era rappresentato con
sembianze caprine. Pan compare già come protettore del luogo assieme alle
Ninfe, e per questo Socrate gli rivolge la preghiera conclusiva. «Oro» è da
intendersi in senso metaforico come ricchezza della sapienza. Keywords:
espressione, Sibley, Strawson, ‘Bounds of Sense” -- simbolo, rappresentazione,
immagine, noetico, estetico, natura, bello, forma, materia, arte, platone,
dialogue d’amore, bello, comunicazione, rappresentazione, forma. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Franzini” – The Swimming-Pool Library. Elio Franzini. Franzini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frixione: la ragione conversazionale e
l’implicatura metrica di Lucrezio – la scuola di Genova – filosofia genovese –
filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Abstract. Grice: “Some like Ovid, but Lucrezio’s MY
man!” -- Keywords: Lucrezio. Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice:
“The Grecians were pretty clear – and Cicero followed suit – surely if I say
‘He made it,’ there is no implicature that he is a poet, even if ‘poeien’ is
strictly, ‘make’!” -- Grice: “Poetry is a good place to apply the idea of
implicature, as in Donne – Nowell-Smith’s favourite obscure poet, and Blake –
mine!” Insegna a Salerno, Milano, e Genova. I suoi interessi di ricerca
includono il linguaggio. Le sue ricerche riguardano il ruolo delle forme di
ragionamento non monotòno nell'ambito e il rapporto tra l’illusione del
perceptum ed il ragionar invalido. Si è anche occupato di modelli di
rappresentazione. È noto anche per la sua attività di poeta d'avanguardia, segnalata,
tra gli altri, da Sanguineti, e per aver fondato e fatto parte del “Gruppo
‘93”. Altre opere: “Il Significato” Angeli); “La Funzione e la computabilità”
(Carocci); “Come Ragioniamo, Laterza Editore, Lista delle pubblicazioni da DBLP
Computer Science Bibliography, Universität Trier; Diottrie, Piero Manni,
Ologrammi, Editrice Zona, Insegnamenti Scuola di Scienze Umanistiche, Genova. Guida
dello Studente, Corso di laurea in filosofia, Università Vita-Salute San
Raffaele di Milano, Governing Boards of the Italian Association of Cognitive
Sciences. A Cognitive Architecture for Artificial Vision., in Artificial
Intelligence, Elsevier. Prisco, Sanguineti. La letteratura è un gioco che può
ancora scandalizzare, Il Sole 24 Ore, Petrella, GRUPPO 93. L'antologia poetica
Petrella, Zona, F. scheda nel sito Genova, Dipartimento di Antichità, Filosofia
e Storia, Come ragioniamo recensione di Dario Scognamiglio, ReF Recensioni
Filosofiche. It cannot be denied that the poem of LUCREZIO fails to
awaken any marked interest until long after its publication. The almost
unbroken silence of his contemporaries regarding him is significant of
the com- parative indifference with which his production was received.
The reasons for this neglect are various and not far to seek. In the
first place the moment was inopportune for the appearance of such a
work. It is composed in that hapless time when the rule of the
oligarchy is overthrown and that of GIULIO (si veda) CESARE had not yet
been established, in the sultry years during which the outbreak of the
civil war is awaited with long and painful suspense. The poet betrays his
solicitude for the welfare of his country at this crisis in the
introduction of his work, in which he invokes the aid of Venus in
persuading Mars to command peace. Efficc ut inter ea f era moenera
militiai Per maria ac terras omnis sopita quiescani. He acknowledges
that his attention is diverted from literary labours by the exigencies of
the Roman state. Nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo Possumus
aequo animo nee Memmi clara propago Talibiis in rebus comrnuni desse
saluti. Munro believes these lines were
written when Caesar as consul had formed his coalition with Pompey and
when there was almost a reign of terror. The reflection of a state of
1 Monimseii, Hist. Rome, M. 41-43- ^Muiim. Luiictiiis. tumult
and peril is equally obvious in the opening verses of the second book,
where the security of the contemplative life is contrasted with the
turbulence of a political and military career.' Particularly signifi-
cant are the lines : Si non forte tuas legiones per loca
campi Fervere cum videas belli simulacra cientis, Subsidiis magnis
et ecum vi constabilitas, Ornatasque armis statuas pariierque
animatas, His tibi turn rebus timefactae religiones Effugiunt animo
pavide ; mortisque timores Turn vacuum pectus lincunt curaque
solutum, Fervere cum videas classem lateque vagari} It can readily
be appreciated that a period of such fermentation and alarm would afford
opportunity for philosophic study to those alone who were able to retire
from political excitements to private leisure and quiet. Moreover the
very characteristics of the Epicurean philosophy would recommend it
chiefly to persons of this description. Participation in public life was
distinctly discouraged by the school of Epicurus, who regarded the realm
of politics as a world of tumult and trouble, wherein happiness — the
chief end of life — was almost, if not quite, impossible. They counselled
entering the arena of public affairs only as an occasional and
disagreeable necessity, or as a possible means of allaying the discontent of
those to whom the quiet of a private life was not wholly satisfactory.'
Such instruction, though phrased in the noble hexameters of a Lucretius,
was scarcely calculated to enjoy immediate popularity in the stirring
epoch of a fast hurrying revolution. Sellar, Rommi Pods of the Republic.
Caesar after his consulship remained with his army for three months
l)efore Rome, and was bitterly attacked by Memmius. Does Lucretius here
alhide to Caesar? " Munro, Zeller, Stoics, Epicureans and Sceptics. In
consequence of his mode of thought and writing lieing so averse to his
own time and directed to a better future, the poet received little
attention in his own age.Teuflfel, Hist. Rom. Lit. L’ORTO ROMANO arose in
a state of society and under circumstances widely different from the
social ar.d political condition of the last phase ol the Roman Republic. Sellar.
Roman Poets of the Republic. A somewhat ingenious, but unsuccessful,
attempt has been made to account for the indifference with which
Lucretius was treated on the ground of his assault Upon the doctrine of
the future life. It has been suggested that as the enmity of the
Christian writers was early called down upon his head for this cause, he
was likewise whelmed under a conspiracy of silence on the part of his
Roman contempo- raries and successors " for the same reason. But so
general was the skepticism of his age on this question, that it is
scarcely credible that the publication of his views could have seriously
scandalized the cultured classes who read his lines. The same judgment will
hold true with reference to the entire attitude of Lucretius toward the
tra- ditional religion. It is a sufficient answer to the theory that his
infidelity created antipathy toward him to record the fact that Julius
Caesar, than whom no more pronounced free-thinker lived in his day, was,
despite his skepticism, pontifex maxi'mus of the Roman common-wealth, and did
not hesitate to declare in the presence of the Senate that the
immortality of the soul was a vain delusion. That he represented in these
heretical opinions the position of many of the fore- most persons of the
period is the testimony of contemporary literature. Shall we not find the
better reason for the apparent neglect of Lucretius in the era
immediately following the issue of his poem in the fact that there was no
public at this juncture for the study of Greek philosophy clothed in the
Latin language? CICERONE, who devoted himself with the zeal of a patriot to the
creation of a philosophical literature in his native tongue, complains of the
scant courtesy paid to his efforts. Xon eram nescius. Brute, cum, quae
summis ingeniis exquisitaque doctrina philosophi Graecn sermone tractavisseni,
ea Latinis Uteris mandaremus, fore ut hie noster labor in varias
reprehensiones incur reret. Nam qiiibusdam, et Us quidem non admodum
indoctis, totum hoc displicet, philosophari. Quidam autem non tam id
reprehendunt, si remissius agatur, sed tantum studium tamque muUam
operant ponendam in eo non arbitrabantur. Erunt etiam, et ii quidem
eruditi Graecis Utter is, contemnentes Latinas, qui se dicant in Graecis
legendis operant maUe consumer e. Postremo aliquosfuturos suspicor, qui
me ad aUas Utter as vocent, [This is the view advanced by R. T. Tyn-il of
the University of Dublin. See his LiiUn Poc'try (Houjrhton, Mifflin et Co.,
N. Y.). Merivale. History of the Romans. hoc scribendi, etsi sit elegans,
personae iamen et digtiiiatis esse negent. Yet this work, as he explains
in his De Divinatione,' was undertaken with the commendable purpose of
benefitting his countrymen. He anticipated with delight the
advantages which would accrue to them when his researches were complete.
Magnificum illud etiam Romanisque hominibus gloriosum, ut Graecis de
philosophia litteris no?i egeant. And later he reaped his re- ward in an
awakened interest in the subjects of his studious inquiries. But he was
compelled in the beginning to cultivate a sentiment in behalf of those
investigations. Lucretius addressed himself to an unsympathetic public, and was
likewise required to wait for applause until a more appreciative
generation rose up to do him honour. Yet it must not be supposed that The
Garden exercised a feeble influence over the thought of cultivated Romans
in this period of their history. The very theme which engaged the genius
of Lucretius had also employed the energies of predecessors and
contemporaries. Among attempts of this character were the “De Rerum Natura”
of Egnatius, which appeared somewhat earlier than the work of
Lucretius; the “Empedoclea” of Sallustius mentioned by Cicero in the much
discussed passage relating to Lucretius; and a metrical production en-titled “De
Rerum Natura” by Varro. Commentaries on the principles of The Garden had
also been extant for some time. Chief among the authors of such
compositions was Amafinius who preceded Lucretius by nearly a century.
Our knowledge of him is mainly derived from Cicero, who says: “C
Amafijiius exstitit dicens cuius libris editis commota multitudo contulit
se ad eain potissimum disciplinam.” Rabirius is also mentioned by the same
author as belonging to that class of writers, Qui nulla arte adhibita de
rebus ante oculos positis vol- Dc Finilnts, I, i. ^ Quaercnti
mihi vmltumquc d diu cogitanti, quanotii re possem prodesse qtiam plurimus, ne
quando intervdtterem considere reipubiicae, nulla niaior occurrebat quam
si optimaruni artiwn vias traderevi vicis civibus; quod conpluribus iam
libris me arbitror conseciiturn. Quod enim munus rei publicac adferrc
mains nieliusve pos- s tonus, quam si docemus at que erudimus
iuveiitutem^ his praesertim in or i bus at que iemporibus, qtdbus ita
prolapsa est, etc. De Divinatione. Sellar, Roman Poets of the Republic,
Acad. “-gari sermone disputant.” Rabirius
indulges in a popular treatment of philosophy and covers much the same
ground as Amafinius. Another contributor to the literature of Epicureanism
whom Cicero records in no complimentary way is Catius — “Catius insuber,
Epicureus, quinuper est vioriuus, quae ille Gargettius et iam ante Democritus
ctSuXa, hie spectra nominat.” The interest in The Garden among the Romans
of the time of Lucretius is further apparent in the prominence which
certain teachers of The Garden attained. Conspicuous among them is Zeno
the Sidonian, whose lectures Cicero in company with Atticus had attended, and whom
he calls the prince of Epicureans in his “De Natura Deorum”, and whose
instruction is doubtless liberally embodied in Cicero's discussions of
the system of The Garden. Contemporary with Zenone is Fedro, who had
achieved distinction in Rome, where Cicero studied under his direction.
Somewhat later Filodemo of Gadara appeared in Rome, and is mentioned by
Cicerone as a learned and amiable man. The considerable body of writings
bearing his name found in the Volumina Herculanensia indicates his position
among the philosophers of his day. Scyro, a follower of Fedro, said to have
been the teacher of Virgilio. Patrone, the successor of Fedro, and
Pompilius Andronicus, “who gave up everything for the tenets of The Garden, are
eminent also at this period. Partly as a result of the activity of these philosophers,
and partly on account of the prevailing anxiety to arrive at some
satisfactory scheme of life, the number of The Gardeners steadily
increased at this time, and included not a few illustrious names. Disp. Ad
Fam.. Cf. Diogenes Laertius. Rilter et Preller, Hist. Phil. Graec. d
Fam., De Fin., Ritter et Preller, Hist. Phil. Graec. Ad. Fam., Ad. Fam., Ad
Attic, Zeller. Stoics. Fpicnreans and Sceptics, p. 414, i. These are known
to us chiefly through the writings of Cicero/ who mentions T. Albutius,
Velleius, C. Cassius, the well-known conspirator against Caesar, who may
himself be classed among those who had lost confidence in the gods/ C.
Vibius Pansa, Galbus, L. Piso, the patron of Philodemus, and L. Manlius
Torquatus. Other notable personages are apparently regarded as “Gardeners”
by Cicero, but grave doubts have been expressed concerning their real
attitude toward the school. It is barely possible that Atticus may justly
be denominated a “Gardener”, for he calls the Gardeners nostri familiars and
condiscipuli. But his eclectic spirit would seem to forbid his
classification with any single system, and Zeller feels that neither he nor Asclepiades of
Bithynia, a contemporary of Lucretius, who resided at Rome and was
associated with The Gardeners, can be regarded as genuine Gardeners.
The discussions of the The Gardeners in De Natura Deorwn, De
Finibus and other works of Cicero evince the profound interest he had in
the school, though his general attitude was one of unfriendliness. What reason,
then, we may ask, can be given for his almost uninterrupted silence
concerning Lucretius? The only reference we have to the poet in all
Cicero's voluminous compositions occurs in a letter to his brother
Quintus, four months after the death of Lucretius, in which he says, “Lucretii
poemata, ut scribis ita sunt: viultis lunmiibus ingenii, viultae etiam
artis; sed cum veneris virum te putabo, si Sallustii Empedoclea legeris,
hominem non putabo.” Cicero certainly implicates that both Marcus and
Quintus had read the poem, and many scholars accept the statement of
Jerome in his additions to the Eusebian chronicle — quos Cicero emendavit
— as applying to Marcus. But if he was closely enough identified with the
work of Lucretius to edit his manuscript, why in those writings wherein
ample opportunity was afforded, did not Cicero mention his labours in the field
of philosophy? Zeller, Stoics, Epicureans and Sceptics, Merivale, Hist.
Rom., De Fin., Legg., Stoics, Epicureans and Sceptics, p. 415. ^Ad
Quintton Munro, who discusses this question with his usual lucidity,
inclines to the opinion that Jerome, following Suetonius, has indicated Cicero
as the [This is a particularly pertinent inquiry in view of the fact that
he does speak of Amafinius, Rabirius and Catius, as we have already
observed, and that he devoted so much attention to the discussion of
Epicurean principles. Munro answers this question by declaring that it
was ot Cicero's custom to quote from contemporaries, numerous as
his citations are from the older poets and himself. That had he
written on poetry as he did of philosophy and oratory, Lucretius would
have undoubtedly occupied a prominent place in the work, and that
more than once in his philosophical discussions Cicero unquestionably
refers to Lucretius. Munro is not alone in contending that the literary
relations between Lucretius and Cicero were more or less intimate. Other
critics have traced to Cicero's “Aratea” important lines in LUCREZIO (si
veda), while many passages in CICERONE (si veda) closely resemble
utterances of the poet. Martha quotes several remarkable parallels between
“De Finibus” and various lines in LUCREZIO. But it is argued on the
other hand no less vigorously that didactic resemblances prove nothing,
except that LUCREZIO and CICERONE wrought from like sources their several
Latinizations of philosophy. And herein there is suggested a possible
explanation of CICERONE’s apparent indifference to the poet, whether he did him
the favour of editing his verse or not. Cicero had made an earnest study of
philosophy long before the poem of LUCREZIO had been introduced to his
notice. He had resorted to original authorities for information concerning L’ORTO
ROMANO. Zeno the Sidonian and Philodemus of Gadara, as already noted, had
supplied him with much material. Everywhere in his philosophical works
there is evidence that he regarded himself a sort of pioneer in this peculiar
field of investigation. -- editor of Lucretius, and that this was
the real fact. Sellar, Roman Poets of the Republic, though suspending
judgment does not deny the probability that Cicerone performs this favor
for Lucretius. Teuffel, Hist. Rom. Lit., while expressing doubt concerning the
evidence of Cicerone’s connection with the poem, declares that at any
rate his "part was not very important, and it might almost seem that
he was afraid of publishing a work of this kind." Sihler presents an
argument of great force against the probability of Cicero's editorship. See
Art. Lucretius and CICERONE. Transactions American Philological Association. Munro;
Martha, La: L^oeme de LUCREZIO, quoted in Lee's Lucretius -- and
therefore deserving of the pre-eminence therein. He doubtless placed no
importance upon any Latin writings beside his own which treated of this philosophy.
Indeed the references which Cicero makes to philosophers engaged in an
undertaking similar to his own are in no instance flattering. And
Lucretius would only be esteemed by him a competitor in the same
department of inquiry, who wrote in Latin verse instead of Latin
prose. Keeping these facts in mind the comparative silence of Cicero
regarding Lucretius does not seem wholly incompatible with the theory of
his editorship. He was himself an expositor of Epicurus — and that too of
the hostile kind. Cicerone popularized the doctrines of The Garden in the bad
sense of the word," and had thrown "a ludicrous colour over
many things which disappear when they are more seriously regarded. Yet
his opposition to the tenets of Epicurus would not preclude him from
friendly association with many who professed them, and if asked to lend
his name to the publication of Lucretius' verses, there could be no reason
for withholding it. But if his antagonism to L’ORTO ROMANO would lead him
to speak against the doctrines of the poem, his admiration for the
literary excellences of the work, as exhibited in his willingness to
stand sponsor for its issue, would deter him from adverse criticism.
Silence in such a case is the best evidence of friendship. Mommsen remarks
that LUCREZIO although his poetical vigor as well as his art was admired
by his cultivated contemporaries, yet remained — of late growth as he was
— a master without scholars. But with increasing knowledge in what is best in The
Garden and a finer taste to appreciate the moral and literary virtues of
Lucrezio, subsequent generations gave ample recognition to the poet. ORAZIO
(si veda) and VIRGILIO (si veda) were greatly influenced by him, particularly
the latter, who is supposed to refer to Lucrezio in the famous lines, “Felix
qui potuii rerum cognoscere causas atque metus omnes et inexorabile
fatum. Subiecit pedihus strepitumque Achernntis avari. Lanjje, History of
Materialism. Hist. Rome, Georgica. OVIDIO (si veda) pronounced words of high
eulogy upon him. Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucre tt Exitio
terras cum dabit una dies. The persistency of The Garden despite persecution
and opposition demonstrates its marvelous vitality and the almost deathless
influence of the personality of Epicurus, whose single mind projected its
grasp upon human thought throughout the whole existence of the
sect. And not the least important agent in affecting this result, because
of his almost idolatrous devotion to his master and the persuasive
charm of his lines, was the poet LUCREZIO. Keywords: l’implicatura
metrica di Lucrezio, poetry, Ezra Pound, Alighieri, “speranza, tela” – Tesauro
– Folco -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frixione” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza. Marcello Frixione.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frinico: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited
by Giamblico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frinico.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frontida: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited
by Giamblico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frontida”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frontino:
la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza. (Roma). Abstract: Roman philosophy. Keywords:
setta dei Scipioni. Filosofo italiano. Catalogued by it.wiki under “filosofi
romani”and ‘scrittori romani’ – vide Marc’Aurelio Antonino. “Of the size to fit
a gentleman’s pocket.” Sesto Giulio Frontino. Sesto Giulio Frontino
Console dell'Impero romano Ritratto a medaglione di Frontino nel frontespizio
dell'edizione bipontina delle sue opere Nome originale Sextus Iulius Frontinus.
Preturaurbanus. Consolato suffectus ordinarius. Legatus Augusti pro praetore della
Britannia. Filosofo italiano. Politico, funzionario e scrittore romano. Nasce
nella Gallia Narbonense. Il suo cursus honorum è caratteristico di un esponente
preminente dell'oligarchia senatoria, e ciò confermea una sua parentela con il
cavaliere Aulo Giulio F., il quale sposa Cornelia Africana, l'unica figlia di
Publio Cornelio SCIPIONE (si veda). È certo che è prætor urbanus e console
suffectus. Inviato in Britannia come governatore. In tali vesti sottomise
Siluri e Ordovici, popolazioni celtiche che risiedevano nei territori
dell'attuale Galles, fondando la fortezza legionaria di Deva Victrix.
Divenne curator aquarum, sovrintendente agli acquedotti di Roma, sotto Nerva. Console
suffectus e ordinarius. Muore durante il principato di Traiano, dato che in
quegli anni PLINIO (si veda) il giovane gli succede alla morte nella carica di
augure. Plinio define F. uomo preclaro, e rifere che desidera che non gl’è dedicato
in morte alcun monumento, quale inutile spesa, poiché soltanto ai nostri meriti
è affidata la nostra memoria. Gli Strategemata sono commentari di una sua opera
perduta, il “De re militari”, e consistono in libri di stratagemmi militari. Il
libro primo tratta della preparazione al combattimento e le varie operazioni. Il
libro secondo tratta del combattimento vero e proprio. Il libro terzo tratta
dell'assedio di città. Il libro quarto espone detti e fatti di celebri
generali. Per le differenze di stile e di contenuti, e per le frequenti
ripetizioni di cose già scritte nei libri precedenti, si sospetta che questo
quarto libro non sia opera di F.. Il De aquaeductu urbis Romae è un trattato
sugli acquedotti ed è l'opera più importante di F., una buona e concreta
trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a
Roma. F. è curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei
servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo
impegno. L'opera contiene notizie storiche, tecniche,
amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti
all'epoca, visti come elemento di grandezza dell'impero romano e paragonati,
per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche
greche. L'opera si è conservata nel codice Cassinensis di mano di Pietro
Diacono, ritrovato nell'abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini. Restano
solo estratti di un suo trattato di agrimensura (la disciplina che ha per
oggetto la rilevazione, la rappresentazione cartografica e la determinazione
della superficie agraria di un terreno, chiamata a Roma gromatica, da groma, lo
strumento usato per le misurazioni del terreno), scritto durante il principato
di Domiziano, in un periodo in cui F. abbandona momentaneamente la carriera
politica per dedicarsi principalmente all'attività letteraria. F. è pochissimo
studiato nelle scuole a causa del suo linguaggio semplice, della compilazione
non sempre precisa e per lo stile fin troppo generico. Tuttavia, la sua opera
(scritta per fini pratici e, forse, personali) è importante perché ha dato agli
storici ottime indicazioni per quanto concerne i lavori legati alle opere
idriche che si realizzavano nell'Impero Romano. Edizioni: Astutie militari
di F. huomo consolare, di tutti li famosi et eccellenti capitani romani, greci,
barbari, et hesterni, traduzione di Luci, Venezia, per Giovan' Antonio di
Nicolini da Sabio. Gl’acquedotti di Roma, da Commentario di F. - Degli
Acquedotti della Città di Roma - con note e figure, illustrato da Baldassarre
Orsini, Perugia, Stamperia camerale di Carlo Baduel. Gli Stratagemmi,
traduzione di Roberto Ponzio Vaglia, Milano, Sonzogno. M.-P. Arnaud-Lindet,
Histoire et politique à Rome. Fantham, The Emperor's Daughter, Tacito,
Historiae, Frere, Britannia: A History of Roman Britain, Epistularum libri, IV,
8, Ad Arriano. Epistularum libri, A Traiano. Marchesi, Storia della letteratura
latina, Questa opera fu poi utilizzata da Agenio Urbico come base per il suo De
controversiis. Marchesi, Storia della
letteratura latina, Milano-Messina, Giuseppe Principato, Sheppard S. Frere,
Britannia: A History of Roman Britain, London, Routledge, Arnaud-Lindet,
Histoire et politique à Rome, Paris, Éditions Bréal, Fantham, Julia Augusti.
The Emperor's Daughter, London, Routledge, F. Treccani, Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Galdi, F. in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, F. su sapere.it, De Agostini. F. Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di F., su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Opere di F.
F. (altra versione) F. (altra versione), su openMLOL, Horizons Unlimited srl.
Opere di F., su Open Library, Internet Archive. Opere di F., su Progetto
Gutenberg. Audiolibri di Fr., su LibriVox. F.: testi integrali del De aquis e
degli Strategemata in latino ed inglese in Lacus Curtius Opere minori: F.
de coloniis libellus, ex commentario Claudi Caesaris subsequitur, in Rei agrariae
auctores legesque variae, Amstelredami, apud Joannen Janssonium à Waesberge, F.
de qualitatibus agrorum, in Gromatici veteres ex recensione Caroli Lachmann,
diagrammata edidit Adolfus Rudorffius, Berolini, impensis Georgii Reimeri, F.
de controversiis agrorum, in Gromatici veteres ex recensione Caroli Lachmann,
diagrammata edidit Adolfus Rudorffius, Berolini, impensis Georgii Reimeri,
PredecessoreFasti consulares Successore Imperatore Cesare Vespasiano
Augusto IV e Tito Cesare Vespasiano II con Imperatore Cesare Vespasiano Augusto
V e Tito Cesare Vespasiano IIII Gneo Domizio Afro Tizio Marcello Curvio Tullo
II e NN con Lucio Giulio Urso II e NNII Aulo Cornelio Palma Frontoniano I e
Quinto Sosio Senecione I con Imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto III Imperatore
Cesare Nerva Traiano Augusto IV e Quinto Articuleio PIII Predecessore Governatori
romani della Britannia Successore Quinto Petillio Ceriale Gneo Giulio Agricola.
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Ingegneria Portale Letteratura CILCategorie: Politici romani
del I secolo Funzionari romani Scrittori romani Scrittori del I secolo Governatori
romani dell'Asia Governatori romani della Britannia Consoli imperiali roman iIngegneri
romani Iulii Governatori romani della Germania inferiore Auguri. Keywords:
implicatura. Sesto Giulio Frontino. Frontino. Refs.: Speranza, “Grice e
Frontino.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frontone: la ragione conversazionale e il portico romano
– il filosofo dell’epigramma -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract: Grice: “For that matter, I was mentioned by
Gustav Bergmann: he called me a futilitarian, but, in his typical manner, not
in my face!” Keywords: Marziale. Filosofo
italiano. Porch. Mentioned by Marziale in one of
his epigrams.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frontone: il portico romano: la ragione conversazionale
a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. “I disregard statues, for which they call me
an iconoclast – I especially dislike the martyrs’ memorial, which I see every
day!” Keywords: iconoclasm. Filosofo italiano. Porch. Famous enough to have a statue erected in his
honour. Domizio Frontone
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frontone:
la ragione conversazionale del tutore e il suo allievo -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. Grice: “I’ve
always admired the Oxonian tutorial system: my tutor was Hardie, except for ONE
term – especially noted by his report to Hardie about my ‘obstinacy to the
point of perversity’. Hardie liked that! My pupils were many and varied: Flew
was perhaps the best – Strawson came second – also got a second in his PPE –
but we shared the blame with the OTHER philosophy tutor at St. John’s: good old
Mabb!” Keywords: the tutorial system. Vide Antonino. Of a size to fit a gentleman’s pocket. Console
imperiale romano. Muore a Roma Gens Cornelia Consolato. Filosofo italiano. Scrittore
e oratore romano, precettore d’ANTONINO (si veda) e Lucio Vero. Mai ritrova in
un palinsesto nel monastero di Bobbio la corrispondenza tra i due principi e il
precettore. Di lui restano pochi frammenti e lettere, e nessun ritratto,
tuttavia all'epoca era considerato un grande esperto di retorica latina, in
grado di rivaleggiare con la seconda sofistica, nonché il più importante
avvocato romano del periodo antonino. Per i contemporanei F. era addirittura
quasi un "secondo Cicerone", una fama che tuttavia è andata perduta
nei secoli. Anche se probabilmente era discendente di immigrati italici, che
avevano sempre formato una minoranza rilevante della popolazione della capitale
numidica, ama definire se stesso un libico, dei nomadi libici. Venne a Roma
durante il principato d’ADRIANO (si veda), e subito guadagna fama di avvocato
ed oratore, inferiore solo a CICERONE (si veda). Guadagna una grande fortuna,
costruì magnifici edifici e compra i famosi giardini di MECENATE (si veda).
Antonino Pio, avendo avuto notizia della sua fama, lo scelge come tutore dei
figli adottivi ANTONINO (si veda) e VERO (si veda). Tale è la sua fama di
insegnante-retore che quando muore ANTONINO (si veda) fa erigere una statua in
sua memoria. E consul suffectus sotto Antonino Pio, ma rifiuta l'incarico
di proconsole in Asia, adducendo come motivazione il cattivo stato di salute. È
colpito dalla perdita di tutti i suoi figli tranne una figlia. Il suo
talento come oratore e retore è notevolmente ammirato dai suoi contemporanei.
Alcuni di questi in seguito sono considerati membri di una scuola, denominata
da lui “dei Frontoniani” – cfr. “the Griceians”. Il suo obiettivo
nell'insegnamento è inculcare l'uso esatto del latino al posto degl’artifici di
autori come Seneca e consiglia l'uso di "parole poco usate ed
inattese", da trovare con la lettura diligente degli autori
pre-ciceroniani. F. critica Cicerone per la disattenzione a questo
perfezionamento, pur ammirando senza riserva le sue lettere. Le uniche
opere attribuite erroneamente a F. sono due trattati grammaticali, “De nominum
verborumque differentiised “Exempla elocutionum” -- quest'ultimo lavoro è opera
di Arusiano Messio (si veda). Mai scopre nella Biblioteca Ambrosiana, a Milano,
un palinsesto manoscritto, su cui originariamente sono state scritte le lettere
di F. ai suoi allievi imperiali e le loro risposte. Mai scopre anche altri
fogli degli stessi manoscritti al Vaticano. Questi palinsesti sono appartenuti
alla famosa Abbazia di San Colombano a Bobbio, ed sono stati usati per
scriverci gl’atti del primo Concilio di Calcedonia. Appena disponibile il
palinsesto Ambrosiano, sono pubblicate a Roma, assieme agl’altri frammenti del
palinsesto. I testi vaticani sono pubblicati assieme al “Gratiarum actio pro
Carthaginiensibus,” proveniente da un altro manoscritto Vaticano. Bischoff
identifica un terzo manoscritto, di un solo foglio, che contiene frammenti di
corrispondenza tra F. con VERO (si veda), in parte corrispondenti al palinsesto
di Milano. Tuttavia il manoscritto empubblicato da Dom Tassin, che suppone che
potesse essere un lavoro di Frontone. Ritratto d’ANTONINO (si
veda), Musei Capitolini La scoperta di questi frammenti deluse gli eruditi
romantici perché non corrispondevano alla grande fama dell'autore. Oggi, sono
osservati con maggior benevolenza. Le lettere, raccolte ora in un Epistolario, rappresentano
la corrispondenza con Antonino Pio, ANTONINO (si veda), e Lucio VERO (si veda),
in cui il carattere degl’allievi di F. appare in una luce molto favorevole -- particolarmente
grazie all'affetto che entrambi sembrano mantenere per il loro maestro --- unitamente
a missive agli amici, principalmente lettere di raccomandazione. La collezione
contiene inoltre trattati sull'eloquenza, alcuni frammenti storici e inezie
letterarie come l'elogio del fumo e della polvere, della negligenza e una
dissertazione su Arione. L'editio princeps è quella di Mai, mentre
l'edizione standard è quella della Teubner, a cura di M. van den Hout
(Leipzig). Castelli pubblica i testi greci contenuti nell'Epistolario, con commento,
fondandosi, a differenza dell'edizione di Hout, su una collazione diretta del
manoscritto. La Loeb Classical Library ha stampato un'edizione in due volumi
delle lettere di Frontone. Il testo è ora obsoleto[senza fonte]. Van den Hout
pubblicato un completo commento (Leiden). In Italia la Utet ha pubblicato il
testo a cura di Portalupi. Nei frammenti scoperti in
"palinsesto" da Mai nritroviamo parte dell'Epistolario di F. Da
queste porzioni di testo conservate si reca la teorizzazione della Elocutio
novella, ossia il nuovo modo che Frontone proponeva per approcciarsi all'arte
retorica. L'autore sembra molto attento all'uso del latino, una lingua che egli
auspica di rinnovare tramite l'uso della terminologia arcaica poiché essa
soltanto conteneva il significato "genuino" delle espressioni. Per
scegliere le parole adatte al contesto è comunque richiesta competentia, cioè
uno studio approfondito del discorso, poiché la retorica è un'arte che non
permette errori, come afferma lo stesso retore. L'inesperienza può essere ben
visibile quando la sistemazione dell'orazione non è consona. Nelle
Epistole è anche rintracciabile una sorta di elenco di grandi autori, degli
exempla da seguire. Tra questi si possono individuare CATONE (si veda), SALLUSTIO
(si veda) e CICERONE (si veda). Curiose le osservazioni su quest'ultimo, Frontone
pur ammettendo la fluenza dello stile ciceroniano, lo definisce come un autore
che "sorprende poco" nella sua ricerca lessicale, basandosi
unicamente sul suo innato talento di oratore. La retorica dove sorprendere l’ascoltatore
attraverso l'"inatteso", l'interlocutore rimanendo allibito da tanta
maestria ammetteva, se pur non apertamente, il suo "surclassamento".
La nuova arte oratoria dunque era rivolta ad un pubblico dotto capace di
intendere i riferimenti letterari e arcaici del retore che la
pratica. Essendo insegnante di retorica di Antonino, nell'epistola
intitolata Ad Marcum Caesarem troviamo l'importanza dell'elocutio per il
principe. Innanziututto, esordisce Frontone, è di basilare importanza il
rapporto con il destinatario. La voce del principe e"tromba", non
"flauto". Con questa sottile metafore, Frontone ci fa comprendere che
il principe deve dare gl’ordini alla sua gente, come la tromba fa per
l'esercito, sottolineando il valore allocutorio del discorso imperiale. Il
flauto, per contrappunto, è uno strumento troppo flebile e delicato. Il
discorso di un principe non può essere vellutato. Si rischierebbe di perdere,
agli occhi del popolo e del Senato (che devono essere trattati allo stesso
modo), l'autorevolezza e l'attenzione che sono dovute ad un uomo così
importante. Perelli, Storia della letteratura Latina. A. Birley, Marcus
Aurelius. Molti critici hanno avuto dubbi su questa ammirazione dei
contemporanei. Filologi di fama espressero numerose critiche. Niebuhr, lo
descrisse come "frivolo", Naber lo trovò "disprezzabile",
cfr. Champlin. Altri lo hanno definito come "pedante e noioso",
scrivendo che le sue lettere non offrono né l'analisi politica di un Cicerone o
l'introspezione di un Plinio, cfr. Mellor, commentando Champlin. Una ricerca
prosopografica ha riabilitato la sua reputazione, anche se non in maniera
considerevole, cfr., ad esempio, sempre Mellor su Champlin. Birley, The African
Emperor. Questa esposizione sulla riscoperta di F. è basata su Reynolds, Texts
and Transmission: A Survey of the Latin Classics, Clarendon. F., Epistolario,
testo latino. Carla Castelli, Il Greco di F.: testo critico e traduzione,
studio linguistico, stilistico e retorico, storia editoriale, The correspondence
of F.. Edited and translated by Haines. Fonti antiche PIR2 Internet Archive. F.,
Epistolario, QUI il testo latino. M. Cornelii Frontonis opera inedita cum
epistulis item ineditis Antonini Pii, M. Aurelii, L. Veri et Appiani nec non
aliorum veterum fragmentis invenit et commentario praevio notisque illustravit
Angelus Maius, Mediolani, Regiis typis [ristampa in Francoforte: The
correspondence of F. With ANTONINO (si veda), VERO (si veda), Anoninus Pius,
and various friends edited by Haines, F. S. A., London, Heinemann. F., Opere, a
cur. Portalupi, trad. italiana a fronte, Collana Classici latini, Torino,
UTET, Carla Castelli, Il greco di F..
Testo critico e traduzione. Studio linguistico, stilistico e retorico. Storia
editoriale, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, Storiografia moderna
Quignard, in Rhétorique Spéculative Considera F. come l'origine di una corrente
anti-filosofica, litteraria. F. su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Funaioli, F. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, F. su sapere. De Agostini. F., su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Marco Cornelio Frontone, su
Musisque Deoque. Opere di F., su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute.
Opere di F., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di F., su Open Library,
Internet Archive. F.: Epistulae VDM Marco Aurelio Portale Antica Roma
Portale Biografie Portale Letteratura Categorie: Scrittori romani Retori
romani Scrittori Romani Nati Morti a Roma Cornelii Scrittori africani di lingua
latina F. A statesman and the philosophy tutor of Antonino. He seems to have
had no particular philosophical allegiance, and indeed entertained, like Grice,
who tutored Strawson, something of a distrust of philosophy in general. He makes
a speech attacking Christians that was borrowed by MINUCIO (si veda) Felice (si
veda) for a work of his own. Marco Cornelio Frontone. Frontone. Keywords: “My pupil was Strawson;
Frontone’s pupil was a Roman emperor!” Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Frontone”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frosini:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del gattopardo – scuola
di Catania – scuola di Girgenti – filosofia siciliana filosofia italiana –
Luigi Speranza (Catania). Abstract. Grice: “When I
approached the aporia of ‘dike’ in Republic, I was playing a philosophisma;
when Frossini philosophised on the change of an ethical and legal order, he ain’t!”
Keywords: fascismo. Filosofo catanese. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “I like Frosini; only in
Italy a professor of jurisprudence – the Italian H. L. A. Hart – would care to
provide a theatrical ‘reduction’ of a Sicilian ‘romanzo’! Genial – He has also
written on Risorgimento families!” Il progresso tecnologico è la nuova
democrazia di massa (F. in'intervista alla trasmissione RAI Mediamente ).
Considerato il padre dell'informatica in Italia, si devono a lui le prime
riflessioni generali sulle implicazioni esistenti tra diritto, tecnologie e
attività giudiziarie. Laureatosi a PISA in FILOSOFIA, studia a Catania. La
lettera e lo spirito della legge non è il suo ultimo libro. Nel 1997 pubblica
La democrazia nel XXI secolo, un vigoroso pamphlet nel quale viene valorizzata
la libertà dell'individuo nella nuova democrazia di massa, caratterizzata dal
circuito sempre più vasto e più rapido delle informazioni e della
globalizzazione degli interessi politici ed econo- sentato poi a Roma nell'ottobre del 2000. Fu
quasi un simbolico ritorno alla sua terra di Sicilia. Questo lavoro
"stravagante", altri ce ne sono, dimostra e conferma che mio padre fu
un eclettico. Era una critica che gli veniva mossa; e invero non ne capisco il
perché se intesa in senso negativo, perché al contrario eclettico vuol dire
avere molteplicità di interessi. Ciò che conta è che tali interessi vengano
coltivati, studiati e acquisiti bene: in tal maniera la ecletticità è un
fattore positivo come è naturale che sia in tutte le integrazioni e addizioni
di saperi. Verrebbe anzi da dire che il suo cd. eclettismo è paragonabile a
quello in archi-tettura, che definisce lo stile nato dalla mescolanza dei
migliori stilemi ripresi da diversi movimenti architettonici, storici e anche
esoticis. Il suo eclettismo siè manifestato nella capacità di sapere spaziare
in molti campi del sapere, attraverso una notevole messe di pubblicazioni non
solo giuridiche ma storiche, filosofiche, sociologiche e anche lettera-rie,
oltre a una intensa attività come opinionista di diversi quotidiani 39. Come è stato scritto: «Dagli amici e dagli
allievi Vittorio Frosini sarà sempre ricordato come Maestro di filosofia e di
diritto e, ancor di più, come l'umanista che, immergendosi nel flusso della
vita, seppe com-prendere e amare ogni manifestazione di intelligenza e di sensibilità» G. TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo,
riduzione teatrale di Vittorio Frosini, Roma, Bulzoni, 2000; l'amore per la
Sicilia, sempre vivo e mai interrotto, lo manifestò anche con un libretto: V.
FroSiNI, Ideario siciliano, Palermo, Sellerio, 1988. Valorizzano l'eclettismo di mio padre,
ritenendolo senz'altro un merito che lo aiu-tò, tra l'altro, a essere
precursore in diversi campi, E. PATTARO, La filosofia del diritto di fronte
all'informatica giuridica, in A. JELLAMO, F. RICCOBONO (a cura di), In ricordo
di Vittorio Frosini, cit., 25 ss., e A. Punzi, La tolleranza dell'eclettico.
Vittorio Frosini sui lumi e le ombre (del pensiero risorgimentale come di
quello cristiano), in Riv. int. fil dir., n. 1-2/2019, 121 ss. Per
una conferma, v. la raccolta: R. RUSSANO (a cura di), Vittorio Frosini
Bibliografia degli scritti, Milano, Giuffrè, 1994. Fu collaboratore de La
Sicilia, poi del Corriere della sera (sotto la direzione di Giovanni
Spadolini), del Il Giornale nuovo (sotto la direzione di Indro Montanelli) e
del Il Tempo (sotto la direzione di Gianni Letta). F. RIcCOBONo, Vittorio Frosini, in Riv.
int. fil. dir., n. 4/2001, 534. Dopo la laurea pisana e quella catanese,
continua il peregrinag-gio per la formazione accademica: nel 1950, va a specializzarsi,
come Ph.D., in Political Science e Jurisprudence all'Università di Oxford, a
seguito della vittoria di una borsa di studio del British Council, ottenuta
insieme ai giovani "virgulti" Serio Galeotti e Pietro Rescigno. Da allora, con entrambi, si salderà una forte
e sincera amicizia di tutta una vita. Ospite del Magdalen College di Oxford,
lavora a una tesi sull'obbligazione politica, sotto la guida di John Mabbot, e
frequenta Herber Hart, allora Lecturer in Philosophy 1 Si lega anche a Salvador
de Madariaga, l'esule politico spagnolo e docente di letteratura spagnola a
Oxford e ad Alessandro Passerin d'Entréves, il filosofo della politica torinese
in quel periodo professore di Italian Studies". Gli anni oxo-niensi gli
rimarranno sempre nel cuore e spesso amava rievocarli con storie e aneddoti.
Non mancava mai alla cena annuale degli ex allievi del College (indossando
rigorosamente la cravatta del College) e divenne socio dello esclusivo Oxford
and Cambridge Club, nella cui foresteria, con sede a Pall Mall, alloggiava ogni
qualvolta andava a Londra. Nel 1952
torna in Italia e inizia la collaborazione a Il Mondo di Mario Pannunzio Un
mondo al quale rimarrà sempre legato nei ricordi e nella condivisione degli ideali
liberaldemocratici13. Alle «care ombre» di Mario Pannunzio, Carlo Antoni,
Vitaliano Brancati, Nicolò Carandini, Nicola Chiaromonte, Vittorio de
Caprariis, dedicherà, «in segno di grata memoria», un suo libro 14.10 Il lavoro
di tesi, anticipato in vari articoli, verrà pubblicato, ulteriormente
svilup-pato, diversi anni dopo come libro: V. FRoSINI, La ragione dello Stato.
Studi sul pensiero politi- primo lito
pubbicato in fala: 1LA. Mart, Contributi al analist de Airto, a Cara dai Fro- sini, Milano, Giuffrè, 1964. V. FROSINI, Potrait of Salvador de Madariaga,
in BRUGMANS ET NADAL (a cura di), Liber Amicorum Salvador de Madariaga, Bruges,
De Tempel, 1966, 97 ss.; V. FROSINI,
Alessandro Passerin d'Entréves, in Riv. int. fil dir., n. 2/1986 (ora in
IdEM, La coscienza giuridica. Una cospicua serie di articoli apparsi su quel
giornale, vennero raccolti in IDEM, "Il Mondo" e l'eredità del
Risorgimento, pres. di E. Sciacca, Acireale, ed. Bonanno, 198%. 1 Sul punto, E. ScIAccA, Vittorio Frosini
scrittore politico, in Aa. Vv., Liber Amicorum in onore di Vittorio Frosini,
vol. I, cit., 1 ss. e A. JeLLamo, Vittorio Frosini e la tradizione liberale,
in Ri int. do n io 019, Valga altresi quale testimonianzo i
daglione" Mar nelli, Rubbettino, F.,
Costituzione e società civile, Milano, Comunità, 1975 (II ed., 1977).Studia la regolamentazione
dell'informatica. Ha presieduto l'associazione utaliana di Diritto
dell'Informatica e di Giuritecnica e l'Istituto di Teoria dell'interpretazione
e di informatica giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Roma
"La Sapienza". Teorico di un umanesimo tecnologico attento ai
diritti civili, ha avviato una ricostruzione sistematica dei problemi
dell'informatica consapevole delle diverse implicazioni economiche e sociali
della regolamentazione giuridica. Nel confronto costante tra diritto e
tecnologie, il progresso produce una evoluzione sociale continua che si
riflette nel campo giuridico ed economico come nei miglioramenti qualitativi
dei diversi rapporti con le istituzioni, favorendo un continuo e immediato
confronto fra amministratori e amministrati entro un rapporto diretto a
carattere orizzontale, mentre prima era a carattere verticale e così il
cittadino diventa veramente attore della vita civile e non più suddito. Di qui
il profilarsi di una nuova democrazia di massa in cui si realizza con apparente
paradosso una nuova forma di libertà individuale, un accrescimento della
socialità umana che si è allargata sull'ampio orizzonte del nuovo circuito delle
informazioni, un potenziamento, dunque, dell'energia intellettuale ed operativa
del singolo vivente nella comunità». L'opera centrale di F., Professore ed
emerito di filosofia del diritto e di informatica giuridica è indubbiamente La
struttura del diritto. Il saggio ha immediati riconoscimenti e una notevole
fortuna in Italia dove ha sei riedizioni pressoché inalterate. Quale suo
autore riceve un premio dai lincei dalle mani del Presidente della Repubblica
Italiana, Segni. F. è peraltro autore di saggi fondamentali sul rapporto
tra tecnologia e diritto quali: “Cibernetica: diritto e società”; “Informatica,
diritto e società” (Milano); “Giuffrè (si veda) Il giurista e le tecnologie
dell'informazione” (Roma, Bulzoni); “La democrazia)” (Roma, Ideazione;,
Macerata, Liberilibri); “La lettera e lo spirito della legge” (Milano): Giuffrè
Teoria e tecnica dei diritti umani” (Napoli, Edizioni scientifiche Italiane; “Fondamentali
sono anche i suoi scritti sulla rivista Informatica e Diritto: “L'automazione
elettronica nella giurisprudenza e nell'Amministrazione Pubblica”; “La
giuritecnica: problemi e proposte”; “Giustizia e informatica”; “La protezione
della riservatezza nella società informatica”; “L'esperienza OCSE nel
potenziamento degli scambi tecnologici connessi alla gestione delle
informazioni”; “L'informatica nella società contemporanea; “Riflessioni sui
contratti d'informatica”; “Il giurista nella società dell'informazione Riconoscimenti
A F. sono dedicati: il premio nazionale di informatica giuridica
"Vittorio Frosini" della rivista Il diritto dell'informazione e
dell'informatica; la collezione di strumenti di calcolo e di elaborazione
automatica dei dati, utilizzati presso l'Istituto di Teoria
dell'Interpretazione e di Informatica Giuridica dell'Università "La Sapienza"
di Roma. MediaMente: "Il progresso tecnologico e la nuova democrazia di
massa, su mediamente. rai. Net freedoms: i diritti di libertà in rete Dibattito
sul diritto dell'informazione e dell'informatica | RadioRadicale Cfr. F. in una lucida testimonianza su
Università, Normale e COLLEGIO MUSSOLINI, Cubeddu e Cavera. Cassese, F. e lo spirito della legge, Il Sole;
F., La democrazia, Macerata, Liberi libri,.
Fondazione Calamandrei, Russano, degli scritti, Milano, A. Giuffrè, F.,
su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. La
morfogenesi dell’ordinamento giuridico in F., L’IRCOCERVO, metodologia
giuridica, teoria generale del diritto e dottrina dello stato" Genesi
filosofica e struttura giuridica della Società dell'informazione, Napoli,
Edizioni Scientifiche Italiane, su edizioniesi. Il Gattopardo TEATRO STABILE,
ROMA Il Gattopardo - forse il film più popolare di Luchino Visconti, tratto
dal capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa - è ora anche uno spettacolo
teatrale. L'inedita trasposizione scenica si deve al regista Gianni Giaconia,
dal 1995 direttore artistico della sala di piazza Nerazzini, a un passo dalla
più nota piazza dei Navigatori. Suo infatti il proposito di compiere una riduzione
del romanzo da adattare alle scene. COMUNICATO STAMPA di Giuseppe
Tomasi di Lampedusa riduzione teatrale di Vittorio Frosini
regia di Gianni Giaconia musiche di Giannini scene di
Luca Arcuri Il Gattopardo - forse il film più popolare di Visconti,
tratto dal capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa si deve al regista
Giaconia, direttore artistico della sala di piazza Nerazzini, a un passo dalla
più nota piazza dei Navigatori. Suo infatti il proposito di compiere una
riduzione del romanzo da adattare alle scene, sua la scelta di approntare una
singolare versione multimediale della celebre opera servendosi del testo messo
a punto da V., uscito in volume presso Bulzoni editore, e di inserti
cinematografici appositamente confezionati per l'occasione. Nei
centoventiminuti di questa originale edizione del Gattopardo riletto da
Giaconia gli inserimenti segneranno - non senza una certa attitudine
sperimentale e trasgressiva - alcuni passaggi della storia del principe Salina,
da Tomasi di Lampedusa mirabilmente ritratta nel doloroso passaggio, sulla scia
dell'impresa garibaldina, dalla Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi, amaro
volgere di un mondo che si vede scosso e abbattuto da nuovi fremiti, dove però
resta valida la massima "se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che
tutto cambi". In scena, impegnati a sostenere le parti che
nella memoria di ognuno di noi hanno ancora i volti e i modi di Burt Lancaster,
Claudia Cardinale o Alain Delon (per limitarsi ai soli protagonisti
principali), sono circa trenta attori, tra cui Giorgio Berini, Sergio Silvestro
e EZimei, nei ruoli - rispettivamente - del principe, di suo nipote Tancredi e d’Angelica.
Siciliano di origine, Giaconìa si puo' considerare romano d'adozione. E'
infatti che risiede nella capitale, dove - con il nome d'arte di Monti - ha
iniziato la sua carriera d'attore proseguita tra palcoscenici e set per quasi
tre decenni ininterrotti. In teatro, è stato diretto tra gli altri da
Vasilicò, Fantoni, Sbragia, Vannucchi, Garrani e ha lavorato a fianco di
Giorgi, Tedeschi, Randone. Tra le sue interpretazioni e partecipazioni
cinematografiche e televisive, ricordiamo i film "Corre l'anno di grazia
1870" di Giannetti (con Mastroianni e Magnani) e "Ligabue" di
Salvatore Nocita (con Bucci, 1978), oltre a varie pellicole con Maurizio Merli
dirette da Marino Girolami (tra cui "Italia a mano armata" nel 1976),
e soprattutto a "Fontamara" di Carlo Lizzani (con Michele Placido)
dove Giaconia-Monti è Scarpone. Ha esperienza di doppiaggio e di regia
televisiva (per fiction trasmesse da televisioni locali siciliane). Dirige
il Teatro Stabile di Santa Francesca Romana, per il cui palcoscenico ha
già siglato, tra le altre, le regie di "Processo a Gesù" di
Fabbri, "Vita di Galileo" di Brecht, "La tempesta" di
Shakespeare, realizzando spettacoli multimediali. La trasposizione
in linguaggio scenico di un testo narrativo - scrive Vittorio Frosini autore
della riduzione teatrale de "Il Gattopardo" - obbliga ad esercitare
sul testo originario un rifacimento, che è quasi una operazione di chirurgia
estetica; anzi, si tratta di una metamorfosi da un linguaggio scritto in un
linguaggio parlato e gestito, da una continuità discorsiva ad una
serialità episodica. Nel procedere a questa manipolazione intellettuale
ho dovuto affrontare il problema di una scelta tematica dei motivi presenti
nell'opera romanzesca: ho dato perciò risalto ad alcuni di essi. Tale è il
confronto fra la coscienza del principe e l'idea della morte, che viene
anteposto agli altri momenti della vicenda; tale è il rapporto fra la
condizione storica dei personaggi e l'irruzione dell'impresa garibaldina. Si
tratta dunque di una libera sceneggiatura del romanzo, di una interpretazione
di esso, e cioè di una lettura partecipe. Vittorio Frosini è
professore emerito dell'università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato
filosofia del diritto, sociologia giuridica e teoria dell'interpretazione. E'
stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura e Visiting Professor
nelle università di Tokyo e di Harvard, ed è accademico della Real
Academia di Spagna. E' autore di molti studi di carattere giuridico, pubblicati
anche in diverse lingue straniere, e di numerosi saggi di carattere storico e
letterario, dedicati in parte alla Sicilia; Teatro Stabile S. Francesca
Romana, Piazza Nerazzini, Roma Informazioni e
prenotazioni: Biglietti: intero -
ridotto Stagione del Teatro Stabile S. Francesca Romana: Il
Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa riduzione teatrale di Vittorio Frosini
regia di Gianni Giaconia Goffredo Tofani (produzione da definire)
Compagnia Associazione Agitati prima dell'Uso L'uomo, la bestia e la
virtù di Luigi Pirandello regia di G. Cirillo Goffredo Tofani
(produzione da definire) Compagnia I Bankarettisti Non ti pago di Eduardo
De Filippo regia di Gennaro Sommella Compagnia I Buattari 'O
scarfalietto di E. Scarpetta regia di Paolo Savini Compagnia
Corricorri Vin santo di Roberto Giacomozzi regia di Roberto Giacomozzi
Compagnia Associazione Agitati prima dell'Uso L'importanza di chiamarsi
Ernesto di Oscar Wilde regia di Gaetano Cicoira Compagnia
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regia di Gaetano Cicoira STAMPA PERMANENT LINK TEATRO STABILE IN
ARCHIVIO WORDSTAR(S) Il Gattopardo
romanzo scritto da Tomasi di Lampedusa Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il film diretto da Luchino
Visconti, vedi Il Gattopardo (film). «Se non ci siamo anche noi, quelli ti
combinano la repubblica in quattro e quattr'otto. Se vogliamo che tutto rimanga
com'è, bisogna che tutto cambi» (Tancredi Falconeri, nipote di don
Fabrizio Corbera, Principe di Salina) Il Gattopardo Incipit Gattopardo.jpg L'incipit
manoscritto del Gattopardo AutoreGiuseppe Tomasi di Lampedusa 1ª ed. Originale 1958
Genere romanzo Sottogenere storico Lingua originale italiano Ambientazione Sicilia,
Risorgimento italiano Protagonisti Fabrizio Corbera Il Gattopardo è un romanzo
di Tomasi di Lampedusa che narra le trasformazioni avvenute nella vita e nella
società in Sicilia durante il Risorgimento, dal momento del trapasso del regime
borbonico alla transizione unitaria del Regno d'Italia, seguita alla spedizione
dei Mille di Garibaldi. Dopo i rifiuti delle principali case editrici italiane
(Mondadori, Einaudi, Longanesi), l'opera fu pubblicata postuma da Feltrinelli
nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore, vincendo il Premio Strega, e
diventando uno dei best-seller del secondo dopoguerra; è considerato uno tra i
più grandi romanzi di tutta la letteratura italiana e mondiale. Il
romanzo fu adattato nell'omonimo film, diretto da Visconti e interpretato da Lancaster,
Cardinale e Delon. Tema e storia editoriale L'autore contempla da lungo tempo l'idea di
scrivere un romanzo storico basato sulle vicende della sua famiglia, gli
aristocratici Tomasi di Lampedusa, in particolare sul bisnonno, il principe
Giulio Fabrizio Tomasi, nell'opera il principe Fabrizio CORBERA Salina, vissuto
durante il Risorgimento, noto per aver realizzato un osservatorio astronomico
per le sue ricerche. Dopo che il Palazzo Lampedusa è gravemente lesionato dai
bombardamenti dalle forze Alleate durante la Seconda guerra mondiale e
saccheggiato, l'autore scivola in una lunga depressione. Stemma di
famiglia dei Tomasi. È scritto fino l'anno della morte dell'autore, un erudito
appassionato di letteratura, ma del tutto sconosciuto ai circuiti letterari
italiani. Il manoscritto venne inviato alle case editrici con una lettera di
accompagnamento scritta di pugno dal cugino di Tomasi, Piccolo. La spedizione
della prima copia (una versione ancora parziale) avvienne da Villa Piccolo,
indirizzata al conte Federico Federici della Mondadori. Piccolo stesso cerca di
avere notizie circa l'esito della lettura del manoscritto da parte di
Mondadori, inviando una lettera a Reale, per sincerarsi se la lettura avesse
sortito l'esito sperato. Tuttavia, gl’editori Mondadori ed Einaudi rifiutarono.
Infatti, il testo, pur privo di alcuni capitoli, è dato in lettura prima al
conte Federici per Mondadori, poi a Vittorini, allora consulente letterario per
Mondadori e curatore della collana I gettoni per l'Einaudi, il quale lo boccia
per entrambe le case editrici rimandandolo all'autore, e accompagnando il
rifiuto con una lettera di motivazione. L'opinione negativa di Vittorini, un
clamoroso errore di valutazione, è da lui ribadita anche successivamente,
quando il Gattopardo divenne un caso letterario internazionale.
L'avventurosa pubblicazione avviene solo dopo la morte dell'autore. L'ingegner GARGIA,
paziente della baronessa Alexandra Wolff Stomersee, la moglie psicoanalista di
Tomasi, si offre di consegnare una copia a una sua conoscente, Elena Croce. La
figlia di CROCE (si veda) lo segnala a Bassani, da poco divenuto direttore
della collana di narrativa I Contemporanei pella Feltrinelli, e che sollecita
gli amici letterati a segnalargli interessanti inediti. Bassani riceve dalla
Croce il manoscritto incompleto, ne comprese immediatamente l'enorme valore, e
vuola a Palermo per recuperare e ricomporre il testo nella sua interezza. Decide
subito di pubblicare il romanzo, che usce curato da Bassani. Quando riceve il
premio Strega, la tiratura aveva raggiunto in solo otto mesi le 250 000 copie, divenendo
il primo best seller italiano con oltre centomila copie vendute. La forza e
l'importanza che ha il romanzo è testimoniato anche dalla battuta che Filippo
nella commedia Sabato, Domenica e Lunedì fa dire a Memè, la zia colta di casa
Priore, la quale ammonendo i parenti troppo affaccendati nelle questioni
quotidiane esce di scena ammonendoli al grido di "Compratevi il
Gattopardo!". Il titolo del romanzo ha origine nello stemma di
famiglia dei principi di Lampedusa, rappresentato dal FELIS LEPTAILVRVS serval,
una belva felina diffusa nelle coste settentrionali dell'Africa, proprio di
fronte a Lampedusa. Nelle parole dell'autore l'animale ha un'accezione positiva.
Noi fummo i gattopardi, i leoni. Quelli che ci sostituiranno sono gli
sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore
continueremo a crederci il sale della terra. Tuttavia, proprio sull'onda del
successo planetario del romanzo, sarebbe invalso invece un significato
negativo, facendo dell'aggettivo "gattopardesco" l'emblema del trasformismo
delle classi dirigenti italiane. A ben vedere, è anche vero che è Tomasi stesso
con le sue fiere parole a legare la parola a un SIGNIFICATO AMBIGUO, quando
prevede un destino di rassegnazione e di solo illusorio orgoglio per
l'Italia. Dal romanzo venne tratta un'opera musicale di Musco, con
libretto di Squarzina. Trama Il racconto inizia con la recita del rosario
in una delle sontuose sale del Palazzo Salina, dove il principe Fabrizio, il
gattopardo, abita con la moglie Stella e i loro sette figli: è un signore
distinto e affascinante, raffinato cultore di studi astronomici ma anche di pensieri
più terreni e a carattere sensuale, nonché attento osservatore della
progressiva e inesorabile decadenza del proprio ceto; infatti, con lo sbarco in
Sicilia di Garibaldi e del suo esercito, va prendendo rapidamente piede un
nuovo ceto, quello borghese, che il principe, dall'alto del proprio rango,
guarda con malcelato disprezzo, in quanto prodotto deteriore dei nuovi tempi.
L'intraprendente e amatissimo nipote Tancredi Falconeri non esita a cavalcare
la nuova epoca in cerca del potere economico, combattendo tra le file dei
garibaldini (e poi in quelle dell'esercito regolare del Re di Sardegna),
cercando insieme di rassicurare il titubante zio sul fatto che il corso degli
eventi si volgerà alla fine a vantaggio della loro classe; è poi legato da un
sentimento, in realtà più intravisto che espresso compiutamente, per la
raffinata cugina Concetta, profondamente innamorata di lui. Il principe
trascorre con tutta la famiglia le vacanze nella residenza estiva di
Donnafugata; il nuovo sindaco del paese è don Calogero Sedara, un parvenu, ma
intelligente e ambizioso, che cerca subito di entrare nelle simpatie degli
aristocratici Salina, mercé la figlia Angelica, cui il passionale Tancredi non
tarderà a soccombere; non essendo una nobile, Angelica non avrà immediatamente
il consenso di don Fabrizio, ma grazie alla sua travolgente e incantevole
bellezza riesce a convincere casa Salina e a sposare Tancredi. Inoltre Calogero
Sedara, il padre di Angelica, fornisce alla figlia nel contratto matrimoniale
tutto quello che possiede. Arriva il momento di votare l'annessione della
Sicilia al Regno di Sardegna: a quanti, dubbiosi sul da farsi, gli chiedono un
parere sul voto, il principe risponde suo malgrado in maniera affermativa; alla
fine, il plebiscito per il sì sarà unanime. In seguito, giunge a palazzo Salina
un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, incaricato di
offrire al principe la carica di senatore del Regno, che egli rifiuta
garbatamente dichiarandosi un esponente del vecchio regime, ad esso legato da
vincoli di decenza. Il principe condurrà da ora in poi vita appartata fino al
giorno in cui verrà serenamente a mancare, circondato dalle cure dei familiari,
in una stanza d'albergo a Palermo dopo il viaggio di ritorno da Caserta, dove
si era recato per cure mediche. L'ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel
1910, racconta la vita di Carolina, Concetta e Caterina, le figlie superstiti
di don Fabrizio. Il significato dell'operaModifica L'autore compie
all'interno dell'opera un processo narrativo che è sia storico che attuale.
Parlando di eventi passati, Tomasi di Lampedusa parla di eventi del tempo
presente, ossia di uno spirito siciliano citato più volte come gattopardesco
("Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi")[7].
Nel dialogo con Chevalley di Monterzuolo, inviato dal governo sabaudo, il
principe di Salina spiega ampiamente il suo spirito della sicilianità; egli lo
spiega con un misto di cinica realtà e rassegnazione. Spiega che i cambiamenti
avvenuti nell'isola più volte nel corso della storia hanno adattato il popolo
siciliano ad altri "invasori", senza tuttavia modificare dentro
l'essenza e il carattere dei siciliani stessi. Così, il presunto miglioramento
apportato dal nuovo Regno d'Italia appare al principe di Salina come un
ennesimo mutamento senza contenuti, poiché ciò che non muta è l'orgoglio del
siciliano stesso. Il dialogo con Chevalley manoscritto Egli infatti
vuole esprimere l'incoerente adattamento al nuovo, ma nel contempo l'incapacità
vera di modificare sé stessi, e quindi l'orgoglio innato dei siciliani. In
questa chiave egli legge tutte le spinte contrarie all'innovazione, le forme di
resistenza mafiosa, la violenza dell'uomo, ma anche quella della natura. I
Siciliani non cambieranno mai poiché le dominazioni straniere, succedutesi nei
secoli, hanno bloccato la loro voglia di fare, generando solo oblio, inerzia,
annientamento (il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente
quello di "fare". il sonno è ciò che i Siciliani vogliono). GARIBALDI
(si veda) è stato uno strumento dei Savoia, nuovi dominatori (da quando il
vostro GARIBALDI (si veda) ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state
fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della
vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento ho i miei forti
dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio). Questi
avvenimenti si sono innestati su una natura ed un clima violenti, che hanno
portato ad una mancanza di vitalità e di iniziativa negli abitanti (... questo
paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza
dannata; [...] questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta
gradi; questa nostra estate lunga e tetra quanto l'inverno russo e contro la
quale si lotta con minor successo. Classificazione come romanzo storico La
vicenda descritta nel Gattopardo può a prima vista far pensare che si tratti di
un romanzo storico. Tomasi di Lampedusa ha certamente tenuto presente una
tradizione narrativa siciliana: la novella Libertà di Verga, I Viceré di
Roberto, I vecchi e i giovani di PIRANDELLO (si veda) ispirata al fallimento
risorgimentale, drammaticamente avvertito proprio in Sicilia, dove sono vive
speranze di un profondo rinnovamento. Ma mentre Roberto, che fra i tre citati
è, per questa tematica, il più significativo, indaga le motivazioni del
fallimento con una complessa rappresentazione delle opposte forze in gioco,
Tomasi di Lampedusa presenta la vicenda risorgimentale attraverso il MACHIAVELLISMO
della classe dirigente, che alla fine si mette al servizio dei GARIBALDINI e
dei piemontesi, convinta che sia il modo migliore perché tutto resti com'è.
Questa rappresentazione per la prospettiva da cui è descritta è parziale. Restano
fuori dal romanzo molti eventi significativi. Solo per fare un esempio, la
rivolta dei contadini di Bronte, che provoca 16 morti prima di essere stroncata
nel sangue da BIXIO (si veda) che fa condannare a morte 5 dei responsabili -- oggetto
invece della novella di Verga. Da questo punto di vista quindi le
mancanze de Il Gattopardo come romanzo storico del Risorgimento in Sicilia sono
evidenti. Osserva Alicata. Una cosa è cercare di comprendere come e perché si
afferma nel processo storico risorgimentale una determinata soluzione politica,
cioè la direzione di determinate forze politiche e sociali, un'altra cosa è
credere, o far finta di credere, che ciò sia stato una sorta di presa in giro
condotta dai furbi (dai potenti di ieri e di sempre) ai danni degli sciocchi --
coloro che si illudono che qualche cosa di nuovo possa accadere non solo sotto
il sole di Sicilia ma sotto il sole tout court. Pertanto è dubbio se il valore
de Il Gattopardovada ricercato al di fuori della prospettiva del romanzo
storico. La faccenda appare più complicata di come puo apparire ai primi
lettori dell'opera, se il principe stesso nega di aver voluto scrivere un
romanzo storico (semmai un testo intessuto di memoria e di memorie), nella
seconda edizione de Il romanzo storico, invece Lukács riconduce Il Gattopardo
al canone proprio del genere. Di recente Spinazzola, in un importante saggio,
Il romanzo antistorico, attribuisce alla triade formata da I Viceré di Roberto,
I vecchi e i giovani di PIRANDELLO (si veda), e il romanzo di Tomasi di
Lampedusa, la fondazione di un nuovo atteggiamento del romanzo rispetto alla
storia. Non più l'ottimismo di una concezione storicista e teleologica
dell'avvenire dell'uomo (ancora presente in Italia nelle grandi cattedrali di MANZONI
(si veda) e NIEVO (si veda)), ma la dolorosa consapevolezza che la storia degli
uomini non procede verso il compimento delle magnifiche sorti e progressive, e
che la macchina del mondo non è votata a provvedere alla felicità dell'uomo. Il
romanzo anti-storico è il deposito di questa concezione non trionfalistica
della storia, nei tre testi citati il corso della storia genera nuovi torti e
nuovi dolori, invece di lenire i vecchi. Malgrado la posizione nuova di
Spinazzola, che rilegge in modo intelligente la questione, il problema resta
aperto, e la critica non ha ancora trovato una soluzione condivisa su questo
tema. È un romanzo uscito dalla tradizione narrativa, della quale si
avverte almeno la presenza di Stendhal. Ma nel senso della solitudine e della
morte che pervade il protagonista si rivela anche l'influenza determinante
dell'esperienza decadente. Un altro elemento di differenza con altri romanzi
storici è il suo essere una trasposizione in un racconto di fantasia di vicende
familiari che in parte sono realmente avvenute e sono state tramandate
attraverso la bocca dei parenti di Tomasi di Lampedusa. A differenza di romanzi
storici come ad esempio I promessi sposi, nel quale nessun dettaglio storico
era specificato che non fosse già presente nelle fonti scritte consultate da MANZONI
(si veda), Il Gattopardo rappresenta esso stesso una testimonianza storica
(seppur offuscata dal tempo e dalla tradizione orale) di come una parte della
nobiltà vive quel determinato periodo di transizione. Sterilità e morte
Il modulo narrativo si discosta molto dai canoni del romanzo storico. Il
romanzo è suddiviso in blocchi, con una sequenza di episodi che, pur facendo
capo ad un personaggio principale, sono dotati ciascuno di una propria
autonomia. Inoltre, il fallimento risorgimentale descritto non è un esempio di
uno scarto tra speranze e realtà nella storia degli uomini, ma sembra quello di
una norma costante delle vicende umane, destinate inesorabilmente al
fallimento: gli uomini, anche re Ferdinando o GARIBALDI (si veda), possono solo
illudersi di influire sul torrente delle sorti che invece fluisce per conto
suo, in un'altra vallata. La negazione della storia e la sterilità
dell'agire umano sono alcuni dei motivi più ricorrenti e significativi del Gattopardo.
In questa prospettiva di remota lontananza dalla fiducia nelle magnifiche sorti
e progressive, il Risorgimento può ben diventare una rumorosa e romantica
commedia e Marx un ebreuccio tedesco, di cui al protagonista sfugge il nome, e
la Sicilia, più che una realtà che storicamente si è fatta attraverso secoli di
storia, resta una categoria astratta, un'immutabile ed eterna metafisica
sicilianità. Nella descrizione del fallimento risorgimentale, secondo alcuni,
si può intravedere un'altra riconferma della legge e degli uomini: il fallimento
esistenziale che, negli anni in cui scrive, Tomasi di Lampedusa puo
constatare. Correlato a questo è il tema del fluire del tempo, della
decadenza e della morte (che richiamano Proust e Mann) esemplificato nella
morte di una classe, quella nobiliare dei Gattopardi – dei leopardi -- che sarà
sostituita dalla scaltra borghesia senza scrupoli dei scialle ed iene, dei
Sedara, ma che permea di sé tutta l'opera: la descrizione del ballo, il
capitolo della morte di don Fabrizio (secondo alcuni critici il punto più alto
del romanzo), la polvere del tempo che si accumula sulle sue tre figlie e sulle
loro cose. Si può dire che fra la tradizione del romanzo storico, siciliana ed
europea, di fine Ottocento e Il Gattopardo è passato il decadentismo con le sue
stanchezze, le sue sfiducie, la sua contemplazione della morte. L’opera di
Tomasi di Lampedusa inoltre cade in un momento di ripiegamento dei recenti
ideali della società italiana e di quella letteratura che si è sforzata di dare
voce artistica a quegli ideali. Il manoscritto Le fotocopie dei
manoscritti originali si trovano presso il Museo del Gattopardo a Santa
Margherita di Belice (AG), mentre gli originali sono custoditi dall'erede
Gioacchino Lanza Tomasi presso il Palazzo Lanza Tomasi a Palermo, ultima dimora
dello scrittore. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su premiostrega.it. Samonà Gioacchino
Lanza Tomasi, «Le avventure del Gattopardo», ilsole24ore.com Gilmour, L'ultimo
gattopardo. Vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, Milano;
Bragaglia Cristina, Il Piacere del Racconto, La Nuova Italia, 1993. ^ Tullio De
Mauro, «Gattopardo non gattopardesco», 2ilsole24ore GATTOPARDISMO in
Vocabolario – Treccani Giudice, Bruni,
Problemi e scrittori della letteratura italiana, d. Paravia, Torino. Edizioni Il Gattopardo, Prefazione e cura di Bassani,
Collana Biblioteca di Letteratura, Milano, Feltrinelli Editore, Il Gattopardo,
Collana Universale Economica n.416, Milano, Feltrinelli. Il Gattopardo,
antologia a cura di Riccardo Marchese, Collana Primo scaffale n.16, Firenze, La
Nuova Italia. Il Gattopardo e i Racconti, Edizione conforme al manoscritto del
1957, Collana Gli Astri, Milano, Feltrinelli, dicembre 1969. Il Gattopardo,
Nota introduttiva di Maria Bellonci, Milano, Club degli Editori, Il Gattopardo,
Collana I Narratori, Milano, Feltrinelli, novembre 1974. Il Gattopardo, a cura
di Barbieri, Collana Narrativa scuola, Torino, Loescher Editore, 1979. Il
Gattopardo, Nuova edizione riveduta con testi d'Autore in Appendice, a cura di
Gioacchino Lanza Tomasi, Collana Le Comete, Milano, Feltrinelli, giCollana
Universale Economica, Feltrinelli, CVI ed.; Collana Grandi Letture,
Feltrinelli, Il Gattopardo, Prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi, Collezione
Premio Strega, Torino, UTET - Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Il
Gattopardo letto da Toni Servillo, edizione integrale in audiolibro, Emons; Anile,
Maria Gabriella Giannice, Operazione Gattopardo: come Visconti trasformò un
romanzo di "destra" in un successo di "sinistra", Genova,
Le Mani, Bertolucci, Il principe dimenticato, Sarzana, Carpena, 1979. G.
Bottino, Saggio su "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
Genova, 1973. M. Castiello, Il Gattopardo, Milano, 2004. Arnaldo Di Benedetto,
Tomasi di Lampedusa e la letteratura, in Poesia e critica del Novecento, Napoli,
Liguori, 1999. Margareta Dumitrescu, Sulla parte VI del Gattopardo. La fortuna
di Lampedusa in Romania, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2001. G. Lanza
Tomasi, I luoghi del Gattopardo, 2001. G. Masi, Come leggere Il Gattopardo di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1996. S.S. Nigro, Il Principe fulvo, Palermo,
Sellerio editore, 2012. F. Orlando, L'intimità e la storia. Lettura
delGattopardo, Torino, Einaudi, 1998. Alberto Samonà, Giuseppe Tomasi di
Lampedusa a Villa Piccolo: la dimora dell’immenso parla una lingua antica, in
Maria Antonietta Ferraloro, Dora Marchese, Fulvia Toscano (a cura di),
Itinerari Siciliani - Topografie dell’anima sulle tracce di Tomasi di
Lampedusa, Roma, Historica edizioni, Samonà, "Il Gattopardo", i
"Racconti", Lampedusa, Firenze, Vitello, I Gattopardi di Donnafugata,
Palermo, Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa: il Gattopardo segreto, 2008.
Luca Alvino, Il paradigma del rosario nel Gattopardo, su Nuovi Argomenti, 2021.
Voci correlateModifica La Sicilia del Gattopardo Il Gattopardo, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Edizioni e traduzioni di Il
Gattopardo, su Open Library, Internet Archive. Il Gattopardo, su Goodreads.
Modifica su Wikidata Riduzione radiofonica de "Il Gattopardo" (dal
programma Ad alta voce di Rai Radio 3) Audiolettura del dialogo tra Don
Fabrizio e Chevalley, su elapsus.it. Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Opera su
Italialibri.net, su italialibri.net. Audiolibro letto da Pietro Biondi Portale
Letteratura Portale Risorgimento Ultima modifica 6 giorni fa di
Marcel Bergeret PAGINE CORRELATE Il Gattopardo (film) film diretto da
Visconti Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrittore italianoIl Gattopardo
(film) film diretto da Visconti Lingua Segui Modifica Il Gattopardo Fotogramma
ballo Il Gattopardo.png Cardinale eLancaster nella celebre scena simbolo del
ballo finale Paese di produzione Italia, Francia Durata187 min 205 min ca.
(versione estesa) Rapporto2,21:1 (stampa 70 mm) 2,35:1 (stampa 35 mm) 2,25:1
(negativo) Generestorico, drammatico Regia Visconti Soggetto Giuseppe Tomasi di
Lampedusa (romanzo) Sceneggiatura Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa
Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa, Luchino Visconti
ProduttoreGoffredo Lombardo Produttore esecutivoPietro Notarianni Casa di
produzioneTitanus, S.N. Pathé Cinéma, S.G.C. Distribuzionein italianoTitanus
Fotografia Giuseppe Rotunno Montaggio Mario Serandrei MusicheNino Rota
ScenografiaMario Garbuglia CostumiPiero Tosi, Reanda, Sartoria Safas Interpreti
e personaggi Burt Lancaster: don Fabrizio Corbera, principe di Salina Delon:
Tancredi Falconeri Claudia Cardinale: Angelica Sedara/Donna Bastiana Paolo
Stoppa: don Calogero Sedara Rina Morelli: principessa Maria Stella di Salina
Lucilla Morlacchi: Concetta Romolo Valli: padre Pirrone Terence Hill: conte
Cavriaghi Pierre Clémenti: Francesco Paolo di Salina Serge Reggiani: don Ciccio
Tumeo Maurizio Merli: Fulco, un amico di Tancredi Giuliano Gemma: generale di
Garibaldi Ida Galli: Carolina Ottavia Piccolo: Caterina Carlo Valenzano: Paolo
Brook Fuller: principe Ivo Garrani: colonnello Pallavicino Anna Maria Bottini:
Mademoiselle Dombreuil, governante Lola Braccini: donna Margherita Marino Masè:
tutore Howard Nelson Rubien: don Diego Tina Lattanzi: cuoca Ernesto Almirante:
generale Marcella Rovena: contadina Rina De Liguoro: principessa di Presicce
Valerio Ruggeri: colonnello Giovanni Melisenda: don Onofrio Rotolo Vittorio
Duse: colonnello Vanni Materassi: sergente Olimpia Cavalli: Mariannina Winni
Riva: cameriera Stelvio Rosi: sergente Leslie French: cavaliere Chevalley Gino
Santercole: uomo di Donnafugata Lou Castel: generale Michela Roc: contadina
Pino Caruso: giovane patriota Tuccio Musumeci: giovane patriota Doppiatori
originali Corrado Gaipa: don Fabrizio Corbera Solvejg D'Assunta: Angelica
Sedara/Donna Bastiana Carlo Sabatini: Tancredi di Falconeri Franco Fabrizi:
conte Cavriaghi Lando Buzzanca: don Ciccio Tumeo Pino Colizzi: Francesco Paolo
di Salina Gianni Bonagura: generale di Garibaldi Isa Bellini: Mademoiselle
Dombreuil, governante Ferruccio De Ceresa: cavaliere Chevalley Il Gattopardo è
un film diretto da Visconti. Il soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e la figura del protagonista del film, il
Gattopardo, si ispira a quella del bisnonno dell'autore del libro, il Principe
Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, che fu un importante astronomo e che nella
finzione letteraria diventa il Principe Fabrizio di Salina, e della sua
famiglia in Sicilia (a Palermo e provincia e precisamente a Ciminna e nel feudo
agrigentino di Donnafugata, ossia Ciminna Palma di Montechiaro e Santa
Margherita di Belice in provincia di Agrigento). Il film ha vinto Palma
d'oro come miglior film al 16º Festival di Cannes. Trama Nel maggio 1860, dopo
lo sbarco a Marsala di GARIBALDI (si veda) in Sicilia, Don Fabrizio CORBERA
assiste con distacco e con malinconia alla fine dell'aristocrazia. La classe
dei nobili capisce che ormai è prossima la fine della loro superiorità. Infatti
gl’amministratori e i latifondisti della nuova classe sociale in ascesa
approfittano della nuova situazione politica. Don Fabrizio di
Salina in una scena del film. Don Fabrizio, appartenente a una famiglia di
antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote prediletto Tancredi che, pur
combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gl’eventi a proprio
vantaggio e cita la famosa frase. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna
che tutto cambi. Specchio della realtà siciliana, questa frase simboleggia la
capacità di adattamento che i siciliani, sottoposti nel corso della storia
all'amministrazione di molti governanti stranieri, hanno dovuto per forza
sviluppare. E anche la risposta di Don Fabrizio è emblematica: E dopo sarà
diverso, ma peggiore. Quando, come tutti gli anni, il principe con tutta la
famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo
sindaco del paese Sedara, un borghese di umili origini, rozzo e poco istruito,
che si è arricchito e ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in
precedenza manifesta qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del
principe, s'innamora di ANGELICA, figlia di Sedara, che infine sposa,
sicuramente attratto dal suo notevole patrimonio. Episodio significativo
è l'arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley
di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a SENATORE del nuovo Regno
d'Italia. Il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo
siciliano, citando come risposta al cavaliere la frase. In Sicilia non importa
far male o bene. Il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è
semplicemente quello di fare. Il connubio tra la nuova borghesia e la
declinante aristocrazia è un cambiamento ormai inconfutabile: Don Fabrizio ne
avrà la conferma durante un grandioso ballo, al termine del quale inizierà a
meditare sul significato dei nuovi eventi e a fare un sofferto bilancio della
sua vita. Produzione Modifica Difficoltà produttive Il produttore
Lombardo, patron della Titanus, acquistò i diritti del romanzo di Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, quando Il Gattopardo sta riscuotendo un grande successo
editoriale. La regia venne affidata inizialmente a Soldati e poi a Giannini,
che però vennero entrambi licenziati da Lombardo per divergenze sulla
realizzazione della pellicola e sostituiti con Visconti. Giannini scrive
addirittura una bozza di sceneggiatura che approfonde le vicende
risorgimentali, allontanandosi però dal romanzo di Tomasi di Lampedusa e
mettendo in secondo piano la STORIA D’AMORE tra Tancredi e Angelica. Per queste
ragioni, Lombardo, con la mediazione di Visconti, incarica Amico, Campanile,
Medioli e Franciosa di scrivere una nuova sceneggiatura, accantonando quella di
Giannini, che rimane molto offeso dal comportamento del produttore e per questo
si ritira per sempre dal mondo del cinema. Al cinema Barberini di Roma,
il film usce in anteprima dopo una lavorazione che aveva richiesto quindici
intensi mesi, iniziata alla fine del dicembre 1961, mentre il primo ciak ebbe
luogo lunedì 14 maggio 1962. Nell'autunno precedente, il regista, insieme allo
scenografo Mario Garbuglia e al figlio adottivo di Giuseppe, Gioacchino Lanza
Tomasi, aveva effettuato un sopralluogo in Sicilia, che non era certo valso a
dissipare le preoccupazioni del produttore Goffredo Lombardo. Lo stesso
Lombardo raccontò in un'intervista che, recatosi sui set per raccomandare a
Visconti di contenere i costi che crescevano sempre di più, ricevette questa
risposta dal regista: "Lombardo, io questo film lo posso fare solo così.
Se lei vuole, mi può sostituire". L'investimento richiesto da questo
colossal italiano si rivelò infatti presto superiore a quanto previsto dalla
Titanus allorché ne aveva acquistato i diritti cinematografici. Dopo un mancato
accordo di co-produzione con la Francia, la scrittura di Burt Lancaster nel
ruolo di protagonista, nonostante le iniziali perplessità di Luchino Visconti
(che avrebbe preferito che a vestire i panni di Don Fabrizio fosse Laurence
Olivier o l'attore sovietico Nikolaj Čerkasov), e forse dello stesso attore,[5]
permise un accordo distributivo per gli Stati Uniti d'America con la 20th
Century Fox. Ciononostante, le perdite subite dal film Sodoma e Gomorra e
da questo film, costato quasi tre miliardi di lire, causarono la sospensione
dell'attività della Titanus come produttrice cinematografica. Riprese Per
quanto, come si è detto, la narrazione oggettiva degli eventi sia oscurata e
marginalizzata nel film dallo sguardo soggettivo del protagonista-regista, un
grande impegno fu posto nella ricostruzione degli scontri tra garibaldini ed
esercito borbonico. A Palermo nei vari set prescelti (piazza San Giovanni
Decollato, piazza della Vittoria allo Spasimo, piazza Sant'Euno, piazza della
Marina) "l'asfalto fu ricoperto di terra battuta, le saracinesche
sostituite da persiane e tende, pali e fili della luce eliminati".Tutto
questo per iniziativa di Visconti, poiché il produttore Lombardo si era
raccomandato che non vi fossero scene di combattimento. Villa
Boscogrande Si rese inoltre necessario il restauro, avvenuto in 24 giorni,
della villa Boscogrande, nei pressi della città, che sostituì, per le scene
iniziali del film, il palazzo dei Salina, le cui condizioni ne sconsigliavano
l'utilizzo. Anche per le scene girate nella residenza estiva dei Salina,
Castello di Donnafugata, che nel romanzo sostituiva Palma di Montechiaro, si
scelse un sito alternativo, Ciminna. "Visconti s'infatuò per la Chiesa
Madre e il paesaggio circostante. L'edificio a tre navate presentava uno
splendido pavimento in maiolica. L'abside decorata con stucchi rappresentanti
apostoli e angeli di Scipione Li Volsi era inoltre provvista di scranni lignei
del 1619 intagliati con motivi grotteschi, particolarmente adatti ad accogliere
i principi nella scena del Te Deum. Il soffitto originale della chiesa, in
parte danneggiato durante le riprese è stato poi rimosso e oggi non è più in
sito. Inoltre la situazione topografica della piazzetta di Ciminna
sembrava ottimale, mancava solo il palazzo del principe. Ma in 45 giorni la
facciata disegnata da Marvuglia fu innalzata davanti agli edifici a fianco
della chiesa. L'intera pavimentazione della piazza fu rifatta eliminando
l'asfalto e rimpiazzandolo con ciottoli e lastre". Gran parte delle
riprese ambientate all'interno della residenza furono girate a Palazzo Chigidi
Ariccia. Infine, varie scene sono state girate internamente ad alcune sale del
palazzo Manganelli a Catania. Gli interni di Palazzo
Valguarnera-Gangi Il balloModifica Ottimo era invece lo stato di manutenzione
di palazzo Valguarnera-Gangi, a Palermo, in cui fu ambientato il ballo finale,
la cui coreografia venne affidata ad Alberto Testa. In questo caso, il problema
da affrontare era l'arredamento degli ampi spazi interni. Contribuirono
generosamente all'opera gli Hercolani e lo stesso Gioacchino Lanza Tomasi con
mobili, arazzi, suppellettili. Alcuni quadri (la stessa Morte del giusto) e
altre opere artigianali furono commissionate dalla produzione. Il risultato
finale valse uno scontato Nastro d'argento alla migliore scenografia. Un
altro Nastro d'argento andò alla fotografia a colori di Rotunno (che lo aveva
vinto anche l'anno precedente con Cronaca familiare). Degna di note, in
particolare, l'illuminazione dei locali cui, per volontà del regista che voleva
ridurre al minimo l'uso delle luci elettriche, contribuivano migliaia di
candele, che costituirono un ulteriore problema logistico, poiché dovevano
essere riaccese all'inizio di ogni sessione di riprese e frequentemente
sostituite; inoltre non di rado la cera fusa colava addosso alle persone
presenti in scena. La preparazione del set, la necessità di vestire centinaia
di comparse richiesero per queste scene turni estenuanti. La scena del ballo
(oltre 44 minuti) a Palazzo Gangi-Valguarnera è diventata famosa per la sua
durata e opulenza. Distribuzione Modifica Ulteriori informazioni Questa
voce o sezione ha problemi di struttura e di organizzazione delle informazioni.
Accoglienza Il film registra un ottimo successo al botteghino in Italia,
risultando campione d'incassi assoluto nella stagione con un ricavato di
2.323.000.000 di lire dell'epoca; detiene a oggi il nono posto nella classifica
dei film italiani più visti di sempre con 12 850 375 spettatori paganti. Tuttavia
il mancato successo negli Stati Uniti non permise alla pellicola di rientrare
nelle ingenti spese di produzione, decretando il fallimento finanziario della
Titanus. Al momento della sua uscita nelle sale, la maggior parte della
critica americana stroncò il film, complice soprattutto uno sciagurato
montaggio che venne realizzato senza il consenso del regista, con un taglio di
quasi mezz'ora di pellicola dall'edizione definitiva. Lo stesso Lancaster
s'impegnò, con scarso esito, nel montaggio della versione americana,
illudendosi di poter salvare quello che considerava, a ragione, un capolavoro. Il
film è osteggiato anche dal Partito Comunista Italiano (al quale era legato
Visconti) che non vede di buon occhio il romanzo di Lampedusa, ritenuto
espressione di un'ideologia reazionaria e politicamente conservatore. Per
questo motivo il regista monta una versione alternativa per la critica
cinematografica della sinistra di area comunista, che include alcune scene del
tutto estranee al romanzo originale ma molto conformi alla sua salda fede
marxista, come conflitti di classe e fermenti di rivolta contadina, poi
tagliate nella versione definitiva presentata al Festival di Cannes. Questo non
basta a risparmiare le critiche di alcuni intellettuali di sinistra che
bollarono il film di anti-storicismo. Con il passare degli anni, il film è
stato rivalutato in maniera positiva dalla critica di tutto il mondo. Sul sito
aggregatore Rotten Tomatoes registra il 98% delle recensioni professionali
positive, con un consenso che recita, "sontuoso e malinconico, Il
gattopardopresenta battaglie epiche, ricchi costumi e un valzer da ballo che si
candida per la più bella sequenza trasposta in cinema". Su Metacritic ha
invece un punteggio di 100 basato su 12 recensioni. Scorsese lo ha inserito
nella lista dei suoi dodici film preferiti di tutti i tempi. Il film è stato
inoltre selezionato tra i 100 film italiani da salvare. Riconoscimenti Festival
di Cannes 1963 Palma d'oro a Visconti David di Donatello 1963 Miglior
produttore a Goffredo Lombardo Premio Feltrinelli 1963 Premio per le arti -
Regia cinematografica National Board of Review Awards Migliori film stranieri
Golden Globe Candidato per il Miglior attore debuttante ad Alain Delon Premi
Oscar Candidato per i Migliori costumi a Piero Tosi Nastri d'argento 1964
Migliore fotografia a coloria Giuseppe Rotunno Migliore scenografia a Mario
Garbuglia Migliori costumi a Piero Tosi Candidato Regista del miglior film a
Luchino Visconti Candidato Migliore sceneggiatura a Suso Cecchi D'Amico,
Luchino Visconti, Massimo Franciosa, Pasquale Festa Campanile ed Enrico Medioli
Candidato per la Migliore attrice non protagonistaa Rina Morelli Candidato per
il Migliore attore non protagonistaa Romolo Valli CommentoModifica Il
Gattopardo rappresenta nel percorso artistico di Luchino Visconti un cruciale
momento di svolta in cui l'impegno nel dibattito politico-sociale del militante
comunista si attenua in un ripiegamento nostalgico dell'aristocratico milanese,
in una ricerca del mondo perduto, che caratterizzerà i successivi film di
ambientazione storica. Palazzo Filangeri di Cutò, a Santa
Margherita di Belìce dimora estiva di Giuseppe Tomasi di Lampedusa descritta,
col suo giardino, nel romanzo. Il regista stesso, a proposito del film, indicò
come propria aspirazione il raggiungimento di una sintesi tra il Mastro-don
Gesualdo di Giovanni Verga e la Recherche di Marcel Proust. Sotto il profilo
della critica, è stato notato che «Visconti traduce le pagine di Lampedusa in
termini puramente cinematografici, sia a livello drammaturgico (larghe ellissi,
sintesi, analogie temporali e tre flashback dedicati al principe), sia come regia:
l’uso del tempo antinaturalistico, la pausa, il silenzio, la reiterazione,
l’alternarsi di totali e scene più raccolte, di protagonisti e comprimari, la
funzione narrativa del paesaggio, la disposizione dei corpi e degli oggetti, la
scenografia. La rivoluzione mancata Il principe di Salina Fabrizio
Corbera interpretato da Burt Lancaster. La pubblicazione del romanzo di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva aperto all'interno della sinistra italiana
un dibattito sul Risorgimento come rivoluzione senza rivoluzione, a partire
dalla definizione utilizzata da GRAMSCI (si veda) nei suoi Quaderni del
carcere. A chi accusa il romanzo di aver vituperato il Risorgimento si oppone
un gruppo d’intellettuali che ne apprezza la lucidità nell'analizzarne la
natura di contratto, all'insegna dell'immobilismo, tra vecchia aristocrazia ed
emergente classe borghese. Visconti, che affronta la questione risorgimentale
in Senso e che era stato profondamente colpito dalla lettura del romanzo, non
esita ad accettare la possibilità di intervenire nel dibattito offertagli da
Lombardo, che si era assicurato, per la Titanus, i diritti cinematografici del romanzo.
Nel film, la narrazione di questi eventi è affidata allo sguardo soggettivo di
CORBERA, Principe di Salina, sulla cui persona vengono raccordati "come in
un inedito allineamento planetario, i tre sguardi sul mondo in trapasso: del
personaggio, dell'opera letteraria, del testo filmico che la visualizza. Lo
sguardo di Visconti viene a coincidere con quello di Lancaster, per il quale
questa esperienza di doppio del regista varrà una profonda trasformazione
interiore, anche sul piano personale. È qui che si può cogliere la cesura
rispetto alla precedente produzione del regista: gli inizi di un periodo in cui
nella sua opera nessuna forza positiva della storia...si profila come
alternativa all'epos della decadenza cantato con struggente nostalgia. È
determinante nell'esprimere questo passaggio, il ballo finale, cui Visconti
assegna, rispetto al romanzo, un ruolo più importante sia per la durata -- da
solo occupa circa un terzo del film -- sia per la collocazione (ponendolo come
evento conclusivo, mentre il romanzo si spingeva ben oltre, sino a comprendere
la morte del principe e gli ultimi anni di Concetta dopo la svolta del secolo.
In queste scene tutto parla di morte. La morte fisica, in particolare nel lungo
e assorto indugiare del principe dinanzi al dipinto La morte del giusto di
Greuze. Ma soprattutto la morte di una classe sociale, di un mondo di LEONI E
GATTOPARDI, sostituiti da SCIACALLI EDIENE. I sontuosi ambienti, vestigia di un
glorioso passato, in cui ha luogo il ricevimento, assistono impotenti
all'irruzione e alla conquista di una folla di personaggi mediocri, avidi,
meschini. Così il vanesio e millantatore colonnello Pallavicini (Ivo Garrani).
Così lo scaltro don Calogero Sedara (Stoppa), rappresentante di una nuova
borghesia affaristica, abile nello sfruttare a proprio vantaggio l'incertezza
dei tempi, e con cui la famiglia del principe si è dovuta imparentare per
portare una nuova linfa economica nelle sue esauste casse. Ma è
soprattutto nel nuovo cinismo e nella spregiudicatezza dell'adorato nipote
Tancredi, che dopo aver combattuto coi garibaldini non esita, dopo Aspromonte,
a schierarsi coi nuovi vincitori e ad approvare la fucilazione dei disertori,
che il principe assiste alla fine degli ideali morali ed estetici del suo
mondo. Awards, su festival-cannes.fr. Il Gattopardo di Giannini che non vide
mai la luce, in la Repubblica, Il cinema coraggioso dell'ultimo Gattopardo, su
osservatoreromano. Boschi, La valigia dei sogni, LA7, Caterina D'Amico, La
bottega de "Il Gattopardo", Marsilio.Edizioni di Bianco e Nero,
Ancora a distanza di anni, Lombardo attribuisce la crisi al costo eccessivo di
due film i quali, nonostante il successo di pubblico, non sono riusciti a
coprire il costo di produzione: Sodoma e Gomorra di Aldrich e Il Gattopardo di Visconti".
Callisto Cosulich, L'"operazione Titanus", in "Storia del cinema
italiano", Marsilio, Edizioni di Bianco e Nero, Caterina D'Amico, op.cit.
^ All'epoca il premio veniva aggiudicato separatamente per la fotografia a colori
e quella in bianco/nero ^ "...i costumi approntati (oltre agli otto per
gli attori principali) furono 393: gli abiti femminili erano tutti diversi tra
di loro e per almeno cento di questi si prevedevano cappotti e sorties
varie". Ibid. ^ "La vestizione iniziava alle due del pomeriggio, alle
otto di sera cominciavano le riprese, che duravano fino alle quattro del
mattino, talora alle sei". Ibid ^ Stagione 1962-63: i 100 film di maggior
incasso, su hitparadeitalia.it. I 50 film più visti al cinema in Italia dal
1950 ad oggi, su movieplayer.it Quando gli Usa bocciarono 'Il Gattopardo' di
Visconti, in la Repubblica, Tony Thomas, Burt Lancaster, Milano Libri E il Pci
cercò di levare gli artigli al «Gattopardo», in il Giornale, Torna in sala «Il
Gattopardo» con i 12 minuti mai visti tra rivolte e conflitti di classe, in
Corriere della Sera, Visconti e il Pci quel tira e molla sul Gattopardo, in La
Stampa, Il Gattopardo, su Rotten Tomatoes, Fandango Media,Il Gattopardo, su
Metacritic, Red Ventures. Scorsese’s 12 favorite films, su miramax. Rete degli
Spettatori ^ Luchino Visconti, Il Gattopardo, Bologna 1963, p.29 ^ Piero Spila,
Quell'Ossessione che piacque anche a Togliatti, in "Bianco e
nero" Antonello Trombadori (a cura
di), Dialogo con Visconti, Cappelli, Bologna, Giusti, La transizione di
Visconti, Marsilio, Edizioni di Bianco e Nero, Gosetti, Il Gattopardo, Milano,
Luciano De Giusti, op.cit. ^ Così nel film, il principe di Salina a Chevalley
Bencivenni, Luchino Visconti, Ed. L'Unità/Il Castoro, Milano, Antonio La Torre
Giordano, Luci sulla città - Palermo nel cinema dalle origini ASCinema -
Archivio Siciliano del Cinema, prologo di Goffredo Fofi, prefazione di Nino
Genovese, Caltanissetta, Edizioni Lussografica,
Suso Cecchi D'Amico, Renzo Renzi, Il Gattopardo di Visconti, collana Dal
soggetto al film, Cappelli editore, Bologna (Alberto Anile, Maria Gabriella
Giannice, Operazione Gattopardo: come Visconti trasformò un romanzo di
"destra" in un successo di "sinistra", Le Mani editore,
Genova. Il Gattopardo, su CineDataBase, Rivista del cinematografo. Modifica su
Wikidata Il Gattopardo, su MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata Il
Gattopardo, su ANICA, Archivio del cinema italiano Il Gattopardo, su Internet
Movie Database, IMDb.com. Il Gattopardo, su AllMovie, All Media Network Il
Gattopardo, su Rotten Tomatoes, Flixster Inc. Il Gattopardo, su FilmAffinity.
Il Gattopardo, su Metacritic, Red Ventures. Il Gattopardo, su TV.com, Red
Ventures Il Gattopardo, su AFI Catalog of Feature Films, American Film
Institute. Portale Cinema Portale Risorgimento Tancredi Falconeri
Il Gattopardo romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa Principe
Fabrizio SalinaGiuseppe Tomasi di Lampedusa scrittore italiano Lingua Segui
Giuseppe Tomasi di Lampedusa Tomasi di Lampedusa.jpg Giuseppe Tomasi di
Lampedusa in una fotografia d'epoca Principe di Lampedusa Stemma In carica Altri
titoli Duca di Palma Barone della Torretta Barone di Montechiaro Grande di
Spagna Nascita Palermo, Morte Roma SepolturaCimitero dei Cappuccini, Palermo
DinastiaTomasi di Lampedusa Padre Giulio Maria Tomasi Madre Beatrice
Mastrogiovanni Tasca di Cutò Consorte Alexandra, baronessa von Wolff-Stomersee
Religione Cattolicesimo. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che
tutto cambi. -- Tancredi Falconeri, nipote materno di Don Fabrizio CORBERA,
Principe di Salina, Duca di Querceta, Marchese di Donnafugata, ne "Il
Gattopardo") Premio Strega Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo –
Roma) è stato un nobile e scrittore italiano. Letterato di complessa
personalità e autore del noto romanzo Il Gattopardo, è un personaggio taciturno
e solitario e trascorse gran parte del suo tempo nella lettura. Ricordando la
propria infanzia scrisse: ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva
di più stare con le cose che con le persone. BiografiaModifica
InfanziaModifica Don Giuseppe Tomasi, 11º principe di Lampedusa, 12º duca di
Palma, barone di Montechiaro, barone della Torretta, Grande di Spagna di prima
Classe (titoli acquisiti alla morte del padre), nacque a Palermo, figlio di
Giulio Maria Tomasi e di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò. Rimase figlio
unico dopo la morte della sorella maggiore Stefania, avvenuta a causa di una
difterite. Fu molto legato alla madre, donna dalla forte personalità, che ebbe
grande influenza sul futuro scrittore. Non lo stesso avvenne col padre,
un uomo dal carattere freddo e distaccato. Da bambino studiò nella sua grande
casa a Palermo con l'ausilio di una maestra privata, della madre (che gli
insegnò il francese) e della nonna, che gli leggeva i romanzi di Emilio
Salgari. Nel piccolo teatro della residenza di Santa Margherita Belice,
ereditata dai Cutò e molto amata da sua madre, dove passava lunghi periodi di
vacanza, talora anche in inverno, assistette per la prima volta a una
rappresentazione dell'Amleto, recitato da una compagnia di girovaghi. Il
casato dei Tomasi di Lampedusa è una diramazione della famiglia Tomasi da cui
discendono anche i Leopardi di Recanati e che la tradizione indica di origini
bizantine. Caratterizzata da grande fervore religioso, non condiviso dallo
scrittore, la famiglia vanta nell'albero genealogico un santo, san Giuseppe
Maria Tomasi, e una venerabile, Isabella Tomasi. In epoca recente lo zio Pietro
Tomasi della Torretta fu Ministro degli esteri e presidente del Senato.
Sotto le armi a Caporetto, Tomasi di Lampedusa FREQUENTA IL LICEO CLASSICO A
ROMA e in seguito a Palermo. Sempre a Roma, s'iscrisse alla facoltà di
Giurisprudenza. Viene chiamato alle armi, partecipa alla guerra come ufficiale
d'artiglieria e nella disfatta di Caporetto è catturato dagl’austriaci, che lo
imprigionarono in Ungheria. Riuscito a fuggire, torna a piedi in Italia.
Dopo le sue dimissioni dal Regio Esercito con il grado di tenente, ritorna
nella sua casa in Sicilia, alternando al riposo qualche viaggio, sempre in
compagnia della madre, che non lo abbandona mai, e svolgendo studi sulle
letterature straniere. Insieme al cugino Piccolo, si reca a Genova, dove si
trattenne collaborando alla rivista letteraria Le opere e i giorni. Il
matrimonio con Licy von Wolff-Stomersee, A Riga sposa in una chiesa ortodossa
la studiosa di psicanalisi Alexandra, baronessa von Wolff-Stomersee, detta
Licy, figlia del barone tedesco del Baltico Boris von Wolff-Stomersee e della
cantante italiana Alice Barbi, la quale aveva sposato in seconde nozze il
diplomatico Tomasi, marchese della Torretta, zio di Giuseppe. Andano a vivere
con la madre di lui a Palermo. Ben presto l'incompatibilità di carattere tra le
due donne fa tornare Licy in Lettonia. Muore Giulio Tomasi, e così Giuseppe
eredita il titolo. Venne richiamato alle armi, ma, essendo a capo dell'azienda
agricola ereditata, è presto congedato. Si rifugia così con la madre a
Villa Piccolo (Capo d'Orlando), dove poi li raggiunse Licy, per sfuggire ai
pericoli della guerra. È nominato presidente provinciale della Croce Rossa
Italiana di Palermo e poi presidente regionale. La madre, che è da poco
tornata a Palermo, muore. Inizia a frequentare un gruppo d’intellettuali, dei
quali fanno parte Orlando e Mazzarino. Con quest'ultimo instaura un buon
rapporto affettivo, tanto da adottarlo. Da quel momento in poi Mazzarino è
ribattezzato Tomasi. L'incontro con Montale e Bellonci Statua a grandezza naturale
dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa situata in piazza Matteotti a
Santa Margherita Belice Tomasi di Lampedusa è spesso ospite presso il cugino
Piccolo, col quale si reca a San Pellegrino Terme per assistere a un convegno
letterario, cui il parente poeta è stato invitato per ritirare il primo premio
di un concorso letterario. Lì conobbe Montale e Bellonci. Si dice che è al
ritorno da quel viaggio che inizia a scrivere Il Gattopardo. All'inizio
il manoscritto del Gattopardo non è preso in considerazione dalle case editrici
Mondadori e Einaudi, alle quali è inviato in lettura, e i rifiuti riempirono
Tomasi di Lampedusa di amarezza. Il manoscritto è giudicato negativamente da
Vittorini, influente lettore per Mondadori e curatore della celebre collana
"I gettoni" per l'editore Einaudi, che non s'accorse di aver letto un
capolavoro della letteratura italiana e mondiale. Vittorini successivamente
rifiuta la pubblicazione de Il dottor Živago di Pasternak e Il tamburo di latta
di Grass. La morte e il successo postumo Francobollo per il
cinquantenario della morte. Gl’è diagnosticato un tumore ai polmoni. Muore, non
prima di aver adottato come erede l'allievo e lontano cugino Gioacchino Lanza
di Assaro. Il romanzo è pubblicato POSTUMO quando Elena Croce lo invia a Bassani,
che lo fa pubblicare presso la casa editrice Feltrinelli. Il romanzo vince il
Premio Strega. Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa muore lontano
da casa come il suo antenato protagonista de Il Gattopardo, a Roma, nella casa
della cognata in via San Martino della Battaglia n. 2, dove è andato per
sottoporsi a particolari cure mediche che si rivelarono inefficaci. La salma è
tumulata nella tomba di famiglia al Cimitero dei Cappuccini di
Palermo. Non avendo eredi, i titoli nobiliari (duca di Palma, principe di
Lampedusa, barone di Montechiaro, barone della Torretta e Grande di Spagna di
prima Classe) andano allo zio paterno Pietro Tomasi della Torretta, che muore
senza lasciare discendenti diretti, ma solo collaterali. Gli succedette il
cugino Garofalo, figlio di Maria Antonia Tomasi di Lampedusa, suo congiunto
maschio più prossimo, che eredita con due cugine figlie di Chiara anche parte
dei beni. Ascendenza Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni Giulio, VIII Pr.
di Lampedusa Giuseppe Tomasi, III, VII Pr. di Lampedusa Carolina Wochinger e
Greco Giuseppe, IX Pr. di Lampedusa Maria Stella Guccia e Vetrano Giovan
Battista Guccia e Bonomolo VetranoGiulio, X Pr. Lampedusa Salvatore Papè e
Gravina Pietro Papè e BolognaIppolita Gravina MassaStefania Papè e Vanni
Vittoria Vanni e FilangieriFrancesco Vanni e InvegesRosalia Filangieri
Giuseppe, XI Pr. di Lampedusa Lucio Mastrogiovanni Tasca e Nicolosi Paolo
Mastrogiovanni TascaRosa NicolosiLucio Mastrogiovanni Tasca e Lanza Beatrice
Lanza Branciforte Giuseppe Lanza Branciforte StefaniaBrancifortee Branciforte Beatrice
Mastrogiovanni Tasca e Filangieri Alessandro IV Filangieri e Pignatelli Niccolò
Filangieri Margherita Pignatelli Aragona Cortes Giovanna Nicoletta Filangieri e
Merlo Teresa Merlo Clerici Francesco MerloGiovanna ClericiFilm biografici Giuseppe
Tomasi in età giovanile La macchina per scrivere di Tomasi (Museo del
Risorgimento, Santa Margherita Belice) La tomba nel Cimitero dei
Cappuccini (Palermo) La storia dell'ultimo periodo della sua vita e della
stesura de Il Gattopardo è raccontata nel film del di Andò, Il manoscritto del
Principe. Gregoretti gira il documentario La Sicilia del Gattopardo in cui
ricostruisce la vita e i luoghi di ispirazione del romanzo. In occasione della
quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma è stato proiettato il
Docufilm Die Geburt des Leoparden (La nascita del Gattopardo), regia di
Falorni. Un viaggio alla scoperta della vita dell'ultimo principe di Lampedusa
raccontato dalle voci e dalle testimonianze delle persone care[6].
DedicheModifica Nel 2011 Alitalia gli ha dedicato uno dei suoi Airbus. Gli è
stato dedicato un asteroide, il Lampedusa. A Santa Margherita di Belice è stato
allestito presso il Palazzo del Gattopardo, ex proprietà dei Lampedusa il Museo
del Gattopardo. Nasce a Santa Margherita di Belice il parco letterario Giuseppe
Tomasi di Lampedusa che dà il via al Premio letterario internazionale Giuseppe
Tomasi di Lampedusa. Viene fondata nel comune di Palma di Montechiaro
l'istituzione comunale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con direttore scientifico
Gioacchino Lanza Tomasi. OpereModifica Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, I
ed. novembre 1958; nuova edizione riveduta sul manoscritto a cura di Gioacchino
Lanza Tomasi, Milano, Feltrinelli. Racconti, Prefazione di Giorgio Bassani,
Collana Biblioteca di Letteratura: I Contemporanei n. 26, Milano, Feltrinelli;
edizione riveduta a cura di Nicoletta Polo, prefazione di Gioacchino Lanza
Tomasi, Milano, Feltrinelli; Nuova ed. rivista e accresciuta, Collezione Le
Comete, Feltrinelli; Collana UE, Feltrinelli Lezioni su Stendhal, Palermo,
Sellerio. Invito alle Lettere francesi del Cinquecento, Collana I Fatti e le
Idee, Milano, Feltrinelli, Il mito, la gloria, a cura di Marcello Staglieno,
Roma, Shakespeare et Company, Letteratura inglese, Dalle origini al Settecento;
II: L'Ottocento e il Novecento, a cura di Nicoletta Polo, postfazione di
Gioacchino Lanza Tomasi, Milano, Mondadori. Opere, introduzione e premessa di
Gioacchino Lanza Tomasi, a cura di Nicoletta Polo, Collana I Meridiani, Milano,
Mondadori; Nuova edizione aumentata, Collana I Meridiani, Mondadori, Licy e il
Gattopardo. Lettere d'amore, a cura di Sabino Caronia, Roma, Edizioni
associate, Viaggio in Europa. Epistolario, a cura di Gioacchino Lanza Tomasi e
Salvatore Silvano Nigro, Milano, Mondadori, La sirena, Milano, Feltrinelli [con
cd audio contenente una registrazione a voce dell'autore]. Ah! Mussolini!,
Postfazione di Gioachino Lanza Tomasi, Milano, De Piante I racconti, 5ª ediz.,
Milano Gilmour, L'Ultimo gattopardo ^ Indro Montanelli, La stanza di
Montanelli. Elio Vittorini fascista? Lo eravamo tutti, Corriere della Sera,
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su premiostrega. Morire, come ogni altra cosa, è
un'arte». Due scomparse indecenti e una morte ambiziosa, su elapsus. Tomasi di
Lampedusa e il Gattopardo, genesi di un capolavoro in DVD, sul sito Luce
Cinecittà, Museo del GATTOPARDO LEOPARDO LEOPARDI, su comune. Santa margherita di
belice. ag.i Anile - Maria Gabriella Giannice, Operazione Gattopardo, Genova,
Le Mani, Manuela Bertone, Tomasi di Lampedusa, Palumbo, Palermo, Bertolucci, Il
Principe dimenticato, Sarzana, Carpena, Salvatore Calleri, La zampata del
Gattopardo. I luoghi dell'anima: solitudine e ricerca interiore in Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, a cura dell'Istituto di Pubblicismo, Scialpi, Roma
(Calleri) Ciccia, Tomasi di Lampedusa in Profili di letterati siciliani dei
secoli XVIII-XX, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, Arnaldo Di
Benedetto, Tomasi di Lampedusa e la letteratura e La «sublime normalità dei
cieli»: considerazioni sulla parte prima del «Gattopardo», in Poesia e critica
del Novecento, Liguori, Napoli, Benedetto, Elementi di onomastica lampedusiana,
in O&L. I nomi da Dante ai contemporanei, a cura di B. Porcelli e B.
Bremer, Baroni, Viareggio, Benedetto, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «La
Sirena», in L'«incipit» e la tradizione letteraria italiana, vol. IV (Il
Novecento), a cura di P. Guaragnella e S. De Toma, Pensa MultiMedia, Lecce.
Margareta Dumitrescu, Sulla parte del Gattopardo. La fortuna di Lampedusa in
Romania, Giuseppe Maimone Editore, Catania. Franco La Magna, Lo schermo trema.
Letteratura siciliana e cinema, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria,
Gioacchino Lanza Tomasi, Introduzione a "Opere" di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa, Mondadori Editore, Milano, coll. I Meridiani. Salvatore Silvano
Nigro, Il Principe fulvo, Palermo, Sellerio editore, Orlando, Ricordo di
Lampedusa seguito da Da distanze diverse, Torino, Bollati Boringhieri, Basilio
Reale, Sirene siciliane. L'anima esiliata in «Lighea» di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa, Moretti et Vitali,. Giuseppe Paolo Samonà, Il Gattopardo. I
racconti. Lampedusa, Firenze, La Nuova Italia, Salvatore Savoia, Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, Ed. Flaccovio, Palermo, Trebesch, Giuseppe Tomasi di
Lampedusa. Leben und Werk des letzten Gattopardo, NORA, Berlin, 2012. Nunzio
Zago, Tomasi di Lampedusa, Bonanno, Acireale-Roma, Price, Lampedusa, a novel,
New York, Farrar, Straus and Giroux, Ferraloro, Giuseppe Tomasi di Lampedusa -
Il Gattopardo raccontato a mia figlia, La nuova frontiera junior, Roma, Il
Gattopardo Tomasi di Lampedusa (famiglia) Tomasi di Lampedusa, Giuseppe, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Arnaldo
Bocelli, TOMASI, Giuseppe, duca di Palma, principe di Lampedusa, in
Enciclopedia Italiana, III Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su Open Library,
Internet Archive. Modifica su Bibliografia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su
Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff. Giuseppe Tomasi di
Lampedusa, su Goodreads. Bibliografia italiana di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, su Internet Movie Database, IMDb Parco letterario Tomasi
di Lampedusa, su parcotomasi.it. Portale Biografie Portale
Letteratura Tomasi musicologo italiano Il GATTOPARDO – IL LEOPARDO e I
LEOPARDI romanzo scritto da Tomasi di Lampedusa Tomasi di Lampedusa
(famiglia) famiglia aristocratica italianaTomasi di Lampedusa (famiglia)
famiglia aristocratica italiana Lingua Segui Modifica Tomasi di Lampedusa Coat
of arms of the Family of Tomasi.svg spes mea in deo est D'azzurro al leopardo
d'oro, illeonito, sostenuto da un monte di tre cime di verde cucito. Stato Bandiera
del Regno di Sicilia 4.svg Regno di Sicilia Flag of the Kingdom of the Two
Sicilies svg Regno delle Due Sicilie Flag of Italy crowned.svg Regno d'Italia
Italia Italia Casata di derivazioneTomasi TitoliCroix pattée.svg Principe di
Lampedusa Croix pattée.svg Duca di Palma Croix pattée.svg Barone di Montechiaro
Croix pattée.svg Barone di Falconeri Croix pattée.svg Barone della Torretta
Croix pattée.svg Grande di Spagna FondatoreMario Tomasi Data di fondazioneXVI
secolo Etniaitaliana I Tomasi di Lampedusa sono una famiglia storica siciliana,
diramatasi dai Tomasi, che deve la propria notorietà in particolare al suo
esponente Giuseppe Tomasi di Lampedusa e al successo editoriale da questi
ottenuto, postumo, con la pubblicazione del romanzo IL GATTOPARDO (LEOPARDO E
LEOPARDI). Stemma dei Tomasi di Lampedusa StoriaModifica Origini: studi e
leggende Il castello di Palma di Montechiaro Le prime notizie storiche
sui Tomasi risalgono al VII secolo, mentre, per quanto concerne i secoli
precedenti, sono state prospettate ipotesi diverse. Secondo la tradizione è
originaria di Bisanzio. Alcuni studiosi (Sansovino, Villabianca, Palizzolo
Gravina) sostengono che LA FAMIGLIA DE’LEOPARDI DA ROMA SI TRASFERE A
COSTANTINOPOLI AL SEGUITO DELL’IMPERATORE COSTANTINO. Filadelfo Mugnos afferma
che la famiglia discende da Leopardo, figlio di CRISPO, PRIMOGENITO dell'imperatore
Costantino. Archibald Colquhoun ritiene che il capostipite dei Tomasi è Thomaso
il Leopardo, figlio dell'imperatore TITO (si veda) e della regina Berenice. Vitello,
autore che ha approfondito gli studi sulla famiglia, fa discendere i Tomasi da
Irene, figlia dell'imperatore bizantino TIBERIO (si veda), che sposa Thomaso
detto il Leopardo, principe dell'Impero e comandante della guardia imperiale. Come
segnala Buonassisi, è condivisa l'opinione che individua in due fratelli
gemelli, Artemio e Giustino, gli artefici del ritorno in Italia dei
Leopardi-Tomasi. La discendenza dai due gemelli, approdati ad Ancona e
provenienti da Bisanzio, è stata confermata da Vitello, studioso della
genealogia della famiglia Tomasi di Lampedusa, e ribadita da quanti, dopo la
pubblicazione degli scritti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si sono
interessati alla sua ascendenza. TEMENDO PER LA LORA VITA a causa delle lotte
al vertice dell'Impero, LASCIANO COSTANTINOPOLI dopo la morte dell'imperatore
Eracleo, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche discenderebbero
i Leopardi nei rami di Recanati, come pure sostene Monaldo padre di Giacomo LEOPARDI
(si veda), e di Amatrice, da cui discende la schiatta, tuttora esistente anche
in linea femminile [ de Sanctis di Castelbasso e Rosati di Monteprandone de
Filippis Delfico] di Pier Silvestro Leopardi. Titoli nobiliari In Sicilia
non vige la legge salica ed i titoli nobiliari si trasmettevano anche in linea
femminile. In forza delle norme dettate nel Liber Augustalis (III, 27 “de la
successione de li nobili in li feudi") e nei capitula "de successione
feudalium", "de alienatione feudorum","de successione
feudorum" e della prammatica i titoli venivano trasmessi al collaterale
maschio vivente più prossimo e più anziano e, in mancanza di maschi, alla
femmina più prossima privilegiando le nubili. Il primo titolo nobiliare dei
Tomasi di Sicilia, la baronia di Montechiaro, fu acquisito per via materna
come, in epoche successive, anche le baronie di Franconeri e della
Torretta. LetteraturaModifica Il casato dei Tomasi di Lampedusa, ramo
staccatosi dai Tomasi di Capua, trasferitosi da Siena nel Regno di Napoli al
seguito di Alfonso V d'Aragona è stato immortalato nel romanzo Il Gattopardo
scritto dal principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il successo dell'opera
ha determinato il diffondersi di due neologismi: il sostantivo
"gattopardismo" e l'aggettivo "gattopardesco.” Stemma L'arma dei
Tomasi (Palazzo ducale, Palma di Montechiaro) BlasonaturaModifica D'azzurro al
leopardo d'oro, illeonito, sostenuto da un monte di tre cime di verde
cucito.[12] MottoModifica spes mea in deo est GenealogiaModifica
Baroni di Montechiaro e duchi di PalmaModifica Il capostipite dei Tomasi
siciliani, Mario, capitano d'armi, si trasferì dalla Campania in Sicilia, a
Licata[13], dove sposò Francesca Caro baronessa di Montechiaro. Mario Tomasi e
Francesca Caro ebbero due gemelli, Ferdinando e Mario, governatore del Castello
di Licata e capitano dell'Inquisizione. Ferdinando (1597-1615), barone di
Montechiaro[14], appena sedicenne sposò Isabella La Restia; i coniugi ebbero
due gemelli, Carlo e Giulio, rimasti orfani del padre a nove mesi; quando i
gemelli avevano diciassette anni morì anche la madre e lo zio Mario li chiamò
presso di sé a Licata dove restarono circa sei anni. Carlo venne nominato
duca di Palma (il duca è l'artefice della fondazione del paese oggi denominato
Palma di Montechiaro) ma cede baronia e ducato al fratello e prese gli ordini
diventando uno dei chierici regolari teatini studioso di teologia. Scrisse
numerose opere in latino e italiano, cinquantuno delle quali pubblicate. Dopo
la sua morte, essendogli stati attribuiti diversi miracoli, venne avviato un
processo di beatificazione e fu proclamato Servo di Dio. La famiglia annovera
anche tre cardinali nel periodo bizantino (Fabio, durante il papato di Gregorio
III, Vibiano durante quello di Alessandro II e Pietro durante il Patriarcato di
Gerusalemme di Sergio III). Duca SantoModifica La venerabile Maria
Crocifissa (Isabella Tomasi), Giulio I, duca di Palma e barone di Montechiaro
venne nominato principe di Lampedusa, sposò Rosalia Traina, baronessa di
Falconeri, dalla quale ebbe otto figli: Francesca, suor Maria Serafica,
badessa del monastero di Palma; Isabella, suor Maria Crocifissa, beata (nel
romanzo è ricordata come "Beata Corbera"); Ferdinando, che morì a tre
mesi; Antonia, suor Maria Maddalena; Giuseppe I, cioè San Giuseppe Maria
Tomasi; Rosaria; Ferdinando; Alipia, suor Maria Lanceata. I coniugi impartirono
ai figli una rigida educazione religiosa; tutti, fatta eccezione per
Ferdinando, si indirizzarono alla carriera ecclesiastica. Tale fervore
religioso si perpetuò anche nei secoli successivi, tanto che i Tomasi
rischiarono spesso l'estinzione. Isabella, che visse come Suor Maria
Crocifissa, entrò nel monastero, per lei e le sorelle fondato dal padre, il
giorno dell'inaugurazione e con lei entrarono Francesca e Antonia: Isabella
aveva quattordici anni, Francesca quindici ed Antonia undici. Anche la madre
Rosalia entrò in convento di clausura come oblata insieme alla figlia
diciottenne Alipia (l'unica che avendo solo sei anni quando vi entrarono le
sorelle non le aveva seguite); fu costretta, per amministrare i vassalli, ad
uscire dalla clausura quando il nipote Giulio II restò orfano. Giulio I
dedicò l'intera sua vita alla beneficenza e ad opere pie con tale assiduità ed
impegno da essere definito il Duca Santo; costruì numerose chiese, un asilo per
le orfanelle, un ospedale, un reclusorio per meretrici pentite, istituì un
Monte di Pietà per contrastare gli usurai, avviò bonifiche e si dedicò a
numerose opere sociali ed umanitarie. Il terzo principe di Lampedusa fu
Ferdinando I, al quale spettarono i titoli nobiliari del padre, in quanto prima
di lui erano nati solo due maschi, Ferdinando morto a tre mesi e Giuseppe I
che, rinunciando ai suoi diritti dinastici, si era indirizzato alla carriera
ecclesiastica. Tutte e quattro le figlie vollero entrare come suore di clausura
nel Monastero Benedettino. Il fervore religioso di Giulio I e dei suoi
congiunti era tale che a Palma l'intera famiglia era nota come "una razza
di Santi"; è ancora conosciuta a Palma una deliziosa nenia "Il testamento
del Duca di Palma. Come il fratello Carlo alla sua morte Giulio I venne
proclamato Servo di Dio. l Principi di Lampedusa, duchi di Palma, baroni
di Montechiaro e FalconeriModifica Ferdinando I morì a soli ventun anni, l'anno
successivo alla nascita del figlio Giulio II, nato dal matrimonio con
Melchiorra Naselli e Carlo. Anche Giulio II, morì giovane, a ventisette anni;
dalla moglie Anna Maria Fiorito e Tagliavia, ebbe due figli maschi Antonino
morto in tenera età e Ferdinando II, che visse quasi ottant'anni, sposò Rosalia
Valguarnera e Branciforte e, rimasto vedovo, Giovanna Valguarnera e La Grua.
Giulio II restò sino all'età di sette anni nel monastero che ospitava la nonna
Rosalia (suor Seppellita) e le zie; compiuti i sette anni assunse l'onere della
sua educazione il nonno materno Luigi, principe d'Aragona. Nonostante sia morto
giovane riuscì a fondare l'Istituto delle Scuole Pie, affidato ai Padri
Scolopi. Fu allievo dell'Istituto, la cui sede è oggi occupata dal comune di
Palermo. Ferdinando II ebbe dieci figli, otto maschi e due femmine, Maria,
suor Maria Crocifissa monaca del monastero di Palma e ANNA MARIA che sposò
Antonio Lucchesi Palli, principe di Campofranco. I figli maschi fatta eccezione
per il primogenito Giuseppe II e per Gaetano morto in tenerissima età, si
diedero alla carriera ecclesiastica o a quella militare: Giulio, Abate di Santa
Maria di Roccamadore e Prelato domestico di Clemente XIV, Salvatore prete
dell'Olivella, Carlo, gentiluomo di camera del duca di Savoia e capitano
dell'esercito sardo, Gioacchino esente guardie del corpo, Elia, capitano di
artiglieria, Pietro, cavaliere di Malta. Ferdinando II potenziò il patrimonio
della famiglia e la istituzione dell'Accademia dei Pescatori Oretei con
finalità letterarie, il terzo seminario dei Nobili retto dai padri Scolopi, e
l'assunzione di rilevanti ruoli politici. Fu nominato da Carlo VI grande di
Spagna, fu presidente dell'arciconfraternita della Redenzione dei Cattivi,
capitano di Giustizia di Palermo, pretore di Palermo, deputato del Regno, Vicario
generale del Regno, maestro razionale di cappa corta del Regio Patrimonio.
Giuseppe II sposò Antonia Roano e Pollastra dalla quale ebbe tre figli
Francesco morto in tenera età, Rosalia, moglie di Gioacchino Burgio del Vio,
Duca di Villafiorita e Giulio III. Giuseppe II, cavaliere di Malta, fu
governatore della Compagnia della Pace, ambasciatore del Senato di Palermo
presso Carlo III, governatore del Monte di Pietà, capitano di Giustizia di
Palermo, deputato del Regno, presidente dell'Arciconfraternita per la
Redenzione dei Cattivi, Intendente Generale degli eserciti. Il figlio
Giulio III sposò Maria Caterina Romano Colonna figlia del duca di Reitano, con
la quale ebbe tre figli Baldassarre cavaliere di Malta, Antonia moglie di
Francesco Arduino Ruffo marchese di Roccalumera e Giuseppe III. Giulio III è
governatore della Pace, senatore di Palermo, rettore dell'Ospedale Grande,
deputato del Regno, pretore di Palermo, governatore del Monte di Pietà,
cavaliere di San Giacomo. Giuseppe III si sposa due volte. La prima
moglie, Angela Filangeri e la Farina figlia del principe di Cutò muore di parto
insieme al nascituro. Dalla seconda moglie Carolina WOCHINGHER ha due femmine
Caterina che sposa Giuseppe Valguarnera e Ruffo, principe di Niscemi e duca
dell'Arenella e Antonia che sposò Francesco Caravita principe di Sirignano. L’UNICO
MASCHIO, Giulio IV CORBERA, è il protagonista del romanzo IL GATTOPARDO.
Giuseppe III dovette affrontare una situazione disastrosa sotto il profilo
economico. La moglie Carolina, rimasta vedova, è costretta ad affrontare
numerose vertenze giudiziarie e a varare un progetto di contenimento delle
spese. IL GATTOPARDO e i suoi discendentiModifica Giulio Fabrizio Maria
Tomasi Caro Traina IV, pari di Sicilia, principe di Lampedusa, duca di Palma,
barone di Montechiaro e Falconeri, sposò Maria Stella Guccia e Vetrano, figlia
del marchese di Ganzaria e zia del matematico Giovanni Battista Guccia,
fondatore del Circolo Matematico di Palermo. Diedero alla luce dodici figli,
sette femmine e cinque maschi. È il principe di Salina, protagonista del
romanzo del bisnipote. Giuseppe Tomasi di Lampedusa Salvatore,
decimo figlio, morì giovane, come la sesta, Caterina e la dodicesima, Maria
Rosa. Linea maschile Giuseppe, primogenito del GATTOPARDO, sposa Stefania
Papè e Vanni, dalla quale ebbe cinque figli maschi: Giulio, Pietro, Francesco,
Ferdinando e Giovanni. Francesco ebbe un figlio, Giuseppe, morto ventenne. Si
sposarono, ma non ebbero figli, Pietro, Ferdinando e Giovanni, mentre il
primogenito Giulio V ebbe, oltre all'autore del romanzo, una femmina,
Stefania. Giuseppe, lo scrittore, principe, duca e barone, sposò
Alexandra Wolff Stomersee, figlia di un nobile baltico e dell'italiana Alice
Barbi, che in seconde nozze aveva sposato Pietro Tomasi della Torretta, zio di
Giuseppe. Alla morte dell'autore del romanzo, lo zio Pietro, il parente maschio
più prossimo, eredita i titoli di principe di Lampedusa, duca di Palma e barone
di Montechiaro e Falconeri. Come secondogenito è già barone della Torretta,
conosciuto però come marchese (di cortesia secondo gli autori), titolo che usa
ufficialmente nella carriera diplomatica. Pietro è Ministro degli Esteri,
Senatore del Regno, ultimo presidente del Senato del Regno e presidente del
primo Senato della repubblica. Con Pietro Tomasi Della Torretta si estinse la
linea maschile. Linea femminile Pietro muore a Roma, nominando
eredi di quanto possede a Ginevra le figlie della defunta moglie, una delle
quali, Alexandra Wolff Stomersee, sposa Giuseppe, il nipote scrittore. I suoi
beni residui, tra i quali un lussuoso appartamento a Roma, andarono agli eredi
legittimi, suoi cugini di primo grado: Garofalo, figlio di Maria Antonia Tomasi
di Lampedusa, che sposa Garofalo, e le sorelle Giovanna e Maria Carolina Crescimanno,
figlie di Chiara Tomasi di Lampedusa, che aveva sposato Francesco Paolo
Crescimanno di Capodarso. Fra i diversi discendenti in linea femminile
rimasti in Sicilia, vi era Isabella Crescimanno di Capodarso, la quale scrisse
Memorie, libro in cui venivano raccontati aneddoti della famiglia. Rimangono il
fratello Cesare Crescimanno e i figli di lui Mario e Maria Laura, entrambi con
figli ed altri discendenti. Il secondogenito di Giulio Fabrizio Tomasi e
di Maria Stella Guccia, Giovanni, barone di Montechiaro, (Palermo - Baden
Baden) sposò la cugina prima Carolina Guccia, Il figlio Giuseppe sposò Rosa Agliata; portava il titolo di
conte di Celona ed aveva un grande biglietto da visita in cui dichiarava di
essere il solo ed unico cugino in secondo grado di Pietro Tomasi della
Torretta, senatore del Regno. Dal matrimonio nacquero quattro figli, due maschi
e due femmine. Tre non ebbero discendenti; soltanto Carolina ebbe un figlio dal
marito Giuseppe Lo Piccolo Palermo. Carolina era vivente quando Pietro Tomasi
della Torretta morì, Era la parente più prossima in via femminile, poiché suo
padre Giovanni era il secondogenito di Giulio Fabrizio. Da questo matrimonio
fra Maria Giovanni Tomasi e Guccia e la cugina Carolina Guccia nacquero una
figlia Maria Stella e un maschio Giuseppe che sposo Rosa Agliata ed ebbe due
figli maschi e due femmine. Erano molto poveri ed i maschi morirono di tisi
lavorando nelle miniere di Montegrande, una figlia era monaca e sua sorella
Carolina Guccia e Marasà sposò l'avv. Giuseppe Lo Piccolo. Quando Pietro Tomasi
della Torretta muore questo divenne il parente più prossimo in linea femminile.
Ha fatto cognonomizzare Tomasi ed ha invertito il cognome in Tomasi Lo Piccolo.
È seguito dai discendenti di Antonia Tomasi e Guccia la figlia più anziana di
Giulio Fabrizio, che andò sposa a Garofalo. I discendenti per via femminile di
questo matrimonio sono i Di Rella Tomasi di Lampedusa. Anche loro hanno fatto
cognonomizzare il cognome Tomasi di Lampedusa e sono discendenti di Garofalo,
l'unico cugino maschio di primo grado vivente alla morte di Pietro Tomasi della
Torretta. Nessuno dei discendenti viventi avrebbe comunque avuto diritto
- anche se la repubblica non avesse abolito i titoli nobiliari - al
riconoscimento dei titoli in capo a Pietro (principe di Lampedusa, duca di
Palma e barone della Torretta), poiché, dopo l'Unità d'Italia ed il
riconoscimento negli anni venti dei titoli borbonici, poiché ad essi era stata
estesa la legge salica, che escludeva le donne dalle linee dinastiche.
Secondo il diritto borbonico, invece, come si evince dall'esame dei Capitula
Regni Siciliae, il capo della dinastia sarebbe diventato Giuseppe Lo Piccolo
Tomasi, il parente maschio più prossimo in linea femminile. Quando Giuseppe
Garofalo morì, era vivente il figlio della sua unica figlia Maria, coniugata Di
Rella, quindi Aurelio Di Rella Tomasi ed i suo successori sarebbero i
successori secondo il diritto borbonico. In verità sono preceduti da Giuseppe
Lo Piccolo Tomasi, che non ha discendenti. Aurelio Di Rella Tomasi
di Lampedusa, avvocato, cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia e
componente della Consulta dei Senatori del Regno, ha tre figli, due dei quali
maschi, che si trovano immediatamente dopo di lui nella linea dinastica
femminile. Garofalo ha due sorelle: Marietta, che rimase nubile, e Giulia,
coniugata con Pietro Trombetta, che ebbe cinque figli (tre maschi e due
femmine). Uno dei maschi, Giovanni Trombetta, avvocato, fu vice comandante
militare della Resistenza ai nazisti in Liguria e. in onore della famiglia
materna, assunse il nome di battaglia di "Colonnello Tomasi".
La regolamentazione dei titoli araldici vigente nel Regno d'Italia. Consulta
araldica, Libro d'Oro Con la soppressione degli ordinamenti feudali,
negli Stati dove le distinzioni nobiliari sopravvissero vennero costituite speciali
commissioni consultive per l'esame di questioni araldiche. Si ebbero così il
tribunale araldico in Lombardia, la commissione araldica a Venezia e Parma, la
congregazione araldica capitolina a Roma ecc.. Analogamente a quanto era
avvenuto negli stati preunitari, anche nello stato italiano venne istituito,
con il Regio Decreto 313 del 10 ottobre 1869, un organo collegiale, denominato
Consulta araldica. Con il Regio Decreto venne istituito il LIBRO D’ORO della
nobiltà italiana. Questo registro ha man mano raccolto le concessioni di
giustizia o di grazia approvate dalla consulta araldica. L'estratto del Libro
d'oro fac fede del loro riconoscimento da parte del Regno d'Italia. Le
successioni sono regolamentate secondo la legge vigente nel Regno di Sardegna,
ed è quindi ammessa soltanto la SUCCESSIONE PER VIA MASCHILE secondo le norme
della legge salica: maschi primogeniti. La consulta fu varie volte mutata
nella composizione e nelle attribuzioni fino al Regio Decreto. La consulta
esamina tanto le pratiche di giustizia che quelle di grazia. Le prime sono le
successioni che segueno i principi della legge salica, le seconde quelle
successioni che hanno bisogno di una sanatoria concessa con decreto reale: successioni
per via femminile, in favore di membri della famiglia diversi dai maschi
primogeniti. Queste successioni per grazia avevano il carattere di una
rinnovazione. I titoli venivano concessi sul cognome ed erano soggetti alla
legge salica nella ulteriore trasmissione. Vennero di fatto privilegiate le
successioni che sanavano contenziosi all'interno delle grandi famiglie e
assistita la loro sopravvivenza. I criteri erano piuttosto restrittivi, anche
se il Regno d'Italia conservò spesso le regole presenti al momento della loro
concessione, per cui i titoli austriaci erano riconosciuti a tutti i componenti
maschili del casato. Il Libro d'oro stabilisce anche una imposta di concessione
per l'iscrizione ed in assenza di questa vari titoli rimasero esclusi
dall'inclusione per motivi fiscali. Era questo il caso di famiglie che avevano
molti titoli e non corrisposero la tassa per tutti quelli che potevano
rivendicare. Queste situazioni rimasero insanabili, in quanto Umberto II non
ritenne di dover sanare situazioni fiscali in vigore nel Regno d'Italia.
La trasformazione in REPUBBLICA italiana e la successiva costituzione abolisceno
qualsiasi titolo nobiliare. La XIV disposizione transitoria e finale demanda a
una legge ordinaria le modalità di soppressione della consulta araldica. Per
molti anni non sopraggiunse alcun atto al proposito e perciò si presume che
l'organismo persistes formalmente, pur non avendo più titolo né scopo. Infatti
la sentenza della corte costituzionale dichiara ILLEGITTIMA qualsiasi
legislazione araldico-nobiliare italiana. Ancora la consulta sentenzia che i
titoli nobiliari non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente,
non conservano alcuna rilevanza. Il D. L. (convertito in legge) e il Decreto
legislativo abrogarono espressamente, rispettivamente, il R. D. e il R. D., che
regolano i titoli nobiliari, e la consulta araldica. Dopo tali atti abrogativi,
dunque, non esiste più alcuna norma giuridica relativa alla consulta araldica e
detta consulta è soppressa a tutti gli effetti. La consulta araldica dopo
la proclamazione della Repubblica La decisione di abbandonare l'Italia da
parte di Umberto II non determina una rinuncia totale alle sue prerogative.
Umberto ritenne di mantenere in vita la fons honorum spettante a casa Savoia.
Umberto II rilascia numerosi titoli nobiliari, attenendosi alle prassi in
essere ai tempi del Regno. Sono sanate molte vertenze e il LIBRO D’ORO della
nobiltà italiana continua ad essere stampato come documento di una associazione
privata. Questa si struttura in associazioni regionali e in una giunta
centrale. Molti titoli sono anche assegnati a vari sostenitori della monarchia
ed alla borghesia imprenditoriale, in particolare nel settore
dell'edilizia. All'interno di questa prassi, Tomasi, avendo richiesto
alla corte di appello di Palermo di adottare il suo cugino in secondo grado
Gioacchino Lanza di Mazzarino e di Assaro, si presentava assieme ai genitori
dell'adottando Fabrizio Lanza di Assaro e Conchita Ramirez di Villarrutia in
tribunale e veniva registrato l'assenso all'adozione. Alla registrazione del
decreto da parte della Corte di Appello, Tomasi di Lampedusa scrive a Lucifero, Ministro della Real Casa, del suo
desiderio di trasmettere i titoli della famiglia al figlio adottivo, in assenza
di una discendenza maschile. La lettera reca anche l'adesione e l'appoggio di
Tomasi della Torretta. Successivamente Fabrizio Lanza di Assaro si reca a Villa
Italia a Cascais ed Umberto II comunica per iscritto a Lucifero la sua adesione
alla proposta di trasmettere il titolo di duca di Palma sul cognome
all'adottando. I restanti titoli della famiglia Tomasi, secondo il regolamento
araldico del Regno d'Italia, tornano alla Corona. Mango di Casalgerardo,
Nobiliario di Sicilia, Reber, (anche centrale/mango online: vanta discendere
dalla famiglia dei LEO-PARDI (GATTO-PARDI) di Costantinopoli che si vuole
passata in Ancona sin cambiando il cognome in quello di Tomasi.Tommasi di
Vignano, Notizie storiche e genealogiche sulla nobile famiglia Tommasi: Tommasi
e Tomasi, rami di Siena, di Capua e di Sicilia V. Palizzolo Gravina segnala
quanto segue: sull'origine della famiglia Tomasi dal Villabianca appoggiato al
Sansovino rileviamo essere l'antica de’ LEO-PARDI (GATTO-PARDI) di Roma, è
passata con Costantino imperatore in Costantinopoli, ove è grande e potente
sino al tempo di Eracleo imperatore, per la cui morte ella passa in Italia,
fermandosi in Ancona. La si dice Tomasi dal greco trauma, che vuol dire mirabile,
però che si sa i due gemelli Artemio e Giuliano aver mostrato un ingegno
meraviglioso. Tutti gl’altr’autori concordano nel ritenere che uno dei due
gemelli si chiamasse Giustino e non Giuliano Mugnos, al riguardo precisa:
«Tuttavia non lascio di dire che Artemio e Giustino fratelli gemelli, ovvero
nati ambedue da un parto, cavalieri nobilissimi costantinopoliani
dell'antichissima famiglia LEO-PARDI (GATTO-PARDI) originata da LEO-PARDO
(GATTO-BARDO) o da Licino LEO-PARDO (GATTO-PARDO) figlio di Crispo primogenito
dell'imperatore Costantino il grande Colquhoun, A dilemma of Princes, Go,
Vitello, I gattopardi di Donnafugata, Capostipite della gens Thomasa-LEO-PARDI
(GATTO-PARDI) è il generale Thomaso detto il LEO-PARDO (GATTO-PARDO), principe
dell'Impero Bizantino e comandante della guardia imperiale. É lui a sposare
Irene, figlia dell'imperatore TIBERIO (si veda). Tuttavia Gilmour, biografo
inglese dell'Autore del libro, ritiene prive di prova le tesi di Vitello e
fantasiose tutte le ricostruzioni dell'albero genealogico anteriori al ritorno
in Italia della famiglia (Gilmour, L'ultimo Gattopardo, Feltrinelli, Milano
Buonassisi, scrive: Tutti si accordano in dire, che ella sia greca di origine,
e della città di Costantinopoli non essendo però si chiaro, se ella già di
antico è passata in essa al tempo di Costantino, o è passata di poi. Venne ella
primieramente in Ancona in due fratelli Artemio e Giustino, nati di un parto, e
tanto simiglianti nelle fattezze che è una meraviglia (trauma) il vederli: onde
anche si vuole che a cagione di questa stupenda simiglianza venissero chiamati
i tomasii, perché di prima Leopardi dice si, spiegando l'insegna d’un LEO-PARDO
(GATTO-PARDO), scrive Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sellerio della
comune origine era convinto il padre del poeta che fu in corrispondenza con il
padre dell'astronomo; nella Istoria gentilizia di casa Leopardi di Recanati il
conte Monaldo sostenne appunto la discendenza dei Leopardi dai Thomasi
bizantini" ^ . I Capitula qui citati ed altri relativi al tema della
successione dei feudi sono reperibili nei Capitula Regni Siciliae dei quali è
stata pubblicata una ristampa anastatica dall'editore Rubbettino Gigli, Diario
Sanese, Siena Il VI volume del Grande Dizionario della Lingua Italiana di
Salvatore Battaglia edito dall'UTET non riporta le due voci che compaiono
invece al supplemento. I due termini non risultano riportati neppure
nell'edizione del Vocabolario illustrato della lingua italiana, di Devoto-Oli,
editrice Selezione dal Reader's Digest. Entrambi i vocaboli sono invece
riportati nel Dizionario essenziale della lingua italiana di Sabatini-Coletti
pubblicato dalla casa editrice Sansoni Compare solo il termine “gattopardismo”
ne Il grande italiano-vocabolario della lingua italiana di Gabrielli, edito da Hoepli.
Nel linguaggio aulico, ha ingresso soltanto di recente (Mimmo Muolo, LA REGOLA
D’ORO, Avvenire, in ordine alle resistenze nella Curia: "il Papa ne ha
evidenziate di tre tipi: aperte in quanto derivanti dal dialogo sincero,
nascoste o GATTOPARDESCHE, e malevole, queste ultime ispirate dal demonio. Mango
di Casalgerardo, Nobiliario di Sicilia, Reber anche centrale/mango vanta
discendere dalla famiglia dei LEOPARDI di Costantinopoli che si vuole passata
in Ancona cambiando il cognome in quello di Tomasi. Francesco Gaetani marchese
di Villabianca, Della Sicilia nobile, Palermo Mario di Tomasi che da Capua passa
in Sicilia, con il viceré Colonna, ed è capitan d'armi nella Licata,
rispondendo in quei tempi un tal uffizio al grado di vicario generale regio
d'oggidì Marchese di Villabianca, è quella baronia recata in dote da Francesca
di Caro e Celestre, primogenita figlia di Ferdinando ultimo barone di essa a
Mario di Tomasi" Tutti gli scritti di Tomasi sono enumerati e
sinteticamente descritti nella seconda parte dell'opera di Vezzosi I scrittori
de' chierici regolari detti Teatini, Roma Bonifacio Bagatta Vita del venerabile
Servo di Dio D. Carlo de' Tomasi e Caro della Congregazione de' chierici
regolari Roma Cabibbo - M. Modica, oraccontano che la beata Isabella usa
flagellarsi a sangue sin dalla più tenera età. Secondo Gilmour, a Capua su otto
figli sei si fecero sacerdoti o monache
da Volker, LE GRANDI FAMIGLIE ITALIANE, LE ÉLITE CHE FANNO CONDIZIONATO
LA STORIA D’ITALIA di Horst Reimann Tomasi di Lampedusa, Neri Pozza Volker,
Biagio della Purificazione, Vita e virtù dell 'insigne Servo di Dio D. Giulio
Tomasii e Caro, duca di Palma, Prencipe di Lampedusa, barone di Monte Chiaro e
cavaliere di San Giacomo, Roma, Bongiorno, Curbera, Giovanni Battista Guccia,
Pioneer of International Cooperation in Mathematics, Springer, Heidelberg Gian
Evangelista Blasi, Opuscoli di autori siciliani alla grandezza di Tomasi, Caro,
Traina e Naselli, Palermo. Bonifacio Bagatta, Vita del venerabile servo di Dio
D. Carlo De' Tomasi della Congregatione De' Chierici Regolari, Roma Domenico
Bernino, Vita del venerabile cardinale D. Giuseppe Maria Tomasi de' Chierici
regolari, Roma. Buonassisi, Sulla condizione civile ed economica della città di
Siena, Moschini, Cabibbo, Modica, La Santa dei Tomasi, storia di Suor Maria
Crocifissa, Einaudi, Torino. Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile,
Mondadori. Isabella Crescimanno Tomasi, Memorie, fondazione Piccolo di
Calanovella. Giovanni Battista di Crollalanza, Dizionario storico blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, rist. an., Forni,
Sala Bolognese. Gigli, Diario Sanese, Siena, Gilmour, L'ultimo Gattopardo,
Feltrinelli, Leptailurus serval, internet. Mango di Casalgerardo, Nobiliario di
Sicilia, Reber. Mattoni, Sul sentiero della pazienza, vita di San Tomasi,
cardinale di santa Romana Chiesa, Vicenza. Filadelfo Mugnos, Teatro genologico
delle famiglie del Regno di Sicilia, rist. an., Forni, Sala Bolognese. Vincenzo
Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Visconti et Huber, Volker Reinhardt,
Le grandi famiglie italiane. Le élites che hanno condizionato la storia
d'Italia, Neri Pozza, Savoia, Tomasi di Lampedusa, Palermo, Tosi, L 'eredità
morale del Gattopardo, Salerno, Vitello, I Gattopardi di Donnafugata,
Flaccovio, Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo segreto,
Sellerio. Nunzio Zago, Tomasi, Palermo, San Giuseppe Maria Tomasi Pietro Tomasi
Della Torretta Tomasi di Lampedusa Palazzo Lampedusa Villa Lampedusa Palma di
Montechiaro Castello di Montechiaro (Palma di Montechiaro) Tomasi (famiglia)
Portale Sicilia Portale Storia di famiglia; Pietro Tomasi della
Torretta diplomatico e politico italiano Tomasi di Lampedusa scrittore
italiano Tomasi nobile italiano CORBERA protagonista del romanzo Il
Gattopardo Lingua Segui Modifica Don Fabrizio Corbera, principe di Salina Il
gattopardo salina01.jpg Il principe di Salina Fabrizio Corbera interpretato
da Lancaster nel film Il gattopardo.
Universo Il Gattopardo Lingua orig. Italiano Soprannome Il Gattopardo Autore Tomasi.
Interpretato da Lancaster Voce orig. Gaipa Sesso Maschio Etnia Italiana
Professione nobile Don Fabrizio CORBERA, principe di Salina, duca di Querceta,
marchese di Donnafugata, è il protagonista del romanzo Il Gattopardo di Tomasi
di Lampedusa e dell'omonima trasposizione cinematografica di Visconti. Il
personaggio La figura di don Fabrizio, in parte autobiografica e in parte
ispirata al personaggio storico di Tomasi, rappresenta la disillusione e
l'impotenza di un'intera classe sociale di fronte ai cambiamenti della
storia. CORBERA è la figura di un uomo che seppure dotato di una forza
epica e di una statura intellettuale superiore a quella dei suoi pari, non
riesce a integrarsi nella società a lui contemporanea, cui guarda con
scetticismo e altera lucidità. Emblematico è il suo RIFIUTO ad accettare la
carica di SENATORE del neo-regno SABAUDO, non certo perché mosso da lealismo
borbonico, ma per una sostanziale incapacità intellettuale, che lo scrittore
chiama rigidità morale, ad assumersi la responsabilità politica di un
cambiamento di cui, in fondo, non si sente partecipe. Il personaggio
storico. Nella storia il personaggio di don Fabrizio è ricalcato su quello
realmente esistito di Giulio Tomasi, bisnonno dello scrittore italiano.
Il personaggio tra realtà e finzione Sarebbe sbagliato credere che la figura di
Salina sia quello di un personaggio reale: di Tomasi, oltre al nome, alla
statura, al colore biondastro dei capelli e alla passione dilettantesca per
l'astronomia, ha ben poco. Lo stesso Tomasi di Lampedusa se ne è accorto,
e nella ormai celebre lettera a Merlo dichiara che il personaggio del romanzo
dove apparire molto più intelligente di quanto non lo sia stato nella realtà.
In effetti Tomasi, bisnonno dello scrittore, come Salina, non prende mai parte
alla vita politica del suo tempo e con la sua morte, avvenuta senza aver mai
fatto testamento, inizia la lunga vicenda giudiziaria fra i suoi eredi che
porta al totale disfacimento del patrimonio dei Lampedusa. Anche la
passione per l'astronomia, che nel romanzo diventa un elemento epico,
effettivamente si traduce nel ripiegamento in un interesse puramente personale
e dilettantistico di un aristocratico siciliano. Conosciamo anche il catalogo
delle sue osservazioni astronomiche, ma nulla fa intravedere la possibilità di
una reale scoperta di corpi celesti. Insomma, sulla figura di Tomasi pesa
un giudizio critico sostanzialmente negativo che nemmeno le sue doti in campo
matematico-astronomico son riuscite a cancellare: il Salina de Il Gattopardo è
invece un personaggio puramente letterario, che in certe sfumature psicologiche
deve assomigliare molto di più al suo autore che non al modello
storico. Scrive in proposito Citati. Con una leggera vanità, Lampedusa
immagina di assomigliargli. Non gli assomiglia affatto. Salina è soltanto un
sogno o una remota proiezione di eleganza e di grandezza inattingibili.
Lampedusa non a la sua autorità, prepotenza, crudeltà, orgoglio di classe. Non ha
la pelle bianca, i capelli biondi, né la mitomania. Non conosce il suo ardore
carnale, l'allegra felicità fisica, il dono di afferrare e possedere la vita.
Non condivide il suo spirito mondano, portato anche nelle esperienze
spirituali. Solo qualche volta l'antenato avidissimo e il discendente passivo
si incontrano e si abbracciano nello stesso sentimento. Quando Salina rivela il
proprio desiderio di contemplazione, l'indifferente bontà, e la sconfitta. Quello
che appare un trittico di personaggi, il Tomasi storico, il Salina del romanzo
e l'autore stesso, è in realtà un unico quadro la cui chiave di lettura è per
l'appunto l'autobiografismo. Tomasi di Lampedusa, come il suo avo, vive
un'epoca di transizione. L'uno si rifugia nella scrittura, l'altro
nell'astronomia. Entrambi, rifiutano di partecipare alla vita politica del tempo. E
va qui ricordato che Tomasi rifiuta dopo una prima adesione, la carica di
presidente regionale della C.R.I., proprio durante l'ultimo periodo bellico.
Questa è la sua unica esperienza politica, insieme alla giovanile
partecipazione alla grande guerra. Eppure lo scrittore Lampedusa,
attraverso il suo romanzo, che a distanza d’anni dalla sua uscita continua ad
essere uno dei capolavori della narrativa italiana, come è stato giustamente
ribadito da Orlando, eterna un'epoca e il disfacimento totale di un'intera
classe sociale attraverso il suo autobiografismo, che non scade mai nel
memorialismo grazie al fatto che i suoi personaggi, come per l'appunto Salina,
non sono mai abbastanza realistici, senza per questo essere meno veri, per
irretire il racconto in uno schema narrativo di stampo verista, simbolista o
ancor meno decadentista. Il gattopardo è un'opera moderna, senza per
questo essere un romanzo epocale. Forse in ritardo rispetto a certi modelli
europei, cui comunque l'autore si rifà, il gattopardo è quanto di più
squisitamente SICILIANO si possa immaginare. Anche l'ANTI-ITALIANISMO di
Lampedusa che si traduce nel rifiuto del melodramma, diventa un modo per
affermare l'IDENTITÀ INSULARE dell'autore. Il cane Bendicò è la chiave del
Gattopardo, su Repubblica Salina principe e gigante, su Repubblica; Tomasi, G.
Tomasi di Lampedusa. Una biografia per immagini, Palermo, Sellerio, Tomasi, I
luoghi del gattopardo, Palermo, Sellerio, Orlando, Ricordo di Lampedusa,
Torino, Bollati Boringhieri, Principe Fabrizio Salina, su Internet Movie
Database, IMDb.com. Portale Letteratura: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di letteratura UIl Gattopardo romanzo scritto da
Giuseppe Tomasi di Lampedusa Villa Lampedusa Tomasi nobile italiano
Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce sull'argomento nobili
italiani è solo un abbozzo. Tomasi (Palermo – Firenze) è stato un nobile
italiano. Giulio Fabrizio Maria Tomasi, appartenente alla famiglia Tomasi
di Lampedusa, è bisnonno di Tomasi di Lampedusa nonché la figura storica a cui
lo scrittore si ispira per il personaggio di Principe Fabrizio Salina,
protagonista del romanzo Il Gattopardo. Di lui sappiamo relativamente
poco e la sua figura storica è ricostruibile principalmente da quanto riferito
dallo stesso scrittore e da quanto rimane della sua biblioteca, oggi in parte
conservata a Palermo, presso l'archivio privato della famiglia Lanza
Tomasi. Tomasi nasce a Palermo, erede di quella che è un'importante
famiglia dell'aristocrazia siciliana. dal padre, Tomasi e Colonna, eredita il
titolo di Principe di Lampedusa e di Duca di Palma. È anche Grande di Spagna e
sedette fra i Pari del Regno di Sicilia. Dalla madre, Wochinger, di origini
tedesche, eredita invece una certa attitudine teutonica al rigore intellettuale
e allo scientismo illuminista. Sposa Maria Stella Guccia e Vetrano, figlia del
marchese di Ganzaria e zia del matematico Guccia, fondatore del Circolo
Matematico di Palermo. Personaggio difficilmente catalogabile, Tomasi è
certamente un aristocratico dotato di una cultura e di una curiosità
intellettuale superiori alla media, come dimostra la sua ricca biblioteca, dove
troviamo testi di astronomia, matematica, geometria, meccanica e fisica, fra i
quali preziosi esemplari della Meccanica Analitica di Lagrange e uno dei
primissimi volumi stampati del celebre Kosmos di Alexander von Humboldt.
Totalmente autodidatta, Tomasi è un astronomo dilettante, ma che riusce ad
ottenere sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private"
(Il Gattopardo) come ne ha a ricordare il pronipote scrittore. Sappiamo che crea
un proprio osservatorio astronomico, in una sua villa nella Piana dei Colli, a
nord di Palermo: conosciuta come Villa Lampedusa, per questa innovazione era
all'epoca nota soprattutto come "Osservatorio ai Colli del Principe di
Lampedusa". Alla sua morte, avvenuta a Firenze, l'Osservatorio ai Colli è
frazionato fra gl’eredi e la strumentazione astronomica venduta. Bongiorno,
Curbera, Guccia, Pioneer of International Cooperation in Mathematics, Springer,
Heidelberg. Il Gattopardo tra gli astri. Portale Astronomia Portale
Biografie Portale Letteratura Principe Fabrizio Salina protagonista
del romanzo Il Gattopardo Tomasi di Lampedusa (famiglia) famiglia
aristocratica italiana Villa Lampedusa Villa Lampedusa Lingua Segui
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d'Italia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.
Ulteriori informazioni Questa voce sugli argomenti ville della Sicilia e
architetture di Palermo è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo
le convenzioni di Wikipedia. Villa Lampedusa Localizzazione Stato Italia Italia
Regione Sicilia Località Palermo Coordinate 38°09′45.72″N 13°19′44.04″E
Informazioni generali Condizioni In uso Villa Lampedusa è una villa che si
trova a Palermo, costruita come residenza suburbana all'epoca di Ferdinando IV
di Borbone, che aveva una residenza estiva, la cosiddetta Casina Cinese, nei
pressi della quale la nobiltà siciliana costruiva le proprie ville di campagna.
All'inizio del XVIII secolo venne fatta edificare da don Isidoro Terrasi vennero
effettuati alcuni lavori di ristrutturazione su progetto di Giovanni Del Frago,
architetto. Degne di note le decorazione eseguite da Gaspare Fumagalli. La
villa appartenne poi ai Principi Alliata di Villafranca ed infine ai Tomasi di
Lampedusa. All'epoca del romanzo Il Gattopardo era più noto come
"Osservatorio ai Colli del Principe di Lampedusa" dall'attività
prediletta dell'allora proprietario, Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa e figura storica a cui lo scrittore si ispirò per
il personaggio di Principe Fabrizio Salina, protagonista del romanzo Il
Gattopardo. Appariva come una costruzione a due piani, alle spalle del corpo
principale della villa; il primo piano costituiva probabilmente lo studio,
mentre il secondo, con la copertura a cupola, la specola vera e propria. Alcuni
degli strumenti in uso del principe sono oggi conservati presso il Museo
dell'Osservatorio astronomico di Palermo. Fra questi i più rilevanti sono il
telescopio azimutale Merz, il telescopio equatoriale di Lerebours et Secretan e
il telescopio altazimutale di Worthington. Alla sua morte, avvenuta nel 1885,
l'Osservatorio ai Colli fu frazionato fra gli eredi e la strumentazione
astronomica venduta. Oggi all'interno della proprietà, sono ospitate
delle attività commerciali. All'interno del Baglio della foresteria di
Villa Lampedusa si trova una struttura alberghiera Villa Lampedusa Hotel et Residence
gestita dal Gruppo Guccione. Nelle Antiche Scuderie invece, oggi viene
svolta un'attività di ristorazione dai fratelli Cottone, con il loro Ristorante
Pizzerie La Braciera in Villa. L'Attività astronomica di Giulio Fabrizio
Tomasi, Principe di Lampedusa Indice Strumenti Villa Lampedusa – Hotel and
Residence, su hotel villa lampedusa. Villa Lampedusa, su La Braciera.
Collegamenti esterniModifica scheda su un sito del turismo a Palermo, su
palermoweb.com. storia della proprietà attuale, su hotelvillalampedusa.it.
informazioni sul restauro, su mobilitapalermo.org. Portale
Architettura Portale Palermo Principe Fabrizio Salina protagonista
del romanzo Il Gattopardo Giulio Fabrizio Tomasi nobile italiano Palazzo
Lanza Tomasi Lingua Segui Modifica Palazzo Lanza Tomasi Palermo jpg Facciata
Localizzazione StatoItalia Italia RegioneSicilia LocalitàPalermo
IndirizzoKalsa, Mura delle Cattive Coordinate 38°07′04.5″N 13°22′18.52″E
Informazioni generali CondizioniIn uso CostruzioneXVII secolo Usoprivato Il
Palazzo Lanza Tomasi di Lampedusa è un edificio patrizio del XVII secolo,
ubicato sulle Mura delle Cattive e affacciato sul Foro Italico, lungomare di
Palermo. Panoramica. StoriaModifica Epoca spagnolaModifica L'edificio -
altrimenti definito Palazzo Lampedusa alla Marina, con accesso in via Butera -
sorge nel quartiere Kalsa, la cittadella eletta degli Emiri, adiacente
all'Hotel Trinacria. L'attuale costruzione fu edificata alla fine del Seicento
sui bastioni spagnoli, fortificazioni erette a difesa degli attacchi e delle
incursioni perpetrati da ciurme pirata o corsare, nel contesto storico in cui
imperava il bisogno primario di assicurarsi la supremazia navale nel Mediterraneo. Dopo
la vittoriosa impresa di Tunisi, Carlo V d'Asburgo predispose la costruzione di
nuovi bastioni per la difesa della città. Dopo il transito dell'imperatore in
molte località dell'isola, i viceré di Sicilia Ferrante I Gonzaga prima, e Vega
poi, gestirono imponenti cantieri di fortificazioni alla moderna. La Marina era
protetta a nord dal Forte di Castellamare, a sud dal bastione di Vega, e fra i
due fu eretto il bastione del Tuono. In prossimità delle mura la zona era
densamente militarizzata e soltanto nella seconda metà del Seicento si
cominciarono ad edificare i palazzi a ridosso delle mura. Il bastione del Tuono
fu demolito, quello di Vega sul finire del secolo. I primi edifici furono
il palazzo Branciforte di Butera e la chiesa di San Mattia Apostolo con
l'aggregato noviziato dei Crociferi. I Branciforte furono i proprietari
dell'intera cortina muraria da Porta Felice al bastione del Tuono. Gli edifici
a ridosso del bastione furono ceduti ai Gravina e da questi affittati ai Padri
Teatini che li adibirono a Collegio Imperiale per l'educazione dei nobili. Il
Collegio fu chiuso nel 1768 e il palazzo fu acquistato d’Amato, principe di
Galati. Questi intervenne unificando in un unico prospetto di stile
vanvitelliano la facciata sul mare, formata da dieci finestre con
terrazza. Epoca unitaria Il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa,
astronomo dilettante, lo acquistò con l'indennizzo versatogli dalla corona per
l'espropriazione dell'isola di Lampedusa. Gl’armatori De Pace
acquistarono metà del palazzo e lo trasformarono secondo il gusto del tempo,
realizzando il grande scalone d'ingresso e il parquet a doghe di ciliegio e
noce per la Sala da ballo. Il manufatto marmoreo, come tanti altri elementi
d'arredo, proviene dal convento delle Stimmate, abbattuto in seguito alla
costruzione del Teatro Massimo Vittorio Emanuele. Epoca contemporanea Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, dopo la perdita del palazzo di famiglia nei bombardamenti,
ricomprò la proprietà dai De Pace e vi risiederà fino alla morte. Oggi è
residenza del musicologo Tomasi e della consorte duchessa Nicoletta Polo Lanza
Tomasi. Il figlio adottivo dello scrittore ha riunificato l'intera proprietà e
compiuto un completo restauro dell'edificio. L'ultimo piano è sede della
struttura ricettiva Butera 28 Apartments. Stile Prospetto verso la marina
con dodici finestre e terrazza, quest'ultima un vero e proprio giardino pensile
con fonte, ricco di essenze mediterranee e subtropicali. La
costruzione presenta quattro livelli, di cui tre elevazioni oltre il pianoterra
su via Butera. Il solo piano nobile sul fronte mare. Piano nobile del
palazzo costituisce in gran parte la casa museo dello scrittore: Biblioteca
storica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nell'ambiente sono presenti due grandi
bocce di Caltagirone del primo Settecento, sulla parete sopra il caminetto, un
San Girolamo, opera di Jacopo Palma il Giovane. Sala da ballo, ambiente in cui
sono esposti tutti i suoi manoscritti: il manoscritto completo de Il
Gattopardo, quello della quarta parte del romanzo contenente una pagina che con
compare nella pubblicazione, il dattiloscritto, i manoscritti della Lezioni di
Letteratura Francese e Inglese e dei Racconti, una prima stesura de La Sirena.
Nella sala è presente un piccolo quadro di Domenico Provenzani raffigurante la
famiglia del "Duca Santo" Giulio Tomasi di Lampedusa. Scalone
monumentale in marmo. Tra gli ambienti che raccorda si trovano: Sala delle
Conferenze: ambiente con soffitto affrescato ed una splendida collezione di
ventagli francesi del Settecento; Sala del Mediterraneo, l'ambiente ospita una
collezione di carte nautiche redatte dalla Marina Inglese nel 1870, di
proprietà del nonno di Gioacchino Lanza Tomasi; Museo della famiglia Tomasi di
Lampedusa; Sale di ingresso e un secondo scalone. Opere I restanti arredi del
piano nobile provengono da Palazzo Lanza di Mazzarino. Tra questi uno tavolo in
marmo intagliato della metà del Cinquecento, originariamente nella Villa
Palagonia, due rari cassettoni siciliani in ebano e avorio del primo
Settecento, due lampadari a gabbia di Murano modello Rezzonico e uno centrale
di epoca Luigi XVI. Quadri di Pietro Novelli, Antonio Catalano, Federico
Barocci. Opere moderne come bozzetti di Robert Wilson (regista), Arnaldo
Pomodoro e Mimmo Paladino, oltre a due ritratti a penna di Pablo Picasso,
raffiguranti la marchesa Anita, nonna di Gioacchino. Palermo Gaspare
Palermo, Gaspare Palermo Gaspare Palermo Blasi, "Storia del regno di
Sicilia", Volume III, Palermo, Stamperia Orotea, Arredamento proveniente
dal distrutto Palazzo Lampedusa e dal Palazzo Filangeri di Cutò di Santa
Margherita di Belice, la residenza estiva dei Filangeri di Cutò, la famiglia
materna dello scrittore, distrutta dal terremoto della valle del Belice. Palermo,
"Guida istruttiva per potersi conoscere ... tutte le magnificenze della
Città di Palermo, Palermo, Reale Stamperia, . Gaspare Palermo, "Guida
istruttiva per potersi conoscere tutte le magnificenze della Città di
Palermo", Palermo, Reale Stamperia. Alcuni riferimenti al presente non
sono più esistenti oppure risultano modificati o ricostruiti con tecniche
moderne. A Palermo: Bar pasticceria Mazzara; Caffè Caflish;
Pasticceria del Massimo; Casa del critico musicale Bebbuzzo Sgadari di Lo
Monaco, in corso Scinà; Palazzo Lampedusa, distrutto nel bombardamento aereo,
oggi parzialmente ricostruito da privati con la primitiva denominazione di Casa
Lampedusa; Tomba di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel cimitero dei Cappuccini.
Per la trasposizione cinematografica de Il Gattopardo: Palazzo
Valguarnera Gangi, Quartiere Kalsa; Villa Boscogrande. Santa Margherita
Belice: Palazzo Filangeri di Cutò o Palazzo Gattopardo: è un edificio
danneggiato dal terremoto. Nelle immediate adiacenze è ubicato il Parco del
Gattopardo. Palma di Montechiaro: Chiesa di Maria Santissima del Rosario:
la chiesa madre citata più volte, in particolare all'arrivo della famiglia
Salina a Donnafugata. Monastero delle Benedettine. Alcuni luoghi cari
ispirarono Giuseppe Tomasi di Lampedusa nelle ambientazioni e nella stesura del
manoscritto. Bagheria, con Palazzo Cutò; Capo d'Orlando, con Villa
Piccolo; Ficarra con Casa Gullà, presso l'abitazione esiste tuttora una lapide
a ricordo, ove tra i tanti angoli suggestivi e scene di vita ficarrese trovò
fonte di ispirazione nella creazione del romanzo Il Gattopardo, in particolare
del personaggio del "campiere". Palazzo Lanza Tomasi
Portale Architettura Portale Arte Portale Palermo
Palazzo Mirto palazzo storico di Palermo Giuseppe Tomasi di Lampedusa
scrittore italiano. Vittorio Frosini. Frosini. Keywords: gattopardo,
interpretazioni filosofiche del gattopardo, Gramsci, riduzione teatrale,
Visconti, la rivoluzione perduta, l’ordine morale, l’ordine legale, Hart,
diritto naturale, diritto artificiale, filosofia del diritto, fascismo,
risorgimento. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Frosini” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.


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