Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gaetani:
la ragione conversazionale e ’implicatura convesazionale di Catullo -- APVD
NEAPOLIM – filosofia italiana – Luigi Speranza (Martano). Filosofo italiano. Grice: “I like Gaetani,
for one, he is a duke – and kept beautiful gardens at Martano – he
philosophised on the ‘ottocento’, as any philosopher from the Novecento would!”
Figlio di Carlo, conte di Castelmola, e Giuseppina Chiriatti. La famiglia
Gaetani annovera oltre al ramo dei Castelmola, anche quello dei Laurenzana, di
cui si ricorda il Barone Di Laurenzana, esponente del movimento radicale. L'insegna
araldica dei Castelmola è costituita da uno scudo forgiato di due strisce blu
ondeggianti che lo attraversano in senso trasversale. I G., prima Caetani,
vantarono alcuni papi, tra cui Bonifacio VIII.
Il padre, Carlo, avvocato, fu ripetutamente eletto tra le file dei
radicali nel Consiglio comunale di Napoli. Da Napoli attiene, fino a tutta la
Grande Guerra, alla cura del patrimonio fondiario in Martano, acquisito dal
matrimonio con Chiriatti. Questa infatti si era trasferita a Napoli dopo l'uccisione
del facoltosissimo padre Paolo, nell'ambito di una torbida vicenda che vide
infine coinvolta la madre di le quale mandante, assieme al prete Mariano, dato
che i due erano in tresca. Diviso il patrimonio tra le due figlie Giuseppina e
Paolina Chiriatti, e la madre stessa, vennero iniziati i lavori di costruzione
del palazzo Chiriatti-G.. A Palazzo Chiriatti-G. la famiglia venne a dimorare mentre
man mano la gestione delle fortune familiari passava in capo a G., che si
impegna in un'ardua opera di bonifica e di razionalizzazione colturale,
culminata con l'acquisto di diversi macchinari ad alta tecnologia. E però
proprio il malfunzionamento dell'attrezzatura finalizzata all'estrazione
dell'acqua dai pozzi, bene capitale nelle aride campagne della zona, a
determinare l'infiacchimento del capitale di famiglia e il progressivo
indebitamento verso il Banco di Napoli, che culmina con la fine del
fascismo. Frattanto G., che si fregia del titolo di duca, a
seguito del matrimonio con la duchessa d'Ascoli, Leopoldina, si dedica alla FILOSOFIA,
mentre, del resto, ha a ricoprire la carica di provveditore a Potenza. La sua
filosofia e ispirata dalla Francia, della che e un grande amatore, nonostante
il fascismo e nonostante la sua adesione al regime, che ad un certo punto ne
impedì la circolazione in Italia. Crociano, segue lo schema tracciato dal
maestro, mentre l'ultimo ricordo della natia Martano e un canto dedicato alle
tradizioni grike, di cui raccomandava appassionatamente la conservazione e il
culto. Nei giorni furenti che
precedettero il Referendum istituzionale appoggia in pubblici comizi la
Monarchia, e per questo paga dazio dovendosi allontanare all'indomani del voto
e rifugiarsi in Napoli, tutto teso negli studi letterari. Altre saggi: Villon (Napoli);
“Un carteggio inedito di F. Bozzelli (G.), L'Aquila, Masseria, Martano (Lecce);
“Un bilancio letterario” (Roma); “Per onorare un maestro: il Torraca, Napoli);
“Catullo” (Roma); L'Ottocento” (Napoli); “La bancarotta del rosso: commedia in
tre atti (Lecce); “Per la venuta del Duce” (Lecce); “Bernardo Bellincioni,
Galatina (Lecce); “Il benedettino-cistercense d. Mauro cassoni nel Tempio,
nella scuola, negli studi (Lecce); “Ricordi
di Croce” (Napoli); Vicende tipi e figure del Casino dell'Unione” (Napoli); Napoli
ieri e oggi: passeggiate e ricordi” (Milano-Napoli); “Apud Neapolim” (Napoli); Fonti
storiche e letterarie intorno ai martiri di Otranto, Napoli. "Catullo"
rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Catullo
(disambigua). Sirmione, busto di Catullo Gaio Valerio Catullo (in latino:
Gaius Valerius Catullus, pronuncia classica o restituta: [ˈɡaːɪʊs waˈlɛrɪʊs
kaˈtʊllʊs]; Verona, – Roma) è stato un poeta romano. Il poeta è noto per
l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella
letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una
parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati
alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale. Indice
1Biografia 1.1Origini familiari 1.2Trasferimento a Roma, vita sociale e
letteraria 2 Opera 3Il mondo poetico e concettuale di Catullo 4Note
5Bibliografia 5.1Rassegnebibliografiche 5.2Traduzioni italiane 5.3Commenti
5.4Studi 6Altri progetti 7Collegamenti esterni Biografia Il busto di
Catullo presso la Protomoteca della Biblioteca civica di Verona. Origini
familiari Catullo da Lesbia, dipinto di Lawrence Alma-Tadema (1865). Gaio
Valerio Catullo proveniva da un'agiata famiglia latina che aveva contribuito a
fondare la città di Verona, nella Gallia Cisalpina; il padre avrebbe ospitato
Q. Metello Celere e Giulio Cesare in casa propria al tempo del loro
proconsolato in Gallia[1]. Per quanto concerne gli estremi cronologici della
sua biografia, San Girolamo[2] pone l'87 a.C. e il 57 a.C. rispettivamente come
data di nascita e di morte e specifica che appunto egli morì alla giovane età
di trent'anni. Tuttavia, poiché nei suoi carmi accenna ad avvenimenti che
riportano all'anno 55 a.C. (come l'elezione a console di Pompeo e l'invasione
della Britannia da parte di Cesare[4]), si è maggiormente propensi a ritenere
che egli sia nato nell'84 e morto nel 54 a.C., dato per certo il fatto che sia
morto a trent'anni. Trasferimento a Roma, vita sociale e letteraria
Trasferitosi nella capitale, si suppone intorno al 61-60 a.C., cominciò a
frequentare ambienti politici, intellettuali e mondani, conoscendo personaggi
influenti dell'epoca, come Quinto Ortensio Ortalo, Gaio Memmio, Cornelio Nepote
e Asinio Pollione, oltre ad avere rapporti, non molto lusinghieri, con Cesare e
Cicerone; con una ristretta cerchia d'amici letterati, quali Licinio Calvo ed
Elvio Cinna fondò un circolo privato e solidale per stile di vita e tendenze
letterarie. Durante il suo soggiorno prolungato a Roma ebbe una relazione
travagliata con la sorella del tribuno Clodio, tale Clodia.[5]. Clodia viene
cantata nei carmi con lo pseudonimo letterario "Lesbia", in onore
della poetessa greca Saffo, molto cara a Catullo e proveniente dall'isola di
Lesbo. Lesbia, che aveva una decina d'anni più di Catullo, viene descritta dal
suo amante non solo graziosa, ma anche colta, intelligente e spregiudicata. La
loro relazione, comunque, alternava periodi di litigi e di riappacificazioni ed
è noto che l'ultimo carme che Catullo scrisse all'amata fu del 55 o 54 a.C.,
proprio perché in essa viene citata la spedizione di Cesare in Britannia. Da
alcuni suoi carmi emerge, inoltre, che il poeta ebbe anche un'altra relazione,
omosessuale, con un giovinetto romano di nome Giovenzio. Catullo si allontanò,
comunque, varie volte da Roma per trascorrere del tempo nella villa paterna a
Sirmione, sul lago di Garda, luogo da lui particolarmente apprezzato e
celebrato per il suo fascino ameno, situato nella sua terra di origine e che
per questo induceva al poeta distesi periodi di riposo. Seguì Gaio Memmio in
Bitinia: in quella circostanza andò a rendere omaggio alla tomba del fratello
situata nella Troade. Quel viaggio non recò alcun beneficio al poeta, che
ritornò senza guadagni economici, come sperava al momento della partenza, né la
lontananza riuscì a fargli riacquistare la serenità perduta a causa
dell'incostanza e dell'indifferenza di Lesbia nei suoi confronti. Fu tuttavia
una nota positiva la visita alla lapide del fratello, in occasione della quale
scrisse il Carme 101 (a cui si ispirò in seguito anche Foscolo per la poesia In
morte del fratello Giovanni). Catullo non partecipò mai attivamente alla vita
politica, anzi voleva fare della sua poesia un lusus fra amici, una poesia
leggera e lontana dagli ideali politici tanto osannati dai letterati del tempo[6].
Disprezzava infatti la politica di allora, dominata da politici corrotti che
servivano soltanto il proprio interesse: riteneva dunque che favorire l'uno o
l'altro non significasse niente di meno che aiutare l'uno o l'altro a
perseguire il suo vantaggio personale. Tuttavia, seguì la formazione del primo
triumvirato, i casi violenti della guerra condotta da Cesare in Gallia e
Britannia, i tumulti fomentati da Clodio, comandante dei populares, fratello
della sua celebre amante Lesbia e acerrimo nemico di Cicerone, che verrà da lui
spedito in esilio nel 58 a.C. ma poi richiamato, i patti di Lucca e il secondo
consolato di Pompeo. Una nota da sottolineare è il Carme 52 dove, per usare le
parole di Alfonso Traina, "il disprezzo della vita politica si fa
disprezzo per la vita stessa": (LA) «Quid est, Catulle? quid moraris
emori? sella in curuli struma Nonius sedet, per consulatum peierat Vatinius:
quid est, Catulle? quid moraris emori?» (IT) «Che c'è, Catullo? Che
aspetti a morire? Sulla sedia curule siede Nonio lo scrofoloso, per il
consolato spergiura Vatinio: che c'è, Catullo? Che aspetti a morire?»
(Carme) Opera Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Storia della letteratura latina. Marco Antonio Mureto, Catullus et in eum
commentarius, Venetiis, apud Paulum Manutium. Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Liber (Catullo). Il liber di Catullo non fu
ordinato dal poeta stesso, che non aveva concepito l'opera come un corpo unico,
anche se un editore successivo (forse lo stesso Cornelio Nepote a cui è stata
dedicata la prima parte dell'opera) ha diviso il liber catulliano in tre parti
secondo un criterio di tipo metrico: i carmi da 1 a 60, sotto il nome di
"nugae" (letteralmente "sciocchezze"), brevi carmi
polimetri, per lo più faleci e trimetri giambici; i carmi da 61 a 68, i
cosiddetti "carmina docta" d'impronta alessandrina e per lo più in
esametri e distici elegiaci; i carmi dal 69 al 116 sono gli epigrammi
("epigrammata"), in distici elegiaci. Il mondo poetico e
concettuale di Catullo Il poeta Catullo legge uno dei suoi scritti agli
amici, da un dipinto di Stefan Bakałowicz. Catullo è per noi uno dei più noti
rappresentanti della scuola dei neòteroi, poetae novi, (cioè "poeti
nuovi"), che facevano riferimento ai canoni dell'estetica alessandrina e
in particolare al poeta greco Callimaco, creatore di un nuovo stile poetico che
si distacca dalla poesia epica di tradizione omerica divenuta a suo parere
stancante, ripetitiva e dipendente quasi unicamente dalla quantità (in
riferimento all'abbondanza dei versi di quest'ultima) piuttosto che dalla
qualità. Sia Callimaco che Catullo, infatti, non descrivono le gesta degli
antichi eroi o degli dei[7], ma si concentrano su episodi semplici e
quotidiani. Per giunta, i neòteroi si dedicano all'otium letterario piuttosto
che alla politica per rendere liete le loro giornate, coltivando il loro amore
solo ed esclusivamente alla composizione di versi, tanto che Catullo dichiara
nel carme 51: «Otium, Catulle, tibi molestum est:/otio exsultas nimiumque
gestis» «L'ozio per te, Catullo, non è buono;/ nell'ozio smani e ti scalmani»
(traduzione a cura di Nicola Gardini). Talvolta il poeta ostenta il suo
disinteresse per i grandi uomini che lo circondavano e che stavano scrivendo la
storia: «nihil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere» «non m'interessa,
Cesare, di andarti a genio» (carme 93), scrive al futuro conquistatore della
Gallia. Da questa matrice callimachea proviene anche il gusto per la poesia
breve, erudita e mirante stilisticamente alla perfezione. Si sviluppano,
originari dell'alessandrinismo e nati da poeti greci come Callimaco[8],
Teocrito, Asclepiade, Fileta di Cos e Arato, generi quali l'epillio, l'elegia
erotico-mitologica e l'epigramma, che più sono apprezzati e ricalcati dai poeti
latini. Catullo stesso definì il suo libro expolitum (cioè
"levigato") a riprova del fatto che i suoi versi sono particolarmente
elaborati e curati, le poesie raffinate e curate. Una delle caratteristiche
peculiari della sua poetica è, infatti, la ricercatezza formale, il labor limæ,
con cui il poeta cura e rifinisce i suoi componimenti. Inoltre, al contrario
della poesia epica, l'opera catulliana intende evocare sentimenti ed emozioni
profonde nel lettore, anche attraverso la pratica del vertere, rielaborando
pezzi poetici di particolare rilevanza formale o intensità emozionale e
tematica, in particolare come nel carmen 51, una emulazione del fr. 31 di
Saffo, come anche i carmina 61 e 62, ispirati agli epitalami saffici. Il carme
66, preceduto da una dedica ad Ortensio Ortalo, è una traduzione della Chioma
di Berenice di Callimaco, che viene ripreso per mostrare l'adesione ad una
raffinata elaborazione stilistica, una dottrina mitologica, geografica,
linguistica ed infine la brevitas dei componimenti, con la convinzione che solo
un carme di breve durata può essere un'opera raffinata e
preziosa. Svetonio, Vita di Cesare, 73. ^ Chonicon, ad annum. ^ Carme 113,
2. ^ Carmi ^ Secondo un'indicazione di
Apuleio nell'Apologia, 10, la donna a cui si riferisce Catullo rimase vedova
nel 59 a.C. di Quinto Metello Celere, sicché si può pensare a Clodia. Al
riguardo si veda il carme 93: «Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere /
nec scire utrum sis albus an ater homo» - «Non mi interessa affatto piacerti,
Cesare, né sapere se tu sia bianco o nero». ^ Eccezion fatta, forse, per i
carmina 63 e 64. ^ Morelli Alfredo Mario, Il callimachismo del carme 4 di
Catullo, Cesena: Stilgraf, Paideia: rivista di filologia, ermeneutica e critica
letteraria:. Bibliografia Rassegne bibliografiche J. Granarolo, Catulle, in
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Letteratura latina. Storia e testi. Vol. 2, Milano, Principato, Kaggelaris,
Wedding Cry: Sappho (Fr. 109 LP, Fr. 104a LP)- Catullus - modern Greek folk
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and history, pp. 260-270. Catullo, Gaio Valerio, su Treccani.it – Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Massimo
Lenchantin De Gubernatis, CATULLO, Gaio Valerio, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931. Modifica su Wikidata Gaio Valerio
Catullo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su
Wikidata Gaio Valerio Catullo, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere
di Gaio Valerio Catullo, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Gaio Valerio Catullo, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute.
Modifica su Wikidata Opere di Gaio Valerio Catullo / Gaio Valerio Catullo
(altra versione), su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Modifica su Wikidata
(EN) Opere di Gaio Valerio Catullo, su Open Library, Internet Archive. Modifica
su Wikidata. Opere di Gaio Valerio Catullo, su Progetto Gutenberg. Modifica su
Wikidata (EN) Audiolibri di Gaio Valerio Catullo / Gaio Valerio Catullo (altra
versione), su LibriVox. Bibliografia di Gaio Valerio Catullo, su Internet
Speculative Fiction Database, Al von Ruff. Modifica su Wikidata (EN) Gaio
Valerio Catullo, su Goodreads. Modifica su Wikidata Il Liber di Catullo
tradotto in italiano, su spazioinwind.libero.it. Il Liber di Catullo con
concordanze e liste di frequenza, su intratext.com. Le grotte di Catullo, su
smugmug.com. Scansione metrica del Liber di Catullo, su rudy.negenborn.net. La
Chioma di Berenice: traduzione di Alessandro Natucci, su digilander.libero.it.
Il carme 64: traduzione di Alessandro Natucci (PDF), su
classiciscriptores.weebly.com. Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniRomani del I
secolo a.C.Nati nell'84 a.C.Morti nel 54 a.C.Nati a VeronaMorti a RomaGaio
Valerio CatulloEpigrammistiValeriiPoeti italiani trattanti tematiche LGBTSalvatore
Gaetani. Gaetani. Keywords: APVD NEAPOLIM, l’implicatura di croce. Croce,
Catullo -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gaetani” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gagliardi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Marino).
Abstract. Implicatura. Keywords: implicatura. Filosofo italiano. Grice: “I like Gagliardi; I spent some
time with medics at Richmond, talking Greek! Anyhow, Gagliardi shows why the
Angles prefer physician – since ‘medicare’ is such a trick!” – Grice:
“Philosophically interesting bit is that Gagliardi applies ‘medico’ and qualifies
it with ‘morale’!” –Nacque a un feudo dei Colonna, nell'area dei Colli Albani,
come riferisce Moroni nel suo Dizionario di erudizione, e come riferito dallo
stesso G. nel in "L'idea del vero medico fisico e morale formato secondo
li documenti ed operazioni di Ippocrate" (Roma). In effetti, il cognome G.
esiste all'epoca a Marino ed è tuttora tramandato. E impegnato in ricerche
morfologiche, microscopiche ed anatomo-patologiche a proposito delle ossa,
compiendo importanti scoperte in questo campo: in “Anatomia delle ossa
illustrata con le nuove scoperte", Roma) descrisse per primo la struttura
lamellare delle ossa. Inoltre effettua alcuni esami e ricerche comparative tra
le ossa umane e quelle del vitello. Descrisse probabilmente per primo un caso
di tubercolosi ossea. La sua opera fu piuttosto lodata, e l' “Anatomia” fu
ristampato. Fece importanti studi sul "mal di petto". Filosofa
sull'educazione morale. Diede anche ammonimenti contro i guaritori ciarlatani e
fornì alcuni suggerimenti deontologici.
Abitava nel rione Sant'Angelo, presso via delle Botteghe Oscure. In
questa strada un suo servo fu ucciso misteriosamente nottetempo. Durante le
villeggiature dei papi presso la Villa Pontificia di Castel Gandolfo G. ha il
privilegio di offrire la frutta al papa. Alessandro VIII gli conferì un titolo
nobiliare, ma non sappiamo quale. I suoi lavori, conservati nelle maggiori
biblioteche di Roma, rivestono un particolare interesse se anche duecento anni
dopo la loro scrittura, il vice-direttore dell'Ospedale San Martino di Genova, Arata,
diede alle stampe una lettera inedita del Gagliardi sull'itterizia. Si ha
svolto un proficuo lavoro di ricerca su G., scoprendo anche una firma del
medico in margine ad un saggio discusso all'Università La Sapienza. Altre opere: “L'infermo istruito nelle
scuole” (Roma); “Consigli preventivi e curativi in tempo di contagio dati in
forma di dialogo” (Roma); “Relazione de' Mali di Petto che corrono
presentemente nell'Archiospedale di Santo Spirito in Sassia” (Roma);
“L'educazione morale” (Roma). “Come sopra l'influenza catarrale che
presentemente regna in Roma e Stato ecclesiastico” (Roma). Si veda
l'annotazione di “Due baiocchi” in "Castelli Romani", Bossi,
Dell'Istoria d'Italia antica, Enciclopedia Treccani G. Sterpellone, I
protagonisti della medicina, Tiraboschi, Storia della letteratura
italiana, Lucarelli, G., Giornale de'
letterati d'Italia, Ros, La "Relazione de' Male di Petto" en el
ambiente anatomo-clínico romano, in Dynamis: Acta hispanica ad medicinae
scientiarumque historiam illustrandam; Moroni, Dizionario di erudizione
storico-ecclesiastica, Venezia, Emiliani; Lucarelli, Memorie marinesi, Marino,
Biblioteca Torquati, Ordinamento universitario dello Stato Pontificio
Tubercolosi ossea; G., TreccaniEnciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. 1 te cose senza profondarvi in alcuna di efse, ed allora
appunto diverrete più capaci di fare maggiori progressi, e tanto più se vi
servirete per regolatore delle vostrej operazioni di quel saggio avvertimento
feftina lente: Esplorerò dunque con private conferenze l'animo di ciascun
di voi separatamente, per meglio accercarmi di ciò,che vi farà bisogno, non
potendo il Medico dare ajuto al suo Infermo s se prima non avrà ben conosciute
le cagioni del suo male, e spero in oggi; e domani di potere ricavare da voi
ciò, che sarà più necessario, ch'Io sappia, per meglio indirizzarvi.
Ritiriamoci ora à fare il privato esame, per potere Lunedì prossimo dar
principio alle nostre Giornate. M Nella quale si moftra cofa fi ricerchi
d'eljena ziale per efere Medico je ciò, che gli rechi
ornamento. Avveddi jeri dal vostro parlare; che non siete tutti voi
di genio uniformi,perche conobbi bene, che tal'uno di
voi non restava persuaso, et altri più ; ò meno, s’appagavano delle mie
ragioni, e riflettendo, che ciò possa nascere dalla diversità delle vostre
menti più o meno sublimi, et animofe. Quindi è, che prima d'inoltrarmi nel
presente ragionamento, stimo necessario di premettere una breve partizione
delli vostri ingegni, à fine di regolare ciascuno di voi secondo la propria
capacità : Ecer tamente, conforme nell'esterno non vi assomigliate trà
voi, così ancora nell'interno sarete differenti, cioè, che non avrà ciascuno di
voi la medesima capacità, et apertura di mérite ; il medesimo talento, ē
spirito, la medesima memoria, e ritentiva, et il medesimo giudizio, o
perspicacia d'ingegno; onde, ciò suppofto, io non potrò con la medesima misurd,
e regola mostrare à tutti voi ciò, che vi converrà d'essenziale, è d'ornamento
per potere diventare veri Medici. Dunque mi converrà necessariamente dividere
left fenziale dall'ornamento, perche l'effenziale dovrà competere egualmente à
voi, che fiete di mente più sublimi, che agli altri d'inferiore capacità :
L'ornameiro poi, perche non potrà competere egualinente, nè potrà essere in
tutti voi uniforme, bisognerà regolarlo fecondo la propria capacità, e
genio di ciascuir di vois con pensare al modo, che poffino l'ingegni inferiori
uguagliare per altra via ancora nell'ornamento li più subliini ; E ciò servirà
primieramente per dare un'ottima direzzione alle menti di maggior capaci.
tà, in farli conoscere ciò, che si debba di elli premettere d'essenziale, per
poscia potersi avanzare in quello di più, di cui saranno capaci. In secondo
luogoperche non si confondano, et avviliscano le menti meno sublimi, anzi per
istruirle, et ani. marle insieme à fupplire con l'Arte al di, fetto di
Natura, Certo, che ognuno di voi deve avere il medesimo fine, cioè di
divenire Medico; Onde dovrà unitamente con gl'altri incaminarsi per la medesima
strada, e fino à tanto, ch'abbia conseguico il suo in, tento ; Mà perche chi si
trova in forze maggiori trà voi è portato facilmente dal suo spirito ad uscire
dalla careggiata, quindi è, che bisognerà idearsi un caso, che dia un buon
regolamento à tutti unitamente, che sarà il seguente : Vi fia trà voi chi
posseda in contanti due, chi trè, e chi quattro talenti, e che voglia ciascuno
per uso proprio fabricarsi una casa compita, che abbiad d'avere il medesimno
uso, e la medefima fruto struttura, certo è, che li fondamenti
converrà, che li facciate uniformi, il sopra terra dovrà alzarsi eguale, le stanze
doyranno essere di numero, e capacità consimili, altrimenti non avrà la
medesima struttura. In idearsi queste case non potrà l'Architetto eccedere la
spesa di due talenti, altrimenti non potria senza indebitarsi compire la sua
fabrica,chi di voi hå che due foli talenti; Si dolerà facilmente con
l'Architetto chi ne hà d'avantaggio, perche non gl'abbia delineato fabrica più
sontuosa, à cui facilmente egli risponderà, è meglio, che litalenti vi
avanzinoy che manchino, perche li potrete impiegare in ornato, e così la vostra
farà più bella comparsa ; Sentendo questo voi, che avete soli due talenti vi
dolerete ancora coll'Architetto, che non vi rimarrà cosa da spendere per
ornarla, e perciò la voftra fabrica non potrà comparire bella al pari delle
altre, vi risponderà il medesimo, abbiate pazienza, che vi darò il modo per far
comparire vaga la vostra ancora al pari delle altre : Mă se per vostradisgrazia
spenderete li vostri talenti senza le buone regole dell'Architettura, é voglia
ognuno di voi farsi una casa à suo genio . Vois che avete quattro talenti
vorrete fare il doppio degli altri, vi profonderete più del bisogno ne'
fondamentis farece muri più larghi; l'alzerete più dell' altri; con tutti li
vostri quattro talenti Atenterete à copritla ; con che denari poi la
stabilirete? A che servirii la magnifiċenza della vostra casa, non potendola in
tutto compire per renderla usuale? Tanto peggio seguirà in voi, che
possedete meno, se nella vostra fabrica spetdeste più di quello; che dovete je
po tete; correreste pericolo di non poterla ricoprire, onde vi rimarria affatto
infruto tuosa, Altro inconveniente ancora potrid fascere si nell'uno,
come nell'altro caso, che saria di risparmiare ne' fondamenti qualche porzione
de’talenti per impiegarla nell'ornáto, iii questo modo le vostre cafe fariano
sempre in pericolo di rovina. $e, con tutta la sua bella apparenzas fatta
[ocr errors] ad imitazione di quei Mercadanti, che ciò che hanno tengono in
mostra, e questi sono quelli, che ben spesso si veggono fallire. Questa
fabrica, ch'ora vi hò ideato è appunto la Medicina Pratica, la quale fi deve da
tutti voi apprendere, e nella medema conformità, affinche ne ricaviate un
metodo di medicare uniforme, facile, e sicuro, e se in apprenderla voi, che
siete dotati d'ingegno più subliine degl'altri, vorrete stendervi più in oltre
delli vostri Compagni, vi confonderete con facilità con tutto il vostro bel
talento, perche fzcilmente il vostro spirito grande vi farà divagare in quelle
cose, che apprese in altritempi, che resivi più capaci, meglio lo capirete, et adatterete
al vostro bisogno. Șia per esempio, se in questo tempo, che attendete alla
pratica, vi venisse fantasia di leggere, et imparare molti, e diversi liftemi,
e li varj metodi di medicare, che Lono nella Medicina, questo vi reccherà
confufione, contenendo tanta diversità di pensieri,d'ideese di modi con tutto
che la 7 verità delle cose sia una sola, onde con Fagione riferisce
Lacuna, (a) ch'esclamava à suoi tempi Galeno : Judicij veri difficultatem
liquidò oftendunt tot, tàmque variæ hærefes, quòt in Arte Medicâ reper riuntur;
E tanto maggiorinente, che quefti distogliendovi da quel bell'ordine, che
voi avevate preso in offervare l'andamenti de? mali con li vostri propri occhi,
vi faranno acquistare una pratica fimile alla vostra ideata fabrica, che non
farà côpita, et in conseguenza non ne potrete cavare quel profitto,che ne
riporteranno li voftri Compagni, li quali à cagione della maggiore
attenzione, che hanno in apprendere quella sola,non divertendosi in altro, se
ne approfitteranno bene, e la loro pratica sarà compita, e potrà avere il
suo uso, giacchè al parere di Cicerone : (6) Affiduus ufus, uni rei deditus,
die Ina genium ; et Artem fæpè vincit ; Sicchè in questa parte eforto tutti voi
à non applia care ad altro, allora che prendete lame pra(a) Comment 1.
Aphorism. 1. ex Lecuno in Epit, (6) Cicero pro Cornel. Balb. 1 [ocr
errors] pratica, che à quell'esercizio, che fate, eccettuatone alcuni tempi
destinati per Ja Notomia, e per la Boštanica, Perfezionati, che farete in
detta, pratica, et appreso, che avrete un metodo facile, e più sicuro di medịcare,
allora converrà di ornarla di altre cose, che abbiano correlazione con la
Medicina, secondo il proprio genio, e capacità, con fermo proponimento però,
che non vị abbiano da distogliere dallo studio di er fa, nè da confondere ciò,
che auete con li propri occhi offeryato più volte, eţurto ciò, che avețe
appreso per ornamento non l'avrete da profeflare come negozio principale,
altrimenti vi distoglierà da quello, che avevate già acquistato dị buono nella
- Medicina, ma sopra di cio più diffusamente ne tratteremo in ap: presto
Questą praticą, appunto acquistatą, mediante le reiterate esperienze, e
diligenti osservazioni fatte intorno li Malati è quello, che fi ricerca
d'essenziale nel Medico, et oltre di questa ogn'altra cosa, che s’acquisterà di
più gli servirà d'ornamento maggiore : Che sia così,per consolazione di yoi,
che siete d'ingegni meno sublimi, yeniamo alle prove. La prima sarà con
l'autorità d'Ippocrate chiara, e testuale ; Dice dunque, egli:(a) Ars fane
medica jām mihi tota inventa ese videtur, quæ fic comparata eft, ut fingulas,
da consuetudines, temporum occasiones doceat. Qui enim hoc pactó Artis Medicæ
cognitionem habet, is minimum ex, fortuna pendet, fed et citrà fortunam, çum
fortunâ rectè eam adminiftrabit ; Firma enim eft Ars tota Medica, cjusque
prçceptiones, ex quibus conftat dr. Consistendo dunque tutta la Medicina
in sapersi ciò, che sia solito à farsi, e le congiunture de' tempi, nelle quali
fi deve operare, queste chi meglio di voi le potrà sapere, avendole con li
yostri propri occhi più volte osservate? e bastando ciò per bene medicare,
secondo la dottrina d'Ippocrate, sarete dunque, mediante la vostra buona
pratica, allora già divenuti Me(a) Hippocr. in lib. de loc. in
bom.nesa Medici; E fe poi desiderate sentire sopra ciò più chiaro parere
d'Ippocrate, legge. xe De decenti ornatu, dove così vi parla ; Sint cu in
memoria tibi morborum curatio. da harum modi, quo multipliciter, quomodò
in fingulis fe habent; bọc enim principium eft in Medicina, medium, et finis =
che sono appunto questi il costitutivo del. l'essenziale: Sia all'oppofto
tal'uno ornato di tut, te le scienze, nià che non abbia acquistato ancora in
Medicina una buona pratica, questi non si potrà dire con tutte le sue scienze
Medico pratico, perche non saprà ben mcdicare, e gl'accaderà per l'appunto,
ciò, che succederia ad un'insigne Geo. grafo se volesse viaggiare senza la
guida, queiti nelli bivj, ò trivj sbaglierebbe la strada, per non averne la
buona pratica, e con tutto, che possedeffe la situazione di tutto il mondo, in
un piccolo tratto di paese si smarrirebbe; Mà tutto questo con Pesempj più
chiari ve lo farò costare, Tralasciando di riferirvi un lungo Catalogo
de' Medici, che hanno scritto in fola sola Medicina pratica, e che
fiorirno con gran lode, mentre vissero, senza effere ornaci d'altre scienze,
perche lo potre te, volendo, con li vostri proprj occhi rincontrare, leggendo i
loro libri ; Vi riferirò solamente alcuni casi accaduti à Medici, ch'avevano
appreffo di noi molta ftima', per essere versatiliminella buona pratica di
medicare, e si poteuano annoverare trà quelli, di cui parla, Ippocrate nel
libro De Arte : Viri hujus Aricis periti, re ipfi lubentiùs, quàm vero bis
demonftrant ; li quali vennero al cimento con Medici di maggior grido di loro
nelle altre scienze, e ciò, che ne seguì . Gio: Giacomo Baldini ne fù uno
di questi, il quale efsendo folamente un buon Pratico, e dotato d'isperimentată
prudenza, era per li fuoi pingui guadagni molto invidiato da alcuni di quelli,
che li riconoscevano in molte scienze superiori di gran lunga à lui, s'abbattè
egli una volta in un consulto con due Medici delli più celebri nella
facondia, 1 B с рiй e più versati in molte altre
scienze,e per tal cagione poco conto facevano di lui; Ora questi avevano già
premeditati li loro discorsi molto eruditi, à fine, che meglio comparisse à
tutta una nobile Udienza, che vi dovea intervenire, la poca sufficienza, et infelice
modo di di(correre del Baldini, furono sì lunghi li sudetti eruditiffimi
ragionamenti, e s'ina oltrarono tanto in cose fuori del propofito, che in vece
di dilettare annojarono tutta l'Udienza, et avvedutofi di ciò il buon Pratico,
in vece di gareggiare con loro nell'eloquenza, fece un breve di. scorso, mà
tutto indirizzato all'urgente bisogno, conobbe meglio degl'altri il male, lo
confermò con l'autorità puntuale d'Ippocrate, fece il suo pronostico mortale,
che si verificò in breve, venne alla cura, propose alcuni rimedj, e terminò il
consulto con applauso uniuersale di tutta quella nobile Udienza, diccndo
: : mo, che ha discorso à proposito, e se ne partì tutto contento, e
consolato. Gio [ocr errors][merged small] 1 1 Giovanni
Tiracorda già in questo Archiospedale degnissimo Decano, che nella pratica
Medica aveva quei bei lumi, che felicirano le cure ardue, si abbattè in un
consulto con un Medico catedratico eruditissimo nelle lingue, c Greca in
ispecie, nelle Matematiche, ed ancora nella Teologia ; L'Infermo era
Oltramontano y poco prima giunto in Roma, che li ainmalaffe, ed in tempo di
aria sospetta, il' di cui male fù creduto dal sudetto eruditiffimo Professore
eflere una febbre etica, e con tali, erante ragioni s'ingegnava di provarlo in
ispezie per il pollo basso che aveá, che fariano per certo bastate à formarne
liga gran ležzione in cattedra. In tanto il buon Pratico Tiracorda penaya in
fentire ciò, che conosceva non potersi in modo alcuno verificare, e dovendo
egli concludere, con breve discorso fece capire essere il male del povero
foratieri) una febbre maligna,e di pelimo costume, che se presto,e validamente
non era foc corso farebbe morto, disse ciò, che con veniva B2
[ocr errors] veniva farsi con sollecitudine, e l'esito funesto, in breve
seguito, ne fù il Giudice, chi di loro avesse meglio conosciuto il
male, Riferirò per terzo ciò, che seguì ad Antonio Piacenti
mio Maestro, la di cui perizia nel ben medicare è nota, per via vere ancora
molti, che furono da effo ne’loro gravi mali bene assistiti, onde per essere io
interessato, non m'inoltrcrò di vantaggio in lodarlo, e lascierò, che facciano
altri quella giustizia, che le sue gloriose ceneri meritano. Questi ebbe
occasione più volte di trovarsi alsieme co' Professori di molto grido, per le
varie scienze, che possedevano, e vedevo, che il suo configlio, ò era
feguitato, ò volendosi fare diversamente per lo più si sbagliava; Accadde
una volta nella cura di un'Infermo, che pativa di un male graue di testa,
creduto da esso procedere da pienezza d'umori viziofi, che nel basso ventre
dimoravano, c per ciò gl’aveva proposto il dejettorio, che à ciò si oppose chi
era versato più di luiin altre scienze fuori della pratica medicinale, con il
motivo, che l'evacuazione glavria inolto pregiudicato. Stette egli faldo nella
proposta già fatta, quale fù esaminata da altri Profeffori, e conclusa: ed
eseguita che fù, l'efito moftrò d'onde procedeva il male, e chi l'aveva meglio
accertato, posciache mediante l'evacuazione ne rimnase libero. Due gran
motivi si poffono dedurre dalli riferiti casi, uno di confolazione per voi, che
non avete genio ; ò abilità all'acquisto di altre scienze, vedendo, che nella
vostra sfera pratica; abilitati che sarete, potrete ftare à fronte con quelli
di più letteratura di voi, purche abbiate prudenza, e giudizio in sapervi ben
regolare; e l'altro servirà d'avvertimento à voi d'ingegno più perspicaces che
desiderate apprendere tutto lo scibile, à non fidarvi folamente sù quello, ch'è
ornamento Medico, dovendo ancor voi poffedere Fondatamente, al pari degl'altri,
quella buona pratica Medica, ch'è la direttrice del ben curare, senza
[merged small][ocr errors] la quale sono inutili tutti gl'altri ornamenti:
Consolatevi però ancor voi, che bramate d'apprenderli : perche quando saranno
uniti alla buona pratica, vi ferviranno ancor'elli di scorta, e vi faranno
divenire eccellenti Medici, et in prova di ciò non vi mancano esempj di cafile,
guiti, che fanno conoscere quanto accrescano di chiarezza alle nostre menti le
Filosofie sperimentali, la Ģeometria, l'Aftronomia, et altre scienze, che
porfono avere correlazione con la Medici. na, mà per ora potrà bastarvi
l'oracolo d'Ippocrate allora, che scrivendo à Tel, Lalo gli notificò: Geometria
mentem acuit, e longè Splendidiorem reddit ; e nel libro de Aere, Aquis, et locis
; Ad Artem Medicam Astronomiam ipfam non minimum, fed plurimum poteft conferre
; Ben'è vero, che rari fono quelli, a'quali datum eft adire Corintum, perche
tutte queste cose averle, poffederle, e maneggiarle à quel segno, che conviene,
cnon più oltre non a ricerca minor prudenza di quella, che aveva il Re
Mitridate iu reggere un Coco [ocr errors] Cocchio tirato da bravi,
e numerosi de strieri, altrimenti andandosene tutte in pampani, e fiori, che
non legano, produrranno pochissimo frutto, quantuns que fosse vaghiflima la
loro prima ap. parenza. Sicché parmi d'avervi à bastanza mostrato, che
l'essenziale del Medico non consiste in altro, che nella buona, e soda pratica
acquistata mediante le re. iterate osservazioni di ciò, che fiegua nelli
progrefli de’mali, e quanto fiac. quisterà di più fia tutto ornamento. E
da questo si possono comprende reli gran vantaggi, che necessariamente nel ben
medicare, non solamente li Gio. uani Praticanti, et Aliftenti ne riportano
dalle continue offeruazioni, che fi fanno negli Spedali ove sono numerosi
gl'Infermi, mà ancora gli Profeffori primarj, che ivi esercitano, potendo
questi, mediante le reicerace osservazioni, che si fanno in lunga serie di
anni, acquistare molta perizia pratica, e franchezza ancora nel medicare,
conforme, che ogn'uno di esli ben se ne avvedeje lo confeffa. E
finalmente, acciocchè non resti quanto vi hò detto infructuofo,converrà, che
ora vi mostri come vi dovrete contenere nell'acquistare detta pratica tutti
assieme, e conformé, fi dovrà regolare ciascun di voi ; secondo la propria
capacità, in quello, ch'è ornamento, mà effendo questi più punti, che meritano
matura riflessione, bisognerà riportarli alla Giornata di domani, venite però
tutti, e voi precisamente, ch'avere più brio, e spici:o più vivace deglalri
preparati di sofferenza, perche sarà Giornata di attenzione, e mortificazione
infieme. [ocr errors][merged small] [blocks in formation] Nella quale si
fà vedere ciò, che dovre farsi da tutti unitamente per ben confeguire una buona
prática, e quello, che dovrà operare ciaschedino secondo la propria capacità
per uguagliarsi a' Comia pagni in quello, ch'è ornamento. Mi :
I dispiace nella Giornata di jeri accennato, ch'oggi vi
mortificherei, perche jacula prævisa minus feriunt ; Mi persuado, che di già
farete venuti preparati per sentire da me rimproveri sopra li vostri poco
lodevoli portamenti, da me più volte osservati, mà abbiateci pazienza ò perche
ciò G fa per voftro bene. Ditemi di grazia à che fine venite in questo
luogo pieno di miserie ? Frana camente mi risponderete : A prendere la pratica
di Medicina; e questa in che modo la prendete yoi più disinvolti, et allegri,
che mostrate d'esfere più spiritofi degl'altri? Con paffeggiare per lo
Spe. daledale, confabulando trà di voi sopra le novelle di queito mondo?
Questo non è il modo da prendere pratica di Medicina, nella quale si richiede
una fomma applicazione, mà più tosto da divertirvi: Sappiate, che lo Spedale
non è luogo da perderci inutilmente il tempo in divertimenti, e svari, perche è
ripieno di aria infetta, chi non brama d'approfita tarsi non si curi dimorarvi,
mà se ne vada in aria migliore, e più amena di fta, che farà per lui più utile,
e sicura, e non mi faccia cestar bugiardo, poiche in cal guisa continuando, non
folamente daria à divedere che la Medicina sia Arte lunga, mà ancora, che non
si possa in conto alcuno acquistare, essendo questo tutto l'opposto di ciò, che
da principio vimostrai. 15 TMarcello disse, rimproverando li suoi
foldati, che non aveano fatto come e doveano, e poteano il loro uffizio: Mula
ta vidi Romanorum corpora, fed Romanum vidi neminem; e così ancora io potrò
direfin'ora di voi: Multa vidi discipulorum [ocr errors] corpora, fed
difcipulum vidi neminem ; Spero però, che conforme servirono di stimolo a' suoi
soldaţi le parole risentite di Marcello per fare, che superassero nel giorno
susseguente Annibale,cosi le mie moveranno ancora gl'animi vostri in ay. venire
ad operare con più attenzione, e fervore di prima scusandovi del passa
perche non sapevate ancora in che modo vi dovevate contenere ; Qual mutazione,
oltreche recherà à voi gran vantaggio, si perche più prestamente vi
sbrigherete, e con miglior ordine v’im. poffefferete della buona pratica
Medica, à cui devono indirizzarsi tutte le vostre operazioni, sarà ancora di
mia somma consolazione. Prima però di porvi à questo ftudio pratico farà
di mestiere, che possediate, oltre il buon costume, l'Istituzioni Me diche, con
le quali diverrete già iniziati à questo nuovo esercizio, essendo legge
d'Ippocrate di non doversi praticare altrimenti, ordinando egli (a) doppo
aver detto: (a) I* Hippocratis lige : detto: Institutionem à puero
fit moribus generofis, venendo alla Medicina pratica, Hæc verò cum facra fint,
facris hominibus demonftrantur, prophanis verò nefas priùsquàm foientiæ facris
initiati fuerint ; e facendo voi diversamente non potrete capire ciò, che vi si
presenterà d'offer= väbile, e s’aveste ancora appreso la cognizione de'mali, vi
recheria quefta un sommo vantaggio, insegnando Ippocrates ( b ) che Qui autem
fignorum cognitio: nem habuerit is: folus ritè ad curationem aggredietur, caso
che nò procurerete, che sia questo il primo vostro studio, e lo farere ; con
discrivere in un libretto di memorie tutti li segni, che fanno venire in
cognizione di quel tal determinato male, con indicarvi quali sono li essenziali
; ex. gr. dell'Angina, dell' Epátiride &c. é quelli, che sono distintivi;
che fanno conoscere, se sia Colico, Ò Nefritico il male, se fia vera, ò falfa
gravidanza, e così proseguendo in tutti quei casi confimili, che hanno
bisogno di (b) la lib.de Media [ocr errors] [ocr errors] di qualche
segno proprio, che meglio li faccia comprendere, e tutto ciò è necessario à
farsi, perche attorno l’Infermo dalli segni si rinviene il suo niale, e questi
sono neceffarj d'averli à memoria, perche all'ora non si può ricorrere à
leggerli ne’libri, quando sareçe interrogati, che male quello sia ; Dovrete
ancora lasciare in detto libretto di memorie molto spazio di casta bianca in
ciasche, dun caso, doppo avervi descritti gl’accennati segni per notarvi ciò,
che biso, guerà in appresso, Acquistata, ch'avrete la cognizione de' mali
più frequenti, e che vagano in quella stagione, e questo in breve tempo lo
potrete fare, incomincierete ad osservare il modo, con il quale si curano, et in
quel medesimno libretto dove avrete descritti li segni, v.g. della Punfura,
capitandovi d'osservare il detto male, verrete descrivendo la cura, e
mutazioni, che di giorno in giorno eslo anderà facendo, tanto in meglio, che in
peggio, con tutto ciò, che offerverece di riguardevole, mà succintamente
con qualche contrasegno indicativo,per non fare scrittura voluminosa. Di
dette cure da offervarsi contentatevi di prenderne poche da principio, e le più
facili, per poterle esattamente confiderare, e capire bene, quali in progresso
di tempo l'anderete moltiplicando, e scegliendo secondo vedrete meglio poterle
possedere, e comprendere; Avvertite però non caricarvenc troppo, nè di
tralasciarle, se non ne avete veduto l'evento felice, ò funesto, quale noterere
per meglio impoffeffarvi nelli pronoftici da farsi in casi consimili, nelle
congiunture, che vi si presenteranno . E tutto questo è coerente al consiglio
d'Ippocrate dato nella sua legge, ove dice : Ad bec longi temporis induftriam
accedere neceffe eft, quod disciplina veluti gravidata felicitèr, et benè
crescendo maturus fructus efferat. Lo studio, che dovrete fare in casa
sarà di leggere solamente dui, ò trèlibri pratici de’migliori, che potreteavere
si antichi, che moderni scelti dal Direttore vostro Macítro, et in quelli
procurerete rincontrare se ciò, ch'avete osservato si uniformi alli loro
sentimenti, e noterete, in che cosa consista il di- . yario, per domandarne
sopra ciò la cagione à chi sarà vostro Direttore nella pratica, ò almeno alli
Medici Affiftenti di detto Archiospedale, che sono già pratici, de' quali
ancora vi dovrete prevalere in molte occorrenze, potendoli avere più pronti, e
nel luogo istesso dove vi esercitate, Mà perche le conferenze accrefcono
fervore, e facilitano insieme li progressi, per cagione dell’utile emulazione,
e di sentire da? Compagni qualche cosa di più, che talvolta non fi sapeva ;
Quindi è, che almeno una volta la settimana vi dovrete congregare tutti insieme
per conferire ciò, che ogn'uno avrà acquistato di più nel suo esercizio
pratico, et à questa conferenza potria avere qualche sopraintendenza il Medico
Af fiftente di guardia, che deve necessaria. mente [ocr errors]
mente essere nello Spedale permanente ; E quando sarete disposti à tal’utile
esercizio non avrete da affaticarvi in cercare luogo à propofito, conforme era
neceffario prima, perche voi, che di presente ftudiate avete avuta la sorte
propizia, mediante l'animo generofo, e magnitico di Monsig. Illuftriffimo Gio:
Maria Lang cifi, cho con tanti suoi incominodi, c con si considerabile spesa, à
publico bene, hà stabilito sì grandiosa, e nobile Libraria, ed in questo
medesimo luogo, dove vi esercitate, potrete ivi radunarvi, e fare con tutti li
vostri commodi l'utilissime conferenze, con quel di più, che ne potrete
ricavare da'vn'abbon, dantislima scelta di libri, che vi si custodiscono d'ogni
scienza, et in particolare, assai più numerofi d'ogn'altra in Medicina. Qual
commodo fe l'aveflimu avuto noi, che ora fiamo avanzati negl'anni, in nostra
gioventù, quanto mai ci faria stato grato; poiche per fare conferenze allora,
bisognava andare in luoghi privati à dare incommodo, e pure si face
vano vano con fervore conforme seguì int cafa del Dottor Girolamo
Brafavola, dove ogni Lunedì si teneva congreffo publico, e si leggevano un
difcorso con due problemi Medici, oltre le conferenze, che si facevano fopra
altre materie, concernenti la Medicina, è detto.congreffo continuò con fervore
per molti anni, e con profitto di chi lo frequentava. Talmente che tutta vostra
la colpa fària se voi ora che avețe derta commodità la trascuraste', non
potendosi ciò attribuire ad altro, e con vostra somma vergogna, che al poco
desiderio, che aveste di approfittarvi. Vi riuscirà più commodo di fare
alcune diligenze intorno alli Malati, che vi fiere scelti da offervare, prima
della visita del Medico Principale, che consor feranno d'interrogarli, con
descrivere ciò, che vi troverete di novità per essere sbrigati, e pronti nel
tempo della visita, nella quale sentirete voi ancora il polso à tutti
gl’Infermi del Quartiere per impoffeffarvi delle differenze di esia
C e ciò e ciò farete con qualche attenzione particolare, per meglio
comprendere ciò che nel giorno vi scorgerete differente dalla mattina, e nelle
visite susseguenti, ciò, che di divario dalle antecedenti, ed in ispecie se più,
ò meno celeri, se più, ò meno eguali, se più, ò meno duri, se più alti, ò più
basli, e molte altre differenze, che avete gia letre nel trattato de' Polfi, ed
occorrendovi sopra di ciò alcuna difficoltà, non abbiare timore di spiegarvi, e
di dirlo à chi vi sopraintende, perche da tutti con somma cortesia vi sarà
spianata; Starete attenti quando s'interrogano li Malati nuovi per rinve- ;
nirne l'idea del male, et offerverete il modo, che si tiene con quelle persone
idiote, che non sanno rispondere à ciò, che si domanda loro, et apprenderete la
gran pazienza, che bisogna averci, per potervene servire ancora voi
abbattendovi in Gimili Infermi idioti. Vi porrete à mcmoria quell'idea, che dal
Medico Principale farà stabilita à quel male, e pet non dimenticarvene la
noterere in un libretto conforme vien praticato da. gl’Afiftenti, con
notarvi insieme il no me dell'Infermo, e numero del letto, invigilerete in
sentire, e capir bene cutte le ordinazioni, che si faranno, con rincontrarne
ancora li suoi effetti, non trascurerete di sentire ciò, che si dice del
pronostico del male, e d'ogn'altra cosa concernente tal'infermità, ed in
ispecie in quelli, che vi siete scelti per osservare, e facendo yoi ciò, che vi
hò decco, vi assicuro, che quell'Arte, che Ippocrate chiamò lunga, la farete
divenire più breve di quello, che vi credevate, potendo yoi in tal guisa con
facilità non solamente apprendere il modo più sicuro di medicare, mà ancora la
franchezza del ben pronosticare, conforme insegna Ippocrate : (0) Eventa igitur
per experientiam cognita prædicenda, id enim gloriam adfert, c cognitu ejt.
facile. *Terminata, che farà la detta visita seguirete il Medico, che vi
conduce inpratica per osservare le visite, che sono per la Città, nelle quali
procurerete di fare le vostre osservazioni nel miglior modo, che vi sarà
permesso. Con il sudetto vostro Direttore, e Maestro conferirete tutte le
difficoltà, che vi occorrono, con animo però decerminato d'apprenderne li loro
documenti, essendo questi li semi di quanto di buono in voi germoglierà à
suo tempoo conforme disse Ippocrate nella sua legge : Doctorum præcepta feminum
rationem habent, non già di contradire con pertinacia à quello, che verrà da
esso detto, e risoluto, ed imiterete in ciò le Api, che succhiano il mele da'
fiori, è non già le Vespi, che pungono con li loro aculei colui, à cui si
approssimano. Credetemi, che la modestia, e li buoni costumi, l'attenzione, e
la docilità ne? giovani formano la base stabile di tutti li loro avanzamenti,
dove, che il mal costume, la pertinacia, la garrulità, e la petulanza affatto
l'atterrano, elanniçhilano. Nelli [ocr errors] [ocr errors] Nelli
tempi poi, che saranno prof fimi alle offervazioni anatomiche comincierete ad
alleggerirvi dalle occupa. zioni Mediche, per attendere con più fervore alla
Notomia, e procurerete in quelle vicinanze di trovare un'Indice delle
oftenfioni, che fi faranno, per istudiare preventivamente ciò, che pu- .
blicamente si dimostrerà, ed in oltre vi troverete presenti à tutte le
preparazioni delle parti, che si faranno in privato, non solo per meglio capire,
et impofseffarvi di quello, ch'avete letto, mà ancora per mostrarvene già
pienamente istrutti quando le vedrete publicamente dimostrare i Non
trascurerete, essendovi occafioni d'aperture de cadaveri, di trovarvi presenti
à quelle, e tanto maggior mente se avrete osservato li mali di quei poveri
defonti, e se non l'avrete visitati, procurerete informarvi delle loro
infermità, perche mediante tali ispezioni verrete meglio in cognizione del
luogo affetto, e di qualche cagione ancora di detto C 3 detto
male, e noterete in succinto nel vostro libretto ciò, che si farà rinvenuto in
quelle di considerabile, acciocchè vi resti memoria per prey aleryene à suo
tempo. Ed affinche meglio le possiate ritrovare, riporterete in un repertorio
per ordine alfabetico ciò, che offeryato avrete, tanto nelle cure de inali,
esiti de’madesimi, che aperture de' cadaveri, senza lasciare nè pure un giorno
di non notarvi qualche cosa offervata, e questo l'andrete bene spesso
rileggendo, à fine non vi scordiate di ciò, che una volta apprendeste.
Quando si faranno l'ostensioni bota taniche non occorrerà, che trascuriate
l'altre vostre applicazioni mediche,perche non richiedono queste
quell'attenzione, ch'è necessaria per la Notomia. E tanto più, che durano tutta
una stagione, onde basterà, che per tal'effetto Jeggiare qualche libro bottanico,
e con l'esercizio oculare ricontriate nell'Orto Medico le più usuali per meglio
conocerle, le quali per voi possono esse re [ocr errors] re
sufficienti con la notizia delle loro virtù. Impiegato, ch'avrete il
primo ane no, con fervore, in fare tutto ciò, che fin'ora vi hò
detto, ristrignerete poscia in una nota tutti quei mali più
essenziali à saperfi, che ancora non avevate offervati, à fine, che
capitandovi possiate in quelli continuare li vostri studj, imitan.
do quei Giardinieri, che vogliono for mare un vago prato di fiori ;
Questi colo tivano tutto quel terreno, e con buona ordinanza vi
dispongono li semi, à fine non vi resti del sodo incolto, ove non
nascono fiori, mà sol'erbe campestri, e che li fiori, che nascono, non
resting trà loro confusi. Quando avrete già offervato
ocularmente le cure de' mali più riguardevoli, e frequenti, e quelle occorsevi
di nuovo, l'avrete più volte ancora rincontrate nelle cose essenziali,
uniformi, e che possederete già la Notomia, elsendo divenuti capaci di meglio
discernere ciò, che fate, all'ora converrà, che [ocr errors] vi
applichiate à rinvenire le cagioni de? mali, e non prima, perche essendo tante,
e così diverse tra loro le cagioni descritte dagli Autori in un medeliino male
per la diversità di sì numerosi sistemi, novamente inventati, che se
Galeno à fuo tempo giudicò al parere di Lacuna che : Judicis veri difficultatem
liquido ostendunt tot, tantæque variæ hæreses, quot in Arte Medicâ reperiuntur
; Che giudizio accertato ne potreste formare voi ora, che sono cotanto più
cresciute, prima d'essere nella pratica bene istrutti? Oggidi li giovani sono
così perspicaci, per non dire arditi, che li raziocinj, che già udirono da’loro
Maestri, quali come buona femenza dovriano conservare, et aspettare, che con il
tempo crefceffero, conforme ordina Ippocrate nella sua legge: Tempus omnia hæc
ad plenam nutritionem confirmat, in vece di çoltivarli ora non li seguitano
più, et in vece di quelli se ne scegliono delli più vaghi, onde quando ciò
abbia da esfere è pur meglio, che l'apprendiate quandofiete divenuti più
suficienti à farlo, ed all'ora appunto, che sarete à pieno informati dell’idee
de'mali, delli loro sina tomi, del modo, che s’abbiano à curare, e dell'esito,
che possono avere, perche potrete allora con più sperimentato giudizio
sceglervi quel raziocinio intorno alle sudette cagioni morbose più adattabile
degl'altri al vostro bisogno: Sentite di grazia come al proposito ve lo infinua
Ippocrate : (d) Preclara enim res eft, quæ ex opere, quod quis didicit
proficifcitur oratio ; Écon maggior chiarezza in altro lạogo, (e) dove così
parla : Ncque priùs ad ratiocinationis perfuafionem quàm ad ufum cum ratione
conjunctum animum adhibere ; Ratiocinatio enim in eorum, quæ fenfu
comprehenduntur recordatione quadam confiftit ; ed in appreffo : Nullum ex his,
quæ folâ ratione concludun-, tur fructum percipere licet, verùm ex his, qua
operis demonstrationem habent, fallax enim, et ad errorem proclivis
affeverario; Ed operandosi da voi in questo modo, effendo già divenuti più
abili, e capaci, da un principio più accertato ricaverete un ražiocinio è certo,
ò per lo meno probabile, dove che facendosi diversamente con impoffeffarvi
prima d'ogn'altra cosa delli raziocinj in aria, e di bella comparsa, che
possono con danno notabile preoccupare le vostre menti, e quefti effendo Icelti
da voi per mero genio, fenza saperne il perche, vi faranno dedurre delle
conseguenze, che vi pareranno certe, ed evidenti, le quali in atto pratico le
troverete diverse das quelle ve l'eravate figurate; onde per acquistare pofcia
la buona pratica vi converrå deporli, conforme è convenus to farli da altrui,
che se ne sono ayveduri, per non continuare ne' loro pregiudizj, e sentite come
à meraviglia fi ritrovano costoro delcritti da Ippocrate: (f) Venuste enim
cognitionis intelligentia apud iftos sparsa ejš . Cum igitur hi ex neceffitate
indocti exiftant eos ad utilem *xercitationem cohortor . Mà veniamo all'
esempio per caminare con più chiarezza. S'idei il più bell'ingegno, che frà voi
si trova, che il tal male proceda da un' acido esaltato, è da un calore
eccellivo, ne dedurrà subitamente con la sua perspicacia, dunque và curato con
gli alkalici, ò con gl’attemperanti. Volesse Iddio, che ciò si verificaffe, non
avreste per certo bisogno d'affaticarvi tanto intorno l'Infermi per apprendere
la vera pratica, perche in questo modo diverreste presto Medici; Mà non è
questo il modo da caminare con licurezza, perche se quella cagione non è
accertata farà neceffariamente incerta ancora la conseguenza da quella dedotta,
la quale potrà talvolta produrre all'innocenti Infermi un nocabile danno,
perche Gi tra{curerà di far quello, che s’è osservato altre volte effer loro di
giovamento per andare in traccia à ciò,ch'è incerto, e so. lamente da noi
ideato. Qual verità udite con che chiarezza si ricava da Ippocrate:(8) Quidquid
artėm artificiosè di&tum ef(d) Hippide deciørd. (e) Id, in lib.de
tracept 1 efem(f) In lib.pracept: eft, (8) Hippocr.de
decobabitki [ocr errors] eft, non autèm factum, viam, rationem artis
expertem arguit.. Opinabile fiquidem fine actione infcitiæ, nullius artis
indicium eft ; Opinatio enim cum præcipuè in Arte Medicâ, eâ quidèm utentibus
crimini vertitur; His verò qui eâ indigent exitium afferty fi namque fuis
verbis perfuafi exiftim mant se opus ex scientia profectum novisse, quemadmodùm
aurum adulterinum igni probatur,tales se ipfi etiàm produnt ; e ciò lo conferma
ancora nella sua legge, dicendo, che la sola opiņione ignorationem parit . Il
modo dunque praticabile più sicuro sarà di dedurre la cagione demali dalla già
accertata cura, osservata più volte profittevole, con que’lumi, che vi
darà di più la Notomia, e quando anche per questa strada non se ne rinvenisse
la più certa, non potrà nascerne quel pregiudizio già accennato, perche la cura
anderà a suo dovere, essendo fatta secondo le buone osservazioni pratiche;
oltre di che caminando voi con quest'ordine non vi regolerete con l'incertezza
dell'opinioni degl'uomini,ogni giorno variabili, mà bensi con la certezza delli
giudizi di Natura, sempre più accertati, come divinamente considerò Cicerone
allorche diffe : Hominum com. menta delet dies, naturæ judicia
confirwsat. Quindi è, che Pittagora non fenza cagione faceva tacere li
suoi scolari sinche aveffero compiti cinque anni di studio, perche voleva, che
cominciassero à parlare quando appunto capivano ciò, ch'elli dicevano, e
veramente chi presto parla non ha premeditato ciò, che dice, e chi non hà
premeditato ciò, che dice, parla à caso. Per conferma di quanto vi hò
detto, ed à fine non prevarichiate ora, che avere da me sentito dire qual
potesse esfere il inodo facile sì, mà non già sicuro, da prestamente liberarvi
dall'intraprese fatiche, v'addurrò altri sentimenti d'Ippocrate,da’quali non
potrete discostarvi se vorrete essere tenuti suoi veri seguaci, dice egli ( b
:) parlando in termini difare progresso nella Medicina : At vero in Medicina
iampridem omnia fubfiftunt in eaque principium, via inventa eft, per quam
præclara multa longo temporis fpatio sunt inventa, bu reliqua deinceps
invenientur; Si quis probè comparatus fuerit, ut ex inventorum cognitione ad
ipforum investigationem feratur, Qui verò his omnibus rejectis, ac repudiatis
aliam inventionis viam ; aut modum aggrediatur, to aliquid Je invenise
jactitat, is cùm fallitur, tùm alios fallit, neque enim iftud ullo pacto fieri
poteft. Ippocrate dunque vuole, che dalle cose accertate si passi
all'investigazionc di esse,per meglio discernere ciò, che in quelle non fosse
ancora palese,mà non già, che dalle incerte si pasli à fare al. cuna
investigazione, dicendo chiaramente, che chi farà diversamente ingannerà se
stesso, e gl'altri, e tutto ciò vie. ne più precisamente individuato
redarguendo quelli, che dalle cagioni incerte ne vogliono dedurre una certa
cura, come si legge in appresso: At verò nunc ad cos, qui novâ quadam ratione
artem ex přo." propofita materiâ investigant nostra revera
tatur oratio fiquidem eft calidum, aut fria gidum, aut ficcum, aut humidum,
quod hominem lædit, et eum, qui rectè mederi volet opporret calido per
frigidum, frigido per calidum, ficco per bumidum, et humido per ficcum
opitulari . Exhibeatur mihi aliquis naturâ non admodùm robuftâ, fed
imbecilliore; qui triticum crudum, et inelaboratum edat, quale ex areà
fuftulit, carnes crudas, et aquam bibat, ex qua victus ratione non dubium eft
quin multa, gravia fit perpeffurus. Nàm et doloria bus conflict abitur,
et imbecillo erit corpore, O ventriculus corrumpetur, nequè vitam diù tollerare
poterit . Quodnàm igitur ità affecto præfidium comparandum Calidum nè,
aut frigidum, an ficcum, an humidum? Siquidem horum quodque fimplex eft.
Namque fi quod lædit ab his ipfis eft diversum contrario disolvere convenit,
velut ipfifatentur - Eft enim certifima, et evidentiffima medela, sublatis
quibus utebatur cibis, pro tritico panem exhibere, da pro crudis
carnibus coctas, dj insupèr vinum propi narly nare, neque fieri
poteft, quin his commu: tatis convalefcat ; e questa accertata cura come si è
ritrovata, se non dal vedere, che le sudette cose hanno altre volte conferito
in simili casi? Seguitate pure la strada calcata da' noftri maggiori, se
non volere errare, per la quale ebbe origine, e si è avanzata la vera Medicina,
e questa è quella dell'offervazioni, conforine chiaramente confessa
Ippocrate.(i) dicendo : Neque verò pigeat ex plebeis sciscitari fi quid
ad curandi opportunitatem conferre videatur, fic enim censeo artem univerfam
coma moftratam fuiffe, quod fingula ex fine abi fervata, ad eadem aggregata
fuerint. Animum igitur adhibere oportet fortuit,e occafioni, qu& plerumque
fe offert, quæque cum utilitate, et lenitudine conjuncta eft, quàm cum
sollicitatione, et forti defenfione; e ricavate pure li vostri raziocinj dalle
cagioni de' mali, dalle cure à voi note, ed in quella conformità, che più vi
appagano, che ottenuti in questa guisa, se non fi) Hipp.praceptiones
. [ocr errors][ocr errors] non dimostrativi, faranno almeno innocenti,
non potendo recare pregiudizio alcuno, e state fermi in tale
proposito, per l'esempio di più d'uno, conforme, che diceffimo, à
cui è convenuto mutare li raziocinj delle cure dapoi, che hanno
osservato in pratica meglio gl'andamenti de' mali, e non prima d'allora si
sono accertati, che l'opinione era assai diversa dalla verità, conforme
nel suo sogno ci fà conoscere Ippocrate, ( a ) non solo perche li
comparvero assai differenti trà di loro, mà perche la verità
dimorava appresso Democrito, che non s'ingannava, e l'opinione trà
l’Abderiti già pregiudicati, per la falla loro credenza, che Democrito
delirasse. Appreso, che voi avrete le cagioni ancora de'mali,
all'ora sarete arrivati à qualche perfezione maggiore, potendo, rotto già
il silenzio Pittagorico, con fondamento parlare, e con franchezza
ancora medicare, resterà solo d'istruirvi in che modo si dovrà contenere
ciasche duno (a) Hippo in epiß. Pbilope.2. [ocr errors][merged small]
D [ocr errors] duno di voi in ornare, secondo la propria capacità ciò,
ch'avrete acquistato tutti in commune. > Parlerò prima con voi di
mente fu. blime, e generofa, che vi pare un troppo angusto campo la sola
Medicina, onde per far conoscere a tutti la vostra maggiore abilità, volete
stendervi più oltre, ed all'acquisto d'altre scienze,conforme nelle private
conferenze apertamente diceste, ove tal’un di voi mostrò genio grande
d'apprendere le Mattematiche, altri l'Astrologia', e chi per ornamento le
Lingue straniere, et in ispecie la Grecaj e chi per divertimento ancora
l'erudizioni Istoriche i Mi dispiace d'aver sentito dire, che trà voi yi
fia chi lo faccia per genio grande, perche questo vorrei, che tutto lo ponefte
alla fola Medicina's qual dovrete profeffare, onde viva pur sempre caurelato, e
circospetto chi di voi hà fimit geniono che non gli faccia perdere
-Hamore à cid, ch'avrà dianzi acquistaso; perch'è solito, che chi apprende
congenio grande una cosa nuova, trascura necessariamente ciò, che
prima se non per genio, almeno per impegno lo appagaya . Io per me
non posso, nè devo op pormi à quanto deliderate, si perche è
onefto, sì ancora perch'essendo all'ora voi già divenuti
Maestri vorrete fare à vostro modo ; Vi dò solo questo conseglio, che
facciate regolare la vostra in clinazione fempre dalla prudenza, e
dal giudizio, e che non la lasciare in tutta sua libertà, e facendo
voi in questo modo non potrete errare, perché le sudette virtù mai non
permetteranno, che fi din ftacchi dalla Medicina già appresa, nè
che nel fare li nuovi acquisti gli rubi quel tempo, già destinato per
lei, e final mente faranno in modo, che non l'apprendiate à quel segno di
poterle profeffare, mà per solo ornamento, e per poterne ancora voi
discorrere in quella parte, che possa servire alla Medicina.
Mà vediamo d'ajurare, e consolare insieme voi altri, che restereste
altrimena 1 [merged small][ocr errors][merged small] [ocr
errors][ocr errors] timesti, non solamente per la separazione, che faranno da
voi li vostri compagni, inà eziandio per la cagione di essa . In primo luogo
parliamo chiaro intorno a'vostri difetti, per dare à ciascheduno di essi il suo
rimedio, s'è possibile. Dilli s'è poffibile,perche se sarete affatto inetti, et
incapaci mutate mestiere, conforme hò fatto fare à qualcheduno di simile
inabilità, perche altrimenti vi affaticherete in darno fino, che viverete, mà
re, ò la vostra memoria apprende con qualche difficoltà, tenétela continuamente
esercitata, che migliorerà, volendo Cicerone, (b) che : Affiduus usus uni rei
deditus, et ingenium, a artem fepè vincit ; ò il vostro giudizio non è pronto,
ajutatelo con l'attenzione, e vigilanza, date tempo, che si farà, perche molte
piante fioriscono prima, et altre sono più tardive; ò il vostro discorso è
alquanto infelice, e non siete pronti, esercitatevi nclli discorsi publici,
bene imparati à memoria, discorretela continuamente con li vostri (b)
Cicero pro Cornelio Balbo. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] vostri
compagni più franchi di voi, fae tevi animo, et abbiate forma fiducia,
che il vostro timore cesserà. Aspettate ora da me di sapere il modo, che
dovrete tenere per adornare ancor voi l'opera già fatta, à fine di non
iscomparire trà gl'altri vostri compagni, e con ragione. Già voi non
vi curate d'uscire dalla Medicina, in questa dunque converrà trovare
l'ornamento, che sia adattato al vostro bisogno, e doppo fatta
matura rifeflione, non trovo miglior conseglio di quello, che fi
ricava da Prospero Marziano Medico di grand’ingenuità, all'ora, che
ricercando la cagione, perche li Medici antichi erano tanto stima ti, et onorati
assai più di quelli, che vivevano à suo tempo, egli fù di fentimento, che
procedeffe ciò per effer stati. glantichi versatillimi ne'
pronostici, e non vi sia discaro à sentire ciò, ch'egli diffe : () Cur prisci
Medici tanti habiti fint apud homines, ut non folùm primas in Ci. (c)
Prosper Martian. 2.prediff. perf.23. e [ocr errors] D 3
Ciuitatibus, ac Regnis tenerent, Regibus Principibusque imperarent, fed etiàm
summus honos, Diisque folis præstari folitus, Medicis tribueretur, admiranda
enim circà agrotos, et præftitife, et prædixise eft. necessarium ; Sicut vice
versâ mirum non eft ifi nunc adeù vvilitèr tractentur, quando nèc in curando,
nèc in prædicendo quidquam spectabile pr&tent noftri, cum ea faciant
tantummodò, a dicant, quæ ipfis idiotis sunt manifefia, et tamèn'artis
pradantiam noftrorum temporum continuò jaEtant imperiti, Medicinamque
posteriores ditasse profitentur, fed veniunt excufandi, eo quod antiqua
thefauros adhùc non percepere, quibus tota quidem Hippocratis do. Etrina plena
eft; Verùm præfens liber, [h.c. prædiétionum secundus ) adeò abundat, ur folus
paupertatem, cu miferiam artis noftrorum temporum indicare fufficiat, nam quis
nostrum eft qui centefimam partem eorum cognofcere poffit, qu& antiquiores
Medicos comunitèr prævidere confueviffe in hoc libro teftatur Hippocrates ;
Sicchè voi per fare spicco, et essere molto stimati nella [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] nella professione impoffeffatevi
bene de! pronostici d'Ippocrate, che uniti alla buona pratica acquistata,
vedrete, che vantaggi questi vi recheranno, et effendo stati ricavaci da molte
offervazioni uniformi, accadute in più secoli, non vi serviranno d'ornamento inutile,mà
bensi molto profittevolese necessario, e tanto maggiormente se spoglierere
ancora ciò, che v'è di migliore nell'Epidemj, ed in tutti gl'altri divini libri
d'Ippocrate, per mettervene à memoria più, che potrete, å fine di
serviryene secondo li i bisogni, che vi si presenteranno, e que sto
studio lo farete in quell'ore, nelle quali vi persuaderete, che li vostri
compagni le terranno impiegate all'acquisto d'altre scienzcacciocchè vi cresca
il fervore ad apprenderle con emulazione. Ornati, che sarete tutti nella
conformità, che s'è detto, ogn'uno di voi ne farà la bella comparsa ne
consulti, ed all'ora si conoscerà chi di voi avrà fatta i miglior
elezione del compagno, e si rina contrerà, che voi, ingegni, ch'eravatemeno
apprezzati degl'altri, per la voftra applicazione, e prudenza, certamente, che
non iscomparirete tra gl' altri di maggior talento di voi. Se il modo,
che vi hò proposto non farà buono, e profittevole trovatene altro
migliore,& acciocche lo possiate rinvenire più commodamente sia posto ogn'
un di voi in sua libertà di sceglierlo à fuo piacere. S'avete genio di studiare
prima della Medicina altre scienze, cosa ne feguirà facendosi, che non potendo
sapere ancora cosa vi possa bisognare vi converrà ftudiarle ex profeso, e se
l'avrete apprese con genio à quel fegno, che le pofliate profeffare, ciò, che
studierete in appreffo; con minor piacere, lo subordinerete alla prima, che di
già possedere. te, mà ne seguirà peggio ancora, che tutto farete meglio,
eccettuatone il Medico, conforme vi farò costare in appresso. Se il genio
vi porterà ad apprenderle insieme con la Medicina, che ne feguirà? Ciò appunto,
che accade à chi [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors] in un
medesimo tempo getta in un camро semi diversi, e mescolati, e che ne
raccoglierà? Un frutto confuso, e quem sto ancora à voi potrà succedere, poiche
la bella ordinanza è quella, che facilita, e felicita le grand'imprese, dove
che la confusione le preverte, e le annichila. Inoltre s'avrete studiate
le Mattematiche, con gran genio, e studio profondo, e vorrete poi fare il
Medico niuna cosa di Medicina vi appagherà, cercherere in essa le dimostrazioni
evidenti, e non trovandole, che ne seguirà, se non sarete nella pratica ancora
versatiffimi? Che per temenza d'errare vi formerete un metodo di medicare à
vostro modo, con pochi rimedj, creduti da voi sicuri à non poter nuocere, e
semplici, come fono Occhi di granci, Stibio diaforetico, Sperma ceti, un poco
di Caffia, qualche ottava di Tartaro di Bologna, qualche Clistiero, qualche
bevuta d'ac. qua di Nocera, Oglio d'Amandole dolci, Sangue ircino preparato,
Corno di Cervo filosofico, Giacinto bianco, e cofe [ocr
errors][merged small] cole simili, tutte sicure à non poter nuocere, et in
questa conformità vi regolerete tanto ne' piccioli, ne' gravi, che ne'
gravissimi mali. Questo è un modo sicuro, mà nell'infermità benigne, e
leggiere, non già in tutti i casi gravissimi, ne' quali è chiamato il Medico
per dare un pronto riparo, non già per complimento, per espugnarlo, ò almeno
per retundere la sua veemenza, e questo pretenderete di farlo con cose
innocenti? ch'è il medesimo, che dire con cose attività ? Queste dunque
adoprerete ne' bisogni inaggiori, ne' quali : Melius eft anceps experiri
remedium quàm nullum. Rimedi sicuri vi persuaderetç, che siano quelli, che non
possono fugare il male ? Questa sarà una licurezza inutile, mentre non rileva
il pericolo, sarà sicurezza, per chi assicura, non già per chi deve essere
assicurato, perche se in quefta borasca si sommerge la Nave,non è tenuto chi
assicurò al rifacimento del perduto, mentre che và tutto à danno
dell'aficurato. Un tal modo di operare lo di poca [ocr
errors] lo potrebbe ancora esercitare, chi non sapesse altro di Medicina,
perche già ch'è sicuro non ci vorrà grand'arte per praticarlo, mentre l'arte
consiste in la. per conoscere ciò, che in un caso potrebbe nuocere, e
nell'altro giovare, e per questo effetto si chiama il Medico, onde essendo
gl'accennati rimedi sicuri, e non potendo nuocere à ch'effetto vi sarà bisogno
del Medico per darli? Oltre di che, per parlarvi ingenuamente, questo modo di
medicare è assai confimile à ciò, che fanno coloro, ch’imparano la scherma, che
per non offendere, nè effere offesi adoprano certe smarre senza taglio, ed in
vece di punta acuta hanno ivi un bottone di ferro foderato di pelle, ò cottone,
qual sorte d'arme sicura in tempo di pace, di ch'efficacia sarà all?ora, che
l'inimico ci affalisce con armi pungentiffime, lo potremo offendere, à almeno
difenderci da effo? Credo di nò con questa sorta d'armi sicure, ci converrà per
certo adoprare almeno armi eguali, e se saranno superiori riusci.
ranno [ocr errors] ranno migliori ; il fimile appunto succederia quando
il male grave alfalisse, se questo lo voleste espugnare con l'accennati rimedi
sicuri, combattereste seco con quell'armi appunto senza taglio, e fenza punta,
poco atte à fare validas difesa. E non basterà in questi casi Parme sola,
mà converrà saperla ben maneg. giare, per fare que' colpi sicuri riservati a'
soli Maestri dell'arte, quali come li fapreste fare se mai non aveste
maneggiate simili armi, volendovene talvolta prevalere? Sò, che questa
voce di medicamento sicuro, che non può nuocere'è molto plausibile appresso
alcuni, che la considerano superficialmente, mà capita bene, è molto nociva,
poiche nel bisogno più urgente non è tempo di passarlela con cose di poca
attività, richiedendo quello ajuti maggiori, ò equivalenti alIneno ad esso, e
tutto ciò, ch'è sicuro. à non nuocere non basta per rimuovere ciò,che
nuoce, onde se non ammazzano direttamente possono almeno indirettamente
nuocere, per la cagione, che non sono sufficienti à rimuovere ciò, che
puol’ammazzare. Ippocrate,che conobbe tal verità assomigliò il Medico al
Governatore della Nave: questi appunto trovandosi in una borasca di mare cofa
dovrà fare ? Deve in primo luogo alleggerire la Nave, con gettar via ciò, che
più l'aggrava, acciocchè tando più galleggiante non venga ricoperta dall'onde;
Voi già mi capircte, onde non occorrerà mi spieghi di vantaggio, potendo
considerare da voi medefimi, che alleggerimento rechino a'corpi, che si
ritrovano nella tempesta del inale, eripieni di viziosi umori, si piccoli, e
poco efficaci medicamenti. Io non pretendo già porvi in difcredito li
dettirimedj, perche in qualche caso possono essere profittevoli : Per esempio
ne' veleni corrosivil'oleofi, ed in qualche altro caso ancora grave sono
utilissime le copiose beure d'acqua, e cose simili, mà che siano sufficienti
questi per per curare tutti li mali, dicovi apertamente di nò,
perche in molti mali gravi convengono altri rimedi più efficaci, conforme
ordinò Ippocrate : (d) V alentibus verò morbis, valentin natura medicamenta
exbibeantur ; et altrove : Extre. mis morbis extrema remedia optima funt.
Anzi, che se si tralasceranno da voi li più efficaci in quei casi, che
competono per sostituirvi questi più leggieridico, che peccherete d'omissione
gravemente, potendone nascere pregiudizj gravi alli vostri Inferini in
trascurar ciò, che li compete,per dar loro ciò, che non può recare profitto
equivalente al bifogno. E quando il solo differire un rimedio possa recare del
danno, come bene avvertì il divino Ippocrate : (e). Cum enim ab omni ante
aliena fit procrastinatio, tùm verò maximè in Medicina, in qua di. latio vitæ
periculum affert ; quanto maggiore lo recherà l'omiffione, essendo difetto più
conliderabile della dilazione Ne (d) Hipp de loc. in hom. (e)ld.in
epift.ad Crat. Nè per cimore d'essere tacciati di omiffione dovrete fare
d'avantaggio di quello, che fiete tenuti di fare, perche all'ora incorrereste
in un'altro errore, non inferiore al primo, mà come vidovrete in ciò regolare
ve l'insegna Ippocrate nel primo Aforismo in tal guisa: Seipfum præftare
oportet opportuna, et quit decent facientem. Se divenuti Profeffori
d'Astrologia farete ancora il Medico, non vi capiterà Infermo, che non vorrete
alzargli las figura del decubito, non gli darete ri. medj se non che a' buoni
aspetti de' Pianeti, e fuggendo li cattivi,cosa ne seguirà? Che perdendosi
l'occasione pronta d'operare, l'Infermo se n'andrà all'altro mondo à
riconoscere più da vicino li suoi malefici Pianeri, stanteche Occasio præceps,
à quella bisogna, che indirizziate tutta la vostra attenzione, oltre di che vi
servirete d'una scienza più incerta della Medicina per accertare ciò, che in
essa crederete fallace. E se ornati di tutte l'erudizioni Istoriche vorrete
esercitare ancora las Medicina per far pompa in quello, che meglio saprete, et è
di vostro genio, comincierete à discorrere con li vostri Infermi,ò con altri,
che ivi si troveranno presenti ab Urbe conditâ fino al tempo dell'Impero
Romano, e con vostro sommo piacere, il meno poi, che farete sarà di pensare
all'Infermo, che avete avanti gl’occhi, à cui dovete dare ajuto. Iddio
guardi, che tal’uno di voi, ch'avefse più spirito, che prudenza, s'annojasse di
far ciò, che ho detto intorno l'osservazioni Mediche, e si volesse porre
à fare il Medico senz'avere acquistato un buon metodo di medicare, affidato
solo in una gran scelta di belle, ed efficaci ricette, questi sarebbe simile à
colui, che custodisce delle bellissime armi, mà non le så maneggiare, ed in
conseguenza caderia in uno delli maggiori errori, che si possino mai commettere
nella Medicina, cioè di divenire un gran Ricettante, e de' più validi, e
pronti ri مرور rimedi si Chimici, che Galenici, che avemo, e
non sapendo il modo d'adopee rarli l'applicheria à casa, con tutto, che fi
fosse ideato d'imitare un Capitano, che per conseguire la vittoria fi serve di
valorosi soldati, e questo modo d'ope, rare quanto possa riuscire dannoso, lo
lascerò considerare à voi, per quando farete divenuti già provetti ; solo
riflettete ora, che quel Capitano, che non sa comandare li suoi valorosi
soldati, in ve. ce di vittorie riceverà bene spesso delle sconfitte, e quel
troppo ardire indica ignoranza, come afferi Ippocrate: (a) Audacia verò, artis
ignorationem arguit : E in altro luogo :(b) At quod temerè fit nullo modo
fubfiftere videtur, sed nomen tantùm inane efle . Non riuscendo dunque
tanti altri modi ricercati da voi sarà neceilario,che seguitiate quello, che
v'è stato da me proposto, con il quale farete sicuri di abilitárvi à poter
divenire veri Medici E )quan(a) Hippocr. de lege. (b) Idem in lib.
de Arte,pro ftri fore inp Ver ner te, fo fe quantunque
fiatc trà voi d'abilità difu. guali, et in particolare per quel profittevole
uso, che potrete ricavare dalle diligenti, creiterate offervazioni fatte
intorno l'Infermi, non potendosi questo apprendere in altro modo, conforme
giudicò Ippocrate : (a) Usus namque, qui in fapientia, tùm in arte ei adjuncta,
doceri nequit ; e questo di quanta efficacia fia, sentitelada Cicerone: (b)
Aljungant ufum frequentem, qui umnium Magiftrorum precepta fuperaf. Mà
non vorrei, che tornaste ora à contriftaryi, voi, che fiete di natura
malinconici, parendovi forse troppo, quanto v’hò proposto per neceffario in
acquistare la buona pratica, perche se vorrete diyentare veri Medici, ed eflere
compresi nel minor numero di quelli, di cui parlò Ippocrate nella sua legge
così: Medici nomine quidèm multi, re ipfa perpauci, sarà necessario, che
facciate dal canto voftro ogni posibile, et à fine pro(c) Hipp.de decenti
ornatu . (d) Cicero 1.de Oratore . [ocr errors] proseguiare con maggior
fervore li vostri studj, vi mostrerò in domani quella fortuna propizia, che vi
potrà toccare in premio delle vostre virtuose fatiche. Venga pure chi di voi la
desidera ottenere, che gli farò conoscere quella forte, ch'è sempre favorevole,
non essendo soggetta à vicende, à fine, che di efla se ne innamori.
1 [ocr errors][merged small][merged small] GIORNATA III. Nella
quale si mostra la fortuna, che deve defiderare, e procurare il vero
Medico, e la via più figura per ottenerla, A D un gran
cimento oggi m'espon in volervi mostrare la vostra buona fortuna,
posciache desiderandovela propizia, durevole, e senz'effere soggetta á vicende,
qual potrà essere mai questa fortuna sì prospera Quando nè le grandezze, nè gli
onori, nè le ricchezze, né le delizie, e piaceri,cose cotanto bramatç nel
mondo, la possono in cale stato costituire ? Appena è arrivato l'uomo alle
grandezze, od onori sommi, che questi cominciaio da bel principio à
contriftarlo, alle ricchezze, che l'infaftidiscono, alle delizie, e piaceri,
che questi ancora non gli rechino goja, e confiderabile danno: in somma si
scorge chiaraméte,che Nemo fua forte contentus. [ocr errors][ocr errors]
In conferma di ciò riferisce Ippon crare nella lettera scritta à Damageto, che
Multi fene&tutem exoptant, cumque cò pervenerint gemunt, nulloqae in fatu
firmâ mente perfiftunt . Principes, ac Reges privatum beatum prædicant,
privatus Re. gium Imperium affe&tat, qui rem publicam regit, artificem
tamquàm periculi expertem laudat, artifex verò illum velut in omnia potentiam
exercentem. E pur questi quan to mai avranno desiderato fimili fortu. ne,
quanto vi ayranno faticato peč conseguirle, et ottenute, che l'ebbero, punto ne
rimasero contenti; Ela cagione di ciò fù, che questi andavano in traccia della
bell'apparenza della fortu. na fallace, non glà della di lei sostanza ftabile,
e quello, ch'è peggiore, la cer. cavano ancora fuor di strada, conforme nella
sudetta lettera fi legge: Rettam enim virtutis viam puram, minimèque af peram,
ac inoffenfam non cernunt ; Questa via dunque bisognerà, che ancora vi mostri,
acciocchè pofliate tutti ottenere il yoitro intento, ed io uscire dal
mio. E 3 cie [merged small][ocr errors] [ocr errors] cimento
con reputazione ; state attenti per non isbagliarla, perche si tratta di fare
acquisto di una fortuna stabile,eterna, e non soggetta á vicende. Che il
Medico debba essere foriu. nato non vi cade ombra di difficoltà ; mentre, che
se fosse diversamente, chi mai fi vorria prevalere dell'opera di coPii, al
quale la forte foffe contraria, Paveffe affatto abbandonato, e che non gli
piovessero addosso da per tutto, che infortunj, e miserie, da ogn’uno sarebbe
certamente sehernito, e per necessità gli converria mutar mestiere, sicchè è
incontrovertibile, che Oportet Medicum fe forfanatum Mà qual fia questa
fortuna, che strada dobbiate tenere in cercarla, e ciò, che dovrete fare per
confeguirla, procurerò ora mostrarvi con la buona fcorta d'Ippocrate, à fine
non possiate sbagliare. Due sorti di fortune fi ritrovano descritte da
Ippocrate, (e) una delle quali (c) 110 lib.de loc:in hom. 1quali è
quella, ch'è fuori di noi, et ope* ra independentemente da noi, e l'altra, ch'è
sempre con noi, et opera conforme noi vogliaino . Quella, ch'è fuor di
noi così apa punto egli la descrive : Sui enim juris eft, Fortuna, nulli
imperio paret, neque ad cujusquam votum fequitur; qudla poi, ch'è sempre con
noi l'accenna con dire : Mihi enim foli bi fortunatè afequi, idemque
infortunatè non assequi videntur, qui recte quid ei malè facere fciunt, e
dependendo il bene, ò male operare da noi, la for tuna dunque, che da ciò
resulta, da noi dependerà, e sarà questa per sempre inseparabile da noi
medesimi. La fortuna dunque, ch'è fuori di noi è quella, ch'è affatto
cieca, e non considera il merito di chi benefica, ma dà à chi più le aggrada di
vantaggio ancora di quello, che il beneficato da ella sappia mai desiderare :
Talvolta ad un Contadino avvezzo å zappare la terra, fà discoprire un tesoro;
capace à farlo divenire molto ricco, con tutto, che le sue 1
E 4 fue brame fossero di pochi soldi; Ad un? altro ancora più miserabile
farà conseguire una grazia nel giuoco, che lo toglierà per sempre dalle sue
miserie, e tutto ciò proviene-, perche vuol fare à suo modo, giacchè Sui juris
eft, nulli imperio paret L'altra poi; che risiede in noi, è quella, che
secondo, che la trattiamo ella ci corrisponderà, se la vorremo propizia, se
variabile, fe peffima, propizia, variabile ; e pelima ancora l'otterremo,
conforme da ciò, che Ippocrate c'insegnò li puol dedurres et ancora
dall'esperienza di coloro, qui rectè quid, vel malè facere fciunt, giornalmente
vediamo. Certamente, che la prima fortuna non è quella, che deve essere
desideratiz, e procurata da voi, che non dovete zappare la terra, nè tampoco
dilettarvi del giuoco, ed anco maggiormente, ch'effendo cieca, forda, e per non
dispensare à dovere le sue grazie ingrata ancora, questa non deve effere
defiderata da voi, che dovete conseguire il premio per giu Aizia,
stizia, ed à quel segno, che vi si deve ; Oltre di che la sua sola
istabilità bafte, rebbe per farvela odiare, dovendo voi
defideíare una forte stabile, e permanente; per non provarne le di lei
vicende, Esclusa dunque la prima forte, neceffariamente dovrete
contentarvi della se conda; e tanto maggiormente, che la
potrete regolare à vostro piacere. In trè modi dunque potrete
fabri carvi la vostra fortuna, ò buona, ò variabile, ò peffima, se la
vorrete buona, dovrete operar bene, conforme v'inse gnò
Ippocrate nel detto libro in tal gui la : Fortunatè enim affequi eft rectè
facere, hoc enim, qui fciunt faciunt, ed allora cià
otterrete, quando scaccierete affatto da voi li vizj, e
farete in modo, ch'ella sem pre ammiri le vostre virtù, e si ponga
in soggezione, quando anche non voleffe, di operare
a'vostri vantaggi. Se poi la bramerete variabile, fatela
conversare con le vostre virtù, e con li vostri vizj,
che imparerà dal diverso modo d'opera re, che li pratica trà
esli ad effere variag bile [ocr errors] 2 1 ;
bile ancor essa. Qual modo l'indicd ancora con dire : (f) Ego verò fi omnibus
modis ditefcere voluiffem ; cioè se per via di virtù, e de vizj avesse
voluto fare fortuna, non ad vos decem talentorum gratid, fed ad magnum Perfarum
Regem proficiscerer ; con che fece conofcere ancora l'incostanza di detta
fortuna, rimirandosi ella ben {peffo istabile, sì in quei fervigj, che
dependendo dalla volontà di molti con la sola virtù non s'acquistano, come bene
speiso l'esperimentano i Medici condotti; che nelle Corti, ove trà molti altri
la provorno tale Seiano e Bellisario.Se poi vorrete farla divenite pellima,
consegnatela in potere de' vostri vizj, che apprenderà da questi i loro pessimi
costumi, e perima certamente diverrà, ed udite con quantas chiarezza ve lo dice
egli nel libro sopracitato : Qui enim non reftè quid facis, non fortunate
afēqui poterit? quum reliqua, que æquum eft facere non faciat. Talmente, che la
vostra buona fortuna, the voi do! (f) In epif.Abderir. Hippo
dovete procurare è quella che proviene dalle vostre buone, e virtuose opere, c
questa l'avrete propizia, e ftabile fino, che vorrete, effcndo subordinata al
vostro sapere, e volere, giacchè al parere d'Ippocrate nel luogo sopracitato,
effa fi può felicemente conseguire, da chi sda e vuole: Et facile eft ipfam
felicitèr alle. qui, fi quis fciens uti velint, d'onde faa cilmente n'è nato
quel detto: Virtute dua cey comite fortuna. Non basterà però d'avervi ciò
brem vemente accennato, per potervi cons sicurezza determinare il modo, che dov
vrete tenere in procurare questa buona, e tanto desiderabile fortuna, perche
ciò, che vi hò detto fin'ora, non è sufficiente à farvi capire in che maniera
vi dovrete contenere, allora, che sarete Eper porvi in viaggio per
cercarla, e ciò, che dovrete fare nel progresso di quello, 6 quanto di felice
ne potrete riportare dalla vostra lunga, ò breve navigazione, onde sarà
necessario, che per meglio esaminare li sopr’accennati punti, che cifiguriamo
d'essere già presenti al porta dell'imbarco, e che nel fare detto viaggio mi
serva della seguente ideata maniera per iinitare ancora in ciò Ippocrate, che
dovendo andare a trovare la sua fortuna in Abdera, conforme udirete in
appreffo, ancor egli vi si porcò per mare, ed in una nave non presa à caso, mà
scelta da lui con molta cautela,come si legge nella lettera prima scritta à
Damageto, che comincia : Cum apud te Rbodi ejem Damagete, navem illam vidi, cui
Solis infcriptio inerat, quæ mihi perpulbhra, puppi probè, idoneâ carinâ
inAructa, muliaque transtra habere vifa eft, tu verò eam comendabas c. cam ad
nos mitrito @c. E tutto ciò, non senza gran mistero, mentre circospetto, e con
il buffolo da navigare avanti gl’occhi deve viaggiare chi cerca la fortuna, e
deve per tale effetto scegliersi un bastimento sicuro. Questo Porto
è appunto il luogo, da dove s'intraprende, il camino verso il Tempio della
felicità, ove dovrete por. ancora tarvi 1 tarvi, per
conseguire la buona forte a. e queste trè navi sono già qui allestite per
ogn’uno di voi, che voglia fare il sudetto viaggio, converrà, che à vostro
piacere ve ne scegliate una di esse, mà prima, che facciate tal'elezione, nella
quale facilmente potreste ingannarvi, fentite da me un breve ragguaglio di tali
bastimenti, del loro modo di viaggiare, de pericoli, che s'incontrano, e dell'
esito, che si hà della navigazione in ciascheduno di efli. Mirate colà à
finiftra, quella si chiama la nave del Sole, ivi la Prudenza regge il timane,
la Giustizia invigila al buffolo, la Fortezza regola l'antenne ela Temperanza
sopr'intende al tutto: ivi non risiedono altro, che virtù,e tutte attente alli
loro assegnati ministerj. Per entrare in questa si ricercano due requiz fiti, e
sono i Attestato di abilità, e provę di buoni costumi, altrimenti chi n'è
privo, non vi fi può imbarcare. L'altro bastimento, che stà alla deftra,
li chiama la nave di Giano, questa hà [ocr errors][ocr errors] hà
parimente buoni Piloti, che sono le accennate virtù, che regolano la nave del
Sole, mà vi è solamente di male, che vi si trovano alcuni vizj, e tra questi vi
è il proprio interesse, la Politica,la Menzogna, l'Adulazione, il Secondo fine,
vestiti tutti di Zelo, ela Malizia, che s'infinge tutta umile, in somma vi sono
con le virtù mescolati li vizj, che per dimorare insieme con esse conviene loro
di stare molto circospetti, e tramutati in altri sembianti, e per entrare in
detto bastimento, non si ricerca altro attestato, che dell'abilità. Il
terzo poi, situato nel mezzo, che fà sì bella comparsa, si chiama la nave
felice : ivi al timone presiede la Malizia, al bussolo sopr’intende l’Inganno,
lw vele si maneggiano dall'Astuzia, la Maledicenza,e l'Impostura consultano
continuamente trà esse cose gravi, la Lussuria, la Gola, con tutti li vizj
consimili festeggiano, ciripudiano tra loro, ed allettano chiunque vedono- ivi
approfsimarsi ad entrare nella loro nave, dicen do [ocr errors][ocr
errors][merged small][ocr errors] do à tutti: Per entrare quì trà noi non si
ricercano tanti requisiti; qui non serye abilità, li buoni costumi non
s'apprezzano, basta, che abbiate genio à gustare de’noftri piaceri, che subitamente
vi ammetreremo, e condurremo in un trata to al porto della felicità. Vado
vedendo, che tal'uno di voi è portato dal proprio genio di eleggerli questa
nave, che ha il nome felice, con tutta l'apparenza di prosperità, senza pensare
più oltre, conforme:(8) Magna pars hominum eft, que navigatura de teme peftate
non cogitat. Mà riflettete bene à ciò, che fate, poiche non bisogna tosto
fidarsi di quel bel nome, e di quella prima vaga comparsa, conviene ancora ri.
flettere al fine, che può avere una simile navigazione, che ora vi
spiegherò. Si ftaccherà questa nave dal porto con allegria, mà nel
viaggio incontrerà molti pericoli, perche non è regolata dalla Prudenza, e
quantunque la Malizia, e l'Inganno facciano quanto pollo [merged
small][merged small][ocr errors] no, (g) Sexeca de
Traxq.Anims.sapoll. 1 no, acciocchè non si sommerga, nulladimeno
questa non potrà sfuggire il passo dell'Ignominia, che stà situato un buon
tratto di camino prima di giugne. re al porto della felicità, (dove bisogna
neceffariamente arrivare per ottenere la buona forte) si rimira ivi uno scoglia
grande, ove è la residenza maggiore di tutti li vizj, hà nella sua estremità,
ver, so il sudetto porto alzate due gran colonne, ove è scritto : Non plus
vltrà, affinche sappiano tutri li vizj, che fino colà possono giugnere, mà che
più oltre è vietato loro il passare. Approdata, che sarà detta naye al sudetto
scoglio, è su, bitamente visitata, e ciò, che di viziosa ivi si trova, con
tutti'li viziosi, e vizj loro viene arrestato, non potendo anda, re più oltre
simil pefte, cosa di buono vi potrà mai essere dove fono tanti vizj,
consideratelo voi? Onde farà necessario, che tutto ivi rimanghi in potere de'
vizj. Che faranno all'ora quei miserabili, che s'imbarcarono in fimile
navę, renduti schiavi de'proprj vizj ; qual fortunaspropizia avranno ritrovato,
quando, che la loro pessima ancora l'abbandonorà, per non restare ancor essa
schiava ed il tormento maggiore, che avranno, farà di rimirare con li propri
occhi tra, passare quelli, che navigano ne i bastimenti del Sole,e di Giano
ancora,fe chi viaggia in questa fi farà regolare dalle virtù ; oh che cattiva
elezione avreste fatto mai se aveste condesceso al vostro genio ! come vi
trovereste, che farele in fimili miserie, privi della libertà, e della forte?
Plinio ciò predisse faggiamente, dicendo, ( a ) che Habet has vices conditio
mortalium, ut advere fa ex fecundis, ex adverfis secunda ne 2 cantur.
Sicchè fuggire, per quanto potete, i simili imbarchi, che vi conducono,
non al porto della felicità, mà bensì à quello ? dell'ignominia, e delle
miserie ; onde bisognerà, che vi scegliare è la nave del ? Sole, ò quella
di Giano per giugnere ti al desiato porto della felicità, per ri, F
tro(a) In Panegir. at Trajan. [ocr errors] 2 [ocr errors] trovare
la vostra buona fortuna Il proprio genio vi farà inclinare talvolta
d'entrare più costo in quella di Giano, con la quale crederete di poter
ritrovare una miglior fortuna, à questo non mi opporrò, perche dove vi è la
Prudenza, c la Giustizia, sc farete à lor modo, con tutto, che vi siano vizi
ancora, questi non potranno molto nuocervi; Mà prima di entrarvi, sarà bene,
che sappiate il viaggio, che fanno, si questa, à cui vi porta il vostro genio,
che quella del Sole, che voi poco gradite, e che tributo portano sì l’una, che
l'altra al Tempio dell'Eternità, affinche meglio fiate informati di tutto,
prima, che vi determiniate all'imbarco. S'incaminerà con prospero vento
la nave di Giano verso il porto della felicità, incontrerà nel camino varie
tempeste, mà la Prudenza, e la Giustizia, che la regolano, le opereranno senza
il disturbo de’vizj, le supereranno tutte con la loro buona condotta;
capiterannó molte, e varie occasioni assai vantag giose, [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] giose, se n'approfitterà più, ò meno chi farà
ivi imbarcato, secondo, che si consiglierà con li vizj, ò con le virtù, fe darà
orecchie a’yizj, et in ispecie al proprio interesse, gli dirà, che tutto può
fare, fe alla Giustizia, se non quello, che deve, ch'è convenevole, e giusto,
arriverà all'accennato passo dell'ignominia si fermerà per iscaricare ivi tutti
i vizj, con tutto quello, che di vizioso fi ritrovi nella ricerca generale, che
ti farà della nave, e se per disgrazia di chi ivi s'imbarcò, Coffe ftato
guadagnato da? vizj, e fossero questi in detto viaggio divenuti arbitri della
sua volontà, resterà ivi tutto l'acquisto fatto,come cosa proveniente dalla
loro viziosa industria, e quel, ch'è peggio, ne seguirà del mifero
passeggierofatto schiavo, ciò, che successe à chi navigò nel bastimento felice,
le povere virtù con l'infelice forte abbandoneranno chi le tradì, chi le
vilipese, e se n'andranno altrove à ritrovare chi meglio le tratti. Succedendo
poi diversamente, è cie l'in [ocr errors][ocr errors][ocr errors] F
2 [ocr errors][ocr errors] l'imbarcato abbia fatto tutto quello che gli
fu suggerito dalla virtù fattosi il sudetto espurgo, e lasciati ivi tutti i
vizj, proseguirà la nave il suo viaggio verso il porto della felicità, dove
appena giunta, che si scaricherà tutto ciò, che fi porta al Tempio
dell'Eternità, e lo presenterà la Gloria avanti il Tribunale della Giustizia
eterna, che ivi à tal'etfetto presiede, domanderà questa, se quel tributo, che
si offerisce sia stato in alcun tempo inescolato con robbe viziose, et inferce,
risponderà la Gloria, che quantunque fia venuto accompagnato da' vizj,
nulladimeno, che sia Rato già espurgato à bastanza nel pallo dell'Ignominia,
dove tutto ciò, chew d'inquinato vi era, fù lasciato assieme con i vizj; non
basta, risponderà la Giuftizia, è tributo, che ha avuto comercio una volta con
cose infette, non deve andare à dirittura al Tempio dell'Eternità, fi consegni
al Tempo, che gli faccia fare una lunga, e rigorosa quarantena onde bisognerà
aspettare la discrezio [merged small][ocr errors] ne del Tempo, quando le
vorrà eternare! Il viaggio poi, che fà la nave del Sole, è bensì più
adagiato, perche que fta non naviga à tutti i venti, hà delle tempefte, mà le
supera, perche la regge la Prudenza; non fà grandi acquisti, mà fono sicuri,
perche li regola la Giustizia, nel passo dell'ignominia non si ferma punto,
perche non hà seco li vizj, che la facciano trattenere per il loro sbarco,
giugne finalmente al porto della fesicicà, non avendo quanto si porta per
offerta avuto in alcun tempo comércio con cose infette, e viziose, appena
presentato dall'Umiltà senza pompa avanti il Tribunale della Giustizia, che
questa fubitamente ordinerà, che si trasporti tutto al Tempio dell'Eternità,
eflendo cose pure, e non sospecte d'inquinamento alcuno, e che fi registri
ancora trà gli Eroi il nome di colui, che l'offerisce, ed ecco la sua fortuna
divenuta già stabile, ed eterna, per goder’ancor'effa i favori
dell'Eternità. AveteAvere già sentito il tutto, ora siete in istato di
deliberarvi, e di prendere quel partito, che vorrete per consiglio mio,
imbarcatevi pure nella nave del Sole, se avete tutti li requisici necessarj,
che sono abilicà, e buoni costumi, e se ne siete privi, procurareli pure à
tutto costo, perche farerc più sicuri di portare offerte, fe non molto
considerabili, alimeno sincere, ed affai gradite dall'Eter nità, se lo
farete di controgenio : Durum eft confcendere navim ; sappiare però, che è un
quieto vivere, dove l'ainbizione non perturba la fantasia, l'ira non rode il
cuore, l'invidia non consuma le mi. dolle, la superbia non accieca, e dove
finalmente tutti gl'altri vizj non possono punto nuocere, ftantechè non vi
dimorano, l'ingresso vi parer à duro, mà il rimanente vi riuscirà felice, e
quando non aveste altro motivo di sceglierla, vi doyria animare å farlo, che
Ippocrate per andare in Abdera à cercare la sua forte non fi fervi della nave
felice, nè di Giano, mà benisi di questa del Sole, e la : CO-
. [ocr errors][ocr errors] comendò non solo prima d'averla provata, mà
molto più dapoi, dicendo; (b) Cui cum Solis figno, etiam fanitatem apponito cùm
re verâ, prospero numine vee la fecerit . E certamente, che prospero numine
ancor in questa si navigherà per, essere regolata dalle sole virtù. Se
poi sarete risoluti di cercare la vostra forte sù la nave di Giano, procurerete
almeno di non navigare à curti li venti, e terrete frenato il vostro inte.
resse,acciocchè quando la Giustizia non potrà navigare, esso non ordini il
disancoramento, e che quando la Sincerità vorrà operare, allora l'Adulazione
non la turbi, e finalmente difautorerete tutti li vizj, che ivi ritroverete, e
li porrete in catena, come tanti schiavi, altrimenti sotto specie, ed ombra di
virtù v'inganneranno sempre: Fallit enim vitium fpecie virtutis, umbra.
Operando voi in questa maniera, acquisterete più gloria, che se navigate
nella (b) In 1.6 2.epift. ad Damagetum. F4 [ocr errors] nella nave
del Sole, perche vi farete saputi ancora difendere dagl'inimici domestici, e la
vostra fortuna restando ammirata del vostro inodo d’oprare, vi sarà molto
propizia, e gli darete voi medesimi stimolo d'invigilare à vostro favore,
vedendo, che operate per eternarla; sappiate però, che in tutto il tempo di
detta navigazione, vi converrà stare vigilantissimi, e non meno di quelli, che
passeggiano sopra precipizj, mà à far questo hoc opus : bic labor eft. Da
queste trè figurate navigazioni, comprenderete non solo ciò, che nel corso di
vostra vita vi potrebbe accadere, mà il modo ancora di schivarne ogni finiftro,
che fosse valevole à ritardarvi l'acquisto della buona fortuna, perche se voi
da bel principio vorrete darvi in preda a' viziosi piaceri, che progreffi mai
potrete fare ? E che fortuna prospera potrete conseguire? Ed incominciando una
volta à gustare le viziose delizie, non avrete più palato capace di assaporare
il nettare delle vir tù; [merged small][ocr errors] [ocr
errors][ocr errors] tù ; la malizia, l'inganno, e la frode vi sosterranno sino
che gl'è à grado, mà alla tine avendo conseguito ciò, che bramavano da voi, vi
lasceranno cadere, anzi forse ajuter anno, come fanno l'infidi compagni, nel
precipizio maggiore delle miserie, nel quale ritrovandovi, di chi vi dovrece
lagnare? forse che della vostra mala sorte innocente, quando, che voi medesimi
ne licte stati glautori. La vostra fortuna non ha mancato, ella troppo hà fatto
per esservi propizia, ambiva di favorirvi, mà voi all'ora la tenevate lontana,
perche credevate, che il trovarvi in delizie, in ispafli, e viziosi
divertimenti, fosse il miglior negozio, che potreste mai fare : E se talvolta
v'infinuava la strada delle virtù con qualche stimolo interno, voi la
rigettavate con dispreggio, onde meritamente esclama contro costoro Ippocrate :
(c) Indoetus autèm qui eft, quomodò fortanatè affequi poffit? Si quid enim
etiàm affequatur, non Memorabilem fanè fucceffum babebit ; Qui enim (c)
Hippode locis in bom. 3. A 3 [ocr errors] cnim non rectè quid
facit, non fortunate affequi poterit, quum reliqua, quæ æquum et facere, non
faciat;cd altrove :(d) Ego verò ut fortuna quidem quavis in re non nibil tribuo,
ità certè cenfeo malè à morbis curatis, ut plurimùm adverfam fortunam
contingere ; e nell'epistola à Damagero così dice, parlando di simili
sfortunati viziosi: Eorum res adversas derideo,eorum infortunia intento rifu
excipio. Veritatis enim instituta violant. Se poi vorrete seguitare la
strada di mezzo, e mantenervi amico delle virtù senza discostaryi affatto dalli
vizj, e questa con tutto sia meno pericolosa, non è molto sicura, perche
quantunque in essa farete più ricchezze, stante il fecolo corroto, il buon nome
non l'acquisterete stabile, e di lunga durara, edin conseguenza incostante farà
la vostras fortuna, inercèche tutti quegl’artifici usati, quelli difettucci
d'adulazione di qualche bugiòla à tempo, e di quelle mormorazioncelle coperte,
di quel zeloaf(d) De Arteaffettato, e giustizia con il secondo fine, modi più
tosto appresi da Correggiani ozioli, che da buoni Maestri, scoperti, che
saranno dagl’uomini di stima, e di senno, questi vi perderanno quel concetto,
che prima avevano di voi. Oltre di ciò, che vita mai infelice sarebbe la
vostra, dovendo servire à due Padroni Deo, Mammona : Deo, ch'è il Protettore
delle virtù, et Mammona de' vizj: Nemo poteft duobus Dominis fervire,
Deo, Mammond . Mà dato ancora il caso, che vi riusciffe di farlo, che
vantaggio ne ricavereste mai, mentre le dolcezze dell' ingenuità ve le
amareggierà l'adulazione, quelle della giustizia ve le dissapo, rerà il proprio
interesse, quelle del zelo l'attolicherà il secondo fine, vivereftę
continuamente inquieti, stando sempre vigilanti, che non si scoprissero li
vostri difetti, perche vorreste passare per ingenui, e non sareste, per giusti,
e prende reste ogni arbitrio contro il dovere, con qualche cosa di vantaggio -;
ficchè il partito più sicuro farà di vivere lontani da, 1
da'vizj, e starsene con le fole virtù ; perche quantunque le ricchezze non vi
pioveranno addosso da per tutto, nè l'aura popolare vi porterà molto in alto,
con tutto ciò quel buon nome, quel buon concetto, che formeranno di voi
gl’uomini sensati, non vi sarà mai tolto, durando sempre stabile ; perche è
fondato sù le vostre virtù, permanenti sù il vostro onore immutabile, che est
Splendor virtutis, come S. Ainbrogio negli Officj asserisce. Onde voi operan+
do bene otterrete la sorte stabile, conforme ve lo predice ancora Ippocrate,
(e) dove così parla : Fortunatè enim affequi eft re&tè facereshoc autem qui
sciant faciunt, e d'avantaggio, viverete con una somma tranquillità
d'animo,perche goderete tutto quel gran dilettoyche apportano le virtù a' loro
seguaci, non potendosi ciò per altra via conseguire, mentre: (f) Semita
certè=Tranquilla per virtutem patet unica vitæ ; nè per questo non istabilirete
la vostra casa, anziche 1 le). Deloc.in hom. [f] Juvenalis forira
10: me ز meglio degl'altri, e per due ragioni, la prima, per
avere fatto li voftri acquisti onoratamente con le fole virtù; l'altra poi,
perche il mondo non è così spopolato d'uomini, che amano, e seguitano le virtù,
quanto da alcuni si crede, effendovene di molti, onde voi, che se guitare
questa buona via ò sarete pochi, ò numerosi ; se pochi, viverete bene,
perche da molti Tarete stimati, fe poi į farete numerosi, converrà, che li
viziosi ancora, ch'avranno bisogno dell'opera vostra s'accommodina alli
vostri retti costumi. Caminando dunque voi per la via delle fole virtù,
potrete senza fallo conseguire la vostra buona sorte, e por trete allora dire
çon ragione : Nos te, Nos facimus fortuna Deam,
coloque locamus • Dove che caminando voi diversamente, appena
vi sarà permesso il poter dire : Nos facimus fortuna Deam, mundos
que locamus, Stan [ocr errors] Nos te, Stanteche appena
sù l'aura popolare iftabile, in tal caso, la potrete appog. giare, nella quale
non si curò punto Ippocrate di fondare la sua fortuna, come da più motivi si
ricava, c primieramente, da ciò, che scrisse egli à Democrito, manifestandogli,
che dal volgo, disprezzatore delle buone opere, aveva ricayato più tosto
riprensione, che onore, con che fà credere, ch'egli non procurava có
compiacergli da cattivarselo, affinche aveffe detto bene di lui, e l'avesse
onorato, perche la sua politica solo consisteva, in operare, conforme si
doveva, ed in far ciò, che solamente era decente al vero Medico, conforme fi
spiegò nel primo de' suoi Aforismi in tal guisa : Se ipfum præftare oportet,
quæ decent facientem; e ciò in termini prù preciâ l'individua affai meglio in
altro luogo, (8) dove così dice : Neque verò gratiam, qua tibi homines
demerearis subtrabo, cum fit Medici præftantia digna, eorum autem, que per
Instrumenta adhibentur, et de mon (8) Hipp in lib de præcepto
monftrationis eorum, quæ fignificant, reliquarumque ejusmodi memoriam adeffe
oportet, quod fi vulgi tibi audientiam comparare voles, id non valdè gloriosè
insti. tuas, neque tamen cum ostentatione portia. câ fiat, industrie enim
impotentiam arguit, neque certè probo induftriam multo labore partam in alium
ufum transferri, quod per Se fola ut eligatur grata fit ; Inanem enim fucı
laborem cum ambitiofà oftentationes tibi impones. In oltre tal verità si
ricava ancora, dall'aver egli ricusato il servigio del potentiffimo Rè
Artaserse, mentre certa cosa'era, che se avesse desiderato d'acquistare l'aura
popolare, non doveva egli ricusarlo, poiche ritrovandosi in un tal posto, senza
dubbio alcuno tutta la Persia saria corsa ad onorarlo, niuno averia potuto più
dir male di lui per tema di non incorrere nell'indignazione del Rè potentissimo
Artaferse, onde con averlo ricusato dà à divedere, che egli non fi curava punto
di dett'aura popolare, nè delle ricchezze, e fortuna, che dacssa provengono,
conforme apertamente fi spiegò nella lettera scritta alli Abe deritani, dicendo
ivi: Ego verò fi omnibus modis ditefcere voluifem viri Abderia tæ, nè decem
quidè m talentorum gratiâ ad vos venirem, fed ad magnum Perfarum Regem
proficiscerer, ybi &c. E per far conoscere meglio à tutti, ch'egli
non caminava per la via dell'aura popolare, nè delle ricchezze, mà bensì per
quella della sola virtù volle portarsi in Abdera, folainente per visitare, e
trattare con Democrito, e questo perche lo faccffe lui medesimo lo confesso,
dicendo : (b) Eum autem gravibus, firmis moribus ele præditum intelligo ;
talmente, che stimò egli fortuna maggiore quella, che sperava ottenere con
trattare con un'uomo di questa sorta, per apprenderne da esso qualche buon dor
cumento, non solamente de i dieci talenti offertigli dagl’Abderiti,inà ancora
di tutte le ricchezze, e grandezze insie: me della Persią, et udite con
quantan chiz (h) in etir. Abderit. [ocr errors] chiarezza lo dice :
(a) Rex Perfarum nos ad fe vocavit nefcius mibi potiorem of fapientiæ, quàm
auri rationem . E finalmente, acciocchè meglio comprendiate, che quanto
v'hò detto intorno alle trè strade, che vi sono per cercare la fortuna, o qual
di queste dobbiate scegliere, s'uniformi sempre più con i sentimenti del gran
Maestro, confermiamolo ancora con l'accennate trè vie di cercare la fortuna,
contenute in detta lettera. Primieramente con il quomodocumque ditefcero ci
addita un bivio, cioè tanto la strada, che conduceva in Persia, à fare acquisto
di cesori, e grandezze considerabili, che quella di Abdera, che allettava
all'acquisto di dieci foli talenti ; La prima di queste egli non la ftimò à
proposito, perche conduceva in paesi barbari, inimici, e dove vi era la peste ;
La seconda nè tampoco, perche dubitava, che quel vizio dell'inte, resse, que'
dicci talenti, avessero possuto rendere servile, e schiava la sua virtù,
G cosa (a) Hippo in epiß. Denetr. cosa fece egli per battere su'l
sicuro, fi fabricò la terza via, espurgata da ogni vizio, e prima d'incaminarti
per essa la descriffe in tal guisa all’Abderiti: Mihi verò ad vos venienti, non
Natura, neque Deus argentum promiserit . At nequè vos [viri Abderite] per vim
obtrudite, fedlia berè artis liber â elle finite operâ . Qui autem mercede
operam fuam locant, hi fcien. sias, tamquàm ex priore libertate manci. pio
dantes, fervire cogunt . Oh Ippocrate, se questi tuoi documenti fossero
stati mai dati à rivedere à quel Quinto Petilio Pretore Urbano, à cui
pervennero in mano i libri del dia finganno composti da Numa Pompilio,
certamente che,ò l'averia fatti brugiare, conforme che fece quelli, o pure ti
averia fatto quel favore, che fecero gli Abderiti al suo Democrito, che lo
dichiarorno pazzo, e fi faria servito come Precote delle seguenti cognecture
per dichiararti cale, primieramente avrias dedotto contro di te, che tu per
portarti da Democrito, da cui non potevi sperare bene alcuno, perche appena
aveva un Platano, che lo difendeffe dal Sole, ed un sedile di pietra, dove
potesse sedere, mostrasti smoderato desiderio d'andarvi, conforme costa nella
prima lettera scritta à Damageto, dove così dicit Navem ad nos mittito, fed fi
fieri poteft, Hon remis, fed alarum remigio instruct amo res enim, eu amicitia
urget. In oltre, che per benc andare in Persia, dove, oltre offerte
sì grandiose, eri tanto desiderato da un Rè potentissimo, cu fosti prontissimo
à rie cusar la chiamata, conforme costa nella lettera da te scritta ad Hiftano,
senza riflettere, che quel potentissimo Rè poo teva distruggere la tua Patria
per tua cagione. Chi dunque procura, ed effettua con tanta sollecitudine, ed
anfietà una cosa, che non gli può recare profitto alcuno, e ricusa con
altrettanta prontezza ciò, che gli può moltissimo giovare, senza considerare
ciò, che può sopravenire di male dal ricusarla ; certamente, ch'egli si può
condannare per pazzo. Saria stata però troppo ingiusta que [ocr
errors] quefta sentenza di Petilio, quando l'avesse cosi pronunziata, poiche
per condannare un'uomo savio per pazzo, prio mierainente si ricercano più
rilevanti prove di queste : in oltre bisognava dargli le sue difefe', in cui
deducesfe lc sue: ragioni prima di condannarlo, nelles quali faria stato
dedotto, primieramente, che non sussisteva in fatto, che da Democrito non se ne
poteva sperare bene alcuno, costando dall'Ippocratica confeffione, quanto mai
di bene egli ne ficavasse, ch'è questo: (b) Tum ego Democrite
præftantisime magna hofpitalitatis tud munera mecum in Co reportabo, cùm multa
me fapientia tua admonitione compleveris. Prçco enim tuarum laudum rem vertor,
quod natura humana veritatem inveftigasti, a mente complexus es; Acceprâ autem
à te mentis curatione discedo ; La grand'ansietà dunque di andare à fare simili
acquisti, non era indizio di pazzia, ma bensì di somma prudenza, di sommo
giudizio. Che poi per noneffere andato in Persia foffe censurato a torto è
chiaro, mentre non avendo alcun bisogno di quanto gli poteva da ciò risultare,
conforme egli confesso: (c) Nos vietu, veftitu, domo, omnique read vitam
neceffariâ cumulatè frui ; Perfarum autem opibus uti, nequè mihi æquum eft; non
doveva esporsi di andare à fervire popoli barbari, ed inimici, e quanto erano
maggiori l'offerte, che gli faceva. no, tanto più lo costituivano loro schia,
vo. E quando vi fosse andąco, cosa mai averia riportato? Oro, argento, onori
sommi, e grandezze, e quetti potevano paragonarli all'acquisto, che fece, con
Democrito, di dottrina, e faviezza di mente maggiore? Ed essendo egli andato
per curare uno creduto pazzo, per cagione di quel medesimo ei ritornò più
savio, e più dotto di quello, che era prima ; e da ciò fi può dedurre quanto
mai bisogna stare cautelato à dichiarare pazzi coloro che non sono potendo
queIti tali talvolta illuminare ancora i Savja L'or(c) In epif.
Hylani. [ocr errors] L'ottima dunque di queste trè ftrade fi scelse
Ippocrate, per acquistare la sua fortuna, e Pottenne profpera, stabi. le, ed eterna
i poiche fino, che il mondo durerà, la fua fortuna ancora sarà ri. fplendente;
per questa voi dunque vi dovete indirizzare le volere effere suoi veri seguaci,
e questa ancor meglio la scorgerete, dapoi, ch'avrere nella Giornata di domani
udita la gran deformi. tà de' vizj, ed il danno grande, che possono apportare
questi al Medico, che caminasse per quella via, giacchè conto traria juxtà fe
pofira magis elucefcunt, GIOR [blocks in formation] Nella quale si
tratta delli vizj, mostrando quanti pregiudizi poffona apportare al
Medico, e le in lui alcuni di esli pana fcufabili, almeno quelli, che sembrano
Ermafroditi. [ocr errors][merged small] Na dura, ed ardua Provincia
og gi intraprendo per voi, dovendo parlare contro la corrutela del
tempi, ' lati, e contro uno stile già invecerato, con tutto ciò bramando
voi sapere da me il vero per non ingannarvi, dirò con Seneca ; (f) Quaramus
quid aprime fa&tum fit, non quid ufitatissimum, et quod nos in poffeffione
felicitatis eterna conftituat, non quod vulgo veritatis peffimo interpreti
probatum fit. Vorrei potcre scusare ancor io li vizj, conforme fanno
quelli, che li rimirano solamente mascherati con gli abiti delle virtù à fine
di consolarvi, sc cofa G4 [merged small][ocr errors] [ocr
errors] 104 Dell'Idea del vero Medico. cosa difficile vi sembrasse mai il
poteryene affatto spogliare. Per esempio ricoprono la bugia con il manto della
prudenza, e dicono, ch'è prudenza di celare all'Infermi la verità, perche ciò
fi fà per loro bene, acciocchè non si contristino maggiormente del male, che
foffrono. Gli adulano ancora talvolta se defiderano qualche cosa, che non
competa loro, con tutto, che possa molto nuocere, sotto pretesto d'aver carità,
ed à fine, che vietandola non s'inquietino maggiormente, e così vanno
ricoprendo molti altri vizi per renderli familiari, e meno deformi . Mà perche
hò promesso di parlarvi con chiarezza, e fincerità, non potlo, nè devo
adularvi. Li vizj li dovrete cenere per vizj; e le virtù per virtù : Li vizj, e
le virtù le dovete considerare, come due linee p2rallele, che non possono in
alcuna delle loro particombagiarli, come due contrarj diametralmente opposti,
che non possono tra loro convenire; Dovete con. fiderare li vizj come mostri
spaventofi, che che avvelenano con l'alito chiunque ad effi fi
avvicina, come dunque ardin, Tete d'accostarvi ad essi per ricoprirli? Mà
conceduto ancora, che si poteffero mai travestire, ditemi di grazia,
viaggiorefte voi con una comitiva di ladroni, benche fossero travestiti in
abito di gatantuomini, caminereste sicuri di non effere offesi da essi, con
tutto, che fossero sì civilmente adornati a Certamente mi risponderece di nò:
Tali apa punto fono li vizj, poniamoli addosso quelmanto, che volemo, e questo
non facendoli mutare il loro perverfo costume, sempre vizj saranno, sempre
nuoceranno di molto ; E siccome li Leoni, e le Tigri per quante carezze loro fi
fac ciano mai deporranno la fierezza, cosi ancora al parere di Seneca: Vitia
nun, quàm bona fide manfuefcuniş trasmutateli pure in che sembiante volete,
anzi, che essendo questi travestiti, faranno de danni peggiori, perche non
potendosi conoscere per vizj à prima vista, non li potranno subitamente
scacciare da chiKabborrisce, onde ancora trà questi ayeriano all'ora maggior
campo libero da machinare le loro infidie, ed acciocchè meglio putiare scoprire
li loro tradimenti, contentatevi, che ve ne descriva qualch’uno di quelli, che
nel Medico fono più decestabili, e nocivi, con pers mettermi che non servi
quell'ording solito à praticara da chi tratta di esli, perche essendo fregolati
non meritano di effere trattati con buon'ordine, ba. standomi solo di farvi
capire la loro deformità, c quanto erano mai da Ippo, crate odiari, e creduti
nocivi al vero Medico, mentre giudicò essere parte di buona Medicina il saperfi:(8)
Qua faciunt ad demonftrandam incontinentiam quæftuofam, et fordidam
Professionem ixexplebilem habendi fitim, cupiditatem, de traditionem,
impudentiam, fiquidem iftas Spectant ad eorum cognitionem dc.e non già à fine
di seguitare, må bensì di fug. gire fimili diferci. La bugia, inimica scoperta
del ge nerc (g) De decenti babita. nere umano, come tratta li suoi
fidi re. guaci et Li separa, scoperti che sono, dal publico, e privato
commercio de viventi, fà, che niuno presti loro più fede, gli costituisce
infami, e li pone il più delle volte in evidente pericolo di vita, facendoti
publicare ciò, che non fù mai verità, e questa come si potrà scusare nel Medico
in ispecie, in cui ella è reato più grave, che non è in altri Profeffori, sì di
Legge, come ancora di Teologgia, e che ciò sia, veniamone alle prove, Dica una
bugia il Procuratore al suo Cliento gli potrà pregiudicare nella robba, venendo
talvolta à perdere mediante quella la sua lite ; La dica un Teologo, che abbia
di già prevaricato, à chi è da lui diretto nello spirituale, gli farà perdere
l'anima ; La dica il Medico al suo Ammalato, gli farà perdere la robba, la
vita, e l'anima insieme, ed ecco l'esempio chiaro: Dica il Medico al suo
Infermo, il di cui male si avanza : Lei stia di buon'animo, che la sua infer.
mità non è di gran momento, li segni non [ocr errors] nonsono
mortali, Ella guarirà, fi fidi di me, viva pure sicuro, e riposato ; mediante
questa bugia l'Infermo non pensa a' casi suoi, non aggiusta le partite dell'
anima, che premono tanto, non fà téItamento, non dinunzia li suoi crediti, è
ripostini segreti, non accresce diligenze, acciò la sua cura sia allistita da
Me. dici più esperti, si avanza tanto in un tratto nel male, che si sopisce, o
sų aliena di mente, resta incapace à fare cosa alcuna di proposito, e se ne
muore, ed ec che ha perduto la vita, la robba, e l'anima ancora, se per
ispeciale grazia di Dio non fù illuminato à pentirsi de' suoi peccati prima,
che diveniffe incapace à poterlo fare, e questi sono trè reati nati da una sola
bugia, la quale benche dete ta à fine di sollevargli lo spirito, in vece di ciò
gli hà cagionato un'improvisas morte, per lui così svantaggiosa. Dis spongono
le leggi, che li delitti sono maggiori, e più qualificati, quando li
delinquenti ne hanno commessi numero maggiore, è della medesima fpeçie, ò
CO, equivalenti, ficchè calcolandosi mag. gior numero di tali reati nella
bugia del Medico, che in quella del Legista, e del Teologo, in conseguenza
viene, che è più grave delitto la bugia nel Medi. co, che negl'altri due
sopr'accennati Profeffori. In oltre se il Medico, per persuadere al suo
Infermo, acciò prendesse con maggior fiducia il rimedio da lui propostogli,
affermasse, che quel medesimo avesse giovato ad altrui, e ciò non fosfe vero,
rincontrandosi poscia la verità, in che discredito rimarria ape preffo à cui
disse tal menzogna, certo è, che non lo terria in avvenire più nel numero de'
veri Medici, mà bensì di parabbolani,de' quali Ippocrate cosi disse: (h)
Virtutis apud ipfos modus eft, id quod deteriùs eft, mendacii enim ftudium
exercent ; e parlando de' Medici menzogneri così disse: (i) Quapropter veritate
nudati, omnem improbitatem, ac ignominiam ing duunt. L'adulazione è vizio, che
s'infinua dol(h) In epiß. Domag. (i) Dedec.bablik, dolcemente, e
con galanteria, è un veleno, che fi beve fraposto con un'apparente netrare, e
questa parimente nel Medico cresce in qualità di reato, posciacchè dica
qualsifia altro Adulatores à taluna, ch'è deforme, non meno di aspetto, che
povera di abilità.: Voi Giete una bellissima, una compitissima, egalantiffima
Giovane, fiete eccellente in molte cose; nelle quali non avete chi vi fuperi ;
le darà compiacimento bensi con formo suo diletto, ma non l'ucci derà ; Dica il
Medico ad una sua Infer. ma, che desidera gustare un grappolo di uva: V. S. ne
puol mangiare un poco, perche bisogna condescendere qualche volta al desiderio
dell'Inferma, quod face pit nutrit, lo faccia pure liberamentes Se la povera
adulata Inferma lo farà, non folamente vi averà compiacimento, e diletto per
allora, mà poscia potrà ancora morire per tal cagione, non è quem sto caso già
da me inventato, mentre si legge in Ippocrate seguito nella figlia di
Eurianatte, che per aver gustata l'uvale crebbe non solo notabilmente il male,
mà se ne morì, dice egligdoppo di avere narrato, che l'era sopragiunta la
refrigerazione delle parti estreme il delirio: (1) Ifta autèm ut ferebant ex
deguftata uva huic contigerat ; potrete dunque voi nel Medico scufare
l'adulazione omicida per conciliarvi la grazia dell'Infermo ? Risponderà
Ippocrate certamente di no, perche dice egli in termini precisi dell'adulazione
nella regola dal vivere: (m) Is velut res horrenda vitari debety a gratia
vitanda per quam unitas deperit. E non solamente è reato gravissimo nel
Medico l'adulazione in ciò, che riguarda la regola del vivere, mà ancora nel
prescrivere medicamenti . V'incontrerete in molte contingenze, nelle quali
gl'Infermi, ò glastanti proporranno riinedi, ed il più delle volte quegli, che
non saranno à proposito, in questi casi avvertirete bcnc à non adulare il genia
di chi li propose', mà doverete fare ciò, che il bisogno richiederà, e non
altri menti: (1) Epid.lib.3./46.2.egroting (in) Do pracipe. [ocr
errors][ocr errors] per adula menti: Conforme ancora, se venendo
proposto da altri Medici ciò, che non vi parerà essere profitcevole
all'Ammalato, in tal caso non dovereste zione tacere, e lasciar correre
ciò, che fù proposto da altrui, mà bcnsi con tutta civiltà addurre li
vostri motivi, cra gioni, che avete in contrario, à fine venghino
esaminati,essendo questo l'obbligo de veri Medici, conforme Ippocrate insegnò,
dicendo: (n) Qui quidquid do&trinâ acceperunt in medium profen et facultate dicendi utuntur, ad gratiam
comparati, et pro gloria,qua indè provenit decertare parati,doctrinam fuam ad
veritatis lucem repurgantes. Dell'Ateismo vizio esecrando non ve ne saria
d'uopo parlarne, perche egli è cosi repugnante, che chi hà uso di raa gione mi
pare assai difficile vi poffa in effo cadere, con tutto ciò, perche certe
proposizioni, che sparse, e feminate alle volte fi ritrovano in alcuni libri,
che vengono da lontani paesi, potriano alle menti (n) De
decohabitu. runt, 1 0 [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] inenti di voi, che volete volare troppo i alto,recare qualche disturbo,
non istimo superAuo di dar loro sopra ciò qualche luine, à fine
stieno più circospette, e cautelare, e particolarmente nel sentire
certe proposizioni dirette à ridurre le operazioni animaftiche alla
sola machi26 na, e struttura del corpo fatta dalla na tura, con sì
mirabile artificio, guarda tevene pure da queste, perche hanno de
l'ateismo nascosto, e tenete fermo, che en vi voglia sempre un primo Movente
di . ftinto, e separato dalla struttura, perche de quantunque la detta
struttura fia necef. faria alli moti interni, ed esterni, nulladimeno
senza il primo Moyente, che è l'anima rationale nell'uomo, cessa
ogni li moto regolato, come si scorge chiara. mente ne' cadaveri, ne'
quali con tutto, che rimanga la mirabile struttura, separata ch'è l'anima
dal corpo iyi ogni mole to regolato finisce. Nè solamente nel leggere
ciò, che viene scritto converrà stare cautelati, e circospetti, mà ancora in
quello fi sente [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] riferire
intorno alle pazzie di coloro, che, per essere reputati di singolar dottrina,
tralasciorono di credere ciò, che dovevano, perche non capacitava le loro meni
materiali, se non ciò, che con li propri occhịrimiravano, ò palpavano con le
loro mani, contro de' quali Sant' Agostino fortemente inveisce, chiamanı doli
uomini di carne. Spero dunque, che per quanto leggerete di male in questo
genere, ò sentiFete dire, non diventerețe così pazzi, che vi vogliate
assomigliare alle bestie, Je quali, in ciò, che riguarda il dare un minimo
contrasegno interno d'eternità, punto non s'assomigliano all'uomo,mentrechi mai
di effe ha saputo ritrovare il modo di scolpire, ed intagliare l'effigie
brutale di alcuna della sua, ò d'altra fpecie, come seppe inventare l'industria
umana? ed ancora in durissime pietre, per conservarla visibile, tale quale
appunto ella fù vivente, per secoli innumcrabili? e ciò donde è proceduto ? se
non da quell'interno desiderio, che l'uo ) [ocr errors] Puomo
hà in fe fteffo d'eternità. L'Ira è un vizio, che deforma li suoi
seguaci, li quali conforme diffe un sayio Letterato, molto da me stimato,
eriverito, fe questi li potessero rimirare nello specchio, allora, che sono nel
suo furore, yedendosi divenuti così deformi, e trasfigurati in
mostri,odierebbono,non solamente cal vizio, anziche se medesimi; Modo tenuto
dalli Spartani,che per fare concepire orrore all'ubriachezzas conduccyano li
loro figliuolini in certo tempo dell'anno, nel quale fi concedeva libertà
d'ubriacarsi, in luogo publico, affinche questi vedessero, che deformę
spettacolo cagionava tal vizio, per concepirne in avvenire di esso maggior
spavento . Voi dunque per meglio apprendere à che segno dobbiate tenere lontana
da voi l'ira, non accaderà velo moftri con parole, essendo di maggior efficacia,
che rimiriate con li vostri propri occhi, in chi si trova adirato, più al vivo
una tale, c tanta deformità, giacchè: H 2Segnius irritant animos demiffa
per aures [ocr errors] Quàm quæ funt oculis subiecta fide
"libus, E così comprenderete meglio ancora, se tal vizio sia tollerabile
nel Medico, che deve avere sempre l'animo compofto, conforme comanda Ippocrate
de Medico : Eum quoque spect are oportet, ut animi temperantiam excolat, non
taciturnitate folùm, verùm etiam reliquâ totius vita moderatione, quod ad illi
comparandam gloriam plurimum affert adjumenti ; e più chiaramente, ancora lo
comanda in altro luogo, (a) dove dice: Ne quid perturbato animo facias ; Ed è
la cagione appunto di ciò, perchè il Medico, che deve invigilare con somma
attenzione alle cure de' suoi Infermi, non deve avere la mente turbata, per
poter meglio discernere li partiti megliori, e più profittevoli, che dovrà
prendere à prò de fuoi Malati, ed à tale effetto Ippocrate comanda, che sia
incombenza del Medi co (a] Inlib de decora. co il sedare litumulti,
ordinandoli ef pressamente:(6) Tumultus verbis caftiges, G ad omnia
fubminiftrandi te prome ptum adhibeas. [ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Converrà però prima in
voi medesimi se mai foste dall'ira predominati, che sediate li vostri interni
cumuli, per poter muovere più facilmente glaltri con il vostro buon'esempio ad
imitarvi. Mà vi sono alcuni Iracondi, che credono essere cosa nociva alla
salute il ceprimere in un subito li loro primi moti, onde per tal cagione
lasciano termin nare il loro corso : Mà quanto questi s'ingannino lo fà vedere
Ippocrate con dire :(c) Ira contrabit, cor, pulmonem in fe ipsa, din caput, et calida,
bumidum; il qual testo Vallesio così la spiega : Ira eft furor fanguinis circa
cor c. hinc fit ut fervente Sanguine,cor, pulmo, et caput calefcant, et repleantur.
Nimirùm fanguis fervore tumet, et venas, arteriasque tumefacit, fed ob
vebementem calorem, qui illis in locis eft, co contrabitur ubi[b]
Dodec.hab. [c] 6.Epid.fe5.4., [merged small][merged small][merged
small][ocr errors][merged small] [ocr errors] [ocr errors][ocr errors] H
3 ubique fanguis. Undè fit, ut multis ob iram oculi, du vene frontis
intumefcant, et tota facies rubore suffundarur, eo tempora pulfent, et caput
doleat, quin do febris fuu perveniat . Si persuadono dunque questi, che
gl'accennari danni che cagiona l'Ira à parti sì principali, sia più vantaggio
di pazientarli, che di rimuoverli? Onde non dovrete in conto alcuno farvi
dominare dalla collera, e non solamente per quello che riguarda la buona
direzione della cura, mà ancora li vostri proprj avanzamenti, stanteche quel
povero Infermo pur troppo annojato dal suo male, avvedutofi, che ancor voi gli
accrefcere moleftia, adirandovi per ogni piccola cagionc,se ne disfarà
facilmente per non potervi più soffrire. La Superbia nella Medicina à che
segno sia deforme riflettetelo in Menecrate Medico, che insuperbito forfe per
effergli alcune piccole cure riuscite felici, ed ayer sentito dire, che
Esculapio, in quei tempi rozzi per tal cagione fù annoverato trà Dei, egli
volendolo su pe [ocr errors][ocr errors][merged small][merged
small][merged small] perare, scrivendo ad Agesilao Ř è de Spartani ; pose nella
soprascritta : Ager filao Regi Menecrates Juppitèr ; gli calzò bene però la
risposta, che gli fù data da quel saggio Rè in tal guisa : Menecrati Medico
Agefilaus Rex mentis fanitatem; nè fù ciò sufficiente per reprimnere la sua
superbia, mentre riferisce Leone Sansio, (d) che : Eo furoris in hoc genere
delatus eft, ut quofcumque liberaffet à morbo jurejurando anté sanitatem
rcceptam adıētos, Jecum deindè benevalentes adduceretistatis temporibus
tamquam fervos; atquè jatellites, eâ tamen lege, ut alius quidèm Herculis
insignibus indutus ; alius Apollinis babitum gerens ; alius Mercurii perfonam
fuftinens, alius aliumi mutatus in Deum, Menecratem, utpote Jovem Optimum
Maäimum Dii minorum gentium sequerentur. Onde converrà, che la teniate lontana
da voi, per non essere stimati pazzi, e maggiormente quando vi troverete nell'
auge delle vostre prosperità, perche allora la superbia molto vi potria
nuocere, fc [d] In Florid.9.prafat. [merged small][merged
small][merged small][merged small][ocr errors][merged small][merged
small][merged small] H 4 se foste da efla dominati, allora vi sforzeria à
distaccarvi dalli vostri più antichi, e cari amici, solamente perche vi
conobbero prima, che le vostre fortune incomincialfero : E pafferia ancora più
oltre allora il suo ardire, fe ella potesse dominaryi à suo modo, meiltre vi
faria prendere tal compiacimento di tutte le vostre, sì grandi, che picciole
opere, come se fossero singolari, e da niun'altro fattibili à quella
perfezzione, che voi fatte l'avrete, senza permettervi punto d'indugiare å
formarne concetto, con forine far fi deve delle cose proprie, almeno fino a
tanto, che dal tempo fiano tolte dalle mani dell'Adulazione, e pofte in quelle
della libera sincerità, à fines che doppo averle ben confiderate dia loro il
suo giusto valore, secondo il quale, e forse meno deve stimare le cores
proprie, chi si trova in prosperità di fortuna, per goder egli il favore
dell'adulazione. Onde in tutti gli stati, e maggiormente in quello di
prosperità, nel quale sarete più oiservati da tutti doveteseguitare l'ottimo
conseglio d'Ippocrate, (e) che dice : Medicum urbanitater quamdam fibi
adjunétam babere convenit, affinche possiate effere da tutti tenuti cortesi,
umani, e senza superbia. La defiftimazione, ed il disprezzo del compagno
è un vizio dependente dalla superbia, onde develi dal vero Me dico abborrire,
al parere d'Ippocrare: Ne superbus, do inhumanus videatur ; E tanto più, che
deve essere d'animo modesto, e cemperato, di ottimi coitumi, umano, e giusto,
conforme egli giudicò nel libro de Medico : E se il Si. gnore diede à voi
maggior talento degl' altri vostri compagni, perche nel coufronto, che ne fate,
in vece di ringraziarlo, mostrate più tolto di biasimarlo, con dire, che
difetraffe in non fare uguale à voi chi è d'inferiore capacità di voi, potendo
il disprezzato rispondervi : Ipfe fecit nos, et non ipfi nos; Dunque, che colpa
è la mia 2 E non avendo voi ragione da dotervene meco, prendeteveland con
Tel Dedec.org. [ocr errors] con chi mi hà fatto ; sicchè fuggire
pure fimil vizio, che può ancora paffare più oltre,inentre
da quel disprezzo,da quella disistimazione nascendone il discredi to del
vostro compagno, chi sà, che non vi facessero divenire pessimi Medici,
fervendovi di caloccasione per procurare qualche servigio di colui, che
fù da voi posto in discredito? Olère di che;chi foste mai di simile
viziosa natura disprezzeria ancora bene spesso quelli piccoli mali, che
in breviffimo tempo possono divenire giganti con non piccolo discapito
della sua esistimazione. Qando mai potessero fcufarsi, che non credo,
in alcrui li vizj spettanti alla gola, che sono la crapula, e
l'ubriachezza, nel Medico sempre faranno molto condannati, perche dovendo
egli giornalmente opporsi a' defideri depravati de' suoi Infermi, con
ordinar foro las dieta, come mai potrà persuadergliela, se non gli
darà egli buon'esempio? Facendo più profitto questo di qualunque ragione,
al parere di Seneca, che vuole, che [ocr errors] 1 [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] 20 che (f) Longum iter eft
per præcepta, breve, et efficax per exempla. E se poi de' la vostri disordini
ne fossero stati spettatori in li vostri Infermi, come mai potreste per
fuader loro il contrario, di ciò, che voi seco faceste? Se volete dunque essere
ub bediti fiate fobri, e tali certamente dooi vrete essere, se non
vorrete essere peg{ giori de' bruti stessi, perche conforme riferisce
Ippocrate:(g) Sitit quidem Aper, oli sed quantum aquæ appetit, Lupus vero
di. laniato quod Je se obtulit necesario alimento, quiescit; Mà quando
tutto ciò non vi bastasse vi doveria far abborrire que fti vizj la sola
rifellione, che questi poffono ó abbreviarvi la vita, ò per la meno
rendervela penosa, fino, che viverete. co Non essendovi cosa nel mondo
più nociva della Lussuria, chi potrà mai scue farla negl’uomini, quando, che la
vedianio sì moderata, e sì ben' regolata dal solo istinto di natura in quasi
tutte le bestie prive dell'uso di ragione, alla riserva folainente di alcune
poche, trà quali (f) Epift.6. [5] In cpif.Demag: [ocr errors][ocr
errors] ti [ocr errors] quali vi sono quelle, che più s'assomis gliano
all'uomo, che sono li Scimiotti, e Gatti mamoni, rare volte li bruti à
confusione de' sensuali fi veggono do. minati da detto vizio, se
non sono proffimi à quei tempi destinati dalla natura, per la moltiplicazione
della loro fpecie, solamente il Lussurioso è più brutale di effi, che non ha in
ciò hà in ciò tempo determinato, essendo in ogni tempo dominato dal suo
vizio, che lo consuma, et annichila, conforme riferisce Ippocrate : (b) Ep
annorum quidem temporum ordo terminus eft brutis ad choitum, at homo perpetuò
insano libidinis aftrostimulatur. Qual'estro infano di libidine faria più,
che in altri detestabile nel Medico, fe non lo sapeffe reprimere con la sua
continenza, posciacchè dovendo egli giornalmente conversare con donne conforme
avverti l'istesso Ippocrate:() Et omni horâ mulieribus, virginibus illi
occurrunt; Sicchè Iddio guardi, ch'egli non corrispondesse con tutta fedeltà
à quella (h) In epift.Damage (i) De doc.ork [ocr errors] per
ca. quella somma confidenza, à cui gione della sua profeflione;
viene ammeslo, diverria ogni suo trascorso reato gravillimo, sì proprio,
che della profellione isteffa, talınente, che l'innocente Medicina ancora ne
faria calunniaca. Onde voi, che desiderate far molti progrelli in essa,
dovrete vivere lontani, e detestare simil vizio ; Altrimenti perdereste
ogni speranza di fare un minimo progresso in effa ; Converrà
dunque,che fedelmente offerviate il seguente giuramento d'Ippocrate :
Juro &c.fed castam, bu ab omni fcelere puram, tùm vitam, tùm
ætatem meam perpetuò præftabo. Ecercamente, che non dovrete fare
diversamente, sì per li vostri avanzamenti, che per profitto delli vostri
Infermi, mentreche, come mai potreste applicare con attenzione alli vostri
vantaggi, alle cure de' vostri Infermi, se le vostre menti in quel tempo divagassero
altrove, e fossero distratte in linili oba brobriosi pensieri ? Confido
dunque,che con la vostra prudenza, e temperanza [ocr errors][merged
small] nonnon sarete per cadere in simili reati, che sono detestati da putti,
per essere mancamenti commessi in mestiere di buona fede, conforme è la
Medicina, L'Ingratitudine è vizio ancor esso detestabile, per essere
aborrito ancora dalle fiere, essendosi osservata tal’una di esse aver usata gratitudine
al suo benefattore ; mà questa sarebbe ancora più detestabile, se nella
Medicina seguisse, che lo Scolare si mostrasse ingrato al suo Maestro,
mostreria certamente, è una natura molto perversa, ò di aver perduto l'uso di
ragione, mentre qual gratitudine mai potria egli sperare, che non l'usò à cui
tanto era tenuto, quali progrefli mai potria fare, allontanandosi da chi gli
porge la mano per sollevarlo, e promoverlo? Credo,che un simile yizio, Ò
Giovani generosi farà sempre lontano dalle vostre menti, conforme deve stare
dalla mente di chi spera divenire Maestro, per il motivo di non aver à ricevere
il fimile contracambio da' suoi Scolari, che stimolati dal suo mal'esempio
faria facile facile loro riuscissero essi ancora ingrati.
Quindi è, chę Ippocrate per esimere li suoi Şcolarida un fimile
obbrobriofo artentato gli faceva obligare con poliza e promettere con
giuramento le seguenti cose: Juro, et ex fcripto Spondeo planè
obfervaturum, Præceptorem quidem, qui me hanc artem edocuit, Parentum
loco ha biturum, eique cùm ad viftum, tùm etiàm ad usum neceffaria,
grato animo communiçaturum, et fuppeditaturum, ejusque poftea ros
apud me eodem loco 9.quo germanos fratres, eofque, libanc artem
addifcere volent,absque mercede, fyngraphâ edoctu [ocr errors][ocr
errors][merged small] rum &c. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Da
un'altra poco inferiore ingratie tudine spero vi guarderete voi, che ambite
avanzarvi per la via delle virtù, et è, che se sarete da qualche vostro come
pagno fatti chiamare à dar consiglio, ò in loro assenza sostituiti à curare
tal* uno de' suoi Malati, non tramerete contro loro insidie, per subentrare in
sua vece, stanteche tal’enorme ingratitudia ne, non è usata, fe non da quelli,
che sono ignoranti, e che diffidano per la buona via delle virtù potersi
avanzare ; e per tal cagione si servono di quella del vizio ; Onde con ragione
consigliava Ippocrate al Medico à non prevalersi delli Softituti ignoranti,
ftanteche de’loro errori ne resta debitore colui, che li propone, in questo
caso però non ne re, steria punto debitore, poiche pagheria il mancamento
commesso con la sua elpulfionc, et affinche non abbiate da ri, cevere fimile
ingratitudine v'iinpegnerete quanto meno potrete di promovere ignoranti, e
maliziosi, 34 0 fono e € L'Invidia, che per lo
più proviene dalla mancanza di ciò, che fi desidera, è da altri si vede
possedere, come la po. trere seguitare senza condannare voi stesi inabili à
potere conseguire ciò, che bramate, avendolo potuto ottenere un' altro vostro
compagno, questa non vi avyedete, che vi fà dichiarare da voi medesimi da poco,
e codardi ? Onde impiegherete aflai meglio tutto quel tenipo,e pensieri,che
malamente li spregano [ocr errors][ocr errors] in invidiare il bene
altrui, con cercare di conseguire ciò, che desiderate, per le sue yie proprie,
et oneste, e credetemi, che questo vizio non regna se non negli animi vili, e
codardi, trà quali voi, che avete abilità, e spirito vi dovete vergognare di
esservi annoverati,e tanto maggiormente, che questi viziofi furono da Democrito
giudicati ancora stupidi, ed ignoranti,allorche ad Ippocrate disse:(a) Et certè
fufpicor pleraque in Arte tuâ aut per invidiam, aut per ingratitudinem palàm
contumeliâ affici ; et in appresso dice, Cum fint ignorantes, quod melius eft
dama nant, calculoruin enim fuffragia stupidis attribuuntur, nequè ægrotantes
fimùl ap probare volent, neque ejusdem Artis focii bi teftimonio
confirmare, cùm invidia obfter Gr. Veritatis enim nulla eft cognitio, nei
què teftimonii confirmatio, Ed è certamente cosa assai difficile, i che
li seguaci di simil vizio poffino con tenersi nel semplice desiderio di
ciò, che da essi è invidiato, senza passar più oltre [ocr errors]
ne (a) In epift.Damaget. in procurarlo ancora, e con modi
ignominiofi, anziche si serviranno talvolta della calunnia, e dell'inganno, per
confeguirlo, e vi pare, che simili maniere fiano degne del vero Medico
rationale ? Quando Ippocrate (b) giurò, che : Medicum ratione utentem, alterum
numquàm invidiosa calumniaturum? Mà che siano modi praticati solamente da
quelli, che Forensem quæftum fectantur, trà quali non faria convenevole, che
voi fofte annoverati. Mà acciocchè possiate mantenervi lontani da simile
obbrobrioso yizio, sarà necessario, che vi dia alcuni utili avver. timenti, che
sono: Vedendo yoi avanzare qualche vostro compagno nellinegozj,è cosa
nacurale,che fentiate dentro di voi un certo stimolo, che incomincicrà da
principio a farvi contriftare,e questo sarà appunto il primo seme, che
insinuerà dentro di yoi l'invidia per farvi divenire suoi seguaci, di questo,
affinche efla non trionfi di voi, è servitevene disprone per avanzarvi ancor
voi, con imitarlo, se il detto vostro compagno opererà
conforme si deve, ò di remora, fe vedrete, ch'egli si avanza per la
via del vizio, ed in tal caso, con riflettere solamente, che à voi
non conviene d'invidiare ciò, ch'è disdicevole al vostro onore, detto
seme verrà in un tratto diItrutto. In oltre sappiate, che non dovete rimirare
solamente l'efteriore comparla, che fà il vostro compagno, mà ancora
dovrete rillettere à quanti disaggi, che talvolta soffrirà egli per
effajalle fatiche eccellive,all'inquietitudini grane di, alla
scarsezza del tempo, ch'egli hàg che gli toglierà ancora il riposo
necessario, le quali cose se tutte le rifletterete, certamente in vece
d'invidiarlo, più tosto lo compatirete, e direte con Virgilio :
Non equidem invideo miror magis. A tempo di Seneca vi era un
certo vizio vagabondo, chiamato da lui Core curfatio, che necessitava li suoi
scguaci andar girando continuamente per las I 2 Città [ocr
errors][ocr errors] Città allo sproposito cercando li negozi senza aver prima
determinato nella loro mente quali, mà solamente quei, che à ventura si
presentavano loro d'avanti, e questo tal vizio lo descrive per
un'inquieta dapocaggine, un perdimento di tempo, con non altro profitto,che
d'una certa stanchezza di corpo,acquittata per tanto girare ora in quà, ora in
là. Galeno, conforine egli riferisce nel principio del suo merodo, fù da
alcuni di quelli, che pareva, che l'anassero più degl'altri, stimolato
fortemente à seguitare questo vizio, dicendogli, che se non tralasciava
d'essere tanto indagatore del vero, e non si accomodava allo stile di quel
tempo, d'andar girando tutta la mattina, à visitare per complimento li Signori,
e la sera d'andare à cenare seco, non saria stato amato, nè averia contratto le
loro amicizie, riferendolo appunto in tal guisa : Me verò ex iis, qui me unicè
diligere funt visi, nonnulli fæpè increpant, quòd plus justo veritatis studia
Jim addiétus, quafi nec mibi ipfi ufui, niec ipfis [ocr errors]
[merged small][merged small][merged small][ocr errors][merged small][ocr
errors][merged small][ocr errors][ocr errors] ipfis in totâ vità fim
futurus, nifi, et ab hoc tanto veritatis indagande studio defiftam,
da manè salutando circumeam, vefperi apud potentes cænem. His
enim artibus tum amari, tùm amicitias conci liari, tùm verò
pro artificibus haberi &c. Ed in tanto non volle egli
condescende re à farlo, perche la giudicò per cofa impropria
di chi era seguace di ottimo Maestro, soggiugnendo in appresso
da poi averne commendato alcuni di que fti : At horum nemo, nèc
mane potentium fores ipfos falutaturus, nè vefperi cænaturus frequentabat,
fed ficut Hefiodus cer, cinit : Namque alium ditem
cernens cui deeft, quod agatur : Ipfe folum vertit tauris, et semina ponit.
Onde fuggirete ancora voi simile vizio, se desiderate d'essere veri
seguaci d'Ippocrate. La Pertinacia, e lo spirito di contradizzione sono
due difetti nel Medico di sommo rimarço, e non si possono per
con [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] I 3 conto alcuno in lui scusare ; se vi contaminasse
mai il primo, vi costituirebbe ignoranti, cogliendovi quella bella proprierà,
che hanno li Dotti, ch'è : Sapientis eft mutare confilium ; vi faria anche di
peggio,che vi costituirebbe simili alle bestie, perche farebbe divenire ancor
voi incapaci di ragione, e perciò venendo esclusi dal commercio degl'uomini
savj cosa fareste infectaci di simile vizio? Se poi, che Iddio je me liberi
fofte invali da quel 'cattivo spirito di contradizzione y guai alli vostri
Infermi, perche venendo loro proposto da altri ciò, che si deve, e voi non
volendo, che fi eseguisse, mà più tosto in vece di quello, altra cosa
contraria, come anderebbe l'a cura facendosi à vostro modo, se foste ancora
pertinaci? Ippocrate insegnò à questo propofito ciò che si debba Fare, e che ne
risulti di male facendosi diversamentc, et è:(0) Neque fanè indecorum fuerit fi
Medicus in rei præfentis anguftiâ, circà agrum verfaturz imperitiæ etiam
tenebris circumfufus, alios quoque accerfiri jubeat, quo communi confilio, que
in rem agri sunt disquirantur, et illi ad præfidiorum facultatem operas fuas
confoTint; e cosa ne seguirà seregneranno trà di essi questi vizj? De eo
munimini ambitiosè contendere, se ipfos ludibrio exponere, Sicchè voi, che
sperate divenire veri Medici Ippocratici, vi converrà tenere lontani da voi
tali vizj, che tanto vi potriano pregiudicare. etiam [C]
Hipp.præcept. L'Avarizia fù talmente odiata da Ippocrate, che se avesse
potuto l'averia del tutto sbandita dal mondo, poiche scrivendo à Crateva
erbario famofiffimo de' suoi tempi, così appunto gli manifeftò il suo desiderio
: Quod si Crateurs amaram pecuniæ cupiditatis radicem excindere poffis, ut
nulla ejus reliquia extent, hoc probè teneto, quod unâ cum hominum corporibus,
etiàm malè affeétos purgaremus, fed hæc quidem in votis habenda : Tanto scrisse
Ippocrate, con tuttoche non gli fossero ancora giunti à notizia li documenti di
Demnocrito, cheportandosi poscia alla sua cura in Abdera da lui medesimo sentì,
trà quali vi fù questo contro l'avarizia: (d) Quinàm enim Leo aurum defolium in
terrum abdidit? Quinàm Taurus, alienum ufurpandi cupiditate, ad prælium impetu
quodam delarus eft &c. e con ragione così esclamava Democrito scorgendo
l'uomo caduto in tal vizio peggiore de'bruti. Quanto mai cresca la
deformità dell'ayarizia in chi è avanzato negl'anni sentitelo da Cicerone:(6)
Avaritia senilis vituperanda eft maximè : Poteft enim quidquañ effe abfurdius,
quàm quo minus via restat, eò plus viatici quærere? Mà più d'ogn'altro la
saria obbrobriosa nel Medico, perche essendo stato da Ippocrate dichiarato
fimil vizio per male più grave della pazzia, cgli farà tenuto non solo di
crederlo tale, mà ancora di medicarlo, onde se in vece di far ciò lo
procurasse, ecustodisse in femedesimo con diletto, in qual trascorso egli
incorreria? E certamente più grave, e me [d] inefiß.Damag. [e] In
Cat,Maior. [blocks in formation] e meno scusabile faria, che in
ogn'altro, per non aver egli apprezzato li documenti d'un tanto Maestro, che
sono li seguenti: (f) Miserabilis sanè eft humana vita, quòd ad eam totam
intolerabilis are genti cupiditas, velut hybernus flatus pervaferit, ad quem
morbum infania graviarem curandum, utinàm Medici umnes potiùs concurrerent. E
lo dimostra in termini precisi altrove, () dove così saggiamente consiglia :
Neque verò exigenda mercedis cupiditate duci oportet, nifi ut ad artem
edifcendam tuos inftruas, fuadeoque nè in eo inhumanitèr nimis te geras, fed et
opum affluentiam, et facultates refo picias, interdùm gratis cures, itaùt
memoris gratitudinis potiorem,quàm præfentis existimationis rationem habeas.
Quòd fi thofpiti, vel egeno largiendi occafio se te offerat his, vel maximè
fuccurrendum eft. Qui enim erga homines humanum fe exhibuerit, is artis amore
teneri censetur. Cofa dirà l'Avaro, et altri viziosi leggendo, tanti ottimi
consigli, dati loro da Ippo crate? [f] In epif. Senar. Abderit. [5]
Inlibede prai: [ocr errors][ocr errors][ocr errors] crate 2 Mi persuado;
che quello appunto, che diffe Quinto Pecilio Pretore Urbano, riferito da Livio,
allorche ebbe terto li libri di Numa Pompilio, che erano stati tanti secoli
sepolti : Se fe eos in ignem coniecturum, perche, dos legi, fervarique non
oportere; e questo perched non per altro, perche egli era Pretore, e non gli
compliva, che altri sapessero, che molte cofe, ch'egli faceva erano mal fatte,
poiche que' libri altro non contenevano, che di rimuovere ciò, che non era ben
fatto, e ciò, ch'era sommamente pregiudiziale al popolo, trattandosi in quelli
De diffoluendis falfis religionibus. Questo vizio certamente non farà
scusato da chi è di mente sana, nè da chi ben riflette à quanti disaggi mai
soggiacino li miseri Avari senza potersi sapere ad utile di chi lo faccino. In
beneficio proprio certamente che nò, poiche non altro, che travagli ne ricavano
dal cumulare, che fanno ; A prò degli Eredi 2 nè tampoco, perche se potessero
immaginarsi, che gli Eredi volessero go [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small][ocr errors][merged small] godere con
ispendere liberamente, priveriano fubitamente dell'eredità, fic. che di questi
solamence Padrone ne rimarrà l'avarizia, inentre per sodisfarla esi cumulano, c
questa, che ne farà di tanti avanzi ? facilmente non sapenda servirsene li
consegnerà al lusso, affinche disipandoli in un tratto ne impingui altri
Avari. Ippocrate odiava il lusso grandemente, à segno, che compose un
libro contro di effo, ch'è appunto quello De Decenti ornatu, nel quale non
solamente incarica à Medici di fuggirlo, mà dà ancora per cagione del lusso il modo
di distinguere li veri Medici da Parabolani, de quali ultimi parlando, così
dice: Si enim conventu facto ambitiofa, e quem fuofâ fuâ profeffione
decipientes in urbium circulis verfantur, Quos ex veftitu, cum cæteris
ornamentis, quis cognofcere poterit, quin etiam quò fumptuofiùs ornati fuerint,
cà majori odio adversandi, ab eis, qui eos confpexerint, fugiendi ; dove de
veri, e buoni Medici cosi ne parla : Quia bus [ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] bus non ineft exquisitus, nequè cariofus
ornatus, qui fe fe excultus venuftate, cu frugalitate, non tam ad fuperfluam
curiofitatem,quàm ad optimam existimationem, prudentiam, e animi moderationem
compararunt, ad inceflum verò eo femper sunt habitu ; Sicchè dal Medico seguace
d'Ippocrate devesi fuggire il lusso per quanto gli preme la propria riputazione
; certe mode straniere, e galanti non gli competono, come si legge (b):
Peregrie nus cultus immodicus calumniam tibi com. parabit . Tiberio
s'ingannò, allorche propoftofi in Senato di proibire il gran luffo di quei
tempi, essendo egli di sentimento contrario, persuadendoli, che in lasciarlo
correre à briglia sciolta, da se medefimo si faria stancato, e perciò disse :
Nos pudor, divites satietas, pauperes egestas in meliùs mutet; qual vergogna
ne' suoi {moderati succeffori punto non si mirò mentre in Nerone si vidde à che
segno s'inoltrasse il lufto. Mi persuado però,ch'egli si volesse ingannare per
altro fine politico, mentreche girandosi dal lusso
continuamente la ruota della fortuna, gli compliva più di vedere tante
muta. zioni di stato ne' suoi sudditi, che disau. torato chi li
cagionava, e tanto mag giormente che avendo questo vizio un dominio
tirannico s'uniformava al suo governo . Tiraneggia per verità il
luffo li suoi seguaci, mentre l'impoverisce e vuole eliggere da
tutti gradimento di quanto male fà loro. Ordina, che dalla Persia,
e dall'Indie sia trasportato un drappo non più veduto, forza li suoi
sem guaci à prenderlo ad ogni maggior coito, e fà, che oltre il gran
dispendio ringrazjno quel Perfiano, quell'Indiano ancora, che lo
portò, perche appagò il loro desiderio, li quali ne resteranno facilmente
ammirati, non meno di quello ne rimanesse Tacito, allorche li
Romani per abbassare gl’animi dell’Inglesi, li fecero assuefare à molti
costumi loro, e da essi non più praticati, e l'appresero per
foimo favore, mà ben se ne ayvide Ta [ocr errors][ocr errors][ocr errors]
cito del fine, che in ciò si aveva dicendo: (i) Que humanitas cenfebatur, cùm
efet Species fervitutis. L'Infedeltà, e Fellonia sono vizi confederati, e
detestabili in ogni qualità di Persone, mà più d'ogn'altro nel Medico,
posciache ogn'uno ciò, che ha di più prezioso, che sono la vita, e l'onore
glielo fida; Onde se csso mancaffe, à cui gli prestò tanta fede, che gastigo
mai li potrebbe trovare de' maggiori, che lo potesse punire à bastanza, avendo
commesso un reato di fimil forta, un mancamento di buona fede ? Sicchè odiateli
pure simili vizj esecrandi, conforme l'abborriya Ippocrate, non volendo
insegnare la Medicina à chi non aveva giurato prima sù tutte le Deità ciò,che
segue, cioè: (1) Nequè cujusquam precibus adducturus, alicui medicamentum
letale propinabo, neque hujus rei author cro, nequè simili ratione mulieri
pellum subdititium ad fætum corrumpendum exhi bebo, In Vita
Agricola. In lurejuri Hippocr. [ocr errors][merged small][ocr
errors][merged small] bebo, fed caftam, ab omni fcelere puram, tùm vitam, tùm
diatem meam perpetuò præftabo . Sicchè con ragione, e con giusti motivi verrà
escluso chi mai in fimili vizj cadesse dall'effer vero Media co, e degno
seguace d'Ippocrate, Non è piccolo difetto nel Medico l'essere troppo
curioso di quelle cose, che non fanno al suo mestiere, conforme tra l'altre
sono li fatti domestici de' suoi Infermi; onde da tal vizio ye ne dovre. te
aftenere,perche tal curiosità vi potria tenere distratti da quel negozio, à cui
dovete principalmente applicare, ch'è il ben dirigere le cure de vostri
Infermi, come y'astringe il giurainéro d'Ippocrate,ch'è questo:In quafcumque
domos ingrediar, ob utilitatem Ægrotuntium intrabo. Mà di più di questa
ancora può efa fere viziosa la troppa curiosità delle cose moderne, e
peregrine, e particolarmente ne' Medici giovani, che non pofsedono ancora la
Mcdicina à quellas perfezzione, che fi richiede ; onde da questo vizio
v'asterrete, sì perche vi fa [ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr
errors] ria divagare inutilmente in cose, che ancora dal tempo non sono state
ben digerite, come ancora vi terria lontani da ciò, che farà necessario di
fare, cioè d'impossessarvi bene di quanto è stato da molti secoli confermato, à
segno, che diverreste periti nelle novità incerte, rimanendo inesperti
nell'accertate da lungo tempo, quali poscia sentendole vi giugneranno nuove,.
sopra di che mi riporto à ciò, che disli nella secondas Giornata, nella quale
mostrai, come vi dovrete regolare per divenire Medici. Solo ora vi foggiugno
quello, che à questo proposito ne dice Ippocrate, ed affinche meglio
discerniate tutto il vizioso, per tenerlo lontano da voi: (m) Multæ namque ad
ambitiofam quamdam operam comparat& videntur, ea videlicet, qua de nulla re
utili quaftiones agitant ; E quali siano le cose utili nella Medicina, lo
spiega in appresso soggiugnendo : Priusquàm verò ad Ægrum ingrediaris, fac
cognitum habeas quid agendum fet ;. ple(m) De dec.org. che
pleraque enim non ratiocinatione, fed au» dia xilio indigent : E se ciò
non fosse chiaro ida à sufficienza passiamo al libro De Fractua
cioè ris, dove parlando de' Medici, qui sao da pientiam fibi falsò
arrogant, così chiaracha mente dice : Verùm enimverò multa hoc stil modo hac in
arte æftimari folent. Quod la enim peregrinum eft, nèc dùm conftat an en utile
fit, confueto, quod jam norunt utile elle anteponunt, quodque ab ufu
communi day abhorret ei, quod eft probè cognitum ; e non evi vi sia discaro di
sentire quanto mai à ci proposito redarguisce Ippocrate coloro, ei che vanno
cercando le belle idee : (a) ei Hujufmodi igitur, ubi præellem non tàm de
vi curandi ratione cum illis conferrem, verùm, m ut auxilium ferrent audactèr
peterem : Veo d. nuste enim cognitionis intelligentia apud eito istos Sparfa
eft, cum igitur, bi ex necesitait; te indocti existant, eos ad utilem
exercitaci- tionem cohortor, ubi prçceptorum cognitione .: deftituuntur.
L'Ozio padre di tutti li vizj, se non t; lo terrete lontano da voi, vi potria
farperdere tutto ciò, che di buono aveste mai acquistato; Egli è capace di
farvi nauseare le virtù, d'arrestarvi nel mezo della vostra carriera,
d'abbatęrvilo spișito, e finalmente di trasfigurarvi in quella mostruosa
figura, che più sarà di suo genio, e sențite appunto, come ne parla Ippocrate
di questo pessimo vizio: (b) Quod enim otiofum eft, nilque agit ad improbitatem
viam affectat, ad eamque rendit ; Talmente che per divenire voi yeri Mcdici,
dovrete fuggir l'ozio, deftruttore d'ogni yostro bene; c per ciò farç, vi
dovrete ancora astenere dalle frequenti musiche, dalli ridotti de' Novellifti,
e da altri consimili divertimenti, ne? quali non si puol'acquistare altro, che
dį pascere inutilmente la curiosità, ed il proprio genio, e ciò con ragione fi
puol giudicare tempo perduto, perche profitto alcuno da essi non se ne
ricava. Gran infortunio sarebbe della Me. dicina, quando v'entraffe la
Malizia à corteggiarla, avendo questa già impa rato (h) Dedecenti
babits, [ocr errors] rato adimitare tutte le bạone virtù con finzioni
soprafine, ed in che guisa, ne parleremo più diffusamente in appresso;
Solamente ora vi avvertirò, che se tal? uno di yoi reftasse mai inferrato
da fimi31 le vizio diyerrebbe subito uniforme à 1 quei Medici descritti da
Ippocrace :(9) Qui quidem Perfonarum, quæ in Tragediis producyntur maximè
fimiles esse videntur ; mentrechę farebbe tante comparse difi ferenti,
quante gliene dettasse la sua madi lizia nelle congiunture à lei opportune, ci
mà come termineria la tragedia lo moAd stra Ippocrate chiaramente doppo aver N
avvertito, che Orium, ignavia mali tiam quærunt, soggiugnendo: (d) Hi
enim - Sunt, qui fora frequentant, ruditate, ac Ti infcitia sua imponentes, et circulis
Civita tum verfantes ; Talmente che per non cheffer yoi posti nel numero
di Parabolani necessariamente vi converrà fuggire, afe e detestare fimil
vizio . Il timore, e l'ardire, con tuttoche K 2 sem(c) In Hippocratis
lege. (d) Hippoer.de dec. habitu. [ocr errors][ocr errors]
2. [ocr errors] sembrino trà di loro contrarj, nulladimeno vengono molto
biasimati da Ippocrate nel Medico, dichiarandoli in lui per segni viziosi
d'ignoranza, dicendo egli : (e) At verò imperitia malus eft thefaurus, malaque
opes reconditæ iis, qui ram tùm opinione ipfi, tùm revera possident fecuritaris
animi, du lætitiæ expers, timiditatis, et audaciæ nutrix; Ac timiditas quidem
impotentiam, Audacia verò artis ignorationem arguit. Perloche non di potrete nè
segúitare, nè scusare, nè anco sotto lpecie nel primo di circospezzione, e nel
secondo di spirito, perche diversi sono trà loro il timore, e la
circofpezzione, l'ardire, e lo spirito . Il timore vi farà perdere l'occasione
pronta, che vi si presenterà di operare per non faperla voi conoscere, ma non
già la circospezzione, che nasce dal poffe dere molto bene ogni danno, ed ogni
profitto, che ne poffino risultare da ciò, che voi farete, onde questa vi
renderà folamente per breve tempo irresoluti, e fino (e) Hipp Text.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors] e fino a tanto, che averete bilanciato il
bene, et il male, e conosciuto, ch'avrete quale delli due prevalga, sarete
prontissimi esecutori di quanto avrete deliberato. L'ardire poi per essere
temerario vi porterà con violenza ad operare, onde non vi farà diftinguere
quando ve ne dobbiate servire, dove, che lo spirito, che vi rende perspicaci,
et accorti, Ve. lo farà ben capire, quando fia tempo. opportuno di farlo,
conforme egregiamente avverti Ippocrate : (f) Temeraria namquè proclivitas, do
promptitudo,quam. vis valdè fit utilis, despectui eft, at confiderandum quando
bis uti liceat. L'Odio è un vizio, che trà li maggiori può divenire il
primo, quando fi stenda fino alli ultimi confini della sua iniquità, cioè alli
benefizj ricevuti, pafsando allora à quell'esecrando reato, che solamente trà
gl'uomini regna, esfendone le bestie più fiere esenti, conforme da tanti esempj
registrari nello Istorie si può comprendere, et in ispecie di (f) In
lib.de Medica [merged small][ocr errors][merged small] K 3 [ocr
errors] [ocr errors] di quel fiero Leone, che nell'Anfiteatro Romano il' véce
di divorare il suo Beriefattore condannato ivi ad bestias, lo difese dalla
violenza delle altfc, mà quellos che si rende più considerabile, si è, che alle
volte', quanto č maggiore il benefizio, tanto più viene perseguitato dall'odio,
giacchè al parere di Tacito: (g) Beneficia coʻusquè leta sunt, dùm videntur
exfolvi poffe, ubi multum antevenere pro gratia odium redditur; Darebbe l'animo
à voi non dico di seguitare' vizio sì obbrobrioso, e ripugnante' ad ogni
in il pretesto del naturale di chi lo segue, inclinato a farlo, per non potersi
moderare. Senticenc però prima d'impegnarvi à ciò, cosa ne diffe ad Ippocrate,
quel grand’amatore della giustizia Democrito:(b) Plerique' verò quæ natur&
hoc adSéribentes Benefactorem odio' habent, co parům abeft ut indignè ferant fi
debitores effe puténtur, fed eu pleriquè artis ignorantiam in se ipfis
habeotes, a imperiti (g) Annal. lib.4. [h]. Epiß. ad Damageexiftentes, id
quod meliùs eft purgant intero stupidus enim fiant suffragia.
Talche il solo sospetto d'essere infetti da un fimile
vizio, vi renderia incapaci per sempre di quanto voi bramate
conseguire. Quanto mai sia difficile d'esprimere tutte le trame
dell'ingarinoz ed impostura, sentitelo riferire da Ippocrate in tal guisa
: (i) Difficile eft multorum malorum machinatricem folertiam verbis
exprimere, cum eorum fit infinitas quædami din bis cum dolofis conimentis
prava mente inter le conversentur; apud eos autèm virtutis modus habetur, quod
eft deteriùs; mendacia enim amant, do in bis fe exercent,
voluptatis ftudium extollunt; legibus minime parentes a
Certamente che meglio non fi poteva da Ippocrate esprimere l'inganno
vizio tanto diletto da' maližiofi Impostori, mentre da questi li modi più improprj,
che si praticano sono credati per loro virtù, nè fi seguita da efi altro
studio, che della menzogna, nè fi atten de (i) In epist.Domaget. [merged
small][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors] K 4 1.
avendo de ad altro, che à piaceri, e diversimenti, fenz'alcun timore di
gastigo. Le tristizie di costoro non si pofsono mai à
bastanza esprimere, stanteche, fingendosi questi Mcdicis con modi
improprj. accreditano li loro medicamenti, non punto di
rossore ne di servirsi di testimoni corrotti, che con menzogna: attestino il
gran giovamento, che das quelli ne ricevettero con tuttoche non se ne fossero
mai prevaluti, nè di ripromettere ne' mali incurabili quella certa salute, che
non è in potere de' Medici,, quantunque espertislimi, il farla conseguire ; In
oltre giudicano graviffimi, e inortali tutti quei mali, benche di sua natura
leggieri, purche rechino aglo Infermi qualche apprensione, affinche credano
questi esfere stati mediante la. loro virtù risanati, e d'avantaggio, per non
essere riconvenuti d'aver errato ne? pronostici, parlano con doppio linguag.
gio, à tal’uno diranno, che quel tale Ammalato deve necessariamente
morife,& ad altri, che deve infallantemente mie [ocr errors]
rllanare, per avere pronto si nell'ano, che nell'altro evento chi contesti la
loro, fimulata perizia in sapere ben prevedere gl’esiti de' mali; Milantano in
oltre costoro i loro grand’arcani, con i quali fi vantano d'avere refuscitato
molti, già fatti spediti da Medici. Solamente dico. no con verità, che in mano
loro niuno. muoja, perche ridotti che li hanno in: pessimo stato di salute,
abandonano li loro Infermi, non potendoli più lusingare con le solite false
speranze di salute, de' quali prima fi servivano per ifmugnere le loro borse.
Per inantenersi poi in creditozli pongono forto alte protezioni, e sfuggono
d'incontrarsi con Medici dotti, ed esperti, non porendo ftare à fronte con chi
ben sa discoprire la loro ignoranza . Al divino Ippocrate furono note alcune di
queste verità, mentre egli (1) così ne parla : Qui igitus in ignorantia
profundo fubmerfi funt, ij prædicta ( cioè l'operare con ingenuità) minimè
percipiunt, cum Medici nomine iz digni [] Intib.præcepat [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] 'digni re ipfà comprobent ; quàm
repente evetti fint, fortune tamén egentes per die vites quofdam ex
anguftiis emergunt virique es éventu nominis celebritatem adepti &c.
ed in appreffo : Qui certè ad curationem non accedunt ; ubi vident
miserabilcm effe affectionem, c ejulatibus plenam, aliorum-Medicorum
congreffum fugiunt; e in altro luogo: (m) Qui igitur eos reprébena
dunt qui viltis à morbo manus non admovent, non minùs adhortantur ad ea
fufcipienda, quæ attingere fas non eft ; quàm que fas eft, in eoque apud
eos qui nomine tenus Medici sunt admirationem fibi conciliant, ab artis
verò peritis ridentur. Mà crescerebbe più oltre ancora l'iniquità
di costoro, quando ; che unisfcro alle loro male arci l'ippocrisiaj conforme
che più volte si è osservato' ins ral'uno di essi,che postosi adosso un'abito
di fimulata penitenza, e' čutto umile con li seguenti artificj procurava di
maggiormente accreditarli. Introdotto, ch'egli era clandestinamente in
qualche cura (m) in lib.de Arte, čura, doppo di aver fatte
molie insolite, ed affetrate offervazioni intorno all'Ammalato, cosi
incominciava à parlare : Io coinpatisco infinitamente li Signori Medici, che lo
curano s perche questo è un male'assai oscuro, e difficile à ben curarsi, non
essendo ciò da cutti, fin qui scorgo, che hanno fatto tutto quello, che
sapevano", nè io drdisco di biasimare ciò, che fino ad ora harino fatto,
perche quest'abito ; che porto in doffo non mi permette di dir male del mio
prosimo, nè di togliere la riputazione à Profeffori cotanto accreditatie tanto
maggiormente, che quando anche non foffe ftato fatto a fuo' dovere ciò, che si
è fatto sin’ora', non siamo più in tempo d'impedirlo, dico bene, che io
peccherei mortalmente, se non' dicelli libera.. mente ciò, che debbasi fatie in
avvenire, questo male à conto mio và curato in tal guisa : Primieramente gli si
devono dare i tali, e tali' rimedi, e dipoi develi fare in questo modo, e ac fi
opererà diversamente, io mi protesto che questo poveroInfermo se ne morirà
quanto prima ; e lo. vedrete con vostro cordoglio. É fe tal
uno degli astanti più prudente lo pregava d'abboccarsi con li Medici della
cura, à fine di comunicar loro questi suoi sentimenti, ei ricusava tal
congresso, con pretesto, ch'essendo odiato da tutti li Medici per
la sua ingenuità, e dottrina non fariano mai condescesi à quanto di
buono egli avesse proposto, onde, che reputava non solamente superduo
tale abboccamento, må ancora non praticabile da un suo pari, che deve,per
l'umiltà, che profetava, effere injinico delle difcordie; onde avessero
pure fatto ciò, che ad esli pareva, e piaceva, bastando gli d'aver
accennato il gran pericolo, ed il modo insieme più sicuro da
sfuggirlo per mera carità di giovare à quel povero Infermo così
aggravato, non già per interesse alcuno, da cui egli n'era lontanisiino.
Infinite confusioni cagionarono simili parole pietose in più cure,
stanteche tal’uno de' più creduli, che vi si trovorno presenti, diffe :
Sentiste, con che [merged small][ocr errors] modestia parlava quel
sant'Uomo, se non fosse così scrupolofo, oh quanti errorici averia discoperti,
commesli da' noftri Medici ignoranti in questa cura ! Si vede però, ch'egli
intende, perche hà fatto certe osservazioni particolari intorno all'Ammalato,
che non le abbiamo vedute fare da' noftri Medici. Ed altri di più consigliavano
à licenziare tutti li Medici per farlo curare da esso folo, per-. fuadendofi,
ch'egli l'averia certamente guarito . Quali danni ne riportino li poveri
Infermi da costoro, che Medicorum congreffum fugiunt,gli espresse assai bene, e
con pochissime parole Ippocrate nel sopracitato libro, dicendo ivi; Ægroti verò
dolore conflictati in utrâque improbia tate natant ; cioè in quella
dell'ignoranza, e dell'inganno di simili viziosi Impostori. Quello però,
che reca non ordinaria meraviglia si è, che il popolo più volte caduto à dar
fede à fimili viziosi Impostori con danno notabile, et evidente della propria
falute ritorna di bel nuo nuovo a creder loro, et à restarne
insieme nuovamente deluso, conforme ancora che con tutto abbiano questi nociuto
à molti, niuno contro di essi dell'offesi ne fà risentimento, e la cagione di
ciò / non puol'essere altra, che godono questi quel vantaggio, che hanno le
donne di mala vita, da cui ne s'allontanano molti, che da esse furono
danneggiati, nè alcuno contro di esse ne fà rilentimento proporzionato al male
ricevuto', e ciò cre. do, che segua sì nell'uņo, che nell'altro caso,per la
vergogna,che ogn’uno di essi hà di manifestarsi con atto publico per imprudéte,
onde perciò pazienta,e ţaçe. E finalmente se per disaventura un fimile
yizio contaminafle mai il Media co dotto, ma politico, oh quanti danni ancor
peggiori di questi apporteria à molti, posciacchè inestandosi al ben radicato
sapere l'inganno, e l'impostura, che frutti velenosi mai produrrią unas fimile
pianta ? e nocenda questi senza effere creduti nocivi, non solamente trà
l'idioti, mà ancora trå li più cautelati, e cir. ) ) e
circospetti troveriano lo smaltimento, c per non diffondermi più oltrc, dirò
solamente che il Medico dorco, e politico, quando che fosse divenuto Impostore,
avendo egli perduto la sua ingenuità diverrebbe allora non solamente tiranno de'
suoi Infermi, facendo loro arţificiosamente credere, che da esso depende lą
loro falute, anziche la vita isteffa, e che non poțriano nè pure un momento di
più yiyere, quando si allontanassero dal suo consiglio,& ajuto,mà ancora di
tutti gli altri Professori ingenui, potendoli conculcare à suo piacere per
prevalersi egli delle frodi somminiftrategli dall'inganno, alle quali non
potendo contraporre le proprieşper esserneprivi,conviene loro cedere, per non
sapersene schermire, giacchè Års luditur Arte. Fuggite dunque yoi, che ambite
di mantenervi ingenui, e divenire veți Medici fimil vizio, e voi, à cui specta
d'invigilare alla publica salute. Non tantum tollerate nefas hanc tole
lite peftem. Ded [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr
errors] Del miserabile vizio dell’Ignoranza poco sarà d'uopo parlarne, sì
perche vi è già nota la sua deformità, sì ancora perche vi vedo incaminati à
gran passi per la strada della sapienza,solamente vi riferirò per vostra
consälazione, affinche prestamente ne diveniate veri possessori di questa, ciò,
che Ippocrace à questo proposito insegnò, con una bella somi glianza, et è:
(n) Non alitèr enim ac Miniftri, et Miniftræ in domibus tumultuantes, ac
ceriantes, fi quando de repente eis hera adfuerit, attoniti conquiefcunt, fimilitèr
etiàm reliqua animi cupiditates malorum, hominibus funt administre, at ubi
fapientia in conspectum fe dederit, tanquàm mancipia reliqui affe&tus
difcedunt. Insegna parimente Ippocrate nell'iscoprire li seguaci di tal vizio
il modo da conoscere li Medici ignoranti, mà di ciò non devo parlarne, perche
il mio fine è diretto à detestare li vizj, fenza andar cercando li viziosi. Non
però tacere devo il gran danno, che questi apportanoalla povera Medicina
riferito da Ippocrate irel principio della sua legge in tal guisa : Omnium
profectò artium Medicina nobilisfima, verùm propter eorum, qui eam exercent
ignorantiam c. omnibus artibus iàm longè inferior habetur . Finalmente
con la Maledicenza terminerò io ancora di dir male de vizji questa è un vizio
assai incivile, perche opera sempre contro li buoni costumi, e contro la
civiltà, questa certamente non si dovrà seguitare da voi, venendovi da
Ippocrate tanto proibita nel libro : De Medico, che in tal guisa incomincia:
Hoc fcripto Medico imperamus, eo dicimus, dove tra l'altre cose, che coinanda
vi sono le seguenti: Ut animi temperantiam excolat, non taciturnitate folùm,
verùm etiàm reliquâ totius vitæ moderatione, bom nis, ac honeftis fit moribus,
et æquus in omni vitæ confuetudine fe præftare debeat ; Le quali cose come le
potrete osservare, essendo maledici ? Ed affinchè meglio comprendiate quanto il
ben moriggerato Ippocrate odiasse questo vizio, passia L mo
[ocr errors] mo à rillettere ciò, ch'egli dice nel libro De Arte, il
quale comincia così : Non nulli turpitèr in sectandis artibus
artifi. cium suum collocant, neque id, quod facere Se credunt
meo quidem judicio obrinent, sed Jue scientia oftentationem
faciunt aci E poi soggiugne : Qui verò ea, quæ ab aliis sunt
inventä inhoneftorum verborum artificia contaminare contendit, nequè
quida quàm corrigit, fed à peritis inventa, apud imperitos
traduçit . Is fanè prudentice exiftimationem tueri velle non videtur, fed
potiùs naturam fuam, aùt ignoratiam nem malitiosè prodere : Solis enim artium
ignaris, hoc opus competit, qui ambitiofiùs quidem contendunt, neque tamen
improbie tate suâ ullo modo præftare poffunt, ut aliorum opera, vel recta
calumnientur, vel non recta repræhendant : Eos igitur, qui in alias artes hoc
modo invadunt,coerceant, fi poffint, quibus hæc cura eft, quorumque id
intereft. Vedete voi à che segno odiava il divino Ippocrate li maledici, che
voleya, che fossero ristretti, essendo indegni di convivere tra uomini di
ono. re [ocr errors] [ocr errors] re. Crederei, che quanto hà detto
cosi chiaramente, et al propoliço Ippocrate vi pofsa bastare per odiare un
limil vizio, e tanto maggiormente se rifletterete, che quanto voi direte di
male degli altri, altri ancora ne potranno dire di voi, ficchè parlate bene
degl'altri, Ò tacete Țacerò ancor Ia per non nausearvi di vantaggio nel
descrivervi la laidezza di tutti gl'altri vizj, sperando, che ciò, che vì hò
detto di questi pochi,pofsa baftare, per farvi prendere odio a tutti gli altri,
ed à quel segno, che li viziofi lo porteranno facilmente alle virtù, qual? odio
pero spererei, che in un subbito deponessero į viziosi, se spogliati per pochi
momenti d'ogni loro difetto, si aboccaflero insieme con effe, allora cofa
disebbono sentiamolo da Seneca; (a) Quidquid opravi inimicorum execrationem
puto ; Quidquid timui Dii boni quantò melius fuit, quàm quod concupivi cum
multis inimicitias gefi, et in gratiam ex odio res L 2 dii (a) De
Vita beata cap.2. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] dii
buc. quid aliud quàm telis me opposui dc. Avere inteso come parlerebbero
bene li viziosi se avessero la forte dili berarsi da? loro difetti solamente
per breve tempo, approfittatevene dunque voi, giacchè per sempre, se vorrete,
potrete effere di mente capaci di conoTcere la loro deformità, e fuggirla. Mà
quando mai credeste per cosa molto difficile di potervene affatto spogliare,
fate almeno, che con le vostre virtù vi si fra. meschi solamente tanto di
vizioso, quanto communemente si tollera nell'oro di lega bassa, c non più, che
non arriva ad avvilirlo, nè à fargli perdere il suo vago Splendore.
Passerò ora alla seconda parte per esaminare se li vizj ermafroditi si possino
alıneno tollerare nel Medico. Per vìzio ermafrodito intendo quello, che
dalla malizia, e dall'inganno viene talmente trasmutato in virtù, che
difficilmente si potrà discernere, se prima non si scoprono le sue parti
vergognose, che و [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] che fino ad ora non hanno sapuco, ne potuto ricoprire. Sia
per esempio, se la malizia,e l'in ganno vogliono, sono capaci di
trasfi gurare così bene la superbia in umiltà, l'iniquità in
zelo di giustizia, che diffi, cilmente senza l'ajuto del disinganno,
che scopre le loro vergogne, li potranno distinguere. Nel
prino caso si serviran no facilmente de' seguenti artificj. Da rete à
suo tempo voi un'opera alla luce, ò vi riuscirà felice la cura di
un male grave, è cosa facile, che ne abbiate del compiacimento
interno, e questo avvanzandosi più del dovere, è facile ancora, che palli
à farvene qualche poco insuperbire, di quell'opera, di quella bella cura,
cosa faranno la malizia, e l'inganno per farvene affatto insuperbire ?
Ri. copriranno la piccola vostra superbian con il manto dell'umiltà,
et in congiuntura, che sentirà lodarvi gl'insinueranno in tal guisa à
rispondere : Questo non sono cose degne di lode, sono bagattelle, non
meritano d'essere lodare da un Vir: L3 tuofo suo pari, sono parsi di un
debbole ingegno ; Chi sentirà si limili risposte resterà sorpreso da üná tanta
umiltà, ed állora maggiormente s’infervorirà dilo darvi, entrerà nelli meriti
della causazed allora appunto avranno compito il loro negozio,in farvi
maggiormente insuperbire, che cosa converrà fare per iscoprire le vergogne alla
in ascherata superbia, per conoscere se quella umiltà sia stata vera ; ò
fimulata; bisognerà ricorrere al disinganno, che la scopra. Aspetterà questi
facilmente la congiuntura proposito, et in vece di lodaryi dirà tutto quello,
che la finta yostra umiltà aveva già detto di voi, con qualche par, ticolarità
di più, che sarà vera, sì perche il disinganno non mentisce; sì ancora perche i
chi è capace d'insuperbirli, non essendo di gran prudenzaś può in qualche cosa
trascorrere ; Allora sentendosi la superbia toccata sul vivo lacererà in un
tratto il bel manto dell? umiltà, e da se medesima mostrerà le fue vergogne
rispondendo : Come ! non fono [ocr errors] [ocr errors][ocr errors]
ز sono cose degne di lode? sono parti di un debbole ingegno sono
bagáttelle? sono tutte cose d'eterna memoria ; voi non le capice,
perche liete un'ignorantë. Che ne dite ? questa è quell'umiltà, che
una volta parlava così bene; è forse scusabbile nel Medico avendo questa
un naturale si fraudolento? Mi persuado, che ora, che la conoscere
; non la scuserete, anzi la biasimerete più costo. Nel secondo caso se
venisse in pen siero à tal’uno, che Iddio non voglia, di
promovere al servigio d'un'Ipocondria co da lui curato qualche suo
amorevole, mà dovendosi rimovere chi attualmente lo serve, e
competencemente bene, sen za l'ajuto della malizia, e
dell'inganno.». non si poiria ciò effettuare. Questi cacci vi vizi
per servirlo, che cosa faranno ? procureranno di vestire l'iniquità
con abito di zelo di giustizia, e che diča à
quell'Ippocondriaco, ch'è vero, che viene servito bene da
quel suo Ministro, mà che premendogli tanto la sua salute, il
suo zelo, et il suo obligo richiedono [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] gli procuri sempre li suoi
vantaggi, ed in ispecie trattandosi di propria salute, e di salute, che gli
premetanto, per 12 conservazione della quale il Signor Tale foggetto nel suo
mestiere unico, che non hà pari, saria veramente à propofito, mà non per questo
è dovere di far perdere il pane à chi lo ferve, si dice solamente, che lo
sappia, che vi è chi lo servirebbe assai meglio, caso che capitasse mai congiuntura
; Fatti, che hà l'iniquità questi projetti ad un'Ippocondriaco, che non brama
altro, che vivere, con tutto quel di più di male, che sentirà dire
per altre vie di quel povero galantuomo, che lo
serve,procurate da chi vuole lubentrare; Credete voi, che non si
effettuerà fimile tentativo dall'iniquità? Forse prima di otto
giorni farà espugnata la Piazza, perche tanto si batterà, che si farà
breccia, e vi si porrà dentro, e di sì bella impresa ne trionferà la sola
iniquicà. Voglio, che sia vero, che il Ato ne sia capace, má vediamo
un poco se il fine è stato retto, e se il zelo digiu stizia
1 che il propo [ocr errors] [ocr errors][merged small] stizia ne fù
egli il primo motore? Chi avrà procurato simile ingiustizia, certainente, che
non sarà molto eccellente nel suo mestiere, perche chi è tale, è ancora giusto,
e prudente, dunque ve ne saranno de' più esperti di lui. Ciò supposto
procuriamo, che il disinganno ne faccia le sue diligenze, e questo facil. mente
farà infinuare al sudetto Ippocondriaco, che giacchè hà megliorato nella
mutazione di quel suo Ministro, procuri ancora di mutare il Medico, e ne trovi
un'altro megliore di quello, che ha presentemente, e piacendogli
tal'insinuazione, cd effettuandola, cosa dirà colui, quando si vedrà fuori del
servigio? fi lamenterà forsi del torto, che gli ha fatto, avendolo tanto tempo
ben servito ? mà di chi si lamenterà? dovrà dolersi di se medesimo, perche gli
è stata fatta quell' ifteffa giustizia, ch'esso hà procurato foffe fatta
altrui; Dà dunque a conoscere chi operò in questo modo, che non ebbe per fine
il zelo di giustizia, perche questo non gli è piacciuto, mà forse ne [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] ebbe [ocr errors][ocr
errors] ebbe qualchedun'altro di quelli, che low no chiamati secondi fini, cosa
ne dite voi di questo vizio ermafrodito et vi pare di poterlo scusare nel
Medico; e se ve ne fofreche non credo ; tal’uno trá efi to scusereste forse ?
Io per me lo scuserei nella forma appunto, che diffe di fimili viziofi Democrito
ad Ippocrate: (b) Cum igitur tot indigenas; e miferas ánimas videamus quomodò
eorum vitam ejusmodi intemperantja deditam ludibrio. non bao beamus 2
Molte altre frodi,tramåte dalla malizia, e dall'inganno potrei orá riferirvij
fe non dubitäsli, palesate; che fosseros che tal’uno ( di voi non dico, che
siete di ottima inclinazione ) sentendole riferire se ne potesse abusare; onde
in ciò procurerò con Tacito più tosto Artem oblivionis, quàm memoria.
Avete già udito la gran deformità de' vizj, il danno, che apportano a'suoi
seguaci, ed il non doverfi seguitare ; nè fcufare in conto alcuno, che
possonofervirvi di motivi efficacissimi per tenerli lontani da vois purche non
si siano di già radicati ne' vostri cuori, nel qual caso faria necessaria la
gran Medicina proposta da Ippocrate per isvellere affatto li vizj, ch'è la
seguente: (C) Equidem omnes animi morbos vehemences(che sono appunto i vizj)
insanias reputo ; cùm opiniones quasdam, da vifa rationi fufcitant, ex quibus
fanéscit s qui per virtutem repurgatur.Preparerò dunque per la Giornata di
domani la sudetta Mediciija,dalla quale se ne avrete bisogno rimàrrete
certamente sanatis casos che nò, preservati almeno da fimili infezioni, in
avvenire . Venite tucci, che vi aspetto con desiderio ; perche sarà Giornata di
molto profitto quella, in cui si parla delle virtù. [ocr errors][merged
small] [blocks in formation] Nella quale. fi discorre dell'acquisto delle
virtà, e del bene, che apportano al vero Medico, e se alcuna di effe fi
poffa in lui cenfurare non Vanto mai sia infelice, e
miferabile la condizione umana,lo dimostra. 110 non solamente li
vizj,mà anca. ra le virtù, posciacchè li primi,che tanto nuocono,
spontaneamente in noi germogliano, e le seconde, che sono così utili,
senza reiterare fatiche, et una lun. ga, et industriosa coltura si acquistano.
Appena nasce l'uomo, che in lui subitamente l'ignoranza si manifesta, e quel
primo vagito, che dà n'è il primo contrafegno, mentre non ne sà ancora il
perche egli lo faccia : Cresce, ela malizia fi scopre, l'ira, e la gola si
manifestano ; S'inoltra nella gioventù, e la lussuria si risente, e di mano in
mano, che gl’anni fi avanzano, li vizj tutti un dop [ocr
errors][ocr errors] doppo l'altro fi veggono germogliare; Con ragione
dunque disse Democrito : (d) Totus homo ab ipfo ortu morbus eft ; e
ne assegna la cagione : Talis enim ex materno cruore Sanie permixto
promicuit Infelice, e miserabile dunque condizio ne umana, che per
fare acquisto di ciò, che l'è nocivo, punto non hà d'affaticarsi, perche
spontaneamente li vizj li fanno possessori di noi, essendo concepiti, e
nascendo con noi medesimi, e questa è la cagione, perche erunt vitia
donec homines, dove, che per ottenere ciò, ch'è di nostro sommo
bene dupplicate fatiche si ricercano; La prima delle quali consiste
nello svellere da noi le tanto impoffeffate radici de vizj, e l'altra d'andare
à poco à poco introducendo in sua vece li semi delle virtù, e ciò non basta,
perche conviene ancora di cuftodirli fino à tanto, che siano assicurate
bene le loro radici, per non essere dove sono se, mentari suolo
nativo. E perche ò lante virtù spontaneamente ancor voi, ccon
quel(d) In epi.2.Damaget. [ocr errors][ocr errors][merged
small][ocr errors][merged small][merged small]
quella medesima facilità non germoglia.. te in noi per renderci felici?
Conosco, che voi fiere un'attributo divino, ma non per questo, vi dovęte tanto
sdegnare di unirvi con noi, che siamo creati ad im. magine, e fimilitudine di
Dio, conosco ancora, che per ricevervi li richiede abitazione espurgara da ogni
iminondezza, pura, e proporzionata à voi, e se per questa cagione voi state
lontane da noi, la colpa non sarà la vostra, mà bensì di noi medesimi, che
siamo quelli, che vi impediamo l'ingresso, e che ritardiamo si gloriofe
conquiste, che ci possono rendere beati, con trascurare ciò, che voi
richiedete Oggi sì, che voglio far prova di voi per conoscere à che segno
liano gli animi vostri generosi, e se avere ancora acquistato l'uso di ragione,
potendo, se vorrete, ciò che si trova d'infelice in voi commutarlo in
prosperità, e ciò, ch'è disgrazia in fortuna: Accingetevi pure, se ne sarete
sprovisti, all'acquisto delle belle virtù, se ambite divenire Semidei,
dicendo apertamente Ippocrate, (e) ches Medicus Philofophus Deo &qualis
habetur ; e cosa voglia intendere per Medici Filosofi lo spiega divinamente in
appresso, cioè quelli, che habent, quç faciunt ad demonstrandam incontinentiam,
quatuoSam, ac sordidam profefionem, inexplebilem habendi fitim, cupiditatem,
detraa &tionem, impudentiam ; che sono per l'appunto quelli, che seguirano
le virtù, ed hanno in abbominazione li vizj. Sbandito dunque, che avrete
da voi ogni vizioso inquinamento, e perciò renduti più capaci dell'acquisto
delle eroiche virtù, proporrò in primo luogo ciò, che concerne alla Religione,
come quella, ch'è la suprema di tutte le virtù, et ancora la loro base
fondamentale, in cui sono appoggiate tutte le altre. La Religione quanto
debba essere àc cuore al Medico, sentitelo da Ippocrate: (f) Hactenus
igitur cum sapientia, communionem, eorumque etiàm plurima habet Medicus, nam et
Deorum cognition [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small]
дет (C, &f) Hippode $65.0TMnem ipfe potiffimùm animo complectitur,
cumque aliis in affe&tibus, et casibus Medicina multum Deos colere
comperitur duc. e tutto ciò lo afferisce dapoi di avere insegnato, che nella
Medicina vi era ancora: Superftitiofi metus aversatio preAantia Divina . E non
solamente à benefizio vostro ciò converrà, che facciate, mà ancora à prò de'
vostri Infermi, perche venendo ogni bene dal Cielo, nelle vostre più gravi, e
pericolose cure converrà, che non vi fidiate della vostra fola perizia, mà
ancora, che supplichiate Dio, che vi assista con la sua santa grazia à bene
indirizzarle; qual pio sentimento si ritrova ancora descritto in Ippocrate, e
dato à coloro, che disprezzando gli ajuti Divini, fi raffidavano solamente ne'
loro incantesimi, à cui cosi parlò risentitamente; (8) Quos contrafacerc
decuerat, facra facere nimirùm, et precari, ad Templa deducere, Diis fupplicare
; e sotto dice: Maxima ergò, fceleratisima peccata Deus expiat, dapu
rificat (g) De morbo facro.. rificat tuteláque noftrâ existit ; e non
imitando voi la gran pietà di tanto Maestro come potrete essere annoverati trà
suoi seguaci ? A questa viene in seguela la Prudenza, la quale è una
virtù al parere di Democrito riferito da Ippocrate, che non solamente fà
conoscere, e bene distinguere il prasente, mà ancora fà prevedere il futuro:
(a) At folus hominis sensus recta intelligentia eminùs splendescens. Quod
præfens, et futurum eft prævidet; E questa è quella, che toglie ogni
confufione, e libera da qualunque pericolo chi la poisede : Qui enim hæc ipsa
prudenti cogitatione difponunt, ii et facilè liberantur, meum risum fubleuant ;
E questa non si può ottenere senza prima rimovere da noi tutti quei vizj, che
prevertono la nostra mente, trà quali li principali sono l'ira, la superbia,
l'avarizia, l'invidia, e l'inganno, li quali sono tutti capaci di farla
prevaricare, e renduta che sarà per la mancanza di M que(a) Epist.
ad Damag. [ocr errors] questi quieta, e tranquilla, la Prudenza con
maggior facilità si potrà acquistare. Senza questa bella virtù,
regolatrice di tutte le buone operazioni, non pensate di potere esercitare la
Medicina, perche come vi potrete regolare senza effa, allorche v'incontrerete
in Maláci indiscreti, e disobbedienti, in mali simulati, in controversie con
altri Profeffori, ed in tanti altri emergenti, che vi possono giornalmente
accadere, in quali laberinti vi trovereste? in quante confufioni, se non aveste
la scorta della Prudenza, quali inquietudini provereste se foste privi di sì
bella virtù ? (6) Non poteft effe vita jucunda, à qui abfit Prudentia, come
disle Cicerone; Cni possiede detta virtù hà quanto di buono poffa mai
desiderare, ftanteche (c) Nullum Numen abest fi fit Prudentia. Quindi è,
che Ippocrate fino, che visse non solamente fi fece regolare in tutte le fue
operazioni da questa virtù, come nelle sue memorie si scorge, mà consiglia li
suoi seguaci, e comanda loro insieme à non discostarsi punto dal suo
patrocinio, insegnando ancora il modo per acquistarla, conforme da moltislimi
suoi documenti potrete comprendere, de' quali ve ne riferirò quei soli, che
sono registrati nel libro De decenii habitu, dove doppo aver descritto il
vestire positivo del Medico accreditato, soggiugne : Qui se fe, ex cultus
venuftate, frugalitate, non tàm ad fuperfluam curiofitatem, quàm ad optimam
existimationem, prudentiam, e animi moderationem compararunt; e passando à ciò,
che deve provedersi di necessario con(b) 5.Tufculon. (c)
Juven.fat.10 per il suo mestiere, lo avvertisce, che sia prudente
in farlo, altrimenti : Horum penuria mentis inopiam, at detrimentum affert ;
Vuole anco in appreffo, che usi prudenza in prevedere ciò, che può avere di
bisogno j'Infermo, che non operi con animo turbato, che sedi le confusioni, e
li tumulti, che sgridi l'Infermi disobbedienti,l'intimorisca, mà insieme con
prudenza, che Blandè eos excipiendo, consoletur, confor [ocr errors][ocr
errors] [ocr errors][ocr errors] me ancora, che avverta di non li prevalere di
Sostituti imperiti, affinche de' loro mancamenti non resti esso debbitore, e
quelli, che opereranno in tal guisa cosa acquisteranno? Gloriam tùm apud
majores, tùm apud pofteros fibi comparabunt; e finalmente insegna il modo di
conseguire con facilità la sudetta virtù, soggiugnendo : Qui etfi non multarum
rerum cognitionem habent, earum tamen ufis afliduo prudentiam affequuntur
. Apprendercla dunque ora, che fapete il modo facile per conseguirla,
caso,che non ne foste proveduti à sufficiene za, per imitarlo anco in
questa. La Giustizia, una delle altre virtù principali confifte, al
parere di Galeno, di dare à ciascheduno ciò, che gli compete: (d) Naturæ
iustitiam in eo confiftere, ut quod unicuique competit distribuat ; E. questa
non la potrete acquistare, se da voi non terrete lontana l'iniquità, con turti
li suoi vizj feguaci, che sono le passioni, l'adulazione, ed altri, che operano
tutto il contrario di ciò, che alla Giustizia piace. Il bene, che
apporta detta virtù è dupplicato, perche non folamente benefica chi la
riceve, mà ancora, chi l'esercita; chi la riceve ottiene tutto quello,
che deve desiderare, e conseguire, e chi l'esercita non puolessere
censurato à ragione, perche le sue operazioni saranno sempre regolare
con giustizia, e tutta quella giustizia, che si fà, si riceve
ancora da altrui, in ciò, che riguarda gli proprj avanzamenti
ftanteche (e ) Fundamentum perpetud coe mendationis, famæ eft juftitia,
fine qua nihil effe poteft laudabile. Meritamente dunque compete al
giusto di fiorire come la Palma : Juftus ut palma florebit, perche
conforme la Palma quanto è più caricata di grave peso, tanto
maggiore mente sormonta, così ancora il giusto, quanto più fi
procura deprimerlo, tanto maggiormente viene inalzato. Questa eroica
virtù non solamente viene incaricata da Ippocrate al Medico
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] M 3
con (e) Cicero i.de Offic. con precetti, dicendoli : (f) Æquum
autem in omni vitæ confuetudine se preo ftare debet ; e ne assegna la ragione,
fog. giugnendo: Cum omnibus in rebus multum fit in justitia præfidii; mà ancora
fù da lui medesimo seguitata, conforme in tutte le sue memorie si può
rincontrare, trà quali per non dilungarmi, riferirò solaméte ciò,che si legge
in una lettera da lui scritta al Senato di Abdera, nella quale dicc à tal
proposito : Ego verò fi omnibus modis ditefcere voluiflem viri Abderita, nè
decem quidem talentorum gratiâ ad vos venirem, fed ad Perfarum Regem
proficifcerer, ubi Urbes tote opibus humanis refertiffime occurrissent; e ne
assegna la cagione, perche ei non lo fece foggiugnendo: Regias autèm opes
ignominia mihi futuras, opulentiam Patria inimicam reportaffem, quibus circumaffuens
Urbium Grecia deftructor exifterem ; Antepofe dunque Ippocrate à sì
confiderabiliffimi proprj vantaggi il publico bene, fù dunqu'egli perciò
disinteressarissimo,e come tale (t) De Medico. [ocr errors] tale
fece conolcere à che segno amava la giustizia, non potendolo chi veramente
l'ama con prove più demostrative far costare, che con quelle dell'essere di.
finteressato. Custodire dunque la Giustizia co. me pupilla delli vostri
occhi, perche questa è quella, che vi può rendere feli. ci, non potendoyi
mancare cosa alcuna, quando la vostra mente sia giusta, come viene espresso in
due versi esametri scol. piti sopra la Porta Romana di Marino mia Patria, Feudo
Nobile dell'Eccellentiffima Casa Colonna, che sono: Hic tibi tuta quies, do que
cupit odia virtus. Defisietquè nihil, fo mens non deficit equa,
Infeparabile dalla Giustizia deve effere la Fortezza, pofciacchè non sempre li
potrebbe eseguire ciò, che la prima dispone senza l'autorità della seconda.
Ippocrate diede la legge conforme fi avevano da regolare gl'Infermi,mà ordinò
ancora al Medico fuo Esecutore, che M 4 che in caso di
trasgressione de' suoi Malati fi armasse di fortezza per farla eseguire :
Eumque à fuis cupiditatibus deterreat, bu fimul quidèm cum amaru-, lentiâ
vehementèr increpet . E questas virtù come s’acquista ? con togliere da noi
ogni timore, ogni pufillanimità, con invigorire lo spirito, e rendere l'animo
pronto, et obbediente ad eseguire ciò, che li viene dalla discrera Giustizia
ordinato'. Doppio bene parimente ne nasce mediante la sudetta virtù ; Il
primo è, che sono sicuri gl'Infermi curati da chi è giusto di non essere
adulati, ponendosi da essi in esecuzione tutto ciò, che loro compéte, e non di
vantaggio, e l'altro è, che chi la possiede ne riceve stima, erispetto,ponendo
in sogezzione coloro, con quali si tratta . Örnatevi dunque voi ancora di
quefra neceffaria virtù, dovendo nelle occorrcoze resistere alli'defiderj
dopravaci de voftriInfermi, male avvezziin sanità ز [ocr errors] à
cra (5) Hippode decenti ornatu, [merged small][merged small][ocr
errors] * crapulare giornaliente, e dovendo opporvi à ciò, che fuor di
proposito verrà motivato dagli aftanti, come potreste resistere, se non
foste armati di fortezza, e costanza, neceffariamente caderefte
nell'adulazione con danno sì della loro Calute', che della vostra
riputazione ; oltre di che con pochi contradittori vi abbatterete,
perche conoscendovi di quell'animo descritco da Orazio ;
Juftum ; tenacem propofito virum. Non Civium ardor prava
jubentium, Nec vultus instantis T yramni: Mente quatit. Per loro
quiete più di uno vi lascierà stare senza recarvi moleftia .
La Temperanza è quella virtù, che frena li noftri (moderati desiderj, e
li restrigne dentro i limiti dell'onesto, e ci rende finalmente padroni di
comandare à noi stessi ; Quindi è, che Democrito, fiinproverando coloro, che
hanno defiderj smoderati, (h) disse : Et cùm multis dominare velint, fibi ipfos
imperare ne queunt : (3) Hipp. epif.Damag,queunt ; Senza questa bella
virtù nelle maggiori prosperità non si puol godere di quelle e Alessandro il
Grandes appena ebbe notizia, che vi erano più mondi, che subitamente si
concristòs e perdette tutto quel contento, che forli aveva ris cavato dalle
coniquifte di più Regni, perche gli crebbe subitamente il delide, rio ambizioso
di fare maggiori progrefli. Come s’acquisti questa virtù linsegno Seneca
s ( b ) con dire : Sani erimus, cu modica concupifcemur, fi unusquisque
se numeret, metiatur fimul corpus, fciatquè hec multùm capere, nec diù
pode ; Nihil tamen æquè tibi profuerit ad temperantiam omnium rerum, quàm
frequens cogitatio brevis avi, a bujus incerti, quidquid facies refpice ad
mortem ; Octima Media cina, e degna veramente di quel gran Morale per moderare
i nostri sfrenati desiderj. E con ottimi sentimenti ancora si ritrova
registraro in Ippocrate in tal guisa: Quod fi quis omnia, quæ facit pro viribus
mente verfaret, vitam ab omni cafu (h) Epif.94. (i) Inepif. Damago
cafu immunem fervaret, se ipfe probè non fcens, fuam ipfius concrétionem apertè
intelligens, cupiditatis ftudium in infini, tum non extenderet, fed naturam
divitem, et omnium alumnam per ea, quæ abundè suppetunt, sequeretur.
Quemadmodùm autèm optimus corporis habitus affectionum periculum denunciat s
lic magnus rerum fucceffüs lubricus eft. Elsendo dunque tanto utile
questa virtù, quanto è desiderabile la propria felicità, la dovreté bramare, e
procurare insieme, e non solamente per vostro proprio bene, ma ancora delli
vostri Infermi; perche se sarece immersi profondamente nelli vostri fmoderati
desiderj, avrete la mente sempre così distratta da quelli, che à tutt'altro
penserete, che à ciò, che possa essere di profitto agli Ammalati, e se pure lo
farete, farà cog mence stanca, per breve tempo, e di paffaggio, doveche avendo
roli delide, rj onesti, questi poco vi affaricheranno la mente, onde avrete
campo di applicare con più attenzione alle cure, e da [merged small][ocr
errors] [ocr errors] inferioris che eravate al negozio, divers sete superiori,
alleggeriti che ne farete, con notabile vantaggio di chi si prevalerà
dell'opera vostra. E tanto maggiormente, che l'offervanža di si bella
virtù non fù solamente incaricata da Ippocrate a' suoi seguaci, comandando
loro:(2) Eum quoque Ipe&t are oportet, ut animi temperantiam excolat, non
taciturnitate folùm, verùm etiàm reliquả totius vite moderatione Quòd ad illi
comparandam gloriam plurimum affert.adjumenti ; Ed altrove: (m) Bonum Medicum
minimè impellit ut fuam atilitatem quærat, verùm ut potiorem fuæ existimationis
rationem habeat ; Itaques longè satiùs eft à morbo fervatis exprobrare,
quàm perniciosè habentes emungere ; Mà di più per darci esempio la volle egli
medesimo religiosamente osservare, po. sciacchè chiamato dal Rè Artaserse, e
con che promesse !.(n) Auri igitur quana fum volet, reliquaquè quibus indiget
effuse ei De Medico. (m) De precept. (n) Ix epift...
Hellefp.Præfee. 6110 ei exhibeto, di ad nos mittita, cum Perform
rum enim optimatibus eodem erit honore; Şicchè la promessa confilteva in
ricchezze, commodi, et onori à quel fegnio, che ne ayeise potuto defiderare,
cosa rifpo e il modeftiffimo ? (0) Quàm celerrime refcribe, nos vietu, veftitu,
domo, omniquè re ad vitam neceffaria cumulatè frui; Pere sarum autèm opibus uri
neque mibi fquum eft; E scrivendo à Demetrio manifesto anche meglio
la sua moderazione, di, cendoli: (P) Rex Persarum nos ad fe vocavit nefcius
mihi potiorem effe fapientiæ, quàm auri rationem; Chi altro farebbe itato di
animno sì moderato in fimili congiunture, che ad una chiamata di un Rè
potentissimo, alle offerte sì grandiofe si fosse potuto contenere con quella
moderazione Ippocratica di ricusarle? Ne crediate, che Ippocrate non
considerasse li vantaggi, che ne poteva riportare, perche in congiuntura, che
ricusando, per non rendere schiava - la scienza Medica delle venalità, li dieci
talenti offer [ocr errors] tigli (0) In epift.2. Hystania (p) In
epift.Demetr. . tigli dalli Abderitani per la cura di Democrito,
così loro rispose : Ego verò ja omnibus modis ditefcere voluiffem viri
Abderit, ne decem quidèm talentorum gratiâ ad vos venirem, sed ad magnum
Perfarum Regem proficifcerer, ubi Ürbes tot& opibus humanis refertiffimæ
occurriffent dc. divitiæ non funt pecuniæ undequaquè comparat&; Magna enim
sunt virtutis facra, quæ à juftitiâ non teguntur, Jedin apertum fe proferuntur.
Ex morbis quajtum non facio. Sono tutti questi esempi, che provano
un'eroica moderazione di animo, una somma temperanza, e se è vero ciò, che
riferisce Seneca, (r) che Platonc, ed Aristotele ricavassero più profitto dalli
costumi di Socrate, che dalle sue parole. Questi del nostro Ippocrate sono
tali, che possono bastare à togliervi dalIa mente ogni (moderato desiderio per
farvi divenire seguaci di sì eroica virtù, come è la Temperanza, ed allora
potrete con essa ridervi di quelle vagheapparenze di felicità da alcuni tanto
apa prezzate, consistendo tutte in fottilidima superficie, mentre dentro di se,
non altro contengono, che incommodi. Un legno dorato fà una vaga apparenza,mà
dentro di se, non altro nudrisce, che molte tarle, che lo divorano, nè vi G2
discaro à sentire ciò, che ne dice Seneça: (S). Et cum auro teita profundimus
quid aliud, quàm mendacio gaudemus ? Scimus enim fub illo auro feda ligna lati.
tare buco omnium istorum, quos incedere altos vides bracteata felicitas eft,
infpice, e disces fub iftâ tenui membrana dignitasis quantùm mali lateat . Sicchè
la vera felicità non consiste nell'esterna apparenza, non nella superficie
vaga, må bensì nel godere internamente una tranquilla calma, che dalla bella
apparenza esterna più costo viene turbata, che dotta. Hò cercato, come si
fuol dire, per mare, e per terra un ritratto al naturale della verità
pro per farvelo vedere, mà non l'hd 17
Epiß.115. 1 1 l'hò potuto ritrovare à proposito, perche, chi
l'hà dipinta con il viso coperto, chi dentro un pozzo al bujo, chi l'hà
profondata anco più bassa, onde non sapevo come fare per farvela vedere, non
troyandola delineata in formas ostensibile . Mi venne in pensiero diricercare
in Ippocrate, fe in occasione, che fù per curare Democrito l'avessi à forte
potuto vedere nel suo emi abbattei per l'appunto nel sogno, che egli fece
prima di andare in Abdera, nel quale al vivo descrive la Verità, ed in quella
guisa appunto, che gli comparve in sogno, (t) ve la descriverò ancora io. Gli
parve di vedere, nel primo spuntare dell'Aurora una bella Dea alta, e
risplendente, ornata positivamente, e senza pompa, li suoi occhi risplendevano
come dui scintillanti stelle, ed avendolo preso per la mano lo conduceva per la
Città di Abdera à passo lento, e finalmente nel disparire, che fece ella gli
disse, ch'era la Verità, e che nel giorno pozzo, se(1) Is Epift.P
hilop. 3 [ocr errors][ocr errors] seguente lo aspettava da
Democrito do. ve dimorava. Meritano veramente molte circo. stanze di
questo misterioso logno d'efservi interpretare; La prima delle quali è la sua
maestosa bellezza, e questa denota, che la verità è degna di essere da tutti
amata; La seconda il suo ornamento positiuo, e senza pompa significa, che non
hà bisogno di francie, nè di altri abbellimenti superfui ; La terza, li suoi
occhi risplendenti mostrano, che ella abbia necessità di buona vista, dovendo
vedere, e ben discernere li vizj, che la perseguitano; La quarta, con il
prendere per la mano Ippocrate fà comprendere, che non vuole contraere amicizia
con gente di cattivo costume, perche bene li avvedeva, che appreffo ad
Ippocrate non si accostavano nè la bugia, nè l'adulazione ; La quinta il
condurlo à palli lenti inferisce, che chi vuole andare accompagnato con la
verità non deve caminare in fretta, mà adagio, come faceva Ippocrate. La festa
il dire, che lo N aYC [ocr errors] averebbe aspettato da
Democrito, dove ella dimorava, significa, che non ama le grandezze del mondo,
ne vuole fare la fua comparsa, se non in quei luoghi, dove alla è conosciuta, e
rispettata con fchiettezza, e sincerità. Obella Dea, se questi sono li
voftri fentimenti, date à divedere, che voi fiete troppo folitaria, modesta, e
circospetta; E perche non frequentate luoghi più magnifici, e non vi fate
vagheggiare publicamente ? Forse, che temete di faziare chi vi rimira con il
vostro afpetto, conforme fù detto di Poppea Sabbina bellissima Dama de' suoi
tempi, per non farsi vedere in publico, che col viso coperto ? E finalmente,
perche non conversate con persone di sfera inaggiore de poveri Filosofi, con
quali domesticamente voi trattate? Sapete come risponderà facilmente la Verità:
lo son contenta di ftarmene così solitaria, perche fono troppo odiata,
sentendomi dire da per tutto : Veritas odium parit ; ed io, che abborrisco di
soggiacere à quest' [ocr errors] odio, per vivere quiera, e tranquilla,
son forzata nel mondo à ftarmene folie faria ; Solamente nel Cielo godo ogni
libertà, ivi sono amata da tutii, ivi sono il Caduceo di eterna pace, e fapete
per. che ? Perche ivi l'Invidia non mi perseguita, l'Adulazione non mi
tradisce, l’Iniquità, è la Malizia non mi possono punto nuocere, come dunque
posso io in Terra liberamente conversare, senza pormi à rischio di perdere
quanto ho di buono, quanto ho di pregiabile, ch'è ciò, che dico. Se io
comparisle da per tutto, non potrei fare di meno di non incontrarmi bene spesso
con miei iniqui, e fraudolenti persecutori, e se questi, che fanno tante prede
mi guadagnassero con lodare la inia bellezza, e mi facesseroprevaricare, non
farei più virtù, onde per mantenermi tale, quale devo essere sono forzata
vivere in folitudine con il mio bene accostumato Democrito. Avrete da
quanto vi hò descritto sin'ora compreso non solamente la bele N 2
lezzalezza della Verità, mà ancora li suoi divini costumi, onde fi accinga pure
ogni uno di voi à sposarla, perche cosa più bella, ed utile di questa non
potrete ritrovare, e tanto maggiormente, ch'è affai facile à potervi fortire
una simile ventura, bastandole, che finceramente l'amiate, che farà tutta
vostrą. Vi avverto però, ch'ella è gelofillima, ondę vi converrà per conviverci
in pace odiare la menzogna, l'adulazionc, l'iniquità, e l'inganno, altrimenti
vi perderefte in un'istante la sua grazia. Mi perfuado, che lo farete di
cuore, perche Ippocrate, ch'ebbe la sorte, come dilli, di rimirarla una sola
volta, ccome in sogno, ne restò così invaghito di ella, che fino, che visse
l'amò fedelmente, à segno di esporsi ad evidente pericolo di perdere tutto il
suo acquistato concetto; Posciacchè nella cura di colui, ch'era avvezzo di
vivere à suo capriccio, e perciò facilmente fù ferito in testa, confesso
candidamente di averlo curato male, dicendo, ivi : Hoc me latuit
[ocr errors] latuit sectione opus habere, deceperunt aux sèm me
future.(a) Biasimerà taluno di quelli che amano più la loro estimazione,
che la Verità questa tua confeffione publica ò Ippocrate, trattandosi di
un'errore di questa forta, c tanto maggiormente, che niuno ti forzava à
palesarlo, e ti diranno : Dovevi pure prevedere, che la maledicenza avrebbe
fatto contro di tè quanto poteva per iscreditarti, à cui egli rifponderia
facilmente, se vivesse, non mi dà faftidio, che si mormori di me, purche io non
tradisca la Verità, hò voluto lasciare quest'esempio,acciocchè li miei seguaci
non cadano in simile errore, e segua pure contro di me quel male ne så seguire
; Sapete, che danno ne hà riportato Ippocrate da simile confessione ? Due
elogij frà gl'altri, capaci à renderlo glorioso per tutta l'eternità, che sono
li Teguenti: Cornelio Celso così ne parla di questo fatto : (b) A futuris
fe deceptum effc (a) L16.5.Epid <grot.-7. (b) Lib.8.cap.4. N
3 effe Hyppocrates memoriæ prodidit, more fcilicèt magnorum virorum ; et fiducian
magnarum rerum habentium; Năm tevia ingenia ; quia nihil habent, nil fibi
detrahunt; magno ingenio, multaque nihilominùs babituro convenit etiàm fimplex
veri errò: ris confeffio; præcipuèque in eo ministerio, quod utilitatis causâ
pofteris traditur, ne qui decipiantur eâdem ratione ; qua quis antè deceptus
eft. Quintiliano ancora lo commenda in tal guisa: (c) Hyppocrates clarus
in Arte Medicâ videtur honeftifimè fecife, dùm proprios quofdam errores
confeffus eft, boc fine, nè posteri peccarent. Certamente, che non
avrebbe riportáte tante lodi Ippocrate, se avesse tenuta celata tal verità, e
se non avesse confessati li propri errori, non li darebbe tanta credenza à ciò,
che dice. Dunque animateyi voi ancora à ree guitare un sì glorioso
Maestro, e non remete dalla Verità, che sposerete, doverne riportare alcun
svantaggio, anzi te (c) Lib.z. cap.8. [ocr errors][ocr
errors] tenete per infallibile di poterne voi ana cora ricavare glorie immortali.
Il difensore maggiore, ch'abbia la Verità è il Disinganno, egli è quello, che
discopre ciò, che si fà contro di essa, che impiega ogni sua attenzione, et efficacia
à suo prò, non prendendosi alcuna soggezione de' vizj, anco maggiori, in
manifestare le loro iniquità; Hà finalmente tal possanza, che qualunque Verità
più occulta la rende palese à tutti Niuno senza il di lui ajuto sarebbe capace
d'avvertire alli proprj errori ; onde converrà se vorrete seguitare la Verità
paffare con esso lui ancora buona corriso pondenza, rispettarlo, e farvelo
vostro amico di confidenza ; Vi avverto però, che se vorrete veramente
confederaryi con il Dilinganno, non dovrere effere ostinati, nè pertinaci nella
vostra opinione, perche altrimenti nel meglio vi abbandonerà, onde converrà di
farvi regolare in tutto da lui, e vedrete come vi favorirà nelli maggiori
vostri bifogni. Se non si fosse fatto regolare Ippo: crate da questa
eroica virtù, come mai fi sarebbe potuto avvedere del sopr’accennato errore, e
d'altri, e proprj, e del Medici suoi coetanei, che egli riferisce ; Certo è,
che se fosse stato pertinace nella sua opinione il Disinganno non gli avrebbe
fatto conoscere la Vericà qual' era, et in ispecie nel caso di quell'Ancella di
anni dodici, nella quale ei confessò,:(d) Hoc cognitum eft rectè fe&tione
opus habere, fecta eft autèm non velut opportebat, fed quantùm reli&tum eft,
pus in ipso factum est ; Et in questo confeffa, che non fù fatto il taglio à
suo dovere . Nel male di Eupolemo, chi gli averia manifeftato:(e) Hic videbatur
biberari pofle, fa unicâ amplå feftione fectus fuiffet ; E perche non si fece ?
Mortuus eft. Conforme ancora nel caso di quell' Uomo quafi leproso, (f)
che andando al bagno di acqua solfurea guarì dal male,che aveva, mà morì poscia
Idoprico per la retrocesfione del primo; E di Scamandro, (8) à cui gli accelerò
la morte un potente folutivo, come avrebbe possuto dire : Videbatur plus
temporis fubstinere potuille. nisi ob vim pharmaci; E nel figlio di Teoforbo :(
6 ) Huic exulcerats est alvus fortitèr à magnâ pharmaci vehementia, moru tuus
eft autèm tertiâ die poft potionem ; Nella moglie di Antimaco, à cui : (i)
Datum eft potu Elatherium vehementius, quàm opportebat, pou mortua eft circà
mediam noctem; In quell'uomo Eubeo, (i) il quale:Cùm bibiffèt pharmacum
expurgans fres dies purgabatur, e mortuus eft ; E nel caso di Artandro, (m) il
quale : Sanus erat à catapotio extinctus eft ; E finalmente in quello di
Trinone, (n) lasciando di riferirne altri : Cùm ad nervum fanè parum
medicamentum erodens fuiset adhibitum, opistotono mortuus eft. Dunque
queste utili memorie, che noi leggiamo in Ippocrate tutte le dovemo al
Disinganno, che gliele fece cos nofcere. Ovirtù così sublime, perche ancora non
consigliaste tanti altri Profeffori eccellenti, che scriveffero ancor esli con
questa Ippocraticà ingenuità nello scoprire li propri errori à pofteri; Quanto
bene averia apportato à noi simile verità; Hanno scritto; è vero, molo te
mirabili osservazioni, mà hanno ancora con quelle più tosto cantato li loro
trionfi, che compianto le altrui sventure. Fate almeno, che li secoli venturi
godano di questo bene, et à voi toccherà di ereditäre ò Giovani ingenui questa
purità di scrivere Ippocratica ; se vi uniformcrete conforme egli fece alli
consigli del vostro disinganno: yemo (g) Epid.lib.5.&gr.15. (h)
Ep.lib.5.&gr.17. (1) Ep. lib.s. agr.18. (1) Ep.lib.5.agro3s. (m) Lib.s. agr.42:
(a) Lib.gi .gr.74 7 La Vigilanza à che segno sia neceffaria nel
Medico, ne dà non piccolo contrasegno il sagrificio, che bramava Esculapio del
Gallo, fiinbolo della vigilanza, volendo facilmente quell'antico Nume della
Medicina far capire a suoi seguaci ciò medianto, che desiderava da essi, più
d'ogn'altra cosa, la vi [ocr errors] ) [ocr errors]
vigilanza, e con ragione, stanteche nella Medicina : 60 ) Occafio præceps;
occafio in que tempus non multum ; E se à prenderla quando si presenta, non li
fà con atten zione è cosa facile di perderla, con dia scapito di ciò, che si
poteva ottenere in vantaggio dell'Infermo ; Quindi è, che Ippocrate dà titolo
di ottimo Medico à colui solo; che prevede le cose future, dicendo :(p) Medicum
prænotionem adhibere optimum effe mihi videtur ; Prenoa scens enim, et prædicens
apud ågrotos, da prafentia, et præterita, et futura ; E questo non già per
altra via, che per quella della vigilanza, si può ottenere. Per conferma
di ciò fà à proposito la somiglianza, che apporta Ippocrate (9) del Medico con
il Governatore della nave, che si ritrova in tempeita, à cui non conviene già
dormire per non sommergersi insieme con il suo baltimento trà l’onde; Ed in
verità yi converrà essere nelle vostre cure molto circospetti, e vigilanti,
non (0) Hipp.Præceptiox. (9) De veteri Medio. (p) Di
Prenot. non essendo sufficiente la fola vostra pea tizia, mentre che al
parere d'Ippocrate: (r ) Bonis autèm Medicis fimilitudines pariunt errores, ac
difficultates; E cresce maggiormente à tempi noftri tal neceffità per
cagione della separazione, che ha fatto la Medicina dalla Cirugia, e Farmacia,
perche fe allora baftava una parte di vigilanza, dicendo il detto Ippocrate :
Nec folùm feipfum præftare oportet opportuna facientem, verùm, e agrum,
affidentes de exteriora, a' quali dovendo invigilare il Medico, acciò non
trascurino di fare ciò, che da esli si deve, ora maggior obligo gli corre di dupplicarla
per questa nuova aggiunta. Nè vi riferirò, per perfuadervi ad essere
vigilanti, l'esempio, che ne diede in se stesso Ippocrate, per non avervi à
ripetere tutto ciò che abbiamo di esso, mentreche non fi legge nelle sue opere
cosa che non denoti una somma avvedutezza, una grandissima vigilanza, et in
ifpecie ne' suoi pronostici, ne'quali fi puol (r) Epid. lib.6.dift,
&: puol dire con ragione, che ancora de Bercore collegit aurum, onde
spero, che con rincontrarle ocularınente à fuo tema po, sempre più vi crescerà
lo stimolo di efsere vigilanti, e tanto maggiormente ne sarete, quando in quelle
leggerete, (che : Vigilantia verò &c. ad vitæ boneftatem refert . Majorem
enim apud alium fibi gratiam conciliat, fi ad artem traducatur, eique decus, ob
gloriam comparat ; et in appresso: Bonus Medicus vigens ipfus artis opifex
nuncupatur. Della Vigilanza è compagna inseparabile, e fedele la fatica,
la quale per essere opposta all'Ozio padre di tutti li vizj, li può chiamare
madre di tutte le virtù, e questa nella Medicina è cosi essenziale, che senza
essa è impoflibile di poterli acquistare, esercitare, ed ampliare, A voi
dunque, che desiderate essere veri Medici converrà accingervi à triplicara
facica. La prima vi servirà per fare acquisto della Medicina; La secon
dada per impiegarla nell’efercizio di effa, ela terza finalmente per lasciare
degną memoria di voi in ampliarla à quel fegno', che vi farà permesso dal
vostro ingegno. Già della prima ne fù discorso nella seconda Giornata,
nella quale fù moftrato ciò, che si debba fare per conseguire la buona pratica
; mi resta fola. mente ora da soggiugnervi, che quella sola non può bastare per
farvi vivere ripofati, e senz'altra briga, ftanteche quantunque, fia
sufficiente per potere esercitare la Medicina, nulladimeno per essere ancor voi
annoverati trà Proferfori più esperti, e capaci di dare più accertati consigli
vi converrà infino al fine di voftra vita faticare in fare sempre nuovi
acquisti, restandoyi tuttavia molto da apprendere, sì per incontrarvi alle
volte in mali non più osservari, conforine Celso avvertì, dicendo : Sæpè vero
etiàm nova incidere genera morborum, che per essere la Medicina scienza sì
va#a, che niuno fin'ora ha potuto scoprire li suoi ultimi confini, nè
Ippocrate, nd tampoco Esculapio, che ne furono l'Inventori, conforme egli
confessa ingenuamente :(t) Ego enim ad finem Medicinæ non perveni, etiamfi iàm
fenex fim, nequè enim ipfius Inventor Esculapius. Quale appunto debba
essere la seconda fatica nel professarla, così ve la descrive: (1) Crebro ægrum
invife diligentem considerationem adhibeas, ut iis, qui decepti sunt per
mutationes accurras; Facilior enim tibi cognitio fuppetet, fimula què te
promptiùs expedies • Instabilitèr enim moventur quæ in humidis confiftunt.
Questo testo è così chiaro, che non hà bisogno di dichiarazione maggiore, ris'
chiedendo da voi Ippocrate nell'esercizio pratico la fatica unita alla
vigilanza, e facendo voi in questo modo vi assicura, che minori brighe avrete,
perche presto tirarete à fine ciò, che facendo con trascuraggine vi
apporterebbe maggiori incominodi, La terza fatica è arbitraria, e viene
fo(t) In Epif.Democt (0) De decenti babiru. [ocr errors] folamente
abbracciata da quelli fpiriti investigatori, che hanno unita la vivacità
dell'ingegno alla prudenza, e questi per il desiderio, che hanno di
eternare li loro nomi, riescono in tale opera profittevoli, de' quali credo,
che frà voi ve ne farà caluno abile, dal quale spero non si ricuserà fatica sì
gloriosa,abbracciata, e consigliata insieme da Ippocrate, dicendo: (*) Nunc
verò ea, quibus summo studio prudentes incumbere debent, partim quidèm à majoribus
excerpta, partim verò etiàm nunc per nos inventa ad te fcripfimus. Nè
delista taluno di voi, che sia abile à sì gloriosa impresa d'effettuarla per
vedere impallidito di volto, emaciato di corpo, et invecchiato prima del tempo
chi abbracciò fimile fatica; posciacchè da quell'emaciazione di corpo, da quel
pallore di volto, e dal comparire più vecchio, ch'egli sia, gran benefici ne hà
ritratti che sono,maggior vivacità di mente, senno, e prudenza. Mà (x) In
Epif ad Reg.Demetr. [ocr errors] Mà quando ancora da tal gloriosa cagione
ne risultasse qualche fisico svantaggio, fi bilanci qualsia peggiore, se
quefto, ò pure quello, che ne proviene dall'ozio; e si vedrà senza fallo, che
l'oziofi non solamente sono soggetti ad infermità peggiori di quello fieno gli
ftudiofi, mà ancora, che terminano più presto la loro miserabile vita, onde non
è prudenza il temere ciò, che può recare minor danno per andare in traccia à
ciò, che ne può recare maggiore, e con lo svantaggio di più, che à prò
degl'affaticati Letterati stà sempre preparata un' eternità di gloria, dove,
che à danni de gl’oziofi una perpetua ignominia. Non mi stenderò di
vantaggio in esaminare le altre virtù, che restano perche vi si richiederia più
tempo di una sola giornata, e tanto più, che poffedendo voi le già descritte vi
si renderanno famigliari tutte le altre; Solamente del più bel frutto, che
producono le virtù, ch'è il buon costume, non sarà fuori di proposito oggi
parlarne, stante che che questo da Ippocrate viene stretta. mente
incaricato al Medico, per farvi conoscere insieme à che segno egli lo
profeffava . Il buon costume è un'abito essence ziale per la vita civile,
acquistato solamente da chi poliede un'aggregato di moltiffime virtù', trà
quali risplendong la Prudenza, la: Sincerità, la Gratitu, dine, l'Umiltà, la
Discretezza, la Bez nedicenza, l'Urbanità, e la Conyenienza, e questo abito
deve essere continuato, perche fe la Superbia, l'Ira, l'Ambizione, et altri
vizi di fimile perversa natura l'interrompono, il buon costume passa
fubitamente in cattivo, Chi hà la forte di poffederlo è ricchisiino, mentre hà
un tesoro, del quale quanto più ne fpende, tanto più resta in capitale ; Per
csempio, chi hà il buon costume di lo-, dare, non solamente non riceve alcun
discapito dalle lodi, che dispensa, mà n'è perciò egli ancora lodato. Devesi
nondiineno usare prudenza in non eccedere molto con affettazione ne'
buonicostumi, ftantęche alle volte, quando sono soverchiamente adoperati, e con
affettazione nauseano, et in vece di apportare del bene,fanno del male, e tanto
maggiormente, quando ciò viene regolato da qualche secondo fine, nel qual caso
la lode istessa può essere nociva, e perciò ebbe à dire Tacito ; Peffimum
inimicorum genus laudantium. A che segno sia necessario al Medi, co il
buon costume, mediante il quale viene colta ogni ambiziosa contesa, lo dimostrò
Ippocrațe doppo di aver fatto, conoscere la necessità, che vi sia di consultare
con altri Profeffori li mali oscuri, soggiugnendo : (a) De eo minimè am.
bitiosè contendere, fe ipfos ludibrio exponere; Pofciacchè fimil maniera non è
propria de' Medici racionali, mà solamente di quelli triviali, che : Forenfem
queftum fectantur, conforme egli dice in appreffo. Nè solamente il mal
costume pone in discredito chi lo esercita, mà passt O 2 per [a] De
Præcept, و 'per causa sua ancora nell'innocente Medicina la calunnia
; L'esempio è chiaro : Contrasteranno due Medici tra di loro acerrimamente, se
fi debba, ò no dare un'orzata in un male acuto, se debbali, ò nò colare,fe
prima debba darsi, ò doppoi il seccimo giorno, e se sia praticabile ayanti, che
il male sia terminato, le quali essendo questioni inutili, e come fi fuol dire,
di lana caprina, perche con l'esperienza fi può rincontrare se ne posfa feguire
quel gran danno, che si figura chi contradice, onde finili contese non poffono
à mio credere autenticare al che l'imprudenza, e mal costume di chi le
promove, e picciol male recheriano, se la colpa di ciò restafse trà li foli
Artefici altercanti, il peggio è, che ne passa alla Medicina la calunnia;
Quest'esempio non è stato inventato da me, ritrovandofi descritto da Ippocrate
così bene, che non vi recherà punto di noja il sentirlo riferire : (b) Que
igitur ignorantur bee funtó quanam de causâ in morbis acutis, quidam Medici
toto vita tempore in Ptifanî non colatâ exhibenda perfeverents rectè fe curare
existiment; Quinàm etiàm omni ratione contendunt', ne ullo modo hordeum æger
devoret, quoad indè magnum fecuturum detrimentum exiftiments morbis (b)
De ration. Tic.in morbiacut. tro, verùm per linteum excolantes ejus
fuccum porrigunt . Horum etiam nonnulli, nequè Ptisanam craffam, neque succum
exhibent, ubi quidem dùm feptimum diem eger attigerit, alii verò dùm in totum
morbus judicatus fuerit ; E ciò, che da simili altercazioni ne fiegua l'esprime
in tal modo : At verò Ars tota magnam quidèm apud vulgum calumniam fubftinet,
ut nullam omninò Medicinam efe exiftiment a kquidem in acutis morbis, in tantùm
inter Te diffentiunt Artifices, ut quæ alter exhi. bet, veluti optima reputans,
etiàm mala alter exiftimet. Due ingiurie vi farei nel medesimo tempo, se
pretendesli d'insegnarvi il buon costume: una saria di riputarvi male
accostumati, che per ļa Dio grazia non siete, e l'altra di credervi
stolidi, ed incapaci di ragione, per non esservi approfittati di ciò, che
vi disli, detestando quei vizj, che costituiscono il mal cos ftume. Continuare
di buon'animo á fuggire li vizj, e seguitare queste virtù, che vi hò mostrato,
e non dubitate, perche Hi vostri buoni costumi in breve diverranno ottimi, et acciò
possiate conseguire con più facilità fimil sorte vi rappresenterò alcuni
costumi eroici d'Ippocrate, li quali vi potranno fervire di norma in moltissime
vostre occorrenze, che vi si presenteranno facilmente à suo tempo. Egli
fù così esemplare nell'offervanza degli ottimi costumi, che non sò fe trà
Medici ( alla riserva di quelli dia chiarati già Santi) ve ne sia stato, ò ve
ne sia di presente, chi lo possa uguagliare La Pietra del paragone per
cono. fcere se il costume sia ottimo sono li onori, ftanteche honores mutant
mores, onde quando l'onorato non cambia li fuoi costumi in peggio per cagione
dell? onore ricevuto's tenete pure per certo, che ) che il
suo costume sia ottimo. E la ca. gione di ciò è, perche con gli ottimi regna
l'umiltà in grado eroico, e dove è questa, la fuperbia non s'accosta, fa. pendo
per esperienza, che inutilmente impiegheria ogni sua fatica, e la superbia è
quella, che perverte il buon co. stume, mà contro l'ottimo non fi ci
meriti, ) Che Ippocrate abbia ricevuti onori fommi non trovo fi
controverta da ale cuno, mentre fù chiamato dal Rè potentiffimo Serse, con
promesse di ciò, che egli avesse saputo desiderare, oltre di costituirlo
Magnato della Persia, fù cre duto ancora, che discendeffe dal Dio Esculapio,
che fosse in grazia del Rc Demetrio', e di molti altri Potentati, e finalmente,
che ricevesse dagli Ateniefi onori maffimi, non solo umani, mà ancora divini
effo vivente, come costa per Senatus Consulto, ch'è questo : Ut igitur conftet
Populum Athenienfem Græcis femper utilitèr confuluife, utquè dignam pro meritis
Hyppocrati gratiam referat, decrevit Poo 0 4Populus ut is magnis
mysteriis ; Hor fecùs at Hercules Jovis filius publicè initiaretur, O coronâ
aureâ mille aureorum coronaret tur. Coronam ipfam Quinquatribus magnis in gymnico
certamine pręcone proclamante, omnibus Coorum liberis liceat non fecùs às
Atheniensium Athenis pubertatem ageres quod coram Patria ejufmodi virum
proCreavit, Hyppocrates verò, ut Civitatis jis re, victu in Pritaneo toto vita
tempore donetur. E questi commi onori qual mücazione produsero ne' suoi
costumi? niuna appunto, mentre non furono capaci di farlo insuperbire, come fi
legge nella sua lettera, che scrisse già divenuto vece chio à Democritó : Et
ego fanè plus repræhenfionis, quàm honoris ex arte mihi confecutus videor ;
Vedete quanto stimava l'onori maslimi, e se s’infuperbivad punto di quelli,
credendoli inferiori ad una picciola riprensione, dico picciola, perche delle
grandi non n’era capace un’Ippocrate . Più gli premeva, per quanto li può
congetturare dalla mede fima lettera, la cagione delli ònori,mentre
mostrava di dolersi, che eisendo diyenuto già vecchio non era potuto ancora
giugnere à tutta la perfezione dell' Arre; volendoci forsi con questo far
conofcere, che non sono tanto pregiabili gli onori, quanto è la cagione, che li
produce, ch'è la virtù, la quale dipende tutta da noi, doveche gl'effetti di
quella dipendono dall'altrui volontà; Avendo dunque Ippocrate resistito à non
fare alcuna mutazione nelli suoi buoni coftumi in tanti, e tali onori ricevuti,
è contrasegno evidente, che foffero arri. vati al grado dell'ottimo, nel quale
solamente, come fi è mostraro, sono im.mutabili li costumi. Che vi sia
stato à luo tempo, ò dapoi fino al presente chi abbia.conseguito limili onori,
non se ne ritrova memoria, per quanto fia stata cercata, onde non hà
alcun'altro Medico avuto occasione, doppo di lui di mostrare ugual costanza del
suo buon costume in fimili prosperità; Ricevendo dunque voi onori,
faprece [ocr errors] [ocr errors][ocr errors] con l'esempio di un tanto
Éroe, confora me vi doyrete contenere affinche le prosperità, che ne risultano
da esli, non vi facciano, conforine appunto fecero prevaricare li antichi
Romani, che fusono ne' primi secoli della Repúblicas esemplari in bontà, mà
avanzandoli pom fcia nelle ricchezze andavano declinando, e finalmente
nell'auge delle loro felicità, e grandezze da buoni divennes ro cattivi, onde
con ragione esclamò Tacito : Felicitate corrumpimur. Mi di{piacerebbe però
sommamente,che simili sventure si verificassero in voi, perche goderei vedervi
tutti esemplari, e degni imitatori d'Ippocrate, non solamente nella dottrina,
mà ancora negli ottimi costumi Mi rimane per totale conferma del mio
intrapreso assunto di corroborare con altri esempi ciò, che hò proväto con le
ragioni ancora. Il primo de'quali sarà di farvi vedere, con quanta
civiltà egli scrise de gli antichi intorno à quelle cose che effi
11011 [ocr errors][ocr errors][ocr errors] non sapevano, e che furono
dalla sua induftria inventate . Dice egli intorno la regola del vivere : (c)
Alii quidem aliud ättigerunt, totum verò nes unus quidem adhùc ex his, qui antè
extiterunt ; Neque tamen eorum quisquam reprehendendus, quòd invenire non
potuerint ; quin potiùs Jaudandi omnes'; quod quædam inveftigao tione aggreffi
fint ; Neque ergò que recta dieta non funt argüere decrevi, fed his, qué abundè
funt cognità affentiri in animo habeo ; quæ igitur ab iis, qui antè nos fuerunt
reétè di&ta funtzde bis fieri non poteft fi alitèr ferihatur, ut reétè
fcribam, quæ verò non rectè dixerunt fi ea quidem, quod ità non habeant
redarguero nihil profecero ; E cosa abbia fatto in questo caso lo dice in
appresso, cioè: Que non rette fuerint cognita aperiam; Quin etiàm qua corum
nultus, qui antè me fucrunt explicare aggreffus eft qualia fuerint demonftrabo
; Ed altrove con chę prudenza ne parla:(a) Sed nequè de victus ratione
quid quàm [c] Dx viftus ratione lib.i. [d] De ratione vitus
in grutis. [ocr errors] quàm effatu dignum veteres fcriptis
tradiderunt, eamque, quamvis magna res fit, omiserunt s Varia tamen morborum
fingua lorum genera, multiplicemque eorum divid fionem non ignorarunt quidàm.
Avete of servato con che creanza, con che giua stizia; e con che prudenza ne
parla un' Ippocrate de' suoi Antichi, scusandoli in ciò, che non seppero, e non
pregiudicandoli punto in seguitare, e confeffare ciò, che di buono efi dissero;
Si è praticato questo buon costume da alcuni de' noftri Moderni verso li
Antichi? Mi pare di leggere, per dire il vero, più tosto il contrario, anzichè
mi sono avveduto, che taluno di efli há palleggiato con tal fasto invidioso
dace sopra quelle gloriose ceneri, che ne sono rimasto molto scandalizato,
rifettendo, che Ippocrate con li suoi Antichi diversamente faceva, nė vi
riferirò da vantaggio per non farvi nauseare di ciò, che essi ancora hanno
fatto di bene .; Per fecondo vedremo, come egli fi portò in quelle cose,
che lo toccavanoal vivo. Gli pervennero à notizia alcune predizioni
(e) credute da Prospero Mar. ziano suo Espositore accurato,
Astrologgiche, che appresso gli Egizj si praticavano in quei tempi, che erano
alli Greci ancora ignote, le quali non li piacevano, mentre disse :
Egnautèm hujuf modi vates effe nolo ; e con ragione, per che gli
pervertevano ciò, ch'egli con tanta diligenza aveva ricavato
dalle proprie offervazioni intorno alli prono stici de' mali, e che
aveva appreso dagl' altri, e pure con questa modestia si
con tonne : Prædictiones Medicorum referun tur permultæ tùm
præclar&, tùm admira tione dignæ, quales neque equidèm prædixi,
neque quemquàm, qui prædiceret, audivi; e cosi destramente se
ne liberò senza contradirle . Questa maniera sì dolce
non è stata già praticata nel giugnere à notizia tante belle
invenzioni Anatomiche ; contro la circolazione del sangue cosa non
fù detto mai? Senza possedere un'ottimo costume non fi può lodar
ciò, che (e) Lab.2.Prædi&ionum [ocr errors] che perverte
un'abito fatto da lungo tempo, e che si è praticato per lunga serie di
anni. Per terzo riferirò comę egli firegelaya quando era necessitato à
palesare qualche errore commesso. Questo lo faceya senza individuarne l'Autore,
ece cettuatone li proprj, li quali publicamente confessava, come già fentiste,
parlando del disinganno, e questo, da chi vien praticato Solainente d'Ippocrate
fi racconta fimile ingenuità, et in caso ancora, che abbią apportato laws
morte, Per quarto finalmente per far trionfare la sua gran bontà riferirò
il giuramento, ch'egli fece, che nella Medicina à suo tempo non vi era alcun
Medico razionale, (f) che non fosse di buoni costumi, e questo giuramento, chi
lo farebbe à tempi nostri ? Onde bisogna neç ffariamente confeffare, che unico
fia stato Ippocrate non solamente nella dottrina, mà ancora nell'ingenuità de'
co stumi; [f] In lib.de præcept, [ocr errors][ocr errors] ftumi ;
Sicchè con ogni giustizia li com. pere il principato nella Medicina, che egli
da tanti secoli pofliede. Dovrete yoi dunque per essere tee nuti degni, e
veri suoi seguaci non folaa mente abbracciare,& uniformarvià ciò, ch'egli
scrisfe in Medicina, mà ancora ftrettamente osservare quanto nella morale si
debba fare, ftimando forG il buon' Ippocrate più necessarj li buoni costumi al
vero Medico, delli suoi Fisici docu. menti, mentre questi li lasciò in libertà
di ciascheduno di seguitarli, mà li primi con giuramento forzava tutti ad
offer. varli esattamente, obligandoli a giurare di essere grati, di vita
incolpabili, onorati, casti, giusti, modefti, pudichi, fedeli, e di somma
segrerezza, e sentite sotto che pena l'obligava: Hoc igitur jusjurandum, fi
religiosè obfervavero, ac minimè irritum fecero, mihi liceat cum fummâ apud
omnes existimatione perpetuò vitam felicem degere's et artis uberrimum fruEtum
percipere, quod fi illud violavero, pejeravero, contraria mihi contingant
; E quan [ocr errors] E quanto mai il buon costume nel Medl
att [ocr errors] mente si può comprendere da ciò, dice
nel libro Di lege : Quifquis enim Medicine scientiam fibi vere
comparare volet eum his ducibus voti fui compotem fieri
oportet natura, dottrina, moribus generofiss è chiunque di questi
ne farà privo, come uomo profano, diverrà im meritevole gli
sia dimostrata una scien za sì facra, conforme e la Medicina,
soggiungendo ivi : Hæc verò cum sacra fint, facris hominibus
demonftrantur, prophanis verò nefas, Sono dunque, secondo la mente
d'Ippocrate, effcnziali nel Medico le virtù morali, e nientemeno di quello
fieno li documenti Fisici, ed in conseguenza ancora come tali apporteranno
necessaria- . mente un commo bene al vero Medico, non potendo esser tale, se
non ne farà ornato à sufficienza, conforme in termi. ni precisi più
diffusamente lo dimostra lo stesso Ippocrate nelli libri De Medico, © De
Decenti ornatu, e nel libro De Pre و ( 9 ceptionibus, ove affinche
non se ne possa dubitare l'attesta con prova legale, cioè mediante il suo
giuramento, ch'è questo : Hoc namque jurejurando affirmare audeam, Medicum
ratione utentem, alterum nunquàm invidiosè calumniaturum, fic enim animi
impotentiam prodit. Verùm id potiùs faciunt, qui forensem quastum
seEtantur . Sicchè per essere veri Medici razionali dovrete essere ornati di
virtù, e non contaminati da’ vizj, conforme sono quelli, che per essere meri
mercenarj non meritano il titolo di vero Media co, quantunque fossero nelli
documenti Medici versati ; e perciò saggiamente egli nel libro De Lege
asserisce: Non folùm verbo, fed etiam opere Medici existimationem tueri
oportet; ch'è quanto dovevo mostrarvi nella prima parte. Se poi alcune
virtù fi poffino giuftamente censurare nel Medico, che è la seconda parte del
mio discorso, in qualche caso crederei di sì, conforme con un'esempio riferito
da Ippocrate brevemente vi farò vedere. P TutteTutte le virtù hanno
un fine retro, e se fi lasciano operare à tutto loro potere s'inoltrano con
tanto fervore, che da alcune di esse in vece di ricavarné profitto, se ne
riporterà del danno, La Giustizia, et il Zelo, tra le altre, fe si cferciçano
con sommo rigore, et à quel segno, che arriva la loro autorità. Quefte sono
capaci di porre cutto il mondo in sconcerto, e perciò diffe Salomone:(+) Noli
effe juftus multùm; onde è necessario unirlo alla civiltà per renderle
fruttuose.Simili fconcepci appunto potrebboro giornalmente accadere nella
Medicina, fe il Medico si voleffe fervire della sola Giu. ftizia, del solo zelo
con quell'Inferma male avvezzo in fanità à fare à fuo modo, allorche
trasgredendo alla regola di vivere,fosse da esso con tutta giustizia riprefo,
et afpramente sgridato di tal’erróre, cosa se ne ricaverebbe di profitto da çal
giuftiffima,mà indiscreta riprensione? Se non che, ò l'Infermo facesse
peggio in; (1) Ecclef.cap.79 1 [ocr errors] in avvenire, e
che senza alcun profitto perdesse ogni çispetto à chị lo riprese, ed in questo
ca fo giustamente il Medico verria censurato, perche non si servi in fare una
simile riprensione del prudens ziale consiglio d'Ippocrate, (a) che dice ciò,
che deve fare, doppo di averlo afpramente {gridaco,& è : Simulque cum
commonefaciendo, et blandè excipiendo consoletur ; et altro ve dice :
Condonandum aliquid consuetudini ; Quel poco di dolce, che gli porgerà doppo
l'amaro della riprélonę opera tato di bene che faràche la Giustizia usata
divenga profittevole, Il ţimile pariinentě ne seguirà se voi, con zelo
poco discreto, vorrete riprendere taluno, che sia ricaduto in mali venerci ;
questo tale, quanto più lo [griderețe, tanto peggio farà, bisogna dolcemente
che gl'infinuate, e gli facciate capire il danno, et il pericolo, che gli può
sopravenire da fimili ricidive, le miserie, la morte penosa inevitabile saranno
quelle, che, inlinuate con gius [ocr errors] (a) In lib.præcept.
[ocr errors] dizio, lo potranno più facilmente perfuadere di fuggire simili
errori, perche questi motivi restano impressi per lungo tempo nella mente, mà
le gridate, che passano presto in oblivione, riescono infruttuose, perche
sentendosi con animo irritato, non s'apprendono quanto: fi dovriano . Molti
altri esempi potrei apportarvi, mà credo, che li riferiti pollino essere
sufficienti per farvi capire tal verità ; Volete dunque, che le vostre virtù
non fiano censurate, accompagnatele, e non le fare operare fole, e fate appunto
conforme si suol praticare con le donzelle vistose à fine non si mormori di
loro che accompagnate con altre donne più provetre, e prudenti possono trattare
in privato, e comparire in pliblico senza taccia. Mi persuado che li
documenti, le ragioni, e gl'esempj d'Ippocrate, che vi (hò addotti fin'ora,
saranno senza fällo sufficienti a farvi incaminare per il retto fentiero delle
virtù, il quale spianato in tal guisa, fe à caluno di voi paresse tut
tavia [ocr errors] tavia disastroso, non occorrerà s'affati
chi di vantaggio, perche per lui non fa. ranno à proposito le virtù, e
per tanto se ne viva pure à suo bell'agio con li suoi vizj diletti,
nè occorrerà, che in domani quivi si presenti, perche voglio in avvenire
parlare solamente a quelli, che hanno generosamente determinato
d'abbandonare affatto li vizj, e seguitare le sole virtù.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][merged small][merged small][ocr errors] G. I Ô R N Å TA V I. Nella
quale s'accenda il modo di prévalerfi del consiglio delle virtù
contra l'infidie. de vizj, affinchè il vero Medico poffan godere
una vita iranquilla, e lasciare di se doppio morte una gloriufi
memoria : [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] On mio
contento non ordinario vi vedo oggi, prima del solito, quì tutti
preferiti; posciacchè averidoviderto nel fine della Giortiada di jeri, che chi
nơn s'era già determinato di seguitare le fole viétừ, non occorreva ch'oggi
forfè venuto; temevo che almeno quelli, che gliscorgevo più pensoli degli
altri, foffero mancati; Mà vedendo quì ancor voi, e più ilari, e disinvolti del
consue. to, è chiaro contrafegno, che le vostre menti, che si ritrovavano nelle
Giornate passate ambigue, non sapendo ancora à che partito appigliarsi, abbiano
già déterminato di seguitar le virtù, avendo jeri gustato, e meditato in appressoquanto
di benc da elle ne possa risultaa re; Onde tutto il giubilo interno; che voi
ora provares non nasce da altro, che dall'essere divenuti padroni del vostró
volere. Spero dunque, che tutti inGeme äverere avuto la medesima forte
d'allontanarvi affatto da' vizj, e di confederarvi con le sole virtù, e queste
fatele ora padrone dispotiche della vostra voz lontà, e non temere de viżj, che
fuor di voi fi ritrovano, che possano essi punto nuocervi, con tutto che vi
tramaffero continue insidie per lo sdegno concepi . to contro di yoi's che ve
ne siete da efti affatto allontanati, perche farà curau delle virtù il
difendervi: Vi säria gran timore quando questi inimici teneilero tuttavia
assediato il vostro cuore, e fiorreffero liberamente d'intorno alla voftra
volontà ; Allora sì che tion potreste fidarvi delle loro insidie, ftanteche in
tal caso le virtù non potriano affiftervi. Vivete dunque cautelati á non
tradire. voi stesli orche ne fiece liberi; e questo seguiria facilmente quando
apriste qual [ocr errors] che segreta porta, per dove poteffero i'vizj
dentro di voi tornare. Per altro faccino pure fuori di voi quel più,
che possono s che punto non vi potranno danneggiare.L'esempio l'abbiamo chiaro
ne i Romani, che fino ch'ebbero Annibale nell'Italia stiedero con ragione molto
mesti, ed affitti per il timore delli gran danni, che poteva loro
apportare, mà appena partito, sollevorno lo spirito, con tutto che proseguisse
à molestarli, e di niuna cola elli ebbero più spavento, che della guerra
intestina, la quale alla fine fù cagione, che perdelfero la loro libertà.
Parerà oggi discorso superfluo il mio,mentre voi avêdo in abbominazione li
vizj;ed essendovi dichiarati seguaci delle virtù, potrete con la guida di esse
consigliare più tosto gl'altri, che aver bisogno di Direttore, con tutto ciò
perche non avete à bastanza ancora acquiftato Puso di prevalervi di effe, non
vi farà infructuoso il sentire da me in compendio quel bene, che à suo tempo,
ed [ocr errors] [ocr errors] in tutti i vostri maggiori bisogni, questo
vi apporteranno, potendo ciò ancoras fervire per confermarvi di vantaggio della
vostra lodevole risoluzione. E cominciando prima dalla Religione, che con
puro cuore profeffate, poiche Non fi comincia ben se non dal Cielo ;
Qucfta non solamente vi darà lume, e vi fervirà di scorta per quello che
riguarda l'eternità, mà vi configlierà di fare fempre uniti con le virtù,
facendovicon chiarezza vedere la deformità de' vizj, e li gran danni che
apportano; Quindi è, che neceffariamente la fapienza deve ftare unita con la
Religione, conforme diffe Lattanzio : Homines ideò falluntur, quòd aut
Religionem fufcipiunt omissá Sapientiâ, aut Sapientia foli student omissa
Religione, cum alterum fine altero non poffit effe verum ; Oltre di che vi farà
conofcere meglio di che forta d'amici avrete da fare elezione, perche fe vi
abbattete con taluno di coloro, che sono affatto increduli di ciò, che non
veggono, v'in [ocr errors] [ocr errors] finuerà, che questi non sono à
proposito per voi, che ci trattiace quanto porta il mero bisogno ; ma non più
oltre, perche questi sono tenuti da Sant'Agostino per tomini carnali, dicendo ;
In homine carnali tota regula intelligendi est consuetudo cernendi quod solent
videre credunt ; quod non folentznon credunt; conforme ancora, che fuggiare
ogni altro vizioso, è che v'intrinfechiare solamente con chi è seguace delle
virtù, e finalmente vi terrå fempre circospetti in non prestare fede à ciò,che
leggerete, ò sentirete dire; che poffa in qualche parte alienarvi dal suo vero
sertimento Non ritrovandovi ora in istato di potere profeffare la
Medicina, per non essere totalmente esperti in essa, vi converrà cercare ottimi
Direttori, nella di cui elezione consigliandovi con la Pradenza, v'insinuerà,
che vi appoggiate -à quell'appunto, che descrive Cicerone in tal guisa : Eft
igitur adolescentis majores natú vereri, ex iisque deligere optimos, e
probatisimos, quorum confilio, atque au auctoritate vitantur :
Ineuntis enim ætatis, inscitia ferum conftituenda da regenda prudentiâ
eft. V’insinuerà d'avantaggio la giustižia come vi dovrete contenere per
acquistarvi il loro affetto, che sarà, oltre l'accennato ossequio, di esser
loro fede li, e schiecti z di moftrarvi sempre pune è tutali, obbedienti,
e diligenti in tutti li affari, che v'insporranno, perche operando või in
questa guisa, non solamento v'istruifanio con tutto l'amore, må vi loderanno da
per tutto, dalla quale preventiva commendazione germoglieranno à suo tempo li
principi delle vostre fortune', e troveretegià spianata la ftria da de voftri
progreni s állorché principierete à medicáre. Intraprendendo con questi
felici principj l'attual'esercizio della Medicinás allorche' già farete divenuti
esperti, non pafferă lungo tempo, che molti di prevaleranno dell'opera vostras
et allora appunto li vizj vi comincieranno à muoa vere guerras e Vinvidia farà
la prima ämoà molestarvi. Questa già da bel principio vi aveva fissato
adosso li suoi maligni sguardi, mà non prima di vedervi avanzati si muoverà per
suscitarvi contro li suoi seguaci, e le comanderà, che spargano da per tutto,
che fiere troppo giovani, che non avete ancora pratica sufficiente, e che
dicano con finto zelo : Oh poveri Malati, che si pongono nelle voItre mani, se
questi guariscono seguirà per miracolo, non per la vostra perizia, e se vedrà,
che ciò non basti per arrestaryi ne' vostri progrelli, invigorirà allora li
suoi comandi, e farà disseminare dalli medesimi, che siete veramente infelici,
mentre quanti Malati vi capitano, tanti ne muojono, e che non sanno capire,
come siano così pazzi coloro, che vi chiamano. Sentendovi calunniare à torto in
tal guisa, cosa dovrete fare? Non altro, che consigliarvi con la Prudenza, e
con la Giustizia, che vi favoriranno assai bene : primieramente vi esorteranno
a non prendervene alcun fastidio, perche è affai migliore la vostra
forte و sorte, per essere invidiati, che non è quella delli vostri
calunniatori, che non hanno chi l'invidj, mà appena tal’uno, che li compatisca.
Vi consiglieranno poscia à non prendervela con quei miseram bili, e vili
esecutori dell’Invidia, perche operano come suoi schiavi, non già come uomini
liberi, e se foffero in loro libertà opererebbero come voi, che aba borrite
simili iniquicà. Vi consiglieranno bensì à mortificare l'Invidia in questa
forma, cioè, di contraporle la vostra umiltà, quando d'Invidia vedrà, che voi
non siete ricorsi alla vendetta rarne il suo ajuto, mà in sua vece vi servite
dell'Umiltà, resterà talmente forpresa, e confusa, che si vergognerà in
avvenire di ciinentarsi più sola con voi, avyedendosi di non potervi abbattere
; mà cosa farà per non cedere? Si unirà con il Dispreggio, e con lo Sdegno per
necessitarvi à ricorrere alla Vendetta. Questi vizj baldanzosi comanderanno à
qualchuno de' suoi petulanti seguaci, cine vi faccia una mala creanza, e vi
mo per implom desti senz'averne data occafione, in queIto caso ricorrete
subbitamente per consiglio alla Prudenza, che vi farà capire, che di tal'ingiuria,
non ne doyete chiedere fodisfazione dalli seguaci del Dispregio, e dello
Sdegno, perche quei, che seguitano questi yizj, come imprudeņti, sono ancora
pazzi, et į pazzinon essendo capaci di discernere ciò che fạnno, non sono
tenuti di renderne conto; Contro li principali dunque, et autori caderà il
vostro sdegno, e questi, come vi consiglierà che li mortifichiace ? Non già con
la vendetta, perche questo appunto desidereriaạo che faceste, cioè, che
ricorreste ad un'altro vizio, che vi tradise, e cogliessę nel mezo per forzarvi
å rendervi à loro discrezione, inà bensì con la sola sofferenza tanto da essi
temuta per il grandanno, che loro apporta, et affinche lo facciate con aniino
generoso vi riferirà li seguenti casi. A Diogene Filosofo Stoico, mentre
stava disputando particolarmente della collera, gli fù da un protervo
giovane fpu Sputato in faccia, sopportò egli il tutto piacevolmente,
e da savio, e solo disse: Io non vado veramente in collera, mà non lasciò però
di dubitare, fe in questa occasione doveffi farlo. Catone mentre staya
difendendo una causa ricevette da Lentulo giovane seditioso ua folenne
sputacchio nella fronte, egli si nettó, e rasciugò la fronte, et armato di una
gran sofferenza, solo diffe: lo affermarò à tutti, ò Lentulo, che fi gabbano
quelli, che negano, che tù abbi bocca. Rifettendo voi dunque all'ingiuria
maggiore della vostra fatta ad uomini di tanta stima, et al modo, che si
conțennero vi si renderà più facile l'esecuzione del confimile ripiego propostovi
dalla prudenza, mediante il quale avvedutosi il Dispregio, e lo Sdegno, che in
vece di quocervi vi hanno accresciuto ftima appresso tutti, desisteranno ancora
eff di più moleftärvi, vedendosi dalla vostra sofferenza delusi, e vinti,
Arriverete al fior degl'anni avan. [ocr errors] zati già ne' commodi, et in
conseguenza con più lautezza nudriti. Allora vorrà facilmente la lussuria
cimentarsi con voi, e per farvi qualche danno considerabile, vitenderà molte
insidie, vi farà trovare occasioni pronte; procurera, che siate con vezzi, e
lusinghe adescati; Allora cosa farere?ftate faldi,perche sarà contro voi questa
una gran guerra, mentre non avrete campo in quel punto preso di consigliarvi
con le virid, ftanteche : Vinum, et Mulieres faciunt prevaricare Sam pientes.,
come ben diffe Salomone. State faldi, che è pur troppo vero, che molti si sono
arrenati per questa cagione nel meglio de’loro avanzamenti : Vi converrà dunque
procurare di prevenire l'infidie della lussuria, e non aspettare di cssere
prevenuti da effe, e questo lo farere, quando sarete prossimi à quel tempo con
chiamare à consiglio generale turte le virtù per risolvere cosa sia
efpediéte,che facciate,ò di accasarvi,e con chi, ed in che tempo, ò di
continuare lo Aato libero,e con che cautele maggiori,La Prudenza, e la Giustizia
vi con figlieranno facilmente à prender mor glie, con il motivo gịultiflimo,che
quel la vita, che da voltri genitori riceveste con voi non si estingua, mà che
per la conservazione della propria specie law propaghiate ne posteri, ed à buon
fine ancofa, che non abbiate tanto da impazzirvi nella vostra vecchiają à
cercare l'eredi, conforme ad alcuni, che non mai fi cușorono del titolo di
padre è accaduto; La sola difficoltà si rifringerà allo sciegliere chi faccia
per poi, perche la Prudenza, e la Giustizia vi vorranng consigliare
diversamente da quello si pratica in alcuni luoghi, dove il folico di
cercare chị abbią dotę groffa, chi sia bella, e fpiritosa; la Prudenza non
vorrà, che cerchiate questo, in primo luogo, mà bensì, chi sia di buoni natali,
di perfetta faļute, e di ottimi costumi, ¢ ben’educata ; e con ragione, perche
non deve essere affare di minore impostanza l'accasarsi, di quello, che sia di
fær compra di un cavallo; e se per comprare un [merged small][merged
small][merged small][ocr errors] [merged small][ocr errors] un cavallo ( che
non riuscendo buono fi può subitamente dar yia) fi ricerca in primo luogo la
buona razza, fe fia fano, e se abbia vizio'alcuno, perche nel pro- : vedersi
della compagnia inseparabile non si hanno da fare fimili diligenze Sicchè
trovato che ayrete chi abbia le condizioni sudette stringete, senza più
indugiare, il vostro matrimonio, con quella dote, che avrà, senza ricercarne
d'avantaggio, che farete un'ottimo negozio, perche quattro faranno le doti, che
prenderete, una sola apprezzata, e trè inestimabili, per non effervi prezzo,
che le uguagli', e saranno, la buona nascita,la salute, e gli ottiini costumi,
con la buona educazione, et avvertite à non fare diversamente, per non cadere
nella sventura di Socrate, che fi abbatte in una inquietisima Santippa. Circa
il tempo in cui lo dovrete fare viconsiglieranno, che non lo facciate nè troppo
giovani, nè croppo vecchi, mà bensì nell'età virile, ed allora appunto, che
ayrete stabilito un'assegnamento suffi ciente 1 [ocr
errors] ciente per il inantenimento della vostra fameglia, e non
prima, pèrche si ricerca fenno, e cominodica per effere, buon Padre di
fameglia. Non troppo giovani, per non distogliervi da vostri studj,
ed avanzamenti, ne' quali non sarete ancora bene stabiliti, nè troppo
vecchi, per non lasciarli, se avrete figliuoli, troppo immacuri, e
senza avyiamento, e per non foccombere ancor yoi fotto il peso del
matrimonio prima di quello, che fareste vivendone disciolti,
conforme à tanti è accaduto, Şe poi voi adurrete alla Prudenza,
e Giustizia li seguenti motivi, che avete esimervida simile legame,
che sono; ò che già vi è nella vostra fameglia, chi sia atto à sostenere un
simil peso, ò che dubitate, che la moglie, e l'educazione de'figliuoli vi
possano distogliere dalla voftra professione, qualche altro inotivo à voi
folamente noto non crediare, che yi forzeranno già à farlo, vilascięrano in
tutta yostra libertà, vi consogneranno bensì alla Fortezza, e Tempe Q:
per [ocr errors] ranza, } ranza, acciocchè vi consiglino, e
prestino ajuto in caso, che la Luffuria vi fa. ceffe qualche violenza . Il
consiglio, che quefte virtù vi daranno sarà facilmente, che siate circospetti,
ed appena, che vi sarete avveduti di qualche laccio, che yi tenderà la Lussuria
di troncarlo,e prima che vi poniate il piede, che siate fempre cautelati nel
parlare, ę fentendo qualche parola equivoca, l'interpreciate sempre à favore
dell'onestà, né la crediate detta per voi, che ricevendo qualche cortesia
insolita, la crediate fatta solamente per isperimentare la vostra modestia, e
non ad altro fine, onde la cancellerete subitamente, acciò la rimembranza di
quella non turbi la vostra fantasia ; Che vi moftriate sempre sostenuti più
tosto, che galanti in certe occasioni di confidenze, dalle quali con bel modo
procuriate di liberarvene, che da certi luoghi sospetti,se ne potrete fare a
meno, ne stiate lontani, et andandovi, procuriate efservi in ore, che vi fieno
altri, perche al parere di Seneca : Magna pars peccatorum tollitur fe
peccaturis teftis alibi Aat(a); ed ivi non vitrattenjate più del
bisogno necessarios e sempre con discorsi serj, ed uniformandovi
alli consigli della Fortezza, e Temperanza non diffidate punto
della loro allistenza nelli maggio si vostri bisogni, che dureranno lino
à tanto. che sarà in auge il fervore della vostra gioventù .
Il vizio della gola vorrà aticor'egli fare tutti li suoi sforzi contro di
voi in decto tempo più profpero di vostra vita, per vedere se
vi potesse adescare; e cofa farà a comanderà facilmente à
qualchedano de' suoi ricchi feguaci, che facen do uno de' fuoi
sontuolillimi pranzi, o cena; conviti ancor voi; considero,
che vi troverete in quel punto preso incri garislimi, perche
rifletterete allora, che le ricuserete tale invito, sarete'
tenuti per uomini incivili, che non gradite li favori,
e cortefie, che vi fi fanno; fed l'accetterete,metterere ad un
gran risico Ja vostra temperanza, onde vi converrà (*)
Episi 11.di questo ancora chiederne preventivo Consiglio s. per aver pronto il
suo fano imedio per quando vi capitaffe il bio fognb. si Consigliandovi
preventivamente con la Prudenzás.per sapere in che modo allora vi dovrete
contentere, sarà facilesi chievi dica;;che se viritroverete in luoo ghi dove
sia solito, e che frequentemente li Medici fiano convitati, et intervenghino in
fimili bancheteis. non ricusate tali inviti s perche quelle cose, che sono
folite', nou recanto alcuna aimniirazione, non facendosene caso,basterà
solamente; che yi sappiate regolare con giadizio in non pregiudicare di molto
alla vostra consueta fobrietás perche nuocerestu e è più li denti
nel masticare, che la gola nell'inghiottire si e diportandovi in tal guisa,la
gola avrà poco guadagnato con voi; Sepois dove voi dimorerete, non fosse in
uso, mà solamente, che di rado li Medici v'intervenissero con modo al fai
civile, che lo ricusiate pure,non man.. candovi legittima scusa, mentre ò la
vo(tra complessione non assuefatta à fimili disordini, ò qualche cura
riguardevole, che avrete in quel tempo, queste vi potranno efiinere onestamente
da qualunque taccia d'inciýiltà . 03.15 Sò che vi appagherete di tal distinzione
saviazfatta dalla Prudenza, effendo. voi capaci di riflettere, che dove i Mea
dici ricevono spesso simili correfie fono molto stimati, ed in conseguenza i
loro difetti non sono con tanta attenzione norati da tutti, come l'opposto
segue dove di detta stima si penuria. E certamente l'esperienza hà fatto
vedere, che nel secondo caso, quando li Medici si sono voluti azardare à fimili
cimenti, se ne sono poscia pentiti, ftante che, ò per non essere cosa solita, ò
mediante la curiosità di vedere in che modo si regolavano coloro, che tanto
biafie mano la crapula, hanno ritrovato iyi molti spettatori de' loro
portamenti, che li hanno posti in qualche suggezio. R 4 [ocr
errors] ne, he', mediante la quale ; se hanno procutato di contenerli
nella sobrietà, hanno. fentito de'motteggiametitizñiehte da effi graditi, e se
hanno disordinato, gli sono giunti all'orecchie certi sussurri della's fervitů
z che diceva : Il buon Medico che biasima tanto li disordini, egli troppo fà
peggio di noi, andiamo à credere cið, ch'egli dice; Se poi taluno di elle fia
restato gabbato dal vinos non hà troVato già chi l'abbia seusato ; conforme
fece Seneca a favore di Catone; impuitato di fimile vizio, dicendo, che non
poteva essere, che un Catone fi ubriacasses mà quando che ciò fosse stato vero,
in un Catone fimile vizio faria passato in virtù . Mà non si sono già
pentiti quelli ; the civilmente ricufarono fimili inviti, mentre fattisi capaci
coloro, che desideravano di vederli crapolare; dalli giusti motivi apportaci
per iscusa, rimasero più tosto edificati, che disgustati da fiinili repulse, ed
in segno di ciò ne diedero in avvenire attestati di maggior ftima: Ne
ро [ocr errors] [ocr errors] potrei di questi efempj riferire alcuni a
mà, per non dilongarmi troppo, ftimo bene di tralasciarli . Sicche, per vincere
la gola, il partito più sicuro sarà di fuga gire l'occasioni pronte di
crapolare con un'onesta ritirata, conforme la Prudene za configlia :
Stabilito che avrete il vostro itato à quel fegno che potrete ; non solo per
decentemente vivere, e mantenere con decoro la voftra casa j mà ancora con la
vostra economia accrescerla commodamente; allora l'ingordigia, e l'infariabia
lità di cumulare vi comincieranno et muover guerra, e quello, che farà più
formidabile con apparenze vantag: giofe v'infidieranno alla vita, mentre vi
Itimoleranno, e vi violenreranno infieme ad accettare tutto ciò che vi si pre
fenterà davanti, e fe quefto non bastera à renervi nottése giorno occupati, vi
ftimoleranno à procurarne de' nuovi fervigj, e certainente non per altro fing,
che per distruggere in breve il vostro inzia dividuo con una eccelliva fatica,
con una 1 250 Dell'Idea del vero Medico. una continua
inquietudine di animo,con una perpetua schiavitudine, credute tutse dal Mondo
pazzo per felicitàe per prosperità di fortuna Cosa dovrete dunque fare
per rimuovere da voi un sì evidente pericolo di vita, che vi sovrasta 2 Vi
converrà certameute prenderci rimedio prima, che questi nemici facciano breccia
nel vostro cuore., e parlamentino con il vo. ftro desiderio, perche altrimenti
con lo fplendore dell'oro li guadagneranno, ed il suo rimedio ficuro farà, che
quando ' non ifta concento di ciò che hà, e vorrà procurare cofe
maggiori, di consigliarvi tosto con la Prudenza, che questa facilmente lo
quieterà con dirvi : Cofa bramate d'avantaggio a non avete, più di quello vi
bisogna rimirate quanti altri, che hanno accor essi egual merito alvoftro, sono
più attempati di voi, e pure non sono così ben proveduti, come voi fiere:
Ditemi, che tempo avete, che vi avanza, quando appena ne resta tanto,che basti
per lo studio necessario's e pery il bisognevole riposo ? E quale di
questi due tempi vorrete impiegare nelle cure di più, che deside rate
confeguire ? forse il primo ? La Giustizia se'ue sdegnerà per non esser vostro:
Forse il secondo, che è cutro vostro et come potrete vivere s fapendo voi, che:
Quod caret alterna requie durabile non eft. Riflettete attentamente, che lo le
pioggie curte cadessero sopra pochi campi, in vece di ravvivarli, e rendera li
più fécondi, opprimeciano più costo quanto di verde li ricopres e che la gran
Providenza,che saggiamente opera, dispensa il publico bene à prở di cucţi;
facendo, che il Sole non per pochi, mà bensi per tutti risplenda', c finalmente
che le taluno vorrå soverchiainente cam ricare il suo stomaco, anco di
dolcissimo cibo, gli converrà ben spesso soffrire aspri dolori di ventre.
Risplende molto l'oro, må riflettere ancora, ch'è più' grave di qualunque altro
metallo, onde neceffariamene ammaffarne di molto non si può G può
senza restarvi affatto oppresli id Breve sotto il suo grave peso, o per la meno
perderci la propria libertà; Quindi è, che faggiamente Curio ricusò da'.
Sanniti tutta quella gran quantità di oro, che gl'avevano portato 5 dicendo
foro, che esso credeva cosa più gloriosa il poter comandare à chi molt'oro
possedeva, di quello che fosse il possederne di molto ; volendo in tal guisa
farci ca. pire, che non si poteva cumulare oro in: gran copia, e mantenere la
sua libertà. Il mio configlio dunque è, che freniate il vostro defiderio, acciò
non bramjata nè pure una cura d'avantaggio di quel le, che potrete commodamente
reggere, e tanto maggiormente, che quefta voce Cura appresso li Latini non
significa altro, che Briga, è travaglio, ex eo quod cor edat, dw excruciet,
delle quali conviene ayerne folamente tante,quante baftino à poterle fofferire,
e non più, verificandosi in esse più, che in ogn'altra cosa quel detto: Ne quid
nimis . Sentitene però il parere della Giustizia per res go: [ocr
errors] golarvi fino dove vi potrete stendere; per non incorrere nella
caccia d'insaziabili. Voi sarete facilmente rimasti per
ora appagati di quanto vi avrà detto la Prudenza, à segno,
che non vi curerete sentire altro conseglio, con tutto ciò
per convenienza almeno sarete tenuti,aven dovi ciò la sudetta
incaricato, di sentir ne il parere della Giustizia, intorno al
vostro regolamento, e con tale occasione vi potrete consigliare ancora
sopra un certo ripiego, che facilmente il vo ftro desiderio
visuggerirà, cioè di all.com gerirvi de’ servigi antichi per
proveder vi de' nuovi di maggior vostro profitto, e minor
briga, il quale non lo dovrete porre in esecuzione senza
l'approvazio ne della Giustizia. Esposto, che avrete a questa
fanta virtù ciò, che bramate sapere, ella cortesemente y'insegnerà ciò, che
dovrete fare intorno al vostro regolamento, che sarà di misurare in primo luogo
le vostre forze, et il tempo, che vi resta libero, [ocr errors] e poi
l'impiego, che vi si presenta, e se rincongrerete le misure proporzionate trà
di loro, accettatelo pure, senz'alcun timore della taccia d'insaziabili; Vi
suggerirà però, che stiate bene oculati in prenderne le dette misure à suo
dovere, affinchè non reftiate ingaonati, perche . altrimentiaffatto infructuofo
riusciria il fuo configlio,ed acciocchè non segua un tale errore, vi darà lei
medefima dug meze canne, una delle quali la troverete molto scarfa, e l'altra
affai vantaggiosa; con la prima yi ordinerà, che miluriate le voitre forze, et il
tempo, che vi ayanza ; con la feconda l'impiego, che vi li presenta, e
prendendo voi le misure in questa guisa yi assicura la Giustizia, che non
potrete errare. Doye che facendoli da voi diversamente, tutte le altre meze
canne, che adoprerete ve le porgerà il yostro desiderio fatte à suo modo, e
saranno tutte yantaggiose di molto quelle, con le quali misurerete le vostre
forze, et il tempo, e scarsiffime quelle, delle quali yi servirete per misurare
l'occasio ni, [ocr errors][ocr errors] ni, e questa è la cagione de?
sbagli, che fi prendono contro il volere della Giuftizia, c per due capi,
(primieramente, perche chi misura in cal guisa erra per abbreviare la lunghezza
di fuá vita, divenendo omicida di fe medesimo, sì ancora per il danno,chie nc
poffono riceveré alcunische ad ore affai incongrue, ed à mente stracca gli
cocca per fimilisbagli essere curati. In glçre vi dirà apertamente, che
non dovrere in conto alcuno disfarvi delli servigi antichi per prenderne de'
nuovi in fua veće, perche non avete alcuna giusta cagione di farlo, anziche
facendolo, mostrereite una somma ingratitudine in abbandonare chi in
temро de' vostri bisogni vi fù grato, e chi vi favori ne' vostri
avanzamenti, non con altro motivo, che de' yostri maggiori vantaggi ; se
poielli, senza alcuna vostra colpa, fi alienaffero da voi, in questo solo caso,
perche volenti nan fit injuria, lo potreste fare senz'alcuna taccia
d'ingratitudine; e së esercitaste la Me256 Dell?idea del vero Medica,
Medicina in certi luoghi lontani, dove alcuni li prevalgono di un Medico fino à
tanto, che lo vedono incominciare à far negozj, ed allora se ne disfanno per
prenderne à proteggere un altro : İyi basterebbe pazientare un poco, che vi li
presenterebbe l'occasione di poter: lo fare, mà dove ciò non li costuma vị
convien’essere grati, e costanti, fische sarete capaci di medicare, Con
tutto che resterere per qualche tempo appagati di quanto vi hanno consigliato
la Prudenza, e la Giustizia perche il vostro desiderio yerrà conținuamente
bersagliato daļli sudettį ab. bominevoli vizj, sarà necessario, chcimploriate
l'affiftenza della Fortezza, e Temperanza, acciò perseveriare sempre Itabili
nell'offervanza di detto consiglio, et il maggior bene, che dette virtù vi
potranno apportare, sarà d'infinuaryi diverse istorie di coloro, che per essere
Itati insaziabili, nel colmo delle loro credute prosperità sono mancati, eche
infelice memoria di esia ne fią rimasta trà noi [ocr errors] و
[ocr errors] noi, mentre chi ha lasciato la sua fameglia appena slattata, senza
indirizzo, a senza guida, chi intricata la sua eredità, per non aver avuto
tempo in vita di ben'impiegare li suoi avanzi; chi, doppa fofferta una
lunghissina, e dispendiosa infermità, acquistata per li suoi grans Strapazzi,
appena hà lasciato tanco, che bastasse al suo funerale; e finalmente cosa sia
stato detto di tutti doppo morti, cioè, che non'ınericavano d'essere compatiti,
perche erano morti per colpa loro, avendo voluto abbracciare troppo, e più di
quello, che potevano reggere, çon tutto quello, che la maledicenzą gradita, e
senza timore alcuno så inventare di peggio contro i poveri des fonti,
Impresli, che avrete sì spaventosi esempj nelle vostre menti, con la
riferfione, che il simile seguirebbe in voi, fc cadefte in tali errori,
non temeţe più, che il vostro disiderio possa essere superato da simili vizj,
perche questi gļi serviranno di un gran freno, R Nelle Nelle
vostre maggiori prosperită l'Adulazione ancora vi farà doppia guerra la prima
confifterà in ispargere di voi più lodi di quelle, che meriterete, per
risvegliarvi contro l'Invidia, quando fi foile mai adormentata, mà trovandovi
già premuniti de' buoni avvertimenti dativi dalla Prudenza, non vi potrà punto
nuocere in questo primo asfalto, e se uniręcę alla fofferenza una profonda, e
fincera umiltà, supererete l'Adulazione, el'Invidia nel medesimo tempo,
Màvedendofi da voi la maliziosa Adulazione fchernita, adoprerà tutte le sue
frodi per violentarvi ad essere suoi seguaci, e per farvi divenire per forza
Adulatori, come farà mai ? Sentite bene; Pren. derà l'occasione di qualche cura
grave, nella quale intervengano molti parenti, et amici dell'Infermo, e vi farà
da queiti porre in angustie di diventare Adulatore per forza, per
li seguenti impulsi : Vi dirà taluna di esli, questo male si aggrava, perche
non gli fate applicare quattro vefficatorja se ne morirà senza
questo [ocr errors][ocr errors][merged small][merged small] questo
rimedio, e la colpa farà tutta yostra, che trascurate un rimedio sì efficace.
Un'altro vi dirà: perche non gli date una buona Medicina da tirare giù ? lo
volete lasciar morire senz'ajuto? ayver, cite, se muore, fentirere, che si dirà
di voi, à me basta di avervelo avvisato. Vi sarà ancora trà essi chị vi
ayyertirà, che se gli cavate sangue morirà certamente, perche non gli conviene;
e d'avantaggio vi dirà, che se lo cayerere lo amazerete, e derro male farà per
appunto un'infiammagione interna, nella quale non conviene ciò, che viene
proposto, e gli sarà necessario quanto viene ritardato. Vedete in chę angustie,
in che laberinţi vi troverefte, se non aveste la Prudenza configliera ?
Imitercste senza dubbio, ò quel Medico, à cui un tempo fà, fù suggerito da
un'amico dell'Infermo, in un caso simile, un certo riinędio, dicendo, che lo
proponeva, perche cra esso ancora mezo Medico ; A cui alquanto alterato gli
rispose: et io son tutto Medico, conviene dunque, che la mecà ce [ocr
errors][ocr errors][merged small] fi: 28 公
1 da al tutto; Io, che sono tutto, non voglio che si dia, non si deve
dunque dare; O pure quell'altro, che ritrovan. dosi in un fimile intrigo»,
doppo aver dette le sue ragioni, senza profitto, rifpose : Giacchè loro Signori
ne fanno più di me, facciano loro la cura, e se ne andiede via, mà ciò non
lodandolo la Prudenza, sentirete dunque da lei, in che forma vi dovrere
regolare. Sentendo riferire da voi questo fatto la Prudenza disapproverà
molta, che chi non è Professore, ardisca così francamente di proporre, ed
escludere quelli rimedj, che in mali sì gravi danno molto da pensare alli
medesimi Professori provetti, e che pongano à cimento li onorati, con modi si
violenti, di diventare Adulatori, e facilmente in tal guisa vi consiglierà:
Dite le vostre ragioni à chi bisogna, con animo composto, e questi, ò fi
appagheranno di quelle, ò nò, se ne resteranno fodisfatti, rimarrà già
terminata la controversia, e potrete fare liberamente à voftro modo, se poi
persisterahtio ancora ostinati nella loro opis nione, allora suggerite, che
tratrandosi di un male sì grave con tante controverfie, desiderate nella cura
di avere altri Professori compagni per meglio risolve. re ciò, che si debba
fare ó e procurate, che con sollecitudine ciò segua y acciòcchè la lunga dilazione
non pregiudichi all'Ammalato, e che ne consulti siano presenti coloro, che
fuscitorno le controversie, affinche sentano con quante circospezioni sono
serviti gl'Infermi, ed ancora se avranno qualche cosa di più la poffano dedurre
à tutti. Facendo voi à modo della Prudens za, non dovete avere più timore
di prevaricare, perche la Fortezza vi assisterà, c consolerà insieme,
l'assistenza sarà di non farvi prendere in questi casi certi : dannosi
ripieghi, che sariano, in vece de' vefficanti d'applicare li senapismis di un
purgante, dare un leniente, ed in tanto d'andare differendo la sanguigna,
facendovi conoscere, che l'operare in questo modo non è da Medico, mà
bensi [ocr errors] 9 [ocr errors] da Adulatore, e che quancunque
questi tali nelli funesti eventi fieno dall’Adulazione tenuti indocenti, e
difefissorio però dalla Giustizia creduti rei di gran colpa s con tutti quelli,
che ne diedero l'occasione, e vi confolerå parimente la Fortezza con dirvi: Si
poffono chiamare tempi felici nella Medicina li presenti, non vedendoli ora l'Adulazione
premiata à quel segno, che era ne' tempi di Galeno, nè la lincerità così
vilipesa; Allora trionfavano li Medici Adulatori, erano ricchi, e potenti
gerano stimati, e riveriti, ogn’uno facęya à gara di fayòrirli, eli onorati,
sinceri, e docti se ne stavano abbandonati, derisi, evilipeli, e se non fosse
stata la mia grand'alistenza,che prestavo loro, nè pure úgo ne sarebbe rimasto
di efli, anzi Galeno isterlo, che non avesse prevaricato per quanto venivano
violentati dall'Adulazione :' So, che presterete fede à quanto vi dico, mà
volendovene accertar meglio di quanto fuccedeva in quei cempi leggere ciò, che
Galeno riferisce nel primo del suo [ocr errors] me. [merged
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errors] metodo, che appunto è questo: Eoque jure fit cum ægrotare cçperint
Medicos advocent, non quidem optimos į utpotè quos per Sanitatem noscere
nunquam ftuduerunt, fed eosy quos maxime familiares habent ; quique ipfis
maximè adulentur, qui du frigidam dabünt; si banc popofcerint, lavabunt cùm
juferint; a nivem; vinum= que porrigent poftremò quidquid jubebitur mancipiorum
ritu facient &c. itaque non qui meliùs arten callet ; fed qui adulari
aptiùs novit apud iftos magis in pretio eft, buic omnia plana's perviaque funt,
huic ædium fores patent ; hic brevi efficitur dives, plurimùmque poteft &c.
Quali violenze oggidì sono cessate, mercèche hanno imparato molti à proprie
spese à non commertere più la loro vita in mano degl'infidi Adulatori, e perciò
essendo mancati per loro l'impieghi, e li gran guadagni, che in breve
facevano,è mancato ancora quel grand'impulso, che vi era à dover effere
Adulatori per essere adoperati, e tutto questo mi costa per essere io la
Fortezza, che affifto à quei ز e. lig a fe ne be he ni dy 112 to 5,
10 generofi spiriti,che abborriscono l'Adulazione, et abbandono quei
vili, che se le danno in preda Se poi non bastasse all'Adulazione
d'avervi fatto violentare da parenti, ed amici, mà volesse ancora farvi forzare
dall'Infermo isteffo à divenire suoi fem; guaci, in questo caso, fatte che
avete le diligenze propostevi dalla Prudenza; e. che mediante quelle egli non
resti appagato, la Giustizia non vi violenterà già à continuare il servigio, vi
forzerà bensì à non divenire Adulatore, onde in questo caso, con tutta civiltàs
procurerete ( quando l'Infermo' non deliri) di consegnare ad altri ciò, che non
fà per la vostra riputazione ; ben’è vero, che questi sono casi rarissimi
avendo molte altre cose da penfare l'aggravato Infermo, che di voler'essere
adulato, con tut per farvivedere, che ve ne sia stato qualcheduvo, che
abbia desiderato di cllcre adulato fino alla morte, viriferirò la presente
istoria : Una persona di qualità cospicua, molti anni sono, dovendosi
pro to ciò [ocr errors] [ocr errors] provedere di Medico; ne scelse
uno tutto di suo genio, ed avendolo participato al suo amico di confidenza ;
questi in vece di rallegrarsene seco se ne condolse, dicendogli apertamente,
che poteva fare meglior'elezione, essendovene tanti più esperti del già eletto
3 replicò à questo: Lolo-sò beniffimo, mà hò voluto pren derne uno, che faccia
à mio modo ancora quando mi trovo ammalato, perche io non poffo Coffrire quel
Medico, che allora mi voglia forzare à fare à suo modo, gli rispose saviamente
l'amico : Signore, chi fà à suo modo quando ft benes: conviene, che faccia à
modo del Medico quando ftà male, non poffo lodare la sua elezione, con tutto
che sia di suo genio, perche si tratta di Medico, à cui si consegna la propria
vita, non già di un servidore di mera comparsa ; che poco importa di che
abilità egli sia, mà non paffarono molti anni, che detto Signore cadde inferino
di lunga, e fiftidiosa malacia, che terminò finalmente, per essere vissuto à
suo inodo in un'ascelfo interno, espurgava della marcia per feceffo, la vidde
l'isteffo Infermo, che diffe, non farà marcii, må bensì il pangrattato, che hò
preso questa mattina lo domandò al suo Medico, che gli rispose per dargli
gufto, quello appunto et Signore, e con quel pangrattato se ne mori, adulato sempre
fino al fine della fua vita. L'Iniquità, e l'Inganno confederati, nôn
porerido più Toffrire, che voi godiare quella bella tranquillità interna per
cagione delle vostre virtù, vorranno ancora effi con le loro frodi adoperare
ogni sforzo possibile per turbarla ; ed in fare ciò vi toccheranno facilmente
nel più vivo, inolestandovi in qualche cosa di vostra somma premura, e doppo di
aver consultato trå fe più danni,risolve, ranno alla fine di farvi perdere il
servigio di quelli, che vi sono più á cuore, € tanto si adopereranno,e con
tanti mezi s'ingegneranno, che finalmente gli riufcirà ciò, che bramavano i
onde voi, senza faperne il perche, e senza averne data و [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] data alcuna occafione, essendosi
con in? sidie segrete proceduto, all'improviso vi troverete esclusi da quel
servigio da voi tanto prediletto. E che farete allora? vi dolerete forse con la
Giustizia ; che siete stati licenziati à torto ? Avvertite, che facendo in tal
guisa imitereste Santippa, che si doleva della morte di suo marito, perche si
faceva morire å torto, à cui il sapience Socrate rispose : E che desideravi
forse, che io foli fatto morire à ragione ? questa appunto è la mia gloria, che
sono fatto inorire à torto. Sicchè alla Giustizia non vi cooviene ricorrere, må
berisi dapoi che fi sarà alquanto calmato quel senso, che neceffariamente vi
avrà apportato una nuova ingrata, ed improvisa, dovrete ricorrere alla Pradenza
per riceverne il suo configlio à fine di poter più spedicamente restituire
all'animo vostro quella bella calma, che dall’Iniquicà, e dall'Inganno gli era
stata rubata : La Prudenza senrendo da voi tal novità vi consolerà
certamente, ftate al [ocr errors][merged small][ocr errors]
allegri, dicendovi, che questa è una's grazia, che vi fà la Divina Providenza,
facendovi capire, che vi dovete alquana: to staccare da ciò, che nel mondo vi è
più caro, per confidare solamente in lei, che non mai hà abbandonato chi
fedelmente la serve. E di che vi dolete? forse perche perduto avete un servigio
à voi caro ve ne restano pure tanti altri? com- .. partite tra questi il vostro
affetto, che così non avrete fatta perdita alcuna potendone del vostro amore
ricevere da molti maggior ricompensa di prima, ò pure (che sarà meglio ) questo
vostro amore non gradito dagl'uomini accrefcetelo à Dio, che vi recherà molto
maggior profitto di quello, che vi rendeva prima. E se veramente amate di cuore
quella casa, che avete perduta g non vi dovete contristare della perdita vostra,
mà bensi della sua, avendo lasciato voi, ch'eravate già istrutti da tanto tempo
nelle complessioni, e mali di chi ivi conviveva per prenderne uno affatto
novizio, che prima, che ne qa divenuto 1 capace à quel segno, che
voi siete, vi vuole del tempo affai, et in tanto come anderà? e poi se questo
nuovo eletto fù complice ancor'egli nelli segreti trattati dell’Iniquità, e
dell'Inganno, che bell. acquisto, che averà fatto, prendendo uno di simili
costumi in vostra vece, che fiete uomini di onore, talche non voi, mà chi vi
lasciò hà occasione d'afAliggersi, perche danno à se stesso feçe, non à voi,
che per essere esenti da questa briga ne ricevere sollievo ; chi è pari. mente
entrato in luogo vostro, se pur? egli è complice, come disfi, ayrà molta
occasione da contristarsi per la finderesi, che gli resta di non avere operato
come dovea, e per il timore, che un giorno il fimile possa succedere à lui
ancora.Quietatevi dunque, giacchè rammarico alcuno non vi resta d'averli mal
serviti, con questa ferma fiducia, che in quel sito ( come tante volte è
accaduto ) da dove la malvagità, e l'inganno hanno tolto à viva forza un
virgulto, la Giustizia vi pianterà un vago, e glorioso lauro con
[ocr errors] con questo motţo ;Ųno avulo splendidior non deficit alter; molto
di più vi potrei dire, se non lo riputaffe superfluo, poiche gl’animi vostri
ben moriggeräti con pochi motivi si sodisfano, e li calma. no, allorche vengono
da accidenti im. provisi turbati, Udifte come vi consolo bene la Prudenza,
e con che fortį motivi, li quali fe li cerrețę impressi nelļe vostre menti,
quantunque vi giungano simili accidenti in avvenire, punto non vịcontristeranno,
avendo questi forza di disporre gl'animi vostri à foffrirli coftantemente, ed
in conseguenza di fare, che li sudetti vizj delle loro iniquità non
trionfino. L'Ambizione yorrà ancor'effa nell' auge delle vostre fortune
tentare, fe potesse fare con yoi quaļche acquisto; s'ingegnerà di porvi
nella mente idee grandiofe, viftimolerà à molte imprese, con pretesto di
rendervi a' pofteri gloriofi : Per esempio, fe y'insinuerà di comporre qualche
vago sistema di Medicina, qualche nuoyo metodo di medicare, à qualche altra
cosa non pensata, nè tencat fin'ora da altri, e voi ricorrere subbita. mente
alla Prudenza per consiglio, e vedrete come v'indirizzerà bene ; intorno à
nuovi sistemi, e metodi di medicare vi farà questo dilemma: O ve ne sono trà
gl’inventari de' veri,ò nò; Se ye ne sono, perche non li seguitate? che cosa
yolete cercare di megliore della. verità? Se poi non vi è cosa ancora accertata
in quelli, avendoyi per tanti secoli frayagliato una infinità d'uomini dotti,
cosa yi persuaderete di fare di vantaggio ? non vi avvedete, che indarno
faticherefte ancor voi, senza speranza alcuna di gloria, e se pure la
conseguiste saria per pochi momenti; Il sistema, ed il metodo corrispondono al
tutco, e quando questo non regge, e non suflifte, è se. gno evidente, che le
fuc parci costitutive fono difertose; Impiegate dunque ogni voftra fatica in
accertare, e rendere palese qualche parte di esli, che vi avvedrere, che sia
oscura, ò che manchi, la quale benchc minima, nulladimeno una gran gloria vi
apporterà, allorche l'averete accertata, e rinvenuta, e lascierete tali imprese
grandi a' pofteri, che fi renderanno più facili a'medesimi, ale lorchè
acquistate, saranno maggiori notizie delle loro parti costitutive,di quel, le
ve ne fieno al presente; E per non effere creduți imprudenti scegliere di
queste le necessarie, come avvertì Cicerone, (a) dicendo : Alterum eft vitium,
quòd quidàm nimis magnum gran ) ftudium, multamque operam in
res abfcuras, atque diffaciles conferunt, eafdemquè non necesarias; e quelle
ancora, che sieno proporzionate alle vostre forze, come insegnò Orazio :(b)
Sumite materiam vestrisqui firibitis aquam. Viribus, et verfate
diù quid ferrere cufent Quid valeant humeri.
E perciò vi consiglierà la Prudenza d'impiegarvi in yostra gioventù
intorno į a' ritrovamenti Anatomici, Chimici, of[a] Primo de Officiis.
(b] De Arte Poetica. osservazioni Mediche e d'altre cose
utili, che richiedono ayvedutezza di mente, buona vista, afsiduità,
pazienza, e sanità, e questi accertati, che sono incontrovertibili,
rimangono per fempre, e vi dissuaderà in detta età di dare alla luce
trattati di nuovi modi di inedi. carc,essendo allora appunto come i
frut ti fuori di stagione, che non hanno tutta la loro sostanza,
dovendosi ciò maturare nell'età avvanzata, e colma d'esperienze
pratiche, dal che si può dedurre la ca-gione, perche talvolta ne’libri,che
trattano di pratica, alcune cose, che vi fi ritrovano non si verificano
punto, e ciò proviene, perche furono descritte da Medici, che non
avevano ancora tutta l'esperienza necessaria per meglio accertarle.
Vedendo questo vizio di non avere { potuto nella vostra persona fare
alcun guadagno, vorrà far prova, se per l'amore, che portate à qualche
vostro figliuolo vi potesse far prevaricare, e vi anderà suggerendo à poco a
poco, che avendo S voi [ocr errors][ocr errors] voi de' buoni
Protettori, gli procuriate, mediante il loro ajuto, qualche titolo nobile,
qualche carica onorifica superiore alla vostra condizione per inalzarlo, e
dargli insieme attestato del vostro amore, e benche questo non cada nella
persona vostra direttamente, con tutto ciò, venendo procụrato da voi, tanto
sarete tenuti consigliarvege con la Prudenza, anzi con la Giustizią-ancora, e
consigliandovi con queste virtù vi diranno concordemente, che il maggior benc,
che voi potrete fare a' vostri figliuo, li sarà, il procurare con ogni maggiore
judustria, che divengano capaci, e meriteyoli di dette cariche, di detti
titoli, che così, con poco ajuto de' vostri Protettori, potranno à suo tempo
conseguire ciò, che sapranno desiderarc, e gloriosamente, venendo loro ciò
conferito à cagione del proprio mcrito, ed operando voi in tal guisa,
l'Ambizione nonpotrà trionfare di voi; trionferebbe bensì, quando che voi
usaste violenze in procurar cose, delle quali non ne fossero [ocr errors]
me [ocr errors] meritevoli, nel qual caso ancora quanto farete loro
ottenere sarà per l'appunto consimile à quel titolo nobile, e speciofo, che si
legge nel frontispizio di qualche libro, à'cui la materia rozzamente,
senza dottrina in esso trattata non gli corrisponde, che in vece ne formi
concetto di esso chi lo legge, e considera, lo muoye più tolto al risos e
perciò resta in un cantone derelitto, senza che alcuno più lo consideri,
L'Avarizia con duplicato pretesto di zelo vi assalirà ancor'effa, ftantechę se
non avrete figliuoli, ò nipoti y’infinuerà, che facciate degl'avanzi più che
potrete, à fine di stabilire qualche degna, e grandiosa memoria di voi à prò
de' posteri; fe poi gli averete, li facciate ancora per lasciarli più commodi,
ed in questo frete bene circospecti, poichè Fallit enim vitium fpecie virtutis,
du umbra; Onde appena, che in voi fentirete certi impulli, certi stimoli
infolici di cumulaà tali effetei, consigliatevi con 13 S2 PruePrudenza, e
con la Giustizia, le quali vi faranno capire ciò, che dovrete fare, c vi
diranno facilmente intorno alla memoria grandiosa, che meditate di
lasciasciare, essere meglio, che la lasciare ale quanto meno magnifica, e senza
alcuno ajuto dell'Avarizia, che grandiosa con viziosi avanzi, perche tutto quel
di più, che mediante il vizio l'accrescerete, in vece di apportarvi gloria, vi
recherà ignominia, e che rispetto al cumulare di vantaggio per li figliuoli, e
nipoti non lo facciate, perche quello lascierete loro di più,acquistato con
Avarizia consumerà ciò, che avrete onestamente acquiftato, in oltre che voi
siete tenuri di lasciar loro tanto, che li bafti à potersi avyanzare ancor'essi
nelle virtù, stante che : Haud facilè emergunt quorum vir
tutibus obftat Res angufta domi . : E v'infinueranno d'avantaggio, che
Ippocrate v'insegnò' chiaramente à tal proposito ciò, che dovete fare,
dicen dovi [ocr errors] [ocr errors][merged small] dovi: Neque verò
exigende mercedis cupiditate duci oportet, nisi ut ad artem
edifcendam tuos instruas; E che quando gli averete duplicato, ò
triplicato ciò, che fù lasciato à voi, e vi bastò per divenire virtuosi,
sarete giudicari da tutti per buoni Padri di fameglia, e che avvertiate
bene, che certe ricchezze, che superano la propria condizione, e
per altro non bastano à mantenersi in altra sfera superiore, sono
pericolosissime, perche à cui fi lasciano, volendosi trattare quefti
d'avantaggio di quello, che compete loro, preftamente le dißiperanno,
conforme l'esperienza quotidiana lo dimostra ben? fpeffo, per non
volere questi tali ad altro impiego applicare, che à
quello dello dispendioso diverti mento, non servendo ftrertiffimi
Fide commiffi, nè altri legami inventati per impedirlo;
ftanteche nella medesimais conformità, che da'viventi si passeggia
sopra li sepolcri de’defonti, cosi ancora per l'appunto si
passa sopra le loro vo [ocr errors][ocr errors] lon De
pracept. Dell'Idea del vero Medico. lontà, e che quello, à cui dovrete
invia gilare più d'ogn'altra cosa farà, di lasciarli virtuosi, ben’educati, e
con buoni avviamenti, che allora, quantunque li lascierete con mediocri
commodi, da se medesimi potranno divenire ricchi, e con questo vantaggio
maggiore, che quelle ricchezze, che da se medesimi fi accumuleranno, non già le
disliperan10, conforme bene speffo in quelle, che si ereditano succede.
Ponderate bene questi consigli, e servitevene, se volete in tutto abbattere
l'Avarizia. Incominciando voi à porre il piede nella vecchiaja, à cui
conviene di cedere, ve ne avvedrete facilmente, quando che non potrete con
quella facilità di prima reggere le voftre solite occupazioni, ed allora cosa
farete? Non altro certamente che di consigliarvi con tutte le virtù, che
v'indirizzinó per qual via dovrete caminare acciocchè voi, li quali sarete
utili alla Republica per la lunga esperienza, che avrere, possiate più
lungamente giovarle. La [ocr errors][ocr errors][ocr errors] La
Prudenza, come Maestra di tutte le altre virtù vi dirà, che non è
convenevole d'abbandonare tutti quei fervigj di coloro, che da voi per lungo
tempo ne hanno ricavato del profitto nella loro salute, ed anco lo sperano in
avvenire, per la fiducia, che hanno in voi, efsendo in istato ancora di potere
ben'oprare, nè tampoco parte di elli, perche faria molto odiofa una tale vom
ftra parziale risoluzione ; onde voi non potendo disfarvene, per non sentire
ilamenti dei vostri clienti, vi converrà perfare di andare sostituendo
qualcheduno, che vi poffa alleggerire almeno la fati ed acciò abbiate
facilità in eleggerlo, vi apporterà le trè malime sostituzioni, che il mondo
tutto rimirò nel primo secolo della commune falurcs cioè : La prima, che fù
fatta da Augusto in persona di Tiberio ; La seconda da Galba in quella di
Pilona ; e la terza da Cocceo Nerva in quella di Trajano; ed in tal guisa
facilmente v'istruirà, dicendovi : Nella prima Augusto ebbe una $4
pelli [ocr errors] pessima intenzione,inentre scelse un soggetto di
reprobi costumi; un Tiberio ben noto per la sua iniquità, ed al sostituente più
di ogn'altro, stanteche: Comparatione deterrimâ fibi gloriam quafavisse . Nella
seconda vi fù ottimo fine, perche fù eletto un meritevole, solamente si mancò
ne i mezi, e di questo ne fù cagione l'avarizia di Galba, giacchè:(c) Confit at
potuiffe conciliare animos, quantulacunque parci jenis liberalitate, c perciò
ebbe l'esito infelices Nella terza finalmente tutti li requisiti furono ottimi,
non vi fù punto di vizioso sì nel principio, che ne i mezi, e fine, e perciò fù
gloriofiflima. Queste, benche fie00 state sostituzioni maflime, nulladime‘no
possono servire di norina ancora nelle picciole, mentre dalla prima ne
ricaverete, che vi sarà che vi sarà poco bene accostumato; chi farà
vizioso non meriterà di essere da yoi eletto ; Dalla seconda ne dedurrete, che
chi elegge deve stare lontano dall'avarizia, e non esser punto
do[b) Tasit. Annal Tacit. Hia.Jib.1. redominato da questo vizio, se
brama, che tutto vada felicemente ; Sicché la terza, in cui concorrono tutte le
buone condizioni farà quella, che si dovrà imitare da voi per fare una degna
elezione,mentre non fù già eletto da Cocceo Nerva Trajano per cagione di
parentela, nè di {moderato amore, che gli portasse, mà bensì per il suo merito,
e per la bontà de' suoi costumi, e non ebbe già per fine principale di
gratificare l'eletto, mà solamente coloro, che doveano effergli. fudditi, e
perciò riuscì un'ottimo Imperatore, e felicissimi tempi furono chiamati quelli
del suo Impero. Non intendo già per questo di consigliarvi d'abbandonare li
parenti, gl'amici, e quelli, che più d'ogn'altro ainate, perche ciò non saria
ragionevole, anzi vi dico, che fiere tenuti à preferirgli ad ogn'altro eguale,
ed anco qualche poco superiore à loro, conforme vi ordinerà la Giustizia
isteffa, vi avverto solamente, che non vi serviate della parentela,
dell'amicizia, e dell'amore per inicroscopio, acciò ز [ocr errors]
vingrandischino di molto il soggetto, che prendete di mira per sostituirlo,
altrimenti v'ingannerete, e chi lo mirerà fenza questi microscopj se ne
avvederà molto benes conforine capirete anco voi istelli rimirandoli
fpassionatamente ins fimile forma : E' ud verso affai trito; mà però che cade
molto al proposito quello, che dice: Quifquis amat ranam, ranam
putat effe Dianam; E la cagione fiè, perche l'amore non solamente så
ingrandire il merito, mà ancora så ricoprire li difetti degl'oggetti amati. Se
farere dunque voi la vostra elezione con rimirare li soggetti calig quali
realmente sono 1109 alterati, per quali vi pofsono parere, non solamente sarà
questa gradita, e profitcevole, mi eziandio riuscirà per voi gloriosa, conforme
seguì à Cocceo Nerva, à cui la maggior gloria, che gli fia rimasta trà tante
altre è quella ; di aver'egli saputo eleggere un Trajano per fuo successore
all'Impero, e solo da questi ogn'uno [ocr errors] ora comprende à qual
segno giugnesfero la sua prudenza, il suo giudizio, e la sua integrità, ed
essendo questi documenti della Prudenza per appunco coerenti à ciò, che
Ippocrate c'insegna, cioè :At verò imperitis nunquam quidquàm procurandum
committes. Sin minùs ejus, quod malefactum eft vituperium in te recidet &c.
non potrete da esli punto discoItarvi. Palliamo ora all'incunbenza, che
dovrà avere questo vostro sostituto, il quale essendo da voi scelto di buoni
cos stumi, e dotto, caminerà in curto fecon: do la vostra direzione, onde
profitcevole in conseguenza sarà, à cui l'avrete proposto, perche ne riceverà
da esso un servigio alliduo, animato dal vostro prático configlio, e di questo
ve ne prevalerete da principio ne'casi più leggieri, per poi, fecondo che
v’andrete inoltrando negl'anni, avanzarlo ne'.gravi, con questo però, che
abbiate l'occhio arrento al servigio, con visitare ancor voi di quando in
quando gl'Infermi, per diriga gerli meglio con li vostri più accertati consigli,
e facendo voi in questo modo non solamente non avranno fcapitato punto li
voftri Infermi, anzi che più toito acquistato, restando loro tutto il voAro
consiglio come prima con l'afiftenza maggiore del giovine sustituito, che da
voi, mediante le vostre occupazioni, non lo potevano esiggere, e precisamente
nelle ore più fastidiose, e tutto questo benefizio sapete perche lo
riceveranno, ftanreche il sostituto fù scelto da voi, e da voi non preso à
caso, mà bensì capato trà li buoni per il migliore, dove che se fosse stato
preso per via di raccomandazioni, e senza la vostra dependenza, non
caminerebbero le cose così felicemente, poiche sdegneria tal da voi
independente sostituto caminare con le yostre direzioni, volendo far'egli à suo
modo, e non saria picciolo favore,quando ve lo facesse, in caso di qualche
controversia, di non ispargere da, che voi siete vecchi rimbambiti, e che
quan; De dec.orn. non [ocr
errors] non fiete più capaci di medicáre, per iscreditarvi con fimili menzogne,
e da ciò qual vantaggio se ne riporteria à prò degl'Infermi, se non che una
confusione, una inquietudine continuata, ponendosi in dubbio talvolta à chi de*
due fi dovesse prestar maggior fede, se al giovane petulante, e scostumato,ò al
vecchio, benche ingiustamente vilipeso; Con ragione dunquc Ippocrate inveisce
contro costoro, che per vie indiretre si avanzano, dicendo: (e) Quàm repentè
evecti fint, fortunæ tamèn ægentes per divites quofdam ex anguftiis emergunt
utrique exi eventu nominis, celebritatem adepti, et in pejus ruentes luxu
diffluunt, quæ in arte nulli rationi reddende sunt obnoxia negligunt ac.
In questo proposito il Disinganno, che hà il cuore sincero vi scoprirà un'altro
pregiudizio delli massimi, che corrono trà alcuni, che non sono nella
professione versati, quali credono per cosa utile nelle cure le controversie,
edissenzioni trà Medici, e dicono, che essendo trà essi discordi, si scopra
allora meglio la verità, confondendoli da quefti tali ciò, ch'è disputa
virtuofa, utile anzichè neceffaria, dalla diffenzionc, e discordia superflua, e
viziosa, nata dal mal costume . Il Disinganno vi scoprirà il tutto, e vi dirà:
la disputa neceffaria è quella, che risulta da qualche indicazione dubbiofa per
meglio discernerla, e questa trà Professori esperti, e di buoni costumi termina
prestamente ; perche seguitandofi da elli solamente il configlio megliore, in
un subito si accertano, le quali ragioni, e quali motivi prevalgono, se
gl’affermativi, ò pure li contrarj, ed à megliori concordemente si appigliano ;
Dovechè la diffenzione, e difcordia, che proviene dal mal costume, che per lo
più viene fomentata da puntigli, e germoglia da picciole occasioni, non
solamente è molto dannofa, inà perche si yà al cattivo, non mai viene affatto
terminata,stanreche in simili contenzioni = Qui velit ingenio cedere
nullus eriti [ocr errors] erit ; ela cagione di ciò n'è, perche
tutto proviene dalle volontà discordi,che non amano di unirsi assieme, nel qual
caso lę ragioni più valide, li motivi più evidenti, ò non appagano, ò non si
vogliono capire, à segno, che alla fine annojarifi del troppo altercare, in
vece della decifione letteraria fi passa qualche volta all' obbrobriosi
improperj, senza ricavarne altro profiețo, che : Şeipfos ludibrio exponere,
come insegnò Ippocrate, (f) € questo è per appunto quell'ideato bene', che à
prò degl'Infermi se ne riportą da fimili contese, sicchè non v'è altra strada,
che quella della concordia, à cus uniteci il consiglio già propostovi dalla
Prudenza, et approvato dalle altre virtù entrando voi nella vecchiaja, se
bramate con vantaggio,e profitto de' vostri Infermi alleggerirvi dalle fatiche,
nel qual caso trovădoyi aggravati dall'ostinata Discordia, la Giustizia non vi
obligherà à paziétare di vataggio,mà farete, che ogn’uno si serva pure à suo
piacere, Lib. de Praçept.
[ocr errors] Inoltrati, che poi sarete nella vecchiaja, che ve ne avvedrere pur
troppo, se non vi vorrete lusingare, dalla notabile mutazione, che proverete in
voi da quello, ch'eravate una volta, poiche le forze del vostro corpo
languiranno, il vostro perspicace ingegno, la vostra. gran memoria, la vivacità
del vostro fpirito, il discorso così spedito non si scorgeranno più quelli, che
già furono, rincontrandoli ogn'uno molto mutati. In tale stato inevitabbile,
cosa vi converrà fare? Non altro certamente, che d'imitare quei celebri
Pittori, che per non perdere quel glorioso nome, che per lo passato aveano
acquistato, allorche si avvedono, che i loro pennelli non sono più à dovere
regolati dalla tremolante mano li sospendono per trofei delle loro opere
già fatte, e terminano in questa guisa gloriosamente il loro mestiere.
Seneca assomigliò faggiamente la vecchiaja alla nave, che comincia per la sua
antichità à scomporsi, dicendo: Quem 12 [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Quemadmodùm in Have, que sentinam trabit
uni rime, aut alteri obfiftitur : Ubi plurimis locis laxari cæperit, q
cedere, fuccurri'non poteft navigio dehiscenti : Ità in
fenili corpore aliquatenùs imbecillitas fuftineri, c fulciri poteft, ubi
tamquàm in putri ædificio omnis junctura dilabitur, Odùm alia
excipitur, alia difcinditur circumspiciendum eft quomodò exeas . E potendo
egualmente la detta nave, che il vecchio, pericolare nel suo
consueto viaggio, converrà dunque ad ambedue prendere il sicuro
porto per prolungare più, che sia poflibile il suo essere. Mà
questo distaccamento vi parerà il più duro, il più difficile di qualunque altra
cosa, che averete emendata in voi sino à quel tempo; sì perche quest'impotenza
insensibilmente se ne verrà ayanzando, onde in un subbito non ve ne potrete avvedere,
e forse non prima di allora, che voi sarete renduti affatto inabili per la
repugnanza grande, che hà Pumana natura à dichiararsi inabile, come ancora,
perche non godendo più T quel е quella bella
perspicacia di mente, quella pronta risolutezza di prima, non saprete così
bene, come una volta, scegliere, e prontamente eseguire li buoni consigli della
Prudenza, e se il buon'abito fatto non vi ajuterà allora à fare tal
risoluzione, infingardamente procrastinando di giorno in giorno ad effettuarla,
farete più tosto voi prevenuti dalla neceflità, di prevenirla ; Sicchè prima,
che voi abbandoniate li negozj; elli averanno lasciato voi's Quindi è, che per
non cadere in fimile obbrobriofa miseria converravvi, per ben consultarla, nè
d'afpettare allora, che la vostra mente farà notabilmente deteriorata, nè, per
eseguirla, quando sarete molto proflimni al non potere più operare, e quanto
queste risoluzioni più generosamente intraprese saranno, tanto più
gloriosamente, e facilmente vi riusciranno, nè crediate, che un simile
distaccamento, con tutto che la nostra natura vi repugni, lo sia impoflibile à
farsi, mentre lì è veduto praticare da più d'uno, e trà gli altri dalMedico
Romolo Spezioli, il quale nel colmo delle sue prosperità, doppo un lungo
servigio della Regina Cristina di Svezia, di gloriofiflima memoria, che
continuò finche ella visse; doppo essere ftato Medico Pontificio della santa
memoria di Alessandro Ottava, incaminatosi già per la via Ecclesiastica,
proseguì questa, e lasciò affatto nell’auge delle sue occupazioni, e della sua
età con generosa risoluzione, contento di ciò che aveva acquistato, l'esercizio
della Medicina, nè alcuno de' suoi clienti si è potuto dolere con ragione di
lui, perche li abbandonò è vero, mà per servire folo à Dio, che
con quanta esemplarità egli lo faccia, offenderei non solamente la fua modestia
con riferirlo, mà temerei ancora, con fargliene molti encomj, che non restaffe
à bastanza appagato chi con occhio fincero giornalmente rimira le fue degne
operazioni. Nè devo in questo proposito paffare sotto silenzio il ritiro,
che fece Antonio Piacenti di felice memoria, mio di T 2 let
[ocr errors][ocr errors] lettissimo Maestro, avendo voluto egli tra le altre
fue virtù, per compimento della sua gloria collocarvi questa ancora del bel distaccamento
dal mondo,e nell' istabilirlo mi disse, che lo faceva per prevenire la sua
inevitabbile impotenza, ftimando, che il prevenirla fosse cosa più vantaggiosa,
che d'effere da effas prevenuto per gl’esempj, che aveva offervati in alcuni,
che quantunque decrepiti, e finemorati, con tutto ciò non vollero lasciare di
fare il Medico' più per rendersi ridicoli appreffo li giovani, che punto non li
compativano, che di effere a' suoi Infermi profittevoli, e con ammirazione di
tutti ponevano à pericolo quel buon concetto, che avevano fino allora
acquistato, per un tenuiffimo, c miserabbile premio, del quale non nc avevano
alcun bisogno, per essere già divenuri molto ricchi. Sicchè per isfuggire
simili sventure vi converrà d'andar pensando in tempo opportuno, e quando
ancora sarete con fegtimenti vegeri, à questo buon ritiro, c fino
[ocr errors] la e fino da quel tempo appunto, che.co“ mincierete ad
alleggerirvi le fatiche, perche ciò, che la Prudenza allora vi consigliò fù
tutto preordinato à questo effetto, e la prima diligenza, che vi converrà fare
sarà di agiustare li yoftri affari domestici in quella forina appunto, che
fogliono praticare quei saggi viandanti, che devono sempre stare allestiti per
passare in remotislimi paesi, e che non possono indugiare punto, allorche sono
ayyifati per partenza. Questi tengono sempre pronto ciò, che fà di
bisogno per il loro viaggio, si aggiustano le loro puntuali rimelle, e poi
danno la sopraintendenza generale di ciò, che possedono à chi fedelmente lo
custodisca, ed à tal ministero eleggono un proprio figliuolo,se farà prudente
economo,e fenza vizj,altrimenti un'estranco di provata fedelcà, economia, e
prudenza . Dato un buon fefto, che voi averen te alli vostri affari
domestici in tanto, che anderete vedendo se caininerà tutto à vostro modo, per
poterlo emendare, [merged small][ocr errors] [ocr errors] fe in qualche
cosa difettasse, à fine di non avervi più da inquietare intorno ad csso,
fupplicherete le virtù, che vi configlino, e preftino il loro ajuto, in questo
penultimo paffo, che dovrete fare, le quali avendovi sempre affiftito per lo
paflato, certamente che non vi abbandoneranno nel meglio, ed allora appun
che vi trameranno infidie la fastidiofaggine, l'impazienza, il sospetto,
l'incostanza, l'amore proprio, con il soverchio timore di ciò, ch'è
inevitabbile, vizj tutti, che aspettano il quando voi farete languenti non meno
di corpo,che di mente, per dominarvi à fuo modo ; nel qual compaflionevole
stato cosa fareste mai di buono, se non ayelte le virtù consigliere?
Queste divideranno facilmente il loro conGglio in sette parti; La prima farà il
quando lo dovrete farê; La feconda il come ; La terza dovë ;La quarta con chi ;
Quinta;con che preparamenti; Sesta, cosa dovrete allora fare; Ela settima, che
cosa fuggire. Primo, ز Primo ; circa al quando, vi dirà la
Prudenza, che allora appunto facciate il vostro distaccamento, quando che
proverete sensibile il peso degl'anni, che la memoria vi anderà notabilmente
mancando, e che fentirete la fatica, benche allegerita, molto molesta, ed
averete allora giusto motivo di pensare solamente à voi stessi, senza più
indugiare à farlo. Secondo, intorno al come lo doyrete fare, vi consiglierà
la Giustizia di usare ogni maggior civiltà possibile in licenziarvi da tutti
quelli, che si prevagliono di voi, con far loro conoscere, che fino à tanto,
che avere potuto, non avete risparmiato nè fatica, nè incommodi per servirli
bene, ma ora, che vi sono mancate le forze, il solo buon'animo, che vi resta,
non lo credere sufficiente per li loro bifogni, e che li confoliate insieme,
che avendoli già voi proveduti di soggetti non inferiori à voi, potranno essere
da questi in avvenire affai bene affiftiti; Ne seguirannofacilmente varj atti
di reciproca tencrezza, mà fate, dirà la sudetta virtù, che questi nè vi
distolgano dalla risoluzione già fatta, nè vi pongano in qualche forta
d'impegno d'averla in qualche loro occorrenza, ò imprudentemente da ritrata
tare, ò mancar loro di parola. Terzo, nè vi consiglieranno già, che vi
scegliate qualche solitudine remota per fare il vostro ritiro, mà bensì
un'appartamento assolato della vostras casa, nel quale vi sia minore strepito,
anzichè vi dissuaderà la Prudenza, se aveste mai qualche pensiero
d'allontanarvi dal. la Città, d'effettuarlo, per li seguenti motivi, perche ne'
piccioli luoghi non potrete ritrovare tutti quei commodi, nè godere di quei
vantaggi, che nelle fole città vi sono, dove il governo risiede, la civiltà, e
la convenienza rcgnano, doveche al contrario questi mancano, ò almeno
scarseggiano, oltre il correre rischio di penuriare di molte cose, s'incontrano
facilmente de' disguki, à cagione della poca cognizione, e civiltà,
che ivi li suol praticare, et in ispecie con quelli, che la dottrina, et il
valore l’inalzò, essendo perciò molto dall'inciviltà odiaci, e benche
Scipione il Grande nel suo, non tutto volontario ritiro in
Linterno; (perche lo fece per accomodarsi alla necelli:à di quei
calunniosi tempi) avesse la sorte di essere stato venerato da molti
uomini facinorofi,che ivi accorsero per ainmirarlo, è stato egli
quasi singolare in questo, mentre altri furono assai diverLamente
trattati, trà quali basterà riferirne uno solo,mirabbile
per l'accidente, che vi s'incontro. Venne volontà nel secolo
passato ad un' Officiale maggiore di guerra,doppo molsi illustri fatti
felicemente occorsili, di ritirarsi alla sua picciola patria, già dia venvto
vecchio, per godere ivi la sua quiete. Mà appena giontovi, che incon minciò ad
essere deriso, e beffeggiato da quei rpstici abitatori; Ditali impropri
trattamenti se ne rammaricava il valo, roso vecchio, mà per non prenderla con
tanti, andava disimulando. Si suscita. [merged small][ocr errors][ocr
errors] tono in questo mentre alcuni principj di guerra, ed ecco all'improviso
Inviati con sacchetti d'oro, che andavano cercando quel merito così vilipeso da
quella rustica progenie, allora quel meritevole prendette spirito, e per
mortificare li suoi persecutori fece spandere quell' oro alla vista di tutti,
che ammirati attoniti, e confusi ebbero occasione di ravvederli del loro errore
; mà se quell' oro non compariva, il merito ivi non già risplendeva. Mà
perche avanzandovi nella vecchiaja non potrete sapere à che segno la vostra
salute si di corpo, che di mente vi potranno reggere ; Quindi è, che per
compire faggiamente il corso di vostra vita, le virtù vi consiglieranno à
sceglicre chi potrà essere à proposito per voi, allorche vorrete vivere
solamente à voi medefimi, tanto in caso di felice, che di penosa vecchiaja, e
facilmente yi diranno la Prudenza, e la Giustizia : fceglietevi å tal'effetto
un Direttore spiricuale de' più dottia e discreti, che vi COR [ocr
errors] conservi vivi li yoftri abiti virtuofi. Una amico fido, e prudente, che
vi suggerisca ciò, che dovrete operare, caso che, ve ne dimenticaste, che
sopraintenda.a’ vostri interessi,acciocchè non fieno trafcurati,per negligenza
di chi li maneggia. Un parente amoroso, e disinteressato, per supplire
all'amico, e dare anco soggezione à chi vi serve, ed un servidore abile, che vi
allista con carità, amore, e discretezza, e questi non basterà, che yeli siate
scelti, mà dovrete ancora mane tenerveli ben’affetti, altrimenti disguftandoli
con voi, vi troverete intrigati a, e sappiate la cagione del disgusto de' trè
primi, quale potria effere ; l’incommodo, senza loro utile, delle frequenti
visite, e brighe continue per voi, mediante le quali annojari, fi potriano
facilmente alienare da voi;mà per rimediare à quefto, non dovrete fare altro,
che di fervirvi della potentissima efficacia di qualche cortesia usata loro si
che, se ve ne farà d'uopo, cambierà in un tratto ogni più dura fatica in
ispasso", ogni noja in ز piacere, ed ogni più grave disaggio
in dilettevole divertimento ; caso poi, che non ve ne fosse molto bisoglio,
diportandovi voi con esli grati, essi ancora verso di voi saranno più
diligenti, aslidui, ed affezionati : Munera, crede, mihi placant, bomines
que, Deosque ; E renete pure per certo, che favolosi sono quei casi, che di
alcuni Gentili fi raccontano, che tutto elli facevano per puro amore, e che
l'incommodo maggiore degl’altri era da questi lo più ricercato; Mà però con il
servidore abile, che dovrà stare affiduo con voi, per tenerlo contento, vi
converrà praticare due modi, uno privativo, che consisterà in non maltractarlo
nè con fatti, nè con parole, dovendo voi, che avrete bisogno di lui,
acquistarvi il suo amore, e facendo voi diversamente, in vece di guadagnaryelo,
più tosto lo perderefte, quando che ve qe portasse : E vero, che difettando
egli, lo dovrete correggere, mà pero con maniera umana, con farglicapire'il suo
fallo, non già con ingiuriara To, e caricarlo di strapazzi, perche venendo
trattato da voi in tal guisa, cosa ne seguirà ? O che vi abbandonerà nel
meglio, e voi come rimarrefte? O continuerà a fare peggio di prima, e voi cam
fa avreste acquistato ? E l'altro positivo, che consisterà in fargli capire,
che voilo amate di cuore, e non per solo vostro vantaggio, mà come fosse un
vostro figliuolo, e che ciò sia, lo crederà allora appunto quando si vedrà
trattato bene da voi, comandato con discretezza, c meglio di ogn'altro glielo
farà capire, quando si vedrà regalato da voi con giudizio, e questo regalo non
consisteria in altro, che di usargli un'amorevolezza pecuniaria, à proporzione
del vostro potere, ogni anno nel vostro giorno natalizio,con promettergli
negl'anni venturi sempre di raddoppiarla, e questa, con tutto che sia una gran
cosa in apparenza, voi, che sarete avanzati negl’ anni, la potrete ufare con
più generosità de' padroni giovani,che sperano di cains pare lungo tempo, et al
servidore gli sarà grato à segno, che non lascerà cosa, che possa giovare à
farvi vivere più luagamente, che non la procuri. Avrà fempre timore, che non vi
disgustiare, che non patiate, et allora appunto lo avrete già interessato nella
vostra vita, e nericaverete un'ottimo servigio. pare Quinto, oltre
li preparamenti neceffarj già da voi fatti per sostentamento, e
sollievo del corpo, vi consiglieranno facilmente, et in ispecie la Fortezza, à
farne ancora degl'altri per l'animo, non meno necessarj de primi, e questi
saranno di proyedervi di molta sofferen ed ilarità, che facilmente ve ne
bifogncranno, acciò non venga turbata la vostra bella tranquillità di animo,
che goderere, santeche trà mali familiari dell'inoltrata vecchiaja yi fi
annovera quello ancora della fastidiosaggine, e questa non con altro rimedio si
puo curare che con l'abbituara sofferenza ; E perche danneggiano ancora
di molto pell’età avanzata la malinconia, et il di za,
[merged small][ocr errors] disgusto; Quindi è, che per tenerli lone tani, vi è
d'uopo dell'ilarità, mediante la quale solamente diverrete ad essi
superiori. Sesto, parerà forse cosa impropria à chi udirà, che voi come
Medici provetti possiate avere di bisogno allora del parere altrui
intorno à ciò, che dovfete, ò non dovrete operare, mà fe ben rifletterà, che
non mai fù nocivo ad alcuno il caminare con il consiglio della Prudenza, e
della Giustizia in ispecie, cambierà facilmente parere, e tanto maggiormente,
che niuno in caufa propria puol'essere competente Giudice e più precisamente in
quella età, in cui tutto ciò, che abbiamo di meglio, allora languisce; Le virtù
luderte vi diranno à tal proposito, che non crediate già,che il vostro ritiro
abbia à servire per totale riposo del vostro corpo, 8c acciocchè se ne stia
affatto ozioso, et infingardo, perche passereste in tal caso, da un'estremo
vizioso all'altro, senza profitco alcuno, essendo questo egualmente
nocivo dell' dell'anrecedente, perche, come ben sapete, consistendo
la vita nel continuo movimento de fluvidi, che dentro il nostro corpo si
aggirano, et ancora, che questo venga agevolato dalle pressioni musculari,
sicchè ogni qualvolta cefferete di muovervi, non avendo tanta forza li muscoli,
in istato di quiete, di propellere, neceffariamente seguirà, che detti duvidi
lentamente scorreranno, e più d'ogn'altro ne' vecchi, impoveriti de' spiriti,
onde in conseguenza ne verrà, che la vira iftelsa ne riceverà del danno
notabile, mancandole ciò, che se le deve, per il suo più necessario
prolongamento, oltre di che ne' vecchi cade un'altra necessità particolare di
doversi muovere, et è, perche tendendo eli alla ficcità, li loro tendini, e
legamenti, atti più dell'altre parti à contraerla, cessando di moverli si
possono irrigidire à segno, che impediscano loro affatto il poter più camminare,
conforme più chiaramente fi scorge in quei vecchi, che à cagione di qualche
loro [ocr errors] indisposizione per lungo tempo forzatamente
giacciono in letro, li quali, benche abbiano superato quel male, che li
teneva al riposo, nel volere camminare si accorgono di non poterlo
più liberamente fare come prima. Il sudetto ritiro dovrà servire bensì
per riposo, e calma della vostra mente, già stanca per li soverchi
pensieri, la quale non dovrete', nè potrete quietare con renderla
affaito oziosa, mà bensì con contracambiare quei di già
nojosi con altri più ameni, ! quei cotanto laboriosi, con altri, che non
la stanchino di vantaggio, mà più tosto la ricreino, conforme in
appresso diremo. Mà ritornando al moco, che
vi competerà di fare, questo sarà appunto quello, (vi dirà la
Giustizia ) che altrui di età avanzata voi avrete consigliato, cioè
di farlo in tempi sereni, et aria ri. scaldata dal Sole, non già
irrigidita della notte, et allora appunto, che il vostro stomaco ayerà
digerito il cibo, con quefta avvertenza di più, che avvedendovi di non potere
continuare l'esercizio, a quel segno di prima, lo modererete, non tutto in un
tratto, ma bensì à poco à poco, finche vi poniare in una regola di poterlo
continuare, senza voftro disaggio, et à quel segno, che lo stimerete necessario,
e ve lo permetteranno levostre indisposizioni, che soffrirete, et acciocchè sia
continuato per quando non potrete uscire à cagione de' tempi fred. di ventofi,
ò umidi,lo farete in casa. Solevano à tal'effetto una volta li vecchi praticare
l'esercizio chiamato dell'attacco, che conGsteya in istringere con le mani un
certo ferro foderato di corame, che era conficcato in due lati prossimi ad
un'angolo della stanza, all'altezza di un'uomo, al quale attaccati, non
solamente si distendevano, mà con maggior agilità ancora movevano faltellando
li piedi, modo appreso forse da Eumene, che ritrovandosi assediato, per avere
più agili li suoi cavalli, caso che gli fosse convenuto fuggire, in un modo
assaiconfimile a questo li esercitaya, mà fù nel fea secolo passato
già dismesso tal'esercizio, con molti altri neceffarj alla salute,e
non se ne sà comprendere altra cagione, se non perche, non erano
commodi, stanteche strapazzavano il corpo', il che fi congettura dal
vedere, che da allora in qua non si è aèreso ad altro, che à cerçare
questo commodo, fe pure commodo si potrà chiamare ;
(soggiugnerà la Prudenza) ciò, che incommoda la salute ; Commodo si potrà
dire una carozza,che posi shule Molle con cignioni lunghi, che non
isbarta punto, allorche le sue ruote urtano ne' faili, per chi foffre il
inale di pietra nella vellica, per chi parisce bruciori di orina, per una
giovane gravida, folita di abbortire, perche ò non possono soffrire lo
sbattimento, ò è loro nocivo; onde : conviene, che facciano conformc è
loro permesso; Mà per un giovane sano, à cui lo
sbattere gli conferisce alla salute, afsodandogli la sua buona
complessione commodo non si deve chiamare,mà bensi incommodo, perche
presto glicla in [ocr errors][ocr errors][ocr errors] ز [ocr errors]
0 el [ocr errors] .com commoderà. A questo proposito vi
riferirò un caso terribile di un Cavaliere, il quale à cagione di propria
commodità non moveva nè pure un dito, se non gli era accompagnato da chi lo
serviva, fi faceva fino imboccare, quanto mai egli era commodo ; onde lo
conduffe la sua pazzia à diventare un tronco, mercechè volendo una volta
muovere un braccio, non lo poteva più fare,un piede nè tampoco, e come un
ciocco gli convenne vivere, se pure quello vivere li [ocr errors][ocr
errors] poteva dire, Dall'esercizio corporale ritorniamo à quello della
mente, la quale, conforme dicemmo, non la dovrete stancare di vantaggio con
cose laboriose ayendo voi à tal'effetto bramato, e procurato il vostro ritiro,
mà nè tampoco converrà di tenerla affatto oziosa, acciocchè non ritorni à
coltivare le specie antiche, non sapendo, che altro fi fare. Nel principio del
vostro distaccamento, come vi suggerirà la Prudenzala terrete occupata in
diverse cose, con il suo rin par [ocr errors][ocr errors]
partimento dell'ore più proprie ad esse. Ne darete alcune agl'esercizj
fpirituali à prò dell'anima vostra, secondo il configlio del vostro Direttore,qualche
altra servirà per l'esercizio corpcrale, e le rimanenti alla quiete della mente
faranno da voi destinate in due maniere, cioè, con leggere, ò sentirlo, e con
il riposo; Li libri da leggere, proprj per tal'effetto, già ve li sarete scelti,
allorche vi preparaste per il ritiro, e si può supporre, che saranno inorali,
prediche, vite più esemplari de' Santi, e cose confimili, e se vi sarete
serbato qualche libro Medico, questo facilmente non tratterà di altro, che del
regolamento della vecchiaja, e del modo conforme si possa più agevolmente ella
sopportare, et inoltrandovi finalmente nella penosa vecchiaja, non troverete
maggior refrigerio, e sollievo, che di uniformarvi in tutto nella volontà di
Dio, e se giornalmente farete qualche meditazione sopra la morte, vi recherà
questa del vantaggio, perche divenendo perciò superiori [ocr errors] ad
effa, non vi potrà punto contristare, allorche da vicino la scorgerete venire,
e tanto maggioripente se meditandola rifletterere, che se ne viene per
togliervi dalle miserie, e collocarvi in un'eternità di bene, essendo voi
vissuti con le buone direzioni delle virtù, non già con le lufinghe fallaci de
vizj. Settimo, finalinente, diranno le vir. tù, se volessimo rammentarvi
tutto ciò, che non è convenevole, che ora facciate inolto averelimo da dirvi,
solamente alcune cose vi avvertiremo, nelle quali potreste facilmente cadere .
La prima delle quali sarà, ( se vorrete caminare con le buone direzioni della
Prudenza ) che avendo voi una volta per giusti motivi risoluto di lasciare la
Professione, non mai più dovrete pentirvenç, e ritornar di bel ouovo à
profeffarla», se non in quel caso impossibile, che voi cựngiovenifte,
altrimenti facendolo acquisterefte ritolo,ò d'instabili, imprudenti, ò per la
meno di superbi, potendosi da ciò .cognetturare, che allora non lo facesteper
impotenza, mà bensì per isdegno concepito per non vedervi stimati à
quel segno, che bramavate di essere. La seconda, se vi venisse mai
volontà di mutare, senza giusta, et urgentili ma occafione, il vostro già
fatto tefta mento, mà solamente per motivo di me gliorarlo, che non
lo facciate, vi coman deranno la Prudenza, e la Giustizia in
conto alcuno, mentre questo saria uno delli maggiori
infortunj, che vi poteffe allora accadere, perche se quello,
che avrete fatto in tempo, ch'eravate con sentimenti
più vegeti, ora non è di vo stra sodisfazione, come potrà fodisfarvi
l'altro fatto da voi, dapoiche vi siete ritirati, à cagione di debolezza,
non nie- 110 di corpo,che di mente la quale entre rà prestamente, per
essere in quella età sospettosa nella casa della dubietà, mà
ritrovandofi ancora languida, e piena di timore tosto le
sembrerà un laberinto, non sapendone rinvenire la strada das
uscirne, e perciò la sera penserà ad una cosa, e depofta
quella, la mattina ad un' altra, [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] V 4 altra, oggi farà di un
genio, e domani facilmente di un'altro, e durando per qualche tempo così
incostante, non folamente si confonderà, mà s'inquieterà ancora ; onde quel
tempo, che avevate dato alla calma del vostro animo, in questo modo glielo
rubbereste per darlo alla vostra inquietudine, fenza ricavarne un minimo
profitto, perche se pure giugnefte à fine di stabilire la vostra ultima
disposizione, sarà questa assai peggiore della prima, e se non arriverete à
compirla, l'inquietudini riccute, che giovamento viaveranno apportato ? E
quanto dette virtù vi hanno ordinato, l'esperienza pur troppo l'hà fatto
vedere, mentre chi nel suo ritiro hà avuto simile tentazione, non solamente è
vissuto inquietissimo tutto quel tempo, che aveva destinato alla sua quietc, mà
hà fatto una nuova disposizione del suo avere così intrigata, così confusa, che
hà dato di fe molto da dire . In niun tempo si deve andare in traccia
dell'ottimo, essendo questa distruttivo del bene, mà [ocr errors]
1 mà in questo stato meno d'ogni altro nel quale è molto espediente
di dare orecchie à ciò, che si legge in Tacito, ed è : Confilium,
cui impar erat fatu permifit ; E certamente, che quando siete meno capaci
di risolvere, è pur meglio, che lasciate correre ciò, che faceste
di vostro genio quando eravate più atti, che di mutarlo divenuti
meno sufficienti ancora ad emendarlo. Vi pregiudicherà per terzo
ancora di molto la troppa curiosità, et in ispecie de
fatti domestici, come ben vi avverri tirà la Prudenza, perche più
d'una volta sentirete cose tali, che vi turberanno notabilmente la
vostra quiete,& affinche dal non ricercarli fi scanzi ogni
pregiudizio, fate., che quel vostro amico, quel vostro parente, de' quali
da principio parlammo, gli diano il suo rimedio, ci
pensino essi, che meglio di voi lo faran(no, e senza inquietudine vostra.
E caso poi, che la necessità portaffe di farvenc consapevoli
sfuggano per quanto si può di dirvelo di sera, per non togliervi
0 [ocr errors] il riposo della notte. La quarta intorno à
ciò, che dovrete fuggire in caso di qualche incommodo abituato, che da soverchi
anni procedere, la Giustizia, e la Temperanza vi diranno : Ricordatevi, che una
volta in altri non l'avreste curato, mà folamente mitigato; onde non facciate,
che la molestia, che vi recaffe vi stimoIalle ancora à divenire carnefici di
voi medesimi, con pretendere di farvelo curare, conforme à più di un Medico
avanzato negl’anni è accaduto, per esserfi voluto esporre al taglio della
pietra, quantunque ad altri così avanzati in età non l'averiano
consigliato.Questa penfione, che Iddio hà posto sù il gran benefizio della
lunga età che vi ha conceduta, vuole, che da voi fi paghi, altrimenti il
fudetto benefizio mancherà prestamente 5 Limnolesti pruriti esterni, li
bruciori d'orina, le vigilie frequenti, che bene spesso ne' vecchi accadono,
fapete pure, che non vanno curati con rimedi eradicativi, mà mitigar ben
fi de [ocr errors] 1 [ocr errors][ocr errors] devono con cose
anodine, trå quali il latte, amico de vecchi asciutti hà il primato,
e per essere ancora egli il pris mo querimento, che si prende, non
è disdicevole, che non venendo à cagionc del soverchio sonno
ritardato, sia ancora Pultimo, conforme praticò con profitto Fabio
Mafsimo nella sua età decrepiti. Per quinto avvertimento vi
con verrà stare molto circospetti per non cadere in certi
errori, che li vecchi li stimano sussidi dell'età cadente,
ftanteche provando languidezza di forze fi, portano con desiderio
(moderato à pre valerli de’yini più generosi, e di altri più
fpiritosi liquori, intorno a' quali vi ricorderà la Temperanza, che
sapete pure quanto di male apportino alla inlanguidita tefta,
all’inaridite viscere, e quanto di solfo communicano alli nitrofi
fluvidi, ed in conseguenza di che danno essi siano, che voi ben lo
sapete, onde in vece di questi vi servircte più ļosto
del perfetto cioccolato, de' buoni brodi, de' vini gentili, e
delicati, c di altri liquori consimili, presi con moderazione, e con questa
distinzione, che effendo taluno di voi grasso, et avendo disposizione al
soverchio sonno prenderà spesso il cioccolato la mattina, nel doppo pranzo, ò
di sera il caffè, ò il the, è la bollitura di salvia, sc poi sarà dimagrito, e
sottoposto à vigilie, las mattina frequenterà più tosto un brodo con la fetta
del pane ivi bollita, e del cioccolato se ne servirà qualche volta doppo pranzo
immediatamente, conforme ancora in vece del thè, e del caffè ricorrerà all'uso
della bollitura dell'orzo abrustolato, resa grata con qualche odoroso liquore,
all'emulsioni fatte in brodo, con semi di meloni, in particolare fe farà
molestato da pertinaci vigilie. Per fefto, fuggite ogni sorta di be vanda
gelata, vi diranno la Fortezza, e la Temperanza, quantunque la moleIta fete,
che alle volte suole travagliare li vecchi vi rendesse ansiosi di effe, perche
sapete pure quanto danno vi po triano [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] triano recare, et in vece di queste
servis teyi delle bevande attualmente calde, che vi smorzeranno con
più facilità la sete per quella cagione à voi nota, che sciogliono
li liquori caldi più facilmente quei fali, che titillando le papille
del gusto non solamente le costringono, mà recano ancora aridità à
tutta la membrana interna del palato, et esofago increspandola à guisa di carta
pecora, e questi con il liquore caldo vengono più facilmente
sciolti, et ancora le parti inaridite con più prontezza fi distendono,
doveche dalle gelate ne segue l'opposto, e per questa cagione tali acque
sono consimili à quelle, che Quò plus sunt potæ, plus
fitiuntur aqud; E perciò non si sà capire per qual cagione in
particolare ne' vecchi sia stato difmesso il bevere caldo tanto praticato
dagli antichi Romani, e tanto maggiormente, che dall'abuso di dette acque
gelate ogn'anno ne seguono delli casi funesti, coine ben sapete ; Dal
soverchio bere, 7 bere, con tutto che non sia gelato, ve no
asterrete ancora, effendoyi noto quanto di male possa apportare alli
stomachi debilitati dagl’anni, potendo non sólamente inlanguidire li fermenti
digestivi, mà opprimere insieme preventivamente quel calore, che stà per finire.
L'esperienza dimostra chiaramente, che le piante annose inaffiate à suo dovere
si conservano, mà soverchiamente più preftamente mancano, Per settimo,
v'avvertiranno la Prudenza, e la Giustizia di non porvi in una regola rigorosa
di vivere, con il motivo della moderazione del vostro esercizio consueto,
perche la natura già affuefatta da tanto tempo à quella quantità di nutrimento,
vedendolo tutto in un tratto notabilmente scemare ne riceveria incommodo
considerabile, costando pur troppo per esperienza, che alcuni vecchi,li quali
l'hãno voluta tanto ristrignere preltamente sono mancati. Quello, che dovrete
praticare sarà di guardarvi da certi cibi di dura cozzione, di cattiva
qua qualità atti à poter nuocere, per altro nella quátirà l'anderete
moderando con occasione, et avyedendovi di non poterla ben diggerire, allora
l'anderete scemando, mà però lentamente, accioca chè non riesca molto fenfibile
derta mutazione, perche è cosa evidente, che allora appunto, che i vecchi
allentano di mangiare, poco resta loro di vita. Peggiore di questo ancor
saria, se cadefte in quella opinione tanto dangosa, che per vivere fano sia
neceffario di prender cose, che non facciano escrementi, mà che con l'odore
delle vivande, con qualche brodo di sostanza, si possa meglio, e con più salute
campares di quello si faccia con tante altre cose piene di parti escrementose,
perche la Datara vuole fi camini per le sue strade ordinarie, vuole da tutti
egualmente efiggere ciò, che brama . Quell'incommodo, che vi reca nel
restituire le feccie ella sà per quali fini lo faccia, non è à caso. Non
n'elimè già Alessandro Magno dal suo fetore, conforme che li suoi Cor
teg teggiani adulandolo dicevano, perche ella non sà cosa sia signoria, e
grandezza fà che la morte (a) Æquo pulsat pede pauperum tabernas,
Regumque Turres. Per tre gran benefici la natura volle, che vi fossero li
tanto odiati escrementi: Primo, perche dentro di noi si facilitassero mediante
queste tante digeftioni, che vi si fanno, conforme l'esperienze chimiche ad
evidenza lo dimostrano, in tante digestioni fatte con il Fimo, e da quì
rifletcete quanto s'ingannino coloro, che procurano anziosamente à forza di
tanti reiterati purganci star-, ne senza; Per secondo, che nell'uscire che
fanno impari à conoscere ogn’uno se stesso, à che segno debbasi insuperbire chi
dentro di se conserva fimili fetidillime materie; E il terzo per convincere chi
non credesse il primo, con farlivedere quanta fecondità questi rechino alli
terreni sterili, che colsuo beneficio divengonono fertiliffimi, talche erroneaè
à priori quell'opinione di potersi nudrire con cose, che non abbiano
escrementi, conforme ancora tale à pofteriori si dimostra per essersi veduto
chi l'hà voluto praticare divenire un marafino, che in breve fini i suoi
giorni. Per ottavo, et ultimo finalmente, ch'è forse il più forte di
tutti, vi diranno le virtù : Guardatevi da quelli trè gran persecutori de'
vecchi, che sono, la caduta, il catarro, et il corpo soverchiamente lubrico ;
La caduta, voi sapere molto bene, che per due gran motivi è nella vecchiaja più
dannosa, che in altre etadi, sì per essere li vecchi di mi. nor vigore, e li
più facili à terminare la lor vita, ritrovandosi arrivati allo scorto di effa,
sì ancora, perche cadendo come un tronco ciò, che viene loro percoffo riceve colpo
pieno, non venendo riparato dall'agilità delle mani, nè dallo scanzo della vita,
come segue ne' giovani di maggior agilità di loro, onde per evitare una simile
fventura dovrete andare sempre con il vostro bastone, ne fa [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] farere come alcuni, che
l'abboriscono per mofrar braura, quando braura più tosto sembreria l'ayere in
mano il bastone di comando"; onde non senza mia stero fù chiamato da’
Latini il bastonc della vecchiaja Scipio, et il prendere Sufcipio.
L’occasioni di prendere li catarri à che segno le dobbiate fuggire,
l'efperienza altrui ve ne fece maestri, (vi suggerirà la Temperanza) mentre
osservaIte, che chi li espose all'aria rigida, chi ftiede in luogo
soverchiamente caldo, chi disordinò in cibi grossi, come sono il formaggio,
legumi, et alrre cose consimili furono da essi moleftati, converrà dunque à voi
ancora fuggirli, se non avrete quell'erronea massima, che ebbe quel Medico, che
disordinava molto, sù la fiducia, che niuna cosa gli potesse nuocere, dicendo,
che li Legislatori non sono soggetti alle leggi, mà gli convenne soffrire la
morte immatura per questa sua falsa credenza; e finalmenre quanto dobbiate
stare cautelati, per non incor rere 1 rere nella foverchia
lubricità di ventre, non occorrerà vi sia suggerito, sapendo i da voi
medesimi, che l'abuso de' dolciu mi, cde'frutti producono fimile
indifposizione. L'irascibile ancora spesso in, citata con l'abuso de' cibi
caldi per accrescere pungoli alla bile, quanto la poffino rendere frequente
nell'età avanzata lo sapete assai bene, con tante altre cagioni, che farà
superfluo viliano ram, mentate. i Essendo voi dunque nel corso
della vostra vita camminati sempre con le dii rezioni delle virtù, avete da
sperare fer mamente di potere incontrare una gloriosa morte, perche esse
in quel vostro estremo bisogno, più che non fecero in é altri,vi
assisteranno; La Prudenza vi farà soffrire ciò, ch'è inevitabile, con
animo generoso ; La Giustizia sperare quel pre7, mio, che sarà dovuto
alle vostre gloriose opere ; La Fortezza vi darà cuore da refiftere
intrepidi ad ogni patimento più duro ; e finalmente la Temperanza vi consolerà,
con farvi vedere, che trà X 2 quel [ocr errors][ocr errors] ز
quelli molti, che vissero, pochi ne giunsero all'età voftra ; onde voi, che
avrete sempre dato saggio di tanca moderazione, come potrete non contentarvi di
essere già vissuti à bastanza, potendo con intrepidezza dire : Vixi, quem
dederat curfum for tuna peregi; Sicchè felice sarà la vostra morte, et invidiabile
da tutti, nè crediate che fiano per abbandonaryi queste doppo morte, perche
allora più che mai saranno inseparabili da voi,posciacchè quando ancora eravate
viventi si poteva dubitare, che potefte essere, ò nò, prudenti, giusti, forti,
e temperari, perche in realtà potevate dare occasione à dette virtù d'alienarsi
da voi, mà doppo morte, che tal cagione finì, non si potrà più dire di voi, che
prudenti, giusti, forti, e temperati non foste, ficchè resteranno allora da voi
eternamente inseparabili le vostre virtù. E chi mai rimarrà doppo morte più
glorioso di voi? forse il ricco? questo no, perche le sue ricchezze già
al [ocr errors] Ja morte, allora passarono in altri, non sono
più fue; Forse il potente ? nè anco, perche la sua grandezza è
rinchiusa allora dentro la sua urna, et il suo potere è diventato un niente;
Forse chi ottenne fingolari prerogative di natura, come sono la somma
bellezza, salute, e robustezza di corpo? questi nè tampoco, perche
quelle già furono, e non sono più doppo restando un nulla, giacchè:
Quod fuit, non eft pro nihilo reputatur . Solamente dunque chi vive
seguace delle virtù può sperare di ritenere ancora per se doppo morte
quanto gadè in vita, e fù suo proprio, con tutta quella gloria
imınortale, che acquistò chi visse virtuosamente, de' quali parlando
Ippocrate (*) così diffe : Quique hac viâ incedunt gloriam tùm
apud majores, tùm apud pofteros fibi comparabunt, ch'è quanto dovevo
mostrarvi. Ed eccoci giunti al fine della festa Giornata, e convenevole
sarà di ripo sarci,farci, in venerazione di chi creò l'Universo, giacchè
egli ancora requievit die Septimo ab universo opere, quod patrarat, do
benedixit diei feptimo, et fanétificavit illum [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small] X 3 (-) De decenti babita, è à
priori Horat.Carnr. odc 4 fa. dicom (e) Hipp.de
Pracepticx. fo quan De pracept: fione [d]
Epidem.lib.5. @grot.28. ex Valefio. [e] Epid.lib 5. ægrot.7. (f)
Epidilib.5.>.g. ap(4) In epift. Abderit. Epift.6.
rano In Comment Hipfoer. de Fraft. fers (b) 18 epiß. Damogit,
alla (a) In epif Philop. K per(a) In lib.præcepto ch' Th. In
lib.de pracept: fprone [b) De preception. Set
era In 2.epiji. ad Domeg.
1 F 3 i [ocr errors] fare 1 (h) Hippocr. de
veteri Medico C2 pra(c) De decerti babits. In. Morale,
DE'FIGLIUOLI e Medica DEL DOTTOR DOMENICO GAGLIAR DI Divisa in due
Parti. PARTE PRIM A Sopra l'Educazione Morale. DEDICATA ALLA SANTITA'DI
N.S. INNOCENZO XIII, Neglectis urenda filix innascitur agris Hor. Sat.
3. lib. I. In ROMA, MDCC XXII. Nella Stamparia di Pietro Ferri alla
Minerva. Con licenza de'Superiori . [blocks in formation]
[ocr errors] sien L Titolo gloriofifsimo di Padre Universale, it quale viene
fo lamente attribuito all'Altissimo Merito di Voltra Santità, mi rende
più a 3animoso à consagrarle la prcfentc Opera sopra l'educazione
de'figliuoli Morale, e Medica, con ferma speranza, che Ella comc zelantissimo
amatore del buon costume non solamente la riceverà sotto il potentissimo fuo
patrocinio; ma le farà di vantaggio godere gl'effetti della sua somma clemenza
; mercecche non permetterà già qucsta, che rimanga infruttuoso ogni qualunque
suo documento profittevole allo stradamento de'figliuoli per farli divcnire
amanti dellc virtù, cd aperti nemici de' vizj, essendo tal desiderio appunto il
maggiore che possa avere un'ottimo Pan dre; mente dal principio del
suo Gloriofiflimo Pontificato ha fatto la S. V. colle operazioni più gloriofe
conoscere al mondo tutto; vedendosi tanto il suo Paterno Zelo, quanto la sua
somma beneficenza indiri, zati folamente al giusto, ed all' onesto, gastigando
i 'rei, c premiando i meritevoli: conforme appunto costumarono tanti Santillimi
Pontefici suoi Antca natì di gloriofiffima memoria. Talmente che l'Eroiche
Virtù in V. Beatitudine essendo ereditarie, si trovano profondamente radicate,e
queste di fimin le natura debbono neceffaria, men, a 4 zarsi,
seppure l'ottimo potranno sormontare. i Nè lì veggono nell' Antichissima, c
Nobilissima Famiglia de Conti ereditarie l'eroiche virtù dc'suoi Maggiori nei
foli Sommi Pontefici ;. mentre risplendono questo ancora, in tutti gli altri,
c. con applausi universali; cssendosi veduti do. po la dcgnissima esaltazione
di V.B. al Trono Pontificio, nc' più a Lei congiunti di Sangue la medesima
nioderazione di animo, ed affabilità princicra ; assegno chc,non senza
ammirazione,fan ben conoscere a tutti, che le presenti felicità non han
na a gli animi generosi, e forti, in cui regnano abituate l'Eroiche
Virtù. In tempi dunque felici, o fortunati,ne'quali la verità svelata pud
comparire avanti al Principe, godo la forte di presentarle prostrato à
Santissimi Piedi di V.B. e consagrarle inficmc qucfte mie fatiche, diret. te non
ad altro, che al publico bene; mostrando queste a Padri di faniglia,non
folamente l'obbligo loro, ma cziandio il modo più facile d'indirizare benc i
proprj figliuoli, affinche non divengano elli viziosi per. turbatori della
publica quie te. ritevole dell'efficace Patrocinio del Principe,
essendon'egli di essa vigilantissimo Custode: Contribuendo dunquc alla felicità
del Principato la buona cducazione de'figliuoli, como cagione della publica
quicte; affinchè là S. V. possa godere tutta quella lunga serie di anni felici,
che ardentemente le bramo con ogni maggiore offequio la supplico à volerlo
rendere degno del suo Supremo Patrocinio, potendo questo accrescere alle sue
prove, e ragioni momento di forza bastevole a renderle più convincenti nel
ripulire gli animi rozi,dano, e baciandole i Santillimi Piedi con profonda
venerazione mi umilio. Di Voftra Beatitudine Omilifs,e fedeliss.
Suddito Domenico Gagliardi. AL C On rilevanti motivi ho
intrapre so lo scrivere sopra l'Educazione de' figliuoli : primieramente,
perchè leggendola Sacra Scrittura ho con chiarezza conosciuto l'obbligo grande
col quale da essa viene aftretto ciascun Padre ad educar bene i propri
figliuoli; ordinando l'Ecclesiastico al 30. Curva cervicem ejus in juventute,
fu tunde latera ejus, dum infans eft, ne forte induret, Ego non credat tibi, Er
erit tibi dolor anime . Doce filium tuum, E'operare in illo, ne in turpitudinem
illius offendas; e trovandomi molti figliuoli era anch'io compreso nel numero
di questi . Incominciando dunque a cercare qual modo foffe il migliore, per
sodisfare a’mici doveri, benc mi avvidi alla prima, ch'era d'uopo conosce
per congetturare meglio ove le proprie inclinazioni li aveffero portati . In
feguela di questo considerai, che indarno si sarebbe affaticato ogni qualunque
ben’esperto educatore, se l'educando difetrasse nella esatta regola del vivere,
quantunque fosse dotato dalla natura di un'ottima indole ; mercecche il
nudrimento, eccedente in quantità, e qualità, potrebbe cagionargli internamente
tal moto inordinato negli spiriti, che fosse capace di togliere alla sua mente
quella limpidezza neceffaria a chi ha d'apprendere la buona educazione .
Si avanzò più oltre la mia mente coi suoi pensieri, cominciando a meditare se
co gli ajuti medici, allorchè già introdotto negli educandi l'accennato interno
sregolamento, si fosse potuto questo calmare; c con molti lumi ricevuti da
Ippocrate, ove tratta de Aere Aere, Aquis, EX Locis, arrivò a
comprendere, che potevano queste giovaredi molto in tale occasione. Accertatomi
per le fudette rifleffioni, che l'educazione de' figliuoli poteva trattarsi da
un Medico provetto, appartenendo appunto ad ello più che ad ogni altro il
conoscere i temperamenti, donde nascono i naturali, la regola del vivere, ed il
modo di calmare gi’interni moti inordinati de’fluidi, mi accinsi a tale
impresa, non potendomisi addoffare da critici, che io abbia contravenuto al
documento, che insegna Orazio nella sua Arte poetica a chi brama di scrivere
con profitto, cioè: Sumite materiam veftris qui fcri bitis
æquam Viribus, et versate diu quid fer re recufent, Quid
valeant humeri. E per corrispondere con attenzione, grandezza
dell'argomento intrapreso, formai alla prima la seguente partizione di
effo. Divisi primieramente la presente Opera in due parti, cioè in
Morale, c Medica, affinche con facilità maggiore ti riuscisse di apprendere
quanto scris vo trovandolo non confuso. Nella prima Decade troverai
descritti molti avyertimenti, che dò, acciocche chi voglia accasarsi; possa
provederli di ottima moglie; nè ti paja ciò fuori del nostro proposito ; perchè
se non si abbatcerà in una moglie prudente, ed onesta, duc gran mali riceverà
l'educazione de' suoi figliuoli; il primo de'quali sarà ereditario dicendol’
ArioIto: Di vacca nascer cerva non vede sti, Ne mai colomba
d'aquila, nè figliaonefti E l'altro poi come potrà queste ajutarti ad educarli
bene, fe non sapràche cosa sia la buona educazione, per non averla mai in se
medesima sperimentata? Laonde conviene conchiudere, che la base fondamentale
della buona educazione consista in iscegliersi una ottima consorte; ed avendola
trovata, fi danno parimente molti documenti utili per mantenerla costante nel
suo buon costume ; ed inoltre si mostra di quai modi si doverd fervire avendo
sbagliato alla prima nel provedersi di effa, affinche molto minori divengano i
suoi infortunj. Nella seconda Decade principia. 1'Educazione Morale de
figliuoli; ed in questa scorgeranno i Padri di famiglia quanto siano tenuti
d'invigilarci, e quali inconvenienti nascono dalle loro era, [ocr
errors] zio la similitudine de campi, nc'quali fa vedere di che pregiudizio sia
questa, dis cendo: Neglectis urenda filix innascitur agris E che le
Madri non debbansi abu, fare dell'amore verso i figliuoli, essendo questo
trascorso molto nocivo allawi buona educazione, a segno che, se molti non
avessero avuto l'asilo materno per esimersi da gastighi, averebbero depofti
quei vizj,percui poscia divennero infelici . Troverai parimente documenti
facili, e profittevoli, de quali potrà ogniuno feryirsi sccodo le diverse loro
inclinazioni per educarli. E perch'è il compimento della buona educazione
l'istradarli a ciò, che doveranno applicarsi, quindi è, che si tratta ancora
del modo, col quale si doveranno provedere i figliuoli secondo gl'impieghi,
de que quali si conosceranno meritevoli ; e dandosi il caso per
lorosventura, che i genitori morissero, trovandosi elli di tenera età, si
propone ciò, che pare conveneyole a farsi in simili calamitose cótingenze:e'
per non lasciare poi in abbandono i poveri, che non ponnoricevere tutti quegli
ajuti da Macstri conforme possono avere i figliuoli de'bene Itanti, fiè pensato
anche ad essi per dare un ripulimento più universale contro vizj,essendo tal
semenza in tutte le condizioni degli uomini perniciofiffima per la
Republica. Quattro sono gli interlocutori ideali della presente opera :
Sempronio giovane molto accorto, il quale brama d'istruirsi; Mecenate, e Publio
prudenti direttori, ed il Medico provetto, per dilucidare alcune cose
appartenenti alla Medicina. Mi fono servito di Publio ammogliato per la
sperienza grande, chc che si trova colui, il quale per molti an ni
è vivuto in tale stato: di Mecenate sciolto da tal legame, periscoprire quel di
più,chenon può eslere noto, a chi hà moglie,rimirando le cose più sincere chi
si trova in disparte, enon ha abbagliato la vista dalle proprie passioni.
Inoltre raccontando Publio cioca chè costumavası fare in tempi meno rilassati,
farà maggiormente conoscere la differenza de'correnti, et additerà ancora il
modo, che si potrebbe tenere per emendarli,quando questi discordafsero molto da
quelli . Nè potrà dolersi alcuno di quanto io con tutta sincerità procuro di
darti a notizia; essendoche conforme il Medico non può trovare il rimedio
opportuno al male se non forma l'idea giusta, con esaminare esattamente la
natura, cagione, e gli effetti di esso, così ancora nel ritrovare isimedj ai
vizj, che sono mali dell'animo b 2 caca [ocr errors] è necessario
sapere precisamente la natura, le cagioni, e li cattivi effetti di esli ; oltre
di che, non parlando io in particolare di alcuno, ma solamente in
generale diciò, che è detestabile, non si potrà dolere di me se non chi da se
medefimo conoscerà d'essere macchiato di tali difetti,come a tale proposito
disse S. Ambrogio ne'suoi serm.pag.102. Ego non de omnibus loquor Etc. ego
neminem nomino : conscientia fua unumquemque conveniat. Averei potuto
ancor darui la feconda parte; ma per maturare meglio alcune cose contenute in
essa ci è d'uopo di maggior tempo, c per iftabilirle ancor con provo più
convincenti; ti baa Iti per ora un picciolo abbozzo di ella affinchè poffi da
questo comprendere il progresso da me tenuto per compire una educazione più
generale . Quattro sono i punti Medici prinche convenga nel tempo, che sono
già cipali, che si tratteranno nella Decali de terza, in ordine
alla buona educazione; il primo fiè quello, che deesi fare per vantaggio di
essa, prima di concepire figliuoli: Il secondo, cioc [ocr errors]
in ito lif [merged small][merged small][ocr errors][merged
small][merged small] per cola [ocr errors] concetti, e dimorano
nell'utero materno; il terzo che far si debba, dati che sono alla luce, e
finattanto, che dura la loro pucrizia: Il quarto finalmente, ciocche convenga
allorchè sono in età, nella quale dee in effi manifestarsi l'uso di ragione,
indugiando questo. Nel primo si farà vedere assai difficile il potersi
avere figliuoli di buona indole, e docili, se tra marito, e moglie regneranno
continue discordie; se faranno l'uno, o l'altra di essi dediti all'ubriachezza,
ed alla crapula; con dimostrare loro donde ne provengala cagione; oltre le
sperienze dimostrative di ciò. b 3 Nc [blocks in formation]
[ocr errors] Nel secondo, che non debba una deviata madre tenere la medesima
vita, che faceva, prima di concepire; con mostrarle ancora gl' incomodi che può
ricevere ella medesima, ed il feto, che porta riell'utero, per tal cagione, e
quanto possa venire danneggiata la buona educazione da questo. Nel terzo
si farà conoscere, dati alla luce, di qual latte debbano nutrirsi, e qual
regola in cffi debba tenersi, allorche saranno slattati, per deprime. re quel
principio, che si scorgesse avvanzato in loro a danni della buona educazione; e
qual cuftodia abbia d'aversi di esli, affinche non divengano di cattiva
complessione, la quale sarebbe molto pregiudiziale alla buona educazione,
E finalmente nel quarto, vedendosi questi ne' buoni documenti morali non fare
progressi, fi esamina sela sero avere pofsanza tale da deprimere, o
innalzare alcuni principj in esli, o foverchiamente assottigliati, o più del
dovere sopiti; mediante i quali ne nascesse ostacolo alla mente
nell'apprendere, e ritenere i documenti necessari, e questo sedebba farli con
ajuti più efficaci mostrandoci anche Orazio, che Incultæ pacantur vomere
sylve. Nella quarta Decade poi troverai dieci ragionamenti sopra i vizj,
e le virtù, con esaminarsi ancora ifrutti di ambidue ; e servendo questa come
di una appendice all'opera, goderà il vantaggio di efsere trattata con ragioni,
e documenti filosofici, medici, morali, e naturali, secondocheayerà
d'voро di essi ; et intanto si sono queste materie poste nel fine, per
non dilungare troppo i ragionamenti, potendo ciò renderli tediosi; ed essendo
per altro neceffario il farc: ben comprendere a tutti quanto di buond, o
cattivo nasca dalla buona, o cattiva educazione; doveva questo non trattarsi
solamente di passaggio, conforme si era già fatto nelle antecedenti conferenze;
ma farfene bensì particolari ragionamenti a parte per dimostrarlo con più di
chiarezza, potendone da ciò risultare un infinito bene; conciosiacosache
fàconoscere chiaramente il nostro Ippocrate nella risposta, che diede agli
Adderiti, essere feliciquei Popolizi quali ben sapeano, che la loro sicurezza
non consisteva nelle alte torri,cd in altre materiali fortificazioni;mà bensì
nella bontà de Citradini,e ne'loro prudenti consigli:spiegandosi ivi : Beati
profectò funt populi, qui sciunt bonos viros suaesse munimenta, nonturres,neque
muros, fed fapientum. vi. rorum sapientia confilia ; É venendo interrogato
Socrate nel convivio de'sette fa fapienti di Platone, qual fosse la
più ben munita Città, egli rispose : Que bonos viros habet . Quale la più
felice : In qua præfe&ti focietate conjunguntur: E finalmente qual fosse la
migliore di tutte, egli disse: In qua plurima virtuti premia proposita sunt .
Nè può di ciò dubitarsene, insegnandoci l'oracolo della Divina Sapienza al 6.
Multitudo fapientum fanitas orbis. Spero finalmente, che saranno ricevute
queste mie fatiche con animo benigno da quei, che sono amanti delle virtù, e se
faranno vilipesc da chi ha già fatto l'abito di āteporre i vizja
queste,verranno da essi più costo a loro mal grado onorate; riputandole di
pregionó dissimile a quelle cose solite da essi a pofporsi; mi basterà, che
fiano grate a chi possiede il buon costume, ed utili a chi brama di
acquistarlo, perchè gid sono divenuto capace, che nel mondo erunt vitia conec
homines; con questa diferenza solamente del più, o del meno,nè io pretendo di
vantaggio. Vivi costante nel bene operare per continuare ad essere felice, e
far conoscere agl’infelici viziofi colla tua tranquillità di animo meglio le
loro mi serie. Si videbitur Reverendissimo Patri Sacri Palacii
Apoftolici Magiftro. N. Barcbarius Episc. Bojanen. Vicefg:
APPROVAZIONI. Etta, è considerata del si gnor Dottore Domenico
Gagliardi, intitolata l’Educazione de figliuoli morale ; o medica ; per
commissione dei Padre Reverendiffimo Gregorio Sel. Seri Maestro del Sagro
Palazzo Apoftolico; non ci hò trovarà cosa vervna, chic fia contraria alla
Fede, o clic offenda i buoni costumi . Con verità bensi poffo; c debbo
attestare; che una tale opera per mio sentimento è degna di uscire in luce,
perchè oltre l'effere or: nata di scelta crudizione, e di soda dottrina ; può
essere molto fruttuosa ; ed al publico, ed al privato, spiegandosi ia essa con
dotta; e giudiziola chiarcze [ocr errors] za la maniera di ben educare la
prole, affare di somma importanza, come è ben noto a chi non hà cicco
l'intendimento, ed offuscata la ragione. Cosi ne giudico ; c francamente mi
persuado, che altrimente non ne giudicherà chiunque col leggerla dalla forza
del vero G conoscerà obbligato ad approvare con giusta lode il zelo ben
commendabile, e con eso l'erudito, e saggio faperc del chiarissimo autore, che
per la publica utilità non hà ricusato di addosCarG acl colmo delle sue Mediche
applicazioni una cale fatica, che ben lo palesa non meno versato negli studi
più propri della sua professione, che negli altri, per cui sono degnamente
accreditati i più celebri per fama di erudizione. Io Fra Tomaffo Maria
Minorelli de'Pre dicatori Maestro di Sagra Teologia, « Bibliotecario
Cafanastense Per P Er commissione del P.RñoGregorio
Selleri Macstro del Sagro Palaze zo Apostolico avendo letra, e confiderata
l'opera dell'Eccellentiffimo Signor Doctor Domenico Gagliardi, intitolata
L'Educazione de figliuoli morale,e Medica, non avendo trovato nella medesima
mala fimc repugnanti alla nostra Santa Fede, ed alla bontà de costumi, nè
discordanti da i buoni fondamenti della nostra Professione di Medicina la
considero degna di publicarli con la Stampa questo dì 20. Gennaro 1722.
Michelangelo Paoli IMPRIMATUR. Fr. Gregorius Selleri Ordinis
Prædica corum Sac.Palat. Apoft. Magift. Delle Conferenze, PSopra
l'elezione della Moglie, e sue condizioni più essenziali. Sopra l’età più propria, epro.
porzionata di accasarsi ; e quale sia svantaggio maggiore, farlo prima del
tempo convenevole, 9 nella vecchiezza : Dove la mostra,in che cose
faa esenziale l'uguaglianza nei Matrimonj; e quali jvantaggi nascano
dalle disuguaglianze in queAte. Sopra gli antichi costumi, pras
ticati appreffo alcuni Popoli per la generazione ; ę se sia più vantaggioso lo
scoprire scambievolmente i propri, corporali difetti, prima di sposarsi, o
l'occultarli. Nella quale si mostra, in che modo si maritino le belle, le
ricche, ę le deformi quantingue povere.
Nella quale si esaminano piut distintamente i pregiudizi, che
risultano dai matrimonj fatti senza l'intervento della Pruden74.Sopra i difetti,
e le virtu delle donne. Come si
debba regolare l'uomo colla moglie scelta di ottime qualità. Come si
debbano regolare i saggi mariti con le mogli imprudenti, e viziose . Sopra i ripiegbi prudenziali, che
debbonsi prendere in diverse occorrenze dalle mogli saggie, incontrandosi
in viziosi, ed indiscrefi mariti,
Sopra l'educazione Morale de'figliuoli, Nella quale si mokra, che
co Ta sia edncazione, cui appartengo piid di ogni altro; e sefia
necessario luogo particolare, ove debba farsi . Intorno a quello, che debbas farsi da
Genitori per educar bene i figliuoli .
Intorno all'uffizio, e qualita dell’Ajo, e dei Maestri . Sopra l'educazione delle Pin gliuole, Sopra l'etd opportuna d' apa prendersi
le scienze, ed il modo più facile per accer tarsi delle particolari
inclinazioni de'figliuoli . Sopra gl'
impieghi, che do vranno darsi da saggi Padri a figliuoli ben’educati, e
dotti. Come debbano i Padri rego larsi nel provedere i figliuoli
ingnoranti, e viziosi. Sopra il
modo di ben collacare le figliuole.
Sopra l'educazione de Pupil li : e come debba ciascuna portarsi
verso i suoi Genitorį defonti,
Sopra l'educazione de'figliuoli poveri, e donde venga questo
danneggiata . 539 [ocr errors]
Sempronio, ( Mecenate . [ocr errors] Sem. Engo
talmente af frettato da mici cogiunti a prender moglie, che non mi lasciano
vivere, sti molandomi giornalmente di farlo; a segno che, per non poterli
più sentire, sono in necessità di compiacer loro : solamente due core mi
ritardano; e fono l'educazione de figliuoli, che possono nascere,e la cura, la
quale fi dec avere di esli, efsendo in ciò inesperto ; per altro mi trovo già
pronto a consolarli : istruitemi, Mecenate, in queste, potendo voi fare due beneficj
in un tempo;cioè, d'istruire me, econsolar' efli, che tanto bramaDo le mie
nozze. : А Mer. Mec. Mà questa moglie,ci è già scelta
approposito per voi ? Sem. Ci sono tante giovani oggidi belle, galanti, e
ricche, che essendo anche io giovane,e commodo di beni di fortuna la posso
scegliere a mio genio, e fodisfazione in brevissiino tempo. Mec. Però non
sò se tutte queste belle, galanti, e ricche, faranno per cala voftra,leggendo
in Ateneo che: demens eft, qui oculis uxorem accipit : come fece appunto
Monimo il quale, avendo sposata una Giovane, senza ricercare prima i suoi
costumi, divenne infelicillimo marito; c dolendosi della sua {ventura con
Olimpia madre di Alessandro, lo riprese della sua trascuragginc, usata nello
sceglierla. Sem. E che ! la dovrò prendere forse deforme, scoriese, e
povera ? Mec. Neanco questa farebbe al caso voftro. Sem. E chi
dunquc doverò prendere? Mec. Una's clic lia donna di propo,
fito, Sem, [ocr errors][ocr errors] Sem. E quelle, che sono
belle, egalanti, sono donne ancora di propofito. Mec. Mà non tutte buone
per voi. Sem. Quali saranno quelle, che voi Itimate buone per me?
Mec. Quelle appunto, che sapranno softenere con senno, e con prudenza la metà
del peso della casa, e dell'educazione de figliuoli; onde quando voi la
tropaste di queste qualità avercre risparmiato la metà del penfiere
dell'educazione, e cura de figliuoli; e queste sono appunto quelle Itimate
appropolito da Plauto, in Stiche, ove dice: UI per orbem cum ambulent
Omnibus, os obturens, ne quis meritò maledicat fibi. Essendo queste
ornate di tutte quello desiderabili prerogative, descritte daw Seneca in
O&avia. Probitus, fidesque conjugis, mores, pue dor placeant inarito.
Sem. Io credea, foffe fufficiente, che ja moglie sapeffe far figliuoli, c chou
ogr’una di queste fosse a propofito.Mec. Per farli, lo credo ancheio, ma non
già per educarli bene, e per adempire quanto dee' una vera madre di famiglia;
essendo che per far questo liricerca, che sia dotata di senno e di prudenza' :
vi avvedete voi ora del vostro errore, e che come si suol dire, ponevate il
carro avanti i buovi, con istruirvi nell'educazione de' figliuoli, senza sapere
ciò, che ci vuole per iscegliersi una buona moglie: e se v'incontrasto in una
imprudente, garrula, e contenziosa, à che vi gioverebe il sapere educar bene i
figliuoli, se quanto di buono voi operaste, ella sarebbe capace distruggere
colla sua imprudenza, e garrulità ?, allor sì che fareste caduto in quella
fyentura descritta dal Poeta Saririco : Semper habet lites, alternaque
jure gia lectus In quo nupta jacet, minime dormia tur in illo .
O.pure vi abbatteste in una, che fosse di quella natura superba, descritta dal
me. desimo, la quale dicesfc; Нос [ocr errors] voluntas ; Imperat
ergo viro. In questi casi educate bene i figliuoli se potere . Sem. La
bramerei savia, e prudente, ma vorrei, che foffe anche gentile, e galante ;
perche le donne di fattezze grossolane non mi sono mai andate a genio.
Mec. Se questa sarà sana, e prudente non ci hò cosa incontrario, ma se poi
colla sua gentile, e delicata complesfione ci fosse unira qualche
indisposizione di animo, e di corpo, il che suole alle volte accadere, non vi
consiglierei a farlo. Sem. E perche ? Mec. Vi porreste in tal caso a
pericolo di fare una cattiva razza; eredicandog da figliuoli non meno il bene,
che il inale di effe ; ed hò sentito da Medici, che più dalle Madri, che da i
Padri questo si ritragga, per il nutrimento dato loro quei nove mesi, che li
portano nel ventre nè fi può fperare, che [ocr errors] A 3
che dal seme velenoso del nappello nasca un giglio, o una rosa: non sarebbe
poco, quando meno velenosa germogliasse quella pianta, che dee ello produrre :
e poi voi, il quale vi dilettate de cavalli, dovreste sapere per isperienza,
che quelli nati da cattiva razza, riescono i meno generosi; e perciò dovete
anche riflettere, che il limile poffa seguire negli uomini, come lo descrisse
Orazio. Fortes creant ur fortibus, du bonis : Et in juvencis, eft
in equis patrum Virtus : nec imbellem feroces Progenerant
aquile columbam . Sem. In maggior confusione di prima ora mi trovo, sentendo da
voi, lian neceffario ancora di scegliere una donna savia, e prudente per
moglie; onde, per liberarmi da tanti guai, seguiterò le vostre orme, e viverò
libero da questo legame anche io, e dicano ciocche vogliono i miei
parenti. Mec. Non fatedi grazia, Sempronio, questo sproposito,
Sem. [ocr errors][ocr errors] Sem. E voi perche l'avere fatto ?
Mec. Non aveva allora la sperienzas d'adesso ; nè mi abbatiei in consigliere
sincero; e sappiate, che mi sono pentito più volte, e particolarmente
avanzaadomi negl’anni, di averlo fatto. Sem. E per quali motivi?
Mec. Perche non anderei tanto lambiccandomi il cervello in cerca del mio erede
(briga dolorosa dell'età avanzata) se avesli figliuoli. Sem. Essendo voi
tuttavia robusto, farefte anche in tempo di farli. Mec. E che vi dispiace
forse la mina robustezza, che me la vorreste far perdere? non sono più in
tempo di farli; hò procurato finora di non esser ridicolo, et ora più del
passato son tenuto di farlo, e voi mici varrefte far diventare per cantare di
me forse ciocchè disse il Taffo di Vincilao : Vincilao, che sì grave, e
faggio innante Canuto pargoleggia, e vecchio amants : Queste risoluzioni,
Sempronio, deona fare in gioventù, per poter vedere i suoi figliuoli
bencincaminaci prima di mori. re, essendo che a me potrebbe succedere ciò che
dice Plauto: Poft mediam ætatem, qui ducit uxorem, Si eam fenex
prægnantē fortuitò feceris, Quid dubita's quin fiet parasū
nomen puero . Poftumus? Sem. Dunque saranno ridicoli tani vecchi,
che si accasano,e con giovanette anche belle? Mec. Io non debbo entrare
nei freci altrui, debbo bensi pentire 2 cali miei, ora che ho il pieno uso di
raggione, acquistato cò gli anni; ma questi sono discorsi fuori del nostro
proposito, dovendo voi risolvervi a prender moglie, per non avervi a pentire
poi ancor voi di non averla pigliata ; e per ciò dovere farvi ora istruire in
quello, ch'è necessario per fare un ottima elezione. Sem. E da chi?
Mec. Da colui, che la seppe far ottima, e perciò gode vita felice, e
tranquilla.Sem. Ma io non vorrei, Mecenate mio, palesare alero, che à voi il
mio interno; perche sapete pure qual vento spiri oggidì, che si van cercando id
fecti alcrui per mantenere allegre le nostre notturne assemblee, laonde di
scoprendo le mic debolezze ad un'altro, sarebbe cosa facilissima si
divulgoffero fra molci. Mec. Viverenino in tempi infelicissim mi, re in
Citcà si vasta la secretezza re. gnasse in me solamente, Sem. Mà non
potreste voi solo istruire mi in cucto, essendo vomo di molta fperienza nelle
cose del mondo. Mec. In teorica potrei darvi molti avvertimenti, ma in
cose pratiche nors posso consigliarvi ; perche essendo io sciolto da limil
legune, no ho avuta occasione di approfittarmi in tal faccenda. Sem. Oh
quanto mira meglio colui, il quale stà in disparte, i difetti dongeschi di
quello facciano i mariti! e come giudice spassionato, quanto li distingue anche
meglio! Mec. Voi sapete quanto vi amo, u per: perciò non lascierei
cosa alcuna, che non facessi per consolarvi; mà conos . cendo io, che meglio
potreste essere iftruito in tutto coll'intervento di chi averà navigato
felicemente molti anni per questo gran mare, perche vi amo, dico questo ;
potendo egli molte cose aver conosciute in atto pratico,alle qualinon possono
giungere le mie teoriche. Sem. Se lo giudicare necessario bisognerà farlo
: ma chi sarà ral'consigliere? Mec.Ci sarebbero Publio Roscio,che per lo
spazio di quaranta tre anni, e vivuto in pace con sua moglie. Massimo
trentanove anni parimente, senza contendere,e Silvio Paterno trentadue;ora
sceglietovi, chi volere di questi. Sem. Oh bene avete trovati i parenti
più prossimi à Noè, che sono in questa Città ! quai consigli mi potranno dare
questi vecchi decrepiti, che non firicordano del seguito nel dì avanti; e poi a
tempi loro non usandofi le galanti maniere constumate oggidì, a che mi
fervirebbono i loro ancichi consigli, non pra. praticabili a tempi
nostri? Mec. Tutte queste eccezioni, che da. te loro sono in vantaggio
vostro; per, che, se non si ricorderanno quello, che udiranno da voi, niuno
risaprà i fatti voftri, e se, senza tante galanti maniere di oggidì, fi feppero
far amare dalle loro consorti, insegnando a voi i modi, da loro tenuti, ci
guadagnerere molto in saperli, e se non siete ancora informato della capacità
de’vecchi, apprenderes la da Ovidio, Jura fenes norint, dow quid
liceata que, nefasque, Falque fit inquirant, legumque exa. mina
servent. E da Cicerone, il quale, de Senectute, così parla del Vecchio: Non
facit en que juvenes, at verò multa majora, meliora facit ; non enim viribus,
aut ves locitate corporis res magne gerantur, fed confilio, authoritate,
fententia, quia bus non modo non arbari, fed etiam auga. ri senectus folet.
Laonde faggiamento l'Ecclef. al 25. dico ;- Corona fenun muba ta peritia
: Sem Sem. Sceglietene dunque uno di quefti a vostro genio, e
quello, che conoscerete più approposito per il bisogno mio. Mec. Publio
sarebbe più al caso, per. che quantunque egli meno si ricordi delle cose
presenti, conforme sono tutti i più vecchi, ha felicissima memoria nel
ricordarsi delle passate:e poi avendo numerola famiglia, e così bene
accostuinata, saprà anche istruiryı nella educazione di essa. Sem.
Attenderò dunque con anfierà i consigli di Publio; ma faprà istruirini incio,
che riguarda la cura, che si dec avere per conservare la prole con buona
falute Mec. L'esperienza, avuta in molte cõgiunture ad esso accaduce lo
averà facilmente renduto capace, a darvi qualche buon consiglio in questo
ancora; ma non già con tanta esattezza cõforme farebbe chi foffe profeffore di
Medicina. Sem. Sarebbe dunque bene u’interveniffe uno di questi; c
difcegliere tra periti il migliore Merg. Mec. Il vostro Dottore è
pratichiffimo, avendo avuti molti figliuoli, è anche ingenuo, e sò che vi ama
di cuore, onde migliore di ello non saprei sccglierlo. Sem. Così è: or
ditemi, come doverò contenermi nelle nostre conferenze? Mec. Domanderete
quando si presenterà l'occasione tutto quello, bramate di sapere; e non vi
vergognate di fare anche quesiti di poco rilievo ; perche non facendoli,
rimarrete con perplessità in molte cose. Sem. Come si farà per informare
Publio,che al Dott. parlerò io modelimo' Mec. Sara inia cura d'informarlo
di tutto, e già che siamo di primavera potremo portarci al mio giardinetto,
contiguo alle mura della Citrà, ove come disse il Petrarca: Non palazzi,
non teatro, e loggia, Ma in lor vece un abete, un faggio, un
pino, Fra l'erba verde, el bel monte vicino, Levan di terra
al ci el nostro intelletto, E faremo ivi due volte la settimana le nostre
conferenze. Sem. Mà non sarebbe meglio, per approfittarmi prestamente, il
farle tre volte ? Mec. Vicompiacerò anche in questo, purche le
occupazioni degl’aleri lo permettano ; ma voi, Seinpronio, averete già dato
luogo nel vostro cuore a qualche oggetto, perche bramate sapere con
sollecitudine se quefto ci abbia da rimanere,viconsiglierei però quádo ciò
fosse, a spogliarvene prima, per applicare tutto il pensiero a quella, che
converra à yoi, et alla vostra casa, che vientri per meglio stabilircela,
Sem. Non sono determinato ancora, quantunque abbia posto l'occhio in più parti,
onde posso facilmente spogliarmene affatto, e starò con anfietà attendendo
l'avviso del giorno, in cui si darà principio alle nostre conferenze.
DECADE PRIMA CONFERENZA PRIMA Sopra l'elezione della Moglie, e
fue condizioni più ellenziali. Mecenate, Publio, Sempronio, e
Medico. Mec. O notificato à Publio ciocchè voi bramate da esso, il
quale vi copatisce a maggior segno; posciache egli ancora si trovò in un
fimile laberinto,allor che dovea prender Moglie, comc jeri appunto mi disse, e
da lui medesimo sentirere ora con vostra confolazione. Pub. Quantunque
anch'io venifli Atimolato da mici Genitori ad accasarmi andavo nulladimeno
téporeggiado d'effettuarlo;perche apprendeva fosse schia vitudine grande
la vita cognugale, ma la ritrovai, per verità, assai diversa das quello, che io
mi avea figurato ; et efsendo stato sempre mio costume, anche da giovane di
regolarmi col consiglio d'uomini favii, c provetti, mi portai da un di questi
mio amico, che non aveva alcun interesse in cal affare, per consigliarmi seco,
fe dovessi risola vermi a prender moglie, il quale uditas ch'ebbe tale
proposta, cortesemente mi disse: figliuol mio è tempo ormai, che vi risolviate
di farlo ; perche avendo voi già l’età di venticinque anni poiere esser capace
d'indrizare una donna per la buona strada, quantunque aveste sbagliato in
isceglierla nelle cose meno essenziali, e sappiate, che l'uomo savio bene
spesso fa divenire la moglie non dissimigliante da lui, siccome l'imprudente
donna precipita l'uomo poco avveduto : figuratevi alla prima di dover navigare
per un vasto oceano dover essere voi il nocchiere, che guida la nave :
sappiatevi ben regolare nelle [ocr errors] e di [merged
small][merged small][ocr errors][merged small][merged small][merged small][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] nelle tempeste, per non sommergervi ;
prendetela sana, ben accostumata, e di buon parentado, non vi lasciate
abbagliare dalla bellezza, dote, e nobiltà; e risolvetevi ; perche quanto più
differirete, altrettanto inaggiore sarà il morivo di pentirvi della tardanza:
raccommandatevi al Signor Iddio, essendo che: A Domino autem propriè uxor bona,
come disie Salomone; procuratela giovane, nè tardate di vantaggio. Sem.
Quanto mi consolo, che vi siete ancor voi trovato in fimile laberinto; e son
sicuro, che perciò compatirete le mie debolezze. Pub. Vi comparisco a
maggior segno figliuol mio, fatevi però animo ; perche quantunque paja la vita
conjugale alla prima di un gravissimo peso, quando però questo viene portato
concordemento d'ambedue, riesce molto leggiero, an. zi foare'; e tal fortuna
l'hò sperimenta. --ta io medelimo. Sem. Vi abbatteste à caso in sì buona
compagnia, o pur faceste preventivos [merged small][ocr errors][ocr
errors] diligenze per isceglierla 2 Pub. Le feci certamente esatciflimus
per non operare da balordo ; perche se per provederci de' cavalli, cani, anzi
di vili giumenti si fanno efatte diligenze', acciocchè siano sani, edi buona
rizzi; quattro maggiormente sono neceffario queste nello provedersi di moglie,
come puntualmente si trova registrato in Tcognide, Canes quidem, a afinos
querimus, • Cyrne, dequos Generofos, cu hec quisque vult ex bona
progenie Sibi parare ; uxorem aurcm ducere malam Ex mala progenie non
curat 1. Vir bonus ; modo fibi pecunias multas 1offerat. * Sem. E qual
modo teneste in farle? - Pub. Avendo posto l'occhio ad una Gentildonga
modesta,non diriguale alla mia condizione, et in età nubile, miraccomunaadai di
cuorc al Medico, che fa. Noriva la mia casa, acciocchè avessesavesle ben
Dell'Elezione della Mog. 19 procurato di accertarsi della sua salute, avvertito
à non ingannarsi, per non ave. re a fare ancor esso la penitenza del suo fallo;
posciache se fosse stata mal sana, dovendola curare, briga maggiore gli
averebbe apportata; senza speranza di premio straordinario ; per esserne egli
Itaro la cagione, che fosse entrata in inia casa; ciò però dilli per ischerzo.
m Sem. E detto Medico, come lo potcs va scoprire, se non l'avesse avuta
ini cura ? Pub. Penetrò tanto, che mi bastò, Sum. Com'egli fece
; Pub. Avendo confidenza col suo Speziale, segretamente cercò nel
di lui libro maltro, se vi era descritto alcune medicamento, servito per effe
lei, e non trovandovi cosa di rilievo, mi disse : ftiamo bene di salute, perche
none, si è mai purgata . Sem. E leu fosse fervita di qualches altro
Speziale? Pub. Questo non si costumava di fare in quei tempi tanto allo
Speziale, quanto al Medico. Una volta, ch'essi erano ftati ammessi, fino alla
morte continuavano, ed'eravamo per ciò ben serviti; imperciocchè con molto amore
effi s'in. tereflavano ne i nostri vantaggi,conforme comprenderete da quanto
soggiungerò. Non si appagò già l'affezzionato Medico di questa fola diligenza
usata', mà volle far di vantaggio, e fu d'abboccarsi col Dottore, che medicava
in quella casa,introducendo seco discorso sopra la poca salute, che godevano
alcune giovani, ch'egli curava, attribuendone la cagione di ciò al poco
esercizio, ch'esse facevano ; e di poi passò à domandargli, di quali rimedij
egli si prevaleva per conservare in salute quella, che doveva appunto essere la
mia futura fpofa, la quale in appareaza mokravas essere più sana dell'altre;
cui replicò, ch'avendo ella sortito un ottimo temperaméto, no aveva d'uopo
dell'opera lua, et in segno di ciò nel mal de vajuoli da ella sofferto appena
cgli vi fu chiamato nel oel fine', tanto la natura le fu propizia,
che senza alcuno ajuto medico fece il fuo corso felicemente; e con questa
seconda diligenza mi accertò della buona salure, ch'ella godeva. Sem.
Questo favore toccherà à voi, Dottore, di farmelo... Med. Non mi ponete
di grazia in Gmile intrigo ; perche non essendo io si avveduto, non vorrei
errare nello scoprire gli altrui difetti : e poi se îi desse il caso, che io
avelli curato quella giovane, l'onor mio n'anderebbe di mezo, discoprendovi la
verità delle cose con, fidateini. Sem. Della vostra avvedutezza punto non
dubito: e poi porrò la mira a qualcuna, che non fia medicata da voi; onde non
mi contriftate col recufare di f.2vorirmi ; perche altrimenti sarete voi cagione,
che io non prenda moglie, noa potendomi fidare meglio di alcun altro in questo,
se non di voi. Med. Per servirvi la vedrò, considererò il suo
temperamento, e fisonomia; B 3 mà mà tante altre diligenze,
praticate per Publio, non vi prometto di firle; perche ora non si costuinano
più molte cose, che si facevano allora. Sem. L'usanze buone non si
debbono dismerrere mai, io mi dichiaro con voi, non per ischerzo, come diffe
Publio, mà con tutto il fenno: che se non sarà fana, toccherà à voi di curarla
senza fperanza di ricompensa, succedendomi per colpa vostra tale
sventura'. Mega Vorrci, Sempronio, che mi mostraste qual privilegio voi
avere più del Dottore di dismettere l'usanze buone; essendo ch'è pur usanza
buona riconoscere col dovuto guiderdone il Medico, il che voi volete
disinertere', obbligandolo di più ad osservare quello, che fa per
voi. Sem. Lo dicevo per animarlo, 20ciocchè lo facesse con più fervore:
non già tutte le cose, che si dicono si fanno. Mec. Questo però non è già
premio, che animi, mà bensì minaccia, che avvilisce più costo ; olore di che
non è già ben ܪ ben fatto di proporre con tanta franchezza
ciò, che non si vuole praticare, Sem. Non parliaino più di ciò; palliamo
al costume ; questo in che dee cons Giftere, avendomi voi significato, non
essere necessario, che la moglie lia garbata, e galante? Mec. Cerra cofa
è, che il buon costume della donna, non dee coolisterer in questo, mà bensì in
aver cura delle casa, in saperla ben reggere, e gover: nare di cui parlando ne?
;suoi Proverbij Salomone diffe : Confickeravit. Jemitas domus fue, panem otiofa
non comedia Ed il Nazianzeno nei suoi documenti che da alle vergini, così dice
Neque domibus cxternis olideas, neque menfis. Ed altrove contro le donne
più del doc yere ornate, così parla . Mos eft mulieribus [res pretiofa]
domi manere [ocr errors] Plurimum, et divinis alloqui sermonibus
Telaque, fufoque ( hoc enim munus eft mulierum)Ancillis opera distribuereservos
vitare, Labiis vincula ferre, oculis,atq;genis: Neq;
pedē exirà vestibula Sepè babere; E Menandro comico greco così dice, Intus
manere mulierem oportet oportet :: Bonam, egredientes autem foras
nullius pretii sunt . Sem. Come scopriste, Publio, che fosse di questo
costume la vostra Conforte? Pub. Avevo in quel tempo un servitore molto
affezionato, et insieme accorto, diedi ad effo segretamente l'incombenza, che
lo aveffe scoperio ; e fi pora tò egli così bene, che in brieve fui informHo
ditutio. Sem.' E come fece? Pub. Conduffe, ove questi sogliono
ricrearsi, un certo fuo conoscente, il quale da molto tempo serviva in quella
casa, e dopo d'essersi insinuato avvedutamente appresso di lui,introdusse
discor. so, come è lor costume, sopra le stravaganze de padroni, et interrogato,
che l'ebbc de cractamenti, che riceveva dal fuo suo, passò alla
giovane, di cui ne diffe un infinito bene, con individuargli alcune
particolarità, le quali denotavano forfe savia, c prudente . Sem. Questi
come poteva essere apa pieno informato delle qualità della gior vane, non
trattando in quei tempi lei padrone con servitori? Pub. I servitori in
ogni cempo sono ftati curiofillimi di scoprire i fatti de'padroni, et anco i
più segreti', come ava vertì Giovenalc. Scire volunt fecreta domis, atque
inda timeri. E siccome sempre vi è stata qualche affezionata corrispondenza tra
essi, e le donne di servigio, onde per questa via, ciocche effi nonodono, ne
offervano, lo penetrano : nè è stato mai possibile, che le donne di servigio
ili fiano astenute dal'non palesare i difetti del: le padrone, almeno a questi
loro favo riti, per mostrare con elli confidenza. Sem. Vi bastò quefta
sola notizia ? Pub. Procurai in oltre rincontrarl24 da più parti prima di
crederla ; pofçiag che che udito efferii da quella casa partita
disguitata una donna, fecidiella prenderne inf rmazione, la quale
contesto le medelime cose,che dette aveva il servitore; ed essendo uniforine à
questo notizie il publico conceito, che di essa fi aveva nel vicinato, mi
appagai del suo buon costuine ie non feci altre dili. genze intorno à questo.
ni Sem Manon sarebbe stato ineglio vi foste informato da qualche Uomo das
bene? Pub. Non lo stimai neceffario, avendo rincontrato da più parti il
medesimo: e poi per dirvela giusta, chi è buonio non è curioso d'investigare
gli altrui difecii; ed anco sapendoli si guarda molto bene dal
publicarli..." Sem. Il vostro Ulisse, Mecenate, sa, rebbe
approposito per iscoprire gli altrui difetti in Mec.. Ma non in questo
affare, perche egli cicala troppo: si ricerca in tale affare chi sia destro, e
serio, che compri, c non venda. Sem. Sem. Palesatemi ora, Publio,
qual modo usaste nell'informarvi della prosapia della vostra Conforte ?
Pub. Vi era in quel tempo un certo sfaccendato investigatore de' fatti altrui,
il quale andava curiosamente cercando le memorie delle antiche famiglie negli
Archivi ; cui feci parlare dau un'amico, è che mostraffe desiderio, tanto delle
notizie della mia famiglia, quanto dell'alcra, con fargli promertere un convencvole
riconoscimento per le sue fatiche'; e per verità in brieve tempo d'ambidue pose
in chiaro quanto circa ad un secolo a poteva tro. vare, e seorgendo verificarsi
ciocchés aveva detto della mia, prestai fedes à quanto aveva ritrovato dellal,
tra; e vedendo, che fiftava quasi del pari tanto nel bene, quanto nel male's
non ini curai fare diligenze di vantag. gio'intorno a questo ancora potendomi
bastare. Sem. Dunque quantunque sapeste, che in quella viera qualche
eccezione, non [ocr errors] [merged small][ocr errors] non ne
faceste caso? Pub. Mà se vi era questa nella mias ancora, come potevo
farne caso, do. vendoci ne' Matrimonj servare uguaglianza. Mec. Credete
forse, Sempronio, che tutti noi descendiamo da Cerari, e che per non interrotta
serie di molti secoli le nostre famiglie siano state sempre illuftri? Se li
potesse ora ritrovare la de. scendenza vera degli Arsaci; e Tolomei, oh quanti
di questi si troverebbero esercitare arti vili, e forse core peggiori ancora .
lo per tal motivo no mi fon punto curato di far ricercare dell'albero della mia
casa, se non l' ulcimo secolo ; e tanto maggiormente, che un mio amico, il
quale si mostrò più curioso di me, bramandolo di due, dopo di avere speso di
molto in ricercare i fatti de'suoi antenati; vi trovò alcune cose, che forse
nulla li piacquero, o fece tralasciare l'opera:solamente queIto guadagno vi
fece, che non milançava più la sua nobiltà, come prima.Som. Di avere però
l'albero della sua casa lo stimo neceffario, affinche i posteri seguirino
i loro illustri maggiori. Mec. Lo credo anch'io, mà però non conviene
farne publica mostra, se uon cui averà trà suoi ascendenti chi abbia goduta la
Sovranità, mediances la quale degnamenre merita la preminenza sopra tutte le
altre una sì illustre famiglia. Potrei riferirvi à questo proposito ciò, che
fece un saggio Prencipe, cui fu presentato l'albero de'suoi antenati; lo rinirò
egli ben bene, et essendoli avveduto, che l'adulazione vi avca innestare alcune
cose ideali, lo fè piantare profundamente in una fund Villa, atfinche da quello
germogliaffed l'albero de'suoi descendenci più glorioso, essendoche lo fc
piantare ivi ad onta dell'adulazione. Med. Licredo anche utili detti albe.
ri per prova della salute goduta dagli asccadenti ; posciache se il Padre mori
ottuagenario, il nonno parimente in età decrepita, conforme anco l'atavo,
ed il tritayo, sarebbe questa una provas grande della perfetta falure in
quella famiglia; e tanto più se questa si proyaffe ancora per parto delle
donne; dove che se fossero morti giovani, e vi foffero regnati tra eli mali creditarj,
farebbe far un cattivo negozio, d'incftare a piante si cattive la
propria. Sem. Riuscirà ora cosa difficile à potersi sapere i difetti del
casato, col quale dov.erò apparentare, per non esserci più quegli avveduti
indagatori dei difetti altrui. Mec. Non dubitate, perche non ci è questa
penuria ; sono stati, e saranno sempre nel Mondo niolti, a quali premono più i
farti altrui, che i proprj, ricavandune da ciò notabile guadagno ; basterà
essere loro grati, perche di quc sto vivono, per altro ne troverete molti: e
poi ci sono ora tanti manoscritti, e libri anche stampati, i quali trattano
delle nostre famiglie, che vi si renderà più facile di quello, che credete, à
Caperlo giusto ; Sc però non averanno, tore scritto con passione,
clivare; il che si difeerne facilmente, non potendosi mai celare questi canto,
che non si scuoprano. Sem. In questo supplicherò voia favoriemi, avendone
già pratica di molte ; Ini mette solamente pensiere il mor do di scoprire ciò,
che accennò il Dor concernente all'età, che fieno viyuti, et alla loro
falute, ed in questo ancora vi prego, Dottore, che mi ajutiate. Med.
Questa non è incombenza di Medico, dovendo egli cercare i vivi per 'risanarli,
se sono infermi ; ma ai morti qual bene potrà apportare,
ricercandoli? Sem. Apporterete à me il bene, le non lo farcte a defonti,
con trovarmi moglic, che descenda da famiglia sana, ed in conseguenza ancora a
miei descendenti. Mec. Il Dottore ha da fare, non gli date questa briga ;
vi voglio inícgnare io il modo per uscoprirlo; posciache, fc [ocr
errors][ocr errors] se la famiglia, colla quale voi volete app arentare, sarà
illustre, e di antica pro fapia, ci saranno tante lapidi sepotcrali,ove son
descritti i fatti degli ascendenti, ed ivi troverete anche gli anni, che questi
vissero; se poi saranno famiglie moderne, l'invidia farà palese più di quello,
che bramerete sapere di cfle, ritrovandosi ricche. Sem. Passiamo ora
all'età più propria d'accasarsi. Mec. Voi,Sempronio, vorreste essere in un
sol congresso istruito di tutto; riferrete di grazia, che Publio è vecchio, ed
il Dottore ha le sue occupazioni ; non ci abuliamo della loro sofferenza.; e
poi non è già vostro vantaggio di far lunghe conferenze, perche meno a
apprendono li troppi documenti, di quello si faccia udendone pochi per volta;
differiamolo dunque alla seguente Conferenza. Conferenze sopra l’età più
propria, e proporzionata di accasarsı ; e quale fia
svantaggio maggiore, farlo prima del tempo conyenevole, ò nella
vecchiezza. [ocr errors][ocr errors] Sempronio, Publio, Mecenate, e
Medico. [ocr errors][ocr errors] Sem. 01, Publio, che avete avuto
fortuna nel vostro accasamento, ditemi di grazia: in qual'età
cravate,quádo prédeste moglie? Pub. Appena io avca terminato l'anno.
vigelimo quinto. Sem. E la vostra sposa qual’età avea? Pub. Era
allora appunto entrata nel vigefimo. Sem. Perche non la prendeste prima?Pub.
Perche non mi pareva di avere acquistato ancora turto quel conosciméto
necessario per far passaggio a detto stato. Oltre di che trovando scritto
questo Sacramento per ultimo, ftimai bene d'effectuarlo dopo l'età stabilita da
conferirsi il Sacerdozio, per non errare. Sem. Ma prendono pur tanti
moglie prima di questa età? Pub. Da ciò forse deriva, che molti fi lagnano
ancora di essersi accafati ; ed è cola facile, che per non sapersi in quell'età
iinmarura regolare con giudizio, e prudenza, incontrino più disastri, che
consolazioni, Sem. Dunque avendo i vecchi più fperienza, senno, e
prudenza de giovani converrebbe aspettarsi a farlo fino all' età fenile.
Pub. Per altri motivi però, apportati da Euripide, non si dee aspettar tanto,
dicendo egli: Et nunc juvenes adhortor omnes, Ne in senecture
nuptias celebrantes [ocr errors] Vix liberos procreént;nec enim voluptas eft, Sedres
inimica mulieri fenex vir, Ed altrove, Amarus juveni uxori fenex
maritus. Sem. Sono però accaduti à rempi noftri cafi felici ne’vecchi
sposati con le giovani, ed hanno avuto prole. 3 Pub. Questi matrimonj bisogna,
che riuscissero assai infelici anticamente;podi sciacche di Omero
racconta Erodoto į nella di lui vita, che sdegnatoli egli con tro alcune
donne,che sacrificavano à Co. rcre in un trivio, imprecase loro questo o
gran male. Audi flavi Ceres precor, hoc mihi perfi ce votum:
Hanc numquam juveni matronam junge I marito, Sed tremulo fit nupta feni,
cui vertice cani Fundantur crines, E non avendo saputo augurare loro
infortunio peggiore di questo;qual felicisà dunque potranno essi godere?
Potrà [ocr errors][ocr errors] effere tal volta, che le donne di oggidi
fieno divenute più savie di quello fossero allora; o pur,non trovando alcune di
esse mariti giovani fi contentino di quelli, che possono avere, senza
contristarsene punto; se pure non è qualche caso singolare questo da voi riferito,
il quale non è sufficiente à formare Aato. Sem. Bramerei in primo luogo
sapere da voi, se debba essere uguale l'età dell' uomo à quella della donna,
per servare in tutte le cose perfecta uguaglianza? Pub. Appunto per
cagione di proporzionata uguaglianza, non debbono essere ambidue di consimile
erà, perche deesi, come ben'avvertì Euripide regolar questa dalla durazione
della fccondità, non dagli anni, dicendo egli. Malum eft juvenem uxorem
adolescenti conjungere. Diuturnior autem eft marium vigor, Fæmineum verò
corpus citiùs puberta. sc deftituitur . Sem. [ocr errors][ocr
errors] Sem. Quefta differenza di età in che doverà consistere, e quanti anni
doverà avere più l'uomo della donna? Pub. Sopra questo particolare ini
persuado, che non si possa dare certa, c determinata regola;contutto ciò potrà
dire il Dottore, quello ch'egli ne senta. Med. Aristotele pone la
fecondità dell'uomo fino all'età di 70. anni, e quella della donna sino à
50.jma perche ora forse sono le complessioni deceriorate, e perciò non si
osserva, se non di rado giugnere à questo termine, voglio in ciò
regolarmi con quello, che piu } frequentemente suole accadere,il quale
appunto è; rispetto all'uomo incirca al 60.anno; et alla donna intorno al 40.
talmente che nello spazio di 20. anni, confifterebbe detta fecondità di
più o nell'uomo che nella donna.Ciò ftabilito, ogni qual volta nou
trapali in detrá - proporzione il triplo l'età dell'uomo sempre farà in
uguaglianza g rispetto al sempo di poter generare; purche non C 3
VCI yenga variata da qualche indisposizione morbofa. Sem. Sicche
dunque un uomo di 40. anni farebbe- nell'uguaglianza, prendendo una giovane,
che ne avesse venti? Med. Così è: uscirebbe bensì da calc proporzione, se
la prendesse di 14.anni; poiche trovandoli la donna nell'età di anni
34.avendone il marito 60. sarebbe già divenuto sterile sei anni prime di
effa. Sem. E se la donna fi accalaffe in età maggiore di quella del
marito, che ne potrebbe seguire da ciò? Pub. Le riuscirebbe certamente pii
facile di fare à suo modo; imperciocche non prendendosi quella soggezione del
marito, che suole apportare di più l'anzianità, disporrebbe, tụtto à fuo
piacere; ed Iddio guardi,che la diffcrenza degli anni foffe tale, che il marito
le potess’essere figliuolo, allorsi, che lo vor. rebbe tenere, e regolare da
subordinato in tutto à se medesima : e poi è da riflet. tersi, che
difficilmente inducendoli ladonna, se nő è molto stimolata dal senso, à
congiungersi in macrimonio con ginvani di tanta disparità; onde in questo caso
soffrirebbe il povero marito per molti capi penc considerabili: solamente
la gelosia, che ne potrebbe ella avere gli i recherebbe tormento grando; olere
di chc, comc vuole Leonide, sarebbe senza prole, e senza moglie,
posciacche egli dice: Conjuge nec frueris, nec frueris
fobole . Sem. Io, che non voglio tanti guai, la bramo più giovane di mie; mà
diremi, Dottore, qual'è l'età competente della donna,per cffer moglic?
Med.La giovane può prendere marito allor'appunto, ch'è atca à concepire, effédo
divenuta già dóna;c può succedere questo alle volte nell'età di 12. anni,
altresì di 13., 0.14.3 e più tardi ancora ; onde in detço tempo porrebbe
divenire sposa. Mes. Sarebbero però quelle di 12., 0 13.anni spose
immature; e non só quanto potessero riuscire buone mogli; poi
che [ocr errors][ocr errors] C 4 che lasciando la conliderazione di
do. versi queste scegliere uno stato nel quale conviene perseverare fino alla
morreu, cd in conseguenza averebbero bisogno di più maturo senno per fare detto
passo: e senza riflettere a tanti disaggi, che ponno incontrare nei primi
parri; doinando, come si sapranno bene regolare col marito, e nell'educare i
figliuoli? Med. Hò considerato anch'io queste difficoltà; mà dall'altro
canto è da riAettersi ancora, che prendendoli così giovanette ; si possono ind
rizare, come li vuole; ed abbiano l'esempio nelle piante, le quali allorche
sono tenere, con facilità grande le poisiamo piegare a nostro compiacimento ;
mà non già questo accade allorche sono indurate VIRGILIO (si veda) parlando di
domar la gioventù, dice, che nell'età più tenera con più facilità
succeda. viamque infifte domandi, Dum faciles animi juvenum, dum mobilis
ætas. Mec. Io mi maraviglio, che. voi co [ocr errors] me [ocr
errors] me Medico non vi opponiate 'a maritag: gi di età si tenera, potendo
meglio di chi non è vecfato in medicina conoscere il danno, che possa apportare
alle cenere giovani similc mutazione di stato Med. Non vi maravigliare di
questo, perche noi circgoliamo nel modo di vivcre colle consuetudini de?
paefi', insegnandoci il nostro Ippocrate, che: dandum fit aliquid regioni, et confuetudini;
e non per questo, che qualche.caso liano seguito funesto, debbong esse variure,
essendoche cziandio consimili cali fe, guono nelle più adulce, pericolando
queste ancora ne parti. Mec: Lasciamo le consuetudini dan parte, e dicemi
di grazia, se inariterelte una vostra figliuola in età si tenera? Med. Ci
penserei alquanto, et anderei procrastinando il trattato, fin tanto che li
assodasse un poco più negli anni; c tanto maggiormente, se non fosse ben
complessa; poiche non vorrei, che nel cominciare si prestamente à far figliuo.
li, quello, che dovesse andare in suo [ocr errors] crc [ocr errors]
crescimento, G.deviasle altrove..' Sem. Si differiranno facilmente quefti
maritaggi, per non ispropriarsi della dote, e voi alori Medici, che fiete
renuti alquanto interessati, forse per ciò differirete di effettuarli. Med. Non
fiamo però sì ftolidi, che non riflettiamo, che la dilazione non paga debito, e
che questo fodisfacendosi fpedicamente ci libera da cravagli di doverlo pagare.
Sem. Qual'età voi realmente credere più propria da prendersi marito? Med.
Se la giovane goderà prospera falute, mi persuado, che intorno al vigelimo anno
lia la più convenevole ; le poi foffe gracile, si potrebbe anche in. dugiare
qualche anno di più, per meglio ftabilirsi; purche non paffalse il vigefimo
quinto; ftantccche facendoli talri. soluzione di accasarsi, per godere prole
sufficiente alla conservazione della fami. glia, ciè d'uopo di figliuolanza,
che fopraviva, e ci fiano ancora de'maschi, e ciò nello spazio di 20. anni di
fecons [ocr errors][ocr errors][ocr errors] dità si può commodamente
ottenere. Semi Talmente che, chi bramasse di avere più numerola
figliuolanza,gli coverrebbe prendere una giovane di 15. anni? Med. Per
istabilire bene la sua casa, non fi dee solamente procurare il nuinero
defigliuoli, mà ancora la robustezza, e vitalità de'medefini; e questi,co. me
vuole Aristocile nella sua politica, nascendo da padri giovanetri, sono di poco
vigors, almeno i primogeniti, i quali fogliono per lo più accafarsi. Quindi è,
che TACITO (si veda), ove parle de'costumi de'Germani, dice; che tras essi le
vergini fi maricavano già adulte, cche perciò passasse ne'figliuoli la
robustezza dei genitori. Sem. E l'età dell'uomo più congrua di accasarsi,
quale sarà ? Med. Quella appunto, che si contiene erà lo spazio di 25.,
30 anni; quando ciò da altro impedimento non venga ritardato. Mes, Lo
credo anch'io, che da molte cagioni potrà essere ritardato: im. percioche, se
averà egli impieghi,i quali richiedono applicazione grande, e non si troverà
sufficientemente proveduto di beni di fortuna, per sostentare la famiglia; fe
non goderà salute competente; se in casa averà molte sorelle, e madre in
particolare, che fosse donna risentita, in questi casi doverà indugiare a
farlo, fin tanto almeno, che si troverà in istato più opportuno, non essendo
convenevole porli sotto ad un giogo di questa forta con simili impedimenti
svantaggiosi alla quiere conjugale. Semi Vorrei sapere, quali danni
risulterebbono, s’io tardasli a prender moglie fino alli anni 35. Mec. Se
voi tarderete tanto, temo, * che non la prenderete più, e per ducor motivi:
primièramente perche trà tana to facilmente' vi potreste deyiare, cd
abbattendovi in qualche donna scaltrita, saprà ben'ella distorvi da tal penfie
ro con le sue arti; e guai a voi, le fi af fomigliaffe questa a quella donna
impu dica,descritta da Salomone al 7. dc' suoi Proverbj, la quale ; ornatu
meretricio prçparata ad capiendas animas; e con quali artificj ! victimas pro
faluse vovi, hodiè reddidi vota mea ; idcirco egreffas fum in occursum tuum,
defiderans te vin dere, e reperi ; intexui funibus lectulum meum, ftravi
tapetibus pietis ex Ægypto, aspersi cubile meum mirra, a aloe br. E poi
trovandovi in quell'età, farà facile, che comincierete a rifertere sù
l'incertezza di poter'invecchiare, e facilmente direte ; come anderebbe allora
la niiafamiglia séza’l mio stradaméto;qual pensiero, se non vi distogliesse
affitto, vi renderebbe almeno irrisoluto nell'effettuarlo; onde farc à mio
modo, risolvetevi, e non procrastinate di vantaggio: perche altrimenti vi
seguirà cioco ch'è accaduto à me medeliino, che mi fono invecchiato senza
successione. E sapere, che diranno di voi le donne, elsendovi avanzato negli
anni? Questi è vecchio, che ne vagliamo fare? E perciò converrà allora,
volendola prendere, accommodarvi a chi troverete, con le condizioni che da
ella vi saranno date; dove che adesso farà a vostro modo quella, che vorrete
prendere. Sem. Questo certamente sarebbe svantaggio grande per me; laonde
non bisognerà perderci teinpo. Pub. E tanto più sollecitamente vi
risolverete,sentendo li pregiudizj grandi, ricevuti da cui tarda moltó a pren.
dere moglie,i quali sono anche maggioridi quelli, che possono accadere à chi lo
fà prima del tempo. Sem. Quali sono, Dottore, questi Matrimonj fatti
prima, ò più tardi del dovuto tempo? Med. Li preventivi sono; se un
giovanetto fi accasaffe in età di 15.9 16. anni; e li tardivison quelli, che si
fanno, allorche tal’uno è divenuto già veça chio, Sem. Quali danni
apporterebbe ad un giovane lo accafarli di 15. anni? Med. Questi
accompagnandosi con, una giovanetta coetanea, non saprebbe [ocr errors]
regolare le sue operazioni; c s'egli in quello primo fervore fregolato
pregiudicaffe allo proprio individuo, quanti svansaggi ne riporterebbe? E
qual'indi. rizzi sarebbe capace di dare a suoi figliuoli, avendo egli bisogno
di chi lo dirigeffe? E stando tuttavia in crescimeto, defraudandofi questo per
il diyiamento della miglior parte del suo sanguc iinpiegata nella troppo
sollecitas generazione, come potrebbe convertirli in suo beneficio ? Oltre di
che noll possono fperarsi frutti perferti da simili piante, le quali non sono arrivate
an. cora alla loro perfezione, Pub. Aristotile nel 7. della sua Politica
fà sopra di questo un'ottima riflerfione ; cioè, che fimili figliuoli, che
pajono quasi coetanei a Padri, poco rispetto portano loro, querclandofi sovente
sopra il governo della casa contro di efli. Med. Ci sono però alcuni
cafi, che debbonsi eccettuare dall'accénata regola, e tra questi sono quelli
unichi, cd [ocr errors] ed antichi rampolli di qualche illustre, e
ricca famiglia, che per non vederlas estinta, fi procura in età tenera di
accafarli. Siccome ancora, se si vedesse un giovanetto ben complesso, che
comincialle a deviarhi, non avendo chi lo tenesse a freno;onde per non vederlo
precipitare, converrebbe accasarlo, senza indugiare di vantaggio ; ed in questi
casi li doverà prendere un'altra inisura, competendo loro piu tosto una saggias
giovane, che avesse qualche anno di più di loro, affinch'essa regolaffe alcune
operazioni concernenti alla salute, potendo la moglie saggia molto adoperarfi
in fimili affari. Sem. I poveri vecchi allorche foffero robufti, perche
non potrebbero divenire fposi anch'elli? Med. Perche, conforme dice
Euripide. Sed, aut feneétus Veneri valere jubet; Aut Venus senibus
molefta eft. Onde per tal cagione si accelerarebbero la inorte, çssendo anche
potenti, e ritrovandosi inabili a questo, si contristerebbero per molte
cagioni:primieramente per essersi accinti ad un'impresa, nella quale non
riescono abili perlochę verrebbero anche derisi,e beffeggiati da
giovani, e per non vedersi corrisposti dalle loro conforti con quelle
maniere cortofi, ch'elli vorrebbero, e final mente per essere privi
della bramatas. prole, come descrive VIRGILIO (si veda): Nec dulces
natos, Veneris nec prçmian noris. E vi parc,che questi poffano
vivere contenti? Con ragione dunque Blepirone appresso Aristota ne
diceva: -Heu, mihi infeliciis qui senex. cxiftens duxi
uxorem. E Menandro esprimendo le fvcnturc de?. vecchi amanti, così
fayella: Nurde miferius poteft daramante Seine, Hifi
alius fenex amans; Nam, qui frui cupis rebus, à quibus
Propten tempus, quomedò ille non mi Jerefte), 06.01.10
D Mere [ocr errors][ocr errors] arasiit Mec. Ia questo
li credo infelici anch? io, leggendo in Catullo: Er fenis amplexus culta
puella fugit. Ed in Arenco ciocche disse Teognide, ch'è appunto. Sero
Viro juvenis uxor magna calamiras. Cymba fine anchora, effractisq;
Tudensibus. Pub. Udite ciocche dice Plauto di questi: Tum capire cano
amas fenex nequif fime? Si unquàm vidiftis pictum amantem, bem illic
eft. Ed OVIDIO (si veda), ch'era informatiffimo de' genj delle donne di quei
tempi, così ebbe a dire: Que bello eft habilis, Veneri quoque convenir,
stas ; Turpe fenex miles, turpe fenilis amor. Quos petiere Duces annos in
milise aforit Hos petir in focio bella puella viro. Laonde, qnando a
vecchi venitfe in fantasia di preader moglie, a configlino con 2
con ORAZIO (si veda), il qualc dice: Intermiff - Venus diu Rursùs bella
moves:parce precor precor, : Non fum qualis eram. Sem. Riceveranno questi
certamente, prendendo moglie, svantaggi affaimag. giori di quelli, che
incontrano i giovanerti? Med. Senza fallo; posciacche questi, crescendo
loro con gli anni il senno, u la robustezza, vanno incontro al tempo
migliore ; dove quelli sempre più u precipitano nel più miserabile: or re
dere voi, Sempronio, che danni apporta il diffrire tanto lo accasamento
Mec. Ho conosciuto però un vecchio, il qual, essendo caduto nelle reti di
Venere, piangeva dirottamente la sua sventura; e volendolo io confolare,
persuadendomi, che li lagnasse dell'errore commesso; cgli mi rispose : oh che
fallo hò commiffo io a non prendere moglic, quando era giovane! poiche fe
valoroü so mi son portato nell'età inaridica della un vecchiezza, quanto più
farei stato nel, [ocr errors] 2 la verde giovenile? Gli replicai
però: guai à voi, se in quel tempo foste stato così dedico à fimilc piacere;
posciacche vi averebbe farro inyecchiare prima del ecinpo; dicendoli dell’ainor
lafcivo. Ef juvenis juvenes, qui facit ille fenes. E per meglio
illuminarlo gli apportai l'iscrizione sepolcrale di Menelao, ch'è questas Inter
opus medium lafcivå mørte for lutus; Hic fitus eft, dom init jam
Menelaus bumum; Qui blande. Veneri visa facraverat Haud aliter vitam
ponere juffus eraf. Sem. Or ditemi: questa uguaglianza come dec essere
nelle altre cose? Pub. L'esamineremo in appresso. [ocr errors] [ocr
errors][merged small] CONFERENZA [merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] Dove si mostra,in che cose sia esenziale l'uguaglianza
nei Matrimonj; quali svantaggi nascano dalle disuguaglianze in
queste. Sempronio; Publio, Mecenate's Medico. M [ocr
errors] Sem. I persuado, Publio, che non essendo seguite trà voi, clas
voftra conforte, al. tercazioni,e discors die, averece goduta la sorte di
una perfectisfima uguaglianza in tutte le cose. Pub. In tutte è
impossibile poterlos ottenere ; bafta solamente, che difuguaglianza non sia
nelle più esenziali, nelle quali certamente fui fortunato,ef. fendo di
verificato in me il Proverbio di Salomone: Qui inuenit mulierem bonam, invenis
bonum : du auriet jucunditatem à Domino Sem. E queste quali sono?
Pub. La prima è il genio buono uniforme in ambidue: e questo non potrete
credere, quanto mai trà noi foffe reciproco; poicche, quanto io volea,senza
repugnanza alcuna cra grato anche ad effa ; ed in quello poteva immaginarini,
che fosse stato di sua sodisfazione, ci concorreva anche la mia, à segno, che
delle nostre volontà, sen'era formata una sola ; onde di noi con ragione si
poteva dire, ciò ch'è registrato nell'Ecclesiastico al 25.,ch'è grato à Dio, ed
à gli uomini: Vir, et mulier benè fibi confentientes . Sem. Sicche
dunque se vi potevate immaginare, che avesse deliderato un, bell'abito, ò una
nobile Stufiglia allas inoda, voi l'avereste compiaciuta prontamente Pub.
Non desideravano le mogli queAte cose in quei tempi, ne'quali non
costu. [ocr errors] costumavano; bramavano bensì di avej re provisioni
abbondanti di lini, cana pc, e cottoni per farne lavorare copio se
biancherie ; di vedere fatte le provi. i sioni à tempo debito, di quanto
bisogna per servizio di casa cutto l'anno; di avere otrimi maestri per istruire
bene i figliuoli; e servitù fedele, e benc accoltumata. Sem. O tempi
felici: non poteva io essere nato allora! Pub. Ed io vorrei trovarmi
giovane in questi coll'uso di ragionc, cd esperienza, che godo: Sem. E la
seconda quale sarà? Pub. Che questo genio uniforme fi ftabilisca sopra le
virtù cristiane, e morali in primo luogo; c di poi in tutto le altre cose utili
per lo stabilimento della casa,cd in queste è stata veramente seinpre
singolare; imperciocche vedendo, che bramavo di sodisfare all'. obbligo, che
corre ad ogni benestante, di sovvenire i poveri, essa ancora facea le sue parti
con mia somma consolazio D4 ne; ne; e nel rimanente vedendomi
artento agli affari domestici, s'ingegnava per quanto poteva, di sollevarmi in
molte cose; talmentecche hò sperimentato in me ciò, che diffe.
Appollonide: Certè inter homines Non aurum, non regnum, non divitia. ..
rum luxus Voluptates tam eximias prebent, Quam buni marici, et uxoris pia
Volunt as jufta, et legitimè affecta. Sem. Lo credo anch'io[facendo voi
cosi]che potevare godere una perpetua felicità. Pub. E voi ancora la
potrete godere, se farete il medesimo. Sem. I tempi calamitofi, ne'quali
siamo, non lo permettono. Pub. Se dipenderà da tempi, converrà avere
pazienza ; perche farà irremcdiabile; mà se dipédeffe poi da voi,senza fallo
potrete porvi rimedio: or'vediamo,da chi dipenda. I tépi calamitofi dāneggiano
co carestie, pestilézcguerre, terremuoti,c tempeste ; c queste non
effens 20 [ocr errors] effendoci ora crà noi, come possono corbare
il regolamento della propria casa? Onde vedere, che dipende da noi', non da
tempi ; dunque à torto vi lagnate de'tempi ; essendo voi, non cfli l'origine
della vostra infelicità; e se poressero questi parlare, direbbero in loro dif
colpa: voi ci calunniare à torto, per ricoprire i vostri mancamenti; perche vi
piace tale modo di vivere, e vi dilet. ta, quanrunque ne moftriate
un'appa. rente rammarico. Sem. Si pratica oggidi fare diversa. mcate d'
allora i conviene accomodarli ai più: bisogna averci pazienza. Puh. Questo
è un pretesto peggiore i dell'antecedente; perche voi conoscere, che fate
male; ed avere la cognizione, che non facendolo fareste felice; porche dunquc
lo fate, dipendendo da voi il farlo, ò non farlo? Ohcecità ! volere piuttosto
effere imitatore di chi voi conofcete; che faccia male, che di quellig che
operano bene; e poi, se voi dite che ci vuole pazićza,perche vi
lagnate? Som. [ocr errors][ocr errors] Sem. Operavano allora cutti
in questa forma? Pub. Io non andava cercando, se vi era caluno, il quale
diversamçare operaffe ; perche volendo prendere l'esempio da chi lo faceva ;
questi solamente rimiravo, per imitarlo. Mec. Sempronio mio, non vi
avanzate più oltre in questo, perche Publio. vi convincerà di vantaggio; e vi
farà anche conoscere, che i vecchi non sono storditi, conforme alcuni credono;
efsendo che al parere di Plutarco;la mente in vecchiaja ringiovenisce.
Sem. Vi è altro trà le cose neceffarie. da fervarli uguaglianza? Pub.
Nella ftatura ancora ci vuoly, se non totale uguaglianza, almeno proporzione ;
posciacche, se sarà la spora pigmea, ed il marito gigante, se ne avyodrà ella
ne'parti, ed in alere segrete occasioni ancora ; laonde à questo proposito parla
OVIDIO (si veda): Quam male inæquales veniunt ad aran tra juvenci,Tam premitur
magno conjuge nuptas minor. : Sem. Sarebbe dunque bene prendernc prima le
misure di ambidue per formarne una giusta pariglia. Pub. Non è ciò
necessario, nè conve. niente ; perche coll'occhio ancora fi può discernere la
notabile disuguaglia, za. Debbo ancora avertirvi, che li rim cerca la
proporzione de'beni di fortuna; ? perche se vi apparentaste con gence mi
lerabile, alla vostra casa coccherebbe il mantenerla: altrimenti non vi sarà
pace con vostra moglic; perche la vora rà soccorrere di nalcolto, sc non potrà
farlo palesemente. Sem. E la Nobiltà dee entrare ancora essa trà le cose
necessarie da ugu2 gliarli? Pub. Questa uguaglianza non è ftia mata
essenziale, secondo il sentimcnto i di Platone, registrato nel tive del
suo Regno; ovcper teffere la tela della buo. na discendenza, cgli procura
di moa strare, non ricercarli cosa più effenzia, le [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] ke ne'maritaggi, che d’innestare le virtù
; per esempio, al temperamento forte unire il moderato : onde potendo questa
unione formarsi con inferiori di condizione ancora ; non si ricercheranno nè
ricchezze, nè poffanza, nè altre credute dal mondo vantaggiofe condizioni, per
tesserla a suo dovere; come appunto lo fà contesfare à Socrates; perche egli
considera talc affare in ordine al bene univerfale, non particolare di ciascuno
; persuadendosi, che congiungendoli in tale forma, fi potesfc porre il mondo in
migliore consonanza. Ed in conferma di questo, cade in acconcio la bella
concione, fatta dawa Camulejo Tribuno della plebe l'anno 310. ab Urbe condita,
la quale viene riferita da LIVIO (si veda); e dimostra questa con vive ragioni
tutti quei vantaggi, che possono apportare i maritaggi scambie. voli trà
nobili, c plebei alla Republica. Io però mi persuado, che più decoroso fia,
secondo l'apparenza del Mondo, fceglierla non plebca. Mec. [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Mec. Voi dice benc, Publio ; malo
colla nobiltà fosse unito il mal costume scegliere te forte piuttosto una
Meffalina, che una ben'educara, c prudente plebea per vostra consorte?
Pub. Questo poi nò ; perche in tale caso mi perfuado minor caccia, porerne
ricevere, sposando una plebea, la quale col suo buon costume,.c fenno, in
brieve tempo fi farebbe conoscere non dissomigliante à quelle nate nobili;
doveche la nobile mal’educata, e viziola, degenerarebbe in plebea fenza fallo. Mer.
Vedete dunque, che la sola nobiltà non dee attendersi, mentre voi medesimo la
posponere al buon coftu. Sem. Vi sono esempj di nobili savj, che abbiano
sposate giovani ignobili? Pub, Molcillimi. Vifu Teodofio lin. peratore,
il quale antepose la figliuola di un povero Filofofo à cutte le più nobili,
riconoscendola meritevole di tale grandezza, per la fua buona educazioac. Ed
Abramo che desiderò, volen do [ocr errors] 1 70
me. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] do prendere moglie? Uditelo das.
Ambrogio: Difce quid in uxore queratur : "Non aurum, non argentam quafivis
Abraham, non poffiones, fedt gratiam bons indolis : lib.i. de Abr. Sem. Nella
bellezza, ò deformità fi dovrà cercare proporzione? Pub. Qualche forta
sarà bene di procurarla ; perche, fe diforme sarà il inarito, c bella la
moglie, dirà ogni rivale, ammirato di questo; con Virgilio : Mopfo Nisa datur,
quid non fperemus amantes! ! Oltre di che in un continuo tormento di
gelosia fi ponc, chi la prende éon fimile disuguaglianza; e tanto maggiormente,
dicendo Giovenale : Rara eft concordia forma, Atque pudicitia. 21 che
viene anche confermato dal Petrarca in tal guifa : Due gran nemiche erano
insieme ago gionte: Bellezza, ed'oneftade Oltre di che poi [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Fastus ineft pulcbris, fequitur
superbiaus formam. Sem. Nelle ricchezze fi dee cercare od
uguaglianza? Pub: Quella appunto, che fu detta i dell'ecà, cioè, che
sempre fiano ad una certa proporzione inferiori quelle della cala, con
cui volete apparentarvi, perche, come disse ben Marziale: Inferior
Matrona fuo fit, Prifce marito, 4 Non aliter fiunt femina,virque pares. Sem.
Sc uno volcffe prendere moglic in lontani paesi, e di diversi linguaggi,
indurrebbe questo disuguaglianza alcuna? Pub. Forse che si, quando non
s'incontrasse donna di gran fenno; perche il costume, e modo di vivere
differenti, prima, che si accomodino a quelli, che troveranno, possono fare
nafcere molti diffapori ; se pure potranno mai uniformarli; come ne dubitano
Emilio Probo: Non cadem omnibus funt honefta atque turpia, fed omnia majorum
inftitusis, judicant ; nemaque nibil rectum puosat, nifi quod patriæ moribus
convenit. Ed Ovidio così canto: Nefcio que nasale folum dulcedine cun
stos Ducit, immemores non finit effe fui. Beo'è vero però, che in quei luoghi,
fe Veducazione delle giovani fosse mi gliore di quella del vostro paese,
forse che potrebbe questa accrescere vantaggio a voi. Sem. Se il marito
farà dotto, indur. rà disuguagliáza l'effere la moglie ignorante Pub.
Anzi più tolo disuguaglianzas apporterebbc, fe fosse dotta, ed erudi-$perche
come vuole Giovenale; Non habeat matrona, tibi qua junctae recumbit Dicendi
genus, aut curtum fermones rotatum. Torqueat enthimema, nec biftorias
soins ? omnes, Sed quædam ex libris, non intelli. Ed udite, come dice
l'Ecclesiastico di ques [merged small][ocr errors] queste al 28.
Lingua tertia mulieres vin ratas ejecit, o privavit illas laboribus fuis; Qui
respicit illam non babebis rea quiem, nec habebit amicum in quo
requieJoar. Mec: Posso a questo proposito riferire ciò, che è accaduto a
tempi noftri. Vi tù un dotto Jurisconsulto, che aveva una sua figliuola, e
volle addottrinarla nelle materie legali,cd avendo acquistato detta giovane
molta perizia in esso le convennc,morto il padre, prédere, inarito, e si trova
la povera giovane talniente confusa nelle faccende domestiche, che si pentiva
grādemente di avere applicato allo studio, dicendo: che mi serve ora di sapere
le leggi, non avendo įmparato quello, che mi conviene fapele per governare la
casa? Sem. Già fu parlato della uguaglian. za, o proporzione, ch'essere
dee tra l'uomo, e la donna intorno all'età; ina se portasse la necessità, che
un attempato unico della sua famiglia dovesse prédere moglic, pornon lasciarla
cftinguc: E [ocr errors] re re, ditemi, Dottore, quale sarà
l'età, se non proporzionata, almeno più fe. conda della donna, con cui dovesse
con. giungersi Med. Quella, nella quale più facilmente li concepisce, ch'è
tra i venti, e li venticinque anni. Sem. Orsù Mecenate risolviamoci
ambidue a prendere moglie, potendo ogn' uno di noi provedersela della medesima
ctà, e non permettere, che la vostra famiglia si illustre fi cftingua in
voi. Mec. Crede essermi già bastantemente spiegato nella prima conferenza,
ma voi non avete capito le mic raggioni, tornando la seconda volta a
configliarmi 'l medesimo, con mostrare premura maggiore per la mia descendenza,
che per me; onde vi torno a dire, che nella mia età non è più convencvole lo
aceafarli; dicendo Euripide: Verùm fonecta jubet valere Cypridem, Et
ipfa rursus senibus infensa est venus. Quindi è, che Sofocle interrogato
allorch'era già vecchio s'egli esercitava [ocr errors] a più gli atti
venerei: Iddio me ne guardi diffe, che io mi sono guardato un pezzo fa da
coresti, come da una impetuofa, e violenta tirannide, Valerio Mallimo lo
riferisce. Sem. Io ne domando scusa, dichiza randomi non averlo detto a
questo fine, Delidero ora faperc i pregiudizj; EI che apportano ne' matrimonj
le disus guaglianze; ed in primo luogo; fe faranno di genio differenti tra
loro. Pub. Dice Salomone: Melius eft habitars in terra deferia, quam cum
mulieu rerixoja, litigiofa; onde vi potrete i figurare di vedere la casa piena
di con fufione, ove regnano genj differenti; pofciache ciocche vorrà il
marito, ve nendo ad essere disapprovato dalla moglie, onon fi effettuerà,
o per la meno I in qualche parte verrà variato, e que Ito medelimo darà
occafionc à discordie perpetue tra effi, fe il marito non averà la prudenza di
Giove, cui Giunone si opponeva sempre come vuoo le Omero, Dum
moliuntur,dum comitur annus est. Sem. Ed il rimedio per questo, quaEin le
farebbe? Pub. Lo diremo a suo tempo. Sem. Ho conosciuto marici alti
due palmi più delle mogli, e il doppio più i grossi, ne da questa
disuguaglianza ho veduto seguirne inale alcuno. Med. Ed io ; che fon più
vecchio di voi, ho medicato più d'una di questo nel tempo, che stavano per
partorire, ridotte a termine di morte, per non poter dare alla luce i loro
figliuoli, se non dopo alcuni giorni, e coll'ajuto del Chirurgo, e di
queste, alcune sono pei rite. Succederà a quelle di avere parto felice
che nella gravidanza avendo fi avuta inappetenza grande, il feto si sarà
poco nudrito; e perciò rimanendo picciolo, questi non averà ftentato ran
to nel uscir fuori; o pure la cassa del o corpo della madre, con quanto è
neces sario, per rendere meno difficile il parto, sarà stato in queste
proporzionato al bisogno. Ma preventivamente alcu [ocr errors] ne di
queste cose non costumandoli ri. conoscere tra noi, conforme appresso alcuni
popoli li faceva, e perciò, per esimerki da tal pericolo, conviene riAeterle
prima del maritaggio, toccan. do questo a'padri di famiglia. sem. Sc un
bel giovane prendeffe per moglie una donna deformc, che male potrebbe ciò
apportare? Pub. Niuno, quando però foffe egli fodisfatto, e la donna
fosse prudente, e non l'avesse presa per cagione di grofsa dote; perche si farà
quest'invaghito delle sue rare qualità, ed averà egli facilmente appreso da Salomone
ne' suoi Proverbj, che: Fallax gratia, e vana eft pulcritudo: mulier timens
dominum ipfa laudabitur. Sem. E se il motivo di prenderla foffe Itata la
dote Mec. Seguendo per lo più simili deliderij in giovani, i quali
penuriano di beni di fortuna, la pace tra essi dyrerebbe lintanto, che la dote
foffe in picdi: mà appena consumata questa, allo. ra 1 [ocr
errors] racomincierebbero reciproche doglian. ef ze; quelle del marito
sarebbero, diri. trovarsi vicina la moglie deforme, e della donna di non
vedere più la sua dote, Caduceo di pace tra di loro. Sem. Dandosi però
vincolata, ciò non potrebbe seguire. Mec-Non si può ottenere questo in
limili disuguaglianze ; perche vogliono tali sposi libero il danaro, per
vincolarsi cili colla deformità della moglie, finche dura la doce. Sem.
Non so capire perche s'abbiad d'apparcntare con casc men facoliose ; perche
questo apporterà. svantaggio nella dote. Pub. Ma però quiere maggiore, ove
entrerà limile sposa; perche quella giovane, la qual’esce da una casa, ove con
gran laurezza viveva, difficilmente potrà acomodarli alla vostra, ove 1101 i
potrete con quel fasto trattarla; onde da ciò ne nasceranno amarezze
continuc; o pure (arece forzato, volendola consolare, ad impoverirvi
prestamente. E4 Sen. of [ocr errors] Sem. Il prendere
una moglie nata in paesi lontani potrebbe forse recare gran vantaggio ; perche
non avendo parenti vicini, sarebbe più ossequiosa al marito, nè lo
disgusterebbe, e ciò farebbe felicità grande. Pub. E voi credete, che 'l
Padre fia sì sciocco, che non penserà ancora di raccomandarla à chi lia
d'autorità, acciocchè le assista in caso di bisogno? c quando avesse cgli
difetrato in questo, credere voi, che chi parte dal suo pae. sc, sia così
insensata di non sapere col suo ingegno trovare chi la protegga in un suo
urgente bisogno? Qual patrocinio cal volta sarà molto più autorevole; ed
efficace di quello, potesse ricevere da suoi congiunti: non v'invaghite di
straniere, se non in caso, che mancare sero donne del paese, ove voi
dimorate. Mec. Sono andato più volte rifectendo, che non sarebbe forse
svantaggio lo sceglierla, non dico da paesi remoti, ma da città convicine, e mi
ha mosso que in questo pensiero Giovenale, con dire Malo
Venofinam, quam te Cornelia [ocr errors][merged small] Grascorum, fi cum
magnis virtutibus be affers Grande supercilium, et numeras in dos
be te sriumphos ; id Perche queste riescono più docili, eve nendo
in città più nobile, gradisco no ?: quanto si fa loro, più delle proprie cita
tadine, e fogliono ancora eslerc meno dedite al luflo, Pub. Vi sono le
sue difficultà in queste i . ancora . Imperciocche Carone, con e tutto
che fosse uomo sì faggio, quanti di guai ebbe con la sua moglie Acrorias I
Paola, quantunquc povera, e nata in ¿ un villaggio ? fu questa superba, vio2
lenta, e debole di mente. Laonde a tal propofito S. Girolamo lib. 1. in
Joviniznum diffe; Nequis putet si pauperem dy xerit fatis fe concordie
providili &c. E bij maggiormēte ora che il lusso ha polto il piede da
per tutto; ne crediare che vorranno vestirc con minore pompa delle E
2 Fu [ocr errors] Junonem autem non adeo accuso, neque irafcor,
Semper enim mihi consueta eft impedire quidquid intelligo, Sem. Ma quale
rimedio ci sarebbe in questo caso per fuggire le discordie? Pub.
Conoscendo' voi il costume di vostra moglie, che sia di contradirvi, come
espresse Terenzio, Novi ingenium mulierum Nolunt ubi velis, ubi
nolis Cupiunt ultro. In questo caso ordinate tutto l'opposto di ciò, che
bramare, per esser ubbidito. Sem. E se avesse poco fervore nellas pictà, e
trascurassc alquanto gli affari domestici, scorgendo quancunque suo marito
attcntiffimo a tutto? Pub. Sarebbe segno, che avesse altre cole, credute
da essa di premuras maggiore di queste, che le andasse. ro per la mente; perche
non si trascurano affari si rilevanti, se non da quel. le, di cui disse
Terenzio; ciccadine, se non s'incontrerà in savie, c prudenti. Sem. Mi
piacerebbe di avere una moglie, la quale mi sollevasse con qualche storietta ;
perche dunque il fatirico dice: Nec historias feiat omnes? Pub. Perche,
con sapere le donne molte storie, essendo cosa facile il poterG abusare di
qualcuna di esse, niun vantaggio vi apporterebbe; e sappiate che ci sono libri
molto lascivi, i quali non comple in conto alcuno, che da esse si leggano,
confessando tal verità Ovidio medesimo quantunque fosse impudico, con dire:
Eloquar invitus, teneros no tange poetas, Summoveo dores impius ipfe
meas. Callimacum fugito non eft inimicus e mori, Er cum Callimaco tu
quoque Coe noces . Carmina quis potuit tutò legifeTibulli ? Veltua, cujus Opus,
Cintia fola fuit ? Quis potuit lecto durus difcedere Gallo? Er mea, nefcio
quid, carmina tale fo E [ocr errors] [ocr errors] E poi due cose
non si possono fare: die vertirsi nel leggere, e reggere la casas; e
dovendo a voi premere la secondands ( conviene ch'essa abbandoni la prima ;
¢ sappiate, che Giovenale dice a questo proposito Quis ferat
uxorem,cui conftent omania? Mer. Plutarco però dice, che sarebbe di
profitto al marito d'istruire la moglie nella geometria, ed in alire cores o
dottrinali, ed onoratissime ; perches ď allora si spoglierebbe affatto delle
leg. gierezze, e vanirà de pensieri, e si aAterrebbe dal
danzarc, Pub. Che la moglie s'istruisca nei buoni documenti morali, e di
pietà da mariti è cosa ucile, e lodevole; maw, che s'impieghi ad
apprendere la geomei tria, quando fi trovare inadre di più fi: gliuoli,
non so come le potesse riuscire avendoli d'intorno, per lo strepito ch'
delli fanno; se poi fi allontanaffe da elli, ecco che l'educazione loro
anderebbe a male. Sarebbe ciò solamente tollera. bile in una donna itcrile,
avendo servis tà tù sì buona, della quale si potesse ad chiusi occhi
fidare, per divertirsi con tale scienza, c passare la noja che le recherebbe il
trovarsi senza figliuoli; per altro se abbiamo d'aspettare, che las geometria
tolga la yanità donnesca, regnerà questo difetto per sempre nelle donne : e poi
la mia moglie, che nulla sa di geometria, odia la vanità, ed i balli; dunque
possono fuggire detti vizi quelle ancora, che non sono geometre. Sem.
Vorrei sapere distintamente, che cosa fia questo matrimonio; perche dovendomi
accasare bramo di esserne informato, per non operare alla cieca in così rilevante
materia? Mec. L'udirete da me nella venturas conferenza. CON
[merged small][ocr errors][ocr errors] Sopra gli antichi costumi,
praticati apprello alcuni Popoli per la generazione; e se sia più
vantaggioso lo scoprire scambievolmente i proprj corporali difetti,
prima di sposarsi, o l'occultarli. Mecenate, Sempronio; Publio e
Medico. i Mec. On mi ftéderò molto nel riferirvilan. tichissima
libertà de? Greci, nè tampoco l'incestuoli modi de' Persiani, praticati
ne gli atti conjugali, per non contaminare le vostre orecchie; mentre i primi a
guisa di bestie moltiplicavano, conoscendo i figliuoli solamen te
te le loro madri, comme scrisse Tzetzes Iftorico Gracorum priùs mulieres
per Greciam, Non quemadmodum nunc, conjungebantur legitimis viris,
Sed inftar jumentorum mifcebantur omnibus volentibus; Erant igitur unius
naturæ tunc filii, Sobas agnofcentes matres, non patres, Ed i secondi non
avevano orrore di esse. re figliuoli, c mariti, come riferisce Catullo, Nafcatur
magus ex Gelli, matrique nefando Conjugio, con discat Persicum
aruspi cium, Nam Magus ex matre, donato gigne tur oportet
i Si vera eft Perfarum impia religio. Sem. Ma il Cielo
lasciava impunici fi effecrandi delitti Mec. Non già; perche, come si
ricaya dal fudecco Tzetze furono mediante il diluvio puniti, dicendo egli in
appreffo.a Poft illud, quod in Ogygis tempore inci. dit
diluvium, Cecrops acceffit ad Aibenas Gracia, Has Ashenas cū
vocaffet ex Soi Ægypti, Cum multis aliis rebus commoda vis Gracia;
Tùm lege conftituit mulieribus nuptias 5 legitimas, 1M Ex quibus filii
cognoverunt duos pa rentes. Anzi per farvi conolcere, che la natura
stessa abborrisce l'incestuosi connubj, vi posso apportare molci csempj de
bruti, tra quali, non solamente il camelo lo ha in orrore, uno de' quali
ammazzò il suo cuftode, che lo ingannò a coprire la madre, appena avvedutofene,
coine riferiscono Aristocile, ed Eliano; ma PLINIO (si veda) ancora racconta,
che nellad campagna di Rieti vna cavalla avvedu tasi di questo,
immediatamente si prei cipitasse, e Varrone fcriffe, che un ca vallo per
la medesima cagione faceffe tale impeto contro il suo armétiero, che
l'uccidcffe:e dell'elefante raccora il me deliof desimo avvenimento
Lirense. Sem. Ma come faceano a riconoscersi i figliuoli da'
Padri,avendoli cosi confufamente generaci; Pub. Appreffo alcuni Popoli,
allorche i figliuoli aveano compito il quinto anno, quei, che più li
assomigliavano a gl’incerti padri, erano tenuti da essi per loro
figliuoli; come racconta Stob. Ser. 42. Sem. Quanto è stato peggiore il
mondo in quei tempi di quello fia oggidi ! Mec. Se voi sapeste il
rimanente, ftu. pirere anche di vantaggio. Sem. Eche, vi sono state altre
scelleratezze ancora? Mac. Contentatevi di non udire altro per ora ; e
lasciate simili notizie, per quando farete più proveito : passiamo aderlo a'
tempi incno infelici. Ristabilito, che fu il matrimonio, s'introduffe da alcuni
popoli il contratto della vendita delle loro figliuole, cioè da' Greci, Traci;
Aliri, Arabi, Indiani, ed al, tri, come da Tiraquello nelle sue leggi
COS [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] conjugali
si racconta, e Sofocle introo duce le donne, che cosi favellano fopra
dició: Ubi verò ad pubertatem hilares pervenimus Pellimur foras,
atque divendimur Procul à Diis patriis, a parentibus, Alia quidem
peregrinis, alia barbaris. De' quali parlando Pomponio Mela riferisce, che:
proba, formof&que in pretio erant. Sem. In quei tempi saranno stati
con: ienti i padri, nascendo loro figliuole, e non già mesti, conforme ora
sono, che debbono dotarle, mercecch'essi allora ne ricevevano utile grande;
oltre I di che saranno state anche molto più cu stodire queste mogli a
caro prezzo com prate di quello si faccia ora, ch'effe b con grosse doti
comprano noi; poiche offervo, che se un cavallo ci costa molK to, abbiamo
somma premura di esso. Mec. L'interessati padri può effere, di che lo
faceffero, ma non già i buoni, che le amavano, e perciò riflettevano,
F [ocr errors] ancora, che se non portavano dote le loro figliuole, non
acquistavano, ovc foffero entrate, dominio alcuno. Ele mogli fi ftimano c
rispettano ancor adeffo da giusti, e saggi mariti, per questa modelima cagione;
e poi quelle, che portano grosse doci fanno ben farli portare rispetto anche
da’mariri non favj, dicendo Giovenale : Intolerabiliùs nibil eft, quam
fæmina dives. Dicendo ancora Cleobulo appreffo Stobeo: Si babebis uxorem
ditiorem, aut nobiliorem, dominos habebis, non affines. In oltre si costumava
da altre nazioni ancora comprarsi dalle mogli i mariti; conforme fi ricava da
Virgilio; Teque fibi generū Thethis emas omnibus undis. E Boetio, nel
lib.z. de Commenti alla topica di Cicerone, così parla. Tribus modis uxor
habebatur, usu,farre, et coemptione; fed confarreatio folis Ponsificibas
conveniebat; quæ autem in mamum per coemprionem conveperat, hæc [merged
small][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors] mater familias
vocabatur &c.; Sem. Si è costumato in alcun tempo, che non fa corsa
tra contracnci dote ale cuna ne’inaricaggi? Mec. Nelle leggi di Solone,
Licurgo, e di Platone fu stabilito questo ; ben è vero però, che la sperienza
has fatto conoscere, che fuccedevano più di rado i matrimonj, per non effervi
il suo fuflidio dotale ; essendocche pochi vi erano', che volessero
soccomettersi al grave pero di essi, senza il follievo della dote; onde
vedendoli dan ciò risultare notabile danno alla Republica, LA PRUDENZA ROMANA ftabilì
con leggi le doti,da consegnarsi alle figliuole, per sostentare non solamente
li peli del matrimonio, ma per allettare maggiormente ancora, mediante effe, gl
uomini a prender moglie, come disse il Satirico, Veniunt à dote
sagitsa. Pub. Erano certamente troppo pregiudiziali fimili leggi, dalle
quali lcfcludevano le dori; c perciò Aristotilo discordò dall'opinione del suo
Macftro Platonc provando ne' suoi Problemi, che fia cosa obbrobriosa prendere
moglie indotata; e che sia anche gran pazzia di colui, che lo facefle, dovendo
egli riflettere al peso, che se gli accresce: onde sopra di ciò interrogato
Anafsandro, cgli 'rispose; che sarebbe divenuto servo certamente colui il quale
bisognoso prendeva moglie indotata; perche in vece di se solo, dovea alimentare
più persone. Quindi è, che con somma prudenza fu risoluto nel Concilio
Arelatcose; che non si dovesse fare matrimonio alcuno senza dotc, como
riferisce Fontanella. Sem. E' stato costumato da nazione alcuna il
prendere più d'una moglie nel medesimo tempo? Mec. Anzi tuttavia dagl'infedeli
fi pratica ; ben è vero però, che tra eli le mogli sono trattate, come schiave,
tenendosi racchiuse, e guai a voi, Sempronio, se vi fosse permesso più di unas
moglie, allora vedreste in che travagli maggiori vi porrebbero le donne,
che go [ocr errors][ocr errors][ocr errors] godono la libertà,
ond'è stato fantisfimo il provedimento, che unica fia la conforte. Sem. E da
chi ebbe origine, questo matrimonio in fimile forma? Pub. Dal grande
Iddio; posciacche, crcato Adamo, formò Eva, e glicla died'egli medesimo per
conforte; onde ad iinitazione di questo gran matrimonio dce ogni fedele
contentarsi di una's fola compagna, e di rispettarla ancora, conforme fece il
primo marito, il quza le allorche la ricevette per sua sposas, così disse : Hoc
nunc os ex ossibus meis, caro de carne mea, hæc vocabitur virago, quoniam de
viro fumpta eft : quamobrem relinquer homo patrem fuum, a matrem,
adbarebit uxori suæ, derunt duo in carne una; e da ciò comprendere, quale ftima
li debba fare della propria moglie. Sem. Ma tornando alle doti, queste da
principio in che quantità furono ftabilire ? Mer, Non fu allora ciò
determinaco, ben [merged small][merged small][ocr errors] F 3
ben è vero però, che in appresso, essendo divenute ecceffive, furono stabilite
in una certa quantità, secondo le condizioni delle persone; e particolarmçate
nei domini, ben regolati. Sem. E questo viene offervato? Mec.
Qualche volta, ma non sempre; fentendosi assegnate a caluni in fommas più
considerabile degl'altri,quantunque fiano della medesima condizione Pub.
Mi piacerebbe lo stabilimento fiffo, secondo lo fato delle persone, ma da che
proviene questa inosservanza? Mec. Dal lusso accresciuto, il quale
effendosi anch'esso posto tra le spese necessarie per il sostentamento matrimoniale,
viene anche considerato per tale da chi dee accasarsi ; e perciò dice, tanta
dote io voglio, per pocer fare quello, che si costuma dagl'altri. Pub.
Qnando io preli moglie, e per qualche cempo in appreffo, et contentava ogn’uno
di ricevere competente dore; perche questo lusso di oggidi non non vi
era. More [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Mec. A tempo ancora,
che vivevas Gnco Scipione, le doti parimente erano molto proporzionate al
vivere di allora, ascendendo la più pingue, quale ebbe Magulia, che fu chiamata
las dotata, a cinquecento mila affi, come riferisce Valerio Maffimo. Sem. Non
erano dunque si tenui les doti ascendendo a tanta somma. Mec. Avvertite
Sempronio, che gli affi non erano già scudi; ma solamente ogo’uno di essi
arrivava appena al valore di quattro de' noftri quattrini di rame; onde turci
icinquecento mila afli formavano la somma di circa quattro milas fcudi de'
noftri; e poi le più frequenti erano di dieci mila asli, come ebbe Tacia
figliuola di Cesone, il quale non era ignobile, e cal somma appena ascendeva a
scudi ottanta, Sem. Ma da che proveniva, che corressero doti si tenui in
quei tempi ? Mec. Non da altro, che dal non efservi lusso, Sem. Ma perche
non si pone dal Principe [ocr errors][merged small] F4 cipe sopra
di ciò LA PRAMMATICA? Pub. Perche aon ci è bisogno in queIto della sua
autorità. Sem. Come non ci è bisogno? Pub. Ditemi, Sempronio, se voi
poteste senza l'autorica del Principe far cosa, che fosse anche di sua
fodisfazione, vi sarebbe bisogno della sua autorità per farla? Sem. Non ci
sarebbe certamente di uopo di essa. Pub. Or ditemi, s'è in voftra libertà,
nel farvi un'abito, spenderci 50. ò pur 100. scudi, ed in una carrozzas 500.Ò
1000. in questo vi astringerà forfc il Principe alla spesa maggiore? Sem.
Certamente, che no; Pub. Perche dunque non lo fate confiftendo in qưesto
la PRAMMATICA? Sem. Perche gl'altri non costumano di farlo. Pub. Or
dunque domandate a questi, che pongano efl'LA PRAMMATICA, non al Principe, il quale non comanda, che fi
ecceda gel lufto, Mec. A questo proposito essendo ftato supplicato TIBERIO (si
veda), a porre moderazione all'eccellivo lusso, che correvad in quel tempo,
egli negò apertamente di farlo, dicendo come riferisce Tacito: Pauperes
neceffitas, divites fatietas, Nos pudor in melius muter; onde da ciò
comprendete, che noi siamo i padroni di prendere quelle misure, che più ci
aggradano nei nostri trattamenti; et udite da TACITO (si veda) medesimo, come
mai lo espresse al vivo nel secondo de' suoi Annali: Cur ergò olim parfimonia
pollebat? Quia sibi quisque moderabatur : non ritrovandoli Gneo Fabrizio, e
Quinto Emilio, che un tondino, ed una saliera di argento, per servirsene nei
sagriticj; per altro tenevano da se lontano ogni luflo, conforme fecero ancora
i Publicoli, i Curj, i Scauri, et altri valoroG uomini, i di cui pensieri non
si aggi. rayano già intorno alle ricchezze, ma bensi agli onorevoli Consolati
alle me. ravigliose Dittature, ed ai Trionfi, per çimagcre immortali nella
pofterità: cos me [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
me riferisce Valerio Malimo : Sem. Hò capito a bastanza, e conofco, che
il mancamento viene da noi. Notificatemi ora, Dottore, quali sono questi
difetti corporali delle donne, i quali voi meglio degli altri
conoscerere: Med. Non posso servirvi in ciò, ele sendo che quanto sò di
occulco, non, debbo palesarlo. Mec. Il Dottore è compatibile in questo,
perche s'entrasse egli in disgrazia delle donne, potrebbe dire di aver finito
di fare il Medico; imperciocche, comincierebbero queste a dire, che tutti di
suoi infermi muojono, e perciò sias sfortunatissimo nel medicare, e di
vantaggio sia un vecchio stordito, che non sappia ove si abbia la testa; e
sapere purc, che queste muovono gl'animi colla loro eloquenza più di Demostene;
onde lo porrebbero in una totale defiftimazione, non facendoli scrupulo alcuno
di far ciò quanrunque fosse di pregiudizin grande a professori, il dicui merito
effe non sanno conoscere, per vedersi [ocr errors] [ocr errors][ocr
errors] da effe anteporfi gl'adulatori a questi. Med. Non è questo il
motivo, che mi ritarda il palesarli, ma bensì, l'avere io qualche segreto di
cal’una, che si trova con qualche imperfezione, onde non vorrei, che mi
credesse manca. core di fede, figurandofi, parlaffi di lei: per altro, non mi
ritarderebbe già di farlo quello, che voi avete accennato; perche, se dicessero
mal di me, diverrei Medico fortunato, essendo che non medicando, non mi
potrebbe morire alcuno, e per questo riposo ancora goderebbe la mia mente
tranquillità maggio [ocr errors][ocr errors] re. Mec. Queste sono
belle rifleffioni, ma però ad ogn'uno piace l'effere adopera to, e questo
senza protezione difficile mente si conseguisce. Med. Piacerebbe a me
ancora quan. do ciò non distruggeffe il mio individuo; e cercherei ancor io queste
pro- tezioni, quando accrescessero dotčrina; ma non potendo le stelle
cramandare i quci benigai inguda, ch'effe non hanno onde onde per
tal cagione mi persuado, che queste ancora non potranno addottrinare. Voi
conoscere il mio naturale ; di grazia non diciamo altro. Sem. Se non
diremo altro, non termineremo la nostra conferenza, ed io rimarrò senza essere
istruito. Mer. Vi consolerò io, ch'essendo già vecchio, niū fastidio mi
prédo delle doglianze feminili, non curandofi esse più trattare meco. Vi persuaderete
forse, Sepronio, che tali difetti personali occulti sieno cose grandi, essendo,
che il Dottore ricusò palesarveli? questi non sono altro, per quanto mi vado
immaginando, che un poco digobba, la quale viene ben uguagliata da buftini
ripieni nella parte mancante . Sono qualche palmo di giunta ne'calcagni, per
potere coparire al par delle altre ; qualche piaghetta,ò fistola occulta,o
ferore di naso, ò di bocca ; ò pure altro impedimento, mediante il quale si
rendono infeconde: Ma non crediate già, che tutte le donge abbiano fimili
imperfezioni, effendo [ocr errors] do solamente alcune poche queste
così imperfette. Pub. E' certamente curioso quel caso riferito
a tal proposito da San Vincenzo Ferrerio nei suoi fermoni. Aveva un
giovane sposato una donna, la quale gli parea di giusta ftatura, rimase
poi cgli quando la vide porsi a letto mancata in un momento per metà.
Dubito da principio, che gli fosse stata cambiata, mà miratala bene
in viso, si avvide effe. re la medesima, onde stimò bene dirle,
cosa avesse fatto dell'altra metà della sua persona ; l'accorta non fece
altro, che mostrargli le sue pianelle, ò trampani per la loro grandezza,
che appunto allora si era cavati, i quali non erano inferiori all'altezza
della base di una colonga. Sem. Fra tutte l'accennate imperfec zioni,
niuna mi darebbe maggior faItidio del fecore del nalo, ò della bocca; perche
io, che sono dilicato, non potrete credere, che avversione ciò mi recherebbe;
onde di questo, prima difpofarla, voglio ben'accertarmi in vicinanza tale, che
possa scoprirlo io medefimo. Pub. E che ? forse temete, udendolo per
relazione altrui, d'incontrare las bontà di quelle donne, che redarguite,
perche non avessero palesato il fetore della bocca de loro mariti, effe
rispofero ; che credevano, che tutti gl'uomini odorassero in quella forma?
D.Hier. in Jovin. Sem. Come si potrebbe fare per isco. prire quefti
difetti corporali occulti? Mec. Doverebbero palesarsi reciprocamente alla
prima, altrimenti, essen. do il matrimonio un contratto, vi farebbe inganno,
ciò non facendosi: E fe nei contratti delle compre de' schiavi, ò cavalli,
quando la frode fi scuopre, esli si possono riscindere, così mi persuado, che
sia in questo, cadendo-yil'inganno in cose essenziali alla fecondità; oltre
poi, quando non si poteffc riscindere, quante occasioni daranno di perpetui
disturbi tra di effi fimili diferti. Sem, [ocr errors][ocr errors]
3 Sem. Şi è dato mai il caso, che siang palesati questi prima delle
nozze? Mec. Molti esempj ci sono, e tra gli alori, quello di Crate
Filosofo Teba. no, cui portando grand'amore Hipparchia, la quale aveva non
inferior genio col FILOSOFO, che colla sua doctrina, onde richiedendolo per
marito, che, fece egli ? si scoprì il dorso, cmostrolle la sua gibbosità; e di
poi posto in terra il maorello, bastone, e tasca, che 2veva, le disse: Signora,
queste sono tutte le mie supellectili, la mia defor mirà già l'avete veduta,
onde considerate seriamente ciò, che fare per non. avervene a pentire. La
saggia donnarei plicogli, che aveva già sufficientemen te proveduto ogni
bisognevole, e confiderata ogn'altra cosa, e perciò credeva, che più bello di
lui, e più ricco non fosse nato al mondo; onde che l'avesse pure condotta dove
voleva, come sua moglie . Ed il simile fece ancora nel discoprire la sua
gibbofità il Padre di Sergio Galba a Livia Occellina Daman mol per
mo molto ricca, è bella, per non ingannarla. Sem. Bisogna, che
queste non credersero deformità svantaggiosa la gobbas de’loro mariti, perche
hò osservato i figliuoli di cocefti molto diritti, e belli; mà vorrei sentir
riferire qualche caso di donna, che avesse scoperto all'uomo i suoi
difetti. Pub. Vi fu una giovane bellissima amata teneramente da un
Gentiluomo, il quale avédola farta chiedere glie, fi scusò ella di non poterlo
compiacere, onde da simile ripulsa s'accese di desiderio maggiore, per averlas;
mà che fece la savia giovane, vedendo, ch'egli non defifteva ? gli fe
intendere, che lei medesima gli averebbe palefata la cagione, per la quale
ritardava di condescendere alle sue brame, e c011"certato il luogo, ed
abboccatisi insienie gli scoprì il suo petto, e felli vedere un canchero,
ch'aveva in una zinna, dicendogli,Signore, questa carne, ch'è incominciata ad
incadavcrirli voi amato [ocr errors][ocr errors] ta [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] canto! Rinase egli confuso nel rimira, re tale
spettacolo, il quale frenò in gran parte quell'ardente amore, che le portava's
desistendo in avvenire di farla più importunare. Sem. lo credea, che le
donne non fossero facili a scoprire i loro difetti, sarauno però rari questi
esempi: Mec. Il simile credo anch'io, e da ciò facilmente oasceranno
molte contese cra mariti, e mogli, d'onde provengono i divorzj, e fe li
palesaffero alla prima scambievolmente i loro difetti, forfe che non
seguirebbero; posciache essendune ainbidue consapevoli, non li pom trebbero
allora dolere, se non di loro medefimi. Sem. Perche non si potrebbero fare
ri. conoscere ambidue prima del matrimos nio per meglio accertarsene?
M26. Questo ripiego fu disapprovato, quantunque lo aveffe proposto Platone;
onde che fi dirà apportandolo you?' Evi pare, che l'oneltà lo debba permettere?
Appena le leggi Romane antiche tolle. G [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] 98 Conf. 4. Dec. prima
il rarono una tale ricognizione nell'uomo, proibendola efprenainente nelle
donne: e re Platone aveffe osservato cioccheri feriscono Plinio, e Solino, che
i cadaveri delle donne galleggiano sù l'ondes con il ventre all'ingiù, e degli
uomini all'opposto, cercamente, che averebbe appreso dalla natura il documento
di doverte, trattare con maggior onestà, vedendoli naduralmente risplendere un
non fo che di modestia in eile, anche dopo morte. 1. Pub. A questo propofito
lessi in Plufarco, con mią grande ammirazione, ciocch'egli racconta di quelle
Vergini Milelie, le quali, divenute pazze a cagione d'influenza peftifera,che
ivi vagava, erano forzate dal loro delirio a morire appiccare, e questi
spectacoli giornalmente fi trimiravano nella Città di Mileto ; fenza che le
preghiere, e le dagrimé de' genitori potessero impedirli; solamente il
contiglio di un Savio porè rimuoverlig. e fu di procurare con decreto del
Senato, che tutte quelle,che si sospendessero in avvenire, forfero esposte nude
in nezo alla piazza a vita di ogniiuno:Indusfe nella fancatia di cucina te le
giovani tale spavento, ufc4to sopra di ciò l'editto, che manco affatto Porrido
fpettacoto, aftenendoli age'unas in avvenire di farlo ; perche concerioz per
cola assai peggiore perfere veduta ignuda, benche morta, che vestica ap.
piccata . Med. Due altri fatti poffo riferire anch'io di donne savie:
Polisena fu unas di queste, di cui così ne parla Euripi de, At illa
jam moriens tamen Multum providit, ut honeftè caderet .
Celaretque', que celare oculos virorum oportet i Ed Ovidio ancora,
nelle sue Metamorfosi, così dice della medesima, Tunc quoque cura fuis partes
velare, pudendas Cum caderet, castique decus fervare; pudoris ; E
l'altra fu Olimpia madre di Alessan dro il Grande, che trovandoli
proffiina alla morte, con i propri capelli, e vefti ricopriva ciocche l'onestà
non permetteva - Acimirasle scoperto . Sem. E chc G farà delle belle,
delle ricche, e delle brutte, e povere ancora, come troveranno queste
marito? Mes, L'udirete in appreso. [ocr errors][ocr errors][merged
small] [ocr errors][merged small] [ocr errors] Nella quale si mostra, in che
modo si maritino le belle, le ricche, e le deformi quantunque
povere. Mecenast, Sempronio, Publio, et Medico.
Mec. A lunga sperienzando che hò del mondo, grá cose mi ha fatto
conoscere intorno a matrimonjoli qua, li per essere contracti, come fu
detto, hò scoperto in effi ancora i suoi scnsali, conforme fono negli alori
trafichi. In quei fatti a doves re de quali già parlammo hò offervato sempre
mezana la Prudenza, la le non già di approveccia di alcuna fensaria per se
medesima, come sogliono qua, praticare gli altri sensali dc'
matrimo. nj. Sem. Quali sono questi altri? Meci Amore, l'
Ambizione, e las Bugia. Sem. Che fofle Amore sensale Ò, 'mezano de'
natrimonj' lo sapevo anch? io; ma questi alori mi giungono nuovi; e come mai
l'Ambizionc potià trattare i matrimoni? Mec. Vi sarà una giovane brutta
ral. volca, e povera, c perciò Amore l'averà abbandonata'; ma perche si trove
rà umfratello, che si potrebbe avanzare nelle armi, ò nelle letrere, che farà
l'Ambizione? li metterà a trattare il di lei matrimonio, e con motivi si
efficaci darà ad intendere, che da quel mari. taggio, ne risulteranno vantaggi
tali a prò di quel giovane, cui la propong, che lo porranno in grandezze,
edonorificenze molto considerabili in breves tempo. Sem. Ma non li avvede,
ch'ella è de forme Mero Mec. In questo l'Ambizione s'inge. gnerà di
non fargliela comparire tanto brocca con mostrarli, che ci sono tante più
deformi di effe, le quali pure hanno trovato marito; e di poi gli caricherà
tanto le specie dell'apparence bene futuro, che arriverà ancora, quantunque.
fyfle brutiifiina a fargliela comparire vaga a segno, che lo farà divenire
diella amante. Sem. Ma questi sarà impazzito, se non diftinguerà ciocche a
leoli esteriori si fa palese. Mec. Credere forse voi,che solamen. ce
Amore faccia impazzire gli Orlandi? l'Ambizione ancora è capace di farlo; e
questa appunto è la sensaria, ch'ella brama: cioè di vedere fuori de'suoi sen.
rimenti anche gli uomini savj, e talvol? ta quelli ancora, che si stimavano
capaci di dare ottimi consigli ad altri. Sem, Ed Ainore, che fensaria
ritraer da? suoi maritaggi? Mes. Non altra ; che di vederli in brieve tra
di loro disgustati, essenda,che come si luol dire per proverbio; chi per amore
si prende, per rabbia li lascia. Sem. Ela Prudenza, che ne ritrae di
sensaria? Mec. Di vederli con perfecta pace tra elli, di sentirli dire con
Ausonio trai di loro : Uxor vivamus, quod viximus', dove teneamus,
Nomina, qua primo fumpfimus in than)lamo: Nec ferat ulla dies, ut
commutemur in Ævo, Quin juvenis tibi fim, tuque puellas
mibi. Sem. Questa per verità è un'ottima fenfaria, che volentieri si può
pagare da curti,e con fomino diletro.Ma palliamo ora all’Avarizia ; com’enera
questa nei matrimoni, vedendosi introdottas oggidi tanta pompa, e splendidezza
in elli, che pajono più costo trattari', u regolati dalla prodigalirà sua
nemica. Mec. Cosi non ci cotraffe: vedrete una giovane non solamenté
bructa, ma [ocr errors][merged small] anche mal sana, ricca però affai: e
chi mai [poserebbe questa, con cucce le sue ricchezze, se l'Avarizia non
trattasse il suo parenrado ? Sem. E come mai ella opera ? Mer. Si
porrà d'intorno ad un bel giovane, ma povero, e gl'infinuerà, che quel partito
potrebbe farlo divenia re molto riccbi e gli riempirà la testad fcema, che si
ritrova, di molte, ei molte migliaja di scudi; dicendogli, che potrà allora
godere, e stare allegramente; e susurrandogli qualche altra cosecca di più alle
orecchie, lo farà fare in tutto, e per tutto a suo modo; fenza che gli amici lo
possano più rimuovere con tutta la rectorica di Cicerone, e l'energia di Demostene.
Sem. Questi ancora mi sembra un paz-s zo. Ben è vero però, ch'è caso raro,
effendoci fatto divenire dall'Avarizia i posciache i suoi seguaci non buttando
il loro non sono tenuti pazzi; conformea potrà contestare il Dottore', che
conos sce, che cosa fja pazzia, Mede [ocr errors] Med. Cilono però
diverse specie di questo male; laonde se non sono di quefta fpecie di di:Sipare
il loro gli Avari sa-, ranno di qualche altra; mentre alcuni di essi, per non
ispropriarli del danaro, divengono tiranni di se medefimi i ed inoltre, quanti
Avari vi sono stati, che per leggiere cagioni hanno dato la morce a se
incdelimi, e quetti di riputere: voi forse savj? e tornando al caso proposto, à
me pare, che per avarizia coftui spreghi il meglio, che si ritrovas, ch'è
appunto il fiore delli suoi anni, spofando una donna mal fana, e brutta Sem,
Che sensaria mai può guadagnare l'Avarizia in far questo? Mer Ella spera di
potere acquistare tanti seguaci di più, quanti poveri arricchisce per questa
via, essendoche quando erano poveri, non potevano: cflere Avari, perche non
avevano mo-> do da cumulare i dove che arricchiti poffono averlo. Sem. Mà
come potrà avanzare? dicendogli, che faute, che avesse il pa. ren
rentado, averebbe goduto, e sarebbe ftato allegramente, e questo non si può
tare da quelli, che vogliono cumula Meo. Voi non capice il parlar
equivoco dell'Avarizia ; ella non già intende il godere, e stare allegramente
dispendiofo, ma bensì quello di cumulare, creduto da efla, e suoi seguaci
piacere, e contento maggiore di tutti gli alori"; è ben vero però, che in
questi cali rimane ella fovente delusa ; posciache i giovani dislipano tanto in
tali occalioni, che bene spesso si pente l’A. varizia di esservisi ingerita.
Semi Com'entra la Bugia ne'matri. monj? Mec. In quanti se ne fanno, senza
le direzioni della Prudenza essa vuole-ingerirsi, e per un verso; d per Palero
ci vuole avere in questi la sua parte. 7 Sem. Si dice però communemente,
che la Bugia abbia le gambe corte, onde fi fcoprirà, e non potrà perciò fare
breccia. diri Mele 1 Mec. Non è così perche non opera già
sola. Se Amore per esempio trarre. rà un parentado, essa pronta vi accorre, e
si affatica tanto per fare apparire quel. la giovane, per cui si tratta, savia,
prudente, e di abilirà: ò quel giovane di costumi angelici, e di abilità
sommas; quando per verità farà tutto l'opposto. Sem. Mà quelto in brieve
si può scoprire. Mec. Prenderà ben ella il contratempo, e quando vedrà
che i genj, mediante Amore, saranno cominciari as collegarsit, allora, ciocche
ella dirà, sadà creduto per vero; nè fi pafferà più oltre per iscoprirlo,
quantunque fosse falfifsimo: lo fomina in tali occasioni la Bagia si affatica
tanto; che arrivò as dire un Filoloto, che s'ella non si ri-, mescolaffe à
questo segno si troverebbe per certo il mondo.più spopolaco notabilinente
Sem. E come ? e perche ? Mec. Popolandoli il mondo, median-> te i
matrimonj, quando questa non aju.taffe à farli, oh quanti di meno ne le
guirebbero! Onde per mancanza di effe molto fcemerebbe ; talmente ch'essad lo
mantiene cosi popolato . Sem. Non credo però; che abbia tanta parte in
essi, quanta voi dite. ) Mec. Ed io credo di vantaggio ancora;
imperciocche dicemi: nel mondo, quali sono più numerosi, i buoni, ò i carrivi?
Sem. Questo calcolo non so chi l'abbia fatto : ti dice bene da pertutto, che
gran parte in esso vi sia di cattivi. Men E credete voi, Sempronio, che questi
trovassero moglie, se la Bugiai non ricoprisse i loro vizja: Sem. Io
credo di nò; Mec. Dunque non facendosi tutti questi, che danno
considerabile apporterebbero alla popolazione del mond? Sem. Ditemi, che
fensaria ella riceve? Mec. Non altra, che di trionfare allorche li
scuoprono gl'inganni da efsa orditi; e li prende sommo piacere del
lc de discordie, e dissensioni, nate da ciò tra in arirari. Sem. Oh
che razza di gusti deprava Mic. Quéli appunto sono i piaceri, che li
prendono i vizj, non confiitendo in altro, che nel vedere precipitato chiunque
dura loro fede, e perciò non iè bene di prevalerli, Sempronio, della opera loro
in conto alcuno. Semi Mirpersuado, che la Prudenza non tratterà fimili
mariraggi, onde pochi faranno quelli, nel quali effa s'in. trometterà : per
efeinpio, se sarà bella da giovane, lascierà trattare il suo pa. rentado
ad Ainore, ed effa fi discolto. rà. Mec. Non è così ; perche la Prudenza
non è già tanto indiscreta, che odj la bellezza, c fe vedrà, che colla beh -
lezza ci fia unica anche l'onestà, ed il buon costume, li tratterà, e
concladerà infieme; ma quando poi fi ávvedesse, che colla bellezza, questi non
ci fossero, allora ne lafcierà la libertà ad Amore, che le marici a suo piacere
: Sem. Mà ci sono elempj di queste belle accasate dalla Prudenza?
Pub. Tanti appunto, quante donne helle hanno mantenuta la fede illibata) ai
loro mariti; e di queste Plutarco ne riferisce molte, parlando delle donne
illuftri į confessando ancora l'Ariosto nel canto non esservene stata mai pea
nuria di esse, con dire: E di fedeli, e caste, e faggie, e forti
Stare ne fon, ne pur in Grecia, e ithead [ocr errors] Roms,
Ma in ogni parte, ove fra gl'Indi, gl’Orti Dell'Esperidi il Sol
spiega la chioma; Delle quai sono i pregi, e glonor mortis Sì
ch'appena di mille una finoma, E questo perche avuto hanno a'lor
tempi I Scrittori bugiardi, invidi, ed empji. lSem. E nci maritaggi
con ricche doti s'ingerisce mai la Prudenza, effendo disuguali di condizione
? Mes. In questi ancora, quando ritrova, che amili ricchezze fono
venu te te per vic oneste; descritre così da Sene's ca de Vila beat
a cap.2 3. Nulli detractas, nec alieno fanguine cruentas, fine cujufquam
injuria parias, fine fordidis quæstibus, quarum tam honeftus fit exitus,quàm
introitus, quibus nemo ingemifcat, nifi malignus. E non scorgendo di mal cofume
chi le poflede, li conclude ancora; perche come mostró Platone į non induce
disuguaglianza disdicevole las fola disparita di condizione. Sem. Quale
farebbe questa disugua. glianza disdicevole? Mec. Sarebbe appunto, se un
nobile, per cagione della gran dote, volefse sposare l'unica figliuola map educa.
ta di un vile, e sordido arcista; l qual matrimonio non solamente darebbe da
dire a molti, ma ancora per lungo tempo sarebbe privo di potere conversare con
uguali, chi prendesse una fimile Spofa, Sem. Vi fuschi di Te in fimile
congiuntura, che de mormorazioni solamente per qualche tempo duravano, mà
chc che le grosse dori rimanevano per sem., pre; io però non sono di
genio si vile. Méc. Credo, che voi manterrete il decoro di Gentiluomo,má
replico bensis a colui, che punto non lo consideras :: che i figliuoli ancora
riinangono per : seinpre di somiglianti inclinazioni, e co. ituini; essendoli
osservato in molii, che hanno voluto canto digradare dalla lo-> ro
condizionc, con prendere per moglie giovani mal nate, e di poco buon co->
itume', 'credirarsi da loro descendenti » gonj vili, c plebej; cosa alai più
dannoia, e pregiudiziale, di quello sieno le mediocri picchezze nelle famiglie
ile luftris onůc perciò il poeta Satirico conrra di questi disle, Scilicet
expectas, us tradat mater boSo do neftosigilom Aut alios mores, quam quos
babet? E quell'altro anche canto Infequitur leviter filia matris iter...
Olere diche certi matrimonj fatti con tanta disparità di condizione, se non,
averà prudenza la moglie, riescono ang che infaufti a mariti; come provò
Fulvio, il quale avendo sposato una Ichigvå, fu dalla medeliina tradico,
denunziando ove egli era nascosto, csendo tra i proscritti in tempo del
Triumvirato. Sem. Vorrei anche sapere, fela Prudenza tratti marrimonj didonne
brurce, e ditettofe. Mec. Questi ancora maneggia, quando ci trova il suo conto;
cioè a dire che quella da voi creduta deformità non pregiudichi a fare
figliuoli, nè alla pace doinestica. Sem. Io mi perfuado, che la brut.
tezza poffa ritardare 'ambidue ; perciocche, come si potrà amare una donna deforme
e non amandoti questa, come li potranno avere figliuoli, ed esserci la pace
domestica di Mec. Dovete sapere, Sempronio ; che due bellezze sono nelle
donnc ; una delle quali è di fola apparenza, e perciò viene detta eftcriore, e
l'altra inter, Da, la quale risicde nell'animo: la pri. [ocr errors] ma
si rende inanifesta ad og i uno, che Ja rimira; la seconda poi, quanto più si
nasconde tanto maggiormente risplende'; quale di queste due voi bramerefte,
Sempronio, che avesse il primo luogol nella vostra sposa ? Sem. Quella,
che porelli vedere, we godere insieme. Meci Questa sarebbe lefterna, che
per breve tempo la potreste vedere, er godere ; essendocche prettamente fier
nisce, venendo da' Poeti assomigliatas alla rosas Collige virgo rofas dum fos
novus, o nova pube's, Er memor efto, ruum fic properare tuum. Ed
altri: Rofa viget breve tempus, fi autem pra terierit Quærens
invenies.non rofas, fed fpinas. E Seneca dinle Anceps.forma bonum
mortalibus, Exigui donum breve temporis, U velox celeri peide
laberis: H 2 8. Ed [ocr errors][ocr errors] Ed il Petrarca ancora
così ne parla Questo noftro caducong fragil bene, Cb'è vento ed
ombra, ed ha nome beliade. L'altra bensì, effendo radicata
nell'ani. ino, non languisce in alcun tempo; anzi che in certe contingenze fa
vedere quanto opera in conservare la pace domeftica. Vi potrei a questo
proposito addurre molti csempj; ma quello riferito da Enea Silvio della moglie
di un celebre Medico Sanesc fa al nostro propofito. Questa era molto deforme,
nulladimeno, per le fue rare viciù, l'amaya suo marito svisceratamente,
chiamandola la sua buona Ladiç; ed appunto d'onde possa ciò nascere lo spiega LUCREZIO
(si veda), dicendo: Nee divinitùs interdum, Venerisque sagittis,
Deteriore, fit ut a forma muliercula ametur; Nam facis ipfa fuis interdum
fæminar factis Morigerisque modis, cu mundo corpore cultu Ur fucile
insuefcat fecum vir degere vitam. Sem. Ma effendoci l'efteriore, perche
non potrebbero ancor'acquistare 1.1 bellezza interna coll'industria
de’lo"ro mariti? Moc. Onanto siete buono, Sempronio, che vi volete
affaricare in merte, re "il giudizio, ove non sia ; e non sapite, che
fin'ora non è bastato l'animo ad alcuno di porcelo: bisogna pregare Iddio, che
non vi abbarciate in caluna, che penurj di effo; perche altrimenti è tuito
tempo perduto quello, che s'impiega per farlo entrare, ove non sia. Pub.
Sempronio procurare di grazia di stare cautelato; perche questa bellezza
esteriore, che voi tanto bramare, fi uniforma alle volte a quella dei tempi
degl'Egizj, ch'erano belli di fuori, e e brunti al di dentro : oltre di che
apprendere questo utiliffimo documento da S. Girolamo : non facilè cuftodisor,
quod omnes amant, O in quo totius popu. li vosa fufpirant; e canto
maggiormente, [ocr errors] H 3 .te, che il Nazianzeno la chiama :
temporis, et morbi ludibrium : Santamente, dunque l’Ecclesiastico dice: Ne
respicias in muliere speciem, nec concupiscas mulierem in fpecie. Scm.
Coinc fa la Prudenza a conosce. re, che questo giudizio vi lia, ove law bellezza
non regna? Mec. Lo comprende ben ella allorche rimira una giovane modesta,
circospetra nel parlare, non curiosa, ftabile, attenta, ed applicata a fare
ciocche dee; onde la reputa perciò giudiziosa; mà le poi la scorge incostante,
disapplicata, curiosa', garrula, c vana, que. Ito le basta per crederla
imprudente, c non fi prende penfiere alcuno di essa. Sem. Ho udico
raccontare più volte, che alcune giovani pri na di maritarsi fieno ftatc tenute
per giudiziose, e prudenti, ma che poi fattefi (pose sieno diveoute l'opposto
di quello, che dianzi erano reputate, per avere sciolta labri. glia a tutti
quei vizj, che tenevano ce.Mec. Bisognerebbe con esattezzas esaminare, per
colpa di cuilia ciò provénuto, se di effe, o de i loro mariti; u se fi
rincontraffe, che avessero in ciò peccato i mariti, sarebbero esse degne di
compaffione, dovendo come subordinate regolarli secondo quello, che a medelimi
vedranno operare; potendo ancor esse scusarfi, come fecero le don. ne Ebrce
allorche furono riprese, perche fagrificavano nell'Egitto, le quali dillero:
Numquid fine noftris viris fecimus? fer:. Sem. Come Opera la Prudenza per
concludere fimili matrimoni? Mec. Primieramcnte con fare riflettere al
giovane, che brama di accasar fi, quale sia il fine principale del
matrimonio, cioè per ottenere figliuoli, o che questo non fi orriene mediante
los bellezza, ma bensì per la sanirà del corpo;: onde che non debba
quell'anceporsi a questa ; ficcome ancora cons fare confiderare i danni, che
potrebbe qucla bellezza ofteriore apportare [ocr errors][ocr errors]
mariti, li quali provò appunto Uria per la bellezza di Bersabea ; ed Abramo
uomo saggio per isfugirli, che cosa facelle, avendo Sara per moglie, donna.
belliffima, allorche dovea andare in E. gitto, e fu, Gen. Novi quod pulchra fis
mulier, et quod cum viderint te Ægyptii di&turi funt : uxor illius eft,
interfcient me, o te refervabunt : dic ergò obfecro te, quod foror mea fis
&c.: Eche quando simili infortunj, non accadersero per cale cagione,
potrebbero per altro succedere dicendo Leucippo:che la bellezza sia una saetta,
la quale ferisce con maggiore velocità di quellow, che viene scoccata dall'arco
: e Ciro che debbali più temere questa, del fuoco, il quale non offende in
qualche distan. za conforme fa la bellezza; insegnando l’Ecclefiaftico al 9.
Propter Speciem mulieris multi perierunt, et ex bac concipifcentia quafi ignis
exardefcit : oltre di che gli farà ben capire, che non solamente,egli
viventesquefta polsa danneggiarlo, ma cziandio clinto che sarà, c
CON [ocr errors] con qaciti motivi lo ani nerà a scize glierti per
inoglie più costo la laggine, che la bella. Sem. Mà come dalla moglie
belles potrà strapazzarli il maritu defanto? Mec. Lo comprenderete dal
seguente avvenimento riferito da Petronio Are bitro. Dimorava in Efeso una
Matrona, non meno bella, che stimata da tutti di fomma pudicizia; ed essendole
morto il inarito, non solamente dirottitfunamente lo pianse, mà, accompagnatolo
al sepolcro, delibero volere ivi termic nare la sua vita con esso; nè fu porabile,
che i parenci, anzi il Magistrato stesso la potessero rimuovere daral penfiero.
Già sofferri. avea cinque giorni di rigorosa astinenza, quando un sol. dato, il
quale cuftodiva alcuni cadaveri de ladri, ch'erano stari, giustiziati vicino a
quel sepolcro, si avvide di notte, che usciva un cerro lume da unas contigva
casetta, ed udiva insieme ivi piangerl; vi accorse, cd animalo vi entro, e
calato che fu dove si piangeva, ap [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] Conf. Dec. prima appena vedute due donne'appreffo ad un cadavero, sen
tornò in dietro a prendere la sua poca cena, e ritornato che fu, cominciò a
consolarle con offerire loro quel poco di ristoro, che feco portato avea. La
più addolorata, la qual'era la sudetra Matrona non mostrò punto di gradire le
cortesi esibizioni del feldato, anziche più costo'raddoppiava ischiamazzi con
svellersi i capelli, e percuoterfi maggiormente il perto : non si perdette egli
di animo per questo, ma fi accosto all'altra, ch'era la fervente, offerendole
cortesemente il vino, che avea ; ed ella non fi moftro canto ritro. fa;
posciache'riftoroffi con quello, e guftò ancora il cibo'; ed indi si pose ad
efpugnare la pertinacia della sua padrona, e tanto le leppe dire, che alla fine
la vinse, eristoroffi anch'ella. Vedendo il soldato, efferli renduta in questo,
passò più oltre', e coll'ajuto della fervente gli riusci di prenderla per
moglie, non dispiacendo alla vedova l'aspetto del fudecco giovane ; ¢ ciò fu
concluso frete [ocr errors][ocr errors] frettolosainente . Dimorarono
tre giorni in decto sepolcro i sposi, uscendo appena di noite tempo il soldato
a provedere ciocche faceva d'uopo per alimcatarsi tutti. In questo montre da'
parenti degli appiccati fu portato via uno di quei cadaveri, ed
avvedutofene il sole dato lo palesò alla sua fpofa tutto contristato ;
dicend le, che non era coaveniente di aspettare la sentenza del giudice,
essendo egli incorso nella pena di vita, per la sua
trascurata custodia ; on. de che gli avesse pure preparato il luo. go per
fepelirlo allieme coll'altro suo inarito, essendo egli già disposto a darli la
morte . Ciò udico, la compaffionevole donna rispose: non sia mai, che io abbia
da vedere due de' mici carifli. mi mariti, defonti nel medesimo tempo;
desidero più costo appiccare il inorto, che di perinettcre, che il vivo
perisca: deh prediamo questo cadavero,e collo? chiamolo, ove manca quello
del ladro. Ubbidi prontamente il soldaco ; e nel di seguente cucco
il popolo f maravi. Conf. s. Doc. prim. gliò, coine inai quel njorto, così teneramente
pianio, fosse stato posto sopra un paribolo: Sem. Talmente che saranno
tutte finzioni quei gran pianti, e schiamazzi, che fanno le donne vedendo morti
i mariti? Mec. Per lo più cosi credo anch'io ; perche, non avendo queste
la prudenzas virile, con faciliià grande fi pongono as piangere, ma noui tono
già così gli uo. mini. Pub. Voi mostrato di non avere letto Filostrato in
Sofijt.: il quale raccontas ciò, che fece Erode il Sofista nella morte di sua
moglie, ch'è questo appunto. Non si contentò egli di averla pianta
dirottilmamente, stando anche sopra terra, ma volle continuare a farlo tutto il
rimanente di sua vita : e come se le inura della sua casa pocessero essere as
parte del suo dolore, le fè tutte vestire di bruno, e la sua casa fu dall'alto
al barlo così bene dipinta a color nero, chu rendca gränd'orrorc: inoltre
volle, che tutti quei, ch'erano al suo servigio fof. sero mori, o per
natura, o per arte: cgli stesso si fè cignere co’carboni il vol. to, per
portare ancora in fronte la di. visi del suo dolore. Tutti i suoi mobili anche
i piatii, e bacili', ne' quali li lavava crano neri . Passò del tempo in questa
bizaria, senza volere udire alcu. no di quei, che volcano persuaderlo a
cambiare risoluzione. Lucio, che gliera amico, gli aveva più volte parlato di
questa materia, mà senza frutto; allas tine una sola parola di scherzo lo
guada. gnò. Le sue serventi lavavano un giorno alla fontana certe rape; le vide
Lucio, e domandò, fe quelle doveano servire per la tavola del loro padrone, il
che affermarono; se ciò è cosi disse Lucio ; riferitegli da mia parte, ch'egli
fa un gran torto alla sua moglie, e che non dee mangiare rape bianche in casas
vestita tutta di nero ; onde che si era infinitamente maravigliato, com' egli
non riparasse a cosi grave disordine, dovendo il suo bere, cd il suo
mangia. [merged small][ocr errors][ocr errors][merged small] TC re
essere vestiti come lui di gramagliw; ed a queste parole cominciò ad aprire gli
occhi, per vedere, e riconoscere le sue stravaganze, e questi era pur Filosofo
non già donni! Sem. Iftruitemi di grazia meglio sopra i matrimoni, fatti
senza l'intervento della Prudenza, per non cadervi. Mec. Nella: ventura
conferenza vi consoleremo. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small] 100, avendola me CONFERENZA Nella quale
si esaminano più distintamente i pregiudizj', che risultano dai matrimonj farci
fenza in l'intervento della Prudenza. Sempronio, Publio,
Mecenate © Medico OL Uanto mai mi ha contriftato la storia
riferita della cru. dele donna di Efe. fo glio considerata . Pub. Non
bisogna sgomentarsi, Sempronio, per fi lieve cagione ; perche. primicramenre
chi fa, le veridico lia tutto ciò, che in esta si racconta parendoini molto
inverisimile, che li di lci parentis cd amici l'avessero del cute [ocr
errors] to cata, avendo, oltre i natali, Giulio s Conf. Dec.
prima qualche concerto maggiore, per lo sviscerato amore mostrato verso
suo marito; oltre di che, chi potrà mai credere, che una donna, i dopo efsere
stata cinque giorni, con tanta attinenza, poreise pensare, non che effettuare
ciò, che fi lppone facesse : e poi, quando' realmente fosse ciò foguito, vi
posso riferire moltissini esempj dimogli fedeliflime, le quali o per vero
dolore sono morte, quando videro i loro consorti estipfi, è dettero chiari
atteftati del loro fincero, e costante amore. Laodamia fù una di queste, la
quale mori di cordoglio sopra il çadavere di Protesilao fuo marito, ucciso da
Etrore. Ed Artemisia a che segno amò le ceneri di Mausolo suo marito, che fin
volle, stemprate tolle sue lagrimc, dar loro ricetto nel suo corpo ingojandole
a poco a poco! 'E finalinente, per non diftendermi di vantaggio nel riferirne
inolte altre: Peponilla moglie dime riferisce Xitilino, sotto l'Impero di
Vespasiano, aon visse nove anni con suo marito dentro un sepolcro, ove diede la
vita a due figliuoli? e questa lo tenne lontano dal supplicio, per quanto le fu
permesso, non già ve lo mandò? Sem. Tutto va bene; ma però, che una donna,
dopo tante lagrime sparse per suo marito, l'abbia esta condannato al patibolo,
mi pare grave, e detestabilc facro; posciache, se non amava quel cadavero, à
che fine bagnarlo di tante lagrime? e se poi l'era ficaro, come mai ebbe tanto
cuore di fare un' atto si crudele contro di esso, feuzan averle data occasione
alcuna? Mec. Quell'iniqua fantesca fu la cagione di tanta fceleratezza;
impercioc" che la povera padrona, dopo cinque giorni di dolorofa
inedia sofferta, non trovando dalla morte pietà alcuna in voler porre fine ai
suoi cordogli, e vedendosi imporcunara dalle preghiere di essa s’induffe à
prendere quel poco diria ftoro', offertole non già da pareoti, che
I l'ave [ocr errors][ocr errors] l'avevano abbandonata, mà bensì da
un cftranco, che fu la ruina della sua réputazione, perche chi d'altrui preode,
se Iteffa vende. Sem. Mà come! nc anco dentro il repolcro è sicura la
pudicizia, ed allas prcfenza del marito defonto! Mec. Diceva il Re
Filippo, che non era inespugnabile quella fortezza, ove fusse potuto entrare un
mulo carico di oro; e voi credere sicura una donna bella, guardata da una sola
fancesca in luogo remoto? quando trovandofi già languida è affalita da un
soldato armato, giovane bello, ed avvenente, ristorandola col cibo, adulandola,
e lusingandola insieme con dolci parole. A queIto proposito cade in acconcio il
proverbio di Salomone. Mulierem fortem quis inveniet? E tanto inaggiormente,
quando il marito giace estinto, e perciò nè può correggerla, nè punirla. Sem.
Queste ragioni non mi appaga. no punto, onde per non avere a cadere in fimili
infortunj, bramerei che voi con [ocr errors][ocr errors] con la
vostra solita ingenuità mi scopriIte molti altri pregiudizj, che potrebbero
nafcere, non avendo la Prudenza parte uc'maritaggi ; e perche avete voi
conversato molto in yostra gioventù, vi sarere incontrato facilmente in, più
contrasti nati tra i mariti, e mogli. Mer. Gli hò uditi certamente fpefso
riferire, e letti ancora; e quantunque non li abbia provati, per essere vivuto
libero, con tutto ciò sono appicno informato di molciffimi avvenimenti in fimili
materie. 1 Sem. Or dunque, in quelli fatti per opera d'Amore, senza
intervento della Prudenza, che vi avere offervato di inale ? Meo. Ne hò
veduci tanti di questi principiare bene, ma poi cambiare in un tratto la bella
apparenza, ed allas fine rerminare infelicemente ancora. Sem. Come
cominciali bene, e poi mutarfi? fe: Chi ben comincia, bà la metà
dell'opra? Mec. E pur così è seguito ; impera cioc [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors] I 2 ciocche
alla prima, in quel fervor di afferro, la sposa era tenuta in pianta di mano;
ma appena intiepidito questo de qualche lieve cagione mutava faccia il tutto, e
quel grand'amore in breve pafsava in noja, ed alla fine questa si avanzava al
dispregio. Quindi è che l’Ap. piense disse: 174 Ef modus, dulci, nimis
immodera ta voluptas Tædia finitimo limite semper babet : Cerne nouas
fabulos rident florente colore Piet a, velut primo vere coruso at
bumus, Cerne diu tamen bas, hebetataque lumina fleetas, Et tibi
conspectus nausea mollis erit. Pub. Voi, Sempronio, avete lascia.
to il meglio, cioè, Non si comincia ben se non dal Cielo. E credete, che
facendosi il matrimonio per opera d'Amore senza l'intervento della Prudenza,
sia esso cominciato dal Cielo? Sem. E perche no, avendol per fine
la la conservazione della propria specie? Pub. Il fine è fanto, ma
il da voi proposto mezo, per conseguirlo, non è buono;non dovēdosi ricorrere ad
Amore per farci conseguire una buona moglie, ma bensì a Dio, conforme c'insegna
Salomone : Uxor prudens à Domino · Sem. Per quali motivi si avanzano di
poi al dispregio? Mec. Per molti ; lasciando in disparte l'interesse della
dote (molto tenue per l'ordinario nelle donne belle) promessa, e per lo più non
pagata; che suole frea quentemente turbare la pace domeftica: Il primo de'
quali è il dominio, che vuole acquistare la donna bella sopra il marito;
imperciocche come vuole Mcnandro : Superba res eft pulchra mulier: E
pretenderà per giustizia di poterlo efiggere mediante il favore, che gli hà
fatto di prenderlo, essendofi veduta vagheggiare da tanti altri, che la
bramavano per inoglie. Il secondo sarà la gelolia, che apporterà tra loro una
continua guerra. Sem. Come la gelosia, essendosi pre . fi per amore? Mer.
Amore medesimo, che li uni, per prendersi di elli diletto, s'ingegnerà di
suscitarla; e per promoverla, ba. sta, che faccia concepire ad un di effi un
minimo sospetto di essere passato in altri quell'affetto, ch'egli godeva
intiero; non essendo altro la gelosia al parer di CICERONE (si veda), che :
Ægritudo, 6x quod alter quoque poriatur co, quod ipse concupicris, e come
questa operi uditelo dal Taffo N'arde il marito, e dell'amore al
fuoco Ben della gelosia s'agguaglia il gelo, E va in guifo avanzando
a poco, a poco Nel tormentato petro il folle zelo, Che da ogni uomo
l'afronde in chiuso loco; Vorria celarlo a tutti occhi del
Cielo. Sem. Mà questa Publio potrebbe anche nalcere, quantunque la
Prudenzas avesse avuto parte in detto matrimonio, Pub. Difficilmente, essendo
che aves reb [ocr errors] rebbe ella saputo scegliere una donna
saggia, che avesse colte fiınili ombre, quando fossero nate nella mente del
marito, senz'occasione alcuna, e che non fosse ella stata capace di
suscitarvele. Sem. E come potrebbe far questo una donna? Pub.Con
fuggire ogni eccesso di vanità; insegnando S. Crisostomo nell’onilia 21. al
popolo: Ornatus Zelotypia fuSpicionem ingerere folet; cd in appresso, che ;
modeftia ornatus omnem improbar fufpicionem expellis, omni autem vinculo
formius conjugium conciliat. Sem. Vi sono casi seguiti di donne,
ch'abbiano usata tanta prudenza? Pub. Certamenre, che ve ne sono molti
antichi, e moderni ancora: tra gli antichi, la moglie di Focione, di Trajano,
et Alpolia moglie di Ciro, e di Arcasserse, e tra moderni. Madama di Chantal,
come scrive il Padre Cordier uclla sua famiglia Santa, fu unan di quefte;
posciache ella non G vede.rs giammai meglio vestita, che quando [ocr
errors] doveva trattenersi col marito; se doveva egli andar fuori, e fare
qualche viaggio, non orna mai il suo corpo, che quando cia di
ritorno : le fu detto un giorno, troyandofi lontano da molto teippo il Barone
suo marito: Madamas ogn'un crederà, ch'abbiate vendute le vostre velti, ed i
vostri ornamenti, voi non li fate più comparire, come se dubitafte, che da
alcuno dovessero esservi rubati: non mi parlare di questo rispose ella,
pofciache gli occhi, a' quali devono piacerc,sono cento leghelungi di quà.
Riferisce anche il medesimo, che la Ducheffa di Gandia Vice-Regina di Catalogna
avesse una somma modederazione nel yeftiré, non curandosi di portare abiti di
fera, nè con oro. Una delle sue confidenti prese parimente un giorno ardire di
così favellarle: Madama di altro non discorre per tuttas questa città, che
della riforina de' vostri abiti, pare', che sempre voi diveniate di minor
condizione di quella, fiecc Aata; più vi fi accrescono beni di for
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors][merged small] fortuna, meno ve ne service ; cui rispose:2 ine non dà il
cuore di portare nè seta, nè oro, quando il mio marito vas sempre ricoperto di
un'aspro cilizio, ed in questo anche riflettere, quanto operi il buon'esempio
del marito, per frenare la vanità donnesca. Sem. E quelli, che tratta
l'Ambizione senza l'intervento della Prudenzas, che fine fortiscono? Mec.
Pellimo, stante che, non verificandosi punto quanto s'era da essa promeso, li
riinane con moglie deforme, ed indotata; e di vantaggio ancora, è con molti
figliuoli sulle spalle; ed alle volte ancora privi di elli', senza speranza di
poterli ottenere, per la poca falua te di fimile consorte. Sem. Se vi
avesse avuto mano la Prudenza, come si potevano fuggire queste disgrazie?
Pub. Avcrebbe con maggiori cautele questa consigliato, cfaininando
atcentamente, che fondamento potevano avere le milácate speranze; ç
rinvenute le [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] le acree, ed insuffiftenti, averebbe dilsuaso
più costo, di effettuarlo; ò per la meno nella dubietà di cffe averebbe
assicurato meglio le buone qualità dellas donna, affinche'andando le speranze a
male, fosse piinasto questo di certo: di aver una donna prudente in casa,la
quale quantunquc povera, come vuole Salomone. Sapien's mulier edifcat domum
fuam. Ne averebbe già permesso a Tiberio, che avesse sposato Giulia, las quale
oltre il disprezzarlo, come non uguale a lei; ci faceva lecito di vivere a luo
piacere; conforme riferisce Tacito nel primo de' suoi Anoali. Ne tampoco Silio
averebbe sposaro Meffalina, vivente Claudio, se la Prudenza vi forse
intervenuta:nè già di Claudio Mellalina sarebbe stata conforte. Sem. E li
matrimonj fatti dalla solas Avarizia, che danni possono apportarc? Mec.
Maggiori di quello, che vi potrete mai perfuadere; posciache in tali casi non
li sposa già la giovane, mà bensi la dote i mercè che : veniunt à dote;di
fagitta ; onde considerare voi, come ella ella sarà trattata dal marito, e che
amoal re le porterà; quando l'affetto non è inndi dirizzato alla moglie,
ma bensì tutto alinero interesse; ed avvedutali effa di E essere posposta
ad una cosa inanimatas, che dirà, e farà mai, troyandosi ricBt
ca? Sem. Bisognerà ben, che soffrá, I ftia focto l'ubbidienza del marito 1
Mec. Voi fempronio non avere letto Anafsandro, e perciò parlare in cal #
guisa, il qual dice, Si quis pauper pecuniofam uxorem 1 Duxerit, non
uxorem, fed dominam habeti [ocr errors] Cujus eft famulus, de
feruus; E credete forse, che quancunque pajano fortunati coloro, che
prendono grof. u se dori, realinente siano sempre? Oh quanto sono
infelici ! come conobbs o anche Menandro con dire: Quisquis uxorem unicam
heredem cupit adfcifcere Divitem,is vel irasis pænamluit Diis, Vel
inf. lix effe vult s-sub nomine fortunati. Sem. Gran cose si dicono da questi
poeti, che fono favole; lo vedo, che le grosse doti arricchiscono le
cafe. Meca Li poesi son chiamati Vates da’ Latini, qual voce significa
anche indo. vino, ed in questo ho osservato, che per lo più l'hanno indovinato;
oltre di che tra efli vi sono stati Filosofi celebri. Io non nego, che
qualch’uno prendendo groffe doti Gi sia potuto arricchire; essendosi però
incontrato con moglie saggia; mà quanti li fono finiti di fpiantare per questa
medesima cagiore, elsendosi abbattuti in mogli imprudenti? Sem. E come ciò
può accadere, prendendofi quantità grande di danaro in fimili matrimoni?
Mec. Per questo medelimo segue;po. fciache addolorato diceva Demenao. Argentum
accepi; dote imperium ven didi. Laonde, comandando esse, sono capaci di
darli fondo, con difsiparlo in bre ale fon ve tempo; ed eccovi
appunto il guadagno, che si ricava da effe. Sem. Questo però seguirà,
quando di incontreranno mariti, che non sapranno farG ubbidire. Mec.
Porrà accadere agl'altri ancora dicendo Giovenale; Intolerabilius nihil
eft, quam fæmina EI dives, i Ed andare a cozzar con queste ? andate
le a riprendere; ed affinche Gate meglio informato ; udite ciocche dice a
questo et propofito Artemone, fazio, ut fcias Quid periculi fir dotata
mulieri convi cium dicere. Si potranno con facilità maggiore reg. gere
bensì quelle, che non averanno portata dote, come si ricava da un detto greco:
Sponfa indotata non habet libertatem, fiuè audaciam loquendi. Sem. Questo
ardıre lo potranno avere forse le belle. Mec. Lo hanno le brutte ancora
re [ocr errors][ocr errors] fa [ocr errors] saranno ricche, e
superbe, come vien riferito da Gellio, Me miferum, qui Corbulam duxi, et talenta decem Nanam, mulierculam, cubitalem,
cujus Superbia adeò intolerabilis eft! Sem. Ed in che cosa potrà gettare
il fuo la moglie, dovendo essere soggetta al marito? Mec. Chi è ricca,
come abbiam detto, non vuole stare soggetta ad esso; onde vorrà spendere a luo
modo: se vedrà, che una sua uguale condurrà tre servitori, ella per la sua
grossa dore, pretenderà condurne sei, bramerà anche gli abiti di inaggior
valuta; Carrozze più nobili, e suntuose s e vorrà effe. refrattara in tutte le
cose con magnificenza superiore alle altre; e se il marito non si troverà
commodo di farlo, elibirà cfla medesima la sua dore, per fupplire a quanto
bisogna; e durando molto que, fta vita, anderà in malora la dore, con tutto il
capitale del inarito. Or vedete, che fortuna s'incontra nel prendersi
grof. [ocr errors][ocr errors] is grosse doti, e che svantaggi ne
riceveranno da questa anche i loro figliuoli. Sem. In questo io vorrei
mostrare spirito, e farla fare a mio modo. Pub. Vi voglio riferire un caso
a quefto proposito assai curioso; Una certas giovane, che si trovava ricca
dote, la prima sera, che cenò col suo marito, non volle gustare cosa alcuna, e
ftando in tavola molto contristata, le fù domandato ; da che ciò provenisse, e
qual occasione la rendeffe così meftas,' ella rispose; come volete, che io
man. gi, se non vi è l'uomo nero, che ini ser1 va in tavola ; e non hò
piatti d'argen, proporzionati alla dote, che hò portata : il marito le rispose,
che nel giorno seguente averebbe fatto trovare più d’un uomo nero, i quali
l'avercbbero servita, come desiderava : fec'egli comparire nel tempo del
delinare due mori ben neri, acciocche la servislero, s'icfierà per tal cagione
la giovane a segno, che si levò di tavola, e nacquero da ciò infiniti disturbi
tra di elli,onde vedete voi, Sempronio, che vantaggi risultano dall'essere
risentito in fiinili contingenze: bisogna pregar Iddio, che la moglie ricca,
sia ricca anche di senno, aliriinenti la casa andrà in malora, quantunque
avesse portato il doppio di dote. Sem. Hò udito sempre dire, che las metà
della dore non si possa alienare, e che li fidecommiffi rimangono sempre in piedi;
come dunque potranno seguire l'accennati dilapidamenti? Mec. Il lusso però
oggidì hà usurpato il privilegio di poter alienare ogni reliduo dotale, e di
svincolare ancora ogni più stretto fidecoaimiffo Sem. Mà in che modo? Mec. Si
fingono pericoli di case, che stanno per cuinare, e per tal cagione di toglie
ogni più stretto vincolo, posto sopra i capitali: mà passiamo ad altro, perche
questa è materia molto lagrimevole. Sem. Talmente che a derro vostro re
alla moglie ricadesse quaich'eredità; con [ocr errors][ocr errors]
converrebbe rinunziarla, per non incorIf rere in fimili fventure ? Mec.
Muta faccia il cafo ; perche la moglie, ch'è vivuta qualche anno col marito,
trovandosi molti figliuoli, ed a vendo già passato quei primi fervori del. le
nozze, ne' quali si spende molto, non averà genio più a dissipare, ed effendosi
assodata nel governo della casa, se pur farà qualche sfarso di più, sarà
con i moderazionc, e proporzionato al suo Itato, Sem. Or io ho capito,
come si abbia da scegliere la moglie, che sia di tutto proposito; cioè nè
povera, nè riccas, e che abbia più cervello, che bellezza, acciocche non
si abbia da dire di essaie : quello mi fu raccontato una volta, che
dicefle la scimmia, effendo entrata nella bottega di un arteficet, che lavorava
modelli di cera, ove prendendo nelle inani una bella cesta, dopo di averla
ac carezzata, e baciata, mettendo den| tro di essa la mano, c trovatala
vota gridò: Oh che bella gefta, mà de manca il cervello ! K
Pube [ocr errors] Pub. Or sì, che voi la capite per il suo verso; e
scegliendola di questa forta allora sì, che farere forçunato, e potrete dire di
avere presa una grandislima dote, conforme è succeduto a me: evi voglio
raccontare ciocche ini seguì nel tempo, che io era sposo : mi fù domandato da
un mio, amico, che dote io avca ricevuto, e trovandomi sodisfatto delle buone
qualità della mia compagna, gli rispofi ; che credeva di aver ricevuto cento
mila scudi ; rimase egli ammirato, sapendo, che io non eras folito di milantare
le mie cole, nè fimile dote fi costumava allora, folamente mi replicò: in che
corpi li avete ricevuti? cui soggiunfi, in contanti dieci mida, ed in giudizio
il rimanente ; egli di pose a ridere; cd io non ho avuta sin ora occasione
alcuna di contristarmi di ciò. Sem. Desidererci ora sapere, che altri
miali, poffa apportare la Bugia, concludendo etsa il matrimonio? Mec. Se
lo-traria di passaggio, non suolo apportare danni molto conlidera 1
i bili; mà se poi s'interna nelle cose cffenziali, guai a chi si fida di essa;
pofciache se ricoprirà i mancamenci d'una donna impudica a segno, che quel
povero uomo, che la vuole sposare, la creda una casta Penelope; effettuandolo
diverrà infelice; e se vorrà fare com parire le ricchezze dello sposo
affai e maggiori, s'ingegnerà ben ella di pro: curarlo, e con infolite
maniere : che non ha fatto a giorni nostri in fimile afa fare! e arrivata fino
a fingere le note dell'avere, nelle quali vi erano regiftra ti molti
crediti fruttiferi, senza il no* i me de? debitori; con pretesto, che si
celano questi, perche, essendo fiignori di qualità, non volevano essere
nominati; e nebanchi ancora non è arrivata a fare apparire grosli depositi
in faccia di Tizio, i quali erano mere imei prestanze, che nel dì
susseguente tor navano a credito di Sempronio suo vefo posseditore?
Sem. Bisognerà dunque vivere molto caurclaro'nci trattati de
matrimonj,per K 2 non [ocr errors] non essere dalla Bugia
tradito sin Mer. Udite di più : se una poverad giovane sarà ingannata da
esla's facendole apparire il suo futuro sporo ricco; che tenga carrozza; si
trovi las cafa ben fornita di preziose suppellettili, a segno che le faccia
credere che quel partito sia una gran fortuna; cadendo. vi in effettuarlo, in
un tratto si avvede. rà, che il cutto fù mera apparenza; pois che appena
consumato il matrimonio, sparisce il palazzo incantato di Armida, e li cavalli,
o carrozza tornano al fuo padrone; e per vivere conviene dar di mano alla sua
dore, trovandosi il mari10 fpiantato. Vi voglio raccontare una storiella, nella
quale scoprirete l'astuzia usata da uno di questi miserabili,che con inganni
giunse a sposare una ricca giovane. Se ne stava egli nel giorno fta. bilito per
le nozze penlierofo, e mesto, a segno che la Suocera si mofle a domandargli
cosa egli aveva; cui replicò, che certamente non aveva cosa alcuna ; fco.
perte, che furono di poi le fue miseric,G dolse leco la medesima, ch'era statas
da esso ingannata ; replicò il ribaldo: fignora lei si ricorderà benissimo,
che's io le diffi nel tal giorno, domandando i mi cosa io aveva, che
niente le replicai? che occasione dunque ella ha da dolerlei dime, se le
palesai la verità, con dirle', che nulla avea. Sem. Accadono questi
cali? Mer. Cosi non accadeffero, anzi ve ne sono de'peggiori
ancora. Sem. E quali sono? Mec. Volendo la Bugia accasare un
giovane deviato, che farà? comincie. rà a lodare il suo buon costume, la
sua modeftia, a fegno, che lo farà compa0 rire in iftato
d'innocenza cadendo las povera fpofa a credere questo, tuttaa
allegra acconsentirà, non solamente al matrimonio, mà sicuramente
ancoras converserà seco; non dico altro, che in breve diverrà un
cadavero, mediantc i quel malo;-col-quale l'averà mal concia. Şom.
Sono vesiquefi cali, Dottore? Med K 3 Med. Accadono, e
non di rado;quando però liamo avvisati in tempo, diamo loro il suo rimedio ; ma
allorche il malfattore vuol fare da Medico., la finisce di stroppiare con quei
secreti, che talvolta averà egli in se medelimo provati, i quali applicati in
una compleffione gentile, essendo rimedji mercuriali, potranno in vece di
giovamento apportarle danno notabile. Pub. Questi pregiudizj tempo fà non
seguivano; imperciocche, se allora cal uno cadeva in fimili mali, îi faceva
prima curare, e risanato, ch'era perfertamente prendeva moglie. Sem.
Talmente, che questa Bugia ne matrimoni cagiona danni molto confiderabili,
ond'io procurerò di tenerlas lontaga allorche tratterò il mio
accalamento. Mec, Bisognerà, che stiáre però molto avvertito; posciachc
comparirà travestiça; e sotto specie dį verità per ins gannarvi. Sem, Io fona
un bell'umorcänon cres derò 1121 N derò allora
all'istefa verità, per non di ingannarmi, giacche la Bugia fi vestu dei suo
manto. Mec. Alla verità conviene prestarlo d fede in ogni tempo, mà
però vi è il modo da discernerla, quando cssa sia pura, ò simulata. Sem.
E come? Mec. Quando voi vedrete ingrandire le cose assai più di quello,
che fieno ve. risimili, ivi ftà nascosta la menzogna, e datele la tara di due
terzi meno di quello vengono rappresentate, che così di poco sbaglierete. E se
vedrete poi in alcune altre ufarsi artificj, c diligenzu u maggiori, di
quello, che convenga, per farvele credere, e voi togliete tre terze parti
a ciò, che fi dice, e credete solamente quello, che rimane, che così
l'indovinerere. Sem. Dovendo io prendere moglie poco fastidio mi prendo
dei difetti de gli uomini, vorrei bensì sapere quei i delle donne,
da' quali doverò guardarini. K 4 Mer. [ocr errors] Mec. Nella
ventura Conferenza farete istruito in questi. Pub. Bisognerà fargli
conoscere ancora le virtù di esse, affinche fappia difcernere quali siano le
buono. [ocr errors][merged small][ocr errors][merged small] CONFERENZA
VII. Sopra i difetti, e le Virtù delle donne. Sempronio,
Medico, Mecenate e Publio, M Sem. I persuado Dottore,
che niuno meglio di voi conoscerà les imperfezioni delle donne, effendo
voi meglio di ogni altro informato de' naturali, e tempera menci
loro. Med. Secondo il parere di Democri. to, le povere donne soffrono,
per cam gione dell'utero, seicento mali di più degli uomini ; come si legge
nella lettem ra da esso scritta ad Ippocrate', over Sexcentum arumnarum mulieri
auctorSem. Io non voglio sapere da voi li mali dell'utero, ma bensì quelli
dell'animo, non quelli, che sono ad effe di moleftia, ma quei che possono
altrui ancora nuocere, conforme sono i loro vizj. Med. Di questi ogni
uno, che per qualche tempo le abbia trattate, ne può effere bastantemente
informato . lotor110 poi al temperamento delle donne, vi poffo ben dire, che
una volta fu promossa questa gran disputa ; qual foffe più caloroso, l'uomo, ò
la donna, e dipoi essersi molto dibattute le ragioni dell'una, e dell'altra
parte, fu detto, che quando la donna non fia di temperamento più caldo di
quello dell'uomo, non si possa mettere in dubio che non sia più callida di esso
; cioè a dire più astuta Pub. L'aluzia però, quando non è maliziosa, c
fraudolenta, non entra tra i difetti deteftabili; dicendo Teren. zio in Andria
i Aftutum fallere difficile eft. [ocr errors] [ocr errors]
201 [ocr errors][ocr errors] Onde questa può ftimarsi avvedutezžas,
Jodata dall'Ecclesiastico al 19. Aft ut us agnoscit fapientiam. Mec.
Nelle donne però farà sempre detestabile, non essendo quefte fcarse
di malizia, e d'inganni, al parerc di Se1 neca in Hippolyto :
1 Sed dux malorum foemina, d fcelerum artifex, E di Plauto in
milite: Quid pejus muliere ; atque audacius? Quid? Nibil. Ed
ARIOSTO così ebbe a dire di effe Non siate però tumide, efastofe +
Donne per dir,che l'uom fia vostro figlio," Che dalle spine nascono
le roje, E d'una ferid'erba nafce il giglio. Importune', Superbe, e
dispettose Prive di amor; di fede, e di consiglio; Temerarie,
crudeli, inique, ingrate, Per peftilenza eterna al mondo nate.
Pub. Piano di grazia, Mecenaco; cliente perche parlando in tal guifa',
correcc pericolo di essere lacerato dalle donne come fucceffe ad
Orfeo, di cui parlaw Platone dell’ACCADEMIA ne' suoi simposj. CONVITO. Per
tal unas, che sia stata cattiva tra effe, con questo vostro modo di parlare
cosi generale, pregiudicate a tante illustri femmine degne di eterna memoria,
anzi che as vostra madre medefma, e con essa a voi ancora. Leggere,l e opere di
Pisana, è di Marinelli, che troverete ivi, quanti più iniqui, escellerari
uomini vi sono stati, che donne; onde ci comple stare cheri; e tanto
maggiormente, che le donne cattive, fono appunto come le vipere, le quali, sc
non vengono compresse, o con altri modi irritate, non mordono già, nè
avvelenano; ina gli uomini perverfi, non sono già così, assomigliandoli al lupo
quel detto greco: homo homini lupus: da cui non giova punto l'allontanarsi;
perche ello va cercando di danneggiare. E parliamo con tutta sincerità; avete
voi veduto mai alcuna donna andare di. predando i. paffaggieri per terra, ò per
mare, conforme, fanno gli uomini E giacche avere apportato l'ARIOSTO con
[ocr errors] 1 [ocr errors][ocr errors] tro di esse, perche non riferite
ancoras el ciò, che dice a loro favore? che apporDe tai nella conferenza
quinta, ch'è appunto: E di fedeli, e caste, Saggie, e forti State
ne fon ne pur in Grecia, e in ROMA; ti Ma in ogni parte, ove fra gl'Indi,
6 "gl’orti Dell'Esperide il fol spiega la chioma, Delle
quai sono i pregi, e gi’onor morti, Si ch’appena di mille una fi
noma, E questo, perche avulo hanno a lor sempi Iscrittori
bugiardi, invidi, empj. E finalmente doverebbe bastare ciocche dicono Socrate,
e Platone di esse per frenare la lingua di chi ne dice male, 1
cioè, che sono capaci molce di effe d? amministrare la republica ancora.
Mec. Bisognerà dunque credere, che le donne non abbiano difetti, per non
pregiudicare a qualcuna, che tra esse fia ed Itata buona? Pub. Io non
pretendo difendere les cattive, ma fulamente cancellare lo buone del numero di
queste, nè voglio fcu 1 scusare i vizj, chc insidiano le
donne ; ma se le Virtù non isdegnano di accompagnarsi con effe, come posso
tenerle çelate in pregiudizio di cante? e precisamente di quelle di cui
l'Ecclesiastico. ne fa gloriosi encomj,chiamandole : Lucerna splendens ;
columna aurea super bafes argenteas ; fundamenta æterna: Laonde, Mecenate, non
dobbiamo in conto alcuno dir male delle donne; poffiamo bensì censurare quei
difetti, che le perseguirano; perche facendo in tal guisa non fi potranno
dolere di noi le buone, le quali non danno a' vizj ricerto; no tampoco, se
taluna cadeffe a darglielo, farà contro di noi risentimen. 10 alcuno, per non
dichiararsi da se medelima viziosa : e regolandoci con que. Ita norma faremo
conoscere, che non odiamo le donne, ma bensì quei vizj, che da loro medefimc
debbonli odiaren come loro capitali nemici. Sem. Iftruitemi dunque,
Mecenate, sopra questi vizj, scorgendovi molto informato di effeMec Di alcuni
ne fono informato; ma cutti tutti io non li so: perche mi fido' guro che siano
tanti appunto, quanti so. i no i caratteri Cineli: vi posso riferire li
più principali, che doverebbe fapere ogni marito, per potersi ben regolares
scorgendoli nelle mogli. Il primo di questi è la Vanità, la quale ha un
gran i seguito di altri vizj, a se fubordinati, mà cominciamo ora da
questa, che die ď poi parleremo degli altri. Sem. Che cosa è
precisamente, ed in che consiste questa vanità? :) Mec. Credo, che fia un
vižio, tanto in esse, quanto negli uomini effeminati, diretto a procurare ftima
maggiore, che competa loro in genere di bellezza. Sem. Spiegatevi di vantaggio
affinche possa comprendere meglio quanto avete detto. Mec. Ciocche dilli
mi pare chiaro, con tutto ciò mi spiego più diffusamente, e dico: che se una
donna, ò-un uomo effeminaco deformi procureranno pre all
prevalersi di superfui abbellimenti a fine di comparire belli, pretendendo das
ciò ricevere stima maggiore nel concetto delle persone intorno alla loro bel.
lezza. Questi saranno vani. Sem. Dunque le belle non saranno vane, non
avendo d'uopo di fienili abbellimenti. Mec. Ponno cadere queste ancoras
in detto vizio ; quando paresse loro di non essere tanto belle, che abbiano a
rapire il cuore di tutti, e perciò effe credessero colla vanità di potere
diveairvi a quel segno. Sem. Come fono numerose le donne di questo
genio? Mer. Poche sono quelle, che non lo abbiano ; la moglie di Publio è
tras quefte, che odiano la vanità. Sem. E che! la vostra moglie, Publio,
non si ornava, come le altre, quando è giovane ?: Pub. Si ornava in
quella forma, che io desiderava, a fine di compiacermi, non già per fare pompa
di fa con altri. Sem. [ocr errors][ocr errors] 1 1 Sem. Come vi
contenevate per firla di perseverare in cotal guisa? posciache a alcune
per breve tempo incominciano a farlo, mà dipoi vedendo le altre, che fi
adornano, b-lasciano trasportare dal i mal costume anch'efle Pub. Avevå
ella fomma venerazione alle fentenze de' Santi Padri, ed affinche meglio le
comprendeffc, l'erano da me spiegate : onde adducendole sopra ciò quella bella
sentenza di S. Cipriano, che dice: Non eft pudica, qua affeet at animum altorius
movere, etiam Jalva corporis caftitate ; fi afteneva ella perciò dal vestire
con pompa, dovendo uscire di cafa, Sem. Se faceffero tutte cosi, andrebbe
la maggior parte assai positivamente vestira ; imperciocche li mariti per
non u ispendere, non direbbero già loro, che fi ornassero, e
studierebbero giorno,' notte fentenze contro la vanità. Mes. Che male ciò
apporterebbe loro 2 Sem, Non altro, che si farebbe di ef fe oggidì poca
ftima; essendo che, chi non fa la lụa comparsa, come le altre, non è punto
contiderata. Mec. E te taluna la faceffe con inde. bitarti, chi sarebbe di
queste due più considerata, la yana, ò la modefta? Sem. Certamente quella,
che più di ornaffe, perche niuna và cercando, come questa comparsa si faccia,
effepdo molto noto quel detto : Unaè bibe'as, quaris nomo, Sedopor. tet
babere. Mec. Si cercano, come anche voi diceste, più i fatti altrui oggidi, che
i proprj; onde per questo motivo yi ammetto, che sarebbe più considerata la
ya-na, che la modefta; e poi quando quefti non si cercassero, non credo già,
che i mercanti vogliano donare il loro; onde dipoi,che averanno aspettato un
pezzo, forzati a domandare giudicialmente il loro nelle publiche udienze vi
pare, che possa stare celato? ell'essere conf. derata in questo modo, vi pare,
che posla apportare decoro, ò vituperio? Pub, [ocr errors][ocr
errors] d Pub. Senza queste vostre rifellioni, di forma cattivo concetto
delle vane solamente a rimirarle, şi era ornata Thamar c deposti avea gli abiti
yedoyili più modefti, e Giuda quando la vide i in quella forma, che
concerto ne fè di effa? Suspicatus eft efe meretricem: Genef. vedere
dunque yoi, Sempronio, come sono considerare le vane da parenti anche più
congiunri? Sem. Dicemi, che altro pregiudizio apporti questa
yanicà? Mec.Quando esce fuori de’suoi limiti, hà due altri vizj, che per
l'ordinario noll'abbandonano, e sono la prodi. galità, e l'impudicizia
Sem. Sono queste certamente due peflime compagne, le quali possono apportare
gran male, infidiando alla roba, ed all'onore; mà è seguitata da alţri
vizj? Mer. E più correggiata la yanità das cu efli, di quello sia un
Generale di esser cito da 'suoi Officiali, posciacche 120 fuperbia,
l'invidia, il dispreggio, l'ineganno, con molti altri di questa perversa
natura, a vicende la servono, onde chi è vana, è anche superba, invidiosa,
dispreggiatrice, e fraudolenta, tramando sempre inganni, e frodi. Pub. In
conferina di questo, diffe S. Crisostomo. In Gen.fim Homilia. A corporis cultu
innumera frunt mala, arrogantia, que intus nafcitur, defpectus proximi, faftus
spirisus, animą corruptio, voluptatum illicitarum fomes &c. Sem.
Questa vanità fino a che segno potrebbe tollerarsi nelle donne? Mec.
Sarebbe certamente indifcreto quel marito, che non tollerasse alla moglie
giovane una mediocre vanità, quantunquc da questa fi poffa facilinente fare
passaggio alla grande ; dee bensi per tema di ciò egli ftare vigilante,
affinche non trascenda questa i suoi limiti, li quali le vengono prefissi dall'onesto:
e lidee questa tollerare ancora, affinche s'inducano alcune più facilmente a
pren. dere marito. Pub. Sant'Agostino riprese rigorofa men [ocr
errors] [ocr errors] mente Eudicia per voler andare troppo ncgletta nel
vestire, e le fè incendere, che averebbe dimostrata umiltà maggiore con
ubbidire a suo inarito, che a vestirsi di panno vile, per lo spirito di
contradizione, esclamando il Santo : quid absurdius, quam mulierem de
bumi. I li vifte fuperbire ? Sem. Come li conoscerà, che questa trascenda
i limiti prefilli dall'onesto a Mer. Allorche una donna vorrà ricoprirsi
di gioje, e di oro, e quello è peg. gio, senza riflettere se le sue
entrate liano sufficienti a poter fare tante spele, venendone di ciò
ripresa da Ovidio poeta lascivo, dicendo: Quis pudor eft cenfus corpore
ferre Juos? Ed altrove. Gemmisque auroque teguntur Omnia,
pars minima eft ipfa puellae fui. E Properzio dice anche di
più. Matrona incedit cenfus induta nepatum Pub. [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] L 3 Pub. Seneca nella Benef. dice ancora
: Video uniones non fingulos fingulis auribus comparatos; jam verò exerci14
aures oneri ferendo funt ; junguntur interje, et infuper alii binis fupponuntur
Non faris muliebris injania viros fubjegerat, nifi bina ar terna patrimonia
auribus fingulis pependisent. Ma meglio di ogni alero S. Ambrogio : De Nabut.
Ifrael. cap.s. lo fa capire . Dele&tantur compedibus mulieres dummodo auro
ligentur non putant onera effes fi pretiofa funt: non pusant vincula efi, fi in
iis shefauri corufcant : delectant de vulnera, ut aurum auribus inferatur, do
margarita depen. deant c. E finalmente conchiude . Non parc unt dispendio, dum
indulgent cupidisati. Laonde fantamenre dice l'Ecclefiafte; Averre faciem tuam
à muliere compta. Sem. Må se sarà nobile, non potrà fare di meno,
quantunque le sue rendi. te foffero tenui, di non ornarsi pomposamente,
vedendolo praticare da chi è mcno дobile di ella. Mece [ocr errors]
Mes. Ditemi per cortesia, forle che questa sua nobiltà, senza danaro, potrå
fodisfare il costo di tante pompe? Sem. Mi perfuado che nòsmå pare una
certa cosa, il comparire meno delle alo tre, alla quale, chi è nobile non si
può accomodare. Mec. Anzi queste, per fár comparire maggiormente la loro
nobiltà, non doverebbero soggettarsi a cose vandag per far conoscere inlieme,
ch'essa rin fplenda assai più dell'oro, e delle gioje. Sencite, ciò che diffe a
tale proposito la saggia moglie di Focione ; come riferisce Plutarco nella di
lui vita. Şi trovava un giorno questa illuftre Dama ins conversazione di altre
donne, ornate tutte pomposamentes vi fu chi le disse: perche non era venuta
essa ancor adornata come le altre, cui rispose: che le bastava per ornamento la
virtù di suo marico, al che non seppe che replicare la più curiosa, e vana
delle altre. Pub. A questo proposito dice Aristocile, che il buon
ornamento nelle don ne', non debba già consistere nella pompa, mà bensì
nella modeftia, e nel modo onesto, e decente di vivere ; il quale fu da Aspasia
praticato, come riferisce Eliano, quantunque ella avesse avuto per mariti
due gran Monarchi; cioè Ciro, et Artafferse, ciò non ostante fi feppe ella così
bene guardarc dalla soverchia curiosità, e pompa, che recò am mirazione a tutto
l'universo. Elodando PLINIO (si veda) la moglie di Trajano, non seppe apportare
fatto più glorioso di queIto a suo favore: che di efferli, come donna mantenuta
sempre lontana dallas vanità superflua. Sem. E se l'entrare fossero
sufficienti, potrebbe dirsi vana una, che trascendeffe i sudet i limiti?
Mec. Se la vanità non fosse unira col. la prodigalità, forse che in questa, se
non trascendeffe molto, sarebbe rollera bile, ma il vizio della prodigalità non
le permetterà moderazione alcuna; posciache: Prodiga non sentit pereuntem
fæminas fenfum. E poi credete voi, che'l fine, per cui fi orna a quel segno,
fia sempre onesto? non lo credetre già Seleuco, quel gran Legislatore de'Locri,
il quale fè quefta legge; che non fosse permesso ad altre donne di ornarsi
pomposamente, se non a quelle che volevano amoreggiare, e fare anche di peggio;
e sappiare, che, fù questo un gran rimedio contro la vanità; posciache divenne
quel Dominio per qualche tempo modeftiilimo, spor gliandosi le donne delle loro
fupes Aves pompe. Quindi è, che da saggio padre operò Lisandro, come riferisce
Plutara co, con rimandare a Dionilio tiranno le preziose vefti, che aveva
mandate in dono alle sue figliuole, con tutti gli altri ornamenti; con fargli
incendere; che averebbero più tosto tali ornamenti viruperato le sue figliuole,
in vece di or. narle. Sem. E le ricchissime, che non soggiacciono al
pericolo d'impoverire,perche non poffono fare tutto quello sfara fo, che
bramano? 1 [ocr errors] tutte Mec. Non tutto quello, che si
può, è convencvole a farli. Giovanna di Navarra consorte di Filippo il Bello,
trovandosi in Burges, mortificò molte Dame, che andarono a visitarla con abiti
sontuofiffimi, dicendo loro. Credeas effere in questa città io solamente la
Reging, mà ne trovo mille. Pub Chi brama servirsi bene delle proprie
ricchezze, non dee impiegarle per fodisfare le sue voglie, ed in cose
superflue; dee ancora pensare and quelle, che sono maggiormente necef• farie,
che ornano l'anima, come insegna S. Cipriano dicendo : locupletem te effe dicis
e utere divitiis, fed ad bonds are tes; divitem te fentiant pauperes
&c. Sem. Se taluna fosse deforme, potrebbe ornarli più dell'onesto
per comparëre bella e Mec. Faccia pure quanto può la deforme, che fempre
scoprirà di vantage gio la sua deformità; e guai a quelles, povere damigelle,
che vi harno a conbattere, perche rimirandofi allo fpero [ocr
errors] chio, deteriorare più costo con quelli abbellimenti,
che li pongono, si persuadono, che per difetto di effe ciò deo
tivi', non sapendo bere addattarli, ed a questo proposito cosi
parla Giovenale, Quid Pfecas admifit, quænam eft
culpa puella Si tibi difplicuit nasus tuus? Sem. Consideriamo i
sarti quanti rimproveri riceveranno di vantaggio Mer. Vi fù uno di questi
gli anni scorfi, che avendo portari alcuni abiti ad una ricca, e deforme, ed
allorche se li provava, diffe, che non erano ben fata ti; perche non le stavano
bene al viso ; quel povero uoino vi ebbe un pezzo fof. ferenza, må alla fine le
disse: Signora io gli ho fatti a misura della sua vita, alla quale vanno
benissimo, non già del suo viso; onde questa non è colpa mia, mà deila natura,
se non stanno bene ad effo. Sem. E le brutte, è belle, che siano
adoperando i bellectiglo fanno per vanitá a Moc. Mec. Questo certamente è
molto dubioso; posciache, se lo fanno per essere stimate più belle,
s'ingannano, mentre ogni uno, che le rimira, le tienes per copie mal dipinto,
non già per ori . ginali, e voi sapete ; quanto lieno più timati gli
originali delle copie, quantunque pajano ben colorite; e poi quel mal odore,
che tramandano quegli unguenti posti sul viso, come le possono rendere amabili?
ed udite Plauto, come ne parla, Vei fefe sudor cum unguentis fociavit
illico, Ibidem olent, quafi cum una multa jura confundit coquus, Quid
oleas, nefcias ; nifi id unum male olere intelligas. E Giovenale così
dice: Interea fæda aspectu, ridendaque's multo Pane tumet facies, aut
pinguia popeana Spirat, hinc miferi vifcantur Labra marici. Ed in
appresso; Tal Tot medicaminibus, coctaque filiginis Offas
Accipit, et madido, facies dicetur anni ulcus? E guai a queste se
intervenissero al giuo, .co, che inventò Frine, riferito da E rasmo lib. 6.
Apophtegn.pofciache si troverebbero confufe, e mortificate. Ef sendo ella in
conversazione di donne; tra quali ben si avvide effervene non poche bellettate,
introdusse il giuoco del1e penitenze, uscendo a forie chile doveffe comandare;
e toccando a lci, ordinò, che fosse portato un gran carino pieno d’acqua, e che
ciascuna dovesse ja varsi il viso, come ella faceà ; 'non poterono le altre
scufarfi, effendoli'impegnate ad ubbidirç, e ne seguì da ciò tal
metamorfofi,che li domandava il nome ad alcune non riconoscendosi più per
quelle, ch'erano prima. Pub. Bisognerebbe, che leggeffero S.Ambrogio :
Examer. per illuminarsi, ove dice: Deles picturam' mulier, f vultum tuum
materiali candore,oblinius, fi acquifito rubore perfundas : ila la pi&tur a
via, non decoris eft ; illa pi. Eura fraudis, non fimplicitatis eft ; illance
pictura temporalis eft, aut pluvia, aut Judure fergiiur : illa pi&tura
fallit, de ripit, ut neque illi place as, cui placere de laderas,
qui:nielligit non tuum, fed alicnum effe, quod placeas, et tuo displiceas
auctori, qui vidiet opus fuum efl deletun; ed apporia inoltre, lib.i. de
Virginibus, un dilema affai calzante a questo propofito, dicendo, fepulchra es,
quid abscomderis? fi deformis, cur te formosam effe mentiris? neç tud
conscientia, nec alieni gratiam erroris habitura? Şem. Lo faranno
çalvolta le bruite per ricoprire ļa ļoro deformità. Mes. Quanto s'
ingannano queste; posciache in vece di ricoprirla più costo in tal guisa la
rendono palese a tutti; cfsendo che non potendo mai fare in modo, che non si
conosca ciocche di più del naturale si sono poste sul viso, das Joro medesime
si discuoprono per defore mi, çon pregiudizio anche delle bells, Şe
[ocr errors] [ocr errors] se ciò facessero; perche saranno queste ancora
credute di ayere difetti tali, che abbiano d'uopo di essere ricoperti; E se poi
la deformità proveniffe dall'improporzione delle parti, che non è male da
biącca, come la potranno rimcdiare? posciache converrebbe in tal calo inventare
il modo da profilare mcglio il naso, ristringere la bocca, e di slargare la
fronte, ed a questo non potendo ațrivar esse senza maggiormente deformarli,
perche dunque li pongono a garreggiare col Divino Artefice, che così le formò
per fini a lui ben ooti? Sem. Hò udito però, che quelle, che cadono in
fimile errore, sia impoffibile, che possano più aftenersi dal non farlo, e
queste in che modo le coayincereste Publio? Pub. Sono certamente infelici
quelle donne, che non piacciono a se medefime, come disse S. Cipriano, de Bon.
Pud. femper eft mifera, que non fibi places qualis eft. Onde queste
difficilmense potranno convincerli; con tutto ciò, quan: Tollens
ergo quando' mai godessero un momento di mente tranquilla, domanderci
loro, se amano più la bellezza dell'anima, è quella del corpo, e dicendomi,
come è più verifimile, ch'amino più quella dell'anima, apporterei loro ciocche
dicc S. An:brogio: in Examer 6. cap. 8. ergo membra Ch ifti faciam membra
meretricis? Abfit, quod fi quis adulteret opus Dei; grave crimen admittit,
grave eft enim crimen, ut pures, ut melius te bomo, quam Deus pingat . Grave
eft, ut dicat de te Deus, non cognofco 16lores meos, non agnofco imaginem meam,
non agnofco vultum, quem ipse" formavi, Rejicio ergò quod meum non eft,
illum quare, qui te pinxit, cum illo habeto confortium, ab illo fume gratiam,
cui mercodem dedifti. Quid refpondebis ? ed udite ancora quanto lo detefta S.
Cipriano de Habit wirg. Manus Deo inferunt quando illud, quod ille formavit,
reformare, transfigurare contendunt, nefcientes quod opus Dei eft omne
quod nafcitur:Diaboli, quodeumque mutatur ac, tu te exi, Jimas impunè
Laturum tam improbare meritatis audaciam Dei artificis offenfama Ut enim
impudica circa bomines, du inn cefta fucis lenocinantibus non fis,' corruptis,
violatisque, qua Dei funt péjor adultera derineris dc. Sem. Quelle, che
fi bellettano, mi persuado certamente, che non averanno uditi gliaccennati
sentimenti di queisti Santi; perche in verità, sc riflettes sero attentamente a
ciò, che questi di cono, fi alterrebbero dal farlo; mà vor: rei sapere in oltre
da voi, Dottore, se pollano queste lordure, che si pongor Ho le donne sul viso,
essere di nocumento alla loro salute? Med. Sono senza dubio molto dannosi;
perciocche se il tingerfi solamenrei capelli ha apportato a molte la mor- to,
come riferisce Gal. de comp.medic. fec. locos, cap.3. de tinet.capil. oye dice:
Non folum enim in periculo verfatas fape frio -fæminas ; fed mortúas ex
perfrigeratione capitis per hujufmodi pharmaca induéta, Ed Aczio parimeate
afferisce di averne vedute morire alcune per tale cagione apoplettiche, e
tabide; quanto più facilmente potranno es. fere danneggiate da cosmetici, ne'
quali entra il solimato? E posso io asserirvi di avere veduta più di una di
queste divenute, ò asmatiche, ò apopletriche, à paralitiche, ò idropiche in érà
proverra; senza poi quel danno, che suode recare in gioventù a tutte, ne' loro
denti ; e gignive; nè preftino fede a coforo, che fabricano belletti, quantun.
que dicano di averli fatti fenza folimato, poiche le gabbano. Sem. Si che
dunque aon gioveranno ne per l'anima, ne per il corpo? Mas come si doveranno
regolare i poveri mariti, fe queste fi oftinaffero in voleres tutte le cose
alla moda 2 Mer. Io non farei altro, che spiegare loro i seguenti vèrsi
di Properzio ar. vocato di effe : Quid juvat arnato procedere vitta ca
pillo Et tenues Cos vete movere finns? Aut quid orontea crines
perfunderes mirra? Teque peregrinis vendere
muneribus? Naturęque decus mercato perdere cultu? Nec finere in
propriis membra nitere bonis estir's Ed altroye: Nunc etiam
infectos demens imitance Britannos Ludis, o caterno gincta colore caput,
E soggiunge : Ut natura dedit, fic omnis recta figura, Turpis
Romano Belgicus ore colar E Plauto ancora, che pone in derisione queste
tante variazioni di mode : dicendo in Epidico Quid ifta ? Quo quotannis
nomina in In veniuntur noua Tunicam rallama tunicam spilam Linteulum, Cæcisium,
Indosiatam, Palegiatam. Calšbulan, aut Crocotulam. er. Pub. Allai
meglio facente, Mecenate, a fare intendere loro ciò che dice San Cipriano dihi
de babitu Kirginum ; ovewi . Ceterùm fi tu te fumptuofiùs cumas,
per publicum notabiliter incedas, oculos in se juventutis illícias', fufpiria
adolefcentum poft te trabas, concupifcendi libidinem nuFrias, peccandi fomitem
yuccendas, ut fi ipfa non pereas, alios tamen perdas, velut gladium te, du
venenum videntibus se prabeas * excufari non potes, quafi mente cafta fis, do
pudica s redarguit te cultus improbus id impudicus ornatus, conforme lo fa
conoscere Aufonio in Delia, od ei Delia, nos miramur,'eft mirabile, quod
tam Diffimiles eftis ruque, fororque túa ; ?> Hæc habitu casta, cum non fit
caffats videtur, Tu preter cubium nil meretricis habes. Cum caffi nores
sibi fint, buic cultus honeftus, Te tamen, cultus damnat, caftus
cam. Sem. Parfando ora all'ira, queltas noir mi pare, che abbia tanto
dominio i nelle donne, quanto negli uomini, aven do [ocr errors] do
veduto adirati più questi, che quelle alcune volte, che mi sono abbattuto seco
in Gimili contingenze. x Mec. Non doverebbero certamente le donne
adirarfi ; pofciache divengono allora talmente deformi, che più non si
riconoscono, .quanto mai li erasfigurano; onde avendo effe in orrore la deformità,
doverebbero anche odia. re la cagione di essa ; Ma yoi, Sempro, nio, le averete
facilmente trovate in bonaccia, non già in tempo di furore ; e perciò dite, che
vi pajono gli uomini più colerici di esse; fe però vi foste abbattuto nel
vedere adirata Ja moglie di quel povero, Grammatico riferito lepidamente da
Ausonios diversamente para lcreste ; mentre di essa cosi dice: Anma', virumque
docens, atque arma virumque peritus. Non duxi uxorem, fed magis arma
do 1 Namque dies fotos y Botafque ex ordine ! noctes. Liribus
oppugnat a, meques meumque Ata [ocr errors] M 3 giam !
Atque, ut perpetuis dotata à Marre duellis risin Arma in me follit, nec
datur ulla quies: Jamque repugnanti dedam me, wide nique victum
Jurget ob hoc folùm, jurgia quod fuOltre di che Salomone, che non 'mentisce,
dice ancora: non eft ira fuprà iram mulieris. Sem. Non saranno però
ofinate les donne, che averanno i marici più rifenciti di effe, e non tanto
buoni, come era il sudetto Grammatico? 0:0, Mec. L'oftinazione alle volte
liavanza tanto in effe, che le rende incorre. gibili, come comprendercte ancora
dal feguente avvenimento riferito dal Poga gi. Vi fu una di queste» che dopo
ave. rc ricevuto moltisms bastonate da fuo marito, non potendola far ritrattare
dall'ingiuria, che gli facea, chiamaadolo pidocchiofo,la calò anche nel poz
.30, fin tanto che poteva parlare sem.. pre [ocr errors] pre fu
percinace nel medesimo disprego gio ; finalınente, avendo anche la te. ita
fommersa nell'acqua, colle unghie de deti grosli soprappoftę gli faceva cenno
di quello, che averebbe colla voce pronunziato, se avesse potuto Oltre di che
il vizio della vendetta facilmente di collega con esse, dicendo: Giovenale: Vindicta Nemo
magis gaudet, quam femina. Sem. Le finzioni, e le menzogne and che segno
s'internano acll'animo dona, nesco? Mec. Nelle donne scaltrite più affai,
che nelle milense: Ben è vero però, che se s'incontreranno in mariti accorti,
apporteranno loro gran danno le proprio finzioni, e menzogne; come appunto
seguì alla moglie di Teodofio à allas quale avendo egli donato un pomo di
eccessiva grandezza, volle ella gratifi care con esso uno de principali Signori
della corte, il quale due giorni dopo mandollo in dono all'Imperatore; quantunque
mostrasse apparentemente di gradirlo n'ebbe per ò egli intern
rammarico;perloche essendo cornato dipoi dall’Imperatrice, domandandole, se
riteneva più quel bel pomo; gli rispose, che lo aveva mangiato, ed avendola
pregata, che avesse fatta matura riflessione a quanto diceva, ella ostina. tamente
confermava il suo derto; allora l'Imperatore per convincerla lo fè portare in
sua presenza, ele disse: Voi Giete una finta donna ; ne mostrò in av. venire
feco più confidenza. Sem. Hò uditi con molto mio rammarico i difetri
donnefchi; consolatemi ora voi, Publio, con riferirmi le Virtù delle donne, ed
in ispecie qvelle, che ponno apportare profitto alli mariti. et Pub. La
Prudenza, e l'Amore Gince. ro sono le principali virtù, che debbono risplendere
nelle mogli. Sem. Ma di queste Virtù sono capaci Je donne? Pub. Non può
dubitarf di ciòyinenero le le ftorie non solamente profane, ma faa
cre ancora lo confermano, e presentemente vediamo anche risplenderé mole cisime
di effe con fimili virtù. Sem. Perche duaque fi dice tanto ma le delle
donne Pub. La cagione di ciò la trovo in Euripide, il quale
dice: Miferrimum eft muliebre genus, femel Nam, quæ peccant etiam
immeritis Dedecorifque funt mulieribus, communicant vituperium, Mala non
malis, Ma questo, e un abuso grande, ed in. giusto posciache contro di noi
altri uomini non si costumà addollarsi a' buon il vituperio de' cattivi, e qual
ragione dunque vuole, che ciò militi contro di effe ? Ovidio però le difende da
tale in. giusta maledicenza con dire: Parcite paucarum diffundere crimen
ist Spectesur meritis quaque paella fuis. Sem. Voglio credere
che donnes prudenti vi siano ffate ayendo udita rasa omnes:
raccontare molci saggi farci delle Porzie, Cornelie, Paoline, e Paoline,
e di altre; Mà di queste, che con amore sincero abbianoamato i loro mariti
vorrei udirne riferire qualche altro csempio per meglio accertarmene. Pub.
Vi posso fodistare in questo picnamente, e principiando dal grande, e fincero
amore', che mostrarono a loro mariti carcerarile donne Spartane;men. tre queste
andando a visitarli li ferono vestirc de iloro abici, ed effc rimasero
carcerate: pafferò poi a riferirvi, ciocche fè Cabadis Reina di Persia, la
quale parimente liberò suo marito carcerato con vestirâ ella de' suoi abiti, e
rima. nere priva della sua libertà, c vita ancora · Riferisce parimente il
Tarcagnota un fatto molto riguardevole a tales proposito. Avendo ottenuto per
capi. tolazione di uscire solamente le donne dalla città di Vespergia cariche
di quello, che più loro piaceva, abbandonando queste oro, e supellectili
preziose, she avevano, trasportarono sulle spal. le [ocr
errors][ocr errors] le i loro più congiunti. Ed udite finalmencé un esempio
singolare dell'amorce sincero di una saggia Regina, riferito dal Padre Cordier
Roberto Re della gran Bertagna si trovava ferito con una laetta velenata, fu
giudicato da’Medici per unico riinedio il farla succhiare da cui avesse voluto
esporre la propria vita, per salvare quella del Re; la Regina sua moglie fi
mostrò prontislima di farlo, ma non voleva in conto alcuno il Re permetterle,
che si esponesse a tal pericolo. Chę fè l'amorosa moglic ! aspetto, che fosse
addormentato, ed allora appunto, sciolta la ferita, succhiolla intrepidamente,
e con tanto felice successo, che rifano il Re, senza riportarne nocumento
alcuno l'amorosa Consorte. Sem. Persevereranno queste prudenti, ed
amorose consorti semipre nella. medesima forma? Pub. Se faranno i mariti
prudenti in faperle bene diriggere, lo fåranto, come udirete nella seguente
ConfeTenzi. CONFERENZA Come si debba regolare l'uomo colla moglie
scelta di ottime qualità. Sempronio, Publio, Mecenase, e
Medico M Som. perfuado, chief sendo la giovane di ottimi
costumi,non civoglia grandparte nel regolarla, po sciacche da se mca
delima sapra ben governarsi. Pub. Non è già così, Sempronio ; quantunque
sia buona, ci vuole anche attenzione in reggerla, affinche non divenga cattiva,
perche conforme fi dice, che prendendo marito, muci sta10, può anche cambiare
costume; im, [ocr errors] L2perciocche il corso è di molti anni, é fi dee
navigare in un mare, nel quale s'incontrano de'scogli, e continuando la
metafora, descrittami da quel vecchio, che la donna sia la nave; questa quan.
tunque non abbia difetto alcuno, da se fola, e senza chi la indirizzi, a fola
di: screzione de' venti, che sono i suoi pen• ficri, non può giugnere al
defiato porto della felicità, onde conviene, che l'uomo faccia da nocchiere, e
non dor ma; quantunque fia bonaccia. Sem. Infegnatemi, dunque come do. vrò
regolarmi, per non errare? Pub. Potrò riferirvila direzione del la quale
io fteffo mi sono servito, eve: drete, fe questa vi aggrada. Sem. Avendola voi
posta in esecuzio. nc felicemente, poffo fperarne anch'io profitto. Pub.
Ebbi alla prima quest'avverte11za di non addomesticarmi seco in ecceso fo, ma
solamente, quanto bastava per -farle conoscere, ch'io l'ama, c perciò la
rispetta, ferviva, ed oporava s mà mà çon tenere sempre un tale
qual den, coroso fuftegno. Procurava in oltre, ché non iscopriffe il mio
debole, c per fare prova del suo afferto, di quando in quando, mi facea da essa
scorgere penberolo, ed alle volte ancora alquanto mesto: non li assicurava ella
di ricerca. fc la cagione di ciòs solameore dopo qualche giorno, faccosi animo,
mi diss fe: Signore, yorrei vedervi allegro, comc debbono essere i spost ; fe
poffo io sollevarvi in cosa alcuna, eccomi pronta': comandatemi, ed
indirizzatemi che non ricoferò di obbedirvi. Mi senti a tale corcese offerta
immediatamente giubilare il cuore, e le rispoli con faccia ilare : Signora
viringrazio delle obliganti esibizioni, che voi mi fate, u vi afficuro, che me
nc prcvalerò, avendomi molto sollevato con questo voftro corcese parlare : E
guitai immediatamente di quella confolazione registrata nell'Ecclesiastico al
26. Gratia mulieris -Sedula delectabit virum fuum, copaiba ljus
impinguabit. Sem. 6 [ocr errors][ocr errors] Sem. E se fosse
entrata in sospetto, che voi non l'aveste amata? Pub. Questo non poteva
crederlo perche, come diffi, la rispetta, cd onora con particolare artenzione; cd
essendo ella prudente, ben fi avvedeva, che della sua persona era sodisfattiffimo;
sospetta bensì, come mi riferi dipoi, il che da altre cagioni ciò veniffc;
u con bel modo tanto fè, che alla fine un i giorno, dapoi avere presa
meco confia denza maggiore, interrogandomi sopra ciò, seppe da me la
cagione de' mici turbati penfiori; cioè: che questi dcrivavano dal timore, che
io aveva di non cffere ancor baltantemente capace di cducare bene i figliuoli,
e di non sapere mantenere fino alla morte il reciproco affetto coniugale a quel
segno, che fi dovea. Sem. Che rispofe ella? Pub. Con volto ilare mi
replicò, che a questo dovea anch'effa contribuire la sua parte, ic perciò ca
ayefli pur deposto la metà di detti pensieri, ch'erano tuoi. Sem.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors] Sem. E se vi aveffe risposto; penfiamo ora
a darci bel tempo : figliuoli non po abbiamo quando quefti nasceranno Gi farà,
come li potrà, non ci contriftiamo ora di quello, che non è presente.
Pub. Non fi parlava così in quei rempi, ne' quali il divertimento non erao
anche divenuto affare creduto rilevan. te, ed essenziale, che richiede sfe
giornata intera ; era bensì creduco effenziale il provedere quanto faceva
d'uopo, ed il prevedere ciocche poteva fuccca dere. Sem. Vi manrenne la parola
data di sollevarvi, quando sopravenne il bisagno Pub. Fè anche di
vantaggio, pofcix che fcoperto ch'ebbi il suo buon animo, un giorno così le
parlai: Signora mia, voglio, che camminiamo di buon conia certo in reggere la
casa ; abbiamo tansto assegnamiento, che può bastare as Amantenerci nel nostro
stato decorosamente ; pofliamo tenere tre fervitori, due per lei, ed uno per mc,
una ser [ocr errors] vente, ed una matrona, ed avere la noftra
carrozza, che serve ad ambiduc; of dividiamo ora l'incumbenza: voi pen+ ferere
alla tavola, alle biancherie, ed io al rimanente; dell'esazioni
voglio ne fiare anche voi consapevole per vom ftro governo ;
ficcome ancora dell'esito, per caminare di buon concerto tra noi nello
spendere: debiti non voglio ne facciamo, nè avanzi considerabili
fino a tanto, che abbiamo l'assegnamento fiffo, c non amministriamo tutte
le rendite; e basterà, che solamente poniamo da parte ogni anno qualche
cosa, per fupplire alle stagioni fterili, alle ritardate rescoffioni, ed
alle spese straordinarie, per non ritrovarci allora bilognosi di danaro:
All'educazione de'figliuoli penseremo concordemente, allorche Iddio li
manderà. Sem. Ed essa accettò queste brighe? Pub. Anziche mi
ringraziò; mostrandofi contentissima, per averla pofta a parte del
governo. Sem. E se aveffc risposto; io non vo- glio ingerirmi in questo
affare ; pensateci voi, col maestro di casa; perche non voglio prendermi questo
tedio? Pub. Sarebbe stata troppo ardıca simile risposta in quei tempi, ne
quali crano molto rispettati dalle mogli i mariti, contentandoli vivere
subordinate ad effi, e non succedca già come dice l'Ecclefiaftico. Mulier si
primatum babeat, contruria eft viro fuo; perche qucfta maggioranza non la
godevano. Sem. Mà come riusciva in quelle cose, che le toccavano di
fare? Pub. A maraviglia bene; posciache aveva la matrona, ch'era donna
savia, e consigliandosi con essa lei, divenne in breve tempo espertisfima in
tutte quelle cose, che le appartenevano. Sem. Chi potrà trovare oggidi
quefta matrona non costumandosi più tal servigio? e poi quando anche si
trovassc, diventerei ridicolo, se prendesi, per servire mia moglie, la
matrona. Pub. Perche ridicolo? forse che fa. rebbe cosa mal fatta? Som.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Sem. Non dico mal facta, mà
effendo in disufo, farebbe segnato a dito, chi l'introduceffe. Pub. Mà da
chi? forse da' savj, u prudenti? Sem. Non credo da questi ; mà bensi da
tutti quelli, che non costumano te. nerla. Pub. Or io di questi non mi
prendcrei soggezione alcuna; mi dispiacereb. be bensì, che i savj biasimassero
le mie operazioni; imperciocche possono farvi altro dispetto costoro,che non
son savj, che di non conversare con esso voi? E che perdita da ciò riceverefte?
ogni qual volta questo provenga, non per cagione di cosa malfatta, mà più tosto
decorosa, ed onesta, che sono vantag. giose per voi ; nel qual caso efli li
renderebbero meritevoli della censura de' savj. Io vi poffo ingenuamente
confessare, che se non fosse stata in cafa mia la matrona, che avesse
indirizato da pria. cipio la mia consorte, non averci già goduta quella
tranquillità di animo fpe [ocr errors][ocr errors][ocr errors] rimentata
fino al presente; posciacche questa matrona essendo nata civilmente, e così
ancora trattata da me, dando alla mia conforte buoni conligli, la istruiva
ottimamente, e perciò non vi è stata occasione alcuna di discordie tra noi; il
che non sarebbe già seguito, se fi fosse configliata con qualche donnas
ordinaria, e giovane, da cui facilmente pellimi consigli averebbe
ricavati. Sem. Questa matrona itava al fervia gio attuale? Pub. Quantunque
fosse falariata, era però distinta dall'altra donna, che mi serviva, e faceva
molce cofe spontaneamente di più di quelle, che le toccavano, per l'amore, che
portava alla casa, ove sperava terminare i suoi giorni; non costumandofi
licenziare queste, fe non per cagioni assai gravi, le quali raro volte
accadevano ; e quando la Signora partoriva, essendo pratichisimas; non li può
esprimere, che aflistenza le presta in tutto quello, lc occorre; ed in tempo di
malattie cra singolare; 2 re; oltre di che nell'educare bene i
figliuoli, e le femine in ispecie, cra mol. to eccellente, sapendosi far amare,
a rispettare insieme: or vedere voi quali danni ha apportato privarsi di
effe. Sem. Mà perche è stato dismesso si buon fervigio ? Pub. Io
precisamente non lo sò, può essere, che sia noto a Mecenate. Moc. Io ho
udito riferire più voltes che queste volessero fare troppo lezelaati, e perciò
fi fia verificato in esse la favola di Efopo, ove parla del trattata di accordo
fatto tra il lupo, e la pecor ra,contro la soverchia custodia de' cani; e per
verità, vi erano alcune, di esse, che facevano la guardia alle figliuolo più di
quello, che facciano i cani alle pecore; -mà questo non era motivo fufficiente
per dismettere un servigio cotanto utile al decoro, ed onestà dellas casa,
conosciuto ciò, anche da Tibullo quantunque molto lascivo, mentre egli
consigliò: At tu casto precor maneas, fanétique pue Aft [ocr
errors] dorisa N3 Affideat cuftos fedula femper anus. Sem. Come
regalavate, Publio, fperso la vostra sposa? Pub. Oltre le mancie solite
del Natale, e del giorno mio natalizio, che consistevano in dodici piastre
per.volta, e quando si riscotevano grosse somme, fempre qualche moneta di oro
le davas, perche mi è piaciuto, ch'ella 'manegiafle danari. Sem. E che ne
faceva. Pub. Quando arriva a cumulare la somma di cinquanta scudi, creava
un cenfo, e la metà del frutcabo di effo dispensava a poveri, c fi verificava
in lei ciò, che dice Salomone delle donne savie: Manum fuam aperuit sinopi, et palmias
suas extendit ad pauperem, dell'altra si serviva per vestirdi:. ;1 Sem. E
le fpilte non se l'era riservate ne' capicoli matrimoniali? LifPubi Questo non
costumava allora non facendofi tanto consumo di effe,come 'oggidì, che liveste
alla moda. Sem. Eche a non fi vertiva alla moda in quel temposPub. Si
vestiva all'usanza propria det [ paese, quale era di non cangiare sì di
sovente, quella, che correva. Sem. Non è questa la vera moda, mà bensì
quella, che oggi si porta da paeli stranieri, ed indi a pochi meli, venen, done
un'altra, la prima non si usa più, perche le ultiine sono quelle, che
dilectano, ed appagano gli occhi . Pub.E degli abiti di vecchia moda
anche in buono essere che fe ne fa? Sem. Si esitano a quel prezzo, che fi
trova, e con discapito grandissimo, Pub. Come costa questo vestire all?
ultima moda, perche io, che vivo all antica, non ne sono in formato? Sem.
Costa assai per verità, essendo che bisogna pagare sempre di più del suo valore
quel drappo di nuova moda; mà ad alcuni ciò non da fastidio, perche i mercanti
sono cosi cortesi', che lo danno in credenza. ti ''p Pub. Questa, per
parlarvi con tutta fincerità, mi pare la vera moda diandare in malora; perche
estendo sì cari, Conf. Dec. prima ed il mercante volendo alla fine essere
pagato, che si farà allora, non essendovi danaro per sodisfarlo? Mec. Si
mucerà paese, e per verità quando questa nuova moda non era tanto in uso non si
vedevano già i galant' uomini, divenuti per essa miserabili, nè mutare paese,
essendo per loro poco sicuro quello, ove vestirono a tutta moda. Sem. Con
chi coversava la vostra fposa? Pub. Con i suoi parenti più proflimi, li
quali in giorni festivi, in occasione di male, ò di altri bisogni venivano as
visitarci, ed altresì noi con effi loro facevamo. Sem. Ma non recavano
noja fimili conversazioni Pub. Anzi erano di sollievo grandislimo;
essendoche i capi di casa fi ritiravano in disparte a difcorrere fopra gť
iatereffi domestici; consigliandosi tras loro, per meglio regolarti, nel far
colcivare la campagna, ne irinvestimenti da da farsi, e nel governo
economico della casa: le donne poi colli ragazzi, ftavano divertendosi tra
loro. Sem. Ed in che? Pub. Nel domandare, che profitto facevano i
figliuoli, che belli premj avevano avuti da loro maestri, e come fi portavano
le figliuole ne'loro lavori, i quali bene spesso portavano seco queste, per
farli vedere ; e ciò serviva per eccitar emulazione tra elli a portarli
meglio in avvenire, lodandosi, e premiandos ancora chi s'era portato
benc. Sem. In detto tempo a costumavad giocare? Pub. Questo non fi
fa, eccettuato, che in tempo di carnevalc. Sem. Si giocava alle ombre in
detto tempo? Pub. Questo si costumava; posciache ove si giocava, non vi
era Sole. Sem. Voglio intendere colle carte di fpade, bastoni, coppe, e
danari. Pub. Queste ne pur si conoscevano in quel tempo da esse, e se
l'avessero co no [ocr errors] nosciute, non averebbero giocato con
carre tantó-misteriose, le quali fanno vedere, che le spade, i bastoni, e le
coppe, malamente adoperate consumano tutto il danaro. Sim. Ele conedie li
udivano allora? Pub. Queste erano frequentare', ò'da curiofi forestieri, è
da paesani ožiofi per alcro le donne se n'altenevano; e se non era più,
che qualche rappresentazione facra, fatta di giorno, avevano rossore di comparirvi. Sem.
Eli passeggi si costumavano ins quel tempo? Pub. Passeggiavano ancora, mà
per essercitare iutto il corpo a beneficio della salute, non già come si fa
oggidi, per 'indolirli folamente la schiena, a cagione di tanti inchini, che Gi
fanno, fenza muovere un paffo. Sem. Lecafe, come erano bene a
dobbate Pub. Asai meglio', che non sono adesso, rimirandovisi appcfi
nelle pareti di effe akuni quadri di carte', ches er [ocr
errors][ocr errors] ga in erano le piante delle tenute, che si
possedevano,dalle quali et ricavava groffi ffimo frutto, ed allora non vi era
tanto luffo; poiche loro, ch'oggidì s'impie in apparenze superflue
d'indorature, e nelle vanità alla moda, fi ipendeva in quei tempi assai meglio
in compre diterreni, e di alcre cose fructifere. Ne si commettevano già furti
di piatti, fottocoppe, bacili, candelieri, ed altri vali di argento ; perche
questi allora. erano. assai meglio custoditi ; effendo pochi elli, che gli
aveano, e perciò di rado ancora venivano adoperati. Sem. Sapete Mecenate, che
mi crovo confuso a cagione di questo racconto fatró da Publio, riflettendo a
ciò, che sarebbe più utile, mà non lo potrò seguitare, per il diverso costume
introdotto oggidi; e dichiarandomi volere vivcre così, non troverò moglie;
dall' altro canto a seguitare il modo, che si tiene, sono arrivato a
comprendere, che è molto dannoso per cutti i verfi. Dunque che dovrò fare? Mec.
Di non isbigottirvi punto per qucsto. Scegliete voi il modo, che credece
migliore, e dichiaratevi pure apertamence, che questo volete seguitare e
troverete ciò non oftante moglie, u forse senza d'uopo di ricercare tanto al
minuto il costume; posciache quelles giovane,che si contenterà di essere
tratcata in questa guisa, sarà certamente fac via, e bene accostumata.
Sem. Mà se le altre non la vorranno trattare per non seguitare ciocche effe
fanno, come si troverà? Mec. Che pregiudizio risulterà a voi et ad effa da
questo, che farebbe la voftra fortuna? anzi voi medelimo lo do. vreste
procurare, affinche non la deviaf. sero dai suoi doveri. Sem. Or io così
farò, e dica ogn'uno ciocche vuole ; perche hò uditi molti mariti sospirare
frequentemente; da che provenisse questo, non lo só precisamente, sò bene, che
senza cordoglio non ti sospira . Or ditemi, che altro doverò fare per
mantenerla costante nel fuo [ocr errors] suo buon costume?
Pub. Nun altro, che di non darle al. cun mal'esempio, e di tenerla
continuamente occupata in devozioni; affari do. mestici; e nell'educazione de'
figliuoli; perche la vita oziosa è pessima, dicenda l'Ecclefiaftico: Mitte
illum in operationem, ne vacet; multam enim malitiam docuit
otiofitas. Sem. Come mi dovrò contenere intorno alla devozione? Pub.
Le darete in questo voi huono esempio, conforme richiede l'obligo voltro ;
imperciocche tanto io, quanto la mia conforte cravamo favoriti dal medesimo
direttore spirituale, c trequentavamo sovvente le nostre devozioni; la sera poi
colli figliuoli, e servitù fi recitavano alcune preci, e li leggevano anco
libri fruttuosi per l'anima, ed in oltre da noi si sovvenivano bene spelso i
poveri, e da ciò ne hò ricavato quel bene, che si trova registrato
nell'Ecclefiaftico: Mulieris bona beatus Vir, numerus enim annorum illius
duplex. Sem. In che altri affari domestici la tenevate
occupata? Pub. Effendomi avveduto, ch'aveya desiderio di copiosa
biancheria, ordinavo, che fossero proveduti nelle fiere canape, lini, e
cottone, é vedendole si rallegrava molto, e li faceva filare, e reffere a suo
modo; e ciò per verità la teneva impiegata qualche ora del giorno, ingegnandosi
ancor essa di filare, ò d'inaspare; e facendosi le bucate in casa, rinnacciava
a maraviglia, quanto ne aveva bisogno, affieme colla matrona ; ed io
rimirandola cosi diligente ne godevo fommamente, vedendo verificarsi in essa
quella condizione ancora di donna saggia, descritta da Salomone: Quafivir
lanam, d linum, operara eft confilio manuum suarum. Sem. La conducevate in
Villa? Pub. In certe belle giornate lo praticavo; anzi che le faceva
vedere le nostre tenute, e tutti quegli stabili, che la casa godeva in
campagna, con istuirla ancora, sopra quello che si poteva fars [ocr
errors] fare di van aggio, per renderli più frutriferi; sopra di che ne
ricercavo ancora il suo parere, da poi che la vidi ben, informata di
tutto Sem. E qual bisogno avevate di configlio donnescovoi, che fiece sì
esperto in tali affari? Pub. Il prendere consiglio giova agli inesperti,
e non pregiudica mai a i pratici; e poi sapere voi il mio fine qual’ era:che,
se Iddio mi avesse chiamato a se prima di essa fosse riinasta informata. di
tutte le cose: e sappiate, che le povere vedove sono gabbate da loro miniftri,
quando non si trovano informace degl'interessi domestici; il che non legue già
allorche fanno ciò, che debbas farsi. Ne crediate già, che sia cosa im, propria
alle donne d'essere informate della campagna, ponendo tra le condizioni di
saggia donna Salomone anche questa: Consideravit agrum, a emis eum: De fructu
manuum fuarum planiavit vineam. Sem. Nell'educazione de' figliuoli,
che [ocr errors] che diligenze usavate Pub. Eravamo tanto io,
quanto essas attentiffimi a tutte le loro operazioni, per poterli di ogni
minimo difetto correggere da principio; eflendo che le piante velenose fi
svellano alla primas con facilità grande dalla terra,mà allorche sono ben radicate
v'è d'uopo di maggiore facica. E riflettendo che tanto si fà, e quanta
industria si pones per ridurre docile un cavallo da maneggio, mi pare che
questa sia più necessaria d'impiegarla a pro de' figliuoli, da quali vantaggi
maggiori si ritraggono senza fallo, che da cavalli. Sem. Come viriusciva
facile il correggerli? Pub. Per verità facilisimo, perche erano docili; e
questo beneficio l'hò riconosciuto dal buon naturale della madre, il qual passò
anche ne'figliuoli; scorgendoli bene spesso all'opposto i vizj de genitori paffare
ne' figliuoli ancora. Sem. Quale induftria usavate nel di. riggerli
?un canto viera l'altarino con tutti li suoi Pub. La prima fu d'istruirli
nella pietà cristiana, e d'insinuarla bene ne'lo. si ro cuori ; primieramente
col buono esempio, e poi colle parole; ed era vely ramente di
consolazione grande il vede re quei figliuolini attenti, e divoti nel
fare orazioni ; e di poi, per meglio afficurarmi delle loro naturali
inclinazioni, aveva fatto preparare per divertirli varie cose in una stanza spartata,
ove in [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
arneli; sin altro l'armariuccio con certe armi di legno tinte, che sembravano
di ferro ; vi erano ancora in altra parte din versi giocarelli puerili, ed
altrove qual che libretto in una picciola scanzia ; c nelle ore di recreazione
li conducevo ivi, affinche si divertisfero. Quei ch'erano portati dal genio
all'Ecclefiaftico, correvano alla prima all'altarino, el ornavano in quella
forma į che l'ayeano veduto in chiesa; e ciò serviva per renderli maggiormente
attenti alla devozione: altri poi secondo le loro incli O [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] na. nazioni si divertiyano, coi libri,
è colle armi,e di rado alcuni di efli li spas, favano co i
giocarelli; e stava attentiflimo osservando quelli, che perseveravano nel
medesimo genio; perche conforme averete ancora voi osservato, non è
fempre uniforme l'inclinazione de’ragazzi, e mi sono finalmente
accertato, che quelli, ove il genio li porta, sono stabiliti in
esso divenuti adulti, coltivavperò sempre le loro inclinazioni, vedendole
disposte al buono. Mec. Gli Archieli foleano condurre i loro
figliuoli ad una fiera, per comprendere i loro genj, e quei, che vedeano
desiderosi di provederli de' libri, li mandano all'Accademia, quei
poi, che aveano compiacimento a rimirare le armi, li
deftinavano per la guerra. Sem. E le figliuole,
che facevano? Pub. In altra ftanza fi syariavano,afliftite ò dalla Madre, ò
dalla Matrona,ove erano coscinetti, per commodo das cucire ; ferri da fare
calzette, piccio. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
Dell'Elezione della Mog. arr le conocchie, ecommode per filare ; e diverse
pupazzine vestite, ò da spose, ò da monache ; ed ivi ancora chi affifteva
loro', fcorgeva Vinclinazio ni, ch'avevano", rimirando a’quali di queste
cose le porta il genio; ed in fatti quella, che si fè monaca, non si divertiva
in altro, che in ispogliare, e rivestire la sua pupazzetta in abito da monaca,
e l'altra, che prendette marito, sempre giocolava colla sua pupazzetta vestira
da sposa. Sem. Felice coppia! non saprei anch' io abbattermi in simile
compagnia. Pub. La troverete anche voi cercandola, perche non è già
estinta nel mondo la razza di quelle di cui parlò l'Ecclesiastico. Mulier
fortis obleEtat virum fuum, de annos vitæ illius in pace implebit. Sem. Sì
bene, mà se per mia sventura m'incontrafí in una, che non fosse così buona; che
doverò fare in sal caso? Meca, L'esaminereino nella venturas [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] conferenza, nella quale
meglio anche apprenderete il modo, che dovrete tenere in, fare perseverare la
buona, costante nel suo lodevole costume avendola scelta per vostra
conforte, CON, the te CONFERENZA [ocr errors] Come si
debbano regolare i faggi mariti con le mogli imprudenti, e
viziofe. Publio, Mecenate, Sempronio, et Medico Pub. O,
ch' hò navigato lungo tempo per questo vasto Oceano degli ammogliati, posso
servire di fida scorta a voi,che doyete entrarvi. Le maffime principali,
che dovrete tenere sono queste : primieramente di operare più col buono
esempio, che con semplici parole, confessando Platone, ed Aristocile che maggiore
profitto fi ricavava da ciò, che si vedeva fare a Socrate, che da' suoi morali
documenci. Quindi è, che'Plutarco ne' suoi ammaestramenti matrimoniali ebbe a
dire: che non preten. da il marito di far divenire la moglie buona economa,
s'egli coll'esempio non le mostrerà efferlo anch'effo: onde non recherà
maraviglia, ciocche diffos Ovidio. Dum fuit Artrides una contentus, illa,
Caffà fuit, vitio eft improba fuftaus viri. Mec. L'esempio però di Socrate
appresso la sua moglie Santippe nulla giovava, Pub. Sapete perche ? Si
abbatte il una donna talmente pazza, che dovea più tosto essere legata colle
catene, che ammonita con esempi, e parole: mà di questo ne parleremo a suo
tempo. Or proseguendo il mio discorso; in secondo luogo deesi togliere
ogn'occasione, che possa farle cambiare di buona in cattiva, perciocche
quantunque ottima da principio, per trascuraggine del marito può divenire
peffima, ed in che mo [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] modo uditelo da Euripide. Sed nunquam nunquam [ neque enim,
femel dicam Oportet prudentes, quibus eft uxor, Ad uxorem in
domibus accedere finere Mulieres, ipfæ enim præceptores
funt malorum. E che più ! Levina donna da principio caftiffima
per la libertà, che le diede suo marito di andare vagando per il
mondo, quanto, quanto si mutaffe mutasse, sentitelo da questo Épigramma.
Cafta, nec antiquis cedens Levina Sabinis, Et quamvis tetrico triftior
ipsa viro, Dum modo Lucrino, modò fe permitrit Averno, Et dum
Bajanis fæpè fovetur aquis, Incidit in flammam, juvenemque fequuta,
relicto Conjuge, Penelopes venit, abiit Helena. E d'onde ciò
avvenne, se non dalla libertà, che le diede il marito ? Nè Mefsalina averebbe
già commessa quella sì enorme scelleragine di sposarli con Silio [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] publicamente, e nel palazzo imperia, le, fe
Claudio Imperatore l'avesse condotta seco ad Oftia; del qualc attentato
parlandone Tacito arrivò a dire : laborabit annalium fides; c credete forse,
che se Ottone non avesse lodata a quel segno la bellezza di Poppea Sabina sua
moglie alla presenza di Nerone, glie l'averebbe tolta? non già; ma il pazzo
arrivando a dire, nel levarsi dalla menfa dell'Imperatore, che se ne andavas
lieto a trovare sua moglic stupore di bellezza, a lui solo concedura, e
desiderata da tanti, e volete chc Nerone, udendolo non s'invaghisse di essa
? Sem. Averanno forse da tenerli chiu. se le mogli per far verificare,
ciocche disse il Satirico ? Pone feram choibe, fed quis custodiet ipfos
Custodesē cauta eft, et ab ipfis inci pit uxor. Pub. Io non intendo dire
questo, mà folamente di trattarle, come diffe Tacito del popolo Romano, che:
nec tam, tam [ocr errors][ocr errors] fam feruitutem pati poteft,
nec totam libertatem, cioè colla misura di mezo, discreta, e giudiziola e
finalmente conviene compatire molte leggiere debolezze di effe con non farne
calo, di quelle particolarmente, ove non si scorge malizia, e cattivo fine; ¢
quando mai vi fosse d'uopo di rimedio, non dee questo darsele in publico, nè
con istrepito contenzioso, e riflettere a ciò, che dice Plutarco; che Venere fù
collocata dagli antichi vicino a Mercurio, affinche con arte, ed avvedurezza, e
non con violenza in tali faccende li procedesse ; e lasciando il profano da
parte, vediamo che rispetto avesse a sua moglie il nostro primo padre Adaino :
dipoi di avere detto, ch'era una porzione di se medesimo; cioè: cara de carne
mea; soggiunse quamobrem relinquer bomo patrem fuum, et matrem, &adbarebit
ukuri sud, do crunt duo in carne una Gen. Sem. Questo però mi reca gran
tercore, perche se Adamo trattò così bere sua: sua mnoglie, ed
erano nel Paradiso terrestre ; ne- ella poteva essere stata crea . ta da mano
più perfetta, contuttociò ingannò suo marito a segno, che tutti noi ce ne
risentiamo, che farà dunque una figliuola di essa in questo mondo? Pub.
Fu fedotta però dal serpente, allorche Adamo dormiva, onde apprendetene dà ciò
questo documento: di non dormire, quando vi sia il serpente, che tenti sedurre
voftra moglie. Sem. Mà qual serpente ci sarebbe, se io sposarsi una
giovane, che da zitellas aveffe dato sempre saggio di somma mo. deftia ; ed
appena entrata in casa mias, cominciasse a dire; voglio un'altro abito alla
nuova moda: queste gioje non; sono legate all'usanza; voglio lo scarabattolo,
come hanno le altre mie pari; qual ferpente la tenterebbe in questo caso,
per farla parlare in tal guisa? Pub. Sarebbero due non che un fojo, li
serpenti; cioè l'eccessiva vanità, e l'ambizione proprie ò insinuate,e quefti
converrebbe scacciarli,er. [ocr errors] Sem. Ed in che modo? Pub.
Voi averece già scelta la giova. CH ne nata da? savj, e discreti parenti,
and mutt quali avrete facilmente manifeftato l'animo voftro, in che forma
la vorretes trattare; accordandomi ciò, mi pare, cosa quasi impossibile, che
una giovane ben'educara possa alla prima avanzarsi Q a domandare
imperiosamente ciocche be brama; se pure non sarà stata mal con figliata;
da qualch’una poco prudente, i onde per ovviare questo, converrà, che
alla prima stiate attento di non farlas trattare, se non con quelle, che
voiconoscerere savie, e prudenti, delle quali potrete essere sicuro, che non
sarà configliata a questo; ò pure se voi medelimo nolle darete mal'esempio;
conforme a questo proposito avvertiscePlutarco, ne? suoi precetti matrimoniali,
oye dice; vir corporis ftudiofus, uxorem reddit la sciviori cultui
deditam ; voluptuofus amas, toriam, et libidinosam; boni, honestique
amator, modeftam, et honeftam: E sog. giugae di vantaggio; nè putes à
super, [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] mo, fuis,
profusifque fumptibus uxorem temperaturam; fi te ad hæc omnia minimè
contemnentem confpiciat', quin potiùs auratis poculis, pietifqae cubiculis,
mulorum, et equorum phaleris gaudentem videat; non enim fieri poteft, ut à
mulieribus luxus removeatur, quo viri circumfluunt. Sem. Mà come farà
praticabile il pri se terrà visite publichce ove ogn' una farà a gara di
comparire con maggior pompa dell'alere? Pub. Se conoscerete, ch'ella
abbias la prudenza della moglie di Focione, di cui già parlammo, permetteteglielo
pure liberamente; perche farà della natura di quella, di cui parla
l’Ecclefiaftico al cap. 26. Mulier fenfata, tacita non eft immutatio eruditæ
animæ : mà per al. fro, se non farà di tal senno vi porrete ad evidente cimento
di essere forzato a tractarla meglio delle altre, e con pompa maggiore, per
esfere sposa novella. Sem. Ma queste non si potranno fuggire;
imperciocche lo potrebbero incon fra: [ocr errors] trare
inimicizie, ricusa adofi ; ò per la a meno li darebbe moito da dire à tuttaa la
città. Pub. Se non si potranno fugire, e voi permettetele.
[ocr errors] Sem. Mà facendolo poi bisognerà, che seguiti ciocche praticano le
altre. Pub. Non è da porsi in dubio. Sem. Consigliacemi dụnque, che
dovrò fare. Pub. Non mi dà l'animo. Sem. E perche? Pub. Perche
scorgo più volonterolo voi di queste visite, di quello che sarà la voftra
sposa, compiacendovi forse, che si vedano le vostre grandezze, e sono molti del
vostro genio', che mostrano in apparenza dispiacimento di tal cosa, che
internamente con ardenza la bra. mano; e fanno come diffe Tacito di Ti. berio:
Specie recufantis vebementiffime cupiebat. Sem. Mà è possibile, che non ci
siad mezo termine per isfuggire queste prime vifte, senza che rimanga alcuno
disgutaco? Pub. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small]
Pub. Si potrebbe questo trovare,ogni qualvolta però non abbiate voi compia.
çimento di averle. di Sem. E questo quale sarebbe? Pub. Di condurre la
vostra sposa fuofi della città in distanza tale, che non rioscisse facile alle
altre di venirla a visitare. Sem. E chi sà, se la sposa fi contentasse di
questo? Pub. Non vi contenterete voi; perciocche una giovane bene
accostumatas farà ciocche vorrete : toccate voi ora colle mani, che i mariti
sono per lo più arrefici delle loro ruine, e non le povere mogli. Sem. Mà
andando fuori, e poi tornando, faremo nei medefimi termini di prima, rispetto à
queste visite : Pub. Così credo anch'io ; pofciache vorrete fodisfare
allora al desiderio,che avere di riceverle; mà udite di grazias, ciò che ne
potrebbe nascere di buono da questa vostra lontananza dalla città: Che intanto
voi col vostro giudizio po tre [merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] trefte istradarla in modo, che non sarà
poi facile, che diça, qucsto voglio, po: sciache le potrete far ben
conoscere i precipizi, che nascono dall'ecceffivo lusso, ed i
danni, che apporta l'ambi, zione;ed averefte inoltre in quelto mentre,
che dimorerete in villa, tempo op: portuno d'istruirla ancora nella
buona economia, la quale è l'unico antidoto contro la prodiga
vanità. Sem. Insegnatemi dunque, che dovrò fare fin tanto che
staremo in villa? Pub. Contratto, che averete trà voi quel santo amore
conjugale, le farete comprendere, che guadagno abbia recato alla vostra casa
l'efferyi portaticolà, e che per farle conoscere, che voi non l'avete fatto già
per avarizia, ma per esimervi bensì dalle confuloni, u disturbi, che nascono da
tante visite, e rivisite, che si costumano, donare ad effa la metà di detta
somma avanzatas; affinche ne faccia una soccita di animali, ò la rinvesta a suo
piacere, c commodo, e procurerete, che facendosi detta foccita, non abbia
questa disgrazia alcuna per più anni, con foggiacere voi as quei discapiti, che
l'inclemenza delle Stagioni potrebbero apportarle, e vedrete in atto pratico y
qual amore effa. porrà all'economia. Le prime impresfioni sono quelle, le quali
radicateli negli animi foftri tanto del bene', quanto del male, difficilmente
fi cancellano più, mentre che, Quo fuerit imbut a recens feruabir
odo rem Tefta diu. Sem. Questo mi piace affaislimo; perche mi
concilierà l'amore di essa, edonerò senza fare discapito alcuno ; mentre
ciocche dono, rimane in cafa; mi farebbe discaro bensì, quando andaffe in börfá
de mercanti: Mà se in progrefso di tempo desiderasse qualche abito, come mi
dovrò regolare? Pub. Dovrete invigilare di provederla preventivamente di
ciocche è necefsario al decente ornato, secondo il voItro grado ; affinche non
sia forzatas [ocr errors] chiedervi cosa alcuna. Sem. Mà se ciò non
ostante lo facesse, hò da negarglielo? Pub. Se voi la scorgerete
attaccatas, al danaro non glielo negate, questo si, che in vece di spendere
voi, date la moneta ad ella, acciocche la spenda a suo modo, Mec. A
questo proposito posso riferire un caso accaduto. Venne voglia ad una donna
civile di farsi una certa scuffia alla moda; il di lei marito, ch' era accorto,
non glie la negò; ben è vero, che le diede il danaro nuovo di zecca per
farsela ; ella cominciò à con, tare, e ricontare dette monete, li le parvero
assai belle, e perciò non s’induceva à spenderle; le domanda į egli
pallato qualche tempo, se fi cras ancora fatça la scuffia; cui rispose,
che non aveva potuto trovare cosa appropo. fito; le replica: fatela
quando vi piaci ce, perche il danaro è vostro, e se lo Ha volere impiegare in
altro, fate voi; mà ella non lo spese già per goderselo. P Sem
: [ocr errors] le qua [ocr errors][ocr errors] Sem. E se fosse
liberale ; che non fa. ceffe conto del danaro ? Meo. In questo caso
pariinente non mostrare renitenza in sodisfarla ; dite bensì, che commetterete
fuori, e farété venire merletti più belli, e più alla moda di quei, che sono in
città; perche intanto, ò le passerà la voglia di farsela, ò si murerà la moda,
come si vede giornalmente accadere, e potrebbe anche darli il caso, che un
giorno fi rendeffe capace di ciocche disse Crate, FILOSOFO: che ornamentum eft,
quod orhaf:ornat autem quod mulierem boneftiorem reddit. Quindi è, che secondo
quel detto greco: Mulieri ornamentum mores, e non [ocr errors]
durum Sem. E se le venisse tentazione di porfi qualche manteca nel viso,
per comparire più vaga? Pub.Ciò non dovrete tolerarlo in conto alcuno
riso.it Sem. Che averò da fare? sgridarlas .forse, e mortificarla inleme
Pub. [ocr errors] fa Pub. Questo poi nd; pofciache me. no verrece
seco alle brutte, meglio semnot pre farà per voi, ed affinche possiate di in
ciò regolarvi con prudenza, vi rifeac rirò per convincerle dolcemente,
cioc che dice Zenofonte nell'economico, ch' è questo: Die mihi uxor,
nonne hisce legibus matrimonium inivimus, ut quod effet utrique faculsatum,
invicem communica. remus? annuit illa . Jam ait, fi poftquam tu tuam portionem
bonæ fidei contulifes, ego pro veris gammis fiétitias, prò auro puro,
adulterinum darem, prò torquibus aureis vitrum auri bracteis oblitum prò
monilibus folidis, ligna 'auro, argen to, incruftamentis obducta, num boni
confuleres, aut judicares, me plus tibi contuliffe ; fi talibus technis tibi
imponerem, quam fi quod baberem', uti eft in medium conferrem? quod illa
excipiens, cave, inquit, ne mibi talis fis, neque enim te ex animo amare
pollem; quo audiio ille fic perrexit : atqui nos in hoc potisimum convenimus,
ut alter alteri corporum Noftrorum copiam faceremas, quod P. 2 [ocr
errors][ocr errors] h cum Pub. Nira maltrattato ? cum uxor
annuiset. Sum ne, inquit, tj bi gratior, aut carior futurus, fi corpins boc,
uti eft, nullo medicamento vitiatum Communicem, an fi os,oculofque minio
infestos tibi ofculandum preberem? At ego in. quit uxor; minimum nunquam
attigerim, neque fucatos oculos gratius, quam tuos afpexerim . Et mihi, ait
ille, puta mentem eamdem effe: nec tam mentito (quem tu cerufit, fib:oque
inducis) colore delectari, quam tuo nativa. Quo tam commado sermone caftigata
mulier abjecit omnia tectoria, formaque medicamenta. Onde di questo
convincentissimo ragionamento vi potrete anche voi prevalere per ridurla a suoi
doveri, senza contendere seco, Sem. E se diveniffe fastidiosa, iraconda, e
garrula, che dovrò fare? Pub. Tutto l'opposto di quello, che farà lei,
imperciocche altrimenti sarà la. casa vostra un continuo inferno. Sem.
Come si potrà praticare questo Pub. Non vi potrà fare mai peggio di
uxor. unda, quello, che faceva Santippe a Socrate, e pure la
sopportava, come viene dea scritto da Bigo poeta: Ferendum
eft Socratis exemplo quodcumque peregerit Xantippen, fiquidem
convitia multas moventem, Cum blando argueret, fædatus defuper
Nil nifi deterso, poft tanta tonitrua, dixit Vertice, se pluviam
non ignorante se quutang Sem. Bisognerebb’essere però Socrate per
sopportare tanta ingiuria. Pub. Cominciando ad operare da Socrate potreste
anche voi divenire simile ad esso ; posciache interrogato per qual cagion'cgli
sopportava tanti strapazzi ricevuti dalla sua insolente moglie, risponde: Cum
illam domi talem perpetior, infuefco, dw exerceor,'ut ceterorum quoque foras
patulantiam, et injuriam facia liùs feram; laonde con sopportare l'in
giu [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] P 3 [ocr
errors] giurie della vostra moglie, diverreste Socrate anche voi. Sem. Mà
se fosse altera, ambiziosa di commandare, e non volesse fare ciocche dal marito
le veniffe ordinato Pub. Socrate sopportava questo ancora. Sem. Mà voi,
Mecenate, che non fieţe Socrare, che fareste? Mec. Vi posso riferire
ciocche fecero alcuni in fimili casi, e con profitto . Vi fu una certa vedova,
cui erano morti trè mariti, a cagione dei gran disgusti dati loro da essa ; non
trovava questas più alcuno, che la volesse prendere per moglie, un giovane alla
fine, sapendo ch'era divenuta inolto ricca la volle sposare; mà cosa fè questi?
ordinò, che fosse trovato il cavallo più indomito, che fosse nella città, con
ordinare al fuo cocchiero, che nella mattina feguente alle sue nozze lo avesse
fatto andare furiosamente per il cortile del suo palazzo, e che avesse di poi
eseguito puntualmente ciocche da esso gli fareb, be 1 be
stato comandato; in quella macci na il cavallo fè furie grandi; venne
cuole riosità alla sposa di vedere da che pro cedesse quel gran rumore,
che udivano in si affacciò alla feneftra, e nel medesimo tempo ancora vi
accorse lo sposo, il quale domandò al cocchiero, la cagione di ciò, cui
rispose: Signore, è unas beftia, che non si può domare, e perciò ogni giorno
farà il medesimo; allora egli comandò, che fosse trucidato, conforme
crudelmente seguì; la povera sposa rimase attonita da sì risoluto comando, c
voltatosi lo sposo verso di effa, le dice: Signora mia, quando le bestie non G
poffono domare è necessario di venire à queste risoluzioni : das dovero, che
mutò ella modo di vivere, e di leone divenne agnella. Vi fù parimente una
moglie assai disobediente, alla quale avendo ordinato il marito, che non fosse
uscita di casa ogni giorno, e tornata di notte, mà vedendo, che
colle buone non ricavava profitto alcupo; udite un giorno quello le fece
nel [ocr errors] P 4 tor tornare a casa : teneva'pronte le
forfici, e le recise i capelli, dipoi le disse : oh adesso andare fuori di casa
quando volete, che farete una bella comparsa: sapete voi, che se ne
aftenne, ed in avvenire fu più obediente a suo marito. Sem. Vedete voi,
Publio', che con mostrarsi risentito, si possono anco togliere i difetti
donneschi? Pub. Questi sono casi rariffimi, che felicemente riescano: I più
frequenti però fanno vedere il contrario. Nacque una volta competenza tra il
Sole e l'Aquilone, a chi di loro fosse riuscito più agevole, a togliere da
dosso il mantello ad un viandante : si adoperò con tuttas la sua violenza il
secondo, mà, ftringendoselo alla vita chi lo portava, non fu mai possibile
farglielo lasciare : cominciò dipoi il Sole, senza usare violenza, a
percuoterlo coi suoi continuati raggi ; refiftè egli per qualche spazio di
tempo; mà alla fine et spogliò non solamente del mantello, ma del giuppone
ancora; e da questa ápologo.com, pren: [ocr errors] i prenderete se
riesca più utile la violenob za, ò la piacevolezza continuata per ri
muovere i difetti donneschi: ed OVIDIO (si veda) che le conosce bene, così
canta. Define, crede mibi, visin irritare vetado Obfequio vinces aprius
ipfe tuo. Sem. E se fosse ostinata in non volere cedere mai, mai, allorsì,
crederei, che fosse d'uopo prevalera di quel rime dio contenuto in questi
due versi: Rendon più frutta donne, afini, e noci A cbi ver loro ha le
mani più atroci. Pub. E da cui apprendeste, Sempronio, modo sì ingiusto,
e villano das trattar le mogli? forse che dall'indiscreto Ercolano Sanese? il
quale, conforme racconta il Dolce nel secondo del. le istituzioni delle donne,
avendo comprati certi tordi, mentre li stava mangiando con sua moglie, le diffe
; se aveva mai veduti tordi più grassi di quelli ; vi replicò la moglie;
ch'erano merli, mà, volendole far capire il marito, ch'erano tordi, non fu mai
possibile, crsendofi oftinata nella sua falsa credenza;alla fine, dopo le
contese, l'Ercolano fi avanzò a percuoterla col bastone, il quale non tolse già
la sua pertinacias; posciache in capo all'anno disse al marito, che in quella
medesima sera era Itata così malamente trattata per quei maledetti merli, ch'egli
diceva essere tordi; e convennegli fare l'anniversario ancora, con batterla
nuovamente, come accadè in molti anni seguenti. Or vedere, che profitto
apportano le battiture alle donne pertinaci? Poteva l' Ercolano crederli anche
per storni; perche ciò non diminuiva loro già il sapore: mà, se fosse egli
stato sotto la censura di Catone, non averebbe certamente commesso fimili
attentati; imperciocch'egli voleva, che i mariti, che percuotevano le mogli,
foffero puniti col medesimo gastigo, che si dava a coloro,che rubavano nei
tempi dei loro Dei, come riferisce Plutarco. ES. Crisosto. mo nella umilia
epift. D. Pau. li ad Corinthios, così dice: Neque verberandam uxorem dico,
abfit: ultima nam [ocr errors] 201 [ocr errors][ocr errors]
namque ignominia eft non ejus qui verberatur, fed qui verberat &c. e
dipoi, vos viros illud admoneo, nullum fit tam magnum peccatum,
quod ad verberandum uxorem vos compellat, per lo che meritamente canta Guazzo: Offende
il Cielo se il santo amor discioglie Quel che con empia man baste la
moglie. Sem. E se si credesse impudica, li ha da fare da Socrate in
permetterglielo ? Pub. Questo poi nò : fi dee bene fare da Socrate in non
ingannarsi nel crederla cale, quando non fosse ; perche alle volte la gelosia fà
travedere le ombre per corpi; e fa credere, anche le menzogne rapportate da
uomini sceleraci per cose vere; ed udite a tale proposito questo prodigioso
fatto. Si trova al servigio di S.Elisabetta Regina di Portogallo un paggio di
ottimi costumi, u perciò da effa amato, di cui si prevale va per suo
elemofiniero ; fu questi ca* lunniosamente imputato appreffo al Re di
soverchia confidenza verso la sua pa. drona, ed anche reciproca di essa
verso . di [ocr errors][ocr errors][ocr errors] di lui; fu data
credenza alla calunnia ; onde il Re adirato fè ordinare ad un fornaciaro,
che avesse gettato dentro l'ardente fornace il primo paggio, che nel di
seguente gli mandava; comandò dunque all’innocente, che si portafíe colà; mà
perche udà sonare la campana di una chiesa, mentre era in viaggio, la sua
devozione lo spinse ad andare verso quella parte ove si trattenne in ascoltare
più messe qualche spazio di tempo; mà, perche il Reviveva impaziente di udire
il successo, ftimò bene inviarvi l'altro paggio calunniatore, il quale, essendo
arrivato il primo, conseguì il meritato gastigo, ch'era preparato per
l'innocente : ed arrivato poi il secondo portò al Re l'avvifo, di essere ftato
ubbidito; e risaputali poscia las cagionedal Re, perche fosse egli indugiato
tanto, ben si avvide della sua innocenza, e della giustizia di Dio. Viene
riferito dal P. Crodier. Sem. Mà corne potrò conoscere d'a. vere
occafione di dubitarne con fondamento? Pub [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] Pub. Se voi per esempio non ufafte a ad Jei tutta
quella fedeltà dovuta, ò pure se per cafî faceste conversare gioventù in
più vistosa di voi, e con tutta libertà; allorsì forse forse, che, se non
fosse più, che la carta Penelope, ne potreste alquanto dubbitare. Sem. Ed
in questo caso, che dovrei fare per correggerla, e gaftigarla ancora
bisognando?, Pub. Bisogna, ch'esaminiamo prima chi foffe il reo
principale in questo caso, se voi, ò essa? Sem. Sarà essa lei, perche io
voglio, che sia pudica. Pub. Voi volere, chefia, e fate ogni possibile,
che non lia. Sem. E come? Pub. Con darle primieramente mali esmpio
col vostro cattivo modo di operare; e poi con darle commodo di fare ciocche
ella vuole. Credetemi, Semipronio, che le donne,se non hanno il cattivo
esempio dato loro di mariti, ad ditficilmente s'inducono a far male,
Scn 3 d Sentite ciocche dice a tale proposito
Euripide, Stulla quidem fumus mulieres, non nego, Cum autem
infit hoc animis, peccat maritus Faftidiens connubia, imitari vult Mulier
viruń, co aliui parare ama fium. Ed operandosi in questa guisa, tutto
questo procede per colpa de' mariti, e sentitene ora il parere de' Santi Padri,
| Agostino così dice, de adult. conjug. Periniquum effe videsur, ut pudicitiam
vir ab uxore exigat, cum ipse non exhibeat, ed inoltre dice, ui quales volumus
uxores noftras invenire, ipfe nos inveniant, du fi intactam quærimus, intatti
fimus ; c Lactanzio, de vero cul. Exemplo continentiæ docenda uxor, ut fe caftè
gerat, iniquum eft enim, út id exigas, quod ipse præftare non poffis; e poco in
appresso, uxorem ejus qui circa corrumpendas alienas uxores occupatur, exemplo
ivcitatam, aut imitari se putare,aut vindicare; e l'uomo di Dio Giob così
parla, fi deceptum eft cor meum fue 2 per per muliere, a fi ad oftium
amici mei infi diatus fum, fcortum alterius fit uxor mea, od fuper illam
incurventur alii, e notare quella parola alii, che denota, che non sarà
un solo. Sem. Ma se per colpa mia non venisse, ed ella fosse sì pazza,
che volcsse trau dirini, che dovrò fare? Pub. Questo sarebbe caso rarissimo, s
poiche avendola scelta di famiglia onorata; non facendole mancare cosa alcu.
na, e non dandole veruna occalione di tradirvi, sarebbe una grandiflima ini.
quità, fe lo faceffe ; in questo caso dunt. que da principio dovere stare
vigilantes alla di lei custodia con fare molte caure diligenze. Sem. E da
che me ne potrò avvedere? Pub. In primo luogo dal suo affetto til vero,
che s'intiepidirà verso di voi, ef sendo che questo non può portarlo a dụe
gel medesimo tempo Sam. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Sem. E
se fosse finta, come potrò di. stinguere il vero dal fimulato affetto ?
Mec. Con un poco di tempo ve ne av. vedreste beniffino, con dirle, che volete
fare un lungo viaggio con essa lei, e cominciando a porre all'ordine ciocche fa
di bisogno, per farvi conoscere risoluto ; può essere, che da principio
diffimuli, onde se vedrete, che in progresso di tempo ella li contristi, almeno
in assenza vostra, credere pure, che qualche cattivo pensiere le va per
las mente, essendo quaGi impollibile, che chi hà simili attacchi, non si
rammari. chi allorche dee allontanarsi; e tanto maggiormente, quando non abbia
avu. ta in altri tempi repugnanza alcuna di viaggiare. Sem. Io che
dovranno confiftere l'accennate diligenze ? Pub. Principalmente in vedere,
che fidata servicù voi avete in casa ; posciache, se farà al vostro servizio
qualcuno bizarro, che faccia spese disorbitanti, di questi non vi fidate punto,
che non ten [ocr errors] di tenga mano, perche d'onde gli vengoo?
no l'entrate da spendere tanto, non ba stando la sola paga per far queste
? licenziatelo dunque alla prima, e se il ma le da ciò procedeffe, tal
volta potrebbe in questo solamente bastare.In oltre sareb-'. be anche ben
fatto, sospettando voi dela la di lei fedeltà, d'intraprendere qualche viaggio
ad onefto titolo di devozio ne; con andare a visitare qualche Santi
tuario; ed in tale occasione le userere, delle cortesic più del ordinario, per
riscaldare quell'affetto, che si era inties pidito verso di voi; e fatela girare
un gran pezzo, che così le ritornerà il rens no, che aveva incominciato a
perdere; e voi sapete, Dottore, quanto bene può apportare il viaggiare in
questi casi. Med. Certo è, che allontanandoci da quell'oggetto, che turba
l'animo postro, può quefto più facilmcórc cálmarfi, conforme lo conobbe anche
Proper: zio dicendo: Unum erit auxilium mutatis Cinthia terris
Quan 1 [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Quantùm
oculis, animo tàm procul ibis. Amor. Ma per addurvi autoricà più propria
vi apporterò ciò, che ne dice Cornclio Celso : Mutare debere regiones, fi mens
redis, annua peregrinatione effe jaDandos. Sem. Hò da farne alla prima
risenti. mento, cominciando a sospeccarne con fondamento Pub. Questa è
materia molto gelofa ; onde con prudenza grande doverà cratcarli, e con molta
circospezione. Mec. Così credo anch'io, rifetten. do a ciò, che dice
Ausonio: Toxica zelotipo dedit uxor maca ma wire. Sem. Mà se il caso si
avanzasse tant' oltre, che mi accertalli di tale misfatto? Pub. Due
rimedi ci sarebbero, un o legalc, cl'altro suggerito dalla somma
prudenza, o fancità, Sem. Lasciamo il legale; l' altro qualid? Pub,
Marc'Antonio FILOSOFO impera [ocr errors] bi tore prudentissimo diffimula,
come racconta Giulio Capitolino; il gran torto 1 fattogli da Faustina sua
moglie, dicenddo di esso: tantùmque abfuiffe, ut de cas ejufque adulteris
fupplicium ex lege fumeret, ut illos fibi non ignotos (gran virtù in chi
tutto poteva ) pra ceteris ad ve#rios honores, et magistratus promoveret
s du in iis Tertullum, quem cum ea prandena sem aliquandò deprebenderat.
E S.Paolo Eremita, come vien riferito da Socr. in fripart. Historia. Avendo
ritrovato la sua moglie adultera, che fec' egli. Nil aliud, quam tacitè
subrifis, jureque jurando affirmavit, fe nunquam cum ca concubiturum, ad
adulterum au tem; tibi, inquit, tam babeto, et cuma 1 difto adberemum
abiit. Mec. Rimali sorpreso da maraviglia, Dottore, quando lesti nel lib.
de cap. util. ex adverfis, come mai il vostro Carda no autore di esso ;'
uomo sì celebre, vi abbia posto gli utili, che ne' possa riportare il marito
dalla moglie adultera; pour essendoche quanto da fimile misfattorisulta, è
tutto danno, e' vituperio. Med. Non parla ivi il detto autore dell'utile
onesto, e decorofo, mà bensi di quello, che si ricava (per servirmi della frase
di Tacito) Ex induftria facinorofa ; ed avendo egli intrapreso l'affunto di
ricavare da tutte le avverGità quell'utile, che ponno dare, da questo non si
poteva ritrarne altro che un vàntaggio viziolo e detestabile chiamandolo egli
medesimo:surpe auxilium. Sem. E se li moftcafie gelola di me? Pub.
Sarebbe segno, che molto vi amasse, nel qual caso, facendole cono. fcere, che
sono vani quei sospetti, che concepisce di voi, che vivete, comes debbono i
buoni mariti, farebbe colas facile, che deponeffe tal gelosia. Sem. Ma se
non vivefli offervantiflimo, ed andafli in qualche luogo un poco fospetto,
solamente per divertirmi, mà fenza fare inale alcuno 1 Pub. Evoi
tralasciate di andarvi,che così cesserà ancora.la gelosia; altrimensi quel
vostro divercimento xi.cofterà са [ocr errors][ocr errors] caro,
togliendovi la pace domesticas; e rifertere di grazia allo spaventofo fuccesso
seguito nell'isola di Lenno; ove, le donne per gefolia z ch’ebbero, che i loro
marici fi foffero invaghiti di alcune belle schiave, congiurarono contro di
essi talmente, che divennero ftudiofamente tutte vedove in una notte: oltre di
che, udite ciò, che dice l’Ecclefiaftico al 26. Dolor: cordis, do luctus mulier
zelotipa : : Sem. Mà se pretendeffe poi,che io so. disfaccffi al debito
matrimoniale di vantaggio, che fosse convenevole, cho dovcrò fare? Pub.
Avendola voi scelta di buoni coo stumi, non avere da temere questo ; se pures
non ile darete occasione di farlo! Sem. E quale sarebbe questa ? Pub.
Potrebb’essere il gran confumo di cioccolata, e pistachiara, di rosolà, e vini
generosi, e di altre cose, che accendeffero il sangue, che si faceffe in
casa vostra ; orde basterebbe, che lo toglie te via; imperciocche,
[ocr errors] Sine Cerere, Bacco friget Venus. Sem. E se questo rimedio
non baItasse? Pub. Allor conviene ricorrere alla prudenza, con farle ben
capire, che quello sarebbe il modo da farla divenire prettamente vedova; e che
per non farle provare una così infelice fyenturas, dovete opporvi alle sue
eccedenci brame. Mer. Ad un certo marito, che si tro. váva spesso in fimili
angustie, gligiovò molto il fare l'astrologo, posciache non mostrava già di
opporli a quanto deside, rava la moglie, ma bensì le diceva, ch' cra d'uopo
trovare prima nell'Effemeri. di, se in quel punto G farebbe generato figliuolo
sano; ed alle volte le dava ad intendere, che sarebbe nato cieco, altresi
zoppo, onde in questo modo operava tanco, che li basta per indurre a fare a suo
modo la credula moglie. Sem. E se non volesse applicare a farai
domestici, come mi doycrò conteacre ? Pub. 7 [ocr errors][ocr
errors] #1 Pub. Bisognerà, che voi claminiace boy bene d'onde ciò
provengà ; pofciache, se nascesse per cagione di qualche indis1
posizione di testa sopravenutale il non ad potere applicare i converrebbe,
che voila comparifte, cd in tal caso potrcbI be fupplire la matróna a quanto
ad ella spettava, 18 Sem. Si che dunque non potrò fare di meno di
non provedermi di questa matrona, potendonc avere bisogno grande di essa?
Pub. Questo non è da porta in dubbio, fe bramercte, che la direzione della
vostra casa vada bene, e non vorrete voi medefimo fare da donna, Sem. E se
non provcnifle dall'accennata cagiones Pub. Doverete anche informarvi, se
ciò procedeffe, perche qualcuno voftro favorito le volefle fare da sopraftante,
il che non sarebbe conveniente, ed in tal calo to doverefte ammonire a defi.
ftate, quando nollo vogliate rimuovere, ed allora vedretc, cho e Ha sarà
appli ciui 1 [ocr errors] cata, ò pure, se si divertisse ia
altre cose per dare sodisfazione a voi, ael qual caso non potrebbe applicare
alli facci domestici: per esempio, se vi veniffe voglia, che imparasse, a
sonare, a cantare, e ballare, ò pure qualche linguage gio straniero,
certamente, che non potrebbe ella applicare con attenzione a tante cose ; onde
mutando voi fimile pensiero la vedrete tornare attentissima alle cose domeftiche,
Sem. Mà se non vi fosse alcuna delle fudette cagioni, mà che per il suo catcivo
nacurale volesse inquietarmi con operare da pazza, che doverò fare? Pub.
S. Crisostomo insegna in questi casi gell’amilia 26. epist. 1. D. Pauli ad
Corinthios, che cosa si debba fare: cioè quello, appunto, che pratica un buono
agricoltore nel coltivare il sao campo, il quale, fe lo conosce sterile,
procura di ajutarlo con industria, per farlo divenire fecondo; e non per
questo, sem mentato che abbia ivi il grano, nafcendovi dell'erbs.catcive, si
duglefe. co, perche le abbia prodotte ; mà beni sì con sofferenza grande le
carpisce a po co a poco, senza danneggiare punto quel seme di
frumento, che ivi vede - germogliato. Or perche non si ha dad praticare
il medesimo colla moglie? fors' ella è meno meritevole del campo di ricevere
simili ajuti ? è forse il seme umano inferiore a quello del frumento? ed udice
ciò, che dice il fudeko Santo: quotiescumque aliquid molefti domi contigerit,
fi quid uxor peccaverit, confolare, cu noli marorem augere Licèt enim omnia
proiicias, nibil, moleftius continger, quàm non, babere benevoham domi uxorem;
licèt quodcumque dixeris peccafuni, nuha lum magis dolendum, quam cum uxorlu
Jeditionem habere. Quod fi inuicemones ra ferenda funt, multo magis uxoris, fi
pauper fi, noli exprobrare fistulta, noli ei infultare ; fed efto modeftior.
Etes nim tuum membrum et Garo una fa&i cfis. Sed falta eft cbrid auracundai
Igitus dolendum eft, nox irafcendum ut e poi soggiunge. Quod fi
vorberaveris [ocr errors][ocr errors] exafperabit morbum; afperisas enim
mare fuetudine,, non alia afperitate disolui Sem. E sc le veniffe voglia
di vedere tutte le comedie, andare a' festini, c di frequentare tutti gli altri
divertimenti, che doverò fare Pub. Arendola alla prima assuefatta
diversamente, come potrà venirle tale volonca ? E quando in particolare averà
più figliuoli, ò pure farà anche gravida: non li potrebbe dare altro caso, che
le faceftc mutare costume voi mcdefimo, divenendo curioso, c vagabondo :
mantenetevi costaoce nel ben operare i ch'ella ancora persevererà nelles
medefima forma; ed usatele ancora in quei tempi qualche amorevolezza di
vantaggio, per tenerla contenta. Mer. Questo lo credo anch'io ben fatto,
avendo conosciuto un certò marito, cui era discaro, che la sua moglie, c
figliuole fossero andate alle comedies et ad altre publiche feste, mà che cosas
egli faceva ? in cambio di questo, leroy [ocr errors] o galava in quei
tempi frequencemente, dando loro l'equivalente a quello, che
averebbe potuto spendere in fimili died vertimcoti; e quantunque ad effe
dispia cesse per allora di non andarvi, nulladi. meno vedendo quelle
insolite cortelier, si consolavano, e terminato poi ch'eras # quel tempo,
diceva la madre alle fi gliuole: nulla averemmo guadagnato di buono, se
fossimo state alle comedie, dove che da non averle vedute, ne ab. biamo
ricavato molto; e poi per verità erano una volta proibice alle donne certe
feste notturne, come da LIVIO (si veda) si rica che in compendio, e questo:
Viri per noctem fæminis, dousenere etati turpiter miscebantur . Qua nc
comperts, fuere S.C. fublata, din mulros animadverfum fuit. E Svetonio lo
conferma nella vita ancora di Octaviano Augusto Sem. Ditemi finalmente,
se uno avefin se pensiere di sposare una vedova, come du fi doverebbe regolare
in diriggerla? Pim. Se questa averà avuto un mari [ocr errors] Ate
condizioni unite è cosa difficilissima,co saggio, sarà facile parimente, che un
altro faggio marito la poffa regolare, mà elsendo stata assuefatta di fare a
sno - inodo, non si potrà mai piegare a far diversamente : posciache una pianta
assodata con cattiva piega, non si può più addirizare. Io non consiglierei a
prendere queste per moglie,se non chi(quando fosse tuttavia in età di farlo) si
trovarfe molti figliuoli, e non avesse tempo d'invigilare attorno ad effi; e
che fosse pienamente accertato, che la detta vedova avesse dato faggio di somma
prudenza in casa del defonco marito; e che in oltre non avesse figliuoli
proprj, nè fosse più in iftato di farli, e li trovaffe prospera falute; mà chi
abbia tutte que di trovarla dall'altro canto non essendoci queste, si
prepari-pure a soffrire molti travagli, chi vorrà applicare a fimili matrimonj,
poiche queste fogliono effere troppo scaltrite. Sem. Vado riflettendo, che
molti di Q uesti buoni consigli non saranno prati [ocr errors] [ocr
errors] [merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] cabili
nei nostri tempi, onde se I ddio non ci provede, non sò come potremo più
softenerci in avvenire. Pub. Perche non sono praticabili forse che non
dipende ciò da voi? Sem. Dipende da me, mà è dura cosa di essere il primo
riformatore degli abusi. Pub. Non si fanno già queste riforme colla corda
al collo, come disponevano le leggi di Ligurgo; c poi non sareste già il primo
voi, essendoci i Curj oggidi ancora, ma questi non si rimirano già per non
averli da in mirare; onde questo sarebbe appunto quello, che vi doverebbe
animare a farlo: posciachei non volendovi gli altri seguitare, non
riferterebbero con attenzione a quello, che voi operafte. Sem. E nella
ventura Conferenza sopra clie fi tratterà? Pub. Bisognerebbe confolave
quelle povere mogli-faggie, che G abbattono in mariti viziofi, ed insegnare
loro coinc debbanfi contenere in simile sveninca.CONFERENZA Sopra i ripieghi
prudenziali, che debbonsi prendere in diverse occorrenze dalle mogli saggic,
incontrandosi in viziosi, ed indiscreti mariti. Sempronio, Publio,
Mecenate, € Medico. Semi mag Iferitemi, Publio, quali sono i
vizj,de' mariti cattivi. Pub. Questi sono molti, e forse non
minori di quelli delle mogli pellime : iinperciocche, fe farà egli
trascurato, da tal difetto ne verrà il precipizio di tutta la casa: se prodigo
peggio che peggio : se avaro, farà mancare ancora quello, che sarà necefsario:
fe fcapestrato, guai a quella povera moglie, che dovrà combattere
fe [ocr errors] [ocr errors] seco: se giocatore, fi porrà a pericolo in
una sola notte di perdere quan, to egli possiede : se lascivo, non li con.
tenterà dell'onesto: fe affatto impotente, poco amore per lo più suole avere
verso la moglie : sc goloso fuori dimo. do, oltre di soggiacere a continue infermità,
è oppresso anche da dobbiti. Or vedere in che miserie Gi troveranno le saggie
donnc in mano di costoro? E se per disgrazia fi abbattessero ancosa in taluno
debole di senno, che avesse appresso di se qualche servitore fcal. trito, il
quale lo dominaffe, c lo facesse fare a suo modo, oh quanti disaggi se
converebbe soffrire ! Sem. Come dunque li doverà regolare una donna
saggia, ed attenta col 04rito trascurato ? Pub. Con ama rlo teneramente,
quancunque fi avveg ga della sua trascurag. gine. Sem. E come lo potrà
fare? Pub. La prudenza le infinuerà di far. lo, per vedere, fe per questa
via lo po acres [ocr errors][ocr errors] réffe indurre ad essere
applicato,, perciocche, fe per sua sventura facefle il contrario, e cominciasse
a sgridarlo, certamente ch'egli si mostrerebbe assai più trascurato ; e credete
pure per co. fa certa, che colle buone più profitto ne ricaverà, che
irritandolo. Sem. E se vedeffe, che ciò non ostanu Te', continuasse ad
cssere trascurato, doyrå ella perfeverare in questo grand'amore? Pub. Senza
fallo ; anzi che, invece di scemarlo; più costo, glie lo dee accrescere; poscia
sche, se non sarà più, 'che'affatto iosensato, fi avvedrà alla fine, che lo ama
di puro caore ; ed accertatoli di questo, come potrà fare di meno di non amarla
anch'effo ? Platone, allorche gli fu riferito, che Zenocrate Two scolare
enipiamente parlaffe di esso, * *ffpofe : non essere credibile : ut quem
tantoperè amaret, ab eo invicem non di ligeretur; ed intal proposito dice
Sene• Ed Lpift.g. Ego tibi monftrabo amatorium Dane medicamente fine berba,
fine ullius 0 [ocr errors][ocr errors][ocr errors] er veneficæ
carmine; fi vis amari, amau. :l Ed udite anche ciò, che dice S. Ago stino
: Nulla est major ad amorem in vitai tio, quam prævenire amando. Sem. E
che le gioverà questo reciproco amore, quando le cose domestiche andranno di
male in peggio? Pub. Assai più di quello, che voi credete; imperciocche
quando sarà ac. certata di questo reciproco amore, ed informata insieme dei
disordini domestici, in certe congiunture, che le donne fanno prendere, lo
saprà con dolci maniere ben'effa illuminare. f Sem. Ed illuminato, che
fosse, se non sarà capace di operare di vantaggio, a che gli potrà
servire? Pub. A molte cose ; imperciocche prenderà ben' ella un'alera
simile congiuntura, e ne otterrà ciò, che saprà bramare; che farà appunto il
maneggio dispotico della casa: e vi pare, che questo amore abbia operato poco a
far. le spuntare tanto dominio? Sem. E se glie lo negasse? R
Pube [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub.
Non è possibile, che ciò faccia, se pon farà più che inumano. Sem. E se
fosse? Pub. Allora converrebbe prendersi altre vie, senza però scemare
punto del suo cordiale affetto. Sem. Queste quali sarebbero ? Pub.
Essendo egli trascurato sarebbe cosa facile, che potesse la saggia donna
trovare qualche buon canale fecreto,da far penetrare a chi comanda lo stato,
nel qual li trova quella infelice casa. Sem. Basterà poi questo, per farlo
divenire applicato? Pub. Oh quanto opera tale istanzas fatta da faggia, e
pudica moglie! si udirå all'improviso dichiarato unEconomo al trascurato
marito, e si verificherà in Jui il proverbio di Salomone: Qui ftultus eft
ferviat fapienti ; ò pure quell’al feruus fapiens dominabitur stultis
filiis : e recherà ammirazione, che non potrà penetrare, donde fia provenuta
tale istanza, non potendosi egli mai persuadere, che l'abbia procurata la
sofferentiffima moglie. Ed ecco rimediato a tutto senza strepito,
e concesa alcuna; non dovendosi a queste esporre le faggie donne;
conformc lo dimostra il sacrificio, che costumava presso i gentili farsi
2 Giunone Dea delle nozze, cui non ardevano già le vittime, alle
quali non era stato prima levato il fiele, egettaro via, per denotare,
che non debbano mai marito, e moglie adirarsi insieme. Sem. Qualche volta
però è riuscito alla moglie, che ha mostrato perto, di ottenere
ciocche voleva da suo marito. Pub. Sì bene dal marito prudente,mà
non già dall'imprudente, e vizioso . Santipre non averebbe già fatto fare a fuo
modo, fe invece di Socrate foffe stato marito suo l'Ercolano, di cui parlammo ;
e ragionando noi ora de' mariti viziosi, e mogli saggie, nulla gioverebbe a
queste,il mostrare petto;anzi facendolo doverebbero cancellarsi dal
numero delle prudenti. mi Se fosse prodigo, come ella si [ocr errors]
dovrà contenere ? Pub. Oltre di amarlo, come si è detto di sopra, dovrà
guardarsi dal riprenderlo soverchiamente, e con modi aspri per non irritarlo
maggiormente; insegnando Plutarco, che l'austerità della donna dee, come quella
del vino, renderá giovevole, e grata, non già amara, e dispettosa, conforme
quella del. l'aloe. Sem. S'indurrà facilmente la moglie, per goder ella
ancora de' suoi fcialacqui, a non riprenderlo. Pub. Non è così ;
perciocche la donna faggia patisce fuori di modo, nel vedere dilapidarsi la
casa; anzi che procurerà di non goderli per quanto può, u fi conterrà nel
vestire pulita si, ma senza alcuna vanità; mostrando Plutarco, che l'unico mezo
per acquistarli la grazia del marito, fia la vita esemplare, lontana da cutte
le vanità superflue: cu quando il marito, la volefie forzare a far
diversamente, sarà capace di scusarfi con un santo pretesto di divozione,
dal [ocr errors][ocr errors] dal quale venga moffa a vestirsi di unj
abito votivo, cd accompagnerà ancor'a questo astinenze, ed orazioni, per
ottenere da Dio la grazia, che il marito fi ravvegga. Sem. E le ciò non
ostante, egli continuafle nella medelima forma, non sarebbe pur ineglio, che
godesse ancor essa, potendo in tal guisa dar gusto as suo marito? Pub.
Non lo farà essendo prudente; perciocche considererà, ch' essendo due a
dilapidare, più prestamente si darebbe fondo a tutto; mentre due deAtrieri, che
concordemente corrono al precipizio, poco indugiano a cadervi; dove che, quando
uno di essi è refio, lo può ritardare di vantaggio. Sem. Sin ora però non
iscorgo riparo alcuno. Pub. E credere voi, che il marito, vedendola così
ben composta, e così esemplare nella modestia, a lungo andare non s'illumini?
Quello esempio, çh'egli avrà continuamente avanti gli [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] occhi, sarà di tanta efficacia, che finalmente lo farà
rayvedere: ed udite ciò, che dice Euripide a cale proposito: Domiperdam
etiam virum probibet UXOR Bona, ci conjuncta, fervat domum. Mà
meglio ancora apprenderete tal verità da S. Crisostomo in Joan. Homil. Nil
potentius muliere bona ad inftruendum, et informandum virum, quodcumque
voluerit: neque tam lenitèr amicos, neque, magistros, neque Principes patietur,
ut conjugem admonentem, atque consulentem. Habet enim voluptatem. quamdam
admonitio uxoria, cum plurimùm amet, cui consulit. Multos poffums afferre viros
asperos, immises per uxores mites redditos, et manfuetos; ipfa enim mensa,
lector. E conclude:fi prudens erit, et diligens, omnes vincot. Sem. Tutto
questo bene si potrà ottenere, allorche avrà dilapidato ogni cosa; ed à che le
potrà giovare l'effersi tanto affaticata, allorche averà ricevu., to il colpo
facade? Pub. [ocr errors] Pub. Non è così, Sempronio; perche se
indugiass’egli molto à ravvedersi, non già trascureranno i propri parenti ò pure
colui, che aveffe con autorità suprema a porgervi riparo, mossi dalla gran
sofferenza della saggia donna. Sem. Ma non sarebbe rimedio più speditivo,
che intentasse la donna il giudizio contro di esso, per farlo dichiarare
dilapidatore? Pub. Questo non farà mai chi è saggia; perche considererà
molto bene, che dopo un simile paffo non vi sarebbe più pace tra loro : e poi
diciamola giusta, per via di liti, se facesse il marito comparire, che in vece
di effere dilapidatore, fosse più costo economo, che cosa se li potrebbe fare?
sapete pure, che i raggiri non mancano. Sem. Quale sarebbe dunque il
rimedio per ovviare fimil male, quando colle buone non si potesse
ottenere? Pub. Di porre un'altra testa capace à governare bene la casa, in
vece di quella, che governava male, qual sarebbeappunto un'altro Economo, per
fare verificare ciò, che dispone l'Ecclesiaste: Servo fenfato liberi
serviant. Sem. Io bisogna, che parli, come la intendo: ho veduto alcuni
Economi in breve tempo arricchirsi con queste ainministrazioni; onde non
vorrei, che simili economati servissero di apparenza; mà che poi in sostanza le
cose continuaffero nella medesima forina ad andar male; con questa differenza
solamente; che quello, che si deteriora, non apparisca, passando nascostamente
in borsa dell'Economo; il che mi perfuado, che possa esser'errore peggiore del
primo ; mentre facendolo il padrone confumerebbe il suo; mà l'Economo fi
apo proprierebbe quello degli altri. Pub. E di quelli, che hanno
amministrato con ucile considerabile dell' economato, ne avete veduto
alcuno? Sem. Di questi ancora. Pub. E de' prodighi, chi avete
osservato, che non abbia dissipato tutto il fuo? Serg Sem. A
lungo andare niuno. meh Pube Or dunque complirà alla Republica, che vi sia
detto economato; e 1 particolarmente, se la moglie sarà pruI dente, e non vorrà
anch'essa approvece ciarsi di qualche cosa; nel qual caso i non potrà già
l'Economo fare dispotica mente a suo piacere, avendo ch’invigi li
attentamente alle sue operazioni : 0 i poi se questi si arricchiscano, ponno
far lo con altri impieghi onoratamente, essendo uomini di somma
abilità. Sem. Mà non sarebbe meglio, che separasse la sua dote, e
riconoscesse il fuo? Pub. Queste voci di mio, e tuo non sonavano bene alle
orecchie di Platone; e le detesta Plutarco in bocca delle mogli, volendo che
tanto il bene, quanto il inale sia comune tra efli: ed io credo, che questa
reciproca comunanzas fia molco vantaggiosa per il marito; pera che se la moglie
crederà per sue ancora tutte l'entrate della casa, non ispenderà con tanta
facilità queste in cose sus per: [ocr errors] perAue, essendo le
donne di natura tenacissiine nello spropiarsi del proprio. Sem. E se
foffe Avaro a quel segno, che per ingordigia di cumulare moltoro facesse
mancare il bisognevole alla moglie, ed a' suoi figliuoli? Pub. Questo non
dovrebbe farsi, e da persone civili maggiormente, essendo padri di famiglia ;
tanto per non dire a’figliuoli mal'esempio, quanto perche dee l'uomo civile
lasciare a posteri gloriosa memoria di se medesimo; questa non si acquista già
mediante l'oro viziosamente radunato; perche non sarà più suo dopo morte,
passando all' erede, per lo più prodigo, il dominio di effo, il quale
scialacquandolo ravviverà bensì l'ignominiosa memoria dell'Avaro, che lo
cumulò; dicendo ogn'uno allorche lo vedrà spendere malamente in bagordi,
crapole, e luffi: vedere dove và l'oro dell'Avaro? onde à che gli sarà servito
l'effere stato tiranno di se medesimo nel cumularlo, e che bei vantaggi ne avrà
riportato? Quindi è, che non 0. non senza inistero fà da
un'ombra del suo inferno domandare ALIGHIERI (si veda) all'Avaro. Dicci,
che 'l sai, di che sapor è loro 3 Mec. Se l'avesse doinandato à Crasso,
averebbe risposto francamente, ch'era molto amaro amaro, come dice il
Petrarca. E vidi Ciro più di sangue avaro, Che Crafo d'oro, e l'un,
e l'altro n'ebbe Tunto alla fin, che a ciascun parves amaro.
Mec. Fu data una bella risposta à colui, che trovandosi presente al
sontuoGislimo funerale fatto dal figliuolo generoso al Padre zvaro, domandò ad
un suo amico : che averebbe detto il defonto se fosse risuscitato, ed avefle
veduti tanti lumi di cera ardere nel medesimo tempo, quando egli vivente, in
casa sua, non pocea Coffrire, che più di una lucer, na di olio ardeffe ; cui
rispose : nullas certamente, posciache tuito s'impic-. gherebbe in estinguere
prestamente col suo fiato quei lumi, affinche non li logoralsero di vantaggio;
ayerebbe bensi [ocr errors][ocr errors] mu mutato con sollecitudine
il testamento; perche tal generoso erede non gli sareb. be piaciuto. Sem.
Vorrei sapere, che dovrà fare la povera moglie, e come lo potrà amare,
trovandosi priva del bisognevole? Pub. Ciò non oftante conviene, che lo
ami, lo serva, e gli faccia tutte le maggiori finezze poslībili, con mostrarne
anche piacere de' suoi sordidi avanzi, fintanto che sarà divenuta padrona del
suo cuore per regolarlo à suo modo. Sem. E questo appunto egli defidererà;
mà in tanto la meschina patirà doppiamente, facendolo di contragenio. Pub.
Abbia un poco più di sofferenza; perche guadagnato, che avrà l'animo di esso,
farà allora ciocche vuole, essendoci moltissimi esempj di Avari fatti divenire
anche prodighi dalle mogli; onde quanto sarà più facile a renderli persuali, di
dover fare le loro convenienze: Mec. Si racconta dal Sabellico un
ingegnosa maniera, della quale si servi ladem faggia moglie di un Signore molto
avatro. Questi per ammassare quantità im mensa di oro, che si produceva
dalle di miniere, scoperte nel suo dominio, tei nea impiegati à tal opera tutti
i conta dini, che coltivavano la tèrra ; e perciò n'era nata grandissima
carestia, per la quale correva pericolo di essere tagliato in pezzi l'autore di
essa, se las iaggia moglie colla sua prudenza non lo aveffe illuminato. Questa
dipoi di csferfi ben internata nel suo affetto fè dan molti artefici formare
coll'oro tante vivande, quante n'erano necessarie in un sontuosislimo
banchetto, e perfezionare segretamente che furono, invitò fuo marito à definare
nel suo appartamento, e portatovig rimase egli ammirara allas prima,
nel vedere quel sontuoso imbardimento di vivande, tutte di oro, e fi persuade,
che ciò fosse itato fatto per ; una.vaga prima comparsa ; mà rimirane. do in
appresso, che non compariva a'.tro, che oro in varie forme di vivaride lavorato,
le disse ; Signora; e quan do do verranno le vivande da potersi mangiare
? Replicogli la moglie, che trovandosi tutti li contadini applicati alle
miniere, non si attendeva più à coltivare la terra ; onde bisognava accomodarsi
à mangiare oro, perche de' soliti comestibili già si penuriavad affatto ; fi
avvide egli del suo errore, e fe dismettere tal lavoro per attendere à quello,
ch'era più neceffario, e dopo piamente utile per la conservazione del suo
individuo. Sem. Essendo il marito scapestrato, che cosa dovrà fare
l'infelice moglie? Pub. Arinarsi di' una santa sofferenza con amarlo più,
che sia possibile. Sem. Maltrattando però anch' ellas con fatti, econ
parole; non sò, come potrà continuare ad amarlo, e fopportarlo. Pub. Non
potendosi cimentare seco la saggia moglie, non potrà farne di meno; perche
altrimentine anderebbe sempre di sotto ; come accenna OVIDIO (si veda) nei
Fasti. Quid faciet? pugnet? Vincetur fæmina pugnans. E parlando altrove
d'Ipemnestra, le fe dire : Che deggio io far del ferro? in che con viene
Coll’armi una donzella 2 io più conformi Ho le braccia, le man, la forza,
ib cuore All'ago, all'apo, alla conocchia, al fufo, Che
all'armi crude, e bellicosi ferri . Laonde sempre meglio farà à soffrire, 1
andandolo bensì illuminando a poco ad poco con dolci modi, mediante i
quali le fiere stesse depongono la loro crudel. tà; e s'egli non averà un cuore
più cru do di quello delleone, non incrudelirà - certamente contro di
essa, raccontando Plinio di questo animale : ubi sævis, in viros,
plus, quam in fæminas fremeres 1 veluti natura eum docuerit mulieres mi
tius, quam viros elle tractandas. E for tuttavia perseverasse à rampognarla,
si serva di quell'avvertimento, che diero no [ocr errors] no
i capitani di Ciro ai suoi soldati : che venendo i loro inimici alla zuffa
gridan. do, con silenzio gli avessero accolti ; mà se tacendo, andassero efli
ad inveftirli gridando; dal che ne cavo Plutarco layvertimento, che debbano
tacere le donne, allorche vedono i mariti adiraci; quando sono mesti bensì
debbano animarli, e dar loro sollievo con affettuose, ed efficaci parole.
Sem. Voglio credere, che la moglie manierosa lo possa addolcire à fine, che
seco non contrasti; mà fuori di casa come lo potrà trattenere, che non prenda
impegni di duelli, ò di riffe? Pub. Quello, che seguirà fuori di casa,
essa non potrà cercamente impedirlo, essendoche non dee andargli appreffo; lo
domerà bensì in questo caso qualcun'altro, perche vexatio dat intellecium ;
onde maltrattandolo qualcuno, ò effo altri, in ambidue i modi potrebbe
mettere giudizio; poiche, feri. ceverà, oh quanti mutano vita dopo di avere
fofferta qualche disgrazia confide. [merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] derabile, e se offenderà altri, il gasti. go ancora, che
gli sovrasterà lo potrebu be far ravvederc . Mer. Hò conosciuto molti di
questi, che hanno perseverato qualche tempo nelle loro stravaganze, e poi si
sono domati, e particolarmente quei, che hanno sofferte considerabili
sventure. Pub. Alcuni di questi ancora si ravveggono allor, che divengono
padri di numerosa famiglia, crescendo loro il pensiero di provederla, e
particolarmente avendo molte figliuole ; onde non dee mai la saggia donna
disguItarsi con fimili mariti; dee bensì raccomandarli al Signore, che li
faccia ravvedere, ed abbandonando le vanità mondanc, attendere al governo
dellas sua casa più diligentemente, che sia poflibile. Sem. Essendo
giocatore, come dovrà regolarsi con esso lui ? converrà che lo seguiti
anch'essa per darli sodisfazione? Pub. Per andare in rovina prestamente,
cosi potrebbe fare. Sem. Forse che nò; perche tal volta perdendo uno,
vincerebbe l'altra, e maggiormente, che sogliono le donne vincere sempre ; onde
potrebbero andare le cose compensate, e senza veruno discapito. Pub. E se
perdessero ambidue, bella compensazione, che seguirebbe! Le donne possono
vincere con licurezza solamente quando si contentino di fares perdite
maggiori,terminato il giuoco, è prima di principiarlo; per altro sono anch'esse
soggette alle perdite. Mec. E curiofo,ciò che accadette una volta in mia
presenza : giocava un mio amico con una donna alquanto atrempata, ed avendo
egli carte superiori, io gli disli, che non le avesse scoperte, e fi foffe
fatto vincere, giocando con una donna. Questi mi rispose, che non las teneva
più per donna altrimenti, avendo passico li quaranta anni, mà bensì per
uomo. Sem. Or ditemi, che cosa debbas fare? Pub. [ocr
errors][ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub. Amare,
e sopportare il marito, ed i suoi difetti. Sem. Questa è la solita
canzona; mà intanto in una notte potrebbe giocarsi tutto il suo; ed allora che
le averebbe giovato l'amare, ed il sopportare? I. Pub. Dite voi
dunque ciò, che dovesse fare per darvi più opportuno riparo . Sem.
Diricorrere, farqi sentire con iftrepito, per impedire, che non potefse più
giocare. Pub. Oh bene ! É non sapete voi, che nitimur in vetitum ; onde
questo sarebbe à appunto il motivo di fargliene venire maggior desiderio
di prima ; e se avesse dismesso per lo passato il giuoco à meza notte, di
farglielo durare in avvenire sino à giorno, per fare dispetto all'imprudente
moglie. Sem. Mà che dovrà fare questa infei lice donna? Pub. Non
altro, che sofferire, ed amare, più che mai, ed udite ciò, che dise S. Ambrogio
Sec. Offic. Quid tam ino. [ocr errors][ocr errors] S 2 S
[ocr errors][ocr errors] inolitum, atque impreffum affe Etibus humanis, quam,
ut eum amare inducas in animum, à quo te amari velis? Sem. Penurierà la
casa del necessario, non si pagherà la servitù, i debiti cresceranno, le tenure
deterioreranno, anderà tutto da male in peggio, e questo sarà appunto il frutto
del soffrire, ed amare. Pub. Forse, che lo schiamazzo della moglie,
quantunque giugnesse à quel fegno descritto da Virgilio: Fæmineum clamorem ad.
cæli fidera's tollunt. potrebbe dare riparo à tanti mali? certo che no,
mentre, come dicemmo, diverrebbero maggiori. A tal pro- en pofito cade in
acconcio la risposta, che diede il Re Filippo à coloro, che lo fti- dic
molavano à muovere guerra ai Greci, i quali beneficati da esso sparlavano della
sua real persona, che fu quefta : Quanto peggio farebbero, se fossimo nemici la
loro? Sem. Però se io fosfi ne. suoi piedi, [ocr errors] non
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] non potrei essere così amoroso
di un marito, che procura di mandare la casa in malora. Pub. E che fareste
dunque di vantaggio? 50 Sem. Sei iniei parenti non mi volesseed ro
dare ricetto in casa loro, me ne sta rei in un appartamento separato, e
pro. 1 curerei di non trattarlo più; perche, come si suol dire: occhio
non vede, cuor non duole. Pub. Sarebbe questa certamente una gran pazzia
conosciuta anche da Euiripide per tale; mentre egli fa dire ad Giunone;
non esserci altro rimedio più opportuno, di questo, per
riconciliare gli animi, che il conversare insieme, dicendo:
Ho disegnato a lunghi lor contrasti Ho giammai di por fine con un
modo Segreto, e nuovo a lor, unırli insieme. i Onde qual vantaggio
riporterebbe dallo ftare lontana dal marito, e di abbandonare affatto il
letto nuzziale, fe non di eternare le discordie? e se non sapete,
che [ocr errors] S 3 che cosa guadagna la donna, con fare la
disgustata, udirelo da Salomone: Qui confundit domum fuam poffidebit ventos ;
onde fi ritroverà alla fine colle mani piene di vento, e questo sarebbe appunto
tutto il guadagno, che averebbe fatto. Mec. Io, che in mia gioventù sono
fato amico di qualche giocatore, il qual faceva grosse perdite, in occalione,
che taluno di effi mi riferiva le sue sventure, non potevo contenermi di non
domandare, se la sua moglie n'era consapevole, e mi dicea, non avere potuto
farne diineno di non palesargliele, allora, che dovendo fodisfare la grossa
perdita già fatta, gli era convenuto più volte chiedere le gioje, per
impegnarle, non trovandosi pronto il danaro; cui replicavo : che schiamazzi
averà fatto ella trovandosi doppiamente disgustata; e rimaneva ammirato
nell'udire, che qualcuna di effe con prontezza grande glie le dava; e di
vantaggio mi riferiva, che non vi era già pericolo, che la trovasse colcata,
quando cornava quancunque avesse tardato molto; anzi, che con faccia molto
allegra li dava la buona sera, allorche lo vedeva comparire; e mirallegravo
seco dellas buona sorte, che godeva nelle sue sventure, essendosi abbattuto in
una sì prudente moglie; ne mi poteva contenere, avendo seco confidenza, di non
riprenderlo in tale occasione con dirgli: c voi siete sì crudo, che non avete
comparfione di farla ogni sera tanto parire: troppo fo, mi dicea egli; perche
se non pensasli ad essa talvolta, che mi trovo sotto nel giuoco,chi sà quando
lo avessi terminato, e che perdita maggiore avessi fatto; allicurandomi inoltre
che di tanti incomodi, che le aveva recati, ne averebbe avuta viva
rimembranzada à suo tempo, per farla godere, se soprayiyeva ad esso, pensando
di lasciarlas erede, non avendo figliuoli; conforme appunto è seguito ; onde la
sua sofferen· za, fu alla fine rimunerata . Sem. Ed in quei giocatori,
che avevano le mogli risentite, vi siete mai abbattuto? Mec. [ocr
errors] S4 Mec. In questi ancora, e domandan. do loro, che dicevano le
mogli allorche sapevano le loro grosse perdite, vi fu tra questi chi in tal
guisa mi rispose: il maggiore tormento, che io abbia allorche fo qualche groffa
perdita è di vedere inviperita mia moglie, cui chiedendo le gioje, per
impegnarle, me le hà sempre negate ; mà io l'hò mortificata con vendere altre
cose, ch'erano di sua somma fodisfazione ; affinche conoscesse, che io era il
padrone. Pub. Vedere dunque, Sempronio, quanto sia meglio soffrire in
questi casi, che fare risentimento; e voi Mecenate, di grazia cessate di dir
male più delle donne, avendo confeffato, che vene sono delle prudenti ancora
. Mec. Sono però queste di fimile natura rariffime, non contentandosi per
lo più le mogli di farli impegnare le gioje, e particolarmente à sodisfare per
le perdite fatte nel giuoco. Sem. Come debbonsi le mogli regolare, quando
scorgogo i mariti diviati a Pub [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] [ocr errors] mente, Pub. In niuna altra occasione si conosi
sce meglio la donna saggia, quanto in fi questa; imperciocche le tocca sul più
1 vivo; onde doverà adoperarvi cutta la prudenza poffibile per
divertirlo. Sine tanto, che il fatto sarà secreto, non dee darsene per intesa;
e se taluna lv rapportasse, che viene tradita da fuo marito, dee ella
replicarle con risentimento: ch'egli l'ama, e crede ferma che per questa
cagione non le possa fare un simile torto, dee però servirsi dell'avviso, per
rincontrare dalle mutazioni, che scorgesse in lui, tanto nell'affetto, quanto
nella stima verso di lei, se debba prestarle fede. Sem. Doverà dunque
lasciar correre trascuratamente, senza darci riparo, male fi considerabile, una
donna in particolare, che non gli da occasione alcuna di farle simile
torto? Pub. Ho udito dire da' Medici, che ci siano alcuni rimedi, che
sono peggiori del male, al quale si applicano ; onde non vorrei, che questo
fosse uno di quelli; palesatemi dunque voi qual credereste in questo caso
essere il suo rimedio più valido, quando non vi piacciano i più
beoigni. Sem. Di fuggirsene immediatamente in casa de' suoi genitori, con
animo di non tornare più da suo marito. Pub. Questo appunto sarebbe uno di
quei peffimi rimedi, posciacche dandofegli campo libero in avvenire di fare,
ciò, che vuole, accrescerebbe non folamente il male antico, mà ne produrrebbe,
anche degli altri, che sono las totale discordia conjugale, ed il divul. garsi
da pertutto ciò, che non è bene, venga publicato. Sem. Che cosa dunque
ella dovrà fa, per non morire accorata, dimorando in casa del marito ?
Pub. Conyerrebbe, in questo caso principalmente, ch'ella ben apprendesse quel
consiglio dato da Platone as Zenocrate, qual fù: che sacrificate alle grazie,
per essere più avvenente, che per lo passato; e così con dolci maniere
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potrebbe facilmente conciliarsi il suo affetto ; dicendo Salomone che: Mulier
gratiofa invenit gloriam. E quali debbano essere queste dolci maniere ; non occorre,
che mi diffonda per istruirne le donne, cfsendone di effe maestre: diro
solamente, che se la palma, ch'è un albero insensato arriva, come vuole Plinio,
à piegarsi, allorche stà vicino alla sua palma femina, volete, che il marito
ancora non si renda alle piacevoli maniere di una saggia moglie? È interogata
Livia Drufilla da una Dama, perche faceva fare ad Augusto marito suo ciò,
ch'ella volea; così rispores : perche fo volentieri quello, che io conosco
essere di Cesare in piacere, e non ricerco i fatti suoi, come racconta
Dione. Sem. E se faceffe praticare per casas una sua qualche donna
Atraniera, come la potrà tollerare? Pub. Anzi la dee, per non irritare
maggiormente l'animo di suo marito, e farle corresie ancora, mostrando di non
essere consapevole di cosa alcuna ; conforme appunto fè Terzia Emilia moglie
del maggiore Affricano, la quale, non solament’egli vivente, diffimulò di
fapere, che suo marito amaya una fuas schiava, mà dopo la morte di esso
las fè libera, e la diede per moglie ad un suo liberto ; come racconta Valerio
Massimo. Ed Omero riferisce di vantaggio, che la moglie di Antenore aveffe
egual cura di un figliuolo fpurio di esso, di quello, che avea de proprj, per
non disgustarfi suo marito. Plutarco ancora racconta nel libro delle donne
illuftri, che Stratonica si prendesse il pensiero di educare bene i figliuoli
di Dejotaro suo marito, quantunque forsero nati da Elettra sua serya :
oltre poi quello, che dice la facra Genefi di Sara, ė di Rebech ab 16. et 30.
Sem. Questo però non lo porrà mai fare una moglie di spirito ; non potendo
questa soffrire un simile torto . Pub. Quefte, che hò riferite, avevano
spirito, cprudenza; ne mi persua [ocr errors][ocr errors][merged
small][merged small][ocr errors] deco, [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] derò, che possiate darvi à credere, che - Olimpia madre di Alessandro
il Grande lie non avesse spirito, e pure questa, venendole rapportato,
che Filippo suo marito era talmente invaghito di una giovine di Teslaglia, che
si credea communemente, foffe ammaliato; volle conon scerla, ed appena veduta,
che l'ebbe le disse : Tecum enim philtra babes, quanto mai le parve bella ! e
non fu questa picciola finezza il dire ad una sua rivale, che rapiva il cuore
di tuti. Mec. Io so, che alcuna di queste per aver ricevute.cortesie
obbliganti dalle saggie mogli, sono fervite di mezane, per riconciliare
l'affetto era effe,e i loro mariti : altre poi, che hanno ricevuto
strapazzi,sono state cagione di odj mag. giori tra essi; onde seinpre hà
giovato alle mogli saggic, di non inafprire maggiormente la piaga con
irritarla. Pub. Un'ottimo ammaestraméto vien dato à queste da Plutarco, ed
è di non allontanarsi mai dal marito, perche facenda altrimenti, la rivale
diverrà af for [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors] soluta
padrona, non solamente del letto mà ancora della casa tutta, Sem. Mà
durerà sempre questo disordine? Pub. Non durerà, perche la prudente
moglie saprà vincere col tempo las violenza dell'altra, come ben cspreffe Ofeo
Poeta: Capitur ergo ab infirmis celer, Aquilamque brevi testudo
vincit. E la testuggine appunto, essendo Gimbolo della donna onefta, non
recherà maraviglia, se questa ancora frenerà il volo dell'aquila, con aspettare
però l'occafione opportuna, la quale potrebbe essere, allorche li fa dimora in
villas, ove l'amica non fosse presente; ed il maggiore argomento che potesse
addurre per allontanarlo dall'amore impudico, sarebbe appunto di fargli
conoscere colle buone, il cattivo esempio, che ne prendono i figliuoli; con
insinuargli ancora,per giuoco,quel detto di una pudica donna, tratta å forza
dal Re Filippo: deh lasciami andare, gli disse, per [merged small][ocr
errors][merged small][merged small][ocr errors][ocr errors] na, Il che
tutte le donne, portata via la lucer sono simili ; mà se poi imitasse
quella prudenre Gentildonna Sicilianad di cui fa menzione Lodovico Vives,
nella Christiana fæmina, quanto mai u lo renderebbe à se affezionato?
Questas andava osservando ciò, che facevano i servitori, che fosse al
padrone marito suo più grato, e quello ella facea di sua mano studiosamente; se
bene talora con estrema fatica fua, quello poi, ch'era di meno travaglio,
fatica, e noja, comandaya à servitori. Sem. Mà quando non fosse deviato
altrove il marito, che cosa porrà fare la i donna savia, à fine, che non ecceda
con i essa lei in pregiudizio della propria falute? Pub. La saggia donna
non dovrà mostrarsi renitente à fodisfare le brame di E fuo marito ; ben è vero
però, che dee'as 1 poco a poco, andargli dolceinente infio nuando il
danno, che potrebbe appor tare l'immoderata frequenza degli arti
conjugali, potendogli questi abbrevia Per que. re anco la vita con
danni notabili della sua famiglia ; e starà ben ella circospetta
nell'ordinare vivande, calorose per la mensa, ed ancora nel tenerlo
lontano dallo frequente uso del cioccolato, erosolì. Crescere res
poset nimiùm damnofa libido. Come vuole Ovidio . Sem. Prometteste,
Dottore, di mostrarmi sino à che segno poffa giugnere l'uomo in pagare il
debito matrimoniale senza discapito della propria salute. Med. Epicuro,
Democrito, Averroe, ed altri Filosofi ancora credettero, che sempre sia molto
dannoso l'uso venerco: Altri poi lo credono solamente, allora, ch'eccede i
limiti dell'onesto. Sem. Or io non voglio andare cercando malanni ; per
battere al sicuro mi contento starmene senza prendere moglie ; perche la
propria salute mi dee premere molto più della moglie. Med. Ditemi di
grazia, Sempronio, senza andare in collera: Voi che avete fpiriti generosi, fe
venisse un esercitoDell'Elezione della Mog. 289 per distruggere la vostra
patria, per salvare la propria vita, abbandonereste la difesa di essa é o pure
vi porreste ad evidente pericolo di morte per difenderla? Sem. Sarei un
gran codardo, quando l'abbandonaffi; dovendo per sua difesa porre à pericolo la
vita con tutte le mie sostanze Meda E per conservare la vostra specie, la
quale può difenderla ne' suoi bisogni, perche ricusate di farlo? non ponendo
già ad evidente pericolo, nè vita, nè roba, contenendovi dentro i limiti della
moderazione, esponendovi in tal caso solamente à pericolo di soffrire qualche
moderato, e breve disaggio: e se voftro Padre fosse stato di questo
sentimento come farefte voi [ocr errors][ocr errors][ocr errors]
naro ? Sem. Converrà dunque farlo ; mind u questa moderazione nell'uso
venereo, in che doverà confiftere? Med. Primieramente in fuggirlo più,
che sarà possibile la state: dicendo Cel. co 10, aftate in fptum, fi fieri
poteft, abftinen., dum; e nell'autunno dice: neque autumno utilis venus
eft; nel rimanente poi dell'anno non abufandovene sarà sempre meglio per
voi, Sem. Mà da che potrò comprendere tale abuso? Med. Dalla
stanchezza, che riceverete dopo di esso, perseverando questa, per qualche
tempo, nella forina, che descriffe OVIDIO (si veda) di averla osservata in un
amante Vidi ego cum foribus laljus prodiret amator Invalidum referens ;
emeritumques latus, Sem. E cadendo io in questo, che rimedio averò da
praticare? Med. Aftenervene per qualche tempo, dicendo VIRGILIO (si veda)
nella Georgica; Nulla magis vires industria firmat Quam Venerem, cæci
fimulos aver tere Amoris, E di questo niuno meglio, che voi ne potrà
essere giudice s purche sia la voItra mente libera, e non preoccupatas
dall [ocr errors] [ocr errors] dall' estro libidinoso. Şem. E per
fuggire questo, qual ri# medio sarebbe opportuno ? Med, Il vitto
moderato, e la moglie - favia sono i veri antidoti per indurre moderazione
nelli cimenti di venere. Pub. Vedere dunque, Sempronio, quanto possa
giovare una saggia donnas nel fare prolungar la vita à suo marito ? prendetelo
dunque à buon fine, quan do la vostra moglie vi frenaffe in que1 fto,
facendolo per noftro bene. Met. Or io non vorrei starmene raffi, dato alle
donne sopra di ciò; perche affai di rado fi riceverebbe da effe tale
beneficenza;vorrei più tosto prendere l'efeinpio dai bruti, i quali, toltone
quei tempi prefisli loro dalla natura, non si ac. costano più alle
femine, nè tampoco ef: se appetiscono i maschi; ed udite come lo conobbe
bene Democrito riferito, Dottore, dal vostro Ippocrate nellas u lectera
scritta à Damageto; Anniversa riorum temporum ordo, brutis quidem
danimantibus coitus finem adfert, homo T2 verò [ocr errors]
[ocr errors] verò infano libidinis stimulo continenter agitatur. Sem.
Dandosi il caso, che il marito fosse impotente, ne viverà contristatas la
povera moglie di questo? Pub. Prescindendo dal rammarico, che averà,
trovandosi priva di figliuoli, credetemi, ch'essendo prudente, non fi prendera
di ciò fastidio alcuno;perche considererà ben'ella, che quel momentaneo diletto
è compensato da molti altri tormenti, che îi soffrono, non solamente nelle
cattive gravidanze, e laboriofi parti, mà quello, ch'è di travaglio maggiore,
nell'educar beoe i figliuoli, de' quali taluno alle volte riesce scapestrato
laonde se rifletterà à ciò che dice l’Ecclefiaftico. Utile eft mori fine filiis
quam impios habere, aidarà pace essendo priva di elli. Sem. Io conoseo
alcune di queste sterili, che non fanno alcro, che sospirare; eso che
volentieri introdurrebbero il giudizio del divorzio. Pub. Ed io conosco più di
una di que [ocr errors] 2 fte, fte, che si
trovano nella medefima nave, le quali stanno contentiflime, e pensano
perseverare col suo marito fino allas morte, quantunque sia impotente. E forse
credono quelle, che il tentare questo divorzio sia qualche delizioso
divertimento ? Sappiano, che converrà loro esporsi à prove, e recognizioni, che
danno molto da cicalare per tutta la citrà. Ed inoltre, facendo ciò,
mostreranno ancora di essere libidinose,deliderando avere più validi
mariti. Sem. Mà coine ci potrà essere pace i tra simili conjugi?
Pub. Se la moglie sarà prudente, non i ci sarà discordia alcuna; perche vedenÛ
dofi il marito così impotente, procurerà per altre vie divertirla, se non
fürà del tutto disamorato. Sem. Mi persuado, che poco averà · da dolerâi
la moglie del marito goloso, quando però
faccia anche ad essa gufta10 re qualche delicata viyanda? Pub. Non è
così; perche la donnas prudente di questo fi rammarica al parodi tutti gli
altri difetti, essendo che fis mile vizio persevera per lo più fino allas morte
; onde con facilità grande può far impoverire; conforme si legge nell'
Ecclesiastico al 21. Qui diligit epulas in egeftate erit, qui amat vinum, Q
pin. guia non ditabitur. Oltre poi imali, che suole apportare alla
salute. Sem. Mà comc ci potrà dare rimedio ? Pub. Conosco anch'io,
che farà cola difficile il poterlo affatto rimuovere, mà la prudenza, e
l'ingegno donnesco potranno darvi bensì qualche riparo, con guadagnarsi
l'affetto del suo marito, il quale acquistato, se le réderà à poco à poco
facile à titolo di sanità, d'introdura, re qualche moderazione ia effo :
avvertali però, che la servitù rimanga in qual. À che parte compensata di
quegli avanzi della mensa, de' quali soleva partici; parne, altrimenti questa
per tal cagione sarà capace suscitare discordie traefo sa, e suo marito, con
inventare infinite menzogne, Sem. 11 [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] [ocr errors] Sem, Ed abbattendosi con mariti di la mente
debole, come hanno da fare per di rimuovere dalla loro grazia certi servis I
tori favoriti, che li dominano? Pub. La donna, che colla sua pru. denza
può giugnere à rimuovere dal cuore di suo marito caluna, che lo porfedeya
indebitamente, con quanta facilità maggiore potrà allontanare questi,quando
voglia abusarli della dilui grazia ; ed in ciò non occorre istruirla di
vantaggio, essendone espertissimas; basterà solamente accennarle, che faccia
passaggio delle cose leggiere, e nelle gravi norf operi con violenza grande,
per non porlo in impegno di sostenerlo ; mà venendo l'occasione opportuna in
qualche fuo trascorso rilevante, gli faccia conoscere, ch'ella non opera per
passione, ma bensì per suoi vantaggi. Sem. E se aveffe anche la Suocera
cartiva, la quale consigliaffe suo figliuolo à Itrapazzarla, che cosa doverà
fare? Pub. Di sopportarla, amarla, erispettarla, come costuma fare con
fuo [ocr errors] [ocr errors] marito; perche non nascono già per altra
cagione le discordie tra suocera, u nuora, che dalla gelosia, che hanno le
madri, che i figliuoli amino più le mogli ch'esse, da cui ricevettero
l'efsere Sem. Mà se ciò non ostante continuarse à fare il medesimo, non
sarebbe me. glio di metterla in discredito appresso il figliuolo, à fine che
non le desse più credenza? Pub. Questo non dee fare la donna saggia'; dee
bensì riflettere à ciò, che, fi costumava nella città di Lepidi in Affrica per
meglio imparare à soffrire. Racconta Plutarco, che ivi era costu che nel
giorno seguente alle nozze la sposa mandasse à domandare alla suocera una
pentola, la quale le venivad negara ; e questo si facev'à fine che, non G
sdegnafre, le in avvenire le avesse negato alcuna cosa. Sem. Converrebbe
ora discorrere fopra le stravaganze grandi, che nascono tra i marişi çattivi,
cle mogli peffime, [ocr errors][ocr errors] me, [ocr errors][merged
small] Pub, [ocr errors] Pub. Non è certamente neceffario parlarne ;
posciacche, à chi darebbes l'aniino di consigliare costoro, che sono incapaci
di ragione ? Bisogna, che tra loro si aggiustino, e fogliono per lo'. più
essere concordi', perche niuno di loro può rinfacciare all'altro i difetti,
elsendone ambidue colmi. Il danno è bensì de' poveri figliuoli, che non si
educano bene, tanto per l'esempio cattivo, che danno loro, quanto per la
direzione, della quale eli penuriano : ben è vero però, che quando questi li
avanzano alle discordie', non effendoci mezo capace à poterli più riconciliare
tra loro, solamente l'autorità del prencipe può impedire le rovine maggiori che
possono nascere per i dilapidamenti delle loro sostanze, 'à fine și non vedea
ce mendichi i loro discendenti. Sem. Sarebbe però un vantaggio grande,
che tutti i mariti catrivi prendesse. ro mogli (imili ad essi ; perche alloran
per i buoni rimarrebbero le buone solamente. Pub. Pub. Succede
frequentemente così, essendo questi portati dal loro genio ad amare simili ad
essi, secondo il proverbia : aqualis æqualem delectat, ý semper à fimili fimile
amatur. Il che viene confermato dal Nazianzeno, dicendo: Pulli quidem
pullis amici, coruique corvis, [ocr errors] Et furnis sturni, puro
autem pretiofus. eft purus: Meglio però di tutti l'insegna l’Ecclesiaste:
Diligit fimile fibi, dow omnis homo fimilem fibi, omnis caro ad fimilem fibi
conjungitur, omnis homo fimili sui sociabitur. Onde se accaderà, che una
catciva giovane prenda un buon marito non sarà già di sua volontà, mà verrà
bensì sforzata da' parenti à farlo, e das quefto nc nascerà quello appunto,
che, dice l'Ecclefiaftico. Mulieris ira, o irreverentia, et confufio magna: on-
; de guai à chi toccherà limile infortunio. Sem. Mà che potrebbe fare chi li
trovafle in simili miserie?Pub. Di prevalersi di quest' ottimo consiglio,
riferito.da Gel. in Sat.Menip. Vitium uxoris's aut tollendum, aut ferens dum ;
perche : Qui tollit vitium, uxorem commodiorem præftat, qui ferte se fe
meliorem facit. Sem. E cui riuscì il potere far questo in core rilevanti
? Pub. Tra gli altri à Socrate; come ris ferisce Plutar.de Choib. ira: il
quale avendo seco à defináre Euridemo, quando nel meglio si alzò in piedi
Sancippe, e dopo di avere caricato di villanie socrate roversciò la tavola in
terra; onde Euridemo si alzò in piedi addolorato per partirli; cui Socrate
disse con gran Aemma: non accadè poco innanzi in casa tua, che una gallina
yolando fece l' isteffo ? e pure niuno vi fu, che li contriftaffe disinile
avvenimento; perche dunque voi ora lo fate 2 Sem. Non si è parlato
Gin'ora, come fì abbiano da regolare le povere donne per iscegliersi un buon
marito Pub. Nom dçe la donna sceglierli as suo suo compiacimento il
marito; mà bensì riceverlo da' suoi più congiunti, e di questo ne parleremo
nell'educazione de' figliuoli, mostrando le diligenze, che doveranno farg da'
padri å fine di provederle bene. Sem. Spererei di sapere scegliere las
moglie, ora che ini trovo in ciò istruito; mà sposata che l'avefli mi troverei
intricato nell'educare i figliuoli, quando Iddio me li concedeffe, non avendo
ancor appreso à bastanza il modo das regolarmi per bene diriggerli. Pub.
Nella seguente Decade tratteremo di questo. [ocr errors][merged small]
Sopra l'educazione morale de' figliuoli CONFERENZA nella quale si mostra,
che cosa sia educazione, cui appartenga più di ogni altro; e se sia
necessario luogo particolare,ove debba farsi. Sempronio, Publio,
Mecenate e Medico. [ocr errors] Sem. N che consiste
l'educazione? Pub. Nello svellere da gli animi de' tcneri figliuoli tutti
quei vizi, che spontaneamente germogliano in elli, e nell inestarvi in
loro vece i preziosi gerini delle virtù ; effepdoche, come ben'er preffe
VIRGILIO nella Georgica parlando degl'innesti ; Pomaque degenerant, fuccos
oblita priores, sem. Come! in noi spontaneamente nascono i vizj!
Pub. Non è da dubitarnę mentre nascono molti vizj con noi medesimi insę.
gnandoci il Profeta : Ecce enim in iniqui, tatibus conceptus fum; du in
peccatis concepit me mater mea; verità conosciutas, anche da' gentili ;
posciacche Orazio così scriffe: Nam vitiis nemo finè nafcitur.
Optimus Qui minimis ur getur . E Democrito, che ; totus homo ab ipfo are
fu'morbus eft ; ed inoltre, che secondo l'età in noi germogliano i vizi propri
di effe, i quali se non saranno a tempo dçbito estirpaţi, quei della puerizia
fivedranno adulti nelle altre età; ma vie peggio ancora, che vedo verificarsi
ciò che diffe Orazio nell'Odę 6. lib.3. cioè i Ætas parentum pejor avis
tulit Nos nequiores, mox daturos Pro ille eft, Sopra
l'educ. de figliuoli. 303 Progeniem vitiofiorem, E da ciò comprenderece à che
segno debba essere ora l'educazione più esatta di prima. Mec. Ed io che
soglio conversare spesso co' miei amici ho veduto più di una volta, in
occasione, che questi as. pertavano qualche visita di soggezione, verificarli
ciò, che dice Giovenale nella satira, Hofpite ventura ceffabit nemo
tuorum ; Verre pavimentum, nitidas oftende columnas, Arida cum tota
defcendat aranea tela, Hic lavet argentum, vasa aspera fergeat
alter, Vox domini fremit inftantis, virgam. que tenensis.
Ergo mifer trepidas ne stercore fæda cao ning Atria difpliceans oculos
veniensis amici, Ne perfufa luto fit porticus, tamen uno Semodio
foobis, her emendat fervulusE quel ch'è peggio ancora, che vedo verificarli
appresso alcuni ciò, che se gue: Illud non agitas, ne sanctam
filius omni. Afpiciat fine labe domum, vitioqae carentem, Sem.
Vi concorre altro alla cattivas Educazione, che la trascuraggine ulata in
non eftirpare à tempo debito gli ac GE cennati difetti Pub. Potrebbero
anche renderla peg el gior e i cattivi esempj dati a' figliuoli, luz dicendo
Giovenale nell'accennata satira. Sic natura jubet velociùs, du citiùs
nos Corumpunt vitiorum exempla domeftica magnis Cum
subeant animos auctoribus . Quali cattivi esempi potrebbero a’proprj
accrescere gli altrui difetti . Sem. Mà come possono essere capaci in di
cattivi esempi i teneri fanciulli non distinguendo questi ancora il bene dal
male? Pub. Pub. Dice Plutarco nell'educazione de' figliuoli, che
s'imprimono gli ammaestramenti in elli conforme appunta fanno nella cerà molle
i sugelli, e che perciò il divino Platone saggiamente avertisce le balie à non
raccontare loro favole di ogni sorta, mà solamente u quelle, che ponno
essere giovevoli al buon costume;confermandoci ciò S.Ba, filio, il
quale, scrivendo à quei dellas città di Neocesarea, confessò loro
di ellere debitore di una buona parte della sua divozione alla
nutrice, la quale, non perdendo mai alcun sermone di GREGORIO (si veda),
li serviva di molti belli derti uditi da esso in tutte le congiuntùre,
che se le presentavano per imprimnerglieli benc nel cuore ancora
tenero; laonde saggiamente diffe Focilide: Mentre fanciullo lei, virtute
impara, Ma oltre il malesempio, pregiudicano anche ad elli molto le
carrive insinua. zioni, Sem. Ma questi mali esempi non sa.
ranno dati già loro dai genitori, quants [ocr errors] 3 ci
[ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] cunque fossero viziosi;
perche vediamo i ciechi desiderare i figliuoli bene illuminati, ed i zoppi, che
questi liano liberi, e spediti al moto: ne tampoco infinueranno loro cose
cattive. Pub. Così appunto dovrebb’essere, e pure ciò non liegue;
posciache alcuni hanno voluto insinuare à i loro figliuoJini l'invecchiati
difetti da' quali esli erano contaminaci. Vi furono due di questi, di cui fa
menzione ENEA (VIRGILIO (si veda)) Enea Silvio libr. 1. comment.; che dediti
all'ubriachezza procuravano, appena slactati ch'erano i loro figliuoli, di
affuefarli al vino facendone gustare loro de' più generofi, che si trovassero;
ed uno fti, persuadendosi, che non averle il suo figliuolo bastantemente bevuto
vino di giorno, volle di notte, in tempo chc dormiva,farglielo ingojare con un cannellino;
mà perche sonnacchioso corceva la bocca ingiuriò aspramente las moglie ;
dicendole, che non era suo fi. gliuolo legittimo, per non affomigliarsi ad
esso, cui tanto piaceva il vino. E vi [ocr errors] ed uno di que
[merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] re [ocr
errors] recherà orrore il sentire di vantaggio bu quello, che riferisce S. GREGORIO
(si veda) di un li esecrando bestemmiatore il quale ingi nuava ad un suo
figliuolino di cinque anni di ritrovare bestemmie anche infoJite, e riferisce
ancora il gastigo, che da Dio ricevette per sì detestabile dclitro, Mec.
Mà senz' and are cercando gli antichi esempi ; non ci è stato à giorni noftri
un Padre, che premiava de' suoi figliuoli quello, che cimentandoli co i
suoi fratelli, rimaneya vittorioso nel d fare à pugni? cosa tanto crudele,
che non fi racconta già praticata da gladiatori ROMANI tra fratelli, Sem.
Le Madri però non saranno state così perverse nel mal'educarli, Pub.
Queste ancora sono state colpevoli di ciò; scrivendosi di Draomirad:
Principessa molto vana, che per colpa fua diveniffe Boleslao parricida, e
fratricida ; dove che il fratello Vinceslao educato da Ludimilla sua ava
molto fagi gia, e pia divenne un Sanco, come nela la sua vita si
riferisce; e da ciò comprendere quanco di profitto apporti la buona
educazione. Mec. Questo non è da porfi in dubio, scorgendoli anche ne
bruti profittevole; mentre racconta Plutarco, che Licurgo per fare conoscere
tal verità a? Spartani fè comparire due cani, uno de quali era avvezzato per la
caccia, e l'altro, dedito in tutto alla sua naturale inclinazione, non
attendeva ad altro, che à leccare pentole di cucina, e nel mede: simo tempo à
vista loro fè portare anche una lepre, ed un carino di broda : nel vedere il
primo fuggire la lepre li pose a seguirla ; e l'altro se ne andò verso il
catino; soggiungendo egli a’Spartani: così faranno appunto i vostri figliuoli
ancora, se saranno, ò nò istruiti. Quindi è che avendo Tolomeo Re di Egitto
domandato ad un Savio quale foffe las negligenza maggiore, che regnava tra gli
uomini, egli prontamente rispore : ch'era la trascuragginc nell'educare i
figliuoli, mercecche da questa infinitimali ne potevano nascere. Sem. Mà à chi
dev'essere più à cuore questa educazione? Pub. A coloro, cui dev'essa
maggiormente premere, che sono i genitori, e questi debbono con industriose, e
diligenti manière spogliarli d'ogni difetto, e d'andare ne i loro teneri
cuori giornalmente istillando il prezioso liy quore delle virtù, senza
desistere mai; essendoche, come avvertì Plutarco questa voce costume,
pronunziata in lingua Greca, significa anche continuo esercizio, onde da ciò si
può comprendere che non ci vuole trascuraggine nell'educare i figliuoli.
Riferisce ORAZIO, le diligenze in ciò usate da suo padre; verso di lui lib. 1.
Sat. 6. che furono. Sed puerum est ausus Romam portare docendum; Ipfe
mihi cuftos incorruptiffimus omnes Circum doctores aderat, quid mulia?
pudicum, Qui primus virtutis bonos, fervavit ab omni Non folùm facto
verùm opprobrio quo que furpi. Santamente dunque ordina Salomone ne' suoi
proverbj : erudi filium tuum, do refrigerabit te, et dabit delicias anime
tudo Sem. Mà le saranno i Padri talmente occupati, che non abbiano tempo
das poterlo fare? Pub. Se averanno occupazioni più riLevanti di questa,
saranno compatiti, caso che nò, sono tenuti di farlo, e non facendolo meritano
la riprensione del vecchio Crate,qual disse;contro costoro: Dove andate
meschini, d voi, che nel cercare di farvi ricchi movete ogni pietra; e
nondimeno de' voftri figliuoli, a' quali lieto per lasciare le vostre facoltà,
vi prendere poco pensiero ; al che sog. giugne Plutarco, che questi operano in
quella maniera, come se alcuno governaffe bene le sue scarpe, e de i piedi non
fi curaffe punto. Or ditemi di grazias qual potrà essere l'occupazione più
riguardevole di questa ? Sem. [ocr errors][ocr errors] [ocr errors]
Sem. I publici affari, per esempio, oltre il decoro personale, i quali
ricercano somma attenzione, e si può dalli buona amininistrazione di questi
ricavarne molta gloria, e molto lustro, vantaggiosi ai figliuoli ancora,
onde perciò non potranno distrarsi per educarli bene. Pub. E questo
lustro, e gloria se si estingueffe nc'figliuoli mal educati qual i
acquisto averebbero fatto i Padri? Gli Ateniesi nelle feste di Cerere
faceano un misterioso giuoco, ed era, che comparivano avanti l'alcare quei
destinati ad effo à prendere ivi un luine acceso, qual dovea porgersi ad
un'altro, che in una decerininaca distanza lo stava aspettando, per consegnarlo
ancor esso ad altri, che in egual lontananza lo atrendevano: se il detto lume
si foss' estinto prima di giugnere all'ultima mera, era in libertà di ogni uno
beffeggiare colui in inani di cui si estinguěya. E Platone fu di se. timento
nelle sue leggi, che: gignentes, alentes liberos vitam tanquam 1
lampada alii aliis tradunt. Or figuratevi ancor voi, che questo splendore, che
voi dite debba passare ne' posteri; come rimarrebbe colui, che per la sua malas
educazione lo estingueffe? in che ludibrj egli li troverebbe venendo da tutti,
beffeggiato? e sapendosi, che vi ebbe colp’anche la poca applicazione del padre
in educarli, dirà facilmente qualcuno : quanto era meglio un poco meno di
luftro, mà più durevole nella sua descendenza. Mec. Da questo dunque
procederà, che alcuni figliuoli di uomini illustri sono di costumi tanto
diversi da efli, che pajono più tosto nati dal disonore, averanno quelli
facilmente difefcato nell' educarli. Pub. Plutarco ne adduce ancora un
alıra cagione credendo egli che i fi. gliuoli degli uomini illustri divengano
facilmente superbi, ed arroganci; e lo comprova coll'esempio di Diofanto
figliuolo di Temistocle, il quale solevas, dire ne cerchi, che tutto ciò, che
li fos se se piaciuto sarebbe anco al popolo d'A. tene piaciuto;
perche quello, che voleva egli voleva la inadre; e quello che la madre
Temistocie, e quello che Temistocle anco tutti gli Ateniefi. Sem. Credo
però, che più comparibili polfano essere le Madri se diferteranno in deira
educazione, essendoche alcune di esse hanno impiegato turte le ore del giorno
in adornarli, in ricevere, ò fare visite, in passeggi, ò conversazioni;
talmente che pochissimo tempo potrebbe rimanere loro di badare a'
figliuoli,quando non foffero diftrarte anche nel giuoco. Pub. Già sono
capace, che premono oggidi ad alcune più i divertimenti, che i propri
figliuoli. E vi pare, Sempronio, che debbanli queste scusare? Non averanno
certameote occasione alcuna di lagnarli, se faranno questi cartivas riuscita; perch'esse
vi hanno difettato non solamente colla trascuraggine, w cziandio col mal
esempio dato loro ies S. Girolamo scrivendo a Leta non diffgià, che foss'esfa
scufabile, dando a'figliuoli mal esempio, mentre così parla: Nihil in te, et in
patre suo videat, quod fi fecerit peccer. Sem. Non si potrebbe supplire
coiu Maestri, et Aij alla propria trascurag gine? Pub. Si potrebbe
in caso di necessità; mà però è assai differente l'industria,che adoperano i
propri genitori da quellas, che sia l'altrui, ed eflendo questa à proporzione
dell'amore, quanto maggiore sarà quella de' propri genitori, che più di ogni
altro li ainano? Si suol dire ingeniofus amor, e questo appunto è quello, che
li ricerca nella buona edu. cazione . Sem. Se dunque li può supplire,
saranno scufabili quei genitori, che sostituiscono in loro vece chi lo
faccia. Pub. Non per questo però debbonli affatto allontanare da efsa,
senza averci qualche sopraintendenza particolare, e non usando questa non si
potranno mai scusare, Mer. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Meg. Siete Publio troppo rigoroso,
e questo credo, che proceda, perche voi foste l'educatore de' vostri figliuoli;
mà non sono ora più quei tempi felici, ne' quali si pensava di lasciarli più
rosto ben educati, che ricchi; non sarà poco, che abbiano ora i figliuoli un
Ajo di ti. tolo, che non li lasci almeno precipi. tare in tutti i vizj ; onde
da alcuni, che sono arrivati a conoscerlo a è trovato quel santo ripiego di
porli nei seminarj, assai giovanetti, e prima che la malizia fi avanzasle in
elli. Pub. Or io non mi sono curato di porre i miei figliuoli in questi
seminarj; perche ho voluto fare a modo del Profeta, il qual dice: Filii tui
ficut novelle oliva. tum in circuitu menja tuk. Sono questi seminarj
fantissimi, istituci ostimi per ap: prendere il rimore di Dio, mà oh quanto fà
di più quel Padre amoroso, ed actento, quella Madre faggia, e divora, in
educarli in tutto, avendoli appreffo di loro ! e questo ben lo conobbe Orazio
ringraziando suo padre della buo V è C. na sua
educazione in tal guisa . Laus illi debetur,à me gratia major; perche:
obiiciet nemo fordes mihi. Mac. Voi aveste però la fortc,, che vi furono i
vostri figliuoli, tanquam novelle olivarum; perche, se riflettiamo alli rami di
elli, sono simbolo di pace, e tali appunto sono li vostri ellendo dotati di
ottimo naturale ; fe al frur. to, è vero ch'essendo immaturo, inolto
amaro, ma questo con industria diviene anche dolce, ed il fimile è seguito in
elli, essendo giovani; se poi final. mente al sugo, che da' suoi frutti maturi
si esprime, ch'è l'olio, questo non fà alcun movimento, solendosi dire per
proverbio : è cheta come l'olio, e contimnili à questo sono anche i vostri
figliuoli, contro de' quali aon si è senci. to alcun richiamo fin'ora, e spero,
che trovandosi già avanzati negli anni, cresceranno sempre più in bontà: mà se
in vece di novella olivarum Iddio ve li avelse dati, come piante di mirto,
questi non iftavano bene in circuitu menja tud. Sem. [merged
small][ocr errors][merged small][merged small][merged small][merged small][ocr
errors] [ocr errors] Semi E per qual cagione, producendo il mirto un fiore
gratissimo ? Mer. Sì bene, mà però senza alcun frutto, ed è pianta
dedicata à Venere, e tra esli facilmente si annidano i serpenti, e se fossero
ftati di limile cattiva natura i vostri figliuoli, Publio, come vi fareste
contenuto con efli loro? Pub. Gli averei ben domati io; perche più fieri
de'Leoni non potevano già essere, e pur questi coll'arre divengono mansueti, e
vi assicuro, che non averei fatto da cerusico pietoso; avendo appreso da
Salomone il rimedio qual'è; nos li subtrabere' à puero disciplinam ; fi enim
percufferis eum virgâ, non morietur. Més. Sapete pur, che Dione, con forme
racconta Plutarco nella sua vita, per il soverchio rigore usato, e fatto ufare,
nell'educare il suo figliuolo, fu cagione, che per disperazione cgli si
precipitasse da una finestra: il rigore paierno non è sempre moderato, per
cagione, che il più delle volte questo parsa dal soverchio amore, al
foverchio deg no; e poi i Padri vorrebbero in un tracto estinguere tutti
i difetti de’loro figliuoli, e questi han d'uopo di tempo preparatorio non
meno, che le valide medicine, come fa il Dottore. Med, Questo è
veriflimo, perche dandoli un violento rimedio, senza prepa, sare prima gli
umori, danno maggiore potrebbe apportare ; quindi è che il noItro Ippocrate
c'insegnò: Corpora cum quis purgare volucrit oportet Auida facere, Pub.
Però se Neocle non avesse usato tanto rigore, con arrivar sino à privare della
sua eredità il figliuolo, certamente, che la Grecia non avrebbe avu. PC
to il gran Temistocle, il quale ritrovan. doli in tali angustic ricavò dalla
necefficà la virtù, essendo che bene spesso : veWatio dat intellectum.
GULE Mec. Questo esempio appunto fa conofcere, che sotto padri tanto rigorofi
non possono educarli bene i figliuoli ; fpc posciache avendolo diseredato lo
mandò ancora fuori di casa, e perciò averàalırove trovato chi lo cducasse con
più discretezza; e poi questo fu un bene per accidente, il quale assai di rado
rie. sce con tanta felicità, rimirandosi dall' altra parte infiniti, che
discacciati da' propri genitori, datisi in preda maggiormente de vizj,
terminarono infelicemente la loro vita negli spedali, ò disperati, di trovare
modo da vivere, presero il soldo militare, per foftentarli in quel breve tempo,
che vissero. Pub. Or io sono di questo parere, che debbano i propri
genitori educare i loro figliuoli; perche, se saranno buoni, e docili, riuscirà
facile l'educarli; re poi perversi, ed ostinati niuno credo, che potrà usare
diligenza, ed attenzione maggiore di cfli: saprete pure quel che seguì tra lo
scolare, ed il maestro, fingendo il primo di studiare diceva sotto voce : tu
credi, che io studj, e non istudio, al quale sotto voce anche risspoodeva il
secondo: e cu credi, che jo mi curi di questo che nulla mi preme. Mec. Voi dite
orcimamche, perche fete capace di farlo, e fiete anche pru. dente,
mà come pretendete esiggere tutto questo da un Padre imprudente, e
vizioso, il quale non rifletterà punto à quel saggio documento di
Giovenale registrato nella Satira 14. il quale è:Maxima debetur puero
reverentia, so quid Turpe paras, nec tu pueri contempferis
annos, Sed peccaturo obfiftat tibi filius infuns, Nam fi quid
dignum cenforis feceris ira, Quandoque fimilem tibi; te non corpore
Bantung Nec vuleu dederit, murum quoque filius, et cum Omnia
deterius tua per veftigia peccer. Pub. Allorsì, che converrebbe trovare
chi foffe capace di farlo, per la ragione, che Giovenale medefimo apporta
successivamente nella Satira da voi citata: Unde tibi frontem,
libertatémque parensis Cum facias pejora fenex?
Wacuumque cerebro Jampridem
capul huc venioja cucurbito quçrat. Mà però, che l'educatore insieme
coll' educando dimorassero in propria casa. Mec. E se in casa propria,
oltre il mal esempio, la laurezza del vivere ritardassero i loro
progressi? Pub. Confesso,che in questo caso converrebbe mandarli fuori,
ed in paesi anche remoti; acciocche il mal esempio, e la trascuraggine grande
de' genitori, colà non giungeffero.Mà è possibile, che questi, a' quali non
dev'esser cosa di maggior premura di questa, possano as proprio compiacinento
dare mal efempio a' figliuoli? e poi se non sono prudenti, perche s'inducono à
divenire Padri ? Certa cosa c,che i figliuoli mal ducati non apporteranno loro
altro, che confulione, dicendo l’Ecclesiastico al 22. Confusio pat.is eft de
filio in disciplinato. Mer. Il mondo oggi corre cosi, mol. ti sono. Padri
di nome, e solamente perche li hanno generati, onde perciò con vie.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] X viene
ricorrere ad altri Padri savj, u prudenti, che gl' istruiscano, e fuori del
proprio nido, essendo ora gran parte de' genitori divenuti imitatori de' corvi,
è dello struzzolo, che gli abandonano, non già delle aquile, che con tanta
attenzione istruiscono i loro polli. Pub. Polliamo dunque conchiudere,
che se i genitori saranno capaci, e diligenti nell'educare i loro figliuoli,
niu. no meglio, di efli potrebbe farlo; e fe nella casa paterna si vivesse,
come conviene non sarebbe d'uopo cercare altro luogo per educarli,potendosi con
profit. to istruire in effa. Sem. Che doverà fare il buono educatore, sia
Padre, è estraneo, per isvellere da efsi i difetti? Moc. Questo lo
vedremo nella seguente conferenza. CON [merged small][ocr errors]
Intorno à quello, che debba farsi da'Genitori per educar bene
i figliuoli. Mecenate, Sempronio, Publio, e Medico Mес. L peso
maggiore, che abbiano i Padri, mi persuado che sia l'educazione dei figliuoli
s perche si tratta di navigare sempre contro acqua, dovendo opporsi bene
spesso alle loro cattive inclinazioni, e superarle à forza d'ingegno; e si
trovano alle volte torrenti si rapidi, che si rende assai difficilc poterli
alla prima superare. Sem. Non mi fono risoluto fin ora di prender moglie;
perche hò consideratoanch'io le molte difficoltà, che s'incontrano in questi
tempi à ben’educare i fi. gliuoli, ne' quali vedo, che appenas slattati che
sono, pretendono di fares à lor modo, senza avere alcun riguardo à quanto viene
ordinato loro da'genitori. Mec. Non vi sgomentate per questo ; Sempronio
mio, essendoci il suo rimedio, quando chi sopraintende há prudenza, e la
prendere, come li suol dire, la lepre col carro. Vi dirò io sci avvertimenti
generali, che vi potranno molto giovare, allorche sarete Padre di famiglia ;
nel particolare poi sarete meglio istruito da Publio. Ed il primo farà; che
tanto voiquanto la vostra con. forte diare loro buono esempio. Sem. Ed in
quali cose? Mer. In tutte; perche se voi sarete in continue discordie con
vostra moglie, come potrete correggerli, quando mai foffero discordanti tra
fratelli? se vorrete, che non disordinino nel nutrirsi, come lo potranno fare
vedendovi cra po [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][merged
small] polare giornalmente se li bramerece divori, come potranno essere, se non
mostrerete voi coll'esempio, ciò, che volete, ch'essi facciano 3 E scoprendovi
tutti dediti agli spasli, e piaceri, come pretenderece,che siano applicari allo
studio, divagandosi ancor elli collaa mente nel pensare di fare il simile
quanto prima, per imitarvi? non fate 10 una parola, che quel difetto, che
volete da effi (vellere lo rimirino in voi medeliini, dovendo voi imitare
Agricola, quando fi portò al governo dell'Inghilterra, allorche si trovava
molto rilassata, il quale prima da se medelimo cominciò à dare il buono
esempio. Sem. Ed il secondo qual sarà ? Mec. Di trattarli ugualmente
tutti, senza mostrare parzialità benche minima verso alcuno. Sem. Che
male potrebbe apportare questa parzialità paterna. Mes. Infinito ; percioche
usandola voi, non solamente darette occasione di odio tra fratelli, ed ecco,
che invece [merged small][ocr errors] che il pre ce di svellere da
esli i vizj gli accrescere. ste di vantaggio, mà ancora, che il diletto sarebbe
meno attento degli altri ad approfittarsi de' vostri buoni docu. menti,
persuadendosi egli, che' compacirete i suoi difetti, per l'amore, che loro
mostrate, e gli altri,dal mal esempio di questo, che profitco farebbero?
Igenitori debbono: imitare il Sole, e la Luna, che risplendono ugualmente as
benefizio di cutri: e sappiate che la parzialità, che usò David per Ammone fu
la sua ruina ; impercioche questa lo fè divenire incestuoso, e quell'amore
troppo tenero, che fè trascurare tal mi. sfatto,incitò Abfalone à divenire
fratri. cida; mancamenti tutti derivati dalla connivenza paterna. Sem. Il
terzo qual sarà? Mec. D'accomodare l'animo vostro alla dolcezza, ed al
rigore secondo le occasioni, che vi si presenteranno. Sem. E queste quali
saranno? Mec. Se voi li vedrete attenti, e che et approfittino dei buoni
documenti che [ocr errors][ocr errors][ocr errors] avete dati loro, in
quel tempo sarà opportuna la dolcezza; mà se poi vedrete, che trascurino, e
diferčino, dovrete servirvi del rigore per correggerli. Sem. In tutti i
loro trascorsi mi dove. rò contenere ugualmente severo? Mec. Ci sono alcuni
difetti, de' quali non si dee far caso, essendo prudenza alle volte non darsene
per inceso; altri sì, benche minimi in apparenza, non debbonsi lasciare
impuniti : per esempio una tal inavvertenza, nata più tosto da disapplicazione,
che da disubbidienza è compatibile; mà non già una benche picciola bugia, ò una
finzione maliziosa anche minna, dovendosi quefte con risentimento svellere
affatto dow principio; perche se prendono piedes non li svellono più; ed in
correggerli di queste non dovete usare il rigore alla prima, mà bensì colle
buone far loro confeffare la verità, e conoscere il mancamento, e dipoi con
risentimento ainmonirli, facendo loro capire, per quan. to sarà poflibile, la
deformità grande [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr
errors][merged small] di tali vizj, con non perderli sopra quefti più di mira;
concioliacosache come insegna l’Ecclesiastico al 20. Mores hominum mendacium
fine bonore: du confufro illorum cum ipfis fine intermifione. Sem. Il
quarto quale sarà ? Mec. Di essere tanto voi, quanto las Madre sempre
concordi in ammonirli; perche se un di voi li coreggerà, e l'altra li vorrà
scusaro, non solamente non fi approfitteranno della correzione, mà prenderanno
animo di far peggio, trovando chi li difenda ; ed in questo errore fogliono
cadere frequenteinente le Madri con danno evidente della buona educazione; come
par che l'accenni Salomone ne' suoi proverbj al 29. Puer qui dimittitur
voluntati sur confundit miirem suam : ond'effe, per non cadere in questo,
debbono imitare quelle faggio miatrone del testamento vecchio tra le quali che
non fece Sara per l'educa. zione d'Isac, Rebecca di Giacob, od Anna di Samuele;
siccome ancora Sansa Monaca, S. Celinia, che fecero ofetime educazioni de'
figliuoli, dilendo ne da queste nati un S. Agostino, un S. Remigio:
tra le quali merita anche di essere annoverata la pia, e
zelance Madre di S. Andrea Corfini, che non desistè giammai
d'industriarsi Gintanto, che non lo vide di lupo cambiato in
agnello. Sem. Riferitemi ora il quinto. Mec. Dovete parimente
tener celato l'amore, che portate loro, ne tampoco con quotidiani gaftighi far
loro credere, che Giete disamorato affatto verso di essi ; perche il soverchio
amore li farà prendere troppa confidenza con voi ; ficcome alli continui
gastighi facendovi il callo,non li prezzeran più. Quella correzione risentita,
fatta à suo tempo, cou parole, che li pungano, serve as molei di stimolo
maggiore ad operare bene, più di quello che facessero le sferzate. La scimmia,
allorche si moftras madre sviscerata de suoi parti,con troppo ftringerseli al
lato li uccide, e questo segue per lo soverchio amore, che por [ocr
errors] porta loro, non già per isdegno. Il destriero più generoso colle
continue sferzate divien reftio. Ordinariamente de Madri sogliono peccare di
troppo affetto, ficcome i Padri di soverchio rigore; e da ciò ne viene, che più
amorosi li portano i figliuoli verso le Madri, che verso i Padri, de'quali
hanno bensì maggior timore. Sem. Ed il sesto finalmente? Mec. Di
non farli trattare in assenza vostra con persone, che possano distrug. gere
quanto di buono avere in esli inlinuato; posciache debbono anche credere, che
cutti abbiano da operare in quella forma, che voi prescrivere, che elli vivano;
e se per disavventura udiranno da qualche malvagio consigliero maslime
contrarie alle vostre, quanto male apporterebbero queste infinuandosi in quelle
tenere menti, e non atte ancora à ben discernere qual sia il veleno, e quale
l'antidoto. Ne vi starò sopra di ciò à riferir esempj, perche di Umili miserie
ne accadono giornalmentes [ocr errors] E te, come voi ben sapere ;
vi addurrà solamente ciò che si osserva in un certo animale (come
riferisce il Salier Hs: - Juppon:) che dimora in una montagna del regno
di Gotto nel Giappone, il quale è in grandezza, e figura fimile al
lupo; viene però ricoperto da un pelo morbidiffimo al par della seta, e
la sua carne è delicatissima al gusto; entra questo animale bene spesso
nel mare; mas se per sua sventura s'inoltra molio in effo,
diviene pesce, ricoprendosi di squame, de' quali essendone stato presentato uno
al Re di Gotto, che per metà era divenuto squamoso, e nel rimanente conservava
il suo morbidissimo pelo, fè ciò conoscere tal verità. Or se il conversare co
pesci può far divenire un'animal si morbido anch'effo squamoso,che farà
l'innocente giovanetto conversando cou cattivi? Che apprenderà di buono da quel
lacche vizioso? da quel cocchiere scapestrato, è da altri viziosi? quando non
facesse altro discapito, imparerà a correre, ò pure à guidare land
carrozza, oh che belle prerogative di un giovane nato per governare, e reggere
qualche parte del Mondo! Quindi è che rettamente ordina l’Ecclefiaftico al 7.
Difcede ab iniquo, et deficient man la abfte. E S. Agostino scrisse che :
fitcilius eft fortem stare in martyrio, quam in pravå societate. Sem. I
Genitori, Publio, debbono ugualmente essere à parte dell'educazionc
Pub. Certamente, che sì; mà però in modo, che uniforine vada la dettaa
educazione, e perciò debbono in tutto portarli concordeinenre: si possono bene
tra loro dividere alcune incombenze; per esenipio la Madre, essendo assidua, e
non vagabonda, averà maggior campo d'infinuare loro, ed anco di fare apprendere
in primo luogo ciò che riguarda alli precetti Divini, dovendoli allan
sofferenza donnesca questa lode, che, per non attediarsi punto in replicare le
medesime cose infinite volte, riescono in ciò lingolari, cd in segucla
d'iftruir. [ocr errors] li nel Galateo oon affetrato, e vano, ma bensì nel
serio, ed in quello, che insegna ciò, che appartiene ad un gentiluomo
cristiano, il quale non solamente è diretto alle cose mondane, mi alle divine
ancora; e sopra tutto al rispecto, e venerazione, che si dee à Dio in ogni
tempo, come dispone l’Ecclesiastico. Serva timorem illius, do in illo
veterafce; perche soggiunge: Quis enim permanfit in mandatis ejus, et dereli&tus
eft? aut quis invocavit eum, et difpexis ilum? Sem. Ed il Padre quale
incombenza doverà prenderli? Pub. Essendo un poco grandicelli, e come li
fuol dire già smammari, dee il buon Padre cominciare ad iftruirli in modo, che
possano riuscire graci, ed utili alla Republica, come faggiamence viene
avvertito da Giovenale : Gratum eft, quod patria civem, popu loque dedifi
Si facis,ut patria fit idoneus, utiliser E per fare questo dev'essere
vigilaore',non solamente à rimuovere da elli certi primi difetti, che sogliono
in quell'età manifeítarli, come sono la pertinacia, e disubbidienza, con certa
vivacità di spirito contenziosa, e questo farlo più tosto con uno sguardo
severo, e con minaccie, che con percosse in sì tenera età ; e qualche volca
ancora il togliere loro parte della colazione è un gastigo molto profittevole;
mà divenuti, che saranno alquanto più capaci dee istillar loro maslime nobili,
cd onorate, e replicatamente, à fine, che se le imprimano bene nel cuore.
Pub. E queste quali sono ? Pub. La prima, ch'è la più essenzia. le, sarà
di amare sopra tutte le creature Dio, e di venerare tutci i Sanri, con fare
loro comprendere, che tutto il bene, che abbiamo, viene da Dio, e che non
amandolo, non lo potremo da esso conseguire, non potendo avere altro, che lui,
che ci soccorra nei nostri maggiori travagli: dicendo appunto l’Ecclefiaftico. Timenti
deum non occur. rent [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] rent mala, fed insentatione Deus illums confervabit, et liberabit à
malis, Sem. E dopo questa ? Pub. La seconda farà di amare il noftro
prossimo come noi medesimi, e di non fare altrui ciò, che sarebbe discaro à noi
stesi ; e far loro di vantaggio capire, che ognuno sarebbe miserabile in questo
mondo, se non fosse soccorso dal compagno: e venendo l'occasione di comprare qualche
cosa, andare infinuan. do loro in quel punto questa verità, che se quel povero
uomo non avesse faticato per noi, se sarà farto per esempio, noi anderemmo
nudi, ò vestiti al più di pampini, con mostrar loro ancora, che conviene
sodisfarlo delle dovute mercedi, affinche possa vivere per averci à servire con
puntualità un'altra volta: Capitando lavoratori di campagna farà bene che
conprendano,che se quei miserabili non iftassero di giorno al sole, e di notte
allo scoperto,non si mangierebbes quel bel pane, nè li berebbe quel buon vino,
che ci portano in tavola, onde [ocr errors][subsumed][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] degli altri che
debbonsi con prontezza sodisfare, acciocche possano con amore attendere à
coltivare la terra, che li produce mediante la loro industria; e non perdere
alcuna delle occasioni, che capitano per meglio imprimere in quei teneri cuori
l'amore verso il prossimo, clas puntualità in fodisfare quanto si dee a' poveri
mercenarj. Sem. Offervo però quei, che sono più puntuali in
sodisfare,peggio serviti Pub. Non è così, Sempronio, può effere che vi
sia taluno, che operi con questa ingratitudine, mà nell'universalc offervo, che
chi ben tratta è ben tractato, e poi non ci dee già muovere à ben operare il
proprio vantaggio; mà bensì, perche in coscienza liamo tenuti di sodisfarli
puntualmente, ed udite che grave eccesso commette colui, che traIcura di farlo:
Panis egentium, dice l' Ecclesiastico. vita pauperum eft : qui detrabit illum
bomo fanguinis eft. Qui aufert in fudore panem, quafi qui occidis
pre [ocr errors] proximum fuum . Qui effundit fanguinem, e qui fraudem
facit mercenario, fratres. funt. Mec. Queste massime sono certamen. te
necessarie, affinche divenuti adulti non si facciano guadagnare dal mal esempio
di alcuni, che costumano di fa. re ciocche non conviene; e sarebbe anche
necessario nel medesimo tempo d’INSINUARE ne'loro animi la benevolenza
neceffaria verso la servitù ; affinche la possano riscuotere reciproca dalla
medefima ; perchè, conforme chiaramente fa conoscere Seneca nell' Epistola, è
falso quel detto : Quot servi tot hoftes, dicendo egli: non habemus illos
boftes, fed facimus; per non tratçarli in quellas guila: Quemadmodum tecum
fuperiorem velles vivere. Onde io sono camminato sempre colle massime di questo
grande Uomo nel inorale; che il servitore: 60lat magis dominum, quàm timeat, e
për cagione di ciò assegna: quod Deo fatis eft, quod colitur, eu amatur; onde
che più di questo noi non dobbiamo esiggere, Y da [merged
small][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] da noftri servitori, e tanto più
che non paseft amor cum timorë mifceri. Pub. Dice questo grand’uomo
cercamente il vero ; perche se non farà reciproco l'amore tra il servidore, ed
il Padrone, avendo continuamente questi. al.lato,continua sarà ancora
l'occasione prossima di rammarico tra efl; e fatto che averà l'abito in questo,
non potrà più aftenersi di non contriftarlo, per ogni lieve cagione. Sem. Dunque,
Mecenate, al parere del vostro Seneca non si potranno licenziarei servitori,
chcli porteranno male? Mec. Non pretend' egli questo; ma folamente, che
non fieno i Padroni in fervos fuperbiffimi, crudeliffimi, dow contumeliofiffimi
; come pocrete vedere nella citata Epiftola. Sem. Essendo però noi li Padroni,
toccherà ad efli soffrire qualche noftra ftravaganza. Pub. Dobbiamo anche
noi riflettere, fino a che segno possano quest' esferes forferte da cali perchè
se le nostre stravaganze fossero grandi, e continue, ci renderemmo
noi meritevoli di riprenfione: vietandoci l'Ecclefiaftico il farlo al 4.
ove così dice: Noli effe ficut leo in doa mo tua evertens domesticos
tuos, et oppria mens fubjeétos tuos . E c'insegna di van-' taggio,
come ci dobbiamo portare co") fervitori senfati al settimo,
dicendoci: sonladas fervum in veritate operum, neque mercenáriun danten
animam fuam. Servus sensatus fit sibi dilectus, quas ani: ma sua ;
ne defraudes illum libertate, nebo que inopem derelinquas
illum, Sem. Ma se divenissero a noi importuni, contradicendo a quello,
che noi bra. miamo di fare, doveremo anche collea rarli?
Pub. Se saranno fedeli, e parleranno per zelo a bneficio voftro, dovrete
non solamente tollerarli, ma eziandio amar-, li più di prima; perche farà
segno, che non vi adulano,facendo cosa ucile a voi, quantunque la considerino
svantaggiosa a loro medefimi, con moftrarne voi dispiacere ; ed udite l'oracolo
dell'Eccle siasti [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] Aico al 33. Si eft tibi seruus fidelis, fortis bi quafi
anima tua: quasi fratrem, fic cum tracta, quoniam in janguine anima comparasti
illum. sibaforis eum iniuftè, in fugam convertetur. É cosa averete acquistato
con perdere per vostro capriccio un servitore tanto fedele? quando ne trovarete
un' altro fimile ad eiro ? et abbiate da me questa certa notizia, che
l'adulazione ne' servitori, si è avanzata a questo segno, per il dispiacere,che
alcuni Padroni mostrano nell'udire la verità fincera : laonde esli, per non
perdere la loro grazia, vengono forzati ad adularli, c tradirli insieme. Ma
vorrei, che questi, che hanno a male di udire da fervitori la verità, facessero
attenta riflessio. be a quello che dice Giob. che è questo: Si contempla fubire
judicium cum Servo meo, e ancilla mea, cum discepia. rent adversus me : quid
enim faciam cum Surrexerit ' ad judicandum Deuse du cum quaferis quid
respondebo illi ? Nunquid non in utero fecit me ; qui et illum operatus eft, et
formavit me in vulva unus? Semp. Sem. Quando però saranno grandi li
figluoli li scorderanno di questi utili avvertimenti. Pub. Non sarà così
quando il Padre, oltre il rammentarli frequentemente, li praticherà esso
ancora, dal di cui buono csempio comprenderanno meglio, che debba farli così. Sem.
Vorrei sapere, Publio, fe il Pa. dre possa condurre i suoi figliuoli a vedere
le maschere? Pub. Anzi dee farlo, con que sta avvertenza però d'imprimere
ne loro cuori, che quei,che con sembianti sì deformi, e spaventofi si
trasmutano,sono paz. zi, e che quei sconci gefti, e parole oscene, chc dicono,
sono tutticffetti della loro pazzia, con infinuare loro, che divenendo effi
grádinon lo facciano per non essere anch'elli tenuti pazzi. Sole. vano i
Spartani fare ubriacare i schiavi, c li facevano vedere a loro figliuoli, af.
finchè prendessero orrore all’ubriacheza za da quelle pazzie, che da fimile get
tc agitata dal vino fi commetreyades rem ied effendo riuscito a
quelli profittevole; fperarei, che facesse il fimile anco a quefti, e tanto
maggiormente non avendo il mal'esempio da i genitori, perchè se ne aftengono,
cd essendo veriffimo quel detto : Quo fuerit imbuta recens fervabit ode
Tefta diu. Impreffe che faranno da principio ne' cuori de' fanciulli fimili
verità, difficil. mente si cancelleranno più. Sem. E crescendo negli
anni, et avan. zandosi nella capacità, che averaano da fare i genitori?
Pub. Di prevenire tutti concorde mente i mali, ne'quali potessero cadere;
insegnandoci l'Ecclesiastico. Antò languorem adhibe medicinam, per lo che
doveranno porre un antemurale a vizj in questa forma: Già efli averanno
cominciato ad aver l'uso di ragione, e potranno comprendere qual fia il male,
et il beno, cominciando a conoscere gli effetti dell’uno, e dell'altro; onde
venendo loro questi meglio spiegati comprende ranranno con più facilità
qual mostro orrendo sia l'uomo vizioso, e quanto preggiabile sia colui, che
abborrisce i vizi, quanto odiati da cucci siano i primi, ed amati li secondi,
prenderanno in questa forma ancor efi orrore al vizio; efe non averanno
compagni più che cattivi, i quali vadino seducendoli, come potrà cflere, che
non s'incamminino ancor'eff per la buona via? ed una volta, che fi sono
incamminati per essa colla grazia di Dio, e con l'occhio paterno vigilante sarà
cosa difficile il discostarsi più das quefta. Sem. E delle massime di
onore, e de puocigli cavallereschinon ne discorrere? Pub. E che credete
voi, Sempronio, che le massime di Dio non siano anch'effe di onore, e
cavalleresche? Impoffel fatevi bene di queste, che tutte le altre vengono di
seguito ; non sapete voi, che la prima vircù: Eft vitium fugere, fapientia
prima Stultitiâ caruifle. Datemi uno, che abbia in orrore il via zio, cche lo
fugga, che io lo crederò perfetto in cutro.Sem. Io credeva, che queste matsime
dovessero servire per i figliuoli, che s’indirizano alla vita religiofa,non per
quel. li, che debbono vivere nel mondo, ove senza aver un poco d'inganno pare,
che non a polla convivère; Pub. Quanto ficte in errore ; perchè
ugualmente sono necessarie le mailime di Dio per i Religiosi, che per i
fecolari, dovendo tutti indirizarci per la via dell' ecernità ; nè crcdiate che
godano quelli, che vivono,come voi dite al mondo, van. taggio alcuno di più di
coloro, che ope. rano come si dee; anzi sono infelicillimi, et uditelo
dall'oracolo dell'Ecclesiastico. V et duplici corde, d. labiis fceleftis, du
manibus malefacientibus, peccatori terram ingredienti duabus viis. Va disolutis
corde, qui non credunt Deo; et ideo non protegentur ab.co. Va his, qui perdideruns
Justinentiam, et qui dereliquerunt vias rectas, diverterunt inue vias pravas.
Et quid facieni cum infpicera esperit Dominus? Se dunque lo mafime del mondo
faranno differenti da queste abban, [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] - abbandonatele puré, che non fanno per voi, perchè come vi
troverete senza il -Patrocinio di Dio? Sem. Dicemi, se in casa ci
saranno,oltre i genitori, altri parenti, li doveran. no ancor questi ingerire
nell' educazione Pub. Questi ancora, ma però più con dare loro buon'
csempio, che con pas role; posciache è cola inolto difficile, che tutti questi
siano uniformi nelle buone direzioni di effa'; oode fe taluno di
questi-inlinuasse tal cosa, la quale sembrasse differente a quella, che udi
da'genitori, o ficonfonderebbe, o per lo meno non prestérebbe la dovuta crea
denza a quanto verrà foro insinuato da suo Padre, è questo lo mostrerò col
segucnce. esempio . Nel domare i pola Icdri [ che "polledrucci anco
possono chiamarsi i figliuoli, avendo bisogno'ral volta ancor esli di effere
domati ] fcfaranno diversi li cozzoni, non folamen te ci vorrà più tempo in
renderli docili, ma ancora potranno correre pericolo di pren. [ocr
errors][merged small] -prendere qualche vizio; perchè fentendo, oggi una mano
più gravę, nel di seguente altra più legiera,e certe speronate differenti dalle
altre, pon comprenderanno così bene quello, che doveranno fare; e cal, volca
inasprendoli diverranno anche restj. Se questi parenti fossero tutti uniformi,
e caminaffero colle medesime direzioni, potrebb'effere meno male, ma sempre
meglio fa, che sia uno solo quel complesso, et armonia vaiforme de propri
genitori savj, e prudenti, da'quali una sola volontà li forma. Sem. Voi,
Publio, che avete educa. toi vostri figliuoli da voi medesimo, in, segnatemi di
quali documenti xifiere servito per iftruirli nelle þuo be creanze, cda cui gli
apprendelte per potermene ancor'io prevalere a suo tempo. Pub. Per non crrare
mi sono servito di quci, che non possono fallire, aven, doli ricavati dalla
Sacra Scritsura. Sem. E che parla quefta ancora delle buone creanze, che
debbono insegnarli a'figliuoli? Pub. [ocr errors][ocr errors]
Cena Pub. Divinamente ne tratta l' Ecclefiaftico. ove dice: Utere, quafi
himo frugi iis, que tibi apponuntur, ne cum manduces multum, odio babearis;
cela prior causa disciplina, el noli nimius effe, ne forsè offendas. Et
fi in medio multorum fe. disti prior illis, e exsendas manum fuam, nec
prior pofcas bibere. Sem. E del rispetto, che debbe avetfi a Maggiori, ne
parla? Pub. Di questo ancora al 32. dicen. do: Adolefcons loquere in quâ
causå vix', fibis interrogatus fueris; babeat caput rée Sponfum fuum ; in
multis efto quasi infciusi, audi taceus fimul' quçrens. In me dio Magnarum non
presumas, et ubi sunt fenes non multùm loquaris : talmente che leggendo voi
attentamente la Sacrae Scrittura, potrete divenire un'ottimo educatore de i
vostri figliuoli. Sem. Vorrei sapere ancora qual vizio giudicace peggiore
di tutti gli altri, in un uomo civile, è facoltoso, sopra il quale fia d'uopo
d'invigilarci più, che negli altri, per porerlo affatto svellere da
figliuolis [ocr errors] Pub. Io ho stimato sempre tutti i vizj per
pesimi, non effendoci alcuno di effi tollerabile; quello però, che ho sempre
proccurato di svellere con più attenzione da miei figliuoli, è stato
l'avarizia; perchè ho sempre creduto, che, crescendo questa avesse superato
tutti gli alcri, figurandomi l'avaro come una lacuna,che assorbisce in fe
moltiffimi rivi, che debbono scorrerc ad inaffiare, e rendere fecondi molti
campi; onde che, stagnando effi, possono apportare notabile danno a molti,
c.quel ch'è peggio con danno notabile di chi li divia: ed udine, come a
propofito l'efpreffe \'Eccicfiaftico al s.F4 et alia infirmitas peffima, quam
vidi fub Jole : divitia conservala in malum Domini fui, pereunt enim in
afflictione peffima, et in appresso miserabilis prorsùs infirmitas : quomodo
venit,fic revertetur . Quid ergo prodeft ei, quod laborauit in ventum ? Cunétis
dicbus vitæ fua comedit in tenebris, et in con ris multis, et in ærumna, aique
friftitiâ ed il perche lo efpresc Orazio con dire Jemper Avarus eget. Sem. Ora
io, che ho udito tanto, non sarà mai pericolo, che divenga avaro, sembrandomi
la vita di questi infelicissima . E tornando all'educazione: se il Padre non
fosse capace di educare, ela Madre fosse poco prudente, chi si dove. rà
sostituire in loro vece? Mec. Buoni Maestri, è se saranno ricchi,
potranno provedersi anche dell' Ajo, di cui discorreremo nella ventura
Conferenza. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] CONFERENZA
Intorno all'uffizio, e qualità dell'Ajo, Ĉ dei Maestri: [merged
small][ocr errors] V [ocr errors] Sem. Ual'è l'uffizio dell'ajo? Pub.
L'Ajo dee attendere precisamente al costume, ed a ciò ch'è ordina.
to ad effo. Sem. Ed al Maestro, che apparticoche di fire? Pub. Oltre
quello, che riguarda il costume, dee ancora insegnare loro le scienze, et tutto
quello, che ha da premettersi per il conseguimento di elle. Semp. Ma non
potrebb’essere anche Ajo Ajo il Maestro, giacche attende questi al
costume ancora ? Pub. Alcuni lo praticano ; altri poi più facoltosi
provedono di Ajo, è dit Maestro i loro figliuoli, credendo il far ciò diligenza
maggiore. Semp. Ma realmente, chi di quefti fa meglio? Pub. Se
s'incontrasse un uomo versacissimo nell’una, e nell'altra profesione, mi
perfuado: che questi foffe di profitto maggiore, ma per essere raris : fimi
quefti,quindi è, che chi può li provede dell'uno, dell'altro. Sem. Che
condizioni dee avere l’Ajo? Pub. Dovcado egl'istruire nel costume, lo
doverà avere anche otti mo in priino luogo, dovrà essere prus Idente, ed
accorto, industrioso, e diri piego prontojalliduo, crudito nelle ftoorie,
non molto colerico, sostenuto, che di abbia ancora parti da faríi amare,
fia prarichissimo delle cose del Mondo, e se fosse versato in medicina,
sarebbe anche ile requisito. Sem. [ocr errors] Sem, -Mà trovare
tante parti in un uomo farà cosa molto difficile. Pub. E perciòi rari
fono quei, che facciano l'uffizio loro come si richiede; contenrandoli', alcuni
Padri di averly nobile sì, mà nel riinanente, come si diffe; folamente di
citolo, battando loro di avere l'ombra, e non tutto l'effenziale di efia,
persuadendosi, che questa possa essere sufficiente. Sem. E come,
anderebbe Gmil'educa. zione? Pub. Quafi nella medesima maniera, che se
non ci foffe chi la dirigeffe, porendo fare l'educando a fuo modo . Mac.
lo so, che dovendosi provede re un Signore di qualità dell'Ajo, furongli
proposti diverli ; trà quali vi era un nobile,'mà poco erudito; un Poera
infigne ; ed un eccellente Geografo, ed Aftrologo insieme ; niuno di questi
volle al suo fervigio ; ricufando il primo, per il motivo, che di nobiltà il
suo figliuolo nè aveva a sufficienza; al secondo oppose, che Aimava fi fosse
potuto trop. U troppo divagare dal suo ufficio chi at tendeva
a comporre poemi, nè volle il che terzo, perchè dubitava che l'aveffe
fated to troppo girare colla mente, non che avendo altro, che discorrere
seco, che di cielo, e di terra: alla fine gli è proposto un buono
Istorico, eccellente Fi. losofo, e Matcematico, questi disse fà al mio
bisogno: perchè gli mostrerà come fi dee yiyere cogli esempi altrui,
l'insegnerà a tirare le linee recte, ed a prendere col compasso le misure
giuste 3 ; e lo fermo al suo fervigio, Sem. In qual'età li dee porre
sotto la cuftodia dell'Ajo l'educando? Pub. Più prestamente, che si
può. Sem. Mà 'non sarebbe fpefa superdua questa, ponendosi in età, nella
quale non è ancora capace di comprendere i buoni documenti? Pub. Non li
chiama mai spesa super, fua quella, che et fà per educare i propri figliuoli,
essendo ucilisfimo rinvesti. ·mento,perciocchè, acquistato che averanno elli le
virtù si troveranno un gran tesoro, e non soggetto alle vicende della fortuna;
ed in quella età, quantunque non comprendano i buoni documenti, nulladimeno
questi in qualche parte, cominciano ad imprimerli nella loro mente oltre; di
che quanto gioverà, per conoscere le inclinazioni nacive l'averli ayuci in
custodia da çenerį anni? Meç. Si disse tempo fà di uno, che gettava il
danaro avendo posto l’Ajo al figliuolo di età adulta, e divenuto già alquanto
vizioso, perchè non averebbe allora potuto egli più emendarlo, aven. do prelo
già possesso in esso i vizj. Pub. Questo lo credo anch'io ; per. chè le
piante tenere sono quelle, che si possono piegare a proprio compiacimento, dove
che le già cominciare ad assodarfi vogliono crescere co’loro di. fepti,
quantunque ci si adoperi ogni in. duftria per emendarli. Quindi è che
l'Ecclefiaftico così ordina. Filii ribi sunt, Erudi jllos, et curva illos à
pueritia illorum. Sem. nes [ocr errors] Sem. Qual onorario si
dee dare all' ile Ajo? Pub. Non ci è danaro, portandosi be che
uguagli il beneficio, ch'egli apporta, onde deefi generosamente trattare,
Mec. V'era un’mio amico', che solea dire che se avesse trovato un educatore, a
suo modo, per i suoi figliuoli, non solamente lo averebbe trattato assai bene,
mà di vantaggio gli averebbe anche la. sciato nn grosso legato nel suo
tcftamento, per maggiormente animarlo ad impiegare ogn'industria poffibile pro
de fuoi figliuoli, Pub. Costui mostrava conoscere cer. tamente l'utile
maggiore de suoi figliuoli; perchè ben comprendeva, che rimanendo dopo la sua
morte efli bene educati quancunque fossero alquanto meno ricchi di beni di
forcuna, sarebbe questo stato compensato dall'utile assai più riguardevole, che
risultaya loro dalle virtù acquistate, posciache al parere di CICERONE (si
veda). Ora:pro Sexto: virtus in [ocr errors] tempeftate fava quieta eft, lucer
in tenebris, expulsa loco manet tamen, atque hş. ret in patria, Splenderque per
fe semper, neque alienis unquam fordibus obfolefcit, quale sorte cerçamente non
godono le richezze. Sem. In qual modo si hanno da prevalere della loro
industria, e prudenza nell'educarli? Pub. Secondo l'età si debbono anche
regolare. Nè teneri fanciulli con maniere foavi debbono insinuare loro quello,
a che dicemmo essere tenuti i propri genitori, ę fucceffivamente fecondo
vedranno i narurali così debbono opcrare Som. Di quante fpecie possono
essere questi naturali? Pub. E quì presente il Dottore, che meglio di me
potrà fodisfarvi ; iftruite, lo di grazia in questo brevemente e con termini
chiari da capirsi da ogn'uno: Med. Secondo la diversità de temperamenti
sono varj ancora i naturali; posciache questi da quelli in gran parta
des [ocr errors][ocr errors][ocr errors] derivano, ed effendo quattro le
specie bi principali de temperameati a quattro sorte ancora si potranno
ridurre li naturali de figliuoli, cioè all'igneo, o biliofo, che dir vogliamo,
al femmatico, al melanconico, o al soverchiamente allegro, detto fanguigno. Ci
sono poi altre specie subalterne, che nascono dalle diverse mescolanze dei
liquidi, che nella massa umorale predominano, de quali ora non ne parlo. Sem.
Per meglio distinguerli dunque i doverebbe l'Ajo essere Medico
ancora. Med. Cimancherebbe questo d'averci anche da impazzire co'ragazzi,
forse che non ci danno da fare a bastanza allora che sono infermi? Sem.
Questi naturali sono sempre uniforme in tutte l'età? Med. Sogliono
variare fpeffe volte nelle mutazioni di esse, offervandoli ciò manifeftamente.
Sem. E per quali cagioni? Med. Perchè varia la massa de Avidi, secondo
che ci avanziamo nell'età acquis [ocr errors][ocr errors] 2 3
acquistãdo energia maggiore alcuni fer, menti col crefcere gli anni, ficcome
questa si può scemare ancora accostandoci alla vecchiaja. Sem. Come si
dovrà regolare con chi è di naturale biliosoa, Med. In quefti, per quanto
si può, è sempre meglio servirsi della dolcezza; poscia che colle afprezze
maggiormente si accendono, ed allora divengono pertinaci. Sem. E se di
questa si abusaffero? Med. Allora la dolcezza dell' Ajo dee cambiarsi in
rigore per far loro conofcere, che nel mele, e nel zuccaro ancora è nascosto
l'amaro. Pub. Di questo già raggionammo baftantemente nella paffata conferenzas
istruendone i Padri, onde non stiamo.a dilungarci di vantaggio Med. Siami
permesso di aggiungere, a quanto fù detto, una mia rifeflione, ed è quefta :
che le severe correzioni riescono più utili fatte a sangue freddo, canto per
profitto dell'educando quanto per vantaggio dell'Ajo, che può senza ira
insinuargli le sue più mafurate ammonizioni, e restano anche maggiormente
iinpresse ricevute di mattina a ventre vuoto, essendo la mente anche più
limpida, dove che ricevute allorche si trovano già agitati dall'errore
commesso, non sono cosìcapaci di comprenderle. Sem. Come si doverà
contenere co' sanguigni. Med. Questi sono più facili de primi ad
educarli ; perchè sogliono essere difinvolti ;basterà tenerli frenati in
certi eccelli, ne quali potrebbero cadere', di soverchia allegria, e curiosità,
ed avvicinandosi all'età giovenile tenerli lontani da cose veneree. Sem.
Che potrà fare il povero Ajo allor che sono grandicelli, ed averanno quei
stimoli, che fanno prevaricare anche i saggi? Medi Il miglior antidoto,
che fias contro li stimoli della lussuria c, di condurre qualche volta i
giovani ne noftri Spe. [ocr errors][ocr errors][merged small]
24 spedali, ed in tempo, che si faccias qualche amputazione di parti
genitali putrefatte, a cagione del morbo gallico: e cercamente induce loro tale
spavento sì crudele spettacolo, che si sono alcuni di questi spogliati affatto
di fimili pensieri, per l'orrore conceputo allorchè udirono, che da donne era
ve. nuto quel tanto male, e che per esse conveniva soffirire sì atroce tormento
di ferro, e di fuoco, e di vantaggio di non essere più uomo. Sem. Ec i
malinconici come vanno trattati? Med. Questi appunto sono quelli, che
fanno fofpirare non solamente i poveri Aji, mà ancora noi quando essi sono
malati; perchè hanno un naturale stravagantissimo, é maggiormente fe regierà in
elli qualche porzione di umore chiamato atrabilare: bene è vero però, che
nell'età tenera non hà tal'umore. quella energia, che si manifesta colcrefcere
essi negli anni, e questi ò danno al byono, e divengono eroi, ò al
pessimo, elo. [ocr errors] [ocr errors] e sono molto iniqui, e
perversi; debmit bonsi dunque con grande industria queili fti
trattare, e senza usar loro molta vioslenza, e più coll'affiduirà, e colli
efemin pj fatti da lor medesimi leggere, o rifei riti di persone viventi da
loro cono, of sciute, che con aspre sferzate;debbonsi anche tenere
divertiti, et applicaci a più cose, alle quali abbiano genio. Sem. Come
divertiti, et applicati, parendo queste cose contrarie Med. Divertiti,
dico, con far loro prendere aria amena, conducendoliins villa più
frequentemente degli altri, et i applicati alle volte a cose diverse dallo
studio, come farebbe il suono, il quale se sarà di loro genio li può
tenere lontani da que pensieri tetri, che occupa no continuamente le loro
menti; ma di o questo converrà discorrerne più diffusamente a suo tempo.
Pub. Egliflemmatici come van regolati? Med. Questi sono quelli, che se non
faranno onore all'Ajo gli recano almeno poo [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] pochi travagli; perchè fogliono essere
pacifici, e tardi d'ingegno: Ben'è vero però, che nelle mutazioni dell'età
sogliono alle volte sciogliersi, e divenire un poco più spiritosi, e fare
ancora com petente riuscita. [ocr errors] Sem. Come suole essere,
Publio, di profitto l’Ajo, facendo anche da Maeftro, nelle scienze ? Pub.
Se terrà lo stile praticato da Mae. Ari, riuscirà egregiamente come dicemmo; ma
se vorrà poi insegnare colla medesima maniera le scienze, che insinua il buon
costume,anderà tutto peffimamente. Sem. E perchè Pub. Lo stile
tenuto dagli Aji in istruire nel buon costume è d' infingare tutto in voce, il
quale nulla giova per fare loro apprendere con fondamento le frienze; perchè
queste sarebbero superficialmente adattate, et à quella guifas appunto, che G
soprapone loro ridotto in fogli al legno, il quale col tempo di. sperdendol
rimane legno ciò, che mo. Atraa [ocr errors] tre ftrava di essere
oro, dove che il Maes po stro, professore esperto, procura d'in= finuarle
nella mente colle sue regole, e collo scritto, affinche abbia pronto il comodo
di ricordarli di quello, che si fosse mai dimenticato. G Mec. Ora
comprendo da che fia pros ceduto, che viaggiando molti anni fono udj in
una Città discorrere alcuni giovani co molto spirito in ogni scienza, i quali
per essere di poca età mi recarono ammirazione ; ma avendo avuto curiosità
alcuni anni dapoi di sapere se profitto maggiore avessero farto, mi fu
risposto, che avevano più tosto deterio. rato; bisogna dunque che il loro
Ajo gli de aveffe istruiti a braccia, e non con fon10 damento. Pub.
Nerone, che fu istruito da Seneca in questa guisa, fece alla prima las sua
bella comparsa, ma terminò poi u peffimamente. Sem. L'autorità dell' Ajo
sin dove fi Atende? Pub. Tanto'oltre, quanto quella del
Padre,dovendo essere amplifima, a fine che f. rendano ossequioli, et obedienti
ad effo, Mec. Le Madri però sono quelle, che procurano di
ristrignerla,imponendo loro, che non li gastighino, nè li sgridino, ma che li
compatiscano se non si approfittano de’loro documenti; e questo lo fanno per
rimore, che non fiammalina, e bene spesso,per questo timore di male ideale, ne
nasce il certo male della possima educazione loro ; perchè per non disgustarle
gli Aji fanno a lor modo, comportando quanti difetti efG hanno: le saggie madri
però lasciano che li gastighino ad arbitrio loro, eli correggano secondo il
bisogno, conoscendo queste per isperienza, quello che per dottrina ancora
conobbe Salomone al prover. 22. ftultitia colligata eft in corde pueri, d
virga disciplina fugabit Cam. Sem. Debbono usare distinzione alcu, na in
questo, secondo l'erà ? Pub. Essendo l'Ajo prudente saprà rego: ne
[ocr errors] golarsi anche in questo, et accomoderă i il gastigo secondo l'erà,
econ quei mo. di, che conoscerà effere all'educando più sensibili ; per
esempio se lo scorgessc goloso, il fargli sottrarre qualche pietanza in tavola
gli sarà di gran gastigo ; se giocoliero, togliendoli quell'ora di
divertimento, lo toccherà lül vivo; e fe averà un certo roffore in sentirsi
sgridare, questo sarà appunto l'opportuno suo gastigo; in somma il migliore
sarà quel. lo, che si renderà più sensibile. Sem. Può l’Ajo per qualche
suo af. 1 fare allontanarsi da effo? Pub. Per quanto meno farà possibilu
dee farlo; perche non mancano scelerati adulatori, i quali, per guadagnarsi la
grazia de padroni giovani,infinuano loro ciò, che può dilettarli, quantun. que
lia pregiudiziale, e per ciò se mai doveffe allontanarsi da effo per qualche
tempo, dee avere di chi possa fidarsi in sua assenza . Sem.E qual sorta
di divertimento deb, bono permettere loro? [ocr errors] [ocr errors]
Pub, :: Pub. Tutti quelli, che non sono viziofi, e fono ad esli geniali,
per esempio il giuoco delle boccie, della palla, del volanıę, ed altri, anche
più laboriosi di questi, competenti alla loro età. Sem. Nel tempo che
sono direrti li fi. gliuoli dall’Ajo possono i Padri educarli ancor effi?
Pub. Se saranno capaci di uniformarfi alle buone direzioni dell'Ajo, pofranno
qualche cosa contribuire ancor essi, L'incombenza loro però è di offeryare qual
profitco facciano, e di sentirne anche il parere di più persone capaci sopra i
loro buoni progrefli, esaminati che li averanno; per altro scorgendo, che yą.
da tutto a lyo dovere non debbono con fondere i figliuoli con documenti diffc.
reori, ne contristare l? Ajo con varjare il loro metodo; bafterà la loro
vigilante Lopraintendenza ; mà muta quando non vogliano come doverebbero,
effimedelimi in tutto instruirli. Sem. Bramerei ora sapere le condi.
zioni che doyerà avere un ottimo Mae. Aro Pub. [ocr errors][merged
small] [ocr errors] Pub. In primo luogo dev'essere di via ta esemplare, dotto,
c prudeme, siccodel me è necessario ancora, che abbia buo na
comunicativa, per farsi ben capire, fia sostenuto, diligente, e si sappia
far 1 amare, e temere, e sia anche pratico delle tristizie de figliuoli,
per non farq gabbare da effi. Sem. Trovandogi un uomo di tante buone
qualità potrebbe anche servire I per maestro di casa, ed elascore nelme,
desimo tempo; perchè facendosi ben ca. pire, indurrebbe più facilmente i
debi, tori a pagare ciò, che debbono particos e larmente ora, che sono
tanto renitenti di farlo, Med. Questo e uno degli errori mal. fimis
perch'essendo talunò ottimo per un impiego 2 con darglicne tanti fi fa in modo,
che divenga trascurato in tutti; essendo grito quel detto; Pluribus intentus
minor eft ad fingula fenfus. Or io coftumo questo s chi mi serve., faccia
solamente l'ufficio suo; perchè considero, che non sia poco, che li riesca in
una sola cosa, cosa, ed ho provato con isperienza, che se taluno
procura ingerirsi in più, confondendole tutte, ne pur una ne farà bene.
Pub. Voi Sempronio vi figurate, che fia picciolo affare l'insegnare a figliuoli
le dottrine, e ben picciolo il generarli, mà non già il farli divenire uomini
eccellenti; perchè in un istante si generano, e con poca fatica, mà per bene
addottrinarli non solamente vi è duopo di molti anni, mà ancora di attenta, ed
induftriosa applicazione. Per abbozzare una statua ci vuole poco, mà per
ridurla a somma perfezzione numero infinito di sealpellate di più ci vogliono;
C riflettendo voi al valore della statuas abbozzata, ed a quello della ridotta
a perfezione, ben comprenderete il van. tagio di più che ne ricaveranno i
vostri figliuoli dal Maestro, che istruisce con profitto. Sem. Io lo
dicca a buon fine; perchè risparmiandosi qualcheservitore,mi riufciva più
comodo di fargli un buono af4 fegnamento, acciochè viveffe contea. to.
Pub. Glie lo dovete fare senza accrom (cergli maggiori brighe, se bramare, to
che la statua da voi abbozzata abbia iti ma, e valore grande, Mec.
Veramente in quei casi conviene deporre l'avarizia', ed ogni parkmonia ; e non
fare come quel Padre sciocco riferito da Plutarco, che domandando ad Aristippo
; quanto paga. mento ricercava per ammaestrare il suo figliuolo, udendo
domandare inillo dramme rispose ; questo è troppo ; perchè con mille dramme
potrei comperarç un servo; çoi saggiamente replicò: duna que averai due
servi, tuo figliuolo, e e quello, che comprerąi: facendogli conoscere,
che se non era bene ammacftrato, sarebbe diyenuto un servo il fuo figliuolo
ancora. Sem, Quale farà l'incombenza del Macftro? Pub. Gjà per
quanto appartiene al co. fune seguirerà quello, che si è detto CON
[ocr errors] Аа 1 con cominciare prima da Dio;' nel rimanente poi
lasciate pensare ad esso, per; che avendolo scelto pratico, e dotto faprà
secondo l'età, e capacità andarlo itruendo come fi dee: bensi voi di.
chiaratevi apertamente com voftri fi, gliuoli alla sua presenza, che volete,che
lo ftimino, ed obbediscano da Padre, con dargli ogni più ampla facoltà di
coreggerli, e gaftigarli severamente in ralo di bisogno; perchè bramare di
riconofcere per figliyoli solamente quei, che studieranno, e faranno passata
nelle ccienze 1 Mec. Quanto fu mai eroico l'atto, che fece l'Imperatore
Teodosio ; impercioche avendo scelto Arsenio per Maestro del fuo figlinolo, ed
avendogli detto; Pofthac tu magis pater ejus quam ego, come riferisce il
Baronio all’A.380-avvenne un giorno, che passando Teodo, 'fio per la camera,
oye Arsenio faceva la repetizione a suo figliuolo, osserva, che il Maestro fe
ne stava in piedi, e lo [colaro affifos ne bo potè coptcnere di non
[ocr errors][ocr errors] non dimostrare ad Arsenio il suo dispia çimento;
veramente gli disse ini avvcdo, che voi non sapere far bene il vo. ftro
uffizio; tenete, tenere il grado di Maestro, e non di scolaro: Sagra Mac fta,
replicò Arsenio, non sarebbe punto convenevole, che io mi ponelli a se. dere
per dar la lezzione ad un Imperatore; ciò udito Teodofio tolfe la Coro, na di
capo al suofigliuolo,c comando ad Arsenio, che fedesse; et ad Arcadio suo
figliuolo, che stasse in piedi colla testad á scoperta, fin tanto che il
Maçstro gli parlaffe, Sem. E se non faceffero tutto quello i profitto,
che io defiderasli, che averò el da fare? Pub, Vedere, Sempronio, parliamo
chiaro, i Padri yorrebbero dopci in bre. yiflimo tempo i loro figliuoli,
onde in quefto non abbiate tanta fretta, lasciateci porre il sempo neceffario
per impof sessarsi bene; må se poi vi accorgette, nel che oon dare tempo
al tempo non li apejet profitrassero, doveţe esaminare d'onds A a 7
prox, [ocr errors] erro [ocr errors] [ocr errors] provenga la
cagione, e se saranno più Hgliuoli, vedendo, che taluno di edi li di
approfittaffe, e gli altri rimanessero indietro, la colpa non sarebbe del MaeItro,
ma bensi dei figliuoli, e che non applicassero, o che non fossero di mente
ancor capace di apprendere. * Sem. E se la cagione venisse dal Mae. Itro, che
fosse disapplicato, contenzio, so, o troppo bestiale ? Pub. E'voi
trovarene un'altro į mas non date fede loro alla prima; perchè dopo, che
averanno ricevuto il gastigo verranno a piangere da voi, el dole. che il
Maestro fia bestiale; ma non diranno già la cagione giusta; per çui li ha
gastigati; ed in questo caso avvertite a non dar mai ragione a loro trovandosi
presenti,anzicon volto afpro sgridageli, e dite loro che lo averanno meritato:
informatevi però bene come è andato il fatto, per ritrovare la verità.
Sem. Ma venendo per colpa de figliuoli che averà da fare? Pub,
ranno, Pub. Se saranno disapplicati, vedete ancor voi di usarci
diligenza, con promettere loro premi per animarli ad essere più attenti ; e fe
poi venisse dall'incapacità in qualcuno, bisogna averci pazienza; e rimirate le
dita delle vostre mani, che ancor’esse non sono uguali, e pur la mano turta
insieme fa l'uffizio suo; così parimente sarà la figliolanza, quando venga
secondo la sua capacità impiegata bene. Sem. Dolendosi il Maestro di
questo, e dichiarandosi di non poterci aver più pazienza? Pub.
Confolatelo, et animatelo ad averci ancor effo pazienza, conforme conviene, che
P abbiate ancor voi Mec. Si doleano con Antipatro i MaeAtri, che i suoi
figliuoli non volevano per tante fatiche, e diligenze usate loro, approfittarsi
punto dei loro documenti, e per consolarli egli dicevan che vi era un paese nel
mondo, ove le parole si gelayano in tempo di verno appena uscite dalla bocca, a
cagione digio freddi ecceffivi, che le racchiudevano nell'aria, ma appena
comparfa la primavera, fgelandoli queste allora si udivano. Non dubitate,
diceva loro che verrà ancora in essi la primavera; ed alloras queste parole,
che odon'ora da voi, fi Igeleranno ancor effe; continuate pura parfare, per,
per uđitne all'ora di vantago Sem. Dovero comparire nel cempo, che si fa
scuola? Pub. Anche, frequentemente s per ve. dere che si fa, per aninarli
insieme a portarfi bene, c tenerli in freno. Sim. Stimate neceffario ohre
di tea net loro il Maestro di mandarli alle fouo: le publiche? Pub. Per
godere di quei vantaggi, che apporta l'emuluzione può essere utile : debbonfi
però avvertire due cofe; la prima, che vadano sempre accompagnati dal
reperirore, perchè del fetvis rore in curto non vi dovete fidare, poa tendolo
indurre fare a lor modo:Pal. tra poi che fixno vicini in feuola a come pa
[ocr errors][ocr errors] mpagni bene accostumati, perchè ivi po. trebbero
divenire maliziosi trattando con carrivi. eri Mec. Bisogna ancora
stare molto cau., telato nello scegliere questi reperitori, detçi comunemente
Pedanti, perchè vi è stato tra esfi cal’uno, che insegnaya of a'
figliuoli il fare la fabbatina, il giuoco delle carte, et altri vizj in vece
delle virtù; e vi è stato chi di questi ancora così iniquo, che ha
procurato, che abbandonaffe il figliuolo la casa paterna, dopo d'ayer rubaro al
Padre qualche fomma di danaro considerabile, e seco conducendolo fuori di stato,
per ispre. garla. Onde se non si sappia che siano di ottimi costumi, non
debbonli consesgnare ad effi i propri figliuoli, per non ricevere quella
riprensione, che fece Diogenç Sinopio a quei di Megara, dicendo loro, come
riferisce Eliano, che fi contentava di essere più rosto un ariete della lor
mandria, che loro figliuolo, perchè a custodire quello impiegavano uomini
fedelilimi, et ad iftruire questi ripų [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] A a 4 riputavano abile chiunque fi folfe
loro abbattuto dinanzi. Sem. E le figliuole fi debbono regola. re nella
medesima forma? :) Pub. In alcune cose non vanno regolate così, conforme
udirete nella seguente conferenza. CONFERENZA. w CON [ocr
errors][merged small][merged small][merged small] Semn. He differenza
cie tra l'educazione dei С figliuoli, e quella delle figliuole
? Pub. Primieramente, che queste, non dovendosi incamminare per la via
delles fcienze, non hanno d'uopo di tanti maeftri; e poi essendo diverli i loro
vizj, e naturali inclinazioni, debbonsi quefticon differenti manicre
correggere, Sem. quali sono questi vizj delle figliuole, Pub. La vanità
par che nasca con lo ro, quçfta opera, che moltissime di effe [ocr
errors] cffe sino dalla nascital par che mostrino compiacimento in
fegtir lodare la loro bellezza : ha poi la maggior parte di cffe, un certo
difpreggio, il quale viene da alcuni creduto per vivacità di fpirito; altre poi
fin d'allora moftransi vezzofe, e molto affabili; e vi sono ancora di quelle,
le quali danno a divede. re appena nate la loro dispettosa rozzezza,
contrafegni tutti non leggieri di ciò, che possa nell'età pid avanzata ope.
rare la loro naturale inclinazione. Sem. Di correggere tali difetti cui
partiene principalmente. Pub. Alle madri, che con affiduità amorosa aflifton
loro ; dovendo i Padri portarsi giornalmente fuori di casa per affari, che li
tengono alle volte lungo tempo occupati; c quefte avendo bisogno di una affidua
cuftodia da niuno meglio, che dalle Madrila poffono riccvc, re: debbono però i
Padri per quaaco fa. rà perineslo lorosinvigilarci attenicamene te anch'effi.
Sem. Che dovranno fare le Madri in quella tenera età, nella quale ne put
capiscono ciò che loro si dice? Pub. Poffono far tholco, con impea dire
ancora, che non rimirino, ed odino ciò che non è convenevole; perchè quello,
che mostrano inclinazione alla vanità; non bisogna cominciare ad ornarle
vanamente, pe å far loro certi ýczzi disdicevoli, perchè s'imprimono quelle
vanità, e quegli atti con facilità grande in si tenera età; quelle bensi che
mostrano dispettosa rozzezza possono follorarli con fimili vezzi
per inco minciare a poco y a poco a renderle più [ocr errors][ocr
errors] umane. [ocr errors] Sem. E di poi cominciando a capire, che dovrà
farsi? Pub. Allora farà tempo d'incomina ciare a far loro apprendere, che
la bela lezza della donna non confiste ja altro che nella bontà
de'coftumi. Sem. Oh capiranno beneche cosa dano costumi le picciole
figliaole? Pub. Non importa, perchè quantunque allora pon lo capiscano,
nulladime nos [ocr errors][ocr errors] no, effe continuando
ad udirlo a fuo tempo ben lo comprenderanno; basta che allora non si secondino
le innate inclinazioni loro viziose. Sem. Mà fe la Madre avesse
compiacimento di essere stimata bella, c fpiritofa, e forse anche vana, come
potrà istruire la sua figliuola diversamente da sè medesima, e che non abbia da
compiacerli anch'essa di ciò? Pub. Ora entriamo nei guai grandi, perchè
se la Madre non diriggerà bene tal affire, l'educazione anderà pellina
menic. Sem. In questo caso che dovrà farsi? Pub. Quello appunto,
che fù da me praticato, di provederli d'una buona matrona ; e se questa fù
utile alla mia famiglia, essendovi la Madre capace, evigilance; quanto più sarà
geceffaria in questo caso, che voi mi rappresentare? Sem. Lo credo
anch'io; dunque essendo duopo provedersi della matrona, ditemi quai requisiti
dovrà avere per far bene l'uffizio fuo ; perchè essendog [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] dismesso
questo buon servigio, non si potranno trovare con facilità quelle, che siano
esperte. Pub. Non dev' essere giovane, nè vecchia, mà di età conlistence.
Sem. Perchè non vecchia, pocendo quest' avere maggiore sperienza del
mondo? Pub. E vero, mà la vecchiaja ancora la può rendere più fastidiosa,
e meno attenta : e poi se dovrà cuftodire le vostre figliuole, che hanno da
nascere, chi sà se fosse allor viva; e vivendo farebbo decrepita, quale età non
lega molto colla gioventù, e perciò non sarebbe ad effe accetta,dec ancora
essere di buo. ni costumi, e pia,di parentato civile, ed onoraco, prudente,
discreca, attenta, affezzionata, che sappia ben cucire di bianco, leggere,
fcrivere mediocres mente, e che non sia curiosa di leggere: libri profani, e
lascivi. p9 Sem. O che mal farebbe, se leggere ancora l'istorie profane,
potcado fervire si di effe per meglio iftruirlo? Pub. Le storie profane
non tutge conferiscono alla buona educazione, el, fondovene alcune molto nocive
ad essą come già dicemmo, onde chi sà, che prendendo diļetto in udirne riferire
alGuna di queste, non prendessero amo, re anche l'educande a simile
lectura Sem. E se sapesse la lingua francese, o spagnuola, non sarebbe maggior
van taggio, per insegnare loro quel parla. xe, che oggidi è tanto in uso. Pub.
Che pretendete? forse di mari, farle in Francia, o in Ispagna? Sem. Non
lo dico per questo fine, mà veáendo qualche lignora di quei paeli, o trovandoli
con alcuna, che la parlasse, sarebbe da esse capita, e por trebbero
risponderle. Pub, Voi vorreft'educare le vostre fi, gliuole per far pompa
del loro spirito, e non vi accorgete, che quefta non è la sua strada; e qual
nccefficà avete,cheessa converfino, e tratejno con gence ftraniera s volere
forse, che apprendano į cofumi loro diffepsadi dai noftri? Sem,
[ocr errors] [ocr errors] GB [ocr errors][ocr errors] Sem. Non bramo
quefto, mà hò sentito dire, che sia vantaggio grandes e l'avvezzarle
disinvolte, e spiricosc, perchè più facilmente fi maritano queste, Pab.
Voi prendereste moglie di spiritofa, e disinvolta Şem. Io non già, ora
chc sò come debi ba sceglierli. Pub. E perchè dunque volete incam, minare
le vostre figlie per una via, che voi la ftimate non recta e non vi avve, dere,
che in ţal guisa mostrarefte di amarle poco a Sem. Il saper ricamare
ancora mi per, suado, che la requisto necessario nella matrona: i Pub.
Per far che ? per educarle forse nella vanità e non sapete, che cosi fa
comincia bel bello; posciache dalla sem ta fi paffa al’oro, e dall'oro alle
perle per formarne ricami di gran valore. Cor. 4, nelia madre dei Gracchi
fe conoscere a quella gentildonna Capuana, la quale 0 era
alloggiata in sua cafa, allorchè moArolle i ricami ida effa farsi,per mio
fvario. bano essere i layori delle Madri, con farde yeder i suoi
figliuoli, ed in qual forma da effa fi aducavano, che non era già nelle vanità,
mà bensì nelle virtù . Sem. Bramerei almeno, che sapesse insegnar loro un
poco fuono, e di canto, Pub. Questo poi sarebbe peggio, per: che
l'educherebbe cantarine, et im. parandolo per vostro syario, non lo di
fimparerebbero già, per non dilectare an, che gl'altri. Sem.
Contenendom’io in questo vo. fro antico rigore mi farefte mutare il mondo.
Pub. Io non pretendo tanto : voi mi vichiedere del regolamento della vostra casa;
c chcaforse pretendece che da queta debba prendere la norma tutto il mondo a
facciano gli altri ciò che vogliono, mi basterebbe di ottenere, che voi, che
ricercate il mio parere appren. deste ciò, che dovrete fare, Sem. Io
resto perfuafiffimo di quanto dite per benefizio mio, ma sifetto añ,
cora [ocr errors][ocr errors] cora nel medefimo tempo a quello, che li il
mondo dirà, operando diversamente da quanto ora li costuma dalla maggior
parte. Pub. Qual parte del mondo stimate voi, che sia più saggia, la
maggiore, o la minore? Sem. Ho udito sempre dire, che sia la minore,
Pub. Or dunque; perchè da voi medelimo volete porvi nel numero de i meno saggi?
deh seguitate la più sana, e non vi prendere fastidio alcuno dell' altra,
quantunque sia più numerosa: prendete di grazia la mira verso quò eundi
dum, non quò itur. Sem. Rimango persuaso, e quanto m'insegnafte voglio
risolutamente fare. Or ditemi per mia istruzione; scelto che averò questa
matrona, della quale voglio provedermi prima di prendere moglie, che averò da
fare io, e qual' incumbenza apparrerrà ad essa? Pub. Voi, allor che le
consegneretç la vostra figliolanza, le direte: che Bb fia [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] lia cura sua
d'istruirla principalmente nella pietà, e devozione, e che rimuova da essa
tutti i difetti allorche li ye desse comparire, senza indugiarvi un momento;
anzi che meglio farebbe an. cora, se preveniffc al bisogno con semi, narę
anticipatamente ne’loro animili preziosa semenza delle virtù, e che per questo
procuri di non perder la mai di vifta : e vedendo ch'ella li porti diligente
nel suo uffizio usatele più gratitudine, affinche non habbia da parerle penosas
quella vita tanto soggetta, che farà; e credetemi, che il premio è il maggiore
incentivo a farci fare con amore quelle cose, che senza di esso ci parrebbono
molto penose. Mec. Questo è certiffimo, posciache chi mai li porterebbe
il primo a scalare una muraglia, difesa da tanti nemici are mati, se non se
{perasse da questo un premio grande ? Sem. Fatto che avrò le mie parti,
in che forma essa adempirà le sue ? Pub.. Nato che sarà alcuno de' vo
[merged small][ocr errors][ocr errors] ftri figliuoli, principierà il suo
minister ro con invigilare, venendo lattato, dalla balia, a quanto sara
necessario, con i fare anche da soprabbalia, nè permetteo ra già, come dicemmo,
chc oda,quan tunque non le comprenda ancora, cer, i te canzone amorose,
nè pure, che fifli i suoi occhi innocenti a'rimirare certi datti
scomposti, et indecenti; perchè quantunque non siano allora da esso
conosciuti per quel che sono, nulla dime, no in progresso di tempo, conforme fi
apprendono le parole, così ancora può insinuarsi nell'animo qualche
cintura noSeminaciva di tali difetti; e procurando, che D in vece di quelle
oda, e rimiri cose profittevoli, cd oneste, delle quali se ne i
apprenderà alcuna particella, resterà questa a benefizio dell'educazione,
e i procurerà ancora nel tempo della lacta zione colle buone sue maniere,
di principiare ad affezionarselo. Sem. Che dovrà fare dipoi? Pub. Già
toccherà ad effa slattarlo, e si perderà il sonno più di una notte. Sem,
[ocr errors][ocr errors][ocr errors] liri Sem. Sarà bene, acciocche non
lo perdiamo anche noi, di tenerlo in qualche mezanino lontano dalle nostre
stanze, Mec. Per questa cagione sono andato io più volte in collera co i
miei amici, avendo osservato lontani dal loro appartamento i figliuoli anche
lattanti,per timore, come dicean'o, che non turbarsero il loro riposo, e diceva
loro: pere dete pur tanto tempo, e vegliate tanto per il giuoco, e continue
conversazioni, oh bene non potete vegliare un poco pe’vostri figliuoli? E se
non lo volece perdere voi, cui tanto debbono premere, vi persuadete forse, che
le donne mercenarie di servigio vorranno perdere il fonno? Dormiranno ben bene,
e lasciefanno piangere chi vuole; ma da questo quanti mali ne saranno seguiti
lo faprà meglio il Dottore. Med. lo dalle offervazioni fatte sono arrivato
a conoscere questa verità; che più fortunati siano nel mascere, e nel imorire i
poveri, che i ricchi; perchè quelli dalle proprie Madri sono lattaţi, eand
custoditi diligentemente con amore;docal ve che questi sono consegnati alla
indi screta servitù, e trattati assai diversadai mente in tutto ; e posso
riferire a que fto proposito di averne curati alcuni,che caduti dal
letto, per trascuraggine delle balie, ebbero a perdervi la vita, ed altri, per
il gran pianto fi allentarono, negando cal volta loro il latte le balie,
allorche ne avevano bisogno; e per avere loro ripercosso secretamente il lat.
time, quanti ne sono periti? Giccome ancora quanti ne sono morti af gati per
averli tenuti negligentemente nel proprio letto? avvenimenti tutti, che afa sai
più di rado G odono accaduti tra po veri, quantunque questi siano assai i
più numerosi, che i bene stanti. Della morte dei ricchi non parlo, perchè
ave. rete uoi medesimo osservato questi, be ne spesso, per li soverchi, e
conculcati: rimedj, dati loro, più facilmente, che i poveri perire, et alle
volte in mano de Ciarlatani. Pub, Se voi dunque avercte amore
per [ocr errors][ocr errors] Bb 3 per i vostri figliuoli non
li terrete lontaa ni dalle vostre stanze in ogni tempo per. che tal vicinanza
darà stimolo maggiore alla matrona di avere per loro più attenzione, et all'altre
donne di fare me . glio il loro uffizio. Sem. Riferitemi ora il modo, che
doverà tenere in appresso per conoscere meglio s'ella, operi a suo
dovere? Pub. Già fu discorso, ma non sarà mai a bastanza, di quello, che
dovrå farli intorno ad imbeverarli ben bene del fan. to cimor di Dio, e
crediate pure per cofa certa, che questo è il fondamento principale della buona
educazione; efsendo esso solamente capace di rimuovere tutti i vizj, non
porendo questi far breccia ove si ricrova benradicato: è vero però, che questo
feme santo noni basta piantarlo solamence, na decli col. rivare sempre con
atrenzione, e fervore, acciocche non perisca, essendo che a poco a poco
germoglia ne teneri par. goletti, ed in questo doverete aricor voi invigilarvi.
In seguela poi dovrà, appe 19 and appena che le figliuole
faranno capa. ci, tenerle impiegate ad apprendere qualche lavoro di quei
necessarj a saperG dalle donne, che sono il cucire, far calzerte, cessere, e
filare, e questi disporli secondo l'ctà, e capacità loro: nel medesimo tempo
impareranno a leggere, e di poi a scrivere, e questa sarà l'incumbenza, che
dovrà avere intorno al lavoro, Sem. O ben le donne civili, e nobili
averaono da teffere, e filare che han. no forse da procacciarsi il vitto con
que. fti lavori Mer. Intorno al filare non avete occasione di
risentirvene, perchè è torna, ta l'usanza di farlo; non sò però se per
bizzarria, o per profitto ; averere pur veduto, Sempronio, nelle case civili
conocchie sì ben fatre, che fanno venire la voglia di adoperarle anche a noi
al. tri uomini. Sem. Queste le ho veduce certamente, ma però stare
oziose, onde mi perfyadeva, che fossero state fatte per col locarle
dentro i loro scarabattoli nonri: mirandole punto adoperate. Mer.
Nonaveranno filato in presenza vostra, perchè non avendo voi moglie non era
tempo ancora, the imparaste a filare alla moda. Pub. Le caste donzelle in
questo s'im: piegavano anticamente, e tralasciando di riferire, che lo
facessero Penelope, Lucrezia, et infinite Matrone Romane; Alffeandro Magno fi
vestiva co gli abiti teffuti dalle fue Sorelle, come racconka Curzio; et Augusto
non portò già altri abiti, che quelli, che dalla sua Moglie, Figliuola, e
Nepoti erangli ftati fatti, come riferifce Svetonio: Onde se no li vergognavano
queste di farlo, per qual motivo potranno aftenersene le tanto inferiori ad
effe? Sem. Ma fe non avessero genio di fardo, tanto più non vedendolo
praticarea alle Madri? Pub. Questo genio può farfi venire con riferir loro
qualche bell'esempio, et appunto de racconta uno il Surio nel di fe
fecondo di Maggio, che se coinincies ranno a gustare le cose di Dio sarebbe
assal a propogto: dice dunqu'egli, che andando S. Antonino Arcivescovo di Firenze,
per una contrada di qite!la città vide un buon numero di Angeli, che
formavano come un corpo di guardias e sopra il tetto di una povera časa; li ven,
ne in pensiere di catrarvi, e di riconoscere l'occasionc y per cui meritava
canto favore da Dio; non vi trovò, che und Madre con tre sue figliuole, le
quali filavano per guadagnarsi un poco di pane, e stavano con gran modestia :
vedendo il Santo il bisogno, che avevano, fc loa to una buona limosina :-Dopo
qualche tempo ripassando per la medesima strada vide, che la stessa casa era
ricoperta di piccioli folletti, armati di tutti quei stromenti, che fogliono
portare li dediti alla libertà del mondo : entrò, evide le medesime, che
passavano il tempo a ridere, scherzare', e motteggiare, e fare le belle:
Riferito questo, si poa trebbe soggiungere loro, che se Iddiogradisce canto il
non stare in ozio in quelle, che sono miferabili, quanto più lo gradirà in
effe, che spontaneamente, e fenza bisogno alcuno lo fanno e credetemi, che non
mancano modi per fare applicare le figliuole, effen. do queste più docili
demaschi. Sem. Oltre il lavoro, che averanno da fare di vantaggio ?
Pub. In tutte le cose deve esservi la buona ordinanza, la quale tutta dcpende
dal sapersi ben compartire il tempo, onde queste essendo pratiche divideráno Je
ore def giorno in questa guisa ; la pri. ma della mattina, dette che saranno le
figliuole, e veftite di tutto punto, sarà impiegata al servigio di Dio con fare
orazione, o sentire qualche cosa di quanto esso vuole da noi; ciò fatto dcefi
ristorare colla colazione moderata il corpo, per poi passare quelle ore
deftinate al lavoro; e terminate queste, conviene di fare alquanto esercitare
il corpo in cose non violence, e permettendolo il tempo, in aria con
affatto [ocr errors] rac [ocr errors].. 395 K tacchiusa.
Avvicinandosi poscia l'oras del definare converrà prendersi il nutrimento
a proporzione dell'età, e poi dopo di questo è neceffario godere alquan. to di
riposo, per potere alle ore destitiate tornare al solito lavoro. Sem.
Sino a qual'età possono i maschi ftare sotto la custodia della matrona?
Pub. Fin tanto appunto, che, cono. scendo le lettere dell'alfabeto, possono
consegnarli al Maestro, per tenerli in quelle ore, che dovrà far egli scuola
fotto la sua custodia; ben è vero peròs che non essendovi l’Ajo,possono
ritornare, per quelle ore, destinate al diverti mento, sotto la cuftodia
della medelima $ matroni. Semi. Nascendo tra fratelli, e sorelle qualche
contrasto come doverå regolarli la marrona? Pub. Sogliono i fanciulli vivaci
essere molesti alle forelle, e da ciò ne nascono bene spesso trà loro
reciproche aleercam zioni, mà se la matronal manterrå fotenuta a segno, che non
pregdano les [ocr errors][ocr errors] confidenza, avendone rimore di
essa, difficilmente si avanzeranno a contendere tra loro, ma caso che la sua
efficacia non bastasse,dee di ciò farne consapevole il Padre, o il Maestro,
affinchè pensano a prendervi il più opportuno rimedio con tenerli separati.
Sem. Crescendo le figliuole in età, e scoprendosi in esse qualche differto
donnesco, come li dovrà regolare la matrona per estirparlo? Pub. Non
aspetterà quefta, essendo prudente, che giungano fimili diffetti a manifestarsi
; perchè come dicemmo procurerà con preventivi ripari di ab. batterli prima che
si manifestino. Sem. Venendo le figliuole negli anni, ne' quali sogliono
alcune cominciare a contristarsi, e fofpirare, che averà da fam rela
matrona? Pub. Le figliuole ben' educate difficilmente cadono in fimili
debolezze; ma quando mai ciò seguisse in alcuna, alJora si conoscerà il senno,
e la prudenza della matrona; posciachè si saprà inters! [ocr errors] e
nare nella sua confidenza per consigliarl a far cose non disdicevoli alla
sua condi* zione,ed a lasciarsi regolare dal suo amo. roso Padre. 3 Sem.
Ma non sarebbe meglio, quando si vedellero contristate, porle in monastero per
compire l'educazione? Pub. Se sarete sicuro, che colà possano vivere con
più ritiratezza, che in casa vostra, ed abbiano migliori direttrici cui dia
l'animo di calinare le loro passioni, potrebbe farsi; mà se poi vivessero con
libertà maggiore, qual vantaggio ne ricaverebbero ? Sem. Vivono colà
tanto ritirate, che la porta di rado si apre; ne viene permefso l'ingresso
libero ad alcuno. Pub. Qucfto non basta se gli occhi, c le orecchie
staranno maggiormente aperte; perche per esse po lono entrare le cagioni de'
sospiri: e poi voi, Sempronio,mostrate di non fidarvi della voftra matrona, la
quale totalmente dipende da voi, enon diffidate punto di tanţe servenci
de’monafterj, sopra le qua; [ocr errors] di autorità niuna voi
avere. Sem. Sarà ben vigilante in questo chi averà cura
dell'Educayde, Pub. Voi y’ingánate$épronio, se crede, te, che l'altrui
vigilanza superi quella de genitori attenti, e capaci : onde mi perJuado, che
nella casa paterna queste ftiano meglio, che altrove, Mec. Voi dite bene,
Publio, che fiee te capace di custodirle come li dee, mà datemi un Padre, ed
una Madre, che ad ogn'altro pensino, che all'educazione delle figliuole, e
tanto maggiormente se non averanno una tale donna capace, e fedele a ben
diriggerle, o saranno prive di Madre, la sola casa pater. na sarà sufficiente a
custodirle? Pub. Credo certamente di no. Mec. Or dunque, che fi hà
da fare in questo caso per non lasciarle a discrezione dell'infida servitù ? o bisognerà,
chę qualche faggia parente la conduca in casa sua, o porle in monasterio, sotto
Ja direzione di saggia Maestra, Pub. Non è questo il rimedio appro; od
[ocr errors][ocr errors] priato al loro male, che congste in una gran passione,
la quale non si: può rimovere da esse senza cósolarle.Ne certamente si
cureranno già di ricevere i queste in casa loro le saggie parenti: e
ricevendole le imprudenti qual vantaggio ne potreste Iperare ? E ponendole in
monaftcro sotto la cura di faggiaMaestra qual bene potranno ricevere da
essa ef$ sendo tra loro discordanti di genio ? fa rebbe più capace tal
una di queste di sedurre altre compagne,a far che si unifor massero al
suo genio, più tosto, che di u mutarlo; onde nè ad esse, nè al monastero oi
tornerebbe conto, che vi entrassero, 1 Intorno poi al sudetto riincdio ne
parleremo a suo luogo, e tempo, Şem. E quelle figliuole, che non avea se
ranno le accennate paflioni ponno eduei carsi ne monasteri? Pub. Se i
loro genitori sarın capaci, ed attenti, e viveranno all'antica, non fra farà
d'uopo cercare altra casa, che las paterna per educarle, come dicemmo
parlando de figliuoli della Conferenzís [ocr errors] 1, della presente
decade ; mà se poi foffe il contrario,non sarebbe buona per esse, ¢ converrebbe
anche fanciulle racchiuderle in monafterio, affinchè si discostas sero
dalrimirare i mali efsempj domesti ci, specialmente quei, che potrebbero dalle
Madri ricevere, Sem. Vorrei che mi diceste, Mecenate, in che possono
difettare le Madri nella educazione dellc figliuole? Mec, In due cose
principali, che sono l'eccessivo amore che portan loro, e la libertà che
vogliono mantenere per fare ancor esse tutto a lor modo. L'amore non le
permetterà di contriftarle, ne riprenderle, e la libertà, che vogliono godere,
le disanimerà a procurare di farle vivere diversamente da quello ch'esse
coftumano, e vi voglio riferire un caso seguito in mia presenza, Si trovavano
in una conversazione alcune gentildonne in tempo di carnevale, le quali
domandavano l'una l'altra quante volte avevano condotte, le loro figliuole alle
commediese per verità non udj già che alcu na if ve le avesse
condotte poche volte; vi fù f, bensì la più attempata dell'altre, che hin disse
in tempo ch'ella era zitella rare tudi volte G costumava condurvele, e se non #
era modeftiffima l'opera, che si recitava cui non potevano già udirla le
zitelle; vi fù chireplicò ancora che non si poteva oggidi far di meno di
non condurle;perchè altrimenti fi contrifterebbero tanto, che non ci si
potrebbe più vivere ; non dico altro,che vedo il mondo andare da male in peggio
come predisse Orazio. Sem. Oh consideriamo come anderà l'educazione delle
cittadine, e dello à plebce ! Mec. Sappiate, che a queste fi è dato da
qualche tempo in qua un'ottimo regolamento, essendosi aperte scuole publiche in
ogni Rione, e mantenute dalla generosità del nostro Prencipe, - ove
vengono dirette da Maestre molto esemplari numerose figliuole,molte delle
quali si tratrengono ivi tutto il giorno; onde non solamente hanno occasione
tutte di apprendere il fanto timor di Сс Dio, Dio, ed il buon
costume, ma eziandio d'approfittarli in molti lavori dooneschi utili, e
necessari per la casa, tenendoli in oltre lontane da quelle occasioni, che
potrebbero in esse introdurre difetti; onde fpererei, che quando questo fanto
istituto giuagesse ad eliere sufficienre anche per le più miserabili,
un'infinito bene, e più universale se ne porelle ricevere Sem. Bramerei
ora di sapere quale sia il tempo più opportuno d'apprendersi de fcienze?
Pub. Si parlerà di questo quando ci rivedremo, [ocr errors][merged small]
[ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors] 1 Sopra l' età
opportuna d'apprendersi le scienze, cd il modo più façile per accertarsi delle
par. ticolari inclinazioni de' figliuoli, Sempronio, Publio,
Mecenate, et Medico, [ocr errors] Pub. A proporzione delle
cose li può chiamare ànima del mondo; essendo che questa lo mäntic ne,
clo fà risplen. dete: sconcerto grande certamente formano quelle cose, che sono
prive di efsa. Se per sua sventura veniffe genio ad uno, che avesse voçe rauca
abituata di fare il Musico, non doverebbe certamen Сс 2 quali
deb bago Z S Semo 11 [merged small][ocr errors]
[ocr errors][merged small] onde to H fpo. F 2
Dum Sem, A 2 Mec.. ÇON: IOI ani te egli
effettuarlo; perchè non troverebbe, quando anche giugnesse a saper cantare, chi
si prendesse diletto del luo ingrato canto. Converrà dunque in tutte le cose
prendere la sua proporzione giusta, con proccurare attentamente, in fare ciò,
di non ingannarli. Sem. L'erà dunque proporzionatas ne' figliuoli per
apprendere le scienze quale sarà? Pub. Quantunque secondo il loro
spirito, e capacità deel cio regolare. Nulladimeno prima di dodici, o tredici
anni farà difficile, che questa sia proporzionata. E tanto maggiormente, che DEBBONSI
PRIMA APPLICARE AD IMPARARE LA LINGUA LATINA PER MEGLIO INTENDERLE. Sem. HO
SENTITO DIRE DA QUALCUNO CHE LA LINGUA *LATINA* SI PUO IMPARARE COME SI
APPRENDONO GL’ALTRI LINGUAGGI O DELLA MANIERA CHE S’IMPARA LA *LINGUA NATIVA* O
DIPO COL SENTIR PARLARE ALTRI CHE LA POSSEDENO. Pub. Vedete, Sempronio, se voi
bra. mate fare da buon Padre di famiglia, sia. tc * t'e a mico di
fare poche novità nell'edu care, et istruire i vostri figliuoli, e fere
vitevi di questo avvertimento,che i Maa rescalchi, che non inchiodano i
cavalli da essi ferrati, sono quelli, che pongono il chiodo nella guida
vecchia. Anzi che vi dico di vantaggio, che se vi abbaca tefte per vostra
disgrazia in Maestri, che $ volessero sperimentare modi nuovi per
addottrinarli, non vi prevalete di loro; i perchè avendo i vostri figliuoli
perduto ; tempo in mano di questi, converrebbe farli tornare da capo.
Mer. Vi fu a questo proposito un cer. to Maestro di musica, chiamato
Timor teo, che pretendeva doppia mercede et da quei, che avcano imparato
l'arrej 1 senza buoni fondamenti, adducendone op per cagione, che doppia facica
glicon veniva fare; cioè, che disimparasfero essi ciò che avevano
appreso, e poi d’indi fegnare loro le vere regole dell'arte : onde se
dupplicata riuscirà la fatica a Maestri nel caso, che non avessero pre. sa la
strada diritta, il fimile seguirebbe Cc 3 an. [ocr errors][ocr
errors] anche a voi per doverli far dilimparare ciocche malamente
apprefero. Pub. E poi,che cosa averebbero a fa. re i figliuoli allorchè
non hanno ancora la capacità di apprendere le scienze e quando mai ne acquistassero
alcuna parte di esse, seguirebbe ciò per la felicità di memoria; ina non
capirebbero già quello che elli avessero appreso, nè tampoco saprebbero
prevalera di quel documento generale, non ben capito,in molte particolari
contingenze; onde tal'età non sarebbe proporzionata per fare acquisto delle
scienze. Sem. Ma se caluno avesse ingegno, e capacità maggiore degli
altri, perchè non potrebbe questi esserae capace anche nella tenera età?
Pub. Dee benli avvertirsi di vantaggio in questi se convenga allora porli a
fimili laborioli studi ; perchè il buono agricoltore, quancunque abbia un campo
fertilissimo, a suo tempo vi getta il seme, e lo fa riposare ancora, per non
vederlo divenire sterile, e poi chi sà [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] si, che non sia un fiore senza frutto quello, che
comparisce prima del suo tempo 2 e che poi allorche gli altri,erci đuti
di minor ingegno si vedranno cari, chi di frutti, questi non si rimiri
spogliaco di efi? ricordiamoci, che: nil violentum durabile. Met. Aveva
un giovanetto di questi fatto una bella composizione in lode di un gran
Personaggio, e recieztala alla sua presenza con tanto spirito, che ne. i
rimase ogn’uno degl’ascoltanti ammira to; il meno ingegnoso, é fpiritoso,
che vi era tra efli, domandò al suo Maestro, che ivi si trovava presente, sçra
ftaja composta dal detto figliuolo, cui rispoe fe di fi ; e voltatosi
egli a quel Personag gio gli dise : fogliono alcuni avere spirito, c
capacità grande da giovanetti, la quale perdono poi avanzati che sono o
negli anni. Udendo questo il figliuolo 1 rispose prontamente a costui: ma
voi Sigaore, da giovanetto bello spirito, c | capacità che averete ayura
! Rimafer quel Signore in vdir si propra, ed argu Сс 4 ta ta
risposta, la quale fe credere a tutti la composizione essere fata fua. Sem.
Questi ingegni dunque, per quanto ho udito, averanno d'uopo più tosto di
ritegno, che di stimolo. Pub. Voi non dovere dubitare di ciò, vedendolo
praticare giornalınente nella vostra scuola di cavalcare, ove tra i precerci,
che averete avuci, vi sarà questo, di non lasciare la libertà del freno a quei
destrieri, che sono più fpiritoli degli altri. Sem. Come mi dovrò
regolare per conoscere, che sieno i figliuoli proporzionati più ad una, che ad
altre scienze? Pub. Dovrece principalmente fare esplorare il loro genio
ftabile qual Ga, eriflettere,fe corrisponda questo alla loro capacità, e
disposizione naturale. Sem. Come si potrà conoscere, che fia stabile
questo genio? Pub. Ciò di discerne benissimo; pofciache i figliuoli dalla
più tenera età cominciano a mostrare le loro inclinate egli effettuarlo ;
perchè non troverebbe, quando anche giugnesse a saper cantare, chi si prendesse
diletto del luo ingrato canto. Converrà dunque in tutte le cose prendere la sua
proporzione giu. sta, con proccurare attentamente, in fare ciò, di non
ingannarli. Sem. L'erà dunque proporzionatas ne' figliuoli per apprendere
le scienze quale sarà? Pub. Quantunque secondo il loro spirito, e
capacità deel cio regolare ; nulladimeno prima di dodici, o tredici anni farà
difficile, che questa sia proporzionata ; e tanto maggiormente, che debbonsi
prima applicare ad imparare la lingua latina, per meglio intenderle. Sem.
Ho sentito dire da qualcuno, che la lingua latina li potrebbe imparare come Gi
apprendono gli altri linguag. gi, o nella manicra, che s'impara la lingna
nativa, o dipoi col sentir parlares altri che la possiedono. Pub. Vedete,
Sempronio, se voi bra. mate fare da buon Padre di famiglia, sia. tc
* t'e a mico di fare poche novità nell'edu care, et istruire i vostri
figliuoli, e fere vitevi di questo avvertimento,che i Maa rescalchi, che non
inchiodano i cavalli da essi ferrati, sono quelli, che pongono il chiodo
nella guida vecchia. Anzi che vi dico di vantaggio, che se vi abbaca
tefte per vostra disgrazia in Maestri, che $ volessero sperimentare modi nuovi
per addottrinarli, non vi prevalete di loro; i perchè avendo i vostri
figliuoli perduto; tempo in mano di questi, converrebbe farli tornare da capo.
Mer. Vi fu a questo proposito un cer. to Maestro di musica, chiamato
Timor teo, che pretendeva doppia mercede et da quei, che avcano imparato
l'arrej 1 senza buoni fondamenti, adducendone op per cagione, che doppia facica
glicon veniva fare ; cioè, che disimparasfero essi ciò che avevano
appreso, e poi d’indi fegnare loro le vere regole dell'arte : onde se
dupplicata riuscirà la fatica a Maestri nel caso, che non avessero pre. sa la
strada diritta, il fimile seguirebbe Cc 3 an. [ocr errors][ocr
errors] anche a voi per doverli far dilimparare ciocche malamente
apprefero. Pub. E poi, che cosa averebbero a fa. re i figliuoli allorchè
non hanno ancora la capacità di apprendere le scienze e quando mai ne
acquistassero alcuna parte di esse, seguirebbe ciò per la felicità di memoria ;
ina non capirebbero già quello che elli avessero appreso, nè tampoco saprebbero
prevalera di quel documento generale,non ben capito,in molte particolari
contingenze; onde tal'età non sarebbe proporzionata per fare acquisto delle
scienze. Sem. Ma se caluno avesse ingegno, e capacità maggiore degli
altri, perchè non potrebbe questi esserae capace anche nella tenera età ?
Pub. Dee benli avvertirsi di vantag. gio in questi se.convenga allora porli a
fimili laborioli studi ; perchè il buono agricoltore, quancunque abbia un campo
fertilissimo, a suo tempo vi getta il seme, e lo fa riposare ancora, per non
vederlo divenire sterile, e poi chi sà [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] si, che non sia un fiore senza frutto quello, che
comparisce prima del suo tempo 2 e che poi allorche gli altri,erci đuti
di minor ingegno si vedranno cari, chi di frutti, questi non si rimiri
spogliaco di efi? ricordiamoci, che: nil violentum durabile. Met. Aveva
un giovanetto di questi fatto una bella composizione in lode di un gran
Personaggio, e recieztala alla sua presenza con tanto spirito, che ne. i
rimase ogn’uno degl’ascoltanti ammirato; il meno ingegnoso, é fpiritoso, che vi
era tra efli, domandò al suo Maestro, che ivi si trovava presente, sçra
ftaja composta dal detto figliuolo, cui rispoe fe di fi; e voltatosi egli
a quel Personag gio gli dise : fogliono alcuni avere spirito, c capacità
grande da giovanetti, la quale perdono poi avanzati che sono o negli anni.
Udendo questo il figliuolo 1 rispose prontamente a costui: ma voi
Sigaore, da giovanetto bello spirito, c | capacità che averete ayura !
Rimafer quel Signore in vdir si propra, ed argu Сс 4 ta
ta risposta, la quale fe credere a tutti la composizione essere fata fua,
sem. Questi ingegni dunque, per quanto ho udito, averanno d'uopo più tosto di
ritegno, che di stimolo. Pub. Voi non dovere dubitare di ciò, vedendolo
praticare giornalınente nella vostra scuola di cavalcare, ove tra i precerci,
che averete avuci, vi sarà questo, di non lasciare la libertà del freno a quei
destrieri, che sono più fpiritoli degli altri. Sem. Come mi dovrò
regolare per conoscere, che sieno i figliuoli proporzionati più ad una, che ad
altre scienze? Pub. Dovrece principalmente fare esplorare il loro genio
ftabile qual Ga, eriflettere,fe corrisponda questo alla loro capacità, e
disposizione naturale. Sem. Come si potrà conoscere, che fia stabile
questo genio ? Pub. Ciò di discerne benissimo; pofciache i figliuoli
dalla più tenera età cominciano a mostrare le loro inclinapo [ocr errors]
ruti zioni, et in proseguimento di essa li vanno spiegando meglio, et alla fine
avvici. nandosi al tempo di risolversi, la palesano espressamente, ed in questo
caso è veramente stabile, e fissa. Oh quanto die si conobbe
bene fin da suoi teneri anni il genjo di Marco Catone : posciache
quanrunque venisse violentato con fiere minaccie a fare cosa da esso
creduta disdicevole da Quinto Popedio Latino, si mantennc sempre costante
nel suo sentimento; il di cui animo intrepido G. avanzò, crescendo negli anni;
posciache condotto alquanto più grandicello, da Sarpedone fuo
pedante a casa di Silla per visitarlo, e vedendo nel cortile di
decto palazzo la lista de' proscritti, eb. be a dire: è possibile,
che non vi sia chi ammazzi un tiranno sì crudele comes Silla?
domandò egli al suo pedante un coltello, dicendogli, che ad esso farebbe
riuscito facile il poterlo uccidere; perchè fi poneva a sedere accanto a
lui come riferisce Valerio Massimo, Sem. E se nell'ecà genera
avessero mostra, strato qualche inclinazione ad una scien. za, e poi dopo
qualche anno li fossero invogliati di qualche altra, ed alla fine, venuto il
tempo da determinarli, voJeffero apprenderne alera differente da queste, che
doverà farsi? Pub. Questi sono di genio istabile, e non li fiffano mai,
onde a qualunque fcienza si applicheranno, non sarà mai di lor piena
sodisfazione, ed in questo caso consigliatevi con chi ben conosce. rà il loro
talento, come sono i Macítri, e da esli comprenderete in quale fcienza ciascun
di loro potrà riuscire più atto, e fare in modo, che in quella fi
applichi. Sem. Ma fe moftraffero non avervi geni? Pub. Questo si fa
venire con far suggerire loro, che quella scienza, la qua. Je si crede
proporzionata alla loro abilità, sia la più bella, la più nobile, la più utile,
c la più dilettevole, che li accomoderanno senza indugio a volerla
apprendere. Sem. [merged small][ocr errors][merged small] Sem.
Sarebbe necessario, che m'in formaste ancora sopra la facilirà, che uno possa
avere in apprendere più una scienza, che un'altra Pub. Se voi scorgerece
un figliuolo serio, e prudente, per quel che potrà portare la sua età, divota,
e che inclis ni all'ecclesiastico, questi pare nato per istudiare Teologia, Se
serio parimente, e prudente, volonteroso di studiare, s che tal volta nelle
picciole altercazioni nare tra fratelli effo fi frapponga, e mostri voler
giudicare, chi di loro abbia corto, o ragione, a questi fate pur studiare
Legge, che diverrà un'altro Bartolo. Se poi obiecterà, sarà riflessivo, tirerà
frequenti conseguenze, questi averà cutti'li buoni requisiti per divenire
un'eccellence filosofo . Se lo vedrere ingegnoso in adattare, e difporre i suoi
giocarelli puerili, prendere misure di alcune cose, il suo genio lo porterà ad
apprendere le Marcematiche ; conforme seguì in Protagora, ed in Biagio Pa.
fcali:c fs lo mirerete sonrinyamente ap [ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] applicato a disegnare, o rimirar picture, la sua
inclinazione naturale lo porterà a fare il Pittore : finalmente se lo vedrete
afliduo nel tempo, che qualcuno sia malato in casa, e desideroso d'allistergli,
c stare con attenzione ad ascoltare ciò, che dirà il Medico, il genio, e
l'abilicà lo portano a studiare Medicina. Sem. Se sarà nobile però come
potrà effere Medico, non costumandoli das pertutto che questi esercitino cale
pro feffionc Pub. Dunque sarebbe affai fortunato uno de’vostri figliuoli;
se fosse Medico; perchè essendo singolare, che stimas grande averebbe egli, e
che belli acquisti apporterebbe a casa vostra? Sem. E se tal uno
morteggiaffe, che odoraffero questi alquanto di cattivo? Pub. E voi fate,
ciò che fè Vefpafiano a Tito, allorchè riseppe, che aveva ciò motreggiato,
quando pofe la gabella fopra l'orina, cioè di fargli odorare i danari, che da
detta imporzione furono esatti, e trovò il buon figliuolo, che [ocr
errors] [ocr errors][ocr errors] il modo di medicar cavalli, alcuni nou 3
che non avevano alcun cattivo odore, Dita ed il (mile seguirebbe anche in
questi. Mec. Vorrei sapere da voi, Sempro>nio, se vi sia stato alcun
nobile, che abbia imparato a medicare cavalli? Sem. Che voi non lo
fipete! essendo. !ci quel vostro amico, che non solamen te lo sà fare, mà
anco l'esercita, peel rò nobılmente. Mec. Oh Dio buono,per medicare le
bestie s’ha da impiegare senza alcun moc teggiamento un nobile ! e per
curare un -2.14 uoino tanto più nobile di esse hà d'ave. mai retinore di essere
motteggiato! più no bile dunque farà creduto da questi of l'esercizio del
Manescalco, che quello del Medico, giacchè quello è esercitato da nobili,
e questo da essi viene abbor. rito? Pub. Hanno dato alla luce libri,sopra
bili, tra quali vi è Pasquale Caraccioli Cavaliero Napolitano, e Marino Gir,
zoni Senatore Veneto; laonde potrebbero meglio impiegarsi i nobili nello
elpi scrivere di medicina, per imitarc Corne. lio Celso nobile Romano.
Med. Vi è stato anche a giorni nostri Roberto Boile nobile, e ricco Inglese, il
quale non hà risparmiato, ne spefa, ne fatica per accrescere la filosofia
fperimentale; e quanto di bene egli abbia fatto, le sue opere lo mostrano,
avendolo queste renduto glorioso a’posteri. Mec. In questo particolare
bisogna, che io parli contro di noi medesimi : per ispregare le nostre
ricchezze in lussi, lo facciamo prontamente; per impiegarle poi a beneficio
della viriù, non ci sappiamo indurre, perchè pajono ad alcu. ni spregate,
quantunque realmente non fiano. Mà torniamo al nostro assunto. Sem. Vorrei
sapere dal Dottore, da che proceda la varietà dei genj. Med. Questo
secondo il mio debole fentimento credo, che da temperamenti poffa in gran parte
derivare, perchè colui, ch'è malinconico averà genio as cose serie, il bilioso
ad altre più risoluto, il demmático gradirà la quiete, ed 1 [ocr
errors][ocr errors] il sanguigno amerà la varietà delle cose, e poi
rifletto, che l'arie ancora, ove alcuni nascono, ponno contribuire molto
alla determinazione de genj, essendoche vi sono alcuni luoghi,ove quasi
tutti attendono ad un solo metiero, ed in un tal clima li osservano
genj affai differen, ti dall'altro; ben è vero però, che alle volte
ancora le altrui fortune fanno venire il genio più ad una cofa, che ad
un'altra per esempio l'essere un semplice Soldato divenuto Generale, ha
fatto venire il genio a più d'uno di seguitare la guerra : l'avere
lasciato un Medico ricchezze considerabili, ha dato motivo a molti di
applicare alla Medicina ed il fimil è accaduto nell'altre
professioni. Leggo però che nella Cina, cd in alcuni altri dominj fuori
dell'Europa quefi genj sono già fissati, non essendo permesso ad
alcuno il fare differente mestiero da quello di suo Padre., e perciò
colà igenj sono stabili non potendoli yariarere a suo
modo. Sem. E se quedo genio, che taluna do [ocr errors]
de'figliuoli hà, non corrispondeffe alla sua capacità, che doverà farsi?
Pub. Questo suole per lo più corrifpondere, quando nasca spontaneamente, e aon
da impegno; perchè ci potrebb' essere taluno, che avendo genio il suo compagno
di applicare, per esempio alla legge, e questa quantunque non geniale
nulladimeno per non discoftarli da esso, volesse anch'egli ftudiarla, ed in
questo caso, vedendo voi, che non avesse quell'abilità, che tale profes. fione
richiede, potreste farlo allontanare dal detto suo amico per qualche tempo,
senza che penetrasse il perchè, e così il genio, che nasce dall'impegno,fi
muterà facilmente, quando non vi concorra anche il proprio. Sem. Come mi
potrò allicurare, che fia proporzionato il genio, e l'abilità alla scienza, la
quale bramano di acquiItare? Pub. Niuna cosa vel potrà far meglio
conoscere, che lo profitio, che faranno ja quclle, perché è impossibile
che con [ocr errors][ocr errors] di concorrendovi l' abilità, ed il
genio, questo non si faccia anche da principio, ed accertato, che
voi sarete di ciò vivea te pur quieto di mente, che ci è la sua of
proporzione. Sem. E se non ci sarà detto profitto, G doveranno levare da
questa per porli ad apprendere alcra scienza? Pub. Conviene maturare bene
fimile si risoluzione, per conoscere meglio don de proceda il non farsi
profitto, poten. do ciò nascere da due cagioni, cioè,o da fimulata
inclinazione, o da inabilirà : se provenissc dalla prima potrete fare da
qualche loro confidente scoprire i qual fia la loro propria inclinazione,
; dove il genio li porti, e prima di perdere maggior tempo ponereli in
quellas ad essi geniale ; se poi nascerà dalla inabilità, ovunque li porrete,
questa farà sempre impedimento al conseguimento di essa. Sem. E se procedesse
dall'essersipenriti, ritrovandola più difficile di quello, che se l'erano
figurata ? Dd Pub. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr
errors] Pub. Questi cenereli per istabili, poltroni, che poco di buono ne
potrete tiçayare; perchè ovunque gli applicherere, sempre faranno il medesimo,
non avendo fermezza, ge sofferenza per la fatica, Sogliono però alle volte
alcuoi di questi rimetçerli nella buona strada, quando ciò venisse da una certa
pufillanimità di cuore, onde farà bene di ajugarli da principio con buoni
repetitori, mediante i quali animandosi, prosegui. ffono poi con profitto,
Sem. E se non ayeffe taluno genio a fofa alcuna, come mi doyero regolare
Pub. Vi potrete con questi regolare a yostro modo, ogni qual volca či liau
Pabilità, e l'ingegno ; perchè sogliono alcuni per modestia in tutço, e per
tut: to forromergersi al volere paternoję queIti riescono per lo più virtuofi,
ogni qual voltą abbia l'ayerţenza di farli applicare a quella scienza, che Gia
proporzionata al loro talento, come già di. femmo Sem. Stimate bene che nel
tempo,i che applicano alle scienze si possano, pare per loro divertimento, far
applicare al plin suonogal canto, o ad altri civili diverčia 0,1 mçnti? open
Pub, Şe li yoletę far divertire day quells, fateli applicare anche a questi, A
Colui, che applica, e li approfita in cose ferie, non bisogna distrarlo
con çosę amene, perchè le prendeffe cal vol. i ha genio grande a queste
come ande, rebbero, Sempronio mio, le serie an zi che, se ne
moftrassero efli genio,dove. a fe da questo diftorli, con dire loro, che
approfittati, che saranno nelle scienze, yoi medelimo volere, che si divețiano
o in quelle, ed in turti gli alțri civili orna mengi . In un caso
solamente fi potrebbe ciò permettere, cioè quando il figliuolo fosse di
temperamento molto malin. conico, e çetro per solleyargli l'animo
contriftato, Sem. E se la foyerchia applicazione allo {tudio danneggiasse
la salute, che converrà farsi, Dottore? Med. Primieramente procurerere, DI?
che [ocr errors][ocr errors] illbuono per evitare i nocu. che si
moderi ciocche sarà eccessivo; perchè quello che non fi può apprendere ia un
giorno, fi apprenderà nell'altro, e fe voi vedrete, che ciò non basti, levateli
affatto dallo studio ; perchè è me. glio il figliuolo fano, quantunque fias
ignorance, che dotto divenuto inabile a godere il frutto delle sue faciche: e
non vi fate dare ad intendere da parabolani, che a forza di rimedi possa
superarsi tal incomodo, perchè in tal caso averà due nemici, che lo
perseguiteranno; cioè l'applicazione soverchia, ed il rimedio da taluno
credulo, o malizio. menti di effa, quando lo specifico rimedio consiste nella
totale rimozione dall'applicazione: Sem. Approfftrati che saranno i
figliuoli, che dovrà fare il buon Padre di famiglia per provederli
bene? Pub. Ci penseremo trattanto, e la di. scorreremo in
appreffo. CONFERENZA sopra gl' impieghi, che dovranno darsi da faggi Padri
a' figliuoli ben’educati,, e dotti. Pub. o sviscerato ainore de
Padri verso i figliuoli, li fa bene spesso cadere in molti eccelli, e
partis colarmente allorche questi nascono ; pofciache fino da quel punto
di figurano alcuni di efi, e senza alcun fondamento, di far loro ottenere
grandezze, et onori confiderabili, e per ciò allora dispongono d'indirizare il
primo per l’Ecclesiastico, a fin che giunga a sublimi posti; di acca fare il
fe con el Dd 3 [ocr errors] condo, e fargli ottenere
una groni lima dote : d'incamminare il terzo per un generalato di esercito: ed
al quarto ; c quinto di dat per moglie figliuole ereditieres e ricche,
acciocche poffano passare la quelle famiglic ad ereditarne archie il cognome. Se
tali chimere, senza verun fondamento ideates riuscisfero, oh chie bella cosa
che sarebbe! l'averebbero con quefti modi certamen. té accomodati tutti affai
bene: mà benedetta sia quella volta, che pur una di queste si verifichi in
tutto ; posciachè al destinato per l'ecclefiaftico viene genio di prender
moglie; a quello per la moglie di farsi ccclefiaftico, o religioso; all'altro
per condurre eserciti d'imparate a guidar bene un biroccio ; o muta i fei; ed
agli altri destinati, pet rostegno di famiglie altrui, di rovidare, per quanto
poisono s la propria, con giuochi, é bagordi ; a quali si darino in preda : e
sapete ciò da che nasce dal non avere i Padri appreso bene da Salomone. quello
che debbatio fare, qual'è? Cor. bos st bominis difponii viam fuam,
fed Domini eft. n diriģere grefus fuos; onde per voler fare to tutto da se
medesimi, perciò non poffo. ! nio avere buon fine i loro disegni . of Mec.
Questo l'ho confiderato anche dio più volte, in occasione, che seativa I dire a
Padti: questo l'ho già destinato i per la tal via ; e quello per quell'altra s
# conforme ch'elli fossero stati arbitri del la Providenza Divina, che
regge turto, a difpofitoti assoluti delle inclinazioni de figliuoli ; é
volendo ammonire sopra di ciò talun di quefti, mitróncava il dia scorso con
dire che già poneva da para te gli assegnamenti necessari, e che pensava ancora
alle fpefe straordinarie ; per i quando avessero conseguito quelle caris
che; che bramavano di fare orretiere 2 figliuoli; ed era quelto trent'aniti
primas che le potessero conseguirt, onde mi sembra vano le loro menti teatri di
commedie, ove fiori personaggi paffeggiano. Sem. Non ci averanno dunque das
penfare, i Padri allorche nascono i Ai gliuoli di far conseguire loro vantaggi?
DI 4Pub. Non hanno allora da pensare a questo, mà bensì di proccurare, che
divengano abili a conseguire quella buona sorte, che Iddio 'averà preparata a meri.
tevoli: e perciò fantamente un saggio Padre aveva in una tela fatti dipingere i
suoi figliuoli colla sola camicia, e con questa iscrizione. Tocca a Dio
lo stabilire In che guifa han da vestire . Volendo significare, che a lui
non toccava fare altro, se non ricoprirli colla camicia, affinchè non
comparisfero affatto nudi ; nel riinanentę poi si uniformavi colla volontà di
Dio, acciocche li avesse rivestiti a suo modo, e che questa prima copertura non
consisteva in altro, che nella buona educazione, alla quale dovea cffo pensare;
onde non prima, che fiano educati, ed istruiti questi nelle virtù,possono i
Padri comprendere, che voglia Iddio disporre di eli. Sem. Qual di questi
il Signore Iddio averà disposto per acca farsi? E sem. Quello, che conoscerece
più (e frio, sano, e sensato, e che averà inclina. kizione a questo,
perchè avere pur udito bu qual capacità, e segno ci vuole per prenaf dere
moglie? Sem. Se il primo genito, al quale si suol dar moglie, non avesse
tutte queste condizioni, e foffe volonteroso d'accasarsi, che si averà da
fare? Pub. Se gli mancaffe la sanità, o faviezza sarebbe segno, che Iddio
non vo. lesse; e voi potreste sostituire ad esso chi fosse più capace..
Sem. É se ci fosse il maggiorasco, che ma potrò far io venendo egli chiamato
as [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub. Farete dal canto
vostro tutto quello, che potrete; perchè non manca. no, ripieghi in simili
contigenze, per farlo rinunziare a questo, con serbarli un buon assegnamento;
mà se poi non vi riufciffe converrà averci pazienza; perchà vostra non è la
colpa, mà di chi lo chiamò a questo, che non pensò a tanto. Sem. E per
l'ecclesiastico, chi dielli a doverà incaminare, Pub, [ocr errors]
Pub. Il più docilc, dotto, e divoto. Sem. E se non avess' egli tal
genio? Pub. Sarebbe segno che Iddio non lo volesse per questa via,
e voi sostituitene un altro ad effo, che l'abbia, quartunque foffe men dotto; o
pute incominciatead istradarlo per questa via alla lon. tana, che può essere's
che tal genio gli venga. Sem. É quale sarebbe questa via Pub.
Quella della Avvocatura, se fará inclinato alle materie legali; mà non to fare
Avvocato di dome, perchè cið (crvirebbe a nulla. Sem. Come mi dovrà
regolare in far questo? Pub. D'incaminarlo per la medesima via, che
calcarono quelli che sono riufciti eccellenti in tale professione; i quali
ne'primi anni cominciarono a rivolta. fé protocolli negli offizj de
Notari. Sem. Mà una persona nobile non potrà far questo. Püb. E
percið non potranno forfe giugnere ancora alla perfezione di quellig che lo
fecero: More [ocr errors][ocr errors] Med. Vannio pure alla guerra
ventu. fieri moltissimi nobili con pericolo giornalmente di morte, e cominciano
meri fanci di volontà; perchè dunques non possono fare ancor questo, nel quale
non li incontra un fimile pericolo, ed il fine ancora, è retrissimo, onoratiffimos
crfendo diretto all'atimigistrazione della giustizia? sem. E dipoi che
dovranno fare Pubs Prendere pratica delle cause appreffo i migliori
Curiali, ed esercitari in questa, passare a prenderla dagli Avvo. cati con
iftare sotto la loro dettatvra, se forà bisogno: e finalmeiite im poffeffati,
che saranno in detta pratica ascoltare attentamente per qualche tempo i Giudici
de primi tribunali; ed allor si, che po. tranno porsi a fare gli Avvocati, tros
Vandofi colmi di doctrina, e di sperienza. Sem. Esercitato che averanno
l'Avvocatura che faranno? Pub. Avendo acquistata perizia maga giore in
tal ministerio, c per averlo lom de. [ocr errors] deyolmente
qualche tempo esercitato, potranno per giustizia, non già per grazia pretendere
i migliori posti della Republica, e di grado in grado avanzandosi, potranno
conseguire ciò, che bra. mano: Sem. E’lsudetto genio come verrà ?
Pub. Chi averà amministrato con rettitudine la giustizia, sarà senza dubio
rimunerato da Dio; se lo fè a Salomone per avere solamente mostrato desiderio
di esser giusto, fupplicandolo di ciò, come fi legge al 3. dei Rè: Quia
poftulafti ver. bum hoc, bu non petiffi tibi dies multos; nec divitias &c.
ecce feci tibi fecundum Sermones tuos &c. fed, hæc que non poftulasti, dedi
tibi : divitias fcilicet, do gloriam; ed udite ciocche dice per bocca d'Isaia
al 51. Facite justitiam &c. ed ins appreffo: Beatus vir, qui facit hoc; e
nel libro della sapienza al primo : diligite ju, ftitiam, qui judicatis terram
; come volete dunque che, a questi non dia las vocazione ancora di servirlo;
cffendogli sì grata la sua servitù.Sem. Se taluno di eisi volesse farsi re,
ligioso, che dovrò fare? Pub. Non altro ch'esplorare se fia vera
vocazione, o soggestiones perchè se farà vera vocazioneld, dioè, che lo chiama;
onde a questa non dovete opporvi s perchè si sono veduti gastighi assai
evidenti fulminati contro chi si è opposto al Divino Volcre, : Sem. Come mi
porrò accertare di questa vera vocazione? Pub. Dovete alla prima mostrare
res nitenza in dargli permissione, che lo faca cia : conducerelo continuamente
con esso voi, ed informarelo sinceramente di tutte le difficoltà, che potrebbe
in. contrare nella vita religiosa; come anco delle astinenze, ad altre
penitenze, che tra effi fi costumano, con doverfi privare della propria
volontà, allorchè sarà religioso; e se si manterrà sempre saldo, é costante nel
suo proposito, crem dete per certo, che farà vera vocazione. Sem. Mà non
sarebbe bene, che lo condücelli alle conversazioni, alle comig me
medic, ed ai passeggi per divertirlo me, glio, caso che lo vedcili
malinconico? Pub. Questo poi non dovretç fare; perchè allor îi che
perderebbe quanto di buono egli acquisto nell'educazione; e non facendoli poi
Religioso vi farebbe fofpirare, per averlo voi con defii mo: di improprj
sedotto, E non crediatę gia che facendosi Religioso, per vera vocazione,egli
viverà infelice, anzi che sarà il più contento, e felice degli altri, per, che
godono questi, quando non abbia. no ambizione, ed altri attacchi mog, dagi,
sommą tranquillità d'animo, Sem, Sicchè dunquc sarebbe bene, che facefî
venirç a qualcun aloro ancosa la yolontà di farsi religioso, giacchè elli
vivono così feļici, e particolarmense a quelli, che fossero incapaci di alcu,
no impiego della Republica. Pub. Ayversite, Sempronio, di non far questo,
con modi suggestivi, per fini mondani; come sarebbero, per far di, venire gli
altri fratelli,che sono al secolo più facologi mediapre l'augumento delo
la la sua parte șinunziara, o perchè non saperç a che impiegarlo, mentre
questo non piacerà a Dio, onde contentatevi di dare solamente a Dio quelli,
ch'esso yuole, e non quelli che non fanno per voi, come sogliono pure troppo
effettuar re alcuni, che sc hạnno raluno de figliuo, li difertosi, o di poco
fennolo consacra no a Dio, essendo questo il sacrificio apo punto di Çaigo, che
gli daya le vittiine più magre, e tanto maggiormențe chę essendo questi turti
suoi operarj? come volere, che poslano fervirlo bene, se non avranno capacità
sufficiențe di farlo? Mec, Sarebbero dunque, come quelle vittime, che si
offerivano agl'Idoli di Moloc, ed a quello di Sapurno dai Gentili, che morivano
nelle loro braccia jufocate senza esser capaci di alçro, che di
piançi. Sem. Se paluno et volçís'elimçre da qualunque impiego per starsene
senza pensare a cosa alcuna,che averò da fare? Pub. Coltui bramerebbe
darG all'ozio, e non è volontà di Dio, che stia l'uo l' uomo ozioso
leggendosi nella Geneli al 2. Pofuit eum in paradiso voluptatis, ut operaretur,
e se in luogo di delizie non volle, che stesse ozioso l'uomo, come lo
permetterà nel mondo? quando allorchè ye lo pose gli disse: In Judore vultus
fui vefceris pane tuo, donec rever. teris in terram ; quale poi fa il danno,
che apporta l'ozio uditelo dall'Ecclefiastico al 33. Multam malitiam docuit
otio. fisas; e maggiormente questo può nuocere a chi hà beni di fortuna',
perchè essendo l'ozio il padre di tutti i vizj, che ne seguirebbe da questo?
Allorsi che la buona educazione gli gioverebbe poco; onde per ovviare a ciò
potreste farli suggerire, se bramasse entrare in corte ove fi sta per lo più a
sedere, gon si fatica, ne fi applica a cose di rilievo, discor, rendosi bensì
delle novelle della città, e del mondo,e li fà una vita neghittosa,la quale
farà facilmente confacevole al suo genio, e perciò, che la provasse un poco:
caso poi, che ricusasse questa ancora, allora vedete a chc aveffe genio, e
la. [ocr errors][ocr errors] sciateglielo fare, perchè sempre sarà
meglio, che faccia qualche cosa', che stia coralmente in ozio ; e tra
gl'impieghi onorevoli ci sono la pittura, nella quale alcuni malinconici i sono
con genio esercitati: il lavoro alcorno: il dar las vernice indiana, ed altre
cose simili, confacevoli a chi non voglia intraprendere affari di suggezione,
ed udite ciocchè consigliava ancora San Girolamo Epist. ad Ruftic. Vel fifcellam
texe junco, vel canistrum piecte viminibus; più costo che ftare ozioso.
Sem. E se tal uno di essi volesse applicare a far negozj di cambi, e ricambi,
edsagl’affitci'de dazj, averò da permetterglielo? Pub. Ci penserei prima
d'accordarglielo; non solamente perchè nostro Signore Gesù Cristo levò S.
Matteo da far simili esercizj, mà ancora, perchè questi impieghi, che mediante
un fallimento, o altri accidenti del mondo ponno scomodare di molto, non sono
negozj licuri, anzi azzardolidimi in chihà da perdere molto del suo ; che
questo lo faccia chi poco può discapitare di proprio gl’è
tollerabile. Sem. Avendo taluno genio alla caval. lerizza, e li dilettasse
di mantenere più cavalli di quelli, che Geno necessarj, averò da
collerarglielo? Pub. Essendo tal genio diretto alle bestie, quando fi
eccedesse nel numero, o nell'amore verso di effe, non sarebbe tollerabile:nel
numero, perchè al parere del Petrarca: in Dial. de equo; Quot equorum mores
totidem equitum pericula; e nell' amore, perchè gl'uomini quantūque grádi, che
vi cadettero, furono di ciò biasi. mati; tra’quali Alessandro, Augusto, ed
altri. Quindi è, che faggiamente dispone il Deutero. Rex non multiplicabit fin
bi equos; or dunque come potrà ciò permcttersegli, essendo anche
dispendioso? Sem. Vado or riflettendo come G rę. goleranno quei figliuoli
educati benc da Maestri,criusciti eccellenti nelle scienze, se non averanno i
Padri attcari, e capaci di dar loro direzioni buone in [ocr errors]
j tempo, che debbono prendere stato: © che faranno ancora quci nati da
Padri poco nobili, e meno ricchi,effendo d'uopo riflettere a tante cose per
accomodarli bene? Pab, La gran providenza di Dio supa plisce a questo;
effendoche : bong menfi fuccurrit Deus,Allorchè questi faranno divenuti capaci,cd
abili, da loro medesimi comprenderanno qual ha il volere Divino, ed avanzandosi
colla loro prudenza giugneranno felicemcate fin dove Iddio averà disposto, che
arrivino. Sem. Io sono rimasto sorpreso allo volte nel vedere cerți mal
educati, e poco dotti, ed anco per vie indirctte, giu. gnere a gran posti; ed
altri, alle volte quanrunque di vita esemplarc, meritevoli, e capaci, rimanere
indietro, Pub. Questo ancora è un arcano della Providenza Divina;
posciachc essas I tollererà, che caļuno s'avanzi per queste ich vie; mà che?
vedendosi questi nell'au, ge delle loro fortunc cadere a terra, çi i fa
credere, che senza il Divino ajuto for [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] formino la statua di Nabucdonosor, 12 quale mediante un
picciolo falsolino s' atterra, come appunto provò Sejano. I E quelli poi, che
rimirate non avanzarsi, avendo merito, Iddio conosce, che quel posto,che voi
credere, che compete. rebbe loro, e non lo conseguiscono, non fàrà per
loro,effendoche, oc'incontrerebbero delle disgrazie, o pur sarebbe dannoso alla
loro eterna salute, e di quefta verità non dubiterere punto ; perchè alle
volte: honores mutani mores, ondes chi sà, che in questi non seguisse cosi? se
volete udire altre ragioni sopra di ciò leggete Seneca che tratta diffusamcnte
di questo nel libro:quare bonis viris mala accidant cum fit Providentia.
Sem. E che dice di più di questo? Pub. Tra le altre cose urili dice la
Providenza Divina a coloro, che di ciò si prendono rammarico al cap. 6. Quid
habetis quod de me queri pofitis vos, quibus recta placuerunt? Aliis bona falsa
circum. dedi, animos inanes velut longo, falla. rique fomnio luff, Auro illos,
argento, ebo [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] ebore
ornavi: intus boni nibil eft. Ifti quos profęlicibus aspicitis fi non quâ
occurrunt, sed quâ latent videritis, miferi sunt, fordidi, turpes ad
fimilitudinem parietum fuorum extrinfecus culti. Non eft ifta folida, sincera
folicitas: crufta eft, quidem tenuis. It aque dum illis licet ftare, co
ad arbitrium suum oftendi, nitent, da imponunt cum aliquid incidit, quod
difurbet; ac detegat, tunc apparet quantum alta, ac veræ feditatis alienus
Splendor absconderit. Vobis dedi bona certa, manfura quanto magis versaveritis,
et undique inspexeritis, meliora, majoraque permisi vobis, metuenda contemnere,
cupienda fastidire. Non fulgetis extrinfecus: bona veftra introrsum obverfa
sunt. Non egere feu licitate fęlicitas veftra eft. Ferte fortiter,
bc. Sem. Sin ora abbiamo discorso intorno al modo da provederli senza
soccorrerli di proprio, vorrei, che ora m’ istruiste come mi doverò regolare
con efli loro nel sovvenirli, vivendo io, e dopo la mia morte? Pub,
[merged small][ocr errors] Ec 3 Pub. Questo è un prudente quesito, e
dev'esaminarsi seriamente, dependendo da questo il mantenimento ancora della
buona educazione acquistata ; posciache bene spesso conforme diffe Tacito:
felicitate corrumpimur. Sem. Come dunque mi dovrò regola. re
coll'ammogliato? perchè non vorrei pensare al suo mantenimento, fentendo
giornalmente molci dolersi de loro Padri, che non li provedono in tempo
opporcuno di quanto fa loro bisogno; oltre di che sò ancora, che così pensa mio
Padre trattarmi. Pub. Voi dovrete affegnargli unas convenevole, c
fufficient entrata, che pofsa baftare per il suo mantenimento; con questa
considerazione di vantaggio di accrescerla, secondo che anderà mul. riplicando
la famiglia. Sem. Mà non averà d'avere qualche cosa di vantaggio del
bisognevole? Pub. Qualche cosarella credo anch’io di fi, perchè accadono
alle volte certe spefarelle impensace, alle quali nonfi farà dato il suo
equivalente assegnamento; mà per altro non debbono i buoni Padri di famiglia
essere molto generoli co'suoi figliuoli ammogliati. Sem. E per qual cagione? Pub.
Perchè dagli affegnamenti soprabbondanti ne nascono il lusso, las crapola, e
cento altri vizj. Sem. Mà se farà ben’educato non caderà in questi
trascorsi. Pub. L'essere ben’educato opererà, che questi non si dolga del
conveniente, e giusto assegnamento fattogli da suo Padre ; mà per altro fate,
ch'egli si ritrovi denaroso, troverà ben più d'uno, che gli li porrà d'intorno
per farglielo spendere in cose voluttuose, onde toglieregli affatto l'occasione
di far questo, che vivererc voi più quieto, ed egli più fano Sem. Si
dovrà quest'ingerire nell'amministrazione dell'azienda? Pub. Anzi sarà
necessario, che lo facciate istruire in tutte le cose, dovendo egli, non
solamente dopo la vostra mor [merged small][merged small][ocr errors] te
reggere la casa, mà eziandio se mai per disgrazia voi v'inabilitaste; o pure
per la soverchia età volerte attendere alla quiere. Señ. Ed agl'altri
figliuoli dovrà farsi assegnamento per farli vivere da se? Pub. Questo
nò: li doverece bensì voi provedere di quanto farà loro'bisogno, al più, che vi
potreste stendere; sarebbe d'assegnare loro un tanto per vestirsi, con qualche
cosarella di più, mà non già con prodiga mano; perchè l'abbondanza del danaro è
la rovina dei giovani, anco ben educati, e credetemi, ch' io sò qualche cosa in
questo particolare, e Mecenate ne sarà talvolta informato più di me. Mec.
Voi dire la verità, poichè se un figliuolo di famiglia maneggierà danaro, sarà
corteggiato da più d'uno, e tentato da questi a prendersi divertimenti d'ogni
genere, dove che se non averà, questi Teduttori faranno come le formiche, che
non li accofano ove gon è grano; come dice Ovidio. Hora [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Horrea formicæ tendunt ad inania nunquam
Nullus ad amisas currit amicus opes. Sem. Guadagnando taluno di questi, dovrò
continuare a fare con effo lui quello, che fo con gl' altri? Pub. In
questo caso voi potreste fargli da economo, affinchè non ispregasse, con
rinvestire in faccia sua i suoi guadagni, per animarlo ad accrescerli; ed
infieme, per eccitare gli altri fratelli ad imitarlo; e continuerete voi a
mantenerlo, essendo la casa non bisognofa ; mà se non bastassero l'entrate al
comune mantenimento, il figliuolo bene educato spontaneamente vi soccorerà col
proprio guadagno; non potendol prevalere del consiglio di Solone, come
riferisce Plutarco: che solamente i figliuoli, abbandonati da loro Padri, non
fossero tenuti, allorche questi avessero avuto bisogno di esser soccorsi da
figliuo, li, efli didarglielo. Sem. E se uno de miei figliuoli foffo;
destinato a qualche giverno, o 'alera [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small] ca. [ocr errors] carica dispendiosa, per
servigio del Prencipe? Pub. In questo caso,Sempronio, con. verrà,che voi
facciate tutti li sforzi por. fibili in soccorrerlo, anche oltre il
bisognevole:e per queste cótingenze debbo. no i buoni Padri avere cumulato
danaro per prevalersene, e non bastando, pofsono anche fare debito; perchè
questo si chiama rinvestimento, che a suo tempo, oltre il decoro, recherà anco
utile alla casa. Sem. Vediamo ora come dovrò lasciarli dopo la mia morte,
ed in primo luogo come averò da contenermi coll' ammogliato; se lasciarlo
padrone libero, o usufruttuario con fare la primoge, nitura? Pub.
Lasciandolo voi, che sia arrivaco in età affodata, e senza vizj, attento alla
casa, e versato nel maneggio di effa, potreste anche fare di meno di legarlo
con fidecommisso; con tutto ciò, perchè non potrete sapere i naturali de'
figliuoli, che da esso nasceranno, e se [ocr errors] e se sarà in
tempo, per qualche accidca: te di poterlo far esto, non sarebbe male
d'istituirlo, con lasciare ad esso qualche porzione libera, per fargli
conoscere, che non diffidate della sua bontà, ed at. tenzione in moltiplicare
la roba. Sem. Ed agl’altri, che dovrò lasciare Pub. Un Ogorevole
mantenimento per potere decentemente vivere fecon. do la loro condizione, ed a
colui, che foffe capace di avanzarsi nelle cariche, qualche cosa libera per
poterlenc prea valere ne'suoi urgenti bisogni, quando le averà ottenure ; må
dite che farefta di vantaggio voi, Mecenate ? Mes. Avendo veduto, che
alcuni apa pena eftinti i genitori, quantunque fora to la loro dirczione
foffero ftati mode tariflimi in tutto, pull adimeno pelle o pompe funebri,
clutto incominciarona di a slargarli in modo, che non mostravano o essere più
quci di prima, cosi ben disci· plinati nella parhimonia; questo dico mi o
farebbe, avendoqualche rimedio, acciocche non foffe in tutta libertà loro di
manifestare quel ge nio ch'era quando vivevano i padri fie mulaco,a fine di
precluder loro affatto la via di darsi all'eccessivo lusso. Pub, Sapete
pure quanto sia difficile il volere regolare le cose canto al minuto dopo
morte? e quante disposizioni si fanno, che non fi osservano dagli eredi? or
come potrete far mai, ch'elli allora fieno buoni economi di quello, che non è
più vostro? Mec. Tutto va bene, mà però certe cose possono farfi eseguire
anche dopo morte, perchè li dispongono in vita, ed allor'appunto, che sono proprie;
onde perchè non le potrei conseguire difponendo, che si dovesse ogn'anno
rinvestire una parte dell'entrate, la quale io credelli soprabbondante al loro
decente sostentamento? Pab. E che pretenderefte farne di tal vincolato
investimento? Med. Vorrei che dovesse servire per dotare le figliuole ; e
credetemi, che que [ocr errors] [ocr errors] queste doti d'oggidì,
che sono divenute eccessive, sono la rovina delle care, onde quando queste non
si dovessero linen. brare da' capitali mi persuado, che sarebbero esenti dal
deteriorare per questa parte. Farei ancora assegnamento maggiore a Cadetti, di
quello, che alcuni costumano di fare, e particolarmente a quei, che sono ben
incaminati per la strada della letteratura, o militare, non servendo questo
scarso, ed insufficiente assegnamento ad altro, che a fare maggiormente
spregare a primogeniti, godendo più grosse rendite del loro bisogno con
pregiudizio de progressi altrui, perchè in sostanza tutti debbonli, e gualmente
considerare per figliuoli, e fenza demerito alcuno dell'amore paterno
portandoli tutti seco rispettofi. Sem. Voi Mecenat vorreste reftringere
tanto i poveri Primogeniti, che poco rimarrebbe loro per vivere, perchè una
parte dell'eredità paterna la vorreste porre a moltiplico, ed oltre di questo
pre [ocr errors][ocr errors] pretendere ancora di accrefcere gli
assegnamenti consueți de Cadetti; onde stencerebbero i poveri Primogeniti a
vivere anchę mediocremente, Mer, lo non hò preteso di appor. car ļoro
danno alcuuo, ma bensi più fofto giovamento, liberandoli dallas penosa briga di
dover pensare alle dori delle loro sorelle, e figliuoic, facendo trovare queste
pronte in tempo, che ne potranno avere bisogno, Şem, Sę tante deligenze
si dovranno praticarç per li figliuoli ben educati, e dosti, che doverà farsi
per quei, che non si farango approficcati nell'educa, zione, e nelle
scienze Pub. L'esaminaremo ia appreso, SON [ocr
errors][merged small] Come debbano i Padri regolarsi nel provedere i
figliuoli ignoranti, ç yiziosi, Publio, Sempronio, Mecenate, et Medico. [ocr
errors][merged small][ocr errors][ocr errors] Pub. Alomone non solamente
notificò il giubilo grande,che godono i Padri allorche vedono i lo ro
figliuoli ben di. sciplinati, come al 23. dc suoi Proyerbj dice ; Exultat
gaudio paser jufti : qui fapientem genuis lætabitur inco; Må eziandio espresse
il rammarico, che ne hanno quei, che li vedono viziofi al decimo ferrimo ove
dice; Ira patris filius ftultus, dolor matris, qua genuit eum.
Quindi è, che è, che l'Ecclesiastico al 16. conchiude: Utile eft
mori fine filis, quàm impios habere. Sem. Questi cattivi, e viziosi forse
non averanno avuto dircttori nei loro teneri anni, che gli abbiano
ben'educari. Pub. Ci sono di quei, che l'ebbero an. cora, e pure da essi
niun giovamento ne riportarono Sem. Come è possibile questo? Pub.
Dovete voi sapere, che quando il vizio è radicato nel cuore de figliuoli, e che
di la si propaga al capo, ardua impresa fi renderà il poterlo svellere, perchè
fi rende allora effo quali padrone della volontà? Sem. Mà perchè questi
non possono. coll'educazione estirparsi dal cuore, e dalla mente quando di effa
fi foffero impoffesfati ancora è Pub. Ardua impresa, come disi farà
prenderla con vizj chiamati da Salomone nelle sue Parabole al 2 2. Stultitia
colligata in corde pueri; e tanto maggior. io figliuoli, pensare allnde
mente quando chi n'è contaminato non coopererà ancor ello per rimuoverli?
Sem. E come potrà farac di meno, avendo avanti gli occhi canti buoni esempj, ed
udendo saggi documenti, e ragioni convincentisfime! Pub. Si trovano questi
talmente accecati, e sordi, che non veggono, nè capiscono nè esempj, nè ragioni
; e queIto nasce ancora dal loro naturale, egenio perverso, che in vece di
apprendere, e vedere con loro profitto li fà porre in deriGone quanto odono, e
veggono, come saggiainente insegna Salomone al 15. de suoi Proverbj: Stultus
irridet disciplinam patris fui, qui autem cuftodit increpationes astutior
fiet. Sem. Questi genj perversi donde nascono? Pub. Dalla poca
cognizione dell'onefto, e del vero bene, e da questa deriva, che credono ogni
qualunque cosa, che appag! la loro volontà, per onesta, quautunque sia
detestabile, ed avendo, fatto in tal falfa ccedenza l'abito, quc FF
Ito [merged small][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Ito palsa in naturalezza, e genio, per es. ser
divenuta la loro fantasia quasi consimile a quei cristalli con artificio
lavorati, che fanno comparire le cose proporzionate,e belle per i isconcie,e le
íconcie per belle, e proporzionate . Sem. Indicatemi ora qualcuno di que.
Iti vizj tanto perversi. Pub. Se voi scorgerete in un fanciullo certa
crudeltà ferina, qual fù di colui, che con un ago cavava gli occhi a cerci
uccelli : d'altri che feriva col coltello, o bastone il compagno, e scorgendo
sgorgare sangue maggiormente s'infieriva: o pure una certa inclinazione a
trafugare, e nascondere cose non comestibili, prese anco da qualche scrigno:
l'essere pertinace, e perseverante nel non dire mai verità, e fare qualche
danno per imputarlo altrui; overo quantunque corretto,e gastigato più volte il
continuare tuttavia a non volere apprendere cose di Dio, con avere dispiacere
di sentirne anche parlare ; imparando ben l'altre dannose al buon costume : non
rispettare [ocr errors] i i genitori, anzi beffeggiarli di più quanworld
do sono da elli correcci; e tutti questi di fetti crescendo esli negli
anni vedendosi avanzati più rosto, che diminuiti, credete pure, che limili vizj
sono già divenuti padroni del cuore, e della volon. tà. Mec. Vi fù uno di
questi, che in età di cinque anni ammazzò con coltello un fuo compagno, e
non essendo capace, i per essere di sì tenera età, di gastigo, o
proporzionato a tal'eccesso, commesso anche con crudeltà per li
rinovati colpi, a che gli diede, fu fatto caftrare in pe na da quel
Prencipe dominance, dicendo egli, che non voleva razza di simili fiere nel suo
dominio. Sem. Mà hò udito riferire più volte, che pur si rendono máfuete
le fiere ache o più crudeli; com'è poflibile dunque, che questi, in
qualche modo, dall'industrias umana non si possano domare? esaminiamo di
grazia, se vi poress’essere qual che rimedio, per rendere mansueci anco o
questi, o pur datemi sopra cio, per mio Ff 2 re regolamento,
qualche buon consiglio ; perchè, fe Iddio per gastigarmi mi desse un di quefti
figliuoli, io sarci il più infelice uomo tra tutti i vivenci. Pub. Lo
credo, e perciò bisogna, che cominciare da or'a supplicarlo, che non vel dia,
ed essendo egli sì misericordio. fo, potrete dopo reiterate preghiere an. che
sperarlo; e voi, Dottore, avete alcun rimedio di quelli, che chiamare
eradicativi per isvellere questi vizj? Med. Se non foffero cotanto
radicati spererei disì, mà farò qualche studio particolare, anche intorno a
questi, per vedere se G trovasse alcuno specifico, almeno, che potesse minorar
loro tant' orgoglio, Pub. Se si trovaffe questo sarebbe gran vantaggio;
perchè allora coll'educazione li potrebbe fare qualche cosa di più, se non in
cutti, almeno in alcuni di esli, onde pensateci seriamente, e fare qualche
sperienza tractanto, per riferire a suo tempo ciò, che averete ritrovato
giovevole. Sem. [ocr errors. Elio Sem. Mà intanto insegnatemi
almeno quello, che li potcffe fare di vantaggio 11 nell'educare questi,
perchè poi, che averà ritrovato qualche rimedio il Dotcore, mi informerà di
quello. Pub. Se fi potesse discernere in tempo, che prende il latte quel
figliuolo,in cui la crudeltà volesse fare progresi, la prima cosa che farei,
sarebbe, di mutargli la nutrice, se fosse donna risentita, e tiera, ed in vece
di questa gli farei dal Dottore scegliere un latte di balia pacifica, e
femmatica; effendocche di ciò me ne porge morivo quello, che seguì all'imperatore
COMMODO (si veda), il quale per essere stato nudrito da una donna rifen
tita, e barbata come un uomo, data gliela affinchè diveniffe generoso; mà
in vece di questo divenne un gladiatore, per non dilergarfi di
altro, che di sangue, j e di caroificine, ed hà ben creduto talun che
appunto detta balia fosse figliuola di gladiatore. Med. Olrre lo
sceglierla proposito, fi potrebbe anch'essa far nudrire di erbe,ed altri cibi
di tenue sostanza, e toglierle ache affatto l'uso del vino, e slattato che
fosse il fanciullo converrebbe non fargli gustare, ne vino, ne carne per alcuni
anni; mà è cosa difficiliffima, per non, dire impossibile, a conoscer quisto
ne? bambini. Sem. A questi sarebbe bene, fin dalla tenera età cominciare
ad usarglı gran rigore per vedere di domarlo? Pub. Se si verificasse
realmente che le vespe muojono nell'olio, e risuscitano nell'aceto, converrebbe,
per estinguere vizj li perniciofi, valerli più costo del dolce lenitivo, che
dell'afpro pungente; contuttociò per assicurarsi meglio con. viene regolarfi
secondo gli effetti, che produrranno in loro i gastighi ; essendoche xlcuni
fanciulli nella tenera era acora s'infieriscono allorchè fi veggono perciotere
colla sferza, onde senza pro ditco alcuno questi di batterebbero, come
insegnò Salomone: ne suoi Proverbi. fi contuderis ftultum in pila quafi pofanas
feriente de super pile, non aufes retur ab eoftultitia ejus Semo erli
che Sem. Ponendosi questi per la buona via, con deporre gran parte della
loro fierezza, si potrà sperare, che divengano buoni? Pub. Dee sempre
temersi, che possano ricadere nel medesimo eccesso, non potendosi ne anco alle
bestię togliere af. fatto la fierezza nativa, quantunque mostrino essere
divenute mansuete. Mec. Riferirò a questo proposito ciò che seguì di un
Leone : questo era divenuto apparentemente fi mansueto,chę girava per tutta la
città senza recare molestia ad alcuno; mà abbattendosi un giorno in un
macellaro, che portava sulle spalle un gran pezzo di carne, se gli avventò alla
vita, lo ferìgravemente colle unghie,e se non era pronto a dargli la detta
carne,l'averebbe anche sbranato. Così mostrò la sua fierezza, che teneva di
anzi celata. Sem. E quelli, che mostrano inclinazione al furto ?
Pub. Questi ancora, se Iddio non gli ajuta', termineranno malamente la
lor [merged small][ocr errors] Ff 4 loro vita; effendo cosa assai
difficile, per non dire impoffibile, il poter svellere af. fatto tal vizio ;
perchè quanrunque alcuni non siano forzati dal bisogno, las cattiva loro
inclinazione li porta a rubare, Sem. Si possono questi gastigare colle
sferzate? Pub. Così fi dee fare, perch'essendo vili di natura, enon
superbi come i primi, dalle percoffe possono ricevere profitto, almeno in
aftenersene per qual che tempo. Mec. Abbiamo l'esempio di colui,
che condannato a morte per ladro, conducendosi al paribolo fè premurofiffima
istanza di rivedere sua Madre, ed oricnura che l'ebbe, avicinoffi tanto ad
essa, che coi denti le svelre un orecchia, dicendole: per colpa voftra io vado
al paribolo, perchè, fe foffi ftato da voi ga. ftigato da piccolo, non vedreste
tale spettacolo, ne tampoco io soffrirei queIta ignominiofa morte. Pub. E
neceffario ancora condurli a 31 2 vedere far giustizia, e con
tal occasione insegnare loro qual gastigo meritano quei, che rubano', e che in
oltre sono semprc miserabili questi infelici, come ben conobbe Salomone al is,
de' suoi proverbj:Alii rapiuni non fua, et femper in egeftate funt, Mec.
Un simile obbrobrioso speccacolo indusse una volta gran terrore ad uno
quantunque ftolido mendico ; poscia che per essere stato giustiziaco un
monctario falso, aveva una collana appesa al collo di dette monete falsificato
da esso, e credendo il mendico, che per quelle monete foffe fatto morire, al.
lorchè taluno gli esibiva una moneta di argento, la ricusava con allontanarli
da eslo, contentandofi solamente di quelle di rame, che non le aveva vedute
appese in quella collana di vituperio. Sem. Mostrando poco rimor di Dio,
e meno rispecto a genitori? Mec. Questo appunto, essendo il vi. zio
peggiore di catti, diviene incorrig. gibile per opera de'genitori. [ocr
errors][ocr errors] Sem. E per opera di chi fi potrebbe emendare? Mec.
Polemone essendo giovane fu viziofiffimo a segno che si portò un giarno alla
scuola di Zenocrate, non già per apprendere da esso alcun buon documento, mà
bensì per disturbare più tosto quei, che aveano genio d'apprenderli; avvedutofi
di ciò il saggio filosofo, cominciò a favellare sopra il vivere onesto, e li
vantaggi, che da esso firiportavano, e con tali convincenti ragioni, che rimase
sorpreso il vizioso giovane a segno, che abbandonò i suoi viziosi compagni per
seguitare Zenocrate, da i di cui buoni documenti, u modo di vivere esemplare,
si cambia da peffimo, ch'egli era, in ortimo, e da ciò ne deduco, che ancor voi
non dovete indugiare un momento di più, essendo il figliuolo in età capace, di
non mandarlo in qualche esemplare seminario, affinchè, co'i documenti, e colli
buoni esempj apprenda, e miri ciocche fare gli convenga; e proccuracedi non
farlo tornare più a casa vostra, se non averà mutato costume, e state ancor voi
lontano da esso, mostrandovi dif. gustato del suo modo di vivere'; e sapranno
ben quei buoni directori, ayvezzi a domare fimiliceryelli, allertarlo al bene,
e con modi più spedienti correggerlo, e punirlo, affinchè li emen. di.
Pub. Debbono parimente i Padri ftare cautelati nel gastigare i viziosi loro
figliuoli, divenuti grandicelli, perchè fi potrebbe dare il caso, che questi
sentendosi percuotere, fi rivoltassero contro di essi, e li zn al trattassero
ancora: Sem. Se per disavventurà de poveri genicori rimanessero questi
incorriggibi. li, che fi averà da fare per provederli? Pub, Udite come mai
parla bene a in questo proposito l'ecclesiastico. Confufio Patris eft de filio
indisciplinato: onde come potrà mai in simile confun fione régolarsi egli con
prudenza! Certa cosa è, che per prender moglie questi non sono buoni ;
per Rcligios- neanco; . de [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] de maneggi della Republica non sono capaci; talmente che non sapranno,
che impiego potessero far loro ottenere. Sem. Perchè non sarebbero buoni
a prendere moglie ; pofciachè chi sà, che divenendo capi di casa non mettessero
giudizio? Pub. A voi darebbe l'animo di convivere insieme con costoro, se
vi foffero compagni Sem. A me difficilmente. Pub. Or dunque, perchè
volere porli a convivere con una giovane senza fpe. rienza? ed a che vica
infelice fiespor. rebbe questa con marito si vizioso? E poi roi procurate fare
il poffibile per togliere da effo i vizj, e non essendovi ciò riuscito,
pretendere forse far razza de suoi difetti In quanto poi, che il prendere
moglie li possa fare mutar coItume, non è credibile ; perchè, se Mulieres
faciunt prevaricari fapientes, che faranno a vizioli di questa specie? Ne fi
potrà persuadere alcuno, che questi tali non abbiano già provato le
dissolu., sez: [ocr errors][ocr errors][ocr errors] tezze di
Vegere, perchè i vizj al parere di Seneca non vanno mai foli; e se quem ste non
hanno moderato il loro orgoglio, che più potranno acquistar di buono
conginngendosi in matrimonio Il dir poi, che si prenderanno il pensiero dei
loro tigliuoli nell'educarli, questo è lontano dal vero ; perchè li vorranno
bensì allevare limili adelli, e quando ciò non riuscisse loro palcsemence,
mediante le diligenze usate in contrario dalle madri, faranno il possibile
nasco, ftamente di conservare in effi, alincno in propri difetci, acciocche non
li dica, che non liano loro degni figliuoli; come ap parisce dagli esempj
dell'ubriaco, e de beftemmiatore riferici di sopra . Sem. E qualcuno di
questi perchè non si potrebbe indirizzare per la vian Ecclefiaftica Pub.
Peasate voi che questi abbias vera vocazione di caminare per queIta santa
via. Sem. Mà se G dichiaraffe, che a volesse indirizare per essa, e mi
pregafle, che [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors] che gl'impetrafli qualche pingue beneficio, averò da ricusare il farlo
2 Pub. Certamente che sì, perchè quefi farà mosso dall'intereffe, cioè
dal conseguire l'utile del pingue beneficio, non già dal servire a Dio, come
far dovrebbe ; onde farà non diffimile a colui, che brama prendere moglie, non
per il fine del santo Matrimonio, mà per l'intereffe della pingue dore, che si
ritrova colei, che vuole sposare. Mec. A proposito di groffa dote fece
una donna accorta una bella burla al suo futuro sposo: Ella era per verità
alquanto deforme, e perciò più d'uno dicca al giovane, che la voleva prendere,
il qual era molto bello, che l'aveffe rimirata meglio prima di sposarla,cui
rispondea, che li bastava di effettuare il matrimonio, per dare di mano alla
grossa dore, che aveva; per altro, che di tal moglie punto non si curava i Fù
ciò riferito alla giovane, la quale fe portare da una sua damigella, allorchè
fi dovea spofare, una grolla borsa di danaro in Chiesa, ed aspete
[ocr errors] [ocr errors][ocr errors] aspettò, che il parroco avesse domandato
allo sposo se la voleva,il quale udito ciò disse, senza indugiarvi punto: disi;
allora l'accorta donna si fe sporgere la preparata borsa, e tenendola nelle
mani, allorchè fu ricercata anch'essa del suo consenso, nulla rispondeva ; ne
fi sapeva che fine doveffe fare quella borsa; perchè il futuro sposo si
speranzava, che dovesse servire per un publico donativo per effo, ed i
Chierici, che fosse la mancia per loro : alla fine stimolata più volte a
rispondere ella disse; se questo fignore si è dichiarato volersi sposare collas
mia dore, questa, mostrando la borsa,essendo parte di essa, mentre non
risponde, è segno, che non lo vuole qual consenso dunque hò da dare io s'egli
brama la mia doce, e non già me? e così confuso, e mortificato partì il giovane
; onde non vorrei, che facesse il beneficio ancora il Gmile, di ricusarlo,
facendo con esso l'amore a cagione della sua dote. Pub. E poi dovreste
anche rifletreredi quanto scandalo sarebbe un ecclefiastico vizioso, dovendo
cgli essere lo fpechio de'buoni costumi; ne fperace, che questi,che si muovono
per fimile fine possano divenir buoni; ponno divenire benli peggiori impiegando
il danaro sa. gro in cose viziose. Sem. E se caluno di questi volesse
applicarsi al governo della Republica, c chiedesse il mio ajuto,per poter e
ottencre qualche posto per via di favori, e di regali; perchè non ho da
compiacerlo? Pub. Questo ne tampoco doverete fare, perchè se fosse d'uopo
amministrar la ! giustizia, nó direbbe già egli quello, che dice GIULIO (si
veda) CESARE: che per un Regno di poteva far torto alla giudizia, perchè lo
farebbe per assai meno, effendo ano che capace di farlo per sodisfare an
folo de suoi viz); onde tanto voi, quanto chi vi avesse contribuito entrerette
a parte di tutte l'ingiustizie, ed iniquità chia capace di commettere un
vizioso. Sem. Che dunque doverei fare, per non vivere da disperato,
quando avelli alcuno di questi? Pub. [ocr errors] Pub. Mandarlo
alla guerra per fargli provare come Gi vive, cd alle volte qucIta è
l'unica medicina di questi cali; perchè se fono fanguinarj possono faziarsi del
sangue de nemici; se attendono alla rapina nc'saccheggiamenti possono sodisfare
la loro ingordigia;se poco cimorati di Dio, e niente rispettoG a genitori,
vedranno quanto temere Gi debba, e rispetrare un Capitano quantunque non gli
abbia creati, o generaci; onde poirebbe essere, che il Signore Iddio gli
toccaffe il cuore, e facesse comprende, re, che se tanto li fa per un uomo,
quant. to di più fi doverà fare per Iddio, e per chi lo gencrò !e sappiate, che
dalle lega gi di Mosè venivano questi condannati ad esser lapidati dal Popolo,
come nel Deuteronomio. Si genuerit homo filium contumacem, da proteruum, qui
non audiat Patris, aut Marris imperium, co coercitus obedire contempferit,
appraben. dent cum, ducent ad seniores civitatis illius, et ad portam judicii,
dicentque ad ços c. lapidibus eum obruet populus Civis Gg
tatis [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors]
taris, ut auferatur malum de medio ucStric. onde in vece di vedere fimile
spettacolo sarà pur meglio mandarli alla guerra, la quale faggiamente fu difi.
nita: Infolefcentis generis humani tonfura. Sem. E se ricufaffe di andare
alla guerra? Pub. E voi figuratevi, che vi sia già andato, e fatto prigione
; onde rinchiudetelo in qualche fortezza : non avendo però commessi ancora
reati gravi, affinchè non siano puniti dalla giustizia con morte ignominiofa;
conforme qualche volta è seguito; e tenerelo ivi fin tanto che camperere, che
così farcte sicuro, che non commetterà gravi eccelsi, trovandosi guardato, e
custodito, Non bisogna però, che prendiate cal risoluzione a sangue caldo, mà
fateci matura riflessione: c regolatevi ancora col consiglio di qualche faggio,
e buono amico, Sem. Per dopo la mia morte comes avero da disporre le cose
? Pub. Pub. Con lasciare a cattivi figliuoli ma solamente tutto
quello, che non potrei te cogliere loro, non per odio persona le; mà de
loro vizjicon questa condizio. ne però, ch'effendosi ravveduti, dopo un
triennio di vita esemplare, poffino godere un tanto dei frutti della vostra
eredità; e perseverando nel ben operare abbiano ancora d'avere qualche
accrescimento maggiore ; qual perdano intieramente, ed immantinente, ricornando
a menare vita scandalosa. Sem. E se fingeranno di essere divenuti buoni a
fine di poter godere quel i frutto maggiore? Pub. Non sarà meglio, che
facciano così, che operino sfacciaramente male? de l'interno Iddio solamente lo
rimira; le l'esterno appena è palese a gli uomini, i quali di
questo solamente pouno appagarsi; e poi vi è stato qualcuno ancora, ch’hà
incominciato a menar vita migliore, per conseguire qualche premio, che
poi si è ravveduto da dovero. Mec. Vi è l'esempio di quel Soldato,
che [ocr errors][ocr errors] bu COM [ocr errors] [ocr
errors] che si racconra essere stato convertito da S.Francesco Saverio : Questi
era un pessimo uomo, ed iracondo a segno, che non averebbc sofferta una parola
anche indifferente, che non l'avesse appresa detta per lui, e volesse anco
vendicarsene . Le ainmonizioni, ed esortazioni faccegli dal Santo nulla
giovavano; alla fine li disse mostrandogli una moneta di oro, se voleva
guadagnarsela rispose francamente di sì : or sù dunque replicò il Santo venire
meco, e giriamo d'incor. no l'esercito ; Io la porterò in mano, affinchè la
miriate, e voi non avete a fare altro, che di sopportare con pazienza quello,
che udirete dire contro di voi. Fù dato principio alla grande ope. ra,ed egli
rimirando con occhi tifi l'oro, si rideva di quanto male udiva contro di sè, e
cerininato felicemente il giro, guadagnò il premio. Allora il Santo tiratolo da
parte gli disse: figliuolo mio per una si vile mercede voi avere potuto
sopportar tanto, e per un Dio non poteie sofferire una minima particella
diquesto? il Signore Iddio in quel punto $ gli toccò il cuore, e fi ravvide per
sempre. Sem. Mà se poi i difetti de' figliuoli non fossero gravi a questo
segno, e fos. sero di quelli, che pure non disdicano ganto, per essere divenuti
ormai familiari, potrebbero con questi proporsi a sudetti ministeri, ed impieghi
? Pub. Spiegatevi apercamente, quali voi intendere per questi vizj
familiari? Sem. Per esempio se caluno di esli avesse principiato da 14: 0
15. anni a dimorare la maggior parte della notte fuori di casa, e quancunque
suo Padre l'avesse più volte ammonito, che non lo facesse, ed effo ciò non
oftante continuafle; contraeffe debiti; e perchè è figliuolo di famiglia, non
potendosi obbligare, facesse obbligazioni dette pagherà. con grandissimo
difcapito, senza data, per firmarla dopo la morte di suo Padre; ed altre
cosarelle non tanto familiari; come dir male del profimo, di mancare alle volte
alla parola data; ne ga: [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] GS 3 [ocr errors] gare ciò, ch'egli averà
avuto; e se riyscirà, di gabbare il compagao nel giuoco; con altri piccioli
vizj di questa forte? Pub. Cofarelle, piccoli vizj voi chiamate questi! E
non riflettere,che quando il giovane li sarà abituato in questi ugua. glierà
egli taluno de vizioli di primo rango: ad uno che sarà avvezzo la
maggior parte della notte dimorare fuori di sua casa, e sarà giovane, voi
volere impetrare beneficj Ecclesiastici, ed im. picghi gelosi della Republica ?
Và forse a studiare in quelle ore, o a farsi la disciplina negli oratorj,
quando i studj, e questi sono ferrari? e come vi persuadete, che possano
adempire l'obbligo loro, effendo scarf di dottrina, e di buoni costumi, ed
applicati a cose, in cui per la meno inutilmente si perde il tempo a e fatta
che averete rifcllione agli altri loro vizj, che avete apportati ;
consigliatevi colla vostra coscienza se lo potrete fare : mà esaminiamo di
grazia donde ciò proceda, e se sia solamente colpa de figliuoli canto
deviamento. Sem. [ocr errors][merged small] Sem. É' loro
certamente; perchè hò sentito lagnarsene i Padri di questo, col. le lagrime su
gli occhi. Pub. Questo fu il pianto del coccodrillo, che piagneva il suo
figliuolo allorchè lo aveva ucciso: come si sono portati questi Padri
nell'educarli? Sem. Certa cosa è, che tante diligenze, quante ne hò udite
nelle nostre conferenze,non le han faute. Pub. Or dunque, se non gli
hanno educati bene, a dolgano della loro trafcuraggine, perchè viziosi li
vollero efli. Sem. Mà che averanno da fare ora? Pub. Questa penitenza
appunto, che Iddio manda loro;di sopportare figliuo. li viziogi . Sem. Ci
sarà pure qualche rimedio? Pub. Ciè certamente, ed è questo; di fare alli
piccioli nepoti ciò,che non fece. ro a loro figliuoli, cioè di educarli bene;
perchè altrimenti, non essendo capacii loro Padri di fare questo, i vizj non li
fyelleranno mai dalle loro famiglie: Sem. Voi diceste, che questo cocchi
al Padre, Pub, [ocr errors][merged small][ocr errors] Gg 4
Pub. Sibene quando sia capace di farlo, e vi pare, che questi viziofi fiano
abili ad educare i figliuoli a suo dovere? Il loro mal esempio come permetterà,
ch'essi apprendano le virtùd Onde quantunque schiamazzino alle volte redendo i
loro figliuoli viziosi,č incerco se lo facciano per zelo di amore, o per
invidia, perchè non possono essi più con. tinuare fimile vita rilassata essendo
vecchi. Sem. Io hò cap to a bastanza, ed ora compreоdo la cagione; perchè
nell'universale non si possono affatto estirpare i vizj, mà voglio
approfittarmene per casa mia, per non avere anche io a fare il pianto del
coccodrillo. Ma le povere figliuole come si doveranno provedere? essendo gran
disgrazia loro, quando capitassero in mano di simili viziofi. Pub.
Esamineremo anche questo, nà non è ora tempo ; perchè richiede affare si
rilevante lungo ragionamento. CON [merged small][merged small][ocr
errors][merged small] [ocr errors] Pub. Onfesso ingenuamente che non séza
rigione alcuni Pa. driffi contristano ál. lorchè nascono tan, co loro
figliuole; perchè il penfare a collocarle bene non è piccolo intrico,
chiamandoli questo affare dall'Ecclefiaftico opera grande dicendovi: Trade
filiam, et grandes opus feceris, o bomini fenfato da illam; posciache saranno
state educate alcune di effc col timore di Dio, senza lusso,c vagità, modeste
comc fi dee, istruite inquanto è necessario per il buon regolamento di una
casa; mà che servirà loro tutto questo, se capiteranno in mano di un marito
imprudente, vizioso, ed indiscreto! e fimile appunto a quello, ch' ebbe
quell'innocente Giustina, il di cui Epitatio sepolcrale è questo. Immitis
ferro secuit mea colla mari. [ocr errors] Dum propero nivei folvere
vincla pedis Durus, ante thorum, quo nupér nupta coiur,
Quo cecidis noftrę virginitatis honos. Nec culpâ meruisse necem bona
Numina testor, Sed jaceo fasi forte perimpia mei Discise ab exemplo
Juftine, difcite patres Ne nubat fatuo filia veftra viro. Or vedete
Sempronio, che gran facenda è questa ! Mec. La conobbe afrai bene Democr.
appresso Stob. dicendo: Qui bonum generum nactus eft invenis plium, qui verò,
malum, fimul et filiam perdidit: quindi è, che [ocr errors] che
saggiamente fù conligliato da Temiffocle quel Padre, che desiderava das effo
fapere, cui dovesse dar per moglie l'unica sua figliuola; se al dotto povero, o
al ricco vizioso, replicò egli a mè aggrada più l'uomo, che ha bisogno di
ricchezze, che le ricchezze, che hanno bisogno di uomo : come dice Val.
Mas. Sem. Mà quando si sono fatte le diligenze necessarie, e fiè già
rincontrato, che sia imprudére, e vizioso chi la vuole perché non si esclude
fimile soggetto? Pub. Se voi sapeste quante fraudolenti manifatture Gi
fanno, per avere unas giovane savia per moglie, stupireste; anzi quante più
d'imperfezzioni hanno i giovani, che vogliono accasarli seco, tanto
maggiormente queste si adoperano, tanto si fa,che alla fine riesce fimile
facenda. Sem. Mà chi sono questi, che faranno tante manifatture, non
essendo capace un fimil giovane di farle? Pub. Se non sarà cgli, saranno
ben’i suoi congiunti, i quali raffidati, che per [ocr errors] [ocr
errors] Il fingo della futura sposa cffo possa divenire saggio, tanti ponti di
oro le faranno, che alla fine caderà a dire di sì. Sem. Mà i genitori
come lo permetteranno? Pub. Saranno ancora effi sforzati a chinare la
cesta, quando colla linguas non poteffero arrivare a proferire quel doloroso
sì. Sem. Saranno dunque anche i suoi genitori poco prudentia Pub.
Oh bene : non fiete voi ancora a pieno informato dal mondo; mà ne ben
Mecenate. Mec. Ne sono pur troppo, anzi fono arrivato a conoscere, perchè
fi dica insa geniofus amor; avendo scoperto, che amore aguzza l'ingegno de fuoi
fenfali, e rende anche artificiofa la lingua alla menzogna. Sem. Mà che
potrebbero fare questi, quando il Padre steffe faldo in non volergliela
dare? Mes. L'ingegno agguzzato fi ferve dell'autoricà, e la dispone in
modo, che [ocr errors][ocr errors] niuno più degno di merito si affacci a
chiederla, per rispetto di colui, col quale si tratta: e sapere pure, che in
questi cali, per non fare inimicizie, non li vicne mai alla negativa scoperta,
potendovi costringere ad addurre un ignominiofa cagione,per cui far non si
vuole: Siprude bensì un mezzo, termine, quale è che la giovane pensa di farsi
monaca; laonde in questo mentre dal sudetto pretendente fi fanno affacciare
tutti li peggiori, ed i più scapestrati giovani, che siano nella Città a
chicderla,e cutci inferiori di condizione ad ello; talmente che il Paedre, che
la vorrebbe maritare, trovan dofi annojato, alla fine li piega, per non
che trovare soggetto migliore, che la fac. i cia domandare: e tanto più, che si
tro verà circondato da consiglieri già guadagnati da chi la
pretende. Sem. Sarà dunque peggiore, e più id svantaggiosa la condizione
della donna nell'accasarsi, che dell'uomo. Pub. Non ci è dubbio alcuno,
perchè l'uomo non è ricercato, ne violentaco per [ocr errors]
en [ocr errors] per parte della donna, mà beasi effa da chi la
brama. Mec. Può essere,che quando voi prendeste moglie ciò non li
coftumaffe ; mà ora posso dirvi di certo, che questo li pratica, essendo
seguito in persona mia, che ho avuto più d'una richiesta fe.voleva accasarmi
colla tale, senza ricercarla. Sem. Or io quantunque non fia versato
sufficientemente nelle cose del mon. do, procurerei segretamente di trovare un
giovane favio, quantunque meno ricco, e la darei a questi; perchè sposata, che
fosse,hò sempre udito dire, che: multa facta tenent, così finirebbe ogni
conresa. Pub. In somma in questi casi, chi più sà, più s'inviluppa nelle
difficoltà; onde alle volte riescono migliori certe risoluzioni fatte senza
tante rifellioni; c voi Sempronio, non avete detto male; mà non saprete già
scegliere questo giovane savio così all'infretta; converrà dunque che
l'impariats, ed [ocr errors][ocr errors] Ff 3 Ес
Pub. [ocr errors] 1 [ocr errors] 1 Sem. Come si doverà dunque
fare per conoscerlo? Pub. Il Padre che ha figliuole da mai ritare dev'essere
un Argo, per rimirare nel medesimo tempo cento giovani, ed offervare i
loro andanlegri. Mec. Oggidì però non è necessario averne tanti ; perchè
con soli due occhi moltissimi difetti li possono ritrovare ne giovani, ed in
breve; quantunque non corrano quei calamitosi tempi, che accenna Giovenale alla
satira 13. Humani generis mares sibi noffe volenti Sufficit una domus,
paucos confus me dies, do Dicere te miferum poftquam illic vec [ocr
errors] neris, [ocr errors] Pub. Fatemi piacere dunque voi,
Mecenate,d'istruirlo in questo giacchè fiece più pratico di mè nel discernere i
giova. nili mancamenei correnti; perchè a tempo mio la gioventù viveva
diversamen. te, e perciò fi ftentava più in iscoprire i loro difetti. Mec. Lo
faro, perchè non voglio, ri CU: [ocr errors] cusandolo, che vi
confermiate nellas credenza di qnello, che di me sospettafte,che io fia nimico
delle doone,poscia. chè io ammiro la virtù in alcune di esse, e perciò non
vorrei, che questa mancafse affatto, abbattendosi in viziofi mariti: onde se
voi, Sempronio,vedrere un giovane accompagnarfi, e conversare continuamente con
taluno, conosciuto da voi per vizioso y tencte pur ancor esso per tale, senza
fare altra diligenza; verificandoli quel proverbio:all'accoppiar ti
veggio. Sem. E se fi desse il caso, che questi non converfaffe con
altri? Mec. Questo è difficile oggidì, che fi conversa tanto; mà se
caluno fuggisse le conversazioni,mirate bene la sua firo. nomia, e se la
scorgerete tetra, e inalinconica tenerelo pure per uomo infociabile, e non
senza i suoi difetti proprj; se poi foffe allegro, disinvolto, e non
converfasse oggidi con altri, formatene buon concetto di esso; perchè lo farà a
cagionc, che non troverà coma pa de pagni bene accoftunati uguali
ad effo. Sem. Vorrei qualche altra regola,per meglio potermene avvedere ;
perchè se non conoscefli per viziofi quei, co’quali egli conversalle, potrei
ingannarmi. Mes. Se voi vedrete un giovane stare in chicfa con poca
divozione, e discorserc ivi co i compagni comc farebbe in piazza, questi farà
poco timorato di Dio; se frequenrerà le feste, cd i passeggi, e rimirerà con
grand'arrenzione le donne, in cui si abbaite, farà egli effemminato; se
dispreggerà i suoi compagni, cvorrà avere sopra di essi una certa superiorità,
farà superbo ; se li piacerà vestire con pompa, sarà vanos se poi oggi dirà una
cosa, c domane ne farà una alıra, farà incostante; e finalmente se frequenterà
i ridotti, ove si giuoca, gran genio egli avrà a questo vizio; in somma da se
medesimo colle sue operazioni manifeftcrà i suoi difetti. Sem. Starei
fresco, se aventi d'accomodare una mia figliuola in questi tempi, dovendo fare
tante diligenze; mi cor. H vers pa [ocr errors] verrebbe
prendere la fantcrna di Diogene, ed andare per la città dicendo: homi. nem
quæro, e caminare più di un giorno per trovare, chi fosse in cucco; e per
turto, senza alcun de'detti diferci. Moc. Mà chi non vuole affogarla, dee
anche servirsi del cannocchiale di BONAIUTI (si veda), che scuopre le macchie
del sole. Sem. Io mi persuado, che se i Padri, c le Madri riguardassero
al minuto curti i differti, pochi troverebbero moglie. Mer. Sarebbe questo
la fortuna de i giovani; perchè non trovandola allorsi che incomiacierebbero a
spogliarfi do loro vizj, ed in breve diverrebbero bene accostumari, ed a tale
proposito posso riferirvi ciò, ch'è seguito in una riguardevole città. Affinchè
iCadetti andassero con più fervore, di quello faccano, alla guerra,
cominciarono le donnc a non ammettere alle loro conversazioni coloro, che non
avevano fatte almeno dues campagne in gucrra viva; conciofiacofache li
reputavano vili, e codardi. Servi tale renitepza di Aimolo grande a tutta
la Die la gioventù per andare alla guerra; segnoche pochi furono
quci, che non Si seguitassero i primi, che vi andarono: or se una fimile
ripulsa molte canti ad andare incontro alla morte; dovrebbe
certament’essere di stimolo maggiore, per andare incontro alla vita migliore,
quando questi non trovasfero inoglie. Pub. Vedete voi, Semprouio, che
sconcerti sono questi, di non potere con facilità come prima trovare mariti a
proposito per le figliuole, c.questo da che na. sce, se non dalla cattiva
educazione della gioventù ? rifecrcte dunquc quano co debba premcre
questo affare anco alla Repubblica, Sem. Io lo scorgo molto bene; mà che
fi dovrà fare ritrovandoci in queste an. [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] Mec. Quello che dice quel FILOSOFO, che presc per moglie una donna
allai picciola, allorchè fu interrogato, perchè l'avesse scelta così, egli
rispose : perchè del male conveniva prenderne il minore: il fimile anche dirò
io de'mariti difetto Hhafi; di prendere quei che hanno vizj me. no
considerabili, che fono appunto quelli che riescono men disdicevoli alla
condizione del galantuomo. Sem. Maritandofi dunque con questi, che buona
direzione doverà darfcle da genitori? Mes. Debbono i genitori allorche le
maricano non seguitare quel caccivo costume di alcuni, che le consigliano a
farli rispectare, e ftare sostenute con tutti, di non farli sottomettere alla
prima, perchè diverranno, così facendo, infelicissime, quantunque portassero
groffa dote, mà le consiglino bensì nella forma, che fecero i genitori di Sara,
allorchè la consegnarono per isposa al secondo Tobia con groffa dore; ed uditc
ciocchè fecero Tob, 10. Apprebendentes parentes fo. liam suam ofculari funs
eam, et dimiferunt ire monentes eam, bonorare foceros, diligere maricum, regere
familiam, gubernare domum, da se ipsam inreprebensibilē exhibere. Sem. E
se un Padre avesse tre, o quattro figliuole, che si volessero mari
tare [ocr errors][ocr errors][ocr errors] tare cuite, chc dovrà egli
fare, non efrendo molio ricco? Mec. Maricarle, con dar loro quella dote
più congrua, che può. Sem. Mà li scomoderebbe troppo privandosi di sì
considerabile somma di danaro, o quantità di roba, che con. veniffe dar loro
maritandole turce. Mec. E come potrebbe farac di me00? Sem. Potrebbe
farlo beniffimo con efortarlca fará Monache. Mec. E se non Gi volessero
fare? Scm. Non mancano modi al Padre accorto, che ci facciago, o colle
buones ocolle cattive. Mec. Padre voi chiamare colui, che vuole sforzare
la volontà delle figliuole? chiamatelo Padrigao, non accorto, màcrudele; perchè
qual delitto hanno queste commesso da chiuderle in vitas. contro il loro
genio? Sem. Come chiuderle in vita, trattantandosi'di darle, e
consagrarlo a Dio? Mes, Non si chiama darle a Dio, [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] qualia quando la loro volontà non ci concorra, nè
consacrarle a lui, quando non ci sia il lor consenso : questo li chiamná porle
a penare continuamente, non avendole iddio chiamare a questo stato: ( guai a
quei Padri, che lo faranno, perchè del bene, facendone tanto poco, che non
basterà loro, punto non ne parteciperanno: del male si che ne faranno partecipi
di molto, essendo capaci di farlo, trovandoli in iftato di disperazione. E
fappiate, che mi fù riferito un caso orribile di una di quelle, fatta Monaca
per forza, la quale, quando ebbe eseguito quanto defideraya il Padre, lo chiamò
alle grate del Monastero, cgli disse alle orccchie: fignor Padre or farcte conten.
to, che mi avere levata di casa.in que: fto mondo non ci rivederemo più;
må bensi nell' altro ed in pellimo luogo, perchè ci danneremo ambiduc . E che
vitupero è questo ; per far godere i maschi, li hanno da porre in disperazione
Je feminine? Se voi non potere dar loro dieci mila sçudi di dorc, dategliene
me no, [ocr errors] cina no, ed acca sacele; quando
volontaria. mente non siano inclinate alla vita reli giosa. Non vi
chiederanno già quel tal e giovane per i sposo, mà vi faranno dire bensì,
che la loro vocazione sarebbe di accasarli . Starà dunque al Padre marii
tarle a chi più gli aggrada ; mà so ben io da che ciò procede. Sem. E da
chc? Mec. Dall'eccellive doti, che corrono, le quali oltre il
dispendio,che apportano per le spese grandi, che si richiedono allorchè â
prendono, angustiaao ancora quando hango a darli altrui nel maricarsi le
figliuole. Sem. Or io non voglio nell'anima. mia questo peccato; fe li
vorranno maricare cutte, le lascierò mnaritare; mi diremi: che dote farebbe
proporzionata, Publio? Pab. Quella, che fi foleva comune. mente costumare
prima, che foffero inse dal Prencipe, come già dicemmo; e se [ocr
errors] Hh 4 feaveste da trattare co persone discrete, potreite anche di
loro francamente, che non vi curate di tanti lussi, e perciò volece dare quella
dote, che si costumava in quel tempo, che questi non vi erano: o fi
contenteraano, e voi averete fatto doppio negozio, essendovi anche accertato di
appareatare con gence discreta, e capace; se poi non lo vorranno fare, averete
scoperto, che non sono a proposito per vostra figliuola, volendo clli vivere
con pompa, e lusso eccellivo. Sem. Questa dote li dovrà consegnare
libera? Pub. Questo poi nò; perchè potreb. be alienarli, c restare la
voftra figliuola indotata, Sem. E se non vorranno concludere il
matrimonio fenza la dote libera? Pub, E voi sconcluderelo affatto ;
perchè è un pessimo segno, quando si pretenda questo, denotando che ci sia
bisogno in quella casa di danari. Questo sì, che sposata che farà, consegnare
allo fpolo quanto gli avste prometo; perechè non porrere immaginarvi mai, quan.
ti difturbi aascono tra conjugi per quem fta benedetta dote promessa, e non pio
gaca ; provando bene spesso le povero mogli, per tal cagione, molti mali trace
tamenti. Sem. E se non mi trovali il danaro pronio? Pub. Prendcrelo
più costo ad interesse, e perciò i saggi Padri di famiglia sogliono essere
buoni econoini, con met. tere da parte ogni anno qualche fommi di danaro, per
essere anche puntuali allorchè locano le loro figliuolc; e fanno coato allora
di fare vantaggioso rinvs. Itimento. Som. Sarebbe dunqne bene, che s'iq.
dutriassero i Padri di famiglia coi trafichi, e s'impiegaffero con fervore in
fare confiderabili avanzi. Pub. Di far qucfto non sono cenuri in costo
alcuno; bilta ch'elli non fcia. lacquino le loro rendire, perchè li poslono
anche fare avanzi congderabili in questo modo, ellendo che: Parfimonias eft
magnum veftigab. Sem. [ocr errors][ocr errors] 1 [ocr errors]
di ; Sem. Almeno lo doverebbero fare, avendone molte da maritare.
Pub. Neanco; perchè il buon Padre re, ed avendole educate bene,molti
concorreranno a prenderle, e con onesta doto,perchè porranno a cõro la buona
educazione per qualche migliajo di scudi, essendo realmente essa
l'equivalente;onde saggiamente diffe. Plauto in Aulu. Dummodo morata rectè
veniat dotata eft fatis, ed Orazio nell'ode 24.li: 3. Dos eft magna
parentum Virtus, metuens alterius oiri Certo federe
caftitas. Sem. Oggidi vogliono però dote, e non chiacchiare. Pub. Sì
quelli che s'innamorano della dote, o vogliono spendere più della loro
pollibilità; quelli però, chcbramerango avere una moglie saggia, conlide.
reranno in primo luogo le sue buone qualicà, e di queste faranno maggior ca.
pitale, che della dore, la quale è mero bene di fortuna, dove che quelle,
non fo [merged small][ocr errors][ocr errors] [ocr errors]
solamente non sono soggette alle sue incostanti vicende, mà sempre
crescono di valore, onde faggiamente Orazio ebbe a dire nella r.
Epistola. Vilius argentum eft auro, virsusibus au- [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] Sem. E se il Signore mi delle', in 32stigo de mici peccati,
una figliuola risentita, vana, pronta, loquace, contenziosa, che con tutta la
buona educazione non si fosse potuta mutare, volendo questa marito, che
averò da fare? Pub. Trovarle uno simile a Socrate, che fu li sofferente
colla sua dispetrosa Sancippe ; cioè a dire un giovane sodo, prudente, non
iracondo, mà soItenuto. Mec. Vi fu però quel filosofo,il quale diede una
sua figliuola simile a questa ad ug fuo nemico, e ricercato perchè avesse ciò
fatto, rispose: per gastigarlo: Sem. Doverò in quello caso contenermi
nella moderata dore? Pub. Per levarvi di casa una figliuo: la di questa
forra, non dovete reftare per dat [ocr errors] . Deco feconda la
doro, perche date allo sposo un grande osso da rodere, onde, è di dovere, che
gli diate ancora un poco più di polpa, per consolarlo, cd a fine, che ci abbia
ancora un poco più di soff:renza. Sem. E se questa, la prima volta, che
contrastasse con suo marito, tornaflc a casa mia ? Pub. Voi
immediatamente dovete rimandarla a casa sua, senza darle alcun ricetto, e
sgridarla ancora; acciochè non fi avezzafle a farlo più in avvenire ; con dirle
apertamente, che colà hà da mori. re, perche se il Padre comincierà a darle
ricetto, è finira; ogni giorno seguirango'nuovi sconcerti, e perciò il Profeta
saggiamente disse: Obliviscere domum Pa. tris tui. Mec. Un saggio Padre
in fimile avveniincnto fè questo: Si portò egli medelimo colla sposa dal
genero, e gli disse. Per grazia vi chieggo, che per questa prima volta le
perdoniate per amor mio, nà se mai succederà cosa fimilc in avvemire, datele
pure quel gastigo, che vor. гс [ocr errors] rece; perchè io non
intendo più inters porre nè pur una minima parola a suo favore ; anzi che non
la reputerò più per mia tigliuola, trasgredendo i vostri, e miei comandi. Ella,
che crede, che suo Padre fosse scco andato per isgridare fuo marito, perdè
l'orgoglio a segno, che in avvenire muco modo di vivere. Sem. Se avelli una
figliuola brutta, c mal fina, e volelle marito, che avcrò da fare? Pub.
Primeramente vi dovrete informare col vostro Dottore,se possano i suoi difetti
pregiudicarle nel pártorire, con porre a risico la sua vita; accertato che
farete di questo, che non poffa seguire, maritätela pure nel miglior modo, che
potretc, darele anche buona dote per avere un uomo di propofito.
Mec. Vi fu molti anni sono una lice per cagione, ch'essendosi sposata senza il
consenso de suoi Genitori una giovane, perchè il di lei Padre pretendevas darle
la dote stacutaria, e lo sporo ne chiedeva di vantaggio ; essendo che oltre gli
altri difetti, che aveva era statas sempre senza denti : giunse queftas istanza
all'orecchie del Prencipe, il quale ordinò che fossero alla rolitas dote
accresciuti duc mila scudi di più, per uguagliarc i difetti, che aveva la
sudetta sposa. Sem. Mà se non si affacciaffe alcuno, che li voleffe, non
si potrebbe stimolare a farsi Monaca? Pub. Questo sarebbe peggiore
facrificïo dell'altre, che volevare dare a Dio, essendo stata rifiutata da
tutti gli uomini; e militando per questa ancora le medefine ragioni, non lo
dovete fare ; se non farà chiamata da Dio a questo stato; onde la potrete
tenere in casa vostra, e procurate, che ha servita più degli altri voltri
figliuoli:non dovendo voi permetrcre che all'interne sue imperfezzioni, vi si
aggiungano anco gli esterni (trapazzi. Sem. E con quelle che averanno la
vocazione di farsi Monache, come mi doverò contenere ?, Pub. [ocr
errors] Pub. Primieramente di far esplorare beo bene la loro volontà, per
accertarvi, le lia vera vocazione, c non disperazione ; perchè alcune in questa
cadono alle yo!ce, e precisamente quando non possono avere quel marito, che
bramano; e scoperto che ayerere, che siano chiamate da Dio, adocchiare tre, o
quat. tro Monasterj de più osservanti, į di diversi istituti, e fare ad
effe leggere le i loro regoles acciocchè sappiano ciò, che doveranno fare; e
dipoi dice loro, che fi scelgano quell'istituto,che piace loro, e fatele
pur monacare. Sem. Sarà bene di tenere loro una conversa per
forvirle? Pub. Sc alcuna fosse stroppia, venendole permesfo,fatelo, per altro
non inno. vate cosa di vantaggio di quello, che ivi fi suole praticare dalle
altre ; questo sì che dovrete far loro il livello costumandosi, e consegnarlo,
acciocchè lo faccia. no riscuotere a loro modo,affinchè nó abbiano da stare
dopo la vostra mortc all' indiscretezza de fratelli, i quali foglio [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] no essere
molto trascurati in soddisfarle, e trattatele in modo, che nő abbiano bi. sogno
di soccorso altrui; perchè così viveranno staccatiffime dal secolo. Sem. E
se qualcuna volesse imparare a cantare, efsendol già dichiarata di far. fi
Monaca? Pub. Non permetterei quefto ; perchè, se poi fi mutasse, ilche
sarebbe cosa ficile cantando delle belle ariette, voi rimarrette colla
cantarina in casa; ditele bensì che lo imparerà allorchè larà Monaca, perchè
ivi averà delle altre compagne ancora, colle quali si potrà esercitare per
meglio apprenderlor Sem. E se volesse viaggiare un poco per il mondo,
prima di chiudersi? Pub. Questo neanco firebbe ben fitto; perchè col
viaggiare si può vedere, e trattandosi,udire più d'una cosa, che potrebbero
rimuoverla dal suo fervore, e. quando questo desiderio procedesse per cagione
di divozione, conducerela in qualche luogo de più vicini, ove sia qual. chc
divoro Santuario, per consolarla. Soma 1'1 Sem. Se bramasse
vestirsi da sposa prima di monacarsi, e ricoprirli di gioje, hò da
permetterlo? Pub. Alifte por motivo di potersi fare l'antichissima
consuetudines per altro doyendofi sposare col Signore, non mi pajono simili
abiti da esso graditi, mà ben. † sì i più modefti: Una sola riflessione in et favor
di ciò ci potrebbe essere, che si portassero per dispreggio, facendo
vedere allorchè li spoglia di esli per rivestira dei sacri, che li rinunziano
tutte le pompe, e vanità mondane. Sem. Rimanendo redove le figliuole,
averò da riceverle più in casa inia? Pub. Effendo uscire da casa vostra,
ed essendosi già dimenticate, come vuole fil Profeta,di essa, non siete più
tenuto di riceverle :- e perciò fi foleva ancora nei Kriti degli átichi
Romani praticare colle Spose di muoverle nell'uscire dalla casa
paterna più volte in giro affinché si die : menticassero affatto di ritornavi
più . Sem. Mà se rimaneffero vedovc affai giovani,e senza figliuoli,che
averebbero da fare così solc li Pub. [ocr errors] Pub. In questo caso, se
volessero corparvi, mostrerebbe essere crudele quel Padre, che ricusaffe
riceverle. Sem. E volendoli queste rimaritare toccherà al Padre
penfarci? Pub. Lo ponno fare senza il di lui consenso; bene è vero però,
che le fuggie figliuole fogliono col consiglio pacerno regolarsi in tutte le
cose, ed in particolare in affare di tanta premura, conforme è questo.
Sem. E se avesse più figliuoli anche pargoletti potrebbe penfare il Padre prima
di morire a qualche ripiego, affinchè fossero questi ben' educaci;perchè
rimaritandoli la loro Madre poco penlicro Gi prenderebbe di effi il Patrigno
nell'edu. carli. Pub. A questo ci vuole un poco di tempo per rillerrerci
bene, onde ne pare leremo nella seguente.i Sopra l'educazione de Pupilli: e
come debba ciascuno portarsi verso i suoi genitori defonti. [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors] Mec. A pena maggiore, che possa avere il Padre moribondo, essendo
egli in sen. timenti, mi persuado che sia questa: di lasciare i figliuoli
pargoletti, dubicando, che non solamente possano esserc danneggiati nella roba,
mà ezian. dio nell'educazione; posciache rifletterà facilmente, che quando la
Madro pallasso alle seconde nozze, poco penGaro li prenderebbe di elli il
Patrigno, ela pro propria Madre molto certamente farebbe dividendo
l'affecto per merà trà elli, cd i figliuoli gencrati col secondo marito. Laonde
la loro educazione Iddio sà comc anderebbe. Sem. Mà ti è pur
bastantemente proveduto 'a tali sventure, con Tutori, e Curatori; come dunque
potrebbe andar male l'educazione di effi, venendo cosi bene affiftiti?
Mec. Può essere, che a tempi antichi li Tutori fossero di giovamento a Pupil.
li : oogidì però tra questi fanno nulla i mediocri; fanno bensì del gran male i
cattivi, e gli occimi, che operino all'antica sono così pochi, che non sò se
arriveranno al numero di quelli buoni, di cui parla Giovenale: Boni
quippe homines numero vix funt totidem quof Thebarum poriæ, vel
divitis oftia Nili. Sem. Udii pur da voi, Publio, nella Conferenza decima
della decade passa. ta;effere utili alla Republicà gli Economi; or come dunque
i Tutori, essendo an [ocr errors][ocr errors] anch'elli Economi,
possono apportarc e questo gran mile. Pub. Tra l'Economo, ed il Tutore ci
è differenza potabile; conciofacosache all'Economo non appartiene l'educazione
de figliuoli; ed essendo egli splendidamente riconosciuro delle sue fatiche
procura di servire con somma fedeltà, per accrescere, o mantenersi almeno il
credito acquistato, a fine di essere ados, perato in altre fimili contingenze;
essendo che per profeffione lo esercita; dove che il Tutore, dovendo anche
invigilare alla educazione, vedendosi poco, O nulla riconosciuto delle sue
maggiori fatiche, non è cosìgeloso della sua estimazione in cal ininisterio,
per non cu. rara punto di fimile briga inutile, fpecialmente chi non
opererà per virtù, la qual'è da pochi seguirata, e maggiora mente se non si
vede rimunerata secondo il sentimento di Giovenale, il quale dice: Quis
enim virtutem ample&titur ipfam Prema fi tollis? Laon. [ocr
errors] 0 li 3 Laonde non recherà maraviglia se eras efli vi
saranno de cattivi. Sem. E questi, che mali potrebbero apportare,
Mecenate? Mer. Primieramente di lasciar fare a figliuoli ciocche eff
vogliono, e poi ponno prendere tanto amore alla roba de’Pupilli, che se vogliono,
possono arri. vare ad appropriarsene buona parte di cffa. Sem. Edin che
modo ? Mec. Faranno comparire debiti antichi, i quali furono gia pagati,
ed accordandoli con detti finti creditori, fi divideranno per metà il furto,
dando loro indietro l'antiche ricevure ; lascic. ranno vendere all'incanto i
corpi più frucciferi, ed effi vi faranno offerire sot. to mano; et farà cal
vendita, nella quale farà grossa senfaria a lor favore; faranno rinvestimenti
con persone fallite, e non senza considerabilitimi approvesci loro; in somma,
per non infpiegarmi di vantaggio, sarebbe assai meglio, che questi non ci
fossero ; perchè almeno se spregasscro i figliuoli anderebbe per
sodisfare i capricci di chi n'è padrone. Sem. Costumeranno di far questo i
più bisognofi. Mec. I bisognosi lo faranno per biso . gno, ed i non
bisognosi per arricchirsi di vantaggio. Sem. Mà è possibile, che nel
Mondo ci sia gente così iniqua che lo faccia? Mec. Questa è questione di
fatco; di. cendomi il mio Procuratore, che giornalmente accadono liti di
rendiinenti de'conti in cause de Pupilli, e che si vedono prodotti certi libri
di amministrazione così intricati, per ricoprire le magagne, che ben si scorge
essere stati fatti così da gente molto maliziosa. Sem. Talinente che voi
non lodate, che si diano a Pupilli questi Tutori? Mer. I cattivi
certamente noa posso lodarli. Sem. E quali saranno i buoni? Mec.
Quelli, che ricuseranno di accettar qucfte brighe Sem. I cattivi non sono
a proposito, i buoni non vogliono accettarle; dunque bisognerà cadere a prédere
per necelfità i mediocri, che non fanno nè bene nè male. Oh confideriain corne
p')trà andar bene l'educazion de figliuli! Mec. E perciò doverebbe ogni
b:100 Padre di famiglia aver un amico confidente di lom na integrità, è che
fosse anche informato de fuoi interelli, e que. fti impegnarlo da molto tempo
prima ad accettare, se li delle mai il caso, ch' egli morisfe in tempo, che i
suoi figliuo. li avessero bisogno di guida, che voleffe fargli carità di
tenerli, ed allevarli, come se foffero fuoi ; senza però discapito di borsa; ed
è cosa facile, che prene desse allora l'impegno di farlo, perchè fi
lusingherebbe, che ciò non fosse per seguire in breve. Sem. Signor
Mecenate mio, scusate. mi, se passo taor'olore; vedo oggidi il mondo così
corrotto che dubiterei molto, che l'amico si ponesse anche in luogo di Padre
con isposare la moglie del l'amico rimasta vedova. Mec. [ocr errors]
Mec. Questo non doverebbe farli da un buono amico, Sem. Questo ancora è
di fatto, conoscendone qualcuno, che lo hà bevislimo praticaco, e lo sò con
tutto che io ab. bi. meno anni di voi. M:c. Losò anch'io; mà questo
diceva per vedere di fuggire il maggiôr male; or dunque bisogna conchiudere,
che doppia disgrazia lia, quando i Padri muojono giovani, Sem. In fimile
intrico dunque o biso. gierà, che il Dotcore trovi rimedio, che in tal erà non
si inuoja, o pure tro. Vire chi poffi fedelinente indirizire cali Pupilli:
avete voi, Doctore, un simile rimedio? Med. Rimedio per non morire non si
è trovato fin'ora; ben è vero però, che a prolungare la vita con tenersi lon,
tani da cerci spropositi massicci, che possono abbreviarla, a questo si può are
rivare. Sem. Ed in che modo Med. Contenendosi con moderazione
nel [ocr errors][ocr errors] nell'esercizio conjugale; perchè ci
so. no taluni, che si pongono alla disperata in tale facenda, come se nel dì
seguente la moglie dovesse essere loro rubata, senza avvederfi, che ruberà la
morte elli alla moglie, continuando tal vita; oltre poi tanti altri disordini
accompagnati a queste. Bisogna dunque, che viva re. golato chi ha figliuoli di
tenera età, e non li fidi della gioventù ; perchè que. sta tradisce bene
spesso, e che consideri il danno, che apporterebbe alla sua famiglia, con
morire prima d'invecchiarli. Sem. Questo si può fare ; mà se non baftaffe
? perchè hò veduto morire anchci giovani non aminogliari, e ben regolati
ancora; che doverebbe dunque farli per terminare la vita non tanto
dolorosamente? Pub. Hò udito riferire, che in alcune città vi lia una
specie di magistrato, composto di persone di sperimentata integrità, le quali
invigilano a questo ; onde introducendoli trà di noi potrebbe con
consolar molto i Padri, cui seguiffc fimil e disgrazia duplicata, per lasciare
i figliuo li non atti ancora a poterli da se regola [ocr errors]
re. [ocr errors] Sem. Questo mi piacerebbe, e vi prometro, che procurerei
ach'io di entrare in derto magistrato. Pub. Se vi avelli da porre io, due
di difficoltà ci avrei; la prima, che fiere troppo giovanezessendo
cariche da con. ferirsi a persone di provetta e à, e l'al tra perchè voi
lo chiedete, essendo che A finili impieghi, doyendosi conferire a
solimericevoli, aleuoi di questi più toe $ fto li ricusano, che li domandino;
ed è a cosa cerca, che colui, che brama un ins cumbenza, non solamente
senza lucro, mà di molto incomodo ancora, qualche fine vi hà per lo più
vantaggioso per se.. medesimo, il quale potrebbe rendere infructuoso ogni
vantaggio, che da ello, si speraffe . Serth Che averebbero da fare quefti?
Pub. Primieramenre d'inventariare fedelmente tutto quello, che avesse la.
[ocr errors] sciato quel defonto, di eficare poi il superfluo, e non
fruttifero, e rinvestire il ritratto in faccia de Pupilli, con fare le cose
chiare, e senza procacciarli emolumento alcuno. Sem. E che altro?
Pub. Di dare fefto immediatamente all'educazione; con porre nel migliore
feminario i maschi, se saranno di erá ca. paci, e le femmine in un Monastero
dei più csemplari. Sem. Ele rendite chi le amministrerà? Pub. Un ministro
salariato, che fia capace, o più secondo l'azienda che foffe, i quali
rendessero esatto conto ad uno dei detti sopraintendenti dell'operato ogni
settimana, per potersi poi, da più di elli congregati ogni mese, risolvere gli
emergenti più difficili, che ac. cadeffero. Sem. E degli avanzi, che si
farebbe? Pub. Andarli rinvestendo, allorche foffero arrivati ad una certa
somma, con tutte le dovute cautele acciocchè fosse. ro fatti a ragione
veduta.Sem. Nello stabilirli poi divenuci adulti chi ci penserebbe? Pub.
Quci deputati medesimi, che sopra intendono all'amministrazione. Sem. E
se caluno di questi avesse figliuolo, o figliola, ed apparenrasse cilin eli: 0
pur faceffe quello che fu obiettaco a Tutori. Pub. Vi sarebbero sopra di
ciò, le suc regole, in quali casi li dovesse proibi. re, o ammettere tra esli
l'apparentarli; perchè quando mai fossero eguali, che male farebbe
l'appareatare con gente scelta, e capace a bene dirigere. Oltre di che con qual
amore di vantaggio liarebbe amministrata quella roba ; ¢ qual educazione più
vigilante riceverebbero questi in cal casoBafteşebbe, che non entraffero poveri
in detra soprainten denza affinchè non seguissero casi disdif cevali, che
daffero occalione di inormo, rare, ed essendo questi scelti nobili, c
bencftanti, non li indurrebbero a far quelle cose, che furono obiercare a
Tucori, c tanto più ch'essendo molti a for pra [ocr errors]
sopraintendere difficilmente tra questi vi sarebbe chi potesse, anche volendo,
defraudare iPupilli in cosa alcuna per la vigilanza degli altri. Sem. E
se in detta amministrazione seguisse qualche disgrazia, chi sarebbe teauto a
risarcirla? Pub. O questa seguirebbe casual. mente, senza colpa altrui,
ed in questo caso non sarebbe a ciò tenuto alcuno, mà se poi ci fi scorgesse
inalizia ; il delinquence farebbe obbligato a risarcirla. Sem. A fare
ottenere loro buoni impieghi, e provedecli di cariche proporzionate alle loro
condizioni, e capacità, chi vi doverebbe pensare, fatti aduki ? Pub. Il
medesimo inagiftrato, atinchè con ragione di potessero chiamare quei, che lo
compongono veri Padri della Patria, cgran sollevatori de Pupilli ; mà divenuti
questi capaci sapranno da se medesimi farli strada per il conseguia mento di
effe. Sem. Sino a quale ctà doverebbero Rarc fotto tal depucazione?
Pub. 11 [ocr errors] Pub. Le femmine fino a canto,che fora ossero
collocate; i maschi poi non sareb* be male in tempi si calamitosi, che vi
stessero fino a tanto, che fossero atti, è 1 capaci di sapersi regolare da se
mcdefifoto mi nell'amninistrazione de loro beni. Sem. E se caluno di
questi rimaneffe d incapace di operare a dovere? Pub. Affinchè non
dilapidaffe il fuo, converrebbe tenerlo soggetto sin tanto, i che vi fosse chi
porelle prendere partii colare direzzione di effi, come sarebbe di qualche
fratello di giudizio, o altro pa• from rente ricco; pio, ed onorato. Sem.
Mà questi pareori, perchè non potrebbero anch'elli prendersi il pensie. iro di
amministrare detta roba de Pupilli, alineno lin tanto, che foffe ftabilico
fimile magiftrato? Mec. I Parenti, Sempronio mio, talia dc quali però,
sono peggiori degli altri, perchè prendono maggior contidenzas colla roba
de fuoi parenti è perciò facilmente se l'appropriano;onde di questi non vi
prevalec, se non quando li scor gere gerete con lunga sperienza,
che siano ve. ramente difinteresati, Pub. dove sono andati quei parenti
antichi, che avevano premura maggiore della roba de loro congiunti,che della
propria : hò veduto io alcuni di que. Iti mettere fuori somme confiderabili di
danaro per folicvarli nelle loro angustic, ed ancor fenza alcuna usura ; ve ne
fu uno tra gli altri, che prese l'amministrazione di un luo cognato, il quale
eras quali che fallito, e lo ripose in piedi, con liberarlo da tutti i debiti
da esso fatti, che ascendevano a fomma molto considerabile. Sem.
Ritornando alla grand'opera di cariià del sudetto Magistrato, mi perfuado, che
in quei luoghi, ove li costu. i Padri morranno senza avere da pensare
all'indirizzo, che dover ango avere i
loro figliuoli divenuti Pupilli. Pub. Occalione non hanno di ricercare
altri inodi : posciache questo Magiftrato pensa non solamente a diriggere i
Pupilli ricchi, ma anche quei che riman goo [ocr errors] gono con
mediocre commodo. Sem. Oh luoghi fclici, ove la morte non reca tanto
cordoglio, divenendo ivi l'amore, e l'autorità paterna a guisa di fenice,
che rinascono, ed alle volce più i profittevoli a figliuoli di quello, che
fos fero prima a cagione dei Padri trascura#ci, e nel costume, e
nell'economia, e se per questi ancora ci fosse qualche cenfoi se, quanto
anderebbero meglio le cose? Mer. Voi, Sempronio, che non avein te ancora
piena sperienza del mondo vorrelte aggiustarlo in un tratto; come
fogliono fare alcuni zelanti giovani, allorch' entrano a governarne qualche
particella di efto. Abbiare de me questo configlio, cavato da Licurgo, che nelle
riforme bisogna camminare affai lenta. mente, e con molta circospezione, per
non cadere in peggio. Sem. Che doveranno fare i figliuoli per mostrarâ
grati verso i loro genitori defonti? Pub. Due cosc, la prima è di mante,
gere nel mondo la meinoria onorovolsdielli, e l'altra, che maggiormente preme,
di alleggerire le loro pene, che possono foffrire nell'altra vita. Mec.
La prima dagli Egizi li praticava con imball mare i corpi de' loro genitori, e
questi conservavano anco gli atavi, i tritavi, con quel auiero maggiore degli
ascendenti, de quali furono eredi, e con quanta stima, c vencrazione
universale! che se ac loro sommi bifogni avessero avuto necessità di danari,
impegnando una di queste mumie, ne trovavano quanti facevano loro bisogno ;
perchè avevano il pensiere di riscuoterle in breve. Gli antichi Romani ancora
fabricano tempj alle memorie de’loro Padri, o per lo meno ftatue per mano di
eccellenti scultori. Sem. Come si doverà fare per mantenere viva la
memoria de genitori? Mec. Se sono stati illustri per le loro rare virtù,
e maneggi, debbonsi anche imitare da figliuoli, per fare scorgere a chi non li
conobbe, di essere le loro virtù passare in effi; insegnandoci
l’Ecclelia. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] ftico al 11. che
in filiis agnofcitur vir. Sem. E se avesse dato alla luce opero
letterarie, doverà imitarlo in queste? Mer. Certamente più in queste che
pcll'edificare ville sontuose, posciache quelle di Cicerone, e di Seneca fono
già da gran tempo distrutte, ma non già i loro libri, i quali continuano i loro
anni sempre più gloriofi alla fama. Pub. Fù interrogato un favio, se
fosse più defiderabile l'acquistare un regno, o l'avere dato alla luce qualche
operas dottrinale, utile a posteri; rispose egli che la seconda; perchè della
prima non pofsiamo eslerne altro, che meri usufrutruarj, privandoci della
proprietà di esso la morte, dove che della feconda ne Gamo perpetui poffeffori,
accrescendo più tosto la morte il valore di essa, e perciò con ragione diffe
Giovenale: sat. Libera fi dantur populo fuffragia quis să Perditus
ut dubitet Senecam preferre Neroni. Sem. E se non avessero fatto cofa
alcuna memorabile ? Kka Mer. [ocr errors] Mec. Debbono i
figliuoli incominciare a farl’elli ; perchè diccndoli poi fatte dal figliuolo
del rale, anco i genicori faranno partecipi della gloria di efsi. Sem. E
se fosse stato un gran Capitano, ed il figliuolo non avesse quel coraggio, che
si richicde in tal carica? Mec. Procuri egli di uguagliare la fua gloria
in cose concerncati alla pace; perchè si dira:il Padre fè prodezze grandi in
guerra, e questi le ha fatte in affari di pace. Sem. Lasciando
debiti più del suo capitale dovrà il figliuolo fodisfarli del fuo, quando
avesse? Mec. Certamente che sì, per non farlo dichiarare fallito ; e di
vantaggio le fors' egli ne paeli Elvetici, per non riceverne infamia;
cottumandog colà gaftigare anche i defonci, che per malizia feceto più debiti
del loro capitale. Sem. E se avesse ricevuto fuo Padre qualche
ignominioso gastigo?. Mec. Dove egli allontanarli dos quel qu I
paesc, per non udirne dir male pui blicamente, non potendolo scusare; per
altro se fosse stato cattivo a quel segno, che non avesse merita co‘limiles
ignominia, doverà colle opere buone, e a gloriofe cancellare ogni memoria
po. co buona di esso; perch' essendo pro? prietà della luce scacciare le
tenebre così ancora delle buone operazioni pre fenti è di
cancellare la memoria delle 8 carrive passate. Sem. E se lo avesse
privato dell'eredi. tà parerna doverà farannullare il testa. mento, avendo ciò
fatto senza cagione? Mec. Sofferendo ciò farà credere, che
certamente lo faceffe fenza cagione, i poichè facendo altrimenti, se non
l'ebbe allorchè lo fè, la previde, per dichia. rarsi dopo la sua morte il
figliuolo concrario alla sua volontà, e di ciò ne dierono un memorabil'esempio
i figliuoli di Metello, i quali, quantunque esclisfi contro le leggi, non
vollero,per riverenza dovuta ai Padre, far istanza alcuna in contrario.
Sem. Kk 3 Sem. Se un Padre ainoroso de fuoi figliuoli, ed anche
pio, volesse, allorchè stà vicino à morte, far distribuire qualche fomma
confiderabile di danaro a poveri, ma perchè l'amore verso i figliuoli lo
portasse a farne effi consapevoli, per vedere se fossero contenti di ciò, come
dovranno contenerfi in fimi. le affare? Mec. Uniformarsi in tutto, e per tutto
al volere paterno, c sappiate che Iddio non solameate gradirà tal atco, mà lo
rimunererà ancora. Pub. Un caso prodigioso si racconta a questo proposito
nel Prato spirituale di un uomo dabene, e fomnmo elemosiniere', il quale,
ritrovandosi vicino a morte, chiamò il fuo figliuolo, cui dopo avergli fatto
vedere una gran somma di danaro disse:figliuolo,che gradirete più, che vilasci
questo danaro, o pure, che vi deputi Gesù Cristo per vostro curatore rispose il
figliuolo: averò più accaro il mio Gesù per curatore: ciò udito fece dispensare
a poveri tutto queldanaro: cosa fè il giusto, e supremo Curatore? Si ritrova in
Costantinopoli, ove egli dimorava, uno de'principali, ch'aveva una sola
figliuola, la quale per essere ricchissima veniva da molti desiderata per
moglie ; il gran Curatore dell'orfano ispirò alla Madre di essa, che infinuaffe
a suo marito, qualmente la loro figliuola avesse più bisogno di un uomo faggio,
che di ricchezze, e che maritandola a qualche Signore correva pericolo ch'ella
fosse malamente trattata: Piaccque cal consiglio al marito, il qnale
repplicolle : preghiamo dunque Sua Divina Maesta, che glielo dia a foo
compiacimento, ed andare voi in quefto punto alla Chiesa a supplicarla,e
có. ducetemi quello, che immediatamente entrerà in Chiesa dopo di voi; qual fù
appunto il pio, e generoso pupillo, dal suo grã curatore arricchito in un
istáte. Mec. Or vedere voi, Sempronio, ch' effetri buoni produce
l'uniformarii colla pia volontà del Padre, e quanto si è detto del Padre doyerà
aacora inrcn. der, [ocr errors][merged small][ocr errors] Kk
4 dersi della Madre, in tutto quello, che apparterrà a
figliuoli. Sem. In che doverà con Gftere il bene che sono tenuti di fare i
figliuoli, per l'anima dei loro genitori? Mec. In sodisfare in primo
luogo tutti i loro debiti, e legati pij, ed adempio re prontamente le loro
disposizioni. Sem. Må se non ci saranno danari pronti, si averanno
d'alienare gli effetti? vi saranno pure i suoi tempi da sodisfarli con
commodo? Mer. Sapete che detti effetti, ne' quali ci è debito; non vanno
considerati come propri, e per ciò, non entrando nell'eredità a favore
dell'erede, che gli dee importare, che si vendano? fe poi li vuole appropriare
a se, ci prenda danari sopra, se non gli hà, e fodisfaccia chi dee averc;; e se
per cagione di detta dilazione quella povera anima penaffe intanto, oh
che bcll'amore moftrerebbe il figliuolo per suo padre, lasciandolo cor. mentare
! Il più chiaro contrafegno di affetto verso fuo Padre è questo, di ob
be [ocr errors] Les bedirlo sollecitamente in fodisfare cioco che diipone
li faccia seguita la sua morte Pub. Or io sono di questo parere, che non
si debba aspettare fino alla morte a fodisfare i debiti contratti, c le
opere o pie, che si vogliono fare, e maggior meate mi sono confermato in
questo leggendo, che vi fosse un certo uomo civile sì, mà assai povero, non
avendo altro, che quattro Sparvieri avvezzati alla caccia, coi quali si
alimentava; vc nendo egli a morte chiamò tre suoi fi& gliuoli, ene
lasciò uno per ciascuno, di cendo loro, che il quarto lo
vendeffero, e ne facessero tanto bene per l'anima sua morto che
fosse. I detti figliuoli il di venente, per vivere se ne andarono
alla caccia coi quattro uccelli, uno de quali seguitando la preda
non tornò più: cominciarono a contrastare tra loro di chi fosse il
perduto, ed ogn'uno giurava, che quello, che era ritornato, ed
aveves sulle mani era il suo ; fi accordarono alla fine, che il
perduro era quello, che dove impiegarli in beneficio dell'anima del
[ocr errors]! [ocr errors][ocr errors] del loro comune Padre; il quale
rimase privo di quel bene. Sem. Oltre di questo doveranoo far
altro? Mec. Avere giornalmente una viva memoria di essi, col
raccomandarli a Dio in tutte l'orazioni, che faranno, fervencemente; perchè non
è picciolo il bene, che da cfli ricevettero, conGitendo in tutto il loro
etlere, e ciò facendo oltre il sodisfare a propri doveri, daranno anche chiaro
indizio deila loro buona cducazione. Sem. Vorrei sapere da voi, Publio, so
la vedova possa essere capace di ben’ educare i propri figliuoli, parendomi che
da principio ne dubitaffe Mecenate, con dire, che non farebbe poco a dividere
il suo amore materno tra i primi figliuoli, e gli altri avuti col secondo
marito, Pub. Perchè nò ; quando ella perseyerasse costante nello stato
vedovile, fosse dotata di senno, e prudenza, ftesse attenta, ed avesse petio da
farsi ftimare, c rispettare da efl, e Mecenate parla del na delle
vedove, che prendono altro marito, non di quelle di cui diffe OVIDIO (si veda),
[ocr errors] che. bes 01 ol Sustinent in viduâ triftia
figna domo. Sem. A trovare però oggidi chi sia il dotata di tante virtù
sarà cosa molto difficile, dicendo di queste Giovenale. Rara avis in terris
nigroque fimillima cygno. Pub. Si a voi, Sempronio, che forse of
anderete solamente in cerca de diferti ili donncschi, mà non già a chi brama
di trovare le virtù, per approfittarsene, o gi ainmirarle; e non crediare
già, che ogbe gidi le virtù sieno affatto efiliate dal d mondo, anzi sappiare,
che quando paa re, che i vizj (i dilatino maggiormente, do allora è il tempo,
ch'esse li affaticano in trovare ricetto dai più lavj, per risplendere
maggiormente: ed io vi poffo finceramente palesare, che ci sono presentemente
alcune vedove, le quali vivono con tanta csemplarità, che ponno uguagliarsi
alle antiche matrone, delle quali i Scrittori fecero tanti grandi elogj. Sem.
Bisogna che queste vivano molto ritirare; c da ciò trascerà che, da me non son
conosciute, laonde notificatemi chi sono, affinche possa anche io fodarle, ed
onorarle, come meritano, ed apprendere insieme dalle loro operazioni qualche urile
documento. Pub. Mostrare certamente troppa cu. riosità, Sempronio, con
volerle conoscore', e se avete deliderio di apprendere qualche documento dalle
loro operazioni, questo lo potrete appagare con udire le relazioni dell'operato
da esse, e tanto maggiormente, che queste non operano a fine di acquistare gloria,
må bensì di bene istruire i loro tigliuoli, e perciò non fi curaro punto di
essere lodate da alcuno, ed a voi è vietato anco il farlo dall'Ecclefiaftico
dicendo: Ante mortem non laudes hominem quemquam. Sem. Informatemi dunque
del modo, che questo hanno tenatoy e tragono in educare i figliuoli? Pub.
Quefte, Sempronio, sono quela le res ope mogli, che
amarono di vero cuore i loro mariti, e perciò appresero da Didone
ciò, che rifeșisce nel quarto dell'Eneidi VIRGILIO (si veda): Ille meos
primus qui me fibi junxit ame- Abftulit ille, babe ai fecum,
fervetque sepulchro. laonde quantunque rimase vedove nel più bel
fiore degli anni, non vollero giammai acconsentire a rimaricarsi;
inà bensì rimirando ne'figliuoli qualche par. ic de’loro genitori
collocarono in elli, per tal cagione cutto il loro materno affetto;
e non li potranno mai baftantemente esprimere le deligenze da esse
usare a pro dei loro vantaggi; posciache, ia cuftodire, ed accrcfcere le
sostanze di clli, che cosa non fanno mai? Sem. E come possono,
essendo mancato il capo di casa, crescerle? Pub. E pure ciò non ostante,
l'hò osfervato in più di una di effe, c quello, che mirende ammirazione, senza
fordida economia, perchè mantengono illo [ocr errors][ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] ro to grado decoroso, senza scemarlo
puoto: laonde sono meritevoli di quell'encomio, che fa CICERONE (si veda) a
Craffo, ed a Scevoli, chiamando il primo moderatiffimo nello fpendere fra i
fplendidi, e l'altro splendidiffimo tra i moderati; vi potrei anche dire di
vantaggio, che avendole osservate e faccillime jipitatrici del bombice, il
quale per formare la sua casa poge tutta la sua miglior softanza in essa, onde
spero, che l'imiteranno anche dopo morte, con divenire farfalle per volarsene
più speditanicnte al Cielo. Sem. Hò udito esaggerare tanto cótro il luffo
nelle passare conferenze ; como mai queste si fanno così bene regolare in
tempi, ne quali ci troviamo.? Pub. Vidifli parimente in quelle, se ben vi
ricorderete, che non mancava presentemente ancora, chi viveffe net costume
ancico, e che non si osservalle da tutti chi operava in tal forma; perchè pochi
erano l'imitatori di efli, c da ciò nasce, che queste di regolano con
tanta aggiustacezza, perchè vivono a quella usanza, e se li vagliono di
qualby che cosa dello presente, lo fanno con gran moderazione, e più per
salvare una certa apparenza, a fine di non singolarizzarsi, che per
vanità. Sem. Mà nell'educarli di che norma si servono? Pub. Di
quell' appimnto, di cui già i parlammo, ina con grandiilima atten#zione;
folamente di vantaggio hò osserte vato, che avendo quefte già bene im
bevuti i figliuoli del rispetto dovuto ad effe ne'ceneri anni, divenuci
poscia più ci adulti, deposto il rigore priiniero si so no servite più
costo della piacevolezza; coli ed in questo modo hanno continuato ad
elggere curta la venerazione ad else dovuta da figliuoli. Sem. E nel
provederli d'impieghi comc li porrano? Pub. Volelle Iddio, che con tanto
fervore operaffino noi alori Padri conforme esse fanno' in questo;
effendoche taluna li ha così ben accomodaci, che: non non si
è renduta loro fenfibile la perdita fatta del Padre, trovandosi presen!emente
in istato tale, che possono contentarsi. Sem. Oh fortunati figliuoli; se
io fossi nei loro piedi, non mi dimenticherei gianımai di tanto beneficio
ricevuto da effe. Pub. Ed io pasferei più oltre, cioè a riflettere i
disaggi, che averano sofferto, per fare conscguire questo bene, e quanto
averanno cenuto occupata la mente co’pensieri, e quante vigilie averanno
sofferte. Or ditemi, vi pare che qucftc, che operano in tal forma, si possano
paragonare alle antiche Porzie, alle Cor. nelie, alle Avie, ed alle Pauline che
cosa fecero quelle più di queste, che meritarono la corona di pudicizia, pero
effere vivate nella stato vcdovile esem. plarissime e Sem. Certamente che
meritano qucm Ite ancora di esser coronate, e credecemi, Publio, che questo
vostro racconto mi hà sommamente confolatozed animato ingeme a prendere moglie;
perchè se io arrivafli á scegliermi una di queste, morrei certamente men
contristato, avendo chi supplirebbe le mie veci nel ben educare i
figliuoli. Mec. Abbiamo finora parlato della cducazione dei figliuoli de
benestanti, e di quelli de' poveri non abbiamo fatta menzione alcuna.
Pub. Conyerrà certamente discorrere anche di questi, essendo cosa essenziale
ondc lo porteremo alla ventura Conferenza. [merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] CONFERENZA
Sopra l'educazione de' figliuoli poveri, e donde venga queita
danneggiata. Publio, Mecenate, Sempronio, i Medico.
Pub. He bella cosa farebbe, se nel monС do ognuno viveffe conforme
richiede l'obbligo cristiano: di non fare altrui, ciò, che a se dispiace:
oh bell’armonia, che nascerebbe da questo allorsì che ciascuno potrebbe vivere
ad occhi chiuli, non trovandosi chi ingannasso il coinpagno ; c tanre sorte di
supplicj, inventare per reprimere', c. gastigare la malizia degl'uomini
rimarrebbero affas. [ocr errors] to oziose; e li ministri di Giustizia a
che | servirebbero, essendo ciascuno retrislimo giudice di se medesimo?
Oh felice, c mi fortunato vivere che sarebbe, essendo ritornato il secol
d'oro, nel quale come lo descriffe OVIDIO (si veda) ne suoi fasti. Proque
metu populum fine vi pudor ipfe regebar, Nullus erat justis
reddere jura labor. E Giovenale nella fac. Cum furem nemo timerer
Caulibus, aut pomis, tu aperto vive.ret borte, Mà quanrunque fiafi tanto
affaticato Platone per farlo ritornare, appena c rimasto ogni suo
pensiero riposto nel ga binetto delle sue Idee, senza recare vei runo
profitto; onde si può conch iudere, che questo probabilmente non
tornerà [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small]
Sem. Mà non fi potrebbe almeno far ritornare quello di argento ? perchè a
sopportare da gran tempo in qua il secolo di ferro, già divenuto rugginoso,
fembra dura, ed insoffiribile cola. L12 Sem. [ocr errors]
Pub. Questo è difficile; e non meno, che a far divenire un pezzo di ferro
argento; intorno al cui lavoro tanti ci si affaticano indarno. Non sarebbe poco
se a questo di ferro,che noi abbiano, il quale ben diceste, che sia divenuto
rug. ginoso, se gli potesse dare una ripulitura, affinchè non comparisse tanto
deforme, come presentemente par, che sia diveDuto Sem. Facciamolo dunque ; ma
da che parte di esso si doverà principiare? Pub. Da quella più tenera,
come abbiamo fatto finora nei nobili, cioè dalla tenera gioventù, ove la lima
può più facilmente attaccare : cominciate voi dunque a portarmi il lavoro, che
io li. merò. Sem. Qiello, che' mi premerebbe più d'ogni altra cosa,
sarebbe che in. cominciassimo a ripulire un poco i servitori. Pub. La
ruggine in questi è troppo dura; come volete voi, che limi, efsendo di già
quefti divenuti adulti; por [ocr errors][ocr errors] tatemeli giovaneci,
che io cominciero limarli. Sem. E come potranno questi allora discernerli?
Offervandoli, che ne pur i loro figliuoli hanno genio a fare tal meftiero;
ideandosi tanco i Padri, quanto effi, allorchè cominciano a conoscere i
vantaggi della vita civile, di voler parfare ad effa,con avanzarli di
condizione. Pub. Dunque se non si sà precisamente chi voglia incaminarli
per questa via, cominciamo da tutti i figliuoli poveri, che cosi comprenderemo
quelli da incaminarsi in cursi li mestieri nel inedeliino tenipo. Sem.
Che doverà farfi in questi prima di ogni altra cosa? Pub. Quello appunto,
che già dicem. mc:infinuare bene nell'animo loro il fan. to timor di Dio,
base fondamentale di O tutte le virtù morali, e cristiane Sem. E chi
doverà far questo? th Pub. I loro genitori. Sem. E se questi non ne
avessero appreso tanto, che hastaffc loro? Pub. Ci sono i Parochi de'quali è
incombenza,non solamente di proccurare, che fieno istruiti i figlioli, mà
anche, i genitori medelimi, Mec. Se ci fosse un fol pastore in una gran
greggia di pecorelle, molte ne divorerebbero di più i lupi ; onde come potranno
baltare questi, che sono pochi a tanci? Pub. Ci sono i Maestri, che
supplisco. no ancor ela. Mec. Mà quelli che non hanno modo da
tenerli? Pub.Sogovi tante scuole per i poveri, che possono ben ivi
apprendere ciocche appartiene a questo Mec. Mà fe trascureranno di
andarvi, ed intanto innoltrandosi i vizj come firi. medierà? Pub. Colgastigo,
che servirà dierempio agli altri, che non ci cadano, ed a tal effetto ci è per
questi la casa di correzione, ove sono severamente morti. ficati. Mec. Vorrei,
che vedeflimo, Publio, se [ocr errors][ocr errors] fc ci fosse modo
di non avere rovente bisogno di limili gastighi; perchè vado rifcttcndo, che
molti pochi sono correcti da eso; e quantunque ci licno le forche alzate, tanto
i delicti fi comincitono gel inedefimo tempo. Pub. E che prerendete
forse, che nel monda non feguano delicti? Mec. Non pretendo tanto, mà
solamente che sceinino questi più notubilincnte, ed in conseguenza ci sia meno
duopo digastigo. Pub. E come fareste per procurare che minor numero deili
presenti ne leguillero? Mec. Vorrei in diverse parti della cietà
scegliere i più caritativi ; e pii artetici, che ci foffero in ogni
profeflione, ed a questi consegnare, e raccomandare più di uno dei giovanetti,
arrivati in età di poter cominciare ad apprendere i principi di quell'arte,
alla quale 'mostraffero inclinazione, ed abilità. Pub. E prima di detto
tempo chi ne averebbe il pensiero di andarli istruendo nel beo operare? Mr.
[merged small][ocr errors][merged small][ocr errors][merged small] [ocr errors]
Mec. Ci sono pur tanti pii, cd esemplari operarj, zelantisfimi del buon
costume, cui non recherebbe gran briga l'invigilare sopra di elî, con un ben
regolato ripartimento, li quali per rimediare a'disordini maggiori, che
incontrasfero doverebbero avere chi desse loro assistenza, e braccio
autorevole; e credetemi, che dupplicato bene da ciò ne risulterebbe: cioè, che
non anderebbono in quelle ore vagabondando per la città, e li approfitterebbero
insieme di molti buon iavvertimenti, e cosi la gregge averebbe pastori a
proporzione del fuo bisogno: e fapere pure, che quantunque tanto si operi da
questi zelancisfimi nello svellere i vizi già adulti, nulladimeno per lo più
poco, o niente di frutto da cfsi si ottiene, onde mi parrebbero fatiche con
profitto maggiore queste impiegate, allorchè i vizi sono anco teneri, potendosi
allora con più facilità sradicare; che quando sono già adulti,senza tralasciare
però d'invigilare a fradicare anche questi assodati. Pub. [ocr
errors][ocr errors][merged small][ocr errors] Pub. E chi manterrebbe detti
figliuoli da quei artefici; acciocchè l'istruiffero fin tanto, che il loro
lavoro meritalse premio? Mer. Sarebbe facile qui tra noi a trovarsi il
modo, essendoci si numerose, e considerabili limosine di pane, da diftribuirli a
poveri; nè si potrebbe dubicare in conto alcuno, che questi non folsero tali;
onde sarebbero con giustizia, e profitto impiegare in essi ; nè potrebbero gli
altri dolerli, perchè verrebbero anche distribuite colla discreta propora zione
rispetto agli altri bisognosi invalidi; ne apporterebbero gran briga cinque, o
sei ragazzi di questi, provedusi già di pane, avendoli in bottega; ecenendo
loro gli occhi sopra, non potrebbero andare vagabondando in cerca de vizj
conforme facevano. Pub, E'pensiero questo da macurarsi meglio per
discernere, che vantaggio conliderabile potesse apportare. Sem. E se
avessero genio di studiare? Mec. [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] Mer. Di questo ne discorreremo nel fine. Sem, Or ditemi dunque
quali sono i vizj familiari a ragazzi poveri? Mec. Possono essere
innumerabili, se non sono sradicati alla prima da qual. cuno, e tanti appunto,
quante sono l'erbe dannose, et inutili, che nascono in una siepe abbandonata da
chi la coltivi. Posciache questi poffono essere primieramente affatto ignoranti
dei misteri della Santa Fede; non hanno in bocca altre parole, che difonckte,
appreses per istrada, e ral volia per essere figliuolini nè pur fapranno i loro
ligniti. cati; fi afsucfaranno da teneri anni al rubare, e cominciando dalle
core commefibili faran passaggio all'altre ancora; diverranno poi tanto
impertin nenti, che daranno fastidio a tutti; bugiardi, fraudolenci,
bestemmiatori, e malizioli a segno, che quabrunque fico no di dieci, e undici
anni saranno già capaci in pratica di tutti i vizj concernenti alla
luffuria. Puo. [ocr errors] [ocr errors][ocr errors] De i
buos [merged small][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] prove, e
do po [merged small][ocr errors][ocr errors] Sem. Ma è poflibile,
Dottore, che in sì tenera età facciano questo? Med. Io più d’uno di
questi ho vedy. to venire zoppi all'ospedale per ca. gione di buboni gallici,
che avevano acquistati con tali viziose ritrovata la verità gli ho anche
mol. to bene sgridati. Sem. Da che diviene questa gran facilità di cadere
in fimili vizj? Med. Lo spiegò Socrate a Teodata bellissima meretrice, allorche
li gloriava di superarlo nel saper sedurre più facilmente essa i suoi
scolari,di quello avess' cgli potuto fare colla sua dottrina in rimuovere dal
suo amore i suoi drudi, con risponderle, che lo credeva, nè punto fi
maravigliava di ciò; perch'ella li tirava all'ingiù, et a seconda del
precipizio con poca sua fatica dove ch'egli dovendoli tirar fuori da questo
aveva d'uopo impiegarvi fatica maggiore; come riferisce Eliano, Sem. Oh
so, che crescendo questi vizj con gli apoi, quanci mali effetti eli
pros [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors] [ocr
errors] Conf. Dec. feconda produrranno! riempiranno per la meno le galee di
genec facinorosa, se pur que. fti non anderanno sulle forche; onde conosco
anch'io, ch'è troppo necessario darci riparo, altrimenti di questi viziosi ne
toccheranno ad ogn'uno per servitori, o per arrifti: ma come fi potrebbe fare
almeno, che non cre. scessero di vantaggio? Mes. Se non li trova il modo,
che non vadano vagabondando per le piazze, e di cenerli lontani da quei, che
fono un poco più adulti di essi, sempre correranno tali pericoli; e perciò lag.
giamente ordinò Ligurgo, che i figliun. li fossero allevati per i villaggi, e
gli Egizi non li faceano porre alla mensa per cibarsi, se prima noa avcano
corso a piè nudi due, o cre leghe. Ed appresso i Parci, se i loro figliuoli non
avevano colla frezza colpito, e fatto cadere il pane, che posto avevano in
luogo eminente, non facevano gustar loro altro; conforme ancora facevano le
donne dell'Isole Baleari, ma colla fionda, c CO: [ocr errors][ocr
errors] così li tenevano occupati, affinchè non aveflcro campo di avanzarli
ne'vizj. Ma trovandosi tra noi impicghi con direttori discreti, sarebbero
questi affai più profitcevoli; potendoli eziandio formare scuole d'apprendere
arti, dove fossero istruiti, e nella pierà, et in quel mestiero al quale
applicassero di genio ; ma per opere sì magnifiche crè cose si ricercano, le
quali sono ; l'autorità del Prencipe ; valido soccorso; et allistenza allidua
di uomini pii, ezclanti del buon costume. Sem. Ma vi è pur S. Michele a
Ripas grande ove si fa tutto queito; perchè dunque andate cercando
altro? Mec. Abbiamo certamente tal Ospizio Apostolico utiliffimo,
esantißimo, ove col timor di Dio G avvezzano, e si approfittano ancora in
diverse arci, era sendo usciti di là molti, ch'erano prima senza indirizzo, e
modo da softcocarli, divenuti capaci d'alimentare se medesimi, e le loro
famiglie; ma questo folo non è sufficiente per educare tutri i [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] nigliuoli poveri, che sono nella
Città; nè è poffibile moltiplicarne canti altri confimili ad effo, che foffero
fufficienti; onde bisognerebbe trovare un modo praticabile, acciocche fossero
istruiti nella medesima forma, ma senza ag. gravio di spesa equivalente alla
proporzione di quella. Pub. Tutto si potrebbe fare, ma però se non si
toglieffe prima quello, che dasse loro mal' esempio, gioverebbe a nulla.
Meo. Questo è veriffimo; perchè entrando caluno al servizio, quantunque fosse
semplice, e di buon costume,' fe cominciarse a comandargli il suo padione certe
cose, che non li possono dire in pubblico, effendo indecenti, como potrebbe far
di ineno obbedendolo as non divenire ancor esso diviato? effen. do che: a bove
majori discit arre minor, Se quantunque foffe sobrio, e vedeff: continuamente
banchettare, et a vesse tutto il commodo da disordinare anch' effo, come non
diverrà gologfimo? E par [ocr errors][ocr errors][ocr errors] last
particolarmente se si abbatteffc in chi, come dice Giovenale, Radere
tubera terra Boletum condire, codem in jure na, tantes
Mergere facedulas didicit Sco ap Et cana monstrante gula. Se si accorgerà
poi, che manchi di parola, imparerà anch'esso a farlo dicen. do: se lo fa il
mio Padrone, ben lo posso far arch'io, perchè farà forse oggi di civiltà
prar carlo. Voi dunque, Semi pronio, vidolete attorto dei servirori;
doleceri bensì dei padroni, che gli accoltumano viziosi. Sem. Ma io
per la Dio grazia non fò di questo, e pure mi sono capitati molci
cattivi fervitori. Pub. Saranno stati prima corrotti da altri padroni se
non gli avete corrorti voi, e perciò imparare a non mutarli tanto spesso,
potendovi abbattere ins peggiori, i quali non sarebbero più correggibili: Barbatos
licet admoveas, mille inde magiftros. Mec. Non solamente i servitori si
approfittano del mal'esempio de' padroni, ma tutti gli artisti, e mercanti
ancora, dandosi da caluno di esli a questi, invece del danaro, che avanzano,
certe mercaozie, le quali non trovano ad clitare, e le pongono a prezzi
altissimi, e da ciò essi imparano ad alterare i conti, ed in che forma!
Sem. Ma ci sono pure i periti, che li rivedono, e tarano? Mec. Si bene, ma
però elli l'informano, e fanno ben loro capire, che hanno ricevuto, a ragione
di contanti, assai di meno di quello pretendevano di aver dato loro, a cagione
dei prezzi alterati delle robe ricevute. Sem. Sicche faranno un bel guada.
gno questi, che daranno roba in vece di danaro; e ditemi, Dottore, se ciò si
pratica collo Speziale ancora? Med. Taluno per quanto ho udito lo
fa. Sem. Consideriamo, che buone medicine daranno loro questi, che sono
così malamente pagari. Med. Med. Li poveretti troppo fi sforzano
die a servirli bene; ma certa cosa è, che vo gliono starci in capitale
almeno, c peri ciò non daraano già loro i migliori ri1 nedj. Pub. I
mercanti Moscoviti, prima che it fosse data loro la libertà di uscire dal El
Regno, avevano una bella maniera di contrattare, la quale era di chiedere
soSelamente il giusto prezzo delle loro mer canzic, e guai a colui, che
l'avesse altea si raco; posciache sarebbe caduto in pene sd gravissime.
Mec. Sicoftumerebbe tra noi ancora, 1 se correffe puntualmente il danaro;
må dovendosi tener morto questo più anni, e poi pagarfi Iddio sà come,
bisogna pur, ch'ella pensino al modo, che debbo. no tenere per
guadagnarci ; diano dunSe qne i primi ad edi buon csempio, che fa raono
imitati. Sem. E per fare, che i servitori non divengano viziosi, olcre il
non dar loro mal'esempio, che si potrebbe fare di e vantaggio?
Mer. [ocr errors] Mm Mec. Bisogn' anche procurare, che non abbiano
occasione di addocrinarli in certe cose, che mal'interpretate da efli, da buone
che sono potrebbero divenire pesime; e vi riferirò a tale proposito un esempio.
Si abbatte un giorno un mio amico, che seco aveva due fervi. tori, ad udire un
certo discorso morale, fatto da un buon religioso, mà molto semplice, sopra il
furto, e venuto al par. ticolare, a che fomma questo doveste giugnere per
essere peccaminofo, avvedutosi egli, ch'erano attentissimi i suoi fervitori in
udirlo, chiese incontinente licenza,con iscusa di dover fare certo ur.
gentislimo negozio in quel punto; mà come egli, ini riferì il negozio era, che
non udifícro questi, che li potesse con ficura coscienza rubare una anche
minima cosa, perchè, come diceva, costoro l'averebbero reiterato tante volte in
un giorno, che in breve mi farei impoverito. Pub. Mi persuado ancora, che
non convenga dar loro il comodo di approvecciarsi malamente, con fidarsi alla
sjeca di cili, dando loro gran maneggio; per [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] perchè la comodità appunto fà l'uomo ladro. Mec. Vi
era uno di questi, il quale prendeva cutto all'ingrosso, e con vantaggio
grande, e dipoi lorivendeva a minuto, ed a prezzo rigoroso al suo padrone, e vi
faceva giornalmente guada. gno considerabile, scusandosi in far ciò,
ch'era per sua industria, perchè non gli aveva ordinato di far
questo il suo padrone. Onde ingannavasi costui in credere di non aver obligata,
ad effo tutta la sua industria, come difatto avea. Sem. Sarebbe dunque
riuscito van taggioso per loro se avessero studiato, ed appreso le buone
dottrine. Mic. Se avessero fatto questo non si porrebbero a servire, come
dice uno di questi al suo padrone, allorchè lo sgrida, ch'era un ignorante, cui
replicó: signore se fossi dotto non servirei, mà bensì averei chi mi
servisle. Sem; Ne hò però ayuti di quei, che sono stati alla scuola, e
sapevano anco ra un poco di latino. Ner. [ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors] Mm 2 Mec. Mà che
serviva loro questo? Sem. A nulla; mà però se non mori. vano i loro Padri
si sarebbero tirati aranti nello studio, e forse sarebbono riusciti uomini
dotti. Mer. Vorrei, ch'esaminaflimo ora qual fosse meglio: chei figliuoli
dei poveri s'incaminassero per la strada delle lettere, o pure fi ponessero da
principio ad apprendere le arti, Sem. E che pretendereste forse voi
impedire, che ogn’uno non s'incamini a suo bellagio per la via, che giudica per
se più vantaggiosa? Capece pure, che vi sono stati molti plebci, che sono
riusciti in esso come accennò ORAZIO (si veda) fat. Multos fape
viros nullis majoribus oj tos, Ei vixise probos, magnis du
honoribus auctos. Mec. Questi non saranno stati però miserabili, perchè
dice ancora Giove Haud facilè emergunt quorum virtutibus ebfas. Res angufta
domi. e poi se taluno di questi, inà molto di rado, è riuscito, oh
quanti sono andati a inale! onde vorrei, che vedeffimo quali di
questi fieno quelli, che possono essere capaci di compire questa carriera,
ed a quali non getti conto. Perchè il sen. tiere delle scienze, é
assai lungo, ed crto, ed ha difficile ancora il suo ingresso; come bene
lo descrive Silio Italico dicendo. Ardua faxofo perducit semita
clive, Aspera principio, nec enim mihi fallera, mos est, profequitur
labor ad nitendum intrare volenti. Onde chi non potesse caminarvi fino al
fine, che farcbbe trovandosi nel mezo di esso? non vorrà tornare indiccro per
vergogna, nè potrà ivi foftentarli., per essergli mancata la provisione
neceffaria; onde non sa a che partito appigliarsi; dove che la via delle arti,
efiendo assai più piana, e più breve, ed ancomeno dispendiosa, li renderà più
facile, e [ocr errors] Mm 3 van. vantaggiosa a questi di
poterla cerminare. Sem. Sicchè dunque farà meglio, e più vantaggioso per
loro d’incaminarsi per il sentiero delle arti, giacchè questo si renderà più
facile a poveri di compirlo. Mec. Così credo anch'io, perchè almeno
giugneranno a guadagnarli il pa. ne più spedicamente, e con minor pericolo di
rimanere inesperti. Sem. Come pensate voi di fare questa scelta, di chi
sia capace d’incaminarsi per essa, e chi per l'altra più piano delle
arti. Mec. Se per esempio ci fossero figliuo. li di mediocre talento de
poveri artisti, o di vedove, che appena colla loro fati. ca arrivano ad
alimentarli parcamente, questi sarebbero perduti, volendoli incaminare per la
trada delle scienze, e maggiormente, se saranno i loro genitori avanzati negli
anni ; perchè morendo questi, chi li softenterà trovandoạ nella carriera a
qualcuno di quei, che sono nel principio del camino può essere,
che; torni indietro, econ ripugaanza grande si ponga ad apprendere
qualche arre, quelli, che saranno però più inoltraci, vergognandosi di farlo,
come si trove. ranno i meschini, non avendo chi più li sostenri? talmente che
per procac. ciarli il vitto saranno costretti di fare ogni viltà, purchè
salvino l’apparenza del proseguimento di tale impiego, ch' esli si avevano
figuraco di voler esercitare; laonde poftisi in doslo una toghetta, ed un
perucchino, ne quali consiste il loro capitale, tutti lindi si porranno,
essendo ignoranti, a far da guasta mestiere: e vi pare che questi possano
apportare utile alla republica, stroppiando cause, se prenderanno la via
legale? e quello ch'è peggio, che se per quella della medicina s'incamineranno
quanti ne animazeranno impunemente? Olere poi il discredito, che ne
riceverebbono professioni (i nobili, per cagione di essi. Sem. Mà perchè
se ne prevalgono di questi? Mec. [ocr errors] Mm 4 Mec.
Perchè la maggior parte, chc litigano sono ignoranti; e simili a questi ancora
sono quelli, che si trovano malati; onde come potranno discerneru questi a che
segno giunga la di loro abilità? ctanto più, che quantunque penuriando di
dottrina i guasta mestieri, non si trovano già scarû di malizia, per dare ad
intendere lucciole per lanterne quando vi sia duopo, essendo questi gran;
mensognieri. Sem. Quali voi crederefte, Mecenate, che potessero
incaminarli per la via del le scienze con sicurezza maggiore? Meo. Quelli
solamenre a quali il Padre morendo in questo mentre, poresse lasciare 'ranto,
che fosse sufficience a poter terminare i loro studj, cche fossero di buono
ingegno; perchè se non saranno cali gertato averebbero quel danaro, e rimanendo
mendichi, ed ignoranti, questi ancora fi porrebbero a fare molce viltà, e
perciò l'Ecclesiast. csclama. Propter inopiam multi deliquerunt; de'quali così
ebbe anco a dire ORAZIO. Ma Magnum pauperies opprobrium
jubet. Quiduis ad facere et pari, Virtutisque viam deferit
arduam. Sem. A chi toccherebbe di farne la prova del loro ingeg:10, e
capacità? Mec. Niuno meglio de' loro maestri, che li avessero cominciati
ad istruire sarebbe più a proposito; mà taluni di questi alle voltc consigliano
i poveri Padri con poca carità a fare proseguire loro l’opera
mal’incominciara. Pub. Sapere, Mecenate, che non è disprezabile pensiero
questo da voi apportato, e rifletto ora anch'io, che il voler porre con tanta
facilità i poveri all'acquisto delle scienze possa essere una delle cagioni,
che ritardano più tosto la buona educazione, e mi inaraviglio che non si dia
già dato opportuno riparo a questo inconveniente, Mec. Sicte pur pratico
del mondo, e non riflettere, che non tutto arriva all' orecchie di chi vi può
dare rimedio, perchè se vi giugnessero tutte le cose, quanti buoni regolamenti
si prendereb [ocr errors][merged small] Res nale fac. 3:bero dalla
vigilanza di effo. Pub. Che imparassero i figliuoli de’ poveri, a
leggere, scrivere, e l'abaco lo stimerei necessario ; mà che questi poi si
applicassero alli studi delle scienze, non avendo nè capacità necessaria, nè
modo da foftentarli, ora che voi ave. te mostrato tanti inconvenienti lo stimo
dannoso anch'io. Sem. Come fecero Publio, quei celebri filosofi antichi, i
quali erano affatto privi de’beni di fortuna, a divenire così dotti; efsendomi
stato raccontato di Diogene, che appena avesse una botte per
difendersi dall'inclemenze dell'aria : e di Socrate, chę altre di calcare sem,
pre la terra co’piedi nudi, appena venisse ricoperto da un sordido
mantello. Pub. Affinchè meglio comprendiate la verità di quanto diffi,
dovete sapere, che considera AQUINO la povertà in due maniere; ove parla:
Contra genti. Jes; cioè: aut ex coactâ neceffitate, aut ex propriâ voluntate.
Questi filosofi da voi mentovati erano poveri; perchè non [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] si curavano punto de'beni della fortuna,
e riputandoli dannosi non istudiavano di cumulare richezze, quantunque
das queste 'venissero adescati . Mentre, che non fa Alessandro il
grande per rimuovere dalla sua bramata povertà Diogene, quantunque in
darno? Quan,. to non fi adoperò Archelao per fare divenire ricco Socrate ? mà
egli per liberarsi dalla di lui generosa importunità li fè intendere, che in
Atene a vile prezzo si vendevano le farine, e che colà le acto que nulla
costavano; e perciò questa voin lontaria povertà, non folamente non li contristava,
mà serviva loro più tosto di ajuto per la filosofia; come riferisce 1
Stobeo, fer., che confeffalse, l'isteiro Diogene. Anzi Epicuro passò più
oltre, come si ricava da Seneca nell'epift. persuadendosi egli, che
la volontaria poi vertà, la quale si uniforma alle leggi di natura, non
debba riputarsi povertà, į inà più tosto ricchezza superiore a tutte 3 le
altre, di qual sentimento, oltre molti altri filosofi, è ancora
Democrito; men [ocr errors][ocr errors] tre tre venendo egli
interrogato, come ri. ferisce Scobeo, qual fosse il vero modo da divenire molto
ricco, rispose: con divenire povero di desiderio. Sem. Potrebbero dunque i
nostri poveri figurandoli volontaria la loro forzata povertà, divenire Filosofi
ancor efli. Pub. Non è più quel tempo antico, nel quale i poveri si
contentavano audrirli di solo pane, ed acqua, o di sole erbe, come riferisce
Eliano, che faceffe Diogene; onde questa povertà volontaria, senza un special
dono di Dio si renderà impollibile a conseguirsi. Sem. Vorei sapere,
perchè questa povertà forzata abbia da ritardare l'acquisto delle scienze, c la
volontaria più tosto da promoverlo? Pub. Perchè la forzata contrifta
fortemente l'animo, apprendendo chi la sof. fre di essere infeliciffimo, dove
che la volontaria, riputandoli per feliçità da cui si gode, lo rende sommamente
cranquillo: Laonde chi mai coll'animo con, [ocr errors] tristato potrà
applicare a cose tanto serie, conforme sono le scienze? le quali richiedono
attenta meditazione da cui brama d'approfittarsene. Quindi è, che Aristotile
nel primo della sua Etica ebbe con ragione a dire: Impoffibile eft indigentem
operari bona; e più chiaramente nel secondo della politica. Impossibile eft
inte digentem ftudio vacare; c non potendosi i poveri di spontanea volontà chiamare
in digentes,non milita contro di esli l'autorità di Aristotile; perchè questi
hanno ciocche, fà d'vopo al loro necessario sostentamento, ed è ciò sufficiente
per effi, avendolo fatto conoscere Socrate, riferito da Stobeo al serm.
allorchè diffe: Si res 'mea mibi non fufficiunt, du ego ipfis fufficio, as fic
etiam ipfa mibi; al opposto i poveri, che non hanno povero il loro desiderio
ancora, non li appagano punto di ciò, chè si trovano, braman. do sempre di
vantaggio, sembrando loro quanto hanno per esli insufficiente, c per tale
cagione vivono perperuamente contristati. Or ditemi, Sempronio, se [ocr
errors][ocr errors] avere da dire altro intorno al morale? Sem. Non altro
certamente intorno a questo, e credo di avere udito tanto, che se me ne
approfitterò saprò scegliere la noglie approposito, ed allevare nel buon
costume anche i miei figliuoli, che nasceranno. Mi rimane solamente di sentire
dal dottore, quali vantaggi potrebbe apportare all'educazione la filosofia, e
specialmente in quei figliuoli, che ricalcitrano nello approfittarfi de buoni
documenti morali. FIL. Di questo ne tratteremo domani. – “I have a train
to catch.” Grice: “I like Gagliardi. In honest Italian prose, he manages to
write a treatise for the week: the first day (or giornata) and so forth. It is
an empirical ethical treatise along Aristotelian lines of the type I classify
as ‘is’ rather than ‘ought’. Recall that the fundamental question I pose for
pragmatics is why maxims ought to be followed rather than being, as they are,
mainly and ceteris paribus followed! My answer to that is in three stages, and
the first ‘answer, dull and empirical’ is that the maxims ARE, as a matter of
EMPIRICAL fact, followed. This far Gagliardi goes – and succeeds!” – Grice: “He
wrote extensively, knowing British parents, how a father must take care of his
son, or at least find him a good tutor!” Domenico Gagliardi. Gagliardi. Keywords:
“a dull (if at a certain level adequate) answer to the fundamental question
about the conversational categoric imperative”; moralia, etica, mos, ethos –
Grice on morality – morals – educazione – “We learn not to tell lies from our
parents” Hardie, Ethica Nichomachaea, la formazione del carattere. “Empirical fact we’ve learned since childhood
and it would be difficult to diverge from the practice” – “This is a dull
empirical.” -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Gagliardi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza --
Grice e Gaio: la ragione conversazionale e l’accademia a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A member of the Accademy. Although he appears to
have enjoyed a significant reputation, next to nothing is known about him.
Porfirio mentions commentaries on Plato by G. that may have been edited by his
pupil Albino. Gaio.
Luigi Speranza --
Grice e Galba: la ragione conversazionale e il principe filosofo -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Mussonio: deportato da Nerone, pardonato da Galba –
Deportato da Vespasiano, pardonato da Tito.
Luigi Speranza --
Grice e Galeno: la ragione conversazionale e la scuola d’Antonino – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Brought to Rome by Antonino.
Luigi Speranza --
Grice e Galetti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Filosofo. Emporium.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Galimberti:
la ragione conversazionale, l’implicatura converszionale, e l’imaginario
sessuale – filosofia monzese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Monza). Abstract. Grice: “I find, like Aristotle, amicizia
quite an aporia!” Keywords: amore. Filosofo monzese. Filosofo Lombardo. Filosofo Italiano. Monza, Lombardia. Grice: “I like Galimberti:
he has philosophised on amore, amicus, amicizia – all topics of my interest –
while I am into vyse, he is into the seven capital vyses! He also has spoken
about speech: the ‘parole nomade,’ and the ‘equivoci’ of the ‘anima.’ – In
general his philosophy is about nihilism and the idea of man in the age of
‘techne’ (ars).” Il suo maggior contributo riguarda lo studio del inconscio e
il simbolo (contractio), inteso come la base primeva e più autentica dell’uomo
– ‘logica simbolica’. Nasce a Monza, la mamma maestra di elementari e il
padre deceduto. Le necessità della famiglia l’obbligano a lavorare. Frequenta
le scuole superiori in seminario. Terminati gli studi liceali classici, si
iscrive al corso di laurea in Filosofia
a Milano. Si laurea quindi con Emanuele Severino con lode, con “La logica di
Jaspers”. Fra i suoi maestri, anche Bontadini. Studia fenomenologia del corpo
con Borgna a Novara. Insegna a Monza e Venezia. Studia con Trevi.“E se
"filo-sofo" non volesse dire "amante del sagio" ma
"saagio dell'amore", così come "teo-logo" vuol dire dotto *su*
Dio e non ‘parola di Dio’, o come "metro-logo" vuol dire scienzato
delle misure e non misura della scienza?” “Perché per la forma greca
‘filo-sofo’ questa *inversione* della morfologia nella implicatura? Perché il
filosofo greco si struttura come un logico che formalizza il reale,
sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nell’academia, dove, tra
iniziati, si trasmette da maestro a discepolo quesso che lo face un ‘sagio,” e
che non ha nessun impatto sull'esistenza e sul modo di condurla. E per questo
cheda Socrate, che indica come la sua condotta "l'esercizio di
morte", ad Heidegger, che tanto insiste sull' “essere-per-la-morte”, il
filosofo si e innamorato più del saper morire che del saper vivere. Al centro
della sua riflessione sta il corpori degli uomini, che, in un mondo sempre più
dominato dalla tecnica, si sentono un "mezzo" nell'"universo dei
mezzi", riuscendogli sempre più difficile trovare e dare un senso alla sua
vita, alla sua esistenza. Si deve trovare un senso al radicale disagio, alla
tragicità del suo esistere, anche attraverso il recupero dell'ideale antico
greco-romano, evitando mitologie. Il suo maggior contributo consiste nel
porre la dimensione del simbolo (coniactum – the idea is that you throw two
things together so that the recipient may compare them, one becomes the
‘symbol’ – coniactum – of the other – cf. Grice on Peirce on symbol) alla base
primordiale della ragione conversazionale, che ha inteso ordinare il simbolo
(mito, no logos) – dunque l’ambilavenza delle cose ma non l’equivalenza
generale di significati. Il simbolo (coniactum) è il sustratto pre-razionale.
Rappresenta un caos originario che ragione tenta di arginare. Siamo razionali
(apolineo) per difenderci dal simbolo dionisiaco. Il concetto fondamentale del
simbolo non è l’equi-valenza generale, ma l’ambi-valenza. Riprende Freud e Jung,
fondendone con Nietzsche, Severino e Heidegger. Importante è stato il costante
riferimento a Husserl e Jaspers. Il filosofo cerca la “comprensione”
(verstaendnis – cf.. Grice on ‘understand’ – ‘understanding,’ literally, slang
for a leg) e non la spiegazione (verklaerung) del comportamento umano. La psicologia
filosofica o rationale (l’anima di Aristotele) non può operare una
trasposizione tout-court dei metodi e dei modelli concettuali delle scienze
naturali perché, così facendo, l'uomo verrebbe ridotto a mero evento naturale,
fisico, come ha luogo, per esempio, in psichiatria. Contrario, poi, al
dualismo di Cartesio, Galimberti ha anche fatto riferimento al metodo
fenomenologico e al funzionalismo per consentire altresì, alla psicologia
filosofica o rationale, la comprensione e la descrizione fenomenologica di
quelle strette relazioni che intercedono fra nostri corpori assieme al
significato che queste relazioni comportano. E e tutto ciò lo porterà ad
abolire, di conseguenza, ogni distinzione concettuale fra ”salute“ e
”malattia.” Insiste sull'inconsistenza della contrapposizione tutta occidentale
fra scienza e fede – fiducia -- individuando come questa seconda – la fiducia,
cf. English ‘trust,’ truth’ -- sia in realtà l'elemento fondativo dell'intera
coscienza occidentale, all'interno anche della scienza e della tecnica. Scienza
e fede non dovrebbero mai confliggere, è importante che nessuna delle due
invada il campo dell'altra. Tematizza innanzitutto il passo della Genesi
in cui Adamo è definito "dominatore della Terra, sui pesci dei mari e
sugli uccelli del cielo", collocando l'uomo in una posizione privilegiata
rispetto agli animali e la Natura in sé e legittimandolo a operare su di essi
per alimentare la propria esistenza. In quanto il progresso è l'affermazione di
questo primato umano, la tecnica (Greco techne, Latino, ars) è indubbiamente
l'ipostasi che sigilla costantemente quest'affermazione sull'indifferenza
naturale. La coscienza della techne (Latin ‘ars’) tecnica è formulata come una
risposta alle fatiche naturali, si appellerebbe, dunque, a una condizione
strutturale di eminenza consegnata da Dio e propugnata dalla persistenza di un
animale sui generis. Riconosce la cristianità come il carattere di una
scansione temporale che identifica il passato come spazio del peccato, il
presente dell'espiazione, il futuro della redenzione e salvezza. Questo
semplice modello triadico ha una ricorrenza quasi ossessiva nelle forme
occidentali, fra le quali la medicina (malattia, diagnosi, cura), psicoanalisi
(disturbo, terapia, guarigione), scienza (ignoranza, sperimentazione,
scoperta). La triade è il "coefficiente a-storico" necessario a
profilare la possibilità di un progresso, che si esercita eminentemente nello
scenario tecnico. Qui, l'uomo che soccombe alle fatiche naturali della
sopravvivenza, del parto e del lavoro (così come minacciato nella Bibbia) ha
modo di riscattare la propria difficoltà attraverso mezzi che ne purificano
endemicamente l'opera, al costo di un esaurimento delle risorse naturali. Ma,
in fondo, la loro esistenza è preposta a questo. Non si definisce né
"credente" (in senso cattolico) né "non-credente", ma
"greco-romano", nel senso di colui che vuole recuperare la visione del
mondo della civiltà greco-romana, in modo nietzschiano e heideggeriano (si veda
anche Il detto di Anassimandro, un noto saggio di Heidegger sul pensiero greco
arcaico), fondendola però con la pur antitetica visione cristiana: la morte e
la vita vanno pertanto prese sul serio, e non minimizzate pensando a un'altra
vita ultraterrena. La ragione è importante perché, come nel detto "Conosci
te stesso", fornisce all'uomo il senso del proprio limite. Approfondisce
molto la tematica del concetto di tempo e del suo rapporto con l'uomo. La sua
indagine evidenzia come nell'età degli antichi – eta greco-romana, eta classica
-- non si pensasse al tempo come lineare ed escatologico, tanto meno vi era
associata l'idea di progresso. Essi concepivano l'essere come kyklos (tempo
ciclico, l’eterno ritorno di Nietzsche), come un ciclo in cui ogni evento è
destinato a ripetersi. Nella filosofia greco-romana antica era impensabile che
l'uomo potesse esercitare un controllo sul cosmo, o di imporre su di esso i
propri fini. La dimensione dell'uomo era inserita armonicamente all'interno dei
cicli naturali che si susseguivano necessariamente e senza alcuno scopo. Nel
ciclo infatti il fine (in greco telos) viene a coincidere con la fine e la
forza propulsiva (in greco energheia, actus) porta all'attuazione dell’ergon,
l'opera, ciò che è compiuto. Il ciclo si manifesta dunque con l'esplicitarsi
dell'implicito.Il seme diventerà frutto solo alla fine del ciclo di crescita e
maturazione stagionale, e il frutto coinciderà con il fine del seme, con il
dispiegarsi completo dell'energia e delle potenzialità implicitamente contenute
in esso. Nel ciclo, in cui tutto si ripete, non si dà progresso: di conseguenza
divengono fondamentali la memoria dei cicli passati e quindi la parola dei
vecchi, deposito di esperienza, e l'educazione, come trasmissione della memoria
e dell'esperienza passata. Tuttavia, l'uomo è da sempre tentato di conciliare
il tempo ciclico della natura con il tempo umano, che è un tempo “scopico” (dal
greco skopein, che indica un guardare mirato). Con questa operazione l'uomo
vuole reintrodurre scopi umani nel tempo naturale, naturalmente privo di scopi.
Emerge qui dunque la necessità propriamente umana di progettarsi, cioè di
gettarsi-fuori di sé verso un obiettivo, cercando di dotare di senso la propria
esistenza. Questa tendenza tuttavia, può armonizzarsi con il “kyklos” solo se
l'uomo vive con la consapevolezza tragica di non poter oltrepassare i limiti
posti dalla natura, primo tra tutti la sua mortalità. In caso contrario, egli
si macchierà di hybris (superbia), la tracotanza, l'unico vero peccato riconosciuto
dalla saggezza greco-romana.In termini esemplificativi, il cacciatore esercita
il suo guardare mirato nel bosco (skopos) e solo in questo tempo progettuale e
nella compresenza di mezzi e fini, il suo arco diventa strumento e la lepre
l'obiettivo. Si tratta di un tempo lineare che si muove tra due estremi: i
mezzi e i fini (la ragione come phronesis or prudentia).V'è tuttavia un elemento
che si inserisce tra questi termini, impossibile da controllare, ovvero il kairos,
il tempo opportuno, che è anche imprevedibilità, e che può determinare o meno
l'incontro tra mezzi e fini. Non è dunque nelle possibilità dell'uomo il
tessere il proprio destino. Egli deve saper cogliere il kairos, la circostanza
favorevole, e in essa espandere sé stesso. Questo equilibrio tra tempo
naturale, umano e del kairos è stato sconvolto dall'uomo nell'età della
tecnica: obiettivo di quest'ultima è infatti quello di ridurre fino ad
annullare la distanza tra mezzi e scopi (in cui si inseriva il kairos,
l'imprevedibile) per realizzare così un controllo e un dominio assoluti sul
mondo, che da cosmo a cui accordarsi è divenuto natura da dominare, e per
portare a compimento una tirannia completa del tempo umano. Con l'età della
tecnica abbiamo scatenato il Prometeo che gli dèi avevano incatenato,
determinando il trionfo del potere della techne sulla necessità (in greco
ananke) della natura, fino alla paradossale situazione in cui la tecnica non è
più strumento nelle mani dell'uomo ma è l'uomo a trovarsi nella condizione
di mero ingranaggio, funzionario inconsapevole dell'apparato tecnico. Riflettendo
sulle modalità in cui l'uomo abita il mondo, approfondisce il concetto di
‘corpori.’ Studiando genealogicamente il concetto di corpo dal periodo romano
antico – quale e la etimologia di corpo? Quella di Platone e terribile: soma
sema -- mette in contrasto le diverse
modalità in cui esso è stato osservato. I corpori – corpus romano, pl. corpora
– corpore -- sono visto come organismi da sanare per la scienza, come forza
lavoro da impiegare per l'economia (body-abled man), come carne da redimere per
la religione, come inconscio (id) da liberare per la psicoanalisi, come
supporto di segni (semiotica corporale – la semiotica dei corpi) -- da trasmettere
per la sociologia – un segno e un medio fisico – l’immagine e percipita per un
corpo – un corpo mittente – un corpo che recive il messagio – semiotica fisica.
L'uomo e capace di cappire significatum ambi-valente (uno senso Fregeiano e una
implicatura – “He is a fine friend +> He is a scoundrel). Questo
significatum ambivalente e fluttuante e quello che il corpo ha da sempre
assunto. Questa ambivalenza del segno fra corpo 1 e corpo 2 nasce dal suo
sottrarsi all'uni-vocità (or aequi-vocita – or aequi-segno) di una teoria
psicologica categorizzante, concedendosi invece una “con-fusione” de un codex
di senso fregiano e un codex di implicatura, con i quali i corpori sono costituito.
Per salvarsi di un panico creato da questa ambivalenza (significatum fregeano,
significatum griceianum), si sigue il principio d'identità, collocando i
corpori di volta in volta sotto un equi-valente generico che gli garantisse uni-vocità
o aequi-vocita (quando l’implicatura e cancellata). Cogliendo lo sfondo in cui
i corpori si mostrano, si evidenzia la legge fondamentale che lo governa,
ovvero lo “scambio” (o ‘con-versazione’) simbolica – il simbolo e il
significatum griceiano -- in cui tutto è re-versibile e non vi è demarcazione
tra significati – questo che Grice chiama la ‘indeterminazione disgiontiva
infinita: il corpo significa che p1 o p2 o p3 o … L'ambivalenza del segno è una
legge inclusiva per cui ciò che è, è sì sé stesso (principio d’identita), ma
anche altro da sé (principio della negazione – diaphoron). In questo modo i corpori conservano la sua
oscillazione simbolica tra vita e morte: oscillazione che non posse eliminarsi
tracciando una violenta disgiunzione tra vita e morte, tra ciò che è (l’ente,
il ‘being’ di Grice) e ciò che non è (vide Grice, “Negazione e privazione).Proposito
conclusive è quello non tanto di emancipare o liberare i corpori dalla
restrizione impostagli dal senso apolineo fregeiano (che non avrebbe altro
effetto che confermare i limiti in cui i due corpori sono reclusi), bensì
quello di restituire i corpori alla sua originaria innocenza. Si è sempre
schierato su posizioni fortemente anticapitaliste, esprimendosi e professandosi
inequivocabilmente comunista. è stato ufficialmente richiamato da Venezia a
volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri
autori. Questo per aver riportato alcuni brani di altri autori senza citarli
in. Tutto ha avuto inizio quando in seguito a un articolo de Il Giornale è emerso
che aveva copiato "una decina di brani" di Sissa per un saggio. Ha
ammesso di aver violato il diritto d'autore riservandosi di riparare al danno. Ciò
non ha comunque soddisfatto Sissa perché “quello non chiedere scusa, piuttosto
un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi. Con il passare
del tempo sono emersi altri precedenti analoghi. Infatti anche per il saggio su
Heidegger, copia Zingari. I due arrivarono a un accordo che prevedeva
l'ammissione da parte di G. dell'indebita appropriazione intellettuale nelle
successive edizioni del libro e da parte di Zingari l'impegno "a non
tornare più sulla questione". Oltre a Sissa e Zingari sono stati copiati
testi di Cresti, Natoli e Bradatan. Per difendersi, dice che "in ogni ri-elaborazione
però, c'è uno scatto di novità". L'inchiesta giornalistica de Il Giornale ha
accertato che due dei saggi, presentati al concorso a Venezia erano stati
copiati da altri autori. La commissione giudicante composta all'epoca non si
accorse del fatto. Il rettore ha detto che "non ho, ora come ora, estremi
per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a
farlo. Di mio posso dire che in ambito umanistico si producono troppi testi e
che questo è uno dei fattori che causano l'impossibilità di fare controlli
accurati. Nello specifico, secondo me dovrebbe essere G., nel suo interesse, a
chiedere la convocazione di un giurì o comunque a rispondere e a specificare le
sue posizioni.”Nel giugno la rivista
L'indice dei libri del mese ha pubblicato nel proprio sito un lungo articolo su
altri copia-incolla. In particolare il saggio sul mito è stato indicato come
costituito al 75% da un "riciclaggio" di suoi scritti precedenti, per
il restante 25%, una ristesura di intere frasi e paragrafi, presi da altri
autori, quasi identici agli originali. Le accuse mosse a G.i sono poi diventate
un saggio, “La mistificazione intellettuale (Coniglio Editore, ), in Bucci,
elenca i nomi dei pensatori da cui avrebbe tratto parti di testi senza citare
la fonte. Vattimo ha dichiarato al Corriere della Sera: «si scrive anche a
distanza d'anni dalla lettura; la spiegazione è plausibile. Lui cita l'autore
la prima volta; poi ci mette quelle frasi che ricorda anche senza
virgolettarle. Il sapere umanistico è retorico. Noi si lavora su altri testi,
si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nella
filosofia è tutto un glossare. C'è chi copia dagli altri e chi da sé stesso».Altre
opere: ROMA SERMO ROMANVM -- Milano, Mursia). Agire (Milano, Apogeo); Amore. Assisi, Cittadella Editrice,.Tra il dire
e il fare. – dire e una forma di fare --
Il viandante della filosofia, con Marco Alloni, Roma, Aliberti,.Parole
d'ordine, Milano, Apogeo,. Amore.
Milano, AlboVersorio. Amante, amato, amico --” Napoli-Nocera Inferiore (SA),
Orthotes,. “Il bello” Napoli-Nocera
Inferiore (SA), Orthotes,. Eros e follia, Mariapia Greco, Lecce, Milella
Editore. Fenomenologia del corpo, Milano, Feltrinelli – cf. Grice on ‘body’ –
in “Personal Identity” “I fell from the stairs” -- Dall'inconscio al simbolo,
Milano, Feltrinelli, 2“Equivoci” (Milano, Feltrinelli); Parole nomadi, Milano,
Feltrinelli; I vizi capitali e i nuovi vizi, Milano, Feltrinelli. Amore,
Milano, Feltrinelli. Treccani. G., nato a Monza, è stato professore incaricato
di Antropologia Culturale e professore associato di Filosofia della
Storia. Professore ordinario all'università Ca' Foscari di Venezia, titolare
della cattedra di Filosofia della Storia. Titolo opera: Le cose dell'amore. Il
libro è di: saggistica, cioè appartiene al genere letterario dei saggi.
Sommario: Riassunto per capitoli: “Amore e trascendenza”: La metafora di Dio è
sempre stata collegata alla metafora dell'amore, nel senso che senza la
presenza della trascendenza, cioè che è al di là dei limiti di ogni conoscenza
possibile e quindi superiore alla ragione umana, l'amore perde la sua forza e
la sua capacità di leggere il mondo. Rimane un enigma dove l'amore vede in Dio
la sua trascendenza, e Dio vede nell'amore la sua natura,e questo intreccio non
presenta sentimentalismi ma solo il nesso tra amore e trascendenza. I “Amore e
sacralità”: La sacralità è dovuta dal desiderio dell'uomo di immortalità
e quindi dal desiderio di conservare la sopravvivenza dell'individuo e della
totalità dell'essere. Oltre al sacrificio, un altro modo di sperimentare la
morte della propria individualità è l'orgasmo, l'apice della vita sessuale,
durante il quale l'Io e il Tu si dissolvono, e ciò è reso possibile dalla
fiducia reciproca. “Amore e sessualità”:
Il sesso non è qualcosa di cui l'Io dispone, ma è qualcosa che dispone
l'Io, aprendolo così alla crisi. Nella sessualità, la meta non è il
godimento dell'Io, ma il suo perdersi negli abissi dell'anima, i quali si pensa
siano rimasti disabitati, e che invece possono riapparire durante quel
rinnovamento della vita a cui l'Io cede ogni volta che ha un rapporto sessuale
e quindi nesso con l'altra parte di sé. “Amore e perversione”: La perversione è
sempre stata giudicata negativamente, perché concepita come sinonimo di
devianza, degrado, ribrezzo e ripugnanza. Il perverso non cerca la
trasgressione, ma la sua aspirazione è di raggiungere uno stato dove è
soppressa ogni nozione di organizzazione, struttura, separazione e dl'universo
di differenze da cui prende avvio ogni principio d'ordine. Il godimento del
perverso non deriva dalla sessualità, ma dalla sessualità portata a quel limite
oltre il quale c'è l'incontro con la morte. “Amore e solitudine”: La
mitologia greca aveva divinizzato la masturbazione, perché era
espressione di autosufficienza e indipendenza dagli altri. Ma questo atto venne
condannato, nell'età dei Lumi, dalla scienza medica e dall'economia: la prima
sosteneva che essa provocava malattie, mentre la seconda affermava che era uno
spreco. Osservando invece il fenomeno della masturbazione da un'ottica diversa
da queste due discipline, questo "vizio dell'adolescente" non appare
come un qualcosa da combattere, ma un qualcosa su cui fare leva per integrare gradualmente
la sessualità. "Amore e denaro": La prostituzione è uno scambio
di sesso e denaro che caratterizza il regime sessuale della nostra società, e
che viene alimentato da un desiderio di rapido miglioramento delle proprie
condizioni economiche. Infatti, di fronte al denaro tutto diventa merce: quando
un uomo paga una donna, non le riconosce alcuna interiorità sua propria,
arrivando a considerarla più come un "genere" che come
"individuo". "Amore e
desiderio": L'amore è un'illusione di stabilità emotiva. Questo sentimento
necessita novità, mistero e pericolo, ma deve saper combattere il tempo, la
quotidianità e la familiarità. infatti, la ricerca della sicurezza e
della stabilità porta l'amore al suo degrado, perché così facendo essa non
prevede l'avventura, la tensione e il senso del rischio che alimentano la
passione. "Amore e idealizzazione": La percezione della realtà è una
costruzione attiva, dove l'immaginazione, la fantasia, il desiderio, di cui
l'idealizzazione amorosa è una figura, intervengono a trasfigurare i dati della
realtà. Da ciò si deduce che l'oggettività è un'ideale impossibile, e infatti
la convinzione di conoscere l'altro in modo oggettivo è una delle tante
illusioni create dalla passione per evitare la delusione. "Amore e seduzione": Nella vita
quotidiana, la trasparenza riesce ad allargare l'orizzonte e lo scenario
dischiuso dall'immaginazione. Infatti il desiderio si trova in ogni fessura
della realtà che lascia trasparire un'ulteriore senso: quello dell'irreale e
de-reale. Il corpo dell'altro diviene così uno specchio che riflette il nostro
desiderio, e questo corpo non deve essere mai nudo, perché la seduzione si
esprime attraverso le vesti, gli accessori, i gesti, la musica. "Amore e pudore": L'amore prevede
che ad amare e ad essere amato sia il nostro Io, una delle due soggettività
presenti in ogni individuo e che, contro la sessualità generica, impone
la barriera del pudore. Essa però non limita la sessualità ma la
individua, sottraendola a quella genericità in cui si celebra il piacere senza
riconoscere l'individualità. E' importante sottolineare che il pudore non è un
sentimento esclusivamente sessuale, ma ha anche una valenza sociale che si pone
alla difesa dell'individuo contro la pubblicizzazione del privato. "Amore e gelosia": Nella nostra
società, dove la sussistenza dipende sempre meno dalla solidità dei vincoli
familiari, la gelosia è vista come un sentimento arretrato che ostacola
la libertà e la sincerità dei singoli. Essa, cha affonda le sue radici
nell'infanzia non per la progressiva rinuncia da parte del bambino al
possesso esclusivo del padre o della madre, ma perché durante questo periodo
chiunque ha provato sentimenti come la solitudine e la paura di essere
abbandonati, altera la percezione, l'attenzione, la memoria, il pensiero e il
comportamento. Per avere controllo su questo potente stato d'animo, bisogna
separare progressivamente l'amore dalla ossessività, cioè civilizzarla.
"Amore e tradimento": Il tradimento risiede nella fiducia originaria,
dove non c'è traccia neppure del sospetto, perché non sorgono ne
l'interrogazione ne il dubbio. Ma la scoperta di quest'ultimo segna la nascita
della coscienza, e questo atto è indicato dal tradimento. Sono presenti diverse
reazioni al tradimento: la vendetta, che non emancipa l'anima ma la
irrigidisce; la negazione, in cui l'individuo che ha subito una delusione tenta
di negare il valore dell'altro; il cinismo, che fa credere che l'amore sia
sempre una delusione; il tradimento di sé, che porta a tradire sé stessi e le
proprie esperienze emotive; la scelta paranoide, un atteggiamento legato più
alla sfera del potere che a quella dell'amore.
"Amore e odio": L'odio è il compagno inevitabile dell'amore, e
la sopravvivenza di questo sentimento amoroso non dipende tanto dalla capacità
di evitare l'aggressività, che è il riflesso dello stato di pericolo in cui si
trova la persona che ama, quanto dalla capacità di viverla e oltrepassarla. In
amore, l'individuo può accettare la dipendenza verso la persona amata, oppure
per riscattarla trasforma la passione amorosa in passione aggressiva, carica di
odio, dove il messaggio finale è che non si può fare a meno di questa
persona. "Amore e passione":
A differenza dell'amore, la passione non segue le regole, ignora il
governo di sé, non conosce il limite e non dipende da progetti. Per questo è
possibile dire che l'amore è cristiano, mentre la passione è pagana. La
passione cerca rassicurazione, ma nello stesso tempo vuole essere smentita,
rifiutata e delusa, perché attribuisce all'affetto, alla domesticità, all'amare
e all'essere amato poca importanza. Questo perché la passione conosce il
destino e non lo scambio, in quanto l'altro è considerato solo come materia per
la sua creazione, ovvero la fantasia, la quale si alimenta del dubbio e dell'incertezza.
"Amore e immedesimazione": L'alienazione nell'altro per amore di sé
approda o nell'assimilazione con la persona amata, che porta alla perdita della
propria identità, o nel possesso della persona amata, con la tendenza ad
escluderla dal mondo. Gl’amanti chiamano amore questa reciproca
immedesimazione, e questa rinuncia di sé e della propria libertà non esprime
solo un rapporto di dipendenza, ma una vera e propria condizione di
alienazione. Il mantenimento in amore della propria autonomia non solo evita
l'identificazione con la persona amata, ma consente il recupero di se
stesso. "Amore e possesso": La
passione, quando non approda nell'immedesimazione con la persona amata, si
indirizza verso il possesso, che riduce le relazioni della persona amata, e in
cui l'amante non ama propriamente l'altro, ma solo il potere che esercita
sull'altro. Dunque, chi ama per possesso non si accontenta del possesso del
corpo e del godimento sessuale che ne deriva, ma pretende che la persona amata
lasci per lui tutto il suo mondo, e che lo ami non solo per la sua evidente
identità, ma per le sue qualità nascoste. Solo a questo punto il suo desiderio
di possesso è soddisfatto ma, con la sua soddisfazione, anche la sua passione
si estingue, perché non era amore per l'altro, ma era perverso amore di sé.
"Amore e matrimonio": La nostra società è caratterizzata
dall'individualismo, in cui l'individuo vive in base alla sua personale
idea di felicità, senza più subire l'influenza delle norme tradizionali. Attualmente,
l'amore è slegato da ogni riferimento sociale, giuridico e religioso, e si sta
diffondendo la figura de "l'uomo della passione", che attende
dall'amore qualche rivelazione su se stesso o sulla vita in generale. Da una
parte quindi l'amore-passione, che rappresenta l'evasione dal mondo per
raggiungere in sogno la felicità assoluta, dall'altra l'amoreazione che fonda
il matrimonio, che non evade dal mondo ma assume in esso il proprio impegno.
"Amore e linguaggio": L'amore utilizza le parole per dare espressione
a ciò che la logica non sa cogliere. Infatti, i paradossi del linguaggio
dell'amore cercano di infrangerla, perché la logica include la normalità e la
quotidianità, mentre l'amore vuole esprimere l'eccesso, l'insolito, e non può
farlo se rispetta le regole della ragionevolezza. Questo eccesso concede
all'amore nuove libertà di cui ha bisogno, perché essa nasce quando è
totalizzante, e infatti il linguaggio dell'eccesso pretende la totalità, dove
odio e amore possono confluire e passare l'uno nell'altro. "Amore e follia":
L'amore è quasi sempre stato considerato come un qualcosa posseduto dall'Io.
Freud smentisce ciò sostenendo che non esiste una ragione onnipotente che guida
la volontà che governa le ragioni, in quanto la psiche umana non è razionale.
Fu Platone il primo ad interessarsi alle regole della ragione e agli abissi
della follia. Egli con il termine follia indica un'esperienza dell'anima che
sfugge a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarla e disporla in
successione. B) Tesi dell'autore:
L'amore non può esistere senza un raggio di trascendenza. C'è una
profonda affinità tra il sacrificio e l'atto d'amore. L'amore non rinnega il
sesso e l'erotica. L'amore deve sapere accettare anche la perversione. La masturbazione è segno di solitudine. Con
la prostituzione ciò che si vuole comprare non è il sesso ma il potere su
un altro essere umano. E' importante saper conciliare il bisogno di sicurezza
(l'amore) e il desiderio di avventura (la passione). L'idealizzazione amorosa
influenza la nostra percezione della realtà.
La vera seduzione è possibile solo quando il corpo non si riduce a quel
significato univoco che è il sesso. Il
pudore è quel sentimento che difende l'individuo dall'angoscia di perdersi
nella genericità animale. La gelosia è il rovescio della passione,
dell'intimità e della dedizione che caratterizzano l'amore. Il tradimento è il lato oscuro dell'amore,
che però è ciò che gli conferisce il suo significato e che lo rende
possibile. L'odio è il compagno
inevitabile dell'amore, perché esso è la risposta a quella minaccia che è
l'amore. A differenza dell'amore, la passione non conosce limite e regole. L'amore non prevede la rinuncia di sé. L'amore come passione è il desiderio di
potenza assoluta su di una persona. Il matrimonio non è supportato da alcuna
buona ragione, perché nelle cose dell'amore la ragione non ha gran voce in
capitolo. L'amore si affida al linguaggio per esprimere l'intreccio della
nostra anima. L'amore è un cedimento
dell'Io per liberare in parte la follia che lo abita. C) Impressioni riportate
nella lettura: A mio parere, il libro "Le cose dell'amore" è stato
molto coinvolgente per i temi trattati: l'autore, grazie alla sua esperienza di
vita e alla sua abilità di scrivere che non è da sottovalutare in uno scrittore,
riesce a descrivere tutte le sfumature dell'amore senza cadere nella banalità e
nella monotonia, tendendo sempre accesa nel lettore la voglia di proseguire la
lettura. Ciò è favorito anche dal fatto che molti dei temi affrontati si
riscontrano nella vita quotidiana di ognuno di noi, cioè ci riguardano da
vicino perché fanno parte della società in cui viviamo: l'amore legato al
denaro, e quindi al fenomeno della prostituzione, che è un problema diffuso in
Italia; l'amore legato al pudore, un aspetto necessario per vivere in comunità,
che quindi ha una valenza sociale; l'amore legato alla gelosia, la quale è
vista come un sentimento che, in una società in cui sta avvenendo
l'emancipazione dell'individuo, ostacola la libertà e la sincerità dei singoli;
l'amore slegato dal matrimonio, in quanto nella nostra società si sta
diffondendo l'individualismo. Difficoltà incontrate nella lettura: Durante la
lettura del libro "Le cose dell'amore", ho riscontrato delle
difficoltà nella comprensione di alcune frasi o parole. In qualsiasi lettura è
fondamentale capire e interiorizzare tutto ciò che sta scorrendo sotto i nostri
occhi, e porsi delle domande per essere certi di aver appreso tutto in maniera
corretta. Se si tralascia anche un solo particolare perché non lo si riesce a
comprendere fino in fondo, andando avanti nella lettura si svilupperanno sempre
più problemi di condiscendenza. In questo libro ho riscontrato più di una
frase, o semplicemente delle parole, che hanno sollevato delle difficoltà nella
comprensione dei concetti-chiave. Ad esempio, prima di continuare lalettura mi
sono dovuta soffermare su parole di cui non conoscevo il significato e che
ostacolavano la mia interpretazione di questo testo, alcune delle quali sono:
ambivalenza, assedio, avvedutezza, dissoluzione, ineffabilità, millanteria,
parossismo, prevaricazione. In particolare, ho dovuto cercare informazioni
relative al significato di due parole, trascendenza e alienazione, perché
entrambe sono temi importanti affrontati. Era dunque necessario approfondire il
concetto contenuto in queste due espressioni per raggiungere l'obiettivo di
questa lettura: accrescere le nostre conoscenze. Inoltre ho avuto modo di
riflettere in modo più attento e accurato sul termine
"immedesimazione", che era già stato per me oggetto di studio in
alcune discipline, ma non era mai stato così legato alla quotidianità, così
vicino al nostro ambiente di vita. In conclusione, questo libro mi ha dato
l'opportunità di ampliare il mio sapere, e soprattutto mi ha dato l'occasione
di approfondire il concetto di alcune parole, elencate precedentemente, prima a
me estranee. Scheda del libro Introduzione: L’uomo, troppo spesso, tende
a definire l’amore legandolo a significati che, in realtà, non gli
appartengono completamente. G., attraverso un’attenta analisi, s’introduce
all’interno del sentimento più incomprensibile ed equivocato di tutti i tempi.
Egli non definisce l’amore, ma associa a questo i tanti falsi sinonimi
che gli vengono attribuiti, cercando di dimostrare che i termini non sono
equivalenti ma solo in relazione. Graficamente, dunque, l’amore e i falsi
sinonimi potrebbero essere rappresentati da due insiemi, con un’ampia parte
compenetrata, ma non sovrapposti. Il risultato evidente risulta
essere un passaggio dalla amore è… ad una più ricca ed attenta osservazione di
amore e… definizione abituale di Amore e... L’amore viene analizzato in
tutte i suoi aspetti, dalla trascendenza, sacralità alla perversione,
seduzione, denaro, dal pudore al tradimento, dall’immedesimazione,
possesso al matrimonio, dal linguaggio alla follia. Il sentimento più
oscuro sembra nascere da un incantesimo della fantasia che fa idealizzare in un
essere la persona amata e cessare con il tempo che, favorendo la realtà,
finisce col produrre una disillusione delle aspettative, trasformando la
passione, l'idealizzazione, iniziale in un affetto privo di partecipazione e
trasporto. Le conseguenze, talvolta, possono essere anche molto gravi tanto da
tramutare la passione in una patologia e sostituire ai poeti d'amore degli
psicologi. La vicenda divina è legata anche all'atto sessuale in cui l'uomo
trasgredisce, eccede, cadendo sotto il peso della passione che non rappresenta
solo uno smarrimento del desiderio e di se stesso ma anche un vero e proprio
patire. "il desiderio, per quel che ancora le parole significano, rimanda
alle stelle: de-sidera" (Le cose dell'amore, 1) Come scrive l'autore,
l'amore e la trascendenza vanno di pari passo e dal momento che il significato
della parola desiderio rimanda alle stelle, quando esso con il tempo si
estingue, non c'è più elevazione dell'anima che è in grado, trascendendosi, di
lasciarsi superare. L'amore e la trascendenza, dunque, sono legati non da un
rapporto reciproco, ma dal sentimento che viene sviluppato per le cose che non è
possibile possedere. Il saggio risulta essere molto interessante nelle
tematiche e negli accostamenti tra gli argomenti e permette, attraverso l'uso
di un linguaggio comune di poter essere compreso da diversi tipi di lettore,
trattando,infatti, un tema senza età e senza la necessità di particolari
conoscenze umane o scientifiche permette a tutti di immedesimarsi, interrogarsi
ed interagire conil testo ed è proprio questa compenetrazione del lettore che
crea una polisemia di significati e sempre diverse chiavi di lettura sia da
altre persone sia dal tempo che muta le circostanze della vita. L'autore riesce
a non abbandonarsi mai in trattati banali o superficiali finendo in discorsi
pesanti ed inconsistenti ma inserisce diverse tonalità che mantengono viva la
curiosità e la voglia di proseguire la lettura. La contemporaneità in cui vive
gli permette di rapportare al testo l'esperienza personale, permettendo che
venga identificata o differenziata da quella altrui. Le tematiche attuali, lo
stile concreto e il narratore in cui è possibile identificarsi mostrano,
dunque, l'ottima riuscita del libro. "Amore non è solo vicenda di
corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella
pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta." (Le cose
dell'amore). conseguenza si tende ad innamorarsi solo delle persone che la
fantasia porta a sognare ed idealizzare e a cadere in depressione o nel
deprezzamento di se stessi se il sentimento non è ricambiato, poiché, senza
l'immaginazione, che influenza la percezione ed esalta la realtà il desiderio
di sicurezza potrebbe far cessare sul nascere l'amore per la paura di non
essere corrisposti. L'amore, tuttavia, nelle sue molteplici identificazioni ha
anche un lato oscuro, riconosciuto nel tradimento. Esso rappresenta sia il
dolore per fine della fiducia, che l'inizio dello sviluppo della coscienza,
infatti, solo chi si concede senza avere la sicurezza di non essere tradito può
provare il vero amore. La coscienza può, emancipandosi, portare al perdono e
decidere di passare oltre oppure può svilupparsi in vendetta, cinismo,
svalutazione o malattia, e dal momento che questa è la strada più percorsa
generalmente è bene che non si realizzi come pratica insincera ma come
reciproco riconoscimento, dove chi ha tradito non cerca scuse e chi ha subito
prende atto ed eventualmente accetta il cambiamento poiché tradire qualcuno,
qualsiasi sia il rapporto che lega, è già una possessione che inizia il
processo di arresto della propria crescita. L'amore e l'odio, invece,
coesistono perfettamente, poiché solo chi ama davvero sa odiare e solo chi odia
veramente è, in realtà, in grado di amare. Essi rivelando che, per vivere bene,
non si può fare a meno d'altre persone, sono i soli, unici e veri sentimenti.
"Amore, come Socrate ce lo ha descritto, non è tanto un rapporto con
l'altro, quanto una relazione con l'altra parte di noi stessi" l'amore e
le caratteristiche che gli vengono associate mettono in relazione l'uomo con la
parte folle del proprio essere da cui si era discostato nel tempo. " Ora
che vi ho detto tutto sull'amore, non crediate che io ne sappia più di voi: il
ragazzino, il bimbo appena nato ne sanno quanto me. L'unica differenza è che
lui, che non ha anni e ancor meno esperienza, crede ancora a ciò che lo
tormenta; mentre noi, che siamo carichi di anni e di esperienza, cerchiamo di
affidarci a essi per rendere meno dolorose le nostre illusioni. Eppure con
tutto ciò, sappiamo forse amare meglio di lui?" (M. Chebel "Il libro
delle seduzioni") Galimberti conclude la sua opera con questa breve
citazione, in essa è racchiuso, infatti, tutto il significato dell'amore. Un
sentimento inspiegabile che non è possibile conoscere né completamente né in
modo uguale o simile ad altre persone, una sensazione che gratifica i bambini,
poiché nella loro innocenza la vivono senza tormenti e ansietà pur conoscendola
come gli adulti. AMORE È... "l'amore è un fiore delizioso, ma bisogna
avere il coraggio di andarlo a cogliere sull'orlo di un abisso spaventoso"
(le cose dell'amore) L'amore è il più importante tra tutti i sentimenti, dal
momento che è possibile associarlo a tutti gli altri. Esso è difficile da
trovare e spesso viene confuso con altri molto simili ma mai uguali. Solo chi
ha il coraggio di lottare, di sfidare, di mettersi in gioco, di rischiare può
ottenere il vero sentimento ricercato o in ogni caso non vivere nell'illusione,
riconoscendo i falsi sentimenti che cercano continuamente di insidiare un posto
che non appartiene a loro. La fatica di condurre il "gioco" attraverso
la strada se pur più reale, più complicata porta ad una felicità certa e vera
che permette di non patire grandi sofferenze ma solo piccole illusioni
riconoscendo che il male apparente non è in realtà vero male così come ciò che
si definisce generalmente come bene non sempre è il vero bene. Nella
Introduzione al suo celebre libro del 1983 Il corpo(Feltrinelli, Milano, pp.
11-16), Umberto Galimberti così si esprimeva: È forse tempo che la
psicologia incominci a pensarsi contro se stesse a comprendersi al di là della
sua nominazione idealistica che la propone come «discorso sulla psiche, quindi
su quell'unità ideale del soggetto che la grecità ha promosso col termine ????,
e a cui la psicologia non s'è ancora sottratta neppure nella sua più moderna espressione
scientifica. Ma pensare contro non significa pensare l'opposto,
mantenendosi su quel medesimo terreno d opposizione in cui il conflitto, così
come si genera, si riassorbe. Pensare contro significa pensare fino in fondo,
quindi andare alle radici, scavando il fondo su cui si impianta il
radicamento. Questa operazione che rimuove la solidità delle radici,
disloca la psicologia dal luogo che s'è data, quindi la dis-orienta, la sottrae
al suo oriente, alla sua origine storica. Quest'origine è rintracciabile
nella cultura greca e precisamente in quel momento in cui la specificità
dell'uomo è sottratta all'ambivalenza delle sue espressioni corporee per essere
riassunta in quell'unità ideale, la psyche, che da Platone in poi, per tutto
l'Occidente, sarà il luogo del riconoscimento dell'unità del soggetto, della
sua identità. Ma questo luogo di identificazione contiene già il principio
della separazioneperché, come coscienza di sé, la psyche incomincia a pensare
per sé, e quindi a separarsi dalla propria corporeità. La prima operazione
metafisica è stata un'operazione psicologica. Nata con un significato
semplicemente classificatorio per designare quei libri aristotelici che erano
collocati dopo (µ?ta) i libri di fisica (t? f?s???), la «metafisica» ha guadagnato
ben presto e coerentemente un significato topico che designa un al di là della
natura, quindi una scienza dell'ultrasensibile che si differenzia dal mondo dei
corpi perché, contro il loro divenire e mutare, rappresenta l'immutabile
e l'eterno. L'idea platonica è il modello di questa separazione e
contrapposizione, e la psyche, essendo «amica delle idee, incomincerà a
considerare il corpo come suo carcere e sua tomba. Una volta che la
verità è posta come idea, l'opposizione tra ideale e sensibile, tra anima e
corpo, diventa l'opposizione tra vero e falso, tra bene e male. Valori logici e
valori morali nascono da questa contrapposizione che la metafisica ha creato e
la scienza moderna ha mantenuto, rivelando così la sua profonda radice
metafisica se è vero, come dice Nietzsche, che «la credenza fondamentale dei
metafisici è la credenza nelle antitesi dei valori». A questo punto per
la psicologia, pensarsi contro se stessa, pensarsi fino in fondo, fino al fondo
della sua origine storica, significa pensarsi contro questa antitesi di valori
che non la realtà, ma lo sguardo metafisico, con cui la psicologia ha generato
se stessa, ha instaurato. È uno sguardo che ancora ospita la psicologia come
residuato di quell'idealismo che, a partire da Socrate e Platone, ha percorso
l'Occidente come suo lungo errore. Da questo errore la filosofia si è
emancipata con Nietzsche che ha denunciato quel retro-mondo, quell'«al di là
inventato per meglio calunniare l'al di qua», ma non la psicologia, che così
rimane la più occidentale delle scienze e quindi la più metafisica, se per
metafisica intendiamo il pensiero della separazione, il puro d?a ß???e??,
da cui nascono quelle antitesi denunciate da Nietzsche e fedelmente riportate
dal discorso psicologico sulla norma, dove si disgiungono ragione e
follia. Fattasi carico della logica della separazione inaugurata dalla
disgiunzione platonica tra corporeo e ideale, la psicologia, se vuol essere
coerente a se stessa, non può parlare del corpo se non impropriamente, se non
per un'infedeltà al suo statuto scientifico, a meno che per corpo non intenda
l'idea di corpo che come scienza s'è data. Ma se il corpo anatomico, a cui
questa idea si riduce dopo che lo psichico è stato separato e autonomizzato,
non è luogo in cui la psicologia si riconosce, allora del corpo la psicologia
potrà parlare propriamente solo se si pronuncia contro se stessa, contro lo
statuto della separazione, che è poi quell'origine metafisica da cui la
psicologia è nata, ha fondato se stessa come scienza, e ancora si
conserva. Come luogo della revisione psicologica, il corpo parla
simbolicamente, non nel senso in cui la psicoanalisi parla dei simboli per
ribadire un'altra separazione, quella tra conscio e inconscio, dove
nell'inconscio si ritrova il rovescio dell'iperuranio platonico, il 'vero'
significato di ciò che si manifesta, ma nel senso di abolire la barra che ha
separato l'anima dal corpo inaugurando la 'psico-logia'. Abolire la barra
significa mettere assieme, s?µ-ß???e??. Proponendosi come simbolo, il corpo
abolisce la psicologia come storicamente s'è pensata in Occidente, la
sradica dalle sue radici storiche, che sono poi quelle metafisiche e
idealistiche, e così la costringe a pensarsi contro se stessa. Questo
pensiero che è contro, perché pensa fino in fondo, fino alle radici, incontra
la corporeità che, nel suo sorgere immotivato e nel suo ambivalente apparire,
dice di essere questo, ma anche quello. L'ambivalenza così dischiusa non è
ambiguità, ma è quell'apertura di senso a partire dalla quale anche la ragione
può fissare l'opposizione dei suoi significati,e quindi quell'antitesi dei
valori in cui si articola la sua logica disgiuntiva quando divide il vero dal
falso, il bene dal male, il bello dal brutto, Dio dal mondo, lo spirito dalla
materia, l'anima dal corpo. Queste opposizioni sopprimono l'ambivalenza
(?µf?) con cui la realtà corporea originariamente appare nel suo duplice
aspetto, come un Giano bifronte, per instaurare quella bivalenza (bis) dove il
positivo e il negativo si rispecchiano producendo quella realtà immaginaria da
cui traggono origine tutte le «speculazioni». Diciamo immaginaria perché la
realtà non può mai di per sé essere negativa se non per effetto di una
valutazione. Ma se il negativo è da interpretare semplicemente come il
«valutato negativamente», allora la negatività attiene essenzialmente al
giudizio di valore. Proponendosi come questo, ma anche quello, il corpo, come
significato fluttuante, che si concede a tutti i giudizi di valore, ma anche si
sottrae, con la sua ambivalenza li fa tutti oscillare. Luogo e non-luogo del
discorso, esso opera quel taglio geologico nella storia che ne rivela tutte le
stratificazioni. Da centro di irradiazione simbolica nella comunità primitiva,
il corpo, infatti, è diventato in Occidente «il negativo di ogni valore» che il
gioco dialettico delle opposizioni è andato accumulando. Dalla «follia» del
corpo di Platone alla «maledizione della carne» nella religione biblica, dalla
«lacerazione» cartesiana della sua unità alla sua «anatomia» ad opera della
scienza, il corpo vede proseguire la sua storia con la sua riduzione a
«forza-lavoro» nell'economia dove più evidente è l'accumulo del valore nel
segno dell'equivalenza generale, ma dove anche più aperta diventa la sfida del
corpo sul registro dell'ambivalenza. Qui «sfida» non significa che il
corpo si oppone a qualcosa o a qualcuno, ma semplicemente che non si affida a
una pienezza di senso e di valore, non perché abbia obiezioni o riserve che
qualsiasi discorso sarebbe in grado di recuperare o di assorbire, ma perché
quella pienezza di senso e di valore è cresciuta sulla sua negazione che, se da
un lato ha lasciato il corpo senza senso, senza nome, senza identità,
dall'altro gli ha dato la possibilità di diventare il contro-senso, colui che
dissolve il Nome e risolve l'identità nelle sue adiacenze: A enon A, perché
questo è il gioco dell'ambivalenza simbolica, e insieme la strada con cui il
corpo può recuperarsi dalle divisioni disgiuntive in cui la struttura
metafisica del sapere psicologico l'ha confinato. Questo recupero è
possibile perché il gioco dell'ambivalenza è aperto prima che il sapere
metafisico fissi le regole del gioco, ma proprio perché le regole vengono dopo,
questo gioco è imprevedibile, perché nessuna determinazione posta in gioco
conosce la sua destinazione. L'unica certezza è quella che non ci si può
sottrarre alla necessità del gioco, non si può dire l'ultima parola sul gioco e
fermarlo per sempre. Per la sua natura ambivalente, infatti, il corpo è
una riserva infinita di segni, entro cui lo stesso sapere psicologico, che ha
individuato nella psyche lo specifico dell'uomo, diventa a sua volta un segno,
una modalità di ricognizione che non può pretendere di dire qual è il senso
ultimo del corpo. Qui il corpo si cela non perché nasconde se stesso, ma perché
in esso i segni sovrabbondano sulle capacità che il sapere psicologico ha di
ordinarli. Il volume di senso indotto dai segni del copro prevale infatti sulla
costituzione dei significati istituiti dalla rappresentazione che il sapere
psicologico s'è fatto. Si tratta allora di demolire la semplicità della
rappresentazione psicologica dissolvendola nella pluralità di senso che la
sovrabbondanza dei segni produce. Se ciò non accade, se la psicologia non
si pensa contro la rappresentazione che si è data a partire da quell'alba greca
in cui ha preso avvio l'autonomizzazione della psyche, la psicologia non
giungerà mai alla comprensione dell'espressività originaria del corpo, ma sarà
costretta ad errare, perché ignora l'errore che è alla base della sua
fondazione epistemica, della sua nascita come scienza. Si tratta di un
errore che non investe solo il sapere psicologico ma ogni sapere razionale
quando, sottraendosi alla polisemia della realtà corporea, si afferma come
asserzione incontrovertibile su di essa. In questo passaggio dalla verità come
ambivalenza alla verità come decisione del vero sul falso, il sapere razionale
dimentica di essere una procedura interpretativa tra le molte possibili per
porsi come assoluto principio, dimentica di essere un inganno necessario per
dirimere l'enigma dell'ambivalenza, e in questa dimenticanza diviene un inganno
perverso. Contro questo inganno il corpo rimette in giuoco la sua natura
polisemica rifiutandosi di offrirsi all'economia politica esclusivamente come
forza-lavoro, all'economia libidica esclusivamente come fonte di piacere,
all'economia medica come organismo da sanare, all'economia religiosa come carne
da redimere, all'economia dei segni come supporto di significazioni. In questo rifiuto
il corpo sottrae a tutti i saperi il loro referente, e alle economie, che su
queste codificazioni hanno accumulato il loro valore, sottrae il loro senso.
Ciò è possibile perché, nonostante le iscrizioni, nel loro immaginario, abbiano
cercato di dividere il corpo in quei settori in cui era possibile ricondurlo
all'equivalente generale in cui si esprime di volta in volta l'economia di un
sapere, il corpo è ambivalente, è cioè una cosa, ma anche l'altra, per cui: o
la decisione del sapere sulla divisione del corpo, o l'ambivalenza del corpo
sulla frammentazione dei saperi, con conseguente dissolvimento del loro valore
accumulato. Per sfuggire a questa alternativa, che è inevitabile dal
momento che ogni sapere è un'assunzione di prospettiva, quindi una selezionedella
visione che diviene condizione preventiva per la delimitazione del vero e del
falso, occorre riguadagnare il terreno su cui il sapere occidentale è
cresciuto. Questa consapevole riappropriazione non è una regressione, non è
l'abbandono del solido terreno del sapere, al contrario, è la ricostruzione
genealogica del suo significato. Riproporre l'ambivalenza del corpo non
significa quindi rifiutare il sapere razionale, né tanto meno accettarne la
resa, ma significa andare alle radici di questo sapere e scoprirlo per ciò che
esso è: nulla di più che un tentativo per far fronte all'ambivalenza della
realtà corporea che, così riscoperta, è ciò che dà ragionedelle molteplici
ragioni. Queste ragioni che i saperi tendono a soddisfare non possono più
proporsi con assoluta verità, perché ormai si è scoperto che la verità non è
nella lotta tra l'asserzione vera e quella falsa, ma l'apertura nell'universo
del senso che l'ambivalenza della realtà corporea custodisce come luogo da cui
partono tutte le decisioni scientifiche. Si tratta di un senso che sta prima di
ogni significato, e che nessun significato promosso dalla decisione scientifica
può abolire, perché è prima di ogni inizio e continua oltre ogni
conclusione. Ne consegue che alla metafisica dell'equivalenza produttrice
di quei significati con cui in Occidente si sono fatti circolare i corpi
secondo quel preciso registro di iscrizioni che di volta in volta li
de-terminavano, e sulle cui determinazioni sino nati i vari campi del sapere,
il corpo sostituisce il gioco dell'ambivalenza, ossia di quell'apertura di
senso che, venendo prima della decisione dei significati, li può mettere tutti
in gioco col corredo delle loro iscrizioni in quell'operazione simbolica in cui
il sapere perde la sua presa, perché la delimitazione dei campi in cui da
sempre si è esercitato si è simbolicamente con-fusa. Questa è la sfida
del corpo, una sfida che è già iniziata se c'è da dar credito a quella «crisi
delle scienze europee» denunciata da Husserl. Niente di più benefico. Sono i
primi effetti di quella violenza simbolica rispetto a cui quella razionalistica
è in ritardo di una generazione, perché ancora crede in una controparte, e
quindi non sa che ogni parte e ogni controparte altro non sono che l'effetto di
quell'operazione disgiuntiva che ogni ragione mette in atto per affermare il
proprio sapere. Ma quando la realtà immaginaria, prodotta dalle
opposizioni polari in cui si articola ogni sapere razionale, non riesce più a
farsi passare per realtà vera, in quel gioco di specchi che si frantumano a
contatto con la polisemia della realtà corporea, allora si è più vicini
all'ambivalenza, non per una contrapposizione dialettica o per un'opposizione
organizzata, ma perché là dove tutte le maschere sono cadute, compresa quella della
bivalenza codificata, ogni termine che ruota su se stesso si s-termina. Questo
è l'esito simbolico che attende l'ordine strutturale di ogni sapere. E già se
ne vedono le tracce. Seguendole, il corpo consegna ogni ontologia e ogni
deontologia alla geo-grafia, alla grafia della terra, la più dicente, la più
descrittiva, quella che non accorda privilegi metafisici, perché non conosce la
mono-tonia del discorso, ma l'ambi-valena della cosa. Fra tutte le
numerose pubblicazioni di G., questa è, forse, quella che maggiormente gli ha
dato visibilità e lo ha designato quale uno dei più popolari maitres-à-penser
della filosofia italiana contemporanea. È anche un'opera caratteristica,
perché in essa G., curatore di rubriche di psicologia su svariate riviste
illustrate, si fa campione di una rivolta della psicologia contro se stessa e
cerca di scalzarne le basi storiche e ideologiche, in nome di un «pensarsi fino
in fondo» che equivarrebbe, nelle intenzioni dell'autore, a un completo
rovesciamento della sua prospettiva e delle sue stesse finalità. Il punto
da cui muove Galimberti per sferrare il suo attacco alla psicologia è che
quest'ultima, «la più occidentale delle scienze, e quindi la più metafisica», è
nata sull'idea della separazione di corpo e psyche che, partendo da Platone,
percorre come un filo rosso tutta la storia del pensiero occidentale. Secondo
l'Autore, la specificità dell'uomo è stata sottratta all'ambivalenza delle sue
espressioni corporee in nome dell'unità ideale, quella - appunto - della
psyche, divenuta l'elemento fondamentale della sua identità. Ma il corpo,
per G., è portatore di un messaggio ambivalente (non equivoco, ci tiene a
precisare), secondo il quale mostra di essere questo, ma anche quello. Egli non
si prende il disturbo di precisare meglio questi concetti, considerandoli -
evidentemente - di per sé chiari. Afferma invece che l'ambivalenza suggerita
dal corpo realizza una «apertura di senso» (bella espressione, ma altrettanto
vaga del questo e quello), grazie alla quale la ragione ha la possibilità di
fissare l'opposizione dei suoi significati, ossia l'aborrita «antitesi dei
valori», che ha l'imperdonabile impudenza di voler distinguere il vero dal
falso, il bello dal brutto, il buono dal cattivo. Tale antitesi dei
valori è, per G., la somma di tutti i vizi della filosofia; riprendendo il
concetto da Nietzsche, egli la ritiene responsabile della lacerazione e della
schizofrenia del pensiero occidentale, del quale traccia una veloce panoramica
per mostrare - con accenti severiniani - che esso è stato un lungo, deplorevole
errore, in quanto basato sulla metafisica e, quindi, sul dualismo. E il
dualismo, si capisce, è un male, perché crea arbitrariamente un al di là, dal quale
poter meglio calunniare l'al di qua; ovvero, per dirla in termini più
razionali, perché si basa su una logica disgiuntiva che sa, vagamente, di
sulfureo (d?a-ß???e??, la separazione, etimologicamente fonda il nome del
Diavolo, «colui» che separa). Questo, dunque, è un punto centrale della
argomentazione di G.: il pensiero che separa è malvagio ed erroneo; dunque,
tutto il pensiero dell'Occidente, essendo dominato dall'idealismo e dalla
metafisica, è un pensiero erroneo e foriero di tristi conseguenze. La
ricetta per uscire da questo vicolo cieco non è, come si potrebbe pensare, la
logica unitiva, bensì il pensiero dell'ambiguità, dove le cose sono queste e
anche quelle, allo stesso tempo; ossia, dove rinviano a una polisemia che può
essere interpretata, volta a volta, in un senso come nell'altro. Anche la
psicoanalisi è una scienza metafisica, anzi, la più metafisica di tutte, perché
reintroduce, attraverso la contrapposizione di conscio e inconscio, la
lacerazione platonica e cristiana tra anima e corpo, tra spirito e materia; e
fornisce una immagine distorta dell'uomo. È a partire da questo punto che
il ragionamento di G. si fa propriamente filosofico, oltrepassando il campo
ristretto della psicologia. Invece di accettare l'ambivalenza del corpo,
la logica disgiuntiva (dell'economia, della medicina, della religione e della
psicanalisi) instaura la sua «bivalenza», dove il positivo e il negativo si
rispecchiano in un gioco di riflessi che rimanda sempre a una rigida
contrapposizione, a una polarità di «interpretazioni della realtà». Ma perché
interpretazioni? Perché, per G., non esistono il positivo e il negativo, bensì
la valutazione positiva e la valutazione negativa di fatti e situazioni che
potrebbero essere anche i medesimi, guardati però da differenti punti di
vista. Eccoci arrivati, dunque, nel castello del mago Atlante, dove le
cose non sono quelle che sono, ma quelle che vorremmo (o che temiamo) che esse
siano. Come in un labirinto di specchi, a metà fra Borgés e PIRANDELLO
(si veda), noi nulla sappiamo delle cose che vediamo e con le quali ci confrontiamo,
bensì emettiamo giudizi di valore che ce le fanno percepire in un modo
piuttosto che in un altro. Rashomon di Kurosawa o Sei personaggi in cerca
d'autore: sia come sia, la negatività è un giudizio di valore; e il corpo, da
Platone in poi, è il negativo: dunque, la negatività del corpo è frutto di un
giudizio di valore. Anche se sostiene di non indulgere a una modalità di
pensiero irrazionalistica, G. sostiene che ogni ragione si serve di una logica
disgiuntiva allo scopo di affermare se stessa, ossia il proprio sapere. Così,
la psicologia afferma la separazione della psyche dal corpo, per poter
affermare il proprio sapere su di essa; esattamente come l'economia politica
afferma la separazione della forza-lavoro dalla totalità della persona, per
poter affermare il suo controllo sulla prima (e a danno della seconda).
Senonché, le opposizioni su cui si articola ogni sapere razionale sono, in
realtà, «immaginarie»: non attengono alla dimensione della realtà, ma a quella
dell'alienazione dalla realtà. Ci si potrebbe chiedere in che cosa questa
realtà ulteriore, questa realtà vera che sta dietro la facciata della realtà
(immaginaria), sia più reale di quella; su che cosa fondi la sua pretesa di non
essere vittima dell'alienazione metafisica; in base a quali criteri la si possa
considerare più concreta, più effettuale della deprecata «antitesi dei
valori». G. non affronta esplicitamente la questione, ma sembra intuire
la possibile critica e anticipa eventuali obiezioni affermando che, quando il
pensiero è capace di accettare l'ambivalenza (e non la bi-valenza, che è
tutt'altro) delle cose, allora cadono tutte le maschere e si è più vicini alla
loro realtà. O meglio, egli non adopera l'imbarazzante espressione «realtà»;
glorifica l'ambivalenza in se stessa, come concetto del tutto auto-evidente;
gli basta impedire che il pensiero duale, oppositivo, bivalente, non riesca a
farsi passare per la «realtà vera». Ma questa «realtà vera», in ultima
analisi, esiste o non esiste? G. non risponde, l'abbiamo già detto; si limita
ad osservare, con ironia un po' pesante, che coloro i quali si attardano nel
pensiero oppositivo - che, dice, è di per sé violento - non sanno di essere in
ritardo rispetto alle lancette della storia: perché credono ancora in una
controparte, e non sanno che «ogni parte e ogni controparte altro non sono che
l'effetto di quell'operazione disgiuntiva che ogni ragione mette in atto per
affermare il proprio sapere». Vi sono echi minacciosi in questa
affermazione (il trotzkiano «cestino della spazzatura della storia» ove
precipitano i non rivoluzionari, in tempi di rivoluzione), ma anche un po'
patetici (l'ultimo soldato giapponese che continua a combattere nella giungla
per una guerra che è vane questioni, senza rendersi conto di appartenere a una
razza che si è estinta. Si tratta di una posizione quanto mai radicale,
poiché equivale alla condanna senza appello di tutta la filosofia occidentale,
da Platone in poi; anzi di ogni sapere, «dal momento che ogni sapere è
un'assunzione di prospettiva, quindi una selezionedella visione che diviene
condizione preventiva per la delimitazione del vero e del falso».
Ma il vero e il falso, in se stessi, non esistono; così come non esistono
le verità di principio, ma solo le verità di fatto. Non esistono verità, dunque
non esistono saperi che possano presentarsi come portatori di verità: i saperi
sono sempre strumentali, parziali, relativi. È incredibile: siamo in
piena sofistica, che Socrate aveva già brillantemente confutato circa ventitré
secoli fa; ma G. ci presenta le sue conclusioni come se fossero qualcosa di
staordinariamente nuovo, riconoscendosi - casomai - un continuatore radicale
dell'opera di Nietzsche. Queste ragioni che i saperi tendono a soddisfare
- afferma G. con la massima disinvoltura -non possono più proporsi con assoluta
verità, perché ormai si è scoperto che la verità non è nella lotta tra
l'asserzione vera e quella falsa, ma l'apertura nell'universo del senso che
l'ambivalenza della realtà corporea custodisce come luogo da cui partono tutte
le decisioni scientifiche». E aggiunge che «si tratta di un senso che sta prima
di ogni significato»; ma, di novo, non ci spiega in che modo egli arguisca
l'esistenza di questo «senso originario», dato che tutti i sensi che noi diamo
alle cose forzano la loro vera essenza. Arrivati a questo punto, possiamo
fare alcune osservazioni conclusive. Punto primo: che il pensiero
idealistico sia stato tutto un lungo errore, forse bisognava sforzarsi di
dimostrarlo e non darlo per scontato al principio di un libro interamente
dedicato alla discussione degli effetti negativi di un tale errore. Punto
secondo: che non esista alcun criterio di verità, è posizione filosoficamente
rozza e semplicistica. Altro è affermare che la verità è difficilmente
accessibile, altro è affermare che ogni verità è una forma di violenza che i
saperi cercano di imporre per fondare se stessi. LA FILOSOFIA è frutto di
sottili distinzioni, di una particolare sensibilità per le sfumature; ma qui,
sulla scorta di Nietzsche, si fa filosofia veramente a colpi di martello (e non
è un complimento). Punto terzo: che il corpo sia il luogo privilegiato in
cui la realtà ci svela il suo volto ambivalente, aiutandoci a liberarci dalle
pastoie alienanti del pensiero disgiuntivo, è - ancora una volta - posto ma non
discusso, e tanto meno dimostrato. Eppure è fin troppo facile osservare
che, se l'introduzione della psyche ha relegato il corpo al ruolo di negativo,
l'esaltazione del corpo che fa G. sembra ribaltare la prospettiva, senza
modificarla «alle radici» (come egli sostiene di voler fare). Ossia, a questo
punto è la psyche che rischia di diventare il negativo o, quanto meno, il luogo
dell'errore, dell'illusione, della disgiunzione. Ma sarebbe perfettamente
inutile muovere una simile obiezione a G.: egli vi risponderebbe, come ha fatto
in più occasioni, che la psyche non è altro dal corpo, che è corpo anch'essa,
perché tutto è corpo. La sua intera filosofia non è che una
assolutizzazione della corporeità; e, pur di sostenere questa tesi, egli arriva
a sostenere, senza batter ciglio, che l'anima è una «invenzione» dei cristiani,
avvenuta nel IV secolo dopo Cristo (cfr. il nostro precedente articolo G. e la
morale, Arianna. Ma davvero basta dire che tutto è corpo, per eliminare
l'antitesi dei valori e restaurare l'età dell'oro del pensiero (del pensiero?)
ambivalente, dove le cose sono finalmente se stesse e non quello che noi
giudichiamo che esse siano? Ora, è verissimo che la vita, nel suo livello
immediato e quotidiano, procede per giudizi di valore che sono spesso
affrettati, imprecisi, immotivati e, soprattutto, soggettivi. Da ciò, tuttavia,
non discende che il rimedio consista nel proclamare la relatività di tutti i
valori e l’inesistenza di ogni criterio di verità. Questo sarebbe quel che si
dice curare il mal di testa con le decapitazioni. Esistono altri livelli
di esistenza - non solo di tipo razionale, su questo siamo d'accordo con G. -,
ai quali è possibile accedere, e nei quali si può intravedere, pur senza
possederlo interamente, un criterio di verità capace di sottrarre le cose al
gioco degli specchi della loro incessante mutevolezza. Se non credessimo
a questo, dovremmo non solo sospendere ogni giudizio di valore, ma rinunciare a
ogni possibilità di avvicinarci al vero, al bello e al buono; in altre parole,
dovremmo ritirare un rigo su ogni possibilità di fare non solo psicologia, ma
anche filosofia. Queste, e non altre, sono le conclusioni coerenti del
ragionamento di G.: per cui, ad essere rigoroso, egli dovrebbe dichiarare non
la riforma della psicologia, ma la sua soppressione radicale; e, quanto alla
filosofia, la sua estinzione irreversibile. Come è possibile continuare a
ragionare in termini filosofici, se dobbiamo prendere atto che non esistono
controparti, ma solo ambivalenze che è possibile tirare ora in qua e ora in là,
secondo il nostro umore del momento? Si badi: quello che propone G. non è
un pensiero complementare, come lo è - ad esempio - il taoismo, il quale,
giustamente, ci ricorda che non esiste luce senza buio, caldo senza freddo,
gioia senza dolore. No, si tratta qui di un relativismo puro e semplice: io
dico che questa cosa è calda, tu dice che è fredda; forse lo dirò anch'io,
domani, se me ne verrà la voglia; per intanto, abbiamo ragione tutti e due. Io
ho la mia verità, tu la tua; e sappiamo che entrambe sono vere, o che entrambe
possono esserlo, o che entrambe lo sono state o lo saranno. Il
relativismo è una cattiva filosofia, anzi è l'impossibilità di fare
filosofia. Eppure, questi sono gli applauditissimi maitres-à-penser della
cultura odierna.Umberto Galimberti. Galimberti. Keywords: il sessuale,
l’immaginario sessuale, sesso, Why did the Romans need to distinguish between
‘amatus’ and ‘amicus’? -- amore, follia, jung, simbolo, sole-fallo, simbolo,
simboli di jung, I corpi d’amore, I corpi d’amore sessuale – immaginario
sessuale, immaginario collettivo sessuale, cose dell’amore, platone, il
convito, I corpi, I gesti – I gesti dei corpi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Galimberti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Galli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Carru). Filosofo italiano. Celestino
Galli. Interesting philosopher. Not to be confused with Galli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Galli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’amore – scuola di Montecarotto – filosofia anconese –
filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Montecarotto). Abstract. Grice: “My method in philosophical
psychology has room for love!” Keywords: love. Filosofo italiano. Montecarotto, Ancona, Marche. Compiute gli studi
classici con assoluta regolarità, si iscrive alla Facoltà di Filosofia a Roma,
dove ha come maestri, tra gli altri, Varisco e Barzellotti. Da Varisco apprende
il rigore del metodo negli studi filosofici. Da Barzelotti aprende la passione
per le ricerche storiche e le vaste esplorazioni letterarie. Si laurea sotto
Barzellotti con il massimo dei voti dopo aver discusso “Kant e SERBATI” (Lapi,
Citta di Castello); Insegna a Senigallia, Bologna, e Firenze. In “I principii
della scuola, con particolare riguardo alla scuola elementare” (Il Risveglio
Scolastico, Milano). Insegna a Cagliari e Torino. Figura centrale della
filosofia italiana, G. esordisce con una ricerca sullo sviluppo della filosofia
kantiana e quella di SERBATI; temi che non solo non si stanca mai di ampliare
ma affina in ulteriori indagini. Esegue vaste indagini sulla storia della
filosofia. Socrate, Platone, Aristotele, Cartesio, BRUNO (si veda), Leibniz, e Renouvier. «L'uno e i molti” (Chiantore, Torino)
certifica la teoria. Gli procura l'interesse di larga parte del mondo
filosofico italiano per le conclusioni sui rapporti tra il sentimento e la
reflessivita. Ampie le discussioni, e talora vivacissime, su autori
contemporanei, dai quali esige rigore, chiarezza e intransigenza speculativa.
Organo di polemiche e di interventi nella vita della cultura italiana
contemporanea è «Il Saggiatore», da lui fondata, Privo di ambizioni mondane,
sempre affabile, ama la compagnia delle persone colte e la conversazione delle
anime semplici, destinate al bene e alla verità. Confida soprattutto nella
scuola, veicolo ideale per dare alle generazioni nuove volontà, serietà,
cultura adeguata ai tempi. Una scuola che studia, senza divagare e che sappia
attingere costantemente alle fonti del sapere, ama ripetere. Grazie al suo
ininterrotto lavoro di studioso, il mondo accademico italiano ha beneficiato di
un numero impressionante di sue pubblicazioni, fatto di saggi, manuali per le
scuole, opuscoli e articoli per riviste specializzate. Si dedica all'arte e
alla religione, completando, in questa maniera, il panorama delle sue indagini.
La Scuola media statale di Montecarotto ha aggiunto all'intestazione il nome di
"G.". Altre saggi: La
filosofia teoretica dei manuali, Oderisi, Gubbio, Dialettica dello spirito”
(I., Oderisi, Gubbio); “Lineamenti di filosofia, Azzoguidi, Bologna; La
dimostrazione dell'esistenza del mondo esterno e il valore pratico delle
qualità sensibili secondo Cartesio, Oderisi, Gubbio); Renouvier. II. La legge
del numero, D. Alighieri, Milano, Le prove dell'esistenza di Dio in Cartesio
(Valdes, Cagliari);:La dottrina cartesiana del metodo, D. Alighieri, Milano); “La
filosofia di Leibniz: Facoltà di Magistero, Torino, Statuto, Torino); “Studi
cartesiani, Chiantore, Torino); “Cartesio, Chiantore, Torino, “Dall'essere alla
coscienza, Chiantore, Torino); “L’idealismo” (Gheroni, Torino); “PComenio,
Gheroni, Torino); “La Filosofia greca: I sofisti, Socrate, Platone. Torino.
Facoltà di Magistero. heroni, Torino, Leibniz, Milani, Padova); “Carlini ed
altri studi; da Talete al "Menone" di Platone; il problema di
Cartesio, per la fondazione di un vero e concreto immanentismo, Gheroni,
Torino, Corso di storia della Filosofia: Aristotele, Gheroni, Torino, Da Talete
al menone di Platone, Gheroni, Torino, Tre studi di filosofia: pensiero ed
esperienza, sulla persona, su Dio e sull'immortalità, Gheroni, Torino Socrate
ed alcuni dialoghi platonici: Apologia, Convito, Lachete, Eutifrone, Liside, Jone,
Giappichelli, Torino, Linee fondamentali d'una filosofia dello spirito, Bottega
d'Erasmo, Torino, L'idea di materia e di scienza fisica da Talete a Galileo,
Giappichelli, Torino, L'uomo nell'assoluto, Giappichelli, Torino, La vita e il
pensiero di Giordano Bruno, Marzorati, Milano Sguardo sulla filosofia di
Aristotele, Pergamena, Milano, Platone, Pergamena, Milano; Di carattere
pedagogico Filosofia (Oderisi, Gubbio). Idealismo, spiritualismo ed
esistenzialità nella metafisica in Galli; Cartesio, in Italia. Dizionario
Biografico degli Italiani, Volume 51, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Persée. Portail de revues en
sciences humaines et sociales, su persee.fr. There is another Galli, who also
did philosophical studies – but his brother was more famous, the author of
Tabula philologica. Platone FEDRO FEDRO: Dalla casa di Lisia, Socrate, il
figlio di Cefalo, e vado a fare una passeggiata fuori dalle mura. Ho passato
parecchio tempo là seduto, fin dal mattino; e ora, seguendo il consiglio di
Acumeno,(2) compagno mio e tuo, faccio delle passeggiate per le strade, poiché,
a quanto dice, tolgono la stanchezza più di quelle sotto i portici. SOCRATE: E
dice bene, amico mio. Dunque Lisia era in città, a quanto pare. FEDRO: Sì,
alloggia da Epicrate, nella casa di Monco, quella vicino al tempio di Zeus
Olimpio.(3) SOCRATE: E come avete trascorso il tempo? Lisia non vi ha forse
imbandito, è chiaro, i suoi discorsi? FEDRO: Lo saprai, se hai tempo di
ascoltarmi mentre cammino. SOCRATE: Ma come? Credi che io, per dirla con
Pindaro, non faccia del sentire come avete trascorso il tempo tu e Lisia una
faccenda «superiore a ogni negozio»? (4) FEDRO: Muoviti, allora! SOCRATE: Se
vuoi parlare. FEDRO: Senza dubbio, Socrate, l'ascolto ti si addice, poiché il
discorso su cui ci siamo intrattenuti era, non so in che modo, sull'amore. Lisia
ha scritto di un bel giovane che viene tentato, ma non da un amante, e ha
comunque trattato anche questo argomento in modo davvero elegante: sostiene
infatti che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che chi ama. SOCRATE: E
bravo! Avesse scritto che bisogna compiacere un povero piuttosto che un ricco,
un vecchio piuttosto che un giovane, e tutte quelle cose che vanno bene a me e
alla maggior parte di voi! Allora sì che i suoi discorsi sarebbero urbani e
utili al popolo! Io ora ho tanto desiderio di ascoltare, che se facessi a piedi
la tua passeggiata fino a Megara e, seguendo Erodico,(5) arrivato alle mura
tornassi di nuovo, non rimarrei dietro a te. FEDRO: Cosa dici, ottimo Socrate?
Credi che io, da profano quale sono, ricorderò in modo degno di lui quello che
Lisia, il più bravo a scrivere dei nostri contemporanei, ha composto in molto
tempo e a suo agio? Ne sono ben lungi! Eppure vorrei avere questo più che molto
oro. SOCRATE: Fedro, se io non conosco Fedro, mi sono scordato anche di me
stesso! Ma non è vera né l'una né l'altra cosa: so bene che lui, ascoltando un
discorso di Lisia, non l'ha ascoltato una volta sola, ma ritornandovi più volte
sopra lo ha pregato di ripeterlo, e quello si è lasciato convincere volentieri.
Poi però neppure questo gli è bastato, ma alla fine, ricevuto il libro, ha
esaminato i passi che più di tutti bramava; e poiché ha fatto questo standosene
seduto fin dal mattino, si è stancato ed è andato a fare una passeggiata,
conoscendo, corpo d'un cane!, il discorso ormai a memoria, credo, a meno che
non fosse troppo lungo. E così si è avviato fuori dalle mura per recitarlo.
Imbattutosi poi in uno che ha la malattia di ascoltare discorsi, lo ha visto, e
nel vederlo si è rallegrato di avere chi potesse coribanteggiare con lui (6) e lo
ha invitato ad accompagnarlo. Ma quando l'amante dei discorsi lo ha pregato di
declamarlo, si è schermito come se non desiderasse parlare: ma alla fine
avrebbe parlato anche a viva forza, se non lo si fosse ascoltato volentieri. Tu
dunque, Fedro, pregalo di fare adesso quello che comunque farà molto presto.
FEDRO: Per me, veramente, la cosa di gran lunga migliore è parlare così come
sono capace, poiché mi sembra che non mi lascerai assolutamente andare prima
che abbia parlato, in qualunque modo. SOCRATE: Ti sembra davvero bene. FEDRO:
Allora farò così . In realtà, Socrate, non l'ho proprio imparato tutto parola
per parola: ti esporrò tuttavia il concetto più o meno di tutti gli argomenti
con i quali lui ha sostenuto che la condizione di chi ama differisce da quella
di chi non ama, uno per uno e per sommi capi, cominciando dal primo. SOCRATE:
Prima però, carissì mo, mostrami che cos'hai nella sinistra sotto il mantello;
ho l'impressione che tu abbia proprio il discorso. Se è così, tieni presente
che io ti voglio molto bene, ma se c'è anche Lisia non ho assolutamente
intenzione di offrirmi alle tue esercitazioni retoriche. Via, mostramelo!
FEDRO: Smettila! Mi hai tolto, Socrate, la speranza che riponevo in te di
esercitarmi. Ma dove vuoi che ci sediamo a leggere? SOCRATE: Giriamo di qui e
andiamo lungo l'Ilisso,(7) poi ci sederemo dove ci sembrerà un posto
tranquillo. FEDRO: A quanto pare, mi trovo a essere scalzo al momento giusto;
tu infatti lo sei sempre. Perciò sarà per noi facilissimo camminare bagnandoci
i piedi nell'acqua, e non spiacevole, tanto più in questa stagione e a
quest'ora.(8) SOCRATE: Fa' da guida dunque, e intanto guarda dove ci potremo
sedere. FEDRO: Vedi quell'altissimo platano? SOCRATE: E allora? FEDRO: Là c'è
ombra, una brezza moderata ed erba su cui sederci o anche sdraiarci, se
vogliamo. SOCRATE: Puoi pure guidarmici. FEDRO: Dimmi, Socrate: non è proprio
da qui, da qualche parte dell'Ilisso, che a quanto si dice Borea ha rapito
Orizia?(9) SOCRATE: Così si dice. FEDRO: Proprio da qui dunque? Le acque
appaiono davvero dolci, pure e limpide, adatte alle fanciulle per giocarvi
vicino. SOCRATE: No, circa due o tre stadi più in giù, dove si attraversa il
fiume per andare al tempio di Agra: (10) appunto là c'è un altare di Borea.
2 Platone Fedro FEDRO: Non ci ho mai fatto caso. Ma dimmi, per
Zeus: tu, Socrate, sei convinto che questo racconto sia vero? SOCRATE: Ma se
non ci credessi, come fanno i sapienti, non sarei una persona strana; e allora,
facendo il sapiente, potrei dire che un soffio di Borea la spinse giù dalle
rupi vicine mentre giocava con Farmacea, ed essendo morta così si è sparsa la
voce che è stata rapita da Borea (oppure dall'Areopago,(11) poiché c'è anche
questa leggenda, che fu rapita da là e non da qui). Io però, Fedro, considero
queste spiegazioni sì ingegnose, ma proprie di un uomo fin troppo valente e
impegnato, e non del tutto fortunato, se non altro perché dopo questo gli è
giocoforza raddrizzare la forma degli Ippocentauri, e poi della Chimera; quindi
gli si riversa addosso una folla di tali Gorgoni e Pegasi (12) e un gran numero
di altri esseri straordinari dalla natura strana e portentosa. E se uno, non
credendoci, vorrà ridurre ciascuno di questi esseri al verosimile, dato che fa
uso di una sapienza rozza, avrà bisogno di molto tempo libero. Ma io non ho
proprio tempo per queste cose; e il motivo, caro amico, è il seguente. Non sono
ancora in grado, secondo l'iscrizione delfica, di conoscere me stesso;(13)
quindi mi sembra ridicolo esaminare le cose che mi sono estranee quando ignoro
ancora questo. Perciò mando tanti saluti a queste storie, standomene di quanto
comunemente si crede riguardo a esse, come ho detto poco fa, ed esamino non
queste cose ma me stesso, per vedere se per caso non sia una bestia più
intricata e che getta fiamme più di Tifone, oppure un essere più mite e più
semplice, partecipe per natura di una sorte divina e priva di vanità
fumosa.(14) Ma cambiando discorso, amico, non era forse questo l'albero a cui
volevi guidarci? FEDRO: Proprio questo. SOCRATE: Per Era, è un bel luogo per
sostare! Questo platano è molto frondoso e imponente, l'alto agnocasto è
bellissimo con la sua ombra, ed essendo nel pieno della fioritura rende il
luogo assai profumato. Sotto il platano poi scorre la graziosissima fonte di
acqua molto fresca, come si può sentire col piede. Dalle immagini di fanciulle
e dalle statue sembra essere un luogo sacro ad alcune Ninfe e ad Acheloo.(15) E
se vuoi ancora, com'è amabile e molto dolce il venticello del luogo! Una
melodiosa eco estiva risponde al coro delle cicale. Ma la cosa più leggiadra di
tutte è l'erba, poiché, disposta in dolce declivio, sembra fatta apposta per
distendersi e appoggiarvi perfettamente la testa. Insomma, hai fatto da guida a
un forestiero in modo eccellente, caro Fedro! FEDRO: Mirabile amico, sembri una
persona davvero strana: assomigli proprio, come dici, a un forestiero condotto
da una guida e non a un abitante del luogo. Non lasci la città per recarti
oltre confine, e mi sembra che tu non esca affatto dalle mura. SOCRATE:
Perdonami, carissimo. Io sono uno che ama imparare; la terra e gli alberi non
vogliono insegnarmi nulla, gli uomini in città invece sì . Mi sembra però che
tu abbia trovato la medicina per farmi uscire. Come infatti quelli che
conducono gli animali affamati agitano davanti a loro un ramoscello verde o
qualche frutto, così tu, tendendomi davanti al viso discorsi scritti sui libri,
sembra che mi porterai in giro per tutta l'Attica e in qualsiasi altro luogo
vorrai. Ma per ì l momento, ora che sono giunto qui io intendo sdraiarmi, tu
scegli la posizione in cui pensi di poter leggere più comodamente e leggi.
FEDRO: Ascolta, dunque. «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che
ritengo sia per noi utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non
poter ottenere ciò che chiedo perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli
innamorati si pentono dei benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro
passione, mentre per gli altri non viene mai un tempo in cui conviene cambiare
parere. Infatti fanno benefici secondo le loro possibilità non per costrizione,
ma spontaneamente, per provvedere nel migliore dei modi alle proprie cose.
Inoltre coloro che amano considerano sia ciò che è andato loro male a causa
dell'amore, sia i benefici che hanno fatto, e aggiungendo a questo l'affanno
che provavano pensano di aver reso già da tempo la degna ricompensa ai loro
amati. Invece coloro che non amano non possono addurre come scusa la scarsa
cura delle proprie cose per questo motivo, né mettere in conto gli affanni trascorsi,
né incolpare gli amati delle discordie con i familiari; sicché, tolti di mezzo
tanti mali, non resta loro altro se non fare con premura ciò che pensano sarà
loro gradito quando l'avranno fatto. Inoltre, se vale la pena di tenere in
grande considerazione gli amanti perché dicono di essere amici al sommo grado
di coloro che amano e sono pronti sia a parole sia coi fatti a rendersi odiosi
agli altri pur di compiacere gli amati, è facile comprendere che, se dicono il
vero, terranno in maggior conto quelli di cui si innamoreranno in seguito, ed è
chiaro che, se parrà loro il caso, ai primi faranno persino del male.
D'altronde come può essere conveniente concedere una cosa del genere a chi ha
una disgrazia tale che nessuno, per quanto esperto, potrebbe tentare di
allontanare? Essi stessi, infatti, ammettono di essere malati più che
assennati, e di sapere che sragionano, ma non sanno dominarsi; di conseguenza,
una volta tornati in senno, come potranno credere che vada bene ciò di cui
decidono in questa disposizione d'animo? E ancora, se scegliessi il migliore
degli amanti, la tua scelta sarebbe tra pochi, se invece scegliessi quello più
adatto a te tra gli altri, sarebbe tra molti; perciò c'è molta più speranza che
quello degno della tua amicizia si trovi tra i molti. Se poi, secondo l'usanza
corrente, temi di guadagnarti del biasimo nel caso la gente lo venga a sapere,
è naturale che gli amanti, credendo di essere invidiati dagli altri così come
si invidiano tra loro, si inorgogliscano parlandone e per ambizione mostrino a
tutti che non hanno faticato invano; mentre coloro che non amano, essendo più
padroni di sé, scelgono ciò che è meglio in luogo della fama presso gli uomini.
Inoltre è inevitabile che molti vengano a sapere o vedano gli amanti accompagnare
i loro amati e darsi un gran da fare, cosicché, quando li vedono discorrere tra
loro credono che essi stiano insieme o perché il loro desiderio si è realizzato
o perché sta per realizzarsi; ma non provano affatto ad accusare coloro che non
amano perché stanno assieme, sapendo che è necessario parlare con qualcuno per
amicizia o per qualche altro piacere. E se poi hai paura perché credi sia
difficile che un'amicizia perduri, e temi che se sorgesse un dissidio per un
altro motivo la sventura sarebbe comune ad entrambi, mentre in questo caso
verrebbe un gran danno a te, perché hai gettato via ciò che più di tutto tieni
in conto, a maggior ragione dovresti temere coloro che 3 Platone
Fedro amano: molte sono le cose che li affliggono, e credono che tutto
accada a loro danno. Per questo allontanano gli amati anche dalla compagnia con
gli altri, per timore che quelli provvisti di sostanze li superino in
ricchezza, e quelli forniti dì cultura li vincano in intelligenza; in somma,
stanno in guardia contro il potere di tutti quelli che possiedono un qualsiasi
altro bene. Così, dopo averti indotto a inimicarti queste persone, ti riducono
privo di amici, e se badando al tuo interesse sarai più assennato di loro,
verrai in discordia con essi. Chi invece non si è trovato a essere nella
condizione di amante, ma ha ottenuto grazie alle sue doti ciò che chiedeva, non
sarebbe geloso di chi si accompagna a te, anzi odierebbe coloro che rifiutano
la tua compagnia, pensando che da costoro sei disprezzato, ma trai beneficio da
chi sta assieme a te. Perciò c'è molta più speranza che dalla cosa nasca tra
loro amicizia piuttosto che inimicizia. Per di più molti degli amanti hanno
desiderio del corpo prima di aver conosciuto il carattere e aver avuto
esperienza delle altre qualità individue dell'amato, così che non è loro chiaro
se vorranno ancora essere amici quando la loro passione sarà finita; per quanto
riguarda invece coloro che non amano, dal momento che erano tra loro amici
anche prima di fare questo, non è verosimile che la loro amicizia risulti
sminuita dal bene che hanno ricevuto, anzi esso rimane come ricordo di ciò che
sarà in futuro. Inoltre ti si addice diventare migliore dando retta a me
piuttosto che a un amante. Essi lodano le parole e le azioni dell'amato anche
al di là di quanto è bene, da un lato per timore di diventare odiosi,
dall'altro perché essi stessi danno giudizi meno retti per via del loro
desiderio. Infatti l'amore produce tali effetti: a coloro che non hanno fortuna
fa ritenere molesto ciò che agli altri non arreca dolore, mentre spinge coloro
che hanno fortuna a elogiare anche ciò che non è degno di piacere, tanto che
agli amati si addice più la compassione che l'invidia. Se dai retta a me,
innanzitutto starò assieme a te prendendomi cura non solo del piacere presente,
ma anche dell'utilità futura, non vinto dall'amore ma padrone di me stesso,
senza suscitare una violenta inimicizia per futili motivi, ma irritandomi poco
e non all'improvviso per motivi gravi, perdonando le colpe involontarie e
cercando di distogliere da quelle volontarie: queste sono prove di un'amicizia
che durerà a lungo. Se invece ti sei messo in mente che non possa esistere
amicizia salda se non si ama, conviene pensare che non potremmo tenere in gran
conto né i figli né i genitori, e non potremmo neanche acquistarci amici
fidati, poiché i vincoli con essi ci sono venuti non da una tale passione, ma
da altri rapporti. Inoltre, se si deve compiacere più di tutti chi ne ha
bisogno, anche nelle altre cì rcostanze conviene fare benefici non ai migliori,
ma ai più indigenti, poiché, liberati da grandissimi mali, serberanno la
massima gratitudine ai loro benefattori. E allora anche nelle feste private è
il caso di invitare non gli amici ma chi chiede l'elemosina e ha bisogno di
essere sfamato, poiché costoro ameranno i loro benefattori, li seguiranno,
verranno alla loro porta, proveranno grandissima gioia, serberanno non poca
gratitudine e augureranno loro ogni bene. Ma forse conviene compiacere non chi
è molto bisognoso, ma chi soprattutto è in grado di rendere il favore; non solo
chi chiede, ma chi è degno della cosa; non quanti godranno del fiore della tua
giovinezza, ma coloro che anche quando sarai diventato vecchio ti faranno
partecipe dei loro beni; non coloro che, ottenuto ciò che desideravano, se ne
vanteranno con gli altri, ma coloro che per pudore ne taceranno con tutti; non
coloro che hanno cura di te per poco tempo, ma coloro che ti saranno amici allo
stesso modo per tutta la vita; non coloro che, cessato il desiderio,
cercheranno il pretesto per un'inimicizia, ma coloro che daranno prova della
loro virtù quando la tua bellezza sarà sfiorita. Dunque tu ricordati di quanto
ti ho detto e considera questo, che gli amici riprendono gli amanti perché sono
convinti che questa pratica sia cattiva, mentre nessuno dei familiari ha mai
rimproverato a coloro che non amano di provvedere male ai propri affari per
questo motivo. Forse ora mi domanderai se ti esorto a compiacere tutti quelli
che non amano. Ebbene, io credo che neanche chi ama ti inviti ad avere questo
atteggiamento con tutti quelli che amano. Infatti né per chi riceve benefici la
cosa è degna di un'uguale ricompensa, né, se anche lo volessi, ti sarebbe
possibile tenerlo nascosto allo stesso modo agli altri; bisogna invece che da
ciò non venga alcun danno, ma un vantaggio a entrambi. Io penso che quanto è
stato detto sia sufficiente: se tu desideri ancora qualcosa e pensi che sia
stata tralasciata, interroga». FEDRO: Che te ne pare del discorso, Socrate? Non
è stato pronunciato in maniera straordinaria, in particolare per la scelta dei
vocaboli? SOCRATE: In maniera davvero divina, amico, al punto che ne sono
rimasto colpito! E questa impressione l'ho avuta per causa tua, Fedro,
guardando te, perché mi sembrava che esultassi per il discorso intanto che lo
leggevi. E dato che credo che in queste cose tu ne sappia più di me ti seguivo,
e nel seguirti ho partecipato al tuo furore bacchico, o testa divina! (16)
FEDRO: Ma dai! Ti pare il caso di scherzare così ? SOCRATE: Ti sembra che io
scherzi e che non abbia fatto sul serio? FEDRO: Nient'affatto, Socrate, ma
dimmi veramente, per Zeus protettore degli amici: credi che ci sia un altro tra
i Greci in grado di parlare sullo stesso argomento in modo più grande e copioso
di lui? SOCRATE: Ma come? Bisogna che il discorso sia lodato da me e da te
anche sotto questo aspetto, ossia perché il suo autore ha detto ciò che
bisognava dire, e non solo perché ha tornito ciascun termine in modo chiaro,
forbito e puntuale? Se proprio bisogna, devo convenirne per amor tuo, dal
momento che mi è sfuggito a causa della mia nullità. Infatti ho posto mente
soltanto all'aspetto retorico del discorso; quanto all'altro, credevo che
neppure Lisia lo ritenesse sufficiente. A meno che tu, Fedro, non abbia
un'opinione diversa, mi è parso che abbia ripetuto due o tre volte gli stessi
concetti, come se non avesse a disposizione grandi risorse per dire molte cose
sullo stesso argomento, o forse come se non gliene importasse nulla; e mi
sembrava pieno di baldanza giovanile quando mostrava com'era bravo, dicendo le
stesse cose prima in un modo e poi in un altro, a parlarne in tutti e due i
casi nella maniera migliore. 4 Platone Fedro FEDRO: Ti sbagli,
Socrate: precisamente in questo consiste il discorso. Infatti non ha
tralasciato nulla di ciò che meritava d'esser detto in argomento, tanto che
nessuno mai saprebbe dire cose diverse e di maggior pregio rispetto a quelle
dette. SOCRATE: In questo non potrò più darti retta: uomini e donne antichi e
sapienti, che hanno parlato e scritto di queste cose, mi confuteranno, se per
farti piacere convengo con te. FEDRO: Chi sono costoro? E dove hai ascoltato
cose migliori di queste? SOCRATE: Ora, lì per lì, non so dirlo; ma è chiaro che
le ho udite da qualcuno, dalla bella Saffo o dal saggio Anacreonte o da qualche
scrittore in prosa.(17) Da cosa lo arguisco per affermare ciò? In qualche modo,
divino fanciullo, sento di avere il petto pieno e di poter dire cose diverse
dalle sue, e non peggiori. So bene che non ho concepito da me niente di tutto
ciò, dato che riconosco la mia ignoranza; allora resta, credo, che da qualche
altra fonte io sia stato riempito attraverso l'ascolto come un vaso. Ma per
indolenza ho scordato proprio questo, come e da chi le ho udite. FEDRO: Ma hai
detto cose bellissime, nobile amico! Neanche se te lo ordino devi riferirmi da
chi e come le hai udite, ma metti in atto esattamente il tuo proposito. Hai
promesso di dire cose diverse, in maniera migliore e non meno diffusa rispetto
a quelle contenute nel libro, astenendoti da queste ultime; quanto a me, io ti
prometto che come i nove arconti innalzerò a Delfi una statua d'oro a grandezza
naturale, non solo mia ma anche tua.(18) SOCRATE: Sei carissimo e veramente
d'oro, Fedro, se pensi che io affermi che Lisia ha sbagliato tutto e che è
possibile dire cose diverse da tutte queste; ciò, credo, non potrebbe capitare
neanche allo scrittore più scarso. Tanto per incominciare, riguardo
all'argomento del discorso, chi credi che, sostenendo che bisogna compiacere
coloro che non amano piuttosto che coloro che amano, abbia ancora altro da dire
quando abbia tralasciato di lodare l'assennatezza degli uni e biasimare la
dissennatezza degli altri, il che appunto è necessario? Ma credo che si debbano
concedere e perdonare simili argomenti a chi ne parla; e di tali argomenti è da
lodare non l'invenzione, ma la disposizione, mentre degli argomenti non
necessari e difficili da trovare è da lodare, oltre alla disposizione, anche
l'invenzione. FEDRO: Concordo con ciò che dici: mi sembri aver parlato in modo
opportuno. Pertanto farò anch'io così: ti concederò di stabilire come principio
che chi ama è più ammalato di chi non ama, e quanto al resto, se avrai detto
altre cose in maggior quantità e di maggior pregio di queste, ergiti pure come
statua lavorata a martello a Olimpia, presso l'offerta votiva dei Cipselidi!
(19) SOCRATE: L'hai presa sul serio, Fedro, perché io, scherzando con te, ho
attaccato il tuo amato, e credi che io proverò veramente a dire qualcosa di
diverso e di più vario a confronto dell'abilità di lui? FEDRO: A questo
proposito, caro, mi hai dato l'occasione per un'uguale presa.(20) Ora tu devi
parlare assolutamente, così come sei capace, in modo da non essere obbligati a
fare quella cosa volgare da commedianti che si rimbeccano a vicenda, e non
volermi costringere a tirar fuori quella frase: «Socrate, se io non conosco
Socrate, mi sono dimenticato anche di me stesso», o quell'altra: «Desiderava
dire, ma si schermiva»; ma tieni bene in mente che non ce ne andremo di qui
prima che tu abbia esposto ciò che sostenevi di avere nel petto. Siamo noi due
soli, in un luogo appartato, io sono più forte e più giovane. Da tutto ciò,
dunque, «intendi quel che ti dico»,(21) e vedi di non parlare a forza piuttosto
che spontaneamente. SOCRATE: Ma beato Fedro, mi coprirò di ridicolo
improvvisando un discorso sui medesimi argomenti, da profano che sono a
confronto di un autore bravo come lui! FEDRO: Sai com'è la questione? Smettila
di fare il ritroso con me; poiché penso di avere una cosa che, se te la dico,
ti costringerà a parlare. SOCRATE: Allora non dirmela! FEDRO: No, invece te la
dico proprio! E le mie parole saranno un giuramento. Ti giuro... ma su chi, su
quale dio? Vuoi forse su questo platano qui? Ebbene, ti giuro che se non
pronuncerai il tuo discorso proprio davanti a questo platano, non ti mostrerò e
non ti riferirò più nessun altro discorso di nessuno. SOCRATE: Ahi, birbante!
Come hai trovato bene il modo di costringere un uomo amante dei discorsi a fare
ciò che tu ordini! FEDRO: Perché allora fai tanti giri? SOCRATE: Niente più
indugi, dal momento che hai proferito questo giuramento. Come potrei astenermi
da un tale banchetto? FEDRO: Allora parla! SOCRATE: Sai dunque come farò?
FEDRO: Riguardo a cosa? SOCRATE: Parlerò dopo essermi coperto il capo, per
svolgere il discorso il più velocemente possibile e non trovarmi in imbarazzo
per la vergogna, guardando verso di te. FEDRO: Purché tu parli; quanto al
resto, fa' come vuoi. SOCRATE: Orsù, o Muse dalla voce melodiosa, vuoi per
l'aspetto del canto vuoi perché siete state così chiamate dalla stirpe dei
Liguri amante della musica,(22) narrate assieme a me il racconto che questo
bellissimo giovane mi costringe a dire, così che il suo compagno, che già prima
gli sembrava sapiente, ora gli sembri tale ancora di più. C'era una volta un
fanciullo, o meglio un giovanetto assai bello, di cui molti erano innamorati.
Uno di loro, che era astuto, pur non essendo innamorato meno degli altri aveva
convinto il fanciullo che non lo amava. E un giorno, saggiandolo, cercava di
persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che
chi ama, e gli parlava così : «Innanzi tutto, fanciulfo, uno solo è l'inizio
per chi deve prendere decisioni nel modo giusto: bisogna sapere su cosa verte
la decisione, o è destino che si sbagli tutto. Ai più sfugge che non conoscono
l'essenza di ciascuna 5 Platone Fedro cosa. Perciò, nella
convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo all'inizio della ricerca e
proseguendo ne pagano le naturali conseguenze, poiché non si accordano né con
se stessi né tra loro. Che non capiti dunque a me e a te ciò che rimproveriamo
agli altri, ma dal momento che ci sta dinanzi la questione se si debba entrare
in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo di comune
accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale forza abbia; poi, tenendo
presente questa definizione e facendovi riferimento, esaminiamo se esso apporta
un vantaggio o un danno. Che l'amore sia appunto un desiderio, è chiaro a
tutti; che inoltre anche chi non ama desideri le cose belle, lo sappiamo. Da
che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama? Occorre poi tenere
presente che in ciascuno di noi ci sono due princì pi che ci governano e ci
guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l'uno, innato, è il desiderio
dei piaceri, l'altro è un'opinione acquisita che aspira al sommo bene. Talvolta
questi due princì pi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta invece sono
in disaccordo; talvolta prevale l'uno, talvolta l'altro. Pertanto, quando
l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria
ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione
verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La
dissolutezza ha molti nomi, dato che è composta di molte membra e molte parti;
e quella che tra queste forme si distingue conferisce a chi la possiede il
soprannome derivato da essa, che non è né bello né meritevole da acquistarsi.
Il desiderio relativo al cibo, che prevale sulla ragione del bene migliore e
sugli altri desideri, è chiamato ingordigia e farà sì che chi lo possiede venga
chiamato con lo stesso nome; quello che tiranneggia nell'ubriachezza e conduce
in tale stato chi lo possiede, è chiaro quale epiteto gli toccherà; così, anche
per gli altri nomi fratelli di questi che designano desideri fratelli, a
seconda di quello che via via signoreggia, è ben evidente come conviene
chiamarli. Il desiderio a motivo del quale è stato fatto tutto il discorso
precedente ormai è pressoché manifesto, ma è assolutamente più chiaro una volta
detto che se non viene detto; ebbene, il desiderio irrazionale che ha il
sopravvento sull'opinione incline a ciò che è retto, una volta che, tratto
verso il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a esso
congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto prendendo nome
dal suo stesso vigore, è chiamato eros».(23) Ma caro Fedro, non sembra anche a
te, come a me, che mi trovi in uno stato divino? FEDRO: Certamente, Socrate! Ti
ha preso una certa facilità di parola, contrariamente al solito! SOCRATE:
Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente divino, percio non
meravigliarti se nel prosieguo del discorso sarò spesso invasato dalle Ninfe:
le parole che proferisco adesso non sono lontane dai ditirambi.(24) FEDRO: Dici
cose verissime. SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poiché
forse quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene via. A questo
provvederà un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro discorso al
fanciullo. «Dunque, carissimo: cosa sia ciò su cui bisogna prendere decisioni,
è stato detto e definito; ora, tenendo presente questo, dobbiamo dire il resto,
ossia quale vantaggio o quale danno presumibilmente verrà da uno che ama e da
uno che non ama a chi concede i suoi favori. Per chi è soggetto al desiderio ed
è schiavo del piacere è inevitabile rendere l'amato il più possibile gradito a
sé; ma per chi è malato tutto ciò che non oppone resistenza è piacevole, mentre
tutto ciò che è più forte o pari a lui è odioso. Così un amante non sopporterà
di buon grado un amato superiore o pari a lui, ma vuole sempre renderlo
inferiore e più debole: e inferiore è l'ignorante rispetto al saggio, il vile
rispetto al coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha abilità oratorie,
chi è tardo di mente rispetto a chi è d'ingegno acuto. è inevitabile che, se
nell'animo dell'amato nascono o ci sono per natura tanti difetti, o anche di
più, l'amante ne goda e ne procuri altri, piuttosto che essere privato del
piacere del momento. Ed è altresì inevitabile che sia geloso e causa di grande
danno, poiché distoglie l'amato da molte altre compagnie vantaggiose grazie
alle quali diverrebbe veramente uomo, danno che diventa grandissimo quando lo
allontana da quella compagnia grazie alla quale diventerebbe una persona molto
assennata. Essa è la divina filosofia, da cui inevitabilmente l'amante tiene
lontano l'amato per paura di essere disprezzato, così come ricorrerà alle altre
macchinazioni per fare in modo che sia ignorante di tutto e guardi solo al suo
amante; e in questa condizione l'amato sarebbe fonte di grandissimo piacere per
lui, ma del massimo danno per se stesso. Quindi, per quanto riguarda
l'intelletto, l'uomo che prova amore non è in nessun modo utile come guida e
come compagno. Poi si deve considerare la costituzione del corpo, e quale cura
ne avrà colui che ne diventerà padrone, dato che si trova costretto a inseguire
il piacere anziché il bene. Lo si vedrà seguire una persona molle e non vigorosa,
non cresciuta alla pura luce del sole ma nella fitta ombra, inesperta di
fatiche virili e di secchi sudori, esperta invece di una vita delicata ed
effeminata, ornata di colori e abbellimenti altrui per mancanza dei propri,
intenta a tutte quelle attività conseguenti a ciò, che sono evidenti e non
meritano ulteriori discussioni. Ma stabiliamo un punto essenziale, e poi
passiamo ad altro: per un corpo del genere, in guerra come in tutte le altre
occupazioni importanti, i nemici prendono coraggio, gli amici e gli stessi
amanti provano timore. Perciò questo punto è da lasciar perdere, dato che è
evidente, e bisogna passare invece a quello successivo, cioè quale vantaggio o
quale danno arrecherà ai nostri beni la compagnia e la protezione di chi ama. è
chiaro a chiunque, ma soprattutto all'amante, che egli si augurerebbe più
d'ogni altra cosa che l'amato fosse orbo dei beni più cari, più preziosi e più
divini; accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre, parenti e amici,
ritenendoli causa d'impedimento e biasimo della dolcissima compagnia che ha con
lui. E se possiede sostanze in oro o altri beni, egli penserà che non sia
facile da conquistare né, una volta conquistato, trattabile; ne consegue
inevitabilmente che l'amante provi gelosia se l'oggetto del suo amore possiede
delle sostanze, e gioisca se le perde. Inoltre l'amante si augurerà che l'amato
sia senza moglie, senza figli e senza casa il più a lungo possibile, poiché
brama di cogliere il più a lungo possibile il frutto della 6 Platone
Fedro sua dolcezza. Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato
alla maggior parte di essi un piacere momentaneo; per esempio all'adulatore,
bestia terribile e fonte di grande danno, la natura ha comunque mescolato un
piacere non privo di gusto. E così qualcuno può biasimare come rovinosa
un'etera o molte altre creature e attività del genere, che almeno per un giorno
possono essere occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia
quotidiana dell'amante, oltre al danno che arreca, è la cosa di tutte più
spiacevole. Infatti, come recita l'antico proverbio, il coetaneo si diletta del
coetaneo (credo infatti che l'avere gli stessi anni conduca agli stessi piaceri
e procuri amicizia in virtù della somiglianza); tuttavia anche il loro stare
insieme genera sazietà. Inoltre si dice che la costrizione è pesante per
chiunque in qualsiasi circostanza: ed è proprio questo il rapporto che, oltre
alla differenza d'età, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno più
vecchio sta assieme a uno più giovane, non lo lascia volentieri né di giorno né
di notte, ma è tormentato da una necessità e da un pungolo che lo conduce a
destra e a manca procurandogli di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare
l'amato e a provare tutto ciò che lui prova, sì da mettersi strettamente e con
piacere al suo servizio. Ma quale conforto o quali piaceri darà all'amato per
evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di tempo, arrivi al
colmo del disgusto? Quando quello vedrà un volto invecchiato e non più in
fiore, con tutte le conseguenze già spiacevoli da udire a parole, per non
parlare poi se ci si trova nella necessità di avere a che fare con esse; quando
dovrà guardarsi in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentirà
elogi inopportuni ed esagerati, come anche insulti già insopportabili se
l'amante è sobrio, vergognosi oltre ogni sopportazione se è ubriaco e indulge a
una libertà di linguaggio stucchevole e assoluta? E se quando è innamorato e
dannoso e spiacevole, una volta che l'amore è finito sarà inaffidabile per il
tempo a venire, in prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte
promesse condite di infiniti giuramenti e preghiere e in virtù della speranza
di beni futuri, a mantenere il legame già allora faticoso da sopportare. E
allora, quando bisogna pagare il debito, dato che dentro di sé ha cambiato
padrone e signore, e assennatezza e temperanza hanno preso il posto di amore e
follia, è divenuto un altro senza che il suo amato se ne sia accorto. Questi,
ricordandosi di quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con
la stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora; quello
per la vergogna non ha il coraggio di dire che è diventato un altro, né sa come
mantenere i giuramenti e le promesse fatte sotto la dissennata signoria
precedente, dato che ormai ha riacquistato il senno e la temperanza, per non
ridiventare simile a quello che era prima, se non addirittura lo stesso di
prima, facendo le stesse cose. Perciò diventa un fuggiasco, e poiché l'amante
di prima ora è di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il suo stato
e si dà alla fuga.(25) L'altro è costretto a inseguire tra lo sdegno e le
imprecazioni, poiché non ha capito tutto fin dal principio, cioè che non
avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di necessità è privo di senno, ma ben
più chi non ama ed è assennato; altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una
persona infida, difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno sa per le
proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo più
assoluto per l'educazione dell'anima, della quale in tutta verità non c'è e mai
ci sarà cosa di maggior valore né per gli uomini né per gli dèi. Pertanto,
ragazzo, bisogna intendere bene questo, e sapere che l'amicizia di un amante non
nasce assieme alla benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi; come i
lupi amano gli agnelli, così gli amanti hanno caro un fanciullo». Questo è
quanto, Fedro. Non mi sentirai dire di più, ma considera ormai finito il
discorso. FEDRO: Eppure io credevo che fosse a metà, e che tu avresti speso
uguali parole per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto compiacere lui e
indicando quanti beni ne derivano; ma ora perché smetti, Socrate? SOCRATE: Non
ti sei accorto, beato, che ormai pronuncio versi epici e non più ditirambi,
proprio mentre muovo questi rimproveri? Se comincerò a elogiare l'altro, cosa
credi che farò? Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle
quali tu mi hai gettato deliberatamente in balia? Perciò in una parola ti dico
che quanti sono i mali che abbiamo biasimato nell'uno tanti sono i beni, ad
essi opposti, che si trovano nell'altro. E che bisogno c'è di un lungo
discorso? Di entrambi si è detto abbastanza. Così il racconto avrà la sorte che
gli spetta; e io, attraversato questo fiume, me ne torno indietro prima di
essere costretto da te a qualcosa di più grande. FEDRO: Non ancora, Socrate,
non prima che sia passata la calura. Non vedi che è all'incirca mezzogiorno,
l'ora che viene chiamata immota? Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo
detto; non appena farà più fresco, ce ne andremo. SOCRATE: Quanto ai discorsi
sei divino, Fedro, e semplicemente straordinario. Io penso che di tutti i
discorsi prodotti durante la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere più di te,
o perché li pronunci di persona o perché costringi in qualche modo altri a
pronunciarli (faccio eccezione per Simmia il Tebano, (26) ma gli altri li vinci
di gran lunga). E ora mi sembra che tu sia stato la causa di un mio nuovo
discorso. FEDRO: Allora non mi dichiari guerra! Ma come, e qual è questo
discorso? SOCRATE: Quando stavo per attraversare il fiume, caro amico, si è
manifestato quel segno divino che è solito manifestarsi a me e che mi trattiene
sempre da ciò che sto per fare. E mi è parso di udire proprio da lì una certa
voce che non mi permette di andare via prima d'essermi purificato, come se
avessi commesso qualche colpa verso la divinità. In effetti sono un indovino,
per la verità non molto bravo, ma, come chi sa a malapena scrivere, valido solo
per me stesso; perciò comprendo chiaramente qual è la colpa. Perché anche
l'anima, caro amico, ha un che di divinatorio; infatti mi ha turbato anche
prima, mentre pronunciavo il discorso, e in qualche modo temevo, come dice
Ibico, che «commesso un fallo» nei confronti degli dèi «consegua fama invece
tra gli umani».(27) Ma ora mi sono reso conto della colpa. FEDRO: Che cosa
dici? 7 Platone Fedro SOCRATE: Terribile, Fedro, terribile è il
discorso che tu hai portato, come quello che poi mi hai costretto a dire!
FEDRO: E perché? SOCRATE: è sciocco e sotto un certo aspetto empio. Quale
discorso potrebbe essere più terribile di questo? FEDRO: Nessuno, se tu dici il
vero. SOCRATE: E allora? Non credi che Eros sia figlio di Afrodite e sia una
creatura divina? FEDRO: Così almeno si dice. SOCRATE: Ma non è detto da Lisia,
né dal tuo discorso, che è stato pronunciato tramite la mia bocca ammaliata da
te. E se Eros è, come appunto è, un dio o un che di divino, non sarebbe affatto
un male, e invece i due discorsi pronunciati ora su di lui ne parlavano come se
fosse un male; in questo dunque hanno commesso una colpa nei confronti dì Eros.
Inoltre la loro semplicità è proprio graziosa, poiché senza dire niente di sano
né di vero si danno delle arie come se fossero chissà cosa, se ingannando
alcuni omiciattoli troveranno fama presso di loro. Pertanto io, caro amico, ho
la necessità di purificarmi; per coloro che commettono delle colpe nei
confronti del mito c'è un antico rito purificatorio, che Omero non conobbe, ma
Stesicoro sì . Costui infatti, privato della vista per aver diffamato Elena,
non ne ignorò la causa come Omero, ma da amante alle Muse quale era la capì e
subito compose questi versi: Questo discorso non è veritiero, non navigasti
sulle navi ben costrutte, non arrivasti alla troiana Pergamo.(28) E dopo aver
composto l'intero carme chiamato Palinodia gli tornò immediatamente la vista.
Io pertanto sarò più saggio di loro almeno sotto questo aspetto: prima di
incorrere in un male per aver diffamato Eros tenterò di offrirgli in cambio la
mia palinodia, col capo scoperto e non velato come allora per la vergogna.
FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose più dolci di queste, Socrate. SOCRATE:
Veramente, caro Fedro, tu intendi con quale impudenza siano stati pronunciati i
due discorsi, il mio e quello ricavato dal libro. Se un uomo dall'indole nobile
e affabile, che fosse innamorato di uno come lui o lo fosse stato in
precedenza, ci ascoltasse mentre diciamo che gli amanti sollevano grandi
inimicizie per futili motivi e sono gelosi e dannosi nei confronti dei loro
amati, non credi che avrebbe l'impressione di ascoltare persone allevate in
mezzo ai marinai e che non hanno mai visto un amore libero, e sarebbe ben lungi
dal convenire con noi sui rimproveri che muoviamo ad Eros? FEDRO: Per Zeus,
forse sì, Socrate. SOCRATE: Io dunque, per vergogna nei suoi confronti e per
timore dello stesso Eros, desidero sciacquarmi dalla salsedine che impregna il
mio udito con un discorso d'acqua dolce; e consiglio anche a Lisia di scrivere
il più in fretta possibile che, a parità di condizioni, conviene compiacere più
un amante che chi non ama. FEDRO: Ma sappi bene che sarà così : quando avrai
pronunciato l'elogio dell'amante, sarà inevitabile che Lisia venga costretto da
me a scrivere un altro discorso sullo stesso argomento. SOCRATE: Confido in
ciò, finché sarai quello che sei. FEDRO: Fatti coraggio, dunque, e parla.
SOCRATE: Dov'è il ragazzo a cui parlavo? Faccia in modo di ascoltare anche
questo discorso e non conceda con troppa fretta i suoi favori a chi non ama per
non aver udito le mie parole. FEDRO: Questo ragazzo è accanto a te, molto
vicino, ogni qualvolta tu voglia. SOCRATE: Allora, mio bel ragazzo, tieni
presente che il discorso di prima era di Fedro figlio di Pitocle, del demo di
Mirrinunte, mentre quello che mi accingo a dire è di Stesicoro di Imera, figlio
di Eufemo. Bisogna dunque parlare così : «Non è veritiero il discorso secondo
il quale anche in presenza di un amante si deve piuttosto compiacere chi non
ama, per il fatto che l'uno è in preda a "mania", l'altro è
assennato. Se infatti l'essere in preda a mania fosse un male puro e semplice,
sarebbe ben detto; ora però i beni più grandi ci vengono dalla mania, appunto
in virtù di un dono divino. Infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di
Dodona,(29) quando erano prese da mania, procurarono alla Grecia molti e grandi
vantaggi pubblici e privati, mentre quando erano assennate giovarono poco o
nulla. E se parlassimo della Sibilla (30) e di tutti gli altri che, avvalendosi
dell'arte mantica ispirata da un dio, con le loro predizioni in molti casi
indirizzarono bene molte persone verso il futuro, ci dilungheremmo dicendo cose
note a tutti. Merita certamente di essere addotto come testimonianza il fatto
che tra gli antichi coloro che coniavano i nomi non ritenevano la mania una
cosa vergognosa o riprovevole; altrimenti non avrebbero chiamato
"manica" l'arte più bella, con la quale si discerne il futuro,
applicandovi proprio questo nome. Ma considerandola una cosa bella quando nasca
per sorte divina, le imposero questo nome, mentre gli uomini d'oggi, inesperti
del bello, aggiungendo la "t" l'hanno chiamata "mantica".
Così anche la ricerca del futuro che fanno gli uomini assennati mediante il
volo degli uccelli e gli altri segni del cielo, dal momento che tramite
l'intelletto procurano assennatezza e cognizione alla "oiesi", cioè
alla credenza umana, la denominarono "oionoistica", mentre i
contemporanei, volendola nobilitare con la "o" lunga, la chiamano oionistica.(31)
Perciò, quanto più l'arte mantica è perfetta e onorata della oionistica, e il
nome e l'opera dell'una rispetto al nome e all'opera dell'altra, tanto più
bella, secondo la testimonianza degli antichi, è la mania che viene da un dio
rispetto all'assennatezza che viene dagli uomini. Ma la mania, sorgendo e
profetando in coloro in cui doveva manifestarsi, trovò una via di scampo anche
dalle malattie e dalle pene più gravi, che da qualche parte si abbattono su
alcune stirpi a causa di antiche colpe, ricorrendo alle preghiere e al culto
degli dèi; quindi, attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la
possedeva per il tempo presente e futuro, avendo trovato una liberazione dai
mali presenti per chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo
giusto. Al terzo posto vengono l'invasamento e la mania provenienti dalle Muse,
che impossessandosi di un'anima tenera e pura la destano e la colmano di furore
bacchico in canti e altri componimenti poetici, e celebrando innumerevoli opere
degli antichi educano i posteri. Chi invece giunge alle porte della poesia
senza 8 Platone Fedro la mania delle Muse, convinto che sarà un
poeta valente grazie all'arte, resta incompiuto e la poesia di chi è in senno è
oscurata da quella di chi si trova in preda a mania. Queste, e altre ancora,
sono le belle opere di una mania proveniente dagli dèi che ti posso elencare.
Pertanto non dobbiamo aver paura di ciò, né deve sconvolgerci un discorso che
cerchi di intimorirci asserendo che si deve preferire come amico l'uomo
assennato a quello in stato di eccitazione; ma il mio discorso dovrà riportare
la vittoria dimostrando, oltre a quanto detto prima, che l'amore non è inviato
dagli dèi all'amante e all'amato perché ne traggano giovamento. Noi dobbiamo
invece dimostrare il contrario, cioè che tale mania è concessa dagli dèi per la
nostra più grande felicità; e la dimostrazione non sarà persuasiva per i
valent'uomini, ma lo sarà per i sapienti. Prima di tutto dunque bisogna
intendere la verità riguardo alla natura dell'anima divina e umana, considerando
le sue condizioni e le sue opere. L'inizio della dimostrazione è il seguente.
Ogni anima è immortale. Infatti ciò che sempre si muove è immortale, mentre ciò
che muove altro e da altro è mosso termina la sua vita quando termina il suo
movimento. Soltanto ciò che muove se stesso, dal momento che non lascia se
stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di movimento anche
per tutte le altre cose dotate di movimento. Il principio però non è generato.
Infatti è necessario che tutto ciò che nasce si generi da un principio, ma
quest'ultimo non abbia origine da qualcosa, poiché se un principio nascesse da
qualcosa non sarebbe più un principio. E poiché non è generato, è necessario
che sia anche incorrotto; infatti, se un principio perisce, né esso nascerà da
qualcosa né altra cosa da esso, dato che ogni cosa deve nascere da un
principio. Così principio di movimento è ciò che muove se stesso. Esso non può
né perire né nascere, altrimenti tutto il cielo e tutta la terra, riuniti in
corpo unico, resterebbero immobili e non avrebbero più ciò da cui ricevere di
nuovo nascita e movimento. Una volta stabilito che ciò che si muove da sé è
immortale, non si proverà vergogna a dire che proprio questa è l'essenza e la
definizione dell'anima. Infatti ogni corpo a cui l'essere in movimento proviene
dall'esterno è inanimato, mentre quello cui tale facoltà proviene dall'interno,
cioè da se stesso, è animato, poiché la natura dell'anima è questa; ma se è
così, ovvero se ciò che muove se stesso non può essere altro che l'anima, di
necessità l'anima sarà ingenerata e immortale. Sulla sua immortalità si è detto
a sufficienza; sulla sua idea bisogna dire quanto segue. Spiegare quale sia,
sarebbe proprio di un'esposizione divina sotto ogni aspetto e lunga, dire
invece a che cosa assomigli, è proprio di un'esposizione umana e più breve;
parliamone dunque in questa maniera. Si immagini l'anima simile a una forza
costituita per sua natura da una biga alata e da un auriga.(32) I cavalli e gli
aurighi degli dèi sono tutti buoni e nati da buoni, quelli degli altri sono
misti. E innanzitutto l'auriga che è in noi guida un carro a due, poi dei due
cavalli uno è bello, buono e nato da cavalli d'ugual specie, l'altro è
contrario e nato da stirpe contraria; perciò la guida, per quanto ci riguarda,
è di necessità difficile e molesta. Quindi bisogna cercare di definire in che
senso il vivente è stato chiamato mortale e immortale. Ogni anima si prende
cura di tutto ciò che è inanimato e gira tutto il cielo ora in una forma, ora
nell'altra. Se è perfetta e alata, essa vola in alto e governa tutto il mondo,
se invece ha perduto le ali viene trascinata giù finché non s'aggrappa a
qualcosa di solido; qui stabilisce la sua dimora e assume un corpo terreno, che
per la forza derivata da essa sembra muoversi da sé. Questo insieme, composto
di anima e corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il soprannome di mortale.
Viceversa ciò che è immortale non può essere spiegato con un solo discorso
razionale, ma senza averlo visto e inteso in maniera adeguata ci figuriamo un
dio, un essere vivente e immortale, fornito di un'anima e di un corpo
eternamente connaturati. Ma di queste cose si pensi e si dica così come piace
al dio; noi cerchiamo di cogliere la causa della perdita delle ali, per la
quale esse si staccano dall'anima. E la causa è all'incirca questa. La potenza
dell'ala tende per sua natura a portare in alto ciò che è pesante, sollevandolo
dove abita la stirpe degli dèi, e in certo modo partecipa del divino più di
tutte le cose inerenti il corpo. Il divino è bello, sapiente, buono, e tutto
ciò che è tale; da queste qualità l'ala dell'anima e nutrita e accresciuta in
sommo grado, mentre viene consunta e rovinata da ciò che è brutto, cattivo e
contrario ad esse. Zeus, il grande sovrano che è in cielo, procede per primo
alla guida del carro alato, dà ordine a tutto e di tutto si prende cura; lo
segue un esercito di dèi e di demoni, ordinato in undici schiere. La sola Estia
resta nella dimora degli dèi; quanto agli altri dèi, quelli che in numero di
dodici sono stati posti come capi guidano ciascuno la propria schiera secondo
l'ordine assegnato.(33) Molte e beate sono le visioni e i percorsi entro il
cielo, per i quali si volge la stirpe degli dèi eternamente felici, adempiendo
ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro chi sempre lo vuole e lo
può; infatti l'invidia sta fuori del coro divino. Quando poi vanno a banchetto
per nutrirsi, procedono in ardua salita verso la sommità della volta celeste,
dove i carri degli dèi, ben equilibrati e agili da guidare, procedono
facilmente, gli altri invece a fatica; infatti il cavallo che partecipa del
male si inclina, e piegando verso terra grava col suo peso l'auriga che non
l'ha allevato bene. Qui all'anima si presenta la fatica e la prova suprema.
Infatti quelle che sono chiamate immortali, una volta giunte alla sommità,
procedono al di fuori posandosi sul dorso del cielo, la cui rotazione le
trasporta in questa posa, mentre esse contemplano ciò che sta fuori del cielo.
Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai cantato né mai canterà in modo degno il
luogo iperuranio.(34) La cosa sta in questo modo (bisogna infatti avere il
coraggio di dire il vero, tanto più se si parla della verità): l'essere che
realmente è, senza colore, senza forma e invisibile, che può essere contemplato
solo dall'intelletto timoniere dell'anima e intorno al quale verte il genere
della vera conoscenza, occupa questo luogo. Poiché dunque la mente di un dio è
nutrita da un intelletto e da una scienza pura, anche quella di ogni anima cui
preme di ricevere ciò che conviene si appaga di vedere dopo un certo tempo
l'essere, e contemplando il vero se ne nutre e ne gode, finché la rotazione
ciclica del cielo non l'abbia riportata allo stesso punto. Nel giro che essa
compie vede la giustizia stessa, vede la temperanza, vede la scienza, 9
Platone Fedro non quella cui è connesso il divenire, e neppure quella che
in certo modo è altra perché si fonda su altre cose da quelle che ora noi
chiamiamo esseri, ma quella scienza che si fonda su ciò che è realmente essere;
e dopo che ha contemplato allo stesso modo gli altri esseri che realmente sono
e se ne è saziata, si immerge nuovamente all'interno del cielo e fa ritorno
alla sua dimora. Una volta arrivata l'auriga, condotti i cavalli alla
mangiatoia, mette innanzi a loro ambrosia e in più dà loro da bere del nettare.
Questa è la vita degli dèi. Quanto alle altre anime, l'una, seguendo nel
migliore dei modi il dio e rendendosi simile a lui, solleva il capo dell'auriga
verso il luogo fuori del cielo e viene trasportata nella sua rotazione, ma
essendo turbata dai cavalli vede a fatica gli esseri; l'altra ora solleva il
capo, ora piega verso il basso, e poiché i cavalli la costringono a forza
riesce a vedere alcuni esseri, altri no. Seguono le altre anime, che aspirano tutte
quante a salire in alto, ma non essendone capaci vengono sommerse e trasportate
tutt'intorno, calpestandosi tra loro, accalcandosi e cercando di arrivare una
prima dell'altra. Nasce così una confusione e una lotta condita del massimo
sudore, nella quale per lo scarso valore degli aurighi molte anime restano
azzoppate, e a molte altre si spezzano molte penne; tutte, data la grande
fatica, se ne partono senza aver raggiunto la contemplazione dell'essere e una
volta tornate indietro si nutrono del cibo dell'opinione. La ragione per cui
esse mettono tanto impegno per vedere dov'è sita la pianura della verità è
questa: il cibo adatto alla parte migliore dell'anima viene dal prato che si
trova là, e di esso si nutre la natura dell'ala con cui l'anima si solleva in
volo. Questa è la legge di Adrastea. L'anima che, divenuta seguace del dio,
abbia visto qualcuna delle verità, non subisce danno fino al giro successivo, e
se riesce a fare ciò ogni volta, resta intatta per sempre; qualora invece, non riuscendo
a tenere dietro al dio, non abbia visto, e per qualche accidente, riempitasi di
oblio e di ignavia, sia appesantita e a causa del suo peso perda le ali e cada
sulla terra, allora è legge che essa non si trapianti in alcuna natura animale
nella prima generazione. Invece l'anima che ha visto il maggior numero di
esseri si trapianterà nel seme di un uomo destinato a diventare filosofo o
amante del bello o seguace delle Muse o incline all'amore. L'anima che viene
per seconda si trapianterà in un re rispettoso delle leggi o in un uomo atto
alla guerra e al comando, quella che viene per terza in un uomo atto ad
amministrare lo Stato o la casa o le ricchezze, la quarta in un uomo che sarà
amante delle fatiche o degli esercizi ginnici o esperto nella cura del corpo,
la quinta è destinata ad avere la vita di un indovino o di un iniziatore ai
misteri. Alla sesta sarà confacente la vita di un poeta o di qualcun altro di
coloro che si occupano dell'imitazione, alla settima la vita di un artigiano o
di un contadino, all'ottava la vita di un sofista o di un seduttore del popolo,
alla nona quella di un tiranno. Tra tutti questi, chi ha condotto la vita
secondo giustizia partecipa di una sorte migliore, chi invece è vissuto contro
giustizia, di una peggiore; infatti ciascuna anima non torna nel luogo donde è
venuta per diecimila anni, poiché non rimette le ali prima di questo periodo di
tempo, tranne quella di colui che ha coltivato la filosofia senza inganno o ha
amato i fanciulli secondo filosofia. Queste anime, al terzo giro di mille anni,
se hanno scelto per tre volte di seguito una tale vita, rimettono in questo
modo le ali e al compiere dei tremila anni tornano indietro. Quanto alle altre,
quando giungono al termine della prima vita tocca loro un giudizio, e dopo
essere state giudicate le une vanno nei luoghi di espiazione sotto terra a
scontare la loro pena, le altre, innalzate dalla Giustizia in un luogo del
cielo, trascorrono il tempo in modo corrispondente alla vita che vissero in
forma d'uomo. Al millesimo anno le une e le altre, giunte al sorteggio e alla
scelta della seconda vita, scelgono quella che ciascuna vuole: qui un'anima
umana può anche finire in una vita animale, e chi una volta era stato uomo può
ritornare da bestia uomo, poiché l'anima che non ha mai visto la verità non
giungerà mai a tale forma. L'uomo infatti deve comprendere in funzione di ciò
che viene detto idea, e che muovendo da una molteplicità di sensazioni viene
raccolto dal pensiero in unità; questa è la reminiscenza delle cose che un tempo
la nostra anima vide nel suo procedere assieme al dio, quando guardò dall'alto
ciò che ora definiamo essere e levò il capo verso ciò che realmente è. Perciò
giustamente solo l'anima del filosofo mette le ali, poiché grazie al ricordo,
secondo le sue facoltà, la sua mente è sempre rivolta alle entità in virtù
delle quali un dio è divino. Quindi l'uomo che si avvale rettamente di tali
reminiscenze, essendo sempre iniziato a misteri perfetti, diventa lui solo
realmente perfetto; dato però che si distacca dalle occupazioni degli uomini e
si fa accosto al divino, è ripreso dai più come se delirasse, ma sfugge ai più
che è invasato da un dio. Questo dunque è il punto d'arrivo di tutto il
discorso sulla quarta forma di mania, quella per cui uno, al vedere la bellezza
di quaggiù, ricordandosi della vera bellezza mette nuove ali e desidera levarsi
in volo, ma non essendone capace guarda in alto come un uccello, senza curarsi
di ciò che sta in basso, e così subisce l'accusa di trovarsi in istato di
mania: di tutte le ispirazioni divine questa, per chi la possiede e ha
comunanza con essa, è la migliore e deriva dalle cose migliori, e chi ama le
persone belle e partecipa di tale mania è chiamato amante. Infatti, come si è
detto, ogni anima d'uomo per natura ha contemplato gli esseri, altrimenti non
si sarebbe incarnata in un tale vivente. Ma ricordarsi di quegli esseri
procedendo dalle cose di quaggiù non è alla portata di ogni anima, né di quelle
che allora videro gli esseri di lassù per breve tempo, né di quelle che, cadute
qui, hanno avuto una cattiva sorte, al punto che, volte da cattive compagnie
all'ingiustizia, obliano le sacre realtà che videro allora. Ne restano poche
nelle quali il ricordo si conserva in misura sufficiente: queste, qualora
vedano una copia degli esseri di lassù, restano sbigottite e non sono più in
sé, ma non sanno cosa sia ciò che provano, perché non ne hanno percezione
sufficiente. Così della giustizia, della temperanza e di tutte le altre cose
che hanno valore per le anime non c'è splendore alcuno nelle copie di quaggiù,
ma soltanto pochi, accostandosi alle immagini, contemplano a fatica, attraverso
i loro organi ottusi, la matrice del modello riprodotto. Allora invece si
poteva vedere la bellezza nel suo splendore, quando in un coro felice, noi al
seguito di Zeus, altri di un altro dio, godemmo di una visione e di una
contemplazione beata ed eravamo iniziati a quello che è lecito chiamare il più
beato dei misteri, che celebravamo in perfetta integrità e immuni dalla prova
di tutti quei mali che dovevano attenderci nel tempo a venire, contemplando
nella nostra iniziazione mistica visioni perfette, semplici, immutabili e
10 Platone Fedro beate in una luce pura, poiché eravamo purì e non
rinchiusi in questo che ora chiamiamo corpo e portiamo in giro con noi,
incatenati dentro ad esso come un'ostrica. Queste parole siano un omaggio al
ricordo, in virtù del quale, per il desiderio delle cose d'allora, ora si è
parlato piuttosto a lungo. Quanto alla bellezza, come si è detto, essa brillava
tra le cose di lassù come essere, e noi, tornati qui sulla terra, l'abbiamo
colta con la più vivida delle nostre sensazioni, in quanto risplende nel modo
più vivido. Per noi infatti la vista è la più acuta delle sensazioni che
riceviamo attraverso il corpo, ma essa non ci permette di vedere la saggezza
(poiché susciterebbe terribili amori, se giungendo alla nostra vista le
offrisse un'immagine di sé così splendente) e le altre realtà degne d'amore.
Ora invece soltanto la bellezza ebbe questa sorte, di essere ciò che più di
tutto è manifesto e amabile. Chi dunque non è iniziato di recente, o è
corrotto, non si innalza con pronto acume da qui a lassù, verso la bellezza in
sé, quando contempla ciò che quaggiù porta il suo nome; di conseguenza quando
guarda ad essa non la venera, ma consegnandosi al piacere imprende a montare e
a generare figli a mo' di quadrupede, e comportandosi con tracotanza non ha
timore né vergogna di inseguire un piacere contro natura. Invece chi è iniziato
di recente e ha contemplato molto le realtà di allora, quando vede un volto
d'aspetto divino che ha ben imitato la bellezza o una qualche forma ideale di
corpo, dapprima sente dei brividi e gli sottentra qualcuna delle paure di
allora, poi, guardandolo, lo venera come un dio, e se non temesse di
acquistarsi fama di eccessiva mania farebbe sacrifici al suo amato come a una
statua o a un dio. Al vederlo, lo afferra come una mutazione provocata dai
brividi, un sudore e un calore insolito; e ricevuto attraverso gli occhi il
flusso della bellezza, prende calore là dove la natura dell'ala si abbevera.
Una volta che si è riscaldato si liquefano le parti attorno al punto donde
l'ala germoglia, che essendo da tempo tappate a causa della secchezza le
impedivano di fiorire. Così, grazie all'afflusso del nutrimento, lo stelo
dell'ala si gonfia e prende a crescere dalla radice per tutta la forma
dell'anima; un tempo infatti era tutta alata. A questo punto essa ribolle tutta
quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi mette i denti nel
momento in cui essi spuntano, ossia prurito e irritazione alle gengive, la
prova anche l'anima di chi comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano
ribolle e prova un senso di irritazione e solletico. Dunque, quando l'anima,
mirando la bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e
fluiscono (e che appunto per questo sono chiamate flusso d'amore) (36) e ne
viene irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece
ne è separata e inaridisce, le bocche dei condotti donde spunta fuori l'ala si
disseccano e si serrano, impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso
dentro assieme al flusso d'amore, pulsando come le arterie pizzica nei
condotti, ciascun germoglio nel proprio, tanto che l'anima, pungolata
tutt'intorno, è presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo della
bellezza si allieta. In seguito alla mescolanza di entrambe le cose, l'anima è
turbata per la stranezza di ciò che prova e trovandosi senza via d'uscita
comincia a smaniare; ed essendo in stato di mania non può né dormire di notte
né di giorno restare ferma dov'è, ma corre in preda al desiderio dove crede di
poter vedere colui che possiede la bellezza: e una volta che l'ha visto e si è
imbevuta del flusso d'amore, libera i condotti che allora si erano ostruiti,
riprende fiato e cessa di avere pungoli e dolore, e allora coglie, nel momento
presente, il frutto di questo dolcissimo piacere. Perciò non se ne distacca di
sua volontà e non tiene in conto nessuno più del suo bello, ma si dimentica di
madri, fratelli e di tutti i compagni, e non gli importa nulla se le sue
sostanze vanno in rovina perché non se ne cura, anzi disprezza tutte le
consuetudini e le convenienze di cui si ornava prima d'allora ed è disposta a
servire l'amato e a giacere con lui ovunque gli sia concesso di stare il più
vicino possibile al suo desiderio; infatti, oltre a venerarlo, ha trovato in
colui che possiede la bellezza l'unico medico dei suoi più grandi travagli. A
questa passione cui si rivolge il mio discorso, o bel fanciullo, gli uomini
danno il nome di eros, gli dèi invece la chiamano in un modo che a sentirlo,
data la tua giovane età, ti metterai ragionevolmente a ridere. Alcuni Omeridi
citano due versi, credo presi da poemi segreti, riguardanti Eros, uno dei quali
è piuttosto insolente e non del tutto corretto come metro; essi suonano così :
I mortali lo chiamano Eros alato, gli immortali Pteros, ché fa crescere
l'ali.(37) A questi versi si può credere oppure non credere; non di meno la
causa e la sensazione di chi ama è proprio questa. Ora, se chi è stato colto da
Eros era uno dei seguaci di Zeus, riesce a sopportare con più fermezza il peso
del dio che trae il nome dalle ali; quelli che erano al servizio di Ares e
giravano il cielo assieme a lui, quando sono presi da Eros e pensano di subire
qualche torto dall'amato, sono sanguinari e pronti a sacrificare se stessi e il
proprio amore. Così ciascuno conduce la sua vita in base al dio del cui coro
era seguace, onorandolo e imitandolo per quanto gli è possibile, finché resta
incorrotto e vive la prima esistenza quaggiù, e in questo modo si accompagna e
ha relazione con gli amati e con le altre persone. Quindi ciascuno sceglie tra
i belli il suo Eros secondo il proprio carattere, e come fosse un dio gli
edifica una specie di statua e l'abbellisce per onorarla e tributarle riti. I
seguaci di Zeus cercano il loro amato in chi ha l'anima conforme al loro
dio:(38) pertanto guardano se per natura sia filosofo e atto al comando, e
quando l'hanno trovato e ne se sono innamorati, fanno di tutto affinché sia
effettivamente tale. E se prima non si erano impegnati in un'occupazione del
genere, da quel momento vi mettono mano e imparano da dove è loro possibile,
continuando poi anche da soli, e seguendo le tracce riescono a trovare per loro
conto la natura del proprio dio, perché sono stati intensamente costretti a
volgere lo sguardo verso di lui; e quando entrano in contatto con lui sono
presi da invasamento e tramite il ricordo ne assumono le abitudini e le
occupazioni, per quanto è possibile a un uomo partecipare della natura di un
dio. E poiché ne attribuiscono la causa all'amato, lo tengono ancora più caro,
e sebbene attingano da Zeus come le Baccanti,(39) riversando ciò che attingono
nell'anima dell'amato lo rendono il più possibile simile al loro dio. Coloro
che invece erano al seguito di Era cercano un'anima regale, e trovatala fanno
per lei esattamente le stesse cose. Quelli del seguito di Apollo e di ciascuno
degli altri dèi, procedendo secondo il loro dio, bramano che il proprio
fanciullo abbia un'uguale natura, e una volta che se lo sono procurato imitano
essi stessi il dio e con la persuasione e 11 Platone Fedro
l'ammaestramento portano l'amato ad assumere l'attività e la forma di quello,
ciascuno per quanto può; e lo fanno senza comportarsi nei confronti dell'amato
con gelosia o con rozza malevolenza, ma cercando di indurlo alla somiglianza
più completa possibile con se stessi e con il dio che onorano. Dunque l'ardore
e l'iniziazione di coloro che veramente amano, se ottengono ciò che desiderano
nel modo che dico, diventano così belle e felici per chi è amato, qualora venga
conquistato dall'amico che si trova in stato di mania per amore; e chi è
conquistato cede all'amore in questo modo. Come all'inizio dì questa narrazione
in forma di mito abbiamo diviso ciascuna anima in tre parti, due con forma di
cavallo, la terza con forma di auriga, questa distinzione resti per noi un
punto fermo anche adesso. Uno dei cavalli diciamo che è buono, l'altro no:
quale sia però la virtù di quello buono e il vizio di quello cattivo, non
l'abbiamo precisato, e ora bisogna dirlo. Dunque, quello tra i due che si trova
nella disposizione migliore è di forma eretta e ben strutturata, di collo alto
e narici adunche, bianco a vedersi, con gli occhi neri, amante dell'onore unito
a temperanza e pudore e compagno della fama veritiera, non ha bisogno di frusta
e si lascia guidare solo con lo stimolo e la parola; l'altro invece è storto,
grosso, mal conformato, di collo massiccio e corto, col naso schiacciato, il
pelo nero, gli occhi chiari e iniettati di sangue, compagno di tracotanza e
vanteria, dalle orecchie pelose, sordo, e cede a fatica alla frusta e agli
speroni. Quando dunque l'auriga, scorgendo la visione amorosa, prende calore in
tutta l'anima per la sensazione che prova ed è ricolmo di solletico e dei
pungoli del desiderio, il cavallo che obbedisce docilmente all'auriga, tenuto a
freno, allora come sempre, dal pudore, si trattiene dal balzare addosso
all'amato; l'altro invece non cura più né i pungoli dell'auriga né la frusta,
ma imbizzarrisce e si lancia al galoppo con violenza, e procurando ogni sorta
di molestie al compagno di giogo e all'auriga li costringe a dirigersi verso
l'amato e a rammentare la dolcezza dei piaceri d'amore. All'inizio essi si
oppongono sdegnati, al pensiero dì essere costretti ad azioni terribili e
inique; ma alla fine, quando non c'è più alcun limite al male, si lasciano
trascinare nel loro percorso, cedendo e acconsentendo a fare quanto viene loro
ordinato. Allora si fanno presso a lui e hanno la visione folgorante
dell'amato. Scorgendolo, la memoria dell'auriga è ricondotta alla natura della
bellezza, che vede di nuovo collocata su un casto piedistallo assieme alla
temperanza; a tale vista è colta da paura e per la reverenza che le porta cade
supina, e nello stesso tempo è costretta a tirare indietro le redini così forte
che entrambi i cavalli si piegano sulle cosce, l'uno, spontaneamente perché non
recalcitra, quello protervo decisamente contro voglia. Ritiratisi più lontano,
l'uno per vergogna e sbigottimento bagna tutta l'anima di sudore, l'altro,
cessato il dolore che gli veniva dal morso e dalla caduta, a fatica riprende
fiato e incomincia, pieno d'ira com'è, a ingiuriare, coprendo di male parole
l'auriga e il compagno di giogo perché per viltà e debolezza hanno abbandonato
il posto e l'accordo convenuto. E costringendoli di nuovo ad avanzare contro la
loro volontà a stento cede alle loro preghiere di rimandare a un'altra volta.
Quando poi è giunto il tempo stabilito ed essi fingono di non ricordarsene, lo
rammenta a loro con la forza, nitrendo e trascinandoli con sé, e li obbliga ad
accostarsi di nuovo all'amato per fare i medesimi discorsi; e quando sono
vicini tende la testa in avanti e rizza la coda, mordendo il freno, e li
trascina con impudenza. L'auriga, sentendo ancora più intensamente la stessa
impressione di prima, come respinto dalla fune al cancello di partenza, tira
indietro ancora più forte il morso dai denti del cavallo protervo, insanguina
la lingua maldicente e le mascelle e piegandogli a terra le gambe e le cosce lo
dà in preda ai dolori. Quando poi il cavallo malvagio, subendo la medesima cosa
più volte, desiste dalla sua tracotanza, umiliato segue ormai il proposito
dell'auriga, e quando vede il bel fanciullo, muore dalla paura; di conseguenza
accade che a questo punto l'anima dell'amante segua l'amato con pudicizia e
timore. Poiché dunque l'amato, come un essere pari agli dèi, è oggetto di ogni
venerazione da parte dell'amante che non simula, ma prova veramente questo sentimento,
ed è egli stesso per natura amico di chi lo venera, se anche in precedenza
fosse stato ingannato dalle persone che frequentava o da altre, le quali
sostenevano che è cosa turpe accostarsi a chi ama, e per questo motivo avesse
respinto l'amante, ora, col passare del tempo, l'età e la necessità lo inducono
ad ammetterlo alla sua compagnia; infatti non accade mai che un malvagio sia
amico di un malvagio, né che un buono non sia amico di un buono. E dopo averlo
ammesso presso di sé e avere accettato di parlare con lui e stare in sua
compagnia, la benevolenza dell'amante, manifestandosi da vicino, colpisce
l'amato, il quale si avvede che tutti gli altri amici e parenti non offrono
neppure una parte di amicizia a confronto dell'amico ispirato da un dio. Quando
poi questi continua a fare ciò nel tempo e si accompagna all'amato
incontrandolo nei ginnasi e negli altri luoghi di ritrovo, allora la fonte di
quei flusso che Zeus, innamorato di Ganimede, (40) chiamò flusso d'amore,
scorrendo in abbondanza verso l'amante dapprima penetra in lui, poi, quando ne
è ricolmo, scorre fuori; e come un soffio di vento o un'eco, rimbalzando da
corpi lisci e solidi, ritornano là dov'erano partiti, così il flusso della
bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso gli occhi, e di qui per sua natura
arriva all'anima. Quando vi è giunto la incoraggia a volare, quindi irriga i
condotti delle ali e comincia a farle crescere, e così riempie d'amore anche
l'anima dell'amato. Pertanto egli ama, ma non sa che cosa; e neppure è a conoscenza
di cosa prova né è in grado di dirlo, ma come chi ha contratto una malattia
agli occhi da un altro non è in grado di spiegarne la causa, così egli non si
accorge di vedere se stesso nell'amante come in uno specchio. E in presenza di
questi, il suo dolore cessa esattamente come a lui, se invece è assente allo
stesso modo di lui desidera ed è desiderato, perché reca in sé una sembianza
d'amore che dell'amore è sostituto: però non lo chiama e non lo crede amore,
bensì amicizia. Più o meno come l'amante, ma in misura più debole, desidera
vederlo, toccarlo, baciarlo, giacere con lui; e com'è naturale, in seguito non
tarda a fare cio. Quando dunque giacciono insieme, il cavallo sfrenato
dell'amante ha di che dire all'auriga, e pretende di trarre un piccolo guadagno
in cambio di tante fatiche; invece quello dell'amato non ha nulla da dire, ma,
gonfio di desiderio e ancora incerto abbraccia e bacia l'amante,
manifestandogli affetto per la sua grande benevolenza. Così, nel momento in cui
si congiungono, non è più tale da rifiutare di compiacere da parte sua
l'amante, se viene pregato di soddisfare; ma il compagno di giogo assieme
all'auriga 12 Platone Fedro si oppone a ciò, obbedendo al pudore e
alla ragione. Se dunque prevalgono le parti migliori dell'animo, quelle che
guidano a un'esistenza ordinata e alla filosofia, essi trascorrono la vita di
quaggiù in modo beato e concorde, poiché sono padroni di sé e ben regolati,
avendo sottomesso ciò in cui nasce il male dell'anima e liberato ciò in cui nasce
la virtù; e alla fine, divenuti alati e leggeri, hanno vinto una delle tre gare
veramente olimpiche, di cui né la temperanza umana né la mania divina possono
fornire all'uomo un bene più grande.(41) Se invece seguono un genere di vita
piuttosto grossolano e privo di filosofia, ma ambizioso, forse, in stato di
ubriachezza o in qualche altro momento di negligenza, i loro due compagni di
giogo sfrenati, cogliendo le anime alla sprovvista e portandole nella stessa
direzione, possono compiere la scelta che tanti considerano la più beata e
mandarla ad effetto; e una volta che l'hanno mandata ad effetto, se ne
avvalgono anche in futuro, ma raramente, poiché fanno cose che non sono
approvate da tutta l'anima. Anche costoro vivono in amicizia reciproca, ma meno
di quelli, sia durante l'amore sia quando ne sono usciti, credendo di essersi
dati l'un l'altro e di aver ricevuto i più grandi pegni, che non è lecito
sciogliere perché ciò condurrebbe all'inimicizia. Al termine della vita escono
dal corpo senz'ali, ma col desiderio di metterle, cosicché riportano un premio
non piccolo della loro mania amorosa; infatti non è legge che coloro i quali
hanno già iniziato il cammino sotto la volta del cielo scendano di nuovo nella
tenebra e camminino sotto terra, bensì che trascorrano una vita luminosa e
felice compiendo il viaggio in compagnia reciproca, e che una volta rinati
rimettano le ali assieme per grazia dell'amore. Questi doni così grandi e così
divini, o fanciullo, ti darà l'amicizia da parte di un amante. Invece la
compagnia di chi non ama, mescolata con temperanza mortale, capace di
amministrare cose mortali e misere, dopo aver generato nell'anima amata una
bassezza lodata dal volgo come virtù, la farà girare priva di senno attorno
alla terra e sotto terra per novemila anni. Questa, caro Eros, per le nostre
facoltà, è la più bella e virtuosa palinodia che abbiamo potuto offrirti in
dono e in espiazione, costretta a causa di Fedro a essere pronunciata, oltre al
resto, anche con alcune parole poetiche. Ma tu concedi il perdono per le cose
di prima e serba gratitudine per queste, e, benevolo e propizio, non togliermi
e non storpiarmì per la collera l'arte amorosa che mi hai dato, anzi concedimi
di essere in onore tra i bei fanciulli ancor più di adesso. E se nel discorso
precedente io e Fedro abbiamo detto qualcosa che a te suona stonata,
attribuiscine la colpa a Lisia, che del discorso è padre, e fallo desistere da
simili prolusioni, volgendolo alla filosofia come si è volto suo fratello
Polemarco,(42) affinché anche questo suo amante non sia nel dubbio come ora, ma
dedichi senz'altro la sua vita ad Eros in compagnia di discorsi filosofici.
FEDRO: Mi unisco alla tua preghiera, Socrate: se questo è meglio per noi, che
avvenga. Da un pezzo ho ammirato il tuo discorso per quanto l'hai reso più
bello del precedente; quindi temo che Lisia mi appaia misero, quand'anche
voglia opporre ad esso un altro discorso. Recentemente infatti, mirabile amico,
un politico lo biasimava criticandolo proprio per questo, e in tutta la sua
critica lo chiamava logografo;(43) perciò forse si tratterrà per ambizione
dallo scrivercene un altro. SOCRATE: Ragazzo, la tua opinione è ridicola, e
quanto al tuo compagno sbagli di grosso, se credi che si spaventi così al
minimo rumore. Ma forse pensi che chi lo biasimava dicesse quello che ha detto
proprio per criticarlo. FEDRO: Così pareva, Socrate; del resto sei anche tu
conscio che coloro che nelle città hanno il massimo potere e la massima
reverenza si vergognano a scrivere discorsi e a lasciare propri scritti, temendo
l'opinione dei posteri, cioè di essere chiamati sofisti. SOCRATE: Ti sei
scordato, Fedro, che la dolce ansa ha preso il nome dalla lunga ansa del Nilo
(44) e oltre all'ansa dimentichi che gli uomini di governo piu assennati amano
tantissimo comporre discorsi e lasciare propri scritti, almeno quelli che,
quando scrivono un discorso, apprezzano a tal punto chi li loda da aggiungere
in testa per primi i nomi di quelli che li devono lodare in ogni singola
occasione. FEDRO: In che senso dici ciò? Non capisco. SOCRATE: Non capisci che
all'inizio del discorso di un uomo politico per primo viene scritto il nome di
chi lo loda! FEDRO: E come? SOCRATE: «Il consiglio ha deciso», dice più o meno,
ovvero «il popolo ha deciso», o entrambi, e ancora «il tale e il tal altro ha
detto» (e qui lo scrittore cita se stesso con grande reverenza e si fa
l'elogio). Poi si mette a parlare, mostrando a chi lo loda la sua abilità,
talvolta dopo aver composto uno scritto assai lungo. O ti pare che una cosa del
genere sia altro che un discorso scritto? FEDRO: Non mi pare proprio. SOCRATE:
Quindi, se il discorso regge, l'autore esce di scena tutto lieto; se invece
viene escluso e radiato dallo scrivere discorsi e dall'essere degno di
scriverli, piangono lui e i suoi compagni. FEDRO: E anche molto! SOCRATE: è
chiaro dunque che non disprezzano questa attività, ma l'ammirano. FEDRO:
Sicuro! SOCRATE: E allora? Quando un retore o un re è in grado di raggiungere
la potenza di Licurgo, di Solone o di Dario (45) e di diventare un logografo
immortale nella sua città, non si crede forse egli stesso pari agli dèi mentre
ancora vive, e i posteri non pensano di lui la stessa cosa, contemplando i suoi
scritti? FEDRO: Certamente! SOCRATE: Credi allora che uno di costoro, chiunque
sia e in qualunque modo sia ostile a Lisia, lo biasimi proprio perché scrive
discorsi? 13 Platone Fedro FEDRO: Non è verosimile, da ciò che
dici, poiché a quanto pare criticherebbe anche il proprio desiderio. SOCRATE:
Allora è chiaro a tutti che non è cosa turpe in sé lo scrivere discorsi. FEDRO:
Ma certo. SOCRATE: Ora però io ritengo turpe questo, il pronunciarli e
scriverli in modo non bello, ma riprovevole e disonesto. FEDRO: è chiaro.
SOCRATE: E allora qual è il modo di scriverli bene e quale il modo contrario?
Abbiamo bisogno, Fedro, di esaminare a questo proposito Lisia e chiunque altro
abbia mai composto o comporrà uno scritto sia pubblico sia privato, in versi
come un poeta o non in versi come un prosatore? FEDRO: Chiedi se ne abbiamo
bisogno? E per quale ragione uno, oserei dire, vivrebbe, se non per i piaceri
di questo tipo? Non certo per quelli per cui bisogna prima soffrire, altrimenti
non si prova godimento, come sono quasi tutti i piaceri del corpo, che per
questo motivo sono stati giustamente chiamati servili. SOCRATE: Tempo ne
abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che in questa calura soffocante le
cicale, cantando sopra la nostra testa e discorrendo tra loro, guardino anche
noi. Se dunque vedessero che anche noi due, come fanno i più a mezzogiorno, non
discorriamo, ma sonnecchiamo e ci lasciamo incantare da loro per pigrizia della
mente, giustamente ci deriderebbero, considerandoci degli schiavi venuti da
loro per dormire in questo luogo di sosta come delle pecore che passano il
pomeriggio presso la fonte; se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto
a loro come alle Sirene senza essere ammaliati, forse, prese da ammirazione, ci
daranno quel dono che per concessione degli dèi possono dare agli uomini.
FEDRO: E qual è questo dono che hanno? A quanto pare, non l'ho mai sentito.
SOCRATE: Non si addice davvero a un uomo amante delle Muse non averne mai
sentito parlare.(46) Si dice che un tempo le cicale erano uomini, di quelli
vissuti prima che nascessero le Muse; quando poi nacquero le Muse e comparve il
canto, alcuni di loro restarono così colpiti dal piacere che cantando non si
curarono più di cibo e bevanda e senza accorgersene morirono. Da loro in
seguito ebbe origine la stirpe delle cicale, che ricevette dalle Muse questo
dono, di non aver bisogno di nutrimento fin dalla nascita, ma di cominciare
subito a cantare senza cibo né bevanda fino alla morte, e di andare quindi
dalle Muse a riferire chi tra gli uomini di quaggiù le onora, e quale di esse
onora. A Tersicore riferiscono di quelli che l'hanno onorata nei cori,
rendendoli a lei più graditi, a Erato di chi l'ha onorata nei carmi d'amore, e
così per le altre, secondo l'onore che ha ciascuna. A Calliope, la più anziana,
e a Urania, che viene dopo di lei, riferiscono di quelli che trascorrono la
vita nella filosofia e onorano la loro musica, poiché esse, avendo cura del
cielo e dei discorsi divini e umani, emettono tra tutte le Muse la voce più
bella.(47) Per molte ragioni, quindi, a mezzogiorno bisogna parlare e non
dormire. FEDRO: E allora bisogna parlare. SOCRATE: Dobbiamo dunque esaminare
quello che ora ci siamo proposti, ossia come è bene pronunciare e scrivere un
discorso e come non lo è. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: I discorsi che saranno
pronunciati in modo bello e decoroso non devono forse implicare che l'animo di
chi parla conosca il vero riguardo a ciò di cui intende parlare? FEDRO: A tal
proposito, caro Socrate, ho sentito dire questo: per chi vuole essere un retore
non c'è la necessità di apprendere ciò che è realmente giusto, ma ciò che
sembra giusto alla moltitudine che giudicherà, non ciò che è veramente buono o
bello, ma che sembrerà tale, poiché il convincere il prossimo viene da questo,
non dalla verità. SOCRATE: «Non parola da buttare»(48) dev'essere, Fedro, ciò
che dicono i sapienti, ma si deve esaminare se le loro affermazioni sono
valide. Anche per questo non bisogna lasciar cadere quanto ora è stato detto.
FEDRO: Hai ragione. SOCRATE: Esaminiamolo dunque in questo modo. FEDRO: Come?
SOCRATE: Se volessi persuaderti a difenderti dai nemici acquistando un cavallo,
ed entrambi non conoscessimo un cavallo, ma io per caso sapessi di te solo
questo, che Fedro reputa sia un cavallo quell'animale domestico che a orecchie
assai grandi... FEDRO: Sarebbe ridicolo, Socrate. SOCRATE: Non ancora. Ma lo
sarebbe nel caso che, per convincerti sul serio, componessi un discorso di
elogio dell'asino chiamandolo cavallo e sostenendo che tale bestia è
assolutamente degna di essere acquistata sia per uso domestico sia per le
spedizioni militari, utile per il combattimento in groppa, valente a portare
bagagli e vantaggiosa in molte altre cose. FEDRO: Allora sarebbe davvero
ridicolo. SOCRATE: E non è forse meglio essere ridicolo e amico piuttosto che
esperto e nemico? FEDRO: Così pare. SOCRATE: Pertanto, quando il retore che non
conosce il bene e il male inizia a persuadere una città che si trova nelle sue
stesse condizioni, facendo non l'elogio dell'ombra dell'asino come se fosse del
cavallo, ma l'elogio del male come se fosse il bene, e presa dimestichezza con
le opinioni della gente la persuade a operare il male anziché il bene, quale
frutto credi che mieterà in seguito la retorica da quello che ha seminato?
FEDRO: Sicuramente non buono. 14 Platone Fedro SOCRATE: Ma buon
amico, abbiamo forse svillaneggiato l'arte dei discorsi in modo più rozzo del
dovuto? Essa forse dirà: «Cosa mai andate cianciando, o mirabili uomini? Io non
costringo nessuno che non conosca il vero a imparare a parlare, ma, se il mio
consiglio vale qualcosa, a prendere me solo dopo aver acquisito quello. Questa
dunque è la cosa importante che vi voglio dire: senza di me, anche chi conosce
le cose come sono in realtà non saprà essere più persuasivo secondo arte».
FEDRO: E non dirà cose giuste, se parlasse così ? SOCRATE: Sì, se i discorsi
che si presentano le rendono testimonianza che è un'arte. In effetti mi sembra
di udire alcuni discorsi che vengono a testimoniare che essa mente e non è
un'arte, ma una pratica priva di arte. Un'autentica arte del dire senza il
tocco della verità, afferma lo Spartano,(49) non esiste né esisterà mai. FEDRO:
C'è bisogno di questi discorsi, Socrate: su, portali qui ed esamina cosa dicono
e in che modo. SOCRATE: Venite avanti, nobili rampolli, e persuadete Fedro dai
bei figli (50) che se non praticherà la filosofia in modo adeguato, non sarà
mai in grado di parlare di nulla. Fedro dunque risponda. FEDRO: Chiedete.
SOCRATE: La retorica, in generale, non è l'arte di guidare le anime per mezzo
di discorsi, non solo nei tribunali e in tutte le altre riunioni pubbliche, ma
anche in quelle private, la stessa sia nelle questioni piccole sia in quelle
grandi, e non è affatto di maggior pregio, almeno quando è retta, nelle cose
serie che in quelle di poco conto? O come hai sentito parlare in proposito?
FEDRO: No, per Zeus, assolutamente non così, ma soprattutto nei processi si
parla e si scrive con arte, come pure nelle assemblee pubbliche. Non possiedo
informazioni più ampie. SOCRATE: Ma allora, a proposito dei discorsi, hai
sentito parlare solo delle arti di Nestore e Odisseo, che hanno messo per
iscritto a Ilio nei periodi di tregua, e non di quelle di Palamede? (51) FEDRO:
Per Zeus, neanche di quelle di Nestore, a meno che tu non faccia di Gorgia un
Nestore, o di Trasimaco e Teodoro un Odisseo.(52) SOCRATE: Forse. Ma lasciamo
perdere costoro. Tu dimmi piuttosto: nei tribunali gli avversari cosa fanno?
Non fanno affermazioni tra loro contrastanti? O cosa diremo? FEDRO: Proprio
questo. SOCRATE: Riguardo al giusto e all'ingiusto? FEDRO: Sì . SOCRATE:
Allora, chi opera in questo modo con arte, farà apparire la stessa cosa alle
stesse persone ora giusta, ora, quando lo voglia, ingiusta? FEDRO: Come no?
SOCRATE: E in un'assemblea popolare farà sembrare alla città le stesse cose ora
buone, ora, al contrario, cattive? FEDRO: è così . SOCRATE: E non sappiamo che
il Palamede di Elea (53) parlava con un'arte tale da far apparire agli
ascoltatori le stesse cose simili e dissimili, una e molte, ferme e in
movimento? FEDRO: Ma certo! SOCRATE: Dunque l'arte del contraddire non si trova
solo nei tribunali e nell'assemblea popolare, ma a quanto pare in tutto ciò che
si dice ci sarebbe questa sola arte, se mai la è veramente, con la quale uno
sarà capace di rendere ogni cosa simile a ogni altra in tutti i casi possibili
e per quanto è possibile, e di mettere in luce quando un altro fa la stessa
cosa e lo nasconde. FEDRO: In che senso dici una cosa del genere? 5OCRATE Se
cerchiamo in questo modo credo che ci apparirà evidente. L'inganno si verifica
di più nelle cose che differiscono di molto o in quelle che differiscono di
pOco? FEDRO: In quelle che differiscono di poco. SOCRATE: Ma è più facile che
non ti accorga di essere arrivato all'opposto se ti sposti poco per volta che
se ti sposti a grandi passi. FEDRO: Come no? SOCRATE: Dunque chi ha intenzione di
ingannare un altro senza essere ingannato a sua volta deve distinguere con
precisione la somiglianza e la dissomiglianza degli esseri. FEDRO: è
necessario. SOCRATE: Ma se ignora la verità di ciascuna cosa, sarà mai in grado
di discernere la somiglianza dì ciò che ignora, piccola o grande che sia, con
le altre cose? FEDRO: Impossibile. SOCRATE: Dunque, in coloro che hanno
opinioni contrarie alla realtà degli esseri e si ingannano, è chiaro che questa
impressione si insinua attraverso certe somiglianze. FEDRO: Accade proprio così
. SOCRATE: è possibile allora che uno possieda l'arte di spostare poco a poco
la realtà di un essere attraverso le somiglianze, conducendolo ogni volta da
ciò che è al suo contrario, o viceversa di evitare questo, se non ha cognizione
di cosa sia ciascun essere? FEDRO: Non sarà mai possibile. SOCRATE: Dunque,
amico, colui che non conosce la verità, ma è andato a caccia di opinioni, ci
offrirà un'arte dei discorsi ridicola, a quanto pare, e priva di arte. FEDRO:
Pare di sì . 15 Platone Fedro SOCRATE: Vuoi dunque vedere, nel
discorso di Lisia che porti e in quelli che noi abbiamo fatto, qualcuna delle
cose che definiamo prive di arte e conformi all'arte? FEDRO: Più d'ogni altra
cosa, poiché ora noi parliamo in certo qual modo a vuoto, non avendo esempi
adeguati. SOCRATE: E per un caso fortunato, a quanto pare, sono stati
pronunciati due discorsi che recano un esempio di come chi conosce il vero,
giocando con le parole, possa condurre fuori strada gli ascoltatori. Ed io,
Fedro, ne attribuisco la causa agli dèi del luogo; ma forse anche le profetesse
delle Muse, che cantano sopra la nostra testa, possono averci ispirato questo
dono, poiché io non sono certo partecipe di una qualche arte del dire. FEDRO:
Sia come dici tu. Solo spiega ciò che affermi. SOCRATE: Su, leggimi l'inizio
del discorso di Lisia. FEDRO: «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai
udito che ritengo sia per noi utile che queste cose accadano; ma non stimo
giusto non poter ottenere ciò che chiedo perché non mi trovo a essere tuo
amante. Gli innamorati si pentono...» SOCRATE: Fermati. Bisogna dire in che
cosa costui sbaglia e opera senz'arte, non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Non è
forse evidente per chiunque almeno questo, che siamo d'accordo su alcune di
queste cose, in disaccordo su altre? FEDRO: Mi sembra di capire il tuo
pensiero, ma esprimilo ancora più chiaramente. SOCRATE: Quando uno dice la
parola "ferro" o "argento", non intendiamo forse tutti la
stessa cosa? FEDRO: Certo! SOCRATE: E quando si tratta dei termini "giusto"
e "bene"? Non siamo portati chi in una direzione, chi in un'altra, e
siamo in conflitto gli uni con gli altri e persino con noi stessi? FEDRO:
Proprio così ! SOCRATE: Dunque concordiamo su alcune cose, su altre no. FEDRO:
è così . SOCRATE: In quale dei due campi siamo più facilmente ingannabili e la
retorica ha maggior potere? FEDRO: Quello in cui vaghiamo nell'incertezza, è
evidente. SOCRATE: Pertanto chi si accinge a praticare la retorica deve
innanzitutto aver distinto con metodo queste cose e aver colto un carattere
peculiare di entrambe le forme, quella in cui è inevitabile che la gente vaghi
nell'incertezza e quella in cui non lo è. FEDRO: Chi avesse colto questo,
Socrate, avrebbe compreso un'idea davvero bella. SOCRATE: Inoltre credo che,
nell'occuparsi di ciascuna cosa, non debba lasciarsi sfuggire, ma debba
percepire con acutezza a quale delle due specie appartiene ciò di cui intende
parlare. FEDRO: Come no? SOCRATE: E allora? Dobbiamo dire che l'amore
appartiene alle questioni controverse oppure no? FEDRO: Alle questioni
controverse, non c'è dubbio. O credi che ti sarebbe stato possibile dire quello
che poco fa hai detto su di lui, ossia che è un danno sia per l'amato sia
l'amante, e al contrario che è il più grande dei beni? SOCRATE: Parli in modo
eccellente; ma dimmi anche questo, giacché io a causa dell'invasamento non lo
ricordo troppo bene: se all'inizio del discorso ho dato una definizione
dell'amore. FEDRO: Sì, per Zeus, in modo davvero insuperabile. SOCRATE: Ahimè,
quanto sono più esperte nei discorsi, a quel che dici, dici, le Ninfe
dell'Acheloo e Pan figlio di Ermes rispetto a Lisia figlio di Cefalo! Può darsi
che dica una sciocchezza, ma Lisia, cominciando il suo discorso sull'amore, non
ci ha costretto a concepire Eros come una certa realtà unica che voleva lui, e
in relazione a questo ha composto e condotto a termine tutto il discorso
seguente? Vuoi che rileggiamo il suo inizio? FEDRO: Se ti sembra il caso.
Tuttavia ciò che cerchi non è lì . SOCRATE: Parla, in modo che ascolti proprio
lui. FEDRO: «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia
utile per noi che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere
ciò che chiedo, perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si
pentono dei benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro passione...».
SOCRATE: Sembra che costui sia ben lungi dal fare ciò che cerchiamo, se mette
mano al discorso non dall'inizio ma dalle fine, nuotando supino all'indietro, e
prende le mosse da ciò che l'amante direbbe al suo amato quando ormai ha smesso
di amarlo. Oppure ho detto una sciocchezza, Fedro, mia testa cara? FEDRO: è
certamente la fine, Socrate, quella intorno a cui compone il discorso. SOCRATE:
E il resto? Non ti pare che le parti del discorso siano state buttate lì alla
rinfusa? O ciò che è stato detto per secondo risulta che per una qualche
necessità doveva essere messo per secondo piuttosto che un altro degli
argomenti trattati? A me, che non so nulla, è sembrato che lo scrittore abbia
detto in maniera non rozza ciò che gli veniva in mente; e tu sei a conoscenza
di una qualche arte di scrivere discorsi, in base alla quale lui ha disposto
questi argomenti così di seguito, uno dopo l'altro? FEDRO: Sei troppo buono, se
credi che io sia in grado di vedere nelle sue parole in modo così preciso!
SOCRATE: Ma penso che tu possa dire almeno questo, che ogni discorso dev'essere
costituito come un essere vivente e avere un corpo suo proprio, così da non
essere senza testa e senza piedi, ma da avere le parti di mezzo e quelle
estreme scritte in modo che si adattino le une alle altre e al tutto. FEDRO:
Come no? 16 Platone Fedro SOCRATE: Esamina dunque il discorso del
tuo compagno, se è composto così o in altro modo, e troverai che non differisce
in nulla dall'epigramma che secondo alcuni è stato scritto sulla tomba di Mida
il Frigio.(54) FEDRO: Qual è questo epigramma, e cos'ha di particolare?
SOCRATE: è questo qui: Vergine bronzea sono, e sto sull'avello di Mida. Fin che
l'acqua scorra e alberi grandi verdeggino, stando qui sulla tomba di molte
lacrime aspersa, annuncerò a chi passa che Mida qui è sepolto. Capisci
senz'altro, come credo, che non c'è alcuna differenza se un verso viene
recitato per primo o per ultimo. FEDRO: Tu ti fai beffe del nostro discorso,
Socrate! SOCRATE: Allora lasciamolo perdere, così non ti crucci (eppure mi
sembra che contenga parecchi esempi ai quali gioverebbe porre attenzione,
cercando di non imitarli in alcun modo); e passiamo agli altri due discorsi. In
essi, mi sembra, c'era qualcosa che per chi vuole fare indagini sui discorsi è
conveniente esaminare. FEDRO: A che cosa alludi? SOCRATE: In qualche modo erano
opposti: uno diceva che si deve compiacere chi ama, l'altro chi non ama. FEDRO:
E con molto vigore! SOCRATE: Pensavo che tu avresti detto il vero, cioè con
mania: ciò che cercavo è appunto questo. Abbiamo detto infatti che l'amore è
una forma di mania. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: E che ci sono due forme di
mania, una che nasce da malattie umane, l'altra che nasce da un mutamento divino
delle consuete abitudini. FEDRO: Giusto. SOCRATE: Distinguendo quattro parti di
quella divina in relazione a quattro dèi, abbiamo attribuito l'ispirazione
mantica ad Apollo, quella iniziatica a Dioniso, quella poetica alle Muse, la
quarta ad Afrodite ed Eros, e abbiamo detto che la mania amorosa è la migliore.
E non so come, rappresentando con immagini la passione amorosa, forse toccando
da un lato un che di vero, dall'altro uscendo un po' di strada, abbiamo
composto un discorso non del tutto incapace di persuadere e abbiamo levato
quasi per gioco, con parole misurate e pie, un inno in forma di mito in onore
di Eros, mio e tuo signore, Fedro, e protettore dei bei giovani. FEDRO: E
almeno per me, un discorso davvero non spiacevole da ascoltare! SOCRATE: Prendiamo
dunque in esame solo questo, come il discorso sia potuto passare dal biasimo
alla lode. FEDRO: Cosa intendi dire con ciò? SOCRATE: A me pare che il resto
sia stato fatto realmente per gioco; ma in alcune di queste cose dette a caso
ci sono due procedimenti di cui non sarebbe spiacevole se si riuscisse a
coglierne con arte la potenza. FEDRO: Quali? SOCRATE: Il primo consiste nel
ricondurre le cose disperse in molteplici modi a un'unica idea cogliendole in
uno sguardo d'insieme, così da definirle una per una e da chiarire ciò su cui
si vuole di volta in volta insegnare. Per esempio, nel discorso fatto poco fa
su Eros, una volta definito ciò che è, a prescindere se sia stato detto bene o
male, è appunto grazie a questa definizione che il discorso ha acquistato
chiarezza e coerenza interna. FEDRO: E dell'altro procedimento cosa dici,
SOcrate? SOCRATE: Esso consiste, al contrario, nel saper dividere secondo le
idee in base alle loro articolazioni naturali, senza cercar di spezzare alcuna
parte, alla maniera di un cattivo macellaio; ma come i due discorsi di poco fa
concepivano la dissennatezza dell'animo come un'idea unica in comune, e come da
un corpo unico hanno origine membra doppie dallo stesso nome, chiamate destra e
sinistra, così i due discorsi hanno considerato anche la componente della
follia come un'idea per sua natura unica in noi: il primo discorso, tagliando
la parte di sinistra, e poi tagliandola ancora, non ha smesso prima di aver
trovato in queste divisioni un certo qual amore chiamato sinistro e di averlo a
buon diritto biasimato; l'altro discorso invece ci ha condotto nella parte
destra della mania e vi ha trovato un amore che ha lo stesso nome dell'altro,
ma è divino, e dopo aavercelo posto innanzi lo ha elogiato come la causa dei
nostri più grandi beni. FEDRO: Dici cose verissime. SOCRATE: Io, Fedro, sono
amante di questi procedimenti, delle divisioni e delle unificazioni, al fine di
essere in grado di parlare e di pensare; e se ritengo che qualcun altro sia per
sua natura capace di guardare all'uno e ai molti, lo seguo «tenendo dietro alle
sue orme come a quelle di un dio». E quelli che appunto sono in grado di fare
ciò, lo sa un dio se la mia definizione è giusta o meno, fino a questo momento
li chiamo dialettici. Quelli che invece hanno appreso da te e da Lisia ciò di
cui si è discusso ora, dimmi tu come conviene chiamarli: o è proprio questa
l'arte dei discorsi, grazie alla quale Trasimaco e gli altri sono diventati
abili a parlare essi stessi e rendono tali gli altri, che vogliono coprirli di
doni come dei re? FEDRO: Sono uomini regali, sì, ma non esperti delle cose che
chiedi. Ma mi pare che tu dia il nome giusto a questo metodo, chiamandolo
dialettico; quello della retorica invece pare ci sfugga ancora. SOCRATE: Come
dici? Potrebbe forse esserci qualcosa di bello, che anche senza questi
procedimenti si apprende lo stesso con arte? Né io né tu dobbiamo assolutamente
disprezzarlo, ma dobbiamo appunto precisare che cos'è ciò che rimane della
retorica. FEDRO: Rimangono moltissime cose, Socrate, almeno quelle che si
trovano nei libri scritti sull'arte del dire. 17 Platone Fedro
SOCRATE: Hai fatto bene a ricordarmelo. Per primo, credo, all'inizio del
discorso dev'essere pronunciato il proemio; sono queste che chiami le finezze
dell'arte, non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Al secondo posto viene una
narrazione seguita da testimonianze, al terzo le argomentazioni, al quarto le
verosimiglianze. Poi vengono la conferma e la riconferma, così almeno credo che
dica l'eccellente uomo di Bisanzio, il Dedalo dei discorsi. FEDRO: Vuoi dire il
valente Teodoro? SOCRATE: Come no? E poi sia nell'accusa sia nella difesa vanno
fatte una confutazione e una controconfutazione. E non tiriamo in ballo il
bellissimo Eveno di Paro, che per primo trovò l'insinuazione e gli elogi
indiretti; (55) alcuni sostengono che pronunciasse persino dei biasimi
indiretti in poesia per esercitare la memoria (in effetti era un uomo abile). E
lasceremo riposare Tisia e Gorgì a,(56) i quali videro come il verosimile sia
da tenere in conto più del vero e con la forza del discorso fanno apparire
grande ciò che è piccolo e piccolo ciò che è grande, vecchio ciò che è nuovo e
al contrario nuovo ciò che è vecchio, e scoprirono la brevità dei discorsi e le
prolissità infinite su ogni sorta di argomento? Una volta Prodico,(57) sentendo
da me queste cose, scoppiò a ridere, e sostenne di aver scoperto lui solo i
discorsi di cui l'arte abbisogna: né lunghi né brevi, ma misurati. FEDRO:
Parole molto sagge, o Prodico. SOCRATE: E non menzioniamo Ippia? Credo che
anche l'ospite eleo voterebbe con lui.(58) FEDRO: Perché no? SOCRATE: E come
parleremo dei Templi alle Muse dei discorsi innalzati da Polo, ad esempio la
ripetizione o il parlare per sentenze e per immagini, e dei Templi alle Muse
dei nomi di cui Licimnio gli fece dono per la composizione del bello stile?(59)
FEDRO: E le opere di Protagora,(60) Socrate, non erano più o meno di questo
tipo? SOCRATE: Una certa Correttezza dello stile, ragazzo, e molte altre belle
cose. Ma quanto ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e la
povertà, mi pare che l'abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio, uomo
d'altronde straordinario nel suscitare la collera nella gente e poi
nell'ammansire chi aveva fatto adirare incantandolo, come soleva dire, e potentissimo
nel lanciare e sciogliere calunnie in ogni modo. Sembra poi che ci sia comune
accordo tra tutti sulla conclusione dei discorsi, alla quale alcuni danno il
nome di riepilogo, altri un altro nome. FEDRO: Intendi il ricordare per sommi
capi agli ascoltatori, alla fine del discorso, ciascuno degli argomenti
trattati? SOCRATE: Intendo questo, e se tu hai qualcos'altro da aggiungere
sull'arte dei discorsi... FEDRO: Cose da poco, che non vale la pena di dire.
SOCRATE: Lasciamo perdere le cose di poco conto, e vediamo piuttosto in piena
luce quale potenza dell'arte hanno le cose di cui abbiamo parlato, e quando.
FEDRO: Una potenza davvero forte, SOcrate, almeno nelle adunanze del popolo.
SOCRATE: Infatti l'hanno. Ma guarda anche tu, o esimio, se la loro trama non
sembra anche te, come a me, slegata. FEDRO: Purché tu lo dimostri. SOCRATE:
Allora dimmi: se uno si presentasse al tuo compagno Erissimaco o a suo padre
Acumeno e dicesse loro: «Io so somministrare ai corpi farmaci tali da
riscaldarli e raffreddarli, se lo voglio, e se mi pare il caso tali da farli
vomitare e persino evacuare, e moltissime altre cose del genere. E dal momento
che ho queste conoscenze sono convinto di essere un medico e di far diventare
medico un altro a cui comunico la scienza di queste cose», cosa credi che
direbbero dopo averlo ascoltato? FEDRO: Cos'altro se non chiedergli se sa anche
a chi e quando bisogna fare ciascuna di queste cose, e in quale misura?
SOCRATE: E se allora rispondesse: «Non lo so affatto: ma sono convinto che chi
ha appreso queste conoscenze da me sia a sua volta in grado di fare ciò che
chiedi»? FEDRO: Direbbero, credo, che quell'uomo è pazzo, e che crede di essere
diventato un medico per aver sentito qualcosa da qualche libro o per aver usato
casualmente dei farmaci, senza avere alcuna conoscenza dell'arte. SOCRATE: E se
uno si presentasse a Sofocle e ad Euripide dicendo che sa comporre discorsi
lunghissimi su un argomento piccolo e piccolissimi su un argomento grande,
commoventi, quando lo vuole, e al contrario spaventevoli e minacciosi, e tante
altre cose del genere, e che insegnando ciò crede di trasmettere il modo di
comporre una tragedia? FEDRO: Credo che anche costoro, Socrate, riderebbero se
uno pensa che la tragedia sia altra cosa che l'unione di questi elementi ben
connessi tra loro e accordati con il tutto. SOCRATE: Però non lo
rimprovererebbero con villania, credo, ma come un musico, se incontrasse un
uomo che crede di essere esperto nell'armonia, perché il caso vuole che sappia
come si fa a produrre il suono più acuto e quello più grave, non gli direbbe
villanamente: «Disgraziato, tu sei pazzo!», ma in quanto musico gli direbbe, in
modo più affabile: «Carissimo, chi vuole essere un esperto di armonia è
necessario che conosca anche questo, tuttavia nulla vieta che chi ha le tue
capacità non sappia neppure un poco di armonia; tu infatti conosci le nozioni
necessarie e preliminari dell'armonia, non come si produce l'armonia». FEDRO:
Giustissimo. SOCRATE: Allora anche Sofocle direbbe a chi si esibisse di fronte
a loro che conosce i preliminari dell'arte tragica ma non il modo di comporre
una tragedia, e Acumeno direbbe all'altro che conosce i preliminari della
medicina, non la scienza medica. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: E cosa pensiamo
che direbbero Adrasto voce di miele o Pericle, (61) se sentissero parlare degli
accorgimenti che abbiamo elencato poco fa, cioè parlare conciso, parlare per
immagini e tutte le altre cose che abbiamo 18 Platone Fedro scorso
affermando che erano da esaminare in piena luce? Forse per villania, come
abbiamo fatto io e te, si rivolgerebbero con parole aspre e rudi a chi ha
scritto queste cose e le insegna spacciandole per retorica, oppure, essendo più
saggi di noi, ci lascerebbero di stucco dicendo: «Fedro e Socrate, non bisogna
essere aspri, ma indulgenti, se alcuni, non essendo a conoscenza della
dialettica, non hanno saputo definire cosa mai sia la retorica e in conseguenza
di questa condizione, possedendo le nozioni necessarie e preliminari dell'arte,
hanno creduto di averla scoperta; e impartendo queste nozioni ad altri
ritengono di averli istruiti compiutamente nella retorica e presumono che i
loro discepoli debbano procurarsi da sé nei discorsi la capacità di esporre
ciascuna di queste cose in maniera convincente e di collegare tutto l'insieme,
come se fosse opera da nulla!». FEDRO: Ma può anche darsi, Socrate, che sia
proprio un qualcosa del genere cio che concerne l'arte che questi uomini
insegnano e presentano per iscritto come retorica, e mi sembra che tu abbia
detto il vero; ma allora come e dove ci si può procurare l'arte di colui che è
veramente esperto di retorica e persuasivo? SOCRATE: Riuscire a diventare un
perfetto campione della retorica, è naturale, Fedro, e forse anche necessario,
che sia come negli altri campi: se per natura sei portato alla retorica, sarai
un retore famoso, a patto d'aggiungervi scienza ed esercizio; ma se manchi di
una di queste qualità, resterai imperfetto. Quanto poi all'arte connessa a ciò,
non mi sembra che il metodo proceda nella direzione in cui vanno Lisia e
Trasimaco. FEDRO: Qual è il metodo, allora? SOCRATE: Si dà il caso, carissimo,
che Pericle sia stato probabilmente il più perfetto di tutti nella retorica.
FEDRO: Perché? SOCRATE: Tutte le grandi arti hanno bisogno di sottigliezza e di
discorsi celesti sulla natura, poiché questa elevatezza di pensiero e questa
capacità di condurre tutto ad effetto sembrano provenire in qualche modo da
qui. E Pericle, oltre alla buona disposizione naturale, si acquistò anche
questo: imbattutosi, credo, in Anassagora,(62) uomo di tal fatta, si riempì di
discorsi celesti e giunse alla natura dell'intelletto e della ragione,
argomenti intorno ai quali Anassagora si diffondeva ampiamente, e da qui ricavò
quello che era utile per l'arte dei discorsi. FEDRO: In che senso dici ciò?
SOCRATE: Il modo di procedere dell'arte medica è lo stesso della retorica.
FEDRO: E come? SOCRATE: In entrambe bisogna dividere una natura, in una quella
del corpo, nell'altra quella dell'anima, se tu, non solo per esercizio e in modo
empirico, ma con arte, vuoi procurare all'uno salute e vigore somministrandogli
medicine e nutrimento, e trasmettere all'altra la convinzione che desidera e la
virtù offrendole discorsi e occupazioni rispettose delle leggi. FEDRO: è
verosimile che sia così, Socrate. SOCRATE: Ritieni dunque che sia possibile
comprendere la natura dell'anima in modo degno di menzione senza conoscere la
natura dell'insieme? FEDRO: Se si deve dare qualche credito a Ippocrate, che è
degli Asclepiadi,(63) senza questo metodo non è possibile neanche comprendere
la natura del corpo. SOCRATE: E dice bene, amico; tuttavia bisogna confrontare
il discorso con quanto afferma Ippocrate ed esaminare se si accorda. FEDRO:
Certamente. SOCRATE: Allora esamina cosa dicono sulla natura Ippocrate e il
discorso vero. Non bisogna forse ragionare così riguardo alla natura di
qualsiasi cosa? Innanzitutto si deve considerare se ciò in cui vorremo essere
esperti noi stessi e in grado di rendere tale un altro sia semplice o
multiforme; poi, se è semplice, si deve esaminare quale potenza ha per sua
natura nell'agire e su che cosa la esercita, o quale potenza ha nel subire e da
che cosa la subisce, se invece ha più forme bisogna enumerarle e vedere per
ciascuna di esse ciò che si vede per un'unità, cioè in virtù di che cosa è
portata per sua natura ad agire e su che cosa, o in virtù di che cosa a subire,
che cosa e da che cosa. FEDRO: Può essere, Socrate. SOCRATE: Dunque il metodo
privo di questi procedimenti somiglierebbe all'andare di un cieco. Chi invece
persegue con arte una qualsiasi cosa non è da rassomigliare a un cieco o a un
sordo, ma è chiaro che, se uno vuol trasmettere ad altri discorsi fatti con
arte, dimostrerà puntualmente l'essenza della natura di ciò a cui rivolgerà i
suoi discorsi; e questo sarà in qualche modo l'anima. FEDRO: Come no? SOCRATE:
Perciò tutto il suo sforzo è teso a questo, poiché in questo cerca di produrre
persuasione. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: è chiaro dunque che Trasimaco e
chiunque altro offra seriamente l'arte della retorica, innanzitutto descriverà
e farà vedere con la massima precisione l'anima, se per sua natura è una e
tutta uguale o multiforme come l'aspetto del corpo; diciamo infatti che questo
è dimostrare la natura di una cosa. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: In secondo
luogo, in virtù di che cosa è per sua natura portata ad agire, e su cosa, o in
virtù di che cosa è portata a subire, e da che cosa. FEDRO: Come no? SOCRATE:
In terzo luogo, classificati i generi dei discorsi e dell'anima e le loro
proprietà, passerà in rassegna tutte le cause, adattando ciascun genere di
discorso a ciascun genere di anima e insegnando quale anima, da quali discorsi
e per quale causa viene di necessità persuasa, quale invece non viene persuasa.
19 Platone Fedro FEDRO: Sarebbe bellissimo se fosse così, a quanto
pare! SOCRATE: Pertanto, caro, ciò che verrà dimostrato o detto in altro modo
non sarà mai detto o scritto con arte, né su questo né su un altro argomento.
Ma quelli che oggi scrivono le arti dei discorsi che tu hai ascoltato sono
scaltri, e pur conoscendo molto bene l'anima sono portati a dissimulare;
perciò, prima che parlino e scrivano in questo modo, non lasciamoci convincere
da loro, credendo che scrivano con arte. FEDRO: Qual è questo modo? SOCRATE:
Già usare le espressioni appropriate non è cosa facile; ma per quanto mi è
possibile voglio dirti come bisogna scrivere, se si intende farlo con arte.
FEDRO: Dillo dunque. SOCRATE: Poiché la forza del discorso sta nella guida
delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia
quante forme ha l'anima. Esse sono tantissime e di svariate qualità, e di
conseguenza alcuni uomini sono di un certo tipo, altri di un altro; e dato che
le forme dell'anima risultano così divise, a loro volta sono tantissime anche
le forme dei discorsi, ciascuna di tipo diverso. Per questo motivo gli uomini
di un certo tipo si lasciano facilmente persuadere da discorsi di un certo tipo
su determinati argomenti, mentre gli uomini di un altro tipo, sempre per questo
motivo, sono difficili da persuadere. Perciò chi vuole diventare retore deve
innanzitutto tenere in adeguata considerazione queste cose, poi, osservando il
loro modo di essere e di operare all'atto pratico, dev'essere in grado di
seguirle acutamente con le sue facoltà intellettive, altrimenti non avrà mai
niente più dei discorsi che ascoltava quando frequentava un maestro. E quando
sappia dire in modo adeguato quale genere di uomo viene persuaso e da quali
discorsi, e sia in grado di accorgersi della sua presenza e di provare a se
stesso che si tratta di quell'uomo e di quella natura sulla quale vertevano a
suo tempo i discorsi, e poiché ora è di fatto presente deve riferirle questi
discorsi nella maniera prevista, per persuaderla di determinate cose, una volta
che dunque sia in possesso di tutti questi requisiti, sappia cogliere i momenti
giusti in cui bisogna parlare e quelli in cui bisogna trattenersi e sappia
discernere l'opportunità e l'inopportunità del parlare conciso, commovente o
indignato e di tutte le altre forme di discorso che ha appreso, allora l'arte è
realizzata in modo bello e compiuto, prima no. Ma se uno manca di una qualsiasi
di queste cose quando parla, insegna o scrive, e afferma di parlare con arte,
vince chi non si lascia persuadere. «E allora?», dirà forse il nostro
scrittore. «Fedro e Socrate, la pensate così? Dobbiamo forse definire in altro
modo l'arte che è detta dei discorsi?». FEDRO: è impossibile in altro modo,
Socrate; eppure sembra un lavoro non da poco. SOCRATE: Hai ragione. Proprio per
questo bisogna rivoltare tutti i discorsi sottosopra ed esaminare se da qualche
parte appare una via più facile e più breve per giungere ad essa, così da non
procedere inutilmente per una via lunga e aspra, quando è possibile percorrerne
una corta e liscia. Ma se hai da qualche parte un aiuto, per averlo ascoltato
da Lisia o da qualcun altro, cerca di richiamarlo alla memoria e di dirlo.
FEDRO: Così, per fare una prova, potrei, ma non me la sento, almeno adesso.
SOCRATE: Vuoi dunque che io riferisca un discorso che ho ascoltato da alcuni
che si occupano di queste cose? FEDRO: Perché no? SOCRATE: D'altronde, Fedro,
si dice che è giusto riferire anche le ragioni del lupo. FEDRO: Allora fa' così
anche tu. SOCRATE: Dunque, essi sostengono che non si devono magnificare e
levare così in alto queste cose, con tanti giri di parole; infatti, come
abbiamo detto anche all'inizio del discorso, chi intende essere
sufficientemente esperto nella retorica non deve certo partecipare della verità
circa questioni giuste e buone, o uomini tali per natura o per educazione,
poiché nei tribunali non importa proprio niente a nessuno della verità su
queste cose, ma importa solo ciò ch'è atto a persuadere: è il verosimile, a cui
si deve applicare chi intende parlare con arte. Talvolta infatti non bisogna
neanche esporre i fatti, a meno che non si siano svolti in maniera verosimile,
ma solo quelli verosimili, sia nell'accusa sia nella difesa, e in genere chi
parla deve seguire il verosimile, dopo aver detto tanti saluti alla verità;
poiché è appunto questo che, se percorre l'intero discorso, procura tutta
quanta l'arte. FEDRO: Hai esposto, Socrate, proprio le ragioni che adducono
quelli che danno a vedere di essere esperti nell'arte dei discorsi; mi sono
ricordato che già in precedenza abbiamo toccato brevemente tale argomento, e
sembra che ciò sia di enorme importanza per chi si occupa di queste cose.
SOCRATE: Sicuramente hai studiato con precisione proprio Tisia: quindi Tisia ci
dica anche questo, se per verosimile intende qualcosa di diverso da ciò che
sembra ai più. FEDRO: E che altro? SOCRATE: E avendo fatto questa scoperta, a
quanto pare, di saggezza e d'arte insieme, ha scritto che se un uomo debole e
coraggioso, che ha percosso un uomo forte e vile e gli ha portato via il
mantello o qualcos'altro, viene condotto in tribunale, nessuno dei due deve
dire la verità, ma il vile deve asserire di non essere stato percosso dal solo
uomo coraggioso, questi deve confutare ciò ribattendo che erano loro due soli,
e servirsi del seguente argomento: «Come avrei potuto io, data la mia
condizione, mettere le mani addosso a una persona come lui?». L'altro non
ammetterà la propria viltà, ma cercando di dire qualche altra menzogna offrirà
subito materia di confutazione all'avversario. E anche negli altri campi le
cose dette con arte sono più o meno di questo genere. Non è così, Fedro? FEDRO:
Come no? SOCRATE: Ahimè, sembra che abbia fatto la scoperta davvero
sensazionale di un'arte nascosta, Tisia o chiunque altro sia e da qualunque
luogo si compiaccia di trarre il nome! Ma a costui, amico, dobbiamo dire o
no... FEDRO: Cosa? 20 Platone Fedro SOCRATE: Questo: «O Tisia, da
tempo noi, prima ancora che tu venissi qui, ci trovavamo a dire che questo
verosimile viene a nascere nei più per somiglianza col vero; e poco fa abbiamo
spiegato che chi conosce la verità sa scoprire benissimo le somiglianze.
Perciò, se hai qualcos'altro da dire sull'arte dei discorsi, lo ascolteremo;
altrimenti daremo credito a ciò che abbiamo esposto or ora, cioè che se uno non
enumererà le nature di coloro che lo ascolteranno, e non sarà in grado di
dividere gli esseri secondo le forme e di raccoglierli uno per uno in un'idea,
non sarà mai esperto nell'arte dei discorsi, per quanto è possibile a un uomo.
E non potrà mai acquisire queste capacità senza molta applicazione; ad essa il
sapiente dovrà indirizzare i suoi sforzi non per parlare e agire con gli
uomini, ma per poter dire cose che siano gradite agli dèi e fare ogni cosa in
modo a loro gradito, per quanto è nelle sue facoltà. Infatti i più saggi tra
noi, Tisia, dicono che chi ha intelletto deve prendersi cura di compiacere non
i compagni di schiavitù, se non in modo accessorio, ma i padroni buoni e che
discendono da uomini buoni. Perciò, se la strada è lunga, non meravigliartene,
in quanto per raggiungere grandi traguardi bisogna percorrerla, non come credi
tu. D'altronde, come dice il nostro discorso, anche queste fatiche diventeranno
bellissime grazie a quei traguardi, se uno lo vuole». FEDRO: Mi pare che si
stia parlando in modo bellissimo, Socrate, se davvero qualcuno ne è capace.
SOCRATE: Ma per chi intraprende azioni belle è bello anche soffrire, qualunque
cosa gli tocchi di soffrire. FEDRO: Sicuro. SOCRATE: Quanto si è detto a
proposito dell'arte e della mancanza di arte nel fare discorsi sia dunque
sufficiente. FEDRO: Come no? SOCRATE: Rimane la questione della convenienza e
della non convenienza della scrittura, quando essa vada bene e quando invece
sia sconveniente. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: Sai allora come, nell'ambito dei discorsi,
potrai acquistarti il massimo favore di un dio con le tue azioni e le tue
parole? FEDRO: Per niente. E tu? SOCRATE: Io posso raccontarti una storia
tramandata dagli antichi; il vero essi lo sanno. E se noi lo trovassimo da
soli, ci importerebbe ancora qualcosa delle opinioni degli uomini? FEDRO: Hai
fatto una domanda ridicola! Ma racconta ciò che dici di aver udito. SOCRATE: Ho
sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in Egitto, (64) c'era uno degli
antichi dèi del luogo, al quale era sacro l'uccello che chiamano ibis; il nome
della divinità era Theuth.(65) Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la
geometria e l'astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine
anche la scrittura. Re di tutto l'Egitto era allora Thamus e abitava nella
grande città della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre
chiamano il suo dio Ammone.(66) Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti
e disse che dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale
fosse l'utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a
seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava.
Molti, a quanto si racconta, furono i pareri che Thamus espresse nell'uno e
nell'altro senso a Theuth su ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo
ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza,
o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa
è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza». Allora il re
rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c'è chi sa partorire le arti e chi sa
giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi
intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il
contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di
esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la
dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori
mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai
scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della
sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: ascoltando
per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte
cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché
sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti». FEDRO: Socrate, tu
pronunci con facilità discorsi egizi e di qualsiasi paese tu voglia! SOCRATE: E
pensa che alcuni, mio caro, hanno asserito che i primi discorsi profetici nel
tempio di Zeus a Dodona venivano da una quercia! Agli uomini di allora, dato
che non erano sapienti come voi giovani, bastava, nella loro semplicità,
ascoltare una quercia o una roccia, purché dicessero il vero; ma forse per te
fa differenza chi è colui che parla e da dove viene. Non miri infatti solamente
a questo, se le cose stanno così o diversamente? FEDRO: Hai colto nel segno, e
mi sembra che riguardo alla scrittura le cose stiano come dice il re di Tebe.
SOCRATE: Allora chi crede di tramandare un'arte con la scrittura, e chi a sua
volta la riceve nella convinzione che dalla scrittura deriverà qualcosa di
chiaro e di saldo, dev'essere ricolmo di molta ingenuità e ignorare realmente
il vaticinio di Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano qualcosa in più
del riportare alla memoria di chi già sa ciò su cui verte lo scritto. FEDRO:
Giustissimo. SOCRATE: Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per
la verità, di simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di
fronte come cose vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in
venerando silenzio. La medesima cosa vale anche per i discorsi: tu potresti
anche credere che parlino come se avessero qualche pensiero loro proprio, ma se
domandi loro qualcosa di ciò che dicono coll'intenzione di apprenderla, questo
qualcosa suona sempre e 21 Platone Fedro solo identico. E, una
volta che è scritto, tutto quanto il discorso rotola per ogni dove, finendo tra
le mani di chi è competente così come tra quelle di chi non ha niente da
spartire con esso, e non sa a chi deve parlare e a chi no. Se poi viene offeso
e oltraggiato ingiustamente ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, poiché non
è capace né di difendersi da sé né di venire in aiuto a se stesso. FEDRO: Anche
queste tue parole sono giustissime. SOCRATE: E allora? Vogliamo considerare un
altro discorso, fratello legittimo di questo, in che modo nasce e quanto è per
sua natura migliore e più potente di questo? FEDRO: Qual è questo discorso e
come, secondo te, nasce? SOCRATE: è quello che viene scritto mediante la
conoscenza nell'anima di chi apprende; esso è in grado di difendersi da sé, e
sa con chi bisogna parlare e con chi tacere. FEDRO: Intendi il discorso vivente
e animato di chi sa, del quale quello scritto si può a buon diritto definire
un'immagine. SOCRATE: Per l'appunto. Ora dimmi questo: l'agricoltore che ha
senno pianterebbe seriamente d'estate nei giardini di Adone (67) i semi che gli
stessero a cuore e da cui volesse ricavare frutti; e gioirebbe a vederli
crescere belli in otto giorni, o farebbe ciò per gioco e per la festa,
quand'anche lo facesse? E riguardo invece a quelli di cui si è preso cura sul
serio servendosi dell'arte dell'agricoltura e seminandoli nel luogo adatto,
sarebbe contento che quanto ha seminato giungesse a compimento in otto mesi?
FEDRO: Farebbe così, Socrate: sul serio per gli uni, diversamente per gli
altri, come tu dici. SOCRATE: Dovremo dire che chi possiede la scienza delle
cose giuste, belle e buone abbia meno senno dell'agricoltore con le sue
sementi? FEDRO: Nient'affatto. SOCRATE: Allora non le scriverà seriamente
nell'acqua nera, seminandole attraverso la canna assieme a discorsi incapaci di
difendersi da sé con la parola, e incapaci di insegnare in modo adeguato la
verità. FEDRO: No, almeno non è verosimile. SOCRATE: Infatti non lo è. Ma a
quanto pare seminerà e scriverà i giardini di scrittura per gioco, quando li
scriverà, serbando un tesoro da richiamare alla memoria per se stesso, nel caso
giunga «alla vecchiaia dell'oblio»,(68) e per chiunque segua la sua stessa
orma, e gioirà a vederli crescere teneri. E quando gli altri faranno altri
giochi, ristorandosi nei simposi e in tutti i divertimenti fratelli di questi,
egli allora, a quanto pare, invece che in essi passerà la vita a dilettarsi in
ciò di cui parlo. FEDRO: è un gioco molto bello quello che dici, Socrate,
rispetto all'altro che è insulso: il gioco di chi sa divertirsi coi discorsi,
narrando storie sulla giustizia e sulle altre cose di cui parli. SOCRATE: Così
è in effetti, caro Fedro: ma l'impegno in queste cose diventa, credo, molto più
bello quando uno, facendo uso dell'arte dialettica, prende un'anima adatta, vi
pianta e vi semina discorsi accompagnati da conoscenza, che siano in grado di
venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non siano infruttiferi, ma
abbiano una semenza dalla quale nascano nell'indole di altri uomini altri
discorsi capaci di rendere questa semenza immortale, facendo sì che chi la
possiede sia felice quanto più è possibile per un uomo. FEDRO: Ciò che dici è
molto più bello. SOCRATE: Ora che siamo d'accordo su questo, Fedro, possiamo
giudicare quelle altre questioni. FEDRO: Quali? SOCRATE: Quelle che volevamo
indagare e per le quali siamo arrivati a questo punto, ossia esaminare il
rimprovero rivolto a Lisia circa lo scrivere i discorsi e i discorsi stessi,
quali fossero scritti con arte e quali senz'arte. Ciò che è conforme all'arte e
ciò che non lo è mi sembra che sia stato chiarito opportunamente. FEDRO: Così
almeno mi è parso: ma ricordami ancora una volta come abbiamo detto. SOCRATE:
Se prima uno non conosce il vero riguardo a ciascun argomento su cui parla o
scrive e non è in grado di definire ogni cosa in se stessa, e una volta che
l'ha definita non sa dividerla secondo le sue specie fino ad arrivare a ciò che
non è più divisibile, quindi, dopo aver scrutato a fondo allo stesso modo la
natura dell'anima, trovando la specie adatta a ciascuna natura non dispone e
regola il discorso secondo questo procedimento, offrendo discorsi variegati a
un'anima variegata e dalla piena armonia, discorsi semplici a un'anima
semplice, non sarà possibile, per quanto è conforme a natura, maneggiare con
arte la stirpe dei discorsi né per insegnare né per persuadere, come il
discorso fatto in precedenza ci ha chiaramente indicato. FEDRO: Risulta in
tutto e per tutto così . SOCRATE: Riguardo poi alla questione se sia bello o
turpe pronunciare e scrivere discorsi, e quando un rimprovero sia rivolto
giustamente oppure no, non ha forse chiarito ciò che abbiamo detto poco fa...
FEDRO: Cosa abbiamo detto? SOCRATE: Che se Lisia o altri ha mai scritto o
scriverà su argomenti d'interesse privato o pubblico, proponendo leggi o
scrivendo un'opera politica, nella convinzione che in ciò vi sia una grande
solidità e chiarezza, allora il biasimo ricade su chi scrive, che lo si dica o
meno: poiché il non distinguere realtà e sogno in ciò che è giusto e ingiusto,
male e bene, non può davvero evitare di essere riprovevole, quand'anche tutta
la gente lo apprezzasse. FEDRO: No di certo. SOCRATE: Chi invece ritiene che
nel discorso scritto su qualsiasi argomento vi sia necessariamente molto gioco
e che nessun discorso con pregio di grande serietà sia mai stato scritto né in
versi né in prosa (e neanche pronunciato, come i discorsi dei rapsodi che sono
recitati senza essere sottoposti a vaglio e non mirano a insegnare, ma a
persuadere), 22 Platone Fedro ma che i migliori di essi siano
realmente un mezzo per aiutare la memoria di chi già conosce l'argomento, e
ritiene che solo nei discorsi sul giusto, sul bello e sul bene, pronunciati
come insegnamento allo scopo di far apprendere e scritti realmente nell'anima,
vi sia chiarezza, compiutezza e pregio di serietà; e inoltre è convinto che
discorsi tali debbano essere detti suoi come se fossero figli legittimi,
innanzitutto quello che reca in sé, nel caso si trovi che lo possiede, poi
quelli che discendenti e fratelli di questo, sono nati allo stesso modo
nell'anima di altri uomini secondo il loro valore, e ai rimanenti manda tanti
saluti; bene, un uomo siffatto, Fedro, è probabile che sia tale quale tu e io
ci augureremmo di diventare. FEDRO: Io voglio e mi auguro in tutto e per tutto
ciò che dici. SOCRATE: Dunque, per quanto riguarda i discorsi, ormai abbiamo
scherzato abbastanza: tu ora va' da Lisia e digli che noi due siamo discesi
alla fonte e al santuario delle Ninfe e abbiamo ascoltato dei discorsi che ci
ordinavano di riferire a Lisia e a chi altri componga discorsi, a Omero e a chi
altri abbia composto poesia epica o lirica, e in terzo luogo a Solone e a
chiunque nei discorsi politici abbia scritto dei testi con il nome di leggi,
quanto segue: se ha composto queste opere sapendo com'è il vero e può
soccorrerle quando ciò che ha scritto viene messo alla prova, e quando parla è
in grado egli stesso di dimostrare la debolezza di quanto è stato scritto, una
persona del genere non deve essere chiamato col nome di costoro, ma con un nome
derivato da ciò a cui si è dedicato con serietà. FEDRO: Quale nome gli assegni
dunque? SOCRATE: Chiamarlo sapiente, Fedro, mi sembra che sia cosa troppo
grande e che si addica solo a un dio; chiamarlo invece filosofo o con un nome
del genere sarebbe a lui più adatto e conveniente. FEDRO: E niente affatto
fuori luogo. SOCRATE: Chi invece non possiede cose di maggior pregio di quelle
che ha composto e ha scritto, rivoltandole su e giù per lungo tempo,
incollandole l'una con l'altra o separandole, non lo dirai a buon diritto poeta
o autore di discorsi o scrittore di leggi? FEDRO: Come no? SOCRATE: Riferisci
dunque questo al tuo compagno! FEDRO: E tu? Cosa farai? Non bisogna lasciare da
parte neanche il tuo compagno. SOCRATE: Chi è costui? FEDRO: Isocrate (69) il
bello. Cosa riferirai a lui, Socrate? Come lo definiremo? SOCRATE: Isocrate è
ancora giovane, Fedro: tuttavia voglio dire ciò che prevedo di lui. FEDRO: Che
cosa? SOCRATE: Mi sembra che per doti naturali sia migliore a confronto dei
discorsi di Lisia, e che inoltre sia temperato di un'indole più nobile. Perciò
non ci sarebbe affatto da meravigliarsi se, col procedere dell'età, proprio
grazie ai discorsi cui ora pone mano superasse più che se fossero fanciulli
quanti mai si sono dedicati ai discorsi, e se inoltre questo non gli bastasse,
ma uno slancio divino lo spingesse a cose ancora più grandi; giacché nell'animo
di quell'uomo, caro amico, c'è una forma naturale di filosofia. Pertanto io
riferisco queste cose da parte di questi dèi al mio amato Isocrate, tu fa'
sapere quelle altre al tuo Lisia. FEDRO: Sarà così . Ma andiamo, poiché anche
la calura si è fatta più mite. SOCRATE: Non conviene rivolgere una preghiera a
questi dèi prima di metterci in cammino? FEDRO: Come no? SOCRATE: O caro Pan e
voi altri dèi di questo luogo, concedetemi di diventare bello dentro, e che
tutto ciò che ho di fuori sia in accordo con ciò che ho nell'intimo. Che io
consideri ricco il sapiente e possegga tanto oro quanto nessun altro, se non
chi è temperante, possa prendersi e portar via.(70) Abbiamo bisogno di
qualcos'altro, Fedro? Da parte mia si è pregato in giusta misura. FEDRO: Fa'
questo augurio anche per me; le cose degli amici sono comuni. SOCRATE: Andiamo!
23 Platone Fedro NOTE: 1) Celebre oratore ateniese vissuto tra il
quinto e il quarto secolo a.C., di cui restano 34 orazioni giudiziarie. Il
discorso sull'amore che gli viene attribuito nel dialogo è probabilmente
fittizio. Il padre Cefalo, originario della Sicilia, aveva una fabbrica d'armi
al Pireo; nella sua casa è ambientata la Repubblica. 2) Noto medico dell'epoca.
3) Epicrate era un oratore democratico; Morico, forse il proprietario
precedente della casa, era un cittadino ateniese che per le sue ricchezze e il
suo lusso divenne frequente bersaglio dei poeti comici. 4) Pindaro, Isthmia 2.
5) Erodico di Megara, divenuto poi cittadino di Selimbria, era un medico famoso
per il suo regime di vita "salutistico"; Platone lo menziona anche
nella Repubblica e nel Protagora. 6) I Coribanti erano i sacerdoti della dea
Cibele, i cui culti erano caratterizzati da una forte valenza orgiastica. 7)
Piccolo fiume che scorre vicino ad Atene. 8) Il dialogo è immaginato in piena
estate, a mezzogiorno. 9) Borea, vento del nord, rapì Orizia, figlia di
Eretteo, re di Atene; in cambio concesse agli Ateniesi il suo favore nelle
battaglie navali. Farmacea, citata poco sotto, era una ninfa cui era sacra la
fonte dell'Ilisso. 10) Demo dell'Attica. 11) Letteralmente 'colle di Ares', era
un'altura in Atene dove aveva sede il più antico tribunale della città, formato
dagli arconti usciti di carica. 12) Sono tutti esseri mitologici. Gli
Ippocentauri o Centauri, nati dall'unione di Issione con una nube, erano metà
uomo e metà cavallo. La Chimera era un mostro con tre teste, una di leone, una
di capra spirante fuoco, una di serpente. Le Gorgoni, mostri marini, erano
Steno, Euriale e Medusa; le prime due erano immortali, mentre Medusa, che aveva
il potere di pietrificare con lo sguardo, era mortale e fu uccisa da Perseo.
Pegaso era il cavallo alato nato dal sangue della testa di Medusa tagliata da
Perseo; con il suo aiuto Bellerofonte uccise la Chimera. 13) «Conosci te
stesso» era appunto il precetto scritto nel tempio di Apollo a Delfi. 14)
Tifone o Tifeo, figlio di Gea e del Tartaro, era un drago dalle molte teste che
emettevano fumo e fiamme; al termine di una dura lotta Zeus lo fulminò e lo
scagliò sotto l'Etna. Il suo mito è ricordato in Esiodo, Theogonia 820
seguenti. Da Tifone ha avuto origine il nome comune indicante un vento caldo
portatore di tempeste. Nel testo greco c'è un gioco di parole, intraducibile in
italiano, con il quale Tifone viene paretimologicamente accostato al participio
di "túpho" ('fumare', 'bruciare') e, tramite l'aggettivo privativo
"atuphos" a "tuphos" ('vanità', 'orgoglio', superbia'). Nel
dialogo Platone fa uso più volte di simili giochi verbali, impossibili da
mantenere nella traduzione, per creare paretimologie. 15) Alle Ninfe, divinità
dei boschi e dei fiumi, Socrate in seguito attribuirà il dono dell'ispirazione.
Acheloo, oltre ad essere un fiume della Grecia centrale, era anche dio dei
fiumi. 16) Una locuzione simile ricorre in Omero, Iliade libro 8, verso 281.
17) Saffo è la famosa poetessa lirica di Lesbo vissuta tra il settimo e il
sesto secolo a.C., autrice di carmi soprattutto d'amore omoerotico, divisi
dagli Alessandrini in nove libri; di essi ci sono pervenuti un'ode intera, una
quasi completa e parecchi frammenti di varia lunghezza. Anacreonte di Teo,
lirico monodico del sesto secolo, fu autore tra l'altro di poesie amorose dal
tono leggero, di cui restano pochi frammenti. Non è invece possibile sapere a
quali autori in prosa si allude nel passo. Gli arconti ateniesi, al momento di
entrare in carica, giuravano che se avessero trasgredito le leggi di Solone
avrebbero innalzato a Delfi una statua d'oro della loro grandezza e peso. 19)
Cipselo fu tiranno di Corinto nel sesto secolo e fondò una dinastia di tiranni.
L'offerta votiva cui si allude era forse una statua. 20) Immagine derivata
dalla lotta: Fedro intende che Socrate a sua volta ha offerto il fianco a una
critica. 21) Pindaro, frammento 105 Snell-Maehler (citato anche in Meno). 22)
Il testo greco gioca sull'assonanza tra "ligús", 'dalla voce
melodiosa', e "ligús" 'Ligure' (con lambda maiuscolo). Questo gioco
paretimologico è probabilmente alla base della leggenda secondo cui i Liguri
erano amanti del canto. 23) Socrate istituisce un nesso paretimologico tra
"èros" e "róme" ('forza'). Il ditirambo, componimento
lirico corale associato al culto di Dioniso, ai tempi di Platone era in piena
decadenza. Qui il termine ha una connotazione negativa, indicando una forma di
invasamento non ispirata da "mania" divina, e quindi non mediata dal
logos. 25) L'immagine è ricavata da un gioco fatto con un coccio (óstrakon),
nero da una parte e bianco dall'altra; i giocatori, divisi in due squadre,
sceglievano un colore e a seconda di quello che risultava lanciando il coccio
dovevano fuggire o inseguire. La metafora significa che l'amante, prima
inseguitore, ora fugge l'amato. 26) Simmia, prima pitagorico, poi discepolo di
Socrate, è uno degli interlocutori del Fedone. 27) Ibico, frammnto 310, Page.
Poeta lirico corale del sesto secolo a.C., di lui restano un'ode e pochi
frammenti. 28. Stesicoro, poeta lirico corale, visse nel sesto secolo a.C.
Secondo una leggenda perse la vista per aver accusato Elena di infedeltà in un
carme omonimo e la riacquistò per aver scritto la Palinodia (la
'Ritrattazione'), in cui sosteneva che Paride non aveva portato a Troia la vera
Elena, ma un fantasma con le sue sembianze; questa versione del mito fu ripresa
da Euripide nell'Elena. Omero invece, non avendo fatto la stessa cosa, rimase
cieco. Allo stesso modo Socrate pronuncerà una ritrattazione del discorso
precedente su Eros, nella quale solleverà il dio dalle accuse che gli aveva
mosso. 24 Platone Fedro 29) A Delfi, in Beozia, c'era il più famoso
santuario di Apollo, che dava i responsi per bocca della sua sacerdotessa, la
Pizia; a Dodona, nell'Epiro, c'era un santuario di Zeus. Questo nome designava
in origine una, in seguito più sacerdotesse di Apollo, di cui era nota
l'ambiguità dei responsi; la più celebre era la Sibilla di Cuma, in Campania.
31) L'arte divinatoria, in greco "mantike", viene fatta derivare da
"manikos" cioè 'affetto da mania'; il composto
"oionoistike", di invenzione platonica, viene ricondotto a
"oieris" ('opinione', 'credenza'), e accostato a
"oionistike", ovvero l'"arte di trarre gli auspici" dal
volo degli uccelli. Il gioco paretimologico, di cui si è provato a rendere
ragione nella traduzione, è importante in quanto è funzionale al rovesciamento
della tesi sostenuta da Lisia. 32) è il celebre mito dell'anima come una biga
alata, metafora complessa e non facile da interpretare. Se infatti l'auriga
rappresenta palesemente la ragione, non è del tutto chiaro il significato dei
due cavalli; è poco soddisfacente l'interpretazione tradizionale, secondo cui
il cavallo nero rappresenterebbe l'anima concupiscibile, quello bianco l'anima
impulsiva, e l'intera immagine sarebbe da intendere come la tripartizione
dell'anima che Platone teorizza nella Repubblica (libri 4 e 9). Infatti nel
Timeo si dice che anima concupiscibile e anima impulsiva sono mortali, mentre
qui i due cavalli fanno parte proprio della struttura dell'anima immortale,
come prova anche il fatto che essi si nutrono di nettare e ambrosia, cibo e
bevanda degli dèi, e che tale struttura è comune sia all'anima umana sia a
quella divina. è preferibile pensare che i cavalli indichino due componenti
opposte connaturate comunque all'anima immortale, che l'auriga ha la funzione
di conciliare per trovare un equilibrio. 33) Estia, dea del focolare, nella
cosmologia antica veniva identificata col centro dell'universo, che era
immobile; per questo essa, unica tra gli dèi, non viaggia per il cielo. Le
divinità che guidano le dodici schiere sono probabilmente quelle olimpiche. 34)
L'Iperuranio, il luogo 'oltre il cielo', è il mondo delle Idee. Luogo
metafisico, immagine della sfera dell'intelligibile che nella sua immutabilità
trascende la realtà sensibile, esso è raggiungibile solo dell'anima. 35) Adrastea,
letteralmente 'l'inevitabile', in questo caso è una personificazione del
destino; in Repubblica (libro 5) impersonifica invece la vendetta. Viene qui
esposto il destino escatologico delle anime e la teoria della metempsicosi,
argomento che ha una più ampia trattazione con il mito di Er nel libro decimo
della Repubblica. Nel Fedro l'assegnazione della vita futura è strettamente
determinata dalla misura in cui le anime hanno contemplato la pianura della
verità prima di tornare sulla terra, poiché ad esso corrisponde il grado di
verità connesso alla vita in cui si reincarnano. 36) Altro gioco verbale basato
su una paretimologia il termine "imeros" ('desiderio'), collegato per
assonanza ad Eros, viene fatto derivare da i-, radice di "eiri"
('andare'), "mer-" radice di "méros" ('parte'),
"ro-", radice di "roé" ('flusso'). 37. Gli Omeridi erano
una scuola di aedi nell'isola di Chio che la tradizione voleva fondata dallo
stesso Omero. Invenzione platonica sono sia i poemi segreti cui si allude
ironicamente sia i due versi citati, nei quali c'è un gioco di parole tra
"Eros" e Ptéros" (epiteto scherzosamente coniato da
"pterós" ('alato'), probabilmente suggerito da quei passi omerici
(Iliade libro 1, versi 403-404; libro 14, verso 291; libro 20, verso 74) in cui
si dice che gli dèi chiamano le cose in modo diverso dagli uomini. 38) è
impossibile conservare nella traduzione il gioco tra il genitivo
"Diós" ('di Zeus') e l'aggettivo "dios", solitamente reso
con 'splendente' o 'divino'. Le Baccanti o Menadi erano le sacerdotesse di
Dioniso. 40) Zeus, innamorato di Ganimede, bellissimo fanciullo frigio, in
forma di aquila lo rapì sull'Olimpo, e ne fece il coppiere degli dèi. Per il
gioco linguistico su "imeros", la nota 36. 41) L'espressione
significa che né la temperanza umana esaltata da Lisia, né la follia divina di
per sé bastano a costruire una scienza nel senso pieno del termine, ma occorre
una giusta mescolanza delle due cose; questo, in ultima analisi, può essere il
senso del mito della biga alata. L'immagine agonistica, più che a tre
differenti gare, allude probabilmente al fatto che per vincere nella lotta
bisognava atterrare l'avversario tre volte. Figlio di Cefalo e fratello di
Lisia, fu vittima delle persecuzioni politiche sotto i Trenta tiranni. 43) Ad
Atene la frequenza dei processi e l'assenza del patrocinio legale, che
obbligava l'accusatore o l'accusato a parlare personalmente in giudizio,
avevano fatto nascere la professione del logografo ('scrittore di discorsi'),
che preparava su commissione i testi da pronunciare in tribunale; le orazioni
di Lisia sono appunto la testimonianza della sua attività di logografo. Il
termine ha nel contesto una connotazione negativa, tanto da essere poco sotto
equiparato a sofista. Il parallelo ritorna più avanti, dove si allude ai
compensi che i sofisti chiedevano per i loro insegnamenti. 44) L'espressine, un
po' enigmatica, significa probabilmente che da una cosa semplice ne è derivata
una difficile. Figura storicamente indeterminata, Licurgo fu, secondo la
tradizione, il legislatore di Sparta. Uomo politico e poeta, annoverato tra i
sette saggi, Solone attuò, durante il suo arcontato (594-593 a.C.), una riforma
dello stato ateniese che prevedeva la divisione dei cittadini in classi in base
al censo. Dario primo, re di Persia dal 521 al 485 a.C., fu il promotore della
prima guerra greco-persiana. 46) Il mito che segue è probabilmente creazione
platonica. Il canto delle cicale è metafora dell'ispirazione a comporre
discorsi ma anche del rischio, da parte dell'ascoltatore, di lasciarsene
ammaliare senza sottoporli a vaglio critico, un atteggiamento passivo che le
cicale stesse, intermediarie tra gli uomini e le Muse, non approvano. 47) Sulla
scia del catalogo esiodeo (Theogonia 75 seguenti), le Muse qui citate hanno
nomi parlanti Tersicore è 'colei che gioisce dei cori', Erato è connessa con
Eros, Calliope è 'dalla bella voce', Urania 'la celeste'. 25 Platone
Fedro 48) Omero, Iliade libro 2, verso 361. 49) Per Spartano qui si
intende semplicemente una persona che dice la verità in modo franco e
lapidario. 50) I "figli" di Fedro sono i discorsi che ha indotto gli
altri a fare. 51) Nestore, il più vecchio dei guerrieri greci a Ilio, era
famoso per la sua eloquenza persuasiva. Abile, e soprattutto astuto parlatore
era notoriamente Odisseo. Anche Palamede, l'eroe che smascherò un tentativo di
Odisseo di non partecipare alla guerra di Troia, era fornito di capacità
oratorie. 52) Gorgia di Lentini, nato tra il 485 e il 480 a.C. e morto
vecchissimo dopo il 380 a.C., fu uno dei principali esponenti della sofistica;
a lui è dedicato l'omonimo dialogo di Platone. Delle sue numerose opere restano
pochi ma significativi frammenti. Il sofista Trasimaco di Calcedonia, vissuto
nel quinto secolo a.C., è uno dei personaggi della Repubblica, dove difende in
modo combattivo la sua idea della giustizia come diritto del più forte. Teodoro
di Bisanzio, attivo nella seconda metà del quinto secolo a.C., scrisse un
trattato di retorica. 53) Allusione ironica a Zenone di Elea (quinto secolo
a.C.) e ai paradossi con i quali cercava di confutare dialetticamente i
concetti di molteplicità e movimento; famosi sono i paradossi della freccia e
di Achille e la tartaruga. 54) Mida era il leggendario re della Frigia che per
avidità di ricchezze chiese e ottenne da Dioniso di poter trasformare in oro
tutto ciò che toccava; ma poiché anche tutto ciò che voleva mangiare o bere
diventava oro, pregò il dio di liberarlo da questo dono funesto. L'epigramma
citato è attribuito a Cleobulo di Lindo, uno dei sette saggi. Poeta e sofista
contemporaneo di Socrate. 56) Tisia fu maestro di Gorgia e iniziatore, assieme
a Corace, della scuola retorica siciliana. 57) Prodico di Ceo, uno dei più
importanti esponenti della sofistica, discepolo di Protagora e maestro di
Socrate. 58) Ippia di Elide, il celebre sofista da cui prendono il titolo due
dialoghi di Platone. 59) Polo di Agrigento e Licimnio di Chio furono discepoli
di Gorgia; il primo è uno dei protagonisti del Gorgia di Platone. Nel passo si
allude probabilmente a opere di retorica dei due sofisti, come poco sotto a
proposito di Protagora. 60) Protagora di Abdera, protagonista dell'omonimo
dialogo Platonico, visse ad Atene nell'età periclea. Considerato il principale
esponente della sofistica, è ricordato soprattutto per il suo agnosticismo
religioso, che gli valse una condanna per empietà, e il suo relativismo,
sintetizzato nella massima «l'uomo è misura di tutte le cose». Nulla ci rimane
delle sue numerose opere. 61) Adrasto, il re di Argo che guidò la spedizione
dei sette contro Tebe, è rappresentato da Eschilo nelle Supplici come abile
oratore; l'epiteto «voce di miele» gli è già riferito da Tirteo (frammento 9,8
Gentili-Prato). Adrasto è qui usato come eteronimo di un personaggio
contemporaneo, forse un sofista. Anche Pericle, lo statista ateniese del quinto
secolo che radicalizzò il processo democratico della polis portandola al
massimo splendore, è qui ricordato, con un tocco d'ironia, per le sue capacità
oratorie. 62) Anassagora di Clazomene (quinto secolo a.C.) visse per molti anni
ad Atene, dove ebbe come discepoli Pericle e lo stesso Socrate. Punto cardinale
del suo pensiero è l'esistenza di un principio razionale che dà ordine al
mondo, da lui chiamato "nous" ('intelletto'). 63) Ippocrate di Cos,
vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., fu il fondatore della medicina
antica; l'epiteto di Asclepiade deriva da Asclepio, dio della medicina. Di lui
e dei suoi discepoli resta un considerevole numero di scritti riuniti nel
cosiddetto corpus Hippocraticum. 64) Città sul delta del Nilo, sede di un
emporio commerciale greco. 65) Theuth o Thoth era il dio egizio
dell'invenzione, che i Greci identificavano con Ermes; rappresentato con la
testa di ibis, era scriba nel tribunale dei morti. Con questo mito Platone
assegna alla scrittura un valore puramente "ipomnematico", ovvero la
considera un mero supporto alla memoria, e non veicolo di sapienza; la
trasmissione del vero sapere resta per lui affidata all'oralità dialettica. 66)
«La regione superiore» è l'alto corso del Nilo. Thamus, leggendario re
dell'Egitto, viene considerato un eteronimo dello stesso Ammone, una delle
principali divinità egizie, venerata da una potente casta sacerdotale e
identificata dai Greci con Zeus; poco sotto infatti, la risposta da lui data a
Theuth è chiamata «vaticinio di Ammone». 67) I «giardini di Adone» erano
recipienti in cui d'estate si piantavano semi che nascevano entro otto giorni e
subito morivano; il rito simboleggiava la morte prematura di Adone, il
bellissimo giovane amato da Afrodite. Allo stesso modo i «giardini di
scrittura», ovvero i discorsi scritti, devono essere intesi come una forma di
gioco, poiché i veri discorsi latori di verità sono affidati alla dimensione
orale. 68) Citazione poetica di autore ignoto. 69) Il retore Isocrate (436-338
a.C.) fondò ad Atene una scuola in competizione con l'Accademia platonica; di
lui restano 21 orazioni. Isocrate era fautore di un'alleanza di tutte le città
greche sotto la guida di Filippo di Macedonia, in vista di una spedizione
contro i Persiani. 70) Pan, figlio di Ermes, era la principale divinità agreste
del pantheon greco, venerata soprattutto in Arcadia; presiedeva alla pastorizia
e per questo era rappresentato con sembianze caprine. Pan compare già come
protettore del luogo assieme alle Ninfe, e per questo Socrate gli rivolge la
preghiera conclusiva. «Oro» è da intendersi in senso metaforico come ricchezza
della sapienza. Platone Il Convito APOLLODORO Credo proprio di essere bene
informato di quello che mi chiedete. Infatti, l'altro giorno, me ne stavo
venendo in città, da casa mia, dal Falero, quando uno che conoscevo, vedendomi
di spalle, mi chiamò da lontano e, con tono scherzoso, mi fa: «Apollodoro il
falerese, m'aspetti un momento?» lo mi fermo e l'aspetto e quello: «Ti stavo
cercando ansiosamente, Apollodoro, perché volevo sapere qualcosa di preciso sui
discorsi che fecero Agatone, Socrate, Alcibiade e tutti gli altri, al
banchetto, discorsi d'amore, a quanto pare; me ne ha accennato un tizio che ne
aveva sentito parlare da Fenice, il figlio di Filippo, ma mi disse che ne eri
al corrente anche tu. Lui, in realtà, non ne sapeva molto. Raccontami tutto tu,
quindi, perché nessuno meglio di te, può ripetermeli, i discorsi del tuo amico.
Ma, prima di tutto, c'eri o non c'eri a quella riunione?» «Si vede proprio che
questo tizio ti ha male informato se credi che quella riunione di cui stai
parlando è avvenuta poco tempo fa e che io, quindi, vi abbia potuto
partecipare.» «Credevo di sì.» «E come hai fatto a pensarlo, Glaucone? Non sai
che da parecchi anni, ormai, Agatone non s'è più visto qui e che, d'altra
parte, non ne son passati ancora tre da quando io me la faccio con Socrate, che
gli sto sempre dietro, per conoscere quello che dice e quello che fa? Prima
d'allora gironzolavo qua e là e mi pensavo di far chissà che cosa, mentre ero
l'essere più miserabile che c'era sulla faccia della terra, come te, adesso,
che credi ci siano altre cose da fare meglio della filosofia.» «C'è poco da
prendere in giro. Dimmi, piuttosto, quand'è che c'è stata questa riunione.»
«Eravamo ancora ragazzi e fu quando Agatone s'ebbe il premio per la sua prima
tragedia, precisamente il giorno dopo i sacrifici che lui e quelli del coro
vollero fare per festeggiare la vittoria.» «Allora ne è passato del tempo! Ma a
te chi te n'ha parlato. Proprio Socrate?» «Magari. Fu, invece, la stessa
persona che ne parlò a Fenice, un certo Aristodemo, del distretto di Cidateneo,
uno mingherlino, sempre scalzo. Era presente alla riunione perché era un patito
di Socrate, più di tutti, a quel tempo. Ad ogni modo, di quanto mi riferì
costui volli chiederne anche a Socrate che mi confermò quanto l'altro m'aveva
raccontato.» «E, allora, perché non me lo racconti anche a me? Questa strada
che porta in città è proprio fatta apposta per conversare.» Strada facendo,
così, ci mettemmo a parlare di questo ed ecco perché, come vi ho detto in
principio, sono al corrente della cosa. Se devo, quindi, raccontarla anche a
voi, eccomi pronto, anche perché, quando si tratta di filosofia, sia che ne
parli io o che ne senta parlare, provo sempre un immenso piacere, a prescindere
dal vantaggio che penso di ricavarne. Quando, invece, sento certi discorsi, i
vostri specialmente, discorsi di gente ricca, di persone d'affari, che barba,
ma anche che pena, amici miei, che vi credete di far chissà cosa e poi non fate
il resto di nulla. Può essere che voi, da parte vostra, mi crediate un povero
diavolo e supponiate che, in effetti, io lo sia, ma di voi, io non lo suppongo
soltanto, ne sono convinto. AMICO Sei sempre lo stesso tu, Apollodoro, sempre
che dici male di tutti e di te stesso; io credo che per te, tranne Socrate,
tutti gli altri siano soltanto dei disgraziati, tutti quanti, a cominciare da
te. Perché poi ti chiamino «il Tranquillo», questo proprio non riesco a capirlo,
con tutti i tuoi discorsi sempre così aspri verso gli altri e te stesso,
tranne, appunto, che per Socrate. APOLLODORO Ah, sì? Io, dunque, bellezza, dato
che penso così di voi e di me, sarei un pazzo e un esagitato? AMICO Ma ora
lasciamo perdere questo, Apollodoro, piantiamola di litigare, e, come t'abbiamo
pregato, raccontaci quali furono questi discorsi. APOLLODORO E va bene, presso
a poco furono questi... ma, aspettate, sarà meglio che incominci dal principio,
come me li ha riferiti Aristodemo. Egli mi riferì di aver incontrato Socrate
tutto bello lisciato, con un paio di sandali ai piedi (cosa stranissima) e di
avergli chiesto dove stesse andando tutto così bello. E Socrate: «A pranzo da
Agatone; ieri, infatti, alla premiazione per la sua vittoria, riuscii a
svignarmela perché tutta quella folla mi dava fastidio, ma gli promisi che,
oggi, sarei andato da lui. Ecco perché mi son fatto bello: lui è un bello e,
sai com'è. Ma perché non vieni anche tu, che fa, anche se non sei stato
invitato?» Ed io, così mi riferì Aristodemo: «Va bene, come vuoi.» «E allora
andiamo,» fece, «e cambieremo il proverbio dicendo che ‹a, pranzo, dal buon
Agatone, van senza invito le brave persone›. Del resto, Omero, non solo l'ha
modificato, questo proverbio, ma l'ha addirittura capovolto: infatti, mentre ci
ha sempre descritto Agamennone come un guerriero in gamba e Menelao, invece,
come uno smidollato, ecco che ti fa presentare quest'ultimo, senza essere
invitato, a pranzo da Agamennone, che aveva allora allora fatto un sacrificio e
si stava mettendo a tavola, lui, un mediocre, alla mensa di un valoroso.» E
Aristodemo: «Ma Socrate, corro anch'io, allora, questo rischio, non come dici
tu ma nel senso che scrive Omero, di andare, cioè, io, uomo da nulla, senza
essere invitato, a pranzo da un sapiente. Vedi tu, che mi ci porti, come devi
metterla per giustificarti, perché io non dirò che son venuto da me, ma che sei
stato tu ad invitarmi.» «Ma sì, andiamo, ci penseremo per la strada a quello
che dobbiamo dire.» Si dicevano questo, mi raccontava Aristodemo, quando si
posero in cammino. Ma, lungo la strada, Socrate si fece pensieroso, meditando
chissà su che cosa, e restandosene indietro e quando lui si fermava per
aspettarlo, gli diceva di andare pure avanti. Quando Aristodemo giunse alla
casa di Agatone, trovò la porta aperta e qui, mi disse, gli capitò un fatto
curioso: un servo gli corse subito incontro e lo condusse dove i convitati
erano già tutti seduti, in procinto di mettersi a pranzo. Appena Agatone lo
vide: «Oh, Aristodemo,» fece, «arrivi proprio al momento giusto, per mangiare
un boccone con noi; se è per qualche altro motivo che sei venuto, lascialo per
dopo. Ieri ti ho cercato, proprio per invitarti, ma non sono riuscito a
trovarti. E Socrate? Come mai non è con te?» «Io mi volto indietro,» continuò a
raccontarmi, «e, infatti, non lo vedo più. Dissi, allora, che ero con lui e
che, appunto da lui ero stato invitato a quel pranzo.» «Hai fatto benissimo, ma
dov'è che s'è cacciato?» «Un attimo fa era dietro di me; sarei proprio curioso
di sapere anch'io dove può essere andato.» «Suvvia, ragazzo, non ti sbrighi?»
fece Agatone, «va a vedere dov'è Socrate e tu, Aristodemo, siediti là, vicino a
Eressimaco. Continuò a raccontare così, che mentre un servo gli dava da lavarsi
per mettersi a tavola, un altro venne a dire che quel bel tipo di Socrate se ne
era andato nell'atrio della casa vicina e se ne stava lì tutto immobile: «L'ho
chiamato,» riferì, «ma lui non vuol venire.» «Ma che sciocchezze stai dicendo?»
gridò Agatone. «Torna a chiamarlo, insisti.» «Allora, intervenni io,» mi
raccontò sempre Aristodemo, «pregandolo di lasciarlo tranquillo perché era una
sua abitudine quella di isolarsi tutt'a un tratto, e di restarsene immobile
dovunque si fosse trovato: ‹Vedrete che verrà, ne sono certo, ma ora non lo
disturbate, lasciatelo tranquillo›.» «Ah, va bene, va bene, se lo dici tu,»
commentò Agatone. «Però voi, ragazzi, ora portateci da mangiare. Voi mi mettete
in tavola sempre quello che vi passa pel capo, se non vi si sta addosso, ed io
non me ne son mai presa troppo la briga; ma oggi, fate conto come se foste
stati voi ad invitare queste persone e me e quindi, trattateci bene e fatevi
onore.» Così mi raccontò che si misero tutti a mangiare e che Socrate, intanto,
non si faceva vivo. Spesso Agatone insisteva. perché lo mandassero a chiamare,
ma lui lo sconsigliava. Finalmente Socrate fece la sua comparsa e non s'era
mica fatto aspettare poi tanto tempo, come di solito faceva: cioè quando il
pranzo era circa a metà. E Agatone che stava seduto in fondo: «Qua, qua,»
esclamò, «Socrate vieniti a sedere vicino a me, così, gomito a gomito, con un
sapiente, io potrò godere della grande scoperta che hai fatto davanti ai
portoni; è chiaro che qualcosa l'hai dovuta pur sempre scoprire, altrimenti mica
ti saresti mosso, tu.» E Socrate, sedendosi: «Sarebbe una bella cosa, Agatone,
se la sapienza potesse scorrere da chi ne ha di più a chi ne ha di meno,
soltanto che ci si mettesse uno vicino all'altro, come l'acqua che attraverso
un filtro passa dal bicchiere pieno a quello vuoto. Se anche per la sapienza è
così io sarò onoratissimo di starmene al tuo fianco; sono convinto che sarò
colmato da parte tua di tanta e bella sapienza, perché, vedi, la mia, seppure
ne ho, è ben misera, assai discutibile, vaga come un sogno, mentre la tua,
invece, così luminosa, così ricca di possibilità, tanto che, proprio ieri,
nonostante la tua giovane età, s'è rivelata e ha brillato in tutto il suo
fulgore davanti a più di trentamila greci.» «Sei un mascalzone tu, Socrate,»
fece Agatone, «ma fra poco ce la vedremo, io e te, in fatto di sapienza e
giudice sarà Dioniso. Intanto, per ora, pensa a mangiare. E così, continuò a
raccontarmi Aristodemo, Socrate si sedette e quando ebbe finito di mangiare,
insieme agli altri, fece le libagioni, poi cantarono tutti in onore del dio,
compirono gli altri riti dovuti e poi si misero a bere. A un tratto, mi riferì
Aristodemo, Pausania se ne uscì in queste parole: «Ehi, amici, non possiamo
andarci più piano? Francamente devo dirvi che mi sento male dopo la gran bevuta
di ieri e che devo pigliare un po' di respiro; e così, penso anche per molti di
voi: ieri c'eravate un po' tutti. Guardate, dunque, com'è che ci possiam
moderare un po'.» E Aristofane: «Pausania ha ragione. Non scherziamoci troppo
col vino; io mi sento ancora come una spugna zuppa, per ieri.» E allora
intervenne Eressimaco, il figlio di Acumeno: «Ottima idea. Su, coraggio, voglio
sentirne qualche altro; e a te, Agatone, come va col vino?» «Macché, anch'io
niente bene.» «Benissimo,» s'infervorò Eressimaco; «è proprio una fortuna per
me, per Aristodemo, per Fedro e per tutti quanti gli altri se voi, che in fatto
di bere ce la mettete tutta, oggi non vi sentiate in forma: di fronte a voi,
infatti, siamo dei pivellini. Per Socrate è un altro discorso: lui se la cava
benissimo sempre; sia che oggi si beva o meno, lui è sempre a posto. Ma, dato
che, mi pare, qui, oggi, nessuno ha troppa voglia di bere, io credo che se vi
parlassi dell'ubriachezza e del male che fa, la cosa non vi sarebbe sgradita;
come medico, è chiaro, devo dirvi che ubriacarsi fa male e che io non vorrei
mai bere più di un tanto e darei lo stesso consiglio agli altri, specie quando
il giorno prima s'è alzato un po' troppo il gomito.» «Sicuro,» intervenne
Fedro, quello di Mirrinunte; «sai che ti ascolto sempre, specie quando parli da
medico; e farebbero bene ad ascoltarti anche questi altri, se hanno un po' di
giudizio.» E così si trovarono tutti d'accordo di evitare una sbornia, per
quella volta e bere ciascuno per quel che gli andava. E poiché, ora,»
riprese Eressimaco, «siamo d'accordo che ognuno potrà bere solo quello che
vuole senza che nessuno stia lì ad obbligarlo, io propongo di mandare a spasso
la suonatrice di flauto, che è entrata ora (che se ne vada a suonare per conto
suo o, dentro, dalle donne) e noi, invece, di restare un po' qui, oggi, a
chiacchierare insieme; potrei anche dirvi di cosa, se volete.» Tutti, allora,
almeno così riferì Aristodemo, approvarono e lo esortarono a proporre
l'argomento. E così, Eressimaco, incominciò: «Inizio come la Melanippe di
Euripide, non sono mie le parole che sto per dirvi, infatti sono di Fedro. È
Fedro che ogni volta, tutto sdegnato, mi dice: ‹Non è una indecenza,
Eressimaco, che i poeti si mettano a comporre inni e canti a tutti gli dei e
che per Amore, invece, per un dio di quella specie, per un dio così grande, non
ce ne sia uno, tra tanti, che abbia scritto un solo verso di lode? Se pigliamo
i sofisti di fama, quello stesso grand'uomo di Prodico, per esempio, ti
scrivono in prosa di Ercole o di altri; e questo sarebbe niente se non mi fosse
capitato tra le mani il libro di un gran cervellone nel quale, costui, non
faceva niente po' po' di meno che l'elogio sperticato del sale e della sua
utilità: di questi elogi ne puoi trovare dovunque, in abbondanza. E pensare che
si spreca tanta fatica per simili argomenti e, poi, per Amore non s'è ancora
trovato nessuno, almeno fino ad oggi, che s'è sentito di celebrarlo degnamente:
ecco come si tratta un dio simile.› Secondo me Fedro ha proprio ragione.
Quindi, è mio desiderio fargli questo regalo e mostrarmi compiacente e, nello
stesso tempo, profittando dell'occasione, niente di meglio, a mio avviso, per
tutti noi, di rendere onore a questo dio. Se siete d'accordo anche voi potremmo
passare il tempo così: ognuno di noi, cioè, io penso, per esempio partendo da
destra, dovrebbe fare un discorso in lode di Amore, si capisce meglio che può;
e che cominci proprio Fedro che è il primo della fila e che, d'altro canto, è
stato lui proprio a darci l'idea per un simile argomento.» «Nessuno sarà
contrario, Eressimaco,» intervenne Socrate, «a cominciare da me che affermo di
essere un esperto soltanto in cose d'amore, né Agatone, né Pausania,
figuriamoci poi Aristofane che tra Bacco e Venere, ci passa la vita, e nemmeno
questi altri a quanto vedo. C'è un fatto però, che noi che siamo seduti
quaggiù, per ultimi, veniamo a trovarci in svantaggio; comunque, se i primi
diranno quel che devono dire e lo diranno bene, a noi basterà. E, allora, buona
fortuna, Fedro, comincia a fare le lodi di Amore.» Al che tutti quanti
approvarono e fecero eco alle parole di Socrate. Ora, quello che ciascuno
disse, Aristodemo non lo ricordava bene e, dal canto mio, io stesso, ora, non
ricordo più, tutto quello che lui mi riferì, tranne le cose più importanti e,
perciò, vi potrò ripetere solo quei discorsi che mi parvero più degni di
ricordo. E, così, il primo a parlare, mi raccontò, fu Fedro che incominciò
presso a poco col dire che Amore è un dio possente, meraviglioso, tanto fra gli
uomini che fra gli dei per molte e tante ragioni ma, soprattutto, per quel che
riguarda la sua nascita: «Egli ha il vanto,» continuò Fedro, «di essere, fra
tutti, il dio più antico e, prova di questo è il fatto che non ha genitori e
mai nessuno ne ha parlato, prosatore o poeta che fosse. Esiodo ci dice che ci
fu dapprima il Caos: la Terra dall'ampio petto, sicura sede e poi per tutti
sempre e, poi, Amore Insomma, secondo questo poeta, dopo il Caos ci furono
queste due divinità: Terra e Amore. E Parmenide così narra la genesi: Primo di
tutti gli dei creò Amore Con Esiodo concorda Acusilao. Quindi, da più fonti, si
conviene che Amore è antichissimo. E, così com'è il più antico, è fonte, per
noi, di grandissimi beni. Io, infatti, non so se vi sia un bene maggiore che
avere, fin da giovani una persona virtuosa da amare o anche viceversa, che ci
ami. E, in effetti, niente come Amore può dare all'uomo quei principi che
valgono per vivere rettamente tutta la vita, non la nascita, non gli onori, non
la ricchezza, niente di questo. Ma a quali principi voglio alludere?, mi
chiedo: alla vergogna per le brutte azioni e al desiderio di buone, senza dei
quali né stati né individui possono mai realizzare qualcosa di grande e di
bello. E, inoltre, io dico che un uomo innamorato, sorpreso a commettere una
brutta azione o a subirla, se la sua viltà non gli consente di difendersi, non
proverà mai tanto dolore se lo vede il padre o l'amico o chiunque altro, quanto
se lo vedesse la persona amata, E lo stesso è per quest'ultima, che se fa
qualcosa di male si vergogna soprattutto se è vista da chi la ama. Oh, se ci
potesse essere una città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi
sarebbe modo migliore di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e
rivaleggiare tra loro nelle belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco
dell'altro, anche se in pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero.
Perché l'uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a
gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata,
piuttosto preferirebbe centomila volte morire; e, d'altronde, abbandonare la
persona cara, non prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c'è nessun uomo
tanto vile cui Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se
fosse posseduto da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura.
Insomma, lo stesso soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in
taluni eroi, Amore, come un suo dono, suscita in quelli che amano.E poi, solo
quelli che amano sono pronti a morire per gli altri e non solo gli uomini ma
anche le donne. Vedi Alcesti, per esempio, la figlia di Pelia che per noi greci
è la più bella prova di ciò che dico, la quale fu la sola a voler morire al
posto del suo sposo che aveva pure un padre e una madre; costei fu tanto più
sublime, nel suo cuore di donna, acceso, appunto dall'amore, da far apparire i
parenti di lui quasi degli estranei al loro stesso figliolo, legati a lui
soltanto dal nome. E questo gesto fu giudicato così bello non solo dagli uomini
ma anche dagli dei, che questi, pur concedendo solo a pochi, tra i tanti che
compiono belle imprese, il privilegio di vedersi restituita alla luce la loro
anima, consentirono a questa fanciulla il ritorno alla terra, commossi del suo
gesto; questo dimostra che gli dei apprezzano moltissimo lo zelo e la virtù che
nascono dall'amore. Orfeo, invece, il figlio di Eagro, te lo rimandarono fuori
dall'inferno senza che avesse ottenuto nulla, mostrandogli solo la falsa
immagine della sua donna, per la quale egli era sceso nell'Ade e non gliela
restituirono, considerandolo un debole (suonatore di cetra com'era) perché non
aveva avuto il coraggio di morire per amore, come Alcesti, ma, vivo, era
riuscito a penetrare nell'Ade e con l'astuzia. Ecco perché gli inflissero
questa punizione e lo fecero morire per mano di donne. Non così Achille che
onorarono invece e mandarono alle isole dei beati perché per quanto egli fosse
già stato avvertito dalla madre che se avesse ucciso Ettore sarebbe morto
mentre se l'avesse risparmiato sarebbe ritornato in patria e lì avrebbe finito
vecchio i suoi giorni, preferì scendere in campo per Patroclo, per l'amico che
amava e vendicarlo e morire per lui, non solo, ma per lui morto; per questo gli
dei profondamente ammirati gli resero onori grandissimi, come quello che aveva
tenuto così alto nel suo cuore l'amico amato. Eschilo dice un'inesattezza
quando afferma che era Achille l'amante di Patroclo, lui che non solo era più
bello di Patroclo ma di tutti gli altri eroi, imberbe ancora e quindi molto più
giovane di lui come dice Omero. La verità, però, è che gli dei pur onorando
assai questo sentimento d'amore, volgono più la loro ammirazione, le loro lodi
a colui che ricambia l'amore di chi lo ama, piuttosto che a quest'ultimo. Colui
che ama è cosa più divina di chi si lascia amare, perché un dio lo possiede;
per questo gli dei onorarono maggiormente Achille che non Alcesti e gli
dischiusero le isole dei beati. Per concludere io affermo che Amore è il più
antico degli dei, il più degno di onori, quello che più può infondere agli
uomini virtù e felicità, sia mentre vivono che dopo la loro
morte.» Questo, presso a poco, a quanto mi riferì Aristodemo, fu il
discorso di Fedro. Dopo di lui parlarono altri, però non ricordava molto. E così
passò a riferirmi il discorso di Pausania che prese a dire: «Non mi pare che tu
abbia ben impostato il tuo discorso, Fedro, così come hai troppo
semplicisticamente fatto le lodi di Amore. Se, infatti, Amore fosse uno solo,
la cosa sarebbe potuta anche passare; ma il fatto è che non è uno soltanto e
quindi è più giusto precisare prima qual è che bisogna lodare. Ed è a questo
errore che io cercherò di rimediare, in primo luogo dicendo quale Amore
convenga lodare e poi facendone in modo degno l'elogio. Tutti riconoscono che
non si può concepire Venere senza Amore. Se di Venere ce ne fosse una sola, lo
stesso dovrebbe dirsi di Amore, ma poiché due sono le Veneri, due saranno anche
gli Amori. Non sono forse due le dee? Una, la più antica, che non ebbe madre, la
figlia del Cielo, che appunto chiamiamo Celeste, l'altra, più giovane, figlia
di Giove e di Dione, che chiamiamo Pandemia. Ne consegue che l'Amore che
convive con quest'ultima, giustamente vien chiamato Pandemio, l'altro, Celeste.
Gli dei, in verità, bisogna onorarli tutti, ma ora, di questi due, occorre pur
dire quali sono gli attributi. Intanto, ogni azione ha questo di
caratteristico: che per se stessa non è mai bella o brutta. Per esempio: quello
che noi ora stiamo facendo, cioè bere, cantare, discutere, in se stesso, non è
che sia bello, ma lo diventa dal modo con cui questa azione viene compiuta:
onestamente e rettamente, è bella, altrimenti, la stessa azione è cattiva. Lo
stesso è quando si ama: non ogni Amore è bello o degno di lode, ma solo quello che
spinge a nobilmente amare.«Orbene, l'Amore che convive con la Venere Pandemia,
è ovvio che sarà anch'egli Pandemio, cioè volgare e si comporta un po' alla
carlona; questo tipo d'Amore vien prediletto dai mediocri che non fan
differenza a giacersi con donne o giovincelli di cui amano, oltretutto, più il
corpo che l'animo, anzi preferiscono gli esseri sciocchi, tutti presi come sono
dall'atto carnale, senza un briciolo di buon gusto, e accade così che finiscono
per comportarsi come capita, bene o male che sia. Questo perché un simile Amore
deriva dalla Venere più giovane che, nascendo, s'ebbe i caratteri della femmina
e, insieme, quelli del maschio. L'altro Amore, invece, deriva dalla Venere
Celeste che anzitutto non partecipa della natura femminile ma solo di quella
maschile (e questo è l'amore per i giovinetti) e, in secondo luogo è più antica
e immune da ogni forma di libidine. Così, quelli che sono infiammati da questo
Amore, volgono le loro predilezioni al sesso maschile presi come sono da ciò
che, per natura, è più vigoroso e dotato di più aperto intelletto. E in questa
passione per i giovani è facile riconoscere quelli che sono nobilmente
infiammati da questo Amore; costoro, infatti, non si legano ai giovani se non
quando questi hanno già una loro maturità intellettuale e vedono spuntare la
prima barba. Io penso, infatti, che chi per amarli attende che essi giungano a
questa età, lo fa per poter convivere poi tutta la vita con loro in una dolce
intimità e non per ingannarli, per approfittare della loro ingenuità e
sbeffarli, piantandoli poi in asso per correre dietro a un altro. Anzi ci
vorrebbe proprio una legge che vietasse di aver relazioni amorose con i
minorenni, per evitare che si sciupi tempo e fatica per un esito incerto; con i
ragazzi, infatti, non si sa mai come vada a finire, se faranno una buona
riuscita o meno, sia per quel che riguarda le doti fisiche che per quelle
morali. I galantuomini se la pongono da sé questa legge, ma per i dongiovanni
da quattro soldi, sarebbe proprio necessario far qualcosa in proposito, così
come abbiamo impedito, meglio che s'è potuto, che avessero rapporti intimi con
donne di condizione libera. Sono questi che han fatto degenerare la cosa a tal
punto che ora c'è gente che afferma che è brutto corrispondere chi ci ama; e lo
dice proprio perché ha davanti agli occhi l'esempio di questi tipi, privi
affatto di buon gusto e di un minimo di pudore, giacché nessuna cosa, se è
fatta nei dovuti limiti e secondo onestà, può giustamente tirarsi dietro un
qualche biasimo. Negli altri Stati, intanto, le leggi sull'amore non sonio di
difficile interpretazione, regolate da principi assai semplici, così come
concettosi e ingarbugliati sono da noi. Nell'Elide, per esempio o a Sparta o
anche in Beozia, dove la gente non è abituata a far bei discorsi, viene, molto
semplicemente, riconosciuto che è bello corrispondere chi ama e nessuno,
giovane o vecchio che sia, si sognerebbe di dire che è cosa brutta; questo, a
mio avviso, perché non vogliono pigliarsi troppo la briga di persuadere i
giovani, inesperti come sono nell'arte del dire. Nella Ionia, invece, e in
molte altre parti dove predominano popolazioni non greche, la cosa è ritenuta
vergognosa; presso i popoli stranieri, del resto, proprio per i loro regimi
tirannici, anche l'amore che uno può portare alla sapienza o alla ginnastica, è
cosa disonesta. Infatti, io penso che ai governanti non convenga che sorgano
tra i sudditi nobili e forti proponimenti o salde amicizie o identità di
vedute, tutte cose, queste, che è proprio l'amore, di solito, a
far nascere. E questo l'hanno imparato anche qui da noi i nostri tiranni,
come l'amore di Aristogitone e l'intrepida amicizia di Armodio, abbiano
distrutto il loro potere. Pertanto, là dove si ritiene che è cosa disonesta
corrispondere chi ama, ciò è dipeso dalla mediocrità dei legislatori,
dall'arroganza dei governanti e dalla viltà dei sudditi; laddove, invece, la
cosa è ritenuta senz'altro bella, in linea assoluta, è stato per la pigrizia di
chi ha fatto la legge. Quindi, da noi, vige una consuetudine più bella che
altrove ma, come dicevo prima, non è facile, però, interpretarla. «Si
pensi, infatti, che da noi si reputa più bello amare alla luce del sole che di
nascosto, amare, poi, soprattutto, chi è virtuoso e nobile anche se è più brutto
degli altri e che si dà un incoraggiamento straordinario a chi ama, non
ritenendo affatto che la sua sia un'azione vergognosa, anzi è motivo di
orgoglio riuscire nel proprio intento ed è quasi un disonore, invece, fallire
nella conquista e che la legge accorda all'amante, per le sue imprese amorose,
la libertà di fare cose addirittura straordinarie e di riceverne lode, cosa che
se uno facesse con altre intenzioni e per altri fini, si tirerebbe addosso il
biasimo di tutti. Se uno, infatti, volendo farsi dare del denaro da qualcuno o
desiderando ottenere un pubblico impiego o qualche carica, si mettesse a fare
quel che gli amanti fanno per i loro fanciulli, suppliche, scongiuri, per
ottenere quello che bramano, i giuramenti che fanno, tutte le notti che passano
fuori davanti all'uscio del loro amore, tutti i servizi a cui si piegano,
quelli più infimi, cui nessuno schiavo s'adatterebbe, costui si vedrebbe
ostacolato in questo suo modo di fare, non solo dagli amici ma anche dai suoi
avversari che gli rimprovererebbero queste smancerie e questo servilismo,
richiamandolo al dovere e vergognandosi per lui; se tutto questo uno, invece,
lo fa per amore, acquista addirittura pregio e la nostra legge glielo consente,
senza che su di lui ricada biasimo alcuno, come se, in effetti, compisse una
cosa bellissima. Ma quello che è ancora più straordinario è che, a quanto
dicono i più, solo a chi ama è concesso, quando giura e poi non mantiene il
giuramento, di ottenere il perdono degli dei perché, a quanto si dice, in amore
non c'è giuramento che valga. È per questo che sia gli dei che gli uomini hanno
concesso, a chi ama, un'assoluta libertà, come ci provano le nostre leggi.
Tutto questo autorizzerebbe a credere che in questa nostra patria, amare e
corrispondere chi ama è ritenuta cosa bellissima. Eppure quando i genitori ti
mettono alle calcagna dei loro figlioli un pedagogo, col preciso incarico di
tenerli lontani dai loro corteggiatori, quando i compagni e i coetanei fanno
quasi succedere uno scandalo se si accorgono di qualcosa del genere, mentre i
più anziani lasciano che dicano e non intervengono a queste esagerate reazioni,
a guardar bene tutto questo sembrerebbe proprio che qui da noi l'amore sia
considerato cosa del tutto disonesta. Il fatto è, a mio avviso, che la cosa sta
invece così: non c'è nulla di assoluto, come accennai prima, e niente è bello o
brutto per se stesso, ma diventa l'uno o l'altro a seconda che sia fatto bene o
male. Così, l'amore diventa cosa spregevole se, senza alcun buon gusto, uno si
concede a un essere spregevole, è cosa bella, invece, quando lo si fa
onestamente con persona onesta. Ed amante del tutto indegno, volgare, è colui
che ama più il corpo che l'animo, perché costui, infatti, non è costante, preso
com'è da cosa che non dura. Quando, infatti, sfiorisce la bellezza del corpo,
di quel fiore che amava, egli ‹fugge lontano, scompare› e addio promesse e
belle parole. Chi, invece, ama qualcuno per la bellezza del suo animo, gli
resta fedele per tutta la vita, perché s'è congiunto a cosa che dura. Perciò le
nostre leggi si prefiggono di ben individuare tutti costoro per accordare, agli
uni, ogni favore e mettere al bando gli altri e per questo si esortano gli
amanti a insistere nelle loro profferte e gli amati a schermirsi, cercando
così, per questa specie di gara, di stabilire a quale delle due categorie
appartengano gli uni e gli altri. Per questo motivo è ritenuta gran brutta
cosa, prima di tutto, lasciarsi sedurre, così, in quattro e quattr'otto, senza
dar tempo al tempo, che, in fondo, si sa, per tante cose è un gran maestro; in
secondo luogo, lasciarsi incantare dal denaro o dalle prospettive di cariche
politiche, sia che il giovane per qualche violenza subita si intimorisca e si
metta in condizione di non reagire, sia che, prospettandogli la possibilità di
far denaro o di avere successo in politica, egli non vi rinunci sdegnosamente:
infatti, nessuna di queste cose è sicura e durevole, oltre al fatto, poi, che
da esse non potrà mai nascere una lunga amicizia. Quindi, secondo la nostra
legge, non c'è che una strada perché l'amato possa onestamente corrispondere e
compiacere l'amante, ed è questa: come non è affatto vergognoso e umiliante,
per chi ama, sottoporsi per il suo amore, a ogni sorta di schiavitù, così c'è
una sola servitù volontaria, non indecorosa o infamante: quella che ha per
oggetto la virtù. «Ed è norma ancora, da noi, che se uno si mette al servizio
di un altro ritenendo che ciò possa contribuire a renderlo migliore nel campo
del sapere o in qualche altra virtù, questa sottomissione volontaria non è
vergognosa, né servile. Occorre, pertanto, che queste due norme, quella
sull'amore dei giovinetti e quella sul desiderio di acquistar sapienza o
qualsiasi altra virtù, si fondano insieme se si vuole che sia veramente una
cosa bella che il giovane conceda le sue grazie a un amante. Infatti quando
l'amante e la persona amata s'incontrano, ciascuno, ligio a una sua precisa
condotta, cioè l'uno disposto a servire il giovane che gli ha concesso i suoi
favori e a servirlo onestamente, l'altro, con la stessa onestà, a seguire la
volontà di chi lo rende sapiente e migliore e quando il primo sia veramente
capace di dare senno e virtù e l'altro veramente desideroso di educarsi e
d'acquistar, in ogni modo, sapienza, quando questo avviene, quando queste due
direttrici convergono a un unico fine, oh, allora, si è cosa bella che la
persona amata conceda i suoi favori a chi l'ama, altrimenti niente da fare. In
questo caso essere ingannati non è nemmeno mortificante; in tutti gli altri
casi, ingannati che si sia o meno, c'è da arrossir di vergogna. Se un giovane,
infatti, in un miraggio di ricchezza, si è lasciato sedurre per denaro e poi
resta ingannato perché s'accorge che il suo seduttore è povero, questo giovane,
compie un'azione molto spregevole, perché s'è rivelato quel che egli era: un
uomo capace di darsi a chiunque per sete di denaro e questo non è bello. E per
un ragionamento analogo, se lo stesso giovane, invece, si fosse concesso a
persona virtuosa, riconoscendo che sarebbe divenuto migliore proprio in virtù
di quella corrispondenza e poi fosse stato ingannato perché il suo amante s'è
rivelato persona del tutto mediocre, priva di qualsiasi virtù, ebbene questa
delusione è motivo di compatimento; infatti, egli ha dimostrato di esser pronto
a dar tutto se stesso a chiunque, ma per la virtù e pur di diventar migliore, e
questo, certo, è tra tutte, cosa bellissima. In conclusione, il concedersi per
ottenere, in cambio, virtù, è bello. Questo è l'Amore della dea celeste,
celeste egli stesso, degno in tutto di venerazione da parte dello stato come
dei singoli individui, che spinge gli amanti e le persone amate, ciascuno per
quel che gli compete, a preoccuparsi soltanto d'essere virtuosi. Quanto agli
altri amori, provengono tutti dalla Venere Pandemia, volgare. Questo è quanto
ho improvvisato, Fedro, così su due piedi, a proposito di Amore.» Dopo la pausa
di Pausania (guarda un po' che giochetti di parole ti sto a fare, che
m'insegnano i dotti), a quanto ebbe a riferirmi Aristodemo, toccava ad
Aristofane, senonché, vuoi per la pienezza di stomaco, vuoi per qualche altra
causa, costui aveva il singhiozzo e, quindi, era nell'impossibilità di parlare.
Si rivolse, allora a Eressimaco, il medico, che gli era seduto accanto: «Cerca
di liberarmi da questo singhiozzo, Eressimaco,» gli disse, «o, almeno, prendi
tu la parola, finoa quando non si sarà calmato.» «Cercherò di venirti incontro
in un modo e nell'altro; parlerò io al tuo posto e poi interverrai tu quando ti
sarà passato; intanto cerca di trattenere il respiro per qualche minuto e
vedrai che il singhiozzo se ne andrà, oppure bevi un sorso d'acqua, fai dei
gargarismi e, se persiste, prendi qualcosa che ti solletichi il naso e cerca di
starnutire e vedrai che, con un paio di starnuti, per quanto ostinato, ti
passerà.» «Sì, ma tu sbrigati a parlare,» insistette Aristofane, «intanto io
cercherò di fare come tu dici.» E così Eressimaco incominciò: «A mio
avviso, mi par necessario che cerchi di concludere il discorso che Pausania ha
iniziato così bene ma che poi non ha portato a termine. Che Amore sia duplice,
ci sembra distinzione esatta; ma che esso non alberga solo negli uomini
attratti dalle belle creature, ma in tutti gli altri esseri, a loro volta presi
per altre forme, negli animali, per esempio, nelle piante e comunque in tutte
le creature viventi, io credo di averlo dedotto dalla medicina, la nostra arte
e, altresì, come Amore sia grande e meraviglioso iddio, presente ovunque in
ogni cosa umana e divina. Comincerò, quindi, a trattar l'argomento da un punto
di vista medico, anche in omaggio a questa arte. La natura dei corpi è tale che
essi hanno in sé questo duplice Amore; infatti, per il corpo, malattia e salute
sono, come tutti sanno, due condizioni diverse e contrarie e, come tali,
perciò, non appetiscono e non desiderano mai le stesse cose. In poche parole,
altro è il desiderio che prova la parte sana, altro quello che sente la parte
malata. E come Pausania diceva poco fa che è bello concedersi a un amante
virtuoso e vergognoso è, invece, darsi a un dissoluto, lo stesso è anche per i
corpi per cui è cosa bella, anzi doverosa, favorire lo sviluppo delle parti
sane di ciascun organismo (e, in fondo, proprio questo è il compito del medico)
ed è male, invece, farlo per le parti malate per le quali occorre agire con
intransigenza, se si è veramente capaci nell'arte medica. Infatti, la medicina,
per dirla in breve, è la scienza che studia le tendenze affettive
dell'organismo nel suo riempirsi e svuotarsi e chi sa distinguere in queste
tendenze, le buone dalle cattive, costui è un gran medico; chi, poi, queste
tendenze le sappia anche modificare o suscitarne una al posto dell'altra o
stimolarne qualcuna laddove non ve ne siano e invece dovrebbero esservi o,
addirittura, cancellare quelle che vi sono, costui, allora, sarà proprio un
maestro eccellente. Bisogna, infatti, che le parti di un organismo che sono tra
loro incompatibili si riconcilino e trovino una loro reciproca armonia. E gli
elementi più incompatibili sono quelli contrari, freddo e caldo, amaro e dolce,
secco e umido e così via; e poiché ad aver saputo conciliare ed armonizzare
tutti questi contrari è stato nostro padre Asclepio, egli, come dicono questi
poeti e come anch'io sono convinto, è il fondatore di questa nostra scienza.
Tutta la medicina, dunque, come vi sto dicendo, è governata da questo dio, come
del resto la ginnastica e l'agricoltura. Quanto alla musica, poi, basta un
minimo di riflessione perché tutti comprendano che essa si comporta alla stessa
stregua delle altre arti, come anche Eraclito, del resto, forse vuol dire,
sebbene non si esprima in termini molto chiari: ‹L'unità in sé discorde,› dice,
‹con se stessa s'accorda, come l'armonia dell'arco e della lira.› Ora, è
assurdo pensare che l'armonia sia mancanza di accordi o che nasca da elementi ancora
discordanti tra loro. Egli, forse, voleva dire che essa nasce da elementi prima
discordanti, l'acuto e il grave, per esempio, che si son poi accordati per
virtù della musica; infatti, non è certo possibile che l'armonia risulti da
suoni tuttora discordi tra loro quali l'acuto e il grave. In verità, l'armonia
è consonanza e la consonanza è accordo; non è possibile, ora, che vi sia
accordo da cose discordi finché restino tali, come impossibile è che vi sia
armonia quando gli elementi discordanti non abbiano trovato il loro accordo;
così come anche il ritmo, del resto, che risulta dal veloce e dal lento prima
discordi tra loro ma poi armonizzati insieme. E l'accordo fra tutti gli
elementi, come per quelli di prima era dato dalla medicina, così per questi è
dato dalla musica che produce, quindi, tra loro, reciproca armonia e
corrispondenza. La musica, quindi, per quanto riguarda il ritmo e l'armonia, è
scienza d'amore. Non è difficile, poi, individuare nella stessa costituzione
del ritmo e dell'armonia questa sua peculiarità, in quanto in essa non vi sono
le due specie d'amore. Quando però si compongono ritmi e armonie per la gente
(ed è questa, propriamente, ciò che si chiama composizione musicale) o si
eseguono fedelmente melodie e partiture altrui (e questo è virtuosismo), allora
sì che viene il difficile e occorre un bravo artista. E qui si torna al
discorso di prima, cioè che bisogna compiacere alle persone per bene o a quelle
che ancora non lo sono ma vogliono diventarlo e conservarsi il loro amore che è
poi quello bello, quello celeste, l'amore di Afrodite Urania; quello di
Polimnia, invece, è l'amore pandemio, volgare, cui bisogna concedersi con
prudenza e che dobbiamo, a nostra volta, con prudenza concedere per goderne
senza tuttavia farne abuso. Del resto, anche nella nostra scienza è molto
importante sapersi ben destreggiare con i desideri per la buona cucina in modo
da saperla gustare senza poi ammalarsi. E così nella musica, nella medicina e
in tutto il resto, sia nelle cose umane come in quelle divine, occorre tener
presenti, per quanto possibile, l'uno e l'altro amore, dovunque contenuti
entrambi. «E anche le stagioni dell'anno, nella loro successione, son
colme di questi due amori e quando gli elementi contrari di cui parlavo prima,
il caldo e il freddo, il secco e l'umido, cadono sotto l'influenza dell'amore
benigno che li armonizza e li compone sapientemente, allora le stagioni recano
abbondanza e salute agli uomini, agli animali e alle piante e non portano alcun
danno. Quando, invece, ha il sopravvento l'altro amore, con tutta la sua
violenza, ecco, allora, rovine e distruzione ovunque, ecco la causa di
pestilenze e di molti altri simili morbi per gli animali e le piante; e,
infatti, il gelo, la grandine, la rubigine derivano dalla violenza e dal
disordine con cui si manifestano queste tendenze d'amore. La scienza che,
attraverso il moto degli astri e il succedersi delle stagioni indaga questi
fenomeni, si chiama astronomia. Inoltre, tutti i sacrifici e i riti a cui
presiede l'arte profetica, nel loro insieme (sono essi a mantenere un rapporto
tra gli uomini e le divinità) non hanno altro scopo che di custodire e
salvaguardare l'Amore; ogni scelleratezza, infatti, nasce perché non si
dimostra buona disposizione nei riguardi dell'amor benigno, né, in quel che si
fa, lo si tiene nella dovuta stima e lo si onora. Cose, invece, che si
concedono tutte all'altro amore, sia per quel che riguarda i rapporti con i
propri genitori, vivi o morti che siano, sia quelli con gli dei. A queste cose,
appunto, l'arte profetica è destinata, per cui deve sorvegliare gli amori e
apprestarne i rimedi; e la divinazione è all'origine dell'amicizia tra gli dei
e gli uomini in quanto, delle tendenze umane, conosce quelle che si volgono
alla giustizia e alla pietà. Dunque, tanto grande e vasta, anzi, universale è
la forza d'Amore, ma quello che si volge al bene con saggezza e giustizia sia
nei nostri rapporti umani che in quelli degli dei tra loro, ha forza ancora
maggiore e ci dà la felicità e ci fa vivere nella concordia e nell'amicizia con
tutti e con chi è migliore di noi, cioè con gli dei. Forse anch'io ho
tralasciato molte cose, mio malgrado, in questo elogio d'Amore; se l'ho fatto,
è compito tuo Aristofane rimediarvi; se, invece, vuoi onorare il dio in altro
modo, fallo pure, dato che il singhiozzo t'è passato.» E così, mi riferì
Aristodemo, cominciò a parlare Aristofane che disse: «Veramente è passato ma
solo con lo starnuto, tanto che io mi meraviglio come il corpo umano, così ben
fatto, abbia proprio bisogno di tanto rumore e solleticamenti, come lo
starnuto. Sta di fatto, però, che il singhiozzo è cessato appena ho
starnutito.» «Ma, mio caro Aristofane,» ribatté Eressimaco, «sta un po' attento
a quel che fai; ti metti a far dello spirito proprio ora che devi parlare e
così mi costringi a stare sul chi va là per ogni tua parola, nel caso ti
saltasse in mente di dirle grosse, e sì che potresti parlar tranquillamente.»
«Hai ragione, Eressimaco,» ammise Aristofane, ridendo, «fingi come se non
avessi detto nulla. Ma non stare sul chi va là mentre parlo perché io ho
proprio paura, non tanto perché, forse, con quello che sto per dire, farò
ridere, il che potrebbe essere anche piacevole e coerente con la mia musa, ma
perché mi farò invece deridere.» «Sì, sì, va bene, Aristofane, tu prima lanci
il sasso e poi nascondi la mano; mettici attenzione, invece, e parla come se
dovessi dar conto di quello che dici; da parte mia, intanto, vedrò di lasciarti
tranquillo.» Per dir la verità, Eressimaco,» cominciò Aristofane,
«io avrei in mente di fare un discorso diverso da quello tuo e di Pausania. Io
credo, infatti, che di tutta questa potenza dell'Amore, gli uomini non se ne
siano accorti per niente, altrimenti gli avrebbero innalzato templi grandiosi,
altari, gli farebbero sacrifici magnifici e, invece, nulla di tutto questo
mentre sarebbe la prima cosa da fare. Nessuno come lui, tra tutti quanti gli
dei, è amico degli uomini, viene in loro aiuto, cerca di curarne i mali, la cui
guarigione, forse, sarebbe la più grande felicità del genere umano. Quindi, io
cercherò di svelarvi la sua potenza e voi, a vostra volta, la rivelerete agli
altri. Per prima cosa, dovete rendervi conto cosa sia la natura umana e quali
siano state le sue vicende; per il passato, infatti, essa non era quella che è
oggi. Nel principio, tre erano i sessi dell'uomo, non due, il maschio e la
femmina, come ora: ce n'era un terzo che aveva in sé i caratteri degli altri
due, ma che oggi è scomparso e del quale resta soltanto il nome: l'ermafrodito.
Esso, infatti, era un essere a sé stante che, nell'aspetto esteriore e nel
nome, aveva dell'uno e dell'altro, cioè, del maschio e della femmina; oggi,
ripeto, non resta che il nome che, per di più, ha un significato infamante.
Inoltre, la figura di questo essere umano era arrotondata, dorso e fianchi
formavano come un cerchio; aveva quattro mani e quattro erano pure le gambe;
aveva anche due facce, piantate su un collo anch'esso rotondo, completamente
uguali e attaccate, in senso opposto, a un unico cranio; aveva quattro orecchie,
doppi gli organi genitali e, da tutto questo, possiamo immaginarci il resto.
Camminavano in posizione eretta, come noi, volendo potevano spostarsi in
qualunque direzione e, quando correvano, facevano un po' come i nostri
saltimbanchi che gettano in aria le gambe e capriolettano su se stessi: e
poiché gli arti erano otto, appoggiandosi su di essi, procedevano, a ruota,
velocemente. I sessi erano tre, perché quello maschile aveva avuto origine dal
sole, quello femminile dalla terra e l'altro, con i caratteri d'ambedue, dalla
luna, dato che quest'ultima partecipa del sole e della terra insieme: perciò
avevano quell'aspetto e si spostavano rotolando, perché somigliavano a quei
loro progenitori. Avevano una resistenza e una forza prodigiosa, nonché
un'arroganza senza limiti, tanto che si misero in urto con gli dei e quel che
dice Omero di Efialte e di Oto, che tentarono di scalare il cielo, va riferito
a costoro. «E così Giove e gli altri dei si consigliarono sul da
farsi ma non seppero risolversi: non era il caso di ucciderli, infatti, come i
Giganti, e di estinguerne la specie a colpi di fulmine (il che sarebbe stato
come far sparire onori e sacrifici agli dei da parte degli uomini) e del resto
non era possibile continuare a sopportare oltre la loro tracotanza. A furia di
pensare, Giove, finalmente, ha un'idea: ‹Ho trovato il sistema,› esclamò,
‹perché gli uomini sopravvivano ma, nello stesso tempo, divengano più deboli e
la smettano con la loro prepotenza. Ecco che li taglierò, ciascuno, in due,›
continuò, ‹così diventeranno più deboli, e, dato che aumenteranno di numero
potranno esserci anche più utili. Cammineranno su due gambe e, se non si
metteranno tranquilli e faranno ancora i prepotenti, li taglierò ancora e cosi
impareranno a camminare su una gamba sola, come nel gioco degli otri.› Detto
fatto, si mise a tagliare gli uomini in due come si tagliano le sorbe quando si
mettono a seccare, o come si divide un uovo col crine. E via via che tagliava,
poi, raccomandava ad Apollo che a ciascuno gli rivoltasse il viso e la metà del
collo dalla parte del taglio in modo che l'uomo, vedendosi sempre la sua
spaccatura, diventasse più mansueto; Apollo, infine, provvedeva a chiudere le
altre parti. Girava la faccia e, tirando la pelle, tutta verso quel punto che
noi ora chiamiamo ventre, come chi fa per chiudere coi lacci una borsa, faceva
una specie di groppo, che legava proprio in mezzo alla pancia, quello che noi
chiamiamo ombelico. Spianava, poi, le molte rughe e modellava il petto usando
un arnese un po' simile a quello che adoperano i sellai per spianare, sulla
forma, le grinze del cuoio: ne lasciava, però, qualcuna, nei paraggi del ventre
e intorno all'ombelico, in ricordo dell'antico castigo. Fu così che gli uomini
furono divisi in due, ma ecco che ciascuna metà desiderava ricongiungersi
all'altra; si abbracciavano, restavano fortemente avvinti e, nel desiderio di
ricongiungersi nuovamente, si lasciavano morire di fame e di accidia, non
volendo far più nulla, divise com'erano, l'una dall'altra. Quando, poi, una delle
due metà, moriva, quella rimasta in vita, se ne cercava un'altra e le si
avvinghiava, sia che le capitasse una metà di sesso femminile (che oggi noi
chiamiamo propriamente donna) che una di sesso maschile; e così, morivano.
Allora Giove, impietosito, ricorse a un nuovo espediente: spostò il loro sesso
sul davanti; prima, infatti, l'avevano dalla parte esterna e generavano e si
riproducevano non unendosi tra loro, ma alla terra, come le cicale. Dunque,
trasferì questi organi sul davanti e, così facendo, rese possibile la
procreazione attraverso l'unione del maschio nella femmina; lo scopo era quello
di far generare e di perpetuare la specie grazie a un simile accoppiamento tra
maschio e femmina; se, invece, l'unione fosse stata fra maschi, dopo un po' sarebbe
venuta sazietà da questo connubio e così, una volta separatisi, sarebbero
potuti ritornare al lavoro e alle altre cure della vita. Da tempi remoti,
quindi, è innato negli uomini il reciproco amore che li riconduce alle origini
e che di due esseri cerca di farne uno solo risanando, così, l'umana
natura. «Quindi, ciascuno di noi è come la metà di un unico
contrassegno, dal momento che fu tagliato in due, come le sogliole, e va
continuamente in cerca dell'altra metà. Ora, tutti quegli uomini che son
derivati dalla divisione di quel doppio essere, cioè, dall'ermafrodito, come
l'abbiamo appunto chiamato, sentono tutti l'attrazione per le donne e da lì
provengono anche la maggior parte degli adulteri; così pure hanno la stessa
origine le donne che vogliono il maschio e le adultere. Invece, le donne che
son derivate dalla divisione di un essere di sesso femminile, sono frigide nei
riguardi dell'uomo e sentono, piuttosto, attrazione per le altre donne e da qui
sono nate le lesbiche. Quegli uomini, infine, che son nati dalla divisione di
un essere maschile, van dietro ai maschi e, finché son ragazzi, per il fatto
che son parti di maschio, amano gli uomini e godono di giacersi stretti
abbracciati con loro. Questi sono i ragazzi, i giovinetti più in gamba, dotati di
un'indole virile; c'è della gente che dice che costoro sono degli svergognati,
ma sbaglia: non per impudenza, infatti, fanno questo ma perché sono arditi,
valorosi e virili e, come tali, cercano il loro simile. E questa è la prova
migliore: in età matura, soltanto costoro diventano dei veri uomini e
partecipano alla vita politica. Da adulti, poi, sono loro ad amare i fanciulli
e se non fosse perché la consuetudine un po' ve li costringe, se dipendesse
dalla loro natura, certo non penserebbero affatto a sposarsi e ad avere dei
figli, anzi sarebbero contentissimi di vivere così da scapoli. Insomma, da qui
nascono quelli che amano gli uomini o si lasciano da essi amare, preferendo
sempre chi ha la loro stessa natura. E quando uno incontra quella che fu la sua
metà, non solo chi si sente attratto verso i fanciulli, ma anche ogni altro,
sente allora nascere in sé quel sentimento di amicizia, di intimità, di amore
per cui non sa più vivere separato dall'altro, nemmeno un istante, tanto per
dire. E questi che passano insieme la loro vita non ti saprebbero nemmeno più
dire quello che vogliono per loro; e io penso che nessuno crederà che sia
soltanto l'attrazione fisica a tenerli così appassionatamente uniti; è certo
che l'anima loro cerca qualcos'altro, che non sa definire ma che vagamente
intuisce. Se, per esempio, mentre stanno dolcemente insieme, comparisse Efesto,
con gli strumenti del suo potere e chiedesse loro: ‹Cosa vorreste, uomini,
l'uno dall'altro?› e vedendoli incerti chiedesse ancora: ‹Non desiderate, forse,
diventare una cosa sola in modo che non possiate mai separarvi, né di giorno né
di notte? Se è questo che volete, io vi unirò, vi fonderò in una stessa natura
così che da due voi diventiate uno e la vostra vita la viviate come un essere
solo e quando morrete, anche laggiù, nell'Ade, possiate essere uno solo invece
di due, uniti da un'unica morte. Vedete un po', allora, se è questo che
desiderate, se è questo che vi basta ottenere.› Dunque. se udissero queste
parole, siamo convinti che nessuno dei due rifiuterebbe, nessuno mostrerebbe di
voler altro, anzi, ognuno penserebbe di aver finalmente udito le parole che da
tanto tempo sognava di ascoltare, diventare cioè di due una sola cosa, unirsi,
confondersi nella creatura amata. E la ragione di tutto questo è che tale era
la nostra antica natura e che noi eravamo uniti; e lo struggimento per quella
perduta unità, il desiderio di riottenerla, si chiama amore. Ripeto, noi, prima
eravamo un essere solo ma poi, per i nostri falli, da dio siamo stati divisi,
un po' come gli Arcadi lo sono stati dagli Spartani. E c'è da
temere che se non saremo obbedienti verso gli dei, verremo ancora tagliati e
vagheremo un po' simili a quelle figure in bassorilievo, segate in due lungo la
linea del naso, che si vedono sulle steli, ridotti come dadi a metà. Occorre,
perciò, che ogni uomo consigli gli altri ad essere pii verso gli dei, sia per
evitare questo male, sia per ottenere quel bene al quale Amore ci volge e ci
guida. Nessuno sia ostile ad Amore (chi lo è, è inviso agli dei); perché se gli
saremo amici, se ci riconcilieremo con questo dio, noi riusciremo a trovare e a
congiungerci con la nostra anima gemella, cosa che oggi capita a pochi. E non
insinui Eressimaco, canzonandomi per questo che sto dicendo, che io voglio alludere
a Pausania e ad Agatone (molto probabilmente essi sono tra questi pochi e hanno
entrambi natura virile). Ad ogni modo io dico, in generale, di tutti, uomini e
donne, che la razza umana sarà felice nella misura in cui ciascuno realizzerà
il suo amore e troverà la sua creatura amata, ritornando così all'antica
condizione. Se questo è il bene più grande, ne consegue che, nelle presenti
condizioni, la cosa migliore è quella che più gli si avvicina: incontrare
l'amante che meglio ci sappia corrispondere. Se, dunque, vogliamo levar lodi al
dio che ci può dar tutto questo, è ad Amore che dobbiamo inneggiare il quale,
per ora, favorisce il nostro incontro con chi ci è affine e, un domani, ci darà
le più grandi speranze che, se noi ci mostreremo riverenti verso gli dei, ci
restituirà l'antica natura e, risanandoci, ci renderà felici e beati. Questo, o
Eressimaco,» concluse, «il mio discorso su Amore, diverso dal tuo, a quanto
vedi. Come ti ho pregato, non starmelo a canzonare, dato che dobbiamo ancora
sentire quel che diranno gli altri, anzi gli ultimi due, perché non sono
rimasti che Agatone e Socrate.» «E va bene, t'accontento,» rispose
Eressimaco, «anche perché il tuo discorso m'è proprio piaciuto; anzi, se non
sapessi che Socrate e Agatone son ferratissimi in fatto d'amore, avrei proprio
paura, con tutto quel che s'è detto, che rimanessero a corto d'argomenti. Ma,
nonostante questo, invece, mi sento sicuro.» E Socrate, intervenendo: «Eh, già,
Eressimaco, perché tu hai già detto la tua e bene anche; ma se ti trovassi qui,
al mio posto o meglio nella posizione in cui mi troverò quando Agatone avrà
finito anche lui di fare il suo bel discorso, saprei immaginare la tua paura, e
quanta anche, come ce l'ho io adesso.» «Non m'incanti, Socrate,» fece, di
rimando, Agatone, «tu vuoi proprio confondermi facendomi credere che queste
persone son tutte qui ad aspettare chissà cosa dal mio discorso.» «E io,
allora, sono uno smemorato, Agatone,» replicò Socrate, «se credessi che ora tu
hai paura di noi che siam qui in pochi. Ho visto il tuo coraggio, la tua
sicurezza quando sei salito sul podio con gli altri attori e hai abbracciato
con uno sguardo tutto il teatro pieno zeppo, poco prima di rappresentare la tua
opera.» «Ma che c'entra, questo, Socrate?» ribatté Agatone. «Non mi crederai
mica tanto infatuato per una rappresentazione teatrale, da non capire che per
uno che abbia un po' di buon senso, poche persone intelligenti fan più paura di
una folla di sciocchi?» «Non sarebbe bello da parte mia, Agatone,» insisté
Socrate, «se ti pensassi capace di un pensiero volgare. So benissimo che se ti
venissi a trovare fra persone che tu ritenessi sapienti, ne saresti preoccupato
più che se fossi in mezzo a un mucchio di gente; il fatto è che noi non siamo
tali e, del resto, c'eravamo anche noi, lì, non più che folla tra la folla. Se
tu, invece, ti incontrassi veramente con dei sapienti, ti vergogneresti davanti
a loro, se ti accorgessi di far qualche brutta figura, non credi?» «Certo, dici
bene,» ammise. «E se tu la brutta figura la facessi davanti alla folla, non ti
vergogneresti?» A questo punto intervenne Fedro e: «Mio caro Agatone,» disse,
«se stai lì a rispondere a Socrate, te le saluto le cose che stavamo dicendo,
ma tanto a lui non gliene importa niente, basta che abbia qualcuno con cui
discutere, specie poi se è un bel ragazzo. Con questo non è che io non ascolti
volentieri una discussione di Socrate, ma certo che ora mi sta più a cuore
l'elogio di Amore e avere, da ciascuno di voi, il rispettivo discorso. Pagate
al dio il vostro debito e poi discuterete come vi pare.» «Dici proprio bene,
Fedro,» esclamò Agatone; «niente mi impedisce di parlare; con Socrate non
mancheranno certo le occasioni per discutere.» «Io desidero prima
dirvi com'è che intendo impostare il mio discorso, dopo entrerò nel vivo della
questione. A me pare che tutti quelli che hanno parlato finora non abbiano
celebrato il dio ma soltanto posto l'accento su quanto gli uomini siano felici
per quei beni di cui, appunto, quel dio è la causa; nessuno ha detto chi sia
propriamente costui che ci offre tutti questi beni. Orbene, l'unico metodo
giusto per far qualsiasi elogio, di qualunque cosa, è quello di illustrare
prima chi sia, in effetti, quello di cui si parla e poi di quali beni sia la
causa. Ecco perché noi dobbiamo prima lodare Amore per quel che egli è, poi per
i doni che ci reca. Intanto io affermo che tra tutti i beatissimi dei (se m'è
lecito dirlo e non è peccato) Amore è il più beato perché è il più bello e il
più buono. Il più bello soprattutto perché è il più giovane degli dei, Fedro.
Egli stesso ce ne dà la prova migliore fuggendo dinanzi alla vecchiaia che,
tutti sanno, è veloce e ci casca addosso più presto di quel che dovrebbe.
Naturalmente Amore la odia e non le si avvicina nemmeno da lontano. Giovane com'è,
invece, sta sempre con i giovani e ha ragione l'antico detto che il simile
s'accompagna sempre al suo simile. Ed io, pur consentendo con Fedro in molte
cose, non condivido il fatto che Amore sia più antico di Crono e di Giapeto.
Ripeto, invece, che è il più giovane di tutti gli dei, eternamente giovane e
tutti quei vecchi fatti tra gli dei che raccontano Esiodo e Parmenide,
accaddero per opera di Necessità, non di Amore, ammesso pure che quei due
abbiano detto il vero. Non ci sarebbero state, infatti, mutilazioni, catene e
tutte quelle altre violenze se Amore fosse stato in mezzo a loro, ma solo
amicizia e concordia come è ora, da quando egli regna sugli dei. Dunque egli è
giovane e non solo, è gentile. Il fatto è che gli manca un poeta, un poeta come
Omero che ne esalti la delicata bellezza. Di Ate, per esempio, Omero dice non
solo che è una dea ma che, appunto, è delicata (almeno i suoi piedi sono tali),
quando scrive: morbidi sono i suoi piedi che non accosta alla terra ma ella
procede sfiorando le teste degli uomini. E mi pare che egli ci abbia dato una
bella prova della sua delicatezza col dirci che non cammina sul duro ma sul
morbido. Serviamoci, anche noi, per Amore, dello stesso indizio a conferma che
è delicato; egli, infatti, non cammina per terra e nemmeno sulle teste degli
uomini che, poi, tanto morbide non sono, ma tra le più tenere delle cose che
esistono egli procede e dimora: egli, infatti, ha posto la sua sede nel cuore e
nell'animo degli uomini e degli dei; non però in tutte le anime indistintamente.
Se, infatti, ne trova una rozza, fila via, se gentile invece, vi resta. Dato,
quindi, che egli è sempre a contatto, e non solo con i piedi ma anche con tutto
se stesso, con le più tenere tra le tenerissime cose, necessariamente deve
essere delicatissimo. Il più giovane, dunque, e il più delicato; ma oltre a
questo è duttile. Non potrebbe piegarsi in tutte le direzioni e entrare di
soppiatto nelle anime e così uscirne se fosse rigido; la leggiadria, per
consenso comune, è la prova evidente delle fattezze armoniche e flessuose che
Amore possiede. Infatti, fra l'amore e la bruttezza c'è sempre reciproca
guerra. La bellezza del suo incarnato ci dice che egli indugia tra i fiori,
poiché Amore non resta dove non v'è cosa in fiore o che sia avvizzita, sia essa
corpo o anima o altro, ma dove tutto è fiorito e olezzante, là si posa e dimora.
«Sulla bellezza del dio può anche bastare, per quanto ce ne sarebbe ancora da
dire. Ma ora parliamo delle sue virtù. La cosa che prima di tutto bisogna
notare è che Amore non fa torti a nessuno, né a uomini né a dei e nemmeno ne
riceve. Egli non subisce violenza (ammesso che subisca qualcosa), perché essa
non lo tocca, né con prepotenza fa quel che fa, ma ognuno serve Amore
spontaneamente in ogni cosa; e quando c'è accordo reciproco tra due volontà,
‹le Leggi che sono le regine degli Stati›, dicono che è giusto. Oltre che la
giustizia, Amore possiede in sommo grado anche la temperanza. Tutti son
d'accordo nell'affermare che la temperanza consiste nel dominio delle passioni
e dei piaceri. Ma non c'è nessun piacere più intenso dell'Amore e quindi se
tutti gli altri sono meno intensi, sono inferiori a lui che, perciò, trionfa e
ha il dominio sulle passioni e sui piaceri e, come tale, è in sommo grado,
temperante. Per quanto riguarda la forza, ad Amore ‹neanche Marte può stargli a
fronte›. Non è, infatti, Marte che conquista Amore, ma Amore che seduce Marte,
amore di Venere a quanto si dice; e chi possiede è più forte di chi si lascia
possedere: quindi, vincendo chi è più forte degli altri, egli è il più forte di
tutti. Della giustizia, quindi, della temperanza e della fortezza del dio, s'è
già detto; resta ora da dire della sua sapienza: per quanto è possibile,
bisogna cercare di non tralasciare nulla. Intanto, per prima cosa per rendere
onore alla nostra arte, come Eressimaco ha fatto per la sua, dirò che questo
dio è poeta cosi sapiente da far diventare tali anche gli altri; in effetti,
ognuno diventa poeta se è toccato da Amore, anche se non ha mai avuto prima a
che fare con le Muse. Da qui possiamo trarre la conferma che Amore, in
generale, è buon poeta in ogni genere di produzione artistica. Infatti, ciò che
uno non ha e non conosce, non può certo darlo, né insegnarlo a nessuno. E,
infatti, chi è che vorrà contestare che la creazione di tutti gli esseri
viventi non avvenga per la sapienza d'Amore che genera e fa crescere tutte le
creature? E, inoltre, nell'attività artistica non sappiamo forse che chi ha per
maestro questo dio diviene famoso e illustre, chi invece non è toccato da Amore
resta oscuro? L'abilità nel tiro dell'arco, la sapienza nella medicina, l'arte
profetica, Apollo le ha scoperte sotto l'impulso del desiderio e dell'amore,
così che anch'egli può dirsi discepolo di questo dio, come le Muse per le loro
arti, Efesto per l'arte di forgiare metalli, Minerva per quella del tessere e
Giove, infine, per quella di governare sugli dei e sugli uomini. Fu cosi che
tutte le questioni tra gli dei si appianarono, da quando Amore comparve in
mezzo a loro, si capisce, Amore della bellezza, perché delle cose brutte non
c'è amore; mentre, come ho detto, prima d'allora, molte e orribili cose, a
quanto si dice, accadevano tra gli dei, perché regnava Necessità. Ma dopo che
nacque questo dio, si amarono le cose belle e ne venne per gli dei e per gli
uomini abbondanza di beni. Così, Fedro, mi sembra proprio che Amore, bellissimo
e buonissimo com'è, rechi anche agli altri bellezza e bontà. Quasi quasi mi
vien da dire in versi quello che fa, per esempio così: pace agli uomini reca, calma
sul mare tregua ai venti e, nel dolore, il sonno. Egli ci libera dal
timore di essere estranei a noi stessi, ci dà un senso di calda intimità, ci
invita a partecipare a riunioni come questa, a feste, a danze, a sacrifici di
cui diventa un po' l'auspice, assicura la benevolenza, allontana ogni rancore,
largo in favori, incapace di malvagità, benigno, buono, esempio ai saggi,
ammirato dagli dei, invidiato dagli infelici, posseduto dai fortunati, padre
della Delizia, dell'Eleganza, del Fasto, della Grazia, del Desiderio, della
Bramosia, sollecito verso i buoni, incurante dei malvagi, nelle fatiche, nelle
paure, nelle passioni, nelle conversazioni, è guida, guerriero, compagno di
lotta, salvezza provvidenziale, ornamento di tutti gli dei e di tutti gli uomini,
duce meraviglioso e perfetto che ognuno deve seguire e celebrare con inni degni
di lui, partecipando al suo canto col quale egli ammalia il cuore degli uomini
e degli dei. Questo, Fedro, il mio discorso in omaggio al dio, svolto un po'
celiando, un po' con ben dosata gravità, secondo le mie capacità.»
Quando Agatone ebbe finito di parlare, raccontò Aristodemo, ci fu uno scroscio
di applausi da parte di tutti i presenti che riconobbero come il discorso del
giovane fosse stato degno di lui e del dio. E, allora, Socrate volgendosi ad
Eressimaco: «E così, figlio di Acumeno, ti sembra ancora fuori posto il mio
timore di prima o non ho forse previsto giusto, poco fa, quando ho detto che
Agatone avrebbe parlato benissimo e che io mi sarei trovato in un bell'imbarazzo?»
«Per il primo punto,» rispose Eressimaco, «ti do anche ragione, cioè quando
dici di aver previsto che Agatone avrebbe parlato bene, ma che tu, poi, ti
trovi nell'imbarazzo questo proprio non lo credo.» «Ma come faccio a non
esserlo, mio caro, e come me chiunque altro dovesse parlare dopo un discorso
così bello e così interessante? Certo in qualche parte non è stato stupendo
come nel resto, ma verso la fine chi non sarebbe rimasto sbalordito di fronte a
tanta bellezza di vocaboli e di espressioni? Quasi quasi, pensando che non
sarei mai stato capace di dire qualcosa che solo si avvicinasse a tanta
bellezza, stavo per fuggirmene dalla vergogna. Perché il suo discorso m'ha
fatto venire in mente Gorgia, tanto da farmi sentire nella stessa situazione di
cui parla Omero, temevo proprio, cioè, che alla fine Agatone con il suo
discorso, gettasse sul mio la testa di Gorgia, di quel formidabile oratore,
togliendomi l'uso della favella e facendomi diventare di pietra. E ho capito,
allora, di essere stato proprio un ingenuo quando ho accettato di celebrare,
insieme a voi, Amore, dicendo che ero un, esperto su questo argomento, mentre
invece, e me ne accorgo adesso, non sapevo un bel niente, persino come si fa un
elogio qualunque. Da quell'ingenuo che sono credevo che nel fare l'elogio di
chicchessia o di qualcosa si dovesse dire la verità e che questa era la cosa
fondamentale; poi pensavo che bisognasse scegliere, tra le cose vere, le più
belle e disporle nel modo migliore; ed ero tutto contento del fatto mio, sicurissimo
che avrei fatto un figurone dato che conoscevo esattamente il modo di imbastire
un elogio. E, invece, a quanto pare, non è così che si fa un bell'elogio:
bisogna al contrario fare le lodi più sperticate e più belle, corrispondano o
meno al vero: si vede che eravamo d'accordo di lodare Amore, così, per burla,
non di farne l'elogio seriamente. Ed è per questo, credo, che voi tirate in
ballo ogni sorta di argomenti e li affibbiate ad Amore e affermate che egli è
questo e quello ed è la causa di un sacco di cose in modo che appaia bellissimo
e perfettissimo ma, è chiaro, a chi non lo conosce, non a quelli che ne sanno
qualcosa. Sfido io che, così, il bel panegirico è presto fatto. Ma io non
conoscevo un simile sistema di far gli elogi e proprio per questo fui d'accordo
con voi di pronunciarne uno anche io, seguendo il mio turno: la lingua lo
promise, non il cervello. E, allora, statevi bene, perché io un elogio con
questo sistema non ve lo faccio, è più forte di me. La verità, invece, se
volete, eccomi qua, pronto a dirvela, a modo mio, senza far gare con nessuno
perché non ho proprio voglia di farmi ridere dietro. Vedi tu, quindi, Fedro se
è proprio necessario un discorso di questo genere e sentire come veramente
stanno le cose, a proposito dell'Amore, con quei termini e con quello stile poi
che lì per lì mi passeranno per la mente.» Ma Fedro e gli altri, mi riferì
Aristodemo, lo invitarono a parlare come volesse. «E va bene, Fedro, però
lasciami prima fare una piccola domanda ad Agatone, perché voglio mettermi un
po'd'accordo con lui e poi parlerò.» «Ma figurati,» commentò Fedro, «fa pure.»
E allora Socrate cominciò presso a poco così: «Dunque, mio caro Agatone, m'è
parso proprio buono l'inizio del tuo discorso quando hai detto che prima di
tutto bisogna esporre quale sia la natura d'Amore e poi passare alle sue opere;
un esordio che mi è proprio piaciuto. Ma ora, dato che hai così magnificamente
parlato su tutto quel che riguarda la natura d'Amore, dimmi una cosa: Amore, è
amore di qualche cosa o amore di nulla? Bada che non ti chiedo se amore per una
madre o per un padre (sarebbe ridicolo chiedere se Amore sia amore verso la
madre o il padre), ma come se ti chiedessi a proposito del padre: il padre è
padre di qualcuno o no? tu, certo, mi risponderesti, se volessi darmi una
risposta appropriata, che il padre deve essere necessariamente padre di un
figlio o di una figlia, non ti pare? Ah, certamente,» ammise Agatone. «E la
stessa cosa è per una madre?» Era d'accordo anche in questo. «E rispondimi
ancora,» proseguì Socrate, «a una piccola cosa per capire meglio dove voglio
arrivare: se ti chiedessi: e allora, un fratello, come tale, è fratello di
qualcuno?» «Sicuro che lo è.» «Fratello di un fratello o di una sorella?»
«D'accordo.» «Prova a dire la stessa cosa a proposito di Amore: Amore è amore
di qualcosa o amore di nulla?» «Certo amore di qualcosa.» «Ebbene,» riprese
Socrate, «questo tientelo per te bene a mente e dimmi, invece: Amore desidera o
meno ciò di cui è amore?» «Certo,» rispose. «E quel che egli desidera e ama,
l'ama e lo desidera perché lo possiede o proprio perché, invece, gli manca?»
«Probabilmente perché non lo possiede,» rispose. «Sta attento,» insisté
Socrate, «che non si tratta di probabilità, ma è necessariamente logico che si
desidera quello che non si possiede; quando si ha una cosa, invece, non la si
desidera affatto. Di qui non si scappa ed io ne sono assolutamente convinto, tu
no, invece?» «Ah, anch'io lo sono,» fece. «Ben detto. Ed effettivamente uno che
lo è già potrebbe desiderare di essere grande? E essere forte uno che è già
tale?» «Dopo quel che s'è convenuto, è impossibile.» «Effettivamente, non può
essere privo di queste qualità chi le ha già.» «È chiaro.» «Eppure,» osservò
Socrate, «se uno che è forte, volesse esser forte o se è veloce, volesse essere
veloce o, ancora, se è sano, volesse esser sano, dato che qualcuno potrebbe
pensare, di fronte a un esempio simile o a casi del genere, che vi siano
persone che pur possedendo tutte queste qualità, tuttavia le desiderano sempre
(ti sto dicendo questo per non lasciarci trarre in inganno); ebbene, Agatone,
se ci pensi, costoro che al momento posseggono queste qualità, è inevitabile
che le abbiano, lo vogliano o meno, e se le posseggono già, come possono
desiderarle? Ma se uno dicesse: ‹lo che son sano voglio essere sano o, pur
essendo già ricco, voglio essere ricco e desidero questo che già posseggo,› gli
potremmo rispondere: ‹Tu, caro mio, che hai già ricchezze, salute, forza, vuoi
continuarle ad avere anche per l'avvenire, giacché, per il momento, tu voglia o
non voglia, già le possiedi; pensa un po' se, quando dici che desideri le cose
che hai, tu non voglia dire, invece, semplicemente, che desideri di possedere
anche per l'avvenire quello che oggi già possiedi.› Credi che non sarebbe
d'accordo?» E Aristodemo mi riferì che Agatone lo ammise. Socrate allora
proseguì: «E desiderare che per l'avvenire ci siano preservate le cose che noi
già possediamo oggi, non vuol forse dire amare quel che ancora non si possiede
o di cui tuttora non si dispone?» «Certo,» ammise. «E quindi, se Tizio o Caio
desiderano qualcosa, sarà sempre ciò di cui ancora non dispongono, che ancora
non hanno o quelli che essi stessi non sono o di cui si sentono privi; non è
tutto qui il loro desiderio e il loro amore?» «Senza dubbio,» fece. «Bene,
ricapitoliamo, allora, quanto s'è convenuto. Amore, prima di tutto è amore di
qualcosa e, in secondo luogo, di ciò di cui si è privi?» «Sì, sempre.» «E
adesso ricordati quello che hai detto poco fa, che cioè l'Amore tende a qualcosa.
Se credi cercherò io di ricordartelo: se non sbaglio, tu hai detto, su per giù,
che le questioni tra gli dei s'aggiustarono grazie all'Amore del bello e che
per le cose brutte non c'è amore; non è questo che hai detto?» «Sì, questo,»
ammise Agatone. «E l'hai detto molto opportunamente, mio caro,» riprese
Socrate; «e se le cose stanno così, Amore, che altro è se non amore del bello e
non del brutto?» «D'accordo.» «Ma non abbiam detto che si ama ciò di cui si è
privi, ciò che non si ha?» «Sì,» fece. «Dunque, l'Amore, non ha la bellezza, ne
è privo.» «Per forza.» «E allora? Chi è privo di bellezza, chi non ne ha, tu lo
chiami bello?» «Affatto.» «Se le cose stanno così, tu sei sempre del parere che
Amore sia bello?» «Temo proprio, Socrate, di non capir più niente di quel che
ho detto,» esclamò Agatone. «Eppure hai parlato bene, Agatone,» incalzò
Socrate. «Ma dimmi un'altra cosetta: quello che è buono, secondo te, non è
anche bello?» «Per me sì.» «Se, dunque, Amore non ha la bellezza e se quello
che è bello è anche buono, egli sarà anche privo di bontà.» «Io non sono in
grado di contraddirti, Socrate e quindi sia pure come tu dici.» «È la verità,
Agatone carissimo, e tu non puoi contestarla; Socrate, invece, sì, lo puoi
contraddire e la cosa non è per niente difficile.» «Ma sì, via, ora ti lascerò
in pace. Vi racconterò, piuttosto, quello che sull'Amore, mi disse un giorno
una donna di Mantinea, Diotima, molto dotta sull'argomento e su un'infinità di
altre questioni. Figuratevi che una volta, con i sacrifici che fece fare agli
ateniesi, prima della peste, riuscì a ritardare l'epidemia di dieci anni. Fu
lei a erudirmi nelle questioni d'amore e quindi, partendo dalle conclusioni che
Agatone ed io abbiamo tratto, cercherò di ripetervi, come posso, a parole mie,
il discorso che ella mi fece. Ebbene, proprio come tu dicevi, Agatone, bisogna
definire prima chi sia Amore, quale la sua natura e poi le sue opere. Ora io
penso che la cosa più facile per me, sia quella di seguire lo stesso metodo che
usò quella straniera quando discusse con me. Anch'io, infatti, le dicevo un po'
le stesse cose che ora mi ha ripetuto Agatone, cioè che Amore è un grande dio,
che è amore di cose belle ed ella cominciò a confutarmi con gli stessi
argomenti, precisamente, che io ho usati ora con costui, cioè che Amore non è
né bello (per usare le mie parole) né buono. Ed io: «Ma com'è che dici questo,
Diotima? Allora Amore è brutto e malvagio?» «Ma che? Ora ti metti pure a
bestemmiare?» fece lei. «Credi forse che ciò che non è bello debba necessariamente
essere brutto?» «Sicuro, io sì.» «E credi anche che chi non è sapiente, sia
ignorante? Ma non ti accorgi che c'è sempre una via di mezzo tra sapienza e
ignoranza? E quale? Avere un'opinione giusta, ecco, ma senza poterne dare una
spiegazione; non sai,» fece «che questo non è sapere (e come può esserlo se non
se ne sa dare una spiegazione?), ma non è nemmeno ignoranza (e come, infatti,
potrebbe se coglie nel vero?). Insomma, la retta opinione è qualcosa di simile,
una via di mezzo tra la sapienza e l'ignoranza.» «È vero quello che dici,»
ammisi io. E quindi non insistere a credere che ciò che non è bello debba
essere, a tutti i costi, brutto e ciò che non è buono, debba esser malvagio. E
così anche a proposito di Amore, visto che anche tu sei d'accordo che non è
buono né bello, non pensare che debba essere malvagio e brutto,» concluse, «ma
qualcosa tra questi due estremi.» «Eppure,» obbiettai io, son tutti d'accordo
che è un dio potente. Tutti chi?» ribatté lei, «quelli che non sanno o anche
quelli che sanno? Tutti quanti. Ma come fanno, Socrate, a dirlo un gran dio,»
fece lei, ridendo, «se affermano che non è nemmeno un dio?» «E chi sono questi?
Uno, intanto, sei tu, l'altra sono io. Ma come fai a dir questo?» «Semplice. E
tu, infatti, rispondimi: non affermi che gli dei son tutti beati e belli?
avresti il coraggio di dire che qualcuno non è bello o non è beato?» «Santo
cielo, io no,» risposi. «E beati, secondo te, non sono quelli che hanno bontà e
bellezza?» «Sicuro.» «Ma non hai convenuto che Amore desidera le cose buone e
belle, proprio perché ne è privo?» «Già, certo.» «E, allora, come può essere un
dio chi non ha né bellezza né bontà?» «Ah, no, assolutamente.» «Vedi, dunque,»
concluse, «che anche tu affermi che Amore non è un dio. Ma, allora,» chiesi,
«chi sarebbe Amore? Un essere mortale?» «Ma niente affatto Ma allora? Come nel
caso precedente, qualcosa di mezzo, tra, il mortale e l'immortale. E cioè,
Diotima? Un demone possente, Socrate, che come tutti i demoni, sta tra il
divino e l'umano.» «E qual è il suo potere?» chiesi. «Quello di interpretare e
di recare agli dei le preghiere e i sacrifici degli uomini e, agli uomini, i
comandamenti e i premi degli dei per i sacrifici compiuti; nel suo ruolo di
intermediario, egli colma l'enorme distanza tra gli uni e gli altri, così
l'universo risulta in se stesso collegato. Da lui procede tutta l'arte della
divinazione, tutta la scienza sacerdotale, per quel che riguarda i sacrifici e
le iniziazioni e poi gli incantesimi, ogni sorta di profezie e la magia. Dio
non scende a contatto con l'uomo ma è attraverso i demoni che egli parla e ha
rapporto con gli uomini, sia quando sono svegli, sia durante il sonno; e chi è
sapiente in queste cose è un ispirato chi invece s'intende d'altro, esercita,
per esempio, una diversa arte o un mestiere qualsiasi, non è che un manovale.
Molti sono i demoni e di ogni specie. Amore ne è uno.» «E suo padre e sua
madre,» chiesi, chi sono? È, una cosa lunga,» fece, «ma te la racconterò
ugualmente. Quando nacque Afrodite, gli dei si trovavano a banchetto e, tra gli
altri, c'era anche Poro, il figlio di Metide. Avevano già finito di pranzare,
quando giunse Penia, per elemosinare, dato che sontuoso era stato, il banchetto
e se ne rimase sull'uscio. In quel mentre Poro, gonfio di nettare (il vino
infatti non era ancora conosciuto), se ne uscì nel giardino di Giove e, mezzo
ubriaco com'era, s'addormentò. Allora, Penia, sempre afflitta dalle sue
angustie, pensò se non le fosse possibile avere un figlio da Poro e così gli si
stese al fianco e restò incinta di Amore. Per questo Amore è compagno e
ministro di Afrodite, perché fu concepito nel giorno della sua nascita ed è,
nello stesso tempo, amante del bello perché bella è Afrodite. D'altro canto,
per il fatto che Amore è figlio di Poro e di Penia, si trova in questa
condizione. Anzitutto è sempre povero e tutt'altro che delicato e bello, come i
più se lo figurano; anzi è grossolano, mezzo selvatico, sempre scalzo,
vagabondo, dorme sempre per terra, allo scoperto, davanti agli usci e nelle
strade, sotto il sereno, perché ha la natura della madre ed è tutt'uno con la
miseria. Per parte del padre, invece, è fatto per insidiare ciò che è bello e
buono, essendo di natura virile, audace, violento, gran cacciatore, sempre
pronto a tramare inganni, amico del sapere, ricco di espedienti, tutta la vita
dedito a filosofare, abilissimo imbroglione, esperto di veleni, sofista.
Inoltre né immortale, né mortale, ma, in uno stesso giorno, sboccia rigoglioso
alla vita e muore, poi torna a vivere grazie a mille espedienti e in virtù
della natura paterna; sfumano tra le sue dita le ricchezze che si procura, così
che Amore non è mai al verde e mai ricco. Inoltre è a mezzo tra sapienza e
ignoranza. Ecco come: nessun dio s'occupa di filosofia, né ambisce a diventar
sapiente (ché già lo è), né, del resto, chi è sapiente, si dedica alla
filosofia; d'altra parte, nemmeno gli ignoranti si dedicano alla filosofia, né
ambiscono a diventar sapienti; e questo è il brutto dell'ignoranza, che chi non
è né bello, né buono, né saggio, crede, invece, di esserlo abbondantemente;
naturalmente chi non si accorge di esser privo di qualcosa, non desidera quello
di cui non sente il bisogno.» «Ma, allora,» feci io, «chi sono, Diotima, quelli
che si dedicano alla filosofia, se non sono né i sapienti, né gli ignoranti?»
«Ma è chiaro,» mi rispose, «anche un bambino lo capirebbe che son
quelli che stanno in una posizione intermedia, tra, i primi e i secondi e, tra
questi, c'è anche Amore. La sapienza, infatti, è tra le cose più belle e Amore
ama le belle cose e, quindi, necessariamente, è anche filosofo e, come tale,
sta fra il sapiente e l'ignorante. E la sua origine è un po' la causa di tutto
questo: suo padre è sapiente e pieno di estro, ma sua madre, invece, non lo è
affatto, è ignorante. Tale, Socrate, è la natura di questo demone. Come poi tu
immaginavi che fosse, non c'è da meravigliarsi; per quel che ho potuto capire
dalle tue parole, credevi che Amore fosse colui che si ama, non colui che ama.
Ecco perché, io penso, ti sembrava così bello. Infatti, chi è amato è veramente
bello, seducente, perfetto, degno di ogni felicità; colui che ama, invece, ha
un altro aspetto, quale io ti ho descritto. Ed io: «E sia, straniera, tu parli
bene, ma se tale è Amore, che utilità arreca agli uomini? È questo che ora
cercherò di chiarirti, Socrate. Tale, dunque, è Amore e così è nato: Amore del
bello, come tu dici. Se qualcuno, ora, domandasse: ‹In che senso, Socrate e
Diotima, l'Amore è amore del bello› o più precisamente, ‹chi ama le cose belle,
ama, ma ama che cosa? Che diventino sue, risposi. Ma questa tua risposta, mi
precisò, esige che si ponga un'altra domanda, di questo genere, per esempio:
Che cosa gliene viene a chi possiede le cose belle? Io risposi che, a una
domanda simile, non sapevo sul momento che dire. «E immaginiamo, allora,
incalzò, che uno al posto del bello mettesse il bene e che chiedesse: ‹Via,
Socrate, chi ama il bene, ama, ma ama che cosa? Che diventi suo,» risposi. E
che cosa gliene viene a chi possiede il bene?» «A questo,» dissi, «mi è più
facile rispondere: sarà felice. E, infatti, concluse, è proprio per il possesso
del bene che le persone felici sono tali e non è proprio il caso di star lì a
chiedersi perché uno vuole essere felice. Mi pare che la domanda abbia già
avuto la sua risposta definitiva. È vero quello che dici, ammisi. E allora,
questo desiderio e questo amore, credi siano un po' comuni a tutti gli uomini e
che tutti desiderano sempre possedere il bene o pensi diversamente?» «Sì, io
credo proprio che siano comuni a tutti, feci. E, allora, Socrate,» continuò,
«come mai non diciamo che tutti quanti gli uomini amano dato che tutti
desiderano sempre le stesse cose, ma diciamo, invece, che solo alcuni amano ed
altri no?» «Anch'io me ne meraviglio, ammisi. «E non devi stupirtene,» riprese,
«siamo noi, infatti, che prendiamo, dell'amore, soltanto un aspetto e a questo
solo diamo il nome generico di ‹amore›, mentre per il resto usiamo altri
appellativi. Cioè, chiesi. «Ecco, tu sai che la poesia è creazione ed ha un
significato quanto mai vasto; tutto ciò, infatti per cui qualcosa passa dal non
essere all'essere, è poesia e, quindi, ogni attività creativa è poesia e tutti
i creatori sono poeti. È vero. Ma intanto,» continuò lei, «sai che non tutti
sono chiamati poeti, ma con altri nomi; di tutte le attività creative, solo
alcune e precisamente quelle che si occupano della musica e della metrica, noi
chiamiamo poesia; solo questa è poesia e poeti, solo quelli che si dedicano a
questo particolare aspetto della poesia. È vero,» ammisi. E così è anche per
l'amore. In genere ogni desiderio di bene e di felicità è, per ognuno,
‹possente e ingannevole amore›, ma mentre quelli che cercano di realizzarlo per
altre vie, come per esempio attraverso i guadagni o l'educazione fisica o la
filosofia, noi non diciamo che amano né che sono amanti, gli altri, invece,
quelli che seguono e preferiscono un particolare tipo d'amore, ne prendono
anche il nome generico: amore, amare, amanti.» «Sembra proprio che tu abbia
ragione,» confermai. Eppure va in giro un certo discorso secondo il quale gli
amanti sono quelli che cercano la loro metà. La mia opinione, invece, è che non
esiste amore né per la metà, né per l'intero, a meno che, mio caro, non si
tratti di un bene; perché gli uomini si lascerebbero tagliare volentieri e mani
e piedi se li credessero dannosi per loro, perché io credo che nessuno ami le
cose proprie a meno che ciò che ci appartiene non sia il bene e ciò che ci è
estraneo, invece, il male; infatti, gli uomini non amano altro che il bene. Non
pare anche a te? Per Giove, a me sì, ammisi. E, dunque, possiamo senz'altro
affermare che gli uomini amano il bene? Sì, confermai. Ebbene, non bisogna
aggiungere che essi, questo bene, desiderano anche possederlo?» «Sicuro.» «E
non solo possederlo per un momento, ma per sempre?» «Sicuro, anche questo
bisogna aggiungere,» feci. «Per concludere, l'amore è possesso perenne del
bene. È verissimo quello che dici, feci. Ora, se questo è l'amore,»
proseguì, «quando è che la sollecitudine e lo sforzo di quelli che, in ogni
modo e in ogni azione, lo perseguono, può chiamarsi, appunto, amore? Quand'è,
insomma, che questo succede? Sai rispondere? Se lo sapessi, Diotima, non sarei
così pieno di meraviglia per la tua sapienza, né sarei venuto da te per imparar
tutto questo. E, allora, te lo dirò io: quando si concepisce nel bello, sia da
parte del corpo che da parte dello spirito.» «Bisognerebbe essere indovini,»
azzardai io, «per capire quello che dici ed io, proprio non lo sono.» «Mi
spiegherò più chiaramente,» fece. «Tutti gli uomini, Socrate, hanno in loro,
nel corpo come nell'anima, un seme fecondo e quando giungono a una certa età,
come per un bisogno naturale, desiderano produrre qualcosa; concepire nel
brutto, però, non è possibile, nel bello, invece, sì. Così l'unione dell'uomo
con la donna è procreazione ed è veramente quest'atto una cosa divina, questo
concepire e generare è veramente ciò che di immortale ha la creatura che pure
ha vita mortale. Ma tutto ciò non può avvenire nella disarmonia; e disarmonia,
rispetto a tutto ciò che è divino, è il brutto, come il bello è armonia. Quindi
la bellezza fa da Parca e da Ilitia al miracolo della vita. Per questo, quando
chi ha dentro di sé un seme fecondo, si avvicina al bello, diventa sereno,
atteggia a letizia l'animo suo e allora crea, produce; quando, invece,
s'accosta al brutto, allora, s'incupisce, si chiude in se stesso tutto
afflitto, si ritrae, si ravvolge e non genera ma resta col suo seme fecondo e
ne soffre. Di qui, nella creatura feconda e già ricca, sorge un intenso
desiderio per tutto ciò che è bello perché il bello soltanto libera chi lo
possiede da atroci doglie. Infatti, Socrate, conclude, Amore non è amore del
bello, come tu credi. Ma, allora, cos'è? produrre e creare nel bello. E sia, ammisi.
Sicuro, conferma lei. E perché questo generare? Perché generare è quanto di
sempre rinascente e immortale vi possa essere in una creatura mortale. E
l'immortalità è naturale che si desideri come il bene, almeno da quel che
abbiamo convenuto se è vero che amore è possesso perenne del bene; ne consegue,
inoltre, da tutto questo discorso che l'amore è amore di immortalità. Queste
cose ella mi insegnava, quando indugiava a parlarmi di questioni d'amore e, un
giorno, mi chiese: «Quale pensi, Socrate, sia la causa di tutto questo amore,
questo desiderio? Non vedi in che terribile stato son tutti gl’animali, sia
quelli che camminano sulla terra che quelli che volano nel cielo, quando son
presi dal desiderio di generare, malati tutti d'amore, prima per il desiderio
d'accoppiarsi tra loro, poi per la cura e per l'allevamento dei loro nati, e
son pronti a combattere per essi, perfino i più deboli contro i più forti e a
dare la vita oppure a lasciarsi morire di fame per nutrirli e a far qualunque
altra cosa. Gli uomini, si può dire, che facciano tutto questo perché dotati di
ragione ma, negli animali, donde proviene questa disposizione all'amore? Sai
dirmelo?» E io ancora ad ammettere di non saperlo. «E credi,» continuò ella,
«allora di diventare un esperto nelle questioni d'amore se non sai nemmeno
questo?» «Ma proprio per questo, Diotima, come t'ho già detto, io son qui,
perché so che ho bisogno di maestri. Dimmela tu, dunque, la causa di queste
cose e di tutto ciò che riguarda l'amore.» «Orbene, se tu sei convinto che
l'amore, per natura, tende a ciò su cui più volte s'è discusso, non devi
meravigliarti; anche ora vale il discorso di prima che cioè la natura mortale
tende, sempre, per quanto le sia concesso, di essere immortale. E le è
possibile in un modo soltanto, attraverso la procreazione, per cui essa lascia
sempre un essere nuovo al posto del vecchio, il che succede anche nella vita di
ogni creatura, quando si dice che resta sempre la stessa; si dice, per esempio,
che uno è sempre la stessa persona, da quando è bambino fino a che è vecchio;
in effetti, si dirà che è sempre lo stesso individuo, benché in lui molte cose
si mutino; ma si rinnova continuamente, perdendo sempre qualcosa, nei capelli,
nelle sue ossa, nel suo sangue, insomma in tutto il suo corpo. E non solo nel
corpo, ma anche nell'animo: sentimenti, abitudini, modo di pensare, desideri,
piaceri, dolori, timori, ognuna di queste cose non resta sempre la stessa in un
individuo, ma si rinnova e poi muore. Ma quel che è ancora più straordinario è
che anche le nostre cognizioni non solo nascono e periscono e quindi noi non
siamo sempre gli stessi nemmeno per quel che riguarda il nostro sapere, ma
ciascuna, presa in se stessa, segue, anch'essa sempre la stessa sorte. Infatti
quel che si dice esercitarsi nello studio presuppone che qualche cognizione
possa sfuggire; dimenticare, infatti, vuol dir perdita di cognizioni,
l'esercizio nello studio, invece, suscita un nuovo ricordo al posto di quel che
s'è perduto e salva il sapere in modo che esso appaia sempre eguale. Del resto
è in questo modo che si perpetua tutto ciò che è mortale, non col rimanere
sempre e immutabilmente se stesso, come ciò che è divino, ma lasciando - ciò
che invecchia e vien meno - qualcosa di nuovo al suo posto in tutto simile ad
esso. Ecco, Socrate, conclude, in che modo tutto ciò che è mortale, sia esso
corpo od altro, ha la possibilità di partecipare dell'immortalità; diversamente
non c'è altro mezzo. Non stupirti, quindi, se ogni creatura, per legge
naturale, cura e protegge il suo seme, perché in tutti, questo zelo e questo
amore nascono dal desiderio dell'immortalità.» Ed io sentendola
parlare così, tutto stupito, le chiesi: Ma sapientissima Diotima, sono proprio
vere queste cose?» Ed ella con un fare tipicamente cattedratico: Persuaditi
pure, Socrate, che è proprio così; basta che tu faccia caso al desiderio di
onori che hanno gli uomini; se tu non riflettessi a quel che ho detto, ti
meraviglieresti della loro follia, considerando quanto grande è il loro
desiderio di diventar famosi e acquistar gloria immortale per l'eternità e come
per questo siano disposti a correre tutti i rischi, più che per i loro figli e
sperperare ricchezze, sopportare fatiche, sacrificare perfino la loro vita.
Credi proprio che Alcesti sarebbe morta per Admeto o Achille per Patroclo o il
vostro Codro per conservare il regno ai figli, se essi non avessero creduto che
sarebbe rimasta immortale la loro memoria, quale oggi noi la serbiamo?
Assolutamente,» disse. «Invece, credo che ognuno faccia di tutto per ottenere
merito imperituro le fama gloriosa (e questo quanto più si è migliori)
affascinato com'è dall'immortalità. E così quelli che han fecondo il corpo si
volgono essenzialmente alle donne e il loro modo d'amore si risolve nel
generare figli e così procurarsi secondo loro, immortalità, memoria e felicità
per tutto il tempo a venire. Quelli, invece, che han feconda l'anima (e ve ne
sono fecondi spiritualmente più di quanto non lo siano nel corpo), di una
fecondità, beninteso che si addice all'anima, ma quale? la saggezza e ogni
altra specie di virtù,» diceva, «di cui tutti i poeti sono gli artefici,
insieme a quegli artigiani che hanno il nome di inventori; la più alta e più
bella forma di saggezza è quella relativa all'ordinamento dello Stato e di ogni
organismo sociale, quella che prende il nome di prudenza e di giustizia.
Dunque, quando uno di quelli, quasi esseri divini, fin da giovane, ha l'animo
fecondo di tali cose e quando, giunto all'età giusta, desidera creare e
produrre, io credo che anche lui vada alla ricerca del bello in cui generare;
perché nel brutto non lo farà mai. Quindi, fecondo com'è, sentirà maggiore
attrazione per le belle sembianze che per le brutte, figuriamoci poi se, in
più, incontra un'anima bella e gentile; quando si rallegra di questo felice
connubio, accanto a una simile creatura egli sentirà tutto un fervore di
ammaestramenti sulla virtù e sul come un uomo per bene debba comportarsi,
iniziando, così, la sua opera di educatore. Infatti, penso che a contatto con
una bella creatura, convivendole accanto, egli esprima e dia alla luce ciò che
da tempo custodiva dentro e, o che le stia vicino o che le stia lontano, sempre
la porta alla memoria e nutre, insieme con lei, ciò che è nato dalla loro
unione; e tra loro nasce un'intimità, un legame molto più profondo di quello
che lega i genitori ai figli, un affetto più intenso dato che hanno in comune
figlioli più belli e immortali. Ognuno preferirebbe figli simili piuttosto che
creature umane e guardando a Omero o a Esiodo o agli altri grandi poeti non può
non provare invidia pensando quale progenie, immortale essa stessa, essi hanno
lasciato, che ha loro assicurato memoria e gloria eterna o, se tu vuoi, diceva,
figli come quelli che Licurgo lascia a Sparta, a salvezza di Sparta o meglio
ancora di tutta la Grecia; così presso di voi è onorato Solone per avervi dato
le leggi e così altrove, altri grandi uomini, sia in Grecia che
nei paesi stranieri, che hanno compiuto molte e belle opere, realizzando ogni
sorta di virtù. Per questi loro fieli sono già stati tributati ad essi molti
onori, il che mai nessuno s'ebbe per quelli di carne e di ossa. Ebbene,
Socrate, io penso,» continuò, «che anche tu potresti essere iniziato alle cose
d'Amore, ma fin qui; a un grado più alto, a quello contemplativo, cui si giunge
appunto passando attraverso questi stadi, sempre che si proceda sulla via
giusta, non credo tu sia adatto. Tuttavia te ne parlerò egualmente e farò del
mio meglio,» disse; «tu cerca, intanto, di seguirmi come puoi. Dunque,»
incominciò a dire, «è necessario, prima di tutto che chi vuol tendere a questo
fine, debba, fin da giovane, avvicinarsi alla bellezza fisica e, sin
dall'inizio, se chi lo guida lo dirige bene, amare una sola persona e ad essa
rivolgere i migliori discorsi; successivamente dovrà pur rendersi conto che la
bellezza che alberga nel corpo di una persona, è sorella di quella che può
esservi in ogni altra e che quindi se bisogna ricercare quella bellezza che è
insita nelle forme visibili, sarebbe sciocco pensare che essa non sia identica
e uguale per tutti i corpi; convinto di questo deve, allora, sentire trasporto
per tutti quelli che hanno belle sembianze e frenare un po' la sua passione nei
riguardi di una sola persona, riconoscendo come ciò sia meschino e mediocre.
Ma, infine, deve ben comprendere che la bellezza spirituale ha pregi assai
maggiori di quella fisica, di modo che se dovesse incontrare una creatura
dall'anima bella ma dal corpo non florido, se ne contenti egualmente ed
ugualmente se ne innamori e le mostri sollecitudine e sia l'autore di discorsi
tali che rendano migliori i giovani, per cogliere poi, da qui, la bellezza che
è nelle azioni e nelle istituzioni umane e comprendere come essa sia, ovunque,
sempre se stessa e persuadersi come la bellezza fisica sia ben piccola cosa.
Dopo le attività umane, si rivolga alla scienza per conoscerne la bellezza e
ammirarne l'ampio dominio sul quale ormai ella si spande: così non sarà più
come uno schiavo, preso d'amore per un sol giovinetto o per un solo uomo o per
una sola attività, non sarà più succube inetto e meschino ma, rivolto allo
sterminato oceano della bellezza e contemplandolo, potrà dar vita a molti e bei
discorsi, a splendidi pensieri concepiti nell'amore infinito per la sapienza
finché egli stesso, rinvigorito e arricchito, non riuscirà a scorgere che una
scienza unica che ha per oggetto la stessa bellezza. Ma cerca, ora,» continuò,
«più che puoi, di farmi attenzione. Chi è stato, via via, guidato fin qui
nelle questioni d'amore attraverso la contemplazione delle cose belle, quando
sarà giunto al termine di questa iniziazione, scorgerà, Socrate, a un tratto,
una meravigliosa bellezza, quella stessa che era un po' la ragione di ogni sua
precedente fatica, una bellezza, anzitutto, eterna, che non ha origine né fine,
che non cresce né si consuma e, inoltre, che non è per un verso bella e per un
altro brutta o che a volte sì e a volte no, né bella da un punto di vista e
brutta da un altro, né bella qui e brutta là, come se lo fosse per alcuni e per
altri no, né, questa bellezza, gli apparirà con un volto o con due mani, né
come qualcosa che possa riferirsi ad alcunché di corporeo e nemmeno come
discorso o come dottrina, né come quella che possa esistere in qualche altra
cosa, in altri esseri viventi, per esempio, o nella terra o nell'aria o
altrove, ma quale essa è, in sé e per sé, sempre uniforme e mentre tutte le
altre cose belle che di quella partecipano, nascono e periscono, essa non ha
alterazione di sorta, in più o in meno, non subisce mutamento. E così, quando
sollevandosi dalle cose terrene, in virtù anche dell'amore che si porta ai
giovinetti, uno comincia a scorgere questa bellezza, allora potrà dire di
essere vicino alla meta. Infatti questo è il retto cammino per procedere da
soli o insieme a una guida verso le questioni d'amore, cominciare, cioè, dalle
cose belle di quaggiù e, avendo come fine ultimo questa bellezza, innalzarsi
continuamente, come su una scala, da uno a due, da due fino a tutti i bei corpi
e da questi alle belle occupazioni e poi alle belle scienze, finché non si
giunga a quella scienza che di null'altro è scienza che della stessa bellezza e
finché non si conosca, giungendo, così, alla meta, il Bello in sé. Questo, caro
Socrate,» diceva la straniera di Mantinea, è il momento della vita che più di
ogni altro, per un uomo, val la pena di vivere: quando giunge alla
contemplazione della Bellezza in sé. Se una volta sola tu riuscirai a vederla,
oh, ti sembrerà assai più preziosa dell'oro o di una veste o degli stessi bei
fanciulli e giovinetti che ora guardi non senza un palpito e per i quali, tu e
molti altri, se fosse possibile, rimarreste anche senza mangiare e senza bere,
pur di poterveli sempre contemplare e stare in loro compagnia. Cosa
succederebbe allora, continua a dire, se uno riuscisse a vedere la bellezza in
sé, in tutta la sua adamantina purezza e non già quella offuscata dalla carne,
dai colori, da tutte le altre vanità terrene, se gli riuscisse, insomma, di
scoprire la Bellezza in sé, divina e uniforme? Credi forse che sarebbe
miserabile la vita di quest'uomo che fissasse quel punto, lassù e lo
contemplasse come va contemplato, congiunto con esso? Ed è soltanto in quel
punto,» continuava, «contemplando la bellezza con quella facoltà che la rende
visibile, che egli potrà dar vita non a parvenze di virtù, dato che non è a una
falsa immagine di bellezza che egli si è accostato, ma a una virtù vera, per il
fatto che egli è nella verità; non pensi, del resto, che avendo dato vita alla
virtù vera e avendola continuamente alimentata, costui potrà diventare caro
agli dei ed essere anch'egli immortale, se mai altro uomo lo è stato? Queste
cose, Fedro e anche tutti voi, Diotima mi ha detto ed io ne sono rimasto
persuaso e come tale, quindi, cerco ora di persuadere gli altri che per il
conseguimento di tanto bene, non è facile che l'uomo trovi chi possa meglio
soccorrerlo dell'Amore. Per questo io affermo che ogni uomo deve onorare Amore,
come io stesso faccio esercitandomi nelle sue discipline ed esorto gli altri a
fare altrettanto ed ora e sempre esalto la potenza e la forza d'Amore, nel modo
che ne sono capace. Ed ora, Fedro, questo discorso giudicalo, se credi, come un
elogio d'Amore, altrimenti definiscilo pure come meglio ti piace.»
Quando Socrate ebbe concluso, continuò a riferirmi Aristodemo, e mentre tutti
ne elogiavano il discorso, Aristofane stava per intervenire, perché Socrate
aveva a un certo punto, fatto un'allusione sul suo conto a proposito di una
certa teoria. Ma ecco che, a un tratto, si sentì picchiare alla porta dell'atrio
e, poi, un gran vociare, come di gente allegra e la voce di una suonatrice di
flauto. «E, allora, ragazzi, non correte a vedere?» esclamò Agatone ai servi;
«se è gente di casa, fatela pure entrare, altrimenti dite che abbiam già finito
di bere e stiamo riposando.» Dopo un po' si udi nell'atrio la voce di
Alcibiade, ubriaco fradicio, che urlava a squarciagola chiedendo dove fosse
Agatone e che lo conducessero da lui. Egli, infatti, comparve sulla soglia,
sostenuto dalla suonatrice di flauto e da alcuni della compagnia e s'avanzò
verso i convitati, incoronato da una folta ghirlanda di edera e di viole e con
la testa piena di nastri. Salve, amici, esclama, «lo volete con voi, a bere, un
uomo già completamente ubriaco? Oppure possiamo soltanto mettere questa corona
in testa ad Agatone, dato che siamo venuti per questo e poi filarcela subito?
Ieri non mi è stato possibile venire e così eccomi qua ora, con questi nastri
in testa, per passarli su quella di uno che, senza offesa per nessuno, è il più
sapiente e il più bello di tutti. Ma voi ridete perché sono ubriaco? E ridete
pure, tanto lo so; ma, piuttosto, ditemi, posso o non posso entrare? Berrete
con me, o no?» Tutti allora si misero ad applaudirlo e gli dissero di entrare e
di prender posto in mezzo a loro. Anche Agatone lo invita ed egli si fa avanti
sorretto dai suoi amici e, togliendosi dal capo i nastri, fa le mosse di
incoronarlo senza accorgersi che Socrate era proprio lì, sotto i suoi occhi, al
punto che, quando egli si pose a sedere in mezzo a loro, questi dovette
scostarsi per fargli posto. Non appena si fu accomodato, cominciò ad
abbracciare Agatone e a cingerlo di ghirlande. Ragazzi, veniva, intanto,
dicendo Agatone, slacciate i sandali ad Alcibiade, ché si metta comodo e sia
terzo tra noi due.» Benissimo, approva Alcibiade, «ma chi è questo terzo?» e
così dicendo si volse e vide Socrate; a quella vista fece un balzo: Santi numi,
esclama, ma chi è questo? Proprio Socrate? Ti sei messo qui per giocarmi ancora
qualche tiro e mi compari davanti, al tuo solito, quando meno me l'aspetto. Che
sei venuto a fare? E perché ti sei messo qui e non vicino ad Aristofane o a
qualche altro che voglia fare lo spiritoso? Ma tanto hai fatto che ti sei
piazzato vicino al più bello.» E Socrate: «Vedi un po' di difendermi tu, Agatone,
perché l'affetto di quest'uomo mi sta dando non pochi fastidi. Da quando,
infatti, mi sono legato a lui, non posso più guardare una persona di bello
aspetto, né stare un po' a conversare con nessuno perché, geloso e invidioso
com'è, mi salta su e me ne dice un sacco e poco ci manca che non mi metta le
mani addosso. Sta attento, quindi, che anche ora non me ne faccia una delle sue
e cerca di mettere un po' di pace tra noi e difendimi, se egli vuol farmi
ancora qualche sfuriata, perché comincio proprio ad aver paura delle sue manie
e del suo temperamento eccessivo.» «Niente affatto,» gridò Alcibiade, «fra te e
me, nessuna pace e di quello che hai detto faremo i conti dopo. Ora tu,
Agatone,» riprese, «dammi un po' di questi nastri, ché incoroni anche lui, questa
testa meravigliosa, in modo che non s'abbia poi a lagnare che ho cinto te di
ghirlande e lui niente, lui che nel parlare vince tutti e sempre, non una
volta sola, come te, ieri.» E così dicendo prese dei nastri e
incoronò Socrate, mettendosi, poi, comodo. E allora signori, esclama
quando si fu messo a suo agio, «mi sa che qui volete fare gli astemi; non ve lo
posso permettere; bisogna, invece, bere, così eravamo d'accordo. Fino a quando
non avremo preso l'avvio, i brindisi li dirigo io. Avanti, Agatone, fa portare
una bella coppa, di quelle grandi, anzi, anzi, non ce n'è bisogno; invece,
ragazzo, dà qui quel vaso per tener il vino in fresco.» Ne aveva, infatti,
intravisto uno che conteneva più di otto quartini abbondanti. Dopo esserselo
riempito, se lo scolò per primo; poi disse di riempirlo per Socrate,
soggiungendo: Amici belli, con Socrate, però, non c'è niente da fare: più gli
se ne versa e più ne beve e non c'è caso che si ubriachi. Infatti, appena il
servo versò, Socrate prese a bere. Ma Eressimaco, intervenendo. Ma così che
facciamo, Alcibiade? Vogliamo proprio starcene coi bicchieri in mano, senza
dire una parola, senza cantare un po', vogliamo proprio darci sotto come tanti
assetati? Salve, mio caro Eressimaco, esclama allora Alcibiade, «ottimo figlio
di ottimo e assennatissimo padre.» «Salute anche a te,» rispose Eressimaco, «e,
allora, che facciamo?» «Ai tuoi ordini, siamo qui per obbedirti: poiché un
medico regge da solo il confronto con molti. Perciò, comanda quello che vuoi.»
«Stammi a sentire, allora,» fece Eressimaco; «prima che tu venissi si era
stabilito che ognuno di noi, partendo da destra, facesse un discorso in lode di
Amore, come meglio ne fosse capace. Noi abbiamo già tutti quanti parlato, tu,
invece, no e dato che hai bevuto, è giusto che ora tocchi a te; dopo, potrai
proporre a Socrate quello che vorrai e lui, a sua volta, passerà l'invito al
compagno che è alla sua destra e così gli altri.» «Oh, un'ottima idea la tua,
Eressimaco,» fece Alcibiade, «solo che non puoi mettere a confronto il discorso
di un ubriaco con quello di gente che s'è mantenuta sobria; e poi, mio caro, tu
ci credi a quello che Socrate ha detto un momento fa? Non lo sai che è invece,
tutto il contrario? Questo qui, se io mi metto in sua presenza a fare le lodi
di qualcuno, uomo o dio che sia, solo per il fatto che non si tratta di lui,
mica me le risparmia le legnate.» «Ma la vuoi piantare? fa Socrate. «Per mille
tempeste,» rimbeccò Alcibiade, «è inutile che protesti; in tua presenza io non
posso lodare nessun altro.» «E allora, fa così,» intervenne Eressimaco; «se
vuoi, loda Socrate. Come dici? fa Alcibiade. Vuoi proprio, Eressimaco, che io
me la pigli con questo tipo e mi vendichi davanti a voi? Ma che ti salta in
testa,» intervenne Socrate, «di prendermi in giro con la scusa dell'elogio? Ma
che intenzioni hai?» «Dirò la verità e tu vedi se ti garba.» «Allora, sicuro,
la verità te la concedo, anzi voglio che tu la dica.» «Eccomi subito a te,» fece
Alcibiade, «e tu, intanto fa una cosa: se io non dico il vero, interrompimi se
vuoi e dì pure che sto mentendo, per quanto io, di bugie, non ho intenzioni di
dirne. Se, poi, nel riferire i fatti, io non andrò per ordine, non
meravigliarti, perché non è certo facile, nello stato in cui sono, fare
l'elenco ordinato e completo di tutte le tue stranezze. Ebbene, signori, io,
Socrate comincerò a lodarlo così, per immagini. Lui, crederà che io voglia
continuar nello scherzo e invece, le immagini mi serviranno per precisare la
verità, non per scherzare. Comincio col dire, infatti, che egli somiglia a quei
sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori, che hanno in mano zampogne
e flauti, fatti in modo che, aprendosi a metà, mostrano, all'interno, immagini
di divinità; e soggiungo anche che somiglia al satiro Marsia. Eh, sì, Socrate,
ci somigli proprio, almeno nell'aspetto, tu stesso non puoi negarlo; e sta a
sentire come poi ci somigli anche nel resto. Non sei forse petulante, e ti
posso portare i testimoni se non vuoi ammetterlo. E non sei un suonatore di
flauto? E come assai più portentoso di Marsia. Lui aveva bisogno dello
strumento per incantare gli uomini a forza di fiato e così, anche oggi, deve
fare lo stesso chi vuol suonare le sue melodie; (quelle che suonava Olimpo,
infatti, erano di Marsia, che gliele aveva insegnate). Insomma le sue melodie,
sia che le suoni un flautista di vaglia o una suonatrice di mezza tacca, sono
le sole a commuoverci, a farci quasi sentire il desiderio di dio, divine come
sono e di iniziarci ai suoi misteri. Tu soltanto in questo gli sei diverso, che
senza strumento, con le sole parole, ottieni lo stesso risultato. Infatti noi,
quando ascoltiamo qualcuno che parla, fosse pure il più bravo oratore di questo
mondo, di quello che dice, non ce ne importa niente, per così dire, proprio
niente di niente; quando invece ascoltiamo te, o anche soltanto un altro che
riferisce i tuoi discorsi, fosse pure un buono a nulla, quanti ne siano,
uomini, donne o giovani, restiamo tutti sbalorditi e affascinati. Quanto a me,
signori, se non temessi di passare completamente per ubriaco, vi direi, dietro
giuramento, quello che ho provato e provo ancora quando questo qui comincia a
parlare. Quando lo sto a sentire, il cuore mi si mette a battere forte, peggio
di quello dei Coribanti, alle sue parole mi vengono giù le lacrime e vedo tutti
gli altri, ma tutti, quanti ne sono, che provano la stessa impressione. Quando
invece sentivo parlare Pericle o altri bravi oratori, mi rendevo conto che
anch'essi parlavano bene, eppure non provavo niente di simile, non mi sentivo l'anima
in tumulto, né turbata al pensiero di essere una ben povera cosa. Ma per
costui, invece, per questo Marsia qui, quante volte mi son sentito come se non
mi fosse più possibile vivere come vivevo. E non dirai mica, Socrate, che tutto
questo non sia vero? Ed io sono convinto che anche adesso, se decidessi di
ascoltarlo, non riuscirei a resistere e proverei le stesse emozioni. Egli,
inevitabilmente, mi farebbe persuaso delle mie molte deficienze e che, perciò,
invece, di badare un po' a me stesso, m'intrigo dei fatti degli Ateniesi. E
così, mio malgrado, io mi tappo le orecchie, come se fossi in mezzo alle sirene
e scappo via perché non voglio mica invecchiare vicino a lui. Soltanto davanti
a quest'uomo io ho provato una cosa che nessuno mi sospetterebbe: quella di
vergognarmi. Davanti a lui solo, io mi vergogno, perché riconosco che non ho la
forza di contraddirlo, di oppormi a quello che mi dice di fare, ma poi, appena
mi allontano da lui, ecco che mi lascio nuovamente prendere dal favore
popolare; così lo evito e lo fuggo e quando lo vedo, solo a pensare a tutte le
cose di cui mi ha convinto, arrossisco dalla vergogna. Tante volte mi farebbe
addirittura piacere che non fosse più a questo mondo, anche se poi, so
benissimo che questo mi addolorerebbe assai di più e così, con un uomo
simile, non so proprio come fare. E così, questi sono gli effetti che io e
tanti altri proviamo per le melodie che questo satiro sa tirar fuori dal suo
flauto. Ma state ancora a sentire come egli somiglia anche nel resto a quelli cui
l'ho paragonato, e quale straordinario potere egli ha. Mettetevelo bene in
testa, costui nessuno lo conosce: ma ve lo farò conoscere io, dato che mi ci
trovo. Guardatelo qui, Socrate, pronto sempre a innamorarsi dei bei giovanotti,
a corteggiarli, a perdere addirittura la testa; mica poi che capisca qualcosa,
non sa proprio niente, almeno dall'apparenza. E questo non significa essere un
sileno? Altro che: lo stesso aspetto esterno di una di quelle statuette di
sileni; ma dentro, se lo aprite, ve la immaginate, commensali miei, la saggezza
che ha? E poi, dovete sapere che a lui, non gliene importa niente se uno è
bello, anzi lo tiene in così poco conto, che non ne avete l'idea; e se uno è
ricco e ha tutto quello che, secondo la gente fa beato un uomo, egli dice che
tutto questo non vale un bel niente, anzi che noi stessi siamo addirittura
delle nullità, questo ve l'assicuro io. E per giunta passa la vita, poi, a fare
il finto tonto e a pigliarsi un po' gioco di tutti. Se poi fa sul serio, però e
si lascia veder dentro, non so se l'avete mai viste le bellezze che ha. Io però
le ho viste, una volta, e mi son sembrate così divine, così preziose, stupende
e straordinarie, che mi sentii soggiogato e pronto a fare tutto ciò che Socrate
avesse voluto. Credendo che egli s'interessasse alla mia bellezza, pensai che
era proprio un'occasione e una bella fortuna la mia se, cedendogli i miei
favori, avessi potuto apprendere da lui tutte le cose che sapeva: io infatti
andavo tutto superbo della mia bellezza. Con queste intenzioni, allora, io che
prima non ero solito restarmene da solo con lui, senza la compagnia di un
servo, un bel giorno congedai il mio schiavo e rimasi solo con lui. Bisogna che
ve la dica tutta la verità e voi fate attenzione e se dico bugie, Socrate, smentiscimi
pure. E così me ne rimasi solo soletto con lui ed io credevo che egli avrebbe
subito attaccato con quei discorsi che di solito un innamorato fa al suo
ragazzino, quando si trovano a tu per tu ed ero tutto contento. Invece, niente
da fare ma, come al solito, parlò con me e giunta la sera, se ne andò. Vedendo
questo, lo invitai, allora, a far ginnastica insieme a me, cominciai a
esercitarmi con lui e speravo di concludere qualcosa. Anche lui, in verità,
faceva i suoi bravi esercizi con me e lottavamo insieme, spesso senza che
nessuno fosse presente. Ebbene, ve lo devo dire? Non ne cavai un bel niente. E
quindi, visto che in questo modo non combinavo nulla, pensai che con un uomo
simile bisognasse adoperare le maniere forti, altro che lasciar perdere, dato
poi che mi ci ero messo, e vedere un po' come andava a finire la faccenda. E
così lo invita a cena, addirittura come fa uno spasimante quando vuol far
cascare la persona amata. Macché, mica accettò subito; tuttavia, dopo qualche
tempo, si convinse. La prima volta che venne, però, volle andarsene subito,
appena mangiato; quella volta io mi vergognai un po' e lo lasciai andare. La
volta appresso, però, gli tesi il laccio e dopo che finimmo di mangiare, gli
impiantai una discussione che si protrasse fino a tarda notte e così, quando
fece le mosse di congedarsi, io gli dissi che ormai s'era fatto tardi e quindi
lo convinsi a fermarsi. Così egli si mise a riposare in un letto accanto al
mio, lì dove aveva cenato: nella sala, nessun altro avrebbe dormito tranne noi
due. Fin qui niente di male nel mio racconto e anzi potrei continuare a parlare
di fronte a tutti ma, a questo punto, io non vi darei più nulla
se, anzitutto, nel vino, come dice il detto (aggiungeteci pure i bambini o
meno) non vi fosse la verità e poi perché mi sembrerebbe proprio una cosa
ingiusta, dal momento che sto facendo l'elogio di Socrate, passare sotto
silenzio il suo nobilissimo comportamento. Oltre a questo, ancora, io mi sento
come uno che è stato morso da una vipera che, a quel che si dice, non vuol
raccontarlo a nessuno, tranne a quelli che sono stati anch'essi morsi, ai soli,
cioè, che potrebbero comprendere e compatire i suoi gesti e tutte le frasi che
si dicono sotto l'influsso del dolore. Ed io che sono stato punto dal morso più
doloroso e nella parte che più duole al cuore o all'anima o come vuoi
chiamarla, trafitto e punto dai ragionamenti filosofici che penetrano più
profondamente del dente di una vipera specie quando afferrano l'anima di un
giovane non mediocre e lo spingono a fare e a dire qualunque cosa... io che mi
vedo dinanzi un Fedro, un Agatone, un Eressimaco, un Pausania, un Aristodemo,
un Aristofane (e bisogna anche nominarlo Socrate?) e tanti altri, tutta gente
un po' patita e fuori di sé per la filosofia. Eh, sì, per questo, ora, voi
tutti, mi starete a sentire. E mi compatirete per quello che è accaduto allora
e per quanto sto per dirvi ora. E voi, famigli e quanti ne siete, rozzi o
villani, tappatevi con grossissime porte le orecchie. Dunque, signori,
quando la lampada fu spenta e i servi se ne furono andati, pensai che non era
più il caso di star lì a gingillarsi ma di esprimergli chiaramente le mie
intenzioni. «Dormi, Socrate?» perciò gli chiesi scuotendolo. «Nient'affatto,»
mi rispose. «Sai cos'ho pensato? Cosa? Che tu mi sembri l'unico amante degno di
me, però mi pare che tu esiti a dichiararti. Però, sai, io ho deciso; credo
proprio che sia da sciocchi non esserti compiacente in questo, come in tutto il
resto, se tu ne avessi bisogno, dei miei amici per esempio, delle mie sostanze.
Perché, vedi, niente mi sta più a cuore che diventare il più possibile migliore
e nessuno, io penso, può far meglio di te al caso mio. Anzi mi vergognerei
molto di più, di fronte alle persone intelligenti se non compiacessi un uomo
simile, che non dinanzi alla gente ignorante se gli cedessi. E lui, dopo essere
stato lì a sentirmi, col suo solito fare un po' ironico. Mio caro Alcibiade, risponde,
può darsi proprio il caso che tu non sia uno sciocco se è vero che io ho tutto
quello che tu dici e se c'è in me una specie di potere che ti possa far
diventare migliore. Se è così, devi aver visto in me un'irresistibile bellezza,
di gran lunga superiore alla tua e, rendendotene conto, ora cerchi di far
comunella con me, di metterci le mani addosso e barattar bellezza con bellezza
e così concludere, alle mie spalle, un affare non poco vantaggioso; cerchi,
insomma, di pigliarti una bellezza vera in cambio della tua che è apparente e
pensi proprio di scambiare oro con rame. Ma benedetto figliolo, fa più
attenzione, ché tu non t'inganni nei miei riguardi, dato che io non sono
proprio nulla. Il fatto è che l'occhio della mente comincia a veder chiaro
quando s'affievolisce quello del corpo e per te, ce ne vuole del tempo. Ed io
dopo averlo ascoltato: «Per quel che mi riguarda, le cose stanno cosi ed io non
ho detto nulla di diverso da quello che penso. Tu, piuttosto, devi decidere
quello che è meglio per te e per me. Così va bene, mi risponde. In seguito
vedremo e faremo quello che ci sembrerà meglio per tutti e due a proposito di
questa faccenda e anche per il resto. Quanto a me, dopo quello che aveva detto,
e ora che avevo udito la sua risposta, come se gli avessi lanciato un dardo,
pensavo d'averlo già bell'e trafitto. E così, senza dargli la possibilità di
dire una parola di più, balzai su e gli gettai addosso il mio mantello (infatti
eravamo d'inverno) ficcandomi, poi, sotto quello suo, logoro, e stringendolo
nelle mie braccia (sì, proprio costui, questo essere veramente divino e
meraviglioso) e tutta la notte gli stetti disteso vicino. Nemmeno questo,
Socrate, puoi dire che non è vero. Ebbene, nonostante che io avessi osato
tanto, si dimostrò superiore e mi disprezzò beffandosi della mia bellezza,
schernendola; e si che io credevo di non essere mica poi tanto male, o giudici
(sì, giudici dell'insolenza di Socrate); ebbene, sappiate, ve lo giuro su tutti
gli dei e le dee, che io dopo aver passato la notte accanto a Socrate, mi alzai
come se avessi dormito con mio padre o con mio fratello maggiore. Dopo
tutto questo, ve lo immaginate come ci rimasi. Da una parte l'idea di essere
stato disprezzato, dall'altra la mia ammirazione per le sue qualità, per la sua
saggezza, per la sua forza d'animo. Mi resi conto di aver proprio incontrato un
uomo quale non avrei immaginato, per rettitudine e per fortezza. E così non
riuscii né a pigliarmela con lui e, quindi, troncare ogni rapporto, né, d'altro
canto, a trovare il modo di conquistarlo. Sapevo benissimo che col denaro non
c'era niente da fare: è più invulnerabile d'Aiace di fronte alle frecce, ed ora
anche l'unico modo con cui pensavo di poterlo conquistare, m'era fallito. Privo
così d'argomenti, schiavo quasi di quest'uomo, come nessuno lo fu mai d'alcun
altro, gli stavo sempre dietro. Tutto questo accadde prima della campagna di
Potidea, durante la quale combattemmo insieme e fummo anche compagni di mensa.
Ricordo che alle fatiche era più resistente non solo di me ma di tutti quanti
gli altri; quando poi si restava bloccati, tagliati fuori, come capita spesso in
guerra e così ci toccava patir la fame, la capacità di resistenza degli altri
non era niente al confronto della sua; quando invece c'era abbondanza, lui era
il solo a godersela veramente; e a bere, poi, vinceva tutti, non perché ci
fosse portato, ma solo quando ve lo spingevano e quello che è straordinario è
che mai nessuno ha visto Socrate ubriaco e di questo, io credo che ne avrete
anche ora una prova. Quanto poi a sopportare i rigori dell'inverno (e lì il
gelo non scherza), era addirittura straordinario. Ricordo che, una volta,
durante una gelata terribile, mentre tutti se ne stavano chiusi dentro e se
qualcuno usciva, s'infagottava fino all'inverosimile e si fasciava i piedi con
panni di feltro e pelli di pecora, lui se ne andò in giro con quel suo solito
mantelluccio che porta sempre, camminando sul ghiaccio, a piedi nudi, assai
meglio di quelli che avevano le scarpe; e i soldati lo guardavano un po' in
cagnesco credendo che, così, egli li volesse umiliare. E a questo
proposito, bisogna proprio sentire ‹quello che ancora fece e sostenne
quest'uomo animoso, laggiù, durante la spedizione. Tutto preso non so in quali
pensieri, una volta se ne rimase in piedi, immobile a meditare, fin dal mattino
presto e, poiché non riusciva a venirne a capo, non la smise, ma continuò a
restarsene tutto assorto nelle sue riflessioni. Era già mezzogiorno e i soldati
cominciarono a farci caso e a passarsi la voce, tutti stupiti che Socrate,
pensando a chissà cosa, se ne stava lì dal mattino presto. In conclusione, col
calar della sera, alcuni soldati della Ionia, dopo il rancio, portarono fuori,
all'aperto, i loro pagliericci (s'era, infatti, in estate) per dormire al
fresco ma anche per star lì un po' a vedere se quel tipo se ne fosse rimasto
immobile tutta la notte. Ed egli lì se ne restò fino a che non si fece mattino
e non spuntò il sole; dopo di che, fece al sole una preghiera e se ne andò. E
in battaglia, poi, se volete sentire, perché anche questo bisogna
riconoscergli. Quando ci fu quello scontro in cui i generali mi dettero una
ricompensa al valore, nessun altro mi salvò tranne costui che non volle
lasciarmi lì ferito ma riuscì a portarmi in salvo con le mie armi. Ed io,
Socrate, in quell'occasione, insistetti perché la ricompensa la dessero a te
(neanche in questo caso tu potrai riprendermi e dirmi che sto mentendo). E
poiché i generali, considerando il mio rango, volevano dare a me la ricompensa,
tu fosti più zelante di loro perché venisse a me attribuita invece che a te. E
non è finita, signori miei, perché bisognava vederlo Socrate, quando il nostro
esercito è rotto a Delio. In quell'occasione io ero col mio cavallo, lui a
piedi, con tutte le sue armi. Tra lo scompiglio delle truppe in fuga, dunque,
egli ripiegava insieme a Lachete. Io per caso sopraggiungo e, vedendoli, grido
di farsi coraggio, assicurandoli che non li avrei abbandonati. In quella
occasione meglio che a Potidea, potetti ammirare Socrate, anche perché, a
cavallo come ero, avevo meno da temere. Prima di tutto dimostrava un controllo
superiore a quello dello stesso Lachete; secondariamente parve anche a me
quello che tu stesso, Aristofane, hai detto di lui che cioè anche là egli
camminava come qui, tutto altero gettando occhiate di traverso, tenendo sempre
sott'occhio amici e nemici, facendo capire a tutti, anche a distanza, che se
qualcuno lo avesse attaccato, egli era il tipo che si sarebbe difeso
strenuamente. E così procedeva sicuro insieme al compagno, perché è proprio
vero che quelli che si comportano così in guerra, i nemici nemmeno li toccano,
mentre incalzano chi si dà a gambe levate. E ancora per molte altre cose, tutte
straordinarie, Socrate andrebbe lodato. Probabilmente, però, queste altre
qualità si possono anche trovare in qualche altro; quello che invece è
meraviglioso è il fatto che lui non è simile a nessun uomo del passato né del
nostro tempo. Ad Achille, per esempio si potrebbe avvicinare, in un certo qual
modo, Brasida e altri e per Pericle potrebbe trovarsi una certa somiglianza con
Nestore o Antenore e non con questi soltanto e altri paragoni se ne potrebbero
far sempre. Ma quanto a quest'uomo, per il suo modo di fare, per i suoi
discorsi, è impossibile trovare uno che gli somigli, nemmeno lontanamente, né
tra i viventi, né tra gli antichi, a patto che uno non lo volesse paragonare, appunto
come dicevo, lui e i suoi discorsi, ai sileni e ai satiri, ma non certo a un
uomo. Anzi, a proposito, i suoi discorsi (me ne ero dimenticato di precisarvelo
prima) sono proprio come i sileni che si aprono. Infatti, se uno si mette
a sentire i discorsi di Socrate, all'inizio, gli sembreranno addirittura
ridicoli, come sono tutti inviluppati per il di fuori, da termini e da
sentenze, una specie di pelle di satiro petulante; infatti, non fa altro che
parlare di asini da soma, di fabbri, di sellai, di conciatori e sembra che dica
sempre le stesse cose, tanto che se uno non se ne intende o è uno sciocco, gli
riderebbe dietro. Ma se cerchi di aprirli, i suoi discorsi, e di guardarvi
dentro, prima di tutto ti accorgerai che sono i soli, tra tutti, ad avere un loro
senso profondo, poi che sono addirittura divini, ricchi di ogni virtù possibile
e immaginabile, volti al sublime o meglio a ciò che deve tener presente chi
voglia diventare un vero galantuomo. Questo è quanto ho da dirvi in lode di
Socrate, amici miei. Quanto al biasimo io ve l'ho già mescolato, riferendovi le
offese che mi ha fatto; del resto egli non s'è comportato così solo con me, ma
ha fatto lo stesso con Carmide, il figlio di Glaucone e con Eutidemo, il figlio
di Diocle e con molti altri, tutta gente che egli ha ingannato fingendo,
appunto, la parte dell'innamorato, con la conseguenza che furono, invece,
costoro ad innamorarsi di lui. E questo lo dico anche per te, Agatone, ché non
debba cascarci anche tu in modo che, fatto esperto dalle nostre disavventure,
tu possa stare in guardia da costui e non debba imparare, da citrullo, a
proprie spese, come dice il proverbio. Appena Alcibiade ebbe concluso,
l'ilarità fu generale, proprio per quel suo modo franco di parlare, anche
perché, così, aveva fatto capire di essere ancora innamorato di Socrate. «Mi
sembra, invece, che tu, Alcibiade, non abbia proprio bevuto per niente,»
esclamò a un certo punto Socrate, «altrimenti non l'avresti rigirata tanto
abilmente, nascondendo il vero scopo del tuo discorso e alludendovi solo alla
fine, come un di più, come se tutto il tuo parlare non fosse stato per seminar
zizzania tra me e Agatone, fissato come sei che io debba amare solo te e nessun
altro e che Agatone devi amarlo soltanto tu e gli altri niente. Ma non t'è andata
bene e questa tua farsa a base di satiri e di sileni è apparsa evidente. Mio
caro Agatone, costui non deve spuntarla e bada tu che, tra me e te, nessuno
venga a mettere disaccordo.» E Agatone, di rimando: «Ah, sì, Socrate, forse hai
proprio ragione. Ora capisco perché s'è venuto a piazzare tra me e te, proprio
per dividerci. Ma sta fresco, anzi, eccomi qua che ti torno vicino.» Oh,
benissimo, fa Socrate, mettiti qua, al mio fianco.» «Santo cielo,» esclamò
Alcibiade, «quante me ne fa passare quest'uomo. Vuole sempre stravincere; ma,
almeno, mio straordinario amico, lascia che Agatone resti tra noi due.»
«Impossibile,» fece Socrate. «Infatti tu hai fatto, in questo momento, le mie
lodi ed ora tocca a me farle a quello che mi sta a destra. Quindi, se Agatone
se ne viene vicino a te, non può mica mettersi a fare il mio elogio prima che
io non abbia fatto il suo, ti pare? Piantala, quindi, tesoro, e non essere
geloso se elogerò questo giovane: io desidero molto tesserne le lodi.» «Iuh,
iuh, Alcibiade,» si mise a fare Agatone, «non è proprio il caso che io me ne
resti qui, anzi, mi alzo subito perché le lodi di Socrate io le voglio avere. Eh,
già, commenta Alcibiade, la solita musica; quando c'è Socrate, niente da fare
con i belli. Guarda un po' anche adesso, come ha saputo trovarsela facilmente
la sua ragione, in modo che costui gli si strofini al fianco. E così Agatone si
alza per mettersi vicino a Socrate, quando a un tratto, una numerosa brigata di
buontemponi si fece sulla soglia e trovando la porta aperta perché qualcuno era
uscito, irruppe dentro di filato verso di noi e ognuno si trovò comodamente il
suo posto. Ne nacque un baccano dell'altro mondo e si perse ogni misura, tanto
che ci demmo a bere a più non posso. Allora Eressimaco, Fedro e qualche altro
se ne andarono, continuò a raccontarmi Aristodemo. Quanto a lui è vinto dal
sonno e dormì profondamente anche perché le notti erano lunghe; si svegliò
ch'era giorno e che i galli cantavano. Quando aprì gli occhi, vide che gli
altri o dormivano ancora o se n'erano andati e che solo Agatone, Aristofane e
Socrate erano svegli e bevevano da una grande coppa che si passavano da
sinistra a destra. Socrate stava discorrendo con loro, ma Aristodemo disse che
non ricordava quello che si dicevano dato che non li aveva seguiti fin dal
principio e, poi, perché (almeno così disse) era tutto insonnolito, ma che, in
conclusione, Socrate stava persuadendo i due amici ad ammettere che uno può
comporre ugualmente sia commedie che tragedie e che chi, per vocazione, è poeta
tragico, sarà anche poeta comico. Quelli, costretti ad ammetterlo, ma senza
capir molto, sonnecchiavano. E ci disse che fu Aristofane ad addormentarsi per
primo, poi, a giorno fatto, anche Agatone. Socrate, quando li vide
addormentati, si alzò e se ne andò e lui, Aristodemo, com'era sua abitudine, lo
seguì. Giunto al Liceo si lavò e, come al solito, trascorse il resto della giornata,
poi verso sera se ne andò a casa a riposare. Educazione guerriera Il
filosofo G., voce narrate dell'educazione fascista scriveva: "La
possibilità, la necessità della lotta armata è immanente alla coscienza
nazionale, è presente in ogni momento di questa. E non c'è dunque educazione
veramente, vigorosamente nazionale, che non sia ache educazione
guerriera."Una delle caratteristiche fondamentale – e forse la piu nuova e
significative – che la scuola italiana e andata gradatamente acquistando e che
sta per trradursi in aao nella piena chiarezza e precision delle idee direttive
e della organizzazione tecnica, e l’impronta guerriera. Nel dominio
dell’educazione, in cui tutta la vita di un popolo si riflette e da cui insieme
trae alimento e vigorose affermazione, si fa valere, cosi, quell’attuarsi
categorico della coscienza nazionale, che e la missione del Fascismo nella
storia d’Italia. La coscienza militare, lo spirito guerreiero, non e qualcosa
di diverse della coscienza nazionale; bensi costituisce con questa un duplice
aspetto della elevazione dell’individuo al disopra del bene proprio
particolare, per attuare le ragioni ideali della vita: un duplice aspetto in
quell concetto della vita come missione, onde l’individuo perisce nelle sue
forme superficiale e caduche e si sostanzia de realta universal ed eterna. Al
dispora della nazione non esiste, invero, non puo esistere una organizzazione
che equamente diriga e governi l’atttivita dei singoli gruppi sociali-nazionale
e instauri, attraverso la composizione dei contrasti, un armónico equilibrio. La
possibilita, la necessita della lotta armata e immanente alla coscienza
nazionale, e presente in ogni momento di questa; e la coscienza di essa e la
preparazione dell’animo atto a combatterla sono; diremmo quasi, una seconda facia
della coscienza nazionale. E non c’e dunque educazione veramente, vigorosamente
nazionale, che non sia anche educazione guerriera. Ma non basta. Il compito
specific dell’educazione guerriera, la preparazione alla lotta armata, ha un
suo proprio carattere – in connessione con la natura e le esigenze di tale
lotta – per cui non e soltanto il riflesso o, direbbesi, l’ombra
dell’educazione nazionale, ma da questa in certo modo si distacca e su essa
reagisce, aumentandone e integrandone il valore; e aumentando e integrando,
inoltre, il valore anche dell’educazione generale. La preparazione alla lotta
armata e in vero preparazione: 1) alla rinunzia piu complete al proprio io
particolare; poiche si tratta di ninunzia alla vita, il primo ed il massimo dei
beni e da tutti presupposto; 2) alla rinunzia – sia pure momentanea e quale
mezzo a una superior affermazione – anche alla propria personalita spirituale,
mediante l’obbedienza pronta ed intera: poiche la lotta e azione e nulla v’ha
di piu dannoso e folle che discutere quando e il momento d’agire. Fornisce
quell’agilita e pronezza di movimenti e quella resistenza alle fatiche e forza
muscolare, in cui la lotta armata ha uno dei suoi mezzi piu essenziali. Non
solo; per il riscio che e inerente a molti esercizi ginnastici, anche si
rifugga dale acrobazie – con le quali si sarebbe fuori dal dominio educativo –
essa e buon addestramento dell’animo alla lotta. L’educazione guerriera ha un
contenuto per ricchezza ed importanza infinitamente superior a quello dell’educazione
fistica; ma include questa necessariamente dentro di se. Giovera in ultima
accentare agli sports, in quanto non significhino virtuosismo, ossia abilita
tecniche e capacita fisiche prese come fine a se stesse, ma si dispongano nel
Quadro generale dell’educazione quale stimolo allo sviluppo dell’uomo. Essi in
questo caso sono il naturale sbocco dell’educazione fisica, o meglio
l’educazione fisica nella pienezza della sua attuazione; poiche accentuano il
momento del rischio e del consequente necessario dominio di se. Ma non bisogna
esagerare riguardo al valore degli sports in ordine all’educazione guerriera.
Questa ha il suo fondamento in un mondo ideale che a quelli e compiutamente
estraneo; e si riferisce ad una condizione di cose in cui ben altro sir ischia
che non qualche slogatura ed ammaccatura, e in cui l’Eroe non attende il
plauso, ma si vota sereno e deciso al sacrifizio che, anche, rimanga oscuro.” Gallo
Galli. Galli. Keywords: il fedro, sull’amore, metafisica dell’amore, fisiologia
dell’amore, dialoghi dell’amore, dialoghi sull’amore, sul bello, l’uno e i
molti, unum et multa – the one and the many – Plato – Aristotle – Parmenides’s
aporia – D. F. Pears, “Universals” in Flew, Rosmini, Bruno, ermetico, Galileo, Serbati,
Carlini, idealismo, idealismo critico, dialettica dello spirito, Renouvier,
educazione guerriera, Sparta, Platone, Siracusa, dorio, guerriero, sacrifizio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Galli” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Gallio: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Lucio Giunio Gallio – An orator with a reputation
for his knowledge of philosophy. He adopts Lucio Anneo Novato, the elder brother of
Seneca.


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