Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Galvano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’arte naturale – filosofia torinese – scuola di Torino –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Abstract.
Grice: “I often use ‘gesture’ when I want to explain communication
teleologically, and so did Cicero! -- Keywords: gesture. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
Italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Galvano; he has philosophised on
aesthetics, on ‘spirit and blood,’ and on polytheism, citing Sallust!” Frequenta
la scuola a via Galliari, animata da Casorati.
Fonda L'Unione Culturale di Torino. Promuove il “Movimento Arte
Concreta” – cf. Arte Astratta Insegna all’Accademia Albertina. Dizionario
Biografico degl’Italiani. FONDAZIONE
GIORGIO AMENDOLA E ASSOCIAZIONE LUCANA LEVI Mantovani Motto G.
Fare, pensare, vivere la pittura"i Pmm gr s m dz de
2zpA—A_t} PA "o Saggi di MANTOVANI MOTTO BOTTA OLIVIERI G. Fare,
pensare, vivere la pittura Aver puntato il senso della propria vita sui
segni e sui colori sarà stata magari una puntata inutile ma non elusiva e
non insincera G.] FONDAZIONE AMENDOLA AssociaziIoNE LUCANA IN
PieMONTE Carto LEVI MOSTRA D'ARTE DI G. Torino presso la Sala
Mostre dell’Associazione Lucana Levi e della Fondazione Amendola
Con il Patrocinio di Con la collaborazione di REGIONE CONSIGLIO wc I
GALLERIA TORINO olii MIN FEONIE DEL PIEMONTE att Sen DEL
PIEMONTE Quello è stato un biennio segnato dalle notevoli difficoltà
imposte dalla pandemia da Covid-19. Alla luce delle molte restrizioni, la
Fondazione Amendola ha cercato, nel limite del possibile, di proseguire
con le proprie attività di divulgazione e promozione culturale
adattando spazi e metodologie alle esigenze del periodo, rispondendo
all'emergenza coronavirus con iniziative dinamiche e creative, passando
per la fruizione digitale per permettere agli utenti di restare a casa,
come le disposizioni prescrivono, senza perdersi dei contenuti
culturali. Sotto questa prospettiva e, nonostante le molteplici
difficoltà, il lavoro svolto per ricordare l'artista torinese G. è stato
importante. La Fondazione Amendola ha ritenuto opportuno offrire alla
città di Torino e non solo, la possibilità di accedere gratuitamente
all'incontro con l’opera artistica e intellettuale di una delle figure di
spicco del panorama artistico italiano della seconda metà del novecento.
L'iniziativa, di rilievo nazionale, ha permesso di raccogliere artisti e
intellettuali di tutta Italia che hanno collaborato con G. e che tuttora
ricoprono un ruolo fondamentale nella produzione culturale del nostro Paese. Cerabona
Presidente della Fondazione Amendola Studi, Convegni, Ricerche della
Fondazione Amendola e dell’Associazione Lucana Levi Presidente
Fotografie delle opere PROSPERO CERABONA CORONGI Curatore mostra e
catalogo Direttore Responsabile MANTOVANI CERABONA Scritti di
Redazione MANTOVANI, MOTTO, BOTTA, ADRIANO OLIVIERI DOMENICO CERABONA,
FERRARI Progetto ed allestimento MANTOVANI MOTTO, IL RINNOVAMENTO Fotocomposizione EDITRICE
IL RINNOVAMENTO Ente promotore Fondazione Amendola VIDEOIMPAGINAZIONE
GRAFICA DI TESTI E IMMAGINI Associazione Lucana in Piemonte Levi VIA
TOLLEGNO TORINO Si ringraziano per il prestito delle opere e la collaborazione:
Galleria del Ponte (Torino), Civica Galleria d'Arte Contemporanea Filippo
Scroppo (Torre Pellice), Stefania e Testa, Liliana Dematteis, la famiglia
Maggiorotto e tutti gli altri prestatori che hanno preferito restare anonimi.
Si ringrazia Barzan per la realizzazione delle docu-interviste. G. e la
pittura Mantovani G.: la fedeltà alla pittura Motto Da discepolo a
interprete. G. e Casorati Botta Gli occhi fervidi e il sapore di
cenere. G.: Decadentismo, Simbolismo, Art Nouveau Olivieri Opere esposte ARTE
DI VENEZIA GATMAZH TEAOZ GANATOZ XXVI: ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D
G. BIENNALE Foto Giacomelli - Venezia FOTOTECA
ASA. G. e la pittura. Mantovani Da pittore, G. pone tre
livelli d’indagine; come qualsiasi artista intelligente, se non fosse
che, nel caso suo e di non molti altri, i tre livelli si presentano
specialmente complessi e coltivati con consapevole separatezza e problematica
interconnessione: Il primo livello comporta chiedersi che
pittore G. sia stato e, ovviamente, interrogarsi sulla specie e
sulla qualità della pittura (delle pitture) che ha messo in opera nel
lungo percorso, sicuro e tortuoso, che lo ha impegnato pressoché
ininterrottamente. Il secondo livello comporta mettere a fuoco la
concezione (le concezioni) ch'egli ha elaborato della pittura, in quanto
da critico (e autocritico: nella sua scrittura, l’autoritrattoè un vero e
proprio genere!) si è occupato dell’arte, in particolare della pittura,
conuna intensità, una pervicacia, una curiosità sempre sveglia,
direi aggressiva, in un'epoca provocatoria e insieme minacciata dalla
condiscendente banalizzazione. Ma, forse, il nodo più difficile da
sciogliere è quale rapporto ci sia tra il praticante pittura (è questa
l’arte scrive di sé della quale
ab- biamo, bene o male, una qualche esperienza vissuta e non
crediamo se non ai discorsi che nascono da questa esperienza”, dove si
radica anche la militanza del critico) e il teorico che usa gli strumenti
del filosofo, dell’antropologo, dello psicanalista, dello storico (da
competente, eppure mai imprigionato dallo specialismo? e anche meno
dall’appartenenza) Si può daffermare che ogni suo scritto è occasione per
una autoanalisi. Come, d'altra parte, che l'autobiografia non è mai cronaca
contingente, invece occasione per andare oltre la cosiddetta evidenza dei
fatti, per indagarne radici e proiezioni. G., La pittura, lo spirito e il
sangue, in “Tendenza” Torino, in G., La pittura, lo spirito e il sangue,
a cura di Mantovani, Il Quadrante, Torino; G., Diagnosi del moderno, a
cura di Ruffino, Aragno editore Torino. Gallino, in AG., Atti del
Convegno, Torino a cura di Pinottini. Bulzoni editore, Roma: "Se
l’eclettismo diventa una condizio- ne dell'esercizio dell’arte, è anche
la qualificazione dello status dell’intellettuale, che, in ogni specifico
ambito d'indagine, è sollecitato a non perdere di vista la visione d'insieme
dei problemi. La polemica di G. contro la specializzazione, quale
esclusiva procedura del sapere, risponde a tale regola metodologica.
In- dubbiamente, in ogni attività culturale, è necessaria una
partico- lare competenza, ma, al di là del suo confine, s'impone l'esigenza
del controllo unitario dei suoi esiti e delle sue
interpretazioni”. Ruffino, (Com)plessi galvanici, introduzione a Diagnosi
del moderno, cit.,: “Contro lo specialismo, ... G. sferra una controffensiva
senza tregua e a tutto campo: sul piano pratico, opponendo al tecnicismo la
tèchne (nel suo caso quella pittorica); sul piano morale, opponendo alla
provvisorietà della posa il rigore della presa di posizione (ma mai
irrigidita in partito preso); sul piano estetico, opponendo ai miraggi di
progresso illi- mitato espressi dal Funzionale le ragioni dell’Organico,
capace di suscitare creazioni vive. Interessato “da una parte all'eredità
del tardo romantici- A. G. con Mariacarla e Pino Mantovani, Racconigi per
affrontare la pittura, alla quale riconosce una singolare
centralità. Tutti questi temi mi hanno per decenni accompagnato e
sollecitato. I miei primi interventi su G. pittore risalgono, la
presentazione ad una personale presso la Maggiorotto di
Cavallermaggiore, seconda di una serie dedi- cata ai protagonisti del MAC
torinese; ma già nel marzo dello stesso anno avevo tracciato, con
la collaborazione dei miei allievi in Accademia, un quadro della
pittura degli anni Cinquanta a Torino nel Museo Civico di Casa Cavassa a
Saluzzo’, sulla falsariga delle indicazioni che Galvano aveva for-
nito a T. Sauvage? per una storia ancora regionale dell’arte italiana nel
Dopoguerra; e sul catalogo della mostra Arte a Torino, nel smo e del
decadentismo: Mallarmé e Bergson, ‘esoteristi e filosofi della vita’,
psicanalisi ed esistenzialismo, dall'altra alla severità dello storicismo
crociano e all'esempio del rigoroso metodo critico negli studi di storia
dell’arte Lettore di Klages, di Jung o di Guénon, ma anche studioso di
Kant e di Hegel (G., Perché non possiamo non dirci crociani, in “Numero. Attento
a Freud come a Jung. Curioso delle storie, nel tempo e nello spazio,
pronto a coglierne, nella comune umanità, le differenze e le istruttive
potenzialità. 5 Pittura a Torino, a cura di G. Mantovani, catalogo
della mostra, Museo Civico di Casa Cavassa, Saluzzo. Sauvage (pseudonimo
di Schwarz) Pittura italiana del Dopoguerra; Ed. Schwarz, Milano, il
testo fu ripubblicato con integrazioni e il titolo La pittura a Torino in
“Letteratura”, Torino, successivamente in A. G., La pittura; e G.,
Diagnosi. Arte a Torino, a cura di Bandini, Mantovani, Poli, catalogo
della mostra, Torino salone d’onore
dell’Accademia Albertina, dedicavo a G. l’intervento, anche oltre gli
anni definiti nel titolo. Mi trovo, pertanto, a incrociare in queste
pagine scritti pubblicati in un arco di tempo di circa quarant'anni, con
il proposito, spero non solo narcisistico, di organizzare in di-
scorso unitario contributi sparpagliati e spesso di non facile
reperimento. Proprio dalla presentazione Maggiorotto poi variamente
elaborata per occasioni ulteriori dedicate appunto al MAC, come il
catalogo per la esposizione del MAC torinese sempre curata dalla
Maggiorotto alla Expo Arte Fiera Internazionale di Arte Contemporanea di
Bari, la presentazione del catalogo Albino Galvano, Proferio Grossi,
Luiso Sturla, Artecentro, Milano, fino al saggio sul movimen- to
torinese nel volume per la mostra MAC/ESPACE TORINO È VIa S. GIULIA
TORINO Pre. PARISOT |F. SCROPPO Bollettino «Arte
Concreta. all’Acquario di Roma—mi parlogico cominciare, non
tanto perché uno dei primi approcci al tema
allora potevo anche contare sul rapporto diretto con Galvano, ma
devo dire che la sua disponibilità non era invasiva e tanto meno arcigna
rispetto alle inter- pretazioni che venissero proposte del suo impegno
quanto perché vi si pongono i fondamenti del mio interesse per l'artista
/critico / filosofo. L'incipit che sceglievo allora mi pare sia ancora il
migliore possibile; non mio, intendiamoci, invece proprio di Albino
che Il saggio e rielaborato come prefazione a G., La
pittura, lo spirito e il sangue, cit. Mantovani, Pittori concreti a
Torino, in MAC-ESPACE - Arte concreta in Italia e in Francia, a cura di Canani
e Genova, catalogo della mostra, l'Acquario Romano, Roma, ed Bora,
Bologna. così aveva concluso un asterisco sul Bollettino “Arte
Concreta; “E scopriremo che è un programma [quello del MAC le cui
premesse erano già nei romanzi dei tempi della nonna? Tanto meglio,
almeno avremo evitato l'equivoco più antipatico che grava sull'arte
astratta: che si tratti di cosa moderna 0, peggio, d'avanguardia.
Una fulminante risposta al nemico Borgese che sul Corriere della Sera,
aveva definito A’ rebours di Huysmans, un romanzo, fonte peraltro
di tuttele velleità estetiste dell'avanguardia: fornendo unovvio spunto
polemico non saprei quanto consapevole, nel caso addirittura masochistico
a chi da anni si occupava del rapporto tra le cosiddette
“avanguardie” ela linea dal Romanticismo al Simboli- smo; ma anche agli
amici di Milano che si riconoscevano nel programma di Sintesi delle Arti
pubblicato nello H | FIL sintesi allo studio b 24
dal 21-2 al i: se ? i fi 5 5!
È s7 A. G. riproduzione di Verso Occidente, Biennale di
Venezia stesso Bollettino, che prevedeva “il diretto concorso di tecnici
e artisti, sul piano della stretta collabora- zione, per il
raggiungimento finale d’un concreto il quale aderisca alla funzione in
armonia di colleganza fra il mondo della forma, lo spazio e
l'applicazione pratica dell’opera collettiva”! viva il design, la
grafica e l'estetico diffuso, dunque. Come non bastasse, G. conclude
l'asterisco citato rigettando qualsiasi attualismo:” Che bel giorno
quello in cui potremo lavorare in pace al compito che la storia ci ha
affidato, certi che nonè sulla misura della contingente
attualità L'asterisco, cioè l'osservazione, la messa a punto
marginale è il contributo che Galvano sceglie per intervenire
criticamente liberamente sui Bollettini del MAC (e altrove).
11 E Passoni, Le arti e la tecnica, Arte Concreta, ried.
anastatica, a cura della galleria Spriano, Omegna. che il nostro lavoro verrà
giudicato! Il fatto è che G. non intende escludere tutta la
complessità di rimandi e proiezioni, soggettivi ed oggettivi, che i
linguaggi dell'immagine specialmente quando non siano troppo condizionati
da tecniche o ideologiche motivazioni si portano dietro e dentro, e che,
del resto, la cultura moderna indaga con particolare impegno e
analizza con rinnovata strumentazione, mentre altri linguaggi
dell’immaginario—la poesia, la narrativa, lamusica stanno sperimentando a
tentoni forme “nuove” (o vecchie !? o antiche, al punto d’essere originarie.
Neppure, d'altra parte, egli intende abbandonare la pittura come
linguaggio specifico, proprio quella tradizionale (tela, carta o
qualunque supporto piano, disegnoe colore, gesti e tracce a formar
figure); per quanto metta in conto uno spostamento dall’iconico
all’aniconico, dal descrittivo all’evocativo, dall’allusivo
all’emblematico, dal geometrico al rit- mico al gestuale; ciò che non
precluderebbe peraltro “la possibilità di uno scambio e di una penetrazione
sempre possibili nell'esercizio di una lettura figurativa per elementi,
segno, colore, movimento, materia ecc. Confessiamo di essere segretamente
d'accordo con Borgese [quando invita a rileggere A’ rebours]. Perché l'essere
agli antipodi [delle scelte di Huysmans e delle preferenze in
pittura del suo eroe Des Esseintes] è troppo vitalmente legato a ciò
che rifiuta per non riprenderlo su di un piano meno esterno: e le
citazioni dalla Blavatzky e da Steiner del Kandinsky della ‘Geistige’,
l'appartenenza a circoli teosofici di Mondrian giovane, il fatto che uno
dei primi scritti italiani sull'arte astratta sia di J. Evola sono ben
significativi di un rapporto ambivalente — di rifiuto per la ca- rica
letteraria, moralistica o immoralistica, del simbolismo speso alla
spicciola nell’allusività delle immagini e della messa in scena, e
insieme di accettazione di quel gusto di allusioni e suggestioni, di
segrete corrispondenze tra immagini e speculazioni che nelle sue due facce:
sensualmente umbratile l'una, simbolicamente intellettuale l’altra hanno
ostinatamente tentato di aprirsi una strada — sia pure affidandosi alla
romantica barca ‘ebbra’- dalle varie forme di resa alla prosasticità del
realismo”. Ancora dall'asterisco citato di G. in “Arte concreta”. Azzardo
un'ipotesi (certo suggestionato dal recente catalogo della mostra La
regione delle Madri. I paesaggi di Osvaldo Licini, Elec- ta, Milano, in
particolare dal saggio di Bracalente, Licini oltre la geometria: una
primordiale genesi del mondo): che Galvano non abbia ignorato “Valori
primordiali”, e in particolare l’opera di F. Celiberti, anche lui
proveniente da studi di storia delle religioni, tanto importante per
Licini proiettato dalla fine degli anni Trenta oltre la geometria,
specialmente nell’incrocio tra teosofia, esisten- zialismo e
fenomenologia (Paci e Banfi), e per comuni interessi per Spengler,
Klages, Guénon ... e per l'alta poesia romantica. Dipingere con colori e
pennelli ... è stata una costante del mio lavoro nei suoi vari cicli,
anche quando come spettatore ho pregiato e difeso esperienze varie e
opposte. Ma è certo che, se è venuto via via recuperando alla mia
pittura quell’attaccamento alle gidiane nourritures terrestres che
confessa- vo in un altro mio scritto, nei quadri qui presentati esse
hanno perso ogni ghiottoneria che non sia quella dell'occhio contemplan-
te: in bocca è solo sapore di cenere. Ciottoli, fossili: l'eco della vita
in ciò che non ha vita o non l’ha più. G., Autopresenta- zione della
Personale, Piemonte Artistico Culturale, Torino). Libretto di
iscrizione a magistero. non diversi da quelli che consentono la
valutazione di ogni buona pittura”! Perfino le ‘’ giuste ragioni”
concesse ai concretisti milanesi sembrano far parte di un gioco alquanto
provocatorio, portando il discorso dal livello tecnico a quello culturale
ed etico, di una eticità sempre esposta, in un certo senso negativa
(“demoniaca”, nella cultura occidentale, di radice inevitabilmente
cristiana anche nella più spinta laicità). Firmando con Biglione,
Parisot e Scroppo quello che a ragione o a torto è considerato il
manifesto del movimento torinese, G. aggira gli ottimistici programmi
dei milanesi, espressi nei manifesti dell’ Arte Organica, del
Macchinismo, del Disintegrismo, dell'Arte Totale!’ che sanno ancora tanto
di Futurismo, e dichiara che carattere essenziale nella scelta dei nuovi
adepti è la “responsabilità liberamente assunta sul limite più
impegnativo ... di lotta contro ogni conformismo e pigrizia
intellettuale” nel campo della pittura come in diversa applicazione
estetica e pratica, senza compromessi e “senza pudore”. Il fatto è che G.
(e G., presentazione della collettiva, Bordoni, G., Jarema,
Parisot, Scroppo, Galleria del Fiore, Milano Cfr. “Arte Concreta L'unico
atteggiamento ragionevole è quello di lavorare attendendo colla sincerità di
chi sa che lo spirito ama le posizioni estreme ed attive, non i
compromessi”. (G., L'evasione, in “Il Selvaggio”, 15 gennaio 1940,
ripubblicato in G., Diagnosi del moderno (cur. Ruffino). con lui Parisot,
Scroppo, Montalcini, Biglione e Carol Rama, per nominare tutti i torinesi
che aderiscono più o meno convinti al MAC)ha dietro le spalle una ventina
abbondante d’anni di lavoro non ovviamente mirato allo sbocco astratto.
Basta pensare alla frequenza orgogliosamente esibita fino
all'ultimo della scuola di Casorati (sul quale elabora un importante
saggio che punta non poco sulla stagione simbolista sull'argomento si
rimanda all'intervento in questo catalogo di Botta), al rapporto
con il neoimpressionismo dei Sei, in va- riante espressionista; al fatto
che egli medita, continua a meditare sul significato e sul valore della
scelta moderna”, essenziale, inevitabile, ma problematica nelle
ragioni, nei modi, negli obiettivi; infine, che ha una formazione teorica
e storica — aggiungerei una struttura psicologica ed una educazione — che
non gli consentono di utilizzare a cuor leggero la strategia del
manifesto, di ascendenza futurista, e in genere le dichiarazioni
programmatiche!8: una questione di carattere e di stile oltre che di
metodo e di cultura. Del resto, G. affronta il tema in testi
antecedenti di alcuni anni, ne utilizzo uno in particolare: La pittura,
lo spirito e il sangue”, che uscì nel 1946 sul primo ed unico numero
della rivista “Tendenza”, nell’ambiziosa prospettiva dei direttori
responsabili — lo stesso G. ed Oriani — Rivista mensile di Arti figurative. Certo
esistono di G. saggi più importanti come quelli che elenco
innota?°, dove il tema è affrontato con argomentazioni analitiche e
storicamente complesse, ma continuo a trovare snodo esemplare nella
vicenda dell'artista il brevesaggio citato. Anche la data è importante, a
guer- Il dubbio, lo scetticismo, l'ambiguità come tensione fra op-
posti sono fondamenti del suo metodo, che non è irrazionale, invece di un
razionalismo critico che mai cede allo schema ideolo- gico o alla rigida
consequenzialità. Nonacaso ho scelto il titolo del saggio come titolo per
la citata Antologia di G., edita dal Quadrante, Torino. Diversi saggi di
grande respiro, G. pubblica negli anni immediatamente successivi alla
seconda Guerra mondiale. Elenco in ordine cronologico quelli ripubblicati
sull’Antologia citata, consenziente l’autore: Aspetti del problema
estetico dell’esistenzialismo, Atti del Congresso internazionale di Filosofia,
Castellani e C ed., Roma;
L'esistenzialismo, a cur. Castelli ZUBIENA (si veda), Milano; Storicità e
significato dell’arte “astratta”, in Archivio di filosofia”, Milano, “Galleria di Lettere ed Arti;
Medioevo e Romanticismo, “Questioni” n. 2, 1955; Vita e forma in alcune
ricerche di estetica contemporanea, Atti del IIl Congresso In-
ternazionale di Estetica, Venezia 1956, edito dalla “Rivista di Esteti-
ca”, Torino 1957; Le poetiche del simbolismo e l'origine dell’Astrattismo
figurativo, Studi in onore di L. Venturi, Roma. All'elenco si aggiungono
i saggi pubblicati in successive occasioni: in partico- lare sul catalogo
della Antologica postuma: Omaggio a G., a cura di Fossati, Garimoldi, M. C.
Mundici, catalogo della mostra, Circolo degli Artisti, Torino e, con
scelta assai più ampia ma ancora lontana dalla completezza, sulla recente
antologia: A. Galvano, Diagnosi del moderno, cit. ra appena finita;
come significative le collaborazioni, che elenco per segnalare la
ricchezza e la varietà dei contributi, intesi a coprire in tutta la loro
estensione le cosiddette Arti figurative: C. Mollino e U. Mastro-
ianni, Monumento ai Caduti per la liberazione d'Italia; R. Chicco, ... et
le tableau quittè nous tourmente et nous suit; I. Cremona, Dal cannone
alla Secessione; A. Dragone, Disegni, acqueforti e acquerelli di Bozzetti;
Oriani, Costa; Mollino, Gusto dell’Architettura organica; O. Navarro Il
messaggio della cultura; ancora G.,
Woyzeck di Biùchner, Oriani, Breve discorso su due films di Cocteau.
Aggiungo e non è un dato secondario—dopo una pagina redazionale,
quindi d’Oriani che proviene dall'esperienza futurista” e dello stesso
Albino “che proviene dal purismo casoratiano e dal neoimpressionismo
venturiano”, dove si rivendica, dalle due parti inconciliabili (ma
l’inconciliabilità è segno di forza, di utile tensione) la gratuità
dell'atto creativo rispetto alla riflessione critica, e l'autonomia del
giudizio critico rispetto alle generalizzazioni dell'estetica, in un
tempo storico che minaccia di deludere chi aveva sperato che la fine
del regime politico e culturale comportasse il recupero pieno della
libertà e la sua pratica esplosiva. L'avvio del saggio è forte, al solito
compromesso, e ancora una volta lo propongo. L'appello della pit-
LA PITTURA, LO SPIRITO E IL SANGUE L'appello della pittura risuona dal
profondu del nostro sangue ancora
con quell’urgenza — come nei quindici anni quando sostituiva in camuff:imenti
impegnati sino alle estreme ragioni della possibile azione, gli slanci
religiosi o i presentimenti sessuuli. Ma le vie dell'Eden sono perdute, e
sarà vano lo sforzo di ricostruire un itinerarioche approdi al- l’innocenza
d'allora, che vi riscatti la sin troppv chiara coscienza del carattere
composito e compro. messo di ogni atto umano che non sia di
rinunzia: il peccato fondamentale dell’arte. Invano da anni
l'estetica crociana, non per nulla irritata coll’uomo pascoliano troppo chiaramente
preanunciante le scoperte freudiane {e contro Freud i erociani si
armeranno della più ipocrita in- comprensione) cerca di riprendere e di
legittimare, con la sterilizzata convinzione del carattere « teore.
tico» dell’arte, il troppo scoperto alibi kantiano del « bello come simbolo del
bene morale. Credo siu venuto il momento di confessare schiettamente che
il bello, proprio questo bello artistico che ci brucia sin dalla
giovinezza ogni possibilità di rassegnazione e di conformismo, è
piuttosto il simbolo del male morale. Tanto, anche eticamente. dla questa
franchezza non perderemo nulla. Soltanto Nietsche ha insistito con
sufficiente chiarezza su questo carattere, profondamente vitale e perciò
profondamente « immorale » dell'attività artistica: contro il quale assai
poco mi paiono va- lere le due obiezioni che implicitamente o
esplici- tamente vengono mosse dagli idealisti e dagli spiritualisti. Se
per i crociani ma credo che in GENTILE (si veda) l'implicita ammissione,
inevitabile data l’identificazione di arte e sentimento e
l’inseparabilità dell'agire dal conoscere, di quanto sì è detto,
fosse più che sospettata dall'autore anche se la reto. rica di cui
sempre fu ammalato gli impedì di ammetterlo in termini chiari; che tuttavia non
mancano nei più diversi fra i suoi seguaci o avversari- seguaci: dal
primissimo ABBAGNANO (si veda) disciogliente tatto il reale in
irrazionalità, appunto con una reductio ad absurdum dell’attualismo, ad EVOLA
(si veda), a SPIRITO (si veda) se per i crociani, si diceva, la
scappatoia di ridurre l’arte a pura conoscenza, giocando sul doppio ruolo
confuso insieme del- l’« intuizione » permette di evitare lo spinoso problema,
i recenti spiritualisti ma anche fra di. loro Stefanini, ad esempio,
ammettendo una insufficienza dell’arte alla vita pur nella auto- ì enza
in ordine al proprio valore peculiare, finisce collo svalutare moralmente
l’arte candidamente invece sermoneggiano sulle comuni radici del bello e
del buono (nel secolo scorso queste niaiseries di solito avvenivano su di
uno sfondo ontologistico vagamente giobertiano, oggi lo gnoseologismo
idealistico generalmente è rispettato anche dagli spiritualisti che
dell’idealismo dovrebbero esser avversari) e ci avvertono che il tormento
dell'urtistu che insegue con il diuturno lavoro il fan- tasma che sempre
gli sfugge è profondamente morale! ; Dio volesse che fosse
veramente così. E che si potesse sul serio sperare che all'artista, dopo
la conquista su cui ha tutto giocato, della propria immagine, fosse
anche riservato per soprappiù il paradiso delle religioni e delle
etiche! Sarà meglio invece guardarci chiaramente in faccia e
chiederci se veramente per il puradiso provvi. sorio della bellezza non
giochiamo la salvezza della nostra anima
ammesso che «questa espressione abbia un senso: quello cristiano,
+ quello di una etica laica ma generalmente è cripto-cristiana
anch'essa riconoscere per che cosa abbiamo scommesso; chè le conseguenze
del nostro pari atiche se lo avremo
perduto non diventerunno duv- vero peggiori per quest’atto di
franchezza. Rimane inteso che su questa rivista, che non è
dedicata a studi filosofici, non potremo farlo che sotto l'angolo della
pittura; ma poichè è questa arte della quale abbiamo, bene 0 male. una
qual che esperienza vissuta e poichè d'altra parte non crediamo se
non ai discorsi che nascono da questa specie d'esperienza, la cosa non
sarà fuori posto. La coscienza rimane inquieta. E poichè
sente che tutto nel problema implica la discussione delle RAMA
Disegno Da «Tendenza, disegno di Rama. tura risuona dal profondo del
nostro sangue ancora con quell’urgenza
come nei quindici anni quando sostituiva in camuffamenti impegnati
sino alle estre- me ragioni della possibile azione, gli slanci
religiosi o i presentimenti sessuali”. Geniale, perché collega
direttamente, intimamente la pittura (ma in genere i linguaggi creativi)
alla natura, al sangue appunto, affermando “il carattere profondamente
immorale dell'attività artistica” già sostenuto da Nietzsche,
negato o perlomeno arginato invece da Idealisti e Spiritualisti; e
insistendo sulla presenza di una volontà non risolta nella pura
contemplazione, né risolvibile, dato ilsuo orientamento verso l’immagine.
La cosaè particolarmente evidente nelle arti figu- rative e la multiforme
e aperta a direzioni divergenti attività ne è il paradigma. Ed è appunto
ciò che è sfuggito all’idealismo, a causa della artificiosa
distinzione di teoretico e di pratico, come al confusionismo attualistico che
confinando l’arte nella sfera dell’immediato sentimento cade di fatto in
un troppo semplicistico naturalismo. La distinzione fra teoretica e
pratica è certo valida, ma all’interno di ogni singolo atto spirituale
nella sua integrità, ché la vita spirituale presenta questi due aspetti
come facce sempre distinte, sì, ma sempre inseparabili.
Conclude G. (e in questa direzione trova sostegno nella
fenomenologia di Alain?!, ne “L'Immaculée Conception” dei surrealisti e in
Breton, più che nella poetica di Valery, almeno quando troppo
insiste sul pieno controllo cosciente dell'artista nell’elabora-
zione dell’opera): ‘Qui bisogna pensare ad una volontà tutta inconscia,
individuante e non ancora individuata (come Schopenhauer presente) e
ad unopposto momento rappresentativo che solo giustifi- ca il
valore estetico dell'immagine raggiunta negando nel sogno l’ebbrezza del
movimento fisiologico. Con un salto di parecchi anni, de La
pittura, lo spirito e il sangue ad una autopresentazione Utilissimal’ampia
citazione in proposito da uno saggio inedito di G., riportata da Garimoldi G.:
progetto di una nuova cultura, in Omaggio a G. In Alain ovvero Chartier]
l'accento cade molto più che nell’estetica idealistica, sul momento del
fare che su quello del conoscere, e sulla resistenza del mezzo sentita
come condizio- ne positiva ed essenziale al sorgere del fantasma
artistico, fanta- sma che non sarà più un'immagine al tutto congiunta a
priori ad una materiale estensione che la traduce, ma che sorgerà
insieme all'atto di esecuzione e che soltanto a posteriori rispetto a
que- sto avrà la sua concretezza. L'opera non nasce nella testa o
nel cuore, nell’intelletto o nel sentimento, per poi essere realizzata
nella pietra o sulla tela, ma, direi, nel vivo pulsare del sangue al
polso quando questo gioca le resistenze e le tensioni, gli scatti e le
flessioni del pollice e della mano nell’urto con il resistente ma-
teriale. La scultura e la pittura sono meno la realizzazione visiva di
un'immagine mentale che la materiale traccia lasciata da un gioco di
ritmi fisiologici. È in particolare Merleau-Ponty (AUSTIN HATED HIM – GRICE –
after Royamount_ a sviluppare il tema, per esempio negli studi dedicati a
Cézanne. lino Vieeate colla (o crlize pus (olenda,
cuni (aza sr net&uk' a fr suina und la gut rin % NAM (dA Pene
più 0 me0 Ara la rr tn he Ut forata ME TISHOI: RE Peas LA LALA
Les al caso TU fi e fa dii Lo val poco comi pila
est; ua dn AA Prima pagina della lettera di A. G. a Adriano
Villata. — scritta a mano “quasi si trattasse di una lettera
destinata solo all'amico [il “Caro Villata”, gallerista], nella quale ci
si può confidare e divagare come l'umore o la nostalgia suggeriscono” —,
G/ ritorna sul rapporto fra il concepire e il fare, tra il fare e
il decodificare il senso in più o meno risolutive lettere; ancora una
volta mettendosi in gioco, ma senza alcuna intenzione di assumere valore
esemplare o chiedere scusa 0 simpatia, esponendosi in tutto lo
spessore di sensibilità e intelligenza, di impossibilità (a meno
che non si scelga o si accetti la rinuncia) di sottrarsi all'impulso
profondo. E anche senza compiacimento narcisistico: ci si esprime non per
coltivare l'emozione ma per darne testimonianza e, per quanto
possibile, esporla a sé e ad una analisi non priva di crudeltà,
comunque oggettiva. È interessante seguire il filo del discorso, che
nella scelta del tono dimesso non è meno teso del solito. Prima
motivazione del movimento pendolare tra pittura e scrittura, così esposto
al giudizio e all’ironia dei colleghi dell'una e dell'altra banda:
l'appartenenza “ad una generazione [quella di Cremona, di Maccari,
di Mollino, per restare tra amici] e ad un ambiente Ripubblicata in G., La
pittura, lo spirito e il sangue.; e in G.,
Diagnosi del moderno, cit., All'inaugurazione di una sua personale.
in cui questo male, se male, era quasi una ragione d’orgoglio. Era la
generazione dei nati all’inizio del secolo, che raccoglieva dai
protagonisti del rinnovamento dell’arte (secessionista o avanguardistico,
rappresentato per Albino, in primo luogo e per sempre, dal maestro Felice
Casorati), una eredità che era non meno di esperienza materiale che di
elaborazione intellettuale, un atteggiamento aperto, anzi tentato
da molteplici contraddittorie curiosità e linguaggi espressivi (ma il
quasi suggerisce l’affacciarsi di qual- che incrinatura nella certezza
adamantina esibita dai predecessori, forse anche per il confronto
inevitabile con una generazione successiva che tornerà a proporre
arroccamenti specialistici). Seconda motivazione. Tutto quantohai
odiato o amato nei giochi e nella noia dell'infanzia alimenterà
peruna vita quanto produrrai, buono o meno chesial. I nutrimenti terreni
avranno un bel essere filtrati in parole, in segni e colori, in note, in
spettacolo, il loro repertorio non muta, non lo hai scelto, ma ne
sei stato scelto, e tu sei quello che essi ti hanno fatto, la tua libertà
non può consistere che nell'essere loro fedele sino alla fine, libertà di
adesione non di ripudio, e libertà nella misura in cui con il tuo
ripensamento e il tuo scavo li trasformi da passivo esser fatto in
attivo assecondamento della sorte che essi ti hanno assegnato, in
obbiettivazione in cui il loro oscuro sgorgo, la loro inconscia matrice,
si chiarisce nell'opera, nel segno formato e consegnato all'oggetto che
ti rivela agli altri e in cui assumi responsabilità di confessione e
di 10 proposta”. Insomma, è proprio il rilancio dal
fare al pensare e dal pensare al fare che definisce una identità
intuita come destino e accettata come scelta. Ma se rimane “ovvio”
il rapporto fra i nutri- menti terreni e ciò che uno diviene e fa nel
tempo, è anche vero che “una immagine retrospettiva di sé è sempre
un’interpretazione che porta il peso della mutata identità
dell’interrogante, del penoso carico di nostalgie, ricordi, rimpianti e
rimorsi e ogni interpretazione, specialmente nell'impegno
auto-biografico, è anche una falsificazione”, per quanto cerchi di
evitare tanto l’apologia ideologica quanto la “disgustosa e mimetica”
confessione personale. Giusto nel mezzo, fra le due citazioni (è il caso di ricordare che è il tempo
della svolta neodada e pop che mette in crisi e addirittura annichilisce
alcuni dei pittori più convinti), G. mostra d’avere di questo destino
ironica e malinconica ma anche dura consapevolezza. Del fallimento egli
tesse un sistema, secondo i miti di Prometeo e Sisifo, riscoperti
come”moderni” dal Romanticismo all’Esistenzialismo. “Finis
picturae? Il punto si identifica con questo estremo di coscienza
contraddetta e irritata: la certezza che la via senza uscita dell’arte
oggi non ha nemmeno l'alibi della professione, del successo, del
guadagno, ma soltanto il fascino senza illusioni di una fedeltà a
un impegno individuale, quasi di una scommessa con la propria
intelligenza e con la possibilità e i limiti del nostro stesso
temperamento!”. Diventano così esemplari l’ultima e penultima
produzione di G. pittore, alla quale viene dedi- cata in questa mostra
una intera sezione con i ciottoli le foglie i frutti, i relitti,
proseguita con “i paesaggi (rocce, alberi, isole), i nudi, le
macchie[|...]”:esemplare neltentare una trascrizione di archetipi,
congelati inluoghi comuni della pittura, tipi, generi e maniere (il
fascino baudeleriano dei luoghi comuni! Ma già muovevano nella stessa
direzione ireos e cespugli d'iniziotracce che regrediscono
attraverso lamemoria nella gesticolazione elementare e prima i segni
asemantici, prima ancora (siamo nella seconda metà dei ‘60) le bandiere,
i nastri, i nodi e così via: tutte figure emblematiche, primarie e
coltissime, che niente hanno a che fare con la semplificazione, la
banalizzazione pop. La pittura ivi coincide con la costruzione delle im-
magininominabili (nona caso varianti dell'icona della cosa, anzi del
frantume, astratta da qualsiasi contesto, su un fondo bianco che è il
segno di una definitiva separazione dallo scorrere fenomenico), e insieme
la pittura è automatismo oggettivo, registrazione fredda della
emozione costruttiva (se non creativa): infatti presentata tipicamente
come nodo, descrizione dell’a- G., La pittura a Torino, cit.
»m®) da cor. 4 È ut me rematori E ua Br su :
Pa ù LE a Con Gorza a Palazzo Te, Mantova
zione dell’annodare, avvolgere, intricare-intrigare, 0 dello sciogliere e
liberare (vedi la bellissima immagine scattata, credo, alla galleria
Martano). Ma è tutta la vicenda di G. pittore e critico che
val la pena di ripercorrere in mostra, sia pure per cenni e con
discutibili tagli. Danotarel’uso ch'egli fa dell’insegnamento
casora- tiano: del maestro, G. non assume passivamente il
platonismo, consapevole che il rapporto di Felice con la pittura è dal
principio e resta nel tempo un rapporto decadente, che diventa eticamente
sano e formalmente classico solo per un atto di volontà tanto mirabile
quanto falsificante; sarebbe meglio dire critico, con vettore opposto,
sia pure, a quella che sarà la scelta di G.. Che il travestimentosia
storicamente giustificato su un modello rispettabilissimo come
quello gobettiano, non vuol dire che la sua sostanza più vera non
debba essere riconosciuta nonostante, attraverso la corazza ideologica e
formale ritrovando il nucleo profondo, ’malato”ma straordinariamente
vitale. Di G. è da approfondire l’espressionismo che del
resto condivi- de con altri della sua generazione: Nella
Marchesini, Montalcini, Martina, Cremona, Rama. In tal senso ci si
potrebbe chiedere che peso abbia avuto, localmente, Spazzapan che
esaltava l'ispirazione e deprecava l'istinto (viene in mente la
teoria di Klages, che insiste sulla attrazione magnetica traimmagine e
“anima”, ben distinta, l’anima ispirata e creativa, dall’istinto che è
del corpo, come dalla volontà decidente e dotata di facoltà riflessiva
che è dello spirito”); e anche Levi, l’unico dei Sei che partecipi
intimamente all’espressionismo europeo, e, fuori sede, i romani, Scipione
in particolare al quale Albino dedicò una bellissima recensione, che
è lo stesso anno della prima edizione del Casorati. In un saggio
intitolato Perché non possiamo non dirci crociani, in “Numero G.
sottolinea che la sua generazione “decadente” deve a Croce specialmente
questo: d'essere stata messa nella condizione di “accettare senza
malafede e senza rimorsi i dati di quella cultura di tardo
romanticismo che, così feconda quanto a ricchezza e sottile
sensibi- lità di ricerche particolari, tanto si è dimostrata incapace di
una sistemazione totale... [insomma di poter essere] decadente malgrado
Croce, grazie proprio al riscatto che il metodo crociano offriva”. Che è
un modo ottimo anche per comprendere come coerenza di sistema e
incoerenza pragmatica siano in G. strettamente congiunte in dialettica
tensione: la coerenza consistendo nella allarmata coscienza critica,
nella responsabilità che non può consentirsi “nessuna comoda complicità”,
l’incoerenza nell'essere ogni scelta un esito che, per quanto imperfetto,
è sempre compromesso e rappresentativo. Come a dire che la vitalità
della ricerca costituisce un valore, non meno che l'aspirazione ad una
sistemazione che finalmente rappresenti una “identità”, forse meglio “la
libertà di essere identici al proprio destino”. Perciò G. non
intende, tanto meno come pittore, tagliare i ponti col passato (il suo
passato, oltre che la storia); invece semina il cammino di tracce, di
residui, vorrei quasi dire fisiologici, di lapsus, così che in ogni
momento il cammino sia ripercorribile o almeno riconoscibile, ma
anche sostituibile. Egli, in effetti, sa che nulla va distrutto e non
consuma sacrifici liberatori. Per lui in particolare (adatto il titolo di
un importante saggio), La sublimazione astrattista non liquida
l'erotismo del Liberty, semmai ne prende le distanze, per poterlo rimettere
in circolo, come in un processo alchemico in perenne rinnovamento.
Così G. passa necessariamente da un con- cretismo geometrizzante,
che di fatto ironizza ma non banalizza - la geometria come privilegiata
ma- G., Per un'armatura, Lattes, Torino
nifestazione della razionalità e della chiarezza, ad un
concretismo informale che libera la possibilità di una pittura scritta
usando il campo come tabula rasa 0 pagina intonsa, dove il gesto può
scorrere ed intricarsi, e/o come dimensione praticabile in tutto il
suo spessore magmatico, a sua volta ironizzato dalla scoperta di una
ritmica, di una metrica essenziale. Come adire che è nella pittura
nell'arte chesi realizza, assumendo evidenza di mito visivo, feticcio
laico, l'unico progetto possibile senza illusioni razionaliste e
moralismi ideologici. Un momento certamente fondamentale,
sarei tentato di dire il perno sul quale ruota il resto è quello: quando
la natura del gesto s'incontra felicemente conlo schema, generando una
concrezione araldica, l'intenzione simbolica con il simbolo ricono-
sciuto nella memoria collettiva; ennesima variante della tradizione
dell’ornato, raccolta e riavviata dal Liberty: insieme puro gesto e
automatismo assolutamente impuro. In questa mostra, il momento avrà
adeguata evidenza. Ma è anche vero che Galvano si guarda bene dal
protrarre artificiosamente quel momento (diciamolo pure, straordinario,
quasi senza confronto in Italia), tanto che si prenderà negli anni
immediatamente successivi una pausa di riflessione che produrrà anziché
pittura saggi teorici che culminano in Artemis Efesia, per
riprendere il filo (la matassa) della pittura con proposte (in apparenza)
assai differenti: le bandiere, i nastri, 1 padiglioni, gli anelli di
Moebius. Che cos'è la pittura per G., allora? Scrive di lui l’amico /
avversario Argan, che ha scommesso sul progetto ideologico, vincente almeno per
un certo periodo storico: “Egli non risponde una volta per sempre, con
una definizione filosofica: infatti ciò che vuol sapere è che cosa
sia la pittura in questa precisa condizione della cultura, della
coscienza, dell’esistenza, e quale sia il suo grado di vitalità, quali le
sue possibilità di sopravvivere in uno spazio ogni giorno più
ristretto. Non gli si potrebbe dar torto, se non fosse che
proprio l’opera e ciò che la sottende, l’opera come atto critico, questo
è appunto il suo contributo filosofico, e anche la sua testimonianza
sapienziale, che trascrivo da una autopresentazione: Dunque la
pittura, una meditazione sulla morte imminente o il recupero della gioia
ottica nello spazio ripercorso in termini di colore e di luce, sia
pure della luce irreale della memoria e del sogno? O la scenografia di
ambigue emersioni dall’inconscio? Davvero non saprei dirlo, e, forse, è
inutile porsi le domande. Forse anche soltanto la monotona
iterazione Argan, in catalogo della personale, Galleria Unimedia,
Genova G., Autopresentazione, in catalogo della mostra, Piemonte
Artistico Culturale, Torino di una passione per il dipingere, che ripercorre
con insistenza sigle che non è più capace di vivificare colla
curiosità e il gusto avventuroso della giovinezza”. Tante pitture,
allora, e però tutte mirate ad essere presenza di pittura e non
illustrazione di concetti. Pittore concettoso, a volte, mai concettuale
nel senso di illustratore di concetti: aggiungo, nel segno di una
ineludibile, per quanto mascherata vocazione poetica.” Si deve citare,
almeno una volta, Sanguineti, allievo e amico, grande estimatore di G. Mi trovo
forzato a pensare che, alle radici del lavoro di G., come artista e come
studioso, stia un'immagine è la parola giusta che accenna all'uomo
come animale che è capace di immagine. E dunque un’antropologia fondata
sopra la facoltà della visione, In formula perfetta, a conclusione
di Storicità e significato dell’arte astratta, G. precisa. L'opposizione
affermata da Mallarmé tra la concretezza della vue e l’allusività delle
visions, l'affermazione di Alain che il poeta è l'opposto del
visionario perché sa di non vedere sino a che la mano non abbia realmente
costruito nello spazio l'oggetto che la passione progettava, sono
divenute nella co- scienza del pittore concreto l'imperativo di una
scelta tra il peso della memoria e la libertà pericolosa di una
iniziativa tutta affidata al risultato”. Garimoldi, nel saggio più volte
citato, sottolinea che G. pone come centro dell’arte l’insoluto rapporto
fra espressione ed enigma” (che cosa di più chiaramente collocato
sulla linea romanticismo-simbolismo come la vede Albino?), citando una
autopresentazione del La seconda parte di questo scritto elabora
liberamente tre testi: in ordine cronologico, Témoignage de notre dignité,
in Figure d'Arte, artisti a Torino, cur. Balzola, Cavallo, Ghinassi, Mantovani,
Alberti ed., Pescara; A proposito del pittore Albino Galvano, in
Attraverso il Novecento. G. a cura di Pinottini,
Bulzoni ed., Roma; G. pittore, catalogo della mostra, Galleria del Ponte,
Torino Sanguineti, Contro la ragione, “La Stampa Un saggio singolare, dove Sanguineti
è figura nodale nella messa in circolo della linea liberty; linea che
Casorati, Cremona, Mollino e G. avevano mantenu- ta viva con originali
apporti nella prima metà del secolo, è L'altra faccia della luna Origini
del neoliberty a Torino di Elvio Manganaro, Libria ed., Melfi. Al saggio
citato si deve la conoscenza di un testo di G.: Processo alla pittura in “Il
Selvaggio, che dà originale contributo alla interpretazione della vicenda
artistica della sua generazione, che “si gioca tutto nello spazio che
separa le Uova da quelle, o tra l’”Icaro senza ali e le ali senza volo
del Sogno, di Casorati naturalmente, perché proprio Casorati è appartenuto
paradigmaticamente ai due mondi quello della figlia di Iorio e quello
della Jeune Parque. Manganaro, L'altra faccia della luna. G., Storicità Garimoldi,
G Progetto di una nuova cultura, in Omaggio. Si dà arte solo quando il non
differente operare a fini strumentali o di puro edonismo è impedito
e stravolto dai sedimenti di una vicenda individuale che
s'insinuano e dominano dove pretendeva condurre il gioco la razionalità
del progetto decisionale. A questa condizione in ogni tempo si è cercato di
opporre la dignità dell’autocontrollo, certo vanamente, ma anche
proficuamente perché la possibilità di coinvolgere gli altri non consiste
se non nel pun- tualizzato istante di tensione in cui lascia
materiale traccia di segno o di tocco quel gioco d’insidie;
l'istante in cui l’inspiegata vicenda interiore si fa immagine ed EMBLEMA
Con Bartoli a Palazzo Te, Mantova, La discutibile scelta di privilegiare la
pittura come via di accesso alle molteplici attività di G. obbliga a
segnalare gli autori che affrontano il caso con particolare intelligenza e
puntuale CULTURA FILOSOFICA. Sanguineti, in catalogo Antologica; Tessari,
nello stesso catalogo, e G. e il mito, in Figure d'Arte, Carchia,
Prefazione a Artemis Efesia, nella riedizione, cit.; Fossati, Autopresentazione, mostra personale,
Galleria Weber, Torino Garimoldi, M.C. Mundici (a cura di), catalogo
della mostra al Circolo degli Artisti; A. Balzola, G. e D'Adda:
l'immagine matrice, in Figure d'Arte; Gallino, e Salza, G. e Jung, in G. Ruffino,
Introduzione in G. Diagnosi del moderno, A parte, segnalo il “ritratto”
che ne fa Fossati, presentando Omaggio a G.; e le memorie che in circa
trent'anni di colloqui non di rado centrati su Casorati, Cremona e G. si puo
raccogliere da Gorza, l'unico artista di generazione successiva che per
cultura e gusto potesse essere accostato a G.. È proprio Gino a volere
una mostra comune con il significativo titolo di Sincronie a
Mantova in Palazzo Te; riannodando il filo della presentazione che Albino
gli aveva dedicato dieci anni prima, per l’Antologica nello stesso
luogo. Si ricorda all’inaugurazionela presenza di Bartoli,
documentata anchein una fotografia dove il geniale interprete di Licini
sembra inchinarsi al geniale interprete di Artaud. Più recentemente,
sempre al Te, una giornata di studio dedicata a Bartoli è stata
anche l'occasione per rievocare la figura di G. con Tessari. Anche
Tessari è mancato. Prova di ritratto e un Uomo riservatissimo,
comea volte chi non si neghi alla mondanità, anzi se la imponga come
esercizio. La leggendaria disponibilità, senza ombra di debolezza, realizza
una delle forme più aristocratiche dell'etica, per discrezione in
maschera di rigore professionale. Essenziale un fondo di malinconia, come
misura di una perdita irreparabile, e di nostalgia per una totalità
irreversibilmente frantumata. Tra distacco soggettivo e oggettiva
commozione scorre l’impurità di un continuare a vivere, si scrive
in tracce stenografiche il diario di un sedotto e di un seduttore
per forza di un gentiluomo piemontese. Sensualissimo lettore;
scrittore capace di costruire macchine logiche come trebbie di tortura, e
di avvolgere in sontuose inestricabili ragnatele (costante una
specie di dolcezza, cui tanto meno resistono rigidi baluardi):
trascurabile vi è l'inganno, perché la circonvenzione è ignobile,
specialmente d'incapace. Come un dovere coltiva il diletto: su
questo piano potrebbe essere magistrale se non fosse troppo fine e
pericoloso un tal modello. Nel suo sistema, la pittura rappresenta il
concreto. Distratto semmai da irridu- cibile curiosità, non è mai
astratto. Ireos, sassi e conchiglie sigillano una storia sostanzialmente
coerente, perché osano confronto con il principio e la fine: così su una
pietra tombale si posano cose e il tempo vissuto, relitti nudi, epifanie
senza velo. Omaggio a G. Catalogo mostra antologica, Palazzo Chiablese,
Torino Catalogo mostra antologica, Circolo degli Artisti, Torino. Atti
del convegno, a cura di M. Pinottini, Torino Antologia di scritti di A. G., a
cura di A. Ruffino, Aragno Electa Piemonte G. cur. Pinottini
BIBLIOTECA DI CULTURA BULZONI G.: la fedeltà alla pittura
Motto Il magistero casoratiano e la prima figurazione Galvano
nacque a Torino l’anno d'esecuzione delle Demoiselles d'Avignon di
Picasso che segnò l’imporsi e il susseguirsi delle avanguardie: « che nel
bene e nel male problematico doveno caratterizzare, inconcomitanza
concrisi umane, politiche e sociali ben più gravi, ilnostro secolo
sino a porre oggi il problema della morte dell’arte qualunque cosa si intenda
sottolineare con questo termine apocalittico. G. pur muovendosi nel
solco della modernità, affondava le sue radici in una meditata e
personalissima assimilazione di riferimenti pittorici dell'Ottocento e
del primo Novecento, ben lontano dalla reazione e dall’inattualità.
Apparteneva all'ambiente casoratiano e alla sua scuola «divenuta il
centro di un'opposizione cortese, tacita che non esclude, la cosa è molto
torinese, rapporti amichevoli o per lo meno corretti con gl’avversari. Venne
segnata la temperie di una Torino moderna (tuttavia non futurista) di
seguito enunciata in pochi assunti utili a comprendere l’ambiente
artistico nel quale G. s'introduce: la comparsa di FCasorati alla
Promotrice come artista rivoluzionario e di rottura; la breve
esistenza di Gobetti e il suo cenacolo antifascista; le polemiche e la
reazione dell'ambiente cittadino alle scelte di gusto antinovecentiste
di Venturi rivolte all'arte di nuovi primitivi, gl’impressionisti;
il fugace percorso del gruppo dei sei di Torino (coagulato e promosso dal
duo Persico e Venturi) che rinunciarono a Roma madre per Parigi
amica; e la vitalistica apertura culturale europea del finanziere,
collezionista e mecenate Gualino. Dopo un precoce apprendistato con il
pittore Pisano e il maestro di disegno Vannini, l'educazione di G. all'arte
contemporanea si svi- luppò suriviste di settore (in
particolare”“Emporium” e “L'art vivant”) e attraverso la frequentazione
delle Biennali veneziane. Alla rassegna G. puo osservare dal vivo
la pittura di Felice Casorati che rappresentò «la scoperta del mondo
nuovo e spre- giudicato che si apriva alla nostra cultura:
l'ingresso del mondo “moderno. Ai iscrisse alla Scuola Libera di
Pittura di Casorati (sorta a Torino e strutturatasi maggiormente dnella nuova
sede di via Galliari, antistante l'abitazione di Riccardo Gualino. Il suo
magistero, lontano da G., Autobiografia, in Pizzetti e Givone (cur.), G., catalogo della mostra,
Palazzo Chiablese, Regione Piemonte, Torino Galvano, Torino e i «Secondi
futuristi», in G., Diagnosi del moderno. Scritti scelti cur. di Ruffino,
Aragno, Torino G. (al centro, seduto) e (da sinistra, in piedi, tra gli
altri) Scroppo, Maugham, Galvano, Cremona, Casorati, Rama, Bertolè, Valpellice. Ogni
sistematicità d'accademia, non è solamente estetico ma anche pregno
dell'eredità etica e politica gobettiana: un debito verso quel «fanciullo
puro» che esigeva «fedeltà e non lacrime»®. Per Galvano il punto
fondamentale della sua formazione fu il trovarsi par- tecipe di un
ambiente che lo salvò «tanto dal rischio di un'adesione acritica al
regime imperante [...] e da quello ben più grave [...] di un'immersione o
som- mersione nella Torino di quel tipo di borghesia che amava in
pittura Giacomo Grosso». L'insegnamento del «platonico» Casorati, pervaso
«d’una signorile severità», verteva su l’«insieme» e il «tono». Dal
saggio Casorati di G. (Hoepli, Milano) si legge che il Maestro
consigliava agli allievi di «imparare a vedere il più semplicemente
possibile la forma di quella determinata massa tonale, di quella
determinata massa chiaroscurale, non la forma dell'oggetto. La forma
serve qui a distruggere la linea ed a passare al colore [...]»*.
Il clima della scuola di via Galliari fu efficacemente narrato da
Lalla Romano ne Una giovinezza inventata: «Verso sera venivano sovente
visite: Rossi, Soldati, Levi. Levi ridacchia con lei sull'indirizzo
classicistico della scuola, dove gl’allievi più ambiziosi preparano un bozzetto
per il quadro. Ride ma affettuosamente. C'è UNA BASE CULTURALE COMUNE: IL
DISPREZZO PEL FASCISMO. I nomi citati sono solo una parte delle
personalità con cui G., all’inizio degli anni Trenta, instaurò un
duraturo rapporto amicale sulla via del confronto artistico, tra gli
altri: Montalcini, Bonfantini, Chicco, Cremona, i sei e Gobetti,
Iniziative d'arte a Torino, in “L'Ordine Nuovo Casorati, in “Il Mondo”, G.,
Autobiografia G., Casorati, L. Romano, Un invento, Einaudi, Torino Argan,
ma anche Mollino, Mila, Ginzburg ed Antonicelli. La pittura
postimpressionista di G. si orienta in un contraddittorio intento di tenere
insieme i valor plastici di Casorati e quelli dei Sei» il cui risultato
«pesante e impastato» fu autocriticamente espresso dall'artista
stesso. Anche una certa l’arte d'oltralpe praticata da stranieri fascina
G. (Vlaminck, Terechkovitch, Krog), mentre i rimandi nostrani furono
indirizzati alchiarismo lombardo eai tonalisti romani. Quei loro mezzi
misi sfasciano ed intorbidivano tra le mani, rimanendo parentele
d’accatto o esperimenti di lettura, ed enorme riusciva la dispersione e
la perdita di tempo. Un repertorio antinovecentista di temi iconografici
ricorrenti segnò quel periodo: pesci, molluschi, conchiglie, vecchi libri
accartocciati, crocefissi e acquasantiere barocchi, nudi tortili come
molluschi e paesaggi incerti tra quegli andamenti sinuosi e un
modesto cezannismo che era nell’aria, G. s’inserì nel circuito espositivo nell’anno
in cui le arti si avviavano verso la loro FASCISTIZZAZIONE di forma con
l'istituzione del SINDACATO FASCISTA a cui venne affidato il compito di gestire
le manifestazioni espositive periodiche sul territorio nazionale.
Il rapporto con la società artistica di un Novecento sarfattiano (a un
passo dallo smantella- mento definitivo) e della retorica celebrativa di
Stato era destinato tuttavia a un sostanziale fallimento. A
Torino G. esordì nell'alveo casoratiano in due mostre della scuola. Sono regolari
le sue presenze alle espo- sizioni annuali della Promotrice di Belle Arti
con più sporadiche puntate alla Società degli Amici dell’arte. Il
filosofo ZANZI (si veda), in una recensione riguardante un'esposizione di
vendita torinese del 1934, sagomava i tratti pittorici di G.: sfuggito
anzitempo alla disciplina rigorosa della scuola di Casorati. Il Galvano
in certe composizioni di nature in silenzio ricorda la chiara e sapiente
pittura del Maestro, in altri quadroni ricerca l’effetto della
pennellatona agile ed abile, cara passione di qualche
post-impressionista»". Alle rassegne di carattere nazionale
Galvano prese parte alla I e alla Il Quadriennale romana dove vi fu una
discreta rappresentanza torine- se e piemontese: Felice Casorati e il suo
discepolato (Paola Levi Montalcini, Nella Marchesini, Sergio
Bonfantini, Emilio Sobrero), Daphne Maugham, G., Autobiografia G., in
catalogo della mostra, Galleria La Giostra, Asti Zanzi, in “La Gazzetta
del popolo G. e Scroppo alla I Mostra Internazionale dell'Art Club,
Palazzo Carignano, Torino. parte dei sei ( Levi, Menzio,
Paulucci), Milano, Mastroianni, ICremona. Alla Biennale di Venezia G.
presenzia con un’opera nella stessa sala di Casorati e allievi, mentre
nell'edizione espose isolato (a Chessa venne dedicata un'ampia
retrospettiva, Menzio e Paulucci comparivano attigui). In
questo periodo sono da indagare infine le par- tecipazioni alle quattro
edizioni del Premio Bergamo. Fuuna manifestazione, insieme al Premio
Cremona, che svelò la dialettica artistica italiana: due componenti
antitetiche dello stesso volto del regime. Il primo (promosso da Bottai),
più elitario, «si riallacciava a un versante dell’arte italiana
colto, internazionale e post-impressionista»!* suscitando polemiche
nell’ala più intransigente del fascismo; il secondo (voluto da Roberto
Farinacci) era sintonizzato sull'onda delle mostre hitleriane.
AII Premio Bergamo del 1939 (in giuria Casorati, Funi, Longhi e
Argan) il terzo riconoscimento venne suddiviso tra cinque concorrenti: si
evidenziava la presenza romana di Capogrossi e quella piemontese
con Menzio, Paulucci, G. e Martina (è presente anche Galante, non
premiato). Al secondo Premio Bergamo G. riceve una particolare menzione e il
suo dipinto fu acquistato dal Ministero dell'Educazione Nazionale.
Galvano espose anche alla terza e alla quarta edizione (vincitore
l’intimista Menzio), la rassegna scandalo della Crocifissione di
Guttuso, reinterprete drammatico e rabbioso di un’iconografia
mutuata dal sacro: anticipazione in chiave cubista della militanza
postbellica. Il ventennio Trenta-Quaranta contrassegnò
inol- AA.VV, Gli anni del Premio Bergamo: arte in I talia intorno
agli anni Trenta, catalogo della mostra, Bergamo, Electa, Milano tre il
compimento della formazione intellettuale di G. che si laurea (con GAMBARO
(si veda) ed ABBAGNANO (si veda) con una tesi sulla pedagogia della
religione: atto dell’approfondito confronto con le tematiche spiritualiste,
antropologiche e filosofiche, in primis l'influenza di CROCE (si veda) e
Bergson. Tra le sue prime prove di critica d’arte si possono
menzionare il saggio su Spadini in “L'Arte” diretta da Venturi; il saggio su Spazzapan
in “Orsa”; le collaborazioni con il periodico milanese “Le arti plastiche
e la redazione delle cronache d’arte torinese per Emporium. Si ricordano inoltre
i volumi (per l'editore fiorentino
Nemi) L'arte egiziana antica, L'arte dell'Asia occidentale e centrale,
L'arte dell'Asia orientale; il saggio Casorati edita da Hoepli (uscirà
una seconda edizione) e Tre nature morte: Casorati, Menzio, Paulucci
pubblicato a Torino. È assistente alla Cattedra di pittura di Paulucci
all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino ed insegna storia FILOSOFIA
negli istituti liceali. Tra gl’allievi con i quali mantenne profondi
legami si ricorda Sanguineti.
Dalla fase espressionista verso l'astrattismo, al termine del conflitto bellico
per Galvano e gli artisti della sua generazione s'impose il confronto
con l'avanguardia, l'Europa e il moderno. «Moderna non è soltanto
l’arte prodotta nel periodo in cui viviamo, ma quella che di voler essere
moderna ha programmatica intenzione! [ Che assume come categoria
predicativa l'affermazione di novità rispetto ad una situazione di
cultura storicamente conclusa. Il concetto di moderno si chiarisce, così
come un concetto etico per cui
l'avversario non è un modesto o nullo artista, ma il traditore di una
causa totale, il reazionario che non merita pietà e al quale non
giova la buona fede». Queste lucide affermazioni di G. aiutano a
delineare un settore della sua linea di pensiero che contribuì ad animare
il vivace dibattito degli intellettuali torinesi, fautori di quel
compatto blocco culturale che tentò una ricostruzione «morale e civile»
della società. La posizione politica di G. dopo la Liberazione è
abbastanza distante dall’ideologia estetica del fronte comunista. L'urto
non è tanto fra tradizione e innovazione, anche meno tra astratto (o
concreto) e figurativo ma tra militanza costruttiva ed autonomia
critica. G., Moderno, in Enciclopedia Universale dell'Arte, vol. IX,
Fondazione Cini, Roma-Venezia Mantovani, Il malessere dell'arte, in G., La
pittura, lo spirito e il sangue, a cura di G. Mantovani, Quadrante,
E; Negli anni postbellici il complesso confronto-
scontro con Croce è ineludibile e la posizione di G. (sviluppata in anni
più tardi nel fondamen- tale scritto Perché non possiamo non dirci
crociani) merita qui qualche breve accenno. L'intuizione pura, come
atto teoretico astorico, non poteva prescindere dalla soggettività
dell’«opera manuale». La polarità non sussisteva tra il bello crociano,
simbolo del bene morale e il suo opposto, quanto tra lo «spirito»
(il momento razionale - contemplativo) e il sangue (il principio
vitale inconscio che in ultimo concretizza l’opera con il linguaggio
scelto). Scriveva Galvano nel numero unico del periodico “Tendenza”
(coideato con Oriani): Questo bisogno del sangue che ignora l’astratto
spirito e gli anatemi e le accuse di naturalismo degl’idealisti o quelle
d’immoralità degli spiritualisti è essenziale all'opera di pittura. Essa
cade o sussiste con il sangue non con lospirito»!. L'attività di critico
d’arte seguitò in quegli anni anche su quotidiani come La Nuova Stampa e
Mondo Nuovo. La pittura di G. si apre ad una fase espressionista slargandosi
e semplifi- candosi in campiture bidimensionali dai contorni
lineari marcati e attraverso l’uso di un cromatismo timbrico. In un testo
di autopresentazione l'artista esplica. Così quando, Guttuso guardando a
Picasso, Birolli e quelli di “Corrente” sbirciando l’espressionismo,
diedero altro indirizzo alla pittura italiana, mi trovai in ritardo
rispetto a quei coetanei e ai loro discepoli molto più giovani di me,
e con un bilancio piuttosto negativo. Tentavo così una soluzione in
un breve periodo di esasperazione “espressionistica” del segno, dove
l’“illusivo” si trasforma in “allusivo” IMPLICATURA COME ALLUSIONE ED
ILLUSIONE) a quelle immagini che puo considerare suoi. G.
puntualizzava inoltre di essere stato tentato verso «esperienze varie di
carattere cultu- ralistico, fra cui un primo richiamo al liberty
che allora fu aspramente rimproverato da certi critici (Podestà) come
incomprensibilmente anacronistico ma che almeno come recupero critico,
rappresentava un'anticipazione di interessi e recuperi diventati di
moda un ventennio più tardi. Nella Torino della Ricostruzione gli
spazi espositivi sono esigui; molto spesso sorgevano in simbiosi con una
libreria come per esempio la Faber, dove G. partecipa ad una Antologica di Maestri
contemporanei. Alla personale di G. presso la Libreria del Bosco «ci troviamo
di fronte ad un artista dalle varie esperienze», denota Torino G., La
pittura, lo spirito e il sangue, in “Tendenza” G., Galleria la Giostra G., Autobiografia
Gatto su “L'Unità”, e proseguiva: «riesce spesso a lievitare le
acquisizioni culturali ed a tradurle in efficienti risultati creativi».
Il molteplice approccio stilistico, confessato dallo stesso G. nell’auto- presentazione, è qui confermato:
«leggero impressionismo, decorativismo un po’ orientale, motivi che
tendono a risolversi in figurazioni quasi astratte». La fase pittorica
più recente, concludeva Gatto, «pare indirizzarsi verso una pittura
dominata da una volontà ed un’ansia di sintetismo formale»?.
Alla Biennale di Venezia del 1948 (la prima edi- zione al termine
del ventennio fascista nella quale emersero le linee essenziali degli
sviluppi dell’arte moderna europea) Galvano partecipò su invito con
cinque opere (nudi e nature morte del 1947-48) in sala con Martina e
Paulucci. In quell’edizione fu parecchio vasta la partecipazione di
artisti torinesi sulla via dell’astratto: Sandro Cherchi, Mario Davico,
Garelli, Gorza, Montalcini, Mastroianni, Moreni, Parisot, Rama, FScroppo.
All’edizione, nuovamente su invito, G. è presente con tre opere (in sala
con Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Turcato, Vedova, Zigaina). Si
registrarono nume- rose partecipazioni dell'artista a rassegne nazionali
di verifica diretta degli sviluppi artistici contemporanei, tra cui
la Quadriennale romana e la mostra
collettiva Arteastratta e concreta presso la Galleria Nazio- nale d’arte
moderna di Roma (il comitato esecutivo era composto da Joseph Jarema, Palma
Bucarelli e Giulio Carlo Argan). Il testo di Galvano in catalogo
analizzava la ricerca concretista propria e dei torinesi verso una
direzione lontana dal «formalismo astratto» insenso stretto e intesa attraverso
la «‘“proiezione” nelle strutture dell'oggetto stesso di una carica
emotiva, che asua volta presuppone la totalità spirituale
dell'artista impegnato, ed impegnato “responsabilmente”, in una
prospettiva, in una scelta, in una “Weltanshaung”, cioè in ultima analisi
in un punto di vista etico e metafisico. Non può perciò stupire che anche a
Torino siano proprio gli artisti più responsabili di fronte a un
loro mondo interiore a volgersi a questa pittura. Superfluo cercar
nel dato estrinseco del gusto un’unità “munici- pale” o di gruppo: se mai
l’unità “torinese” di questi pittori è nella condizione di cultura cui lo
stesso schivo etalvolta un poco scontroso raccoglimento della città
in cui essi lavorano, è, per taluna delle ragioni accennate,
propizia»”!. Rilevanti furono inoltre le sortite extranazionali. In
occasione della mostra nizzarda, Peintres de Turin, Galvano definì forme
e colori delle sue com- Gatto, Mostra d’arte. Galvano al Bosco, in
“L'Unità”. G., in Arte astratta e concreta, catalogo della
mostra, Galleria Nazionale d’arte moderna, Roma. Con Paulucci, G. e
Scroppo. Conferenza al Circolo degli Artisti, Torino. posizioni
come «feticci laici», «costanti di sentimenti e impulsi» che non
necessitavano di riportarlo a una rappresentazione esteriore e imitativa.
La topografia spirituale di questo mondo che non è né meccanica né
architettonica, ma piuttosto organica e determinata soprattutto dalla
tensione tra le forze elementarie vitali pressanti, da una parte, e
l'aspirazione religiosa o me- tafisica dall'altra, che vuole dominarle e
oggettivarle nello spirito delle tradizioni filosofiche e religiose
alle quali nei miei quadri faccio a volte allusione anche
attraverso i titoli stessi. Al Premio Parigi (itinerante anche a
Cortina d'Ampezzo) il critico Luigi Carluccio seguita di rimando:
L'artista si è portato sempre su posi- zioni di ricerca mantenendo
tuttavia vivo il dialogo fra i suoi istinti pittorici e le sue
meditazioni. Il temine feticcio
laico annota con felice incidenza che all'origine degli impulsi e dei
sentimenti è sempre vivo lo stesso dibattito tra la pressione vitale di
forze elementari, naturali, e l'aspirazione ad ordinarle in una
ragione metafisica. Il rivolgersi all'arte d'oltralpe (già a
partire dalla mostra Arte francese d'oggi, Roma e Torino) ebbe
degli echi a Torino con le sei edizioni della rassegna Pittori d'Oggi
Francia- Italia promosse da Carluccio e alle quali Galvano partecipò alla
prima e alla terza, così come figurava ai due Premi Saint Vincent messi
in piedi dalla fronda democristiana capeggiata da Carluccio in
re-Carluccio, in Mostra Nazionale del Premio Parigi catalogo della mostra,
Cortina d'Ampezzo e Parigi Con Chessa e Matteis. azione al Premio
Torino, troppo polarizzato a sinistra secondo il critico. È di
vitale importanza ricordare infine il ruolo di G. come animatore
culturale nel clima di fermento postbellico, dapprima impegnato
attivamente come promotore dell’Unione Culturale (raccolse intellettuali
antifascisti tra cui Einaudi, Mila, Antonicelli, Venturi e tra gli
artisti Casorati, Menzio, Levi) e come propugnatore di due rassegne
artistiche: la I Mostra Internazionale dell'Art Club a Torino e la Mostra
d’arte contemporanea di Torre Pellice. La prima con presidente Casorati e
segretario Scroppo, organizzata dalla sede torinese dell'Art Club,
un'associazione apartitica internazionale — mirava a presentare le nuove
voci artistiche italiane e di diversi stati esteri. La seconda, aveva
sede a Torre Pellice, che «pur nella modestia delle proprie possibilità,
possiede, come centro delle Valli Valde- si, una secolare tradizione di
cultura che ha i suoi particolari caratteri di pensiero e di ispirazione.
È stata ideata insieme a Scroppo, artista e critico valdese, (nativo
della Sicilia ma inseritosi dalla metà degli anni Trenta nell'ambiente
cittadino) e da Bertolè notaio e illuminato collezio- nista di
moderno. La Mostra d’arte contemporanea appuntamento estivo annuale protrattosi
per un Mostra d'arte italiana contemporanea, catalogo della mostra,
Collegio Valdese, Torre Pellice quarantennio al quale G. espone
assiduamente—trasformòla cittadina della provincia torinese in un polo
culturale aggiornatissimo sulle ricerche artistiche nazionali e con
qualche non rara puntata internazionale. Il Movimento Arte Concreta
Il confuso ribollire di tendenze astratteggianti, che impera anda
delineandosi verso l’elusione dell’astrazione su base mimetica in
favore del concretismo. Una lucida definizione della corrente venne
offerta da Dorfles in un saggio, il così detto manifesto del Movimento
Arte Concreta fondato a Milano insieme a Munari, Monnet e Soldati. Dorfles
precisa il concetto di concreto che non cerca di creare delle opere d’arte
togliendo lo spunto o il pretesto dal mondo esterno e astraendone
una successiva immagine pittorica, ma che anzi andava alla ricerca
di forme pure, primordiali, da porre alla base del dipinto senza che la
loro possibile analogia con alcunché di naturale avesse la minima
importanza. L'adesione formale al MAC di G. e un gruppo di
giovani torinesi — Biglione, Parisot, FScroppo e in seguito Rama e
Montalcini — avvenne. A Torino il coagulo del Movimento rappresentò una
sfaccettata unione di poe- tiche, abbastanza distante dal rigore
costruttivista delle soluzioni compositive lombarde che fondava le sue
basi nell’Astrattismo storico internazionale e locale degli anni
Trenta. In questa sede non è possibile analizzare la presa di coscienza
sulle radici dell'avanguardia delle personalità torinesi e ci si limita
al solo caso di G.. 1] distacco di G. dal comitato promo- tore del
Premio Torino (la prima manifestazione locale di arte attuale italiana
dopola fine della guerra)non avven- ne solo per posizioni politiche. Come
chiariva Giuliano Martano, nel catalogo della mostra Arte concreta a
Torino, per una parte di artisti si trattava di una scelta di «lettura in
quelle matrici dell'avanguardia europea quasi in contrapposizione alle
matrici trovate allora in un neonaturalismo e del Fronte nuovo delle arti.
Per G. e il discepolato della scuola di Casorati, alla quale
riconoscevano la creazione di «una terra concimata pronta a recepire,
stratificazione di cultura altezzosase vogliamo, ma attenta. Aveva
purelasciato ineredità una figurazione latente, una scansione
dell’og- getto che verrà dai torinesi lentamente e sofferentemente
decantata»°. Uno smarcamento, dunque, in totale buona Sauvage, Pittura italiana del dopoguerra,
edizioni Schwarz, Milano. Dorfles, Manifesto del MAC, ora in Arte concreta a Torino catalogo
della mostra, Sala Bolaffi, Torino Martano, in Arte concreta a Torino pace del
Maestro, che anche G. intraprese: la via verso l’astrattismo ben
circoscritta e lineare. La sua poetica, tra i torinesi, era la più
distante dal concretismo «proprio perché non è mai d'origine sperimentale
ma la sua avanguardia si pone sempre come una verifica dello
sperimentalismo. Si pone insomma come contrasto immediato fra una realtà
esterna ed una realtà interna quasi avida di controllare im- mediatamente
sul terreno stesso dell’accadimento, la validità dell’accadere, e di
controllarlo appunto in via sperimentale»? Gli aspetti strettamente
contenutistici della pittura di G. sono in diretto contatto con i suoi
interessi in quanto studioso di filosofia e FILOSOFO e storia delle
religioni. Griseri nota che gli entusiasmi per Kandinskij volto
all’astratto e per il primo Kupka giungevano a una presa di posizione
nell’ambito dell’arte non figurativa, chiarita in numerosi saggi, in cui
G.lumeggia la derivazione dalla secessione di Klimt di molta arte
contemporanea in una interpretazione nuova dei rapporti art nouveau-
Liberty e astrattismo. Degli scritti galvaniani degli anni Cinquanta ai
quali Griseri si riferisce citiamo almeno: Storicità e significato
dell’arte “astratta, Dal simbolismo all’astrattismo, Le poetiche
del Simbolismo e l'origine dell’Astrattismo figurativo. Gl’intendimenti
del manifesto del MAC torinese sono piuttosto netti. Più in generale
erano incontrapposizione con il dibattito dilagante in quegli anni
che scindeva gli artisti tra formalisti e realisti, con- tro il
neopicassismo ed estranei al «pudore» del compromesso dell’astratto-concreto di
Venturi. A livello localelalororicerca era indirizzata
all'emancipazione dall’orbita casoratiana, dal neoimpressionismo dei
Sei e dal secondo futurismo con il quale condividevano lo spirito
avanguardistico, ma certamente non gli in- tenti. Biglione, Galvano,
Parisot e Scroppo firmarono il testo programmatico, con la responsabilità
di «lotta contro ogni conformismo pigrizia intellettuale». «Se il
nome stesso di arte concreta sta a significare il desiderio di rigore di
chi ha rotto ogni ponte con tradizioni storicamente esaurite per
sostituire la loro ricerca d'una diretta presentazione d’oggetti in
cui si vengano obiettivando i bisogni spirituali dell’uomo, come negli
strumenti del suo lavoro quo- tidiano si proiettano i suoi bisogni
materiali. G., pur immerso in una personalissima ricerca non figurativa,
nel periodo che all'incirca si estende, sviluppò una maggior
Griseri, G., in Dizionario Enciclopedico, Utet, Torino Biglione, A. Galvano,
A. Parisot, F. Scroppo, in “Arte con- creta” Caramel, Mac Movimento
Arte Concreta Electa, Milano adesione al MAC. Lo spazio dei suoi dipinti,
asciugato dall'andamento curvilineo delle partiture, si popolò di
forme squadrate dalla linearità spigolosa. Tuttavia, la freddezza
costruttivista e il rigore logico del concretismo erano solo apparenti;
l'artista puntava al contrario «ad un'arte che preservi il dialogo tra
gli schemi astratto-geometrici e quelli compositivamente più
liberi, moduli grafici e forme archetipiche non direttamente
razionalizzate. Un precoce avvicinamento ai concretisti lombardi lo
si data. G. èpresente a Milano in due collettive: con Scroppo (presentati
da Monnet) presso la Libreria Il Salto, cenacolo della pittura concreta
milanese e alla mostra di pittura astratta italiana. Astrattisti
milanesi e torinesi allestita alla Bompiani dove esponevano i piemontesi
Costa, Davico, Mastroianni, Parisot, Scroppo, Spazzapan). I maggiori
rappresentanti della corrente di entrambe le regioni figuravano, G.
compreso, anche alla II e III Mostra d’arte contemporanea di Torre
Pellice. L'allineamento al MAC di G. fu palesato anche dalla
sua presenza ad esposizioni promosse dal gruppo. La sortita d'esordio dei
torinesi (Biglione, G., Parisot, Scroppo ai quali si aggiunsero anche
Davico, Merz eGiannattasio) avvenne alla Saletta Gissi di Torino con la
mostra Pittori astratto-concreti di Milano e Torino. Non fu però la
prima presenza organica del concretismo in città poiché presso Il Grifo
si affacciarono alcuni esponenti milanesi così come alla Quadriennale
Nazionale d’Arte di Torino dove comparve una nutrita schiera di
astrattisti tra cui anche G.. Commentando la mostra presso Gissi,
sul bollettino Arte concreta G, esibe la profonda sicurezza di una non
superficiale accoglienza nell'ambiente cittadino e rilevava la
sfaccettatura di posizioni della compagine torinese che collimavano in
una base comune di principi. Principi che possono riassumersi in una
profonda fiducia nella capacità dell’uomo ad esprimersi e a
comunicare con gli altri uomini, attraverso il puro linguaggio delle
forme, attraverso l’organicità e la coerenza ch’esso sa imprimere ad un
discorso i cui vocaboli non hanno bisogno di essere immagini e
finzioni per legarsi a una sintassi espressiva e, nei casi più felici,
poetica. La politica espositiva del gruppo torinese non
Mulatero, in P. Mantovani, I. Mulatero (a cura di), Lucide inquietudini.
Storie singolari dell’astratto-concreto, Civico Museo d’arte Contemporanea
di Calasetta, Calasetta G., Mostra di pittori concreti di Milano e Torino
alla Saletta Gissi, in Arte concreta n. 9 cit., ora in L. Caramel,
Mac Movimento Arte Concreta Con un'opera dalla serie i Nastri.
ebbe seguito se non l’anno successivo alla Galleria 5. Matteo di
Genova. L'eccezione è rappresentata da G. che figurò in svariate mostre
organizzate dal MAC, si ricordano qui le principali: Pitture di G.
in un esperimento di sintesi, presso lo Studio b24 di Milano (valla pena
rimandare agl’asterischi galvaniani di quel periodo, quasi privati
manifesti sui bollettini Arte concreta che chiariscono la sua posizione
all’interno del movimento) e lo stesso anno a Torino da Gissi
esposero pittori concretisti italiani e francesi (G. presenta collages
polimaterici di ascendenza prampoliniana); sempre al Torino l’anno
successivo G. è presente ad una mostra allestita dallo Studio b 24
in occasione del Salone dell'Automobile. Si menziona a parte la
collettiva presso la Galleria il Fiore di Milano dove G. espone
insieme a Bordoni, Jarema, Parisot e Scroppo. Nello scritto introduttivo
al catalogo elaborò stringenti analisi nei riguardi di un’«arte
figurativa che non ripeta ma continui la natura», invitando il
visitatore a riflettere «che l'apparente chiusura ad una più ovvia
comunicazione di queste opere nulla intende precludere alla possibilità
di uno scambio e di una penetrazione sempre possibili nell'esercizio di
una lettura figurativa per elementi, segno colore, movimento, materia,
ecc., non differenti da quelli che consentono la valutazione di ogni
buona pittura. Non sono da dimenticare infine le presenze
alle Biennali veneziane con la sua produzione concretista e la
ripresa espositiva alle rassegne della Società Promotrice di Belle Arti
di Torino. Dall'Informale al neoliberty floreale, il logico
passaggio all’astrattismo di G. culmina in una fase di tensione tra impaginatura
attenta alle squadrature neoplastiche e colore tonale impastato. La
vibrazione cromatica delle campiture, ottenuta attraverso una libera
stesura di pennellate, lo portò a un lento e graduale sfaldamento delle
sue strutture geometrico-architettoniche a favore dell’indipendenza
dell'immagine e al protagonismo di una componente espressiva. Sul piano
formale il gesto pittorico si faceva emancipato e l’organicità
della materia riprendeva vigore. Si segnò qui il definitivo
passaggio di G. all’Informale, lontano dall’interpretazione del
neona- turalismo propugnata dal duo Carluccio-Arcangeli (è proprio che
sono presentati a Torino l’artisti informali presso La Bussola
nell'esposizione Niente di nuovo sotto il sole, titolo che rivelava la
volontà di mantenere una continuità con il passato e la natura.
L'evoluzione del concretismo impose a G. (e alla compagine torinese
del MAC) un binario doppio di direzioni che nonsiindirizzò
all’antipittura quanto piuttosto alla scelta di rimanere dentro la
pittura nell’opzione di un astrattismo lirico che lo condurrà verso
l’Informale. Un Informale, sosteneva G., affine alla declinazione di un LINGUAGGIO
ASEMANTICO in cui tuttavia potessero trovare esito quelle ALLUSIONI O
IMPLICATURE PRAMMATICHE SIMBOLLISTICHE che hanno un posto ben rivelato
dai titoli dei suoi quadri del periodo astratto-concreto Rica pe
Una delle prime esposizioni che offrirono un G. smarcato
dall’astrattismo di matrice con- creta fu la personale alla
Biennale di Venezia mirabilmente introdotta d’Argan. La radice comune
della sua pittura è la distinzione netta tra i concetti di forma e
immagine. L'idea di forma è inseparabile dall'idea di arte come
rappresentazione, implica sempre un contenuto di nozioni, un riferimento
alla natura, un G., in Bordoni, G., Jarema, Parisot e Scroppo,
catalogo della mostra, Galleria Il Fiore, Milano G., Autobiografia G., in Bordoni, Galvano,
Jarema, Parisot e Scroppo G., Autobiografia processo dioggettivazione. L'idea
diimmagine supera ildualismo dioggetto e soggetto, la relatività
costante di quod significat e quod significatur; mira a designare
un assoluto valore d’esistenza, a sostituire alla rap-presentazione
un'immediata semantica. Segue Argan. La sua è la ricerca di un'immagine
che non abbia determinazioni dirette o indirette nel mondo esterno,
che non si manifesti per via di similitudini o allegorie, che dichiari
esplicitamente le sue origini e le sue ragioni esclusivamente umane, che
si ponga ad un tempo come noumeno e come fenomeno. Così la materia,
non la forma, diventa mito ed immagine; e la materia è il colore, ma
anche IL SEGNO, la linea, il punto. G. venne invitato da Ragghianti per
una personale alla Strozzina di Firenze. Nell’autopresentazione l'artista
tenne a ribadire ancora una volta le convinzioni e la coerenza del suo
percorso pittorico che lo avevano condotto all’Informale. La formazione
spirituale si ècompiuta, esplica G., attraverso la sua adesione
alle correnti non figurative, a quell'inversione del simbolismo
nell’astrattismo che ho cercato di spiegare storicamente in sede critica.
Perciò a Kandinskij e al Kupka agli americani Pollock e Tobey, ai
polimaterici di Prampolini. L'unico germe di “manifesto” è quello sul
feticcio laico. Feticcio cioè metafisica, ma laico cioè antimetafisica.
Crede si possa essere antimetafisici solo nella misura in cui si è contro
le false metafisiche. Nel caso dell’arte contro la falsa ispirazione,
l'evasione sentimentale. Il mezzo informale di G. vira verso
accezioni neoliberty. La copertura totale della tela della prima fase si
distillò per mezzo di uno sfondo neutro solcato da grafismi pittorici
orientati sempre meno verso un'immagine quanto in direzione di
archetipi floreali e calligrammidi scrittura gestuale. Galvano
recuperava, seppur allusivamente, attraverso una nuova definizione di
immagini, la figuratività «trasformando o meglio puntualizzando i
feticci laici in emblemi esplicitati in forme larvali di iris, i
fiori paradigmatici del Simbolismo. Oltre alle regolari presenze alle
Promotrici torinesi e alle mostre annuali di Torre Pellice, si segnalano
la puntata alla collettiva berlinese presso la Maison de France, le
partecipazioni al Premio Bergamo, ai Premi Arezz e Fiorino.
(Firenze) e alla Quadriennale romana. Di particolare rilevanza in quel
periodo furono Argan, in catalogo della Biennale di Venezia, Venezia
G., in catalogo della mostra, Galleria La Strozzina, Firenze G.,
Autobiografia Due mostre. La personale presso Il Canale di Venezia
presentata da Edoardo Sanguineti che così ultimava il suo scritto: «I
fiori Mallarmé ci costringono anche a riguardare di nuovo in faccia
la posizione dell'artista las que la vie étiole, portando cosìla pittura
ad assolvere a un compito, molto forte e molto importante, di
smascheramento dell'avanguardia, nella forma, secondo le possibilità
“moderne” di uno estraniamento. Nella collettiva (G., Scroppo e
Montalcini) al Quadrante di Firenze, Dorfles, accogliendo gl’enunciati di
Sanguineti, alluse altresì ad un significato orientaleggiante delle
pitture di G. che avevano: accolto nella loro matrice compositiva
quasi il vuoto il sunyata di certa arte zenista, purrimanendo lige a una
composta scansione di ritmi dell’Abendland. Pittore dunque in
senso tradizionale si define G. che ricusava le forme antipittoriche,
schiuse alla strada dell’arte-oggetto (della quale si interessò in
sede teorica), per abbracciare una «simulazione d'avanguardia». Un
profondo disagio lo conduce a compiere una pausa dalla pittura causata
probabilmente dal cortocircuito innescato a causa di intendimenti
antitetici perseguiti dal parallelo mestiere di critico e di artista.
Come rimarcava Argan: Sanguineti, in catalogo della mostra, Il
Canale, Venezia, Dorfles, Tre pittori torinesi, in G., Montalcini,
Scroppo, catalogo della mostra, Il Quadrante, Firenze, G., Autobiografia Con
Scroppo. la confluenza dei due percorsi di pensiero (e la sua
pittura è tutta pensiero) sono difficili e interiormente sofferte.
Assumono infine un ruolo fondamentale nella produzione saggistica
di Galvano i due volumi pubblicati in quel periodo: Per un’Armatura
(Lattes) e Artemis Efesia. Il significato del politeismo greco (Adelphi).
Sono opere difficilmente classificabili che attingono alla filosofia,
alla storia delle religioni, alla psicoanalisi e all’antropologia. I due
studi affron- tano il problema dell’interpretazione sia culturale
che psicologica di un passato che ci coinvolge direttamente e sono
al tempo stesso processo di autoanalisi in merito al rapporto tra una
figura-feticcio un’armatura
tardomedievale e un idolo greco e l’area
psichica della coscienza. È certamente per G. la fase
più feconda di collaborazione con periodici e riviste tra cui le torinesi
Sigma, Cratilo”e come redattore di Questioni(Galleria di Arti e Lettere”)
con Ciaffi, Lattese e Navarro per Lattes. Una menzione a parte merita il Argan,
in catalogo della mostra, Unimedia, Genova Roberto, G., Dizionario
biografico degli italiani, Treccani, Milano contributo Le tigriimpagliate
per il primo numero d’Azimuth fondata da Manzoni e Castellani. Per
“Letteratura” nG. pubblicò La pittura a Torino, un lucidissi-
mosaggio che inquadra, da testimone diretto, l’arte torinese del
dopoguerra. Successivi furono i notevoli contributi sulla situazione
artistica cittadina tra cui: Per lo studio dell'Art Nouveau a Torino,
Torino e i “secondi futuristi” e La pittura a
Torino. Bandiere, Nastri, Griffonages e SEGNI ASEMANTICI. Con l'esposizione
Erbe e Bandiere, presso la Galleria Botero di Torino, Galvano sentì «il
bisogno di affiancare e poi sostituire gli emblemi ispirati alla
natura con quelli di carattere artificiale più spogli e tendenti in
qualche modo a una nuova astrazione». In mostra le forme organiche dai
tratti guizzanti dell'ultimo Informale di G. sono accostate, in un
felice trait d'union, con la nuova produzione attraverso la serie delle
Bandiere. In uno scritto critico perla suddetta mostra Chepes sottolinea.
Le sue erbe alghe, le sue flammulae, più che bandiere, sembrano, ad
analizzarle, vive, agitate da sentimenti, da spasimi da aneliti, da
desideri. L'artista perseverò nella coerenza linguistica della sua
ricerca che ancora una volta, nei più nuovi risvolti, non si collocò in
un'immediata e netta inserzione in correnti o gruppi operativi. Gli
estesi panneggiamenti svolazzanti dai colori accesi che si stagliavano su
fon- di neutri riecheggiavano quasi un'antica tradizione araldica.
I riferimenti pittorici non erano di certo estranei al linearismo
sensuale del Liberty, anche nella sua declinazione decorativa,
rammentando inoltre suggestioni neobarocche. Un commento di Mollino,
riguardante un'architettura baroccheggiante di Galvano dipinta degli anni
Quaranta, potrebbe restituire puntualmente le atmosfere delle
recenti Bandiere espresse in uno: «scenario di questo tempo
immobile nella chiara decisione di un arabesco che non si placa che in un
ordine senza indulgenza, ma vivo di un amore disincantato»? Furono
ancora le Bandiere ad essere esposte nel 1968 per una personale a Cremona
alla Galleria d’arte I Portici. Gli stendardi svolazzanti davano la prova
di una profonda conoscenza degli allora attuali linguaggi pop e
forniscono anche un «grave riverbero di anti- chità» rendendo l’immagine
«imminente e insieme assente che par scelta e fabbricata per un
pubblico Tutti gli scritti qui citati sono reperibili in G., Diagnosi del
moderno, G., Autobiografia Chepes, in “Borsa Arte Mollino, in S. Cairola, Arte
italiana del nostro tempo, senza tempo e d’ogni tempo Proprio per questo
è significante perché carica di intenzioni contrad- dittorie e fortemente
drammatiche, nella dialettica che stabiliscono tra l’esperienza passata e
l'avvento, e la necessità del presente. G. si rivolse alla nuova serie
pittorica dei Nastri mantenendo una viva tangenza allo sviluppo
formale del periodo MAC. L'oggettivazione del dato geometrico si sostituì
con una figurazione elementare di armonica tridimensionalità sull’estensione
della tela. Le masse sventolanti e libere, nelle quali si evidenzia
una ben nota propensione per l’ellissi e il semicerchio, proseguivano
l'indagine sullo spazio volumetrico. Giuliano Martano asseriva appunto di
un'astrazione intellettuale, in cui i segni, i ghirigori, sono veri e
propri simboli codicillari, incognite d’equazione, libertà della memoria.
Nastri che si dipanano nel quadro senza né capo né coda e sono le
bandiere di prima rese a brandelli, sono una forma chiusa che si apre,
che da circonlocuzione diventa INTER-LOCUZIONE. Presso la Saletta d'Arte
contemporanea di Cu- neo, nel 1972, Galvano presentò questa
figurazione elementare di volute concave e convesse di recente
produzione, che si palesavano, secondo Giorgio Brizio, «dall’uso parco e
strettamente pensato delle timbrici- tà cromatiche. Basandosi su toni
primari, operando esclusivamente sulla opacità della parte in
ombra, Galvano può, in una suddivisione doraziana dell’in- fluenza
tonale, usare la direttrice cinetica del timbro per equilibrare il
dinamismo globale della partitura spazio-occupato, spazio-vuoto. La
personale alla Galleria Martano di Torino assunse il significato di una
ricapitolazione, dal MAC al presente, in cui gli elementi nastriformi
si erano evoluti, in forme dall’aspetto cellulare e in moduli verticali e
curvilinei. Tracce realizzate a carboncino, impreziosite da lievi
velature scariche di colore, campeggiavano solitarie sulla tela; la
dimensione gestuale fu affiancata dall'espressione intellettiva dell'atto
primario del dipingere. Questi moduli nella linea filogenetica della sua
pittura non- figurativa «appaiono anche maggiormente legati ai
dettami grafici di una cultura passata attraverso quell’inversione del
simbolismo nell’astrattismo che riaffiora con l’organicità delle sue forme
così tese ed essenziali, rispondenti ancora una volta a quella
logica interiore che resta come la matrice vera di ogni opera di G. Una
sala personale della Mostra d'arte di Torre Pellice venne dedicata a
Fezzi, in catalogo della mostra, Galleria d’arte I Portici,
Cremona Martano, G., in “Pianeta Brizio, in catalogo della mostra, Saletta
d'arte, Cuneo Dragone in Stampa sera, G. che vi espone una ventina di opere.
L'artista presentò efficacemente al pubblico la sua recente svolta
pittorica: sente il bisogno di logorare la forma, di intercettarne la
presunzione di organicità, sgranandone il supporto disegnativo in pochi cenni
grafici su cui il colore nonagisse più come elemento qualificante
ma soltanto come sottolineatura allusiva. Come nel ritmo stesso delle
vicende vitali, a una stagione di estroversa aggressione della percezione
dello spettatore si avvicendava una fase di ripiegamento sulla
discrezione, sulla riserva, sultono contenuto. Coevi furono i Griffonages
e i Segni dell'alfabeto asemantico lavori con scritte quasi illeggibili
rese «come puro segno e gioco lineare non senza un, fra ironico e
intenerito, strizzar l'occhio al concettualismo. Si ha la personale
genovese alla Galleria Unimedia per la quale Saguineti imple- mentò
la troppo riduttiva definizione del G. doppio, critico e pittore,
trascendendo anche nella saggistica e nella FILOSOFIA e invitando a
vedere con totale persuasione la forza della sua lezione rispecchiata,
con eguale fedeltà, nelle sue pagine e sopra le sue tele». Il discorso si
reiterava anche nello scritto critico di Argan che chiudeva con un
interro- gativo dal quale G. non si discostò mai: Che cos'è la
pittura? Ciò che vuol sapere è che cosa sia la pittura in questa precisa
condizione della cultura, della coscienza, dell’esistenza, e quale il suo
grado di vitalità, quali le sue possibilità di sopravvivere in uno
spazio ogni giorno più ristretto. Tra la ripresa dopo l'interruzione
pittorica e si ricordano infine le puntuali presenze a collettive
con cadenza annuale come la Promotrice delle Belle Arti e le mostre del
Piemonte Artistico e culturale di Torino; le rassegne estive di Torre
Pellice e due edizioni dell’Incontro di artisti piemontesi e liguri
a Bordighera Si reimpose per G. un nuovo approccio rivolto alle forme
naturali: la ripresa di una figurazione espressionista pervasa d’un
realismo quasi visionario e il fascino recuperato, come confessò lo
stesso artista, per le gidiane nourritures terrestes. G. sembra
sentirsi quasi responsabile d'un tradimento verso la pittura
allorché, per coerenza, operò una sintesi tra l’elemento naturale e il non
figurativo che gli consentì G., Personale di G., in mostra d’arte
contemporanea, catalogo della mostra, Scuole comunali, Torre Pellice G.,
Autobiografia Sanguineti, in catalogo della mostra, Unimedia, Genova Argan,
in catalogo della mostra, Unimedia, SZ Nella bottega
dell'antiquario. un'impaginazione astratta servendosi di forme non
inventate, non di natura cerebrale ma veramente esistenti, Riemerse,
con la serie dei Cespugli, la fascinazione per i cespi di iris, tema
dominante di inizio anni Sessanta, ma questa volta non più giocato con la
«gestualità irruente» del colore spremuto direttamente sulla tela,
eredità del linguaggio informale, ma attraverso un sedimen- tato
approccio di sottili velature di pittura a olio utilizzata come gouache
che si rifaceva alle delicate tinte dei moduli di qualche anno
precedenti. Gli sfondi bianchi svuotati erano percorsi esplicita-
mente da segni grafici e scritte che sembrarono dischiudere uno spiraglio
perfino alla poesia visiva. Fu Galvano stesso, riferendosi a questi la-
vori — esposti in una personale presso la Weber di Torino a parlare d’archetipo
floreale dove il fiore dell’iris scandisce l’intrico dei segni, grafismi
di parole o di immagini, altre volte rigidamente modulari o, almeno non
anco- ra piegati all’allusione significativa. ‘Cespugli Spinardi, in
catalogo della mostra, Piemonte Artistico e Culturale, Torino perciò in
contrapposizione ai glifi dell’”alfabetico asemantico” e dei griffonages
che li avevano preceduti. Segue la serie dei Motivi vegetali (Ciottoli, Foglie,
Frutti, Relitti). La riappropriazione di una rappresentazione
ottica- mente realistica fu solo apparente; il candore neutro dei
fondiesaltava una suggestione di tridimensionalità attraverso la
scansione prospettica degli oggetti. Tali elementi solitari erano
estraniati dal loro contesto naturale e inseriti negli spazi illusori di
questa pittura d’assenza. Sul cadere diogni riferimento a
contenuti simbolici o anche solo sentimentali della pittura di G., ne
scrive Guasco nel saggio che introduce lagrande mostra retrospettiva
dell'artista organizzata a Torino dalla Regione Piemonte. Tali
opere, per Guasco, non sono più emblemi né simboli che rimandano a
un ulteriore significato. Per essi si può forse parlare di sospensione di
senso”(per usare un termine di Barthes), di un muto stupore di fronte
alla vita e alla natura. Le foglie morte e i relitti di G.
rifiutano il significato, e quindi ogni commento, o spiegazione. Il
cespuglio spezzato è solo un cespuglio spezzato; le foglie, anche se
rosse, autunnali, non sono les feuilles mortes. Con avvio del
decennio Ottanta ne i Paesaggi (Rocce, Alberi, Isole) vi fu il riutilizzo
di una stesura cromatica che spesso occupava l’intera tela con un
conseguente recupero dell'effetto tonale. Gli spazi desolati, le muse
inquietanti, che G. propose in questa fase suggerirono a Fossati richiami
alla pittura metafisica. Luoghi, intanto, vuoti, svuotati di
allotrie presenze, come è giusto siano le radure vuote e silenti, per il
camminante che vi si ferma a pensare e meditare. Luoghi di pensiero e di
inconsci sofismi: con i relativi feticci oppure archetipi, teste in
gesso di eroi, manichini nel pictor optimus; rami sassi acque per G.. L'artista,
con le serie di guazzi su carta di Nudi e Macchie sperimenta infine, una
pittura liquida fatta di segni colantiin un'inversione di «sgor- bi
cromatici di netta matrice informale. Confessa ai lettori del catalogo della
Micrò. Ancora una volta ho voltato gabbana e me ne scuso a chi può dare
fastidio, G., in catalogo della mostra, Weber, Torino, Guasco, in N.
Pizzetti e G. Givone (a cura di), G. cit., Fossati, Per un omaggio a G., in P.
Fossati, F. Garimol- di e Mundici (cur.), Omaggio a Albino Galvano,
catalogo della mostra, Circolo degl’artisti, Torino, Electa, Milano .G.,
in catalogo della mostra, Micrò, Torino ma vuole ricordare che vi è stata
una sua stagione d’eriffonages che a questi fogli ultimi molto si
apparenta, anche se là il segno prevaleva, monocromo. Perciò dico a mia difesa
il diritto di difendersi è sempre riconosciuto ai colpevoli —
versatilità, capricciosità sì, incoerenza no. Molti furono gli spazi espositivi
torinesi che accolsero le personali di G. inquadrando la sua fase
pittorica, tra cui: laWeber, il Piemonte Artistico e Culturale, la
Cittadella e la Micrò. Occasioni
extracittadine rilevanti furono presso la Morone di Milano, la
Villata a Cerrina Monferrato e la bipersonale insieme a Gorza
presso Palazzo Te a Mantova. Si rammentano poi l’antologica presso la
La Cittadella di Torino; la vasta esposizione organizzata dalla
Regione Piemonte presso Palazzo Chiablese di Torino che esplora l’intera
carriera dell'artista (corredata da un notevole apparato critico in
catalogo) e le mostre retrospettive all’Accademia di Torino. Costanti
furono inoltre le partecipazioni a collet- tive come alla Promotrice
torinese, alla Galleria Martano e all'esposizione Torino tra le due
guerre presso la Galleria d’arte moderna di Torino. Infine, nell’ambito
della rinnovata attenzione perlostoricizzato Movimento Arte Concreta,
Galvano figurò in svariate mostre a: Cavallermaggiore, Torre
Pellice, Gallarate, Aosta. G. muore a Torino. La dichiarazione conclusiva
sugli intendimenti di una pratica pittorica perseguita per l'arco di
una vita intera è affidata a Galvano stesso e permette di afferrare
almeno un aspetto di questa multiforme e primaria figura di artista,
critico e intellettuale italiano del Novecento. «Di una sola coerenza
credo di poter- mi vantare, ma è coerenza che in qualche modo mi
sequestra al di fuori di tanta arte contemporanea: la fedeltà alla tela,
al colore ai pennelli. In parole povere ho sperimentato molto, forse
troppo e troppo disper- sivamente, ma non mi sono mai sentito vicino
alle ricerche di chi avevarifiutato o cercato un'alternativa ai
mezzi tecnici che poi vuol dire anche espressivi di una tradizione che va
dal Cinquecento agl’impressionisti, ai fauves, agl’espressionisti. Fedeltà o
incapacità di uscire dalla routine? Non sta a me deciderlo. Ne
rivendico la responsabilità o il merito. G., in catalogo della mostra, Palazzo
Te, Mantova Alla presentazione del volume "La pittura, lo spirito e
il sangue, Da discepolo a interprete. G. e Casorati Botta
Quando mi presentai alla scuola di via Galliari, cioè allo studio
di Casorati, ha dietro le incerte aspirazioni dettate da una pretesa mia
attitudine al disegno. Poco, ma abbastanza, insieme alla passione per la storia
dell’arte, perché seguissi con attenzione sulle riviste (specialmente Emporium)
le Biennali veneziane che mi educarono al gusto per l’arte. Con
queste parole G. apre la sua auto-biografia scritta per una mostra
retrospettiva torinese, definendo sin da subito le proprie origini di
formazione e circostanze di aggiornamento. Nato nell’anno in cui, con le
Demoiselles di Picasso, l’arte occidentale vede chiudersi il ciclo
iniziatosi alla fine del duecento, si iscrive al liceo classico Cavour
insie-me ad ARGAN (son vicini di banco), e presto interrompe gli studi per
dedicarsi interamente alla pittura, seguendo inizialmente le indicazioni
di artisti intercettati attraverso le conoscenze familiari. Un temperamento
vivo e curioso, il suo, che più che seguire le letture e gli studi che il
percorso scolastico gli impongono, preferisce accrescere le proprie
conoscenze con una formazione isolata, fatta di letture personalissime.
Si seppelle cinque-sei ore al giorno in biblioteca sostiene in
un'intervista. Lì incomincia a leggere La Critica. Legge Bergson. Nell’atteggiamento
che caratterizza l’artista, concentrato ad inseguire le proprie passioni
piuttosto che le strade già battute, si può forse leggere una continuità
nella scelta di rivolgersi a Casorati come maestro, una decisione non
così scontata in una Torino dove gl’orientamenti estetici sono ancora
influenzati dall’ingombrante figura di Grosso e dall’insegna- mento della
paludata Accademia Albertina. G. ha una fascinazione improvvisa
verso l'artista torinese, arrivata attraverso l'osservazione di- G.,
Autobiografia, PizzETTI, Givone (cur.), G., catalogo della mostra (Torino,
Palazzo Chiablese), Regione Piemonte, Torino ARGAN, G. [presentazione],
in XXVIII Bien- nale di Venezia, catalogo della mostra (Venezia), Alfieri
Editore, Venezia. Non sono tra i primi della classe. Troppe cose c'interessano,
che non hanno nulla a che fare col programma, e ne discutevamo per interi
pomeriggi, dimenticando le versioni di latino e i problemi di matematica.
Forse quell’amicizia di ragazzi ci costa qualche esame ma, almeno per lui,
non è un'esperienza inutile. G. parla d’un apprendistato presso Vannini,
maestro di disegno a cui è stato indirizzato dal pittore Pisano amico di
famiglia, che ha spesso occasione di veder al cavalletto G.,
Autobiografia Intervista di Lanzardo ad G., in Fossati, GarmoLpi, Munpici (cur.),
Omaggio a G., catalogo della mostra (Torino, Circolo degli Artisti),
Electa Piemonte, G. alla mostra personale di Palazzo Chiablese, Torino.
Archivio Storico della Città di Torino, fondo Gazzetta del Popolo. retta
di alcuni suoi dipinti presenti nelle collezioni del museo cittadino:
“Alla Galleria di Torino — sostiene egli stesso nell’autobiografia gli sono
cioè piaciuti piuttosto i bianchi di tempera con il rosso dei coralli o il
cielo spugnoso del bozzetto per il ritratto della signora Wolf che il neo-quattrocentismo
del Ritratto della sorella. Indicazioni sintomatiche di un interessamento
che si rafforza man mano e che è destinato a diventare decisivo per
il suo ingresso nella scuola dopo la visita alla Biennale
veneziana, nella quale Casorati espone,” oltre ad otto dipinti, anche due
statue destinate al proscenio per il teatro Gualino. Galvano è colpito,
in questa occasione, ‘“[dal]l’azzurro o il paglierino di stoffe e legni
in Daphne che le pose ricercate dei nudi. G., [autobiografia], in Albino
Galvano, catalogo della mostra (Asti, Galleria La Giostra, 1952), Asti;
relativamente ai dipinti di Casorati citati si veda il catalogo generale
dell'artista BERTOLINO, F. PoLi, Felice Casorati. Catalogo generale. I
dipinti Allemandi et C., Torino. Da qui in poi citato come (Bertolino, Poli G. autobiografia
Relativamente alla Biennale scrive: Quella volli visitarla di persona e
vi fui impressionato specialmente da Felice Casorati, sicché decisi,
scoperto che abitava a Torino, di iscrivermi alla sua scuola.” (Ip.,
Autobiografia; in quell’occasione, oltre al Ritratto di Daphne Ber-tolino,
Poli, Casorati espone l’opera Ragazze dormenti o Mozart, ricordata da G. nel
suo racconto autobiografico. L'ingresso alla scuola lo vede
inserirsi in un ambiente già consolidato, accresciuto notevolmente d’iscritti
rispetto al nucleo fondante di stretto discepolato del suo studio che
sta tra l'accademia e il monastero. La scuola libera di pittura,
inaugurata in via Galliari, è ormai una realtà pubblica, che riunisce
maestro e allievi e li vede impegnati come fronte coeso nelle
esposizioni cittadine e nazionali. La serietà e la dedizione alla pittura sono
le caratteristiche fondamentali che danno l’accesso alla scuola: lo si
rica dalle impressioni che risuonano con continuità tra i commenti e i
ricordi degl’allievi che in tempi diversi affrontano l’alunnato
casoratia- no.! G. non fa eccezione: “L'accoglienza fu, come era
nel suo stile, di una signorile severità”.! Ma, al di là delle incertezze
iniziali, il maestro sem- bra essere più colpito dalla spiccata vivacità
intel- lettuale del giovane allievo piuttosto che dalle sue
capacità pittoriche: “credo che — sottolinea Galvano raccontando di se
stesso — abbia avuto subito per l’uomo la simpatia e la stima che poi
sempre mi di- mostrò, forse assai più scarsa la fiducia nelle mie
possibilità di pittore, il che mi fu ottimo stimolo a intestardirmi e ad
impegnarmi a fondo. Lo scolaro “intelligente ma noioso, predicatorio,
secondo il ricordo di Romano, anche lei discepola di Casorati, presenta
le sue opere per la prima volta con il gruppo di allievi all’Esposizione
d’arte allestita nello studio di via Galliari. L'esposizione intima, alla
sua seconda edizione, è aperta al pubblico di interessati (a visitarla, sono
perlopiù personalità del milieu intellettuale ANTI-FASCISTA cittadino) e
vuol essere una raccolta dei lavori più notevoli eseguiti dagli
allievi nello scorso anno. La prova generale della scuola non
sembra però garantire a G. l’accesso all’im- G. fissa la sua presenza
nella scuola G., Autobiografia GOBETTI, Felice Casorati pittore, Torino
Per uno studio sulla scuola di Casorati e sulle vicende espositive della stessa
si veda Cavallaro, La scuola di Casorati, tesi di laurea, Facoltà di
filosofia, Torino, relatore: Rovati; Poi, Cavallaro (cur.), La scuola di
Casorati ed Cefaly, catalogo della mostra (Catanzaro, Complesso
monumentale di San Giovanni), Rubettino, Soveria Mannelli testimonianze e
memorie dei suoi discepoli, in Pianciola (cur.), Il critico e il pittore.
Gobetti, Casorati e la sua scuola, Aras Edizioni, Fano G., Autobiografia
Romano, Un invento, Einaudi, Torino, PauLuccCI, Cronache torinesi. Scuola di
Casorati, in “Le Arti Plastiche Su questo argomento si veda A.
BOTTA, Felice Casorati nelle. minente esposizione alla Galleria Valle di
Genova organizzata probabilmente da tempo che vuol essere l’occasio- ne
per riunire una selezione più stretta degli allievi. Dove attendere ancora
qualche mese, in primavera, prima di assistere alla presentazione di un
suo dipinto (accolto per accettazione dalla Giuria) alla Biennale. Riuniti
attorno al maestro, gl’allievi di Casorati occupano la sala 30, attigua
alla fortunata e discussa retrospettiva di MODIGLIANI (si veda) ordinata
da Venturi, che non manca di far nascere alcune corrispondenze e
letture parallele con le opere dei ca- soratiani. Da questo
momento in poi G. incomincia ad essere presente con continuità alle mostre
della scuola. Una conferma che arriva già a poche settimane di distanza
con la partecipazione alla 88° esposizione della Società Promotrice delle
Belle Arti con ben quattro dipinti. Ancora alla fine dell’anno il suo
nome si registra tra gli allievi presenti alla III Esposizione d’arte di
via Galliari,' mentre viene segnalato come uno dei casoratiani che espongono -
questa volta senza il maestro alla mostra torinese degl’Amici dell’
Arte. Se fino a questo momento le opere di Galvano non sembrano
sollecitare più di tanto l'interesse della critica forse perché il
modello del maestro è troppo riconoscibile nella sua pittura, l'occasione
della I Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma apre ad un interessamento che
coinvolgerà da lì in poi anche il giovane artista torinese, presente con
il dipinto Estate, riprodotto per l'occasione sulla nota rivista milanese
La casa bella. G., ancora coeso al gruppo almeno fino al marzo di
quell’anno (la sua presenza è confermata in una mostra di “scuola”
allestita alla galleria Milano, Esposizione dei pittori Casorati, Bay,
Bionda, Bonfantini, Marchesini, Maugham, Mori, prefazione di G. Pacchioni,
catalogo della mostra Genova, Galleria Valle), Genova Sitratta del
dipinto Paese con un ponte; cfr. Catalogo XVII Espo- sizione Biennale
Internazionale d'Arte catalogo della mostra (Venezia) Venezia Pautucci,
Cronache torinesi. Scuola di Casorati, in “Le arti plastiche ZANZI,
Cronache torinesi. La mostra degli “Amici dell’Ar- te Emporium, Torriano,
Cronache d’arte. Note alla I Quadriennale, in “La casa bella”, marzo
1931, p. 57. Relativamente alla partecipazione degli artisti piemontesi
alla rassegna romana si veda L. IAMURRI, Levi, Paulucci e gli altri.
Presenza torinesi alla Quadriennale, in M. Cossu, C. MicHELLI (a cura
di), Cultura artistica torinese e politiche nazionali, catalogo della
mostra (Roma, Galleria Nazionale d'Arte), Electa, Milano Cfr. Bay,
Bionda, Bonfantini, Casorati, Chicco, Cremona, Donati, G., Levi, Maugham,
Marchesini, Mennyey, Mori, catalogo del- la mostra (Milano, Galleria
Milano), Milano Copertina del catalogo della mostra alla Galleria Milano,
Milano incomincia a dar segni di cedimento rispetto allo sta- tuto
casoratiano e nei confronti della scuola. Un di- Stacco progressivo che
si rende evidente nell'esercizio Stesso della pittura, che lo vede
ricercare una propria indipendenza e nuove vie di espressione. La
Promotrice diventa per lui un terreno di confronto nel quale presentare
le più recenti ricerche, filtrate at- traverso nuovi modelli nel
frattempo subentrati e maturati, chiariti con lucidità — a distanza di anni
dallo stesso artista. Mi affascina il tentativo di ricostruzione
formale del mio maestro e, contemporaneamente e contraddittoriamente, gl’esiti
dell’impressionismo e postimpressionismo, sia nelle loro accezioni originali
sia nelle riprese locali dei sei e, in genere, la pittura di colore e di
tocco, ovviamente legata a una visione naturalistica. Nel duplice e, in
certo senso, contraddittorio intento di tener Insieme i valori plastici
di Casorati e quelli cromatici dei Sei il risultato diveniva naturalmente
pesante, impasta- to, anche perché subivo fortemente l'influenza di
una certa pittura francese, o meglio di una pittura che si faceva
in Francia spesso da stranieri, che allora agli inizi degli anni trenta
mi affascinava dalle pagine dell’Art Vivant. Assente il maestro, G. è presente
con tre opere. La Composizione con figura, in particolare, riprodotta G.,
Autobiografia sia in catalogo che sulla rivista Emporium, mostra gli
esiti dell'aggiornamento condotto sugli esempi dei post-impressionisti
francesi e sulle proposte figurative dei sei (sciolti ufficialmente, come
gruppo), che si riconosceno nella linea di rinnovamento dell’arte
contemporanea tracciata da
Venturi. Il passaggio, da questo momento in poi, è
breve. Complice un disfacimento generalizzato della scuola stessa,
il pittore, alla mostra degl’Amici dell'Arte allestita nell'autunno del
medesimo anno, è considerato già da tutti un ex allievo. Ma la sua
fedeltà al maestro e l'amicizia che li lega lo vedranno partecipare
ancora ad una mostra di scuola, allestita nel teatro di Pavia. Accanto
agli ex compagni, G. diventa una presenza eccentrica. Le sue opere, che
spaziano tra i generi (dalla natura morta al paesaggio), mostrano la sua
indecisione circa la strada da intraprendere, alla luce delle più recenti
scoperte, passando dall’espressionismo all'impressionismo senza un attimo
d’esitazione. La rottura con Casorati o presunta tale, coincide con il
suo esordio di critico e con il suo avvicinamento a Venturi, al quale viene
introdotto dal suo compagno di studi Argan G. pubblica un saggio sull’illustre
rivista trimestrale L'Arte, che vede Lionello impegnato nella
condirezione accanto al padre Adolfo. La presenza del figlio, professore
a Torino, apre il periodico al dibattito sulle arti contemporanee, fino a quel
momento escluso dai contenuti tradizionali della rivista. Il saggio
Armando Spadini e il gusto degli impressionisti? mostra l'avvicinamento
di G. alla critica venturiana, già evidente nel titolo del contributo, che
riecheggia il più celebre volume, e che si conferma nei contenuti e nel
soggetto stesso dell'articolo. ZANzZI, Cronache torinesi. L'Esposizione
Interregionale della Promotrice di B. A., Emporium Rossi sulle pagine dell'Italia
letteraria sottolinea come G. sia ormai “teso a tutt'uomo alla ricerca di
costru- zioni personali Rossi, Una mostra interregionale, in
L'Italia letteraria, mentre Zanzi, sulla Gazzetta del Popolo, rileva come
la distanza tra allievo e maestro sia ormai sensibile sia da un punto di
vista cromatico che formale: G. - fa notare - sta liberandosi dai grigi e
dalle tristezze casoratiane e ora si esperimenta, con accortezza e
con gusto, nelle esperienze di Matisse e di Friesz Zanzil], L'arte
al Valentino. Mostra regionale del Sindacato delle Belle Arti, Gazzetta
del Popolo, Cfr.e.z. [E. Zanzi], Agli “Amici dell'Arte” pittori, scultori,
ar- chitetti, decoratori. La mensa degli avieri ideata da Balbo, Gazzetta
del Popolo Sornini, Alla mostra Casorati II, in “Il Popolo di Pavia Cfr. G.,
Autobiografia Spadini e il gusto degl’impressionisti, L'Arte VENTURI, Il gusto
dei primitivi, Zanichelli, Bologna Accanto all'impegno pittorico, piuttosto in
crisi in questo periodo (“per una dozzina d'anni, mi mossi un poco
a casaccio”), G. intraprende gli studi universitari presso la Facoltà di
magistero. Una scelta che è dettata non tanto dalla sua ben nota passione
per le materie filosofiche o dalla sua curiosità innata, ma più
semplicemente da problemi economici che lo obbligano in fretta e furia a
prendere una laurea e ad iniziare l'insegnamento in istituti. La fine del
suo percorso di studi, che si conclude con una tesi sulla pedagogia della
religione discussa con GAMBARO (si vda) ed ABBAGNANO (si veda), coincide
con la ripresa dell'attività di critico ma anche di saggista, che si fa
particolarmente intensa e che lo vede collaborare con le riviste Il
Selvaggio ed Emporium. Al di là dell'abbandono della scuola di Via
Gal- liari, Casorati resta per Galvano un solido punto di
riferimento, non tanto come esempio figurativo o di pratica pittorica da
seguire, ma come rappresentate di un modello culturale autorevole e
indipendente pre- sente in città. L'amicizia tra i due, avviata e
riconfermata in più occasioni, sembra in questo giro di anni
intensificarsi ulteriormente, antici- pando il sodalizio che porterà alla
pubblicazione della monografia per la collana “Arte Moderna Italiana”
di Scheiwiller nel 1940, dedicata integralmente al maestro. Incomincia
a collaborare con Emporium occupandosi di curare la sezione Cronache
torinesi del mensile. Questo nascente incarico gli permette di affrontare
e commentare l’attività artistica piemontese, confrontandosi con un universo
legato ad una rivista nota ed ampiamente diffusa e discussa. Casorati è
sempre presente nei suoi articoli: viene seguito passo passo da G. sia
nelle vesti di pittore che di organizzatore culturale, offrendo in
special modo la propria attenzione all'impresa della galle- G.,
autobiografia Intervista di Lanzardo a G. Da ascriversi sempre al rapporto con
Venturi sono i tre volumi di G., apparsi per Nemi di Firenze (L'arte
egiziana antica; L'arte dell'Asia occidentale e centrale; L'arte
dell'Asia orientale), pubblicati nella collana “Novissima enciclopedia
monografica illustrata”. Casorati sa rispettare la personalità
dell'allievo anche quando non era affatto d'accordo sulla visione
dell’allievo. Infatti quei pochi che sono venuti fuori tra i molti che ci sono Bonfantini,
Chicco, Montalcini, ed io, ci siamo subito allontanati da Casorati pur
restando suoi amici, pur essendo sem- pre aiutati da lui sul piano
pratico per mostre ed esposizioni. [Ma Montalcini ed io siamo passati
all’astrattismo, poi all’informale, tutte cose che Casorati ma non ci ha
mai tolto né la sua amicizia né la sua protezione. In questo è veramente un
grandissimo signore, Intervista di Lanzardo a G. G., Casorati, Arte
moderna italiana Serie Pittori Hoepli, Milano ria “La Zecca, avviata dal
maestro a Torino insieme a Paulucci in via Verdi Se appare piuttosto
chiaro come G. tenti con i mezzi a sua disposizione di promuovere e sostenere
l’amico Casorati nelle sue molteplici attività, il maestro, dal canto
suo, cerca di aiutare il suo ex-allievo nel suo percorso di pittore. È lo
stesso G. a dichiarare apertamente, molti anni più tardi, come la sua
affermazione al premio Bergamo sia in realtà frutto di un aiuto arrivato
dallo stesso maestro: “Casorati è molto potente mi fa accettare al Premio
Bergamo, mi fa sempre dare qualche premio, per cui mi trovai agganciato.
Presente con continuità G. si aggiudica per ben tre anni i premi in denaro del
concorso. Solo nella seconda edizione non compare tra i vincitori, ma la sua
opera viene acquistata dal ministero dell'educazione nazionale a
titolo di incoraggiamento. È data alle stampe il saggio “Casorati” scritto
da G., apparsa per Hoepli di Milano. Il saggio si inserisce all’interno
dell’ambiziosa collana Arte Italiana inaugurata e coordinata da Scheiwiller,
immaginata per raccogliere uno
dopo l’altro gli artisti italiani più noti del tempo, attraverso piccole
monografie illustrate, introdotte da un testo critico che viene di volta
in volta scelto dall'editore o dall'artista protagonista del
volume. In questo caso, è infatti Casorati a suggerire il nome del
giovane critico a Scheiwiller, incaricandolo di aggiornare radicalmente
la precedente edizione di Giolli, ormai vecchia di quindici anni. Il
saggio di G. non si colloca, all’epoca, come una novità di genere nella
letteratura artistica del pittore, ma rientra in un panorama già
piuttosto sedimentato di studi sul maestro, che si occupano di fornire uno
sguardo complessivo sull'intera produzione raggiunta sino a quel momento.
Il volume La collezione Della Ragione, in “Emporium, Torino.
Maccari alla Zecca, Emporium, Torino. Mostre alla “Zecca”, in “Emporium, Torino.
Mostre alla Zecca, Emporium, Intervista
di Lanzardo a G. G., Felice Casorati, cit. Per uno studio sulla mono-
grafia si veda Botta, G. e Casorati. La mongrafia per la collana Arte Italiana
di Scheiwiller, tesi di specializzazione, Università degli Studi di
Udine, relatore: Fergonzi. Giotty, Casorati, Arte italiana, Serie
Pittori, Hoepli, Milano. lo studio di Giolli, infatti, limitava
necessariamente l'indagine sull'artista. di Gobetti, che si propone come una
rico- struzione cronologica del percorso artistico (nonostan- te la
limitatezza della produzione casoratiana) apre la strada a numerosi
tentativi di interpretazione e ordi- namento dell’opera del maestro, non
limitati alle pubblicazioni di carattere monografico (il caso successivo
— come si è detto — è quello di Giolli) ma rintracciabili anche
all’interno di contributi meno estesi che, a partire dal saggio di Venturi
uscito su Dedalo, diventano sempre più frequenti nei tempi a venire,
anche sotto forma di presentazioni nei catalo- ghi delle esposizioni. La
critica contemporanea studia la produzione di Casorati secondo principi e
approcci molto differenti che, verso la metà degli anni Venti, tendono a
farla rientrare in quel processo di costituzione di un'arte
nazionale ufficiale: un’annessione ai pittori non pienamente condivisa
dall'artista che è esplicitata nel saggio di Sarfatti apparso sulla
Rivista Illustrata del Popolo d’Italia e che contribuirà a determinare una
lettura della pittura di Casorati divisa “tra estetica e lettera-
tura”, destinata a rimanere ancora per molto tempo identificativa del suo
lavoro. Intorno agli anni Trenta il lavoro di Casorati rientra già
nell'ottica di una ricostruzione storica più ampia dell’arte italiana ed internazionale:
le pubblicazioni di Sarfatti, di Guzzi, di Costantini, di Brizio e di Nebbia, esaminano Casorati secondo una
prospettiva generale (con le inevitabili ed ulteriori opinioni
contraddittorie), ma sono tutte piuttosto concordi a identi- Gost,
Casorati pittore, VENTURI, Il pittore Casorati, Dedalo Mostra individuale di
Casorati, Esposizione d'Arte, Venezia, catalogo della mostra, Venezia,
Ferrari, Venezia PACCHIONI, Casorati, in Exposition d'’artistes italiens
contemporains, catalogo della mostra (Ginevra, Musée Rath), Foa, Torino, Rossi,
Felice Casorati, in Artistes Italiens, exposition, catalogo della mostra
(Ginevra, Galerie Moos), Richter, Ginevra BERNARDI, 25 opere di
Felice Casorati nel salone de La Stampa, catalogo della mostra (Torino),
La Stampa”, Torino. Per una ricognizione sulla fortuna critica
Casoratiana si veda P. THeA, La critica e Casorati: profilo e antologia,
in LAMBERTI, Fossati, Casorati, catalogo della mostra (Torino, Accademia
Albertina), Fabbri, MilanoSARFATTI, Pittori. Felice Casorati, in Rivista
illustrata del Popolo d’Italia In. Storia della pittura moderna,
Cremonese, Roma; Guzzi, Pittura italiana contemporanea. Origini e
aspet- il, Bestetti et Tumminelli, Treves, Roma-Milano; COSTANTINI,
Pittura italiana, Ulri- co Hoepli, Milano; Brizio, Ottocento Novecento,
Utet, Torino NEBBIA, La pittura, Società editrice libraria, Milano
ARTE MODERNA ITALIANA G. CASORATI HOEPLI.
MILANO EDITORE Casorati, Ulrico Hoepli, Milano ficare nell'opera del
medesimo una tendenza interna e personalissima alla corrente
novecentista. Le difficoltà nel rintracciare una linea condivisa per la
sua arte era già stata evidenziata da Debenedetti (filosofo torinese, come
Gobetti, prestato anche lui alla critica d’arte) con l'articolo Casorati
e la critica d'arte, nel quale sottolineava come L'arte di Casorati pare
fatta apposta per isconcertare gli schemi che la più scientifica critica d'arte
s'è data come sicuri oramai ed incontrovertibili, evidenziando nelle
conclusioni tutte le contraddizioni di una generazione: “Linea, dunque,
no: forma plastica, no: colore, no: o quanto meno né la linea, né la
forma, né il colore intesi come schemi esclusivi ed esaurienti,
nell'accezione data dai critici, che di quegli schemi si sono fatti, non
pure gli interpreti, ma i banditori. E questa è l’involontaria polemica
del Casorati contro la critica d’arte. Davanti a questo
insieme di opinioni e approcci differenti, G. si dimostra sin da subito
molto perplesso verso i suoi predecessori, affermando in maniera
categorica come Ciò che è mancato più ad una critica concludente su
Casorati è appunto una comprensiva ‘lettura’ delle sue pitture, e
sintetizzan- DEBENEDETTI, Casorati e la critica d'arte, L'Italia
letteraria G., Casorati do poi, nelle prime pagine della monografia, i
termini di questa fortuna critica che è anche incomprensione sedimentata
verso l’artista, almeno fino alla metà degli anni Venti: Casorati ha
goduto di un momento di fortuna quando la sua pittura, forse proprio
perché meno urtante a prima vista di quella di altri pittori di
avanguardia, ebbe tutti i suffragi e specialmente a quelli della critica
che voleva essere alla pagina, ma salvando il rispetto per la
tradi- zione [...] Erano i tempi in cui la pittura del novecento
appariva come uno sforzo neoclassico in polemica con l’arte futurista da
una parte, con l’aneddotismo elegante dall'altra, la pittura di Casorati
ha una sua funzione in Italia per liberare il medio pubblico dagli
en- tusiasmi per Grosso, per Sartorio, per Dall’Oca Bianca. Rispetto ai
precedenti studi la posizione di G. è fin da subito ben chiara: risiede
nell'approccio preferenziale con cui affronta l’opera di Casorati,
total- mente inedito sino a quel momento, che viene ribadito in più
punti della monografia. In apertura del volume il critico-pittore
sottolinea come la sua analisi non si circoscriva a una rilettura
analitica e distaccata della produzione casoratiana, ma si sviluppi
attraverso una consapevolezza fondata sul ricordo della propria
formazione: Casorati pittore scrive richiamandosi ai suoi rapporti col
maestro è stato per molti della mia generazione una esperienza di
importanza capitale in ordine alla formazione del gusto e
all'orientamento di una cultura non soltanto limitata a fatti di specie
figurativa. La pratica di di- scepolato presso di lui e la frequente
consuetudine di Casorati uomo, hanno valso ad alcuni di noi come
un'esperienza fra le più profonde e decisive anche per quanto riguarda la
vita morale. L'insegnamento di Casorati, oltre a fornire una solida
base di rudimenti pittorici insieme agli stru- menti per uno sviluppo
individuale delle personalità artistiche, è la chiave sempre secondo G.
per la comprensione stessa dell’opera del maestro, chiarita metaforicamente
in un passaggio del testo. Casorati è uno di quei pochissimi artisti che
dopo il rapimento delle muse non rimangono incoscienti di quanto in loro
è avvenuto; lo capiscono ed aiutano a capirlo agl’altri. Un concetto che
viene ribadito, in maniera ancora più chiara, verso la fine del suo lungo
contributo per Scheiwiller. Non molti di noi allievi hanno saputo da
quelle parole imparare a dipingere decentemente, ma certo tutti a leggere i
suoi quadri un poco meglio. Con queste premesse G. vuole
dimostrare come la vicinanza al maestro gli permetta di avere una visione
privilegiata, lucida e fedele del suo lavoro, elevando la lettura delle
opere ad un’originalità vicina alle intenzioni del maestro, più di quanto
gli altri possano avere. Al di là degli schieramenti e dei tentativi di
categorizzazione che, a più riprese, hanno interessato il lavoro di Casorati
tra assimilazione al gruppo novecentista, ascendenza neoclassica o, ancora,
appartenenza alla poetica metafisica, G. sceglie il sostantivo platonismo
per riassumere gli esiti figurativi ottenuti dall'artista, un’indicazione che
gli permette di liberarsi da ingombranti etichette sino a quel momento
attribuite all'opera del pittore. È un'affermazione di Casorati a
suggerire a G. le basi per un'interpretazione platonica delle sue opere:
il critico recupera esplicitamente una dichiarazione del maestro espressa a
margine di un catalogo della Galleria Pesaro, nella quale chiarisce le
proprie intenzioni quasi programmatiche di esercizio pittorico. Dipingere
la verità, dimenticando la realtà superficiale. Un concetto che viene
successivamente ribadito da Casorati, spogliato delle sue implicazioni
categoriche (rinnegate in un secondo tempo dallo stesso pittore) in una
successiva dichiarazione, riportata nel catalogo della prima
Quadriennale romana, con la quale l’ar- tista sottolinea ancora una volta
come il suo distacco dalla realtà dei soggetti sia prerogativa fondante
del suo lavoro: la mia pittura è staccata dalla vita. La posizione platonica
di G. pone il lavoro di Casorati in netto contrasto con la pittura degli
Impressionisti (che godono invece di una notevole for- tuna, verso gli
anni Trenta, a Torino), collocando il movimento francese e il maestro torinese
su due fronti opposti sia da un punto di vista lirico che tecnico: un sto
di Casorati preferiremmo ad ognuna quella di platonismo. Casorati,
[Dichiarazione], in Arte italiana contemporanea, catalogo della mostra
(Milano, Galleria Pesaro), Alfieri et Lacroix, Milano Scritti interviste
lettere, cura di Pontiggia, Abscondita, Milano Scrissi allora nel catalogo
alcune parole per spiegazione del mio lavoro e quasi per contrappormi
all'arte di quel tempo: affermavo di voler dipingere la verità,
dimenticando la realtà apparente; di voler indulgere agli errori che
spesso sono la sola ragione dell’opera d’arte. Queste parole furono
definite un’eresia estetica; in fondo, però, esse volevano spiegare il
carattere di immobilità, di impassibilità dei contorni decisi di forma,
in con- trapposto al più o meno degenere impressionismo di
sfarfalleg- giamenti colorati, di indecisione ottica, di ricerca del
movimento nel vibrare continuo della luce CASORATI, in G. MascHERPa
[a cura di], Casorati e il religioso, catalogo della mostra
[Milano, Galleria San Fedele, Milano, Milano CASORATI, Presentazione, Arte
nazionale, catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle esposizioni), Pinci, Roma
Scritti interviste lettere, E infatti se dovessimo trovare una parola per
definire il gu- IN rifiuto che è categorico e si muove sulla
falsariga delle indicazioni già enunciate dall'artista nella citata
presentazione: “non ho mai capito il movimento qui déplace les lignes’, e
adoro invece le forme statiche la mia pittura nasce, per così dire, dall'interno
e mai trova origine dalla mutevole ‘impressione’ }° consi-
derazioni che vengono caricate di significati filosofici, anche in questo
caso, da G.: Al protagorico impressionismo per cui misura di tutte
le cose è l'uomo individuale, si contrappone dunque il platonico Casorati
richiamandoci all'ordine di una pittura dove le cose appaiono reali in
quanto hanno la maneg- giabilità di ciò che dal flusso delle sensazioni è
ritagliato per opera dell'intelletto. Scodelle o uova, teste o seni varranno
come categoria. Al degenere impressionismo Casorati contrappone, secondo G., i
suoi caratteri di immobilità, di impassibilità, di contorni decisi, di
forma. Alle premesse teoriche fanno seguito le prime verifiche sulle
opere che, a differenza dei precedenti Studi, non seguono uno sviluppo
strettamente cronologico ed organico della produzione casoratiana, ma si
Muovono più liberamente, procedendo secondo l’andamento del discorso. Come
nelle antecedenti occasioni di studio, l’ini- z10 dell'attività pittorica
viene fatta coincidere con le Opere che gli valgono le prime attenzioni
da parte della critica alla Biennale di Venezia ed alla moStra degl’Amatori
e Cultori di Roma. Le considerazioni che investono il dipinto Le vecchie e La
cugina sottolineano nelle ricerche di Casorati un senso drammatico della
vita teso in un’acuta analisi psico- logica in cui non manca una punta di
sensualità, Ma temperata in una specie di serenità letteraria, Motivi che
si pongono in continuità con le formulazioNi espresse in precedenza sia da
Gobetti che da Ventu- Il, attenti entrambi a rilevare l’attenzione
psicologica ed il senso letterario di queste prime composizioni. Il salto
a questo punto si fa subito brusco: l’esclu- Silone di tutta la
produzione degl’anni della guerra, che coincide con il suicidio del padre di
Casorati e con le nuove responsabilità di capofamiglia verso le due sorelle
e la madre, è in linea con le volontà dell'artista, che sceglie di non
conservare le opere di quel periodo, contraddistinte da un simbolismo e
sintetismo decorativo piuttosto anomalo. G., Casorati, (Bertolino, Poli G.,
Felice Casorati, Cfr. Gobetti, Casorati pittore, VENTURI, Mostra di
Casorati, Esposizione d'Arte della Città
di Venezia, cUn passaggio su Le signorine, che libero questa volta da
preoccupazioni di ordine realistico ed orientato verso una completa
subordinazione alla composizione, permette a Galvano di transitare
direttamente su Tiro al bersaglio, anticipando i problemi di annullamento
della terza dimensione già evidenti nel dipinto. Per G. Tiro al
bersaglio rappresenta un’opera cruciale, da cui parte tutta la produzione
più celebrata dell'artista, quella del periodo immediatamente
sucCESSIVO: l’opera significativa Tiro al bersaglio. In essa il
colore e la linea collo scomparire di ogni ricerca della terza dimensione
assumono per la prima volta una organicità che è davvero il segno
dell’impostarsi nella pittura di Casorati dei problemi di cui anche oggi
essa si nutre. Ridotto il qua- dro, colla completa scomparsa delle
ricerche chiaroscurali e mancando ancora l'ulteriore ricerca spaziale, ad
un semplice tappeto di tinte piatte, si comprende facilmente come linea e
colore divengano funzione l'uno dell'altro, tendendo a uno stato in cui
la visione inquietante del pittore raggiunge uno dei più intensi suoi momenti Il
dipinto, in realtà, aveva sino a quel momento goduto di una fortuna
alterna: tacciato di futurismo nella prima presentazione pubblica è
per Gobetti un’opera dai rapporti formali indecisi ancora legata alla
produzione dalla prima metà degli anni Dieci, un lavoro insomma, che
Casorati realizza come prova per testimoniare a se stesso la fine
del suo estetismo e la sua incapacità di fermarsi ormai all'episodio.
La rivalutazione di Tiro al bersaglio, nei fatti trova, prima di G., un
precedente molto prossimo all'uscita della monografia Scheiwiller:
Cremona (anch’egli vicino a Casorati, pur non essendo mai stato allievo
della sua scuola), in maniera analoga a G. ragiona sull’importanza del
colore e sul principio di astrazione presente nel dipinto, che anticipa le
opere più compiute e celebrate degli anni Venti: sottrarre le cose
dai variabili accidenti della luce per penetrare invece il colore secondo un
processo di intelli- gente astrazione. In quella curiosa vetrina di
oggetti vivono infatti quei bianchi spettrali, quei colori —finti-, che
sovente ritroveremo nell'aria rarefatta dove respirano le sue figure, anche
quelle delle parate familiari che Casorati ha sovente composto con
sincera affettuosità ma che appaiono pur sempre affacciate a una ribalta,
in uno scenario freddamente preordinato, sul mondo dal quale l’artista le
ha volontariamente allontanate. Bertolino, Poli Bertolino, Poli G., Casorati,
GOBETTI, Casorati pittore, CREMONA, Felice Casorati, in “Primato. Lettere e
arti d’Ita- La rivalutazione del dipinto si pone verosimil- mente in
linea con le volontà dello stesso Casorati: l’o-pera, che trova collocazione
stabile nell’abitazione dell'artista, è ripresentata ad una mostra degli
allievi e riprodotta per volere dello stesso mae- stro come prima tavola
nella monografia Scheiwiller. Un interessamento che viene letto da G.
come un segno che una pittura senza volume ed una pittura di colore
sembra ancora a Casorati rivelatrice del senso profondo della sua
arte. Le opere aprono la discussione sulla funzione e l’importanza del
colore per Casorati, che viene ampiamente discussa nel testo e che
caratterizza da qui in poi tutta la monografia come lettura univoca del
decennio successivo. Accanto ad una premessa platonica, che si confronta
nuovamente con le opere Meriggio, Lo studio e Concerto, allontanandole da
facili letture estetiche, G. vede in quegli slarghi formali di pittura un
anticipo d’un’esperienza di tono che è chiarissima. Contrapponendosi alle
interpretazioni che vede- vano nella linea e nella forma plastica le
caratteristiche fondanti dell’opera di Casorati G. valuta la pittura del
maestro come una pittura essenzialmente di colore,” spingendosi a
verificare le intenzioni dell’artista e giustificare la scelta di determinati
soggetti e forme piuttosto che altre, proprio in funzione del colore: Vi
sono dei quadri di Casorati, e talvolta proprio i più formali a prima
vista, come Daphne che non si afferrano in tutto il loro valore se non
riferendoli al colore. Casorati ama le forme semplici perché sono quelle
che permettono al colore di stendersi con la sua migliore ampiezza. È strano
come questa semplice verità sia stata tanto spesso fraintesa, non
mancando del resto di contribuirvi la stessa interpretazione che il
pittore ha dato della propria opera”. Una sensibilità tonale che
porta il critico ad accostare come esempio di ‘“straordi- lia”, è quanto
mai significativo a questo proposito il fatto che il pittore abbia tenuto
in tempi recenti non lontani ad esporre, ad introduzione e quasi chiave
di sue opere più recenti, quel ‘Tiro a segno’ piatto e ritagliato fra
tutti che volle anche ad inizio di queste riproduzioni G., Casorati, Il
nudo e gl’analoghi Concerto, Meriggio, Studio, ci presentano un mondo che
si presta ad essere interpretato in modo equivoco, come estetistico, da
chi non tenga presente che per Casorati quelle platoniche accolte di figure
femminili ignude, anche se esse presentano molta eleganza, non hanno
veramente valore per questa eleganza ma solo per lo snodarsi ritmico dei
volumi Cfr. (Bertolino, Poli G., Felice Casorati, La forma serve a distruggere
la linea ed a passare al colore: essa è, se si vuole, il punto di
partenza, ma è proprio il colore è il punto di arrivo Bertolino, Poli. G.,
Casorati, ARTE MODERNA ITALIANA CASORATI II ed. del volume Casorati,
Ulrico Hoepli, Milano. nario pre-casoratismo” l’opera di Vermeer e diTour
piuttosto che quella di Ingres, riferita dallo stesso pittore come
modello di riferimento alla propria pittura nel “Referendum sul quadro
storico. A sostegno di questa sua tesi sul colore G. recupera ancora una
volta i ricordi dell’insegnamento del maestro, affrontando questioni di
metodo e di pratica pittorica vissuta nello studio dell'artista, dove
l’osservazione dei modelli veniva condotta non tanto sulla forma degli oggetti,
ma sui valori tonali dei medesimi: ci limiteremo a notare come quanto
resti nel ricordo di chi è stato alla scuola di Casorati verta
essenzialmente su due punti: l'insieme e il tono. E soprattutto l’insieme
come forma il più sintetica possibile in funzione del tono. La forma
intellettualistica di un oggetto, proprio ciò che interessa di più al
pittore formale o classico, è ciò che Casorati consiglia all'allievo di
disimparare, la for- ma che l'allievo deve imparare a vedere il più
semplice- mente possibile è la forma di quella determinata massa
tonale, di quella determinata massa chiaroscurale, non la forma
dell'oggetto. CASORATI, [Risposta al referendum sul quadro storico Le arti
plastiche; Scritti interviste lettere, .G., Casorati, cit., p. 14.
Analoghe impressioni sì ritrovano in L. RoMAnO, La scuola di Casorati, in
L'Arte La discussione sul colore offre a G. il punto di partenza per
affrontare le influenze cézanniane che, secondo una critica assodata
ormai da tempo, avrebbero avuto un ruolo capitale nell'evoluzione del
lessico pittorico casoratiano, soprattutto per il genere della natura
morta. È Venturi a offrire per primo quest'interpretazione, individuando
nell'esperienza diretta di Casorati alla Biennale, dove, su dipinti
di Cézanne presenti, sono ben sette le nature morte, il passaggio di svolta tra Le uova sul tappeto
verde e Le uova sul cassettone: Le uova sono un motivo di bianco su verde, le
uova sono un motivo di forma geometrica solida e chiara sopra un volume
scuro. Per G., l'avvicinamento al maestro di Aix è da intendersi come
esperienza più morale che pittorica, nella quale l'evoluzione delle sue
natu- re morte rappresenta un processo interno alla pittura stessa
piuttosto che il risultato di quest’incontro. Uova sul cassettone non si spiega
con un riferimento al costruire tonale del Provenzale nella sua essenza
stilistica, puntualizza G., ma solo col metterlo In relazione a quello
che la pittura di Casorati fu prima d'allora Secondo il critico, più che
un precedente stilistico, la lezione di Cézanne offre la verifica di
nuove possibilità espressive; un punto di vista che trova conferma più
tardi nelle stesse dichiarazioni del pittore, che ripercorrono l’incontro
con i dipinti alla Biennale: Tutta la grandezza del Maestro di Aix mi si
manifesta improvvisa. L'emozione che ne provai fu enorme e non fu
un'emozione di sbalordimento o di stupore, che anzi mi sentii preso da
quel senso di calma, di fermezza, di equilibrio, che solo le opere dei grandi
può dare. Equilibrio! Compresi che nella sua pittura trovava il giusto
equilibrio il problema posto e sviluppato in un senso
dell'Impressioni- smo e il grande opposto risolto da tutta la tradizione;
compresi l'aberrazione di una certa critica che non si staccava di
insistere sui problemi di Cézanne: capii che proprio, che Specialmente in
quei difetti è il germe della sua grandez- Relativamente a questo genere
si vedano Fossati, Nature morte di Casorati, LamBERTI (a cur.), Casorati.
Mostra antologica, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, Electa,
Milano BERTOLINO, Dal repertorio di oggetti alle prime nature morte PoLI
(cur.), La natura morta nella pittura di Casorati, catalogo della mostra (Iseo
[Brescia], Sale dell’ Arsenale, Electa, Milano VENTURI, Il pittore Felice
Casorati, Dedalo, Bertolino, Poli; relativamente alle opere si veda In
particolare LAMBERTI, Scherzo: uova (o Le uova sul tappeto verde) e Le
uova sul cassettone, Fossati, Casorati VENTURI, Il pittore Casorati, Dedalo G.,
Casorati za. Compresi che Cézanne è il pittore della rinuncia e che
la rinuncia è la forza della pittura. Non cambiai modo di
dipingere, ero troppo inconsciamente orgoglioso per tentare un
cambiamento di rotta che non avrei potuto fare in alcun modo. Credetti allora
di approfittare della grande lezione di Cézanne proprio irrigidendomi
sulle mie posizioni e cercando solo in profondità. La monografia
Scheiwiller, pensata per aggiornare la precedente di Giolli, in realtà affronta
solo marginalmente la più recente produzione del maestro, sostenendo per le
opere più prossime la piena attuazione del proposito coloristico în nuce
già nei primi anni Venti. Ai ricordi della Biennale, e soprattutto
a quella, G. contrappone le opere esposte nei primi anni Trenta: per La
lezione, Susanna e Lo straniero pone l'accento su come prevalgano in
questi dipinti certe note di rossi improvvisi, il taglio in controluce,
il gusto, almeno nei due primi, di accostare il nudo ad una figura
maschile vestita, un desiderio di atmosfera serena che suggerisce
lontananze chiare e assolate. Motivi pittorici che, spogliati degli
elementi accessori (come la copertina del Selvaggio nella Lezione o,
ancora, le pantofole rosse di Susanna), trovano un'ulteriore compiutezza
in Daphne e Ragazza in collina” delle collezioni dei Musei Civici
di Torino, soluzioni più aneddoticamente umane dove il motivo del
controluce sulla finestra aperta so- stituisce figure familiari o
umilmente umane ai mani- chini, mentre il paesaggio si fa sereno [...]
ricavato da quei campi di Pavarolo ormai cari all’artista”. Come
già sottolineato da Maria Mimita Lamberti, l'apporto di G. si dimostra
poi piuttosto illuminante nell'individuare nel tema del nudo una possibile
linea di lettura della sua produzione, sino a quel momento trascurata
rispetto al genere più discusso della natura morta. Il passo è riportato
in Caruccio, Casorati, quaderni d'arte del Centro Culturale Olivetti,
Ivrea, All'insegna del pesce d'oro, Milano Noi veniamo dall'esperienza
della generazione per cui i quadri rappresentarono lo scandalo che
ancora confonde la classicità coll’accademismo e che scorgeva in quei
quadtri, visti alle esposizioni colla famiglia deplorante o pronta al
riso di fronte alle stranezze dell'arte moderna, pur qualche cosa di inquietante
e di tentatore che non si poteva dimenticare i quadri della biennale rappresentarono invece la scoperta del
mondo nuovo e spregiudicato che si apriva alla nostra cultura G.,
Casorati, Bertolino, Poli, Erroneamente G. attribuisce il titolo Lo studio al
dipinto La lezione esposto alla Biennale. L’opera verrà distrutta nell'incendio
del Glaspalast di Monaco. G., Casorati (Bertolino, Poli). G. indica il
secondo dipinto con il titolo Estate. Cfr. A. G., Felice Casorati, LAMBERTI, I
nudi nello studio, in (cur.), Casorati. Mostra antologica, G. vi riconosce
una traccia di continuità che, a partire dalle Signorine, opera che,
secondo il critico, non è d’intendersi come gruppo SINTAGMA (cf. I
LOTTATORI della TRIBUNA di Firenze) ma come insieme di figure isolate),
arriva sino alla Venere bionda, punto di arrivo e di dissoluzione di
quello che si potrebbe chiamare il tonalismo di Casorati secondo G. il
motivo del NUDO in Casorati si presenta come figura essenziale, come una
forma elementare, categorica, simile a quelle delle scodelle, delle uova,
dei libri”, caratteristiche che, alla pari dei semplici oggetti che popolano i
suoi dipinti, permettono quegli slarghi formali di pittura, oltre alla
possibilità di un tono uniforme capaci di confermare la sua sensibilità
di colorista. Il saggio di G. su Casorati viene ristampata, aggiornato
in alcune sue parti e rivista totalmente per quanto concerne l'apparato
iconografico. Tra la prima uscita e la riedizione, l’interessamento che il
discepolo dimostra nei confronti del maestro è continuo e si attesta con
modalità simili a quelle che avevano contraddistinto il suo precedente
impegno sulle riviste nazionali. Vi si affiancano però nuove prospettive
lavorative. Accanto alla sua attività di pittore e di critico che in
questi anni, oltre alla corrispondenza per Emporium e alla collaborazione per
Il Selvaggio, si amplia con due contributi sulla rivista Le Arti, G. è
impegnato nella nuova veste di assistente alla cattedra di pittura di
Paulucci presso l’accademia Albertina di Torino, assegnata
contestualmente anche a Casorati per l'insegnamento di composizione
pittorica. Incarichi che vengono entrambi costituiti ad personam dal ministero
dell'istruzione nel contesto dei provvedimenti avviati da Bottai a
favore dell’accademie artistiche. Sono questi, inoltre, gli anni
nei quali G consolida una sicurezza economica stabile tanto auspicata
grazie all'insegnamento nelle scuole: prima come professore di figura
disegnata nei licei artistici piemontesi e poi, come docente di FILOSOFIA
nei licei classici. La mostra Casorati Menzio Paulucci, inaugurata
alla Galleria Cigala di Torino, è l’oc- casione per tornare a parlare di
Casorati sulle pagine di G., Casorati,
cfr. (Bertolino, Poli). sa: Casorati, Arte moderna italiana, Serie Pittori,
Hoepli, Milano. Cfr. Darmasso, Casorati e l'Accademia Albertina, in LAMBERTI,
Fossati, Casorati Copertina e pagine del volume Tre nature morte. Casorati
Menzio Paulucci, Carlo Accame, Torino. Emporium”, presente in questa
circostanza con due pittori torinesi protagonisti della scena artistica
cittadina (reduci entrambi dall'esperienza del gruppo dei sei, sicuramente
vicini a Casorati ma mai allievi diretti del maestro: Menzio e Paulucci,
con il quale Casorati intraprende da tempo un rapporto di stretta
collaborazione. Il sodalizio dei tre artisti, che non vuol essere
un principio di ricerca comune ma piuttosto un impegno di politica
culturale condivisa, si ripropone più tardi, in modo analogo, con una
mostra allestita alla Galleria Genova del capoluogo ligure. La
circostanza è anticipata da una pubblicazione autonoma di G., intitolata Tre
nature morte e stampata dalla tipografia Accame di Torino (che pubblica,
nello G., Casorati, Menzio, Paulucci, Emporium”, la monografia su
Casorati di Cremona), in un elegante edizione in folio che riporta come
Sottotitolo i nomi dei tre pittori torinesi. In questa occasione che si propone
di presentare sinteticamente tre opere dei rispettivi pittori, con tanto
di riproduzioni a colori G. sceglie la natura morta come genere
esemplificativo della produzione degli stessi. Un'operazione che
nell’introduzione viene definita come didattica e che si pone in aperta
polemica nei confronti della tendenza a considerare questo genere
come motivo poco adatto alla pittura moderna: ad Ogni esposizione abbiamo
sentito deplorare l'eccessiva presenza di nature morte o esaltare per il
loro scomparire di fronte ai quadri di figura. Una difesa per l'autonomia
e dignità del genere pittorico, che non si risparmia nel chiamare in campo
i precedenti noti di Cézanne, Manet ed ancora Renoir. La questione non
è nuova, ma prende le mosse da un pensiero espresso dal maestro anni
prima, che rappresenta verosimilmente il pretesto per il contributo di G.,
che mostra questo taglio così inaspettato. Sulle pagine del quotidiano
torinese La Stampa, Casorati lamentava nell’artico- lo La crisi delle
arti figurative i medesimi problemi di accettazione della natura morta da
parte di pubblico € critica, con presupposti che sembravano essere
gli stessi avanzati ora da G. nella sua introduzione: Ho sentito
dire ed ho letto purtroppo parecchie volte questa frase: troppe nature
morte, troppe mele, troppi aranci, troppi pomodori ecc. poveri oggetti,
vo1 siete i modelli più docili e più esigenti degli artisti Nei momenti
più disperati della mia vita di arti- Sta, io ho potuto riconciliarmi con
la pittura dipingendo umilmente una scodella, un uovo, una pera. La scelta
della natura morta casoratiana
verosImilmente selezionata da G. ricade su Le pere verdi,
presentata probabilmente per la prima volta in questa sede: un’opera che
gli permette di riba- dire il principio coloristico sostenuto nella
monografia, che viene qui chiarito con un'attenta analisi Tre nature
morte. Casorati Menzio Paulucci, Carlo Accame, Torino La presentazione di
Nature morte, dovute a tre fra i più autentici pittori operanti oggi a
Torino, potrà anche apparire, ed essere criticata, come una iniziativa a
carattere tendenzioso e polemico. Non sarà forse il caso di affermare che essa
ha piuttosto un intento didattico? E proprio di educazione del pubblico:
degli intelligenti (almeno in potenza, chè degli ostinati per
limitazione Naturale di possibilità, per passione di parte o per
difficoltà di Sclogliersi da presupposti culturali privi di validità non
occorre Hr a comprendere le ragioni per cui, su di una falsa impo-
azione di presupposti, può passare per atteggiamento polemico, peggio, di
conventicola, il semplice intento di chiarificazione Intellettuale e
critica” (Ivi, p.n.n.). i CASORATI, La crisi delle arti figurative, La
Stampa, Scritti interviste lettere, cit., Bertolino, Poli. CY della
sua pittura (non priva di tecnicismi del mestiere), che si concentra sui valori
tonali e sugli accordi cromatici presenti nel dipinto, che sottendono
sempre secondo G. a problemi ed equilibri di natura
compositiva: Sul fondo rosa e paglia un accordo di due verdi:
crudo e spento, e le chiazze rugginose e calde della putredine che
intacca i frutti; solo dal colore prende realtà il fascino di questa
natura morta, eppure il colore qui non evocherà a nessuno la categoria
della forma aperta o la scioltezza di un pittoricismo abbandonato: chè
Casorati è anche ora il pittore delle forme assolute e degli elementari
geometrici, ma il colore ne rivela, per distinguersi dei campi continui
e dilatati, la purezza, anzi il purismo, di impaginazione e ce ne
propone la più castigata presenza. i colori si subordinano ad una ragione
compositiva a priori in essa si giustifica quel disporsi graduale
di intensità pittorica che può far apparire persino sordo (e tale
veramente sarebbe se non servisse a concentrare ogni attenzione
sull’interno ordinarsi del gruppo centrale, ma pretendesse di disporsi
sul medesimo piano di bel colore dei toni vicini) il colore locale; necessario
a staccare nel castigato e serrato gioco compositivo della frutta
ritagliati sul fondo chiaro, dove più i toni non si distinguono
nella vibrante luminosità, la bruciata profilatura delle foglie. Di
respiro ben diverso, invece, è il contributo Casorati e i torinesi apparso
sulla rivista Pattuglia di Forlì. Nel numero dedicato interamente alle arti
figurative e curato da Testori, G. traccia un bilancio della situazione
artistica torinese: accanto a considerazioni su Casorati in linea con la
monografia Hoepli, abbandona i ricordi della scuola di via Galliari
proponendo una lettura totalmente rinnovata, alla luce dei più recenti
sviluppi espositivi. Menzio e Paulucci rappresentano qui (insieme agli
altri sei, che però non vengono nominati) i pittori che si sono
stretti intorno a Casorati e che, seppur non direttamente allievi
dell'artista, non rinnegano il debito contratto col primo ideale maestro,
né sono da lui sconfessati. Anzi la stima, l'amicizia e la valutazione
dei diversi ed ugualmente validi risultati, da parte del più anziano
rimanevano intatti od accresciuti. Una G,, Tre nature morte. Casorati
Menzio Paulucci, Casorati e i torinesi, Pattuglia. La rivista, mensile del Guf
di Forlì, viene inaugurata e riporta nel sottotitolo la dicitura mensile
di politica, arti e lettere. Il saggio di G. viene pubblicato nell'ultimo
numero della rivista, curato Testori e intitolato “Omaggio alla pittura”, che
si proponeva di fornire un bilancio dell’ARTE ITALIANA. LA RIVISTA VIENE
INTERROTTA E SEQUESTRATA DA MUSSOLINI per i suoi contenuti non in linea con
le direttive in campo figurativo imposte dal regime. 07 ee
(E I TORINESI) E condizioni che determinarono a To- : sei anni
dopo l'altra polemica fra rino l'orientarsi della pittura degna L.
Venturi, a proposito del di quest'ultimo, di eu- proposito del
valore positivo tentici pittori. Condizioni in cui la eri. tivo delle
influenze parigine sull'arte tica ai pose di per se stessa come po-
ita'iana non ha significato diverso. Ora lemica: © in cui da polemica fu
l'one- Gobetti e Venturi sono appunto stà stessa della critica. La guerra
del tra | primi ad esaltare l'opera di Ca
è terminata. Lo stile libe- sorati. A dispetto danque delle av ty
» in architettura, il neo-pre-ralfuel- versioni del borghese e delle
ammira lismo tipo In arte libertas da cui zioni dell'aggiornato, che
esalta insie pure avevano mosso î primi passi pit- e Carrà 0 © Casorati,
l'e tori validi come Modigliani e Spadini figurativa di quest uveva
esaurita ogni pretesa alla forma- —srebbe un significato diverso, e in
certo zione di una coscienza figurativa nella senso opposto, n quello in
cui si è banalità di un'acquiescenza in cui i svolta la comune esperienza
della più fermenti di possibilità che più tard' vi viva pittura italiana?
In parte si deve scoprirà l'accorto senso del « perver- rispondere
affermativamente pEr eg sai 16 gin lettuale per quello
Hgurativo sano ogni evasione dal fatto pittorico, E che sioo al 1928 la
pittura di Casorati quanto per queste esperienze avveniva anche nelle
punte di estrema avanguar- ordine a le possibilità della linea cur-.ija
come in certi distrutti. di- me di questo è quel complesso frea- —pinti,
n quanto si dice. sotto l'influenza F. Casorati: “Ragazza,. diano avveniva, in
modo anche più vol- gel gusto di Kandiski, cerca i proprii gare è fatuo,
mancati Sant'Elia e Boocio riferimenti non in un mondo mediterra- : ma in
uno nordico {quasi a fedeltà i H È È; i
figurativo di Martino Span- Torino poi: Thover seguitava a eredere viti e
di Defendente Ferrari che guard Memet o di Bestlovea, a confeadero
assai più che quello, volto verso il l'eleganza lineare di MODIGLIANI (si
veda) con di Gaudenzio), non in un'umanità l'imperizia del bambino (e se
mai si assertrice di proporzionata statura mul sarebbe dovuto
rimproverargli un'ele- rondo det orizzonte, ma nel panza sin troppo
vicina preoccupazio- tormento di sentirai oppressa da È ni ostetistiche e
contenutistiche simili amine mirror quelle che limitavano fl eritico)
inau- ciò di dramma per la propria persona, guraodo quella tradizione di
contenu- in quanto finita, Il sottile linguaggio tismo ad oltranza e di
cauto e garbato, formale, la ricerca d'equilibrio compo- ma
fondamentalmente deciso, fin de sitivo, l'astratto rigore della sintesi
po- non recevoie » mel riguardi di una vi- Loveno sì! suggerire, insieme
@ certo conda pittoricamente valide a cui si at- codenze illustrative (i
libri aperti, i tiene con un'ostinazione che ha per io csrtigli) o agli
accorgimenti ‘tecnici, meno 2 merito della consequenzialità come l'uso
della tempera verniciata, ri- quel poco di csi valga la pena di rorimenti
al quattrocento, mostro. sn menzione della critica d'arte del quo- non
poteva sfuggire ad ‘una tidiani oggi ancora a Torino. più accorta
l'assoluta continuità spi- Un panorama, come si vede, sostan- rituale che
legava il mondo d'allusioni rialmente simile a quello del resto
crepuscolari è le eleganze cstotizzanti d'Italia, in cui tuttavia, in
quegli delle « Vecchie» o delle Signorine anni dell'immediato dopoguerra,
Tori. attraverso 1 paradossi pseudo-formali ba ipo ipa delle Scodelle è delle Uova nella maniera
particolare e gerto senso, doppia redazione, a tappeto ed s vo- fispetto
al resto d'Italia, polemica, su tume. a questo muovo mondo di non di un
doppio piano, intellettuale e figu: 1meno quintessenziate definizioni
umane Rene a pi o spaziali, anche se nel silenzio di IO) essere
esemplificata PO quelle quinte prospettiche ora quei pro- sizioni
reciproche de La Ronda fili proponessero le loro cadenze non di rivoluzione
liberale. Cinscuno più per la via analitica dei compisci vede quanto
diversi gli orientamenti menti particoleristici, ma per quella umani e
culturali. Ma è tipico che pro? delle sintesi ellittiche. prio fra
Cardareti un'occe. Eppure una così diversa afferma- sione polemica, su Leopardi,
porta a zione in ordine a scoperte pittoriche, una discussione do andava
ben una tanto dialettica decisione nel de- oltre i termini della
cortesia. Siamo nel finire il proprio mondo indipendente. Casorati: “ Bambina.
Casorati e i torinesi, Pattuglia, lettura della scena artistica cittadina che
esclude totalmente i primi discepoli dell'artista che continuano nel
frattempo a dipingere ed esporre, non solo a Torino preferendo invece
soffermarsi poi sull’anomalie figurative intese rispetto al tracciato
casoratiano proposte da Spazzapan e
Cremona. Il rapporto tra allievo e maestro, che è innanzitutto di
amicizia, rimane solido negli anni a seguire, nonostante le scelte di G.
si avviino, nel frattempo, verso un fronte non figurativo della pittura, che
lo vedono abbracciare l’astrazione ed aderire al “Movimento Arte
Concreta”, fondando insieme ad Biglione, Montalcini, Parisot, Rama e
Scroppo la sezione torinese del gruppo. Accanto alla sua attività di
critico militante, più orientata verso le verifiche nel frattempo
ottenute con- testualmente in pittura, tornerà solo raramente ad
interessarsi di Casorati, soprattutto in occasione di letture complessive
e bilanci di un'epoca, che sembra ormai essere lontana nel tempo
Cfr. G., Casorati, CAIROLA (cur.), ARTE ITALIANA del nostro tempo,
Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, La pittura a Torino, Letteratura.
Rivista di lettere e di arte contemporanea, La pittura, lo spirito e
mente da ricerche solo per certi riguar- questi sforzi d’uomini della cultura
mona, Anch'egli amico di Casorati: ma pre riuscito a cogliere il momento
di di parallele, grazie all'autenticità della universitaria e in
tutt'altra la lezione che ne ha appreso. spontanen concretezza pittorica.
Senza realizzazione figurativa è della schiet ritorno! Un rigore,
un'incisività, un'analitica nì- che del resto questo gli abbia impedito
tezza di linguaggio fantastico da essa Nasce così il gruppo dei sei: tidenza di
segno, una predilizione per quell'accorta coscienza teorica della po-
presupposia, s'inseriva nel dialogo della Menzio, Chessa, Levi, Paolucci,
Galanta quei profili nettissimi che gli permettono sizione di gusto in cui il
suo mondo fi- italiana di quegli anni con una © Jessie Boswell., Fntro e
fuari le vidi dare evidenza allucinante d’inganno gurativo sì determina e del
rapporti di validità di proporzioni che tuttavia man. cende del gruppo,
Francesco Menzio isivo alla riproduzione dei i og- esso col movimento
surrealista, di tiene integro il valore dell'esperienza risulta allora e
tale si mantiene, come i: distribuiti poi questi in un ardine cui, per una
curiosa e significativa a della la personalità più dotata che fosse ap-
di fantasia di rara coerenza suggest vicenda gli interessi destati a
Torino memoria 0 più rigorosa- parsa, da Casorati in qua, fra i pit-
rispondere a furono proprio nella cerchia dei col monte impegnata in un
bilanelo della tori torinesi. Un mondo di compiaci- più profondamente che gene-
laboratori dell'originariamente pittura. Tutti da Fanciullo ad- menti delicati, d’edonismo
controllato rano l'inquietante mondo delle ansocia» sano Seleaggio, per
brev'ora torinese dormentato allo Studio
del © schivo, sceglie usa sun umanità d'ele- i oniriche e dei senza si
ppunto, sino alle recenti realizzazioni, al Concerto »ne henno zione in volti
di donne 0 di gnilicato, dei soprasensi di cui non si itettoniche, nella sede
della società nti i risultati più vivi. Poi el si bambini. Da questo
punto di partenza dà lettura, ma cl
Ippica di Mollino) che tatti 1 suoli hnocorse che i valori di tono e di
ero appena le due esperienze opposte, ma frata» per via di quegli emblemi pit-
lettori conoscono, ma erano pur utilizzabili în assai più concordanti
nella dissoluzione di ogni e- torici in cui però Cremona è quasi sem- G.
concreto discorso di quanto non si lamento estrinsecamente
contenutistico, facesse dagli epigoni del peggior otto- del rigoriamo
formale casoratiano in- cento. Si afferma che i Macchiaioli tu-, e del
fervore cromatico de rono fra gli artisti autentici della no- gl’impressionisti
per- stra tradizione; si riconobbe che un ar- misero a Menzio di
scontare in puro tista ostile o almeno appartato di fron- sollecitazioni
pittoriche quei dati del te a ricerche futuriste, metafisiche ©
sentimento, si defini una visione tanto neoclassiche era un grande pit-
personale quanto coerente dove la mu i si riscopri l'im- sicalità del
colore e la freschezza del pressionismo. Îl necclassiciamo,
nel È È «po vecento » milanese, che qualcuno git si che
delicati non impedirono, anzi fa- definiva nooromantico, sì innestava,
con vorirono lo spiegarsi di una confes- Tosi, in una tradizione di
pittura a- sione umana piena di melanconica no- perta. Soffici non più
cubista predica biltà nel reiterato e come ansiosamento ed esemplificava
un ritorno alla natura interrogato indagare intorno alla con- in cui
l'esperienza di Cézaane non eselu- sistenza pittorica di quelle persone di
deva quella di Fattori: a Torino, do- drumma, così sottilmente lirico e
di ve già intorno a Casorati una scuola cosi pausate parole, che si
muovona tendeva a ridurre a grammatica il sua nelle composizioni
famigliari di Menzio. figurativo, attraverso l’inse- Tanto Casorati che
Menzio del resto guamento universitario, Îl mecenatiamo qutt'altro che
paghi o chiusi nell'au di un collezionista, i più rapidi con-
tosoddisfazione: anzi entrambi sempre tatti con Parigi, rapporti col
gruppo sofferenti dei limiti o della milanese di Persico anch'esso
partito contiagenti stanchezze che potessero cc- in battaglia contro il
neoclassicismo, appannare il gelido speo- la lezione degli impressionisti
è at- chio di formalismi eidetici del primo, tinta direttamente ai grandi
modelli: © Manet, Renoir, Cézanne, in un preciso pida dell'altro.
inquietudine che ci spie senso importante due notevoli carollari). ga il
piegare verso più riscntite ao Paolacei: Piazza Navona l'affermazione che
Cèzanne non meno nitide pro- veva reagito all'impressioniamo, ma lo
filature lineari di Casorati, veva continuato e che perciò la tradi- come
le | ritorni, e, meno zione più viva di movimento an-, da monotonia le
ripetizioni dava proprio cercata in quel discorso 1delle cose meno valide
di Menzio. ln rapido ed atmosferico si, ma tutt'al. modo assai diverso,
ina con accanita tro che occasionale e vedutistico che è commovente
dedizione ad un'ideale stato proprio dei pittori che abbiamo di pura
pittura che esclude tanto citato piuttosto che dei Monet, dei Pis- ogni
intrusione intellettualistica quento surro, di Sisley. Secondo: che
quel- ogni dispersione decorativa Pao l'adesione all'impressionisno non
po. Iucci è venuto sempre più approfon teva che importare, da una parte,
con- dendo una visione grata © improvvisa, Gogh al più libero fsuvinmo,
rivivere il gusto degli impros- che-dn qualche modo e sia pure unilate;
sionisti, proprio di questa fase della ralmente, il linguaggio di Cizanne
ave- pittura torinese, possono essere riat- ivano continuato, Gli strilli
dei varii taccati, in senso diverto, Mar- Ojetti per i salti in lunghezza
da tina, temperamento delicato di colorista Giorgione n Braque naturalmente
non eu cui è stata decisiva l'influenza di si contarono! Ma intanto
quello che te nf gie gi importava fu che la esemplificazione cento
personale una trepida, © vitale dei frutti di quest'esperienza cul- come
smorzata, elaborazione di ogni da- turale fosse data proprio da quei gio-
to tonale degli oggetti, e Spazzavani pittori che sì erano stretti intorno pan
la cui origine è le cui esperienze è Casorati, pur non più così ragazzi
istriano diedero ad una veramente pro da diventar suoi allievi nel senso
sco- digiosa capacità di trasfigurare |pit- lastico della parola, © che
ora nell'inì-1toricamente, attraverso la rapidità della ziare un lavoro
diversamente orientato, acchia e del segno, ogni dato ogget- e vano il
debito contratto col tivo una truculenza cspressionistica re- primo
ideale macatro, nè sono da Jui mota dal raccoglimento degli altri to- sconfessati:
anzi la stima, l'amicizia rincsi e dalla pacata visione dell'im- © la
valutazione dei diveral ed ugual pressioniamo. È di questo suo pecu- mente
validi risultati, da parte del liare atteggiamento ci restano molti mo-
più anziano rimanevano intatti od ec- menti d'espressione mirabile,
speci cootrapporre ai della mano facile è
dell'illustra incomprensioni fra chi incegue un me- tone
occasionale. desio sforzo d'arte, ala pur attra- Opposta invece, per
intento e per ri verso divergenti esperionze di gusto. È
all'impressionismo l'esperienza i sultato, altrettanto si può dire
dell'attenzione a Dittorica inieressantiesima di Italo Cre- Menzio: Ritratto Alla scomparsa del pittore, G.
traccerà un ricordo del maestro, a margine del catalogo della mostra d'arte
contemporanea di Torre Pellice. Non più il colore o il tono, ma quei valori
umani e di rispetto per le diversità appresi durante gli anni di
via Galliari animeranno, in conclusione, questo suo omaggio di discepolo:
poiché è anche la coscienza di questa libertà, prima ancora morale che
estetica, che da Casorati alcuni di noi ricevettero come l’insegnamento
più prezioso, ci è caro chiudere col richiamo ad esso questo saluto al maestro.
Chè le sue opere parlano, per il rimanente, senza bisogno di commento. il
sangue, cur. Mantovani, Quadrante, Torino G., Omaggio a Casorati, mostra
d'arte, catalogo della mostra (Torre Pellice, Collegio Valdese), Tipografia
Subalpina, Torre Pellice. Gli occhi fervidi e il sapore di cenere G.:
Decadentismo, Simbolismo, Art Nouveau Olivieri Approssimarsi
all'opera letteraria di un uomo di cospicua cultura quale è G.,
significa penetrare in una eletta densità speculativa sorpren-
dente se commisurata a un intellettuale defilato in vita e ricorrente
oggi nella ferma e attenta riflessione di pochi storici. Come ebbe a
dichiarare G. stesso In una autopresentazione, non gli si perdona
l'ambiguità di essere scrittore e pittore aggravata dalle stigmate
dell’intellettuale, categoria in cui finì suo malgrado per vocazionale
passione per la cultura. Proprio nell’ambiguità, nel marcare un
confine ideologico sottile, ordinandosi orgogliosamente in disparte insieme
alla generazione degli eclettici Cremona, Mollino e Maccari, ci pare che G. trova
un eccentrico terreno di appartenenza sul quale edificare una propria
filosofia personale sistematicamente relata all’erudizione antropologica,
filosofica, religiosa e pedagogica. Formazione altresì integrata
agli interessi misteriosofici G. stesso ebbe a definire le proprie opere
evocazioni esoteriche vagamente connessi alla cultura torinese d’inizio
secolo e, in modo maggiormente probante, con lo studio di Casorati in via
Galliari dove conosce Daphne Maugham che, dopo avere respirato l’aria
mistica della parigina Académie Ranson, si è trasferita a Torino
dove la sorella con Salice, e Markman si dilettavano già, oltre che
di danza, di teosofia. Redattore e pubblicista prolifico, G. che
inizia ad interessarsi a Steiner e Madame Blavatsky batté gl’argomenti
indigesti alla cultura del suo tempo facendo di sé un intellettuale
atipico che, come ricorda Sanguineti, ispira idee ereticali nei propri
allievi. Autore di pochi saggi, che punteggiarono una carriera meno
prodiga di quella del compagno di studi liceali Argan, conosce Venturi
che lo accolse come collaboratore dell’Arte facendogli inoltre
pubblicare alcuni saggi sulle civiltà extra-europee. L'equivocità tra
critica militante e pratica pittorica fu un banco di prova sul quale verificare,
tra continui rilanci e azzardi, la reciproca tenuta delle parti. In
questo assiduo riversarsi delle specificità discipli- nari consiste per G.
il senso estremo della sua Pittura, votata alla vanità dell'atto privato,
smagata d’ogni velleità economica e promozionale ma cro- S!uolo
rovente dal quale estrarre i concentrati succhi di un'urgenza creativa.
L'incessante ritorno all'arte. ni n G., La pittura a Torino, Letteratura, La
pittura, lo spirito e il sangue, P.MAN- ia cur., Il Quadrante, Torino, G.,
Diagnosi del moderno. Scritti scelti, UFFINO (cur.), Aragno, Torino, L'arte
egiziana antica, Firenze; L'arte dell'Asia occidentale centrale, Firenze;
L'arte dell'Asia orientale, Firenze è, Al Gioberti di Torino dA EdO
a ad. come artificio, come fare in sé autosufficiente, è per G.
un difettivo rimedio all’insanabile scissura della natura umana divisa
tra spirito e materia, tra razionalità e intuizione, e un’imperfetta
occasione di confronto tra individui sul piano partecipabile ed
empirico dell'immagine che, pur sempre aderente alla condizione fabrile,
trova la propria natura più autentica nell'essere essa stessa divisa tra
creazione e imitazione. L'attività poietica, l'agire sulla materia
intesa sui presupposti estetici gettati da Alain (pen- satore scomunicato
da Croce), sottrae il discorso di G. dall’osservanza teoretica
idealistica come dall'impegno etico esistenzialista e, abrogando di
fatto la condanna platonica dell’arte, accetta il va- lore estetico come
simbolo del male. L'arte trova allora la propria eretica ragion d'essere
nella forma materiata, così come l’idolo o il feticcio sarebbero la
divinità in presenza e non l’ipostasi divina. Per questo la pittura per
Galvano rappresenta enigmaticamente il dio visto di spalle. Quando Mosè
chiede al Signore di mostrargli la sua gloria il Signore gli risponde:
Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio
nome. Soggiunse: Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun
uomo può vedermi e restare vivo. Tu starai sopra la rupe: quando
passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò
con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie
spalle, ma il mio volto non lo si può vedere. L'espediente divino
narrato nell’Esodo biblico, fatto laicamente La Sacra Bibbia Saccaggi,
Alma Natura, Ave!, pastello su carta applicata su tela, 68x125 cm., GAM
Torino. reagire con esperienze disposte alle proiezioni, tra cui
l’idea del dio pagano che non tace non parla ma accenna, sarebbe da
intendersi per G. che si era
laureato presso la facoltà di magistero di Torino discutendo con Gambaro
e ABBAGNANO (si veda) una tesi sulla pedagogia della religione” come
metafora dell'immagine (il “dio visto di spalle” appunto),
quale unica possibilità mondana di riconquistare l’unità primigenia
dell’uomo. L'azione esercitata dall'artista nelle condizioni oggettive
della materia è, più di una tecnica operativa, un’alchimia ai filosofi G.
preferisce Helmont e Della Riviera che permette il verificarsi di
un'unione tra l'esperienza concreta bloccata nell'immagine e
l’'epifania del dio inteso non in senso devozionale. Sì tratta in
sostanza dell’allontanamento dall'idea crociana di un'arte che
esisterebbe autenticamente solo nell’intuizione e non nella funzione
estrinsecante della materia. L'arte sfugge così al concetto di
rappresentazione candidandosi come opportunità che contemporaneamente
apre allo sguardo rinserrandosi nell’enigma, nella manifestazione del
trascendente. G. percorre incessantemente questa terra di
frontiera: COME FILOSOFO, come storico, come pittore. Prodromo del
percorso pittorico è l’alunnato presso Casorati, scelto peril linguaggio
sufficientemente decantato, sintetizzato e affrancato dal
dato naturalistico per mezzo di un'operazione intellettuale capace
di conferire un ordine platonico agli oggetti dispensati dalla
polverizzazione cromatica impressionistica. Una lezione estetica essenziale
quanto l’austero contesto della scuola. Esemplarità che si concretizza
inunalto profilo morale e umano che Galvano ritiene in dissolvimento
nell'arte moderna con la quale si conclude un ciclo plurisecolare
aprendosene un altro, tumultuoso nel bene ma anche nel male, dal quale
si sentì definitivamente estraneo. Il mondo del secondo dopoguerra
sarebbe affetto da una crisi di moralità alla quale potrebbe
unicamente fare fronte una presa di responsabilità politica, artistica,
religiosa, speculativamente limpida ed esente da posizioni compromissorie
e accomodanti come quelle sostenute dagli artisti che vogliono
salvare i valori della tradizione pur dichiarandosi
moderni. L'intera modernità e l’idea stessa di progresso tecnico a G.
risultano ree di edificare, intorno a un fulcro di ragioni economiche
(Marx) e sessuali (Freud), un presente depauperato dall’opportunità della
variazione imprevista. A una totalità di costruzione legata alla forma,
tipica del Medioevo, si avvicenda insomma una totalità d'impiego legata
allo scopo, decisamente avvilente come comproverebbe per inverso il
moderno carattere apologetico della narrazione tecnica e scientifica.
Giudizio estendibile al fatto estetico per cui all'arte come atto
fabrile, tipico del Medioevo, si avvicenda l’arte come atto
intellettuale, peculiare del Rinascimento. Segue il periodo
reazionario e tradizionalista del romanticismo, caratterizzato dal
recupero programmatico degl’archetipi (Jung) medievali ma rivissuti Per
un'armatura, Lattes, Torino. Senza il contesto sociale entro il quale
quegli ideali si erano formati. La spontaneità medievale diviene nel
Romanticismo programma culturale e come tale è ereditata dal decadentismo
e dal simbolismo, il soggettivismo dei quali impronterà di sé l'espressionismo.
Le avanguardie appaiono dominate dalla pulsione oppositiva alla tradizione
elevando a sistema l'efficienza produttiva di un nuovo codificato
come autoreferenziale, programmatico e inintelligibile ma incapace
di emanciparsi dal dato naturale nonostante esaurirsi dell'esperienza
storica dell’arte illusiva. Gl’epigoni dell’astrazione storica, i concretisti, sono
nvece esonerati da questa soggezione insieme alle retoriche idealistiche
riuscendo, in piena ricostruzione etica e umana, a calarsi completamente
nel dato residuale figurativo, ossia all'evidenza del fatto pittorico. È l’esperienza
che G. intraprende con l'adesione alla branca torinese del MAC, esauritasi
per lui nella spontanea affermazione delle forme curvilinee tipiche del
Liberty su quelle rette e Spigolose dell’astrazione concretistica. In
una sorta di personale contropartita agl’intelessi spiritualistici e
antropologici, G. pensa a Artemis Efesia, Adelphi, Milano. un'arte
come luogo del verificarsi del mito capace di portare a definitiva
decantazione la sua inclinazione espressionistica (rubricata dal
Pallucchini) estraendo- ne la forza panica trasfigurata in una rinnovata
spinta metafisica. Sein ambito artistico risulta evidente come egli
ha risolto insé l’apprendistato casoratiano non assorbendone che un clima d'insieme,
metabolizzando l'aspetto decadentistico della pittura del maestro
celata sotto la rigorosa adesione a una norma di cristallina
evidenza estetica ed etica, sul piano dell'esercizio critico volle
incrinare dialetticamente il sapere con- solidato al fine di cogliere
unitariamente il senso più autentico della modernità. Accostandosi ai
testi suoi maggiori, nei quali dispiega un cospicuo sforzo storico
ma editati in un periodo a loro sfavorevole Per una armatura e Arthemis
Efesia, si ha la sensazione di essere dinanzi a un affascinate
quanto indefinibile prodotto letterario saggio, DISQUISIZIONE FILOSOFICA,
colta divagazione, eccentrico soliloquio, introspezione analitica che,
pensando alla continua permutazione tra scrittura e pittura, indurrebbe
a pensare a una creazione letteraria con statuto indipen-
denteecreativo rifiutato da Galvano incline, viceversa, a una critica
intesa come emanazione di un'attività immanente all'atto creativo.
Permane tuttavia l’eco dell'idea crociana della storiografia e della
critica che, pur non aggiungendo nulla all'opera ma limitandosi a
sancirne la validità poetica secondo l’idea del philo-
sophusadditusartifici- contrapposta all'idea dell’artifex additus
artifici sostenuta da Annunzio e Conti sulla scorta di Ruskin e Pater,
attribuisce facoltà filosofiche e artistiche alla soggettiva sensibilità
intuitiva dello storico. Coscienza temuta e avversata Croce è,
per G., un'autorità intellettuale che in cambio di una piattaforma
teoretica esige la partecipata condanna delle opere che, passate al
vaglio di un accurato approccio metodologico, risultino prive di
valore poetico. Nell’acido corrosivo dell'ironia e dialettizzando gli
argomenti con lo storicismo, Croce condanna il decadentismo nell’accezioni
mistiche, estetizzanti, irrazionalistiche e in quella che crede
inconsistenza filosofica e spirituale, includendo in quel termine tutto
ciò che tende a sviluppi formali astratti e condannando di fatto la fitta
rete culturale e relazionale della modernità. Nonostante ciò Croce ha
il merito di avere reso accessibile e ripercorribile questa fitta topografia
anche nella declinazione contraddittoria e fragilmente raffinata del
vituperato decadentismo. Accettando la condanna crociana, G.
confessa la propria passione per decadenti, esotici, erotici e apostoli
misteriosofici, ponendosi scientemente in una giurisdizione infernale
come critico e come artista nato dalla linea evolutiva del simbolismo.
Identifica anzi quello straordinario momento storico come un estremo
malinconico balenio della civiltà al crepuscolo, un'epoca di
transizione divisa tra spirito e carne, abitata da alcuni tra i più
eletti spiriti dell'umanità capaci di creazioni difformi ma compiute e
che lo sperimentalismo modernista delle avanguardie esaurirà. In una
sorta di ribellione alla figura paterna, G. trasgredisce la
raccomandazione crociana di non leggere Rimbaud, Mallarmé, Valéry e
riscopre, anteriormente a Cremona, il modernismo e la linfa vitale del decadentismo
attraverso il quadro metodologico del filosofo abruzzese inclusivo di
fatti estetici anche diametralmente opposti alle sue idee. G., come
alla sua generazione, fu quindi impossibile non dirsi crociano proprio per
l'opportunità G., Perché non possiamo non dirci crociani, in Numero Arte
e letteratura”, Omaggio a G.”, catalogo della mostra, Circolo degli’artisti,
Torino, Fossati, GARIMOLDI, Munpici (cur.), Electa, G., “Diagnosi del moderno CREMONA, Il tempo
dell'Art Nouveau, Firenze, che quella metodologia offriva nel
sistematizzare l’intera storia. Quello che invece depose fu lo
spirito conciliante dell'estetica di Croce buona, al più, a banalizzarsi
nell’idea d’un museo immaginario. Quando ha il proposito di
approfondire l’immagine cultuale e psicologica dell’efesina Arte-
mide, partì dalla fascinazione prodotta su di lui da un pastello di
Cesare Saccaggi, “Alma Natura, Ave!” (1898), opera collocabile allora,
quando uscì il libro, e tuttora, in un filone di gusto piuttosto
sospetto. Con una serie di pubblicazioni’, si renderà così protago-
nista, a partire dagli anni Cinquanta, del rinnovato interesse per l’arte
Liberty dalla quale trarrà ben più diuna semplice ragione di studio
quanto invece, nella pratica pittorica, una viva permutazione in
allusioni enigmatiche irriducibili a ogni interpretazione, quali il
fiore di iris, destituite dal ruolo di metafore e sim- boli. Questa
continuità formale si chiarisce anche come continuità semantica quando si
consideri come G. e Cremona abbiano ricondotto l’arte astratta in
un comune svolgimento con il Simbolismo e con il Liberty che, di
quest’ultimo, ful’espressione impiegata sul piano della fabbricazione. Da
cui il transitare di G. dalla fase concretistica a quella informale
e, più in là negli anni, a quella araldica di nastri e bandiere per
giungere appunto agli iris. Trascorrere stilistico da non leggersi come
eclettismo quanto piut- tosto come legittimo susseguirsi tra la carica
allusiva assegnata ai reticoli cromatici astratti e la sensibilità
decorativa trasformata in materia fermentata fino alla disgregazione
dalla quale estrarre infine nuovamente il ritmo danzante delle forme
arabescate. Il simbolismo gli consente di riversare il misticismo nella
propria opera di pensatore e, soprattutto, di pittore. L'arte
assume quindi un valore emersivo di forze morali (leggi spirito) del bene
nel momento crociano, del male più tardi in modo nietzschiano prima
ancora che estetiche (leggi sangue); diade debitrice al suo filosofo di
riferimento Klages, altro intellettuale trascurato in ITALIA quanto sospettato
di avere incubato l'ideologia autoritaria tedesca quando invece più
coerentemente dovrebbe essere pensato come un epigono del romanticismo
intuizionista. L'arte tenta un'indiretta conciliazione tra spiritualità e
artificio consegnando alla storia un’estrinsecazione autentica-
mente creatrice e non solo la copia di una copia; non una
rappresentazione ma un esserci immanente. La volontà di accogliere quel
male come necessario gli viene dalla presa coscienza di un'’artisticità,
che arde G., Dal simbolismo all'astrattismo, in “Galleria di lettere
ed arti; Le poetiche del simbolismo e 1‘origine dell'astrattismo
figurativo, Studi in onore di Venturi. Articoli specifici ai quali aggiungere:
L'erotismo del liberty e la sublimazione astrattista, Cratilo, Gabetti
Isola, Casa di Erasmo, Torino. inlui, radicata proprio nelle opere Create
nelle elaborazioni più irrazionalistiche. Come quella immoralità sia
aperta a fertili risultati lo si comprende appoggiandosi all’in-
terpretazione che Galvano offre delle Artemis: bianca come simbolo
coadiuvante di perfezione conchiusa ma Statica, nera come simbolo avverso
di imperfezione e INCompiutezza ma dinamica e che in potenza può
Jenerativamente aprirsi a una riserva di possibilità eventualmente
immanifeste. Per traslato, quindi, la hegatività del Simbolismo si apre a
una plenitudine di risultati. Permane tuttavia il concetto di fondo che
la pittura, come prodotto di una volontà impossibilitata a
realizzarsi nell’ideale, sia il risultato di una caduta la Cul spoglia
materiale sarebbe prova di vanità e disviamento. Come s'accennava sopra, G. si
smarca dall'idea di un'arte quale esempio del bello estetico e del
bene morale, per lui non più coincidenti, ma accetta la disperata
affermazione dell'immagine
come a l Me. È È n IS la
t LI è ® î unico possibile risultato dell'impulso
proiettivo delle aspirazioni individuali o sociali. Pittura che in
ultima istanza è anche piacere sensoriale, vocazionale istinto a
testimoniare (Baudelaire), “vizio assurdo”, vanitas; pittura come atto
cultuale che mantiene in gioco la proiezione degli archetipi, la
ricchezza delle imma- gini aderenti al mistero, almeno per quel poco che
la contemporaneità consente, poiché ilmondo nega ogni giorno più
spazio alla pittura mentre il pensiero bor- ghese, incapace di slanci
estetici e metafisici, permette che in questa duplice assenza si innesti
la tecnica, la pianificazione, la sterile sistematicità. Per G. la
nostra epoca è irrimediabilmente scissa dal significato più autentifico
della vita, dalla sua forza feticistica poiché ha fatto di quel mondo, in
cui la presenza del divino è costante, una favola bella l'iconografia
della quale non è che una lontana immagine idealizzata priva, per i
moderni, di ogni accenno oracolare. Queste ragioni filosofiche, di estremo
interesse, doveno apparire perlomeno eterodosse all'atto della loro
formulazione, divise tra esistenzialismo e fenomenologia e affacciate
all’abisso del mondo preclassico, alle profondità eraclitee. Scostatosi
dall’irrazionalismo di Klages, G. non intende fare di sé un
anti-razionale quanto piuttosto un convinto a-razionale, come indica la
personale concezione d’arte in equilibrio tra ragionevolezza e vaticinio,
secondo un fare né pienamente consapevole poiché eroticamente privo
di volontà intellettiva, né tantomeno completamente incosciente poiché
contemplativo. Pertanto l'ipotesi di G. è più aderente alla poetica di
Mallarmé piuttosto che al pensiero di Valery, perché dove il primo
disidratando e affinando la parola poetica pone le condizioni per un
superamento del modello simbolistico aprendo di fatto alle avanguardie,
il secondo immagina la creatività come un processo logico
ricondotto alla piena luce della razionalità, alla consapevolezza
dell'atto. Esaltando cartesianamente l’intelletto e la coscienza, il
processo creativo per Valery è un'attività spiegabile analiticamente senza
ricorrere a misticismo, vitalismo e spiritualismo. Carnalità,
sessualità e sensualità – CROCE (si ved) aveva biasimato la sensualità
nell'opera di Mallarmé come priva d’anelito d’innalzamento sono invece le
pulsioni vitali del SIMBOLISMO che interessano G. e che la
razionalità, in un prolifico ripiegamento autoanaliti- co, dovrebbe
avocare a sé integrandole senza ripulse pregiudiziali. Speculazione
intellettuale e artistica che rivela tutta l’enigmaticità di G. che
oscilla tra i termini affermati da Mallarmé, e ripresi da Alain,
di “vision”, intesacome vaghezza di ispirazione, e “vue”, intesa
come concretezza dell'oggetto in sé risolto. Se da una parte,
sull'esempio di Mallarmé — il quale pre- cipitò le parole nell’assoluta
perentorietà delle pure idee aspirando infine a una “poésie sans les
mots”, G. pare decidersi per la “vue” aderendo al concretismo astratto
come pars construens dalla quale pretendere risposte formali di esito
certo, dall'altra, per mezzo del multiforme divenire della sua pittura,
apre obliquamente alla possibilità allusiva dell’apparire, accettando di fatto
unesito provvisorio prossimo al concetto di “vision”. L'oscillazione
dalla vaghezza creativa all'evidenza intellettuale di forme e colori
è l’unica risposta contingente possibile per G. che decide di non
decidere tra i termini antitetici asseriti, approfondendolo sguardo
nell'oscurità della creazione e della vita. Medesimamente il G. scrittore
affronta il passato eludendo la descrizione analitica delle epoche storiche
portandone bensì all’emersione CROCE, Poesia e non poesia, Laterza, Bari,
MALLARMÉ, Divagations, Bibliothèque-Charpentier, Fasquelle, Parigi i reconditi
meccanismi, le contraddittorie spinte pul- sionali; un’organica prassi
opportuna a increspare la ricerca storica attraverso una molteplicità di
punti di vista culturali posti in reciproco dialogo e liberamente
sollecitati. Il rischio nell’approcciare oggi la figura di G. è
quello di appiattirne il pensiero, come avverte Sanguineti. L'illustre allievo
aveva compreso come il decadentismo pittorico di un Moreau o letterario
di un Huysmans fossero considerati dal maestro un indispensabile momento
storico. G. mostra insomma un’idiosincrasia per quelle
“mortificazioni crepuscolarmente schifiltose” che impedeno ai CAMPANA
(si veda), agli ONOFRI (si veda), agli UNGARETTI (si veda) e ai MONTALE (si
veda) di superare, senza rifiutarne la carica panica e mitica, il
naturalismo panteistico dell’Alcyone dannunziano. InItalia, l'assenza del
dissolutivo lavacro simbolista si era in sostanza ripercosso nella
crociana deplorazione categoriale per l’arte moderna insieme
all’illusione di potere produrre un'opera estetica autenticamente
nuo- vaeludendo il peccato originario del Decadentismo. Il
tentativo di emanciparsi dal prestigio delle autoritates latine che aveva
tentato D'Annunzio richiamandosi ai romantici tedeschi, apriva gli occhi
di G. ai pre-socratici e alla filosofia moderna (dall’irrazionalismo alla
scuola ermeneutica) che del classicismo aveva assunto il senso
vitalistico, indefinibile e misterioso di una natura come rivelazione del
divino. Da cui l’idea di una suprema ragion d'essere trascendente
alla quale l’arte, per G., dovrebbe aprirsi ma che invece nelle
enunciazioni contemporanee gli pare, con buona pace di Eco, rinserrarsi
in un'opera chiusa. Con un piglio da lettura sociale dell’arte, G.
scrive dell’esaurimento dei rapporti storici tra committenti e artisti e
di come ciò abbia mutato l'originaria destinazione d'uso delle opere,
ridotte così a gratuite provocazioni. Conseguentemente proponeva le
dimissioni delle categorie di giudizio elaborate perle arti visive del
passato da sostituirsi con un equivalente delle letture psicanalitiche
tentate da Sartre su Baudelaire e da Lacan su Poe. Restato sempre
un pittore tradizionalista, G. si dichiara disinteressato a certi sviluppi
artistici lasciando intendere come il problema dell'effimerità dell’arte
compreso l'amato astrattismo geometrico sia anche un problema della
storia dell’arte come disciplina. Su come debba essere poi questa
storiografia G. non si pronuncia se non dichiarando che il problema
della storia dell’arte debba essere anche e SANGUINETI, Contro la
ragione, in La Stampa, G., catalogo della mostra, Palazzo Chiablese, Torino,
soprattutto il problema dell’uomo! Sovvengono le parole destinate a
grande fortuna critica che scrive Belting nei pamphlet intitolati “La
fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte e nel successivo
Das Ende der Kunstgeschichte. Eine Revision nach zehn Jahren nei quali
auspica la fine della storiografia artistica tradizionale a favore
di proposte olistiche e antropologiche avvedute delle mutate circostanze
sociopolitiche, del rimescolamento di cultura alta e bassa, della suggestione
determinata dai linguaggi mediali, dell’emergere di realtà
culturali prima marginalizzate, dell’obsolescenza della funzione
assegnata al lavoro manuale, dell’alterato ruolo di musei e gallerie
d’arte. La prospettiva delineata da G. si tinge di accenti acri quando
denuncia la pacifica cittadinanza ottenuta dagli ismi ridotti alla
non nocenza di prodotti da supermarket immersi in una rete di opportunità
economiche e di complicità professionali. Un terreno culturale desolante
che assume una disillusa trasposizione nella sua pittura ultima,
nei paesaggi desertificati, nella scelta estrema del silenzio creativo
come opzione possibile nonché parzialmente intrapresa. Facendosi
anticipatore di posizioni storiografiche di superamento della canonica
divisione tra antico e moderno e concentrando il periodo rivoluzionario
dell’arte d'avanguardia, in una sorta di personale à rebours G. esprime
l'opinione secondo cui i movimenti artistici successivi si sarebbero
attestati su posizioni di assimilazione manieristica piuttosto che di
irriverente Sovversione peculiare degli ismi nei riguardi della
tradizione rappresentativa. Delinea unastoria dell’arte moderna parallela più
complessa e connettiva come avrebbero potuto scriverla gli artisti ai
quali infine delega idealmente il compito futuro di creare un'ar-
te che, restando nell’ambito non figurativo e senza Impossibili riflussi,
riesca coerentemente a ristorare i Valori artistici e umani del passato.
G. insomma invoca il diritto anon essere moderno, o peggio ancora d
avanguardia, evitando di lavorare sulla contingenza e rifiutando
l'egemonia della critica per privilegiare, In senso dichiaratamente
anticrociano, la poetica degli artisti che al lavoro intellettuale uniscono
la prassi. Insieme alla proposta per un rinnovamento della
Storiografia artistica G. ne affianca un’altra di Natura conservativa
consistente nell’idea di salvaguar- dare le opere minori del modern
style, perlomeno gli Oggetti e gli arredi non ancora distrutti (di Cometti
Per esempio). Immagina la documentazione degli edifici Liberty finendo
per invocare l'allestimento di Una retrospettiva sull’Art Nouveau
internazionale, ma ù G., Cosa nostra, Sigma, Omaggio a G., Diagnosi del
moderno”, avveduta del caso italiano e
piemontese nel dettaglio, da allestirsi nella rinata Galleria di Arte
Moderna di Torino. Caduta nel vuoto la proposta sarà proprio G. a
scrivere un articolo sull’Art Nouveau a Torino e poi, insieme a Balmas e
Guasco, a curare al foyer del Piccolo Regio una mostra dedicata alla
pittura torinese. Sorta di doveroso omaggio a uno stile di vita prima
ancora che d’arte nel quale confluirono la vita delle forme collettive e
l’individualità creativa. Dissentendo da CROCE (si veda), l'interesse di
G. per gl’oggetti si approssima alle idee espresse da GENTILE (si veda) nella
prolusione al corso universitario di storia della ceramica pronunciato
nel Palazzo Comunale di Faenza nel quale il filosofo, saldando arte
e vita, rivendica la dignità estetica dei prodotti artigianali e
industriali di qualità. Si consuma qui l'ennesima contraddizione di un
crociano affine alle idee di GENTILE (si veda) che pur biasima per
densità retorica. Sensibile alle arti dei periodi di transizione e
avveduto della caducità dei giudizi, compresi i propri, per G. ogni
critica obiettiva deve essere sempre un’autocritica. Augurandosi
l'avvento di un esegeta capace di rileggere l’arte tra i due secoli, così
come Sanguineti seppe fare con la letteratura, G. rammenta come la
sua generazione abbia vergato parole sferzanti su Bistolfi fino a pochi
anni addietro valutato un artista di statura europea. Ma fu anche
la generazione di quei giovani i quali, raggiunti gl’anni quando
dovetteroimmaginare una ribellione la fantasticarono conle parole di
Rimbaud, Gide, Lawrence e Huysmans il cui Des Esseintes sembra essere
allora il prototipo di un esteta come MOLLINO (si veda). Dell’amico,
stimato oltre che come professionista di genio anche come
dilettante d'eccezione, G. ammira la capacità di governare con la
formazione culturale crociana (CROCE (si veda)) e il rigore razionale
tipico della sua professione, gl’umori sensuali, avventurosi e ambigui
del suo animo capace di ri-evocare il ritmo aperto e biologico del
Liberty restituendolo nella voluttà degli interni arredati, nell'armonia
architettonica dei pieni e dei vuoti, nella eterogenea e immaginosa
commistione di elementi organici e funzionali. Un'omogeneità che il
termine “surreale” illustra solo parzialmente e che trova una segreta
corrispondenza nelle opere di Cremona come nei molluschi, nelle
conchiglie, negli antichi libri accartocciati e nelle acquasantiere
barocche che G. dipinge. L'identità autopoietica generata da Torino si
manifesta nella condivisione spirituale prodotta da G., Per lo studio
dell'Art Nouveau a Torino, Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e
Belle Arti] questa generazione d’eccentrici intelletti, nella speci- fica
formazione di un genius loci come G. e nel progetto della Bottega d’Erasmo
che Gabetti e Isola disegnano in forme intellettualistiche neo-liberty.
Proprio in quell’anno, “A Rebours” di Huysmans diverrà per G. il pretesto
per puntualizzare le proprie posizioni all’interno del Mac e più in
generale nel modo di intendere il Decadentismo! Quando Borgese consiglia
agl’astrattisti concreti, in chiusura della recensione alla mostra di G.
allestita presso lo Studio di Milano, di rileggersi il celebre romanzo di
Huysmans nel quale, a suo parere, ci sarebbe stato il necessario per
decodificare la loro poetica, gl’aderenti al gruppo accolsero
l'esortazione come una blasfemia da respingersi integralmente. G. ritenne
legittima la protesta dei compagni astrattisti apparendogli chiaro come
Borgese incaricasse l’ipocondriaca, solitaria ed estetizzante vita
del protagonista narrato nel romanzo, di esprimere un'epidermica quota d’edonismo
e di sensualismo ribelle ai disvalori della società positivistica
industrializzata e scientifica, votata al profitto, al commercio, al
nuovo capitale borghese. Dopo di che G., confessando di aderire
parzialmente al pensiero del capitano della brigata anti-astrattista
Borgese, s'inalvea in una lettura sorprendentemente sincretica aperta al
riconoscimento dell’ambivalenza del rapporto tra astrazione e SIMBOLISMO
(SEGNO ASEMANTICO). Al rifiuto delle suggestioni emotive del SIMBOLISMO, l’astrattismo,
secondo G., ne intellettualizza le allusioni ele corrispondenze, termine
apertamente rimontante a Baudelaire, come strumento oppositivo al
dilagare prosastico del realismo. L'astrattismo del dopoguerra ridurrebbe
quindi ai minimi termini la carica letteraria aumentando quella
metafisica, riscattando la tradizione dei padri nobili dell’astrazione e
tesaurizzando nel contempo (sulla scorta della ricostruzione
filogenetica di Pevsner) la lezione di Toorop, Gauguin, Munch e
Klimt insieme a quella degli antesignani Runge, Blake, ANTONELLI (si veda),
Ciurlionis, Kupka; in sostanza dei precursori che evocarono ancora le
leggi del mondo fisico consentendo agli evoluti linguaggi non
figurativi di divincolarsi più recisamente dalla mimesi. Tra le due
guerre, sull'onda della fenomenologia e della psicologia della forma, si
assista a un aurorale revisionismo storiografico dell'Art Nouveau,
anche Persico ha in animo di scriverne una storia! G. (asterisco di) in,
Pitture di G. in un esperimento di sintesi (testo anonimo), Milano
Studio, Arte Concreta, bollettino Poi in Fossati, “Il movimento
arte concreta. Materiali e documenti”, Martano, Torino, BorcEse,
“Corriere della Sera, Pica, Revisione del Liberty, Emporium, ma sarà con gli
anni Sessanta e Settanta che diverrà condivisa acquisizione la carica
anticipatoria ricoperta da Mackmurdo e dalla cultura figurativa a partire
da Blake. Anima nera del concretismo, Galvano assume un ruolo
sovversivo nel movimento proponendo ine- dite e intelligenti aperture di
senso che tuttavia non giungeranno a ispirare un prolifico dibattito
all’interno del gruppo infragilito dalle difformità tra la
posizione intellettuale rigorosamente metodica dei milanesi e gli
arrovellamenti sulla materia fortemente allusiva espressi dalla linea
torinese. Risalendo alle sorgenti dell’arte astratta, G. riannoda, in
antitesi alle letture formalistiche, le affinità con le fonti spiritualiste
di decadentismo e SIMBOLISMO e pensando alla densità mistica
nell'opera di Huysmans sfogata in occultismo e cattolicesimo con le
citazioni della Blavatsky e di Steiner scritte da Kandinsky, con la
prossimità di Mondrian ai circoli teosofici, con il lirismo magico di segni
e colori dell’orfismo di Kupka e, non ultimo, con uno dei primi testi
dedicati all’astrazione scritto d’EVOLA (si veda). Dandy auto-ironico
votato alla marginalità, G. dissemina il proprio percorso di tracce sulle
quali indugiare, trascorrendo liquidamente da una disciplina
all'altra in modo stupefacente per un intellettuale animato da pura vocazione
pedagogica ma riottoso alla metodicità dello studio scolastico.
Attribuire un senso univoco al suo pensiero equivarrebbe a fraintenderne
la filosofia e l’idea stessa di un'arte come autosufficiente e
spontaneistico operare nella ferita aperta tra vitalismo e intelletto che
l’atto artistico non riesce tuttavia a cicatrizzare. La civiltà intera
corrisponde per lui alla fenomenicità delle immagini da essa prodotte
che, in sostanza, aprirebbero al mistero quale autentico evento
metafisico. Intendendo come piani dell’emersione archetipica i segni
dell’arte della quale l’idealismo si limiterebbe a coglierne l'aspetto
teoretico, Alain quello pratico e l’Esistenzialismo quello etico è
troppo semplicistico archiviare la passione di G. per decadentismo, SIMBOLISMO
e modern style, come l'infatuazione culturale per un'epoca vesperale.
Egli si sente invece custode ed erede di quella lacerante
contraddizione, di quella genesi oppositiva, di quella disperata tensione
verso uno spirituale fatalmente arreso alle forme dell’estetismo, di
quella magnifica e perduta sfida, tanto da riversarne la forza vitale nella
personale proteiforme pittura così come nelle progressive illuminazioni della
sua letteratura filosofica e artistica. Opere esposte Lettrice sdraiata
olio su tela 63,5x81 cm Autoritratto olio su tela 23,5x18
cm Astrazione olio su tela 50x60 cm et adi Il giorno olio su
tela 100x80 cm Pacato olio su tela 90x110 cm Composizione in nero
olio su tela 90x110 cm SENZA TITOLO olio su carta 34x48 cm Ercole ed
Anteros olio su tela 85x115 cm Omaggio a Van De Velde olio su tela 80x90
cm 10 Ir1s olio su tela 105x95 cm 10Y1olio su tela 95x110
cm Calligramma olio su tela 100x85 cm Fiori di lago olio su tela
100x120 cm Le jardin de cet astre olio su tela 132x116 cm Ireos olio
su tela 130x115 cm Proposta olio su tela 135x122 cm Pavese olio su
tela 120x110 cm Farfarello e Malambruno olio su tela 80x60
cm Gonfaloni olio su tela 95x80 cm Nastro olio su tela 90x80
cm Nastri olio su tela 60x50 cm Nastri colorati olio su tela 110x100
cm Nastri olio su tela 60x50 cm Nastri olio su tela 60x50 cm
MALI Nastri 60x50 cm ter» IG MOFBEE sie
Tre ir" Saitta SEGNO ASEMANTICO Segni asemantici (dittico) olio
su tela 110x90 cm pari #1 =$ Re |a te n ; 26 SEGNO
ASEMANTICO Segni asemantici (dittico) olio su tela 110x90 cm Artemis olio
su tela120x110 cm Maioresque cadunt olio su tela 90x80 cm
TITO sal olio su tela 70x50 cm SENSA TITOLO olio e carboncino
su tela 80x60 cm Ireos olio su tela 70x60 cm Iris acquarello su
carta 40x30 cm Sa Cespu glio acquarello su carta 40x30 cm Glotre du lon g
desir idees acquarello su carta 40x30 cm Fiori acquarello su carta 40x30
cm VRREET L6 LL AIA USD GOG VE o VERDE IL I BEILET DART DIG SPARI DIO RR
pia I I LITIO ODE LIL Fiori acquarello su carta 40x30 cm Une Fleur
olio su tela 70x70 cm Scrittura acquarello su carta 60x50 cm Sassi e
foglie olio su tela 80x80 cm Foglie morte olio su tela 80x80 cm Ciottoli
acquarello su carta 40x30 cm Labrit, © di DASIO LT R EDLI u
DILODIAT Ciottoli e rocce acquarello su carta 48x35 cm Ciottoli acquarello
su carta 48x35 cm hu ro iiriiRRRE Rocce e ciottoli olio su tela
80x80 cm Rocce e sassi olio su tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su
tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su tela 80x80 cm Opere in
mostra Lettrice sdraiata olio su tela 63,5x81 cm Autoritratto olio su
tela 23,5x18 cm Astrazione olio su tela 50x60 cm Il giorno olio su
tela 100x80 cm Pacato olio su tela 90x110 cm Composizione in nero
olio su tela 90x110 cm s.t. SENSA TITOLO olio su carta 34x48
cm Ercole ed Anteros olio su tela 85x115 cm Omaggio a Van De Velde
olio su tela 80x90 cm Iris olio su tela 105x95 cm Fiori olio su tela 95x110 cm Calligramma olio
su tela 100x85 cm Fiori di lago olio su tela 100x120 cm Le jardin de
cet astre olio su tela 132x116 cm Ireos olio su tela 130x115 cm
Proposta olio su tela 135x122 cm Pavese olio su tela 120x110 cm
Farfarello e Malambruno olio su tela 80x60 cm Gonfaloni olio su tela
95x80 cm Nastro olio su tela 90x80 cm Nastriolio su tela 60x50
cm Nastri colorati110x100 cm Nastri olio su tela 60x50 cm Nastri
olio su tela 60x50 cm Nastri olio su tela 60x50 cm SEGNO ASEMANTICO
Segni asemantici (dittico) olio su tela 110x90 cm Artemis olio su tela
120x110 cm Matoresque cadunt olio su tela 90x80 cm SENSA
TITOLO olio su tela 70x50 cm SENSA TITOLO olio e carboncino su tela 80x60
cm Ireos olio su tela 70x60 cm Iris acquarello su carta 40x30
cm Cespuglio acquarello su carta 40x30 cm Gloire du long desir idees
acquarello su carta 40x30 cm Fiori acquarello su carta 40x30
cm Fiori acquarello su carta 40x30 cm Une Fleur olio su tela 70x70
cm Scrittura acquarello su carta 60x50 cm Sassi e foglie olio su tela
80x80 cm Foglie morte olio su tela 80x80 cm Ciottoli acquarello su
carta 40x30 cm Ciottoli e rocce acquarello su carta 48x35 cm Ciottoli
acquarello su carta 48x35 cm Rocce
e ciottoli olio su tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su tela
80x80 cm Rocce e sassi olio su
tela 80x80 cm GARABELLO ARTEGRAFICA, SAN MAURO TORINESE. Grice: “I don’t
see why Italians are obsessed with art, but Speranza is Italian, so let it be.
Speranza thinks conceptual artists are the only ones – such as Keith Arnatt –
worth analysing. In his more snobbish ways, he thinks to mould the male body
was Pliny’s idea of art – bronze statuary of the ‘nudo maschile’ – Painting
comes only second or third, and only because of the desegno – i.e . the line of
beauty, which is – as shape, where ‘kallon’ resided for the Greeks!” -- Albino Galvano. Galvano. Keywords: arte naturale, Gallupi,
Peirce, Grice. By uttering x (gestus), U means that p” gesto, gestus, Grice’s
use of gesture. il concreto, l’astratto, Sraffa’s gesture. Il gesto di Sraffa,
l’implicatura di Sraffa. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Galvano: implicatura
concreta”– The Swimming-Pool Library. Luigi Speranza, “Grice e Galvano”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gangale:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del dia-letto e la
dia-lettica – scuola di Crotone – filosofia crotonese – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cirò
Marina). Abstract. Grice: “I
distinguish three brands of dialectic in Athens – Socrates’s, Plato’s, and
Aristotle’s – never mind that it all originates in what Italians call ‘Velia,’
south of Rome!” Keywords: dialectic. Filosofo cirese. Filosofo crotonese. Filosofo calabrese. Filosofo
italiano. Cirò Marina, Crotone, Calabria. Grice: “I like Gangale; the fact that
I taught for years in front of the martyrs memorial helps!” Porta a termine gli
a San Demetrio Corone. Si iscrive alla facoltà di filosofia di Firenze. Si
laurea con “La logica della probabilita”. Iniziato in massoneria, nella gran loggia
d'Italia. Porta avanti la difesa
dell’idioletto e del dialetto. Opere
"Rivoluzione Protestante" (Torino, Gobetti); “Calvino (Roma, Doxa);
“Apocalissi della cultura arabresca” (Roma, Doxa); “Il Protestantesimo in
Italia” (Roma, Doxa); “Il dio straniero” (Milano, Doxa); “Giacomo della Marca”
(Napoli); “Salve regina”; “Fragmenta ethnologica arberesca medio-calabra,
Soveria Mannelli, Rubbettino. “L’arbërisht: l’utopia. According to
Hjelmslev, semiotics is first and foremost a hierarchy. Its distinguishing
feature is that it is guided by a dynamic principle by which it is split into
dichotomies at all levels, yielding expression and content, system and process,
denotative and non-denotative semiotics, and, within the latter, metasemiotics
and connotative semiotics. This text may be reproduced for non-commercial
purposes, provided the complete reference is given: Badir, The Semiotic
Hierarchy, inHébert (dir.), Signo [online], Rimouski (Quebec), signosemio.com/hjelmslev/semiotic-hierarchy.asp. THEORY.
he terms semiotics and semiotic designate two a priori dissimilar things.
By semiotics, we mean a field of study in which we can formulate a method for
analyzing signifying phenomena, as well as a theory including all the
particulars of this analysis. By semiotic [sg.], we mean the result of a
semiotic analysis. So for example, there is a musical semiotics that seeks to
map out music as a comprehensive signifying phenomenon. And furthermore, from a
synchronic perspective (the music of a given period and culture), if not from a
panchronic perspective (music in general), we can say that music is itself a
semiotic [sg.], being possessed of both a system (distinctions in pitch,
duration, timbre, and so forth) and a process (consistent relations between
sounds in their various aspects). According to Hjelmslev, the
acceptations of semiotics and semiotic must be articulated in relation to one
another. Semiotics as a field of study is (ideally) conformal to the results of
its analyses. As such, it is also endowed with a system and a process. In order
to preserve the distinction between the two terms, we must understand that
semiotics as a whole contains specialized individual semiotics [pl.], some of
which are useful in developing theories and methods (the ones that Hjelmslev
calls metasemiotics), while others are meant to be articulated into semiotic
hierarchies (this is the role of what he calls the connotative
semiotics). Francis Whitfield, the English translator of Hjelmslev's
works, drew up a chart showing the semiotic hierarchy with its constituent
parts (in Hjelmslev; also translated into French in Hjelmslev). The class
of objects The class of objects NOTE: THE LIMITS OF GRAPHICS The
above chart shows only one aspect of the functions identified between semiotic
components: their paradigmatic functions (the relations between classes and
their members). A more complete diagram designed to include the distinguishing
features of semiotics would also show the syntagmatic functions (relations of
implication) that operate between the different components. Tree diagrams do
not really lend themselves to this kind of representation. This is one
difficulty that Hjelmslev himself was unable to completely
resolve. SEMIOTICS AND NON-SEMIOTICS In his first work, Principes de
grammaire générale, Hjelmslev sets out the principle of classification that is
operative in any language [langage]. "Categories as such", he writes,
"are a fixed quality of language. The principle of classification is
inherent in all idioms, all times and all places" (trans. of Hjelmslev).
Thus linguistics, with its three levels of analysis (phonology, grammar, and
lexicology) is a science of categories. However he adds that "the
science of categories must disregard the categories established in logic and
psychology and venture right into language's territory to find the categories
that are characteristic of it, that are specific to it, and that are not found
anywhere outside language's domain" (trans. of Hjelmslev). Hjelmslev soon
extended this domain to include languages other than verbal ones, but not to
the point of including any system of classification. The semiotics [pl.]
make up this larger domain, and they are distinguished from other systems of
classification by a certain uniformity (or homogeneity) that forms the basis of
their analysis at all levels. We find this uniformity first between the
components of any semiotic. By custom, these components are called the
expression plane and the content plane. The reason for this is that as a
general rule, expression forms are visible in the object (they are
"expressed"), whereas it is in the content forms that signification
resides (the semiotic object contains content forms). However, this is beside
the main point, which is that we always analyze a semiotic object (usually a
text) uniformly, with an initial distinction between two components. In other
words, for Hjelmslev, as for Saussure, neither expression nor content can be
given predominance; they must both be analyzed together
(Hjelmslev). ISOMORPHISM AND NONCONFORMITY. It is true that Hjelmslev
subsequently states that the semiotic planes must also not be conformal to one
another; otherwise the distinction between them is nullified (Hjelmslev). It
would require too many theoretical details to explain the principle of
nonconformity here. Suffice it to say that this principle is not directly
related to the issue addressed in this chapter, which is hierarchical
organization, and that, furthermore, nonconformity does not in any way
interfere with the isomorphism of the semiotic planes (that is, their
structural parallelism). Although it doesn't simplify matters any, we must
acknowledge that a diagram of semiotics actually postulates a classification
that is itself non-semiotic: It is a symbolicclassification, for it can be seen
as either an expression plane (the terminology Hjelmslev adopts in his theory)
or a content plane (the meaning assigned to each of the terms it presents), and
each of these planes is conformal to the other. PARADIGMATIC FUNCTIONS In
one aspect of semiotic analysis, we use paradigmatic functions to establish
distinctions within the individual semiotics. A paradigmatic function can
always be expressed as two elements in an ‘either ... or ….’ relation:
"either this or that". In a semiotic, any element of any magnitude (a
sound, word, sentence, idea, or abstract feature) can be analyzed in terms of
these functions. There are three possible results: two constants are
identified; there is no constant identified, so that the elements involved
remain as variables; one of the elements is considered to be the variable of
the other. The three types of paradigmatic functions either this or that,
one excludes the other constant ↓ constant complementarity
either this or that, it makes no difference variable ↑ variable
autonomy either this, or more specifically that constant –|
variable specification For example, in Italian, the MASCULINE is a
CONSTANT (of CONTENT) with respect to an animate beings. Conversely, with
respect to inanimate elements, masculine is regarded as a variable of content.
In Italian we refer to a city (Latin CIVITAS), which have no designated
grammatical gender, sometimes as feminine – but sometimes as masculine. And
finally, with respect to the class 'sex' itself, each one has a variable, since
sex has been selected as the constant of content. Naturally, linguistics
aims first to establish constants, in either a relation of complementarity or
of specification. From a paradigmatic standpoint, the expression plane and the
content plane are complementary in semiotics (e.g., in a verbal language),
whereas in a symbolic system (e.g., in a computer programming language) they
are autonomous. Another aspect of semiotic analysis identifies relations
between elements. A syntagmatic function can be expressed as two elements in a
both... and... relation: "both this and that". Once again, three
kinds of syntagmatic functions may be identified: if one element is present,
the other must also be present, and vice versa;
one element does not have to be present for the other to be present; one
element is required for the other to be present, but not the reverse. The
three kinds of syntagmatic functions both this and that, by necessity
constant ↔ constant solidarity both this and that, by
contingency variable – variable combination this necessarily
accompanied by that variable → constant selection A
verbal sentence is the necessary association of a noun phrase and a verb
phrase; they are the two syntagmatic constants of the sentence. Conversely,
there is no consistent relation between the categories of verb and adverb: the
verb can be present without the adverb, and the adverb can modify something
other than a verb (an adjective, such as pretty, in very pretty). The verb and
the adverb are variables relative to one another. On the other hand, an article
requires a noun, but the reverse is not true; in this relation, the noun is the
constant and the article is the variable. From a syntagmatic perspective,
there is always solidarity between expression and content. If the analysis
identifies an expression plane for a given object, then it must also identify a
content plane, and vice versa; otherwise, the object in question would not be a
semiotic object (something we are not supposed to know before we begin our
analysis). NOTE ON LINGUISTIC LAWS Necessity in syntagmatic
functions is quite relative; it depends on the corpus under study. Caution
would prompt us to speak of consistency rather than necessity, as language is
replete with exceptions, and its rules are subject to rhetorical
non-compliance. We are keeping this term nevertheless, if only to emphasize the
predictive intent of linguistic analysis: whatever consistencies have been
recorded in attested texts must still be valid for future
texts. DENOTATIVE SEMIOTICS AND NON-DENOTATIVE SEMIOTICS Natural languages
are the first object of semiotic analysis. Their systems are identified through
the paradigmatic functions, and their processes through the syntagmatic
functions on both planes, expression and content. When analyzed, texts are
equivalent to processes, since they constitute chains of semiotic elements that
are put into relation with one another. Semiotic analysis can be applied
secondly to other kinds of language, with no theoretical adjuncts, and it is
from this extension that it has earned the name semiotics. But in
addition, semiotic analysis can be applied to a third kind of target: forms of
language that cannot be reduced to two planes (their components are not even in
number). These languages [langages] are termed non-denotative. There are two
kinds: the metasemiotics and the connotative semiotics. A metasemiotic is
rooted in a semiotic equipped with a control plane, so to speak. Through this
plane, each element of content takes on an expression in a denominative
capacity. This is what we are doing when we say that in a certain
advertisement for French pasta (to take a famous example used by Barthes), the
yellow and green colours on a red background (the colours of the ITALIANA flag)
signify "ITALIANITÀ" (Barthes). ITALIANIT is a meta-semiotic
expression used to designate the signification of a visual element such as colour.
The same function is in operation when we say that the expression arbor
signifies "tree" (Saussure), except that, in this case, both
expression and content take on meta-semiotic expressions through the use of
distinct typographical markers (italics and quotation marks) and different
languages (Latin and Italian). In this case, they are called autonyms. Metas-emiotic
control helps us to avoid any equivocation between expression and content in
our analysis. Finally, metas-emiotic expression also has a power of
generalization, by allowing categories to be designated. When we talk about the
verb, as we do in linguistics, we are attributing a name to several syntagmatic
functions grouped under this common denominator. To put it another way, the
metasemiotic expression verb can be used to describe a syntagmatic function
that is analyzed in each particular verb (Badir). It can be helpful to
include this control plane in a specific semiotic, for the human mind seems to
be adept at juggling metasemiotic expressions (writing being the prime evidence
of this, and so very complex). This is how a metasemiotic is formed: one of the
planes is the control plane, and the other is the object semiotic. By doing
this, the metasemiotic once again becomes a binary structure, but with two
tiers. Metasemiotic structure metasemiotic control plane, object
semiotic, expression plane, content plane, CONNOTATIVE SEMIOTICS The plane that
is affixed to a semiotic does not always perform a control function, however.
In fact, we can always affix a third plane to a semiotic in order to account
for anything that has been missed by the analysis, anything that is considered
to be a special case or exception. Variants are the evidence of this
analytical shortcoming. If we wish to account for them in some way nonetheless,
then we define them as invariants within special or narrowed parameters that
Hjelmslev calls connotators. The third plane, then, is formed by considerations
that were not selected in the first-tier analysis (called denotative).
This plane is ordinarily held to be a content plane, since it is assumed that
semiotic objects cannot be intrinsically modified by these considerations. (One
senses a delicate point here, that is admissible only at the discretion of the
analyst). Connotative structure connotative semiotic denotative
semiotic, plane of connotators, expression plane, content plane. For example,
Hjelmslev maintains that any given language may be analyzed equally well
through its written texts or its oral utterances; in other words, that its
rules of syntax, its morphological formations and vocabulary are common to oral
as well as written productions. Certainly anyone can see that this assessment
is not ill founded. Nevertheless, there are distinctions, which have inevitably
been left as variants in the linguistic analysis. Ensuring compatibility
between the analysis of these variants and the first-tier analysis is a matter
of establishing a plane in which orality and writing can be included as two
paradigmatic invariants of content of a particular type: orality and writing
are set up as connotators. In this way, the first-tier analysis remains valid,
although it can always be customized with respect to the newly established
paradigmatic function (Hjelmslev). From a broader perspective, we can use
connotative semiotics to specify which tier of specialization to use for a
particular semiotic analysis, as semiotic analysis is not apt to be applied
indiscriminately to any element of language (this is only true of its
theoretical components, in particular, the ones presented here). In linguistics
we begin by recognizing the plurality of verbal languages, basing our analyses
on distinct corpora for each language. It is the role of connotative semiotics
to establish each language as a connotator. So when we speak of the
"linguistic analysis of French", French is a connotator, as it
determines in which particular case the analysis is valid. At this time,
the theory of semiotic hierarchy has been developed extensively only in the
application for which Hjelmslev initially intended it: the metasemiotic hierarchy
of verbal languages (as illustrated in Whitfield's tree diagram, reproduced in
section. Metasemiotic hierarchy with languages [langues] as the object
semiotics expression plane analysis content plane analysis
internal semiologies paradigmatic perspective phonology lexicology syntagmatic
perspective "morphology" grammar external
semiologies paradigm of historical and geographic connotators
historical and dialectal phonology historical lexicology and
dialectology comparative and historical grammar paradigm of social
connotators sociolinguistics, linguistics of written language
paradigm of psychic connotators pedolinguistics, psycholinguistics, study
of language disabilities paradigm of cultural connotators rhetoric, stylistics,
narratology internal metasemiologies phonetics
semantics external metasemiologies physics and physiology of
sound extrinsic interpretations We will start by discussing the
table entries. In the hierarchy there are two columns dividing the analysis
into two components, labelled expression plane and the content plane.
However, this subdivision does not hold throughout (as in the case of
comparative grammar), either because two different semiotic analyses bear the
same name in practice, or because the analysis is non-semiotic, as it turns
out. The hierarchy is divided into rows representing the object semiotics.
First they are divided by their rank in the hierarchy (semiotic or
metasemiotic), next by distinguishing the denotative semiotics (addressed by
the internal semiologies) from the connotative semiotics (described by the
external semiologies). Lastly, the denotative semiotics are divided into
paradigmatic and syntagmatic functions. It should be noted that the
hierarchical structure shown here is reversed in actual practice, where one
always proceeds by progressive expansion, beginning with denotative analysis,
or more specifically, paradigmatic analysis. In this table, languages are
denotative semiotics from the standpoint of the internal semiologies and
metasemiologies; however, they are treated as connotators from the standpoint
of the external semiologies and metasemiologies. The operation of the latter is
dependent on the former. In addition, the metasemiologies regulate
the semiologies by allowing us to verify whether they are adequate to account
for the facts of language [langage]; however, there is no one-on-one
correlation between internal semiology and internal metasemiology, nor between
external semiology and external metasemiology. For example, a semantic analysis
can provide the basis for a lexical derivation or for a narrative schema. And
the physiological analysis of sound can be used as a descriptor for a
phonological invariant (e.g., using the physiological feature palatal to
designate an invariant) or as a means to describe child language (e.g., the
term "labial click", which describes the onomatopoeia produced by
babies 12 months old, also known as the "kissing sound" – this
example is cited in Jakobson). Morphology should be understood in a
specific sense, not entirely removed from the common meaning, but in a narrower
sense. Morphology deals with what Hjelmslev calls the functions between
grammatical forms in his Principes de grammaire Générale. Finally, note that
while linguistics can be considered as one metasemiotic among others, there can
be no objection to adopting the point of view that semiotics provides cultural
connotators for a comprehensive linguistic analysis. These two perspectives are
compatible in glossematics (Hjelmslev's theory of language) and are even seen
to be complementary, to the benefit of semiotics. top BADIR, S., Hjelmslev,
Paris: Belles-Lettres. BARTHES, R., "Rhetoric of the Image", in The
Responsibility of Forms. Critical Essays on Music, Art, and Representation,
trans. Howard, New York: Hill and Wang, HJELMSLEV, L., Principes de grammaire
générale, Copenhagen: Bianco Lunos Bogtrykkeri, HJELMSLEV, L., Prolegomena to a
Theory of Language, trans. F. Whitfield, Madison: University of Wisconsin.
HJELMSLEV, L., Résumé of a Theory of Language, Madison: University of Wisconsin
Press, HJELMSLEV, L., Nouveaux essais, Paris: Presses universitaires de France,
JAKOBSON, Child Language: Aphasia and Phonological Universals, The Hague:
Mouton, SAUSSURE, F. de, Course in General Linguistics, trans. Baskin, New
York: Philosophical Library. Grice: “I like Gangale. Of course, the Italians
adored him because he got Danish citizenship; also because he understood
Hjemlslev as nobody does! Gangale was practical; he was into his ethnic
minority. He formed good philosophical bond with Gobetti, against Croce and
Gentile. It is obvious that those who know the Gangale of the Albanian studies
won’t make a connection with his fight for protetantism and his adventures with
Italian philosophy, with Doxa and Conscientia – but he got his doctorate and he
was able to immerse in Hjelmslev’s glottology like nobody else did!” Giuseppe
Gangale. Giuseppe Tommaso Saverio Domenico Gangale. Gangale. Keywords: il
dia-letto e la dia-lettica, idiolect, dialect, ethno-lect, idio-letto,
dia-letto, ethno-letto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gangale: dall’idioletto
al dia-letto” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Garbo: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la fisiologia
dell’amore – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Abstract. Grice: “Aristotle
found friendship a puzzle, and so do I!” -- Keywords: love, amore, amicizia. Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze,
Toscana. Grice: “I like Garbo; for one I like Firenze, for another I like a
Renaissance man – I’m one!” Grice: “Garbo is extremely interesting at a time
when physis did mean ‘nature’ – the physicist and the physician were the
natural philosophers! At Oxford Transnatural philosophy was created against
Natural Philosophy,” – Grice: “Garbo made the greatest comment on “Love
unrequited” by G&S – by focusing on a ditty by Cavalcanti – Boccaccio loved
the pretentious prose by Garbo on ‘eros,’ ‘amore,’ and ‘cupidus.’ –“ Studia
sotto Alderotti a Bologna. Figlio di Bono, medico e chirurgo. Sotto il
consiglio del padre, fu allievo a Bologna di Alderotti, suo cognato, poi uno
dei più importanti rappresentanti di un riorientamento della filosofia, all che
Garbo diede un contributo importante. Studia sotto Alderotti per un breve
period. Torna presso la casa paterna a Firenze a seguito della guerra tra Bologna
e Ferrara e fu iscritto, a fianco del padre, nella gilda di Firenze di medici e
farmacisti. Le condizioni politiche migliorate gli consentirono di riprendere i
suoi studi e si laurea, successivamente si sposta a Bologna, dove insegna. Quando
Orsini scomunicò Bologna e, quindi, escluse i cittadini bolognesi dal
frequentare lo studio generale, fu, ancora una volta, costretto a lasciare
Bologna. Si transferice a Siena, con l'insolitamente alto stipendio di 90
fiorini d'oro come "dotore del chomune di Siena". Saltuariamente si
recasse a Bologna nonostante la scomunica. E fu a Bologna che completa il suo
commento su una parte del libro del Canon di Avicenna, tanto da guadagnare il
soprannome di "espositore.” Torna a Bologna, inizia la sua “Dilucidatorium
totius pratice scientie” un commento sul Libro I del Canon. Insegna a Padova, a
causa del "propter malum statum civitatis Paduae" (come afferma nel
suo commento ad Avicenna), riprese a peregrinare tra un'università e l'altra
(anche se è un percorso poco chiaro, a causa delle scarse informazioni fornite
dai biografi e dell'assenza dei documenti). Torna a Firenze e completa
Dilucidarium. Sulla scia dell'esodo della Facoltà di Filosofia da Bologna a
Siena, venne nuovamente nominato dal Comune di Siena, questa volta con uno
stipendio annuo esorbitante di 350 fiorini d'oro, più 100 fiorini, perché teneva
letture a casa sua, la sera. Lavora al suo commento al trattamento con piante
medicinali nel libro II di Avicenna, Canon, cioè "l'Expositio super
canones generales de virtutibus medicamentorum simplicium secundi canonis
Avicennae", che complete dopo il ritorno a Firenze. Commenta sul “Donna mi
prega” di Cavalcanti. Questo commento è conservato in un manoscritto di
Boccaccio ed è stata tradotta in una versione in lingua “volgare”. A causa dell'invidia dei suoi colleghi di
Bologna, fu accusato di essersi appropriato del commento a Galeno di
Torrigiani. Le lezioni riscuotevano
molto successo, allora i suoi colleghi, invidiosi, dettero il compito a un
allievo che viveva con il medico di spiarlo; quest'ultimo scoprì che prepara le
sue lezioni basandosi sul comment a Galeno di Torrigiani, che conserva
segretamente. Il plagio e reso pubblico, addiruttura Ascoli ne fece scherno con
i suoi allievi, e G. e costretto a allontanarsi da Bologna. Sia Tiraboschi che Colle
notarono delle incongruenze cronologiche della vicenda. Torrigiani e co-etaneo
e collega del medico alla scuola di Aldreotti, e successivamente si fece
certosino in tarda età e solo da quel momento, o dopo la sua morte, avrebbe
potuto prendere i suoi scritti. L'episodio,
probabilmente, indica l'atmosfera ostile – tossica -- in cui era immerso G. a
Bologna, per questo è plausibile che decidesse di accettare l'offerta di Padova,
che dopo la crisi causata dalla guerra contro Enrico VII, cerca insegnanti di
fama. Tornato a Firenze, incontra Mussato in preda a un malanno, che
probabilmente aveva conosciuto in precedenza a Padova e che era a Firenze in
veste di ambasciatore di Padova. A Firenze, la sua stima di filosofo si riprese
dai colpi bassi inflitti dai bolognesi; mostra un ritratto cordiale, sapiente
ma non scontroso, con un atteggiamento affidabile e umano, che cercava di
capire i segreti della natura e molto disponibile, questa era la maniera in cui
appariva ai fiorentini. Descritto come una persona arguta in episodi riportati
da Petrarca, che non conosceva direttamente, ma che aveva avuto contatti con G..
Pesso un cimitero, rispose a dei vecchi che lo volevano schernire con queste
parole. La disputa è ingiusta, qui: infatti voi siete più coraggiosi perché
siete a casa vostra. (Rerum memorandum libri, risposta simile a quella di Cavalcanti
nel Decameròn. Un altro episodio, invece, fu la volta in cui un uomo prende in
giro il suo piccolo cavallo dicendogli: "e gli insegni a camminare, ma
dove hai imparato quest'arte?", e G. rispose: "A casa
tua". Quanto torna scrisse le "Recollectiones in Hippocratem de
natura foetus" (Venezia), con la "Expositio super capitula de generatione
embryonis" di Tommaso Del G., suo figlio, e la "Expositio in
Avicennae capitulum de generatione embrionis" di Torre. Il trattato di G.
mostra quanto fosse dipendente dall'astrologia araba. Distingue l'anatomia
dalla fisiologia. Indaga la causa delle malattie ereditarie, dicendo che
dipendono da un vizio organico del cuore, dal quale ha origine lo spirito che
il seme del padre trasmette al nascituro. Tratta anche di argomenti molto
discussi dai filosofi del secolo, come la trasmissione dell'intelligenza tra
generazioni, dell'origine del calore animale e della nascita di piante e
animali per “fermentazione.” Dice nell'Expositio che torna a Firenze non per la
crisi di Siena, ma per altri motivi di cui non si hanno documentazioni. Per
Tiraboschi e Colle, G. non sarebbe mai uscito dall'Italia, mentre De Sade dice
che ad Avignone avrebbe incontrato Ascoli.
Quest'ultimo è il motivo della grave colpa di cui Garbo, insieme al figlio, fu
macchiato dopo il plagio già nominato. Ascoli venne allontanato da Bologna e
sospeso dall'insegnamento poiché accusato di eresia, successivamente giunse a
Firenze con la fama di mago e negromante, al servizio del duca Carlo di
Calabria. Ascoli scrisse "Commentarii in Sphaeram Mundi Ioannis de
Sacrobosco", che si ritiene fosse trattato che egli porta sul rogo,
trattato che fu aspramente criticato da Garbo che gravemente accesi di rabbia e
d'odio contro di lui, perché invidiosi che d'Ascoli fosse preferito come medico
dal duca Carlo. I. Garbo accusa Ascoli di fronte al vescovo d'Aversa e
successivamente lo denuncia all'inquisizione. Questo spinse il duca di Calabria
ad allontanare Ascoli dalla sua corte e dopo fu arrestato dall'inquisitore
Bonfantini. L’accusa era di essere "alieno dal vero dogma della
fede". Ascoli fu bruciato sul rogo. E evidente la responsabilità di Garbo
in questa condanna, per invidia e non per motivi religiosi. G. muore poco dopo
l'esecuzione d’Ascoli. Questo, dice Grice, e causato da un incantesimo di
vendetta lanciato da Ascoli. Altre opere: La figura di G. campeggia se
non come il più grande filosofo di Firenze, sicuramente come quello più
nominato, sia nel bene che nel male, a prescindere dal valore che possono avere
le sue opere a livello della storia della filosofia, infatti rappresenta,
nell'opinione comune, il tipo ideale di filosofo, sia con i suoi pregi, che con
i suoi difetti. Tra le opere che sicuramente possiamo attribuirgli ci
sono ricettari, commenti e trattati. Tra
i vari, ci sono i "Super IV Fen primi Avicennae praeclarissima
commentaria, quae Dilucidatorium totius practicae generalis medicinalis
scientiae noncupatur" (Venezia), dedicati agli studenti bolognesi che
l'avevano seguito a Siena; "Chirurgia cum tractatu eiusdem de ponderibus
et mensuris nec non de emplastris et unguentis" (Ferrara) insieme ad un
trattato sulla lebbra di Gentile da Foligno e uno sulle giunture ossee di
Gentile da Firenze, ampio commento ad Avicenna, Abū l-Qāsim az-Zahrāwī e
ar-Rāzī. In questo e in altri testi, rileva molte inesattezze di Avicenna e
parla con tono di ammirazione dei antichi greco-romani. Altre opere invece non sono state stampate:
"De militia complexionis diversae"; una "quaestio" sulla
flebotomia secondo Ugo da Siena (Bergamo, Biblioteca civica) "Recolectiones super cirurgia
Avicennae" (Modena, Bibl. Estense); Tractatus podagre (San Candido, Bibl.
della Collegiata). E non va dimenticato il commento alla canzone "Donna mi
prega" di Cavalcanti: "Scriptum super cantilena Guidonis de
Cavalcantibus" ("De natura et motu amoris venereis cantio cum
enarratione Dini de Garbo", Venezia, introvabile). Il commento riguardo a
“Donna mi prega” considera l'amore (eros) da un punto di vista strittamente patologico,
come passione, e anche se a volte tende a sovrapporsi a “Donna mi prega”,
esponendo le idee sull'amore di se stesso (“amore proprio”) che quelle di
Cavalcanti, resta un importante document. Suddivide il testo in tre parti.
Nella prima parte, Garbo dimostra quante e che sono le cose, che dello amore si
dicono. Nella seconda parte, Garbo filosofa di quelle, che esser ne determina.
Nella terza parte, la chiusa, Garbo dimostra la sufficienza di quelle cose,
ch'egli ha dette. Nella seconda parte, la più importante, si segue la
dimostrazione sulle *otto* caratteristiche dell'amore: I) dove si produce
(nell’appetito sensitivo); II) chi lo genera? la disposizione naturale del
corpo dell’amante – per non fare menzione digli influssi di Marte su Venere)
quale virtù ha l’amore, dato che è passione d'appetito? Nulla. IV) Quale e
l’effetto dell’amore? La morte che impedisce
le operazioni della virtù vegetativa) quale e l’essenza dell’amore? E una
passione naturale). Che alterazione provoca? Infermità, malinconia, morte. VII)
Che spinge a filosofare sull’amore, dato che non si può celare la passione? Lo
spirito platonico) Se l'amore (o strittamente, l’amare) si dimostri via il
sentire? Si. È evidente che parli come filosofo aristotelico. Per G., l'amore è
una malattia, una passione dell'appetito sensitivo, che può causare a sua volta
molte altre malattie, e per questo va curata, con la dimenticanza e
l'allontanamento, l'"accidente fero" di Cavalcanti è il maligno
influsso di Marte, in congiunzione col Toro e la Bilancia, quando si trova
nella casa di Venere. Altre opere: “Dynus super quarta Fen primi cum
tabula” (Venezia: Lucas Antonius Giunta Florentinus); “Expositio super tertia,
quarta, et parte quintae fen IV. libri Avicennae” (Venezia: Johann Hamann für Andreas
Torresanus); “Dilucidatorium totius pratice medicinalis scientie Expositio
super canones generales de virtutibus medicamentorum simplicium secundi canonis
Avicennae (Venezia); “Recollectiones in Hippocratem de natura foetus; “Dilucidatorium
Avicennae (Ferrara) Expositio super parte quintae Fen quarti Canonis Avicennae (Ferrara,
André Beaufort); “Super IV Fen primi Avicennae praeclarissima commentaria, quae
Dilucidatorium totius practicae generalis medicinalis scientiae noncupatur
(Venezia); Chirurgia cum tractatu eiusdem de ponderibus et mensuris nec non de
emplastris et unguentis (Ferrariae); “De militia complexionis diversae; di cui
un saggio è pubblicato da Puccinotti; Recolectiones super cirurgia Avicennae (Modena,
Bibl. Estense); De generatione embrionis; Dizionario biografico degli italiani.
Boccaccio, Cavalcanti’s Canzone “Donna me prega” and Dino’s Glosses The
enigmatic, indeed disturbing figure of Cavalcanti exercised the imagination of his
contemporaries, especially of his fellow poets. Without naming him once, Dante
talks about Guido in his youthful work, the Vita nuova, telling us that
Cavalcanti was the “primo de li miei amici” (VN III), and that he was one of
those who replied poetically to Dante’s first sonnet. Dante also refers to
Guido’s senhal, Gio- vanna/Primavera (VN). The whole of Dante’s treatise, as a
specifi- cally vernacular composition, is dedicated to this first friend (VN).
Amongst Dante’s Rime, also, there is a companionship sonnet addressed to
Cavalcanti, “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io,” to which the older poet
responded in verse. The most memorable mention by Dante occurs in canto X of
Inferno, where Guido is the “grand absent,” asked after by his damned father,
Ca- valcante de’ Cavalcanti. The accent in the exchange is on Guido’s implied
“altezza d’ingegno,” shared with Dante, and his disdain for some- thing —
unspecified — which Dante by now was pursuing (poetry? theol- ogy?). The poet
later resurfaces as an allusion in Purgatorio XI.97–99, where, in an object
lesson in humility, literary primacy is passed through the Guidos, presumably
from Guinizelli through Cavalcanti, and on to (perhaps) Dante himself. Guido
Orlandi, who wrote the enquiry sonnet, “Onde si move e donde nasce Amore?”
which occasioned Cavalcanti’s famous reply, the doctrinal canzone “Donna me
prega,” paints a picture of the poet in “Amico, i’ saccio ben che sa’ limare,”
stressing Guido’s verbal prowess, but also his consid- erable intellectual
ambition, verging on vanity. Cino da Pistoia, however, in “Qua’ son le cose
vostre ch’io vi tolgo?” reacts angrily to an accusation of plagiarism coming
from Guido, and hints that his own humility is more appropriate than
Cavalcanti’s self-importance. Amongst the other, almost contemporary poets who
mention Cavalcanti is Cecco d’Ascoli (Francesco Stabili), in whose astrological
apology the Acerba, he seemingly takes Guido to task, in detail, for an
erroneous analysis of love’s [heliotropia.org/02-01/usher.pdf 1
Heliotropia heliotropia.org workings (particularly the function of the
irascible appetite, Mars) con- tained in “Donna me prega.” Chroniclers, too,
were fascinated by him, but as much for his propen- sity to engage in partisan
violence as for his intellectual eminence. His contemporary Dino Compagni
refers repeatedly to the powerful Cavalcanti clan’s readiness for
street-fighting, and refers specifically to Guido’s ex- ploits, including his
failed attempt on the life of Corso Donati, who had re- portedly organised an
assassination plot against the poet on the pilgrimage route to Compostela. Dino
characterises Guido as “cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e intento
allo studio.” Villani, writing con- siderably later, draws attention to the
prickly nature of Guido’s intelli- gence: “era, come filosofo, virtudioso uomo
in più cose, se non ch’era troppo tenero e stizzoso,” a description of the
philosopher-poet which al- most exactly parallels Giovanni’s description of
Dante himself. Amongst the later novella writers, Sacchetti would include
Cavalcanti as the butt (literally) of a practical joke by a small child
(Trecentonovelle), a jape which in turn is reminiscent of a Boccaccio novella
(Decameron). Cavalcanti figures in the early commentary tradition of the
Comedy, in particular as a response to the pilgrim’s discussion with Cavalcante
de’ Ca- valcanti in Inferno X, and the reference to the two Guidos in
Purgatorio. He also figures to some extent in elucidations of the two lonely,
anon- ymous Florentine “giusti” in Inferno. Commenting upon Inferno X, Guido da
PISA (si veda) says of Cavalcanti “Fuit enim iste Guido scientia magnus et
moribus insignitus, sed tamen in suo sensu aliqualiter inflatus. Habebat enim
scientias poeticas in derisum” [This Guido was great in knowledge and
celebrated in character, but nevertheless somewhat puffed up as to his opinion
of himself. For he despised the poetic discipline]. Guido da Pisa’s
interpretation of Cavalcanti’s “disdegno” (Inferno) as essentially poetical
will be influential amongst subsequent commentators. The Ottimo commentary
points to Guido’s common intellectual in- terests with Dante (“similitudine
d’abito scientifico”). Later, when discus- sing the two Guidos passage in
Purgatorio XI, the commentator opines: “E Guido Cavalcanti si può dire, che
fossi il primo, che [le] sue canzoni fortifi- casse con filosofi[ch]e pruove,
come si mostra in quella sua canzona, che comincia: ‘Donna mi prega, perch’io
deggia dire.’” The Selmiano, commenting upon Inferno X, again points to
Cavalcanti’s intellectual im- pact: “Guido fu tenuto del maggiore ingegno e più
alto che allora fosse uomo di Firenze.” The greatest contribution to the myth
of Guido Cavalcanti comes from Boccaccio, who views the poet essentially
through the distorting prism of heliotropia.org/02-01/usher.pdf 2
Heliotropia heliotropia.org Dante and the early Dante commentators. In the
“Introduzione alla quarta giornata” of the Decameron, Boccaccio justifies his
own persistence with amorousness, even in his more mature years, by claiming
that such a trait was shared with Cavalcanti, Dante and Cino da Pistoia in
their old age. He even suggests that he could supply the biographical
justifications to prove it (“istorie in mezzo”). The most consistent account of
Cavalcanti, however, occurs in Decameron where Boccaccio applies to Guido a
widespread anecdote, with a “lethal” punch-line, which Petrarch, amongst
others, had used some ten years previously in the Rerum Memorandarum (II, 60)
about G., the famous Florentine physician. The tale, now firmly attached to
Cavalcanti, thanks to Boccaccio, will subsequently pass into the Dante
commentary tradition when Benvenuto da Imola glos- ses the two Guidos passage
in Purgatorio. The Decameron tale has been frequently discussed and minutely
ana- lysed: what concerns us here is Boccaccio’s preliminary portrait of the
poet: oltre a quello che egli fu un de’ migliori loici che avesse il mondo e
ottimo filosofo naturale, si fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uom
molto e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente seppe meglio che
altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sa- peva
onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse. [...] Guido alcuna volta
speculando molto abstratto dagli uomini divenia; e per ciò che egli alquanto
tenea della oppinione degli epicuri, si diceva tralla gente volgare che queste
sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non
fosse. (Decameron) Creatively interpreting Dante, in order to give the
punch-line extra signifi- cance, Boccaccio deliberately confuses (or rather
suggests that the vulgar throng confuses) Guido with his father, Cavalcante de’
Cavalcanti, for it is effectively the latter who is amongst the “Epicureans”
who “l’anima col corpo morta fanno” (Inferno). A very similar portrait of the
poet is given in the Esposizioni, where Guido is described as: uomo
costumatissimo e ricco e d’alto ingegno, e seppe molte leggiadre cose fare
meglio che alcun altro nostro cittadino: e oltre a ciò, fu nel suo tempo
reputato ottimo loico e buon filosofo, e fu singularissimo amico dell’autore
[scil. Dante], sì come esso medesimo mostra nella sua Vita nuova, e fu buon
dicitore in rima; ma, per ciò che la filosofia gli pareva, sì come ella è, da
molto più che la poesia, ebbe a sdegno Virgilio e gli altri poeti. (Esposizioni)
The phrase “ebbe a sdegno” clearly shows Boccaccio’s debt to Inferno X.63:
“Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno,” and to the view amongst early
commentators, initiated by Guido da Pisa as we have seen, that
heliotropia.org/02-01/usher.pdf 3 Heliotropiaheliotropia.org disdain was
for poetry, not theology. It is this Boccaccian portrait, with a distinctly
Dante colouring, which will inform Filippo Villani’s much later biography of
Cavalcanti in the Liber de origine civitatis Florentie [Book of the Origin of
the City of Florence]. As we have seen, the anecdote in Decameron had been
previously used by Petrarch, who places Dino del Garbo as its protagonist. Dino
was, in addition to being a notable physician (a pupil of Taddeo Alderotti at
Bologna), a lecturer on materia medica at various universities. He had a number
of commentaries to his credit, including a reading of the third and fourth fen
of the fourth book of Avicenna’s Canon, dealing with surgery (a relatively new
area for medicine, traditionally hostile to the knife). He also wrote a general
handbook, based on book one of Avicenna, the Dilucidato- rium totius pratice
medicinalis scientie [Clarification of the Whole Practice of Medical
Knowledge]. According to Giovanni Villani, G. was very touchy about his
academic standing, and took a mortal dislike to Cecco d’Ascoli, at the time a
lecturer on the astronomy of Sacrobosco and Alca- bitius at Bologna, who
publicly accused him of having plagiarised a dead colleague, Torrigiano de’ Torrigiani’s
commentary on Galen. Indeed, Vil- lani suggests that Dino was instrumental in
the passing of the death sen- tence on the astrologer: “molti dissono che ’l
fece per invidia” (Cronica). Popular opinion had it that Dino’s own puzzling
death, very shortly after the astrologer’s execution, was the result of a
posthumous necromantic revenge on Cecco’s part. Cecco wasn’t the only one to
have an interest in Cavalcanti’s canzone “Donna me prega.” G. writes a detailed
Latin commentary on the poem, heavily indebted to Avicenna, Haly Abbas and the
LICEO, which was partially imitated and adapted in a vernacular version
unconvincingly attributed to Egidio Romano. Medical and philosophical interest
in Cavalcanti’s canzone would continue into the Renaissance, with Ficino,
amongst others, clearly in debt to it. G.’s commentary is certainly known to
Boccaccio. Indeed, it has been convincingly argued by Quaglio (“Prima fortuna
della glossa garbiana a ‘Donna me prega’ di Cavalcanti,” in GSLI) that the
unique surviving manuscript of the commentum (an insert in Vatican Chigiano) is
a Boccaccian autograph. This particular transcription, one of the later
documents reinserted into the manuscript – cf. Ricci (Studi sulla vita e le
opere del Boccaccio, Milan-Naples: Ricciardi. The entire MS is reproduced
phototypically in colour by Domenico heliotropia.org 02-01/usher.pdf 4
Heliotropia 2.1 heliotropia.org de Robertis (Il codice Chigiano L. V. autografo
di Boccaccio, Rome-Florence: Alinari). However, already in the Teseida,
Boccaccio shows some fa- miliarity with the commentary. Perhaps he had obtained
the glosses from Dino’s close acquaintance, the poet and jurist Cino da
Pistoia, who had known and corresponded poetically with Cavalcanti, and who had
been teaching Roman law in Naples whilst Boccaccio was a student canonist
there. The commentary, entitled Scriptum super cantilena Guidonis de
Cavalcantibus [Writing on the Canzone of Guido Cavalcanti] has been ed- ited
and published as an appendix by Favati (Cavalcanti, Rime, Milan-Naples:
Ricciardi). A sectionalised summary translation and secondary commentary can be
found in Bird, “The Canzone d’Amore of Cavalcanti According to the Com- mentary
of G.” (Mediaeval Studies). There is a fine translation and commentary of the
glosses by Fenzi (La canzone d’amore di Cavalcanti e i suoi antichi commenti,
Genoa: Il Melangolo. In the Teseida, Boccaccio furnishes substantial ecphrases
of the abodes of Mars and Venus, the tutelary deities of the two rivals for the
hand of Emilia, Arcita and Palemone. The description of the temple of Venus in
book VII, octaves 50 ff., prompts an immensely long authorial gloss, part of
which is on the nature of love itself. In keeping with Boccaccio’s implied
fiction that the glosses are by somebody else, he refers to himself in the
third person as the “author” and reserves the first person for the fictive
commentator. The gloss labours on through the various symbolic, almost
personified qualities (à la Roman de la Rose) propitious to erotic passion till
it reaches the figure of Cupid, or desire: Alcune ne pone quasi confermative
dello appetito eccitato per le sopra- dette: tra le quali pone Cupido, il quale
noi volgarmente chiamiamo Amore. Il quale amore volere mostrare come per le
sopradette cose si ge- neri in noi, quantunque alla presente opera forse si
converrebbe di di- chiarare, non è il mio intendimento di farlo, perciò che
troppa sarebbe lunga la storia: chi disidera di vederlo, legga la canzone di
Cavalcanti Donna me priega, etc., e le chiose che sopra vi fa G.. (Teseida,
gloss) What is important here is that, for Boccaccio, the poet’s canzone and
the physician’s glosses were already intimately linked, presumably in a single
document (as would be the case in the much later Chigian MS transcribed by
Boccaccio himself). The Teseida self-commentary then continues, after this
parenthesis, with further enumeration of the “author’s” selection of symbolic
qualities, beginning with an elucidation of Cupid’s darts. But the
heliotropia.org/ 02-01/usher.pdf 5 Heliotropia heliotropia.org first
sentence of this continuation shows that Boccaccio was still thinking in terms
of technical definitions of love borrowed from other sources: Dice
sommariamente che questo amore è una passione nata nell’anima per alcuna cosa
piaciuta, la quale ferventissimamente fa disiderare di piacere alla detta cosa
piaciuta e di poterla avere. The phrasing about fervent desire, in this
definition, is reminiscent of a remark in G.’s commentary: est passio quedam in
qua appetitus est cum vehementi desiderio circa rem quam amat, ut scilicet
coniungatur rei amate. (Favati) [it is a certain passion in which there is
appetite along with fervent desire concerning the thing which it loves, so that
it may join with the thing be- loved] But the presence in Boccaccio’s gloss of
the adjective “nata” (even though it could be construed here as meaning merely
“arising”) almost certainly betrays an older source, namely the opening
definition in Andreas Capel- lanus’ De arte honeste amandi: Amor est passio
quedam innata procedens ex visione et immoderata co- gitatione formae alterius
sexus, ob quam aliquis super omnia cupit alte- rius potiri amplexibus et omnia
de utriusque voluntate in ipsius amplexu amoris praecepta compleri. (De amore)
[Love is a certain inborn passion arising from the beholding of and un-
controlled thinking about the beauty of the other sex, on account of which the
person desires above all else to enjoy the embraces of the other person and, by
common desire, fulfil all the commandments of love in this embrace] Andreas
uses the term “innata” to describe erotic passion twice more, in quick
succession, clearly wanting his readers to understand that its endo- genesis is
an important part of his theory of love. “Innata” in the De amore is clearly
adjectival in function, as shown by the following participle “pro- cedens”: but
“nata” in the Teseida may be more in the nature of a past participle. The
lexical fragment survives, however, despite its possible change of status, as a
tell-tale sign of Boccaccio’s prior reading. For Boccaccio, conflating the two
sources was tempting, because G. is clearly indebted, for substantial elements
of his treatise, to the chaplain’s opening remarks on love, as the
characteristic initial combination “passio quedam” already demonstrates.
Boccaccio was not reading Cavalcanti and G. as an inno- cent, then, but rather
as somebody who had already come across authori- tative, if somewhat
obsolescent definitions. The problem for the compiler of the Teseida glosses is
that the two definitions do not match. Andreas heliotropia.org/02-01/usher.pdf
6 Heliotropia heliotropia.org believed that love was intrinsic
(“innata”), the line which Guinizzelli would famously take in his canzone “Al
cor gentil,” whereas G., following Ca- valcanti, declares that this passion was
definitely exterior in origin “cau- sans ipsum principaliter est res
extrinseca” (Favati). Boccaccio at the time of his writing of the Amazon epic
seems totally unaware of the in- consistency between these auctoritates. One
might doubt that Boccaccio had anything more than circumstantial knowledge of
the existence of Dino’s commentary. In other words possibly he hadn’t read it.
But certain of the key words (“appetito” and “generare,” markedly Aristotelian
terms, though present in the De amore, are simply not used as technicisms in
Andreas) imply that he has a good idea of the philosophical slant of G.’s
vocabulary. Unlike Cino da Pistoia, who is quoted unambiguously in the
Filostrato and Rime, textual traces of Cavalcanti in Boccaccio’s fictional and
creative works are rare and tantalising. The meagre harvest of possible (and
hardly provable) intertextuality has been traced by Letterio Cassata, passim in
hisedition of Cavalcanti (Cavalcanti, Rime, Anzio: De Rubeis, esp. index). Branca
furnishes more detailed examples (Rime; Teseida) in Boccaccio medioevale e nuovi
studi sul Decameron (Florence: Sansoni). One could add to this list,
tentatively, perhaps. There is possibly a hint that Boccaccio had a “cultural
memory” of the opening of “Donna me prega” when writing the Filocolo, for
Florio’s love is there de- scribed by an experienced Ascalion as “sì nobile
accidente. It could be, however, that this particular use of “accidente”
(generically a very common term in the early Boccaccio) derives from a reading
of Dante’s Vita nuova, where the distinction between substance and accident in
love theory, probably as an echo of Cavalcanti, is also made (VN). Another
possible reprise of Cavalcanti occurs in the Teseida sequence which generates
the gloss which mentions “Donna me prega” and G.’s glosses. In octave 53 of the
seventh book, Boccaccio describes the musical and visual environment of Venus’
garden, indicating Palemon’s soul in prayer as it visits the bower: ripieno il
vide quasi in ogni canto di spiritei, che qua e là volando gieno a lor posta. Though
“spiritus” was a technical term in medicine, referring to the transmission of
vital and animal forces through the body, the diminutive “spiritelli” is a
characteristic Cavalcantian usage, denoting the hypostatic emanations of
fragmented consciousness characteristic of the “anima heliotropia.org /02-01/usher
Heliotropia heliotropia.org sbigottita.” Guido even parodied this verbal tic in
a sonnet, “Pegli occhi fere un spirito sottile.” More persuasive again, in
terms of intertextuality with Cavalcanti, is one of Boccaccio’s early Rime:
Biasiman molti spiacevoli Amore e dicon lui accidente noioso, pien di spavento,
cupido e ritroso, Though Branca does not expressly say so in his commented
edition of the Rime in volume V of Tutte le opere (Milan: Mondadori), this
sonnet seems to parodically contrast a pessimistically Cavalcantian view of
love in the first quatrain with a more Guinizellian, positive stance in the
remainder. All in all, though, compared with the massive early presence of
Dante, and later of Petrarch, the verse of Cavalcanti seems to have had little
prac- tical impact on Boccaccio. He seems to have been much more interested (as
the layout of the glosses and the title of the autograph Chigiano LV 176
transcription shows) in “Donna me prega” as a vehicle for G.’s commentary,
rather than as a composition in its own right. G.’s commentary became more
useful to Boccaccio when he came to write the Genealogie and the Esposizioni.
By this time, his appreciation of the question of substance and accident, and
of intrinsic and extrinsic causality, had markedly improved, though his
interest is still anything but scientific. The Genealo- gie passage occurs in
the biography of Cupid, begotten from the illicit cou- pling of Mars and Venus.
Cupid had been the figure, as we have seen, who had given rise to the mention
of G.’s glosses on “Donna me prega” in the Teseida. This time, though used much
more ex- tensively, the Garbian source is not explicitly acknowledged. Est
igitur hic, quem Cupidinem dicimus, mentis quedam passio ab exte- rioribus
illata, et per sensus corporeos introducta et intrinsecarum vir- tutum
approbata, prestantibus ad hoc supercelestibus corporibus aptitudinem. Volunt
namque astrologi, ut meus asserebat venerabilis Andalo, quod, quando contingat
Martem in nativitate alicuius in domo Veneris, in Tauro scilicet vel in Libra
reperiri, et significationem nativitatis esse, pretendere hunc, qui tunc
nascitur, futurum luxuriosum, fornicatorem, et venereorum omnium abusivum, et
scelestum circa talia hominem. Et ob id a phylosopho quodam, cui nomen fuit
Aly, in Commento quadri- partito, dictum est quod, quandoque in nativitate
alicuius Venus una cum Marte participat, habet nascenti concedere dispositionem
phylocaptionibus, fornicationibus atque luxuriis aptam. Que quidem aptitudo
agit ut, quam cito talis videt mulierem aliquam, que a sensibus exterioribus
commendatur, confestim ad virtutes sensitivas interiores defertur, quod
placuit; et id primo devenit ad fantasiam, ab hac autem ad cogitativam
heliotropia.org/02-01/usher.pdf 8 Heliotropia heliotropia.org
transmictitur, et inde ad memorativam; ab istis autem sensitivis ad eam
virtutis speciem transportatur, que inter virtutes apprehensivas nobilior est,
id est ad intellectum possibilem. Hic autem receptaculum est specie- rum, ut in
libro De anima testatur Aristoteles. Ibi autem cognita et intel- lecta, si per
voluntatem patientis fit (in qua libertas eiciendi et retinendi est) ut tanquam
approbata retineatur, tunc firmata in memoria hec rei approbate passio (que iam
amor seu cupido dicitur) in appetitu sensitivo ponit sedem, et ibidem, variis
agentibus causis, aliquando adeo grandis et potens efficitur, ut Iovem Olympum
relinquere, et tauri formam su- mere cogat. Aliquando autem minus probata seu
firmata labitur et adni- chilatur; et sic ex Marte et Venere non generatur
passio, sed, secundum quod supra dictum est, homines apti ad passionem
suscipiendam secun- dum corpoream dispositionem producuntur; quibus non
existentibus, passio non generaretur, et sic large sumendo a Marte et Venere
tanquam a remotiori paululum causa Cupido generatur. (Genealogie) Rather than
provide a translation into English here, we can go straight to Esposizioni V
litt., which is an outstanding example of Boccaccio’s self-volgarizzamento. The
passage occurs in Boccaccio’s literal commen- tary on the episode of Paolo and
Francesca, and is occasioned by Dante’s famous line “Amor ch’al cor gentil
ratto s’apprende” (Inferno). Whereas in the Teseida Boccaccio indulges in a
long account of Cupid’s iconography and dismisses (“per ciò che troppa sarebbe
lunga la storia”) the aetiology of love with a curt reference to Cavalcanti and
G., here in the Dante commentary he inverts the process, omitting the lengthy
account of details Cupid’s portrait (“alle quali voler recitare sarebbe troppo
lunga storia”) so as to concentrate on the explanation of love’s workings. The
passage is prefaced with an apparently perfunctory explanation of Aristotle’s
tripartite distinction of the kinds of love (Nicomachean Ethics), of which more
later. Only the very last periods suffer any change from the content of the
earlier Genealogie text. The corresponding passage in the Esposizioni, the
volgarizzamento of the Gene- alogie text, reads: Ma, vegnendo a quello che alla
nostra materia apartiene, dico che questo Cupidine, o Amore che noi vogliam
dire, è una passion di mente delle cose esteriori e, per li sensi corporei
portata in essa, è poi aprovata dalle virtù intrinseche, prestando i corpi
superiori attitudine a doverla rice- vere. Per ciò che, secondo che gli
astrologi vogliono, e così affermava il mio venerabile precettore Andalò,
quando avviene che, nella natività d’alcuno, Marte si truovi esser nella casa
di Venere in Tauro o in Libra, e truovisi esser significatore della natività di
quel cotale che allora nasce, ha a dimostrare questo cotale, che allora nasce,
dovere essere in ogni cosa venereo. E di questo dice Alì nel comento del
Quadripartito che, qualunque ora nella natività d’alcuno Venere insieme con
Marte parti- cipa, avere questa cotale participazione a concedere a colui che
nasce una heliotropia.org/02-01/ usher. pdf 9 Heliotropia heliotropia.org
disposizione atta agl’inamoramenti e alle fornicazioni. La quale attitu- dine
ha ad aoperare che, così tosto come questo cotal vede alcuna femina, la quale
da’ sensi esteriori sia commendata, incontanente quello, che di questa femina
piace, è portato alle virtù sensitive interiori e questo pri- mieramente
diviene alla fantasia e da questa è mandato alla virtù cogita- tiva e da quella
alla memorativa; e poi da queste virtù sensitive è tra- sportato a quella
spezie di virtù, la quale è più nobile intra le virtù apren- sive, cioè allo
’ntelletto possibile, per ciò che questo è il recettaculo delle spezie, sì come
Aristotile scrive in libro De anima. Quivi, cioè in questo intelletto
possibile, cognosciuto e inteso quello che, come di sopra è detto, portato v’è
se egli avviene che per volontà di colui nel quale è que- sta passione, con ciò
sia cosa che in essa volontà sia libertà di ritenere dentro questa cotal cosa
piaciuta e di mandarla fuori, questa cotal cosa piaciuta sia ritenuta dentro,
allora è fermata nella memoria la passione di questa cosa piaciuta, la quale
noi chiamiamo Amore, o vero Cupido. E pone questa passione la sedia sua e la
sua stanza ferma nell’appetito sen- sitivo e quivi in varie cose adoperanti
divien sì grande e fassi sì potente che egli fatica gravemente il paziente e a
far cose, che laudevoli non sono, spesse volte il costrigne; e alcuna volta,
essendo meno aprovata questa cotal cosa piaciuta, leggiermente si risolve e
torna in niente. E così non è da Marte e da Venere generata questa passione,
come alcuni stimano, ma, secondo che di sopra è detto, sono alcuni uomini
prodotti atti a ricevere questa passione secondo le disposizioni del corpo: la
quale attitudine se non fosse, questa passione non si genererebbe. The
translation diverges only at the end. Out goes the Ovidian reference to a
love-struck Jupiter preparing to ravish Europa (Metamorphoses), clearly
inappropriate for a commentary to a Christian poem, and in comes a limp and
vague reference to shameful behaviour. Similarly, the very last concessionary
formula of the Genealogie passage, conceding at least the indirect operation of
Mars and Venus, is removed in its entirety, leaving the earlier categorical
denial of astral influence intact. But what of the content? The making of such
contentious horoscopes, predicting a libidinous disposition, could be
dangerous. Villani intimates that one of the reasons for Cecco d’Ascoli’s
misfortune at the stake was his disconcertingly accurate prognosis for his
patron, the duke of Calabria, that his daughter Giovanna, the grand-daughter of
Robert the Wise and future queen of Naples, would be subject to scandalous
erotic excesses on account of her birth under the sign of Mars in the house of
Venus. Though at first sight, Boccaccio is implying that his source in both
pas- sages is the Genoese astronomer Andalò del Negro (almost certainly dressed
up as Calmeta in Filocolo) and that he is quoting from Ptol- emy’s commentator
Haly Abbas and from Aristotle’s De anima, a large section of this treatment,
including the reference to these auctoritates, is in fact lifted from various,
almost contiguous places in G.’s glosses. The heliotropia.org /02-01/usher.pdf
10 Heliotropia heliotropia.org opening sentence is an extremely reductive
paraphrase of a section of Dino’s commentary where the physician indicates the
role of the stars in creating the dispositions of the soul. Dino writes: Alia res
concurrit ad causandum aliquam passionem, que est res ex- trinseca que suam
ymaginem vel speciem causat in virtute sensitiva, ad quam cognitionem vel
apprehensionem consequitur appetitus talis vel talis, in quo appetitu iste
passiones fundantur. Ideo auctor, ut complete ostenderet que est res generans
istam passionem, primo ostendit que est dispositio naturalis corporis que
reddit hominem aptum ut faciliter istam passionem incurrat; secundo ostendit
que est res extrinseca ex cuius ap- prehensione consequitur in appetitu passio
amoris. Secunda ibi: “Vien da veduta forma”; vel posset incipere ibi: “D’alma
costume.” In prima parte quod dispositio naturalis, per quam aliquis inclinatur
ad incurrendum faciliter in aliquam passionem, ex principiis proprie nati-
vitatis hominis contraitur et, inter ista principia nativitatis alicuius,
precipua et principalia sunt corpora celestia: nam, ut dicit Philosophus in
Phisicis, homo hominem generat et sol; et in De Generatione Animalium dicit
quod in spiritu genitivo est natura existens proportionalis ordinationi
astrorum. (Favati) [Something else is involved in causing any passion, and that
is an exte- rior thing causing its image or “species” in the sensitive faculty,
upon the cognition or apprehension of which there follows an appetite for this
or that, in which appetite these passions are established. So the author, in
order completely to show what is the thing which generates this passion, first
demonstrates what is the natural disposition of the body which makes man
suitable for incurring this passion easily; secondly he demon- strates what is
the external thing from whose apprehension the passion of love follows in the
appetite. The second starts “Vien da veduta forma”; or can start at “D’alma
costume.” In the first part he shows that the natural disposition, by which
some- body is inclined to incur some passion, is contracted from the principles
of a person’s own birth, and, amongst these principles of a person’s birth, the
foremost and most important are the heavenly bodies: for, as Aris- totle says
in the Physics, man and the sun generate man; and in The Generation of Animals,
in the generative spirit a nature exists proportion- ally to the ordering of
the stars] Boccaccio’s reference to his astrological mentor, Andalò del Negro,
is an opportunistic amplification of a far less specific passage in Dino. The
Garbian passage, commenting on the canzone, reads: Hoc autem ostendit in verbo
illo quod premisit cum dixit “La quale da Marte viene et fa dimora”: nam ista
passio dicitur procedere a Marte isto modo, quoniam astrologi ponunt quod,
quando in nativitate alicuius Mars fuerit in domo Veneris, ut in Tauro vel in
Libra, et fuerit significator nativitatis eius, significabit natum fore
luxuriosum, fornicatorem et omnibus venereis abusivis scieleratum; unde quidam
sapiens qui dicitur Aly, heliotropia. org/02-01/usher. pdf 11
Heliotropiain “Comento Quadripartiti,” dicit quod, quando in nativitate
alicuius Venus participat cum Marte, dat inamoramentum, fornicationem, luxu-
riam et talia similia, que omnia pertinent ad passionem amoris de quo loquitur
auctor in hac cantilena. (Favati) [He shows this, however, in that word he
placed before when he said “La quale da Marte viene et fa dimora”: for this
passion is said to proceed from Mars in this way. Astrologers claim that,
whenever, at the birth of somebody, Mars is in the house of Venus, as in Taurus
or in Libra, and there is a person to do the child’s horoscope, he will signify
that the child will be lustful, a fornicator, and wicked in all venereal
excesses. Whence a certain sage called Haly in his commentary to the
Quadripartitum says that, when at the birth of somebody Venus participates with
Mars, it grants enamourment, fornication, lust and such like, which all are
con- cerned with the passion of love which the author talks about in this can-
zone.] Boccaccio’s reference to Andalò is rather disingenuous, if the evidence
of the Calmeta episode of the Filocolo is to be believed. For there the empha-
sis in that passage is almost entirely astronomical, with no hint of judicial
astrology, and the authorities consulted are almost certainly limited to
Ptolemy’s Almagest, Andalò’s own Introductorium, rather than the simi- larly
titled work by Alcabitius, and to the Alfonsine Tables. Of Haly’s commentary to
the Ptolemaic Quadripartitum there is not a trace. Boccac- cio’s early
astrological culture, under the sway of Andalò, has been examined in an
important study by Quaglio (Scienza e mito nel Boccaccio, Padua: Liviana) and
its narrative consequences (possibly more tending towards judicial astrology)
in the Filocolo have been investigated by Smarr and Grossvogel. The
adventitious references to Haly in the love definition in the Genealogie and
Esposizioni are a sure sign that the late Boccaccio, whilst acknowledging his
youthful enthusiasms, was now passively accepting and reproducing G.’s quotes
and mentions, rather than referring to material he knew and remembered
intimately and at first hand. What then follows in Boccaccio’s account, namely
the sequence of inter- iorisation, comes from G.’s gloss to the line. G.’s
ordering of the inner processes is, according to Bird, untypical, yet Boccaccio
accepts it without demur: Hic autem est ordo in apprehensione humana, sicut
declaratum est in scientia naturali: quod primo species rei pervenit ad sensus
exteriores, ut ad visum vel auditum vel tactum vel gustum vel olphatum, deinde
ab illis pervenit ad virtutes sensitivas interiores, sicut pervenit ad
fantasiam primo, deinde pervenit ad cogitativam et ultimo ad memorialem. Ab
istis autem virtutibus procedit postea ista species ad virtutem nobiliorem, que
virtus in homine est altissima inter virtutes adprensivas, et ista est virtus
possibilis. (Favati) [For this is the sequence in human apprehension, just as
it is declared in natural science. First of all the species of the thing
reaches the exterior senses, for instance sight or hearing, touch, taste or
smell, thence from these it reaches to the inner sensitive faculties, so it
comes to fantasy first, then comes to the cogitative and lastly to the
memorative faculty. From these faculties this “species” reaches to the nobler
faculty, which in mankind is the highest amongst the apprehensive faculties,
and this is the possible faculty] G. then provides a brief explanation of the
difference between the intel- lectus agens [active intellect], the reasoning
function of individuation and universals, and the passive or possible
intellect, merely concerned with the processing of species resulting from
sensibles. The discussion is not otiose, for G. is aware of Cavalcanti’s
dramatic positioning of love right at the crucial borderline between rational
and sensitive activity. Boccaccio is not at all interested in such
technicalities, and moves on to a matter of much greater concern, namely the
question of the relationship between love and will. The relevant passage from G.
glosses Guido’s assertion that love is “di cor volontate,” but Boccaccio
characteristically leaves out G.’s proessionally inspired mention of the
difference of opinion between Aristotle and Galen concerning the seat of the
sensitive faculties, in the heart or in the head. G. writes: Et nota quod istum
appetitum vocavit voluntatem, que videtur intellectui attinere, ut ostenderet
quod, licet amor fiat in aliquo ex dispositione na- turali per quam quis
inclinatur ad incurrendum faciliter hanc passionem, tamen fit etiam ex
proposito et per electionem, quod pertinet ad volun- tatem, que est libera et
liberi arbitrii, cum se habeat indifferenter ad op- posita; et est simile hic,
sicut etiam est in aliis passionibus ut, verbi gra- tia, de ira. Nam aliquis,
licet sit dispositus ex natura ad faciliter incurren- dum in iram, tamen per
voluntatem potest se retrahere ab ea, et potest etiam in eam incurrere; et
simili modo etiam de amore. (Favati) [And note that he calls this appetite the
will, because the latter is seen to appertain to the intellect, in order to
show that, although love can happen to somebody through a natural disposition
whereby that person is in- clined easily to incur this passion, that person
does so nevertheless on purpose and by choice, and so that is a case of will,
which is free and by free choice, when it is faced equally with opposites. And
it is the same here, just as it is with the other passions, like anger, for
instance. For somebody, even though he may be disposed by nature to get angry
easily, nevertheless through his will he can draw himself back from it, and he
can even indulge in it; and it is the same with love. For Dino, the question is
one of classification: given the working of erotic passion specifically in the
sensitive appetite, it follows that engaging in or disengaging from love is
necessarily a voluntary act, and therefore in part subject also to the operations
of the rational soul, where choices are made. Boccaccio’s rewording changes the
emphasis substantially towards moral philosophy: love is no longer an
ineluctable force, and the potential lover, being free to choose, is therefore
responsible for his own actions in this field as in any other. Love, as a
phenomenon of the soul, is consequent on an initial act of the will, by
accepting or refusing to be drawn further into passion. Though Boccaccio’s
direct quotations from the Garbian glosses are all located in a compact area,
he may have been encouraged to under- line this aspect by his reading further
on in the commentary, for G. refers to the will obliquely later on, drawing on
Haly’s Pantechne, to state more clearly than elsewhere the voluntaristic nature
of passion: amor est sollicitudo melanconica, similis melanconie, in qua homo
iam sibi inducit incitationem cogitationis super pulcritudinem quarundam
formarum et figurarum que insunt ei. (Favati) [love is a melancholic anxiety,
similar to melancholy, in which a man actually brings upon himself the rousing
of cogitation upon the beauty of certain forms and figures which are within
him.] A fragment of this reading of G. can be found in the Decameron, when
Boccaccio describes the aegritudo amoris of the pharmacist’s daughter Lisa, as
she struggles with cumulative “malinconia.” What is more important in the
Garbian gloss is the accent on the will. The lover “sibi inducit incitationem.”
And later again, G. will return to the topic, to explain why nobles have a
greater propensity for erotic pas- sion than those whose existence is marred by
the struggle for economic survival: Secunda causa est quia, licet in amore,
quando est multum impressus, appetitus non sit liber, imo est servus et ducitur
secundum impetum huius passionis, tamen in principio, quando incipit hec passio
in appe- titu, adhuc appetitus est quasi liber, ita ut possit amare et possit
desistere ab amore. Et ideo initium huius passionis incipit multotiens ex
proposito. (Favati) [The second cause is because, though in love for instance
the appetite, when it is much pressed, is not free, indeed it is enslaved and
is led by the impetus of this passion, nevertheless in the beginning, when this
passion starts in the appetite, at that point the appetite is almost free, so
that it can love or desist from love. And so the beginning of this passion
frequently starts from choice.] heliotropia.org/ 02-01/usher.pdf Heliotropia heliotropia.org Whereas in the
Genealogie the highlighting of the question of free will served no particular
purpose, and was not set within a moralising context, in the Esposizioni the
moral discussion is crucial. Boccaccio has a precise task, for he is explaining
the sin of those who “la ragion sommettono al talento” (Inferno). Boccaccio’s
own prior interpretation of this line is rather odd: Eran dannati i peccator
carnali, Che la ragion sommettono al talento, cioè alla volontà. E come che questo
si possa dire d’ogni peccatore inten- dere, per ciò che alcun peccatore non è
che non sottometta, peccando, la ragione alla volontà, vuol nondimeno l’autore
che per quel vocabolo “carnali” s’intenda singularmente per i lussuriosi. (Esposizioni
V litt. 46) Boccaccio, never very consistent when adopting others’
philosophical sys- tems or terminology, seems to see no difference here between
“will” and “desire.” He seems to have no real understanding of the complexities
of appetition. Perhaps he was thinking of the passage in Dante’s Vita Nuova,
where the poet admits to a struggle between appetite (“cuore”) and reason
(“anima”). Maybe he is using “volontà” to stand for “voglia,” the term Meo
Abbracciavacca uses when he writes “e qual sommette a voglia operazione”
(Contini, Poeti del Duecento, Milan-Naples: Ricciardi). It is no surprise,
therefore, to find that Boccaccio now moves straight from his paraphrase of G.
on love and will to a discussion of whether Paolo, “atto nato ad amare” (Espo-
sizioni V litt.) was obliged to fall in love with Francesca. Boccaccio freely
admits that Paolo is ‘flessibile,’ in other words easily swayed, be- cause of
his complexion. It is the same concept Boccaccio applies to Dante’s amorous
disposition in the Chigi version of the Trattatello: “inchinevole molto a
questo accidente” (again a fairly Garbian formula), but when it comes to the
famous line: “Amor, ch’a nullo amato amar per- dona” (Inferno), the moralist
suddenly swings into action: Questo, salva sempre la reverenzia dell’autore,
non avviene di questa spezie di amore, ma avvien bene dello amore onesto
(Esposizioni V litt. 169) Here Boccaccio is returning to the Aristotelian
distinction between the three varieties of love (Nicomachean Ethics VIII.3)
with which he had prefaced his discussion in the Esposizioni. There, he had
indicated that the sensual love indulged in by Paolo and Francesca is the
morally inferior “amore dilettevole,” where the pleasure principle is foremost.
It is a defi- nition totally missing from the Genealogie account of Cupid, even
though it had been promised much earlier. Now he claims that Francesca’s
declaration of the inevitable reciprocity of love is misplaced, for such
reciprocity can only happen with “amore onesto.” He backs this up with the definition
to be found in Purgatorio (where Statius’ love for Virgil causes a
corresponding affection in the older poet). But the lovers of Inferno V are
seekers of pleasure only, not seekers of goodness (the “amore onesto” of
Aristotle). But why did Boccaccio, between the Genealogie and the Esposizioni
accounts, suddenly introduce the Aristotelian distinction? What does it have to
do with G.’s commentary? Once again, Boccaccio has been searching around in the
glosses, and has found that the next argument G. engages in is concerned with
is the dual nature of love. One is the common definition: uno modo comuniter et
large, secundum quod est quedam passio per quam inclinatur et movetur appetitus
in aliquam rem que videtur sibi bona propter complacentiam eius, ratione
cuiuscumque actus illius rei: et isto modo non accipitur hic: nam amor est
circa multa, de quo amore non est presens intentio. Et de omnibus amicis ad
invicem est hoc modo amor: quia amici amant se ad invicem, et tamen non amant
se amore de quo est hec presens intentio; et potest etiam esse amore in uno
respectu alterius, et tamen non erit amicitia inter eos: omnis enim qui est
amicus alicui amatur ab illo, sed non omnis qui amat aliquem amatur ab illo; et
ideo, licet omnis amicitia sit cum amore, non tamen omnis amor est cum
amicitia. (Favati) [one way commonly and widely defined, according to which it
is a certain passion by which the appetite is inclined and moved towards
something which seems good to it on account of its pleasurability, by reason of
whatever agency of that thing: and it is not accepted in this way here: for
love concerns many things, about which love it is not Guido’s present intention
to speak. Concerning all mutual friends, love is of this kind: for friends love
each other reciprocally, and yet they do not love each other with the kind of
love which is the topic here; and it can be a question of love in one regarding
the other, and yet there will not be friendship between them: for everybody who
is a friend to somebody is loved by that other person, but not everybody who
loves somebody is loved by that person, and so, even if every friendship is
with love, not every love is with friendship.] In his round-about way Dino is
dealing here with the distinction between love “per concupiscentiam” [for
desire’s sake] and “per amicitiam” [for friendship’s sake]. The first is
properly the subject of Guido’s canzone, whereas the second is Aristotle’s true
friendship, what Boccaccio calls “amore onesto.” Dino’s purpose is to go on to
define the pathology of the illness that derives from amorous excess, the
so-called “ereos,” richly in- vestigated by Massimo Ciavolella (La “Malattia
d’Amore” dall’Antichità al Medioevo, Rome: Bulzoni, 1976) and before that by
John Livingston heliotropia.org /02-01/ usher Heliotropia heliotropia.org Lowes (“The
Loveres Maladye of Hereos,” Modern Philology). Boccaccio, uninterested in the
minutiae of such medical matters (though he refers to them in his Valerius
Maximus inspired episode of Giacchetto Lamiens in the novella of the Count of
Antwerp (Decameron), retains the distinction but uses it for a moral purpose.
Paolo and Francesca were free to retreat from their passions, as theirs was an
“amor dilettevole.” Their obstinate refusal to avail themselves of the free-
dom of choice inherent in the birth of such sensual passion led to their
damnation. This issue of free will clearly exercised Boccaccio, for he re-
turns to it belatedly in the allegorical exposition to the canto. The com-
mentator has been explaining why carnal sinners, guilty of excess in what is
otherwise a natural process, are punished more lightly than the other damned
souls, in a circle further from the pit of hell and nearer to God. He then has
another go at defining the relative roles of astrological disposition and free
use of the rational faculty of choice: L’origine del quale, secondo che di
sopra è mostrato, par che sia nell’attitudine a questa colpa datane da’ cieli;
la quale parrebbe ne do- vesse da questo scusare, se data non ci fosse la
ragione, la quale ne dimo- stra quel che far dobbiamo e quel che fuggire, e,
oltre a ciò, il libero albi- trio, nel quale è podestà di seguire qual più gli
piace. (Esposizioni V all. 78) But this moralistic view of erotic passion,
prompted by a public reading of the Paolo and Francesca episode and shaped,
selectively, by G.’s glosses to Cavalcanti’s canzone, represents a very late
position, beginning with the first redaction of the Genealogie, and perhaps
impli- citly coeval with some of the thinking behind the remedia amoris of the
Corbaccio. Boccaccio’s earlier allusions to the Inferno V episode seem to show,
instead, that the involuntary nature of love, propounded by Fran- cesca,
prevails. In the Filostrato, for instance, after much sighing and tearful
pillow-soaking, Troiolo finally admits to his friend Pandaro the cause of his
melancholy: he has fallen in love. Boccaccio’s writing at this point is
saturated with reminiscences of the Paolo and Francesca passage from Inferno V.
Troiolo is grateful that Pandaro is inclined to hear of his “martiro,” rhymed
with “sospiro” (Dante: “sospiri” and “martiri”) and is responding to Pandaro’s
“priego” since he is incapable of opposing a “nie- go” (Dante: “priega” and
“niega”). Troiolo then indicates how love took over: Amore, incontro al qual
chi si difende più tosto pere ed adopera in vano, d’un piacer vago tanto il cor
m’accende, ch’io n’ho per quel da me fatto lontano ciascheduno altro, e questo
sì m’offende, (Filostrato) This is a clear echo of Francesca speaking of how
love “al cor gentil ratto s’apprende e ’l modo ancor m’offende” (Inferno). Boccaccio
in paraphrasing “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” here, further em-
phasises the involuntary nature of such passion. The same emphasis can be seen
in the Filocolo: in the “court of love” in book four, Clonico has asked the
queen for a judgment on whether an unrequited or a jealous lover should be more
pitied. The queen passes sentence, saying that the unrequited lover will
finally get his reward, for true love induces inevitable reciprocity in the
beloved: ché, ben che ella si mostri verso voi acerba al presente, e’ non può
essere ch’ella non vi ami, però che amore mai non perdonò l’amare a niuno
amato. (Filocolo IV.38.11) The same concept lies behind that other enamourment
clearly inspired by Dante’s Paolo and Francesca, the Ovid-inspired passion of
Florio and Biancifiore in Filocolo II: their love, too, is caused by Cupid’s
agency, they too are apparently coerced by mutual delight. Florio clearly
considers that such a situation is universal, and affects not only mortals but
gods: Padre mio, sì come voi sapete, né il sommo Giove né il risplendente
Apollo, da voi ora davanti ricordato, né alcuno altro iddio ebbe all’amorevole
passione resistenza; né tra’ nostri predecessori fu alcuno tanto di virile
forza armato, che da simile passione non fosse oppresso. (Filocolo) But perhaps
the most memorable examples of such love apologies come in the Decameron. In
the novella of the count of Antwerp, the queen of France lays bare her passion
for the count: Egli è vero che, per la lontananza di mio marito non potendo io
agli sti- moli della carne né alla forza d’amor contrastare, le quali sono di
tanta potenza, che i fortissimi uomini non che le tenere donne hanno già molte
volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io negli agi e negli ozii ne’
quali voi mi vedete, a secondare li piaceri d’amore e divenire innamorata mi
sono lasciata correre. (Decameron) Though the power of love is emphasised, a
subtle change has now taken place. We now get at least a fleeting admission
that an element of volition was involved (“mi sono lasciata correre”). When we
come to look at the famous justification of Ghismonda, caught in flagrante with
Guiscardo by her jealous father (Decameron), we see the same refined con-
cession. Her speech begins with a reminiscence of the Paolo and Francesca
episode, audible in the pairing “né a negare né a pregare sono disposta.” Ghismonda,
at various points, then outlines the sheer power and durabil- ity of the
passion which has overtaken her: Egli è il vero che io ho amato e amo
Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l’amer e se appresso la morte
s’ama, non mi rimarrò d’amarlo. (Decameron) Though the wording has been
altered, the influence of Francesca’s per- during love in Inferno V is clear:
“ancor non m’abbandona” and “che mai da me non fia diviso”. But then the speech
gets down to detail. It is Ghismonda’s youthful appetite, whetted by previous
marriage and now enforced celibacy, which causes her to cede to her desires:
Sono adunque, sí come da te generata, di carne, e sí poco vivuta, che an- cor son
giovane, e per l’una cosa e per l’altra piena di concupiscibile disi- dero, al
quale maravigliosissime forze hanno date l’aver già, per essere stato maritata,
conosciuto qual piacer sia a così fatto desidero dar com- pimento. Alle quali
forze non potendo io resistere, a seguir quello che elle mi tiravano, sí come
giovane e femina, mi disposi e innamora’mi. (Decameron) Yet, here again, we can
see that Boccaccio clearly imagines there to be a moment of decision, an
instance of rational choosing, even if the flesh (and the sensitive faculties)
are predisposed to “incur such passion.” To sum up then, the evidence for
Boccaccio having read Dino del Garbo early on in his career, earlier than the
Teseida, is quite strong. The gloss on “Donna me prega” is not associated, as
one might imagine, with an interest in Cavalcanti’s vernacular verse, but
rather with its availability as a con- venient manual, accessible to a non
medical scholar, on the “maladye of hereos.” For this reason, perhaps, it
became associated with Boccaccio’s constant re-reading of the Paolo and
Francesca episode from Inferno V. What changed over time was the quality of
Boccaccio’s reading of Dino, starting from an opportunistic level, where the
distinction between Capel- lanus and Del Garbo is hardly felt, and ending with
an interpretation which consciously develops the potential in Dino’s
understanding of the role of the will. The moment of transition, however timid,
seems to take place in the years of the Decameron. Grice: “So here is charming
Cavalcanti writing a charaming love lyrics (Donna mi preigha) and Garbo in his
worst Aristotelian jargon destroying it. I dealt with Blake (“love that never
told can be”) and the best thing is to leave poetry to poets (cf. Austin
rebuffing Nowell-Smith’s inability to understand Donne). The physiology of love
is beyond philosophy. But in philosophy, unlike any other discipline, we
respect history, and the longitudinal history of philosophy ensures that every
philosopher will be familiar with the idiocies Plato makes Socrates says in
Convitto about Cupido, Cupidine, Amore, Eros, Erote, Anterote, and Mars, qua
symbol of maleness. In Italy they were concerned about astrology. Since the
future queen of Naples had been born under the House of Mars, she will possibly
be a whore!” -- Aldrobrandino Del Garbo.
Garbo. Keywords: appetitus, appetitus sensitivo – spiegatura dell’amore in
termine aristotelichi – amare, sentire, il patico – fornicazione –
latino/volgare – Boccaccio – Petrarca – Alighieri – Cavalcanti --. de militia
complexionis diversae, eros, amore, malattia, Aristotele, passione, ragione,
appetite sensitive, amore, sentire – re-cognosenza da parte dell’amato
dell’amore dell’amante – via senso? Marte – self-love, other-love, amore
proprio, amore a se stesso, amore all’altro. Refs.: Luigi Speranza, “Garbo e
Grice: amore, passione, implicatura” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gargani: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale d’Eurialo e Niso; ovvero, dell’empatia – filosofia genovese – la
scuola di Genova -- filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Abstract. Grice: “There is a word that Cicero uses that
quite summarises my views on conversation: condivisio! Keywords: condivisio. Filosofo
genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova,
Liguria. Grice: “I like Gargani; many of his essays are pretty interesting:
he’s written on the ‘sense’ of ‘true,’ and on the ‘endless phrase,’ – la frasse
infinita – which according to Griceian principles, must rely on implicature,
since it involves a communicational impossibility!” -- «È un fatto che gli
uomini hanno prodotto assai più cose di quanto siano propensi ad ammettere; ma
ciò che essi hanno eretto nella forma di costruzioni concettuali elevate e
sublimi, come se fossero separate dal caso e dal disordine, corrisponde ad un
uso che essi hanno fatto della propria vita.” Si laurea a PISA sotto BARONE (si
veda). Collaborando con Lepschy, allora professore all'University College di
Londra, e conducendo le sue ricerche al Queen's sotto la guida di Geordie McGuinness.
È stato il massimo studioso italiano di Vitters, e ha contribuito alla
diffusione della filosofia di D. F. Pears. I suoi ambiti di studio sono stati
prevalentemente la filosofia del linguaggio, l'estetica, l'epistemologia, e la
psicoanalisi. Di particolare interesse è anche il suo tentativo di una
scrittura filosofica narrativa, come in Sguardo e destino” (Laterza,
Roma-Bari); “L'altra storia” (il Saggiatore, Milano); Il testo del tempo”
(Laterza, Roma-Bari). Altre opere:
“Esperienza in Vitters” (Le Monnier, Firenze); “Hobbes” (Einaudi, Torino);
“Vitters” (Laterza, Roma-Bari); “Il sapere senza fondamenti. La condotta
intellettuale come strutturazione dell'esperienza commune” (Einaudi, Torino );
“Vitters a Cambridge” (Stampatori Editore, Torino); “Kafka” (Guida, Napoli);
“Lo stupore e il caso” (Laterza, Roma-Bari); “La frase infinita” (Laterza, Roma-Bari); “Il
coraggio di essere” (Laterza, Roma-Bari); “Stili di analisi” (Feltrinelli,
Milano); “L'organizzazione condivisa. Comunicazione, invenzione, etica”
(Guerini, Milano); “Il pensiero raccontato” (Laterza, Roma-Bari); “Una donna a
Milano” (Marsilio, Venezia); “Il filtro creative” (Laterza, Roma-Bari); “Dalla
verità al senso della verità” (Plus, Pisa); “Mondi intermedi e complessità”
(Ets, Pisa); “Il gesto” (Cortina, Milano); “La filosofia della cura” (ASMEPA
Edizioni, Bentivoglio); “L'arte di esistere contro i fatti” (Lamantica
Edizioni, Brescia); “Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere
e attività umane” (Einaudi, Torino). Altri contributi Relazione d'aiuto,
sintonia comunicativa e organizzazione sociale, in Il vaso di Pandora, Dialoghi
in psichiatria e scienze umane, Fondazionalismo e antifondazionalismo, Relativismo
e nuovi paradigmi filosofici, Inquietudine, empatia, identità e narrazione
(Pordenone). Eurialo e Niso coppia di amici, guerrieri troiani nella mitologia
greca e nell'Eneide di Virgilio Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni
Questa voce o sezione sugli argomenti mitologia romana e personaggi immaginari
non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Eurialo e
Niso Nisos Euryalos Louvre LL450 n2. jpg Eurialo e Niso di Roman, Louvre
SagaCiclo Troiano ed Eneide Nome orig.Euryalus e Nisus Epitetoinsigne per
bellezza (Eurialo), fortissimo in armi (Niso), Irtacide (patronimico di Niso)
1ª app. inEneide di Virgilio, I secolo a.C. circa (Eurialo) Sessomaschi
Luogo di nascitaTroia (Eurialo), monte Ida (Niso) Eurialo e Niso (in latino
Euryalus e Nisus) sono due personaggi che compaiono in due episodi dell'Eneide di
Virgilio. Guerrieri profughi di Troia, costituiscono un grande esempio di
amicizia e di valori che Virgilio teneva a riportare in vita con la sua
opera. Il particolare rapporto che li lega è definito dall'autore
"amore", ciò che nel contesto dell'epoca va inteso come serena
manifestazione di continuità tra l'amicizia fraterna e l'affettuosità
omoerotica. Non è l'unico caso nel poema: anche tra gli italici nemici dei
troiani vi è una coppia siffatta, quella costituita dai due giovani latini
Cidone e Clizio. Il mito Appresentossi in prima Eurïalo con Niso. Un
giovinetto di singolar bellezza Eurïalo era; e Niso un di lui fido e casto
amico.» (Virgilio, Eneide, traduzione di A. Caro, V, 425-428) Eurialo Eurialo
(figlio di Ofelte, un troiano morto durante la guerra di Troia nonché lontano
parente di Priamo) è il più giovane dei due amici, poco più che un fanciullo, e
con la sua grande bellezza riesce sempre a ottenere il favore degli
altri. Partecipa alla gara di corsa a piedi durante i giochi funebri per
Anchise, nel quinto libro dell'Eneide, a fianco dell'amico Niso e riesce a
vincerla grazie all'aiuto del compagno. Nonostante le proteste di Salio, un
altro corridore, che è inciampato a causa di Niso, Eurialo sfrutta le sue
lacrime e il suo bell'aspetto per far sì che gli spettatori parteggino per
lui. Nel nono libro affianca nuovamente Niso nel tentativo di raggiungere
Enea, passando per l'accampamento dei Rutuli addormentati. I due giovani,
approfittando dell'occasione favorevole, compiono un'ingente strage di nemici.
L'inesperienza di Eurialo si dimostra quando il giovinetto ruba nell'accampamento
nemico diversi oggetti di valore, tra cui uno splendido elmo. Saranno proprio
quei trofei a mettere a repentaglio la vita di Eurialo; da una parte il
riflesso dell'elmo attirerà l'attenzione del nemico Volcente sui due compagni,
dall'altra il peso del bottino ostacolerà il giovane in fuga dai soldati
nemici. Eurialo muore trafitto dalla spada dello stesso Volcente in un bosco
vicino all'accampamento rutulo. In quel momento Virgilio richiama alla
mente un altro paragone con il candido corpo esanime di Eurialo, ossia
l'immagine di un fiore purpureo reciso da un aratro o un papavero che abbassa
il capo durante la pioggia. NisoModifica Niso appartiene a una famiglia
illustre: è infatti figlio - al pari di Ippocoonte e dell'omerico Asio - del
nobile troiano Irtaco che aveva sposato Arisbe, la moglie ripudiata da Priamo,
chiamata anche Ida. Egli è, rispetto a Eurialo, più maturo ed esperto, avendo
combattuto insieme ai fratelli nella guerra di Troia. Nel poema è ricordata tra
l'altro la sua passione per la caccia, trasmessagli da entrambi i genitori.
Compare per la prima volta nel quinto libro al fianco di Eurialo nella gara di
corsa, in cui scivola, ma aiuta il compagno a vincere grazie a uno
stratagemma. Successivamente, nel nono libro, Niso si fa avanti per
uscire dall'accampamento dei troiani assediati dai Rutuli e raggiungere Enea,
ma Eurialo vuole seguirlo. Dapprima Niso non acconsente ritenendo il ragazzo
non ancora pronto per affrontare un'impresa tanto rischiosa, ma, data la sua
insistenza, parte con lui. Entrato nel campo nemico, Niso vi uccide parecchi
giovani italici sopraffatti dal sonno, dal vino e dall'inesperienza, imitato
poi da Eurialo. Tenterà invano di salvare l'amico fatto prigioniero dai
cavalieri di Volcente. Il suo affetto per il giovinetto lo spinge a vendicarne
la morte; egli riuscirà nell'intento cadendo però a sua volta. Quinto
libro - La gara di corsaModifica La prima apparizione di Eurialo e Niso risale
al quinto libro dell'Eneide, durante la gara di corsa a piedi svoltasi a Erice
nei giochi in onore di Anchise, il defunto padre di Enea. L'episodio è peraltro
tratto dalla gara avvenuta nell'Iliade fra Odisseo, Aiace d'Oileo e Antiloco,
vinta da Odisseo. Niso si porta in testa, ma scivola inavvertitamente su una
pozza di sangue sacrificale, probabilmente sparso da Eneaprima della
celebrazione dei giochi. A quel punto Salio, un altro partecipante, tenta
di correre per il primo posto, ma Niso, mosso da un profondo affetto per
l'amico, fa uno sgambetto all'avversario che finisce a terra. Di
conseguenza Eurialo sorpassa Salio e vince la gara. Irritato per la
vittoria ingiusta di Eurialo, Salio si lamenta da Enea, ma il pubblico,
commosso dal pianto e dal bell'aspetto di Eurialo, parteggia per il
giovinetto. Enea consegna comunque un premio di consolazione a Salio e a
Niso, rispettivamente una pelle di leone africano e uno scudo forgiato da
Didimaone, e offre al giovane vincitore il premio che gli sarebbe spettato di
diritto, ossia un cavallo con borchie. Nono libro - La sortita notturna e
la morte dei due giovaniNella sortita notturna del nono libro, Virgilio
s'ispira a quella di Diomede e Ulisse nel decimo libro dell'Iliade, dove i due
achei sorprendono nel sonno il giovane re trace Reso e dodici suoi
guerrieri. L'esercito di Turno sta cingendo d'assedio la cittadella dei
Troiani sbarcati nel Lazio; Enea, alla ricerca di alleati, si è recato tra gli
Etruschi. Niso si propone di uscire per andare a raggiungere Enea e avvertirlo
del pericolo imminente, ma Eurialo vuole rimanere al suo fianco, pur sapendo di
essere ancora molto giovane per un'impresa così rischiosa e di poter avere
ancora una lunga vita davanti a sé. Dopo aver ricevuto il consenso dei compagni
riguardo alla loro proposta, Eurialo e Niso si preparano a partire per la loro
missione. Ascanio, il figlio di Enea, promette loro grandi premi, tra cui tazze
e cucchiai d'argento, cavalli, armature, donne e schiavi, mentre gli altri
troiani li equipaggiano con armi adatte all'impresa. I due amici
penetrano nel campo dei Rutuli addormentati. Niso mette al corrente Eurialo
della sua intenzione di farne strage e passa immediatamente all'azione,
aggredendo un amico intimo di Turno, il borioso re e augure Ramnete, che stava
russando nella sua tenda su un cumulo di sontuose stuoie, e con la spada lo
colpisce alla gola; introdottosi quindi negli alloggiamenti di Remo, altro
importante condottiero italico, sgozza l'auriga disteso sotto i cavalli per poi
staccare la testa al suo signore coricato nel letto e ancora al bellissimo
giovinetto Serrano riverso a terra nel suo sonno di ubriaco dopo aver dedicato
al gioco dei dadi buona parte di quella che sarebbe stata la sua ultima notte.
Questi sono i più noti tra i numerosi guerrieri che finiscono vittime di
Niso. Anche Eurialo non resiste alla tentazione di uccidere qualche
italico; un certo Reto, svegliatosi improvvisamente, cerca di nascondersi
dietro un cratere, ma viene ucciso proprio da Eurialo. A questo punto Niso
esorta il compagno a cessare la strage; i due troiani escono dal campo nemico.
Eurialo porta via con sé alcuni oggetti di valore, tra cui l'elmo di Messapo
(un alleato italico dei Rutuli, che non è tra le vittime). Proprio per la
vanità di Eurialo i due amici vengono avvistati da un drappello di trecento
maturi cavalieri rutuli guidato da Volcente; accade infatti che i bagliori
dell'elmo e il suo vistoso pennacchio attirino l'attenzione dei nemici, che
incominciano allora a inseguire la coppia di troiani, rifugiatasi nel
bosco. Gli uomini di Volcente si sparpagliano quindi attraverso passaggi
sconosciuti a Eurialo e Niso, che cercano una via di fuga.
Improvvisamente Niso si ritrova da solo e, correndo a ritroso per cercare
l'amico, lo vede circondato da soldati italici. A quel punto, disperato,
scaglia le sue armi contro i nemici e riesce a uccidere Sulmone e Tago, due
cavalieri di Volcente, il quale, non capendo chi possa essere l'autore di
quelle uccisioni, si scaglia su Eurialo con la spada, trafiggendolo
mortalmente. (LA) «Talia dicta dabat; sed viribus ensis adactus
transabiit costas et candida pectora rumpit. Volvitur Euryalus leto,
pulchrosque per artus it cruor, inque umeros cervix conlapsa recumbit:
purpureus veluti cum flos succisus aratro languescit moriens lassove papavera
collo demisere caput, pluvia cum forte gravantur. Mentre così dicea, Volscente
il colpo già con gran forza spinto, il bianco petto del giovine trafisse.
E già morendo Eurïalo cadea, di sangue asperso le belle membra, e
rovesciato il collo, qual reciso dal vomero languisce purpureo fiore, o di
rugiada pregno papavero ch'a terra il capo inchina. -- Trad. Caro. Niso allora
grida disperato e si scaglia con tutta la sua violenza contro Volcente,
conficcandogli quindi la spada nella bocca spalancata e uccidendolo. Il giovane
viene però attaccato dagli altri soldati presenti e, morendo, si getta
sull'amico e si dà finalmente pace. At Nisus ruit in medios solumque per
omnis Volcentem petit in solo Volcente moratur. Quem circum glomerati hostes
hinc comminus atque hinc proturbant. Instat non setius ac rotat ensem
fulmineum, donec Rutuli clamantis in ore condidit adverso et moriens animam
abstulit hosti. Tum super exanimum sese proiecit amicum confossus placidaque
ibi demum morte quievit. In mezzo de lo stuol Niso si scaglia solo a
Volscente, solo contra lui pon la sua mira. I cavalier che intorno
stavano a sua difesa, or quinci or quindi lo tenevano a dietro. Ed ei pur
sempre addosso a lui la sua fulminea spada rotava a cerco. E si fe'
largo in tanto ch'al fin lo giunse; e mentre che gridava, cacciogli
il ferro ne la strozza, e spinse. Così non morse, che si vide
avanti morto il nimico. Indi da cento lance trafitto addosso a lui,
per cui moriva, gittossi; e sopra lui contento giacque.» (Caro)
Conseguenze della morte di Eurialo e NisoModifica Sùbito dopo la morte di
Eurialo e Niso, Virgilio interviene nella narrazione, assicurando ai due amici
un eterno ricordo da eroi tragicamente sconfitti: Fortunati ambo! Siquid
mea carmina possunt, nulla dies umquam memori vos eximet aevo, dum domus Aeneae
Capitoli immobile saxum accolet imperiumque pater Romanus habebit. Fortunati
ambidue! Se i versi miei tanto han di forza, né per morte mai, né per tempo
sarà che 'l valor vostro glorïoso non sia, finché la stirpe d'Enea possederà
del Campidoglio l'immobil sasso, e finché impero e lingua avrà l'invitta e
fortunata Roma. (Caro) I corpi esanimi di Eurialo e Niso vengono portati
all'interno dell'accampamento rutulo, e quivi sottoposti a decapitazione.
Le teste recise dei due giovani vengono quindi conficcate su lance e portate
davanti al presidio troiano con grande clamore. In seguito la Fama
avverte la madre di Eurialo della morte del figlio. Ella, sconvolta dalla
notizia, corre fuori di casa strappandosi i capelli e urlando. Ha così inizio
un commovente discorso in cui sembra rimproverare il figlio per non averla
nemmeno salutata per l'ultima volta prima di partire per la sua pericolosa
missione, e rimpiange di non aver potuto guidare le sue esequie e rivedere il
suo corpo. La donna sembra non aver più nemmeno la forza di vivere e
implora di essere uccisa dai Rutuli, trafitta dalle loro frecce. L'ultima
memoria a Eurialo e Niso è offerta dai troiani che li rimpiangono con gemiti e
lacrime e riportano in casa la madre di Eurialo. Vittime di Eurialo e
Niso Vittime di Eurialo Le vittime di Eurialo, tutte uccise nel campo dei
Rutuli, sono perlopiù anonime; fanno eccezione: Abari Erbeso Fado Reto
(l'unico che non viene ucciso nel sonno). Colpito di spada al petto, muore
vomitando l'anima insieme al vino e al sangue. Vittime di Niso Cavalieri uccisi
in scontro aperto: Sulmone, colpito mortalmente da un dardo al petto
Tago, ucciso con un dardo che gli trapassa le tempie Volcente, il comandante,
cui Niso conficca la spada nella bocca spalancata Guerrieri sorpresi nel sonno:
Ramnete, augure e re italico Remo, condottiero rutulo Lamiro e Lamo, guerrieri
rutuli al seguito di Remo Serrano, giovanissimo guerriero rutulo famoso per la
sua bellezza, anch'egli al seguito di Remo In questo elenco vanno aggiunti i
tre servi di Ramnete e l'auriga di Remo: ma il verso «armigerumque Remi premit
aurigamque sub ipsis, da alcuni tradotto sopprime l'auriga ed armigero di Remo
è da intendersi per altri come sopprime lo scudiero di Remo e l'auriga, quindi
il numero complessivo delle vittime di Niso può variare da 12 a 13. In ogni
caso Niso è, dopo Enea e Turno, il guerriero che uccide più nemici nel poema; e
tra gli italici che egli sorprende nel sonno sono ben quattro quelli che
subiscono la decapitazione, ovvero Remo, Lamiro, Lamo e Serrano. Virgilio
mette anche un certo Numa tra gli italici uccisi nel sonno, ma solo nella
sequenza che descrive la scoperta della strage. Per molti studiosi il punto in
questione sarebbe uno dei tanti sfuggiti alla revisione definitiva dell'opera:
e poiché Numa viene citato insieme a Serrano, si pensa che il poeta abbia
scritto erroneamente "Numa" in luogo di "Lamo" o
"Remo". Peraltro in un passo del libro X il nome Numa ritorna,
insieme a quelli di Volcente e Sulmone: quest'ultimo viene detto padre di
quattro giovani guerrieri catturati da Enea, che poco dopo appunto uccide, in
mezzo ad altri nemici, un guerriero chiamato Numa, e il figlio di Volcente,
Camerte, biondo signore di Amyclae. Raffronto con l'IliadeModifica Nel
compiere la strage, i due giovani vengono paragonati dal poeta a un leone
vorace che entrato in un ovile affonda i denti sulle inermi pecore; la
similitudine proviene dal modello omerico con la strage dei Traci. La pagina
del massacro compiuto dalla coppia troiana si caratterizza però soprattutto per
la presenza di particolari cruenti, come l'immagine di Reto che vomita la sua
anima intrisa del vino bevuto, e le decapitazioni operate da Niso (Diomede
riserva questo trattamento a Dolone e non ai Traci addormentati); il giovane
eroe tuttavia si astiene dall'incrudelire sulle teste recise delle sue vittime,
divergendo in questo da altre figure epiche (Agamennone e Achille nell'Iliade;
Turno e lo stesso Enea nell'Eneide). L'immagine di Eurialo morente, col
giovinetto che piega il capo come un papavero, è anch'essa mutuata dall'Iliade,
ma richiama un altro passo, quello dell'agonia di Gorgitione, uno dei figli di
Priamo, ucciso in battaglia da Teucro nell'ottavo libro del poema. Il testo
virgiliano contiene anche alcuni tratti di comicità nera (l'augure Ramnete,
amante del fasto, che non riesce a prevedere la propria morte; e l'uccisione
del bizzarro auriga di Remo, sorpreso mentre giace tra i suoi stessi
cavalli). Benché l'episodio della sortita notturna sia modellato su
quella compiuta da Odisseo e Diomede, i troiani presentano tratti che rimandano
più ad Achille e Patroclo per il rapporto che li unisce, ovvero quello di due
guerrieri-amanti. In Niso peraltro si può riscontrare una personalità molto
simile a quella di suo fratello Asio nell'Iliade, caratterizzata da audacia e
irruenza; oltretutto anche Asio soccombe dopo aver tentato di vendicare un
commilitone caduto, Otrioneo, al quale però non è sentimentalmente legato, così
come non risulterebbe avere un coinvolgimento erotico col proprio auriga, destinato
a perire subito dopo di lui. [1]. Interpretazione dell'episodio Affiora
in questi versi lo sgomento di Virgilio di fronte agli orrori della guerra, che
miete lutti su lutti. La guerra non è tra buoni e cattivi: i troiani cercano
una nuova patria, gli italici si sentono minacciati. In nessun altro punto del
poema soccombono così tanti eroi giovani: se si eccettuano Volcente e i suoi
due cavalieri, padri di famiglia, tutti gli altri personaggi dell'episodio
vanno incontro a morte prematura, non ci sono solo Eurialo e Niso, dato che i
guerrieri che i due troiani uccidono nel sonno sono più o meno loro coetanei:
in IX, 161-63 si dice infatti che Turno sceglie per l'assedio 1.400 giovani
(«bis septem Rutuli muros qui milite servent / delecti, ast illos centeni
quemque sequuntur /purpurei cristis iuvenes auroque corusci»). Gioventù che va
di pari passo con l'imprudenza: i Rutuli si lasciano sopraffare dal sonno, un
elmo sottratto da Eurialo ai nemici sarà all'origine della sua morte. Ma morire
giovani in guerra significa anche guadagnarsi la fama eterna, e a questo
provvede Virgilio che manifesta lo stesso senso di rispetto per tutti i caduti:
guerrieri aristocratici come Niso, Remo e Ramnete (che pur bollato dal poeta in
un primo tempo come superbus per l'ostentazione del suo doppio potere è uno
degli italici che Virgilio metterà tra le vittime maggiormente rimpiante
dall'esercito italico, essendo indiscutibile la sua amicizia per Turno), e
soldati di estrazione non nobile come Eurialo e Serrano. Fortuna dell'episodio
Nell'Orlando furioso di Ariosto i due soldati saraceni Cloridano e Medoro
compiono una sortita notturna nel campo dei cristiani per cercare il cadavere
di Dardinello, il loro signore caduto in battaglia, e vi uccidono diversi
nemici sorpresi nel sonno. Fin qui Ariosto segue Virgilio: diversa è la
conclusione, che vede soccombere il solo Cloridano, mentre Medoro è destinato a
essere salvato dalla bella Angelica; inoltre mancano descrizioni relative al
ritrovamento dei guerrieri uccisi nella strage. Eredità culturaleModifica
A Eurialo e Niso sono stati dedicati due crateri di Dione, uno dei satelliti di
Saturno. Massimo Bubola ha preso ispirazione dall'episodio virgiliano per una
sua canzone scritta in collaborazione con i Gang e da questi incisa in primis,
intitolata Eurialo e Niso, in cui si narra di due giovani partigiani - omonimi
della coppia di personaggi virgiliani - autori di una sortita notturna contro i
nazisti. Anche in questo caso la vicenda si conclude con la morte di entrambi gli
amici. Fonti VIRGILIO (si veda) Eneide. Asio è invece molto più legato al
principe troiano Deifobo, che subito dopo la sua morte decide di vendicarlo
Iliade (Monti) Voci correlateModifica Temi LGBT nella mitologia Irtaco Arisbe
Asio (figlio di Irtaco) Ippocoonte (figlio di Irtaco) Salio Volcente Cloridano
Medoro (Orlando furioso) Ramnete Remo (Eneide) Serrano (Eneide) Lamiro e Lamo
Reto Cidone e Clizio Decapitazione Reso. Eurialo e Niso Portale
Letteratura Portale Mitologia Scienza e filosofia della
complessità. Studi in memoria di G. A cura di Marinucci, Salvia, Bellotti
Collana “I Tempi e le Forme” (Carocci) G.: la filosofia come analisi delle
possibilità di Alfonso Maurizio Iacono Introduzione di Angelo Marinucci e
Stefano Salvia 1. Determinismo, linearità, prevedibilità. Il problema dei tre
corpi da Newton a Poincaré di Salvia Genesi e sviluppo di un problema
scientifico/La prima formulazione esplicita del problema Dalla geometria
analitica all’analisi algebrica/La controversia intorno a 1 r2 Il problema dei
tre corpi ristretto Il Sistema solare è stabile? Dall’analisi algebrica alla
meccanica analitica La meccanica razionale e l’analisi classica Il teorema di
Poincaré: limite invalicabile o nuovo spazio di possibilità? Il problema della
previsione in un sistema deterministico classico di Cintio Il problema dello
studio delle evoluzioni temporali/Sistema dinamico/Il determinismo e il
problema delle previsioni delle evoluzioni/ Evoluzioni caotiche/Dalle singole
orbite alle famiglie di sistemi Il problema della previsione e la dipendenza
sensibile dalle condizioni iniziali 3. Ordine e caos nella scienza moderna di
Fronzoni Introduzione La riscoperta del caos Le biforcazioni Coerenza e
autorganizzazione La turbolenza Stati coerenti localizzati: i solitoni La
sincronizzazione Coerenza e disordine nella meccanica quantistica Entropia e
complessità Network Conclusioni Su
Turing, gli algoritmi, le macchine, la prevedibilità di Bellotti Turing: una
brevissima biografia Una digressione: Penrose contro Turing Algoritmi Macchine
di Turing Un’osservazione finale: sulla prevedibilità del comportamento delle
macchine di Turing 5. Come il futuro dipende dal passato e dagli eventi rari
nei sistemi viventi di Longo Introduzione Storia e dipendenza dal cammino in
fisica: qualche confronto/La memoria: un esempio d’invariante storicizzato/Gli
osservabili biologici e le loro dinamiche evolutive Verso il futuro: sapere e
imprevedibilità/ Tracce invarianti di una storia/Spazi relazionali costruttivi
e invarianza Conoscenza del presente e invenzione del futuro/Il ruolo della
diversità e degli eventi rari Conclusione Possibilità e realtà tra fisica e
biologia di Angelo Marinucci Introduzione/Fisica classica La meccanica
quantistica La biologia Scienza e filosofia della complessità: Studi in memoria
di G., a cura di: Marinucci, Salvia, Bellotti, Carocci, Roma, Il volume
raccoglie i contributi, ampiamente elaborati, presentati al convegno
Possibilità al di là della determinazione. Matematica, fisica e filosofia della
complessità, tenutosi all’Università di Pisa in memoria di G.. Del filosofo
sono ben noti gli interessi filosofici per la questione, nata nella fisica
moderna e in altri saperi, dell’emergere – in sistemi complessi – di
possibilità che vanno, irriducibilmente, al di là della determinazione. Aldo
Giorgio Gargani. Gargani. Keywords: Eurialo e Niso; ovvero, dell’empatia, scambio,
organisazzione condivisa – communicazione – implicatura come condivisa –
empatia – d. f. pears --. Mcguinness, Gargani on Grice – ragione – Treccani -- --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gargani” – The Swimming-Pool Library. Gargani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Garin:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del rinascimento – scuola
di Rieti – filosofia rietesi – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Rieti). Abstract. Grice: “I only knew – and I only formed an
interest – in one short period in the history of philosophy: post-war Oxford
philosophy – Garin’s interests have a wider scope!” Keywords: storia della
filosofia. Filosofo rietese. Filosofo
lazio. Filosofo italiano. Rieti, Lazio. Grice: “Garin is a serious student of
what we may call the longitudinal, rather than latitudinal, unity of Italian
philosophy! If ever there is one!” -- Italian philosopher, author of a very rich,
“La cultura filosofica del rinascimento italiano.” And “L’umanesimo italiano” Grice
was Lit. Hum. Oxon, so he knew. Linceo. Studia sotto Limentani. Frequenta il
Liceo classico Galileo. Si laurea sotto Limentani. Vari studi sull'Illuminismo che
confluiranno nel volume sui moralisti inglesi. Subito dopo la laurea sostenne e
vinse il concorso per insegnare nei licei, cosa che continuò a fare fino a quando
vinse la cattedra da ordinario all'università. Tra i commissari del concorso
liceale c'è GUZZO (si veda), una figura che costituirà un punto di riferimento
per G. quanto meno fino ai primi anni del dopoguerra. I suoi riferimenti
culturali non erano costituiti da intellettuali e politici come Gramsci, ma da
filosofi di matrice spiritualista e cattolica come Lavelle, Senne, Castelli Gattinara di ZUBIENA (si
veda), SCIACCA (si veda) e lo stesso GUZZO (si vedea). Iscritto al Partito
Nazionale, pronuncia al liceo di Firenze una commemorazione a GENTILE (si veda).
Una svolta nelle prospettiva politica, filosofica e storiografica (le tre cose
non vanno separate) si ha con l'uscita dei Quaderni del carcere di Gramsci, che
hanno fortemente influenzato la sua filosofia nel costante riferimento alla
concretezza del pensiero, e con la pubblicazione delle Cronache di filosofia
italiana, fortemente sollecitato da Laterza. Storico della filosofia molto
legato al rigore filologico e al lavoro sui testi, rifiuta la definizione di
filosofo. È tuttavia considerabile tale proprio in virtù delle sue polemiche
anti-speculative e come influente teorico della storiografia filosofica.
Insegna a Firenze. Si ttrasfere a PISA a causa dei perduranti disordini della
rivolta studentesca, di cui non condivide le modalità di lotta e che considera
espressione di astratto rivoluzionarismo. La sua infaticabile avidità di
letture filosofiche lo rende consigliere prezioso. I lincei gli confere il
Premio Feltrinelli per la Filosofia. Altre opere: “Pico: vita e dottrina”; “Gl’illuministi
inglesi. I Moralisti; “Il rinascimento ITALIANO”; “L'Umanesimo ITALIANO”;
“Medioevo e Rinascimento”; “Cronache di FILOSOFIA ITALIANA”; “L'educazione in Europa”;
“La filosofia come sapere storico”; “La filosofia nel Rinascimento ITALIANO”; “La
cultura ITALIANA”; “Scienza e vita civile nel Rinascimento ITALIANO”; “Storia
della FILOSOFIA ITALIANA”; “Dal Rinascimento all'Illuminismo” “FILOSOFI ITALIANI”; “ Rinascite e
rivoluzioni”; “Lo zodiaco della vita”; “Tra due secoli”; “Cartesio”; “L’Ermetismo
del Rinascimento”; “Gli editori ITALIANI”; “La cultura del Rinascimento”. Ciò
non toglie che l'importanza della interpretazione del Rinascimento che G. ci dà
nei suoi scritti e ci documenta nelle sue edizioni, pubblicazioni, finissime
traduzioni di testi umanistici di ogni tipo (filosofico, politico, critico,
letterario) possa essere, senza iperbole, confrontata con l'importanza della
evocazione del Burckhardt» in Cantimori, Studi di storia, Torino, Einaudi, la
Repubblica, Mecacci L., La Ghirlanda fiorentina e la morte di Gentile, Adelphi,
Milano, su lincei. Fondo G., Il percorso storiografico di un maestro, Firenze,
Le Lettere, Biondi, Dopo il diluvio. G., l'ombra di Gentile e i bilanci della
filosofia, in Un secolo fiorentino, Arezzo, Helicon,,Olivia Catanorchi e Valentina
Lepri, Dal Rinascimento all'Illuminismo (Atti del convegno Firenze), Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura,. Ciliberto, G.. Un intellettuale nel
Novecento, Roma, Laterza,. Raffaele Liucci, Quelle ombre sul delitto Gentile in
"Treccani Magazine", La Ghirlanda fiorentina e la morte di Gentile,
Adelphi, Milano, "Il Gramsci di G., in Archetipi del Novecento. Filosofia
della prassi e filosofia della realtà, Napoli, Bibliopolis, Umanesimo e
umanesimi. Saggio introduttivo alla storiografia di G., Milano, FrancoAngeli, Treccani
Enciclopedie Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Eugenio Garin, su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Opere di G.. Quando con ritrosia è portato a
farne un sobrio bilancio, G. insiste a dire di essere stato soprattutto un
insegnante. Ho sempre insegnato, ripete. E insegnante lo è stato alla scuola
di avviamento al lavoro di Fucecchio, dei ragazzi di buona famiglia
delle Mantellate di Firenze, alle quali fa lezione sorvegliato da una
severa suorina, dei suoi quasi coetanei del Liceo Cannizzaro di Palermo, poi di
quelli del Liceo Vinci di Firenze, mentre sostituiva uno dei suoi
maestri, SARLO (si veda), nell’insegnamento universitario di filosofia. Insomma,
sempre insegna e, come si dice, in ogni ordine di scuola dall’università
in giù. Non saprei dire di G. insegnante di liceo. Vorrei dire solo qualosa di
G. docente universitario. Credo che ognuno possa sostenere, e con
ragione, di aver conosciuto e di aver avuto un suo G.. Non già perché
egli avesse la facoltà di adattarsi a chi per dovere o per diletto lo
volesse ascoltare. Anzi. Ma perché ciascuno era messo in grado di reagire
a quell’incontro con il proprio carattere, con la propria formazione, con
è scomparso G.. Al maestro fiorentino e alla sua opera la Biblioteca
Roncioniana aveva dedicato un convegno (cfr. Giornata di studi, omaggio a
G., Bollettino Roncioniano; del convegno sono poi usciti gli atti: G.. Il
percorso storiografico di un maestro, cur. Audisio e Savorelli, Firenze,
Le Lettere. Pubblichiamo qui un ricordo di G., che Tonini legge nela cerimonia
svoltasi in Palazzo vecchio, aha quale sono intervenuti il Sindaco di Firenze,
Domenici, Cacciali, Ciliberto, Luzi e Rossi. Il testo è apparso nella brochure
Per G., Napoli, Bibliopoli, edita a cura di Tonini e Franco, che si
ringraziano per averne acconsentito la ristampa in questa
sede. Tonini le proprie attese. In altre parole egli non intende
plasmare l’ascoltatore, ma solo offrire occasioni, occasioni cui ognuno
doveva e poteva rispondere a suo modo, liberamente.Non che il suo insegnamento è
univoco, uguale dappertutto e per tutti. È un insegnante troppo navigato
per sapere che una cosa è far lezione al pupillo di filosofia assieme,
un’altra ai soli filosofi, come ci chiama, un’altra cosa ancora ai laureati e
laureandi. Sa bene che è diverso rivolgersi ai colleghi in un convegno
di studio, o parlare in una casa del popolo, oppure rivolgersi a tutti,
ai cittadini, come spesso gli è capitato proprio qui nel palazzo vecchio della
sua Firenze. Cambiano i contenuti, mutano i toni, mai il carattere,
l’alta professionalità, medesima sempre la passione. G. non spezzetta mai
il pane della cultura: ovunque, o a chiunque avesse da parlare o da
insegnare, lo sconosciuto pupillo che si presenta all’esame, l’amico e collega,
lo studioso straniero, il laureato, tutti meritano sempre la stessa
attenzione, il medesimo trattamento. Sì che nella sua produzione letteraria le
conferenze lincee e le lezioni al Collège de France stanno insieme agli
scritti, diciamo, d’occasione, senza che il lettore ne colga, se non con
l’aiuto di riferimenti bibliografici, la loro provenienza e la loro
destinazione. Niente gli è più alieno, fisicamente e metaforicamente,
dell’espressione prendere per mano. G. non prende per mano nessuno. Apre un
libro, i cui capitoli anda narrando di volta in volta. Un libro sempre nuovo.
Per chi sa apprezzarlo, quel libro conduce a altri libri, poi a una
collana, infine a una biblioteca, spesso la sua. Un libro somigliante a quello
di un autore a lui carissimo, Sterne, La vita e le opinioni di Shandy
[LIFE AND OPINIONS – GRICE], fatto di parentesi, di divagazioni apparenti,
di vie traverse che sembrano far perdere di vista il contenuto promesso
fino a farlo dimenticare, ma che in realtà indicano tutto ciò che è
necessario per cominciare, più tardi altrove, la lettura. Come in un
libro ciascuno, per proprio conto, doveva specchiarvisi, trovarvi, se
volete, la propria strada, senza ammiccamenti né scorciatoie. E come con
un libro, ciascuno instaura con lui un rapporto individuale: per quanto
paradossale, la sua lezione non consentiva alcuna lettura corale, alcuna
possibilità di dispense, alcuna versione ufficiale. Considera la cultura,
lo ha scritto, la conquista di una più profonda coscienza di sé. E l’università
è cultura. In questo senso il suo non è mai stato un insegnamento
demagogicamente democratico, né si è mai considerato un missionario, né
ha considerato il proprio lavoro una missione. Piuttosto un funzionario, come
amò talora definirsi, civettando con il motivo del trasferimento della
sua famiglia a Firenze, che assicurava un viaggio su un treno sicuro,
tecnicamente aggiornato, ben condotto, ma che, al pari di un capotreno,
non era, e non si considerava, poi responsabile se i viaggiatori scendevano
alle stazioni intermedie e prendevano altre direzioni. Non credo si sia mai
sentito coinvolto nelle scelte altrui, né voleva esserlo. Non si prestava, pur
avendone le doti, a essere il pifferaio fascinatore di candide giovinette
e di timidi giovinotti. Lo considera un tradimento, un traviamento del
suo compito, che è appunto, e solo, quello di insegnare la filosofia, di
insegnare a capirne la storia, di fare cultura, ma sempre altro da
convincere o da portare su una strada che non fosse già in qualche modo
segnata, e segnata individualmente, in chi lo ascolta. Un pescatore anche,
ma un pescatore che getta reti larghe e profonde nelle quali si aspettava che i
pesci entrassero spontaneamente, mai che venissero catturati. I suoi
pesci erano e dovevano essere pupillo non venivano infatti da un esame che ne
aveva certificato proprio la maturità? che egli considerava suoi pari,
almeno per quel che riguarda il cartesiano bori sens, la bona mens, la cosa più
diffusa e più equamente distribuita tra gli uomini, sì che la differenza
tra lui e noi riguardava, galileianamente, l’estensione del sapere, non la
capacità di comprendere. Il severo, severissimo G., che tanto spaventa le
matricole, è un benevolo confessore dell’ignoranza del suo pupillo. E quelli
più maturi imparavano subito che la migliore risposta alle domande che
fioccavano in aula era quella di confessarla subito quella ignoranza,
anche quando si era quasi sicuri della risposta -- ma chi è sicuro di
fronte a G.?. Certo, quell’estensione del sapere costituiva una barriera,
una differenza di cui era consapevole lui e consapevoli noi, una barriera
quantitativa, ci faceva credere, scalabile e riducibile, quasi come una
differenza di età, mai come un’inattingibile diversità, che mai si
trasformava in paternalistica condiscendenza. Quella barriera si sgretolava
nella generosa disponibilità a fornire indicazioni e libri, al reiterato
prestarsi a spiegare non solo le tematiche del proprio corso, ma a
offrirsi di guidare piccoli gruppi alla lettura dei testi (Hegel, Kant o
Husserl) dei corsi di altri colleghi che ci risultassero particolarmente
difficili. Il grande intellettuale non dimentica in nessuna occasione la sua
professione: non solo nel rigido adempimento dei suoi obblighi di docente,
nella proverbiale puntualità, nella scrupolosa preparazione dei corsi (i
‘bauli’ di libri che partivano anzitempo per la montagna), nella paziente e
tanto prodiga lettura dei capitoli delle tesi di laurea, nella curiosità
con cui ogni anno rinnovava l’incontro con i suoi giovani interlocutori.
Aveva trasformato una precoce vocazione in una professione, in un affetto per
il proprio lavoro, prima ancora che per chi dovesse usufruirne, in una
disciplina che scherzosamente at- [G. La lezione di un maestro
tribuiva alle lontane origini savoiarde, ma che forse è la chiave per cogliere
la sua straordinaria e mai dismessa operosità, la freschezza di ogni suo
intervento. G. non è mai stato altro cheun insegnante: poche, modeste e
occasionali le cariche accademiche, nelle quali emergeno un’insofferenza e una
scontrosità imprevedibili nel professore, altrettanto rare quelle
istituzionali o editoriali e solo al termine, o quasi, della sua carriera
scolastica, nessuna, ovviamente, carica politica, in un uomo che ha, come
sa, una grande e perdurante passione civile, per la sua scuola, per la
sua città, per il suo paese. Credo che nulla gli è apparso più estraneo e
spiacevole di esser considerato a capo di qualcosa, fosse un istituto, una
rivista o una cordata accademica. Di fatto non c’è mai stata una scuola
di G., ci sono stati, e ci sono, tanti che hanno studiato e si sono
laureati con lui, che lavorano con lui, che condivideno aspetti e momenti
del suo lavoro, che si sono incontrati con lui, ma niente di più. Incauti,
invidiamo gl’allievi di PRA, che il maestro raduna a S. Margherita o sul
lago di Garda, cui apre la Rivista critica di storia della filosofia, la
collana del centro milanese di storia della filosofia. O quelli di Paci, che si
ritrovano su aut aut, che si incontrano nelle edizioni del Saggiatore,
ricordiamo e riconoscemo quelli di Banfi o quelli emergenti di Geymonat, che
attendeno a imponenti opere collettive, e tanti altri che andano sorgendo
vicino e lontano. G. non ha nulla. Non ha mai diretto opere collettive, non ha
mai organizzato convegni né li ha fatti organizzare, mai collane editoriali.
Quando ciò è avvenuto con l’ISTITUTO NAZIONALE DEL RINASCIMENTO o con il
Giornale critico della filosofia italiana, tutto si è potuto e si può dire,
fuori che fossero espressioni di una scuola o di un gruppo che in lui si
riconoscesse o che in lui fosse riconoscibile. Neanche quando a PISA gli si è
offerta l’opportunità di cogliere ancora una volta una straordinaria e
entusiasta messe di studiosi, è venuto meno il carattere del suo
insegnamento. Lì, come in S. Marco e poi in Piazza Brunelleschi, non ha
mancato di offrire opportunità, un’occasione irripetibile, anzi,
generosamente resa disponibile, ma sempre e solo per chi aveva modo e voglia di
coglierla e di realizzarne le potenzialità, ma lasciando a ciascuno la libertà
di decidere, di interpretare quell’incontro, di farne ciò che voleva. Il severo
G. non rimprovera mai. Non gli è mai venuto in mente di
riprenderci, come capita al suo amico e collega CANTIMORI o a RAGIONIERI, se
mancamo a una seduta di seminario e veniamo sorpresi in biblioteca o, peggio,
al bar. Ma neppure gli è venuto in mente di TONINI portarci nello stesso
bar a prendere un aperitivo o un caffè, come capita spesso con Cantimori
e occasionalmente con Ragionieri. Non vuole essere né un padre, né un
maestro di vita. Non credo neppure che volesse additarci un modello. È piuttosto
una lezione di maturità, di piena e consapevole democrazia intesa come
rigoroso rispetto dei ruoli, quella a cui ci chiama, e che per molti è anche la
prima. Il suo dovere è quello di insegnare, del nostro doviamo
rispondere noi. Scende dalla cattedra per aiutarci a leggere un testo,
per offrirci un’indicazione, per mostrarci un passo di un libro, sede tra
noi a discutere di Cartesio o di Platone, e la lezione puo proseguire nella biblioteca
di facoltà, o vicino ai tavoli della Nazionale o tra i libri di Seeber,
ma senza mai abdicare alla sua funzione. Non è mai sceso a
discutere con noi il corso, la sua organizzazione, le sue modalità. A
ciascuno il suo. Non discute le nostre scelte di vita, i propositi di
lavoro, le carriere. Li considera su un altro piano, nel quale
l’insegnante non dove né puo intromettersi: li accetta. Al massimo
inarcava le ciglia, come nei lavori che gli sottoponevamo, e continuamo
a sottoporgli, quando un impercettibile segno di lapis segnala i dubbi
e gl’errori di sintassi. Cittadino di forti passioni civili, le lascia
tutte, fuorché quella di insegnare, fuori dall’aula. Ë facile sapere come
la pensa, lo leggemo su Paese sera, sull’Unità, su Rinascita, lo seguimo nelle
Case del popolo, al Circolo di cultura, ma non si è mai innescata, con lui, una
forma qualsiasi di intesa, di complicità, oserei dire, che prescindesse
da quella unica e prevalente di insegnante e studente. G. ci ha lasciato
centinaia, migliaia di pagine in cui ci ha insegnato come ricostruire
figure di pensatori grandi e piccoli, da ASTORINI a Cartesio, da CITTADINI
a PICO. Ha ricostruito squarci del nostro passato culturale e civile, da CROCE
a GENTILE, da GRAMSCI a LABRIOLA, da CAPPONI a VILLARI, ci ha dato
testi e momenti del nostro passato FILOSOFICO che hanno costituito e
costituiscono un’eredità operante, viva e vitale per ognuno che voglia fare
una professione simile alla sua. Non ci ha potuto lasciare, ed è
purtroppo destinato a perdersi, quello che gli pareva più importante: la sua
lezione. Mi accorgo, nel concludere, di aver ricordato una scuola,
un’università che non c’è più. Non saprei dire se l’attuale, nella quale molti
di noi si trovano ora, sia migliore o
peggiore di quella. Mi auguro, e lo auguro soprattutto ai più giovani, di
potervi incontrare ancora un insegnante come G. L'insidia implicita nel
concetto stesso di genere letterario ha non di rado contribuito a falsare la
prospettiva necessaria a ben collocare la produzione filosofica dell’umanesimo.
Eta in cui vennero predominando preoccupazioni critiche, in cui tutta
l'attivita spirituale e impegnata a
costruire una respublica terrena, degna pienamente dell'uomo nobile, trova la
sua espressione piu alta in opere di contenuto in largo senso moralistico e di
tono retorico, in cui non solo si consegna un modo di concepire la vita, ma si
difende e si giustifica polemicamente un atteggiamento originale in ogni suo
tratto. Per questo chi voglia andar cercando le pagine esemplari dell’epoca, le
piu profondamente espressive, dovra rivolgersi,
non gia a testi per
tradizione considerati monumenti
letterari, ma alle opere in cui veramente si manifest6 tutto
1'impegno umano della nuova civilta.
Cosi, mentre chi prenda a scorrere novelle umanistiche non potra non uscir deluso
da talune, piu che imitazioni, traduzioni, o meglio raffazzonamenti, di modelli
boccacceschi, quali troviamo, tanto per esemplificare, in Fazio, pagine di insospettata bellezza, capaci di colpire ogni piu raffinata sensibilita, ci
si fanno incontro nei trattati e nei dialoghi di Bracciolini, e perfino nelle
opere d’un filosofo di professione, dall’andamento talora scolasticizzante, qual
e Ficino. E proprio Ficino nella Theologia
platonica, presentando gl’uomini
travagliati dalla malinconia
della vita e
desiderosi che tutto
sia un sogno (wforsitan
non sunt vera
quae nunc nobis apparent, forsitan
in præsentia somniamus), defmisce nei suoi particolari espressivi un tema di larghissima
risonanza in tutta la letteratura europea. Sempre FICINO, nel Liber de Sole,
pur parafrasando talora l’orazione famosa dell'imperatore
GIULIANO, fissa i momenti di
quella lalda del sole che,
attraverso VINCI (si veda),
arriva fino all’inno ispirato di
Campanella. VINCI (si veda) rimanda esplicitamente all'apertura del terzo libro
degl’Inni naturali di Marullo; ma chi veramente, ancora una volta, in una prosa
di grandissimo impegno, ci offre tutti i temi di quella si. L'omo nato nobile e
in citta libera- come diii PICCOLOMINI.
FICINO, Opera, Basilea,
Petri. (Theol plat.). lenne
preghiera di ringraziamento alia
fonte d’ogni vita e d’ogni luce, e proprio Ficino. Del quale e la non dimenticabile
raffigurazione d’una tenebra totale, ove e spento ogni astro, che fascia lungamente
i viventi, finche di colpo il cielo s’apre per
mostrare colui che e sola forma visibile del Dio verace. E ficiniana e
1'opposizione del carcere oscuro e della
luce di vita, della tenebra di morte
e dei germi rinnovellati
dalla luce e dal calore solare, in
cui s’articolera il metro barbaro di Campanella. Ma per rimanere agli scritti d’un
medesimo autore, ALBERTI, non
grande imitatore del
BOCCACCIO, raggiunge invece
la sua piena
efficacia quando costruisce i suoi dialoghi, e sa essere perfettamente
originale pur intessendoli di reminiscenze classiche. Perfino la tanto celebrata Historia d’Eurialo et Lucretia di Enea Silvio
perde tutto il suo colore innanzi alle pagine dei Commentarii'*e sono piu
facili a dimenticarsi i casi di Lucrezia
che non le stanze delle antiche regine divenute nidi di serpi, o le porpore dei
magistrati romani rievocate fra Tedera che copre le pietre rose dal tempo, o i topi
che corrono la notte nei sotterranei di un convento e il papa che caccia
sdegnato i monaci negligenti. Per non dire di quella feroce presentazione dei
cardinali, fissati in ritratti nitidissimi con rapide Imee mentre per complottare
trasferiscono nelle latrine la solennita del conclave. Poggio consegna a trattati di
morale narrazioni scintillanti
di arguzia, spesso
molto piu facete di tutte le sue Facezie. I mari di Grecia percorsi sognando
d’Ulisse, il fasto delle corti d'Oriente, le belve africane, i fiumi immensi,
et per Nilum horrifici illi anguigeni crocodiliw, si alternano a discussioni erudite
sulle iscrizioni delle piramidi nelle lettere agli amici e nel taccuino di viaggio
di quel bizzarro e geniale archeologo che fu Ciriaco dej Pizzicolli d'Ancona. E forse il grande Poliziano ha scritto
le sue pagine piu belle nella prolusione al corso sugli Analitici primi d'Aristotele
e nella lettera alPAntiquario sulla morte del magnifico Lorenzo. Lettere dialoghi
e trattati, orazioni e note autobiografiche, sono i monumenti piu alti della letteratura
del Quattrocento, e tanto piu efficaci quanto meno 1'autore si chiude nelle i. La
novella era un genere troppo definite, troppo condizionato nelle sue linee essenziali
d’una tradizione ormai piu che secolare, perche PICCOLOMINI (si veda) puo
eluderne il colorito e gli schemi PAPARELLI, Piccolomini, Bari, Laterza. forme tradizionali,
quanto piii s’impegna nel problema concrete che lo preoccupa,1 o s’accende di passione
politica nel discorso e nell'invettiva, o si dimentica nella confessione e nella
lettera. Poliziano, che della produzione letteraria del suo tempo fu il critico
piu accorto e consapevole, e che ha dichiarato con grande precisione i suoi princlpi
dottrinali nella prefazione ai Miscellanea, nella lettera al Cortese e, soprattutto,
nella grande prolusione a STAZIO (si veda) e Quintiliano, ha visto molto bene come
all’umanesimo sono intrinsiche particolari maniere espressive. Proprio nelle prime
lezioni del suo corso sulle Selve di STAZIO (si veda), colla cura minuta che gl’era
propria, si sofferma a dissertare abbastanza a lungo intorno a due forme letterarie
tipiche, Fepistola e IL DIALOGO, accennando insieme al genere oratorio, da cui gl’altri
due si distaccano pur non senza svelare un'intima parentela. L'epistola egli dice e
il colloquio con gl’assenti,
siano essi lontani da noi nello spazio oppure nel tempo: e vi sono due specie di
lettere, scherzose le une, gravi e dottrinali le altre -- altera ociosa, gravis et severa altera. Ma
1'epistola deve essere sempre i. In una compilazione erudita come i Dies geniales di Alessandro d'Alessandro la
discussione filologica si inserisce con eleganza fra il ritratto e il ricordo
senza togliere a questi alcuna grazia,
cosi che la discussione di un testo classico si colloca nella descrizione d’un
compleanno del Pontano o d’una cena di Barbaro, o fa seguito a una lezione romana
di Filelfo (cfr. CROCE, Varieta di storia letteraria e civile, Bari, Laterza. A proposito del DIALOGO e dell'epistola come forme
caratteristiche dell'umanesimo e da vedere quanto dice RttEGG, Cicero und der
Humanismus, Formate Untersuchungen über Petrarca und Erasmus, Zurich,
Rhein-Verlag, anche se a proposito della sua tendenza a ricondurre tutto
a CICERONE e da tener presente la nota che CROCE stese appunto sull'opera del
Rxiegg (Mommsen e CICERONE, in Varieta).
II commento di Poliziano e nel ms. Magliab. vn, (Bibl. Naz. Firenze). II testo in
questione e a c. 4V-5V (est ergo proprie epistola, id quod ex Ciceronis
(CICERONE (si veda)) verbis colligimus,
scriptionis genus quo certiores facimus absentes si quid est quod aut ipsorum
aut nostra interesse arbitremur. Eiusque tamen et aliæ sunt species atque multiplices,
sed duæ præcipuae altera ociosa, gravis et severa altera. Atqui neque omnis materia
epistolis accommodata est. Brevem autem concisamque esse oportet simplicis
ipsius rei expositionem, eamque simplicibus verbis. Multas epistolæ inesse
convenit festivitates, amoris significationes,
multa proverbia, ut quæ communia sunt atque ipsi multitudini accommodata. Qui
vero sententias venatur quique adhortationibus utitur nimiis, iam non epistolam,
sed artificium oratorium. Epistola velut pars altera dialogi. maiore quadam concinnatione
epistola indiget quam dialogus imitatur enim hie extemporaliter loquentem at epistola
scribitur.] breve e concisa, semplice, con semplici espressioni, ricca di brio,
di affettuosita, di motti, di proverbi amulta
proverbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata. Nella lettera
deve prendere un tono troppo sentenzioso e ammonitorio, altrimenti non si ha
piu una lettera ma una elaborata orazione
-- iam non epistolam, sed artificium oratorium. L'epistola e come la battuta singola, e die rimane
quasi sospesa, d’un dialogo velut pars altera dialogi, anche se deve essere
formalmente piu curata del dialogo, che per essere schietto deve imitare IL
DISCORSO IMPROVISATO, mentre l’epistola e per sua natura discorso meditato e
scritto. In tal modo un carteggio viene ad essere un dialogo compiuto e vario;
e non va dimenticato come proprio il
curioso epistolario di Poliziano ci offra un esempio caratteristico di simili colloqui.
Non a caso, colla sua grande sensibilita
critica, Poliziano batte proprio su queste forme: ad esse infatti si puo
ricondurre quasi tutta la piu significativa produzione latina in prosa, poiche anche il diario, il
taccuino di viaggio, si configura di continue come lettera ad un amico. Cosi, per
ricordare ancora l’Itinerarium di Ciriaco d'Ancona, noi vi troviamo riportati di
peso i temi e l’espressioni medesime delle epistole.] stato detto, ma non del tutto
giustamente, che l’umanesimo è una rivoluzione formale. In verita la
profonda novita formale adere esattamente a una rivoluzione
sostanziale che facendo centro nella CONVERSAZIONE CIVILE, nella vita civile, po- [Itinerarium: ego quidem interea magno visendi orbis
studio, ut ea quæ iamdiu mihi maximæ curæ fuere antiquarum rerum monumenta
undique terris diffusa vestigare perficiam. Hinc ego rei nostrae gratia et
magno utique et innato visendi orbis desiderio. Epist. Boruele
Grimaldo (ins. Targioni, Bibl. Naz. Firenze): cum et a teneris annis
summus ille visendi orbis amor innatus esset. Del resto tutta l’opera di
Ciriaco e una serie di variazioni di questo appassionato motivo: summus
ille visendi orbis amor,antiquarum rerum monumenta vestigare, quæ in dies longi
temporis labe collabuntur litteris mandare. La sete di conoscere il mondo, il
bisogno di vincere spazio e tempo, di riconquistare ogni piu lontano frammento d'umanita
e di sottrarlo alia morte, e insieme questo senso concrete del passato trovano in
lui una espressione singolare. Nella medesima epistola a Bruni abbiarno in
sieme notizia di un'iscrizione inviata
da Atene ex me nuper Athenis e
della difesa di Cesare contro Bracciolini spedita dall'Epiro ex Epyro hisce nuper
diebus. Cosl, appunto, il Riiegg, (der Humanismus ist eine formale, nicht eine dogmatische
Revolution). neva IL COLLOQUIO COME FORMA ESPRESSIVA ESEMPLARE
(GRICE, CONVERSAZIONE). E se la lettera deve essere considerata velut pars altera
DIALOGI, l’attenzione si polarizza sul DIALOGO: ed IN FORMA DI DIALOGO e in genere
il trattato, d’argomento morale o politico o filosofico IN SENSO LATO, che rispecchia
la vita d’una umana respublica e
traduce perfettamente questa collaborazione voita a formare uomini ccnobili
e liberi, che costituisce 1'essenza
stessa della humanitas rinascimentale. La quale celebrandosi nella societa umana
tende a persuadere, a far culminare ogni incontro in una trasformazione degl’altri
attraverso una riforma interiore raggiunta per mezzo della politia litteraria.
Limiti e prolungamenti del colloquio ci appaiono d’un lato la notazione autobiogranca,
dall’altro il pubblico discorso, 1'orazione, che attraverso la polemica arriva all'invettiva.
I cancellieri fiorentini, Salutati e Bruni, ci offrono esempi insigni di questo
intrinsecarsi di filosofia e politica, di questa prosa che dell’efficacia e
potenza espressiva si fa un'arma piu valida delle schiere combattenti. La lode famosa
di Pio alla saggezza di Firenze, e ai suoi dotti cancellieri le cui epistole spaventano
Visconti piu di corazzate truppe di cavalleria, non e che la proclamazione del
valore di una propaganda fatta su un piano superiore di cultura in una societa
educata ad accogliere e a rispettare la superiorita della cultura. L'incontro
di politica e cultura a Firenze e a Venezia ritrova la valutazione della
retorica di un Poliziano e d’un Barbaro, e giova a definire un'epoca che cerca i
suoi titoli di nobilta al di fuori dei diritti del sangue. La VIRTÙ, che non e certamente un
bene ereditato, e sempre intelligenza, humanitas, e cioe consapevolezza e cultura.
Anche quando, nelle discussioni non infrequenti
sull’argomento, si riconosce il valore della milizia, s’intende una sottile
dottrina, ove il valore personale del capo e intessuto di sapienza. Montefeltro
e poco ci importa se il ritratto è fedele e profondamente addottrinato, e sa
che i filosofi descrivendo le battaglie possono divenire anch'essi maestri
dell’arte della guerra. Alfonso il magnanimo reca seco al campo una piccola biblioteca, e pensa sempre a filosofi,
e sa che la parola bene adoprata, ossia veramente espressiva, e piu potente
d’ogni esercito. C'è appena bisogno di ricordare che si tratta dei titoli delle
opere di Palmieri e di Guazzo. E ancora il titolo d’un'opera significativa, quella
di Decembrio in cui si rispecchia la scuola di Guarino. II suo motto, racconta
Vespasiano da Bisticci, è che un re non letterato e un asino coronato. II che
non significa, si badi, che ser Coluccio è un vuoto retore, o Alfonso un re da sermone,
ma che la cultura è, essa, viva ed efficace e umana, e perfetta espressione d’una
societa capace d'accoglierla. L'uomo che nella lingua celebra veramente se stesso
-- l'uomo si manifesta uomo essenzialmente nella parola, come si costituisce in
pienezza definendosi attraverso la cultura,
le litteræ che formano la humanitas, cosi raggiunge ogni sua efficacia mondana mediante
la parola persuasiva, mediante la retorica intesa nel suo significato profondo di
medicina dell'anima, signora delle passioni, educatrice vera dell'uomo, costruttrice
e distruttrice delle citta. Tutto e, veramente, retorica, sol che si ricordi ch,
d'altra parte, retorica e umanita, ossia
spiritualita, consapevolezza, ragione, DISCORSO d’uomini; perche', veramente, l’umanesimo,
in cui tutto è inteso sub specie humanitatis, e humanitas e UMANO COLLOQUIO, ossia
tutto il regno delle muse figlie di Mnemosine che e il piu vero e il piu bello
dei miti. Con semplicita francescana frate Bernardino da Siena, che vede in ser
Coluccio un maestro e in Bruni un amico,
scrive cristianamente le medesime cose. Non aresti tu gran piacere se tu
vedessi o udissi predicare Gesu Cristo, san Paulo, GREGORIO (si veda), santo Geronimo
o santo Ambruogio? Orsu va, leggi i loro libri, qual piu ti piace e parlerai con
loro, ed eglino parleranno teco; udiranno te e tu udirai loro. E, come dice altrove,
le lettere ti faranno signore. II grande Valla parlera di un sacramentum il modesto Bartolomeo della
Fonte dira d’un divinwn mimen: quel nume che dagl’uomini anozze e tribunali ed are.
Per questo le litteræ sono una cosa terribilmente seria, e la responsabilita d’un
termine bene usato e gravissima, e non v'e posto per Fozio. Per questo la
poesia in senso vichiano e da cercarsi
la dove si traducono e si consegnano i discorsi essenziali pella vita dell’uomo.
Cosi FLORA, Umanesimo, Letterature moderne, Ecco secondo Fonzio quello che ottiene
la parola: fidem inter se homines colere, matrimonia inire, seque in una mœnia cogere
viribus eloquentiæ compulit. Per tal modo quella poesia che talora e lontana dai
versi e dalle novelle, e presente ed altissima nella pagina d’un filosofo o nell'appassionata
invettiva d’un politico. La dolcezza del
dire, dulcedo et sonoritas verborum, la luce della forma, lux orationis, che s’invoca
per ogni espressione di vera umanita, vuol far poesia d’ogni UMANO DISCORSO; e nel
momento in cui riesce a tanto toglie ogni privilegiato dominio alle dettere oziose.
Perfino un oscuro erudito come CASSI d'Arezzo sa dirci che in tal modo nell'eloquenza
si unificano tutte le umane attivita, e tutto in essa s’umanizza davero, e non perche
come taluno ha fantasticato, si celebri solo il letterato ozioso, ma al contrario
perche 1'uomo e presente in ogni momento dell'agire: perche, faccia egli il
matematico, il medico, il soldato o il sacerdote, sempre e innanzitutto e uomo,
e il suo sigillo umano imprime ad ogni sua opera umanamente esprimendola, ossia rivestendola
della lux orationis. Di qui l’importanza centrale che vengono ad assumere le TRATTAZIONI SULLA LINGUA, sulla sua
storia, sull’eleganza? ove LA DISCUSSIONE GRAMMATICALE si trasforma di continuo
in discorso finissimo d’estetica: e quel trapassare dal vocabolario, e magari dal
repertorio ortografico basti pensare a Perotto o a Tortelli nell’analisi critica
e nella dissertazione storica. Mentre,
contemporaneamente, la storia, che intende farsi vivo specchio della a vita civile,
e per eccellenza eloquente discorso, ossia prosa politica e trattato pedagogico-morale.
Bellissima cosa e infatti come afferma Bruni raccontare 1'origine prima e il progresso
della propria citta, e conoscere l’imprese dei popoli liberi est enim decorum
cum propriæ gentis originem et progressus, turn libe-i. Quasi unum in corpus convenerunt
scientiæ omnes, et rursus temporibus nostris eloquentiæ studiis studia
sapientiæ coniuncta sunt d’una lettera di Cassi a Tortelli, contenuta nel Vat. lat.
e pubblicata da GAMURRINI, Arezzo e r
Umanesimo, Arezzo, Cristelli, miscellanea in onore di Petrarca dell'Accademia
Petrarca. A proposito dell’eleganze di Valla scrive Cortesi, De hominibus
doctis, ed. Galletti, Florentiæ, Mazzoni, conabatur Valla vim verborum exprimere
et quasi vias ad structuram orationis. rorum populorum res gestas cognoscere.
Cortesi, in quel felice dialogo De hominibus doctis, che e una vera propria
storia critica della letteratura, appunto discorrendo delle storie di Bruni,
batte su questo incontro della verita con 1'eleganza, che e tutt'uno con
quell’armonia di sapienza ed eloquenza che Accolti celebra quale dote precipua
dei fiorentini e dei veneziani del suo tempo nel dialogo De præstantia virorum sui
aevi. Pella stessa ragione per cui tutto sembra divenir DIALOGO, tutto anche e
libro di storia; e storia e, ancora, colloquio con le eta antiche, con i grandi
spiriti del passato.Bruni nell'introduzione ai commentarii confessa che la grande
filosofia classica fa si che i tempi lontani ci siano piu vicini e piu noti dei
tempi nostri mihi quidem CICERONE (vedasi) Demosthenisque tempera multo magis nota
videntur quam ilia quae fuerunt iam annis sexaginta, e dichiara che e compito
della storia immettere nella nostra vita e nel nostro colloquio il passato,
farlo vivo con noi, quasi picturam quondam viventem adhuc spirantemque.
Palmieri innanzi alia vita d’ACCIAUOLI ci insegna che la storia e una specie d’immortalita
terrena di quanto in noi e, appunto, vita mondanala storia e culto e salvezza di
quella parte mortale che le lettere redimono da morte dilatando la società umana
oltre i limiti del tempo e salvandola dall’oblio e dal destino. Si aprono qui, tuttavia, a proposito della prosa latina, due questioni
fra loro strettamente connesse e che sembrano in qualche modo, gia nella loro impostazione,
venir contrastando con quei Cosi nel De studiis et litteris in BARON, BRUNI
Aretino humanistisch-philosophische Schriften, Leipzig. Una giusta valutazione dell’opera
storica di BRUNI presenta Ullman, BRUNI and humanistic historiography,
Medievalia et Humanistica e, per quanto si e sopra osservato su retorica,
politica e storia, son da vedere i tre saggi di BARON, Das Erwachen des historischen
Denkens im Humanismus, Hist. Zeitschrift; di RUBINSTEIN, The Beginnings of Political Thought in Florence:
A Study in Mediaeval Historiography, Journal Warburg Inst.; di CANTIMORI,
Rhetoric and Politics in Italian
Humanism, Journ. Warburg Inst.;
Corpoream vero partem non omnino negligendam ducunt, sed tamquam suam in terra recolendam,
ideoque desiderant illam oblivioni et fato præripere caratteri stessi che si
sono voluti definire. Come, infatti, parlare
della’umanità d’una produzione che si serve di UNA LINGUA CHE NESSUNO ORMAI USA
e che, dunque, gia nel mezzo espressivo pone come suo canone l’imitazione. In
che modo una FILOSOFIA MIMETICA, RICALCATA SU MODELLI CICERONIANI, puo
oltrepassare i limiti dell’erudizione? Ma
i due gravi problemi, del LATINO umanistico e dell’imitazione classica, gia
tanto dibattuti, hanno oramai offerto anche 1'avvio a una soluzione. Quanto
infatti si obbietta intorno all’uso del latino, in luogo del volgare, e ad una presunta
frattura che s’opera rispetto alla tradizione, deve essere corretto coll’osservazione
che i generi di prosa a cui ci riferiamo, orazioni, trattati, epistole politiche,
DIALOGHI dottrinali, hanno sempre fatto uso del latino. Grice: “As opera was sung in
Italian at the Royal Opera House! The whole
point is not to be understood by the vulgus!” “I enjoy opera, provided it’s in
a language I don’t understand!” -- Non e quindi esatto dire che da un presunto
uso del volgare si torna al latino. È vero invece che al LATINO MEDIEVALE
definite BARBARICO, e cioe GOTO O PARIGINO, dai franci, non gallii, s’oppone un
*altro* latino che si determina e si definisce rispetto ai modelli classici. II
quale latino, che si dichiara, come dice esplicitamente PLATINA, integrate da
tutta la più feconda tradizione post-ciceroniana, ivi compresi i padri della chiesa,
intende rivendicare i diritti d’una lingua nazionale romana contro
l’universalita d’un GERGO scolastico, lo stile PARIGINO della Sorbona, o Vadum Vobis,
non di Bologna, ed innanzi tutto nel
campo d’una produzione costantemente espressa in latino. Giustamente SANCTIS
(si veda) sottoline la frase del VALLA che proclama lingua nostra il latino
vero, che si contrappone al LATINO GOTICO dell’uso medievale. La quale nostra
lingua romana degl’umanisti, che SI PRECISA CON CARATTERI PROPRI COSI RISPETTO
AL LATINO CLASSICO COME A QUELLO BARBARO DEI BARBARI FRANCI, va vista per quello
che essa veramente e, anche rispetto al volgare:
un nuovo latino, in cui la complessita antica cede il posto alia scioltezza moderna.
Il latino degl’umanisti, lingua veramente viva che aderisce in pieno a una
cultura affermatasi attraverso una consapevolezza critica che si
colloca chiaramente nel tempo
defiendo i propri rapporti cosl col mondo antico come
con il medioevo. Il latino dei
grandi umanisti, lungi dal
rappresentare una battuta d'arresto o un
momento di invo- Cosi nella prefazione alle Vite, che riportiamo
per intero. Rilievi utili in proposito ha SABBADINI (vedasi) sia nella Storia del ciceronianismo CICERONE
(si veda), Torino, Loescher, come nel metodo degl’umanisti, Firenze, Monnier.
luzione, si colloca nella storia stessa del volgare. Il latino insegna al
volgare l'eleganza la misura la forza e 1'eloquenza, e il volgare imprime
ne’filosofi umanisti le leggi del suo andamento piano, della sua sintassi
sciolta, dei suoi trapassi intuitivi, della sua eloquenza interiore. Fra il latino, in cui si
rispecchia pienamente tutto un atteggiamento culturale, e il volgare v’e una
collaborazione che del resto si traduce
quasi materialmente nel
fatto che gl’autori
spesso scrivono 1'opera loro in latino
e in italiano. Non sempre si e posto mente al fatto che da MANETTI (si veda) a FICINO gli stessi trattatisti, siano pur
filosofi, stendono anche in volgare le loro meditazioni. E come il loro latino
e davvero una lingua low., cosi il volgare che adoperano non e per nulla oppresso
d’una imitazione artificiosa di modelli classici. Giungiamo cosi a quello che forse e il punto piu delicato ad intendersi dell'atteggiamento di questi: l’imitazione
degl’antichi. Che la posizione assunta dagl’umanisti rispetto agl’autori classici sia alimentata d’una preoccupazione
storica e critica; che essi sono dei filologi desiderosi innanzitutto di comprendere
gl’autori del passato nelle loro reali dimensioni e nella loro situazione
concreta: e cosa ormai in complesso pacifica. Ora gia questo definisce il senso di quella imitazione che
indica un atteggiamento molto caratteristico. ACCOLIT dichiara nettamente la parita
di valore fra i nuovi autori e i classici. POLIZIANO (si veda) nella polemica col
CORTESI, che e un testo capitale, confuta tutte le istanze del ciceronianismo, e
proclama il valore d’un'intera tradizione afferrata nel suo sviluppo,
rivendicando il senso di tutto il periodo piu tardo della FILOSOFIA ROMANA
(neque autem statim detenus dixerimus quod diversion sit). Ma dice soprattutto 1'enorme
distanza fra una poesia che fiorisce come
libera creazione su una
cultura meditata e fatta proprio sangue, e l'imitazione pedestre — ilia poetas
facit, haec simias. SPONGANO, Un capitolo di storia della nostra
prosa d'arte, Firenze,
Sansoni, E cosi sono spesso notevoli
le version! di scrittori celebri come
latinisti: TAurispa che traduce
Buonaccorso da Montemagno, Donate ACCIAIUOLI che volgarizza BRUNI, e cosi
via. interessante ritrovare, distesi e volgarizzati, i concetti di un Valla e di
un Poliziano nei filosofi francesi. Per esempio Bellay, scrivendo dopo aver tratto
da Valla il concetto che Roma è grande per la lingua imposta all'Europa non meno
che per l’impero (la gloire du peuple Romain n'est moindre, comme a dit quelqu'unen
l’amplifacation L'Umanesimo e in questa singolare imitazione-creazione, come la
chiama RUSSO: l'umanita fatta consapevole attraverso il rapporto stabilito con
gl’altri uomini nell'operoso sforzo di raggiungere una sempre pifc alta forma di
vita. Di qui, appunto, il particolare carattere delle sue piu felici
espressioni letterarie. de son langage que de ses limites) eccolo riprendere
POLIZIANO: immitant les meilleurs aucteurs, se transformant en eux, les devorant,
et apres les avoir bien digerez, les convertissant en sang et nouriture. Solo
cosi l’imitazione e giovevole allo scrittore. Autrement son immitation
ressembleroit celle du singe. Cfr. WEINBERG, Critical prefaces
of the French
Renaissance, Northwestern,
Evanston, Illinois, Russo, Problemi
di metodo critico,
Bari, Laterza. G. Antonio Nasce a Rieti, figlio di Francesco e di
Teresa Barbagli. Il nonno, intendente di Finanza, si è trasferito dalla SAVOIA
in Toscana con l’Unità d’Italia; la madre è originaria di San Giustino nel
Valdarno; il padre – allievo di Vitelli, in rapporti amichevoli con Pasquali,
che scrive il suo necrologio su Atene e Roma – è un valente filologo, con
particolare interesse per la storia del romanzo greco, per Teocrito e per i
commenti a Teocrito. La guerra e la fine prematura e quasi improvvisa ne
stroncarono la carriera e costrinsero il figlio ad assumersi, precocemente, pesanti
responsabilità. G. ha, anche per questo, un'infanzia e un'adolescenza
assai difficili e tormentate, che hanno un peso nel rafforzare i toni
disincantati e pessimisti del carattere, controllati, in genere, dall'ironia e
anche dal sarcasmo, pronti però a esplodere nei momenti di particolare
amarezza o di maggior contrasto con i tempi in cui gli toccò di vivere e di
lavorare. Fin da quegli anni – duri e mai dimenticati – comprese
però quale era la sua vocazione e individuò nei libri, e in uno studio assiduo
e disperatissimo, la bussola con cui avrebbe costruito, con tenacia, la propria
vita: bruciando le tappe, si iscrisse alla facoltà di filosofia a Firenze e si
laurea col massimo dei voti in filosofia con una tesi su Butler [cf. GRICE,
SELF-LOVE, OTHER-LOVE], preparata sotto la guida di LIMENTANI (si veda). A
Firenze aveva compiuto anche gli studi elementari e medi, frequentando il Liceo
Galilei, nel quale insegna il padre e dove incontra Maria Soro, nata a Sassari,
che sarebbe poi diventata sua moglie, con rito civile. G è nato a Rieti in
seguito al trasferimento in quella città del padre, che come professore di
liceo aveva girato, si può dire, tutta l’Italia; ma si considerò sempre
fiorentino e conservò per tutta la vita un ricordo assai vivo degli anni
liceali e, soprattutto, di quelli trascorsi nella facoltà di lettere di
Firenze. In quel periodo fece incontri decisivi dal punto di vista sia
personale sia scientifico, e non solo in ambito filosofico; stabilì rapporti
con personalità come PASQUALI (si veda), e conosce compagni di studi ai quali
resta legato tutta la vita, italiani e non italiani: Teicher, Rubinstein, LUPORINI
(si veda), il quale, rievocando gli anni della sua formazione (Qualcosa di me
stesso, in Luporini, a cura di Moneti, Il ponte), ricorda come G. eccellesse
già allora su tutti, e fosse più avanti degli altri coetanei per maturità e
sapere. In quegli stessi anni, G. conosce due maestri che incisero segni
profondi nella sua mente e nella sua personalità intellettuale e scientifica: SARLO
(si veda) e, soprattutto, LIMENTANI (si veda), che lo avviò agli studi
sull'Illuminismo inglese, confluiti nel volume L'Illuminismo inglese. I
moralisti (Milano). Dopo aver insegnato nel Regio Convitto delle Mantellate, G.,
ottenuta l’abilitazione in storia e filosofia riuscendo tredicesimo nella
graduatoria generale, fa il concorso per l'insegnamento di filosofia e storia
nei licei per sedi determinate, e lo vince, dopo essere stato esaminato da una
commissione presieduta da GUZZO (si veda). Prende servizio come professore
straordinario di filosofia e storia presso il Liceo Cannizzaro di Palermo, dove
rimane fino a quando – dopo molti tentativi giustificati da motivi sia
familiari sia filosofici – è trasferito a Firenze per insegnare, come
professore ordinario, filosofia e storia al Liceo Vinci. Gli anni
palermitani sono assai importanti e fecondi per G.: per gli incontri umani e
intellettuali che fece e per le ricerche che condusse, preparando l'importante
volume PICO (si veda) Vita e dottrina, pubblicato a Firenze, ma già pronto a
Palermo. È a Palermo che scrive in gran parte il suo primo saggio di argomento
umanistico, servendosi dell’eccellenti biblioteche pubbliche della città, e
frequentando la Biblioteca filosofica a Palazzo Reale, col suo singolare
fondatore e direttore, POJERO (si veda), l'amico di GENTILE (si veda) e primo
editore dell'Atto puro, il bizzarro filosof' noto dappertutto, sempre teso a
cogliere una battuta e a fissarla per scritto (Una collaborazione lunga una
vita, in Belfagor). A spostare G. dagli studi iniziali sull'Illuminismo
inglese verso le ricerche umanistiche e rinascimentali contribuì una pluralità
di fattori: certo agirono la presenza, e il magistero, di Limentani, che in
quegli stessi anni studia il BRUNO
'inglese' sulla scia della importante monografia su La morale di Bruno. Ma alla
base di quello spostamento ci furono due altri motivi, forse più rilevanti: la
centralità assunta a quella data dall'Umanesimo e dal Rinascimento nella
ricerca filosofica europea intorno a problemi decisivi come la libertà, e la
dignità, dell'uomo; il rapporto tra uomo, mondo, Dio; il carattere e il
significato dell'esperienza umana. È stato, peraltro, G., in un testo degli
anni Settanta (lettera a Chemotti, la cui minuta è conservata presso il Fondo G.
della Scuola Normale Superiore di Pisa), a segnalare la complessità delle
questioni che, negli anni Trenta, si concentravano nella discussione sul
Rinascimento: domande di ordine sia filosofico sia religioso, ma tutte
convergenti in una generale interrogazione sul significato dell'uomo e del suo
destino, in un momento tragico della storia del mondo. È in questo
contesto che si inseriscono sia il saggio su PICO sia il saggio su La
"dignitas hominis" e la letteratura patristica (in La
Rinascita) in cui questo intreccio di motivi si presenta in modo
esemplare, con un netto primato della problematica di tipo religioso – anzi
esplicitamente cristiano – e, simmetricamente, con un consapevole distacco
dalle impostazioni di tipo idealistico, comprese quelle risalenti a
Gentile. Come testimoniano anche i molteplici richiami alla
interpretazione Burdach – messa in
circolazione in Italia, anche da Cantimori –, a quella data G. era su un'onda
assai diversa rispetto a Gentile che, pure, fin dal primo momento apprezzò
molto i suoi lavori su Pico, invitandolo a collaborare al GIORNALE CRITICO
DELLA FILOSOFIA ITALIANA, sul quale aveva cominciato a pubblicare con un saggio
su L’etica di Butler. Non si trattava solo di una distanza di ordine
storiografico, evidente, per esempio, nella importanza che già in questi anni G.
comincia ad assegnare alla tradizione ermetica, avviando una ricerca che avrebbe
continuato, sia pure con toni e forme assai diverse, fino ai suoi ultimi anni --
il saggio su Una fonte ermetica poco nota. Contributi alla storia del pensiero
umanistico, destinato a essere ripreso e profondamente modificato, uscì
originariamente in La Rinascita. Al fondo, rispetto a Gentile, c'era una forte
distanza di carattere strettamente filosofico, come risulta dai principali
riferimenti filosofici di G. in questi anni: Senne, Marcel, Gilson, Lavelle,
forse il più importante di tutti, quello al quale si sentì a lungo più
vicino. Sono tutti autori di area francese e di matrice cristiana,
convergenti, sia pure con toni differenti, nella prospettiva di un
esistenzialismo religioso che appare ben presente negli scritti storici di . sul
Rinascimento di questo periodo, pur mediati, e filtrati, da una armatura di
carattere filologico ed erudito molto forte già in quegli anni (ne è una
conferma il ricco e aggiornatissimo corredo bibliografico del libro su Pico).
Mancano, invece – con l'importante eccezione di Cassirer, presente già nel saggio–
riferimenti altrettanto significativi ad autori di area tedesca, a cominciare
da Heidegger che, in quegli anni, era invece interlocutore privilegiato di
altri importanti esponenti della generazione di G., come Luporini, suo amico
fin dagli anni della Università, ma assai diverso sia per interessi filosofici
che per le strade che avrebbe poi preso sul terreno politico. È una
mancanza che non stupisce, se si considera che la cultura di matrice francese
fu una componente centrale della formazione di G., e che essa – insieme al
pensiero inglese, ma con maggiore forza – ebbe un ruolo centrale nella sua
attività scientifica e anche editoriale, come testimonia l'imponente opera di
presentazione e traduzione di testi capitali del pensiero francese svolta insieme
alla moglie – da Rousseau a Malebranche, a d'Holbach e gl’enciclopedisti. Il
primato della cultura di matrice francese era, del resto, un tratto diffuso
della generazione di G. e, in modo particolare, dell'ambiente culturale
fiorentino: quello che si esprimeva in istituzioni di notevole rilievo come il
Gabinetto Vieusseux – di cui è bibliotecario e direttore Montale –, e LA
BIBLIOTECA FILOSOFICA di Levasti e Marrucchi, una personalità notevole, alla
quale G. rimane sempre legato e che ricorda in pagine molto intense, rievocando
quell'ambiente e quell’atmosfera, in cui vive il ricordo di una figura come
Michelstaedter, alla quale anche G. dedica, a più riprese, molta
attenzione. Tornato a Firenze, ha un incarico di filosofia teoretica
presso la facoltà di lettere e filosofia. Ottenne, poi, la libera docenza in
storia della filosofia. Quando per effetto delle leggi razziali LIMENTANI
(si veda) lascia la cattedra di filosofia morale, la facoltà decide di NON
chiamare su essa un altro ordinario, ma di conferire l’incarico a G., discepolo
– pupillo -- di LIMENTANI (si veda). Nei modi possibili in quei tempi
difficili, G. espressa pubblicamente la sua fedeltà al maestro e tutore con cui
si è formato, tenendo una conferenza presso la BIBLIOTECA FILOSOFICA Biblioteca
di Firenze in cui attacca a fondo ogni forma di storicismo identificato con il relativismo rivendicando,
da un lato, il valore della lotta, e dell'ostacolo, sulla scia di Senne. Ribadendo,
dall'altro, e con massima energia, la distinzione tra vittima e carnefice, tra
perseguitato e persecutore, che nessuna provvidenza storica avrebbe mai potuto,
in alcun modo, risarcire. Dopo la morte di LIMENTANI (si veda), ne redatta un
commosso necrologio, pubblicato in opuscolo insieme alla bibliografia dei suoi
scritti (Limentani, Firenze). Comincia, intanto, a partecipare a concorsi per
ottenere una cattedra universitaria, che riuscì a vincere quando risulta primo
ternato in quello per professore straordinario alla cattedra di storia della
filosofia a Cagliari -- la commissione èformata da Aliotta, presidente,
Lamanna, segretario, Abbagnano, Banfi, e Spirito. Precedentemente partecipa,
venendo dichiarato maturo, a tre altri concorsi, banditi, rispettivamente, da Messina
e da Napoli -- quest’ultimo si svolse in due tornate, per l’annullamento, a
causa di un ricorso, dei risultati della prima. Difficili sul piano
accademico e anche personale, quegli anni sono però fertilissimi dal punto di
vista filosofico. Oltre a una serie di saggi assai importanti usciti, in
genere, su La Rinascita diretta da Papini, con il quale ha, allora, un rapporto
intenso, G. pubblica due importanti antologie: Il Rinascimento italiano, Milano,
commissionatagli da VOLPE (si veda) e stampata nella collana dell'ISPI; e Filosofi
italiani, Firenze, uscita come pubblicazione dell'Istituto nazionale di studi
sul Rinascimento. Si tratta, in entrambi i casi di opere fondamentali,
destinate a lasciare una orma profonda negli studi rinascimentali. Ma lette con
attenzione – e tenendo conto della inclinazione dissimulatoria tipica
dell'epoca –, esse svelano con precisione quali fossero gli atteggiamenti
filosofici e politici di G. in quel momento: una posizione nettamente
antifascista, trasparente nelle pagine dedicate alla critica del tiranno; un
profondo interesse di tipo religioso, già emerso nei primi saggi rinascimentali
della seconda metà degli anni Trenta, e ora pienamente dispiegato nella lunga
Introduzione ai Filosofi italiani, a cominciare dalle pagine scritte sulla
morte, discorrendo di Salutati. Sono temi nei quali la nota religiosa
risuona con particolare forza e vigore, e non solo nei testi sull'Umanesimo. Pubblica
per una piccola casa editrice fiorentina, Cya, una antologia di testi
tolstoiani, Ultime parole, nei quali è affermato con nettezza il primato
della 'riforma interiore' come condizione di ogni riforma di tipo economico e
sociale. Sarebbe stato, del resto, lo stesso G. ricordare che anni prima, nel
pieno della guerra, attraversa una vera e propria crisi di tipo religioso,
subendo a fondo l'influenza di Tolstoj. Sul terreno filosofico è una
inclinazione che si rivela, oltre che sul piano del linguaggio, nel forte ruolo
assegnato a SAVONAROLA (si veda), un autore che gli è sempre carissimo, ma che
arriva ad affiancare al Platone della Repubblica per il Trattato sul reggimento
di Firenze. Spicca anche il lavoro di presentazione e di traduzione dei
testi fondamentali di PICO (si veda): De hominis dignitate, Heptaplus, De ente
et uno, Firenze; Disputationes adversus astrologiam divinatricem -- un'impresa
imponente, che contribuì a mutare in profondità sia l'immagine tradizionale di
Pico, sia quella corrente del Rinascimento, ponendo le basi della
interpretazione generale che G. propone ne “Der italienische Humanismus, pubblicato
nella collana diretta da GRASSI (si veda) per l'editore Francke di Berna, ristampato
poi nel testo originale presso Laterza. Sono saggi resi possibili anche
dal forte sostegno di una figura singolare, ma più importante di quanto in
genere si pensi, della cultura italiana: CASTELLI ZUBIENA (si veda), il quale –
oltre a pubblicare le traduzioni di PICO (si veda) nell'ambito dell’edizione
nazionale dei classici del pensiero italiano promossa dal REGIO ISTITUTO DI
STUDI FILOSOFICI da lui presieduto e del quale G. è anche segretario della
sezione toscana, si impegna con molta tenacia e costanza, a tutti i livelli,
per fargli ottenere un distacco dal Liceo Vinci che gli consentisse di svolgere
con maggiore tranquillità il suo lavoro. G. sottolinea più volte che non
c'è un rapporto meccanico tra storia della cultura e storia politica,
precisando, per esempio, che la crisi e la fine dell'idealismo crociano si
compiono nel 1968, non nel 1945. Non c'è però dubbio che con la fine della
guerra sia iniziata una nuova fase della sua lunga vita sul piano sia
intellettuale sia politico. Dopo un periodo connotato dalla vicinanza a
posizioni di tipo liberal-democratico (come appare chiaro dagli articoli che
pubblica sull'Italiano), si avvicinò infatti, sia pur progressivamente, al
Partito comunista italiano, senza mai iscriversi a esso, ma diventandone,
specie negli anni Cinquanta e Sessanta, uno dei principali intellettuali di
riferimento. Alla base di questo netto spostamento di campo ci furono
motivazioni di ordine intellettuale e di natura politica. Sul primo punto,
è decisivo l'incontro con le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, che
recensì subito su Leonardo, la rivista di cui, divenne redattore – cioè, in
effetti, direttore –, avviando un intensissimo colloquio che sarebbe
continuato lungo tutta la sua vita e che avrebbe inciso sia sulle sue ricerche
umanistiche sia sulle Cronache di filosofia italiana pubblicate per i tipi di Laterza
ma preparate dagli articoli su Leonardo e sul GIORNALE CRITICO DELLA FILOSOFIA
ITALIANA fondato da GENTILE (si veda) e diretto da SPIRITO (si veda). Dal
punto di vista strettamente politico, per quanto possa apparire paradossale, in
quella scelta agì il profondo, e mai venuto meno, interesse religioso di G.: e
infatti profondamente LAICO, NON LAICISTA. Ritene necessario distinguere con
chiarezza ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, anzi pensa che dalla
confusione dell'uno e dell'altro potesse derivare una degenerazione di
entrambi. Il partito della Democrazia cristiana gli apparve come la
realizzazione concreta di questo rischio, con la ripresa, e il potenziarsi, di
quelle tendenze che durante il Regime si erano espresse nel clerico-fascismo,
contribuendo, a suo giudizio, a corrompere il carattere morale degl’italiani.
Perciò considera negativamente l'inserzione dell'articolo 7 nella Costituzione
repubblicana, ma fu per questi stessi motivi che si avvicinò al Partito
comunista: per una scelta di ordine anzitutto morale e, alle origini,
religiosa. Pur nel dissenso con il Partito comunista nella valutazione
dell'articolo 7, G. vide in esso la forza più intransigentemente schierata a
favore di una concezione laica dello Stato e, in genere, della vita, contro il
riaffiorare e l'imporsi di una nuova forma di clerico-fascismo, dannosa, ai
suoi occhi, sia per la politica sia per una autentica esperienza
religiosa. I due piani – quello culturale e quello politico – si
intrecciarono e si potenziarono a vicenda, nella concretezza del suo lavoro,
sia in quello sul Rinascimento sia nelle ricerche sulla filosofia italiana. A
quest'ultima aveva già dedicato, per incarico di Gentile, due volumi pubblicati
da Vallardi. Si tratta dell'opera: La filosofia, da non confondere con la
Storia della filosofia uscita per i tipi di Vallecchi: uno de suoi libri più
belli, più vivaci, più liberi. Le Cronache di filosofia italiana erano, in effetti, un'altra cosa: una sorta
di autobiografia di una intera generazione, quella nata al tornante del primo
decennio del secolo – la stessa di Bobbio, nato anch'egli, come G., e autore di
Politica e cultura, l'altro grande testo 'autobiografico' della loro
generazione. A considerare oggi quegli anni, non appare casuale che due
intellettuali di quel livello abbiano avvertito, nello stesso momento, la
necessità di confrontarsi con la propria storia, sia pure da punti di vista
diversi e con strumenti differenti. In G., assai più che in BOBBIO (si veda), e
infatti presente la lezione di Gramsci. Sul piano del metodo, anzitutto: La
filosofia come sapere storico (Bari) si conclude con un lungo saggio su
Gramsci, nato come relazione al Convegno di studi gramsciani, tenutosi a Roma
l'anno prima, ma anche sul piano del merito, cioè di specifiche valutazioni di
uomini e cose, come Togliatti rileva nella sua recensione a Cronache di
filosofia italiana (Rinascita). Non solo: la lezione di Gramsci, in forme
assai mediate e controllate, è visibile anche negli scritti che G. dedica al
Rinascimento. Nonostante che, in questo caso, i giudizi di Gramsci e G.
fossero, proprio nel merito, profondamente differenti. L’UMANESIMO CIVILE,
IL TRAMONTO DI UN MONDO Quando si parla di G. si pensa, in genere, alla
sua interpretazione del Rinascimento come 'umanesimo civile'. È giusto, ma
riduttivo per due ordini di motivi. In primo luogo, essa svolge funzioni e
ruoli diversi, anche a seconda del mutare dei contesti storico-politici. In
secondo luogo, a cominciare dagli anni Settanta G. riformula in modo profondo
la sua interpretazione, dislocando l'Umanesimo civile in zone progressivamente
laterali, rispetto al nucleo centrale del suo discorso (in questo senso è
fondamentale Rinascite e rivoluzioni: movimenti culturali, Roma-Bari: uno dei
suoi lavori più importanti, insieme a La cultura filosofica del Rinascimento
italiano. Ricerche e documenti, uscito per i tipi di Sansoni, nel quale spicca
in apertura il saggio – capitale dal punto di vista dell'Umanesimo civile – su
I cancellieri umanisti della Repubblica fiorentina da Salutati a Scala,
pubblicato originariamente in Rivista storica italiana. All'interpretazione
del Rinascimento come Umanesimo civile G. lavorava, in effetti in convergenza
con le ricerche di Baron, del quale fa pubblicare su La Rinascita un importante
saggio. Ma allora esso aveva una funzione parallela, anzi secondaria, rispetto
ai motivi ermetici che G. tendeva maggiormente a valorizzare, anche in
relazione a quell'esistenzialismo religioso nel quale allora si riconosceva.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il quadro muta in modo deciso, e
l'Umanesimo civile diventò il motivo dominante della sua interpretazione, come
appare dall'antologia, fortemente lodata da Cantimori, Prosatori latini del
Quattrocento (Milano). I motivi messi a fuoco nella seconda metà degli anni
Trenta erano ripresi, e anzi energicamente sviluppati, a cominciare dalle
tematiche magiche e astrologiche, cui dedicò due saggi fondamentali; ma essi
ora venivano riformulati (per esempio, cambiò in modo consistente il giudizio
sull'astrologia) ed inseriti in una prospettiva che privilegiava, in primo
luogo, la dimensione mondana, terrestre – appunto, 'civile' del Rinascimento –,
dando rilievo centrale al problema del rapporto tra 'vita contemplativa' e
'vita activa', e valorizzando in questa luce i grandi cancellieri fiorentini
come SALUTATI (si veda) e BRUNI (si veda). Ne scaturì una nuova immagine
del Rinascimento, entro cui assunsero valore centrale discipline come LA
RETORICA, l'arte della memoria o esperienze filosofiche prima trascurate, o non
comprese in modo adeguato, come, per esempio, il lullismo. Su questo
sfondo, G. si pose in termini nuovi rispetto agli scritti degli anni Trenta
anche il problema della genesi e dei caratteri della scienza moderna,
sforzandosi di mostrare come un moto di cultura strettamente legato nelle sue
origini alla vita delle città italiane debba considerarsi una delle premesse
del rinnovamento scientifico moderno (come scriveva nella Premessa al volume
Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano, pubblicato con Laterza: una
linea di ricerca, sia detto tra parentesi, che non ebbe ulteriori sviluppi,
anche per i mutamenti che, di lì a poco, avrebbero sconvolto il mondo storico,
coinvolgendo a fondo anche il mondo storiografico). In questa
accentuazione della dimensione civile agì certamente la lezione metodica di GRAMSCI
(si veda), che appare con ancor maggiore chiarezza nei lavori che G. dedica alla
filosofia contemporanea, specie a quella ITALIANA. Sono importanti, da questo
punto di vista, sia La cultura italiana (Bari); sia, e soprattutto, quello
sugli Intellettuali italiani (Roma), che
costituisce, per molti aspetti, il vertice della presenza, e della influenza,
di G. nella cultura, e anche nella politica, italiane. Se si
considera il corso della sua vita, si può azzardare un giudizio: forse furono
proprio quelli gli anni in cui G. riuscì a stabilire, nel complesso, un
rapporto positivo con il proprio tempo storico, e non solo per i molti
riconoscimenti pubblici che ebbe in quel periodo, dentro e fuori l'Università,
in Italia e all’estero. E diventato professore ordinario di storia della
filosofia medievale a Firenze, insegnamento che tenne per incarico. È poi
subentrato a Lamanna come titolare della cattedra di storia della filosofia
presso la stessa Università. Riconoscimenti, e onori, altrettanto
importanti stava avendo anche al di fuori dell'Università. Socio effettivo
dell'Accademia toscana di scienze e lettere 'La Colombaria', ne era anche
segretario generale; eletto socio corrispondente dei lincei, diventandone socio
nazionale. Riceve dalla British Academy la Serena medal for Italian studies (gl’ultimi
italiani che l'avevano ottenuta – scrive, con orgoglio, al direttore della
Scuola Normale comunicandogli la notizia – sono Longhi e Bandinelli. Al
fondo, però, pur considerandosi anzitutto un insegnante, G. è, a suo modo, un
animal politicum, e avrebbe voluto essere un cittadino. Riusce a esserlo come
non gli era accaduto prima e non sarebbe più successo dopo, intrecciando
un'attività scientifica di alto livello con un impegno civile assai intenso sui
temi che gli interessavano maggiormente, a iniziare dalla scuola, su cui
intervenne anche con una relazione molto dura letta al Teatro Valle di
Roma pubblicandola poi in volume, La cultura nella società italiana, Torino.
La situazione muta profondamente. Quell'equilibrio, sempre fragile e precario,
si incrina e G. si distacca, progressivamente, fino a contrapporsi, dai
movimenti culturali e politici che comincia a scuotere il paese fin dalle
fondamenta, nel bene e nel male. Il punto più aspro del contrasto, anzi la vera
e propria rottura, si produce quando – si legge in una lettera al preside della
facoltà di lettere, Sestan -- minuta nel Fondo G. della Scuola Normale
Superiore – e costretto a interrompere la lezione per il contegno oltraggioso e
provocatorio di uno studente. È una scelta assai meditata, anche se amara,
quella di lasciare Firenze, che è stata la sua alma aater, trasferendosi alla scuola
normale superiore di PISA come professore e anche questa scelta è significativa
di storia della filosofia del Rinascimento. Come scrive al direttore della
scuola, Bernardini, sarebbe stata quella la conclusione migliore, certo la più
onorevole, di un lungo insegnamento (minuta). Questo non significa che da
quel momento si sia disinteressato della filosofia contemporanea, a cominciare
da quella italiana. Anzi: pubblica, con l'editore barese Donato, un saggio
importante, Tra due secoli. Socialismo e filosofia in Italia, riprendendo in
forme nuove il problema del positivismo e riaprendo, in generale, la questione
del rapporto tra eredità positivistiche e filosofia, nelle sue varie
diramazioni. Ma il saggio non ebbe un successo paragonabile a quello tributato
al volume sugli Intellettuali italiani. Nel giro di pochi anni, la situazione
era profondamente mutata e i temi trattati in quel testo, pur così importante,
avevano perso peso e rilievo nel dibattito filosofico italiano, che stava ormai
aprendosi, e su vasta scala, a nuove tendenze estranee alla tradizione
nazionale, nel pieno di una crisi che investiva lo stato italiano fin dalle
fondamenta. Effettivamente, un intero mondo sta cominciando a finire.
Tanto più colpisce, in questa situazione, il saggio che in
controtendenza, G. dedica a Gentile pubblicandone, con l'editore Garzanti, le
Opere filosofiche. Aveva ormai 82 anni: nel 1979 era uscito dai ruoli
dell'insegnamento, nel 1984 era andato definitivamente in pensione, nel 1986
era diventato professore emerito della Scuola Normale. Lascia anche la
presidenza dell'Istituto nazionale di studi sul Rinascimento. E dunque
diventato un libero studioso sciolto da qualunque vincolo di ordine
istituzionale, e forse anche questo contribuisce a spiegare la libertà – e l'atteggiamento
'non conformista', si potrebbe dire – con cui si confronta con Gentile nella
lunghissima introduzione che premise ai testi, spiegando il senso della sua
scelta. Non è un'impresa facile. I rapporti di G. con Gentile e con Croce
sono infatti assai complessi e si modificarono, e complicarono, con il tempo.
Si possono però in sintesi individuare alcuni elementi di ordine generale. Dal
punto di vista filosofico egli si sentì, al fondo, più vicino a Gentile. Basta
leggere le pagine che gli dedicò nella Storia della filosofia, e accostarle a
quelle scritte nello stesso testo su Croce, per vedere come ne apprezzasse la
posizione e quanto fosse invece distante da Croce. Certo, come dimostrano le cronache,
il suo giudizio sull’idealismo si approfondì col tempo e divenne assai più
ricco e articolato. Ma la distanza di G. dalla 'filosofia dello spirito' non
venne mai meno, perché essa coinvolgeva un punto centrale, allora e poi, della
sua posizione. Alle origini, le ragioni di quella scelta stano precisamente
qui. Sul piano filosofico GENTILE (si veda) appartene a quella filosofia della
libertà, specie di matrice francese, in cui G. riconosce il carattere
principale della filosofia e anche le proprie radici filosofiche. Filosofia
della libertà: cioè azione, praxis, atto, volontà. Sono i motivi che erano
presenti anche in Marx, quelli che gli avevano fatto apprezzare GRAMSCI (si
veda), sentire affine la ricerca dei Quaderni del carcere, e che, nel volume,
sottolineò anche in GENTILE (si veda), vedendo anzi nella sua lettura di Marx
la via attraverso cui si era affermato nel nostro paese il principio della
praxis, dell'azione, della volontà. È per queste stesse ragioni –
strutturali, non contingenti – che G. fu, invece, in sostanza, lontano da CROCE
(si veda), pur apprezzandone il rapporto stabilito tra politica e cultura e
l'immenso lavoro: non ne condivideva la concezione del circolo spirituale; lo
sentiva distante per l'incapacità di afferrare la intima, e insuperabile,
tragicità della vita; rifiuta la dissoluzione dell'individuo empirico, che
invece per lui era fondamentale. Certo, con il tempo maturò un giudizio
assai più ricco di quello espresso negli anni Quaranta; ma alcuni elementi in
cui si esprimevano un distacco, e un dissenso, perfino di ordine generazionale
non vennero mai completamente meno. In occasione del centenario della nascita
di Croce, scrive un bel saggio sui suoi rapporti con Serra (SERRA (si veda) e
Croce, in Belfagor) e, pur facendogli ampi riconoscimenti, non ha esitazione a
schierarsi, proprio per questi motivi, dalla parte di quest'ultimo. Iniziò
una profonda trasformazione del mondo storico, destinata a incidere, in vari
modi, nel mondo storiografico, compreso quello di G., che operò mutamenti
profondi nella sua posizione, a cominciare dalla concezione dell'Umanesimo
civile, che nel ventennio precedente era stato il centro della sua
interpretazione del Rinascimento. Ora venne configurandosi come un ideale; anzi
una ideologia nobile e importante, ma pur sempre una ideologia (come appare nel
Ritratto di Bruni aretino in Atti e Memorie dell'Accademia Petrarca di Lettere,
Arti e Scienze di Arezzo), mentre assunsero rilievo essenziale altri temi,
altri autori, come risulta chiaro dal libro Lo zodiaco della vita. La polemica
sull'astrologia dal Trecento al Cinquecento (Roma-Bari), che raccoglieva
quattro lezioni tenute al Collège de France. Fin dall'inizio della sua attività
G. da rilievo alle tematiche magiche, astrologiche, ermetiche, sistemandole,
poi, nel contesto dell'Umanesimo civile. Ora esse ridiventarono centrali, con
una particolare sporgenza dei testi e dei motivi di carattere astrologico. Alla
base di questo c'era, come sempre in G., un convincimento di ordine
teorico. A lungo era stato persuaso che nella cultura europea fosse
stata presente, e dominante, quella che egli chiama la 'linea PICO (si veda)-Sartre',
secondo cui l'uomo non ha una natura (una specie, una forma), ma è un atto che
si sceglie, per riprendere una sua battuta contenuta nella lettera a Amoroso
minuta nel Fondo G. della Scuola Normale Superiore di Pisa. È un convincimento
coerente con la sua filosofia della libertà, della praxis, del primato della
volontà. Negli ultimi anni furono proprio questi capisaldi che si infransero e
vennero meno sbalzando in primo piano, al posto dei cancellieri fiorentini, filosofi
come POMPONAZZI (si veda) e, soprattutto, ALBERTI (si veda), sostenitori, l'uno
e l'altro, di una concezione totalmente disincantata dell'uomo e della vita,
ridotta o a gioco privo di senso o a una eterna vicissitudine di uomini, di
cose, di sorti. E qui si può osservare come in un microcosmo in che modo lavora
G., e quanto fosse profondo nella sua ricerca l'intreccio tra autobiografia e
storiografia, a loro volta sostenute da una posizione teorica precisa, ma
destinata, al tempo stesso, a importanti variazioni e mutamenti. ALBERTI e s infatti
sempre al centro della sua attenzione, ma venne a lungo inserito nella
prospettiva dell’Umanesimo civile, mentre negli scritti dell'ultimo periodo si
configurò come uno dei principali esponenti di una concezione che vede
nell'uomo niente altro che un ludus deorum, per riprendere l'espressione
utilizzata da Platone nelle Leggi e ripresa nel De fato da POMPONAZZI (si veda). Sono
precisamente questi temi, e queste espressioni (citate puntualmente nello
Zodiaco della vita, e rafforzate dalla scoperta che fa di alcune Intercenali
inedite di Alberti, pubblicate su Rinascimentonel), che attrassero G. quando si
convinse che la linea PICO (si veda)-Sartre si era infranta ed èstata
sconfitta. Né è facile dire quanto in queste posizioni storiografiche avesse
inciso la crisi che fin dalla fine degli anni Sessanta sta travagliando il
mondo storico, dandogli progressivamente il senso – e poi la persuasione – che
una intera epoca della cultura europea stava tramontando, dissolvendo quegli
ideali e quelle utopie che ne avevano sostenuto il cammino, specie nei momenti
più gloriosi come il Rinascimento e l’Illuminismo. In un intreccio
profondo di autobiografia e storiografia, le pagine dell'ultimo G. sono solcate
da toni assai disincantati e pessimistici. Ma neppure in questi anni, e in
questi scritti, egli si presenta al lettore in toni disarmati o vinto: troppo
forte era stata la persuasione di un primato della praxis, dell'azione, della
volontà perché essa potesse venire mai integralmente meno. Stava qui la
sorgente originaria della sua personalità fin dagli anni Trenta, e a essa –
nonostante tutto – aveva cercato di restare fedele, dipanando il filo
essenziale della sua esistenza, nelle diverse situazioni in cui gli toccò di
vivere, per quasi un secolo. Quando muore, a Firenze non ha smesso di pensare all'utopia di un
mondo diverso: come gli avevano insegnato a fare i rappresentanti più eminenti
dell'epoca alla quale aveva dedicato tanta parte della sua esistenza. G.
Il percorso storiografico di un maestro del Novecento, Giornata di studio,
Prato, Biblioteca Roncioniana a cura di Audisio - A. Savorelli, Firenze (si
vedano in particolare i saggi di Cesa, Momenti della formazione di uno storico
della filosofia e di C. Vasoli, Gli studi di E. G. Su Pico; G. e il Novecento,
numero monografico del Giornale critico della filosofia italiana; Ciliberto, G.
Un intellettuale nel Novecento, Roma-Bari; G. Dal Rinascimento all’Illuminismo,
Atti del Convegno, Firenze, a cura di Catanorchi - Lepri, con Premessa di
Ciliberto, Roma-Firenze; Il Novecento di G., Atti del Convegno promosso dalla
Fondazione Istituto Gramsci in collaborazione con l’Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, a cura di Ricci - Vacca, Roma. Grice: “Don’t expect
philosophical insight from Garin. He is at most an amanuensis. But like
Gentile, it is helpful, if you are into minor philosophers, or minor figures,
to go through the indexes of his many compilations. As with Gentile’s Storia
della filosofia italiana, Garin’s is just as boring. Garin makes it more
difficult in that he uses two or three words which we don’t use at Oxford:
‘pensiero’ for philosophy, ‘intellectual’ (‘intelletuali italiani del
novecento’) and ‘culture’ (cultura italiana del ottocento’). By these
monickers, he is attempting to include as philosophers people who we should
not!” Eugenio Antonio Garin. Eugenio Garin. Garin. Keywords: cicerone come
umanista – umanesimo e unamenismi – garin, umanista del Novecento – umanisti e
il ritorno dei filosofi antichi – umanesimo, ovvero, il primo secolo del
rinascimento – il ritorno dei filosofi antichi – retorica umanista – castelli e
garin -- le griceianisme est un humanism!” humus, human, homo sapiens, homo
sapiens sapiens, human vs. person, sapientia, persona -- human, umano,
umanesimo – filosofia romana -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Garin – umano,
troppo umano – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Garroni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
di Pinocchio – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Pinoccio flouted the maxim of sincerity!” -- Keywords:
conversational maxim. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo Italiano.
Garroni. Grice: “I like Garroni; he writes very Griceianly: on lying, on
Pinocchio, on semiotics, on Kant – ‘quasi-Kant’ --, and on sense perception
(‘senso e paradosso’, ‘immagine, figura, communicazione’). Inizia la sua
attività in Rai, dove era entrato per un invito di Gualainsieme come
intervistatore e autore di trasmissioni sulla filosofia. Affianca a questo
lavoro l'opera intellettuale di critica e di riflessione sull'estetica,
grazie anche alla sua frequentazione del mondo artistico dell'epoca anni
cinquanta, redigendo anche presentazioni e cataloghi d'arte. Insegna a Roma.
Pur essendosi tenuto fino a quel momento ai margini della vita accademica, con “La
crisi semantica dell’arte” (Roma, Officina), insegna estetica. Porta un rinnovamento
dell'estetica italiana dopo Croce, culminante in una innovativa traduzione
della Critica della facoltà di giudizio di Kant tesa a sottolinearne la co-appartenenza
di tematiche estetiche (l’estetico) ed epistemologiche (il noetico). Cura Arnheim,
Macherey, Mannoni, Lukács, Brandi, Dufrenne, akobson e del Circolo linguistico
di Praga e collaborato alla rivista Rassegna di filosofia, alle riviste
cinematografiche Cinema Nuovo e Filmcritica e alla Enciclopedia Einaudi.Cura
Benedetto, Bottari, Melis, Fieschi,
Vacchi, Greco ecc. L’estetica è una "filosofia non speciale" il
cui compito non deve limitarsi allo studio delle espressioni artistiche
("il bello", “l’arte” e “la natura”), ma è finalizzato ad una visione
e ad una "costruzione" del mondo fondata sull'esperienza del “senso”
(il sensibile, sentire, sensate). Ciò che va rivendicata è la portata
iudicativa (e non solo volitiva) delle riflessioni kantiane, che trascendono lo
stato empirico delle scienze e vivono
operanti nel meglio degli indirizzi novecenteschi, magari di ciò inconsapevoli.
(L’orizzonte di senso). Altre opere: “Il mito negative” (Roma, Officina); “Semiotica
ed estetica. L'eterogeneità del linguaggio e il linguaggio cinematografico”
(Bari, Laterza); “Progetto di semiotica: il concetto di messagio” (Roma-Bari,
Laterza); “Pinocchio uno e bino” (Roma-Bari, Laterza); “Estetica ed
epistemologia. Riflessioni sulla "Critica del Giudizio"” (Roma,
Bulzoni); “Ricognizione della semiotica” (Roma, Officina); “Estetica e
linguistica” (Bologna, Il Mulino); “Senso e paradosso. L'estetica, filosofia
non speciale” (Roma-Bari, Laterza); “Estetica. Uno sguardo-attraverso” (Milano,
Garzanti); “Sul mentare e il mentire” (Castrovillari, Teda); “Altro dall'arte. Saggi
di estetica” (Roma-Bari, Laterza); “Senso e storia dell'estetica: studi offerti
a Emilio Garroni” (Pietro Montani, Parma, Pratiche Editrice);
"Interpretare", in Il testo letterario. Istruzioni per l'uso,
Roma-Bari, Laterza); “Critica della facoltà di giudizio” (Torino, Einaudi);
“Immagine e figura” (Roma-Bari, Laterza); “Scritti sul cinema: pubblicati dalla
rivista "Filmcritica"; Bruno e Cervini, Torino, Aragno, Creatività,
introduzione di Paolo Virno, Macerata, Quodlibet); “La macchia gialla’ (Milano,
Lerici, Dissonanzen quartett. Una storia” (Parma, Pratiche); “Racconti morali,
o Della vicinanza e della lontananza, Roma, Editori riuniti); “Sulla morte e
sull'arte: racconti morali, Parma, Pratiche); Lettere alla TV”, Monteleone,
Storia della Radio e della Televisione italiana, Marsilio; Una puntata, tratta
da Rai Teche, del programma TV "Arti e Scienze", in cui G. parla del
Bauhaus e intervista Zevi e Gropius
Presentazione della mostra dell'Autoritratto; Articolo de La Repubblica;
Intervista che riassume la nozione di estetica come "filosofia non
speciale". L'intervista fa parte dell'Enciclopedia multimediale delle
scienze filosofiche. Treccani L'Enciclopedia
italiana". Legalità / Creatività.: G. legge Kant di Romeo Bufalo, in Studi
di estetica, Bologna. LORENZINI, Carlo (Collodi). Nasce a Firenze,
primogenito di Domenico, originario di Cortona, cuoco del marchese Carlo
Leopoldo Ginori Lisci, e di Angiolina (Maria Angela Carolina) Orzali, figlia
del fattore dei marchesi Garzoni Venturi e nata a Veneri (frazione di Collodi).
Degli altri nove figli di casa Lorenzini sopravvissero il terzogenito Paolo,
Maria Adelaide, Giuseppina, e l'ultimo dei fratelli del L., Ippolito. È
probabile che il L. abbia frequentato le scuole elementari a Collodi, dove
risulta ospitato dagli zii materni Giuseppe e Teresa (forse per le disagiate
condizioni della famiglia a Firenze); l'anno successivo, con il sostegno
economico del marchese Ginori, entrò nel seminario di Colle di Val d'Elsa. Decise
di interrompere gli studi in seminario, iscrivendosi nel maggio dell'anno
successivo al corso di retorica e filosofia delle Scuole pie di S. Giovannino a
Firenze. Terminato il corso trovò subito un impiego nella libreria Piatti di
Firenze, nella quale aveva già svolto lavori saltuari per potersi mantenere
agli studi. La libreria, anche casa editrice, era fra le più importanti
di Firenze e frequentata da molti letterati e patrioti liberali, tra i quali
G.B. Niccolini, principale autore delle edizioni Piatti, considerato dal
giovane L. uno dei grandi scrittori italiani. Il L. aveva incarico di redigere
notizie, recensioni e bollettini bibliografici per il catalogo delle novità
della libreria e strinse profonda amicizia con G. Aiazzi, amministratore
dell'impresa ed erudito bibliotecario della Rinucciniana, al quale restò legato
tutta la vita. Aiazzi avviò il L., che ottenne l'autorizzazione alla lettura
dei libri proibiti, alle ricerche di biblioteca e d'archivio e ne accompagnò le
prime prove come cronista teatrale nella Rivista di Firenze e come critico
musicale nell'Arpa musicale, periodi co milanese animato da C. Tenca,
dove apparve il primo articolo firmato
del L., L'arpa. L., insieme con il fratello Paolo e con Giulio Piatti,
proprietario della libreria, si arruolò nel II battaglione fiorentino e
combatté a Montanara: di questa prima esperienza militare rimangono, nelle
Carte collodiane, tre lettere ad Aiazzi, già notevoli per lucidità
d'osservazione e descrizione. In estate il L. tornò a Firenze e dovette
trovarsi un altro impiego anche per poter aiutare la famiglia colpita dalla
malattia del padre, che morì alla fine di settembre a Cortona. Per
interessamento di Aiazzi fu nominato "messaggiere" (segretario,
commesso) del Senato toscano e arrotondò il modesto stipendio con un'intensa
attività di collaborazione a diverse testate, in particolare, al periodico
democratico Il Lampione di cui fu tra i fondatori. Qui pubblicò numerosi
articoli, per lo più non firmati, tra i quali spiccano alcuni pezzi
anticomunisti e antifemministi e, soprattutto, la serie di ritratti intitolata
"fisiologie" in cui già con matura incisività satirica tratteggiava
caratteri e tipi contemporanei, come quelli contrapposti del "codino"
e del "crociato" (cioè il falso volontario): in essi più che
"mazziniano sfegatato" (come lo definì Martini, p. 168), manifestava
tendenze repubblicane e democratiche derivate da Mazzini solo "in termini
generali" e in "modo indiretto" (G. Candeloro, C. Collodi nel
giornalismo del Risorgimento, in Studi collodiani). Con il ritorno dei
Lorena nel Granducato, L. dapprima rinunciò all'impiego (o ne fu allontanato),
poi, in giugno, fu reintegrato, ma la sua condizione lavorativa dovette restare
precaria, tanto che l'autunno dell'anno successivo si dedicò alla traduzione dal
francese del romanzo La figlia dell'archibugieredi M. Masson che apparve a
puntate nel periodico milanese l'Italia musicale, per il quale compì un lungo
giro tra Emilia e Lombardia come critico corrispondente; con quella rivista
continuò a collaborare per tutto il 1851 (nell'agosto era di nuovo a Milano per
i suoi impegni giornalistici) e quando perdette definitivamente il suo
impiego. Con il 1853 l'impegno del L. come giornalista e pubblicista si
intensificò ulteriormente ed egli divenne una delle firme di punta del
periodico artistico-letterario e teatrale L'Arte(cui collaborava anche I.
Nievo). Nel periodico fiorentino venne pubblicando articoli di critica
musicale, teatrale e letteraria (tra cu una feroce stroncatura del poema
Rodolfo di G. Prati che anticipava di netto le prese di posizione negative di
F. De Sanctis e G. Carducci sul poeta trentino) e prose umoristiche: tra
l'altro, condusse una battaglia contro la pittura accademica convergendo sulle
posizioni dei macchiaioli, i cui più importanti esponenti (T. Signorini, A.
Tricca, S. Ussi) incontrava e frequentava al caffè Michelangiolo. Il tutto
"con uno stile rapido e di presa immediata, che si segnala per il valore e
la modernità del linguaggio" (Marcheschi, in C. Collodi, Opere).
Contemporaneamente, fondò e diresse il periodico teatrale Lo Scaramuccia, per
il quale aveva reclutato collaboratori di livello, tra cui P. Fanfani e il
giovane P. Ferrigni (Coccoluto Ferrigni), poi famoso con lo pseudonimo di
Yorick. Ormai dedito a tempo pieno alla sua attività di pubblicista e
scrittore, estese il raggio delle sue collaborazioni giornalistiche a periodici
quali Lo Spettatore (cui collaboravano, tra gli altri, G. Giusti, N. Tommaseo e
R. Bonghi) e al giornale umoristico La Lente, in cui per la prima volta usò lo
pseudonimo di Collodi (nell'articolo Coda al programma della Lente).
Il L. coltivava anche ambizioni di scrittore teatrale e compose il dramma
in due atti Gli amici di casa ispirato a un episodio reale e in cui si
ritrovano evidenti influssi del romanzo Beppe Arpia di P. Emiliani Giudici:
tentò invano di farlo rappresentare, ma il testo fu bloccato dalla censura,
cosicché più tardi poté pubblicarlo (Firenze), ma non riuscì a farlo mettere in
scena. Pubblica Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida
storico-umoristica, nato come opuscolo-guida per viaggiatori in occasione
dell'inaugurazione della ferrovia Leopolda, che collegava appunto Firenze a
Livorno. In esso il L. contaminava e stravolgeva, tentando un'inedita forma di
giornalismo umoristico ispirato al modello di L. Sterne (cfr. Marcheschi, in C.
Collodi, Opere), il genere "popolare" del romanzo e quello
"borghese" della guida di viaggio. Così la narrazione romanzesca, che
procede in modo parodisticamente caotico e con l'intreccio ingarbugliato della
narrativa d'appendice, è inframmezzata da divagazioni con informazioni utili o
curiose per il viaggiatore sulle diverse località toccate dalla ferrovia.
Confortato dal buon esito di critica e pubblico del Romanzo in vapore, il L. si
dedicò alla stesura di un'altra opera romanzesca di carattere parodistico, I
misteri di Firenze. Scene sociali, che uscì a dispense dall'ottobre 1857,
preannunciata dalla stampa sin da maggio ed elogiata per lo stile vivace e
spontaneo. Il romanzo, che restò (forse intenzionalmente) interrotto al primo
volume, intendeva essere sin dal titolo parodia della narrativa d'appendice
alla E. Sue (I misteri di Parigi), ma si risolve, senza il consolante lieto
fine del romanzo popolare, in un'amara critica della società fiorentina,
moralmente e politicamente decaduta, condotta con uno stile fortemente
espressivo e satirico, con esiti non di rado farseschi e surreali.
Durante la stesura di queste opere, il L. proseguì incessantemente la sua
intensa attività di pubblicista e di operatore teatrale. Assunse l'incarico di
segretario della compagnia teatrale Romandiolo-Picena fondata da G. Servadio,
facendo la spola nei mesi successivi tra Ancona, Bologna e Firenze e
intrecciando una breve e tormentata relazione amorosa con il mezzosoprano
Giulia De Filippi Sanchioli. Conclusa la sua attività di segretario della
Romandiolo-Picena, tornò per breve tempo a Firenze, da dove ripartì
improvvisamente (forse in seguito a un'altra infelice relazione amorosa) la
primavera successiva, spostandosi tra Milano e Torino come critico del
periodico L'Italia musicale. Nella capitale sabauda si arruolò
nell'esercito piemontese e partecipò come soldato semplice alla guerra. Dopo
l'umiliante armistizio di Villafranca, alla fine di agosto fu posto in congedo
e ritornò a Firenze. Qui, amareggiato e depresso, iniziò a collaborare come
"cronista settimanale" al giornale La Nazione, diretto dall'amico A.
D'Ancona, espressione del gruppo moderato che faceva capo a B. Ricasoli. E
proprio dalla cerchia di Ricasoli, tramite C. Bianchi, gli venne chiesto di
scrivere una replica all'opuscolo La politica napoleonica e quella del governo
toscano del conservatore federalista e neoguelfo E. Albèri, uscito (con la
falsa indicazione di Parigi, in realtà a Firenze) ai primi di dicembre del 1859.
In esso, con un violento attacco contro i toscani filopiemontesi, i plebisciti
e il partito unitario, si propugnava l'istituzione di un Regno dell'Italia
centrale, da assegnare, secondo il desiderio di Napoleone III, a Gerolamo
Bonaparte. Il L. rispose con l'ironico e brioso Il sig. Albèri ha ragione!(
Dialogo apologetico (scritto a Collodi e pubblicato a Firenze alla fine di
dicembre), in cui, fingendo di schierarsi dalla parte del professore
bonapartista, ne ridicolizzava la proposta politica, sottolineando come
sull'ipotesi dell'annessione convergesse la volontà prevalente dei
Toscani. Nel febbraio del 1860, per interessamento del marchese Ginori e
di Ricasoli, ricevette la nomina per il modesto ruolo di commesso aggregato
della commissione di censura teatrale; in marzo condusse dalle colonne de La
Nazione un'accesa campagna in sostegno dei plebisciti annessionistici. Nei mesi
successivi si imbarcò nell'impresa della riesumazione del quotidiano umoristico
Il Lampione, di cui era insieme fondatore, compilatore e direttore (mentre il
fratello Paolo ne era l'amministratore) e che, presentandosi come prosecuzione
del giornale interrotto, intendeva incarnare ed esprimere l'evoluzione (non
solo del L.) dal repubblicanesimo quarantottesco al successivo e più maturo
lealismo annessionistico. A questa amara e disillusa evoluzione politica
corrispondeva del resto l'insoddisfazione personale per la sua posizione
lavorativa, ormai stabile ma modesta e non amata. Ai doveri del suo ufficio il
L. si dedicò sempre senza entusiasmo, anche quando, nel 1864, ebbe la nomina a
segretario di seconda classe nell'amministrazione provinciale di Firenze e poi,
nel 1874, quella a segretario di prima classe: appena poté chiese e ottenne di
essere collocato a riposo. Le non onerose incombenze del suo
impiego, pertanto, non gli impedirono di occuparsi con crescente intensità
delle sue molteplici attività di pubblicista, scrittore teatrale e, infine, di
cultore di cose di lingua. Così, nel novembre 1860, recandosi a Milano per
contattare Tenca e il gruppo del periodico Il Crepuscolo, fu cooptato come
segretario aggiunto nella Commissione promotrice del Panteon italiano, cui era
collegato il progetto di un'edizione nazionale delle opere di Dante. Pubblica
l'opuscolo La Manifattura delle porcellane di Doccia, steso (probabilmente per
iniziativa del fratello Paolo, direttore della fabbrica Ginori) come guida
storica e illustrativa dell'industria dei marchesi Ginori in occasione
dell'Esposizione italiana che si tenne quell'anno a Firenze. L'opuscolo del L.,
che ripercorreva abbastanza fedelmente la linea espositiva di un analogo
volumetto compilato ancora da Albèri circa vent'anni prima, era anche un
"elogio della politica illuminata dei marchesi Carlo ("l'Owen della
Toscana") e Lorenzo, per migliorare le condizioni di vita dei propri
operai" (Marcheschi, in C. Collodi, Opere). Ne Il Lampione, apparve
la commedia Gli estremi si toccano, in seguito ampliata con il titolo La
coscienza e l'impiego, amara satira politica contro l'eterno trasformismo, e in
novembre poté finalmente far rappresentare il dramma Gli amici di casa, rielaborato
sul modello delle opere di V. Sardou in forma di commedia in tre atti:
l'accoglienza della critica fu tiepida, ma unanime consenso ricevette la
vivacità linguistica del testo. Al teatro il L. continuò a dedicarsi per
tutto il decennio successivo sia per dovere d'ufficio (fa parte della Società
d'incoraggiamento teatrale e nella Gazzetta d'Italia apparve un suo importante
articolo tecnico sulla Censura teatrale in Italia) sia come critico e in
qualità di autore. Pubblica a Firenze la commedia in tre atti L'onore del
marito, rappresentata per la prima volta al teatro Niccolini, rivolta non tanto
alla condanna dell'adulterio quanto a sottolineare la vitalità della borghesia
attiva rispetto all'infiacchita e oziosa aristocrazia italiana. In quel periodo
attese anche alla stesura della commedia in quattro atti Antonietta
Buontalenti, che non risulta essere stata rappresentata; risale inoltre la
composizione della commedia in due atti I ragazzi grandi, rappresentata con
scarso successo a Firenze nell'agosto dell'anno successivo. Subito trascritta
in forma di racconto lungo (o romanzo breve), fu pubblicata a puntate nel
Fanfulla con il significativo sottotitolo Bozzetti e studi dal vero. Con esso
per un verso si indicava il registro di spietata lucidità con cui erano
ritratti i protagonisti, viziati dall'ozio, dall'agiatezza e dall'opportunismo
politico; per l'altro si chiariva come il "vero" che si prefiggeva
L., più che quello del naturalismo letterario, era quello nitido, rapidamente
tratteggiato e nettamente chiaroscurato en plein air della contemporanea
pittura toscana. Del resto, anche nell'intensa attività giornalistica
esercitata dal L. nel quindicennio che va dall'Unità, in particolare in La
Nazione, La Gazzetta del popolo e nel Fanfulla, la sua attenzione di notista
politico e di osservatore e commentatore di costume andò concentrandosi, con
toni progressivamente amari e disillusi, sull'esame dei problemi, dei conflitti
e degli scandali dell'Italia appena unificata, con attacchi sempre più ironici
e velenosi contro personaggi e provvedimenti politici (come M. Coppino e la sua
legge sull'istruzione elementare, Q. Sella e la tassa sul macinato, il corso
forzoso e la politica fiscale dei governi della Destra) e soprattutto contro
tipi, costumi e mentalità dominanti, fino all'acme paradossale e sferzante
della Delenda Toscana, sarcastica lettera aperta a M. Minghetti, pubblicata il
30 genn. 1876 nel Fanfulla. Qui, in risposta alla ventata antitoscana
successiva alla polemica sul privilegiato esercizio delle ferrovie, era esposta
la paradossale e sferzante proposta di sopprimere la Toscana stessa,
cancellandola dalla carta geografica del Regno d'Italia. A questa
oltranza polemica, pagata peraltro cara dall'impiegato L., diffidato, in quanto
dipendente del ministero degli Interni, da G. Nicotera e da F. Crispi dal
pubblicare articoli politici, seguì un deciso cambiamento di attività e di
orizzonti. In primo luogo, al giornalismo etico-politico militante
subentrò una fase in cui L. si dedicò al riordino e alla pubblicazione in
volume del meglio della propria produzione pubblicistica (racconti e cronache)
nelle raccolte, dai titoli programmaticamente eloquenti, Macchiette (Milano) e
Occhi e nasi. Ricordi dal vero (Firenze). In esse riunì, senza alcuna
revisione, semplicemente legate con il "filo di refe", come avvertiva
non senza autoironica civetteria nella prefazione di Macchiette, le prove più
tipiche della prosa giornalistica, caratterizzate da "sapienti scorciature
e tagli narrativi" (Asor Rosa) a formare un antinaturalistico ritratto
"alla macchia" dell'Italia contemporanea, schizzato, cioè, "dal
vero" non a "figurine intere" ma con i tratti essenziali dei
"profili", gli occhi e i nasi (prefazione a Occhi e nasi).
Inoltre, si fece più consapevole la sua attenzione, sempre così acuta, ai
fatti di lingua, e tale senso nativo della lingua venne precisandosi in una più
chiara adesione al fiorentino vivo di tono medio. Proprio per questo ènominato
dal ministro E. Broglio membro straordinario della giunta per la compilazione
del vocabolario dell'uso fiorentino, impresa alla quale, peraltro, dette scarso
contributo. L. si indirizzò, dapprima casualmente e occasionalmente, poi
con impegno, assiduità e adesione personale sempre più convinti, verso la
letteratura per l'infanzia. Questa gli offriva un terreno di illimitata libertà
fantastica in cui superare la grigia realtà del presente e insieme la
possibilità di una sua piena partecipazione al clima "fortemente
pedagogizzante" del "mondo morale e intellettuale del tempo",
dominato da un "bisogno incoercibile di guardare al di sotto della
superficie" delle cose (Asor Rosa), dal quale prendevano le mosse i due
diversi ma in fondo convergenti filoni della letteratura verista e della
letteratura moralistica e normativa alla De Amicis. L'occasione per quella
svolta fu offerta al L. dalla dinamica casa editrice fiorentina dei fratelli
Paggi, all'avanguardia nel fiorente mercato dell'editoria scolastica, che gli
propose di tradurre i Contes e le Histoires di Ch. Perrault, nonché le favole
della Contessa di Aulnoy e di Jeanne-Marie Le Prince de Beaumont. La versione,
condotta dal L. con leggere variazioni rispetto agli originali e con stile piano
ed elegantissimo, uscì l'anno seguente con il titolo Racconti delle fate e le
illustrazioni di E. Mazzanti. Da allora, pur riprendendo la
collaborazione al Fanfulla e continuando la sua attività di critico teatrale,
il L. si mosse quasi esclusivamente nel campo della letteratura scolastica e
per ragazzi. Così, sempre presso Paggi pubblicò con discreto esito i due libri
di lettura Giannettino, che sin nel titolo riprendeva il fortunato romanzo
pedagogico Giannetto di L.A. Parravicini, e Minuzzolo: entrambi erano storie di
bambini discoli o svogliati, ricondotti alla scuola e alla normalità dalle
famiglie e da esperienze che li inducevano a riflettere (lo schema è già quello
di Pinocchio, ma le peripezie dei due protagonisti si svolgono sullo sfondo
della Firenze contemporanea). Ormai accreditato tra i più ricercati
autori di libri scolastici e per l'infanzia, il L. (che per le sue opere
pedagogiche ottenne nel 1878 la nomina a cavaliere della Corona d'Italia e
ricevette da Conti, assessore alla cultura del Comune di Firenze, l'incarico di
compilare i libri di testo per le scuole fiorentine) si dedicò con insolita
metodicità alla compilazione di una lunga serie di opere che configuravano una
sezione autonoma, personale e sistematica, all'interno della "Biblioteca
scolastica" della casa editrice Paggi. Nacque così, tra l'altro, una serie
di volumi imperniati sulla figura di Giannettino: il Viaggio per l'Italia di
Giannettino: Italia superiore, seguito nel 1883 dal secondo volume dedicato
all'Italia centrale e nel 1886 dal terzo, sull'Italia meridionale; La
grammatica di Giannettino; L'abbaco di Giannettino(1884); La geografia di
Giannettino; fino a La lanterna magica di Giannettino. Con la loro formula
innovativa questi testi costituirono una novità ben accolta dal mondo
scolastico, ma non sempre apprezzata dai vertici più austeri e arcigni del
ministero della Pubblica Istruzione (cfr. Raicich): le diverse discipline,
infatti, erano esposte in forma decisamente scherzosa e discorsiva, spesso
apertamente dialogica nell'intento di alleggerire la finalità didascalica del
testo e rendere l'apprendimento il più possibile piacevole e
"naturale". Al centro di tale intensa attività vanno inquadrate
la nascita e la complessa vicenda redazionale ed editoriale de Le avventure di
Pinocchio. Il libro nacque per le insistenze di G. Biagi, vecchio amico del L.,
che lo voleva tra i collaboratori del periodico Il Giornale per i bambini di
cui era animatore e che era stato fondato da Martini con l'ambizione di rinnovare
la letteratura infantile italiana. L., ormai stanco e disilluso, rispose
controvoglia inviando all'amico i primi tre capitoli di un testo intitolato La
storia di un burattino (dallo stesso L. definito, con la consueta autoironia,
"una bambinata"), pubblicati nei numeri di luglio del Giornale. I
capitoli successivi apparvero nei numeri dal 4 agosto al 27 ottobre: la vicenda
si concludeva al capitolo XV con l'impiccagione e la presunta morte del
burattino. Forse per le insistenze di Biagi e certo per il successo riscosso
dalla storia, il L., dopo molti dinieghi, si decise a proseguire la narrazione,
il cui seguito, con il titolo ormai definitivo di Le avventure di Pinocchio.
Storia di un burattino, iniziò a essere pubblicato (dal cap. XVI). La
pubblicazione proseguì a ritmo irregolare. Velocissima è la pubblicazione in
volume, che uscì nel febbraio successivo presso Paggi, con le illustrazioni, di
nuovo, di Mazzanti; sempre presso Paggi apparvero, e andarono presto esaurite,
una seconda edizione nel 1886 (lo stesso anno in cui Amicis pubblica Cuore),
una terza di cui non restano esemplari, e una quarta. L'ultima edizione uscita
vivente l'autore fu quella pubblicata nel 1890 presso R. Bemporad et figlio
concessionari della Libreria Paggi. Non è sicuro che il L. abbia rivisto
personalmente tutte queste edizioni, che pure furono stampate con il suo
consenso; è certo, però, che nel corso delle varie ristampe il testo fu
alterato da refusi e banalizzazioni. Se ci si limita alle sole
circostanze esterne della composizione e della pubblicazione di Pinocchio,
dunque, può risultare fondata la qualifica di "capolavoro scritto per
caso" risalente a P. Pancrazi. In essa, oltretutto, è cristallizzata in
un'efficace formula critica la constatazione che la straordinaria qualità
espressiva della "bambinata" ha finito per mettere in ombra il resto
dell'intensa carriera letteraria e giornalistica del L., il quale, se non
avesse scritto il suo capolavoro, sarebbe comunque restato, al di là delle sue
ambizioni teatrali, uno dei protagonisti della narrativa umoristica e
soprattutto del giornalismo della seconda metà dell'Ottocento. In
realtà, nell'archetipica polisemia della fiaba e con l'enigmatica perspicuità
del capolavoro, in Pinocchio convergevano, in una struttura insieme
profondamente coesa, traballante e sfuggente, tutte le componenti e le
esperienze della vita e della carriera letteraria del L.: dalla sua lunga
militanza come scrittore satirico e bozzettista (trasfusa nelle numerose figure
e figurine che animano l'universo del burattino), alla sua intensa attività di
autore di testi scolastici (da cui deriva il registro scherzoso e colloquiale
con cui è condotta la narrazione), alla sua ricerca di una lingua non
letteraria e mediana, che trova piena realizzazione nel toscano
"vivo" in cui la celebre fiaba è narrata. Di tutto ciò non si
accorsero né i contemporanei, che decretarono a Le avventure di Pinocchio un
successo crescente ma circoscritto all'esiguo spazio della letteratura
infantile, mentre la fortuna editoriale della "bambinata" veniva
crescendo fino a farne il libro più letto e tradotto al mondo dopo la Bibbia,
né gli antesignani della critica collodiana (da P. Hazard, a Pancrazi, a B.
Croce, fino ad A. Savinio e A. Baldini), i quali, rivolti a indagare e
rivendicare Pinocchiocome capolavoro della letteratura mondiale, non si
curarono di ricostruirne i nessi con la vita e la carriera del suo
autore. Negli anni della composizione e pubblicazione di Pinocchio, il L.
proseguì la collaborazione al Fanfulla e assunse parte sempre più attiva nella
gestione del Giornale per i bambini, di cui divenne direttore e nel quale
pubblicò racconti e novelle quali Chi non ha coraggio vada alla guerra.
Proverbio in due parti, La festa di Natale e Pipì lo scimmiottino color di
rosa, quest'ultima confluita con altri racconti e memorie, tra cui il brioso
dialogo Dopo il teatro, nel volume Storie allegre pubblicato nel 1887, sempre
presso Paggi. L'anno prima era morta la madre, presso la quale il L.
ancora viveva, e per lui fu un colpo da cui non riuscì a riprendersi. Gli anni
successivi furono i più tristi e solitari della vita del L. che, già minato nel
fisico, venne sempre più chiudendosi in se stesso e isolandosi nel suo lavoro.
L. muore a Firenze improvvisamente. Dopo la sua morte, su incarico del
fratello Paolo, il grammatico e lessicografo purista G. Rigutini ordinò e
raccolse in due volumi (Note gaie e Divagazioni critico-umoristiche, editi
entrambi a Firenze) gran parte delle prose sparse del L., intervenendo con
arbitrarie correzioni e aggiunte ai testi. Rigutini e il fratello Paolo,
inoltre, passarono in rassegna la vasta raccolta delle sue carte, provvedendo a
distruggere quasi tutte le lettere (private o d'argomento politico) che
avrebbero potuto nuocere all'onorabilità del L. e di molti viventi, e
soprattutto molti inediti, al fine di salvaguardare "il buon nome del
Collodi scrittore" (cfr. Paolo Lorenzini [Collodi nipote]). Le non molte
carte sopravvissute furono donate dall'ultimo dei fratelli, Ippolito, alla
Biblioteca nazionale di Firenze. Fonti e Bibl.: Firenze, Biblioteca
nazionale, N.A., 754: Carte Lorenzini, cassette I, II, III; un altro nucleo di
carte è custodito presso l'archivio del Gruppo editoriale Giunti Bemporad
Marzocco di Firenze, erede della casa editrice Paggi (cfr. Minicucci, Tra
l'inedito e l'edito delle carte manoscritte di C. L., in Studi collodiani. Atti
del I Convegno internazionale, Pescia. Altri documenti sono presso
l'Autografoteca Bastogi della Biblioteca Labronica F.D. Guerrazzi di Livorno e
presso la Biblioteca nazionale di Roma. Infine, numerosi cimeli sono conservati
presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze (cfr. i cataloghi Collodi
giornalista e scrittore, a cura di R. Maini - P. Scapecchi, Firenze; Pinocchio
e pinocchiate nelle edizioni fiorentine della Marucelliana, a cura di R. Maini
- M. Zangheri, Firenze). Tra le testimonianze biografiche contemporanee,
i necrologi di E. Checchi e Yorick (rispettivamente nel Fanfulla della domenica
e nella Domenica fiorentina; i profili premessi dai curatori a due successive
edizioni delle Note gaie del L. (a cura di G. Rigutini, Firenze; a cura di I.
Cortona, Lorenzini); G. Biagi, Il babbo di "Pinocchio": C. Collodi,
in La Lettura, Martini, Confessioni e ricordi (Firenze granducale), I, Firenze;
inoltre Lorenzini, Collodi e Pinocchio, Firenze 1954; R. Bertacchini, Il padre
di Pinocchio. Vita e opere del Collodi, Milano, Traversetti, Introduzione a
Collodi, Roma-Bari; Cronologia, in C. Collodi, Opere, a cura di D. Marcheschi,
Milano. Manca un'edizione completa delle opere del L.: il progettato Tutto
Collodi, a cura di P. Pancrazi, è rimasto interrotto al primo volume (Firenze);
la più ampia raccolta attualmente disponibile è quella delle Opere, a cura di
D. Marcheschi, che nella Bibliografia delle opere di C. Collodi dà conto delle
numerose edizioni e ristampe dei testi giornalistici e delle opere minori
(narrative e teatrali) del L.: va inoltre ricordata la ristampa anastatica
della Grammatica di Giannettino, a cura di Geymonat, Firenze. De Le
avventure di Pinocchio si segnalano solo le edizioni di particolare rilievo: le
due edizioni critiche, la prima a cura di A. Camilli, Firenze 1946 (basata
sull'edizione Paggi del 1883); la seconda, a cura di O. Castellani Pollidori,
Pescia 1983 (fondata sull'edizione Bemporad, l'ultima rivista dall'autore -, ma
corredata delle varianti delle precedenti stampe e dei manoscritti
dell'autore); inoltre, le tre edizioni curate da F. Tempesti (tutte pubblicate
a Milano), corredate da un ampio commento e da ricchi apparati documentari;
infine, quella compresa nella raccolta di Opere, a cura di Marcheschi, con
ampio corredo di note. Tra le più recenti, quella (Torino 2002) con introd. di
S. Bartezzaghi e prefaz. di G. Jervis, e quella (Milano) con introd. di P.
Italia e prefaz. di V. Cerami. Per il resto si rinvia (anche per la letteratura
critica) alla Bibliografia Collodiana di L. Volpicelli (Pescia), da integrare
con la citata Bibliografia di D. Marcheschi, aggiornata,, alla consultazione
del catalogo della Biblioteca Collodiana e all'Archivio digitale degli articoli
su C. Collodi e Pinocchio (on-line su internet), gestiti dalla Fondazione
nazionale Carlo Collodi di Pescia. La storia degli studi critici sul L. in
gran parte contributi su Pinocchio) è ricostruita in due ampie panoramiche: Da
Collodi a L.: sulla fortuna critica di D. Marcheschi, in C. L. oltre l'ombra di
Collodi, cur. Viola e Rovigatti, Roma; Pinocchio. Breve storia della critica
collodiana di Bertacchini, in C. L.- Collodi nel centenario. Atti del Convegno,
Roma-Pescia Roma. Pertanto, diamo per esteso solo i riferimenti agli incunaboli
della critica collodiana richiamati nel testo: P. Hazard, La littérature
enfantine en Italie, in Revue des deux mondes, Pancrazi, Elogio di Pinocchio,
in Id., Venti uomini, un satiro e un burattino, Firenze Croce, Pinocchio, in
Id., La letteratura della Nuova Italia, V, Bari; Bargellini, La verità di
Pinocchio, Brescia Savinio, Collodi, in Id., Narrate uomini la vostra storia,
Milano Fazio Allmayer, Commento a Pinocchio, Firenze; Baldini, La ragion
politica di "Pinocchio, in Id., Fine Ottocento. Carducci, Pascoli,
D'Annunzio e minori, Firenze; Pancrazi, Capolavoro scritto per caso, in Id.,
Scrittori d'oggi, Segni del tempo. Inoltre, va ricordato l'impulso dato allo
studio della personalità e dell'opera del L. dalla Fondazione nazionale Carlo
Collodi, a Pescia, soprattutto con una lunga serie di congressi scientifici:
Studi collodiani. Atti del Convegno Pescia; Pinocchio oggi. Atti del Convegno
pedagogico, Pescia-Collodi, C'era una volta un pezzo di legno. Atti del
Convegno La simbologia di Pinocchio", Pescia Milano; Folkloristi italiani
del tempo del Collodi(, Pescia, cur. Clemente - M. Fresta, Montepulciano;
Pinocchio fra i burattini. Atti del Convegno internazionale, cur. Tempesti,
Firenze; Pinocchio sullo schermo e sulla scena. Atti del Convegno
internazionale, a cura di G. Flores d'Arcais, Firenze; Scrittura dell'uso al
tempo del Collodi cur. Tempesti, Firenze; Pinocchio nella pubblicità(, Pescia cur.
Bernacchi, Firenze; Sterne e Collodi. Atti della tavola rotonda, Lucca.
Per il centenario della morte del L. vanno ricordati il volume promosso dalla
Banca Toscana, C. Collodi, lo spazio delle meraviglie, a cura di R. Fedi, con
introduzione di L. Comencini e Suso Cecchi D'Amico, Firenze e le citate
pubblicazioni dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana a Roma: il catalogo C.
L. oltre l'ombra di Collodi; e gli atti del Convegno C. L.- Collodi nel
centenario. Tra gli studi dell'ultimo decennio: M. Raicich, Di grammatica
in retorica. Lingua scuola editoria nella Terza Italia, Roma; G. Cives,
Pinocchio tra realtà e sogno, in F. Cambi - G. Cives, Il bambino e la lettura.
Testi scolastici e libri per l'infanzia, Pisa, Giachery, Tre compari intorno a
un burattino, in Id., La letteratura come amicizia, Roma, Gómez del Manzano -
G. Janier Manica, Pinocchio in Spagna, Scandicci; A. Asor Rosa, Le avventure di
Pinocchio, in Id., Genus Italicum. Saggi sull'identità letteraria italiana nel
tempo, Torino, Citati, Il ritratto di "Pinocchio", in Id., Ritratti
di donne, Milano, Cives, Da "Pinocchio" a "Cuore": due
fortune molto diverse, in Scuola e città, Farnetti, I notturni di Pinocchio, in
Id., L'irruzione del vedere nel pensare. Saggi sul fantastico, Pasian di Prato
Gasparini, La corsa di Pinocchio, Milano Lanza, Lo stolto. Di Socrate,
Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune, Torino; Tempesti,
Pinocchio, in I luoghi della memoria: strutture ed eventi dell'Italia unita, a
cura di M. Isnenghi, Roma-Bari, Spinazzola, Pinocchio et C., Milano Toesca, La
filosofia di Pinocchio, ovvero l'Odissea di un ragazzo per bene con memoria di
burattino, in Forum Italicum, Pizzoli, Sul contributo di "Pinocchio"
alla fraseologia italiana, in Studi linguistici italiani, Randaccio, La "Legge
shandyana del nome" nei personaggi di C. Collodi, in Riv. italiana di
onomastica, Bertacchini, Collodi poeta di teatro, in Nuova Antologia, Biffi,
Alcuni interrogativi su Collodi e Pinocchio, in Studi cattolici; Campa, La
metafora dell'irrealtà: saggio su "Le avventure di Pinocchio", Lucca;
Sterne e Collodi, Lucca, testi di R. Bertacchini, D. Marcheschi, F. Tempesti, Guagnini,
Il "Romanzo in vapore" e la tradizione delle guide e della
letteratura di viaggio, in Id., Viaggi d'inchiostro. Note su viaggi e
letteratura in Italia, Udine, Iermano, Da Parravicini a Amicis: considerazioni
sulla letteratura per l'infanzia tra Risorgimento e Italia umbertina, in Studi
piemontesi, Carosi, Pinocchio. Un messaggio iniziatico, prefaz. di G. De Turris,
Roma; A. Gnocchi - M. Palmaro, Ipotesi su Pinocchio, Milano; Moret, Pinocchio e
le pinocchiate in Francia, in Levia gravia, Tamburini, Il cuore di Collodi e
quello di De Amicis, in Studi piemontesi, Villoresi, La letteratura poliziesca
e del mistero ambientata a Firenze. Contributo per un itinerario di ricerca, in
Archivi del nuovo, Lavizzari, Della disubbidienza in Pinocchio, in Nuovi
Argomenti, Geymonat, Una grammatica di
buon senso, in Collodi, La grammatica di Giannettino, cur. Geymonat, Firenze; Marello,
La dubbia efficacia del paternalismo induttivo, i Castellani Pollidori, In riva
al fiume della lingua. Studi di linguistica e filologia, Roma, ad ind.; Il giro
di Pinocchio in due giornate. Convegno internazionale di studi, Pisa. Proietti.
Ho intervistato G. presso la sua casa di Roma. Pochi mesi prima avevo deciso,
insieme al mio relatore Amoroso, di scrivere un saggio i sull’estetica di G.. G.,
molto gentilmente, non solo ha concesso l’intervista ma l’ha rivista e mi ha
fornito indicazioni importanti per la stesura della tesi. G., nei suoi testi
c'è stato un progressivo spostamento di interesse dalla semiotica all'estetica,
in che modo lo descriverebbe? Come lo motiva? Io mi sono occupato molto prima
di estetica che di SEMIOTICA. Ma quando ho cominciato ad occuparmi di SEMIOTICA,
l’interesse non e rivolto solo alle opere d’arte, anche se l’occasione e
questa. Perché mi sono occupato di SEMIOTICA? Sono stato attratto anch’io nel
vortice della MODA della SEMIOTICA. Ma forse ho anche qualche motivo serio per
farlo. Provengo dalla cultura estetica imperante in Italia, di tipo crociano,
dove l’arte viene riportata all’intuizione, e non si dice quasi nulla di più.
Non si sa in alcun modo come l’estrinsecazione di questa intuizione si
strutturi e sia analizzabile. Lo stesso Croce nelle sue opere critiche conduce
analisi critiche vere e proprie in modo assai esiguo. Poesia e non-poesia e
quasi nient’altro. Anche i tentativi che sono fatti sulla scia 2crociana
nell’ambito di arti particolari, nell’architettura da parte di Zevi, nella
musica da parte d’altri e così via, servirono fino a un certo punto, perché
resta pur sempre quelle categoria fissa e indistinta dell’intuizione. Tanto
meno si puo sapere, come pure e nella mente di Croce, se e quando un’opera
d’arte e veramente un’opera d’arte, se si potesse distinguere fra un’opera
d’arte riuscita e un’opera d’arte non riuscita e quindi non più opera d’arte.
Appunto questo intuizionismo mi urta. Non a caso mi avvicinai in un [Questa
intervista nasce dunque come appendice al saggio di Ferrari, Estetica e FILOSOFIA
in G, Pisa. Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino] primo momento a
Volpe, citato già nel mio saggio e ampiamente discusso insieme al pensiero di
Anceschi, di Formaggio e di molti altri. Perché Volpe? Perché in lui c’e
l’esigenza di riportare l’opera d’arte a un uso specifico del LINGUAGGIO. In VOLPE
insomma l’opera si presenta come analizzabile, ed effettivamente Volpe conduce ANALISI
SEMANTICHE, piacciano o no, più che analisi sorvolanti sulla mera forma. Tali
analisi semantiche si occupano inoltre anche di varie arti non linguistiche.
L’appendice alla Critica del gusto, che riprende il tema del Laocoonte
lessinghiano, contiene infatti riferimenti, per esempio, alla pittura, e non è
un caso che al proposito si citi Brandi, che non e mai un semiotico, anzi e un
accanito ANTI-semiotico, e tuttavia pone le basi di un’autentica analisi
dell’opera d’arte. Tra parentesi: io apprezzo tuttora moltissimo Brandi, che ho
sempre letto. Insomma: mi interessa di poter disporre di una teoria che
permettesse di analizzare, sì, la struttura delle opere, ma anche la loro
struttura COMUNICATIVA. Ero tuttavia contrario al modo semplicistico allora
adottato frequentemente, di prendere pezzi materiali di opere e classificarli
come SEGNI (per esempio,
nell’architettura, «capitello», «colonna», «base», e così via), e ho tentato
invece un’impresa molto più difficile e in qualche modo più fine, che però si
dimostra anch’essa fallimentare o piuttosto inutilizzabile. Mi sforzo cioè di
produrre una semiotica formale mediante operazioni analoghe a quelle che si
conducono sul linguaggio, dove appunto si arriva a unità formali, non materiali.
Monemi e fonemi, per esempio, non sono pezzetti di frase, ma unità formali
costitutive della sequenza linguistica. Volevo ottenere insomma una autentica
leggibilità dell’opera, non puramente retorica, ma aderente alla sua
costituzione. Non pretendo, certo, di arrivare attraverso l’analisi di un’opera
a giustificare la sua bellezza o non bellezza, il giudizio estetico è un'altra
cosa, volevo solo analizzare e capire l’oggetto, che poteva poi essere opera
d’arte o altre cose, anche non opere d’arte, anche oggetti comuni. Ho
intrapreso dunque questa impresa assai ardua, ma a un certo punto mi sono
accorto che quel lavoro puo forse essere interessante come mero esperimento, ma
non porta a niente. In realtà non porta a niente né la semiotica materiale di
tanti altri, né la mia semiotica formale. Ho avuto una vera e propria crisi
teorica dopo aver scritto Progetto di semiotica, saggio semioticamente troppo
ambizioso. La crisi si risolse con Ricognizione della semiotica, che è una
dichiarazione di abbandono sostanziale della semiotica e un’apertura più
decisa, anche se già più che affiorante nei saggi precedenti, verso altri
orientamenti. Una precisazione importante. Mi sono distaccato dagli studi di
semiotica sulla base di un accorgimento ancora più fondamentale, vale a dire: tento
di utilizzare opportunamente gli strumenti linguistici anche per i linguaggi
non verbali e di arrivare a soluzioni non ovviamente identiche, ma ANALOGHE,
nella definizione del loro codice, e mi sono accorto a un certo punto che neanche
il codice linguistico è un vero e proprio codice. C’è, sì, una parte
codificata, fonematica, monematica e grammaticale. Ma, nell’uso, poi, il
linguaggio è creativo, continuamente si amplia, muta, e così via. E mi sono
convinto che sarebbe stato assurdo pretendere qualcosa di [ G., La crisi
semantica delle arti, Officina Edizioni, Roma. Volpe, Critica del gusto,
Feltrinelli, Milano. G., Progetto di semiotica. Messaggi artistici e linguaggi
non-verbali, Problemi teorici e applicativi, Laterza, Bari. G., Ricognizione
della semiotica. Tre lezioni di, Officina Edizioni, Roma] più da linguaggi
chiaramente ancora meno codificati, come per esempio il presunto linguaggio
figurativo. Mi ha allontanato dalla semiotica, inoltre, l’approfondimento della
filosofia di Kant. Naturalmente, mi ero da sempre occupato di Kant e in
particolare della terza Critica, e ho tenuto sull’argomento vari corsi di
lezioni. E via via che ando maturando una mia interpretazione di Kant, essa e
sempre più in collisione con una prospettiva semiotica. Non che le opere non
siano analizzabili, ma sono analizzabili con strumenti diversi, non con
strumenti propriamente semiotici. Ma questo è un altro discorso. Come reputa di
inserirsi nella tradizione kantiana in Italia? Quali sono stati e sono i suoi
riferimenti imprescindibili in essa, e come ritiene di averli rielaborati? Chi
sono stati e sono i suoi interlocutori privilegiati? Il riferimento più
significativo è SCAVARELLI. Scaravelli dà un’interpretazione fulminante della
terza Critica, mettendo in evidenza cose che non sono mai state viste, e che
invece, dopo aver letto Scaravelli, risultano addirittura ovvie. Debbo citare
anche un autore, un po’ più antico, che pure dice cose molto interessanti: BARATONO,
che sostanzialmente interpreta il principio estetico della facoltà di giudizio
come un principio per la possibilità dell’esperienza particolare della natura e
quindi della scienza. È insomma una parziale anticipazione di Scaravelli. Un
ultimo riferimento notevole è MATHIEU, che è giunto a risultati analoghi nei
riguardi del cosiddetto Opus postumum. Questi sono i miei più importanti
riferimenti. Tutti italiani? Naturalmente ho letto e apprezzato anche molte
opere di studiosi non italiani, da Cassirer a De Vleeschauwer, da Hinske a
Guyer, e così via. Ma sa che cosa si dice, scherzando, ma fino a un certo
punto, in Germania, proprio nell’ambiente di Hinske?, che gli studi kantiani si
sono ormai trasferiti in Italia. I miei interlocutori... non è che io abbia
tanti interlocutori. Insomma: molti che si occupano di Kant non si occupano
molto di me, e io non mi occupo molto di loro. Alcuni interlocutori, sì, li ho,
e ottimi. Per esempio MARUCCI, con cui ho avuto anche una corrispondenza che,
come lei sa, è stata pubblicata, mi pare, in «Studi di estetica». Con Marcucci
sono in ottimi rapporti, abbiamo sempre scambiato idee, mi manda i suoi saggi e
io gli mando i miei. Insomma discutiamo, anche se non siamo sempre d’accordo,
soprattutto sul punto fondamentale dell’interpretazione del principio estetico
della facoltà di giudizio. Ma spesso è più [Le considerazioni più rilevanti
sulla terza Critica sono in: Scaravelli, Osservazioni sulla Critica del
Giudizio, poi in Scaravelli, Scritti kantiani, La Nuova Italia, Firenze. Cfr.
Baratono, Il pensiero come attività estetica. Introduzione alla Critica del
Giudizio, Logos. Mathieu, La filosofia trascendentale e l’Opus postumum di
Kant, Edizioni di «Filosofia», Torino; Kant, Opus postumum, a cura di Mathieu,
Zanichelli, Bologna. G., Marcucci, Lettere kantiane, Studi di estetica] proficuo
non essere d’accordo, che l’esserlo. E ancora: Amoroso. Con Amoroso ho
scambiato idee, ho letto il suo saggio su Kant che apprezzo molto. Per esempio,
ci siamo visti in occasione di un seminario kantiano a Palermo, e abbiamo parlato
a lungo. E ancora Makkreel, che ho conosciuto a Salle, e Rocca, che mi
interessa molto. A proposito di Salle, proprio lì Amoroso ed io scoprimmo,
chiacchierando insieme, non senza stupore e forse con un po’ di disappunto, che
stavamo entrambi traducendo la terza Critica, rispettivamente: Critica della
capacità di giudizio e Critica della facoltà di giudizio. Ma dovrei ricordare
alcuni dei miei allievi, con cui sono molto legato e con cui c’è sempre stato
uno scambio molto forte su problemi kantiani: Giacomo, Montani, Catucci,
Velotti, che ha scritto un bel saggio che si occupa largamente di Kant,
recentemente edito da Laterza. E soprattutto Hohenegger, con il quale ho
lavorato insieme nella traduzione della terza Critica, edita da Einaudi, e
nella stesura della relativa Introduzione. E altri ancora. Rocca è un caso per
me leggermente, come dire?, angustiante, perché è un ottimo studioso ed è per
fortuna d’accordo con me su molti punti, abbiamo anche parlato insieme oltre
che scritto reciprocamente uno dell’altro, però non accetta, al pari di
Marcucci, la mia interpretazione del principio estetico come il principio
stesso della facoltà del giudizio. Eppure Kant dice, mi pare più volte e
chiaramente in tutto il testo, che quello è l’unico principio costitutivo della
facoltà di giudizio, mentre il principio teleologico è soltanto derivato da
quello. Il caso di Rocca è in un certo senso l’inverso del caso di DESIDERI,
che è senza dubbio, anche lui, un studioso bravo, interessante, forse un po’
complicato qualche volta, ma bravo. Perché inverso? Perché recentemente è
uscito un suo saggio, in cui lui riprende in sostanza la mia interpretazione,
che a lui sta bene, al contrario di Rocca. Ebbene, [ Cfr. G., Estetica ed
epistemologia. Riflessioni sulla “Critica del Giudizio” di Kant, Bulzoni, Roma,
con una Premessa dell’autore: Unicopli, Milano); Marcucci, Epistemologia ed
estetica in Kant, Physis. Amoroso, Senso
e consenso. Uno studio kantiano, Guida, Napoli, Seminario promosso dal Centro
Internazionale Studi di Estetica e svoltosi a Palermo, Grand Hotel des Palmes,
Tema del convegno: Baumgarten e gli orizzonti dell’estetica; contemporaneamente
all’uscita di Baumgarten, Lezioni di estetica, a cura di Tedesco, Aesthetica,
Palermo, Hanno introdotto la discussione Amoroso, Ferraris, G., Russo.
Partecipanti: Carbone, Carchia, Angelo, Giacomo, Diodato, Ferrario, Goldoni,
Griffero, Kobau, Lombardo, Mattioli, Mazzocut-Mis, Montani, Pimpinella, Pizzo Russo, Salizzoni, Tedesco,
Tomasi, e Velotti. La relazione di G. e altre relazioni e comunicazioni sono
state poi pubblicate in «Aesthetica Preprint». A Cerisy si svolgono le attività
del Centre Culturel International cerisy.asso.fr). Il Colloquio su L’Esthétique
de Kant si svolse. Gli atti sono stati poi pubblicati in Kants Ästhetik, hrsg.
H. Parret, Walter de Gruyter, Berlin. Kant, Critica della capacità di giudizio,
a cura di Amoroso, BUR, Milano. Kant, Critica della facoltà di giudizio, a cura
di G. e Hohenegger, Einaudi, Torino; Velotti, Storia filosofica dell’ignoranza,
Laterza, Roma-Bari; Rocca, Soggetto e mondo. Studi su Kant, Marsilio, Venezia; Desideri, Il passaggio estetico. Saggi
kantiani, Il Melangolo, Genova] curiosamente non ho mai avuto rapporti
personali con lui, al contrario di La Rocca, se non di sfuggita in concorsi o
cose del genere. E per di più Desideri scrive all’inizio del suo ultimo saggio
che questa idea gli è venuta leggendo una serie di saggi, fra cui il mio, ma
anche quelli di altri che negano recisamente questa tesi. Non capisco bene il
perché. In ogni caso posso dire che con Desideri sono idealmente» in rapporti
di discussione. Più volte Lei fa riferimento alla problematicità di una storia
dell'estetica. In Estetica. Uno sguardo-attraverso si prendono in
considerazione Burke e Batteux oltre a, naturalmente, Kant. Inoltre lì, e per
un certo verso anche in Senso e paradosso, si argomenta intorno alla
possibilità di una rilettura motivata di testi definibili come estetici,
rilettura nella prospettiva del senso che è a Lei propria. Come ritiene quindi
fattibile una storia dell'estetica? E con quali limiti? Non ho mai scritto una STORIA
DELL’ESTETICA (Grice: “Bosanquet, a minor, has!”), né mi è mai venuto in mente
di farlo, e ormai non la scriverò neppure in futuro. Però cominciano a uscire
dei lavori interessanti, cioè esempi di una storia dell’estetica calibrata in
modo diverso rispetto a quello tradizionale: una storia dell’estetica che non
presume di trovare un’estetica dappertutto, tale e quale, così come si è
costituita nel secolo XVIII. Si è ormai consci che si debbono fare distinzioni
opportune. L’oggetto stesso della cosiddetta riflessione estetica, in senso
molto lato, è diverso nei vari tempi, non è affatto identico a quello che noi
chiamiamo opera d’arte bella, una categoria nata storicamente in un certo
tempo. Ci sono, come dico spesso nei miei saggi, somiglianze, identità
parziali, ma anche differenze, talvolta molto forti, tra i vari oggetti sui
quali si esercita la cosiddetta riflessione estetica. Questo significa che non
si può scrivere una storia dell’estetica come storia di una disciplina e che
però si può forse delineare un panorama di tutti quei fenomeni che, in qualche
modo, hanno analogie con ciò che noi, poi, abbiamo chiamato opere d’arte bella
e che richiedono parimenti un principio non intellettuale. Su questa base è
nata una subcollanina laterziana di Cultura Moderna, da me diretta, dedicata ai
problemi dell’estetica e dell’altro dall’estetica, dove sono usciti alcuni
ottimi saggi, per esempio quello di Angelo sull’estetica della natura e
dell’ambiente. Dunque, estetica fino a un certo punto, che non si occupa di
opere d’arte, ma di oggetti diversi che possono essere sottoposti a giudizi di
tipo diverso, che non sono sempre, o quasi mai, puramente estetici, ma
coinvolgono altri aspetti della nostra esperienza. E’ uscito poi un saggio di
Guastini sull’estetica ANTICA, particolarmente interessante, perché riesce a
chiarirla senza mai dimenticare che la LA FILOSOFIA ANTICA non possiede una
vera e propria estetica, non solo perché non sia sanzionata come disciplina, ma
perché i suoi [G., Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano; G.,
Senso e paradosso. L’estetica filosofia non speciale, Laterza, Roma-Bari; La
serie di Laterza si chiama: «Temi per l’estetica» ed appartiene alla collana
Biblioteca di cultura moderna; Angelo, Estetica della natura. Bellezza
naturale, paesaggio, arte ambientale, Laterza, Roma-Bari] problemi erano
alquanto diversi. Ebbene, in quel saggio si vedono bene, come le dicevo, e
differenze e analogie. Insomma: questo è appunto un modo di fare storia
dell’estetica senza pretendere di fare la storia di una disciplina, ma
piuttosto la storia di un qualcosa di cangiante che circola nella riflessione e
che tuttavia richiede una qualche condizione comune, qualcosa come il principio
soggettivo della facoltà di giudizio. E del resto io stesso, il mio saggio,
l’ho intitolato L’arte e l’altro dall’arte, con questa precisa intenzione. Nei
suoi più recenti saggi, Lei lamenta il fatto che l'arte non riesca più ad
essere esemplificatrice di una prospettiva di senso: essa sarebbe solo una
reduplicazione e sostituzione dell'esistente. In che modo valuta questi
cambiamenti? Ritiene inoltre che vi siano nell'arte propensioni opposte a
questa tendenza generale? Sull’arte ho poco da dire, ho poco da dire perché...
Guardi, io mi sono interessato moltissimo di arte e storia dell’arte,
occupandomi dell’arte antica e moderna, dai greci fino ai nostri giorni,
compresa l’avanguardia novecentesca. Mi sono avvicinato di più all’arte che si
sta facendo allora e ho scritto anche qualche saggio in onore di pittori che mi
interessavano. Ma questo interesse artistico è un po’ scemato col tempo.
Perché? Un po’ per mie traversie intellettuali, non sempre testimoniate in
saggi, che mi hanno portato su altre strade. Un po’ perché credo che il
giudizio che ho dato sull’arte attuale come riproposizione dell’esistente, con
l’aggiunta di trovate e trovatine più o meno lodevoli, sia abbastanza valido.
Io non so se esistano casi che facciano pensare il contrario, può darsi, non so
dirglielo. Fino adesso non ne ho incontrati... qualcosa di «carino», sì, una
invenzione che richiama l’attenzione... però tutto sommato mi pare che l’arte
nella sua generalità tenda precisamente a quella riproposizione dell’esistente,
attraverso i mezzi tecnologici oggi a disposizione. Le stesse installazioni,
per esempio, che pure sono qualche volta opere di grande interesse, sono spesso
la raccolta di oggetti trovati, ma con intenti diversissimi rispetto a
Duchamps, e richiamano sempre l’esistente tale e quale, o quasi. In effetti è
significativo che anche in quelle opere ci sia spessissimo un te- [Guastini,
Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità, Laterza, Roma-Bari; G.,
L’arte e l’altro dall’arte, Laterza, Roma-Bari; Pochi giorni dopo l’intervista,
G.mi ha inviato una e-mail con la bozza di quello che sarebbe stato davvero il
suo ultimo saggio: G., Immagine Linguaggio Figura. Osservazioni e ipotesi,
Laterza, Roma-Bari. Cfr. G., Relazione interna, relazione esterna e
combinazione delle arti, relazione presentata al Convegno della Biennale Lo
scambio delle arti, Venezia, poi in: G., L’arte e l’altro dall’arte, cit.; G.,
Senso e non-senso, conferenza letta a Coloquio Latino-americano de Estética y
de Critica di Buenos Aires e alla Facultad de Arquitectura Diseño y Urbanismo,
poi in: G., Osservazioni sul mentire e altre conferenze, Teda, Castrovillari; G.,
Crispolti, Greco, Biblioteca di Alternative Attuali, Roma; G., Arte mito e
utopia: 11 dipinti di Bice Lazzari, Tipografia Fonteiana, Roma; G., Il mito
negativo e la pittura di Vacchi, Officina, Roma; Benedetto, Amore Uno: 6
acqueforti, presentate da G., Il Torcoliere, Roma; Benedetto, Galleria d’arte
internazionale Due Mondi, Roma] levisore, quasi che si volesse richiamare
l’attenzione sulle comunicazioni di massa e sul fatto che quello che si mostra
è proprio quello che potremmo incontrare andando in una casa che non
conoscevamo. Naturalmente, non sto facendo previsioni per il futuro. Può darsi
che tutto cambi, basta che emerga una personalità di talento, che faccia del
nuovo diverso da quello che si fa adesso. Ma, a dire la verità, io non credo
molto alle capacità taumaturgiche dei singoli talenti. I talenti sono un fatto,
ma il loro emergere è condizionato dai tempi. E i nostri tempi sono tempi di
degradazione, inadatti a sollecitare i talenti potenziali. Insomma, se l’arte
mi pare giù di tono, non credo affatto che la colpa sia degl’artisti, ma
piuttosto dei nostri tempi disgraziati, che oppongono all’orrore ormai
quotidiano la contemplazione dell’esistente ridotto a immagine televisiva o
telematica. Un filosofo citato nei suoi testi (insieme ad Heidegger e
Wittgenstein) è Dewey. I riferimenti a Dewey, pur significativi, sono più
circoscritti rispetto a quelli nei confronti di Heidegger e Wittgenstein. Per
quale ragione? Quali sono le sue idee ed opinioni sull'autore di L'arte come
esperienza? Perché cito soprattutto Heidegger e Wittgenstein? Ognuno ha i suoi
filosofi preferiti. Oltre a tutto, come è stato detto da Verra, Wittgenstein e
Heidegger sono i due filosofi più importanti. Questo forse sarà un giudizio
estremo. Senza dubbio ce ne sono altri importanti, ma sicuramente questi sono
tra i pochi più importanti. Io trovo motivi di interesse per un certo verso più
in Wittgenstein che in Heidegger. Heidegger non lo accetto per molti aspetti,
ma certo ha intuizioni e riflessioni notevoli. In ogni caso mi hanno aiutato
entrambi, o almeno lo spero, a capire come stanno le cose con la filosofia e
con il problema stesso della filosofia. E qui allora vorrei citare ancora una
volta un altro filosofo, che non cita più nessuno: CARABELLESE. Carabellese è
stato per me un insegnamento fondamentale. Il modo di ricercare di Carabellese
nell’ambito filosofico e stupefacente: la lettura del testo, lo smontaggio del
testo, e lo scavare nel pensiero degli autori, talvolta non senza qualche
coartazione qua e là, ma in ogni caso con serietà e profondità. Confesso di
preferire di gran lunga questo metodo a quello di certi filologi che capiscono
a metà. Quella era la sua caratteristica principale. Io tento di ispirarmi a
quel metodo, anche se l’ammissione può nuocermi presso i filologi. Pazienza.
Cito Dewey per una ragione semplicissima. Perché l’estetica di Dewey è un
estetica precisamente nel mio senso più che non nel senso di molti altri. Non
un’estetica dell’opera d’arte. Ha come oggetto non solo l’opera d’arte, ma
certe esperienze, che rimandano ad un certo principio che è lo stesso di quello
del giudizio estetico in senso stretto. Veramente, Dewey non parla esplicitamente
di principi, ma fa esempi che non hanno niente a che fare con l’arte,
assimilandoli tuttavia a questa sotto un comune denominatore: il pranzo in un
ristorante francese, oppure la tempesta (se ricordo bene) durante una crociera,
e così via. Però cito molto anche Brandi. Brandi, come le dicevo, è stato molto
impor- tante per me, anche per il superamento della semiotica30, ma soprattutto
per alcuni Sul problema interno della filosofia, cfr. Carabellese, Che cos’è la
filosofia?, Rivista di Filosofia; Per le critiche alla semiotica, cfr. BRANDI
(si veda), SEGNO e immagine, Milano, Il Saggiatore] aspetti filosofici della
sua estetica, guarda caso proprio in riferimento allo schematismo kantiano, e
per la sua prodigiosa capacità di lettura delle opere d’arte. Basta leggere i
suoi Dialoghi, l’Architettura barocca, Duccio, eccetera eccetera, per
rendersene conto. Da sempre Lei ha
alternato alle opere filosofiche, opere di narrativa. C'è stata un'influenza
tra i due ambiti? L’argomento dei miei scritti narrativi mi imbarazza
leggermente, dato che cadono del tutto al di fuori dell’ambito dei miei lavori.
Tuttavia non mi imbarazza dirle che li ho scritti con la stessa attenzione
degli altri scritti, e, per di più, che essi meritavano forse un’attenzione
maggiore, al di fuori della ristrettissima cerchia dei miei lettori, come
dire?, convinti. Non è uno sfogo da autore deluso. E’ una convinzione, credo
non immotivata, che non nasce affatto dalla delusione. Ora lei mi chiede se c’è
un’interrelazione tra i due ambiti. Senza dubbio, non può non esserci, perché
sono sempre io che scrivo, quell’io che ha una certa storia, personale e
culturale, e che è arrivato a certi risultati, buoni, cattivi o mediocri,
questo non importa, in fatto di comprensione. E tuttavia ciò che scrivo nelle
opere narrative non serve a spiegare nulla dei miei saggi. Anzi sarebbe una
fonte di fraintendimento utilizzare quegli scritti per capire i miei saggi
filosofici. Sono semmai gli scritti narrativi che esigerebbero una spiegazione
ulteriore da parte dei saggi filosofici. Infatti si pongono in una posizione
più arretrata. Sono, per così dire, una fabulazione interna di chi deve
arrivare ad una vera comprensione cui non arriverà mai. Sono racconti di
personaggi in qualche modo nevrotici e metafisici. Per esempio, ho usato queste
due parole nel sottotitolo del libretto Racconti morali: lontananza e
vicinanza. Ebbene i miei personaggi oscillano precisamente tra la lontananza
dal mondo e la vicinanza al mondo, ma non si pongono mai il problema se questa
oscillazione sia superabile, e quindi non arrivano mai a una comprensione
critica della vicinanza con gli oggetti del mondo, né si pongono il problema se
sia possibile guardare da lontano il mondo intero. In questo senso preciso sono
racconti metafisici che intendono lasciare insoddisfatto il lettore con quella
scrittura elaborata, saltellante, ripetitiva, cosparsa di frequenti
contraddizioni, tutte intenzionali, ovviamente. Infatti questi personaggi
nevrotici e metafisici sono fatalmente ambivalenti e contraddittori. Si
potrebbe dire, per autocitarmi, che non hanno capito [Brandi, Carmine o della
pittura, Scialoja, Roma; Brandi, Arcadio o della Scultura. Eliante o della
Architettura, Einaudi, Torino Brandi, Celso o della Poesia, Einaudi, Torino Brandi,
La prima architettura barocca: Pietro da Cortona, Borromini, Bernini, Laterza,
Bari, Brandi, Duccio, Vallecchi, Firenze G., La macchia gialla, Lerici, Milano
G., I tasmaniani, Bucciarelli, Ancona, G., Dissonanzen-Quartett. Una storia,
Pratiche, Parma G., Racconti morali o Della vicinanza e della lontananza,
Editori Riuniti, Roma; G., Sulla morte e sull’arte. Racconti morali, Pratiche,
Parma G. si dedica non solo alla letteratura ma anche alla pittura, alcuni
dipinti sono riprodotti nel libro- intervista: G., Doriano Fasoli, Il mestiere
di capire, Edizioni Associate, Roma; G., Racconti morali, cit.] ciò che io
chiamo il guardare-attraverso. E tuttavia è vero che per arrivarci a capire
qualcosa del genere, non dico quella formula, ma l’atteggiamento mentale che
sta dietro a quella formula, forse bisogna proprio passare attraverso quelle
oscillazioni tra vicinanza e lontananza. Quindi in qualche modo sono una
premessa, anzi una sorta di postfazione, ai testi filosofici. G. non è stato
soltanto uno dei filosofi italiani più importanti, ma anche una figura di
intellettuale complessa e sfaccettata. Trovandosi di fronte alle sue molteplici
attività e ai suoi svariati interessi, si sarebbe tentati di concentrarsi – per
i fini di questo focus di Syzetesis dedicato ad alcuni Momenti di FILOSOFIA
ITALIANA sui suoi contributi più convenzionalmente etichettabili come
filosofici, quali quelli dedicati all’interpretazione del pensiero critico di
Kant, tralasciando tutto il resto: le pratiche di narratore e di pittore (attraversate
da specifiche auto-tematizzazioni teoriche e oggetto di riflessione
saggistica), l’interesse per la psicoanalisi e la linguistica, gli interventi
sulle arti visive, la letteratura e la musica – talvolta affidati a quotidiani,
settimanali o cataloghi, i numerosi saggi, sempre incisivi, su temi di grande
impegno, dalla creatività alla spazialità, dalla verità alla menzogna1. A
questi diversi aspetti dell’attività di Garroni potrò in effetti fare solo
qualche cenno, tuttavia ho scelto di presentarne il pensiero se- condo
un’angolazione in cui il confronto con Kant ha certamente un posto di rilievo,
ma solo in funzione di quella che mi sembra la vera vocazione o passione
dominante di G., e che il titolo di una lunga intervista concessa a Doriano
Fasoli poco prima di morire, nel 2005, mi pare colga bene: Il mestiere di
capire2. L’impegno costante a capire – capire quello che la vita e la storia ci
mettono davanti, capire “dove si sta”, capire “cosa si prova a essere un homo
sapiens”3, capire i prodotti della cosiddetta cultura, capire o com- 1 La
bibliografia più completa degli scritti di G,, curata da A. D’Ammando, è dispo-
nibile sul sito dell’associazione “Cattedra internazionale Emilio Garroni” G. e
Fasoli, Il mestiere di capire. Saggio-conversazione, Edizioni Associate, Roma
2005. 3 Cfr. E. Garroni, Che cosa si prova ad essere un homo sapiens?,
testo introduttivo a A. B. Ferrari, L’eclissi del corpo. Una ipotesi
psicoanalitica, Borla, Roma; G. poi rielabora questo testo in La mente, il
corpo, le cose, in Carignani e Romano, Prendere corpo. Il dialogo tra corpo e
mente in psicoanalisi: teoria e clinica, Angeli, Milano; Il senso
dell’esperienza: G. e l’estetica come filosofia non speciale
prendere la stessa attività di capire e comprendere, cioè la filosofia –
è strettamente legato in G. alla riflessione su quel “senso dell’espe- rienza”
che ho messo nel titolo di questo saggio. Un senso che non è affatto da
intendersi come la pretesa metafisica di cogliere un “senso ultimo”
dell’esistenza, della storia o dell’universo (su cui la filosofia, nella
prospettiva critica adottata da G., ha ben poco da dire), ma neppure come una
dimensione immanente ma pacifica, in cui ci si installa con un po’ di buona
volontà, rassicurandosi che, essendo una condizione antropologica, possiamo
acquietarci nell’ordine vigente delle cose. Tutt’altro: per G. il senso
dell’esperienza è piuttosto un dover essere4, trascendentalmente ineludibile ma
per niente garantito nei fatti, un compito etico irto di difficoltà, intima-
mente paradossale, e sempre strutturalmente pronto a rovesciarsi in non-senso.
Per chiarire ancora qualcosa a proposito del titolo di questo inter- vento (la
sua seconda parte, l’estetica come filosofia non speciale), è bene ricordare
che per G. l’estetica non è affatto una filosofia dell’arte, una disciplina con
un proprio oggetto epistemico o materiale, ma riguarda le condizioni di
possibilità di fare esperienze sensate in genere, nella vita quotidiana, nelle
ricerche scientifiche, in tutte le attività umane, filosofia compresa. L’arte,
semmai, è, o è stata per qualche secolo, un suo referente esemplare. Per G.,
infatti, è la stessa filosofia a doversi comprendere nella sua possibilità non
empirica: la filosofia, come tutte le attività umane, è sì un’attività
empirica, concreta, determinata, ma a differenza di altre attività, che mirano
a produrre effetti pratici o conoscenze, ha piuttosto il compito di
guardare-attraverso le esperienze determinate, per Cfr. G., Sul dover essere
del senso, in appendice a Id., Estetica. Uno sguardo- attraverso, Garzanti,
Milano (seconda ed., Castelvecchi, Roma, con un’introduzione di Velotti, testo
presentato originariamente al convegno dell’Associazione italiana di studi
semiotici “Semiotica ed epistemologia delle scienze umane (Siena). Cfr. G.,
Senso e paradosso. L’estetica, filosofia non speciale, Laterza, Bari G. usa il
termine “guardare-attraverso”, con il trattino, per sottolinearne l’uso
tecnico, quale traduzione del durchschauen usato da L. Wittgenstein nel § 90
delle Philosophische Untersuchungen, ed. Anscombe e Rhees, Blackwell, Oxford, Trad.
it. di Piovesan e Trinchero, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi. È come se
dovessimo guardare attraverso i fenomeni, die Erscheinungen durchschauen: la
nostra ricerca non si rivolge però ai fenomeni, ma alla possibilità dei
fenomeni. Velotti risalire alle loro condizioni di possibilità
intellettuali e non intellettua- li, tra cui appunto una condizione estetica,
come orizzonte di senso dell’esperienza nella sua totalità indefinita e
indeterminabile. Il com- pito di capire è inteso innanzitutto proprio come
questo guardare- attraverso i fenomeni per comprenderli, cogliendone le
condizioni di senso. Il cosiddetto «problema interno della filosofia»7 – con
un’e- spressione ripresa questa volta da Pantaleo Carabellese, che G. ammirava
e le cui tutoriale frequenta da pupilo alla Sapienza – è infatti per G. un
problema fondamentale, che riguarda il paradosso fondante della filosofia, cioè
il suo esercitarsi dall’interno della stessa esperienza dalla quale, a un
tempo, si distanzia per comprenderla, senza mai poter rivendicare un proprio
altrove, un suo luogo metafisicamente appartato. Vorrei partire, però, da
qualche spunto di carattere biografico, ma solo per quel tanto che ci permette
di intravedere l’urgenza anche contingente, socio-biografico-culturale, di
quella passione per il capire stesso, che G. non considera affatto un’esigenza
contingente. G. lavora per diversi programmi televisivi della RAI, in parte
dedicati alle arti, in parte ad altre questioni (si ricorda, per esempio, un
bel documentario su AOlivetti, con quella che divenne la sua ultima intervista.
Lavorava alla RAI per necessità, non per vocazione, per quanto la RAI di allora
fosse culturalmente molto più ricca di quella di oggi. Sono tanti i programmi
che potrei citare a cui G. lavora: tra gli altri, Piazze d’Italia, Musei
d’Italia, Avventure di capolavori, Arti e scienze, Le tre arti, e soprattutto
L’Approdo, iniziato come trasmissione radio- fonica nel 1944, con la direzione
di Seroni e Piccioni, diventato programma televisivo come settimanale di
lettere e arti, più tardi accompagnato da una sua rivista a stampa, nel cui
comitato direttivo si trovavano alcuni dei più importanti intellettuali
dell’epoca (Bacchelli, Bo, Cecchi, Longhi, Ungaretti, a cui bisognerebbe
aggiungere altri col- laboratori di spicco), per non menzionare, nella RAI, la
presenza di figure molto diverse tra loro ma tutte significative, come Carlo
Emilio G., Senso e paradosso Cfr. Dolfi e Papini, L’Approdo: storia di
un’avventura mediatica, Bulzoni, Roma e A. Grasso-V. Trione, Arte in TV. Forme
di divulgazione, Johan et Levi, Monza Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica
come filosofia non speciale Gadda (o, più tardi, di CAMILLERI (si veda),
coetaneo di G., o ancora di ECO (si veda), che di G. è un costante
interlocutore. G. dà conto della sua attività televisiva in un’interessante
intervista da cui voglio prelevare solo una frase, apparentemente ovvia, ma
credo invece rivelatrice del suo atteggiamento inflessibilmente volto al
capire: un curatore o conduttore di una trasmissione culturale, o sulle arti –
dice lì G. – deve essere certamente colto, ma c’è di più: deve essere, nel
campo della letteratura, delle arti figurative, della musica, oltre che colto,
anche intelligente. Sembra, e forse è, un’ovvietà: un conduttore di programmi
culturali non deve essere uno stupido. Deve anche intelligere, deve capire.
Deve insomma essere qualcuno, precisa però subito G. che sia capace di far
vivere un testo, di cogliere un problema che va a fondo, di far vedere o capire
qualcosa di singolare che i più per pigrizia non vedono affatto. Emerge qui
quell’avversione per la pigrizia, la sciatteria, la bana- lità e la semplificazione
come le prime nemiche del capire, e dunque come un tratto costante di G., che
ha avuto conseguenze di ordi- ne diverso: non solo una prosa ritenuta spesso
ardua – in realtà solo molto precisa, scrupolosa, controllata, mai fumosa o
compiaciuta – ma anche l’avversione per una pratica che oggi seduce molti,
anche i filosofi: occupare una casella nell’esistente, dare un marchio di
fabbrica a se stessi, alla propria anche minima particolarità, e reiterarlo in
ogni occasione, per garantirgli la massima riconoscibilità e diffusione sul
mercato delle idee, al costo – naturalmente – di imbalsamarsi in un prodotto,
rinunciando al compito di capire. Questo compito – inteso da G. come un compito
intellettua- le, culturale ed etico-politico – coinvolge tutte le sue svariate
attività: non solo l’estetica come filosofia non speciale, cioè come filosofia
tout-court [“LA FILOSOFIA, COME LA VIRTU, E ENTIERA – GRICE], benché spesso
praticata in una sua forma obliqua anche in relazione all’arte e alla
letteratura; non solo il rapporto con la psico- analisi o lo studio del
linguaggio, su cui sono nati, rispettivamente, il lungo sodalizio con FERRARI
(si veda) e la duratura e profonda amicizia con MAURO (si veda). Ma anche
l’attività giornalistica e nelle modalità proprie, non certo assimilabili a
quelle filosofico-argomentative le stesse pratiche pittorica e narrativa. G.
esordisce con una raccolta di racconti L. Bolla-F. Cardini, Le avventure
dell’arte in TV, Nuova ERI, Torino Velotti a cui seguiranno altri testi
narrativi, pubblicando un’opera singolare, La macchia gialla, titolo ripreso da
un’incisione di Dürer, riportata sulla copertina del libro, in cui si vede la
mano di un uomo che indica un punto del suo addome, e una didascalia dello
stesso Dürer che dice. Là dove c’è la macchia gialla e dove indica il dito, là
mi fa male». È un dolore, direi, insieme singolare e generazionale, che nel
giro di due anni metterà capo a una lunga analisi della nozione di “crisi” nel
suo primo libro filosofico-estetico – La crisi semantica delle arti12, su cui
non posso soffermarmi. Né mi soffermerò sulla Macchia gialla, se non per citare
un primo autoritratto di G., un autoritratto verbale dell’autore, a cui seguirà
venti anni dopo un secondo autoritratto, questa volta dipinto su cui torna in
chiusura. I curatori della collana Narratori dell’editore milanese Lerici sono
due nomi di grande rilievo del mondo poetico-letterario, BILENCHI (si veda) e
LUZI (si veda), i quali presentarono
giustamente questa notizia biografica, o autoritratto semi-ironico dell’autore
da quasi-giovane, come segnato d’acume e humour. Ne riporto qualche riga, che
suggerisce una motivazione anche socio-biografica, per reazione all’ambiente di
provenienza, di quella passione per il “capire” che ho indicato come la
passione domi- nante di G.. È nato a Roma in un ambiente abbastanza sciatto e
approssimativo, che non posso soffrire e al quale sono legato controvoglia,
tanto più che certa piccola borghesia romana ha le sue asprezze ma anche le sue
tenerezze. Si è accorto che anche la sua formazione culturale è caratterizzata
dalle stesse contraddizioni: una cultura apolide e spregiudicata e nello stesso
tempo lacunosa e assai provinciale. Si è LAUREATO IN FILOSOFIA presso la
Facoltà di filosofia a Roma, G., La macchia gialla, Lerici, Milano Il testo, con
la relativa copertina, è reperibile integralmente sul sito dell’associazione
“CiEG - Cattedra internazionale G. 12
Ma, come ha scritto Ammando all’interno di un’ottima ricostruzione del percorso
filosofico di G. (Il circolo estetico e il guardare-attraverso: la riflessione
sull’arte di G. – Roma”), a cui rimando anche per un’analisi della Crisi
semantica delle arti, si puo affermare, in proposito, che crisi, al pari d’oriz-zonte
e senso, è una parola cara al pensiero di G., almeno sotto il profilo del problema
dell’arte e del suo statuto quanto mai incerto e problematico. Il senso
dell’esperienza: G. e l’estetica come
filosofia non speciale con la quale intrattengo ancora rapporti
abbastanza scialbi. Pubblica saltuariamente saggi, note e recensioni di
filosofia e storia dell’arte su riviste specializzate, settimanali e
quotidiani. La saltuarietà del suo lavoro dipende in parte da una certa
attitudine alla dissipazione, e in parte dalla mancanza di tempo. Da molti anni
collabora infatti alla televisione dove fa un po’ di tutto dedicandomi
prevalentemente in questi ultimi tempi alla redazione e presentazione di
rubriche d’arte, con intenti, dice, nobilmente divulgativi. A queste parole si
potrebbero accostare quelle scritte su richiesta del Manifesto, che aveva
invitato ventisei personalità della cultura a raccontare la propria esperienza
personale di una visita a un museo. G. scelse la Galleria nazione di arte
moderna di Roma: Non so se fosse possibile– con la CULTURA LICEALE imperante,
bene che andasse, in assenza di una mentalità più ariosa, volta a capire, non a
accettare, con giornali e riviste non specialistiche di livello assai modesto
che un museo o una galleria d’arte potessero essere immediatamente formativi
per un ragazzo. Anche le famiglie da cui provenivano sono perlopiù ignoranti e
disinteressate a tutto ciò che non fosse strettamente tradizionale, compresa la
stessa tradizione, più subita come un dato eccelso e di fatto semisconosciuto,
che vissuta come genuina cultura. Non era un atteggiamento conservatore
retrivo, ma semplice- mente passivo. Cosicché chi è riuscito poi a combinare
qualco- sa ha dovuto fare quasi tutto da solo. È in balia della cultura e dei
gusti mediocri della mia famiglia, e della cosiddetta borghesia romana cui essa
apparteneva, ed ècondotto più volte da certi suoi zii, che si riteneno
intenditori d’arte, alla galleria nazionale d’arte moderna. Vuole solo dire che
quella galleria è, nil luogo della mia diseducazione. Il fatto è che una
galleria o un museo non formano nessuno, se non si è già preparati a formarsi
mediante ipotesi, anche sbagliate. Ma lì, in quelle visite sinistre, non erano
in gioco ipotesi o sforzi per capire, ma solo meschine e dogmatiche edizioni
del mondo dell’arte ne varietur. È strano che, crescendo, non mi sia
allontanato per sempre dalle arti figurative. Così che la galleria nazionale
d’arte moderna, ha avuto il me- rito, con il concorso determinante dei miei
zii, di farmi capire G., La macchia gialla, cit., risvolto di copertina. Velotti come
non si guarda un quadro. Che è un’abilità indimenticabile, come andare in
bicicletta. Abbandono ora queste incursioni biografiche – che pur nella loro
rapidità credo siano indicative del modo in cui G. si situa nei confronti della
realtà, e quindi anche della sua attività filosofica per cercare di indicare
sinteticamente il nucleo centrale della sua rifles- sione più matura, intorno a
cui si raccolgono questioni complesse e interessi anche eterogenei. Ha
ricordato CARABELLESE (si veda) – che, al di là degli esiti del suo ontologismo
critico, G. considera uno dei pochi insegnanti che ho avuto all’università che
fosse anche un grande filosofo perché è probabilmente uno dei tre punti di
riferimento italiani più significativi per il suo pensiero, insieme a SCARAVELLI
(si veda) per l’inter- pretazione di Kant – e poi, su un altro piano, a BRANDI
(si veda). È stato infatti proprio CARABELLESE (si veda) ad aver criticato sia GENTILE
(si veda), sia CROCE (si veda) (come poi farà anche con SPIRITO (si veda) e CALOGERO
(si veda) per non aver colto il problema interno della filosofia, la domanda,
cioè, con cui la filosofia diventa problema a se stessa, si interroga sul suo
luogo, la sua possibilità, le sue pretese. In una postilla Carabellese spiega
così l’incomprensione da parte di Croce e di CALOGERO (si veda) del problema da
lui sollevato: Il vero è che il Croce e il Calogero (anzi il Calogero molto più
del Croce) continuano a porre il problema della filosofia come problema del suo
oggetto, cioè non pongono veramente il problema interno della filosofia, ma
soltanto e sempre il suo problema og- gettivo, e inconsapevolmente confondono
questo con quello. Indicare come la filosofia il genere di realtà che essa
dimostra o consente, come Calogero (filosofia della prassi) e Croce
(storicismo) d’accordo fanno, non è risolvere il problema interno della
filosofia, ma non porlo neppure, ignorarlo. Con tale indicazio- ne, infatti,
non si sa e non si ricerca neppure, che cosa sia mai la filosofia entro quella realtà
che essa dimostra. G., Il piccolo Ottocento italiano”, in MELIS (si veda), La
scoperta del museo. Ventisei guide sulla via dell’arte, Manifestolibri, Roma G.
e Fasoli, Il mestiere di capire, Carabellese, L’ontologismo critico,saggi, Che
cos’è la filosofia, Signorelli, Roma Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica
come filosofia non speciale Il problema della riflessione sul
senso, per Garroni si lega stretta- mente a quello che chiama il paradosso
della filosofia nel suo saggio intitolato appunto Senso e paradosso.
L’estetica, filosofia non speciale. È forse il libro più impegnativo che G.
scrive, e certamente uno snodo centrale nello sviluppo del suo pensiero. Lì G.
cita Carabellese e il suo saggio, e la replica di Croce, sostenendo che
entrambi facciano valere un’esigenza legittima: Carabellese, quella appunto del
problema che la filosofia è a se stessa; Croce, quella di ribadire, quasi con
fastidio, che la filosofia si conquista il suo luogo proprio solo dall’interno
della conoscenza e del fare concreti e storici. Entrambi, in sostanza,
intendevano rifiutare l’idea di un luogo separato della filosofia, ma non si
rendevano conto della parzialità e complementarità delle loro posizioni, che se
rettamente intese si compongono in quello che G. chiamerà appunto il paradosso
fondante della filosofia. Il dissidio tra Carabellese e Croce, infatti,
prefigura una antinomia non risolta, formulata da G. in questo modo: Un
problema interno della filosofia va posto, dato che non è per niente ovvio che
questa abbia un suo luogo appartato e neutra- le [e questa è la giusta esigenza
fatta valere da Carabellese; ma il porlo suppone che un luogo del genere esista
e sia ovvio [e questa è la replica di Croce, che ritiene il problema di
Carabellese insignificante. G. fa notare che il rischio che correva
Carabellese, che pure po- neva un problema genuino di cui Croce si disfaceva
troppo frettolo- samente, era quello di considerare la filosofia, in quanto si
pone il suo problema interno, come una sorta di meta-linguaggio che si esercita
su un linguaggio oggetto già compattamente costituito (una metafisica, o un
sistema, quale era per lo stesso Carabellese il suo ontologismo critico),
perdendo di vista proprio quel paradosso che pure aveva fatto emergere e
trasformandolo così in un paralogismo. Il modo giusto di far valere insieme le
esigenze di CARABELLESE (si veda) e di CROCE (si veda) è invece comprendere la
filosofia come risalimento, o come quel guardare- attraverso che risale dalla
concretezza dei fenomeni, dall’interno dell’esperienza concreta in cui stiamo,
alle loro condizioni di possibilità, senza dar per scontato che una filosofia
già si dia da qualche parte, e senza G., Senso e paradosso Velotti
però neppure vederla disciolta nelle indagini oggettive. Quel «guardare-
attraverso» deve essere inteso dunque come «un guardare-attraverso nel
guardare, non un semplice guardare a meno di un taciuto guardare-
attraverso»18. Richiamandosi a Merleau-Ponty [“whom Austin hated” – Grice –
“but then why do you go to Royaumont in the first place?”], G. riassume così la
sua posizione. Una filosofia di questo tipo include la propria stranez- za,
perché non è mai del tutto nel mondo e tuttavia non è mai fuori del mondo.
Questa stranezza, questo paradosso fondante, era presentato da G. come una
posizione fedele alla tradizione critica, in quanto opposta a posizioni
metafisiche, nella specifica accezione di “non criti- che”, sia di stampo
razionalistico, sia di stampo ingenuamente pragma- tista o empirista. Negli
anni in cui in Italia Rorty e il suo neopragmatismo sembravano raccogliere
numerosi consensi (La filosofia e lo specchio della natura era stato presentato
da VATTIMO (si veda) e Marconi, che aprivano la loro introduzione sottolineando
come questo libro si presentasse esplicitamente come epocale), G. vi scorgeva
una delle due prospettive metafisiche, non critiche, che può assumere lo
sguardo della filosofia: da un lato, infatti, è certamente da rifiutare, con Rorty
(e tanti altri) la pretesa di una God’s eye view, grazie a cui si presume di
stabilire come stanno “veramente” le cose nell’esperienza umana,
eccettuandosene: come di chi dicesse che tra noi e il mondo c’è un filtro fatto
di schemi concettuali, culturali o intuitivi, presumendo contraddittoriamente
di vedere la realtà di questa situazione al di fuori del filtro che varrebbe
per tutti gli altri; ma anche di chi proponeva l’e- sperimento mentale dei
“cervelli in una vasca”, magari – come Putnam (“He had the cheek to say I was
too formal! – GRICE) – per confutarlo: per G., porlo e comunicarlo è già
confutarlo; immaginarlo o escogitarlo presuppone già un linguaggio sensato,
pubblico e non escogitato. Dall’altro lato, altrettanto metafisica si
presentava la posizione op- posta e complementare, apparentemente
demistificante, di chi, come il neopragmatista Rorty, ci dipingesse come
insetti intrappolati nel- l’ambra, cioè inesorabilmente immersi nella realtà e
nelle sue determi- natezze, culturali storiche geografiche, per cui dovremmo
rinunciare ad affermazioni che avanzano pretese universali, e dovremmo conside-
[G. e Fasoli, Il mestiere di capire, Rorty, Philosophy and the Mirror of
Nature, Princeton, Trad. di Millone e Salizzoni, La filosofia e lo specchio
della natura, Bompiani, Milano Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica come
filosofia non speciale rare piuttosto la filosofia come un genere
letterario tra gli altri. G. replica: Rorty avrà anche ragione, ma commette un
unico errore, affermarlo. È questo quel taciuto guardare-attraverso – negato in
teoria, e quindi fatto valere metafisicamente come un ritorno del rimosso a cui
alludeva G. nel passo citato poco sopra dell’intervista con FASOLI (si veda),
cioè la pretesa di stare sempre alle determinatezze dell’esperienza, di
sbarazzarsi di ogni riferimento alla sua totalità indeterminabile, ma facendola
valere surrettiziamente nella stessa pretesa di determinare tutta l’esperienza
come il darsi di volta in volta di esperienze solo con- tingenti e determinate.
Per G., infatti, non si tratta né di riguadagnare una posizione di sorvolo, né
di muoversi sempre in aderenza assoluta alle esperienze concrete e determinate,
proprio in quanto le chiamiamo esperienze concrete e determinate. Se davvero ci
stessimo soltanto dentro a tali esperienze, non potremmo dirlo, ci staremmo
dentro e basta, saremmo cose tra le cose. Risalire l’esperienza concreta o
guardare-attraverso i fenomeni dall’interno dell’esperienza concreta è, sì,
essere come insetti nell’ambra, ma con la complicazione decisiva che anche il
solo fatto di affermarlo attesta qualcosa che smentisce quell’immagine, in
quanto trascende le esperienze determinate e attinge all’indeterminatezza del-
l’esperienza nella sua totalità indeterminabile. È questo movimento che G.
ravvisa in Wittgenstein e, in una certa misura in Heidegger sulla scorta dei
quali la filosofia si configura, sì, come un domandare mediante domande
determinate, ma che includono e rivelano un’autotematizzazione del domandare in
genere. Questo paradosso fondante è tutt’uno con la condizione di senso del-
l’esperienza e può essere ricondotto a una delle forme antinomiche tematizzate
da Kant, in particolare all’antinomia della facoltà di giudizio estetica, che,
nel modo più schematico, Kant formula in questo modo. Tesi: il giudizio di
gusto non si fonda su concetti, ché altrimenti se ne potrebbe disputare
(decidere mediante prove. Questa argomentazione, qui appena accennata, viene
sviluppata da G. nell’Estetica. Uno sguardo-attraverso, anche in relazione ad
alcuni autori classici e a diversi autori contemporanei. Su questo punto
potrebbe aprirsi un confronto con il diversificato universo di alcu- ni nuovi
realismi-materialismi oggi in voga (per esempio quello della flat ontology),
che propongono una visione degli esseri umani proprio come cose tra le cose G.,
Senso e paradosso Velotti Antitesi: il giudizio di gusto si fonda su
concetti, ché altrimenti, malgrado le differenze dei giudizi, non se ne
potrebbe neppure discutere (avanzare l’esigenza del consenso necessario di
altri con tale giudizio. L’antinomia può irrigidirsi in una contraddizione,
oppure essere composta (non eliminata, ma compresa e resa praticabile), come fa
Kant, spiegando che nella prima tesi si tratta di concetti determinati, nella seconda
di concetti indeterminati. Ora, la struttura di questa antino- mia, e il modo
in cui Kant la compone, è omologa a quella che G. fa valere, per esempio, in
relazione al linguaggio, il motivo per cui Rorty non può affermare quel che
l’uso stesso del linguaggio confuta. Un saggio dedicato a MAURO (si veda), L’indeterminatezza
semantica, una questione liminare, si apre con una frase che annuncia la
riproposizione della struttura dell’antinomia kantiana della facoltà di
giudicare, che G. propone poco dopo: Che il linguaggio sia stato talvolta
considerato atto creativo individuale e irripetibile oppure realizzazione o
replica, secondo regole, di possibilità già interamente previste non è
semplice- mente un’alternativa fondata su due ipotesi esclusive e, prese alla
lettera, perfino bizzarre. È qualcosa di più, in quanto entrambe le prospettive
– inaccettabili nella loro esclusività – fanno valere «un’esigenza che non può
neppure essere lasciata cadere. E infatti poco dopo G. riprende anche la forma
stessa dell’antinomia kantiana, enunciando una tesi e un’antitesi che esigo- no
di essere composte: Tesi: l’uso del linguaggio presuppone la determinazione di
uni- tà e regole, prima di ogni sua presunta possibilità indetermina- ta, ché
altrimenti non potremmo usarlo e non ci intenderemmo nell’usarlo. Antitesi:
l’uso del linguaggio presuppone l’indeterminatezza del- Kant, Kritik der
Urtheilskraft, in Id. Werke in zehn Bänden, ed. W. Weischedel,
Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmastad Trad. it. di E. G. e H.
Hohenegger, Critica della facoltà di giudizio, Einaudi, Torino G., L’arte e
l’altro dall’arte. Saggi di estetica e di critica, Laterza, Bari. Il saggio era
già stato pubblicato nel volume a cura di F. Albano Leoni et al., Ai limiti del
linguaggio, Laterza, Bari. Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica come
filosofia non speciale la sua possibilità, prima di ogni unità e regole
determinate, ché altrimenti non potremmo neppure determinare unità e regole per
usarlo e intenderci. L’antinomia nasce dal fatto che «quando parliamo, usiamo
il linguag- gio così e così, in certe sue espressioni determinate, e nello
stesso tempo lo usiamo nella sua totalità possibile indeterminata o, detto
ancora altrimenti, per un verso il linguaggio richiede come una sua propria
condizione l’indeterminatezza e per altro verso, proprio perché la richiede, la
nega in favore delle sue determinazioni: non si darebbero espressio- ni
linguistiche determinate, dotate di questo o quel significato, se non le comprendessimo
come tali, cioè nella loro determinatezza, e dunque a condizione di un
riferimento a una totalità indeterminata che le rende possibili e che esse
negano in quanto, appunto, determinate. È questo il nodo a cui Garroni arriva
sempre, che indaghi il linguaggio o la percezione [cf. GRICE e WARNOCK on
SEEING – VEDERE], l’organizzazione della conoscenza o le opere d’arte,
l’esperienza quotidiana o la natura dell’homo sapiens. Ed è un nodo che si è
chiarito proprio nello studio assiduo e prolungato di Kant, in particolare
della terza Critica, la cui dialettica presenta quella specifica forma
antinomica appena esposta. C’è una pagina, in questo saggio, che credo
chiarisca molto bene il nesso di queste riflessioni sul linguaggio con la
rielaborazione del pensiero kantiano, e che per questo motivo mi permetto di
citare diffusamente. Ma l’analogia tra questa antinomia [kantiana] e
l’antinomia del linguaggio esposta all’inizio non si ferma tuttavia a
un’analogia imperfetta tra le rispettive correlazioni concetto determinato/
concetto indeterminato e determinazione/indeterminatezza del linguaggio. C’è in
Kant un problema ancora più pertinente rispetto al nostro argomento. Vale a
dire: c’è la questione del rapporto tra la facoltà di giudizio, da una parte, (per
cui, soltanto, la conoscenza empirica effettiva è possibile oltre i giudizi
sintetici a priori dell’intelletto: ciò che Scaravelli ha chiamato “tessitura
analitica di tutti fenomeni”, e il principio della quale facoltà ha tuttavia
statuto non-intellettuale, ma estetico), e la ragione, dall’altra (i cui
concetti non hanno appli- cazione nell’esperienza e tuttavia sono altrettanto
indispensabili Velotti alla conoscenza empirica). Infatti la nostra
conoscenza d’esperien- za, che è, sì, intellettualmente e sensibilmente
determinata procede, per quanto le è dato, mediante costruzione di concetti,
leggi e unificazioni di diversi leggi sotto leggi più potenti, non sarebbe
possibile se non si inscrivesse innanzitutto nell’ambito di un’anti- cipazione
della totalità indeterminata delle possibili conoscenze determinate – Kant
scrive d’una conoscenza di oggetti dati in genere, se insomma, sull’occasione
di rappresentazioni deter- minate, come nel caso esemplare dei cosiddetti
giudizi di gusto, non avessimo coscienza forzatamente non intellettuale che una
conoscenza d’esperienza è possibile. Esperienza possibile, però, non nel senso
della possibilità della conoscenza in genere della prima Critica, che ci dà
appunto solo una tessitura analitica, ma nel senso che è possibile e ha in
generale senso cercare di deter- minarla intellettualmente e sensibilmente
nell’esperienza sotto il principio della facoltà di giudizio. Ma di questa
totalità della conoscenza d’esperienza possibile né abbiamo una conoscenza a
priori, né tantomeno possiamo fare una conoscenza di esperienza. Non si fa
esperienza di un’esperienza in genere. Ne sappiamo qualcosa in, non con
un’esperienza determinata, cioè non la cono- sciamo, ma la sentiamo, mediante
quel Gemeinsinn, senso o sentimento comune, che abbiamo in comune, che ci
assicura a priori della comunicabilità universale delle rappresentazioni e
delle conoscenze, il quale esibisce sensibilmente e indirettamente ciò che non
è propriamente esibibile e che la ragione può soltanto pensare. Qui la ragione,
cioè l’idea indeterminata di una totalità, viene in qualche modo messa in scena
sensibilmente mediante la facoltà di giudizio il cui principio riposa
precisamente sul senso comune o il gusto, cioè mediante il sentire
esteticamente dunque l’interna indeterminatezza del determinato. Sentire
l’interna INDETERMINATEZZA [GRICE INDETERMINACY OF IMPLICATURE] del determinato
è uno dei modi per capire in che modo il paradosso fondante della filosofia fa
della filosofia, come estetica non speciale, una riflessione sul senso
dell’esperienza. Se vogliamo restare sul piano linguistico, possiamo dire
infatti che dare significato ai concetti è determinarli, per esempio mediante
uno schema empirico o trascendentale, sempre a condizione di mettere in gioco
un simultaneo e inevitabile riferimento all’inde- terminato, alla totalità
indefinita del linguaggio o dell’esperienza, che solitamente resta implicita, e
magari viene negata (come accadeva in Rorty), proprio in virtù di un SURRETTIZIO
riferirvisi. Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica come filosofia non
speciale. Il gioco delle parti tra senso e significati, e tra senso e non
senso, è affrontato da G. in molte altre occasioni, ma viene tematizzato
direttamente in una conferenza, poi pubblicata in appendice al volume,
Estetica. Uno sguardo-attraverso, con il titolo Sul dover essere del senso. Ora
il problema non è tanto distinguere il senso dai significati, mettere in luce
la condizione estetica di senso come anticipazione estetica dell’esperienza
entro cui i significati possono significare, ma un problema ulteriore:
riconosciuta questa condizione di senso che rende possibile e traspare in ogni SIGNIFICATO
DETERMINATO, non rischiamo infatti di parificare tutti i significati nel loro
essere varianti di sensatezza, ‘seri’ nell’essere sensati come che sia, ma non
altrettanto ‘seri’ nel loro proprio far senso? Come se la filosofia critica,
spinta fino a questo punto, rischi che il senso possa «riassorbire in sé la
sensatezza che esso condiziona. Il senso, così, concederebbe sensatezza a tutti
i sensi e i significati storici e proprio per questo la sottrarrebbe a ciascu-
no di essi, convertendosi esso stesso in non senso»31. Un esempio concreto di
questo problema, G. lo aveva scorto nel dilemma a cui deve far fronte l’antropologia
in relazione all’etnocentrismo: l’irrinunciabile rispetto che l’antropologia
moderna ha costruito per ogni società altra rischia infatti, d’altra parte, di
parifica- re ogni cultura come una variante di sensatezza, togliendole
“serietà”. Il colonialismo e l’imperialismo, ovviamente inaccettabili, avevano
però almeno il pregio di prendere le culture nella loro serietà. Ma era proprio
questo ciò su cui si interroga G.: non tanto la questione delle culture altre,
ma della nostra stessa cultura. E conclude così. Le considerazioni appena
svolte non hanno una vera e propria conclusione. Si può dire solo questo: che
si è forse messo in luce qui un nuovo ossimoro, o una forma ulteriore del
paradosso G., Estetica. Uno sguardo-attraverso, Cfr. G., Senso e paradosso. Si
potrebbe sostenere che questo imperialismo della sensatezza sia stato
proclamato e poi smentito da Fukuyama nel suo The End of History and the Last
Man, mentre l’opposto – cioè il prendere la diversità delle culture nella loro
serietà, e tuttavia prenderle così seriamente da negargli una dimensione comune
di senso – veniva proposto di lì a poco da Samuel Huntington nel suo The Clash
of Civilizations and the Remaking of the World Order. Le due posizioni,
insomma, potrebbero rappresentare tesi e antitesi di una antinomia non
composta. Cfr. S. Velotti, Dare l’esempio. Cosa è cambiato nell’estetica, Studi
di estetica Velotti in cui consiste la filosofia, vale a dire: che
il senso pare che debba essere considerato nello stesso tempo come non-senso,
in quanto il suo dare sensatezza è nello stesso tempo un sottrarla [...] Forse
il senso si profila ora come il dover essere-sensato. E qui, forse, ritroviamo
– come già in Kant – la più profonda congiunzione tra le radici estetiche del
senso e le radici etiche del dover-essere. Il problema del prevalere della
sensatezza sui significati e quindi del rovesciarsi del senso in non-senso è
strettamente legato al problema spinoso della perdita di esemplarità dell’arte,
della questione, cioè, se l’arte non ha progressivamente ceduto a un’aderenza
sempre più spinta alla realtà fino a confondersi semplicemente con la sua
ottusità, il suo darsi di fatto, come mero accompagnamento del senso, avendo
per lo più rinun- ciato al rischio di dare corpo e forma a quella regola che
non si può addurre di cui parla Kant nella terza Critica; una regola
indeterminata che, non potendosi addurre, formulare o esplicitare. può essere,
appunto, solo esemplificata in un esempio singolare, inassimilabile a un
esempio inteso come membro di una classe. Nel denso saggio di G. Immagine
Linguaggio Figura troviamo spunti inediti, ma anche una nuova sintesi di
decenni di studi e ricerche. È un libro bello e importante, che attende ancora
di essere esplorato a fondo, in tutta la sua fecondità, anche in relazione a
ricerche in atto nel panorama nazionale e internazionale, ma che qui non posso
affrontare in modo minimamente adeguato. Ricordo solo che il perno intorno a
cui ruota è la nozione d’immagine interna che ha preso forma attraverso
l’assiduo ripensamento del cosiddetto schematismo” kantiano, e che non è
confondibile in alcun modo con l’idea di poter spiegare qualcosa della
percezione o del riferimento al mondo – rimandando a immagini che avremmo nella
testa. Distinte dalle figure che nell’uso comune chiamiamo immagini, ma che non
possono essere altro che elaborazioni, esteriorizzazioni e riduzioni dell’immagini
interne, l’immagini interne sono innanzitutto ispezioni attive e mobili, per
scorci sempre diversi, degli oggetti percepiti, o di queste percezioni
riprodotte, rielaborate e ricordate nell’immaginazione. È da escludere quindi
ogni obiezione legata alla presuppo- [G. Estetica. Uno sguardo-attraverso, G.,
Immagine linguaggio figura. Osservazioni e ipotesi, Laterza, Bari G., Immagine
linguaggio figura. Il senso dell’esperienza:
G. e l’estetica come filosofia non speciale sizione indebita
e circolare di un homunculus che sarebbe a sua volta spettatore di “figure
nella testa”. Figure nella testa non ce ne sono. In questo libro tornano anche
temi antichi come quello, centrale, della metaoperatività, un concetto già
introdotto oltre trent’anni prima, in Ricognizione della semiotica. È
l’anticipazione di uno dei temi più dibattuti, oggi, in ambito cognitivo, sotto
il titolo di metarappresentazioni, ma che in G. si estende già all’intero
ambito dell’operare umano un operare che è senso-motorio, pragmatico e
corporeo, percettivo e cognitivo. In analogia e in correlazione con la funzione
metalinguistica che è sempre implicata nelle funzioni di primo livello del linguaggio,
così come quella costituisce pur sempre una funzione operante solo mediante un
linguaggio di primo livello G. introduce la nozione di metaoperatività come
interna e presupposta in tutte le operazioni umane e praticabile solo mediante
esse. È ciò che distingue, in sostanza, un’operazione del tipo
“stimolo-risposta” da un’operazione che include già dentro di sé una
generalizzazione. Piantare un chiodo con un martello è sì un’operazione
determinata, concreta, e dotata di uno scopo preciso, ma come operazione umana
contiene già dentro di sé una famiglia o una classe di operazioni possibili
qualcosa, dunque, che potrebbe essere chiamato uno schema operativo. In
Immagine linguaggio figura la nostra capacità metaoperativa viene
reinterpretata e specificata proprio in relazione al lavoro di quella che G.
chiama complessivamente facoltà dell’immagine, che è responsabile sia delle
sensazioni come precedenti di un’immagine, sia delle percezioni (le immagini
interne prodotte in presenza degli oggetti del mondo), sia dell’immaginazione
nella sua specificità (delle immagini in quanto riprodotte o
ricordate-rielaborate). Sensazione, percezione e immaginazione sono tutte
«immagini interne», costitutivamente dinamiche, non fissabili in un’icona o
figura materiale, e abitate da qualcosa di non sensibile, [G., Ricognizione
della semiotica, Officina, Roma Cfr. per esempio Sperber, Metarepresentations.
A Multidisciplinary Perspective, Oxford. Una formulazione molto simile dei
rapporti tra linguaggio e metalinguaggio, tra operazione e metaoperazione
all’interno di una prospettiva enattiva sulla percezione, a cui credo sia
riconducibile per molti versi anche quella proposta da G. è possibile
riscontrarla nei saggi di NOË (si veda). Per un confronto, su questi temi, tra
G. e NOË (si veda), cfr. S. Velotti, Tecnica, in Ferrario, Estetica dell’arte
contemporanea, Meltemi, Milano. G., Immagine linguaggio figura Velotti dunque
distinte dall’immagine-SEGNO materialmente intesa, la figura, appunto, e che è
invece sostanzialmente statica. Proprio l’attività artistica, che mette pur
sempre capo a figure per quanto possano essere mobili, processuali,
evanescenti, eventuali è considerata da G. come il venire in primo piano di
questa dimensione metaoperativa una rielaborazione della kantiana conformità a
scopi senza scopo interna a ogni operazione determinata. Ma nel corso di questo
«ripensamento del cosiddetto schematismo kantiano vengono in primo piano
questioni spesso prima trascurate, come quella della corporeità, e viene messa
a punto una nozione che mi pare non fosse stata tematizzata in altri lavori, se
non di sfuggita e appoggiandosi a elaborazioni di diversa provenienza, come
quella d’aggregato. Un aggregato, direi, costituisce una sorta di antecedente di
uno schema, essendo qualcosa di pre-linguistico e pre-concettuale, che deve
dunque precedere in linea di diritto e ipoteticamente anche di fatto anche il
costituirsi di famiglie, in senso wittgensteiniano, oltre che di classi vere e
proprie. Un aggregato è ciò che offre una prima pos- sibilità di riconoscimento
degli oggetti, non come membri di una famiglia o di una classe (che
presuppongono appunto una caratterizzazione di tratti linguistici o una
pertinentizzazione di note concettuali), ed è invece costituito solo
percettivamente da un insieme di casi effettivamente sperimentati o di oggetti
effettivamente usati, quindi di numero finito, anche se via via crescente. Un
aggregato può essere costituito da oggetti assai diversi, legati da una minima
somiglianza e talvolta da nessuna somiglianza, ma solo da un cortocircuito tra
disparati che stabiliscono tra loro un’unità non chiaribile in- tellettualmente
di tipo affettivo, emozionale, fantasticante, vol- to al padroneggiamento di
eventi e cose amate, preoccupanti, esaltanti. Né la funzione dell’aggregato si
esaurisce all’interno della prima infanzia, o nelle ipotesi relative a una
infanzia dell’umanità o in forme di pensiero magico, se, come nota G., Ancora
oggi, nello stesso pensiero occidentale, non possono es- 41 Alludo alle
considerazioni dedicate agli oggetti transizionali di Winnicot in Senso e
paradosso, G., Immagine linguaggio figura Il senso dell’esperienza: G. e
l’estetica come filosofia non speciale sere evitati paradossi liminari,
che denunciano in un certo senso la persistenza dell’ufficio, pur
intellettualmente controllato, dell’aggregato, cioè dell’unione di due termini
diversi e addirittu- ra opposti, in una proposizione unitaria e non più
risalibile. Basta pensare alla kantiana comprensione dell’opposizione tra
incondizionato e condizionato, di soprasensibie e sensibile, e insieme del loro
richiamarsi l’un l’altro necessariamente, all’he- geliana unità di essere e
non-essere, alla questione russelliana di “classe e classe di tutte le classi,
e così via. Voglio però, in conclusione, mostrare un altro autoritratto di G.,
molto diverso da quello, verbale, ricordato all’inizio e consegnato, con
«acume» e «humour» alla bandella della Macchia gialla, perché credo che nelle
pagine di Immagine linguaggio figura si trovi, su un altro regi- stro, una sua
importante eco. È un polittico dipinto da G. sulla soglia dei sessant’anni –
dopo aver subito una seria operazione chirurgica, composto da 13 comparti, che
formano un quadrato di 115 cm per lato. Collezione privata Velotti Alcuni
comparti rappresentano frammenti del proprio corpo, vissuti come oggetti
estranei e familiari a un tempo. Figurano anche strumenti di studio e di
affezione dalla Critica del giudizio a Tempo e racconto di Ricoeur, cose amate,
come il Dissonanzen Quartett di Mozart che dà anche il titolo a un suo
romanzo-saggio. Ma questo è solo un primo riconoscimento di figure presenti nel
dipinto, non certo l’inizio di un’interpretazione. Quando dicevo che la
passione dominante di G. è quella di capire, di comprendere, pensavo anche a
questo dipinto, che credo tro- vi una sua ricomprensione filosofica proprio in
un passo del suo ultimo libro, nelle riflessioni sul corpo e su cosa si prova
ad essere un homo sapiens. Un’operazione chirurgica diventa nelle mani di G. un’occasione per elaborare, anche
operativamente e metaoperativamente, e non solo linguisticamente e
intellettualmente, l’esperienza fatta o subi- ta, anzi proprio per non subire
soltanto l’esperienza comunque subita, ma per esercitare, appunto, quel “dover
essere del senso” già articolato verbalmente. Quel che mi interessa è mettere
in contatto questa ope- razione pittorica, con un passo che, mi pare, le
corrisponde almeno in parte, e che rimanda a quella complementarità tra
determinatezza e indeterminatezza che è al cuore del suo pensiero. Non è
possibile, nota G. in alcune notevoli pagine del suo saggio, mirare a cogliere
l’indeterminato in quanto tale; è possibile farlo solo attraverso il
determinato. E poi si pone una possibile obiezione: È vero: momenti di
apparente non-riconoscimento e totale in- determinatezza percettiva
intervengono in modo tipico quando ci risvegliamo e a volte pare che non
riconosciamo neppure il nostro piede che spunta fuori dal lenzuolo
aggrovigliato. Forse vedremmo, per così dire, solo l’indeterminato e ci
sfuggirebbe affatto il determinato connesso con il riconoscimento di oggetti?
Si può rispondere tranquillamente di no. Salvi i casi di patologie gravi,
quando il mondo può forse divenire solo un magma indecifrabile e viene meno
perfino il senso della nostra identità ma parimenti dovremmo escludere il caso
estremo del coma, se non addirittura dell’essere già morti, il riconoscimento
non G., Dissonanzen-Quartett. Una storia, Pratiche, Parma Una densa e attenta
interpretazione di quest’opera è stata avanzata da Olivetti, dice. Primi
appunti su un Autoritratto di G., pubblicato nel catalogo della mostra G. Un
Autoritratto, Sala Santa Rita dell’Assessorato alle Politiche Culturali del
Comune di Roma. G., Immagine linguaggio figura, Il senso dell’esperienza: G. e
l’estetica come filosofia non speciale viene meno neanche nel caso
di un risveglio depresso e confuso. Si tratta piuttosto di una sensazione di
estraneità degli oggetti e delle nostre stesse parti del corpo percepite come
oggetti indipendenti e in qualche modo estranei. E l’idea di estraneità
modifica il riconoscimento, non lo annulla. Anzi, l’idea di estra- neità del nostro
piede presuppone un riconoscimento proprio in quanto lo riteniamo estraneo è il
nostro piede e per questo ci è estraneo. Solo che il riconoscimento viene
depotenziato e in certo senso avversato. Infatti il nostro piede non dovrebbe
esserci estraneo, ma il fatto è che ci pare assurdo che quel piede sia
cosiffatto e ci appartenga. E insomma la sensazione della stranezza delle cose
del mondo, esterne e nostre. Il che implica un riconoscimento sgradito,
languoroso e stupefatto48. Nelle ultime pagine, poi, il tono sempre controllato
di G., tendente piuttosto all’ironia e allo humour che allo scoramento, si
lascia andare anche a parole amare sul nostro presente (sono gli anni del
ventennio berlusconiano, che abbiamo sperimentato quanto fossero destinati a
cambiare i parametri della vita pubblica, la mente dei cittadini): Ormai si è
istituzionalizzato il banale ed espulso ciò che più con- ta, non tanto l’arte,
di cui ci importa fino a un certo punto e solo a certe condizioni, ma
soprattutto il comportamento civile, le ir- rinunciabili esigenze etiche,
l’interesse alla comprensione delle cose, insomma: la mente dei cittadini, di
cui invece ci importa molto in primissima istanza. E con una specie di apologo
politico di trista attualità ho messo termine a questo saggio. La facoltà
dell’immagine di G. e il suo contributo alla ricerca sulla percezione, i
contenuti non concettuali e l’immaginazione . Il saggio di G., Immagine
Linguaggio Figura, è in parte una ripresa e un ripensamento di alcuni
temi trattati quasi trent’anni prima in Ricognizione della
semiotica Da una rielaborazione dei problemi abbozzati in questo
volume, e grazie a un’assidua interpretazione e rielaborazione del
pensiero kantiano, G. arriva a precisare il rapporto tra le due dimensioni
irriducibili della sensibilità e dell’intelletto in termini di
facoltà dell’immagine, da un lato, e di linguaggio e concetti,
dall’altro. Nonostante Immagine Linguaggio Figura nomini fin dal
titolo il problema della relazione tra queste due dimensioni correlate ma
kantianamente irriducibili dell’esperienza umana, lo statuto del
linguaggio non è qui affrontato nella sua problematicità complessiva
all’interno di tale esperie nza, ma solo in relazione all’«immagine
interna», che deve essere considerata «la premessa e la garanzia della
realtà del significato delle parole del linguaggio. Naturalmente, Relazione
tenuta al convegno di studi “G.: determinazioni e dissonanze, Chieti, G.,
Immagine Linguaggio Figura. Osservazioni e ipotesi, Roma-Bari, Laterza Ricognizione
della semiotica. Roma, Officina. Immagine LinguaFigura, dove G. precisa.
Chiamo complessivamente immagine interna sia il precedente d’un’immagine, sensazione,
sia l’immagine in quanto attualmente prodotta, percezione, sia l’immagine
in quanto riprodotta o ricordata, rielaborata, immaginazione, per distinguerle
complessivamente dalla figura esteriorizzata, per esempio, mediante un disegno.
Perciò mi capiterà di chiamare la facoltà che ne è responsabi le facoltà
dell’immagine, tale da riunire in sé sensazione, percezione, immaginazione. Immagine
Linguaggio Figura. non bisogna cadere nell’errore di considerare l’immagini
interne come figure (Bilder, pictures) che avremmo nella mente. G. conosce
bene la critica wittgensteiniana a quest’idea tradizionale e
insostenibile. Anzi, si potrebbe considerare la teoria dell’immagine interna
come una lunga e meditata replica a chi confonde la critica di
Wittgenstein con un rifiuto di attribuire ogni valore cognitivo o semantico alla
nostra attività percettivo-immaginativa, per attenersi al solo linguaggio. Per
integrare quanto è implicito nel libro a questo riguardo, credo sia oppor tuno
tenere presente l’articolo che G. dedica a Minisemantica
di MAURO (si veda), caratteristicamente intitolato L’indeterminatezza
semantica, una questione liminare. Sia sul versante della percezione e
dell’immagine, sia su quello del linguaggio e dei concetti, troviamo
infatti in quest’articolo quella correlazione di determinato e
indeterminato che è forse il nodo teorico che G. ha pensato più a fondo e nelle
sue molteplici articolazioni: il paradosso fondante della filosofia, ma a nche
dell’esperienza comune di cui G. parla prima nella voce i paradossi
dell’esperienza scritta per l’enciclopedia Einaudi, e poi
in Senso e paradosso non è altro che un’antinomia inevitabile,
modellata sull’antinomia della facoltà di giudizio della
terza Critica kantiana. La relazione paradossale tra determinatezza e
indeterminatezza è al centro sia della trattazione della facoltà
dell’immagine, sia della facoltà del linguaggio. Qui vorrei, per un
verso, mostrare quale aspetto abbiano assunto nell’ultimo libro certi
problemi già impostati in Ricognizione della semiotica creando
MAURO [si veda], Minisemantica, Roma-Bari, Laterza; G.,
L’indeterminatezza semantica, una questione liminare, in Ai limiti del
linguaggio, cur. LEONI, GAMBARARA, GENSINI, PIPARO, SIMONE,
Bari, Laterza, poi in G., L’arte e l’altro dall’arte. Saggi di estetica
e di critica, Bari, Laterza. G., I paradossi
dell’esperienza, in Enciclopedia Einaudi, Sistematica, Einaudi,
Torino; Senso e paradosso. L’estetica, una filosofia non speciale, Bari,
Laterza così un asse verticale, o di profondità temporale, all’interno de lla
ricerca stessa di G.; per altro verso, però, vorrei tentare qualche rapido
confronto tra alcuni temi fondamentali affrontati in Immagine Linguaggio
Figura e la filosofia contemporanea, soprattutto di area analitica, con
qualche riferimento anche all ’ambito della psicologia cognitiva e
discipline affini. Con il corrodersi della filosofia linguistica, infatti,
o, se si vuole, con l’apertura della linguistic turn al non
linguistico quest’area di ricerca permette di riscoprire il problema della
percezione e dell’immaginazione, creando ambiti disciplinari anche molto
specialistici su questioni strettamente interconnesse: dal problema della
natura della mental imagery a quello dei cosiddetti contenuti non
concettuali della percezione in cui un ruolo di rilievo assume anche la
percezione e la cognizione degli animali non umani, da sempre tenuta presente
da G.; da quello della natura delle rappresentazioni mentali a quello delle
numerose prestazioni assegnate oggi in ambito analitico e cognitivistico
all’immaginazione. A lungo considerata in area analitica come una
“facoltà” nebulosa, indeterminata e quindi sospetta, da qualche anno a questa
parte l’immaginazione è al centro di molte aree di ricerca: se ne parla i
n relazione ai giochi di far finta games of make believe sia nel campo delle
arti che in quello più generale dell’esperienza comune l’ampio
contributo di THOMAS, Mental Imagery, The Stanford Encyclopedia of
Philosophy, cur. ZALTA plato. stanford. edu/ archives/ win2011/ entries/ mental-imagery/.
Si tratta di un buon contributo, ma è sintomatico che proprio allo schematismo
kantiano Thomas dedica uno spazio molto ridotto, e limitato alla schematismo
trascendentale dell’intelletto della prima Critica: aggrappandosi
alla famosa asserzione kantiana secondo cui lo schematismo è un’arte nascosta
nella profondità dell’anima umana, il cui vero impiego difficilmente saremo in
grado di strappare alla natura per esibirlo patentemente dinanzi agl’occhi,
Thomas mette da parte il problema concludendo che Kant, -- in attempting to
grapple with problems about the nature of mental representation that the empiricists
had failed to solve, leaves the process of image formation, and the nature of
image itself, deeply misterious. Cfr. WALTON, Mimesis as Make-Believe. On
the Foundations of Representational Arts, Harvard, (trad. it. di
NANI, Mimesi come far finta, Milano, Mimesis, alle ricerche sull’autismo
considerato da alcuni come una patologia dell’immaginazione, a quelle sull’EMPATIA
e sulla simulazione, ai cosiddetti paradossi della finzione, della
suspense o della resistenza immaginativa, e ai tentativi, o alle rinunce, di
fornire una nozione unitaria di immaginazione che ne comprenda le varie
declinazioni: un’immaginazione pr oposizionale e non proposizionale,
una ricostruttiva e una creativa, e così via 11. Immagine
Linguaggio Figura è stato scritto senza note e senza riferimenti
espliciti ad altri autori o ad altre ricerche contemporanee. Ma è
tutt’altro che un libro estemporaneo o isolato. Anzi, G. lo ha potuto
scrivere liberamente, quasi di getto, solo perché sono almeno trent’anni
che anda elaborando quei pensieri. Abituati ormai a pensare, come è d’uso
nella filosofia analitica, sotto l’ombrello di etichette
generalizzanti, che identificano certi assunti teorici di fondo nei
confronti dei quali occorrerebbe definirsi nel caso della mental
imagery, per esempio, il primo discrimine che troviamo è
quello fotografato dall’annoso e fuorviante dibattito tra
sostenitori delle teorie analogiche e delle teorie PROPOSIZIONALI,
la riflessione di G. sembra condotta in isolamento, e risulta difficile
da collocare sotto un’etichetta univoca. Mentre non credo che le
etichette servano davvero, in quanto tali, a far progredire la comprensione dei
problemi, credo invece che un confronto sostanziale tra le proposte di G. e
quelle elaborate in ambito anglosassone sarebbe molto proficuo per entrambi gli
schieramenti. In ogni modo, se proprio volessimo collocare le posizioni di G.
in quel dibattito che nel bene e nel male è sempre più ristretto,
specialistico, talvolta accecato dai propri tecnicismi, ma altre volte utile a
chiarire i problemi in gioco e a suggerire soluzioni che lì, magari, non sono
contemplate -, potremmo orientarci verso l’ambito delle teorie enattive, enactive,
della percezione e delle Per il nuovo interesse suscitato
dall’immaginazione in ambito anglosassone negli ultimi decenni, e le
relative indicazioni bibliografiche, rimando a VELOTTI, La filosofia e le
arti. Sentire, pensare, immaginare, Roma-Bari, Laterza, in particolare il
cap. 3immagini mentali, che costituiscono una terza via non computazionale rispetto
a quelle analogiche e a quelle PROPOSIZIONALI (cf. Grice, CONTENUTO
PROPOSIZIONALE). Come che stiano le cose rispetto a questi orientamenti,
il confronto approfondito e sostanziale tra le riflessioni di G. e le teorie
della percezione, delle immagini mentali, dell’immaginazione
nel loro ruolo in ambito cognitivo, semantico, estetico,
artistico è un lavoro ancora da fare. Qui offrirò qualche spunto in
relazione al problema dei cosiddetti contenuti non concettuali della
percezione, cominciando però dallo sviluppo interno al pensiero di G.
stesso, e in particolare dall’insoddisfazione per la semiotica
denuncia. Alla domanda se la semiotica è sufficiente a se stessa, G. rispondeva di no, perché la semiotica non
poteva indagare il problema delle condizioni grazie a cui un qualcosa diviene SEGNO.
Lì G. invoca la costruzione di una semantica trascendentale come metateoria di
una semantica empirica e di una semantica logica, e indica il suo oggetto
specifico nei significati trascendentali, cioè negli schemi dell’immaginazione,
affrontati in sede di schematismo trascendentale nella Kritik der reinen
Vernunft. G., d’altra parte, avverte avendo pubblicato Estetica ed
epistemologia l’insufficienza dello schematismo trascendentale della
prima Critica, valido solo per le condizioni de)la conoscenza in
genere überhaupt, ma non per comprendere la conoscenza effettiva o determinata,
e rimanda al principio trascendentale soggettivo, creativo e costruttivo
indagato da Kant nella terza Critica. Nella Premessa a
Immagine Linguaggio Figura si dice che l’enigma dell’immagine interna, G.,
Ricognizione. G., Estetica ed epistemologia. Riflessioni sulla CRITICA
DEL GIUDIZIO di Kant, Roma, Bulzoni, nuova ed. con una nuova premessa, Milano,
Unicopli. G., Ricognizione, vero e proprio tema centrale del saggio, ha
preso forma attraverso l’assiduo ripensamento del cosiddetto schematismo kantiano.
Dunque, una continuità con l’opera, ma certamente anche un’importante
discontinuità: lo schematismo trascendentale, quello dei concetti puri
dell’intelletto, passa decisamente in secondo piano nell’ultimo libro, mentre a
venire in primo piano sono lo schematismo empirico - quello cioè che
permette di pensare la costruzione dei concetti empirici a partire dalla
percezione, che Kant nella terza Critica chiama esempio - e lo
schematismo simbolico, quello che funziona per analogia, in relazione a
concetti non propriamente esibibili e che è responsabile non solo delle
cosiddette opere d’arte bella, ma anche del funzionamento del nostro
linguaggio. Naturalmente, questi diversi schematismi, pensabili grazie alla
distinzione - disponibile solo a partire dalla terza Critica tra uno
schematismo oggettivo e un libero schematismo, si intrecciano sempre nella
produzione effettiva di enunciati e figure significanti, ma devono essere
distinti a livello analitico. Nella Ricognizione della semiotica G.
mette in chiaro come lo schematismo kantiano costituisse il superamento di ogni
concezione ingenuamente referenzialistica del linguaggio. Lì si indicava una
direzione di ricerca che poi si preciserà nel tempo. Si dice. Il referente non
è la cosa stessa, ma il nostro modo di operare sulle cose, di manipolarle
e configurarle come il correlato implicito del linguaggio; l’operazione a
sua volta è questo stesso concreto manipolare, che non può essere
disgiunto peraltro dal nostro rappresentarci le cose e le nostre
manipolazioni delle cose, cioè dal nostro prendere le distanze dagli stimoli
immediati, e che suppone quindi in qualche modo il nostro conoscerle e
parlarne Immagine Linguaggio Figura, Cfr. KANT, CRITICA DELLA FACOLTÀ DI
GIUDIZIO, ed. it. cur. G. e HOHENEGGER, Torino, Einaudi, in particolare l’introduzione
dei curatori. Sull’analogia in Kant v. CAPOZZI, L’inferenze del giudizio
riflettente in Kant: l’induzione e l’analogia, Studi kantiani, G., Ricognizione.
È evidente, mi pare, che l’operazione di cui si parla include anche la
nostra nativa attività percettiva che verrà poi indagata attraverso il problema
della costituzione, della natura e della funzione delle immagini interne.
Distinte dalle figure che non possono essere altro che elaborazioni,
esteriorizzazioni e riduzioni delle immagini interne), le immagini interne sono
innanzitutto dinamiche, sono cioè ispezioni attive e mobili, per scorci sempre
diversi, degli oggetti percepiti, o di queste percezioni riprodotte,
rielaborate e ricordate nell’immaginazione. È da escludere quindi ogni
obiezione legata alla presupposizione indebita e circolare di un HOMUNCULUS
(cf. CUMMINS ON GRICE) homunculus che sarebbe a sua volta spettatore di
figure nella testa. Figure nella testa non ce ne sono. È invece questa
operazione percettiva, dinamica e attiva, che impedisce ogn i regresso
all’infinito, anche se naturalmente non pretende di dare una
spiegazione, in termini oggettivi, di come ciò avvenga. Un ruolo decisivo gioca
qui la nozione di metaoperatività introdotta in
Ricognizione della semiotica e poi ripresa, anche terminologicamente, in
tutta la sua importanza, solo trent’anni anni dopo. È interessante
come, anche in questo caso, G. anticipasse uno dei temi più dibattuti, oggi, in
ambito cognitivo, sotto il t itolo di meta-rappresentazioni, ma che in G. si es
tende già all’intero ambito dell’operare umano, un operare che è pragmatico e
corporeo, percettivo, cognitivo. In analogia e in correlazione con la funzione
metalinguistica che per G. è sempre implicata nelle funzioni di primo
livello del linguaggio, così come quella costituisce pur sempre una funzione
che può essere solo interna al linguaggio di primo livello G. introduce
la nozione di metaoperatività come interna a qualsiasi o perazione umana. È ciò
che distingue, in sostanza, un’operazione del G., Ricognizione, Cfr.
Metarepresentations. A Multidisciplinary Perspective, cur. SPERBER, Oxford
genere STIMOLO-RISPOSTA da un’operazione che include già dentro di sé una
generalizzazione. P iantare un chiodo con un martello è sì un’operazione
determinata, concreta, e dotata di uno scopo preciso, ma come operazione
umana contiene già dentro di sé una famiglia o una classe di operazioni
possibili qualcosa, dunque, ch e potrebbe essere chiamato uno schema
operativo: piantare questo ch iodo, per l’uomo, suppone piantare i chiodi
in generale, cioè un comportamento operativo metaoperativo rispetto a
quello volto alla fabbricazione di strumenti e alla determinazion e di
variabili operative; e il piantare chiodi in generale suppone ul teriormente
l’operare in generale in vista d i possibili variabili operative, cioè un
comportamento specificamente metaoperativo. Persino l’operare per prova ed
errore tipico del comportamento animale non umano - suppone nell’uomo un
piano, una consapevolezza di operare per prova ed errore. Sappiamo che
proprio l’attività artistica è considerata da G. come l’esemplificarsi di
questa dimensione metaoperativa, e che questa dimensione metaoperativa
non è altro che una riformulazione della kantiana «conformità a scopi senza
scopo. La terza parte di ricognizione della semiotica è tutta
incentrata sui cosiddetti linguaggi artistici, che LINGUE PROPRIAMENTE NON SONO,
non solo in quanto PRIVI DI UN CODICE, ma in quanto strettamente
condizionati da un’operatività e da una meta-operatività irriducibili a
linguaggio. Tutte le arti di cui G. lì parla dall’architettura alla musica,
dalla poesia alla narrativa alla pittura sono indagate a partire dal modo in
cui in esse prende corpo questa nostra capacità metaoperativa, di per sé
inosservabile, ma rilevabile in indici empirici in tutti i prodotti umani,
e in modo esemplare nelle opere d’arte. La stessa nozione di stile viene
riletta alla luce del manifestarsi concreto di indici metaoperativi. In estrema
sintesi, questa capacità metaoperativa viene caratterizzata come una
condizione G., Ricognizione nozioni diverse, quali gli oggetti
che Winnicott ha chiamato «transizionali, di quelli che Dummett ha chiamato
proto-pensieri, che sono analoghi poi a quelli che alcuni studiosi
a partire da Evans chiamano contenuti non concettuali della percezione (c
ontraddicendo, dunque, l’idea fatta valere da FERRARIS (si veda) secondo
cui la tradizione kantiana decreta l’equivalenza tra epistemologia e ontologia,
cioè l’assimilazione di tutto il reale, di quel che c’è, a quel che
possiamo conoscerne grazie ai nostri schemi concettuali, gettando così le
premesse del radicale prospettivismo e costruzionismo nietszscheano
secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni, e di qui del
postmoderno, del neopragmatismo alla Rorty, del decostruzionismo secondo cui
niente è fuori dal testo, e così via . affidata a un principio estet ico
che esprime un’originaria adesione del soggetto all’esperienza, e insieme
un’anticipazione distanziante di questa. Già in Senso e paradosso, G.
s’è riferito in un altro contesto agli oggetti transizionali di Winnicott
mediatori tra il narcisismo infantile, o primario, e le relazioni
oggettuali, obbedienti a quel principio di confusività che violerebbe appunto
il principio aristotelico di non contraddizione accostandoli da un lato all’
Unheimliches freudiano e, dall’altro, alla paradossale unità di
determinato e indeterminato che ha nell’opera d’arte e nell’esperienza estetica
una sua manifetsazione esemplare. Non c’è esperienza ben determinata,
apparentem ente solo ovvia, che non presupponga una condizione di
transizionalità o, insomma, un paradosso-senso. E certi tipici oggetti
transizionali non sono che concretizzazioni di un paradosso-senso. Qui si
legittima anche la creatività che viene esemplar mente e più tipicamente
esibita oggi, per noi e dal punto di vista di una riflessione estetica,
da ciò che chiamiamo arte ed esperienza estetica DUMMET, Origins of
Analytical Philosophy, Harvard, ed. cur. PICARDI, Origini della filosofia
analitica, Torino, Einaudi. Il proto-pensiero si distingue dal pensiero
vero e proprio che è esercitato dagli esseri umani per i quali il linguaggio ne
è il veicolo per il fatto di non essere separabile dalle attività e
circostanze presenti non possiamo dare una spiegazione soddisfacente della
nostra capacità di base d’apprendimento e di orientamento nel mondo trascurando
il livello dei proto-pensieri. EVANS, The Varieties of Reference, Oxford.
FERRARIS, tra i tanti testi e articoli in cui sostiene questa tesi, si veda da
ultimo il manifesto del nuovo realismo, Roma-Bari, Laterza. Per una
discussione più articolata di questadel l’esperienza che funziona come unità
costruttiva di un insieme di determinazioni linguistiche e operative», in
dichiarata corrispondenza a quell’unità estetica delle rappresentazioni
di cui si occupa Kant nella Kritik der Urteilskraft. A questo punto
abbandono il saggio per vedere come queste problematiche vengano
riformulate e rielaborate, in modo più adeguato, nel saggio. Il nuovo strumento
teorico che G. mette a punto, al di là del riferimento al principio di una
conformità a scopi senza scopo quale senso e sentimento comune, il
Gemeinsinn kantiano, è la nozione d’immagine interna, proprio a
partire da una rielaborazione del libero schematismo della terza
Critica. Qui la nostra capacità metaoperativa resta una nozione
importante, ed è esplicitamente richiamata nel testo, ma viene reinterpretata e
specificata proprio in relazione al lavoro di quella che G. chiama
complessivamente facoltà dell’immagine, che è responsabile sia delle
sensazioni (come precedenti di un’immagine), sia delle percezioni (le
immagini interne prodotte in presenza degli oggetti del mondo), sia
dell’immaginazione nella sua specificità (delle immagini in quanto
riprodotte o ricordate- rielaborate. Quella che veniva chiamata per lo più
operazione è qui inn anzitutto l’attività di questa facoltà dell’immagine, dal
livello senso-motorio e non ancora associato effettivamente al linguaggio e ai
concetti, fino al suo pieno intrecciarsi con linguaggio e concetti, ma pur
sempre all’interno di una non riducibilità dell’una dimensione all’altra.
Sensazione, percezione e immaginazione sono tutte immagini interne
costitutivamente dinamiche, non fissabili in un’icona o figura materiale,
e abitate da qualcosa di non sensibile, dunque distinte dall’immagine
SEGNO materialmente intesa, che G. chiama figura [ETIMOLOGIA INTERESANTE], e
che è invece sostanzialmente statica. G. Ricognizione, G. Immagine
Linguaggio Figura Una delle nozioni di maggior interesse che emerge
subito assente, direi, negli scritti precedenti è quella di
aggregato. Si tratta di qualcosa di pre-linguistico e pre-concettuale, che deve
dunque precedere in linea di diritto e ipoteticamente anche di
fatto il costituirsi di famiglie, in senso wittgensteiniano, e di classi.
Un aggregato è ciò che offre una prima possibilità di riconoscimento degli
oggetti, non come membri di una famiglia o di una classe che presuppongono
appunto una caratterizzazione di tratti linguistici o una pertinentizzazione di
note concettuali. Un aggregato è invece costituito solo percettivamente –
GRICE, POTCHING, NOT COTCHING -- e costituisce un insieme di casi
effettivamente sperimentati o di oggetti effettivamente usati, quindi di numero
finito, anche se via via crescente. Un aggregato può essere costituito da
oggetti assai diversi, legati da una minima somiglianza e talvolta da nessuna
somiglianza, ma solo da un cortocircuito tra disparati che stabiliscono
tra loro un’unità non chiaribile intellettualmente di tipo affettivo,
emozionale, fantasticante, volto al padroneggiamento di eventi e cose amate,
preoccupanti, esaltanti. Mi sembra di poter dire che G. stia cercando di dar
conto, con una rielaborazione di quella che Kant avrebbe chiamato una
sintesi dell’apprensione, ancora priva di un’unità conc ettuale, della
comune radice di G., Immagine Linguaggio Figura. Ma G. segnala una
revisione tendenziale dell’estetica trascendentale kantiana a un
livello molto più radicale e produttivo, già da Senso e paradosso. Con
la riflessione estetica della Critica del Giudizio, il problema
dell’immaginazione viene in primo piano: nasce u n nuovo schematismo lo
schematismo libero, senza concetti, dell’immaginazione come
capacità originaria di organizzazione delle percezioni. Di conseguenza tende a
ridimensionarsi notevolmente la primitiva estetica trascendentale, nonché
la stessa logica trascendentale, della Critica della ragion pura.
Per esempio, che qualcosa possa essere dato ai sensi solo alle condizioni dello
spazio e del tempo non è che un aspetto, forse non il più
originario appunto, della questione dell’intuizione e della sua elab
orazione nell’immaginazione non più soltanto produttiva e riproduttiva, ma
anche creatrice, non esauribile in termini di ‘forme’ spazio - temporali
rispetto a una materia sensibile. Il centro della questione, di fronte a
quell’aspetto, è ora la lor o interna capacità organizzativa Quanto alla
relazione tra aggregato e oggetto (GRICE OBBLE) transizionale, mi sembra che
uno degl’esempi portati in Immagine Linguaggio Figura non lasci
adito ad alcun dubbio. Nella primissima infanzia, scrive G., prima che il
linguaggio costituisca un vero e proprio ambiente e quindi sotto la condizione
di un’intelligenza prev alentemente senso-motoria, si può
ipotizzare che si producano, nel la manipolazione degli oggetti, riconoscimenti,
usi e aggregati di oggetti in essi variamenti disposti. Un burattino può
essere riconosciuto come un burattino e nello stesso tempo come un
vivente, oggetto d’amore o mostro persecutorio che sia; una copertina o
un lenzuolino possono essere riconosciuti come oggetti d’uso, adatti per
coprirsi e stare al caldo, e insieme come utero della madre, il suo
abbraccio, il suo stesso seno e quindi come una difesa dal mondo esterno non
ancora propriamente conosciuto e dominato; e così via. In questi casi
l’aggregato è lontanissimo dalla formazione di una futura tassonomia
intellettuale, e tuttavia una tassonomia non potrebbe più tardi formarsi se non
fosse preceduta da quello. Se queste forme prelinguistiche di aggregazione e
riconoscimento sono però contrassegnate da una vocazione al linguaggio e
all’organizzazione concettuale, ci si può chiedere se siano pensabili
anche senza questa teleologia evolutiva e se non siano per caso da
pensare come l’analogo più prossim o, con le opportune specificazioni, delle
rappresentazioni che dobbiamo attribuire ad alcune specie di animali non-umani.
A questi, infatti, G. riconosce non una vera percezione interpretante come
quella umana, ma neppure si sente di relegarli in un «ambiente» nettamente
distinto da un mondo come avevano fatto Scheler e Heidegger sulle orme di von
Uexküll. Forse la distinzione vale per l’ambiente sensoriale della zecca,
ma sarebbe diff icile dire la stessa cosa di un cane o delle grandi
scimmie. tesi rispetto a Kant, rimando a VELOTTI, Storia filosofica
dell’ignoranza, Roma-Bari, Laterza. G., Immagine Linguaggio Figura. G., Immagine
Linguaggio Figura. Un mondo, senza darne qui un’impossibile definizione e
accettando della parola solo l’indicazione di un senso complessivo della vita e
delle cose che la avvolgono, è attribuibile anche agli animali non-umani.
Solo che sembra presentarsi non come mondo in immagine, ma come comportamento,
in cui la sensazione, visiva o non visiva, svolge una funzione segnaletica e
non formativa, essenziale, ma non caratterizzante propriamente una co siddetta
immagine del mondo. Mi sono soffermato brevemente sul tema della percezione
infantile e degli animali non-umani perché è diventato forse l’argomento
più forte portato dai sostenitori dei contenuti non concettuali della
percezione. Questo confronto tra le posizioni di G. e quelle dei
sostenitori dei contenuti non concettuali (un’espressione che Garroni non usa
mai) richiederebbe uno studio specifico, come anche la relazione
tra l’ aggregato e i proto -pensieri di Dummett, una nozione elaborata proprio
per dar conto di rappresentazioni che non sono dipendenti dal linguaggio,
proprie sia dunque degli infanti, sia degli animali non-umani (anche se credo
che sia necessario, anche per Dummett [WRIGLEY TO GRICE: MY THESIS WILL BE ON
DUMMETT’S FREGE – PHILOSOPHY OF LANGUAGE. HAVE YOU READ IT? GRICE: NO, AND I
HOPE I WON’T], distinguere tra proto-pensieri suscett ibili di diventare
pensieri, o vocati a diventarlo, e quelli che non lo sono). Se menziono i
possibili punti di convergenza della riflessione di G. sulla irriducibilità
della percezione al linguaggio con quella di alcuni filosofi di tradizione
analitica e psicologi cognitivi, non è per mostrare che il pensiero di G. sta
al passo con i tempi, o li ha precorsi, cosa che sarebbe di pochissimo
interesse. Il fatto è che G. mette in luce spesso senza portare fino in
fondo i dettagli dell’analisi aspetti, implicazioni e dimensioni del
problema che potrebbero essere molto fecondi se messi a contatto con la ricerca
contemporanea propria di quelle diverse tradizioni. Vorrei sottolineare che non
si tratta solo di un generico auspicio di integrazione di prospettive diverse,
ma di confronti concreti G., Immagine Linguaggio Figura Non
solo in EVANS, cit., ma soprattutto, tra gli altri, in C. A. B. PEACOCKE, Does
perception have a nonconceptual content? Journal of Philosophy, e
Phenomenology and nonconceptual content, in “Philosophy and Phenomenological
Research”, e già anche in DRETSKE, Naturalizing the Mind, MIT che
potrebbero portare a risultati sorprendenti forse anche in termini di nuove
acquisizioni conoscitive. Farò due esempi: il primo, già accennato, riguarda
proprio i contenuti non concettuali. Il secondo riguarda invece
l’indeterminatezza delle immagini mentali A. È indubbio che le
principali ragioni che hanno portato la filosofia della linguistic
turn a occuparsi di fenomeni non linguistici, e in particolare di
contenuti percettivi non concettuali, è legata a una serie di ragioni che
trovano corrispondenze abbastanza puntuali in Garroni. E tuttavia, nonost-ante
la loro raffinatezza, spesso queste analisi sono incapaci di vedere aspetti
della questione che una riflessione filosofica come quella di G. aiuta a
scorgere. Le ragioni che hanno dato il via al dibattito sui contenuti non
concettuali sono svariate. La possibilità, riconosciuta da G. con la nozione di’aggregato,
di rappresentare nella percezione stati di cose contraddittori o impossibili da
un punto di vista proposizionale e concettuale [SPERANZA MISE-EN-ABYME E GRICE:
l’esempio che si fa di s olito sono le figure di Escher, o la l’illusione della
cascata di Crane, ma l’aggregato di G., come abbiamo visto
rapidamente, coglie questa possibilità percettiva innanzitutto al livello
dell’immagine interna, e nella sua necessità non solo come fatto
accidentale ed episodico, o artatamente escogitato e realizzato in una figura. Un
secondo argomento è stato proposto da Peacocke, il quale sostene che il
contenuto della percezione è unit-free: percepisco una distanza
CRANE, The Waterfall Illusion, Analysis, Cfr. Immagine Linguaggio Figura,
in cui G. analizza la differenza tra la interpretabilità plurima di
alcune figure, e il ruolo primario nei riguardi della varia
interpretabilità del percepibile giocato dall’indeterminatezza percettiva
propria delle immagini interne in relazione al mondo
reale. PEACOCKE, Analogue content, Proceedings of the Aristotelian
Society, determinata tra me e un oggetto senza per questo dover usare
un’unità di misura. E queste rappresentazioni sono irriducibilmente
nonconcettuali. G., di nuovo appoggiandosi qui implicitamente a Kant,
usa un’argomentazione analoga per mostrare come la percezione ci appaia
legittimamente come soggettiva e oggettiva a un tempo, senza che ci sia nulla
di contraddittorio o ossimorico, in quanto la percezione fornisce valori
oggettivi delle cose, per esempio quantitativi, tali da poter essere poi
esplicitati in rapporti metrici, in un modo che non è ad evidenza delle
cose stesse: lo stesso avvertimento di quei valori oggettivi
è nostro [e questo avvertimento è non concettuale: nota mia]
e, tanto più, la nostra misurazione non sta nelle cose,
ma dipende da un’unità di misura da noi stabilita idonea per
l’esplicitazione concettuale di quei rapporti. L’avvertimento dei valori
quantitativi privo di un’unità di misura è dunque la condizione, non
concettuale estetica, direbbe G. con Kant di ogni misurazione oggettiva e
concettuale. 3. Un terzo argomento, avanzato da Evans e poi ripreso da molti, è
la maggiore finezza di grana della percezione rispetto alla grana dei
contenuti degli atteggiamenti proposizionali. Qui è facile riferirsi di nuovo a
G. nella sua rielaborazione del pensiero kantiano, ma non tanto in relazione
agli aggregati, quanto al libero schematismo e a quelle che Kant chiamava «idee
estetiche» (una modalità esemplare di «immagine interna», che Kant stesso
designa come «intuizione interna»: « dal punto di vista estetico
l’immaginazione è libera, al fine di fornire, ma in modo non ricercato una
copiosa e inesplicita materia [Stoff] all’intelletto, che questo,
nel suo concetto, non prendeva in considerazione ). E l’analisi,
centralissima, che G. dedica al libero schematismo, non si limita a un
riferimento alle ope re d’arte che sono, per Kant, espressioni di idee
estetiche, ma KANT, Critica della facoltà di giudizio, G.,
Immagine Linguaggio Figura . KANT, Critica della facoltà di
giudizio si allarga alla stessa costruzione di schemi per concetti
empirici. G. precisa infatti che lo stesso schema lo schema empirico,
l’immagine schema o, nel linguaggio della terza Critica
kantiana, l’esempio è possibile dentro il quadro del rapporto dell’intera
immaginazione e dell’intero intelletto: è una scelta di certi tratti
caratteristici nell’insieme di tutti i tratti caratteristici percepibili
di un oggetto, il quale a sua volta non sarebbe possibile se non sullo sfondo
di tutti i tratti caratteristici possibili, percepiti o no, percepibili o no, c
onfusi nell’indet erminatezza della totalità. Non si tratta, è vero, di
una percezione non relazionata ai concetti (dato il rapporto
dell’immaginazione con l’intelletto), ma è anche vero che qui nessun concetto
determinato può corrispondere ai tratti caratteristici percepiti, e anzi un
concetto empirico può formarsi solo su progressive selezioni a partire da una
totalità indeterminata di tratti non già linguisticamente o
concettualmente classificati. Nella prospettiva di G., la maggiore
“finezza di grana” della percezione verrebbe vista in un quadro più ampio
di quello analitico e cognitivista, che ha conseguenze antropologiche,
semantiche, di teoria dell’arte, mentre probabilmente potrebbe guadagnare
a sua volta in precisione e articolazione da un confronto serrato con il
dibattito analitico. 4. Un quarto argomento strettamente collegato al
precedente è stato di nuovo messo in evidenza da Peacocke e da Ayers, e riguarda la possibilità di acquisire
e apprendere concetti empirici. Se non si dessero contenuti non concettuali, o
il nostro ragionamento sarebbe circolare (coglieremmo già concettualmente
contenuti percettivi di cui invece, per ipotesi, dobbiamo costruire i concetti),
oppure dovremmo supporre un innatismo fortissimo e insostenibile. La G., Immagine
Linguaggio Figura, C. A. B. PEACOCKE, A study of concepts, MIT, e
Does perception..., cit.; AYERS, Sense experience, concepts, and content: objections
to Davidson and McDowell, in SCHUMACHER, Perception and Reality: from
Descartes to the Present, Paderborn, Mentis, 2ripresa da parte di G. delle
considerazioni svolte da ECO (si veda) nel suo Kant e L’ORNITORINCO (che
a sua volta si riferiva a G.) fornisce un modello per la formazione dei
concetti empirici proprio a partire dai contenuti non concettuali, in forma di
aggregati, che permette un riconoscimento percettivo anteriore alla
costituzione di uno schema empirico, correlato a un nome comune. Veniamo al
secondo esempio. Discutendo di immagini mentali, alcuni autori di provenienza
analitica hanno sostenuto che una delle caratteristiche che le differenzia
dalle figure (pictures) è la loro indeterminatezza. Sembrerebbe, questo, un
tratto che li avvicina alla tesi di G. sul reciproco correlarsi di
determinatezza e indeterminatezza. Ma non è così. Lo scopo di chi usa questa
argomentazione è quello di sostenere che le immagini mentali, essendo
indeterminate, sono più simili a descrizioni che a figure. L’argomento di
Dennett è abbastanza noto, e rig uarda il numero delle strisce del manto
di una tigre: in un’immagine mentale il numero delle strisce di una
tigre può essere indeterminato, mentre in una figura le strisce devono essere
numerabili, e dunque determinate. In una descrizione, il numero delle
strisce può essere indeterminato (“questa tigre ha numerose strisce sul
manto”), dunque le immagini mentali sono più vicine alle descrizioni che alle
figure. Un’autorità sulla mental imagery come Thomas insieme
a molti altri sostiene che questo argomento non è valido, perché
un’immagine mentale di una tig re potrebbe avere un numero determinato di
strisce, solo che uno potrebbe non fare in tempo a contarle perché
l’immagine mentale svanisce velocemente dalla coscienza. Inoltre, anche una
figura di una tigre potrebbe rendere impossibile contarle, in quanto
sfocata o sommaria, e G., Immagine Linguaggio Figura. Tra gli altri,
DENNETT, Content and Consciousness, London, Routledge et Kegan Paul;
PYLYSHIN, What the mind’s eye tells the mind’s brain: A critique of
mental imagery, “Psychological Bullettin”; tra i critici di questa
argomentazione, TYE, The Imagery Debate, MIT, anche una tigre reale
– presente alla percezione attuale e non immaginata -, data
la natura frammentaria, confusa e sfuggente delle sue strisce, porrebbe molti
dubbi quanto al loro numero 45 . A me sembra evidente come Dennett e gli altri
autori abbiano colto solo di sfuggita un carattere delle immagini mentali o
interne e ne abbiano tratto una conclusione affrettata. E come le
contro-argomentazioni di Thomas (insieme a quelle di molti altri) si mantengano
sullo stesso livello, senza prendere neppure in considerazione la relazione,
ben altrimenti pregnante e ricca di conseguenze, colta da G. tra determinatezza
e indeterminatezza dell’immagini interne e il loro rapporto con
le figure. L’indeterminatezza dell’immagine interna così come viene
pensata da G. - non è una figura sfocata o mancante di alcuni particolari, o
addirittura una figura che sarebbe determinabile se solo avessimo il tempo di
esaminarla nella nostra mente. La correlazione essenziale tra determinatezza e
indeterminatezza che la caratterizza è condizionata dal fatto che è
un’immagine dinamica e multimodale (visiva, olfattiva, tattile, uditiva,
mnemonica, affettiva, viscerale, e così via) e dunque non è in nessun
modo una figura, neppure una figura sfocata o sbiadita o evanescente. È
piuttosto un’operazione nativa e attiva, che, nel caso della percezione
visiva, è non solo filtrata dalla gamma limitata di raggi luminosi a cui è
sensibile il nostro occhio, ma è resa possibile dai movimenti saccadici e
di altro genere dell’occhio, senza di cui non ci sarebbe neppure un’immagine
retinica. E quest’immagine retinica è a sua volta attivamente e
selettivamente rielaborata dalla nostra «percezione interpretante» sullo sfondo
di un contesto oggettivo e soggettivo che si allarga da quello visibile a
quello non visibile, fino ad estendersi alle altre caratteristiche non presenti
(associazioni con altri oggetti e memorie percettive). Il problema
dell’indeterminatezza condizionante dell’immagine interna non è tanto se
possiamo contare o meno certi suoi elementi, quanto quello di darne un
resoconto teorico adeguato, che, per esempio, non si 45
THOMAS, Mental Imagery, 1illuda di poterla considerare come
l’immagine interna di un oggetto già definito e isolato dagli altri oggetti,
dal mondo soggettivo e oggettivo e dal sentimento della totalità
dell’esperienza in cui siamo avvolti. Si possono anche costruire
modellini della percezione più semplici, avendo in vista la costruzione di
macchine per il riconoscimento automatico di certe caratteristiche oggettuali
nel mondo, ma senza illudersi che quei modellini riproducano effettivamente la
percezione umana. Per concludere, vorrei citare per esteso quel che nota G. nel
già citato articolo sulla indeterminatezza semantica a proposito del senso
stesso di una riflessione filosofica. Credo che quel che diceva allora a
proposito del linguaggio e dei linguisti, potrebbe essere ripetuto per la
percezione e i percettologi, come suggerisce l’ultimo esempio che ho
portato: Si mette in dubbio prima che potessero esistere puri linguisti o
puri percettologi, potremmo dire. Forse è proprio vero: non esistono. Anzi,
se l’antinomia che essi inevitabilmente incontrano e si sforzano di
comporre è sempre presente esteticamente in loro e in tutti noi,
linguisti e non linguisti, nell’anticipazione, all’interno dello stesso uso,
del linguaggio in genere nella sua totalità indeterminata, è forse
addirittura possibile sostenere che la cosiddetta filosofia si inscrive
necessariamente in ciò che abbiamo detto coscienza implicita del linguaggio. È
infatti difficile dire cosa sia la filosofia istituzionalmente ma che essa nasca
da un qualche sforzo di comprensione dell’esperienza e del linguaggio,
consustanziale all’esperienza e a linguaggio, nella stragrande
maggioranza dei casi solo una precomprensione o un avvertimento oscuro di
una comprensione, questo sembra tutt’altro che campato in aria. Ciò
comporta una differenza rispetto a una linguistica che non vuole saperne,
di filosofemi? Forse no, se la differenza va cercata in positivo, in una
determinazione dall’alto di principi e metodi. Forse sì, se invece va cercata in
negativo, nell’esclusione che principi e metodi possano essere qualcosa
di assoluto e unilaterale, si ispirino poi alla indeterminatezza o alla
determinazione. Ciò pare plausibile soprattutto se essa fa emergere più
nettamente la coscienza implicita che ogni nostro uso del linguaggio non è solo
un uso particolare ma contiene una componente di indeterminatezza che lo
fa essere paradossalmente proprio quell’uso e permette di descriverlo proprio
come quell’uso determinato, nello stesso uso effettivo, in tutti i
sensi. Non sarebbe per caso anche un contributo non del tutto insignificante,
da un punto di vista etico e politico, non sospettabile di ideologismo, alla
promozione di una cultura non dogmatica, non settaria e non particolaristica? G., L’indeterminatezza
[cf. GRICE, INDETERMINACY OF IMPLICATURE] semantica. Emilio Garroni. Garroni. Keywords:
l’implicatura di Pinocchio, Freges Sinn – Germanic ‘sinn’ *not* via Latin
cognate ‘sentire’ -- senso, senso fregeiano – senso freegan – “Fregean sense” –
Do not multiply senses -- mentire/mentare/meinen/mean
-- messagio, message, semiotic – sender, recipient, message, emittente,
mittente, recipiente, message, emission, utterance, emitire, to utter – to
‘out’ -- ‘to ex-press’ Lorenzini---- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Garroni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Gartida: laragione conversazionale e la setta di Crotone --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to Giamblico, G. Succeeds Boulagoras as head of the sect of
Pythagoras. He had spent some time away from Crotone and returned
to the city that had been badly damaged as a result of a feud between the
Pythagoreans and their opponents. G. was so upset by what he found that he is
said to have died of a broken heart. Gartida. Speranza, “Grice e Gartida”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gatti: la ragione conversazionale
dell’implicatura conversazioale – filosofia lombarda -- Luigi Speranza (Milano). Abstract.
Grice: “I love Gatti!” -- Keywords: filosofia della lingua. Filosofo milanese.
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Filosofia della lingua.
SAGGIO SULL’ORIGINE, ESSENZA, E SVILUPPO DELLA LINGUA. Je travaille à me
rendre voyant. MILANO, GENOVA, ROMA, NAPOLI: SOCIETÀ ANONIMA EDITRICE DANTE
ALIGHIERI, ALBRIGHI, SEGATI et C., y Spa 9 apart pi DI x
î 7 STRIP IMRATI OA ss =%: STABILIMENTO TIPOGRAFICO LA PERSEVERANZA, POTENZA
+ £ : AI MIEI DUE FRATELLI CHE ANSIOSI E TREPIDI VISSERO LE
STESSE MIE ANSIE E TREMORI NELL'AUDACE SOLITARIO MIO ASCENDERE LE CIME PIÙ
IMPERVIE DEL VERO ORIGINE ESSENZA E SVILUPPO DELLA LINGUA. La grandezza
delle statue diminuisce allontanandosene, quella degl’uomini avvicinandoci
ad essi. Quale necessità di DUE DIVERSE LINGUE, l'una del sentimento e
l’altra dell’inteletto, per esprimere il COMUNE CONTENUTO della coscienza?
Altro infatti è LA LINGUA COME LINGUA, ossia come mero fatto estetico, afferma
Croce, e altro LA LINGUA COME ESPRESSIONE del pensiero logico, nel quale caso
esso rimane bensì sempre lingua e soggetto alla legge della lingua, ma è
insieme Il presente saggio, capitolo di un ampio lavoro, di prossima
pubblicazione, dal titolo: La logica nella dottrina estetica di CROCE (si veda)
e una nuova concezione dell’arte viene, qui, ristampato del tutto
compiuto, oltre che notevolmente ampliato, trasformato e riveduto, perchè
il direttore della rivista nella quale apparve per prima, anni sono, non
solo, all’ultimo momento, credette di modificarlo a suo modo, e
mutilarlo, anche, sconciamente, qua e là, quanto, altresì, vigendo ancora
e sempre, nel mondo della vecchia cultura, il costume di condannare
irremissibilmente lo spirito ereticale di coloro che non si sentono in nessun
modo di alimentar d'olio le lampade accese dinanzi ai santi della scienza,
non mi avrebbe, certo, consentita l’odierna stesura dello scritto, pur rigidissimamente
composto nella libertà, franchezza e sincerità della sua espressione. Tanto più
che qui, ora, essendoci anche occorso di avvalorare magnificamente la tesì che
noi opponiamo a quella di CROCE (vedasi) con l’ autorità della filosofia di
VICO (vedasi), siamo stati costretti, pur senza volerlo, a mostrare, altresì,
come CROCE (vedasi) non sia riuscito a comprendere affatto affatto quel
pensiero nell’intimo, verace, sostanziale suo significato. Onde, ad un tempo,
ed è ciò che a noi essenzialmente preme, il nuovo abbagliante fascio di
luce, che, sprigionandosi irresistibile dal fondo della dottrina vichiana (VICO
(si veda)), riesce ad illuminarla, oltre che più intensamente, a pieno,
col fugare tutte le ombre che qua e là, finora, si addensavano in essa,
impenetrabili. i e ua ner! A più che linguaggio. Ora, delle
due, l'una: o esso, rimanendo sempre linguaggio e soggetto alla legge del
linguaggio, non può, per ciò stesso, non rimanere sempre ed
unicamente intuizione © immaginazione, e, quindi, sinonimo di sola
fantasia e poesia; ovvero è, anche, 7% che linguaggio, e cioè concetto,
e, allora, come dirlo, più, sinonimo di sola fantasia e poesia, e non
anche d' intelletto e filosofia? Ma, in tal caso, il formidabile scoppio
di un'assoluta contradizione, celata nelle fondamenta stesse dell’edifizio
estetico di Croce, non manda di schianto tutto in rovina tale edifizio,
basato, appunto, sul presupposto dell’assoluta identità della lingua, od
espressione, con l’arte, od intuizione? Tranne che la frase, più che
lingua, non voglia essere, qui, e non sia che una di quelle espressioni
vuote, non rare nell’ opera di CROCE (si veda), dirette secondo la maligna INSINUAZIONE,
o il perfido SUGGERIMENTO [IMPLICATURA] di Mefistofele a mascherare col
suono della parola l'assenza del concetto: Zè dove manca 1 concetto,
poni la parola; il che, d'altronde, usa bene anche l’ACCADEMIA, sostituendo
il mito al concetto, ogni volta che non gli riusciva di cogliere col
pensiero la soluzione di qualche arduo problema. Ma, in verità, ciò
che non permette di dubitare in nessun modo di quell’assoluta
contradizione è la seguente affermazione di Croce: per effetto
dell’ixcarnazione che il concetto e la logicità ha nell’espressione e nel
linguaggio, il linguaggio è tutto pieno di elementi logici; il che
trae necessariamente a concludere, che: o non è affatto vero che il
linguaggio obbedisce sempre alla sua legge, perchè, per effetto di tale
incarnazione, riesce senz’altro a violarla, impregnandosi, e quindi
contaminandosi, di elementi logici, Logica come scienza del concetto puro;
Laterza, Bari, ovvero che esso è masura/mente o necessariamente, ch'è
lo stesso, il prodotto non solo della fantasia, ma, altresì, dell’
intelletto, nella loro funzionalità sintetica, e perciò non vi può essere
come non vi è, di fatto che un unico linguaggio esprimente,
indifferentemente, il reale concreto od il reale astratto: e cioè
immagini o concetti, ovvero arte e filosofia. Quale la vera di
queste due conclusioni contradittorie? Altrimenti dovremmo credere che in
un medesimo vestito possano bene trovar posto, ad un tempo, due
individui, oppure che un medesimo vestito possa attagliarsi ugualmente
bene ad un fanciullo e ad un uomo maturo, come potrebbero
rispettivamente considerarsi l’immagine intuitiva, assolutamente alogica,
e l’immagine concettuale, così corpulentemente /ogrca. Salvo unica via di scampo che per l'utilità
del momento il che non disgrada punto, in simili casi, al pensiero
di Croce non si voglia scindere il linguaggio dall’intuizione, per ridurlo
« ad un fatto fisico-acustico, aderente al pensiero, ovvero, ch'è lo
stesso, ad una mera guaina di esso, sì che sia facile, vòlta a
vòlta, alla fantasia ed all’intelletto trovarvi posto,
conformandola, naturalmente, ognuno a modo proprio, vòlta a vòlta. Ma
se ciò è da escludere assolutamente, non rimane, sola conseguenza
possibile, un unico linguaggio, frutto, naturalmente, della funzionalità
sintetica di tutte le attività fondamentali dello spirito? Infatti, ogni
intelligenza sinceramente ersosa di scoprire la verità e non già di far
valere, comunque, un proprio modo di vedere alla presenza di tanti elementi logici
nel linguaggio, non avrebbe esitato un istante a ricredersi del proprio
iniziale errore, conchiudendo per l'appunto in logica dt tal
senso: ma non è così, purtroppo, che la pensano o ragionano almeno presso di noi i seguaci della
dialettica hegeliana, pei quali, invero, non è punto lo schema
mentale, arbitrariamente preconcepito, che deve conformarsi o
risultare conforme alla realtà, ma, per contrario, è proprio
quest’ultima, che deve, comunque, inquadrarsi in quello schema: anche se
debba ritrovarsi in esso precisamente come nel famoso letto di Procuste. E
perciò mentre noi seguaci, in tal caso, della logica del LIZIO conveniamo
bene con Croce che l'acqua non può dirsi vino, sol perchè in essa è stato
versato del vino, egli, a sua volta, non sa in nessun modo
convenire con noi che l’acqua, del pari, non può dirsi, più,
neppure acqua, ma sì acqua mista con vino: e cioè fuori di metafora,
il linguaggio, come noi sosteniamo è pur vero che non è opera di sola
logica, ma non è nè pure opera di sola fantasia, ma, sì, dell’una e
dell'altra; ed anzi, per verità, di quella, essenzialmente, più che di
questa, come or ora cercheremo di provare, dopo aver anzitutto
liberata sì fatta quistione, concernente L’ORIGINE E LA NATURA DEL
LINGUAGGIO, da una grave pregiudiziale opposta dagli intuizionisti in genere, e
principalmente del gran maestro dello intuizionismo, Bergson: e cioè che IL
LINGUAGGIO, in quanto prodotto puramente spontaneo e /oz/ours è faire
dello spirito, è, per ciò stesso, da considerarsi come il flusso perpetuo
d’Eraclito, per concludere, poscia, alla inutilità delle forme
grammaticali, non meno che dell'uso o SIGNIFICATO COSTANTE [GRICE, TIMELESS
MEANING, APPLIED TIMELESS MEANING, “MEAN” used in the historical present –
‘shaggy’ MEANS ‘hairy-coated’] della parola, il cui carattere immobile
immobilizzerebbe, naturalmente, ed arresterebbe senz'altro il moto
perpetuo del pensiero, o la vivente fluidità del reale, così come il
gelo arresta lo scorrere od il fluire delle acque di un fiume, Ma
DALIA Zogica. veramente la parola, nella sua immobilità, riesce a
nascondere e sopprimere, agli occhi nostri, la vivente mobilità del reale?
Ma, forse, l'idea stessa di fiume, non è l’idea di un’ acqua che scorre?
Ha un bell’ essere immobile, ed anche solida, la parola fiume: essa,
tuttavia, non cesserà mai di richiamare il ricordo e darci l’immagine di
un’ acqua che scorre; così, anche, il Corzidore dello statuario antico ha
un bell’essere fermo anch'esso: noi sentiamo e vediamo benissimo che
i suoi piedi lo traggon veloce come se avessero l’ ali.
Ancora: l’astronomo che calcola l'orbita di Marte, suppone,
forse, Marte immobile? e l'equazione di un movimento quello, ad
esempio, della cometa di Halley si può negare che corra, anch’ essa,
perfettamente come la cometa, con velocità sbalorditiva attraverso
l’infinito? È ben chiaro, adunque, che nessuno pretende di fare scorrere
il gran fiume del reale con fiotti gelati, giacchè le nostre idee, ben
lungi dall’ essere, evidentemente, delle forme congelate di esistenza del
reale, sono, per contrario, delle perenni, luminose vibrazioni di
quell’intima essenza del reale, ch'è la consapevolezza della coscienza
umana. E non è vero, infatti, ch'è proprio a mezzo di esse, o
son esse proprio che, col singolare vibrar luminoso, ch'è proprio di
ognuna, conforme al singolare vibrar dello stato di coscienza in ciascuna
racchiuso, o da ciascuna espresso, ci attestano la perenne mobilità del
reale, o la vivente sua fluidità, che, altrimenti, noi non potremmo in
alcun modo affermare, in quanto solo a mezzo di esse è a noi
consentito d’innalzarci sul presente e guardar lontano, così nel passato
come nell’avvenire, e scorgere, quindi, in tutta la sua illimite distesa,
il corso evolutivo del reale? E ciò, intanto, non implica,
necessariamente, nella natura di quest'ultimo, la presenza di alcunchè di
essenziale e permanente accanto a ciò ch'è puramente contingente e
momentaneo? Altrimenti come potremmo dire che il reale si evolve, e cioè,
assume, appunto, forme di esistenza sempre più nuove e più progredite,
senza supporre, naturalmente, o ritenere, necessariamente, sempre zz0 il
soggetto che tali forme successivamente assume? Se così non fosse, noi
non potremmo parlare di evoluzione, o divenire del reale, ma solo
di un perenne passare di torbidi « flutti di sensazioni, perdentisi,
senza 77c0rdo alcuno, dans la nuit éternelle emportés sans retour. E se,
adunque, la realtà è sempre zza nella sua essenza, non ostanti, dirò,
tutte le sue mutevoli démarches e i sempre nuovi suoi /resssaillements, e
il pensiero umano, strettamente conformandosi alla natura di essa, di cui
esso medesimo è parte, non fa che cercare il permanente sotto il
successivo, e cioè, cogliere, costante, l' essenza di essa traverso tutti
i suoi rapporti in cui essa viene a trovarsi in quelle mutevoli sue
démarches, fissando, di conseguenza, in espressioni o idee sempre nuove
la sempre nucva fisonomia che essa viene ognora assumendo, come dire che
il pensiero suppone immobili o inerti i termini tra cui vengono stabiliti
quei rapporti? Immobile, sì, è la legge che governa il divenire del
reale principio di causa e, quindi, la funzione conoscitiva che
mira a coglierne l’ intima essenza (principio di ragione) pur traverso le
più svariate sue manifestazioni, ma non i termini di queste, che non
possono non essere necessariamente mobili, dato il perpetuo divenire
della realtà : e cioè le sempre nuove sue relazioni con sempre nuovi
soggetti d’ esperienza. Ma per mobili, però, o mutevoli che tali termini
possano ° essere, non si può, per ciò stesso, ammettere che essi
riescano, | così, ad infirmare l'essenza del reale, chè questo precisamente come notammo per l’acqua non
viene punto a perdere, anche a traverso le più stranamente mutevoli sue
manifestazioni, l’intima sua essenza o la sua identità
fondamentale. La rondinella, infatti, che fende l’aria, si sente, è
vero, fuggire nel tempo e nello spazio, ma non è men vero che essa
si sente, anche, sempre la stessa. Salvo che non si voglia riporre la
realtà proprio nella innumere varietà di toni, o addirittura sfumature
del sentimento, quindi proprio in ciò che essa ha di più accidentale e
caduco, ovvero ch’è lo stesso nel mero cambiamento o nella mera
transizione come tale, più che nel rapporto assolutamente obiettivo tra
noi e le cose, rapporto fondato zx ze, non meno che in intellectu, posto
che l'essere e il pensiero sono parti solidalmente costitutive del reale.
Onde la. conclusione che, se coscienza vuol dirsi il sentimento perpetuo
diun cangiamento, non è, però, il cangiamento come tale che può dirsi
coscienza: la quale, pertanto, in quanto conserva, evidentemente,
immutabile la sua identità fondamentale, pur traverso le più svariate
ripercussioni del sentimento, che le procurano, appunto, quei sempre nuovi
suoi /ressaz/lements, ci vieta assolutamente di ritenere le singole
espressioni od intuizioni così assolutamente individuali da rimanere PER OGNI ALTRO
SOGGETTO conoscente, che non è il creatore di esse, del tutto intraducibili, inclassificabili, val quanto
dire inesprimibili, almeno adeguatamente. E perchè affermare,
allora, che ad ogni impressione corrisponde un’espressione
immancabilmente adeguata? Salvo che non debba dirsi adeguata solo alla
particolare impressione che un medesimo obietto viene a destare in ogni
singolo soggetto, un'adeguazione, quindi, puramente soggettiva,
perchè variabile da soggetto a soggetto conoscitivo: e come mai, allora,
da intuizioni sì fattamente individuali si può pretendere una conoscenza
di carattere urzversale e necessario? ERE o IO Da I,
TRO L. i si a VR Il pensiero, infatti, non può rimanere in
nessun modo chiuso negli impossibili limiti di un’ intuizione
assolutamente individuale, come pretende, anche, il Mosè di Vigny: O
seioneur, J'ai vecu puissant et solitaire! giacchè la possanza è
unicamente nella commozione e vibrazione spirituale estendentisi a
quell’umanità da cui viene e a cui torna l'onda alterna del pensiero e
del sentimento. E fu, tra altro, precisamente in vista di tal
carattere di universalità e necessità, proprio e inscindibile dall’
attività conoscitiva, che noi fummo costretti ad escludere dalla
coscienza intuitiva, come particolare ed esclusivo contenuto di
essa, il sentimento, in Quanto precisa e recisa negazione di tal
carattere. E, peraltro, dato, eziandio, per Croce, la natura
assolutamente ineffabile od INCOMUNICABILE del sentimento, come può egli
pretendere, ancora più assurdamente, di contemplare e gustare le altrui
opere d' arte, rivivendole con le singolari vibrazioni del proprio
sentimento? Ma non ci disse egli che tali opere, per l'impossibilità,
appunto, da parte nostra, di rivivere identico lo stato sentimentale
dell’ artista che le creò, sono, per ciò stesso, assolutamente
intraducibili, sì che ogni nostro tentativo di tradurle fedelmente si
risolve, in realtà, nella genuina creazione di una nuova opera d’arte
accanto ad altra opera d'arte? E che, anzi, lo stesso artista è incapace
esso stesso di rifare identica la propria opera, non potendo rivivere nè
pur esso, puntualmente, quegli stati di coscienza, che trovarono il loro
nitido spontaneo riflesso nella primitiva sua intuizione? In verità,
io non riesco a comprendere qual gusto possa mai trovare CROCE (si veda)
nella coquetterie; che è anche di Renan di contradirsi per mille versi,
ad ogni piè sospinto, e non solo nella medesima pagina, ma nella
medesima frase. Sai ce! Il maggiore rappresentante dell’intuizionismo
Bergson è vero che attribuisce anch’egli al sentimento LA POSSIBILITA DI
PENETRARE L’ANIMA ALTRUI, non meno che delle cose, ma solo in quanto gli
riconosce quel particolare carattere di COMUNICHEVOLEZZA che ad esso deriva da
« cette espèce de SYMPATHIE intellectuelle, par la quelle on se transporte
à l’intérieure d’un obiet. Ma CROCE (si veda) non nega recisamente sì
fatta COMUNICHEVOLEZZA al sentimento, che, per lui, è 470 di ogni
elemento intellettualistico? E, allora, come può pretendere di rivivere
con le singolari vibrazioni del proprio ineftabile sentimento
l’ineftabile palpito di vita onde vibrano le altrui opere d’arte, per
contemplarle e gustarle? E, d'altra parte, la stessa simpaia intellettuale di Bergson,
riesce, forse, anch'essa senza l’aiuto
di tutte le debite operazioni intellettuali a penetrare a fondo la
vita del reale, fino, addirittura, a coîncider avec ce que il a d’unique
et d’INESPRIMABLE? Ma l’unico e l’INESPRIMIBILE, in quanto tali, non sono, per
ciò stesso, INCOMUNICABILI? Tuttavia, ammessa pure la possibilità di quella
coincidenza, noi non diverremmo senz'altro i sosta delle cose, o le cose
stesse, addirittura? e come, allora, queste sarebbero, più, uniche? Ma, a
parte tali assurdità, come mai LA SIMPATIA, senza tutte ripeto le operazioni
dell’intelligenza, potrebbe farci penetrare l’anima delle cose? Senza
dubbio, allorchè io seguo ad esempio con l'occhio un razzo che sale
dritto verso il cielo, io sento in me un movimento che imita la brillante
sua linea di ascesa, uno sforzo parallelo al suo sforzo: può dirsi bensì,
allora, che IO SIMPATIZZO con esso; ma, tuttavia, cotal SIMPATIZZARE non mi
rivela punto ciò che fassa o accade in quel granello di polvere
Revue de Metaphisygue. RT nn (E i ES ardente.
Ancora : quando io scorgo levarsi la luna, e vedo i suoi raggi tremolar
nell'ombra della sera placida e serena, io, pur sentendo l’anima vibrar
simpaticamente con essi, fin quasi a sentirmi dissolvere di .tenera
commozione, al pari della blanda luce, che da quei raggi, tenera
effondendosi, si perde sulle cose, non riesco, tuttavia, in nessun
modo, pur nella maniera più vaga che si voglia, a penetrare, così,
la vita di quell’astro notturno. Del pari, LA VIVA MIA SIMPATIA lper la
primavera, che mi fa, invero, provar nell'anima tutta la freschezza e
verginità di vita di tutte le cose che alla vita si destano fresche e
verginali, e nella persona stessa come una leggerezza o snellezza di ali di
farfalla, può dirsi riesca mai, anch'essa, a farmi cogliere, così, la
vita intima di quella stagione ch'è la gioventù dell’anno? Ma vediamo,
se, almeno nel mondo umano, LA SIMPATIA raggiunga piena e precisa
la sua potenza penetrativa. Io vedo una donna in lagrime uscir dal
cimitero : una tristezza analoga alla sua invade subito l’anima mia; io
simpatizzo intellettualmente con essa, a mezzo del fersiero della causa
che l’affligge: la morte di una persona cara, nel tempo stesso le sue
lagrime tendono a provocare, per sensibile contagio, le mie; io,
dunque, penetro ben meglio nell'anima di questa donna che non nelle
precedenti forme inanimate di reale. Ma chi oserà dire che io ho vera e
piena la intuizione del suo dolore? Ma non accadde, forse, al Guyau, come
egli stesso ci narra in una delle sue più belle liriche, di scambiare
per scoppio di riso l’improvviso singhiozzo di una donna che
tornava dai piedi di una croce levata sur una tomba? D’un cété le jardin,
de l’autre un cimetier; Un seul mur les sépare, et la mèéme
lumière Fait resplendir la feuille inquiète du bois, nen Les blancs
marbres des morts et les rigides croix. dea a Il poeta cammina senza
meta, gli occhi perduti nel fogliame, bevendo a lunghi sorsi l’aria della
primavera: nell'ombra di un sentiero, a passi lenti, una donna procede
innanzi a lui; egli non la vedeva che di lontano: i suoi piedi
visibilmente tremolavano, ed egli non sapeva perchè. D'un tratto un
brivido la scosse tutta, e sembrò ch' ella ridesse di un riso secco e
nervoso ; e, per ridere, ella nascose la testa fra le dita: Quand
j’approchai, je vis, légères et limpides Des larmes qui coulaient entre
ses doigts humides: Car c’était un sanglot que ce rire sans fin,
Et cette femme, errant au fond du doux jardin, Sortait du
cimetière. Sicchè Une larme qui tremble, Un sanglot qui de
loin, pour l’oreille ressemble Au rire, et rien de plus-voilà donc la
douleur! C'est tout ce qu'on peut voir lorsque se brise un coeur.
C'est le sieze fuyant qui, pour un jour à peine, Révèle 1’ infini d’une
souffrance humaine. Les plaisirs les plus doux, les maux les plus
amers S'expriment par le mèéme ébranlement des nerfs Que l’air
indifferent propage dans l’espace: Cri de joie ou d’angoisse, il éclate,
il s’efface Et, sans étre compris, glisse sur l’univers. È questa,
dunque, la corncidenza colle cose che ci dì la stessa simpatia
intellettuale? quella conoscenza infallibile e perfettapromessaci dagli
intuizionisti? Un mero choc en retour di onda nervosa, od anche
emotiva? R Giacchè, in realtà, la mia coscienza, in quanto tale,
pur essendo così vicina all'altra, rimane, nondimeno, con tutta D-
evidenza, senza punto penetrarla od esserne penetrata : n Ainsi jaurai
vecu près d’elle inapersu, Toujours è ses cotés et toujours
solitaire! VERS D’UN PHILOSOPHE: Z’ecla/ de rire, Paris,
Alcan. Mi Ah! Que nous sommes loîn l’un de l'autre, Étant
si près! E, forse, Dio stesso può mai riuscir a sondare le altrui
coscienze come la propria? L’oeil était dans la tombe et regardait Cain ora,
se quell’occhio è di Dio, esso pure non può guardare che dal di fuori;
Dio, infatti, non essendo Caino, non può, di conseguenza, nè sentire nè
volere ciò che sente e vuole Caino, e cioè possedere, appunto, l’anima di
quest’ ultimo, Ciò prova chiaro che la. filosofia non è punto come
vorrebbero gli intuizionisti il
sentimento di un fiotto mon- tante di vita interiore, il rapido bagliore
di una stella filante, ma una sintesi razionale e finale di tutta la
nostra esperienza, fondata precisamente sulla determinazione, sempre più
ampia € più precisa, delle relazioni che intercedono tra il nostro
stato di coscienza presente ed il nostro we tutto intero; fra il nostro
me e gli altri esseri; fra gli esseri particolari ed il tutto, perchè il
reale è ciò che inviluppa sempre e dappertutto l’infinito. Di guisa che più noi
lo conosciamo, e più vi scopriamo relazioni multiple, le quali, pertanto,
trovano la più perspicua loro espressione precisamente in quella insuperata
manifestazione del reale che è l’idea, la quale, adunque, così può
rimanere distaccata dall’ intuizione come i fosforescenti bagliori, che corrono
sulle onde del mare ondulato, dalle onde stesse, che quei bagliori
accendono col loro moto. E poichè, intanto, cosa certa o innegabilmente
vera è che il continuo divenire e perenne trasalir dell’essere
coincide col continuo divenire e perenne palpitar del pensiero, è
naturale che, in conformità di questa stessa natura perennemente 22 fieri del
reale, si debba procedere per rag- Prada E giungere una visione
sempre più piena e indefinitamente integrale della realtà infinita ed
eterna, ininterrottamente da un'idea all'altra, all'infinito ed in
eterno. E come, allora, potrebb'essere mai lecito rinunziare ai
precedenti /ermzini della nostra coscienza, e cioè alle precedenti nostre
intuizioni? Ma queste non sono, adunque, le espressioni assolutamente adeguate,
e perciò stesso insuperabili ed immutabili, dell'essenza delle cose, o
del caratteristico, che è in ogni singola forma di reale? E se tali esse
sono, e cioè immagini che attinsero, al fine, preciso, quel limite
assolutamente insuperabile che è segnato dal rapporto esattamente
proporzionale degli elementi o determinazioni onde risulta l'essenza
di ogni forma di realtà; e donde, appunto, deriva alla conoscenza
intuitiva il suo carattere o valore universale e necessario, come si può
pretendere di andare oltre tali immagini limite, senza che la realtà
corrispondente non cessi, per ciò stesso, di essere quella che è?
Giacchè, si sa l’accennammo innanzi l’essenza d'una cosa può trovare la
sua ESPRESSIONE o RAPPRESENTAZIONE intuitiva veramente adeguata solo in
quelle immagini da cui la conoscenza logica, possa, a sua volta, derivare
immediato e preciso quel concetto-limite che le variazioni della realtà
corrispondente non possono ulteriormente superare, senza che questa,
naturalmente, non cessi di essere quella che è. È quanto tuttodì accade
in ordine alle mutevoli quanto fallaci immagini al cui gioco soggiace,
ingenua, la coscienza infantile, ch'è, per ciò, continuamente smentita e
corretta, ad un tempo, dall'esperienza, fino a quando essa non sia
diventata capace di scegliere od assumere come elementi fondamentali od
essenziali delle sue immagini intuitive, quelli, appunto, che, resistendo
alla doppia prova dell'esperienza e della ragione direttrice,
rimangono indici insuperabili per la funzione di assimilazione e
differen- Mento, marziana Pa E |. = ziazione, ad un
tempo, in ordine a tutte le altre possibili forme della realtà, funzione
in cui, notammo, si assorbe e concentra essenzialmente l’attività
conoscitiva. Infatti, le intuizioni o cognizioni umane costruzioni
superbamente armoniche del nostro pensiero non vivono punto, già, per il
colorito emotivo che le riveste, ma, sì, per l'essenza unicamente ch'è
nel loro fondo : quell’essenza, appunto che nessuna variazione della
realtà corrispondente deve in alcun modo riuscir a superare, E se,
dunque, sì fatte intuizioni, in quanto universali e necessarie, sono, per ciò
stesso, immutabili e perenni, come non dover ritenere ugualmente
universali e necessarie, e, quindi, immutabili e perenni, le
corrispondenti espressioni, in quanto adeguate e insuperabili
manifestazioni esteriori di quell’intimo moto armonico del pensiero, che
riesce a individuarsi o concretarsi precisamente in quelle
espressioni? Giacchè, si sa, e non si può negare, che quantunque il rapporto
che lega la lingua al pensiero sia di pura a/tribuzione e non di z2427a,
lo sviluppo dei due procede, non di meno, assolutamente di pari passo,
fino al punto che le imperfezioni della lingua sono imperfezioni del pensiero:
il che trae, di conseguenza, a riconoscere che lo sviluppo del
pensiero, senza l’aiuto della lingua, sarebbe stato del tutto
impossibile, in quanto per la coscienza, indipendentemente dalla lingua,
è possibile solo uno sviluppo rappresentativo di natura sensibile, come, ad
esempio, le costruzioni geometriche e meccaniche, il gioco degli scacchi,
un motivo musicale, un'immagine visiva e simili; ma non ostante tutti gli
sforzi, noi non saremmo, certo, mai in grado, senza parlare, di pensare,
ad esempio, che BISOGNA DIR SEMPRE LA VERITÀ – GRICE CANDOUR. Posso bene,
anche, rappresentarmi un albero determinato senza il È: nome
corrispondente, ma PENSARE L’ALBERO in generale, senza la parola, è
semplicemente IMPOSSIBILE: il che prova che solo dal concetto e col
concetto comincia, per la mente, la necessità della parola, e, quindi, la
conoscenza che si pretende universale e necessaria, come, appunto, quella
intuitiva. E se, pertanto, può non essere vero che il concetto esista
prima del segno, certo è, però, — come nota Hamilton che il
concetto ricade, appena formato, nel caos dal quale lo spirito l’evoca, se
IL SEGNO VERBALE non lo rendesse permanente nella coscienza. Questo,
perciò, è assolutamente necessario per assicurare i nostri progressi
intellettuali, per fissare quello che è già acquisito per la conoscenza,
e farne un punto di partenza nuovo per ulteriori progressi. Un
esercito si può spargere sur un paese, ma non lo conquista se non vi costruisce
delle fortezze. Le parole sono come le fortezze del pensiero. Esse ci
permettono di stabilire la nostra dominazione sul territorio che il
pensiero ha già invaso e di fare di ciascuno dei nostri acquisti
intellettuali una base di operazioni per farne dei nuovi. Ovvero,
per adoperare un’altra immagine, il rapporto fra la parola e il
concetto è quello stesso ch’è tra lo scavare un zu7%e/ nella sabbia e la
muratura. Voi non potete procedere avanti nello scavare senza fare ad ogni
passo una vòlta. Ebbene, il linguaggio è per lo spirito quello che la vòlta è
per il tuzzel. Ogni sviluppo del pensiero dev’ essere seguito
immediatamente da uno svilluppo della lingua, altrimenti il primo si
arresta. Dei concetti si possono formare senza la parola, ma sono
scintille che si spengono immediatamente; ci vogliono le parole per dar loro
evidenza, per poterli riunire, per cavar, insomma, una gran luce da ciò
che senza di esse sarebbe stato uno sprazzo di scintille subito spento. Riportato
da MASCI (si veda), Logica; Pierro, Napoli. E, veramente, la moderna
filologia, analizzando e dissecando in mille guise il vivente organismo della
lingua, è riuscita a rintracciare nelle radici gli elementi primitivi
indecomponibili, che SEGNANO, CON LA SIGNIFICAZIONE PRIMITIVA, la prima
unità del pensiero con la lingua, donde, poscia, quel rapporto di
dipendenza reciproca in virtà del quale, mentre il pensiero, nel suo
progressivo sviluppo, e sempre più attivamente all’inizio della sua
produzione, riesce a modificare progressivamente il linguaggio, questo, a sua
volta, non manca di reagire sul pensiero, e dargli un’impronta
individuale e collettiva, ad un tempo. Sappiamo, infatti, che è la lingua
che impone alla coscienza individuale la forma mentale della razza,
e cioè la maniera di fissare (nelle sue forme) le abitudini secolari di analisi
e di sintesi del pensiero di un popolo: onde giustamente è da ritenere,
con Hamilton, che il pensiero senza la lingua o non avrebbe avuto
sviluppo, o ne avrebbe avuto uno del tutto limitato, come ce ne fanno
prova i sordomuti, che, senza l'adozione di un surrogato del linguaggio, non
arriverebbero, con la loro intelligenza, ad elevarsi affatto, o solo ben poco,
al di sopra della intelligenza animale. Infatti, pur la momentanea
mancanza, per momentaneo oblìo, di una data parola, non è, forse, da noi
avvertita a parte la sorda immediata inquietudine che altresì ci procura come
un vero ostacolo che c' impedisce di fissare il corrispondente pensiero,
di isolarlo dagli altri, di porlo con essi in relazione, di riviverlo,
insomma, necessariamente, onde il senso di vera liberazione che noi
proviamo, trovatala, appena, la parola che cercamo? Non solo: ma
l’assoluta mancanza, nella nostra lingua, di date espressioni che valgano
a renderci adeguatamente un dato concetto, non ci costringe a ricorrere
ad altre lingue ni “ SAS per le corrispondenti
espressioni, come, ad esempio, per la parola pietas, che noi siamo
costretti a mutuare dalla lingua latina, non possedendone la nostra una
che adegui perfettamente il concetto da quella espresso? E trovato che
abbian, dunque, le intuizioni la loro espressione adeguata, e cioè posto
che siano, davvero, conoscenza universale e necessaria, come possono, per ciò
stesso, rimanere assolutamente intraducibili, val quanto dire
inattingibili nel loro INTIMO SIGNIFICATO, o nella profonda loro verità
obiettiva? Ese, pertanto, tali esse rimangono, non è giocoforza
ammettere ch’esse, ben lungi dall'essere, per davvero, intuizioni, e cioè
precisamente conoscenza universale e necessaria, altro non sono, in
realtà, che particolari espressioni di singolari ineffabili impressioni di un
wzico soggetto: quello, per l'appunto, che sì fatte impressioni riescì a
provare? Giacchè di assolutamente singolare o insuperabilmente individuale
in una forma di conoscenza veramente universale e necessaria non vi può
essere, al più, che quella frangia o alone, a dir così, che, come ombra il
corpo, naturale ed immancabile accompagna la forma mentis di ogni singolo
soggetto conoscente, quale spirituale riflesso del carattere ch'è proprio
di ognuno di essi, e che prende, comunemente, il nome di stile. Ma
cotal frangia o alone che serve
solo a farci distinguere le creature o immagini d'una medesima ispirazione
creatrice, presso i più diversi artisti: la yarcesca di ALIGHIERI (si
veda) da quella di Pellico ed Annunzio, il Neroze del Racine da
quello d’Alfieri, d’Hamerling, di Costa, di Sinkiewicz non toglie affatto nulla alla intelligibilità
obiettiva, e cioè fer tutti necessariamente identica, di sì fatte
intuizioni, che, perciò, restano identicamente valide come
espressione e: o conoscenza di quella data forma di reale che
ci vogliono apprendere fer #uéte le intelligenze assolutamente. Qualora
|così non fosse, potrebbero mai le intuizioni essere, ad un i tempo, arte
e scienza: e cioè immagine estetica e verità scientifica? La quale,
infatti, non si sa, forse, che, allorchè tale, per davvero, rimane
assolutamente identica per tutte le intelligenze, non ostante la innumere
varietà di espressioni che essa trova presso ogni singolo uomo di
scienza? E cotale identità, qualora non fosse, già, nella immagine
intuitiva, dove potremmo mai ritrovarla? Infatti non ci disse innanzi il
Croce medesimo che l’aere spirabile del concetto non possono essere che /e iwéuizioni? E, in realtà, qualora
quest’ ultimo non fosse in esse, « non sarebbe in nessun luogo: sarebbe
in un altro mondo che non si può pensare, e perciò non è. Ed esso «
permane come qualcosa che è in esse implicito e deve farsi esplicito:
vale a dire come l'essenza delle cose. Non risulta, quindi, in ogni
modo evidente che il valore universale e necessario della conoscenza non
può ritrovarsi o appuntarsi che nell’
essenza dell’obietto di essa conoscenza il solo elemento, a dir così, per
davvero immutabile e permanente nel divenire perenne della realtà che non
A può, per ciò stesso, non essere riconosciuto tale recessariamente
al e universalmente, se vero è che di un medesimo obietto la
intelligenza umana non può nè deve avere che wr solo e medesimo concetto,
donde, appunto, il carattere di universalità e necessità della
conoscenza? E alla stregua di cotal principio logico e gnoseologico
pienamente riconosciuto dalla stessa Logica di CROCE (si veda) come può esser
mai possibile la concezione o figurazione di intuizioni assolutamente
individuali, nel senso da lui propugnato, e cioè del tutto
intraducibili ed inclassificabili? A parte la tangibile contradizione
# adjecto di una conoscenza universale e necessaria, che può,
nondimeno, assumere i più diversi significati non solo pei singoli
soggetti conoscenti, ma eziandio pel medesimo soggetto, da un istante
all'altro come, appunto, l'intuizione di Croce a noi preme soltanto di chiedere
se non è semplicemente un assurdo, e, per ciò, del tutto impensabile,
quanto impossibile, l'esistenza di intuizioni, e, quindi, di forme
della realtà, che sfuggano alla connotazione anche dei predicati
più generali, che Aristotele, prima, e Kant, dopo, ci hanno indicati come
assolutamente indispensabili e, ad un tempo, insuperabili, per la
intelligibilità della realtà: come, appunto, le categorie della
somiglianza e della differenza. Infatti, al di là di tali predicati, o
categorie, non rimane come sappiamo che una sola possibile espressione, quella
formulata dalla mistica: ergo faceamus, ovvero peggio ancora
seguire il malaccorto consiglio del Nietzsche. Penche-toi sur ton propre
puits, pour apercevoir tout au fond les étoiles du gran ciel. Ma chi non
sa che egli, appunto per essere rimasto tutta la vita sospeso a guardare
nel fondo di sè medesimo, fu preso da vertigini, e le stelle del gran
cielo si confusero ai suoi occhi in una immensa notte? E, in
realtà, l'intuizione nel senso
inteso da Croce non è che una oscura buca, in cui non si può discernere
nulla, nemmeno se stessi. Perciò se tacere o rimaner muti non si vuole,
e tanto meno perderci come
Nietzsche nelle tenebre della
follia, non occorre, di necessità, far capo, per la intelligibilità della
realtà, a quelle tanto deprecate categorie del pensiero, che, in quanto
predicamenti od espressioni degl’aspetti e condizioni più generali di esistenza
sotto cui a noi si rivela la realtà, non possono, per ciò stesso, non
contrassegnare, in maniera del tutto obiettiva, tutte le possibili forme
dell’ essere? Lg E se, adunque, la realtà non può essere da noi
concepita se non sotto la specie di sì fatte categorie onde il carattere
universale e necessario della intelligibilità che di 3 essa abbiamo come
mai, poi, le intuizioni possono dirsi od essere 2r/raducibili? Ma la
traducibilità di esse non importa l’uso di quelle medesime categorie che a noi
occorsero per la loro zntelligibilità? E come, allora, si può ammettere
la intraducibilità? Ad una condizione, sì: che la intuizione e la
espressione fossero due e non una; e cioè che il moto interiore o
intelligibile del nostro pensiero I’ intuizione appunto fosse tutt'altra
cosa che l’ immagine esteriore, (parola, suoni, linee, colori ecc.), in
cui tal moto si estrinseca, e cioè /a espressione. Ma il Croce non
avverte reciso ed insistente che l'intuizione e l’espressione sono #4 enon già
due, in quanto, ETA RION Ceti, Di SE DE che
venga appena espressa la parte iniziale di uno schema, che subito e
infallibilmente il nostro pensiero preconcepisce l’altra, che completa lo
schema (così come; per quanto pure; tanto — quanto ecc.).
Sicchè la precisione del SEGNO linguistico, e cioè una forma
grammaticale vera, è solo essa che ci dà, rapido e preciso, il rapporto
pensato, senza aggiungere che, anche quando l’attenzione non si rivolge
ad essa, produce ugualmente l'idea del rapporto e favorisce, così, lo sviluppo
del pensiero logico: e se ciò, intanto, accade, è appunto perchè
l'idea del rapporto vi è scevra di ogni contenuto materiale : il che trae
a concludere che, come il concetto espressione di una vera e propria 7es,
anche se è da esso sussunto a sostantivo una mera qualità o predicato di
essa riuscì a fissarsi nella parola, trovando nella concretezza ed
evidenza di questa la sua rappresentazione adeguata, così il
rapporto, nell’astrattezza della sua essenza, riescì a trovare nella
#mmaterialità della forma la sua espressione adeguata. Ora, dati sì
palpabili rapporti d’' interdipendenza fra la lingua ed il pensiero,
rapporti che risultano, per giunta, una condizione size gua non per lo
sviluppo dell’una e dell'altro, come si può, seriamente, ritenere mero
gioco di artifizio del pensiero ciò che è, invece, mezzo assolutamente
imprescindibile per la sua piena esistenza e sviluppo? Ma son, dunque, un
mero gioco di artifizio le naturali incoercibili tendenze che traggono
ogni essere a perseverare nel suo essere, e cioè pienamente adeguare la
propria esistenza alla propria essenza? Ma non s'è pensato che, se la
tendenza del pensiero all'espressione del rapporto vuoi dirsi o
ritenersi, per davvero, un artifizio, è da concludere, allora, che le più
artificiose espressioni del nostro pensiero, prima e più dei concetti
stessi in quanto senza paragone,
notammo, pnt SII più ricche e complicate di articolazioni o
rapporti logici, in confronto di questi sarebbero precisamente le nostre
intuizioni. Non solo: ma tutte le più elevate manifestazioni od
espressioni del pensiero umano, dalle prime sue riflessioni, o moti intuitivi,
fino alle odierne concezioni dell’intuizionismo e del pragmatismo, assertori,
appunto, di tal gioco sarebbero, forse, tutt'altra cosa che un
perenne, vario, gigantesco, e sia pure smagliante gioco di
artifizio, sottilmente intessuto dal pensiero sulle più varie e strane
e innumerevoli vicende della vita dell’uomo, come della vita universa?
Giacchè, si sa, fuori di ogni rapporto logico, o priva di ogni rapporto
logico, ESPRESSO (EXPLICATURA) espresso o SOTTINTESO (SOUS-ETENDUE, IMPLICATURA
– MILL, GRICE), mon è concepibile nessuna forma od ESPRESSIONE di
pensiero, sia pure la più semplice altrimenti dovremmo negare che
conoscere — come afferma FICHITE significa vedere in relazione: il che sa
precisamente come negare che il sole illumina o riscalda. E
provato, adunque, che la tendenza o funzione essenziale e necessaria del
nostro pensiero è quella di gorre in relazione, come può esser lecito,
poi, negare che le forme grammaticali, che corrispondono a questa
funzione e la esprimono il più analiticamente possibile, non siano
precisamente la più genuina e adeguata sua espressione? E, d'altronde, prova
o testimonianza assolutamente inconfutabile e tangibile della
necessità e adeguatezza di tali forme non rimane vedemmo la stessa
crescente forza di penetrazione, agilità e rapidità, che lo sviluppo del
pensiero trova, per l’appunto, nell'aiuto di sì fatte forme? Ma seguiamo
pure con tutta rapidità, alquanto più da vicino, lo sviluppo del pensiero
nei suoi rapporti con la lingua. Questa, adunque, pur essendo nata
da un bisogno pratico, e, per ciò, tendente immediatamente,
wi oi £ + ES cose, si rivelò, tuttavia, in una fase
successiva, col progressivo affermarsi della intima tendenza del pensiero
all’ espressione del rapporto un esperimento di pensare, che doveva dar
luogo alla forma: e n'è prova, precisamente, oltre che il tentativo
di combinazione delle parole, l’ altro, sopratutto, di piegare parole
indicanti oggetti a significare rapporti logici. In una fase ulteriore le
combinazioni di parole diventano costanti, e le parole adoprate ad
esprimere nessi cominciano a perdere il loro significato indipendente.
Segue una terza fase, nella quale le combinazioni delle parole guadagnano
di unità: le parole, segni di nessi, si aggiungono come suffissi alle parole
denotanti oggetti; però il legame non è ancora saldo abbastanza, chè i punti di
attacco sono tuttavia visibili, l'insieme è un aggregato, non ancora una
unità: dai surrogati di forme si passa agli analoghi di forme; la lingua
è nel periodo di agglutinazione. Finalmente il carattere formale della
lingua si afferma decisamente, l’organismo grammaticale si
completa; la parola diviene un’ unità modificabile in conformità delle
sue relazioni grammaticali solo per un cangiamento di suono, che
costituisce la /fessione. Ciascuna parola è una parte del discorso
determinata, ed ha, insieme, una individualità lessicologica e grammaticale. Di
più, le parole indicanti relazioni, perduta ogni traccia dell'ORIGINIARIO
SIGNIFICATO RADICALE, che, presente ancora, avrebbe potuto oscurarne la
intelligibilità, rimangono puri SEGNI di rapporti, come i segni algebrici,
esprimendo, essi, unicamente, ciò che al pensiero importa che
significhino. Si spiega, quindi, perchè le lingue che hanno vere forme
grammaticali procurano al pensiero, con una singolare chiarezza e precisione,
una singolare agevolezza e facilità e rapidità di movimento: onde la
formazione parallelamente progressiva e, alfine, completa, di due
stupendi organismi: quello del pensiero, nella rigida unità e compattezza
delle sue forme logiche, e quello della lingua, nell'unità, non meno
rigida e compatta, delle sue forme sintattico-grammaticali. E, pertanto,
quest'ultima, nella connessione delle parole nella proposizione, nei rapporti
sintattici fra esse, e nel pensiero che quelle connessioni e questi
rapporti esprimono, non rivela o rispecchia, netta, l’attività logica del
pensiero? Vario, relativo, organico il pensiero, nel suo moto verso le
cose, o verso la conoscenza di esse, e tale anche la lingua e la parola,
mediante l’ARTICOLAZIONE, la FLESSIONE, le forme grammaticali, la SINTASSI. Ed
è naturale: nutrito e cresciuto il pensiero, fin dai suoi primi moti
vitali, insieme con la lingua, non poteva, nella sua naturale,
invincibile tendenza all'espressione del rapporto, non piegarla od
imprimerle tutti gli atteggiamenti e tutte le movenze del suo procedere
essenzialmente discorsivo, come innegabilmente ci provano molte parti del
discorso, che non sono infatti come notammo per altro verso che
indici di direzione del pensiero, schemi verbali di direzioni logiche (così
come; sebbene pure ecc.). E si noti, intanto, che codesto intimo
rapporto di dipendenza reciproca, che lega indissolubilmente lo sviluppo del
pensiero a quello della lingua, non è punto punto smentito o minimamente
infirmato dalla differenza talvolta anche sensibile delle forme
grammaticali-sintattiche che ci vien fatto di riscontrare anche presso
lingue appartenenti al medesimo gruppo: e ciò anzitutto perchè quel rapporto
non è di natura, ma semplicemente di aftribuzione, e, poscia, perchè la
differenza delle forme grammaticali dirette ad esprimere le stesse
relazioni logiche NON MUTA IL SIGNIFICATO o la natura di tali
relazioni. Particolari disposizioni e, dirò anche, particolari RIFLESSI
DI NATURA PSICOLOGICA, dipendenti dai più varî atteggiamenti del pensiero,
oltre che da forme di sensibilità diverse e variabili, in connessione,
per giunta, con particolari condizioni di vita e di ambiente le più
svariate da popolo a popolo — il tutto. punto punto determinabile, come
non è determinabile la collocazione delle forze che impongono alla foglia
turbinata dal vento quella data direzione — hanno dato origine alle più diverse
forme grammaticali per l’espressione di un medesimo rapporto. Fatto questo
eloquentemente confermato, oltre che dalla relativa libertà che presiede
alla formazione e trasformazione delle lingue, dalla presenza di radicali
di- È versi in lingue derivate da un medesimo ceppo (la gallica e
l’italiana). Infatti cotale persistenza della funzione formatrice, anche dopo
la separazione delle lingue, non può essere altrimenti spiegata, che con
l’esistenza di una identica funzione originaria, proprio dl come la
diversa ed anche diversissima sorte che accompagna pel mondo, e quasi istrania,
i figli mati da un medesimo padre non può in alcun modo farci negare la
comune loro origine, nè, d'altronde, riesce a distruggere in essi la
profonda voce ed i vincoli intimamente tenaci del sangue. E, peraltro, chi può
negare che l'apprendimento e sempre più facile intendimento di una lingua
straniera è largamente mediato dalla traduzione $i 0 meno consapevole di essa
nella nostra ? Il che sarebbe del tutto impossibile se le lingue, pur
nella innumere varietà di forme in cui sono riuscite a plasmarsi, non
dovessero la loro origine ad una tendenza o manifestazione
psicologicamente idezzica della coscienza. Identità di tendenza che, frattanto,
per le ragioni testè ricordate, non può, naturalmente, non mostrarci del
tutto vano quanto infondato il tentativo della filologia comparata di
rintracciare il primitivo linguaggio, donde, poscia, tutte le lingue
sarebbero derivate. Infatti la ricerca filologica si è arrestata, impotente,
dinanzi ad una molteplicità che resiste ad ogni. riduzione, e spinge,
quindi, ad ammettere senz’ altro una molteplicità primitiva, dominata,
nelle sue forme somiglianti, i semplicemente da identità di fattori, senza
nessuna causa cla”: storica di derivazione. Ma d'altronde non manca
un modo veramente e, semplice per convincerci della validità mecessazia
di tutti i sistemi di segni – SISTEMA DI SEGNI --, che l'umanità è
riuscita sin qui ad organizzare e far valere come espressione universalmente
intelligibile ht, di tutti i più intimi moti del nostro pensiero, ed
è questo: spogliate la parola di tutti i rapporti
grammaticali-sintattici, Ned î annullate tutte le norme inerenti
alla prospettiva col solo capovolgere — ad esempio — un qualsiasi quadro
o disegno; alterate i rapporti armonici fra le note musicali ed
avrete, precisa, quella lingua da futuristi, che è, senza dubbio,
meno intelligibile di quella stessa degli idioti o dei pazzi, ed un
È disegno che non sarà, certo, più espressivo di quella
lingua, ed una musica, infine, od un'armonia al cui confronto quella
dei popoli più barbari potrà dirsi una sinfonia. E se, adunque, tutti
codesti sistemi di segni espressivi sono wiversalmente intelligibili, e,
per di più, universalmente identici anche nel loro aspetto formale salvo,
in parte, l’espressione linguistica ciò stesso non prova ch'essi re- Dez:
cano una validità necessaria, la cui sorgente è da ricercarsi 3 molto, ma
molto al di là del capriccio o della volontà indi- pr viduale? Infatti
perchè tutti i tentativi di creare una lingua ® universale unica come, ad
esempio, il Volapwk, l’ Esperanto, il Deutero-Esperanto, l'Interlingua
sono falliti miseramente, ognora? Non, forse, pa pil S perchè la
lingua, come vero mezzo o strumento di espressione del pensiero, è ben lungi
dall'essere così una creazione arbitraria dell'individuo, consapevolmente
compiuta secondo una piano ordinato a scopi determinati, come il prodotto
di P una spontanea formazione naturale di ogni individuo,
così dui come può dirsi del proprio organismo fisico? E, in
realtà, essa, come riflesso obiettivo nell’ unità organica delle
sue. espressioni vocali di quel coerente moto interiore che anima
il nostro organismo spirituale, è meno il prodotto del singolo che della
collettività. Infatti l'individuo non. riesce a creare, per suo conto,
che le singole parti, e cioè le singole parole o frasi; ma la lingua, nel senso
dianzi inteso, non può dirsi, certo, tutta lì: e sì che essa
richiede. ben altro; senza dire che ogni singolo atto formativo del
linguaggio, ogni atto di trasformazione, ogni uso nuovo della. lingua
rimane diretto sempre al fatto singolo, mai alla | lingua come tutto. E
poichè, pertanto, la lingua, come mezzo o strumento di conoscenza, è
precisamente e solo nel risul. tato, o nel suo tutto, e questo tutto è,
in sostanza, od essenzialmente, non solo il prodotto delle influenze
mutue delle coscienze individuali più che solo dell’ azione reciproc dei
singoli inventori, che in misura varia lavorano all’ opera comune, come taluni
vorrebbero ma eziandio, e sopratutto, il frutto di una critica sociale
che adotta ed elimina onde. quella forma d'identità di pensare e di
esprimersi tutta propria di ogni popolo è naturale ammettere che il
contributo dell’ individuo nella formazione della lingua scema a
misura. che si va dalla parte al tutto, il quale, perciò, deve
senz’ altro ritenersi come il frutto, principalmente, di quella che
noi comunemente diciamo azzzza collettiva. La quale, se è pur vero che,
come realtà obiettiva, è non altro che un’ astrazione, e non può, perciò,
al pari dell’ individuo, creare affatto un mito, un canto, un poema, una
religione, è non meno vero, però, che, al pari, e più dell’ individuo, è
dessa che nella maniera testè indicata riesce ad acquistare a quel
mirabile strumento che è la lingua, quella precisa e stabile forma
espressiva universalmente intelligibile, senza la quale qualsias ‘iii
its ue canto, o poema, 0 religione, od altra forma che si voglia
di conoscenza estetica od intuitiva, sarebbe, per davvero, nient'
altro che un mito. Onde giustamente il Feuerbach potè affermare che se
l’uomo deve alla natura la sua esistenza, deve, però, all’uomo di essere
uomo, e cioè soggetto spirituale, in virtù, appunto, della sua libera
partecipazione al possesso di quella infinita ricchezza spirituale,
frutto di sforzi millenari, che proprio la lingua, traverso la
infinitudine dello spazio e la eternità del tempo, ci conserva e consente
di far nostra, senz'altro limite che la potenza o capacità di
appropriarcela: e di qui precisamente la singolare rapidità del progresso
nella storia umana, in confronto di quel procedere sì lento della natura, che,
davvero, sembra star. Sì che a buon dritto il Guyau potè chiedersi ed
esclamare, ad un tempo: D’où vient qu'en chaque mot je cherche une
harmonie? Je ne sais quelle voix a chanté dans mon coeur! C'est
comme une caresse, et mon oreille épie Et s’emplit de
douceur! E la ricercata armonia nei nostri accenti, l'eco e la
dolcezza del canto altrui nei DOSE cuori è precisamente perchè la lingua,
quale iisaltante d' infiniti sforzi individuali e collettivi, per veder sempre
meglio e più a fondo nell'intimo del reale, può dirsi governata, nella
efficacia espressiva delle singole sue voci armonicamente connesse
nell’ inviolabile struttura delle sue forme logico-grammaticali, da norme
che ricordano bene quelle stesse che regolano e determinano l’efficacia
espressiva dell'armonia musicale. Nella quale, infatti, ciascuna nota
come sappiamo echeggia nelle altre : tonica, mediante e dominante
risuonano nell’accordo perfetto, e, inversamente, l'accordo risuona in
ogni nota; di guisa che ciò che noi prendiamo per un suono isolato
è, per ontrario, un concerto. E sì fatta legge dell'armonia è noto anche regola
non solo i suoni simultanei, ma ezianlo i successivi, in quanto gli accordi
che seguono vengo ad essere legati in maniera che il primo si
prolunga nell'ultimo. Aveva, quindi, ben ragione ANNUNZIO (si veda) rivolto
agli uomini della sua terra di affermar loro. La mia parola non è
solitaria: è l'eco di un coro che voi non udite e che pure si compone di
vostre intime voci. Avete dinanzi a voi, rivelata, la vostra essenza.
Voi credete che io trasformi tutto in poesia, mentre non altro io fo
se non obbedire al genio cui voi medesimi siete soggetti. Voi mi giudicate
dissimile, mentre io vi somiglio come un fratello purificato. »
d Qual mesariglia, quindi, che la lingua, simile, adunque, nella sua
struttira e consistenza — secondo un'altra immagine di Guyau — Ì LI
à ces votes d’église Où le moindre bruit s'enfle en une immense
voix, I «i Ceri cosmico che ci dà il tutto nella
vita del singolo, e il sine nella vita del tutto. Benissimo: ma, allora,
il senti ; | così inteso, è, forse, tutt'altra cosa che della
ragione grosso, a dir così, invece che al dettaglio ? Infatti, sol
p noi non riusciamo, bene spesso, a cogliere tutte, ad una 4 una,
le ragioni complesse e profonde che si presenta nol massa al nostro
sguardo interiore, allorchè ci decidiamo agire, è, per ciò stesso, lecito
arguire che noi agiamo, tal caso, alla cieca, ovvero che il sentimento
che ci ha g dato, sol perchè non ragionato, sia, per ciò stesso,
non. zionale? Ma il sentimento non ha, per caso, la sing
prerogativa che gli viene, appunto, dalle innume sue connessioni con le
direzioni ancora inconsapevoli de tenuto della coscienza morale in
formazione di a7 in confronto della ragione, le sue vedute, e di av
quindi, qual termometro sensibilissimo della vita spi tutti gli
abbassamenti o deviazioni della condotta dalla segnata dall'ideale morale
o dal dovere non anco tutto chiara alla coscienza riflessa e, perciò,
spin; consapevolmente il soggetto morale lungo le vie del Esso,
quindi, non è, in sostanza, che luce sotto for calore, e solo così inteso
può avere ed ha un signil motto famoso di Pascal: 7 cuore ha delle
ragioni ragione non conosce, in quanto tal conflitto non è, vera
pante da tutta la precedente nostra analisi al rigua non ha nessun
contenuto suo proprio, PES pr Quindi le ragioni del cuore,
se veramente ragioni o sionevoti, non possono, in realtà, rimanere
inascoltate o 7 ligibili per la ragione, sempre che questa, a sua volta, venga
presa o intesa in senso astratto, e cioè come sre meramente raziocinante,
e, quindi, affatto « pensosa tutti i 422 concreti offerti alla riflessione
dall'esperienza 4 esistenza concreta della nostra vita; giacchè tra espeA
e ragione vi ha, per noi, profonda identità: l’ espe-‘enza non è che ragione
concreta vivente ed agente, e la gione non è che l’esperienza stessa,
astratta e quasi con-emplativa delle sue forme essenziali. È chiaro, adunque,
che, per l'umanità, allo stato nor ale, non può esservi che un solo modo
di pensare e di are: pensare e parlare, non solo in armonia e col
condegli altri spiriti: Wie spricht ein Gcist zu anderm Geist,
eziandio, in armonia e col concorso delle cose, e cioè conformità di
quella vera esperienza, che è un tutto ranalmente collegato e stretto ad unità,
in quanto le funzioni nostro pensiero, ben lungi dall'essere come,
cogli ionisti, vorrebbero anche i pragmatisti un apparecdi forme in certo
modo falsificatrici della realtà, sono, vece, non altro, originariamente,
che il prolungamento, in delle funzioni o processi del reale, come ci
attesta, evite, la innegabile cooperazione e solidarietà tra la nostra
enza e la realtà delle cose. Si sarebbe, sì, potuto crea tutti i Nietzsche e i
James che le forme e orie del nostro pensiero fossero delle semplici
/orgnettes iali, che noi fuz4iazzo sul reale, solo qualora noi fosstati
al di fuori o al di sopra della realtà, come un do di forme vuote, senza
contenuto, e cioè fuori di quella LO sj à catena causale
universale causa ed effetto e reciprocità | di tutte le azioni causali
che è l’idea stessa della continuità senza iato nè interruzione della vita del
reale, secondo L gli stessi intuizionisti; ma poichè noi facciamo parte
di tal catena, è, dunque, impossibile ammettere che le forme fon» |
damentali del nostro pensiero non si siano formate e non si esplichino i
funzione, ad un tempo, della nostra propria natura e della natura delle
cose, da cui non siamo separati, ma solo emersi per immergerci,
conoscitivamente, ogni volta che ne veniamo fuori. Sicchè a noi non resta
che ritenere le i funzioni o categorie del nostro pensiero come l’
espressione delle inzer-azioni fra noi e le cose, e cioè i mezzi, direi,
di prendere coscienza delle più diverse azioni reciproche, a cominciare
dalla nostra: esse, quindi, non sono solamente la coscienza della nostra
causalità, ma della stessa causalità È universale; e poichè la causalità
è essenza dell’ essere e la sua rivelazione, le categorie non sono che la
coscienza stessa dell'essere, universalizzate sino ad abbracciare tutto
l'essere: ovvero la diastole e la sistole della vita universa, perchè nel
cuore stesso della realtà, e non già circum praecordia
rerum. Infatti, senza di esse, noi non potremmo dire neppure
esistenti le cose, e tanto meno dotate di tale o tal altra maniera di esistere,
da tutti affirmabile : togliete, invero, dicemmo anche innanzi
l’intelligibilità e l’ insieme dei. rapporti intelligibili, che formano
la realità stessa del reale, e non resterà di essa che quella
inconcepibile astratta potenzialità, quella mera 3ivqus del tutto impensabile,
che è l'ormai. famoso atto puro di GENTILE (si veda).Il che prova
inconfutabilmente che la realtà è assolutamente inconcepibile, astrazion
fatta. di quanto il nostro pensiero vi mette di suo, precisamente. 2
Age con le categorie: onde quella sintesi organica di rapporti
logici in cui, conoscitivamente, consiste il reale. Ora è precisamente
questa impossibilità di concepire il reale senza le forme del nostro pensiero
che ci costringe, inevitabile, a ritenere tali forme come atti intimi
della vita mentale e, ad un tempo, della vita reale immanente alle
cose, a parte anche l’ imprescindibile necessità di ammettere un'assoluta
unità e continuità di divenire o di sviluppo della realtà; il che,
pertanto, viene ad essere confermato, fra altro, anche da sì fatta
inconcepibilità. Per ciò, più che delle forme astratte, o dei modelli
vuoti, ovvero dei « punti di vista » fotografici isolati come si vorrebbe
anche le categorie sono delle forme viventi e dei modelli flessibili
in cui la realtà entra senza giammai rinchiudervisi : quindi, come
delle vere démarches delle cose, precisamente come la funzione vitale della
locomozione è conforme alle leggi obiettive del movimento, come la funzione
dell’ assimilazione nutritiva è conforme alle leggi fisico-chimiche delle
sostanze alimentari e dello sviluppo vitale. E se è pur vero, intanto,
che le forme della nostra esperienza come Kant afferma dipendono
dalla struttura generale dello spirito umano, non per ciò è lecito all’
intuizionismo ed al pragmatismo di aggiungere, a mo’ di conclusione, che « la
struttura dello spirito umano è l’effetto della libera iniziativa di un
certo numero di spiriti individuali » (2). Giacchè, in realtà, pur potendosi
ammettere che taluni individui, per iniziativa davvero intelligente, ma non già
« libera » sì da rimanere sottratta alla natura delle proprie individuali
disposizioni, abbiano introdotto delle innovazioni, fatte delle scoperte,
lasciata la traccia del V. a tal riguardo, G.: Una visione teleologica del
manda, Pet. rella, Napoli BERGSON : Preface de Verité et Réalité di
James. Tosh i loro genio nella tradizione, nella lingua e perfino nel
cervello della razza, non per ciò rimarrebbe spiegato il /oxdo della
nostra costituzione cerebrale, e cioè, ad esempio, la rappresentazione
del tempo e dello spazio, il principio di identità e di causalità.
Infatti tali principî non vorranno dirsi, certo, fortunate ipotesi create
da uomini intelligenti o di genio, dato che essi vengono applicati 6
origine da ogni intelligenza nel suo spontaneo moto di orientamento
spiri. tuale tra le cose e tra gli stessi stati di coscienza: e la
prova assolutamente inconfutabile ci vien data dalla presenza od
esistenza di essi anche negli animali, che non, certo, parlano. E,
veramente, non pochi di essi ad un certo grado d’altezza nella scala
zoologica hanno, con tutta evidenza, più o meno confusa e concreta la
rappresentazione dello spazio e del tempo: tutti, poi, hanno una specie
di credenza pratica e irriflessa nel principio d' identità, in
quanto tutti reagiscono nello stesso modo a delle eccitazioni
simili, e in maniera diversa a stimoli diversi; e tutti, anche, se
in qualche modo capaci di riflettere sulle azioni delle cose e
sulle particolari reazioni da essi opposte, ci danno chiara la testimonianza di
questa loro credenza vissuta e vivente: che ogni cosa ha la sua ragion d'
essere, onde la loro tendenza a cercare le ragioni delle cose nella
misura in cui tali ragioni li interessano, e, talvolta, anche per
semplice curiosità. Tutti, ancora, credono ad una realtà indipendente
dalle sensazio vo ed azioni, ad una correlazione determinata tra le loro
sensazioni ed azioni e questa realtà: il gatto [GRICE ETOLOGIA FILOSOFICA] ad
esempio che, sulle mosse di rubare del formaggio, sente che arriv il
padrone e si dà a fuggire per tema del bastone, ha Lalli N il sentimento
della pluralità costituita da sè medesimo, da padrone e dal formaggio. Ha,
inoltre, il sentimento de realtà della pressa del suo padrone, della
possibilità dell Si CATO battiture e, in fine, della relazione
costante tra la scoperta del furto e la minaccia delle percosse, oltre
che, di conseguenza, la somiglianza tra l’avvenire ed il passato. Il
gatto, adunque, è già schiavo anch’esso delle categorie tanto
descritte dai pragmatisti ed intuizionisti? Esso, infatti, si permette di
distinguere il possibile ed il reale, il passeggero ed il permanente, il
fatto e la causa, l'uno e i più, come se avesse avuto falsato lo spirito
dalla lettura dei Dialoghi dell’ACCADEMIA. Il vero è, dunque, che le forme del
nostro pensiero sono innegabilmente dei punti di contatto tra l'essere ed
il pensiero, dei mezzi per pensar l'essere e far essere il pensiero,
delle identità tra l' intelligibile ed il reale, e tutte si raccolgono nella
categoria razionale e reale per eccellenza che è la ragion d'essere, dato
che il divenire della realtà non è, in fondo, che divenire del pensiero.
Il che prova che la realtà è ciò che è, alla volta, obiettivo e
subiettivo: l’unità delle cose con lo spirito clie le conosce e con
l’universo di cui quelle e questo sono parti costitutive e solidali. È
naturale, quindi, che la filosofia non possa restringersi nè al
semplice sforzo come pretende Comte di raggiungere la piena conoscenza
del mondo, nè, del pari, all’ altro secondo lo Hegel di raggiungere la piena «
coscienza di sè, perchè i due punti di vista sono veri solo se
inseparabili. E ciò è provato ad evidenza dal fatto che quanto più larga
e precisa è la conoscenza che noi abbiamo del mondo che agisce in noi e
sopra di noi, tanto più piena è la conoscenza che noi veniamo ad avere di
noi stessi; e, per converso, quanto più precisa è la conoscenza di quel
tipo di realtà e di intelligenza ch'è in noi, o che siamo noi stessi
onde la virtù, da parte nostra, di concepire ogni altra esistenza ed ogni
altro pensiero tanto più perspicua e più sicura è la nostra conoscenza del
mondo nella sua realtà e intelligibilità. Quindi, qual valore può avere
una filosofia, che, annullando l’aspetto obiettivo della realtà,
riduca quest’ultima all'aspetto puramente soggettivo, o, peggio
ancora, alla mera astratta 3ivaus dell’affo $u70, come dicemmo? E
questa profonda unità delle cose con lo spirito e degli spiriti fra loro
è provata, in maniera inconfutabile, proprio da quel comune sentimento
che ci fa credere alla verità - la quale, infatti, si afferma
wniversalmente, come tale, precisamente ed unicamente allorchè si manifesta
come unità fra il nostro pensiero e gli obietti rivelati dalle nostre
sensazioni, e, poscia, fra il nostro pensiero ed il pensiero altrui, che
ci rivela le nostre sensazioni. È naturale, quindi, che le nostre
espressioni 0 idee sian da ritenere fermamente come scrigni, a dir così,
in cui si celano, come collane di diamanti, le leggi, ad un tempo, del
pensiero e della natura: e perciò non sono da buttarsi via dopo l’
istante della loro creazione; esse, in altri termini, sono delle verità
immobili che noi cercammo sotto il fluire del reale, o sotto la fluidità
delle nostre sensazioni. La differenza, infatti, tra una ciliegia ad
esempio ed una bacca di belladonna, oltre a non essere puramente
nominale, non è nè pure meramente o individualmente soggettiva, com'è provato
dal fatto che, mentre la prima nutre, l’altra uccide il fanciullo che non
riescisse a rt distinguerla dalla prima. Perciò
ripeto come pretendere che i nostri progenitori avrebbero potuto pensare e
parlare a loro talento, secondo la propria comodità? Allora sì che,
per davvero, non ci sarebbe fanciullo, che, piccolo Descartes, non si
sentirebbe, necessariamente, di yewzeltre loul en question, 138 divenendo,
così, essi proprio, i fanciulli, i veri creatori della lingua, e tanto più
quanto più dimentichi o dispregiatori di ogni eredità sociale o spirituale, e
cioè futuristi ad oltranza. Mentre il vero è che, non solo la coscienza
comune e cioè precisamente di quei grandi fanciulli che sono i
popoli nella loro immensa maggioranza di individui non sogna
neppure la possibilità di far della filosofia novatrice o creatrice onde la
impossibilità, per esso, di yemettre en question alcunchè di quanto
spiritualmente ha ereditato dai suoi ante-nati, ovvero anche solo di agire alla
luce del gran lume della dea ragione quanto, eziandio, gli stessi
filosofi, avendo appreso da Platone e da Kant della naturale originaria
limitatezza del nostro sapere, non si attendono minimamente di porre in dubbio
simile verità, e, per ciò contrariamente al Nietsche, e sì, pure, a qualche
altro odierno pensatore fra noi si guardano bene dal ritenere la
propria opinione personale al di sopra delle condizioni universali
in cui essi vivono, e, a meno di esser folli, non pretendono,
certo, di essere dei supermomini. È, dunque, evidente, che le leggi della
grammatica, ben lungi dall'essere forme arbitrarie del nostro pensiero,
sono, invece, espressioni il più possibile adeguate e indispensabilmente
zecessarie delle proprie sue leggi, risultanti, tali espressioni, dalla
congruenza attiva e costante collaborazione del nostro pensiero colla
natura e col gruppo umano di cui siamo parte. E, si noti bene, tale
collaborazione onde la fissità ed universalità del linguaggio, nella
immutabilità e universalità delle sue espressioni e delle sue forme
logico-grammaticali non riesce punto come piace di opporre
agl'intuizionisti a ricoprire i nostri stati d’ animo più personali come
di una guaina impersonale fabbricata dalla società. In verità,
questa preoccupazione avvertita prima e più di ogni altro da Bergson è
priva di ogni fondamento, in quanto i rigidi comuni schemi delle forme
logico-grammaticali in cui il pensiero, come contenuto rappresentativo,
deve poter essere constretto, qualora voglia essere, davvero, strumento
di conoscenza, se valgono, per l’ appunto, ad acqui. stargli in quanto
tale valore universale e necessario che altrimenti, abbiam detto, non
avrebbe, e non potrebbe in niun altro modo avere non riescono, peraltro,
ad impedire affatto, anzi nè pure minimamente ostacolare, in quel È suo
moto spirituale verso la conoscenza delle cose, la naturale
incomprimibile sua /endenza alla forma soggettiva. E, in realtà, vi ha, per
caso, corrente di pensiero che non presenti delle particolarità che la
distinguano nettamente da quella dello stesso pensiero presso altri
soggetti conoscenti? Senza pur dire che la stessa particolare corrente di
pensiero, che è È propria di ognuno di noi, può, con tutta facilità,
variare da un tempo all’altro. E tali particolarità, che costituiscono
‘accennavamo come una frangia od alone del pensiero, possono paragonarsi
a quello che sono gli ipertoni rispetto p al tono, per cui strumenti
diversi possono riprodurre diversamente lo stesso tono: ed il motto comune /o
stile è l' uomo vuol esprimere, per l’ appunto, questa qualità
individuale, 0, A dirò così, particolare colorito espressivo, che il
pensiero, pur È nella medesimezza del suo valore oggettivo, 0
significato rappresentativo, tende ad assumere presso le singole
menti, onde la facilità con cui noi riusciamo a distinguere o
riconoscere, come se le avessimo davvero incontrate, od avute _
famigliari, oltre che le creature di ALIGHIERI (si veda0 e di
Shakespeare, e le figure di VINCI (si veda) e del Rembrandt, e i motivi
di Beethoven e del Wagner, le immagini, altresì, rampollate da una
medesima sorgente spirituale d'ispirazione e recanti, | quindi, una
medesima impronta dele, come l’immagine dell'amore cantato da Dante nella
Vita Nuova, e quel offertaci da tutti gli altri poeti del dolce stil
nuovo, non meno de Tue che da Petrarca nel suo Carzorziere e da
Shelley nel suo Epipsychidion ecc. Ed, anzi, quanto più netta e rilevata
è la personalità del soggetto conoscente, tanto più chiaro e
inconfondibile è il colorito espressivo delle sue creazioni intuitive. E
poichè, pertanto, tal colorito raggiunge la più singolare sua tonalità
individuale e la più sicura sua espressione caratteristica proprio nell’ àmbito
della coltura dove, appunto, vige assoluto l’imperio delle forme
Jogico-grammaticali, più che nell'àmbito di quella esperienza comune, in
cui, invece, è quasi completa /’assezza di tali forme, ragione per cui il
parlare di due persone volgari od incolte presenta una uniformità o
identità formale di espressione che invano noi cercheremo nel parlare di
due persone colte, e più invano ancora se, per giunta, di diversa
educazione mentale, come un valente letterato ed un grande
scienziato non è gioco- forza
concludere che le forme logico-grammaticali, ben lungi dal distruggere o
comprimere, comunque, la naturale tendenza del pensiero alla forma
soggettiva, son proprio quelle, invece, che, mediante, appunto, la
infinita loro varietà d'intreccio, ed intreccio infinitamente variabile,
offrono al pensiero di ogni singolo soggetto conoscente la più larga
possibilità di rivelare ed affermare quella sua tendenza, nel tempo
stesso che prendono ad acquistare alle sue intuizioni un valore
universale e necessario? Altrimenti come spiegare che cotale tendenza, se
non manca del tutto, è, senza dubbio, punto punto rimarchevole nelle
espressioni delle persone incolte, e manca, altresì, nei fanciulli, che,
al pari di queste, ignorano ancora l’uso delle forme logico-grammaticali? In
ogni modo, non si può negare che pensare significa, in un certo
senso, scegliere: e noi scegliamo, infatti, così nel ragionamento, in cui
cerchiamo come il punto di passaggio da un pensiero all'altro, come nelle
intuizioni, cercando gl’elementi necessarî maggiormente rappresentativi,
ed eliminando gli insignificanti. E proprio in sì fatta scelta, colla
genialità della potenza intuitiva del soggetto conoscente, si rivela, altresì,
e con non minore evidenza, la particolare tendenza espressiva di esso;
giacchè tale tendenza si rivela precisamente nel configurare (e cioè coordinare
e subordinare ch’esso fa) quegli elementi alla stregua, dirò, di un
comune denominatore (e cioè dell’ essenza del reale che è obietto dell’
intuizione, od anche solo di quel particolare aspetto di esso che si
vuole porre in rilievo), e colorirli, altresì, d'un medesimo zoro (quello
offerto od imposto dal carattere sentimentale proprio del soggetto conoscente).
Ed ecco, in tal modo, per dirla con
parole di Croce stesso la ballatella di Cavalcanti ed il sonetto di
Angiolieri, che sembrano il sospiro o il riso di un È istante; la
Commedia d’ALIGHIERI (si veda), che pare riassumere in sè un millennio
dello spirito umano; le Maccheronee di Merlin Cocaio, che sghignazzano
sul Medio Evo tramontante; la elegante traduzione cinquecentesca
dell’Ewesde di Caro; l’asciutta prosa di Sarpi e quella gesuitica frondosa di Bartoli. Nessuna
meraviglia, quindi, che cotal forma di pene. sare, propria di ognuno di
noi, si rifletta persino nei singoli È frammenti delle nostre serie di
pensieri, come non di rado ci provano quegli elaborati 4 mosaico di qualche
alunno, nei quali la varietà di stile dei diversi autori, i cui brani
di. pensiero concorsero alla formazione di tal mosaico, si
mos Breviario che noi proviamo all’ improvviso apparire di una parola
od espressione di lingua straniera nella nostra, non devesi, forse,
alla interrotta uniformità di stile o colorito espressivo ? E non è
questa, altresi, la causa della gradevole sorpresa o disgusto, che, lungo
il procedere discorsivo proprio di una scienza, ci procura così l’
incontro di frasi tutte proprie del dizionario di un’altra scienza,
inserite o non a proposito, come l’uso di forme di ragionamento estraneo
alla sua tecnica logica, dato che ogni scienza, anche, ne possiede una? E
la mescolanza del parlare volgare col letterario non ci procura anch’essa
disgusto per la medesima ragione? Ora, se cotal naturale e, veramente,
insopprimibile tendenza del pensiero a forme espressive
individualmente caratteristiche o caratteristicamente individuali, pur
nella loro universale intelligibilità, riesce ad affermarsi e
raggiungere le più tipiche o singolari sue forme espressive
precisamente nel campo della coltura, in cui il rispetto alle forme della
grammatica e della sintassi è, come sappiamo, condizione sine qua non per
l'accessit in esso dei soggetti conoscenti, non si deve, per ciò stesso,
riconoscere senz'altro, che sì fatte norme sono, per lo meno, ben lontane
dall’oscurare od assorbire, nella loro universale uniformità, il particolare
colorito espressivo di ogni singolo soggetto conoscente ? E ciò
stesso non ci obbliga, d'altro canto, ad escludere, altresì, che esse possano
essere, o siano meri giochi di artifizio, od anche forme puramente
convenzionali da noi arbitrariamente imposte al pensiero? Giacchè, senza
dubbio, in tal caso come giustamente opinano gl’ intuizionisti esse
sarebbero riu-scite o bene riuscirebbero come ne fan prova le forme
artificiose del Volapik dell’Esperanto e DEUTERO-ESPERANTO, e dell’
Interlingua ad impedire l’aftermarsi ed esplicarsi della tendenza del
pensiero alla forma soggettiva, pur riuscendo questa ad estrinsecarsi è tutto
dire anche nei casi di natura patologica, I quali, invero, a dissoluzione
compiuta della personalità normale ci fanno assistere, con tutta
evidenza, alla for- o mazione di nuove personalità, che, indeterminate
dapprima, si vanno, poscia, progressivamente affermando, fino ad assumere
fisonomie del tutto diverse dall'antica, e nei soggetti ipnotici, poi,
l'assunzione di fisonomie nuove si mostra pos: sibile anche dietro la
semplice adozione di un nome. Or tutto. ciò non deve necessariamente
convincerci della naturale ragion d'essere delle forme
logico-grammaticali, onde l'estrema assurdità della pretesa di Croce di volerle
soppresse; il che egli credette di poter fare vietando, con un
tratto penna, l'insegnamento della grammatica nelle nostre scuole?
Pretesa che, certo, non sarebbe nè pur balenata alla sua mente, se questa
avesse avuto il potere di accorgersi che sì fatte forme, oltre che
esigenze fondamentali imprescindibili per la funzione d'intelligibilità
del pensiero, sono, altresì, il fondamento stesso della esistenza di
quest'ultimo, in quanto, appunto, condizioni e termini, ad un tempo, del
nostro fersare? Infatti, non riuscimmo noi a provare innanzi che le
forme logico-grammaticali altro non sono e non vogliono essere, in
sostanza, che espressioni pure e semplici delle relazioni 0! rapporti che
intercedono tra le cose, o tra i singoli elementi di esse, così come le
singole voci o parole non sono che i termini puramente drdicazivi di esse
cose, o dei singoli loro elementi? E come potrebbe, adunque, darsi
conoscenza i intuizione di una qualsiasi cosa fuori, appunto, delle
relazioni con altre cose, o dei rapporti che intercedono i suoi stessi
elementi (70%), sì che possa ritenersi, cotalé intuizione, tutt'altra
cosa che una sintesi, appunto, ri mente coerente di rapporti logici? E
se, adunque, cote rapporti sono, con tutta evidenza, i so/é termini del
nos TORRE pensare, non è, perciò, da ricercarsi unicamente nella
loro netta distinzione e preciso loro significato, o valore logico,
la più netta e precisa intelligibilità della realtà? Nessuno, infatti,
ignora la confusione od oscurità che, immancabile, procura al pensiero la
insufficiente distinzione formale del valore logico-grammaticale di
qualche termine del nostro pensare, come, ad esempio, quella che ricorre
nel famoso responso dell'oracolo a Pirro, che gli ha chiesto se sarebbe
riuscito vincitore nella guerra contro i Romani: Aio te, Aeacide, Romanos
vincere posse. E ciò per di più accade non solo in rapporto al
valore logico delle espressioni, e cioè in tutti i casi che diciamo d’ANFIBOLOGIA,
ma in rapporto, altresì, allo stesso SIGNIFICATO intuitivo della parola, e
cioè anche nei casi in cui questa possiede UN DOPPIO SIGNIFICATO, onde la
famosa quanto ironica lode al debito di Berni: Debito è fare altrui
le cose oneste dunque fare il
debito è far bene. Non solo: ma lo stesso ORDINE DELLE PAROLE nel
discorso non asconde anch'esso il suo valore logico? Quante volte,
infatti, il predicato non occupa esso il posto del soggetto, per
richiamare su di sè l’attenzione e porre, quindi, in vista tutto il valore
in esso riposto dal pensiero? Valgano di esempio le seguenti espressioni.
Mobile e grande, veramente, la persona del Re!; e/ix qui potuit rerum
cognoscere causas. Spesso, ancora, il predicato logico è il soggetto
grammaticale o l'aggettivo che l’accompagna: « 7% sei l'uomo! Tutti gli
invitati sono arrivati, per dire appunto che gli invitati che sono
arrivati sono ## quelli che erano attesi. Invece nella frase, il danaro è
dentro lo scrittoio, quali dei tre elementi può dirsi preponderante o di
maggior rilievo? Non si sa, perchè potrebbe essere così il primo (danaro),
come il secondo (dentro), come anche il terzo (scrittoio). Tutto sta nel
cogliere od indovinare il pensiero o L’INTENZIONE intenzione di colui che parla
[GRICE, UTTERER’S MEANING]; ma dicendo io: è dentro ll scrittoio il
danaro, chi non comprende che l'elemento essenziale è, qui, scrittoio? Ma
potrebb’essere anche dezzro. non ricorriamo, per ciò, in sì fatti casi, e
cioè in manca È. di una qualsiasi specificazione anche in ordine al posto
occupato dalla parola nel discorso, ad una particolare accentuazione o zoro,
col quale prendiamo ad esprimere o pronunciare la parola in questione, e
cioè, nell'esempio addotto, accentuando la voce su denaro, dentro, o scrittoto?
[GRICE: IMPLICATURES OF STRESS]. E se, adunque l’intelligenza ha dovuto
ricorrere fino a simili SOTTIGLIEZZE [IMPLICATURE] pe rendere la lingua
più che mai duttile e perfettamente obbediente ai più lievi moti del pensiero,
non è semplicementi assurdo e ridevole, insieme, chiedere come fanno gl’intuizionisti
l'abolizione addirittura delle forme sin tico-grammaticali per
l’espressione del nostro pensiero? E tuttavia, il tentativo di cotal
soppressione non è stato, fors già, magnificamente compiuto dai
rappresentanti del futurismo? E con quale risultato, per la funzione
intelligibile del pensiero, sa molto bene chiunque abbia avuto occasione di
ammirare qualche saggio dei prodotti artistici di questa nuova
letteratura, il cui merito è precisamente nella mapei imintelligibilità delle
loro espressioni. È Qual meraviglia, quindi, che, in sì fatto caso,
co espressioni, appunto perchè asso/uiamente individuali ri gano,
per davvero, assolutamente intraducibili ed inclascabili? Ma è, dunque, sol
perchè zrsntelligibili, come noi affrettammo a dichiarare innanzi: onde la
conseguenza tangibile, ora, che l'elemento veramente intraducibile in una
forma di conoscenza dichiarata universale e necessaria, non può essere, e non
è, che unicamente e precisimente il particolare COLORITO ESPRESSIVO [FARBUNG –
GRICE] di ogni singolo soggetto conoscente, val quanto dire unicamente la
sua forma mentis, e non già pure il corzerzto oggettivo delle sue
espressioni o intuizioni, come sostiene Croce. Altrimenti
saremmo costretti a chiedergli perchè egli, pur convinto dell’assoluta
impossibilità di renderci, comunque, anche IL SIGNIFICATO ideale delle
immagini estetiche, oltre che la loro forma o COLORITO ESPRESSIVO, potè,
nondimeno, decidersi al tentativo di darci la traduzione sia qualsivoglia
il valore di questa di talune liriche di Goethe: ed in tal caso a lui non
rimarrebbe che: o riconoscere semplicemente pazzesco tal suo tentativo appunto
perchè senza scopo di sorta; oppure confessare il proposito, da parte
sua, di darci, a fianco o di È fronte all'opera d’arte dell’Apollo
Musagete della Germania, DI un’altra opera d’arte non meno grande e
perfetta di quella, E E sia pure: ma perchè, intanto, credette di far
passare s0//0 il nome del Goethe il contenuto ideale di quelle sue
tradu-zioni, e non già sozto il proprio suo nome, se vero è che, col i
mutar dell’originaria forma espressiva di un’opera d’arte, pi. muta,
altresì, il proprio contenuto rappresentativo? È se, pertanto, Croce
crede di attribuire al Goethe e non a sè i fantasmi ideali o l’ideale
fantastico espresso da ognuna i di quelle liriche da lui tradotte, non,
forse, ciò stesso vuol È | significare, anzi testimoniare, che
l’intraducibilità è solo della È forma espressiva e non già pure del suo CONTENUTO
RAPPRESENTATIVO [GRICE, CONTENUTO PROPOSIZIONALE], se questo vien senz'altro
riconosciuto e dichiarato dell’azzore e non già del traduttore? Se così,
di fatti, non vaemtetizizo fosse, con qual miracolo di
pensiero, egli proprio, accanito bi | assertore e propugnatore
di cotal peregrina teoria dell’assoluta intraducibilità del pensiero altrui,
sarebbe mai giunto, poi, sino a distinguere addirittura dei cicli
progressivi «i SENO di prodotti estetici inerenti ad una « wedesima
materia », R =* sf Da = LL come ad
esempio la materia cavalleresca
durante la rinascenza italiana da Pulci ad Ariosto? Mentre, a
rimanere strettamente fermi o coerenti con la sua teoria, noi, non solo
non dovremmo assolutamente poter distinguere 7224/% di nulla in un'opera
d’arte, ma neppure la szessa maderia di un'opera da quella di un’altra;
fino al punto che, qualsi distinzione come, ad esempio, quella di
attribuire il contenuto del Decamerone a Francesco d’ Assisi e quello dei
Fioretti a BOCCACCIO (si veda) sarebbe la più naturale e bene informata
di questo mondo, precisamente come la su contraria ? È questo, infatti,
l’assurdo, possiam dire tangibile, cui direttamente mena » della.
sua dottrina estetica? Il che è tanto vero che proprio io mancato
riconoscimento del valore gnoseologico di tal principio ha tratto Croce il
preteso interprete autorizzato | della dottrina vichiana : autorizzato a
giudizio suo proprio, o di chiunque si voglia a non comprendere aftatto
nulla di tale dottrina, posto ch'egli è riuscito non solo a
falsarla nell'intimo e vero suo significato, quanto a spogliarla,
altresì, di tutto il suo valore filosofico. E mi darò a provare ciò
rapidissimamente, con l’opera di Vico in una mano, e quella 3 di Croce
nell’altra, sì che ognuno abbia modo di convincersi, ancora una volta, come, in
realtà, sia proprio nell’ abito mentale di quest'ultimo interpetrare @
suo 2040, e cioè | nella maniera più capricciosa ed arbitraria per le
ragioni | più volte dette innanzi il pensiero degli scrittori di
cui| si occupa, e specie allorquando l’opera di questi rientra più
direttamente, od essenzialmente, nel dominio dell’arte, o delle dottrine
estetiche. Mi affretto per ciò ad iniziare senz’ altro l'esposizione del
pensiero vichiano, rivolgendomi in particolar modo a coloro che non hanno
avuto occasione di leggere ji la Scienza Nuova ; ragione per cui comincio
proprio come Vico col ricordare loro la necessità o bisogno da
questi avvertito prima di entrare nella diretta trattazione dell’opera
sua di far notare al lettore come il sistema naturale del diritto delle nazioni
di tutti e tre i più celebri | uomini del suo tempo Grozio, Seldeno e
Pufendorfio debba a parere di lui
il suo più grave difetto al fatto. che nessuno dei tre pensò
stabilirlo sopra la Provvedenza divina. Mentre si sa che, per scuoprire
sicuramente | le vere e finora nascoste origini » di cotal dritto, che
investe Principi di Scienza Nuova; a cura di Ferrari, Milano, e concerne
religione, lingue, costumanze, legge, società, g0verno, domicilio, commerci,
ordini, imperj, giudici, pene, guerra, pace, rese, schiaviti, allianse,
insomma duéte le cose divine e umane, occorre, anzitutto, ed
imprescindibilmente, ricercare ed ammettere l’idea di un ordine
universale ed eterno. Altrimenti, come spiegare quel senso comune del
genere umano, o che è lo stesso quella certa mente umana delle
nazioni, che, usando per me227 quegli particolari fini perseguiti dai
singoli individui e « per i quali essi andrebbero a perdersi », dispone
tai fini, fuori e bene spesso contro ogni proposito degl’individui
stessi, a un fine wziversale? Non è, quindi, da meravigliare che cotale /dea,
sotto l'aspetto, appunto, di Pyrovvedenza ordinatrice di tutto il diritto
natural delle nazioni, debba necessariamente rimanere /a fri2a o
principal fondamento di ogni qualunque lavoro » del genere, e, per
ciò, essa non manca, e tale si dimostra per tutta l’opera sua.
Si noti, però, che, in quanto tale, essa non può, naturalmente, non
possedere due propietà primarie, che sono: una /’immutabilità (o
necessità ch'è lo stesso) l’altra /’uzs-versalità; giacchè solo in forza di
codeste proprietà potè venir concesso ad essa « Provvedenza, o Divina
architetta [cf GRICE INGENGNERO] di mandar fuori il mondo delle nazioni colla
regola della sapienza volgare: e cioè di quel senso comune come dicemmo
di ciascun popolo o nazione, che rego. la nostra vita socievole in tutte
le nostre umane azioni, così che facciano acconcezza in ciò che ne
sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione. La convenienza, poscia di
questi sensi comuni di popoli o nazioni tra loro tutte è la sapienza del
genere umano. La quale, per ciò, mane, evidentemente, come il principio
informatore delle utilità o necessità umane uniformemente comuni a tutte
le particolari nature degl’uomini: il frutto avrebbe. qui detto lo Hegel
dell'ASTUZIA [GRICE CUNNING] della ragione. Giacchè, n sostanza, cotal
principio universale, o Divina Provvidenza, non è, pel nostro, che, per
l'appunto, / agwadità dell'umana ragione in tutti, ch'è la vera ed eterna
natu umana: val quanto dire, più semplicemente, 2° dello spirito,
il quale soltanto, in verità, è il princi reale ed assoluto che informa e
dà vita a questo mondo di Nazioni. E, poichè, intanto, la
lingua è l’espressione più univer. salmente intelligibile e sicura
dell'attività spirituale, è turale e conseguente ammettere, che, qualora
essa voglia rimaner, davvero, una forma espressiva wrzversalmente e
ecessariamente intelligibile, debba recare quei due medesir caratteri, o
froprietà primarie, riconosciute all’attività spi tuale. Onde la
necessità intesa bene da Vico di collegare com'egli fa i due motti
che per lui voglio rispettivamente esprimere il carattere di universalità
e ne di Cfr. anche Degnità: «Il senso comune è un
giudi; senza alcuna rifessione, comunemente sezzizo di tutto un ordine,
da tutto | popolo, da tutta una Nazione, o da tutto il Genere wmano. Principi
di Scienza Nuova°, Ed. Truffi Milano J N i CI
EPA AR, i Da cessità del LINGUAGGIO: «a /ove principium
Musae col quale,
addirittura, egli apre la Scienza Nuova — e « as gentium, © sia la
favella immutabile delle nazioni », a quell’altro motto, espressivo
dell'universal principio ch'è lo spirito : Jovis omnia plena. Ed
ecco, così, nell’ « Z4ea tutta chiusa in questi tre motti i*primi due dei
quali, già, possono dirsi bene sottintesi, o sinteticamente ricompresi dall’
ultimo quella chiave maestra, l’espressione per immagini
allegoriche, col suo mirabile segreto, il carattere di unzversalità,
che ci consente, senza dubbio, la più coerente e stupenda visione
sistematica di tutto quel complesso di verità e prove ti di fatto
intorno all'origine, essenza e sviluppo della lingua, che ci rivela
e dette, davvero, una scienza z%ova. E, in realtà, non si può negare
che il carattere o va-lore intelligibile della lingua o della conoscenza
intuitiva, ch’è lo stesso, è strettamente dipendente e correlativo alle
modificazioni della nostra medesima Mente umana. E poichè questa
raggiunge il suo pieno sviluppo a traverso tre fasi — che preannunziano i
#re stati di Comte, non sono, per ciò stesso, da ammettere tre diverse
forme o gradi di conoscenza poetica o intuitiva? Quella della prima
età, detta « divina », in quanto comincia dagli Dei, « con gli
auspici di Giove, e, fatta, per ciò, tutta di « parlari divini ritruovati
dai Poeti Teologhi, che ben « s' intendevano del parlare dei Dei. E quest'età
continuandosi in un secondo momento per
g/i ZEro:, dette luogo alla sapienza eroica, per ricongiungersi,
infine, col tempo storico certo delle nazioni; tempo in cui
si . ù = o dda ebbero, appunto, quei parlari per
rapporti naturali, che dipingono descrivendo le cose medesime che si
vogliono esprimere: della qual lingua si ritruovarono già forniti i Dopo
greci a’tempi d’Omero. i Ora Croce non ha del tutto schernevolmente
quanto inconsapevolmente negato ogni valore filosofico a codesta
distinzione do Vico, distinzione che pure involgé od esprime, | in
realtà, la norma e forma, insieme, veramente fondamentale ond'è governato e si
esplica lo sviluppo della conoscenza, e rimane, altresì, una delle più comuni
verità della. nostra esperienza ? Infatti, che cosa vuol dire, qui, il
Vico, tenendo bene presenti le premesse da noi dianzi a bella.
posta richiamate della sua dottrina ? Semplicemente questo. com’egli,
poscia, in lungo e in largo si affretta a chife rire e dimostrare lungo
tutta l’opera sua: che i primi uomini, privi ancora di favella, o di
par/ari convenuti, non potevano, naturalmente, intendersi fra loro che
ricorrendo precisamente come i Mutoli a
cose ed atti che avevano NATURALI RAPPORTI ALL’IDEE CHE ESSI VOLEVANO
SIGNIFICARE, come, per l’ appunto, ci provano le cinque parole reali con
cui Idantura, Re degli Sciti, risponde a Dario Maggiore, che gli aveva intimato
guerra Man man. E qui, molto acutamente, Vico nota: e avvenne che quasi
tutti i popoli della Grecia ognun pretese essere Omero s cittadino, è
appunto perchè, avendo questi /essuzo i suoi poemi con i mig parlari di
tutta la Grecia, ciascun popolo avvertì in questi poemi i suoi nai
parlari, onde ritenne Omero della propria terra: il che val quanto dire:
carattere più universalmente espressivo acquistato, appunto, dalla
lingua quest’ultimo in confronto di quella di ogni altro del suo
tempo. Le cinque parole reali furono: una ranocchia, un topo, un
uccello, dente d’aratro ed un arco da saettare. La ranocchia significava
ch’ esso nato dalla terra della Scizia, come dalla terra nascono,
piovendo 1’està, ranocchie e di esser figliuolo di quella Terra ; il 4050
significa, esso € topo dov'era nato, aversi fatto la casa, cioè aversi
fondato la gente; /’wece SME però, il genere umano, venendo in
possesso della favella, cominciò a sostituire alle immagini yea/ delle
cose le immagini 272424ve di esse. E però s'intende di leggieri queste non
sarebbero mai potuto divenire mecessaziamente intelligibili fer #/#, qualora
non avessero avuto a fondamento un'idea universale, 0 un pensiero (a
tutti) comune, come, per l'appunto, una qualche cognizione di Dio o della
Divina Provvedenza, di cui, certo, essuzo andava privo. E quale
idea o cognizione più generalmente nota, o a tutti comune, di quella di
Giove, dato che «7 primi popoli erano incapaci d’universali? Ed ecco,
ora, svelato a pieno, e in tutto il suo valore gnoseologico, il segreto
della chiave maestra dell’opera vichiana: l’idea della divinità, in funzione di
categoria dell'uzzversale, pel suo carattere appunto di universalità. E
così Giove nacque in Poesia naturalmente Carattere Divino significa, avere
in esso gli auspici, cioè, che non era ad altri soggetto che a Dio; l’aratro
significa aver esso ridutto quelle terre a coltura, e di averle dome, e
fatte sue con la forza, e finalmente l’arco da saeffare significava
ch’esso aveva nella Scizia il sommo imperio dell’armi da doverla e
poterla difendere. In conclusione, egli, Dario, « contro la ragione delle
genti », gli avrebbe portata la guerra. Veggasi Degnîtà LVII, in fine:
Alla qual FAVELLA (FABVLA) NATURALE (per atti o scopi, ch’avevano
zazzrali rapporti all’ idee ch’essi volevano significare) dovette succedere la locuzion
Poetica per immagini, somiglianze, comparazioni, e naturali propietà.
Questa Degnità è anche il principio dei geroglifici, coi quali si trovano
aver parlato tutte le nazioni, nella loro prima barbarie. E cfr. anche Degnità:
Zdee uniformi nate appo întieri popoli tra essi loro #0n conosciuti
debbono avere un mwofivo comune di vero. Ed altrove: Col carattere divino
di Giove, che fu il primo di tutti î pensieri umani della gentilità,
incominciò parimenti a formarsi la /ineua articolata con l’onomatopea, con la
quale tuttavia osserviamo spiegarsi felicemente i fanciullini: ed esso
Giove è da’ Latini dal Yragor del tuono detto dapprima Iovis; dal fischio
del fw/mine, da’greci è detto Zi03; dal suono che dà il fuoco, ove
brucia, dagli oriertali dovett'essere detto Ur; onde venne Urim, la
potenza del fuoco, dalla quale stessa ragione dovett' a’greci venir detto
Odpavés il Cielo, ed a' Latini il verbo Uro bruciare. E così via ancora,
per lunghe pagine. Ù in alte pet ST-PTRE
WEST] gie tificazione, del segno con la cosa significata, per cui
non da meravigliare sia accaduto che il significato immaginativo
della radice e noi avemmo testè occasione di convincercene sia riuscito a
cancellarsi, per non esprimere, poscia, la parola, che il concetto. Non
solo: ma giunto il pensiero. a sì fatto grado di sviluppo, e cioè a
liberarsi da qualsiasi, schiavità rispetto alle immagini sensibili, e
divenuto, per ciò | stesso, padrone assoluto del materiale della
conoscenza, è naturale che la parola, oltre che ogni traccia del
significato radicale, venga a perdere, anche, ogni autonomia, col
pren dere a significare unicamente ciò che al pensiero importa che
significhi : diventa, cioè, quello stesso che è IL SEGNO algebrico, perchè il
concetto rimane, così, definitivamente fissato nella sua generalità; nè
basta ancora: chè essa) acquista, altresì, la capacità di divenire il
soggetto di tutti. nessi possibili, appunto perchè scomparso in esso quel
SIGNIFICATO RADICALE, che, presente ancora, avrebbe ciò reso impossibile, o non
poco difficile. Si spiega, quindi, chiaro, adesso, perchè,
nell’ascoltari un discorso come innanzi osservammo noi, ben lungi dal tradurre le parole
in immagini della fantasia il che
darebbe luogo è facile supporre a quale tumulto e confusione nella
mente! riusciamo ad afferrare
immediatamente, e con tutta precisione € determinatezza, il senso di
esso. Come, quindi, la duttilità della lingua, e cioè la scente sua
perfezione e precisione come strumento d conoscenza, non devesi
essenzialmente all’ intelligenza? noti bene Croce che NON È PER ARTIFIZIO,
o per la natura tut propria dell’Aomo faer come assevera Bergson la
lingua diventa, progressivamente, strumento di conosc o attività
veramente conoscitiva, col progressivo svilu dell'attività
razionale; così come non è per artifizio o STE priccio che il bambino
pure, coll’affermarsi anche progressivamente del potere della ragione, viene
via via dispogliandosi di tutti i più bassi ed oscuri suoi istinti; ma
unicamente e necessariamente perchè solo a mezzo dell'attività
razionale e cioè in quanto %omo sapiens : la pensi pure al contrario
il Bergson è consentito alla coscienza
umana di elevarsi dal mondo della sensibilità a quel mondo di valori,
che è appunto il mondo dello spirito: condizione essa appunto, la
razionalità, di tutti i valori, perchè condizione size gua won della vita
stessa dello spirito. Ora, poichè l’arte
per affermazione di Croce stesso è il fondamento del mondo dello
spirito, in quanto, difatti, non si può revocare in dubbio, che la
espressione per 77224gini, o poesia, è, « per necessità di natura, e lo
provammo bene innanzi la prima operazione della mente umana », e
per ciò « la lingua materna del genere umano », si può, eo ipso,
concludere col Croce che gli uomini tutti debbono ritenersi poeti ad un
modo? Eppure, oltre la grave fondamentale difficoltà, che in
maniera fix che mai varia, pei singoli soggetti conoscenti, oppone la
insufficiente esperienza, che, in generale, noi si ha della vita interna
delle cose, perchè ci fosse dato di cogliere ad un modo la individualità
vera e propria di esse o della vita intima del reale come innanzi ampiamente mostrammo, non,
fors’ anche, giusto l’ altro grave
impedimento posto in luce dal Bergson fra la natura e noi (che dico?
fra noi e la nostra coscienza) s'interpone un velo, velo spesso per
gl’uomini comuni, velo leggero, quasi trasparente per l'artista ed il
poeta? Quel velo che, impedendoci, ‘naturalmente, di farci vedere e
comprendere le cose per sè stesse, ce le mostra, invece, 7 Riso pp.
142-143; Laterza, Bari; . ea DETTO, \
o VI d Y A Ti, A TRES unicamente sotto
il rapporto che esse hanno coi nostri bisogni, e punto, già, nel loro
naturale clinanzer, o tendenza che le trae a perseverare nel proprio essere. Di
guisa che, di solito, noi non vediamo e sentiamo del mondo esterno
| che solo ciò che i nostri sensi ne traggono per illuminare. la
nostra condotta, e, quindi, essi non ci danno della realtà che una
semplificazione pratica », così come noi non conosciamo, ugualmente, di noi
stessi « che quello che affiora alla superficie e prende parte
all’azione, e cioè non altro che È lo spiegamento esterno della nostra coscienza,
e non già i nostri stati d'animo che si nascondono a noi in quello che
i hanno di intimo, di personale, di originalmente vissuto (1 e. Di
conseguenza noi saremmo stati realmente Zulli artisti, solo se la realtà avesse
preso a co/pire direttamente i nostri sensi e la nostra coscienza », e,
quindi, fossimo potuto. entrare in comunicazione immediata con le cose e
noi stessi », giacchè, in tal caso, la nostra anima sarebbe riuscita a
vibrare all’ unisono con la natura. E come, in realtà, negare che
codesto velo abitualmente ed istintivamente se non fatalmente e inevitabilmente,
secondo il Bergson si interpone davvero tra la natura e noi, e fra.
noi e la nostra coscienza, ed è spesso, certo, fra gli uomini comuni, e
leggero e quasi trasparente per gli artisti e poeti, per non ritenere
tangibile, a dir così, l’ assurdità dell’ affe mazione crociana: che noi
si sia #ut: poeti, e ad un modo E sì che è anche comunemente noto,
in quanto cano fondamentale per l’arte e per la vita di essa, e da Cr per giunta, come da niun altro,
forse, di continuo ricordai che
l’opera d’arte dev'essere spoglia di ogni fine inter .
2190902 sato che non fosse, appunto, la più adeguata e genuina
espressione o rivelazione della vita intima del Reale, ragione per cui
diciamo, a tal proposito: che l’arte uéto fa e nulla si scopre, se non
appunto tale intimità di vita delle cose. E allora? i Allora risulta
in ogni modo evidente, che se Croce che pure ha scritto un enorme trattato di
Logica avesse avuto una cognizione
chiara ed esatta dei processi logici onde il nostro pensiero tende come ampiamente vedemmo innanzi ad
affermarsi, appunto, compiuto e coerente organismo logico, indubbiamente,
prima stesso di negare ogni valore alle forme grammaticali del
linguaggio, egli si sarebbe ben guardato di non riconoscere alcun valore
alla distinzione delle tre fasi di sviluppo dell'attività conoscitiva.
Fasi, che, in verità, noi possiamo ridurre senz'altro a due, in quanto,
produttrici entrambe, le due prime, d’espressioni per #rasporto o
metaforiche, la distinzione fra esse viene ad essere, naturalmente,
puramente empirica: e, per ciò, mentre l’una
sintesi delle due prime
rimane creatrice di roi poetici: frutto, appunto, d’intuizioni per
serzgdianza di cose conosciute ; l’altra affermasi creatrice d'immagini
proprie: frutto di diretta intuizione della realtà. Ora, con tal
riconoscimento, è chiaro che il pensiero crociano avrebbe evitato
senz’altro di cadere in una posizione davvero sconciamente contradittoria.
Giacchè, mentre, da un lato, egli ammette bene, col Vico, che alle
origini il pensiero umano, non saffiendo la causa delle cose, non
può, di zecessità, non intuire o concepire la realtà che per immagini (e
solo metaforiche, già), ragione per cui l’uomo non può, originariamente,
non essere foeta (e cioè facitore appunto o creatore d' 272722g7777,come
udremo più in là proprio dal nostro), dall’ altro, contrariamente al
Vico, e, quindi, in Fi RARO VAL ARE cn pp o
ped Be 5 iti vien ile x he Masi RUE ITA TIA RITA fg AI
#i% Mes E contradizione con tali premesse, prende senz’ altro a
concludere che l’arte (frutto, adunque, per quest’ultimo, della seconda
fase di sviluppo del pensiero, o, possiamo dir pure, del secondo momento
dialettico del pensiero, in sintesi, già, col primo, giacchè solo allora,
in verità, esso riesce a creare l’immagini proprie delle cose o della
realtà) è « il momento È della barbarie e ingenuità dello spirito: come
dire quel tale « persar da bestie », tutto proprio di quel primo momento,
in cui, per recessità di natura, €
necessità insuperabile lo spirito non
può creare che per simzglianza di cose conosciute, e, per ciò, non altro
che #raslati. E cioè quei tali tropi poetici, o immagini metaforiche, o figure
retoriche, che nessuno, mai, più recisamente e convintamente di
Croce ha dichiarato zon arte, anzi addirittura arzzartistiche 1 Ed è
così che si ragiona? E valeva, allora, la pena, tanti anni sono, di
mettere il mondo a rumore con quella crociata, veramente, e così 7zzz0rosa,
contro lo studio, nelle nostre scuole, della retorica, o anche solo
contro la più semplice considerazione generalmente accordata alle immagini retoriche,
se queste, evidentissimamente, sono originarie quanto necessarie forme
successive di sviluppo del pensiero conoscitivo, e per ciò frutto proprio del
primo momento, quello appunto di barbarie e ingenuità dello spirito,
incapace, com’ esso è tal momento, sia « d’ intendere il ro delle cose,
che appellar (queste) con voci propie? Onde un esprimersi, naturalmente,
solo « con metafore attuose, simiglianze. Quindi, più eterna di così, in
quanto tale, davvero? Giacchè, infatti, « fer necessità di natura, la
mente umana in entrambe le fasi o = it, Za GEA e IT. Si
Pu, se e SVIENE SI e_N II Cap FA e na
al sti RETTE eeti sas momenti di sviluppo
della sua attività conoscitiva, non può |
abbiamo visto riescire ad esprimersi altrimenti che dex immagini.
Ma non per questo, però, le due specie d’immagini, o forme d’ espressione
poetica, dei rispettivi due momenti, sono senz’altro da identificare; giacchè
le immagini assolutamente allegoriche e, per ciò, del tutto fantastiche della |
a Metafisica poetica: espressione propria del fr7720
momento; rimangono sempre, pel nostro, di fronte a quelle del
tutto ragionate della Logica poetica: espressione del secondo
momento frutto genuino di un fersar da
bestie, ch îa per ciò appunto, oggidì, afpera intendere si può, affatto
imma: guare non si fuò. Giudichi, quindi, ognuno, con quanto
arbitrio ed insensatezza Croce ha preso a identificare le due forme d'
espressione, onde di rimbalzo, nel campo de cultura (dove, purtroppo, per
inerzia o per incapacità mentale, È: si reputa ed usa in genere di pezsare
e sapere col giurare in verba magistri, anche se, talvolta, il maestro è
tale, com non di rado oggidì, cui, a nostra volta, saria vergogna
ess maestro +) quella orrenda confusione tra Arte e Poesia, pi cui
anche persone dell'altezza mentale, per esempio, di t Cesareo (che può
vantare, fra altro, anche lui la concezia di un saggio sull’Arte)
è giunto con un’ ingenuità
dovrebbe essere del tutto impossibile in un uomo di cultu veramente sino
ad affermare: quella dell’uomo de caverne poeta è una figurazione graziosa
ma alquanto can- | zonatoria. Canzonatoria?!! E perchè, di grazia?
Avrebb'egli pretes per caso, che quell'uomo, più che fer immagini, e come
alt mai sublimi divine nel senso
vichiano, già: e cioè del tu metaforiche si fosse espresso per concetti,
e magari add Saggio sull’Arte creatrice, Zanichelli, Bologna. RIVE,
et rittura nella maniera concettuale dello stesso maestro dell’ 27/0
puro, od anche dei suoi cuccioli metafisicanti, dato che a questi riesce
in particolar modo impossibile concepire la realtà per immagini ? Tanto vero,
che se, talvolta, vi si provano, chi non sa
per confessione loro stessa
quali immagini plebee vengon fuori? Ora tale confusione, e
nei domini della più alta cultura, non prova, evidente, che il concetto
di poesia, qual'espressione puramente per immagini, non è stato fin qui,
ch'io sappia, E, in verità, come mai il Cesareo, che, col suo Saggio su 2°
Arte creatrice, ha pur creduto di poter fissare i lineamenti di una nuova
Zsfefica ben diversa da quella del Croce, e pigliando, già, anche lui, le
mosse dalla filosofia del Vico, la quale, al pari del primo, egli pure ha
creduto di poter, qua e là, correggere ed integrare, abbia, nondimeno,
finito coll’intendere anche lui il concetto vichiano della poesia
precisamente a mo’ di Croce, e non già nell’accezione mille volte datane
dal Nostro di immagine allegorica o metaforica, io non son riuscito a
comprendere. E sì, per giunta, che anche in questo caso il Vico, come
prevedendo l’obiezione del Cesareo come, già, l’altra del Croce non ha
mancato nè pure di indicare esplicitamente le ragioni per cui la poesia nacque
prima della prosa. Da tutto ciò e cioè dalla prova datane innanzi del
carattere origizario e necessario delle figure retoriche, per cui |’
indistru/tibilità di queste sembra essersi dimostrato La Locuzione
poetica esser nata per necessità di natura umana prima della prosaica ; come
per necessità di natura umana nacquero esse Favole Universali Fantastici,
prima degl’universali ragionati, o siano Filosofici ; i quali nacquero per
mezzo di essi far/ari prosaici; perocchè essendo i Poeti innanzi andati a
formare la Zavella poetica con la Composizione dell’ idee particolari,
come si è a pieno dimostrato; da essa vennero poi i fofolî a formare i
parlari da prosa col contrarre in ciascheduna voce, come in un gezere, le
parti, ch’aveva composta la favella poetica ; e di quella /rase poetica,
per esempio, mi bolle il singue nel cuore, ch'è parlare per propietà
naturale e/erza, ed universale a tutto il genere umano; del sangue del
ribollimento e del cuore fecero urna sola voce com’un genere che da’ Greci fu
detto oouazoi, da’ Latini #ra dagli
Italiani co//era. Con ugual passo de’ geroglifici e delle /eflere
volgari, come generi da conformarvi innumerabili voci articolate diverse,
per lo che vi abbisognò fior d’ ingegno: co’ quali gezeri volgari e di
voci e di lettere, s'andarono a fare più spedit: le menti dei popoli, ed a
formarsi astrattive; onde poi vi si poterono provenir i Zi/osofi, i quali
formano i gereri intelligibili: lo che quì ragionato è una particella della.
Storia dell’idee. cita e e bd Sa id dtt bici
e di dii sÎ # te orti Ja NOI alt s
Ù 4 î À) 5 x "A i re cs = dee la
7 faro fida: 0h compreso mai da nessuno? Giacchè, generalmente, s'è preso
ritenere come si ritiene poesia, unicamente le espressi per versi,
strofe, rime ecc., che non solo udimmo da Vico sono le x/#me espressioni
della ragion poetica, quan altresì, può darsi bene il caso che con tutto
ciò, e cioè più sonori versi di questo mondo, non si riesca punto a
f della poesia, e cioè creare un organismo di immagini ( goriche o
proprie che possano essere), e solo, invece, organismo puro e semplice di
concetti. Infatti non si ritiene, forse, poesia, ed essenzialmente tale, dall’opera
capitale di LUCREZIO (si veda), sol perchè espressa in versi, e punto tale
i loghi dell’ACCADEMIA, a' quali possiamo aggiungere quelli du Leopardi,
non che l’opera capitale di Schopenhauer, in quanto la vincono, e
senza paragone, sulla prima, per ricchezza e potenza espressiva delle
immagini? E, tuttavia, andate a dire nel campo della cultura che queste
ultime 0 sono poesia ben più vera della prima, e cosa più mirabolante
ancora esse sono, ad un tempo; opera d’arte, appunto perchè le immagini
ond?’e esprimono la vita del Reale, oltre che singolarmente proprie,
nutrite, anci più che mai di fersiero, invece che di puro senzimento,
come dal mondo turale, in genere, e da Croce, in particolare, si pretende
debbano esse; immagini dell’arte! Si vedrà alla fine di questa nostra
indagine critica a profonda rivoluzione filosofica ha tratto il nostro
pensiero codesto nuovo cetto dell’arte, nel riesaminare che a noi, di
conseguenza, s’impose stregua di cotal nuovo suo fondamento conoscitivo, tutti
gli altri proble pensiero, che comunemente noi diciamo massimi:
rivoluzione, peraltro, implii idealmente nello stesso pensiero di Vico,
inteso, già, nel senso da no: quì indicato, con le stesse sue parole.
Infatti, non escludeva egli, testè, quivocabilmente, la conoscenza logica
quale funzione origizaria, o conoscitiva del nostro spirito, non essendo essa,
per lui, che una mera plificazione pratica, od espressione puramente
schematica della conoscenza | tiva? e cioè per dirla con le stesse sue parole una forma
co delle parti della favella poetica, in quanto « composizione delle
3 ticolari (0 note predicative, diremmo noi oggi) delle immagini
intuiti ciascheduna voce, come in un genere: il corcezfo, appunto? Il
che, d’al in maniera inoppugnabile mostrammo anche noi, innanzi, per
nostro Quindi forma vera e propria di conoscenza, 0 conoscenza veramente
0 del nostro spirito, unicamente quella iniziva, che raggiunge appunto
la. piena sua adeguatezza e compiutezza nelle immagini proprie, 0
dell’a ragione per cui, anche, il nostro credè di darle lo stupendo
quanto af. po Eppure, fin dai suoi tempi, il Manzoni non solo
avvertì come ricorderemo più dltre che
il canto desti- appellativo di « lingua maferna del genere umano »,
escludendo eziandio, così, che, in quanto tale, possa esservene
un’altra. E, poi, la stessa /ogica interna della dottrina estetica di
Croce pur affermando egli il
contrario a parole non trae, furse, alla
medesima conseguenza? Egli ci disse, infatti, innanzi, che il concetto è inconcepibile,
fuori dell’ intuizione, o immagine, perchè quivi soltanto, e in nessun
altro luogo, il suo « aere spirabile, salvo ad ammetterlo in un altro
mondo che non si può pensare e perciò non è ». Non solo, ma chiedendosi
anche altrove: Che cosa è la conoscenza per concetti x ? risponde: È
conoscenza di relazioni di cose, e le cose sono intuizioni. E continua:
Senza 2e intuizioni quindi 207 sono possibili î concetti, come senza la materia
delle impressioni non è possibile l’intuizione stessa (Breviario): onde la
conseguenza, perfettamente i regola: che l’attività logica, dipendendo
inevitabilmente da quella estetica, viene ad essere effettivamente
quest’altra attività, serbando, quindi, in fondo, un’ esistenza puramente
putativa o convenzionale. Conseguenza
intendiamoci che deriva direttamente da un principio, e del tutto
bene fondato, affermato da Croce stesso:
un'attività il cui principio dipenda da quello di un’altra
attività, è, effettivamente, quest'altra attività, e ritiene su sè
un’esistenza puramente $u/afiva o convenzionale (Brev.). Come, quindi, è
mai possibile ammettere, logicamente, altra conoscenza se non solo
pulaliva o convenzionale com'è di fatto la conoscenza per concetti oltre quella intuitiva o per immagini, e riconoscerle,
per giunta, un grad » o valore
conoscitivo superiore, a quello stesso di quest’ ultima, col ritenerla il
secondo gradino della conoscenza, nel tempo stesso che la suprema istanza
del pensiero? Ma se le intuizioni, s’è
pienamente riconosciuto, quali immagini $rogrie delle cose o della vita del reale,
ci dànno già una conoscenza perfettamente adegzaza e compiuta del loro
obietto, e, per ciò stesso, di carattere universale e necessario; e,
intanto, codesto valore universale e necessario
val quanto dire essenzialmente /ogico
non devesi, naturalmente, che al concetto implicito in esse,
qual’espressione appunto dell’essezza delle cose », tanto più che il
concetto non può trovarsi od esistere 7 nessun altro luogo fuori delle
intuizioni; è lecito sapere come e dove si potrebbe e dovrebbe trovare
altra e superiore conoscenza fuori ed oltre di questa offertaci dalle
immagini intuitive? Solo, certo, « 72 x altro mondo che non si può
pensare e perciò non é. Ma potrebbe
qui opporre Croce la conoscenza logica o per concetti non è, forse,
conoscenza di re/azioni di cose, a differenza dell’altra per immagini,
ch’ è intuizione dell’essezza delle cose? Sia pure. Ma non è altresì vero
che «l’operazione da parte della
nostra mente di sciogliere i fatti
espressivi (od intuizioni) in rapporti logici % an * Ae Ue
rp i +0 nato a vivere eterno è quello che la lingua trae
dal fe profondo, quanto, altresì, che « /a poesia contata per nu
per raggiungere appunto la conoscenza delle relazioni delle cose, e pass
così, dal primo al secondo gradino della conoscenza: e cioè dall’ arte
filosofia si concreta, a sua volta, per affermazione sempre di Croce ce lo
mostrano, peraltro, ix concreto tutte le più grandiose, geniali
Weztaschauungen, o intuizioni della vita del mondo, che noi dobbiamo all'arte in
un’espressione? E l’espressione non è arte, o intuizione, e punto, già,
; sofia, quindi affatto wferiore grado di conoscenza? Ed affermare,
intanto, che il pensare scenzificamente prende di neces. una forma
estetica, non è, semplicemente, una contradizione in fermi posto che
l’espressione od intuizione non può în nessun modo contenere pensiero
scientifico, e cioè quelle astrazioni a cui essa per dichiarazioni Croce sempre
estremamente ripugna, anzi mon conosce nemmeno #9] Sono contradizioni,
queste, sì stridenti ed insanabili, evidentemente, cui solo la mente del
Croce è in particolar modo capace, come abbiamo vi sin qui. Rimane,
così, pienamente assodato, che per la stessa /ogica interna de dottrina
estetica di quest'ultimo e ce ne assicura egli non meno de mente e
inconfutabilmente anche più oltre, in più altri modi non originariamente,
e per ciò stricto sensu, che un’ zziea forma di cono e suprema istanza,
già, essa stessa, del pensiero: la conoscenza per imm poichè l’altra per
concetti è, in realtà, meramente pufaliva o convenziona Croce ha creduto
di far ammettere anche a Vico un secondo gradino conoscenza, solo per
aver egli preso a scambiare, nell’ interpretare la filo vichiana, il
secondo momento dialettico dell’attività conoscitiva (7r24%i%v4 s che, in
sintesi col primo (la poesia), ci dà le immagini proprie dell’ar cioè la
forma conoscitiva più adeguatamente piena e compiuta che sia di
raggiungere al nostro pensiero con un grado per se stesso wlferior
formalmente diverso della nostra attività conoscitiva. i E sì fatte
illusioni di ottica mentale proprie di
Croce, anche si deb principalmente a quella gioconda quanto facile sua
trovata per interpreti suo dire, il pensiero degli scrittori antichi di
quel tale dialogo di. parla proprio nell’Avvertenza a La filosofia di
Vico dialogo tl antico e nuovo pensiero nel quale solamente l'antico
pensiero viene inte compreso, col piegarlo,com’egli usa, puramente e
semplicemi fargli significare ciò ch'è soltanto nel cervello di lui e
punto già nel p o nella dottrina di quegli scrittori, onde la piena
assoluta sua convinzio aver egli, così, e come altri mai, infallibilmente
inteso e compreso il di quelli, non senza peggio ancora far appello,
quando occorra, all’illusioni, proprio come nel caso in quistione,
ri di sillabe deve finire, rimanendo eterno il suo spirito
nella prosa. E Tommaseo, che gli ha dato sempre ascolto, in
quell'occasione non seppe tenersi come, in altro modo, oggidì Cesareo dal
ribattere. Il metro, il metro ancora più che il ritmo, è un bisogno, non
tanto del senso quanto dell'anima umana e della ragione stessa, che, come
immagine di Dio, ama le cose in misura ed in numero. Quale stranezza!
nota, a sua volta, Borgese. Che c’entra l’infinità di Dio con le dieci o
undici dita, coi numeri della prosodia scolastica e della tombola di
famiglia? Lo spirito si espande, elude regole e strettoie; le dighe fra
prosa e poesia cadono; la prosa diventa il grande organo a mille canne da
cui la ragione parla e il cuore canta. E con ciò si noti nonsi vuol
concludere che la poesia contata per numero di sillabe debba
necessariamente perire. Le matematiche sublimi non aboliscono l’abaco,
la danza delle sfere non prescrive i ballabili, e l’ alto giardinaggio
ammette i fiori che si contano per numero di petali. Bene, quindi, può
nascere la pagina del cielo di burrasca sopra il Lazzaretto nei Promessi
Sposi; e accanto ad essa può sopravvivere, o vivere, il semplice
stornello. E non, forse, lo stesso Canto e perfino il verso, come,
già, tutte le figure retoriche, formano, pel Nostro, parte di « tutta la
suppellettile della favella poetica? Penultima forma espressiva, infatti, della
« agion Poetica è il canto e per w/timo il verso. Ed è ben noto,
invero, che i mutoli mandan fuori i suoni informi carzando ; e gli
scilinguati pur cantando spediscono la lingua a pronunziare; e che, in
generale, anche, gl’uomini sfogano le grandi passioni Degnità dando nel
caz/0, come si sperimenta ne’sommamente addolorati et allegri, E però,
mentre, in un primo momento, gl’uomini mutoli dovettero come fanno i mutoli,
mandar fuori le vocali cantando; di poi, come fanno gli scilinguati,
3 dovettero, pur caz/ando mandar fuori l’articolate di
consonanti. Di tal primo canto de’popoli fanno gran prova i dittonghi
È ch'essi ci lasciarono nelle lingue; che dovettero dapprima essere
assai più in numero; siccome i greci e i francesi, che passarono anzitempo
dall’età poetica alla volgare, ce n'han lasciato moltissimi, come nelle
Degnità si è osservato; e la cagion si è, che le vocali sono facili a formarsi;
ma le consonanti difficili; e perchè si è dimostrato che tai primi
La uomini stupidi, per muoversi a proferire le voci, dovevano
sentire passioni violentissime, le quali naturalmente si spiegano con altissime
voci; e la natura porta, ch'ove uomo a/zi assaî |la voce egli dia ne’ dittonghi
e nel canto, come nelle Degrità si è accennato ; onde poco sopra
dimostrammo, i primi uomini. Greci nel tempo de’ loro Dei aver formato il
fri0 verso eroico spondaico col dittongo ra, e pieno due volte più
di vocali, che consonanti. E codesto primo verso dove nascere
convenevole alla lingua ed all'età degl’eroi – COME NAPOLEONE, qual È è il
verso eroico, il più grande di tutti gli altri, e propio dell’eroica
Poesia; e nacque da passioni violentissime di spa- 1 vento e di giubilo,
come la Poesia Eroica non tratta che Ri # passioni perturbatissime ». E
nacque, anzitutto, « sfondaico » } I, dappoi facendosi i% spedite e le
menti e le lingue, v’ ammise il dattilo; appresso spedendosi entrambe
vieppit, nacque il Bi giambico, il cui piede è detto presto da Orazio,
come di tali Ti n % P #9 se Degnità. E
continua: Queste due degnità, supposto che gli Mai autori delle nazioni
gentili eran andati ’n uno stato ferino di destie mute; e che per quest’
istesso da/ordi non si fussero risentiti, ch’a spinte di violentissime
passioni, dovettero formare le prime loro lingue cantando di i
4 Origini si son proposte due Degnità; finalmente, fattesi quelle
speditissime, venne la prosa; la quale, come testè si è veduto, parla
quasi per generi intelligibili; ed alla prosa il verso giambico
s'afpressa tanto, che spesso 7ravvedutamente cadeva ai Prosatori scrivendo.
Così il canto s'andò ne’ versi affrettando coi medesimi passi, co' quali
si spedirono nelle Nazioni e le lingue e l’idee, come anche nelle Degwità
si è avvisato, Tal Filosofia ci è confermata dalla Storia. Ed è
perfettamente vero. Perchè noi, pur avendo seguìto altra via del tutto
diversa dalla sua, siamo pervenuti alle medesime conseguenze. Non,
quindi, ha ben ragione anche ANNUNZIO (si veda) di affermare, e del tutto
sprezzantemente: Io sono di continuo minacciato dal sistema metrico
decimale dei pesi e delle misure. Sono di continuo sospinto verso la
bilancia e verso la stadera, verso l’endecasillabo e verso l’ottonario,
verso le clausole ciceroniane e verso le cadenze predicatorie. Odo
vantare la coscienza, odo celebrare l’ inspirazione, odo affermare la
rivoluzione. Il mio sorriso persiste; e fa rilucere intorno a me le
carrucole perpetue e le rotaie inflessibili. Ma che farci, se, pur troppo,
come giustamente assevera Borgese — non si dà, in generale, verità quanto
si voglia decisiva, che riesca a sradicare del tutto un errore;
fosse pure il più secco e stremenzito? E, di fatti, il rivelarsi e
progredire della verità non raggiunge altro effetto che quello, soltanto,
di rendere più secchi e noiosi gli errori! E non, forse, perchè codesti
errori sono in particolar modo alimentati e mantenuti in vita proprio da coloro
che prima e più degli altri dovrebbero ripudiarli e concorrere a farli
ripudiare, in Per l’ Italia degli italiani: Bottega di poesia» - Milano. VER” g° CE
TAI Py 9 È ERO POTTER REI TI Ma i / quanto
ritenuti, essi, con qualsivoglia fondamento, maestri È del: pensiero,
rimangono essi proprio i più tenaci e pervi=. caci propagandatori fra i
proprî discepoli o seguaci? Infatti, non, forse, proprio GENTILE (si
veda) che prima e più calo- È rosamente di ogni altro, anche, prese a
giurare 27 verba Crucis, coll’ affermare che il maggiore studio che ci
sia i; intorno al pensiero vichiano è precisamente quello di Croce ha
continuato e continua imperterrito ad alimentare il grave errore in quistione?
E come egli, che ha pur letto e meditato tanto la filosofia di Vico, sia
riuscito ad intenderla e comprenderla proprio nello s/esso modo di Croce lo
sa lui. A noi qui, ora, preme soltanto far notare, che se egli fosse
riuscito a cogliere il significato filosofico e valore conoscitivo della
famosa chia maestra, o principio primo di quella filosofiia,
avrebbi subito compreso, persuadendosi senz’ altro, che se ANNUNZIO (si
veda) ad esempio non avesse scritto pur un verso, ma solo i romanzi a noi
noti, egli sarebbe rimast ugualmente il più prodigioso poeta che abbia
mai visto la stes prima età del genere umano: e cioè il più sublime,
divino quanto inesauribile creatore d'immagini: immagini che em
co gono singolarmente mirabili non solo da brevi insieme di vo ma
quasi, anche, da ogni singola voce, allorchè, almeno, que sono di sua
creazione. E ne abbiamo, tante, in verità, cre da lui singolarmente
immaginose; onde, non a torto, egli ferma di sè: « #ulto m'è visione, e
tutto m'è simbolo. Ma ANNUNZIO (si veda), però, è anche artista, oltre che
poeta, e arti st non meno possente del poeta, per quella « divina
proporzioi che le immagini da lui create recano insuperabilmente,
insuperabilmente, per ciò, immagini proprie delle forme de realtà, che
esse ci vogliono raffigurare, dato che la porzione a dire di Croce stesso, che
ripete sempi mente un concetto di Vico — è la caratteristica fondamentale
delle immagini deil’ arte. Ciò posto, come o donde la esilarante
conclusione del filosofo di Pescasseroli : che l’ arte può ritrovarsi,
anche, in un organismo intellettivo o di concetti, e questo, per ciò,
irdifferentemente, può ritenersi arte o scienza, a seconda che si prenda
a cortemplarlo od esaminarlo nella verità che esso esprime ? Uditelo un pò: «
Ogni opera di scienza è insieme opera d’ arte. Il lato estetico
potrà restare poco avvertito, quando la nostra mente sia tutta
presa dallo sforzo d'intendere il pensiero dello scienziato ed esaminarne
la verità. Ma non resta più inavvertito quando dall’ attività
dell’intendere passiamo a quella del contemplare, e vediamo il pensiero o
svolgersi innanzi limpido, netto, ben contornato, senza parole superflue,
senza parole mancanti, con ritmo e intonazione appropriati, ovvero
confuso, rotto, impacciato, saltellante. Il che significa, dunque,
nè più nè meno, che l’immagine ed il concetto, e cioè un fantasma lirico,
e un pensiero VICO, infatti, nell’orazione in morte di Cimini, richiamandosi
come di frequente al concetto proprio della poesia, la quale udimmo raggiunge,
per lui, il sommo divino suo artifizio allorchè, a somiglianza di Dio, dalla
nostra idea diamo l’essere alle cose che non lo hanno, tiene a chiarire e
precisare : quelli’ Idea, però, che impossidil cosa è esserci venuta in
mente jer li sensi mortali (come le nostre proprietà) i quali, quanto s'
intendono di tutt’altre cose de’ corpi #2n/0 z0n san nulla affatto delle certe
misure e proporzioni de’ corpi onde forse per ciò i valenti dipintori che
sanno l’ ideal bellezza in tela ritrarre hanno il titolo di divizi » ve
di quì 1’ espressione: divina proporzione ricavata da Croce. Il che vuol dire,
in termini nostri, che solo allorquando noi riusciamo colla nostra mezze,
o riflessione, più che coi sensi, a cogliere l’espressione propria o
caratteristica delle cose, la quale viene a noi fornita unicamente dalla
ricerca dell’ordize e valore logico delle stesse loro zo/e costitutive
chè questo e non altro vuol significare, quì, la cera misura e
proporzione dei corpi noi si raggiunge l’immagine e conoscenza vera e
propria di esse cose, Estetica e Breviario è. Bien e eg RI
1 IT peleee 9 PE NI sl a RI IE O IA TIRATI PIPE TINI de VIT
Lau MARTI n Th CAV; - critico sono la stessa cosa, formalmente e
sostanzialmente; come dire: maschio e femmina la stessa
persona. Infatti Croce non inizia addirittura la sua Zstetica
proprio col richiamare la nostra attenzione sulla natura @ carattere
espressivo assolutamente diverso, che distingue la imagine dal CONCETTO, in
quanto la prima è linguaggio del sentimento, e per ciò conoscenza intuitiva o
dell’individuale, e l'altro LINGUAGGIO dell’ z72/e//etto, e per ciò
conoscenza dell’urnversale Non solo, ma non aggiunge, anche, per maggior
distinzione, che l'una rappresenta il $ri720 grado della conoscenza e
l’altro il secondo? È. E, come, allora, anche sotto tale aspetto
l’ux può essere, ad un tempo, de, e il due 0? Sono, evidente.
mente, contradizioni e assurdità inconcepibili, che potrebber nondimeno,
sparire solo nel caso che si volesse ammetteri una precisa distinzione tra
forma e contenuto, sì da ritenere. l’arte non altro, invero, che mero
involucro delle forme superiori e complessedel pensiero. Cosa che Croce,
per primo, e più recisamente che mai, nega, affermando con SANCTIS (si
veda) che il contenuto è la forma e la forma è il contenuto, giacchè
l’intuizione e L’ESPRESSIONE vengono l'una fuori con l’altra, perchè non
sono due, ma uno. E poichi intanto, l'intuizione, od espressione, non può
rappresentare. che stati d' animo, vale a dire nient'altro che la
fassiozali il sentimento, la personalità, che si trovano in ogni arte
e determinano il carattere lirico », come, per ciò stesso, e può
darci, mai, e, peggio ancora, ad un tempo, il fe dell'artista e del
filosofo, se la contradizion nol consente? di fatti, l’attività intuitiva
od espressiva, al pari dell’ incoe cibile potere posseduto dal re Mida di
trasformare in oi Estetica tutto quello ch’egli toccava con le mani, non
può darci, inevitabilmente, che 7m2m0agizi, e solo immagini e
sempre immagini, e cioè a7rfe e solo arte e sempre arte. E non,
forse, proprio ciò intende affermare Croce stesso là ove dice che L’ESPRESSIONE
non si può neppure paragonare all’epidermide degli organismi, salvo che
non si dica (e forse la cosa non sarebbe falsa neppure in fisiologia), che
tutto l'organismo in ogni sua cellula e in ogni cellula di cellula è
insieme epidermide? Onde la conseguenza inevitabile, e del tutto #2 forma,
che noi, come Prometeo sulla scizia rupe, restiamo sì strettamente ed 7
eferzo incatenati al 97120 gradino della conoscenza da non poter neppure
levare gli occhi a mirare, più che raggiungere, il secondo gradino. Onde
l’ assurdità, per altro verso, da parte di Croce, di porre l'assoluta identità
di arte e linguaggio, defimibili luna per l’altro come dire l’arte col parlare
per sè stesso; giacchè, mentre, da un lato, noi in forza di tale
premessa non possiamo raggiungere, in ess wm20do, il secondo gradino della
conoscenza, e cioè diventare scienziati o filosofi (e, forse, per ciò
Croce non può dirsi filosofo), dall'altro, in compenso, rimaniamo tutti
ver7 e grandi artisti. Che ve ne pare? Non senza fondamento, adunque, il nostro
afferma che la poesia e la metafisica sono naturalmente opposte fra
loro, e per ciò non è mai uno stesso valente uomo insiememente e gran
metafisico e gran poeta della specie Breviario Si noti che questa stessa
sorprendente conclusione negativa, cui, contro ogni previsione e
intenzione di Croce, mena direttamente quanto inevitabilmente la logica interna
della sua dottrina estetica, viene indirettamente accennai a confermare
anch'essa, e magnificamente, tutto il valore gnoseologico del fondamento
teorico di quella tremenda rivoluzione filosofica cui accennammo innanzi, Si
vedrà, si vedrà | sa A bri L |1 NI CITI NL
a MAREA ou Ci EI amo INT TIE Tapi. PH i a Mi
Ò Vedi i Tp, mi I “è Vi SA al .. e
mid e il gua U massima dei poeti nella quale fu frireipe
e padre Omero E potrebb'essere, forse, altrimenti? In possesso
com'è metafisico, o filosofo, della più larga esperienza delle
cose, come potrebb'egli mai concepire la realtà al pari di coli che
è rovesciato nell’ignoranza di tutte le cose, come allorchè si è nella
fanciullezza, per cui la mente, tutta piena di pregiudizi, vi si immerge e
rovescia dentro, mentre, nell'altro caso, « resiste al giudizio dei sensi
e ne fa accorti di non fare dello spirito corpo, onde i pensieri sono
4 tutti astratti, invece che corpulenti, come nel primo caso, in quanto
non altro che immagiri e metaforiche? Ora, generalmente, a cominciare da GENTILE
(si veda) che, oltre vent'anni sono, l’oppose proprio a noi, recensen la
nostra opera su LEOPARDI (si veda) facendosi eco alla interptazione. crociana di
VICO (si veda), tale opposizione tra il poeta e filosofo non viene intesa
STRICTO SENSU (GRICE) e illimitatamente? cioè ritenendosi il poeta non
già nel senso vichiano cui vera quell’ opposizione di creatore d'immagini a/leg
riche, e nutrite, già, essenzialmente di senso, quindi per nulla verilà,
o conoscenza vera, o 72 ze, perchè assolutamen o frutto di rifessione, e
per ciò arte, come potre mai essere in opposizione con le sentenze o
conce di quella mente dritta, ordinata e grave qual a
filosofe conviene, e cioè non valere conoscitivamente nè nè meno che
i concetti stessi, se questi altro non sono c l'essenza astratta od
estratta da quelle, onde solo renza tra essi quella puramente /ormza/e,
per cui mentri prime sono espressioni particolari, o individuate JE.
SL e a rta SETE Pr Sad e, È belt e quindi concrete, le altre generali od
universali, e per ciò astratte? Intanto è accaduto e qui l'origine
del disastroso errore che oggi domina sovrano nel campo della cultura,
in generale, e della conoscenza estetica, in particolare che,
compiutosi il primo passo sulla via dell’ identificazione della poesia
con l’arte, e cioè annullata ogni distinzione fra le immagini
allegoriche, prodotto di « forte inganno di fantasia », (per la mancata
conoscenza, ancora, delle cagioni naturali delle cose, e le immagini
proprie, frutto di riflessione, (e, quindi, conoscenza vera e propria di
esse cose), s'è proceduto senz'altro sino in fondo, coll’attribuire a queste
ultime non solo lo stesso corzezzio delle prime, ad esse fornito
essenzialmente dai sensi, o dal sentimento, quanto, peggio ancora, s'è
preso, altresì, a ritenerle frutto di mera fantasia, senza nè pur l'ombra
dell’intelligenza o della riflessione, e, di conseguenza, senza nessun «» od «
aurori Aurorale una conoscenza che non ignora nè la trasce
medievale, nè la saggia esperienza della vita, non i 74, menti voluttuosi
o la sensibilità animalesca, al pari dell’ eroisn Breviario e del fersiero
della morte; così la commossa dolcezza di un amore tenero e soave, nello
sfondo di una vita tranquilla e serena, come il grido terribilmente
straziante e disperato per la infinita vanità del tutto: cioè, insomma,
nessuno ignora anche dei più vari aspetti e delle forme tutte, le più
diverse, di esperienza. della vita? E se, adunque, l’arte, pur nella
virginea sua purezza di sentimento, si mostra pregna di ogwz sapere,
compreso quello vo/zttuoso, e, per di più, fornita di un gusto, che,
nella sua bocca eloquente, rivela, chiaro, la maturità e perfin la
corruzione, ed in tutto il suo essere vibra l’aridezza di una febbre
insistente che la spinge smapniosa a spremere il succo di tutti gli
ingannevoli frutti che maturano lungo il sentiero della vita, al calore
della più travagliata esperienza umana, come si può non convenire
assolutamente col Vico che l’arte, sia per la filosofia che per la
séorza, come ci disse innanzi più che il momento di barbarie e ingenuità
dello spirito, è, invece, precisamente l’altro: quello della maggiore
consapevolezza e più compiuta esperienza della vita del reale? Di fatti è
solo in questo momento che è dato alla mente umana di cogliere l’immagine
vera e propria delle cose, o il loro caratteristico, onde la più piena e
perfetta conoscenza che, progressivamente, noi si viene ad avere della
realtà. E poichè, intanto, anche pel Croce, codeste intuizioni che ci
danno le immagini proprie delle cose sono udimmo le vere e sole intuizioni
estetiche, non è, per ciò stesso, da convenire che, anche per lui, il
momento dell’arte è proprio questo e non il primo, che in wesswur
modo, invero, può darci immagini frofrse della realtà? Non solo: ma non
arriva, al pari di noi, sino ad ammettere, sia pure a mezzo di una
tremenda contradizione come empre allorchè gli vien fatto di scoprire il
viso della verità che abbiamo anche una grande arte: ed è
precisamente butta sal -4 ITS. le du dl! quella più che
mai nutrita di fersiero o di filosofia, invece | 3 che di sentimento (onde
il più completo rovescio della tesi sostenuta 27 principio nella sua
£Zstezica? Così ad esempio le grandi tradedie del bene e del male y
si dello Shakespeare (Otello, Macbeth, Amleto, Re Lear) sono, per lui,
come ognuno ricorda senza paragone pi pregevoli, esteticamante, che non quelle
di pura ispirazione storica (Antonio e Cleopatra, G. Cesare, Coriolano),
le quali, a lor volta, ci attraggono senza paragone più delle comedie
d'amore, tra cui vediamo pur grandeggiare e splendere, mirabilmente vive,
figurazioni estetiche come Giulietta e Romeo, i Il Mercante di Venezia e
simili, che non la cedono, per intrinseca bellezza, nè pure ai più
grandiosi fantasmi tragi a dire di lui stesso. E così del Goethe: il
possente fantasma tragico di /azsf, quale espressione, appunto, di quella
urgente e mai appagata ansia dolorosa (die Sehknsucht), o di qu
profondo e segreto travaglio spirituale, che « ange e marti la coscienza
di quelle nobili esistenze, che una volontà, quasi fatale, sospinge per
entro £ profondi abissi alla ricerca deli dimora delle Madri, e cioè
dell’ /4eale, non giudica, egli, se paragone superiore alla bella favola
di ZAermanz un Dorothea, che pure fu oggetto del più vivo
ertusiasmo, non solo da parte dei filosofi e dei letterati, ma
eziandio di tutta la brava gente: degli onesti borghesi, delle
madri di famiglia, delle zitelle e zitellone dei maestri di scuola
i quali vi trovavano ciò che essi vagheggiavano e desiderava una
esibizione di onestissimi sentimenti e di sagge opere S l’amore che si fa
subito fidanzamento, la cura dei genitori per la felicità dei loro figliuoli la
virtà disavventurat: premiata e una ricca copia di osservazioni e
massime quelle che si accolgono dicendo: è vero senza sfor. rente
paradosso. È la fortuna che una volta Hegel disse mancare ai filosofi e
abondare ai predicatori, che subito soddisfano e commuovono a edificazione,
perchè ripetono cose dî cui gli spetttatori sono persuasi e che hanno
familiari. Perfettamente vero, adunque, che la grande arte è quella,
proprio, più intensamente nutrita di erszero, invece che di sentimento,
onde non a torto MANZONI (si veda) credè nell’Urania di cantare: pncroe
sol quaggiù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la
fortuna delle Grazie attinga; e Schiller, a sua volta, quasi a concludere
: quello che not oggi ammiriamo come Bellezza ci verrà incontro domani
come Verità; onde il fondamento dell'antica credenza che il vate o
poeta fosse indovino. Giustamente, quindi, noi, fin dai primi nostri
scritti sull'arte, affermammo non solo la necessità di
rintracciare V. Goethe, Laterza, Bari; e Shakespeare, (in ARIOSTO (si
veda) Shakespeare e Corneille) Laterza, Bari. E se questa è la grande
arte, come il Croce in lungo e in largo ha creduto di mostrarci con
l’esame delle due maggiori opere d’arte della letteratura inglese e tedesca, è
lecito sapere perchè, poi, la lirica filosofica del Leopardi, come altra
mai, forse, così intensamente nutrita di fersiero, ed espressa, per di
più, come quella di niun altro poeta, per immagini, è, per ciò stesso, da
meno delle sue liriche amorose, anzi, addirittura « z0x poesia »,
contrariamente a quanto egli ha affermato per i due poeti stranieri ? E
così, anche, l’arte d’ALIGHIERI (si veda): perchè questa sale, e sale
alto, molto alto, con le immagini di senlimzento, e cade, poi, cade tanto, fino
a diventare anch'essa w0x poesia, con le immagini di fersiero, sì che
Padre Dante finisce col rimanere al di sotto o da meno di Shakespeare e di
Goethe? Lo sa egli solo, Croce, pel quale, per ciò, del tutto
erroneamente è stato affermato del divino Poeta; A veder tanto non surse
il secondo? Ah! la fede nel libro tedesco inculcata a Croce da SPAVENTA
(si veda) e rafforzata da LABRIOLA (si veda)! (V. Contributo alla critica
di sne stesso; Laterza, Bari). È stata davvero accecante cotal fede per
lui! E potremmo dir anche perchè, ma non occorre: può facilmente supporlo
ognuno un assoluto criterio di valulazione estetica, quanto, al tal
criterio, invenimmo e fissammo precisamente nel grado d’universalità razionale
posseduto o epresso dal motivo is ratore dell’opera d’arte: e cioè non si
crederebbe proprio in quell’elemento o fattore, l'intelligenza, che da
tutti in generale, per quanto senza piena convinzione da part di
qualcuno e da Croce e sua onrevol gente, in particolare, viene assolutamente
escluso dalla funzione creatrice dell’ arte. E però, s' è visto anche, a parole
soltanto, chè, di fatto, colle risultanze critiche dei suoi saggi sul
Goet e lo Shakespeare, come abbiamo visto testè oltre c colla
logica interna della sua dottrina riconosce pienament con noi che proprio
la razionalità del motivo comunque si voglia, questo, sommerso o
identificato colla forma rimane la variabile indipendente, come allora
dissi, alla qu e si deve la variabile intensità d’irraggiamento o potenza
di attraimento o rapimento che un fantasma d’arte, più che altro, a
parità di perfezione, o dall’espressione in ciascuno perfettamente
Jr0fr72 o compiuta, esercita sullo spirito umani che, in quel caso,
appunto, per dirla col Goethe, viene sentir davvero l'accordo con sè
stesso e col mondo. E per ciò presi a concludere senz'altro: le intzioni
estetiche veramente sovrane son precisamente quel) che ci danno il brivido
di quell’oscuro desiderio e di q muto anelito di redenzione dal male e di
liberazione da gioco degli impulsi inferiori, che fanno gravitare in
giù coscienza umana, soffocata dal peso greve della materia: che,
comunque, dèstino in noi anche la più debole eco di quel profondo dramma
interiore che agita e convelle diutur namente la coscienza umana, che,
affaticata dall’ indigenza dell’ infinito, mira al di là del finito, o del
limite umano, e cio au dela de la vie et au dela de la mort. Nessuna
meraviglia, quindi, che le intuizioni estetiche che prendono a
celebrare questa insuperabile antitesi cosmica, e cioè questa
perenne lotta tra l’uomo mouzzenon e l’uomo faenomenon, nel tempo
stesso che cerca d’ indagare il woisterzo eterno dell esser nostro,
riescon più di tutte le altre, o come altre mai, ad esercitare un
profondo e invincibile fascino sullo spirito umano, che, nelle immagini
d’arte espresse da tali intuizioni, vede chiaramente rispecchiate le sue più
intime lotte e i suoi più oscuri tormenti, le sue inconfessate debolezze
e le sue più segrete aspirazioni, le sue più dolorose sconfitte e i suoi
più nobili trionfi: e cioè, in uno, l’immagine e il destino della
propria esistenza; di quell’ esistenza, per giunta, di cui noi stessi,
giorno per giorno, ed ora per ora, veniamo liberamente intessendo la
trama e amorosamente disegnandone l’ immagine morale e spirituale, dato
che l’arte udimmo da Croce stesso altro non è, nè può essere, che
espressione della vita del reale, e per ciò della nostra esistenza
spirituale, sopratutto. E, pertanto, noi amiamo in particolar modo si sa
ciò che, appunto, è frutto dei nostri liberi sforzi, e poichè
l’z07z0 libero per dirla collo Schiller ama è legami che lo guidano,
s' intende perchè, poi, noi prediligiamo senz’ altro con la stessa infinita
tenerezza di un padre verso quello dei figli, che venne al mondo
sofferente precisamente ciò il cui possesso fè più dolorosamente, e ad
ogni passo, sanguinare i nostri piedi. Ricordate, infatti, con
quanta commozione, profonda tenerezza e nobile soddisfazione, ad un
tempo, il gentile poeta di Barga ricorda alla sorella i tempi bui e
sconsolati della lor triste e dolorosa giovinezza? Tu scis ut
doleant gaudia nostra, soror! E si noti, per di più, che il sentimento che
nasce dalla contemplazione del più arduo e più universale conflitto, al
pari di quello che accompagna e si manifesta nelle forme della più alta
curiosità intellettuale, è, per ciò stesso, il più atto a tradursi in
espressioni che sono le più elevate e più. vere del sentimento estestico,
Il quale, infatti, trova un estremo eccitamento, o il massimo suo
eccitamento, precisamente nell rappresentazione fantastica della lotta
impegnata dalla volontà e dalla passione contro la necessità dell’ ordine
oggettivo. della natura, cioè nella rappresentazione idealizzata della
lotta per l'esistenza, val quanto dire completamente trasfigurata in lotta
morale. Per ciò, quello stesso sentimento che, nel dominio dell’arte,
crea quelle sovrane concezioni verament insuperabili nel loro genere
quali sono la Commedi dantesca e la tragedia shakespeariana, la lirica
filosofica di LEOPARDI (si veda) e quella della medesima natura di Goethe
quello stesso sentimento crea, nel dominio della morale, l’azione, affermandosi
come bisogno di operare, del sperare, di combattere e soccombere
utilmente, onde quell: sottile voluttà dolorosa: dolendi voluptas, che
sospinge, inelut À tabile, l’uomo a salir d2 collo in collo, e celebrare,
pur nell: rovina e dea morte della sua esistenza Di il
priag l'elemento o fermento perenne dell’ antitesi a cosmica E,
difatti, nella Commedia dantesca, come nella trage greca e
shakespeariana, nella lirica filosofica di LEOPARDI (si veda), come in quella
di Goethe, nelle quali, $; appunto, come Yale si accenna Mii Sonde
cosmico o°MAE EN carl. ra Figi x « EI sa ta Woo sin Lei =J i. Pacs
it che l’opprime, celebrando, così, tra le forze avverse o paurose
della natura, e al di sopra di essa e della sua muta eternità, il suo
trionfo; e da ciò, o per ciò, le immortali speranze che sospingono
anelante e senza tregua il genere umano lungo le vie che conducono al
regno della Verità, della Bellezza e del Bene, e cioè, per dirla in uno,
al regno di Dio. Ora, cotal mondo dello spirito dato pure che la
lingua fosse riuscita, comunque, a crearne l’ espressione non sarebbe
rimasto ammessa la tesi di Croce nè più nè meno che un nome vano senza
subbietto, ovvero, per dirla più esattamente con parole sue stesse
un'utopia della specie più stolta, perchè utopia del contradittorio »,
appunto perchè in quel 7290 del mondo dello spirito, ch'egli è
riuscito a raffigurarci con la sua Zstezica, base o fondamento di
tal mondo, tutto come in lungo e in largo abbiamo potuto constatare
— ci viene fatto di trovare, razze, appunto, lo spirito? Il quale,
pertanto, — e ne abbiamo avuto, anche, ad ogni passo la prova,
nell’aggirarci criticamente per tal regno mai come nella sua assenza
rivela la nececsità della sua fresenza, precisamente sotto la forma
altrettanto imperiosa quanto inflessibile della recessità logica, e cioè a
mezzo, appunto, di quell’imperio universalmente riconosciuto, ch' è
proprio del principio di zo contradizione. G.: L'arte e la sua funzione
creatrice:; Casa Edit, Albrighi Segati e C. Veggasi anche, presso la
stessa casa: il fascino dell’ arte di Dante, nel quale lavoro i principî
teorici sostenuti nel precedente volume hanno trovato la loro diretta
applicazione nelle maggiori opere d' arte antiche e moderne, E
poichè, intanto, la filosofia per Croce è nient'altro che coesenza mentale, la
quale coerenza si trova anche in uomini che vivono in una cerchia assai
ristretta d’esperienza e che la sicugggta degli addottrinati chiama
ignoranti, laddove può accadere che, in quel che davvero è sostanziale,
7g70 ranti siano gli addottrinati e non essi », non si deve, per ciò
stesso, concludere che Croce è senz'altro non filosofo ed gnorante,
insieme? Chè, in PS Verità, come non filosofi sono coloro che non
soffrono dell’ incoerenza e n si travagliano nel superarla », così non
può non essere filosofo anche colù che non scriva di filosofia e perfino
ignori il nome di questa disciplina, e nondimeno abbia compiuto e compia il
lavoro di porre ordine nel suo intelletto eu k di formarsi, come si dice,
idee rette sul mondo e sulla vita, e sia aperto ai dubbi, che hanno
sèmpre virtù di renderlo pensoso, e, per vie non scolastic i di consegua
sempre quel tanto di filosofia che gli bisogna. Non senza ragione si
ammira, talvolta, la « filosofia » di certi modesti uomini, e perfino di
popolani e contadini, che pensano e parlano saggi e posseggono con sicurezza le
verità : sostanziali: non si tratta, in quel caso, di uso metaforico
della parola, ma d uso proprio, e metaforico sarebbe da dire piuttosto
l’uso che se ne fa col largirla ai compilatori di tesi e di dissertazioni e ai
recitatori di lezioni, deserti di spirito filosofico. Quando poi
l'attitudine filosofica giunge a quella forma ampia e inten che investe
tutti o quasi gli ordini dei problemi di un'età, si ha il filoso
specificamente detto o addirittura il genio filosofico, da non
confondersi, certo, punto punto, cogli scrittori e professori di
filosofia. Pongo quest’avvertenza perchè non vorrei che altri, rivedendo in
immaginazione certi volti e figure non interrompesse col riso quello che
vado dicendo. Quel genio filosofico, voglio dire, che sembra così remoto
e alto sugli al uomini e pure è loro così vicino, e raccoglie e unifica i
loro sparsi cona = e converte in precise domande le loro angoscie, e dà
loro risposte, che A se anche non intese dai più o alla prima, si vengono
traducendo in comun convincimenti e sentefize e modificano a poco a poco
l’ ambiente sociale storico. Il filosofo di natura*e vocazione è dominato
dal bisogno della coé renza mentale, e, simile al poeta, anche nelle più
vivaci lotte pratiche, e ne più acerbi dolori, non appena gli accada di
avvertire in sè, per effetto di es un dubbio, una contradizione, una
incoerenza, materia a un problema, si astr e si assorbe nella meditazione,
e vi rimane assorto finchè non abbia affermato o riaffermato il nesso
logico che gli sfuggiva; e in tal riassodato possesso ritrova la serenità e con
essa la forza d’animo per resistere nelle lotte e vincere i dolori e
praticamente operare. Cwifica). li Or poichè in forza di codesti principi
del tutto bene fondati, fissati da CROCE (si veda) stesso, è da
escludere senz'altro, adunque, ch'egli, pel primo, sia filosofo, appunto
per la singolare sua insensibilità diremo al dolore logico della
contradizione, onde la invincibile sua incoerenza mentale, che proveremo,
d’altronde, ìî altre sue opere, senza pur tenere affatto conto della
«superficiale considerazione ch’ egli usa nel trattare i problemi che
concernono la vita dello spirito come spiegare che nel mondo culturale egli é
ritenuto, intanto, addirittura della classe più alta dei filosofi; e cioè filosofo
di natura e vocazione, ragione per cui le sue opere, e l’estetica proprio
più di ogni altra, hanno avuto il particolare onore di essere tradotte in
tutte le lingue di tal mondo? Non s potrebbe, a parer nostro, spiegare
altrimenti questo fenomeno paradossale che riconoscendo, davvero del
fondamento alla famosa domanda dello Champfort Combien faut-il de sots tour
faire un public, e col convenire, d'altra parte, collo Stendhal, che le
opere più largamente diffuse e lodate da sì fatto pubblico sono
precisamentequelle più largamente dosate sul grado di cretineria degli
spettatori e dei lettori. In ogni modo, questa disfatta del pensiero crociano,
ammessa e riconosciuta, s'è visto, ex ore suo stesso per essersi immesso in una
via senza uscita, bene può dirsiuna disfatta in gloria, più superba di
tanti trionfi, in quanto coll’ ammonirci che ogni tentativo di ricalcare
quelle orme sarebbe non altro che un vano sacrilegio, sia pur da parte di
gente inconscia, ci fa ritenere esecrabile e sacra quella via. Tale,
almeno, essa rimane per noi, che da essa appunto traemmo l’avviso ed
ammaestramento, insieme, di percorrere con tanta più saggezza quanto
maggiore consapevolezza la via che abbiam preso a seguire, coll’intento
di raggiungere con maggiore affidamento quel torturante segreto connesso
col più oscuro e fondamentale, insieme, dei selle eriomi della vita
universa, secondo Reymond: l’enigma concernente l’origine del pensiero. Pasquale
Gatti. Keywords: filosofia del linguaggio.
Luigi Speranza -- Grice e Gatti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale poetica – filosofia napoletana – scuola di Napoli – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “When Hampshire wrote an essay on Vico we thought he
had lost his reason!” “At Oxford, Gatti is mainly associated with a music-hall
that was once popular at London!” Keywords: Vico. Filosofo napoletano. Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I like Gatti. Gatti is
a good’un; for one, he philosophised on Aristotle’s Poetics, something we
hardly do at Oxford! And many other things, too!!” -- Nato di Stanislao e Marianna
De Nigro. Studia a Napoli sotto Puoti ed ebbe, come colleghi, Cusani e Sanctis.
Collabora a “Il concetto di progresso.” E
a “Filosofia,” il baluardo del hegelianismo a Napoli. Le fondamenta del suo
pensiero sono da ritrovarsi nell'eclettismo di Cousin, sul quale scrisse “Di
una risposta di Cousin ad alcuni dubbi intorno alla sua filosofia.” Sostiene
che vi sia un fondo di verità comune a tutte le scuole filosofiche e reputa
indispensabile fonderle in un'unica sintesi. Abbandona la filosofia cousiniana avvicinandosi
in maniera decisa all'Idealismo tedesco. Dall’idealismo nasce la convinzione
secondo la quale lo sviluppo interiore della coscienza e l'evolversi della
storia provengono entrambe da un principio comune: la legge universale della
ragione. Influenzato da Hegel e da Schelling, considera la filosofia attuabile
solo all'interno della realtà storica in quanto è la scienza generale di tutto
l'esistente. Si indirizza verso l'estetismo in “L’arte.” Critica la dottrina
aristotelica secondo la quale l'arte è una riproduzione (mimesi) della natura,
contrapponendole la filosofia hegeliana che ritiene l'arte riproduzione (mimesi)
del sovra-sensibile, delle idee, del noetico. (“L’estetico e mimesi del
noetico). In “Della filosofia in Italia” si sofferma sul pensiero e la cultura
italiani contestualizzandoli nella filosofia europea. Esauritosi il periodo
florido della diffusione della scuola hegeliana, la rivista del Gatti andò
incontro ad un lento declino e fallì anche nella creazione di una nuova testata
editoriale chiamata Rivista napoletana di politica, letteratura, scienze, arti
e commercio. Altre opere: “Della
fenomenologia”; “Fichte e il concetto di scienza; “La filosofia della storia in
Grecia”;“Filosofia”. Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. treccani. Si è detto, ora non saprei più da chi la
prima volta, e poi da moltisièsovente ripetuto che VICO autore di un sistema che
i suoi contemporanei non poteano intendere come quello che dovea esse re la
scienza di un'altra età, e il frullo di nuovi germogliamenti dello spirito, non
aveaperquestaragione potuto raccoglierein vita il premio di quella gloriacheinepotipiù
idoneia giudicare dellapoteoza dellasua mente e del valore delle sue dottrine, glidoveanoalarga
mano prodigare dopo lamorte. Or questo modo di considerer la cosa è senza fallo
giustissimo quando vel filosofo napoletano,come in tutti i filosofi del mondo, anziintuttiquelliuominichesonosi
più che mezzanamente sollevati sull'universale, si voglia sceverare due parti
es senzialmente diverse insieme, e che congiunte solo per accidente, co.
stituiscono una dualità permanente nell'unità stessa dell'individuo. Di queste
due parti, l'una tulla relativa è determinata dalle condizioni esteriori della
vita,da'luoghi eda'tempi a cui siappartiene, dagl’uomini da'qualisiè circondato,
dall'educazione stessa che si è ricevuta, dagli studii a cui più si è piega talamente,
dal primo libro che si è letto, dalle prime impressioni d'infanzia, dalle
seguenti occupazioni dalla famiglia, da'parenti, dagliamici. L'altra parte
sottratta a tulte queste contingenze non si appartiene veramente a njun luogo o
tempo determinato ma a tutti del pari, nè ha da far sulla con alcuna speciale condizione
di vita. La prima di queste due parti scende insieme col corpo nel sepolcro e
dopo della morte non se rimango no più tracce, la seconda per contrario
sopravvive all'ultimo giorno ed assicura all'uoino coll'immortalità la
perpetuità della sua presenza fra'più lontani nepoti. Similmente in ogni
sistema per quanto nuovo e profondo e fruttifero essosia, trovasiunaparte che è
direltamente determinata non solo dalle proprie particolarità dell'indole e
dell'ingegno del suo autore, ma si ancora da quelle del luogo e del tempo in cui
venne fuori, inmodo che di questi conservando sempre la special fisonomia, ne
parlecipa spesso agli errori e a'pregiudizii. Questa è quella parte caduca de’ sistemi,
la qual e non sopravvive mai a quelle condi zioni speziali che le hanno dato origine,
eche, quando quelle son cambiate, non ba più niun valore, ed è condannata
all'obblio imman. cabile delle età posteriori, quando caduta nel dominio
dell'istoria, non fa più partedella scienza viva e feconda di conseguenzee di applicazioni
le cui tracce si scorgono presenti, quasi all'insaputa di tutti, in ogni ramo
del sapere e in ogni manifestazione della vita. Conciossiachè non solo ogni nazione,
ma ogni secolo haunasua impronta particolare, ha uno special modo di veder le
cose, una sua propria logica, per la quale anche aquell ecose che tiene per vere
dalle età precedenti, non giunge per i medesimi procedimenti, ma per altre vie,
per altri melodi, per argomentazioni e prove di diversa natura. L'altra parte, quasi
l'altro elemento costitutivo di ogni gran sistema, è per contrario indipendente
da ogni condizione di luogo e di tempo, non ha in sé nulla che sia momentaneo o
relativo, ma stadi per se come un frammino della verilà assolula che mai non
rivelasi lulla intera e nella sua irionfatrice purità nè alla mente di piano
uomo, nè alle investigazioni di niun secolo, imperciocchè è la conquista ideale
dell'umanità che a fierissimo sudore della sua fronte ne va a poco a poco
conquistando ora una ora un'altra parte in mezzo a errori ed acolpe, a mensognee
da violenze, ainganni ed a pregiudizii d'ogni maniera. L'edifizio intanto del sapere
insepsibilmentema irreparabilmente sia ccresce, atteso che lo spirito umano non
d'altra cosa aiulato che dall'opera del tempo, va d'ogni sistema sceverando le
parti false e vane e relative a cerle determinate contingenze, va spogliando della
superflua ed incomoda scoria quella parte di eterna verità che in ciascuno si
rac chiude, la fa diffinitivamente sua e la trasmetle come sacro deposito e in
dubitabile acquisto alla seguente, che facendone suo pro, l'arricchisce di
nuovi progressi, ne'quali quelli che vengono dopo di essa banno ad esercitare
il medesimo lavoro di purificar l'eredità ricevuta e di accrescere il
patrimonio. Cosi la pianta fecondissima della scienz acresce di secolo in
secolo con non interrotta germinazione, non altrimenti che cresce un albero fra
leassiduecure dell'agricoltore che ne innaffia e lelama diligentemente le
radici, e a suo tempo ne taglia colla scure i sermenti vecchi ed isutili. Questa
è quell'aurea catena di cui, se non vado errato, parlava Platone nell’ACCADEMIA,
per la quale l'un secolo trasmette all'altro l'eredità del sapere, come un
sacro deposito che esso è tenuto di accrescerea suo potere e tramandarlo al susseguente;
benchè non tutti i secoli possono ugualmente a ccrescere quel deposito, non
intuttigli elementi secondarii e contingenti che circondano i frammenti della
verità eterna son della medesima natura e nella medesima proporzione con essa.
E questo è pure quell'ecletismo pon artificiale, quale può farloun uomoouna scuola
e che o manca di criteriooneha uno in cerloe si risolve più tosto in sincretismo,
ma reale ed istorico il quale hapersuo autorelospiritoumano stesso che di secolo
in secolo va sceverando da sistemi la parle condizionata e temporanea da quella
che come frammento della verilà assoluta dee restare senza alterazione niusa in
suo perenne dominio. Cosi il frullone abburrattando la farina de discevera il
fiore dalla crusca inutile, e cosi molte verità da' tempi non dico di Arislotile
nel LIZIO ma di PARMENIDE DI VELIA e di ZENONE DI VELIA (VELINO), sono rimaste
tuttavia sulla terra, dove che tutto l'insieme di que'sistemi non è adeguato nè
alla forma nè al fondo del pensiero di generazioni cosi lontane ad essi per distanza
di luoghi e per diversità dit empi. Secondo queste considerazioni è indubitato
che in tutto l'insieme del sistema del VICO trovasi una parte di un valore
assoluto che è ri masta per sempre nella scienza,ed a cui eran troppo immature
le menti de'suoi conleinporanei, i quali o no a neinlesero affattoosolone
frantesero e ne misconobbero la vera importanza. Ma accanto a que sta un'altra ceneha
per la quale il filosofo napoletano legasi diretta menteco'suoitempi, echemeglio
intesaevie piùapprezzatada' coe. lanei non ha più per noiniun valore, ed è
caduta come cosa vieta in dimenticanza. Sicché a lui, come a tutti igrandi
uomini, è avvenuto che per una parteè uomo assolutamente de'suoi tempi, econessi
perquella partesièmorto, dove che per un'altra è contemporaneo de'suoi nepoti,
e per essa a se medesimo sopravvive. Non giả che i puovi filosofi da lui
abbiano preso il concetto della filosofia dell'isto ria,come alcuni sono andati
dicendo, credendo cosi di accrescere, quando invece diminuivan la gloria e
impicciolivan lavera grandezza di colui che voleano magnisicare. Conciossiache
picciolissima gloria, e che soloapochi, e forse a niuno anche dei mediocrissimi
e mancata, si è quella di comporre un sistemache ad altri inun altro secolo
piacerà poi di seguire. Ma grandissima si è quella d’indovina re e quasi
divinare tutta una scienza per la quale la pienezza de' tempi non è ancor
venuta, ed a cui un'altra età dovrà essere condotta per i nuovi progressi dello
spirito, comunque per altre vie, per altri metodi e come per dialettica
deduzione di principii di diversa natura, siccome appunto è avvenuto per la filosofia
dell'istoria molto tempo dopodel VICO, che primo la presenti. Ma non potendo, com'eranaturale,
presentir tutto, procedette senza metodo e senza principii proporzionati da cui
dedurla, sol per induzione da fatti troppo speciali, e in mezzo a tali tendenze
intellettive che rendeano impossibile qualunque ancorchè immaturo saggio
diquelle costruzioni speculativesu cui solo potea la nuova scienza solidamente
stabilirsi. Sicché cadde e rima. se infruttifero l'isolato tentativo sino a che
la stagione più propizia non fu giunta, a cui non furono nascoste levere vie
che poteano condurre alla nuova terra promessa, scoverta da lungida un arditissimo
navigatore che per difetto de'necessarii aiuti appena vi avea potuto approdare,
ma non prenderne sicuramente possesso. Quasipareche lo spirito travedendo di lontano
la novella scienza, avesse fatto un primo tentativo per conseguirla, ma
destituito degli altrezzi e delle armi che a quella conquista si richiede a no,
avesse dovuto temporpeamente mettersi giù dell'opera per fornirsi in silenzio
de'mezzi che gli abbisogna vano, e quando ebbeli tutti presti ed
apparecchiati, ritornare con m a g gior confidenza all'interrotta impresa, e riuscirvi
con miglior successo. Non si vede egli talora quando già la fióe dell'inverno
si avvicina m a ancora la primavera è di lungi, un solitario fiorellino quasi
racco gliendo i primi caloriche si cominciano a muovere per legelateaiuole,
spuntare tra'bronchi eirovi ancora arsidal freddo e bianchi dalla Deve? Ma quel
primo sforzo e troppo precoce della natura riman solo, nèèseguitoda altri sino a
che alla stagione avanzata, nuovi torrenti di calore tutte compenetrando le
zolle più mature, covrono di famiglie innumerevoli di fiori la faccia de'prati
e i dossi delle colline. Qui maggiore è la copia e la bellezza, ma più ammirato
è il fiore del febbraio, infrulluoso e solitario indizio d'una ricchezza a
venire di cui tutti largamente godranno, ma che poca o niuna maraviglia non
saprà più ri svegliare agli sguardi assue fatti. Se poi prendiamo quel sistema
di VICO nel quale appunto ha tra sceso i
confini del suo tempo divinando l'avvenire, vitro veremoma pifestada pertutto la
presenza del giureconsulto nepoletano dellafine del decimo settimo secolo, e
accanto a que'principii che si veggono diventati proprietà eterna della scienza
e son passati quasi nella cosienza universale del genere umano,ne troveremo
altria cui nessuno più non saprebbe attribuire alcun valore, e che si posson dire
caduti per terra e dispersi come cadono e sono disperse dal vento le poche fo
glieseccheche ancora si trovano insu'rami degli alberi a mezzo novembre per
lasciare nudo il tronco che alla nuova primavera di più rigogliosa vegetazione
si dovrà rivestire. Troveremo lui aver messo a capo del suo sistema un dualism
I cui due termini non possono stare insieme, quello cioè di una mente, di una
ragione, di un mondo delle idee che fa colle sue proprie leggi il mondo
de'fatti, e quello di una volontà estranea di cui la scienza non puòtenere niun
conto, essendo che i suoi atti appunto per essere volontarii non si possono sottomettere
a niuna costruzione scientifica, cioè a priori, ma sono essenzialmente
contingenti. Troveremo lui aver detto che la sua scienza del la storia è una
vera teologia delle idee divine, la qual cosa se può esser vera in altr isistemi,
appunto nel suo è falsa. Troveremo averegli traveduto il principio che la storia
dell'umanità si va facendo per mezzo di un successivo passaggio da una fortuna
più materiale a una più spirituale, da una più oscura e incerta di sè a una più
chiara e più consapevole, ma non aver potuto vedere né il come nè le leggi d i
questo cammino, nè tutte le sue conseguenze, nè tutto l'insieme delle sue
applicazioni. Troveremo che dopo di aver veduto la correlazione che è tra le
idee e i fatti, la concepi però a rovescio dicendo che l'ordine delle idee dee
procedere secondo l'ordine delle cose, il che sepureè veroinunsenso tutto
psicologico e a posteriori, è falsissimo, anzi privo affatto di senso, negli
ordini dell'ontologia e dell'istoria. Or lutto quanto illibro della scienza
nuova procedendo a questo modo svela costantemente agli occhi del riguardante
la presenza di due uo mini, l'uno giureconsulto napolelano del decimo
settimosecolo,e l'altro filosofo divinatore di un pensiero che dovea esser
quello di al tri secoli a venire, e predicente una scienza che egli stesso non
in tende a che a mezzo. Ma nelle altre opere questa dualità scomparisce, o almeno
il secondo e nuovo uomo si eclissa tanto darestar quasi tutto intero il campo al
primo, cioè all'uomo dotto dell'età incuigli era sortito di vivere. Le opere
contenute nel volume il cui titolo è in capo di questo scritto sono piùtosto di
questa seconda specie che del la prima, quantunque non bisogna dimenticare
quello che del resto è quasi inutile di dire, cioè che la parte più universale
dalla sua mente non si nasconde mai tanto che e'non si veggano sempre e da per
tut topresenti le tracce di quello spirito che ha pensato il primo sulla terra
una scienza dell'istoria. Io non parlerò delle diverse orazioni su varii subbietti,
delle quali le latine son tradotte in italiano da Pomodoro, che con tanto amore
si è volto il primo tra noi a dare una raccolta compiuta delle opere del
filosofo napoletano. Neppure parlerò della sua vita scritta da lui medesimo e
che anche trovasi nel presente volume,importante sopra tutto per questo,che in
essa trovasi delineala la storia intima della mente di VICO, e vi si assiste
alla generazio ne di tutto il sistema nato nel suo pensiero ( cosa
straordinaria e quasi incredibile ) non di un principio metafisico, che dee
essere la sua vera sorgente, m a più tosto da particolari considerazioni
sull'insieme del DRITTO ROMANO e sull'istoria di ROMA. L'opera di cui più
particolarmente mi propongo di ragionare quella dell'antichissima sapienza
degli Italiani,la quale se pure io non m'inganno stranamente, non solo ci
rappresenta più chiaro VICO del suo secolo, ma non ci rappresenta altro che questo,
nèmaisenzalei dee e le teoriche che erano in voga a quell'età, e fino senza i
pregiudi zi i e gli errori del tempo non sarebbe stata concepita, nė mai,
neppure iltitolo, potrebbe ora saltare nella mente di niuno. Io non parlo delle
speciali teoriche professatevi, di cui alcune si hanno o poco o niun v a lore,
e altre ne hanno uno grandissimo m a non si appartengono a VICO propriamente, anzi
a tutta la filosofia da PARMENIDE DI VELIA a Leibnitz e da Leibnitz a Hegel, ma
quello che merita di esser considerato come pro prio di lui, si è il modo di
deduzione e il procedimento con cui vi è pervenuto, pel quale una volta
messosi, ne ha tirato delle conseguenze istorichee creduto di giungereaunaseria
scoverta filosologica, quan tutto riposava sopra due o tre falsi supposti che
sono il perno intorno a cui si aggira tutta l'opera, e ne formano non meno la
conchiusione che la base. Or ecco in che consiste tutto il sistema. Nell'uso di
alcune voci e modi di dire de’ LATINI VICO ha veduto o creduto di vedere un
profondo significato metafisico, che dimostra un gran progresso fatto in questa
scienza presso il popolo che in quelmodo parlava; dall'uso che essi facevano
delle voci causa eeffetto vero e fallo, ed altre simili egli deduce il sistema
metafisico di cui quelle lo cuzioni erano l'immagine e che dovea trovarsi nelle
menti dico loro che le avean irovale e che cosi le adoperavano. A questa prima
scoverta poi tutta filosofica di sua natura, se ne veniva ad accoppiare come
per consegnenza un'altra filologica o istorica intorno al popolo che era giunto
a cosi profonda sapienza, a cosi riposta dottri na da essere autore e di quella
filosofia e di que'modi di parlare. Certo IL ROMANO non potè essere, delquale sisa
indubitatamente non avere atteso ad altro sino al tempo di Pirro che
all'agricoltura ed alla guerra, diche è mestieri di risalire più indietro sino
al popolo da cui quello di ROMA ricevette con la lingua quelle locuzioni, e lui
senza più dichiarare popolo di profonda dottrina, e presso il quale la metafisica
avea dovuto giungere a uno non comune grado di eccelleoza. Nè la storia ci può
la sciare lungamentein certinellascelta, sapendo siche i due popoli con cui I
ROMANI ebbero ab antico più strelte relazioni si furono i Joni della Apao. Questa
serie di dedazioni ci mena alla giustificazione nel titolo dell'opera,
DELL’ANTICHISSIMA SAPIENZA DEGL’ITALIANI, ciò sono i Joni e gli Etruschi, i quali
per questa via si scovre aver dovuto essere dollissimi in metafisica, e poichè da
essi presero I LATINI gran parte della loro lingua, si trovò questa come per eredità
o più presto per invasione straniera picha di concelli metafisici,comunque il popolo
che la parla ne fosseesso medesinioin consapevole, ničsi potesse dasèsolo sollevarea
tanla altezza.Ne qui le deduzioni istoriche si arrestano,anzi partendo da quel
lepremesse, siè condotti assai più lungi, fino acongetturare che gli Egiziani
quando fioriva appresso di essi e l'imperio e la potenza e l'ar. dimento delle
lontane spedizioni,navigando per il mare interno che lutto signoreggiavano, avessero
doyuto dedurre floride colonic per le cosle diquelle, ecosiportare in Toscana la
loro filosofia. Quivi poiessendo surto una ssa i gran regno che diede il nome a
lulto quel tratto di mare che Lagna di Toscana fino a REGGIO l'Italia, anche la
lingua degli Etruschi si dovette per quello diffondere, e di questa più
dovellero prendere i popoli più vicini del LAZIO. Per la qual cosa non si dec
credere che Pitagora avesse dalla Ionia portato in Italia la sua filosofia, m a
sibbene esser venuto in Italia ad impararla, e sol dopo di essersi ammaestrato
nella metafisica italiana, cio è etrusca, la quale non era altro che
l'egiziana, essersi stabilito in CROTONE e qui vi fondato la scuola. Di quila
sua filosofia si sparse, cando necessariamente imprimendo le sue trac ce nella
lingua, della quale gran parte passò poi a’LATINI, iu guisa che sc ci ha voce
latina di filosofica signicazione, quella si dee tenere essere stala prima in
Egillo, poi in TOSCANA e quindi passala in Magna Grecia. Per questo modo ne'fossili
della lingua latina si trova tutta la sapienza degl’etruschi, e dalla notomia
di quelli noi possiamo ricavare tutta la anctafisica che era in voga sulle rive
di ARNO prima che il TEVERE ba e
magna Grecia e gl’etruschi, dei quali d'altra parte si sa che furon popoli
dottissimi, gli uni avendo dato nascimento alla filosofia italica
dell'antichissima sapienza degli altri facendo ampia fede la purità del la loro
religione, l'augusto concetto che essi aveano dell'ente supremo, i sontuosi
sagrisizii, la teologia civile onorata, la naturale praticata, e con questo
l'architettura antichissima e semplicissima,a far testimo. nianza che essi
furon dotti nella geometria prima de’Greci. gnasse la città de'sette
colli. Con un passo di più ma senza allontanar ci dal sistema di VICO, anzi
seguendolo fedelmente, solo affidandoci al l'uso di poche parole latine, noi
possiamo esser sicuri di essere in pieno possesso della cosmologia e teogonia
egiziana. Ho voluto insisterealquantopiù a lungo sulle vere pretensioni di
questo saggio del filosofo napoletano, sol perchè basta l'esporle nettamen
leperchèsene veggano chiaro i lati deboli che sono nè più nèman co che tutti
isuoi lati, la cui poca consistenza połea essere nascosta un secolo e mezzo fa,
m a ora non ha più scudo che la possa difendere da piun colpo della moderna
critica. In alcuni punti poi esso ha contro di sè un inimico domestico e
cognato nel VICO della scienza nuova, il quite le condotto da altre divinazioni
più vicino alla scienza de'nostri tempi epiùlontano a quella de'suoi, poevade'principiii
qual inegano le basi su cui poggia tutto il libro dell’ ANTICHISSIMA SAPIENZA
DEGL’ITALIANI. E in fatti in quel sistema che più lo ravvicina a noi e più lo
stacca da'suoi contemporanei, egli riconosce tutta l'opera del popolo nella
formazione delle lingue, e quasi lo riguarda senza ambagi come una creazione spontanca
di quello, quando spiega tutte le diversitàchesono fra le une e le altre per
mezzo della diversità che passa fra la natura o icostumi de'differenti popoli. Ma
questo principio che veduto in tutta la sua plenitudine esvolto secondo il rigore
della logica sarebbe stato fecondissimo d'importanti conseguenze, non gl'impedi
di arrestarsi m a ravigliato innanzi alle locuzioni che a lui parvero troppo
metafisiche DELLA LINGUA LATINA, per tal modo che dimentico del popolo edelmon
do delle nazioni, ostinatamente volle vedere in quelle l'opera meditata
de'filosofi che dopo di averlo composte e sanzionate coll'autorità del loro
sapere, le sparsero e le feccio adottare al popolo, da cui poi le ebbero in eredità
gli altri che la dottrina e ingran parte la lingua diquelloereditarono. Ora non
i principii, comunque ancora incerti, dell ascienza nuova condussero VICO aquesta
scrie d'idee, ma sibbc ne la filosofia del suo tempo, contro la qualc egli in
gran parte prote stava, e tutto il general modo concuisiri guardavano allora le
cose, e che egli senza saperloe senza volerlo, etalvoitapurvolendo ilcontra
rio, avca comune con tutti.Ora uno de'punti principali della filosofia del
secolo passato si è il non aver riconosciuto in piente l'opera sponla nea
dell'umanità e l'aver veduto da pertutto il prodotto volontario e riflesso e
però consapevole e determinato dello spirito. Nel fatto della società civile
non vide altra cosa che UN CONTRATTO con cui gli uomini si erano volontariamente
convenuti fra sè divivereinsieme per il maggior comodo e la maggior sicurezza di
tutti; nelle religioni non vide che il trovato de’ pochi per contenere i molti,
e farlipiegare coll'au torità di esseri superiori agli umani, a quelle cose che
essi avean risolutoessere d’universale vantaggio o di loro particolare utilità;
nella poesia e nelle arti non vide che l'occupazione di alcuni uomini di più
squisita immaginazione e di maggiore ozio che gli altri, i quali per loro proprio
diletto e per altrui si decideano didarsia quell'esercizio, seguitando delle
regole parte tirate dalla natura stessa delle co se, e parte stabilite per
reciproca convenzione fra quelli che si era no volti al medesimo non so se
mestiero o passatempo; finalmente nelle lingue non iscorse altro che un sottil ritrovato
e una universale convenzione degli uomini, iquali essendosi accorti di avere
l'organo delle voce vie più pieghevole che quello degli altr’animali, si erano
risolutamente decisi, non senza esame, di voler mettere aprofittoquel Ja
flessibilità della gola, e servirsene senza più a render più facili e speditele
loro reciproche relazioni. Da questa teorica non era lungo il cammino da
percorrere per giungere all'ipotesi, o per dir meglio,al la conchiusione del VICO,
il quale, come prima si fu imbattuto in locuzioni che gli par vero avere del
filosofico in sé, subito giudicò non il POPOLO IGNORANTE, ma sibbene
ifilosofiaverne dovuto esseregliautori. Di che senza por tempo in mezzo,si
diede a ricercare dove doveano poter esser que’ filosofi da cui eran venuti
parlari filosofici a un popolo che non ha filosofia, e trovolli nell'ETRURIA e
nella Magna Grecia e, risalendo, nella patria de’ Faraoni. Maisistemi
talvoltasoncuriosi davvero; e curiosissimi sieran questi, i quali negavano le cose
più ovvie, il fatto, la storia, la vita, l'uomo, per accordar tutto a’filosofi;
razza nobilissima e d'ogni considerazione degnissima, ma cosi poco di sua
natura operativa e fattiva da non poter creare non che tutta una Jingua,un
solverbooun articolo. Ora il fatto si è che il popolo, e qui, intendiamoci bene,
popolo valquanto genere umano o spirito umano, il popolo adunque in cerle
cose non è da meno e in certe altre è da più de'filosofi. Ancora non si dee
credere che nello spirito de'filosofi trovisi assolutamente più di quello che
ènello spirito di ogni uomo, cioè nel popolo. E se nelle coloro menti trovasi
tutta chiara ed aperta la teorica della ragione e degli elementi che la
costituiscono, e la scienza delle sue leggi e del nodo come esse operano, la
mente del popolo per mancare di quella teorica o per ignorar quellascienza non
è men ri schiarata dalla medesima ragione, nè men costituita dagli stessi ele.
menti,nè men regolata dalle medesime leggi,conciossiache se cosi non fosse, la
filosofia non sarebbe più la scienza dello spirito umano, ma lascienzadello spirito
de’ filosofi; il che, se io non m'inganno, dove sufficientemente nuocere alla
sua importanza; la sola differenza che passa tra il filosofo e colui che non è
filosofo, si è che l'uno sa quelche egli ha, laddove l'altro loha senza saperlo;
l'uno possiedee pur possedendo e usando della sua possessione,non ha mai posto
mente a quel che egli possiede, dove che l'altro non solo possiede ma si è
occupato di sapere la natura, il valore, le leggi, l'importanza, gl’elementi, il
modo di operare, le relazioni e le condizioni di quello onde egli è in
possesso. Ora le lingue son come figliuole di due madri,cioèsonoilpro. dotto di
due cause che operano ngualmente nella loro formazione, vale a dire delle
attitudini naturali e delle fisiche condizioni degli orga ni della voce da un
lato, e dall'altro della natura morale dell'uomo e delle leggi sostanziali dello
spirito. Di che ogni lingua se nella parte puramente esterna e fonetica
de'suoni, della loro trasformazione e corruzione, e del loro passaggio adaltri secondarii
e derivati, e in tutto quello che riguarda l'istoria naturale della parola,
segue invariabil mente le leggi naturali dell'organizzamento fisico della gola,
in quanto al contenuto interno di essa parola rappresenta tutti i principii
psicologici del pensiero, tutti gli elementi ontologiciche in esso si
rinchiudono, esecondo le leggi logiche del pensiero stesso coordina e dispone
l'espressione estrinseca di tutto quello ch e il pensiero ha lavorato, e che
nelle misteriose profondità della mente è stato apparecchiato. Certo si nella formazione
che nell'esplicamento delle lingue non tutto si può ridurre e principii
razionali, e qualche cosa ci ha che si sottrae all'analisi e dipende da quella
parte inesplicabile dello spirito umano, che senza essere ilprodotto o
l'espressione di una o di un'altra sua legge determinata, risulta dall'azione
nė descrivibile nè determinabile di tutte quante insieme, e dall'opera
simultanea di tutte quelle forze in cui si appalesa la vita nelle sue infinite
manifestazioni. Ma oltre a questa parte che si sottrae ad ogni investigazione e
ad ogni esplicazione scientifica, l'edificio di ogni lingua è legato per la
parte estrinseca alle leggi anatomiche e fisiologiche del corpo, e per
l'intrinseca alle leggi morali dello spirito, in modo che siccome ogni sintassi
nel coordinamento delle parole e delle frasi è regolata dalle leggi logiche del
pensiero, e cosi ogni etimologia rinchiude in sè un sistema compiuto di tutte
le categorie della ragione; e siccome non può trovarsi nello spiri to più o
meno di quel che trovasi nella lingua, in cui talti i suoi ele menti
raggiungono un'esistenza estrinseca ed oggettiva, e cosi non tro vasi nelle
lingue nè più né meno di quel che sia nello spirito nel qua leessee le categorie
dicui esse sono l'espressione hanno la loro esistenza intrinseca e soggettiva. Per
la qual cosa non ci è nulla che sia meno arbitrario e meno convenzionale delle
lingu, nè ci LA LINGUA DI POPOLO COSI BARBARO o selvaggio che non rappresenti e
non contenga in sé un intero SISTEMA DI LOGICA [RUSSELL – STONE-AGE
METAPHYSICS], e UN INTERO SISTEMA DELLE PIU RECONDITE CATEGORIE DELLA RAGIONE. Ben
si vede da quesle cose che egli è possibile di rendere ragiona di quelle parole
latine che sembrano contenere un significato più a stratto e metafisico, senza
avere a ricorrere all'ipotesi di un popolo progredito assai oltre nelle vie
della dottrina e della filosofia, da cui I ROMANI nè dottiné filosofi abbiano
dovuto ricavarle. Già l'ipotesi di VICO incontra nel fatto di tali difficoltà
che niuno oggidi ancorchè men che mediocramente iniziato in certi studii, non
avrebbela concepita nella mente senza voler che di lui si dicesse col proverbio
che egii fossesi posto a pestar l'acqua nel mortaio.E in prima le parole su cui
spezialmente cadono lo investigazioni filosofiche e istoriche di VICO sono di
origine e di formazione cosi puramente latina che e'non si ve de che cosa
abbian da fare con esse gl’etruschi o į Jonii, o come abbia poluto saltare
altrui in mente che I ROMANI lc abbiano prese dalle costoro lingue, o almeno imitato
da essi il modo di adoperarle. Tan!e più che se in ana lingua si possono
trovar parole di origine straniera, il modo di adoperarle non è ma istraniero
opresoin prestanza da altri, MA PROPRIO DAL POPOLO CHE LA PARLA, il quale
nell'usarne, imprime in esse il suggello della propria nazionalità e le fa sue,
senza dire che un popolo per imparare da un altro ad usare secondo un concetto
metafisico le sue proprie o le altrui parole, dovrebbe innanzi imparare da quello
tutto il sistema della sua metafisica, quando non si vuol riconoscere che ogni
lingua, qualunque siesi il popolo che la parla, e indipendentemente da ogni
dojtrina acquisita, è naturalmente e spontaneamente l'espressione di un sistema
di metafisica riposto nel fondo dellaragione, e che costituisce l'essenza stessa
di essa ragione. Per VICO intanto i Latini aveano a ogni modo dovuto imparar
qnelle parole e que'modi di dire du altri popoli più dotti che essi non erano,
e questi popoli non poteano essere che i Jonii e gli Etruschi popoli dottissimi
e con cui I LATINI aveano strette relazioni. Vediamo ora quelche non già ioounaltroma
tutto il sapere del secolo in cui viviamo oppone senza paura di contradizione
al più dotto napoletano del XVIII secolo. Ne è possibile d'incominciare questo
esame senza fermarsi in primo luogo ad un'improprietà di linguaggio che niente
nonpuò giustificare e che in nessun sistema e in nessuna ipotesi non si può
difendere. E veramente non vi è niuno il quale abbia mai pensato a'Jonii o al dialetto
jonico per sostenere la parentela di filiazione tra il Greco e il Latino, e le colonic
greche di cui parla VICO, ca cui attribuisce nella formazione della lingua
latina un'importanza che non si hanno maiavuta, noneranodiJuniima di Dori.Ilfatto
slorico che la storia latina è posteriore
alla greca unito all'altro fatto della relazione di simiglianza fra le due
lingue avca condotto alla con chiusione che l'una lingua dove essere derivata
dall'altra, nè lasciato alcun luogo a dubitare quale si dovesse essere la madre
e quale la figliuola fra la più giovine e la più vecchia. La stessa
argomentazione poi avea fatto determinare più particolarmente questa relazione
di m a ternità fra il latino e il dialetto eolico, che èquello fra dialetti della
Grecia chepiù di affinità si ha colla lingua del Lazio. Intantolenuo
vescovertedella scienza delle lingue hanno dimostrato questa ipotesi
impossibile, havno scoverto nel LATINO tracce di maggiore antichità che
pel Greco si nel sistema de'suoni e si nelle forme grammaticali non che nella
genesi etimologica e nello stato attuale delle parole ; hanno scoverto la
stessa specie e lo stesso grado di aslioilà, e talvolta anche maggiore,che è
tra il Greco e IL LATINO trovarsi eziandio fra le duelin gue classiche ed altre
ancora o meno conosciute o quasi del tutto igno te prima di a questi ultimi
tempi, sicchè è stato forza di ricorrere all'ai. tra ipotesi di una lingna più
antica di esse lulte, da cui come da comune stipitetutte quanteesse, e le altre
ad esse simili discendessero, allontanandosene quale più e quale meno, quale in
una e quale in un'altra cosa, ma ritenendone tutte e la general fisonomia, e il
sistema grammaticale, e il comune materiale delle radici, in mezzo a quelle
differenze che debbono fra’i varii rami di uno stesso tronco essere cagionale
dalle speziali condizioni fra cui ciascuno di essi si è venuto separatamente
formando ed esplicando, sicché la relazione di parentela è rimasta, anzi la
famiglia si è trovata cre sciutadimoltialtrimembri
creduliprimaaffattoestranei,masiè trovato quella parentela essere di fraternità
e non già di filiazione. N ė si può negare che il dialetto eolico sia quello
tra gli altri dialetti dell'antica Grecia che più si rassomiglia al LATINO, ma
invecedi con chiuderne che questo sia nato da quello, si è dovuto inferirne che
esso è come l'anello intermezzo, il punto di passaggio tra le due diverse forme
di una medesima lingua, appunto come la storia naturale ci dimostra molte
specie di animali, molte famiglie di piante, le quali sono l'anello intermezzo fra
due specie di verse del mondo animale otra due diverse famiglie del vegetabile,
e quasi come il ponte per cui mezzolanatura che non procede per salti,dall'una
è passata all'altra.Cerlo molte paro le si possono trovare nel LATINO che vi si
sono introdotte direttamente dal Greco, ma queste o sono di data assai più
recente o sirisesconoa oggetti speciali, ad usi e invenzioni,a trovati
comunicati dal conımercio e dalle esterne relazioni tra due popoli in
quell'epoca e a quella parte della lingua a cui si riferiscono le
investigazioni etmologiche e istoriche di Vico. Di parole straniere che per accidente
sienpassatedauna lin gua a un altra ancorché di diversa indole e di diverse
famiglie se ne trova in tutte le lingue, m a si è questo un fatto tutto
contingente di cui sirende ragioneper mezzodel fatto delle esterne relazioni senzache
nulla se ne possa conchiudere per la forniazione della lingua stessa. La
parola kalamos che è ab antico nel Greco per dinotare la penna o uno strumento
aguzzo, una capna qualunque da scrivere, non è di origine greca, nè se ne trovala
radice nelle lingue affini al greco, ma è di patria affatto straniera, parendo essere
nè più nè manco che il semitico Kalem che in Arabo dinota la penna. Certo verisimilmente
è da credere che avendo i Greci antichissimi appreso da'Fenici, popoli di
stirpe e di lingua semitica, l'arte dello scrivere abbian preso anche da essi
il nome dello strumento da esercitare la nuova arte. Ma dove sono le parole
greche, eoliche, e joniche, come impropriamente il filosofo napoletano direbbe,
corrispondenti a quelle con cui I LATINI esprimeano non già un utensile
materiale, lo strumento di un'arte ignota prima e poi appresa, ma i concetti
più intimi e più astratti dello spirito senza di cui il pensare stesso è
impossibile? Le medesime cose, ma adassai più forte ragione si vogliono
ripetere per l'Etrusco. Che da questa lingua si sieno potute introdurreuel LATINO
delle parole relative ad usi della vita e a cerimonie sacre, è cosa che
facilmente sipuò concedere massime chi pensi che molti riti religiosi
dall'Etruria hauno dovuto passare in ROMA, ma non è possibile di trasformare
questa azione tutta estrinseca, questa introduzione accidentale di alcune
speciali parole, in un'azione più internaequasi primitiva dell'Etrusco sul LATINO.Vero
èche questa non è propriamente l'idea di VICO, nè la conchiusione a cui egli
intende di giungere coi suoi procedimenti etmologici. E già la qui. stione
delle lingue era così poco avanzata, anzi così poco sopposta a' tempi del VICO,
che non ad essa la sua mente si rivolse, non di es sa egli si occupò come
conseguenza e coronamento della sua ipote si, ma sibbenedi quelladella filosofia.
Einfaltinon altrovechein questo punto egli vide l'importanza della sua scoverta,
e assai più che nel libro stesso v'instette nelle sue riposte a varie
obbiezioni mossegli allora contro con una critica, che non vedea,e in gran parte
non poteavedere i veri punti debolie impossibili a sostenere di tutto il sistema.
Quivi si vede che VICO (si veda) pensa di aver fatto una stupenda sco verta
istorica, perocchè vi è detto chiaramente che essendo gli Etruschi cosi
doltissimi in cosi remotissima eti, come si vedea manife. b'o da' modi di dire
metafisici che sol dalla loro lingua avean poluto passare nella latina, si
dovea credere fermamente che la dottrina non avea poluto passare dalla Grecia
in Italia, ma si da questa, cice dall'Etruria in quella, e quindi coordinando
tutte le parti del sistema, ne conchiude che Pitagora non avesse portato
allronde la soa fi losofia inItalia,quando alcontrariosiavea dacredere che
venulo quivi ad appararla, riuscitovi poi dottissimo, si fosse fermato nella
Magna Grecia a formar la sua scuola, sicchè quest'antichissima filosofia che la
rappresentava avea dovuto passare dall' Etruria nel Lazio e dal Lazio nella
Magna Grecia, e in Etruria avea dovuto primitivamente venire dall'Egitto. Ecco
perchè io diceva più sopra che secondo questo sistema, le vere origini di certe
parole e modi di dire della lingua latina si convengono cercarle senza più
nella patria dei Faraoni. Ma tutte queste ipotesi riposano sul falso concetto che
ogni voce di un contenuto edi un valore metafisico supponga un sistema
metafisico divenuto popolare nel popolo che la parla, ogni sistema metafisico
debba essere stato da un popolo portato nel l'altro. Se i Greci non avean
potuto escogitarlo da sè, ma riceverlo da Latini, e i Latini dagl’etruschi, egl’etruschi
dagl’egiziani, non so perchè non si abbiano da spingere anche più oltre le
investigazioni, e cercare da quale angolo più remoto della terra avessedo vato
venir trapiantata sulle rive del Nilo. La scienza moderna che è meno
corriva alle ipotesi, e comunque sia spesso accusata di sognare, più riconosce
l'importanza de' fatti prima di edificare un sistema, va più guardinga in
questa quistione degli Etruschi, e non ostante la grande abbondanza de'falli
che sono a sua disposizione, non ha sapulo per anche decidere che cosa eglino
fossero stati e donde venuteci, nè che cosa si fosse la loro lingua, se cioè
semitica o di origine arja, nè che relazioni si abbia avu ta la loro civiltà
coll'egiziana. A ogni modo le induzioni per cui giungeva Vico alle sue opinioni
intorno all'Etruria niuno è ora che ardirebbedi crederle di alcun peso o di prenderle
in sul serio. Ben sono stati alcuni più moderni che le hanno sostenute, e
avregnacchè l'istoria dimostri come cosa quasi indubitata che la civillà
tenga nel suo corso ilmedesimo cammino che il sole cioè da oriente în
occidente, han voluto che i primi principii d iessa fossero passati dall'Etruria
nella Grecia, ma han cercato con fatli e argomenti e documenti che a VICO
mancavano di sostener la loro teorica, comunque non sieno mai riusciti a
sostenerla tanto da farla aceellare almeno per medio cremeute probabile a'più dotti
in queste materie. E non ha guari abbiam veduto mancare a'viviio Napoli uno dei
suoi ultimi sostenitori, uomo picchissimo di abbondante erudizione istorica, ina
corrivo non so se ad:ingegno o per la natura stessa del suo spirito. ad
abbracciar le opinioni più strane e le meno simili alle più comunemente ricevute.
Spesso si èri posto come una specie di amorproprio Nazionale a sostenere
colesta emigrazione del sapere dall'Etruria nella Grecia quasi per aggiungere un
altro periodo di gloria alle glorie dell'istoria italiana E veramente pjente
non è più giusto o più sacro quanto quel sentimento per cui un popolo si studia
di accrescerei tesoro delle sue grandezze non meno presenti che future o
passate, di queste perpetuare la ricordanza nella memoria degli uomini. Ma per
esser gelosi custodi di questo tesoro noi altri Italiani non abbiamo a far violenza
alla istoria, e volervendicare a noi quelche non ci appartiene, tanto più che quello
di cui non si può dubitare che sia nostro è più che bastevole a non farci
desiderosi di altro. Or la nostra ve ra e indubitata istoria incomincia da
Peoma; il che mi sembra itd'an lichità abbaslanza remota, e una grandezza abbastanza
gloriosa pera. Versenea contentare. Tutto quello che è prima di Roma, e già è assat
in certo che cosa fosse, non ci appartiene. E veramente Italia non era ancora il
paese rinchiuso tra le Alpie il mare, nė Halianiera noi Greci dell'estremità meridionale,
I Siculi o gli Aborigeni del Lazio o gli Etruschi, Celti o gl'Iberi, se alcun
tratto gl'Iberine occupavano, ma bene erano essi gli elementi primordiali i quali
stritura li e fasi insieme dall'opera del tempo e dalla forza assimilatrice di
ROMA, d o veano comporre il popolo dicui ha fatto l'istoria LIVIO, Macchiavelli
e Botta; lavoro lento e gigante scoele con diverse proporzioni e solto diverse
condizioni si è operato per altri popoli ancora; per questa sola ragionei Macedoni
eran Greci, e Alessandro che se fosse nato du'secoli prima sarebbe stato barbaro,
fu al suo Innanzi di conchiudere questo scritto che avrebbe potuto
esser più breve, ma che potrebbe prolungarsi ancora di molto, non credo essere inutile
per meglio far comparire la vera natura delle obiezioni che homosse al filosofo
napoletano, il ricordare comeegli non avea per cosa affatto nuova il modo delle
sue investigazioni etimologiche, anzi fin dal principio del suo scrillo afferma
che egli è per fare quel medesimo per la lingua latina che avea già fatto
Platone per la greca, il quale dalle etimologie e composizione delle paroledi quella
avea voluto scourire l'antichissima sapienza de'popoli che l'avean parlata. Se non
che si forma VICO un concelto assai ristretto dal Cratilo se credea a questo
solo ordinato quel dialogo, il quale abbraccia tutta quanta la quistione della
lingua, della sua origine e del suo valore, coordinandola colla teorica
socratica delle idee. Ben è vero che Platone anche delle etimologie si occupa
in quel dialogo, e che, ove non il fa ironicamente e come per istrazio, intende
di cavare delle induzioni intorno a'primitivi concetti del popolo fra cui
quelle parole aveano avuto nascimento. Ma adonore del filosofo ateniese, si conviene
confessare che il metodo delle sue ricerche non devia da'giusti confini, nè potea
condurlo ad induzioni o false o immaginarie o arbitrarie o contrarie alla genesi
delle lingue o ripugnanti alla vera palura. Della metafisica che inquelle si può
trovare. Non abbiamnoi veduto che OGNI LINGUA CONTIENE IN SÈ UN INTERO SISTEMA
DI METAFISICA (RUSSELL GRICE STONE AGE PHYSICS), ma di netafisica spontanea che
in quella si trova all'insaputa dello stesso p o tempo il rappresentante
dello spirito e della civiltà della Grecia, e u n a delle più alte figure
dell'istoria greca.Cosi le felci gigantesche del mondo antidiluviano non sono
ilcarbon fossile ma debbono divenirlo, poiché, collo scorrere del tempo e
coll'azione invisibile delle forze naturali si macerano a poco a poco, le
differenze scompariscono, e da ultimo si trovano riunite in una sola massa che
dee poi divenire uno de'motoripiù irresistibilinelle mani dell'uomo; ma
leproprie tà che fanno onnipotente il carbon fossile non si appartengono alle
umide foglie delle piante naufragate nel diluvio. Così le glorie q u a si
mitologiche de’ Pelasgi e de' Rasena, de' Tirreni e de'Siculi non
siappartengono a'discendenti del popolo di GIULIO CESARE e di Trajano.
polo che la parola, e che ve l'ha senza saperlo, depositata? Imperocchè le
lingue figliuole tulle dell'identica natura dello spi rito e dell'identica
struttura degli organi della voce sol differisco no nella loro composizione in
quanto che quell'identica natura vede da diversi o opposti lati le cose, e
diversamente concepisce le relazioni obbiettive che passano fra quelle.Per la
qual cosa si può dalla natura di una lingua scovrire il modo in cui il popolo
che prima l'ha parla la concepiva le relazioni fra le cose, e ilmodo con cui
iconcetti meta fisici che presiedono segretamente alla composizione di essa si
presen tarono al suo spirito. E se questo lavoro è ancora oggi pieno d'incertezze
e di difficoltà, se era impossibile a'tempi di Platone, che fae gli cotesto? Basta
che il discepolo di Socrate abbia vedulou na verità che solo i lontanissimi
nepoti poteano dimostrare, e tentato un lavoro per compiere il quale, moltissimi
secoli di esperienze e di scoverte non han potuto somministrare finora tutti i mezzi
necessarii. Ma non cre dea Platone che una setta di filosofi avesse introdotto
nella lingua i concetti metafisici, apzili attribuiva al popolo stesso, che egli
per le esigenze del suo linguaggio filosofico, chiama il legislatore, il quale
nella successiva costruzione della lingua ve li veniva spontaneamente e però
inconsapevolmente trasfondendo. Në pensò mai Platone che da filosofi di altra
nazione dovessero quelle parole tirar la prima loro ori gioe, e quindi esser
passate a'primitivi abitatori della Grecia, che per essere ancora ignoragti non
le avrebbero potutemai più ritrovareda sè medesimi. Son queste le due ipotesi su
cui è fondato il libro del l'antichissima sapienza degl'Italiani, ma nè
dell'una nè dell'altranon è colpevole l'autore del Cratilo, Se io ho troppo insistito
su queste cose, non è già per desiderio ehe io avessi di appiccare un'inutile giornata
col maggiore de'filosofi napoletani, ma si per voler mostrare col suo esempio come
camminando il sapere collandare del tempo, e trasformandosi quasi in ogni
secolo la sua fisonomia, evedendo gli uomini nelle diverse età sempre
diversamente pur le medesime cose, la grandezza de'grandiuomini non si vuol
misurare dal numero delle verità che eglino possono ancora inseguare a'lontani ne
poli, a cui pure essendo grandissimi, non possono lal volta insegnare più
niente, ma sibbene dal grado a cui eglino si so no innalzati al di sopra
de'loro contemporanei, dalle nuove vie che prima degli altri hanno aperle allo spirito,
nelle quali altri cammi p ando sono si arricchiti di verità ad essi rimaste
ignote, e dagli sforzi con cui hanno potuto faticosamente e oscuramente veder
da lungi quel che alle seguenti generazioni è stato poi agevole di veder
chiaramente e di loccare con mano, senza che per questo si possano dir sempre
seguaci de'primi, alleso che avviene soventi volte che una verità giunta alla
sua maturità e alla pienezza de'tempi, si mostri per nuove e più facili vie anche
aspiri!i meno alli, quando al tempo che era tuttavia immalura appena si era
svelata per astrusissi mi sentieri alla potenza divina trice di solitarii
ingegni. Chi è più grande di Aristotile? m a quale è oggiscolarecheintutte
lespezialiquistioni non ne sappiaepiùe meglio del maestro di coloro che sanno?
O quale è scuola filosofica a cui basterebbe il proporre la massima parte
de'problemi della scienza in quel modo appunto in cui si trovano proposti
nell'Organo e ne'libri della Melafisica, anche in quei punti in cui il pensiero
arislolelico quanto alla sostanza delle cose è identico col
moderno? L'altra cosa su cui io voleva insistere siè questa, che un uomo
pec quanto grande egli sia, per quanto s'innalzi al di sopra de'suoi contemporanei
e de'suoi tempi, par non si può mai taplo da questi separare che la più parle
delle sue idee, anzi esse tulle non abbiano in quelli lalorora dice, siche egli
non può mai separarsi dal general modo d'intendere dell'età che lo vide nascere,
anzi appuntoperque slo ègrande, che egli tutta la compendia ed esprime,
aprendole le vie agli altri nascoste che la legano coll'avvenire. Se non che se
tul teleidee de'suoi tempii nlujsiriflollono, insieme conquelle anche gli
errori e i pregiudizii comuni penetrano nel suo spirito, nè per quanto egli se
ne distacchi può giunger mai ad emanciparsene intera menle. Di che si vede
quanto sia grande la semplicità di coloro che siappoggiano all'autorità de'grandi
uomini in que'punti che eglino hanno in comune con tutta la loro generazione e
che non costituisco no la loro vera e più squisita individualità. Molle volle
mi è avvenuto di udir dire a proposito di speziali quistioni; o siele voi più
grande di Alighieri il quale pensava appunto cosi come voi negate di
consentire. Or cerlo il canlore de'tre regni della morle si fu il più grande
uomo del suo secolo, nè ci ha oggidi chi in potenza di menle e grandezza di
comprensione poelica possa venire con lui in paragone, ma il pubblicislae il filosofo
del XIII secolo era figliuolo del medio eroe avea cinque secoli di educazione
filosofica ed islorica meno di noi, e il cilladino di Firenze nato l'anno di
grazia mille duecento sessantacinque in molte cose non potea non pensare come
frale Cipolla e Guccio Imbralta.Or chi è che vorrebbe piegarsi innanzi
all'autorità di questi nomi? Cerlo, che io mi creda, niuno. Quesle cose poi che
si dicono dell'antorità de'grandi uomini vanno deltealmedesimo modo
dell'autorità dell'istoria in generale. La sentenza di Tullio che dice
l'istoria maestra della vita è veris ima se s'intende in un senso, ma fonte di molti
errorise s'intende in un altro. Verissima è in un senso universale e
scientifico in quanto che l'istoria facendoci come assistere allo spellacolo
delle diverse generazioni clic si sono succedute sulla terra, ci rende quasi contemporanei
del passato. Per mezzo di essa noi possiaino allora formarci un concello
generale del cammino del genere umano, e delle leggi ideali che presie dono al succedersi
delle civilti, delle leggi, degli istituti, delle religioni, degli stati e di
tutte quante sono le manifestazioni dello spirito umano. Allora noi partendo da
queste considerazionipossiainocom prender
il posto che anche no i occupiamo nella storia del mondo, de terminare
le nostre relazioni con le generazioni che si sono prima di noi affaticale sulla
terra, e divinar quelle che abbiamo colle altre che dopo di noi bagneranno col
loro sangue e coloro sudori la patria dell'uomo. In questo senso veramente la
sloria è maestra della vita, come quella che ne porge il più stupendo ammaestra
in e n t o che si possa, la comprensione della vila slessa in tulle le sue
manifestazioni, in tutte le sue relazioni col passalo, col presente e coll'avvenire.
Ma inetta e principio d'inganni è quella sentenza presa in un senso più
ristrello edempirico,quasivolessedireche las toria insegna agli uomini cogli
esempii de'tempi passati a sapere come eglino si abbiano da con durre ne'casi
agli antichi simiglianti,Il credere a questa specie di aulorilà istorica dipende
dalla falsa supposizioneche gli avvenimenti si ripelano o si possano ripetere nelle
medesime condizioni, il cheè tanto falso quanto è falso il credere che il genere
umano non si muova, e che l'istoria non cammini. Ora ogni clà ha suoi proprii
fatti e un'indole sua propria per la quale anche i fatli che sembrano rasso
migliarsi in certe esterne condizioni, sono diversissimi di significato e
divalore. Il principio che niente è ma lutto si fa, niente permanema tulto si muove,
spezialmente nella storia e nel cammino del genereuma no si verifica. Ben la
nalura fisica ne'rivolgimenti cosmici e tellurici si ripete,la natura morale
dell'umanità non mai. A coloro iquali dicono: ben così dee avvenire perchè così
altra volta è avvenuto,ben sipuò rispondere che appunto perchè altra volta così
è avvenuto non può più avvenire al medesimo modo.Dove il genere uinano cosi
continua. mente agitandosi finalmente abbia da giungere, chi è che possa pre
vederlo, o quale è filosofiache lo possa al meno verisimilmentepre dire? Ma
quando si pensa quel che era la famiglia umana al tempo delre de' re Agamennone,
per non salire più alto, e quale oggi è divenuta, chi non si sente di
naufragare coll'anima in uti Oceano senza fondo, allorchè volge il pensiero a coloro cui se parerà da noi la medesima
distanza che divide noi dagli eroi dell'Iliade L'Italia era
pervenuta al decimosesto secolo e nella letten ratura e nelle arti ad una
eccellenza, che niuna delle mo derne nazioni ha forse potuto raggiungere e che
emulava se non uguagliava quella de' giorni più felici della Grecia. La poesia,
la pittura, la scoltura e l'architettura quasi facea no a garaper adornare di
opere eternamente duratureun pae se che già per tanti riguardi parea prediletto
dal cielo, e le interne agitazioni e le discordie civili di tanti piccoli e fio
renti stati pareano quasi cote che affilavano gl'ingegni, af forzavano gli
spiriti e rendeanli più pronti a concepire e a ritrarre squisitamente il bello.
Intanto, fra queste potenti pa lestre che aveano esercitato l'infanzia e
l'adoloscenza delle no stre menti,venne l'età più matura e quasi la virilità
dell' in tendimento, nella quale l'uomo, ovvero lo spirito umano, chè qui suona
il medesimo, si rivolgein sè stesso per conoscere da presso quello ch
'egli è, e quello che le altre cose sono, le quali in fino a quel punto è stato
contento ad ammirare ed a servirsene per sè e per le sue immaginazioni. Allora
inco mincia la filosofia, la quale di necessità dee sorgere dopo la poesia,
siccome la Grecia e l'ITALIA col fatto ne fanno prova. Nè si potrebbe addurre
in contrario la scolastica che è antichissima, e certo precedente alla poesia,
perchè quella, oltre che confinava da presso con la teologia, più presto che
esser l' effetto spontaneo, per così dire, del pensiero nazio nale, lavoravasi
nel seno della chiesa e nel silenzio de' chio stri, senza che il pensiero
laicale vi avesse alcuna parte. Il quale, quando fu venuto il tempo propizio,
si fece da sè una filosofia che veramente dalla scolastica fu diversa.
Costantinopoli non cadde in vano per noi; perchè la sua rovina che fu quasi
l'ultimo crollo della civiltà antica servi ad arricchirci di gran numero di
monumenti dell'antica sa pienza a noi tuttavia ignoti, e a compensar con usura
i nostri padri dell'ospitale accoglienza per essi accordata ai fuggitivi
figliuoli d'una nazione illustre e generosa, che dopo quattro secoli
d'oppressione, dovea riacquistar l'indipendenza, e, bella delle memorie passate
e del presente trionfo, ricomparire sul fortunoso teatro del mondo, sorgendo,
come Lazaro, dal polveroso sepolcro che avea accolto il suo cadavere. So bene
che da alcuni si è creduto il risorgimento degli studii classici e la
conoscenza più intera dell'antica civiltà essere stati più presto di nocumenlo
che di utile alla moderna, parendo loro esserne stato impedito il libero cam
mino degli spiriti, e turbata l'originalità del pensiero mer cè l'innesto
violento d' un vecchio ramo sovra un più gio vane tronco. Ma costoro non
pensano che la civiltà di un secolo non è e non può esser un fatto isolato e da
sè ma che è iotimamente legata a quella de' precedenti mercè l' aurea catena
delle tradizioni, e che ogni secolo dee, in quanto può, legarsi col passato e
argomentarsi di perfezionarne l'opera, piuttosto che separarsene e disdegnare
di riconoscerlo, o pretendere superbamente anzi puerilmente di incominciar
tutto da capo, e rifar da sè l'opera a cui le generazioni pre cedenti han
lavorato. Però il risorgimento degli studi classici e la conoscenza
dell'antichità, innanzi che nuocere, ha do vuto perfezionar l'edifizio della
civiltà moderna, nè in fatto pud negarsi che a risorgimento delle antiche
lettere sieno dovuti in gran parte i subiti progressi che le scienze fecero tra
noi. Quando si furono rotli i cancelli un po' stretti fra cui la scolastica
volea talora chiusa l'intelligenza, quando si fu meglio e vie più direttamente
conosciuto il pensiero dell'an tichità, ed ecco sorgere di presente una nuova
filosofia, alla quale si può dire che avessero posto mano di conserva il
pensiero antico e il moderno, la sapienza greca e lo spirito italiano. I più
profondi ingegni della penisola si misero a quest'opera, lavorando insieme,
quale in uno e qualein un altro modo, al comune e nobilissimo scopo, e tosto si
vide venir fuori dal loro numero il celebre triumvirato di TELESIO (si veda), CAMPANELLA (si veda), e
BRUNO (si veda), i quali tutti e tre videro la luce in questa meridional parte
d’Italia. Comune ebbero la forza della volontà, l'ardire dell'inge gno e la
potenza della mente; ma il primo restò indietro agli altri due, imperciocchè la
sua opera fu puramente ne gativa, laddove questi poterono crear de sistemi che
nè il tempo nè i seguenti sforzi dello spirito umano non giunse ro a far
dimenticare. A così bei cominciamenti fu possibile di sperare splendidi destini
per la filosofia italiana, ma la speranza anche allora, siccome spesso è, fu
ingannatrice, e l'avvenire mancò a così lieti principii. Del qual fatto non si
può trovare altrove la ragione che nelle condizioni della storia italiana e
nella intima natura della nostra filosofia. E, in vero se, come abbiam veduto,
la filosofia comparve in Ita lia quando il pensiero era abbastanza maturo per
siffatta ma niera di studii, quando questo momento fu arrivato, la nazione
incominciò a declinare. Quella maravigliosa abbon danza di vita che avea
alimentato il movimento dello spi rito e favorito l'innalzamento di tante
piccole nazionalità, nel cui seno eran comparse prima la poesia e le arti, e
poi la scienza, incominciava a indebolirsi e venir meno. AL XVII secolo la
conquista era compiuta; le antiche forme di reggimento eran cadute o avean
perduto della loro importanza; e le nostre sorti incominciarono ad esser,
quando più e quando meno, legate a quelle di altre nazioni. Strana cosa è
l'ammirazione di taluni storici, siccome DENINA, per la beata tranquillità, per
i giorni di serenità e di pace che spuntarono a rallegrare il bel cielo dell'
Italia. Più stra na ancora è la maraviglia del TIRABOSCHI il quale non sa
comprendere come la letteratura, le arti e in gran parte le scienze sien volte
in basso stalo allora a ppunto che la pa ce di cui finalmente godea
l'irrequieta terra italiana, facea sperar nuovi progressi e quasi un novello
secol d'oro al nostro paese. Costoro non intendevano che quando una nazione
cade, cade di necessità con essa tutto quello che è intimamente collegato con
la sua vita e col suo essere. E in fatti allora la bella prosa italiana fini,
allora la poesia spirò sulle labbra di TASSO, e le arti andarono ogni di più
declinando. Allora incominciò la corruzione onde il seicento è rimasto celebre
nella memoria degli uomini, sic come età di decadenza. E' sembra che l'antico
spirito let terario si rifuggisse un momento in Toscana per morir no bilmente
nel paese stesso che l'avea veduto sorgere, siccome la pittura cercò un asilo
in BOLOGNA e parve di nuo vo levar il capo fra le mani de' tre CARACCI, di RENI,
del GUERCINO e d'altri. Ma questo fu come l'ultimo sforzo del gladiatore
ferito, o come l' ultimo canto del cigno che si muore. Egli è facile il concepire
come una filosofia, la quale derivava da un movimento al tutto italiano, e che
pe rò era legata alla fortuna del pensiero onde ella avea da nascere, dovesse
cader di necessità il giorno stesso che quel pensiero veniva a perdere la
nazionalità e l'indole originale. Il medesimo senza fallo sarebbe avvenuto
nell'antichità, ove la Grecia fosse caduta il giorno stesso che il gran disce
polo di Anassagora bevè la cicuta, perciocchè allora a Platone dell’ACCADEMIA e
ad Aristotile del LIZIO sarebbe mancato il tempo di compari re, siccome mancò
tra noi dopo la morte de Socrati italiani. Dopo questo tempo non comparve, si
può dire, nessuno il cui nome fosse degno delle antiche glorie, e le menti ita
taliane sembravano comprese da una mortale stanchezza, quando venne fuori tra
noi VICO quasi a protestare in nome di tutti e mostrare al mondo che il fuoco
sacro del pensiero non era già spento nel bel paese ma solo nascosto sotto
tiepide ceneri. Tra una gran folla di eccel lenti giureconsulti che fiorivano
di quel tempo in Napoli, dalla meditazione del diritto romano egli seppe
innalzarsi alla scienza delle leggi universali che reggono il cammino del
genere umano sulla terra, e dalla meditazione d'una sola città alle leggi
supreme della civiltà e del corso di tut ta quanta l'umana famiglia. Ma poichè
egli precorreva di due secoli i suoi contemporanei, fu non curato e poco avuto
in pregio da quelli, ed è stato sol da'posteri onorato condegnamente alla sua
grandezza; gloriosa ma pur tarda e, che è più, inutile ricompensa al merito
degli uo mini veramente grandi, e a' sudori per esso loro sparsi in pro di chi
o non li comprende e per ignoranza o per mali gnità li dispregia, ovvero di chi
più non può giovarli. Parecchi anni dopo del VICO, e immensamente a lui infe
riore, comparve in Napoli GENOVESI. Del quale spiacemi di dover parlare in modo
che a molti sem brerà per avventura o affatto ingiusto o troppo severo. Im
perciocchè io penso che il suo merito, almeno comefilosofo, chè in quanto
economista non so, sia stato più del giusto esagerato de' suoi compatriotti, i
quali eran pure que' me desimi che avean veduto il Vico morir nella miseria, e
poco o niente avean creduto alla sua grandeza. GENOVESI poi, sendo prete,
credeasi in certa guisa mail'obbligo di rico noscer l'antica metafisica,ma nè
seppe intender quello che veramente di più profondo trovavasi in essa, nè il
più delle volte seppe spogliarla dell' aridità delle forme, non ostante che non
poco pretendesse alla leggerezza dello stile, e fino alle facezie e alle
arguzie il più spesso di cattivo gusto e di sdicenti alla gravità delle materie
per esso lui trattate. Nato poi nel XVII secolo e fiorendo ne' principii del
XVIII, credeasi parimenti obbligato di seguir le dottrine del suo secolo, senza
scorgere le conseguenze a cui quelle menavano. Per tal guisa mentre come
teologo avea in 198 napzi AQUINO (si veda), intendea come filosofo seguitare l’EMPIRISMO
di Locke e il RAZIONALISMO di Cartesio, allora nuovi e in voga oltremonti, e a
cui l'alta mente di Vico avea mosso infin dal principio potentissima guerra.
Diviso fra due estremi così opposti in sieme, e' travagliavasi pure a volerli
conciliare, e parvegli che l'autore del sistema delle monadi potesse
maravigliosa mente servire al suo scopo, e così volea conseguir la gloria,
tanto per lui ambita, di libero pensatore e di teologo; ma il tentativo riescì
vano alla prova. Chi in fatti apra i suoi libri di leggieri si potrà accorgere
d'un continuo vacilla re e di una enorme confusione, per la quale il lettore si
tro va, siccome l'autore dovea essere, in una strana tenzone di discordanti
dottrine che ben sono accoppiate insieme, ma non sono e non posson essere
ricondotte all'accordo e all'armo nia. E, in vero, quale è la teorica onde egli
ha arricchito la scienza ? quale è il sistema che si chiama dal suo nome? quale
la scuola che ha fondata? Se pure non voglia dirsi, come si potrebbe in certo
modo affermare, che egli sia sta to il primo che incominciasse a introdurre fra
noi la filosofia del XVIII secolo, la quale dovea poi più largamente spandersi
e acquistar quasidiritto di cirtadinanza. Concios siachè, spezzato il legame
sacro che avrebbe dovuto legarci a' nostri più antichi, rotta la tradizione e
in certo modo spenta presso il più gran numero la ricordanza delle passa te
glorie filosofiche, parve più facil cosa il domandare ol tremonti bella e fatta
la filosofia, innanzi che travagliarsi a crearla da sè; tanto più che tra noi
l'uso delle profonde me ditazioni era venuto meno, ei sistemi che lavoravansi
oltre le alpi, tra per la loro comoda facilità e per la popolarità che la
letteratura francese ogni di più andava acquistando, divenivano anch'essi
popolari in gran parte dell' Europa. Or questa filosofia era derivata
direttamente da' sistemi del Bacone e del Locke, e più indirettamente da quello
del Cartesio. Cartesio avea continuato nelle astratte regioni della filosofia
l'opera incominciata dalla Riforma in quelle della religione, più astratte
eziandio e al tempo stesso più positive delle prime, che era senza più l'idea
della libertà del pensiero. Cosiffatta idea era nata da prima in Italia, do ve
non chiedea altro che la libertà del pensiero filosofico; anzi in sulle prime
si fu contenti a quella solo della libera discussione contro l'Aristotile delle
scuole, salvo a costruire un nuovo edifizio con le vere dottrine dello stesso
Stagirita ovvero di altri filosofi dell'antichità, siccome spesso si vide fare.
Ma la Riforma, confondendo i limiti di cose diverse, domanda la libertà della
discussione religiosa, il che era distrugggere la religione medesima, la quale
per sua es senza è fondata sulla fede, sulla credenza e sul mistero, talchè sì
tosto che la discussione e l'esame incomincia, la religione finisce, dove tra
il credere e il non credere, tra il si e il no, alcuna transazione non è
possibile, e ogni ana lisi l' uccide. Della religione avviene lo stesso che
d'una leggiadra fanciulla dalle guance rosee e da'capegli dorati, la quale
sembra contaminata dal solo sguardo troppo cupi do e indagatore dell'uomo; ma
non si tosto l'abbiam pos seduta e contemplati a nudo i misteri della sua
bellezza, ogni prestigio è finito. Così accade delle religioni, e tutte quelle
che finora hanno imperato in su la terra, vere e fal se, ne son argomento. I
libri sacri degli Ebrei eran conser vati nel luogo più recondito e segreto
dell' arca; l'Egitto che può dirsi per eccellenza il paese della religione, è
la patria de' simboli e de' geroglifici, e in Grecia solo pochi savi dopo
faticose prove erano iniziati a' misteri di Samo tracia e di Eleusi. In somma è
strana cosa il credersi obbligato ad aver pure una religione e non volerla
fondata sul principio dell'autorità. E in questo veramente il principio
cattolico è superiore alle dottrine de protestanti e a quelle delle altre selte
del cristianesimo, come quello che non soffre di discen 200 dere ad alcuna
transazione, ma riconosce in sè la fonte di ogni vero, poggiandosi in sulla
autorità che è potentissi ma, come quella che ha per sè la costante tradizione
e l'im mutabilità delle dottrine. Ben cammina lo spirito umano, ben fa spesso
de' progressi nel suo cammino, e le scoperte si succedono e i costumi s'
ingentiliscono e le scienze si arricchiscono, e quasi pare che ogni verità sia destinata
a cedere il luogo ad un'altra nuova, e che lo spirito dell'uo me sia in
continuo movimentoed agitazione per avvicinarsi il più che a lui è conceduto
all'unico e immutabile vero, Ma dove è questo vero? chi mai può dire di averlo
ve duto, o chi mai potrà vederlo e indicare agli uomini la meta di tutti i loro
sforzi in su la terra, siccome il sepolcro di Gerusalemme a'Crociati e le coste
di S. Domingo a COLOMBO? Cotesto continuo moto, coteste secolari agi tazioni
stancano l'anima, la quale ha sovente bisogno di fermarsi pure a qualche cosa
di fermo e indubitabile, e di trovar come un'oasi in cui riposarsi dalle
fatiche del suo penoso viaggio fra le certezze e i dubbi, fra le affermazioni e
le negazioni dell' intelligenza. Or la Riforma distrugge questa proprietà
assoluta ed es senziale d'ogni religione, gettandola in un pelago più con
trastato ancora che quello della scienza, e in una bolgia di più inestricate e
spaventevoli quistioni. Ma queste ardue pretensioni della riforma furono
rendute ancor più estreme dal Cartesio, il quale spinse tant' oltre il
desiderio della li bertà che volle quella stranissima di dubitar di tutte
quanle sono le cose create e le increate fipo delle sue conoscenze, delle sue
idee e quasi di sè medesimo, per cercar poi, se gli fosse riuscito, di costruir
da sè quello stesso che erasi dilettato con una nuova voluttà a distruggere. E
veramente uno smodato desiderio di azione sernbrami dover esser in chi si piace
di distruggere quello che egli ha intorno, per aver poi l'illusione del creare,
e, che è più strano ancora, creare partendo dal dubbio; nuovo e titanico
esempio d' un sublime veramente dinamico, Che cosa è egli quindi avvenuto?
Cartesio dovea egli so. lo ricostruir da sè l 'edifizio della realtà e
dell'universo con solo i mezzi che il ragionamento gli porgea. Ora e' ci ha
nella realtà delle cose alcuni fatti, siccome la religione, l'istoria, le arti,
i quali non sono opera dell'intendimento ovve ro della logica. E' ci ha nella
vita delle cose e degli avve nimenti che non potrebbero derivare e non derivano
dalla intelligenza individuale dell'uomo, quale essa alla logica e alla
psicologia apparisce, ma sibbene da altri principii e da altri motori, a cui
non si può che per diverse strade per venire. Per la qual cosa chi si argomenti
di costruir la realtà delle cose con solo le armi che quelle più ristrette
scienze gli concedono, e' non ginngerà mai ad avere essa realtà, quale nel
fatto è, ma si quale con i suoi mezzi la si può formare, e priva delle sue più
nobili parti, come quel le che di gran lunga son superiori ad ogni costruzione
in dividuale. La quale difficoltà si può muovere a quasi tutta quanta la
filosofia moderna, e nonsolamente a quella del Cartesio a cui essa è
indubitamente debitrice di si superbe pre tensioni. Or delle due cose l'una può
avvenire; o che la fi losofia riconosca la sua impotenza e rinunzii alla
superba impresa, ovvero che presumendo troppo altamente di sè, nieghi di
riconoscer come vero quello che essa non ha po tuto creare. Egli è inutile il
dire che non potendo la prima ipotesi verificarsi per esser la scienza troppo
superba di sua natura e troppo sicura del fatto suo, resta che la seconda si
avveri. Pur tuttavia il Cartesio, siccome suole avvenire, per essere il primo,
non giunse alle assolute negazioni di cui era pure nel suo sistema il germe,
che poi seppe altri logicamente tirarne, allorchè si vide al fatto qua' si
erano le estreme, ma pur legittime conseguenze delle dottrine cartesiane.
Succedeva intanto in Inghilterra qualche cosa di simile a quello che in
Francia, comunque le forme potessero esser diverse. Quivi il Bacone avea dichiarato
quasi vana ogni scienza, il cui obbietto non potesse cader sotto l' impero de’ sensi,
quando Locke cercò modo di applicar questo me todo alla conoscenza
dell'intendimento umano, e fu di necessità costrello a vedervi solo quello che
ci ha in esso di più apparente, cioè il fatto stesso della sensazione. Dalla
quale, per sofismi che la scienza adoperi, non giungerà mai a cavare altro che
fatti singolari con cui è impossibile di venire ad alcuna spiegazione probabile
di fatti più alti e di più riposta natura, siccome sono le religioni, le arti,
l' istoria. Pure Locke si ostinò nel suo cammi no ma non seppe o non volle o
temè di venire al termine estremo a cui quello conducea. Non io vorrei entrar
mal levadore della verità d'alcun sistema, nè far l'apologista di una più
presto che d'un' altra filosofia, ma mi sdegno di certi acciecamenti della
scienza e della cieca sicurtà con cui sovente si ostina a perdurare in una via,
quando bene si vegga ch'essa non possa condurre se non alla negazione assoluta
di certi fatti i quali essa scienza dovrebbe bensì spiegare ma negare giammai,
ove non volesse, come Alessandro fa del nodo gordiano, non sciogliere ma tor di
mezzo, negandole, le difficoltà. Pertanto quando il sistema del Locke ebbe
passato lo stretto e ſu giunto sulla terra a lui ospitalissima della Francia,
non fu chi non gli facesse buon viso, e venne accolto non già siccome quegli
che giunge nuovo in terra straniera, ma come un antico amico che dopo lunga
lontananza si riduce in patria. E veramen te sua patria era per esso quella del
Cartesio. E' si dice che ogni idea cerca per per sua natura di venire ad atlo
ed es ser messa in pratica. Or se ci ha filosalia al mondo, de la quale si può
affermare che abbia raggiunto il suo scopo, è certamente quella della sensazione.
Conciossiachè la rivoluzione di Francia si argomento di rifare la civil
comunanza secondo quelle dottrine, e tulto un paese e una nazione no bilissima
per amore di quelle fu veduta pronta ed apparec chiata a rinunziare un bel
giorno alla sua istoria, alle sue tradizioni, alle sue antiche grandezze e alle
passate glorie. Concessioni senza fallo enormi, ma pur logiche, e per le quali
può dirsi che Marat, Danton, Robespierre e gli altri fossero gli estremi e più
conseguenti discepoli di Locke, di Condillac, di Voltaire e d’Elvezio; sebbene
al fatto siasi veduto ove quelle teoriche peccassero, e come è pur mestieri di
tener saldi certi altri e più antichi principii, chi vuol conservare in vita le
umane società. Tale si era lo stato delle cose in Francia quando l'ITALIA
legata oggimai a' destini della politica straniera, cerca ezian dio fuori di sua
casa una filosofia bella e fatta, e potè leggermente trovarla, siccome
l'abbiamo descritta in Francia dove come in un nuovo Eden, cercammo l'albero
della scien za e della verità, benchè il frulto che ci regalo fosse morta le
per noi, come quello che fini di distruggere ogni germe di forza e di natio
vigore nella patria di Gregorio VII e di ALIGHIERI Vero è bene che la filosofia
della sensazione non può dirsi che in Italia fosse stata accettata ciecamente e
compiutamente, ma pur tuttavia ebbe abbastanza di forza per insinuarsi nell'
universale, e produrvi certa maniera di debolezza morale che è l'effetto della
mancanza d'ogni idea più elevata e più generosa. Ma comunque avesse avuto fra
noi gran numero di ammiratori e di adepti, pure, le più alte menti italiane non
si piegarono ad ab bracciarla compiutamente ancorchè non avessero saputo di
scostarsene del tutto. Solamente più tardi e quando già quel la filosofia
incomincia a venir meno nella sua stessa patria, si videro comparir tra poi i
saggi di COSTA (si veda), di GIOIA (si veda) e del napolitano BORRELLI che a
quel le dottrine più da presso si accostavano; tre menti temprate in modo da
non intendersi come abbiano potuto nascere nel la patria d’ALIGHIERI,
BUONARROTI, E VICO. I due ultimi – GIOIA
e BORRELLI -- scrivendo in una lingua a mezzo barbara, intendevano l'uno di
spandere e divulgar nell' universale la parte più positiva della logica del
Condillac, e l'altro di rianimare le teoriche del Cabanis, mercè qualche
dottrina, già forse combattuta e dimenticata, del Locke. D'altra parte il
primo, dico COSTA, purista ma pedante in letteratura, crede che la medesima
lingua che era servita ad ALIHGIERI per narrare i tre regni misteriosi della
morte, e descriver fondo a tutto l'universo; la medesima lingua che era servita
a MACHIAVELLI per disvelare i segreti della politica, e a VICO per dividare il
passato e l'avvenire, e far la Divina Commedia della vita, siccome ALIGHIERI avea
fallo quella della morte; polesse impunemente esser condotta a raccontare le
lepide trasformazioni della celebre statua, che a forza di odor di rosa dovea
tornare uomo, come quella dell'antico Prometeo, mercè la fiamma del sole. Tolta
per tal modo al pensiero l'originalità e l'indole nazionale, la letteratura di
rimbalzo dovea sentire i cattivi effetti dello stato morale del paese. Già essa
avea perduto la sua antica grandezza al XVII secolo, la sua fulgida stella era
tramontata, e quel soffio divino che ne' secoli prece cedenti avea animato le
nostre lettere parea si fosse ritira to dal cielo dell'Italia in mezzo alla
corruzione che invadea d' ogni parte. Per la qual cosa il XVIII secolo,
trovatici in queste condizioni, ci polè facilmente vincere, chè la strada era
fatta, aperta la breccia, e agevolmente si potea una cor ruzione sostituire ad
un'altra, un nuovo ad un antico vizio. Allora si giunse perfino a sostenere che
l'italiana era quasi una lingua morta la quale non potea più bastare ne alle
nuove esigenze, nè alle nuove idee del secolo, nè agli andamenti più svelti e
più liberi del pensiero moderno, sic chè bisognava al postuito rifarla,
provvedere che ringiova nisse e sopperire alla sua manifesta povertà. Non è chi
ignori come CESAROTTI si e il massimo
campione di questa infelicissima scuola, e come con questo scopo dettò certo
suo trattato che intitolo: Saggio sulla filosofia delle lingue. Se non che
giunta la cosa a questo estremo punto, bisognava di necessità che, secondo il
corso ordinario degli umani eventi, ritornasse indietro. E già nella Francia in
un altro ordine di cose una maniera di reazione era incominciata, concios
siachè l'opera dell'impero può affermarsi non essere stata altro che una
possente reazione contro gli anni prossima mente passati, e una ricostruzion di
quello che negli eccessi della rivoluzione stato era distrutto e che pur
meritava di esistere. In ITALIA, strana cosa ! questa reazione incomincia DALLA
LINGUA. Già poco innanzi PARINI, ALIFIERI, e qualche altro aveano incominciato
a levar la voce contro la servitù dell'imitazione straniera, ma poichè il male
non era an cor venuto a quel punto estremo a cui le cose um ane deb bono
arrivar per ritornar indietro, le loro parole furono im produttrici di effetti
immediati in su le menti de' loro con temporanei, perchè le parole eriandio de'
più grandi uomini non possono riescir proficue ove non trovano gli animi ap
parecchiati a riceverle, e la pienezza de' tempi non è giunta per esse. E in
vero quando le cose furon più mature, del le voci men possenti di quelle che ho
citate poterono ope rare ciò che a'primi fu negato, chè trovarono un eco più fa
cile nell' universale. Vero è che quelli i quali osarono per i primi di opporsi
alla corruzion generale furon coverli di ogni maniera di ridicolo da' dotti del
tempo e regalati, per più derisione, de’titoli di pedanti (che forse erano) e
di pu risti. Ma tutto fu indarno, perchè i puristi mostrarono un coraggio da
onorar qualunque eroe, e niente valse contro di essi. Or e' bisogna confessare
che costoro, non si credendo che i paladini delle parole, combatteano
veramente, senza pur sospettarlo, l'invasione dello spirito straniero, e, se
eran pedanti, significa che anche i pedanti possono talora aver ragione contro
le pretensioni della filosofia. Duraya giá da alcun tempo questa reazion
grammaticale contro la letteratura allora corrente, quando dalla remota
Calabria s' intese risuonare una voce, che protestava contro la filosofia del
senso e le sue eccessive pretensioni. Colesta da voce era quella di GALLUPPI,
rapito pur testè alla scienza a cui avea consacrato religiosamente la sua vita.
Per ben giudicar questo filosofo è d' uopo distinguere esattamente ciò che egli
ha negato da ciò che ha affermato, cioè la sua polemica col sensualismo dal suo
sistema. Con ciossiachè il suo vero merito si è quello d' essere stato il pri
mo in Italia a sentir la necessità d' una filosofia più ampia opporre alle
minute investigazioni di Condillac, di Tracy e degl’altri di quella scuola.
Cotesto è il vero merito di GALLUPPI, e PER QUESTO SOLO GLI E DOVUTO UN POSTO
NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA ITALIANA. Vero è che le sue armi sono il più delle
volte domandate alla scuola scozzese, o eziandio à quel medesimo Locke che era
il vero padre delle dottrine le quali egli volea combattere; ma cotesto non
diminuisce nè il suo merito, nè l'obbligo che la filosofia italiana gli dee
avere. Medesimamente egli si è il primo che abbia in cominciato a divulgare fra
noi il nome e il sistema di Kant, e comunque non manchi chi sostiene che egli
me desimo non fosse giunto a penetrare compiutamente in tutti i misteri e gli
andirivieni e i tragetti della psicologia kan tiana, pure è cosa indubita che
egli si fu il primo ad occu parsene seriamente. Certo è, come innanzi vedremo,
che altri è riescito meglio di lui nell'investigar la mente del filosofo
prussiano e nel misurar tutto il valore e le possibili applicazioni di quelle
teoriche, ma certo è pure che il vanto di essere stato il primo,eziandio in
questo, non può negarsi al calabrese. Quanto poi al suo proprio sistema
composto in parle dalle teoriche del Locke e in parte da quelle del Reid
[CITATO DA H. P. GRICE, “PERSONAL IDENTITY” – Mind, repr. PARRY], non credo che
volendo esser giusti si potrebbe parlarne con alcuna ammirazione. Conciossiachè
debolissima è la sua psicologia, e quasi nulla l' ontologia, la quale egli
spesso non sa distinguere da quella, e sì confonde stranamente le quistioni che
all'una e all'altra scienza si appartengono. Più confusa eziandio è la logica,
che egli discerne in logica pura e mista ovvero applicata, mercè della qual
distinzione che in niun modo non saprebbe sostenersi, è riescito a trattar
della prima delle pure forme del raziocinio, e ad ammassar nella seconda un
gran numero di quistioni di psicologia e di ontologia, che non sapea come
allogare altrove. Non parlo dello strano metodo con cui movendo dalla logica
pura e passando per la psicologia e l' ideologia, giunge alla mista, perchè
quello in cui mostrasi chiaramente tutta la debolezza delle sue teoriche, è
l'applicazione che pure si argomenta di farne alla morale e all'estetica.
Nell'estetica, per esempio, di cui si occupa sol di volo a proposito della
teorica della volontà, senza punto curarsi de' più alti problemi che in essa si
possono discutere, s'in trattiene a sostener l'opinione, un po' veramente
troppo vo luttosa, che il bello può esserci rivelato dalla sensazione del tatto
non altramenti che da quelle della vista e dell'udito, quasi non fosse chiara
la differenza che è tra certi sensi più altaccati alle necessità della vita e però
men nobili, da certi altri che servendo meno immediatamente al corpo son più
liberi, e, se così può dirsi, più spirituali. Del resto e' si può dire che GALLUPPI
non ha veramente una certa teori ca sul bello e sulle arti, ovvero se pur l'ha,
dubito forte non sia quella del Blair e SOAVE, autore di un'intera enciclopedia
d'istituzioni elementari per l'educazione della povera gioventù italiana,
filosofo, matematico, grammatico, relore, novelliere, moralista e SOMASCO, che
per molto tempo continuò e continua ancora in gran parte, ad infestar co' suoi
libri, i seminarii, i licei e le scuo le italiane. Quanto poi al suo sistema
sulla morale e sul di ritto, GALLUPPI non può dirsi che siane uscito più felice
mente che nelle altre parti della sua filosofia, e chi volesse prendersi giuoco
di lui potrebbe leggermente qui, come al trove, trovarlo ad ogni pagina in
contraddizione con sè me desimo. Non son molti anni passati che il nostro
filosofo in cominciò a pubblicare per le stampe un'istoria della filosofia, ma
sembra che per mancanza di soscrittori l'edizione non potesse andare innanzi,
sicchè dovette smetterne il pensiero, e l'opera morì ia sul nascere. Se in
questa, come nelle altre cose, l'induzione è buona, e si può indovinare che la
scienza non vi abbia perduto gran fatto; chè l'autore vi fa cea mostra d'
un'erudizione non molto riposta. E' mi ricor da fra l'altro che
nell'introduzione tentava ancora egli un'in terpetrazione del mito di Prometeo,
e giunse per non so che strane congetture a persuadersi che il celebre
prigioniero del Caucaso si era un anticore dell'Attica, che aveaprima insegna to
a quelle genti i primi rudimenti di agricoltura e sopratut to la coltivazione
del grano. Davvero mi sembra enorme non veder altro che questo in Prometeo
inchiodato al Caucaso, per le mani di Mercurio, per comando di Giove e per
decre to immutabile del destino, e mi sembra più che enorme di struggere il più
profondo mito dell'antichità, e conver tire il figliuolo di Giapelo in un
mietitore, con una rovinosa metamorfosi che trasforma di botto il capo d'opera
del teatro di Sofocle in poco più di un'egloga. GALLUPPI e chiamato a dettar
lezioni di filosofia nella regia Università di Napoli, e la scelta del governo
fu facilmente accompagnata dagli applausi unanimi di tutti, imperciocchè si
aspettavano cose grandissime da un uomo la cui riputazione potea dirsi
gigantesca tra noi, e sul cui merito tanto più si giuraya, in quanto niuno avea
ardito di dubitarne o di esaminarlo seriamente. Ma ora dopo se dici anni di
esperienza deve esser conceduto di affermare che l'aspettazione pubblica è
stata delusa, ed anche il suo insegnamento non ha condotto a nulla di durevole.
Quale si è in fatti la scuola che egli ha fondata? quali le verità che ha dato
a svolgere a' suoi scolari ? quali applicazioni si son potute fare della sua
filosofia al diritto, alle arti, alla politica, all'economia ed alle scienze
naturali ? Per me io tengo che una filosofia la quale non è feconda di
applicazioni di ogni maniera, e che si condanna a restare nel circolo delle
quistioni puramente psicologiche, non meriterebbe il super bo nome a cui
aspira, e più presto dovrebbe aversi quello di logomachia di scuola. Or tale si
è quella del professor napolitano. Però non dee arrecar maraviglia se le sue
parole uon hanno avuto un eco, se il suo insegnamento è stato per duto, e se,
fra tanti discepoli che han frequentato la sua scuola, non ce ne ha pure uno di
cui si possa dire: costui conti nuerà l'opera del maestro ; chè nessun'opera il
maestro ha incominciata, nessuno scopo si era prefisso, e niente vi ha di più
inutile che le parole da lui pronunziale per sedici anni sulla cattedra. Non
ricorderò che di volo i nomi di MANCINI, TEDESCHI, GRAZIA, e WINSPEARE. De’quali
i due primi, siciliani, non possono dirsi, e sopratutto il primo, che seguita
tori, ma nè interi nè profondi, dell' eclettismo, e, poveri non meno di
erudizione che di potenza di mente, possono rassomigliarsi più presto a due
scolari che non si ardiscono dilungarsi dalle peste del maestro. Il terzo,
calabrese di patria, è un antico militare che ha finito per consa crare i suoi
giorni alla filosofi, ed ha, già sono qualche anni passati, dato fuori per le
stampe un'opera in cui intende a richiamare in onore e Locke e la filosofia
dell'esperienza, ma pur con tali modificazioni che agli occhi dell'autore do
vrebbero allontanar le conseguenze a cui que' sistemi finora han condotto, e
che agli occhi degl' intendenti di ta' discipli ne servono solo a metter
l'autore, a sua insaputa, in con tradizione con sè medesimo, e l' un principio
del suo siste ma in opposizione con l'altro. WINSPEARE (si veda), giureconsulto
di rinomanza in Napoli, si è ancora egli rivolto agli studi della filosofia, e
come frutto delle sue meditazioni pubblica “Saggi di filosofia intellettuale”.
La sua “Introduzione allo studio della filosofia” contiene un compendio dell'
istoria di cotesta scienza da Talete in fino al Kant. I suo “Dizionario della
Ragione” e un dizionario di filosofia che si propone lo scopo di fermare per
sempre le parole della scienza e il loro significato, affine di renderne il
valore così certo e indubitato come è quello delle matematiche, e distrugger
così alla loro sorgente le quistioni e le difficoltà che lacerano da tanti secoli
il seno della filosofia. Imperciocchè e' sembra che l'autore ha per ferma la
celebre opinione di quasi tutto il XVIII secolo, e che ora alcuno non oserebbe
di sostenere, esser cioè le più profonde quistioni filosofiche niente altro che
controversie di parole, sicchè, fermato bene il valore di queste, abbiano
quelle immantinente da cessare. WINSPEARE traduce i “Nuovi Saggi” di Leibnizio,
dove da un vero modello della LINGUA FILOSOFICA ITALIANA, ancora così povera
tra noi (non credano i lettori che io esageri), pro ponendosi di più di venir
mostrando ne' suoi comenti quello che ci ha di buono e quello che ci ha di
vieto e di rancidu me metafisico nelle pagine del filosofo tedesco. Ancora qui
non fo quasi che ripetere le modeste parole dell'autore. WINSPEARE expone il
sistema del Reid. E qui immagini il lettore il sistema del filosofo scozzese,
che non suole esser creduto, ch' io mi sappia, de'più oscuri ed astrusi,
esposto compendiosamente dal nostro barone, in un gran volume in quarto; chè
questa è la dimensione dei suoi fratelli già venuti alla luce. Secondo WINSPEARE
e' non ci ha che due uomini al mondo a cui la scienza abbia veramente da essere
obbligata; e di costoro il primo visse, già sono trenta secoli passati, in
Atene, e l' altro nacque in Iscozia. Questi due uomini sono Socrate e Reid. Solo
il Leibnizio potrebbe esser terzo tra costoro, ma egli è troppo lordato di
metafisicume per essere accettato interamente dall'illastre giureconsulto ; e
però, come è detto, e' si propone di purgarlo. Salvo adunque il greco, lo
scozzese e il tedesco, così purificalo, tutti gli altri uomini che han
consacrato la loro vita alla scienza e che son giunti a rendere immortali i
loro nomi, voglionsi tenere comepericolosivisionarii, i quali ovvero
s'ingannano per difetto di giustezza di mente, ovvero si lasciano strascinare
dalla loro immaginativa. A purgar la scienza da questi malaugurati sogni è
sopra tutto ordinata ľ opera del WINSPEARE. Innanzi di lasciar Napoli non posso
trascurar di ricordare il nome di un uomo, forse poco conosciuto altrove, e che
eziandio tra noi non risuona molto, ancorchè il meritasse. Ma in tutte le cose
la fortuna è signora, ed anche per giun gere alla gloria è necessaria certa
maniera d'impostura. Co stui è COLECCHI, il quale, sendo già profondo
matematico, allorchè si rivolse seriamente alla filosofia non si potè star contento
all' empirismo che forse prima avea seguito, e si rivolse in quella vece al
sistema del Kant. Con ciossiachè non ci ha niente in quella filosofia che possa
ap pagar la mente di un matematico usata alle astrattezze e a ricercar le
proprietà più essenziali e immutabili delle cose, laddove le analisi severe ed
aride del Kant più ritraggono da' metodi matematici e vie meglio possono
contentare le menti che a quelle sono avvezze. COLECCHI sa penetrarvi così
addentro, che quasi le fece sue proprie, e spesso osò modificarne alcune parti
e mutarne alcune altre : tanta è la dimestichezza che egli ha acquistata col
suo autore, ancor chè ardisca di rinnegarlo e levi alto la voce a sostener che
e' non è kantista, per alcune divergenze che separano in sieme le loro
dottrine. Ma, che che egli si dica, non si po trebbe seriamente da altri
dubitare seegli sia o pur no. Due sono i punti principali della filosofia del
Kant, e l' uno si è la sua teorica della ragione soggettiva, e l'altro dove
distingue la parte mutabile e l'immutabile delle umane conoscen ze, quella cioè
che da' sensi deriva e quella che trae altron de la sua origine ; cominciando
egli dal porre come fonda mento del suo sistema che tutto il sapere incominci
con l'esperienza ma non tutto da quella derivi. Cotesto è forse il più
importante e il più vero di tutti i principii kantiani, comunque sia assai più
antico della critica della Ragion Pura. Leibnizio, fra gl’altri, avea già
insegnato l'anima escir dalle mani del Creatore con tutte quante le idee
necessarie ed assolute, come quelle che compongono la sua propria essen za; ma
che, oscurate e quasi sepolte sotto il peso della ma teria, han bisogno che
l'esperienza venga a discovrirle e quasi a far che lo spirito se ne avveda,
benchè da quelle non derivino. A questa guisa appunto lo scultore, se una
figura fosse impressa da natura nelle parti più interne d' una pie tra, ove
questa tagliasse e levigasse, non sarebbe egli autore di essa figura, ma si
cagione che quella fosse manifestata. E, assai prima del Leibnizio, la medesima
dottrina può tro varsi insegnata da altri più elegantemente e con maggior di
sinvoltura. Platone nel suo nobilissimo dialogo del Fedone, nel quale narra,
come tutti sanno, della morte di Socrate e delle cose da lui discorse con i
discepoli e con gli amici in nanzi di ber la cicuta, dimostra siccome è nelle
nostre menti un' idea prima dell' uguaglianza (autò pò trov ) così astratta e
generale che non si può in niun modo confondere con l'idea di duecose qualunque
che sieno eguali insieme, come due pietre, due leyni o altro. Perchè dove
quella è tale che noi sempre allo stesso modo la concepiamo e di necessità non
possiamo comprenderla altrimenti col pensiero, questa per contrario è mutabile,
sendo che il fatto quotidiano ne mo stra che quelle medesime cose, che pur ieri
ne pareano uguali, ne sembrano altra volta disuguali, senza dire della
differenza de' giudizii de' diversi uomini, a cui le stesse cose appaiono
diversamente. Onde egli conchiude l'uguaglianza assoluta non si dover
confondere con quella delle singole cose a cui questo attributo ci sembra di
convenirsi. Le medesime cose Platone dimostra del bello, del giusto, del vero e
di altre cosiffatte idee, che non si possono confondere con gli obbietti
sensati, a cui si trova che solo per contin genza alcuno di que' modi di essere
si può attribuire, e che sono come un debil raggio di quegli eterni tipi che
sopra di esse cose mutabili vengonsi a riflettere, e che di quelli solo per
accidente partecipano ( METÈYouTQ ). Se non che que sti obbietti mutabili e
contingenti son come lo strumento per cui mezzo l' anima giunge ad aver
coscienza delle idee, sendo che, ogni volta che le cose uguali, belle, vere e
giuste le son mostrate da' sensi, si vengono risvegliando in lei itipi eterni a
quelle corrispondenti, i quali pur erano in lei ab eterno, ma si vennero
oscurando il giorno che ella, lasciata la sua celeste dimora, discese nella
prigione del corpo la tal guisa, secondo il divino Platone, il sapere è solo
ricor danza, e l'apparare è ricordarsi. L'altro punto principale della
filosofia del Kant, e pro prio a lui solo, si è la teorica della ragione che
egli tiene per subbiettiva e inetta a farne conoscere altro che le appa renze,
e non mai la sostanza delle cose. Teorica d'importanza principalissima, come
quella da cui dipende il sapere se l' uo mo ha diritto a credere di poler
giungere alla conoscenza di qualche verità, ovvero se, condannato a vivere fra
illusioni e apparenze, dee rendere immagine del cane della favola, il quale
credea un altro cane da lui distinto la sua propria immagine che vedea
riflettuta nelle onde del ruscello. Chi concede questo punto al Kant, gli dee
conceder tutta la sua filosofia e dee esser tenuto per kantista, siccome io
affermo di COLECCHI, quali che fossero in parti secondarie le loro di vergenze.
II COLECCHI pubblica un gran numero di articoli su di versi subbietti di
filosofia speculativa e morale che poi ha raccolti in due volumi col titolo di
quistioni filosofiche, ove assai spesso prende a combaltere GALLUPPI, e se il
faccia con buon successo, e se gli avvenga sempre di riportar facile vittoria
sul nemico èinutile il dirlo. Conciossiachè il sistema slegato e debole del
filosofo calabrese mal potrebbe resistere a colpi serrati della dialettica del
suo avversario. A questi due volumi dovea tener dietro un terzo di quistio ni
estetiche, di cui mi riesci di aver le bozze di stampa per le mani, poichè il
libro non potè veder la luce. Cotesta estetica, come tutto il sistema del
nostro filosofo, è quella me desima del Kant; un deserto di astrazioni senza
mai incon trare un'oasi ove lo spirito possa alquanto rinfrancar le forze. Egli
è quasi che inconcepibile come quel divino rag gio che domandiamo bellezza, e
che risplende misteriosa mente nelle volte de' cieli e negli occhi delle
fanciulle, pos sa esser materia su cui s'innalzino de' formidabili edificii di
aride astrattezze, con le quali è al postutto impossibile di dar pure una
spiegazione del bello e dell'arte, alla guisa che è impossibile di trovare il
mistero della vita nel cada vere, o quello della luce nelle tenebre. Mentre
questa fortuna si aveano in Napoli le discipline filosofiche, nelle altre parti
d'ITALIA non mancarono di essere, ove più e ove meno, splendidamente coltivate,
e in que sti ultimi tempi videro levarsi chi di gran lunga si lasciò in dielro
i Napoletani. In Italia è succeduto al nostro vivente un fatto il quale è in
manifesta opposizione con quello erasi veduto finora nell' istoria della nostra
filosofia, la quale in fino dalla più remota antichità, ha avuta nel mezzodì
della Penisola un' indole diversa che nel settentrione. Colà il razionalismo ha
dominato, qui la scienza ha più presto incli nato al positivo e alla pratica;
quasi queste due diverse ten denze della filosofia si fossero geograficamente
diviso il terreno. E in vero mentre nell'una parte venivan su LA SETTA DI
CROTONE E QUELLA DI VELIA, nell' altra
la sapienza etrusca s'introducea in ROMA, che può dirsi il paese per eccellenza
della politica, della guerra e della legislazione. Vero è che in processo di
tempo i due estremi si andarono ravvi cinando, e l' idealismo si accostò al suo
contrario e quindi risultò l'indole vera della FILOSOFIA ITALIANA, che è
insieme speculativa e pratica, come quella che domanda i principii ma non
dimentica le applicazioni, e, se intende di levarsi. sino al cielo in su le ale
della speculazione non perde però di vista la terra. Se non che è innegabile
che non ostante il ravvicinamento di queste due maniere di filosofare, pure la
differenza non fu mai cancellata del tutto, e i filosofi del mezzodi restaron
sempre più razionalisti, e più pratici quel li del settentrione; testimonii VICO
e BRUNO da una parte, MACHIAVELLI e POMPONAZZI, per non citarne in fioiti,
dall'altra. Ora al nostro vivente, come dicevo, il fatto inverso si è veduto
avvenire, chè i filosofi Napoletani non si son saputi dipartire dalla
psicologia, e quelli della più alta Italia hanno ardito di sollevarsi infino all'
ontologia ; quasi il coraggio delle ardue speculazioni, venuto meno a noi, si fosse
rifuggito appo gli altri. E questi sono SERBATTI, ROVERE, e GIOBERTI. SERBATI ricorda
in certo modo i nostri buoni filosofanti delle scuole, i quali chiusi fra le
mura di un chiostro, alternavano la vita fra la preghiera e la meditazione, e
vedeano scorrere in silenzio i loro giorni senz'altro pensiero che quello della
chiesa e della scienza. Così il no stro abate, pievano di un piccolo villaggio
in quel di Novara, si è dedicato tutto quanto alla religione e alla filosofia,
con una fede e un' anbegazione che ricordano altri tempi ed altri costumi. Egli
era già conosciuto per altri scritti di filosofia speculativa e di diritto
pubblico e naturale, quando pubblica per le stampe una sua opera sull'origine
delle idee la quale per la profondità delle dottrine, per la forza della
dialettica e per l'erudizione non comune di cui è ricca nel fatto dell'istoria
della filosofia, e massime della scolastica, merita bene di essere allogata fra
le più importanti che in questi ultimi anni han veduto la luce. Gran danno che
sia di faticosa lettura per l'abbondanza non felice e del lo stile e delle
parole. Il problema che l'autore principalmente discute in questo suo saggio è
quello onde è travagliala tutta la filosofia, e che più specialmente occupa la
moderna, dico la questione della realtà della conoscenza. Gran cosa è veramente
cotesta che molesta siffattamente la scienza. Noi siam circondati anche a
nostro malgrado da una tur ba infinita di diversi obbietti ordinati quale alla
soddisfazio ne de' nostri bisogni, e quale a render lieti o miserevoli i pochi
giorni che dobbiam passare su' lagrimosi campi della terra, che pur tanto
amiamo ed a cui niente non ci avrebbe da legare. Or chi mai ha dubitato della
realtà di tutte queste cose ? Certo se a taluno venisse talento di farlo e di
dubitar seriamente se esista la donna che egli ama, l' inimico che odia, le
catene che legano i suoi piedi o l'oro che brilla nella sua scarsella, e' non
si dubiterebbe pure un momento di di chiararlo mentecatto, e condurlo di
presente all' ospedale dei matti. Or la filosofia si è condannata di buona
voglia a du bitar di queste cose e ad ignorar quello la cui ignoranza fa rebbe
stimar folle un uomo agli occhi de' poveri di spirito. Nè è da credere peròche
vengada modestia questo dubbio della scienza, anzi è figliuolo della superbia.
Conciossiache la filosofia non vuol già conoscere le cose alla guisa medesi ma
che gli altri uomini, ma si bene rendendosi ragione e chie dendo una
spiegazione possibile di tutto che l'uomo pud sa pere. Quindi è addivenuto che
essendo gli obbietti esterni parte della conoscenza, la si è imposto il dovere
di non cre dere diffinitivamente in essi, o almanco seriamente dubitar ne in
fino alla dimostrazione. E però si è messa con una calma edificante a discutere
la questione di sapere se ci ha niente che esista fuori dello spirito. Soventi
volte le armi le son mancate per provar quello che volea sapere, e allo ra più
presto che essere incredula a sè medesima o infedele alla sua divisa, ha
consentito ad accettare il nulla con una rassegnazione da disgradare un
anacoreta, e a conchiudere che il genere umano s'inganna visibilmente allorchè
crede alla realtà delle cose. O alliludo! Or l'opera di SERBATTI è
precipuamente ordinata all'esame di una cosiffatta quistione, a cui egli giunge
incominciando da una rassegna istorica de' varii sistemi antichi e moderni che
su lo stesso problema si son travagliati, i quali tutti esamina con gran
sottigliezza e con mirabile profondità ed erudizione. Di scute da prima la
quistione dell'origine delle idee nella mente; quistione strettamente legata
con quella della realtà della conoscenza, e fa vedere in una maniera non tolta
da altri, come i filosofi di lutti i tempi sono andati errati in questo, o per
eccesso o per difetto, dappoichè alcuni non vollero riconoscere alcuna idea
primiliva nello spirito, ed altri cre dettero di vederne in maggior numero che
veramente non sono. Lontano dall'errore degliuni e degli altri, SERBATTI ni ne
ammette sol' una, cioè ľidea dell'essere, forma uni versale de' nostri
pensieri, idea primitiva e necessaria dello spirito, la quale non ne suppone
alcun'altra prima di sè, ma bene da tutte quante le altre è supposta, come
quella che alla loro formazione è necessaria. Or su questa idea riposa la
realtà delle conoscenze, sendo che essa rinchiude il con cetto dell'esistenza,
anzi è l'esistenza medesima ; per suo mezzo noi possiamo giungere dal mondo de
pensieri a quel lo dell'esistenza, da’concetti a’fatti. Non io qui intendo di
difender l'una ovvero l'altra opi nione, ma poichè mi propongo solo di
raccontare, non posso tralasciar di riferire una opposizione cheè stata fatta
alla teo riea detta di sopra. Quale si è la difficoltà arrecata in mezzo dagli
avversarii della realtà? Noi non sappiamo le cose, e'di cono, ma sì le idee che
ne abbiamo; o come si passa all' obbietto da quella rappresentato? su qual
ponte si supera la distanza che è da un'idea ad un fatto ? Or la vostra idea
dell'essere, si è opposto a SERBATTI, non è punto diversa dalle altre, e
indarno vi dibattereste a dimostrare che è di differen te natura; e, se è vero,
come è, che la è generale e necessa ria, non è però vero che a differenza delle
altre idee di que sta medesima natur, sia di per sè stessa obbiettiva e atta a
porci in relazione con le cose reali. Sicchè l' antica quistione non è stata
per voi risoluta, anzi rimane tultavia intera, potendosi opporre all'idea dell'
essere le medesime difficoltà che alle altre idee, non ostante i vostri sforzi
per sostenere il con trario. Vero è che l'autore, dopo cinque faticosi volumi,
con una rara, non so se io dica superbia o modestia, dichiara che non è
leggiera cosa l'intendere la sua dottrina, e che egli in vano si è studiato,
per l'impossibilità della cosa, di esser chiaro e intelligibile. Non tacerò che
a taluno è sembrato di vedere nell'opi passa dall'idea e nione di SERBATTI una
pericolosa teorica da cui agevolmente si può sdrucciolare nel panteismo. Ma a
questo proposito fa d'uopo por mente a tre cose; la primache siffatte conse
guenze senza fallo non sono state pensate dal suo autore, e che se egli
giungesse mai a persuadersi che quelle legitti mamente si possono far
discendere dalle sue opinioni, certo pon indugerebbe pure un momento a
ritirarle. La seconda cosa si è che non si vogliono tormentar troppo le parole
le sentenze degli scrittori per condurli in una maniera o in un'altra a certi
estremi punti a cui quelli non vogliono giungere e a cui regolarmente non si
potrebbe menarli sen za i sottili sforzi d'una dialettica che può divenire per
que sto petulanti ; chè da tutto si può giungere a tutto. Ultimamente non
bisogna dimenticare che il panteismo oggidì è lo spauracchio universale, e che
troppo facilmente si crede di poterlo trovare in tutte le opinioni; e se è vero
che parecchi de'sistemi moderni v’inchinano, è pure strano vederlo sem pre e da
per tutto. ROVERE pubblica in Parigi il “Rinnovellamento dell'antica filosofia
italiana.” Oltre al nome dell'autore che già risuona nella nostra penisola,
cotesto titolo contribuì non poco a chiamar l'attenzione dell'universale sul saggio
di ROVERE. Conciossiachè si credette di vedere certo orgoglio nazionale, e
quasi una bella virtù cittadina nell'idea di richiamare in onore e in vita la
nostra antica filosofia. La ste rilità pedantesca de' nostri filosofi non avea
fatto escirle loro scritture dai limiti della scuola, e privatili così d' ogni
maniera di popolarità in un paese in cui gl’uomini consacrati specialmente agli
studii filosofici, non sono abbastanza numerosi, perchè levi gran grido nell'
universale un saggio di materie così speciali. Ma questa difficoltà ROVERE riesci
a superar felicemente. Or vediamo qual sia la sua idea. I filosofi italiani non
solo sono slati primi nell’ordine del tempo a incominciar la guerra contro la
scolastica, da cui poi dovea venir fuori la filosofia moderna, ma ancora sono
entrati innanzi agl’altri per la profondità e dottrina con la quale seppero
eziandio trovare il vero metodo con cui unicamente le scienze speculative
possono giungere a glorioso porto, riconducendole all'osservazion della natura,
da cui le astrattezze della scuola aveanle allontanate; metodo di cui la
filosofia moderna mena gran vanto come della più bella delle sue invenzioni, e
della sola armecon cui sipossa giungere alla scoperta della verità. Ancora
fecero di più, e non contenti ad indicare altrui la strada che si ha da tenere,
si posero animosamenle in quella, e ri ducendo ad atlo il pensiero del loro
metodo, riescirono a crear de ' sistemi a niuno secondi di quanti ne’tempi
posle riori si son veduti venir fuori. In questi sistemi certamente molte cose
sono da rigettare, molte da correggere e da mo dificare, ma molte sono eziandio
accanto alle prime, le quali meritano ben altra cosa che dispregio e
noncuranza. La filosofia moderna avrebbe da studiare attentamente in quelli per
tirarne tutto il buono che vi è, e far tesoro delle altis sime verità che
soventi volte han costato a' loro scoprilori la libertà o la vita. Sopratutlo
gl ' Italiani non dovrebbero lasciar perire sotto a' loro occhi la grande opera
incomin ciata da' loro avi con tanto ardire e potenza di mente, anzi dovrebbero
alacremente continuarla, e in vece di tener die tro astraniere filosofie e
trapiantarle siccome piante di al tro clima della loro patria, dove mai non
potrebbero alli gnare siccome frutto indigeno e nazionale, bisognerebbe che si
adoperassero a tult' uomo di richiamarli in vita e risve gliar la nobile
tradizione d'una scienza pur nata fra essi. Le altre parti del saggio di ROVERE
son destinate a svolger la vera natura
di questo metodo, che, secondo lui, è quello dell ' osservazione, il quale a
molti può parere non acconcio a condurre la scienza là dov'essa dee pervenire,
e che a me sembra egli confonda troppo con i procedimenti I delle scienze
naturali. Ancora ne viene mostrando l' applicazione a parecchie quistioni
speciali, che egli si studia di risolvere seguendo per lo più le orme de'
nostri antichi filo sofi. Per menon esaminerò sino a che punto i grandi filo
sofi italiani del risorgimento abbian seguito il metodo di os servazione,
siccome ROVERE l' intende, nè se questo me todo, sì utile d'altra parte alle
scienze fisiche, sia sufficiente alle metafisiche, chè cotesto mi menerebbe
lungi dal mio pro ponimento e getterebbe in quistioni che non ho in animo di
discutere ; solo dirò qualche cosa del proposto risorgimento della nostra
antica filosofia. L'idea di ROVERE si è di ri chiamar in vita tra noi le nostre
tradizioni filosofiche, per chè la scienza si abbia nella penisola un tipo
veramente ita liano e un'indole nazionale. Egli è indubitato che ogni pae se ha
da natura una particolar fisonomia,per la quale si di stingue da tutti gli
altri, e che siccome è impossibile di can cellare del tutto così è vil cosa di
non rispettare come up dono della Provvidenza, e di non custodir gelosamente
come un sacro pegnocontro ogoi invasione straniera. Nè questa differenza
d'indole si mostra solamente ne' costumi e nelle abitudini di ogni popolo,
negli istituti e nelle maniere este riori della vita ma eziandio in un modo
speciale di vedere e d' intendere e di rappresentarsi le cose. Gl’obbietti sì
del mondo fisico che del morale, si possono giustamente chia mar poligoni, in
quanto che ciascuno ha molti diversi lati, e può, rimanendo sempre il medesimo,
esser considerato in mille guise diverse, e produrre, secondo queste diversi tà,
mille diverse impressioni. Or quanlo più le cose posso no essere variamente
riguardate, tanto più vasto campo ha l'indolenazionale di ogni popolo di
spaziarsi e mostrarsi aper tamente. Nella letteratura, per esempio, esercita
vastissimo impero, perchè quella abbraccia tutta la vita, nè ci ha cosa che
possa esser considerata sotto più diversi aspetti che la vita umana e i suoi
infiniti accidenti, da cui ogni letteratu ra direttamente sorge, facendo
ritratto dalle più intime qua lità di essa vita. Per contrario poi quanto meno
di realtà è negli obbietti che cadono sotto la considerazione e l’opera dello
spirito, e quanto più essi son semplici o astratti; tanto più si viene a
restringere il campo in cui l'indole nazionale si può mostrare. Cosi, appena se
ne può scorgere le tracce nelle matematiche e nelle scienze naturali, occupandosi
quel le di astrazioni nude e di semplici concetti e queste delle qualità
fenomeniche ed esterne de'corpi, quali cadono sotto i sensi. Ma altrimenti
avviene della filosofia perchè i prin cipii comunque razionali di cuiessa si
occupa, son pieni di vitae di valore, comequelli che debbonoservire alla
spiegazio ne di tutti i fatti umani e cosmici dell'universo, dell'uomo e delle
civili comunanze. Certamente non ci ha nè ci po trebbe essere una verità
italiana e una tedesca, ma ci ha una diversa maniera per gl’Italiani e per i
Tedeschi d'intendere i medesimi veri, di considerar gli stessi fatti generali,
sic come di dare più importanza a una specie di essi innanzi che ad un'altra.
Di qui deriva che si può giustamente parlare d'una filosofia inglese, francese
o tedesca, dicendosi, per esempio, che la tedesca èpiù idealista e razionale,
dove che l'inglese inclina in quella vece a starsene più dappresso a’faiti ed è
quindi più sperimentale o empirica; differenze che trovandosi nell'indole della
scienza, mostrano che ci abbia da esserne un'altra corrispondente nell'indole
delle due nazioni. In questo modo solamente si può intendere la na zionalità
della filosofia, sendo però necessario di far due os servazioni su tal
proposito. La prima si è che non bisogna credere alla necessità di un intero
isolamento scientifico, ovvero credere che ogni idea straniera possa esser
contagiosa e opporsi al libero procedimento del pensiero indigeno e na zionale.
La verità non è pianta che germoglia in un solo paese, ma in tutta la terra, nè
è proprietà di un solo uomo o d'un solo popolo ma di tutto quanto il genere
umano; ciascuno può trovarne una parte, e tutti gli uomini sono ob bligati di
riconoscerla per tale, ove che la sia, e di abbrac ciarla e farle plauso e
festa. E' bisogna cercarla da per tutto, e lo spirito allorchè è forte e sicuro
di sè medesimo, le darà a sua insaputa quell' atteggiamento particolare, e
quasi direi quel colore morale cheèfigliuolospontaneo dell'indole di uno o di
un altro paese. Laseconda avvertenza da fare è che ogni consiglio su tal
proposito dee tornare quasi inu tile, e che quindi debba riescir vano il
raccomandare ad un popolo di custodir la sua nazionalità nella filosofia. Basta
es sere veramente un popolo sano e robusto e sentirlo e glori arsene per avere
untipo da sè e conservarlo senza fatica, e quasi non avvedendosene, in tutte le
parti della vita ed eziandio nella filosofia. Ma se un paese è debole e
corrotto, se già ha perduto la sua indole nativa, i consigli de'dotti saran
vani, perchè avendo quelloperduto la suaoriginalità nelle al tre cose, non gli
sarà possibile dicustodirla nella filosofia più presto che nella letteratura,
nella politica e nelle arti. Del resto ho voluto dir queste cose più presto a
proposito di ROVERE che contro di lui perchè nè l'uno nèl' altro de' due
rimproveri gli si può fare. Quanto poi all'idea d' incomin ciar la scienza ove
l'hanno lasciata i nostri maggiori, certo GL’ITALIANI d'oggidi avrebbero ben
torto di dimenticare i no bilissimi lavori de'loro padri e le dottrine onde
hanno splen didamente arricchito la scienza, ma è da vedere se per far questo
si convenga rinunziare a tutto quello che lo spirito umano ha scoperto in
processo di tempo, perchè non è ve rosimile che sieno tornati vani tutti i suoi
lavori per tre se coli e più. Credo che non sia questa strettamente l'opinione
del nostro autore, ma domando se vi si potrebbe giungere partendo dalla sua.
Eccomi finalmente arrivato a quello de' filosofi italiani no stri contemporanei
che è giunto ad ottenere una fama uni versale fra noi. Ciascuno intende che io
parlo di GIOBERTI, il cui nome da qualche anno risuona univer salmente dall'
uno all'altro estremo della penisola. Quindi è che ciascuno si è creduto in
diritto di dar la sua opinione e il giudicarlo a sua posta, onde egli si è
trovato esposto a’più contraddittorii giudizii, alla più inetta critica, alle
noiose esagerazioni del dispregio ed a quelle ancor più no iose della stupida
ammirazione. Quanto a me, nemico come io sono d'ogni opinione eccessiva che si
lasci volenlieri ac cecare all'odio e all' amor di parte, a' nuovi ed a' vecchi
pre giudizi, dirò franco il mio parere per un uomo di un merito grandissimo,
quantunque io credo che sia ancor troppo pre sto per poterlo ben giudicare, e
che di lui meglio i posteri che i contemporanei potranno portar sentenza,
perciocchè intorno a molte sue dottrine bisognerebbe aspettare i suoi nuovi
schiarimenti e la prova del tempo. Intanto per por tare in fin da ora un
giudizio più o meno esatto di quello che egli è, sarebbe mestieri di esaminare
sottilmente il suo yalore come scrittore, come filosofo e come politico. Io, se
condo il mio istiluto, non posso toccare che pe' generali della due prime parti
e quasi niente della terza . Come filosofo, GIOBERTI appartiene senza fallo
alla no bilissima schiera de’ BOTTA, de’LEOPARDI e degli altri che in questi
ultimi tempi han cercato, ritirando la lingua italiana a'suoi principii, di
renderle l'antico splendore, la forza, l'e leganza e la vivacità che ammiriamo
ne'nostri grandi scrit tori de'secoli passati, e che le aveano negato la
fiacchezza degli animi e i pregiudizi comuni del secolo XVIII e de’pri mi anni
di quello in cui noi viviamo, e che ancora regnano appo la maggior parte de’filosofi
di cui innanzi è discorso, la cui lingua, e più ancora lo stile, si penerebbe a
crederlo italiano, e si direbbe compassionevole, se la pretensione non non lo
rendesse più tosto ridicolo. COSTA può dirsi il primo che in questi ultimi
tempi tratta di filosofia con correzione di lingua ed eleganza di stile, ma
oltre a questi pregi, non si può dire che abbia nessuna di quelle doti che co
stituiscono il grande filosofo. La medesima cosa può affer marsi di ROVERE la
cui lingua è pura, lo stile esalto ed elegante. M invano si cercherebbe altro
nella sua prosa. SERBATTI, senza aver nè l'uno nè l'altro di questi pregi, è di
una tale abbondanza, che e'si potrebbe comodamente ridar re alla metà i volumi
delle sue opere senza chiedergli il sa grifizio pur d'una idea. Tull'altra cosa
è di GIOBERTI nelle cui pagine si trova ben altro che purezza ed eleganza sola
mente; qui è ricchezza smisurata, nobiltà e vera eloquenza, tanto che si
potrebbe citar de'passi da valer come modello da imitare. Conservando il tipo
originale e l'antica grandezza della nostra lingua, e’la tratta pur tultavia
come la lingua d'un popolo che è ancor vivo, che ancora ha uno splendido posto
nel mondo, e che forse a nuove e più luminose sorti è destinato da Dio. Chè
nella nostra penisola accanto a quelli che nel fatto della lingua si lasciano
andare ad ogni maniera di novità, ci ha degli altri che per paura di
corromperne la natia purezza, non si vorrebbero allontanare da' limiti del
trecento, e si spaventano d'ogni innovazione, come se fosse morta la lingua
parlata da ventiquattro milioni d'uomini. Niuno di questi rimproveri non può
farsi a GIOBERTI, a cui niente manca per esser giustamente allogato tra i
filosofi di prim'ordine. Pure non saprei negare che, sia effetto del l'ardente
immaginativa, sia naturale impazienza e difficoltà di contenersi, si abbandona
talora un po’troppo alla sua ine sauribile abbondanza, sì che si sarebbe
inclinati a trovare il suo stile in certi luoghi aleun poeo declamatorio. Non
su che spirito di sofisma viene talora segretamente a turbarne l' ordinaria
chiaroveggenza, per modo che per volere aver troppo compiuta vittoria de' suoi
avversarii e spingerne le opinioni alle più lontane e assurde conseguenze,
scaglia con tro di essi ogni maniera di opposizioni e di ragioni e di ar
gomenti, della cui perfetta convenienza si potrebbe talora dubitare. Ma questo
non giunge ad oscurare per niente gli altri pregi grandissimi che sono in lui.
Dalle cose che abbiamo così brevemente discorse intorno alla presenle filosofia
italiana, si può vedere come i nostri filosofi, attenendosi strettamente solo
alle questioni psicologi che, ovvero non osando che modestamente occuparsi di
quelle di altra natura, si son tenuti lungi da' più alti problemi ontologici
sull'origine, l'essenza e le leggi della realtà, quistioni in cui risiede tutta
la grandezza e l'importanza della filosofia e che l'hanno sollevata a un sì
alto posto nel l'antichità e nel medio evo. In questi ultimi tempi i Tedeschi
sono stati i primi ad avvedersi che la scienza si era messa per vie troppo
ristrette, e che per renderle il suo antico valore bisognava senza più
ricondurla sul terreno che altra volta avea occupato, da cui le modeste pre
tensioni della psicologia l'aveano scacciata, e in cui solo potea incontrarsi
con quelle quistioni che più potentemente importano al genere umano, e
riacquistar così la vita e l'importanza primiera. Quest' obbligo la scienza
deve indubitata mente a’moderni Tedeschi, quali che siano state le conse guenze
a cui sono giunti. GIOBERTI ha tenuto il medesimo cammino, ma con mezzi
alquanto diversi, ed è venuto a conchiusioni di ben altra natura. Anch'egli
vuol giungere ad una scienza più compiuta che esca dalle aridità psicolo giche,
e che, piena del senso della realtà e della vita, cerchi di pervenire alla
causa prima e reale d'ogni causa e d'ogni fenomeno, riproducendo nell' ordine
ideale della scienza l'ordine reale della generazione. Movendo dalla teologia
cristiana, egli si è sforzato di ricondurre la scienza all' ontolo gia, in modo
da conservarla d'accordo con la religione, e in vece di adoperar come i
Tedeschi che fanno entrar la reli gione nella filosofia e vogliono col mezzo di
questa spiegar la, egli, per opposto cammino, seguendo i più antichisistemi
ortodossi, ha voluto sottomettere la filosofia alla religione, in guisa che
fosse questa obbligata a riconoscer da quella ogni suo valore . Il suo punto di
partenza è una formola sin letica, la quale, benchè d'accordo col Cristianesimo,
anzi, appunto perchè è di accordo con esso, spiega l'uomo e l'universo e le
loro relazioni con Dio, onde poi discendę ogni ordine d'idee e di fatti, il
pensiero e la natura, le società e le civili istituzioni, la scienza a l'arte.
Io non mi fermerò su’varii punti del sistema, nè sulle varic applicazioni che
egli va facendo del suo principio, nelle quali dimostra una potenza di mente
mirabile e delle conoscenze non punto ordi narie, ma non posso tacere che
soventi volte, siccome è moda oggidì, si lascia strascinar troppo all'amore del
sistema, e a certa smania di costruzioni a priori, le quali son certamente del
dominio della scienza, ma che oggi si sogliono condurre fino all'esagerazione.
Per questo rispello gli antichi mi pa iono ben superiori a 'moderni, perchè
Platone ed Aristotile si occupano anch'essi di costruire l'universo a priori e
per mezzo delle idee, ma sanno bene fermarsi alle generalità senza discendere a
taluni troppo minuti particolari, i quali sfuggono alla scienza e non si
possono senza esagerazioni far discendere comodamente da' principii generali. E
chi sa se nell'universo, come nell'uomo, non ci ha un punto in cui l'impero
assoluto della legge ha termine, e quello dell' arbitrio, del capriccio e
dell'accidente incomincia? Certo è giusto di volere co' principii razionali
spiegar le leggi e le generalità delle cose, ma è strano il pretendere di
spiegare ugualmente i più piccioli fatti, la cagione necessaria e razio nale
d'ogni avvenimento, d'ogni legge, d'ogni fenomeno, d'ogni istituzione, d'ogni
onda che la forza de'venti scaglia contro le rive, d'ogni foglia che la brezza
dell'autunno fa. cadere dal ramo; allora si potrebbe ripetere il detto di
Napoleone, che un brieve limite separa dal sublime il ridicolo. Vediamo ora
qual sia la formola suprema e creatrice del sistema di GIOBERTI. Ogni
filosofia, egli dice, la quale muova dalla nozione semplice e astratta
dell'essere, dee necessaria mente smarrire la diritta via. Siffatla nozione,
come quella che si può applicare al Creatore e alle creature, senza alcuna
diversità, e che però nulla può produrre, conduce all'ipotesi d'una sostanza
unica, cioè al panteismo. Ora la teorica del panteismo è falsa perchè non
risponde a tutte le esigenze della scienza, nelle applicazioni non trovasi
d'accordo con la vera natura delle cose, distrugge la morale, ed è contraria al
cristianesimo che è la veritàperfetta ela parola stessa di Dio. Però è mestieri
trovar modo di escire di questa peri colosa ipotesi, la quale ha potuto soventi
volte sedurre le più belle intelligenze e i più profondi spiriti. Ove la causa
che conduce al panteismo eziandio quelli che meno vi vorrebbe ro pervenire, chi
ben guardi la troverà nel punto stesso onde muovono, giacchè la nozione
dell'essere in astratto non può menare alla realtà. Per la qual cosa a fio di
cansar l'errore, è d'uopo aggiungere all'idea dell'essere qualche altra nozione
che sia nello stesso tempo primitiva e sottopo sta all'altra. Se non fosse
primitiva rispetto al nostro spirito, non potremmo acquistarla altrimenti,
essendo la nozione dell' essere di sua natura improduttiva; d'altra parte se
non fosse sottoposta ad essa nozione dell'essere e quasi da essa ingenerata, e'
si cadrebbe io un dualismo assoluto non meno assurdo dello stesso panteismo. Ma
fortunatamente è facil cosa trarre l'essere dal suo stato astratto,
considerandolo siccome concreto e creatore, perchè l' essere così conside rato
rinchiude in sè l'idea di un effetto, cioè di un'esistenza che non fa parte
della natura di quello, ma che essendo un libero prodotto della sua volontà, è
legato con esso lui mercè il vincolo della creazione . Per tal modo e ' si
avrebbe un sol principio da cui partirebbe lo spirito, cioè l'idea dell' essere
puro e necessario che crea l'esistenza contingente, e questa verità-principio produrrebbe
un principio-fatto, cioè la realtà dell'esistenza. Così l'autore invece di
partire dalla nozione astratta dell'essere, è partito da quella dell'essere che
per mezzo della creazione produce altre esistenze a lui sottopo ste, ed ha
espresso il suo principio supremo con la formola: l'essere crea l'esistenza; e
con questo mezzo ha evitato ilpan teismo, ponendo il concetto della creazione
come il lega me fra l'essere assoluto e l'esistenze contingenti. Pur tutta via
questo mezzo non è paruto a tutti soddisfacente; già non è mancato chi ha detto
che il suo sistema era la teorica dello Schelling battezzata e fatta cristiana,
ed altri altre difficoltà hanno arrecato in mezzo. Cone è egli possibile di
costruire a priori una filosofia mercè diun principio il quale contie ne in sè
un dato essenzialmente contingente e di fatto, quale è quello della creazione ?
Se si considera l'idea della creazione legata di necessità con quella
dell'essere, e allora si cade senza più nel pantei smo, o almeno nella sentenza
assai vicina a quello della ne cessità della creazione; se poi si considera
essa creazione come un fatto empirico e contingente, è impossibile allora di
farla discendere dal concetto dell'essere, e dedurla da esso; anzi, essendo
essa libera e volontaria, il principio si dovrebbe esprimere altrimenti,
dicendosi piuttosto: l'essere vuol creare l'esistenza ; nel qual caso potrebbe
domandarsi : chi v'insegna questa volontà dell'essere? domanda a cui è
difficile di soddisfare senza cadere in Cariddi per evitare Scilla.
Conciossiacchè se si risponde che l'insegna il fatto, la formola a priori è
distrutta, e si cade in uo circolo vizio so, col quale si verrebbe a dire che
l' essere ha voluto crear l'esistenza, perchè esiste, e che l'esistenza esiste,
perchè l'essere ha voluto crearla . Se poi, mutando strada, si rispon de che
non già il fatto ma la nozione stessa dell' essere rin chiude il concetto della
creazione, e allora si giunge diritto, come inpanzi dicevamo, alla necessità di
essa creazione. Non insisterò più a lungo su questa discussione, che, come
tutte le altre, ho voluto toccar solo di passaggio, ma osser verò invece alcuna
cosa sull'indole generale della dottrina di GIOBERTI. Nati in un tempo che è
succeduto ad un altro di strani rivolgimenti ed inuditi rumori, e che ancora è
in certo di sè medesimo e più incerto del suo avvenire, noi possiam dire di
assistere al contrasto di due opinioni, le quali si disputano ostinatamente
l'impero dell'intelligenza. L'una, che è la meno seguitata, è essenzialmente
conserva trice, e non crede nè al presente nè all'avvenire, ma sogna caldamente
il passato, i secoli scorsi e quasi il secol d'oro della favola. L'altra, che
domina appresso l'universale, non ha fede che nel presente e nell' avvenire,
dispregia e deride tullo quello che non è nato pur ieri, e ciecamente crede al
progresso infinito delle umane generazioni, al cammino dello spirito sempre
trionfanle e vittorioso. GIOBERTI non può essere accusalo nè dell'una nè
dell'altra estrema opinione, e il suo modo di vedere e giudicar le cose può
dirsi essenzial mente conciliatore dell'antico e del moderno. Non egli du bita
che lo spirito umano cammini, ma non crede che lutto quello ci ha di bene sulla
terra sia nato ieri; nè dubita che lo spirito progredisca, ma non crede che
ogni suo mo vimento sia un progresso; in somma il passato non è per lui
unicamente l'antecedente cronologico del presente, o un ca davere senza vita e
senza importanza, anzi egli vuole che se ne faccia altamente conto come di cosa
che contiene in sè i germi del nostro essere presente, e che non venga punto
messo in dimenticanza nelle nuove combinazioni si della scienza e sì della vita
pratica. Nè punto diverso da questo è il principio delle sue opinioni
politiche, nelle quali ammira il passato ma non lo crede bastevole a
corrispondere a tutte le esigenze del presente, ammira il medio evo in tutto
quello che ha di grande, di nobile e digeneroso ma pon vuole per questo la
ricostruzione del castello feudale; vuol bene che la politica italiana sia
degna del nostro secolo ma non chiama ugualmente degne del secolo tutte le
utopie . Questi sono i filosofi italiani degni di essere ricordati da chi
voglia tessere un quadro dello stato in che trovasi oggi la scienza fra noi .
Il quale, come si può vedere, se non è da esserne troppo superbi, non è neppur
tale da doyercene ver gognare, perchè accanto a nomi mediocri o poco maggiori
della mediocrità, se ne trova pure altri, come quello di SERBATTI e GIOBERTI,
degni di fare onore a qualunque tempo e a qualunque paese. Un'osservazione però
sorge natural mente da tutto quello che finora abbiamo discorso, cioè che se ci
ha de sistemi e de’ FILOSOFI ITALIANI, non ci ha però una filosofia o una
scuola italiana da mostrar le dottrine domi nanti universalmente, poichè
dottrine comuni veramente non ce ne ha, ma ciascuno ha le sue proprie, e
nessuno giunge a diffonderle in modo da formare una scuola forte ed upita da
contrapporre ad un'altra .La medesima cosa mi ricorda d'aver fatto osservare a
pro posito del teatro, ove dicevo che ci ha bene de' drammi e dei drammaturgi
in Italia, ma non un dramma italiano, da po terne indicare l'indole generale.
Sarebbe lungo cercar le ra gioni di questo fatto, ma quanto a' sistemi
filosofici, non può nascondersi che ciha un punto essenzialissimo in cui tutti
o almeno i più importanti si accordano, e questo è l' essere ugualmente
ortodossi e cattolici. I nostri antichi non erano generalmente così solleciti
di trovarsi d'accordo con la reli gione, e spesso con le prigioni, con l'esilio
e co' roghipa garono la pena del loro ardimento . Oggi in mezzo alla co mune
eterodossia delle scuole moderne, e soprattutto delle tedesche, i filosofi
italiani si studiano di mantener collegate amorevolmente la fede e il pensiero,
la religione e la scien za, e compensano con la propria ortodossia gli errori
de'loro predecessori, i quali signoreggiano oltremonti e trovano nuovi seguaci
e arditi rinnovellatori massimamente nelle scuole di Germania . Certamente
sarebbe cosa assurda il negare che la filosofia tedesca in questi ultimi anni
abbia renduti straordinarii ser vigi alla scienza, e fattole fare de'passi che
mai non saranno perduti per il pensiero umano. Certamente in que' sistemi sono
altissime verità, profonde escogitazioni, fortunate e fe conde applicazioni a
tutti i diversi ramidel sapere e della vita, ma accettarli interamente come
veri è cosa enorme ed insoffribile. Insoffribile soprattulto per poi Italiani
la cui mente è dotata da natura di forme troppo originali per sofferire
qualunque maniera d'imitazione, senza che tosto ritorni in caricatura, ed al
cui pensiero, naturalmente chia rissimo e bisognoso di realtà e di vita, mal si
convengono le astrazioni soventi volte troppo vôte de' Tedeschi, e la col trice
di tenebre onde al concello alemanno piace spesso di avvilupparsi. Oltre a ciò
si potrebbe dire che assai male prova ha fatto la filosofia tedesca, quando
dopo tante pro messe e sì grandi rumori, si è mostrata inetta a fermar niente
d'intero e di durabile, e ora quasi venuta meno, tace profondamente, e quasi
non ha un'idea o una parola comuni per farsi intendere, e le scuole deboli e
divise internamente o più non vivono o vivono di una vita che molto si rasso
miglia alla morte. Forse che il dottor Fausto ha ragione tut tavia di lagnarsi
della loro impotenza e della vanità degli sforzi per esse fatti. Prima di
conchiudere sentomi spinto come di viva forza a ricordare un nome, che pochi
forse sanno e che niuno ha obbligo di conoscere ma che io non voglio tacere,
solamen te perchè colui che il portava ora più non vive, e perchè al tra meno
sterile testimonianza di amicizia non gli posso ren dere. Io non so se le poche
pagine scritte da CUSANI giungeranno a'posteri, e molto più dubito delle mie,
ma de sidero che i contemporanei sotto i cui occhi potrà cadere questo scritto,
sappiapo che fra’giovani che ora fra noi si oc cupano di filosofia nessuno
forse fu fornito più di lui di mente veramente filosofica, la quale con più
sodi studii e con la malurità degli anni avrebbe forse, anzi senza forse, dato
frutti degni di vera gloria . Nè vorrei che di lui si giudicasse da quello che
finora avea stampalo, perchè chi il conobbe può far giudizio sicuro di quello
che un giorno avrebbe potuto fare se gli fosse bastata la vita. Non so altri
che faccia bene e splendidamente sperare di sè, ma non dubito che fra tanti
dovrà sorgere alcuno degno degli antichi e de' nuovi nomi, perchè giovami di
credere, e i fatti mi confermano nella mia opinione, che la sacra fiaccola
della scienza non sia, non che spenta, affievolita nella patria del Vico, del
Campanella e di Giordano Bruno. Grice: “Gatti is a difficult one to catalogue –
not at Oxford! He is a man of letters and action, by man of letters we mean
Lit. Hum. And Gatti, being the snob he was, would rather be seen dead than
referred to as merely a ‘philosoopher’ – He edited the Museo di FILOSOFIA e
letterature – and his passion (if he had one) was Vico – and more, to criticse
oters. He would not speak of ‘italian philosophy,’ but of ‘philosophy in
Italia’! – He wrote on Rovere, and other philosophers – but he was always ready
to grade them: “Genovesi, infinitely inferior to Vico” – Incredibly that this
philosopher is talking the same lingo as Machiavelli or Dante!” – His exegesis
of Vico is good – he refers to the Bruno, Campanella and Telesio as the celebrated
triunvirato, and there are references to some obscure philosophers in his prose
– about which he writes little to enthusiase his reader!” -- Stanislao Gatti. Gatti.
Keywords: poetica, Vico, Filosofia Italiana, Scritti filosofici – implicature
italiane – il vico di Gatti -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gatti” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Gaudenzio: la ragione conversazionale e il filosofo
musicista – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. G. writes an important work on the theory of music
that survives in parts. Grice: “And then I played the piano!” – Gaudentius was
a Greek music theorist in Classical Antiquity. Nothing is
known of his life or background, or when he lived, except what can be inferred
from his sole surviving work, Εἰσαγωγὴ ἁρμονική (English: Harmonic Introduction), a treatise.[1][2][3][4]
Leonhard Schmitz and Karl von Jan say that he seems to have known the writings
of Aristoxenus (fl. 335 BCE);[1][2] but Schmitz says, not those of Ptolemy
(c. 100-170 CE).[1] Hugo Riemann says he may have been a younger contemporary
of Ptolemy.[3]: 20 Cassiodorus (c. 485-585) praises the treatise, and
mentions a contemporary Latin translation for use in schools by one
Mutianus,[5] which has not survived.[1][3] The treatise was first printed in
1652 by Marcus Meibomius, together with a commentary and a Latin translation,
in his Antiquae musicae auctores septem (English: Ancient Music by Seven
Authors).[1][3][6] References Schmitz, Leonhard (1870).
"Gaudentius 1." . In Smith, William (ed.). Dictionary of Greek and
Roman Biography and Mythology. Vol. 2. p. 231. Jan, Karl von (1895).
"VII - Gaudenti Philosophi Harmonica Introductio". Musici Scriptores
Graeci (in Latin). Leipzig: B. G. Teubner. pp. 317–356 – via archive.org.
Includes the Greek text of Εἰσαγωγὴ ἁρμονική. Riemann, Hugo (1919). Handbuch Der Musikgeschichte (in German).
Vol. 1. Leipzig: Breitkopf & Härtel. pp. 20, 24, 183, 206 – via
archive.org. Strunk, Oliver (1950). Source Readings in Music History. New
York: W. W. Norton & Company. pp. 87, 89n, 92 – via archive.org.
Cassiodorus. "8". Divin. Lect. Meibomius, Marcus (1652).
"V. Gaudentii, philosophi, introductio harmonica". Antiquae musicae
auctores septem (in Latin). Vol. 1. Amsterdam: Lodewijk Elzevir. pp. 1–40.
(Page numbering within the chapter.) Further reading Michaelides, Solon (1989).
Εγκυκλοπαίδεια της αρχαίας Ελληνικής μουσικής [Encyclopedia of Ancient Greek Music] (in Greek). Athens: National Bank
of Greece Cultural Foundation (MIET). p. 81. Zanoncelli, Luisa (1990). La
manualistica musicale greca: [Euclide], Cleonide, Nicomaco, Excerpta Nicomachi,
Bacchio il Vecchio, Gaudenzio, Alipio, Excerpta Neapolitana (in Italian).
Milan: Ed. Ang. Guerini. pp. 305–369. Kalogeropoulos, Takis (1998). Το λεξικό
της Ελληνικής Μουσικής [The Dictionary of Greek Music] (in Greek). Vol. 1. Athens: Giallelis. p. 445. Mathiesen, Thomas (3 June 1998).
Strunk, Oliver; Treitler, Leo (eds.). Source Readings in Music History (Revised
ed.). New York: Norton. pp. 66–85. ISBN 978-0393037524. Mathiesen, Thomas J.
(20 January 2001). "Gaudentius". The New Grove Dictionary of Music
and Musicians. Oxford University Press.
doi:10.1093/gmo/9781561592630.article.10740. ISBN 978-1-56159-263-0. External
links Gaudentius (1895). "Gaudence -
Introduction harmonique". Collections des auteurs grecs relatifs à la
musique (in French). Vol. 5 - Atypius et Gaudence, Bacchius L'Ancien. Ruelle,
Ch.-Émile (translator and editor); Szwajcer, Marc (editor). Paris: Imprimerie
nationale – via remacle.org. A French translation of Εἰσαγωγὴ ἁρμονική, with commentary. Authority control databases Edit this at
Wikidata InternationalVIAF234 NationalGermanyUnited
StatesSpainNetherlandsIsrael AcademicsCiNii People Deutsche Biographie Categories:
Greek musicologistsAncient Greek music theoristsGaudenzio.
Luigi
Speranza -- Grice e Gaudenzio: la ragione conversazionale e il portico romano --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Abstract. Grice: “People tend to think that after the birth of Christ,
The Porch became relevance-less: Truzzi proves the opposite in his apt study of
Gaudenzio, a rationalist in the best tradition of the porch, in his analysis of
‘lex naturae’ and ‘moral obligation’ as ‘epistemically’ derivable from desires!”
Keywords: porch. Filosofo italiano. The philosophical interest of G.s essays
lies in his discussion of natural law – lex naturae --, for which he borrows
from the Porch. G. argues that through the use of reason anyone can come to a
knowledge of his moral obligations.
Luigi
Speranza -- Grice e Gauro: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “We seem to consider Porfirio an Hellenic, but his
audience was Roman to the backbone!” Keywords: categoria. Filosofo italiano. He appears
to have been a pupil of Porfirio, who may have dedicated one of his essays to
him.


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